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ly^ooo 



Anno 1 Gennaio-Aprile 191 7 N. i e 2 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIBMOiNTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



l^Q^ 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipografo d\ S. M. e KR. l'iiiicipi 
I917 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2!. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indirizzate 
al Socio vice bibliotecario responsabile Conte LUIGI RrtTI-Of IZZONI, Via 
Brofferio, 3. 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



-, C 








Anno I. Gennaio-Aprile 191 7 N. i e 2 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti. 



ELENCO DEI SOCI 



Presidente onorario : 
S. M. VITTORIO EMANUELE III Re d'Italia. 

Presidente : . 
BOSELLI S. E. PAOLO. 

Vice-Presidente : 
PATETTA CoMM. Prof. FEDERICO 

Segretario : 
GALLEANI D'AGLIANO DI CARAVONICA Conte Dottore RENATO 

Tesoriere : 
ROCCA Cav. Uff. Ing. ALFREDO 

Bibliotecario : 
CURLO March. Dott. FAUSTINO 

Vice-Bibliotecario : 
RATI-OPIZZONI Conte Dottor Luigi 

Socio onorario: 
FROLA Gr. Cord. Avv. SECONDO Senatore del Regno. 



SOCI EFFETTIVI 

Aerate Comm. Antonio Piazza Emanuele Filiberto. 

Ambrosetti Comm. Vincenzo . . . Corso Vitt. Emanuele, 95. 

Antonielli d'Oulx Conte Luigi . Via Giannone, 15. 

Arbori© di Gattinara Conte Carlo . Via S. Quintino, 41. 



- 2 - 

AssANDRiA Comm. Giuseppe .... Piazza Emanuele Filiberto, l8, 

Balbo Bertone Conte Raimondo . Via Stampatori, 4, 

Ballatore di Rosana Conte Ing. Eug. Via Ospedale, 24. 

Barbavara di Gravellona Conte Giu- 
seppe Cesare Via S. Giulia, 65. 

Barelli Dott. Giuseppe Istituto tecnico, Mondovì. 

Barisone Comm. Annibale .... Corso Siccardi, 55. 

Barocelli Dott. Pietro Via Accademia delle Scienze, 4. 

Baudi di Vesme Nob. Alessandro . Via dei Mille, 54. 

Bertea Cav. Ing. Cesare .... Piazza Crimea, i. 

Betta Cav. Ing. Pietro Via Donati, 3. 

BisTOLFi Comm. Leonardo, scultore . Via Bonsignore, 3. 

BoGGio Comm. Ing. Camillo . . . Piazza S. Martino, 7. 

BoNELLi Avv. Paolo Via Ottavio Revel, 19. 

Boselli S. e. Paolo, deputato al Pari. Piazza Maria Teresa, 3. 

Bottero Gr. Uff. Giuseppe T. Gener. Via Bertola, 29. 

Bracco Ing. Ettore Corso Valentino, 20. 

Bruno Cav. Ing. Emilio Piazza Cavour, io. 

Buraggi Conte Dott. Gian Carlo . Corso Francia, 28. 

Canonica Comm. Pietro, scultore . Via Napione, 20. 

Carbonelli Cav. Dott. Giovanni . Via S. Massimo, 33. 

Caron Ceva Cap. Ottavio .... Corso Vinzaglio, 31. 

Casana Nob. Renzo Via dei Mille, 22. 

Ceriana Comm. Ing. Arturo . . . Via Principe Amedeo, 34. 

Ceriana Avv. Pippo Via Confienza, 2. 

Chevalley Cav. Uff. Ing. Giovanni . Via Maria Vittoria, 16. 

Chiantore Gustavo Corso S. Martino, i. 

CoMPANS di Brichanteau March. Lud. Via Magenta, 29. 

Cora Luigi Via Lamarmora, 39. 

Cora Renato Corso Re Umberto, 60. 

Cotti Cav. Ing. Giacomo .... Via dei Mille, 56. 

Crudo Cav. Cristoforo Via San Francesco da Paola, 1 1 , 

CuRLo Marchese Dott. Faustino . . Corso Cairoli, 4. 

Della Chiesa di Cervignasco e di Tri- 
vero Nob. Colonn. Paolo . . . Corso Re Umberto, 17. 

Demagistris Prof. Pio Carlo . . . Via Giovanni Prati, 3. 

Depanis Comm. Avv. Giuseppe Via Cernaia, i. 

Druetti Cav. Avv. Vincenzo Via Assarotti, 4. 

Ducati Cav. Prof. Pericle .... Via Po, 18. 



_ 3 — 

Durando Avv. Edoardo Corso Duca di Genova, 62. 

Ferrerò Ponsiglione di Borgo d'Ales 

Conte Dott. Amedeo Via S. Dalmazzo, 1 1 . 

Fontana Cav. Ing. Vincenzo . . . Piazza Vitt. Emanuele, io. 

FoRNARis Cav. Uff. Avv. Guido . . Via Ospedale 58. 

Frola Conte Dott. Giuseppe . . . Via luvara, io. 
Galateri di Genola Conte Comm. 

Annibale Via Passalacqua, 12. 

Galleani d'Agliano e Caravonica 

Conte Renato Via Lamarmora, 9. 

Ghislieri Marchese Alfonso . . . Via Napione, 2. 

GiACOsA Prof. Piero Via Pallamaglio, 31. 

Gotteland Dott. Alberto .... Via Magenta, 37. 

Guasco di Disio Marchese Francesco Via Accademia Albertina, 3. 

Kuster Cav. Antonio Via Valeggio, 27. 

Labò Mario, arch Via XX Settembre, 2-44, Genova. 

Liautaud Enrico Corso Re Umberto, 82. 

Maggiora Vergano Nob. Cav. Colonn. 

Tommaso Legione Carabinieri, Roma. 

Mariani Dott. Carlo Edoardo . . Corso Re Umberto, 57. 

Maritano Avv. Lorenzo Via Po, 34. 

Mattirolo Comm. Prof. Oreste . . Orto Botanico al Valentino. 

MoMo Ing. Giuseppe Via Lamarmora, 55. 

Montemartini Prof. Clemente . . . Via XX Settembre, 64, 
Mori Ubaldini degli Alberti Conte 

Dott. Mario Via Fanti, 6. 

NiGRA Cav. Uff. Ing. Carlo . . . Corso Vinzaglio, 71. 

Oliaro Cav. Dott. Guglielmo . . Via Mazzini, 33. 

Olivieri Cav. Avv. Alberto . . Via Maria Vittoria, 6. 

Passarino Cav. Angelo Via Maria Vittoria, 26. 

Passerin di Entrèves e di Courmayeur 

Conte Dott. Ettore .... Corso Vitt. Emanuele, 5. 

Patetta Comm. Prof. Federico . Via S. Massimo, 44. 

Pellegrini Cav, Ing. Massimo . . . Via Montevecchio, 38. 

Pellegrini Cav. Avv. Maurizio . Corso Duca di Genova, 35. 

Pettorelli Ing. Arturo Via Pagano Doria, 28-9, Genova. 

Pozzi Comm. Tancredi, scultore . . Via Giannone, 5. 

Provana di Collegno Nob. Cav. Em. Via S. Dalmazzo, 15. 

Provana di Collegno Conte Luigi Via S. Dalmazzo, 15. 



- 4 - 

Pugliese A vv. Vittorio Via Vittorio Amedeo, 15. 

PuLciANO Comm. Ing. Melchiorre . Via Carlo Alberto, 18. 

Rati Opizzoni di Torre e Castel dei 

Rati Conte Dott. Luigi . . . Via Brofferio, 3. 

Rey Comm. Guido . Via Cavour, 35. 

Reycend Comm. Ing. Angelo . . . Corso Valentino, 40 

Rocca Cav. Ufif. Ing, Alfredo . . Corso Valentino, 40. 

RoERO DI Cortanze Marchese Percy Via Moncalvo, 23. 

RoNDOLiNo Cav. Avv. Ferdinando . . Via Cernala, 32. 

Rossi Conte Teofilo, sen, del Regno Via Pomba, i. 

Rovere Dott. Lorenzo Corso Vinzaglio, 45. 

Rubino Comm. Edoardo, scultore . Via Asti, 17. 

RuFFiNi S. E. Franc, sen. del Regno Via Principe Amedeo, 22. 

Salv ADORI di Wiesenhof Nob. Comm. 

Ing. Giacomo Via dei Mille 3. 

ScARAMPi di Villanova March. Fero. Via S. Francesco da Paola, 14. 

ScATi Grimaldi di Casaleggio Mar- 
chese Stanislao Corso Oporto, 33. 

Schiaparelli Comm. Prof. Ernesto . Via Accademia delle Scienze, 4. 

Sforza Conte Comm. Giovanni . . Via S. Dalmazzo, 24. 

Taccone Cav. Dott. Prof. Angelo . Corso Duca di Genova, 12. 

TouRNoN Conte Ing. Adriano . . . Via Cernala, 44. 

TuRiNA Carlo Corso Francia, 19. 

UssEGLio Comm. Avv. Leopoldo . . Corso Sommeiller, 16. 

Vacchetta Prof. Giovanni .... Via Bellavista, 8. 

Velati Bellini Ing. Giuseppe . . . Via Parini, 5. 

Venturi Dott. Prof. Lionello . . . Corso Moncalieri, 53. 

Viglietti Conte Camillo .... Corso Vitt. Emanuele, 14. 

Vitale Cav. Avv. Gian Giacomo . . Corso Cairoli, 18. 



SOCI CORRISPONDENTI 

Alessio Teol. Prof. Felice .... Pinerolo. 

Arborio Mella Conte Ing. Federico Vercelli. 

Armando Cav. Vincenzo Torino, via Maria Vittoria, 3. 

Arzano Aristide Tortona. 

Assereto Marchese Dott, Giovanni . Savona. 

Barraja Avv. Edoardo Torino, via Misericordia, 3. 



— 5 — 

Beltrami Arch. Luca, sen. del Regno Milano, via Cernaia, i. 

Van Berchem Max Crans par Coligny (Svizzera). 

Van Berchem Victor Genève, rue de Fratenez, 60. 

Bertin Ing. Arch. A Chambéry, rue de Maistre, i. 

BiLLARD Dr. Max Parigi, rue Tourlaque, 7. 

Boni Comm. Ing. Giacomo .... Roma, Foro romano. 

BouRBAN Chan. A St.-Maurice (Valois). 

Bruchet Mr, Max Lille. 

Cabanès Dr. Jean . . Parigi, rue de Poissy, 9. 

Cagiati Avv. Memmo Napoli. 

Calderini Comm. Prof. Marco . . Torino, corso Quintino Sella, 72. 

Carandini Conte Dott. Francesco Roma, Prefettura. 

Carbonelli Ing. Carlo Emilio . . Genova. 

Cena Giovanni Roma. 

Chiaborelli Avv. Carlo ..... Acqui. 

CouRTOis d'Arcollières Nob. Eugenio Chambéry. 

De Diesbach Mr. Max Friburgo (Svizzera). 

De Jordanis Nob. Avv. Giovanni . . Ivrea. 

DuBois Frédéric Th Friburgo, rue des Alpes, 15. 

Due Mons. Augusto Aosta. 

Ducloz Mr. F Moutiers (Savoia). 

Faccio Dott. Giulio Cesare . . . Vercelli, Archivio Civico. 

Franco Camillo Giaveno. 

Frutaz Can. Cav. Franc. Gabriele . Aosta. 

Gabiani Cav. Uff. Ing. Nicola . . Asti. 

Galloni Cav. Pietro Varallo Sesia. 

Giorcelli Cav. Dott. Giuseppe . . Casale Monferrato. 

GouTHiEz Ab. J. F Annecy (Francia). 

Gros Ab. A St.-Jean de Maurienne. 

Hermanin Dott. Federico .... Roma, galleria Borghese. 
MoLMENTi Prof. Pompeo Gherardo, se- 
natore del Regno Venezia. 

Naef Arch. Albert Lausanne-Hautecombe, Avenue Ru- 

chomcet. 

Negri Cav. Avv. Francesco . . . Casale Monferrato. 

Petitti di Roreto Gen. Alfonso . . Cherasco. 

Poggi Comm. Avv. Gaetano . . . Genova, via Roma, 8. 

PoGLiAGHi Comm. Prof. Ludovico Milano, via Pontrenio. 

Ponte Prof. Giuseppe . . Pieve del Cairo. 



— 6 — 

PuGNETTi Cav. Melchiorre .... Firenze, piazza D'Azeglio, 15. 

QuiLico Comm. Carlo Alberto Ivrea. 

Rattone Comm. Prof. Giorgio, depu- 
tato al Parlamento Parma, Università. 

Ricci Dott. Serafino Milano, Brera. 

RivoiRA Cav. Dott. Teresio .... Roma. 

RoccAviLLA Cav. Prof. Alessandro . Biella, Liceo. 

Rodolfo Dott. Giacomo Carignano. 

San Martino Valperga Conte Enrico, 

senatore del Regno Roma, piazza Navona. 

Sant'Ambrogio Cav. Dott. Diego . . Milano, corso Magenta, 45. 

ScAFFiNi Prof. Guido Sassari. 

Taramelli Dott. Antonio .... Cagliari, Museo d'antichità. 



7 — 



PREFAZIONE 



Nella prefazione che Ariodante Fabretti scrisse per il primo fascicolo 
degli Atti della nostra Società, e che porta la data del Gennaio 1875, si 
ricorda una Giunta di Antichità e Belle Arti creata nel 1832 « per pro- 
porre i provvedimenti proprii a promuovere nei regi stati la ricerca e la 
conservazione dei monumenti > ; la quale Giunta, indice di buone inten- 
zioni premature e non assecondate, non ha mai funzionato e chiuse nel 1838 
una esistenza puramente nominale. Si aggiunge come a riparare ad una 
incuria e ad una ignoranza che ogni giorno apparivano più vergognose e 
nocive, nel 1874 un gruppo di volonterosi si radunassero a costituirsi in 
Società, che assumendo lo stesso titolo della effimera Giunta degli Stati 
Sardi, si addossava di propria iniziativa lo stesso compito. Essa infatti si 
dichiarava « costituita per la conservazione, lo studio e la ricerca dei mo- 
numenti e di quegli oggetti che per l'antichità o per l'artistico pregio sono 
riconosciuti importanti e da essere conservati ». La nuova Società limitava 
la sua azione alla Provincia di Torino e otteneva tosto un sussidio dal 
Consiglio Provinciale, che la metteva in grado di iniziare degli scavi ad 
Avigliana e di studiare gli affreschi di S. Antonio di Rusta. È curioso che 
nell'atto stesso con cui si fondava, forse per un presentimento di intenti 
più larghi che non fossero quelli determinati dalla lettera dello Statuto, la 
Società tacitamente nel titolo dei suoi Atti cambiava la parola Antichità 
in quella di Archeologia^ di più vasta comprensione. 

Quale sia stato il progresso della Società d'Archeologia e Belle Arti 
lo possiamo vedere consultando i volumi dei suoi Atti, ricchi di pregevoli 
memorie dedicate non alla sola illustrazione di monumenti o descrizione 
di suppellettili, ma anche alla indagine storica della loro origine e a ri- 
cerche sugli artisti e sugli artefici che li eseguirono. I volumi degli Atti 
sono in numero di otto (a compiere l'ottavo mancano due puntate in corso 
di pubblicazione); dei quali sette uscirono nei 24 anni dal 1875 al 1899, 
con un intervallo medio di circa 3 anni. 

Ma nel frattempo le condizioni erano mutate ; il compito che la So- 
cietà s'era prefisso di segnalare e conservare i monumenti e le memorie 



— 8 - 

interessanti l'arte, fu assunto dallo Stato, che creò appositi uffici, ottenen- 
done risultati importantissimi. Avvenne così che mentre i primi resoconti 
delle nostre sedute contenevano notizie generali di scavi, di ritrovamenti, 
di proposte di indagini, pareri su restauri, che danno una sufficiente idea 
del movimento archeologico-artistico nel Piemonte, più tardi, creatisi gli 
uffici regionali, passata la sovraintendenza ad appositi organi, gli Atti stam- 
passero soltanto più le memorie originali e le monografie dei Soci; di 
guisa che essi andavano assumendo un carattere accademico, il quale ten- 
deva ad appartare la Società e a rendere la sua opera meno fattiva per 
l'incremento della coltura artistica piemontese. 

Nel 1909 la Società d'Archeologia e Belle Arti costituitasi in Ente 
morale portava a cento il numero dei Soci effettivi, dapprima assai esiguo. 
Questo mutamento era destinato ad esercitare sulla Società una influenza 
di cui a tutta prima non tutti si resero conto. Venutole a mancare il com- 
pito preciso definito e semiofficioso di tutrice dei monumenti e con esso 
le sovvenzioni dei Corpi costituiti, la Società doveva assumerne un altro 
egualmente elevato ed importante; quello di svegliare nelle classi colte 
Piemontesi l'interesse per l'arte paesana, di avvicinare gli studiosi e i ricer- 
catori ai curiosi; di allettare i buongustai, gli intenditori e quelli che con 
bella parola italiana (che i pedanti della scienza e dell'arte hanno fatto 
cadere in immeritato discredito) si chiamano dilettanti. Gli uomini che 
apprezzano l'arte e l'antichità, perchè ne sentono il fascino, perchè ne 
traggono diletto ed elevazione, costituiscono l'atmosfera vitale dell'artista 
e dello studioso. Fra un popolo che la gusta e vi si appassiona, l'arte 
prospera e si sviluppa in forme naturali, sempre più elevate, come una 
pianta che vive nel suo terreno. Dove il dilettante non esiste od è spre- 
giato, la ragione suprema dell'arte non è compresa e forse non esiste, essa 
diventa un ramo d'attività umana, una funzione o un istituto sociale, pari 
agli altri, si assoggetta a pedantismi, si allaccia a intenti che la deformano, 
accetta leggi che sono la negazione di quelle supreme e inafferrabili che 
debbono governarla. 

Rinnovatasi la nostra Società, le occorrevano nuovi mezzi d'azione. — 
Quando i pochi Soci erano tutti dotti cultori della Storia dell'arte e del- 
l'Archeologia, ciascuno di essi aveva sotto mano il necessario per la propria 
istruzione; gli Atti contenevano memorie destinate ad altri dotti e parla- 
vano il linguaggio sobrio e serrato della scienza. Ai numerosi Soci nuovi 
la Società doveva dare di più e altro; doveva istruirli, informarli su quanto 
si veniva facendo nel paese in prò degli studi d'Archeologia e di Belle 
Arti, ponendo loro sott'occhi tutto il complesso di notizie, di dati, di sco- 



- 9 — 

perte che hanno relazione coH'arte e coll'archeologia della nostra regione ; 
doveva costituirli in una gerarchia di uomini colti, capaci di guidare e, 
occorrendo, criticare l'opera degli organi tecnici preposti dallo Stato alla 
difesa e al restauro dei monumenti o delle opere d'arte. Ma con questo 
la Società non aveva esaurito il suo mandato; non bastava ad essa di co- 
stituirsi in una specie di cooperativa intellettuale a esclusivo beneficio dei 
suoi membri; doveva continuare, sotto più larga forma, quell'opera edu- 
catrice di cui s'era assunto il compito alla sua fondazione, diffondendo nel 
pubblico degli indifferenti accessibili alla coltura la nozione dell'importanza 
che lo studio dell'antichità e l'amore all'arte hanno nella vita civile del 
popolo, destando l'interesse, stimolando la curiosità in modo da determi- 
nare una corrente di simpatie, un consenso di incoraggiamenti verso tutto 
quanto si riferisce alla storia, al rispetto, alla conservazione dei nostri mo- 
numenti, delle nostre glorie artistiche finora tanto neglette. Raggiunto questo 
intento, la Società poteva vantarsi d'aver adempito all'ufficio per cui è sorta, 
altrettanto e forse più validamente che non potesse farlo, assumendosi la 
tutela diretta e la conservazione delle opere d'arte. 

Nell'assemblea della Società del 12 marzo 1916, queste considerazioni 
furono sottoposte ai colleghi, accompagnate da più minuti dati di fatto e 
da particolari argomenti atti a dimostrare l'opportunità che la Società in- 
troducesse nelle sue pubblicazioni i mutamenti necessari ad adattarle alle 
sue vere condizioni e ai suoi fini. Il Socio che presentò questa proposta 
accennò alla convenienza di costituire daccanto agli Atti (da mantenersi 
immutati nella loro forma e nel carattere loro, sebbene sarebbe desidera- 
bile accelerarne la pubblicazione troppo lenta) un bollettino periodico che 
tenesse sempre desta l'attenzione dei Soci sugli argomenti di pertinenza 
della nostra Società, che pubblicasse le comunicazioni originali minori, non 
adatte agli Atti, alle quali l'attualità conferisce singolare valore, che infor- 
masse su quanto si fa dagli uffici dei monumenti, dalle direzioni dei musei 
e delle pinacoteche, che rendesse conto di quanto si opera per parte delle 
altre Società e degli studiosi nelle regioni finitime, presentando uno spoglio 
diligente delle pubblicazioni periodiche e un cenno sui libri più importanti. 

La discussione che si svolse dimostrò che i Soci accoglievano di buon 
grado le nuove proposte; ne seguì un ordine del giorno, approvato alla 
unanimità, nel quale si affermava la necessità di modificare le pubblicazioni 
sociali affinchè rispondessero al loro intento, e si stabiliva di delegare ad 
una Commissione il mandato di formulare proposte concrete. La Commis- 
sione fu nominata immediatamente, tenne parecchie sedute e presentò il risul- 
tato dei suoi lavori in una Relazione che fu letta ed approvata nella Seduta 



— 10 — 

della Società del 14 maggio seguente, e che si trova inserita integralmente 
in questo bollettino. 

A quanto è dichiarato nella Relazione è da aggiungersi che nel Bol- 
lettino si terrà conto non delle sole pubblicazioni che si riferiscono al Pie- 
monte come è attualmente delimitato (Provincie di Torino, Alessandria, 
Cuneo e Novara), ma anche di quelle che riguardano le regioni limitrofe 
(Vallese, Savoia, Nizza, Liguria, Lombardia), in quanto possono interessare 
l'archeologia e la storia dell'arte nostrana ; e non si tralascierà di far men- 
zione dei fatti e delle pubblicazioni più notevoli che riguardano l'archeo- 
logia e la storia dell'arte in Italia. 

La guerra che combattiamo gloriosamente ha distratto molti studiosi 
dalle ricerche che vogliono pace e serenità e ha reso anche difficile e 
costosa l'esecuzione materiale della nostra nuova pubblicazione. Il Bollet- 
tino esce con un ritardo di un anno dalla deliberazione che lo ha creato. 
A chi si diletta di curiosi ricorsi storici sarà interessante notare come siano 
passati 42 anni fra la costituzione della Giunta d'Antichità, primo germe 
ideale, e la fondazione della nostra Società, primo germoglio ; e 42 anni 
separino la fondazione dal rinnovamento sostanziale di cui questo Bollet- 
tino è documento. 

La nostra Società giovane e robusta può dire di sé : 

Fuor sei dell'erte vie, fuor sei dell'arte; 

essa è matura per esercitare la sua missione educatrice ed eccitatrice tanto 
più valida quanto più libera; essa ha seguito l'evoluzione del tempo verso 
le spontanee manifestazioni intellettuali; diffondendo nozioni chiare ed esatte, 
educando il gusto coll'esaltare le forme geniali dell'arte, essa si farà faro 
di propaganda, sarà voce autorevole di quella illuminata opinione pubblica 
che nell'imminente assetto sociale, per il quale combattiamo insieme ai 
nostri alleati, è destinata a diventare la suprema reggitrice delle nazioni. 

Maggio, 1917. 

Piero Giacosa. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Seduta amministrativa del 31 Gennaio 1916. 

Presiede il Vice-Presidente Assandria, 

il quale, dopo avere commemorato il Socio corrispondente Prof. G. B. Mo- 
RANDi di Novara, morto combattendo sulla nostra fronte, comunica che si 
è stipulato colla Ditta Paravia un accordo per aumentare da L. 66 a 80 il 
prezzo d'ogni foglio di stampa degli Atti. I fascicoli 4° e 5", che comple- 
tano il volume 8", potranno uscire presto. Annuncia pure che il Consiglio 
Direttivo ha affidato al Socio Giacosa la commemorazione del nostro Pre- 
sidente Alfredo D'Andrade; e che Corrado Ricci ha accettato di comme- 
morare l'ex-Presidente DAvmE Calandra. 

Propone che la nomina dei membri della Commissione per le pub- 
blicazioni sia rinviata ad altra seduta, quando sarà costituita la nuova 
presidenza. 

Comunica infine che sono pervenuti alla Società numerosi doni consi- 
stenti in opere a stampa, in raccolte di monete e stampe — segnala il dono 
prezioso di un'erma modellata dal compianto Socio Davide Calandra, che 
raffigura ERMANNO FERRERÒ. Propone che la Società pubblichi l'elenco 
di tutti i doni avuti fin dall'inizio, insieme ai nomi dei donatori. Tutte le 
proposte del Presidente sono approvate e la Società esprime la sua rico- 
noscenza ai munifici donatori. 

Si passa quindi alla discussione del bilancio consuntivo 191 5, il quale 
viene approvato. Nella discussione i soci De-Magistris e Rocca propon- 
gono che la Commissione delle pubblicazioni sia eletta dai Soci e non 
dal Consiglio Direttivo. La proposta però dovrà essere ripresentata con 
le dovute forme in una prossima seduta. 

Infine si vota la nomina a Presidente della Società di S. E. l'On. Bo- 
SELLi, e si riconferma a Vice-Presidente il Comm. Assandria. 

Si chiude la seduta con l'elezione di tre Soci effettivi: l'Ing. Giuseppe 



— 12 — 

Momo, il Prof. Angelo Taccone, il Prof. Lionello Venturi, e di quattro 
Soci corrispondenti : il Conte Federico Arborio Mella, il Cav. Avv. Memmo 
Cagiati, il Cav. Pietro Galloni, il Comm. Avv. Carlo Alberto Quilico. 



Seduta amministrativa del 12 Marzo 1916. 

Presiede il Vice-Presidente Assandria, 

che dà il benvenuto ai nuovi Soci, e annunzia che la parte illustrativa della 
pubblicazione sul Castello d'Issogne è a buon punto. Sono pronte i6o fo- 
tografìe, delle quali io in tricromia. La commemorazione di DAvmE Ca- 
landra, che è affidata, come è noto, a Corrado Ricci, sarà pubblicata in 
volume a parte, riccamente illustrata dalla casa Alfieri e Lacroix. 

Discutendosi sull'epoca da fissarsi per la Commemorazione del com- 
pianto Presidente Alfredo d'ANDRADE, il socio Teofilo Rossi, nella sua 
qualità di Sindaco di Torino, ricordando come il D'Andrade fosse stato 
eletto cittadino onorario della nostra città, propone che alla commemora- 
zione si dia quella maggiore solennità possibile e offre l'aula del Consiglio 
comunale per la cerimonia. La Società accetta riconoscente l'offerta e si 
fissa il 26 aprile per la lettura del discorso del Giacosa, che verrà poi 
pubblicato a parte. 

Si passa a trattare della nomina della Commissione delle pubblicazioni. 
Il socio Giacosa a proposito degli Atti della Società svolge una proposta 
tendente a modificare il sistema di pubblicazioni sociali. Egli fa notare che 
allorché la Società contava pochi membri gli Atti uscivano con sufficiente 
frequenza, mentre negli ultimi i8 anni non si è pubblicato neppure un 
volume. Osserva che in questi Atti, pure pregevoli per la qualità delle 
memorie che racchiudono, non si trova rispecchiata l'attività del Piemonte 
in materia d'Archeologia e Belle Arti; che gli uffici regionali per la con- 
servazione dei monumenti hanno compiuti numerosi lavori, di cui egli fa 
cenno, senza che nulla ne appaia negli Atti. Che è necessario intraprendere 
un altro ordine di pubblicazioni frequenti e regolari, che seguano tutti gli 
studi e tutti i lavori d'archeologia e d'arte della nostra regione e di quelle 
limitrofe. Che per assicurare l'esistenza di questa pubblicazione e il suo 
regolare funzionamento è indispensabile avere un impiegato salariato che 
se ne occupi, e che non è difficile a trovarsi, massime cercandolo fra gli 
studenti di lettere. Propone quindi che la Società, senza abbandonare la 
pubblicazione degli Atti, intraprenda anche quella di un bollettino desti- 



- 13 — 

nato alle memorie originali brevi e urgenti, e sopratutto a un notiziario e 
ad una bibliografia. Crede che la pubblicazione fatta a dovere potrà essere 
anche attiva. Segue una discussione, in cui interloquiscono i soci Barba- 
vara, Demagistris, Curio, Bertea, Carbonelli. Presentata la proposta di rinvio 
della discussione, non ò approvata, e si vota sul seguente ordine del giorno, 
proposto dal Giacosa e firmato anche da altri : « La Società d'Archeo- 
logia e Belle Arti, persuasa che sia necessaria una modificazione nelle sue 
pubblicazioni perchè rispondano meglio agli intenti sociali, incarica una 
commissione di studiare l'argomento e presentare le sue proposte in una 
prossima seduta ». Approvato l'ordine del giorno ad unanimità, si com- 
mette alla Presidenza la nomina dei commissarii. Risultano eletti i Soci: 
Assandria, Barbavara, Bertea, Carbonelli, Curio, D'Agliano, De Magistris, 
Giacosa, Mattirolo, Patetta, Pugliese, Rati, Vacchetta e Vesme, che prendono 
impegno di procedere sollecitamente ai lavori. 

Il Socio Barbavara legge la commemorazione del Socio Morandi, la 
quale sarà pubblicata negli Atti in sunto. 



Seduta amministrativa del 14 Maggio 1916. 

Presiede il Presidente S. E. Boselli. 

Letto e approvato il verbale della seduta precedente, il Presidente 
ringrazia i Soci di averlo designato all'ufficio, che egli si dichiara lieto 
di accettare, e ringrazia in particolare il Socio Giacosa per la degnissima 
commemorazione di Alfredo D'Andrade. S. E. Boselli rende poi noto che 
il Vice-Presidente, Assandria, lo ha pregato di accettare le sue dimissioni, 
allegando la cagione di molteplici occupazioni. Per invito del Presidente 
l'Assemblea unanime decide di pregare il Comm. Assandria di ritirare 
le dimissioni. 

Si legge quindi la relazione della Commissione provvisoria per le pub- 
blicazioni, che è unanimemente approvata per quanto riguarda il progetto 
di riforma delle pubblicazioni e si allega al presente verbale. Si discute 
però, se la riforma nel sistema di nomina della nuova Commissione per 
le pubblicazioni possa attuarsi senza ottenere da altra Assemblea sociale 
la modificazione del terzo articolo del regolamento. Si rimanda la questione, 
lasciando in via transitoria al Consiglio Direttivo la facoltà di nominare 
la Commissione. Il Presidente propone che, per via di votazione, l'As- 



— 14 — 

semblea suggerisca al Consiglio Direttivo la nomina dei Commissari, che 
dureranno in carica fino al 191 8. 

Dalla votazione risultano eletti i Soci: Barocelli, Baudi di Vesme, 
Bertea, Giacosa, Venturi. 

Infine il Presidente ricorda la morte del Socio Ing. Comm. Stefano 
Molli, insigne ideatore del nuovo palazzo del Politecnico di Torino, che 
testimonierà ancora una volta lo squisito suo gusto artistico e l'alta sua 
perizia architettonica, ed invita il Socio Chevalley a commemorare, in 
tempo da designarsi, il desideratissimo Socio scomparso. 

Da ultimo, dietro proposta del Socio Giacosa, il Presidente consiglia 
che la Società si interessi presso il Municipio per la collocazione di una 
lapide nella casa ove abitò G, G. Rousseau durante il suo primo sog- 
giorno in Torino. 



=000^ 



RELAZIONE 

DELLA COMMISSIONE PER LA RIFORMA DELLE PUBBLICAZIONI SOCIALI 
nominata nella seduta amministrativa del 12 marzo 1916. 



La Commissione, riunitasi parecchie volte nell'Ufficio del Socio Bertea, 
a Palazzo Madama, dopo lunghe discussioni è venuta alle seguenti delibe- 
razioni, che sottomette alla Società : 

« Le pubblicazioni della Società dovrebbero essere di due ordini : 
l'uno che continua gli Atti attuali, modificandone, ove occorra, il titolo; 
l'altro che consiste in un Bollettino periodico. 

« Il primo ordine di pubblicazioni dovrebbe comprendere memorie 
originali di indiscutibile valore per l'Archeologia e la Storia dell'Arte in 
Piemonte, da uscire in fascicoli distinti, senza impegno ne d'epoca, né 
di mole. 

« La Società, considerando che le memorie costituirebbero una delle 
forme più elevate e durature della sua attività, dovrebbe, nella misura dei 



— 15 — 

suoi mezzi finanziarii, contribuire anche a procacciare i mezzi d'indagine 
nel campo archeologico e in quello dell'arte necessari agli studiosi, sia 
radunando scritti, libri, fotografie e collezioni, sia aiutando ricerche o scavi. 
« Il secondo ordine di pubblicazioni, pur potendo contenere anche 
articoli originali di piccola mole o di minore importanza, sarebbe anzi tutto 
destinato a informare i soci dell'andamento generale degli studi e a dar 
notizia alle Società consorelle, ai cultori degli studi archeologico-artistici e 
al pubblico in genere di quanto si opera nel Piemonte su questo argomento. 
« Le Memorie (Atti) e il Bollettino dovrebbero avere formato eguale, 
ma paginazione distinta ; anche la carta e i tipi potrebbero essere uniformi, 
mutandoli ove occorra da quelli attuali assai costosi ; per la carta potrebbe 
adottarsi il tipo simile a quella del « Libro e la Stampa » della Società 
Bibliografica. 

« Il Bollettino, da pubblicarsi possibilmente a periodi trimestrali, do- 
vrebbe contenere, oltre alle eventuali comunicazioni originali di cui si è 
detto, gli Atti della Società, cioè i verbali delle sedute, l'elenco dei soci, 
le comunicazioni, nonché lettere, corrispondenze, recensioni, questionari, 
notizie bibliografico-critiche su l'arte e l'archeologia del Piemonte e delle 
regioni limitrofe, ed estratti e sommari dei giornali affini alle nostre pub- 
blicazioni. 

« Nel redigere le varie rubriche si dovrebbe sempre cercare di rivol- 
gersi a molte categorie di lettori, procurando così alla Rivista abbonamenti 
di privati e di Corpi Scientifici. 

« Al fine di ricavare qualche maggior utile dal periodico, vi si po- 
trebbero ammettere varie rédames o annunzi, aventi affinità cogli argo- 
menti in esso trattati (antiquaria, aste, vendite, desiderata, cataloghi, ecc.). 
Tuttavia i fogli degli annunzi dovrebbero avere un colore diverso da quello 
del Bollettino, ed essere punteggiati o cuciti in modo da potersi staccare 
dalla Rivista con facilità. Stampando da 50 copie del Bollettino in più dei 
soliti esemplari delle Memorie, esso potrebbe darsi gratuitamente ai Soci 
corrispondenti. 

« Nelle Memorie potrebbero accogliersi articoli scritti da persone 
estranee alla Società, previo rigoroso esame di tali lavori da parte della 
speciale Commissione delle pubblicazioni. 

« Quanto a que.sta Commissione per le pubblicazioni, essa dovrebbe 
constare di 5 membri (con la facoltà di potersi aggregare nei singoli casi 
qualche socio di speciale competenza), acciocché potesse agire anche du- 
rante l'assenza di alcuno fra di essi, e per poter contenere elementi di 
varia coltura. 



- 16- 

« La nomina di tale Commissione dovrebbe spettare all'assemblea dei 
Soci, ed i membri di essa durerebbero in carica tre anni e sarebbero 
sempre riconfermabili. Essi eleggerebbero nel loro seno un Presidente. 

« La Commissione delle pubblicazioni verrebbe autorizzata a servirsi 
di un impiegato stipendiato, cui verrebbe affidata la compilazione e la 
stampa delle Memorie e del Bollettino, impegnandosi però i cinque membri 
della Commissione a promuovere la collaborazione dei Soci più adatti alla 
redazione del Bollettino, incaricandoli di raccogliere e trascegliere il mate- 
riale scientifico; di assumere, almeno in parte, lo spoglio delle riviste, e 
dare insomma al redattore stipendiato una larga assistenza ». 

Firmati : Barbavara, Bertea, Carbonelli, 
CuRLo, D'Agliano, De Magistris, Giacosa, 
Mattirolo, Patetta, Pugliese, Rati, Vac- 
chetta, Vesme. 



17 - 



NOTE 

Recente ritrovamento di armille galliche 
a Saint- Vincent (vai d'Aosta). 



Nella valle d'Aosta come sono scarsi gli avanzi delle età preistoriche 
in generale, vi sono pur scarse, ove si eccettui il passo del Gran S. Ber- 
nardo, le vestigia propriamente galliche. Ha pertanto la sua importanza un 
rinvenimento avvenuto or non è molto tra Saint- Vincent e Montjovet, là 
dove la strada nazionale, giunta ai piedi del villaggio di Champ-de-Vignes, 
si inoltra su di uno stretto terrazzo interrompente lo scosceso fianco si- 
nistro della Dora Baltea. A destra della strada, per chi viene da Saint- 
Vincent, a m. 2.80 di profondità dal piano stradale, sopra un banco di 
sabbia finissima furono casualmente rinvenute due massicce armille di 
bronzo, perfettamente uguali. 

Stando alle notizie avute, esse trovavansi a pochi centimetri l'una 
dall'altra, e cingevano due frammenti di tibie, sulle quali avevano lasciato, 
come io stesso ebbi a constatare, evidenti tracce di sé. 

Nessun altro avanzo né di ossa né di oggetti pare siasi ritrovato. 
Tratterebbesi forse di una sepoltura violata in tempo assai antico? Gli 
strati di materiale detritico che, scesi dalla montagna, coprivano questi 
avanzi, apparivano come rimasti intatti fino al momento della scoperta. 

Il disegno che presento di queste armille mi dispensa dalla descri- 
zione (fig. i). L'ornamentazione a tre ordini di cerchietti puntati ed a 
trattini é profondamente incavata, e gira sulla faccia esterna arrotondata 
del cordone di bronzo. La forma delle armille è leggermente ovale (diam. 
magg. cm. 8; diam. min. 7) (i). Con ogni probabilità erano stati fusi alquanto 



(i) Le figure che illustrano questa " nota „ furono disegnate dal sig. Edoardo 
Baglione. 



Boli. Soc. Piem. Archtol. e B. Arti. 



— 18 - 

aperti e quindi richiusi attorno alle gambe, secondo un uso tuttora vigente 
presso le popolazioni in istato selvaggio. Pesano circa 720 gr. ciascuna (i). 

Questa scoperta in vai d'Aosta non è isolata. 

Presso la città di Aosta, non lungi dalla confluenza della Dora col 
Buthier, si rinvennero molti anni fa due armille, che furono giudicate di 




Fig. I (2/5 gr. nat.) 

rame puro, presso un cadavere inumato nella nuda terra senza altra protezione 
che una pietra sulla testa. Pare abbiano servito ad ornamento delle braccia, 
Per forma, dimensioni e ornamentazione sono simili a quelle di Saint-Vincent, 
ma si possono dire di un altro tipo, essendo il cordone di cui esse con- 
stano a sezione più tondeggiante e ingrossantesi gradatamente verso le due 
estremità (2). 

Nel Museo di Antichità di Torino conservansi altre quattro armille, 




Fig. 2 (2/3 gr. nat.) 

tutte anch'esse di provenienza valdostana, acquistate dal compianto diret- 
tore Fabretti. Una (fig. 2) somiglia per la forma del cordone e per l'or- 
namentazione alle due trovate alla confluenza della Dora col Buthier. 
Altre due perfettamente uguali (fig. 3) e la quarta (fig. 4) richiamano invece 



(i) Una di queste due armille trovasi ora nel Museo di Antichità di Torino, l'altra 
fu rilasciata al sig. Cretier che le trovtJ. 

(2) MoNTELins, La civilisation primitive, etc, I, col. 327, fig. a. 



- 19 — 

il tipo di quelle di Saint-Vincent. Le due uguali potrebbero aver servito ad 
adornare la stessa persona secondo un uso constatato ripetutamente anche 
altrove e confermato dalle sopraricordate scoperte di Saint-Vincent e di 
Aosta. 




F'g- 3 (3/3 gr. nat.) 

A Montalto Dora furono rinvenute altre tre armille simili alle prece- 
denti per ornamentazione, essendo anche questa costituita da circoletti 
incavati e puntati e da trattini incavati pure. Appartengono però ad un 




Fig- 4 (2/3 gr- iiat.) 

terzo tipo, perchè formate da un nastro di bronzo piatto e sottile, avente 
le estremità rimpicciolite. Non si conoscono le circostanze del ritrovamento. 
Dall'esame delle loro dimensioni E. Ferrerò deduce che dovevano ornare 
il medesimo braccio in tre punti diversi. Egli le riconosce di tipo gallico, 
ed aggiunge : « Questi oggetti di ornamento della persona spontaneamente 
si attribuiscono ai Salassi, abitatori della Dora Baltea prima della conquista 
romana » (1). 

Un'altra armilla colla stessa ornamentazione fu segnalata da E. Ferrerò 
come facente parte della collezione dell'Ospizio del Gran S. Bernardo. Si 



(i) E. Ferrerò, Armille di bronzo scoperte a Montalto Dora, " Atti della Società 
piemontese di Archeologia „, VII, pag. 142-143, 



- 20 - 

ignora se sia stata trovata nell'area del tempio di Giove Pennino o in vai 
d'Aosta o nel Vallese (i). 

A determinare l'epoca cui sono da attribuire questi tipi di armille ci 
giova la loro somiglianza, in genere, con quelle raccolte nelle tombe delle 
età di Hallstatt e di La Tene, durante le quali età ornamenti siffatti delle 
braccia e delle gambe furono molto in uso. È da notare, a proposito dei 
loro ritrovamenti, che in queste regioni alpine prevaleva allora in modo 
assoluto il rito della inumazione su quello della incinerazione del cadavere: 
in molte di esse regioni è l'unico rito finora constatato. 

L'autorità del Patroni e del Dechelette conforta il riferimento di cotali 
tipi di armille all'età di La Tene. 

Quasi contemporaneo al ritrovamento di Saint-Vincent se ne ebbe un 
altro a Cuvio, fra i monti dell'alto Varesotto, dove fu scoperta una tomba 
ad inumazione contenente quattro armille di bronzo anche esse a cordone 
e colla medesima ornamentazione, profondamente impressa, a gruppi di 
circoletti separati da trattini. Il Patroni riferendo intorno a queste armille 
dà le seguenti informazioni: «Avendo fatto un viaggio di studi all'estero... 
ho potuto verificare l'esistenza di una serie di armille della stessa arte di 
quelle di Cuvio, e specialmente provenienti dal Vallese, conservate nel 
" Landesmuseum ,, di Zurigo. Le provenienze sono specialmente Martigny, 
Ayent, Sitten, Riddes. Tali armille sono assegnate alla età di La Tene, 
come dimostra il materiale delle tombe da cui provengono » (2). 

Alla medesima conclusione giunge il Dechelette relativamente alle ar- 
mille « à large tige piate », simili a quelle di Montalto Dora, che dice 
speciali al Vallese e regioni finitime. E ne precisa ancor più la cronologia 
fissandola al I e II periodo dell'età di La Tene (3). 

Il riferimento delle nostre armille all'età di La Tene può anche esser 
confermato dalle due di bronzo, intera l'una e frammentata l'altra, che 
furono raccolte in una tomba della necropoli gallica di S. Bernardo, presso 
Ornavasso, nella quale tomba si trovò pure una monetina gallica coi tipi 
della testa barbara e del cinghiale. Esse per la forma del cordone e per 
la disposizione degli stessi tipi ornamentali somigliano molto alle armille 
di Saint-Vincent. Hanno però minori dimensioni e minor peso, il che po- 
trebbe farle attribuire ad un tempo posteriore (4). 



(i) E. Ferrerò, /. e. 

(2) Notizie degli scavi di antichità, 1913, pag. 283-284. 

(3) Manuel d'archeologie, etc, II, 3, pag. 1223-1224. 

(4) Bianchetti, Sepolcreti di Ornavasso, in " Atti della Società piem. d'Arch. 
VI, tomba 49. 



- 21 — 

Non si trovarono finora, per quanto ini consta, altre armille di tale 
arte in Italia, benché sia noto che i Galli facevano largo uso di questi 
ornamenti, come già si è accennato in genere per le età di Hallstatt e di 
La Tene. 

La rarità in Italia dei tipi analoghi a quelli di Saint-Vincent, di Cuvio, 
di Aosta e di Montalto, rende evidente che essi dovevano essere oggetto 
di importazione. Nello Chantre (i) noi troviamo una conferma della prove- 
nienza di cui parla il Patroni. Egli riproduce armille che dice frequenti 
nel Vallese e che richiamano quelle di Montalto. 

È verosimile che, come il Patroni medesimo riconosceva, dal Vallese 
quelle armille così caratteristicamente ornate, pervenissero per il passo del 
Gran S. Bernardo in vai d'Aosta e per la valle del Toce nella regione 
del Lago Maggiore. 

Piero Barocelli. 



(i) Chantre, Age chi fer, p. xxi, xxii. 



22 - 



NOTIZIE DI SCAVI 



Serravalle Scrivia. — Scavi nell'area della città di Libarna. — 
Anche il Piemonte ebbe città che, sviluppatesi nell'oscuro periodo della 
conquista romana, fiorirono per alcuni secoli, e poi scomparvero colle in- 
vasioni barbariche non lasciando tracce che in pochi ruderi. 

Così fu di Industria, di cui da poco più di un secolo si riconobbero 
gli avanzi, così di Augusta Bagiennorum, così di Libarna, della quale si 
va ora scoprendo quel poco che l'ala del tempo e l'opera degli uomini 
non riuscì a spazzar via. 

Di questa città, dove la via Postumia passava prima di ascendere i 
gioghi dell'Apennino, molto si è parlato, specialmente dopo che un privato 
vi ebbe a fare qualche saggio di scavo in un terreno di sua proprietà. 
Alcuni ragguardevoli avanzi di un teatro erano già da tempo venuti in 
luce, e continuarono sino ai nostri giorni ad attrarre l'attenzione di chi 
transitava per il breve piano tutto circoscritto da coUi, che si apre tra Ser- 
ravalle Scrivia ed Arquata. 

Altri ruderi si scoprirono quando fu costruita la ferrovia Novi-Genova; 
rinvenimenti casuali avvenuti in quella zona avevano arricchito il museo 
di antichità torinese di due bellissime statuette di bronzo, \irì Athena ed 
una Nike^ imitazioni di tipi greci del miglior tempo. 

Le prime esplorazioni sistematiche furono fatte, a cura della Soprain- 
tendenza agli scavi per il Piemonte, nel 191 1. Vi dedicò la solerte ed ap- 
passionata opera sua il Dott. Giuseppe Moretti, mio predecessore nell'ispet- 
torato agli scavi. Dei risultati ottenuti egli dà notizia in un'ampia relazione, 
corredata da piani topografici e numerose illustrazioni, che venne pubbli- 
cata nelle « Notizie degli scavi » del 1914 (fase. 3). 

Gli scavi del 191 1 ebbero una causa occasionale nella costruzione 
della linea ferroviaria direttissima Genova-Milano. Dovendo questa attra- 
versare l'area della città romana, si volle far precedere ai lavori della 
ferrovia una completa esplorazione della striscia di terreno, che doveva 
essere occupata e che, senza tale esplorazione, sarebbe stata sottratta ir- 
reparabilmente ad ogni ulteriore indagine archeologica. 



— 23 - 

Vennero così in luce su una lunghezza di circa 480 m. e per una 
larghezza, in generale, di 14 a 16 m., parti di parecchie « insu!ae » della 
città, separate da vie diritte intersecantisi ad angolo retto, lastricate od 
acciottolate. Gli edifici dei quali apparvero i ruderi erano, salvo poche 
eccezioni, di uso privato. Alcuni conservavano ancora tracce di « suspen- 
surae » a colonnine laterizie, sistema di riscaldamento comune nelle terme 
romane e largamente usato nei paesi freddi delle Gallie. 

Non ostante lo stato di distruzione in cui furono trovati questi ruderi, 
i quali si elevavano appena sopra la risega delle fondazioni o neppure 
giungevano ad essa, si scoperse qualche bel pavimento a mosaico di di- 
segno geometrico. Un pavimento era ad « opus sectile ». 

Né all'una né all'altra estremità della zona esplorata si ebbe sicuro 
indizio del preciso confine dell'abitato. Fu perciò impossibile determinare 
l'estensione della città da sud a nord : certo non poteva superare di molto 
la lunghezza della striscia in cui si eseguì l'esplorazione. 

Contemporaneamente scavi furono fatti in altre parti della antica città 
e precisamente nel teatro, nell'anfiteatro e nella probabile area del foro. 

Il teatro è uno dei più importanti avanzi monumentali di Libarna. 
Restano fino all'altezza, massima, di tre metri, molti dei muri che soste- 
nevano la gradinata. Esternamente girava un portico semicircolare pavi- 
mentato a lastroni, del quale non restano che le basi di molti pilastri. Un 
altro portico pare costituisse il « postscenium >. Oltre i due soliti ingressi 
laterali tra i « paraskenia » e la « cavea », ve n'era un terzo, che, molto 
raro nei teatri romani, formava l'ingresso principale con asse normale alla 
scena. 

Nell'anfiteatro i saggi si limitarono necessariamente a conoscerne le 
dimensioni. 

Ampie esplorazioni invece furono fatte nella supposta area del foro. 
In una adorna costruzione, larga m. 12, lunga almeno 63 m., il Moretti 
credette di riconoscere gli avanzi di un « forum civile » o « venale ». La 
costruzione doveva alzarsi a guisa di grande porticato. Di fronte, a pochi 
metri di distanza, furono trovate le fondamenta di un muro perimetrale, 
e qui forse aprivasi un piccolo tempio. 

Più al nord si misero allo scoperto le fondamenta di un altro edificio 
monumentale, certamente di carattere pubblico. 

Rende probabile l'ipotesi della esistenza in questo posto dell'area di 
un foro anche la scoperta di un certo tratto di lastricato a pietre squa- 
drate conservato davanti a quest'ultima costruzione. 

Il Moretti riconosce il « decumanus maximus » in una strada della 



— 24 — 

straordinaria ampiezza di m. 13 scoperta in molti punti per una lunghezza 
di m. 190. Essa finisce dove incomincerebbe la supposta area del foro, 
vale a dire a pochi metri dal descritto lastricato. Nel punto dove finisce 
si scorgono gli avanzi di tre pilastri, i quali molto probabilmente appar- 
tennero ad un arco, che ornava l'ingresso al foro della via principale 
della città. 

Dagli scavi di Libarna non uscì per ora traccia alcuna che accenni 
ai primi tempi della conquista romana, ma si può ritenere per certa l'esi- 
stenza in quel luogo di un abitato ai tempi della repubblica. Lo dimostrano 
le numerose monete consolari che in passato vi furono raccolte. E pro- 
babilmente un centro di popolazione già qui aveva sede in età preromana, 
date le eccellenti condizioni topografiche di quel breve piano, prossimo sia 
allo sbocco della valle di Scrivia nella pianura padana sia a facili passaggi 
dell'Apennino verso il litorale ligure. 

La città romana pare abbia raggiunto il massimo grado di sviluppo 
nel secondo secolo dell'impero. Nelle opere pubbliche di cui vi furono 
trovati gli avanzi, non mancava quella grandezza monumentale che in tutte 
le città dell'impero si rifletteva allora dalla capitale. 

Piero Barocelli. 

Monteu da Po. — Frammento di lapide romana (P. Barocelli, No- 
tizie degli scavi, Roma, anno 1914, fase. V, p. 185). — Nel piano dell'antica 
città di Industria si rinvenne, insieme con altri frammenti, un frammento di 
lapide iscritta, probabilmente del I secolo dell'impero. Essa ricorda un'altra 
lapide, pure ritrovata nell'area di Industria fin dal 1804; ed è possibile 
che le due lapidi abbiano appartenuto a monumenti onorari affini. 

Monteu da Po. — Scoperte nel territorio dell'antica Industria 

(P. Barocelli, Notizie degli scavi., anno 19 14, fase. XII, p. 442). — Si scopri- 
rono una strada romana e fondamenta di muri e di edifici non determi- 
nabili ; numerose monete imperiali non ulteriori al IV secolo, e vari oggetti, 
fra cui un dolio fittile di tipo gallo-romano e bellissimi vasi ornati di terra 
sigillata di imitazione aretina. 

Nuova colonna migliarla esistente a Vercelli nel Museo Leone 

(G. AssANDRiA, Archivio della Società Vercellese di storia e d'arte, Vercelli, 
anno 191 5, N. 3, pag. 251). — Il tronco di colonna, che l'Assandria pensa 
fosse una pietra migliarla, non si sa donde provenga. Esso reca due iscri- 
zioni, una quasi interamente corrosa, l'altra dedicata a Valentiniano e a 



- 25 - 

Valente vincitori e trionfatori, quasi identica a un'altra del Museo Bruzza 
di Vercelli. 

Trovamenti epigrafici (G. Assandria, Archivio della Società Vercellese 
di storia e d'arte, Vercelli, anno 1916, N. i, pag. 301). — Fra le iscrizioni 
inedite acquistate dal Museo romano nel 1914 {Notizie degli Scavi, a. 191 5, 
fase. II), due, la V e la XIII, fanno menzione di due soldati romani appar- 
tenenti alla città di Vercelli, della IV e della XIV coorte. Così da 29 sale 
a 31 il numero noto dei soldati romani della città di Vercelli. 

Rinvenimenti di tombe romane. 

Prato Sesia. — Tombe di età romana (P. Barocelli, Notizie degli 
scavi, anno 191 3, fase. VI, pag. 194). — Sono due tombe romane laterizie 
a incinerazione. Una di esse, particolarmente ben conservata e ricca di 
materiale, conteneva diversi vasi di terracotta, una lucerna fìttile e alcune 
monete bronzee, fra cui una di Augusto. 

Virle- Pie monte. — Scoperta di una tomba romana nel Comune di 
Virle-Piemonte (P. Barocelli, Notizie degli scavi, anno 191 3, fase. IV, 
P- 193)- — Si tratta di una tomba romana a incinerazione, con fondo e 
pareti laterizie e coperchio di pietra scistosa, lavorato e tondeggiante nella 
parte superiore. Essa conteneva oggetti di terracotta, di vetro, di bronzo, 
dei quali pochi si conservano ora. 

Saluzzo. — Tombe romane scoperte nel territorio del Comune 

(P. Barocelli, Notizie degli scavi, anno 191 5, fase. Vili, p. 260). — Sono 
cinque tombe a incinerazione, di cui due laterizie, contigue per i lati minori; 
contenevano alcuni oggetti di vetro e una lucernetta fìttile. Le altre tombe 
minori erano completamente distrutte. 

Sillavengo. — Oggetti di suppellettile funebre appartenenti a 
tombe di età romana, rinvenuti nel territorio del Comune {Come sopra, 
fase. X, p. 315). — Fra gli oggetti, che si assicurano rinvenuti nel terri- 
torio del Comune, insieme con frammenti laterizi di tombe romane, furono 
raccolti nel Museo di Torino una casseruola di bronzo e tre medi bronzi 
imperiali, uno di Julia Mammaea, uno di Faustina Madre e un terzo irri- 
conoscibile. 

Tombe romane ad incinerazione si rinvennero già per l'addietro nei 
dintorni di questa regione. 



- 26 



Rinvenimenti di lesoretti e di monete varie. 

Santo Stefano Roero. — Tesoretto monetale ritrovato presso il 
Santuario della Madonna delle Grazie (P. Barocelli, Notizie degli scavi, 
anno 19 14, fase. II, p. 86). — Il tesoretto contiene 153 monete d'argento 
in poco buono stato di conservazione. La più antica è un denaro col tipo 
della dea Roma e dei Dioscuri, le due più recenti portano il nome di 
P. Carisius e di Caesar Augustus. Il loro seppellimento deve risalire pro- 
babilmente al periodo immediatamente successivo alle guerre civili. 

Gignod. — Scoperta di un tesoretto monetale (P. Barocelli, No- 
tizie degli scavi, anno 1914, fase. XI, p. 409). — - Pare che il tesoretto pri- 
mitivo contenesse ben 600 monete, ma alla Sopraintendenza del Piemonte 
ne furono consegnate solo 140. Di queste, 122 sono piccoli bronzi impe- 
riali e appartengono, salvo 4 indecifrabili, alla seconda metà del sec. III. 
Le altre 18, di epoche disparate e di conservazione diversa, paiono aggiunte 
dopo il rinvenimento. 

Carignano. — Fiorini d'oro del sec. XIV (G. Rodolfo, Rivista ita- 
liana di Numismatica, Milano, anno 191 5, fase. IIl-IV, p. 345). — Il tesoro 
consta di 64 monete d'oro, in parte fiorini di Firenze, in parte loro imi- 
tazioni del sec. XIV. Siccome nel luogo, ove essi furono trovati, sorgeva 
una casa dei signori Provana, potente famiglia di Carignano, l'autore sup- 
pone che le monete vi fossero nascoste al tempo delle inimicizie dei Pro- 
vana col principe Giacomo d'Acaia. 

Acqui. — Monete ritrovate in Acqui (C. Chiaborelli, Rivista di 
storia, arte e archeologia della provincia di Alessandria, Alessandria, 
anno 191 5, fase. LVII, p. 124). — Nella regione Madonnina si rinvennero: 
I denaro d'argento dell'imperatore Federico II (1220- 1250); l moneta in 
rame del 1600 di Vincenzo I, duca di Mantova e di Monferrato; i moneta 
di rame indecifrabile. 

Spigno Monferrato. — Monete ritrovate in Spigno Monferrato 
(C. Chiaborelli, Come sopra). — Nella regione Astoia vennero in luce : 
I moneta imperiale romana assai malandata ; i moneta d'argento di Gio- 
vanni I Paleologo, marchese di Monferrato (1338-1372); i moneta di Fran- 
cesco Farnese, duca di Parma e di Piacenza (1694-1727); i moneta fran- 
cese d'argento in cattivo stato di conservazione. 

Nello stesso territorio, ma in altra località, fu trovata i moneta di 
argento di Simone Boccanegra, primo doge di Genova (i 339-1344). 

Leonarda Masini. 



- 27 - 



R. Pinacoteca di Torino 
Anni 1913-1914. 



ACQUISTI 

1. Raffaello Giovenone di Vercelli. Madonna, Bambino Gesù, due 
Santi e un Donatore (Tavola di m. 2,24 per m. 1,36). Firmata e datata 1536. 
Acquistato a Roma dal Ministero della Pubblica Istruzione. 

2. EvARisTo Baschenis di Bergamo. Strumenti musicali (Tavola di m. i 
per 1,45). Del sec. XVII, firmata. 

3. Paolo Mignard di Avignone. Ritratto della Marchesa Cristina Pa- 
leotti-Northumberland (Tela di m. 0,90 per'm. 0,58). Del sec. XVII, acqui- 
stato in forza del diritto di prelazione sugli oggetti d'arte presentati per 
l'esportazione. Fu restaurato nel 191 5 dal Prof. Alfredo Porta. 

DONI 

1. Jacopo Yverni di Avignone. Madonna, S. Lorenzo e S. Lucia 
(Trittico con predella di m. 1,61 per m. 1,90). L'opera è firmata ed è 
l'unica che si conosca di questo pittore, che lavorò sulla fine del sec. XIV 
e sul principio del XV. 

Il trittico, proveniente dalla cappella campestre di Finazzi (Ceva), fu 
donato alla Pinacoteca dal Cav. G. B. Siccardi. 

2. Luca Cambiaso di Genova. La gravidanza della ninfa Calisto (Tela 
di m. 1,85 per m. 1,60). Sec. XVI. Donata dai fratelli Marchesi Carlo e 
Bendinelli Spinola. 

3. Sofia Giordano-Clerc di Torino. Autoritratto a pastello e tempera. 
Firmato e datato 1805 (m. 0,53 per m. 0,43). Donato dal Colonnello 
Cav. Scipione Giordano. 

4. Sofia Giordano-Clerc. Tre miniature : una rappresenta Madame 
Maron, maestra di pittura della Giordano in Roma ; l'altra il pittore Antonio 
Maron ; la terza il figlio dell'autrice. Donate dalla Signora Bessie Gior- 
dano-Ker. 



28 — 



Museo Civico di Arte x^ntica e Moderna 
di Torino — Anno 1913. 



ACQUISTI 

1. Cristo risorto. — Alto-rilievo in pietra tenera. Figura a tutto tondo 
attaccata sul fondo. Capitelli della stessa materia e probabilmente dello 
stesso monumento, con lo stemma della famiglia Catena. Sec. XV. Pro- 
veniente da Asti. 

2. Tronco per elemosine. — In forma di cofano, in legno di noce, 
con monogrammi intagliati. Sec. XV. 

3. vS. Gerolamo nel deserto. — Piccolo altorilievo in marmo bianco, 
opera di notevole importanza e con tutta probabilità dell'Amadeo. Prin- 
cipio del sec. XVI. 

4. Cristo crocifisso. — Scoltura in legno dorato di arte nostrana, pro- 
veniente da Pinerolo. Principio del sec. XVI. 

5. Piccola meridiana orizzontale con bussola, in legno di ebano tornito 
con minute decorazioni dorate. Fine del sec. XVI. 

6. Piccola cassaforte da viaggio in lamina di ferro con cantonali e 
spranghe esterne di semplice fattura; più ricca è la serratura formante il 
rovescio del coperchio con fregi incisi ed eseguiti a punzone. Lavoro te- 
desco del sec. XVII. 

7. / quattro Evangelisti. — Bozzetti dipinti ad olio per decorazione 
di chiesa. Arte italiana della fine del sec. XVII. 

8. Paesaggio con rovine. — Intarsio in pietra dura bellamente lavo- 
rato. E racchiuso in una ricca cornice di ebano, con cantonali, cartelle e 
festoni in bronzo dorato. Nei festoni le frutta sono eseguite in pietra dura. 
Lavoro fiorentino della fine del sec. XVII. 

9. Amedeo Lavy. — 48 riproduzioni in gesso di medaglie, rappresen- 
tanti personaggi politici, militari, scienziati ed artisti. Progetti di medaglie, 
probabilmente non eseguiti. Sec. XVIII. 



- 29 - 

10. Bibbia israelitica^ scritta in caratteri ebraici su lunga striscia di 
pelle, avvolta in due grandi rotoli. Manto in velluto rosso-granato per la 
bibbia stessa, con stemma ricamato in oro. Sec. XVIII. 

11. Due vasi simili, in maiolica, con decorazione policroma a fiori. 
Fabbrica di Strasburgo. Marcati. Sec. XVIII. 

12. Ritratto del Professor Moleschott. — Miniatura. Metà del sec. XIX. 

13. Ritratto del re Carlo Alberto. — Miniatura su avorio con ricca 
cornice dorata. Sec. XIX. 

14. Portiera persiana, delle fabbriche di Recht, in panno di lana in- 
tarsiato a fiori ritagliati in panni di altri colori e ricamato. 

15. Vari altri tessuti persiani ed orientali., notevoli per la bella ar- 
monia cromatica e decorativa e per la sapiente tecnica di esecuzione. 

16. Forbici in acciaio a molla., ageminate in argento. Lavoro orientale. 



LEGATI dall' Avv. ANDREA FALCONE 

1. Maddalena. — Tavola ad olio, opera probabile di Gian Pietrino. 
Sec. XVI. 

2. Teste di imperatori romani su due medaglioni. Monocromati su 
pietra. Arte italiana del sec. XVI. 

3. Ire vetri dipinti a vernice con vedute e figure. Scuola veneta del 
sec. XVIII. 

Altri 17 quadri di scuole e di epoche diverse, per ora non esposti, 
avendo bisogno di restauro. 

DONI 

1. Quadrante graduato in bronzo con iscrizione in latino dalle due 
parti, con la data 1620. Dono del Dott. Comm. Giuseppe Assandria. 

2. Tombolo per trine e relativi fuselli., in legno intagliato al coltello. 
Arte rustica del sec. XVII. Proveniente dalla Valle Varaita. Dono della 
Signora Maria Guillot-Nigra. 

3. Amedeo Lavy. — Altorilievo in gesso, raffigurante l'incisore Amedeo 
Lavy e la sua famiglia. Principio del sec. XIX. Dono della Sig.*"^ Virginia 
Pucci. 



— 30 



Arte contemporanea. 

ACQUISTI 

1. Davide Calandra. — Studio di cavallo. Bronzo. Acq. all'Esposi- 
zione della Società degli Amici dell'Arte. 

2. Federico Boccardo. — Candore. Acquistato all'Esposizione postuma, 
in occasione della annuale Esposizione della Società Promotrice di 
Belle Arti. 

3. Evangelina Emma Alciati. — Ritratto di bambina. Acq. all'Espo- 
sizione Internazionale Femminile. 

DONO 

I. Medardo Rosso. — Bimbo al sole. Bronzo. Donato dalla Si- 
gnora Etha Flès. 



- 31 



RECENSIONI 



Pietro Barocelli. — // viaggio del Doti. Vitaliano Donati in Oriente 
(ly^g-iyóz) in relazione colle prime origini del Museo Egiziano di 
Torino. — Torino, Bona, 191 2 [Estratto dagli Atti della R. Acca- 
demia delle Scienze di Torino, voi. XLVII, 18 febbraio 191 2]. 

Per incarico del re Carlo Emanuele III, Vitaliano Donati, professore 
nella Università di Torino, intraprese nel 1759 un viaggio in Egitto e nel- 
l'Oriente. La sua missione era varia: egli doveva cioè studiare quelle re- 
gioni dal punto di vista delle scienze naturali ; doveva rendersi conto delle 
condizioni economiche dei paesi, allo scopo di avviare relazioni commer- 
ciali fra il regno di Sardegna e il Levante, e infine doveva eventualmente 
fare acquisti di antichità notevoli. 

In questa sua nota il Barocelli si occupa di quest'ultimo aspetto della 
missione (i), nel quale è un indizio dell'amore per le antichità orientali, 
che si era già delineato fin dal principio del 1700. 

Il Donati morì durante il suo viaggio, presso le coste indiane, e non 
lasciò una vera e propria relazione ; solo si conserva una copia manoscritta 
del suo giornale nella Biblioteca Reale di Torino. Si sa però che egli aveva 
acquistato per il re di Sardegna due statue, scavate presso Karnak, e inoltre 
idoli, lucerne, vasi, amuleti e mummie di animali. 

Il Barocelli rende noto come egli abbia riconosciuto nel Museo Egizio 
di Torino questi oggetti, che costituirono il primo nucleo della raccolta, 
la quale si formò principalmente con la collezione Drovetti, e in questi 
ultimi anni ebbe grande incremento dagli scavi della missione archeologica 
italiana, diretta dal professor Schiaparelli. E più particolarmente il Baro- 
celli espone le indagini, che lo condussero a identificare il busto di Iside 
e le due statue di Iside e di Osiride inviate a Torino dal Donati. 

Il busto di Iside è da lui riconosciuto nel troncone rappresentante 



(i) Degli altri scopi della missione del Donati il Barocelli stesso si è occupato in 
altre note : L'Egitto e il Sinai, nel giornale di viaggio di Vitaliano Donati, " Atti 
della R. Acc. delle Scienze di Torino „, voi. XLVIII. — Carlo Emanuele III ed ima 
esplorazione commerciale in Oriente, " Rassegna contemporanea „, Roma, anno 1914, 
fase. XIV. 



- 32 — 

Iside-Hator a sinistra dell'ingresso nella galleria del papiro regio. La statua, 
indicata dal Donati come del dio Osiride, è da identificarsi con quella già 
esistente nell'atrio della R. Università, di sienite quarzifera, e recante i 
cartelli di Ramesse II. I confronti stilistici con l'altra statua di Ramesse II, 
in granito nero, esistente nello stesso Museo di Torino, fanno ritenere al 
Barocelli che la statua del Donati sia di tempo anteriore, probabilmente 
delle dinastie memfitiche. Infine la presunta statua di Iside, in granito verde- 
cupo, è quella delle statue leontocefale, assise, della dea Sechet, che reca 
i cartelli di Amenhotep III. Essa, come molte altre simili, fu tratta dal 
tempio di Mut a Karnak. 

P. Lugano. — / primordi dell' abbazia cistercense di Rivalta Scrivia presso 
Tortona dal ii§o al 1200 {Julia Dertona, Tortona, fase. XXXII 
(die. 191 1) — fase. XXXV (sett. 191 2) — fase. XXXVII (marzo 191 3) 
— fase. XXXVIII (giugno 191 3) — fase. XXXIX (sett. 191 3) — 
fase. XLIV (die. 1914) — fasc.XLVI (giugno 191 5) — fase. XLVII 
(sett. 191 5) — fase. XLVIII (die. 191 5)). 

Il lungo articolo del Lugano ha un carattere essenzialmente storico. 
Esso si basa sulla pubblicazione dell'avvocato A, F. Trucco {Cartari del- 
l'abbazia di Rivalta Scrivia), uscita a Novi Ligure nel 1910 e 191 1 nella 
Biblioteca della Società Storica Subalpina. Anzi il Lugano riproduce il som- 
mario del regesto dei Cartari, da cui ricava le notizie del suo lavoro. Egli 
non si propone una monografia compiuta come quelle del Canestrelli sulle 
abbazie cistercensi di S. Galgano e di Sant'Antimio, ma il più modesto 
compito di illuminare il sorgere e il formarsi dell'abbazia di Rivalta. 

Riesce infatti ad accertare come nel 1033 già esistesse in Rivalta un 
castello con torri e fossati, e come verso la metà del XII secolo sorgesse 
anche una chiesa dedicata a S. Giovanni. 

Un accenno al formarsi del primo nucleo del monastero pare ricono- 
scibile in un documento del 22 agosto 11 50: certo è che nel 1155 si parla 
esplicitamente di un Ascherio, abate di Rivalta. A lui si deve, per mezzo di 
acquisti, un primo considerevole aumento del patrimonio rurale dell'abbazia 
di Rivalta, la quale ebbe così un'origine diversa dalle altre abbazie vicine e 
contemporanee del Tiglieto e di Lucedio, sorte invece per via di donazioni. 

Il primo monastero di Rivalta doveva essere addossato alla chiesa del 
castello, dedicata a S. Giovanni; ma, poiché nel 1183 la costruzione è de- 
signata col nome nuovo di monastero di S. Maria di Rivalta, è presumibile 
che, dopo l'ammissione della comunità all'ordine cistercense (i 180), si 
provvedesse a erigere un nuovo edifizio. Nel 1220 già esisteva l'infermeria, 



— 33 - 

che di solito era l'ultima costruzione, che si innalzava nei conventi cister- 
censi: nel 1223 si trova per la prima volta cenno del chiostro (e un chiostro 
doveva esistere anche nella primitiva abitazione dei monaci): nel 1227 è 
fatta menzione del parlatorio. Di altre parti essenziali non è memoria nei 
documenti; ad ogni modo è indubbio che nella prima metà del XIII secolo 
la nuova dimora abbaziale di Rivalta era compiuta. Dalla sua rovina sus- 
sistono ancora oggi la chiesa e la sala capitolare. 

Qui l'autore fa uno spunto sulla disposizione comune alle chiese ci- 
stercensi e sui principi di semplicità e di austerità, cui si ispirarono le 
loro costruzioni. Contro l'Enlart egli è dell'opinione oggi più diffusa fra 
gli storici dell'arte italiani, che cioè lo stile importato in Italia dai monaci 
cistercensi non è uno stile originale di architettura francese, ma uno svi- 
luppo dei principi dell'architettura lombarda, affermatisi per la prima volta 
nel S. Ambrogio di Milano. Però insieme con questi elementi fondamen- 
talmente lombardi, le costruzioni dei cistercensi in Italia palesano l'influenza 
della scuola borgognona in certe disposizioni icnografiche, in alcune forme 
statiche e in qualche particolare ornamentale. Dopo queste considerazioni 
di carattere generale, il Lugano descrive brevemente la chiesa e l'aula 
capitolare, per poi riprendere la narrazione storica delle vicende dell'ab- 
bazia, del suo svolgersi e del suo prosperare sino alla decadenza e all'ab- 
bandono. 

Solo nell'ultima puntata dell'articolo egli ritorna a parlare della costru- 
zione e delle decorazioni della chiesa, di cui enumera gli affreschi superstiti, 
che risalgono alla fine del '400. I cistercensi, per i principi informatori del 
loro ordine, non potevano adornare le loro chiese di scolture e di pitture. 
Così fino al secolo XV la chiesa di Rivalta dovette conservare le sue pareti 
nude ed austere, ed anche la decorazione più tarda fu semplice e modesta. 

Di alcuni di questi affreschi il Lugano rintracciò l'autore e la data 
dell'esecuzione : sopra la figura del S. Cristoforo, sul capitello di un pilastro 
della navata maggiore a destra, e tra la figura del Redentore e quella 
della Vergine in fondo alla navata destra è segnato il nome del pittore : 
Francischinus de Ubaxilio: la prima di queste iscrizioni riporta anche una 
data: 1497. 

Questo Franceschino Basilio di Castelnuovo aveva bottega in Tortona, 
ed è anche autore di un trittico d'altare nella chiesa della Trinità di 
Pozzolo Formigari, eseguito nel 1507. Probabilmente fu fratello di quel 
Manfredino Basilio, che decorò la pieve di Novi Ligure (1474) e dipinse la 
grande ancona per il S. Giacomo di Gavi (1478), che si trova ora all'Acca- 
demia di Belle Arti di Genova. 

Boll. Soc, Piem. Archeol. e B. Arti. X 



— 34 — 

Accennando così agli affreschi, il Lugano rimanda il lettore all'arti- 
colo dello Stara-Tedde, di cui parleremo più innanzi, e in cui è tratteggiato 
un confronto fra le pitture della pieve di Volpedo e quelle dell'abbazia 
di Rivalta Scrivia. Il Lugano dichiara di convenire interamente con lo 
Stara-Tedde, del quale anzi riferisce le ultime conclusioni. Il Lugano cioè, 
esaurendo i Cartari dell'abbazia di Rivalta, ha con rigoroso metodo deli- 
neate le vicende della comunità e degli edifizi. 

Su questa base storica rimane però da farsi uno studio delle costru- 
zioni e della loro decorazione, per il quale possono essere di aiuto le 
15 tavole, riprodotte alla fine dell'articolo, di disegni architettonici fatti 
dall'ingegnere Pietro Molli di Torino. 

Conrad de Manoach. — Les peintres Witz et l'école de peinture en Savoie 
(« Gazette des Beaux-Arts », Paris, année 191 1, pag. 405). 

Il Mandach vuole mettere in rilievo i rapporti dei pittori Witz di Co- 
stanza con l'arte della Savoia nel secolo XV. Egli si richiama a quanto 
ha già notato a proposito del grande dipinto eseguito da Conrad Witz a 
Ginevra nel 1444; che cioè questo pittore presenta analogie anche con 
l'arte francese e specialmente con alcune miniature francesi, oltre che con 
l'arte fiamminga e con l'arte sveva, come ha rilevato Daniele Burckhardt. 

Queste osservazioni gli avevano già permesso di supporre una pro- 
lungata dimora del pittore sui confini della Savoia, e questa supposizione 
è ora confermata da un quadro acquistato dal Museo di Berlino e attribuito 
senza contestazione a Conrad Witz. Lo sfondo di questo dipinto appare 
direttamente ispirato alle rive del Iago di Annecy o a certe baie della costa 
savoiarda del lago di Ginevra. È quindi lecito supporre che Conrad abbia 
dimorato in Savoia e verisimilmente alla corte di Amedeo Vili. Ma intorno 
ai rapporti dei pittori Witz con la corte di Savoia interessa particolar- 
mente al Mandach di presentare una sua ipotesi, che riguarda Hans Witz, 
il padre di Conrad. 

Dai documenti degli archivi di Torino, comunicati al Mandach dal 
conte Bandi di Vesme, risulta che un pittore Johannes Sapientis^ lavorò 
nel 1441 per la corte di Savoia; e che di altri lavori, eseguiti da questo 
pittore per la duchessa di Savoia, fu pagata la mercede a un vetraio dello 
stesso nome nel 1453. Un altro documento, già pubblicato dal Mugnier (i). 



(i) In " Mémoires et documents de la Société savoisienne d'histoire et d'archeo- 
logie „, t. XXX, 1891, pag. 64. 



- 35 - 

ci fa conoscere che Johannes Sapientis era nativo di Alemannia^ comitatus 
et dioecesis estensis, e che nel 1440 aveva firmato in Chambéry un con- 
tratto di associazione per tre anni con il pittore della corte ducale, Gre- 
gorio Bono di Venezia. 

Il Mugnier pensò di poter identificare questo Johannes Sapientis col 
Jean le peintre, che appare nei conti della corte sabauda dal 1436 al 1445 
e che lavorò anche nel castello di Ripaille; e questo Jean le peintre forse 
col Jean Bapteur, che i conti della casa ducale menzionano fra gli anni 1427 
e 1437, e che illustrò dei manoscritti insieme con Peronnet Lamy di 
Saint-Claude. 

Questa ipotesi è avvalorata da un altro documento degli archivi di 
Torino dell'anno 1443, nel quale Jean Bapteur appare pittore ufficiale della 
corte di Savoia e chiama se stesso col nome di Johan le peintre. Se si 
ponga mente che in questo anno 1443 veniva a sciogliersi o a rinnovarsi 
il contratto tra i due principali pittori della corte ducale, Gregorio Bono 
e Johannes Sapientis, il trovare Jean Bapteur o Jean le peintre come pit- 
tore ufficiale di corte, indurrebbe alla identificazione di Jean Bapteur, Jean 
le peintre e Johannes Sapientis. 

C'è però il fatto che Johannes Sapientis è detto appartenere alla dioe- 
cesis estensis., che parrebbe essere quella di Eichstàdt, mentre Jean Bapteur 
è detto di Fribourg, quantunque egli non sia mai nominato nei documenti 
degli archivi di questa città; e inoltre nessuna città di nome Fribourg è 
compresa nella diocesi di Eichstàdt. 

Questa e altre prove serie, che il Mandach invoca, ma non enumera, 
condurrebbero a distinguere due pittori dello stesso nome, vissuti alla corte 
di Savoia nei medesimi anni, Jean Bapteur di una città chiamata Fribourg, 
e Johannes Sapientis della diocesi di Eichstàdt. La supposizione diverrebbe 
realtà se si potesse identificare Johannes Sapientis con Hans Witz, il padre 
di Conrad Witz. Infatti Hans Witz era stabilito a Rottweil negli anni 1428- 
1431, in cui Jean Bapteur era alla corte di Savoia (142 7- 143 7); e non si 
opporrebbe alla identificazione di Johannes Sapientis con Hans Witz il 
fatto che questi appare in un documento di Basilea del 1448, e quegli nei 
documenti savoiardi del 1440, 1441 e 1452. 

Per questa identificazione propende il Mandach, quantunque la man- 
canza di documenti positivi gliene vietino una affermazione categorica. 

Johannes Sapientis è la traduzione latina del nome Hans Witz, e l'uso 
di una simile traduzione non sorprende chi sappia che Conrad Witz nel 
quadro di Ginevra del 1444 si è firmato Conradus Sapientis. 

Hans, dopo di essere stato al servizio di Giovanni II, duca di Bre- 



— 36 — 

tagna, a Nantes, passò alla corte di Filippo il Buono, duca di Borgogna, 
per il quale nel 1424 si occupò a disegnare i modelli e a comperare le 
stoffe per i costumi di una giostra. A occupazioni di questo genere era 
addetto anche Johannes Sapientis in Savoia, e i recenti legami di paren- 
tela tra le due corti ducali giustificherebbero la presenza di un pittore dei 
duchi di Borgogna alla corte di Amedeo Vili a Chambéry. 

E inoltre anche altre volte il duca Amedeo si servì di artisti origi- 
nari della Svizzera tedesca : quando pensò di dedicare una chiesa a Notre- 
Dame in Ripaille, si rivolse per i modelli a artisti bernesi, e allo stesso 
architetto della cattedrale di Berna: nel 1441 lavorò per la sua corte un 
pittore di nome Christophe, che un documento specifica essere stato Chri- 
stophe Rane, nativo di Herlisberg, nella Svizzera del nord. 

Se però il Mandach non giunge a una conclusione decisa, tuttavia, 
cercando di riconoscere nella Savoia qualche probabile traccia dell'attività 
di Johannes Sapientis, di cui non si conoscono opere certe, esamina qualche 
dipinto anonimo, che presenta affinità con la maniera di Conrad Witz e 
che potrebbe essere di Hans, suo padre. 

Due di queste opere sono nel Museo di Chambéry. Una consta di due 
sportelli di un trittico rappresentanti lo Sposalizio della Vergine, l'Annun- 
ciazione e quattro figure di Santi, e presenta qualche analogia con i dipinti 
di Conrad Witz, quantunque riveli una mano ancora incerta e primitiva e 
sia lontana dalla larga vigorosità e dal potente chiaroscuro delle opere di 
Conrad. La compiacenza, con cui il pittore di questi riquadri riproduce i 
costumi damascati e le armature, ben potrebbe convenirsi ad Hans Witz, 
il disegnatore dei modelli per la giostra di Filippo di Borgogna. 

L'altra opera, che il Mandach esamina, raffigura il martirio di S. Cate- 
rina, ed è assai superiore ai due sportelli del trittico, e più vicina allo 
spirito dell'arte di Conrad Witz nel sentimento che il pittore rivela della 
plasticità, della drammaticità e del pittoresco della sua scena. Essa ricorda 
specialmente la Liberazione di S. Pietro di Conrad, quantunque nel com- 
plesso la scena sia più affollata e meno fortemente modellata. 

Simili affinità sono palesi anche in un quadro del Museo di Annecy, 
raffigurante l'Incoronazione della Vergine. Il Mandach lo pone accanto al- 
l'opera del Witz, che rappresenta il cardinale De Mies dinanzi alla Vergine, 
sia per l'ampiezza, se non per la potenza, della figura della Madonna, sia 
per il particolare del personaggio frammentario, che appare in entrambe 
le opere e che, frequente fra i pittori dell'alto Reno, si afferma qui in 
modo caratteristico. 

Così l'articolo del Mandach, pur senza portare un contributo positivo 



- 37 — 

alla storia dell'arte della Savoia nel sec. XV, ha posto in luce la figura 
di un pittore tedesco della corte ducale, Johannes Sapientis, e ha rilevato 
due ordini di fatti: come la corte ducale di Savoia, dopo di aver data la 
preferenza all'arte italiana nella persona di Gregorio Bono di Venezia, si 
sia orientata, per opera di Amedeo Vili, verso l'arte settentrionale e spe- 
cialmente della Svizzera tedesca ; e come quest'arte sabauda abbia qualche 
rapporto con le opere di Conrad Witz. 

Conrad de Manoach. — De la peinture savoyarde au XV""' siede et plus 
spécialement des fresques d' Abondance (« Gazette des Beaux-Arts >, 
Paris, 191 3, II semestre, p. 103). 

Prima di esaminare gli affreschi di Abondance (Alta Savoia), l'autore 
premette alcune brevi considerazioni storiche, le quali valgono a chiarire 
l'origine dei diversi elementi, che ne compongono lo stile. Egli rileva cioè 
le relazioni stabilitesi nei secoli XIV, XV e XVI tra la Savoia e la Francia 
da un lato, tra la Savoia e il ducato di Milano dall'altro, per i matrimoni 
dei Duchi Sabaudi con Principesse francesi e delle donne della Casa di 
Savoia con i Duchi di Milano. 

Quanto ai pittori della Corte (i) vi primeggia nel sec. XIV un Giorgio 
da Firenze o Giorgio da Aquila, e nella prima metà del '400 un veneziano, 
Gregorio Bono, che Amedeo Vili assunse al suo servizio, e che finì per 
subire l'influenza delle scuole francesi e tedesche. Invece verso la metà 
del sec. XV la Corte si rivolge di preferenza ad artisti venuti dalla Francia 
e dalla Svizzera. Jean Bapteur de Fribourg insieme con Peronnet Lamy 
minia una Apocalissi, che fu poi compiuta da Jean Colombe de Bourges, 
il quale dal Duca Filiberto I ebbe il medesimo posto, che alla Corte di 
Amedeo Vili aveva tenuto il veneziano Gregorio Bono. 

Sul complesso dell'arte pittorica savoiarda in questo ultimo periodo 
l'autore osserva come, mentre la miniatura si conserva ligia ai modelli dei 
maestri francesi, gli affreschi di Annecy e di Chambéry, accanto a questo 
medesimo influsso, rivelano un'impronta locale, che manca alle miniature. 

Il Mandach viene poi ad esaminare gli affreschi del chiostro di Abon- 
dance, uno dei rari cicli di affreschi all'aperto, che di quell'epoca si con- 
servino in Francia. Essi soffersero gravemente e furono da poco restaurati; 



(i) Il Mandach ne ricava i nomi dall'opera di Dufour et Rabut, Peintres et 
peintures de Savoie du XIIF"^ au ^F^me siede, " Mémoires et documents de la So- 
ciété savoisienne d'histoire et archeologie „, t. XII, 1870. 



__ 38 — 

ma se ne conservano delle copie ad acquerello eseguite nel 1889, quando 
cioè erano in condizioni migliori di quelle che precedettero i restauri. 

Gli affreschi superstiti rappresentano scene della vita della Vergine, 
che l'autore indugia a esaminare singolarmente e a volte minutamente, 
facendo confronti con affreschi e con miniature di scuole franco-fiamminghe 
e di scuole italiane. Egli si riferisce in modo particolare al libro di pre- 
ghiere di Bianca Visconti, conservato nella biblioteca di Monaco, alle opere 
dello svizzero Corrado Witz in Ginevra e agli affreschi del castello di Fénis 
in valle di Aosta, e del castello di Manta nel saluzzese e ad alcuni mosaici 
di Giambone nel S. Marco di Venezia. 

In realtà però i suoi confronti si riducono assai spesso a somiglianze 
di atteggiamenti, di gesti, di particolari nelle fisionomie e nelle acconcia- 
ture dei personaggi, che possono invece sembrare accidentali e indipen- 
denti e perciò insignificanti. Così appare forzata e voluta l'analogia, che 
egli coglie tra alcuni particolari degli affreschi di Abondance e gli affreschi 
di Leonardo Besozzo nella cappella di Giovanni Caracciolo a S. Giovanni 
in Carbonara a Napoli. Il confronto pare stabilito per illustrare le relazioni 
tra la Savoia e la Lombardia, che l'autore ha rilevate nelle sue premesse, 
come nel rapporto coi mosaici di Giambono appare una conseguenza del 
soggiorno di Gregorio Bono alla Corte di Savoia. 

Se però l'esame particolare a volte lascia poco convinti, persuade in- 
vece la conclusione. Il Mandach afferma che negli affreschi di Abondance 
si rivela l'influenza italiana nella chiarezza, nell'equilibrio della messa in 
scena, nella proporzione fra le architetture e i personaggi, in alcuni par- 
ticolari delle architetture stesse, nel colore oscuro degli abiti della Ver- 
gine, che ricorda certi quadri di artisti piemontesi, nizzardi e genovesi. 

D'altra parte egli mette in rilievo l'azione della pittura franco-fiam- 
minga nella cura del particolare e in alcuni tipi di costruzioni architetto- 
niche, e specialmente l'azione di Corrado Witz in certi effetti marcati di 
luci e di ombre. 

II Mandach però non si limita all'esame stilistico degli affreschi, egli 
riesce a precisarne la data di esecuzione, affacciando anche una sua ipotesi 
sul nome del loro autore. Egli nota la croce di Savoia dipinta nel fregio 
che circonda gli affreschi e in una delle scene raffigurate, e conclude che 
essi risalgono a un'epoca tra il 1480 e il 1490, quando furono abati del 
monastero di Abondance due membri della famiglia ducale di Savoia, 
Gian Luigi (1480-1482) e Francesco (1482-1490). 

Il nome dell'autore è suggerito al Mandach dalla considerazione che 
le pitture di Abondance rivelano un artefice superiore alla media di quelli 



- 39 — 

che lavorarono in Savoia alla fine del sec. XV, un artefice che, pur 
subendo molteplici influenze, ha un suo carattere originale locale. A un 
tale giudizio corrisponderebbe Nicolas Robert, il più importante pittore 
che appare nei conti della Corte di Savoia tra il 1465 e il 1508. Egli fu 
il pittore di Jolanda di Francia e seguì la Corte di Savoia a Ivrea, a Ver- 
celli, a Moncalieri, a Rivoli, a Chambéry, occupato in lavori di poca im- 
portanza e in una grande opera di affresco nell'oratorio della Duchessa 
nel castello di Ivrea nel 1474. 

A questi argomenti di carattere generale l'autore ne aggiunge altri 
particolari, di cui il più importante mi pare questo : dopo la morte della 
Duchessa Jolanda, Nicolas pare abbandonasse la Corte e si stabilisse de- 
finitivamente in Savoia, dove morì a Chambéry nel 1 508. Non è verisimile 
che i due figli della Duchessa Jolanda, Gian Luigi e Francesco, abati di 
Abondance, si servissero, per la decorazione del chiostro, del pittore della 
loro madre? 

L'ipotesi non è senza fondamento dal punto di vista storico, ma le 
manca la sanzione dei raffronti stilistici, perchè non si conoscono sino ad 
ora opere di Nicolas Robert, neppure il grande affresco dell'oratorio del 
castello di Ivrea, di cui fa cenno la cronaca di Jolanda di Francia. 

Conrad de Mandach. — Les stalles de Saint-Claude (« Gazette des Beaux- 
Arts », Paris, 1913, II semestre, pag. 281). 

L'autore espone come egli sia giunto ad accertare che due riquadri 
di legno scolpiti, appartenenti alla collezione della Marchesa Arconati-Vi- 
sconti, e due altri riquadri simili del Museo di South Kensington a Londra 
dovevano far parte degli stalli del coro della chiesa di Saint-Claude. Questi 
stalli di Saint-Claude si sa che furono scolpiti da Jean de Witry, oriundo 
di Pontverse in Savoia e ricevuto borghese a Ginevra : li cominciò prima 
del 1449 e li compì nel 1465. 

Alla sua conclusione il Mandach è condotto dall'esame stilistico e dalla 
conferma di un canonico di Saint-Claude, il quale dichiarò di riconoscere 
i riquadri, avendo essi appartenuto al convento fino al 1874-75, quando 
si restaurarono gli stalli. I quattro riquadri furono allora venduti, perchè 
non si riuscì a stabilire la loro collocazione, che è dubbia anche ora. 

L'autore indugia poi a chiarire qualche questione particolare relativa 
agli stalli; e mette in evidenza, ciò chea noi più interessa, come a Gi- 
nevra, dove lavorò Jean de Witry, esistessero nel secolo XV importanti 
botteghe di scultori in legno, la cui influenza si diffuse nelle regioni limi- 
trofe. Si comprende così come gli stalli di Saint-Claude abbiano grande 



— 40 - 

affinità con quelli di Saint-Jean de Maurienne, pure a Ginevra, firmati da 
Pierre Mochet, e con quelli scolpiti da Jean Vion de Samoéns (presso 
Ginevra) e da Jean de Chetro (forse Chiètres nella Svizzera) per il coro 
della cattedrale di Aosta. 

Ma oltre che in Piemonte la scuola di scultori di Ginevra fece sentire 
la sua azione nelle altre regioni della Svizzera: la repubblica di Berna, 
volendo nel 1522 decorare di stalli la sua collegiale, mandò i suoi artisti 
a studiare i modelli di Ginevra; e se ad Aosta il capo dei lavori era un 
savoiardo, il suo aiuto era nato nei dintorni di Berna. 

L'influenza di queste scuole di scultori il Mandach nota anche sulla 
pittura locale, e, senza giungere a conclusioni precise, rileva i rapporti fra 
gli stalli di Sainte-Claude e le pitture dello svizzero Conrad Witz, e fra 
gli stalli e le prime carte da gioco incise su cuoio da un maestro sinora 
ignoto. 

Giuseppe Bres. — L'arte nella estrema Liguria occidentale. Notizie inedite. 
Nizza, 19 14. 

E questo l'ultimo dei lavori del Bres sull'arte e più specialmente sulla 
pittura della regione nizzarda. Come altrove egli si era occupato delle ma- 
nifestazioni artistiche in Taggia e nella valle Argentina, qui riferisce le 
notizie che ha raccolte relative alle città e ai paesi dell'estrema Liguria 
occidentale. 

E come tutti gli altri suoi lavori anche questo ha un carattere esclu- 
sivamente storico. Il suo intendimento è solo quello di rendere pubblico 
il risultato delle sue pazienti indagini negli archivi notarili di Ventimiglia, 
riferendo notizie ancora sconosciute, confermando e precisando altre già 
note, distruggendo conclusioni e ipotesi avventate, che il più delle volte 
egli non sostituisce con altre, ma si limita a dimostrare infondate e im- 
maginarie. Con questa sua opera di ricercatore appassionato, prudente e 
scrupoloso sino alla indecisione, sino all'incertezza, egli ha preparata la 
base storica, su cui si potrà fondare uno studio critico delle opere d'arte 
di quelle regioni. Poiché l'autore stesso ripetutamente dichiara di essere 
profano in materia d'arte, e, dove non soccorre il documento, lascia ad altri 
più esperto la soluzione di questioni di critica artistica. A questo scopo 
egli ha contribuito illustrando abbondantemente con riproduzioni fotogra- 
fiche le sue notizie, come non aveva fatto nelle opere anteriori. 

Queste notizie egli ha raggruppate secondo un criterio essenzialmente 
analitico, indicando cioè per ogni luogo le opere d'arte, che vi esistono, o 
di cui ha trovato cenno, e disponendo in ordine alfabetico i nomi dei vari 



— 41 — 

luoghi da Bordighera a Ventimiglia. Da una tale enumerazione egli viene a 
stabilire come la regione della Liguria occidentale si fosse nel rinasci- 
mento arricchita di molte opere d'arte anche nei piccoli centri, se pure 
nella maggior parte dei casi si tratti di opere di scarso valore artistico. 

A noi interessano specialmente alcune notizie di pittori piemontesi. 

Enumerando le opere d'arte di Briga Marittima e di Pigna, egli fa un 
ampio cenno degli affreschi di Giovanni Canavesio da Pinerolo. Questo 
pittore nel 1482 affrescò la Cappella di S. Bernardo e, probabilmente nel 
medesimo periodo, dipinse la grande ancona di S. Michele Arcangelo 
nella chiesa parrocchiale di Pigna, e nel 1492 compì il grande ciclo di 
affreschi nel santuario di Nostra Signora del Fontan a Briga, per il quale 
si vuole fatto anche il polittico della pinacoteca di Torino datato dal 1491. 

Per l'esame e il giudizio di queste opere il Bres si richiama comple- 
tamente al lavoro del Bertea (i), limitandosi dal canto suo a chiarire 
alcune questioni di carattere storico e cioè come il nome del pittore sia 
Giovanni Canavesio, come egli fosse sacerdote, nativo di Pinerolo (la va- 
riante Ravanesio dell'iscrizione degli affreschi di Pigna è un esempio unico 
e al Bres pare anche di lettura dubbia). Questo Giovanni Canavesio non 
deve confondersi, come alcuni vorrebbero, con quel Giacomo Canavesio 
che nel 1491 si trovava a Venza, e che però è verosimile appartenesse 
alla medesima famiglia. Accenna poi alla tradizione, che vuole il Canavesio 
discepolo di Lodovico Brea, e dimostra come ciò sia poco probabile. Infine 
pone, senza risolverli, alcuni quesiti : Perchè il Canavesio, nativo di Pine- 
rolo, non vi lasciò opere sue ? Se realmente è lui quel Giovanni Canavesio 
ricordato nei registri comunali di Pinerolo nel 1450, che cosa fece fra 
quell'anno e il 1482, in cui dipinse a Pigna .^ Lavorò solo o ebbe aiuti nei 
grandi affreschi di Briga ? Era egli di scuola italiana o subì influenza delle 
scuole germaniche ? 

Di altri due pittori piemontesi egli fa menzione. Uno è Bastiano Fu- 
seri o Frixeri da Fossano, che firmò nel 1 507 il quadro della Madonna 
della Neve nella Chiesa parrocchiale di Briga, e di cui non si conserva 
ricordo in Fossano. L'altro è un pittore pinerolese, Bachialerius Bachialeriis 
di Martino, intorno al quale risulta da un atto del 1501 che si era impe- 
gnato a dipingere l'oratorio della confraternita dei Disciplinati di Bussana. 
Il paese fu distrutto nel terremoto del 1887, e non pare che nelle parti 
superstiti dell'oratorio si conservino traccie di affreschi. Il Bres non può 



(i) E. Bertea, Ricerche sulle pitture e sui pittori del pinerolese dal XIV secolo alla 
prima metà del XVI. 



- 42 — 

assicurare che il Bachialerius sia lo stesso Henricus Bachellarii o Bachelarius 
del 1458, di cui riferisce il Bertea. 

Infine l'autore menziona, fra le opere del rinascimento ancora super- 
stiti nelle chiese di Ventimiglia, una di particolare interesse, raffigurante 
la Vergine col Bambino, che il prof. Toesca ha attribuita a Barnaba da 
Modena (i), e che ricorda quella del medesimo autore e dello stesso sog- 
getto nella pinacoteca di Torino. 

Giorgio Stara-Tedde. — La pieve di Volpe do e i pittori Manfredino e 
Francesckino Basilio {Julia Dertona, marzo 191 5, fase. XLV). 

Lo studio dello Stara-Tedde è rivolto in modo speciale agli affreschi 
della Pieve di Volpedo. Per giungere a ciò egli parte dalla premessa che 
l'arte piemontese è poco nota, quantunque non abbia mancato di produrre 
opere interessanti, se pure lontane dalla perfezione di quelle di altre regioni 
italiane. 

Ben è vero che negli ultimi tempi alcuni studiosi vi hanno rivolta la 
loro attenzione, come il Bandi di Vesme, il Toesca, la Motta Giaccio. Ma, 
ad esempio, dei pittori di Volpedo egli non ha trovato cenno alcuno o 
solo una notizia rapida e incompiuta anche nei dizionari e nei manuali 
più recenti e persino nell'opera speciale del Weber (2) sulla pittura pie- 
montese. 

Tracciate poi sommariamente le vicende storiche di Volpedo, l'autore 
viene a descrivere l'edifizio della pieve, e più particolarmente gli affreschi. 

La costruzione in laterizi presenta i caratteri dell'architettura lombarda: 
per la sua analogia con la chiesa di S. Marcello in Montalino di Stradella, 
che il Rivoira ritiene della seconda metà del sec. X, e più specialmente 
di un periodo tra il 943 e il 977 (3), lo Stara-Tedde crede che della stessa 
epoca a un dipresso sia anche la pieve di Volpedo. Egli però non mette 
in rilievo questa analogia, limitandosi a notare come nelle due chiese sia 
identica la forma delle finestre originarie, a feritoia, con strombatura al- 
l'esterno. Né esamina gli elementi essenziali della costruzione, il pilastro e 
la copertura, e neppure rende possibili confronti diretti, per mezzo di ri- 
produzioni fotografiche. 



(i) " L'Arte „, Roma, anno 1906, fase. VI, pag. 462. 

(2) Siegfried Weber, Die Begriinder der piemonteser Malerschule ini XV. u»d 
zu Beginn des XVI. Jahrhunderts, Strasburgo 191 1. 

(3) T. Rivoira, Le origini dell'architettura lombarda, voi. II, Roma, Loescher, 
1907» pag. 197 seg. 



— 43 — 

Più minutamente invece analizza la decorazione degli affreschi, che 
rivestono la parete interna della facciata, i pilastri, l'abside, in parte scom- 
parsi, in parte restaurati, alcuni ancora abbastanza ben conservati. Egli nota 
come a tutti gli affreschi dei pilastri sia comune lo sfondo, diviso in due 
zone diversamente colorite e imitanti ora il marmo, ora la stoffa; poi li 
esamina singolarmente, rilevando chi siano i personaggi raffigurati, quali i 
loro atteggiamenti e i loro gesti, la foggia e il colore dei loro vestiti. La 
parete dell'abside è decorata con le figure degli Apostoli su un fondo 
azzurro; sul catino dell'abside stessa è rappresentato, su uno sfondo di 
paesaggio, il Redentore fra la Vergine e S. Michele Arcangelo. Degli af- 
freschi perduti si sa che faceva parte una figurazione della Vergine fra 
Santi, che era collocata sopra l'aitar maggiore. 

Dopo questo esame esteriore degli affreschi, l'autore li classifica in 
tre gruppi : 

I. — Gruppo più antico (SS. Cosma e Damiano del primo pilastro 
a destra; S. Bartolomeo, due Santi francescani, la Maddalena degli altri 
pilastri a destra ; la Martire e S. Bernardo del secondo pilastro a sinistra). 
E caratterizzato da disegno ingenuo, mancanza assoluta di chiaroscuro, 
modo primitivo di trattare il nudo, a semplici contorni su fondo bianco, 
convenzionalismo nel rappresentare i capelli con righe simmetriche e uni- 
formi, figure stecchite e senza vita. 

Dal confronto con gli affreschi del secondo gruppo, che appartengono 
certamente alla seconda metà del '400, lo Stara-Tedde crede probabile che 
questo primo gruppo di dipinti sia della prima metà del sec. XV, se non 
forse della seconda metà del sec. XIV. A questo primo gruppo l'autore 
osserva che parrebbe appartenere la Madonna col Bambino del i* pilastro 
a destra, per il carattere arcaico del disegno e per il modo, con cui è 
trattata la carnagione. Ma d'altra parte essa mostra una maggiore espres- 
sione nel volto e un panneggio meno schematico, per cui è probabile sia 
opera posteriore di tempo, ma eseguita da artista ligio alle forme tradi- 
zionali. 

La mancanza di riproduzioni di affreschi del primo gruppo non con- 
sente una riprova delle induzioni dello Stara-Tedde. È però riprodotta la 
Madonna col Bambino, la quale, se può essere posteriore ai dipinti del 
primo gruppo, come lo Stara-Tedde crede, appare anteriore a quelli del 
secondo. Il disegno vi è infatti più incorretto nelle mani e più ancora nei 
visi, che il pittore quasi ha deformati per ottenere una visione non più di 
fronte ma di tre quarti. E inoltre il goticismo vi è più palese nelle ondu- 
lazioni del manto della Vergine, e nella minuzia, con cui sono determinati 



-44 — 

i particolari ornamentali del manto, del trono, dello sfondo, dove il di- 
segno raggiunge una particolare eleganza slanciata. 

II. — Gruppo più recente (S. Rocco, un frate domenicano, S. Se- 
bastiano, SS. Cosma e Damiano dei pilastri a destra; S. Rocco, S. Antonio 
abate, SS. Giacomo e Pietro martire, S. Silvestro papa dei pilastri a si- 
nistra; avanzi del S. Domenico nel semipilastro del presbiterio; affreschi 
della parete e del catino dell'abside). Tre di questi affreschi recano la 
data del 1462, e perciò l'autore li assegna tutti alla seconda metà del 
sec. XV. Rispetto al primo gruppo essi hanno disegno pili corretto, colo- 
rito più vivace, più naturale il panneggio, che tiene conto delle luci e delle 
ombre ; le carni non sono più esangui, i volti hanno maggiore espressione. 
E ancora ben lungi però la perfezione nel disegno, nel piegheggiare, nei 
tratti duri e arcigni dei volti, nelle fronti troppo sviluppate, negli occhi 
troppo grandi, nelle dita eccessivamente allungate, nella ondulazione con- 
venzionale dei capelli. Simile a questi, ma più rozzo, è l'affresco della 
parete interna della facciata. 

Lo Stara-Tedde, senza specificare, asserisce che questi affreschi hanno 
in comune i caratteri stilistici e alcuni particolari di natura esteriore, come 
la foggia delle aureole, la uguale dimensione delle figure, l'uso delle mede- 
sime lettere gotiche nelle iscrizioni. E conclude che sono tutti dello stesso 
periodo e della stessa scuola, se non pure della stessa mano. In realtà, 
dei due frammenti, che egli riproduce, gli Apostoli dell'abside appaiono 
di una mano diversa da quella che dipinse i Santi Giacomo e Pietro mar- 
tire, di una mano più rude e più robusta, che dipinse più rapidamente. 

III. - Gruppo (quadro dell'edicola appoggiata al terzo pilastro di 
destra e avanzi della figura di una martire nel contropilastro a sinistra 
della porta d'ingresso). Il disegno vi è abbastanza elegante, il panneggiare 
più morbido, i movimenti più liberi, i visi più naturali ed espressivi, le 
mani meglio proporzionate. Le forme tradizionali si intravedono però an- 
cora nei tratti del volto piuttosto duri, nella grandezza esagerata degli 
occhi. Sul fianco dell'edicola, che contiene il quadro, si legge la data: 1502. 
Questi affreschi sono cioè i più recenti, e la loro epoca vale a spiegare 
a forma classica dei candelabri, che ornano i pilastrini dell'edicola, e l'uso 
dei caratteri latini invece dei gotici nelle iscrizioni. 

Ma anche classificati cronologicamente i dipinti di Volpedo non ci 
hanno conservata traccia del nome del loro autore, che però lo Stara-Tedde 
crede di poter stabilire per mezzo di raffronti. Egli paragona gli affreschi, 
da lui compresi nel secondo gruppo, con un'ancona della chiesa preposi- 
turale di Gavi, firmata da Manf tediti de Castronovo pictor in Terdona e 



— 45 — 

datata dal 1478, e con alcuni affreschi della Abbazia di Rivalta Scrivia; 
e per le analogie stilistiche e per la prossimità delle date dell'ancona e 
degli affreschi di Volpedo ne deduce : essere le pitture del suo secondo 
gruppo e una parte di quelle di Rivalta opera di Manfredino di Castel- 
nuovo, che lavorò in Tortona. Ai dipinti del terzo gruppo egli trova cor- 
rispondenza perfetta in un'altra serie degli affreschi di Rivalta, tra i quali 
due ricordano il nome di Francischinus de Ubaxilio e uno la data del 1497. 
Gli affreschi dell'edicola volpedana sono dunque opera di Franceschino 
Basilio, e la loro data (1502), alquanto posteriore a quella delle corrispon- 
denti pitture di Rivalta, ne spiega la maggior finezza di disegno e di colorito. 
Questi sono i risultati, a cui è giunto lo Stara-Tedde, e che sarebbero 
certo molto importanti e meglio afferrabili, se egli vi fosse arrivato a tra- 
verso un più profondo esame degli affreschi, e se avesse potuto corredare 
il suo articolo con un maggior numero di riproduzioni dei dipinti stessi. 
Presentati Manfredino e Franceschino Basilio come i supposti autori 
degli affreschi della pieve di Volpedo, lo Stara-Tedde riferisce qualche 
notizia intorno alla loro vita e alla loro attività. Nativi entrambi di Castel- 
nuovo Scrivia, essi furono verisimilmente fratelli ed ebbero bottega in Tor- 
tona. Pare che Franceschino risiedesse a Milano nel 148 1 e facesse parte 
della Scuola dei pittori milanesi di S. Luca, e pare anche, con ogni pro- 
babilità, che tutti e due fossero chiamati a Milano nel 1490 a dipingere 
nella Sala della balla nel Castello Sforzesco. Oltre alla pala di Gavi si 
conserva un'altra opera firmata di Manfredino, un affresco nella pieve di 
Novi Ligure compiuto nel 1474 per la marchesa Giovanna di Campofre- 
goso. Gli si attribuiscono anche gli affreschi della chiesa di S. Innocenzo 
a Castelletto d'Orba. Morì il 25 giugno 1496. 

Anche di Franceschino esiste un'altra opera firmata, ed è la pala 
d'altare di Pozzol Formigaro, datata dal 20 agosto 1507. Infine, ai Basilio, 
senza specificare a quale dei due, fu attribuito un affresco scoperto nel 1886 
a Castelnuovo in una casa privata; e vagamente si fa il loro nome anche 
per gli affreschi dell'abside della chiesa di San Boneto in Val di Staf- 
fora (comune di Zerba) e per gli affreschi dell'abbazia di S. Alberto di 
Butrio (1484). Con tutti questi accenni e ipotesi, che attendono una con- 
ferma, sembra che lo Stara-Tedde additi il lavoro, che si dovrebbe com- 
piere per mettere in luce le figure di questi due pittori. Egli sommaria- 
mente li giudica, affermando che l'arte di Manfredino gli pare ancor tutta 
quattrocentesca, anzi del '400 arretrato ; l'arte di Franceschino più progre- 
dita e recante i germi dell'arte cinquecentesca, assorbiti forse nel suo sog- 
giorno a Milano. 



— 46 - 

Insieme con lo studio speciale di questi due pittori di Castelnuovo, 
lo Stara-Tedde propone altre più vaste questioni artistiche, che egli si limita 
ad accennare: come cioè Tortona e Castelnuovo dovessero essere centri 
importanti d'arte, poiché abbiamo notizia del nome di qualche pittore, di 
cui non si conoscono opere ; e infine come queste scuole locali dovessero 
essere in rapporto con la pittura contemporanea piemontese. A queste 
considerazioni lo conducono le somiglianze fra gli affreschi di Rivalta e di 
Volpedo e quelli del San Domenico di Torino, di Villafranca Piemonte e 
di alcune regioni biellesi, sì che egli conclude col Toesca che queste 
forme di arte piemontese, derivate dal verismo vasto e superficiale non 
sciolto ancora da convenzionalismi gotici^ si devono considerare come 
varietà regionali di uno stile, che si estendeva sopra un vastissimo ter- 
ritorio (i). 

Leonarda Masini. 



(i) P. To^scx, Antichi affreschi piemontesi. La chiesa della Missione a Villafranca 
Piemonte. " Atti della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Torino „ 
voi. Vili, pag. 52-64. 



47 - 



BIBLIOGRAFIA 



OPERE GENERALI 

Corpus nummorum italicorum. Roma, Tip. della R. Accademia dei 
Lincei : 

Voi. I {Casa di Savoia). 1910. 

Voi. II {Piemonte — Sardegna — Zecche d' oltremonti della Casa di 
Savoia). 191 1. 

Elenco degli edifizi monumentali, pubblicato a cura del Ministero della 
Pubblica Istruzione. Roma, Tip. Operaia Rom. Coop. : 
Voi. II {Provincia di Torino). 191 2. 

F. Gatti e F. Pellati, Annuario bibliografico di archeologia e di 
storia dell'arte per ITtalia. Roma, Loescher, Anno I, 191 3 (comprende la 
bibliografia dell'anno 191 1). Anno II, 1914 (comprende la bibliografia del- 
l'anno 1912) (Recensione di L. Mariani in « Ausonia ». Roma, Anno VII, 1913. 
pag. 41. Recensione anonima in « Rivista italiana di Numismatica ». 
Milano, anno 191 5, fase. I, pag. 109). 

T. Rossi e F. Gabotto, Storia di Torino. Torino, Baravalle e Fal- 
conieri, 1914, Voi. I (fino al 1280) (Recensione di C. A. Costa in < Ri- 
vista storica italiana ». Torino, anno 191 6, fase. II, pag. 136). 

F. Ferrerò, Val d' Aosta, la perla delle Alpi. Milano, Treves, 191 3. — 
E uno studio più ampio e più complesso di una semplice guida (Recen- 
sione di F. Gabotto nel « Bollettino Storico Subalpino », anno 19 14, 
voi. XVIII, fase. V-VI, pag. 379. Recensione di F. G, Frutaz nella « Ri- 
vista storica italiana ». Torino, anno 191 5, fase. Ili, pag. 267). 

T. T1BALDI, In vai d' Aosta. La pittura attraverso i secoli e i fratelli 
Artari. Aosta, Marguerettaz, 1914. — In un opuscolo di poche pagine 
l'autore fa una rassegna dei dipinti esistenti nella valle di Aosta a partire 
dall'epoca romana, soffermandosi un po' più a lungo sulla famiglia dei 
pittori Artari, oriundi di Arogno nel Canton Ticino, e di cui alcuni membri 
nel secolo scorso si stabilirono e lavorarono nella valle d'Aosta. Forse 



— 48 — 

l'opuscolo è un estratto di queW Essai sur la peinture dans la Vallee 
d'Aoste^ che apparve a puntate sul giornale di Aosta la Doire nel 19 14, 
e che provocò quella fiera critica del Frutaz sul Ducké d Aoste. A lui 
rispose con non minore ferocia il Tibaldi (i), confutando, ma in parte 
anche riconoscendo le mende rilevate dal Frutaz in un lavoro, che certo 
è incompleto e inesatto. 

F. Carandini, Vecchia Ivrea., Ivrea, Viassone, 19 14. — L'esame degli 
statuti della città di Ivrea dell'anno 1744, suggerì all'autore l'idea di questa 
opera, la quale però riguarda gli avvenimenti della città anche nell'epoca 
romana e medioevale, e persino nel periodo piìi recente. Fatti di storia e 
di cronaca, notizie di topografia, descrizioni di monumenti artistici sono 
messi insieme senza ordine, nell'intento piuttosto di dilettare che non di 
comunicare dati precisi e nuovi. L'opera rivela cioè la natura della sua 
prima concezione, quando doveva apparire in forma di articoli sul giornale 
// Piemonte. 

* T. Tibaldi (*), Storia della valle d'Aosta., Torino, Società tip. ed. naz.. 
Voi. V, 1916. 

GUIDE — TOPOGRAFIA 

* C. Cipolla, Una visita a Bobbio, Bobbio, Cella, 1914. 

* V. AviNO e L. Rossi, Ossola bella, Domodossola, La Cartografia, 19 14. 

* La « Savoie » vue par les écrivains et les artistes. Guide pratique 
des curiosités artistiques et naturelles de la Savoie et de la Haute-Savoie 
par Van Gennep, Paris, Michaud, 19 14. 

* S. Costa, Isola del Cantone in Valle Scrivia^ Genova, Tip. della Gio- 
ventù, 191 5. 

Guida-raccolta epigrafi, monumenti e lapidi della città di Torino e 
dei suoi sobborghi, Torino, G. Bocca, 191 5. — È una raccolta, di scopo 
essenzialmente pratico, delle iscrizioni delle lapidi e dei monumenti. Nella 
disposizione manca ogni ordine, sia cronologico, sia topografico o alfabe- 
tico, ma vi supplisce un indice finale alfabetico dei nomi di persona e di 
luogo. 



(i) Épilogue à l'Essai sur la peinture en Vallèe d'Aoste, Ivrée, Garda, 1915. 
(*) Le opere segnate con asterisco saranno oggetto di trattazione in fascicoli 
successivi del Bollettino, 



-49- 



ETÀ PREROMANA E ROMANA 

C. BicKNELL, A Guide to the prehistoric Rock-Engravings in the italian 
Maritinte Alps, Bordighera, Bessone, 191 3. — Già da varie decine di anni 
le misteriose incisioni preistoriche, esistenti sulle superfici levigate delle 
alte valli delle Alpi Marittime intorno al Monte Bego (vai Fontanalba, vai 
Meraviglia, vai Masca, Vallauretta) attrassero l'attenzione di paletnologi. 
Il benemerito Signor Clarence Bicknell compendia in questo volume, che 
egli con la sua solita modestia intitola « Guida », il frutto delle sue lunghe 
ricerche su di esse. Egli ne numera oltre 12.000, specificando i luoghi 
dove esse si trovano e dando la riproduzione delle principali. Le ipotesi, 
che egli fa sulla loro origine, sono improntate ad un riserbo veramente 
scientifico. 

E. ScHiAPARELLi, La geografia dell'Africa orientale secondo le indica- 
zioni dei monumenti egiziani^ Roma, Tip. della R. Accademia dei Lincei, 
191 6. — L'autore espone il risultato delle sue lunghe e complesse ricerche 
intorno alle cognizioni che gli antichi egiziani ebbero dell'Africa orientale. 
Nella nota quarta, che contiene l'indice geografico, secondo l'ordine del- 
l'alfabeto egiziano, alla parola lonka o Donga, nome del pigmeo danza- 
tore del Faraone Noferkara, egli tratta dell'uso delle case principesche 
egiziane di tenere simili pigmei. E a questo proposito esamina fra l'altro 
le pitture della tomba di Horemheb raffiguranti questa danza caratteristica 
e le confronta con un bronzo romano del Museo di Torino (pag. 300, 
tav. Ili e IV). 

C. Poma, La iscrizione celtica di Novara^ « Bollettino storico per la 
provincia di Novara », Novara, anno 191 5, fase. Maggio-Giugno, pag. 73, 
— Il Poma dà notizia degli studi compiuti da Sir John Rhys sulla lapide 
celtica di Briona, conservata nel chiostro della Cattedrale di Novara, e 
propone alcune modificazioni nella interpretazione. 

Ch. Marteaux e M. Le Roux, Boutae (Les Fins d'Annecy) Vicus 
romain de la cité de Vienne^ Annecy, Abry, 191 3. — L'opera consta di 
due parti. La prima è la storia degli scavi, purtroppo per la maggior parte 
casuali e irregolari, compiuti nell'area dell'antico vicus romano, l'inventario 
e la descrizione illustrata e commentata degli oggetti raccoltivi. La seconda 
tratta della topografia del vicus, della sua origine e dei suoi destini dal I 
al V secolo d. C. 

Boll. Soc. Piim. Archici, l B. Arti. 4 



- 50 - 

Nel 191 4 è uscito un primo supplemento a questa opera, compilato 
dagli stessi autori. 

È interessante per l'analogia, che i risultati di questi scavi nella Savoia 
presentano con quelli degli scavi eseguiti nel Piemonte. 

MEDIO-EVO E RINASCIMENTO 

Francesco Gasparolo, A proposito di una 'iscrizione sulla facciata 
della demolita chiesa di S. Siro di Alessandria, « Rivista di storia, arte e 
archeologia della provincia di Alessandria », Alessandria, anno 191 5, 
fase. LVIII, pag. 329. — L'autore esamina l'iscrizione, traendo motivo 
dalla pubblicazione di alcuni documenti dell'Archivio comunale di Ales- 
sandria, relativi ai gravi dissidi, sorti per questa iscrizione, quando si 
restaurò la chiesa, sul principio del sec. XVIII. Egli non pone in dubbio 
che la fondazione della chiesa si ricolleghi con un personaggio della fa- 
miglia dei Guaschi, come l'iscrizione ricorda; ma ne ritiene certamente 
erronea la data del 448, anche ammettendo che la chiesa sia anteriore al- 
l'anno 1169, a cui risale la sua prima notizia. Il Gasparolo suppone, che 
qualche membro della casa Guasca abbia voluto legare il nome della' sua 
famiglia all'antichità falsamente attribuita alla chiesa, forse perchè nella sua 
tradizione famigliare questa data del 448 segnava qualche importante av- 
venimento. 

P. F. Kehr, Regesta Pontificum Romanorum. Italia Pontificia, Voi. VI, 
Pars II: Pedemontium - Liguria Maritima\ Berolini, y^/«d? IVeidmannos, 
1914. — È il repertorio sinora più completo dei privilegi e delle lettere 
pontificie anteriori al 1198, importante per le notizie storiche relative alle 
molte abbazie fiorite in Piemonte (Recensione di F. Gabotto in « Bollettino 
Storico Bibliografico Subalpino », Torino, anno 1914, N. IV-VI, pag. 414. 
Recensione in « Rivista storica benedettina », Roma, anno 191 5, fase. 
30 aprile, pag. 122. Recensione anonima in !}ulia Dertona, Tortona, 
anno 191 5, fase. XLVI, pag. 46). 

G. Canonica, La zecca di Cortemilia dei Marchesi Del Carretto, Car- 
magnola, Clava, 1914. — L'autore premette alcuni cenni storici sulla di- 
nastia Aleramica dei Marchesi Del Carretto. Classifica quindi in quattro 
gruppi le monete note della zecca di Cortemilia, dalla fine del sec. XII al 
principio del XIV, segnalando una nuova moneta. Infine descrive le sin- 
gole monete, di cui dà la riproduzione grafica, facendo commenti e stabi- 
lendo confronti. 



— 51 — 

*E. Arborio Mella, Il Duomo di Vercelli, Vercelli, Gallardi e Ugo, 1914. 

C. Di Sant'Eligio, S. Francesco in Piemonte e in Liguria^ « Il Mo- 
mento », anno 191 5, 25 maggio. — È una rapida rassegna dei conventi 
francescani sorti in Piemonte e in Liguria, dopo il passaggio di S. Fran- 
cesco nel 121 3, durante il suo viaggio in Francia e in Ispagna; dei mo- 
menti più gloriosi del loro fiorire e dei monaci più famosi che vi abitarono. 

R. Archivio di Stato di Siena, Terzo libro della Biccherna, « Bollet- 
tino senese di storia patria », Siena, anno 191 5, fase. II, pag. 67. — Ri- 
sulta che un Jacobino de Tartona lavorava nel 1230 alle fortificazioni del 
castello di Chianciano senese. 

P. Lugano, L'edifizio cistercense di Rivalla Scrivia presso Tortona^ 
« Rivista storica benedettina », Roma, anno 191 5, fase. XLV-XLVI, p. 377. 
— L'autore ripete qui le notizie, relative all'edifizio dell'abbazia, già pub- 
blicate in Julia Dertona, con le riproduzioni dei disegni dell'architetto Molli 
(v. pag. 32). 

// ducato d'oro di Filiberto di Savoia con le iniziali G. T.^ « Rivista 
italiana di Numismatica », Milano, anno 191 5, fase. II, pag. 255. — La no- 
tizia, comunicata dalla signorina G. Mayer, è tolta dal « Numismatic Cir- 
cular » di Londra. L'autrice, conformandosi al criterio di Augusto Ladé, 
interpreta le iniziali G. T. come indicanti il nome del luogo, ove fu coniata 
la moneta : Genève ; e il nome proprio del medaglista : Thomas (Blondel). 

P. D'Ancona, Un frammento della tomba di Maria di Serbia^ opera 
di Matteo Sammicheli, « L'Arte », Roma, anno 1916, fase. I, pag. 22. — Il 
Bandi di Vesme, qualche anno fa, dando notizia di un frammento della 
tomba di Maria di Serbia (f 1495) nel S. Francesco di Casale, aveva segna- 
lato come al principio del sec. XIX se ne conoscesse anche un altro fram- 
mento. Questo precisamente esamina il D'Ancona, avendolo riconosciuto 
nella casa De-Conti di Casale. La figurazione è una complessa allegoria 
della vita umana; e l'autore osserva questo sfoggio di erudizione, ancora 
tutto medioevale, nell'arte piemontese del principio del '500, mentre nelle 
altre regioni italiane l'arte si orientava verso il più alto idealismo. 

P. D'Ancona, Due preziosi cimeli miniati nel duomo di Casale Mon- 
ferrato^ « L'Arte », Roma, anno 1916, fase. II, pag. 85. — Si tratta di due 
libri liturgici. Uno è un messale membranaceo, che verisimilmente risale 
al Cardinale Bernardino Camberà (f 1506). Ha solo una grande miniatura 



— 51 — 

in prima pagina, la quale al D'Ancona non sembra opera di un artista ro- 
mano, come già al Bandi di Vesme, ma piuttosto di un artista italiano, 
che subì influenza di arte straniera. Il secondo cimelio è un antifonario 
membranaceo, il quale ci fornisce due importanti indizi storici : il nome 
del miniatore: Bartolomeus Rigossi B.; e la figura di Guglielmo Paleologo, 
marchese di Monferrato, nell'atto di far voto a Dio per ottenere una di- 
scendenza maschile (1467). 

G. Vasari, Vita di G. Antonio Bazzi, detto il « Sodoma », con una 
introduzione, note e bibliografia di F. Sapori, Firenze, Bemporad e 
figlio, 1916. 

*P. Galloni, Sacro Monte di Varallo (Origine e svolgimento delle opere 
d'arte), Varallo, Zanfa, 1914. 

R. A. Marini, Medaglie e medaglisti sabaudi del Rinascimento. Contri- 
buto alla storia dell'arte subalpina, Torino, Artigianelli, 191 3 (Recensione 
di L. Rizzoli in « Rivista storica italiana », Torino, anno 191 5, fase. Ili, 
pag. 306). 

*S. Weber, Die BegrUnder der piemonteser Malerschule im XV. und 
zu Beginn des XVI. Jahrhunderts, Strassburg, Heitz, 19 11 (Recensione di 
L. Rovere, in « Rassegna bibliografica », Ascoli Piceno, anno I9ii,n. 11-12; 
anno 191 2, n. 4-7, e di L. Motta Giaccio nell'* Arte », Roma, anno 191 2, 
fase. Ili, pag. 222). 

*A. Venturi, Storia dell'arte italiana. La pittura nel '400, Voi. VII, 
Parte IV, Milano, Hoepli, 191 5 (Gap. X. La pittura in Liguria e nel 
Piemonte^. 

F. Gasparolo, / portici vecchi di Alessandria^ « Rivista di storia, arte 
e archeologia della provincia di Alessandria », Alessandria, anno 19 16, 
fase. LXI, pag. 47. — Da alcuni documenti dell'Archivio di Stato di Milano, 
dei sec. XV, XVI, XVII, il Gasparolo ricava notizia dei portici, che esi- 
stevano intorno alle case della Piazza Grande di Alessandria e delle vie 
adiacenti. 

ETÀ MODERNA 

G. Vksco, L'assedio di Trino nel 1613 ricordato da un antico mo- 
numento di Borgo d'Ale^ * Archivio della Società vercellese di storia e 
d'arte », Vercelli, anno 191 5, N. 2, pag. 200. — Il Vesco esamina l'iscrizione 
del quadro di S. Michele Arcangelo, esistente nella chiesetta di S. Carlo, 



- 53 — 

tra Cigliano e Borgo d'Ale. Egli crede che l'iscrizione ricordi un ex-voto 
di soldati di Borgo d'Ale, che parteciparono nel 1613 all'assedio di Trino 
vercellese, insieme con le milizie di Carlo Emanuele I, e non crede che 
si tratti di un ex-voto di soldati scampati a un assedio posto a Borgo 
d'Ale dai Trinesi nel 161 3. 

A. De Ceuleneer, La Derniere Cène de Balthasar Mathysens à la So- 
perga, « Les Arts anciens de Fiandre », Bruges, voi. VI, fase. Ili, pag. 130. 
— L'autore ha rintracciato nella biblioteca del convento di Superga una 
grande Cena del pittore Balthasar Mathysens, o Mattheus, o Matthieu, na- 
tivo di Anversa, ma dal 1654 pittore della Corte di Savoia a Torino. Sti- 
listicamente quest'opera rivela l'influenza della scuola di Anversa, e spe- 
cialmente AeW Ultima Cena di Rubens, ora al Louvre (1632), non senza 
influenza di scuole italiane e non senza tratti originali. Il pittore si ma- 
nifesta cioè uno dei buoni maestri della scuola di Anversa nel sec. XVII. 

Baudi di Vesme, Baldassarre Mathieu, pittore di Anversa^ « Atti della 
R. Accademia delle Scienze di Torino », Torino, anno 1913-1914, voi. XLIX, 
disp. XI, pag. 1018. — Il Vesme dà notizia come il pittore fosse nel 1658 
priore della Compagnia di S. Luca a Torino, e come morisse nello stesso 
anno. Nel castello di Moncalieri si conserva una sua tela rappresentante 
due damigelle della Corte di Savoia a cavallo in una scena di caccia. 
Un'altra tela della stessa serie, raflìgurante la Duchessa Cristina a cavallo 
con il figlio Carlo Emanuele, è scomparsa ; ma ce ne rimane un'incisione 
del Tasnières. 

Corrado Ricci, // ritratto di Cristina Paleotti, « Bollettino d'arte », 
Roma, anno 191 7, nn. 1-2, pag. i. — Nel 1891 il Ricci occupandosi di 
Cristina Paleotti, la bellissima e intelligente avventuriera del '600 (i), non 
aveva potuto rintracciarne il ritratto, di cui però gli risultava notizia da 
un inventario del 1690. Ora uno se ne conosce: fu acquistato dalla Pina- 
coteca di Torino nel 1914 (v. pag. 27); e il Baudi di Vesme è autoriz- 
zato, dai risultati delle sue indagini, a ritenere autore del quadro il fran- 
cese Paolo Mignard, che lo dipinse a Milano nell'estate del 1674, trovandosi 
di passaggio in questa città. Il ritratto era destinato al duca di Savoia 
Carlo Emanuele II. Una copia non cattiva, ma meno fine e meno viva 
dell'originale, fu eseguita nel 1679 da Pietro Paolo Veglia, e si trova in 
una sala del palazzo Chigi ad Ariccia, insieme con altri trentasei ritratti, 



(i) Una illustre avventuriera, Milano, Treves, 1891. — Cogliati, 1904 (in Vita barocca)' 



— 54 — 

copiati dallo stesso pittore e raffiguranti le più belle dame vissute al tempo 
del cardinale Flavio Chigi, nipote di Alessandro VII e autore della raccolta. 

* L. Melano-Rossi, // tempio della pace in vai d'Ermena presso Mon- 
dovìy Milano, Alfieri e Lacroix, 191 4. 

A. Telluccini, La Real chiesa di Soperga, Torino, Artigianelli, 1914. 
— È la storia documentata della chiesa e del convento. 

M. E. Casella, / Canonici di Lu, « Arte e Storia », Firenze, anno 1916, 
n. 6, pag. 171. — L'autrice rintraccia le vicende storiche, che determina- 
rono la composizione del quadro di Pier Francesco Guala. Esso rappre- 
senta i Canonici della collegiata di Lu in atto di scrivere una lettera di 
ringraziamento al papa Benedetto XIV, per il privilegio ottenuto nel 1748 
di portare il rocchetto e la cappa. Il Guala nacque a Trino vercellese 
nel 1698 e morì a Milano nel 1760. Opere di lui si conservano in Casale 
Monferrato, a Trino, a Lucedio. 

* L. Rovere, // Palazzo dell'Accademia Filarmonica di Torino, Milano, 
Alfieri e Lacroix, 191 5. 

Palast-Architektur von Ober Italien und Toscana vom XIII-XVIII 
Jahrhundert, V Band, Arbeiten herausgegeben von A. Haiipt, 4-5 Lief,, 
Berlin, E, Wasmuth, 191 1. — Dell'architettura piemontese vi è conside- 
rata solo quella di Torino. E a Torino, dopo alcune premesse di carattere 
generale, sono dedicati solo pochi cenni, riguardanti le principali costru- 
zioni civili del '600 e del '700: il palazzo del Valentino, il palazzo delle 
Scienze, il palazzo Carignano e il palazzo Madama. 

// barocco piemontese. Soggetti architettonici ricercati e scelti da 
G. C. Dall'armi e corredati di notizie storiche e illustrative, Torino, Dal- 
l'Armi, 191 5 (in corso di pubblicazione). 

*G. Chevalley, Gli architetti, l'architettura eia decorazione delle ville 
piemontesi nel secolo XVIII, Torino, Società tip. ed. naz., 191 2. 

Francesco Gasparolo, Progetto di ultimazione del Palazzo Comunale 
di Alessandria, « Rivista di storia, arte e archeologia della provincia di 
Alessandria », Alessandria, anno 191 6, fase, LXI, pag. 50. — Da un docu- 
mento dell'Archivio comunale di Alessandria, del sec. XVIII, senza data, 
si ricava notizia di un prestito offerto al Comune di Alessandria per com- 
piere il Palazzo Comunale, e di un preventivo della spesa fatto dall'archi- 
tetto Giuseppe Caselli. 



- 55 — 

Giacinto Cerrato, Contributo alla monetazione sarda di Vittorio Ema- 
nuele /, « Rivista italiana di Numismatica », Milano, anno 191 5, fase. I, 
pag. 69. — Oltre alle note monete, il reale e il tre cagliaresi, fatte co- 
niare da Vittorio Emanuele I nel suo esilio di Sardegna, l'autore dà no- 
tizia di un'altra monetina, che egli ritiene contemporanea al tre cagliaresi, 
l'uno cagliarese, ora assai rara, ma di scarso interesse artistico. 

E. Grosso, Davide Calandra (Bozzetto biografico), « Il Secolo XX », 
Milano, anno 191 5, fase. XIV, pag. io. 

Giacomo Grosso pittore, 50 tavole, con introduzione di Corrado Cor- 
radino, Torino, Celanza, 191 5, « Coli. Artisti d'Italia ». 

A. Vinardi, Le mostre d'arte a Torino, « Emporium », Bergamo, a. 1916, 
marzo, pag. 209. — L'autore ricorda le principali mostre artistiche, indi- 
viduali e collettive, che ebbero luogo in Torino nell'anno 191 5, e dà un 
rapido resoconto della mostra individuale di Agide Noelli e delle mostre 
degli Amici dell'Arte, dell'Accademia Albertina e del Circolo degli Artisti. 
Egli fa il nome dei principali espositori e dà la riproduzione delle opere 
più notevoli, rilevando in generale nelle mostre degli Amici dell'Arte e 
dell'Accademia Albertina un carattere prevalentemente decorativo, e nella 
esposizione del Circolo degli Artisti un insieme accurato e ordinato, in 
cui però nessuna opera si impone in modo speciale e assoluto. 

Leonarda Masini. 



Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi - Torino, via Ospedale, } (76021). 



'OST* 



Anno I. Luglio-Settembre 191 7 N. 3 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



» «♦* — — 



Pubblicazione trimestrale. 



^>^^2^ 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipografo di S. M. e Rll. Principi 
I917 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indiriz- 
zate al Socio vice bibliotecario responsabile Conte LUIGI KATI-OPIZZONI, 
Via Brofferìo, 3. 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



Anno I. Luglio-Settembre 191 7 N. 3 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Arclieologia e Belle Arti. 



NECROLOGI 



GIAMBATTISTA MORANDI 

Di questo nobilissimo e valoroso Socio corrispondente pronunziò la 
commemorazione il Socio Barbavara nell'assemblea del 31 gennaio 1916. 

Prima di tratteggiare l'importante attività storica del Morandi, l'ora- 
tore ne ricordò, esaltandola, l'elevatezza e la generosità dell'animo e del 
carattere, che diresse tutta la sua vita e rifulse nella sua morte gloriosa. 

Nato in Novara da una famiglia, in cui era tradizionale la missione 
dell'insegnamento, Giambattista Morandi frequentò quegli studi, che lo 
condussero alla laurea in lettere, e ben presto rivelò la sua predilezione 
per le indagini storiche. 

Queste indagini egli non estese oltre i confini del novarese, vagheg- 
giando una raccolta compiuta del materiale, che avrebbe concesso a lui o 
a qualche studioso a venire la possibilità di comporre una storia rigoro- 
samente critica di Novara e del suo Contado. Un simile lavoro sarebbe 
stato degna continuazione e compimento dell'opera degli storici novaresi 
antichi e moderni, come il Bescapè, il Cotta, il Morbio, il Bianchini, il 
Rusconi, il Caire, il Tarella. 

Il Morandi iniziò la serie delle sue pubblicazioni storiche nel 1905, 
con una memoria su Novara e linvasione austriaca del i8^g^ interpre- 
tando in questo primo lavoro, con molta intelligenza, i documenti del 
tempo. 

L'anno dopo pubblicò nella Miscellanea storica dedicata a Raffaele 
Tarella // più, antico documento sulla coltivazione della " milica ,, del 
giugno Soy. 

Boll, Sgc, Piem. Archeol, t B. Arti. <L 



— 58 — 

Dal 1907 iniziò l'edizione del Bollettino storico per la Provincia di 
Novara^ ideato e in gran parte redatto dal fondatore e direttore. 

In esso il Morandi diede prova della vastità della sua coltura e del 
rigore del suo metodo, occupandosi di storia politica e amministrativa, di 
agricoltura, di arte, di religione, tutto discutendo, appurando, accertando. 

Poderoso fu pure il suo contributo alla Biblioteca della Società Sto- 
rica Subalpina diretta da Ferdinando Gabotto. Col Gabotto, con A. Lizier, 
A. Leone e O. Scarzello il Morandi pubblicò nel 191 3 Le carte dell'ar- 
chivio capitolare di S. Maria di Novara. Nello stesso tempo e nella me- 
desima Biblioteca storica, egli pubblicò tre altre importanti raccolte diplo- 
matiche : Le carte del Museo Civico di Novara. — Introduzione alla 
raccolta dei documenti novaresi. — Le carte dell archivio dell' Ospedale 
Maggiore di Novara. 

Frattanto il Morandi, appassionato e sagace conoscitore di cimeli an- 
tichi e particolarmente di medaglie, fu incaricato di ordinare la raccolta 
di antichità della città di Novara, e divenne così il fondatore e l'ordina- 
tore di quel Museo Civico. 

Nel tempo stesso le sue competenze paleografiche gli procurarono 
l'onorifico incarico di organizzare l'Archivio Storico municipale della città, 
nel quale sono depositati, per concessione del Governo, gli atti dell'epoca 
napoleonica relativi al Novarese. 

Mentre attendeva a questi lavori e a questi impegni con la sua calma 
mite, serena e bonaria di benedettino in abito borghese, come lo definì 
il Conte Barbavara, Giambattista Morandi fu chiamato, al primo scoppiare 
della guerra, a dirigere un battaglione di alpini con il grado di tenente. 
E i nuovi doveri egli assunse e compì con la stessa passione che metteva 
nella compilazione delle memorie storiche, nella sistemazione degli sche- 
dari, nell'ordinamento delle raccolte del Museo novarese, nelle pazienti 
indagini d'archivio. 

A questo punto l'oratore riportò alcuni tratti delle lettere del Morandi 
dal fronte, nelle quali traspare, insieme con la coscienza alta e serena della 
sua missione, la consapevolezza del pencolo imminente e minaccioso. E 
infatti il Morandi, ritornato al fronte dopo una breve licenza, ottenuta in 
seguito alla sua promozione a capitano nell'ottobre del 191 5, trovò la morte 
in età di 39 anni. 

A onorare la memoria di questo valente studioso e soldato il conte 
Barbavara auspicò che qualcuno, degno di lui, ne raccolga l'eredità morale 
? intellettuale. 1 



— 59 — 
STEFANO MOLLI 

Con parola commossa di amico e di ammiratore lo Chevalley nella 
seduta sociale del 21 gennaio 191 7 ricordò la vita e le opere dell'archi- 
tetto Stefano Molli: 

« Di Stefano Molli, del gentile architetto che noi tuttora piangiamo, il 
nostro collega Prof. Reycend ha già tessuto in altra sede una magistrale 
commemorazione, e l'opera artistica del suo allievo ed amico vi ha stu- 
diata con tanto affetto, ne ha fatto un'analisi così viva e profonda, che il 
tentare oggi di ripeterla non potrebbe sortire che ad un plagio. 

« Io mi limiterò quindi, più che altro, a dirvi oggi alcuni ricordi per- 
sonali riguardanti Stefano Molli : e mi par quasi di far cosa più grata allo 
spirito del nostro amico parlando famigliarmente di Lui fra amici e col- 
leghi e di rendere in tal modo omaggio a quella sua profonda modestia, 
che insieme all'alta religione del dovere ed allo squisito sentire dell'Arte 
costituivano le caratteristiche più spiccate della personalità morale di Ste- 
fano Molli. 

« Il nostro Collega aveva sortito i natali nel 1858 a Borgomanero: il 
padre suo era architetto ed all'arte coltivata dal padre volse egli pure la 
mente e gli studi con giovanile entusiasmo. 

« Laureato ingegnere nel 1882 in quella gloriosa Scuola di Applica- 
zione del Valentino che ebbe tanta fama, cercava tosto di completare la 
sua cultura artistica frequentando l'Accademia Albertina e con un lungo 
soggiorno a Roma. 

« Tornato a Torino, egli fu ammesso nello studio di uno dei più ge- 
niali fra gli architetti dei tempi nostri, del conte Ceppi, che all'alto sen- 
tire artistico unisce le più squisite doti di mente e di cuore. 

« Ed in quel cenacolo dell'Arte io conobbi il Molli, quando ebbi la 
ventura di essere ammesso a farne parte nell'anno 1893. 

« Curioso e simpatico studio quello del Ceppi, che poteva quasi pa- 
ragonarsi a quelle botteghe degli antichi pittori, scultori, orafi toscani, di 
cui ci parlano le Vite del Vasari: un gran stanzone che riuniva tutti 
attorno al Maestro, la cui bella figura d'artista col caratteristico largo ber- 
retto piatto in capo, ci accoglieva sempre con un sorriso di bontà. 

« Quando lo conobbi, il Molli aveva ormai già presa larga padronanza 
nell'arte sua e dal Ceppi, che Egli aveva assistito in importanti lavori, era 
considerato come un valentissimo e caro collaboratore : ricordo tra i più 
notevoli lavori, a cui aveva preso parte, il progetto di concorso pel palazzQ 



— 60 — 

del Parlamento che il Ceppi aveva studiato col Comotto, il progetto di 
concorso per l'Ospizio Tapparelli d'Azeglio a Saluzzo, il palazzo Ceriana 
all'angolo di via Arsenale e del corso Oporto e la singolare ed ardita 
chiesa del Cuore di Maria, ecc. 

« Ed il Molli nella sua collaborazione portava quell'alto senso del do- 
vere che per lui assurse sempre ad una vera religione. Ma oramai egli si 
sentiva spinto a tentare quelle vie che s'aprivano alla sua mente innamo- 
rata delle nostre architetture del trecento e del quattrocento. 

« Già il Collega nostro aveva progettato la chiesa di Novaretto tutta 
raccolta e gentile nella sua semplicità, ed appunto stava lavorando alla 
chiesa della Nostra Signora del Suffragio in Susa, un'elegante costruzione 
che s'ispirava ai migliori modelli dell'architettura del primitivo rinascimento 
lombardo e toscano. Il nostro buon amico, con quella coscienziosità che 
gli era tutta propria, andava studiando e ristudiando i suoi progetti ; e la 
chiesa sorse gentile fiore d'arte in mezzo alle solenni masse delle nostre 
Alpi. 

« Ed a nuove creazioni frattanto attendeva l'architetto colla palazzina 
e tipografia Marietti, coU'asilo infantile delle Rosminiane in Torino, coi la- 
vori del Collegio Rosmini a Stresa, colla darsena e lavanderia del Semi- 
nario nell'isola di S. Giulio sul Iago d'Orta, ecc., lavori tutti in cui sapeva 
infondere traccie della sua anima gentile e brillava la sua geniale signorilità. 

« E venne l'Esposizione di Torino del 1898: sorse parallelamente 
l'idea dell'Esposizione d'Arte Sacra: al Molli fu affidato il progetto e la 
costruzione degli edifici, ed egli vi dedicò, come soleva, tutto se stesso. 
Di giorno attendeva a dirigere il cantiere, a far contratti, a trattar con gli 
mpresari e gli espositori: di notte infaticabilmente disegnava i più svariati 
edifici, trovando sempre il miglior modo di raccordare fra loro, di disporre 
nuovi locali adatti alle infinite esigenze che gli venivano affacciate, nello 
spazio limitato di cui poteva usufruire. 

« Anche in quelle costruzioni di gesso, di tela e di legno seppe portar 
la finitezza, la signorilità che erano per lui come una seconda natura, un 
sigillo che egli sapeva imporre su ogni opera uscita dalla sua mente. 

« L'opera riuscì veramente cosa geniale, giustamente ammirata e lo- 
data da quanti la videro; e per quanto l'innata modestia del nostro archi- 
tetto lo inducesse sempre a tenersi appartato, tuttavia il suo nome fu 
largamente conosciuto ed apprezzata l'arte sua. E subito i lavori affluirono 
ed egli ebbe numerose occasioni di dedicarsi ad architettare ville, chiese, 
cappelle, tombe, lapidi ed i piìi svariati edifici. Ricorderò solo di lui fra 
le opere sue le più importanti e più lodate: il bell'edificio dell'Unione Ti- 



— 61 — 

pografìca Editrice Torinese, così elegante e pur così adatto allo scopo a 
cui è destinato ; la magnifica Scuola Femminile di Smirne, la ricostruzione 
del castello di Barengo, l'edificio che la munificenza del Comm. Bona 
eresse in Biella, il Camposanto di Borgomanero, ecc. 

« Egli soleva studiare e disegnare i suoi edifici interamente da sé, 
senza alcun aiuto di disegnatore, anche nei più minuti particolari, con in- 
finita sincerità ed umiltà : dico umiltà, perchè nulla egli trascurava in questi 
studi, e di ogni piccola cornicetta, di ogni disposizione di mattoni, di ogni 
ferruzzo e di ogni lavoretto in legno egli dava i disegni e particolari in 
grande scala ed al vero. E con lena infaticata egli proseguiva poi il suo 
lavoro di direzione nei cantieri, nei laboratori, negli opifici, nelle cave, 
incontentabile sempre, nulla tralasciando, viaggi, corrispondenza, noie, la- 
vori, pur di far riuscire l'opera come l'aveva immaginata, come la mente 
sua l'aveva vista ed accarezzata. I suoi disegni accurati, chiari, dal tratto 
un po' secco nella loro nitida e direi quasi matematica precisione, sono 
esempio mirabile di lavoro paziente e geniale. 

Egli amava veramente l'arte sua con tutta l'anima e mai se ne scor- 
dava: e di ogni cosa che egli vedeva nei suoi viaggi, nelle sue gite, nei 
libri, nelle fotografie che gli passavano sott'occhio, raccoglieva memoria 
in rapidi schizzi, in accurati disegni, che riuniva poi in certe cartelle co- 
stituenti per lui un prezioso materiale di lavoro. 

« Stefano Molli prediligeva singolarmente quell'Arte Lombarda del 
quattrocento che aveva imparato ad amare fin da bimbo nei paesi finitimi 
della sua Borgomanero: ed a quell'arte, che egli aveva studiato con tanto 
amore, ispirava più volentieri le sue creazioni architettoniche; quest'arte egli 
sentiva profondamente ed era così affine all'animo suo gentile, sereno e 
buono, che era veramente diventata sangue del suo sangue, carne della 
sua carne: e quanto sentiva sapeva genialmente tradurre, adattando da 
maestro le sue concezioni alle finalità a cui l'edificio doveva corrispondere, 
ai desiderii dei clienti, al paesaggio stesso. 

« Il Molli è veramente da porsi tra coloro che nel periodo d'arte che 
predilessero seppero meglio immedesimarsi riescendo a creare cosa tutta 
personale a sé, dove non si sa scorgere il punto in cui cessa la creazione 
sua e dove incomincia la tradizione antica. 

« Non é però da credere che egli disprezzasse sistematicamente ogni 
forma diversa da quella che prediligeva: ed anche a quelle tendenze verso 
un'arte nuova, che venivano sviluppandosi e che culminarono nell'Esposi- 
zione d'Arte decorativa di Torino, Egli guardava con simpatia e curiosità 
pur non disgiunta da qualche scetticismo. Lo interessavano gli sforzi di 



chi avrebbe voluto creare di tutto punto un'arte nuovissima, simile ad una 
Minerva uscita armata dal capo di Giove ; ed Egli fu uno dei più zelanti 
membri del Comitato per quell'Esposizione di arte decorativa. 

« Ma ad un'altra Esposizione torinese, quella del 191 1, egli ha por- 
tato il contributo della sua energia di lavoratore e della sua arte coi col- 
leghi ing. Salvadori e Fenoglio. L'opera nell'insieme riuscì grandiosa: gli 
edifici erano stati progettati seguendo quel barocco Juvariano che a Torino 
ha impresso una particolare fisionomia, ed allo studio ed all'esecuzione dei 
progetti l'amico nostro diede un notevole contributo della sua operosità. 

« Appena chiuso il periodo di intenso lavoro dell'esposizione del 191 1, 
ad altri lavori importanti Egli attendeva, quali la chiesa parrocchiale di 
Borgomanero, l'Istituto Commerciale Bona in Biella, ed importantissimo fra 
tutti lo studio fatto col comm. Salvadori del nuovo Politecnico. Ma oramai 
si avvicinava la fine della sua tanto laboriosa carriera : scoppiata la guerra, 
interrotto il progetto del nuovo Politecnico, egli volse ancora la sua atti- 
vità alla fondazione con egregi colleghi dell'Opera di Assistenza dei Mu- 
tilati in guerra, e presiedette più particolarmente alla costituzione della 
Casa Scuola di Rieducazione, che trovò sede in un elegante edificio che 
era pur sorto sui suoi disegni per altro scopo. 

< Ed a quell'opera Egli, già profondamente ammalato, dedicava le 
ultime sue forze, stoicamente dimenticando le sue sofferenze per ricordar 
solo quelle degli altri: ed era veramente commovente il veder la paterna 
bontà, l'infinita pietà che gli riluceva negli occhi tra quei gloriosi mutilati, 
la cui uniforme gli ricordava forse i figli amatissimi che egli, sempre osse- 
quente al dovere, aveva mandato a combattere per la Patria. 

« A breve andare però il male vinceva la sua forte fibra: sino all'ul- 
timo giorno aveva lavorato, sopportando con serena, cristiana fortezza di 
animo le sofferenze, nascondendole per non turbare maggiormente l'animo 
dei famigliari; ed infine si sottoponeva con stoico coraggio all'operazione 
che i medici avevano dichiarata necessaria. 

« Ma questa a nulla valse, e nello scorso aprile, circondato dalla fa- 
miglia, che Egli tanto amava, serenamente si spense. 

« In una fredda giornata primaverile, la sua salma tornava a Borgo- 
manero; un lungo stuolo di gente l'accompagnava in quel mirabile Cimi- 
tero che l'arte sua aveva ornato per il paese natio, dove riposavano i padri 
suoi, e dove Egli pure riposa accanto all'amatissimo figlio primogenito, 
precedendo un altro diletto figliuolo che pochi mesi dopo doveva cadere 
per la Patria. 

« Ed allora apparve a chi aveva voluto accompagnarlo all'ultima di- 



- 63 — 

mora, come un ultimo saluto che l'amico carissimo mandava dall'ai di là, 
quella tomba bellissima che Egli aveva voluto dedicare al figlio Giovanni, 
quel monumento a cui aveva dato tanta parte dell'animo suo, tante cure, 
che tanti affanni gli aveva costato e che con tenacissima volontà aveva 
voluto veder finito nell'autunno precedente, quasi presago della morte im- 
minente. 

« Monumento in cui Egli ha saputo portare un'altissima nota dell'arte 
sua prediletta, che si direbbe uscito dalla mente d'uno dei migliori artisti 
del nostro Rinascimento, ma nel quale pur trasparisce viva e netta la per- 
sonalità artistica del suo creatore. 

« L'arca marmorea poggia su elegantissime colonnette e stacca su un 
fondo a mosaico verde con tralci d'oro: e sull'arca è posto un bassorilievo 
che ci ricorda il nome di un altro scomparso caro a noi ed all'arte : quello 
di Davide Calandra, che per l'amico aveva amorosamente modellata la 
scena del « Figlio della vedova ». 

« Per noi che del Molli ricordiamo la bontà, la gentilezza d'animo, 
l'alto e nobile sentire, la grandezza morale, il suo ricordo durerà fin che 
vivremo. Ma noi scomparsi sopravviverà ancora la sua opera di architetto, 
così pura, luminosa, così nobile ed onesta. 

« Ed io penso che pochi come Stefano Molli potrebbero fregiarsi di 
quella formula in cui si riassume in modo quasi matematico l'aspirazione 
di ogni vero architetto e che gli antichi ingegneri solevano far seguire al 
loro nome: 

Vir bonus aedificandi peritus » . 



-64- 



NOTE 



A proposito di una pubblicazione di C". Moller 

(Scoperte archeologiche nel distretto intrese. Intra, Almasio, 1913). 



Finora nel bacino del Verbano i ritrovamenti archeologici furono 
specialmente ragguardevoli dove la valle del Ticino si allarga scendendo 
nel lago e dove il fiume ripiglia il suo corso fra la pianura lombarda ed 
il Novarese. 

Sul versante a destra del lago furono in vari tempi fatte scoperte 
nell'agro intrese, ma si tratta, per gran parte, di rinvenimenti casuali, di 
cui è rimasta memoria e documentazione mercè l'interessamento di qualche 
studioso locale e l'opportuna iniziativa del Municipio di Intra, che deliberò 
di raccogliere in una « Sala Storica » i materiali degni di studio. 

Benemerito per istudi e ricerche nel bacino del Lago Maggiore fu 
sullo scorcio del secolo passato Filippo Ponti, che nel 1896 pubblicò ad 
Intra una pregevole monografia : / Romani e i loro precursori sulle rive 
del Verbano. Il lavoro è però rimasto in tronco nella parte che riguarda 
il territorio di Intra, circa il quale non pubblicò se non alcune Tavole, 
che egli aveva preparate ad illustrazione del testo. 

Più recentemente uscì un'altra pubblicazione per cura di Carlo Miìller, 
un altro studioso intrese, il quale approfittando anche di note lasciate dal Ponti 
e tenendo conto delle ultime scoperte avvenute mise insieme un complesso 
di notizie ben vagliate e documentate, che rappresentano un ottimo con- 
tributo per chi voglia più largamente studiare e la raccolta civica intrese 
e la zona archeologica da cui questa è uscita. 

Le notizie fornite dal Miiller sono necessariamente qua e là monche 
ed imperfette. Lo riconosce l'A. stesso. Ben sappiamo come vanno le cose 
nei ritrovamenti casuali. Il contadino, lo sterratore, nel lavoro scopre e di- 
strugge, spesso senza darsi neppure la cura di esaminare ciò che egli 
irreparabilmente sta rovinando o, al più, mette via come gran tesoro ciò che 
scientificamente ha poca o niuna importanza. Viene lo studioso: interroga, 



— 65- 

ma è gran fortuna se, trovando una persona intelligente, riesce a cono- 
scere le cose con una certa approssimazione. 

Il Mùller espone la sua materia con molta modestia, ma la chiarezza, 
l'ordine ed il metodo dimostrano che il lavoro fu lungamente pensato e 
possiamo aggiungere che esso è sufficente a darci qualche idea della vita 
anticamente svoltasi in quel ridente angolo del Lago Maggiore. 

La monografia del Mùller comincia dai ritrovamenti di oggetti litici. 

Nel 1891 nella città di Intra in mezzo a ghiaie provenienti, sembra, 
dal vicino torrente S. Bernardino, fu raccolta una accetta di pietra verde, 
di dimensioni minuscole, che il Miiller giudica essere un'ascia-amuleto. 
Se questa ipotesi risponde alla realtà, non sarebbe possibile, data la man- 
canza di ogni altra notizia, determinarne, neppure approssimativamente, 
l'età, quantunque il Mùller l'assegni senz'altro all'età della pietra. Ad ogni 
modo, visto il suo perfetto stato di conservazione, è verosimile che sia 
uscita da una tomba nell'immediata vicinanza di Intra. 

In tutta questa zona del versante piemontese del Lago Maggiore, 
per ciò che riguarda manufatti litici preistorici, era finora nota soltanto 
una lama di tipo eneolitico trovata a Feriolo (i). Nella « Sala storica » 
di Intra conservasi bensì una cuspide di freccia ; fu raccolta però di fronte 
ad Intra, sulla opposta sponda del lago. 

Pare che cuspidi litiche di freccie sieno state trovate nella torbiera 
di Bieno, presso Trobaso; ma andarono disperse. Il Mùller riproduce in 
fotografia, come provenienti dalla torbiera stessa, due piccoli cucchiai 
di bronzo. Sono evidentemente di epoca gallo-romana o romana. 

La scarsità di oggetti litici in questo tratto del versante piemontese 
non è dissimile da quella che si nota nel bacino superiore del Ticino, di dove 
non si conoscono che un'ascia, due martelli ed una cuspide di freccia, 
trovate nelle valli che scendono dalle parti di Locamo. Si può facilmente 
ammettere con l'Ulrich (2) che le regioni ai piedi del Gottardo non sieno 
state percorse in quei remotissimi tempi se non da qualche cacciatore. 

Tracce di popolazioni che, col progredire dei tempi, vanno facendosi 
sempre più fitte nel Canton Ticino e regioni adiacenti, ci sono offerte 
da qualche tomba della più tarda età del bronzo e da necropoli sempre 
più numerose quanto più ci avviciniamo ai tempi storici. Esse ci rivelano 



(i) Btillettino di Paletnologia Italiana, a. XXV, pag. 284. 

(2) Die Graeberfelder in der Umgehting von Bellinzona, pag. 713, Ziirich, 1914; 
Rivista archeologica di Como, a. 191 1, fase. 62. 



-é6- 

genti affini per origine e civiltà a quelle che occuparono più in basso 
la valle del Ticino ed il piano padano. Le stesse manifestazioni si scor- 
gono evidenti nei dati che il Muller ci fornisce circa le tombe e necropoli 
venute in luce in diverse parti del territorio intrese. 

* 
* * 

A Manegra, sopra Oggebbio, nel 1902 operai scavando si imbatterono 
in una tomba contenente, oltre ad un vaso fittile che andò spezzato e 
disperso, alcuni oggetti di abbigliamento personale, di cui il Muller dà 
la riproduzione fotografica. Sono due anelli semplici « di rame » (bronzo.-*) 
ed una fibula, dello stesso metallo, a sanguisuga, a lunga staffa, terminante 
con globetto e dischetto. 

Il Miiller, forse pensando al fatto che spesso fra le montagne le ci- 
viltà conservano caratteri arcaici più a lungo che non al piano, non si 
esprime sull'età di quella tomba, e si astiene da ogni considerazione. Ma 
non v'ha dubbio che la fibula è di tipo proprio del secondo periodo di 
Golasecca. Qui ci sarebbe utile il vaso fittile distrutto e le particolarità 
della forma della tomba e del rito — inumazione o incinerazione ? — 
ignote allo stesso Muller. Non sarebbe stato senza interesse poter deter- 
minare se la tomba di Manegra, sperduta fra i monti, si collega colla 
« facies » di civiltà di Golasecca o con quella, approssimativamente coeva, 
dei dintorni di Bellinzona. Ad ogni modo la notizia data dal Miiller è 
sempre assai importante, visto che in tutto il territorio, fra le necropoli 
di Castelletto Ticino, il lago d'Orta e la zona archeologica locarnense, 
questa tomba sarebbe l'unico vestigio, finora noto, delle età del ferro 
pregalliche o, al più tardi, di un periodo corrispondente agli inizi del- 
l'occupazione gallica. 

Nel Canton Ticino il tipo di fibula sopra accennato si conservò per 
un certo tempo anche accanto alle posteriori fibule di tipo La Tene. 

Di gran lunga più numerose sono le notizie del Muller riferentisi 
alla civiltà gallo-romana e romana nella regione intrese. Noto che è ben 
difficile una netta divisione tra periodo gallico e periodo propriamente 
romano, dappoiché dall'uno all'altro la civiltà si svolge insensibilmente, 
in modo continuo. 

Durante questo lungo periodo il territorio intorno ad Intra dovette 
essere densamente popolato. Un centro abitato forse esisteva proprio alle 
porte della attuale Intra : altri erano disseminati a Trobaso, Vigognino, 
Selva di Corciago, Rovegno, Caprezzo, Bienna (di Vignone), Torchiedo. 



- 67 - 

Dal punto di vista archeologico importanti sono le località di Frino, Miaz- 
zina, Zoverallo, sia perchè vi si scopersero vaste necropoli, sia perchè 
se ne hanno maggiori notizie particolareggiate. 

* 
* * 

Presso Frino furono messe allo scoperto tre tombe di forma rettan- 
golare : lastroni di pietra ne costituivano i fianchi, le testate ed il coperchio : 
di pietra erano alcune pure lastricate. Le dimensioni (m. 1,90 a 2,00 
in lunghezza ; m. 0,45 a 0,60 in larghezza) erano tali da permettere la de- 
posizione di un cadavere. Il Miiller, che personalmente esaminò queste 
tombe, ed anche ne fotografò una, non accenna ad alcun avanzo di ossa 
né inumate né combuste. Ne avrebbe certamente fatto cenno, e parla 
soltanto di « terreno colmo di terriccio nero ed avanzi copiosi di carbone ». 

Di Miazzina il Ponti, fra le tavole sopra ricordate, pubblicò anche 
il piano della necropoli. Egli vi aveva fatto, personalmente, ampli scavi. 
Parte del materiale raccolto si conserva nella « Sala storica » di Intra. 

Le tombe di Miazzina sembra fossero riunite in gruppi distinti, posti 
a diversa distanza l'uno dall'altro, per larga estensione di terreno. Note 
lasciate dal Ponti accennano a differenze tra gruppo e gruppo di tombe 
nella forma degli oggetti, numero di sepolture e disposizione loro; ma 
non specificano in che le differenze consistano. 

Alcune tombe, di forma rettangolare, lunghe circa due metri, erano 
formate da rozze sfaldature di micascisto disposte di coltello a formar 
parete, ed altre più grandi, anch'esse senza indizio di lavorazione, erano 
sovrapposte a guisa di coperchio. Sembra che talora vi fosse anche una 
sovracopertura di grossi ciottoli, press'a poco come in molte tombe di Gudo 
in Canton Ticino (i). 

In altre tombe le reliquie giacevano ammucchiate sulla roccia sotto- 
stante e quasi a fior di terra, contornate da poche schegge e senza tracce 
di coperchio. 

Fra la suppellettile, in quasi ogni tomba, pare fosse un'urna, che 
il Ponti chiama « cineraria », benché aggiunga: « Le urne cinerarie conte- 
nevano poche ossa combuste e molte ne mancavano affatto, mentre nella 
terra nerastra circondante gli oggetti non erano rare le scorie di ferro e 
minutissimi frammenti di carbone ». 



(i) Rivista archeologica di Como, a. 191 1. 



— 68 — 

Il carbone fu rinvenuto in maggiore abbondanza ad una estremità 
della necropoli, dove il Ponti riteneva trovarsi il rogo. 

Le tombe più grandi permettevano certamente la deposizione di un 
cadavere. 

* 

* * 

Ai piedi del paesello di Zoverallo, dove serpeggia la strada car- 
rozzabile da Intra a Vignone, in vari tempi furono scoperte tombe in non 
piccolo numero. Dalle notizie orali raccolte dal Miiller risulterebbe che 
anche qui le tombe erano per la maggior parte formate da casse rettan- 
golari, lunghe circa due metri, di grossi lastroni della pietra scistosa detta 
in Lombardia « sarizzo », disposti o lavorati con più o meno cura. Alcune 
di quelle così costruite furono esplorate metodicamente dal Muller verso 
l'anno 1902: altre, poi, vennero scoperte sotto l'occhio vigile del Miiller. 

Alcune poche tombe, di cui non risulta né la forma né le dimensioni, 
erano in tutto o in parte laterizie. 

Il Muller non dice se vi si siano trovate tracce di carbone e avanzi 
di ossa combuste. 

* 

* * 

In tutte le notizie sui ritrovamenti del territorio di Intra non abbon- 
dano i dati necessari per una cronologia un po' precisa. Ecco quanto si 
può dedurre dalle pubblicazioni del Ponti e del MùUer, e quanto ho po- 
tuto raccogliere da una mia visita alla « Sala storica » di Intra. 

Nella necropoli di Miazzina, secondo indicazioni del Ponti che non 
potrei mettere in dubbio, furono rinvenuti frammenti di fibule galliche a 
doppio ardiglione, di tipo La Tene, ed anche una singolare fibula di bronzo 
a navicella mancante dell'ardiglione e dell'estremità della staffa (certo 
breve), col corpo ripetutamente carenato nel senso della lunghezza. Non 
se ne trova nessuna simile negli Album del Montelius (i), né fra i nume- 
rosi tipi di fibule usciti dalle necropoli dei dintorni di BelHnzona. E nep- 
pure di tipo -simile, è finora, che io mi sappia, stato rinvenuto altro 
esemplare in Piemonte. Pur troppo mancano totalmente notizie sulle cir- 
costanze del ritrovamento, ma non sembra che possa escludersi la sua 
approssimativa contemporaneità colle più antiche fibule di tipo La Tene. 



(i) La civìlisation primitive, etc. 



- 69 - 

Un braccialetto di vetro azzurro di questa necropoli è identico ad uno 
trovato nel sepolcreto di S. Bernardo ad Ornavasso insieme ad un de- 
naro di Q. Caecilius Metellus del 129 circa av. Cr. (i). 

Il resto della suppellettile sfuggita alla dispersione non indica altro 
se non l'età gallo-romana. 

Maggiori dati abbiamo intorno alla necropoli di Zoverallo. 

Ad una tomba scoperta nell'anno 1898 formava coperchio un grosso 
lastrone con l'iscrizione : 



LEVCVPvO 
AAO(o/\/(| 



Notevole per la dicitura arcaica e per la grafia attribuibile al VI sec. 
di Roma (2). Sarebbe quindi pertinente al periodo della romanizzazione 
dei cisalpini e coeva press'a poco alle note epigrafi di Levo presso il ba- 
cino inferiore del lago Maggiore (3). 

Trovo opportuno segnalare questa iscrizione anche perchè non è 
nel C. I. L. e sfuggi al Supplemento del medesimo. Il nome Moco fu 
trovato varie volte in quella regione, sebbene con diversa ortografia: ad 
esempio in una nota epigrafe della vicina Pallanza (C. I. L., V, 6644) 
e sotto la forma di Moccus in un'altra rinvenuta a Trobaso pure nelle 
vicinanze di Intra. 

Il nome « Leucuro » non trovasi altrove (4). 

Entro e dispersi nella terra fra le tombe di Zoverallo esplorate dal 
Miiller si rinvennero piccoli bronzi del medio e basso impero. 

A me fu mostrato anche un medio bronzo, un po' corroso, attribui- 
bile all'alto impero. 



(i) Bianchetti, / sepolcreti di Ornavasso, pag. 38; tav. XII, io (" Atti della Società 
piem. d'Arch. „ ecc., VI). 

La fibula a navicella ed il braccialetto si conservano nella sala storica d'Intra. 

(2) V. PocGi, Sul/o svolgimento delle forme ottomastiche presso i Cisalpini, ecc. 
(" Giornale italiano di filologia e linguistica „, 1883). — Vedasi la riproduzione foto- 
grafica nell'opera del Miiller. 

(3) Noi. Se. 1889, pag. ;?6i-2. — Ponti, op. cit. 

(4) HoLDER, Altkelt. Sprachschatz. 



— 70 - 

E pertanto da ritenere che la necropoli di Zoverallo sia stata in uso 
per un lungo periodo di tempo, e -dovette essere stata usata da gente po- 
vera a giudicare dalla rozzezza dei vasi fittili e dalla semplicità dei pochi 
anelli di bronzo e di ferro conservati ad Intra — gente più povera pro- 
babilmente di quella che lasciò le sue vestigia a Miazzina. 

* 

Da quanto fu riferito intorno alla necropoli di Miazzina è certo che 
il rito dell'incinerazione almeno in qualche tomba è stato constatato; ma 
nulla ci consente di ritenere che nell'agro intrese questo rito prevalesse 
su quello dell'inumazione neppure nei tempi dell'alto impero, quando 
le popolazioni della pianura usavano quasi esclusivamente l'incinerazione 
(necropoli di Carrù, Vercelli, Tronzano, Palazzolo Vercellese, Albairate, 
Gallizia, Galliate, ecc.). L'incinerazione fu constatata presso il bacino infe- 
riore del lago Maggiore in tombe di età romana ; ma risalendo il bacino, 
troviamo che ad Ornavasso l'incinerazione appare in poche delle più tarde 
tombe di Persona (circa la metà del I secolo d. Cr.), ed è pur rara nelle 
necropoli dei dintorni di Bellinzona (fin oltre la metà del II sec. d. Cr.). 

Nel territorio intrese la forma e le dimensioni delle tombe a lunga 
cassa di lastroni sono, con leggere varianti, quelle delle tombe assolutamente 
prevalenti nella prima e seconda età del ferro. 

Ne l'assenza dello scheletro può far escludere l'inumazione. È noto 
che lo scheletro spesso scompare per l'azione degli agenti naturali o lascia 
scarse tracce di sé. Quanto poi alla presenza di carboni dove sono tombe 
a lunga cassa, non sarebbe questo un caso isolato. È ormai risaputo che 
abbastanza frequentemente si trovano carboni dove indubbiamente erano 
sepolture ad inumazione, tanto che si congetturò, non senza fondamento, 
l'uso di riti e cerimonie funebri ancora ignote. 

Il rito dell'inumazione constatato dal MuUer nelle tombe esplorate 
nel 1902 a Zoverallo è probabilmente dovuto al fatto che durante il basso 
impero alla incinerazione era tornata a prevalere dappertutto l'inumazione. 
Così anche nella necropoli della Rasa di Velate, non lungi dal lago Mag- 
giore, la quale fu in uso dal II al IV secolo, su 42 tombe solo undici, 
con monete di Adriano, Claudio, Probo, si trovarono ad incinerazione : 
nelle rimanenti, ad inumazione, prevalevano le monete del IV secolo (ij. 



(i) Patroni, Notizie degli scavi d'antichità, a. 1915. 



- 71 - 

Anche alla Rasa le tombe ad inumazione avevano la costruzione eco- 
nomica, ed accessibile anche ai più poveri, di lastroni di pietra locale, ed 
alcune presentavano una particolarità che nelle tombe del territorio intrese 
non fu ancora segnalata : alla cassa contenente il cadavere era aggiunto 
un loculo, ossia una specie di cassetta quadrata sporgente fuori di essa, 
che serviva di ripostiglio per gli oggetti costituenti il corredo funebre. 

Né per la Rasa ne per l'agro intrese si ha particolare alcuno che 

permetta di intravvedere fra quei montanari una qualche diffusione, anche 

parziale, del cristianesimo pur quando già erano imminenti o già maturi 

i tempi di Costantino. 

P. Barocelli. 

^o o o o — o= 



Ritrovamenti archeologici della collina torinese. 



La bella collina torinese, atta ad ogni cultura ed alla pastorizia, ricca 
di acque, non è priva di vestigia di età remote. 

Come è oggi frequente di ville e caseggiati, essa fu popolata fino 
dalle età preistoriche e si vanno ogni tanto scoprendo le tracce di nuclei 
di popolazione che quivi, in prossimità della « Augusta » dei Taurini, 
tenevano loro sede durante la quiete dell'impero di Roma. Fra cotali 
nuclei possiamo comprendere anche quelli della regione di Chieri, dove 
dal Gastaldi furono raccolti manufatti litici preistorici (i) e dove nell'età 
romana era certamente un « vicus » popoloso, fors'anche un « oppidum » (2). 

Ad illustrare ritrovamenti archeologici della regione della collina 
torinese uscirono negli Atti di questa Società la memoria dei Calandra 
sulla celebre necropoli barbarica di Testona ed una Nota di E. Ferrerò 
su tombe romane ed altri oggetti venuti in luce presso Moncalieri (3). 



(i) Gastaldi, Frammenti di paletnologia (" Atti della R. Accademia dei Lincei „, 
serie II, voi. 3°, 1876). Trattasi di un frammento di anello di serpentino raccolto nel- 
l'alveo del rivo di Chieri e di un'ascia di cloromelanite proveniente dalle alture fra 
Chieri e Moriondo. 

{2) MoMMSEN, Corpus inscriptionum latinarum, V, 2, pagg. 848-849; Ferrato, nel 
giornale // Faro, Chieri, io febbraio 1917. ■ 

(3) C, ed E. Calandra, Di una necropoli barbarica scoperta a Testona (" Atti della 
Società piem. d'Archeol. „, ecc., IV, pagg. 17-52); E. Ferrerò, Tombe romane sco- 
perte a Moncalieri (" Atti „, predetti, V, pagg. 209-210). 



— 11- 

A tornare sull'argomento in questo Bollettino mi porgono ora occa- 
sione alcuni saggi di scavo che recentemente furono fatti eseguire dalla 
Sopraintendenza agli scavi del Piemonte in regione Fioccardo, vale a dire 
vicino alla località dove si scopersero le tombe romane segnalate dal 
Ferrerò. Quivi, non lungi da Moncalieri, vennero in luce, in vari tempi, 
in un campo di proprietà Ferria-Pasini, materiali diversi, che ho potuto 
esaminare nella villa dei proprietari a Cavoretto. Vi sono alcune monete 
di Agrippa, Tiberio, Nerone, Druso, Aureliano, Probo, Costantino ed altre 
non identificabili. Fra parecchi avanzi laterizi è un « later » recante incisa 
l'indicazione del giorno di fabbricazione : 




Una stele funeraria marmorea rotta in parecchi pezzi porta una iscri- 
zione in gran parte cancellata: 

T • F . I 
N IN VS 

NINO • PATRI 

I AE • RVFA... 

....NINO • FRATRI 

Le lettere accuratamente scolpite possono attribuirsi al I od al II secolo 
dopo Cristo. 



— 73 — 

Nel medesimo luogo si trovarono anche una di quelle spade di ferro 
note col nome di « scramasax » ed una scure barbarica. 

La Sopraintendenza agli scavi, essendo venuta a conoscenza di questi 
rinvenimenti, ebbe cura di eseguire in tutte le parti del campo Ferria- 
Pasini metodici saggi di scavo : il risultato fu che si trattava di avanzi 
dispersi di una necropoli già da tempo distrutta (l). 

Sopra la regione Fioccardo, dalle parti di Cavoretto (regione Ronchi), 
era stata già scoperta, anni sono, una tomba laterizia d'età romana con 
vasi fittili e qualche moneta. Di questo rinvenimento ebbi notizia orale da 
persona fededegna. 

Seguendo poi la linea dei colli in direzione di nord-est si tocca 
un'altra zona dove non poco materiale archeologico non solo di età romana 
e barbarica ma anche preistorica fu già in diversi tempi raccolto. Dalle 
parti di Sassi si trovò un anello ed un'ascia di pietra levigata di foggia 
neolitica (2) ed una epigrafe romana (3). 

Dei materiali che venivano via via scoprendosi fu appassionato racco- 
glitore il compianto dottor Cantamessa. 

Gli oggetti della sua collezione andarono, dopo la sua morte, mesco- 
lati e confusi, perdendo così, in buona parte, il loro valore scientifico. 
Meritano tuttavia una breve illustrazione. 

È venuta da Pino una accetta (seguo la terminologia del Colini) levi- 
gata di giadeite, riferibile alla foggia triangolare isoscele, un po' irregolare, 
che è comune in tutta la regione piemontese e ligure. Gli oggetti di età 
romana provengono, in generale, da tombe. 

Alcuni furono trovati lungo la strada Superga-Baldissero, altri presso 
Pino (Cava del Violino e Verdina), altri all'Eremo. Sono, oltre ad un 
certo numero di monete, frammenti laterizi, vetri (bottiglie, unguentari, 
oggetti di ornamento, ecc.), lucernette e vasi fittili diversi (urnette, 
olpi, ecc.), alcuni rozzi, altri di fine impasto, gli stessi che si ritrovano in 
tutti gli strati romani del Piemonte. Segnalo alcuni di quei pesi fittili a 
forma di piccole piramidette con foro di sospensione, del cui uso scrisse 
recentemente il Marteaux (4). 



(i) Notizie degli scavi di antichità, a. 1915, pag. 259. 

(2) Gastaldi, Frammenti, cit., pag. 509, tav. X, i; Sulla cossaite, ecc., " Atti 
della R. Accad. delle Scienze di Torino „, 1875. 

(3) E. Ferrerò, Notizie degli scavi di antichità, a. 1903, pagg. 583-584. 

{4) Marteaux, Boutae, vicus gallo-romain de la cité de Vienne, ecc., pag. 445 sgg., 
Annecy, 1913. 

Boll, Soc, Pitm. Archtol, t B, Arti, (> 



- 74 — 

Le monete della collezione sono tutte imperiali : alcune poche di Mas- 
senzio costituiscono quanto rimane di un tesoretto scoperto una ventina di 
anni fa a San Vito nel vigneto della villa Frescot. 

A San Vito furono pure trovate ed accolte nella collezione Canta- 
messa alcune armi e strumenti di ferro barbarici, in pessimo stato di 
conservazione, fra cui tre scuri. A questo proposito ricorderò che nella 
necropoli di Testona il numero delle scuri è relativamente scarso. 

Uno « scramasax», che ora si conserva nell'Armeria reale di Torino, 
fu raccolto anch'esso nella zona cui ho or ora accennato, ai piedi della 
collina di Superga (i). 

Anche sulla sinistra del Po vennero in luce di frequente oggetti bar- 
barici. Sono ben noti i ritrovamenti della Madonna di Campagna (2), 
quelli lungo lo stradale di Nizza (3) e le tombe ricche di ori del Lin- 
gotto (4). 

P. Barocelli. 



(i) Angelucci, Catalogo della reale Armeria di Torino, pag. 558, Torino, 1890. 

(2) Notizie degli scavi d'antichità, a. 1905, pagg. 403-4. 

(3) Notizie degli scavi, ecc., a. 1901, pag. 507 sgg. 

(4) Notizie degli scavi, ecc., a. 1910, pag. 193 sgg. 



75 



RECENSIONI 



L'abbazia di S. Andrea di Vercelli. — Studio storico del Can. Dott. Ro- 
mualdo Paste. Studio artistico del Cav. Federico Arborio Mella, 
illustrato da Pietro Masoero. Vercelli, Gallardi e Ugo, 1907, 

Lo studio storico del Canonico Paste è il risultato dell'esame critico 
delle fonti letterarie relative all'abbazia di S. Andrea di Vercelli e di un 
ampio esame di documenti delle biblioteche e degli archivi di Vercelli, di 
Torino, di Roma. Della bibliografia è inserito un elenco in principio del- 
l'opera; dei documenti sono pubblicati i principali estratti alla fine delle 
due parti, di cui si compone questo studio. Il Paste cioè appresta il ma- 
teriale storico, per quanto era possibile compiuto ed esatto, intorno agli 
edifizi dell'abbazia e alle vicende della comunità che in essa dimorò. Se 
tuttavia l'autore potè raccogliere copiosamente notizie nuove sulla vita 
religiosa e politica dei monaci dell'abbazia, non gli fu concesso di rimettere 
in luce dati nuovi essenziali intorno al sorgere degli edifizi. 

Il materiale è disposto cronologicamente in due grandi parti: La prima 
espone la storia del periodo compreso fra l'inizio della chiesa abbaziale 
nel 12 19 e l'anno 1466, in cui alla comunità sanvittorina, per la quale 
sorse l'abbazia, sottentrò una congregazione di monaci lateranensi. Questa 
prima parte era già comparsa nel volume VII, Serie III della Miscellanea 
di storia italiana^ ed è qui riprodotta modificata e ampliata. La seconda 
parte dell'opera svolge le vicende dell'aBbazia nel periodo lateranense sino 
alla soppressione avvenuta nel 1798, con un cenno sommario delle ulte- 
riori vicende. 

La prima parte incomincia con una notizia biografica del Cardinale 
Guala Bicchieri, l'ideatore dell'abbazia, di cui egli stesso collocò la prima 
pietra il 19 febbraio del 12 19. Per i successivi capitoli il filo conduttore 
è dato al Paste dalla serie degli abati preposti alla comunità. 

Il Cav. Federico Arborio Mella, servendosi della preparazione storica 
del Paste, e riferendosi alle numerose e belle e particolareggiate illustra- 
zioni, di cui è ricco il libro, si propone di fare la storia artistica dell'ab- 
bazia vercellese. Questo compito gli era stato, per così dire, affidato dalla 
tradizione ; che del S. Andrea si occuparono già lungamente, pubblican- 



— 16 — 

done notizie e lasciandone memorie inedite, l'avo suo, il Conte Carlo Ema- 
nuele, e il padre, il Conte Edoardo. Anzi Carlo Emanuele Mella condusse 
i grandiosi lavori di restauro, compiuti nel S. Andrea dal 1822 al 1830, 
per i quali ebbe modo, come lasciò scritto, di esaminare il monumento 
àaXVinJimo piano alle volte e alle sommità dei pinacoli. 

Ho detto che Federico Mella si propone la storia artistica del S. Andrea, 
e difatti ne descrive le costruzioni appartenenti fondamentalmente al XIII 
e al XVI secolo, esponendo ed esaminando i principali quesiti artistici, 
senza venire di proposito a affermazioni decise, e solo a volte affacciando 
con prudentissimo riserbo qualche ipotesi sua. Con questo prudente, ecces- 
sivo riserbo, che talora toglie chiarezza ed efficacia alle idee e alle dedu- 
zioni sue, il Mella esamina il problema fondamentale dell'origine artistica 
del S. Andrea. 

I documenti non ci hanno conservato il nome del magister della fab- 
brica, di quello che per noi sarebbe l'architetto ideatore. Ma la tradizione 
più diffusa lo vuole riconoscere in un inglese, Gian Domenico Brighintz^ 
mentre un'altra tradizione risale a un jnagister Pantaleo de Conjluentia. E 
il Gally Knight (i), senza accennare alla fonte, da cui ricava la notizia, 
mette senz'altro di fronte a questi due architetti l'abate Fra Tommaso Gallo^ 
che il cardinale Guala Bicchieri condusse da Parigi insieme con altri tre 
canonici sanvittorini, primo nucleo della nuova comunità. 

II Mella sgombra questo campo seminato dalla tradizione, e afferma 
che, nella mancanza di documenti positivi, non si può fare con sicurezza 
il nome dell'architetto del S. Andrea. Quanto alla derivazione artistica della 
costruzione, egli mette bene in luce come la pretesa origine dall'arte in- 
glese sia frutto di una riflessione letteraria sul soggiorno e sull'attività del 
cardinale Bicchieri in Inghilterra; e come le pretese somiglianze con le 
parti antiche delle cattedrali di Winchester e di Gloucester si riducano in 
realtà a particolari indipendenti dalle caratteristiche degli edifizi, quali si 
ritrovano anche in altre chiese inglesi, e comuni del resto all'arte francese 
della fine del XII e del principio del XIII secolo. 

Perciò il Mella crede con l'Enlart (2) che la imitazione di modelli co- 
muni di edifizi del nord della Francia abbia prodotta la somiglianza fra 
la chiesa di Winchester e il S. Andrea. 

Di questa derivazione del S. Andrea dall'arte francese egli dà una 



(i) Henry Gally Knight, The ecclesiastical architecture of Italy front the lime of 
Costaniine to the fifteenth century, London, 1842-1844. 

(2) C. Enlart, Origines franfaises de l' architecture gotique en Italie, Paris, 1894. 



-11 - 

prova confrontando il piano dell'abbazia vercellese con quello dell'abbazìa 
di Clairvaux, che è un esemplare delle costruzioni cistercensi, diffuse per 
opera di quei monaci in Inghilterra, in Italia, in Germania. 

Poi in un esame più minuto della pianta, dell'elevazione e della deco- 
razione della chiesa il Mella distingue gli elementi francesi e gli elementi 
nostrani. Egli mette in rilievo come sul piano romanico, che ricorda quello 
delle chiese di S. Teodoro e di S. Pietro di Pavia, e sul sistema dei piloni 
e delle volte a crociera, affermatosi chiaramente per la prima volta nel 
S. Ambrogio di Milano, si innesti, con tutte le sue logiche conseguenze, 
il nuovo equilibrio statico delle volte archi-acute francesi, risultante dallo 
sviluppo verticale dato alla nave maggiore assolutamente e in rapporto alle 
navate laterali. Il Mella applica cioè in questo caso particolare la teoria 
moderna degli storici dell'arte italiani sull'origine dell'architettura archi- 
acuta. 

Da questo esame generale scendendo a quello dei particolari e della 
decorazione, il Mella è tratto a vedere la causa degli elementi nostrani 
del S. Andrea essenzialmente nell'uso del mattone, ignoto ai costruttori 
di oltre Alpi. Per cui egli propende a ritenere che il piano dell'edifizio 
vercellese sia stato elaborato compiutamente nell'abbazia di S. Victor a 
Parigi, portato a Vercelli dal cardinale Bicchieri e dai quattro monaci san- 
vittorini e poi messo in esecuzione dal Brighintz, dal Pantaleo, dagli altri 
maestri italiani. 

Queste conclusioni del Mella hanno provocato un articolo di Guido 
Marangoni (i). Egli, scartando d'accordo col Mella l'ipotesi che l'architetto 
ideatore dell'abbazia sia stato il Brighintz o Fra Tommaso Gallò, e respin- 
gendo come infondata l'opinione di un'origine artistica inglese, accusa il 
Mella di eccessiva debolezza verso la teoria dell'Enlart. Perchè sopra tutto 
con l'Enlart se la piglia il Marangoni, rimproverandogli a ragione di soste- 
nere una tesi essenzialmente chauviniste^ a cui però egli un'altra ne con- 
trappone non meno campanilista. Infatti egli asserisce che solo nella bella 
tradizione locale sia la genesi dell'edifizio vercellese, in cui vede persino 
la simbolica tricromia di rosso, di verde e di bianco. 

In realtà il Marangoni, confutando il Mella, gli fa colpa di non voler 
riconoscere gli elementi italiani del S. Andrea. Ora questo non è vero. Il 
Mella distingue gli elementi dei due stili, che si fondono nella chiesa, ma 



(i) // Sant'Andrea di Vercelli. Intorno alle asserite sue origini inglesi. " Rassegna 
d'arte „, Milano, 1909, n. 6, pag. 122; nn. 8-9, pag. 154; n. 11, pag. 180. 



— 78 - 

poiché ne sente l'organicità complessiva, pensa che il piano ne sia stato 
concepito interamente in Francia, con gli adattamenti richiesti dall'uso ita- 
liano del mattone. Il Marangoni doveva piuttosto osservare al Mella che 
non ha abbastanza rilevati nella conclusione quegli elementi italiani, che 
pure ha riconosciuti nelle premesse. 

Il Marangoni invece, con entusiasmo non meno cieco e partigiano di 
quello dell'Enlart, non tiene affatto conto degli elementi francesi della co- 
struzione, come i piloni con le basi e una parte dei capitelli, le volte, 
le sagome delle nervature, i finestroni dell'abside, ecc. E inoltre trascura 
completamente due fatti generali di somma importanza: il piano dell'ab- 
bazia complessivamente, che è quello dei cistercensi, mentre il Marangoni 
parla solo della chiesa; e il fatto che il S. Andrea è un monumento unico 
in Italia. 

Per la questione dell'origine di questa costruzione a me sembra sin- 
golarmente importante osservare che, mentre l'ossatura, piloni, volte, prò. 
porzioni, ha la statica e lo slancio dello stile gotico francese, la veste 
esterna ha tutte le caratteristiche dell'arte nostra: il tiburio, le gallerie, la 
decorazione di archetti, le scolture dell'Antelami e un particolare costrut- 
tivo degli archi rampanti, che, come osserva il Mella, perdono un po' del 
loro carattere, per incorporarsi con il muro sottostante. Io penserei perciò 
che lo schema costruttivo gotico francese sia stato rivestito di forme lom- 
barde; sia che il cardinale Bicchieri portasse con sé dalla Francia un piano 
schematico e scheletrico della nuova abbazia, completato poi da artefici 
lombardi, sia che ne conducesse qualche architetto, che in collaborazione 
di maestri italiani creasse quell'organismo armonico che é il S. Andrea. 

Il problema dell'origine dell'abbazia, che porta con sé l'esame della 
costruzione stessa, costituisce il primo periodo della storia dell'arte del 
S. Andrea, che il Mella nella sua opera chiude con l'accenno alla erezione 
del campanile dell'abate Dal Verme sul principio del 1400. 

Ai monaci lateranensi, che sostituirono i sanvittorini a cominciare 
dal 1466, sono dovuti molti lavori, i quali però non toccarono la costru- 
zione della chiesa, ma furono specialmente rivolti a riparare e adattare gli 
edifizi dell'abbazia ai maggiori bisogni del nuovo ordine meno austero. 
Questi lavori, di cui ora in parte sono scomparse le tracce, dopo i danni 
subiti dall'edifizio nel secolo XVII, il Mella si adopera a riconoscere e a 
ricostruire idealmente con pazienti indagini e con prudente assennatezza, 
accettando in parte e in parte giustamente rifiutando le notizie dell'avo suo. 

Il V capitoletto tratteggia le sorti disastrose degli edifizi dell'abbazia 
durante gli assedi di Vercelli nel sec. XVII, e accenna al progetto di ri- 



— 79- 

costruzione ideato dall'Alfieri nel 1760 e poi non eseguito, ai restauri del 
1822- 1830 e infine agli ultimi lavori del secolo scorso. 

L'ultimo capitolo è dedicato alla decorazione del S. Andrea, che 
il Mella esamina sommariamente, nelle sue parti principali, omettendo, 
per esempio, di parlare dei capitelli, di cui pure il S. Andrea ha bellissimi 
esemplari. 

Così non esamina il dipinto della cuspide della tomba dell'abate Tom- 
maso Gallo e neppure accenna a un affresco della cappelletta aggiunta 
alla sala capitolare (i), mentre sarebbe interessante uno studio di questi 
dipinti in rapporto col sorgere e con lo svilupparsi di quella scuola pit- 
torica vercellese, che informò tutta l'arte pittorica del Piemonte. 

Ma in complesso il lavoro del Mella è diligente, accurato, perfetta- 
mente consono agli scopi dell'autore, se pure non persuade interamente 
la sua conclusione sull'origine del S. Andrea, e se pure in generale essa 
lasci desiderare al lettore una comprensione sintetica degli elementi, che 
l'autore è venuto distendendo in una minuta e paziente analisi. 

Giovanni Chevalley. — Gli architetti, l' architettura e la decorazione delle 
ville piemontesi del XVIII secolo. Contributo alla storia dell'archi- 
tettura piemontese. Torino, Soc. Tip. Ed. Naz., 191 2. 

Lo Chevalley ha divisa la sua opera in quattro parti : la prima dà 
un breve cenno delle ville esistejiti in Piemonte prima del '700: la seconda 
è una serie di brevi biografie dei principali architetti, che furono alla corte 
dei duchi di Savoia dalla seconda metà del '500 sino alla fine del '700. 
Questi cenni biografici hanno lo scopo di informare il lettore sugli archi- 
tetti, che certamente ebbero mano nella costruzione delle ville piemontesi, 
delle quali però quasi mai si conosce il nome del costruttore e dei de- 
coratori. La terza parte, che è la più ampia, contiene l'esame dei caratteri 
di queste ville ; infine di ciascuna delle principali ville sono raccolte le più 
importanti notizie storiche. 

La distribuzione del lavoro è chiara e felice, e appunto perciò lo Che- 
valley, che aveva pensato bene di confinare in un capitolo a sé le notizie 
storiche delle ville, avrebbe potuto omettere i cenni storici relativi alla 
palazzina di Stupinigi sul principio del capitolo dedicato all'esame delle 
costruzioni, dove appaiono fuori di luogo e ripetuti. 

Questo per l'economia generale del lavoro. 



(i) Di questo affresco è data la riproduzione alla pag. 369 dell'opera. 



- 80- 

Quanto alle singole parti si direbbe che lo Chevalley, come architetto, 
attratto maggiormente dallo studio delle costruzioni,, ha tralasciato di fare 
una più rigorosa critica delle fonti. 

Per esempio nel capitolo dedicato agli architetti l'autore riserba una 
prevalenza alle notizie relative al Juvara, di cui delinea quasi una vera e 
propria biografia. E in realtà lo Chevalley ha il merito di non acconten- 
tarsi per queste notizie deWE/ogio del Maffei, ma di mettere in rilievo 
i preziosi volumi di disegni originali del Juvara esistenti nella Biblioteca 
Nazionale di Torino e presso il conte Tournon, e di attingere ad essi 
come a documenti biografici. Così egli può tratteggiare brevemente la vita 
di studio, che il Juvara condusse a Roma, prima di essere chiamato in 
Piemonte, e rilevare l'elemento scenografico di questo studio, del quale 
risentì poi tutta l'opera architettonica di lui. 

Ma d'altra parte lo Chevalley trascura due fonti essenziali per la bio- 
grafia del Juvara : la Vita dell'architetto pubblicata anonima insieme con 
l'elenco delle opere compilato dal suo discepolo Zacchetti (i) e il Nuovo 
Contributo del Telluccini alla biografia del Juvara (2). Ciò lo conduce, 
per esempio, a credere ad una irregolarità nell'ammissione del Juvara ad 
Accademico di S. Luca a Roma nel 1706, perchè l'architetto doveva avere 
allora solo 21 anno, essendo nato nel 1685, come divulgò il Milizia, inter- 
pretando in modo assoluto la notizia approssimativa del Maffei. L'irrego- 
larità invece scompare se si consulta quella Vita pubblicata dal Rossi, 
la quale ha tutti i caratteri della maggiore attendibilità e asserisce che 
il Juvara morì nel 1736 in età di circa §8 anni. La data della nascita 
dell'architetto cade così intorno al 1678; e il Juvara poteva regolarmente 
essere ammesso nell'Accademia nel 1706, essendo trentenne, come richie- 
devano gli statuti di quell'Accademia. 

Inoltre, essendogli sfuggito il secondo contributo del Telluccini, lo 
Chevalley è tratto a ripetere le inesattezze, con cui il Claretta (3) inter- 
pretò alcuni documenti dell'archivio di Stato di Torino intorno al sog- 
giorno del Juvara a Roma nel 1732 e intorno alla sua partecipazione 
nella costruzione della cupola del S. Andrea di Mantova. 



(i) Vita del Cav. D. Filippo Juvara, abate di Selve e primo architetto di S. M. di 
Sardegna. 

Pubblicata per cura di Adamo Rossi nel " Giornale di erudizione artistica „, 
Perugia, 1874, fase, di febbraio. 

(2) A. Telluccini, Nuovo contributo alla biografia di Filippo Juvara, architetto 
messinese. " Archivio storico siciliano „, N. S., 1909. 

(3) G. Claretta, / reali di Savoia munifici /autori delle arti, Torino, 1893. 



— 81 — 

Poiché il Telluccini ha dimostrato che le lettere del Juvara da Roma 
alludono a suoi malcontenti coi fiorentini della corte pontificia a proposito 
del parere, di cui era stato richiesto per la facciata del Laterano, e non 
già a dissidi avuti coi fiorentini per la loro chiesa di S. Giovanni in Fi- 
renze. E inoltre il Juvara fu chiamato a Mantova non per progettare 
la cupola del S. Andrea, ma solo per riconoscerla^ e specialmente per ve- 
rificare se i piloni fossero atti a sostenere la mole della cupola. 

Così per il capitolo dedicato alle notizie storiche delle ville lo Chevalley, 
mentre desume dagli archivi dell'Ordine Mauriziano alcuni dati nuovi per 
la palazzina di Stupinigi, non sempre vaglia sufficientemente le notizie 
delle antiche e recenti guide di Torino e del Piemonte. 

Ma la parte che si riferisce allo studio artistico delle ville è la più 
notevole e la più felice. 

Dall'esame delle principali di queste ville lo Chevalley ricostruisce 
nell'insieme e nei particolari il tipo della villa settecentesca piemontese. 
Ne descrive gli ingressi, le cancellate, i cortili, i giardini, il semplice e 
quasi monacale rivestimento esterno; ne esamina i piani, nei quali trionfa 
il principio allora dominante della simmetria. 

Infine in un quadro vivo e sentito rievoca la decorazione di quegli 
interni eleganti e civettuoli, dove gli stucchi armonizzano con le dorature, 
con i dipinti, con le carte, le lacche, i graffiti cinesi; dove i mobili, co- 
perti dalle vivaci bandere, caratteristiche del Piemonte, seguono con le loro 
linee ondulate le curve delle cornici e degli stucchi. In questa decorazione, 
dove è sensibile l'influenza francese, ma dove non mancano i segni del- 
l'arte locale, lo Chevalley ritiene debba vedersi l'opera di maestranze per 
lo più piemontesi, nelle quali erano artefici vissuti ed educati nell'arte 
francese. In minor grado questa decorazione è dovuta ad artefici di altre 
regioni dell'alta Italia. 

Lo scopo che l'autore ha proposto all'opera sua, di indicare cioè 
i caratteri più notevoli della costruzione e della decorazione delle ville 
piemontesi del '700, è stato da lui pienamente raggiunto. Non solo, ma 
egli ha creato un'opera d'insieme senza precedenti intorno all'argomento, 
e che dovrà essere base fondamentale di ogni definitivo studio a venire. 

Giovanni Chevalley. — Un avvocato architetto. Il conte Benedetto Alfieri. 
Contributo alla storia dell'architettura italiana. Torino, Celanza, 1915. 

L'arte dell'Alfieri rappresenta un momento di quello stesso periodo, 
di cui lo Chevalley si è occupato nella sua opera precedentemente esa- 



- 82 - 

minata. È un periodo artistico, che egli conosce profondamente e che 
studia, direi, con affettuosa predilezione. 

Qui dell'Alfieri egli si è occupato per riferirne in una lettura tenuta 
alla Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino la sera del 26 marzo 191 5. 

Anche per questo architetto, come già per le ville settecentesche pie- 
montesi, non si offriva allo Chevalley nessuno studio d'insieme antece- 
dente. Egli per primo ne ha presentate raccolte le poche notizie biogra- 
fiche, che sono giunte a noi, notizie in qualche parte ancora incerte e da 
appurare, come quella della data di morte dell'Alfieri, che l'autore riferisce 
al 9 dicembre del 1767, ricordando, senza però discuterne l'esattezza, che 
il Mina riporta la data del 9 dicembre 1761 (i). 

Sull'attività dell'architetto lo Chevalley ha condotte ampie e accurate 
indagini, che gli consentono di informarci delle costruzioni teatrali di lui 
e dei lavori del Palazzo Reale di Torino, eseguiti, come quelli per il 
Teatro Regio, d'incarico del re Carlo Emanuele III, che aveva nominato 
l'Alfieri suo Primo Architetto, nel posto già occupato dal Juvara. Segue 
la menzione delle opere per privati^ delle costruzioni di carattere religioso^ 
di lavori e progetti diversi. Fra questi alcuni studiati dall'Alfieri e non 
eseguiti, lo Chevalley ha esaminato negli Archivi di Stato di Torino, come 
i progetti per una ricostruzione del Castello di Chambéry, per l'amplia- 
mento del Palazzo Madama, per il rifacimento del duomo di Torino. A 
proposito del rifacimento del duomo, l'autore ricorda che uno dei progetti 
dell'Alfieri, vasto assai, era da realizzarsi sul bastion verde, dove furono 
ideate le quattro piante del celebre fu D. Filippo Juvarra. Di questi disegni 
del Juvara, che ricorda anche l'elenco dello Zacchetti, lo Chevalley crede 
non si abbiano più traccie. In realtà in uno dei volumi di disegni originali 
del Juvara, posseduti dal Marchese di Lesegno in Torino, appaiono alcuni 
schizzi in pianta e in prospettiva, abbozzati precisamente per il duomo di 
Torino nei due sistemi centrale e basilicale (2). 

In ultimo l'autore accenna ai lavori attribuiti all'Alfieri, senza però 
soffermarsi a discutere il valore di tali attribuzioni ; e solo asserisce che 
non gli paiono di mano dell'architetto i disegni che si trovano negli 
Archivi di Stato in Torino per la chiesa parrocchiale della Venaria Reale, 
che è tradizionalmente considerata come opera di lui. 



(1) L. Mina, Del Palazzo Reale di Alessandria e del suo architetto, Alessandria, 
Piccone. 

(2) Questi disegni ho esaminati per la mia tesi di laurea sul Juvara. 



— 83 — 

Ricordati così i lavori dell'Alfieri, ricordati più che non descritti e 
esaminati, come non sarebbe convenuto al carattere di una lettura (e 
alla descrizione suppliscono in parte le riproduzioni intercalate nel testo), 
lo Chevalley conclude brevemente sul carattere dell'arte dell'Alfieri. 

Egli mette giustamente in luce che, mentre nell'opinione più comune 
questo barocco piemontese viene assimilato al contemporaneo barocco fran- 
cese, in realtà esso è un'emanazione del grande barocco di Roma, dove 
studiò l'Alfieri, dove aveva studiato il Jùvara, dove dimorarono gli archi- 
tetti contemporanei dell'Alfieri, il Dellala, l'Aliberti, il Vittone, il Masazza 
e il pittore Beaumont e gli scultori come i Collino, il Bernero, il Lavy. 
Accanto a questo primo fattore romano si deve ammettere l'influenza 
francese, innegabile specialmente nella decorazione, e l'opera di abili 
maestranze locali, come già lo Chevalley aveva rilevato per le ville pie- 
montesi. 

Egli però si limita a riconoscere nell'Alfieri uno dei più felici creatori 
di questo barocco piemontese, ma non sintetizza quale sia la natura di 
questa sua forma d'arte : natura duplice di elementi opposti e contrastanti, 
gli stessi elementi dell'arte del Juvara portati a un grado di ulteriore svi- 
luppo da un temperamento artistico meno fervido e meno robusto: l'ele- 
mento originale, fantastico, di movimento e di scenografia, che culmina 
nella concezione alfieriana del duomo di Carignano ; l'elemento razionale, 
riflesso, portato dall'imitazione classica, elemento di stasi e di semplifica- 
zione, che culmina nella facciata del S. Pietro di Ginevra. 

Ancora un passo e poi l'impero imporrà lo stile neo-classico, costrin- 
gendo negli stampi del passato il fervore della creazione artistica. 

Leonarda Masini. 



84 — 



BIBLIOGRAFIA 



GUIDE — TOPOGRAFIA 

GuiDES JoANNE, Italie du Nord. Piémont, Ligurie, Lombardie, Vénetie^ 
Emilie, Toscane. Paris, Hachette, 1916. — Della nuova edizione di questo 
volume delle Guides Joanne, che non si trova nelle biblioteche pubbliche 
di Torino, dà una breve notizia la « Revue archeologi que », Paris, 1916, 
tome IV, juillet-aoùt, pag. 191. La guida ha- lo scopo di sostituire il 
Baedeker, il Meyer e le altre guide del genere. Questo volume sull'Italia 
del Nord è compilato da J. Mesnil ed è preceduto da un cenno storico 
sulle arti in Italia di E. Berteaux. Il Mesnil si è servito, per le attribuzioni 
e per le date, dei lavori più recenti, quantunque ripeta ancora tradizioni 
ormai sfatate, come quella che Tiziano morì centenario (pag. 314). 

L'impressione nel complesso è buona, sebbene le carte e le piante 
potrebbero essere migliori. 

ETÀ ROMANA 

*E. Pais, Sulla romanizzazione della valle d'Aosta. Roma, Tip. della 
R. Acc. dei Lincei, 1916. 

MEDIO-EVO E RINASCIMENTO 

Le carte dell' archivio capitolare di S. Maria di Novara pubblicate da 
F. Gabotto, a. Lizier, A. Leone, G. B. Morandi, O. Scarzello. Pinerolo, 
Parzini, voi. I, 1913, voi. II, 1915. « Biblioteca della Società Storica Sub- 
alpina ». La pubblicazione di questo importantissimo archivio novarese, 
ordinato dal canonico G. F. Frasconi, non è ancora compiuta. 

Il 1° volume contiene in originali e in copie antiche e moderne 
175 documenti dall'anno 729 al 1034, dei quali alcuni hanno particolare 
importanza per la genealogia manfredinga e per l'anscarica, ed uno per 
una rarissima formula della legge gundobada (doc. LII). 

Il 2" volume raccoglie 286 documenti dall'anno 1034 al 1172, i quali 
recano un contributo notevole alla storia dei vescovi novaresi. 

Guido Marangoni, Arte retrospettiva : Defendente de Ferrari da Chi- 
vasso. « Emporium », Bergamo, 191 6, fase, dicembre, pag. 419. — L'autore 
ricostruisce le vicende storiche, con cui si giunse a identificare la perso- 



- 85 — 

nalità artistica di Defendente de Ferrari : come cioè i presentimenti del 
Gamba e dell'Arpesani furono confermati dal documento scoperto dal 
Bruzza negli archivi comunali di Moncalieri : da questo documento risul- 
tava indubbiamente autore dell'ancona di Ranverso un pittore sino allora 
ignorato, Maestro Defendente De Ferraris de Clavaxio, il quale ne assunse 
l'incarico con un contratto del 21 aprile 1530. L'ancona di Ranverso fu il 
nucleo, intorno al quale si ricostruì l'attività di questo pittore. 

Il Marangoni poi brevemente e superficialmente, secondo il carattere 
di divulgazione che ha l'articolo, accenna al problema ancora definiti- 
vamente insoluto dell'origine artistica di Defendente, e crede con il Morelli 
di vedere in Macrino d'Alba il maestro del pittore da Chivasso. Si spie- 
gherebbero così nell'opera di lui gli elementi di altre scuole pittoriche ita- 
liane, con i quali si fusero in un complesso originale le influenze nordiche 
e le infiltrazioni provenzali e francesi in genere, già messe in luce da 
Adolfo Venturi. 

Infine, ricordando le date estreme della attività di Defendente, il Ma- 
rangoni non esita a collocarle nel 1503 e nel 1535, attribuendo senz'altro 
al pittore quel trittico del battistero di Chieri dell'anno 1503, la cui pa- 
ternità è così poco sicura, che il Baudi di Vesme lo crede dello Spanzotti 
e il Weber di Eusebio Ferrari. 

ETÀ MODERNA 

Mario Zucchi, La raccolta di stemmi inediti nella biblioteca del Re 
in Torino. Torino, Bocca, 191 5. — È la dotta descrizione di 44 codici 
araldici, riguardanti specialmente la real casa di Savoia (Recensione di 
R. A. Marini in « Rivista storica italiana », 19 16, fase. IV, pag. 1). 

P. D'Ancona, Un ignoto discepolo di Michelangelo da Caravaggio, 
Niccolò Musso da Casalmonferrato. «L'Arte», Roma, 19 16, fase. III e IV, 
pag. 175. — In un breve articolo l'autore riassume le poche notizie, che 
risultano concordi dalle fonti intorno a Niccolò Musso : che cioè egli nacque 
in Casale, studiò a Roma con il Caravaggio e morì in giovane età. Una 
fonte più recente ricorda la tradizione, che egli studiasse anche a Bologna 
con i Carracci. La tradizione ancora assegna la sua morte agli anni tra 
il 1618 e il 1620. 

Delle opere sicure di lui il D'Ancona enumera, come tuttora esistenti, 
la Madonna del rosario fra S. Domenico e S. Caterina nella biblioteca 
del convento presso la chiesa di S. Domenico di Casale, e il S. Francesco 
ai piedi della croce nel S. Ilario di Casale. 



— 86 — 

Nel suo significato artistico questo pittore rappresenta un robusto ed 
energico contrasto di fronte all'arte languida e virtuosa, allora dilagante 
in Monferrato, di Guglielmo Caccia detto il Moncalvo e di Giorgio Alberini. 

L. Frati, Quadri dipinti per il Marchese d'Ormea e per Carlo Ema- 
nuele III. « Bollettino d'arte », Ronìa, 191 6, fase. IX-X, pag. 279. — 
Il Frati pubblica lo spoglio di una corrispondenza, svoltasi dal settembre 
al dicembre del 1742, fra il Marchese d'Ormea, ministro di Carlo Ema- 
nuele III, e l'abate Paolo Salani del convento di S. Michele in Bosco sui 
colli di Bologna. Da questo epistolario si ha notizia di quattro quadri fatti 
avere al Marchese con la mediazione dell'abate : due dello Spagnoletto, 
raffiguranti la Vergine e il Redentore insultato da un manigoldo, uno di 
Donato Creti, il quarto di Ercole Graziani. Inoltre di due altri quadretti 
dello Spagnoletto si ricava notizia: uno, il ritratto del pittore in atto di 
dipingere, per il D'Ormea stesso; un altro dell'Adorazione del Bambino, 
per il Re di Sardegna. 

Queste notizie rappresentano un'aggiunta a quelle più ampie pubbli- 
cate dal Vesme intorno all'acquisto fatto da Carlo Emanuele III della 
raccolta di quadri del Principe Eugenio di Savoia (i). 

F. Gasparolo, Ritratto di Carlo Alberto nel palazzo civico di Ales- 
sandria. « Rivista di storia, arte, archeologia della provincia di Alessandria », 
Alessandria, 1916, fase. LXI, pag. 43. — Da alcuni documenti dell'ar- 
chivio comunale di Alessandria risulta notizia di un ritratto del re Carlo 
Alberto, fatto eseguire a Torino dal pittore Vacca nel 1831 per incarico 
del Sindaco di Alessandria e. poi collocato nell'aula consolare del palazzo 
municipale. Nel 1850 il ritratto si trovava però nel palazzo del Governa- 
tore, a cui fu invano richiesto dal Municipio della città. 

F. Gasparolo, / quadri del Migliara e la pinacoteca civica di Ales- 
sandria. « Rivista di storia, arte, archeologia della provincia di Alessandria », 
Alessandria, 1916, fase, LXII, pag. 61. — È una lunga notizia storica in- 
torno al modo, con cui pervennero alla pinacoteca civica di Alessandria 
i quadri di Giovanni Migliara. E vuole essere un contributo allo studio 
già iniziato e poi sospeso dal prof. Ettore Filippelli su questa rivista 
(anno 191 2, fase. XLV) sotto il titolo: « Notizie storiche sulla Pinacoteca 
Viecha e Civico Museo di Alessandria ». 



(i) Miscellanea di Storia Italiana, tomo XXV, pagg. 161-256, 



- 87 - 

Il primo gruppo di opere del Migliara pervenne alla Pinacoteca 
il 5 dicembre del 1854, come dono del notaio Viecha, insieme con alcuni 
quadri di Teodolinda Migliara, la figlia del pittore, e di altri artisti ales- 
sandrini. 

Questa Teodolinda Migliara nel suo testamento del 3 aprile del 1866 
dispose perchè alla sua morte tutta la raccolta delle opere del padre 
passasse alla città di .Alessandria, specificando dove si trovassero questi 
dipinti, e notificando come ne esistesse un catalogo in un secrétaire. 

Morta la pittrice nell'anno stesso, fu fatta in Varese la consegna dei 
quadri a due mandatari del Municipio alessandrino, fatta eccezione di al- 
cuni dipinti, che gli eredi vollero destinati alla Pinacoteca Brera di Milano 
e alla scuola di disegno di Varese. Ma al collocamento definitivo delle 
opere non si era ancora provveduto nel 1874. 

Un altro gruppo di quadri del Migliara, insieme con alcuni oggetti 
della famiglia di lui, fu venduto alla Pinacoteca stessa nel 1889 da una 
erede del pittore; e infine un'offerta di dipinti fu respinta nel 1898 dal 
Municipio di Alessandria. 

G. A. Reycend, L Ingegnere Stefano Molli e la sua opera di archi- 
tetto. Torino, E. Celanza, 19 16. — Nella commemorazione pronunziata 
il 30 giugno 191 5 alla Società degli Ingegneri ed Architetti di Torino, 
il Reycend ricorda la vita e l'opera architettonica di Stefano Molli : la vita 
onesta, proba, benefica ; l'attività molteplice, intensa, fruttifera. 

Testimoni di questa attività rimangono le sue numerose cartelle di 
disegno e di schizzi, che il Reycend ha esaminate, e la serie delle opere, 
di cui alla fine della commemorazione è riportato il lungo elenco. 

Riguardo al carattere di queste opere il Reycend rileva la semplicità 
e la sincerità della costruzione, l'eleganza, la grazia e la proprietà della 
decorazione. In tutti gli antichi stili architettò il Molli, nel romanico, nel 
gotico, in quello del rinascimento toscano e lombardo, che egli predilesse, 
e tutti trattò con profonda conoscenza e non senza originalità. 

A. ViNARDi, Intorno alla più recente opera di Pietro Canonica « // Cristo 
deposto ». « Emporium », Bergamo, 19 16, fase, dicembre. — Con pro- 
fonda ammirazione il Vinardi ricorda l'ultima opera del Canonica, eseguita 
per la tomba della famiglia Persano, e nella quale l'artista ha rappre- 
sentato l'ultima scena della Divina Tragedia che già gli ha ispirato il 

Cristo Flagellato e il Cristo Crocifisso. 

Leonarda Masini. 



— 88 — 

E uscito recentemente il fascicolo S*' degli Atti della Società, che 
completa il volume Vili, di cui si riporta qui l'indice : 

Statuto della Società di Archeologia e Belle Arti Pag- i 

Elenco dei Soci della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti . „ 5 

Atti della Società (1908-909) » 13 

Tombe romane scoperte in Torino (G. Frola) ,,25 

Rinvenimento di tombe romane a Pianezza (G. Assandria e C. Bertea) . „ 28 
Nuove iscrizioni romane del Piemonte inedite od emendate (G. Assandria) „ 33 

Obolo di Filippo di Savoia principe d'Acaja (Id.) ,,44 

L'autografo di Bona di Borbone contessa di Savoia (G. Carbonelli) . „ 47 

Antichi affreschi piemontesi (P. Toesca) ,,52 

Studi sulla numismatica di Casa Savoia (Memoria XI). Elenco bibliografico per 

la numismatica sabauda (A. F. Marchisio) ,,65 

Croce di antico ordine cavalleresco ritrovata a Breme Lomellina (F. Va- 

lerani) » 97 

Nuove iscrizioni romane del Piemonte inedite od emendate (Memoria Vili) 

(G. Assandria) „ 107 

Scavi archeologici nel sito dell'antica città d'Industria (E. Durando) . . „ 116 

Regolamento in correlazione allo Statuto sociale „ 126 

Elenco dei Soci della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti . „ 133 

Atti della Società (1910-1913) ,,141 

Tombe romane scoperte in Torino il 15 maggio 1906 (G. Vacchetta) . „ 174 
La tenda da campo di Carlo Emanuele III disegnata dal Juvara (F. Patetta) „ 178 
. Lapide cristiana ed altre antichità dell'epoca romana recentemente rinvenute in 

Torino (Memoria IX) (G. Assandria) „ 190 

Gli affreschi di Giacomo Jacquerie nella chiesa dell'abbazia di Sant'Antonio di 

Ranverso (C. Bertea) „ 194 

Una famiglia torinese d'artisti (J. Lavy) (G. Assandria) . . . . „ 209 
Appunti per la storia della legatura del libro in Torino nel sec. XVIII (V. Ar- 
mando) ,,275 

Di alcune armi ed oggetti trovati sul Mottarone (Stresa) (D. Calandra) . „ 289 

Atti della Società (1914-1915) „ 293 

A proposito del mosaico medioevale scoperto a Torino nel marzo 1909 (F. Pa- 
tetta) „ 318 

Altre antichità romane scoperte in Torino (G. Assandria) . . . . „ 341 
Lapidi romane con iscrizioni trovate a Narzole ed a Spigno (Memoria X) (Id.) „ 352 
Le fortificazioni di Verrès nei documenti dell'Archivio Challant (1536-1538) 

(M. Bori) * ,,356 

Frammenti epigrafici romani inediti del Piemonte (G. Borghesio) . . „ 367 
Indice dei nomi e delle cose che si contengono in questo volume . . „ 373 

Indice epigrafico • » 383 

Tavole I-LI. 

Conte Luigi Rati-Opizzoni, Vice-Bibliotecario, responsabile. 
Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi — Torino, via Ospedale, 5 (76022). 



Anno 1. Ottobre-Dicembre 191 7 N. 4 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIEMONTESE 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



1 ORINO 
VINCENZO P> O N A 

1 ipof^rafo di S. M. e \iR. Principi 

191 7 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indiriz- 
zate al Socio vice bibliotecario responsabile Conte LUIGI RATI-OPIZZONI, 
Via Brofferio, 3. 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



Anno I. Ottobre-Dicembre 191 7 N. 4 



BOLLETTINO 



DELLA 



Società Piemontese di Arclieologia e Beile Arti, 



NECROLOGI 



FLAVIO VALERANI. 

Il socio Carbonelli rievocò la figura di questo valente e modesto socio 
scomparso. Ne ricordò brevemente la carriera di medico professionista, 
che non gli impediva di coltivare i suoi preferiti studi letterari, e poi l'at- 
tività rivolta alle ricerche di storia e specialmente di numismatica, dopo 
che ebbe cessato dall'esercizio della medicina. 

Di questi studi numismatici il Dott. Valerani diede conto in due dotte 
comunicazioni alla Società, intorno al ritrovamento di una croce d'oro dei 
Cavalieri del Santo Spirito e intorno al tesoretto di monete medioevali 
scoperto a Torino. 

Gli studi di storia egli rivolse specialmente alla vita civile e scienti- 
fica di Casale Monferrato al tempo dei Paleologi e dei Gonzaga. 

Questa sua nativa, diletta città di Casale, il Valerani arricchì del Museo 
Civico, da lui fondato insieme con il Giorcelli, e della sua copiosa biblio- 
teca, donata al Collegio Leardi : alla sua morte, avvenuta nell'agosto del 1914, 
in età di 75 anni, la vedova, onorando la memoria del Consorte, donò 
alla città stessa la collezione numismatica che egli aveva raccolta. 



Boll. Soc. Pimi. Archeol. e B. Arti. 



- 90 — 



GUIDO CAROCCI. 

Ne onorò la memoria il socio Rocca durante la seduta del 21 gen- 
naio 1917. 

Guido Carocci nacque in Firenze e vi morì il 20 settembre 1916 in 
età di 65 anni. 

Nella prima giovinezza fu iniziato agli studi di pittura dal professor Sa- 
nesi, ma poi si dedicò esclusivamente e profondamente agli studi di storia 
e di storia dell'arte della sua regione. 

Frutto di tali studi, praticati con pazienza e con entusiasmo appassio- 
nato, fu la Rivista Storia e Arte, da lui fondata nel 1882 e diretta per ben 
35 anni, nella quale sostenne le sue opinioni intorno alla sistemazione del 
Quartiere del Centro a Firenze e intorno ai progetti per il coronamento 
della facciata del duomo della sua città. 

Questi studi produssero anche fra l'altro il suo Illustratore Fiorentino, 
sorta di calendario storico annuale, ricco di ricordi e di curiosità di storia 
e di arte fiorentina, l'opera sui Dintorni di Firenze, il Parere sul valore 
delle piante stradali dal 1582 all'86 compilate per ordine dei Capitani 
di parte. 

Ma testimone precipuo della sua vita di studioso è lo schedario di 
ben 60.000 schede, ordinato per materie e per ordine alfabetico, che si 
conserva nel Museo di S. Marco a Firenze, fonte preziosa per gli storici 
a venire della regione toscana. 

Di questo Museo di S. Marco il Carocci fu direttore negli ultimi anni 
della sua vita, quando le condizioni di salute non gli permisero più di com- 
piere le missioni di Ispettore dei Monumenti e degli Scavi. Come diret- 
tore egh ordinò e abbellì il Museo, raccogliendovi i cimeli superstiti dai 
lavori eseguiti nel Quartiere del Centro della città, e sofferse per il furto 
della Madonna della Stella dell'Angelico, fortunatamente ritrovata pochi 
giorni appresso. 

Al compianto e al rimpianto degli amici e degli studiosi egli lascia 
il conforto della sua preziosa eredità di cultore appassionato della storia 
e dell'arte della sua regione. 



— 91 - 



GUSTAVO COUVERT. 

Nella seduta del 21 gennaio 191 7 il socio Barraia commemorò questo 
socio corrispondente, spentosi in Susa il 30 settembre 1916. 

Gustavo Couvert nacque a Susa nel 1855 da una famiglia savoiarda 
ivi stabilita fin dal 1820, la quale nel 1860 optò per la nazionalità italiana. 
Si laureò in medicina a Torino nel 1879 e fu ottimo medico e filantro- 
pico apostolo della sua arte. 

Percorrendo continuamente la sua valle ne conobbe e ne amò tutte 
le ricchezze naturali, come tutte le bellezze artistiche e storiche. 

A Susa occupò con molto onore numerose cariche, partecipò alle più 
simpatiche manifestazioni di carattere regionale e si rese benemerito del- 
l'illustrazione delle Alpi Cozie. 

Fu Ispettore dei Monumenti per il Circondario di Susa e raccolse 
preziose notizie d'arte, di storia, di archeologia locale, pubblicando alcuni 
risultati dei suoi studi in articoli improntati a profondità di indagine e a 
rara chiarezza e precisione. 

Il Barraia ricordò infine il culto del Couvert per i libri, e concludendo 
con un saluto deferente alla sua memoria, offerse alla Società, a nome 
della famiglia, un ritratto del compianto Collega. 



- 92 



NOTE 



Una correzione 
al Corpus inscriptìonum latinarum, V, n. 7461. 



Una decina di anni fa, in un campo della parrocchia di Cunico-Monfer- 
rato veniva disseppellita una piccola ara frammentata nella parte superiore. 
Il signor avv. Secondo Pia me ne comunicò cortesemente due fotografie. 

L'ara porta l'iscrizione: 

I O V I 

O • M 
L I C I N I VS 
A G AT H O 

L • M 

Ai due lati del monumento sono scolpiti due bassorilievi in pessimo 
stato di conservazione. 

Uno sembra una figura di donna, forse una Vittoria, con lunga tunica, 
corrente e tenente col braccio sinistro proteso un oggetto che si direbbe 
una corona. Non si vedono tracce di ali, forse abrase. 

All'altro lato è una figura di uomo stante (Giove.'') vestito, reggente 
colla mano sinistra un oggetto oramai indistinto. Alla sua destra è un'altra 
figura, di piccole proporzioni, non più riconoscibile. 

Quest'ara era già venuta un'altra volta alla luce circa un secolo e mezzo 
fa, press'a poco nello stesso luogo dove fu adesso ritrovata; e sulla fede 
del Durandi l'iscrizione era stata pubblicata nel C. I. />., V, n. 7461. La 
lezione del Durandi AGATIO va però corretta nel noto nome AGATHO. 

Il ' nomen » Licinius fu gentilizio molto comune nella regione pie- 
montese. Probabilmente si tratta di un « peregrinus », che aveva conser- 
vato come « cognomen > il suo antico nome di Agatho. 

P. Barocelli. 



93 - 



Marche su vasi fittili e su laterizi piemontesi inedite. 



Alba. 

Negli Atti della nostra Società di Archeologia (i) Ariodante Fabretti 
pubblicò una marca della officina di Ateius, da lui letta sopra un vaso 
della necropoli di Carrù. Era la terza fin ora nota nella regione piemontese 
e ligure, insieme a quelle di Libarna e di Dertona {C. I. L., V, 8115, io). 

Lo stesso nome, imperfettamente impresso, in cartello trilobato, io 
rilevai sul fondo di una patera di terra sigillata a vernice rossa frammen- 
tata, oggi conservata nel R. Museo di Antichità di Torino. 




La marca va certamente completata Cn. Atei, 

La patera proviene dalla romana Alba Pompeia. 

Ateius aveva una celebre officina ad Arezzo ed ai tempi di Augusto 
non solo diffondeva i suoi prodotti in Italia e sulle coste del Mediterraneo, 
ma li esportava in grande quantità anche in Germania, tanto che il 
Loeschcke, negli scavi del campo imperiale romano di Haltern, di età 
augustea, li trovò in proporzione molto superiore a quelli di ogni altra 
officina italica di vasi di terra sigillata (2). 

Il Dragendorf (3) riteneva che tutti i vasi portanti la marca di Ateius 
provenissero da Arezzo ; ma la frequenza con cui si rinvengono nella Gallia 
Transalpina meridionale ha fatto pensare che l'officina avesse quivi una 
filiale (4). Il Déchelette (5) lascia insoluta la questione. 

Anche negli ultimi scavi di Fréjus, non lontano da Ventimiglia, si 
trovò la marca di Ateius (6), ed io ne scopersi alcune, ancora inedite, 
nella zona archeologica di Ventimiglia stessa (la romana Albintimilium). 



(i) Voi. II, pag. 247; Pais, Corpus ittscr. lat., suppl. ital., 1080, 87. 
(2) Siegfried Loeschcke, Keramische Funde in Haltern, Mtìnster, 1909. Vedi a 
pag. 119 sgg. le osservazioni cronologiche dell'A. 

{3) Terra sigillata, in " BOnner Jahrbucher „, 1894. 

(4) Vedi Loeschcke. op. cit., pag. 128 sgg. 

(5) Vases céramiques ornés de la Caule romaine, Paris, 1904. 

(6» De Ville d'Avray, Les fouilles de Fréjus (" Annales de la Soc. d'Études 
provencjales „, 1914). 



-94- 

Dal territorio di Alba Pompeia, oltre il citato vaso di Ateius, usci- 
rono prodotti di altre fabbriche di terra sigillata aretine od almeno della 
Italia centrale, e fanno parte della copiosa collezione civica albese di mate- 
riale epigrafico, formata a cura del compianto Federico Eusebio con lapidi 
intere e frammentarie, marche e graffiti di vasi, lucerne e laterizi raccolti 
in Alba e nei suoi dintorni. La pubblicazione di questo prezioso materiale 
venne incominciata dall'Eusebio stesso, ma purtroppo fu interrotta dalla 
sua morte (i). In attesa che il lavoro sia ripreso, come so averne inten- 
zione un valente cultore di archeologia, riporto le seguenti marche tuttora 
inedite, che ebbi occasione di leggere in occasione di una mia visita a 
quel Museo. 

Esse dimostrano ancora una volta la frequenza dei commerci tra 
l'Etruria e la Gallia Cisalpina ai tempi dell'alto Impero. 

Sono: 

I) 



M • PERENNI 



Nel fondo interno di una patera. Il vasaio M. Perennius sembra avere 
poco esportato nella Cisalpina ed a nord delle Alpi. 

Nella regione piemontese e ligure non mi è noto nessuno dei vasi 
elegantemente ornati, per i quali la sua officina era celebre, ed il suo 
nome vi appare solo, oltre che su questo esemplare di Alba, in due vasi 
della necropoli di Albintimilium ancora inediti, e, in unione col nome 
Crescens (?), in un altro di Tortona {C. I. L., V, 8117, 88). 

Secondo il Gamurrini M. Perennius avrebbe lavorato nell'età sillana(2); 
consta però che la sua marca fu letta su un vaso del già ricordato campo 
di Haltem (3). 

2) L • GEL 

Entro orma di piede umano (4). 



(i) Postille al C. I. L. (« Riv. di filologia classica „, XXXIII-XXXVI, 1908); Epi- 
grafi romane inedite di Alba Pompeia (nella Riv. " Alba Pompeia „, cominciando 
nell'anno 191 1). 

(2) Notizie degli scavi, 1883, pag. 262 sgg. La patera di Alba è ad alto piede, 
fondo piano, sul quale si attacca quasi perpendicolarmente l'orlo, basso, pochissimo 
arrotondato ed ornato esternamente di minuti trattini incisi. 

(3) LoEscHCKE, op. cit., pag. 179. 

(4) Impressa nel fondo di una patera simile al tipo Dragendorf (op. cit.), n' 3. 
L'orlo ha i comuni ornati a doppia spirale, quali sono, ad esempio, su una patera di 
forma affine della necropoli di Persona, presso Ornavasso. Porta anch'essa la marca 
di L. Gellius; la ricordo nella pagina seguente (Bianchetti, op. cit., tav. XXII, n° 27). 



- 95 - 

3) G^'-'-' 
Entro orma di piede umano (i). 

Queste due marche confermano la larga diffusione che ebbero i pro- 
dotti della fabbrica aretina di L. Gellius anche nella regione piemontese 
e nelle finitime, dove furono ritrovati nella necropoli di Persona, presso 
Ornavasso (Bianchetti e Ferrerò, Ornavasso, pag 72, tavola XXII, n" 27, 
negli < Atti della Soc. piem. di Arch. >, voi. VI); a Fara Novarese (Bian- 
chetti, op. cit., pag. 72); nella necropoli di Albairate (Patroni, « Boll, storico 
pavese », V, pag. 81 sgg.) ; presso Locamo (Ponti, / Romani ed i loro 
precursori sulle rive del Vertano^ pag. 76, nota) ; nel Varesotto (Ponti, op. cit., 
pag. 76); nella necropoli di Giubiasco, presso Bellinzona (Ulrich, Die 
Graeberfelder in der Unigebung von Bellinzona, pag. 536, Ziirich, 1914); a 
Trofarello (« Atti della Soc. piem. di Arch. *, V, pag. 213); a Palazzolo 
Vercellese ed in una tazza del R. Museo di Antichità di Torino, di impre- 
cisata provenienza piemontese (Fabretti, Iscrizioni fittili piemontesi, negli 
« Atti della Soc. piem. di Arch. », IV, pag. 288 sgg.); ripetutamente a 
Torino (Promis, Julia Augusta Taurinorum, pag. 449. Su un frammento 
ancora inedito di fondo di patera, ceduto al Museo di Antichità di Torino 
dalla Regia Sopraintendenza ai monumenti, è la marca L. GEL entro orme 
di piede umano); in tombe a Pianezza (« Atti della Soc. piem. di Arch. », 
Vili, pag. 28 sgg.). Io lessi questa marca su vasi ancora inediti di Albin- 
timilium. Vedi inoltre C. I. L., V, 8115, 48 e 51. 

In alcuni di questi ritrovamenti monete forniscono dati cronologici, 
necessariamente approssimativi, dai quali risulterebbe confermato quanto 
oltralpe si è constatato (2), che cioè l'officina di Gellius esportò, ad un di- 
presso, al tempo di Tiberio e di Claudio: infatti, nella necropoli di Persona, 
nella medesima tomba, era una moneta di Augusto ; ad Albairate nella 
tomba medesima forse era una moneta di Tiberio, e le tombe di Pianezza 
(non fu tenuta distinta la suppellettile delle singole tombe) erano datate 
da monete di Augusto, Claudio, Vespasiano. 

4) L • M • V 

Entro orma di piede umano; su patera. Sul fondo esterno è graffito, 
in lettere di forma tendente alla corsiva, il nome TRDPHIMI, probabil- 
mente quello del proprietario. 



(i) Patera a basso orlo tondeggiante. Corrisponde al tipo Loeschcke, op. cit., rx" 4,a. 
(2) E frequente nella necropoli di Laibach. Vedi Bericht des Vereins Car- 
nuntunt (1908- 191 1), col. 169, Wien, 1914. 



— % — 

La marca L.M.V, finora poco frequente nell'Italia settentrionale, in 
Piemonte fu ritrovata nella città romana di Libarna e nella piccola necro- 
poli del I sec. dell'Impero, della Cascinetta, presso Varallo Pombia [C. I. L., 
V, 8115, 66; Pais, Suppl. cit., 1080, 24; Fabretti, Necropoli della Casci- 
netta, negli « Atti della Soc. piem. di Arch. », IV, pag. 305). Sembra che 
sia stata letta anche in un vaso della necropoli di Giubiasco (Ulrich, 
op. cit., pag. 536). 

Ritrovandosi questa marca anche nella già ricordata necropoli di 
Laibach, sembra che i prodotti di questa officina abbiano avuto diffusione 
in un periodo almeno parzialmente contemporaneo a quelli di L. Gellius(i). 

5) I SEX M • f"! (2) 

6) SEX • M • F (3) 

Quest'ultima entro orma di piede umano. 

L'epoca approssimativa della officina di Sextus M. Festus è indicata 
dalla presenza di parecchie marche a Pompei [C. I. L., X, 8056). Esportò 
anche al sud della Gallia [C. I. L., XII, 5686, 503). In Piemonte prodotti 
di questa officina furono finora rinvenuti solo a Tortona e, nelle vicinanze 
di Alba, a Pollentia {C. I.L., V, 81 15, 65). Altri io ritrovai nella necro- 
poli di Albintimilium. 

Non si può affermare che l'officina esistesse ad Arezzo; la statistica 
però dei ritrovamenti tende a fissarla in Etruria {C. I. Z,., XI, 6700, 344; 
Déchelette, op. cit., 1, pag. 115). 

7) C-BOVGEN 

Entro orma di piede umano. Impressa, contro l'uso, sul fondo esterno 
di una patera ad orlo basso e liscio. Finora questa marca in Piemonte ed 
in Liguria è nuova, né il C. I. L. ne registra alcuna per l'Italia settentrio- 
nale. Si ritrova oltralpe [C. I. L., XII, 5686, 139). Fu ritrovata in vari 
luoghi della Toscana e dell'Umbria ed a Roma {C. I. Z,., XI, 6700, 136; 
C 7. Z,., XV, 5062; Gamurrini, Vasi, nn. 377-378). 

Secondo il Dressel la marca va completata C. Bot'[i] Gent\ ]. 



(i) Vedi Carnuntum, 1. e. 

(2) Su patera di forma simile al tipo Dragendorf (op. cit.), n° 3. L'ornamentazione 
è a testine ed a rosette. 

(3) Su patera di forma simile a quelle figurate in Carnuntum (op. cit.), fig. 29, n' i, 3, 
4, 5, 6, io; non è però ornata. La patera di Alba recante la marca L • M • V, sopra 
ricordata, è pur essa di forma affine, e come quelle di Carnuntum è ornata di festoni 
vegetali, delfìni, rosette. 



97 - 



g) L- MG • VI 

Entro orma di piede umano. Su un frammento di patera. 

Non sembra improbabile che provenga dalla medesima officina una 
patera raccolta in una tomba romana di Torino, datata da monete del 
principio dell'Impero (i), recante la marca L • M VI. 

Né il Corpus inscr. lai., nò il Supplemento al medesimo del Pais ne 
registrano alcuna per l'Italia settentrionale. 

Neppure è registrata nel Corpus predetto e nel suo Supplemento, per 
l'Italia settentrionale, la marca 

9) 



da me letta nel fondo di una coppa (2). 

Su di un frammento di patera, raccolto nell'area del ricreatorio di 
Alba, io lessi la marca, incompleta, 



IO) 



e sul fondo interno di un'altra, priva di marca di officina, il nome del suo 
possessore CALPURNI, era graffito in lettere di forma tendente alla corsiva. 
Finora la gens Calpurnia era ignota ad Alba Pompeia. 



* 
* * 



Fra le marche su anfore e su laterizi, ancora inedite, della raccolta 
civica di Alba, io lessi su orli di anfore, impresse a rilievo, in belle lettere, 
alcune 



ancora ignote nell'Italia settentrionale, ed una frammentata 



M N 



Su laterizi riscontrai la marca, finora nuova, anche essa in belle lettere 
rilevate 



L • CLVP 



(Continua). P. Barocelli. 



(i) Alti della Società piemontese di Archeologia, voi. Vili, pag. 175, tav. XVI, fig. 13. 

(2) Simile per forma ed ornamentazione a rosetta ad una coppa rinvenuta nella 
necropoli di Persona ad Ornavasso (BiANcuKrn, op. cit., tav. XXII, n 26). Corrisponde 
al tipo Dragendorf 25. 



98 



R. Pinacoteca di Torino — Anni 1915-1916, 



ACQUISTO 

• 

Ritratto dell'ammiraglio Andrea Provana di Leynì (Dipinto ad olio 
su tela, m. 0,64 per 0,51). — Opera anonima della seconda metà del 
sec. XVI. La pittura, sebbene corretta, non si distingue per bravura di 
esecuzione ed è, come si suole dire, alquanto piatta. Nondimeno è da 
ritenersi che questo ritratto non sia la riproduzione di un'altra effigie, ma 
sia stato eseguito dal vero. A tergo della tela sta un biglietto scritto in 
caratteri che sembrano della fine del secolo XVI oppure della prima metà 
del secolo seguente, che dice : M'^ André Provana Seigneur de Leyny Conte 
de Frossasque, Conseilier d'Etat, General des Galère s de S. A. R. 1^68. 
Siccome non si conosce alcun ritratto antico ed autentico di questo illustre 
personaggio (poiché nessun carattere di autenticità presentano la litografia 
inserita nel libro del Paroletti, Vite e ritratti di sessanta Piemontesi illustri^ 
e la statua fatta eseguire dal re Carlo Alberto e che è situata al piede 
dello scalone del Palazzo Reale in Torino), è notevole l'importanza ico- 
nografica e storica di questo dipinto. 

DONO 

PisANELLO (Scuola del). Adorazione dei Magi (Tavola di m. 0,62 per 
m. 0,43). — L'attribuzione di questo dipinto alla scuola del Pisanello non 
è unanime. Vi è chi crede che esso possa essere stato eseguito da Vin- 
cenzo Poppa nei suoi anni giovanili; altri sospetta che appartenga all'an- 
tica arte borgognona. 

Fu donata alla Pinacoteca dal conte Giulio d'Harcourt d'Azeglio, in 
memoria della defunta sua consorte, contessa Eleonora di Castelborgo. 

Nel num. del 31 luglio 191 5 del « Bollettino d'Arte ^ del Ministero 
della Pubblica Istruzione vi ha una riproduzione zincotipica di questa 
composizione. 



_ 99 - 



Museo Civico di Arte Antica e Moderna di Torino. 

Anno 191 4. 



ACQUISTI 

1 . Riccio di pastorale^ in bronzo dorato e smaltato di Limoges, con 
figure (Incoronazione della Vergine). Sec. XIII. 

2. Tre campane, di cui una del sec. XV e due del sec. XVII, ed un 
mortaio di bronzo del sec. XVII. 

3. N. 65 manifesti piemontesi. Sec. XVII e XVIII. 

4. Dipinto storico allegorico attribuito a Bernardino Galliari. Sec. XVIII. 

5. Raccolta di incisioni fatta da Amedeo Lavy (grosso volume). 
Sec. XVIII. 

6. Angelo Vacca. Ritratto ad olio. Princ. del sec. XIX. 

7. Strumenti e documenti relativi alla posa della prima pietra della 
chiesa della Gran Madre di Dio a Torino. Princ. del sec. XIX. 

8. Tre borsette e due scampoli di seta. Princ. sec. XIX. 

9. Giovanni Migliara. Due acquerelli raffiguranti il Palazzo Madama 
(esterno e scalone). Prima metà del sec. XIX. 

10. Collana di dorini. 



LEGATI DEL DoTT. Cav. CARLO PORTA 

N. 79 oggetti, dei quali 60 di ceramica (piatti, vasi, cofanetti, figu- 
rine), uno stipo intarsiato di ebano e avorio, due ventagli, tabacchiere e 
oggetti di metallo. 

DONI 

1. Campana di bt'onzo. Sec. XIII. Dono del Sig. Giuseppe Mazzola. 

2. Cucchiaio di ottone. Fine del sec. XV. Dono del Prof. Ovidio Fonti. 

3. l'rammento di scoltura in marmo. Sec. XVI. Dono del Professore 
Luigi Sacchi. 



- 100 - 

4- Vetrata dipinta. Opera di scuola piemontese del sec. XVI, prove- 
niente dalla chiesa di S. Pietro in Pianezza, stata temporaneamente infissa 
ad una finestra della cripta della Real Basilica di Superga, Dono di 
S. M. il Re. 

5. N. 14 piastrelle decorative di fabbrica olandese. Sec. XVII. Dono 
del Cav. Ing. Giovanni Chevalley. 

6. Piatto in maiolica di fabbrica siciliana. Sec. XVII. Dono del Pro- 
fessore Giovanni Vacchetta. 

7. Cinque ritratti., di cui quattro a olio e uno in disegno, di Membri 
della famiglia Boucheron e sei disegni di oggetti di argenteria eseguiti 
sulla fine del sec. XVIIl da G. Batta Boucheron. Dono della Signora Ma- 
rianna Boucheron. 

8. Quattro porte con intagli dorati e sovrapporte dipinti. Sec. XVIII 
(già nel palazzo Sclopis). Dono del Municipio di Torino. 

9. Due lastre da camino. Sec. XVIII. Provenienti dalla demolizione 
di una casa in via San Dalmazzo. Dono del Municipio di Torino. 

10. Zoccoli con scarpetta di seta. Princ. del sec. XIX. Dono della 
Signora Cristina Stassi. 

11. Pantaloni di pelle e stivali da postiglione. Princ. del sec. XIX. 
Dono del Comm. Davide Calandra. 

12. Ombrello di seta. Princ. del sec. XIX. Dono della Signora Gio- 
vannina Betta-Fiorito. 

13. Stemma in marmo. Dono del Conte Alessandro Bandi di Vesme. 

Arte contemporanea. 

A C Q U I S T O 

Mario Reviglione. Preludio lunare. Acquistato all'Esposizione della 
Società Promotrice di Belle Arti. 

DONI 

1. Medardo Rosso. Donna con bimbo. Cera. — Bimbo che poppa. Cera. 
— // biricchino. Bronzo, donati dalla Signora Etha Flès. 

2. Vittorio Cavalieri. Tonio il galante. Pastello donato dal Cava- 
liere Guido Rey. 

3. Gino Sacerdote (1888-1913). I puttini. Quadro a olio donato dal 
padre dell'autore, Avv. Vittorio Sacerdote. 



101 



RECENSIONI 



Tristan Leclère. — Ln protecteur de l'art frangais dans la vallèe d'Aoste 
au XV siede. — « Gazette des Beaux-Arts », Paris, 1907, II se- 
mestre, pag. 132. 

Piuttosto che uno studio l'articolo del Leclère è un indice, un indice 
delle opere d'arte della valle aostana dovute a questo protettore dell'arte 
francese, che fu Giorgio di Challant, e a qualcuno dei suoi antenati. 

Alla menzione di queste opere d'arte precede uno spunto storico sulla 
famiglia di Challant e sui principali castelli, che per essa sorsero nella 
valle d'Aosta, dalle primitive case forti del sec. X e XI, al castello di 
Fénis, complicato e pittoresco nella pianta e nella decorazione, sino al 
castello di Issogne della fine del sec. XV, il quale non ha più carattere 
di una fortezza, ma di un maniero. Per queste notizie sono fonte al Leclère 
il Vaccarone (i) e il Giacosa (2). 

Delle vicende storiche dei Challant interessa qui all'autore di mettere 
in rilievo i rapporti che essi ebbero con la Francia, e specialmente i rap- 
porti che con Lione e con Avignone ebbe Giorgio di Challant, di cui il 
Leclère traccia una breve biografia, desumendone i dati dal Beyssac (3). 

L'indice delle opere d'arte è diviso in due parti: sculture e lavori 
in legno; pitture e miniature \ ma anche come indice esso non è completo. 
Nel primo gruppo sono ricordati solo la statua di Francesco di Challant, 
scolpita da Etienne Mossettaz, gli stalli della cattedrale di Aosta, quelli 
del priorato di S. Orso, e alcune altre scolture in legno del priorato stesso, 
del castello di Issogne e del Museo Civico di Torino. 

Gli stalli di S. Orso sono assai probabilmente dovuti alla iniziativa 
di Giorgio di Challant, che il Leclère senz'altro asserisce averne affidata 
l'esecuzione al ginevrino Pierre Mochet. Si sa invece che questa è solo 



(i) / Challant e le loro questioni per la successione ai feudi dal XI l al XIX secolo, 
Torino, Bona, 1893. 

(2) / castelli valdostani, Milano, Cogliati, 1903. 

(3) Georges de Challant, chanoine de l'Église et comte de Lyon, chanoine et archi- 
diacre de Notre-Dame cT Aoste, prieur de Saint- Ours, Lyon, Mougin-Rusand, 1899. 



- 102 - 

una tradizione, raccolta dagli storici locali, non confermata, secondo il 
Toesca, dal confronto con gli stalli della cattedrale di St-Jean de Maii- 
rienne in Ginevra, attribuiti pure al Mochet , e neppure avvalorata da 
rapporti con gli stalli delle chiese di S. Pietro e di S. Gervasio pure a 
Ginevra (i). 

Con la stessa facilità del resto il Ledere riferisce al Mossettaz il mo- 
saico pavimentario inferiore della cattedrale di Aosta, mentre il Toesca 
ha dimostrato che il mosaico attuale non può essere del Mossettaz, e che 
se mai l'opera di lui non ci fu conservata o si limitò al lastricato intorno 
al monumento di Francesco di Challant (2). 

Di pitture l'autore ricorda quelle poche superstiti del castello di Mon- 
talto, quelle della sala grande e del cortile del castello di Fénis, e infine 
quelle dovute a Giorgio di Challant, gli affreschi cioè del priorato di 
S. Orso e gli affreschi del porticato del Castello di Issogne. 

I dipinti del priorato rivelano al Ledere la scuola francese per la 
composizione, la franchezza del colorito, il tipo dei personaggi e il gusto 
del particolare pittoresco. 

II pittore del portico di Issogne, asserisce il Ledere, dato il soggiorno 
prolungato di Giorgio di Challant a Lione e ad Avignone, sarebbe a priori 
ammissibile che fosse venuto da una di queste città. Egli per conto suo 
propende a credere che venisse da Lione, come gli suggerisce l'analogia 
tra questi affreschi e alcune incisioni lionesi del Doctrinal de Court, del 
piccolo romanzo della Beile Maguelonne, della Propriété des choses di 
B. de Ganvilles. 

Fra le miniature ricorda quelle del Messale del Museo Civico di To- 
rino, che reca le armi del ramo di Challant-Ussel e la data del 1466, e 
quelle del Messale di Giorgio di Challant, fatto eseguire nel 1499 per 
l'oratorio del castello di Issogne, e ora in possesso del conte Passerin 
d'Entrèves. 

In conclusione, rispetto al complicato problema dell'arte valdostana, 
il Ledere si attiene alla tradizione, accennando solo al fatto nuovo del- 
l'analogia tra gli affreschi di Issogne e le incisioni lionesi, analogia però 
che egli afferma senza esplicare e senza confortare di riproduzioni grafiche, 
e che deve perciò essere esaminata e convalidata. 

In generale poi le affermazioni del Ledere sono intonate al tradizio- 



(i) P. Toesca, Aosta. Catalogo delle cose d'arte e di antichità d'Italia. Roma, 
Calzone, ipii.pag. 85. 

(2) P. Toesca, op. cit,, pag. 12. 



- 103 — 

naie chauvinisyne francese. Per cui egli ragiona così: la valle d'Aosta fu 
nel medio evo paese di lingua francese, dunque fu anche paese di arte 
francese. Pierre Mochet era di Ginevra ; ma Ginevra è città di lingua 
francese, e lo stile delle sculture in legno- del S. Orso sono di stile com- 
pletamente francese. Giorgio di Challant fu a Lione e ad Avignone? Ma 
le pitture di Issogne sono francesi. 

Egli non accenna neppure alle altre influenze artistiche della vallata, 
sensibili, per esempio, nei caratteri germanici delle vetrate del S. Orso in 
Aosta, e neppure ricorda, ad esempio, i rapporti di Giorgio di Challant 
anche con Roma. 

Luigi Melano-Rossi. — // 1 empio della Pace in Val d'Ermena presso 
Mondavi. — Milano, Alfieri e Lacroix, 1914. 

Luigi Melano-Rossi ha scritto a Boston questa sua opera sul Tempio 
della Pace, che sorge a Vicoforte presso la sua città nativa. E in questa 
opera si direbbe che egli ha trasfuso tutto l'amore e la nostalgia della sua 
terra lontana, anzi che ha trasfuso tutto se stesso. 

Egli ne pubblicò una prima edizione a Londra nel 1907 (i), un'ele- 
gante edizione con ricche illustrazioni, nella quale il materiale è distribuito 
chiaramente così : Introduction — Historical — Architectural — Pictorial 
— Sculptural — Conclusion. — Chronological Table of the House of 
Savoy — Memorandum of Data — Books referend To. In essa è palese 
lo scopo polemico dell'autore, il quale vuole riabilitare l'arte italiana, e 
specialmente l'architettura, contro i pregiudizi dei goticizzanti, affermandone 
l'originalità dello sviluppo anche nei periodi reputati della decadenza, come 
il '600 e il '700. 

La seconda edizione italiana procede dalla prima inglese con più 
ampie indagini e con più abbondante materiale illustrativo; ma è distri- 
buita con un altro criterio, il cronologico, senza distinzione tra lo studio 
storico e lo studio artistico. Questo criterio è meno chiaro e meno sinte- 
tico, ma più rappresentativo del divenire del grande edificio. 

Il Melano-Rossi ne segue le vicende dal rozzo pilone con l'immagine 
miracolosa della Vergine, alla cappella, che ne sorse a custodia, e intorno 
a cui si cominciò a erigere prima una chiesetta e infine il grande Tempio, 
per iniziativa del Duca di Savoia Carlo Emanuele I. 

Con il capitolo IV l'autore principia la storia di questo Tempio, che 



(i) The Santuario oj the Madonna di Vico. Pantheon of Charles Emanuel I of 
Savoy, Macmillan, London, 1907. 



— 104 - 

fu detto della Pace, storia complicata di interessi politici, religiosi e finan- 
ziari, che si rifletterono sulle vicende costruttive. Il tempio fu cominciato 
nel 1 596 sui disegni dell'architetto ducale Ascanio Vittozzi, che modificò 
e adattò un progetto del San-Front; e, rimasto incompiuto alla morte del- 
l'architetto, per la scarsezza dei mezzi finanziari e per la freddezza degli 
abitanti di Vico, subì un lungo periodo di ristagno e poi anche l'abban- 
dono del patronato ducale. 

Per iniziativa locale, sotto la direzione d'un architetto locale, Fran- 
cesco Gallo, si ripresero nel 1729 i lavori intorno al tamburo, e nel 1733 
si inaugurò la lanterna della calotta. Di lontano però la Casa ducale non 
aveva perduto d'occhio il grande edifizio, sorto per volere di uno dei suoi 
antenati, e vi aveva interessato il suo primo architetto, il Juvara. 

Compiuta la parte costruttiva, si pose mano alla decorazione del San- 
tuario, i cui affreschi nella volta furono eseguiti prima da un pittore di 
Mondovì, Pietro Antonio Pozzo, e poi furono rifatti, in parte da Ferdinando 
Galli Bibiena e dal Galeotti, in parte dal Bortoloni. Al ricco baldacchino^ 
che sorge al centro del Tempio e che racchiude il pilone del miracolo, 
apprestarono le statue il Solaro e i metalli lavorati il Boucheron e Fran- 
cesco Ladatte. Infine le cappelle laterali, destinate alle tombe dei duchi, 
furono decorate con gli affreschi dei Rechi e del Taricco e con le statue 
dei Collini e dei Gaggini. 

Ma mentre si compivano questi lavori non si pensava a quelli più 
urgenti, che pure si imponevano per la stabilità della fabbrica. Ad essi si 
pose mano blandamente sulla fine del secolo XVIII; ma solo nel secondo 
quarto del secolo successivo furono condotti più energicamente dall'inge- 
gnere Virginio Bordino, quando il Bonsignore fu incaricato del completa- 
mento della facciata. 

Allorché nel 1881, in seguito alla relazione dell'architetto Antonelli, il 
Santuario fu dichiarato monumento nazionale, sui disegni dell'Antonelli 
stesso se ne progettò un restauro, che però non fu eseguito, provveden- 
dosi solo al completamento della cupola e dei campanili. Questi lavori 
però non furono collaudati, ma si pretese la demolizione delle cuspidi dei 
campanili con il piano ottagono ad esse sottostante, e la copertura delle 
torri residue, quale ora noi vediamo. 

Così si chiude la narrazione storica del Melano-Rossi, alla quale sono 
aggiunte in appendice una Cronologia di Mondovì e la riproduzione di alcuni 
tratti dell'opera del Danna e Chiechio (i) e della relazione dell'Antonelli. 



(i) Storia artistica del Santuario di Mondovì, Torino, Derossi^ 1891. 



- 105 - 

Questa è la trama delle vicende del Santuario, che l'autore svolge, 
sfrondando e confutando con buone ragioni le opere del Danna e del 
Chiechio (i), e riferendosi alle narrazioni sincrone, e specialmente alla 
storia del Santuario del Rofredo (2). 

Non sempre però il Melano-Rossi riesce a ricostruire la realtà storica 
con sufficiente chiarezza. Per esempio, a proposito della fondazione del 
Tempio ideato da Carlo Emanuele I, egli afferma dapprima che il Duca 
si recò a IVIondovì il 30 giugno del i^gó con piccolo seguito per esami- 
nare il terreno intorno alla cappella, in riguardo all'architettura che egli 
progettava, e che lasciò donativi per la continuazione della fabbrica (3). 
E più tardi aggiunge che il Duca mandò il Vittozzi a principiare la fab- 
brica, affidandogli una lettera indirizzata ai cittadini di Mondovì in data 
18 maggio i^gó (4). Sul principio del capitolo seguente poi asserisce che 
il Vittozzi non poteva avere ideato il suo piano in un breve periodo come 
quello dal i° aprile al 18 maggio (5). i** aprile? Ma non vi è nessun cenno 
di questa data nella parte precedente del libro. Infine si legge che Carlo 
Emanuele arrivò sul posto con tutta la sua Corte il i*' luglio 1596 e pose 
la prima pietra il giorno 9 di quel mese (6). 

Evidentemente le cose stanno così : il Duca mandò a Vico il suo 
architetto verso la fine del maggio del 1596 con una sua lettera in data 
del 18, e il Vittozzi dovè far cominciare tosto i lavori di scavo. Sul finire 
di giugno o al principio di luglio Carlo Emanuele si recò sul posto a esa- 
minare i lavori, prima di procedere alla cerimonia solenne della prima pietra, 
che avvenne il giorno 9 di luglio. 

Su questa trama si innestano alcune idee generali, e specialmente 
quella del significato storico del Tempio, che nella mente del Duca do- 
veva essere l'espressione artistica dell'unità del culto dinastico e del culto 
religioso, il quale veniva così sottratto all'autorità pontificia, per assurgere 
quasi a religione nazionale. L'altezza di questo significato non fu però mai 
comjiresa dal popolo monregalese, che fu solo legato al suo Tempio da 
un fervore superstizioso, e che insieme con il Vescovo palesemente o co- 



(i) Oltre all'opera citata il Melano-Rossi si riferisce allo studio del Chiechio 
L' Ingegnere ed Architetto Francesco Gallo, Torino, Derossi, 1886. 

(2) De admirabili novoqne misterio Beatae Mariae Vici ac Monteregali dialogtis, 
Taurini, apud Jo. Baptistam Bevilaquam, 1596. 

(3) Pag. 86. 

(4) Pag. 99-100. 

(5) Pag. loi. 

(6) Pag. 123. 

Boll. Soc. Piem. Archtol. t B. Arti. 8 



— 106 — 

pertamente osteggiò l'azione della Casa ducale. Tanto che questa alla fine, 
dopo la ribellione di Mondovì nella guerra, che si disse del sale^ abban- 
donò il patronato del Tempio, elevando la Basilica di Superga a rappre- 
sentare il Pantheon della Casa di Savoia. 

Per queste ed altre simili considerazioni generali e particolari di ca- 
rattere storico, filosofico ed estetico l'autore perviene a giudicare da un 
alto e vasto punto di vista ; ma perciò appunto il disegno dell'opera, che 
è assai ben concepito, perde nitidezza ed efficacia. Poiché tali considera- 
zioni storiche e filosofiche ed estetiche non formano semplicemente il 
substrato dell'opera, l'impostazione del lavoro, ma sono presentate e di- 
scusse via via che all'autore se ne offre l'occasione, quasi che egli voglia 
ripetere al lettore il procedimento, con cui è giunto alle sue convinzioni. 

Inoltre il Melano-Rossi correda queste considerazioni di molte e lunghe 
citazioni, e le amplia di numerose parentesi, che si aprono l'una entro 
l'altra, e nelle quali si smarrisce il filo conduttore dell'opera. Ad esempio 
il primo capitolo, che è dedicato all'origine del pilone, custode dell' im- 
magine miracolosa, si apre con un lungo preambolo sul carattere della 
religione italiana^ sul culto delle immagini^ sul sentimento della natura 
nelFarte italiana^ s\i\V effetto educativo dell'arte religiosa prima della stampa, 
e così via. Nel capitolo VII, quando accenna alle ragioni che provocarono 
l'abbandono del patronato del tempio da parte della Casa ducale, l'autore 
apre una lunga parentesi sulla guerra del sale. E nella parentesi trova 
modo di riferire lunghi brani di storici e di cronisti, del Carutti, del Ge- 
nerale Pelet, del Danna, del Canavese, intorno agli atteggiamenti ribelli 
degli abitanti di Mondovì di fronte alle esigenze dei duchi. E non man- 
cano citazioni del Lamartine e del Ruskin e di testi di filosofia e di 
estetica. 

Ma come in mezzo a questa sovrabbondanza lo studio storico è com- 
pleto e profondo, così profondo e completo è l'esame artistico del mo- 
numento. 

Anche qui sono più numerose del necessario le lunghe citazioni dal 
Ruskin, dallo Choisy e dal Viollet-le-Duc, e persino da Vitruvio e dal 
Polifilo; e l'autore indugia a polemizzare contro i pregiudizi dei medio- 
evalisti, gli archeologi, come egli li chiama. Ma l'importante si è che di 
questi pregiudizi egli è libero nel suo esame, e che questo esame conduce 
con profonde e giuste vedute. 

Il Melano-Rossi incomincia col delineare assai efficacemente lo svol- 
gersi del progetto del Vittozzi dalla primitiva idea del San-Front e il valore 
e il significato del progetto del Vittozzi. 



- 107 - 

Il San-Front aveva ideata una costruzione di pianta ellittica, coperta 
da cupola, nel centro della quale doveva rimanere il miracoloso pilone, e 
intorno a cui si svolgeva un ordine di cappelle destinate alle tombe dei 
duchi di Savoia. Intorno alla campeggiante cupola centrale si raccoglie- 
vano quattro basse cupole minori. Così avrebbe trovata adeguata espres- 
sione l'idea del fondatore, cioè l'unità del culto religioso e del culto 
patriottico-dinastico. 

Al progetto del San-Front si sovrappose l'opera del Vittozzi, confe- 
rendogli quella monumentalità che gli mancava, specialmente in riguardo 
alla prospettiva esterna. Diede alla pianta maggiore ampiezza e grandiosità, 
sostituendo alle numerose cappelle del contorno quattro sole vaste cap- 
pelle, interrotte da due vestiboli, e sviluppando l'ingresso in uno spazioso 
nartece. All'esterno corresse l'effetto della cupola ellittica con l'aggiunta 
di quattro campanili angolari, che celando in parte la cupola ne dessero 
l'illusione della forma circolare, e producessero, con le loro cuspidi attorno 
alla lanterna, l'effetto slanciato della rastremazione piramidale. Un tale 
effetto era adatto alla posizione che il tempio doveva occupare nel fondo 
della valle. 

Qui il Melano-Rossi mette in luce come di cupola ellittica il primo non 
felice esempio fosse stato lasciato in piccole proporzioni dal Vignola nel 
Sant'Andrea a Ponte Molle, e come il Vittozzi rimediasse a questo difetto 
di prospettiva esterna con l'aggiunta dei quattro campanili. Questo motivo 
era essenzialmente italiano, applicato dal Bramante e dal Sangallo nei loro 
progetti per il S. Pietro a Roma. 

Un tale sistema costruttivo di basilica a cupola di forma ellissoidale, 
asserisce il Melano-Rossi, è una compenetrazione della forma basilicale 
allungata, richiesta dai precetti della Chiesa, e della cupola circolare della 
romanità e del nostro rinascimento. Questa costruzione rappresenta per 
l'autore un esempio unico, nella storia dell'architettura, di fusione del 
Bizantino con la Rinascenza italiana. Egli vede nel Santuario di Vico 
una combinazione della pianta della chiesa di Santa Sofia di Costantino- 
poli con le costruzioni rotonde dell'antica Roma. 

Il Melano-Rossi vuol trovare qui una prova di più dell'affermazione 
del Ruskin che ogni architettura europea deriva dalla Grecia attraverso 
Roma, si trasforma e si perfeziona per influsso dell'Oriente. Ma in realtà 
mi sembra che ricerchi un po' troppo lontano l'origine del Tempio del 
Vittozzi. Non è più semplice pensare a un compromesso del tipo costrut- 
tivo inaugurato dal Vignola nel Gesù con le rotonde che il Rinascimento 
aveva rimesse in auge ? 



- 108 — 

Questo compromesso non è forse palese proprio nel suo stato di for- 
mazione in quella chiesa di Sant'Andrea a Ponte Molle del Vignola, che 
il Melano-Rossi ricorda, e nella quale la cupola ellittica si imposta, per 
mezzo di pennacchi, sopra il rettangolo dell'unica navata? 

E poi la forma ellittica si può anche considerare semplicemente come 
una trasformazione naturale delle rotonde, per quella ricerca di movimento 
caratteristica dello spirito barocco. Non troviamo forse nel periodo del 
basso impero romano il tempio di Venere e Roma, di pianta ellittica a 
cupola, svolgimento naturale dalla forma rotonda ? 

E neppure il tempio vittozziano costituisce un esempio unico, poi che 
lo stesso Melano-Rossi ricorda il Sant'Andrea al Quirinale del Bernini, e 
che, anche a non voler uscire dal Piemonte, ne troviamo una più tarda 
espressione nella chiesa di Santa Croce a Torino per opera del Juvara. 

Ma riprendiamo col Rossi-Melano l'esame del monumento. 

La cupola progettata dal Vittozzi, rimasta incompiuta per oltre un secolo, 
fu poi ripresa da Francesco Gallo, il quale risolse il problema di compierla 
coi ristretti mezzi finanziari, di cui disponeva la Fabriceria, sostituendola 
con una copertura a calotta del tipo di quella del Pantheon. Mentre si 
ricorreva a questo espediente, negli stessi anni, a Vienna l'architetto 
Giovanni Bernardo Fischer costruiva una grande cupola ellittica sulla 
Karlskirche. 

La parte architettonica era così compiuta; e il Melano-Rossi si sof- 
ferma ad esaminarla prima all'esterno e poi all'interno nel suo effetto com- 
plessivo. 

Per l'esterno nota la funzione e i difetti degli enormi contrafforti, e 
riferisce il giudizio dell'architetto Sada, ricordato dal Baruffi (i) suo con- 
temporaneo. 

Dell'interno rileva l'effetto di grandiosità, accresciuto dalla sempli- 
cità della decorazione plastica, e constata gli errori, specialmente nei 
colonnati davanti alle cappelle, i quali però non mancano di effetto 
decorativo. 

Nell'esame della decorazione pittorica il Melano-Rossi coglie dell'opera 
del Bortoloni l'effetto farraginoso, il disegno cascante, negletto, il rilievo 
ricercato con forti macchie, in cui l'opacità delle ombre distrugge la pro- 
fondità dei piani intermedi. Non gli sfugge però il pregio maggiore delle 
figure accessorie, e conclude come, ad onta di questi difetti, il valore 



(i) Pellegrinazioni autunnali, Torino, Cassone e Marzorati, 1841-42. 



— 109 - 

della pittura stia nell'impressione sintetica che essa produce come tonalità 
o come macchia, che è il fattore essenziale di ogni decorazione. 

Con la stessa competenza l'autore procede nell'esame della decora- 
zione del baldacchino e delle cappelle, e nell'esame dei progetti di restauro 
eseguiti e non eseguiti. 

Deplorando le ultime modificazioni compiute con il taglio delle cu- 
spidi dei campanili, il Melano-Rossi conclude augurando che si realizzi il 
desiderio, che si concretò nei monregalesi e nel loro Vescovo in seguito 
a un pellegrinaggio al Santuario di Lourdes nel 1910: il desiderio di iso- 
lare il Tempio con una grande piazza attorno, che sia degna della gran- 
diosa costruzione. 

A corredare questo studio concorre un abbondante e ricco materiale 
illustrativo, nel quale figurano anche riproduzioni di schizzi e di rilievi 
architettonici del professor Agide Noelli e numerose tavole a colori. 

Da quanto ho riferito dell'opera del Melano-Rossi si impone da sé la 
conclusione. Si tratta di uno studio profondo, completo e definitivo, come 
ne esistono di pochi altri monumenti dell'arte piemontese. Solo si deside- 
rerebbe che l'autore avesse l'animo di recidere molte aggiunte superflue, 
che pure devono rappresentare per lui cari risultati dei suoi studi e delle 
sue osservazioni. 

Lorenzo Rovere. — // Palazzo dell' Accademia Filarmonica in Torino. — 
Milano, Alfieri e Lacroix, 191 5. 

La Direzione dell'Accademia Filarmonica, nella ricorrenza del primo 
centenario della sua fondazione, promosse la pubblicazione di quest'opera, 
che illustrasse storicamente e artisticamente il grandioso palazzo di piazza 
S. Carlo, nel quale l'Accademia ebbe sede a partire dal 1839. Alle bellis- 
sime 50 tavole, che riproducono nell'insieme e nei particolari l'edifizio e 
la sua sontuosa decorazione, premise un testo illustrativo il Dottor Rovere, 
il quale assolvette il suo compito con la sollecitudine interessata di Socio 
dell'Accademia e di amatore delle cose belle ed eleganti. 

Questo testo incomincia col rappresentarci brevemente i grandi lavori 
di ampliamento della città di Torino, verso sud, deliberati dal Duca di 
Savoia Carlo Emanuele I, e progettati dal Vittozzi e da Carlo di Castel- 
lamonte, che si succedettero nella carica di architetti ducali. Con tale am- 
pliamento, che doveva costituire la Città Nova, era collegata la formazione 
della Via Nova (il primo tratto della attuale via Roma a partire dalla 
piazza Castello) e la costruzione della Piazza, che si disse Reale, fra la 
parte vecchia e la parte nuova della città (l'odierna piazza S. Carlo). 



— no — 

Per queste notizie il Rovere attinge agli studi dell'Ing. Boggio (i) e 
si riferisce alle carte topografiche di Torino inserite nell'opera del Ci- 
brario (2), alla carta disegnata dal capitano Morello (3) e a quella del 
Theatrum Statuum Sabaudiae. 

Le concessioni di terreno per gli edifizi da fabbricare sulle fronti di 
questa nuova Piazza Reale cominciarono nel 1632 e si continuarono per 
tutto il secolo. Sì che sul principio del '700 la piazza doveva presentare 
quell'aspetto, che il Rovere ricostruisce basandosi sulla carta del Theatrum^ 
sulla stampa disegnata dal Juvara nel 1721, e dedicata a Madama Reale 
Giovanna Battista di Nemours, e servendosi dei dati del censimento ese- 
guito negli anni 1 705-1 706, al tempo dell'assedio della città. 

Durante questo periodo di formazione della piazza quali furono le 
vicende e i trapassi del palazzo della Filarmonica? Il terreno di esso, acqui- 
stato nel 1632 da Gregorio Giovannini e nel 1637 da EvangeHsta Bene- 
detto, passò intorno al 1644 a Francesco Havart de Senantes, che vi eresse 
le prime costruzioni e completò il possesso della sua proprietà con l'acquisto 
di alcuni annessi. Questa per via ereditaria venne nelle mani del conte 
Carlo Luigi di Challant, e poi nel 1693 nelle mani di Ignazio Giovanni 
Battista Isnardi di Castelli marchese di Caraglio. 

Un documento del 1750 permette al Rovere di immaginare quale do- 
vesse essere a quest'epoca il palazzo dei marchesi di Caraglio, prima dei 
grandi restauri fatti eseguire dall'ultimo rappresentante di questa famiglia, 
Angelo Carlo Francesco. 

Venendo a trattare di questi restauri l'autore traccia un quadro della 
vita artistica, che si svolgeva allora in Torino e in Piemonte intorno alla 
Corte e alle grandi famiglie nobili. E accordandosi con lo Chevalley (4), 
insiste con foga polemica sull'origine piemontese di questi artisti decora- 
tori, educati in Francia al gusto francese. 

A questo punto il Rovere inizia la descrizione del palazzo, immagi- 
nando di accompagnare il lettore a visitarlo. 



(i) Gli architetti Carlo ed Amedeo Castellamonte e lo sviluppo edilizio di Torino 
nel sec. XVII, Torino, Camilla e Bertolero, 1896. 

Lo sviluppo edilizio di Torino dall'assedio del 1706 alla rivoluzione francese, To- 
rino, 1906. 

(2) Storia di Torino, Torino, Fontana, 1846. 

(3) Avvertimenti sopra le fortezze di S. A. /?., Torino, 1656. Manoscritto della 
Biblioteca Reale di Torino. 

(4) Gli architetti, l'architettura e la decorazione delle ville piemontesi nel XVIII se- 
colo, Torino, Soc. Tip. Ed. Naz., 1912. 



- Ili - 

Le nuove costruzioni, dovute ai restauri promossi dall'ultimo marchese 
di Caraglio, consistono in gran parte dell'ala sinistra entrando nel cortile 
e in tutta l'ala con la facciata verso la via Lagrange, la quale fu adattata 
allo stile della fronte verso la piazza S, Carlo. La tradizione raccolta dalle 
antiche guide di Torino fa autori di questi restauri architettonici Bene- 
detto Alfieri, a cui sarebbero successi nei lavori il Borra e il Castelli, Né 
al Rovere fu possibile di condurre speciali ricerche in proposito negli ar- 
chivi privati degli Isnardi, dei S. Marzano, dei Solari. 

Per l'atrio e per lo scalone il Rovere ci accompagna nel grande salone 
d'ingresso, che ha la volta affrescata da Bernardino Galliari, il quale vi si 
è firmato ed ha posto la data del 1758. Questi affreschi hanno rapporto 
con le grandi decorazioni tiepolesche dei palazzi Dugnani, Archinti e Cle- 
rici di Milano, dove il Galliari aveva passato il primo ventennio della sua 
carriera artistica. Qui probabilmente lavorarono con lui i fratelli Fabrizio 
e Giovanni Antonio, come nella decorazione di altri palazzi torinesi. 

Gli stucchi colorati a imitazione della pietra, che corrono lungo le 
pareti sotto la volta in questo salone d'ingresso, sono attribuiti dalla tra- 
dizione allo scultore Ignazio Collino; ma il Rovere, per ragioni artistiche 
e più specialmente per motivi di cronologia, pensa che sieno assegnabili 
piuttosto a qualche scolaro di Simone Martinez o al Bemero, che lavorò 
a Torino in costruzioni civili e religiose. 

Degli appartamenti del primo piano il più ricco forma il seguito delle 
tre sale, la azzurra, la gialla e la rossa, dove il Rovere ci fa notare i sovra- 
porte dipinti dal Rapous a fiori e a frutta nella prima sala, quelli a stucchi 
dorati della seconda sala, e infine, nella sala rossa i sovra-porte a putti, 
che inghirlandano erme bacchiche, attribuiti, a torto secondo lui, al Beaumont. 

Gli altri dipinti decorativi notevoli in questi appartamenti del primo 
piano sono nella sala dell'ottagono e nella galleria. Nella sala ottagonale 
essi si possono raggruppare in due serie: una di fiori e di frutti, presunta 
opera di una pittrice Gili, l'altra di figure mitologiche, per cui si fa il 
nome di un discepolo del Beaumont, Giovanni Domenico Molinari. In uno 
di questi ultimi riquadri, sotto le apparenze del dio Marte, è ritratto il 
duca Vittorio Amedeo III. Da ciò il Rovere deduce che i dipinti devono 
essere di un'epoca compresa tra il 1773 e il 1793, date dell'assunzione al 
trono e della morte di quel duca. Le pitture della galleria, di soggetto 
mitologico, sono di un altro discepolo del Beaumont, Lodovico Tesio, che 
studiò anche a Roma. 

Per gli stucchi e per le scolture di queste sale si ricordano i nomi 
di Francesco Ladatte e del Bolgieri. 



— 112 — 

Con una rapida occhiata alla biblioteca e a due tratti di soffitto a stucchi 
in un corridoio dell'ala più antica del palazzo, quella verso la piazza, il 
Rovere compie la sua descrizione. E si sofferma un istante a immaginare 
quale dovesse essere la magnificenza delle sale, appena compiuti quei re- 
stauri, che costarono una somma corrispondente a un valore odierno di 
un milione e mezzo di lire, quando la decorazione era completa anche 
nelle tappezzerie, nei mobili, nella suppellettile. 

L'ideatore dei restauri, il marchese Angelo Carlo Francesco di Ca- 
raglio, morendo senza figliuoli, lasciò la sua eredità, compreso il sontuoso 
palazzo, al fratello e alle sorelle nate dal secondo matrimonio di sua madre 
col marchese Filippo Valentino Antonio Asinari di S. Marzano. 

I S. Marzano, già possessori di un palazzo di fronte alla chiesa di 
S. Filippo, diedero in affitto gli appartamenti del palazzo di piazza S. Carlo, 
e poi lo vendettero nel 1782 a Giuseppe Vincenzo Gaudenzio Solaro mar- 
chese del Borgo. 

I Del Borgo, allora in un periodo di splendore, completarono proba- 
bilmente i lavori iniziati dai Caraglio, ma poi dovettero subaffittare il 
palazzo e infine venderlo con atto del 1838 all'Accademia della Filar- 
monica. Un inventario dell'edifizio eseguito nel 1828 ci permette di cono- 
scerne lo stato preciso di allora. 

L'Accademia, oltre ai restauri delle tappezzerie e dei mobili, vi fece 
costrurre dall'architetto Talucchi il grande salone dei concerti, V Odeon, 
come si disse allora, nel luogo dove prima esisteva una terrazza, che dalla 
galleria dava sul cortile. 

Qui finisce il testo del Rovere, al quale sono accluse una tavola rias- 
suntiva dei trapassi di proprietà del palazzo e una copia dell'Ordinamento 
della scuola di musica istituita dall'Accademia Filarmonica di Torino. 

Per quello che riguarda le vicende storiche del palazzo, lo studio del 
Rovere, confortato da nuove ricerche, specialmente negli archivi del nobile 
Emmanuele Provana di Collegno, è diligente, preciso, esauriente, diffuso 
nei particolari di complicate genealogie, in cui l'autore pare compiacersi. 

Per lo studio artistico certo sarebbe interessante di esaminare le carte 
di quegli archivi privati, che il Rovere stesso si duole di aver trovati 
inaccessibili, e che forse potrebbero vagliare la tradizione sul nome degli 
artefici, che lavorarono nel palazzo. 

Quanto all'esame diretto delle opere d'arte, il Rovere stesso giudica 
la sua opera come quella di un descrittore insufficiente; ma, egli soggiunge, 
/ monumenti d'arte non si descrivono : ognuno visitandoli trova nel proprio 
spirito e nella propria coltura gli elementi per poterli godere. 



- 113 - 

In realtà il Rovere è stato descrittore e suscitatore di quell'indefinito 
fascino, che produce la ricca e languida e civettuola decorazione settecen- 
tesca. Piuttosto non è stato esaminatore, critico nel senso vero della parola, 
in quanto non ha indagato da quali combinazioni di linee e di colori 
risulti questo fascino magico e frivolo. 

Ma gli rimane il merito di avere indicato all'interesse degli studiosi 
e dei dilettanti uno dei pili notevoli esempi dell'arte decorativa piemon- 
tese del '700. 

Leonarda Masini. 



114 



BIBLIOGRAFIA 



OPERE GENERALI 

La tomba nell'arte italiana. Duecentosettantadue tavole raccolte e or- 
dinate da Giulio Ferrari. Milano, Hoepli, 191 7. 

Questa grandiosa raccolta di materiale illustrato ordinata e corredata 
di un breve testo da Giulio Ferrari, è divisa in cinque parti: 

I. Periodo preromano e romano. 

II. Periodo cristiano primitivo, romanico, archiacuto. 

III. Il rinascimento fino ai primi del 1600. 

IV. Il periodo barocco. 

V. Dal periodo neo-classico all'odierno. 

Delle tombe piemontesi sono riprodotte un sarcofago romano della 
Cattedrale di Ivrea {\.z.v . \ob) e il sepolcro di Tommaso II di Savoia nella 
cattedrale di Aosta (tav. 38 a). 

Tra i monumenti sepolcrali di artisti piemontesi sono riprodotti il 
monumento Celle e il monumento Oneto di Giulio Monteverde nel Campo- 
santo di Genova (tav. 251-252), il monumento Orsini e il monumento 
Hermann di Leonardo Bistolfi nello stesso Camposanto (tav. 256-257). 

Pietro Toesca. Affreschi decorativi in Italia fino al sec. XIX. Cento- 
novantasei tavole. Milano, Hoepli, 191 7. 

Ha lo stesso carattere dell'opera sopra ricordata: una raccolta di illu- 
strazioni, preceduta da un breve testo introduttivo, e distribuita cronolo- 
gicamente così : 

Età classica. — Dal sec. V al sec. XIII. — Dalla fine del sec. XIII 
alla fine del XIV. — Il '400. — Il '500. — Il '600 e il '700. 
Delle decorazioni piemontesi sono riprodotte: 

Aosta. 5vS". Pietro e Orso. Fregio. Sec. XI (tav. 17^). 

Fenis. Castello. Cortile. Decorazione. Metà del sec. XV (tav. 44'). 

Manta. Castello. Sala baronale. Decorazioni. Metà del secolo XV 

(tav. 45-46). 

Stupinigi. Villa reale. Sala. Decorazione di parete. G. B. Crosato 
(tav. 195). 



— 115 — 

Stupinigi. Villa reale. Salone. Decorazione di volta. D. e G. Vale- 
RiANi (tav. 196). 

Pietro Toesca. Aosta. Catalogo delle cose d'arte e di antichità d'Italia, 
a cura del Ministero della Pubblica Istruzione. Serie I, Fascicolo I. Roma, 
Calzone, 191 1. 

Il titolo stesso indica la natura di quest'opera, che è un catalogo com- 
pleto e criticamente compilato degli oggetti di arte e di antichità del Co- 
mune di Aosta. L'elenco di questi oggetti è ordinato, per quanto è pos- 
sibile, secondo la loro disposizione nei diversi luoghi, e cioè : nella chiesa 
e nel chiostro della Cattedrale, nella chiesa e nel chiostro dei SS. Pietro 
e Orso, nel Priorato di S. Orso, nella chiesa di S. Stefano, nella chiesa 
della Confraternita di S. Croce, nell'oratorio di S. Rocco, nella chiesa di 
S. Martino in Corlean, nel palazzo vescovile, nel Seminario, nel palazzo 
Roncas, nel palazzo del Tribunale, nell'Accademia di S. Anselmo, nell'ospe- 
dale dell'Ordine mauriziano, nell'istituto di S. Caterina, nell'Arco onorario 
e nel castello di Bramafam. 



ETÀ ROMANA 

Ch. Marteaux et M. Le Roux. Fouilles aux fins d'Annecy. 4^^ Sup- 
plément. « La revue savoisienne », Annecy, 191 7, 2"^ trimestre, pag. loi. 

Nel primo fascicolo di questo Bollettino (pag 49) abbiamo già ricor- 
data l'opera del Marteaux e del Le Roux intitolata Boutae e il primo sup- 
plemento uscito nel 19 14. 

A questo primo supplemento, comparso come altri due successivi 
anche nella « Revue savoisienne » (1914, pag. 145-166; 1915, pag. 58-74; 
19 16, pag. 21-41), un quarto se ne è aggiunto. In esso si dà notizia di 
recenti scavi, che diedero in luce specialmente vari frammenti di vasi di- 
versi e qualche oggetto di osso, di bronzo e di ferro. 

A queste notizie si aggiunge lo studio di un cranio burgundico, ritro- 
vato nei dintorni di Annecy negli scavi del 191 1- 12 e conservato nel 
Museo della città: tale .studio conferma l'ipotesi che il luogo, dove fu tro- 
vato, fosse un centro barbarico. 

Segue infine un estratto dei risultati delle ricerche condotte da M. Fe- 
nouillet intorno ad alcune vie romane passanti nei pressi di Annecy, la 
via da Boutae a Cenava e la via da Vienne a Genève. 



- 116 



MEDIO-EVO E RINASCIMENTO 

Brocherel. Il chiostro di S. Orso in Aosta. « Emporium >, Bergamo, 191 7, 
fase, di febbraio, pag. 103. 

Prima di parlare del chiostro aostano, di cui vuol mettere in rilievo 
il valore archeologico ed artistico, l'autore riassume le principali vicende 
storiche della Collegiata di S. Orso, dalle origini leggendarie sino al mo- 
derno risorgimento. 

Poi accenna brevemente alla questione cronologica del chiostro, che 
generalmente è risolta facendo coincidere la data della costruzione del 
chiostro col ristabilimento della vita conventuale della Comunità nel 1133. 
Il Brocherel invece crede che tale data si potrebbe protrarre sino alla fine 
del sec. XII. 

Quanto al problema dell'origine degli artefici, che lavorarono nel chiostro, 
l'autore pensa che provenissero dalla Provenza, e che facessero parte di 
quelle corporazioni di Cluny, che avevano monopolizzata l'arte edilizia dei- 
mezzogiorno dalla Liguria alla Catalogna. 

Infine descrive il chiostro e più particolarmente la figurazione dei ca- 
pitelli, per i quali segue l'ordine tracciato dal Ceradini (i), e di cui dà 
diverse riproduzioni grafiche e fotografiche. 

Lino Cassani. Gli affreschi quattrocenteschi della cascina Avogadro 
nel comune di Novara. « Bollettino storico per la provincia di Novara », 
Novara, Caddi, 191 7, fascili, pag. ^T. 

Sono descritti singolarmente gli affreschi dell'oratorio della cascina 
Avogadro, i quali nella parte scoperta non recano indicazioni di nomi né 
di date. Ma essi sono certamente attribuibili alla fine del secolo XV, e per 
i loro palesi rapporti con gli affreschi di Garbagna e di Gionzana rivelano 
il pennello dei migliori artisti novaresi pregaudenziani, quali i Gagnoli e 
i Merli. 

O. H. GiGLioLi. Opere d'arte ignote poco note. « Rivista d'arte », Fi- 
renze, 191 6, num. 2, pag. 121. 

Si tratta di un affresco inedito del Sodoma nell'oratorio privato della 
Fratta di proprietà delle signore Budini-Gattai nei dintorni di Sinalunga. 



il) Un poème sur marbré du XII siede, relicf du cloìtre de la Collegiale de 
St. Ours à Aoste, Aoste, 1890. 



L'affresco rappresenta la Madonna in trono col Bambino fra Santi, ed 
appartiene allo stesso periodo del quadro del Sodoma nella Collegiata di 
Sinalunga e del S. Sebastiano degli Uffizi, ad un periodo cioè intorno al- 
l'anno 1525. 

Giovanni Capis. Memorie della Corte di Mattarella sia del Borgo 
di Duomo d'Ossola. Pubblicate a cura del Prof. Guido Bustico. Novara, 
Stabilimento Tip. Cattaneo, 191 8. 

Alla nuova edizione di queste Memorie il Bustico premette un cenno 
sulla famiglia del loro autore, il Capis, e sull'importanza delle Memorie 
stesse condotte con un certo indirizzo critico relativamente all'epoca in 
cui furono scritte. 

Esse comprendono un periodo dal XIII secolo sino all'anno 1631, e 
contengono un capitolo, il duodecimo, dedicato alle chiese, agli oratori 
e ai luoghi pii di Domodossola. 

A. Sella. Bibliografia valsesiana. La Beata Panacea. « Bollettino sto- 
rico per la provincia di Novara », Novara, 191 7, fase. I-II, pag. 69. 

A dimostrare la diffusione nel Novarese del culto di questa Vergine 
beatificata, di cui gli scrittori religiosi riferiscono la morte al 1383, il Sella 
compilò un elenco bibliografico e un elenco iconografico. Quest'ultimo, che 
l'autore dichiara ben lontano dall'essere completo, è disposto secondo un 
criterio topografico, e ricorda opere di un'epoca compresa fra il XIV e 
il XIX secolo. 



ETÀ MODERNA 

Paolo Boselli. L'Ordine Mauriziano. Torino, Officina Grafica Elze- 
viriana, 191 7. 

Ricostruendo le vicende dell'Ordine dalle origini ai tempi presenti 
ed esaminandone l'attività molteplice di Istituto cavalleresco, ospitaliero 
e benefico, l'autore consacra la parte V della sua opera agli Istituti per 
ti culto. In questa parte è tracciata sommariamente la storia delle basiliche, 
delle chiese, delle cappelle e delle abbazie dell'Ordine Mauriziano. 

Più diffusa e più ampiamente illustrata è la notizia relativa alle abbazie 
di Staffarda e di S. Antonio di Ranverso. 



- 118 - 

G. C. Bàrbavara. Massimo d'Azeglio e il monumento a Emanuele Fi- 
liberto in Torino. « La fotografia artistica », Torino, 1916, fase, dicembre, 
pag. III. 

Ricordando il monumento innalzato dallo scultore Carlo Marochetti a 
Emanuele Filiberto sulla piazza S. Carlo di Torino, per volere del re Carlo 
Alberto, il Bàrbavara riproduce due lettere inedite indirizzate dallo scul- 
tore a Massimo d'Azeglio. Queste lettere fanno parte del carteggio di Mas- 
simo d'Azeglio, conservato nell'archivio storico-patriottico lasciato da Giu- 
seppe Torelli (Ciro d'Arco) al figlio avvocato Gio. Batta, e riordinato dal 
Bàrbavara. 

Nella prima lettera, del 5 o del 3 dicembre del 1833, il Marochetti 
pregava Massimo d'Azeglio a voler dare qualche lezione di pittura a un 
dilettante amico del Rossini. 

Dalla seconda, del 9 maggio 1834, risulta che il D'Azeglio si era in- 
caricato di presentare al Re il secondo progetto del Marochetti per il mo- 
numento di Emanuele Filiberto, e che lo scultore si era rivolto al D'Azeglio 
per averne a prestito qualche suo studio di armature per servirsene per i 
bozzetti del suo monumento. 

Vespasiano Talucchi. Della vita e delle opere dell architetto Giuseppe 
Talucchi. « Torino e il Piemonte », Torino, autunno 19 16, pag. 148. Pub- 
blicato in estratto a Torino, Artale, 191 7. 

Sulla base delle carte di famiglia e delle carte di altri archivi e biblio- 
teche il Talucchi ricostruisce l'elenco documentato delle opere di questo 
architetto, suo prozio, e le principali vicende della sua vita. 

Il Talucchi fornisce così un contributo alla storia dell'architettura pie- 
montese del principio del secolo XIX, ripromettendosi più tardi una più 
ampia trattazione dell'argomento. 

Alberto Pasini pittore. Cinquanta tavole con introduzione di Marco 
Calderini. Torino, Celanza, 191 6. 

Ricordiamo qui questa monografia del Pasini, ancorché egli non fosse 
piemontese, ma per il prolungato soggiorno, che fece in Piemonte, nella 
sua dimora di Cavoretto, che egli acquistò per villeggiarvi nel 1870, dove 
più tardi si stabilì definitivamente, e dove infine si spense nel dicembre 
del 1899. 

Oltre che per questa sua dimora prolungata, è vivo in Torino il ri- 
cordo di lui per la partecipazione che prese alle mostre locali della Pro- 
motrice e del Circolo degli Artisti e più specialmente per l'esposizione 
della sua grande collezione di studi nella Mostra del 1898. 



- 119 - 

Il Museo Civico di Torino conserva un numeroso ^nuppo di opere sue, 
che rappresentano nelle varie fasi dello svolgimento il carattere della 
sua arte. 

Melchiorre Marocco. Le tombe di Don Bosco e di Don Rua a Val- 
salice. «Arte cristiana », Venezia-Milano, 1914, n. 4, pag. 113. 

L'autore descrive la tomba di Don Bosco, ricordando come, dopo che 
fu introdotta la causa della beatificazione e della canonizzazione di lui, si 
iniziarono i lavori di abbellimento del mausoleo, ai quali prese parte il 
defunto architetto Stefano Molli. 

Mentre si compivano questi lavori venne a mancare il degno succes- 
sore di Don Bosco, Don Michele Rua, la cui tomba fu collocata accanto 
a quella di colui, di cui aveva continuata l'opera. 

Il mausoleo di Don Rua fu ideato nella parte architettonica dall'in- 
gegnere Giuseppe Momo e dall'ingegnere conte Adriano Tournon, mentre 
la statua è opera dello scultore conte Annibale Galateri di Genola. 

Il sarcofago, su cui la statua del defunto è distesa, come la decora- 
zioni- dell'arcosolio, è di stile ravennate. 

M. Ferrettini. La ig^ esposizione degli Amici dell Arte (Torino, Sa- 
lone della Borsa). «Pagine d'arte », Milano, 1917, n. 6, pag. 120. 

Il Ferrettini incomincia col ricordare il programma imposto alla Mostra, 
il quale lasciava completa libertà alle opere d'arte, purché presentassero 
// carattere intimo e particolare del lavoro intellettuale dello studio. 

Menziona poi i nomi di molti degli espositori, soffermandosi più 
particolarmente sulle opere e sulla natura dell'arte del Tavernier e del 
Manzone. 

Opera artistica di Tancredi Pozzi. Bergamo, Istituto italiano di arti 
grafiche, 1917. 

In 60 eleganti tavole, senza testo, è presentata l'opera artistica di 
Tancredi Pozzi, cronologicamente dal 1898 al 191 5. 

Leonarda Masini. 



— 120 



INDICE DELL'ANNO PRIMO 



Elenco dei Soci P<ig- i 

Prefazione (P. Giacosa) ni 

Atti della Società ». n 



NECROLOGI 



Giambattista Morandi (Barbavara) 
Stefano Molli (Chevalley) 
Flavio Valerani (Carbonelli) . 
Guido Carocci (Rocca) 
Gustavo Couvert (Barrata) 



57 
59 
89 
90 

9f 



NOTE 



Recente ritrovanrento di armille galliche a St. -Vincent (Val d'Aosta) (P. Barocelli) 17 

A proposito di una pubblicazione di C. MùUer (P. Barocelli) . . . ,,64 

Ritrovamenti archeologici della collina torinese (P. Barocelli) . . . ,,71 

Una correzione al Corpus inscriptionum latinarum, V, n. 7461 (P. Barocelli) „ 92 

Marche su vasi fìttili e su laterizi piemontesi inedite (P. Barocelli). (Continua) „ 93 

CRONrtCft 

Notizie di scavi w 22 

Acquisti e doni della R. Pinacoteca di Torino negli anni 1913-1914 . . « 27 

Id, Id. Id. 1915-1916 . . ,,98 

Acquisti, doni e legati del Museo Civico di Arte Antica e Moderna di 

Torino negli anni 1913 e 1914 28, 99 

RECENSIONI (L. Masini) 

Pirro Barocelli. // viaggio del Doti. Vitaliano Dottati in Oriente in rela- 
zione colle prime origini del Museo Egiziano di Torino . . . ,,3' 

P. Lugano. / primordi dell'abbazia cistercense di Rivalla Scrtvia presso 

Tortona dal 11 jo al 1200 .■ 32 

Conrad De Manoach. Les peintres IVitz et l'école de peinture en Savoie . „ 31 

— De la peinture savoyarde au XV"^^ siede et plus spécialement des fresques 

d'Abondance » .37 

— Les stalles de Saint-Claude » 39 

Giuseppe Bres. L'arte nell'estrema Liguria occidentale . . . . „ 40 
Giorgio Stara-Tedde. La pieve di Volpedo e i pittori Manfredino e Fran- 

ceschino Basilio • • • • » |2 

Federico Arborio Mella e Romualdo Paste. L'abbazia di S. Andrea di 

Vercelli » 75 

Giovanni Chevalley. Gli architetti, l'architettura e la decorazione delle ville 

piemontesi del XVIII secolo » 79 

— Un avvocato architetto. Il Conte Benedetto Alfieri ,81 

Tris TAN Leclère. Un protecteur de Vari franfais dans la vallèe d'Aoste au 

XV^e siede .,101 

Luigi Melano-Rossi. Il tempio della Pace in Val d' Ermena presso Mondovì „ 103 

Lorenzo Rovere, // palazzo dell'Accademia Filarmonica in Torino . . ,,109 

Bibliografia (L. Masini) 47, 84, 114 

Conte Luigi Rati-Opizzoni, Vice-Bibliotecario, responsabile. 



Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi - Torino, via Ospedale, j (76023). 



Anno II. Gennaio-Marzo 1918 N. i 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



l^^S^ 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipof^rafo di S. M. e RR. Principi 
I918 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere 
indirizzate alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, a.- 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



Anno II. Gennaio-Marzo 191 8 N. i 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti. 



ELENCO DEI SOCI 



Presidente onorario: S. M. VITTORIO EMANUELE III Re d'Italia. 

Presidente: BOSELLI S. E. PAOLO 

Vice- Presidente: PATETTA Comm. Prof. FEDERICO 

Segretario: DE MAGISTRIS Dott. Prof. CARLO PIO 

Tesoriere: ROCCA Cav. Uff. Ing. ALFREDO 

Conservatore delle Collezioni: BAUDI DI VESME Conte ALESSANDRO 

Bibliotecario: CURLO Marchese Dott. FAUSTINO 

Socio onorario: FROLA Gr. Cord. Avv. SECONDO Senatore del Regno. 

SOCI EFFETTIVI 

Abrate Comm. Antonio Corso Vittorio Emanuele, 68. 

Ambrosetti Comm. Vincenzo Corso Vittorio Emanuele, 93. 

Antonielli d'Oulx Conte Luigi Via Giannone, 15. 

Arborio di Gattinara Conte Carlo . . . Via S. Quintino, 41. 

Assandria Comm. Giuseppe Piazza Emanuele Filiberto, 18. 

Balbo Bertone Conte Raimondo .... Via Stampatori, 4. 

Ballatore di Rosana Conte Ing. Eugenio . Via Ospedale, 24. 
Barbavara di Gravellona Conte Giuseppe 

Cesare ' . . . . Via S. Giulia, 65. 

Barelli Dott. Giuseppe Istituto tecnico, Mondovì. 

Barisone Comm. Annibale Corso Siccardi, 55. 

Barocelli Dott. Pietro Via Accademia delle Scienze, 4. 

Baudi di Vesme Nob. Alessandro .... Via dei Mille, 54. 

Bertea Cav. Ing. Cesare Piazza Crimea, i. 

Betta Cav. Ing. Pietro Via Donati, 3. 

Bistolfi Comm. Leonardo, scultore . . . Via Bonsignore, 3. 

BoGGio Comm. Ing. Camillo Piazza S. Martino, 7. 

BoNELLi Avv. Paolo Via Ottavio Revel, 19. 

B0SELL1 S. E. Paolo, deputato al Parlamento Piazza Maria Teresa, 3. 

Bottero Gr. Uff. Giuseppe, Ten. Generale . Via Bertela, 29. 



-2 - 

Bracco Ing. Ettore Corso Valentino, 20. 

Bruno Cav. Ing. Emilio Piazza Cavour, io. 

BuRAGGi Conte Dott. Cav. .Gian Carlo . . Via Arcivescovado, 6. 

Canonica Comm. Pietro, scultore .... Via Napione, 20. 

Carbonelli Cav. Dott. Giovanni .... Via S. Massimo, 33. 

Caron Ceva Cap. Ottavio Corso Vinzaglio, 31. 

Casana Nob. Renzo Via dei Mille, 22. 

Ceriana Comm. Ing. Arturo Via Principe Amedeo, 34. 

Ceriana Avv. Pippo Via Confienza, 2. 

Chevalley Cav. Uff. Ing. Giovanni . . . Via Maria Vittoria, 16. 

Chiantore Gustavo Corso S. Martino, i. 

CoMPANS di Brichanteau March. Ludovico Via Magenta, 29. 

Cora Luigi Via Lamarmora, 39. 

Cora Renato Corso Re Umberto, 60. 

Cotti Cav. Ing. Giacomo Via dei Mille, 56. 

Crudo Cav. Cristoforo Via S. Francesco da Paola, 11. 

CuRLO Marchese Dott. Faustino .... Corso Cairoli, 4. 
Della Chiesa di Cervignasco e di Trivero 

Nobile Colonnello Paolo Corso Re Umberto, 17. 

Demagistris Prof. Carlo Pio Via Giovanni Prati, 3. 

Depanis Comm. Avv. Giuseppe Via Cernala, i. 

Druetti Cav. Avv. Vincenzo Via Assarotti, 4. 

Ducati Cav. Prof. Pericle Via Po, 18. 

Durando Avv. Edoardo Corso Duca di Genova, 62. 

Ferrerò Ponsiglione di Borgo d' Ales 

Conte Dott. Amedeo. ....... Via S. Dalmazzo, 11. 

Fontana Cav. Ing. Vincenzo Piazza Vitt. Emanuele, 12. 

FoRNARis Cav. Uff. Avv. Guido .... Via Ospedale, 58. 

Gabotto Comm. Prof. Ferdinando . • . Via Ponza, 4. 

Galateri di Genola Conte Comm. Annibale Via Passalacqua, 12. 
Galleani d'Agliano e Caravonica Conte 

Renato Via Lamarmora, 9. 

Ghisli£ri Marchese Alfonso Via Napione, 2. 

Glacosa Comm. Prof Piero Via Pallamaglio, 31. 

GoTTELAND Dott. ALBERTO Via Magenta, 37. 

Guasco di Bisio Marchese Francesco . . Via Accademia Albertina, 3. 

KusTER Cav. Antonio Via Valeggio, 27. 

Labò Mario, arch Via XX Settembre, 2-44, Genova. 

LiAUTAUD Enrico Corso Re Umberto, 82. 

Maggiora Vergano Nob. Cav. Colonnello 

Tommaso Legione Carabinieri, Roma. 

Mariani Dott. Carlo Edoardo Corso Re Umberto, 57. 

Maritano Avv. Lorenzo Via Po, 34. 

Mattirolo Comm. Prof. Oreste .... Orto Botanico al Valentino. 

Momo Ing. Giuseppe Via Lamarmora, 55. 

Montemartini Prof. Clemente Via XX Settembre, 64. 

Mori Ubaldini degli Alberti Conte Dott. 

Mario Via Fanti, 6. 

Nigra Cav. Uff. Ing. Carlo Corso Siccardi, 71. 

Oliaro Cav. Dott. Guglielmo Via Mazzini, 33. 



- 3 - 

Olivieri Cav. Avv. Alberto Via Maria Vittoria, 6. 

Passarino Cav. Angelo Via Maria Vittoria, 26. 

Passerin di Entrèves e di Courmayeur 

Conte Dott. Ettore Corso Vitt. Emanuele, 5. 

Patetta Coinm. Prof. Federico .... Via S. Massimo, 44. 

Pellegrini Cav. Ing. Massimo Via Montevecchio, 38. 

Pellegrini Cav. Avv. Maurizio .... Corso Duca di Genova, 35. 

Pettorelli Ing. Arturo Via Pagano Boria, 28-9, Genova. 

Pozzi Comm. Tancredi, scultore .... Via Giannone, 5. 

Provana di Collegno Nob. Cav. Emanuele Via San Dalmazzo, 15. 

Provana di Collegno Conte Comm. Luigi Via San Dalmazzo, 15. 

Pugliese Avv. Vittorio Via Vittorio Amedeo, 15. 

PuLciANO Comm. Ing. Melchiorre. . . . Via Carlo Alberto, 18. 
Rati Opizzoni di Torre e Castel dei Rati 

Conte Dott. Luigi Via Brofferio, 3. 

Rey Comm. Guido Via Cavour, 35. 

Reycend Comm. Ing. Angelo Via Bogino, 8. 

Rocca Cav. Uff. Ing. Alfredo Corso Valentino, 40. 

RoERo di Cortanze Marchese Percy . . Via Moncalvo, 23. 

Rondolino Cav. Avv. Ferdinando .... Via Bogino, 16. 

Rossi Conte Teofilo, Senatore del Regno Via Pomba, i. 

Rovere Dott. Lorenzo Corso Vinzaglio, 45. 

Rubino Comm. Edoardo, scultore .... Via Asti, 17. 

RuFFiNi S. E. Francesco, Sen. del Regno . Via Principe Amedeo, 22. 

Salvadori di Wiesenhof Nob. Comm. Ing. 

Giacomo Via dei Mille, 5. 

ScARAMPi DI V1LLANOVA March. Ferdinando Via S. Francesco da Paola, 16. 
ScATi Grimaldi di Casaleggio Marchese 

Stanislao Corso Oporto, 33. 

Schiaparelli Comm. Prof. Ernesto . . . Via Accademia delle Scienze, 4. 

Sforza Conte Comm. Giovanni Via S. Dalmazzo, 24. 

Taccone Cav. Dott. Prof. Angelo .... Corso Duca di Genova, 12. 

TouRNON Conte Ing. Adriano Via Cernala, 44. 

Turina Carlo Corso Francia, 19. 

Usseglio Comm. Avv. Leopoldo .... Corso Sommeiller, 16. 

Vacchetta Prof. Giovanni Via Bellavista, 8. 

Velati Bellini Ing. Giuseppe Via Parini, 5. 

Venturi Dott. Prof. Lionello Corso Moncalieri, 53. 

Viglietti Conte Camillo Corso Vitt. Emanuele, 14. 

Vitale Cav. Avv. Gian Giacomo .... Corso Cairoli, 18. 

SOCI CORRISPONDENTI 

Alessio Teol. Prof Felice Pinerolo. 

Amerano Prof. Gio. Battista Como,- via Primo Tatti, 8. 

Arborio Mella Conte Ing. Federico . , Vercelli. 

Armando Cav. Vincenzo Torino, via Maria Vittoria, 3. 

Arzano Aristide Tortona. 

Barraja Avv. Edoardo Torino, via Misericordia, 3. 

Beltrami Arch. Luca, Senatore del Regno Milano, via Cernala, i. 



-4- 

Van Berchem Max Crans par Coligny (Svizzera). 

Van Berchem Victor Genève, rue de Fratenez, 60. 

Bertin Ing. Arch. A Chambéry, rue de Maistre, i. 

BiLLARD Dr. Max Parigi, rue Tourlaque, 7. 

Boni Comm. Ing. Giacomo Roma, Foro romano. 

BouRBAN Chan. A St. -Maurice (Valois). 

Bruchet Mr. Max Lille. 

Cabanès Dott. Jean Parigi, rue de Poissy, 9. 

Cagiati Avv. Memmo Napoli. 

Calderini Comm. Prof. Marco Torino, Corso Quintino Sella, 72. 

Carandini Conte Dott. Francesco .... Roma, Prefettura. 

Carbonelli Ing. Carlo Emilio Genova. 

Chiaborelli Avv. Carlo Acqui. 

CouRTOis d'Arcollières Nob. Eugenio . . Chambéry. 

De Diesbach Mr. Max Friburgo (Svizzera). 

De Jordanis Nob. Avv. Giovanni .... Ivrea. 

UuBois Frédéric Th Friburgo, rue des Alpes, 15. 

Due Mons. Augusto Martigny. 

Faccio Dott. Giulio Cesare Vercelli, Archivio Civico. 

Franco Camillo Giaveno. 

Frutaz Can. Cav. Franc. Gabriele . . . Aosta. 

Gabiani Cav. Uff. Ing. Nicola Asti. 

Galloni Cav. Pietro Varallo Sesia. 

Giorcelli Cav. Dott. Giuseppe Casale Monferrato. 

Gros Ab. A St.-Jean de Maurienne. 

Hermanin Dott. Federico Roma, galleria Borghese. 

Molmenti Prof. Pompeo Gherardo, Senatore 

del Regno Venezia. 

Naef Arch. Albert Lausanne - Hautecombe , A venne Ru- 

chomcet. 

Negri Cav. Avv. Franciìsco Casale Monferrato. 

Petitti di Roreto Gen. Alfonso .... Cherasco. 

Poggi Comm. Avv. Gaetano Genova, via Roma, 8. 

PoGLiAGHi Comm. Prof. Ludovico .... Milano, via Pontaccio. 

Ponte Prof. Giuseppe Pieve del Cairo. 

Pugnetti Cav. Melchiorre Firenze, piazza D'Azeglio, 15. 

QuiLico Comm. Carlo Alberto .... Ivrea. 

Rattone Comm. Prof. Giorgio, Deputato 

al Parlamento Parma, Università. 

Ricci Dott. Serafino Milano, Brera. 

Rivoira Cav. Dott. Teresio Roma. 

Roccavilla Cav. Prof Alessandro . . . Biella, Liceo. 

Rodolfo Dott. Giacomo Carignano. 

San Martino Valperga Conte Enrico, Se- 
natore del Regno Roma, piazza Navona. 

Sant'Ambrogio Cav. Dott. Diego .... Milano, corso Magenta, 45. 

Scaffini Prof. Guido Sassari. 

Taramelli Dott. Antonio Cagliari, Museo d'antichità. 



NECROLOGIO 



GIUSEPPE FROLA. 



(Parole pronunziate da S. E. Paolo Boselli, Presidente della Società, 
nella seduta del 3 febbraio 1918). 



Chiarissimi Colleghi, 

Quel triste giorno in cui ci si disse che Giuseppe Frola era morto, parve 
a ciascun di noi che si spegnesse una delle scintille animatrici del nostro 
Consorzio per la storia e per l'arte. 

Egli più che Socio era fra noi ispiratore dell'opera nostra, e a lui 
guardavamo come si guarda a coloro dai quali si attende il pronto consiglio 
che giova e la visione dell'avvenire che sprona. 

Giuseppe Frola aveva validi studi di arte e di storia, ma sopratutto 
aveva dell'arte l'intuito e la passione e della storia il senso perspicace. 

L'arte antica lo commoveva, e lo deliziava ogni sorriso dell'arte mo- 
derna. Era dell'arte, lasciatemi dire così, un umanista e un virtuoso. 

Lo vidi a Sant'Antonio di Ranverso insieme con Alfredo d'Andrade 
e con Cesare Bertea, palpitante di curiosità ideale e di intellettuale godi- 
mento ad ogni riapparire delle pitture antiche, di quelle segnatamente di 
Giacomo Jacquerio, ad ogni ben riuscito avanzarsi, fra tante difficoltà, delle 
ricostruzioni mirabilmente fedeli. 

Lo vidi a Roma a fianco di Giacomo Boni e tutto ei riviveva in quei 
monumenti antichi oggi risorti e ne sentiva la voce, ne interpretava i se- 
coli e gli eventi. 

Recava nelle amicizie cuore e franchezza e, occorrendo, operava per 
gli amici col cuore. 

Gli piaceva l'intimità degli artisti, degli artisti di tutte le scuole, dico 
di tutte le scuole che tali siano o per la gloria dei maestri/ o per il sin- 
cero concetto e il vivido sentimento dell'arte, che è sempre vera se essa 
risponda veracemente al genio dell'artista. 

i 



— 6 — 

Di tutta l'arte italiana era il Frola ricercatore sollecito e diligente, ma 
mirava principalmente a risuscitare le storie dell'arte piemontese, a rin- 
tracciare ed illustrare i tesori artistici che sono in questo Piemonte, il quale 
ebbe per ogni manifestazione dell'arte amore, ingegno e generoso favore, 
ma trascurò di vantarsene, tutto assorto fatidicamente nell'adempiere colla 
politica e colle armi la sua missione vittoriosa per l'Italia. 

Giuseppe Frola, spontaneamente buono, compagnevole affabilmente, 
cortesemente arguto, ricco di sapere vario e preciso, non pesante, susci- 
tatore di peregrini ricordi, narratore limpido e svelto, era pregiato e desi- 
derato non solo nei circoli dei dotti e nelle brigate festose o studiose degli 
artisti, ma eziandio nelle geniali conversazioni degli uomini colti e delle 
colte e amabili donne. 

Egli seguiva, con devota ammirazione, Alfredo D'Andrade dalla Valle 
di Aosta in Liguria, a Roma ; amava con fraternità di intenti Cesare Bertea, 
il valoroso continuatore del maestro insigne, e, con disciplina erudita, s'in- 
formava all'attività storica di Ferdinando Gabotto. 

Per la Storia di Torino scoperse documenti, condusse investigazioni 
importanti e ne coordinò i risultamenti. 

All'energia del pensiero e del volere non erano pari nel Frola le vi- 
gorie fisiche : onde egli si affrettò a compiere in breve corso di tempo 
molti e ardui lavori formati con scientifica severità. 

Né quando egli cessò di vivere aveva del tutto posata la penna in- 
torno a quell'opera degli Statuti Canavesani, che resta a testimoniare quanto 
fosse gagliarda la sua mente, e quanto addottrinata, e resta a suggellare du- 
revolmente la sua rinomanza. 

Qui tra noi Carlo Vesme ed Ercole Ricotti lasciarono, con alto magi- 
stero, monumenti di antiche leggi e di antichi statuti e al Corpo Statutario 
dei Comuni Italiani qui tra noi offrì Leone Fontana cospicuo contributo. 

Ma l'opera del Frola sta scientificamente da sé, ha carattere proprio, 
ha proprie originalità di disegno e di critica. Vi é in quell'opera la vita 
politica, economica, sociale di una regione singolarissima per impulso di 
idee, per intraprese civili, per il sangue ardente dei popoli, per il succe- 
dersi degli avvenimenti. 

Appaiono in quell'opera Istituzioni di diritto pubblico e di diritto pri- 
vato, che danno adito a nuove considerazioni storiche e giuridiche di no- 
tevolissimo rilievo. 

Oltre a ciò compartì il Frola alla letteratura dialettale dovizia mai 
prima esplorata di parole e di confronti, rinnovando e ampliando i saggi 
tanto lodati di Giovanni Flechia e di Costantino Nigra. 



I suoi proprii avvedimenti di storia e di critica egli dichiarò in una 
scrittura densa di sapere e luminosa di idee, che va innanzi agli Statuti, 
risolvendo intricate questioni, e tutta improntata di classico rigore e di 
progrediente modernità. 

Giuseppe Frola si allontanò da noi in quest'ora piena di commovi- 
menti e di presagi, nella quale è d'uopo più che mai che si stringano insieme 
i promotori degli studi e gli amici dell'arte per trovare le vie del futuro. 

Ai rivolgimenti efficaci nella vita delle Nazioni, nelle istituzioni so- 
ciali, nel corso della civiltà, tengono dietro essenziali rivolgimenti negli 
studi e nell'arte: e, mentre si trasforma l'anima dei popoli, il loro genio 
si va significando con manifestazioni nuove. 

Abbiamo fede incrollabile nel giusto trionfo dei popoli liberi, nelle 
conquiste dell'umanità. 

Né io so di alcuna potente rivoluzione che abbia reciso il filo delle 
tradizioni nazionali o disperso la religione dell'arte. 

S'inoltri pure l'avvento delle democrazie preponderanti : la più celebre 
democrazia dell'antichità creò squisitamente l'arte greca: l'arte italiana, in- 
superabile, nacque nell'agitata democrazia fiorentina : e scorgiamo a' dì nostri 
nella più grande democrazia che abbia mai esistito il meraviglioso entu- 
siasmo per i monumenti dell'antichità e per ogni esaltazione dell'arte. 

Onde non v'è motivo a paventare, ma è tempo di antivedere. Ed io 
ho congiunte queste considerazioni propizie alle sorti degli studi archeo- 
logici e dell'arte colla memoria di Giuseppe Frola, perchè gli spiriti mi- 
gliori non vivono solo nel presente, ma sopravvivono nell'avvenire. 



Il Conte cav. dott. Giuseppe Frola nacque a Torino il 5 gennaio 1883, morì a 
Torino il 29 luglio 1917. Conseguì la laurea in giurisprudenza nella R. Università di 
Torino il io luglio 1905. 

Fu nominato ispettore dei Monumenti e scavi del circondario di Torino con decreto 
del 19 novembre 191 1. Membro del Comitato Direttivo del Museo Civico d'Arte antica 
e d'Arte applicata all'industria, per nomina del Consiglio Comunale di Torino del 
13 aprile 1913. Nominato segretario della Società Piemontese di Archeologia e Belle 
Arti nell'assemblea dell'S gennaio 1910, tenne la carica fino al 25 aprile 1912. Fu 
segretario della Commissione artistica per il Padiglione Piemontese all'Esposizione 
regionale d'Arte antica, tenutasi a Roma per le feste commemorative del 1911. 



- 8 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Seduta amministrativa del 31 Gennaio 1917. 

Presiede il Tesoriere Ing. Cav. Rocca : 

Mancando il Segretario D'Agliano, il Presidente prega il Vice Biblio- 
tecario Rati-Opizzoni di sostituirlo. 

Il Socio Chevalley commemora il Socio Comm. Ing. Stefano Molli; 
il Socio Barraia commemora il Cav. Dott. Gustavo Couvert ed offre alla 
Società a nome della famiglia il ritratto del defunto. Il Socio Rocca com- 
memora il Socio corrispondente Dott. Guido Carrocci. I manoscritti delle 
commemorazioni sono consegnati alla Presidenza per la pubblicazione sul 
Bollettino della Società. 

Si ricevettero parecchi doni per la biblioteca sociale, che furono or- 
nati e classificati dal Socio bibliotecario Curio. 

Per cambio si ebbero riviste dalle Società consorelle, e sarà cura 
della Direzione di migliorare il servizio di cambio, per poter sempre ac- 
crescere il patrimonio della Biblioteca. 

Il Socio Segretario D'Agliano, trovandosi impegnato come tenente 
d'artiglieria, ha scritto alla Presidenza esponendo l'impossibilità di compiere 
il suo ufficio e pregando la Società di eleggersi un nuovo Segretario. 
L'Assemblea dei Soci prega il Segretario di continuare nella sua carica 
sino alla scadenza, cioè sino alla fine del 191 7, determinando di provve- 
dere all'elezione del nuovo Segretario nella seduta del Gennaio 191 8. In- 
tanto il Socio Rati-Opizzoni si presterà per surrogarlo. 

Il Presidente della Commissione delle Pubblicazioni, Giacosa, dà par- 
ticolari sulle adunanze tenutesi a Palazzo Madama. 

Per la monografia sul castello di Issogne furono già prese dall'editore 
Alfieri e Lacroix ben 130 fotografie, alcune delle quali a colori. Il lavoro 
di compilazione però ebbe qualche ristagno, dovendosi fare delle ricerche 
in Francia e nella Svizzera, difficili e quasi impossibili nelle attuali condi- 
zioni di guerra. 



- 9 - 

Verrà anche pubblicata nel formato del volume su Davide Calandra 
la commemorazione dell'architetto D'Andrade, tenuta nel Palazzo Munici- 
pale dal Socio Giacosa, unitamente ai discorsi del Presidente S. E. Boselli 
e del Sindaco Conte Rossi. Il Socio Giacosa ne curerà anche la parte 
illustrativa. 

Per il Bollettino si è assunta la collaborazione della signorina D.* Leo- 
narda Masini, che farà lo spoglio bibliografico. 

L'Assemblea approva l'opera della Commissione per le Pubblicazioni. 

Si passa all'elezione del Vice-Presidente in sostituzione del Comm. Giu- 
seppe Assandria, e viene eletto a grande maggioranza il Professor Dottor 
Comm. Federico Patetta, che ringrazia. 

Vengono riconfermati a grande maggioranza il Conte Alessandro Baudi 
DI Vesme come Conservatore delle Collezioni\ il Marchese Faustino Curlo 
come Bibliotecario ; il Conte Luigi Amedeo Rati-Opizzoni come Vice-Biblio- 
tecario ; il Comm. Annibale Barisone e il Nobile Comm. Ing. Melchiorre 
Pulciano come Revisori dei Conti. 

Vengono eletti soci effettivi, dopo aver constatata la regolare proposta, 
e a grande maggioranza: il Prof. Dott. Pericle Ducati della R. Univer- 
sità di Torino; il Prof. Dott. Clemente Montemartini del R. Politecnico di 
Torino; il Nob. Ing. Arturo Pettorelli. 

La seduta è tolta alle ore 17^/4. 



- 10 



NOTE 



Rinvenimento a Cherasco di due lapidi romane 
già pubblicate a Torino dal Pingone. 



Sotto questo titolo, col grazioso appoggio del Prof. Roberto Paribeni, 
direttore del Museo nazionale Romano, fu pubblicata nel voi. IX dell'^^- 
sonia, l'autorevole rivista della Società di Archeologia e storia dell'arte di 
Roma, una mia memoria su due lapidi romane da me rinvenute nel 19 16 
a Cherasco. Ne rijissumo la parte principale. 

Nelle pareti esterne dell'antico Convento dei Carmelitani in Cherasco 
trovavansi murate due lapidi romane, di fine marmo greco, rappresentanti 
un uomo togato ed una donna, lavoro di scoltura attribuito da competenti' 
al 30 o 4° secolo dell'era volgare: in origine una specie di cornice univa 
i due busti in una nicchia ed accennava che provenissero da un monu- 
mento funebre, come tanti che si conoscono. Portate le lapidi al Museo 
civico G. B. Adriani, si scoperse nel rovescio delle due lapidi un basso- 
rilievo ed una iscrizione. La loro fattura accennava al miglior periodo del- 
l'arte greco-romana e faceva presumere che per adornare coi due busti un 
monumento più tardo, si erano adoperati due pezzi di marmo provenienti 
da monumenti più antichi, del i*> secolo. 

Lo studio dei testi mi fece presto riconoscere nelle due lapidi quelle 
descritte dal Pingone neW Augusta laurinorum a pag. 102-103, dove inco- 
mincia « Alio marmore dimidiato » etc. Quelle lapidi erano però tosto an- 
date disperse e nessuno dei tanti autori, che le avevano riportate dal Pin- 
gone, le aveva più viste: donde varie ed anche cervellotiche variazioni 
ed interpretazioni, di cui ho citato alcune. 

Anche il testo della iscrizione dato dal Pingone non era genuino. Il 



— 11 - 



ritrovamento delle lapidi permetteva per primo risultato di darne il testo 
preciso. Eccolo : 



ACRONiN 
MEDICO AU| 

clodia( 

LAETAE Sol 
C CLOof 
AQUILIANV\ 



Circa il basso-rilievo dell'altro marmo, il Pingone vi aveva scorto 
(e dietro di lui lo ripeterono tutti gli altri) Apollo che ha scorticato Marsia 
e ne porta sul braccio la pelle : uno schiavo, il personaggio principale del 
quadro, tiene impugnato il coltello con cui fu eseguita la vendetta del Dio : 
Marsia sarebbe a terra nell'angolo di destra. 

L'esame del basso-rilievo mi fece a prima vista escludere questa in- 
terpretazione. 

Il personaggio detto Apollo ha sul braccio un lembo di stoffa, non 
una pelle umana; a destra, a terra è chiaro un mostro anguiforme, non 
una spoglia d'uomo. Nel mito di Marsia, quantunque Apollo affidasse a uno 
schiavo scita la triste bisogna (i), ripugna che personaggio principale della 
rappresentazione sia lo schiavo ministro della vendetta del Dio, e non lo 
stesso Apollo, o anche Marsia. 

Dopo aver pensato ad Ercole che uccide l'Idra di Lerna, tagliatale una 
delle teste, accettai e pubblicai l'interpretazione che ne diedero alcuni dotti 
archeologi, da me interrogati coll'invio di fotografie e di descrizioni, fra 
cui il prof. Rizzo della Università di Napoli, il prof. Bailo del Museo di 
Treviso, il prof. Paribeni del Museo nazionale Romano, il prof. Gabotto 
di Torino. Secondo essi il basso-rilievo rappresenta Perseo che libera An- 
dromeda dal mostro marino. 

Studiata poi l'origine delle lapidi, supposi che il Pingone, autore della 



(i) Lo schiavo che arrota il coltello è spesso rappresentato nelle figurazioni del 
mito (cfr. Reynach, Répertoire des reliefs grecs et romains, Paris, 1909-12, 3 voi. 



— 12 — 

Storia di Torino, ed il P. Voersìo Carmelitano, autore di quella di Che- 
rasco, contemporanei, si conoscessero e che il primo le regalasse al se- 
condo quando, al principio del 1600, questi si adoperava nella costruzione 
del Convento del suo ordine, in Cherasco. 

Queste le conclusioni della Memoria. Aggiungerò qui alcune note com- 
plementari che spieghino meglio alcune mie idee sulle lapidi e che, avendo 
carattere essenzialmente locale, non trovarono posto nella Rivista di Roma, 
ma lo trovano convenientemente in questo Bollettino. 

Circa l'interpretazione del basso-riUevo, che è riprodotto neW Ausonia, 
ho accettato, come ho detto, quella che mi fu suggerita da distintissimi 
archeologi, cioè quella di Perseo che libera Andromeda, accennando in una 
modesta nota alla interpretazione, che prima mi si era affacciata, di Er- 
cole che, sotto l'egida di Apollo, taglia la testa all'Idra di Lerna ; interpre- 
tazione che non era stata esclusa dal prof. Bailo. Ora di questa interpre- 
tazione voglio accennare le ragioni, avendo sempre presente il marmo. 
Niun dubbio sulla forma di serpe del mostro che è nell'angolo a destra. 
Dal petto del mostro si erge il collo di una testa canina a lunghe orecchie, 
mentre lì accanto vi è il posto per un secondo collo, che fu troncato. 
Per il marmo consumato non è ben chiaro l'oggetto che il personaggio 
principale regge nella mano sinistra, ma ha le dimensioni della testa ca- 
nina, ed a me pare scorgervi un orecchio uguale. Escludo che possa rap- 
presentare la testa di Medusa. Nella mano destra l'eroe, che ha la corpo- 
ratura di Ercole, tiene la spada con cui ha reciso la testa. 

Il personaggio, identificato con Andromeda, e che disgraziatamente 
non ci fu conservato intero, poco ha del femmineo nel corpo e si presta 
egregiamente a rappresentare Apollo che stende la mano protettrice sulla 
testa di Ercole; anche se l'acconciatura del capo ha qualche cosa di fem- 
mineo, come Apollo fu spesso rappresentato. Il gesto non è di persona 
che stenda il braccio per invocare soccorso, come dovrebbe essere il gesto 
di Andromeda. La piccola figura che è nel quadretto di sinistra, vestita 
succintamente e con le braccia conserte, come legate, può rappresentare 
una delle vittime che l'Idra racchiudeva nelle sue caverne. 

Noto ancora che l'eroe non ha le ali ai piedi, colle quali d'ordinario 
Perseo è rappresentato (i); che quando Andromeda è rappresentata legata 
allo scoglio, sono esagerati i legami che ve la fissano (2) : e il mostro è 



(i) Cfr. Reynach, 1. e. 
(a) Cfr. Reynach, 1. e. 



- 13 - 

rappresentato con una grande testa crestata o colla bocca spalancata ; infine 
che in quel mito non si accenna mai che Perseo tagliasse la testa al mostro. 

A pagina 169 ho cercato di spiegare come le lapidi, se erano a To- 
rino in casa del Pingone, pervenissero poi a Cherasco. I primi autori che 
le dissero presso il Pingone, così interpretarono la descrizione che egli ne 
dà n&W Augusta Taurinorum. Ma un più attento esame di questo libro 
mi consente ora di negare che egli asserisse le lapidi presso di sé. 

La descrizione delle lapidi comincia a pag. 95 col titolo: Antiquitatum 
Augustae Taurinorum inscriptiones. In capo alla prima lapide sta stampato 
a caratteri speciali: in aedibus nostris: ma già la seconda lapide è detta 
esistente in angulo palatii civitatis : la terza in aedibus Antonini Thesauri 
praesidis. Per la quarta si ripete in facie aedium nostrarum, ma questa 
è dichiarata falsa dal Mommsen. E seguendo l'enumerazione e la copia, 
si alternano nel libro del Pingone lapidi per le quali è chiaramente detto 
che erano in casa sua con lapidi di cui si dà la posizione altrove, e altre 
di cui si dice nulla e si dà la sola trascrizione. Quest'ultimo è il caso delle 
lapidi di Cherasco. 

Esse sono descritte a pag. 102-103. Ora a pag. loi vi è l'ultima delle 
iscrizioni precedenti le nostre che accenni al sito : in porticu aedium. Se- 
guono nelle pagine loi e 102 ben quattro lapidi per le quali è detto 
ibidem : mentre tale indicazione scompare già per la lapide seguente, che 
precede le nostre. Di essa è detto solamente marmare eleganti senza in- 
dicazione di luogo: seguono la descrizione del nostro basso-rilievo e la 
trascrizione della lapide di Acrone, alio marmare dimidiato. In seguito 
bisogna passare sette delle iscrizioni, riportate nelle pagine 103 e 104, colla 
dicitura ripetuta alio marmore, per ritrovare a pag. 104 una indicazione di 
luogo: in horto pensili aedium plurima fragmenta. 

Ho dunque ragione di dire che il Pingone non ha asserito di avere 
le lapidi nostre presso di sé, e si può anche supporre il contrario. 

Nella mia prima Memoria ho detto brevemente della fondazione del 
Convento dei Carmelitani in Cherasco per opera del Vocrsio. 

I Carmelitani si erano introdotti, in Cherasco nel 1527, in una casa 
loro donata dalla signora Margherita vedova di Henrieto Bozolo, esistente 
a mezzodì della città, non lungi dalla porta Narzole, Quartiere di S. Pietro, 
dove è ora la casa Tagliaferro, già Lunelli. Altre case si aggiunsero alla 
prima; ma per le continue guerre, perii saccheggio del 1537 e per l'altro 
maggiore del 1557, quando i Francesi condotti dal Brissac si erano impa- 
droniti di Cherasco tenuto dagli Spagnuoli, ed anche per essere il Con- 
vento vicino alle mura della città, questo non aveva più potuto allargarsi, 



" 14 - 

e come nel 1 543 si erano allontanati da Cherasco i frati di S. Francesco 
dopo la distruzione del loro convento fuor delle mura, così nel 1561 se 
ne allontanarono i Carmelitani. 

Ritornarono nel 1564, ma senza miglior fortuna, tanto che dopo di 
avere inutilmente cercato di ottenere la Parrocchia di S. Martino, accetta- 
rono nel 1 567 l'offerta di una casa loro donata da M*"^ Agostino Roffredo 
per trasportarvi il convento (i). 

Prospettava questa casa a mezzanotte nella via Monfalcone, a metà 
dell'isolato ora occupato dal Quartier militare. La casa non .era grande, 
ma i religiosi si accinsero coraggiosamente alla fabbrica della Chiesa e del 
Chiostro. Il P. Voersio, che nel 161 3 aveva lasciato l'ufficio di Procurator 
Generale dell'Ordine e si ritrovava in patria, donò parte del danaro ne- 
cessario e incaricò del disegno il valente P. Marco Reclusi© Priore, Il con- 
vento, di cui si conserva nell'Archivio Adriani una bella pianta disegnata 
nel 1779 da frate Ottavio Petiti, di Bra, Carmelitano, comprendeva un gran 
cortile quadrato, circondato da portici, nell'angolo NE dell'isolato, con, 
attigua a ponente e comunicante, la Chiesa. Questa occupava lo spazio 
dove è ora il cortile del Quartiere: a mezzodì si estendeva un ampio 
giardino. 

La prima ala del Chiostro che fu costrutta (161 3) è quella esistente 
tuttodì, volta a settentrione e che concorre all'angolo NE dell'intero edi- 
ficio coll'ala di levante, formando lo spigolo nel quale furono trovate le 
lapidi. Il campanile nell'angolo SO del Chiostro ed attiguo alla Chiesa 
fu costruito fra il 1669 ed il 1670; e finalmente il Chiostro fu completato 
coll'ala a mezzogiorno, verso il giardino, nel 1693. In complesso l'acquisto 
delle aree, per contratto o per donazione, la costruzione della Chiesa e del 
Convento, i rifacimenti e le correzioni durarono a lungo, talché solo 
nel 1701 l'intero Convento si potè ritenere ultimato. Esso fu abolito nel 1802 
e in parte distrutto nel 1806, colla Chiesa, di cui non rimane, ridotto a 
muro del cortile, che il lato nord della porta d'ingresso. 

Nel 1783 si era incominciata una nuova elegante costruzione a po- 
nente della Chiesa, dove nel 1840 furono stabilite le scuole civiche, ora 
Quartier militare. Sotto l'intonaco bianco, uniforme, si scorgono qua e là 
tracce di decorazioni e di pitture. 

Dell'antico Chiostro rimasero in piedi l'angolo NE e parte del lato di 
mezzodì. 



(i) Vedi Annali di Cherasco, ms. di G. E. Damillano. 



- 15 - 

Nell'angolo NE si trovavano le lapidi all'altezza del i° piano, proba- 
bilmente ivi murate nel 1613. Se è giusta la nuova ipotesi che presento, 
secondo la quale le lapidi non erano a Torino presso il Pingone, esse po- 
trebbero provenire direttamente da S. Pietro di Manzano ed essere due 
delle tre pietre di marmo che, secondo il libro dei conti del monaco 
La Manna, da me citato, Luigi Casanova portava col suo carro da quella 
località. La terza sarebbe un marmo lavorato su di una faccia, che era 
infisso alla porta della Chiesa del Convento e che portai pure nel Museo 
Adriani, dopo di aver sperato di trovarvi un'altra iscrizione, mentre non 
è che l'avanzo rovinato del piedestallo di una colonna o di una statua. 
A differenza degli altri due blocchi di marmo greco, questo è di marmo 
di Carrara o di Luni. 

Non sono questi i primi monumenti antichi provenienti da quella lo- 
calità, donde an :he recentemente ho tratto qualche frammento (i). 

Cherasco. 

Alfonso Petitti di Roreto, T. Gen.le. 



-o o o 0= 



Marche su vasi fittili e su laterizi piemontesi inedite. 



(Continuazione; vedi questo Bollettino, a. I, fase. 4°, pp, 93-97). 



Torino. 

Vasi di terra sigillata a vernice rossa. 
Oltre alla marca, sopra accennata 

I) L . GEL 

entro orma di piede umano, esistente su di un frammento di fondo di 
patera ceduto al Museo di Antichità di Torino dalla R. Sopraintendenza 
ai Monumenti (2), segnalo le marche di due patere raccolte da oltre un cin- 



(i) Un pezzo di marmo su cui sta scolpita una treccia ornamentale ho acquisito 
ultimamente al Museo Adriani, e trova riscontro in un altro pezzo con ugual disegno 
che forma parte dello stipite della porta di S. Pietro in Cherasco. Come è noto, la 
facciata di questa chiesa porta varie scolture e lapidi romane ed altre certo ne cela 
nella fascia marmorea che la cinge a metà altezza. Un altro frammento di scoltura 
ornamentale ho trovato nella Cascina di S. Michele, non lungi da S. Pietro di Manzano. 

(2) In questo Bollettino, a. I, pag. 95. 



- 16- 

quantennio in iscavi a Porta Nuova e conservate nel Museo di Antichità 

di Torino (i) : 

2) xaFR 

entro orma di piede umano (n° di inventario 2739). Xanthus lavorò, pro- 
babilmente come schiavo, nelle officine di Atejus, sulle quali ho già fatto 
parola in questo Bollettino (2). Quale sia stato il periodo della attività di 
Xanthus non si sa con precisione: il Loeschcke ritrovò nel campo augusteo 
di Haltern marche e col solo nome di Xanthus ed in unione di questo 
con quello di Atejus, ma in assai scarso numero di esemplari, si che egli 
ritenne di non dovere collocare l'attività di Xanthus prima del secondo 
decennio dopo Cristo (3). 

La patera appartiene alla categoria di quelle a fondo piano, sul quale 
si attacca quasi verticalmente l'orlo, che ha il medesimo profilo e la me- 
desima ornamentazione sovrapposta a piccole doppie spirali del frammento 
figurato nel « Bericht des Vereins Carnuntum », 1914, col. 165-166, fig. 29, 
n° 8. È una delle numerose varietà del medesimo tipo cui appartengono 
le patere di Alba recanti le marche SEX . M . F ed L . M . V prece- 
dentemente ricordate entro orma di piede umano (4). 



MG • VI 



3) 

Entro orma di piede umano. Di questa marca ho già detto preceden- 
temente a proposito di un altro esemplare di Alba (5). Questa patera to- 
rinese ha fondo piano ed orlo leggermente arrotondato, e sul suo orlo 
sovrapposta la comune doppia piccola spirale, come sulla precedente patera. 



(i) Anche pochi altri oggetti vennero raccolti in quella località e si conservano 
nel Museo di Antichità di Torino: non essendo essi rotti, ma interi, si può ritenere 
che provengano da tombe e non da ruderi di edifici. In un tratto di via Valeggio 
presso via Sacchi, non molto lungi quindi dalla località dove vennero raccolti questi 
oggetti, vennero in luce le tombe romane descritte nel voi. Vili degli " Atti „ di questa 
Società di Archeologia fpag. 174 segg.) ed i cui materiali furono ceduti al Museo 
di Antichità di Torino. Questi ritrovamenti in ogni modo avvennero fuori dalle mura di 
cinta della città romana. Sappiamo che tombe romane furono rinvenute in vari luoghi 
di Torino, fuori dall'antica cinta (Promis, lulia Augusta Taurittorum, Torino, 1869, 
pag. 187-188, e Atti della Società piemontese di archeologia, Vili, pag. 25 segg.; Ili, pa- 
gine 117 e 219. Notizie degli Scavi d'Antichità, 1909, pag. 298-299; 1908, pag. 345; 
1906, pag. 297; 1904, pag. 355 segg.; 1903, pag. 99; 1894, pag. 217; ecc.). 

(2) A. I, pag. 93. Vedi C /. L., XI. 

(3) Keramische Funde in Haltern, Munster, 1909, pag. 1 71-172 ed Excurs II a 
pag. 188. 

(4) In questo Bollettino^ pag. 95 e 96. 

(5) In questo Bollettino, pag. 97. 



- 17 - 

E quasi intera : manca solo il piede : se la patera apparteneva ad una tomba, 
si direbbe ritualmente spezzato (i). 

Proviene da una fogna romana tra via XX Settembre, via Garibaldi, 
via Bertola e corso Siccardi un fondo di vaso a vernice rossa che sembra 
aretino od almeno italico recante la marca 

4) . s . s 

entro orma di piede umano. Questa marca è già stata registrata nel C. I. L. 
per l'Italia settentrionale (voi. V, 81 15, 105). In Piemonte non mi è noto 
nessun altro esemplare, salvo due inediti del Museo civico di Novara. 



* 
* * 



Sull'orlo di un'anfora, raccolto negli scavi del teatro romano di To- 
rino ed ora nel R. Museo di Antichità di Torino, è la marca 



in lettere rilevate. Il nome Hermes, entro cartello rettangolare, fu letto 
anche su anfore del monte Testaccio a Roma {C. I. Z,., XV, II, 2913), 
per le quali non si può affermare che siano della medesima officina. 



* 
* * 



Un « later » (dimensioni : cm. 45 X cm. 30 X cm. 8) raccolto negli 
sterri del teatro romano, reca la marca in belle lettere rilevate, con inter- 
punzioni triangolari : 




Altri esemplari della medesima furono raccolti, pure in Torino, nelle 
mura romane sotto piazza Castello (C 7. Z,., V, 81 io, 483). Questa marca 



(i) È il tipo LoESCHCKE. op. cit., n' 4. Vedi una patera di questa forma figurata 
in Ulrich, Die Graeberjelder in der Umgebung von Bei/irtjsona, Ztìrich, 1914, ta- 
vola LXXIV, n° ao. 

Boll. Soc. Pieni. Archtol. e II. Arti, II. 3 



^18- 

fu variamente interpretata: L. Claudi Apri o L. Claudi Puri: questa 
ultima lettura è preferita dal Mommsen. Questo « later » conservasi nel 
R. Museo di Antichità di Torino, al quale fu ceduto dalla R. Soprainten- 
denza ai Monumenti per il Piemonte. 



Fontanetto da Po. 



Su di un frammento di « tegula », ora al Musco di Antichità di To- 
rino, è la marca ancora ignota, in lettere incavate ed in parte male impressa 



L • SARA co 



Nella regione di Fontanetto da Po avvennero anche altri ritrovamenti 
di antichità romane (i). 



Ivrea. 



Nel Museo civico Garda e presso il sig. avv. Pinoli conservansi alcuni 
frammenti di vasi di terra sigillata a vernice rossa, senza ornamenti, alcuni 
dei quali, se non tutti, aretini od almeno italici. 

Non sempre è possibile stabilire in quali regioni erano le officine donde 
provennero i singoli vasi di terra sigillata: spesso la vernice è corrosa: 
le marche pochissime note o male impresse. Le forme dei vasi talora non 
danno che indizi insufficienti : dalla ceramica italica si passò per gradi alla 
gallica: sembra anzi che operai italici abbiano portato in GaUia la loro 
tecnica. La causa principale dell'incertezza, in cui, in queste regioni d'Italia, 
lo studioso spesso si trova, deriva specialmente dal fatto che lo studio della 
grandissima quantità dei materiali di terra sigillati raccolti ad Arezzo, nel- 
l'Etruria ed a Roma non è quasi neppure iniziato. 



(i) Atti della Società piem. di Archeologia, IV, pag. 9 (tombe). Vi fu ritrovato 
anche un tesoretto di monete del basso impero. Tutta la regione alla sinistra del Po, 
di fronte alla città romana di Industria, e dove oltre a Fontanetto sono i paesi di 
Palazzolo, Crescentino, Verolengo, è piena di vestigia romane e specialmente di ne- 
cropoli (Atti della Soc. piem. di Archeol., Ili, 232-297 ; Memorie d. r. Accad. d. Scienze 
di Torino, 1891, pag. 129-130. Per il tesoretto vedi Notizie degli Scavi, 1888, pag. 271 
e Atti della Soc. piem. di Arch., V, 128. 



- 19 - 

Questi vasi del museo e dell'avv. Pinoli furono raccolti in Ivrea o nei 
dintorni (i). In alcuni di essi sono le seguenti marche: 



I) 



ARRET 



Su di un frammento di fondo di patera, su cui esternamente sono graf- 
fite le lettere TA, del Museo civico. La stessa marca su una patera della 
raccolta Pinoli. Questa marca finora non è elencata nel C. I. L., né nel 
Supplemento del Pais, per l'Italia settentrionale. Ne furono trovate nume- 
rose a Roma {C. I. L., XV, II, 4998). 



2) 1 ARRE 



Su di un frammento di fondo di patera. Essendo le ultime lettere 
male impresse, non si può affermare con sicurezza che sia la stessa marca 
precedente. Sembra che sia la stessa marca precedente nella sua forma 
piij completa, ARRETI. Nel civico Museo. 

3) ' *^ •"'-'- 

Entro orma di piede umano. Male impressa. E la diffusa marca del 
vasaio aretino L. Gellius, del quale già dissi in questo Bollettino (a. I, p. 95). 
La sua marca si ritrovò anche, non molto lontana da Ivrea, ad Aosta 
(Ferrerò, Notizie degli scavi di antichità, anno 1894, pag. 371). 

4) e . TAP . s 

e) e . T . evo 

6) e. T . s 

Tutte entro orma di piede umano su frammenti di fondi di patera. 



(i) Fra i pochi materiali di terra sigillata raccolti nel civico museo ricordo anche 
alcuni frammenti di coppe galliche con ornati a figure a rilievo di forma Dragendorf 
(Terra sigillata, in " Bònner Jahrbiìcher „, 1895, n° 31). Nel Museo medesimo sono 
raccolti vari materiali d'età romana, per i quali non sempre chi sopraintese ad 
esso ha potuto stabilire l'esatta provenienza. Come località di provenienza sono 
indicate per alcuni oggetti la regione S. Giovanni (tombe al bivio delle strade per 
Borgomasino e per Bollengo), l'antica piazza d'armi d'Ivrea, le regioni Monte Navale, 
Monte Stella e Pramarzo. Vi è anche qualche oggetto proveniente dal territorio di 
Ivrea, e precisamente da S. Giovanni dei Boschi e da Albiano di Ivrea. Per Ivrea 
vedi gli studi di C. Promis [Atti della Società piem. di ArcheoL, V, pag. 87 segg.) e 
di G. De Iordanis (voi. IV della Biblioteca della Società storica Subalpina; Atti della 
Soc.piem. di ArcheoL, VII, pag. 25 segg. e 140 segg.; Notizie degli Scavi d'Antichità, 
1908, pag. 341). Ringrazio l'egregio avv. nob. de Iordanis di essermi stato cortese 
<(uida nel Museo civico ed il dott. teologo Gino Borghezio, al quale debbo tutte le indi- 
zioni della raccolta Pinoli. Al teol. Borghezio -debbo anche la notizia che i materiali 
della raccolta Pinoli furono raccolti nelle regioni di Porta Torino e di Porta Vercelli. 



-20- 

Della marca 4) sono due esemplari della raccolta Pinoli, della marca 5) 
due nel museo civico ed uno nella raccolta Pinoli, della marca 6) due 
esemplari nella raccolta Pinoli. Con ogni verosimiglianza sono tutte del 
medesimo figulo. Ad Albate (Comasco) fra la suppellettile di alcune tombe 
laterizie era una « elegante coppa aretina » recante, pure entro orma di 
piede umano, la marca C . T . SVC {Rivista archeologica di Como, a. 1907, 
pag. 235). La marca C . T . S fu trovata su due vasi di Palazzolo Vercel- 
lese (forse della necropoli ; Fabretti, Atti della Soc. piem. di archeol., IV, 
pag. 188; Pais, C. I. L. Suppl., 1080, 414). A Palazzolo Vercellese fu pure 
raccolta una marca C . T . S . V, forse del medesimo figulo (Ferrerò, 
Iscr. vere, p. 187). Le marche C . T . SVC e C . T . S, ambedue entro orma 
di piede umano, trovansi su vasi, ancora inediti, del Museo civico di Novara. 

Provengono forse dalla medesima officina di un vaso di Libarna 
portante una marca, che fu letta dal Varni C. T. SVGE {C. I. L., V, 
8115, 116). 

Una marca C . TAP fu ritrovata a Como {C. I. Z., V, 81 15, 118). 



7) 



Su fondo di patera. Nel Museo civico. Questa marca non è elencata 
nel C. I. Z., né per l'Italia settentrionale, né per la Gallia meridionale, e 
nulla prova che la marca retrograda J| ) q entro orma di piede umano, 
letta a Roma {C. I. L., XV, II, 5066), provenga dalla medesima officina. 

8) Q . L . E 

Entro orma di piede umano. Entro una piccola coppa della raccolta 
Pinoli. 

Sull'orlo come fregio una testina ed un ornamento a spirali. 



9) 



ARETIO 



SODALI 



Su una ciotolina. Raccolta Pinoli. 



* 
* * 



Posso segnalare alcune nuove marche su grossi vasi fittili, che vengono 
ad aggiungersi a quelle eporediesi che già pubblicò il Bruzza (Iscrizioni 
vercellesi, pagg. 191, 193, 196, 209, 219), riprodotte nel C. I. L. 
(V, 8111,6 e 7; 81 12, 69,75, 76, III, 112). Alcune furono trovate presso 
la facciata della cattedrale di Ivrea. Andarono disperse. 



- 21 



I) 



* 
* * 



Sono: 

KAN 1 APIO 



Su orlo di anfora in belle lettere rilevate. 

Raccolta presso al monte Stella negli scavi per la fondazione dei 
fabbricati della tramvia Ivrea-Santhià. Nel museo civico. A Este furono 
trovati due esemplari della marca KAN . /PICI {Notizie degli scavi, 1885, 
pag. 9; Pais, C. I. L. Suppl., 1077, 84 e 1322, i), ambedue su anfora. 

2\ l^ . HE R . PH >E 

Su frammento di anfora, in belle lettere incavate. Raccolta Pinoli. 
La marca è già nota nell'Italia settentrionale ed alcuni esemplari sono stati 
raccolti in Piemonte {CI. Z., V, 81 12, e Notizie degli scavi, 1897, pag. 380). 

^ C.lL.POLYe§RBV 

Incavate ambedue sull'ansa di un'anfora raccolta ad Ivrea negli scavi 
per la costruzione della stazione del tramvai Ivrea-Santhià. Il nome 
C • 1/ • POLY, accompagnato dal nome di vari collaboratori, ritrovasi su 
colli di anfore raccolti in grande quantità in vari luoghi nelle vicinanze 
di Porto Gagnola (Piceno) {C. I. Z., IX, 6080, 4 e 5). Sembra che i prodotti 
di queste officine avessero larga diffusione, ritrovandosi non solo ad Ivrea, 
ma anche a Roma {C. I. L., XV, II, 3410). 



4) |l>vibi*r^ 

In lettere incavate su di un frammento di grosso vaso fittile. Nel 
museo civico. 



5) 



STAT 



lEG V 



Sull'orlo di un « pelves ». Belle lettere rilevate. Trovato in piazza 
Cavour ad Ivrea. Nel museo civico. La seconda riga sembra vada letta 
SEGV, ma la prima lettera è poco chiara. 

6) THE 

Incavata sull'orlo di un'anfora. Nel museo civico. 



— 22 



* 
* * 



Le diffusissime marche su lucernette fittili CRESCENS(i), FORTIS (2), 
STROBILI (3), VIBIANI (4), furono ritrovate anche ad Ivrea o nel suo 
territorio. 

Di ognuna mi fu cortesemente segnalato un esemplare dal rev. teo- 
logo G. Borghezio: la prima in una piccola collezione di antichità esistente 
presso il Vescovado di Ivrea, le altre tre nel Museo civico di Ivrea. 



Aosta. 



Nella raccolta archeologica della Accademia di S. Anselmo, fra pochi 
vasi di terra sigillata a vernice rossa anepigrafi, osservai una elegante 
piccola coppa, di forma slanciata e rara fino ad ora nelle raccolte di vasi 
di terra sigillata piemontesi, nel fondo interno della quale è la marca 

( QVA > 
I D R A I 

Questa marca e la coppa furono, per quanto un poco inesattamente, 
disegnate dall'Aubert e da lui riprodotte nel suo libro La Vallèe d'Aoste (5). 
Dopo di lui il Mommsen nuovamente la pubblicava (6". /. Z., V, 81 14, 114) 
dicendo però su lucerna, tratto in errore forse dal Promis (6). 

A correggere l'errore del C. I. L. segnalo qui nuovamente questa 
marca. 

Questa coppa faceva parte della raccolta del compianto e benemerito 
canonico Gal, Fu trovata, come risulta dalle informazioni dell'Aubert, in 
un campo lungo la strada da Aosta al Piccolo San Bernardo, « à un quart 
de lieue de la cité », in mezzo ad una gran quantità di altri avanzi ro- 
mani : lucerne, vasi di terracotta, unguentari di vetro. Con ogni probabilità 
trattavasi di una necropoli fiancheggiante la via romana. Non è possibile 
stabilire l'età di questa necropoH: osservo soltanto che la lucerna a lungo 



(i) Per l'Italia settentrionale vedi CI. L., V, 8114, 30; Pais, Suppl., 1079, io. 

(2) Per l'Italia settentrionale vedi C. I. L., V, 81 14, 54; Pais, SuppL, 1079, 20. 

(3) Per l'Italia settentrionale vedi C. I. L., V, 8114, 126; Pais, SuppL, 1079,38. 

(4) Per l'Italia settentrionale vedi C. I.L., V, 8114, 137; Pais, SuppL, 1079, 43. 

(5) Paris, 1860. A pag. 191. 

(6) Promis, Le antichità di Aosta (nelle " Memorie d. r. Accad. delle Scienze di 
Torino „, S. II, voi. XXI, 1864), pag. 82. 



— 23 - 

becco ornato di volute ed avente nel dischetto la figura di un'aquila, 
disegnata accanto a questa coppa dall'Aubert e proveniente dalla mede- 
sima località, è una delle forme di lucerne più antiche (i). 

Questa marca su vasi fu letta in varie regioni d' Italia ed anche nel- 
r Italia settentrionale {C. 1. L., V, 8115, 100; XI, 6700, 598; Pais, SuppL, 
1080, 34). È quindi verosimile che questa coppa di Aosta sia di fabbrica- 
zione italica, per quanto lo stato incompleto degli studi sulla ceramica di 
terra sigillata italica non permetta di affermarlo. 

(Contìnua). P. Barocelli. 

Q^^ O O O 0^= 



Cappella di S. Tommaso presso Briga (Novara). 



In occasione delle mie ricerche intorno all'arte lombarda della regione 
del Lago d'Orta, mi venne fatto di incontrarmi in una Cappella abban- 
donata del territorio di Briga, che priva di una parte del tetto era ormai 
ridotta alle funzioni di magazzino di legnami e di attrezzi rustici. 

Potei rilevare con sommo interesse come si conservassero ancora in 
essa quasi complete le decorazioni dell'Abside che costituiscono, a mio 
parere, l'esempio forse più antico in Piemonte di tali decorazioni, poten- 
dosi esse assegnare con sicurezza al sec. XI o poco dopo. 

La Cappella, che è compendio del Beneficio di Alpiolo, piccolo paese 
del Lago d'Orta, si compone di una semplice navatella con abside cui è 
affiancato un campaniletto demolito or son pochi anni. Il tetto è, come 
accennai, sfondato, e la porta antica è sostituita da altra moderna: il ma- 
teriale costruttivo è in buona parte di pietra mista a materiale frammen- 
tario romano. 

I caratteri stilistici e costruttivi la assegnano agli anni correnti intorno 
al Mille : anzi la sua abside, ornata di lesene racchiudenti fra di loro due 
soli archetti della cornice, è affatto identica a quella di S. Fedelino sul 
Lago di Mezzola, che data dall'anno 964. 



(i) Forma Dressel, 11. Per la cronologia delle lucernette fittili vedi Toutain, 
Lucernae (nel " Dictionnaire „ del Daremberg e Saglio), pag. 1323, fig. 4572; C. Anti, 
Le lucerne romane di terracotta conservate nel Museo civico di Verona (in " Madonna 
Verona „, VI, fase. 24, pag. 194). 



- 24 - 

Gli affreschi interni rappresentano gli Apostoli ed il Redentore incor- 
niciati da greche e colonne ritorte, e sono dipinti con tecnica tale da mo- 
strare chiaramente come il loro autore si sia ispirato ai mosaici primitivi 
cristiani, riportandone anche il sistema di scritte verticali fatte con caratteri 
similari. La decorazione degli squarci delle finestre, a candelabrine e corri- 
dietro, ha i medesimi caratteri, e così pure l'Annunciazione dipinta sui 
timpani laterali. Le fotografie dell'edificio e delle decorazioni mostrano 
chiaramente tutto ciò, e mi spiace che l'indole del nostro Bollettino non 
permetta di pubblicarle. 

A S. Tommaso fu pure trovata qualche tempo fa una iscrizione ro- 
mana incisa sopra una rozza lastra di sarizzo : essa trovasi ora nella casa 
del massaio del Beneficio, e risponde al facsimile che qui riproduco: 



SEVEKlÀf 
'A PS 




f /■■■ :■■ '"il 



Ho segnalato l'interessante monumento al reggente la Sopraintendenza 
pei Monumenti del Piemonte Ing. Bertea, che subito si adoperò presso 
l'Economato dei Benefici Vacanti e presso il Ministero della P. I. perchè 
la Cappella fosse riparata e sottratta ai pericoli dell'abbandono ; ed egli 
potè ottenere da entrambi adeguato sussidio, che permetterà di eseguire 
entro questo breve termine le opere indispensabili di restauro e di con- 
servazione (i). 

Torino, 30 Giugno 1917. 

C. NiGRA. 



(1) Per altri ritrovamenti romani nel territorio di Briga e nei dintorni, vedi Ponti, 
// Vertano ed i suoi antichi abitatori^ ecc.. Intra, 1896, pag. 128 segg., e C. 1. L., V, 6630. 



25 



BIBLIOGRAFIA 



ETÀ PREROMANA E ROMANA. 

R. Ulrich. Die Grdberfelder in der Umgebung von Bellinzona. Kanton 
Tessiti, Zurich, 1914. — Questo lavoro dell'Ulrich fu pubblicato nel Ca- 
talogo del Museo nazionale di Zurigo, per iniziativa del quale già da tempo 
si erano incominciate metodiche esplorazioni delle tombe e delle necropoli 
del Canton Ticino e specialmente dei dintorni di Bellinzona. Né queste 
ricerche procedettero isolate, che, poco lontano da Bellinzona, negli anni 
stessi, il Magni e il Baserga esplorarono le importanti necropoli di Pia- 
nezzo e di Gudo, riferendone in lavori fondamentali nella Rivista Archeolo- 
gica di Como nel 1907 e nel 191 1. 

L'opera dell'Ulrich consta di due volumi, uno di testo e l'altro di ta- 
vole, le quali costituiscono una preziosa raccolta di materiale illustrato. 

Oltre le necropoli di Pianezzo e di Gudo (I e II età del ferro) vi sono 
specialmente ricordate le necropoli di La Monda (una tomba spetta alla 
fine dell'età del bronzo; con le altre si giunge all'inizio dell'età di La Tene), 
Castione (dalla fine dell'età del bronzo al primo periodo dell'età di La Tene), 
Cerinasca di Arbedo (167 tombe dalla prima età del ferro all'età gallica 
inclusa), Giubiasco (540 tombe ; la necropoli fu usata ininterrottamente 
dall'ultimo periodo della prima età del ferro fino alla seconda metà del 
secondo secolo dopo Cristo). Infine sono riprodotti, a scopo di confronto, 
alcuni materiali ritrovati in tombe longobardiche. 

La conoscenza di queste necropoli ha grande importanza per l'Ar- 
cheologia piemontese, poiché esse rivelano nei caratteri essenziali stretti 
rapporti con le necropoli di Castelletto Ticino e di Golasecca per il pe- 
riodo pre-gallico, e con le necropoli di Ornavasso per l'età gallica e gallo- 
romana. 

Tali rapporti sono sopra tutto palesi nei caratteri della ceramica, della 
suppellettile bronzea e specialmente delle fibule; e stupisce che l'Ulrich 
accenni solo incidentalmente a tali rapporti con le necropoli di Ornavasso, 
quasi che non ne abbia sufficiente conoscenza. 



— 26 - 

C. Marteaux. Etude sur les « vici » et les « villae » de la vallèe du Giffre. 
« La Revue savoisienne », Annecy, 1916, IV trimestre, pag. 223; 1917 
I trimestre, pag. 23. — L'autore ricostruisce sommariamente la formazione 
e lo sviluppo dei primi centri abitati nella media valle del torrente Giffre 
(Alta Savoia), dall'epoca della pietra e del bronzo, nel periodo gallico 
e nel periodo romano, esaminando successivamente in particolare i terri- 
tori delle più antiche parrocchie di Mieussy, Flerier Taninge e Samoens- 
Morillon. 

H. ScHRADER. Athena mit dem Kàuzcken. Estratto dagli Jahresheften 
des Oesterreichischen Archàologischen Institutes, voi. XVI, 191 3. — Il di- 
ligente e minuzioso esame che lo Schrader fa del rilievo greco rappresen- 
tante Atena nella collezione Lanckoronski di Vienna, e che lo conduce 
alla determinazione cronologica e artistica di quest'opera, gli offre occasione, 
per ragioni di confronto, di trattare del rilievo raffigurante Apollo nel 
Museo di Antichità di Torino. 

Richiamandosi al primo studio di questo rilievo fatto dal Gonze e a 
quello più recente e più completo di Serafino Ricci, lo Schrader afferma 
che il rapporto fra quest'opera d'arte e quella della collezione Lancko- 
ronski è più che altro esteriore. 

Il rilievo di Torino conserva della grande arte greca del V secolo la 
posizione rigidamente di profilo, la semplicità e la forza del viso e del 
tronco e il particolare dei capelli a ciocche sulla fronte e sulle orecchie. 
Ma si affievolisce in esso la sapiente trattazione e graduazione del rilievo 
e la capacità di atteggiare largamente nello spazio la figura in sé stessa e 
in rapporto con gli altri elementi della scena. Inoltre esso rivela una de- 
rivazione dalle statue a tutto tondo del periodo artistico posteriore alle 
guerre persiane, e in particolare attesta un periodo più recente di quello 
della grande arte greca nelle piccole proporzioni e nella decorazione del- 
l'altare. 

L'incertezza nella trattazione del rilievo ricorda quella dello scultore 
che nel tempo di Adriano modellò le figure sulle pareti delle basi dei can- 
delabri della Barberiniana, ispirandosi alle statue greche del V secolo. Le 
scolture del tempo di Adriano però, nella cura minuziosa del particolare 
anatomico perdono completamente quella grandiosità e quella potenza di 
effetto delle opere antiche, che ancora in certa misura è sensibile nel- 
l'Apollo del Museo di Torino. Il quale verisimilmente è dovuto a uno di 
quei numerosi scultori, che nei primi anni dell'impero copiarono i modelli 
del principio del V secolo. 



- 27 - 

G. Pellegrini. Cavarzere. Tomba romana a cremazione. — Fra gli 
oggetti rinvenuti in questa tomba è un recipiente di vetro, in forma di 
colomba, di cui è data la riproduzione fotografica. 

Simili recipienti dell'epoca romana furono trovati frequentemente 
anche negli scavi della regione piemontese, e se ne conservano alcuni 
esemplari nel Museo di Antichità di Torino. 

C. NiGRA. Appunti sopra un rudere esistente a Gravellona Toce. « Bol- 
lettino storico per la provincia di Novara », 191 7, fase. VI, pag. 178, — 
Il rudere che sorge presso Gravellona Toce sulla strada nazionale del Sem- 
pione era generalmente ritenuto di un'epoca tra 1' XI e il XV secolo, 
perchè a quel periodo risaliva una costruzione, verisimilmente di fortilizio, 
di cui si vedono ancora le vestigia intorno al rudere stesso. 

Ma dall'esame della sua struttura il Nigra è indotto ad affermare che 
si tratti di una costruzione dell'epoca romana. 

Quanto alla sua destinazione, escluso che si tratti di una torre, o di 
un residuo pilone di ponte gettato sull'antico Attisone, o di un pilone di 
acquedotto, il Nigra crede che sia il rudere di un monumento dedicato 
a Mercurio. 

Il culto di questo dio era vivo e diffuso in quelle regioni, e i suoi 
monumenti sorgevano di preferenza lungo le grandiose vie di comunica- 
zione, come ne rimangono ancora nella Gallia, e come uno esiste tuttora 
presso Albenga. 

R. Cagnat et V. Chapot. Manuel d'Archeologie romaine, Paris, Picard, 
191 7. — Nella collezione Picard, nella quale esce ora questo Manuale di 
Archeologia romana, è già apparso qualche anno addietro un importante 
Manuel d' Archeologie préhistorique et celtique di Joseph Déchelette in due 
volumi: Archeologie préhistorique., 1908, e Archeologie celtique ou protohi- 
storique^ 191 3; e viene annunziato di prossima pubblicazione un altro Ma- 
nuale di Archeologie gallo-romaine per opera di R. Grenier. — Il primo 
volume di Archeologia romana, uscito recentemente, contiene in due libri 
l'esame dei Monumenti e della loro decorazione sculturale; nel secondo 
volume, annunziato come prossimo, si tratterà della decorazione di pitture 
e di mosaici e degli strumenti della vita pubblica e privata. 

Al primo volume è premessa una introduzione, in cui l'autore som- 
mariamente delinea i limiti cronologici e spaziali della sua trattazione, e 



(i) Histoire de l'architecture, Paris, 1899. 



- 28 - 

distingue gli elementi e le influenze che si compenetrano nelle opere della 
Archeologia romana. 

Dopo questa premessa, entro i confini della prima divisione, sopra 
accennata, la materia è distribuita in capitoli, in modo da ricordare la 
logica e chiara ripartizione dell'opera dello Choisy, Matériaux de con- 
struction; Utilisation des différents matériaux pour la construction et la 
décoration des édifices; Routes, ponts et ports ; Les villes^ murailles et 
portes; etc. — Per quanto lo consente la natura della trattazione, vi sono 
ricordati anche i principali monumenti romani del Piemonte, come i ponti 
del Pondel e di Font Saint Martin in vai d'Aosta (pag. 48); le porte di 
Aosta e di Susa (pag. 71 e 76); il teatro di Aosta (pag. 130), ecc.; rife- 
rendosi per le singole questioni alle opere fondamentali del Promis (i) e 
del Durm (2). 

MEDIO-EVO E RINASCIMENTO 

E. CoMETTo e G. Ottolenghi. Avanzo di antichi mosaici del Duomo 
di Casale^ Casale, Cassone, 191 7 (Si tratta di mosaici assai probabilmente 
del principio del sec. XIII. Vedi recensione di Romualdo Paste, in « Ar- 
chivio della Società Vercellese di Storia e di Arte >, 1917, N. 3-4, pag. 131). 

G. B. MoRANDi. Schede per la storia della pittura in particolare e del- 
l'arte novarese in generale. « Bollettino storico per la provincia di No- 
vara », Novara, 1916, fase, gennaio-dicembre, pag. 3. — Il Viglio pubblica 
integralmente 1 1 5 schede, che il Morandi aveva compilate desumendole 
da documenti degli archivi novaresi. Su questa base documentaria il Mo- 
randi intendeva di tracciare una storia della pittura novarese dalla seconda 
metà del sec. XV in poi, completando, convalidando e confutando le affer- 
mazioni a cui era giunto in proposito Antonio Massara (3), basandosi es- 
senzialmente sullo studio immediato delle opere d'arte. 

Certo per il Morandi queste schede avevano assunto un significato 
più profondo di quello che possono avere per chi le consideri nella loro 
veste schematica e frammentaria, con minore preparazione di lui ; esse 
tuttavia forniscono un materiale considerevole, da cui risultano i nomi delle 
principali famiglie di pittori novaresi, i Bossi, i Gagnola, i Canta, i Merli, 
e le indicazioni di alcune delle loro opere. 



(i) Le antichità di Aosta, Torino, 1862. Storia dell'antica Torino, Torino, 1869. 

(2) Baukunst der Rómer, Leipzig, 1905. 

(3) I primordi dell'arte novarese. " Rassegna d'arte „, 1906, N. 11-12. 



^29 - 

G. B. MoRANDi. Pittori novaresi del '^oo. « Bollettino storico per la 
provincia di Novara », 191 7, fase. VI, pag. 173. — Adolfo Venturi pub- 
blica alcune pagine manoscritte del Morandi, relative al suo studio sulla 
pittura novarese pregaudenziana, e che egli ritrovò in un fascicolo disperso 
di una rivista di arte italiana. 

Come il Morandi venisse compiendo la preparazione critica a un tale 
lavoro rivelano le Schede per la storia della pittura novarese^ di cui si 
è fatto cenno sopra. Ma le sue idee in proposito dovevano già essere 
maturate e precise, poiché il Venturi trovò su di un foglietto volante ma- 
noscritto un sommario chiaramente definito così : — I. Dichiarazione. — 
II. / primordi '200 e '300. — III. // '4.00. — IV. / Gagnola. — V, / Merli. 
— VI. / Giovenone. — VII. / Ganta. — VIII. / Minori. — IX. Docu- 
menti. — X. Indice. 

Le pagine, che il Venturi pubblica, rappresentano appunto il I Capi- 
tolo di quest'opera vagheggiata, nel quale il Morandi nettamente definisce 
i suoi intendimenti. Come egli cioè ritenesse importante per uno studioso 
locale di conoscere profondamente le manifestazioni artistiche, sia pure 
assolutamente poco notevoli, che precedettero e prepararono l'arte di Gau- 
denzio Ferrari : come riconoscesse insufficiente lo studio del Massara, che 
trascura completamente l'indagine d'archivio, tanto più necessaria per opere 
di scarso valore, nelle quali l'uniformità dell'esecuzione e dei soggetti dif- 
ficilmente rivela al solo esame artistico la differenza delle mani che le hanno 
eseguite. 

Il solito scrupoloso rigore di critico avrebbe intonata anche quest'opera 
del Morandi, rimasta pur troppo tragicamente incompiuta. 

P. Galloni. Sacro Monte di Varallo. I. « Atti di fondazione. B. Caimi 
fondatore ». — II. « Origine e svolgimento delle opere d'arte ». Varallo, 
Zanfa, 1909 (Recensione di A. Leone, in « Rivista italiana », Torino, 191 7, 
fase. Ili, pag. 213). 

A. FoRATTi. Un'opera sconosciuta di Defendente Ferrari. « Rassegna 
d'arte », 191 7, fase. VII-VIII, pag. 150. — L'opera che il Foratti pubblica 
come sconosciuta è una Adorazione dei Magi di proprietà di una famiglia 
patrizia torinese. 

Egli crede che il quadro appartenga al periodo della maturità del 
Maestro, e che sia stato eseguito fra il 1525 e il 1530 in collaborazione 
di un esperto scolaro, a cui attribuisce la parte destra della composizione. 

In realtà l'opera non è ignota, perchè già vista e segnalata dal Weber (i) 



(i) Die Begrùnder der piemonteser Malerschule, Strassburg, Heitz, 191 1, pag. 97. 



- 30- 

come proprietà del conte Cabrerà di Torino. Il Rovere (i) nella recen- 
sione dello studio del Weber corresse l'inesattezza nel nome del proprie- 
tario, che è il conte Cibrario. 

L'epoca del quadro, che il Weber e il Foratti concordemente fanno 
risalire alla maturità del maestro, può essere più precisamente definita dal 
confronto con lo sfondo e con alcuni gruppi di figure del quadro che rap- 
presenta Gesù fra i dottori (2) e che reca le iniziali di Defendente con 
la data del 1526. 

ETÀ MODERNA 

A. Sella. Bibliografia valsesiana. « Bollettino storico per la provincia 
di Novara », 1917, fase. IV, pag. 135; fase. VI, pag. 201. — La bibliografia, 
relativa all'eresiarca Fra Dolcino, si riferisce ai secoli dal XIV al XIX. 
Essa riproduce fondamentalmente, salvo qualche aggiunta, quella del Se- 
GARizzi (3). 

Il Sella nota come nessuna antica pittura della Valsesia ricordi questi 
tragici avvenimenti locali, che solo ispirarono qualche opera d'arte recente 
e poco rilevante. 

Gumo Rustico. La storiografia ossolana^ Firenze, « Rassegna Nazio- 
nale », 19 16. Estratto dalla « Rassegna Nazionale », 191 5, fase. 16 dicembre. 
— L'autore enumera in ordine cronologico, criticamente valutandole, le 
principali opere di storiografia dell'Ossola, dalle più antiche e capitali di 
Giovanni Capis {Memorie della Corte di Mattarella sia del Borgo di 
Duomo d'Ossola et sua Giurisdizione^ Milano, per Giuseppe Garibaldi, 
1673 (4)) e di Carlo Bescapè {Novaria, sive de Ecclesia Novariensi, No- 
variae, Sessalli, 161 2), sino alle più recenti di Nino Bazzetta [Storia della 
città di Domodossola e dell" Ossola Superiore dai primi tempi all' apertura 
del traforo del Sempione, La Cartografia, Gozzano, Omegna, Domodossola, 
191 1) e dell'ERRERA {L'Ossola). 

Conclude affermando che l' Ossola attende ancora lo studioso, che, 



(i) Rassegna bibliografica, 1911-1912. 

(2) Già nel Museo di Stuttgart. 

(3) Contributo alla storia di Fra Dolcino e degli eretici trentini. " Tridentum „, 
1900, voi. III. 

(4) Di queste Memorie il Rustico curò recentemente una nuova edizione (vedi il 
fase. IV, 1917, pag. 117 di questo Bollettino). 



- 31 - 

servendosi del materiale fin qui raccolto, ne componga la storia critica e 
definitiva, con riferimento alla storia generale italiana. 

G. GioRCELLi. Editto di Carlo Emanuele I duca di Savoia delli 22 di- 
cembre 1628. « Rivista italiana di Numismatica », 191 7, fase. Ili, pag. 259. 

— Premessi alcuni cenni storici intorno al passaggio del Monferrato dalla 
casa dei Paleologi alla casa Sabauda, il Giorcelli pubblica l'editto, non ine- 
dito, ma raro assai, con il quale Carlo Emanuele I provvide agli inconve- 
nienti della circolazione monetaria nel Monferrato, causata dalla grande va- 
rietà di monete locali ed estere, autentiche e falsate. 

Miscellanea novarese di Lazaro Agostino Cotta con note illustrate 
di G. Pagani. « Bollettino storico per la provincia di Novara », 191 7, fa- 
scicolo V, pag. 158. — Esaminando questa Miscellanea dello storico no- 
varese, vissuto fra la seconda metà del '600 e il principio del '700, il Pa- 
gani ricorda come al fol. 295, 296 siano inseriti una Vita del pittore Giovanni 
Battista Riccio di Novara, estratta dalle Vite de' Pittori di Giovanni Buglione, 
e un elenco di tutti gli affreschi che egli dipinse nelle chiese di Roma. 

Di queste pitture il Cotta fa menzione anche nel suo Museo a p. 295. 

G. Giorcelli. Documenti storici del Monferrato. « Rivista di storia, 
arte, archeologia della provincia di Alessandria », 191 6, fase. LXIV, p. 558. 

— Da gazzette e documenti del tempo il Giorcelli ricostruisce gli avve- 
nimenti, per i quali Casale Monferrato ottenne dal re Carlo Alberto d'essere 
sede del secondo Senato (Corte d'appello) del regno di Sardegna, con pri- 
vilegio, di cui la città già aveva goduto al tempo dei Paleologi, 

Come segno speciale di grazie per questa concessione i cittadini di 
Casale decretarono e realizzarono l'erezione di una statua di bronzo dedicata 
al loro Re. Ne fu affidata l'esecuzione allo scultore milanese Abbondio 
Sangiorgio, autore del gruppo bronzeo che decora al sommo l'Arco della 
Pace nella capitale lombarda. 

Il monumento, inaugurato con solenni festeggiamenti il 20 maggio 
del 1843, è una grandiosa creazione neo-classica, nella quale il re Carlo 
Alberto è figurato a cavallo, con la clamide, come un antico romano. 

A. Viglio. La Società Archeologica pel Museo patrio novarese. « Bol- 
lettino storico per la provincia di Novara », 191 7, fase. IV, pag. 109. — 
La Società sorse nel 1874, pochi mesi dopo che si era costituita la sua 
sorella maggiore, la Società di Antichità e di Belle Arti di Torino. 

Il Viglio ne delinea per sommi capi le vicende, cercando di metterne 



/ 



- ^2 - 

in rilievo il carattere e di determinarne l'importanza e il valore storico e 
morale. 

C. Ricci. Davide Calandra, scultore. Milano, Alfieri e Lacroix, 1916. 

Leonardo Bistolfi. Milano, Bertetti e Tumminelli, 191 7. Album di 
50 grandi tavole in eliotipia. 

Leonarda Masini. 

Q— =0 O O — ^O — 



NOTIZIARIO 



51 Viene annunziato il progetto del Dottor Marescotti di organizzare 
in Milano, dopo la guerra, una grande esposizione di Arte monferrina, 
nella quale sia rappresentata nel suo complesso l'opera dei maggiori artisti 
moderni del Monferrato, il Monteverde, il Bistolfi, il Rivalta, il Buffa, ecc., 
e della quale faccia parte una mostra fotografica dei castelli monferrini 
{Pagine d'arte, 191 7, N. 11, pag. 188). 

5[ L'Amministrazione del Santuario di Mondovì apre un concorso agli 
artisti italiani per un progetto di modificazione e di compimento delle 
sopraelevazioni esistenti agli angoli del Santuario, che vanno sotto il nome 
di campanili {Pagine d'arte, 1917, N. 12, pag. 201). 

51 L' attraversamento del Giardino Reale. L'architetto Reycend ricorda 
come le condizioni di guerra abbiano arrestata l'esecuzione del progetto 
di ottenere a traverso il Giardino reale di Torino una comunicazione tra 
la piazza Castello e i corsi S. Maurizio e Regina Margherita. La parte 
compiuta però, il sotto-passaggio a traverso il braccio di fabbrica, in cui 
sono allogati gli uffici della Prefettura, dimostra un felice superamento delle 
difficoltà tecniche e il rispetto delle leggi dell'estetica edilizia della piazza 
Castello {Arte e Storia, 1917, N. 11-12, pag. 323). 

Conte Luigi Rati-Opizzoni, Vice-Bibliotecario, responsabile. 



Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi - Torino, via Ospedale, j (78036). 



Anno II. Aprile-Giugno 191 8 N. 2 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipografo di S. M. e RR. Principi 
I918 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere 
indirizzate alla Presidenza della Società Piemontese di Arclieologia e Belle Arti, via Napione, 2. 



/ manoscritli ed i disegni non si restituiscono. 



Anno II, Aprile-Giugno 191 8 N. 2 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Beile Arti 



NECROLOGIO 



GIOVANNI CENA 

(Parole pronunziate dal Socio Leonardo Bistolfi nella seduta del 14 aprile 1918). 

Quando le brevi e atroci parole di un telegramma vennero improvvise 
e insospettate ad annunziarmi la morte di Giovanni Cena, io, che l'amavo 
come un fratello dell'anima ; io, che avevo trascorso con lui non poche 
delle ore più vive della mia vita; io, che sapevo qual conforto di conso- 
nanze animatrici veniva a mancare a una gran parte delle idealità più 
intime del mio cuore d'uomo e d'artista ; io, che sapevo quale e quanta 
virtù umana scomparisse con lui, non piansi : né provai lo straziante sgo- 
mento dell'irreparabile. 

Qualche cosa di più alto ancora del dolore mi vinse e mi tenne. Sentii 
farsi dintorno a me e dentro di me un silenzio attonito, infinito, in cui 
le forze del mio cuore s'immersero. 

Un silenzio quale io non conobbi che nella notturna solitudine dei 
campi, quando sulla vastità del piano senza confini, i grandi archi del cielo 
ardono di tutto il remoto folgorare degli astri e la nostra anima pare sot- 
trarsi al dominio dei sensi mortali per effondersi e astrarsi nella invisibile 
e pur presente e palpitante anima dell'universo. 

E in questa perplessità senza numeri e senza echi afferrabili io mi 
ritrovo quando il pensiero dell'amico mi risale dal cuore alla mente; e 
ora più che mai mentre tutte le mie volontà si adunano ad evocarlo nei 
segni della sua personalità umana. Per cui perplessa e strana e turbata 
parrà la mia parola a voi che lo conosceste e lo amaste per la sua limpida 
passione di tutte le cose belle. 

BoU. Soe. Pitm. Archtol. * B. Arti. ) 



-^ 54 -^ 

Ma è unicamente in questa atmosfera di pure solitudini del pen- 
siero, oltre la vita che urla dintorno e ci sospinge e ci affanna, dove do- 
vremmo cercare Io spirito che animò quel povero corpo di tanta attiva e 
fattrice energia. — Egli li aveva già da tempo varcati quei confini, seguendo 
le vie della sua povertà immacolata, sorella francescana di tutte le anonime 
miserie umane ; e per la sua umiltà serena che gli permetteva di passare 
tra i fasti del mondo senza arrestarsi alle allettatrici lusinghe, per raggiun- 
gere le soglie ove premeva il dolore o la incauta ingiustizia degli uomini; 
e per le inesauste e inesauribili armonie del suo intelletto inondanti l'essere 
suo di tutte le gioie, di tutte le luci, di tutte le bontà consolatrici, di tutta 
la grazia suprema della ideale bellezza. 

Per questo egli fu un Poeta. 

* 
* * 

Ma egli amò la bellezza non per l'istinto aristocratico dello spirito che 
allontana dalla turba gli eletti : ma perchè sentì della bellezza tutta l'elo- 
quenza liberatrice e redentrice: egli sentì che le armonie della parola e 
della forma non possono essere, per il poeta, che le risonanze — qualche 
volta rivelatrici — delle misteriose armonie delle cose ; e che tanto più 
alta sarebbe stata la sua poesia, quanto più alto ne sarebbe stato il pen- 
siero animatore. Egli sentì che la poesia è la luce della vita. — E il suo 
pensiero di uomo fra gli uomini cinse e chiuse nelle forme più limpide 
e più pure gli impeti d'amore e di dolore e di speranza del suo cuore 
fratello di tutti gli esseri e di tutte le cose viventi. 

Così, egli prima compose con le più soavi tenerezze dell'anima filiale 
il gemmato altare di devozione al martirio della Madre. E già un'offerta 
di se stesso, attraverso il suo dolore, al più sacro atto della vita : la ma- 
ternità. 

Poi, disse in Umbra le inquietudini le ansie le rivolte gli incubi della 
sua anima che già sale il calvario della vita tra la turba degli oscuri Ci- 
renei; ma il suo sdegno non è che il grido della sua pietà. 

Poi il suo grido — in uno dei libri più verginalmente palpitanti della 
nostra moderna letteratura — Gli Ammonitori, diventa umile parola di 
apostolo: e nella sua parola trascorrono, come baleni in lontani orizzonti, 
trepidi segni precursori delle umanità future. È l'offerta di se stesso agli 
uomini per cui la vita è fatalità di dolore. 

Finché in Homo, superando ogni turbamento e ogni sofferenza, egli 
compie l'offerta della sua vita alla vita universa. Il sentimento religioso 
della vita che la natura gli ispira e nelle prime espressioni della sua anima 
d'artista è tutto un tributo esteriore ai fenomeni che sono la stessa natura, 



compenetra qui ogni sua intima sensazione e si fa coscienza della vita. Ed 
egli comprende come le forze per cui ha potuto amare e gioire e soffrire 
non potranno mai arrestarsi né svanire, poiché in esse si é rinnovata e si per- 
petua la essenza creatrice della vita per cui. questa coscienza si è formata: 
la divina intelligenza. 

Così, mentre il suo amore e il suo ardente entusiasmo per il prodigio 
della vita — quale la sua anima può presentirla e comprenderla nei ritmi 
del futuro appena ancora percettibili ar faticoso svegliarsi della nostra 
coscienza alla coscienza del monclo — ■ si fa più grande e piùv£elice, il suo 
desiderio di vivere per sé, per i suoi impulsi, per la sua facoltà di godere 
dei suoi anche più nobili egoismi si fa sempre meno intenso. 

Nel presentimento del rivelarsi di energie redentrici che libereranno 
le venture generazioni dalla schiavitù degli istinti, egli sente la vanità degli 
sdegni e delle ire. 

E il figlio del contadino, che dalla soglia del tugurio paterno salì alle 
più alte regioni del pensiero e della comprensione, è, dal flusso delle sue 
volontà fatte serene dall'aver conosciuto tutto il dolore e tutte le spèràrizeV 
risospinto ai margini estremi della umanità. Ed egli reca la chiara luce del 
suo semplice vangelo d'intelligenza e d'amore fra la turba ignota e ignara- 
quasi dimenticata nella solenne vastità, muta finora, Che cinge Roma di 
una corona di solitudine in cui parevano giacere, assopite nell'attesa dei 
futuri destini, le sacre memorie dei suoi secoli di glotia. 

E con l'umile parola del suo saldo cuore, egli dissoda le anime àncora 

infeconde per gittarvi il seme delle sue fedi rigeneratrici. ' 

* 
* * 

Giovanni Cena é morto mentre dintorno a questa sua ultima e non 
compiuta opera di bellezza le passiom umane si scatenano nella più for- 
midabile convulsione che il mondo abbia conosciuto. Egli, pur nel tormentò- 
del suo cuore fraterno, aveva veduto nei tragici bagliori dell'-incendió deva- 
statore, splendere i riflessi di nuove albe dal suo cuore sognate. E il sUO 
spirito veggente ritornò, ad attenderle, nei remoti inviolabili silenzi dèi' 
mondi lontani. 

E quando, finita la strage orrenda, gli uomini, stanchi di odio e di 
sangue, risolleveranno gli occhi all'apparire di quelle nuove albe sui cieli 
detersi dal nembo, ia. Iqce dei suo spirito brillerà in esse ancora più pura 
fra i più puri spiriti vissuti come il suo per il dolore e per l'amore, addi-s- 
tando alle stirpi dal dolore rinnovate e purificate la mèta unica e lontana, 
verso gli orizzonti dell'Intelligenza e dell'Amore. 



- 36 - 



COMUNICAZIONI 

presentate nella seduta scientifica del 14 aprile 1918. 



La raccolta Amerano 
del R. Museo di Antichità di Torino. 



Sono lieto di comunicare che il nostro Museo torinese di Antichità è 
stato notevolmente accresciuto da una raccolta paletnologica. 

Il rev. padre Giovanni Battista Amerano, che la nostra Società vanta 
come socio, eseguì, personalmente, con costanza e metodo mirabile, a 
proprie spese, amplissimi scavi nelle principali caverne della regione ligure 
detta Finale. 

La preziosa raccolta di materiali così formata fu da lui generosamente 
donata al nostro Museo. 

Abbracciano questi materiali lo spazio di alcune migliaia di anni. 

Molti di essi si riferiscono all'età in cui dell'uomo si hanno le prime 
tracce sicure; all'età cioè che in geologia è detta quaternaria, caratteriz- 
zata dallo sviluppo dei ghiacciai. 

Gli altri materiali ci conducono, con una serie che potrebbesi consi- 
derare come non interrotta, fino agli inizi della penetrazione romana nella 
Liguria marittima occidentale. 

La raccolta Amerano, sola, occuperà quasi interamente un salone del 
nostro Museo. 

La brevità del tempo non mi consente di trattare, in modo pur lon- 
tanamente adeguato, della importanza della raccolta. Le mie poche parole 
siano soltanto un invito a visitarla, quando, fra breve, essa sarà completa- 
mente ordinata ed esposta. 

Mi sia permesso però di delineare in termini molto generali la grandio- 
sità e la vastità di quei problemi sulle nostre origini che la raccolta Amerano 
molto aiuta a risolvere, ed il valore che essa ha per lo studio e la cono- 
scenza della paletnologia piemontese. 

Fino da remotissimi tempi fu tra la regione piemontese e la regione 
ligure la differenza di clima che si nota oggidì. 



— 37 - 

Durante il quaternario il grandioso sviluppo glaciale delle nostre Alpi, 
per quanto con alcune fasi di ritiro, rese la regione piemontese molto 
fredda, e le diede un clima più rigido che altrove. Le precipitazioni atmo- 
sferiche erano copiosissime, ed enormi correnti d'acqua percorrevano 
il piano. Fiere ora scomparse, quali il gigantesco mammut, l'orso delle 
caverne, percorrevano il piano padano, o si rifugiavano, per vivere e per 
morire, nelle lunghe, strette, oscure caverne frequenti ai piedi delle Alpi 
Marittime e del contiguo Appennino. Avanzi scheletrici del mammut furono 
trovati, ad esempio, anche presso Torino: nelle grandiose caverne della Bossea 
e di Caudano-Trona numerose sono le ossa fossili dell'orso delle caverne. 

Mancano finora tracce dell'uomo contemporaneo ad esse fiere nella 
regione piemontese, dove pure sono numerose le tracce umane delle età 
immediatamente successive : non è improbabile che il cHma aspro abbia 
impedito, in questa parte d'Italia, la dimora dell'uomo quaternario. 

Ma già in varie regioni finitime al Piemonte l'uomo appariva. Manu- 
fatti di pietra rozzamente scheggiati furono raccolti nel Reggiano e nel 
Parmense : in alcune ampie caverne della Liguria, dove, coU'età quater- 
naria, il litorale si assestava già nelle presenti condizioni e dove il sole 
mediterraneo temperava l'asprezza del clima, l'uomo abitò e seppellì. 

Molto note per la lunga dimora ed i seppellimenti dell'uomo di questa 
età sono le celebri caverne aprentisi sul mare tra Mentone e Ventimiglia, 
dette Bausse Russe (Balzi Rossi). 

L'Amerano ha il merito di aver segnalato ed esplorato, nel Finale, 
altri giacimenti umani di questa età. 

Uno, amplissimo, della caverna delle Fate, è dei maggiori finora noti 
non solo della Liguria, ma di tutta Italia: una piccola stazione dell'uomo 
quaternario ci rivelò l'Amerano anche nella caverna dell'Acqua (i). 

I materiali abbondantissimi da lui raccolti ci danno una idea quasi 
completa della vita di quei nostri remotissimi progenitori. L'uomo pos- 
sedeva allora la civiltà detta paleolitica. 

Come del ramo spezzato egli fece la clava, così dalle pietre ricavò 
svariate fogge di armi e di utensili, rozzamente scheggiando su una od 
ambedue le facce frammenti di rocce e ciottoli di fiume: si cibava delle 
fiere contro cui giornalmente lottava; ne utilizzava le pelli; ne usava le 
ossa per farsene utensili, di forma spesso indeterminata, che, al pari dei 
manufatti di pietra, servivano per raschiatoi, coltelli, lisciatoi, cuspidi, pun- 
teruoli. Particolarmente adatte a foggiare forti e rozzi pugnali ed anche 



(i) Alla medesima caverna A. Issai {Liguria preistorica, Genova, 1907) dà il nome 
di " del Morto „. 



— 38 - 

cuspidi; che potevano essere innestate su bastoni a formare lance, erano le 

ossa lunghe dei grandi orsi delle caverne. 

* 

* * 

Col ritiro definitivo dei ghiacciai e col ridursi a poco a poco la valle 
padana nelle condizioni attuali, anche nelle regioni piemontese e ligure si 
diffuse una nuova forma più progredita di civiltà: la. civiltà, detta neo/ùka. 
: L'uòmo neolitico conobbe primamente l'uso delle asce di pietre dure 
levigate, ed imparò a formare a mano e senza il tornio vasi di terracotta; 
a poco a poco la tecnica dello scheggiare la selce progredì, si che dalla 
selce si poterono ottenere affilate lame adatte a pugnale ed acute cuspidi 
di freccia. L'uomo neolitico levigò accuratamente gli strumenti di osso. 

Gli animali con cui fu a contatto sono in prevalenza domestici (pecore, 
capre, maiale, bue). Sono estinti il mammut e l'orso delle caverne. 

La civiltà neolitica, secondo l'opinione, se non interamente provata, 
almeno prevalente, è dovuta in Italia ad una nuova popolazione immigrata 
e larghissimamente diffusasi, cui suolsi dare il nome di Ligure: però è 
provato che questa nuova popolazione non soppresse dappertutto la preesi- 
stente: i primitivi abitatori in qualche luogo subirono soltanto l'azione, 
altrove si fusero con i nuovi immigrati. 

Per lo studio del passaggio, nella Liguria marittima, dalla età paleo- 
litica alla neolitica, gli scavi dell'Amerano ci porgono dati utiHssimi. 

Se noi ora vogliamo comprendere meno imperfettamente la vita delle 
antichissime genti liguri che nella regione ora piemontese lasciarono tracce 
di sé nel riparo sotto roccia di Vayes, nella stazione di Alba, nelle tombe 
della valle d'Aosta ed in numerosi manufatti rinvenuti casualmente qua è 
là, dobbiamo ricorrere quasi unicamente ai dati delle caverne della Liguria 
marittima : prezioso confronto ci offrono i materiali della raccolta Amerano. 

L'uomo neolitico nella Liguria marittima continuò ad abitare le caverne, 
come accadde pure nelle altre regioni dove queste si prestavano ; ma 
lasciò anche tracce di sé in qualche stazione all'aperto, la cui scoperta è 

merito dell'Amerano. 

* 
* ♦ 

Nella valle padana, con l'introduzione dei metalli, appaiono, nei 
laghetti ai piedi delle Alpi, i palafitticoli, e, nel piano emiliano e cremo- 
nese, i costruttori delle terramare: seguono cronologicamente i possessori 
della civiltà detta di Golasecca. 

Ma gli abitanti della Liguria marittima occidentale, e con essi certa- 
mente anche gli abitanti del versante piemontese dell'Appennino, conser- 
varono a lungo, fin quasi alla conquista romana, i manufatti di pietra, i 



- 39 - 

loro vecchi riti. Le montagne, molto meno accessibili nell'antichità che non 
ai giorni nostri, impervie, mantennero i Liguri marittimi lontani dalle civiltà 
che successivamente si svolsero nel piano padano. 

Pochi strumenti di bronzo vi penetrarono col commercio : tracce della 
lavorazione del bronzo scarsissime : la ceramica ebbe uno svolgimento ed 
un progresso a sé, pur risentendo delle nuove forme di vasi e delle 
tecniche di formarli che venivano via via apparendo nel piano padano. 

La Liguria marittima ha, sotto alcuni aspetti, una preistoria a sé. 

Anche tutto questo immenso spazio di tempo é illuminato di nuova 
e viva luce dagli scavi dell'Amerano. Mi limito necessariamente a un elenco 
di nomi. Esplorò egli tutto un lato della caverna della Pollerà, ritraendone, 
fra l'altro, una copiosissima raccolta ceramica ; ricercò nella caverna del 
Sanguineto; scoprì giacimenti neolitici nelle ricordate caverne delle Fate e 
dell'Acqua; rivelò le caverne della Fontana, dei Zerbi, l'arma di Orco, le 
caverne delle Pile, le due caverne di Pian Marino, la caverna Borzini, una 
caverna presso Borgio-Verezzi. Piccole ricerche fece anche nella celebre 
caverna delle Arene Candide. Non tralasciò insomma di studiare quasi nes- 
suna delle caverne del Finale. 

Se il nome dell'Amerano, per quel che riguarda le esplorazioni delle 
caverne della Pollerà, del Sanguineto, delle Arene Candide, si lega a quelli 
di don Perrando, di don Morelli e del chiarissimo Issel, é doveroso rico- 
noscere che all'Amerano solo dobbiamo notizia di molte delle sopraddette 

caverne del Finalese. 

* 
* * 

Al tempo della conquista romana i Liguri erano ancora cavernicoli. 
Diodoro Siculo, che scriveva la sua Biblioteca Storica al tempo in cui Giulio 
Cesare conquistava le Gallie, ci porge la seguente descrizione dei costumi 
degli abitanti della Liguria : « Costoro la notte dormono nelle campagne 
e assai di rado in alcune vili baracche e tuguri, e per lo più in rupi sca- 
vate o in caverne fatte dalla natura, che possono offrire loro il comodo 
di tenerli al coperto. Ed in simile maniera hanno tutte le altre cose, tenendo 
appunto l'antico e misero modo di vivere ». 

Molte caverne infatti — e lo confermano anche gli scavi dell'Amerano 
— nel loro strato più alto contengono frammenti di cocci e di manufatti 
di età romana. 

Ma già Strabone, a non grande distanza di tempo dopo Diodoro, ricor- 
dava Albintimilium (Ventimiglia) come città considerevole, ricordava Albin- 
gaunum (Albenga); già da qualche secolo Genova era un emporio com- 
merciale importante. Nella regione piemontese erano sorte e si avviavano 
splendore numerose città. P, Barocelu. 



- 40 - 



Intorno alla iscrizione di Berevulfo. 



Nelle Notizie degli scavi di antichità comunicate alla R. Accademia 
dei Lincei per ordine di S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione — 
titolo completo — , anno 191 7, fase. 5°, pp. 169-174, è inserta una comu- 
nicazione del prof. G. Patroni, dell' Università di Pavia, nella quale si pu- 
blica e si illustra un' epigrafe, rinvenuta nell' area della rovinata chiesa di 
S, Ilario in Staffora, presso Voghera. L' iscrizione è del tenore seguente 

AB M CO 

-|- HIC REQVIIS 
CET IN PACE VIR 
VENERABILIS PR 
ESBYTER . BEREV 
VLFVS QVI VIX 
ET IN HVNC SECV 
LVM ANNVS PLV 
SMINVS . LXX . REQ 
VVIEBET SVB DIE 
III KALENDARVM 
lANVARIARVM. 

Il Patroni, confrontandola con altre lapidi di Voghera e di Tortona, 
e specialmente con 1' iscrizione di Oriolo relativa ad Agnello (i), ritiene 
che l'epigrafe di Berevulfo sia più antica di quest' ultima e debba asse- 
gnarsi « al secolo V piuttosto che al VI ». Dichiaro sùbito che, per molte 
ragioni, le quali verrò esponendo, io sono di contrario avviso, e credo do- 
versi assegnare la nuova lapide vogherese non solo al VI anziché al 
V secolo, ma alla prima metà del VII a dirittura. 

Dal punto di vista puramente paleografico, è vero che le lettere sono 
tutte capitali, ma altrettanto accade nell' epigrafe di Agnello, che pur il 
Patroni ritiene del 524 anziché del 453, e così in quella di Tzitane 



(i) A. Maragliano, L'antica lapide cristiana scoperta in Oriolo^ Casteggio, 1909. 



- 41 - 

del 568 (i) e persino in iscrizioni molto più tarde (2). Delle lettere più 
caratteristiche, 1' A con le due aste esterne congiunte internamente da altre 
due col vertice al basso, in forma di V, compare dal principio del secolo Y, 
alternata con altre forme, fino all' epigrafe albenghese di Marinace, non 
certo anteriore al terzo decennio del secolo VII, ma probabilmente del pe- 
riodo 640-650 (3). La M ha le due aste esterne non verticali, ma inclinate, 
congiunte all' interno con due aste più brevi, di cui il vertice in basso arriva 
press' a poco alla metà dell' altezza complessiva della lettera, tanto nel- 
r iscrizione di prete Berevulfo quanto nelle già citate di Tzitane (a. 568) e di 
Marinace (aa. 640-650), nonché in quella sepriese di Videramno, non datata, 
ma per comune giudizio del secolo VII, se non dell' Vili, e nella quale sol- 
tanto è una Q perfettamente identica alle Q dell' epigrafe in discussione (4). 
Infine, la R con l'occhio superiore per lo più chiuso, ma due volte aperto, e 
il tratto obliquo a destra più corto del tratto dell'asta verticale sotto 1' occhio 
medesimo, ha pieno riscontro nella lapide di Marinace, dove la stessa let- 
tera è di regola con l'occhio chiuso, ma una volta almeno con 1' occhio 
aperto. Né certamente è segno di maggiore antichità il nesso LXX nella 
forma in cui compare nella nostra iscrizione ; onde in complesso si deve 
ritenere che i dati paleografici sono o incerti o favorevoli a ritardarne il 
tempo alla prima metà del secolo VII anziché a spostarla dal VI al V. 

Al medesimo risultato riconduce, e in maniera anche più sicura, 
r esame filologico. Le forme grammaticali annus e requievet sono abba- 
stanza comuni nelle iscrizioni cristiane, come bene ha osservato il Patroni 
(p. 171): trovo la prima in lapidi tortonesi degli anni 486, 491, 499, 519, 
520, 527 (5), mentre altra comasca del 525 ha requiiscit (6), come pure 
una lodigiana del 423 a dirittura (7); per ««««j, poi, gli esempi sono così 
numerosi e di età così diversa, che é inutile insistervi. Ma nell' epigrafe di 



(i) C. I. L., V, n. 7793. 

(2) Si vedano vari esempì nelle belle publicazioni del Monneret de Villard, 
Iscrizioni cristiane della provincia di Como anteriori al secolo XI, Como, 1912, e 
Catalogo delle iscrizioni cristiane anteriori al secolo XI nel Castello Sforzesco di Mi- 
lano, Milano, 1915. 

(3) Gabotto, Sul tempo della iscrizione di san Calocero di Attenga, in Boll. Soc. 
studi storia, econ. ed arte nel Tortonese, xxxii, 14, Torino, 1912. 

(4) Monneret du Villard, Catalogo, 67, n. 35. Cfr. Iscrizioni Como, 133 seg., n. 141. 

(5) Marini, Inscriptiones christianae urbis Derthonae, nn. 7, 8, 9, io, 11, 12, 16, 
Tortona, 1905. 

(6) Monneret du Villard, Iscrizioni Como, 149, n. 161. 

(7) Idem, Catalogo, 65, n. 34. 



- Al - 

Berevulfo non si tratta solo di annus e di requievet o requiiscit. Anzi- 
tutto, la forma colà adoperata è requiiscet, cioè né l'una né l'altra delle 
accennate, ma una assai più complessa ; di più abbiamo, accanto ad essa, 
vixet, di cui non trovo esempì sicuri prima del secolo V, e requuiebet^ in 
cui già il Patroni ha osservato la geminazione dell' u e \a ò per v. Tutto 
ciò, unito, ci porta alla grafia dell' età merovingica di Gregorio di Tours 
e dello pseudo-Fredegario, cioè ancora alla metà del secolo VII. 

Ed ecco che è proprio in Gregorio di Tours e nel suo contemporaneo 
Venanzio Fortunato che il Patroni è andato a scovare, oltre il langobar- 
dico Bedeulfus, \ unico nome, franco, del tipo di Berevulfo, cioè il Berulfus 
dux Turonum di Gregorio, ossia il Berulfus comes di Fortunato. Nondi- 
meno, questo tipo di nome in -iilfus è sporadico tanto presso i Franchi 
quanto presso i Langobardi (i): la sua vera patria, il luogo dov' esso è 
comune, va cercato nelle Isole britanniche, donde irradia in Francia e in 
Italia con i monaci di san Colombano. Da Beowulfo s' intitola un celebre 
poema anglosassone ; Blidulfo si chiama quel monaco bobbiese di cui il suo 
compagno Giona racconta un' avventura toccatagli in Pavia per la sua 
intransigenza verso gli ariani (2); Bertulfo fu a dirittura abbate di Bobbio 
dal 627 al 640 (3). Anche Berevulfo quindi, probabilmente, appartiene 
allo stesso gruppo etnico e religioso, com' è della stessa età. 

Ma rimessi al loro posto la nostra lapide e il personaggio in essa 
ricordato, convien cercare se non se ne possa trar partito per interessanti 
induzioni storiche. Noi sappiamo che un altro monaco bobbiese di nome 
Meroveo — epperò, questo, certamente di origine franca — incappò, nei 
primi tempi del Monastero, in una popolazione ancora pagana o, almeno, 
tutta imbevuta di superstizioni gentilesche, presso una « villam super 
Hiram fluvium », che vi sono ottime ragioni per identificare con Voghera (4). 
Sappiamo pure che i discepoli di san Colombano combattevano aspra- 
mente l'arianesimo, onde erano in odio ad Ariovaldo, genero di Agilulfo, 
prima di diventare re egli stesso (5), ma che nondimeno il medesimo 
Arioaldo, conseguito il regno, rese loro giustizia contro le pretese di Probo, 



(i) Presso di questi anche Agilulfus, Droctutfus, etc. Ma sulla vera origine di 
questi personaggi e sui rapporti fra Longobardi e Sassoni troppe cose si potrebbero 
e dovrebbero osservare, che qui sarebbero fuor di luogo. 

(2) loNAE Vita Columbani abbatis discipulorumque eius, 11, 24, in M. G. h.. Script, 
rer. merov., IV, 147 seg. 

(3) Ibidem, l. e. 

(4) Ibidem, 11, 25, 148 seg. 

(5) Ibidem, 11, 24, 147. 



— 43 — 

vescovo di Tortona (i). Di qui viene spontanea una congettura: per com- 
battere gli avanzi locali di paganesimo, l' abbate di Bobbio avrebbe fondato 
proprio sul luogo in cui erano accadute la persecuzione e la salvazione 
miracolosa di Meroveo una piccola chiesa, dedicandola a sant'Ilario [di 
Poitiers], che a' suoi tempi era stato grande avversario e confutatore del- 
l' arianesimo (2), e mettendovi a reggerla uno de' suoi, consacrato prete, 
cioè appunto il Berevulfo dell' iscrizione oggetto di questo studio. È, natu- 
ralmente, una congettura, ma che sorge spontanea e per così dire s' impone 
per tutto il complesso di circostanze accennate. Così l'epigrafe recente- 
mente scoperta diventa un documento di considerevole importanza che dà 
altrettanta luce, quanta ne riceve, alla storia della regione vogherese del- 
l' oscura età langobardica. 

Ferdinando Gabotto. 



(i) Ibidem, 11, 23, 143 seg. — Su tutto ciò vedi il 11 libro della mia Storia del- 
r Italia Occidentale, in corso. 

(2) Bardenhewer, Manuale di patrologia, II, 211 segg., Roma, 1908. 



44 



Sulla natura della colorazione rosea della calce dei 
muri vetusti e sui vegetali inferiori che danneg- 
giano i monumenti e le opere d'arte. 



Riassunto della comunicazione fatta dal Prof. Oreste Mattirolo, presentando la nota 
da lui pubblicata nella " Rivista Archeologica della Provincia ed antica Diocesi 
di Como „, fase.' 73-75, 191 7. 



Un fenomeno, che propriamente è oggetto di studio delle scienze 
biologiche e botaniche, può e deve interessare gli archeologi, come elemento 
di determinazione cronologica dei monumenti artistici: il fenomeno della 
colorazione rosea della calce dei muri vetusti. 

Una tale colorazione è caratteristica della calce dei muri secolari, che 
si trovino al riparo dalla pioggia e dalla luce solare diretta, in località non 
eccessivamente umide, e varia secondo le condizioni igrometriche del- 
l'atmosfera: pili intensa nelle giornate umide e piovose, essa impallidisce e 
quasi svanisce quando l'atmosfera è asciutta. 

Abbiamo osservata questa colorazione sui muri di varie regioni, del 
Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell'Emilia, della Toscana, del- 
l'Umbria e del Lazio ; ma solamente, e questo è essenziale, su costruzioni 
molto antiche, specialmente dell'epoca romana, e non mai posteriori al 
XVII secolo. 

La causa di un tale fenomeno fu dai naturalisti trovata nella presenza 
di ammassamenti di organismi microscopici, alla cui specie Giuseppe Me- 
neghini (i) diede nel 1843 il nome di Protococcus roseus. Nelle costruzioni 
recenti non si verifica già la mancanza di tale microorganismo cromogeno, 
ma una insufficienza del deposito dei materiali, dal cui ammassamento risulta 
la colorazione rosea. 

Se però i naturalisti avevano ricercato il perchè di questo fatto, gli 
archeologi poco se ne erano occupati, pensando trattarsi di una colorazione 
artificiale, o, tutto al più, di una ossidazione delle particelle di ferro con- 
tenute in ogni specie di calce. 

In realtà il microscopio rivela che tale colorazione dei muri è dovuta 



(i) Monographia Nostochinearum italicarum, " Memorie della R. Acc. delle Scienze 
di Torino „, serie II, tomo V, Torino, 1843. 



-45- 

a una infinità di piccolissimi organismi monocellulari, risultanti di elementi 
sferoidali od ossidali, che vanno dividendosi secondo due direzioni, e che 
talvolta, dopo la divisione, rimangono per qualche tempo riuniti a due o 
a quattro, per rendersi poi infine liberi e indipendenti. Il diametro di questi 
organismi sferici oscilla fra i e 1,5 millesimo di millimetro. Per tali carat- 
teri questi microorganismi vengono compresi nella classe degli Schizomiceti 
e ascritti al tipo dei Cocchi. L'individuo isolato appare incoloro ; la colo- 
razione caratteristica è il risultato di grandi ammassamenti. 

Questo microorganismo, dopo la descrizione del Meneghini, fu pub- 
blicato dal Rota (i) e ricordato dal Kììtzing (2) col nome primitivo di 
Protococcus roseus. Successivamente fu dal Ratenhorst (3) ascritto al genere 
Pleurococcus e infine fu compreso dal Flììgge (4) nel genere Micrococcus. 
Con questo nome e coU'aggiunta dell'aggettivo roseus., dato dal Meneghini, 
esso figura nella Sylloge del Saccardo (5) e nei trattati più recenti. 

Quanto al problema se questo Micrococcus sia da considerarsi come 
una forma autonoma, indipendente da altre, o come una variazione facente 
parte del ciclo di sviluppo di un'altra specie polimorfa, noi propendiamo 
a condividere l'opinione dello Zopf (6), che si tratti cioè di una delle forme 
del ciclo dalla Beggiatoa roseo-petsicina delle acque stagnanti, ma riteniamo 
più sicuro affermare la confusione che ancora oggi regna a questo propo- 
sito nel campo scientifico, e limitarci per ora alla conoscenza del micro- 
organismo che ci interessa. 

Rispetto al quale si presenta anche il complesso problema della natura 
chimica del suo pigmento. Gli esperimenti da noi fatti a questo riguardo 
non ci consentono di identificare questa sostanza colorata con la Bacterio- 
porporina esaminata dall'ENGELMANN (7) e da altri (8) successivamente; ma 
a noi basta per ora di asserire : che il fenomeno della colorazione rosea 



(i) Nella raccolta del Ratenhorst: Die Algen Sachsens, Dresden, 1855, n. 445. 

(2) Species algarum, Lipsiae, 1849, pag. 196. 

(3) Flora europaea algarum, Sectio III, Lipsia, 1868, pag. 27. 

(4) Les microorganismes. Trad. del dott. Henrijean sulla 2* ed. tedesca, Bruxelles, 
1887, pag. 145. 

(5) Sylloge fungorum, voi. Vili, Patavii, 1889, 

(6) Zur Morphologie der Spaltpflanzen, Leipzig, 1892, pag. 30 e seg. 

(7) Die Purpurbacterien und ihre Beziehungen zitm Liiht, " Botan. Zeitung „, 1888, 
nn. 42-45. 

(8) MoLiscH, Microchemie der Pflanzen, Jena, 1913, pag. 200; Butschli, Bau der 
Bacterien, 1890, pag. 9; Winogradsky, Beitriige zur Morph. und Physiologie der 
Bacterien, i888, voi. I, pag. 51; Molisch, Die Purpurbacterien, Jena, 1907. 

/ 



--46- 

non è dato da una specie sola di microorganismi; che il pigmento colo- 
rante più che colla Bacterioporporina ha forse rapporto con quello indicato 
col nome di Ficoeritrina; che infine lo studio delle particolarità chimiche 
della membrana potrà forse consigliare una nuova sistemazione di questi 
organismi. Tali questioni saranno oggetto di nostre ulteriori indagini: qui 
ci premeva sopra tutto di attirare su questo fenomeno l'attenzione degli 
archeologi. 

* 

Oltre al Micrococcus roseus altri Schizomiceti determinano colorazioni 
speciali sui muri. Tali il Bacillus muralis^ che si rivela, sui muri umidi, 
mezzo interrati e poco illuminati, con placche gelatinose di colore violaceo, 
e le varie specie di Lepra^ come la lepra antiquitatis , per la quale i 
muri umidi, esposti lungamente alla luce e all'aria, assumono un colore 
cinereo-fuligginoso o grigio-sorcio. 

A queste manifestazioni di lepre bacteriche si connettono varie specie 
di lepre algose, fra cui più caratteristiche la lepra odorata di un bel rosso 
ranciato, la lecanora albescens e la glicocapsa romana di un colore rosso 
sanguigno e svariate forme di lepre licheniche. 

L'azione demolitrice di tutte queste forme leprose sui monumenti e 
sulle costruzioni murarie è evidentissima. 

I microorganismi, straordinariamente numerosi e disseminati dapper- 
tutto dalle correnti atmosferiche e dalle acque, compiono nell'economia 
della natura una funzione biologicamente importantissima: quella cioè di 
scomporre la materia inorganica, in cui vivono, e di assimilarsela, trasfor- 
mandola in organica, per poi costituire e sostentare a loro volta le forme 
vegetali superiori e i corpi degli animali. 

Infatti questi organismi, che intaccano e trasformano le sostanze mi- 
nerali, moltiplicandosi e abbandonando sul posto le loro spoglie, formano 
il substratum, in cui trovano le condizioni atte alla loro vita forme vege- 
tali più elevate (alghe, funghi, licheni), sui residui delle quali si sviluppano 
quindi forme ad organizzazione più elevata ancora, quali le fanerogame. 
Queste ultime sono più adatte all'opera di distruzione, per l'azione mecca- 
nica disgregante delle loro radici, associata all'azione chimica esercitata in 
ispecie dall'anidride carbonica messa in libertà dalla respirazione dei loro 
tessuti. 

E più di ogni altro materiale i marmi risentono l'opera distruggitrice, 
tanto degli agenti atmosferici, quanto degli organismi vegetali; e più rapi- 



- 47 - 

damente degli altri si alterano quei marmi, che nelle vasche e nei giardini 
risentono più intensamente, oltre a quella del freddo, l'azione delle acque 
e dell'aria contenenti anidride carbonica, in gran parte emanata dai 
vegetali. 

Di fronte a tali constatazioni si impone all'archeologo di abituarsi a 
considerare questi problemi e a tener conto di quei processi che valgano 
ad arrestare o a sospendere, per periodi illimitati di tempo, l'azione lenta 
ma inesorabilmente distruggitrice della natura, la cui legge immutabile è 
che tutto ritorni in circolo e che tutto si livelli. 



48 - 



NOTE 



Marche su vasi fittili e su laterizi piemontesi inedite. 



(Continuazione e fine. Vedi questo Bollettino, a. II, fase, i", pp. 15-23). 



Novara. 

È noto che nel territorio di Novara avvennero frequenti ritrovamenti 
di età romana, per la maggior parte tombe e necropoli: furono esse sac- 
cheggiate e gli oggetti andarono dispersi: attestano però sempre come 
durante la pace dell' Impero di Roma vi esistesse una popolazione, forse 
molto fitta, dedita certamente all'agricoltura (i). 

Così venne raccogliendosi, nella Canonica di Novara, una notevole 
collezione epigrafica (2), e a cura di una Società novarese di Archeologia (3) 
si formò, specie tra gli anni 1870 e 1880, una raccolta archeologica nel 
Museo Civico di Novara, il quale a buon diritto può omai essere consi- 
derato il Museo archeologico del territorio novarese. 

In occasione di una visita al Museo Civico di Novara, con la guida 
del eh. Direttore prof. Viglio, ebbi occasione di esaminarvi i vasi di terra 
sigillata a vernice rossa, quelli, non molti, che poterono essere salvati 
dalla dispersione. Parecchi sono senza marca, altri l'hanno rótta ed illeg- 
gibile. Su alcuni rilevai marche ancora inedite per il Novarese. Questi 



(i) Rusconi, Origini Novaresi, Novara, 1875 e Memorie Novaresi, 1877. Una necro- 
poli, ancora ignota, venne scoperta a Galliate in questi ultimi anni dall'avv. Guarlotti. 
Vedi (territorio del comune di Sillavengo) in Notizie degli Scavi, pag. 315; F. Ponti, 
/ Romani ed i loro precursori sulle rive del Vertano, nell'alto Novarese, Intra, 1896. 

(2) Vedi il C.I.L., V. 

(3) Rusconi, Società Archeologica pel Museo patrio Novarese (Relazione per gli 
anni 1871-1879), Novara, 1880; A. Viglio, La Società Archeologica pel Museo patrio 
Novarese (nel Bollettino storico per la provincia di Novara, 191 7, fase. 4', pag. 109). 



- 49 - 

vasi iscritti per i loro caratteri sembrano essere tutti di officine aretine od 
almeno italiche. Non di tutti si conosce l'esatta provenienza. 

I) 




Entro una patera di forma Dragendorf n«> 3 (i). 

La marca, male impressa, è di incerta lettura: potrebbe però essere 
completata Zoili o Zoeli. Zoilus lavorava nelle officine di Atejus\ la forma 
del cartello entro cui è la marca non si oppone a questa lettura. Il nome 
di Zoilus^ nelle marche di vasi di terra sigillata, si vede spesso congiunto 
a quello di Atejus. In quale periodo preciso abbia lavorato Zoilus non è 
possibile stabilire con esattezza (2). Sul fondo esterno è un graffito, di lettere 
corsive molto irregolari: ^i^SS^)^. 

2) L . GEL 

3) L.ilLU 

Ambedue entro orma di piede umano: la marca 3), per quanto male 
impressa, sembra doversi leggere L. Celli. La marca 2) è su patera di 
forma Dragendorf n" 3, e reca esternamente graffito un P. La marca 3) è 
su patera, ad orlo diritto sorgente sul fondo piano ad angolo retto, di 
forma cui già accennai (3). Reca esternamente graffito un T, e sull'orlo 
sovrapposte testine, cagnolini e cerchietti concentrici. 

Sulla grande diffusione e sulla approssimativa datazione dei prodotti 
della officina aretina di L. Gellius già dissi in questo « Bollettino » (4). 

Provengono i due vasi da Fara Novarese (5), 

La marca L . GEL fu, in questa parte del Piemonte, trovata anche 



(i) Terra sigillata, in Bonner Jahrbiicher, 1895. È la forma Loeschcke {Kera- 
mische Fiinde in Altern, Mtìnster, 1909, n° 3). 

(2) Vedi Loeschcke, op. cit, pag. 189. L'officina di Atejus 'fiorì specialmente in 
età augustea (vedi questo Bollettino, a. I, pag. 93). 

(3) La medesima forma della patera di Torino recante la marca XANR (vedi 
questo Bollettino, a. II, pag. 16). 

(4) Vedi questo Bollettino (a. I, pag. 95 ; a. II, pag. 19). 

(5) La marca 2) è certamente quella letta dal Bianchetti su una patera di Fara 
Novarese esistente nel Museo Civico di Novara (Ornavasso, negli Atti della Società 
Piem. di Arch., VI, pag. 72). La patera con la marca 3) fu donata al Museo Civico 
dal sig. L. Bolsari. 

Boll. Soc. Piem. Archtol. e B. Arti, II, 4 



a Novara medesima [CI. L., V, 8115, 51), a Lomello (i), a Tor- 
tona (2). 

4) L • M • V 

Entro orma di piede umano. Su una patera di forma rara, che potrebbe 
essere considerata come una variante della forma Dragendorf n° 3. Sull'orlo 
sovrapposte le due comuni doppie spiraline, in posizioni contrapposte. 
Esternamente graffiti alcuni segni indeterminati. Raccolta a Locamo (dono 
Scavini) probabilmente in qualcuna delle tombe romane scoperte in quella 
regione (3). 

Questa marca è già nota nel Novarese ed in altri luoghi del Pie- 
monte (4), e, come già dissi, i prodotti con questa marca sembrano dover 
essere attribuiti approssimativamente all'età di Claudio (5). 

5) fflMVRf 

6) M/ R F 

ambedue entro orma di piede umano. La prima è un poco corrosa. La 
marca 5) è su patera di forma simile a quella della patera recante la 
marca 3) sopra ricordata. Sull'orlo in luoghi contrapposti sono applicate le 
comuni doppie spiraline. La marca 6) su piccola coppa di forma Dra- 
gendorf n° 2 5:. sull'orlo, contrapposte, due doppie spiraline e rosette. 

In queste marche sembra doversi leggere il nome Murrius. Un C. Murrius 
lavorò ad Arezzo nel I sec. d. Cristo (6). Marche C. Murri^ L. Murri ed 
incompleta MVR furono trovate in tombe della necropoli di Persona presso 
Ornavasso: in particolar modo una marca C . MVRRI fu ivi raccolta in una 
tomba insieme a monete di Augusto e di Tiberio : una marca L . WR 
in altra tomba con medi bronzi di Vespasiano (7). Una ciotoletta aretina 
colla marca MVR fu trovata nella necropoli di Albairate (8). Marche 
C. Murri leggonsi in vasi di terra sigillata di indeterminato provenienze 



(i) Atti della Soc. Piem. di Archeol., V, pag. 329 sgg. 

(2) Notizie degli Scavi, 1897, P^S- 375- 

(3) Ponti, op. cit., tavole. 

. (4) Vedi questo Bollettino, a. I, pag. 95. 

(5) Questa marca fu letta anche su vaso di una tomba romana scoperta a Susa, 
nella quale furono raccolte anche monete di Tiberio e di Claudio {Atti della Società 
Piem. di Arch.). 

(6) C. I. L., XI, 6700, 392. 

(7) Bianchetti, op. cit. 

(8) Patroni, Albairate {Boll, della Soc. Pavese di si. patria, Y, 81 9,egg.). 



- 51 - 

piemontesi conservate nel Museo di Antichità di Torino (i). Vedi C. L L., 
V, 8115, 75; Notizie degli Scavi, 1897, pag. 381 (Tortona). 

Nella marca 6) è chiara la lettera F[ecit], iniziale che sembra rara 
nelle marche dei vasi aretini (2). 

7) Q . S . S 

8) Q . S . S 

9) • ■ ■ 

Tutte entro orma di piede. Le marche 7) e 9) entro vasi aventi, con 
leggere varianti, la medesima forma di quello figurato dal Bianchetti 
(op. cit.), tav. XXI, n° 25; quello recante la marca 9) ha sul fondo esterno 
graffito C . V ; la marca 8) entro un vasetto (3), recante sul fondo esterno 
graffito CM . 

Questa marca, in Piemonte, finora mi è nota in un solo esemplare di 
Torino (4). I^a marca 9) ha le due ultime lettere poco chiare : è incerto 
se debba leggersi Q . L , S o Q . S . S. Il vaso recante la marca 9) proviene 
da Fara Novarese. 

io) c . t . s V c 

11) e . T . s 

Ambedue entro orma di piede umano, e probabili iniziali del mede- 
simo figulo. Su questa marca, frequente nel territorio di Ivrea, già dissi (5). 
La marca io) su patera ad orlo basso e tondeggiante (6) e recante sul 
fondo esterno vari segni graffiti (7); la marca 1 1) su una coppa che è simile 
alla forma Dragendorf n" 25 e sul cui orlo sono applicate due doppie spira- 
line e due testine contrapposte. 

12) AM F 

Entro orma di piede umano. In una coppa di forma Dragendorf 25, 
sul cui orlo sono applicate due doppie spiraline contrapposte. 



(i) Atti della Soc. Piem. di Arch., IV, pag. 290. 

(2) LoESCHCKE, op. cit., pag. 187. L'iniziale F trovasi anche in altre marche col 
nome Murrius {C. I. L., XI, 6700, 392). 

(3) Forma Dragendorf, 4. 

(4) Vedi questo Bollettino, a. II, n. i, pag. 17. 
{5) In questo Bollettino, a. II, n. i, pag. 19. 

(6) Forma Loeschcke, 4. Vedi questo Bollettino, a. II, n. i, pag. 16, n. 3. 

(7) Dono Scavini (proverrebbe forse da Locamo?). 



- 52 - 

Un nome Avillius, intero ed abbreviati), appare frequente su vasi di 
terra sigillata rinvenuti in certa quantità ad Arezzo e su pochi esemplari 
rinvenuti in vari luoghi dell'Italia centrale, sia solo [C. I. L., XI, 6700, 130), 
sia accompagnato da nomi di collaboratori [C. I. Z,., XI, 6700, 123 segg.). 
Tale nome fu ritrovato anche su vasi di terra sigillata raccolti in luoghi 
vari di Roma [CI. L., XV, II, 5036). Spesso trovasi, come nel nostro esem- 
plare, entro orma di piede umano. Lo si ebbe pure da una tomba della 
necropoli di Persona ad Ornavasso (i). 



13) 



L'ultima lettera è poco chiara. Entro una coppa, variante della forma 
Dragendorf 8. Questa marca variamente abbreviata fu letta su vasi di terra 
sigillata raccolti in località varie di Roma [C. I. L., XV, II, «5763), ad 
Arezzo ed in altri luoghi dell'Italia centrale [C. I.L., XI, 6700, 786 e 787), 
sempre entro orma di piede umano. La sua forma più completa è 
VILLI . NAT [Villi Natalìs?). 

14) Su una patera ad orlo basso e leggermente arrotondato (2) è una 

marca male impressa in cui sembra si leggano con sicurezza solo le due 
ultime lettere „i„iJAR . Sul fondo esterno graffite le lettere PR. 



* * 



Sul collo d'un'anfora, raccolta negli scavi per la fondazione della casa 
Borelli in Novara, sono scritte in colore rosso" le lettere 



e • V • F 



Savona. 

Nel Museo Civico di Savona, per cortesia del Direttore prof. Mezzana, 
potei esaminare due vasi di terra sigillata a vernice rossa, già appartenenti 
alla raccolta De Maestri. La provenienza è indeterminata, e non è impro- 
babile che provengano dal Piemonte. 



(i) Bianchetti, op. cit, pag. 72. 

(2) Forma Loeschcke, op. cit., n" 4. Dono Bolsari. 



- 53 — 

Sono: 
i) Una coppa (i) con marca 

( SENECIO ) 

Le marche SENEC e SENICIO sono note nella Gallia Transalpina 
(6: /. Z,., XII, 5686, 807, 808, 811 e XIII, looio, 173): il nome SENICIO 
ritrovasi fra quelli dei vasai delle officine scoperte oltralpe a Granfe- 
senque (2). Non è possibile affermare che trattisi del medesimo vasaio, 
per quanto la differenza tra Ve e Vi dei due nomi non costituisca una dif- 
ficoltà (3), e possa essere spiegata con differenza trascurabile di stampi. 

2) Una piccola coppa emisferica su cui è la marca 



( SVCESVS F ) 

È già stata trovata a Ginevra {C. 1. L., XII, 5686, 852), e la marca SVCESV 
entro orma di piede umano a Savignano sul Panaro ed a Collegara nel 
Modenese {C. I. L., XI, 6700, 646). Il nome di un vasaio SVCCESSI figura 
nella lista di quelli delle predette officine di Granfesenque (4). 

Ambedue questi vasi di Savona presentano caratteri di fabbricazione 
gallica transalpina ad imitazione dei vasi di Arezzo. 

P. Barocelli. 



(i) Forma Dragendorf, op. cit., n° 24. 

(2) Déchelette, Vases céramiqucs ornés de la Gatile romaine, voi. I, pag. 85, 
Paris, 1904. 

(3) Déchelette, 1. e. 

(4) HoLDER, Altkeltischer Sprachschatz, col. 1473 e 1476 (ai nomi Senecio e Senicio). 



54 



RECENSIONI 



Ettore Pais. — Sulla romanizzazione della valle d'Aosta, « Rendiconti 
della Reale Accademia dei Lincei ». Roma, 1916, serie V, fase. 1-2, 
pag. 3- 

L'iscrizione relativa alla fondazione di Augusta Pretoria, ritrovata dal 
D'Andrade negli scavi del 1894, offre occasione al Pais per la sua dis- 
sertazione. 

Nell'ultima parte dell'iscrizione: Salassi incol{ae) qui initio se in 
coloniiam) con{tulerunt) pare al Pais di rilevare un accenno forse ad altri 
incolae non Salassi, ma più specialmente a una doppia serie di incolae, che 
si aggregarono alla colonia in tempi differenti. 

Riassumendo a questo scopo i dati principali desunti dalle fonti antiche, 
l'autore conclude come certamente nelle guerre fra i Romani e i Salassi 
vi furono degli intervalli di rapporti pacifici. Questi pacifici rapporti lasciano 
supporre come probabile che quelli dei Salassi, i quali negli ultimi anni 
della lotta si mostrarono meno avversi ai Romani, poterono essere aggre- 
gati subito alla nuova colonia e conseguire in non lungo tempo condizioni 
giuridiche privilegiate e anche la cittadinanza romana. 

Con il medesimo sistema di accurata riesamina delle fonti il Pais 
ripiglia le questioni della provvista del sale e del lavaggio delle arene 
aurifere, che furono cagioni prime delle discordie e delle guerre tra Romani 
e Salassi. Egli ritiene presumibile che la mancanza del sale fosse derivata 
dal fatto che la parte più bassa della valle, ove erano le miniere del sal- 
gemma, fosse occupata dai Romani. 

Quanto al lavaggio delle sabbie aurifere il Pais ne vede un segno 
nelle figurazioni di alcune monete locali conservate nell'episcopio di Aosta. 

L'autore conclude la sua Memoria con un raffronto fra l'antico splen- 
dore di Augusta Pretoria, dovuto alla ricchezza mineraria della regione e 
alla importanza dei suoi valichi, con la modestia presente, causata dai 
nuovi tracciati ferroviari e dalle mutate condizioni politiche. Ma a questa 
spiacente constatazione l'autore contrappone il risveglio di italianità che si 
palesa sopra tutto nei rapporti della lingua. 

In questa dotta dissertazione il Pais, pur senza giungere a nessuna 



— 55 — 

nuova affermazione, ha riesaminate e chiarite alcune questioni fondamen- 
tali intorno allo stabilirsi del dominio romano nella valle d'Aosta. 

Carbonelli, Conienti sopra alcuna miniature e pitture italiane a soggetto 
medico. Roma, Centenari, 191 8. 

Le miniature di alcune opere di carattere medico sono prese in esame 
dal Carbonelli in quanto le illustrazioni si riferiscono al contenuto del testo, 
e in quanto hanno rapporto con la storia del costume. Lo studio di queste 
opere da un tale punto di vista deve completare l'esame stilistico delle 
miniature, per la determinazione del loro luogo di origine. 

Le opere illustrate, sulle quali l'autore ha basato il suo esame, sono 
redazioni diverse del trattato conosciuto sotto il nome di Tacuinum sani- 
tatisy un trattato arabo di medicina e di igiene, dell'XI secolo, tradotto in 
latino verso la fine del secolo XIII. Di questo trattato due codici sono più 
noti, quello della Biblioteca Nazionale di Parigi, studiato dal Delisle (i), 
e quello dell'Hoffmuseum di Vienna, di cui si occupò il Von Schlosser (2). 
Di un altro importante codice, intitolato Theatrunt sanitatis, conservato 
nella Casanatense di Roma al n. 4182, diede primo una descrizione il 
MuNOz (3), si occupò incidentalmente il Carbonelli (4) stesso, e infine 
trattò il Toesca (5). 

Oltre a questi tre più famosi codici, il Carbonelli esamina un altro 
codice della Casanatense, n. 459, un ampio frammento di codice, da lui 
posseduto, il codice della Laurenziana Pluteo 73 , e altri minori non 
illustrati. 

Ma prima di procedere all'analisi dei singoli codici l'autore, confron- 
tando alcune illustrazioni col rispettivo testo, giunge all'affermazione, che 
il miniatore dovesse avere piena conoscenza del contenuto dell'opera che 
illustrava. 

In seguito il Carbonelli dà un diligente elenco e una sommaria descri- 
zione delle illustrazioni del codice Casanatense 4182, il meno noto dei tre 
più importanti, e riproduce l'elenco compilato dal Delisle sul confronto tra 
il codice parigino e il viennese. 



(i) Traités d'hygiène dit moyen àge, " Journal des Savants „, 1896, pag. 518 e seg. 

(2) Ein veronesisches Bilderbuch, " Jahrb. d. Kunstwist. Sammlgn. d. allerhòch- 
Kaiserhauses „, 1895. 

(3) Un " Theatrum sanitatis „ con miniature veronesi del sec. XIV, " Madonna 
Verona „, anno II, fase. 2. 

(4) Farmacie e farmacisti in Italia nel sec. XVI. Roma, Centenari, 1912. 

(5) La pittura e la miniatura in Lombardia. Milano, HoepH, 191 2. 



- 56 - 

Dal confronto stabilito fra i due elenchi il Carbonelli rileva come i 
codici più simili siano il Casanatense e il Viennese, e specifica in che cosa 
consistano le differenze, del resto poco notevoli, fra i tre esemplari. Tali 
differenze non possono essere attribuite ad altro che al capriccio dell'ar- 
tista miniatore, come è confermato dal paragone fra i codici e un'antica 
edizione a stampa del Tacuino, dell'anno 1531 (i). 

La corrispondenza ha luogo per la maggioranza degli articoli ricordati; 
nell'edizione a stampa ricorrono invece in più i nomi di molti sciroppi, 
pietanze, oli, vini, che evidentemente non potevano fornire all'artista ma- 
teria di illustrazione. 

Più prossimo all'edizione a stampa è un altro codice della Casanatense, 
conservato al n. 459, e noto col nome di Erbario di Mattia Corvino. In 
esso si riscontra anche l'abbondanza dei nomi di sciroppi, di vini, di oli, 
con le relative illustrazioni: l'unica differenza notevole è nella forma del 
testo, non a tavole sinottiche, ma a descrizione continuata. E forse anche 
questa ampiezza del testo è una prova dell'influenza dell'amanuense e del 
miniatore, i quali erano probabilmente indotti a ciò dal desiderio di dare 
maggior mole al lavoro, che doveva essere destinato a un grande principe. 

Anche di questo codice il Carbonelli dà una sommaria descrizione 
delle principali illustrazioni, facendo alcuni confronti con i tre principali 
codici miniati. 

Stabilito così che le illustrazioni di queste opere corrispondono in 
modo esatto al testo, e che i vari codici sono redazioni diverse, dovute ai 
miniatori e agli amanuensi, di un testo unico, a cui l'edizione a stampa è 
la più prossima, il Carbonelli si domanda se questa fioritura di Tacuini 
miniati del secolo XIV e XV sia stata preparata antecedentemente. E trova 
a ciò una risposta affermativa in un codice di botanica medica del prin- 
cipio del XIII secolo, nel quale ricorrono grossolane illustrazioni a delu- 
cidare il testo (Codice laurenziano Pluteo 73 n. 16). 

Infine l'autore si pone il problema del luogo d'origine di questa pro- 
duzione di Tacuini illustrati, luogo che evidentemente dovè essere anche 
un centro di studi, che offrisse la possibilità di consultare medici e librerie 
per la compilazione dei testi, e la facilità di vendere i manoscritti. A questo 
scopo il Carbonelli si propone di ricercare le tracce dialettali nei testi dei 
codici e il riflesso dei costumi e degli usi locali nelle miniature dei Ta- 
cuini. Nella biblioteca Casanatense esiste un codice cartaceo mutilo, del 



(i) Tacuini sanitatis EUuchasem Elimithar Medici de Baldath. Argentoratl, apud 
Ioannem Scottum, 1531, 



- 57 - 

principio del sec. XV, il quale è un Erbario, cioè un trattato affine ai 
Tacuini, scritto in dialetto veneto. E il Carbonelli stesso ha recentemente 
acquistato un ampio frammento di codice miniato, il quale, dal confronto 
con gli altri codici del Tacuino e con l'edizione a stampa, appare una 
nuova redazione del Tacuino stesso: questa redazione è fatta in lingua 
volgare, anzi è la sola versione volgare finora nota, e contiene alcuni ele- 
menti dialettali veneti. Simili elementi sono palesi anche nel testo del 
codice Casanatense 459 ; e infine esiste un altro codice, non miniato però, 
(Laurenziano Asb. 147), il quale fu scritto a Padova nel 1454. 

L'esame linguistico dei testi par dunque che debba indirizzare le in- 
dagini intomo all'origine dei Codici verso la regione veneta. 

Venendo poi a considerare le illustrazioni di questi trattati, sotto 
l'aspetto della storia del costume, il Carbonelli prende l'occasione per rile- 
vare i rapporti fra tali miniature e alcuni affreschi decorativi. Gli affreschi 
sono quelli anonimi della Badia di Pomposa, del sec. XIV, i quali, quan- 
tunque di soggetto religioso, contengono molti particolari di carattere me- 
dico-terapeutico, e quelli del portico del castello di Issogne, della fine 
del XV o del principio del XVI sec. Questo legame iconografico fra le 
illustrazioni dei Tacuini e le decorazioni di Issogne era già stato accen- 
nato in una nota dal Toesca (i). 

Il Carbonelli, che dichiara di aver conosciuta la nota del Toesca, 
quando già il suo lavoro era compiuto, svolge questo confronto, rilevando 
come ciascuno degli affreschi di Issogne compendi diversi quadri dei Ta- 
cuini, e specificando quali singoli quadri sieno raggruppati nei vari affreschi. 

Nell'archivio fotografico della Direzione delle Belle Arti di Roma, 
esaminato dall'autore, non esiste fotografia di nessun affresco che possa, 
sia pur lontanamente, essere paragonata con quelli di Issogne, per cui il 
Carbonelli pensa che essi sieno derivati da un esemplare del Tacuino non 
ancora identificato. Certo in questo modo è segnato il punto di partenza 
per lo studio di questi interessanti dipinti ; resta da vedere se le ricerche 
oltre Alpi porteranno a qualche piiì precisa determinazione iconografica e 
stilistica. 

Come però il Carbonelli ha indugiato in questi confronti tra le mi- 
niature e gli affreschi, così troppo sommariamente ha condotto l'esame 
diretto delle miniature in rapporto con la storia del costume ; somma- 
riamente per l'importanza della conclusione a cui vuole giungere. Perchè 



(i) Op. cit., pag. 366. 



— 58 - 

il Carbonelli parte dai risultati dell'esame linguistico dei Codici, osserva 
nelle miniature la presenza di qualche oggetto famigliare proprio della re- 
gione veneta, e, ammettendo, col Toesca, la parentela artistica del codice 
Casanatense 459 (nel quale l'autore rileva le forme dialettali venete) con 
i tre famosi codici del Tacuino, conclude come il Veneto sia la patria di 
origine di questo gruppo di trattati. E più precisamente crede che Padova, 
la sede del famoso studio, sia stato il centro ove si attivò la composizione 
dei Tacuini, e la vicina Venezia sia stata il porto commerciale mondiale, 
adatto allo smercio dei codici. 

Le conclusioni, a cui è giunto il Carbonelli, in base all'esame del 
testo e al contenuto iconografico delle figurazioni dei Tacuini, sono diverse 
da quelle a cui furono condotti i critici dell'arte dall'esame stilistico delle 
miniature e da alcune considerazioni di carattere storico. Il Von Schlosser, 
il Delisle, il Munoz ascrissero rispettivamente il codice viennese, il parigino 
e il casanatense 4182 alla scuola veronese. Il Toesca invece attribuì il 
gruppo dei tre codici e il codice casanatense 459 alla scuola lombarda: 
e in realtà sono pienamente persuasivi i confronti stilistici che egli fece 
di alcune miniature dei quattro codici con opere di miniatori lombardi e 
specialmente con i disegni di Giovannino de Grassi, contenuti nel prezioso 
volume della Biblioteca Civica di Bergamo, e i confronti di un caratte- 
ristico gruppo di miniature del Tacuino di Vienna con gli affreschi di 
Franco e di Filippolo de Veris in S. Maria dei Ghirli a Campione. Mentre 
nella miniatura veronese non abbiamo nessun documento sicuro che si 
presti alla comparazione. 

In conclusione, se gli elementi linguistici dei testi e la testimonianza 
del codice scritto a Padova potrebbero dar ragione di ricercare nel famoso 
studio padovano l'origine scientifica dei Tacuini, d'altra parte mi pare inne- 
gabile la loro derivazione artistica dalla Lombardia, tanto più che lo studio 
del costume, condotto dal Carbonelli sulle miniature, è un po' sommario 
e non probativo. 

Il Carbonelli stesso ammette l'esistenza di un Tacuino modello, dal 
quale sarebbero derivate le varie redazioni, nella cui disposizione l'autore 
giustamente riconosce l'influenza degli artisti miniatori. Il te.sto originario 
fu dunque verisimilmente prodotto nel famoso studio di Padova, e per esso 
appaiono valevoli le conclusioni del Carbonelli ; il gruppo dei codici deri- 
vati fu redatto e miniato secondo il criterio e con l'opera di artisti lombardi. 



59 - 



Camillo Boggio. — Lo sviluppo edilizio di Torino dalla rivoluzione fran- 
cese alla metà del secolo XIX. Comunicazione fatta alla Società 
degli Ingegneri ed Architetti in Torino nella seduta del 4 die. 19 16. 
Torino, Celanza, 191 8. 

La pubblicazione del Boggio, che viene ora in luce, fa seguito alle 
sue monografie su Lo sviluppo edilizio di Torino dall'assedio del ijoó 
alla Rivoluzione francese (Torino, 1909) e su Gli architetti Carlo ed Amedeo 
Castellamonte e lo sviluppo edilizio di Torino nel secolo XV II (Torino, 
Camilla e Bertolero, 1896). 

Nella prima di queste opere il Boggio aveva delineato i primi con- 
siderevoli ingrandimenti edilizi della città, iniziati sul finire del '500, quando 
Torino cominciò a svolgersi dall'antico recinto romano, rimasto fino allora 
fondamentalmente intatto: gli ingrandimenti cioè verso sud, divisati e ese- 
guiti da Carlo Emanuele I di Savoia e dalla Reggente Cristina di Francia, 
comprendenti la via Nova (via Roma) con la piazza di S. Carlo, e l'in- 
grandimento di levante, verso il Po, del tempo di Carlo Emanuele II. In 
questi lavori ebbero parte principale gli architetti di Corte Carlo e Amedeo 
Castellamonte. Di essi il Boggio raccolse le poche notizie biografiche 
rimaste nelle Memorie scritte e negli Archivi, e ricordò le opere, trac- 
ciando una monografia storicamente completa, nella quale però resta da 
fare un più profondo e critico esame delle opere dei due architetti e una 
più precisa determinazione delle loro figure artistiche. 

Nella seconda pubblicazione il Boggio ricostrusse per somme linee il 
largo sviluppo edilizio della Torino settecentesca. In questa lunga parentesi 
pacifica, svoltasi fra due tragici periodi di guerre, si attese a grandi lavori 
di assestamento, come i rettilinei della Contrada d'Italia (ora via Milano, 
rettilineo iniziato nel '700, ma compiuto nel secolo scorso) e della via Dora 
Grossa (via Garibaldi) e il completamento della piazza Castello, e si prov- 
vide a nuove costruzioni, per cui sorsero i più ricchi monumenti della 
Torino barocca e per cui la città cominciò a distendersi anche a ponente, 
verso la nuova Porta Susina. 

Nel compimento di questi lavori furono impiegati gli architetti di Corte, 
e cioè successivamente il Juvara, l'Alfieri, il Birago di Borgaro, e contem- 
poraneamente ad essi il Planteri, il Rica, il Vittone, il Borra, ecc.. 

La linea generale di questo sviluppo è segnata esattamente sulla base 
di dati documentari, mentre nei particolari si rileva qualche inesattezza, 
come quella che il Juvara avesse 25 anni quando conobbe a Messina Vit- 
torio Amedeo II (notizia inesatta anche in base ai dati del Milizia : perchè 



— 60 — 

il re di Sicilia conobbe l'architetto nel 17 14, e il Milizia ne pone la na- 
scita nel 1685), e che il Juvara stesso conducesse con sé a Madrid il suo 
discepolo Zacchetti, il quale vi fu invece chiamato dopo la morte del 
maestro. 

Il terzo opuscolo si apre con il periodo della conquista napoleonica 
del Piemonte, che significò per l'edilizia torinese l'abbattimento delle mura 
e delle porte della città e un indirizzo demolitorio, da cui per caso anda- 
rono salvi il palazzo Madama e la chiesa di Superga. Solo una grande 
opera edilizia, connessa a ragioni di praticità, lasciò a Torino il Bonaparte, 
il ponte sul Po al termine della piazza Vittorio Emanuele I, e a cui doveva 
essere complemento sulla sponda destra del fiume una grande piazza con 
edifizi progettati dall'architetto torinese Giovanni Dervieux. 

Ma con il ritorno degli antichi sovrani si verificò un notevole impulso 
edilizio, limitato nei confini della città antica a provvedimenti di comodità 
e di igiene e al completamento di edifizi rimasti interrotti, ma rivolto, oltre 
i confini antichi, a notevoli sviluppi : l'ingrandimento da levante, verso la 
piazza Vittorio Emanuele I, in cui fu compresa la chiesa della Gran Madre 
di Dio del Bonsignore ; quello di mezzogiorno, verso Porta Nuova, con il 
quale fu connessa la costruzione di una prima stazione ferroviaria e del 
ponte in ferro sul Po, ora demolito; quello di nord, verso Porta Palazzo, 
del quale fece parte la costruzione del ponte sulla Dora dell'architetto Mosca. 

Alla fine della sua monografia il Boggio ha raccolte le principali 
notizie biografiche dei più insigni architetti, che ebbero mano in queste 
costruzioni, come Ferdinando Bonsignore, Alessandro Antonelli, Carlo Ber- 
nardo Mosca, Giuseppe Talucchi, Luigi Fermento, Carlo Promis, ramma- 
ricandosi di non aver potuto rintracciare nessuna notizia di altri minori, 
del Lombardi, del Leoni, del Dupuy, ecc. 

Nel complesso di queste tre opere l'autore ha così delineato lo svi- 
luppo successivo di Torino dal principio del '600 sino alla metà del secolo 
scorso, accompagnando la narrazione del testo con tre carte topografiche, 
nelle quali questo sviluppo viene schematicamente ed efficacemente rap- 
presentato. 

Si tratta quindi di un notevole contributo alla storia dell'architettura 
torinese; è nel suo insieme una trama fondamentale per chi vorrà studiare 
criticamente l'opera dei Castellamonte, e per chi vorrà studiare specifica- 
mente qualcuna delle figure degli architetti, che al Boggio, per il suo scopo, 
bastava di abbozzare. 

L. Masini. 



61 — 



BIBLIOGRAFIA 



GUIDE 



L. V. Bertarelli. Guida d Italia del Tonring Club italiano. Milano, 1916. 

Per le principali lacune di questa seconda edizione della « Guida » 
nella parte che riguarda Torino e il Piemonte vedi la rivista « Torino e 
il Piemonte », Estate 191 7, pag. 33. 

Lo scopo della Guida, di cui il Touring si assunse il lodevole com- 
pito, è quello di surrogare le guide straniere, la cui importanza ce le aveva 
imposte, e di influire sulla piccola cultura e sul movimento turistico 
generale. 

Il primo volume è dedicato al Piemonte, alla Lombardia e al Canton 
Ticino ed ha per complemento un volumetto a parte che contiene un 
cenno sull'Arte in Italia dai secoli piti remoti ai tempi nostri, di Giulio 
Carotti, uno Sguardo d'insieme al Piemonte, alla Lombardia e al Canton 
Ticino, e una descrizione particolareggiata delle città di Torino e di Milano. 

ETÀ PREROMANA 

Seymour De Ricci. Esquisse d'une bibliographie égyptologique. « Revue 
archéologique », Paris, 191 7, juillet-octobre, p. 197. 

È degna di nota l'iniziativa dell'autore di supplire alla mancanza di 
una bibliografia egittologica. Non pensa già l'autore di colmare interamente 
questa lacuna, ma crede di aver raccolto le indicazioni delle opere essen- 
ziali relative dXX Egitto faraonico, escludendo le opere che riguardano l'Egitto 
greco-romano e copto. 

Di proposito l'autore ha escluso dal suo elenco i lavori antichi, di 
cui oggi si può fare a meno, e ha citati solo eccezionalmente gli articoli 
delle Riviste. 

Di questa bibliografia (che il Ricci stesso si propone di migliorare e 
di completare) è apparsa finora una sola puntata, che comprende: I. Gé- 
NÉRALiTÉs : Bibliographie, Périodiques, Mélanges, Manuels généraux, Histoirc 
de l' Egyptologie , Grandes Séries (Mission frangaise du Caire. Institut frangais 
du Caire. Egypt Exploration Fund. Publication de W. M. F. Petrie. Publica- 



-61- 

tions de E. A. W. Budge. Service des Antiquités de l'Égypte. Records of 
the part. Études égyptologiques. Publication de K. Sethe). 

II. TopoGRAPHiE : Ouvrages généraux, Recueils généraux de Monu- 
ments et d' inscriptions existant en Egypte. 

MEDIO-EVO E RINASCIMENTO 

Bartolomeo Campora. La Corte, il Castello, il Castelnovo, il Castel- 
vecchio e la Torre di Capriata d'Orba. Tortona, Rossi, 191 7. 

Alle altre monografie storiche relative a Capriata d'Orba (i) nel Tor- 
tonese il Campora aggiunge ora questa, che delinea le vicende storiche 
degli edifizi fortificati di Capriata, dal primo accenno che al castello è fatto 
in un documento del 973, sino ai giorni nostri. 

Il lavoro è compilato sulla base di documenti in parte già pubblicati 
dal Campora nel I volume dei suoi Documenti ecc., in parte ricordati in 
note nella presente monografia o inseriti in appendice alla monografia stessa. 

Lo scopo dell'autore è quello di indurre le Autorità competenti a 
provvedere al restauro della Torre di Capriata, unico avanzo delle antiche 
costruzioni, e lasciata in abbandono. 

Questo restauro egli sollecita col suo profondo affetto di capriatese, 
che trapela sincero anche a traverso la retorica antica del suo frasario. 

Émile Male. L' architecture et la sculpture en Lombardie à l'epoque 
romane à propos d'un livre récent. 

Il libro è quello dell'americano Arthur Kingsley Porter. Lombard 
architecture. New-Haven, Yale University Press ; London, Humphrey Mil- 
ford ; Oxford, University Press, 1917. 3 volumi e un atlante. 

Una recensione di quest'opera, specialmente per la parte che si rife- 
risce all'architettura romanica del Piemonte, sarà contenuta in un prossimo 
fascicolo del Bollettino. 

Giacinto Cerrato. Contribuzione al Corpus Nummorum italicorum. 
Monete di Savoia. « Rivista italiana di Numismatica », anno XXX, fase. IV, 
31 gennaio 191 8, pag. 385. 

L'autore descrive un viennese del duca Filiberto I di Savoia, cercando 
di determinare a quale degli artefici monetari, che lavorarono per quel 
Duca, possa attribuirsi il segno del crescente, che appare sulla moneta e 



(i) / parroci di Capriata d'Orba e Tommaso Conte, podestà e castellano di Ca- 
priata. — Capriata d'Orba. — Un po' d'antichità. -— Documenti e notizie da servire 
alla storia di Capriata d'Orba. 



^ 63 - 

che non ha riscontro sulle altre monete conosciute di Filiberto I. Dalle 
sue induzioni il Cerrato è tratto a formulare l'ipotesi, che questo viennese 
sia uscito dall'officina di Cornavin e sia opera di Maestro Michele da Bar- 
donecchia. 

Il Cerrato dà anche la riproduzione di un raro esemplare di denaro 
forte del duca Filippo II di Savoia, non riprodotto nel Corpus Nummoruni 
italicorum e leggermente diverso dal denaro di Filippo II pubblicato dal 
Ladé (i). 

Lino Cassani. Gli Antifonari corali dell' Archivio della Cattedrale di 
Novara. « Bollettino storico per la provincia di Novara », 191 8, fase, I, 
pag. I. 

Il Cassani descrive i 20 Antifonari dell'Archivio della Cattedrale di 
Novara, membranacei e miniati, appartenenti alla seconda metà del sec. XV 
e alla prima metà del XVI. 

Di questa raccolta fa parte anche il Missale Romanum., scritto e mi- 
niato da Frattcesco Biasio Granano da Melegnano, compiuto nel 1478, e 
che il Massara ha studiato e fotografato. 

Questi 20 Antifonari, di non grande valore artistico, non hanno alcun 
segno di riconoscimento e sono di ignota provenienza, all'infuori di uno 
originario dalla chiesa di S. Maria delle Grazie di Novara. 

L'ultimo dei volumi, più recente e artisticamente meno interessante 
degli altri, è però rattoppato con dei pezzi membranacei, i quali recano 
della musica scritta senza rigo, che risale al X secolo. 

Guido Marangoni. Arte retrospettiva. Macrino d'Alba. « Emporium » , 
191 8, fase. I, pag. 22. 

La stessa cieca parzialità, per la quale il Marangoni volle vedere nel 
S. Andrea di Vercelli un frutto genuino di arte locale (2), è evidente in 
questo articolo, nel quale Macrino d'Alba diventa il più grande e originale 
rappresentante della scuola pittorica vercellese. 

Dopo gli studi della Giaccio (3) e del Weber (4) non è più possibile 
vedere in Macrino se non un eclettico, sia pure sapiente, formato alla 
scuola dei pittori dell'Italia centrale e settentrionale, certo il meno origi- 
nale e il meno simpatico dei pittori piemontesi del rinascimento. 



(i) Contributions à la Numismatique des ducs de Savoie, Genève, 1891, II* partie. 

(2) Vedi questo Bollettino, anno I, n. 3, pag. 75. 

(3) Rassegna d'arte, voi. VI, 1906, pag. 145. 

(4) Die Begriinder der picinontcser Malerschule im XV ttnd zit Beginn des 
XVI Jahrhunderts, Strassburg, 1911. 



-64 — 



ETÀ MODERNA 

Giovanni Dupré, scultore (1817-1882). Milano, Alfieri e Lacroix, 1918. 

L'opera del Dupré è qui rappresentata in 32 eleganti tavole, a cui 
sono premessi alcuni scritti di autori diversi e un elenco cronologico delle 
opere dello scultore dal 1837 al 1881. 

Ricordiamo qui particolarmente quest'opera, perchè Torino possiede 
del Dupré il monumento a Camillo Cavour, nella piazza Carlo Emanuele II. 

L. Masini. 



=000^ 



NOTIZIARIO 



5f Nello scorso aprile sono venute in luce due nuove Riviste : L Italia 
che scrive. Rassegna per coloro che leggono. Supplemento mensile a tutti 
i periodici, edita dal Formiggini di Roma, e I libri del giorno. Rassegna 
mensile internazionale, della Casa Treves di Milano. 

Lo scopo di queste nuove pubblicazioni è fondamentalmente il me- 
desimo, quello cioè di far conoscere quello che si viene via via pubbli- 
cando nel campo della letteratura e della coltura in generale, e di stabilire 
più vivaci e intimi rapporti fra gli autori, gli editori e il pubblico. 

Il Formiggini rivendica a sé l'idea di una tale rassegna, idea che egli 
espose nel Congresso editoriale di Milano del 19 16. In realtà la Rivista 
edita dal Treves appare concepita con più larghi intendimenti ed elabo- 
rata con maggiore calma, mentre quella del Formiggini pare risenta di 
quella fretta congestionata, che l'editore stesso confessa dovuta al desiderio 
di far uscire il primo numero, prima che comparisse quello annunziato dal 
Treves. 

Certo sarebbe augurabile che le due Riviste si fondessero in una sola, 
per quanto ciò può essere compatibile con gli interessi e con l'amor proprio 
degli Editori. 

L. A. Rati-Gpizzoni, gerente responsabile. 



Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi — Torino, via Ospedale, ■>, (78058). 



Anno II. Luglio-Dicembre 191 8 ,N. 3-4 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



1^<^^- 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipografo diS. M. e RR. Principi 
I918 



Abbonamento annuo L. 6. — Numero separato L. 2. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere 
indirizzate alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, 2. 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



Anno II. Luglio-Dicembre 191 8 N'. 3-4 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Arclieologia e Belle Arti. 



NECROLOGIO 



CLARENCE BICKNELL 

Al confine sud-ovest del Piemonte, là dove esso diventando ligure si 
incunea tra la provincia di Porto Maurizio e la frontiera francese, noi 
abbiamo una impervia zona di nude rocce, valloni e piccoli laghi, sulla 
quale domina, dall'altezza di quasi tremila metri sul mare, il monte Bego. 
Le sottoposte Val Fontanalba, Valmasca, Valauretta, Valle d'Inferno, Val 
Casterino e con esse i laghi delle Meraviglie, i laghi Lunghi, il lago Verde, 
il lago del Basto sono oggi noti nel mondo scientifico per le misteriose 
incisioni preistoriche che, talvolta a centinaia, coprono qua e là quelle 
rocce. Sono figure di armi, strumenti, aratri, figure umane, figure cornute 
(queste numerosissime) e figure varie di difficile interpretazione, disegnate 
tutte sulle superfici liscie delle rocce mediante punteggiature pochissimo 
profonde. Hanno in lunghezza e larghezza dimensioni che ordinariamente 
non superano mezzo metro. 

Da molto tempo si aveva notizia delle incisioni rupestri delle Alpi 
Marittime, ma soltanto nella seconda metà del secolo passato comincia- 
rono ad essere oggetto di particolari studi ed ipotesi, ed è di questi ul- 
timi anni la loro pressoché completa esplorazione e pubblicazione, opera 
cui attese per oltre un ventennio, con britannica tenacia, Clarence Bicknell, 
il noto botanico e archeologo di cui rimpiangiamo la recente perdita. 

Non facile è percorrere le tormentate balze di monte Bego. Anche 
il Bicknell, sportsman non mediocre, ebbe ad incontrarvi molteplici diffi- 
coltà, sia per la poca praticabilità della regione appartata da ogni via di 
comunicazione e da ogni abitato, sia per la capricciosa disseminazione delle 

ììoll. Sm. Pieni. Archeoì. e lì. Arti, II. 5 



— 66 — 

incisioni, collocate talvolta in posti — ora almeno — reconditi o quasi 
inaccessibili. Nelle diciassette stagioni estive che da quelle parti ebbe a 
passare il Bicknell (l'inverno e le nevi sul monte Bego si protraggono a 
lungo), non poche volte gli è avvenuto di non poter più ritrovare inci- 
sioni già vedute e disegnate. Circa 14.000 egli ne scoprì, e copiò, e ne 
ricavò diligentissimi calchi, senza contare le centinaia di fotografie. La sua 
preziosa collezione di calchi, circa seimila, fu da lui lasciata per testa- 
mento al Museo preistorico di Genova. Qualsiasi ulteriore esplorazione è 
da ritenere che ben poco potrà aggiungere, per la raccolta delle incisioni, 
all'opera dell'infaticabile esploratore inglese. 

Verso le regioni di Monte Bego egli fu tratto primamente nel 1881 
dagli studi che andava facendo sulla fiora delle Alpi Marittime, e fino da 
allora le incisioni rupestri cominciarono a richiamarne l'attenzione e a 
destargli il desiderio di occuparsene. Ritornò da quelle parti nel 1885, e 
fece qualche esplorazione, ma fu soltanto nel 1897 che si decise, per tale 
scopo, a passare la state in Val Casterino. Vi si fermò pure per alcune 
settimane nel 1898, 1901 e 1902, e vi si fece infine costruire nel 1905 
una casetta presso una cappella dedicata a Santa Maria Maddalena, a 
1500 metri sul mare. Quivi poi soggiornò tutti gli anni nei mesi estivi, 
finché visse. 

I risultati delle prime sue ricerche furono oggetto di comunicazioni 
alla « Società Ligustica di Scienze Naturali » (i). Più ampia relazione ne 
diede poi colla pubblicazione : The prehistoric rock engravings in the 
italian Maritime Alps (2). L'anno seguente diede alla luce un nuovo vo- 
lume : Further explorations in the regions of the prehistoric rock engravings 
in the italian Maritivie Alps (3Ì, con dieci" tavole di disegni. Altre sue 
relazioni apparvero nel 1906 e nel 1908 negli « Atti della Società Ligu- 
stica » (4) e sulla « Revue Préhistorique » (5); e finalmente egli riassunse e 
completò l'opera sua nel 191 3, in un libro che resterà documento fonda- 
mentale per qualsiasi studio sulle incisioni rupestri delle Alpi Marittime : 
A guide to the prehistoric rock engravings in the italian Maritime Alps, 



(i) Le figure incise sulle rocce di Val Fontanalba, in "Atti della Società Ligu- 
stica di Scienze Naturali ,, Vili, f. IV, Genova, 1887; Osservazioni ulteriori sulle 
incisioni rupestri in Val Fontanalba, id., X, f. 1-, Genova, 1889. 

(2) Bordighera, Pietro Gibelli, 1902. 

(3) Bordighera, Pietro Gibelli, 1903. 

(4) Incisioni rupestri nuovamente osservate, ecc., '!l^V\\, 1906, Genova; Nuovo con- 
tributo ecc., XIX, 1908, Genova. 

(51 Nouvelles découvertes de roches gravées, etc. 6« année, avril 191 1, Paris. 



- 67 - 

volume riccamente illustrato nel testo e corredato da XLVI tavole di di- 
segni e fotografie (i). 

Delle incisioni rupestri e delle « meraviglie > di monte Bego molti 
autori prima del Bicknell avevano parlato, ma pochi con sufficente com- 
petenza e pochissimi per averle vedute sul posto. Aggiungasi che prima 
del Bicknell non era stata conosciuta, delle incisioni, se non una piccola 
parte. Ne aveva • fatta menzione nel secolo XVII il Giuffredo nella sua 
Storici delle Alpi Marittime (2), e nel secolo passato ne avevano discorso 
il Reclus (3), il Moggridge (4), il Rivière (5) ed altri. E. Celesia pubblicò 
nel 1885, / laghi delle Meraviglie in Val d'Inferno^ e l'anno successivo 
li segnalò nel < Boll. Ufficiale del Ministero della Pubblica Istruzione » (6). 
Dopo le prime relazioni del Bicknell si ebbero lavori di A. Issel (7), 
A. Stiegelmann e P. Raymond (8), e oramai nelle pubblicazioni di archeo- 
logia preistorica italiane ed estere ricorrono spessissimo le citazioni del 
Bicknell con l'argomento delle nostre incisioni. Accennarono ad esse il 
Peet(9), il Montelius (io), il Déchelette (i i), il Colini (12), segnalandone 
l'importanza. 

Il quale argomento è sempre irto di difficoltà anche per i più com- 
petenti. L'origine, il significato, lo scopo di quelle singolari manifestazioni 
d'una civiltà preistorica, rappresentano tuttora un problema in attesa di 
una positiva soluzione. Il Bicknell non osò ipotesi che non fossero cor- 
roborate dai fatti. Modesto e coscienzioso egli presenta i risultati delle 
sue esplorazioni: descrive, confronta e classifica le figure, interpreta quelle 
di più chiara significazione, riferisce le ipotesi altrui, ne fa una prudente 
critica, ma si astiene da ogni affermazione non documentabile. Nessuno 
può dire le pazienti ricerche da lui fatte per iscoprire fra quei monti e in 
fondo a quei valloni altre tracce delle genti che ivi, forse per parecchi 



(i) Bordighera, Bessone, 1913. 

(2) Pubblicata a Torino nel 1824. Voi. I, p. 67. 

(3) Les villes d'hiver de la Mediterranée et les Alpes Maritimes, pag. 379, 1864. 

(4) The Meraviglie, London, 1868. 

(5) Gravures sur roches, etc, Paris, 1878. 

(6) Voi. XII, Roma, 1886 [Escursioni alpine). 

(7) Le rupi scolpite, ecc., in " Boll, di Paletn. Ita!. „, anno XXVII, nn. 10-12, Parma, 
1901 ; Liguria preistorica, 1908, pagg. 490 sgg. e pag. 497. 

(8) In " Reviie Préhistorique „, juillet 1909, mars 1910, octobre 1910, avril 1911. 

(9) The stone and bronze ages in Italy and Sicily, Oxfort, 1909. 

(io) Civilisation primitive en Italie, p. II; Vorklassische Chronologie, pag. 17. 

(11) Manuel darchéol. préhistorique. 

(12) " Bull, di paletnol. ital. „, XXIX, pag. 232, 



— 68 — 

secoli, continuarono a battere sulle rocce levigate le punte delle loro asce 
o scalpelli, genti alle quali, oggi ancora, noi non possiamo neppur dare 
con sicurezza un nome. Ma ogni ricerca restò sempre infruttuosa. Non 
uno strumento, non il più piccolo frammento di manufatto, non un rin- 
venimento che contribuisse a gettar luce sulle incognite di monte Bego. 

Ciò che manca nelle pubblicazioni del Bicknell è una carta o piano, 
in iscala opportuna, indicante con precisione i punti dove trovansi tutte 
le incisioni da lui scoperte, o almeno le più notevoli. Essa sarebbe stata 
di somma utilità per quegli studiosi della preistoria, dell'etnografìa e della 
psiche umana primitiva, i quali potranno in avvenire essere colà attratti. 
Di limitate dimensioni è la maggior parte delle incisioni e pochissimo 
profonde sono le punteggiature che le disegnano, sì che spesso non è age- 
vole, pur a breve distanza, ravvisarle, senza contare che i geli, le acque 
e i detriti scorrenti dall'alto, le intemperie, tendono a rendere sempre più 
leggero il segno puntiforme, e in qualche punto furono ricoperti interi gruppi 
di figure. Disgraziatamente motivi d'ordine militare vietano in quella re- 
gione qualsiasi levata topografica, ed il Bicknell non potè mai pubblicare 
quella carta che forse in molte riprese era stata da lui abbozzata (i). 

Fu Clarence Bicknell uomo di singolare tempra. Fornito di cospicuo 
censo, se ne servì sempre largamente in opere di scienza, di carità e di 
utilità civile. Egli era nato il 27 ottobre 1842 a Herne-Hill presso Londra: 
si era laureato in matematiche a Cambridge. Venne in Italia nel 1878. 
Nel 1880 si stabilì permanentemente a Bordighera, comperandovisi una 
villa. Appassionato cultore di botanica, fece molti viaggi, che gli agevola- 
rono la formazione di un amplissimo erbario europeo. Furono sue pub- 
blicazioni le Flowering plants andferns of the Riviera (2), splendido volume 
con CXXXII tavole di fiori da lui stesso dipinti dal vero, e la Flora of 
Bordighera and San Remo (3). 

Per utilità e comodità degli studiosi a Bordighera il Bicknell aveva 



(i) Ad impedire che ai danni degli agenti naturali si aggiungano quelli possibili 
da parte dei visitatori, degli alpinisti e dei pastori e armenti della regione, la Sopra- 
intendenza agli scavi delle antichità per il Piemonte non mancò di promuovere e fare 
tutte quelle provvidenze che la natura delle incisioni e dei luoghi consigliavano e 
permettevano, 

{2) London, Triibner and Co , Ludgate Hill, 1885. 

(3) Bordighera, Pietro Gibelli. 1896. Il nome di Bicknell {Bicknellii) è rimasto 
assegnato a talune nuove specie e varietà di piante da lui scoperte in Liguria e 
nell'isola di Maiorca. È rimasto pure il suo nome, per opera del Club Alpino Italiano, 
ad una delle punte di monte Bego. 



- 69 - 

eretto un Museo, oggi ereditato dal Comune, nel quale aveva raccolto il 
suo erbario europeo, un erbario locale, una biblioteca botanica, una col- 
lezione geologica e mineralogica locale, antichità romane uscite dalla ne- 
cropoli della vicina romana Albintimilium e antichità preistoriche del 
Finalese (i). 

Dopo scoppiata la grande guerra il Bicknell dedicò gran parte della 
sua eccezionale attività e delle sue rendite alle istituzioni sorte a favore 
dei combattenti e delle loro famiglie. Di nessuno forse fu mai detto con 
maggiore verità che passò la vita lavorando e beneficando. 

Il 17 luglio u. s. Clarence Bicknell morì quasi improvvisamente, in 
pieno possesso delle sue facoltà mentali, nella sua casetta di vai Caste- 
rino, seduto in una poltrona sulla veranda da cui vedeva quei monti e 
quelle rocce che egli per tanti anni aveva con sì grande amore percorse 
e studiate. 

Piero Barocelli. 



(i) L'erbario europeo passerà all'Istituto Botanico di Genova e la biblioteca 
botanica alla Biblioteca Internazionale di Bordighera, alla cui erezione il Bicknell 
aveva con magnificenza concorso. 



70 — 



NOTE 

Di alcuni oggetti preromani conservati presso 
V Accademia scientifica e religiosa di S. Anselmo ad Aosta. 



In occasione di una mia visita al Museo deW Accademia di S. Anselmo 
ad Aosta, mercè la cortesia del rev. can. cav. Frutaz, potei esaminare 
alcuni oggetti preromani, fino ad ora ignoti (i), che hanno qualche im- 
portanza, data l'attuale grande scarsità di documenti sulle età preromane 
in vai d'Aosta. Il Frutaz mi informò che di nessuno di essi si conosce 
l'esatta provenienza, ma che sono certamente di provenienza valdostana. 

Sono : 

i^ Un'armilla di bronzo, molto simile ad altra già pervenuta da 
Aosta al Gastaldi e da lui pubblicata (2). Di forma perfettamente circolare, 
consta di un cordone tubolare di bronzo chiuso alle due estremità. Inter- 
namente è vuota. 

Il lato interno è piano, verosimilmente per essere adattato al braccio 
od alla gamba, esternamente tondeggiante. La patina ancora ricopre in 
parte l'armilla, ma sono visibili, molto leggermente incisi, fasci di linee 
parallele, sia rette che curve, puntini: gli stessi elementi ornamentali, e 
disposti in modo quasi completamente uguale, dell'armilla aostana già 



(i) P. ToEscA {Aosta, nel " Catalogo delle cose d'arte e d'antichità d'Italia „, 
pag. 141, Roma, 191 1) descrivendo la raccolta dell'Accademia di Sant'Anselmo, dice 
sommariamente: " Tre armille di bronzo e frammenti vari di fibule. Arte gallica „. 
Inesattamente mette insieme l'armilla studiata nella presente Nota alle due armille 
galliche di bronzo già descritte dal Gastaldi {Frammenti di paletnoì. ital, tav. X, 
3, 4, in " Mem. della R. Accad. d. Lincei „, 1876) e dal Berard (" Atti della Società 
Piem. di Arch, „, V, pagg. 147-148); inesattamente attribuisce pure tutte le fibule ad 
arte gallica. 

(2) B. Gastaldi, Frammenti di paletnologia, tav. XII, fig. 2; Montelius, Civili- 
sation primitive, ser. B, tav. 32, fig. 13. L'armilla trovasi ora nel R. Museo di Anti- 
chità di Torino. 



- 71 - 

nota. Anche le dimensioni di ambedue le armille sono uguali (diametro 
interno circa cm. 7,5; diametro esterno circa cm. 10,5). 

Per quanto oggetti di una medesima officina e di un medesimo arte- 
fice per commercio o per altre cause possano essere stati esportati in 
luoghi molto lontani l'uno dall'altro, non si può escludere che ambedue 
le armille, per l'accennata somiglianza siano state trovate nel medesimo 
giacimento, forse in qualche tomba. Ma non conosciamo ancora in tutto 
il Piemonte una tomba dell'età del bronzo, alle cui fasi più recenti sono 
da assegnare le armille di questo tipo, se non addirittura al principio 
dell'età del ferro. E da tenere presente in ogni modo che la vai d'Aosta 
sembra sia stata aperta in ogni età alle civiltà d'oltralpe. 

Queste due armille ed un'altra della medesima tecnica ed ornamen- 
tazione, di forma però non circolare, ma reniforme, pur essa pervenuta 
da Aosta al Gastaldi (i), non sono di tipo italiano. Lo riconosce anche il 
Montelius. 

Altri esemplari non sono noti fino ad ora in Italia (2), mentre spesso 
molto simili furono raccolti in certo numero nelle palafitte svizzere della 
età del bronzo, dove siffatti oggetti ornamentali, di svariati tipi, abbon- 
davano. Gli anelli reniformi di questo tipo, secondo il Munro (3), non 
avrebbero mai potuto servire per ornamento ed il Forel li considerò 
come « anneaux de serment », analoghi alle armilla sacra su cui gli an- 
tichi Germani ponevano la mano quando facevano un giuramento solenne. 
Per il Munro anche quelle di foggia circolare, benché considerate gene- 
ralmente come braccialetti, dovevano servire al medesimo scopo. Il Dé- 
chelette considerò le une e lo altre come veri braccialetti (4). 

Comunque sia, l'armilla inedita dell'Accademia di S. Anselmo e le 
altre già note al Gastaldi, sembrando certa la loro provenienza valdostana, 
attestano quanto antiche furono le relazioni della valle d'Aosta con l'oltralpe. 
Per l'età neolitica si vedano le osservazioni del Pigorini sulle tombe di 
Arvier (5), 



(i) Gastaldi, op. cit., tav. XII, fig. 3; Montelius, op. cit., ser. B, tav. 32, fig. 12. 
Anch'essa è ora nel R. Museo di Antichità di Torino. 

(2) li Montelius (op. cit.) di altri oggetti raccolti in Piemonte di tipo non italiano, 
ma transalpino, raffigura solo l'armilla di bronzo massiccio del ripostiglio di Monte- 
notte (tav. 32, fig. 11; Gastaldi, Frammenti, XIII, 1-3), delle ultime fasi dell'età del 
bronzo, forse del principio della prima età del ferro. 

(3) Les stations lacustres d'Europe (trad. francese del Rodet), Paris, 1908 (pag. 274), 

(4) Marnici d'archeologie préhistorique, ecc., II, pag. 314, nota 3. 

(5) Ornamenti di conchiglie rinvenuti in antiche tombe in Val d'Aosta (" BuUet- 
tino di paletnol. ital. „, XIV, pagg. 109 e segg.). 



- 72 - 

A parte una notizia indeterminata del ritrovamento di manufatti di 
pietra al passo del Gran San Bernardo (i), alcuni oggetti raccolti con 
ogni probabilità a Liddes, a dodici chilometri dall'Ospizio sul versante 
svizzero, lasciano il sospetto che il passo fosse frequentato fino dalla età 
del bronzo (2), e si confermerebbe l'ipotesi che per esso in quella età 
furono portate in vai d'Aosta le nostre armille. Al passo medesimo furono 
raccolti un rasoio ed un frammento di fibula della prima età del ferro (3) 
ed in gran copia oggetti e monete galliche (4). Anche le armille galliche 
raccolte in vai d'Aosta, figurate ed illustrate in questo Bollettino (5), atte- 
sterebbero la frequenza dei rapporti col Vallese. 

2** Due fibule di bronzo a sanguisuga, incomplete. Mancano am- 
bedue dell'ardiglione. 11 corpo, come di solito, è ornato di linee incise 
disposte ad angolo e di circoletti. L'una ha corta staffa e, per citare ri- 
trovamenti piemontesi, si richiama al tipo comune nel primo periodo nelle 
necropoli di Castelletto Ticino della prima età del ferro (6), l'altra a lunga 
staffa, rotta alla punta, al tipo comune nel secondo periodo della mede- 
sima necropoli. 

Le fibule di questi tipi sono comuni in tutta Italia ed oltralpe nella 
prima età del ferro (7), e si ricordano qui i due esemplari dell'Accademia 
di Sant'Anselmo solo perchè, per quanto consta, finora insieme al rasoio 
ed al frammento di fibula del Gran San Bernardo, sopra ricordati, sono 
i soli documenti noti di questa età nella valle d'Aosta. 

Piero Barocelli. 

(i) " Bull, di paletnol. ital. „, XIII, 168. 

{2) Notizie degli Scavi di Antichità, 1891, pagg. 75 segg. 

(3) Notizie degli Scavi di Antichità, 1. e. 

(4) Notizie degli Scavi, 1. cit. ; e voli, segg. 

(5) I, pagg. 17 segg. Mancano finora documenti che possano attestare una officina 
in Val d'Aosta, mentre tali armille furono raccolte in gran numero nel Vallese. 

(6) P. Castelfranco, Due periodi della prima età del ferro nella necropoli di 
Golasecca (" Bull, di paletnol. ital. „, II). 

(7) Déchelette, op. cit. ; Montelius, op. cit. Di fibule a sanguisuga, di varii tipi, 
oltre alle numerose della necropoli di Castelletto Ticino, il Museo di Antichità di 
Torino conserva solo quelle di Crissolo, presso le sorgenti del Po (Gastaldi, Icono- 
grafia degli oggetti di remota antichità, nelle " Mem. d. R. Accad. d. Scienze di 
Torino,,, ser. 2', XXVI, tav. X, fig. 7, 1869; Montelius, op. cit , ser. B., tav. 63, 
fig. 2), un'altra, raccolta forse nella provincia di Cuneo, e quella di Palestro {Notizie 
degli Scavi, 1897, pagg. 3 segg.). Ma con ogni probabilità per caso sono così poche. 
Alcune ne conserva il dottor Carbonelli nella sua raccolta privata, come provenienti 
da Crescentino, ed il medesimo dottor Carbonelli ne diede in dono un esemplare 
insieme ad altri oggetti della prima età del ferro di Villa del Foro (Alessandria) alla 
Società Piemontese di Archeologia. 



- 73 - 



Cappella di S. Tommaso presso Briga (Novara), 



I lavori di restauro di questa interessante Cappella, preconizzati nel 
primo fascicolo dell'Anno II di questo Bollettino^ poterono esser condotti 
a termine, per quanto riguarda le parti murarie dell'edificio, durante la 
scorsa estate, superando non poche difficoltà materiali e finanziarie risul- 
tanti dalle speciali condizioni di questi tempi. Al risultato contribuirono 
l'indefessa cura della R. So- 
praintendenza pei Monumenti 
del Piemonte, a cui potè gio- 
vare l'aiuto del sottoscritto e 
l'interesse del Parroco e della 
popolazione di Briga. 

Sono ora da far voti che 
si possa al più presto intra- 
prendere anche il restauro 
delle interessanti pitture del 
secolo XI che ne adornano 
l'abside, e che furono ripro- 
dotte nel secondo fascicolo 
dell'Anno XII del Bollettino 
Storico della Provincia di No- 
vara. 

Nel corso dei lavori furono 
scoperte parecchie tombe cri- 
stiane praticate all'esterno dei 
muri della cappella e coperte con lastre di pietra. Esse non presentarono 
alcun speciale interesse. 

Si trovò invece nell'interno della Cappella una tomba, pure cristiana, 
che al luogo delle lastre di pietra di copertura aveva grossi embrici romani 
da tetto (« tegulae >), di cui qui riproduco il disegno. La loro semplice 




;» — o^.oSls 



- 74 - 

decorazione (l) racchiude una marca in belle lettere capitali dell'alto impero, 
ancora inedita e nuova, caratteristica certamente della regione novarese. 
Si rinvenne pure una moneta di medio bronzo di Marco Aurelio (2), 
ciò che insieme agli altri ritrovamenti romani conferma l'ipotesi dell'esi- 
stenza in quei paraggi di un'antica via romana. 

Torino, io dicembre igi8. 

C. NiGRA. 



(i) Potrebbe anche trattarsi di un semplice segno impresso sulla pasta ancor 
molle, per una ragione qualsiasi, dall'operaio. Segni simili ed affini spesso ritrovansi 
sui mattoni romani. 

(2) È un poco corrosa. Diritto : IMP. M. ANTONINUS Testa laureata di 

M. Aurelio a destra. Rovescio : entro corona, PRIMI. DECENNALES . COS . Ili . S. C. 



75 — 



NOTIZIE DI SCAVI 



LAGHETTO DI BERTIGNANO — Piroga preromana. 



Nell'agosto 191 2, svuotandosi il laghetto di Bertignano per conto della 
Società Elettrica Alta Italia, veniva scoperta la piroga, completamente tor- 
bificata, scavata entro un solo tronco, forse di castagno, di cui presento 
la figura. Ora è nel R. Museo di Antichità di Torino. 




Tutto quello che si sa sulle circostanze di ritrovamento è che 
giaceva sulla sponda sinistra per chi arriva dal paese di Viverone, poco 
distante dalla strada circostante al laghetto e sepolta sotto un metro di 
fango o melma grigio-nerastra, coperto questo fango da quattro metri 
d'acqua » (1). 

È la piroga in piccola parte rotta e mancante ; ma rivela una costru- 
zione molto accurata. I fianchi, né troppo spessi né troppo sottili, sono 
bene tagliati e si alzano diritti : la prora si avanza quasi a punta : la poppa 
larga e piana offriva spazio per sedersi. 

Numerose le piroghe nelle palafitte preromane d'oltralpe. Si rinvennero 
in certo numero anche nelle torbiere — già laghetti — degli anfiteatri 
morenici delle nostre regioni prealpine, dove coll'età eneolitica e con i 
primi periodi dell'età del bronzo fondarono le loro stazioni i palafitticoli. 
Se ne trovarono, ad esempio, nel lago di Varese (2) ed in quello di Me- 
nate (3j ; ed in Piemonte sono note quella della torbiera di Mongenet, nel- 



(i) Dal giornale "Il Biellese „, dell'ii ottobre 19x2. 

(2) " Riv. arch. della prov. di Como „, 1904, pag. 128; " Bull, di paletnol ital. „, 
XXX, pag. 141. 

(3) " Bull, di paletnol. ital. ,„ XXIX, pag. 187: XXVIII. pag. 266. Anche F. Ponti 
(/ Romani ed i loro precursori sulle rive del Inerbano, ecc., pagg. 27 e 36, Intra, 1890) 
parla del rinvenimento di piroghe nell'Agro varesino. 



— 76 - 

l'anfiteatro morenico d'Ivrea, le quattro, dello stesso anfiteatro, scoperte 
nelle torbiere di San Giovanni dei Boschi (i) e quella uscita dalla celebre 
stazione palafitticola di Mercurago (2) nell'anfiteatro morenico del Lago 
Maggiore. 

La piroga di Mongenet non fu vista che in frantumi, e delle quattro 
di San Giovanni dei Boschi due andarono distrutte prima che se ne avesse 
notizia. Ma dalle altre due e da quella di Mercurago si poterono rica- 
vare modelli in gesso colorati, alcuni dei quali ora si trovano presso il 
R. Museo di Antichità di Torino, insieme a due pale per remare, origi- 
nali, rinvenute con una delle piroghe di S. Giovanni dei Boschi. A Mer- 
curago presso la piroga fu raccolta anche un'ancora di legno (3). 

Gli agenti atmosferici sono il maggior nemico di questi oggetti di legno 
che tornano in luce dopo decine di secoli. Molto spesso basta una breve 
esposizione all'aria per isgretolarli e ridurli in polvere. La piroga di Ber- 
tignano, fra quelle trovate in Piemonte, è la sola che sia rimasta conser- 
vata relativamente bene. Misura m. 4,10 di lunghezza, mentre le altre 
sono, in media, di m. 2,50 circa. Altezza e larghezza sono press'a poco 
uguali in tutte (m. 0,50 e m. 0,30). 

La piroga di Mercurago, estratta rotta ed incompleta dal limo esistente 
sotto lo strato di torba, non può dubitarsi che, date le sue condizioni di 
giacimento, non sia coeva con gli oggetti, appartenenti alla civiltà pala- 
fitticola, fra i quali venne trovata. Cosi pure è lecito supporre che le pi- 
roghe di San Giovanni dei Boschi (4) sieno riferibili a quella età del 
bronzo alla quale sono da attribuire gli altri oggetti che, in certa abbon- 
danza, furono ivi raccolti e che vi sono indizio dell'esistenza, anche colà, 
d'una stazione di gente palafitticola (5). Ma non si potrebbe, per ora, af- 
fermare altrettanto della piroga di Bertignano. Nessun altro rinvenimento 
noi conosciamo avvenuto nel fondo o presso le rive di questo laghetto 



(i) Gastaldi, Iconografia degli oggetti di remota antichità, nelle " Memorie della 
R. Accad. delle Scienze di Torino „, s. II, XXVI, 1869, pagg. 93, 95, tav. IX, nn. 7 
8, 9, io; Montelius, Civilisation primitive. 

(2) Gastaldi, Nuovi cenni sugli oggetti di alta antichità, ecc., Torino, 1879, 
pag. 78, tav. I, fig. 2; MuNRO, Les stations lacustres d'Europe, Paris, 1908, pag. 209, 
fig. 62. 

(3) L'ancora, lunga oltre un metro, ha un buco per la corda ad un'estremità e 
due ganci all'altra (Gastaldi, Nuovi cem.i, pag. 78). 

(4) Di una si conoscono le condizioni di giacimento (Gastaldi, Icon., 1. e): sotto 
il banco di torba in uno strato di melma verdastra, vicino alla riva. 

(5) Nella torbiera di Mongenet fu trovata un'ascia di bronzo (Gastaldi, Fram- 
menti, 508, tav. XIII). 



— 11- 

giacente sul margine dell'anfiteatro morenico di Ivrea. Tuttavia la forma 
della piroga di Bertignano è la stessa di quelle trovate in molte stazioni 
di palafitticoli, e la spada di bronzo cavata da una torbiera poco lon- 
tana (i) dimostra che anche in quei dintorni l'uomo dell'età del bronzo 
dev'essere pervenuto. 

Fra le abitazioni dei palafitticoli del Piemonte e quelle ad oriente del 
Lago Maggiore e Svizzera nulla finora ha dimostrato che esistessero dif- 
ferenze di disposizione e di struttura. Esse erano fondate ad una certa 
distanza dalla riva del lago o dello stagno (2), e non avevano nessun col- 
legamento stabile — e si capisce il perchè — colla terraferma. Per un 
collegamento non stabile, che bastasse anche per il tragitto dei prodotti 
agricoli e del bestiame, doveva essere adatta la zattera od il ponte mobile, 
mentre per il passaggio da una riva all'altra e per la pesca poteva ser- 
vire la sottile piroga scavata, come quella sopra ricordata, in un solo pezzo 
di robusto tronco d'albero. L'arte di scavare con istromenti primitivi e 
col fuoco tronchi d'albero per farne piroghe non era ignoto fin dall'età 
neolitica (3), ed i testi classici ci dicono che popoli già sperimentati nel- 
l'arte delle costruzioni nautiche come i Galli (4) ed i Romani (5) ancora 
in qualche caso usavano tali primitive imbarcazioni. 

* 
* * 

Saluzzo. 

Rinvenimenti vari d'età romana. 

In questo « Bollettino > è già stata data notizia del rinvenimento ca- 
suale di tombe romane nel territorio del comune di Saluzzo, a nord della 
città, non lungi dall'abitato di Torre S. Giorgio, e precisamente sulla riva 
destra del torrente Tepice, non lungi dalla cascina Tetti Monache (6). 

Il rito della incinerazione osservato in queste tombe, una lucernetta di 



'i) Torbiera Moregna, presso il lago di Viverone (Gastaldi, Iconografia, pagg. 96-7, 
Vili, i; MoNTELius, 31, 2). 

(2) Le palafitte di Mercurago erano a circa quaranta metri dalla sponda. Le 
moltissime ossa trovate a Trana con tracce di azione umana stavano verso il centro 
del fondo dell'antico lago. 

(3) Déchf.lette, Manuel d'archéol. préhist , etc, I, pagg. 540-543. 

(4) Polibio, III, 42; Tito Livio, XXI, 26. 

(5) Vedi il Dictionnaire del Daremberg e Saglio all'articolo " alveus „. 

(6) Anno I, pag. 25. A circa cinquanta metri a sud del luogo dove la strada cam- 
pestre della cascina Tetti Monache raggiunge il Tepice. 



- 78 - 

forma Dressel 9 (i), raccolta in una di esse, un frammento laterizio, 
tratto da queste tombe, recante in belle lettere capitali il bollo, fino ad 
ora ignoto ed unico 



L. DAVIDI 
SENIS 



fanno attribuire le tombe al primo secolo d. Cr. Un altro frammento la- 
terizio reca la lettera V. 

In seguito a questi ritrovamenti il Municipio di Saluzzo praticò alcuni 
saggi di scavo presso la cascina Tetti Monache. 

Gli scavi eseguiti furono i seguenti: 

I. — Nell'intento di vedere se intorno alle predette tombe romane 
ne esistevano altre, si esplorò largamente e metodicamente il terreno. 

Sotto uno strato di terra vegetale era un banco di arena, in cui, ad 
una profondità di circa 50 cm., corrispondente al livello di alcune delle 
tombe antecedentemente scoperte e solo nelle immediate vicinanze di esse, 
era uno strato sottile nero di carboni e di piccoli frantumi di ossa com- 
buste, avanzi probabili di rogo. 

Il terreno risultò, in generale, privo di altre tracce archeologiche. Non 
vi si rinvenne che un piccolo frammento di vaso di terra sigillata a ver- 
nice rossa, e, a profondità di circa cm. 70, ad una decina di metri a sud 
delle tombe, due rozzi vasetti fittili (2). 

Sotto le tombe ed intorno ad esse, a profondità variabile di circa 
m. 1-1,20 è un banco di ghiaia fina, vergine. 

È quindi da ritenere che se altre tombe erano intorno a quelle sco- 
perte, andarono distrutte da tempo. 

II. — A distanza non molto grande ad est dalla zona predetta (3), 
essendosi avuta informazione che ogni tanto durante i lavori agricoli ve- 



(i) C. /. L., XV {Instrumentum domesticum), tavola. La lucernetta è quella ricor- 
data nelle " Notizie degli Scavi di Antichità „, a. 1915, pag. 260. 

(2) Sono una scodella, bassa, aperta, senza piede ad anello (alt. cm. 4; largii. 7,5): 
un'olla a pareti quasi diritte, fondo piano (alt. cm. 9; diametro dei fondo cm. 7,5: 
diametro maggiore cm. io). Dalle informazioni avute risulta che altri rozzi vasetti fittili 
erano stati antecedentemente scoperti nelle tombe e che andarono dispersi o distrutti. 

(3) Nella zona centrale del campo di n" catastale 34 (propr. Saracro). Ad un 
centinaio di metri e sud della strada che dalla cascina Tetti Monache conduce al 
Tepice ed a circa 120 m. dal Tepice. 



- 79 — 

nivano raccolti frammenti laterizi e fittili, furono eseguiti alcuni saggi, che 
provarono essere stato il terreno ripetutamente frugato e rimaneggiato per 
i lavori agricoli. 

A pochissima profondità infatti, si videro qua e là piccoli straterelli di 
carboni e si raccolsero, sparsi, alcuni frammenti di rozzi vasi fittili; un 
piccolo frammento di uno di quei vasi di terra cinerina a pareti sottili 
comuni nei giacimenti di età romana nelle nostre regioni ; un paio di pic- 
coli frammenti di vasi di terra sigillata a vernice rossa. Di vetro un pic- 
colo unguentario e qualche frammento. Rottami laterizi vari: un fram- 
mento di « tegula » recava impressa la comune orma di cane. 

Unico ritrovamento che meriti di essere segnalato una marca, incom- 
pleta, su di un frammento di « tegula », finora nuova 



T . CAVI . PH^ 



Le lettere sono belle, capitali, alte cm. i,8. La marca, come chiarirò 
in seguito, va completata T. Gavi. Pho. 

Nel mezzo di questa zona affiorano le fondamenta di costruzioni, in 
cui furono impiegati alcuni materiali romani, ma le quali sono molto più 
recenti e forse anche di tempi molto vicini a noi (i). 

IH. — A nord di questa zona (2), trovasi uno strato archeologico, ma 
molto danneggiato dai lavori agricoli: è assolutamente superficiale; a 
30-40 cm. dal piano di campagna il terreno è vergine. 

I saggi di scavo rivelarono un tratto di acciottolato (lungh. m. 10,00; 
largh. m. 5,00) interrotto in molti punti: sotto di esso il terreno è vergine. 
Verosimilmente l'acciottolato appartiene alla stessa età degli oggetti ritro- 
vati in questa zona archeologica, e rimonta quindi alla età romana. Fra 



(i) Sarà però opportuno per eventuali future esplorazioni un breve cenno. Sono 
fondamenta di un edificio rettangolare (m. 13 X 7.30)» inframmezzate da un muro nor- 
male ai due lati maggiori : la costruzione è per lo più di ciottoli e di frammenti late- 
rizi cementati: in qualche tratto interamente laterizia. A sette metri ad est di queste 
fondamenta rettangolari sono fondamenta di un corpo di costruzione esternamente 
quasi quadrato (m. 3,10 X 3.25), internamente circolare (diam. m. 2,20 circa) : anche 
queste fondamenta sono interamente laterizie. A profondità di m. 0,80 dal piano di 
campagna, dove sono queste fondamenta, il terreno è vergine. 

(2) N" di mappa catastale 28 (propr. Abrate-Rostagno). A circa 180 m. a nord 
della strada campestre che conduce dalia cascina Tetti Monache al Tepice. A 35 m. 
circa dal confine est della parcella catastale. 



— 80 — 

questi ricordo: sei frammenti laterizi con il bollo già segnalato. Sopra 
uno è completo 



T . CAVI • PH o 



L'altezza delle lettere varia tra cm. i,8 e 2,1. Frammento di « later » 
con il solito incavo per la presa della mano. Alcuni frammenti di vasi di 
terra sigillata a vernice rossa, fra cui un frammento di parete di patera 
ornato di una delle comuni rosette sovrapposte, verosimilmente di offi- 
cina italica, se non aretina. 

IV. — Alla sinistra del Tepice, quasi di fronte alla località ove fu- 
rono scoperte le tombe (i), un contadino rinvenne casualmente una mo- 
neta di medio bronzo dell'imperatore C. Vibio Treboniano Gallo (Cohen, 
Médailles imperiatesi 11^ ed., n.° 58). Io stesso raccolsi alla superficie del 
suolo alcuni frammenti di « tegulae » con l'impronta della orma di cane, 
ed un altro frammento, pure di « tegula », con la marca incompleta 



T . e A E/ 



in belle lettere capitali alte cm. 2,2, ed alcuni piccoli frammenti fittili 
d'età romana. 

Probabilmente anche in questo luogo esiste una zona archeologica super- 
ficiale e manomessa. Lo stato della coltivazione vi impedì ogni saggio di scavo. 

Tutti questi oggetti sono depositati nella collezione municipale di casa 
Cavassa a Saluzzo. 



* * 



Tutt'intorno a Saluzzo, per una vasta regione, avvennero alcuni ritro- 
vamenti d'età romana, i quali fecero credere al Muletti che nel territorio 
di Saluzzo « esistesse qualche luogo cospicuo fin dai tempi dei Romani, 
del quale non ci resta il nome » (2). 

Il Muletti annota che a nord ed a nord-ovest di Saluzzo in territorio 
limitrofo a quello delle scoperte sopra ricordate, dove sono i villaggi di 
Paracollo, Via dei Romani, Cervignasco si scoprirono ripetutamente mo- 



(i) Campo di proprietà Rocca (n" catastale 15). 

(2) Memorie storico-diplomatiche appartenenti alla città ed ai marchesi di Saluzzo, 
raccolte da Delfino Muletti e pubblicate con addizioni e note da Carlo Muletti, 
Saluzzo, 1829, tomo I, pagg. 25-27. 



- 81 — 

nete romane, consolari ed imperiali, antichi muri, iscrizioni (che però il 
Muletti non ebbe tempo di vedere, essendo esse state impiegate subito 
per nuove costruzioni), oggetti vari. « Nel 1755 si scoprì presso Via dei 
Romani ...una grande urna sepolcrale con entro uno scheletro, alcuni va- 
setti ...ed un piccolo lume di terracotta ...sul quale si leggeva in bei ca- 
ratteri di rilievo PRONTO ... (i). Nell'anno 1787 in un'altra possessione, 
non lontano da Cervignasco, detta la Galliana (2), fu scoperta una tomba 
antica in mattoni, chiusa con grossa pietra: in essa si trovarono alcune 
ossa e nove vasetti di creta, ecc.... >. 

I rinvenimenti di Torre San Giorgio si collegano con quelli segnalati 
per l'addietro dal Muletti e sembrano tutti attestare, in questo territorio, 
durante la pace dell'impero romano, l'esistenza di un « vicus » frazionato 
in piccole agglomerazioni, i cui componenti erano certamente dediti alla 
agricoltura. 

* * 



Montalto Dora. 

Tomba probabilmente medievale. 

Nel comune di Montalto Dora, in regione Balme, presso al lato destro 
della strada nazionale per chi viene da Ivrea (3), è stata rinvenuta casual- 
mente nei primi mesi dell'anno 191 5 una tomba probabilmente medievale. 

Constava di una specie di cassa, contenente un cadavere inumato, 
lunga m. 1,80, larga ai piedi m. 0,45, alla testa m. 0,30. Non conteneva 
nessun oggetto. Le pareti, bene allineate internamente, erano formate da 
frammenti di < tegulae » e di « lateres » romani, posti di piatto l'uno 
sopra l'altro senza ordine preciso, uniti con poca calce. I « lateres » ave- 
vano le normali dimensioni (lunghezza m. 0,42 ; largh. m. 0,30; spessore 
m. 0,07) ed alcuni presentavano il solito incavo di presa per la mano e 
l'orma di cane. Il fondo della tomba era laterizio. La tomba dalla parte 



(i) La inarca PRONTO, trovasi sempre, a rilievo, su lucerne di forme Dressel 
(op. cit.), nn. 5 e 6. Questa inarca su lucerna di Cervignasco è edita anche nel C. /. Z,., 
V, Instrumentum domesticum, 81 14, 55. 

(2) Cascina molto vicina a Torre San Giorgio. 

(3) Ai confini del comune di Ivrea con quello di Montaldo Dora. Profondità m. 0,80 
dall'attuale piano di campagna. 

Boll. Soc. Piem. Archtol. t H. Ani, li. • 6 



— 82 — 

della testa era coperta da un « later » : il resto della copertura era formato 
da tre lastre di pietra di varia forma e dimensione. Una di queste, mar- 
morea, presentava sopra un lato un fregio di ovuli, lavoro di età romana: 
su una delle facce una mano incerta, posteriore, aveva cominciato ad in- 
cidere un rozzo disegno lineare. 

È evidente che il materiale onde era composta la tomba dovette essere 
Stato tòlto da qualche avanzo romano esistente in località non lontana 
dalla tomba, nelle vicinanze cioè della romana « Eporedia ». 

Mi fu assicurato che circa vent'anni fa poco distante fu trovata una 
tomba simile. 

Piero Barocelli. 



♦ * 



Roma. 

Via Portuense. Scoperte nella regione sopraterra del cimitero cristiano 
di Ponziano. « Notizie degli scavi di antichità », 1917, fase, io, 11 e 12, 
pag. 281. 

Fra il materiale epigrafico trovato nello sterro eseguito nella via Por- 
tuense, nella regione sopra terra del cimitero cristiano di Ponziano, è da 
segnalarsi un frammento marmoreo, la cui epigrafe ricorda un Curator 
rerum publicarum di Milano, di Vercelli e di Ivrea. 

PERO CUR 

RRR . PPP MEDIOLANE nsium 

VERCELLENSIVM 

EPORAEDIENSIVM 

ANATOLIVS 

ALVMNVS 

PATRONO 

Il nome di questo Curator manca, né si può restituirlo per la scar- 
sezza dei nomi già noti. 

L. Masini. 



— 83 — 



R. Pinacoteca di Torino — Anni 1916-191 7. 



ACQUISTI 

// Fondaco dei Turchi a Venezia. La chiesa della Carità a Venezia. 
— Sono due tele settecentesche ben conservate, che si avvicinano assai 
alla maniera di Antonio Canaletto, al quale per l'addietro erano attribuite. 
Furono acquistate dal Ministero della Pubblica Istruzione. 

DONO 

Martino Spanzotti. L' Adorazione dei Pastori. — Dono di Bernardo 
Berenson e della sua Consorte (v. Baudi di Vesme. Nuove informazioni 
intorno al pittore Martino Spanzotti. < Atti della Società Piemontese di 
Archeologia e Belle Arti », 191 8, pag. 42 e tav. XIII). 



=000^ 



Musco Civico di Arte Antica e Moderna di Torino. 

Anno 1915. 



ACQUISTI 

1. Quattro coppe ceramica persiana, Sec. XII-XIV di Rhagès (Tehèran). 

2. Ricamo italiano, seta e oro, fine Sec. XV. 

3. Porta, proveniente da Vigone, fine Sec. XV. 

4. Tappetino, imbottito tela bianca, fine sec. XVII. 

5. Ritratto, dipinto ad olio su tela, di Giovanna Battista di Savoia- 
Nemours. 

6. Vetri antichi. 

7. Medaglia d'oro, dono del Ministero P. I. al Comm. V. Avondo, 
donatore del Castello d'Issogne allo Stato. 



-84 



DONI 

1. Frammento terra cotta verniciata^ Sec. XV, rinvenuto nelle demo- 
lizioni della casa n. 12 di via Genova, dono dell' Avv. Vittorio Strolengo. 

2. N. i^ piastrelle decorative, di fabbrica olandese, del Sec. XVII, 
dono del Cav. Ing. Giovanni Chevalley. 

3. Medaglione in galvanoplastica, coli' effigie dell'incisore torinese 
Amedeo Lavy, dono del Municipio di Torino. 



Arte contemporanea. 

ACQUISTI {all' Esposizione del Circolo degli Artisti). 

1. Ferro Cesare. Sole d'inverno. 

2. Olivero Matteo. Mia Madre (ritratto). 

3. Durante Domenico Maria. Profilo. 

4. Petrella Vittorio. Fiori. 

5. Monti Michelangelo. Ritmo di danza antica (bronzo). 



DONO 

Gaetano Ferri. Ritratto., disegno a matita donato dal comm. Giorgio 
Ceragioli. 



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STORIA E BIBLIOGRAFIA 

della paletnologia piemontese. 



La paletnologia è una scienza recentissima. I Romani antichi vedendo 
le rozze asce di pietra dei nostri remotissimi progenitori favoleggiavano 
di armi degli eroi; Paracelso ed altri filosofi, in seguito — come ancora 
fino a pochi anni fa, e forse in qualche luogo ancor oggi, il volgo — 
credevano che esse provenissero dal cielo (saette folgorine, cunei di tuono, 
pietre del tuono). Ma dallo scorcio del XVI secolo e nei secoli seguenti 
non mancò chi ne riconoscesse sommariamente la natura di primitivi 
strumenti ed osservasse che i primitivi abitatori del nostro paese usavano 
oggetti di pietra (i). 

Da quando nel 1843 Salvatore Marchetti presentò al Congresso degli 
scienziati italiani di Lucca una serie di manufatti litici (2) e, nel 1850, 
Giuseppe Scarabelli pubblicò la prima diligente illustrazione di una rac- 
colta di oggetti di pietra italiani (3), specialmente dopo le memorabili 
discussioni provocate dalle scoperte di Boucher de Perthes in Francia (4), 
le osservazioni in Italia si fecero a grado a grado meno rare e si estesero 
ad ogni regione. Fra gli altri il nostro Alberto la Marmora osservò in 
Sardegna scaglie litiche, reliquie delle più antiche generazioni dell'isola (5). 
Vicino al Piemonte, fin dalla prima metà del .secolo passato, le caverne 
della Liguria attrassero l'attenzione dei dotti: Paolo Savi nella caverna 
di Cassana scoprì numerosi ossami di orso speleo (6), e più tardi vi pra- 



(i) L. PiGORiNi, Osservazioni sulle età della pietra fatte in Italia prima del 1S80, 
nel " Bollettino di paletnologia italiana „ XXVIII, pag. 147 segg. 

(2) Atti della quinta riunione degli Scienziati italiani tenuta a Lucca nel 184J, 
pag. 264. 

(3) G. Scarabelli, Intorno alle armi antiche di pietra dura che sono state raccolte 
nelflmolese, " Nuovi annali d. scienze nat. di Bologna „, Bologna, 1850. 

(4) Déchelette, Manuel d'archéol. préhistorique, I, pag. 7. 

(5) Voyage en Sardaigne, parte III, t. i, pag. 409-411, Torino, 1857. 

(6) P. Savi, Sopra una caverna ossifera testé scoperta in Italia, nel " Nuovo Gior- 
nale dei letterati italiani „, XI, Pisa, 1825. 



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ticarono ulteriori indagini Giovanni Capellini e Lorenzo Pareto (i). Dallo 
studio paleontologico a quello paletnologico nella Liguria marittima fu 
facile il passo (2). 

Sono gli albori della paletnologia. 

Epperò ancora nel 1854 il Mommsen, tutto ciò evidentemente igno- 
rando, a capo della sua Storia di Roma scriveva: « Nulla finora è stato 
scoperto da giustificare l'ipotesi che in Italia l'esistenza della razza umana 
sia più antica che la coltivazione del campo e la fusione del metallo ». 
Singolare cosa, il Mommsen manteneva l'affermazione anche nelle posteriori 
edizioni della sua Storia, quando la paletnologia italiana era già sorta. 

* * 

Nel 1860 si rivelava quegli che, con Gaetano Chierici, Luigi Pigorini, 
Pellegrino Strobel, doveva essere fondatore della paletnologia italiana ed 
in particolar modo della paletnologia piemontese, Bartolomeo Gastaldi. 

Bartolomeo Gastaldi nacque a Torino il io febbraio 18 18, da padre 
illustre nell'avvocatura. Per accondiscendere al padre si laureò in giurispru- 
denza. Ma ad altri studi egli aspirava. Passeggiatore instancabile, in lunghe 
e continue escursioni sulle colline torinesi ed astigiane, osservò i fossili, 
osservò la stratificazione del terreno, si iniziò alla paleontologia ed alla 
geologia. Lasciò l'avvocatura; estese a tutto il Piemonte le spesso difficili 
e faticose escursioni; frequentò la scuola delle miniere a Parigi. Nel 1861, 
quando appunto agli studi geologici e paleontologici fu naturalmente tratto 
ad associare quelli paletnologici e poderosa in ogni campo si esplicò la 
sua attività scientifica, era segretario della scuola d'applicazione degli inge- 
gneri a Torino; poco dopo vi successe a Quintino Sella nell'insegnamento 
della mineralogia. Insegnò geologia all'università; fu membro attivissimo 
della nostra accademia delle Scienze. Dal 1875 fu direttore del museo 
civico torinese. La morte lo colpì il 5 gennaio 1879 quando ancora trova- 
vasi nel pieno vigore delle sue forze intellettuali (3). 



(i) Cappellini, Nuove ricerche paleontologiche nella caverna ossifera di Cassana 
(provincia di Levante) — lettera al prof. Lessona, in " La Liguria medica „, IV, 
Genova, 1859. 

(2) Vedi IssEL, Liguria Preistorica, in " Atti della Società Ligure di storia patria „, 
XL, Genova, 1908. 

(3) Traggo questi dati biografici dalla commemorazione tenuta da Ercole Ricotti 
alla R. Accademia delle Scienze di Torino, " Atti d. R. Accad. d. Scienze di Torino „, 
XIV, pag. 339-348, 1878-1879. 



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Scrisse recentemente il Pigorini (i): * Eravamo nei giorni in cui l'Italia 
risorgeva e ad ogni nuovo orizzonte che l'indagine scientifica apriva non 
mancavano colti intelletti i quali vi portassero la loro attenzione e la più 
gagliarda operosità, eccitando altri a seguirli. Ciò avvenne nel campo delle 
antichità preistoriche per la iniziativa del Gastaldi ». 

« Pendant que cette nouvelle science se faisait » — così nel 1871 
Cesare Correnti ministro dell'istruzione nel salutare a Bologna il quinto 
Congresso internazionale di archeologia preistorica — « la nouvelle Italie 
se faisait aussi, et c'est un des signes les plus remarquables des temps 
et de la renaissance italienne si au milieu des croissantes distractions 
politiques la paléoethnologie a pu trouver parmi nous tant d'amateurs et 
de maìtres illustres >. 

* * 

Oltralpe, sui laghi svizzeri, nel 1854 e negli anni successivi si ven- 
nero scoprendo quelle palafitte dell'età della pietra e del bronzo , per 
l'esplorazione delle quali si segnalarono il Keller, il Morlot, il Desor ed altri. 

Nel maggio 1860 il Desor venuto in Italia per studiare dal punto di 
vista paletnologico i laghi subalpini, ebbe per compagno il Gastaldi in 
una visita fatta ad Arona allo scopo di cercare resti di palafitte nel bacino 
più meridionale del lago Maggiore. Alcune indicazioni del prof. Moro, per- 
sona degna di ogni maggior lode pel modo gentile ed intelligente con cui 
soleva agevolare ai naturalisti ed agli studiosi le loro ricerche, ed alcre 
raccolte da pescatori, avevano fatto sperare nella riuscita dell'intento, ma 
le acque, in quella stagione sempre grosse, resero inutile la gita. 

Una palafitta pochi mesi dopo veniva casualmente scoperta non nel 
lago Maggiore, ma nella torbiera — antico laghetto — di Mercurago presso 
Arona ed in condizioni molto più favorevoli per lo studio, subito intra- 
preso dal Gastaldi efficacemente assistito dal Moro. « Nel piccolo lago di 
Mercurago », potè annunziare il Gastaldi alla accademia delle Scienze di 
Torino (2), « sono esistite abitazioni lacustri simili a quelle scoperte... nei 
laghi della Svizzera ». 

Subito il Gastaldi si diede a ricercare anche le altre torbiere subalpine 
piemontesi. Non potè sapere quasi nulla — giunse troppo tardi quando 



(i) Preistoria, in " Cinquant'anni di vita italiana „, a cura della R. Accademia 
dei Lincei, voi. I, Roma, 191 1. 

(2) Memorie d. R. Accad. d. Scienze di Torino, ser. II, XX, pag. lxxx, 1863. 



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già erano state sfruttate ed i materiali archeologici dispersi — delle tor- 
biere di Gagnago, Conturbia e di Borgo Ticino, anch'esse dell'anfiteatro 
morenico del lago Maggiore. Più fortunato fu per la torbiera di San Gio- 
vanni dei Boschi, dell'anfiteatro morenico di Ivrea, dalla quale potè avere 
un certo numero di oggetti. 

Cominciò ad avere notizia di ritrovamenti di oggetti di pietra nel- 
l'Apennino piemontese. 

Questi risultati già nel 1860 comunicava al « Nuovo Cimento » (i) 
e nel febbraio 191 1 consegnava ai « Cenni su alcune armi di pietra e di 
bronzo trovate nelTImolese, nelle marniere del Modenese e del Parmigiano 
e nelle torbiere della Lombardia e del Piemonte » (2). Nel 1862 riproduceva, 
ampliava, abbelliva questi ultimi, trasformandoli nei « Nuovi cenni sugli 
oggetti di alta antichità trovati nelle torbiere e nelle marniere d'Italia » (3). 
Come si vede dai titoli, il Gastaldi non aveva limitato le sue ricerche al 
Piemonte, ma con più vasta ed esatta concezione aveva esteso le sue 
ricerche a molte regioni d' Italia, ed in primo luogo a quelle palafitte subal- 
pine della Lombardia, scoperte dopo quella di Mercurago, coeve e della 
stessa civiltà di quelle del Piemonte, le quali tosto divennero oggetto di 
studio di molti dotti e fra gli altri del nostro Angelo Angelucci (4). 

Ricordo, a meglio delineare l'attività del Gastaldi, che egli riassunse 
i risultati delle osservazioni allora note sulle età della pietra in Italia. 
Scrisse il Pigorini (5) : « Il fatto di maggior rilievo messo allora in evidenza 
fu quello della esistenza delle terramare. In una rapida corsa che il Gastaldi 
fece attraverso l'Italia centrale, ne vide in vari punti dell'Emilia, e, senza 
escludere che potessero avere in parte carattere sepolcrale, secondo l'opi- 
nione allora comunemente seguita, osservò che si dovevano anche consi- 
derare come rifiuti lasciati da antichissime popolazioni e che molti dei 
prodotti industriali in esse sepolti appartenevano all'età del bronzo » (6). 



(i) Voi. XI, 1860. 

(2) Atti della Società ital. di Scienze naturali, II, 1861. 

(3) Torino, Marzorati, 1862. 

(4) A. Angelucci, Le stazioni lacuali del lago di Varese, Como, 1863; Le stazioni 
lacuali del lago di Varese, " Rassegna mensile della Camera di commercio ed arti di 
Varese „, a. I, 1864; Le palafitte dell'età della pietra nel lago di Varese, " Rivista delle 
Alpi „, III, Torino, 1866; Le palafitte del lago di Varese e le armi di pietra del Museo 
nazionale d'artiglieria, scritti vari, Torino, 1871. 

(5) Preistoria, cit. 

(6) Vedi la descrizione di una visita fatta nel 1870 dal Gastaldi al Museo di Parma, 
Bollettino di paletnol. ital., XXII, pag. 177-178. 



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« Con tale opera », aggiunge ancora il Pigorini, « eccitò gli studiosi 
a seguirlo e fu cagione che il Ministero della pubblica istruzione e talune 
associazioni scientifiche ed amministrative venissero in loro aiuto >. Fra 
queste il Pigorini ricorda l'accademia delle Scienze di Torino. 

Subito al Gastaldi si unirono Luigi Pigorini, come archeologo, Pelle- 
grino Strobel, come naturalista — in ogni tempo, come nella persona stessa 
del Gastaldi, scienze naturali e preistoriche ebbero bisogno del reciproco 
appoggio — , e quindi Gaetano Chierici, dei quali è il merito di avere rivelato 
nell'Emilia quei villaggi della età del bronzo detti ora terramare, ben 
costrutti entro terra su pali, con strade regolari, fossato di difesa, orientati 
secondo il sole, dovuti a genti affini ai palafitticoli subalpini, alle quali, 
forse, in secoli più tardi si dovette Roma. 

Nelle ricerche fatte nell' Emilia come in quelle nelle torbiere del Pie- 
monte e della Lombardia, il Gastaldi raccolse materiali per iniziare a Torino, 
nel museo civico, la prima collezione paletnologica italiana. 

Fino alla sua morte il Gastaldi diede continua opera alle ricerche 
paletnologiche specialmente in Piemonte ed all'incremento della collezione 
del civico museo : espose i risultati nella « Iconografia di oggetti di remota 
antichità > (1869J (i) e nei «Frammenti di paletnologia » (1876) (2). In 
Piemonte raccolse ancora oggetti delle torbiere di Mercurago e di San Gio- 
vanni dei Boschi. Rivelò una tomba della prima età del ferro a Crissolo 
presso le sorgenti del Po. Illustrò materiali di pietra e di bronzo trovati 
isolati nelle pianure del Vercellese e del Novarese, nelle Alpi, sulla collina 
torinese e molti dell'Apennino piemontese. In questa regione del Piemonte 
ebbe una valida collaborazione nel padre Ighina, rettore del collegio delle 
Scuole pie di Carcare (3). Fu in relazione con Deo Gratias Ferrando e 
Michele Stefano de Rossi. 

(Continua) Piero Barocelli. 



(i) Memorie d. r. accad. d. Scienze di Torino^ s. II, voi. XXVI, 1869. 

(2) Atti d. r. accad. dei Lincei, 1876. 

(3) Vedi Gastaldi, Iconografia, cit. 



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RECENSIONI 



Adolfo Venturi. — Storia dell'arte italiana. La pittura nel '400. Voi. VII. 
Parte IV, Milano, Hoepli, 191 5 (Cap. X. La pittura in LÀguria e nel 
Piemonte). 

Questo capitolo della Storia dell'arte del Venturi rappresenta lo stato 
attuale degli studi sulla pittura piemontese del '400, ad eccezione di quella 
parte che si riferisce al pittore Martino Spanzotti. Diremo più innanzi 
come la recentissima pubblicazione del Bandi di Vesme abbia dato alla 
figura di questo quasi ignorato pittore piemontese proporzioni ben più 
ampie di quanto non si potesse supporre, e abbia adunato intorno a lui 
una numerosa accolta di discepoli. 

Il Venturi incomincia da Macrino d' Alba. Ricordate le date conosciute 
della sua attività dal 1494 al 1507, ne esamina le opere principali, per 
giungere alla determinazione del suo valore artistico. La Madonna fra i 
Santi della Galleria Capitolina di Roma rivela l'influenza di forme umbro- 
toscane ; nel trittico di Filadelfia si palesano elementi lombardi ; mentre 
la pala della Pinacoteca di Torino, riputata generalmente il capolavoro di 
Macrino, si ricollega nella composizione e nelle forme al Signorelli, per- 
dendone però l'equilibrio e la potenza. La mancanza di organismo, che è 
il difetto capitale di quest'opera, rimarrà anche nelle opere più tarde del 
pittore, anche nella pala della Galleria di Francoforte, dove pure c'è il 
tentativo di dare alle forme un'ampiezza cinquecentesca. 

A differenza degli artisti piemontesi del suo tempo Macrino si sottrasse 
agli influssi d'oltre Alpe, e introdusse nella pittura del Piemonte gli ele- 
menti dell'Italia Centrale, trasfusi nel suo poco simpatico eclettismo. 

Quando il Venturi accennò nel suo capitolo al pittore casalese Mar- 
tino Spanzotti non si conosceva di lui che una sola opera firmata: la pic- 
cola tavola della pinacoteca di Torino, raffigurante la Madonna col Bambino. 
Su questo dipinto si basò il Venturi per attribuire allo Spanzotti la Ma- 
donna col Bambino dell'Accademia Albertina di Torino, dove la stessa 
mancanza di rilievo e le stesse deficienze di struttura si a.ssociano a una 



- 91 — 

maggiore ricchezza decorativa e a una ricerca di eleganza nelle forme più 
allungate e nelle sinuosità dei drappeggi. 

Allo Spanzotti si ricollega il problema dell'origine degli affreschi della 
chiesa di S. Bernardino presso Ivrea. La Motta Giaccio per prima segnalò 
l'analogia fra alcuni di questi riquadri e la Madonnina dello Spanzotti nella 
pinacoteca torinese (i); e rilevando lo sviluppo che è palese tra i primi 
affreschi spanzottiani e la grande Crocefissione gaudenziana della chiesa stessa, 
affacciò l'ipotesi di una evoluzione del pittore casalese, e magari della de- 
rivazione di Gaudenzio Ferrari dallo Spanzotti. Il Venturi conviene solo 
parzialmente con la Motta Giaccio, perchè ritiene che la seconda parte dei 
riquadri e la Crocefissione rappresentino più verisimilmente l'opera di un 
più giovane pittore. 

Il Baudi di Vesme, che fin dal 1889 incominciò a interessarsi di Mar- 
tino Spanzotti (2), che nel 1899 ebbe la ventura di acquistare per la 
pinacoteca torinese la tavola firmata da questo pittore di Gasale, ha 
recentemente comunicati gli importanti risultati delle sue continuate inda- 
gini (3). Oltre alla Madonnina della pinacoteca torinese e a quella della 
Accademia Albertina, attribuita al pittore dal Venturi ; oltre ^\X Adorazione 
del Bambino nel S. Domenico di Trino Vercellese, assegnata allo Span- 
zotti dal Weber (4), il Vesme dimostrò, sulla base di dati storici, come 
debbano ritenersi opera di Martino Spanzotti anche il Battesimo di Cristo 
nella sagrestia del Duomo di Torino, e la Disputa di Gesù, nel Museo 
Givico Torinese, entrambe sin qui reputate opere di Defendente Ferrari. 
Per il confronto stilistico con tutti questi lavori il Vesme crede che si pos- 
sano ascrivere allo Spanzotti altre opere ancora, e cioè il trittico dei Tana 
nel Battistero di Ghieri, la Pietà del Santuario di Tavoleto a Sommariva 
Perno e due tavolette del Louvre, già attribuite a Simon de Ghàlons e a 
Defendente, raffiguranti la Pietà e la Nascita del Battista. Infine il Vesme 
riferisce come Lionello Venturi abbia segnalati caratteri spanzottiani in 
un'altra tavola ritenuta di Defendente, V Adorazione dei Magi del conte Gi- 
brario in Torino; e ricorda che la Pinacoteca di Torino si è recentemente 
accresciuta di un'altra tavoletta spanzottiana, che rappresenta X Adorazione 
dei Magi, segnalata e donata da Bernardo Berenson e dalla sua consorte. 



(i) Gian Martino Spanzotti da Casale, " L'Arte „, 1904. 

(2) Martino Spanzotti maestro del Sodoma, " Archivio storiro dell'arte „, 1889. 

(3) Nuove informazioni intorno al pittore Martino Spanzotti, " Atti della Società 
Piemontese di Archeologia e Belle Arti „, 1918. 

(4) Die Begriinder der piemonteser Malerschule, Strassburg, 191 1, 



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Di tutti questi nuovi elementi si è servito il Vesme per raggruppare 
intorno al pittore casalese diversi altri artisti piemontesi, di cui l'origine 
era dubbia, come Gerolamo Giovenone e Defendente Ferrari. La Disputa 
di Gesù,^ del Museo Civico, che il Vesme rivendicò allo Spanzotti, è la 
rivelatrice di questi rapporti; perchè la stessa composizione fu male rico- 
piata dal Giovenone nella sua tavola del 15 13, già ad Avignone, e fu 
sviluppata da Defendente nel 1526. 

Anche in Eusebio Ferrari il Vesme crede di poter riconoscere un 
allievo del maestro di Casale. Egli non accetta l'opinione del Weber, che 
è anche quella del Venturi, che Eusebio fosse il maestro di Defendente, 
perchè dalla cronologia che egli ricostruisce, i due pittori dovettero essere 
contemporanei. Le analogie tra Eusebio e Defendente, come quelle tra 
Eusebio e il Giovenone, il Vesme spiega coll'essere entrambi discepoli di 
Martino Spanzotti. Non sarebbe del resto improbabile anche un'influenza 
reciproca tra condiscepoli, come quella del Sodoma è palese nel trittico 
di Eusebio Ferrari. 

Quanto alla discussa origine degli affreschi del S. Bernardino d'Ivrea, 
il Vesme ritiene che essi non sieno opera dello Spanzotti, ma di un fre- 
scante che adoperò materiale spanzottiano e materiale gaudenziano, o al 
più di due pittori, seguaci dello Spanzotti l'uno, e l'altro di Gaudenzio 
Ferrari. 

Per vero la Disputa di Gesù, e il Battesimo di Cristo^ i caposaldi delle 
nuove attribuzioni del Vesme allo Spanzotti, hanno una perfetta corrispon- 
denza nelle due scene analoghe degli affreschi di S. Bernardino, che sono 
proprio quelle nelle quali incomincia ad affermarsi la evoluzione rispetto 
ai primi riquadri, prossimi alle timide forme della Madonnina della pina- 
coteca di Torino. 

La nuova luce che il Vesme ha gettato sulla pittura piemontese e 
sulla figura di Martino Spanzotti mi pare si dififonda anche sui disputati 
affreschi di Ivrea. Non ne fu lo Spanzotti realmente l'autore.? Nella sua 
bottega insieme col Giovenone, con Eusebio e Defendente Ferrari, insieme 
col Sodoma, non passò anche Gaudenzio Ferrari.'* 

Ma ritorniamo al capitolo del Venturi, il quale, dopo aver trattato 
dello Spanzotti, prende in esame alcune delle principali opere di Defen- 
dente Ferrari, quali lo Sposalizio della Vergine, della Collezione Fontana 
di Torino, lo Sposalizio di santa Caterina e il trittico della pinacoteca 
torinese. Da quésto esame l'autore deduce come gli elementi franco- fiam- 
minghi, sui quali s'imposta l'arte di Defendente, assumano un carattere 
originale di linearismo, di preziosismo nel disegno e nel colore, che perdura. 



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anche ad onta degli influssi lombardi, negli sportelli del Castello Sforzesco 
di Milano. Questo carattere fa di Defendente un simpatico ritardatario, 
proprio nel momento in cui si sbrigliava l'accesa fantasia di Gaudenzio 
Ferrari. 

Giovanni Antonio Bàzzi, detto il Sodoma, nato a Vercelli nel 1477, 
fu allievo dello Spanzotti dal 1490 fin verso la fine del 1497. 

La sua prima opera nota è del 1503, posteriore al suo arrivo a Siena, 
ed è il ciclo di affreschi nella chiesa di Sant'Anna in Camprena. Il Venturi 
la giudica una delle opere più scadenti, male adattata nel complesso alle 
forme del Perugino, e in qualche riguardo affine ad alcune pitture della 
Farnesina di Baldassarre Peruzzi. 

Nella serie degli affreschi del Chiostro di Monteoliveto Maggiore si 
rivela qualche volta la prima educazione piemontese-lombarda del pittore; 
ma gli affreschi della vita di S. Benedetto sono nel complesso di imita- 
zione, e hanno rapporti artistici col Signorelli, col Pinturicchio, col Peru- 
gino. Questa imitazione ingenerò un difetto di organismo compositivo, che 
il Sodoma non perdette neppure assai più tardi negli affreschi della Far- 
nesina. 

Simili influssi, pure non scomparendo, sono invece assai meno palesi 
in altre opere del Sodoma, specialmente nelle figure isolate, nelle quali 
prevalgono i caratteri originali del pittore, la mollezza della linea, la fan- 
tasticità dei paesaggi e dell'atmosfera azzurra. Tali sono la Carità del 
Friedrich Museum di Berlino, la Giuditta dell'Accademia di Siena, la Lu- 
crezia del Museo di Hannover, la Charitas già nella collezione Bobrinscki 
di Roma e il San Giorgio della collezione Cook a Richmond. 

L'influsso leonardesco, già rivelatosi nella Crocejissione di Siena, e 
infine l'influenza di Raffaello dominarono più tardi l'opera del Sodoma, 
senza però cancellare mai completamente la traccia della sua prima edu- 
cazione vercellese. 

Gaudenzio Ferrari, nato circa il 1480 in Valsesia, rappresenta il mag- 
giore prodotto della fusione dell'arte piemontese e dell'arte lombarda. 

Il Venturi, delineandone la figura artistica, ci presenta per prima sua 
opera la Natività della Galleria Brera di Milano, la quale rivela l'educa- 
zione piemontese del pittore, non .senza qualche influsso leonardesco, pur 
contenendo già in germe la festività e l'originalità caratteristiche dell'ar- 
tista, e che brilleranno nell'opera del medesimo soggetto della colle- 
zione Cook. 

Alla prima attività di Gaudenzio appartengono anche i quadretti della 
pinacoteca di Torino, f Incontro di S. Gioachino e di Sant' Anna, la Ma- 



-94- 

donna Sanf Anna e il Bambino^ la cacciata di S. Gioachino dal tempio^ 
che hanno qualche accento leonardesco e bramantinesco. Di questo stesso 
tempo possono essere alcuni affreschi della cappella di Santa Margherita 
della Madonna delle Grazie di Varallo, come la Disputa e la Presentazione 
al tempio ; e ad un'epoca più tarda appartengono gli affreschi della Pas- 
sione nella stessa chiesa. Tutte queste opere sono ancora puramente di- 
segnative e rivelano già, nonostante gli influssi diversi, anche perugineschi, 
l'originalità e la potenza fantastica di Gaudenzio Ferrari. Negli affreschi 
di Varallo e di Saronno questa potenza fantastica, scrive il Venturi, arde 
nel turbinio di nuvoli^ di vestii di forme angeliche. 

Dei principali pittori piemontesi della seconda metà del '400 il Ven- 
turi ha scelte le opere più significative, per delinearne, con la sua mano 
maestra, le figure nel loro significato assoluto e in rapporto con la rima- 
nente pittura italiana contemporanea. 

Leonarda Masini. 



=000^ 



BIBLIOGRAFIA 



MoNTANDON Raoul. Bibliographie Generale des travaux palethnologiques 
et archéologiques (Epoque préhistorique, protohistorique et gallo-romaine). 
France, I, Georg, Genève et Lyon; Leroux, Paris, 191 7. 

Il primo volume di questa bibliografia generale dei lavori paletno- 
logici ed archeologici francesi si riferisce ai dipartimenti della Borgogna, 
Delfinato, Franca Contea, Nivernese, Provenza, Corsica e Savoia; regioni 
che hanno strette relazioni col Piemonte. 

Nei successivi sei volumi che completeranno in seguito l'opera, sarà 
contenuta la bibliografia relativa alle altre regioni della Francia. 

Il Montandon molto si valse delle precedenti bibliografie parziali. 

Ostia. La casa detta di Diana, « Notizie degli scavi di antichità », 
1917, pag. 312. 

Questa descrizione della casa di Diana ad Ostia ha una particolare 
importanza per il Piemonte, perchè le traccie di costruzioni civili del- 
l'epoca romana, venute in luce nella regione piemontese, richiamerebbero 



- 95 - 

questo tipo di costruzione, piuttosto che il classico tipo pompeiano della 
casa romana. 

La casa di Ostia è una casa di affitto, wri insula, di cui le principali 
caratteristiche sono: la posizione e l'uso del cortile, collocato al centro 
della costruzione e non destinato ad abitazione, ma rispondente allo scopo 
precipuo di dare luce alle camere dei piani superiori : l' importanza mag- 
giore riservata non già al piano terreno, ma al secondo piano : l'altezza 
dell'edifizio, che doveva verisimilmente raggiungere i 5 piani : la presenza 
di due grandi terrazze verso strada al 2° piano. 

La costruzione, secondo il Calza, risale al II secolo e non sopravvisse 
al III secolo. 

vS". Vittorino. Scoperta di rilievi antichi in contrada Torricello. Come 
sopra, pag. 332. 

Nella regione di S. Vittorino di Amiterno presso Aquila furono ritro- 
vate, fra altro materiale, alcune lastre di pietra scolpite, raffiguranti com- 
plessivamente una di quelle pompe che precedevano la celebrazione dei 
ludi gladiatori. Il Fornari, che ne riferisce, ritiene le sculture del periodo 
dei Claudi, nonostante la loro rozzezza. Esse furono eseguite su modelli 
del periodo augusteo, e il Fornari vede nella loro imperfezione tecnica il 
segno caratteristico dei prodotti dell'arte provinciale, anche nei periodi 
della maggiore fioritura artistica nei grandi centri. Per questo carattere di 
arte provinciale il Fornari mette a confronto con queste sculture i rilievi 
dell'arco di Augusto a Susa. 

L. Masini. 



^o - o o o- 



È uscito il fase. I, del voi. IX, degli « Atti » di questa Società, di 
psg- 195 e XXXIX tavole, contenente le seguenti Memorie: 

A. Baudi di Vesme — I. Nuove informazioni intorno al pittore Martino SpanzoLtì. 

„ — li. I principali discepoli del pittore Martino Spanzotti. 

C. NiGRA — La Basilica di S. Giulio D'Orta alla fine del secolo XI. 
P. Barocelli — Manufatti paletnologie! della torbiera di Trana. 
G. AssANDRiA — Due nuove iscrizioni da aggiungere a quelle di " Augusta Ba- 

giennorum „ . 
N. Gabiani — Chiesa e Convento delia " Maddalena „ o dei PP. Predicatori di san 

Domenico in Asti (1218-1802). 



— 96 



INDICE DELL'ANNO SECONDO 



Elenco dei Soci P<^g- i 

Atti della Società „ 8 

NECROLOGI 

Giuseppe Frola (S. E. Boselli) » 5 

Giovanni Cena (L. Bistolfi) » 33 

Clarence Bicknell (P. Barocelli) «65 

NOTE 

Rinvenimento a Cherasco di due Lapidi romane già pubblicate a Torino 

dal Pingone (A. Petitti di Roreto) » io 

Marche su vasi fittili e su laterizi piemontesi inedite (P. Barocelli) (Con- 
tinuazione ; V. a. I, fase. 4", pag. 93-97) I5> 48 

Cappella di S. Tommaso presso Briga (Novara) (C. Nigra) ... 23, 73 

Di alcuni oggetti preromani conservati presso 1' " Accademia scientifica e 

religiosa di S. Anselmo „ ad Aosta (P. Barocelli) . . . . „ 70 

NOTIZIE DI SCrtVI 

Laghetto di Bertignano : Piroga preromana — Saluzzo: Rinvenimenti vari 
d'età romana — Montalto Dora: Tomba probabilmente medievale 
(P. Barocelli) » 75 

Roma, via Portuense : Scoperte nella regione sopraterra del cimitero cri- 
stiano di Ponziano (L. Masini) ,,82 

COMUNICrtZIONI 

presentate nella seduta scientifica del 14 aprile igi8. 
La raccolta Amerano del R. Museo di Antichità di Torino (P. Barocelli) „ 36 

Intorno alla iscrizione di Berevulfo (F. Gabotto) ,,40 

Sulla natura della colorazione rosea della calce dei muri vetusti e sui vege- 
tali inferiori che danneggiano i monumenti e le opere d'arte. (Riassunto 
della comunicazione fatta dal prof. O. Mattirolo, presentando la nota 
da lui pubblicata nella " Rivista Archeologica della Provincia ed antica 
Diocesi di Como „, fase' 73-75, 1917) » 44 

CRONACA 

Acquisti e doni della Pinacoteca di Torino negli anni 1916-1917 . . » 83 
Acquisti e doni del Museo Civico di Arte Antica e Moderna di Torino 

nell'anno 1915 » 83 

Storia e bibliogratia della paletnologia piemontese (P. Barocelli) (Coni.) „ 85 

RECENSIONI (L. Masini) 

Ettore Pais. Sul/a romanizzazione della valle d'Aosta. " Rendiconti della 

Reale Accademia dei Lincei „, Roma, 1916, serie V, fase' 1-2, pag. 3 . » 54 

G. Carbonelli. Contenti sopra alcune miniature e pitture italiane a soggetto 

medico, Roma, Centenari, 1918 w 55 

Ca.millo Boggio. Lo sviluppo edilizio di Torino dalla rivoluzione francese 
alla metà del secolo XIX. Comunicazione fatta alla Società degli Inge- 
gneri ed Architetti in Torino nella seduta del 4 die 1916. Torino, 
Celanza, 1918 » 59 

Adolfo Venturi. Storia dell'arte italiana. La pittura nel 400. Voi. VII, 
Parte IV. Milano, Hoepli, 1915. (Cap. X. La pittura in Liguria e nel 
Piemonte) ,,90 

Bibliografia (L. Masini) 25, 61, 94 

L. A. Rati-Opizzoni, gerente responsabile. 
Vincenzo Bona, Tip. delle LL. MM. e RR. Principi — Torino, via Ospedale, j C79059). 



Anno III. G'^vvaio-Gti .vr. loig N. 1-2 



BOLLETTINO 

DELLA 

SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 



i^^^ip^ 



TORINO 
VINCENZO BONA 

Tipografo di S. M. e RR. Principi 
I9I9 



Abbonamento annuo L. 8. — Numero separato L. 2,50. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere' 
indirizzate alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, 2. 



/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



Si pregano Autori ed Editori di inviare le loro pubblicazioni, perchè 
di esse sia tenuto conto nella Bibliografìa^ che si occupa di tutti i libri, 
nei quali siano date notizie- di cose subalpine, anche solo per incidenza. 

Delle pubblicazioni più importanti si faranno apposite recensioni. 



Anno III. Gennaio-Giugno 19 19 N. 1-2 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti. 



ELENCO DEI SOCI 



Presidente onorario: S. M. VITTORIO EMANUELE III Re d'Italia 

Presidente: BOSELLI S. E. PAOLO 

Vice- Presidente : P ATETTA Comm. Prof. FEDERICO 

Segretario: DE MAGISTRIS Dott. Prof. CARLO PIO 

Tesoriere: ROCCA Comm. Ing. ALFREDO 

Conservatore delle Collezioni: BAUDI DI VESME Conte ALESSANDRO 

Bibliotecario: CURLO Marchese Dott. FAUSTINO 

Socio benemerito: FROLA Gr. Cord. Avv. SECONDO Senatore del Regno 

SOCI EFFETTIVI 

Aerate Comm. Antonio, Corso Umberto I, io (4 gennaio 1902). 

Antonielli d'Oulx Conte Luigi, Via Giannone, 15 (12 gennaio 1913). 

Arborio di Gattinara Conte Carlo, Via S. Quintino, 41 (22 gennaio 1908). 

Assandria Comm. Dott. Giuseppe, Piazza Eman. Filiberto, 18 (20 dicembre 1894). 

Ballatore di Rosana Conte Ing. Eugenio, Via Ospedale, 24 (31 gennaio 1915). 

Barbavara di Gravellona Conte Giuseppe Cesare, Via S. Giulia, 65 (io genn. 1905). 

Barelli Dott. Prof. Giuseppe, Istituto tecnico, Mondovì (31 gennaio 1915). 

Barisone Comm. Annibale, Corso Siccardi, 55 (31 gennaio 1912). 

Barocelli Dott. Pietro, Via Accademia delle Scienze, 4 (31 gennaio 1915). 

Baudi di Vesme Conte Alessandro, Via dei Mille, 54 (9 dicembre 1886). 

Bertea Cav. Ing. Cesare, Piazza Crimea, i (11 gennaio 1906). 

Betta Cav. Ing. Pietro, Via Donati, 3 (8 gennaio 1910). 

BisTOLFi Comm. Leonardo, scultore, Via Bonsignore, 3 (13 aprile 1907). 

Boggio Comm. Ing. Camillo, Via Davide Bertolotti, 7 (28 giugno 1888). 

Bonelli Avv. Paolo, Via Ottavio Revel, 19 (12 gennaio 1913). 

BoRGHEZio Teol. Avv. Dott. Gino, Via S. Chiara, 9 (io marzo 1919). 

BosELLi S. E. Paolo, deputato al Parlamento, Piazza Maria Teresa, 3 (13 aprile 1907). 

BoTTERo Gr. Uff. Giuseppe, Ten. Generale, Via Bertola, 29 (14 gennaio 1909), 

Bracco Ing. Ettore, Corso Valentino, 20 (22 gennaio 1908). 

Bruno Cav. Ing. Emilio, Piazza Cavour, io (12 gennaio 1913). 

BuRAGGi Conte Cav. Dott. Gian Carlo, Via Arcivescovado, 6 (22 gennaio 1908). 

Canonica Comm. Pietro, scultore. Via Napione, 20 (14 gennaio 1909). 

Carbonelli Cav. Dott. Giovanni, Piazza Vittorio Veneto, io (4 gennaio 1902). 

Caron Ceva Cap. Ottavio, Corso Vinzaglio, 31 (13 aprile 1907). 

Boll. Soc. Piem. Archiol. e B. Arti, IH. I 



— 2 - 

Casana Nob. Renzo, Via dei Mille, 22 (31 gennaio 1912). 

Ceriana Avv. Pippo, Via Confienza, 2 (31 gennaio 1915). 

Chevalley Comm. Ing. Giovanni, Via Maria Vittoria, 16 (io gennaio 1905), 

Chiantore Gustavo, Corso S. Martino, i (11 gennaio 1914). 

CoMPANS DI Brichanteau March. Lodovico, Via Magenta, 29 (31 gennaio 1915). 

Cora Luigi, Via Lamarmora, 39 (10 gennaio 1905). 

Cora Renato, Corso Re Umberto, 60 (22 gennaio 1908). 

Cotti Cav. Ing. Giacomo, Via dei Mille, 56 (11 gennaio 1906). 

Crudo Cav. Cristoforo, Via S. Francesco da Paola, 11 (12 gennaio 1913). 

CuRLO Marchese Dott. Faustino, Corso Cairoli, 4 (10 gennaio 1905). 

Della Chiesa di Cervignasco e di Trivero Nobile Colonnello Paolo, Corso Re Um- 
berto, 17 (8 gennaio 1910). 

De Magistris Dott. Prof. Carlo Pio, Via Giovanni Prati, 3 (13 aprile 1907). 

Depanis Comm. Avv. Giuseppe, Via Cernala, i (11 gennaio 1914). 

Druetti Cav. Avv. Vincenzo, Via Assarotti, 4 (12 gennaio 1913). 

Ducati Cav. Dott. Prof. Pericle, Via Po, 18 (31 gennaio 1917). 

Durando Avv. Edoardo, Corso Duca di Genova, 62 (14 gennaio 1904). 

Ferrerò Ponsiglione di Borgo d'Ales Conte Dott. Amedeo, Via S. Dalmazzo, 11 
(8 gennaio 1910). 

Fontana Cav. Ing. Vincenzo, Piazza Vittorio Veneto, 12 (13 aprile 1907). 

Fornaris Cav. Uff. Avv. Guido, Via Ospedale, 58 (22 gennaio 1908). 

Galateri di Genola Conte Comm. Annibale, Via Passalacqua, 12 (13 aprile 1907). 

Galleani d'Agliano e Caravonica Conte Renato, Via Lamarmora, 9 (22 genn. 1908). 

Ghislieri Marchese Alfonso, Via Napione, 2 (11 gennaio 1914). 

GiAcosA Comm. Prof Piero, Via Pallamaglio, 31 (30 dicembre 1899). 

GoTTELAND Dott. ALBERTO, Via Magenta, 37 (13 aprile 1907). 

Guasco di Bisio Marchese Francesco, Via Accademia Albertina, 3 (13 aprile 1907). 

KusTER Cav. Uff. Antonio, Via Valeggio, 27 (11 gennaio 1914). 

Labò Mario, arch., Via XX Settembre, 2-44, Genova (22 gennaio 1908). 

LiAUTAUD Enrico, Corso Re Umberto, 82 (6 maggio 1907). 

Luzio Comm. Dott. Alessandro, R. Arch. di Stato, Piazza Castello, 12 (10 marzo 1919). 

Maggiora Vergano Nob. Comm. Colonnello Tommaso, Legione Carabinieri, Roma 
(12 gennaio 1913). 

Mariani Dott. Carlo Edoardo, Corso Re Umberto, 57 (io gennaio 1905). 

Marini Nob. Dott. Prof Riccardo Adalgisio, Via Luciano Manara, 6 (10 marzo 1919). 

Maritano Avv. Lorenzo, Via Po, 34 (22 gennaio 1908). 

Mattirolo Comm. Prof Oreste, Orto Botanico al Valentino (10 gennaio 1905). 

MoMO Ing. Giuseppe, Via Lamarmora, 55 (31 gennaio 1916). 

Montemartini Dott. Prof. Clemente, Via XX Settembre, 64 (31 gennaio 191 7). 

Nigra Cav. Uff. Ing. Carlo, Corso Siccardi, 71 (14 gennaio 1904). 

Oliaro Cav. Dott. Guglielmo, Via Mazzini, 33 (13 aprile 1907). 

Passerin di Entrèves e di Courmayeur Cav. Alessandro, Piazza Solferino, 11 
(io marzo 1919). 

Passerin di Entrèves e di Courmayeur Conte Dott. Ettore, Corso Vittorio Ema- 
nuele, 5 (11 gennaio 1914). 

Patetta Comm. Prof. Federico, Via S. Massimo, 44 (8 gennaio 1910). 

Pellegrini Cav. Ing. Massimo, Via Montevecchio, 38 (14 gennaio 1909). 

Pellegrini Cav. Avv. Maurizio, Corso Duca di Genova, 35 (13 aprile 1907). 

Pettorelli Ing. Arturo, Via Pagano Doria, 28-9, Genova (31 gennaio 1917). 

Pozzi Comm. Tancredi, scultore. Via Giannone, 5 (8 gennaio 1910). 

Prato Cav. Dott. Prof. Giuseppe, Via Bertela, 37 (10 marzo 1919). 

Provana di Collegno Nob. Comm. Emanuele, Via San Dalmazzo, 15 (8 genn. 1903), 

Provana di Collegno Conte Comm. Luigi, Via San Dalmazzo, 15 (4 gennaio 1902). 

Pugliese Aw. Vittorio, Via Vittorio Amedeo, 15 (8 gennaio 1910). 



— 3 — 

PuLCiANO Comm. Ing. Melchiorre, Via Carlo Alberto, i8 (30 dicembre 1899). 
Rati Opizzoni di Torre e Castel dei Rati Conte Dott. Luigi Amedeo, Via Brof- 

ferio, 3 (14 gennaio 1909). 
Rey Comm. Guido, Via Cavour, 35 (14 gennaio 1909). 
Reycend Comm. Ing. Angelo, Via Bogino, 8 (13 aprile 1907). 
Rocca Comm. Ing. Alfredo, Corso Valentino, 40 (13 aprile 1907). 
R0ER0 DI CoRTANZE Marchese Percy, Ivrea (31 gennaio 1915)- 
RoNDOLiNO Cav. Avv. Ferdinando, Via Bogino, 16 (30 dicembre 1899). 
Rossi Conte Teofilo, Sen. del Regno, Via Pomba, i (31 gennaio 1915). 
Rovere Dott. Lorenzo, Corso Vinzaglio, 45 (io gennaio 1905). 
Rubino Comm. Edoardo, scultore. Via Asti, 17 (31 gennaio 1912). 
RuFFiNi Gr. Uff. Prof. Francesco, Senatore del Regno, Via Principe Amedeo, 22 

(13 aprile 1907). 
Salvadori di Wiesenhof Nob. Comm. Ing. Giacomo, Via dei Mille, 5 (13 aprile 1907). 
ScARAMPi DI Villanova March. Ferdinando, Via S. Frane, da Paola, 16 (13 aprile 1907). 
ScATi Grimaldi di Casaleggio March. Stanislao, Corso Oporto, 33 (13 aprile 1907). 
ScHiAPARELn Comm. Prof. Ernesto, Via Accad. delle Scienze, 4 (14 gennaio 1909). 
Sforza Conte Gr. Uff. Giovanni, Via S. Dalmazzo, 24 (13 aprile 1907). 
Taccone Cav. Dott. Prof. Angelo, Corso Duca di Genova, 12 (31 gennaio 1916). 
TouRNON Conte Ing. Adriano, Via Cernala, 44 (14 gennaio 1909). 
TuRiNA Carlo, Corso Francia, 19 (6 maggio 1907). 
Vacchetta Prof Giovanni, Via Bellavista, 8 (8 maggio 1897). 
Velati Bellini Cav. Ing. Giuseppe, Via Parini, 5 (13 aprile 1907). 
Venturi Dott. Prof. Lionello, Corso Moncalieri, 53 (31 gennaio 1916). 
ViGLiETTi Conte Camillo, Corso Vitt. Emanuele, 14 (12 gennaio 1913). 
Vitale Cav. Avv. Gian Giacomo, Corso Cairoli, 18 (6 maggio 1907). 
ZuccHi Cav. Dott. Mario, Via XX Settembre, 88 (io marzo 1919). 

SOCI CORRISPONDENTI 

Alessio Teol. Prof Felice, Pinerolo (22 gennaio 1908). 

Arborio Mella Conte Ing. Federico, Vercelli (31 gennaio 1916). 

Armando Cav. Vincenzo, Torino, via Maria Vittoria, 3 (io gennaio 1905). 

Arzano Aristide, Tortona (6 maggio 1907). 

Barra jA Cav. Avv. Edoardo, Torino, via Misericordia, 3 (14 gennaio 1904). 

Beltrami Gr. Uff". Arch. Luca, Sen. del Regno, Milano, via Cernaia, i (22 genn. 1908). 

Van Berchem Max, Crans par Céligny (Svizzera) (6 maggio 1907). 

Van Berchem Victor, Genève, rue des Granges, 16 (6 maggio 1907). 

Bertin Ing. Arch. A., Chambéry, rue de Maistre, i (6 maggio 1907). 

BiLLARD Dr. Max, Parigi, rue Tourlaque, 7 (14 gennaio 1909). 

Boni Comm. Ing. Giacomo, Roma, Foro romano (22 gennaio 1908). 

BouRBAN Chan. Pierre, St.-Maurice (Valais) (6 maggio 1907). 

Bruchet Mr. Max, Lille (6 maggio 1907). 

Bustico Dott. Prof. Guido, Novara, via Bello, 13 (io marzo 1919). 

Cabanès Dott. Jean, Parigi, rue de Poissy, 9 (14 gennaio 1909). 

Cagiati Cav. Avv. Memmo, Napoli (31 gennaio 1916). 

Calderini Marco, artista pittore, Torino, Corso Quintino Sella, 72 (20 dicembre 1894). 

Carandini Conte Dott. Francesco, Forlì, R. Prefettura (22 gennaio 1908). 

Carbonelli Ing. Carlo Emilio, Genova (22 gennaio 1908). 

Chiaborelli Cav. Avv. Carlo, Acqui (6 maggio 1907). 

Courtois d'Arcollières Nob. Eugenio, Chambéry, Croix d'Or, i (6 maggio 1907). 

De Jordanis Nob Cav. Avv. Giovanni, Ivrea (9 dicembre 1886). 

Dubois Mr. Frédéric Théodore, Bibliothécaire, Friburgo, Biblioteca (8 genn. 1910). 



- 4 - 

Due S. E. Mons. Comm. Augusto, Aosta (6 maggio 1907). 

Faccio Dott. Giulio Cesare, Vercelli, Archivio Civico (31 gennaio 1915). 

Fantaguzzi Cav. Giuseppe, Asti (i" maggio 1875). 

Fradeletto Gr. Uff. Prof. Antonio, Deputato al Parlam., Venezia (io marzo 1919). 

Franco Camillo, Giaveno (11 gennaio 1906). 

Frutaz Can. Comm. Prof. Franc. Gabriele, Aosta (6 maggio 1907J. 

Gabiani Comm. Ing. Nicola, Asti (6 maggio 1907). 

Galloni Cav. Pietro, Varallo Sesia (31 gennaio 1916). 

Giorcelli Cav. Dott. Giuseppe, Casale Monferrato (8 gennaio 1903). 

Gros Ab. A., St.-Jean de Maurienne (6 maggio 1907). 

Hermanin Comm. Dott. Federico, Roma, galleria Borghese (31 gennaio 1915). 

MoLMENTi S. E. Gr. Uff. Prof. Pompeo Gherardo, Sen. del Regno, Venezia (22 gen- 
naio 1908). 

Naef Mr. Albert, Archéologue, Lausanne-Hautecombe Montbenon (6 maggio 1907). 

Negri Cav. Avv. Francesco, Casale Monferrato (20 dicembre 1894). 

Olivieri Gr. Uff. Avv. Carlo, Novara, R. Prefettura (io marzo 1919). 

Ongaro Comm. Prof. Massimiliano, Venezia, R. Sovrintendenza Monumenti (io 
marzo 1919). 

Perini Cav. Quintilio, Rovereto (io marzo 1919). 

Petitti di Roreto Conte Ten. Generale Alfonso, Cherasco (31 gennaio 1915). 

Pogliaghi Comm. Prof. Lodovico, Milano, via Pontaccio (14 gennaio 1909). 

Ponte Prof. Giuseppe, Pieve del Cairo (20 dicembre 1894). 

PuGNETTi Cav. Melchiorre, Firenze, piazza D'Azeglio, 15 (6 maggio 1907). 

QuiLico Comm. Carlo Alberto, Ivrea (31 gennaio 1916). 

Rattone Comm. Prof. Giorgio, Sen. del Regno, Parma, Università (8 genn. 1910). 

Ricci Comm. Dott. Corrado, Roma (10 marzo 1919). 

Ricci Dott. Serafino, Milano, Brera (14 gennaio 1909). 

Roccavilla Cav. Prof Alessandro, Biella, Liceo (6 maggio 1907). 

Rodolfo Dott. Giacomo, Carignano (11 gennaio 1906). 

San Martino Valperga Conte Enrico, Senatore del Regno, Roma, piazza Navona 
(22 gennaio 1908). 

Sant'Ambrogio Cav. Dott. Diego, Milano, Bastioni Porta Magenta, 49 (22 genn. 1908). 

ScAFFiNi Prof Guido, Sassari (6 maggio 1907). 

Taramelli Dott. Antonio, Cagliari, Museo d'antichità (6 maggio 1907). 

Viglio Dott. Alessandro, Novara, via del Contado, 12 (io marzo 1919). 



SOCI DEFUNTI 

dopo la pubblicazione dell'ultimo elenco 

SOCI EFFETTIVI: 

Ceriana Gr. Uff. Ing. Arturo (11 maggio 1918). 

Mori Ubaldini degli Alberti Conte Cav. Uff'. Dott. Mario (22 agosto 1918). 

Olivieri Cav. Avv. Alberto (24 agosto 1918). 

Gabotto Comm. Dott. Prof Ferdinando (24 novembre 1918). 

Passarino Cav. Angelo (18 febbraio 1919). 

Usseglio Gr. Uff. Avv. Leopoldo (25 settembre 19x9)- 

SOCI CORRISPONDENTI: 

Amerano Prof. Gio. Battista (ii marzo 1918). 
Poggi Comm. Avv. Gaetano (13 giugno 1919). 
RivoiRA Cav. Dott. Teresio (1919). 



- 5 



NECROLOGI 



ARTURO CERIANA 

(Commemorazione letta dal Socio Giovanni Chevalley 
nella seduta del 22 dicembre 1918). 

Quando cerco di rievocare l'immagine di Arturo Ceriana amo di 
raffigurarmelo in quel suo studio severo dove negli ultimi tempi della sua 
vita andavo talvolta a trovarlo alla sera: e viva ancora oggidì si presenta 
alla mia mente la sua figura un po' stanca, la persona slanciata e signo- 
rile, china sui suoi libri favoriti, nel cerchio di luce della lampada amica,. 
fra i suoi disegni ed i suoi ricordi più cari, mentre nella penombra appa- 
rivano confusamente i magnifici arazzi, i mobili antichi ed i quadri che 
ornavano nobilmente le pareti del magnifico ambiente. 

E ritornano cari e vivi alla memoria quegli amichevoli conversari^ 
nella cui intimità si svelavano tutte le doti del nostro amico, il suo modo 
squisito di sentire, la nobiltà e la profondità del suo pensare. 

Il Sindaco di Torino, Conte Frola, nel commemorare il C. con quella 
concisa precisione che è sua dote peculiare, ne segnava in modo scultorio 
la personalità dicendo : « dotato di fervido ingegno, di larga coltura e 
« di animo profondamente artistico e geniale, Egli impersonava il gentil- 
« uomo perfetto che alla impeccabile rettitudine e delicatezza di senti- 
« menti accoppia modestia ed affabilità di tratto, squisitezza di modi e 
« rara signorilità di concezione e di azione ». 

Abitava in Torino l'avito palazzo di Via Principe Amedeo : palazzo 
storico, architettato da un capitano spagnuolo di nome Garoe, valente 
ingegnere militare ed architetto valoroso : palazzo completato più tardi 
dall'architetto Castelli, abbellito dagli stucchi del Bolina e del San Barto- 
lomeo, che appartenne alle tre sorelle Marolles di galante memoria, che 
passò poi alla nobile famiglia degli Arborio di Breme, ed ai Tapparelli 
d'Azeglio. Vi abitò quel Roberto d'Azeglio al cui nome va legato indis- 
solubilmente il ricordo di benemerenze insigni nel campo della carità 
e dell'arte. 

Arturo Ceriana amava di aprire ospitali le magnifiche sale del suo 



— 6 — 

palazzo agli amici ed ai conoscenti : si potevano così ammirare i grandi 
arazzi, le splendide porcellane esotiche, i finissimi tappeti orientali, i bei 
quadri che vi aveva raccolto con cura amorosa, con gusto squisito e 
con finissimo intuito d'arte. 

Del suo censo Egli sapeva fare l'uso più nobile : ogni iniziativa arti- 
stica o caritatevole che potesse tornare di lustro a Torino trovava il suo 
appoggio volenteroso, come generoso era il suo cuore per soccorrere i miseri. 

E gli amici amava ancora di raccogliere intorno a sé in quella stu- 
penda villa di Castagneto attorniata da giardini mirabilmente tenuti e dal 
parco dalle piante annose, a cui dedicava cure appassionate; in quella 
villa che egli aveva ornato di una magnifica galleria di carattere cinque- 
centesco, ricca di marmi e di stucchi, di cui era stato egli stesso l'archi- 
tetto, creando cosa ben degna del suo gusto gentile e raffinato. 

Ma parlando di Lui come architetto e della sua villa si deve pur 
ricordare la vicina bella chiesa romanica di San Genesio, che Egli aveva 
restaurato ed ampliato a sue spese con studio profondo e cura sapiente. 

Ricco di censo. Egli volle tuttavia dedicarsi agli studi di ingegneria, 
conseguendo con onore a 23 anni la laurea di ingegnere civile in quella 
gloriosa Scuola del Valentino che vantava a fondatore Quintino Sella. 

Non esercitò l'arte dell'ingegnere: ma di questi suoi studi, che egli 
completò poi con lunghi viaggi, seppe valersi come architetto per i lavori 
a cui ho già accennato e quando, chiamato all'Amministrazione di Torino, 
vi tenne l'assessorato dei Lavori Pubblici; carica che Egli conservò con 
qualche interruzione per parecchi anni e che ancora rivestiva alla sua 
morte. E veramente notevole è l'opera, generalmente poco conosciuta, ma 
indefessa, tenace, volenterosa, svolta dal Ceriana come amministratore 
della nostra città; e magnifici sono i progetti che nella sua qualità di 
sovrintendente ai giardini municipali aveva studiato per abbellire Torino. 

Lavoratore silenzioso, alieno dal richiamare l'attenzione su di sé, alla 
genialità della concezione sapeva unire lo studio scrupoloso e diligente 
ed una ferrea volontà, un'ostinata fredda tenacia che gli serviva a vincere 
le snervanti inerzie, gli ostacoli burocratici che sogliono sorgere ad attra- 
versare la realizzazione anche dei migliori e più studiati progetti. 

Particolarmente a Lui è dovuto lo studio dell'attuale piano regola- 
tore della città di Torino per la parte pianeggiante : studio in cui è talvolta 
riuscito a correggere gravi imperfezioni di piani antecedenti, troppo affretta- 
tamente concepiti. Anche a Lui si deve lo studio del piano regolatore 
della parte collinare, a cui attese con cura veramente amorosa; piano che 
ad esecuzione compiuta permetterà ai Torinesi di valutare degnamente e 



— 7 — 

<li godere quella nostra magnifica collina, della cui rara bellezza è da 
dolersi che essi siano stati sin qui generalmente inconsci e per la cui 
conservazione artistica si è in passato dimostrato così poco interessamento. 
Il Ceriana volle riservati al pubblico i migliori punti di vista, impeden- 
done per l'avvenire la fabbricazione e progettandovi il piantamento di 
piccoli parchi pubblici allacciati genialmente da una comoda rete di strade : 
dal che risulterà ad opera compiuta un passeggio idealmente bello per 
godere la vista mirabile della cerchia delle nostre Alpi e della pianura 
antistante. 

Troppo lunga e arida riuscirebbe l'elencazione dei numerosi altri 
problemi cittadini a cui il nostro collega aveva atteso volenterosamente : 
ma non si può tralasciare di ricordare l'opera diligente e geniale che Egli 
diede per la Sovraintendenza ai giardini ed alle alberate municipaH. 

Solo chi ha esaminato tutti i progetti fatti dal Ceriana per i giardini 
di Torino, i disegni per la riduzione a pubblico passeggio della parte 
bassa del Giardino reale, gli studi per la sistemazione del Monte dei 
Cappuccini, per la trasformazione a parco della sponda destra del Po ; 
solo chi ha seguito gli incessanti miglioramenti compiuti in questi ultimi 
anni nel parco del Valentino, solo chi conosce la lunga e paziente prepa- 
razione per la formazione di vivai municipali di piante che dovevano 
facilitargli l'esecuzione dei suoi progetti, solo chi ha potuto abbracciare 
l'insieme di questo tenace lavoro può valutare tutta l'opera poderosa e 
previdente del nostro compianto Collega per la realizzazione della magni^ 
fica visione che Egli aveva concepita ed immaginare quale splendida cornice 
di piante e di fiori Egli avesse ideato per abbellire la sua Torino, la 
■città che ha tanto amato. 

La morte ha troncato brutalmente l'opera di quell'anima gentile che 
sapeva concepire così genialmente magnifiche creazioni ; ma restano i suoi 
progetti e noi dobbiamo volere che il suo lavoro sia condotto a termine 
e che il sogno del nostro Collega sia tradotto in atto per il maggior 
decoro e la bellezza di Torino : sarà questo il miglior omaggio che si 
potrà rendere alla sua memoria, se il desiderio suo tra i più cari, se l'opera 
a cui ha forse dedicato le maggiori sue cure sarà realizzata. 

Perchè la passione per i fiori, per le piante e per i giardini insieme 
alla passione pei viaggi costituiva una delle caratteristiche più spiccate 
della personalità del Ceriana. E fu veramente il nostro Amico un appassio- 
nato viaggiatore ; ma un viaggiatore che sapeva viaggiare con rara 
intelligenza, che sapeva preparare con cura assidua i suoi viaggi e trarre 
veramente profitto da quanto gli era dato di vedere. 



- 8 - 

Tredicenne appena, nel 1873, compie il suo primo viaggio di qualche 
importanza visitando parte d'Italia e di Francia ; e dal suo libretto di 
note di quel tempo già traspare con quale diligenza il giovinetto si 
fosse preparato a godere della vista dei paesi percorsi, dei monumenti 
visitati. 

E poi i viaggi si susseguono continui ; non passa forse anno della 
sua vita in cui non ne intraprenda qualcuno, prima cogli amici o da solo, 
poi colla moglie. Visita ripetutamente l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, la 
Germania, l'Austria, la Russia, la Norvegia, l'Irlanda, la Grecia, Costanti- 
nopoli : in una parola tutta l'Europa. Ed altri viaggi ancora compie 
nell'Asia Minore, nell'Egitto, nella Caucasia, nella Persia, nell'India, in 
America, nella Cina, nel Giappone. 

Un viaggio importante è quello da lui intrapreso con un amico 
nel 1886. Nominato addetto militare onorario alla legazione di Teheran, 
attraversa la Russia e, seguendo il Volga, risale la strada militare della 
Georgia, si reca a Tiflis, Baku, Enzelin, attraversa le foreste del Ghilian 
per raggiungere a Teheran il Ministro d'Italia Conte De Rege di Donato; 
ammira gli splendori della Corte dello Shah. Dopo qualche tempo riprende 
la via, percorre l'altipiano Iranico, studia le splendide rovine di Perse- 
poli, l'antica capitale dei Persiani, visita Ispahan dai cento ponti e dalle 
cento moschee colle cupole smaltate, scende al Golfo Persico, s'imbarca 
e va alla foce dell'Indo, di cui risale la valle ; visita Lahore, Delhi dalle 
quarante moschee colle cupole inargentate, la capitale dell'India Mussul- 
mana, la città fantastica descritta nel Mahabarata colle strade pavimentate 
d'oro e coi palazzi scintillanti di pietre preziose. 

Ad Agra può assistere al meraviglioso spettacolo, degno dei racconti 
delle mille e una notte, di un solenne Durbar, dell'omaggio cioè reso al 
Vice Re dell'India da numerosi Rajah dagli splendidi costumi, accompa- 
gnati da cortei ricchi di tutto lo sfarzo orientale. Ed il nostro infaticabile 
viaggiatore visita ancora Benares, Calcutta, Bombay ed imbarcatosi percorre 
il Mar Rosso e l'antica terra dei Faraoni. 

Un altro viaggio notevole è quello compiuto attorno al nostro globo^ 
percorrendo la Russia, la Siberia, la Manciuria, la China, il Giappone e 
tornando in Italia attraverso all'America. Pur troppo il ritorno gli veniva 
funestato dalla malattia e dalla morte della Gentildonna che gli era stata 
impareggiabile compagna della vita. 

Cittadino amantissimo della Patria, particolarmente nei suoi ultimi 
viaggi aveva dato viva opera alla diffusione dell'influenza dell'Italia all'È- 
stero e specialmente in Oriente : cosìi nei suoi vi^gi in China, in Egitta 



— 9 - 

ed a Costantinopoli, dove si trattenne lungamente per la costruzione 
della Chiesa Italiana di Pera. 

Nel corso di altri viaggi in Germania, in Inghilterra, a Parigi egli si 
prefisse l'esame e lo studio di quanto erasi fatto all'estero per la risolu- 
zione di importanti problemi tecnici che lo interessavano come ammini- 
stratore di una grande città. 

Della nostra guerra aveva compreso le alte e nobili finalità ed anche 
nei momenti più aspri e dolorosi pel nostro Paese aveva mantenuta intatta 
la sua fede nei destini di un'Italia fatta più grande per la riunione alla 
madre Patria di tutte le terre Italiane. 

Dei suoi viaggi egli solca tenere una specie di giornale ; e scor- 
rendo quei libretti, in cui, talvolta con poche parole affrettatamente 
vergate nelle ore di riposo, sapeva ricordare efficacemente i sentimenti, 
le emozioni provate e descrivere con vivacità le cose viste, si comprende 
quale fosse la delicatezza rara, quale lo squisito e profondo sentire del- 
l'animo suo; e si svelano inaspettatamente qualità e stati d'animo del 
nostro compianto Amico forse insospettati da chi, non essendo con lui 
in amicizia intima, ricorda soltanto il gentiluomo sempre cortese e garbato, 
ma dal tratto un po' freddo e riserbato. Di questi ricordi la gentile con- 
cessione di uno fra i suoi più cari amici mi consente di riportare un 
brano del suo diario del viaggio in Grecia compiuto nel 1883: sia dunque 
la parola del nostro Collega che chiuda questa evocazione della me- 
moria sua. 

Egli racconta che giunto ad Atene nel pomeriggio di una giornata 
d'inverno volle salire subito all'Acropoli; accenna con brevi parole alla 
folla dei sentimenti che lo assalgono nel contemplare lo spettacolo divino, 
« il Partenone illuminato dai raggi dorati del sole che tramontava e che 
« gli dava una tinta d'oro calda, che staccava e si compenetrava col 
« fondo intensamente azzurro del cielo che lo inquadrava, l'Eretteio dalle 
« Cariatidi superbamente belle, colle colonne di eleganza mirabile, i Pro- 
« pilei meravigliosi, il Tempio di Nike che pare un gioiello d'arte » ; e 
prosegue : 

« Più lontano gli oscuri profili di Egina, di Salamina, che si bagnano 
« in un mare tranquillo e splendente. Ed Atene mollemente adagiata 
« nella sterile ed immensa pianura dell'Attica, tutta un incendio di luce. 
« Qui rimetto, l'enorme masso del Licabetto, a cui fa sfondo il Pentelico 
« dal marmo bianco e cornice la lunga catena del Parnese che a lente 
« curve va morendo nel mare, e più lontano, dietro, i monti di Corinto 
« violetti ed azzurri. 



- 10 — 

« Sotto di noi l'Areopago, la prigione di Socrate, il Pnice, poi la 
« baia di Palerò e la penisola del Pireo. 

« E tutto ciò involto in una luce d'oro calda del sole che si tuffa 
« in mare, con un cielo che va degradando in una infinità di tinte dal- 
« l'azzurro al violetto, dal rosso di fuoco al giallo d'oro. 

« Sorge dalla città un mormorio lontano indistinto di grida di fan- 
« ciulli, di voci d'uomo, di scalpitìi di cavalli, monotono, continuo, misto 
« al gracchiar dei corvi ed al cicalio degli uccelli. 

« Poi regna per pochi istanti una luce giallognola crepuscolare, i 
« contorni si accentuano per un momento, le facciate delle case della 
« città brillano di un'ultima luce e tutto si spegne e ritorna nell'ombra 
« e nella quiete. L'Acropoli sembra un cimitero, le colonne monche, i 
« capitelli rovesciati tante tombe mute e bianche ; e si lascia quell'altura 
« divina compresi di una dolce melanconia ». 

Torino, Dicembre igi8. 



ALBERTO OLIVIERI 

(Commemorazione letta dal Socio G. C. Barba vara di Gravellona 
nella seduta del i8 maggio 1919). 



Dell'Avvocato Cavaliere Alberto Olivieri chi legga i verbali della 
nostra Società dal io gennaio 1905 al 28 febbraio 1907, ricorda, o apprende, 
come egli entrato a farne parte l'S gennaio 1903 per due anni adempiesse 
i compiti di Segretario con modesta e coscienziosa attività. 

Appunto perchè tenace ai suoi doveri di Segretario l'Avvocato Al- 
berto Olivieri si preoccupò più che tutto di rendere nei verbali oggetti- 
vamente, compiutamente il succo delle discussioni. 

L'Avvocato Olivieri non prese in quel tempo né poi parte molto 
attiva ai dibattiti nei Consigli e nelle Assemblee. Ma le poche volte che 
parlò seppe farsi ascoltare e convincere, perchè nella frase breve egli 
esprimeva quella ferma convinzione che proviene dalla completa cono- 
scenza degli argomenti. 

Era la convinzione che proviene dall'esperienza e dallo studio che 
faceva la forza dell'Avvocato Olivieri, come argomentatore nelle Assem- 
blee e nei dibattiti forensi: esperienza e studio che, per quel che riguarda 
le ricerche bibliografiche e di archivio, e lo studio metodico delle disci- 
pline storiche, risalivano fino agli anni dell'adolescenza, e per ciò che 
riguarda la dottrina in cose di legge e l'esercizio della professione fo- 
rense alla vita di studente, che Alberto Olivieri condusse non spensierata 
e gaudente, come i più dei giovani devoti alle più roseamente gioconde deità 
dell'Olimpo, ma austera e riflessiva ; e agli anni di pratica, che non con- 
siderò, secondo un costume assai divulgato, quale una formalità necessaria, 
ma piuttosto come una rigorosa palestra di preparazione alle gravi respon- 
sabilità inerenti alla delicata funzione di patrono di privati e di pubblici 
interessi. Di tali responsabihtà ebbe quel senso squisito e continuamente 
vigile che costituisce, direi, la spina dorsale di tutta l'attività di un avvo- 
cato, che senta altamente della professione e non la consideri quindi come 
un mestiere o come uno sport, ma come un sacerdozio. 

A così altamente sentire fu di incitamento all'Olivieri la specchia- 



- 12 — 

tissima tradizione famigliare ; e sopratutto l'esempio nobilissimo del padre» 
magistrato di rigida coscienza e di vasta e profonda cultura, che fu del 
compianto consocio nostro il primo maestro nell'esegesi e nelle ricerche 
d'archivio. 

E anche gli fu di sprone a bene studiare e a ben fare il sentimento 
della nobile emulazione coi migliori condiscepoli e col fratello Carlo, il 
quale meritamente ora raccoglie dai progressi lungo la carriera ammini- 
strativa i frutti della geniale operosità. 

A Torino, ove seguì con amore e compì brillantemente i corsi della 
facoltà legale, Alberto Olivieri, avendo acquistato dimestichezza con Pietro 
Vaira, con Vincenzo Promis, con Antonio Manno e con altri eruditi, ebbe 
da essi larghezza d'aiuti nello studio del diritto feudale e dell'araldica, 
approfondendosi pure quanto allo spirito e alle cause prime delle vicende 
della Storia del Risorgimento Italiano, che egli conobbe nei più minuti 
particolari. 

Gli studi attorno alla giurisprudenza medioevale e alla materia 
blasonica valsero molto all'Olivieri anche nella trattazione di speciali ed 
intricate questioni che avevano il loro fondo nell'esumazione di vecchis- 
sime prove di possesso, nell'esercizio di diritti secolari e basati su editti 
di antichi sovrani, nella contestazione intorno, o all'uso di titoU nobiliari 
e di date denominazioni, o di certi particolari negli stemmi e negli acces- 
sori di questi ultimi. 

Molti di tali problemi a tutta prima appaiono piccoli, almeno alle 
persone non approfondite negli studi storici e archeologici, ma per essere 
ben risolti esigono la piena padronanza di una complessa intricata scienza. 

L'ufficio di segretario di questa nostra Società e la frequentazione 
di biblioteche e di archivi procurarono all'Avvocato Olivieri numerose 
conoscenze fra quelli che suoi coetanei o di poco più coltivavano le 
discipline da lui preferite. Ma particolarmente ebbe assai cari ed affettuosi 
i valentissimi Mario Mori Ubaldini degli Alberti, Ferdinando Gabotto e 
Giuseppe Frola, col quale ebbe spesso comuni, studi indagini ed anche 
progetti di collaborazione avvenire. 

Gli archivi pu'oblici e privati del nostro paese e segnatamente quelli 
dell'alta Italia non avevano segreti per l'Olivieri, che fino allo scoppio 
della guerra mantenne un attivo carteggio per studi e ricerche anche con 
dotti forestieri e specialmente con Francesi. 

Alberto Olivieri fu uno studioso ed un osservatore. Ovunque egli si 
recasse, faceva indagini negli archivi, rilievi di iscrizioni, stemmi, monu- 
menti, e faceva raccolta intelligente di quanto poteva illustrare la storia 



— 13 — 

•dei singoli luoghi. Così riunì un materiale prezioso, che avrebbe dovuto 
servirgli per un lavoro in cui vagheggiava raccogliere il frutto di lunghi 
anni di preparazione. 

Egli si proponeva di avviarlo dopoché, finita la grande guerra, sarebbe 
ritornato alle consuete occupazioni dello studio legale e avrebbe quivi 
riavuto i collaboratori che la guerra gli aveva tolto e con essi il tempo 
necessario per dar opera ai buoni studi. 

Alberto Olivieri fu un cittadino devoto alla Patria. Perciò all'esercizio 
della professione forense ed agli studi giuridici ed araldici aggiunse un 
motivo di quotidiana occupazione con l'attivo esercizio di importanti uffici 
a prò di istituzioni benefiche. 

Fra l'altro fu per quattordici anni amministratore dell'Ospizio Gene- 
rale di Torino, succedendo nella carica al padre, e tenne la consulenza 
legale onoraria della Società degli Asili per i lattanti, di cui era Consi- 
gliere Ispettore un amicissimo del nostro Olivieri : il Conte degli Alberti. 

La morte colpì improvvisamente Alberto Olivieri il 24 agosto 191 8 
nella sua villa di Cannerò, dove era appena salito a cercar riposo. 

Lo rapì alla Consorte amorosissima, alla famiglia, agli amici, agli 
studi, prima che l'anima sua entusiasta e la fede che Egli ebbe piena e 
assoluta nella nostra vittoria potessero appagarsi vedendo il trionfo della 
Patria nostra. 

Ben avrebbe meritato, egli che, nei momenti stessi in cui taluno dei 
migliori rimase perplesso sulle sorti della Patria, serbò incrollabile la 
sicurezza della vittoria, di vedere il risorgere delle fortune d'Italia. Ma 
alla famiglia che lo adorò, a quanti ebbero per lui devozione fraterna ed 
affettuosa stima, arride la speranza che lo spirito gentile di Alberto Oli- 
vieri abbia, nella lucida visione che sovente conforta l'agonia dei buoni, 
avuto il presentimento dei prossimi eventi, salutari e gloriosi per la Patria, 
e che dalla novella Patria immortale possa ora compiacersi del compi- 
mento di quell'epopea del Risorgimento, che Egli meditò con quella 
stessa intensità di affetto e con quello stesso religioso raccoglimento coi 
quali un figlio aduna e considera i ricordi paterni. 



- 14 — 



J. F. GOUTHIER - FRANgOIS DUCLOZ. 

(Commemorazione letta dal Socio Luigi Amedeo Rati Opizzoni di Torre 
nella seduta del 22 dicembre 1918). 

Il ritardo nella commemorazione di due soci corrispondenti defunti 
quasi da sei anni è dovuto al fatto che la nostra Società non ne ebbe la 
partecipazione che l'anno scorso dal socio corrispondente signor D'ArcoUiers, 
appartenente anch'egli a quel cenacolo di storici Savoiardi che sovente 
emigrano volentieri nella nostra Torino per fruttuose ricerche nelle nostre 
biblioteche ed archivi e che a molti di noi fu dato di conoscere e di aiu- 
tare fraternamente nelle loro ricerche. 

L'abate J. Gouthier nacque a Ballaiton (presso Thonon) il 21 luglio 1847 
e quando la morte lo colpì il 13 gennaio 191 3 a Cannet (Alpi Marittime) 
era Canonico onorario della Cattedrale di Annecy ed elemosiniere degli 
Ospizi di detta città. Le sue numerose pubblicazioni storiche furono riunite 
più tardi col titolo CEuvres historiques de M. VAbbé Gouthier (tre volumi 
in 8° di 1800 pagine, Thonon, 1901-1903). Uno dei suoi meriti migliori lo 
si ritrova nello spirito di critica sagace, nel pensiero costante della esat- 
tezza storica spinta nei piià minuti particolari. Tra i suoi lavori più con- 
sultati mi è caro citare: « Histoire de l' instruction publique avant le ijSg 
dans le département de la Haute Savoie. La Mission de Saint Francois 
de Sales en Chablais. « Saint Frangais de Sale s Ev eque » (1602-1622), che 
è il giornale quotidiano del vescovo nel periodo del suo episcopato. Les 
Eveques de Genève au tentps du Grand schisine. « Du grand schisme à la 

Réformation » ecc Per parlare più a lungo di questo storico Savoiardo si 

dovrebbe entrare in particolari sui lavori storici che uscirebbero dal campo 
che ci siamo prefisso, mi limiterò solo a ricordare a suo onore che per le 
sue ricerche speciali fu invitato di rivedere e di rimettere in ordine la 
grande Vie de Saint Francois de Sales di Hamon (1909). 



Il socio Francois Ducloz è morto l'ii febbraio del 191 2 a Domène 
presso Grenoble nell'età di 62 anni. Egli aveva fondato a Montiers nel 1878 
una tipografia, dopo breve tempo di studi e prove continuate fece un 



- 15 — 

impianto per le edizioni cromotipografiche, né tralasciò di spingere le prove 
sulla carta e di tutto quanto di perfezionato, ideò l'arte della bella edizione 
da bibliofilo. Col nome di Bibliothcque Savoyarde ristampò, non badando 
assolutamente a spese e a ricerche, opere antiche interessanti la storia 
della Savoia e divenute introvabili. Volle anche pubblicare in bella edi- 
zione : X Introduction à la vie devote de Saint Frangois de Sales dalla prima 
edizione del 1608, e andò a ricercarla a Vienna invano, non avendola tro- 
vata in nessuna biblioteca (la Visitazione d'Annecy ne possiede un esem- 
plare) si tenne a l'edizione del 1609. Più tardi aveva cominciato a copiare 
a Torino « les Grandes Croniques de Simphosien Champier ^^rm. fu con- 
sigliato di non spingere il suo progetto di riedizione, ciò ch'egli fece. Il suo 
nome varcò i confini della Savoia e alla tipografia di Montiers fu chiesta 
la contribuzione da Parigi. Pubblicò per M. John Grand Carteret: i* YEn- 
seigne, son histoire^ sa pki/osop/zie, ses particu/arités ; 2° La Montagne à 
travers les ages ; e per M. Julien Tursot, sotto-bibliotecario al Conserva- 
torio di Parigi: Les Chants etChangons populaires fecuillis dans les alpes Fran- 
gaises. Non si arricchì, anzi al contrario, del suo commercio e nel 1907- 1908 
tutto il suo materiale tipografico e gli esemplari che ancora restavano, 
furono venduti per autorità di giustizia. Per intromissione di amici e di 
ammiratori gli fu concesso un Bureau de Tabac a Domène, ove morì nel 191 2. 
Triste fine dopo quarant'anni di lavoro e di studi. Il governo francese lo 
nominò cavaliere della Legion d'onore ed ufficiale dell'istruzione pubblica. 
Ho riunito in brevi parole la vita dei due soci corrispondenti defunti, 
uomini modesti, un abbate appassionato cultore della storia della sua regione, 
ed un tipografo erudito, — troppo erudito per ricavare vantaggi dall'arte 
tipografica, — anime ascetiche in perenne contemplazione della bella visione, 
che vollero rivestita nella forma più pura e più austera. 



16 



NOTE DI PALETNOLOGIA PIEMONTESE 



I. 

Asce ed accette neolitiche inedite. 

In Piemonte il manufatto neolitico rappresenta la civiltà più remota 
che sin qui vi sia stata accertata (i). Nella parte occidentale, mancandovi 
gli affioramenti di selce, i manufatti neolitici di questa pietra sono poco 
frequenti: più numerosi si trovano nella orientale dove la selce più facil- 
mente poteva importarsi dalla Lombardia, e dove ha affioramenti di selce 
anche l'Apennino (2). 

Ma al litoplide piemontese non mancavano fra le rocce delle sue Alpi 
e del suo Apennino altre pietre durissime suscettibili di lavorazione e di 
bella levigatura (cloromelanite, anfibolite, pietre serpentine, giadaite (3) ecc.). 
Così avviene che manufatti di queste pietre, levigati, si incontrano di fre- 
quente in ogni parte del Piemonte. Con pietre di roccia affiorante in 
posto foggiarono le loro armi i neolitici del riparo di Vayes (4), e pure 
di pietre delle prossime catene montane sono i manufatti del villaggio^ 



(i) Vedi questo Bollettino, a. II, pag. 37. Per i caratteri della civiltà neolitica vedi: 
Colini, Le scoperte archeologiche del Rosa nella Valle della Vibrata, ecc. (" Bull, di 
paletnol. ital. „, XXXIII, p. 100 sgg.) ; Peet, The stone and bronze ages in Italy and 
Sicily, Oxford, 1909, cap. II- VII; Modestov, Introduction à l'histoire romaine, 1907; 
De Sanctis, Storia dei Romani, voi. I, Torino, 1907. 

(2) Colini, " Bull, di paletnol. ital. „, XXV, pag. 227 e 254. 

(3) Non è qui il caso di richiamare la lunga discussione sulla provenienza della 
giadaite. Vedi S. Franchi, Sopra alcuni giacimenti di rocce giadaitiche nelle Alpi 
occidentali e neW Apennino ligure ("Boll. d. r. comitato geologico,,, a. 1900, n. 2); 
A. IssEL, Della giadaite secondo le osservazioni delVing. S. Franchi (" Bull, di paletn. 
ital. „, XX VII, fase. 1-3Ì; A. Issel, Recenti studi sulle rocce giadaitiche e nefritiche ita- 
liane (" Bull, di paletnol. ital. „, XXXIV, fase. 9-12). 

(4) A. Taramelli, La stazione neolitica Rumiano di Vayes in Val di Susa ("Bui- 
lettino di paletnol. ital.,,, XXIX, fase. 1-3 e 7-9) ; G.PiOLri, I manufatti litici del riparo 
sotto roccia di Vayes (" Atti d. r. accademia d. scienze di Torino „, XXXVII). 



- 17 — 

■neolitico di Alba (i). La giadaite delle nostre Alpi sembra che in quella 
remota età fosse esportata fin nel Cremonese (2). 

Un certo numero di asce ed accette levigate di tipo neolitico raccolte 
in Piemonte, e tuttora inedite, è venuto in questi ultimi anni ad accre- 
scere le collezioni che già ne abbiamo. Neolitico è senza dubbio il tipo, 
ma quanto all'età cui appartengono, nulla è lecito affermare con sicurezza, 
sia perchè non conosciamo le circostanze di ritrovamento, sia per il fatto 
ben noto che le forme tipiche dei manufatti neolitici non mutarono du- 
rante il passaggio dall'età della pietra a quella del bronzo, e anche durante 
l'età del bronzo si conservarono per lungo periodo senza variare (3). 

Se le forme poco servono a stabilire la cronologia, ancor meno ci 
•dicono della provenienza. In Italia una tipologia regionale di questi manu- 
fatti non è ancora possibile (4), e anche quando la quantità di dati raccolti 
permetterà di farla, probabilmente ne risulteranno quadri a contorni molto 
indeterminati. Specialmente in fatto di asce e accette levigate esiste una 
grande moltiplicità di forme e proporzioni: è una varietà cui contribuisce 
certamente, come per tutti gli altri oggetti litici, la natura dei ciottoli da 
cui si ricavarono, la forma stessa dei ciottoli, il maggiore o minor lavoro 
■dedicatovi, e infine il gusto e l'abilità dell'artefice. Ad ogni modo tutte 
le forme di asce ed accette sono riducibili ad alcuni tipi principali, che 
ora verremo richiamando nel descrivere quelle di cui qui diamo notizia. 
Premetto che di esse, come della pii^i gran parte di consimili manufatti, 
il manico di legno o di osso andò perduto. 

* 

Che la valle d'Aosta sia stata sede dell'uomo neolitico, fu dimostrato 
dalle tombe di Saint-Nicolas, presso Arvier (5) e dal sepolcreto presso 
Montjovct metodicamente esplorato nel 1909 sotto la direzione del profes- 
sore Schiaparelli (6). In vicinanza appunto di questo villaggio nel 191 2 si 



(i) Franchi, op. cit. ; G. B. Traverso, Stazione neolitica di Alba, 3 parti. Alba, 
Sansoldi, 1898-1909. 

12) G. Patroni, La stazione all'aperto di Cella Dati (" Bull, di paletnol. ital. „, 
XXXIV, pag. 90). 

(3) Colini, "Bull, di paletnol. ital. „, XXVI, pag. 57 sgg. 

(4) Patroni, 1. e; Colini, " Bull, di paletnol. ital. „, 1. e. 

(5) PiGORiNi, " Bull, di paletnol. „, XIV, pag. 109 sgg. 

(6) G. E. Rizzo, Sepolcri neolitici di Montjovet (" Atti d. r. accad. d. scienze di 
Torino „, 1910). 

Boll. Soc. Piem. Archeol. e B. Arti, III. 2 



— 18 — 

rinvenne a destra della Dora, in occasione di lavori per la costruzione di 
un canale, un'accetta (i) di pietra verde, bellissimo esemplare dell'industria 
litica, oggi conservato nel museo d'antichità torinese. È di microprasinite^ 
roccia che affiora nella regione (2). 

La lavorazione del manufatto, dimostra una tecnica già molto progre- 
dita: la foggia è tra la linguiforme e la rettangolare: quasi rettangolare 

la sezione trasversale. Le due facce 
sono ben levigate, salvo un po' di 
scabrosità all'apice : levigatissimo il 
taglio, leggermente arcuato. I mar- 
gini, pochissimo arrotondati e un 
poco scabri. (Fig. i). 

Risulta che un'accetta di pietra 
verde levigata fu scoperta anni ad- 
dietro anche a Chambave, ma igno- 
rasi da chi oggi sia posseduta. 

A queste prime manifestazioni 
della civiltà neoHtica in valle di 
Aosta se ne vanno ora aggiungendo 
altre dovute a scavi sistematici 
presso Villeneuve, i quali, incomin- 
ciati or non è molto (3) e poi in- 
terrotti, sperasi possano essere ri- 
presi. La grande importanza della 
Fig. I. - Metà grandezza naturale (Baglione dis.). y^lle d'Aosta come arteria commer- 
ciale e come via militare nel mondo 
romano fu già messa in evidenza dagli studi del Pais: la sua importanza 
nel cammino delle civiltà preistoriche comincia appena oggi ad intrav- 
vedersi. 



J 




(i) Il Colini (1. e), il Taramelli (1. e), il Patroni (1. cit.) riserbano il nome di accette 
ai manufatti litici levigati, le cui facce sono ugualmente convesse o quasi, ed il cui 
margine affilato e tagliente doveva essere parallelo al manico. A quelli la cui impu- 
gnatura doveva essere in direzione trasversale al taglio il Colini ed altri danno il 
nome di ascia. Il Morelli (op. cit.), seguendo la terminologia dell'Issel, chiama accette 
i manufatti litici levigati non più lunghi di 9 cm. 

(2) Questa, come le altre determinazioni mineralogiche delle presenti note, devo 
alla cortesia del prof. Federico Sacco. 

(3) "Rendiconti della r. accad. dei Lincei „, classe di scienze morali, ecc., ser. V, 
voi. XXVII, fase. VII-X, Roma, 1919, pag. 297 • 299. 



— 19 — 



* * 



Della raccolta Cantamessa, testé acquistata dal nostro Museo di anti- 
chità (i), facevano parte una accetta di granatite, due accette di pietra 
serpentina ed un oggetto di calcare dolomitico. L'accetta di granatite venne 
dal Cantamessa raccolta a Pino Torinese. Sulle colline a levante di Torino 
non sono nuovi i rinvenimenti di manufatti litici. Nell'alveo del rio di 
Chieri, fra Chieri e Moriondo, ne trovò anche il Gastaldi (un anello di 
serpentino ed un'ascia di cloromelanite) (2): e il Sacco segnalava due bellis- 
sime cuspidi di selce, una tra Cinzano e Berzano, l'altra presso Ozzano (3). 
A Sassi, vicino alla sponda destra del Po, vennero raccolti un anello levi- 
gato ed un'ascia (4). È probabile che, dopo i periodi glaciali, la collina 
torinese e casalese siano assai presto state sedi dell'uomo neolitico. 





Fig. 2. — Metà grandezza naturale. 



Fig. 3. — Metà grandezza naturale. 



La nostra accetta di Pino (fig. 2) è di color verde scuro e lavorata 
con una certa cura. La forma è riferibile al tipo triangolare isoscele : il 
taglio leggermente arcuato: la sezione ovale. Lungh. cm. 11,5; ampiezza 
del taglio 5,3; spessore 2,5. 

La granatite affiora nelle Alpi occidentali : ciottoli se ne vedono anche 
nella collina di Torino fra i conglomerati del miocene. 






Una delle accette di serpentina (fig. 3) viene, secondo l' indicazione 



(i) Sono già note le ricerche del Cantamessa nella torbiera di Trana (vedi Afa««- 
fattipaletnologici, ecc., in " Atti della Soc. Piem. di Arch. „, IX, fase. 1, 1918). 

(2) Gastaldi, Frammenti di paletnologia, pag. 511 e 512, tav. Vili, fig. io. 

(3) " Bull, di paletnol. ital. „, XVIII, 125. 

(4) Gastaldi, Frammenti, cit., pag. 509 ; Sulla cossaite, ecc. (" Atti d. r. Accad. 
d. Scienze di Torino „, 1875). 



20 — 



del dottor Cantamessa, da valle Andana d'Asti (\a Valdondona delle, carte 
deiristit. geogr. mil.). La roccia onde consta esiste nelle valli dell'Olba e 
della Bormida nonché in vai di Susa e di Lanzo. Il manufatto ha pochis- 
simo spessore : le due facce sono quasi piane, il taglio lievemente arcuato. 
Somiglia per forma e per dimensioni alle asce spianate isosceli figurate 
dal Morelli nelle tav. XXVI e XXVII della citata Iconografia. Lung. cm. io; 
ampiezza del taglio 5,5; spessore 2,7. 

L'oggetto di calcare dolomitico ha perfettamente la forma di ascia 
isoscele con apice a punta smussata; tuttavia il suo esame non ci dà la 
sicurezza che trattisi di un vero e proprio manufatto. Anch'esso proviene 
da valle Andana. Il calcare di cui è formato incontrasi in sottili stratifi- 
cazioni nelle Alpi, ma nell* Astigiano è finora ignoto. Tracce di lunga 
fluitazione l'oggetto non presenta. D'altra parte la pietra, benché sia delle 
più dure tra i calcari, é certamente debole per farne uno strumento da 
taglio. Infatti l'oggetto, per quanto finisca quasi a filo, non si può dire 
che abbia un taglio levigato idoneo a recidere. Infine è evidente che le 
facce sono poco o punto lavorate, e non può escludersi che il loro arro- 
tondamento sia il risultato di una causa naturale. 

Classificheremo pertanto questo esemplare fra i numerosi su cui l'at- 
tenzione dell'archeologo si indugia per i dubbi 
e le riserve cui è astretto nel giudicarli, tanto 
più che l'insufiìcente durezza della pietra non 
sarebbe nel nostro caso argomento decisivo 
per negare il carattere di manufatto. È ben 
noto che dove mancavano pietre dure, si sup- 
pliva anche con pietre meno rispondenti allo 
scopo (i). 




+ 



. 



L'altra accetta di serpentina (fig. 4) pro- 
viene da Spigno Monferrato. Si può classifi- 
care tra le linguiformi, apice a punta. Il taglio, 
poco arrotondato, mostra qualche scheggia- 
tura. Una faccia è ineguale e punto levigata, 
l'altra liscia, ma non per levigatura, bensì perchè 
presenta tal quale la superficie della roccia. 
Anche il colore di questa faccia è rimasto come sulla roccia lo avevano 



Fig. 4. — Metà grandezza naturale. 



(i) "Bull, di paletnol. itai. „, XXVI, pag. 76. 



- 21 - 

alterato gli agenti atmosferici. La pietra ha tutte le caratteristiche delle 
rocce serpentine affioranti nelle vicine zone delle pietre verdi dette di 
Voltri. Lunghezza cm. 13; ampiezza del taglio 4,5; spessore 2. 

Tutto l'Apennino piemontese, da Montenotte a Bobbio e dallo spar- 
tiacque fin giù al piano, offre manufatti di tipo neolitico. Numerose stazioni 
dell'uomo primitivo furono in questa zona rivelate da adunamenti di ossa 
di animali bruciacchiate, da cocci di stoviglie simili a quelle delle caverne 
della Liguria marittima, da schegge di diaspro e da manufatti litici, fra cui 
principalmente asce ed accette levigate (i). Cotali manufatti sono tutti di 
tipo neolitico, e così quello descritto di Spigno ; ma è pur vero che qua 
e là si raccolsero, benché in misura estremamente scarsa, anche oggetti 
di bronzo, e questi attestano che, se alcune delle stazioni di cui si con- 
statò l'esistenza, furono neolitiche, altre dovettero essere dell'età del bronzo, 
età che forse cominciò tardi e si protrasse a lungo, nella montuosa ed 
impervia Liguria (2), tanto su questo come sull'opposto versante dell'Apen- 
nino. E da notare che molto materiale fu bensì raccolto da benemerite 
iniziative individuali, ma le accennate stazioni apenniniche continuano ad 
essere poco e inesattamente note, e ciò perchè esse non furono mai og- 
getto di metodiche esplorazioni. Una di queste stazioni, ricordate dall'Issel, 
è presso Spigno (valle Sauri di Montalto). 

* * 

Un manufatto neolitico piemontese, anch'esso tutt'ora inedito, è con- 
servato a Torino nel museo geologico del r. Politecnico (3). Consiste in 
una piccola accetta di serpentino appartenente a quella forma rettangolare 
che è delle meno frequenti tanto fra le asce ed accette piemontesi raccolte 
dal Gastaldi (4) quanto fra le numerose cis e trans-apenniniche figurate 
dal Morelli. Proviene da villa Cantalupo (ad ovest di Alba^ presso il Ta- 
naro), e somiglia molto per forma e dimensioni ad un'accetta della caverna 
delle Arene Candide (Finalese) (5). I lati sono un poco appiattiti, per modo 
che la sezione trasversale sta fra l'ovale e la rettangolare. 



(i) IssEL, Note paletnologie he sulla collezione del sig. G. B. Rossi (" Bullettino di 
paletnol. ital. „, XIX, fase. 1-3 e 4-6); Morelli, op. cit. ; Issel, Liguria preistorica 
(" Atti della Soc. lig. di St. patria „, XL, Genova, 1908). 

(2) Vedi questo Bollettino, a. II, pag. 78-79. 

(3) N. 17719 d'inventario. 

(4) Gastaldi, Iconografia e Frammenti di paletnologia. 

(5) Morelli, Op. cit, tav. XXIII, 3-4. 



— 22 - 

Il manufatto è molto guasto, per effetto, sembra, dell'uso. Originaria- 
mente le due facce devono essere state, interamente o quasi, levigate con 
cura: il taglio è, per scheggiature, scomparso. Lungh. cm. 7; largii. 4; 
spessore 2. 

Manufatti neolitici nella regione d'Alba sono frequenti : è alle porte 
di Alba che tra il 1884 e il 1905 venne messa alla luce la celebre sta- 
zione neolitica da G. B. Traverso (i). 



{Continua) 



Piero Barocelli. 



(i) Eusebio, Alba nella preistoria ("Alba Pompeia „, anno I, 1908) ; Traverso, op. cit. 



-23 — 



NOTIZIE DI SCAVI 



Necropoli neolitica recentemente scoperta in vai d'Aosta. — Il 

socio Barnabei ha presentato alla R. Accademia dei Lincei per la pubbli- 
cazione nelle « Notizie degli Scavi » una relazione del dott. P. Barocelli, 
in cui si dà notizia di scavi fatti eseguire dalla R. Sopraintendenza delle 
Antichità di Torino, nel territorio dei Salassi, a monte di Aosta. Il Bar- 
nabei accenna che, dovendosi fondare un edificio per l'impianto di una 
■centrale idro-elettrica della ditta Ansaldo, nello scavare le fondamenta si 
scoprirono alcune tombe. Fu disposto per una regolare esplorazione, che 
ha già messo in luce molte tombe di età neo-litica. Il Barnabei segnala 
l'importanza di questi scavi e dà interessanti particolari (« Rendiconti della 
R. Accademia dei Lincei », classe di Scienze Morali, voi. XXXVII, fasci- 
•coli 7-10). Se ne riferirà più ampiamente in seguito. 

Ameno. — Tombe preromane, scoperte nella frazione Lortallo. 

— Nella frazione Lortallo del comune di Ameno, a oriente del lago di 
Orta, nell'ampliare la strada campestre, fu trovata una tomba, con pareti 
<ii pietrame a secco, contenente vasi fittili riferibili ai tipi del secondo pe- 
riodo della civiltà di Golasecca. Nello stesso luogo è supponibile l'esistenza 
di altre tombe, di cui appare evidente la manomissione dalle tracce dei 
materiali funerari sparsi alla rinfusa insieme con ossa combuste. 

Due tombe di simile struttura e con simile materiale, riferibile ai tipi 
del primo e del secondo periodo di Golasecca, vennero in luce poco lon- 
tano da Ameno, nella località di Lortallino. 

A sud di questa regione pare che continui il terreno archeologico, e 
perciò verranno quivi condotte ulteriori esplorazioni. 

Galliate. — Necropoli romana della Costa Grande. — Nella « bar- 
raggia > Costa Grande del comune di Galliate le esplorazioni dell'avv. Guar- 
lotti portarono in luce un sepolcreto finora di circa quaranta tombe, il cui 
materiale fittile, di vetro, di ferro, di bronzo, mescolato alla rinfusa, attesta 
l'epoca dell'alto impero. Un nuovo saggio, fatto eseguire in presenza del- 
l'Ispettore, fruttò il ritrovamento di altro abbondante materiale funerario, 



— 24 — 

fra il quale l'oggetto più importante è una coppa frammentaria di terra- 
cotta fine, rossastra, senza vernice. 

A due terzi dell'altezza questa coppa presenta un restringimento che 
la divide in due parti, la superiore liscia, l'inferiore ornata a rilievi, raffi- 
guranti figure umane. Essa dovè verisimilmente uscire da uno di quei centri 
di fabbricazione dell'alta Italia, nei primi tempi dell' impero, da cui per- 
vennero i vasi che portano i nomi Aco, L. Sarius, Surus, L. Norbanus, e 
probabilmente anche una simile coppa del Museo di Torino, che si crede 
proveniente dalla necropoli di Palazzolo vercellese. 

Questi scavi di Galliate autorizzano a ritenere che quivi esistesse una 
necropoli di qualche « vicus » di poveri agricoltori, del tutto simile alle- 
altre già note del novarese e del restante Piemonte. 

Zoverallo. — Necropoli di età romana. Scoperta di una nuova 
tomba. — Nella necropoli romana di Zoverallo, in provincia di Novara, 
la cui conoscenza risale alle scoperte del 1874 e del 1902, fu recentemente 
ritrovata un'altra tomba di « tegulae », la quale però fu manomessa. Fra 
il materiale salvato è un medio bronzo imperiale corroso. La mancanza, 
di notizie intorno a questa tomba non rese possibile neppure di identificare 
se fosse a incinerazione o ad inumazione: a Zoverallo però sembra che 
fosse più comune la seconda forma di sepoltura. 

Una delle tombe di questa necropoli doveva avere come coperchia 
un grosso lastrone, che attualmente si conserva nella sala storica di Intra, 
e la cui iscrizione, riferibile al VI secolo di Roma, è sfuggita al C. I. L. e 
ai suoi « Supplementa ». 

Rivoli Torinese. — Epigrafe romana. — È stato regalato al Museo 
di antichità di Torino un frammento di stele funeraria, con epigrafe ro- 
mana, finora inedita. Esso fu scoperto nel sottosuolo del piazzale di fianco- 
alla chiesa di S. Martino di Rivoli e segnalato dal dottor Gino Borghezio. 

Sangano. — Frammenti di epigrafi romane. — Da Sangano per- 
vennero al Museo di Torino un frammento di stele, verisimilmente fune- 
raria, su cui si leggono due nomi in lettere romane con qualche caratteristica 
arcaica, e un frammento di iscrizione su marmo del periodo augusteo. 



Alba. — Epigrafe romana. — Poco lontano dalla città, presso S. Ro- 
salia, fu trovata una lapide funeraria marmorea, frammentaria, in carat- 
teri capitali riferibili al II secolo. Essa è interessante anche per l'onomastica. 



— 25 — 

Pornassio. — Tomba scoperta nel vivaio forestale di Piano d'Isola 
nel territorio del comune. — Da Piano d'Isola, nel comune di Pornassio, 
in provincia di Genova, provengono alcuni oggetti, inviati recentemente al 
Museo di Torino. Sembrano tutti oggetti accessori, che pare fossero con- 
tenuti in un' urna, di cui verisimilmente facevano parte due piccoli fram- 
menti di orlo, conservati insieme cogli oggetti stessi. La cosa più interes- 
sante è una fibula a sanguisuga, la cui staffa termina con un globetto e 
un dischetto. Essa è del tutto simile a una fibula trovata presso Crissolo, 
e di un tipo, che fin ora sembra limitato a questa regione alpina e alle 
necropoli della Francia di sud-est. Questo tipo della fibula di Crissolo fu 
ritenuto dell'ultimo periodo della prima età del ferro, ma può anche ap- 
partenere ai primordii della età di La Tene. 

La tomba di Piano d'Isola assume una speciale importanza per la 
scarsezza di notizie di quelle regioni durante il periodo della prima età 
del ferro. (P. Barocelli, Notizie degli Scavi, Roma 1918, fase. 4°, 5<>, 6"). 

Leonarda Masini. 



— 26 — 

STORIA E BIBLIOGRAFIA 
della paletnologia piemontese. 



(Continuazione. Vedi questo Boll., II, pag. 85I 

Ricerche del padre Ighina, di Don Ferrando e IVI. S. De Rossi. — 
Appassionato cultore degli studi naturali, il padre Ighina aveva iniziata 
nel collegio da lui diretto una collezione mineralogica e paleontologica, 
che, con generosità non mai venuta meno, aveva posta a disposizione dei natu- 
ralisti. Risvegliatasi l'attenzione sull'importanza che gli strumenti di pietra 
ebbero nelle civiltà primitive, egli si occupò a cercare manufatti preistorici 
con lo stesso ardore con cui prima si era dedicato a cercare fossili e 
minerali, e pervenne a farne in pochi anni una ricca collezione, buona 
parte della quale egli cedette, a mezzo del Gastaldi, per via di cambi, al 
museo civico di Torino. 

Don Ferrando, parroco di Stella S. Giustina, paesello sullo spartiacque 
ligure-piemontese non lungi da Savona, esplorò instancabilmente la regione 
di Stella e, sul versante piemontese, quella di Ponzone e di Sassello (i), 
rivelando stazioni umane preistoriche e continuando le ricerche fin verso 
il 1886, nel quale anno la sua raccolta veniva acquistata dal Museo geologico 
universitario di Genova. Della raccolta faceva parte anche un « cranio an- 
tico » dei pressi di Alessandria. 

Michele Stefano de Rossi, un altro studioso di antichità preistoriche, 
nel 1868 dava al Gastaldi notizia di un giacimento di selci scheggiate, 
da lui ritrovato a Castel Ceriolo vicino ad Alessandria (2). 

Si cominciò così a rivelare che anche nell' Apennino piemontese ed 
a sud del Po era esistito l'uomo preistorico. Mancavano però, e mancano 
tuttora elementi bastevoli a risolvere la questione se in Piemonte oltre 
all'uomo neolitico sia vissuto il paleolitico. A parte ogni ipotesi sulle condi- 



(i) Vedi IssEL, Lig. preistorica, cit. 

(2) M. St. de Rossi, Scoperte paletnologiche in Castel Ceriolo presso Alessandria 
— lettera al prof. Gastaldi — nel " Bollettino nautico e geografico di Roma „, V, i, 
dicembre 1868. 



— 27 — 

zioni di abitabilità della valle del Po nell'età quaternaria (i), i manufatti 
di Castel Ceriolo e un manufatto di tipo affine a quelli di Chelles 
raccolto da don Penando presso Sassello, non lungi dallo spartiacque 
apenninico, sono rinvenimenti troppo isolati perchè si abbia la sicurezza 
che non trattisi di tipi paleolitici sopravissuti nell'età neolitica, come fu 
constatato in altri rinvenimenti, e come avviene di manufatti di tipo neo- 
litico conservatisi nell'età del bronzo. I piccoli manufatti di selce scheggiati 
del tipo di Moustier ritrovansi in uso, come è noto, ancora durante l'età 
del bronzo. Tuttavia non si può escludere che al di qua dello spartiacque 
apenninico e così nelle valli della Bormida e del Tanaro, alla cui confluenza 
è Castel Ceriolo, possa essere pervenuta qualche derivazione di quella 
civiltà paleolitica, di cui nell'opposto versante rimasero non dubbie tracce. 
Finora, con certezza, sappiamo soltanto che anche in Piemonte vissero 
specie animali di quella fauna che al sud dell'Apennino ed in altre parti 
d'Italia ed oltralpe fu coeva all'uomo paleolitico. Nella regione sopra 
Mondovì e Cuneo sono relativamente numerose le caverne con fauna che 
possiamo chiamare paleolitica. Esse offrono tutte come caratteristica 
uniforme la presenza deWursus spelaeus. In nessuno però dei giacimenti 
piemontesi di fauna paleolitica furono mai ritrovati indizi né dell'uomo 
né di industria umana (2). 

* 

Scoperta di necropoli e di stazioni della prima età del ferro presso 
Castelletto Ticino. — In questo frattempo numerose scoperte sulle rive del 
Ticino, là dove esce dal lago Maggiore, mettevano in luce un importante 
centro di civiltà della prima età del ferro. Tra i paesi di Sesto Calende, Gola- 
secca e Somma Lombardo sulla riva sinistra del Ticino e tra Castelletto e 
Varallo Pombia sulla riva destra, posteriormente alla età delle palafitte e 
prima delle invasioni galliche era vissuta una numerosa popolazione, della 
quale non si conosce l'origine, in possesso di una civiltà che con nome 
generico è detta di Golasecca. 

Degli avanzi da essa lasciati già qualche cosa aveva detto il Gastaldi (3). 



(i) Vedi questo Bollettino, II, pag. 36. 

{2) Dopo che era incominciata l'esplorazione delle caverne liguri il sacerdote 
don Bruno si diede ad esplorare le caverne della Bossea e di Caudano sopra Mon- 
dovì, e mandò le ossa trovate al Gastaldi, che vi fece pure un'esplorazione di cui 
riferì all'Accademia delle Scienze di Torino. Fu poi esplorata la caverna del Bandito 
sopra Borgo S. Dalmazzo. 11 prof. Parona vi raccolse molto materiale. 

(3) Gastaldi, Nuovi cenni, cit., pag. ^4-^S^ 



- 28 - 

Poco dopo il 1870 Pompeo Castelfranco ritrovò in località detta Merlotitt ( j }, 
una stazione di quella gente (2). Un'altra stazione umana, vicino al Ticino, 
ch'egli in quel medesimo torno di tempo esplorò, in località Molinaccio, è 
incerto se debba essere assegnata alla medesima età o addirittura al neo- 
litico (3). Le maggiori tracce rimasero in numerose tombe e piccole 
necropoli, nelle quali il Castelfranco, dopo molti regolari scavi, potè osser- 
vare e determinare due periodi successivi (4). Alcune di queste tombe 
erano segnalate e chiuse da recinti circolari o rettangolari di pietre di 
mediocri dimensioni piantate ritte e separate l'una dall' altra, che al 
Pigorini (5) suggerirono l'idea di piccoli « cromleck ». 

Ariodante Fabretti, in seguito a questi risultati, valendosi dell'opera 
di certo Carlo Marazzini, per alcuni anni, dal 1876 in poi, fece praticare 
presso alla riva piemontese ricerche e scavi, che arricchirono il R. Museo 
di antichità di Torino, di cui era direttore, di una collezione notevole per 
numero e per pregio di oggetti. E tuttora essa la maggiore esistente delle 
antichità della prima età del ferro del Piemonte. Due tombe furono nel 
museo ricostruite. I tipi delle tombe erano vari: in generale erano for- 
mate di rozzi lastroni o di pareti di ciottoli intorno ad un ossuario fìttile 
coperto da una ciotola rovesciata. 

Contemporaneamente, a mezzo pure del Marazzini, la Società archeo- 
logica novarese aumentava il suo museo (oggi, sciolta la società, museo civico 
di Novara) di una omogenea e ricca collezione di oggetti provenienti da 
queste necropoli piemontesi. 

* 
* * 

Fondazione del « Bullettino di paletnologia italiana » a cura del Pigorini^ 
del Chierici, dello Strobel. — Qualche anno prima della morte del Gastaldi 
ebbe nuovo impulso la paletnologia italiana dallo Strobel, dal Chierici^» 
dal Pigorini, che fondarono a Parma nel 1875 il Bullettino di paletnologia 
italiana, il quale ebbe subito la vita fiorente di cui tuttora, sotto la dire- 
zione del Pigorini, gode. Il conciso programma, a capo del primo volume, 



(i) P. Castelfranco, / Merlotitt, ecc. ("Atti della Soc. di Se. nat. „, XVII). 

(2) I materiali furono acquistati dal R. Museo di antichità di Torino. 

(3) I materiali furono acquistati dal R. Museo di antichità di Torino. P. Castel- 
franco, La stazione del Molinaccio, ecc. (" Atti d. Soc. ital. di Scienze nat. „, XVI). 

(4) P. Castelfranco, Due periodi nella necropoli di Golasecca (" Bull, di paletnol. 
ital. „, II e III). 

(5) L. Pigorini, / Liguri nelle tombe di Golasecca (" Mem. d. r. Accademia dei 
Lincei „, ci. Scienze mor., ser, 3', XIII, 1884). 



- 29 — 

così si esprime : « Gli studi e le scoperte di archeologia preistorica pro- 
cedono in Italia con sì mirabile incremento, che oramai torna impossibile 
a<,'li studiosi aver pronta notizia di ogni cosa che nei diversi luoghi della 
penisola si venga osservando e pubblicando, né d'altra parte hanno sempre 
gli investigatori agevol modo di far noti i risultati delle loro indagini ». 
Il Bullettino ha gli scopi di: « i** annunziare le nuove scoperte che si 
vengano facendo in Italia relative ad età non illustrate dalla storia; 2° por- 
gere compendiose notizie delle pubblicazioni nazionali e straniere che 
riguardino quelle oscure età del nostro paese ; 3° dare la statistica delle 
collezioni paletnologiche esistenti in Italia e dei loro successivi incrementi ». 
A questo programma il Bullettino^ che fin dalle sue prime annate 
ospitò gli studi del Castelfranco sulla civiltà di Golasecca, anche per la 
parte spettante al Piemonte non venne mai meno. Oggi, quanto in Italia 
è man mano acquisito in fatto di paletnologia, tutto vi è registrato ed 
ampiamente studiato ; quanti autori vollero fare opera d'insieme, attinsero, 
unicamente o quasi, al Bullettino. 

* 
* * 

Raccolte paletnologiche del r. museo torinese. — Mentre, dopo la 
morte del Gastaldi, gli studi e le ricerche paletnologiche nelle altre parti 
d'Italia presero grandissimo sviluppo, in Piemonte per qualche tempo 
parvero languire. Ma dagli ultimi anni del secolo passato ripresero anche 
qui novella vita per opera di G.B. Rossi, G.B. Traverso, Clarence Bick- 
noll e della direzione del regio museo di antichità di Torino, la quale 
in Piemonte promosse sistematiche esplorazioni ed alla quale si deve se 
oggi il r. museo vanta una delle più notevoli e ordinate raccolte paletno- 
logiche itahane (i). 

Fino allora quell'istituto, che già era insigne per antichità egiziane 
e romane, offriva di paletnologia italiana qualche ragguardevole collezione, 
ma in complesso il materiale era piuttosto scarso, e quello che vi si trovava 
lasciava desiderare un migliore ordinamento. Il più importante incremento 
si ebbe verso il 1895 quando ricevette, per grazioso deposito, tutto il 
materiale paletnologico che, per merito di Bartolomeo Gastaldi, già posse- 
deva il museo civico di Torino. In onore e ricordo del padre della palet- 



(i) Con legge del 1907 istituitasi la Regia Soprintendenza degli soavi e musei 
archeologici di Torino (con il Piemonte e la Liguria), questa fu affidata al direttore 
del r. museo di antichità di Torino. 



- 30 — 

nologia subalpina la raccolta serbò nella nuova sede il nome di chi l'aveva 
procurata ed illustrata (i). 

Ampliato così nel materiale delle antichità primitive, il museo assegnò 
un posto distinto alle collezioni piemontesi come quelle che maggiormente 
rispondevano all' interesse regionale ; furono però messe in evidenza pur 
quelle delle altre regioni d'Italia ed anche dell'estero, in modo da agevolare 
gli opportuni confronti. 

Da allora la sezione paletnologica piemontese venne sempre aumen- 
tandosi, sia con acquisti (come quello dei materiali delle già accennate 
stazioni del Molinaccio e dei Merlotitt), sia cogli oggetti raccolti negli 
scavi regolari promossi dal museo medesimo. In questi ultimi anni la se- 
zione paletnologica ebbe poi un altro notevolissimo aumento per il muni- 
fico dono che il padre G. B. Amerano le fece della sua raccolta di oggetti 
delle caverne del Finale. Sono il frutto di scavi da lui personalmente 
condotti con criteri strettamente scientifici — cosa rara da parte di un 
privato — e con sacrifizi e costanza pari alla dottrina. Sono frutto impor- 
tante sia per il valore ed il numero degli oggetti, sia perchè, per il metodo 
con cui gli scavi furono eseguiti, getta nuova luce anche su tutto il mate- 
riale delle caverne liguri già raccolto in altri tempi e sulle facies di civiltà 
di cui quegli oggetti sono documenti (2). 

* * 

Ricerche di G. B. Rossi neW Apennino piemontese. — Sulle tracce 
del Gastaldi, dell'Ighina e del Ferrando, G. B. Rossi, di Sassello, noto come 
attivo e fortunato esploratore delle caverne preistoriche del Finale, in 
parecchi anni di ricerche, non condotte però con tutta la severità di 
metodo che oggi è dimostrata necessaria, raccolse, specialmente dopo il 
1885, gli avanzi lasciati dall'uomo preistorico sull' Apennino a nord dello 
spartiacque, in giacimenti cui l'Issel diede il nome di « stazioni », Molti 
di quei giacimenti il Rossi fu il primo a rivelare. Non si sa di scoperte 
di tombe o necropoli. Numerose sono le località in cui « stazioni > vennero 
in luce (Dego, Molare, Spigno, Cairo Montenotte, Piana Crixia, Piana, 
Pian Castagna, Asquino, Monte Sabino, ecc.). I maggiori centri si trovarono 
nei dintorni di Sassello e di Ponzone, che il Rossi aveva maggior agio di 



(i) Nel " Bull, di paletnol. ital. „, XXII, 1895, pag. 297, il Pigorini tributò, dell'av- 
venuta riunione, lode per una parte agli amministratori del museo civico e per l'altra 
al direttore del r. museo. 

(2; Vedi questo Bollettino, a. II, p. 36-39. 



— 31 — 

esplorare, e che diedero numerosi manufatti (coltellini interi o rotti, asce, 
accette, scalpelli di pietre dure levigate) oltre numerose schegge di selce 
e di diaspro e nuclei di selce da cui coltelli erano stati staccati. In alcune 
« stazioni » si trovarono cocci di vasi fittili non torniti e cotti sulla brace simili 
a quelli delle caverne dell'opposto versante apenninico. La maggior parte 
di quegli strumenti di pietra ha i soliti caratteri di quelli delle stazioni e 
delle tombe neolitiche, ma, come è noto, ciò non può bastare a determi- 
nare l'età cui appartiene il giacimento, ove non concorrano altri indizi. 
Benché molto scarsi, furono trovati coi manufatti litici anche oggetti di 
bronzo. Si raccolsero inoltre ossa di mammiferi abbrustolite. 

L'esame dei materiali nel suo complesso rivela che una parte almeno 
di quelle « stazioni » appartiene all'età del bronzo ; la civiltà che essi rap- 
presentano va collegata forse con quella dei cavernicoli della Liguria Ma- 
rittima, regione in Italia dove le civiltà preromane conservarono a lungo 
carattere arcaico. 

Degli oggetti più degni di nota usciti dalle esplorazioni del Rossi, 
come di quelli del Ferrando, diedero notizie A. Issel(i) e N. Morelli (2). 
La collezione Rossi rimase a lungo a Sassello; è un ricchissimo materiale 
il cui studio non può non recare un ampio contributo alle nostre cogni- 
zioni intorno agli antichissimi abitatori dell'Apennino piemontese. 

Morto il Rossi, in questi ultimi tempi gli eredi cedettero la collezione 
in parte al museo geologico della r. università di Genova, in parte al museo 
di storia e d'arte nel palazzo Bianco di quella città. 

* 
* * 

Stazione neolitica del Cristo (sobborgo di Alessandria). — Ne diede 
notizia E. Ferrerò: « In un terreno marnoso, con frammenti di stoviglie 
di grossolano impasto e cotte al focolare e con corna di cervi, ossa e 
denti di cinghiale e di altri animali, vennero fuori altresì strumenti di pietra, 
di cui non pochi non furono conservati. Si salvarono per il Museo ales- 
sandrino, con un certo numero di cocci e di resti di animali, quattro 
scuri di varia grossezza, due punte di freccia, parecchi coltelli e raschiatoi 
e nuclei di selce ». (« Notizie degli scavi », 1896, pag. 55), 

* 

Ile ■¥ 

La stazione neolitica di Alba. — Un allievo del Gastaldi, G. B. Tra- 
verso, fin dal 1884 espose nella mostra paletnologica della esposizione di 



(i) " Bull, di paletnol. ital. „, XIX, 1-3, 4-6. 

(2) Iconografia della preistoria ligure, Genova, 1901. 



— 32 — 

Torino una serie di manufatti litici, che aveva raccolti in un terreno 
alle porte di Alba, presso il torrente Cherasca, mentre si stava estraendo 
argilla. Il Traverso continuò a seguire con intelligente assiduità questi scavi 
fin verso il 1905, quando evidentemente gli scavi erano ormai giunti al 
limite della zona archeologica. Si trattava di un vero ed ampio villaggio 
di gente vissuta nell'età neolitica. Si trovarono di quelle famiglie primi- 
tive i « focolari », e anche, secondo opinò il Traverso, le « aie » (piccoli 
spazi circolari selciati). Gli oggetti rinvenuti superarono il migliaio, e costi- 
tuiscono ora una delle maggiori raccolte del « museo preistorico romano », 
al quale furono, quasi tutti, dal Traverso generosamente donati. 

Già nel 1893 il Pigorini segnalava l'importanza della stazione (« Bull, 
di paletnol. ital. », XIX, pag. 162-168): « La quantità e la qualità degli 
oggetti che costituiscono la collezione Traverso e la circostanza di averli 
rinvenuti in uno spazio limitato, insieme a carboni, ceneri ed ossa di ani- 
mali rotte.... attestano evidentemente che nel luogo dove giacevano esistette 
una stazione neolitica cui conviene dare il nome di Alba » Verosimil- 
mente « gli abitatori di essa appartenevano alla medesima gente che nel- 
l'epoca neolitica lasciò i fondi delle capanne ed occupò le caverne ». 

I manufatti raccolti sono litici e fittili. Le asce, le accette, gli scalpelli 
levigati sono di cloromelanite, giadaite e rocce più comuni. Le forme dei 
manufatti sono molto variabili : alcuni sono triangolari, ma la forma più 
usuale è la trapezoide. Di selce sono coltelli, qualche punta di freccia, 
poco lavorata, ed altri piccoli oggetti. Un anello di pietra levigata, raro, 
può aver servito da testa di mazza o da braccialetto. Delle stoviglie di 
terra cotta a fuoco libero generalmente non rimasero che cocci : i fondi 
dei vasi sono piani, anulari le anse di varia grandezza, gli orli sottili e 
verticali o leggermente inclinati in fuori. Gli ornati consistono in piccole 
impressioni fatte a pizzico od in linee incise nella pasta molle, interse- 
cantisi. E una ceramica che si collega alla neolitica dei fondi di capanne 
e delle caverne, e si stacca nettamente da quella delle palafitte. 

* 
* * 

// riparo neolitico sotto roccia di Vayes (Val di Susa). — Un riparo 
sotto roccia di Vayes allo sbocco della vai di Susa e sepolcreti trovati in 
vai d'Aosta ci parlano di altre genti neolitiche, e danno qualche idea di 
questa antichissima civiltà nella regione subalpina. Le esplorazioni furono 
promosse e guidate dal direttore del regio museo di antichità di Torino. 

Presso il villaggio di Vayes, dal fianco dell'erta montagna si stacca 



— 33 - 

«no sperone di roccia, sul quale vengono ad appoggiarsi le ultime case 
di Vayes. Ivi furono eseguiti ampi lavori di cava di pietre, che, nel 1900, 
avevano ancora lasciato intatta una specie di spelonca o riparo, situato a 
•mezza costa del dirupo, « formato da un enorme lembo di roccia, rove- 
sciato obliquamente contro la parete verticale, presentando così un vano, 
una specie di grotta di sei metri di lunghezza e quattro di larghezza, la 
quale, chiusa nel fondo da un ammasso di grossi blocchi, con pochi adatta- 
menti è perfettamente opportuna all'abitazione di una famiglia primitiva ». 
(Taramelli, in « Bull, di paletnologia ital. », XXIX). In questo riparo le ri- 
cerche metodiche, cui attesero A. Taramelli ed il prof. Piolti, negli anni 
1900 e 1901 misero in luce ossa rotte ed abbrustolite di animali, manu- 
fatti litici e di osso, e numerosi frammenti di ceramica. Questi oggetti si 
•conservano nel r. museo di antichità di Torino. Di pietra verde levigata sono 
asce, accette e scalpelli. Da qualche parte dello strato archeologico, prima degli 
scavi regolari, era anche venuto in luce un martello-ascia. I manufatti di 
osso sono punte più o meno regolari ottenute mediante tagli trasversali 
praticati in ossa lunghe. La ceramica è in frammenti, ma porse tuttavia 
elementi sufficienti per stabilire, se non le forme, i vari tipi di vasi, più 
o meno rozzi e primitivi. La loro ornamentazione consiste in impressioni 
ottenute a stecca, grosse bozze rilevate e cordoni rilevati, ecc. 

* 
* * 

Sepolcreti neolitici della vai d' Aosta. — In vai d'Aosta nell'anno 1909 
la r. soprintendenza condusse scavi sistematici a Montjovet, dove erano 
apparse tracce di antichissime sepolture. Già precedentemente in quella valle 
•erano state segnalate tombe neolitiche ad Arvier, ma non se ne ebbero 
■che imperfette notizie, anche perchè alle neolitiche stavano sovrapposte 
sepolture o semplicemente strati archeologici molto posteriori. Vari strati 
sovrapposti erano pure nella necropoli che lo Schiaparelli mise in luce a 
Montjovet. Lo strato inferiore, neolitico, mostrò in modo indubbio il rito 
funebre del seppellimento secondario. I crani erano doHcocefali. Gli oggetti, 
in iscarso numero, consistevano in numerosi cocci amorfi, di rozzo impasto; 
i vasi cui questi cocci appartengono erano stati induriti al sole; l'impasto 
di quella terra non offre che una assai debole resistenza, anche alla pres- 
sione della mano, e non si scorge alcuna traccia dell'uso del tornio. No- 
tevole, specie per la mancanza della selce in posto in queste regioni, è un 
bel punteruolo di selce gialla, presentante tutti i caratteri della tecnica 
neolitica (Rizzo, Sepolcri di Montjovet, in « Atti della R. Accad, delle Scienze 

boli. Soc. PUm. Archtol. * B. Arti, III. ? 



— 34 - 

di Torino » , XLV). Alcune delle tombe neolitiche scoperte furono ricostrutte 
nel museo d'antichità torinese. 

Altra necropoli della stessa età venne in luce in vai d'Aosta nel 191 7 
presso Villeneuve, in un terrazzo fluviale della Dora Baltea. Lavori per la 
costruzione di una centrale elettrica avevano messo in luce alcune tombe 
ed il r. museo d'antichità di Torino fece eseguire d'urgenza esplorazioni 
nello spazio che stava per essere occupato dai fabbricati. Si trovò un'estesa 
necropoli neolitica, di cui furono scoperte già più di venti tombe. Con 
ogni verosimiglianza ve ne sono altre. Sono formate a cassa di grossi la- 
stroni di pietra messi a coltello, chiusa da un grande lastrone che faceva 
da coperchio: fondo la nuda terra. Evidente vi è l'inumazione di cadaveri 
già scarnificati: suppellettile neolitica scarsissima: singolare in una tomba 
un cranio, in ottimo stato, con un foro circolare ed in un'altra un cranio 
ed un omero ad una estremità e le quattro ossa lunghe all'estremità op- 
posta, nuU'altro. Alla disposizione delle ossa corrispondeva in questa tomba 
la chiusura, che, invece di essere coperta orizzontalmente, aveva i due gruppi 
di ossa coperti ciascuno da una lastra messa obliquamente. Né sarebbesi 
potuto pensare ad uno sfondamento dei lastroni di copertura. 

L'esplorazione verrà presto ripresa, ed è da sperare che i ritrovamenti: 
diano luce anche sulla provenienza delle genti che nel neolitico appaiono 
come primi abitatori della valle. 

* 

* * 

Le palafitte subalpine. Le incisioni preistoriche su rocce delle Alpi Ma- 
rittime (età del bronzo). — Negli anni che seguirono immediatamente la 
morte del Gastaldi gli imprenditori continuarono a sfruttare, senza una cura 
pur minima degli interessi della scienza, le torbiere subalpine nelle quali 
a cura del Gastaldi erano state scoperte le vestigia delle famiglie palafit- 
ticole. Il materiale che il Gastaldi vi raccolse (vasi fittili di varia forma^ 
ornati o no; pugnali, aghi crinali, ecc., di bronzo; cuspidi di freccia, col- 
telli, seghe, ecc., di pietra; piroghe e ruote di legno ecc.) è, fino ad ora, se 
non l'esclusiva, la meno incompleta rivelazione di quella età per il Piemonte. 

Si sa pure di alcuni manufatti usciti da qualche torbiera subalpina 
nei primi anni dopo la morte del Gastaldi. I più importanti sono quelli 
della torbiera di Trana (anfiteatro morenico di Rivoli) venuti nelle mani del 
dottor Filippo Cantamessa, ed acquistati dal museo di antichità torinese: 
asce di pietra verde levigata, cuspidi e coltelli di selce, ed alcune forme per 
fondere oggetti di bronzo, prova della lavorazione « in situ » del bronzo. 



— 35 — 

Notevole una di queste forme, perchè potrebbe, secondo teorie recenti, 
aver relazione con un culto solare presso i palafitticoli (« Atti della Società 
piemontese di Archeologia », IX). 

Gli ultimi studi e scoperte dell'età del bronzo che riguardino territo- 
rialmente il Piemonte sono dovuti all'opera tenace dell'inglese Clarence 
Bicknell, il quale nel 1913 pubblicò un interessantissimo volume (« A guide 
to the prehistoric rock engravings in the Italian Mariti-me Alps »), in cui 
riassume i risultati di un quindicennio di esplorazioni da lui fatte nella 
zona delle incisioni rupestri di Monte Bego (vai Fontanalba, vai Mera- 
viglie, ecc.), presso al confine francese, in provincia di Cuneo (i). Di quelle 
incisioni si era occupato prima di lui qualche scienziato straniero e nel 1886 
ne aveva riferito al Ministero della Pubblica Istruzione E. Celesia. Ma fino 
al 1897, più che esplorazioni, non si erano fatte se non brevi visite alle « Me- 
raviglie » di quel massiccio alpino impervio e coperto di nevi molti mesi 
dell'anno, sicché ben poche erano le incisioni vedute e pubblicate in con- 
fronto della straordinaria quantità disseminata su quelle rocce. Il Bicknell ne 
scoprì, disegnò, fotografò oltre 14.000, prendendone anche circa 6000 calchi. 

Oggi le incisioni di monte Bego sono abbastanza acquisite alla scienza, 
perchè se ne possa parlare con una certa conoscenza. Se però è ormai 
fuori dubbio la loro origine preistorica e sono abbastanza sicure l'interpreta- 
zione di molte figure e l'età cui press'a poco sono da attribuire, resta sempre 
nel campo della discussione la gente cui sono dovute, ed è un mistero che 
permette troppe ipotesi il vero significato e lo scopo di un lavoro che durò 
forse parecchi secoli. 

La Sopraintendenza degli scavi d'antichità ha preso per la tutela e 
conservazione delle incisioni tutti i possibili provvedimenti. 

* * 

Le più. recenti scoperte della prima età del ferro. — Dopo le scoperte nella 
regione di Castelletto Ticino, furono nel Novarese esplorati gruppi di tombe 
della stessa età da L. Apostolo a Bellinzago ; ma fuori della provincia di 
Novara ben pochi e assolutamente sporadici furono in Piemonte, fino agli 
ultimi tempi, i ritrovamenti riferibili a quella prima età del ferro che altrove 
fu caratterizzata dalla civiltà di Hallstatt. Sembra di quella età una tomba 
trovata a Chiusa di Pesio, e tali sono certamente le tombe isolate scoperte 
in vari tempi a Pezzana, a Palestro e più recentemente (1914) a Pornassio. 



(i) Vedi in questo Bollettino, II, pag. 65, notizie sommarie delle ricerche del 
Bicknell. 



- 36 - 

Allo studio della stessa età sono intese due esplorazioni oggi in corso, 
anzi si può dire appena incominciate : una a S. Bernardino, presso Novara, 
l'altra ad Ameno, plesso il Lago d'Orta. Sono esse fatte a cura ed ini- 
ziativa della Soprainteiìdenza agli scavi per il Piemonte e del Museo civico 
di Novara. I risultati finora ottenuti sono limitati, ma i ritrovamenti sem- 
brano già tali da far sperare qualche po' di luce sugli inizi fra noi della 
civiltà del ferro ; periodo oscuro per il quale scarsa finora in Piemonte è la 
documentazione. 

* 
* * 

La necropoli gallica e gallo-romana di Ornavàsso. — Quando verso 
il 1890 lo studio delle antichità preistoriche prese in Piemonte novello vi- 
gore, Enrico Bianchetti riconobbe presso Ornavàsso, all'estremità meridio- 
nale della valle d'Ossola, l'esistenza di due necropoli contigue ma distinte, 
e ne intraprese l'esplorazione. Nella più antica, gallica, quella di S. Bernardo, 
mise in luce 165 tombe, nell'altra, di Persona, gallo-romana, altrettante, 
e sembra che l'esplorazione non debba considerarsi finita. La monografia 
del Bianchetti, uscita negli Atti della nostra Società, è fra i lavori di maggior 
interesse scientifico pubblicati nella raccolta. Ma coli' opera del Bianchetti 
cominciamo ad uscire dal campo della paletnologia per entrare in quello 
dell'archeologia gallica e gallo-romana, di cui in Piemonte abbondano rin- 
venimenti e studi. 



Il quadro delle civiltà preistoriche quale ci si presenta ora in Piemonte 
ci mostra la nostra regione come collegata da una parte (Apennino) colle 
civiltà arcaiche della Liguria e aperta nel piano liberainente alle civiltà 
dell'inferiore valle padana. Qui si svolgono le medesime civiltà che nella 
Lombardia occidentale. Le zone alpine, o almeno alcune (ad esempio la 
valle d'Aosta), ci offrono indizi di collegamento colle finitime civiltà d'ol- 
tralpe. A queste conclusioni adducono le ricerche dal Gastaldi ad oggi, e 
il nostro breve riassunto dei fatti principali potrà anche chiarire ed inqua- 
drare le notizie bibliografiche che seguono e che, alla loro volta, giove- 
ranno a completare il cenno storico. 

(Continua). 

Piero Barocelli. 



- 37 



RECENSIONI 



Adolfo Cremona. — Trecate nella storia. Novara, Stahiì.FrapoWìe C, igi 7 
(v. Recensione di M. Avetta in « Rivista storica italiana », Torino, 19 18, 
fase. 4, pag. 299). 

Questa storia del borgo di Trecate, disegnata nei momenti capitali 
dalle prime origini sino ai giorni nostri, è un utile contributo alla storia 
del novarese. E ai lettori di questo bollettino potranno interessare spe- 
cialmente le notizie che il Cremona dà sul Castello di Trecate, sulla chiesa 
parrocchiale e sulle altre opere di carattere artistico. Egli ci dice che il 
castello sorse intorno all' anno 900 (per opera di Berengario I, evidente- 
mente, e non di Berengario II, come asserisce l'autore), e che durante il 
secolo XVIII fu trasformato in un sontuoso palazzo da caccia per inizia- 
tiva del marchese Clerici. Nel luogo dove sorgeva un'antica chiesa eretta 
da S. Lorenzo e dedicata a S. Cassiano sorse la primitiva chiesa parroc- 
chiale, innalzata dopo la battaglia di Legnano e dedicata alla Vergine. 
Questa chiesa, arricchita e restaurata più volte nel '600 e nel '700, fu sulla 
fine del secolo scorso profondamente trasformata e tutta decorata. 

Ma l'importanza di queste e delle altre notizie risulterebbe assai mag- 
giore, se l'autore le avesse composte in una più rigorosa veste scientifica, 
omettendo qualche aneddoto che intralcia e offusca l'esposizione dei fatti, 
e sopra tutto preferendo alla esposizione successiva e inorganica di fatti 
di natura diversa, un raggruppamento in vari capitoli della storia di Tre- 
cate sotto l'aspetto politico, religiosOj economico ed artistico. 

Questo difetto di organismo si palesa anche alla semplice lettura dei 
titoli dei capitoli : Capitolo I, Origine - Discesa di Alboino - Contado di 
Bulgaria - Il Castello - Cambiamento di Signorie. — Cap. II, Discesa di 
Federico Barbarossa - Consorzi Religiosi - Mercato - Desolazioni inflitte 
dai Francesi - Industria. — Cap. Ili, Alemanni in aiuto del duca Vittorio 
Amedeo - Discesa dei Gallo-Sardi - Fondazione del Monastero - Opere di 
Culto. Legati - Discesa degli Spagnuoli - Guelfi e Ghibellini • Donazioni 
- Maledizione alle locuste - Abbellimenti. — Cap. IV, Corpo di S. Clemente 



- 38 — 

donato ài Comune - Trecate quartier generale di Carlo Alberto - Trecate 
quartier generale di Napoleone III - Opere notevoli - Uomini illustri. — 
Gap. V, Storia contemporanea - Pagina gloriosa dell' attuale guerra europea 
- Elenco dei caduti - Dispersi - Vicende storiche del grandioso tempio 
parrocchiale. — Appendice, Parabola del Figliuol Prodigo in dialetto treca- 
tese - Cenni cartografici su Trecate - Tavoletta altimetrica di Trecate e 
dintorni. 

Herbert Cook. — A note on Spanzotti, the master of .Sodoma. « The Bur- 
lington Magazine », London, december 1918, 208. 

Riferendosi alla recente pubblicazione del Baudi di Vesme su Martino 
Spanzotti, della quale già si è fatta parola in questo bollettino (i), il Cook 
segnala un'altra opera di questo pittore piemontese. È una Madonna col 
Bambino fra angeli, appartenente alla collezione Cook di Richmond, e 
che era stata giudicata opera del Poppa (2). Il Cook notò sul bracciale 
del trono della Vergine, a sinistra di chi guarda, quello stesso mono- 
gramma MF, che il Vesme lesse nel centro della tavola del Museo civico 
di Torino, raffigurante La disputa di Gesù fra i dottori, e che il Vesme 
stesso interpretò : Martinus fecit. 

Per questa ragione storica e per i caratteri stilistici, che invoca, ma 
non esplica, il Cook aggiunge questa nuova opera a quelle ormai note 
dello Spanzotti. E ritiene che questa Madonna debba risalire a una ven- 
tina d'anni prima di quella Disputa di Gesù, fra i dottori, che pare abbia 
segnato il culmine dell'arte dello Spanzotti, e che è certamente anteriore 
al 15 13, data della copia che ne fece il Giovenone. 

La ragione storica è persuasiva più che non la ragione stilistica ; e 
può essere decisiva nel caso di questo pittore, la cui figura artistica non 
è ancora ben definita. Certo la scoperta è importante, perchè i caratteri 
foppeschi, evidenti in questa opera, possono dare più precisi indizi sulla 
educazione artistica di Martino Spanzotti. 



Conrad de Manoach. — Jean Sapientis de Genève et l'énigme de Conrad 
Witz. « Gazette des Beaux-Arts », Paris, 1918, juillet-sept., pag. 305. 

Per la terza volta il Mandach (3) prende in esame questa interessante 
questione relativa a Conrad Witze, alla sua famiglia e alla parentela che 



(i) Anno II, n. 3-4, pag. 91. 

(2) CoNSTANCE JocELYN, Viìtcenzo Foppa, Londotì, New- York, 1909. 

(3) " Gazette des Beaux-Arts „, 1907, II, pag. 356; 1911, II, pag. 405. 



— 39 - 

■con la sua arte presentano alcune opere del Genevese e della Savoia. In 
■questo stesso Bollettino (i) abbiamo riferito la sua ipotesi, che il pittore 
Johannes Sapientis, il quale lavorò per la corte di Savoia e firmò a Cham- 
béry nel 1440 un contratto di associazione con Gregorio Bono, allora 
pittore della corte ducale, potesse identificarsi con Hans Witz, il padre di 
Conrad Witz. 

Ora il Mandach ritorna suU' argomento a proposito di un lavoro di 
Th. Bossert, e specialmente a proposito della affermazione che fa l'autore 
tedesco, che la famiglia dei Sapientis fosse originaria della Francia del 
nord o del nord-est, dove questo nome era assai comune, e donde alcuni 
membri di essa si sarebbero stabiliti nella Svizzera tedesca. A questa ul- 
tima conclusione il Bossert fu tratto dall'aver trovato menzione, nei cartari 
dell'Università di Parigi, di un Radulphus Sapientis^ laureato in leggi e do- 
cente in quella Università nel 1403. Questo Radulphus chiese al papa Be- 
nedetto XIII in Avignone un canonicato nelle chiese Constanciensis, di 
Bayeux e di Lisieux. Il Bossert interpretò che la chiesa Costanciensis fosse 
■quella di Costanza in Germania, e mise così il Radulphus nella parentela 
di Conrad Witz, il pittore di Costanza. Radulphus insieme con Hans Witz, 
■e con il padre di Johannes Sapientis di Chambéry, sarebbe venuto dal 
nord della Francia; e si sarebbero stabiliti, Johannes a Eichstàtt, gli altri 
•due a Costanza. 

Il Mandach non crede verisimile questa genealogia, e ritiene che il 
canonicato della chiesa constanciensis dovesse essere quello di Coutance 
nella Francia, prossimo alle chiese di Bayeux e di Lisieux, e non quello 
di Costanza tedesca. Ma per altra via il Mandach viene ad accordarsi col 
Bossert nella sostanza della sua affermazione, che cioè debba ricercarsi in 
Francia l'origine della famiglia, a cui appartenne Conrad Witz. 

Prima però di esaminare questo problema dell' origine, il Mandach, 
riferendosi a documenti già noti e altri inediti, chiarisce la presenza 
•di questa famiglia dei Sapientis nella Savoia e nel Genevese, e mette 
in luce la figura di un altro membro di essa, che professò l'arte del 
pittore. Egli innanzi tutto distingue una famiglia di Sapientis, che fu au- 
toctona della Savoia e del Genevese, da un'altra famiglia dello stesso nome, 
venuta a Ginevra e nella Savoia dalla Germania o dalla Svizzera tedesca, 
■e a cui appartenne Conrad Witz. Dai documenti, che il Mandach trascrive 
■o pubblica, relativi a questa seconda famiglia, e che decorrono dal 1440 



(i) Anno 1, fase. 1-2, pag. 34. 



— 40 - 

al 1501, risulta, oltre alla menzione di Conrad Witz, quella di un altro- 
pittore, Johannes Sapientis : d'origine tedesca o svizzera tedesca, questo 
artista figura nella seconda metà del '400 a Ginevra, dove fu ricevuto 
borghese e assunto membro del Consiglio generale della città : la sua mot te 
dovè avvenire fra il 1491 e il 1501. Non sarebbe impossibile che questo 
Johannes Sapientis fosse lo stesso che firmò nel 1440 il contratto di as- 
sociazione con Gregorio Bono a Chambéry, quantunque gli si dovrebbe 
perciò riconoscere un'esistenza quasi centenaria: ma sarebbe più verisimile 
sdoppiare questa personalità, e vedere nell'artista che occupò un posto così 
importante a Ginevra, un parente del pittore di Chambéry. In ogni modo- 
questo Johannes Sapientis aveva in comune con Conrad Witz il nome e 
r origine e quindi probabilmente la scuola pittorica. Perciò il Mandacb 
indaga quali opere ancora anonime si potrebbero collocare nell'orbita di 
questo Johannes Sapientis in Ginevra, dove egli ebbe una condizione così 
ragguardevole. Tali gli paiono i vetri della cattedrale di Ginevra, conser- 
vati nel museo di quella città, gli stalli della cattedrale di Saint-Gervais, 
provenienti dal convento di Rive, e anche alcune sculture di legno colorate 
del museo di Ginevra, e qualche miniatura di un messale di San Vittore 
e di Sant'Orso della biblioteca pubblica di Ginevra. E ricercando una 
traccia della possibile attività di questo Johannes Sapientis nelle terre del- 
l'antico ducato di Savoia, il Mandach mette in rilievo l'evidente rapporto- 
artistico fra gli angeli di un bassorilievo di pietra dell'Hotel de ville di. 
Lausanne del 1461 e gli angeli della liberazione di San Pietro di Conrad 
Witz nel museo di Basilea. 

Come nel suo articolo del 191 1 il Mandach aveva ricercato a Ginevra 
e nella Savoia quelle opere spettanti all'orbita di Conrad Witz, e perciò 
attribuibili al padre di lui, Hans; così qui egli comunica il risultato delle 
sue continuate indagini, per determinare la possibile personalità artistica 
di questo nuovo personaggio, Johannes Sapientis. Le attribuzioni potranno 
anche essere errate, né già il Mandach le formula con precisione ; ma egli 
viene così raccogliendo intorno alla isolata e dominante figura di Conrad 
Witz tutta quella produzione della Savoia e del Genevese, che ha rapporti 
con r arte di lui, e che potrà ricevere luce più certa dalla scoperta di 
qualche nuovo dato documentario. 

Nell'ultima parte del suo articolo il Mandach esamina la questione 
del luogo d'origine dei Sapientis, questione, per la quale, come abbiamo 
già accennato, gli diede lo spunto l' opera del Bossert. L' autore riferisce 
la menzione di una famiglia di orefici, dal nome di Saige, stabilita nel 
secolo XV a Besangon e passata nel secolo seguente, al tempo della Ri- 



— 41 — 

forma, a Montéliard e poi a Basilea e nel gran ducato di Baden, dove 
due membri di essa trasformarono il loro nome in quello di Witzig. E 
per di più il Mandach trovò la notizia di un maitre Jehan Le Saige^ 
peintre très exquis du roi de France Loys^ in un manoscritto della biblio- 
teca nazionale di Parigi, compiuto nel 1497. Infine un orefice Jehan Le 
Saige, borghese di Parigi, appare in un documento del 1472. Di questo 
gruppo di artisti francesi della famiglia dei Sapientis finora non si è occu- 
pata la storia dell'arte. Un tale studio augura il Mandach, il quale però 
afferma già ora che esso non potrà effettuarsi se non rintracciando quei 
prodotti dell'arte francese, che abbiano rapporti con l'arte di Conrad Witz. 
Egli stesso inizia queste indagini, segnalando i caratteri del Witz nelle 
miniature di due manoscritti del museo imperiale di Vienna, il Bréviaire 
de Luxembourg, e X Histoire de Troie di Guido Colonna. 

Il nome dell'autore di queste miniature è noto, Martinus opifex, ed 
esclude la possibilità che si tratti di qualche membro della famiglia Witz; 
ma rimane il fatto che in qualche officina di miniatori francesi esisteva 
un'atmosfera artistica analoga a quella in cui si manifestava l'attività di 
Conrad Witz. Così pure esiste una parentela fra l'arte di Witz e la Croce- 
fissione di un vetro della chiesa di Notre-Dame a Dijon. 

Così pare impostato, orientandosi verso la Francia, il problema arti- 
stico di Conrad Witz, accanto a cui si è affermata un'altra figura, quella 
di Johannes Sapientis di Ginevra. 

Leonarda M asini. 



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BIBLIOGRAFIA 



OPERE GENERALI 

Seymour de Ricci. Esquisse d'une bibliographie égyptologique « Revue 
archéologique », Paris, 1918, janvier-avril, pag. 158. 

Facendo seguito alla prima puntata di questa bibliografia, apparsa nella 
stes.sa rivista del 191 7, II, pag. 197 (i), l'autore ha compilato l'elenco di un 



(i) V. questo Bollettino, II, 2, pag. 61. 



— Al- 
ili gruppo di opere, intitolato Muséographie (suddiviso in due sottogruppi: 
Antiquités de tonte stature; Papyrus hiératiques\ e ha iniziata la pubblica- 
zione di un IV gruppo: Philologie^ con un primo sottogruppo: Ecriture. Nel 
gruppo delle opere relative al museo egiziano di Torino l'autore ha omesso 
la citazione del libro del prof. Ernesto Schiaparelli, // libro dei fune- 
rali^ Roma, e la nota del dott. Barocelli, // viaggio del dott. Vitaliano 
Donati in Oriente (i 759-1 762) in relazione colle prime origini del Museo 
Egiziano di Torino (inserita negli « Atti d. R. Accad. di Scienze di Torino) 
Torino, Bocca, 191 2. 

L. FoRRER. Biographical Dictionary of Medallists : coin-gem-and seal- 
Engravers ancient and modem. VI (T-Z). London, Spink, 19 16. 

Questo VI volume ha completato la pubblicazione, iniziata nel 1904, 
del dizionario biografico dei medaglisti, che abbraccia un vastissimo pe- 
riodo dal 5(X) a. C. al 1900. 

Louis Bréhier. L art chrétien. San développement iconographique des 
origine s j US qu à nos jours. Paris, Laurens, 191 8. 

Lo studio dell'iconografia cristiana è condotto per la prima volta com- 
plessivamente dalle origini dei primi simboli sino ai tentativi di rinnova- 
mento del XIX secolo. L'originalità dell'opera consiste nel mettere in rilievo 
l'influenza dell'arte monastica bizantina sull'iconografia dell'arte occidentale 
del secolo XIII. (V. Recensione di Emile Male nella « Gazette des Beaux- 
Arts >, Paris, 1908, octobre-décembre, pag. 435; e recensione anonima nella 
« Revue archéologique » Paris, janvier-avril, pag. 207). 

La casa artistica italiana. La casa Bagatti Valse echi in Milano. Hoepli, 
Milano, 1918, 

L'opera è composta di 160 tavole con una prefazione e note di Pietro 
Toesca. Essa rappresenta la sontuosa dimora che gli architetti Fausto e 
Giuseppe Valsecchi Bagatti si costruirono in Milano nel 1878, e successi- 
vamente ampliarono, decorarono e ammobiliarono. La costruzione fu ispi- 
rata ai modelli dell'architettura milanese cinquecentesca del Tibaldi, del 
Seregni, del Meda; i soffitti, le porte, la decorazione sculturale e pittorica, 
le masserizie sono originali o restaurate o imitate da tipi specialmente 
lombardi, ma anche veneti, toscani, emiliani della metà del '400 sino a 
tutto il '500 e in qualche caso sino al principio del '6cx). 



— 43 — 



ETÀ PREROMANA E ROMANA. 

A. Viglio, Scoperta di una necropoli preromana a S. Bernardino. 
« Bollettino storico per la provincia di Novara », 1918, fase. Ili, pag. 146. 

Nella frazione S. Bernardino del comune di Briona, nella provincia 
di Novara, furono iniziati nel settembre dello scorso anno degli scavi, i 
quali rivelarono le tracce di una importante necropoli pre-romana con di- 
screta suppellettile. II Viglio si limita ad annunziare la scoperta, la quale 
sarà completata da scavi successivi, e di cui darà una particolareggiata 
relazione il dott. Barocelli, che diresse i lavori di esplorazione. 

P. Barocelli. Note su alcuni oggetti preromani e romani del museo 
civico di Novara. Come sopra, fase. IV. 

Riferiremo più ampiamente della nota, quando essa sarà compiuta. Ora 
basterà accennare che questa \^ puntata comprende tre capitoli: Gli oggetti 
litici del museo. Oggetti metallici dell età del bronzo. La prima età del ferro. 

Ch. Marteaux. Elude sur les villas gallo-romaines du Chablais. Thonon 
et ses environs. « La Revue Savoisienne », Annecy, 191 8, 2^ trimestre, 
pag. 64; 3° trimestre, pag. 114. 

Abbiamo già ricordate in questo bollettino (i) le indagini del Marteaux 
intorno all'Alta Savoia nel tempo della dominazione romana, a proposito 
del vicus di Boutae. Ora egli comunica i risultati delle sue induzioni sul 
vicus romano di Thonon e dei suoi dintorni. A un preistorico villaggio 
lacustre, di cui si hanno interessanti tracce, il Marteaux crede che dovette 
succedere, dopo la dominazione degli Allobrogi, un più esteso vicus romano, 
di cui il nome potè essere Tunnomagus o anche Tunno. La posizione 
geografica della località, e le conseguenti ragioni economiche e politiche 
dovettero determinare la formazione e lo sviluppo di questo vicus. Ma 
oltre a questa considerazione di carattere generale, il Marteaux invoca 
l'esistenza della via romana, la via strata, di cui si hanno tracce in altri 
punti della regione, e che egli ricostruisce idealmente nel tratto dal ponte 
sul torrente Marclaz al ponte Vongy a traverso Thonon. E di più forni- 
scono una prova certa della romanità di Thonon gli oggetti romani quivi 
rinvenuti e conservati nel museo della città, e la scoperta del cimitero av- 
venuta nel 1880. Su considerazioni della stessa natura il Marteaux induce 



(i) I, n. I e 2, pag. 49 - I, n. 4, pag. 115. 



— 44 - 

la romanità dei villaggi vicini, di TuUy, l'antico Tolliacus, di Chignan, Ca 
niaincum, e di Concise, il quale però verisimilmente faceva parte di una 
proprietà più estesa che quella di Thonon, di quella cioè di Ripaille, che 
pare fosse a sua volta una villa secondaria della grande proprietà di Von- 
gidiacus, Vongy. 

G. Rustico. Vestigia romane nelt Ossola. « Bollettino storico per la 
provincia di Novara », 191 8, fase. Ili, pag. 137. 

Con la sua conoscenza della archeologia e della storiografia ossolana 
il Bustico fa la rassegna delle antichità romane fino ad ora venute in luce 
nella valle dell'Ossola. 

Egli enumera dapprima il materiale epigrafico, che è assai scarso, e di 
cui il più importante monumento è la lapide della Masone, presso Vogogna^ 
che ricorda la strada fatta riattare da Settimio Severo nel 196, e che ha 
singolare importanza per la storia dell'antica via romana del Sempione. 

Ricorda quindi le necropoli gallico-romane dell'Ossola inferiore, quelle 
di Ornavasso, illustrate dal Bianchetti (i), e quelle di Mergozzo, scoperte e 
descritte dal Galloni (2). 

Infine fa cenno delle scoperte di materiale vario e di tombe isolate 
o raggruppate nelle valli minori dell'Ossola e anche a Domodossola e a 
Cravegna, concludendo col Latus (3), che la dominazione romana nell'Ossola 
dovè essere stabile e non di passaggio. 

E. Pais. La buona fede di Jacopo Durandi rispetto all' epigrafia pie- 
montese. « Rendiconti della R. Accademia dei Lincei *, Classe di scienze 
morali, storiche e filologiche >, Roma, 191 7, Fase. 1-2, pag. 3. 

Il Pais riferisce intorno ai lavori che egli e i suoi allievi vanno com- 
piendo per i Supplementa Italica al Corpus inscriptionum latinarum. Pur 
riconoscendo la giustezza del principio del Mommsen, di escludere mate- 
riale buono, piuttosto che accoglierne del falso nella compilazione del suo 
monumentale lavoro, il Pais afferma però la necessità, che le lapidi italiane 
siano rivedute da studiosi italiani, i quali sono in grado, meglio di uno 
studioso straniero, di valutare le fonti locali. A prova di ciò il Pais dimostra, 
come sia inesatto il giudizio di falsario che il Mommsen fece del vercel- 



(i) / sepolcreti di Ornavasso scoperti e descritti. Torino, 1895. 

(2) Mergozzo e l'antica necropoli scoperta sulla riva del suo lago. Milano, Menotti 
Bassini e C, iqoì:). 

(3) L'antica via del Sempione, " Atti dell'Istituto di Milano „, 1843, voi. I. 



— 45 — 

lese Jacopo Durandi, autore fra l' altro del Piemonte cispadano antico. 
L' esame minuto che il Pais fece dei dati epigrafici del Durandi lo ha 
portato alla conclusione che il Durandi falsa laddove riproduce le notizie 
del Meyranesio, mentre, quando attinge ad altre fonti, è affatto degno di 
fede, come d' altronde avevano già dimostrato sotto alcuni rapporti lo 
Schiaparelli e l'Assandria. Lo stesso si può dire anche di un altro bene- 
merito studioso del Piemonte, Eugenio De Levis ; e del resto anche qualche 
titolo del Meyranesio sarà rivendicato come autentico. 

MEDIO-EVO e RINASCIMENTO. 

Giuseppe Frola. Corpus statutorum Canavisii^ 3 voli. Torino, Scuola 
Tip. Salesiana, 191 8. « Biblioteca della Società storica subalpina », XCII. 

Ferdinando Gabotto curò la edizione di questo ponderoso lavoro del 
suo dilettissimo discepolo, di cui amaramente compianse la sorte, che egli 
doveva a così breve distanza seguire. 

Alla riproduzione degli Statuti, di.stribuiti per comune, e seguiti da 
indici, appendice e glossario, il Gabotto premise una vasta Introduzione, 
come il Frola aveva in animo di fare, e che il Gabotto ricavò dall'esame 
dei manoscritti del suo discepolo. 

Al primo volume sono premessi i Cenni biografici e bibliografici. 
Commemorazioni. Scritti vari, dedicati alla memoria di Giuseppe Frola da 
quanti lo ebbero compagno e lo ammirarono nel campo delle sue appas- 
sionate ricerche. 

Francesco Cognasso. Documenti inediti e sparsi sulla storia del Co- 
mune di Torino (998-1310). Pavia, Scuola Tip. Artigianelli, 1916. 

E. Colli. vS". Bernardino da Siena nella storia e nell'arte di Casale 
Monferrato. Casale, C. Cassone, 191 8. 

A. Cremona. // Santuario del Varallino. Uomini illustri di Galliate - 
Il Castello - Galliate e la sua legislazione statutaria. - Novara, Tip. San 
Gaudenzio, 191 8. 

G. Vesco. Un Santo patrono degli impiccati. Da un affresco del se- 
colo XIV {>). « Archivio della Società Vercellese di storia e d'arte », Ver- 
celli^ 1918, n. I, pag. 57. 



— 46 — 

Riferendosi all'articolo di Corrado Ricci: Voti e capestri (i), nel quale 
sono ricordati i principali dipinti che raffigurano in Italia la leggenda di 
S. Giacomo che salva un giovane impiccato, il Vesco ricorda come questa 
stessa leggenda sia rappresentata in un rozzo affresco della chiesa di 
Castelletto Monastero nella diocesi di Vercelli (2). Il Vesco ritiene l'affresco 
del XIV secolo o del principio del XV. I suoi caratteri stilistici lo fanno 
però ritenere piuttosto del sec. XV inoltrato. 

L. Masini. 

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Pubblicazioni periodiche che pervengono in cambio. 



1. Aix-en-Provence, — " Annales de Provence „ : Société d'Études Provengales. 

2. Alessandria. — "Rivista di Storia, Arte, Archeologia per la Provincia di 

Alessandria „. 

3. Alexandria (Egitto). — " BuUetin de la Société Archéologique d'Aléxandrie „. 

4. Annecy. — " La Revue Savoisienne „ : Publication périodique de l'Académie 

Florimontaine. 

5. Anvers. — " Annales de l'Académie Royale d'Archeologie de Belgique „. 

6. — " BuUetin de l'Académie Royale d'Archeologie de Belgique „. 

7. Aosta. — " Augusta Praetoria „ : Revue Valdòtaine de pensée et d'action règio- 

nalistes. 

8. Barcelona. — " Bulleti del Centre Excursionista de Catalunya „. 

9. Bergamo. — " Atti dell'Ateneo di Scienze, Lettere ed Arti „. 

10. Brescia. — " Brixia Sacra,,: Bollettino bimestrale di studi e documenti per la 

Storia ecclesiastica bresciana 

11. — " Commentari dell'Ateneo „. 

12. Bologna. — " L'Archiginnasio „ : Bollettino della Biblioteca comunale di Bologna. 

13. — " Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di 

Romagna „. 

14. Bonn. — " Bonner Jahrbucher „ : Vereins von Altertumsfreunden in Rheinlande. 

15. Boston. — " Museum of Fine Arts Annual Report „. 

16. — " Museum of Fine Arts BuUetin „. 

17. Bruxelles. — " Analecta BoUandiana „. 

18. — " BuUetin des Commissions Royales d'Art et d'Archeologie „. 

19. Chambéry. — "La Savoie Littéraire et Scientifique „. 

20. — " Mémoires de l'Académie des Sciences, Belles-lettres et Arts de Savoie „. 

21. — " Mémoires et documents publiés par la Société Savoisienne d'Histoire et 

d'Archeologie „. 

22. Como. — " Rivista Archeologica della Provincia e antica Diocesi di Como „ : 

Antichità ed Arte. Periodico della Società Archeologica Comense. 



(i) * Lettura „ marzo 1918, 

(a) V. G. Vesco, " Archivio della Soc. Vercell. di storia e d'arte „, 1910, pag. 161. 



- - 47 — 

23- Firenze. — " Arte e Storia „. 

24. — " Bollettino delle pubblicazioni italiane ricevute per diritto di stampa „ : Bi- 

blioteca Nazionale Centrale. 

25. Fiume. — " Bullettino della Deputazione Fiumana di Storia Patria „. 

26. — " Monumenti di Storia Fiumana „ pubblicati per cura della Deputazione di 

Storia Patria da Silvino Gigante. 

27. Friburgo. — " Archives de la Société d'Histoire du Canton de Fribourg „. 

28. Ginevra. — " Bulletin de la Société d'Histoire et d'Archeologie „. 

29. Genova. — " Atti della Società Ligure di Storia Patria „. 

30. Lodi. — " Archivio Storico per la Città e i Comuni del Circondario e della Diocesi 

di Lodi „. 

31. Londra. — "The Quarterly Review „. 

32. Malta. — " Annual Report on the Museum „. 

33. Mantova. — " Atti e Memorie della R. Accademia Virgiliana „. 

34. Milano. — " Archivio Storico Lombardo „ : Giornale della Società Storica 

Lombarda. 

35. — " Pagine d'Arte „. 

36. Napoli. — " Archivio Storico per le Provincie Napoletane „ a cura della Società 

di Storia Patria. 

37. — " Bollettino del Circolo Numismatico Napoletano „. 

38. — Memmo Cagiati, Le mortele del reame delle Due Sicilie da Carlo I d'Angiò a 

Vittorio Emanuele II. 

39. Novara. — " Bollettino Storico per la Provincia di Novara „. 

40. — " La Geografia „. 

41. Parigi. — " Répertoire d'Art et d'Archeologie,,: Dépouillement des périodiques 

et des catalogues de ventes fran^ais et étrangers. 

42. Pavia. — "Athenaeum,,: Studii periodici di letteratura e storia. 

43. Perugia. — " Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l'Umbria „. 

44. Quaracchi (Firenze). — " Archivum Franciscanum historicum „. 

45. Ravenna. — " Felix Ravenna „ : Bollettino Storico Romagnolo. 

46. Roma. — " Bollettino d'Arte del Ministero della P. Istruzione „. Notizie delle 

Gallerie, dei Musei e dei Monumenti. 

47. — " Bollettino dell'Associazione Archeologica Romana „. 
48 — " Bullettino dell'Istituto Storico Italiano „. 

49. Rovereto. — " Atti dell'Accademia Roveretana degli Agiati „. 

50. Saint Jean de Maurienne. — " Travaux de la Société d'Histoire et d'Archeo- 

logie de Maurienne „. 

51. Savona. — " Atti della Società Savonese di Storia Patria „. 

52. Siena. — " Bullettino Senese di Storia Patria „ : Commissione di Storia Patria 

nella R. Accademia dei Rozzi. 

53. Stoccolma. — "Antikvarisk Tidskrift fòr Sverige utgiven av Kungl. Vitterhets 

Historie och Antikvitets Akademien „. 

54. — " Forvànnen meddelanden fràn K. Vitterhets Historie och Antikvitets Aka- 

demien „. 

55. Torino. — " Atti della R. Accademia delle Scienze,,: Classe di Scienze Morali, 

Storiche e Filologiche. 

56. — " Bollettino dell'Associazione fra oriundi Savoiardi e Nizzardi italiani „. 

57. — " Bollettino Storico-bibliografico Subalpino „. 

58. — " Miscellanea di Storia Italiana „ pubblicata dalla R. Deputazione sovra gli 

studi di Storia Patria per le Antiche Provincie e la Lombardia. 

59. — "Il Risorgimento Italiano „. 

60. — " Rivista Storica Italiana „. 

6i. Torre Pellice. — " Bulletin de la Société d'Histoire Vaudoise „. 



- 48 - 

62. Tortona. — " Julia Dertona „ : Bollettino trimestrale della Società Storica Tor- 

tonese. 

63. Toulouse - Bagnères de Bigorre. — " Bulletin de la Société Ramond „ : Explo- 

rations Pyrénéennes. 

64. Vercelli. — " Archivio della Società Vercellese di Storia e d'Arte „ : Memorie 

e Studi. 

65. Verona. — " Atti e Memorie dell'Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere „. 

66. We Lwowie. — " Archiwum Naukowe Wydawnictwo Towarzystwa dia Popie- 

ranja Nauki Polskiej „. 

67. — " Studya nad Historya Prawa Polskiego „. 

68. — " Zabytky Pismiennictwa Polskiego „. 

69 Zurigo. — " Anzeiger fur Schweizerische Altertumskunde „ : Indicateur d'Anti- 

quités Suisses. 
70. — " Rapport Annuel du Musée Suisse „. 

(Continua). 



:00 0: 



È uscito il fase. 2<* del voi. IX degli Atti, contenente le seguenti 
monografie : 

La vita e l'arte di Filippo Juvara (Leonarda Masini) — (con i tav.). 
Un " auto-da-fé „ di Carlo Emanuele III (A. Telluccini). 

Prezzo L. 20. 



L. A. Rati-Opizzoni, gerente responsabile. 



Vincenzo Bona, Tip. delle LL. M.M. e RR. Principi — Torino, via Ospedale, 3 (80014). 



PUBBLICAZIONI 



DELLA 



Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 

TORINO 



ATTI - BOLLETTINO 



Vincenzo Bona, Tipografo delle LL. MM. e dei RR. Principi - Torino. (80014 B). 



Pubblicazioni della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 

(Torino) 



.ATTI 



Volume I. 



Fase. I (1875). — Scavi di Avigliana (A. Fabretti). — Il sarcofago di Adilone di Mercceur, 
nel Museo Civico di Torino (P. Vayra). — Notizie artistiche sul regno di Carlo 
Emanuele II (G. Claretta) — [tav. 2] L. 5,— 

Fase. 2 (1876). — Coppa di vetro di Refrancore (Maggiora Vergano). — Nota aggiunta 
all'articolo precedente (A. Fabretti). — Custodia della spada di San Maurizio nella 
R. Armeria di Torino (V. Promis). — L'abitazione dei Tesauri in Torino (G. Claretta). 

— Abbadia di S. Antonio di Ranverso e Defendente De Ferrari da Chivasso, pittore 
dell'ultimo dei Paleologi (F. Gamba). — Il trittico di Bonifacio Rotario conservato 
nella cattedrale di Susa (G. Claretta). — Di alcuni rari ciinelii in Susa (C. F. Bi- 
SCARRA) — [tav. 7] L. $, - 

Fase. 5 ('877). — Observations sur deux inscriptions romaines trouvées à Villeneuve près 
d'Aoste (lì. Bérard), — Vaso di vetro trovato a Cavour (A. Fabretti). — Sigillo 
in bronzo {A, Fabretti). — Iscrizione astigiana esposta dal barone Vernazza. — 
Oggetti trovati in Susa (F. Chiapusso). — L'antico coro della cattedrale di Asti 
(E. Maggiora Vergano). — Dell'abbazia e chiesa di S. Antonio di Ranverso (E. Mella). 

— La campana ducale serbata nel Museo Civico di Torino e la famiglia Boucheron 

(G. Claretta) — [tav. 7] L. 5,— 

Fase. 4 (1877). — Artisti Subalpini in Roma nei secoli XV, XVI e XVII: notizie e documenti 
raccolti nell'Archivio di Stato Romano (A. Bertolotti). — Testa muliebre di marmo 
scoperta in Alba (E, Ferrerò). — Statua di Claudio trovata in Susa (E. Ferrerò). 

— Avanzi di antichi castelli e di antichi monasteri raccolti nel Museo Civico di 
Torino (P. Vayra) — [tav. }] L. 5, — 

Fase, s (1877). — Avanzi di antichi castelli e di antichi monasteri raccolti nel Musco Civico di 
Torino (coniinuaiione) (P. Vayra). — Monumento di Pietro Bcggiamo nel Museo 
Civico di Torino (V. Promis). — Chiesa di S. Secondo a Cortazzone d'Asti (sec. XI) 
(E. Mella) — Oggetti antichi trovati nei territori di Monteu da Po, di Verolengo e 
di Crescentino (V. Del Corno) — [tav. 6] L. $,— 



— IV 



Volume II. 



Fase. I (1878). — Iscrizioni di Aosta (E. Berard). — Musaico di Acqui nel R. Musco di 
Antichità di Torino (A. Fabretti). — Arti ed artisti in Piemonte : documenti inediti 
con note (A. Angelucci). — I marmi scritti di Torino e suburbio, dai bassi tempi 
alla metà del secolo XVIII (G. Claretta) — [tav. 5] L. 5, — 

Fase. 2 (1878). — I marmi scritti di Torino e suburbio, dai bassi tempi alla metà del se- 
colo XVIII (continuazione) (G. Claretta). — Monete imperiali romane scoperte a Casal- 
volone presso Novara (V. Promis). — Oggetti antichi trovati nei territori! di Monteu 
da Po, di San Martino Cauavese, di Alessandria e di Crescentino (V. Del Corno). 

— Arti ed artisti Subalpini in Roma nei secoli XV, XVI e XVII (A. Bertolotti) 

— [tav. 2] L. 5,— 

Fase. } (1879). — Arti ed artisti subalpini a Roma nei sec. XV, XVI, XVII {continuazione) (Ber- 
tolotti A.). — Di alcuni oggetti antichi (E. Maggiora Vergano). — Cenni su alcuni 

, bronzi romani inediti (V. Promis). — I Principi di Savoia amatori d'arte (A. Manno). — 
Breve notizia sul vasellame e sulle gioie dei Duchi di Savoia alla metà del secolo XV 
(G. Claretta) — [tav. 6] L. 5,— 

Fase. 4 (1879). — Scavi di Carrù (A. Fabretti). — Studio preparatorio per un elenco degli 
edifìci e monumenti nazionali del Piemonte (C. F. Biscarra). — Libro di memorie 
antiquarie di Giuseppe Bartoli (V. Promis) — [tav. 8J L. 5, — 

Fase. 5 (1879). — Libro di memorie antiquarie di Giuseppe Bartoli (continuazione) (V. Promis). 

— Antichità della Valle di Maira (Manuel di S. Giovanni). — Tre statuette di bronzo 
del Museo di Torino (E. Ferrerò). — I marmi scritti di Torino e suburbio dai bassi 
tempi alla metà del secolo XVIII {continuazione) (G. Claretta) — [tav. 2J . L. 5, — 

Volume III. 

Fase, I (»88o). — Dell'antica città di Industria, detta prima Bodincomago, e dei suoi 

monuménti (A. Fabretti) — [tav. 8] L, 5,75 

Fase. 2 (1880). — Dell'antica città di Industria, detta prima Bodincomago, e dei suoi monu- 
menti {continuazione) (A. Fabretti) — [tav. 8] L. 4, — 

Fase. 3 (1880), — Dell'antica città di Industria, detta prima Bodincomago, e dei suoi monu- 
menti {continuazione) (A. FaBRETTI) — [tav. 7] L. J.^O 

Fase. 4 (1881). — Dell'antica città di Industria, detta prima Bodincomago, e dei suoi monu- 
menti {continuazione) (A. Fabretti). — Tombe romane scoperte a Torino (E. Ferrerò). 

— Antiquités romaines et du moyen-àge dans la vallèe d'Aoste (E. Berard) — [1*^.5] L. 3,50 
Fase, s (1882). — Antiquités romaines et du moyen-àge dans la vallèe d'Aoste {continuazione) 

(E. Berard). — Lapide Astense relativa al duca Carlo di Orléans (G. Fantaguzzi). — 
Di una tomba scoperta nel territorio di Costigliele d'Asti (G. Fantaguzzi). — Sepol- 
ture romane scoperte a Torino (E. Ferrerò). — Di alcune tombe scoperte nel campo 
di Ciriè (G. Cornara). — La piastra figurata di bronzo del R. Museo di Antichità di 
Torino (A. Angelucci). — Le stazioni di Quadrata e di Ceste lungo la strada romana 
da Pavia a Torino (V. Del Corno) — [tav. 3J L. 7, — 

Volume IV. 

Fase. I (1880). — Di una necropoli barbarica scoperta a Testona (C. ed E. Calandra). — 
Battisteri di Agrate-Conturbia e di Albenga (E. Arborio Mella). — I marmi scritti di 
Torino e suburbio, dai bassi tempi alla metà del secolo XVIII (G. Claretta) — [tav. 6] L. 5,50 

Fase. 2 (1883). — I marmi scritti di Torino e suburbio, dai bassi tempi alla metà del se- 
colo XVIII {continuazione) (G. Claretta). — Studio delle proporzioni dell'antica chiesa 
di S. Andrea in Vercelli (E. Arborio Mella). — Memorie sugli avanzi del Teatro 
romano d'Ivrea (V. Promis). — Sulla necropoli dell'epoca romana fuori Porta Santa 
Caterina in Asti (G. Fantaguzzi) — [tav. 5] L. 3,50 



— V — 

Fase. 5 (1883). — Di una statuetta del Sonno, che si conserva nel Muse-) Archeologico di To- 
rino, e del suo mito nell'antichità (D. Bassi) — ftav. 5] L. 5,50 

Fase. 4 (1883). — Di una statuetta del Sonno, che si conserva nel Museo Archeologico di To- 
rino e del suo mito nell'antichità (continuazione) (D. Bassi). — Riassunto della relazione 
presentata intorno ai restauri della Porta Pretoria di Aosta (C. Caselli). — Vasetto 
romano con bollo trovato presso Torino (V. Promis). — La cassa già di deposito delle 
ossa del Cardinale Guala-Bicheri (E. Arborio-Mella). — Dell'artefice della lapide astese 
relativa al Duca Carlo d'Orléans, e di altre notizie artistiche astigiane (P. Vayra) — 
[tav. 3] L. 2,50 

Fase. 5 (1885). — Dell'artefice della lapide astese relativa al Duca Carlo d'Orléans, e di altre 
notizie artistiche astigiane (contiima^ione) (P. Vayra). — Iscrizioni pedemontane (A. Fa- 
BRETTi). — Iscrizioni romane di Piobesi Torinese (E. Ferrerò). — Necropoli della 
Cascinetta (A. Fabretti). — Di un'anfora inedita scoperta in Susa nel 1822 (U. Rosa). 

— La conca battesimale della chiesa di San Giusto in Susa (U. Rosa). — Scoperte nel 
Novarese (P. Caire). — Scoperte nel territorio di Bene (Manuel di S. Giovanni) — 
I marmi scritti di Torino e suburbio dai bassi tempi alla metà del secolo XVIII (con- 

tinua^iont) (G. ClaRETTA) — [tav. 4J L, 3,50 

Volume V. 

Fase. I (1887). — Studi sulle antichità acquensi (V. Scati). — Ricerca di antichità torinesi: 
lettera al prof. A. Fabretti (G. Claretta). — Il Mu-.eo Civico di Susa (E. Ferrerò). 

— Le prime chiese cristiane nel Canavese (C. Boccio) — [tav. 4] . . . L. 3,50 
Fase. 2 (1888). — Le prime chiese cristiane nel Canavese (continuazione) (C, Boggio). — Lapidi, 

terrecotte e monete romane recentemente trovate in Susa (U. Rosa). — Una contrada 
romana in Torino dagli scavi della diagonale di S. Giovanni e altri avanzi venuti in 
luce negli ultimi tempi (V. Promis e R. Brayda). — Ripostiglio di Fontanetto da Po 
(E. Ferrerò). — Appendice aux antiquités romaines et du moyen-dge dans la vallèe 
d'Aoste (E. Berard) — [tav. 5) L. 4, — 

Fase. 5 {1889). — -appendice aux antiquités romaines et du moyen-.ìge dans la vallèe d'Aoste 
(continuazione) (E. Bf.rard). — Saggio d'iconografia Sabauda, ossia elenco di ritratti 
incisi o litografati dei Principi e delle Principesse di Savoia (A. Baudi di Vesme) — 
[tav. 2] L. 3,— 

Fase. 4 (1890). — Tombe romane scoperte a Moncalieri ed a Trofarello (E. Ferrerò). — L'edi- 
ficazione della Cittadella di Torino, 1564-1573 (G. Claretta). — Di alcuni oggetti 
antichi scoperti a Pezzana nel Vercellese (C. Leone). — I marmi scritti di Torino e 
suburbio, dai bassi tempi alla metà del secolo XVIII (G. Claretta) — [tav. 4] L. 3,— 

Fase, s ('893). — I marmi scritti di Torino e Suburbio, dai bassi tempi alla metà del secolo XVIIl 
(continuazioni) (G. Clarhtta). — Di alcune case medioevali torinesi (R. Brayda). — 
L'incisore Michele Pechcniuo (C. Boccio),— Scoperte di antichità vercellesi (C. Leone) — 
[tav. i] L. 3,— 

Fase. 6 (1894). — Scoperte di antichità vercellesi (<o>//in«fl^io««) (C. Leone). — Iscrizioni romane 
di Casellette (E. Ferrerò). — Un altare della cattedrale di Susa (U. Rosa). — Anti- 
chità lomelline (G. Ponte). — Inclinazioni artistiche di Carlo lìmanuele di Savoia e 
dei suoi figli (G. Claretta). — Avanzi di tombe romane scoperte in Susa nella re- 
gione Urbiano (U. Rosa). — Intorno alla chiesa di San Francesco in Asti (N. Gabiani). 

— Di un documento della Zecca di Casale (G. Minoglio). — Iscrizioni romane di 
Gubbio e di Terni nel Museo di Torino (A. Fabretti) — [tav. 6] . . . L. $,— 

Volume VI. 
(1895). — I sepolcreti di Ornavasso (E. Bianchetti ed E. Ferrerò) — [tav. 26] . L. 32,— 



— VI — 



Volume VII. 



Fase. 1 (1897). — La casa medioevale di via Giacomo Leopardi in Torino (R. Brayda). — 
Iscrizioni romane inedite del Canavese (G. De Jordanis). — Augusta Bagiennorum : 
scavi, museo, antichità romane trovate sul suo territorio (G. Assandria c G. Vacchetta). 

— Nuove iscrizioni romane del Piemonte inedite (G. Assandria). — Iscrizioni di Chi- 
gnolo Verbano (E. Ferrerò). — [tav. 2] L. 5,50 

Fase. 3 (1900). — Nuove esplorazioni nell'area di Augusta Bagiennorum (G. Assandria e 
G. Vacchetta). — Nuove iscrizioni romane del Piemonte inedite od emendate (G. As- 
sandria). — Iscrizione romana di Tortona (E. Ferrerò). — Iscrizione romana di 
Orbassano (E. Ferrerò). — Intorno alla distruzione di un arco antico in Susa (F. Chia- 
Pusso). — Scoperta, translazione e tumulazione delle ossa dei Principi d'Acaia e di 
Savoia in Pinerolo (E. Bertea). — Pavimento romano con iscrizione scoperto ad Acqui 
(V. Scati). — Notizia di iscrizioni romane scoperte in Ivrea (G. De Jordanis). — 
Armille di bronzo scoperte a Montalto Dora (E. Ferrerò) — [tav. 5] . . L. 4, — 

Fase. 5 (1901). — Le cliàteau de Verrès et l'inventaire de son mobilier en 1565 (G. Frutaz). 

— Nuovi scavi nell'area di Augusta Bagiennorum (G. Assandria e G. Vacchetta). — 
Nuove iscrizioni romane del Piemonte emendate od inedite (G. Assandria). — Sul 
Museo Civico di Alba e sopra alcune scoperte archeologiche nel territorio albese 
(F. Eusebio). — La pittura torinese nel medioevo (F. RondolinoI. — Prosecuzione 
degli scavi nell'area di Augusta Bagiennorum (G. Assandria e G. Vacchetta). L. 5, — 

Fase. 4 (1904). — Prosecuzione degli scavi nell'area di Augusta Bagiennorum {continuazione) 
(G. Assandria e G. Vacchetta). — Le Chiuse longobardiche fra Ivrea e Vercelli 
(F. Rondolino). — Sepolture barbariche scoperte a Mandello Vitta (E. Ferrerò). — Va- 
setto romano scoperto a Sillavengo (E. Ferrerò). — Croce d'oro barbarica scoperta ad 
Alice Castello (E. Ferrerò). — Testina di terracotta romana trovata in Asti (G. Car- 
bonelli). — Orecchino barbarico d'oro trovato a Vignale Monferrato (G. Carbonelli). 

— D'una recente pubblicazione sui bassirilievi dell'arco di Susa (E. Ferrerò). — Nuove 
iscrizioni romane del Piemonte emendate od inedite (G. Assandria) — [tav. 5] L. 5,^0 

Fase. <y (1905). — Sepolture antiche scoperte a Canelli (V. Molinari). — Tomba dell'età 
romana scoperta a Susa (G. Couvert). — Per la storia di un libro (F. Rondolino). 

— Magister Jacobus Albinus de Montecalerio "De sanitatis custodia,, Codice inedito del 
secolo XIV (G. Carbonelli). — Un mosaico inedito in Grazzano Monferrato (C. La- 
VAGNo). — La cripta di Sant'Anastasio in Asti (R. Brayda) — [tav. 7] . . L. 4,50 

Fase. 6 (1908). — La cripta di S. Anastasio in Asti {continua:^ione) (R. Brayda). — Nuove inda- 
gini nel sito di Augusta Bagiennorum (G. Assandria e G. Vacchetta). — Casa ro- 
mana del periodo della decadenza scoperta in Bussoleno di Susa (E. Barraja). — 
Oggetti rinvenuti al castello di Avigliana (E. Barraja). — Nuovi scavi a Susa (G. 
Couvert). — Commemorazione di Ermanno Ferrerò (Baudi di Vesme) — [tav. 6] L. 4,50 

Volume Vili. 

Fase. I (1910). — Tombe romane scoperte in Torino (G. Frola). — Rinvenimento di tombe 
romane a Pianezza (G. Assandria e C. Bertea). — Nuove iscrizioni romane del Pie- 
monte inedite od emendate (G. Assandria), — Obolo di Filippo di Savoia, principe 
d'Acaja (G. Assandria). — L'autografo di Bona di Borbone, contessa di Savoia (G. Car- 
bonelli). — Antichi affreschi piemontesi (P. Toesca) — [tav. 11] . . . L. 4,50 

Fase. 2 (191}). — Studi sulla numismatica di Casa Savoia: elenco bibliografico per la numi- 
smatica sabauda (A. F. Marchisio). — Croce di antico ordine cavalleresco, ritrovata a 
Breme Lomellina (F. Valerani). — Nuove iscrizioni del Piemonte inedite od emendate 
(G. Assandria). — Scavi archeologici nel sito dell'antica città d'Industria (E. Du- 
rando) — [tav. 4] L. 4,50 

Fase, j (1914). — Tombe romane scoperte in Torino (G. Vacchetta). — La tenda da campo 
di Vittorio Emanuele IH disegnata dal Juvara fF. Patetta). — Lapide cristiana ed 



— VII — 

altre antichità dell'epoca romana recentemente rinvenute in Torino (G. Assandriaì. — 
Gli affreschi di Giacomo Jaquerio nella chiesa dell'abbazia di Sant'Antonio di Ranverso 
(C. Bertea) — [tav. 14] L. 4,50 

Fase. 4 (1916). — Una famiglia torinese di artisti : i Lavy (G. Assandria). — Appunti per la 
storia della legatura del libro in Torino nel secolo XVIII (V. Armando). — Di alcune 
armi ed oggetti trovati sul Mottarone (Stresa) (D. Calandra) — [tav. 22] . L. 4,50 

Fase. 5 (1917). — A proposito del mosaico medioevale scoperto a Torino nel marzo 1909 
(F. PatettaK — Altre antichità romane scoperte in Torino (G. Assandria). — Lapidi 
romane con iscrizioni trovate a Narzole ed a Spigno (G. Assandria). — Le fortiiìca- 
zioni di Verrès nei documenti dell'archivio Challant (1536-1538) (M. Bori). — Fram- 
menti epigrafici romani inediti del Piemonte (G. Borghezio) — [tav. 7] . . L. 4,50 

Volume IX. 

Fase. I (1918). — Nuove informazioni intorno al pittore Martino Spanzotti (A. Baudi di 
Vesme). — I principali discepoli del pittore Martino Spanzotti (A. Baudi di Vesme). 
— La basilica di San Giulio d'Orta alla fine del secolo XI (C. Nigra). — Manufatti 
paletnologici della torbiera di Trana (P. Barocelli). — Due nuove iscrizioni da aggiun- 
gere a quelle di Augusta Bagiennorum (G. Assandria). — Chiesa e convento della 
Maddalena o dei PP. Predicatori di San Domenico in Asti (1218-1802) (N. Gabiani) — 
[tav. 39] L. 25,— 

Fase. 2 (1919). — La vita e l'arte di Filippo Juvara (L. Masini). — Un " auto-da-fé „ di 

Carlo Emanuele III (A. Telluccini) — [i tav.] L. 20. — 



BOLLETTINO. 

Anno I (1917). — Recente ritrovamento di armille galliche a Saint-Vincent. — A proposito di 
una pubblicazione di C. Miiller. — Ritrovamenti archeologici della collina torinese. — 
Una correzione al « Corpus inscriptionum latinarum » V, 7461. — Marche su vasi 
fittili e su laterizi piemontesi inedite (P. Barocelli). — Notizie di scavi d'antichità. — 
Acquisti e doni della R. Pinacoteca del Museo Civico di Torino negli anni 191 }- 
1916. — Recensioni e bibliografia (L. Masini) — [fig-] L. 6,-- 

Anno II (1918). — Rinvenimento a Cherasco di due lapidi romane, già pubblicate a Torino 
dal Pingone (A. Petitti di Roreto). — Cappella di San Tommaso presso Briga No- 
varese (C. Nigra). — Marche su vasi fittili e su laterizi piemontesi inedite (cotiiittua:^i(»ie). 

— Di alcuni oggetti preromani conservati presso 1' « Accademia scientifica e religiosa di 
S. Anselmo •» ad Aosta. — La raccolta Amerano del R. Museo di Antichità di Torino 
(P. Barocelli). — Intorno all'iscrizione di Berevulfo (F. Gabotto). — Sulla natura 
della colorazione rosea della calce dei muri vetusti e sui vegetali inferiori che danneg- 
giano i monumenti e le opere d'arte (O. Mattirolo). — Notizie di scavi d'antichità. 

— Acquisti e doni della R. Pinacoteca di Torino e del Museo Civico di Torino negli 

anni 1915-1917. — Recensioni e bibliografia (L. Masini) — ffig.] . . . L. 6,— 
.\nno Ili (1919, fase. 1-2). — Asce ed accette neolitiche inedite (P. Barocf.lli). — Notizie di scavi 
(L. Masini). — Storia e bibliografia della paletnologia piemontese (P. Barocelli). — 
Recensioni e bibliografia (L. Masini) — [fig-] L. 4, — 



vili — 



Pubblicazioni edite sotto gii auspicii ed a cura deiia Società : 



Ermanno Ferrerò. — VArc d'Auguste à Suse, con 19 tavole da fotografie di Secondo Pia e 
17 figure nel testo. Torino, Fratelli Bocca editori, 1901. 

La chiesa di San Domenico in Torino, illustrata da Ferdinando Rondolino e Riccardo 
Brayda. Opera storico-artistica. Edita in Torino da Pietro Celanza, 1909. 

L'opera pittorica di Vittorio Avondo. Tavole XXVIII, con testo introduttivo di Enrico Thovfz. 
In Torino, l'anno MCMXII. Edizioni d'arte Celanza. 

Corrado Ricci. — Davide Calandra, scultore (MDCCCLVI-MCMV). Con prefazione di Oreste 
Mattirolo. 50 tavole fuori testo e 5 illustrazioni intercalate nel testo. Editori Alfieri 
e Lacroix, Milano. 



I Soci Effettivi potranno acquistare l'intera collezione degli Atti con 
lo sconto del 40 "/o sul prezzo di coperttna. 



Anno III 



Luglio -Dicembre 1919 



N. 3-4 



BOLLETTINO 

DELLA 

SOCIETÀ PIEMONTESE 



DI 



ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 




Sede della Società: Via Napione, 2 



Fratelli BOCCA - Editout 

TiPOGRAFrA GIUSEPPE ANFOSSI 
Via Rossini, IJ - Tuuino 



Abbonamento annuo L. S. — Numero separato L. ^,^0. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indirizzate 
alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, 2. 
I manoscritti ed t disegni non si restituiscono. 



La SOCIETÀ accetta volentieri il cambio delle pubblicazioni, con Istituti affini. Indi- 
rizzare la ricliicsta al Bibliotecario Borghezio dott. Gino,. presso la Sede. 



Si pregano Autori ed Editori di inviare le loro pubblicazioni, perchè 
di esse sia tenuto conto nella Bibliografia, che si occupa di tutti i libri, 
nei quali siano date notizie di cose subalpine, anche solo per incidenza. 

Delle pubblicazioni piìi importanti si faranno apposite recensioni. 



Anno III. Luglio-Dicembre N. 3-4. 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 



NOTE 



L'acquedotto romano di Ivrea. 



Dei grandiosi edifici che ornarono la colonia romana di Eporedia (1) 
rimangono ben pochi avanzi: appena si può riconoscere il sito dove sor- 
geva il teatro (2) e sorvivono pochi tratti della strada romana mentre 
vanno scomparendo del tutto con gli anni le traccie dell'acquedotto che 
alimentava 1' acqua alla città. Dell'acquedotto romano parlarono più volte 
gli scrittori di memorie eporediesi, dal Benvenuti (3) al Bracco (4), dal 
Carandini (5) al Fiorina (6). al quale ultimo si devono le notizie piiì diffuse 
ed accurate. 

In trovamenti occasionali e negli scavi del teatro s'era potuto accer- 
tare che la distribuzione in città veniva fatta mediante fistulae o condut- 
ture in piombo collegate ad un castellum o piscina litnaria, grande vasca 



(1). De Jokdanis G. , Le iscrizioni romane e cristiane d'Ivrea con uno studio su Ivrea Romana 
in Biblioteca della Società Storica Subalpina, \ol. lY, V'merolo i900; ììAnocELLi, Marche su vasi 
fittili e su laterizi piemontesi inedite; Ivrea in questo Bollettino, a. Il, fase. I, pag. 18 segg. 

(2). Promis C, Sugli avanzi del teatro romano d' Ivrea, in Atti della Società Piemontese di 
Archeol., IV, pag. 87 segg. 

(3). Istoria dell'antica città d'Ivrea dalla sua fondazione sino alla fìtte del sec. XV IH in sei 
libri divisa da Giovanni Bknvkmjti sacerdote della dottrina cristiana, rettore del collegio di detta 
città e cittadino della medesima (ma. presso l'avvocato M. Rossi, in Ivrea), pag. 14, 

(i). Ivrea e le sue antichità; elucubrazioni di un vecchio scarpone. Parte prima. Memorie sto- 
riche di Ivrea (ins. pre.sso l'avv. Savino Heaiis in Ivrea). Il vecchio scarpone ò il maggiore 
Angelo Bracco, oriundo d'Ivrea; egli si riferisce a quanto ne hanno scritto il Casalis, 
Diz. geografico, stor., statistico, ecc., VIII, pag. 615 e Giov. Franc. Baruffi, Pellegrinazioni 
autunnali, Torino, 1844. 

(6). Carandini Fr., Vecchia Ivrea, Ivrea, 1914, pag. 273-274. 

(6). FioRiNA, Acquedotto Romano in Valdora, a. 1, nn. 27-28-29, Ivrea, luglio 1891. 



— so- 
di riserva, non ancora scoperta per ora, ma sita probabilmente in piazza 
Marsala, nella quale le acque si purificavano, depositandovi le materie in 
sospensione (1). 

Il canale avrebbe - secondo il Casalis - condotto una certa quantità 
d'acqua ancora sul principio del sec. XVIII, ad uso di parecchie manifat- 
ture ed a quella in particolare della ricca abbazia dei Benedettini, dove 
risuonavano più di seicento telai per la lavorazione dei panni; ed il Ben- 
venuti attesta di aver conosciuto persone che pivi volte erano state ad 
attinger acqua alla fontana fuori di porta Aosta, che prima era detta 
appunto Porta Fontana, ritenendo che solo dopo l'assedio del 1704 sia 
cessato l'uso dell'acquedotto; per certo nell'anno 1471 doveva ancora 
essere nella sua completa efficiènza, somministrando l'acqua anche ai 
molini esistenti sotto il Monte Brogliero, dacché l'il febbraio il Capitolo 
ed il signor Nicolao della Biava si obbligavano reciprocamente a man- 
tenere i condotti che ve la conducevano (2). 



ps^^ 



ACQVEDOTTO EOriATSrO Di IVREA 




Un piccolo scavo in proprietà Vitalevi ha messo in luce un tratto 
dell'acquedotto discretamente conservato. L'acqua correva in un condotto 
a poca altezza sopra' il suolo [opus super terram) (3), ed a quanto pare 



(1). Daukmberg et Saglio, Dictìonnaire des antiquités grecques et roìnaines; Dubm - End- 
Schmitt, ìlandbuch de Architektur, die Baukunst der Romei', n. 361 sgg. 
(2). Arch. Capital. , maz. 13, 663 a. (Benvenuti , 1. e.) 
(3), PhomcsC, Vocaboli latini di architettura, \>ig. 25. 



— 51 — 

scoperto (caso assai raro ed eccezionale negli acquedotti romani (1) per 
i quali vigeva l'uso degli spechi o cunicoli), sostenuto da una salda mura- 
tura [substructio] di rozze pietre spaccate nella parte sottostante al con- 
dotto ed in quella addossata alla china montagnosa, sostituita invece da 
un conglomerato di ciottoli e sabbia e calce nella parte esterna. La sezione 
di forma rettangolare misurava in altezza m. 0,65 e m, 0,50 in larghezza, 
con una sensibile slabbratura a becco rovescio nella parte superiore delle 
due pareti laterali e con una cunetta nella parte inferiore, formata da uno 
strato di coccio pesto impastato con calce e sabbia {opus signinum). 

Assai più fina era la malta di polvere di mattone, sabbia e calce, 
che formava le pareti, ricoperta ancora per ultimo da un intonaco rosso, 
liscio e sottile. 

11 condotto seguiva tutte le insenature della montagna con un per- 
corso sinuoso e lunghissimo. 

Risalendo il corso dalla città, le prime traccie si incontrano dietro 
le case alte del Valentino in regione iS. Antonio nella proprietà dei Sale- 
siani già Realis; nella cinta del giardino furono largamente utilizzati i 
massi di conglomerato che si ritrovano tosto, oltrepassato il primo tratto 
della strada vicinale di S. Pietro, nella proprietà Medina, e più sopra nelle 
ville Olivetti, Jona e Vitalevi; seguendo la collina (vi sta tutt'ora addos- 
sato un grande frammento in regione Gabellieraj, ripiega verso la strada 
delle Balme e si sviluppa parallelo fino alla chiesuola di tf . Croce, seguendo 
da questo punto per un largo tratto la strada di Chiaverano-Montaldo; 
quindi risale lungo i margini della torbiera e lungo la regione Ronchesse 
per un tratto che non potemmo identificare fino al Maresco di Bienca 
di Chiaverano, che secondo l'ipotesi del Fiorina, dovette essere un grande 
serbatoio ad uso dell' acquedotto. « Io credo egli scrive, che il primo 
tratto dell'acquedotto, dal Maresco di Bienca alla strada che da Montaldo 
tende a Chiaverano dietro la regione Ronchesse, servisse non soltanto a 
condurre l'acqua ad Ivrea, ma a porre in comunicazione il serbatoio di 
Bienca col grande lago Sirio, gettandovi dentro un volume costante, 
che valesse a mantenervi un emissario capace di dar moto ad edifici 
idraulici. 

Dal lago Sirio nel punto in cui trovasi l'attuale emissario, partiva 
un secondo acquedotto di cui sono meno frequenti le traccie, il quale 
scaricava l'acqua di detto lago in quello di S. Michele, dopo aver dato 
moto a mohni utilizzando la differenza di livello dei due laghi (m. 32) » (2). 

(1). LA^•CIA^•| U., Topografia di Roma antica. I cementar ii di Frontino intorno le acque e 
gli acquedotti. Silloge epigrafica aquario, in Atti della lì. Accademia dei Lincei. Memorie della 
classe di Scienze morali, storiche e filologiche, s. HI, Voi. 4, Roma, 1880, i)ag. 55ì. 

(2;. FiORLVA I. e. 



— 52 — 

Dal Maresco di Bienca scompaiono le traccie dell'acquedotto, com- 
pletamente interrato ed appena qualche frammento fu da noi rintracciato 
in quei pressi al Pian della Gatta e per brevissimo tratto. 




Treccie 3er'acc|u edotto «■•■•• 



Donde aveva dunque origine l'acquedotto? Poiché non ci tu dato 
rintracciarne le scaturigini basterà riferire l'opinione comune degli storici 
eporediesi, che esso cioè avesse le sue origini in Andrate pel torrente 
Viona che discende dal picco di Mombarone. 

« Neil* epoca a cui risale la costruzione dell' acquedotto, scrive il 
Fiorina, il torrente Viona, con molta probabilità si divideva sopra l'abi- 
tato di Andrate in due bracci, di cui uno discendeva per Andrate stesso, 



-5à- 

e l'altro, ripiegando a giorno, correva verso Donato. Il braccio di Andrate 
poi si suddivideva a sua volta in due minori torrentelli, che discendevano 
uno su Borgofranco e su Bienca di Chiaverano, l'altro (1). 

il ramo che discendeva su Bienca formava nel sito in cui oggi è il 
Maresco un grande serbatoio, da cui partivano e l'acquedotto e la roggia, 
inserviente ai Molini ed altri edifici idraulici di Chiaverano (2). Questo, 
diremo, lago di Bienca fu probabilmente riempiuto verso il 1500, sep- 
pure la rottura della morena non risale allo stesso anno fatale 1666, in 
cui si produssero quasi improvvisamente le grandi frane soprastanti alle 
regioni Paratore e Biconio in territorio di Borgofranco » . 

La mancanza di traccio al disopra del Maresco di Bienca dimostre- 
rebbe che solo da questo serbatoio avesse origine l'acquedotto, serbatoio 
alimentato da un ramo del torrente Viona. 

A queste brevi notizie alleghiamo la pianta della sezione dell'acque- 
dotto ed un tracciato del percorso onde si conservi piìi precisa notizia di 
questa insigne costruzione romana che l'ingiuria del tempo e l'incuria 
degli uomini vanno cancellando. 

G. BoRGHEzio e G. Pinoli. 



(1). Sull' acqua della Viona discendente tanto a Borgofranco che a Chiaverano la Mensa 
Vescovile esigeva un canone annuo, del quale si ha memoria fino al 1762, nel quale anno 
Mons. Do Villa, Vescovo di Ivrea, concedeva alla comunità di Borgofranco per 29 annj 
in enfiteusi l'uso dell'acqua discendente da Andrate (FioniNA 1. e). 

(2). Sono del 1453 gli atti, citati dal Fiorina, coniro il signor Giordano di Montalto per 
la rottura della roggia della Mensa guai si deriva dalle fini di Chiaverano^ passa per Bienca e 
va a sboccare nel lago di Montalto^ inserviente alli molini di Chiaverano. 



-54- 



La protezione di alcuni dipinti della Quadreria Sabauda 
durante l'assedio di Torino del 1706. 



Uno dei problemi, che, durante la recente guerra ha grandemente 
occupato coloro che avevano la cura del nostro patrimonio artistico, è 
stato la difesa di cospicui monumenti ed il trasporto delle opere d'arte 
pili preziose lungi dal teatro delle operazioni belliche e da quelle regioni 
ove si riteneva potesse giungere, — come purtroppo avvenne ~ , la rabbia 
nemica. 

Si ritenne dai più che tale opera di protezione fosse una necessità 
tutta propria della guerra moderna, caratterizzata dai nuovi e terribili 
mezzi di distruzione di cui fecero largo uso i belligeranti, necessità che 
s'imponeva dopo quanto di abbominevole era già stato compiuto dai 
nemici contro palazzi e chiese del Belgio e della Francia. 

L'esodo quindi di capolavori d'arte in regioni meno esposte alle furie 
devastatrici della guerra e l'affannosa ricerca di nascondigli per riporle 
al sicuro si è creduto che non dovessero trovare riscontro nella storia. 

Così parve una novità quando si apprese, per esempio, che i dipinti 
del palazzo ducale di Venezia, staccati dai soffitti e dalle pareti e tolti 
dai loro telai, erano stati avvolti su cilindri di legno, che vennero rac- 
chiusi entro casse, e che la stessa sorte era toccata ad altre pitture da 
Venezia giiì, giìi fino a Bari, nonché a quelle di altre città interne, ricche 
di magnifiche chiese e di splendidi palazzi. 

Ora se si toglie la vastità del territorio a cui dovette estendersi 
l'opera di protezione ed il numero stragrande dei dipinti posti in salvo, 
- dal solo palazzo ducale veneto ne vennero tolti per 6 mila metri qua 
drati, - tutto ciò non doveva avere per poi sapore di novità. 

Lo stesso problema, presentatosi ai nostri giorni, era già stato oggetto 
di cure nel piccolo Piemonte oltre duecento anni fa, come lo prova un 
documento che abbiamo la fortuna di poter dare ora alle stampe. 

Nòti sono gli appetiti suscitati fin dalla fine del sec. XVll dalla 
successione al trono di Spagna, come nota è l'impotenza della diplomazia 
a regolare quella successione fra i vari aspiranti e ad impedire il grave 
conflitto che scoppiò alla morte di Carlo II e che travagliò per circa 
dodici anni l'Europa. 



— 55 — 

Conosciute sono pure le condizioni in cui, al divampare deirincendio, 
si venne a trovare il Piemonte per la sua speciale posizione di confi- 
nante a ponente con la Francia e con la Spagna, padrona questa della 
Lombardia. 

Il piccolo ducato di Savoia, per l'atteggiamento assunto da Vittorio 
Amedeo II, che, prima alleato coi franco-ispani, passò poi a parteggiare 
per l'imperatore, si trovò travolto successivamente nella lotta. 

Ciò determinò che la guerra, combattuta ad un tempo in Ispagna, 
sul Reno, nei Paesi Bassi, trovò il suo teatro anche in Italia, tanto che 
i franco-ispani poterono impadronirsi della Savoia, di Susa, Vercelli, 
Ivrea, Aosta e Nizza, ed i francesi stringere d'assedio la stessa Torino 
(maggio 1706). 

Esso fu caratterizzato dal largo impiego fatto dai due belligeranti, 
ma sopratutto da parte nemica, di proiettili d' artiglieria ed in special 
modo di bombe. Gli storici che si sono occupati dell'assedio pongono in 
rilievo ciò aflFermando che i francesi lanciarono al giorno circa 8300 
proiettiH (1): poca cosa in confronto dei moderni duelli d'artiglieria, ma 
di una certa importanza se ci riportiamo per un momento ai tempi. 

Molti di questi proiettili, oltre che sui difensori, furono fatti cadere 
a bella posta sulla città, sopratutto a scopo d'intimidazione per indurre 
gli abitanti alla resa. Alla città vennero riservate le bombe lanciate con 
mortai, bombe che arrecarono gravi danni alle persone ed agli edifici 
tanto pubblici che privati; fra quest'ultimi furono danneggiati il palazzo 
ducale o * Madama », nonché quelli del principe di Carignano, dei mar- 
chesi Dogliano e Graneri, dei conti di Cacherano, d'Actis, Operti, ecc. 
Neppure le chiese vennero risparmiate: S. Agostino, S. Domenico, Santa 
Chiara, Santa Croce, S. Giovanni, 3. Lorenzo e S. Dalmazzo ne risenti- 
rono gli eflPetti (2\ 

Il bombardamento con fuoco nutrito incominciò il 19 giugno e crebbe 
di giorno in giorno d' intensità fino a raggiungere il suo massimo il 
giorno 24 {S\ 

Il documento che abbiamo avuto occasione di esaminare è un elenco 
dei quadri posseduti dal duca di Savoia e che in quest'occasione furono 
posti in salvo. La maggior parte di essi, essendo in tela, vennero, dopo 
tolti dalle cornici e staccati dai telai, avvolti su cilindri di legno che 
furono racchiusi in casse. 



(1). Fea PiETno - Tre anni di guerra e l'assedio di Torino - Roma 1905, p. 137. 
(2). Manno Antonio - Miscellanea di Scoria Italiana, XVII, 509. 
(3). Fea - op. loco cit. 



— 56 — 

Come ai giorni nostri la impressionante distruzione di opere d'arte, 
avvenuta nel Belgio e in Francia, determinò in Italia una serie di misure 
preventive, atte a salvaguardare il ricchissimo patrimonio artistico, così 
allora il ricordo di quanto le stesse truppe francesi avevano pochi anni 
prima compiuto a Venaria ed a Rivoli, consigliò l'adozione del provve- 
dimento di cui ci stiamo occupando. 

Si potrebbe dubitare sulla intenzione di Vittorio Amedeo II, se cioè 
egli abbia avuto in animo di spedire altrove questi quadri ovvero di 
riporli in luogo sicuro. La data del documento, - 24 giugno, - ci permette 
però di affermare che la rimozione dei dipinti venne effettuata perchè 
potessero essere risparmiati dai danni del terribile bombardamento. 

Da un altro documento si apprende infatti che lo stesso giorno 
(24 giugno) il duca aveva pure ordinato di consegnare al « tappezziere 
ducale Francesco Marchetti » tutte le argenterie della sua casa perchè 
venissero riposte al sicuro nel « guardamobile in castello [palazzo 
€ Madama •] > (1). 

Ora se si pensa che in quei giorni il fuoco delle artiglierie era piìi 
intenso, se si riflette, come è scritto in calce al documento, che pure 
i quadri vennero consegnati allo stesso tappezziere Marchetto, è ovvio 
dedurre che anche questi furono posti al sicuro nella stessa Torino e 
molto probabilmente nei sotterranei del palazzo « Madama » . 

Era questa l'epoca in cui il duca di Savoia possedeva molti dipinti. 
Se alla morte di Emanuele Filiberto (1580) i quadri della collezione ducale 
non raggiungevano forse il numero di 200, sappiamo per altro che sotto 
Carlo Emanuele I essi superavano il migliaio e che i successori ne accreb- 
bero il numero (2). 

Non tutti però erano opere pregevoli; perchè con Carlo Emanuele II 

si badò pili alla quantità degli acquisti che alla loro scelta ; ma capolavori 

. esistevano ed opere di valore erano venute a Vittorio Amedeo II in eredità 

con la morte della zia Ludovica di Savoia (1692), vedova del principe 

Maurizio. 

Per quanto adunque la quadreria ducale dovesse essere ben fornita 
sul principio del 700, tuttavia il documento ricorda solo trentacinque 
quadri, racchiusi entro sei casse. 

Ammesso pure che meritevoli di cura fossero stati ritenuti i dipinti 
migliori, il numero indicato è sempre troppo esiguo, tanto piiì che una 
delle tele poste al sicuro recava il N. 1446 d'inventario. 



(1). Nota 23 giugno 1706 d'argenterie ecc, in Inventarii mobili presso il Governatore dei 
Reali Palazzi Sig. Alemandi ìd82, Ardi. r. casa, Torino. 

(I). Vbsme Alessandro • U Gallerie JSazionali ìllueirate, voi. IH, p. 6. 



- 57- 

Riteniamo perciò che altri dipinti siano stati pure nascosti nei sot- 
terranei del palazzo « Madama », e che di essi non ci sia giunta la lista. 
Il Rovere del resto, senza indicare la fonte, accenna al fatto che durante 
l'assedio il duca fece collocare i migliori quadri posseduti entro parecchie 
casse, ognuna delle quali aveva il suo elenco, ed aggiunge che di questi 
egli n'ebbe per le mani uno (1). 

Non fornendo però altre indicazioni non è possibile dire se il docu- 
mento da noi esaminato sia proprio quello da lui veduto. 

Anche noi del resto siamo d'avviso che i dipinti messi in salvo dove- 
vano raggiungere un numero di gran lunga superiore ai trentacinque, 
descritti nella nota trovata, la quale d'altra parte, - se si fa eccezione 
per due -, parla di quadri messi in « rollò » , cioè di tele che, per le loro 
grandi dimensioni fu necessario staccare dai telai ed arrotolare sopra dei 
cilindri di legno affinchè occupassero meno spazio. Certamente altri quadri, 
pure in tela, ma di minore grandezza, saranno stati nascosti così come 
si. trovavano, insieme coi quadri sul legno o sul rame. 

Il documento in esame porta anzitutto a fare una prima distinzione 
fra quadri da cavalletto e quadri da decorazione. 

Di quest'ultimo genere erano cinque sopra porte : tre della « camera 
di Madama la Duchessa reale » e due • dell' anticamera del Serenissimo 
Principe di Piemonte » ; inoltre v'era pure 1' ancona della cappella della 
predetta duchessa. 

L' elenco, senza indicarne i soggetti, dice eh' essi erano opera del 
t Sig. Cavaglier Danielle » , il quale altri non era che il pittore Daniele 
Seiter, entrato al servizio del duca nel 1688 (2). 

Del medesimo autore si posero pure in salvo altri due quadri, da 
cavalletto però : una Pietà in « ottagono » ed una Vergine col Bambino, 
di forma ovale. Fra tutte le opere racchiuse in casse quelle del predetto 
pittore tedesco erano le più numerose: ora la cura manifestata per le 
sue opere non doveva certo dipendere dal valore dell'autore, che il Vesme 
dice « artista dal pennello pesante e dal colorito senza vigore » ; ma 
piuttosto dal fatto che si volle così usare una certa deferenza al duca, 
il quale, dopo aver fatto venire da Roma il Seiter e nominato suo « Primo 
pittore di Gabinetto » , l 'aveva tenuto in gran considerazione. Non va 
neppure dimenticato che quando si nascosero i dipinti, il Seiter era morto 
appena sette mesi prima. 



(1). RovEHE Clemente - Descrizione del Palazzo Reale di Torino, p. 73, nota 23. 
(2). Nato a Vienna nel 1649, morto a Torino il 2 novembre 1705, sepolto nella Chiesa 
della Trinità. 



■ 58 - 

L'artista che pel suo valore e pel numero delle opere messe in salvo 
va subito ricordato è l'Albani. Di esso una cassa conteneva « quattro 
quadri rottondi rappresentanti li quattro Elementi » . 

Sono le quattro note tele rappresentanti l'aria, l'acqua, il fuoco e la 
terra, ch'erano venuti in eredità a Vittorio Amedeo II nel 1692 alla morte 
della zia Ludovica, vedova del principe Maurizio, pel quale l'Albani le 
aveva espressamente dipinte. Intermediario della commissione era stato, 
durante la permanenza del principe cardinale in Roma, Giovanni Sementi, 
romano e pittore dello stesso cardinale; pel suo tramite l'Albani aveva 
ricevuto nell'aprile del 1625 un acconto (1). I quattro quadri figurano 
ora nella pinacoteca di Torino coi N. 498, 495, 500 e 509. 

L'elenco registra pure un quadro ovale, distinto col N. 8 rappresen- 
tante la Dea Flora con ninfe e puttini che reggono ghirlande di fiori; 
anch' esso è detto del pittore Albani. Di questo quadro non si sa più 
nulla, a meno che non sia quello ora di forma circolare, esistente nella 
pinacoteca di Torino col N. 624 e che il Vesme, però, attribuisce alla 
maniera dell'Albani. 

Due altri quadri, che secondo la nota erano stati « dati dal Cavaglier 
Danielle e che si dicono dell'Albani », vennero posti pure in una cassa. 
Uno rappresentava « due figure nude nell'acqua e l'altro due figure che 
s'abbraciano con quattro putti con vista di paese tutti e due » . 

Essi a parer nostro sono i due quadri dell'Albani che figurano oggi 
nella predetta pinacoteca, il primo rappresenta Salmacide che scende nel 
bagno per sorprendere Ermafrodito (N. 492), l'altro Salmacide che abbraccia 
Ermafrodito (N. 493). 

L'espressione usata dal documento, « dati dal Cavaglier Danielle », va 
intesa nel senso che fu Daniele Seiter ad acquistarli. Infatti per un quadro 
di altro autore è detto « accomprato dal Cavaglier Daniele » , che del resto 
sappiamo essere stato dal duca inviato nel 1696 a Roma espressamente 
per acquistare quadri (2). 

Pel numero delle opere e sopratutto pel valore dell'autore vanno 
ora ricordati sei quadri di Jacopo da Ponte detto il Bassano: 

a) una Fiera, megKo*conosciuta sotto il nome di Grande mercato, 
quadro che nella collezione di Vittorio Amedeo II recava il N. 452 e che 
un inventario del 1682 lo aveva già descritto come esistente nel palazzo 
ducale nuovo di Torino, dandone le seguenti dimensioni; alt. piedi 5 1/2; 



(1). Conto Mandati Casa Serenissimo Principe Mauritio Cardinale di Savoia anno 1625. 
Arch. Stato Torino, sez. 3. 

(S). Rovere - op. cit , p. 72, nota 69. 



-ce- 
largli, piedi 8 (1). Ora trovasi nella pinacoteca di Torino distinto col 
numero di catalogo 581. 

b) il ratto delle Sabine, contrassegnato nell'inventario ducale col 
N. 401 e che nel citato documento del 1682 è indicato con le figure al 
naturale; l'altezza della tela era di piedi 5 1/2, la larghezza di piedi 8 e 
oncie 2. Secondo il Vesme i Savoia lo possedevano fin dal 1605; al pre- 
sente non trovasi nella predetta pinacoteca. 

e) la fucina di Vulcano col N. 389. Esso era stato fatto eseguire 
su commissione da Carlo Emanuele I (2). Nel 1661 si trovava nel palazzo 
ducale vecchio di Torino nella stanza attigua alla cappella (3), da dove 
poi passò nel palazzo nuovo. L'inventario del 1682 ve lo descrive così: 
» Vulcano nella fucina con Amorini », dandone le seguenti dimensioni, 
alt. piedi 4 1/2, larg. piedi 7. Ora è nella pinacoteca di Torino e reca il 
N. 587 di catalogo. 

d) Fiera o piccolo mercato, tela che nella quadreria ducale recava 
il N. 330 ed ora nella pinacoteca, ove trovasi, è distinto con quello 576. 

e) Angelo che annunzia ai pastori la nascita di Gesiì col N. 203. 
Nel 1661 esisteva nel palazzo vecchio, nella stanza attigua alla cappella, 
nel 1682 si trovava nel palazzo nuovo sempre in Torino: nell'inventario 
di detto anno sono date le seguenti dimensioni: alt. piedi 3, lung. piedi 5 
ed è descritto così: « Angelo annonciante ai pastori dormienti la nascita 
di Gesiì (notte) » . Ora non si conosce ove si trovi. 

/) Un altro quadro di Jacopo da Bassano, di cui s'ignora pure la 
fine, è la fuga in Egitto, che nell'inventario ducale aveva il N. 41. Il 
Della Corgna lo vide nel 1635 nel palazzo ducale vecchio di Torino (4). 
Nel 1682 era passato nel palazzo nuovo ove l' inventario lo ricorda con 
le seguenti misure: alt. piedi 1, oncie 2, larg. piedi 2 circa. 

Seguono i nomi di artisti di ognuno dei quali l'elenco cita due opere 
e cioè il Maratta e il Veronese 

Di Carlo Maratta era una i Vergine assisa col Bambino che legge e 
S. Giuseppe in piedi » ed un Cristo nell'orto con due angioli uno dei quali 
recava un calice in mano. 

Non si ha notizia di quando questi quadri vennero in possesso dei 
Savoia, uè delia loro fine. 



(1). Inventario mobili presso il Governatore dei Reali Pallazzi Sig. Allemandi, 1682. 
Arch. r. casa, Torino. 

(2). Catalogo della regia pinacoteca di Torino, Vesme A. p. 4. 

(3). Inventario del palazzo ducale vecchio o di S. Giovanni in Torino, anno 1661 - 
Arch. r, casa Torino. 

(4). Le Gallerie Nazionali ecc. cit. p. 49, n. 360. 



— 60 — 

Di Paolo Caliari, detto il Veronese, vennero pure posti in salvo due 
quadri che erano distinti nel catalogo della quadreria sabauda coi 
N. 409 e 418; uno raffigurava la regina Saba che presenta doni al re 
Salomone e l'altro Mosè salvato dalle acque dalla figlia di Faraone. 

Ambedue li vide il della Corgna a Torino nel 1635 (1); nel 1661 vi 
esistevano ancora nella stanza attigua alla cappella del palazzo ducale 
antico (2). Nel 1682 erano passati nel palazzo nuovo e 1* inventario di 
detto anno c'indica la loro misura; alt. piedi 5 1/2, larg. piedi 10, oncie 8. 
Ora sono nella pinacoteca più volte citata (N. 572 e 575). 

Dei seguenti autori il documento esaminato ricorda una sola opera 
per ciascuno. 

Così del Van Dyck fu posta in salvo la nota tela, ritenuta il capo- 
lavoro del pittore fiammingo, rappresentante i tre figli di Carlo I, re 
di Inghilterra; nella collezione ducale, era distinta col N. 328. Il Vesme 
assicura che il quadro fu eseguito nel 1635 ed inviato in regalo alla 
duchessa Cristina di Savoia dalla sorella Enrichetta Maria, regina d'In- 
ghilterra e madre dei tre principini rafiBlgurati: nel 1682 era nel palazzo 
ducale nuovo di Torino, ora trovasi nella pinacoteca col N. 264. 

Un altro dei quadri, riposto pure nei sotterranei del palazzo «Madama», 
viene attribuito al Tiziano. Rappresentava la cena di Emaus, di forma 
t quadrilonga con cinque figure intere » ed aveva il N. di catalogo 150. 

Negli inventari precedenti di opere d'arte dei Savoia il quadro non 
è ricordato come del Tiziano. In quello del della Corgna (1635) è citato 
un quadro di questo stesso soggetto, pure con cinque figure; ma esso è 
detto una copia di un quadro di Tiziano, eseguita da • Scarsellin di 
Ferrara », alto piedi 3 1/2 e largo piedi 4 1/2 (3). 

Nel 1661 il medesimo quadro con le stesse dimensioni, e parimenti 
come « copiato, dal Scarsellino » , figura nella stanza detta reale del 
vecchio palazzo ducale o di S. Giovanni in Torino. 

Al presente un quadro di questo soggetto è nella pinacoteca di Torino 
(N. 166). Secondo il Vesme è probabile, ma non è certo, che sia quello 
del 1635. Comunque noi riteniamo che la tela nascosta sia appunto la 
ricordata nei documenti del 1635 e 1661 e che non vada attribuita al 
Tiziano, ma al predetto suo allievo. 

In salvo fu pure messo un quadro di Guido Reni: « Apollo che scor- 
tica Martia » col N. 274. 

Questo era già nel 1635 nella quadreria ducale (4); anche l'inven- 



(1). U Gallerie Nazionali cit. pp. 51, 52, NN. 432 e 434. 

(2). Inventario 1661 cit. 

(3). Le Gallerie ecc. cit. p. 41. 

(4). Le Gallerie Nazionali ecc. cit. p. 48, N. 336. 



—161 — 

tario del 1661 lo ricorda nel palazzo ducale di S. Giovanni in Torino e 
dice che aveva € figure intiere » e misurava piedi 4 di alt. e piedi 3 1/2 
di larg. (1); nel 1682 si ritrova nel palazzo ducale nuovo. Sappiamo dal 
Vesme che questo qua'dro ci fu rapito dai francesi nel 1799 ed ora tro- 
vasi nel museo di Tolosa. L' esemplare pure del Reni che attualmente 
esiste in pinacoteca a Torino (N. 490) pare acquistato nel 1842 (2). 

In un t rollò » a sé fu posto un quadro di Giacomo Palma, il giovane, 
che portava il N. 415 di catalogo e che rappresentava la t Battaglia di 
S. Quintino con Emanuele Filiberto a cavallo ». Nel 1635 trovavasi nel 
palazzo ducale di Torino, ove lo vide e lo descrisse il della Corgna (3), 
ora è nel real palazzo della stessa città. 

L'ultimo quadro di autore noto è una tela del Guercino che secondo 
l'elenco recava il N. 15 di catalogo e di cui si dà la seguente descrizione: 
« la Vergine col Bambino Giesìi che sta a sedere sopra un cessino gialdo». 
Del Guercino gli antichi inventari della quadreria sabauda registrano 
diverse opere; questa però non è ricordata ed al presente non se ne ha 
notizia alcuna. 

Chiudiamo l'enumerazione accennando a cinque quadri di cui l'autore 
è ignoto incerto. 

Il primo col N. 200 era una Vergine col Bambino, simile ad altra 
dipinta nel palazzo ducale di S. Giovanni nel soflStto della camera detta 
delle Madonne. Di questa, di cui il quadro messo in salvo era una ripro- 
duzione, si ha la seguente descrizione: t alt. piedi 4 e long, piedi 5| rap- 
presentante la Vergine col Bambino Giesiì, S. Pietro e S. Paolo, S. Giu- 
seppe e S. Girolamo, con un puttino nudo » (4). 

Col N. 1446 la quadreria ducale possedeva un quadro rappresentante 
« Re Sanile con Davide che gli sta suonando avanti con diverse figure » 
ed anche esso fu riposto nei sotterranei del palazzo * Madama » . 

La stessa destinazione ebbe un altro quadro di autore ignoto che 
portava il N. 276 ed era indicato di t maniera fiamenga » : rappresentava 
tre uomini intorno ad una tavola che prendevano tabacco e tre donne, 
delle quali una che recava una candela ed una « pinta » . 

Gli ultimi due quadri erano acquisti fatti dal pittore Seiter e tutti 
e due rappresentavano S. Pietro in mezza figura; uno di essi è detto 
€ del pittor Guido », ma a noi non fu possibile stabilire l'artista indicato 
con tale nome. 

Maggio 1920. Augusto Telluccini. 



[\). Inventario ib61 cit. fol. 6. 

(2). Ves.me - Catalogo della regia pinacoteca di Torino cit. p. 137. 

(3). Le Gallerie ecc. cit., p. 52, N. 433. 

(4) Inventario cit. 



— 62 — 



1706 lì 23 Giugno 
Nota dei Quadri messi in rollò esìstenti nelle sei Casse. 



Primo un rollò con sei quadri dei Sig. Cavaglier Danielle cioè: tre 
sopraporte della Camera grande di Madama la Duchessa Reale, due sopra- 
porte della Anticamera del Serenissimo Prencipe di Piemonte e l'Ancona 
della Capella di Madama la Duchessa Reale. 

2°) Altro rollò con due quadri grandi di Paolo Veronese, cioè il 
N. 409, rappresentante la figlia del Re Faraone che fa prendere Mosè 
fanciullo in un cesto con diverse figure d'Huomini e donne al naturale; 

Altro col N. 418 rappresentante la Regina Sabba che presenta 
(doni) al Re Salomone assiso sopra il suo trono con molte figure al 
naturale. 

3°) Altro rollò con due quadri del Bassano, cioè il N. 452, rappre- 
sentante una fiera con diverse figure e frutti, ovi, volaglie, capretti, simie 
e diverse altre mercantie, et altro col N. 401, rappresentante il Ratto 
delle Sabine, figure al naturale. 

4°) Due quadri uno col N. 389 rappresentante la fucina di Vulcano 
con Amore che fa temprare i ferri de' suoi strali ed altre figure del pittore 
Bassano; 

L'altro col N. 1446 rappresentante il Re Sanile con Davide, che gli 
sta suonando avanti, con diverse figure. 

5°) Altro rollò con 5 quadri, il primo rappresentante la Pietà a ottan- 
golo del Sig. Cavaglier Danielle, il 2° la fiera o sia mercato in piccolo col 
N. 330 del pittore Bassano, il 3° col N. 200 rappresentante la Vergine 
col Bambino Giesiì nudo assiso sopra le ginocchia simile a quello che è 
nel soflStto della Camera detta delle Madonne, il 4° col N. 328, quadro 
rappresentante la Fameglia del Re d'Inghilterra in numero di tre fan- 
ciulli con un cane di pello bianco e rosso del pittore Vandich ; 

il 5° col N. 203 rappresentante una notte con l'Angelo in raggi che 
annuncia alli Pastori che dormono la nascita di Giesù Ghristo del pittor 
Bassano. 

6») Altro rollò con tre quadri cioè il N. 150, quadro quadrilongo 
rappresentante Christo in Emaus con cinque figure intiere del pittore 
Tiziano, il N. 274 rappresentante Apollo che scortica Marthia del pittor 



— 63 — 

Guidoreni et il N. 276 rappresentante una notte con tre huomini ad una 
tavola che pigliano tabacco in pippa e tre donne con luoro, una con una 
candela in mano e l'altra con una pinta, di maniera tiamenga. 

7") Altro rollò col N. 415 rappresentante la battaglia di S. Quintino 
con Emanuele Filiberto di Savoia a cavallo, del pittor Giacomo Palma. 

8°j Altro rollò con quatro quadri rottondi rappresentanti li quatro 
Elementi del pittor Albano. 

9°) Altro piccolo rollò con undeci quadri cioè: due di Carlo Maratta, 
rappresentanti uno la Vergine assisa col bambino che lege e S. Giuseppe 
in piedi, altro con il Signore nell'orto con due Angioli, uno col calice in 
mano, altro col N. 8, quadro di figura ovale rappresentante la Dea Flora 
con ninfe e diversi puttini che tengono ghirlande di fiori, figure piccole 
del pittor Albano. 

pili altri due datti dal Sig. Cavaglier Danielle che dicono essere del 
pittor Albano, rappresentanti uno due figure nel acqua nude, che dicono 
essere del pittor Albano, altro con due figure che s'abradano e quatro 
putti con vista di paesi tutti e due. 

Altro di San Pietro, meza figura del pittor Guido accomprato dal 
Sig. Cav. Danielle, 

più altro col N. 15 rappresentante la Vergine col Bambino Giesìi 
che sta a sedere sopra un cessino gialdo del pittore Guercino, 

più altro col N. 41 rappresentante la fuga della Vergine e S. Giu- 
seppe in Egitto del pittor Bassano, 

più altro in ovale rappresentante la Vergine col Bambino del Signor 
Cavaglier Danielle, 

più altro rappresentante S. Pietro anche meza figura accompra del 
Sig. Cavagliere Danielle. 

Il Sig. Allemandi sarà contento far consegnare al Sig. Francesco Mar- 
chetto Tapezziere di Sua Altezza Reale le suddette casse con quadri in 
esse reposti per rettirarle secondo 1* ordine di S. A. R che il medesimo 
tiene, 24 Giugno 1706, con rettirarne ricevuta. 

F.to P. B. Ponte 
Secreiario di S. A. R. 



— 64 — 



NOTIZIE DI SCAVI 



n 



VILLENEUVE (Val d'Aosta) — Necropoli neolitica. 

Nella località fra la stretta di Villeneuve e quella di Arvier a pochi 
chilometri a monte di Aosta durante i lavori di impianto di una officina 
idroelettrica della Ditta Ansaldo (1), vennero in luce alcune tombe neo- 
litiche esplorate a cura della R. Soprintendenza delle Antichità per il 
Piemonte. Ne riferisce P. Barocblli nelle « Notizie degli scavi d'antichità » 
(a. 1918, fase. 10-12). 

€ Le tombe finora dissepolte sono venticinque, e presentano la stessa 
forma delle cinque tombe neolitiche di Montjovet che nel 1909 furono 
scoperte in seguito a scavi colà fatti eseguire da questa Soprintendenza (*). 
Sono cioè in generale costituite da quattro grossi lastroni di pietra messi 
a coltello e formanti una cassa approssimativamente rettangolare, chiusa 
da un quinto lastrone collocato a coperchio. La pietra è un micascisto, 
roccia abbondante nella regione e facile a sfaldarsi in larghi lastroni. . 
Fondo della cassa è il suolo naturale, consistente in un esteso banco 
arenoso nel quale le tombe furono scavate in guisa da affiorare col lastrone 
di copertura alla superficie del banco stesso. Su questo stendesi per una 
altezza media di m. 1,20 il terreno vegetale di alluvione recente. 

La lunghezza delle tombe non è mai maggiore di m. 1,40, la lar- 
ghezza e la profondità si aggirano per quasi tutte attorno ai cinquanta 
centimetri. 

Come nelle tombe di Montjovet, anche in queste è evidente l'uso 
del cosidetto seppellimento secondario. Gli scheletri erano stati verosi- 
milmente deposti nelle tombe più o meno privati delle parti molli e dopo 
disfatti i legami delle ossa. In parecchie tombe si vedono coste e vertebre 
disseminate » . In due tombe « alcuni denti erano sparsi lontani dal cranio ; 
frequente è la mancanza delle piccole ossa. In una tomba si ritrovarono 
ricomposte le ossa delle mani e dei piedi. Qualche volta lo scheletro è 
privo delle coste, del bacino e perfino della spina dorsale ». Un cranio 
« mancava di quasi metà della calotta. Violazioni recenti delle tombe 



(1). Vedi questo Boll., Ili, pag. 23. 

(♦). G. E. Rizzo, Sepolcri neolitici di Montjovet, negli Atti della R. Accademia delle Scienze 
di Torino, 1909-1910. 



— 65 — 

sono da escludere; e dalle minute ed accurate osservazioni fatte nello 
scavo nulla risultò che possa far pensare a violazioni di remota antichità. 

Tutte le tombe erano approssimativamente orientate est-ovest: il 
cranio sempre ad ovest e sempre poggiato sul lato sinistro. La colloca- 
zione delle ossa rappresenta in genere il corpo c^e giace a sinistra e 
colle gambe rannicchiate. L'angolo formato, in corrispondenza del ginoc- 
chio, dalle ossa lunghe delle gambe è sempre rivolto a sinistra ; il bacino 
però ed il torace sono spesso in posizione frontale. Varia è la posizione 
delle braccia » . 

In due tombe • il cranio si rinvenne perforato. Le due scatole ossee 
sono in ottimo stato di conservazione ed in entrambe la perforazione è 
dal lato destro > . In un cranio • il foro è assai piccolo e non si può pen- 
sare ad esportazione di frammento; nell'altro manca un piccolo pezzo di 
calotta. È da notare che lo scheletro » cui questo appartiene « è non solo 
tra i meglio conservati, ma anche fra i più completi della necropoli, non 
mancandogli neppure gli ossicini delle mani e dei piedi » . 

Su questi due crani, come su tutti i crani rinvenuti nelle tombe, 
potrà riferirsi piìi ampiamente in quelle osservazioni d* insieme sulla 
necropoli, che potranno con più sicurezza essere concretate quando 
sarà stata condotta, come sperasi, a compimento l' esplorazione della 
necropoli stessa, esplorazione che presentasi come assai facile e di non 
grave dispendio. 

€ La suppellettile raccolta nelle tombe è eccezionalmente scarsa. Nes- 
suna traccia finora di ceramica: tutto il materiale uscito è il seguente: 

a) Frammento d'ascia di pietra giadeitica levigata. 

b) Raschiatoio di quarzo di notevole trasparenza. La forma è quasi 
discoidale, con minuti ritocchi ai margini. 

e) Punteruolo di selce grigia, lungo mm. 33. Presenta un profilo 
leggermente ricurvo. La superficie di stacco è piana. 

d) Piccolo dente di cinghiale forato ad una estremità e destinato 
ad essere appeso. 

e) Pezzettini di carbone, denti frammentati di animale e due ossi- 
cini forse di uccello » . 

Una tomba è singolare « non solo per gli oggetti che conteneva, ma 
anche perchè non eranvi che un cranio ed un omero alla estremità ovest 
e le quattro ossa lunghe delle gambe alla estremità opposta; ed a questa 
disposizione delle ossa corrispondeva la coper'tura della tomba. Invece di 
un lastrone che la coprisse orizzontalmente, i due gruppi di ossa erano 
coperti ciascuno da una lastra messa obliquamente ; né, viste le condi- 
zioni ed il complesso della tomba, potrebbe pensarsi ad uno sfondamento 
del lastrone o di lastroni di copertura ». 



— 66 — 

Ritrovamenti di tombe neolitiche erano già avvenuti in quei dintorni 
presso la chiesa di St. Nicolas. La necropoli di Villeneuve presenta carat- 
teri simili a quelli di Montjovet; ma per piià precisi confronti sarà neces- 
sario aspettare il risultato di ulteriori soavi, che la soprintendenza ripren- 
derà non appena sia possibile. 

L. M. 

« 
• * 

Armilla gallica - Il can. cav. Frutaz, r. ispettore onorario dei monu- 
menti di Aosta mi ha gentilmente concesso di esaminare un' armilla di 
bronzo che, già da molti anni esistente nella locale raccolta antiquaria 
Perron, è stata recentemente da lui acquistata. 

L'armilla ha la medesima forma ed ornamentazione, salvo varianti 
lievissime e senza importanza, delle altre valdostane jBgurate in questo 
« Bollettino », I, pag. 18, 19, fig. 1,3, 4. Quasi circolare ( diam. interno circa 
70 mm.) consta anch'essa di un cordone massiccio di bronzo uniforme- 
mente spesso mm. 14 coi capi disgiunti e, di poco, scostati. Piana e 
liscia la superficie interna : 1' esterna presenta tre faccie longitudinali 
parallele uguali che si perdono l'una nell'altra in un insieme tondeg- 
giante. L'ornamentazione è data anche in quest'armilla da doppie intac- 
cature traversali, che separano circoletti puntati profondamente incavati 
e disposti un po' irregolarmente sulle tre facce esterne. 

Sembra certo che questa armilla fu trovata in vai à' Aosta, forse a 
La Salle: verosimilmente uscì da una tomba preromana. 

Armili e così caratteristiche, per quanto è dato congetturare dalla 
frequenza dei ritrovamenti fino ad ora noti, sarebbero pervenute in vai 
d'Aosta per il passo del Gran San Bernardo da un centro o da centri di 
fabbricazione esistenti in età gallica nell' attuale Vallese ( vedi questo 
«BoU. », L e). 

P. Barocelli. 



I 



67 — 



STORIA E BIBLIOGRAFIA 

della Paletnologia Piemontese. 



( Continnazione, Vedi questo Boll., Ili, pag 36 



BIBLIOGRAFIA f^' 



I. - PALETNOLOGIA GENERALE. 
1) - Opere ooncernentl in genere la regione Piemontese. 

Bartolomeo Gastaldi. - Cenni su alcune armi di pietra e di bronzo trovate 
nelV Imolese, nelle marniere del Modenese e del Parmigiano e nelle torbiere della 
Lombardia e del Piemonte. - Pp, 30 ( A. d. soc. itaL di scienze natur., II, 1861 ). 

Lo stesso. - Nuovi cenni sugli oggetti di alta antichità trovati nelle torbiere 
e nelle marniere d'Italia. - Pp. 95, fig., tav. 6, Torino, Marzorati, 1862. Tradotto 
Lahe habitations and prehistoric remains in the turbaries and marls-beds of 
Northern and Central Italy, edited by Charles Harcourt Chambers, London 1865. 
Neil' introduzione ai Nuovi Cenni il G. dà ragione dell'opera. I Cenni erano stati 
scritti solo per mettere sull'avviso gli studiosi del nostro paese dell'interesse delle 
ricerche paletnologiche e per animarli a dedicarvisi. Era mancato al G. il tempo di 
corredare i Cenni di figure. Ma, conscio della capitale importanza dell' iconografia 
paletnologica, nei Nuovi cenni ristampa il precedente lavoro corredandolo di tavole 
e figure e aggiungendo le notizie pervenutegli durante il 1861. AU'infuori degli 
oggetti usciti dalle palafitte, in Piemonte conoscevasi allora soltanto un'ascia litica 
di Belforte d'Ovada (p. 74; tav. V, 4). A p. 75 il G. dà la figura di un pezzo di vaso 
di terracotta ornato proveniente da Bra. Accenna anche ai sepolcreti di Castelletto 
Ticino e Sesto Calende (pag. 74-75). 

Lo stesso { M. d. r. accad. d. scienze di Torino, serie II, XX, p. LXXX, 1863) 
comunica la scoperta della palafitta di Mercurago e di vasi fittili e oggetti di 
bronzo, della regione detta il Pennino, della I età del ferro, ma attribuiti dal G. 
alla età del bronzo. 

G. De Mortillet. - Les terramares du Reggianais. ( Rev. archéol., nouvelle 
serie, a. VI, XI, p. 302 sg. e XII, p 112 sg., 1865), Nella seconda parte l'A., trat- 
tando in genere delle antichità preistoriche fino allora note in Italia si ferma a 
lungo sul Piemonte e specie sulla palafitta di Mercurago. 



(Il Abbreviazioni: B. p. Bollettino di paletnologia italiana. - N s Notizie degli scavi d'antichità comu- 
nicate alla r. Accademia dei Lincei (il primo numero indica l'annata, il secondo la pagina). A. Atti. - 
M. Memorie. - R. Rendiconti. 



— 68 ~ 

Lo stesso. • Le signe de la croix avant le Christianisme. ■ Pp. 182, Paris 1866, 
Notizie su antichità italiane della età del bronzo e della 1 del ferro. 

A. Angeluoci. - Haches en pierre et en bronxe de Voghera. ( Matériaux pour 
l'histoire positive et philosophique de l'homme, III, p. 55 ) 

Annuario scientifico ed industriale italiano. - Nel capitolo « Paletnologia » 
dovuto a L. PiGORiNi, notizie sul Piemonte ( a. 11, p, 222 ; V, p, 349 e 353 ; VII, 
p. 218-221 ). 

Bartolomeo Gastaldf. - Iconografia di alcuni oggetti di remota antichità 
rinvenuti in Italia. Pp. 50, tav. X ( M. d. r. accad. d. scienze di Torino, ser. Il, 
XXXVI, 1869). II G. per mezzo di figure e brevi descrizioni fa conoscere una serie 
di oggetti rinvenuti in Italia. Apre anche la questione della distinzione fra l'età 
archeolitica (oggi detta più comunemente paleolitica) e neolitica, dimostrando che 
essa non poggia su dati di tal precisione da permetterci di ricorrervi in tutti i 
casi. Molte osservazioni sui materiali litici onde sono fatti gli utensili e sulla loro 
provenienza. La maggior parte degli oggetti illustrati sono piemontesi, fra cui 
nuovi oggetti raccolti nelle torbiere di Mercurago e di San Giovanni dei Boschi. 
Riassunto dal G. stesso in A. d. stessa accad., IV, p. 755-6, 1869. 

A. Garbiglietti. - Lo studio dell' antropologia e dell' etnologia in Italia. 
(Giornale d. r. accad. di medicina di Torino, ser. Ili, X, pp. 436-447 e 460-471), 1871. 

L. PiGORiNi. - Matériaux pour V histoire de la Paléoètnologie Italienne. - 
Parma, 1874. Indicazione di quanto era venuto in luce riguardante la paletnologia 
Italiana. 

A. IssEL. - L'uomo preistorico in Italia, considerato principalmente dal punto 
dt t?w/apaZeon/oto(/tco ( Appendice alla traduzione italiana delle opere del Lubbock), 
Torino 1875. Oggetti di Carcare qui descritti sono ricordati in B. p., XXll, 213. 

Bartolomeo Gastaldi. - Frammenti di paletnologia. Pp. 32, tav. XV (A. d. r. 
accad. d. Lincei, M. classe scienze fisiche, ser. II, III, p. 497 sgg., 1875-76) [vedi 
cenno in Boll. d. r. comitato geologico d'Italia, VII, a 1876J, Descrizione di numerosi 
oggetti di pietra (specialmente asce ed accette di pietra levigata), di bronzo e di 
terracotta provenienti da varie parti del Piemonte : notizie delle tombe di Arvier 
e di Castelletto Ticino ( pag. 519 ). 

W. Helbig. - Die Italiker in der Poebene. - Leipzig, 1879. 

A. Fabrettl - Degli studi archeologici in Piemonte, Torino, 1881. 

Undset Ingwald. - Zur Kenntniss der vorromischen Metallzeit in Rheinlandern 
(Westdeutsche Zeitschrift fUr Geschichte und Kunst, Treviri, 1886 e 1887). Dalla prima 
parte sono estratti nel B. p., XII, 91 alcuni corollari concernenti le relazioni tra Tltalia 
e la Svizzera relativamente all'età del bronzo. La seconda parte è uno sguardo rapido 
sulla civiltà della 1 età del ferro nella penisola italiana, e vi si espongono le carat- 
teristiche dei gruppi di Gorneto Tarquinia, Bologna, Este, Golasecca. 

L. Schiaparelli - Le stirpi iberoliguri nelV Occidente e nelV Italia antica 
(M. d. r. accad. d. scienze di Torino, ci. .scienze mor., ser. II, XXXIII, 1881). Per il 
Piemonte vedasi specialmente il cap. 11. 



-69 — 

G. De Mortillet. - Italie (Dictionnaire des sciences anthropologiques, p. 624- 
626, 1884). 

Lo stesso. - Le préhislorique (antiquité de l'homme), II ed., Paris, i885. 

L. PiGORvm.- L'Italia settentrionale e centrale nell'età del bronzo e nella prima 
età del ferro (R. d. r. accad. dei Lincei, ser. IV, VII, 1891). 

Lo stesso. - Il museo nazionale preistorico ed etnografico di Roma (Nuova 
antologia, ser. III, XXXIV, 1891). A p. 612-3 sono ricordati i sepolcreti di Castel- 
letto Ticino. 

F. Sacco. - Il bacino quaternario del Piemonte (Boll, del r, comitato geolog. 
d'Italia, XXI, p. 392 e B. p., XVIII, p. 125). Le considerazioni geologiche generali del 
S. sono molto utili per gli studi paletnologici. L'a. ricorda cuspidi di selce trovate 
tra Cinzano e Berzano, oggetti litici della torbiera di Trana, stoviglie grossolane 
della collina torinese. 

T. Taramellt. - Sopra la valle del Po nell'epoca quaternaria (A. del I con- 
gresso geogr. ital., p. 40). Notizie di speciale interesse per i paletnologi intorno al 
corso del Po dall'età della pietra alla romana. Riportate nel B. p., XXI, 51. 

A. Bertrand - S. Reinaoh. - Les Celtes dans la vallèe du Po et du Danube, 
pp. 241 con flg., Paris, 1894. 

I. Gentile - S. Riccr. - Archeologia e storia dell'arte italica, etrusca e romana, 
3» edizione, rifatta (Manuali Hoepli), 1901. Sono ricordate la palafitta di Mercurago 
e antichità varie di altre torbiere piemontesi, del territorio di Aosta e di Castel- 
letto Ticino. 

A. MoNTELius - La civilisation primitive en Italie depuis Vintroduction des 
métaux, I partie, Italie septentrionale, Stokolm, 1895, pp. VI-548 con fig. nel testo 
e atl. di tav, I-XXVI, 1-113; (II partie, Italie centrale, Stockolm, 1904, tav. 114- 
383). Cosi il M. espone il concetto fondamentale dell'opera: « II m' a paru dési- 
rable que les materiaux concernants ces études fussent ressamblés dans un seul 
ouvrage métodiquement ordonnés et disposés suivant les exigeances de la critique 
scientifique ». Prima di descrivere in ordine topografico e cronologico le antichità 
della l età del ferro ricerca l'evoluzione delle fibule. Nella I parte figura e illustra 
la palafitta di Mercurago, il ripostiglio di Piave Albignola, spade di bronzo e oggetti 
vari dell'età del bronzo e del ferro in Piemonte e la necropoli di Castelletto Ticino 
(t. 45 illustrazione di molti materiali, fino allora inediti del R. Museo di antichità 
di Torino. Nella II parte (l'a. comprende la Liguria nell'Italia centrale) figurano 
materiali dell' Apennino piemontese, le incisioni rupestri delle Alpi Marittime, 
oggetti di Bobbio ^ di Savignone. 

F. voN DuHN. - Die Benutzung der Alpenpàsse in Alter tum (Neue Heidelberger 
Jahrbiicher, 1892). 

% 

G. ET A. De Mortillet. - Musée préhislorique (Album di t. 105), 2* ed., Parigi, 

1903. Recensita la I ed. nel B. p. Vili, p. 71 sgg. e 161 sgg. Scopo dell'opera è « ètre 
utile a la science » mettendo « à disposition de chacun un recueil portatif renfer- 
ment de nombreux dessins de pièces de choix classées avec grand soin ». Gli oggetti 
figurati sono in gran parte francesi, in piccola parte di altre regioni dell'Europa, 



— 70 — 

dell'Asia, dell'Africa, dell'America. Alcuni sono piemontesi (V. indice alla fine del 
volume) e per lo più già editi. Noto un'ascia di bronzo, conservata a Saint Germain, 
ornata del segno della croce gammata. 

G. A. Colini. - Seghe e coltelli - seghe italiani di pietra (B, p., XXll, p. 200 232). 
Sono illustrati manufatti di Mercurago, Alba, Carcare, già anteriormente noti, del- 
l'età neolitica e dell'età immediatamente seguente. 

Lo stesso. - Il sepolcreto di Remedello Sotto nel Bresciano ed il periodo eneo- 
litico in Italia. (B. p., XXIV a XXVIIl, 1898-1902). Il titolo è modesto. In realtà è 
un'ampia trattazione dell'età neolitica, della eneolitica e delle prime fasi di quella 
del bronzo in Italia. Ogni specie di manufatti di queste età è presa in esame (armi, 
utensili, ornamenti). Numerose le citazioni relative alle stazioni preistoriche ed ai 
rinvenimenti isolati piemontesi. 

Lo stesso. - Le antichità di Tolfa e di Allumiere ed il principio della prima 
età del ferro in Italia (B. p. XXXV, fase. 5-9). Considerazioni generali sulla civiltà 
delle palafitte e su quella di Golasecca A pag. 106, 116, 141 sono ricordati oggetti 
piemontesi. 

Lo stesso. - Tombe eneolitiche del Viterbese (B. p. XXIX, 150-186). Richiama, 
per ragione di confronti, rinvenimenti vari piemontesi già noti (pag. lól, 157, 165, 170). 

L. PiGORiNi. - Le pile antiche civiltà dell'Italia (B. p. XXIX, fase. 10-12, 1903). 
Rapida e completa sintesi. 

Brizio. - Epoca prezstórica (pubblicato come introduzione alla « Storia politica 
d'Italia »). 

B. MoDESTOv. - Inlroduction à Vhistoire romaine, traduit du russe par U. Delines, 
préfacé de M. S. Reinach, pp. 460, fìgg. 30, t. 39, Paris, 1907. L'opera era apparsa 
tre anni prima in russo ed aveva preceduto di poco la morte del suo autore. Inte- 
ressano per gli studi di paletnologia piemontese i primi capitoli. Contengono una 
ricca e quasi completa rassegna degli studi ed osservazioni sull'età della pietra in 
Italia, e cosi pure sulle palafitte italiane e terramare. Molto l'A. si appassiona alle 
difficili questioni etniche. 

S. MuLLER. - V Europe préhistorique ( principes d' archeologie préhistorique ). 
Traduit du danois par E. Philipot, pp. 212 con flg. Paris, 1907. 

G. De Sanctis. - Storia dei Romani, Collezione Bocca, Torino, 1907. Interessano 
la paletnologia i capitoli II e III del V. I. 

T. E. Peet. - The stone and bronxe ages in Italy and Sicily, pp. 528 con flgg., 
tav. cartine geogr. 4, Oxford, 1909. Rimanda ad ulteriore lavoro la trattazione del- 
l'età del ferro. La originalità di quest' opera consiste essenzialmente nella chiara 
esposizione riassuntiva. Poco si indugia sui problemi etnici: si occupa dei ritrova- 
menti. Parla di Vayes e di Alba: gli sfuggono le tombe neolitiche di vai d'Aosta. 
Tratta brevemente delle palafitte piemontesi. 

I. Déchelette. - Manuel d'archeologie préisthorique et celtique {i90S-i9i3).T. I, 
Archeologie préhistorique : dge de la pierre taillèe (paléolitique), àge de la pierre 
polie (néolilique). T. II, Archeologie celtique ou protohistorique: I partie, premier 
àge du bronze; li partie, premier àge du fer ou epoque de Hallstatt: III partie. 



— 71 - 

second dge du fer ou epoque de La Tene. Qua e là notizie e confronti che toccano 
le antichità preromane piemontesi. 

L. PiGORiNi. - Bibliografia paletnologica italiana dal i860 al 1874 (B. p., 1917, 
l 1-6, pp. 49; 1918, f. 7-12, p. 113. Completa gli elenchi bibliografici pubblicati nel 
B. p. dal 1875 (anno di sua fondazione) a tutto il 1917. Naturalmente comprende 
anche i lavori relativi alla paletnologia piemontese, come quelli del Gastaldi, del- 
l'Angelucci. ecc. 

G. Sergi. - Ha varie opere di antropologia utili a consultarsi anche per la palet- 
nologia generale d'Italia e quindi del Piemonte: Origine e diffusione della razza 
Mediterranea, Roma, 1895; Africa, Torino, 1897; Arii Italici, Torino, 1898; Specie 
e varietà umane, Torino, 1900; Gli Arii in Europa e in Asia, Torino, 1903; Europa, 
Torino, 19n8; L'uomo, Torino, 1911; Italia, Torino, 1919. In quest'ultima opera, divisa 
in due parti, riassume nella prima i suoi precedenti studi antropologici sui popoli 
che abitarono l'Italia, e nella seconda discute le principali questioni paletnologiche 
relative alla cultura e civiltà dei primitivi popoli che si fermarono nella penisola 
e nelle isole italiane. 



2) Opere e note di paletnologia generale che si riferiscono a determinate regioni. 

a) ■ 2iTo"vstrese. 

A. Rusconi. - Le origini novaresi, parte 1*. pp. 135, Novara, 1875: parte 2.* 
pp. 220, Novara 1877. Il Pigorini fece una recensione della parte 1.* ( B. p., II» 
p. 142-149). Le molte e gravi obbiezioni che egli fece fin d'allora sono oggi ancora 
ugualmente vere. Secondo il R. manca nel Novarese una vera e propria età della 
pietra : le popolazioni novaresi avrebbero nello stesso tempo fabbricati utensili ed 
armi di pietra e di bronzo. Chiama terramare (!) le stazioni preistoriche della 
regione. Nella parte 2" accenna molto brevemente a Castelletto Ticino ed ai 
Merlotitt. 

Lo stesso - Compendio di storia novarese. (Monografie Novaresi, Novara, 1877). 
Salvo un accenno a Mercurago, non contiene notizie d'interesse paletnologico. Fa 
molta etimologia, e dà molte etimologie in gran parte fantastiche. 

Lo stesso. - Il museo novarese. (Monografie cit.). Dice delle origini e collezioni 
del museo, e ricorda oggetti preistorici che vi si conservano. 

V. De Vit. - Il lago maggiore, Stresa e le isole Borromee, notizie storiche. - 
Prato, 1877 (Recensione in B. p., I, 132-134). Il cap. V della parte I è dedicato alle 
abitazioni lacustri del lago M. Narra le scoperte del Moro e del Gastaldi. Nessun 
particolare nuovo. Ricorda un' accetta di Briga, certamente quella illustrata dal 
Gastaldi nell' Iconografia. 

F. Ponti. - / Romani ed i loro precursori sulle rive del Verbano, nell' alto 
Novarese e nell'agro Varesino (scoperte archeologiche nell' alto Novarese e nel- 
l'agro varesino). - Pp. 208 - XXXII, t. 31, una carta archeol., Intra, 1890. L'opera 
è rimasta incompleta: le età preromane furono però completamente trattate. Per 
le palafitte dell' anfiteatro morenico del lago Maggiore segue il Gastaldi. Ignora i 



— 72 - 

manufatti litici raccolti isolati nel Novarese e già segnalati dal Gastaldi e dal 
Rusconi. Si diffonde su Castelletto Ticino. Nella fig. 32, t. V, è disegnata una singo- 
lare fibula di bronzo, per la quale v. questo Boll., a. I, p. 68. 

C. MuLLER. - Scoperte archeologiche nel distretto intrese. Intra, 1913. - Parla di 
oggetti litici di Intra e di Bieno e d'una tomba della I età del ferro di Manegra. 
(v. P. Barocelli. - A proposito di una recente pubblicazione ecc. in questo Boll. 
1, pag. 64). 

P. Barocelli. - Note su alcuni oggetti preromani e romani del museo civico 
di Novara. (Boll, storico per la prov. di Novara, XII, fase. 4, 1918; XIII, fase, 1 e 4, 
1919; XIV, fase. 1, 1920). 

b) - "Vercellese. 

Bruzza. - Iscrizioni antiche vercellesi. 1874. - Vi è notato qualche manufatto 
litico e di bronzo raccolto nel Vercellese (p. LIX, LX, XCIII, CVII, CXXIX). 

E. Ferrerò. - Supplemento alle iscrizioni antiche Vercellesi. (M. d. r. accad. 
d. se. di Torino, 1891, p. 127, 129). Notizie di vari ritrovamenti di oggetti preromani. 

Bollettino storico subalpino, XVI, 1911, p. 189, 190. - Il Rondolino ricorda massi 
a segnali, uno dei quali senza coperchio è tra Roppolo e Saluzzola. 

d) - Ij03:rx,ellirj.a, (i). 

E. Ferrerò. ( Not. se, 1895, 404; B. p. XXII, 65). Manufatti preistorici di 
Mezzana Bigli e di Velezzo. 

V. M.\ccHioRO. - Oggetti preistorici del museo civico di Pavia ( Boll, della soc. 
di storia patria pavese, Vili, p. 256 -257). 

e) - "Val cL'-A-osta,. 

C. Promis. - Le antichità di Aosta (M. d. r. accad. delle se. di Torino, classe 
scienze morali, s. li, XXI, 1864). Cromlec del Piccolo S. Bernardo a p. 118. 

A. Blanohet. - Dèterminalion dHune mannaie gauloise trouvèe dans le dolmen 
du Petit S.t Bernard { Bull, de la soc. accadèmique rei. et scient. de S.t Anselme 
du duché d'Aoste, IX, 1876 ). 

E. Bérard. - appendice aux antiquités romaines dans la vallèe d' Aoste. 
(A. d. soc. piemontese di archeol., V, p. 130 sgg). Tombe neolitiche di Arvier ; 
antichità galliche; antichità preromane (?) del Gran S. Bernardo. 

Lo stesso - Monumento preromano al Piccolo S. Bernardo (A. d. soc. piem. di 
archeol.. Ili, p. 200. 

B. p , XIII, 168. • Altari di granito e oggetti litici scoperti poco lungi dalla 
sommità del Gran S. Bernardo. 



(i) - Si nota in questa bibliografia qualche pubblicazione relativa alla Lomellìna, per i legami dì questa 
regione col Piemonte 



- 73 - 

F. VoN DuHxV. - Una visita al Gran S. Bernardo. - ( B. p., XV, 188 - 191). 
Importanza del luogo per la paletnologia. 

P. Castelfranco. - Gran S. Bernardo. (Not. se. 1891, 75-81). Oggetti raccolti 
sia negli scavi sistematici diretti dal Ferrerò e dal Castelfranco sia anteriormente. 

P. ToEscA. ■ Aosta. ( Catalogo delle cose d' arte e di antichità d'Italia, Roma, 
1911). A p. 141 è descritta, sommariamente, la raccolta paletnologica dell'acca- 
demia di S. Anselmo. 

P. Barocelli. - Di alcuni oggetti preromani conservati presso l' accademia 
scientifica e religiosa di S. Anselmo ad Aosta (questo Boll., II, p. 70 - 72 ). Armille 
e fibule di bronzo. 

f) .A.ppe3n.aa.in.o l'iexaa.oan.tese. 

N. Morelli. - Antichi manufatti metallici della Liguria - (B. p. XIV, p. 819). 
Sono anche descritti oggetti dell'età del bronzo e della I età del ferro raccolti sul 
versante piemontese dell'Apennino. 

D. Perrando. - Delle sue collezioni e ricerche paletnologiche sono notizie in 
B. p., I, 65-67; li, 31; XI, 58; XII, 64; XV, 39; A. Issel in Natura, 10 maggio 1885; 
lo stesso, Cenni sull'acquisto del museo Perrando (Soc. di lettura e conversazioni 
scientifiche, marzo, li 



A. Issel. - Note paletnologiche sulla collezione del sig. G. B. Rossi (B. p., XIX, 
f. 1-3, 4-6, 1893). Le scoperte del Rossi nell'Apennino piemontese, come fu detto nella 
parte storica di questo studio, si riferiscono alla età della pietra ed a quella del 
bronzo. Circa la destinazione della collezione Rossi, A. Issel. Le selci enigmatiche 
di Breonio (A. d. Soc. ligustica di Scienze nat. egeogr., XXVIII, 1917, f. I, p. 60). 

A. Issel. - Bibliografia scientifica della Liguria (Geologia, Paleontologia, Geo- 
grafia, Meteorologia, Etnografia, Paletnologia e scienze affini), Genova, 1887. 

N. Morelli. - Iconografia della preistoria ligustica - Parte I, Età protostorica 
e neolitica, pp. 257,t. 101, Genova, 1901 (A. d. r. università di Genova pubblicati dal 
Municipio di Genova, XVI). U lavoro consiste essenzialmente nelle numerose tavole 
nelle quali sono rappresentati a grandezza naturale o ridotte a opportune propor- 
zioni una grande quantità di manufatti che si ebbero dalle caverne e stazioni liguri 
fino all'anno 1900. Il materiale su cui lavorò il Morelli, per quanto riguarda il ver- 
sante piemontese dell'Apennino, è quello delle raccolte Perrando e G. B. Rossi. Grande 
è la quantità di oggetti litici, svariatissimi. Alle età del ferro e del bronzo sono 
dedicate le prime tavole. La maggior parte degli oggetti figurati erano inediti. 

F. Pellati. - Tra i meandri del passato - Il Monferrato nelle età preistoriche 
(Riv. di storia, arte e archeol. per la prov. di Alessandria, 1905, p. 480-481; 1906, 
p. 67 sgg.). 

A. Issel. - Liguria preistorica, pp. 765 con fig. e 8 t. (A. d. soc. ligure di storia 
patria, XV, Genova, 1908). Nell'opera Liguria geologica e preistorica edita nel 1892 
l'a. aveva riassunto gli studi da lui fatti in lungo volgere di anni sulla geologia 
come sulla etnografia e le origini degli anticiii abitatori della regione. Nel nuovo 
lavoro, maggiore e diverso dall'originario rielaborò la parte paletnologica. Nel cap. 4 



- 74 — 

della parte III tratta delle stazioni preistoriche all'aperto e dei manufatti sporadici, 
non solo estendendosi nel versante piemontese dell'Apennino al territorio di Sassello 
e di Ponzone e alle alte valli degli affluenti di destra del Po, ma accennando 
anche ad Alba, Cuneo, Alessandria, Casteggio, Bobbio. In fine è una copiosissima 
bibliografia. 

F. Eusebio. - Alba nella preistoria (Alba Pompeia, anno 1, 1908, p. liì-22, 37-45, 
109116). Edito, non Anito, dopo la morte dell'a. Si occupa in particolar modo della 
stazione neolitica di Alba e degli oggetti di tipo neolitico trovati in quei dintorni, 
ma parla anche estesamente dei manufatti preistorici trovati in numerose località 
dell'Apennino Piemontese. 

G. Patroni - Antichità del Vogherese (Boll. d. soc. pavese di storia patria, IV, 
1904). Oggetti litici e di bronzo. Frammenti di ceramica primitiva. V. B. p., XVII, 
146 e XXX, 142; C. Giolietti. - Notizie storiche del Vogherese, avanzi di antichità 
Voghera, Rusconi, 189M893 e Appendice alle notizie sugli avanzi di antichità. 
Casteggio, Sparoleggi, 1901. 

g) Xjoca-litèb T7-a,rie. 

Atti della Società ital. di scienze nat. in Milano (Comunicazioni del 20 gennaio 
1883) [v. B. p., IX, 170]. Oggetto di corno raccolto presso Stradella. 

B. p. XVII, 170 - Cranio trovato a Torino. 

G. PioLTi. - Note sopra alcune pietre a scodelle dell* anfiteatro morenico di 
Rivoli (Piemonte) (A. d. r. accad. d. scienze di Torino, XVI, 1881). 

Lo stesso. - Le pietre a segnali dell' anfiteatro moHnico di Rivoli (ibidem., 
XVII, 1882). 

P. ?,KVi.ocKiAA. - Laghetto di Ber tignano ; piroga preistorica (questo Bollettino, 
II, p. 75-77). 

S. Rioci - Oggetti preromani della provincia di Cuneo (N. s., 1896, 175; B. p., 
XXII, 248). 




II. - STAZIONI E SEPOLCRETI DELLE ETÀ DELLA PIETRA. 
MANUFATTI LITICI TROVATI ISOLATI. 

T. Taramelli. - L'epoca glaciale in Italia (A. d. soc. ital. p. il progresso delle 
scienze, IV riunione, Napoli, 1910, p. 235 sgg.) . Condizioni di territorio e di clima 
in Piemonte al momento della prima comparsa dell'uomo. 

P. Bensa. - Le grotte dell' A pennino ligure e delle Alpi marittime (Boll. d. club 
alpino ital., XXXIII, 1900) a pag. 83-87 elenco di grotte dell'Apennino piemontese, 
alcune delle quali contengono avanzi di fauna coeva dell'uomo paleolitico : non vi 
furono ancora trovate vestigia umane. 



— 75 — 

F. Sacco. - La regione torionese prima della comparsa dell'uomo (« Julia Der- 
tona », fase. 9). Si diffonde anche sulle condizioni della regione dopo che la comparsa 
era avvenuta. 



G. A, Colini. - Le scoperte archeologiche del dottor C. Rosa nella valle della 
Vibrata e la civiltà primitiva degli Abruzzi e delle Marche (B. p. XXXII-XXXIV). 
Estesa trattazione della età paleolitica e neolitica in Italia. Frequenti accenni ai 
rinvenimenti piemontesi. 



M. S. De Rossi. - Scoperte paletnologiche in Castel Ceriolo presso Alessandria, 
lettera al prof. Gastaldi (Boll, nautico e geogr. di Roma, V, I, dicembre, 1868). 

L Bruno. - Probabili tracce dell'uomo paleolitico sulla Serra (Ivrea), (giorn. 
« La Dora Baltea » 1889, n. 27 - v. Boll. d. soc. geol. ital., XII, p. 483, 1893). 



E. Ferrerò. - Stazione neolitica presso Alessandria (B. p. XXI, 193; N. s. 1896, 55; 
Riv. di storia e archeol. di Alessandria, III, p. 430). La stazione del Cristo. 

0. B. Traverso. - Stazione neolitica di Alba, Parte I, pp. 56 e tav. 4, Alba, 
Sansoldi, 1898; Parte II, pp. 67 e tav. 7, Alba, Sansoldi, 1901; Parte III, pp. 34 e 
tav. 4, Alba, Sansoldi, 1909. 

G. B. Traverso. - Oggetti di pietra della stazione neolitica di Alba (B. p., XXXIV, 
145-146). Manufatti scoperti nel 1906, 1907. 

L. PiGORiNi. - Stazione neolitica di Alba (B. p. XIX, 162-168; XXIV, 262; XXVII, 
142; XXXI f, 285). 

Ascia neolitica di Vayes (Val di Susa) (A. d. soc. piem. di archeol., V, p. 15; 
B. p., XIII, 131). 

A. Taramelli. - Tracce dell'uomo neolitico in valle di Susa (B. p., XXIII, 
101-104). Manufatti litici levigati di diversi luoghi della valle. 

Lo stesso. - Indagini archeologiche in una stazione neolitica della valle di Susa 
(N. 8., 1900, 521 ; B. p , XXVII, 142). Riparo'sotto roccia diSVayes. 

Lo stesso. - La stazione neolitica Rumiano di Vayes in vai di Susa (B. p., 
XXIX, 1-23 e 125-136). 

G. PioLTi. - / manufatti litici del riparo sotto roccia di Vayes (vai di Susa) - 
osservazioni pelrogra/tche (A. d. r. accad. d. scienze di Torino, XXXVII, 1902). I 
manufatti dei neolitici di vai di Susa erano di roccie del luogo. 

Martello-ascia di Vayes (B.p., XXXIV, 196 e XXXV, 61). 

* * 

E. Berard. - Bracete t en coquille marine et tombe ancienne (A. d. soc. piem. 
di archeol. V, p. 130-131). Tombe di Arvier. 



— 76 — 

L. PiGORiNi. - Ornamenti di conchiglie rinvenuti in valle d'Aosta (B p., XIV 
109-117). Tombe di Arvier. 

P. Strobel. - Recensione dell'opera di G. de Mortillet, Les origines de la Chasse, 
de la Péche et de l'Agricolture^ Paris, 1890 (B. p. XX). A p. 121 si ricordano le con- 
chiglie delle tombe di Arvier. 

P. Frassy. - Tombe antiche in vai d! Aosta (N. s., 1889, 392 393 e B. p. XVI, 51). 
Scoperte a Sarre. Sembrano collegarsi colle precedenti. 

G. E. Rizzo. - Sepolcri neolitici di Montjovel {Valle d'Aosta) (A. d. r. accad. d. 
scienze di Torino, XLV, pp, 15 e tav. 2, 1909-1910). 

P. Barocblli. - Necropoli neolitica di Villeneuve (N. a., 1918, 253-7. V. R. d. r. 
accad. d. Lincei, ci. se. mor., XXXVII, p. 253-7). 



B. Gastaldi. - Mazzuola o martello-ascia di pietra (A. d. r. accad. scienze di 
Torino, VII, 1871-1872) Trovato presso Carentino Monferrato. 

Lo stesso. - Sulla Cossaile, varietà sòdica di Onkosina ( A. d. r. accad. d. scienze 
di Torino, X, p. 189-200 con una tav. 1874-1875. V. B. p, I, 75-76). A proposito di 
manufatti di pietra levigata trovati sulla destra del Po presso s. Mauro Torinese. 

Strumenti di selce rinvenuti presso Carbonara Ticino (B. p. I, 32). 

Due accette di pietra levigata del circondario di Asti (B. p. VI, 196-197). 

G. A. Colini. - Martelli o mazzuoli litici con foro rinvenuti in Italia. (B. p , 
XVIII, 149-235), Uno dei martelli esaminati è di Carentino Monferrato. A pag. 230 
confutazione dell'errore del Bellucci che aveva scritto in lavoro sullo stesso argo- 
mento essere stato rinvenuto un martello a S. Martino d'Ivrea. 

A. IssEL. -Cenno di alcuni manufatti litici della Liguria (B. p., XVIII, 3.5-37). 
Grosso arnese amigdalare di tipo paleolitico di Sassello. Cuspide di lancia di Bobbio. 

Cuspide di selce bionda trovata fra Castel S. Giovanni e Stradella (B. p. XXI, 2), 

A. Taramelli. - Armi neolitiche del Piemonte (B. p., XXII, 276 281; XXIII, 38) 
Lame di pugnale di selce raccolte a Casaline Vercellese, ora al Museo preistorico 
romano. 

E. Ferrerò. - Ascia neolitica trovata a Rosta (Torino) (N. s., 1895, 452 e B. p.. 
XXII, 170). 

Lo stesso. - Accette di pietra del Museo civico di Alessandria provenienti dal 
Tortonese (N. s., 1897 362 e B. p., XXIV, 77). 

Ascia neolitica trovata a Fontanetto d'Agogna (B! p., XXV, 106). 

Ascia forata (?) di Almese (B. p., XXIX, 136). 

A. Taramelli. - Di alcuni oggetti neolitici del Pavese (B. p. XXI, 153-159). Pugnali 
di lelce che sarebbero pervenuti da Parasacco, presso Carbonara Ticino. (V. oltre). 



— 77 — 

0. Patroni. - Tipologia e terminologia dei pugnali di selce italiani (B p. XXXI, 
85-89). Lama di pugnale di selce proveniente da Garlasco. Della medesima prove- 
nienza sono quelle illustrati dal Taramelli come provenienti (op. sopra cit.) da 
Parasacco. 

Lo stesso. - Oggetti neolitici di Redavalle presso Broni (N/s., 1908, p. 300 e B. p., 
XXXIV, p. 211). Un coltellino e due cuspidi di selce. 

P. S. Prever. - Il fenomeno glaciale della valle del Pellice (Boll, della soc. 
geolog. ital., XXX, 1911). A p. 769, nota, notizie della scoperta di manufatto litico 
nella caverna del rio Martino. 

A. IssEL. - Nuove stazioni neolitiche tra le Alpi Liguri (B. p., XXXIX, 130-137). 
Manufatti litici di caverne presso Bardineto. 

Lo stesso. - Di un manufatto litico raccolto a Ponzone (B. p. XV, 6- 10). Sin- 
golare oggetto forse talismano. 

A. F. Marchisio. - Vestigia d'antichità trovate nella villa « La Torre » presso 
Alba (« Alba Pompeia », V, 1912, fase. 1-2, p. 11-19). Antichità di varie età, fra esse 
alcune armi di pietra. 

P. Barooelli. - Asce ed accette neolitiche inedite (questo Boll., Ili, 16*22). Di vari 
luoghi del Piemonte. 



Sulla questione donde le famiglie preistoriche traevano lepietre per fabbricare 
gli oggetti di pietra levigata la bibliografìa è vastissima. Si veda: 

R Strobel. - Provenienza degli oggetti di nefrite e di giadeite (B. p., IX, 180 
e X, 107). Roccia simile a giadeite del Monviso. 

G. PioLTi. - Sulla presenza della giadeite nella valle di Susa (A. d. r. accad. 
d. Scienze di Torino, XXXIV, 1898-1899). 

S. Franchi. - Sopra alcuni giacimenti di roccie giadeitiche nelle Alpi occidentali 
e nell'Apennino ligure (Boll. d. r. comitato geol., 1900, n.2). Cenno in B. p.,XXVI, 
132 e 289. Largo sunto in R. della r. accad. dei Lincei, ci. di se. fisiche, s. 5», IX, 
1^ sem., p. 349 sgg. Recensione in B. p., XXVII, 1-9 (A. Issel, Della giadeite secondo 
le recenti osservazioni delVing N. Franchi). Le giadeiti e le cloronielaniti lavorate 
dai neolitici della stazione di Alba provenivano dalla catena del Monviso o dall'A- 
pennino ligure. Non pare siavi più luogo a dubitare che le popolazioni neolitiche 
trassero le cloromelaniti e le giadeiti onde facevano le asce da giacimenti che si 
incontrano sulle Alpi occidentali e suU'Apennino. 

G. PioLTi. - Pirosseniti, glauco fanile, eclogile ed an/ìboliti dei dintorni di 
inocchia {vai di Susa) A. d. r. accad. d. scienze di Torino, XXXVII, 1901-19(i2). Sono 
studiate con riguardo particolare alla paletnologia. 

S. FRA.NOHI, V. Novarese, A. Stei.la. - Nuovi giacimenti di roccie giadeitiche 
e nefritiche italiane (Boll. d. r. soc. geol. itat., XXII, 1903, p. 130 sgg). 

A. IssEL. - Recenti studi sulle roccie giadeitiche e nefritiche italiane (B. p., 
XXXIV, 148 154). Recenti scoperte. Rocce nefritoidi nella Liguria. 



— 78 — 

G. Patroni. - La stazione all' aperto di Cella Dati {Cremona) (B. p. XXXIV). 
Gli abitanti preistorici di Cella Dati ricevevano dal Piemonte la giadeite per le asce 
levigate (p. 194). 



S 



III. - ETÀ ENEOLITICA E DEL BRONZO. 

STAZIONI LACUSTRI. 

MANUFATTI METALLICI DELL'ETÀ DEL BRONZO TROVATI ISOLATI. 



0. MoNTELius. - Die vorklassiche Chronologie Italiens, pp. 246 con 805 flg. e 
album di tav. 16-LXXXIII, Stokolm, 1912. Nella parte 1* cronologia relativa delle 
età preistoriche in Italia a cominciare dall'introduzione dei metalli ; nella parte 2* 
cronologia assoluta. All'età eneolitica ed al I periodo dell'età del bronzo è assegnata 
la palafitta di Mercurago. A questo periodo dell'età del bronzo spettano le incisioni 
rupestri di Monte Bego ed il ripostiglio di Pieve Albignola : al IV i braccialetti di 
Zerba (Bobbio , al V le armille di Montenotte. Per l'età del ferro le ricerche crono- 
logiche del M. riguardano esclusivamente l'Italia Centrale. 

G. A. Colini. - La civiltà del bronzo in Italia (B. p., XXIX). Estesa trattazione 
di tutte le palafitte subalpine. A. p. 232 le incisioni rupestri delle Alpi marittime. 



R. MuNRO. - Les stations lacustres de V Europe. ■ Trad. francese, Paris, Schleicher, 
1908. A p. 204 - 209 le palafitte piemontesi. 

Lo stesso - Paleolitic man and terramara settlement in Europe, Edinburg, 
1912. A p. 364 - 368 le palafitte piemontesi. 

R. Battaglia. - Intorno alle origini e all' età delle più antiche abitazioni 
lacustri dell'Alta Italia ( Riv. di antropologia, XXI, 1916 - 17 ). 

De Nadailhac. - Les populations lacustres de V Europe ( Rev. des questions 
scientiflques, 1894). Recens. del Pigorini in B. p., XX, 174 - 181. 

P. Castelfranco. - Paléoètnologie italienne - Les villages lacustres et palustres 
et les terramares (Rev. d'anthrop., Paris, s. 111% III, p. 568-588; IV, p. 412-438; 
1888 - 1889 ). 

F. Keller. - The Lakedwellings of Switzerland and other parts of Europe. - 
Translated and arranged by l. Lee, London, 1866 ( p. 210, tav. LVIII : Piemonte ) 
2' ed , London, 1878 ( p. 348, tav. CX : Piemonte ). 

B. Gastaldi. - Selci lavorate, oggetti di bronzo e di legno trovati nella tor- 
biera di Mercurago presso Arona (Nuovo Cimento, XI, 1860 ). 

F. Keller. - Pfahlbauten. 4 ter Bericht ( Mitteilungen der antiquarischen 
Gesellsch. in Zurich, XIV, fase. 1, 1861 ). P. 6, tav. 1 : palafitta di Mercurago. 



— 79 — 

G. De Mortillet. - Habitalions lacustre* d'Italie ( giornale *' L'Italie ", 6 mag- 
gio 1863). 

A. SisMONDA presenta alla r. accad. d. scienze di Torino cuspidi di lancia di selce 
della torbiera di Mercurago donate dal d.r Moro (M. d. predetta accad., s. 2, XX, 
p. LXXVll, 1863). 

Zannetti. - Di alcuni oggetti trovati nella torbiera di Mercurago ( Archi v. 
per l'antrop. e l'etnol., II, p. 35-40). 

A. Angklucci. - Le palafitte del lago di Varese e le armi di pietra del museo 
nazionale d'artiglieria. Scritti vari. • Torino, 1871. Freccio di Mercurago. 

L. PiGORiNi. - Uso delle acque salutari nelV età del bronzo (B. p., XXXIV). A 
p. 179 vaso fittile della palafitta di Mercurago. 

G. A. Colini. - Suppellettile della tomba di Battifolle {Cortona) ecc. (B P. XXVI). 
A p. 139-140, per confronto, un pugnale delle palafitte di Mercurago. 

.4. D. Agostini. - Le torbiere dell'anfiteatro morenico di Ivrea (Riv. geogr. ital., II). 

A. IssEL. - Abitazioni palustri nel circondario di Ivrea (B. p,, XX, 30 e Boll, 
d. soc. geol. ital., XII, p, 483, 1893). Anche la torbiera di Alice, oltre quelle di San 
Giov. dei Boschi, ha avanzi simili a quelli delle stazioni palustri. 

Lo stesso. - Materiali paletnologici del circondario di Ivrea (B. p., XXVI, 288- 
289). Manufatti fittili e litici e avanzi vegetali di torbiere di S. Giov. dei Boschi e 
di Montalto. 

L. Campi (in B. p., XIV, 29) illustra la spada di bronzo di Viverone figurata 
dal Gastaldi in Iconografia, tav. Vili, 1. 

F. Sacco. - I bacini torbiferi di Trana e di Avigliana (Boll, club alpino ital. 1885). 

A. PoRTis. - Il cervo nella torbiera di Trana (A. d. r. accad. di scienze di Torino, 
XVIII, 1883). Tracce di opera umana. 

Fr. BoGiNo. - / mammiferi fossili della torbiera di Trana (Boll. d. soc. geol. 
ital., XVI, 1897, fase. 1). Tracce di lavoro umano. 

Ascia di bronzo della torbiera di Trana (G. De Mortillet, Materiaux pour 
l'histoire de i'homme, 1870, p. 464, tav. XIX, 10; B. p., XIV, 150). 

P. Barocelli. - Manufatti paletnologici della torbiera di Trana (A. d. soc. 
piem. di archeol., IX, p. 101-124, 1918). 



L. Pigorini- - I rasoi di bronzo italiani (B. p. XX). A p. 15 illustra un pendaglio 
del territorio di Aosta, già edito dal Gastaldi. 

Spada di bronzo trovata fra Gattinara e Serravalle Sesia ricordata per con- 
fronto (B, p., VII, 58; X, 100; XII, 66). Spada di bronzo della torbiera di Oleggio, 
ricordata per confronto (B. p. XXXIV, 142). 

Ripostiglio di anelli di Montenotte (B. p., Ili, 223. V. Gastaldi. - Frammenti, 
tav. XIII, fig. 1-3). 



— 80 — 

Ripostiglio di asce di bronzo di Pieve Albignola (B, p., I, 37), 

G. Patroni. - Oggetti di rame e di bronzo della Lomellina (B. p., XXXIl, 55 70). 
Oggetti del Sabbione a S. Martino Siccomario. Nuova illustrazione del ripostiglio di 
Pieve Albignola. V. « Boll. d. soc. pavese di st. patria », VI, p. 475. 

Lo stesso. - Nuovi oggetti di bronzo della Lomellina (B. p., XXXVIII, 84-91). 

Lo stesso. - Antichità dei dintorni di Pavia (Boll. d. soc. pavese di st. patria, 
IV, 1904). Oggetti vari della Lomellina e di Casteggio. 



P. Castelfranco. - Le popolazioni del gruppo prealpino lombardo occidentale 
nelle palafitte e nelle necropoli {B.p. XV, 78-85). La civiltà rivelata dai sepolcreti di 
Golasecca e Castelletto T. della I età del ferro è uno sviluppo di quella delle palafitte 
di Varese e Marcurago ed uno svolgimento progressivo del medesimo popolo. 

Lo stesso. - Urne cinerarie e vasi caratteristici delle palafitte varesine (B. p., 
XXXVll, 113-119). Sepolture dei palafitticoli. Confronti della ceramica delle palafitte 
varesine con quelle dei sepolcreti di Castelletto T. e Golasecca, 

Lo stesso'. - Sepolcreto della Scamozzina presso Albairate {Milano) (B. p. XXXV, 
1-12). Confronti con manufatti del Piemonte. Questa ed altre necropoli coeve della 
Lombardia occidentale sarebbero dovute a discendenti dei palafitticoli, quando cessò 
l'uso delle palafitte, continuando però quelle popolazioni ad abitare le medesime 
regioni sulle due sponde del Ticino, dove più tardi nei due periodi detti di Golasecca 
e sulle sponde del Lario dovevano giungere ad un notevole grado di civiltà. 



C. BiOKNELL. - A guide to the prehistoric roch engravings in the italian ma- 
ritime Alps, pp. 136, tav. XLVI, Bordigiiera, Bessone, 1913. A p. 115 116 è una copiosa 
bibliografia sull'argomento fino all'anno 1911. Le altre opere del Bioknell sulle 
incisioni preistoriche elencate in B. p., XLII, 140. 

A. IssEL. (B. p. XXXVII, XXVIII). Studi su queste incisioni. 

L. Vaocari. - Le roccie incise delle Alpi Marittime (Riv. d. touring ci. ital., 
maggio 1914). 

R. Pampanini. - Le sculture preistoriche sulle rupi del Monte Bego (« In alto » 
XXXVII, 1916. 

A. RoccATi. - Il bacino della Beonia ed il Monte Bego (A. d. soc. ital. di scienze 
nat., LX, 19 i 6). Utile consultazione per le incisioni rupestri. 

A. RoccATi. - Il glacialismo nelle Alpi Marittime (Riv. d. club alpino ital., 
XXXV, 1916, fase. 2 3). Utile consultazione per le incisioni di monte Bego. 

{Continua} Piero Barocelli. 



— 81 — 



NOTIZIE DI MUSE:1 



Inaugurazione di un nuovo museo a Bra. 



Il 20 settembre 1919 s'inaugurava a Bra un museo popolare d'arte 
e storia, la cui fondazione fa promossa dal Dottor Euclide Milano Profes- 
sore di storia e di geografia nell'Istituto tecnico di Cuneo. 

Il museo si compone di varie sezioni; nella prima si comprendono 
gli oggetti d'antichità romana, in gran parte rinvenuti a Pollenzo, fra i 
quali dobbiamo segnalare un cippo già esistente nel parco reale di Pol- 
lenzo C.I.L.V. 7604 ed altre due lapidi tratte dallo stesso parco C I.L.V. 
76'iO e 7622. 

Nella 2* sezione sono raccolti vari ricordi storici del medioevo e 
dell'età moderna relativi a Bra. 

Nella 3* ritratti e memorie di Braidesi illustri. 

Nella 4" ritratti e memorie di Braidesi caduti per la patria. 

Nella 5* quadri e disegni di artisti braidesi. 

Nella 6^ vi è una collezione dopere d'arte moderne e nella 7* una 
collezione di libri, stampe, pergamene, manoscritti, relativa a Bra ed a 
Pollenzo. 

Il prof. Milano che da vari anni si occupa di questa importante 
raccolta, che serviva di complemento al Museo di storia naturale dei 
fratelli Oraveri, lesse il discorso inaugurale che fu poi stampato a Bra 
dalla tipografia Naselli, Ferrerò e Grosso. 

G. ASSANDRIA. 



— 82 — 



R. Museo di antichità di Torino. 



DONI. 

Suppellettile di sepolcri di età romana trovati a Lomello. - Dono 
dell'ing. cav. Carlo Nigra. 

Negli Atti di questa società (Ij fu pubblicata una memoria di G. Ponte 
circa l'importanza dei sepolcreti della romana Laumellum, spettanti in 
parte all'alto impero. Alcuni oggetti di suppellettile di questi sepolcreti 
raccolti dal Ponte stesso furono da tempo acquistati dal museo e riuniti 
ad oggetti romani pervenuti da altri sepolcreti della Lomellina. Gli oggetti 
donati dall' ing. Nigra costituiscono un pregevole ampliamento di questa 
raccolta. Sono: 

1) Largo piatto di terracotta gallo romana ad alto orlo, fondo piano, 
piede ad anello, vernice nero-rossastra. Internamente nel centro del fondo 
un circolo rosso cupo. Piatti consimili erano già stati ritrovati dal Ponte 
a Lomello (2). Essendosene raccolti anche nel sepolcreto di Persona presso 
Ornavasso (3), parte di tali piatti può essere assegnata, con approssima- 
zione, alla seconda metà del I sec. av. Or. 

2) Ciotola fittile a vernice nerastra. 

3) Patera di terra sigillata a vernice rossa corallina. Orlo ornato di 
festoni vegetali, rosette e pigne. Bollo di officina (JT.SVC entro impronta 
di piede umano (4). 

4) Lucerna fittile di forma caratteristica dell'alto impero. Bollo 
FORTIS (5). 

5) Bottiglia fittile ansata. 

6) Umetta di vetro. 

7) Ampollina di vetro ornata di testine a rilievo. 

8) Oggettino di bronzo da « toilette » . 



(i). Voi. V, pagg. 326-338 (Ponte, Antichità lomeUine). 

(2). Ponte, op. cit.. tav. XVIII, n. 28, 29, 30, 31. 

(3). BiANCnKTTi, / sepolcreti di Ornavasso, pag. 59, tav. XXV (Atti d. soc. piem. di 
archeoi. , VI).. 

(4). Su questo bollo vedi questo « Bollettino », li, pag. <9-2i) e pag. Bl 

(6). Forma Dressel [Corpus inscriptionum latin., XV, tav.] n. 5. Per la diflusione nell'I- 
talia settentrionale delle lucerne con questo bollo vedi Corpus inscr. lat., V, 8H4, 54 e Pais, 
Suppl. 1019, 20. 



— 83 — 



CESSIONI. 



Accette neolitiche cedute dal Museo di mineralogia della r. Università 
di Torino. Sono: 

1) Accetta di microanfibolite bruno scura. Accurata levigatura su 
tutta la superficie, salvo l'apice terminante in punta, che è un poco 
scabro. Taglio guasto da scheggiature forse anche per tentato esame 
mineralogico. Profilo intermedio fra il triangolare e il linguiforme. Facce 
ugualmente convesse e lati arrotondati, sicché il manufatto ofi^re una 
sezione trasversale ovale. Lungh. massima attuale cm. 14; largh. màs- 
sima cm. 5; massimo spessore cm. 2,8. 

2) Accetta di serpentino con magnetite, color verdastro-scuro. Apice 
completamente mancante per rottura. Taglio accuratamente levigato: una 
certa levigatura anche su tutto il resto del manufatto, fianchi compresi. 
Facce ugualmente convesse e lati arrotondati, che, come nella precedente, 
determinano una sezione ovale. Taglio quasi rettilineo leggermente arro- 
tondato alle estremità. Forma press'a poco linguiforme allungata. Lungh. 
attuale cm. 9,5; largh. cm. 4,2; spessore cm. 2,5. 

3) Accetta di pietra serpentina verdastra, quasi nera. Foggia tra 
l'isoscele e la rettangolare a faccie ugualmente convesse. Il taglio, che 
sembra rotto per l'uso, presenta una bella levigatura: il resto della super- 
ficie in vari punti scabro. Lati spianati. Lungh. cm. 8; ampiezza del 
taglio cm. 3,6; spessore cm. 2,3. 

Colle accette fu pure ceduto un ciottolo di anfibolite felspatica (1), 
che ha da una parte una levigatura regolare e perfetta per essere stato 
oggetto di esperienze mineralogiche. Potrebbe essere un frammento di 
manufatto, ma non è più possibile al riguardo un giudizio qualsiasi. 

Le tre accette portano come indicazione di provenienza t Baussé 
Roussè » (2), le celebri caverne che si aprono sul mare tra Ventimiglia 
e Mentone; il ciottolo la medesima indicazione, però in modo dubitativo. 
Presso il Museo di mineralogia si è perduta ogni traccia del come e quando 
gli siano pervenuti, ma sarebbe un vero guadagno per la scienza se, 
almeno per i primi tre oggetti - che sono manufatti caratteristicamente 
neolitici - l'indicazione che vi fu apposta potesse essere confermata con 



(1). Questa, come le precedenti determinazioni mineralogiche devo alla cortesia del 
prof. F. Sacco. 

(2). Sono cosi chiamate in opere francesi di archeologia. In dialetto locale Bausse Russe, 
in italiano Balzi Rossi. Sono pur note come grotte di Mentone, o, più giustamente, di 
Grimaldi (frazione del comune di Ventimiglia, in cui si trovano). Come è noto quest'ultimo 
nome fu pure dato al tipo umano preistorico ivi scoperto. 



— 84 — 

certezza. La questione se le caverne dei Balzi Rossi abbiano o no accolto, 
oltre r uomo paleolitico, anche 1' uomo della piena e ben caratterizzata 
civiltà neolitica si può dire ancora sub judice. Gli ultimi scavi promossi 
con vera magnificenza dal principe di Monaco non fornirono prova alcuna 
dell'esistenza di un superiore strato neolitico, e solo escludono l'ipotesi, 
già da taluno sostenuta, di sepolture neolitiche in istrati paleolitici. Fu 
constatato però che in tutte quelle caverne gli strati superiori hanno 
subito in vari tempi, e forse già nell'antichità, ripetuti rimescolamenti, 
tanto che potrebbe anche così essere spiegato il, finora, mancato rinveni- 
mento di manufatti neolitici (Ij. 

Veramente la questione era sembrata risolta fin da quando, verso il 
1866-1867, fu conosciuta una raccolta di oggetti preistorici, che il dottor 
Perez di Nizza aveva ceduti colia indicazione delle grotte di Montone al 
Museo geologico di Genova. Alcuni di quegli oggetti, come accette litiche 
levigate e qualche manufatto di osso e di terracotta, erano evidentemente 
neolitici. Ma ben presto sorsero dubbi, specialmente per opera del Rivière (2), 
circa la provenienza di una parte almeno della raccolta Perez. Fu dimo- 
strato che oggetti fra i più significativi della raccolta provenivano, invece 
che dalle caverne dei Balzi Rossi, dalla Rocca di Nizza al mare (3). 

Ma, anche all'infaori della raccolta Perez, la questione rimase sempre 
viva ed insoluta. Ancora nelle ultime pubblicazioni [Les Grottes de Gri- 
maldi) promosse dal principe di Monaco, vale a dire dopo i più recenti 
e metodici scavi, si hanno soluzioni semplicemente ipotetiche: il Verneau 
(4) suppone l'esistenza di uno strato superiore neolitico di cui i primi 
scavatori non si sarebbero sufficientemente occupati, ed il Villeneuve (5) 
trova bensì fondata su prove insufficenti l'opinione del Verneau, ma peusa 
che probabilmente rehquie lasciate dall'uomo primitivo iu quelle caverne 
furono disperse quando i Romani vi fecero un lungo soggiorno per aprire 
avanti ad esse la via Julia Augusta: « supposer que la nature des gise- 
ments ait échappé aux ingénieurs de la voie... serait trop presumer de la 
barbarie des Romains du premier siècle. La classe instruite de la société 
romaine de cette epoque y avait déjà reconnu les armes des héros ». 



(i). De ViLLEiNEUvK, iJouLE, Vekneau, Cahtaii.hac, Les grottes de Grimaldi, 1906-1912 
(scavi del principe di Monaco). 

(2). Antiquité de l'Iwmme dans les Alpes Mariiimes, pag. 91, 163, 300, tav. IX, 18 e X, 17. 

(3). 11 PiGORiM (Boll, di paletnol. ital.. XXII, pag. 170) fece rilevare che già fin dal 
1869 il Gastaldi aveva dato una notizia, slufigita fino allora a coloro che si erano occupati 
dell'argomento: le asce levigate, i fittili e il punteruolo di osso con loro alla base della 
raccolta Perez provenivano dalla Rocca di Nizza al Mare (Iconografia di oggetti di remota 
antichità, pag. 23, 24. 

(4). Ver.neau, L'homme de la Darma Grande, 1908 pag. 70 sgg. e 173 sgg. 

(6). De Villeneuve, op. cit. 




— 85 - 

Giudica quindi poco verosimile che fin d' allora non siano state fatte 
interessanti scoperte. 

Il Rivière, che come ho accennato, aveva dubitato del neolitico ai Balzi 
Rossi rappresentato nella raccolta Perez, trovò egli stesso in quelle caverne 
€ une hache polle en calcaire brisée et en partie brulée », e t un frag- 
ment de disque plat en jayet » (1). Tuttavia non sembra che le circo- 
stanze del ritrovamento diano la sicurezza che i due manufatti neolitici 
si trovassero originariamente nelle grotte dal Rivière esplorate. 

E noi potremmo anche giudicare poco verosimile che queste caverne 
fossero rimaste abbandonate durante quell'età neolitica, la quale pur 
lasciò non molto lontano sicure tracce, e nella quale continuavano, almeno 
in alcune, certamente a sussistere le condizioni di comodità e di sicurezza 
che già per molti secoli avevano fatto scegliere all'uomo primitivo quei 
naturali rifugi. 

In attesa che nuovi argomenti risolvano definitivamente la questione, 
possiamo intanto prendere in considerazione tre circostanze di fatto che 
sino ad un certo punto starebbero a favore della indicazione di provenienza 
quale trovasi apposta alle accette cedute al nostro museo : 1*) che quello 
dei quattro oggetti per il quale era ritenuta incerta la provenienza porta 
espressa l'indicazione in modo dubitativo, 2*) che gli oggetti furono fabbri- 
cati con minerali di cui si incontrano roccie affioranti nella alta valle 
della vicina Roja, 3*) che, a quanto risulta, tra il 1854 e il 1858 nelle 
caverne dei Balzi Rossi fece scavi Antonio Grand, di Lione, raccogliendo 
fossili e manufatti, e siccome una parte dei fossili fu mandata a Torino, 
non è da escludere che insieme vi pervenissero le tre accette ed il ciot- 
tolo, che allora trovarono loro sede naturale nel museo di mineralogia (2). 

È quasi certo che l'arrivo degli oggetti a Torino data da molto tempo, 
essendosene presso il museo di mineralogia perduto il ricordo, ed è pur 
da notare che gli scavi del Grand furono dei primissimi, se non addirittura 
i primi, ftitti ai Balzi Rossi, e che quindi più facilmente a lui che non 
ai successivi ricercatori e depredatori fu dato di esplorare in qualche 
caverna forse quello strato superiore neolitico che il Verneau suppone 
esistesse. 

P. Barocelli. 



(1). Op. cit. E^li riferisce anche il rinvenimento avvenuto a St. Valiier(Alpesmaritimes) 
di due braccialetti di>ronzo (pa>;. 321-2 tav. XXII, fig. 3. 4). 

(2). 'Parte dei ritrovamenli del Grand rimase a Nizza, parte fu data ad uno scienziato 
danese, dottor Courlandes, parte spedita, oltre che a Torino, anche a Siena e Lione (.Museo 
di storia naturale). Ne ebbe in comunicazione anche il prof. Fournet, che trovò gii oggetti 
litici di fattura grossolana e primordiale (Fouk.net. De l'in/lwnce du mineur sur le progrès de 
la civilisadon, 1801-, Cuantrk, Ktudes paléoétnoloyiques, citati dal Rivière, op. cit e dal 
CoLi.Ni. Hcofìerle paletnologìche nelle caverne dei Balzi Rossi in « Bull, di paletnol. ital. XIX, 
fase. 7-9, 10-1 J)». 



R. Pinacoteca di Torino. 

Nello scorso anno 1919, la signora Elisa Gozzi-Passarino, in memoria 
del compianto suo fratello cav. Angelo Passarino, membro della nostra 
Società d'archeologia e belle arti ed appassionato e fortunato raccoglitore 
di oggetti artistici, donò alla Regia Pinacoteca di Torino un pregevolis- 
simo quadretto dipinto all'acquerello dal celebre paesista torinese Giuseppe 
Bagetti (1764-1836) e rappresentante un villaggio del Piemonte. 

Prima di questo dono la Pinacoteca non possedeva opera alcuna del 
Bagetti. 



:a =D D D =a: 



Museo Civico di Arte Antica e Moderna di Torino. 
Anni 1916-17-18-19. 



ACQUISTI 

1. Serratura in bronzo dorato del Sec. XVI. 

2. Raccolta di pergamene (voti di monaci del convento di S. Sisto 
di Piacenza) dal XV al XVIII secolo. 

3. Grande piatto, della fabbrica Rossetti di Torino - Secolo XVIII. 

4. Orologio argento di fabbrica inglese - Sec. XVII. 

5. Bussola e due meridiane tascabili • Sec. XVIII. 

6. Raccolta di bozzetti, scene e disegni di autori vari (F. Galliari, 
Vacca, Sevesi, ecc.). 

7. Cuffia e paio scarpette di vai Varaita. 

DONI 

1. Tavola epoca Impero - Dono della Sig.* Bianca Goodwin ved. 
Muratori. 

2 Specchiera fine sec. XVIII - Lavoro d'intaglio di C. M. Bonzanigo 
- Dono del comm. prof. G. Angelo Reycend. 

3. Pizzo sec. XVII - Dono della Sig.* Maria Guagno-Poma. 

4. Coltre sec. XVI - Dono della Sig.* Aniceta Lampugnani-Frisetti. 



-87 — 

5. Ventaglio sec. XVIII - Dono della marchesa Cristina del Carretto 
di Torre Bormida. 

6. Cinque piastrelle persiane antiche - Dono del Sig. Mentore Pozzi. 

7. Oggetti vari, specialmente frammenti di armi ed armature - Dono 
della Sig.' Virginia Cigna ved. Calandra. 

8. Due vasi Chinesi - Dono della Sig.* Bianca Goodwin ved. Muratori. 

9. Due albums disegni uniformi ricamati per diplomatici dal 1820 al 
1830 e disegno ricamo tunica C. Cavour, eseguito nel 1860 - Dono del 
Sig. Giuseppe Merlo. 

LEGATO 

Collezione oggetti d'arte russa (antiche ikone, trittici, smalti e stofifó) 
- Legato del comm. Paolo Bainotti, ex-ministro plenipotenziario a Pie- 
trogrado. 



Arte contemporanea. 

ACQUISTI 

1. Marochetti Carlo (1805-1868) - Bassorilievo ingesso (battaglia). 

2. Gaidano Paolo (1861-1916) - N. 11 disegni (affreschi Duomo di 
Carignano) e N. 3 bozzetti {serie storia di S. Francesco). 

3. Arbarello Luigi - quadro ad olio i Piove sul Lago d'Oria ». 

4. Levis Giuseppe Augusto id. « Studio dal vero » . 

5. Reo Camillo id. • Paesaggio » . 

6 Gatti Domenico (1892-1916) - 2 quadri « Purità e Pagliacci ». 

7. Buratti Domenico - quadro ad olio « Primavera per gli orti ». 

8. Bosia Agostino - id. t Fiori » . 

9. Maggi Cesare - due quadri ad olio « Studi di marina » . 

10. Manzone Giuseppe - quadro ad olio t Verso l'esilio ». 

11. Gallia Pietro - id. * Ritratto*. 

12. Alciati Evangelina - id. « Studio » . 

13. Gilardi Pier Celestino (1842-1905) - quadro ad olio t Una triste 
notizia » - opera del 1874. 

14. Bonatto-Minella Carlo (18551878)- id. t autoritratto t . 

15. Tito Ettore - id. « Rocca di Papa ». 

16. Destefanis Luigi - busto in marmo t L'umana pietà ». 

17. Ferro Cesare - quadro ad olio « Ritratto », 



18. Alciali EvANQELiNA - id. t Ritratto * . , 

19. RossoTTi Matteoda - id. * Ruit hora*. 

20. Carena Felice - id. t Contadini al sole » . 

21. Selva Attilio - statuetta in pietra * Susanna ». 

DONI 

1. Fantoni Riccardo (1880-1916) (caduto nella battaglia di Gorizia) - 
altorilievo in gesso « Gli amanti » - opera esposta a Venezia 1909 e 
Torino 1914. - Dono della famiglia Fantoni. 

2. Fantoni Riccardo id. - quattro opere in gesso (fuse poi in bronzo 
a cura e spese del Circolo degli Artisti, per sottoscrizione tra i soci): 
« Ritratto dCuono - Torso muliebre - Testa di bambino - Ritratto del 
padre » - Dono della famiglia Fantoni. 

3. Grosso Giacomo - quadro ad olio - Ritratto del pittore Lorenzo 
Delleani - dono della famiglia Delleani. 

4. Pittara Carlo (1836-1890) - quadro ad olio « La fiera di Saluzzo » 
opera esposta a Torino nel 1880 - Dono del barone Giuseppe Weil-Weiss 
di Lainate. 

5. Reffo Enrico (1831-1917) - Sei disegni ed un bozzetto ad olio 
per la cupola della chiesa di S. Giovanni Evangelista - Dono del fratello 
Don Eugenio Reffo anche a nome della sorella. 

6. Morqari Pietro (1852-1855) - quadro ad olio « Romola • ritratto 
di un cane » Dono del conte Luigi Malabaila di Canale. 

7. Fragiacomo Pietro - quadro ad olio * Acqua corrente » - Dono di 
S M. il Re. 

8. Garrone Francesco - quattro quadri: & Casa del Senato - Tra- 
monto su Torino - Casa del Vescovo - Porta convento Visitazione - 
(acquerello) - Dono dell'autore. 

9 Blanchi Pio - acquerello » Studio di nudo » - Dono del prof. 
Giuseppe Moreno. 

10. Lauro Agostino (1806-1876) - N. 21 stampe e 9 rami incisi - 
Dono del nipote cav. Agostino Lauro. 

LEGATI 

1. Arnaud Giovanni (1829-1869) - quadro ad olio « Il conte di Ma- 
gnano j> ' opera del 1862 - legato dal cav. Eugenio Pellizza. 

2. Gonin Francesco (1808-1889) - quadro ad olio « Il primo cavallo 
domato dall'uomo » - legato dalla sig." Rodetti Camilla ved. Ferrari. 

3. Corsi di Bosnasco Giacinto (1829-1909) - quadro ad olio <^ Dopo 
il naufragio » - legato id. id. 




— 89 — 

4. Spalla Giacomo ^1759-1834) - statua marmo « Tersicore » - legato 
dalla Sig.' Emilia Musy ved. Cerruti-Bauducco. 

5. Spalla Giacomo id. - busto marmo « Re Vittorio Emanuele I » 
- legato id. id. 

6. Monticelli Giuseppe (1841-1879) - quadro ad olio • Ritratto dello 
scultore G. Ambrosio » - legato dal cav. Gabriele Ambrosio, scultore. 

7. Ambrosio Gabriele (1844-1918) «Statua^> (modello in gesso) di 
G. B. BoDONi - legato id. id. 

8. TÉTAR Van Elven Pietro (1820 1908) - acquerello t Studio di. V. 
Vela in Torino - 1860» - legato id id. 



=V V v V= 



Raccolta archeologica della società piemontese 
di archeologia e belle arti. 



DONI 

Oggetti d'età rom,ana - Dono della famiglia Calandra. Sono : 
Urna fittile, verosimilmente cineraria di sepolcro, coperta da ciotola 
fittile, proveniente da Muretto (Cuneo) (1). - Frammento di t tegula », 
proveniente da Villanova Solaro (Cuneo) (2), recante la comune impronta 
della zampa di cane ed il bollo di una officina laterizia fino ad ora ignota, 
di L. Autronius Maooimus. 



LAVTRONMAX 



Il bollo è entro cartello rettangolare, in belle lettere capitali, a rilievo, 
alte mm. 8. Le lettere avtr del * nomen » e le lettere ma del « cogno- 
men » sono collegate in nesso. Il nome della • gens » Autronia fino 
ad ora non era apparso in nessuna iscrizione piemontese. 

Furono insieme donati dalla fam. Calandra un « imhrex » romano e 
due utensili di pietra di età indeterminabile e dei quali non si conosce 
la provenienza. 

P. B. 



(1). Altre indicazioni : Raccolta sulla sponda del fosso, in fondo alle Lame. Strada 
Verde. 

(8). Altre indicazioni: Raccolta nel campo davanti alla cascina Grossa, tra il Gran Prato 
e rocchetta. 



90 — 



Gli affreschi d*Invorio Inferiore nel Museo 
del paesaggio di Pallanza. 

Dalla primavera del 1919 figurano nella sala maggiore del Museo 
del paesaggio di Pallanza sei frammenti d'un fregio con su dipinti ad 
affresco altrettanti medaglioni rappresentanti i pili noti duchi di Milano. 

Detti affreschi, studiati dall' ing. Carlo Nigra e dal prof. Antonio 
Massara, attuale direttore del Museo stesso, vennero da quest' ultimo 
segnalati nel 1914 al Ministero della Pubblica Istruzione perchè fossero 
salvati da sicura e completa rovina. 

Nel 1909 i dipinti si trovavano ancora nel castello d'Invorio Inferiore 
(Novara), già appartenente a quel ramo della famiglia Visconti, che nel 
sec. XV ebbe il titolo dei marchesi d'Aragona e che si estinse nel 1896 
col marchese Alberto Visconti. 

Dell'antica costruzione non rimangono all'esterno che una delle due 
torri ed il muro di una delle fronti del castello, nel quale è praticato 
l'arco d'ingresso, che conserva ancora alla sua sommità uno stemma in 
pietra con su scolpito il biscione. 

Quello che dei resti cadenti dell'edificio aveva carattere molto inte- 
ressante era la decorazione muraria d'una ampia loggia posta al piano 
superiore ed illustrata dal Massara. 

La decorazione consisteva in un fregio dell'altezza di un metro circa, 
che correva lungo la parete interna di detta loggia e che circondava con 
una serie di ornamentazioni, di sirene, centauri e mostri favolosi, sei 
ritratti a medaglione dei piìi noti duchi di casa Visconti e Sforza. 

I particolari decorativi del fregio sono andati in parte distrutti ed 
in parte sono stati guastati da successivi riattamenti e rimaneggiamenti 
dell'ambiente. I ritratti invece non hanno subito importanti manomissioni, 
né gravi danni, non ostante che la loggia avesse finito per essere usata 
come fienile, essendo stato il fabbricato che la conteneva, destinato ad 
uso colonico dai fratelli Rusca gli ultimi proprietari. 

La segnalazione del prof. Massara non lasciò insensibile il dott. De 
Marchi, il quale, con suo munifico atto e col concorso del predetto Mini- 
stero, decise di acquistare l'importante fregio e di donarlo aU Museo di 
Pallanza. 

Concessa l'autorizzazione del trasporto della pittura, mercè le cure 
e l'interessamento del Sopraintendente ai Monumenti del Piemonte, si 
iniziarono le diflBcili operazioni di distacco degli affreschi. Riportati su 
tela e montati su appositi telai dal noto restauratore Francesco Annoni, 



— 91 — 

essi hanno trovato degno e definitivo collocamento nel salone d'onore 
del predetto Museo, 

I sei medaglioni, la cui decorazione di potente iattura ha fatto pen- 
sare al Massara all'opera bramantesca, rivelano la dura impronta tutta 
propria della pittura lombarda del quattrocento. 

Descrivendoli ora, secondo l'ordine cronologico del personaggio raffi- 
gurato, ci serviamo dell'illustrazione che ne ha data lo stesso Massara. 

a) GIAN GALEAZZO VISCONTI (1378) - è raffigurato, secondo il 
tipo tradizionale, con la barba rada, col colletto d'ermellino e con un gran 
collare sul petto. - Il bordo circolare del tondo, ch'è sorretto dagli artigli 
palmati di due sirene, reca l'inscrizione: COMES VIRTVTIS. 

Sotto la cornice inferiore leggesi: JO. GALEAZ VICECOMES DVX MLI. 

b) FILIPPO VISCONTI (1412) - il suo medaglione appare tra due 
centauri dalle cui mani si sprigionano fiamme ed il cui corpo è avvolto 
da nastri terminanti in sonagli. - Filippo, colla sua faccia rasa e serena, 
col suo collo taurino, è raffigurato sotto un berrettone scarlatto. 

Sotto la cornice inferiore leggesi: PHILIPVS VICECOMES DVX MLI. 
e) FRANCESCO SFORZA (1447) - è raffigurato a capo scoperto, 
col giustacuore di broccato rosso sulla tunica azzurra. - Il medaglione 
è tra due sirene in atto di suonare la mandola. 

L'inscrizione sotto la cornice inferiore è cancellata. 

d) GALEAZZO MARIA SFORZA (1406) - il medaglione che ne con- 
tiene il ritratto è tra due mostri con busto di donna e coi capelli da 
furia. - Lo Sforza ha il volto incorniciato da un'ampia zazzera nera. 

Anche questa inscrizione è cancellata. 

e) GIAN GALEAZZO SFORZA (1476) - è raffigurato con un profilo 
delicato e gentile, coi capelli biondi che sfuggono di sotto il tocco. Il 
medaglione è sorretto da due sirene simili a quelle che reggono il ritratto 
di Gian Galeazzo Visconti. 

Sotto la cornice inferiore si legge: IO. GALEAZ. SF. DVX MLI. 
/) LUDOVICO IL MORO (1494) - tra due centauri armati di treccie 
e recanti in groppa genietti con trombe ricurve, è l'ultimo medaglione. 
- Il Moro è riprodotto con la zazzera lunga ed i lineamenti imperiosi: 
mano ignota, quando forse la sua effigie poteva ancora suscitare sentimenti 
di odio di ribrezzo, ha con un ferro acuminato guastato l'occhio. 

Sotto la cornice è l'inscrizione: LVDVICVS SF. DVX M. 

I ritratti sono dipinti con particolare cura, con colori vivaci, su 
fondo azzurro cupo e finiti come si trattasse di miniatura. - La deco- 
razione invece è a chiaro oscuro su fondo, - a zone alternate, - di colore 
bill, rosso, giallo e verde, 

A T 



— 92 — 



BIBLIOGRAFIA 



Età preromana e romana. 

Raffaello Battaolia, Le industrie e le faune pleistoceniche d' Italia. 
(Rivista di antropologia, voi. XXII, Roma, 1917-1918, pp. 193-292). 

È lavoro di sintesi in cui emergono i soliti pregi dell'A., esposizione 
limpida, materia rigorosamente ordinata, ricchezza di fonti, osservazioni 
e conclusioni quanto prudenti altrettanto sicure e suasive. 

In una breve introduzione dimostra quale importante fattore sia 
l'ambiente nello studio delle antiche civiltà. Segue un riassunto storico 
degli studi e delle scoperte fatte in Italia che si riferiscono alle industrie 
paleolitiche, riassunto rapido ma completo. Più largamente tratta il tema 
delle faune pleistoceniche i cui avanzi in molti giacimenti sono associati 
a quelli delle industrie paleolitiche nel continente italiano e nelle isole 
passando in rassegna via via, secondo l'ordine geografico dal nord al sud, 
le specie fossili uscite nei ritrovamenti archeologici da quando la scienza 
cominciò ad occuparsene. Qua e là concise discussioni specialmente in 
merito al clima in cui i depositi si formarono. Dove è necessario non 
mancano i possibili confronti con analoghi giacimenti di paesi esteri. 

Per ciò che riguarda il Piemonte, il B. nota come le alluvioni del 
Po contengano una fauna composta di Cervus megaceros, C. elaphus, 
Alces alces, Bison priscus e qualche traccia di Elephas meridionalis , e le 
colline di Valenza e Moncalieri e l'Apennino ligure Y Elephas antiquus, 
VE. meridionalis. un Rhinoceros, V Hippopotamus maior, il Bos etruscus. 
Ricorda pure il Mastodon arvernensis e M. Borsoni trovati nelle medesime 
formazioni, il rinoceronte di Asti di cui si occupò il Sacco, V elephas pri- 
migenius della collina di Torino studiato dal Parona, 1' Ursus spelaeus 
conosciuto fin dai tempi del Gastaldi e del Sismonda. 

Segnala, senza obiezioni, il carattere paleolitico {fase mousterienne) 
dei manufatti trovati a Castel Ceriolo, presso Alessandria, in antiche allu- 
vioni; riconosce però che mancano ancora documenti sicuri i quali atte- 
stino l'occupazione da parte dell' uomo quaternario delle colline e delle 
valli che limitano a settentrione la valle del Po. Fatto che si potrebbe 
spiegare collo sviluppo avuto dai ghiacciai alpini nei periodi di avanzata. 



- 93 — 

Ripete tuttavia l'osservazione di T. Taramelli « che non si può a priori 
ammettere l'assoluta impossibilità che l'uomo potesse vivere nelle Alpi e 
tra le nevi delle Prealpi non soltanto nei periodi interglaciali, ma ben 
anco nell'ultimo periodo glaciale » . 

Veramente preziose per gli studiosi le amplissinle note biblio- 
grafiche. P. B. 

Patroni Giovanni, Tomba gallica di Introhio. Estr. dalla « Riv. 
Arch. della Prov. e antica Diocesi di Como, 1917- 1918,» fase. 76, 77, 78. 
Interessa anche l'archeologia piemontese la ipotesi con la quale il Patroni 
conclude il suo articolo. Ritenendo che la prima fase della evoluzione dei 
vasi a trottola risalga alla prima età del ferro, epoca comunemente con- 
siderata pregallica, e ponendo mente ai rapporti che tali vasi a trottola 
hanno con le tombe galliche d'Italia, (come ad es. in questa di Introbio), 
il Patroni affaccia l'ipotesi, che alla storica invasione dei popoli gaUici, 
sia preceduto un periodo secolare di lente infiltrazioni di queste genti, 
non ancora pervenute, neppure oltre Alpi, alla vera costituzione della 
civiltà di La Tene. 

Patroni G. - Di un uso funebre gallico illustrato da analoghi riti 
paleoitalici. Estr. dai « Rendiconti del Reale Istituto lombardo di i;cienze 
e Lettere». Voi. LII, fase. 5-8. È l'uso della deformazione e della fram- 
mentazione volontaria della suppellettile funebre. Il Patroni rileva come 
questo uso, praticato anche nelle tombe galliche d'Italia, non sia stato 
preso abbastanza in considerazione dagli archeologi italiani, e neppure 
dai Brizio. Egli ne ricerca il significato, e lo mette in rapporto con la 
trammentazione rituale caratteristica delle stirpi paleoitaliche, senza tut- 
tavia poter concludere, allo stato attuale delle ricerche, che i Galli abbiano 
preso dagli Italici una tale pratica funebre. 

Pais e. - Dalle guerre puniche a Cesare Augusto. Roma, Nardec- 
chia, 1918. 2 voli. 

Il Pais ha raccolte qui diverse sue memorie, alcune delle quali già 
pubblicate altrove. Di una di esse: Sulla romanizzazione della valle 
d'Aosta (Parte ir, pag. 375), abbiamo già fatto cenno in questo Bollet- 
tino (1), come pure di un'altra memorietta, che il Pais ha posto alla fine 
della sua raccolta, fra gli Excursus, Y Epigrafìa del Piemonte occidentale 
e la buona fede di Jacopo Durandi (2). 



(1). a. Il, fase. 3-4, pag. 54 
(i). A. Ili, fase. 1-2, pag. 44. 



— 94 — 

Di tre altre memorie faremo qui particolare menzione: 

Torino è la città dei Taurini espugnata da Annibale f (Parte II, 
pag. 415). Richiamandosi ai passi di Polibio e di Livio, e accogliendo 
l' ipotesi di coloro i quali ritengono che il viaggio di Annibale si 
sia compiuto per la valle dell' Isère, attraverso il Piccolo San Ber- 
nardo e la regione dei Salassi, il Pais crede che la città dei Taurini, 
espugnata da Annibale, non fosse dove più tardi sorse la Augusta 
Taurinorum. Pensa invece che si trattasse di una rocca, allo sbocco 
della Dora Baltea, probabilmente dove poi i Romani dedussero la colonia 
di Eporedia. 

Nella memoria Intorno alla conquista ed alla romanizzazione della 
Liguria e della Traspadana occidentale {Piemonte) (Parte II, pag. 477) 
sono delineate le vicende militari e politiche della conquista romana della 
Liguria e del Piemonte, iniziatasi sul principio del II secolo a. C. e contra- 
stata aspramente dai Liguri, ormai uniti in causa comune coi Galli. Il 
Pais raffronta questa penetrazione dei romani nella Liguria e nel Pie- 
monte con quella che negli stessi tempi ebbe luogo nella Cispadana, 
nella Traspadana orientale e nella Venezia; e conclude rilevando la 
resistenza dell'elemento ligure, che riuscì a mantenersi puro in alcuni 
punti delle due Riviere, e che neppure nel Piemonte non fu intera- 
mente sopraffatto. 

L'estensione della tribù Follia e la deduzione di Valentia, di Car- 
rium,- Po lentia e di Pollentia. Qui il Pais pone e cerca di risolvere alcuni 
problemi relativi al gruppo di colonie romane ricordate da Plinio fra 
quelle che assursero a maggior splendore nella Liguria Mediterranea. Di 
queste colonie sei, prossime le une alle altre, Forum Fulvi, Valentia, 
Vardacate, Industria, Pollentia ed Hasta, costituirono un forte nucleo 
appartenente alla tribù PoUia, mentre le altre colonie erano distribuite 
fra tribù diverse. L'autore rileva e indaga le ragioni di questo fenomeno, 
che non ha riscontro nella Cisalpina, ma solo nel Piceno, nell'Umbria e 
nella Campania meridionale. In seguito egh cerca di stabilire quando 
siano sorti gli oppida di Valentia, di Carrium Potentia e di Pollentia; 
quale tosse la loro originaria condizione giuridica; se Carrium-Potentia, 
come Industria Bodincomagus e Forum Vibi-Caburrum siano stati oppida 
aventi due nomi, ovvero località abitate da romani e da indigeni, fra loro 
vicine ma distinte. Infine in una Aggiunta, KarriumChieri, il Pais 
notifica, che il nome di Cariano e in Cario, dato in documenti del X sec. 
a una località corrispondente al moderno Chieri, conferma la tesi del 
Durandi, che cioè Chieri sia l'antica Carrium Potentia. La forma Karrium 
del resto era già stata sospettata nella interpretazione del titolo trovato 
a Chieri ora scomparso (C.I.L.V, 7496). 



— 95 — 

P. Barocklli. - Note su alcuni oggetti preromani e romani del 
Museo civico di Novara. (Boll, storico per la provincia di Novara, XIII, 
fase, l e 4, I9I9). Oggetti pertinenti alla fase piìi avanzata della prima 
età del ferro ed alla civiltà gallica. 

Si darà in seguito più ampia notizia di questo studio non ancora 
terminato. 

Émile Espérandieu. - Recueil general des has-reliefs de la Gaule 
romaine. Tome VII (Gaule Germanique), I (Germanie supérieure). Paris, 
Imprimerle nationale, 1918. Raccolta uflBciale ordinata dal ministero fran- 
cese della istruzione pubblica. Sono riprodotte le sculture in gran parte 
di arte provinciale rinvenute nella regione che dal Reno giunse al lago 
di Ginevra ed al Vallese e che per i paesi valdostani ebbe strette relazioni 
con l'Italia anche durante l'impero romano. Segnalo la riproduzione della 
stele del centurione. « C. AlKus C. f. Pomp [tina] Oriens domo Dert [ona] 
(Tortona). Sulle stele sono figurate le corone, le torques, le armille e le 
falere meritate dal centurione. L'iscrizione è edita nel « Corpus inscript, 
cat., XIII, 5206 

Campora Bartolomeo. - // foro di Capriata. - Riv. di storia, arte, 
arch. per prov. di Alessandria, III (XXVIII) 1919, fase. IX, 69. Abbiamo 
già ricordate in questo Bollettino le appassionate ricerche del Camperà 
sulle antichità della sua Capriata (1). Qui egli da notizia di alcuni docu- 
menti, che avvalorano una sua ipotesi su un antico frammento architet- 
tonico, demolito nel 1858, per far luogo al palazzo comunale. Era un 
rudere in pietra da taglio, che consisteva in due arcate e tutto sesto, 
sorrette da tre pilastri e appoggiate lateralmente a due case, con un cortile 
contiguo, in cui permanevano tracce di altre costruzioni. Il Camperà pen- 
sava che si trattasse dei resti di un foro, distrutto verisimilmente nel- 
l'incendio appiccato dagli alessandrini a Capriata nel 1228. La sua ipotesi 
può essere convalidata da 6 documenti della fine del XII sec. anteriori 
cioè alla data dell'incendio famoso, contenuti nei Cartari dell' Abbazia 
di Rivalla del Trucco, e in cui si fa menzione di un foro de Capriata 
foro Capriate. 



(1). II, n. 2, pag. Qi. 



— 96 — 



Medio Evo e Rinascimento. 

Chiaborelli C. - Di una lapide in Acqui. - Riv. di storia, arte, arch. 
per la prov di Alessandria, II (XVll), 1918, fase. VI-VII, 93. L'autore 
riporta e illustra brevemente la lapide cristiana del 432, murata nella 
casa già Viotti di via Mazzini in Acqui. 

Vesco Giuseppe. - Antica chiesa della Madonna di S. Teonesto. - 
Arch. Soc. Vercellese di Storia e d'Arte, XI, 1919, n. 1, pag. 29. È una 
breve memoria, già pubblicata nel periodico « Salus Infirmorum » di 
Masserano (1914, n. 9). L'autore vi ha delineato le vicende dell'antica 
chiesa di S. Teonesto, sorta in Masserano per accogliere il simulacro della 
Vergine, che la tradizione vuole portato dall'Oriente da S. Teonesto, e 
che il Vesco ritiene scultura bizantina del IV o del V secolo. La statua 
si conserva ora nella cattedrale di Masserano. 

Architettonicamente la chiesa di S. Teonesto è di scarso interesse 
artistico: unico oggetto di grande pregio è in essa la pala dell'aitar mag- 
giore, in legno dorato, lavoro di un ignoto scultore del secolo XIV, assai 
simile a quella che si trova nella chiesa parrocchiale di Piane Sesia. 

BusTico Gumo. - La chiesa di San Francesco di Domodossola. - 
Bollettino storico per la prov. di Novara, XIII, 1919, fase. Ili, 188. - Di 
costruzioni religiose medioevali non rimangono a Domodossola che le 
vestigia della Chiesa di S. Francesco, ora adibita a vari usi profani. Il 
Bustico ha raccolto le poche notizie storiche relative a questa chiesa, 
della quale può darci un'immagine approssimativa l'affresco di Bognanco 
dentro, che rappresenta Domodossola antica. 

La prima notizia della chiesa e del convento risale al 1277, e altre 
se ne hanno del 1294 e del 1296: fu consacrata il 27 ottobre 1331. Ma 
alcuni capitelli, superstiti dal deperimento della costruzione, con le loro 
figure, tolte dai testiari caratteristici dell' età romanica, attestano una 
più remota epoca, che il Bustico fa ondeggiare tra il IX e il XII secolo. 

Alla chiesa apparteneva già la lapide scolpita del I5I4, ora in una 
cappelletta votiva di Pallazeno, un organo decorato a pitture e a intagli, 
delia fine del 1400, per cui fu chiamato uno dei migliori pittori di Novara, 
Francesco Merli, e un'ancona a intaglio e a pittura, del 1532, della quale 
fa menzione anche il Capis. 

Degli affreschi nessuno fu purtroppo conservato, né nella Chiesa né 
nel convento. 




— 97 — 

Poco prima del periodo napoleonico la costruzione fu adattata a casa 
privata, e poi recentemente restaurata dall'amministrazione della Fonda- 
zione Galletti, e adibita ad uso dei musei, della biblioteca e, nel piano 
terreno, a uso delle scuole professionali Galletti. 

Leone Andrea. - L'antica parrocchia di Sani' Andrea di Novara. 
Bollett. storico per la prov. di Novara, XllI, 1919, fase. Ili, 133. È un arti- 
colo di storia ecclesiastica, in cui l'autore vuol sostenere la vetustà della 
chiesa di Sant'Andrea e l'antichità della sua erezione in parrocchia, risa- 
lente almeno al principio del XII secolo. La sua tesi fu vivacemente con- 
futata dal Cassani nel Bollettino stesso. 

Negli ultimi tre capitoli il Leone accenna anche all' architettura e 
alla decorazione della chiesa. Artisticamente la costruzione è di poco 
interesse. Salvata più volte agli ordini di demolizione dati dagli invasori 
francesi e spagnoli nel XVI e nel XVII secolo, essa fu restaurata fonda- 
mentalmente in seguito alla visita pastorale del Bescapè nel 1595 e inau- 
gurata coi nuovi restauri nel 1620; fu ampliata delle cappelle solo a 
partire dalla prima metà del secolo XVIII; recentemente fu ingrandita, 
sistemata, decorata per la munificenza del conte Lombardo. 

Fra le decorazioni sono notevoli alcuni affreschi del 400 e del 500, 
e particolarmente è notevole una Crocifissione di un ritardatario vissuto 
nel 500 inoltrato, che è uno dei migliori esemplari della pittura novarese 
di quel periodo. 

Viglio k. - La Madonna e il Bambino mutilati del Museo Civico 
di Novara. - Boll, fetor. per la prov. di Novara, XIII, 1919, fase. IV, 216. 

Questa statuetta è una delle piìi pregevoli sculture del museo novarese. 
Il Viglio non può stabilirne con certezza la provenienza. Al museo di 
Novara essa pervenne dal quadriportico della Canonica, ove fu trasportata 
negli anni fra il 1871 e il 1878, ma donde arrivò alla Canonica non si 
può affermare con sicurezza, né il Viglio vuole dare come certa l'ipotesi 
affacciata dal Massara, che la statua provenisse dalla Chiesa di S. Gau- 
denzio fuori le mura, demolita nel secolo XVI. 

Ma più che l'origine, preme al Viglio di determinare a quale corrente 
artistica si ricollega questa Madonnina. Essa non ha nulla a che fare 
con l'arte locale, che nella scultura produsse solo tardi e grossolani frutti. 
Piuttosto si rivela un prodotto di quell'attivissimo centro scultorio, che 
fu il duomo di Milano, durante la prima metà del 400. Essa deve essere 
opera di un capace scultore educato al contatto di due opposte correnti 
artistiche, l'una meridionale, derivata dalla scultura di Giovanni Pisani 



— 98 — 

e innestata sul ceppo classico, 1' altra settentrionale caratterizzata dal 
realismo particolaristico della scuola fiammingo-francese. 

Demole E. - Visite au cabinet numismatique ou coup d'oeil sur l'hi- 
stoire de Genève. 

Il gabinetto di numismatica ginevrino possiede monete che la casa 
di Savoia, la quale aspirava all'acquisto di Ginevra, aveva fatto coniare 
dalla zecca, che essa aveva impiantata nel 1448 alla « Croixde Cornevin » 
nelle vicinanze della città. Il Demole riproduce un ducato di Luigi e un 
testone di Carlo I, duchi di Savoia. 

Sattler Marg. - Zwei unbehannte Aliare von Ivo Strigel. « Anzeiger 
fiir Schweizerische Altertumskunde » Ziirich, XX, 1918, 1, pag. 26. 

I due altari che per i loro caratteri stilistici hanno suggerito ai 
Sattler il nome di Ivo Strigel sono l'uno nei Grigioni, a Obersaxen, nella 
cappella di S. Giorgio, l'altro nella chiesa di Santa Maria di Castello, 
a Osogna, nel Canton Ticino. Sono due ancone, con gruppi di statue 
in legno colorato nella parte centrale, con sportelli laterali dipinti e con 
una predella: il primo è frammentario, il secondo invece è completo. 
Quest' ultimo ha la data del 1454, e il primo si rivela di epoca assai 
prossima. 

Ne facciamo qui menzione per i contatti che l'arte di alcune nostre 
valli alpine ebbe con l'arte svizzera, e segnaliamo le due figure di Santi 
dipinti sulle pareti interne degli sportelli dell'altare di Osogna, che ricor- 
dano, a giudicare dalla riproduzione fotografica, i Santi di alcune tavole 
di Macrino di Alba. 

Gasparolo Francesco. - Ritrovamento di una tomba nella chiesa di 
Santa Giustina di Sezzè. - Riv. di storia, arte, arch. per la prov. di 
Alessandria, II (XXVII), fase. VI -VII, pag. 101. Di fronte all'ingresso della 
chiesa di Sezzè, durante i lavori di rinforzo alla cripta gentilizia del 
conte Frascara, si trovò una tomba in cotto, fabbricata in piena terra, 
ricoperta da una grossa pietra in forma di tetto a due spioventi di un 
antico sarcofago. La prima ipotesi affacciata, che si tratti della tomba 
del marchese Otberto, fondatore della abbazia, non pare accettabile al 
Gasparolo, sia perchè non sembra possibile che una tomba cosi insigne non 
abbia alcun segno distintivo, sia perchè della tomba del marchese Otberto 
non si ebbero traccie da secoli nell' interno della chiesa, fin dal 500 e 
dal 600. Il Gasparolo ritiene anche inverosimile che questa possa essere 
stata una fossa comune; e congettura piuttosto che si tratti di una tomba 



— 99 — 

gentilizia del XV o del XVI secolo, alla quale potè essere adattato il 
coperchio del sarcofago marchionale, che andò probabilmente travolto nei 
frequenti rivolgimenti a cui fu soggetta la vetusta abbazia. 

Poma C. - A proposito della zecca di Masserano e di alcuni punzoni 
di monete sconosciute. - Riv. ital. di Numismatica, I, 1918, fase. 3, 4. 
L'autore riferisce intorno alle ricerche compiute nel palazzo Lamarmora 
in Biella - Piazzo, dove si conservono parecchi punzoni dei Ferrerò Fieschi, 
principi di Masserano. 



Età moderna. 

PATRacco Carlo E. - Gli arazzi del Museo Civico di Alessandria. - 
Riv. di storia, arte, arch. per la prov. di Alessandria, II (XXVII), 1918, 
fase. Villi 143. Sono due arazzi e una lesena di arazzo, appartenenti già 
alla Confraternita alessandrina Sanctae Mariae Domus Magnae e acqui- 
stati dal Museo Civico per contratto del 1913. Gli arazzi, che erano in 
pessimo stato, furono accuratamente restaurati, ed ora sono esposti nel 
Museo. Hanno grandi dimensioni, e raflBgurano scene tratte dagli 
Atti degli Apostoli, e furono intitolati uno l' arazzo di Barnaba, 
r altro deU Eliopo. 

Il Patrucco li descrive minutamente e conclude che si tratta di 
arazzi verisimilmente tessuti nel 600, su cartoni o modelli del secolo 
precedente, in una arazzeria italiana di secondaria importanza, alla quale 
tuttavia non dovevano essere ignoti i cartoni di analogo soggetto dise- 
guati da Raffaello, per commissione di Leone X, per gli arazzi della Sistina 
che furono tessuti ad Arras. 

A conclusioni piìi precise il Patrucco non ha potuto giungere, per il 
silenzio assoluto che intorno a questi arazzi alessandrini è fatto nelle 
carte e negli inventari superstiti della Confraternita da cui provengono. 
Per mezzo di raffronti stilistici, non molto agevoli però, trattandosi di 
opere di non primaria importanza, si potrebbe tuttavia arrivare a deter 
mi nazioni meno generali. 

Pagani Giuseppe. - Della vita e delle opere di Lazaro Agostino Cotta. 
Boll, storico per la prov. di Novara, XIII, 1919, fase. II, 69; fase. Ili, 173; 
fase. IV, 238. 



— 100 — 

■ Il Pagani, di cui abbiamo già ricordato in questo Bollettino le note 
alla Miscellanea novarese del Cotta (1), ha pubblicato, in occasione del 
bicentenario della morte dello storico novarese, questa memoria della 
vita e delle opere di lui. 

Nella sua lunga esistenza, che durò dal 1645 al 1719, Lazaro Ago- 
stino Cotta trovò modo, durante gli ozi che gli concedeva la sua profes- 
sione di giureconsulto, di dedicarsi agli studi storici e letterari, che gli 
erano fonte, come egli stesso dichiara, di un folle piacere. 

Il Pagani distingue le opere di lui in edite e manoscritte. Non è qui 
il luogo di ricordare le opere di carattere letterario. Ci limiteremo alla 
menzione delle opere storiche, che hanno una fondamentale importanza 
per la provincia di Novara. La principale è il Museo Novarese, pubbli- 
cato per la prima volta in Milano nel 1701 coi tipi degli eredi Ghisolfì, 
e in cui il Cotta si propose di ravvivare e commendare la memoria dei 
chiari suoi cittadini. L'opera è divisa in quattro stanze: nella prima 
stanno i santi e i venerabili della regione novarese; nella seconda i let- 
terati; nella terza gli uomini d'arme; nell'ultima i pittori, gli scultori, 
gli architetti e altri personaggi degni di memoria per speciali ragioni. 
L' importanza di questa opera non sta solamente nelle notizie raccolte 
dal Cotta, ma piìi ancora nelle preziose note bibliografiche che egli com- 
pilò per ognuno de' suoi personaggi. 

Due altre opere possono avere interesse per i lettori di questo Bol- 
lettino, e cioè la Corografia o descrizione della Riviera di San Giulio, 
di cui fu pubblicato in Milano dagli eredi Ghisolfì il primo libro nel 1688, 
e nel 1693 un estratto del quarto libro, contenente il discorso topografico 
dell'isola di San Giulio; e le Noiae ad Dominicum Macaneum in Coro- 
graphia Verbani Lacus. 

I manoscritti del Cotta si trovano nella Miscellanea novarese, in cui 
egli raccolse molti scritti di autori novaresi, o relativi a cose novaresi e che 
poi spedì al Muratori, perchè la collocasse nella biblioteca .Ambrosiana, dove 
si conserva tutt'ora. Qaesti manoscritti ambrosiani del Cotta hanno preva- 
lentemente carattere letterario. Invece ha importanza storica un altro ma- 
noscritto intitolato : Mésima illustrata ovvero cronaca della fondazione 
del convento di S. Francesco di Ameno. Dell'originale di questo mano- 
scritto, che il Cotta asseriva essere presso di sé, non si ha traccia; ne 
esiste invece una copia, fatta dal Cotta stesso, nel convento di Mesima. 

Gasparolo Francesco. - Un pittore alessandrino del secolo XVIII. 
Riv. di storia, arte, arch. per la prov. di Alessandria, II (XXVIIj, 1918, 

(1). II. n. 1, 31. 



— 101 — 

fase. VI-VII, 91. L'autore pubblica un documento dell'anno 1753, con il 
quale la Coufraternita dei SS. Lucia e Paolo di Alessandria affidava al 
pittore Ugo Felice Andrietti la commissione di dipingere tre ancone. 

Campor.\ Bartolomeo. - Il campanile della Chiesa Preposiiurale di 
San Pietro di Capriata d'Orba. Riv. di storia, arte, arch per la prov. 
di Alessandria, II, (XXVII), 1918, fase. Vili. In base ad alcuni documenti 
il Camperà ricostruisce le vicende della costruzione del nuovo campanile 
della chiesa parrocchiale di Capriata, iniziata nel 1791, ma ancora incom- 
piuta nel coronamento. 

De Ferrari di Brignano Umberto. - Stemmi di famiglie alessan- 
drine. Riv. di storia, arte, arch. per la prov. di Alessandria, II, (XXVII), 
1918, fase. Vili, 1; III (XXVIII), 1919, fase. IX, 33 - Elenco alfabetico 
dei nomi delle famiglie nobili alessandrine con la descrizione delle rela- 
tive armi. 

CoMELLO EvASio - Giulìo Monteverde - Scultore [Appunti). Riv. di 
storia, arte, arch. per la prov. di Alessandria, II, (XXVII), 1918, fase. VI- 
VII, 43. 

In occasione del primo anniversario della morte dello scultore, il 
Gemello ne ha tratteggiata una breve notizia biografica, e ne ha ricor- 
date e descritte le opere principali, di alcune delle quali ha frammesso 
nel teste le riproduzioni. 

Il Monteverde nacque in Bistagno nel 1837 di famiglia popolana 
casalese, e chiuse ottantenne in Roma la sua laboriosa esistenza il 4 ot- 
tobre del 1917. Le prime opere sue, il Cristoforo Colombo giovinetto, il 
Genio di Beniamino Franklin, Edoardo Jenner, comparvero tra il 1870 
e il 1873 e furono l'affermazione della sua genialità. Le numerose opere 
successile, statue sacre, gruppi allegorici, monumenti sepolcrali e monu- 
menti onerari, rivelano tutte una grande eleganza e purezza di forma e 
una squisita finitezza di particolari. 

La sua attività artistica, scrive il Gemello, iniziatasi in un periodo 
in cui la scuola romantica aveva ormai trionfato della scuola neo-clas- 
sica, sta a sé, all'infuori degli eccessi dell'una e dell'altra. Nel complesso 
però il Monteverde appare un continuatore della tradizione canoviana, 
se pure le prime epere paiono rivelare una piìi commossa vita interiore, 
e se pure talvolta il romanticismo gli abbia suggerito rappresentazioni 
come quella della Vita e la Morte. 

L. Masini. 



— 102 



BIBLIOTECA 
della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 

presso la Sede, via Napione, 2 
aperta ai Soci tutti i venerdì dalle 17 alle 19 



Movimento della biblioteca dal luglio al dicembre 1919. 

Furono stabiliti nuovi cambi con Istituti scientifici d'Italia e dell'estero, per un 
complessivo di 158 periodici. 

Oltre alla richiesta con buon esito di numerosi fascicoli mancanti ed alla nume- 
razione del fondo preesistente di libri e riviste, furono aggiunte 350 nuove schede 
al catalogo alfabetico. Si ottennero le seguenti collezioni complete: 

Il Risorgimento Italiano - Biblioteca e Bollettino della Società Storica Subalpina 
— Le assemblee del Risorgimento - Cataloghi della Biblioteca della Camera dei Depu- 
tati — Mitteilungen der antiquarischen Gesellschaft (Zurig) - Butlleti de la Biblio- 
teca de Catalunya (Barcelona). — Atti e Memorie della R. Deputazione di Storia 
Patria per le Provincie di Romagna (IV serie). — Accademia Rumena di Bucarest, 
Bollettino della sezione storica, e pubblicazioni archeologiche. — Bulletin de la 
Société Polonaise pour l'avancement des sciences — L'Archiginnasio (Bologna) — 
Studi e testi (Biblioteca Vaticana). — Monumenti di Storia Fiumana e Bollettino 
della Deputazione Fiumana di Storia Patria. — Documenti e studi per cura della 
R. Deputazione di Storia Patria per le Provincie di Romagna. 



LIBRI RICEVUTI IN DONO. 

Accademia Filarmonica di Torino (Il palazzo della), introd. di L. Rovere, Milano, 
Alfieri e Lacroix (dono d. Accademia). 

Adiciones al Pian de Guadalupe, Veracruz 1915 (d. Museo Nacional dj| Arqueo- 
logia, Messico). 

Albanès I. H., Gallia Chriaticuia 2^ovissima, Histoire des archèvéchés, évéchés, 
et abbayes de France. - Tome I. (d. Can. U. Chevalier). 

Album fotografie storiche - Album fotografico del Monumento Nazionale a 
Gius. Verdi in Parma (d. s. ecc. P. Boselli). 

Antonielli L., Cenni di storia rivolese. Rivoli, Dogliani 1917 (d. Autore). 

(Anzoletti L. e Luzro A.), In memoria di Teresa Giacomelli-Arrivabene, zia 
«Qege» di Don Enrico Tazzoli (d. R. Putelli). 



— 103 — 

(Le) Assemblee storiche del Risorgimento (d. Camera dei Deputati). 

Associazione artistica fra i cultori di architettura (Roma), Palazzo Venezia 
- Palazzo Caffarelli (1916); Dei pubblici concorsi di architettura e delle altre 
questioni sulla professione dell' architetto (1917); sul significato della parola ^ pro- 
spettiva -■> usata nella legge sulla conservazione dei monumenti (estr. dal « Bollet- 
tino d'arte», 1918) d. Associazione). 

Baricco P., Torino descritta, Torino, Paravia, 1869 (d. can. Dervieux). 

Barocelli P., Notizie di scavi d'antichità avvenuti in Piemonte, estratti dalle 
« Notizie degli scavi d'antichità « (d. A.). 

Bernocco G., Cenni storici su Cherasco, Cherasco, tip. Raselli, 1911 (d. dott. 
Borghezio G). 

Bfrtolotti D., Vita di papa Pio VII, Torino, Artigianelli, 1881 (d. Borghezio G.) 

Bibita Sacra, Ediz. Lione 1569, con xilografie (prezioso cimelio bibliografico) 
(d. don De Maurizi). 

Biblioteca civica di Torino, Cataloghi, Sezione d'arte: storia dell'arte, arte 
pura, arte applicata (1914). Sezione risorgimento italiano (1915) (d. della Biblioteca). 

Biblioteca società storica subalpina, voli. I-LXXIX, LXXXII, LXXXV, LXXXVll, 
XCll-XClV (legato Passarino). 

BoGGio C, Lo sviluppo edilizio di Torino dalla rivoluzione francese alla metà 
del secolo XIX, Torino, Celanza, l9i8 (d. A.). 

BoiTo C. (Onoranze a), Discorsi, commemorazioni, scritti vari di Boito C, 
Milano, MCMXVI. 

BoLLEA L. C, Ferdinando Gabotto (1911); L'abbazia di S. Pietro in Preci- 
piano nel secolo XV (Tortona 1912); Un'imprudenza giovanile di Costantino Nigra 
(Casale 1912); Ancora il sgrido di dolore >i del 1859 (Casale 1912); Un manoscritto 
del secolo XVIll sulla Casa Savoia (Roma 1912) (legato Passarino Angelo). 

Bollettino storico bibliografico subalpino, dall'anno XI al XX, e suppl. Savonese 
e Genovese (legato Passarino). 

Bradlei I., Historical introduction to the collection of illuminated letters and 
borders in the national art librari/ Victoria and Albert Museum, London, 1901 
(d. Victoria Museum). 

Brioarellt C, I restauri del solito di S. Giovanni in Laterano; E. Viollet 
-le-Duc e il rifiorimento degli studi medioevali nel sec. XIX; S. Marco di Venezia 
e r« Apostoleium » di Costantinopoli; La Roma del cinquecento nei disegni di alcuni 
artisti contemporanei (estratti da « La civiltà cattolica » 1903, 1915, 1916, 1917) 
(d. Borghezio G.). 

BusTico G., Materiali per la storia della cartografia dell'Ossola (estr. da « La 
Geografia» 1917); Vestigia romane neW Ossola (ìioysir&, Ì918); Memorie della Corte 
di Mattarella o sia del Borgo di Duomo d'Ossola di Giovanni Capis (Novara, Cat- 
taneo, 1918); / terremoti dell'Ossola (estr. da «La Geografia», 1919); La chiesa di 
S. Francesco di Domodossola, (Novara, 1919) (d. A.). 

Cagiati M., Nessun monumento ad A. Begani, Napoli, Melfi e loele, 1917 (d. A.). 

Camosso P., Vita di G. Casalis, Torino, Stamp. reale, 1857 (d. can. Dervieux). 

Canziani e., Piemonte (d. Boselli). 

Garanti B., La Certosa di Pesio. Storia documentata ed illustrata. Voli. 2, 
Torino, Camilla e Bertolero, 1900 (d. Boselli). 

Carbonelli G., Comenti sopra alcune pitture italiane a soggetto medico, spe- 
cialmente dell'arte di illustrare il « Tacuinum sanilatis » nei secoli XIV e XV, 
colle referenze ad alcune pitture murali, Roma, Centenari, 1918 (d. A). 



— 104 - 

Carbonellt G., Dieci consigli medici dettati da Gerardo de Berneriis, medico 
Alessandrino, Lettore nello studio di Pavia nel secolo XV, Roma, Centenari, 1916 
(d. Società di Storia, ecc. di Alessandria). 

Casalis G., Dizionario, ecc. (d. Dervieux). 

Colombo A., L' Inghilterra nel risorgimento italiano, Milano, 1917. 

Comando Supremo, Sottosegretariato pkk la propaganda all'estero. L'Italia 
in guerra; Album fotografico (d. Boselli). 

CoMELLO C. e Ottolenghi G., Avanzi di mosaici del Duomo di Casale, 1917 
(d. degli A.). 

CuBAs Garcia a., Memoria para servir d la Carta General del Imperio Me- 
xicano, Messico, 1892 (d. Museo Nacional de Arqueologia, Messico). 

Cusano M. A., Discorsi historiali concernenti i vescovi di Vercelli, Vercelli, 
MDCLXXVI (d. Dervieux). 

Della Chiesa Mons. Fr. A., Corona Reale di Savoia, o sia relatione delle Pro 
vincie e Titoli ad essa appartenenti. Voli. 2. Cuneo 1655-1657 (d. Dervieux). 

De Mago G., «Mala Moneta», Napoli, Lubrano, 1919 (d. Circolo Numismatico 
Napoletano . 

De Maurizi Giovanni, La Valle Vigezzo - Da Domoiossola a Locamo, (d. A.). 

De Maurizi G., Montescheno. Profili storici (d. A.). 

De Maurizi G., Sac. Doti. Carlo Maria Baratta della pia Società Salesiana. 
Cenni biografici (d. A.). 

De MAURIZI G., 5. Carlo Borromeo e la Valle Vigezzo - Memorie storiche. Nel 3° 
centenario della canonizzazione del Santo (d. A.). 

De Maurizi G., Comm. GenJe Giacomo Peretti MDCCCXXXVIII-MDCDXII Note 
biografiche (d. A.). 

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de Genève (d. Museo d'arte di Ginevra). 

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d'arte di Ginevra). 

Di Robilant L., Il canonico St. Gazelli di Rossana, Torino, tip. Salesiana, 1901 
(d. Dervieux^. 

Drury C, a descrifptive catalogue of the maiolica hispano-moresco, persian, 
damascus and rhodian wares in the South Kensington Museum, London 1873 
(d. Victoria Museum). 

Duran Padre Diego Fray, Historia de las Indias de Nueva Espana y islas 
de tierra firme, Messico 1880 (d. Museo Nacional de Arqueologia, Messico). 

Edillo di S. Maestà per una nuova monetazione, con provvedimenti riguardanti 
le monete. In data delli i5 febbraio i755. Torino, Stamperia Reale (d. Borghezio). 

Engel Carl., A descriptive catalogue of the musical instruments in the South 
Kensington Museum, London, 1874 (d. Victoria Museum). 

Faivre 1., Canopus, Menouihis, Aboukir. Pagan memories; Christian memories; 
Battle memories. Trad. 3» Alexander Granville, Alessandria, 1918 (d. Société Archéo- 
logique d'Alexandrie). 

Ferreira G., D. Gii Sanches; Subsidios para a monografia da Villa de Sar- 
zédos, MCMXIX (d. A.). 

Ferreira Mariano, Resena historica de la Biblioteca y Museo nacional (d. 
dell'Archivio y Museo Historico Nacional del Uruguay). 

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(d. dell'Archivio y Museo Historico Nacional del Uruguay). 



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(d. Boselli). 

Gasparolo Fr., La banda di Maino della Spinetta (contributo alla storia del 
brigantaggio in Italia nel secolo XIX). Estr. dalla « Riv. di storia, ecc. di Alessan- 
dria » 1905 (d. Società storica di Alessandria). 

Gavard a., Les armoiries du diocèse et des évéques de Genève dès i500. (estr. 
dagli « Archives hóraldiques suisses » 1916) (d. A.). 

GiOROELLi G., Documenti storici del Monferrato (1894-1919); Storia della dele- 
gazione mandala da Carlo I Gonzaga duca di Mantova e di Monferrato al con- 
gresso di Cherasco nell'anno 163 i (1912); Storia di una piccola guerra fra gen- 
tildonne a Casale Monf. nell'anno 1698 (1912); Il pittore Ambrogio Oliva (1913); 
(estratti dalla « Riv. di storia, ecc. di Alessandria»); Medaglia commemorativa della 
conquista di Trino e Pontestura Monf. fatta dai francesi l'anno 1643 (1906); 
Una grida di Vincenzo I Gonzaga, duca di Mantova e di Monferrato per la zecca 
di Casale, del 7 agosto 1590 (1905); Medaglia eoìnmemorativa dell'occupazione 
francese di Casale Monferrato (1912); Due medaglie commemorative della resa di 
Casale Monferrato nell'anno 1695 (1912); (estratti dalla « Riv. ital. di Numisma- 
tica »); Ultima moneta coniala nella zecca di Casale Monferrato (1903); Documento 
inedito della zecca di Casale Monf. del 7 luglio 1511 (1904); Una zecca medioevale 
piemontese sconosciuta (1905); Medaglia francese commemorativa della presa di 
Verrua nel 1705 (1906); Medaglia commemorativa della liberazione di Cuneo dal- 
l'assedio dei francesi l'anno 1691 (1909); Una grida di Carlo I duca di Mantova 
e di Monferrato per la zecca di Casale, il 16 giugno 1629 (1909,; (estratti dai 
«Bollettino numismatico»); Editto di Carlo Emanuele I duca di Savoia (Milano^ 
Cognati, 1917). (d. A.). 

Giudici D., Il Trionfo della Morte e la Daìiza Macabra; grandi affreschi dipinti 
in elusone nel 1485, Giasone, Giudici, 1903 (d. Boselli). 

Handbooch of the Museum of Fine drts, Boston, 1919 (d. Museo). 

Kopp W. e Moreschi N., Antichità private dei Romani. Milano, Hoepli, 1902 
(d. Borghezio). 

Lanza G., La SS. Sindone del Signore che si venera nella R. Cappella di Torino, 
Torino, Roux e Frassati, IS'.'B (d. Borghezio). 

Ledon Luis Castillo, Antigua literatura Indigena Mexicana, Messico, 1917 
(d. Museo nacional de arqueologia, Messicb). 

Ledon Luis Castillo, El Chocolate, Messico, 1917 (d. Museo nacional de arqueo- 
logia, Messico. 

Leon Nicolas, Los Tarascos, Messico, 1904 (d. Museo nacional de Arqueologia, 
Messico). 

Leon Nicolas, Catalogo de la Colecnión de Antigiiedades Huavis del estado de 
Oaxaca esistente en el Museo N. de Mexico, Messico, 1904 (d. Museo nacional de 
Arqueologia, Messico). 

Leioht P. S., Le terre irredente nella storia d'Italia, Udine 1916. 

Lugano Pl., / Cistercensi e le loro propaggini nell'Alta Italia (estr. della «Riv. 
storica benedettina »), Roma. 1911 (legato Passarino). 

Manaresi C, Gli atti del Comune di Milano fino all'anno MCCXVI, Milano, 1919 
(d. Banca Commerciale Italiana). 

Marteaux Charles et Le Roux Marc, Boutae [Le Fins d'Annecy) Vicus Gallo- 
Romain de la cité de Vienne du /.«'• au V.me siede, sur la vote imperiale de Daren- 
tasia à Gtnava (d. Academie Florimontaine d'Annecy). 



— 106 — 

Mattirolo 0., Sulla natura della colorazione rosea della calce dei muri vetusti 
e sui vegetali inferiori che danneggiano i monumenti e le opere d'arte (estr. della 
« Riv. archeol. di Como ») 1917 (d. A.). 

(In) Memoria di Francesco Gnecchi. Napoli, Melfi e loele, 1919, (d. Circolo 
Numismatico Napoletano). 

Memorie e notizie varie sulla prov. di Alessandria (estr. dalla « Riv. di Storia 
ecc. di Alessandria»), 1911 (legato Passarino). 

Milani G. B , Commemoraziwie di Guglielmo Calderini, Roma, 1916 (d. A.). 

Milano E., Inaugurando il « Museo popolare di storia e d'arte » . Discorso. Bra, 
20 settembre i919, Bra, tip. Raselli (d. A.). 

{Il) Miracolo Eucaristico di Torino, illustrato; Torino, tip. Canonica, 1894 
(d. Borghezio). 

Monaco D., FUhrer durch die Antiken des National-Museum zu Neapel, Neapel, 
1907 (d. Borghezio). 

Moschetti A., Il Museo civico di Padova. Cenni storici ed illustrativi, Padova, 
stab. Prosdocimi, 1903 (d. Museo civico di Padova). 

Nicole G., Catalogue des sculptures grecques et romaines du Musée de Genève 
(d. Musée d'art di Ginevra). 

Nigra C, Torino, Susa, Monginevra, Pinerolo e diramazioni ( itinerario 
n.° 1 dell' Automobile - club di Torino. Con 11 carte del percorso, una carta ge- 
nerale dell' itinerario, 100 fotografie e 5 piani intercalati nel testo ). Torino, 
Bona, 1919 (d. A.). 

Novaria seu de ecclesia novariensi, Carolo episcopo auctore, Novariae, apud 
Sesallum, MDCXIl . Atitiqua novariensium monumenta coUecta a Paulo Gallarat, 
MDCXII (d. Dervieux). 

Paleografia artistica di Montecassino, disp. I-VI, Montecassino, 1876-1884 (d. 
Biblioteca dell'Abazia). 

Patetta F., Una raccolta manoscritta di versi e prose in morte d' Altiera 
degli Alòizzi (estr. dajili «Atti d. Accad. delle scienze di Torino» 1918) (d. A.). 

Pedemonlium sacrum Iosephi Fr. Meyranesii S. T. D. et Sambuci praepositi 
edidit atque illustralionibus et documentis auxit A. Bosio S. T. D., E Regio typo- 
grapheo, MDCCLXIII (d. Dervieux). 

Perino G., Leggende e miti relativi alla fondazione di Metaponto, Genova, 
Mascarello, 1911 (d. Borghezio G). 

Pettorelli a.. La Chiesa di S. Ambrogio e piazza De Ferrari in Genova, 
Genova, tip. della Gioventù, 1918 (d. A.). 

Piacentini M., Per la restaurazione del centro di Bologna, Roma, tip. Bolognesi, 
1917 (d. A.). 

Pirotta R, Il parco nazionale dell'Abruzzo, Roma, Feder. it. prò Mon- 
tibus, 1917. 

Programas de Ensenanza, Mexico, 1914 (d. Museo Nacional de Arqueologia, 
Messico). 

PuTELLi Romolo, Naturali qualità e costumi di Valcamonica nel seicento de- 
scritti da P. Gregorio Brunelli (d. A.). 

Putelli Romolo, Saggi del seicento in Valle Camonica (d. A.). 

PuTELLi Romolo, La Valle Camonica nel Seicento (d. A.). 

Putelli Romolo, Le Chiese di Valcamonica Voi. I. Le Chiese di Breno (d. A.). 

Putelli Romolo, Alcuni rapporti in Valcamonica col Governo Veneto nel XVII 
secolo (d. A.). 



— 10? — 

QuiBLiER L., Quelques notes sur Vancien chateau des Marquis de LuUin, Thonon- 
les-Bains, 1919 (d. A.). 

Raviola, Monografia di Trino, Torino, Boria, 1872 (d. Borghezio). 

Reseha de la Segunda Sesiòn del XVll Congreso Internacional de America- 
nisCas (Ì9W), Messico, 1912 (d. Museo Nacional de Arqueologia, Messico). 

Reycend G. a., Ving. Stefano Sfolli e la sua opera di architettura, Torino, 
Celanza, 1916 (d. A.). 

Reyoend G. a., La Società degli Ingegneri e degli Architetti di Torino durante 
i primi X lustri dalla sua fondazione (1866-1916). Riassunto storico, Torino, Celanza, 
1916 (d. A.). 

Rrycend G. a., C. Re/fo, Torino, Tip. buona stampa, 1918 (d. A.). 

RiANA \fi. De Maurizi], Usi costumi e tradizioni popolari della Valle Vigexzo 
(d. A.). 

[Il) Risorgimento, Giornale politico, 1848 (legato Passarino). 

Rizzi Fortunato, Poesie Camune. (d. R. Putelli). 

Cetatea Sucevii descrisà pe temeiul Prapilor cercetàri fàcute ìntre i895 si 1904 
de K. A. RoMSTORFER, pubblicata in Romàneste cu o notitià istoricà de Alex. Làpè- 
datu. Bucuresti, 1913 (d. Accademia Rumena" di Bucarest). 

RoBELo Cecilio, Notions de la langue Nahuatl, Messico, 1912 (d. Museo nacional 
de Arqueologia, Messico . 

Rosa Gabriele, Studi di storia bresciana (d. R. Putelli). 

Rossi Fr. V., Cuneo e il suo santuario della miracolosa Madonna dell'Olmo e 
delle Grazie. Memorie storiche, Cuneo, tip. Isoardi, 1907 (d. Borghezio). 

Ruiz R., Programa de Investigaciònes Historicas, Messico, 1914 (d. Museo Na- 
cional de Arqueologia, Messico). 

Semeria G. B., Storia del Re di Sardegna Carlo Emanuele il Grande, dedicata 
a S S.R.M. Carlo Alberto duca di Savoia e di Genova, ecc. Voli. 2, Torino, Reale 
tipografìa, 1831 (d. Dervieuxi. 

SoTOMAYOR D., El Siglo Geroglifico Azteca en sus 52 Calendarios, Messico, 1897 
(d. Museo Nacional de Arqueologia, Messico). 

SoTOMAYOR D., La Clave leroglifica aplicada a la conquista de Mexico veri- 
ficada por Hernàn Cortes segùn el còdice geroglifico troano americano, Messico, 
1897 (d. Museo Nacional de arqueologia, Messico). 

Tenivelli C, Biografia piemontese, Voli. 5, Torino, 1784-1792 (d. Dervieux . 

TooiLEscu, Monumentele epigrafice si sculpturali ale Muzeului national de 
antichitàti din Bucuresti (d. Acc. Rumena di Bucarest). 

ToMAS G. M , Fases del gènero sinfonico contemporaneo, La Habana, 1917 (d. 
Accademia Nacional de Artes y Letras, HabanaCuba). 

Torri L., // primo melodramma a Torino (estr. dalla « Riv. musicale» 1919) 
(d. A.). 

Victoria and Albert Museum, Catalogue ofilluminated Manuscript», Partii, 
Miniatures, Leaves and Cuttings, London, 1908 (d. Victoria Museum). 

Zaccaria Fr. A., Della passione e del culto dei SS. Martiri Solutore, Avventore 
ed Ottavio, con prefazione e note del p. I. Carminati, Torino, 1844 (d. Borghezio). 



— 108 — 



Pubblicazioni periodiche che pervengono in cambio 

continuazione; vedi numero precedente) 



71. AleriQon, Bulletin de la Société historique et archéologique de l'Orne. 

72. Auxerre, Bulletin de la Société des Sciences historiques et naturelles del'Yonne. 

73. Barcellona, Anuari d'estudis catalans. 

74. — Buttletì de la Biblioteca de Catalunya. » 

75. — Boletin de la Real Academia de Ciencias y Artea. 

76. — Memorias de la Real Academia de Ciencias y Artes. 

77. — Bibliografia. 

78. Bastia, Bulletin de la Société des sciences historiques et naturelles de la Corse. 

79. Berkeley, University of California pubblications in American Archaeology and 

Ethnology. 

80. Berlino, Sitzungsberichte der Kòniglich preussischen Akademie der Wissen- 

schaften. 

81. Barn, Jahresberichte des Historischen Museums in Bern. 

82. Bologna, Documenti e studi pubblicati per cura della R. Deputazione di Storia 

Patria per le Provincie di Romagna. 
83 — Il Bollettino dell'Antiquario. 

84. Breno, Illustrazione Camuna. 

85. Bruxelles, Annales de la Société Royale d'Archeologie de Bruxelles. 
8G. Bucarest, Analele Academiei Romàne - Memoriile sectiunii stiintifice. 

87. — Bulletin de la Section historique de l'Académie Roumaine. 

88. Cairo, Comité de conservation des monuments de l'art arabe. Procès-verbaux 

des séances. Rapporta de la section technique. 

89. Castelfiorentino, Miscellanea storica della Valdelsa. 

90. Chambéry, Documenta publiés par l'Académie des sciences, belles-lettres et arts 

de Savoie. 

91. Chur, Jahresberichte der Hiatorisch - antiquarischen Gesellschaft von Grau- 

biinden. 

92. Copenhague, Mémoires de la Société Royale des antiquaires du Nord. 

93. — Det Danske Kunstin dustrimuseums virkshomed. 

94. Évreux, Recueil des travaux de la société libre d' agriculture, sciences, arts et 

belles-lettres de l'Eure. 

95. Faenza, «Faenza» Bollettino del Museo Internazionale delle Ceramiche. 

96. Friburgo, Freiburger Diozesan Archiv - Zeitschrift des Kii-chengeschichtliche 

Vereins fiir Geschichte, christliche Kunst, Altertums und Literaturkunde 
des Brzbistums Freiburg mit Beriicksichtingung der angrenzenden Bi- 
stUmer. 

97. Genova, R. Università degli studi, Annuario. 



— 109 — 

98. Ginevra, Revue Suisse de numismatique. 

99. — Comptes rendus du Musée d'art et d'histoire. 

100. Gòttingen, Nachrichten von der k()niglichen Gesellschaft der Wissenschaften. 

101. Graz, Zeitschrift dea historischen Vereines fiir Steiermark 

102. — Jahresberichte des steiermarkischen Landesmuseums Joanneum. 

103. Grenoble, Annales de l'Université. 

104. Helsingfors, Ófversigt af flnska vetenekaps r societetens Fòrhandlingar, B. Hu- 

manistiska. 

105. Habana, Anales de la Academia Nacional de Artes y Letras. 

106 Klagenfurt, Archiv fiir Vaterlandische Geschichte und Topographie hrg. von 

dem Geschichtsvereine fiir Karnten. 
i07. — Carinthia. I. Mitteilungen des Geschichtsvereines fiir Karnten. 

108. — Jahresbericht des Geschichtsvereines fiir Karnten. 

109. Langres, Bulletin de la Societé historique et archéologique. 
HO. La Spezia, Giornale storico della Lunigiana. 

HI. Lausanne, Mémoires et documents publiés par la Société d'histoire de la Suisse 
romando. 

112. Leopoii, Bulletin de la Société Polonaise pour l'avancement des sciences. 

113. Lucerna-Stans, Der Geschichtsfreund Mitteilungen. des histor. Vereines der 

fiinf Orte (Luzern, Uri, Schwyz, Unterwalden und Zug). 

114. Luxembourg, Publications de la section historique de l'institut G. D. de Lu- 

xembourg. 

115. Marche, (Luxembourg Belge), Études Carmélitaines historlques et critiques 

sur les Traditions, les Privilèges, et la Mystique de l'Ordre par les Carmes 
Dechaussés. 

116. IViaredsovs, Revue Bénédictine. 

117. Messico, Anales del Museo Nacional de Arqueologia, Historia y Etnologia. 

118. Milano, Le vie d'Italia; Rivista mensile del Touring Club Italiano per il Turismo 

Nazionale - Movimento dei Forestieri - Prodotto Italiano. 

119. — Il Primato artistico italiano. 

120. -- Nuova Rivista storica. 

121. Minneapolis, Bulletin of the Minneapolis Institute of arts. 

122. Modena, Memorie della Real Accademia di Scienze, Lettere ed Arti. 

123. Montbrison, Bulletin de la Diana. 

124. Montevideo, Revista historica pubblicada por el Archivio y Museo historico 

nacional. 

125. MiJnchen, Historiches Jahrbuch. 

120. — Sitzungsberichte der Kòniglichen Bayerischen Akademie der Wissenschaften 

(Philosophisch-philologische und historische Klasse). 
-127. Namur, Annales de la Société archéologique. 

128. Nancy, Bulletin mensuel de la Société d'archeologie lorraine et du Musée histo- 

rique lorrain. 

129. Napoli. Bollettino del Bibliofilo. 



— 110 — 

130. New York, BuUetin of the Metropolitan Museum of art. 

131. Norimberga, Anzeiger des germanischen Nationalmuseums. 

132. Oran, BuUetin trimestriel de la Société de Géographie et d'Archeologie. 

133. Parigi, BuUetin de la Société Nationale des Antiquaires de France. 

134. — BuUetin de l'institut catholique. 

135. — Revue des études grecques. Publication trimestrielle de l'Association pour 

l'encouragement des études grecques. 

136. — La vie et les arts liturgiques. 

137. Parma, BuUettino di Paletnologia italiana. 

138. Pistoia, BuUettino storico pistoiese. 

139. Quimper, BuUetin diocésain d' Histoire et d'Archeologie (Diocèse de Quimper 

et de Leon). 

140. Rennes, Annales de Bretagne: Revue trimestrielle pubUée par la faculté des 

lettres de Rennes. 

141. Roma, Studi e testi, Biblioteca Apostolica Vaticana. 

142. — Bollettino bibliografico dei periodici italiani di alta coltura. 

143. — Rivista di antropologia. Atti della Società Romana di Antropologia. 

144. — Biblioteca della Camera dei Deputati, Catalogo metodico degli scritti 

contenuti nelle pubblicazioni periodiche italiane e straniere. 

145. Saintes, Revue de Saintonges et d'Aunis, BuUetin de la Société des archives 

historiques. 

146. San Martino, Museum, Bollettino trimestrale della Biblioteca - Museo ed Ar- 

chivio Governativi e dello «Studio Sammarinese». 

147. Siena, Rassegna d'arte senese, Bollettino della Società degli amici dei mo- 

numenti. 

148. Stans, Zeitschrift fiir Schweizerische Kirchengeschichte. 

149. Stoccolma, Nordisk Tidskrilt fòr Vetenskap, Konst och Industri. 

150. Thonon, Mémoires et documents publiés par l'Académie Ciiablaisienne. 

151. Torino, Biblioteca della Società Storica Subalpina. 

152. Toulouse, BuUetin de litterature ecclesiastique publié par l'institut catholique 

de Toulouse. 

153. Trieste, Archeografo Triestino, raccolta di memorie, notizie, documenti, parti- 

colarmente per servire alla storia della Regione Giulia. 

154. Upsala, Skrifter utgifna af Kungl. Humanistiska Vetenskapssamlundet i Uppsala. 

155. Vienna, Mitteilungen der K. K. ZentraIKommission fiir Denkmalpflege. 

156. Washington, The CathoUc Historical Review. PubUshed by the Catholic Uni- 

versity of America. 

157. Zurigo, Jahresbericht der Schweiz. Gesellschaft fiir Urgeschichte. 

158. — Mitteilungen der antiquarischen Gesellschaft in Ziirich. 

{Continua) 



— Ili — 



FOTOGRAFIE. 



Chiantore sig. Gustavo: Fotografia di fregio di Andrea Andreani. 
Petitti di Roreto conte ten. gen. AIìEssandro: Fotografia d'un autografo 
di Vitt. Em. II (archivio Petitti). 



Società, Istituti scientifici 
che inviano in cambio le loro pubblicazioni non periodiclie. 

Domodossola, Fondazione Galletti. 

Kòln, Gòrres Gesellschaft. 

Londra. Victoria and Albert Miiseum South Kensington. 

Montecassino (Abazia), Biblioteca Paolina. 

Romans, Pubblicazioni U. Chevalier. 

Torino, Biblioteca civica. 

G. BoRQHEZio Bibliotecario. 
V — ' V V V -v 



È uscito il fase. 2° del voi. IX degli Atti, contenente le seguenti monografie : 

La vita e l'arte di Filippo Juvara (Leonarda Masini) — (con i tav.). 
Un "aoto-da-fé di Carlo Emanuele III (A. Tellucini) 

Fzezzo Xj. 20 



L. A. Rati-Opizzoni, gerente responsabile. 



Torino 1920 — TipojfraHa Giuseppe Anfmi — Via KosBini, 1;; 



— Uìi - 



INDICE DELL'ANNO TERZO 



Elenco dei Soci 



Pag. 



n 



NECROLOGI 



Arturo Ceriana (G. Chevalley) » 5 

Alberto Olivieri (G. C. Barbavara di Gravellona) > 11 

J. F. Goutier (L. A. Rati Opizzoni di Torre) » 14 

Francois Ducloz (L. A. Rati Opizzoni di Torre) » 14 

NOTE 

Note di paletnologia piemontese. I. - Asce ed accette neolitiche inedite. (P. Ba- 

rocelli) ...» 16 

L'acquedotto romano di Ivrea (G. Borghezio e G. Pinoli) .... » 49 

La protezione di alcuni dipinti delia Quadreria Sabauda durante 1' assedio di 

Torino del 1706 (A. Telluccini) . . » 54 

NOTIZIE DI SCAVI 

Necropoli neolitica recentemente scoperta in vai d'Aosta. — Ameno: tombe 
preromane scoperte in frazione Lortallo.» — Galliate: necropoli romana 
della Costa Grande. — Zoverallo: necropoli di età romana (scoperta di 
una nuova tomba). — Rivoli Torinese: epigrafe romana. — Sangano: fram- 
menti di epigrafi romane. — Alba: epigrafe romana. — Parnassio: tomba 
preromana scoperta nel vivaio forestale di Piano d'Isola (L. Masini) . » 23 

Vìlleneuve: necropoli neolitica. — Armilla gallica. (P. Barocelli) ...» 64 

STORIA E BIBLIOGRAFIA della Paletnologia piemontese (coni.) (P. Barocelli) » 26 e 67 

NOTIZIE DI MUSEI 

Inaugurazione di un nuovo museo a Bra (G. Assandria). — R. Museo di anti- 
chità di Torino. — R. Pinacoteca di Torino -(dono). — Museo civico di 
arte antica e moderna di Torino (acquisti e doni negli anni 1916-17-18-19). 
— Raccolta archeologica della società piemontese di archeologia (dono) 
(P. 3.). — Gli affreschi di Invorio Inferiore nel museo del Paesaggio di 
Pallanza (A. T.) • 

RECENSIONI (L. Masini) 

Adolfo Cremona - Trecate nella storia, 191 7 » 

Herbert Cook - A note on Spanzotti, the master of Sodoma, 1918 . » 

Conrad de Manoach -Jean Sapientis de Genève et l'énigme de Conrad Witz, 19 18 » 



81 



37 
38 
38 



BIBLIOGRAFIA 



BIBLIOTECA SOCIALE (G. Borghezio) 

PUBBLICAZIONI PERIODICHE che pervengono in cambio . 
LIBRI ricevuti in dono 



» 41 e 92 



46 e 108 
102 



Anno IV. 



Gennaio-Dicembre 1920 



N. 1-4 



BOLLETTINO 

DELLA 

SOCIETÀ PIEMONTESE 

DI 

ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale. 




Sede della Società: Torino, yia Napione, 2. 



Fratelli BOCCA - Editori 

Tipografia GIUSEPPE ANFOSSI 
Via Rossini, 12 - Torino 



Abbonamento annuo L. 8. — Numero separato L. S,SO. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indirizzate 
alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, 2, 
e per essa al dott. Piero Barocelli. 

/ manoscritti ed i disegni non si restituiscono. 



La SOCIETÀ accetta volentieri il cambio delle pubblicazioni, con Istituti affini. Indi- 
rizzare la richiesta al Bibliotecario dott. Gino Borghezio, presso la Sede. 



Si rivolge particolare invito ai Soci Effettivi e Corrispondenti di onorare la Biblio- 
teca Sociale con l'omaggio delle loro pubblicazioni. 



Si pregano Autori ed Editori di inviare le loro pubblicazioni, perchè 
di esse sia tenuto conto nella Bibliografia, che si occupa di tutti i libri, 
nei quali siano date, anche solo per incidenz;i, notizie di archeologia o 
di belle arti, riferentesi al Piemonte. 

Delle pubblicazioni più importanti si faranno apposite recensioni. 



Anno IV. Gbnnaio-Dicbmbre 1920 N. 1-4. 



BOLLETTINO 



DELLA 



Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 



ATTI DELLA SOCIETÀ 
Sunto degli Atti Verbali delle adunanze tenute nel 1918-1919. 



Seduta amministrativa del 3 febbraio 1918. 

Presiede S. Ecc. l'onorevole Boselli, Presidente della Società. 

Il Presidente commemora il Socio Giuseppe Frola, deceduto il 29 
luglio scorso. L'elevata commemorazione, accolta con plauso commosso 
dai Soci, è pubblicata nel Bollettino sociale (anno II, pag. 5). 

Il Presidente presenta ed illustra i conti consuntivi del 1916 e del 
1917, che sono approvati, dopo udita la relazione dei Soci, revisori dei 
, conti, Barisone e Pulciano. È pure approvato il bilancio preventivo per 
l'esercizio 1918. 

Si procede alla rinnovazione delle cariche sociali scadute col 1917. 
A Segretario viene eletto il Socio De-Magistris, in sostituzione del Socio 
Galleani d'Agliano, non più rieleggibile per compiuto secondo triennio; 
a Tesoriere è confermato il Socio Rocca, rieleggibile a norma dell'art. 3 
dello Statuto. 

Quale Socio effettivo, essendo vacante un solo posto, è nominato il 
prof. comm. Ferdinando Gabotto; viene eletto Socio corrispondente il 
prof. Giov. Batt. Amerano di Como. 

II Socio Reycend propone che siano incoraggiati gli studiosi di archeo- 
logia, di arte, di architettura, collo stabilire premi speciali o sussidi per 
le loro pubblicazioni. 



Il Presidente assicura eh© trasmetterà la proposta alla Commissione 
delle pubblicazioni, la quale però dovrà giudicare secondo le compati- 
bilità del bilancio. 

Il socio TouRNON richiama l'attenzione dei Colleghi sul pericolo che 
sovrasta alla villa Farini in Saluggia, ed al magnifico parco che la cir- 
conda, qualora non si provveda ad assicurarne la proprietà allo Stato. 

Il Presidente aggiunge diversi particolari al riguardo, ed esprime il 
parere che la Società debba occuparsi della questione formulando in pro- 
posito un ordine del giorno. 

Dopo ampia discussione,- alla quale prendono parte parecchi Soci, 
viene approvato il seguente ordine del giorno: « La Società di Archeo- 
logia e Belle Arti, sentita la relaaone del Socio, conte Tournon, circa le 
ulteriori vicende della villa Farini in Saluggia, plaude all'iniziativa salva- 
trice dell'illustre Senatore Faldella ed all'opera efficacemente spiegata da 
S. Ecc. BoselH, che, nell'altissima qualità di Presidente del Consiglio, 
seppe impedire la distruzione del magnifico gruppo di alberi, piantati 
ed educati da Carlo Luigi Farini, fa voti perchè sia assicurata al patri, 
monio nazionale la villa del grande statista romagnolo e sia conservato 
perennemente il parco sotto le cui ombre si maturarono memorabili eventi 
della Patria » . 

I Soci De-Magistris e Giacosa propongono che la Società, associan- 
dosi ai voti deliberati da altre Società scientifiche, elevi fiera protesta 
contro la barbarie austro -germanica, che sempre piìi si accanisce in 
sacrileghi bombardamenti contro le città aperte del Veneto a danno non 
solo delle inermi popolazioni, ma anche a rovina dei tesori d'arte e dei 
monumenti, che sono patrimonio comune di tutta l'umanità civile. 

La proposta è approvata con acclamazione unanime. 

II Socio Patetta raccomanda che si tengano ogni anno almeno due 
sedute scientifiche, l'una in primavera, l'altra nell'autunno. 



Seduta scientifica del 14 aprile 1918. 

Presiede S. Ecc. l'onorevole Boselli, Presidente della Società. 

Il Presidente presenta il nuovo Socio professor comm. Ferdinando 
Gabotto, dandogli il benvenuto a nome della Società. 

Comunica che la Direzione, in accordo colla Commissione delle pub- 
blicazioni, ha deliberato di iniziare la stampa del volume nono degli 
Atti, dando subito principio alla pubblicazione del fascicolo primo. Esso 



— 3 — 

conterrà importanti memorie presentate dai Soci Baudi di Vesme, Niqra, 
AssANDRiA, Barocelli 6 Gabiani. Fra breve sarà pure distribuito ai Soci 
il primo numero dell'annata seconda del Bollettino Sociale. 

In relazione alla protesta votata nella seduta del 3 febbraio scorso 
contro i bombardamenti delle città aperte del Veneto, il PREsmENTE par- 
tecipa che tutte le Autorità, alle quali la protesta venne trasmessa, si 
mostrarono particolarmente grate per la prova di simpatia e di solida- 
rietà offerta in tale occasione, ed invita il Segretario a dar lettura delle 
risposte pervenute in proposito alla Presidenza. 

Il Segretario legge le predette risposte, vibranti ciascuna del piìi 
fiero patriottismo, ed esprimenti l'indomita volontà di resistere anche 
alle più dure prove sino alla totale sconfitta del barbaro, che calpesta il 
sacro suolo dell'antica repubblica di S. Marco. 

L'Assemblea delibera unanime che tali lettere sieno pubblicate nel 
Bollettino Sociale (Vedi Allegato A, pag. 14). 

Il Socio Venturi presenta con parole d' encomio l' opera del Socio 
Carbonelli : Comenli sopra alcune miniature e pitture italiane a soggetto 
medico, facendo però qualche riserva circa le conclusioni, cui giunse l'Au- 
tore nel suo studio : presenta altresì, esponendone il contenuto, il recente 
lavoro dell'on. prof. Antonio Fradeletto: La storia di Venezia e l'ora 
presente d' Italia, Torino, 1916. 

Il Socio Barbavara illustra alcune pubblicazioni relative ai danni 
apportati dalla guerra ai monumenti artistici del Belgio, offerte dall'Isti- 
tuto Italo Britannico di Milano. 

Il Socio Bistolfi legge la commemorazione del Socio corrispondente 
Giovanni Cena ; essa è pubblicata nel Bollettino Sociale (anno II, pag. 33). 

Il Socio Mattirolo presenta una sua nota inserta nella Rimsta 
Archeologica della Provincia ed antica Diocesi di Como, e svolge, a com- 
plemento di essa, alcune considerazioni sulla natura della colorazione 
rosea della calce dei muri vetusti e sui vegetali inferiori, che danneg- 
giano i monumenti e le opere d'arte; il Socio Gabotto legge una comu- 
nicazione intorno ad un'epigrafe di Berevulfo, della prima metà del secolo 
VII, rinvenuta nell'area della rovinata chiesa di S. Ilario in Stafferà presso 
Voghera; il Socio Barocelli offre speciali notizie intorno alla raccolta 
Amerano conservata nel R, Museo di Antichità di Torino; queste comu- 
nicazioni sono inserte nel Bollettino Sociale (anno II, pag. 36). 

Il Socio Mattirolo presenta ed illustra il seguente ordine del giorno, 
accolto dall'unanime consenso dei Colleghi : 

« La Società di Archeologia e Belle Arti di Torino, nell'adunanza del 
14 aprile, presa visione del progetto di un Parco Nazionale da istituirsi 
in quella parte dell' altopiano centrale dell* Appennino Abruzzese, già 



costituente la riserva di caccia di S. M. il Re d' Italia; persuasa della 
importanza e della utilità di conservare il ricordo delle antiche foreste 
italiche, proteggendo uno fra i più notevoli monumenti naturali, rimasto 
intatto ad attestare gli splendori del paesaggio, della flora e della fauna 
nostra; convinta che la conservazione del patrimonio nazionale di bellezza, 
di arte e di scienza è opera di illuminata civiltà e ben inteso patriot- 
tismo, delibera di associarsi alla iniziativa della Federazione italiana 
delle Associazioni « Pro Montibus » , facendo voti perchè il Governo, acco- 
gliendo le proposte della Federazione e dei Comuni interessati, traduca 
in atto tale nobilissimo progetto a lustro e decoro del nome italiano » . 

Il Socio Chevalley propoue che la Società procuri di ottenere che 
venga posto un limite alla distruzione sistematica di alberi e di foreste, 
che viene effettuata in questi ultimi tempi in tutta Italia, ed in ispecie 
nel Piemonte, con grave danno del patrimonio artistico della nostra 
regione e con rovina della bellezza del paesaggio, mentre non risultano 
fondate le ragioni d'indole militare colle quali si vorrebbe giustificare 
l'inconsulto disboscamento. 

Il Presidente, dopo di aver rilevato l'opportunità della proposta del 
Socio Chevalley, la sottopone al giudizio dei Soci. 

Dopo ampia discussione, alla quale prendono parte i Soci Curlo, 
Gabotto, Barisone, Bertea, Giacosa, Rondolino, Barbavara, Tournon, 
viene approvato il seguente ordine del giorno redatto dai Soci Chevalley 
e Giacosa: 

i La Società di Archeologia e Belle Arti preoccupata delle distruzioni 
sistematiche di boschi, foreste e singoli alberi, che sono di notevole 
importanza storica, artistica ed economica, le quali si giustificano colla 
urgenza delle necessità militari, persuasa che si possa porre a disposi- 
zione dell' esercito quanto legname è necessario senza ledere interessi 
che sono sacri al cuore d'ogni italiano, fa voti che Tx^utorità militare 
voglia dare le opportune istruzioni perchè le requisizioni di legnami in 
piedi procedano con ogni cautela ed in ogni caso d'accordo cogli uflBci 
regionali dei monumenti, ed incarica la Presidenza di far valere le ragioni 
dell'arte e della storia in modo che siano rispettate » . 

Il Socio Chevalley invita la Presidenza a volersi occupare del pericolo 
che sovrasta agli ultimi avanzi delle antiche mura della città di Pisa, i_ 
quali stanno per essere abbattuti. 

Il Presidente osserva che la questione parrebbe esorbitare dalla" 
competenza regionale della Società, tuttavia assumerà informazioni al 
riguardo. 



-5- 

Seduta scientifica del 22 dicembre 1918. 

Presiede S. Ecc. l'onorevole Bosblli, Presidente della Società. 

11 Presidente inizia la seduta ricordando con parole di commosso 
rimpianto i colleghi deceduti nello scorso anno Arturo Ceriana, che diede 
squisitamente all'arte studio, amore ed opera; Mario Mori degli Alberti, 
che ebbe geniale culto per 1' arte, penna chiara e solerte per la storia, 
che alle memorie del Risorgimento dedicò ricerche e pagine, le quali 
meritano di essere segnalate, e dagli archivi della famiglia Lamarmora 
produsse in luce fatti e documenti che onorano uomini insigni, come 
Alberto ed Alfonso Lamarmora; Alberto Olivieri, mente alacre, colta, 
che scrutando antichi documenti ne traeva ricordi notevoli per la storia 
araldica, nella quale è tanta parte della storia militare, politica e civile 
del Piemonte. Per ultimo il Presidente rammenta la recente perdita del 
Socio Ferdinando Gabotto, del quale così sintetizza la nobile figura di 
erudito e di scienziato : « Assiduo discopritore, interprete, ordinatore di 
antichi documenti, con incredibile foga il Gabotto pubblicò una serie di 
densi e numerosi volumi, volumi ricchi di notizie, di confronti e di com- 
menti. In alcuna delle sue monografie intorno all'umanesimo in Piemonte, 
quale Giasone del Maino, il Gabotto riuscì scrittore attraente; le sue 
opere emergono per il fitto ordito della narrazione, copiosa di notizie e 
di osservazioni peregrine. La storia della Casa di Savoia egli percorse in 
più secoli e in più rami; quella d'Italia perseguì rintracciandola nella 
età più oscura e criticamente contrastata. Ferdinando Gabotto fu in tutto 
uno spirito agitatore, animo bollente, fu lavoratore sfrenato e non sola- 
mente egli lavorò, ma incitò a lavorare e formò intorno a sé una scuola 
studiosa, operosa, informata all'esempio del maestro e ad esso con afi«tto 
legata. Negli scritti del Gabotto non manca il fiore delle buone lettere 
e si incontrano tratti eloquenti. Nella critica storica fu pronto e vivace 
combattente; ma al disopra dei critici dissensi, egli lascia monumenti 
storici che ne conserveranno il nome e la fama. Il Gabotto investigò 
eziandio la storia artistica del Piemonte e non cessò di illustrarla. Ond'è 
che la memoria di Lui per più capi ci appartiene e per più motivi rimarrà 
viva fra noi ». 

Il Presidente dà quindi notizia del lavoro scientifico compiuto dalla 
Società negli ultimi mesi, ricordando in ispecie la pubblicazione di un 
fascicolo degli atti sociali, contenente scritti di molta importanza dovuti 
ai Soci Baudi di Vesme, Nigra, Barocelli, Assandria, Gabiani, ed espo- 
nendo l'azione svolta a tutelU del patrimonio forestale del nostro Pie- 



— 6 — 

monte, al quale proposito rileva con plauso l'opera energica ed efficace 
esercitata per la conservazione dei boschi circostanti il Santuario d'Oropa 
dal Collega Bertea., R. Sovrintendente ai Monumenti ; propone per ultimo 
di inviare a S. M. il Re il seguente telegramma: , 

i La Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti , riunita in 
^< solenne assemblea, invia a S. M. il Re Vittorio Emanuele III, suo Pre- 
« sidente onorario, l'espressione dei suoi sentimenti di devoto omaggio 
e e di alta ammirazione, plaudendo alla vittoria che dà alla Patria Ita- 
« liana l'unità auspicata da secoli ». 

La proposta del Presidente è approvata per acclamazione. 

Il Socio Chevalley commemora il Socio Arturo Ceriana; il Socio 
Rati Opizzoni rievoca la memoria dei Corrispondenti Francois Ducloz e 
I. F. GouTmER; tali commemorazioni sono pubblicate nel Bollettino Sociale 
(anno II, pag. 5). 

Il Socio BuRAGGi presenta i tre volumi degli Statuti Canavesani, opera 
postuma del Socio Giuseppe Frola, il quale, con tale poderosa pubbli- 
cazione, altamente importante per la storia del diritto medioevale, eresse 
un degno monumento al suo Comune ed a se stesso. 

Il Socio Mattirolo, dopo aver ricordato il recente trionfo delle armi 
italiane, espone la seguente proposta: 

€ Un sacro dovere incombe alla gente Italica oggi riunita in una 
famiglia indissolubile, quello di celebrare l'eroismo dei soldati di terra, 
di mare e dell'aria con un monumento che eterni la meravigliosa vittoria 
nostra, che segni l'inizio della nuova era storica, che la loro virtìi aperse 
nel mondo. 

Il problema da risolvere per attuare la nobilissima impresa ci si 
presenta irto di difficoltà che appaiono quasi insormontabili, non tanto 
per la deficienza di mezzi tecnici di esecuzione, quanto per la estrema 
difficoltà di esprimere con una opera architettonica unica, il concetto 
altissimo che deve informarla. Questo concetto deve essere facilmente 
compreso , appagare 1' anima popolare, e sopratutto rilevarsi degno della 
mentalità latina e della Roma eterna alla quale il monumento sarà 
affidato. 

Identico problema in condizioni analoghe si affacciava al Senato di 
Roma quando, circa il 29° anno avanti l'era di Cristo, esso intese cele- 
brare la pace Augustae che segnò il culmine della potenza romana. 

Allora il problema fu risolto; e 16 anni dopo sorse in Roma un 
monumento così eletto, così significante e grandioso, da essere giudicato 
opera divina, attalchè dopo la sua scomparsa il mondo ancora lo ricorda 
come la estrinsecazione più nobile, come la manifestazione più fulgida e 
imponente del concetto che l'altissimo Consesso intendeva esprimere e 



— 7 — 

tramandare ai posteri. E così VAra Pacis Auguslae fu la corona degna 
della fortuna e della potenza romana. 

Oggi, per la virtìi del popolo nostro, ci ritroviamo in condizioni ana- 
loghe, e l'Italia, come scultoriamente si espresse l'on. Salandra, * è restau- 
rala nei confini di Augusto — Augusta essa stessa, ma non imperiate ». 

Orbene, perchè non si potrebbe finalmente, a celebrare la vittoria e 
la nuova missione dell'Italia redenta, rivolgere il pensiero a far risorgere 
con gli stessi marmi lo stesso monumento, che per tanti secoli mate- 
rializzò le aspirazioni, suggellò la potenza del popolo romano, irradiò nel 
mondo il concetto della pace e della fratellanza dei popoli? 

Non sarebbe egli un sogno divinamente radioso quello di rivedere 
l'opera portentosa del genio italico risorta sul Campidoglio in tutto il 
suo fatidico splendore, e precisamente là dove il bieco barbaro, avido di 
dominio, di sangue e di rapina, aveva, troppo precocemente, eretto il 
trono del vagheggiato e tramontato impero della forza brutale! 

E vi ha di più. Il destino, quasi si direbbe conscio dell'avvenire 
luminoso d'Italia, volle conservarle la maggior parte dei marmi dell'idra 
Pacis Augustae, affinchè menti e mani italiane, che già hanno saputo 
risuscitare i resti di tanto monumento, ricavarne la nozione precisa del 
piano ordinatore, possano oggi, compiuti i destini d'Italia, accingersi alla 
sua ricostruzione. Essa svelerebbe così il valore della scien2a archeolo- 
gica nostra, smaniosa di afi'ermarsi riconsegnando al mondo i tesori piiì 
eletti di quell'arte, che fu e sarà sempre retaggio e religione di gentil 
sangue latino. 

L'impresa che io vagheggio, per unanime consenso di tecnici, non 
presenterebbe né difficoltà, né spese eccessive, perocché i mezzi moderni 
ci affidano che una perfetta coordinazione si potrebbe ottenere fra i pezzi 
originali esistenti e quelli pochi, che pur saremo obbligati a ricostruire 
per completare il monumento. 

Tutte le circostanze, come per volere del fato, consigliano l'impresa. 
La pianta del mirabile edifizio, per le ricerche sagaci del Pasqui, si è 
rivelata a noi, e con essa note pure ci sono le forme e le particolarità 
delle varie strutture; e per di piìi la sognata area capitolina (da sosti- 
tuire a quella originale del Campo Marzio) sarà anche essa presto libera 
dalla servitù barbarica; e archeologi e tecnici degnissimi di condurre a 
buon fine la vagheggiata impresa non fanno difetto all'Italia. I princi- 
pali motivi scultorii e ornamentali si conservano religiosamente nei Musei. 
Di essi otto, sopra 1 sedici esistenti, sono nei Musei del Regno, a Roma 
ed a Firenze; altri sei si trovano pure a Roma: cinque appartengono a 
Villa Medici e per essa alla nazione francese; uno è ornamento al Museo 
Vaticano; uno è a Parigi, al Louvre; uno solo è a Vienna, donde sapremo 



-8 — 

farlo ritornare; mentre ci sorregge la fiducia che la sorella d'oltre Alpe 
e il Vaticano si riterranno orgogliosi di concorrere alla ricostruzione di 
un monumento che celebrerà la grande pace del mondo. 

È noto infine che molti altri frammenti importanti attendono, sotto 
le fondamenta del palazzo Fiano al Corso, la risurrezione gloriosa per 
l'onore d'Italia. 

Dio voglia che, confortata e patrocinata dal voto solenne della Società 
Archeologica della città che si onora del titolo di « Culla del Risorgimento 
italico », la mia proposta di ricostruire l'antico monumento e farlo segna- 
colo della fortuna d'Italia possa èssere presa in considerazione ed attuata 
dal Governo. 

Così avverrà che la risorta Ara Pacis Augustae affermerà al mondo, 
nella piìi classica delle forme architettoniche, gli ideali dell'Italia risorta 
per virtìi di un popolo, che intende sempre associare le manifestazioni 
di esultanza al culto delle memorie sacre alla Patria ed alla religione 
dell'arte ». 

Il PREsmENTE pone in discussione la proposta del Socio Mattirolo. 
Parecchi Soci prendono la parola per rilevare l'opportunità della proposta 
stessa e per formare l'augurio che essa abbia ad attuarsi; la proposta 
viene quindi approvata a voti unanimi. 

Il PREsmENTE esprime esso pure l'augurio che la proposta del Socio 
Mattirolo possa essere presa in considerazione ed attuata dal Governo. 
Viene quindi approvato, pure alla unanimità, il seguente ordine del 
giorno proposto ed illustrato dai Soci Curlo, Venturi e Patetta : • La 
Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, convinta che la vittoria 
delle armi italiane deve significare la restaurazione d'Italia non solo per 
ciò che riguarda i confini politici, ma anche per le memorie artistiche 
e storiche, fa voti che siano restituiti all'Italia tutti gli oggetti, che abbiano 
valore d'arte e di storia, arbitrariamente detenuti dai paesi nemici, sia 
perchè asportati durante l'attuale guerra, dalle tèrre liberate e redente, 
sia perchè asportati con la violenza dall' Italia intera anteriormente al 
1866, sia perchè esportati frodando la legge italiana dell'esportazione in 
qualunque tempo; fa voti infine che per mezzo di oggetti artistici, di 
valore equivalente, sieno indennizzati i danni recati dall'Austria ai mo- 
numenti italiani contro il diritto delle genti e contro ogni norma di 
civiltà » . 



— 9 — 

Seduta amministrativa del 22 dicembre 1918. 

Presiede S. Ecc. V onorevole Boselli, Presidente della Società. 

Il Presidente invita i Soci a voler procedere alla nomina di due 
revisori dei conti per l'esercizio 1918; sono rieletti i Soci Barisone e 

PULCIANO. 

Il Presidente comunica che il Consiglio Direttivo deliberò di costi- 
tuire una commissione di dieci membri la quale, in unione allo stesso 
Consiglio, proceda allo studio dei problemi archeologici ed artistici del 
Piemonte nel dopo-guerra e partecipa che vennero chiamati a farne parte 
i Soci Barba VARA, Barocelli, Bertea, Chevalley, Ducati, Mattirolo, 
NiGRA, Rovere, Rubino, Venturi. 



Seduta amministrativa del 10 marzo 1919. 

Presiede il Socio Prof. Comm Federico Patetta, V. Pres. della Società. 

Il Presidente comunica le recenti dolorose perdite del Socio effettivo 
Angelo Passarino e del corrispondente Giov. Batt. Amerano; riferisce 
quindi intorno alle pubblicazioni sociali in preparazione ed in corso di 
stampa. 

Il Socio AssANDRiA partecipa il rinvenimento, fattosi da pochi giorni, 
a Monteu da Po, sul sito dell'antica città di Industria, di una lapide 
romana che porta un'importante inscrizione, la quale sarà illustrata dal 
riferente in un prossimo fascicolo degli Atti. 

Il Socio Tesoriere Rocca espone ed illustra il conto consuntivo del 
1918, il quale, dopo la relazione dei Soci Barisone e Pulciano, revisori 
dei conti, è approvato all'unanimità. Si approva quindi il bilancio pre- 
ventivo per l'esercizio 1919. 

Si passa alla rinnovazione delle cariche sociali scadute col 1918. 
A Presidente viene rieletto il Socio S. Ecc. on. Paolo Boselli, a Con- 
servatore delle collezioni è confermato il Socio Baudi di Vesme. 

Per i sei posti vacanti di Socio effettivo sono nominati il Dott. Gino 
BoRGHEZio, il Dott. Prof. Riccardo Adalgisio Marini, il Cav. Alessandro 
Passerin d'Entrèves, il Dott. Prof. Cav. Giuseppe Prato, il Dott. Cav. 
Mario Zucchi. A Soci corrispondenti sono eletti il Dott. Guido Bustico 



— 10 — 



(Novara), Ton. Prof. Grand' Uff. Antonio Fradeletto (Venezia), l'Avv. 
Grand* Uff Carlo Olivieri (Novara), il Prof. Comm. Massimiliano Onqaro 
(Venezia), il Cav. Quintilio Perini (Rovereto), il Dott. Comm. Corrado 
Ricci (Roma), il Dott. Alessandro Viglio (Novara). 



Seduta scientìfica del 18 maggio 1919. 

Presiede S. Ecc. l'onorevole Boselli, Presidente della Società. 



Il Presidente partecipa come al telegramma di omaggio ch'egli, a 
nome della Società, inviò a S. M. il Re, nostro Presidente onorario, il 22 
scorso dicembre, il Sovrano abbia risposto col seguente telegramma: « Rin- 
grazio vivamente la Società di Archeologia e Belle Arti che per mezzo 
di Lei ha avuto così gentili e gradite espressioni a mio riguardo, ricambio 
di cuore il cortese saluto, e mi compiaccio molto dei sentimenti patriottici 
dei quali Ella si è resa interprete ». 

Il Presidente dà quindi notizia di un dono, pervenuto testò alla 
Società, dalla famiglia di Davide Calandra, nostro compianto Presidente. 
Il Calandra, che eseguì lo splendido bassorilievo rappresentante i fasti 
della Monarchia, posto nella nuova aula del Parlamento italiano a Mon- 
tecitorio, modellò pure il busto di S. M. il Re che figura nell'aula stessa. 
Mentre lavorava attorno a queste sue opere egli era Presidente della nostra 
Società e, in occasione della nomina di S. M. a Presidente onorario, 
offerse alla Società stessa una riproduzione del busto del Re, promet- 
tendo di farne la consegna quando l'aula sarebbe stata inaugurata. Pur- 
troppo la morte non permise al Calandra di assistere allo scoprimento 
delle sue opere in Roma, né di compiere la promessa fatta alla Società. 
Di questa però aveva reso consapevoli la consorte Donna Luisa ed i figli 
Giorgio ed Elena, i quali, interpreti della volontà del marito e del padre, 
ci offrirono ora la riproduzione in gesso del busto di Sua Maestà. Del 
pregevole dono la Società nostra porge loro particolari azioni di grazie. 

Il Presidente ricorda che il 8 corrente, per deliberazione del Consi- 
glio Direttivo, la nostra Società procurò che anche in Torino fosse solen- 
nemente commemorato il quarto centenario della morte di Leonardo da 
Vinci. La cerimonia, svoltasi nell' Aula Magna della Regia Università, 
concessa con gentile pensiero dal Rettore prof. Vidari, riuscì degna del- 
l'avvenimento che volevasi solennizzare per l'intervento di Reali Principi, 
di autorità cittadine, di cultori di scienze e di arti, ma specialmente per 
l'elevata celebrazione del Grande, che ne fu fatta dal Socio Venturi, ora- 



— 11 - 

tore a ciò designato. La nostra Società esprime pertanto al Collega egregio 
i sensi della sua più viva gratitudine. 

Per ultimo il PREsmENTE, a nome dei Colleghi, dà il benvenuto ai 
nuovi Soci Gino Borghezio, Alessandro Luzio, Riccardo Adalgisio Marini, 
Giuseppe Prato. 

Il Socio Barbavara di Gravellona commemora il Socio Alberto 
Olivieri; la commemorazione è pubblicata nel Bollettino Sociale (Anno 
III, p. 11). 

• Il Socio Mattirolo, per invito del Presidente, comunica il carteggio 
che la Società ebbe con Autorità dello Stato, Accademie e Società scien- 
tifiche, a proposito della proposta di ricostruzione dell'Ara Pacis Augustae, 
votata nella seduta del 22 scorso dicembre. 

Il Socio Ducati plaude alla proposta e raccomanda che si faccia 
azione sollecita, affinchè lo Stato ricuperi quei marmi, appartenenti al 
monumento, che sono custoditi nei musei del Vaticano e dell'Estero. 

11 Presidente, compiacendosi del consenso quasi unanime col quale 
fu accolta la nostra proposta, crede opportuno pubblicare nel Bollettino 
Sociale il carteggio di cui testé fu data lettura, intensificando ad un 
tempo l'opera diretta ad ottenere che la progettata ricostruzione abbia 
realmente ad effettuarsi (Vedi Allegato fì, pag. 18). 

Il Presidente dà conto dei lavori compiuti fino ad oggi dalla com 
missione per lo studio dei problemi archeologici ed artistici del Piemonte 
nel dopo guerra, ed invita i Commissari a voler riferire intorno alle 
questioni speciali affidate al loro studio. 

I Soci Chevalley, Curlo, Mattirolo, Rocca, Nigra danno lettura delle 
rispettive relazioni, i Soci Barocelli, Bertea, Barbavara, De-Magistris rife- 
riscono verbalmente, riserbandosi di presentare relazione scritta (Vedi 
Allegato C, pag. 29). 

Dopo ampia discussione intorno alle conclusioni cui giunsero i Com- 
missari nelle singole loro relazioni, si delibera di pubblicare nel Bollet- 
tino Sociale le relazioni predette, e di svolgere opera solerte affinchè sieno 
accolti i voti formulati in esse; però, ben comprendendo le difficoltà che 
si opporranno a che sieno prese in considerazione tutte le varie proposte, 
pur riconoscendo l'importanza di ciascuna di esse, si invita la Presidenza 
ad occuparsi essenzialmente delle seguenti: 

1 - Restauro della Sagra di S. Michele. 

2 - Restauri alla Villa della Regina, e formazióne in essa di un Museo 

di ambienti del secolo XVIII. 

3 - Sistemazione del Monte dei Cappuccini. 

4 - Restauro dei codici della biblioteca Nazionale. 

5 - Sistemazione degli Archivi di Stato, riuniti in un solo edificio. 



-12- 

6 - Sistemazione del Palazzo Carignano, e trasporto in esso del Museo 
del Risorgimento. 
Il Presidente ringrazia i membri della Commissione per l'opera prò- 
ficua e solerte compiuta in adempimento del loro mandato, ed assicura 
i Colleghi che la Direzione si occuperà colla massima sollecitudine presso 
i poteri dello Stato e le competenti Autorità locali per ottenere che nel 
più brève tempo possibile si dia principio ai lavori più urgenti indicati 
nell'odierna seduta. 



Seduta amministrativa del 28 dicembre 1919. 

Presiede S. Ecc. l'onorevole Boselli, Presidente della Società. 

Il PREsmENTE ricorda con sentimento di vivo dolore la recente per- 
dita del Socio effettivo Leopoldo Usseglio e dei corrispondenti Gaetano 
Poggi e Teresio Rivoira; riferisce intorno alle pubblicazioni compiute nel 
1919, che si distribuiranno prossimamente ai Soci; annuncia che per 
cura della Società sarà commemorato ai primi del prossimo aprile il IV 
centenario della morte di Raffaello Sanzio, con una conferenza tenuta 
dal Socio Venturi; dà notizia del grande incremento avuto in questi 
ultimi mesi dalla biblioteca sociale, la quale si arricchì di opere notevoH 
e di un numero rilevante di riviste ed atti di Accademie d'Italia e del- 
l'estero, a cura dei Soci Barocelli e Borghezio di ciò incaricati, pei 
quali il Presidente propone un voto di plauso, che l'Assemblea delibera 
unanime. 

Il Socio Chevalley svolge ed illustra alcune sue importanti proposte 
intese a tutelare il patrimonio artistico del Piemonte. Dopo lunga discus- 
sione, cui partecipano i Soci Barisone, Curlo, De Magistris, Depanis, 
GiACosA, si approvano i seguenti due ordini del giorno, proposti dal Socio 
Chevalley: 

I. « La Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, ricordando 
che fra i palazzi reali ceduti da S. M. il Re allo Stato è pur compresa 
la t Palazzina di caccia di Stupinigi », prototipo delle ville piemontesi 
del XVIII secolo, monumento interessantissimo per la storia e per l'arte ; 
ricordando i danni che si sono recati con la sua non appropriata desti- 
nazione al Castello della Venaria Reale e l'abbandono in cui è lasciata 
quella costruzione monumentale, destinata a sicura rovina; fa voti che 
simile sorte non tocchi alla Palazzina di caccia di Stupinigi ed all' an- 
nesso giardino; propone che sia destinata « a Museo dell'abitazione del 
XVIII secolo in Piemonte », lasciandovi i mobili, le stoffe, le pitture, 



— 13 — 

le suppellettili di carattere artistico che attualmente l'adornano, e desti- 
nandovi altri oggetti di proprietà dello Stato, o provenienti da altri 
edifici ceduti dalla Corona (Moncalieri), o doni di Enti o di privati adatti 
a completare il Museo, affidando la consegna, sia del Castello che del 
giardino, all'Ufficio di conservazione dei monumenti, e destinandovi un 
congruo stanziamento di fondi in bilancio ». 

II. « La Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, avuto notizia 
che il Ministero della guerra ha destinato al Museo di Artiglieria di Torino 
buona copia di bocche da fuoco, testimoni della vittoria gloriosa delle 
armi italiane, mentre plaude a tale destinazione, fa voti : a) che questo 
Museo, la cui importanza, già notevole, viene ora accresciuta, sia tolto 
dall' attuale sua sede, che è opportuna se si considera storicamente ed 
esteticamente, ma che riesce disadatta per la disposizione, oscurità e 
ristrettezza dei locali del Mastio della Cittadella di Torino; b) che il Mu- 
nicipio di Torino destini allo scopo altra sede più appropriata; ritiene 
adatta come tale sotto tutti gli aspetti la Chiesa, il vicino chiostro, e 
parte dell'isolato formato dall'ex convento di S. Croce (già Ospedale Mih- 
tare) in via Accademia Albertina». 

Il Socio Tesoriere Rocca riferisce sulla situazione finanziaria, che 
si presenta poco florida, in ispecie per il grande aumento dei prezzi di 
stampa; il Socio Segretario espone i diversi mezzi cui potè vasi ricorrere 
per migliorare le condizioni del bilancio ; quindi l'Assemblea, dopo lungo 
dibattito, cui prendono parte i Soci Assandria, Barisone, Ciievalley, 
Depanis, Giacosa, Patetta, ed altri, delibera, a voti unanimi, le seguenti 
modificazioni al Regolamento Sociale: 

Art. 1 (Cap. II): «La quota sociale, di cui all'art. 10 dello Statuto, 
è fissata in L. 40 annue... ». 

Art. 3 (Gap. Ili: €...11 Consiglio Direttivo potrà però, in qualsiasi 
epoca dell' anno, fare proposte di nomine di Soci benemeriti, da sotto- 
mettersi all'approvazione dell'assemblea. Potranno essere nominati Soci 
benemerili quelle persone o Corpi morali, che abbiano promosso in modo 
singolare l'incremento della Società o fatta un'offerta non inferiore alle 
L. 1000, ed anche le persone e gli enti che se ne siano resi degni con 
atti di singolare munificenza, consoni ai fini della Società e compiuti 
d'intesa con essa, ad esempio facendo eseguire a proprie spese scavi, 
restauri di edifici, facendo doni di costruzioni antiche ed artistiche o di 
opere d'arte allo Stato ». 

Per ultimo si passa alla nomina dei revisori dei coirti per l'esercizio 
1919; sono confermati i Soci Barisone e Pulciano. 

Il Socio Segretario 
Carlo Pio de-Magistris. 



— 14 — 

Allegato A.. 

Lettere pervenute da Autorità e Istituti scientifici del Veneto 

in risposta all'ordine del giorno votato nell'adunanza del 3 febbraio 1918. 




S. Em. il Cardinale Pietro La - Fontaine, Patriarca di Tenezia: 

L'interesse che cotesta illustre Società Piemontese di Archeologia e Belle 
Arti piglia della incolumità dell'inerme popolazione nostra e dei nostri 
monumenti, veri tesori di arte, alcuni dei quali ebbero purtroppo a soffrire 
iattura durante la spietata incursione aerea nella notte del 26 febbraio, 
mi commuove profondamente e mi è cagione di conforto. Faccia Dio che 
le rimostranze e le proteste, specialmente dei competenti, valgano a 
risparmiarci nuove vittime e ad impedire ulteriori danni, o meglio a far 
proscrivere certi sistemi, che, mentre non giovano a raggiungere lo scopo, 
che gli avversari si prefiggono, sono riprovati e condannati dalla civiltà 
cristiana e delle leggi dell'umanità. - Venezia, 2 marzo 1918. 

L'onorevole Conte Senatore Filippo Grimani, Sindaco di Venezia: 

Voglia la S. V. IH. ma rendersi interprete presso codesta insigne Società 
dei sensi di vivissima riconoscenza per la nobile partecipazione al dolore 
di Venezia per gli attentati compiuti dal netnico contro inermi cittadini 
e contro il suo glorioso patrimonio artistico. La virile protesta che viene 
da Torino, culla di libertà e di patriottismo, rinvigorisce i nostri cuori 
e li rende piìi saldi a sopportare qualsiasi cimento per il raggiungimento 
della immancabile vittoria. - Venezia, 5 marzo 1918. 

L'onor. Prof. Gr. Uff. Antonio Fradeletto, Deputato di Venezia: 

Ho ricevuto e letto con animo profondamente commosso le parole con 
cui Ella, a nome e per incarico di codesta Società Piem,onlese di Archeo- 
logia e Belle Arti, mi esprime fiera indignazione per il barbaro accani- 
mento del nemico contro la nostra città. Io porgo la fervida espressione 
della mia gratitudine a codesto Sodalizio, e in particolare al suo illustre 
Presidente on. Boselli e agli autorevoli soci Prof. De Magistris e Comm. 
Giacosa, che presentarono la nobile proposta. Il mio cuore trepida per 
le creature inermi e per i monumenti insigni. Ma due cose mi consolano: 
la fortezza d'animo dei miei concittadini e la solidarietà di tutti gli ita- 



— 15 — 

liani. Prego codesta Società di voler aggradire l'omaggio di un volumetto, 
dove ho procurato di illustrare la missione storica di Venezia, rianno- 
dando le dure prove dell'oggi alle sofferenze e alle glorie del passato (1). 
- Venezia, 5 marzo 1918. 

La Presidenza della Regia Deputazione Veneta di Storia Patria: 

Ringraziamo a nome di questa R. Deputazione della cortese comunica- 
zione del voto di protesta emesso da cotesta on. Società contro gli atti 
barbarici e inumani compiuti ultimamente contro le città venete indifese 
e contro il loro patrimonio artistico. - Venezia, 5 marzo 1918. 

Il Sindaco di Mestre: La comunicazione che piacque a codesta spet- 
tabile Società farmi è riuscita molto gradita a questa Rappresentanza, 
perchè essa è venuta a confermare i sentimenti di affettuosa fratellanza 
che uniscono tutti gli italiani non solo, ma tutto intero il mondo civile, 
contro gli atti inumani che a danno delle terre venete vengono compiuti 
dai barbari nostri nemici, senza raggiungere lo scopo che essi si ripro- 
pongono e cioè quello di allentare la nostra resistenza. Questa anzi si 
tempera e rinsalda nell' odio che sempre maggiore sentono queste popo- 
lazioni verso gli austro -germanici, nel sapersi confortate dall'affetto 
specialmente dei fratelli d'ogni parte d'Italia e nella sicura fede dell'im- 
mancabile vittoria delle nostre armi. - Mestre, 8 marzo 1918. 

11 Prof. Comm. Massimiliano Ongaro, R. Sovrintendente ai Monu- 
menti del Veneto : Onoratissimo e commosso per la partecipazione fattami 
della nobile protesta contro la barbane nemica non posso a meno di 
ringraziare sentitamente. Miracolosamente e non certo per volontà degli 
aviatori austro germanici i maggiori e pili importanti monumenti furono 
finora salvi. Infatti a Padova, a Treviso, a Venezia le bombe caddero a 
pochi metri e talvolta quasi sfiorarono monumenti unici al mondo, vere 
pietre angolari dell'arte. Tre bombe caddero a meno di cinque metri dalla 
Chiesetta di S. Maria dell'Arena di Padova tutta frescata da Giotto, ed 
altre bombe distrussero parte del chiostro attiguo alla vicina Chiesa degli 
Eremitani, che racchiude gli affreschi del Mantegna e de! Guariento, ed 
altra ancora demolì un fabbricato nuovo a meno di venti metri da essa. 
La bomba, che certamente era diretta sulla Basilica di S. Antonio, è caduta 
circa sei metri dalla Scuola del Santo decorata degli affreschi di Tiziano. 



(i) La storia di Venezia e Vora presente d' Italia, Torino, 1916. 



— 16 — 

L'originalissima Loggia dei Cavalieri di Treviso per poco non fu atterrata, 
e benché caddero bombe sul Seminario e tutt' intorno a San Nicolò, né 
questa Chiesa né gli affreschi di Tommaso da Modena ebbero danni. Da 
molti ottimisti si sostenne che i bersagli delle bombe, massime a Venezia, 
fossero gli edifici d'importanza militare e che sia stata fatalità se vennero 
invece colpiti altri fabbricati. Ciò si potrebbe forse asserire se vi fosse 
stata una sola incursione, ancorché bombe fossero esplose vicino a qualche 
monumento, ma quando replicatamente in varie escursioni le bombe 
vennero a cadere tutt'intorno ad un monumento non é possibile, in buona 
fede, sostenere che il monumento stesso non sia stato il bersaglio pre- 
stabilito. Nelle immediate vicinanze di piazza S. Marco sono cadute nelle 
varie incursioni non meno di venti bombe, ed inoltre ne cadde una incen- 
diaria davanti a S. Marco ed un' altra in piazzetta, e tre caddero sul 
palazzo Reale e giardino annesso. Se molte si profondarono o scoppiarono, 
a pochi metri dalla riva, in acqua (15 durante l'ultima incursione) ciò 
non toglie fosse meno chiaro il punto che si voleva colpire: il palazzo 
Ducale. Le tre bombe aUineate, delle quaU una sola colse S. Giovanni e 
Paolo, la bomba caduta sull'Ospedale Civile e quella sull'Ospedaletto dei 
Vecchi non potevano essere dirette che a quel gruppo di monumenti, 
presi di mira anche il 26 febbraio (due bombe esplosero sul tetto di San 
Giovanni e Paolo). Nell'ultima incursione, senza andar ora ad indicare 
particolarmente i danni riportati dalle Chiese di S. Simeone, S. Giovanni 
Grisostomo, Frari, S. Toma e S. Andrea, mi limito a dire che i danni 
furono relativamente lievi. Io voglio sperare non sarà discaro a codesta 
Spettabile Società aver questi dati, i quali confortano pienamente la 
solenùe protesta fatta in nome della civiltà e dell'arte contro i nuovi 
barbari calati in Italia a rinverdire dopo tanti secoli la memoria esecrata 
di Attila. - Venezia, 8 marzo 1918. 



II Doti. Comm. Corrado Ricci, Direttore Generale per le Antichità 
e le Belle Arti: Santa é la protesta di codesta Società contro la strage 
di persone inermi e di monumenti insigni che i nemici vanno compiendo 
nelle più cospicue città venete. E poiché la voce della giustizia e della 
civiltà non sembra toccare quelle anime barbare, così bisogna fare ogni 
sforzo per fiaccarle. - Roma, 9 marzo 1918. 

Il Commissario Prefettizio di Treviso: A nome di Treviso, che ho 
l'onore di rappresentare, ringrazio codesta onorevole Società per la fiera 
protesta pei bombardamenti subiti da città aperte e indifese, da popola- 
zioni inermi, per opera di popoli che si protessano amici della civiltà e 



— 17 — 

della cultura, mentre hanno adottato sistemi contrari ad ogni principio 
di umanità, distruttori di opere d'arte, di documenti della storia. Di 
quest'opera distruttice Treviso, fra le sue rovine, conta purtroppo, segni 
indelebili. - Treviso, ii marzo i918. 

V On. E. Morpnrgo, Deputato di Cividale nel Friuli : È in quella 
gente la negazione di ogni poesia, o, nella cecità della follia che li tiene, 
ignorano di quali indicibili bellezze siano bassa insidia. Qui li trascine- 
remo : che s'inginocchino, che apprendano il nostro culto sacro per il 
quale i tesori dell' arte nostra saranno vivo, perenne orgoglio, di gene- 
razione in generazione, di padri, di figli, di nipoti, nella vicenda eterna 
degli anni e dei secoli. - Roma, 11 marzo 1918. 

Il Sindaco di Padova: Padova, che risponde alla ferocia nemica 
mantenendo integra quella operosità fattiva che il nemico tenta invano 
disperdere, è grata a codesta Presidenza del suo saluto e si compiace 
della sua solenne e fiera protesta. - Padova, 21 marzo 1918. 



Il Sindaco di Verona : Porgo i piìi sentiti ringraziamenti per avermi 
comunicata la protesta elevata dalla Società Piemontese di Archeologia 
e Belle Arti contro i bombardamenti sistematicamente compiuti dal ne- 
mico non solo contro le popolazioni inermi, ma contro le opere d'arte 
e monumenti delle città del Veneto. Quantunque i danni apportati ai 
monumenti di Verona siano stati finora insignificanti, questa Ammini- 
strazione comunale, in vista di probabili nuovi attacchi aerei, accoglie 
la protesta formulata da codesta On. Società come augurio che, in tal 
caso, abbiano a rimanerne incolumi non solo i cittadini, ma anche gli 
insigni monumenti di cui Verona è doviziosa e che nella purezza della 
concezione artistica, attestano del genio italiano e della civiltà latina. 
- Verona, 21 marzo 1918. 

Il Dott. Comm. Domenico Fadiga, Segretario della R. Accademia ed 
Istituto di Belle Arti in Venezia: Credo mio assoluto dovere ringraziare, 
anche a nome del suo Presidente e dell'intiero collegio, codesta illustre 
Società, che ha voluto nella sua prima adunanza protestare energicamente 
contro la barbarie di un nemico, pel quale nulla vi ha di sacro al mondo, 
né innocenza, uè debolezza, né infermità, e che colla stessa, non so se piìi 
malvagia o stupida indifferenza, mentre si diverte a far bersaglio dei 
suoi colpi quanto vi ha di più degno di riguardo nella umana esistenza, 



-is- 
si accanisce colla voluttà delle razze inferiori contro i tesori d'arte, che 
rendono una nazione più grande e più rispettata. Immensamente grati, 
ripeto, per questa prova di solidarietà cortese e benevola che la Società, 
da lor signori così efficacemente e nobilmente rappresentata, ha voluto 
dare alle vittime della barbarie nemica, assicuro più viva riconoscenza, 
e non solo a nome del Presidente e di tutti i membri di questo Collegio 
Accademico, ma anche a nome della travagliata città, che fra le ansie, i 
dolori e le privazioni che le sono imposti, più che in qualunque altra 
città d'Italia, dalle necessità della guerra, deve tremare, ogni volta che 
suona il segnale d'allarme, per i suoi monumenti, i quali sono patri- 
monio di tutta l'umanità civile, ma di cui perciò tanto maggiormente 
deve essere gelosa e trepidante, in considerazione del pericolo, quasi 
continuo, cui sono votati. - Venezia, 21 marzo 1918. 



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Allegato J3« 



Pareri dì Autorità e istituti scientifici dello Stato 
intorno alia proposta di ricostruzione dell'ARA PACiS AUGUST/E in Roma, 

approvata nell'adunanza del 22 dicembre 1918. 



Nell'adunanza scientifica del 22 dicembre 1918, il sottoscritto ebbe 
l'onore di presentare la proposta sopra indicata, la quale venne appro- 
vata a voti unanimi dall'assemblea, e il nostro illustre Presidente, Paolo 
BosELLi, il cui nome è simbolo di ogni più alta idealità patriottica, la 
trasmetteva al Capo del Governo, a parecchi insigni personaggi, alle 
Accademie ed alle Società archeologiche, artistiche e storiche italiane 
principali, affinchè ne prendessero conoscenza ed esprimessero il loro 
parere sulle opportunità della progettata ricostruzione. 

Nella Seduta scientifica del 18 maggio 1919 fu deliberato che le 
risposte, giunte alla Presidenza, siano integralmente fatte conoscere ai 
Soci, secondo l'ordine cronologico di arrivo, onde tutti abbiano così 
la opportunità di prenderne cognizione. 

Riproducendo questi pareri nel Bollettino della Società, il sottoscritto 
con animo grato adempie al dovere di rivolgere all' illustre Presidente 
nostro e agli egregi colleghi la espressione della riconoscenza per l'ac- 
coghenza fatta alla sua proposta. 

Torino. 5 aprile 1919. Oreste Mattirolo. 



— 19 — 

R. Deputazione sovra gli Studi 

DI Storia Patria. Torino, 30 dicembre 1918. 

S. E. il oav. BosBLLi Presidente di questa R. Deputazione, ha comu- 
nicato al Consiglio di Presidenza della Deputazione stessa, nella Seduta 
che essa tenne il 27 del corrente mese, la proposta relativa alla ricostru- 
zione dell'Ara Pacis in Roma, proposta che il eh. prof. Oreste Mattirolo 
aveva presentata a codesta Società il giorno 22 dello stesso mese. 

Nell'assenza da Torino di S. E. Boselli, mi pregio d'informare la S. V. 
IH. ma che il Consiglio di Presidenza di questa R. D. prese nozione col piìi 
vivo compiacimento della proposta summenzionata, e che si associa al 
voto espresso da cotesta Società per ottenere che tale proposta sia sol- 
lecitamente tradotta in atto a testimonianza del primato e dell'eterna 
vita della civiltà latina. 

// Segretario: Alessandro di Vesme. 



Il Presidente 
del Consiglio dei Ministri. Roma, 12 gennaio 1919. 

Caro BosELU, Dell'esprimerti il mio compiacimento per la patriottica 
iniziativa di codesta benemerita Società di Archeologia e Belle Arti, mi 
è gradito assicurarti che ho segnalata al Collega dell'Istruzione, per gli 
studi occorrenti, la proposta di ricostruzione dell'Ara Pacis Augustce, 
per celebrare con un monumento insigne e degno degli avvenimenti che 
viviamo, la vittoria delle nostre armi. 

Oblando. 



R. Istituto superiore di Belle Arti 

DI Roma. Roma, 14 gennaio 1919. 

La proposta presentata dal Socio prof Oreste Mattirolo ed accla- 
mata neir.\dunanza scientifica, tenuta da cotesta Società il 22 corr. e 
trasmessa a questa Presidenza, non può che trovare tutto il nostro con- 
senso sincero ed entusiastico. 

L'Ara Pacis Augustce bene, oggi, potrebbe nella sua radiosa bel- 
lezza celebrare la vittoria e la grande, alta, nuova missione dell' Italia 
nostra redenta: e sul Campidoglio, dove quasi per ironia un trono era 
stato eretto su basi fragili di una civiltà molto arretrata, è bello, è nobile 
che riappaia l'opera meravigliosa del genio Italico. 



— 20- 

Questa Presidenza, il Consiglio dei Professori, l'intero Istituto si asso- 
ciano alla vostra proposta e chiedono di poter concorrere alla attuazione 
di un disegno che deve essere il coronamento vero della eterna e fatale 
civiltà latina. 

E bene l'Italia risorta per la fede e per l'opera e per le virtù di popolo, 
disposerà con il sacro culto del passato la intima e non perciò meno 
meravigliosa religione per l'arte. 

Il Presidente: Ettore Ferrari. 



I 



R. Accademia Albertina 
IN Torino. 



Torino, i4 gennaio Ì919. 



Piando e mi associo, quale Presidente di questa Accademia, alla pro- 
posta dell' esimio prof. Oreste Mattirolo, intesa a ridonare al mondo 
YAra Pacis Augustce, ed ho la convinzione di interpretare colla mia 
approvazione il sentimento di quanti fra i miei Colleghi dell'Accademia 
sentono tutto il dovere di una degna consecrazione dell'eroismo italico, 
genialmente ideata col ritorno alla vita del monumento che segnò il 
fastigio alla potenza romana. 

// Presidente: Corrado Corradino. 



R. Accademia delle Scienze 
DI Torino. 



Torino, 14 gennaio 1919. 



Ho comunicato alla Classe di Scienze morali, storiche e filologiche 
di quest' Accademia, la lettera della S. V. 111. ma nonché il Memoriale 
relativo alla ricostruzione dell'Ara Pacis, e mi pregio trasmetterle copia 
del verbale contenente le deliberazioni prese al riguardo. 

// Presidente: A. Naccari. 



(Adunanza del 5 gennaio 1919) 

L'Accademico Segretario legge una lettera di S. E. Paolo Bosblli, 
quale Presidente della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, 
con la data del 28 dicembre u. s., con la quale egli trasmette all'Acca- 
demia, perchè sia da essa presa in benevola considerazione, la proposta, 
da quella Società approvata ad unanimità, di far voti al Governo perchè 
sia ricostruita sul Campidoglio YAra Pacis Augustce, e sia fatta « segna- 



-vi- 
colo della fortuna d' Italia ». E la Classe, dopo breve discussione, e in 
seguito alle osservazioni dei Socio Schiaparblli, di buon grado si associa 
al concetto fondamentale della proposta approvata dalla Società Piemon- 
tese di Archeologia e Belle Arti, con la riserva che, pur trovandosi il 
modo di riunire insieme tutti i pezzi esistenti, se è possibile, dell'Ara 
Pacis, sia esclusa qualsiasi aggiunta estranea e qualsiasi restauro, sì che 
la ricomposizione sia fatta col solo materiale esistente e nello stato in 
cui i frammenti ci sono pervenuti, e sia conservata quale reliquia di 
monumento della età augustea senza assegnarle altra come che sia nobile 
destinazione (1) ». 



R Deputazione Toscana 

DI Storia Patria. Firenze, 15 gennaio 1919 

La nobile proposta di codesta insigne Società di celebrare la nostra 
vittoria con la ricostruzione sul Campidoglio dell* Ara Pacis Augusice 
non può non trovare pienamente consenziente la nostra Deputazione di 
Storia Patria, la quale, come aderisce di buon grado, per mio mezzo, 
alla proposta medesima, così non mancherà dì caldeggiarla ed appog- 
giarla con tutte le sue forze, perchè sia tratta a compimento. 

p. il Presidente: A. Del Vecchio. 



Reale Accademia di Scienze, 

Lettere ed Arti Modena, 16 gennaio 1919. 

La proposta presentata dal prof. Oreste Mattirolo a codesta spett. 
Società e da essa acclamata, di far cioè risorgere in Roma, a perpetua 
memoria alla Vittoria ottenuta dalle Nazioni alleate contro gli Imperi 
centrali, VAra pacis Augustce, è proposta tanto geniale che non poterà 
non essere con pieno consenso approvata anche da questa R. Accademia. 

Come il Senato di Roma, prima della venuta di Cristo intese cele- 
brare la pace di Augusto colla erezione di un monumento degno del 
grande avvenimento, possa cosi l'Italia nel secolo XX colla ricostruzione 
dell'antico monumento perpetuare la memoria della grande vittoria testé 
riportata. 

Il Presidente: Francesco Nicoli. 



(i). Nella seduta successiva del 19 gennaio, fece altre osservazioni e riserve il Socio 
G. De Sanctis. 



I 

R. Istituto di Belle Arti 
DI Bologna. 



-22- 



Bologna. il gennaio 1919. 



Questo Collegio Accademico nella tornata di ieri 16 corr. accoglieva 
con voto di plauso la nobile proposta presentata dal chiarissimo prof. 
Mattirolo a codesta Società, intorno alla ricomposizione dell'/ira Pacis 
Augusice degno compendio aliasti della patria nostra. 

E nello stesso ordine di idee accoglieva la proposta dello scrivente, 
che sia caldamente sostenuto il piano della compiuta liberazione dei Fori- 
Imperiali, conseguenza legittima del concetto storico, civile e patriottico 
di codesta Società, il quale mi auguro che da essa sia di ricambio 
accettata. 

// Presidente: Edoardo Collamarini. 



Reale Accademia dei Lincei 
Classe di Scienze Morali, 
Storiche e Filologiche. 



Roma, i9 gennaio d919. 



Il Socio Lanciani presenta ed illustra una proposta fatta dal Socio 
prof. Oreste Mattirolo alla Società Piemontese di Archeologia e Belle 
Arti, perchè sia fatto risorgere in Roma, V Ara Pacis Augustoe, aflSnchò 
rimanga come monumento destinato a ricordare la nostra fulgida vittoria 
e il meraviglioso trionfo della civiltà latina. 

Dopo varie osservazioni e delucidazioni, viene approvato all'unani- 
mità il seguente ordine del giorno, al quale si associano anche il Vice- 
Presidente Ròiti e gli accademici presenti della Classe di scienze fisiche, 
matematiche e naturali a nome della Classe stessa: 

€ La R. Accademia dei Lincei, si associa al voto già espresso dalla 
» Società di Archeologia e di Belle Arti di Torino, perchè, in occasione 
€ della pace restituita all'Italia e al mondo, sia interamente scavata e 
« ricomposta VAra Pacis Augustce ». 



Reale Istituto Lombardo 
DI Scienze e Lettere. 



Milano, 20 gennaio Ì9i9. 



Il R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere nella sua Adunanza del 
16 corr. ha avuto comunicazione della proposta di codesta Società di 
Archeologia e Belle Arti circa la convenienza di far risorgere in Roma 
per celebrare la meravigliosa vittoria nostra e insieme segnare l'inizio 
della nuova era storica, il monumento che già per tanti secoli suggellò 



-23 - 

la potenza del popolo romano e irradiò nel mondo il concetto della pace 
e della fratellanza dei popoli, VAra Pacis Augustce; ha fatto plauso alla 
magnifica iniziativa ed ha espresso il voto, che, tolta di mezzo ogni diffi- 
coltà, essa possa avere piena attuazione, ed attestare, pure in questa 
forma, il grandioso trionfo dell'eterna civiltà latina. 

Il Presidente: Senatore G. Celoru. 



Società Archeologica Comense 

Museo Civico. Como, 21 gennaio 1919. 

Questa Società, presa visione della proposta presentata a cotesta 
Istituzione dal sig. prof Oreste Mattirolo e approvata nell* Adunanza 
del 22 die p. p. per la ricostruzione àoiVAra Pacis Augustce, nello scopo 
di eternare la grande vittoria della nostra patria, ritenendo che essa 
risponda genialmente agli scopi patriottici, artistici ed archeologici che 
l'hanno informata vi dà la sua piena ed esplicita adesione, facendo voti 
che venga accolta dal Governo ed attuata. 

Il Segretario: Ing Antonio Giussani. 



Ministero dell'Istruzione. 
Divisione Generale delle antichità 

e Belle Arti Roma, 28 gennaio 1919. 

Questo Ministero, compreso dei nobili scopi a cui si inspira il voto 
di codesta benemerita Società, relativa alla ricostruzione dell'Ara Pacis 
Augus/ce, assicura codesta Onorevole Presidenza che non mancherà di 
tenere di esso la maggiore considerazione, vivamente augurandosi di 
poter far tradurre in atti la geniale proposta. 

Il Ministro: Berenini. 



Il Sindaco. Roma, 24 gennaio 1919. 

Illustre Signore, con vivo compiacimento ho preso cognizione della 
proposta di ricostruzione dell' Ara Pacis Augustce, acclamata nell'Adu- 
nanza scientifica di codesta Associazione, tenuta il giorno 22 die. u. s. 
e nel porgere alla S. V. IH. ma i ringraziamenti di questa Amministrazione 
per le cortesi espressioni usate verso di essa, ed i sensi del mio animo 
grato per la novella manifestazione di affetto dell'augusta Torino, verso 
la grande madre comune, mi è grato assicurarla che non mancherò da 
mia parte a che il patriottico voto sia da chi di dovere tenuto nella dovuta 
considerazione. 

p. il Sindaco: Filippo Cremonesi. 



-24- 

R. Accademia della Crusca 

PER LA Lingua italiana. Firenze, 29 gennaio 19 i9. 

Illustre Signor Presidente, son lieto darle notizia che nell'adunanza 
di ieri questa R. Accademia deliberò di consentire nella proposta con- 
cernente VAra Pacis votata da codesta Società il 22 die. u. s. 

L'Accademico Segretario: Guido Mazzoni. 



R. Museo Archeologico 

E Scavi d'Etruria. Firenze, 30 gennaio 1919. 

Come italiano, romano, e come entusiasta di quanto l'antichità ci ha 
tramandato di nobile, avevo sempre pensato che dovesse essere gloria 
nazionale il ricomporre con le sparse membra nel luogo piìi sacro di 
Roma il pili bel monumento del pensiero e dell'arte latina, l'Ara Pacis 
Angus tee. 

Oggi credo che tutti debbano essere riconoscenti a chi concretò la 
proposta di ricostruire l'antico monumento quale segnacolo della fortuna 
d'Italia, quale solenne ricordo di onore e di gratitudine per quelli che le 
consacrarono la vita. 

Appena ricevuta la lettera, alla quale ho l'onore di rispondere, espressi 
il desiderio di codesta illustre Società al collega prof. Giovanni Poggì, 
direttore delle R. R. Gallerie degli UflSzi, cui sono aflBdati i rilievi piìi 
belli dell'Ara Pacis. 

Egli condivide il nostro entusiasmo per la ricostruzione del monu- 
mento, e, non appena ne sia richiesto dalla S. V. IH. appoggi era presso 
il Ministero dell'Istruzione l'idea che Firenze ceda a Roma quanto della 
Ara Pacis qui si conserva. 

Da parte mia, presso quanti in Firenze hanno il culto delle piìi nobili 
tradizioni, mi adopererò a sostenere il progetto, interessandone anche la 
stampa. Luigi Pernier 

del R. Istituto di Studi Superiori 



Reale Accademia di Belle Arti 

IN Milano. Milano, 30 gennaio 1919. 

Ill.mo Signor Presidente, mi onoro inviarle l'Ordine del Giorno votato 
dal Consiglio di questa Reale Accademia e dai rappresentanti delle Asso- 
ciazioni artistiche cittadine, intorno alla proposta presentata dal prof. 
Oreste Mattirolo alla Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 
dalla S. V. Ill.ma presieduta e dalla stessa Società approvata per accia - 

°^^^°^®- Il Presidente: G. Beltrami. 



— 25 — 

Il Consiglio della R. Accademia di Belle Arti e i rappresentanti delle 
Associazioni Artistiche di Milano, riuniti in Assemblea il 29 genn. 1919, 
avuta comunicazione della lettej-a all'illustre Presidente della Società Pie- 
montese di Archeologia e Belle Arti e della proposta del Prof. Oreste 
Mattirolo : 

a) pur non credendo di aderire al concetto che la ricostituita Ara 
Pacis AugustCB possa diventare il monumento rappresentativo alla pace 
che attualmente si sta concludendo, in quanto la significazione politica 
e morale della Pace di Augusto, appare troppo dissimile dal contenuto 
politico e morale della Pace che il popolo italiano si è conquistata colla 
vittoria, 

e in quanto l'Assemblea pensa che i grandi avvenimenti storici non 
possono trovare una piìi legittima espressione commemorativa che nell'Arte 
del proprio tempo e cioè, per la Pace attuale nell'Arte del tempo nostro, 
h) pur facendo le proprie riserve intorno alla opportunità di tra- 
sferire dalla sua sede originaria in altro luogo la ricostituita Ara Pacis 
Augustae, 

e) si associa cordialmente alla proposta dell' illustre prof. Matti- 
rolo che r Ara Pacis Augus/ce possa essere ricostituita riunendone i 
frammenti ora disgiunti, e fa i piìi fervidi voti perchè il Governo non 
solo prenda la proposta in considerazione, ma la patrocini e ne promuova 
l'attuazione ottenendo con la sua autorità l'adesione di chi detiene attual- 
mente le membra sparse dello insigne monumento. 



Palatino e Foro Romano. Roma, 31 gennaio 19i9. 

Per l'onore d'Italia e a celebrare la pace, tornino a Roma i fram- 
menti dell' /4ra esiliati nei Musei di Firenze, di Parigi e di Vienna, e 
siano resi al sole di Roma gli avanzi scultori ancora sepolti sotto il 
Palazzo Fiano. Ma non vorremmo togliere le traccie del basamento dal 
luogo originale scelto da Augusto per consacrare il monumento di Roma, 
erigendo alla testata di Occidente sulla via Flaminia, YAra Pacis Au- 
gustce, e alla testata orientale sulla via Appia « Regina viarum » l'Ara 
Foriunae Reducis purtroppo rimasta sepolta, prima ancora di essere esplo- 
rata, sotto i nuovi viali e le chiaviche della « Passeggiata Archeologica ». 

Chi conosce l'Ara Pacis quanto i Carmi di Orazio che le corrispon- 
dono, nelle forme del pensiero, sa benissimo che al pari di ogni creazione 
artistica di un grande momento storico, è impossibile riprodurla e com- 
pletarla e men che mai restaurarla. Come pensava Rabelais, i vincitori 
debbono erigere Monumenti di grazia nel cuore dei vinti. 



— 26 - 

La Pace Augusta fu raggiunta dai Romani e fu mantenuta per qualche 
secolo, sappiamo con quali e quanti sacrificii di pensiero e di lavoro; 
tocca ora a noi lavorare per raggiungere la nostra Pace piìi lontana che 
mai dopo gli ultimi travestimenti austriaci. 

Avvolgeremo in fumi di zolfo il Palazzo CaflFarelli, nostro edificio 
del Rinascimento, che fu sede dell'ex Ambasciata di Germania e ne faremo 
la residenza dell'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte. 
Demolite le case Municipali moderne e liberata l'area del Tempio di Giove 
Ottimo Massimo, del quale rimangono poche costruzioni già in parte 
esplorate, pianteremo sul Colle Capitolino la € Robur Pedunculata » od 
altre quercia simboliche del « Padre celeste che dà cibo agli umani » 
accumulatrici della energia solare rivelata nei Sacri fuochi di Vesta. 

Giacomo Boni. 



Delegazione Italiana 

AL Congresso della' Pace 

Hotel Eduard VII. 



Parigi, 31 gennaio 1919. 



Ho ricevuto la sua. del 23 riguardante la proposta del prof. Oreste 
Mattirolo, adottata dalla Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 
per la ricostruzione dell'Ara Pacis Auguste^. 

Aderisco pienamente al voto espresso da codesta Società e Le assi- 
curo che mi adoprerò, nella misura del possibile, per la sua realizzazione. 

A. Salandra. 



Avv. Salvatore Barzilai 
Delegato alla Conferenza della Pace 

Approva la nobilissima iniziativa 



Parigi, 3 febbraio 19:19. 

[biglietto dì visita) 



Gabinetto di Archeologia 
DELLA R. Università di fisa. 



Pisa, 3 febbraio i919. 



Aderisco con entusiasmo alla proposta presentata dal prof. Mattirolo 
per la ricomposizione sul Campidoglio dell'Ara Pacis Augusto?. 

In altri tempi, prima della guerra, io aveva pensato, e comunicato 
al comm. Giacomo Boni, che 1' Ara Pacis, poteva risorgere al sole di 
Roma, nell'area di piazza Colonna, dove ora si sta costruendo un brutto 
Palazzo. Là essa sarebbe stata prossima al suo luogo originario. Riedi- 



-2t- 

ficata sul Campidoglio, come suggello della nostra definitiva Vittoria, 
essa assume certo un significato più alto. Bisognerebbe apporvi una 
breve epigrafe che suonasse press'a poco cosi: 

ARA PACIS OLIM AUGUST/E NUNC TOTIUS ITALI/E 

A. D. MCMXIX. 

Prof. Edoardo Galli. 



Gabinetto di Archeologia 
DELLA R. Università di Palermo Palermo, 4 febbraio 1919. 

L'idea di compiere 1' esplorazione e di ricostruire 1' Ara Pacis Au- 
gustce a celebrare la Vittoria, non può non riscuotere vivo plauso da 
ogni cultore di Archeologia e di Arte. 

Mentre ringrazio V. E. per l'invito di associarmi al voto di cotesta 
illustre Società, ho pertanto l'onore di dichiararmi pronto a partecipare 
a quelle forme di azione pratica, che saranno ritenute' atte a conseguire 
lo scopo, confidando che si rinunzi fin d'ora a designare il posto e deter- 
minare la misura della ricostruzione, di cui sarà bene discutere larga- 
mente, e che intanto s'inizino le pratiche per il recupero e la radunata 
nel Museo Nazionale delle Terme, delle preziose lastre disperse. 

Biagio Pace. 



SocietI Storica Lombarda. Castello Sforzesco Milano, 85 fébbr. 1919. 

Abbiamo ricevuto, insieme con pregiata lettera della E. V. copia della 
proposta approvata il 22 die. 1918 dalla Assemblea di codesta benemerita 
Società per la restaurazione dell'Ara Pacis Augustce. La Presidenza della 
Società Storica Lombarda, plaudendo al pensiero altamente italiano e 
civile, ben volentieri chiederà in proposito il parere dei Consoci nella 
prima Adunanza generale, e non crede di errare prevedendone l'unanime 
consenso. 

// Presidente: Emanuele Greppi. 



Reale Accademia di San Luca. Roma, 28 febbraio 1919. 

Comunico codesta spett. Presidenza come Consigho Reale Accademia 
S.»Luca siasi associato proposta acclamata per la risurrezione Ara Pacis 
Augustce. 

Presidente: Apolloni 



-28- 

R Università di Catania Catania, 4 marzo 19 Ì9. 

Aderisco entusiasticamente alla proposta di ricomporre VAra Pacis 
sul Campidoglio, e faccio auguri che dall' idea presto si passi ai fatti e 
la ristaurazione parli chiaro, per es. (romane loqui). 

GERMANIA VICTA AUSTRIA DELETA 

COSTANTINOPOLI ET HYEROSOLIMA 

LIBERATIS 

ARA PACIS AUGUST/€ 

RESTITUTA 

ANNO MCMXIX. 

V. Casaqrandi 



Istituto Storico Italiano 

Palazzo dei Lincei Roma, 5 marzo 1919. 

Pur essendo d'avviso che il trionfo glorioso delle Armi d' Italia sia 
da ricordare solennemente ai posteri con alcuna speciale opera d'Arte od 
istituzione moderna, l'Istituto storico italiano plaude alla nobile iniziativa 
di codesta insigne Società, e anch'esso fa voti che raccolti da ogni luogo 
e ricomposti i frammenti dell'/Ira Pacis Augustce l'incomparabile monu- 
mento sia ricostituito e nuovamente offerto all'ammirazione del mondo. 

Jl Presidente: P. Boselli. 




R. Univertità degli Studi 

DI Roma. Roma, 12 marzo 1919. 

Aderisco di cuore alla Proposta acclamata nell'Adunanza di codesta 
Società del dì 22 die. 1918 per far risorgere l'insigne monumento Ara 
Pacis Augustce per celebrare la nostra vittoria. 

Il Rettore: Tonelli. 



Società Italiana delle Scienze 

(detta dei XL.) Roma, 28 marzo 1919. 

La proposta di raccogliere gli avanzi per ricostruire l' Ara Pacis 
Augustce a ricordo della nostra grande Vittoria è idea che non può non 
essere apprezzata da questa R. Società dei XL, che sente il dovere che 
ha l'Italia d'eternare in un degno monumento la sua raggiante Unità. 

Alla Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti e a Lei, suo 
illustre Presidente, presento i sensi anche personali di pieno consenti- 
mento ed omaggio. 

// Presidente: G. Volterra. 



— 29 — 

Allegalo C- 

Relazìoni presentate dai Membri della Commissione 
per lo studio dei problemi archeologici e artistici dei Piemonte 

nel dopo guerra. 



Villa della Regina a Torino. — I fabbricati nel giardino di questa 
bellissima Villa sono in condizioni assai misere - è urgente siano im- 
mediatamente riparati. 

Dall'altra parte è noto che questa Villa è poco adatta per lo scopo 
cui essa è oggi adibita : per Istituto delle figlie dei Militari a cui po- 
trebbe prepararsi altrove sede piìi opportuna. Per contro sarebbe possibile 
formare un meraviglioso Museo di ambienti del XVir e XVIir secolo, 
nelle sue sale ricche di dorature, di stucchi e di pregevoli dipinti - at- 
torniata dal giardino, oggi lasciato in abbandono, ma che potrebbe facil- 
mente rimettersi in ordine formando una degna cornice al Museo e pre- 
sentando un bell'esempio degli antichi giardini piemontesi oggidì quasi 
completamente scomparsi. 

Gli sfarzosi ambienti artistici riccamente decorati del XVIF e del 
XVIir secolo di cui si avevano numerosi e belli esemplari sono oggidì 
quasi tutti distrutti a Totino, e quei pochi ambienti che restano di 
questo interessante e magnifico periodo dell' arte Piemontese sono tutti 
incompleti e sarebbe cosa veramente interessante e doverosa di conser- 
varne memoria formando un tal Museo, che costituito nella antica 
Villa Ludovica del Cardinal Maurizio riuscirebbe certo fra i piìi belli 
e completi anche in confronto di simili Musei italiani ed esteri. 

Si propone quindi : 

1° - Che siano intraprese prontamente quelle opere di restauro 
nei fabbricati del giardino che valgano a conservarli - restauri da farsi 
sotto opportuna direzione. 

2° - Di formare nella Villa della Regina un Museo di ambienti 
del XVIir secolo, ricostituendo detti ambienti con mobili, dipinti, sup- 
pellettili, stoffe, ecc. dell'epoca, che siano adatti e che si trovino nel 
Museo Municipale di arte antica e (;on altri procurati mediante acquisti, 
doni, imprestiti, e preparando alla villa degna cornice colla ricostruzione 
del bellissimo giardino e del parco, da adibirsi ad uso di pubblico pas- 
seggio, portando in sede più adatta la sezione dell'Istituto delle Figlie 
dei militari che vi ha oggi residenza. 



— 30 — 

Il Monte dei Cappuccini. — Frequentatissimo da cittadini e da fore- 
stieri è quel poggio che a Torino è conosciuto col nome del Monte dei 
Cappuccini, coronato da una bella Chiesa coll'annesso convento e dal 
Museo Alpino. Dal terrazzo si può ammirare la imponente cerchia delle 
nostre Alpi in tutta la maestosità e la vasta distesa dei nostri piani. 

La Chiesa, architettura dell'orvietano Vittozzi, è oggi deturpata da 
ignobili fabbricati che vi sono stati appiccicati malamente nel secolo pas- 
sato : sull'inizio del secolo XVIII dalla cupola fu strappato il coperto di 
piombo e la parte centrale della Chiesa coronata con il goffo tamburo 
che ne guasta la linea architettonica ideata dal Vittozzi. 

L'Architetto Conte Ceppi ha studiato un bellissimo progetto per la 
sistemazione del Monte. Si dovrebbe liberare la Chiesa dalle aggiunte 
che la guastano : riportandola quale ci vien rappresentata nella pittura 
del Bellotto, nelle stampe del passato e particolarmente nel Teatrum 
Statuum Sabaudiae. Nel progetto del Ceppi si propone inoltre di abbat- 
tere buona parte dei fabbricati, ormai vetusti e di nessuna importanza 
artistica o pratica, che attorniano la Chiesa, in modo da permettere la 
vista anche sulle colline che circondano il poggio. Sarebbe però conser- 
vato il Museo Alpino e costruito adatto locale ad uso di ristorante. 

Il progetto merita di avere esecuzione ; si propone : 

1" Di abbattere le costruzioni ed aggiunte che guastano la Chiesa 
del Monte dei Cappuccini, riportando l'Edificio come fu concepito dal- 
l'Architetto Vittozzi, liberandolo dalle aggiunte e provvedendo alla sostitu- 
zione della cupola al tamburo di coronamento. 

2" Di liberare la sommità del Monte dalle altre costruzioni inutili, 
facendo voti si seguano le direttive del progetto studiato dall'Architetto.^ 
Conte Ceppi, per la sistemazione di quel magnifico Belvedere. 

« 
* * 

Archivio di Stato. — Sparsi nei nostri archivi, sperduti fra i molti 
incartamenti, si trovano talvolta disegni e piani difiBcilmente visibih e 
ritrovabili dallo studioso, e importantissimi per la storia dell'edilizia e 
dell'architettura in Piemonte. 

Si propone che nel nuovo Edificio che sarà costruito a degna e 
adatta sede dei nostri archivi, siano riservate alcune sale per riunirvi 
pili particolarmente i disegni, stampe, ecc., che possono interessare l'archi- 
tettura, l'edilizia e l'arte in generale. 

Giovanni Chevalley. 



— 31 — 

Sacra di San Michele. — Il ristauro della Sacra di S. Michele, del 
celebre, glorioso, baluardo guardiano d'Italia, dovrà ridare al paese uno 
dei suoi più insigni monumenti di storia, di fede, di idealità, di arte. 
Il problema che riguarda il restauro della Sacra, oggi rovinata o rovi- 
nante si impone alla generazione presente, come il massimo dei problemi 
di ristauro che interessino il Piemonte. Sotto qualunque aspetto lo si 
voglia considerare, la sua importanza non ha bisogno di essere lumeg- 
giata; esso deve compiersi. 

Dopo la vittoria, sarebbe oggi ormai tempo che la Nazione, Governo 
e Paese, e più specialmente il Piemonte, unissero le loro energie; che 
tutte le loro forze e le volontà si svolgessero in un unico intento per 
risolvere il poderoso problema e compiere il sospirato restauro della Sacra. 
Così, lo straniero come bene scrisse il Taramelli, varcando da amico 
da pellegrino d'amore il passo dell'Alpe, trovando sulla vetta del 
Pirchiriano, non più una cadente rovina, ma un grande monum,ento 
com,piuto, avrà una prova del progresso intellettuale del nostro paese, 
largo, profondo e non solo formale : poiché riprendendo con generosa 
audacia tutte le tradizioni di coltura, di memorie, di arte, di fede, il 
paese si ricongiunge al suo passato, dà prova di quella continuità di 
concetti, di idee, di aspirazioni, in cui appunto consiste la base vera 
della coscienza nazionale. 

Il compito del restauro e della ricostruzione della Sacra di San Mi- 
chele è indubbiamente grave, difficile, economicamente importante; ma 
il frutto che ne deriverebbe al paese è tale, è così alto e luminoso che, 
non dubitiamo raccomandare questa opera come la più solenne manife- 
stazione di un compito sacro ad ogni anima italiana. 

Il problema è ormai maturo di studi ; il consenso sulla opportunità 
e sulla utilità morale dell'opera è unanime ; altro non manca che il de- 
naro per attuarlo : e il Piemonte è ricco e generoso. 

Si continuino ad ogni modo e si riprendano con rinnovato slancio 
i lavori, confidando nell'avvenire e nella generosità del paese; questo è 
l'augurio nostro : perchè ormai ogni indugio sarebbe fatale, considerate 
le condizioni precarie di stabilità dell'insigne vetusto edificio. 



Chiesetta della Confraternita di Santa Croce in Rocca-Canavese. — 
Una preziosa gemma ignorata, interessantissima per la Storia dell'Arte 
in Piemonte, sta nascosta nel piccolo oratorio della Confraternita di Santa 
Croce in Rocca Canavese. Essa però si trova in tale stato di abbandono 
da necessitare, prima d'ogni cosa, il restauro del locale che la rinserra; 
ciò che non è difficile impresa, essendo sufficienti a tale uopo riparazioni 



— 82- 

urgentissime al tetto dell'edificio e il cambiamento di alcune travature 
per mettere al sicuro gli affreschi; nella massima parte nascosti sotto 
un intonaco di calce, facile a staccarsi, come è risultato dai saggi 
compiuti. 

Gli interessantissimi afi'reschi rimasti scoperti nella volta a crociera 
sopra l'altare, eseguiti da mano maestra, ricchi di particolari preziosi, 
ci affidano che l'opera del restauratore, non solo compenserebbe la spesa 
necessaria, calcolata con criterii di massima ad alcune migliaia di lire, 
ma rimetterebbe in luce opere le quali gioverebbero assaissimo alla storia 
dello sviluppo dell'Arte del fresco in Piemonte, la quale, malgrado le re- 
centi scoperte fatte a Sant'Antonio di Rio Inverso nella Valle di Susa, 
ci è nota in modo molto frammentario e imperfetto. 

Quanto affermiamo lo deduciamo dalla considerazione dei pregi 
• eccezionali degli affreschi rimasti allo scoperto, dove si ammirano le 
seguenti figure : 

Nello scomparto a Sud, sono effigiati iS. Luca e San Gregorio 
Magno, seduti in cattedre riccamente ornate. 

Le figure espressive, ben composte, movimentate, finamente dipinte 
rivelano un maestro accurato e valoroso ; un pittore vissuto certamente 
nel periodo in cui l'arte andava già emancipandosi dal convenzionalismo 
ruvido dei primitivi. 

Interessanti, ricchi di motivi ornamentali sono i particolari degli 
ornati, dei mobiU, dei paludamenti ; specialmente curiose le numerose 
rappresentazioni floreali, le quali riflettono invece ancora il modo con- 
venzionale di intendere la natura vegetale, che caratterizza i primitivi 
frescanti. 

Nel secondo scomparto. Est, San Giovanni e Sant' Agostino, ambi- 
due in cattedra, il primo in atto di scrivere; il secondo di leggere un 
missale aperto, sono dipinti colla stessa maestria, con ricchezza di colori 
e con sfoggio di ornamentazioni, alcune delle quali interessanti e curiose. 

A Nord sono effigiati S. Matteo e Sant' Ambrogio di Milano ; mentre" 
nello scomparto di Ovest figurano S. Gerolamo e S. Marco, quantunque 
anneriti, si mostrano ancora bene conservati e smaglianti di colore; 
uno solo (quello che figura S. Marco e S. Gerolamo) ha sofferto per una 
colatura di acqua piovana, uscita da un foro malamente praticato quasi 
presso la chiave della volta, ove è dipinto un Angelo. Esso fu recente- 
mente otturato, onde salvare la preziosa pittura da ulteriori deperimenti. 

Tutti gli affreschi sono evidentemente di una stessa mano maestra, 
quale forse non si riscontra in alcun altro affresco piemontese. 

Della questione che riguarda la identificazione e la scuola del pit- 
tore che ha operato in Rocca- Canavese, quanto di quelle molteplici che 



— 3?J — 

sorgeranno da uno studio minuzioso, sia degli affreschi oggi esistenti, 
sia di quelli che certamente rimetterà in luce l'opera del restauratore, ci 
occuperemo a tempo opportuno, quando i lavori, oggi proposti, saranno 
condotti a termine. 

Il Villaggio di Rocca-Canavese, che nel secolo XI già faceva parte 
della Marca di Monferrato e che, feudo prima dei Valperga, passò quindi 
ai Biandrate di San Giorgio, soggiacque a vicende variatissime di guerra; 
esso fu ripetute volte posto a sacco e dato preda alle fiamme. Ebbe però 
periodi di splendore specialmente sotto i Marchesi del Monferrato, sotto 
il dominio dei quali, sulla fine del XV Secolo e sull'inizio del XVI è 
lecito argomentare abbia operato il pittore della Chiesetta della Confra- 
ternità di Santa Croce. 

Il restauro si raccomanda per la conservazione delle importanti e 
interessanti opere esistenti; per la quantità di quelle che si potranno 
rimettere in luce ; per la esiguità della spesa che esso necessita, la quale 
in parte sarebbe assunta da volenterosi, intelligenti abitanti del luogo. 

Mattirolo Oreste. 



Restauro dei Codici della Biblioteca. — Dopo l'incendio della Biblio- 
teca Nazionale di Torino, il restauro dei Codici, affidato per gran parte 
dei mss. pergamenacei all'usciere Chiaravallo, e pei Codici membranacei 
piià preziosi e per quelli cartacei al Sig. Marre, procedette assai veloce- 
mente, finché venne a mancare il fondo delle L. 400.000 stanziate nel 
1906 per riparare a quel disastro. Dopo, col pretesto di certi scrupoli su 
la bontà del restauro del Chiaravallo, non gli furono confidati altri mss. 
e rimase così quasi stazionario quel lavoro, poiché il vecchio Marre, data 
la sua grave età ed il suo stesso metodo, procedeva con grande lentezza. 
Poiché il Ministero rifiutava di riaffidare altro lavoro al Chiaravallo nel 
dubbio che la sostanza da lui adoperata come un suo segreto pel restauro 
potesse nuocere col tempo alle preziose pergamene, vari enti cittadini 
si adoperarono in diverse epoche per venire ad una risoluzione di tale 
difficoltà (1). 



(1) Dopo l'incendio della Biblioteca Nazionale di Torino, accaduto nella notte sul 
26 Gennaio del 1904, la questione del ricupero e del restauro dei manoscritti fu molte 
volte ripresa. Nel Marzo del iiOb il l'rof. F. GiunAUDi presentò ancora una interrogazione 
al Consiglio Comunale per tentare di risvegliarla. Analoga interrogazione fu pure allora 
rivolta al Ministero della Pubblica Istruzione dall' On. GionnANO-, ed il Conte Barbavara, 
a nome della « Pro Torino» cercò pure nello stesso tempo di ottenere la ripresa dei re- 
stauri rivolgendosi personalmente allo stesso Ministero, che a tutti rispose evasivamente 
e diderendo sempre la soluzione di questo problema con vari pretesti, e specialmente con 
la nomina di parecchie commissioni che sempre ostacolarono 1' opera di restauro del- 
l'usciere Chiaravallo. 

3 



—'34 — 

Finalmente il Ministero incaricò, non ha guari, il chiar."" prof. 
Piero Giacosa, in unione coli' attuale Bibliotecario della Nazionale, prof. 
Torri, e coi prof." De Sanctis e Patetta, di presenziare alcuni esperi- 
menti del Chiaravallo. Si ebbe così la soddisfazione di assodare che la ma- 
teria dal medesimo usata non poteva essere nociva e che i suoi restauri, 
pur con certe maggiori cautele opportunamente suggerite dal comm. 
Giacosa, potevano essere ripresi. Siccome però sembra che il Ministero 
intenda creare uno speciale laboratorio di restauro a Roma, considerato 
che una massa di almeno mille mss. da restaurarsi si trova tuttora 
nella Nazionale torinese, mentre pochissimi possono essere al confronto 
i mss. bisognosi di restauro giacenti nelle altre Biblioteche governative, 
le quali non ebbero a subire incendi ; considerato che il laboratorio Marre 
è ora suflBcientemente sistemato negli Istituti del Valentino e che al 
Chiaravallo, riammesso ora al restauro, non occorrono pel suo lavoro 
altri ammenicoli oltre quelli già da lui posseduti e messi in opera fino 
al presente, si augura che i mss. nostri da restaurarsi non debbano es- 
sere ogni volta spediti a Roma, ma se ne prosegua a Torino il restauro 

Nel viaggio essi dovrebbero affrontare altri rischi e subire altri ri- 
tardi nella loro ricostituzione. Inoltre questi mss. sono certamente meglio 
noti agli impiegati della Nazionale di Torino, che li ebbero ad esaminare 
prima dell'incendio e dopo, durante la laboriosa identificazione di essi. 
A Torino abbonda il materiale scientifico occorrente per illustrarli ulte- 
riormente, e sopratutto per mantenere durante il restauro l'ordine delle 
loro paginazioni ed ovviare a troppo facili spostamenti ed inversioni nei 
loro dispersi e poco leggibili frammenti, mentre a Roma difficilmente si 
potrebbero avere le stesse avvertenze e cautele. Prima di spedire un 
ms. a Roma per esservi restaurato converrebbe accompagnarlo con un 
esteso e complicato commento che poi, molto facilmente, non sarebbe 
compreso dal ricevente. Una continua e diligente sorveglianza sul restauro 
stesso mentre si compie, otterrebbe certo migliori risultati con minor 
dispendio di tempo (1). 

Faustino Curlo. 



(1) Per la bibliografia si veda : 

P. Giacosa.- Relazione dei lavori intrapresi al Laboratorio di Materia Medica per il ricu- 
pero dei Codici della Biblioteca Nazionale di Torino, in "Atti d. R. Accad. d. Scienze di Torino" 
voi. 39, pag.d070- 

Id.- ivi. voi. 48, p. 599. 

Id, - Sui Codici antichi e loro conservazione in " La Lettura ", marzo 1908, p. 191. 

Relazione della R. Commissione d'inchiesta per la P. I. sulle Biblioteche, Roma, Bertero, 
1910, p. 81. 



— 85 — 

Costumi ed industrie antiche di montagna. — Per l'escursionista, 
che, or volge mezzo secolo, s'addentrava nelle nostre valli alpine, lo spet- 
tacolo gi-andioso e suggestivo dell' incantevole paesaggio era reso più 
completo e piìi caratteristico dai numerosi chalets così artisticamente 
movimentali e dai costumi graziosi, specialmente femminili, a colori 
vivaci e smaglianti. 

Ora la civiltà ed il progresso, penetrando anche nelle montagne, 
hanno, pur troppo, fatto scomparire queste simpatiche impronte locali... 
Le nuove costruzioni non hanno saputo conservare il cachet del sito, e 
la praticità e la comodità si sono sostituite al gusto pittorico. Quanto 
alle foggie del vestire così simpatiche e varie, ormai vennero pressoché 
del tutto abolite, di fronte alla concprrenza delle industrie cittadine 
colle stoffe uniformi e meno costose .... Ed è raro vederne ancora 
quache esemplare nei giorni festivi, in speciali zone alpine della Val 
d'Aosta, a Cogne, a Brusson, a Gressoney, ed in Valsesia, a Fobello... 
Forse, soltanto a Pragelato, in Val Chisone, permane il bellissimo costume 
colla strana ed elegante cuffia a ventaglio multicolore ed acconciatura 
speciale del capo con nastri intrecciati. 

Ma se tutto questo è sparito, perchè non si potrebbe, in un appo- 
sito Museo, ad esempio come Sezione del nostro Civico, o meglio ancora, 
del Club Alpino, serbare un esemplare di tali vestiari e degli oggetti 
caratteristici d'uso famigliare e delle piccole industrie di montagna, (che 
pure sono ormai abolite), come già si praticò a Torino provvisoriamente 
in esposizioni del Club Alpino, appunto nell'Sé e nelle seguenti del 98 e 
911, ed anche, a Roma, nel 1911, mercè le cure del compianto nostro Frola? 

Esistono, alla Vedetta Alpina, dei dipinti del Balduino, che ne danno 
un' idea, ma quanto meglio, se si potesse averne la raccolta in stoffe 
autentiche e con graziosi mannequins, per conservare questa parte arti- 
stica ed etnografica del Piemonte scomparso !... Vi è ad esempio una pub- 
blicazione « Piemonte » d'una Dama Ingkse, Estrila Canziani, traduzione 
di E. Sacchi, che, con apposite illustrazioni, descrisse tali costumi di 
montagna. E con questi dati si potrebbe cominciare la collezione, e ad 
essa si unirebbe pure la raccolta degli oggetti speciali della vita fami- 
gliare e delle piccole industrie alpine, e sono persuaso che, appena avviata 
la nobile iniziativa troverebbe certo numerosi appoggi ed aiuti spontanei, 
assai facilmente. 

Occorre però, se si vuol ottenere qualcosa, non indugiare oltre, prima 
che l'ala del tempo e dell'oblio, cancelli inesorabilmente per sempre, pur 
troppo, anche tali memorie artistiche della nostra regione Piemontese. 

Alfredo Rocca. 



— 36 — 

S. Maria Maggiore di Lomello. — La Chiesa di S. Maria Maggiore di 
Lomello costituisce un interessantissimo monumento dell'arte lombarda. 

Essa, secondo i risultati degli ultimi studi, segnerebbe un importante 
passo nello sviluppo di tale architettura, poiché porta in sé il germe dei 
pilastri cruciformi od a fascio che permisero di passare dalla copertura 
delle navate a tetto apparente a quella con volte a crociera insistenti 
sopra tali pilastri. 

Infatti la chiesa ci dà il primo esempio di arconi trasversali, sostenenti 
il tetto della navata centrale, portati da pilastri alternati a due a due, 
che incominciano a prendere la forma risultante dall'unione delle lesene 
rettangolari colle superficie curve dei pilastri rotondi (1). 

È quindi grande l'interesse di poter stabilire, in modo per quanto 
é possibile approssimativo, l'epoca della sua costruzione, sulla quale i 
pareri sono ancora discordi. 

A ciò gioverebbero in modo particolare degli scavi da praticarsi nel 
vasto terreno libero attorno alla chiesa, scavi che non importerebbero 
grande spesa e che darebbero quasi certamente il mezzo di rintracciare 
le fondazioni dell' antica Rocca Longobarda sulla quale sorse poi la 
Chiesa. 

E questo parmi debba interessare in particolar modo Torino da cui 
proveniva il duca Agilulfo, che in quella rocca colse sulle labbra di 
Teodolinda il bacio che lo assunse al trono longobardo. 

Non meno notevoli potrebbero essere i risultati degli scavi nel met- 
tere in luce quanto di materiale romano ancor conserva il sottosuolo del 
terreno dove sorgeva la Mansto romana di Laumellum, che venne poi 
occupata dall'arce longobardica. 

Così potrebbe essere completata la ricca serie di suppellettili romane 
di Lomello, che già furono descritte negli Atti della nostra Società, il di 
cui materiale andò, purtroppo, quasi tutto disperso. 

Annetto qualche fotografia della chiesa ed uno schizzo plani- 
metrico. (2) 

Per S. Maria Maggiore di Lomello vedere specialmente: 
G. Biscaro: / Conti di Lomello in Archivio Storico Lombardo - Voi. VI (1906). 
Paolo Diacono: Hist. Longohardorum - Lib. III. 
G. Ponte: Antichità Lomelline in Atti delia Soc. Arch, e B. A. - Voi. V. 



(lì. Questi arconi, impostati alternafivamente sopra la metà dei pilastri clie portano 
i muri della navata centrale, servirono più tardi nelle chiese lombarde a portare le grandi 
crociere della navata stessa, come «i vede p. es. nel S. Ambrogio di Milano. 

(2) Vedi tavole n. 1, 2. 

Porgiamo vive grazie all' egregio Collega. Ing. Nigra, il quale provvide a proprie spese ' 
clichés necessari per le tavole che accompagnano queste sue relazioni. La DntEZiONK. 



- 37 - 

P. L. PoRTALUPi: storia della Lomellina - 1756. 

A. K. Portbr: S. Maria di Lomello in Arte e Storia - Serie V» Anno XXX. 

id. Lombard Architecture - 1917 

M. ZuocHi: Lomello in Miscellanea di Storia Italiana - Serie 111% Tom. IX. 



Casa Centoris (ora Dbgaudenzi) in Vercelli. — In Vercelli al n. 28 
di Via Carlo Alberto una modestissima porticina conduce per uno stretto 
corridoio al cortile della casa già Centoris, ora appartenente all'avv. 
Degaudenzi. 

Questo è forse l'unico esempio di cortile coperto che la gentile arte 
della fine del Sec. XV° ci abbia tramandato, e costituisce a mio parere 
uno dei più preziosi documenti dell'architettura civile di tale secolo. 

È strano il vedere come forme e bisogni che paiono caratteristici 
dei nostri tempi, siano stati adoperati e sentiti in epoca cosi lontana, 
e meraviglia il ritrovare in una vecchia città piemontese quanto parve 
importato solo ultimamente nelle nostre case dai paesi nordici sotto il 
nome di hall. 

Perciò parmi doveroso il tentare di restituire alla sua primitiva 
forma questo tipico cortiletto, aprendo gli archi delle sue gallerie, demo- 
lendo le indecorose aggiunte, rinfrescando la decorazione pittorica e 
sistemandone le adiacenze. 

Se fosse dato intraprenderne i lavori, non è improbabile che nel 
corso di essi vengano alla luce gli elementi dell'antico prospetto della 
casa, che ora pare completamente scomparso, e che probabilmente posava 
sopra una decorazione pittorica sposata a poche terrecotte come nel 
Palazzo già Fontana, ora Silvestri, di Milano. Questo fanno arguire le 
traccie di dipinti che ancor si scorgono dal cortile dell'attigua casa. 

La fotografia mostra il cortile colle gallerie e la sua volta lunu- 

lata. (1). 

* * 

Basilica di S. Giulio d' Orta. — I pregi artistici ed archeologici 
della Basilica di San Giulio, dopo quanto fu scritto intorno ad essa, non 
hanno bisogno di essere ricordati agli studiosi. Essi avrebbero invece 
bisogno di sorgere piìi evidenti agli occhi ed alla mente dei numerosi 
visitatori che convengono da ogni parte a S. Giulio. Né sarebbe difficile 
od oltremodo dispendioso l'ottenerlo isolando quelle parti della Chiesa 
che ora sono mascherate da fabbricati di poca o ninna importanza, 
e ripristinando nella loro antica forma quelle che ancor ne conservano 
le traccie. 



(J). Vedi tavola n. 3. 



— . 38 — 

Così si ridarebbe al campanile la sua antica copertura abbattendo il 
goffo coronamento attuale : così si metterebbero allo scoperto 1' Abside 
maggiore e l'Abside minore sinistro: così si libererebbe il fianco nord 
della Chiesa dalle quasi rovinate od insignificanti costruzioni che gli 
sono addossate, rifacendo l'antica porta laterale e mettendo in evidenza 
il sistema dei contrafforti : così si otterrebbe l'accesso diretto al piazzale 
antistante alla facciata, a cui ora si può solo pervenire attraversando la 
chiesa. Da ultimo si potrebbe provvedere al restauro della facciata. 

Nell'annesso disegno ho rappresentato quanto così facendo si potrebbe 

ottenere. (1). 

* 

* * 

Casa del Podestà in Arona. — Nella piazza del mercato di Arona 
sorge una casa a due piani con portici, la cui facciata conserva ancora 
notevoli elementi decorativi in terracotta e pittura dell'epoca di transi- 
zione fra l'arte archiacuta ed il rinascimento, dell'epoca cioè in cui 
Arona pervenne in feudo alla famiglia Borromeo (1450), e che vide sorgere 
la Chiesa Metropolitana di S, Maria. 

Essa è chiamata la Casa del Podestà e forse ivi abitava allora il 
governatore che reggeva il borgo in nome dei Borromeo. 

Quest'edificio è ora molto negletto, ed è un vero peccato che nessuno 
abbia finora pensato a toglierlo dallo stato di abbandono in cui si trova 
per ridargli l'aspetto signorile e sobrio che gli verrebbe dal restauro delle 
finestre e dei medaglioni in terracotta e dal ripristino della decorazione 
pittorica. 

Forse diligenti assaggi potranno rivelare anche la sua antica strut- 
tura interna di cui ora solo appare qualche ambiente, ed Arona potrebbe 
essere così dotata di un nuovo gioiello da aggiungersi a quelli che essa 
già racchiude. 

La fotografia mostra l'aspetto attuale dell'edificio (2). 

* 

* * 

Chalets di Valle Formazza (Ossola). — In fondo alla Valle d'Os- 
sola, neir alta Valle Formazza che conduce alla Cascata della Toce ed 
al Vallese pel passo del Gries, le costruzioni dell'età moderna non hanno 
ancora potuto togliere al paesaggio alpino gran parte dell' aspetto gra- 
zioso che gli conferiscono i numerosi chalets tanto bene armonizzanti 
colle circostanti pinete. 

Ma indipendentemente dal paesaggio che contribuiscono a formare, 



(i). Vedi tavole n. 4 e 5. 
(2). Vedi tavola n. 6 fig. 1. 



- 89 - 

alcuni di questi chalets rivestono un pregio particolare per 1' arte con 
cui furono costrutti e per l'età rispettabile che mostrano. 

Così a Valdo, al Ponte, a Ganza si trovano chalets che risalgono al 
XVI secolo. 

Farmi adunque necessario l'adoprarci perchè quelli meglio conservati 
siano mantenuti intatti, e perchè quelli che hanno subito deturpazioni 
siano ritornati al loro primitivo stato. 

A conseguire tale risultato sarebbe prezioso l'intervento della nostra So- 
cietà mediante l'opera fattiva di qualche suo membro, segnalando con mezzi 
moderni alla popolazione dei luoghi il loro valore, ed istituendo eventual- 
mente qualche ijosa di tangibile da largirsi a coloro che rispondono 
all'invito. 

Due fotografie dei luoghi e dei chalets illustrano quanto ho l'onore 
di esporre. (1). 

* * 

Monografie. — La Società di Archeologia e Belle Arti non ha certa- 
mente i mezzi di procedere o di far procedere al conseguimento di tutti i 
yoti che qui si fanno a favore del ristauro o della conservazione di singoli 
monumenti piemontesi. Essa può però a mio parere concorrere efiBcace- 
mente in parecchi casi a svolgere il programma che intende tracciare, 
facendo opera di persuasione presso quelle persone o quegli enti che pos- 
seggono i mezzi per assumersi l'esecuzione materiale di tale programma. 

Non mi sembra improbabile che p. es. il ricco proprietario di un 
nobile castello, che ha forse realizzato recentemente ingenti profitti, oflB- 
ciato dalla Società e dall' illustre nostro Presidente, sollecitato liei suo 
amor proprio, non si induca a rivolgere cure speciali a quanto in fin dei 
conti è roba sua, colla probabihtà di procurarsi qualche segno della rico- 
noscenza del governo. 

Potrei a tal proposito citare qualche esempio. 

Ma l'azione della Società esercitata in tal modo a favore di qualche 
monumento piemontese, non potrà applicarsi alla maggior parte di essi. 

Invece vasta ed efficace opera sembrami che essa possa esplicare 
curando e volgarizzando la conoscenza di quei luoghi del Piemonte, ora 
poco noti, che racchiudono ancora ragguardevoli opere d'arte. 

Questo compito può essere ^assolto da monografie di paesi od edifici 
specialmente interessanti, da compilarsi da persone a ciò indicate dai 
loro studii e dalle loro attitudini, associandosi all' uopo in parecchi. La 
nostra Società dovrebbe incoraggiare tali lavori concorrendo almeno in 



({). Vedi tavola n. 6 flg. J e 3. 



40 — 



parte nelle spese materiali di compilazione, e patrocinando presso qualche 
intraprendente editore la pubblicazione per le stampe delle monografie 
ohe, fatte a dovere, avrebbero non diffìcile esito fra il pubblico, come lo 
dimostra quanto già si fece in Lombardia con una serie di monografie 
che sono ormai introvabili. 

Ed in Piemonte non mancano i soggetti degni di essere così illustrati. 

Prescindendo da quanto già fu detto per pochi luoghi, non è diffi- 
cile tracciare un possibile programma di lavoro : esso potrebbe per es. 
consistere nell'illustrazione metodica dei seguenti luoghi, fra i quali la 
Società potrebbe indicare scalarmente i maggiormente degni del suo con- 
corso, inscrivendone la spesa nei suoi bilanci annui : 

Ricetti Piemontesi (Oglianico, Salassa, Candele, Arboro, ecc.) - Avi- 
gliana - Susa e la Novalesa - Chieri ed il Ohierese - Il Canavese ed i suoi 
Castelli (Malgrà, Masino, Ozegna, Pavone, Rivara, Strambino, Valperga, 
ecc.) - Asti - Casale Monferrato - Alba ed i Castelli delle Langhe - 
Gaglianico ed i Castelli del Biellese - Vercelli e Novara - Varallo e la 
Valle Sesia - Pallanza, Cannobio e dintorni - S. Antonio di Ranverso, ecc. 

Prima di chiudere questi brevi cenni, mi si permetta di esporre una 
idea, buona o cattiva che sia, diretta al conseguimento degli scopi che 
la Commissione si prefigge. 

Nell'ultima seduta della nostra Società noi abbiamo sentito svolgere 
magistralmente da uno dei nostri piìi stimati colleghi la luminosa pro- 
posta di ricordare la recente grande vittoria nazionale ripristinando in 
Campidoglio il monumento romano che celebrava la Pace di Augusto. 

Qualchecosa di simile potrebbe essere proposto pei principali paesi 
del Piemonte che sentissero il bisogno di illustrare qualche personaggio 
qualche fatto della passata guerra. La nostra Società dovrebbe richia- 
mare l'attenzione di tali paesi sulla maggiore nobiltà del modo di onorare 
i valorosi loro concittadini mediante il ripristino dei monumenti paesani 
che ancor lo meritino, piuttosto che erigendo busti o monumenti piià o 
meno felici, affidando ad appropriate iscrizioni il compito di indicare il 
significato del restauro. Essa dovrebbe designare singolarmente tali mo- 
numenti, aiutando del suo appoggio morale quei paesi che rispondessero 
all'invito. 

Ritengo che così facendo si recherebbe un vero servizio all'arte. Non 
sono altrettanto persuaso della riconoscenza degli scultori, ma purtroppo 
non è sempre dato di accontentar tutti ! 

C. NiGRA. 



Tavola 1. 




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Tavola II. 





Tavola HI. 




VERCELLI 
Cortile coperto di Casa CentorÌ8. 



Tavola VI 




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fig. 1 - ARONA: Palazzo del Podest-i. 



fig. 2 - Valle Formazza: Chalet alla Chiesa. 




fìg. 3 - Valle Formazza : Al ponte. 



— 41 



COMUNICAZIONI 

presentate nella seduta scientifica del 14 Novembre 1920. 



Tomba romana con iscrizione rinvenuta 
nell'Agro di Cùneo. 



A circa quattro km. da Cuneo , presso il villaggio di San Rocco 
Castagnaretta che sorge a mezza via fra detta città e Borgo San Dal- 
mazzo, un contadino, lavorando nello scorso settembre in un campo della 
cascina La Piccona, proprietà Pettazzi, mise allo scoperto una tomba 
antica su cui da principio mantenne il piiì geloso segreto. Trapelata in 
seguito la notizia, s' interessò tra i primi della scoperta il Teol. A. M. 
Riberi, per le cui insistenze furono praticati più profondi scavi : e questi 
dimostrarono che la tomba era a due piani, destinata cioè a ricevere due 
cadaveri, un sopra l'altro. 

La tomba superiore era già stata in altri tempi violata, sì che la 
pietra ond'era coperta stava capovolta trasversalmente; misurava m. 1,75 
di lunghezza per 0,55 di larghezza; era formata alla testa e ai piedi di 
pietre murate a secco e disposte a semicerchio, mentre ai lati era fatta 
di ardesie tegolari piantate nel suolo. Il contadino che l'aveva scoperta 
e che per piìì notti consecutive - come si seppe di poi - l'aveva messa a 
soqquadro per trovarvi il tesoro, affermò ripetutamente che nulla aveva 
rinvenuto, né ossa, né monete, né vasi; il Riberi potè solo rintracciare, 
fra le pietre della tomba stessa che ne formavano il fondo, pochi cocci 
informi d'un argilla finissima color rosso vivo, più atta a figuline che 
a laterizi, e un piccolissimo frammento di coccio con superficie verni- 
ciata in nero. 

La tomba inferiore fu trovata ancora col suo scheletro, però assai 
guasto ; era cinta d'un muro ovale ben fatto con pietre a secco, ma senza 
altro materiale archeologico che pochi cocci di terra cotta, privi di alcun 
sigillo contrassegno. E poiché nuli' altro eravi d'interessante, la buca 
fu ricolmata e il suolo livellato. Fu però asportata, e giace ora nel cortile 
della cascina La Piccona, la pietra che la copriva. 



— 42 - 

È questa una lastra di gneis compatto, color grigio-verde per molte 
laminette di clorito commista a noccioli piccolissimi di pirite : alta m. 1,72, 
larga m. 0,60, è piana sulla faccia anteriore; sulla posteriore invece è 
lavorata a tetto con due pioventi, sì che nel mezzo è spessa 17 cm. che 
si riducono a 9 sugli orh. Nulla vi si trova d'interessante artisticamente. 
Un rettangolo di poco incavato, a 90 cm. dall' estremità inferiore, alto 
cm. 57 e largo 50, contiene l'iscrizione: sopra questa inquadratura è una 
fascia, priva d'ogni ornamento, della larghezza di 9 cm. ; su questa infine 
è disegnato con rozza incisione un timpano triangolare, il cui vertice è 
smozzicato per una frattura che pare di data non recente. Anche l'iscri- 
zione è in caratteri rozzi, alti cm. 6, malamente incisi, ben lontani dai 
caratteri lapidari dei tempi migliori dell'impero. Desta però interesse il 
testo dell'iscrizione stessa: 




VFLVILLIV\:^ 
CA/V\ 

Lovcmv 

CVILL1V5-LF 

CA/A 
TERTVLVf 



Y{iventes) F{ecerunt) Liucius) Villius Cam(z7?a) Loucissus C{aius) Villius 
L{ucu) F{ilius) CamUVia) Tertulus. 



Sembra evidente che il primo dei due personaggi qui ricordati, Lucio 
Villio Lucisso, fosse d'origine servile, giacché l'iscrizione non porta il pre 
nome del padre tra il gentilizio Villius e l'indicazione della tribiì; ciò 
induce anche a credere il cognomen Loucissus, forma assolutamente nuova, 
forse d'origine gallica, che trova riscontro nel LOUCINTR dell'iscrizione 
n. 7693 del C. I. L., V. (C. F. Muratori. XIV) esistente nel Museo Civico di 



— 48 — 

Bene. Il secondo personaggio dell'iscrizione, Caio Villio Tertulo, è invece 
un ingenuus, figlio del Lucio da cui il Lucisso era stato manomesso : lo 
dimostra l'indicazione della paternità, che sta appunto dopo il prenome 
e il nome gentilizio. 

Ed è questo gentilizio VILLIUS che merita particolare rilievo. Esso 
non è nuovo nelle iscrizioni romane del paese abitato un di dai Vagienni 
e dai popoli loro confinanti. Appare anzitutto nella bella lapide di Caio 
Annio Celere di Dogliani, C. I. L., V. 7669, nella quale è nominata una 
Villia ; altra trovata alla Pra di Benevagienna, in cui pure si nomina una 
Villia, pubblicava G. Assandria nel voi. VII degli Atti della Soc. Piem. di 
Arch. a pag 294; un'altra ancora ne pubblicò nel 1911 in Alba il prof. Euse- 
bio da lapide esistente nel Museo di quella città: D.M. VILLIAE SOPHES C. 
VIL(/ms) FILIUS; abbiamo infine la nota iscrizione del Museo di Torino, 
C. I. L., V. 7164, che ricorda tutta una serie di Villa. Quest'ultima, non 
essendo noto il paese nel quale fu rinvenuta, venne compresa fra le 
Pedemontance incerice. tanto piìi che reca il nome della tribù Follia, a 
cui erano 2JSQniÌQ Polleniia, Hasta, Industria, Eporedia, Valentia, Forum 
Germanorum ed altre terre: ora però che la Villia risulta sempre piti 
essere stata una gens dei Vagienni, possiamo ritenerla con qualche fon- 
damento appartenente a Pollentia, città vicinissima ad Alba Pompeia e 
ad Augusta Bagiennorum, né molto distante dal luogo in cui fu trovata 
la recente iscrizione. E se il territorio abitato dai veri e propri Vagienni 
era, secondo l'opinione piìj probabile, compreso fra i monti il Tanaro e 
la Stura, quest'iscrizione segnerebbe appunto, a circa un chilometro dalla 
destra della Stura, poco più a monte del luogo in cui venne trovata la 
famosa iscrizione a CATAVIGNUS IVO MAGI F{ilius), C. I. L , V. 7717, 
illustrata dal Promis, il limite occidentale della loro regione: dove essi, 
dopo secoli di vita libera e quasi selvaggia, piegatisi finalmente ed ono- 
revolmente alla grande dominatrice subendone l'influsso civile irresisti- 
bile, lasciarono, della romana civiltà così nobilmente assunta, i venerandi 
avanzi che l'avara terra via via restituisce alla scienza indagatrice. 

EucuDE Milano 



~u 



La probabile esistenza di iscrizioni romane 
sui marmi della Chiesa di S. Pietro in Cherasco. 

L'attuale Cherasco, urbs invictissìma pacis, fu fondato, circa il 1220- 
1240 dagli abitanti e dai signori di vari villaggi e castelli circostanti, fra 
i quali precipui i signori dei consortili di Manzano, Monfalcone e iàar- 
matorio, come centro di raccolta e di difesa nelle continue lotte fra 1 
città di Asti e di Alba. 

Preesisteva, non lungi dal luogo prescelto, un villaggio di Cairasco, 
che concorse alla fondazione e, deserto di abitanti dopo di essa, si ridusse 
a poche case e si chiamò Cherascotto. Il prof. Barocelli, erudito ed attivo 
nostro consocio, vorrebbe nella terminazione in asco trovargli un'origine 
ligure, antichissima. 

Fra gli atti costitutivi della fondazione di Cherasco ve n'è uno del 
14 dicembre 1243, col quale i signori di Manzano, nel Castello che essi 
possedevano poco discosto al di là del Tanaro, si obbligavano a costruire 
case nel Cherasco nuovo e ad abitarvi (1). 

Fra le altre convenzioni è notevole quella relativa al trasporto in 
Cherasco dei materiali della Chiesa di S. Pietro di Manzano, attigua al 
Castello di tal nome, per la costruzione di una nuova Chiosa, che è 
l'attuale di S. Pietro e che conservò a lungo il predicato di Manzano. 

Della nuova Chiesa si hanno notizie del 1266, e si conosce 11 pre- 
vosto del 1288, tratto da quei Benedettini a cui apparteneva la Chiesa 
di Manzano. 

L'interno è stato piìi volte restaurato e rifatto. Così p. es. nel 1740 le 
colonne che la dividevano furono mutate in pilastri quadrati (come a S. 
Agnese a Roma). Nel 1916 in occasione di un giubileo parrocchiale, ho 
salvato dalla completa distruzione nella cella sottostante al Campanile e 
che un tempo faceva parte della Chiesa, un bell'affresco, da attribuirsi alla 
scuola che fiorì con Macrino d'Alba e Gandolfino da Roreto. 

Ma la facciata, quantunque deturpata nella parte centrale nel 1744 
e poi nuovamente nel secolo XIX per darle maggior luce, conserva nello 
insieme la forma primitiva, quando il loggiato a colonnini correva anche 
nella parte centrale, sormontato da una finestra a rosone, e non esistevano 
le due porte laterali, aperte solo verso il 1800. 

Questa facciata conserva i materiali vari che furono tratti dalla 
chiesa antica di Manzano. Io stesso trovai in una casa attigua a questa 




(1). MHP, Il Chari.. col. 1436 e segg. V. anche Adriani, indice analitico, n. 114. 



— 45 — 

ultima una pietra scolpita a treccia, identica ad un' altra che fa parte 
dello stipite di sinistra della porta di S. Pietro, e la riposi nel Civico 
Museo G. B. Adriani. E così sono antiche le lesene in arenaria con figure 
di animali e di mostri: le scodello di terracotta a vernice verde, di cui 
è cosparsa la facciata, i frammenti di lapide che l'adornano qua e là. 

Antica pure la porta colle sue colonne e tutto il sopraporta in are- 
naria che, secondo l'amico cav. Lavini, deve riprodurre quello longobar- 
dico dell'antica chiesa. 




Pili antiche ancora le 15, o più, testine di statue che adornano la 
facciata entro piccole rozze nicchie, provenienti certamente da monumenti 
piii antichi di quella regione di Manzano, dove sorgevano le ville degli 
abitanti della ricca PoUenzo Romana. Vi ho riconosciuto facilmente belle 
testine di Giove, Apollo, Diana, di un satiro, ecc. 

Ma sopratutto degna di attenzione è la grande fascia di marmo che 
divide a mezza altezza la facciata, e che nel suo candore si stacca dal 
fondo scuro delle altre pietre. 



— 46 — 

Spiccano in quella fascia, al centro e all'estremo di sinistra, le lapidi 
di Acuzia Sabina e di M. Cassio Tenace, già pubblicate più volte e spe- 
cialmente dal Muratori fra le iscrizioni dei Vagienni e dal Mommsen (1). 
Una terza ve n'era, quella di Minicia Petina, ma fu trasportata a Torino 
nella R. Università (2). 

Il rimanente della fascia è formato di lastre di varie dimensioni, 
senza iscrizioni, ma alcune con fori che accennano a ferri che dovevano 
tenerle fisse altrove, e con scoperta la faccia ora non visibile. 

Da tempo io opino che quelle lastre sono altrettante iscrizioni romane 
che hanno la stessa provenienza di quelle ora visibili. Solo che nel for- 
mare la fascia marmorea, si posero in vista le lapidi che offrivano qualche 
ornamento ( e le due esistenti hanno geni e delfini ), e si nascosero le 
altre che recavano semplici iscrizioni, forse anche perchè parve sacrile- 
gio mettere delle iscrizioni pagane a ornare una chiesa cristiana. 

E mi assilla il desiderio di rivolgerle e di scrutare quello chi 
nascondono. 

È strano che simile desiderio non sia venuto mai ad alcuno. Venne 
a me forse perchè fui cosi fortunato nelle due lapidi dell'antico convento 
dei Carmelitani, che dietro due busti del III o IV secolo mi rivelarono 
due iscrizioni del 1° secolo. Erano state pubblicate dal Pingone nella storia 
di Torino e dopo di lui erano andate perdute. Su di esse ho pubblicato 
una memoria nel volume IX deW Ausonia di Roma. Tornando alla pro- 
posta di esaminare la fascia marmorea di S. Pietro, mi auguro che essa 
venga approvata dalla Società di Archeologia e Belle Arti, la quale col 
suo consenso mi darà incoraggiamento a procurare che venga tradotta 
in atto. 

Ten. Gen. Alfonso Petitti di Roreto. 



ie 



Per ragioni di spazio rinviamo al prossimo numero del Bollettino 
la stampa di un'altra interessante comunicazione presentala nella stessa 
seduta dal Socio ing. comm. Chevalley. 



[{). G. F. MuRATOBi. N.i XXXVI e XXXIH; Mommsen C.X.L,, V. 7680 e 7676. 
(2). Muratori, XXXVII. 



— 47 - 



STORIA E BIBLIOGRAFIA 

della Paletnologia Piemontese. 



(Continuazione e fine, Vedi questo Boll., IIF, pag. 80). 



IV) PRIMA ETÀ DEL FERRO. 



G. A. Colini. - Intorno alla origine della civiltà della 1 età del ferro in Italia 
(B. p., XXXIV, 35 - 39). 

Lo stesso. - La necropoli del Pianello presso Genga (Ancona) e l'origine della 
civiltà del ferro in Italia (B. p., XXXIX, XL, XLIi. Frequenti accenni alle palafitte 
subalpine ed alla civiltà della 1* età del ferro detta di Golasecca. 

Elmo di bronzo trovato nel letto del Tanaro presso Asti (Lipperheide Fr. — 
Corpus Cassidum. Berlin, 1902, loglio 74). Già edito dal Gastaldi, Montelius, G. ed A. 
de Mortillet. 

P. Castelfranco. - Ripostigli di bronzi di Zerba {Bobbio) e di Tarmassia 
(Isola della Scala) (B. p., XXXIV, 91). Il ripostiglio di Zerba è di braccialetti; quello 
di Tarmassia di braccialetti e di altri oggetti. Di poco anteriori alle prime fasi della 
civiltà di Golasecca e di Este. Sul ripostiglio di Zerba vedi anche B. p., XVI, 154 155, 

B. Giani. - Battaglia del Ticino tra Annibale e Scipione. Milano 1824. Le prime 
scoperte dei sepolcreti di Golasecca e Castelletto Ticino. 

G. DE Mortillet. - Sépultures anciennes du plateau de Somma (Revue archéol., 

1865, 2, p. 453; 1866, 1, p. 50 e " Matériaux pour l'histoire de l'homme,,, lì, 1866, 
pag. 264). 

1. DE Baye. - Nel " Bulletin de la societé nationale des antiquaires de Franco,,, 

1866, p. 316 accenna ai sepolcreti di Golasecca e Castelletto Ticino. 

P. Castelfranco. - Paletnologia lombarda (A. d. soc. ital. di scienze naturali, 
seduta 28 novembre 1875). Qualche osservazione sulla civiltà di Golasecca e Castel- 
letto Ticino. V. B. p., II, 175176. 

Lo stesso. - Due periodi della prima età del ferro nella necropoli di Crolasecca 
(B. p.. Il, 87-106. Riprodotto in Rev. archéol., 1877). V. B. p., II, 190. 

Lo stesso. - Sur la nécropole de (xolasecca (Compte rendu de la VIP"» session 
du congrès intern. d'anthrop. et d'archéol. préhist., I, p. 388, Stokholm, 1876). 

Lo stesso. - La nécropole de Golasecca. Eclaircissements, faits nouveauoc et 
conclusions (Compterendu, come sopra, II, p. 879, Stokholm, 1870). 



— 48 — 

Lo stesso. - Risposta ad alcune obiezioni intorno ai due periodi di Oolasecca 
(B. p., Ili, 205-21Ì). 

Lo stesso. - Capezzali di Golasecca (B. p., IV, 72). 

Lo stesso. - Fibule a grandi coste (B. p., IV, 50). 

Caratteri dei sepolcri di Velleja confrontati con quelli dei sepolcreti di Golasecca 
e Castelletto Ticino, (B. p., IV, 176). 

0. MoNTELius. - Spànnen frau bronsaldern och ur dem nàrmast utwecklade 
former (Antiqvarisk Tidskrift for Zverige, 6: 3, Stockolm, 1880-81, p. 133). Sepolcreti 
di Golasecca e Castelletto Ticino. 

L. PiGORiNi. - / Liguri nelle tombe della I età del ferro di Golasecca (A. d. r. 
accad. d. Lincei, s. Ili, ci. scienze mor., XUI, 1884. (Matériaux pour l'histoire de 
l'homme, XVIII, 1884, p. 4i5. B. p., X, 198). 

P. Castelfranco. - Gruppo lodigiano della 1 età del ferro (B.p., IX, 182-202). 
Confronti con la "facies,, di civiltà detta di Golasecca. 

S. Ricci. - Oggetti ornamentali provenienti dal territorio di Golasecca (B. p., 
XXI, 89-97). Ignorasi se provengono da sepolcreto sulla sinistra o sulla destra del 
Ticino. Acquistati dal r. museo di Antichità di Torino. Per confronto a pag. 94 sono 
ricordati altri oggetti ornamentali preromani di bronzo esistenti nel medesimo museo, 
scoperti in vai di Susa e nelle regioni alpine. 

Lo stesso. - Oggetti d'ornamento personale in bronzo, corallo ed ambra prove- 
nienti dall'antica necropoli di Golasecca (N. s,, 1897, 243-248). Non si conoscono le 
località precise di ritrovamento. Acquistate dal museo predetto. 

L. Migliorini. - Tombe dei Liguri Apuani in provincia di Massa e Carrara 
(B. p., XLI, 85-88). Richiami e confronti con i sepolcreti di Golasecca e Castelletto 
Ticino. 

R. Pettazzoni. - Rapporti fra l'Etruria e la civiltà di Golasecca (Boll. d. 
imper. istituto archeol. germanico, sezione romana, XXXIV, p. 317 sgg.). 

P. Castelfuanco. - / Merlotitt, Stazione umana dalla I età del ferro sulla 
riva destra del Ticino (A. d. soc. ital. di scienze nat., XVII, 1875. Tradotto nei 
"Matériaux pour l'histoire de l'homme,,, 1876, p. 253-260). V. anche B. p., I, 12-13. 

Per le scoperte avvenute nei sepolcreti di Castelletto Ticino vedi B. p., I, 1315; 
II, 163 e 224; III 44 e 128; VII, 98; X, i68; Xlll, 133; XIV, 194. N. s. 1876, 97 6 207; 
1881, 333; 1884, lf;6; 1885, 27; 1888, 271. A. d. soc. piem. di archeol., IV, p. 302 (tomba 
n° 1 del sepolcreto della Cascinetta); V, p. 15. 

G. Ghirardini. - La situla italica primitiva (Monumenti dei Lincei, li). Alla 
colonna 182 situla di bronzo a cordoni ed un bacino di bronzo ornato a sbalzo, da 
tomba di Castelletto T., ora nel r. museo di antichità di Torino. 

P. Barocelli. - Tombe preromane scoperte ad Ameno (N. s., 1918, 81). 

G. Patroni. - Il luogo di Ticinum (Pavia) abitato fino dall'epoca pregallica (N. 
s., 1012, 5 e Boll. stor. pavese, XIII, 426). 




— 49 - 

L. PiGORiNi. - Tombe preromane di Bellmxago Novarese (B. p., XXVIII, 54 e 
i43; XXIX, 240). Presentano i caratteri del I e II periodo della civiltà di Golasecca. 
Vedi anche L. Apostolo in " Corriere di Novara „ 13 febbraio e 15 aprile 1902 e n° 43 
del 1903 ed in "Gazzetta di Novara,, 1904, n> 655-656. 

C. Leone. - Di alcuni oggetti antichi scoperti a Pexxana Vercellese (A. d. soc. 
piem. di archeol., V, p. 247 sgg., tav. XV. B. p., XV, 193 e XVI, 176. N. s., 1889, 205. 
"Arte e storia,,. Vili, n° 7). Situla e bacinella di bronzo. 

S. Riooi. - Di una rara fibula scoperta in una tomba preromana presso 
Palestro (N. s., 1897, 3. B. p., XXIV, 77). Dall'ardiglione pendono oggettini da toe- 
letta di bronzo. 

P. Castelfranco. - Corredo da toeletta di Rebbio (Como) (B. p., XXVI, 24-33). 
Questo corredo di Rebbio mostrerebbe che quello della sopradetta fibula di Palestro 
sarebbe stato importato dalla Lombardia occidentale, dove nella I età del ferro esi- 
steva un importante centro metallurgico. 

G. Belluccl - Fibule d'argento di Norcia (Rend. d. r. accad d. Lincei, ci. scienze 
mor., XIX, p. 751 sgg. B. p. XXXVII, 107-108). Da una di queste fibule pende un 
corredo da "toilette,, che richiama quello della sopradetta fibula di Palestre. 

A. Taramelll - Tomba a cremazione in provincia di Cuneo (B. p., XXIII, 38). 
Ossuario proveniente da Chiusa di Pesio ora conservato nel r. museo di antichità 
di Torino. 

G. Ghirardini. - Di un arcaico sepolcreto ligure scoperto nel territorio di Genova 
(Rend. d. r. accad. dei Lincei, ser. V, ci. Scienze morali, III, p. 205 218). V. anche 
B. p.; XXI, 99-102; Varni in "Giornale ligustico,,, 1884, p. 314. Genova, Palazzo 
Bianco, 1908, pag. 6. Tombe scoperte a Savignone in vai di Scrivia collegate al 
gruppo dei sepolcreti del tipo di Golasecca. 



V) - SECONDA ETÀ DEL FERRO 
(GALLICA). 



G. Patronl - Sepolture elvetiche di La Tene. (^Rend. r. istit. lombardo di scienze 
e lettere, L, 14-15, 1917) Note generali sulla civiltà gallica subalpina con riferimento 
anche a ritrovamenti piemontesi. 

G. Patronl - Tomba gallica di Introbio (Riv. archeol. di Como, 1918-9). Ac- 
cenni alla penetrazione della civiltà gallica transalpina nell'Italia Settentrionale. 

P. Castelfranco. - Liguri Galli e Gallo-Romani (B. p., XII). Sepolcri della 
Lombardia occidentale e del Novarese. 

Th. Mommsen. - Die Nord-etrusk. Alphabet. (Mitth. d. Antiq. Gesellschaft in 
Ziìricb, VII, 1853). Cenni a ritrovamenti piemontesi. 



— 50 — 

E. Bianchetti ed E. Ferrerò. - / sepolcreti dì Ornavasso (A. d. soc. piem. di 
aroheol. VI). 

E. Ferrerò. - Sul corredo dei sepolcreti di Ornavasso (A. d. r. accad. d. scienze 
di Torino, 1896-7). 

P. Castelfranco. - / sepolcri gallici dell'Ossola (A. e M. d. r. deput. di storia 
patria per le Romagne. ser. Ili, voi. XIV). I sepolcreti predetti. 

I. Déchelette. - Monte fortino et Ornavasso (Rév. archéol., 1902, I). 

Lattes. - Il vino di Naxos in una iscrizione dei Leponzii^in vai d'Ossola (A. 
d. r. accad. d. scienze di Torino, XXX, p. 102). Iscrizione preromana grafflta su 
fittile raccolto in un sepolcro di Ornavasso. 

Kretschmer. - Die Inschriften von Ornavasso und die ligurische Sprache, 1902. 




Lattes. - Di una iscrizione anteromana trovata a Carcegna sul lago d'Orla 
(A. d. r. accad. d. scienze di Torino, XXXIV, p. 444). Iscriz. grafllta su fittile. 

Tombe con suppellettile funebre e lapidi iscritte scoperte a Levo, Lago Mag- 
giore (N. s., 1889, 261). Alcune iscrizioni etrusche. 

I. Rhys. - The Celtic Inscriptions of Cisalpine Gaul (Proceeding ol the British 
Accademy, VI, 1913). Le iscrizioni di Carcegna ed Ornavasso. 

I. Rhys. - L'iscrizione celtica del chiostro della canonica di Novara (Boll, 
stor. p. la prov. di Novara, 1915, p. 73, trad dell'Inglese. V. Corpus inscript, latin.^ 
V, p. 719). Iscriz. etrusca scoperta a Briona Novarese. 

D. Promis. - Ricerche sopra alcune monete antiche scoperte nel Vercellese (A. 
d. r. accad. d. scienze di Torino, I, 1866). 

S. Ricci. - Le collezioni numismatiche del Museo Leone in Vercelli (Illustra- 
zioni e cataloghi del Museo Leone, I), p. 105- 110: monete preromane. 

L. Cesano. - Vittoriati nummi {Riv. ital. di numismatica, 1912, p. 299 sgg.). Ripo- 
stigli di monete galliche, vittoriati, denari romani rinvenuti nel Vercellese e nella 
Lomellina. 

Rusconi. - Ictimuli e Bessi, Novara, 1877. 



* 
* * 



E. Pais. - La romanizzazione della valle d'Aosta (R. d. r. accad. d. Lincei, 
ser. V, voi. XXV, fase. 1-2 e in " Dalle guerre puniche ad Au(justo„, li, p. 406-8). 
Illustrazione delle monete d'oro dei Salassi. Su queste monete vedi Longperier, 
Monnaies des Salasses^ in " Oeuvres „ I, p. 496 sgg. 

Von Duhn ed E. Ferrerò. - Monete galliche dell'Ospizio del Gran San Bernardo 
(M. d. r. accad. d. Scienze di Torino, ser. II, XLI, 1891). 



— 51 — 

E. Ferrerò. - Armille di bronzo scoperte a Montaldo Dora (A. d. soc. piena, 
di archeol., I, p. 17-21). 

P. Barooelli. - Recente ritrovamento di armille galliche a Saint Vincent (Boll, 
d. soc piem. di archeol., I, p. 17-21). 



E. Pais. - Le stazioni della Quadragesima Galliarum di Pedo e di Forum 
Germanorum ed il con/ine d'Italia verso le Alpi Marittime (in ''Dalle guerre 
puniche ad Augusto,,). A p. 732-3 l'iscrizione etrusca di Busca presso Saluzzo. 

Elmo di bronzo trovato a Villa del Foro (Alessandria) (N. s., 1896, 5tt). 



VI) MUSEI E COLLEZIONI PALETNOLOGICHE DEL PIEMONTE. 



Ministero della Pubblica Istruzione (Direz. Gen.le delle Antichità e Belle 
Arti). - / musei e le gallerie d'Italia, elenco compilato da Fr. Pellati con prefa- 
zione di Corrado Ricci. Loescher, Roma, 1914. Guida sommaria attraverso a tutte 
le raccolte sparse nelle pubbliche collezioni del regno, corredata da note bibliogra- 
fiche sulle raccolte medesime. 

A. Angelucoi. - Gli ornamenti spirali/ormi in Italia e specialmente nelVApulia 
(A. d. r. accad. d. scienze di Torino, XI, 1875-1876, p. 876-911). Oggetti, per la mas- 
sima parte di provenienza non piemontese, del r. museo di antichità di Torino, del 
collegio di Moncalieri e della r. armeria di Torino. 

Lo stesso. - Ricerche preistoriche e storiche nell'Italia meridionale {i%12i%lf>) 
Scritti vari, Torino, Baglione, 1876. I materiali raccolti dall'A. sono nella armeria 
reale di Torino e nel museo nazionale di artiglieria di Torino. 

Lo stesso. - Le selci romboidali, i pugnali delle mariere, la spada e la scure 
di bronzo dell'armeria reale di Torino (B. p., Il, 1 11 e 25-28. Descrizione di oggett 
dell'armeria reale e del museo nazionale d'artiglieria di Torino. V. anche B. p., II, 
174- 175. 

A. Fabretti. - Il museo di antichità della r. università di Torino. Notizie, 
pp. 74, Torino, Stamperia reale, 1872. Il museo possedeva allora poche antichità 
preromane, per la massima parte non piemontesi. 

B. Gastaldi. - Raccolta di armi e di strumenti di pietra delle adiacenze del 
Baltico (A. d. r. accad. d. scienze di Torino, V, 1869-1870, p. 841, sgg.). Erano presso 
la r. accademia delle scienze, ora sono nel r. museo di antichità di Torino. 

Le altre opere del Gastaldi sopra citate nella « Bibliografia generale » contengono 
notizie sulle raccolte d'antichità da lui fatte in Piemonte ed in altre regioni d'Italia 
già depositate nel museo civico di Torino, ora nel r. museo di antichità. 



- 52 — 

S. Ricci. - Di una lamina di bronzo lavorata a sbalzo proveniente da Rove- 
reto ed ora presso il r. museo di antichità di Torino (Nuovo archivio veneto, XIV, 
1, 1897). 

P. Castelfranco. - Necropoli di Bissone nella provincia di Pavia (B. p., XXIII, 
19-30).La necropoli è posteriore alla piena età del bronzo: i materiali furono acqui- 
stati dal r. museo di ant. dì Torino. V. Boll. uff. del min. di pubbl. istruz., 2 aprile 1896 
p. 572 e B. p. XXII, 169. 

Lo stesso. - La stazione preistorica del Molinaccio sulla riva sinistra del Ticino 
(A. d. soc. ital. di scienze natur., Milano, XVI, 1873). I materiali raccolti in questa 
stazione preromana, di età non esattamente determinabile, furono acquistati dal r. 
museo di antichità di Torino. 

A. Taramblli. - Quelques stations de l'dge de la pierre découvertes par l'in- 
gégnieur Pietro Gariazzo dans l'etat indèpendant du Congo (Comptes-rendus du 
congrés International d' Anthrop. e d'archéol préist., XII session, Paris, 1901). Gli 
oggetti furono donati al r. museo di ant. di Torino. 

L. A. Milani. - Il R. Museo archeologico di Firenze, 1912. A pag. 27 si ricorda 
che il r. museo di antichità di Torino possiede antichità etrusche. 

P. Barocelli. - La raccolta Amerano del r. museo di ant. di Torino (questo 
Boll., II, p. 36-39). 

A. Angelucoi. - Catalogo della armeria reale (Torino), pp. 614 con fig., Torino, 
Candeletti, 1890. Parecchi oggetti sono preistorici. Provenienze varie. Da Pollenzo 
proviene una bipenne di bronzo (pag. 11, flg. 7). 

Lo stesso. - Catalogo del museo nazionale d'artiglieria di Torino, foglio di 
saggio. Qualche oggetto preistorico. 

Lo stesso - Le armi di pietra donate da S. M. il Re Vittorio Emanuele 11 
al museo nazionale di artiglieria (Riv. militare italiana, a. IX, 1865, voi. IV). Prove- 
nienze varie (Nizza, Abbeville, Giletta presso il Varo, Robenhausen, Svizzera, Pen- 
silvania, Castelfldardo, Imola, Modena, Balzi Rossi, Mercurago). 

Lo stesso. - Le palafitte del lago di Varese e le armi di pietra del museo nazio- 
nale d'artiglieria; scritti vari. 55 pp., Torino, 1871. 

P. Strobel. - Anelli gemini problematici (domatori?) (B. p. XV, p. 11-37). Alcuni 
sono nel museo nazionale di artiglieria di Torino (nota 5 a p. 14). 

Museo archeologico di Alba (« Alba Pompeia », V, fase. 5-6, p. 162). Alcuni oggetti 
di pietra, fra cui idoletti. 

E. Milano. - Il museo popolare di storia ed arte di Bra. Discorso di inaugu- 
razione. Era, 1919. 

I. Regazzoni. - La preistoria alla esposizione di Torino dell'anno i884 (B. p. 
178-197), La sezione di archeologia preistorica presentò una eletta varietà di oggetti 
provenienti da tutte le parti d'Italia. 

Piero Barooelli. 



— 53 — 



COMUNICAZIONI AI SOCI 



Regio decreto del 9 settembre 1920 col quale sono state approvate 
le modificazioni allo Statuto deliberate nell'assemblea dell' 11 aprile 1920: 

VITTORIO EMANUELE III 

PER GRAZIA DI DIO E VOLONTÀ DELLA NAZIONE 

RE D'ITALIA. 

Visto lo Statuto della Società Piemontese d'Archeologia e Belle Arti 
approvato con R. D. del 17 ottobre 1907 erigente in Ente morale la 
Società medesima; 

Visto r art. 2 dello Statuto predetto che fissa a 100 il numero dei 
soci efi'ettivi, e l'art. 8 che indica il modo come sostituirli; 

Ritenuto che l'Assemblea dei soci nella sua tornata dell'I 1 aprile 1920 
ha regolarmente votato la modificazione di tali articoli; 

Che lo scopo a cui mira questo voto è buono e utile, e che la Società 
merita efficace incoraggiamento per la nobile opera a cui si dedica; 

Sentito il Consiglio di Stato; 

Sulla proposta del nostro Ministro Segretario di Stato per l'Istruzione 
pubblica; 

Abbiamo Decretato e Decretiamo: 

Sono approvate le modifiche agli art. 2 ed 8 dello Statuto della 
Società di Archeologia e Belle Arti, approvato con R. D. 17 ottobre 1907, 
nel tenore seguente: 

Art. 2: La Società si compone di un numero illimitato di soci efi'ettivi. 

Art. 8: Le proposte per la nomina di socio, tanto effettivo quanto 
corrispondente, dovranno essere trasmesse alla Presidenza e dovranno 
essere motivate. I nomi dei proposti da almeno cinque soci effettivi 
saranno comunicati ai soci con la indicazione dei proponenti e con le 
rispettive motivazioni, almeno quindici giorni prima dell'adunanza desti- 
nata alla votazione. La votazione si fa a scrutinio segreto in seduta am- 
ministrativa. Per la nomina a socio è richiesta la maggioranza dei due 
terzi dei votanti. 

Ordiniamo che il presente decreto sia inserto nella raccolta ufficiale 
delle leggi e dei decreti del Regno mandando a chiunque spetti di osser- 
varlo e di farlo osservare. 

Dato a Roma il 9 settembre 1920. 



e in 

à 



— 54 — 

Per iniziativa della Società di Storia dell' Arte Francese si è costi- 
tuito un Comitato per organizzare un Congresso di Storia dell' Arte a 
Parigi. Esso si terrà nell'autunno 1921. I lavori del Congresso riguar- 
deranno la Storia dell'arte figurativa e della musica dall'inizio del Medio 
Evo ai giorni nostri. 

A Roma si è formato un comitato presieduto da Adolfo Venturi, perchè 
le adesioni degli Italiani al Congresso di Parigi siano numerose e con- 
cordi. A tale scopo il Comitato romano propone a tutti gli Italiani aderenti 
di rivolgere la loro attenzione su alcuni temi intorno cui riferire, e cioè: 

1) Storia dell'arte e della musica francesi in Italia e italiane in 
Francia ; 

2) Storia della critica d'arte, 

3) Solidarietà fra gli studiosi, 

4) Tutela dei monumenti, 

5) Insegnamento storico artistico. 
S'intende che anche altri temi saranno tene accetti. Non è neces- 
sario richiamare l'attenzione dei Piemontesi sull'opportunità di prender 
parte ai lavori del Congresso in modo da far valere il Piemonte come 
regione, che ha servito continuamente di tramite fra l'arte francese e ^ 
l'arte italiana. IH 

La quota d'iscrizione è di 30 franchi : essa darà diritto ad assistere 
alle sedute e riunioni, ed a profittare di tutti i vantaggi che il Comitato 
francese offrirà ai membri del Congresso. Le adesioni possono inviarsi 
direttamente alla Società di Archeologia e Belle Arti {Torino, via 
Napione. N. 2). 

=v V V V V 

BIBLIOTECA SOCIALE 
Pubblicazioni periodiche che pervengono in cambio 

{continuazione; vedi numero precedente) 



185. Aix, Annales de la faculté de lettres. 

186. — Annales de la faculté de droit. 

187. Arezzo, Studi Francescani. 

188. - La Verna. 

189. Ath. Annales du cercle archéologique d'Ath et de la région. 

190. Athènes, L'Acropoie. 

191. Bar-le-Duc, BuUetin de la Sociétó des Sciences et Arts. 

192. Bergen, Bergens Museum, Aarsberetning. 



— 55 — 

193. — Bergens Museum Aarbok; Historisk - Antikvarisk Raekke. 

194. Chicago, lournal of the Society of Orientai Research. 

195. Cleveland, The BuUetin of the Cleveland Museum of Art. 

196. Enghien, Annales du cercle archéologique d'Enghien. 

197. Firenze, Atene e Roma. Bollettino della Società italiana per la diffusione e 

rincoraggiamento degli studi classici. 

198. Francoforte, Frankfurter Munzzeitung. 

199. Gand, Verslagen en Mededeellngen der koninklijke Vlaamsche Aoademie voor 

Taal en Letterkunde. 

200. Helsingfors, Bidrag till Kannedom af Finlands Natur och Folk. Utgifna af Finska 

Vetenskap Societeten. 

201. — Suomen Muinaismuistoydistys: Finska Fornminnesforeningen: Suomen Museo* 

Finskt Museum. 

202. Jena, Zeitschrift dea Vereins fìir Thiiringische Geschichte und Altertumskunde. 

203. Kòin, Gorres-Gesellschaft zur Pflege der Wissenschaft im Tatholische Deutschland. 

Vereinschrifte. 

204. Leipzig, Jahrbuch des stadtischen Museums iiir Volkerkunde. 

205. Lisbona, Archeologo Portuguès. Colecgào illustrada de materiais e noticias 

publicada pelo Museu etnologico Portuguès. 

206. London, Man. A monthly record of anthropological science (Royal Anthropo- 

logical Institute of Great Britain and Ireland). 

207. Lijbeck, Bericht des Museums fiir Volkerkunde. 
208." Malines, BuUetin du cercle Archéologique. 

209. Montserrat, Analecta Montserratensia. 

210. Napoli, Napoli nobilissima: rivista d'arte e di topografia napoletana. 

211. New York, Archaeological Institute of America. American Journal of Archaeology. 

212. NiJrnberg, Abhandlungen der naturhistorischen Gesellschaft. 

213. Praga, Opera Academiae Velehradensis. 

214. — Acta Academiae Velehradensis. 

215. Queensland, Memoirs of the Queensland Museum. 

216. Roma, L'amatore d'arte. 

217. Tegucicalpa, Revista de la Unlversidad (d'Honduras). 

218. Trento, Studi trentini. 

219. Udine, Memorie storiche foroiuliesi. R. Deputazione friulana di Storia Patria. 

220. Wùrburg, Archiv des historischen Vereins von iinterfranken und Aschaffenburg. 

Jahres-Bericht von Historischen Vereins, ecc. 

ACQUISTI. 

L' Archilettura Antica in Dalmazia, 2 voi. di complessive 132 tavole, C. Crudo, 
Torino. 

Fotografie di Trento, Trieste, Istria, edizione Alinari, Firenze, dal n. 20866 
al 21266 (con lacune). 

G. BORaHEZio, Bibliotecario. 



- 56 



INDICE DELL'ANNO QUARTO 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Sunto degli Atti verbali delle adunanze tenute nel 1918-1919 .... Pag. 

Lettere pervenute da Autorità e Istituti Scientifici in risposta all'ordine del giorno 

votato nell'adunanza del 3 febbraio 1918 » 14 

Pareri di Autorità e Istituti scientifici dello Stato intorno alla proposta di rico- 
struzione della Ara pacis Angustae approvata nell' adunanza del 22 dicem- 
bre 1918 » 18 

Relazioni presentate dai Membri della Commissione per lo studio dei problemi 
archeologici ed artistici nei dopo guerra: Villa della Regina a Torino - 
Il Monte dei Capuccini - Archivio di Stato (G. Chevalley) - Sacra di 
S. Michele - Chiesetta della Confraternita di S. Croce in Rocca-Canavese 
(O. Mattirolo) - Restauro dei Codici della Biblioteca Nazionale di Torino 
(F. CuRLo) - Costumi ed industrie antiche di montagna (A. Rocca) - 
S. Maria Maggiore di Lomello - Casa Centoris, ora Degaudenzi in Vercelli - 
Basilica di S. Giulio d'Orta - Casa del Podestà in Arona - Chalets di Valle 
Formazza nell'Ossola - Monografie (C. Nigra) ....... 20 

COMUNICAZIONI 
presentate nella seduta scientifica del 14 novembre 1920. 

Tomba romana con iscrizione rinvenuta nell'Agro di Cuneo (E. Milano). . » 41 

La probabile esistenza di iscrizioni romane sui marmi della Chiesa di S. Pietro 
in Cherasco (A. Petitti di Roreto) . » 



STORIA E BIBLIOGRAFIA della Paletnologia piemontese (continnaiione e fine) 
(P. Barocelli) » 



47' 



COMUNICAZIONI ai Soci 

BIBLIOTECA SOCIALE (G. Borghezio). 
PUBBLICAZIONI periodiche che pervengono in cambio . 



ACQUISTI 



. » S3 

• » S4 



L. A. Rati-Opizzoni, gerente responsahile. 



T«rine i9tì — Tipot^rafìa Giuseppe Anpossi — Via Kossini, 12. 



Anno V 



Gennaio- Giugno 1921 



N. 1-2 



BOLLETTINO 

DELLA 

SOCIETÀ PIEMONTESE 

DI 

ARCHEOLOGIA E BELLE ARTI 



Pubblicazione trimestrale 




Sede della Società: Torino, yia Napìone, 2. 



Fratelli BOCCA - Editoki 



Tipografia GIUSEPPE ANFOSSI 
Via Rossini, 12 - Torino 



Abbonamento annuo L. 8. — Numero separato L. ;3,^0- 



Per l'acquisto di volumi degli Atti e del Bollettino rivolgersi agli editori Fratelli Bocca 
Torino. 



La corrispondenza e le comunicazioni riguardanti il Bollettino devono essere indirizzate 
alla Presidenza della Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti, via Napione, 2, 
e per essa al dott. Piero Barocelli. 

I manoscritti ed ì disegni non si restituiscono. 



La SOCIETÀ accetta volentieri il cambio delle pubblicazioni, con Istituti affini. Indi- 
rizzare la richiesta al Bibliotecario dott. Gino Borghezio, presso la Sede. 



Si rivolge particolare invito ai Soci Effettivi e Corrispondekti di onorare la Biblio- 
teca Sociale con l'omaggio delle loro pubblicazioni. 



Si pregano Autori ed Editori di inviare le loro pubblicazioni, perchè 
di esse sia tenuto conto nella Bibliografia, che si occupa di tutti i libri, 
nei quali siano date, anche solo per incidenza, notizie di archeologia o 
di belle arti, riferentesi al Piemonte. 

Delle pubblicazioni più importanti si faranno apposite recensioni. 



Anno V Gennaio-Giugno 1921 N. 1-2 



BOLLETTINO 

DELLA 

Società Piemontese di Archeologia e Belle Arti 



G. B. AMERANO 

Nella Liguria di ponente, in quel tratto dove le Alpi Marittime ven- 
gono a saldarsi coU'Appennino, sono sparse numerose caverne, special- 
mente dove i dossi montani spingono i loro contrafforti più lontano sul 
mare. In queste caverne, note sotto il nome di caverne del Finale, abi- 
tarono in età preistoriche, a cominciare dai tempi paleolitici, famiglie 
umane. Le tracce che ci lasciarono di loro presenza consistono essenzial- 
mente in qualche reliquia scheletrica ed in numerosi saggi di industria 
primitiva. Manufatti di pietra, di osso, di terracotta, pochissimi di bronzo, 
ci dicono la povera vita che i loro artefici condussero. Più ad oriente, 
l'uomo preistorico delle Alpi Apuane, avendo più facili contatti colla 
civiltà che si andava svolgendo nell' Italia centrale presto ne sentì la 
benefica influenza; ma i cavernicoli dtd Finale, lontani com'erano e segre- 
gati, per difficoltà di comunicazioni, da influssi esterni, lentissimamente 
progredirono nelle industrie loro, sicché queste serbarono sempre, per- 
sino negli inizi dei tempi storici, un carattere spiccatamente arcaico. 

I prodotti di queste industrie sono 1' unico documento della civiltà 
che essi rappresentano. Purtroppo, finora in questo campo ogni lavoro 
di sintesi si presenta irto di difficoltà: troppe ipotesi un giorno crea e 
l'altro cancella, e quindi non sarà mai abbastanza lodato e tenuto in 
conto il modesto lavoratore che per le future sintesi prepara intanto 
sicuri elementi, e raccoglie dati di fatto, e ricerca materiali, li classifica, 
li analizza, li confronta. Non è lavoro di grandi soddisfazioni, ma è lavoro 



prezioso, necessario, fondamentale pur nel modesto ambito de' suoi risul- 
tati immediati. 

Di uno di questi benemeriti lavoratori ebbi l'onore qui di parlare in 
un convegno della nostra Società allorché diedi comunicazione del dono 
fatto al museo torinese di Antichità dal nostro socio G. B. Amerano, di 
cui poco dopo dovemmo deplorare la perdita. Una grande sala del museo 
oggi accoglie il frutto dei molti anni di esplorazioni da lui fatte nelle 
caverne del Finale. È un materiale ricchissimo da cui usciranno certa- 
mente nuovi sprazzi di luce sulle origini e sullo sviluppo delle civiltà 
preistoriche in una regione d'Italia etnograficamente importantissima. 

G. B. Amerano era nato in None di Pinerolo il 10 marzo 1842. A 
15 anni entrò nella Congregazione dei Preti della Missione, e ben presto 
vi si distinse per ingegno e per pietà. Venne all'Università di Torino per 
abilitarsi nell'insegnamento della teologia, della filosofia e delle matema- 
tiche. Ordinato Sacerdote nel 1866, fu professore per parecchi anni in 
Istituti della Missione nella Riviera di Ponente. Nel 1887, essendo supe- 
riore nel collegio Ghislieri a Finalmariua, cominciò ad occuparsi delle 
vicine caverne, e le scoperte fattevi resero subito chiaro il suo nome fra 
i cultori dell'archeologia preistorica in Italia e fuori. Nel 1889 si recò a 
Parigi al congresso internazionale di antropologia e archeologia, e fu pub- 
blicata negli atti del congresso la sua interessantissima comunicazione 
sulle sue esplorazioni nella caverna delle Fate. Nello stesso anno egli ne 
rendeva conto nel Bollettino di Paletnologia italiana. Questa ormai celebre 
caverna, che è larga iu media 12 m. e lunga oltre 100, e da cui uscirono 
fra gU altri gli avanzi del leopardo, del rinoceronte e del gatto delle 
caverne, fa per molti anni preferita meta alle escursioni archeologiche 
dell' Amerano. In qualche parte egli primamente penetrò carpone, ma fu 
anche la caverna che gli diede maggior copia di soddisfazioni. In essa 
egli scoperse numerosi manufatti litici delle forine di Chelles e di Moustier, 
e dai livelli degli stessi focolari egli trasse ossa fossili di mammiferi in 
grande quantità, particolarmente del pleistocenico orso delle caverne. 
Moltissime ne trasse anche da un ossuario anteriore, nella caverna, alla 
occupazione dell'uomo. 

Per la scienza la caverna delle Fate è particolarmente importante 
anche da questo punto di vista, che in Italia le traccie dell'uomo paleo- 
litico sono scarsissime. Oltre la caverna delle Fate non abbiamo che i 
Balzi Rossi, al confine francese, e le caverne del Carso, in cui si siano 
scoperte stazioni della prima età della pietra: in tutto il resto d' Italia 
non si ebbero finora che scarsi rinvenimenti sporadici. 

Un'altra caverna del Finale da cui l' Amerano ricavò pure moltissimi 
avanzi fossiU - caverna già resa nota da altri illustri esploratori - è quella 



— 3 — 

della Pollerà. Nella caverna delle Fate egli aveva trovato solo un piccolo 
strato neolitico a copertura del paleolitico: nella Pollerà ebbe la fortuna 
di scoprire un sepolcreto neolitico da cui ebbe una decina di scheletri, 
ne trasse inoltre centinaia di manufatti litici, ossei, fittili, e fra questi 
alcuni singolarissimi. 

Altre caverne da lui esplorate, e qualcuna anche novellamente sco- 
perta, portano ne* suoi manoscritti o nelle memorie da lui man mano 
pubblicate i nomi di caverna dell'Acqua, della Fontana, dei Zerbi, della 
Matta, di Pian Marino (1* e 2*), di Martino o du Principà, di Borzini 
(1* e 2*j e Arma di Orco. In vicinanza ad una di queste caverne egli 
rilevò pure una stazione neolitica all'aperto, la sola staziono preistorica 
all'aperto finora riconosciuta in tutta la Liguria. 

1 materiali raccolti in tutte queste esplorazioni ora appartengono per 
la pili gran parte, al museo di antichità torinese: alcuni oggetti sono 
presso il museo civico di Savona : ossa fossili si conservano a Genova. 

Dal 1905 G. B. Amerano fu Superiore della Missione a Mondovì ed 
insegnante di teologia in quel Seminario. 11 gran conto in cui egli era 
tenuto è dimostrato dal fatto che in un certo momento fu nominato 
vicario apostolico dell' Abissinia, vicariato che abbracciava anche l'Eritrea. 
Ma la nomina non ebbe corso. Per eflfetto, sembra, di riguardi interna- 
zionali i nostri possedimenti vennero allora separati dal vicariato del- 
l' Abissinia, ed il vicariato fu tolto ai missionari ed affidato ad un 
altro Ordine. 

Dopo alcuni anni passati a Mondovì l'Amerano, sentendosi per l'età 
mancar le forze, si ritirò a Como presso un suo fratello, Superiore come 
lui nelle Missioni, ed ivi, colpito da paralisi progressiva, attese serenamente 
la fine della sua operosa esistenza. Morì 1*11 marzo dello scorso anno. (1) 

Pochi mesi prima di morire era venuto a Torino a rivedere ancora 
una volta le sue collezioni paletnologiche presso il museo a cui le aveva 
generosamente consegnate. Era stato una specie di legato scientifico anti- 
cipato. Appariva molto stanco ed accasciato: evidentemente il viaggio era 
stato per lui uno sforzo, una fatica grave; ma forse egli aveva voluto 
assicurarsi che quelle migliaia di oggetti avrebbero avuto un degno col- 
locamento, diligenti custodi, sicurezza di buona conservazione. Col solito 
suo parlare amorevole e modesto mi diede i suoi ultimi avvertimenti e 
consigli per l'ordinamento topografico e cronologico della raccolta. 

Era una soddisfazione dello spirito sentirlo discorrere di cose di 
scienza. I lunghi anni passati nell'insegnamento gli avevano lasciata una 



(i) Qyesta commemorazione fu tenuta nella seduta scientifica della Società del 
14 novembre 1920. 



— 4 — 

particolare dolcezza di eloquio. Si sentiva in lui non solo lo scienziato 
ma anche l'anima candida e buona. I suoi allievi avevano per lui una 
vera venerazione. A Finalmarina egli istituì un laboratorio per le figlie 
del popolo ed un oratorio festivo dotandoli di un magnifico fabbricato di 
cui curò personalmente e assiduamente la costruzione. Altri concorse 
nelle spese, ma egli vi impiegò gran parte delle sue sostanze. In questi 
tempi in cui imperversano i più volgari egoismi, è gran (conforto l'imagine 
d'un uomo che dedica tutta la sua vita ad opere di scienza e di filan- 
tropia. 

Uomini come G. B. Amerano fanno ancora credere alla nobiltà della 
natura umana. 

Piero Barocelli 



E] □ □ 



COMUNICAZIONE 
presentata nella seduta scientìfica del 14 INovembre 1920 



Il Palazzo Carignano a Torino 

Nel centenario della nascita di Vittorio Emanuele II 

È stato detto che se è vero che le cose hanno un anima, è pur vero 
che i vecchi edifizi riflettono i caratteri di coloro che vi abitarono. 

Forse per nessun edifizio si può affermare questo, meglio che per il 
Palazzo che appartenne ai Principi di Carignano. Imponente nella sua 
mole severa e scura, magistralmente e vigorosamente plasmato nelle sue 
masse da un architetto immaginoso, con le sue linee ondulate e contra- 
stanti, con quella rude, bizzarra e frastagliata decorazione in cotto che 
lo caratterizza, ben può ricordarci la fortunosa storia del ramo cadetto 
dei Savoia che lo ha posseduto: della Casa dei Carignano che ebbe a 
capostipite quell' irrequieto, valoroso e valente guerriero che fu Tom- 
maso, P Principe di Carignano, i discendenti del quale, attraverso a mille 
vicende, chiamati nel secolo passato a reggere lo scettro e la fortuna dei 
Savoia, seppero condurre gloriosamente l'Italia al compimento dei suoi 
destini. . 



-5 - 

In quel palazzo vide il giorno Carlo Alberto: e^Qui nacque Vittorio 
Emanuele li » afferma la bronzea mole dell' imponente lapide che il 
conte Ceppi seppe porre a coronameato magnifico del grandioso edificio. 

Assai scarse sono le notizie che sono giunte a noi intorno a questo 
singolare esempio di architettura seicentesca: nell'anno centenario della 
nascita di Re Vittorio Emanuele II non riescirà inopportuno riassumerle 
e ricordare disegni e documenti meno noti esistenti negli Archivi di Stato 
di Torino che si riferiscono alla sua costruzione. 

Questi documenti riguardano però soltanto lo studio del progetto ed 
il primo periodo della fabbrica della parte muraria, fra il 1679 ed il 1685, 
e cessano purtroppo quando appena era iniziata la sontuosa decorazione 
interna delle sale, dei cui artefici si conoscono soltanto notizie sommarie 
ed incomplete. 

I Principi di Carignano che lo costrussero, prima di andare ad occu- 
pare quel Palazzo, abitavano una casa della vecchia Torino compresa nel 
quadrilatero delle mura romane all'angolo della via del Guardinfante e 
dell'Anello d'oro, cantone di. S. Gregorio, sotto la Parrocchia di S. Tom- 
maso. Questa casa appartenne in seguito ai Perrone ed è stata demolita 
nel secolo passato : sorgeva all' angolo di piazza Castello precisamente 
dove ora si apre la via Pietro Micca (1). 

A Tommaso di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I e capostipite dei 
due rami Savoia Carignano e Savoia Soissons (2) succedette nel 1656 
a rappresentare il ramo dei Carignano in Piemonte, il suo primogenito, 
Emanuele Filiberto, detto « il Muto » . A lui si deve la costruzione del 
Palazzo che oggi porta il nome della sua famiglia. Singoiar figura quella 



(i). Archivio di stato di Torino, Sez. II*, Serie Savoia Carignano, Mazzo 5O, Categ. 51. 
Vi si trovano documenti riguardanti il u Palalo Vecchio ìì come è denominata l'antica abi- 
tazione dei Carignano, ehe era un aggregato di tre corpi di casa diversi ; nel XVJII sec, 
era insorta una lite per decidere se questi tre corpi di casa fossero proprietà privata dei 
Carignano o facessero parte del loro appannaggio. 

Vedi anche le Piante di Torino annesse allo studio di Camillo BoGGio, Lo sviluppo 
edilìzio di Torino in «Atti Soc. Ingegneri ed Arch. in Torino», anno 1908, fase. 3° e 5°. 
(2) Tommaso ( + 1656) 

Capostipite dei Savoia Carignano 
figlio del Duca Carlo Emanuele II e di Margherita d'Austria 
sposo a Maria Borbone di Soissons (-|- 1694) 
\ 

Emanuel Filiberto «il Muto» Eugenio Maurizio {-\- 1673) Luisa Cristina 

2" Principe di Carignano Conte di Soissons Sposa a Ferd. Massimiliano 

(1628 -j- 1709) Sposo ad Olimpia Mancini Margraviq di Baden 

Sposo a Caterina d'Este | 

.1 \ \ \ ^1 

Luigi Iommaso Filippo | Emanuel Filiberto | 

(+ 1702) Luigi Giulio detto «il Cav. Savoia» « Eugenio il Grande » 

Sposo ad Urania la Cropte il salvatore di Torino 



- 6 — 

di questo Principe, della cui infermità taluno volle persin dubitare. Egli 
dovette essere assai intelligente, e malgrado fosse sordo e muto, rag- 
giunse un grado di coltura che non si riscontrava comunemente nei 
gentiluomini di quel tempo (1). Imparò a parlare, a scrivere ed a leggere 
col P. Carion e studiò lettere e scienze sotto la guida del Tesauro (2). 
Si dilettava anche di disegno, poiché fra i documenti raccolti nelle Sez. II 
dell'Archivio di Stato di Torino vi è una cartella di progetti di giardini 
con la notazione : t Disegni diversi fatti dal S.mo Signor Principe mentre 
era giovine » . 

Il € Muto » era poco beneviso dalla madre. Principessa Maria di 
Soissons. Nella storia di Vittorio Amedeo II il Carutti afferma che questa 
Principessa di Carignano era « donna di imperioso umore, bisbetica e 
dallo stesso Luigi XIV temuta per la sua lingua che tagliava e forava ». 
Essa aveva riportato tutta la sua predilezione sul nipote Luigi Tommaso di 
Soissons, primogenito dell'altro suo figlio Eugenio Maurizio, che stabilitosi 
in Francia, aveva assunto il titolo di Conte di Soissons e sposato la famosa 
Olimpia Mancini. Dopo la morte di Eugenio avvenuta nel 1673, Luigi 
Tommaso era considerato come l'erede delle due linee collaterali, Savoia 
Carignano e Savoia Soissons, poiché si riteneva che il Principe di Cari- 
gnano Emanuele FiHberto non avrebbe convolato a nozze. 

Ma Luigi Tommaso, preso d'amore per Urania de la Cropte de Beauvais, 
figlia di uno scudiero del Principe di Condé, la sposò segretamente nel 
1678 con grande scandalo della Corte di Savoia. La vecchia Principessa 
di Carignano se ne risentì particolarmente: essa cercò dapprima di far 
annullare quel matrimonio, ma non vi riuscì; nel 1683 Luigi Tommaso 
lo convalidò e lo rese pubblico. 

Lo sdegno della nonna era accresciuto dal pensiero che avvenendo 
il matrimonio, desiderato dalla Reggente Giovanna, di Vittorio Amedeo II 
con una Principessa di Portogallo e l'assunzione del Duca a quel trono, 
la corona dei Savoia sarebbe trapassata nella dipendenza di una figlia di 
men nobile lignaggio. La vecchia Principessa per questo e per punire 
il beniamino di un tempo che si era permesso di seguire gU impulsi del 
cuore, immaginò di dar moglie al Principe Filiberto di Carignano, mal- 
grado la sua infermità e sebbene egli, nato nel 1628, avesse ormai oltre- 
passato il mezzo secolo di età. 

Gli sguardi si volsero a Caterina d'Este, figlia di un fratello del Prin- 
cipe Alfonso d'Este, Duca di Modena, e le trattative si avviarono segre- 
tamente col consenso tacito di Vittorio Amedeo II. Questo matrimonio non 



I 



I 



(i). CARirrn, Storia di Vittorio Amedeo II, j» ed., Torino, Clausen, 1897. 
(2). Tbttoki e Marocco, Le Illustri Alleante, Torino, Eredi Botta, 1868. 



■ 



garbava a Luigi XIV che intendeva spadroneggiare in ogni modo alla 
corte di Torino. Egli avrebbe preferito poter mandare a monte ogni pro- 
getto matrimoniale; alla peggio intendeva imporre che Emanuele Filiberto 
di Carignano sposasse una principessa francese. Ma il Principe rifiutava 
un tal partito dichiarando che non impalmerebbe che una principessa 
italiana, affermando che egli non conosceva altra lingua che quella nativa 
e non poteva impararne altra per la sua infermità. 

Frattanto, malgrado la volontà espressa da Luigi XIV, Caterina 
d'Este, accompagnata da un fratello, giungeva segretamente a Racconigi 
ed il 10 novembre 1680 si celebravano e si consumavano le nozze con 
Filiberto di Carignano. Grande fu l'ira del Sovrano francese quando ne 
ebbe notizia e non potendo riuscire a far annullare il matrimonio, impo- 
neva fra l'altro a Vittorio Amedeo II che Filiberto e la sposa fossero 
mandati a confine a Bologna. Dopo alcuni mesi, placate le ire di Luigi XIV, 
si ottenne che essi potessero tornare a Torino dove effettivamente fecero 
il loro ingresso nel giugno 1685. 

Ma già prima di quell' epoca il Principe di Carignano aveva fatto 
iniziare la costruzione del « Palazzo Nuovo* così detto per opposizione 
al <^ Palazzo Vecchio », come è denominata negli atti la casa paterna. 

Il terreno scelto per inalzarvi il nuovo edifizio già apparteneva ai 
Carignano : vi sorgeva una spaziosa scuderia del Principe Tommaso di 
Carignano, capace di più che cento cavalli, che venne distrutta durante la 
guerra della reggenza di Madama Reale Cristina (1). Il terreno si trovava 
poco fuori dell' antica cinta romana ed era stato compreso nel secondo 
ampliamento di Torino, decretato da Carlo Emanuele II, il quale aveva 
solennemente celebrato l' inizio della costruzione delle nuove mura il 
23 ottobre 1673. Lui morto, la reggente Giovanna Battista aveva conti- 
nuato ad incoraggiare i costruttori di edifizi nei nuovi quartieri della 
capitale, desiderosa che palazzi grandiosi vi sorgessero per abbellirli. 

Probabilmente il pensiero di far cosa gradita alla reggente ed il desi- 
derio di creare alla famiglia principesca un' abitazione piìi decorosa e 
comoda per ricevervi la sposa che si voleva dare al Principe Filiberto, 
sono state le ragioni decisive per por mano alla caratteristica e grandiosa 
costruzione progettata dal modenese Padre Guerino Guarini. 

Questo Teatino era senza dubbio un uomo di valore singolare. Oggidì 
è sopravvissuta soltanto la sua fama di architetto immaginoso, ardito e 
bizzarro; ma merita pure di esser ricordato come j&losofo e matematico. 
Tommaso Sandonnino, che ne scrisse una diligente biografia, afferma che 
il Guarini «....dotato di una mente acuta e profonda volle abbracciare 



(i). Archivio di Stato di Torino, Sez. II*, Mazzo i", Cat. 55- 



— 8 — 

tutto lo scibile ed oltre le matematiche e l'architettura insegnò filosofia 
e teologia e mostrossi dotto in astronomia, astrologia e medicina» (1). 

Quale filosofo pubblicò a Parigi nel 1666 la opera sua di piiì gran 
mole: i a^ Piacila philosophica ^^ ; come matematico diede alla luce in Torino 
nel 1671, VaEuclides adauclus et melhodicus y> . 

Con questo trattato, a detta del Sandonnino, il Guarini compilò 
un'opera (che mancava a quei tempi in Italia) in cui era raccolto quanto 
appartiene ai principi della matematica. Il valore del nostro teatino come 
matematico fu particolarmente rilevato dal Promis, dal celebre scienziato 
francese Chasles, da Weidler e dal Lalande, ed è tale da farlo considerare 
come un vero precursore di Gaspare Monge, il fondatore della geometria 
descrittiva. 

La misura degli studi astronomici del Guarini è data dal « Com- 
pendio della sfera celeste » , dalle « Leges temporum et Planetarum » e 
dalle (.iCoelestis Matematica ^>. 

Scrisse pure un « Trattato di fortificazione » pubblicato a Torino 
nel 1676 ed un libro sul « Modo di misurare le fabbriche» edito pure 
a Torino nel 1674. 

Piìi conosciuto è il « Trattato di architettura civile » opera postuma 
pubblicato soltanto 54 anni dopo la sua morte per volere dei PP. Teatini 
di Torino ed a cura di Bernardo Vittone, valente architetto Piemontese (2). 
Questo trattato è prezioso, anzitutto perchè ci ha conservato disegni e 
notizie di opere progettate dal Guarini, di cui alcune scomparse oggidì : 
ed anche perchè dà modo, a chi lo sfoglia, di intravedere alquanto la 
personalità di questo architetto che indubbiamente, malgrado i suoi difetti 
e le bizzarrie, primeggia col Javarra fra quanti hanno lavorato in Pie- 
monte. 

A provar la larghezza di mente del Guarini basterebbe l'ammirazione 
che lui, l'architetto del barocco piìi spinto, che fu chiamato « nemico della 
linea retta», sente per l'architettura gotica, a cui accenna di frequente 
nel suo trattato, asserendo che chi considera « con giusto occhio » le fab- 
briche dei costruttori gotici non può a meno di riconoscere che, per quanto 
artifiziose, a non lasciano però di essere meravigliose e degne di nota». 

Ma troppo ci dilungheremmo dal discorso della costruzione del Palazzo 
Carignano se si volesse adeguatamente esaminare e commentare questo 
libro interessantissimo per il matematico e per 1' architetto, ricordare i 
saggi consigli, le idee e le regole che il Guarini dà ai costruttori. 



(i) Sandonnini Tommaso, Del Padre Guarino Guarini, Chierico Regolare, Modena, 
Tip. Vincenzi e Nipoti, 1890. 

(2). Olivero Eugenio, Le opere di Bernardo Antonio Vittone, Torino, Tip. Artigia- 
nelli, 1920. 



— 9 — 

Egli era giunto a Torino dopo aver girata mezza Europa, lasciando 
in molte città opere degne di nota. Vuole il Sandonnini che suo maestro 
per l'architettura sia stato un Padre Castagnini di Modena. E probabil- 
mente con lui il Guarini fece la sua pratica come costruttore: ma per 
chi studia tutta la sua opera riesce evidente l' influenza dell' opera del 
Bernini, del Fontana e di grandi altri architetti del seicento e più del 
Borromini, sentita da un forte ingegno e da una vigorosa personalità; 
influenza da lui subita in giovanissima età, nel tempo del suo noviziato 
nel convento di S. Silvestro a Roma. 

Ricordiamo ohe appunto in quel tempo il Borromini nella pienezza 
del suo vigoroso ingegno, elevava a Roma la facciata del S. Carlino che 
colle sue linee ondulate ha pur qualche analogia col corpo centrale del 
Palazzo Carignano, e da cui forse il nostro trasse qualche ispirazione. 

Allontanato da Modena, dalla vecchia amatissima madre, per pette- 
golezzi di Corte, il Guarini andò errando pel mondo, erigendo chiese a 
Venezia, a Praga, a Messina (la città che dopo Torino conta il maggior 
numero di sue fabbriche), a Parigi, a Lisbona ed a Nizza, afflitto sempre 
dalla nostalgia del paese natio. 

Venne a Torino in epoca imprecisata, chiamato dai PP. Teatini che 
volevano erigere la chiesa di S. Lorenzo. Il fastoso Duca di Savoia Carlo 
Emanuele nel 1668 lo nominava suo ingegnere collo stipendio di mille lire 
d'argento a soldi venti l'una affidandogli il progetto della Cappella della 
Sindone: probabilmente a ciò spinto dall'ammirazione in lui suscitata 
dalla costruzione già intrapresa dal Guarini della Chiesa di S. Lorenzo 
nella cui strana cupola si riscontrano reminiscenze indubbie delle cupole 
ad archi incrociati viste dall'architetto geniale nel corso dei suoi viaggi 
nelle moschee mussulmane di Spagna, che egli forse aveva avuto occa- 
sione di esaminare quando si recò a Lisbona. 

Oltre alle già menzionate Chiese di S. Lorenzo e Sindone, progettò 
per Torino la Consolata, la Chiesa di S. FiUppo (1), il Collegio dei Nobili 



■(i). I principi di Carignano avevano il Patronato sull' aitar maggiore della Chiesa di 
S. Filippo, altare costruito a spese di Emanuel Filiberto « il Muto » dal 1697 al 1702. 

Il Paroletti nelle sue « Curiosités de Turin » afferma chela costruzione della Chiesa era 
stata iniziata nel 1678 con elargii^ioni della Duchessa Maria Giovanna Battista di Nemours e 
dei Carignano: la prima pietra era stata posata sin dal 17 settembre 1675 dalla Reggente. 

Narra il Cibrario che si seguirono dapprima i progetti di un tal Antonio Bellini, Luganese, 
che era riescilo vincitore di una specie di concorso bandito per la costruzione della Chiesa. 
Ma nel 1679 si dava la preferenza al disegno del Padre Guarini, che comprendeva una gran 
cupola sul centro dell'edifizio, probabilmente a simiglianza di quanto si riscontra nei disegni 
di S. Anna la Reale (dello stesso Guarini) la Chiesa dei P. Teatini di Parigi, che per la 
troppa spesa richiesta non ebbe mai compimento. 

Nella odierna Chiesa di S. Filippo del lavoro del Guarini non resta che il Presbitero, 
coperto esso pure da una cupola, ed i due cappelloni laterali. La gran cupola centrale rovinò 
(il 15 otiobre 1714 secondo afferma il Cibrario, il 30 settembre 1715 a detta del Paroletti) 
trascinando con sé parte delle muraglie della Chiesa. Causa probabile sarà stata la soverchia 



— 10 — 

(ora Accademia delle Scienze), il Palazzo dei Conti Provana di Collegno 
in via Santa Teresa, forse anche il Palazzo del Circolo degli Artisti, che 
non sarebbe da attribuirsi (almeno per lo scalone) al Baroncelli: fuori di 
Torino una Chiesa a Montanaro ed il Castello di Racconigi dei Principi di 
Carignano di cui negli Archivi di Stato di Torino si conservano alcuni 
disegni e progetti di mano del Guarini (1). 

L'architettura del Guarini fu aspramente giudicata dal Milizia che 
concluse : « a chi piace l'opera del Guarini, buon prò gli faccia, ma stia 
tra' pazzerelli y^ : ed al Milizia hanno fatto coro molti altri in passato. 

Lo spirito eclettico e più imparziale dell'epoca nostra ha sottoposto 
a revisione un tale giudizio: e difatti se di Guarino Guarini si possono 
discutere i particolari decorativi, talora minuti, frammentari, pesanti (di 
cui per vero immagino egli abbia sempre avuto poca preoccupazione, mag- 
giormente attratto dalla composizione dell'insieme), se si possano deplorare 
talune bizzarrie inutili o dannose, è veramente però da ammirare la larga 
concezione, la vigorosa impostatura delle masse, il sapiente partito degli 
scomparti architettonici, l'arditezza delle sue costruzioni. 

E tali qualità (nonché i difetti a cui si è accennato) ben appariscono 
sulle facciate e nelle piante del Palazzo Carignano (2). 

Può notarsi che la fronte di questo Edifizio fu concepita dall'archi- 
tetto per condizioni di fatto diverse da quelle colle quali la vediamo. 



arditezza della concezione guariniana, e la mancata sapiente direzione dell'architetto all'atto 
dell'esecuzione. Del disastro pare si siano avuti segni precursori, perchè nel libro tenuto dai 
PP. Filippini delle spese per la costruzione si trovano pagate il 24 gennaio 1712, L. J2 
«per vari pareri di Ingegneri in servitio della Chiesa Nuova » ed il 26 marzo dello stesso 
anno L. 82,34 per « demolizione della scala della cuppola (sic) e per mercede all'Ing. sig. 
Capitano Garoe». Queste consultazioni ebbero certamente per risultato l'esecuzione di im- 
portanti lavori di consolidamento pagati nel maggio 1712: ma non valsero a salvare l'edifizio 
dalla rovina. 

La chiesa di S Filippo fu ricostruita sui disegni del Juvarra che della costruzione guari- 
niana conservò solo una piccola parte : del progetto primitivo distrutto dal crollo della cupola 
non si conosce niente di esatto: neW Architettura civile, opera postuma del Guarini, si trovano 
bensì tre tavole coll'indicazione «Chiesa di S. Filippo Neri di Torino» ma non possono 
riferirsi al progetto che aveva avuto esecuzione, non trovandosi in essi traccia della gran 
cupola centrale : ed un diligente rilievo delle fondazioni antiche non dà indicazioni sufficienti 
a ricostruire l'edificio guariniano. Né risulta che sia stata eseguita la facciata disegnata in 
quelle tavole, che probabilmente servi al Milizia per qualificarla «sguaiatissima, tutta imboscata 
di colonne ». 

Col Juvarra e dopo la di lui partenza per la Spagna, diedero opera come architetti a 
costruire S. Filippo prima il Sacchetti, poi il Tavigliano, il Barberis ed infme nel XIX sec. 
compirono l'opera il Talucchi (a cui va dato lode per essersi fedelmente attenuto ai pro- 
getti del Juvarra) e l'ing. Ernesto Camusso che ideò il frontone che corona nobilmente l'im- 
ponente pronao della facciata. 

(i). Arch. di Stato di Torino, Sez. II*, Serie Savoia Carignano, Mazzo i*, Cat 53. 
Racconigi. Disegni diversi e particolarmente <> Pianta e facciata del Palazzo del Ser.mo p. R, 
Filiberto di .Savoia in Racconiggi - facciata verso il giardino » Preparato per la stampa colla 
indicazione « D. Guarinus Guarinis in » . 

(2). Il disegno della facciata principale e di quella verso cortile di detto palazzo è 
riportato nell'opera del Guarini u Architettura civile». 



— 11 — 

poiché è risaputo che l'attuale Piazza Carignano doveva essere primiti- 
vamente assai più ristretta di quel che non sia oggi; e tale è segnata in 
un piccolo piano d'insieme esistente negli Archivi di Stato (1), in cui la 
piazza ha la sola larghezza del corpo centrale dell'Edifizio : di fronte, dove 
ora sta il teatro, i PP. Gesuiti avevano preso impegno di elevare una Chiesa 
dedicata a S. Giovanni, in onore del Santo Protettore della Reggente 
Giovanna di Nemours, la quale aveva favorito ed incoraggiato la costru- 
zione del Collegio dei Nobili (ora Palazzo dell'Accademia delle Scienze). 
La lunga facciata dei Palazzo Carignano ci apparirebbe monotona senza 
la suddivisione in tre parti, di cui quella centrale arditamente ondulata : 
i sette ordini di finestre sono magistralmente legati in tre grandi zone 
orizzontali, zone suddivise a lor volta da parastre : l'ingresso del gran- 
dioso palazzo è ben segnato dal portale sporgente col sovrastante balcone 
e gran nicchione. L'insieme ci appare imponente e robustamente concepito. 

In una cartella dell'archivio di Stato di Torino esistono vari disegni 
raccolti in un fascicolo in cui si trova la menzione : « Disegni diversi 
del Giardino et Palazzo Nono di Torino » e piiì sotto con carattere diverso: 
« Disegni Palazzo Nono. Padre D. Guarino » . Alcuni di questi disegni 
ripetono anche la firma Padre D. Guarino. I piìi interessanti sono quelli 
che riguardano le piante dell'Edifizio, e ci dimostrano il travaglio dell'ar- 
chitetto, le sue ricerche, particolarmente per la posizione e la forma della 
doppia scala d'onore, con andamenti anche più strani (e può dirsi anche 
bislacchi) di quello elittico che fu adottato e che tutt'ora esiste (2). 

Altri disegni, tracciati un po' sommariamente ma con mano ferma, 
riguardano particolari decorativi del portone, di aperture, di nicchie, di 
volte, delle scale d'onore, ecc. 

Assai numerosi sono pure gli studi di completamento del Palazzo 
stesso; appare che la parte vecchia esistente del Palazzo doveva essere 
raddoppiata (come poi fu realmente eseguito nel secolo passato dal Ferri e 
dal Bollati) ed un porticato (interrotto in qualche progetto da costruzioni 
a pianta circolare) doveva servire di sfondo alla porta d'ingresso e dar 
accesso al giardino a disegno e scomparti regolari che occupavano all'in - 
circa l'area dell'attuale Piazza Carlo Alberto. 

All'estremità, verso via Bogino, stavano le scuderie; numerosi sono 
i progetti studiati dal Guarini anche per queste, con curiose e ingegnose 



(i). Arch. di Stato di Torino, Ser. II". Serie Savoia Carignano, M. i°, Cat. 55. L'am- 
pliamento della piazza avvenne nel 1752 quando il Principe Luigi di S.ivoia-Carignano fece 
ricostruire il Teatro Carignano sui disegni dell'Architetto Benedetto Alfieri, Vedi in pro- 
posito Chevalley, Un avvocato architetto, Torino, Celanza, 1919, pag. 13, nota 3. 

(2). Arch. di St. di Torino, Ser. II», S. C, Mazzo T, Cat. 53. Il partito adottato dei 
due scaloni d'onore è strano, ma l'effetto d'insieme viene a mancare ed è privo di gran- 
diosità. 



- 12 — 

disposizioni per le stalle, ohe mascherava una grande esedra a tre lobi 
e nicchioni chiudenti lo sfondo del giardino. 

Nella stessa cartella si trovano pure altri progetti per le scuderie 
del Borra, del Robilant, del Ferroggio ecc. 

L'insieme è interessante por lo studioso di architettura, particolar- 
mente perchè assai rari sono i disegni che si conoscono di mano del 
Guarini. 

Ai disegni s' accompagna un « Registro per la fàbbrica del Nuovo 
Palazzo ^> del signor Intendente e Controllore generale di S. A. S Carlo 
Raimondi, colla data 1679, anno in cui fa iniziata la fabbrica. Più pre- 
cisamente è il « Registro dei biglietti che si spediscono al signor Achille 
Piovano per i pagamenti che da e' medemo si faranno per la fabbrica 
del Palazzo Nono che S. A. S. fa costruire di presente, cominciato li ^ 
ondeci maggio ^679», e corre sino al 4 aprile 1685, poco prima che ^^^M 
Principe Filiberto rientrasse a Torino dopo il suo confinamento a Bologna. 

L'opera era condotta come si suol dire « ad economia » : capomastro 
risulta Filippo Pautalino; ma con lui concorrono molti altri imprendi- 
tori, cavatori di terra, mastri legnaioli, picca pietre, fabbri ferrai, ecc. 

Pochi sono gli accenni che riguardano il Guarini in questo registro. 
Troviamo però segnata il 6 agosto 1679 la retribuzione (che ci apparirebbe 
ben misera oggidì) di 50 doppie di Savoia pari a L. 332,50 data da S. A. S.^^H 
come dono al Guarini « a consideratione delle fatiche fatte nei disegni ^^ 
delle fabbriche del nono Palazzo e l' assistenza che presta all' Impresa 
medema » . 

Non risulta che gli sia stato concesso altro onorario. Il 14 luglio 
dell'anno seguente 1680 troviamo mezza lira pagata « per aver fatto por- 
tare in cadrega il Padre D. Guarino dal Baraccone al suo Collegio un 
giorno che pioveva » ed infine un ultimo accenno all'architetto si trova 
in una liquidazione del lavoro dei « piccapietre G. Andrea Solare e F.lh 
Gambone » del 4 gennaio 1682 in cui il misuratore Gaspare Ferrerò allega 
la misura fatta dal Padre D. Guarino, misura che però non porta data. 

È da credersi che studiati i progetti del Palazzo, il Guarini, distratto 
da molti altri importanti lavori, preoccupato dall'idea di tornare a Modena, 
non abbia potuto occuparsi molto della costruzione di questo edifizio: 
risulta anche che sul finire del 1680 e nei primi mesi del 1681 egli sog- 
giornò a Modena, chiamato da quel Duca, presso cui era rientrato in grazia, 
per lavori di architettura. Tornato a Torino dopo qualche tempo nuova- 
mente l'abbandonava per recarsi (a compimento di un'aspirazione di tutta 
la sua vita) a stabilirsi definitivamente a Modena. Ma il povero frate, 
perseguitato dalle « ordinarie sue sfortune » cui accenna in una lettera 
al Duca di Modena, non potè veder esaudito questo suo desiderio poiché 



— 13 — 

mancava a Milano il 6 Marzo 1683, assai prima che la fabbrica del Palazzo 
Novo fosse compiuta. Chi invece certamente fece opera direttiva, fu Fran- 
cesco Baroncelli o Baroncello (1), che prima vediamo indicato nei registro 
delle spese come « Segretario del sig. Conte di Castellamonte » e donato 
da S. A. S. di L. 58,12 «a consideratione della pena che si è presa di 
misurare il sitto del Nuovo Palazzo, ecc. » e che di frequente in seguito 
redige liquidazioni di lavori delle note dei vari impresari colla qualifica 
di Ingegnere. Il Baroacelli ebbe anche altri coadiutori: talvolta le note 
sono controllate da Gaspare Ferrerò, misuratore di S. A. S. e nei primi 
tempi i lavori appaiono anche assistiti da Horatio Vochieri e da Agostino 
Rama retribuiti con mensili di L. 45. 

Il Principe di Carignano doveva visitare di frequente questi lavori e 
si trovano spesso pagate somme per gratificazioni accordate da lui ad 
operai, a stuccatori, ecc. 

I lavori procedevano però con una certa lentezza e solo nell' aprile 
1681, due anni dopo l'inizio della costruzione si pon mano a coprire la 
fabbrica, lavoro questo che durò a luugo però ; anzi, il coperto della sala 
centrale si dovette poi rifare, forse per qualche variazione nei progetti : 
e di questo resta traccia evidente a chi visita la costruzione del sottotetto 
della grande aula. Probabilmente qualcuna di quelle arditissime conce- 
zioni architettoniche che prediligeva il Guarini era stata ideata da lui 
a copertura della gran sala centrale : venuta a mancare la sua direzione 
si preferì rinunziarvi ed eseguire il volto della gran sala ed il coperto 
in modo più semplice. Risulta dal registro a cui si è accennato che le 
opere di decorazione interna dovevano appena essere iniziate nel 1684, 
nel quale anno si ha notizia di un pagamento ad un intagliatore, Fran- 
cesco Borello, per intaglio dell'alcova del nuovo Palazzo. 

Per ornare con stucchi la volta a lunette della camera di questa 
alcova venne da Milano nello stesso anno uno scultore. Agostino Silva, 
che lavorò con dei garzoni per quasi tre mesi percependo come com- 
penso L. 983. 

La decorazione da lui eseguita doveva essere assai ricca, con un quadro 
ovale centrale con festoni a fogliame, cartelle, emblemi, putti, statue, ecc. 



(i). Gian Francesco Barokcelli dopo la morte di Amedeo di Castellamonte gli successe 
nella direzione della costruzione dell'Ospedale di S. Giovanni. 

A lui si attribuisce il progetto per la costruzione del Palazzo Provana di Druent (Palazzo 
Barolo): ma una monogratìa del Conte Emanuele Provana di Collegno delle raccolte m Barocco 
Piemontese ì» edito dal Dell'Armi limita l'opera del Baroncelli alla sola parte centrale, compren- 
dente però il bell'atrio e l'imponente scalone. 

A lui parimenti si suol attribuire la paternitA dei progetti del Palazzo costruito nei 1683 
da Marcantonio Graneri, Abate di Eutremont in via Bogino (Pai. del Circolo degli Artisti); 
però in un volume di disegni autografi che si riferiscono a questo palazzo, posseduto dal 
prof. Vacchetta, esiste il disegno dello scalone come venne eseguito coll'indicazionc che ne 
è autore il Guarini. 



— 14 — 

Sono queste le uniche opere decorative di cui si sia trovato traccia 
in questi conti. 

Nulla quindi essi ci danno a conoscere intorno alle bellissime decora- 
zioni pittoriche di sapore tiepolesco con cui Stefano Maria Lignani (1) 
abbelliva 12 sale dello stesso Palazzo (alcune delle quali oggidì barbara- 
mente dimezzate) ed una galleria ; nulla del salone centrale, la cui deco- 
razione (studiata dal conte Robilant e che ci si dice che sia stato dipinto dai 
fratelli Galliari in occasione delle nozze del Principe di Piemonte con la 
Principessa Clotilde di Francia) è oggidì nascosta dalle pareti e dai seggi 
dell'aula del Parlamento Subalpino (2); nulla degli intagliatori e degli 
stuccatori che abbellirono il Palazzo colle fastose ma squisite decorazioni di 
cui restano notevoli esemplari nelle sale occupate dal Consorzio Nazionale. 

Né maggiori notizie si hanno dei mobili, dei quadri, degli arazzi, 
delle stoffe che certamente dovevano ornare la sontuosa dimora dei Prin- 
cipi di Carignano, del cui splendore tuttavia fanno testimonianza oggidì 
due magnifici cassettoni impiallicciati e due portiere del Museo Civico di 
Arte Antica ed un quadro di Leonardo Marini, rappresentante la presa di 
Rethel, oggi nella R. Pinacoteca. 

I restauri eseguiti nel 1819 in occasione del matrimonio di Carlo 
Alberto, diedero occasione a cambiamenti di mobiglie ed a lavori eseguiti 
dai pittori Vacca e Sevesi, 

Questi pochi dati di indole artistica che si son potuti raccogliere e 
che è desiderabile siano presto completati da altre notizie e ricerche di 
archivio, per poter fare la storia completa di questo Palazzo, oramai sacro 
agli Italiani ed a Torino, per i ricordi che ad essi si son legati, perchè 
vi nacque il Gran Re Vittorio Emanuele II e vi tenne sede quel glorioso 
Parlamento subalpino che segnò l'inizio della libertà, dell'unità e della 
indipendenza d'Italia (3). 

Giovanni Chevalley 



(i). Legnani Stefano Maria, detto «il Legnanino » (1660+ 171 5) discepolo del Maratta. 
Le decorazioni di cui è cenno sono veramente interessanti ed è da rimpiangere che siano 
cosi poco considerate. 

(2). Paroletti, Curiositi de Turiti, Reycend, 1819. 

(3). Nell'avito Palazzo, da Carlo, Principe di Carignano e da Maria Cristina di Sassonia 
nacque Carlo Alberto il 2 ottobre 1798 Per le vicende della invasione francese, non tar- 
darono i Principi ad esulare dal Piemonte ed il loro Palazzo fu destinato dal Governo francese 
a sede della Prefettura del dipartimento del Po. 

Restituito dopo il 1814 ai Carignano, vi abitò Carlo Alberto colla moglie Principessa 
Maria Teresa di Lorena e nelTappartamento del pianterreno a destra, dove attualmente ha 
sede il Consorzio Nazionale Italiano nacque Vittorio Emanuele II, il 14 marzo 1820. 
Nell'agno seguente, scoppiati i moti del 21, Carlo Alberto pochi giorni dopo, il 21 marzo 
ne partiva per l'esilio in Toscana. 

Salito al Trono nel 1831, Carlo Alberto poco di poi cedeva il suo Palazzo al Demanio 
che vi installò vari uffici di amministrazione dello Stato. Proclamato lo Statuto, il gran 
salone centrale al primo piano veniva adattato ad aula della Camera Subalpina la quale vi 



15 — 



NOTE 

Un inventario medioevale 

e notizie di un castello scomparso 

(Balangero Torinese) 

Dove ora sono i comuni di Mathi, Cafasse, Balangero, Coassolo, 
Lanzo, Germagnano, estendevasi in epoca romana il municipio di Germa- 
gnano (1), che, distrutto probabilmente all'epoca dei Longobardi ha lasciato 
il suo nome alla piccola borgata, racchiusa nella chiostra di monti, dalla 
quale si diramano le valli di Lanzo. 

Sul territorio del municipio scomparso si ricostruì un importante 
nucleo di abitazioni, conosciuto nel medio-evo sotto il nome di Maiingo. 

Il documento più antico, a nostra conoscenza, che ricordi Matingo è 
un atto del 4 maggio 991 nel quale Anselmo ed Ottone - stipili delle 
due graudi famighe marchionali di Monferrato e di Savona-Saluzzo, note 
col nome di famiglie aleramiche - fondano il monastero di S. Quintino 
in Spigno Monferrato e ristaurano l'abbazia di S. Mauro di Pulcherada, 
distrutta dai mali uomini, assegnandole quale dote castellum, in loco et 
fundo Maiingo (2); la supremazia di Matingo è incontrastata fino al secolo 
XII: è desso che dà il nome a quelle che chiamaronsi poscia Valli di Lanzo. 



tenne le sue sedute dall'S maggio 1848 al 30 aprile 1859. Alla seduta inaugurale assisteva 
il piccolo Principe Umberto vestito da Guardia Nazionale. In quella sala Cavour proclamò 
Roma Capitale d'Italia, 

La prima Camera dei Deputati Italiani tenne le sue sedute dal 2 aprile 1860 al 9 dicembre 
1864 in una vasta aula provvisoria disegnata dall'ing. Peyron, costruita nel cortile, in attesa 
che fosse sorta la parte nuova del Palazzo, su disegno del scenografo Ferri e direzione degli 
architetti Bollati e Rivetti : ma l'edifizio fu compiuto dal municipio di Torino quando già la 
capitale era stata trasportata a Firenze. 

Oltre al Consorzio Nazionale oggidì han sede nel Palazzo Carignano i Musei di Storia 
Naturale. 

(i). Gabotto F., Municipii romani dell'Italia Occidentale, in Biblioteca Società Storica 
Subalpina, XXXIl, 291. Anche sul territorio di Balangero doveva estendersi l'abitato in epoca 
romana; lo dimostrano i rinvenimenti non infrequenti di tombe, danna delle quali proviene 
la stele con epigrafe dal Mommsen, C. I. L., V, 6908, ritenuta dubbia. La stele è stata ritrovata 
dall'attuale parroco e per sua cura murata lungo le scalee che conducono alla chiesa. 

(2). Poggi V., L'atto di fondazione del monastero di S. Quintino, ecc. in Miscellanea di 
storia italiana, s. III. voi. VI (XXX.VII della collezione) pag. 39 sgg. 

L'abazia di S. Mauro vanterà a lungo diritti su Balangero e le terre vicine ; ancora 
nel 1361 il 4 ottobre il castellano Antonio Grosso di Ciriè noterà nel XXVII dei rotoli 
di conti ( di cui diremo tosto) le spese incontrate quando « tribus vicibus ivit apud 
Thaurinutn ad instanciam domini abbatis de Sancto Mauro, de mandato domini Humberti 
de Corgerone capitanei Pedemontis et Canapicii generalis prò domino, prò iure domini con- 
servando et deffendendo contra dictum abbatem prò iuri[sjditione Matiarum Ville Berengerii 
conservando et deffendendo », 



— 16 — 

Le invasioni non invano temute dei Saraceni e degli Uugheri muta- 
rono completamente l'aspetto di Matiugo, facendo sorgere sul suo terri- 
torio due castelli, quello di Balangero nel secolo X, il castello di Lanzo 
nel secolo XI. 

Landolfo, vescovo di Torino, nell'atto di fondazione dell'abbazia di 
S. Maria di Cavour (1037) accenna ad una lunga serie di opere compite 
t in unione del suo clero e seguendo le vestigia dei suoi predecessori in 
riparazione alle rovine accumulate nella diocesi non solo dai pagani, ma 
ancora dai perfidi cristiani, e non forestieri, ma compatrioti e tigli di sua 
Chiesa » : importantissima fra esse l'erezione d'un caslrum muro et monte 
firniissimuni in curie Matingo (1). Questo castello sul territorio di Ma- 
tingo, forte per mura e torri da cui era circondato, e per la rupe sopra 
cui era eretto non deve essere altro che il castello di Lanzo. 

Più incerte ed oscure sono le origini del castello di Balangero: Ago- 
stino della Chiesa lo vuole fondato da Berengario II (951-964) (2). 

Non si riferisce a Balangero Torinese un documento (3), ora nella 
biblioteca di S. M. il Re in Torino, e prima nell' archivio capitolare di 
Asti, nel quale si accenna ad un castello di Balangero, in castro Beren- 
gerio, fondato esso pure da Berengario II, che sorgeva al di là del Tanaro, 
fra Vigliano e Montegrosso in regione tuttora chiamata Blangera (4). Il 
documento pivi antico (5) a noi pervenuto, e nel quale si incontra per 
la prima volta castrum Berengarii, ha la data 14 maggio 1151 : il castel- 
lamontano dominus Vido, comes canavensis, in busco qui dicitur Valda- 
fer, alla presenza di parecchi buoni uomini, fra i quali Arduino di Mathi, 
dona a titolo di pegno ad Enrico ed Ottone, visconti di Baratonia, che 
gli mutuano cento segusini d'oro, quanto egli ha di signoria, beni e ren- 
dite in castro Berengarii ed in tutti i luoghi appartenenti al castello 
stesso, nella valle di Mathi, dal Po alle Alpi, riservandosi il diritto di 
riscatto, in modo però che, se egli Guido non operava tale riscatto entro 
dieci anni, i domini occupati dovevano rimanere ai Visconti che li ter- 
rebbero in feudo da lui (6). 



(i). Baudi, Durando, Gabotto, Cartario dell'Abulia di Cavour in Bibl. Soc. Si. Suhalp., 
Ili, doc. II ; Rossi T. e Gabotto F , Storia di Torino, ivi, LXXXII, 84 ; Savio F., Gli 
antichi vescovi, 542. 

(2). Casalis, Diijon. geogr., stcr., statist , ecc., II. 26; Durandi I., Piemonte Transpa- 
dano, -1, 140; Bertolotti, Passeggiate nel Canavese, Vili, 157. 

(j). Cipolla C , Documenti astesi conservati nella Bibl. di S. M. il Re in Torino, in Mise, 
di st. ital., s. II, voi. X {.XXV della coilez.), 287; Gabotto F., Le più antiche carte dell'Archi- 
vio, Capitolari di Asti, in Bibl. Soc. Star. Subalp., XX Vili, doc. CLXXXIV. 

(4). Casalis, T)ii., Il, pag, 27. 

(S). Delle vicende storiche di questo castello e del suo territorio ò pronta una ampia 
monografia: C. Rosa Brusin, 'Balangero Canavese, Mathi e Villanuova. 

(6). F. RoNDOLiNO, Dei Visconti di forino, in Bollettino storico bibliografico subalpino, 
VII, 222. L'originale è nella Bibl. di S. M. il Re in Torino 



BALANGERO 
Castello - Antica Chiesa Parrocchiale - Il Trucco 




Da una carta del sec. XV III esìstente 
nelV Archivio Comunale di Balangero, 



^ 



— 17 — 

Da atti posteriori appare che la parte impegnata ascendeva alla metà 
delle terre che si muovevano dal castello, mentre l'altra metà continuò 
ad essere posseduta da altre branche dei Castellamontani. 

Guido non effettuò il riscatto ; molto probabilmente l' infeudazione 
non ebbe luogo, ed Enrico ed Ottone rimasero tranquilli possessori di lor 
signoria in libero allodio (l). 

Notizie sicure e precise noi abbiamo agli inizi del sec. XIV, quando, 
estintasi nel gennaio 1305 la famiglia aleramica di Monferrato, Filippo 
di Savoia principe d' Acaia si impossessò del castello di Balangero in 
seguito all'assedio col quale l'aveva stretto nei mesi di marzo e aprile 1307. 

Un accurato esame dei 37 rotoli membranacei, conservati nell'Archivio 
Camerale di Torino, e redatti fino al 1357 dai castellani di Acaia e fino 
al 1380 da quelli di Savoia ci pone in grado di dare una precisa e sicura 
descrizione del forte maniero. Speciale attenzione suscita il rotolo I, nel 
quale il castellano Ugonetto Berardi (1307-1320) registra le ingenti spese 
sostenute per riparare le rovine apportate dall'assedio sovraccennato. 

Fortificazioni e munizioni, fatte eseguire da Giacomo d' Acaia sotto la 
direzione del suo famigliare e balestriere Guglielmo di Pinerolo, che trasfor- 
marono il castello in una fortezza per quei tempi di primo ordine, sono lar- 
gamente accennate nei rotoli XIV-XXII del castellano Bartolomeo Canali di 
Cumiana e del figlio suo Guglielmo (1339-1341), di Giacomino (1341-1345) 
e di Francesco Bezone Pro vana (1345-1347) dei consignori di Mazze. 

Un secondo disastroso assedio sosteneva il castello di Balangero nel- 
l'inverno (1356-1357) (2); Bartolomeo di Chignin, castellano del nuovo 
signore Amedeo VI ne descrive nei rotoli XXIII e XXIV le grandiose opere 
di riparazione eseguite nei due anni che ad esso seguirono. 

Sorgeva esso (3) sull'estremo lembo della breve giogaia che separa 
Balangero da Corio, al culmine di una prominenza elevantesi gradata- 
mente dal piano, chiusa fra due torrenti, il Trucco; (4) esposta a pieno 



(i). Una delle quattro torri del castello chiamavasi appunto del visconte, o di donna 
Ambrosia (1J43) vedova del visconte Facio {Conti Castell. Balang., passim). 

(2). Descritto minutamente da Luigi Cibrario, Le Valli di Lan\o e di Usseglio nei 
tempi dì meno, pag. 2. 

(5). Vedasi la tavola con il rilievo topografico che il cav. E. Caglieri cortesemente trasse 
da una carta anteriore al 1774, epoca in cui si iniziò la nuova chiesa parrocchiale. 

Nei conti dei castellani sono sempre chiaramente distinti la villa, il castrum nel quale 
era il palacinm; Rot, II : «In cooperiendis de novo duobus scaleriis intus castrum, videlicet 
scalerio per qaod ascenditur super palacium de foris et alio scalerio per quod ascenditur 
extra domenpanum castri. t. In palacio castri ultra primum solarium veterem quod ibi erat 
et est in principio et in uno scalerio ipsius palacii facto de novo de inlus et in duobus 
graneriis de novo factis in eodem palacio prò grano domini reponendo... Pro quadam parva 
lobia facta ante hostium dicti palacii...; Rot. VI: In botallis octo domini apud Balengerium, 
videlicet sex in castro et duobus in villa. 

(4) Alle fortificazioni del Trucco (1542) accennano anche gli Statuti di Balangero pub- 
blicati da G. Frola, Corpus Statutorum Canavisii, I, 257, in Bibl. Soc. Stor. Subalp., XCII. 



— 18 — 

mezzogiorno era racchiusa fra quattro torri, la bianca, la nera (1), la torre 
del Visconte, o di donna Ambrosia, e la torre della porla (2), fra questa 
ed il rivellino, che la fronteggiava (3), era gettato il ponte levatoio (4); 
al fondo di ciascuna torre aprivasi un sotterraneo (5) che serviva da pri- 
sonaria; in alto erano i balfredi e le mude (6). 

Le prigioni erano provviste di ceppi ferrati (7) e di puleggia con 
corda per tormentare i malviventi (8); alte mura merlate correvano da 
una torre all'altra percorse all'interno da cor serie (9); alla distanza di 
sette trabucchi ed in perfetta opposizione al torrione della porta sorgeva 
il dongione o duncano; nel 1342 la torre di donna Ambrosia veniva con- 
giunta colla pusterla del dongione con un alto e forte muro di difesa (10). 
Attorno alle mura scorreva il fossato misurante in lunghezza 42 tese, 
pari a 71 m., (11); alti spaldi attorniavano il poggio del Trucco; spoglio 
di alberi e di vegetazione, ne era severamente vietato il passaggio (12); 



(i). Rot, XXIV: Libravi! magistris Johanni Luciana, Benino Bec et \'ercello carpen- 
tariis operantibus per duos dies ad faciendum pallicium grossum super murum diruptum castri 
Bellengeriì ad parte[ni] prati Pilerie intra turritn album et turrim nigram prò dicto castro clau- 
dendo et fortificando... LX soL vien. 

(2). Passim. 

(5). Rot. XVI: Libravit... in ponte levatore castri qui levatur iuxta revellinum... 

(4). Rot. I: In domibus et tur[r]ibus et palatio castri recoperiendis et uno ponte aput 
portam aitando (sic); Rot. II :. In ponte levatore reficiendo quasi de novo ante portam castri. 

(5). Rot. XXIV: Libravit magistro Petro Lyonardo carpenterie prò viginti diebus quibus 
vacavit in castro ad faciendum duos eschalerios et tria ostia in turri alba et totum bastimentum 
unius teypie facte in soturno diete turris albe et in prima camera diete turris ubi fuit murus 
diete turris per ingenia diruptus. 

Altre torri esistevano di certo; aduna, fuori del recinto del castello accennailrot.il.: 
In recoperiendis domibus intus castrum videlicet saia, camera, una batagleria et turre extra 
castrum uno miliari coporum. 

(6). Rot. XIV : Pro una davi posita ad portam castri et una corda empta ad pontem 
levatorem et alia ad tormentandum malefactores cum taglola... incluxis duodecim solidis datis 
prò quadam muetta intus castrum realtanda XXVI sol. (La « muetta » è secondo il Du Gange: 
specula, turris in cuius fastigio excubant vigiles); Rot. XXVIII: Fecit fieri trcs magnos ^am- 
Jredos cum muramentis et edificiis ipsis necessariis. 

(7). Rot. II : In quodara cepo de novo facto in castro ad tenendum et custodiendum 
malefactores, duobus paribus compedum ad idem et in una magna chatena ferrea posita in 
platea ad tenendum et ponendum latrones duabus trabibus et ferro emptis prò predicto cepo 
faciendo, 

(8). Rot. XIV (vedi nota 6 di questa pag.). 

(9) Rot. VI: In corseriis de novo factis circumquaque supra muro castri usque apud 
palacium prò custodia et deffensione castri Belengerii ideo quod alie corserie veteres erant 
dirructe et ceciderant omnino. 

(io). Rot. XVII: In quodam muro de novo facto precepto domini intus castrum qui est 
de longitudine septem trabucorum cum dimidio et de altitudine duo (sic) trabucoruiii cum 
dimidio qui tendit a domo domine Ambroxie usque ad pusternam donioni castri... Et est 
sciendum quod dictus murus est viginti trabucorum et quartum et de grossitudine tres pedes 
cum dimidio. (Si impiegarono nella costruzione di esso ben 1356 sfstarii di calce e io eoo 
mattoni ; furono impiegati 547 manuali, 96 muratori, e 165 donne che portavano acqua). 

(11). Rot. I : In agna de versus montaneam aducenda in fossato castri... In duabus sapis, 
duabus palis, uno pico ferreo, una ma^a ferrea, emptis ad gavandum fossatum novum castri 
et frangendum lapides... In quadraginta duabus teyseis fossati facti de novo circa castrum. 

(li). Rot. I: (multa di 20 soldi) de Johanne Paneva, quia transivit super spaltis 

del Truc {sic). 



— 19 — 

sul fianco delle sovrastanti montagne di S, Vittore e sul Mongi ovetto 
era stato scavato un lago che alimentava l'acqua scorrente nel fossato 
e che precipitava nel torrente sottostante (1). 

Un duplice edificio costituiva l'abitato del castello; sopra un primo 
ripiano, in basso, il gran palazzo racchiudente il quartiere capace di oltre 
cento clienti, l' alloggio del castellano, granai, cucina, scuderia, forno, 
molino a mano (2), pozzo, cappella (3); una gradinata coperta conduceva 
sulla spianata superiore, dove sorgeva il < palazzo del signore • (4). 

Nel 1343 tutto il poggio del Trucco venne recinto con un largò e 
forte muro merlato, percorso da corriere (5), alla costruzione del quale 
lavorarono ben 643 fra manovali e muratori (6), muro che fu riallacciato 
al castello con grandiose costruzioni di difesa e con una pusterla (7). Già 
l'anno prima un poggio che poteva compromettere la difesa della fortezza 
era stato livellato; ad opera compiuta il principe aveva offerto graziosa- 
mente una bicchierata agli abitanti della castellania - Balangero, Mathi, 
Villanova - che avevano compito l'opera lavorando a roide (8). 

Se il castello di Balangero era talvolta allietato da feste nuziali o 
da canzoni di menestrelli (9), ben più sovente i suoi abitanti erano assor- 
biti dalla cura continua di rinnovare le mura diroccate, o di rinsaldarne 
le difese (10). 



(i). Rot, XXI: Libravi! Vietto Mondo et Petro Roche de Belangerio qui adduxerunt, 
omnibus eorum expensis, omnes rivos de montanea Montisglotti et Sancii Vitis (sic) in foxatis 
de novo factis prope castrum Belangerii prò fortificatione dicti castri et prò quadam exclusa 
facta desuper castrum circa arrestandi aquam, prò ipsis foxatis gavandis (i6 genn. 1346)... 
XXIII lib., Ili sol. vien. 

(2). Rot. XKI: In factura unius raolandini de brachio prò munitione castri. 

(3). Rot. XVI: In capella castri recoperienda que quasi erat tota discoperta et dirructa 
septingentis coppis emptis ad idem, magistris et manualibus ad hoc locatis... XXXV sol. 
vien. debjl. 

(4). Rot. II: Vedi nota 3 a pag. 17. 

(5). Pergam. arch. com. di Balangero : Bonura, forte et sufEciens receptum fossa- 
latuni et muratura . 

(6). Rot. XVIII : In quibusdam foxatis factis extra dictum castrum Balengerii, videlicet 
a domo habitationis domine Ambrosie usque ad pusternetam factam de novo prò fortifRca- 
tione dicti castri in quibus intraverunt sex centum quatraginta tribus manoalibns, la[r]gitudinis 
duorum trabuchorum et profundum unius trabuchi et longi[n]tudinis circa duodecim trabuchos 
{sic) de quo foxatu extracte fuerunt in magna quantitate lapidum {sic]... In quadam parva 
pusterna facta deversus Trucchum... 

(7). Rot. XIX : In una pusterna de novo facta in muro castri circa intrandi intus Trucchum, 

(8). Rot. XVII : In potu dato conviventie dicti loci Belangerii, Mathiarum et castellate, 
qui ad roydam explanaverunt quodam podium quod erat prope castrum ubi erant arbores 
prò fortalicia dicti castri. (Ogni anno è registrato il pranzo che si imbandiva nel castello 
ai 48 abitanti della castellania che vi portavano i fitti minuti in denaro e derrate ; il con- 
vito chiamavasi almeser). 

(9). Rot. XXI : Libravit per manus Anthonii Mahonerii de dono domini facto cuidam 
menestrerio Marchionis Montisferrati per litteras domini datas die XXVII iunii MCCCXLVI 
...XLso].; Rot. .XIII: Libravit... ad expensas Martineti de Sancto Martino et quorundam aliorum 
nobilium de Sancto Martino factas apud Belangerium quoniam veniebant ad nM/)^ia5 domini... 

(io). Rot. XIII: In trayta ducentorum cadreUorum de turno et quingentorum aliorum 
cadrellorum parrorum prò munitione castri Belangerii. 



- 20 — 

Fin dal 1345 Giacomo d'Acaia aveva fidanzato il figlio Filippo, ancora 
lattante, con Maria figlia di Amedeo di Ginevra. Intervenuti patti fra i 
due principi, il conte di Ginevra spediva a Balangero un suo castellano (1) 
che nel prendere possesso del castello il 1 settembre 1347 redigeva un 
inventario pervenuto fino a noi e che qui sotto riportiamo (2). 

Del castello di Balangero, ch'ebbe discreta importanza strategica nel 
medioevo, non rimangono che pochi muri ricoperti d'edera, buche pro- 
fonde, sotterranei colmi di macerie : mute rovine di un passato non inglo- 
rioso (3). 



I 



Inventario del Castello (1347) 

Documento cartaceo compiegato nel rotolo XXII della Castellanìa di Balangero 
{Archivio Camerale di Torino) 



Infrascripte res / existentes intus castrum / Bellengerii sunt publica/te per omnes ilJos 
existentes / intus dictum castrum cutn / iuramento ab ipsis et quolibet / ipsorum prestito cor- 
porali et / consignate sunt mihi Anthonio Mahonerio in presencia Guigonis / de Medicis et 
Conradi Vilani : 

Primo in penu botallos XLIII vacuos exceptis duobus plenis. 

Item in coquina due catene fer[r]ee, duo branderii ferri, due prave {sic) patelle, una 
asta ferri et due cratusse et una crosteria. 

Itera una magna cauderia que est comunis de confratria Bellengerii. 

Item due arche de pasta et una alia de pane et una alia in lardoneria. 

Item quatuor mole de molandino que sunt castellani. 

Itera tinellum unum de composito. 

Item tinellum de bugata. 

Item unum botallum plenum aceto. 

Item unum molandinum magnum cura varnimentis. 

Itera unum parvura aliud molandinum. 

Itera una situla in cisterna. 

Itera unum pallum ferri. 

Item unum forzanura ferri. 



(i). Roc. XXII: Die prima mensis septembtis Comes Gebennensis misit ibidem unum 
castellanum prò quibusdam pactis habitis cum Domino Principe. 

(2). Consimili inventari pubblicò S. Corderò di Pamparato, Documenti per la storia 
del Piemonte, \aMisc. dì st. ital., s. Ili, voi. IX (XL della coilez.), pag. 122 segg. (inventari 
dei castelli di Avigliana, Miradolo, Susa, 1285-1296). 

(5). Con recente disposizione del Ministero della P. I., Direzione per le Antichità e 
Belle Arti, le rovine del Castello furono sottoposte ai vincoli della legge 20 giugno 1909 
e 20 giugno 191 2 per la tutela e conservazione dei monumenti. 




— 21 — 

Item una tenagla grossa de ferro. 

Itera una campanota prò ... e (?) que erat castellani. 

Item due culcidre parve. 

Quatuor alle culcidre sunt illorum de terra. 

Item unum coffinum ferratuni. 

Item unum scrignum, quod est Conradi Vilani. 

item unum aliud scrignum quod est Biatrissie Ressarie de Matiis quod teneba 
castellanus 

Item due cassie ferrate que sunt castellani, ubi sunt sui protocolli seu libri. 

Item baliste novein ex quibus tres sunt Oberti de Tuerdo de striveria in quibus balistìs 
sunt due de turno et alie de striveria. 

Item crochi de dictis balistis quinque 

Item sdoppi duo. 

Itera tres cassie cadrellorura ianuensiura. 

Item pavessi magni ad arma domini Marchionis undecim. 

Itera unum ermum magnum Oberti de Duordo. 

Item duo ermi ianuenses dicti Oberti ; non reperitur unus ermus. 

Item due barbute et due cervellerie. 

Granura, vinum, avena, mezene, sal[lje, oleum et tres porci vivi ; dicunt quod sunt 
clavarij Bellengerii; et libri dicti clavarii. 

Item unum soastrum (?) de balista. 

Item una mola ad molandum cutellos. 

Itera duo parolii de aramo qui sunt clavarii. 

Itera roba castellani cura suo lecto furnito et armaturis suis cura duobus parvis casse- 
ronis et duobus parvis de ferro. 

Itera de Bonino cliente una balista cura crocho uno. 

Itera de Franceschino Gradano balista una cura crocho. 

Item de Oberto Decano una balista cura croco et cerveleria. 

Item de Bertramo Arimano unum copertoriura panni cura duobus lintearainibus que 
habet in pignore de Pereto Berardo. 

Item una cervelieria et unus dardus. 

Item de Petro Spia una lancia. 

Item de Io[hannej de Uberozno una lancia. 

Item de Guillelmo Boverio una lancia. 

Item vaylos VI. 

Item sapas VI. 

Item picos IX. 

Item caxie charelarum duas (sic) que erant in villa et tres que erant in castro sex (sic). 

Item paria platinarura que sunt nove. 

Item paria V platarum. 

Item una balista de Dorainico Paiono, 

Itera quam plures galline que sunt clavarii. 

Itera unum magnura soastrum. 



(seguono 41 firme). 



Villano. 

Gino Borqhezio 
Costantino Rosa Brusin 



— 22 — 



Sulle origini di Cherasco nuovo e sui Castelli 
che contribuirono a edificarlo 

{Note preliminari) 






Mi sto occupando delle origini di Cherasco, e dei castelli che hanno 
concorso a formare questo nuovo centro circa l'anno 1220. Ardua l'im- 
presa, se il Voersio che scrisse la storia di Cherasco nel 1618, diceva 
già allora: « i vestigi del Castello di Manzano si veggono ancora sin al 
presente... ma gli altri Castelli non solo non si vede cosa alcuna, ma 
anco sono passati fuori della memoria degli uomini, non sapendosi di 
certo dove fossero posti e situati» (l). 

Intendo con queste note sgombrarmi la strada di alcune diflScoltà 
derivanti da quanto hanno scritto e stampato: 

I. L'eruditissimo P. Giovanni Battista Adriani, nel suo Indice ana- 
litico e cronologico di alcuni documenti per servire alla storia della 
Città di Cherasco (2), registra al N. 114, pag. 35, un istrumento del 1243, 
1 3 dicembre, * rogato Anselmo de Morocio, pel quale i signori di Manzano, 
mentre cedono al Comune d'Alba nella persona del suo Podestà, luogo- 
tenente del marchese Manfredo Lancia, il Contado ed il Castello di Man- 
zano colla sua giurisdizione, si obbligano di costrurre una villa nuova 
sul piano di Cairasco, ad abitarla e difenderla » . 

La frase potrebbe far credere che solo allora sorgesse la villa nuova, 
il Cherasco nuovo, mentre Cherasco già esisteva e se ne hanno numerose 
prove. Effettivamente i signori di Manzano si obbligano solo a costruire 
case in Cherasco, come era uso di esigere da chi chiedeva la cittadinanza 
in una città. 

E lo stesso Adriani ammette questa seconda interpretazione, citando 
le parole dell'atto: 

« facere demos et construere in Villanova plani Cairasci, et ibi cum 
sua fam,iglia habitare continue et stare ad volunlatem, poteslalis et con- 
scila Albe et ipsum locum salvare, de fendere, manutenere et crescere 
ad suum posse... > 



(♦). Historia compendiosa di Cherasco... raccolta e descritta dal M. R. P. Maestro Francesco 

VoBBSio Carmelitano dell'istesso luogo, Mondovì, presso Giov. Gislandi, 16i8, pag. 48. 
(t\'. Torino, Unione Tip editrice, 1857 



: 



- 23 — 

Lo stesso Adriani lo ammette nell' altra sua opera Degli antichi 
Signori di Sarmatorio ecc. (1) a pag. 94, dove traduce le parole sopra 
riportate e spiega le varie convenzioni portate da quell'atto. 

Tra esse notevole quella relativa al trasporto in Cherasco dei mate- 
riali della Chiesa di S. Pietro di Manzano, attigua al Castello di egual 
nome, per la costruzione, presso la riva riguardante Manzano, di una 
nuova Chiesa, accennando così chiaramente alle origini della Chiesa di 
S. Pietro in Cherasco. Ancora l'anno scorso io trassi da una casa sul 
luogo dell'antico Manzano, presso la Cappella ivi sostituita ai ruderi 
dell' antica Chiesa, un pezzo di marmo lavorato e scolpito, identico ad 
altro che fa parte dello stipite della Chiesa di S. Pietro in Cherasco. 

Forse nella frase da me incriminata dell' Indice Adriani è un sem- 
plice errore di stampa, bastando sostituire nella villa nuova ad una villa 
nuova, per ristabilire la verità dei fatti. 

II. Il Casalis nel suo Dizionario all'articolo Cherasco (IV, 631) afferma 
che il villaggio detto di S. Gregorio de Villa, un altro di quelli che con- 
corsero alla fondazione di questa Città, sorgeva alla destra del Tanaro, 
presso la confluenza della Stura. 

L'errore fu riprodotto dal Savio in : Il Monastero di S. Teofredo di 
Cervere,^) che aggiunge: t dove era la Chiesa di S. Gregorio sta ora 
la Chiesa di S. De fendente, nella Diocesi di Alba*. 

Nessuna traccia di un villaggio di S. Gregorio dove è indicato dal 
Casalis, e dove sorge invece Ripalta, altro dei Castelli di cui mi occuperò, 
ora scomparso. 

S. Gregorio di Villa si trova invece sull'altipiano di Cherasco, riva 
destra della Stura, ed ivi effettivamente la Chiesa della borgata di San 
Gregorio è dedicata a S. Defendente. Là vicino è Villette. 

L'errore fu inizialmente commesso dal Durandi nel Piemonte Cispa- 
dano antico (3) dove cita il Voersio, Storia di Cherasco, pag. 100, e gli 
fa dire che S. Gregorio è fra le regioni al di là di Stura e Tanaro, e però, 
egli soggiunge, poco sotto l'influente della Stura, alla destra del Tanaro, 
mentre al contrario nel luogo citato, il Voersio mette S. Gregorio fra le 
regioni al di qua (rispetto a Cherasco) della Stura e del Tanaro. 

III. Il noto diploma col quale l'Imperatore Ludovico III nell'anno 901 
donava ad Eilulfo Vescovo di Asti, fra altri possessi, la Corte di Bene, 
nel Comitato di Bredulo, ne segna i limiti da un lato: a Trifolido usque 
in boscum. 



(1). Torino, Cassone, 1851. 
(2). Torino, Stamp. Fontana, a pa^- 138. 

()). Ur.iiiaLi, Italia Sacra, IV. 339 — Durandi, Antiche città di Padana, Caburro ecc., pp. fiJ e 86. 
— AssAMDRiA, lì libro verde della Chiesa d'Atti, I 178 — Assandria, Statuti di Bene, p.l6 — 



- 24 - 

Non rilevo l'errore del Bosio. Storia della Chiesa d'Asti, dove a 
pag. 152, parla di Trifolido fino al Torrente Beso {Besio), e ne fa limite 
al titolo e Castello di Leuco (Lequio), ripetendo poi l'errore dove tratta 
del diploma del 1041, che conferma quello del 901. 

Niun dubbio sulla località di Trifolido, ancor oggi Trifoglietto. Era 
un Castello al Corno, sperone che, fra Cherasco e Narzole, si protende 
scosceso nella Valle del Tanaro Vi ho trovato ancora al presente avanzi 
di costruzioni antiche e materiali sparsi. 

Questo Castello fu uno di quelli ceduti ad Alba dai Manzani e con- 
signori fra il 1199 ed il 1200, e che poi concorsero alla nuova Cherasco 

Non così per il Boscum. 

Ho consultato quanti autori (1) riportano il diploma del 901, ed 
anche quello del 902 che in questa parte non ne è che una riprodu- 
zione. La maggior parte ha bosum o boscum. 

Il Cibrario invece, il quale pubblicò il diploma 901 nei M. H. P , ed 
il Cipolla nella copia del 1353 che si conserva negli Archivi di Stato a 
Torino, lessero Besum, che il Cipolla interpreta Besium, Pesium, e tra- 
ducendolo Pesio, crede indichi il fiume di questo nome, e da Trifoglietto, 
senza accennare al Tanaro, salta al Torrente Pesio, e segna così il con- 
fine della Corte di Bene. 

Il Comm. Assandria, che è di Bene, pur adottando pel diploma del 
901 la forma Bosum, si accosta all'interpretazione del Cipolla e ritiene 
anch'esso che trattisi del torrente Pesio (2). 

Io invece opino trattarsi di un Castello Boscum, sul fiume Stura, 
quasi sul parallelo di Trifoglietto, ma alquanto piìi a nord. I due Castelli 
Trifoglietto e Bosco segnavano fra i fiumi Tanaro e Stura, comprendenti 
il Comitato di Bredulo, il limite settentrionale della Corte di Bene. 

Mi ha messo su questa strada una di quelle note volanti di cui 
l'Abate Adriani soleva interfogliare i suoi libri, nella quale afferma che 
il Castello di S. Stefano del Bosco, di cui tesse la storia, oggidì Castel 
Rosso, si chiamasse prima del 120J semplicemente Boscum. Esso assunse 
il nuovo nome ancor prima del 1200 da una chiesa dedicata al proto- 
martire Santo Stefano, che vi fu costruita vicino. Ancora presentemente 
la Cappella del Castello è dedicata a S. Carlo e a S. Stefano. 

L'opinione del Cipolla richiede il passaggio della forma Besum a 
quella Pesum, e da questa a Pesium, poiché Pesium o Pisium, Pexium, 



(1). Cipolla, Di Amlace Vescovo d'Asti, p. 156 — M U P. Chart. I, 100 e II, 21 — Schiappa- 
HELI.I, 7 diplomi italiani di Ludovico III e Rodol/o II, pp. 41 e 82 — Bkhtano Storia di Cuneo, 
II, 169 — Bosio, Storia della Chiesa d'Asti, p. 152, etc. 

(2). Assandria, Capitula et statuta communitatis Bennarum, Roma, 1892. pan 16 in noia (1). 



— 25 - 

Pixiuni, chiamavasi anticamente quel fiume. Più difficile sarebbe il 
passaggio di Besum a Bosum. come molti asseriscono essere scritto. 

Ma confortano la mia opinione altre considerazioni. 

11 diploma imperiale, nell' enumerare le terre donate al Vescovo 
Eilulfo, nomina prima quella di S. Maria di Lequio e la Pieve di Bene; 
quindi segna una linea a nord di queste, da Trifoglietto a Bosco, ed 
enumera la Chiesa di S. M. di Narzole e quella di S. Gregorio di Villa, 
che sono incluse fra Bene e questa linea fino alla Stura, aggiungendo 
al di là di questa la Chiesa di Cervere, e ritornando entro quei limiti 
con Salmatorio (Salmbur). Così la descrizione è ordinata e precisa, da 
oriente ad occidente, fra i due fiumi, colla eccezione segnata oltre Stura. 

Ma v'ha di piìi. Nel diploma del 16 gennaio 1041, col quale Enrico III, 
re dei Romani conferma ed amplia le concessioni di Ludovico III alla 
Chiesa d' Asti, alle parole a Trifolido usque in boscum si aggiunge 
usque ad cacumina Alpium. Queste sono poi specificate nominando il 
Monte Blismalba (Besimauda) nelle Alpi marittime. Se si pon mente 
alla ripetizione della parola usque, ne vengono determinate due linee, da 
Trifoglietto a Bosco, e da Bosco alle Alpi, segnando. così all'ingrosso i 
lati e le dimensioni dell'informe quadrilatero delle terre douate, che fra 
Tanaro e Stura, dalla linea Trifoglietto Bosco si estende fino al displuvio 
dei monti. 

IV. Noto infine che la nuova Carta d'Italia dello Stato maggiore, 
segna (foglio Cherasco al 25/,„) sulla riva destra della Stura, non lungi 
da Cherasco, un Castel Valor/o. In quella località nessuna traccia di 
Castello, quantunque essa vi sia molto adatta: esistono solo un cascinale, 
un palazzetto rustico del secolo XVII, e ruderi nei prati circostanti. Non 
si parla di Castel Valorfo quando fa fondato Cherasco. Ebbe esso piìi 
tardi il nome di Castel Varolfo. dal nome dei suoi fondatori. Così lo 
chiama il Conte Giorgio Lunelli in memorie manoscritte, estratte dagli 
originali del Monastero di Savigliano, esistenti nell'Archivio Adriani. 

Castel Valorfo fu segnato nell'antica carta al 50/n, degli Stati Sardi 
di terra ferma, dal nome volgare che ha sul posto di Castel Valour. 

La nuova carta dello Stato Maggiore adottò da principio la dizione 
più esatta di Castel Varolfo, per riprendere poi la forma locale Castel 
Valorfo, che è quella attuale delle carte topografiche. 

Questo Castello è forse quello che anticamente chiamavasi di Villette, 
località poco distante: anzi così lo chiama il Giorgio Lunelli già citato. 

V. Rimane a fissare in queste parti il luogo di Monfalcone che com- 
prendeva € locus, castrum et turris* (1). 



(1) .V/i/P, // Ch. 10C2. 



— ae- 
ri Casalis (Cherasco IV, 631) lo dice esistente in questi contorni, di 
fronte a Cervere, senza piiì. 

Grande aiuto topografico offrono gli antichi nomi delle regioni rurali 
ohe si conservarono intatti attraverso i secoli. Ora la regione boschiva 
dove sorge la Cascina RufEa e che termina nel poggio dove era la Chiesa 
di S. Leodegario, conserva appunto il nome di Monfalcone. Qui l'on, Cur- 
reno opina che fosse il Castello. La località infatti è sulla Stura, di fronte 
a Cervere. Solo non è anord di S. Gregorio come vorrebbe il Durandi (1), 
ma ad ovest. 

Il dottor Giuseppe Bianco di Possano, che pubblicò nel 1869 uno 
studio snìVorigine storica di Borgo Sarmaiorio detto Sarmore colloca 
l'abitato ed il castello di Monfalcone nel piano in riva della Stura, dove 
è la cascina S. Andrea. Deriva il nome dai molti fori che esistono nel 
fianco scosceso del monte e dove nidificano molti falchi. 

Vale la località indicata per il borgo, ma sembra a me inaccettabile 
che nel medio Evo si costruisse un Castello in basso, in pianura, quando 
si aveva vicino un'altura adattatissima. Vero è che il codex Astensis dà 
per Monfalcone (n. 43) una rupe scoscesa, con sopra un palco, ma senza 
Castello. A S. Andrea il Comm. Assandria trovò bei frammenti di iscri- 
zioni romane. 

Spero che ulteriori ricerche e visite sui luoghi mi permetteranno di 
risolvere il problema. Sarò grato a chi potrà e vorrà darmi qualche indi- 
cazione utile all'assunto. 



Ten. Gen. A. Petitti di Roretq. 



(1). Piemonte cispadano, 183. 



-27- 



NE - POUR - CE 



Note di araldica e di numismatica saluzzese 



Dopo gli studi del Roggiero pare che nulla più sia possibile aggiun- 
gere alla numismatica saluzzese, da lui trattata (1) con singolare compe- 
tenza ; talché debba aversi per presuntuosa ogni ricerca intesa a correg- 
gere le note di quell'insigne erudito. 

Se non che un manoscritto, che ebbi agio di consultare grazie alla 
cortesia di S. E. il Signor Marchese Marco di Saluzzo, porta un nuovo 
inaspettato contributo a questo genere di studi. 

Il manoscritto è opera del Conte Carlo di Saluzzo, signore di Castel- 
lar (2), che lo compilò o nell'ultimo quarto del seicento, o nei primi anni 
del sec. XVIII, essendo egli morto nel 1719. Sono memorie frammentarie 
intorno al casato Saluzzo e ad altre nobili famiglie del Piemonte, tratte in 
gran parte da fonti conosciute e da manoscritti domestici, illustrate da 
stemmi in colore; vi fa seguito una ricchezza di armi gentilizie maestre- 
volmente dipinte di regni, principati, regioni, città, casati e italiani e 
stranieri. Il volume, legato in pelle già sdruscita, misura cm. 46 percm. 28 
e cm. 7 di spessore. 

Alla preveggenza del conte Carlo dobbiamo l'averci egli tramandati 
i disegni di parecchie monete marchionali, delle quali non ebbe cono- 
scenza il Roggiero allorché pubblicò l'opera citata. 

Vero è che l'illustre archeologo ripigliò l'argomento alcuni anni dap- 
poi (3), ed illustrando altre monete della zecca di Carmagnola accennò 
in nota a pag. 11 alle Memorie del conte Carlo, e rilevò contenersi ivi 
il disegno di monete e medaglie affatto sconosciute, coniate non solo da 
Michelantonio, Francesco e Gabriele, ma ancora da Giovanni Lodovico, del 
quale si credeva non aver lasciato monetazione propria. Ma intorno a 
queste riservò il proprio giudizio, dubitando che mai fossero esistiti i tipi 
originali, per quanto altrimenti potesse avere un valore l'attestazione 



(i) Orazio Roggiero, La lecca dei Marchesi di Saluto, Pinerolo, Chiantore e 
Mascarelli, 1901. 

(2) Memorie cronologiche, genealogiche, araldiche raccolte dal Conte Carlo Saluzzo, 
signore del Castellar per ornamento deU'Historia dei Marchesi di Salui^io. 

(?) O. Roggiero, Altre monete dei Marchesi di Salu7;x.o, Milano, Cart. Lito - Tipogr. 
Crespi, 1910. 



dell'autore di quelle Memorie. « La personalità dello scrittore, così il 
Roggiero, appartenente al ramo della Famiglia cui sarebbe spettata la 
successione del Marchesato dopo la morte del marchese Gabriele, se 
Francia dapprima e poscia Savoia non se ne fossero impossessate, l'epoca 
del manoscritto di poco posteriore ad un secolo dalla morte di quest'ul- 
timo Marchese e perciò tale da potervi ancor essere conservati esemplari 
oggidì perduti, l'esistenza fra quei disegni di impronti attualmente noti, 
possono lasciar credere alla effettiva coniazione di quei pezzi; ma l'essere 
i medesimi muniti tutti della data, il portare leggende scritte in modo 
diverso da quelle delle monete oggi conosciute, il contener divise e sim- 
boli usati in modo non conforme alla tradizione, costituiscono grave argo- 
mento di dubbio. Mi riservo perciò di fare sopra esso uno studio critico, 
che pubblicherò colla riproduzione di quelle monete e medaglie ». 

Non mi consta che il Roggiero abbia tradotto in atto il proprio divi- 
samento ; ed è veramente da dolersi che la morte l'abbia rapito ad una 
scienza, ch'egli coltivava con passione pari alla procacciatasi rinomanza. 
E neppure trovo cenno delle monete, che andrò illustrando, in un re- 
cente studio del barone A. Cunietti-Gonnet (1); segno questo non dubbio, 
che gli esemplari discussi non esistono presso i discendenti del Conte 
Carlo. Tuttavia non saranno affatto disutili i cenni, che andrò derivando 
dalle citate Memorie. 

E dapprima a proposito di Ludovico I leggiamo: *■ Delle sue monete 
una sola m'ò riuscita di vedere composta di rame nella quale in una 
parte aravi l'impronta delle sue armi e nell'altra l'impronta che fu da 
detto marchese assunta d'un Buttafuoco accompagnato col motto Noch(2)». 

Ma questo tipo può essere stato attribuito a Ludovico I per i suoi 
caratteri gotici; né perciò viene infirmata l'opinione del Roggiero, il 
quale sostiene non essersi battuta moneta dai marchesi di Saluzzo 
prima di Ludovico li (3) ; anzi la data in cifre, onde è accostato lo stemma, 
fa dubitare dell'abbaglio preso dal conte Carlo. Perciocché le due ultime 
cifre, sebbene non abbastanza discernibili nel disegno, sembrano tuttavia 
doversi leggere 30; così la data 1480 coinciderebbe con la investitura del 
Marchesato, che Ludovico II ottenne dall'imperatore Federico III allo scopo 
di rendersi indipendente dai Savoia e di godere delle regalie imperiali, fra 
cui quella di battere moneta. Ma perchè l'uso della numerazione in cifre 
arabiche non si trova ancora generalmente adottato nella regione saluz- 
zese prima dei tre ultimi lustri del sec. XV, la data della moneta deve 



(i) A. CoNiETTi-GoNNET, Monete Saluxxesi della colleiione dì S.E. il Marchese Marco 
di Salui^o, Nicola, Milano Estr. Rivista Ital. di Nutnism. i. trim. 1921. 
(2) Memorie cit., pag. 157. 
(}) O, Roggiero, La itcca, ecc., pag. 8-9. 



- 29 - 

forse leggersi 1490, e riferirsi alle prime emissioni monetarie di quel jnar 
chese, dovute a qualche oscuro zecchiere ed ancora lontane dalla perfe- 
zione raggiunta dai tipi della zecca di Carmagnola sotto la maestranza 
di Francesco da Clivate. 

A pag. 171 il Manoscritto reca designati di Ludovico li un ducato, 
un tallero, e un cavallotto. Il Roggiero contò oltre a trenta varietà di 
cavallotti battuti da questo marchese; il nostro porta sul rovescio la leg- 
genda SANCTVS CONSTANTIVS seguito da una B, sigla dello zecchiere, 
forse di Benedetto da Briosce, il quale ne abbia fornito il disegno. Il tal- 
lero è simile a quello, che fu edito dal Roggiero al n. 14, ma al basso dei 
busti affrontati del marchese e di Margherita di Foix, porta la data 1501. 

Di Michelantonio sono dati a pag. 188 i tipi editi dal Roggiero ai 
numeri 20 e 22, e, ciò che piiì importa l'impronta di un ducato. Esso 
ha da un lato lo scudo dei Saluzzo, accostato dalla data 1 5-25, sormon- 
tato dall'aquila nascente: attorno si legge MICHAEL. ANT. M. SALV- 
TIARUM. ; i tocchi che seguono nel disegno debbono essere i tratti della 
corona marchionale e rispondere alla testa dell'aquila. Dall'altro lato 
ha una croce, fiorata nel centro, riquadrata ad angoli gigliati, con la 
leggenda intorno XTVS. VINCIT. XTVS. REGNAI. Si dovrebbe per 
conseguenza qui emendare il Roggiero, il quale dubitò che la coniatura 
dell'oro sotto Michelantonio siasi limitata agli scudi del sole (1). 

Della medaglia di Margherita di Foix, edita dal Roggiero al n. 15, 
il manoscritto dà a pag. 211 una variante notevole per eleganza, se 
il disegno fosse meglio eseguito. Sul diritto ha una ghirlanda con- 
centrica alla iscrizione >b MARGARITA DE FVXO MAR - CHIONISSA 
SALVTIAR/ TVT. C {tulrix curatrix), e nel centro il busto della marchesa. 
Dal rovescio noto nel disegno tre vacche sulle armi dei Foix (o meglio 
sui quarti dei Bearn) accollate a quelle dei Saluzzo; ciò che evidente- 
mente ò un errore, perchè lo scudo esige due vacche rosse in campo 
d'oro. 

Il Roggiero scrisse : iNon consta che Gio. Ludovico abbia usato della 
zecca, perchè nessuna moneta troviamo coniata a suo nome, e ciò facil 
mente si spiega considerando che Carmagnola venne occupata da Fran- 
cesco fin dal 5 dicembre 1528, sicché la zecca marchionale subito venne 
tolta dalla dipendenza di Gio. Ludovico, il quale non ebbe neppure mai 
agio di provvedersi di un sigillo proprio, e si limitò a servirsi di due 
bolli già intagliati per il proprio padre Ludovico II » (2). Invece il mano- 
scritto a pag. 21 1 ci offre un testone avente sul diritto il busto del mar- 



(i) Roggiero, La \ecca, ecc., pag. 199. 
(2) Ibìd., pag. 20$. 



— so — 

chese, e attorno ^ IO. LVDOVICVS MAR. SALVT[AR/ ; sul rovescio uila 
croce fiorita, accantonata dalla data 1529, con la leggenda >^ DISPERSI!. 
SUPERBOS. MENTE. CORDIS. SVI. Cotesta moneta fu per certo bat- 
tuta da Gio. Ludovico nei primi mesi del 1829, quando fallita l'impresa 
di Francesco per la resistenza oppostagli dai cittadini di Saluzzo la 
sera del 24 dicembre 1528, egli rimase, sebbene per breve tempo, paci- 
fico possessore del marchesato (1).E dovette senza dubbio esserglisi resa 
anche Carmagnola, allorché Francesco, tornato vano il tentativo di sop- 
piantare il fratello dal marchesato, passò in Francia alla corte del re per 
tramare iniquamente ai danni di lui. 

Del marchese Francesco è designato a pag. 211 il testone, che pre- 
senta pure il Roggiero al n. 30. 

Ma degna di singolare menzione è una medaglia commemorativa 
dello stesso Francesco. Il retto ha la testa del marchese col busto armato 
di corazza, accostato dalla data 15-33, e attorno >B FRANCISCVS. 
MARCH SALVI. ET. MONTIS FERRATI. Fu dunque coniata a celebrare 
la dedizione di Alba e l'entrata solenne, che vi fece in quell'anno il nostro 
marchese recando al braccio lo scudo inquartato dei Saluzzo e dei Mon- 
ferrato (2) L'impresa cui si apprestava il belligero Francesco, della con- 
quista del Monferrato, era per certo audace, andando egli incontro a for- 
midabili opposizioni. Ma l'energia del volere traeva dall'esempio del padre, 
che aveva osato difendere l'avito dominio contro le pretensioni sabaude, 
ed era riuscito a riprenderlo, quando già pareva tramontata la sua po- 
tenza. Fu allora che Francesco risuscitò il motto NE - POUR - CE - NE - 
POVR - CE, che si vede sul rovescio della medaglia dattorno ad una 
scena curiosa. In alto è rappresentato il cielo a solchi di nubi; ne discen- 
dono quattro fiamme o fulmini in fascia ed una fitta gragnuola, mentre 
in fondo un'ape, che sembra abbattuta, puntellandosi su due zampe, 
si spinge contro il cielo tempestoso. 

La scena adunque è l'illustrazione viva di un celebre motto, del 
quale non erasi data fin qui una esauriente spiegazione. Carlo Muletti 
in una nota all'opera del padre scrive : * Questa misteriosa divisa Ne pour 
ce, che lessi pure nell'antica cappella del castello di Revello, io credo che 
fosse il motto dell'impresa propria di Ludovico I, o piuttosto il grido 
di guerra {le cri de guerre) dei Marchesi di Saluzzo ». Anche il barone 
Cunietti-Gonnet scrive: * Il grido di guerra dei Marchesi vuoisi che fosse 
ne pour ce . . . che forse vuol dire nato per questo, alludendo alla po- 
sizione del marchesato situato tra Italia e Francia, e perciò esposto 



(i) C. F. Savio, Salui:(^o e i suoi Vescovi, Saluzzo, Lobetti-Bodoni, 191 1, pag. 181. 
(2) Memorie cit., pag. 197. 



— 31 — 

a guerre continue» (1). Trattando la storia di Saluzzo (2) io scrissi: 
€ Ritengo che il motto Ne pour ce sia stato proprio di Margherita di 
Foix, saldo proposito di fedeltà e di fortezza di animo attraverso le 
prove e gli ostacoli; esso si vede in relazione a fiamme con una 
rosa scolpita sulla graziosa edicola della Spina nel coro di San Giovanni 
con la scritta: Sanza espina no he roza ». Ma debbo correggermi 
avendo preso un abbaglio, che punto non mi perdono, perciocché una 
piij attenta osservazione mi avrebbe convinto rappresentarsi ivi sulla 
mensola dell'edicola, la quale è sostenuta da due putti a tutto rilievo, 
proprio una tempesta. Sulla cornice della mensola si vedono procellose le 
nubi, stilizzate nel modo che si soleva nel Medio Evo dall'arte gotica, e 
cioè a sinuosità alterne e regolari in linea orizzontale, donde sprigionano 
lampi rettilinei. Sulla faccia anteriore della mensola il motto NE - POVR 
- CE si vede in mezzo ad una gragnuola di chicchi frammischiati a goc- 
cioloni di pioggia, che io a tutta prima avevo scambiato per fiammelle. 

Ora non si può più dubitare intorno all'origine del motto ed al suo 
significato, ben potendone essere informato per tradizione domestica il 
conte Carlo, il quale così ne discorre : « L'impresa della tempesta, che 
nel choro di S. Domenico [ora S. Giovanni) e in molti altri luoghi si vede 
esposta, fu eretta dal marchese medesimo (Ludovico II) nel mentre che 
tu spogliatto da Duca Carlo di Savoia del suo statto aplicandoli il motto 
ne pour ce per inferire che a chi ha scudo o per dir meglio animo di marmo, 
grandine di ingiuriosa offesa non nuoce. Concetto molto più espressivo 
ma ch'assai s'adatta all'impresa già dal Cardinale Amedeo jnuentatta» (3). 

Adunque NE non è il participio né; ma avverbio, negazione, che 
senza il raddoppiato negativo pas si adopera in taluni casi, sebbene 
rari, dalla lingua francese: per esempio dinanzi al verbo cesser, il quale 
nel caso nostro sarebbe sottinteso. Così il motto darebbe il senso : Non 
desistere per ciò, adattissimo all'impresa. 

D'altronde scrive A. Chassang: « L'omission de la seconde négation 
était plus frequent dans l'ancienne langue, qu'aujourd'hui». (4) 

Il motto del Cardinale Amedeo di Saluzzo, cui fa allusione il conte 
Carlo, è stato PVR FERMO : eccone quanto questi ne scrive moralizzando : 
t Basta per essere beato il coraggio di chi vuol esserlo. All'acquisto di 
così gran bene pare che volesse animare i suoi posteri Amedeo figlio ter- 
zogenito del preaccennato marchese Federico allora che dibattendosi fiere 
le controversie tra la Casa di Savoia e quella di Saluzzo fece scolpire nel 



(i) Muletti, Memorie storico-diplomatiche ecc. Saluzzo, Lobetti-Bodoni, 1833 V, pag. 146. 
(2) C. F. Savio, Salti{io nel secolo XVII, pag. 170, Saluzzo, Lobetti Bodoni', 1915. 
(?) Memorie cit., pag. 171. 
(4) A. Chassang, Nouvelle grammaire-franfuise, Paris, Garnier, 1880, pag. 422. 



- 32 - 

scudo delle armi gentilizie il motto PVR FERMO quasi volesse dire 
chiunque desia di godere somma pace premuniscili d'imperturbabile co- 
stanza il suo petto. Non si vincono che resistendo le traversie del mondo » . 
Ed aggiunge; « Questa fu la prima divisa che s'avesse nella Casa Saluzzo 
e ne fu autore detto Amedeo «(l). Onde il motto NOCH NOCH, del quale 
come del LEIT dei Saluzzo della Manta, ho tentato un'interpretazione appros- 
simativa (2), fu proprio di Ludovico I, secondo che afferma lo stesso conte 
Carlo (3). Anche il Muletti rilevò il grande uso, che Ludovico I aveva 
fatto di questo motto, che volle replicatamente scolpito nelle chiese di 
S. Giovanni e di S. Bernardino e dipinto sui soffitti e sui muri del Castello; 
dal che l'eminente storico argomentò ancora dovessero attribuirsi a Ludo- 
vico I le monete, che portano il noch noch (4). 

A pag. 166 del suo manoscritto il conte Carlo dà il disegno colorato 
delle armi di Ludovico II accollate a quelle dei Foix e decorate del col- 
lare di S. Michele ; sopra lo scudo, invece della corona, sta una massa 
di nubi da cui precipita la grandine, e ne esce un nastro con il motto 
NE - POVR CE. 

Del marchese Gabriele il Roggiero conobbe solo un cornabò, un 
grosso e un mezzo quarto (nn. 39, 40, 41). Grazie al Manoscritto citato (5) 
possiamo aggiungere due altri tipi. L'uno di belle dimensioni porta 
sul diritto il busto del Marchese accostato dalla data 1537 e intorno 
la leggenda ^ FIRMAMENTVM EST. DNS. TIMENTIBVS. EVM; e sul 
rovescio lo scudo con corona marchionale sormontata dall'aquila nascente, 
e dattorno l'iscrizione ^ GABRIEL - MARCHIO ^ SALVTIARVM * ETC. 
L'altro è un quarto, che ha tla un lato la croce fiorita e l'iscrizione 
>h GABRIEL MARCHIO SALVTIARVM; e dall'altra parte il semplice 
scudo con la leggenda >h DOMINE SALVVM ME FAC 1538, anno 
secondo del governo di Gabriele. 

Non vogliamo qui nasconderci l'imbarazzo, che creano le date im- 
presse sulle monete, o meglio sui disegni che abbiamo iUustrati; bisogna 
però convenire che esse sono indovinatissime e delineate secondo i carat- 
teri dell'epoca. 

La moneta del 1537 di Gabriele e quella di Gio. Ludovico avrebbero 
una singolare importanza, quando se ne potesse trovare qualche esemplare, 
almeno se nel manoscritto ne fosse stato meglio curato il disegno; 
perchè avremmo i ritratti dei due buoni ed infehcissimi Marchesi. 

Carlo Fedele Savio 

(j) Memorie cit., pag. 154. 

(2) C. F. Savio, Saluno nel sec. XVII, pag. 170. 

(}) Memorie cit., pag. 157. 

(4) Muletti, IV, pag. 61. 

(5) Memorie cit., pag. 171. • 



— 33 — 



La fabbrica di porcellane di Vische 
(1765 - 1768) 

In Vische, piccolo ridente paese canavesano a N.-E. di Caluso, poco 
discosto dalla provinciale Chivasso-Ivrea, nel 1765 fu impiantata, per 
iniziativa del marchese Birago, una fabbrica di porcellane ; ma l'impresa 
non attecchì e la società all'uopo costituita in breve tempo fu posta in 
liquidazione e la fabbrica chiusa. Delle vicende di questa, ignota a quasi 
tutti gli autori che si occuparono della storia dell'industria della cera- 
mica in Italia, (1) abbiamo poche notizie in un lavoro dedicato esclusiva- 
mente al Piemonte, (2ì notizie brevemente riassunte poi, senza aggiunta di 
nuovi particolari, in un buon libro di carattere pili generale (3). Quanto 
finora sapevasi intorno a questa fabbrica di porcellane si riduce quindi 
a ben poco : nel 1765 il marchese Lorenzo Birago San Martino conte di 
Vische, con alcuni soci tra cui un Giovanni Vittorio Brodel che poi 
impiantò una fabbrica simile in Vinovo, (4) iniziò la sua impresa in 
Vische ottenendo per RR. PP. del 2 agosto la privativa per vent'anni, 
con esenzione da dazi e da altre tasse, con diritto di fregiare la fabbrica 
e il magazzino in Torino dello stemma reale ; nella società il marchese 
contribuiva col segreto dell'invenzione, gli altri soci coi fondi. Due anni 
dopo nascevano contestazioni con un concorrente, Giovenale Novelli di 
Possano, che aveva trovato il modo di fabbricare i « crocioli o siano 
grizoli neri di egual bontà e perfezione di queUi di Alemagna » e aveva 
per questo ottenuto la privativa per 10 anni. Il Birago gli mosse lite 
ritenendosi danneggiato, ma poi abbandonò apparentemente le sue pre- 
tese e il Novelli il 22 agosto 1769 ebbe confermata la privativa per altri 
vent'anni. L'altra fabbrica intanto si chiudeva poiché, come risulta da 



(1) Per la bibliografìa cfr. Chaffkbs, Marks and Monograms on Potery and Porcelain of the 
Renaissance and modem periods. Londra, 1870; Kakl, l.a Céramique, Paris, i89à ; Ke.\f.\ Les 
Artide la Terre, Paris, 1941. Cfr. anche, per Tltalia, Gk.nom.m, Maioliche italiane, Milano, 
1882: Dk Mii.y, La Céramique italienne.Sigles et Monogrammes, Paris, 1884; De Ghoi.ieh. Manuel 
de l'amateur de porcelaines, 384, Paris, 1914, che perù non conoscono la fabl)rica di Vische, 
Non mi riusci di consultare il Moi.imicii, Les matoliques italiennes. Paris, 1889. 

(2) Vi(;.\oi,.\, Delle maioliclie e porcellane del Piemonte, in Curiosità e Ricerche di Storia subal- 
pina. Ili, 478 sg;^. , Torino, 1879. 

(3) De Mauiu (Sahasi.xo), L'amatore di maioliefie e porcellane, 542, Milano, 1914 (2. Ed.) 

(4) .Su questa fabbrica di Vinovo dà ampi particolari il De Mauri, l.c. , correggendo er- 
rori di autori precedenti, specialmente quello di attribuirne la fondazione al dott. Gio- 
annetti. cfr. Chaffebs, Op. cit. , 231 e 319. 



- 34 — 

un memoriale a capi presentato al Re dal Brodel, non erasene ricavato 
il frutto desiderato e i soci erano tutti rimasti in perdita. Non ci sono 
noti, a detta dell'autore sopra citato, i prodotti di questa fabbrica, t e 
neanche si sa se e quali prodotti abbia dati ». (1) 

Ora invece parecchi documenti che si riferiscono appunto a questa 
intrapresa, recentemente rinvenuti, (2) mi pongono in grado di dare intorno 
alla fabbrica di porcellane di Vische qualche particolare di piìi, e di ag- 
giungere ancora qualche altra notizia a quelle che già si hanno intorno 
al suo fondatore, singolare figura di gentiluomo industriale, che si ro- 
vinò in breve tempo, un po' forse per la sua inesperienza, un po' anche 
per la poca onestà di quelli che lo circondavano ; più che altro, credo, 
per la mala sorte che si accanì sempre contro di lui. 

La società in origine era costituita dal marchese « Lodovico Birago 
di Candia al battesimo, e alla primogenitura Lorenzo San Martino conte 
di Vische » , dal conte della Perosa, da Giovanni Battista Loche, da Ga- 
spare Pugno, da Paolo Lanzone e dal medico Giuseppe Rosane ; 1' atto 
di costituzione, diviso in 25 articoli, fu stipulato il 13 gennaio 1765. 
La società doveva durare vent'anni salvo proroga ; il marchese promet- 
teva bensì di sfruttare il segreto della vernice da lui inventata, ma in- 
tendeva di non palesarlo ad alcuno e di conservarlo nella sua famiglia, 
anzi nella sua discendenza diretta ; a garanzia però della società, in caso 
che la morte di lui avvenisse prima che il figlio fosse in grado di far 
le sue veci, la carta contenente il segreto doveva rimanere in deposito 
presso persona di fiducia, in una cassa munita di due sigilli e di due 
chiavi, una delle quali sarebbe stata tenuta dal jnarchese, l'altra dai soci 
che nella indicata eventualità avrebbero potuto servirsene per continuare 
la fabbricazione. Spettava al marchese insegnare la manipolazione della 
vernice al direttore della fabbrica, provvedere entro tre mesi gl'ingre- 
dienti necessari!, assegnare il sito per la erezione dell'edificio entro il 
quale dovevano anche aver luogo gU alloggi per il direttore - il primo 
fu il Loche con duemila lire di stipendio - e per gU altri impiegati; 
provvedere il legname necessario per la costruzione e la legna pei forni: 
quest'ultima gratuitamente per i primi quattro anni, contro pagamento 
per gli altri 16; di non comunicare a chicchessia il suo segreto e non 
prestare l'opera sua in altre fabbriche ; di sollecitare dal Re le solite im- 



(i) ViG.\oi.A, 479. Anche il De Mauhi, 542. dice che < tale fabbrica, delia quale «on son 
noti t prodotti, non ebbe j^uari fortuna ». 

(t) Archivio Birago, d-pD.sitalo nella Biblioteca civica di Torino; Cate}^. 134. m XXXVI; 
categ. 45, m. IX. Devo alla squisita cortesia del Direitore, d.r Enrico Mussa, al quale 
porgo i miei più vivi ringraziamenti, se mi fu possibile consultare tale importantissima 
raccolta di documenti. 



- 35 - 

munita e la privativa ; di porre a disposizione i torni e altri ordigni 
che possedeva, i quali, in caso di scioglimento della società, erano poi 
da accollarsi a lui insieme con gli altri mobili in conto della sua tan- 
gente ; di impiegare infine nella fabbrica ogni sua diligenza. Dal canto 
loro i soci si impegnavano a costituire un fondo di 48.000 lire, divise 
in altrettante carature di mille lire ciascuna, versandone 21.000 il primo 
anno se fossero necessarie, le altre nei tre anni seguenti, a 9000 lire 
per anno, con l'obbligo di versamenti supplementari fino alla concor- 
renza di 12.000 lire, ove non fossero sufficienti le 48.000 pattuite, senza 
obbligo per il marchese di corrispondere alcun interesse. Era inoltre a 
carico loro ogni spesa per la costruzione e le riparazioni dell'edificio 
occorrente. Gli utili che piacesse t a Sua Divina Maestà di concedere a 
detta società » dovevano distribuirsi in ragione di un terzo al marchese 
in corrispettivo degli obblighi assuntisi e di due terzi ai soci, da non 
prelevarsi però se non dopo trascorsi i primi quattro anni ; la società 
doveva impiegare un direttore, un pittore, due tornitori, due modellatori 
e dodici lavoranti, con facoltà di aumentarne il numero in caso di bi- 
sogno ; stabilire un magazzino in Torino, diretto dal Pugno con uno 
stipendio annuo di 600 lire; fissare i prezzi degli oggetti fabbricati e 
vendere questi esclusivamente a contanti. 

L'articolo 12 indicava la marca che i singoli pezzi usciti da questa 
fabbrica dovevan portare al di sotto, cioè un trifoglio turchino oppure 
d'oro, per ricordare le armi gentilizie del marchese Birago; (1) e la let- 
tera W, per ricordare il luogo di Vische. 

* * 

Mentre già erano incominciati i lavori per la costruzione della fab- 
brica, il marchese Birago dal canto suo non perdette tempo e insegnò 
al Loche ed al Pugno, ricevendoli signorilmente nel suo castello di Vische 
e invitandoli alla propria tavola, il modo di manipolare e lavare la terra 
necessaria alla fabbricazione della porcellana ; distribuì le varie mansioni, 
istruendoli ciascuno per la parte sua, agli operai tornitori e modellatori, 
nonché ai pittori, dei quali figurano nei documenti i nomi di Antoniani 
e Cassardi ; pagò vitto ed alloggio per otto mesi dopo la costituzione 
della società, in Torino, a un modellatore di nome Cattabini perchè si 
perfezionasse nell'arte; cosicché, terminati i lavori di costruzione, nel 
luglio dello stesso anno il direttore potè cominciare il suo ufficio e la 
fabbrica a funzionare. Dopo qualche mese, e più precisamente in prin- 

(ii Che erano « d'argento a tre faacie doppio addentellate di rosso, caduna carica di 
cinque trifogli d' oro ; cimiero : una colonna sostenente una granata ardente -, motto : 
concussus surgoit. 



-36 - 

ci pio di ottobre, ebbe luogo la prima infornata, ma con esito poco sod- 
disfacente. Come risulta da testimoniali dello stesso marchese Birago, le 
« caselle » (1) avevano piegato « e non avevano potuto resistere alla semi- 
vetrificazione delle porcellane » perchè il Pugno, incaricato di controllare 
se la creta portata in fabbrica corrispondeva al campione consegnatogli 
dal marchese, * aveva ricevuto terre d'assai inferiore qualità di quella 
delle mostre lasciategli e le aveva fatte lavare per suo capriccio coll'ac- 
qua della calcina, cosa contraria all'intento ; mentre le terre refractarie 
bagnate con acque saline come quella della calcina vengono ridotte in 
fusione ». Pare anche che il Pugno avesse manipolato le vernici in modo 
non del tutto conforme alle istruzioni ricevute : comunque, il poco buon 
esito della prima e anche della seconda infornata era preveduto, « per- 
chè rispetto alle due prime cotte, quali fannosi nel forno costrutto di 
nuovo, non ci si puole contare sopra e fare capitale veruno, atteso l'u- 
mido che si ritrova nelle muraglie, umido affatto contrario alla vetrifi- 
cazione delle porcellane » . 

A causa dell'umidità, che non poteva eliminarsi se non col tempo, 
si dovettero differire le nuove infornate alla primavera del 1766, ed 
allora le cose procedettero regolarmente ed in modo migliore, così in quel- 
l'anno come nell'anno seguente: l'infornata per esempio che era pronta il 
9 luglio 1768 ed alla quale fu dato fuoco il giorno seguente, domenica, 
conteneva circa 1300 pezzi con < tondi 140 circa, figure, scudelle, 
benedictini ed altri pezzi grandi (2). Ma fu anche l' ultima : nello 
stesso mese la società per sentenza del Magistrato era sciolta e la 
fabbrica chiusa. 

I dissensi fra i soci erano cominciati poco dopo costituita la so- 
cietà : r industria non prometteva bene, gli sperati guadagni non veni- 
vano (3); nacquero contestazioni tra il marchese ed il Loche che dopo aver 
tenuto la direzione dal luglio al settembre si dimise, ricevendo in compenso 
un'indennità ; altri soci cedettero le loro carature ad estranei che a loro 
volta cercarono anch'essi poco di poi di disfarsene ; altri infine non eb- 
bero scrupolo di venir meno ai patti stipulati e occorsero atti giudiziarii 
per obbligarli a pagare le somme dovute. I malcontenti si appigliarono a 



I 



(1) Sulle «caselle», specie di cassette di terra refrattaria entro cui si mettono i pezzi 
che devono subire la cottura nel forno, cfr. I)k MAuni, H - 12. 

(2) Da lettera 9 luglio 1768 del marchese Birago a D. Giovanni Maria Concila. In un'al- 
tra lettera dello stesso allo stesso, del 1. maggio 1767 si legge: «la fornatta è andata 
bene ». 

(3) Una delle ragioni delia mala riuscita dell' impresa é anche, forse, da ricercarsi 
nel fatto che sul luogo mancava la creta. Da una lettera del marchese a Don Giovanni 
Maria Gonella, datata da Viache, 30 settembre 1766 risulta che almeno una parte di essa 
era fatta venire da Luaerna. 



— 37 — 

tutti i mezzi per provocare lo scioglimento della società, tra i quali anche 
quello di accusare il Birago di averli ingannati, poiché le porcellane che 
si fabbricavano in Vische, di pessima qualità a quanto essi dicevano, erano 
ben diverse da quelle che il Birago stesso aveva lasciato sperare. Il tenta- 
tivo fallì per l'accortezza del marchese che seppe correre in tempo ai ripari; 
ma insieme con quello i suoi avversari avevano escogitato un altro colpo, 
facendo in modo che gli operai e gli altri impiegati non ricevessero lo 
stipendio dovuto e scoppiasse così tra essi un malcontento pericoloso. 

Perchè la buona riputazione della sua fabbrica non venisse offuscata 
il marchese Birago ricercò il parere dei competenti : mandò canipioni 
di pezzi fabbricati, pasta e vernici, al direttore della fabbrica di Sèvres, 
e invocò dal Magistrato un'inchiesta : il direttore della fabbrica francese 
(1) diede il suo parere con lettere 10 dicembre 1766 e 21 febbraio 1767, 
lodando * la bellezza, solidità e buona qualità della porcellana di Vische »; 
il Magistrato ordinò l'inchiesta desiderata e i periti, tra cui Spirato 
Provera negoziante in * bijouterie » e il luogotenente di fanteria Giu- 
seppe Maria Bussolettl direttore del laboratorio di chimica metallurgica 
nel R. Arsenale, aperte il 12 dicembre 1767 le casse che contenevano 
i pezzi da sottoporre all'esame, li trovarono « di buona qualità ed anzi 
ottima rispetto alla materia e loro formazione, sebbene si sia riscontrato 
in alcuni di essi una spessezza alquanto eccedente il solito de' rispettivi 
simili pezzi, la quale spessezza resta tuttavia facilmente correggibile», 
concludendo « concordemente che detta fabbrica prende buon successo 
ed anderà sempre di bene in meglio • . 



Le male arti rivolte a far nascere il malcontento tra gli impiegati 
presto raggiunsero il loro scopo. Il primo ad andarsene fu il pittore 
Antoniani, cui non valsero a ritenere le insistenze dell'uomo di fiducia 
del marchese Birago, il prete Giovanni Maria Gonella (2) ; poi fu la 
volta del chimico Giovenale Novelli, i rapporti del quale con il nostro 
marchese vennero a complicarsi di più anche per un altro motivo. Sa- 
pevasi già che questo Novelli era stato un concorrente del marchese 
Birago, che erasi querelato per la sua fabbrica di « grizoli » o crogiuoli 
simili a quei di Germania; ma ignora vasi che prima di impiantar la 



(1) Era probabilmente un vice-direttore, perchè il suo nome, Macquer, non figura negli 
elenchi dei direttori della fabl)rica reale di Sèvres. 

(2) il marchese birago al Gonella, 5 dicembre 1766: «. . . . avette fatto bene a parlare 
ad Antoniani come avette fatto ma ho pure io fatto il fattibile i)er ritenerlo ma non ho 
potutto ora se fa citare i socci tantto meglio fa lui la zampa del gatto e me ne compiacio 
molto perchè sono canaglia >. 



— 38 - 

usa fabbrica di Possano era stato, dal giugno al settembre 1767, chimico 
e poi direttore della nostra fabbrica in Vische ; particolare che spiega 
perchè il Birago avesse motivo non solo di ritenersi danneggiato dalla 
concorrenza, ma anche di potere legalmente impedirla. Forse il Novelli 
aveva rubato il segreto al Birago, che per questo gli mosse lite (1); 
ma l'altro era già in causa con la società per il pagamento del suo sti- 
pendio di mille lire annue, che egli dichiarava di non aver percepito 
nella misura spettantegli per il quadrimestre impiegato nel suo ufficio 
di chimico e di direttore ; affermazione che i soci gli contestavano soste- 
nendo che il suo servizio invece era stato di soli tre mesi. Non risulta 
in che modo la lite su questo punto sia stata risolta ; quell'altra mossa 
dal marchese Birago, che disperava di riuscir nell'intento perchè riteneva 
che il Magistrato fosse piìi favorevole all'avversario che a lui (2), finì 
con un compromesso, mediante il quale il marchese sarebbe entrato in 
società col Novelli per la fabbrica di Possano, lasciando però a que- 
st'ultimo la direzione. Siffatta soluzione della vertenza desta mera- 
viglia, perchè tra gli impegni che il marchese erasi assunto fondando 
la società, eravi appunto quello di non comunicare il suo segreto ad 
alcuno « né prestare la sua opera a veruna altra fabbrica » (3) ; e l'en- 
trare in quella società col Novelli anche senza essere direttore non rap- 
presentava certo una scrupolosa osservanza delle clausole del contratto. 
Figura singolarissima questo marchese Birago : attivo ed intrapren- 
dente, divenuto padrone, non si sa se per eredità o in altro modo, di 
un segreto per fabbricar porcellane, cercò dapprima di metterlo in valore 
da sé senza aiuto di altri, provvedendosi gli utensili necessarii (4) ; oc- 
correndo poi naturalmente altri fondi, cercò dei soci, forse senza guar- 
dare troppo per il sottile, e fondò, con ben poca fortuna per sé e per 
gli altri, la società. Fornito di una coltura limitata — lo stile e l'orto- 
grafia delle sUe lettere possono fornirne una prova — inesperto negli 
affari e forse troppo fidente in sé stesso in riguardo all' industria che 
voleva impiantare e forse anche non troppo scrupoloso, si trovò subito 



(1) Dalla già cit. lettera del marchese Birago al nonella, del ffO settembre 1765,| 
prima quindi del tempo in cui il Novelli, fu chimico della fabbrica di Vische appare chftj 
in questa si manipolava della «terra negra atta a far crucioli ». E i crocioli neri furonoj 
appunto la specialità della fabbrica di Possano. 

(2) 11 marchese Birago al Gonella. Vische 1. maggio 1767: <- hieri il marchese* 

Granari è venutto a pranso qui e m'ha detto in confidenza che avendo vedutto il conte 
de Lavriano si è dichiaratto con lui che avrebbe fatto il fattibile ed impegnatto tutto il 
suo credito acciò il Novellis non fosse opreso e che io avevo tutto il torto possibille ecco 
il suo protettore ». 

(3) Cosi l'art. 6 del contratto di costituzione della società. ^t 

(4) Nell'art. Il del contratto è detto che il marchese «s'obbliga di rimettere ad uso 
della fabrica tutti 1 torni e ordegni che egli possiede». 



-39- 

in mezzo ai guai, nei quali, quanto più cercava di uscirne, tanto più 
rimaneva ingolfato. Nel principio di settembre del 1766 era già stato 
mangiato il fondo di 9000 lire preventivato pel secondo anno e si co- 
minciò ad intaccare il fondo del terzo (1); l'avvenire non faceva pre- 
sagire nulla di buono dal lato finanziario; e mentre egli trovava ragioni 
di compiacimento quando doveva scrivere intorno alla buona riuscita 
di qualche infornata, (2) faceva però ricadere, probabilmente non a 
torto, sopra i suoi soci la colpa del cattivo andamento degli afi'ari. I suoi 
soci erano tutti « canaglia » (3) ; il Brodel poi era t il più birbante di 
tutti » i4); ma questo non impedì al nostro marchese di scrivere poco 
dopo con grande naturalezza di essere « più che persuaso che il signor 
Brodelli sii honesto uomo » (5). 

Nelle lettere scritte al suo uomo di fiducia nei tempi in cui gli af- 
fari cominciavano ad andar male, il marchese Birago dà a divedere di 
essere in trattative con varie persone per cercar denari a ogni costo, e 
di essere impegnato in qualche altro afi'are di cui non si riesce ad affer- 
rare ben la natura, ma per la buona riuscita del quale egli non aveva 
scrupolo di ricorrere a finzioni ed a sotterfugi (6) che lasciano però 
chiaramente capire che quel suo cercare quattrini aveva attinenza bensì 
con le porcellane, ma non con la fabbrica di Vische, anzi in opposizione, 
forse, con gli interessi di questa e dei soci. Infatti mentre da una parte 
si preoccupava di tener la cosa segreta, dall'altra voleva che si credesse 
che trattavasi appunto della sua fabbrica in Vische (7) ; ma si capisce 
che questo non corrispondeva alla verità. 



(1) Domenico Barberis e Carlo Domenico Carlevati al marchese Birago, 12 settembre 
ilGG. Questi erano due soci subentrati nella Società dopo aver rilevato alcune carature 
dal Rosano, dal Brodel e dal marchese Birago stesso. 

(2) Il marchese Birago al Gonella, Vische, 3 agosto 1767: « ò dei pezzi super 

bonarii che t'arano star i soci con un palmo di naso». 

(3j Lettera cit. del 5 dicembre 1766. 

(4) Il marchese Birago al Gonella, Vische, 21 agosto 1767. 

(5) Il marchese Birago al notaio Vaglienti, Vische, 16 settembbe 1768. 

(6) 11 marchese Birago al Gonella. Torino, 16 luglio 1766: « Attendo con impazienza le 
ulteriori nuove del notto aliare ricordatevi di fare in modo che nessuno se ne accorga e 
ve lo raccomando con somo calore-. Lo stesso allo stesso, Torino 26 luglio 1766 : «Ho rice- 
vutto vostra lettera molto mi rincresce la turlupinatta di quella Canaglia ma il partito 
di quelli di Strambino non potevo in verun modo accettarlo egli era bestiale mi increse 
di non averlo saputto prima ora biso;;na negare il fatto e dire in caso che si sappi che 
l'avete fatto con arte pur conoscerli fra tanto bisogna guardare di parlare a facio subito 
per acetare un asegno di 11. 4O0O o 500) che le troverò cosi spero fra tanto faremo il fatto 
nostro guardane senza premura se ci è (jualche cosa da fare subito trovatte io avertirò 
acciò veniatte e non avanti guardatte voi e se facio è ancora a Strambino parlateli con 
calore e subito vi raccomando di parlarli subito e sono All.mo vostro Marcliese Birago». 

(7) Lo stes.so allo stesso, Torino, 28 luglio 1766: «Ferraris fa quanto voglio ma Don 
jGrigliatti a questa ora non è ancora gionto di l'iuerolo ma prima di partire mi ha accer- 

ato fattemi sapere se avette parlatto a faccio e cosa ha detto lo attendo per quel che 
sapette questo è paliativo ma non curativo vorei sapere se avette voi nulla operatto vi 



— 40 — 

La chiusura della fabbrica portò con sé un lungo strascico di que- 
rele e di liti per pretese di pagamenti affacciate da qualche socio contro 
il Birago e contestate da questo, delle quali troviamo traccie ancora nel 
1792; mentre il marchese versava in condizioni finanziarie sempre più 
critiche ed era costretto a vendere e ad impegnare oggetti di sua pro- 
prietà, affrontando i rimproveri del buon prete Gonella che faceva bensì 
ogni sforzo per arginare il disastro, (1) ma intanto era così sprovvisto di 
denaro da non poter soddisfare neppure piccoli debiti del marchese (2) 

In tre anni d'esercizio certamente il numero dei pezzi usciti dalla 
fabbrica di Vische, tra t buoni, passabiH e mediocri » (3) dovette essere 
rilevante, ma non si sa affatto dove la maggior parte di essi siano an- 
dati a finire. Ultimamente il Municipio di Torino potè insieme con gli 
altri oggetti del castello, ora riposti nel Museo civico d'Arte antica, ve- 
nire in possesso di due modesti campioni della produzione vischese : un 
piccolissimo vaso e una piccola decorazione - due o tre galline raggrup- 
pate su una base circolare di pochi centimetri di diametro - entrambi 
segnati al di sotto con un trifoglio di color bruno ma senza la lettera W. 
Probabilmente si tratta di due pezzi di scarto che non furono messi in 
vendita e rimasero perciò sul luogo di produzione. Ulteriori investiga- 
zioni invece hanno prodotto qualche frutto di più. Il prof. Luigi Sala, 
di Vische, ordinario di Anatomia umana nella R. Università di Pavia, 
al quale debbo il suggerimento - e gliene sono gratissimo - di far le 
ricerche che mi hanno condotto alla compilazione del presente scritto, 
in base alle indicazioni da me fornitegli riuscì a rintracciare presso un 
antiquario in Torino, sui primi dell'ottobre scorso, quattro tazze di cm. 7 
di altezza e di 6 di diametro misurato all'orlo superiore, delle quali si dà 



I 



renderò' inteso di ogni cosa bisogna dire a mezza boca che i denari che si cercava erano' 
per la porcellana che voglio far andar per conto mio vi sono realmente su questo capo 
molti imbrogli e teribilli non ve li scrivo per brevità». 

(1) Lo stesso allo stesso, Vische, 9 luglio 1768: « Parte padrino e conduce seco due 
Cavalli da Garosa gli quali venderette ma non bisogna che giovanino lo sapi. Vi avevo 
detto di impegnare la tapezaria non me ne scrivette più niente e non lo fatte desiderarci 
sapere qualle sii quella forte repugnanza che avette nel fare quanto vi dico e prescrivo 
mi scrivette una lettera la qualle conservo per farvi rilegere la (|uajle non capisco la 
qualle però conchiude che vedette benissimo che io non amo clie i mangiatori i più fa- 
mosi e i sommi poltroni non so che idea io babbi potuto darvi di me e di mio modo di 
pensare ma certamente questa poi no ma di questo più non si parli ma quando scrivette ^M 
pensatte a quanto fatte ». ^H 

(2) Il Gonella al marchese Birago, Torino, 4 gennaio ÌTIÌ: « Le scarpe per la signora 
Marchesa martedì prossimo saranno fatte come altresì (juelle del signor Cavaglierino ma 
per verità non ho un soldo per quelle pagare ». 

(3) Nella lettera cit. del 12 settembre 1766 il Carlevati e il Barberis dicevano : « Poi- 
ché vi sono molti pezzi buoni passabili e mediocri, mandarli a Torino coi quadri del- 
l' Antogoani ». 



- 41 — 

qui appresso il disegno, munite appunto della marca azzurra, prescritta dal 
l'atto ufficiale di costituzione della società; marca differente da quella 
della fabbrica di Vinovo, che invece della lettera W portava una sem- 
plice V, e invece di un trifoglio una croce. (1) 

Lo stesso prof. Sala inoltre mi riferisce di possedere in Vische altri 
due ricordi della nostra fabbrica: un grosso informe blocco di terra re- 
frattaria nel quale si vedono incastrati frammenti di porcellane. Proba- 
bilmente trattasi delle caselle che nella prima infornata avevano t pie- 
gato » e sovrapponendosi le une alle altre e fondendosi insieme avevano 
schiacciato gli oggetti che contenevano; e un coccio, evidentemente un 
frammento di tazza, sul quale si vedon dipinti come per prova fiori di 
diversi colori con segni e con numeri riterentisi forse ai tentativi fatti 
a temperature diverse sulla resistenza dei singoli colori. 

Armando Tallone 



BIBLIOGRAFIA 



ETÀ PREROMANE E ROMANA 

Federico Sacco, Le oscillazioni glaciali (Atti d. r. accad. d. scienze 
di Torino, voi. L, 1919-1920, pagg. 139-156). 

Esaminati brevemente i tatti glacioiogici attuali, il Sacco aggiunge 
(pag. 142): 

« Se vogliamo spingere le ricerche glaciologiche oltre 4 o 5 secoli 
addietro, i dati storici un po' sicuri vengono sempre più a mancare 

Sappiamo bensì che durante gran parte del medioevo il glacialismo 
alpino non fu molto espanso (generalmente meno che negli ultimi tre 
secoli), tanto che parecchi valichi transalpini (divenuti poi assai difficili) 
riescivano allora relativamente comodi, permettendo così frequenti pas- 
saggi anche di varii gruppi etnici, colonizzatori, come quelli tedeschi che 
dal Vallese discesero in parecchio valli italiane del M. Rosa; quelli che 
da Val Soana passarono in Val di Cogne, ecc.; ciò che spiegaci quindi 
i frequenti commerci transalpini, le relative relazioni politiche, religiose, 



(1) Nella riproduzione la marca è ingrandita quattro volte. 



— 42 — 

tradizionali, eco , nonché la coltura agricola e 1' abitabilità allora assai 
più estese nelle valli alpine di quanto siasi verificato generalmente in 
seguito. 

Sappiamo inoltre che anche nel periodo storico precedente, romano, 
largamente inteso, le condizioni climatologiche delle regioni alpine erano 
in complesso migliori (e quindi il glacialismo probabilmente meno espanso) 
che non in questi ultimi secoli; come sarebbe dimostrato dalla penetra- 
zione (e dal notevole sviluppo) di varie popolazioni nell'interno delle Alpi, 
dove vennero fondate persino notevoli città (come per es. Aosta), nonché 
dall'incremento di lavori minerari persino in alte regioni delle Alpi, del 
resto anche dalle antiche, estese, ripetute e quindi relativamente facili 
invasioni celtiche e simili attraverso la catena alpina. 

È inoltre interessante osservare a questo riguardo che già dal periodo 
del Bronzo nelle Alpi Marittime i ghiacciai si erano già tanto ritirati (od 
anche scomparsi) che sulle superfici rocciose di alta montagna da essi 
mirabilmente levigate e poi lasciate libere, l'uomo preistorico o prosto- 
rico potè incidere quelle migliaia di svariati disegni che troviamo intorno 
al monte Bego, tra i 2000 ed i 2500 metri circa di altitudine; fatto assai 
notevole e che ci indica fin d'allora condizioni climatologiche assai buone, 
analoghe probabilmente a quelle odierne e già ben diverse da quelle pre- 
cedenti del Plistocene.» 

Continuando, il Sacco esamina brevemente le oscillazioni glaciali 
durante la famosa epoca o fase glaciale, che giganteggia nell'epoca qua- 
ternaria, con frequenti accenni all'apparire dell'uomo ed alle sue prime 
forme di civiltà. 



Raffaello Battaglia, Materiali per lo studio del periodo eneolitico 
nel Veneto ( Atti d. società dei naturahsti e matematici di Modena, Ser. V, 
voi. V, 1919-1920). 

A pag. 48, illustrando accette-martelli litici con foro di Este, Bosco- 
Chiesa Nuova (Verona) e del Trentino, l'a. ricorda i vari tipi di questi 
manufatti. Questi utensili ed armi erano difi'usi durante l'eneolitico, ma 
i tipi pili arcaici appaiono già durante il neolitico: fra questi ultimi uno 
degli esemplari più noti è quello di Vayes in vai di Susa. 



Ugo Rellini, Cavernette e ripari preistorici nell'agro falisco (Monu 
menti antichi dei Lincei, XXVI, 1, 1920). 

A col. 35 per ragioni di confronto sono figurate alcune spatolette 
silicee della stazione neolitica di Alba (Cuneo), conservate nel museo 
preistorico romano. 



J 




- 43 



Pericle Ducati, Varie classica, Torino, Unione tipografica editrice 
Torinese, 1920. 

A pag. 687 e 672 breve descrizione degli archi onorari di Augusto 
a Susa e ad Aosta. 



Frutaz F. G., L'are d'Auguste et sa restauration (» Augusta Prae- 
toria i 1920, n. 1-2). 

È una breve notizia del ristauro dell'arco romano di Aosta, fatto nel 
1913-14 a cura dello Stato e per opera di Ernesto Schiaparelli. Coadiuvò 
l'ingegnere Chevalley. 

Il dotto canonico Frutaz accenna alle vicende per cui passò il monu- 
mento dal medioevo a noi. Fin dal 1466 Amedeo IX aveva pensato di 
farlo riparare; al principio del secolo seguente il duca di Savoia ne fece 
dono a Giorgio di Challant, priore di Sant'Orso, il quale si incaricava 
di provvedere alla sua consolidazione e di erigervi sopra una cappelletta. 
Fortunatamente il progetto di costruzione non fu eseguito né allora né 
poi, e parimenti andò a monte tre secoli dopo l'idea di piantarvi sopra 
an trofeo a ricordo del passaggio di Bouaparte. Qualche piccolo ristauro 
fu fatto nel 1605, ma le condizioni del monumento andarono sempre 
peggiorando. Alla metà del secolo XVIII era caduto tutto l'attico, per- 
dute le iscrizioni, crollati due capitelli e l'angolo cui erano aderenti; le 
infiltrazioni delle pioggie, gli straripamenti del vicino Buthier, la rigo- 
gliosa vegetazione che vi cresceva da ogni parte ne minacciavano l'ultima 
ruina. Si cercò allora di provvedere ricostruendo in muratura una parte 
della volta, rifacendo i capitelli scomparsi, aggiungendo una copertura 
pesante ed antiestetica. Ma ben altro ristauro adesso si imponeva, ed 
era ormai indifferibile. Si trattava di rafforzare internamente tutta la 
massa di sostegno in modo da nulla aiterare neil' opera primitiva, di 
rifare le parti infelicemente aggiunte e di sostituire la copertura con 
altra che meno guastasse la fisonomia del monumento. 

Oggi Aosta è lieta del perfettamente riuscito ristauro, riconoscente 
a chi ha ridato secoli di vita al suo vecchio e glorioso monumento. 

* ♦ 

Ettore Pais, La persistenza delle stirpi sannitichc nell'età romana 
e la partecipazione di genti sabelliche alla colonizzazione romana e latina 
(Atti d. reale accademia di archeologia, lettere e belle arti di Napoli, 
nuova serie, VI, 1918). 

Qua e là per ragioni di confronto sono ricordate le regioni piemon- 
tesi e subalpine. A pag. 438 e 449 si accónna alla parziale deportazione 



— 44 - 

e distruzione dei Salassi (Val d'Aosta), in età augustea, quando fu fondata 
la colonia Augusta Praetoria : 

« Sparve dal lato politico » conclude il Pais, « il popolo dei Salassi, 
che nella massima parte fu venduto schiavo, ma taluui di costoro con- 
tinuarono a vivere nella natia vallata». 

A pag. 453 è segnalato che nei luoghi dell'attuale Piemonte e della 
moderna Liguria i suffissi gentilizi in - idius, - edius, - enus, - anus, 
■aeus propri delle genti sabelliche non compaiono o sono oltremodo rari, 
mentre tali gentilizi di genti sabelliche diffuse lontano dai paesi d'origine 
per opera dei Romani appaiono, ad esempio, nell' Italia settentrionale 
orientale. 

*** 

Maurice Besnier, Le travail des mines en Italie sous la République 
(Revue archéologique, Ser. V, t. X, 1919). 

Discussione sui due passi, in cui Plinio il Vecchio accenna fugace- 
mente al divieto di sfruttamento delle miniere in Italia, emanato per 
senatus-consulto durante la repubblica (Nat. hist,. III) e sulla << lex 
censoria Victimularum aurofodinae in Verccllensi agro, qua cavebatur 
ne plus quinque milia hominum in opere publicani haberent » (ibidem, 
XXXIII). 

Secondo il Besnier la legge censoria ed il senatus-consulto sono 
ambedue dell'epoca dei Gracchi e diretti a prevenire rivolte di schiavi, 
ad impedire le speculazioni dei publicani in Italia e ad incitare gli Ita- 
liani a portare la loro attenzione alle abbondantissime miniere spagnole. 

In quei tempi la Spagna era venuta in definitivo possesso dei Romani. 
Si sa da Strabone che al principio dell'impero Y aurofodina dei Victimuli 
era esaurita. Circa l' interdetto gettato sulle miniere italiane, che non 
dovette mai essere tolto, è da notare che dal secondo secolo av. Cristo 
l'Italia riceveva abbondantemente dalle provinole oro ed altri metalli in 
quantità grande. In una nota addizionale il Besnier polemizza col Pais 
che aveva trattato gli stessi argomenti (*) nei « Rendiconti d. Lincei », ci. 
scienze mor., Ser. V, voi. XXV, fase. 1-2, 1916 ed in « Dalle guerre 
puniche a Cesare Augusto », II, p. 596 segg., 1918. 



W. Deonna, Le trésor des Fins d'Annecy (Revue archéologique, jai 
vier-juin 1920i. 

Scoperto nel 1909 entro la zona archeologica della romana Boutae 
(Fins d'Annecy in Savoia) ed acquistato dal museo di arte e storia di 

^*) L'aumento dell'auro e l'erario romano durante la repubblica. 



I 



— 45 — 

Ginevra, comprende, fra l'altro, spille d'argento, due statuette ed una 
patera d'argento. Il tesoretto è del III secolo, epoca in cui a causa delle 
invasioni barbariche furono sepolti quasi tutti i tesoretti che si vanno 
scoprendo nella regione. Ma gli oggetti sono di diverse età. 

Notevole sopratutto per l'importanza storica ed artistica è la patera 
d'argento. Essa, destinata al culto domestico dei Lares Augusti, glorifica 
Augusto che in essa è rappresentato colla testa laureata, ed inoltre è 
identificato collo figure di Apollo e di Mercurio . La patera celebra le 
vittorie di Augusto, in modo particolare quella di Azio, che lo rese signore 
del mondo, e che fu l'origino della pace e della prosperità di cui godette 
da allora l'impero romano. Azio inaugura l'era che un senatore, subito 
dopo la morte del principe, propose di denominare « Secolo di Augusto > . 
La patera si ispira in proposito agli stessi concetti espressi dai poeti nei 
carmi e dagli scultori nelle statue e corazze istoriate. 

La patera è opera eseguita negli ultimi anni prima della nostra era 
od al principio del primo secolo dopo di essa da artista gallo-romano. 
Questi, a secoli di distanza applicò nella parte ornamentale i principi 
già in onore nell'arcaismo greco-orientale e cercò i modelli delle figure 
fra i motivi piìi noti della statuaria e della pittura contemporanea 



MEDIO EVO 

Gino Borghezio, Gioielli dell'arte piemontese: I. S. Antonio di Ran- 
verso. « La buona settimana », Torino, XLIV, un. 30,31; 25 luglio e 
1 agosto 1920, ed a parte, Giaveno, Se. Tip. Tommaseo, 1920. 

II. La Sacra di S. Michele, ivi, nn. 34, 36, 38, 39 : 22 agosto e 5, 
19, 26 settembre 1920. 

Opuscoli senza pretese che debbono servire come guida succinta e 
chiara ai visitatori d^i nostri antichi tesori architettonici sacri. Ottimo 
pensiero fu quello della Commissione diocesana permanente per i pelle- 
grinaggi di Torino di organizzare delle visite collettive ai monumenti 
sacri pili interessanti del Piemonte: queste piccole guide, fornite di piani 
e di figure, serviranno a chiarire e rendere duratura l'illustrazione orale 
dei singoli edifici fatta in ogni gita da persone di speciale competenza 
storica ed artistica. 

P. B. 



— 46 — 



^ 



BIBLIOTECA SOCIALE 



LIBRI RICEVUTI IN DONO 



Barocelli P., Notizie di scavi d'antichità avvenuti in Piemonte, Estr. dalle 
«Notizie di scavi d'antichità», a. 1920 (d. A.). 

Bertone can. G., Il Santuario di N. S. di Mondavi presso Vicoforte, Mondovi, 
1913 (d. teol. Borghezio). 

Bordeaux P. E., Le General Borson (Supplément à la « Revue Savoisienne » 
du 4 trimestre 1919) (d. Revue Savoisienne, Annecy). 

Borghezio G., Gioielli dell'Arte Piemontese. S. Antonio di Ranverso, Giaveno, 
1920 (d. teol. Barberis A.). 

— Scuole e scolari d'altri tempi a Giaveno, Estr. dal «Conservando Reno- 
yare » II, ix, Giaveno, 1920 (d. A.). 

Calderini M., Vincenzo Vela scultore, Torino, (d. A. e dell'Editore Celanza). 

Camurati don G., Monteu da Po nel passato e nel presente, Torino, 1914 (d, 
G. Borghezio). 

Chevalter H , Répertoire des sources historiques du Moyen Age, Topobibliogra- 
phie, Montbéliard, 1894 (d. A.). 

Colli E., Negri F., Rastelli A., Il B. Oglerio nella storia e nell'arte di Trino 
e di Lucedio, Casale Monferrato, 1914 d. Borghezio). 

Fradeletto a.. La storia di Venezia e l'ora presente d'Italia, Torino, 1917 (d. A). 

Gabiani N., Giuseppe Maria Bonzanipo da Asti, intagliatore in legno ed in 
avorio (1745-1820). Cenni biografici ed artistici pubblicati nella ricorrenza del 
primo centenario della morte, Torino 1920 (d. dott. Rovere). 

GioRCELLi G., Documenti storici del Monferrato, XXIIl. Frammento dell'Ar- 
chivio Medioevale di Casale; XXIV. Concessione di Mercato e di Fiere alla città 
di Casale (19 sett. 1759), Estr. dalla « Riv. storia arte ed arch. per la prov. di Ales- 
sandria », s. Ili, fase. VI -VII, 1918; XXX., La Cappella di S. Evasio della Cattedrale 
ed il suo aliare, id., fase. XV, 1920 (d. A.). 

Handbook of the Museum of Fine Arts, Fourteenth Edition, Boston, 1920 (d. 
Museo). 

JoNA C, L'architettura rusticana nella costiera d' Amalfi, Torino, Crudo, [1921J 
(d. Editore). 

— L'architettura rnsticana in valle d'Ansia (id). 

Karvts R , Die estnische Sammlung des Museums fur Volkerkunde zu Lubech, 
(d. A.). 

— Das Schattenspiel des Orients, LUbeck, 1919 (d. A.). 

Mazzini U., Una nuova tomba ligure, Estr. dal «Giornale Storico e letterario 
della Liguria », a. IX, Genova, 1908. • 

— Il primitivo battistero di Luni, Estr. dagli «Atti R. Acc. .>^cienze di Torino». 

— Statue-menhirs di Lunigiana, (s. a. 1. typ.) (d. A.). 
Milano E., Breve storia di Pollenzo, Bra, 1902 (1). 



(I). Il prof. E. Milano, nominato Socio corrispondente ha voluto far dono delle sue opere: a lui ed 
•gli altri graziosi donatori della Biblioteca vive grazie 



— 47 - 

— Le origini di Bra, Studio storico, Bra, 1920. 

- Un interessante episodio della storia di Bra, Bra, 1905. 

— Vecchio Piemonte eroico, episodi inediti dell' assedio di Cuneo nel 1744, 
Cuneo, 1919. 

— Lotte fra Comune e Vescovo, Alba. 

— Orrori di guerra, pagine ignorate di una piccola storia locale. Alba, 1906. 

— Banni e Banniti, Note intorno ai delitti e le pene nel medioevo. Alba. 

— Un precursore degli umanisti. Alba. 

— Per nuovi nomi a vie e piazze cittadine, Bra. . 

— Nomi di persona nel medioevo. Alba. 

— Per un civico museo di Storia e d'arte. Città di Cuneo, Cuneo, 1920. 

— Per un Museo popolare di storia e d'arte braidese, Città di Bra, Bra, 1- 18. 

— Folklore Piemontese, La strega Micilina, Bra, 1906, 

— Folklore Piemontese, Un ponte del diavolo sul Tinella, Bra, 1908. 

— V Accademia Albese, Conferenza, Alba, 1903. 

— Per l'Arte e per la Vita, Discorso, Alba, 1907. 

— Garibaldi e Cavour, Discorso, Bra, 1910. 

— Guglielmo Oberdan, Conferenza, Cuneo, 1916. 

— Le ultime reliquie del dramma sacro in Piemonte, Estr, dall'» Archivio per 
le Tradizioni popolari », voi. XXXI, Torino, 1905. 

— Leggende popolari piemontesi, id., voi. XXIII, 1906. 

— Usi nuziali Piemontesi, Il contratto di matrimonio nelle Langhe, id., volume 
XXIII, 1906. 

Scritti diplomatici inediti di Vittorio Emanuele I di Savoia, Estr. fase, aprile 
1907 «Rivista d'Italia», Roma. 

— Il primo cieco di Savoia, id., luglio 1906. 

— Costumanze e leggende popolari delle regioni Cuneesi, id,, genn. 1916. 

— Le canzoni popolari del vecchio Piemonte, id., ott. 1916. 

— Gli eretici di Monforte, Estr. dal « Piemonte .., II, 38, Torino, 24 sett. 1994. 

— L'assedio e la battaglia di Torino in un poemetto anonimo contemporaneo, 
id.. Ili, 28, Torino, 9 luglio 1905. 

— La leggenda e la storia del luogo di Augabech, Estr. dalla «Miscellanea di 
storia italiana», s. Ili, t. XI, Torino, 1905. 

— La partecipazione alla guerra di Successione Spagnuola della città di Bra 
illustrata negli ordinati del consiglio con appendice di tre documenti su Alba, 
Estr. dalle «Campagne di guerra in Piemonte (1703-1708) e l'assedio di Torino (1706), 
parte Miscellanea », Voi. II, Torino, 1908. 

— La distruzione di Pollenzo, Studio storico critico, Estr. dal « Boll. stor. 
bibliogr. Subalpino». Pinerolo, 1902. 

— Un tratto della valle sul Tanaro, Estr. dalla Riv. « La gioventù italiana », 
anno 1, sett, ott, 1909, n, 9-10, Bologna, 1909. 

— Orrori di etimologia, Estr. dalla Riv. «Lucerla», Lucerà, 1910. 

— Una tela di Giulio Campi da Cremona nella Cattedrale d' Alba, in « Arte 
e Storia », Firenze, febbr. 1916. 

— La facciata (stile romanico) della Chiesa di S. Pietro in Cherasco, id., 
maggio 1906. 

— Opere d'arte del Rinascimento in una chiesa rurale del Piemonte, id., dicem- 
bre 1906. 

— Macrino de Alladio, id., giugno 1908. 

— Macrino d'Alba e il suo ambiente, id., die. 1910, 



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— Casa Cavassa a Saluzzo, id., febbraio 1913. 
-- Il tempio della Pace in vai d'Ermena presso Mondavi, id., aprile 1915 

— Giovanni Piumati, id., die. 1915. 
Monumenta historiae patriae, XXI - XXII, Codex diplomaticus Cremonae, (d. 

can. Dervieux, unitamente a molti e rari opuscoli antichi di storia ed arte subalpina). 

Museum of fine Aris. Boston, i870-i920 (d. .Museo). 

NiGRA C, Torino, La