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Full text of "Bollettino della Società dei naturalisti in Napoli"




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BODDETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ DI NATURALISTI 



BOLLETTINO 



DELLA 




lETA DI NATURALIST 



iiv ivA^i^or^i 



VOLUME XXIV (SERIE II, VOL. IV) 

1910 

Oon 3 ta^T-ole 



(Pubblicato il 30 maggio 1911) 




NAPOLI 

R. 3TABIL1MKNT0 TIPOGRAFICO FRANCESCO GIANNINI & FIGLI 

Strada Cisterna dell'Olio 
1911 



'lgiQ8 e stputtupa del corpo ovale del DsLctyiopius citri 

e del coppo vePde MVApMs brassìcae 

li nota preliminare sulla simbiosi ereditaria jC\^ „ . 

del socio Dr. Umberto Pierantoni ; '"^ '^ '^'9-%. <'^ 



(Tornata del 6 febbraio 1910) 






Il Berlese in un suo lavoro pubblicato il 1893 sui Dady- 
lopiits^ esaminando la organizzazione interna di questi còccidi 
fermò la sua attenzione su di un vistoso organo, che trovasi sotto 
r intestino, verso la parete ventrale della cavità del corpo e clie 
egli chiamò, per la forma che assume, corpo ovale, notando essere 
costituito da cellule « dilatate per infiltramento di grasso », non 
aventi alcuna relazione con gli organi circostanti. Nel suo breve 
cenno il Berlese non dà alcuna interpretazione al curioso or- 
gano, né altre osservazioni sono venute, che io mi sappia, ad ac- 
crescere la conoscenza dell' organo in quistione. Ad esso io 
stesso ebbi occasione di accennare in una mia precedente nota ^) 
in cui, descrivendo in forma preliminare le costanti vicende di 
speciali corpuscoli, che interpretavo quali blastomiceti simbiotici, 
attraverso le uova, l'embrione ed alcuni organi dell' Jcer?/« adulta, 
formulavo la previsione che anche il corpo ovale di Dadylopiiis 
potesse corrispondere agli organi a blastomiceti d'Icerya. 

Questa mia supposizione ha trovato piena conferma in una serie 
di speciali osservazioni compiute al fine di dare all'organo in qui- 
stione il suo reale valore. A tale scopo, come nel caso d' Jcer^a, 
mi son servito specialmente dello studio delle uova e degli em- 
brioni di Dadylopius, nonché dell'organo ovale degli adulti, e, in 
maniera del tutto provvisoria, della coltura in gelatina di parti- 
celle ottenute con la dissociazione delle cellule del detto organo 
appena estratto dal corpo degli animali viventi. Espongo qui 

^) L' erigine di alcuni organi d' Icerya purchasi e la simbiosi ereditaria. 
Boll. Soc. Naturai. Napoli, anno 1909, voi. XXIII, pag. 147. 



— 2 — 

l)rov(UiR'nt(! l'd in torma dol tulio preliminarii i principali risul- 
tati dello mie osservazioni od osperionz(\ 

Le cellule che costituiscono il corpo ovale di'H' adulto, ac- 
conciamente trattato e colorato, mostrano un contenuto constituito 
da numerosissimi corpuscoli di forma ])iù o meno allungata 
e rivestiti di membrana. Questi corpuscoli non sono sparsi uni- 
formemente in tutta la massa di ciascuna cellula, ma sono 
raggruppati mediante membranelle involgenti in sferulo. In cia- 
scuna cellula sono contenuto dieci o dodici di tali sferule, fittamente 
stipate le une accanto alle altre in modo da riempirne, formando 
una sola massa compatta, tutto il protoplasma, e circondando il 
nucleo, che scorgesi al centro di ciascuna cellula notevolmente 
compresso da ogni parte e deformato dalle sferule. Tutto 1' or- 
gano è involto in una membrana epiteliale, fatta da minutissime 
cellule appiattite. Le cellule interno si scorgono sposso in istato 
di attiva riproduzione cariocinetica. Le cellule più prossimo alla 
superficie del corpo ovale mostrano spesso le sferule ripione di 
corpuscoli più grandi, ed appaiono turgescenti e con membrana 
in disfacimento. Le sferule contenute in dette cellule divengono 
cosi libere nella cavità del corpo. Per tal modo esse pervengono 
facilmente a contatto con le uova dei grappoli ovarici contenuto 
in essa cavità, le quali a completa maturità sessuale, per il loro 
numero elevato, si addossano sul corpo ovale, e lo comprimono 
deformandolo. 

Come è noto, le uova dei Dadylo'pnis, come quelle degli altri 
còccidi, sono fornite al polo anteriore di un gruppo di cellule 
nutrici, che per mezzo di un cordone sono in relazione col vitello 
dell' oocito. Le sferule ripiene di corpuscoli, liberatesi dalle cel- 
lule dol corpo ovale e pervenute nella cavità del corpo, pene- 
trano nel plasma delle cellule nutrici degli oociti in istato di 
avanzato accrescimento, in numero di circa venti, ed ivi stazionano 
raccolte presso il limite fra queste e l'uovo, fino a che il plasma 
delle cellule stesse non sia quasi esaurito e quindi l'oocito giunto 
a completo accrescimento. Allora le sferule, seguendo la medesima 
via che ha seguito il plasma delle nutrici (cioè lungo il percorso 
del cordone nutritivo), penetrano nel vitello dell'uovo, e vi costi- 
tuiscono una massa sferica, che viene ravvolta in un sottilissimo 
strato di plasma condensato a mo' di membrana: entro questa 
massa sono chiaramente visibili le sforule ripiene di corpuscoli 
innanzi descritte. Durante le prime fasi della vita embrionale 
(segmentazione, formazione del blastoderma e della striscia em- 
brionale) la massa in parola viene ravvolta da cellule, che si insinuano 



— 3 — 

anche fra le sferule contenute in essa, o migra intanto dal polo 
anteriore al posteriore (vegetativo) ed ivi resta durante buona 
parte della vita dell'embrione; indi si sposta verso il dorso dell'em- 
brione e resta inclusa, col rovesciamento che prelude alla forma- 
zione della larva, nella cavità del corpo, occupando proprio il 
posto che nell'adulto ha il corpo ovale, al quale le cellule che 
hanno circondata e compenetrata la massa danno origine, mentre 
le sferule ripiene di corpuscoli, moltiplicandosi, costituiscono il 
contenuto del protoplasma delle cellule di esso corpo. 

Come si vede, qui si ha un caso analogo a quello dell' 1- 
cerya^ ma la massa polare invece di formarsi al polo posteriore 
per penetrazione dei corpuscoli attraverso il follicolo ed il micro- 
pilo, come in Icerya, ha al contrario origine al polo anteriore, pe- 
netrando i corpuscoli attraverso le cellule nutrici per la via stessa 
che segue il plasma di nutrizione. Inoltre, i corpuscoli, invece di 
essere liberi, come in Icerya^ sono raccolti in gruppi od am- 
massi sferici e come tali si rinvengono in ogni fase delle loro 
migrazioni. 

Che si tratti anche qui di microrganismi a me non par dub- 
bio, sia per la forma e per gli indizii di attività riproduttiva che 
i corpuscoli mostrano nei preparati, sia perchè le colture di essi 
mi hanno dato colonie di individui liberi ed in filamenti non dis- 
simili per forma da quelli ottenuti da Icerya^ sebbene assai più 
sottili (come, del resto, più sottili di quelli d^Icerya sono anche 
i corpuscoli). Ma la prevalenza della forma allungata e bacillare 
che si nota nei corpuscoli mi fa restare ancora in dubbio se 
riconoscere anche in questo caso dei blastomiceti o se, piutto- 
sto, non si tratti di batterli; nel qual caso ci troveremmo di fronte 
a veri corpuscoli di Blochman che, come Mercier ha dimostrato, 
nella Blatta sono dei veri batterli. 

È tuttavia anche qui da mettere in evidenza che in questo 
nuovo interessante caso non si tratta di una casuale simbiosi o 
di un passeggiero adattamento, ma di un fatto costante, che ho 
riscontrato in centinaia di uova e di Dactylopius adulti, perve- 
nutimi da diversi luoghi : ritengo perciò che il corpo ovale, 
mediante il suo contenuto, debba avere un ben determinato uf- 
ficio nella economia del Dactylophis; ufficio allo stato dei fatti 
difficile a precisarsi, ma che niente esclude possa anche qui essere 
in relazione con la maniera di nutrirsi di questi animali ^). 

^) V. lavoro citato, pag. 150. 



— 4 — 

Nella notii precodonto prevedevo che oltre al corpo ovale di 
Duci [jìopius anche il corpo verde degli afidi potesse corrisponde- 
re agli organi a blastomiceti cVIccrija. Per quel che riguarda gli 
afidi posso fin da ora confermare clic il corpo V(3r(le in Aphis 
brasfiicae risulta a])punto costituito tanto nell'cml)rione che nel- 
l'adulto da cellule ricolme di corpuscoli saccaromicetiformi, che 
estratti dal corpo vivono e si moltiplicano attivamente in ge- 
latina zuccherata, ciò clic fa supporre possa trattarsi di bla- 
stomiceti. 

Le vicende di questi corpuscoli nell' uovo e nell' embrione, 
come possono rilevarsi in parte dallo studio sulla generazione 
degli afidi pubblicato fin dal 1870-72 dal Balbiani (Ann. Se. 
Nat. Tomo XV), sono nell'embrione assai simili a quelle della 
massa polare d' Icerya e di Dadylojìius da me descritte. È 
tuttavia da notare l'erronea interpretazione che il Balbiani dà a 
detta massa, che del resto egli non riesce a seguire nel suo in- 
tero sviluppo: egli perciò non trovando nessuna relazione fra essa 
ed il corpo verde, che egli stesso aveva descritto negli afidi 
adulti (1866), la interpreta come l'elemento maschile di un ipote- 
tico apparecchio ermafroditico dell'afide, in cui i corpuscoli sa- 
rebbero le cellule maschili fecondatrici. Interpretazione che, giu- 
stificata solo da una certa analogia con la maniera e la precocità 
di produzione embrionale degli organi sessuali femminili, ha reso 
possibile la erronea veduta del Balbiani, che esistessero fra gli 
afidi forme ermafrodite. 

Le mie ricerche adunque oltre a mettere in rilievo l'esistenza 
costante e la evoluzione di ben definiti e caratteristici micror- 
ganismi simbiotici in determinati organi degli insetti, nonché a 
seguirne le vicende ereditarie nelle successive generazioni, giun- 
gono a stabilire la perfetta omologia fra i corpi a blastomiceti 
dell' Icerya, il corpo ovale del Daclylopiiis e il corpo verde degli 
afidi; omologia stabilita tanto su dati di posizione e di struttura 
(trattandosi sempre di ammassi cellulari posti nella cavità del 
corpo e rivestiti da involucri epiteliai'i) quanto su dati embrio- 
logici, essendo, salvo diiferenze di dettaglio, sempre identiche le 
vicende embrionali e l'origine di questi organi dalla massa polare. 

Fra non molto sarò in grado di illustrare con maggiori det- 
tagli, in un lavoro fornito di tavole, i fatti brevemente esposti 
in questa e nella precedente nota preliminare sulla simbiosi ere- 
ditaria. 

Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, Geiuiaio 1910. 



Di due casi di morsicatura di Vipera 



NOTA 



del socio Gesualdo Police 



(Tornata del 6 febbraio 1910) 

Verso la fine del 1908 comunicai le considerazioni intorno 
ad un caso di morte per il morso di una Vipera melanica nelle 
province meridionali d' Italia ^). Discutendo il caso, fra le varie 
quistioni, fui condotto ad occuparmi sia di quella riguardante la 
stagione nella quale la morsicatura riesce più pericolosa, sia di 
quella clie tratta della frequenza delle morti per avvelenamento 
da Vipera nel mezzogiorno d'Italia 

Due casi, dei quali ho avuto cognizione durante il 1909, mi 
permettono di porgere un contributo di fatti ad entrambe le qui- 
stioni : 

1.0 caso. — È accaduto a Baone (Colli Euganei). Di esso mi 
fu dato cortesemente notizia dal Prof. Davide Carazzi della E,. 
Università di Padova. Gliene porgo qui i miei ringraziamenti. 

Il 20 Aprile 1909 fu ricoverata d'urgenza nell'ospedale ci- 
vico di Padova una contadina G. P. di anni 26, nubile, di Baone. 
Il giorno precedente ella era stata morsicata da una Vipera alla 
prima falange, parte dorsale, del dito medio della mano destra. 
Presentava leggiera tumefazione e dolore all' avambraccio. 

L'animale morsicatore, ucciso e portato in esame al prof. Ca- 
razzi , venne da questi determinato per la Vipera aspis : esem- 
plare di medie dimensioni, certo adulto. 

Le conseguenze di questa morsicatura furono di nessuna 
importanza. Dietro impacco di acqua vegeto-minerale e iniezioni 

') PoLiCE, G. — Di un caso di morte per il morso di una Vipera melanica 
nelle province napoletane. Boll. Soc. Naturalisti Napoli, Voi. 22, 1908. 



— e — 

occitanti, l' indomani era scomparsa la leggiera reazione localo 
od il dolore. La morsicata uscì quindi dall'ospedale completamente 
guarita, avendo provato soltanto una gran paura. 

2.° caso. — E accaduto a Mugnano del Cardinale in provincia 
di Avellino. 

Appresi la notizia dai giornali e ne chiesi particolari al Sin- 
daco locale; questi incaricò della risposta il dottor P. Bianco, 
ufficiale sanitario di quel comune, che gentilmente volle accon- 
tentarmi con ampli particolari. Ringrazio entrambi. 

Il 30 luglio 1909, un giovane ventinovenne M. M., di agiata 
condizione, di costituzione fisica non robustissima, ma tale da 
permettergli di recarsi quasi tutti i giorni a caccia in montagna, 
andava con un suo amico in una contrada detta Litto (montagna 
boscosa) per appostarvi la rete. Volendo soddisfare un bisogno, 
mentre si accingeva ad accovacciarsi sbottonandosi i calzoni, fu 
morsicato da una Vipera alla regione interna della radice della 
coscia destra. Col suo stesso fucile uccise l'animale, indi chiamò 
in aiuto il compagno di caccia, che s'era allontanato da lui. 

Il compagno sopraggiunse dopo una quindicina di minuti e 
cercò di causticare la ferita prodotta dal morso con la bacchetta 
di ferro del fucile arroventata al fuoco di sterpi raccolti. Subito 
dopo l'M. M. fu preso da malessere generale, accompagnato da 
vomito e diarrea, e da prostrazione tale che il compagno per 
condurlo in paese dovette caricarselo sulle spalle per buon tratto 
di strada, finché non incontrò alcuni contadini che lo aiutarono. 

Giunti in paese ricorsero alle cure del medico, ma nonostante 
queste fossero state pronte, continuò il vomito giallo-verdognolo 
con dolori gastrici, che andarono man mano aumentando fino a 
che l'ammalato non cadde in preda ad un vero delirio e fu preso 
da uno stato convulsivo con perdita completa della coscienza e 
midriasi delle due pupille. I polsi andarono gradatamente dimi- 
nuendo e, nonostante le iniezioni eccitanti praticate, l'ammalato 
andò sempre peggiorando ; la sua temperatura sali a 4:0o2, indi 
mori per paralisi, alla distanza di sette ore dalla morsicatura. 

Suir influenza della stagione nella quale viene fatta la morsica- 
tura sull'efficacia dell'avvelenamento scrisse I'Albertoni ^), appog- 
giando le sue deduzioni con esperienze di laboratorio, nelle quali 

1) Albertoni, P. — Sull'azione del veleno della Vipera. — Lo sperimentale 
T. 44, 187'J. 



- 7 - 

faceva morsicare da Vipere, in varie epoche, degli animali. Egli 
mostrò cosi che il veleno iniettato pel morso della Vipera è pres- 
soché innocuo nel mese di aprile e che la sua potenza comincia 
a manifestarsi in maggio per crescere nei mesi successivi. 

Dei due casi da me qui esposti, l'animale che ha morsicato 
a Baone in Aprile è un esemplare adulto, come ha potuto os- 
servare il prof. Carazzi, quindi è da escludersi che la sua mor- 
sicatura abbia potuto dare lievi conseguenze per la giovane età, 
come si può interpretare pel caso capitato al Costa ^); piuttosto, 
in conferma delle esperienze di laboratorio dell' Albeetoni, i lievi 
effetti da essa prodotti coincidono con l'epoca nella quale il ve- 
leno è stato riscontrato meno efficace. 

Viceversa, le conseguenza della morsicatura nel caso di Mu- 
gnano del Cardinale, stanno a mostrare come in luglio si hanno 
effetti gravissimi. Né si può obbiettare che il ritardo delle cure 
in questo secondo caso, dato il tempo che ha dovuto passare fino 
al trasporto in paese, abbia potuto renderne le condizioni più 
gravi rispetto a quello di Baone, in quanto anche in questo, 
prima di avere le cure necessarie, la morsicata dovette essere 
trasportata da Baone a Padova, ed i fenomeni furono sempre 
lievissimi, mentre nel caso di Mugnano del Cardinale assunsero 
forma gravissima fin da pochi momenti dopo la morsicatura. 

Mi pare quindi che le esperienze dell' Albertoni sugli ani- 
mali vengano confermate dai casi capitati nell' uomo e venuti 
a mia conoscenza: nel mese di aprile la morsicatura della Vi- 
pera (almeno della Vipera aspis) non produce fenomeni di av- 
velenamento di grave entità, come prova il caso di Baone ; assume 
forma grave nei mesi seguenti: in maggio, come mostra il caso 
della morsicatura della Vipera melanica da me in altro lavoro 
descritto ^), in luglio come per il caso di Mugnano del Cardinale 
del quale ho qui parlato. 

Il caso di Mugnano del Cardinale è il secondo caso di morte 
per morsicatura di Vipera, che nel giro di pochi mesi è capitato 
a mia conoscenza nella stessa provincia; visto che anche quello 
della Vipera melanica capitò in provincia di Avellino (Serino). 
Ciò sta a provare che anche nelle province meridionali queste 
morti non sono rare; e se si tien conto che questi due casi sono 



^) Costa A.— Sugli effetti del veleno della Vipera sull' uomo. Rend. R. Acc. 
Se. Napoli (1), Voi 21, 1882. 
2) V. lav. cit. 



— 8 - 

stati appresi per pura combinazione (il primo, quello di Serino, 
perchè si trattava di una Vipera nera non mai vista fino allora 
e portata all'Istituto Zoologico perchè creduta un altro serpente; 
il secondo, perchè essendo il morsicato figlio di persona di ri- 
guardo nel comune, la notizia fu i-iportata dai giornali), c'è da 
credere che molti altri ne resteranno ignorati. 

Ciò avvalora l'opinione da me espressa in altro lavoro ^), 
quando cioè considerai come troppo ottimiste le considerazioni 
del Costa (che è stato il solo che abbia parlato di Vipere nel- 
l'Italia meridionale) a proposito della poca entità delle conse- 
guenze della morsicatura della Vipera. Questo suo concetto è stato 
diffuso da lui, dalla cattedra tenuta per tanti anni, nelle classi 
colte, specie di medici, che cosi danno poco importanza alla mor- 
sicatura del serpente in parola, nonostante il popolo abbia gran 
paura di esso ^). 

A me pare che la rarità delle morti per morsicatura di Vi- 
pera nelle provincie del mezzogiorno sia un pregiudizio, il quale 
nuoce nel senso di non far ben premunirsi contro inconvenienti 
del genere; mentre alcune misure precauzionali meriterebbero di 
essere ben diffuse e ben conosciute da tutti, specialmente nelle 
stagioni in cui la morsicatura riesce più pericolosa non solo per 
gli uomini, ma anche per gli animali (specie buoi e cani), i quali 
con maggiore faciltà vanno incontro ad essere morsicati dalle 
Vipere. 

Napoli, Istituto zoologico della R. Università. — Gennaio 1910. 

1) PoLicE G. — lav. cit., pag. 113. 

2) Questa nota era gicà alle stampe allorché ho avuto notizia di altri due 
casi di morte per morsicatura di Vipera nelle province nostre. Un primo 
caso avvenuto alcuni anni fa, a Positano, nella persona di un bambino. Un 
secondo caso avvenuto recentemente (negli ultimi giorni dell'Aprile 1910) a 
Ripabottoni (Molise) in persona di una guardia municipale. Ciò sempre a 
conferma di quanto qui sostengo. 



L' IDROGRAFIA DELL'AGRO TELESINO 



IVO ne A. 

del socio Vincenzo GAururER 



< 




(Tornata dal 17 aprile 1910) 

Nell'Agro Telesino si riscontrano 33 sorgenti di acque dolci 
e minerali, distinte nel modo seguente : 

Sorgenti Solfuree Carboniche . . N. 23 
» Alcaline .... » 3 

» Dolci . . . . . ». 7 

Di queste, 29 (cioè 19 solfuree, 3 alcaline e 7 dolci) efflui- 
scono dalla base del monte Pugliano, lungo una linea diretta da 
E a 0, mentre le altre 4 solfuree emergono più a valle, a circa 
300 m. dalla base del detto monte. 

Le 19 sorgenti solfuree formano 2 gruppi. Uno, denominato 
Olivella o Jacobelli, si compone di 3 grosse sorgenti, che sono 
racchiuse in un recinto di un antico stabilimento diruto, e l'altro 
composto di 16 sorgenti di diversa portata si trova nello Sta- 
bilimento Balneare di Telese. 

Alle solfuree, e propriamente a questo secondo gruppo, fanno 
seguito le sorgenti alcaline e dopo quelle dolci, delle quali ulti- 
me, due assieme alle alcaline sgorgano nel recinto dell'anzidetto 
stabilimento, e cinque, di cui tre grandi, più ad occidente, for- 
mano il fiume Grassano affluente del Calore. 

Delle 16 sorgenti solfuree dello stabilimento di Telese sol- 
tanto sei sono più importanti per volume e sono contraddistinte 
da nome speciale, e cioè: Pera, Goccioloni, Buvette, Garibaldi, 
S. Lucia Imbottigliamento e S, Lucia Bagni. Le altre 10 più 
piccole, che sorgono dopo l'ultima grande sorgente della S. Lucia 
Bagni, scaricano le loro acque nel canale collettore delle anzidette 
sorgenti S. Lucia e non hanno nome speciale. 

Le 4 sorgenti solfuree che si riscontrano più a valle si chia- 
mano una S. Stefano e le altre Bove. 



— 10 — 

La costituzione gGolo(]^ica (loH'Agro Tulosino, a partirò dalla 
]>iaiia (li Anioiosi al punto di contluoiiza del Calore col Volturno, 
lino al torrente Seueto, risulta dall'alto al basso di un mantello 
tli materiali vulcanici più o meno incoerenti, dovuti ai vulcani 
Flegrei, mantello non uniformemente esteso su tutta la località, 
e poi di uno strato di travertino di spessore variabile, al di sotto 
del quale si ritrovano i terreni eocenici e più sotto il calcare do- 
lomitico. Il travertino è di colore grigiastro, ma dalla sinistra 
del Grassano fino al torrente Seneto presenta colore giallastro 
nella parte superiore e grigiastro nella parte inferiore. 

Il travertino fu deposto dalle acque calcarifere provenienti 
dagli alti monti del Matese , le quali formavano un vasto lago 
che occupava tutta la zona che si estende dalle ultime propag- 
gini del Matese ai monti di Solopaca. 

Quando il fiume Calore ebbe scavato il suo letto nella parte 
più depressa della pianura ricoverta dall'acqua, aprendosi lo sbocco 
al mare, il lago si prosciugò. Rimasero cosi allo scoverto delle 
cavità circolari più o meno grandi, veri imbuti, le cui pareti son 
fatte da calcare dolomitico, riempite d'acqua, dando luogo a stagni 
e laghetti, dei quali ancora oggi se ne riscontra uno accosto alla 
strada ferrata, chiamato lago di Telese. Grli altri più piccoli come 
gli stagni sono stati prosciugati per ragione di bonifica, ed oggi 
ancora si veggono alcune cavità circolari all' asciutto , massime 
lungo il viale che dallo stabilimento mena alla stazione ferro- 
viaria. 

Posteriormente questa vallata per l'azione erosiva del Calore 
verso S. e del Volturno verso 0. subi un lento spostamento dal- 
l'alto al basso; spostamento che nei tempi posteriori e quando l'at- 
tività dei vulcani flegrei andava diminuendo , si accentuò sem- 
pre più, per cui nella parte più declive degli strati calcarei di 
M. Pugliano verso S. 0. vennero fuori le acque dolci, che dettero 
origine al Grassano. 

Questa regione non fu sede di conflagrazioni vulcaniche e 
malamente furono ritenuti per crateri le cavità imbutiformi che 
si veggono alla sommità del M. Pugliano, giacché non sono altro 
che sprofondamenti di caverne nel calcare dolomitico di cui si 
compone il detto monte. 

Pure in epoche diverse ed anche molto tempo dopo che i 
vicini Campi Flegrei erano diventati sede di una vita animale e 
vegetale rigogliosa e si andavano popolando lungo le spiagge, 
questa contrada fu sede di frequenti movimenti del suolo, uno 
dei quali, poco dopo del 1000 dell'Era Cristiana, molto violento, 



— 11 — 

determinò il definitivo assetto della pianura telesina e si ebbe 
una linea di frattura diretta da E. a 0, lungo la base del M. 
Pagliano, donde scaturirono le acque minerali, linea che raggiunse 
le acque dolci del Grassano. 




Il travertino deposto dalle acque calcarifere quando forma- 
rono il lago, nel successivo abbassamento della vallata e più 
ancora durante i movimenti tellurici, subi numerose fratture, 
ed attraverso di queste e nei meati di esso si fece strada parte 



- I-i - 

iK'ir;iciiu;L(K'llii surgeliti iniiicrali, iluUniuiuMiulosi una laida latente, 
e si ebbe deposito di zolfo nel travertino grigio, e di qui le due 
qualità accennate a principio e che dimostrano chiaramente come 
le sorgenti solfureo siono posteriori allo acque calcarifere del 
lago preistorico. 

Questa falda latente si appalesa nelle depressioni del terreno 
o si ritrova sonìpre che si procede ad escavazioni; è lattiginosa 
per la decomposizione dell' idrogeno solforato, che in rare bollicine 
si sviluppa dalla superficie, e seguendo il declivio della pianura 
verso il fiume va ad alimentare, in parte assieme alle acque di 
pioggia, sotterraneamente il lago di Tolese,in parto si porta al fiume. 

Dall'accennata linea di frattura assieme alle acque solfuree 
vien fuori una grande quantità di anidride carbonica, la quale, 
oltre a concorrere alla maggiore mineralizzazione di queste sor- 
genti, sciogliendosi in parte in esse, per cui le acque di Telese 
sono Solfuree Carboniche, si sprigiona anche in vari punti del 
terreno, dando luogo a mofete. La grande quantità di gas che 
si sprigiona attraverso le acque solfuree e dal suolo , dimostra 
ch'esso non proviene dalla decomposizione dei calcari dei monti, 
i quali non esisterebbero più, ma viene da grandi profondità, 
attraverso la frattura determinatasi per le ragioni dette innanzi. 

E qui cade acconcio il dire che le acque solfuree, come i gas, 
sono dotati di radioattività indotta, come dimostrai in altro la- 
voro presentato alla R. Accademia Medico-chirurgica ^). 

Tutte le sorgenti dell'Agro Telesino offrono una mineraliz- 
zazione che va diminuendo a misura che le sorgenti da E. vanno 
verso 0., ossia dalle solfuree alle dolci. E le stesse solfuree of- 
frono una mineralizzazione decrescente a misura che si accostano 
alla zona delle acque dolci. 

Infatti le acque solfuree dalle quantità di residuo che la- 
sciano a ISO^» si possono dividere in 2 gruppi: 

1) Acque che danno più di 2 gr. per 1000 ce. e sono le sor- 
genti divella, Pera, Goccioloni, Buvette, S. Lucia Imbottiglia- 
mento, S. Lucia Bagni e Garibaldi. 

2) Acque che danno un residuo inferiore a 2 grammi per 1000 ce. 
e sono le sorgenti minori N. 1, 2, 3, 4, 5, G e 8 lungo il canale 
S. Lucia nello stabilimento balneare e la S. Stefano fuori di esso. 

Le acque alcaline carboniche che vengono dopo le solfuree, 
sempre lungo l'accennata linea di frattura, danno un residuo de- 

1) La radioattività nelle acquo minerali ed il meccanismo di azione. Nota 
preventiva. Atti della K. Are. Mcd. Cliir. di Najxdi. N. 1. 1908. 



— 13 — 

crescentu a misura che tlalla zona delle solturee si accosta a 
quella delle acquo dolci. 

Infatti, la sorgente Cerro dà il residuo di gr. 0, 905 e quelle 
contrassegnate coi N. 7, 9 e 10 del canale S Lucia danno gr. 
0,8145, gr. 0,835 e gr. 0,82 per 1000 ce. 

Le acque dolci, per lo quali si esegui un'unica determina- 
zione su di un campione preso nel fiume Grassano ove si ver- 
sano tutte, danno un residuo di gr. 0,54 per 1000 ce. 

Anche per la temperatura, come per i residui, si nota che 
essa decresce a misura che da E. si va ad 0. 



. Sorgenti solfuree 

Temperatura 

NOME DELLA SORGENTE . , 7^-— 

Ambiente acqua 

Olivella 23» C. 20° C 

Pera • • 23o,5 21° 

Goccioloni . . . . . . 25° 21° 

Buvette » 20" 

Garibaldi » 20° 

S. Lucia Imbottigliamento . . . 24° 20° 

» Bagni » 19° 

N. 1 » iSo 

» 2 » 17° 

» 3 » 160,5 

» 4 • » 16° 

» 5 » 16° 

» 6 » 15° 

Sorgenti alcaline 

N. 7 Cerro 24° U l-l» 

» y » 110,2 

» '•» » U° 

» 10 » 140 



Grassano 



Sorgenti dolci 



25° C 



110,5 



La diminuzione di temperatura da E. a 0. dimostra, come 
pel residuo, che verso occidente 1' acqua dolce si mescola alle 
acque solfuree ed alle alcaline in proporzione variabile; come la 
temperatura delle solfuree più elevata delle dolci dimostra che 
quelle hanno un decorso sotterraneo più profondo e che il mi- 



- 14 — 

scuffilo avvienti verso la estromità dei calcari fratturati per 1' in- 
contro di filetti di acqua di varia composizione. 

Tutte queste sorgenti presentano uno stesso regime. La di- 
minuzione della portata comincia a Settembre e giunge a Gennaio 
alla massima magra. Dalla fine di Febbraio comincia ad aumen- 
tare il volume ed a fine Giugno — principio di Luglio — si verifica 
la massima piena^ che si mantiene fin verso la fine di Agosto. 

Però, mentre le sorgenti di acqua dolce non disseccano mai, 
delle minerali, sopratutto le solfuree, nel periodo della magra 
alcune disseccano del tutto, ed in Aprile, quando il maggior nu- 
mero di esse ha un aumento sensibile nella portata, quelle non 
sempre danno una quantità di acqua tale da poter essere mi- 
surata. 

Sicché le acque solfuree dell'Agro Telesino per il loro regime 
sono in maggior numero perenni e poche sono temporanee^ ma- 
lamente ritenute per intermittenti, giacché per dirsi tali lo sgorgo 
dell'acqua dovrebbe verificarsi sempre dopo un periodo costante 
e limitato di riposo ed indipendentemente dai periodi piovosi con 
quelli di siccità del bacino imbrifero. 

Intorno alla provenienza delle acque che scaturiscono nel- 
l'Agro Telesino esistono opinioni diverse. 

Ij'Ing. Zoppi, Capo della Divisione Idraulica al Ministero di 
A. 1. C, ritiene che le sole acque dolci provengono dal lago 
Matese, mentre che le acque minerali provvengono dai monti so- 
vrastanti Sepino e Morcone. 

L' Ing: Cassetti del R. Comitato Geologico ^) ritiene invece 
che il lago Matese alimenti le abbondanti sorgenti che sgorgono 
presso l'abitato di Piedimonte di Alife e quelle presso Bojano 
e danno origine al Biferno, senza parlare del Grassano, che per 
l'Ing. Zoppi avrebbe invece origine dal detto Lago. 

Ora, se si osserva attentamente la stratificazione del massiccio 
del Matese, si rileva che gli strati di calcari dolomitici e di do- 
lomia che costituiscono la base sulla quale poggiano i calcari 
cretacei, pendono a partire dal M. Miletto verso S. S. E,, come 
scorgesi nei Monti Monaco di Gioja, M. Acero, Rocca del Canale, 
S. Salvatore e M. Pugliano, i quali ultimi, quantunque a prima 
vista sembrerebbero non far parte del massiccio, perché divisi dal 
torrente Titerno, sono invece geologicamente e tettonicamente la 
continuazione del Matese verso mezzogiorno. E gli stessi strati 

J) M. Cassetti, Appunti geologici sul Matese. Boll. B. Coni. Geol. d' Italia 
1893. 



— 15 — 

calcari cretacei soprastanti, urgoniani e turoniani, decorrono in 
perfetta concordanza con i calcari sottostanti , per cui o l' idro- 
grafia del Telesino ripete la sua origine da altro bacino, o se è 
il versante meridionale del Matese e propriamente il lago che dà 
origine alle acque dolci, non vi è dubbio che debba dare origine 
anche a quelle minerali. 

Il lago del Matese appartiene alla categoria dei laghi car- 
sici. Trovasi a 1007 m. s, m. ed ha, come la valle in cui è con- 
tenuto, forma ellittica col maggiore asse da NO a SE., lungo poco 
più di 4 chilometri. La sua ampiezza varia a seconda della magra 
e della piena e per la diversa altezza della valle che circonda il 
lago. Infatti a S. e ad 0. e per circa 2 eh. a N. la valle trovasi 
a 1007 m. s. m., poi per la presenza di un piccolo colle che si 
avanza trasversalmente in essa ove il lago si restringe, la quota 
sale a 1008 per ridiscendere a 1007 ad E. e congiungersi col 
lato di mezzogiorno. Ad 0. appena dopo la sponda del lago, il 
terreno sale, per cui anche nel periodo di massima piena l'acqua 
si estende soltanto per pochi metri ; ad E. invece dopo più di 
200 m. dalla sponda la quota sale a 1009 m., altezza massima 
a cui arriva l'acqua del lago. 

Nel periodo della massima piena che si verifica in maggio, 
dopo lo scioglimento delle nevi del M. Miletto, il livello del lago 
si eleva di circa 2 m. fino a raggiungere la quota 1009 m., per 
cui occupa tutte le terre che lo circondano a Sud, a Nord e ad 
Est e lambisce in moltissimi punti i monti calcarei nei quali, come 
diremo, si perde l'acqua. In questo periodo 1' ampiezza del lago 
appare grandissima, avendo una superficie di poco più di 5 km^, 
mentre che nel periodo di magra le acque ritirandosi, il lago si 
riduce a poco più della metà, portandosi il suo livello a 1007 m. 

Nel periodo di magra tutte le terre circostanti rimangono 
allo scoverto dando luogo a pantani, ed appaiono numerose buche 
o inghiottitoi di grandezza variabile, nascosti quasi tutte da ve- 
getazione palustre, nelle quali, quando il lago dilaga, l'acqua 
sfugge con movimento vorticoso. Oltre a queste buche piccole 
vi sono tre grandi cavità imbutiformi, una a S. 0. alla base di 
M. Raspato e due a S. E. sotto il colle di Prete Morto. 

Il più grande dei tre, chiamato fosso Caporale^ segnato anche 
sulla carta topografica militare, trovasi alla base di una depres- 
sione fra il colle di Prete Morto a sinistra e la Serra Valle dei 
Ladri a destra. Ha la profondità di circa 10 metri e nel periodo 
della magra, quando è asciutto, vi crescono delle erbe, al disotto 
delle quali si vede il fondo costituito da calcare dolomitico fran- 



- 1(5 — 

tumato, indizio chiaro di una caverna sprofondata. L'altra cavità 
poco discosta dal fosso anzidetto, senza nome, trovasi proprio 
sotto il collo di Prete Morto e dista dal lago più di 200 m. e 
vi arriva l'acqua mediante un canale naturale nascosto in gran 
parte da canneti. Questa cavità e un poco più ampia della pre- 
cedente, ma meno profonda e contiene acqua in tutto l'anno, che 
le perviene dal lago. I calcari del detto collo sono fratturati in 
corrispondenza della cavità e presentano le testate libere, por cui 
l'acqua penetra negli strati calcarei e si avverte distintamente 
lo scorrere di un ruscello nello interno. 

La terza cavità a S. 0., anche senza nome speciale, trovasi 
alla base del M. Raspato e dista circa 4 m. dalla sponda del 
lago. Essa è più piccola delle due precedenti, ma l'acqua vi ar- 
riva e subito sparisce, dando luogo ad un vortice grandissimo 
per eifetto del quale l'acqua spumeggia. 

Questo lago è alimentato dalle acque di pioggia e dalle novi 
provenienti dal M. Miletto e dai monti minori che hanno il 
displuvio verso mezzogiorno e certamente da numerose sorgenti 
che sgorgano sia dal fondo, sia dalle pareti, provenienti dal- 
l'acqua assorbita dai detti monti, giacché se cosi non fosse, il 
lago dovrebbe disseccare durante la siccità estiva, sia per evapo- 
razione, sia per le notevoli perdite che subisce non solo nelle tre 
cavità indicate, ma per tutte le buche e fori che esistono nelle 
terre all'intorno, specie verso S-E. 

Ora, se si considera che il regimo delle acque solfuree per 
rispetto alla piena ed alla magra è perfettamente identico a 
quello dello acque dolci e che le uno e le altre risentono il mo- 
mento della piena e della magra circa 2 mesi dopo che si ve- 
rifica l'aumento o la diminuzione del volume di acqua del lago, 
e si considera che lo sole acquo solfuree danno un volume di 
500 litri a 1", come fu determinato dal citato Ing. Zoppi, por cui 
non potrebbero trovare la loro alimentazione nella superficie dei 
monti calcarei più prossimi, come il prelodato Ingegnere riconosce, 
si deve ammettere che unico sia il bacino di alimentazione e 
questo essere il lago Matese. 

Ma un'osservazione da me fatta nell'autunno od al principio 
dell'inverno del decorso anno toglie ogni dubbio sulla quistione. 

L'anno scorso una Società industriale avente per scopo la 
utilizzazione delle acque del lago per forza motrice, per impedire 
la dispersione dell'acqua negli inghiottitoi accennati, praticò dogli 
sbarramenti provvisori lungo la sponda meridionale, ed in corri- 
spondenza dei due fossi alla base di M. Raspato e del colle di 



— 17 — 

Prete-morto, i quali, come abbiamo detto, sono alimentati anche 
nei periodo della magra, vennero poste delle saracinesche. 

Queste furono abbassate per 20 giorni, ed il 25 Agosto fu- 
rono aperte, lasciando libero il deflusso dell'acqua negli accennati 
inghiottitoi. 

A Telese erasi notato che la magra nelle sorgenti era co- 
minciata prima del solito e si era pronunziata sensibilmente anche 
nelle principali sorgenti solfuree. 

Nella prima quindicina di Novembre, circa 2 mesi dopo l'a- 
pertura delle saracinesche , quando, secondo il solito, li magra 
avrebbe dovuta essere maggiore, si notò un sensibile aumento 
nella portata di tutte le sorgenti. 

Essendosi constantemente osservato che le sorgenti di Telese, 
minerali e non, risentono l'influenza delle acque meteoriche che 
cadono sulla parte alta del Matese , dopo circa 2 mesi o poco 
più, niun dubbio rimane sulla provenienza delle acque dell'Agro 
Telesino. 




Intorno a una Laboiilbeniacea nuova per l'Italia 

(TrenomycGS histophtoriis Chatton et Picard) 



DEL 

Socio Giulio Thinchieri 



(Tornata del 17 aprile IDIO) 

Verso la fine del 1907, il chiarissimo prof. Fr. Sav. Monti- 
celli, Direttore dell'Istituto zoologico della R. Università di Na- 
poli, inviava, per esame, alla Direzione dell'Istituto botanico al- 
cuni esemplari di Menopon pallidum Nitzsch — il comune pidoc- 
chio delle galline — sui quali l'osservazione microscopica rivelava 
la presenza di certe strane produzioni, che le ricerche già com- 
piute in proposito escludevano fossero di natura animale. 

Gli individui del Mallofago in discorso erano stati raccolti, 
tempo prima, dal laureando in Scienze naturali, signor E. Ar- 
mena nte, su di una gallina insieme ad altre tenuta in Laboratorio. 

Incaricato dello studio del materiale ricevuto, non mi fu 
difficile riconoscere nelle accennate produzioni un assai cospicuo 
rappresentante delle Laboulbeniacee, vale a dire di quella sin- 
goiar famiglia di funghi, ospiti quasi esclusivamente degli insetti 
e ritenuti già siccome forme animali, che vengono ormai inclusi 
nella classe degli Ascomiceti, della quale, anzi, secondo un recente 
prospetto di classificazione ^), il primo ordine è costituito proprio 
dalle Laboulbeniales. 

A debole ingrandimento, il fungo m'era apparso come rap- 
presentato da tante appendici del tutto incolori, di duplice forma 
e di grandezza diversa, che, riunite per lo più in piccoli ciuffi 
aventi una disposizione quasi raggiata, sembravano aderire ap- 
pena al corpo del Menopon, specie in corrispondenza dei punti 

*) P. A. Saccardo e 6. B. Traverso, Sulla disposizione e nomenclatura' da 
seguirsi nella Flora italica cryptogama, Bull, della Soc. bot. ital., anno 1907, 
p. 25, Firenze, 1907. 



— 19 — 

d'articolazione del medesimo. E alcuni degli insetti esaminati 
sopportavano un buon numero di tali ciaffetti e altri, invece, ne 
erano presso che totalmente sprovvisti. 

A ben più interessanti risultati mi conduceva in breve lo 
studio approfondito della Laboulbeniacea in questione. Infatti, 
per tacer del resto, con esso giungevo, innanzi tutto, ad accer- 
tare la spiccata dioecìa del micete, il che giovava a spiegare la 
duplicità di forma da questo presentata; inoltre, 1' attitudine sua 
al parassitismo vero e proprio , grazie a un mirabile e com- 
plesso apparato d'assorbimento penetrante largamente a traverso 
i punti d'articolazione — per lor natura dotati di minor resi- 
stenza — nell'interno del Menopon, ma che, agendo sopra il corpo 
adiposo dell'insetto, non pare, anche a giudicare dalle condizioni 
dei rimanenti organi, molto nocivo per l'ospite; e rilevavo, al- 
tresì, r esistenza, cosi fra gli anteridii che i periteci, di un par- 
ticolar organo bicellulare, d'incerta funzione e che ricorda, per 
la forma, le teleutospore di alcune Puccinia. 

Dall'attenta disamina di questi e degli altri molti e pecu- 
liari caratteri del micete, riferentisi in special modo agli organi 
suoi riproduttori — sia maschili che femminili — e ai rispettivi 
interessanti stadii di sviluppo, essendo passato al confronto della 
Laboulbeniacea con le numerose e svariate entità, fino allora de- 
scritte e figurate, sopra tutto per merito di E. Thaxter ^), il noto 
specialista americano, fui tosto portato a concludere come dalle 
forme già conosciute la mia differisse così profondamente da 
poter, a buon diritto, costituire il tipo di un nuovo genere e di 
una nuova specie. 

E in vero, prese in esame le diagnosi di tutti i generi del 
gruppo sino a quel momento entrati nel dominio della scienza, 
appena due di essi , istituiti dello stesso Thaxter '^) coi nomi di 

1) R. Thaxter, Contribution towards a monograph of the Laboulbeniaceae, 
Mera, of the Am. Acad. of Arts and Sci., Voi. XII, pp. 189-429, Plates I-XXVI, 
Cambridge, December 1896. 

Id., Preliminarìj diagnoses of new species of Laboulbeniaceae, I., Proc. of 
the Am. Acad. of Arts and Sci., Voi. XXXV, pp. 153-209, Boston, December 
1899; IL, Loc.cit., Voi. XXXV, pp. 409-450, Aprii 1900; III., Loc. cit., Voi. 
XXXVI, pp. 397-414, March 1901; IV., Loc. cit., Voi. XXXVII, pp. 21-45, Jane 
1901; V., Loc. cit., Voi. XXXVUI, pp. 9-67, June 1902; VI., Loc. cit.. Voi. XLI, 
pp. 303-318, July 1905. 

2) Id., Contribution , ecc., Loc, cit., pp. 264-268, Piate IV, figs. 12-18 e 
Piate V, figs. 1-16. 

Id., PreUminary diagnoses, ecc., II., Loc. cit., pp. 409-411; III., Loc. cit., 
pp. 410 414; V., Loc. cit., pp. 9-10; VI., Loc. cit., pp. 303-304- 



— 20 — 

UihiorpJioìni/ces o Dhneromi/ces, presentavano una corta affinità 
(li caratteri con la forma ch'io avevo fatto ogo^etto di studio. 
Ma si trattava, ripeto, soltanto di (jualche analogia, che, del re- 
sto, le specie appartenenti ai generi sopra citati e di recente 
più ampiamente illustrate nella seconda parte della monografia 
del Thaxtkr ^), come pure le altre forme, in parte nuove, in 
quest'ultima comprese o da altri autori pubblicate, si distinguono 
assai bene dalla Laboulbeniacea da me studiata per tutto un 
insieme di particolari molto salienti e decisivi. 

Desideroso in ogni modo di saper confermata 1' esattezza 
delle mie osservazioni dal giudizio autorevolissimo del micologo 
americano, mi affrettavo ad inviargli all' uopo una porzione 
del materiale die avevo disponibile, facendogli insieme conoscere 
la denominazione che intendevo dare all' entità in discorso ; od 
il Thaxter {iti Ut.) si compiaceva, indi a qualche tempo, d' in- 
formarmi che in realtà della forma da me comunicatagli non era 
stata ancor data alcuna pubblica descrizione. 

Or mentre io stavo per render noto il fatto, ebbi sentore 
che alcunché di simile al micete da me posseduto era stato os- 
servato, proprio in quel torno di tempo, anche in Francia. In 
una breve comunicazione presentata da Chatton e Picard ^) al- 
l'Accademia delle Scienze di Parigi veniva sommariamente de- 
scritta, come nuovo genere e nuova specie, sotto il nome di Tre- 
nomyces histophtorus , una Laboulbeniacea trovata , a Banyuls- 
sur - Mer (Pyrénées-Or.) , endoparassita del Menopon pallidum 
Nitzsch. e del Goniocotes ahdominalis P., ospiti entrambi delle 
comuni galline. 

Nella lettura della succinta Nota dei due Autori francesi es- 
sendomi sorto il dubbio che la forma da essi descritta non dif- 
ferisse da quella che io avevo studiato, credetti conveniente di so- 
spendere la mia pubblicazione al riguardo, nell'attesa del lavoro 
particolareggiato e illustrato da tavole che il Picard, a cui m'ero 
rivolto, mi annunziava gentilmente {in Ut.) avrebbe veduto in 
breve la luce. 



1) R. Thaxter, Contribution. ecc., Parfc II, Loc. cit. Voi. XITI, pp. 210-247, 
Plates XXVIII, figs. 1-17 e XXIX, figs. 1-18, Cambridge, June 1908. 

2) E. Chatton et F. Picard, Sur une Lahoulhéniacée : Trenomyces histo- 
phtorus n. /;., n. sp., endoparduite des Poux fMenopon pallidum Nitzsch et Gonio" 
cotes abdominali.s P.) de in Poule domcsliquc, Compt. rend. hebdom. des séanc. 
de TAcad. des Se. par MM. Ics Secret, perpét., t. CXLVI, pp. 201-203, Paris, 1908- 



— 21 — 

Comparsa alla metà del settembre scorso l' attesa Memoria 
definitiva^), della quale tuttavia solo molto più tardi potei prender 
visione, constatai clie, in realtà, la mia Laboulbeniacea corri- 
spondeva esattamente al Trenomyces hidophtorus. Del che ricevevo 
anche cortese conferma dal Thaxter {in lit.)^ il quale mi comu- 
nicava altresì che il micete era stato frattanto ritrovato pur in 
Germania. 

Ciò posto, non starò a riportare qui le diagnosi del fungo, 
cosi generica che specifica, già date da Chatton e Picard nel loro 
secondo lavoro ^). 

Io mi limiterò pertanto a segnalare come nuovo per la flora 
micologica d'Italia il Trenomyces histophtorus. 

E il fatto per sé stesso è degno di nota. 

Le interessanti Laboulbeniacee, descritte e figurate in vario 
tempo da autori italiani, quali Berlese ^), Cavara ■*) e Baccarini ^), 
e che vanno sotto i nomi di Laboulhenia armillaris Berlese, Ri- 
ckia Wasmannd Cavara, Laboulhenia Napoleonis Baccarini e Rìia- 
chomyces Berlesiana Baccarini, sono di origine straniera e più 
precisamente sono state raccolte nelle seguenti località: Paraguay, 
Linz am Rhein, Luxemburg e Australia, oltre che su ospiti di- 
versi dal Menopon pallidum. 

Di entità italiane, o perchè trovate per la prima volta su 
nostri materiali di studio o perchè altrimenti note anche del 
nostro paese, sebbene, a quanto pare, non tutte con sicurezza, 
se ne contavano finora — se io non erro -appena dodici, pur esse 
viventi su altri ospiti che non il Menopon. E sono, queste, secondo 
l'ordine di enumerazione di recente adottato dal Thaxter *^): 

1) E. Chatton et F. Picard, Contrihution à V étude systématique et biologique 
des Laboulbéniacées: Trenomyces histoplitorus Chatton et Picard, endoparasite 
des poux de la poule domestique, Bull, de la Soc. myc. de France pour le progr, 
et la diffus. des connais. relat. aux Champign., t XXV, pp. 14:7-170, pi. Vlf- 
VIII e 7 figg. nel testo, Paris, 1909. 

2) Id. id., Contribution à Vétudc, ecc., Loc. cit., pp. 155-156. 

^) A. N. Berlese, Rivista delle Laboulbeniacee e descrizione d'una nuova 
specie di questa famiglia, Malpighia, anno III, voi. Ili, pp. 44-60, tav. II, 
Genova, 1889. 

■*) Fr. Cavara, Di una nuova Laboulbeniacea, Rickia Wasmanuii, nov. gen. 
e nov. spec., Loc. cit., anno XIII, voi. XUI, pp. 173-188, tav. VI, 1899. 

5) P. Baccarini, Noterelle micologiche. Nuovo Giorn. bot. ital., nuova serie 
voi. XI, pp. 417-419, tav. IV, figg. 1-2, Firenze, 1904. 

6) R. Thaxter, Contribution, ecc., Part.II, Loc. cit., pp. 330, 331,335-336, 
338-339, 345-346, 352, 354, 366, 408, 4=12, Plates LIV, figs. 11 e 18, LXI, 
figs. 5-6, LXVI, figs. 9-10. 



- 22 — 

Lahoìdhonia fiusciculata Peyritscli, L. proliferuìis Thaxter '), L. 
vnlfjaris Fiìyrìisch^ L. suhterraìica Thaxter, L. molanaria Thaxter, 
L. Ophoni Thaxter, L. flagellata Peyrit.sch '-^j, L. Roiigetii Robin, 
L. cristata Tliaxtor, L. orientalis Thaxter var. italica Thaxter, 
L. divinali^ Thaxter e L. Oyrinidarum Thaxter. 

Numero, senza dubbio, esiguo, come esiguo in genere è quello 
delle altre Laboulbeniacee europee a noi note, ma che — dato 
V habitat specialissimo di siffatti vegetali — potrebbe essere lar- 
gamente accresciuto da una bene intesa, attiva cooperazione tra 
entomologi da un lato e micologi dall'altro. 

E poi da notarsi come le forme italiane sopra enumerate 
appartengan tutte al genere Laboulbenia Robin, il più ricco di 
specie, alla lor volta diffuse nei più diversi e lontani paesi. 

Ad esse viene ora ad aggiungersi il Trenomyces histophtorus 
che, scoperto — come ho detto in principio — qui in Napoli, co- 
stituisce, per l'Italia, il primo rappresentante di un genere dioico 
delle Laboulbeniacee ed è, inoltre, particolarmente caratteristico 
— secondo ho pur ricordato — per la sua evidente spiccata di- 
sposizione al parassitismo; del qual adattamento morfologico e 
biologico insieme — che risolve, nel caso singolo , la questione 
generale, ancora assai contraversa, del modo di nutrizione di 
tali funghi — non s'incontrano in tutto il gruppo, tra le varie 
centinaia di forme sino ad oggi conosciute, molti esempii, al 
par di questo, veramente sicuri ^). 

Dal E. Istituto botanico di Napoli, nel dicembre del 1909. 



1) A proposito di questa specie e del Coleottero suo ospite, l'Autore (loc. 

cit., p. 331) scrive: « also on Chlacnius velutinus Duft. , from Italy? in 

the Florence collection [intendi: nella collezione entomologica del Museo di 
Storia Naturale fiorentino] ». 

2) In riguardo a quest'altra forma — l'unica, che io sappia, già indicata 
anche per Napoli, essendo stata rinvenuta sul Pristonychus punctulatus Dej., 

quivi raccolto — nota il Thaxter (loc. cit., p. 345): « on Platyniis albipes 

Fabr., Florence?;.... on P. dorsalis Muli., Florence (?) ». 

8) E. Chatton et F. Picakd, Contribution à Vétude, ecc., Loc. cit., pp. 163-168. 



Su le Relazioni delle Reali Accademie di Scienze di Napoli 
e dei Lincei di Roma sui terremoti Calabro-Siculi del 1783 e 1908 

del socio Leonardo Ricciardi 



(Tornata del 17 aprile 1910) 

Il Prof. Pietro Blaserna, Presidente della Reale Accademia 
dei Lincei, fu incaricato di esporre al Presidente del Consiglio 
le vedute dell'Accademia relative all' immane disastro Calabro - 
Siculo del 28 dicembre 1908, e dalla sua lettera del 7 gennaio 
riporto i seguenti brani . 

I. « Senza voler entrare a discutere le diverse opinioni ed 
ipotesi che furono formulate da illustri geologi, sulla natura dei 
fenomeni vulcanici e tectonici in genere, e sulla conformazione 
dello Stretto di Messina in ispecie, la prima questione che si pre- 
senta, è di sapere che cosa sia realmente avvenuto in quello 
Stretto 

IL « La seconda questione è di carattere prettamente geolo- 
gico. Si domanda quali mutamenti siano avvenuti nella confor- 
mazione geologica di quelle disgraziate provincie. La Direzione 
del Servizio della Carta geologica dovrebbe unirsi al professore 
De Stefani di Firenze, il quale si è distinto nello studio geolo- 
gico delle Calabrie. Tali studii non devono rimanere disgiunti 
dalle indagini sui moti sismici avvenuti ». 

I suddetti periodi sono preceduti dalla seguente notizia co- 
municata dal socio De Stefani nella seduta del 3 gennaio 1909: 

« Due pregiudizii si affermano, che i fatti dimostrano ine- 
satti. L'uno, che il terreno scosso sia de' piìi recenti, mentre è 
proprio, all'incontrario, il più antico della penisola e di Sicilia e 
fra i più antichi d'Italia. L'altro pregiudizio è quello, che la re- 
gione sia in via di sprofondamento, mentre invece essa è proprio 
la regione d'Italia, nella quale il sollevamento è più recente, più 
certo e più evidente. Lo sprofondamento di cavità sotterranee e 



— 24 - 

l'asscst amento telloiiico .sono cimsc possibili; ma iiiuna prova, anzi 
nemmeno un indizio si ha, clie nel presente caso esse sieno vere. 
Piuttosto che cercare cause diiiicili, è logico attribuire il disastro 
alla causa stessa della vulcanicità: sono nelle Lipari molte die- 
cine di vulcani spenti recentissimi, e almeno due attivi. La quiete 
di questi vulcani e dell'Etna, che, poche settimane or sono, tentò 
una eruzione abortita, non è prova d'indipendenza del terremoto 
dalla vulcanicità; anzi, se uno dei vulcani delle Lipari fosse stato 
attivo, probabilmente non si sarebbe avuto il terremoto. Questo ha 
caratteri differenti da quello del 1904; la regione colpita risponde ad 
una ristrettissima e non lunga ellissi, rispondente circa allo Stretto, 
diretta da SO a NE. Probabilmente, l'attento studio fisico delle 
vibrazioni sismiche porterà a meglio determinare le cause, poiché 
certamente la natura delle medesime è diversa secondo che de- 
rivano dallo sprofondamento di una volta, causa da escludersi per 
ragioni profonde, o da spaccature più o meno lunghe, dipendenti 
da un ipotetico, cosi dotto, assestamento. Le vibrazioni che pro- 
ducono i terremoti Calabro-Siculi hanno piuttosto il carattere di 
vibrazioni di straordinaria rapidità ed energia, susseguenti ad una 
di quelle che gli scrittori di pirotecnica chiamavano detonazioni 
od esplosioni di primo grado: e sono effetto di reazioni subitanee, 
quale sarebbe l'accensione del fulminato di mercurio nei nostri 
laboratorii. Tali reazioni, secondo ogni verosimiglianza, hanno 
modo di verificarsi entro ai focolari vulcanici e in generale nel- 
r interno della terra, facilitate dall'aumento di temperatura che 
rapidamente innalza il valore assoluto della rapidità di reazione. 
Basterebbe a produrre simili fenomeni l'improvvisa trasformazione 
di grandi masse d'acqua in vapore. Quando la resistenza della 
roccia sia superiore al punto massimo della tensione, si deve avere 
un terremoto invece di una eruzione vulcanica, e l'energia del 
terremoto sarà proporzionale alla quantità di calorie entrate in 
azione ed alla forza viva sviluppata ». 

« L'urto meccanico, origine delle vibrazioni sismiche, ha avuto 
sede a poca profondità, in quelle rocce antichissime che formano 
appunto i Monti Peloritani e l'Aspromonte, e che formano anche 
il sottosuolo immediato delle Lipari. Il terremoto presente, come 
quelli passati della regione, ha prevalentemente prodotto la frana 
dei terreni superfciali alluvionali, recenti e pliocenici, sorretti 
dalle predette rocce cristalline, che costituiscono pure il fondo 
dello Stretto. Può darsi che questo franamento abbia prodotto 
lievissime variazioni nella batimetria della costa marittima adia- 
cente, però indipendentemente da qualsiasi sprofondamento o sol- 



— 25 — 

levamento della roccia cristallina in posto. Invero, da quanto si 
sa, la parte alta di Messina costruita sul terreno cristallino, è la 
sola che ha risentito meno danni, e lo stesso è avvenuto della 
parte alta di Reggio, costruita sopra terreno più saldo fuori del- 
l'alluvione recente ». 

Per mettere in evidenza con quanta serietà di proposito si 
accinse ai diversi lavori la R. Commissione presieduta dall'illustre 
Professore Blaserna, riporto il seguente periodo, che tolgo dalla 
relazione presentata dal Direttore P. Marzolo del R.» Istituto 
idrografico: « Degna di particolare attenzione è la diminuzione di 
fondali che si nota fuori dello stretto verso N ». 

« Le linee dei 200 e 300 metri appariscono ora molto più 
lontane, tanto dalla costa sicula che da quella calabra, di quello 
che non fossero nel 1877, e la curva dei 400 metri presso que- 
st' ultima costa ora più non esiste. 

« Ciò evidentemente rivela o un graduale sollevamento del 
fondo in quella località, oppure, ed è più probabile, un interra- 
mento dovuto a deposito di materie, dipendente dal gioco delle 
correnti ». 

In conclusione non si è constatato alcuna anomalia ne' ver- 
santi Calabro-Siculi dello stretto o è stato cosi leggero nel Porto 
di Reggio da potersi spiegare con lo scivolamento del terreno pog- 
giante sulla formazione cristallina. 

Siccome nella relazione del Prof. Torquato Taramelli, che fa 
parte della relazione generale del Prof. Blaserna, si parla di ter- 
remoti perimetrici, credo sia utile, per non generare equivoci, di 
riassumere subito cosa intese dire sull'argomento Antonio Stop- 
pani. 

Per la verità lo Stoppani indicò come regioni perimetriche 
quelle che si estendono all'ingiro, o sui lati delle zone vulca- 
niche ^). 

Parlando poi del terremoto vulcanico asserisce che non vi ha 
fenomeno di più facile spiegazione, poiché esso non è che l'imme- 
diata conseguenza dello svolgimento interno, quindi dello scoppio 
dei fluidi elastici, principalmente del vapore acqueo, primario fat- 
tore meccanico nei fenomeni eruttivi. Riferendosi poi ai teiTemoti 
perimetrici, scrisse che sono quasi i soli di cui siasi occupata la 
scienza: « Ripetendosi sovente nelle stesse località, e insistendovi 
talora degli anni interi » e sui quali la scienza possiede pochi 
documenti. Consultando difatti i trattati, ove si parla di terremoti 

^) Trattato di Geologia, 



— 26 — 

si trova che (piasi tutto si riduco a ciò clic lasciarono scritto gli 
autori sui terremoti cIk^ desolarouo le Calabrie dal principio del 
1783 lini) alla fino dal 178(3, e su quelli dell'America centrale, 
dei quali si occupa specialmente il Cosmos di Humboldt. 

A pag. 441: < L'idea che da sviluppo di aeriformi abbiano 
origine i terremoti perimetrici sarebbe confermata da un altro 
ordine di fenomeni ». 

A pag. 444: « Io ritengo infine, che la causa dei terremoti 
perimetrici è quella stessa da cui dipendono i terremoti vulca- 
nici. Salvo la diversità delle circostanze, i terremoti appartenenti 
alle due categorie (vulcanici e perimetrici) si identificano ». 

« Un terremoto, dice lo Stoppani, non sarebbe che l'effetto 
di una esplosione, intesa nel piìi largo senso della parola, per quel 
qualunque sviluppo di un vapore rinchiuso, sufficiente a mettere 
in moto l'ambiente. Potrebbe pertanto paragonarsi ad una mina, 
che, esaurendosi in alcuni casi con una semplice scossa del ter- 
reno circostante , può, in altri casi , produrre una vera esplo- 
sione ". 

A pag. 451 classifica i terremoti perimetrici come segue: 
« l.o perchè avvengono nelle regioni perimetriche, ossia circostanti 
ai distretti vulcanici; 2.» perchè abbracciano vaste estensioni; 
3.0 perchè appaiono in genere indipendenti dalle eruzioni, o in 
ogni caso le precedono, cessando quando esse avvengono ». 

Da quanto ho riportato, lo Stoppani non ha confuso mai il 
vulcanismo col tettonismo, né credo abbia dato mai ragione ai 
tettonici di confondere i terremoti perimetrici col tettonismo, come 
è piaciuto al Taramelli di asserire. Infatti, egli che ha accennato 
alla relazione del Prof. Giovanni Di Stefano di Palermo sul ter- 
remoto Calabro -Siculo del 1894, perchè non fece cenno a quanto 
scrisse il Prof. Ricco nella sua relazione sulla stesso terremoto ^) 
che qui riporto? 

« Era opinione degli antichi geologi che nella Calabria vi 
fossero regioni vulcaniche, e specialmente nelle vicinanze di Santa 
Cristina d'Aspromonte. Il prof. De Cristo di Cittanova, comuni- 
candomi i suoi studi in proposito, mi ha ricordato tali opinioni, 
poi abbandonate dai geologi moderni, mi ha detto di aver visitati 
i luoghi e di avervi realmente riconosciuti prodotti vulcanici e 



1) Relazione scientifica della Commissione incaricata dal R. Governo per 
lo studio sul terremoto del 16 novembre 1894 in Calabria e Sicilia. Ann. 
dell'ufficio Cent. Mei. e Geod. Italiano. — Ser. Seconda. Voi. XIX. Parte I. 
Roma. 



— 27 — 

tracce di crateri, ^) e di più mi ha consegnato un campione di 
scoria vulcanica fra i tanti da lui stesso raccolti: la quale scoria 
è ricercata , ed adoperata dai paesani per costruzione , special- 
mente delle volte, come si fa in tutti i paesi vulcanici. Io pre- 
sentai per esame quel saggio al prof. Gemmellaro ed al dottor 
Di Stefano, i quali vi riconobbero realmente una scoria basaltica 
o di lava antica ». 

« Di più, l'ing. E. Cortese ha trovato presso Palmi dei filoni 
basaltici, fatto confermato dal prof. Di Stefano; e appunto presso 
Palmi il prof. Palazzo ha constatata una anomalia nella intensità 
orizzontale del magnetismo terrestre, la quale diviene spiegabile 
colla presenza di rocce vulcaniche in quella località, ove prima 
non erano sospettate ». 

e Infine, conviene forse di non disprezzare completamente 
certi fatti riferiti da parecchie persone del tempo, e che sarebbero 
indizio di qualche cosa, come un' azione vulcanica nel grande 
terremoto del 1783. Si disse che a Rosarno uscirono dal suolo 
acque fangose scottanti: che a Palmi vi furono esalazioni in- 
fuocate. Si disse che nel maremoto di Scilla alcuni dei naufraghi 
trovarono le acque scottanti e taluno perfino ne riportò bruciature; 
pare anche si sieno trovate scorie galleggianti in mare , talché 
qualcuno opinò vi fosse stata una eruzione sottomarina fra Strom- 
boli e la Piana di Calabria ». 

« Sembrerebbe che questi fatti, racconti o opinioni, si colle- 
ghino nel dimostrare l'esistenza di prodotti vulcanici, e fors'anco 
di apparati vulcanici in Calabria, il che certamente sarebbe da 
mettersi in relazione coi terremoti di questo paese ». 

« Ma il collega prof. Di Stefano mi ha fatto presente che 
non si può escludere che le scorie basaltiche trovate presso Cit- 
tanova sieno state trasportate dalle correnti marine durante il 
Quaternario ed il Pliocene superiore, e che provengano dalle 
Eolie; poiché il prof. Carlo De Stefani dice di averne trovate anche 
nella Valle del Mesima, dal lato del promontorio Vaticano , ed 
il Seguenza padre e l' ing. Cortese hanno detto d'averne trovate 
ed il prof. G. Di Stefano ne ha osservate sopra Messina, al 
Monte dei Centri (Salice) nel Pliocene superiore marino ; e le 
scorie trovate in mare nel 1783 potrebbero avere la stessa origine. 
I basalti poi di Malpasso (Palmi, presso Capo Triari) sono troppo 



1) Sarebbe interessante se il prof. De Cristo pubblicasse in quali località, 
oltre Palmi, rinvenne le rocce vulcaniche e gli avanzi di crateri, poiché solo 
cosi si potrebbero spiegare i terremoti policentrici. 



— 28 — 

antichi, cioè torziarii, costituiscono filoni nello rocce ci'istiilliuo 
e non hanno crateri; quindi qu«',irantico focolare estinto difficil- 
mente potrebbe avere relazione coi terremoti calabresi ». 

< Ad ogni modo sarebbe di grande interesse che la ricerca 
e lo studio di tracce di vulcanismo in Calabria fossero continuati 
fino a togliere ogni dubbio in proposito ». 

La prudente conclusione a cui è venuto il prof. A. Ricco, 
non gli ha impedito di asserire a pag. 249 : « Iti conchisione il 
terremoto del 1894 è una replica del terremoto del 1783 in pro- 
porzione fortunatamente molto minore », e a pag. 258: « Con- 
cludiamo dunque che in Calabria ed in Sicilia si ha coincidenza 
delle tre anomalie: della costituzione del suolo, della gravità, del 
magnetismo terrestre, e possiamo aggiungere pure la coincidenza 
di singolare sismicità ». 

Per quanto queste rigorose conclusioni, scaturite da osser- 
vazioni incontestabili, confermano completamente quanto io pub- 
blicai nel 1887 nei due lavori: < SuU' allineamento dei Vulcani 
italiani », e: « .... e non lasciano alcun dubbio sui centri vulcanici 
di Capo Passero, Val di Noto e Palmi e pure sulla singolare sismi- 
cità, specialmente in quella zona che comprende Messina, il gruppo 
delle Eolie, la Piana di Gioia Tauro e le Calabrie, pur tutta 
volta il prof. Giovanni Di Stefano, nella sua relazione: « Il Ter- 
remoto Calabro-Siculo del 1894 in rapporto con la tettonica e 
la costituzione del suolo » viene a conclusioni completamente 
opposte a quelle a cui venne il pof. Ricco, senza però manifestare 
sinceramente la sua prudente opinione, fatto secondo me , che 
deve avere influito non poco sul ritardo della pubblicazione fattasi 
soltanto dopo 15 anni dall'incarico ad essi affidato dal Ministro 
d'Agricoltura del tempo. 

Il prof. Di Stefano', premesso che: « siamo ancora lungi, 
malgrado tanti lavori, dall'avere una concezione tettonica non 
controversa dei monti cristallini siciliani e calabresi » si accinge 
ad indicare: « le relazioni tra gli scotimenti sismici e la costi- 
tuzione litologica del suolo ». 

L'A. asserisce che secondo le cause che producono i terre- 
moti possono distinguersi: a) di scoscendimento; h) vulcanici; e) 
orogenetici, e poi soggiunge, « nonostaìitc ci siano dei casi speciali 
in cui la netta separazione di queste due ultime categorie non 
riesca sempre possibile ». 

A pag. 332 si legge: e I terremoti tettonici o di dislocazione 
o orogenetici hanno caratteri propri e sopratutto un'area di pro- 
pagazione troppo grande, perchè possano essere prodotti da im- 



— 29 — 

pulsi eruttivi, i cui effetti sono limitati ». Per l'A. la teoria tet- 
tonica o orogenetica enunciata principalmente per opera di Dana, 
Suess e Heim, ha un fondamento indiscutibile di verità », e con- 
tinua: « Uno dei terreni il cui studio è servito in parte di base 
alla moderna dottrina sull'origine tettonica dei grandi terremoti 
è quello degli scotimenti sismici calabro-siculi; ma di esso si è 
esposta una concezione tettonica per vari lati inesatta ». Rias- 
sume i noti lavori del prof. E. Suess, specialmente: « Das Antilitz 
der Erde »; dichiara « convinzioni teoriche personali > le osser- 
vazioni dell'ing, E. Cortese; ripiglia la critica ai lavori del Suess 
e a pag. 330 conclude: « Per quanto riguarda la pretesa conca 
di sprofondamento delle Lipari, si può invece dimostrare che è 
una regione di sollevamento, come bene ha detto il prof. De 
Stefani >. 

Per combattere lo sprofondarsi dei frammenti della Tirrenide, 
della Sicilia e della Calabria, il prof. Di Stefano dice : « Le ano- 
malie positive della gravità nelle regioni tirreniche della Cala- 
bria e della Sicilia non rendono necessaria l'ipotesi di una terra 
già emersa che si sprofonda, quando ivi ce ne sono altre che 
emergono ». 

Dopo di aver demolito tutti gli argomenti di Suess soggiunse: 
« Le ipotesi del Suess e del mio valente amico Cortese debbono 
ridursi in confini più modesti ed essere accettate solo là dove ri- 
spondono ai fatti >. 

Il prof. Di Stefano (pag. 348) ammette che il terremoto del 
16 novembre 1894 è stato una ripetizione di quello del 1783, ma 
con una intensità minore. Asserisce pure che da vari autori fu- 
rono indicati dei rapporti tra lo stato dello Stromboli ed i ter- 
remoti calabresi; ma a queste affermazioni manca qualunque ri- 
gore scientifico e si può asserire che finora ogni tentativo di 
mettere i grandi terremoti calabro-siculi in rapporto con lo stato 
delle isole Eolie è fallito. Quelle isole risentono invece gli effetti 
di quei disastrosi scotimenti. E superfluo aggiungere che nessuna 
relazione si è osservata tra il terremoto del 1894 e lo stato dei 
vulcani eolici o dell'Etna e del Vesuvio. 

Questo periodo è preceduto dal seguente, dal quale risulta 
che la sua fede nel tettonismo e nell'orogenismo è scossa : « Cer- 
tamente in una regione sismica posta, come quella calabro-sicula, 
sul perimetro dell'area vulcanica delle Eolie, non è facile il di- 
stinguere sempre se un terremoto dipenda da causa orogenetica 
immediatamente da una vulcanica ». 



- 30 — 

Discute le relazioni tra vulcani e terremoti perimetrici e con- 
clude : « però delle relazioni non sempre esistono, in vari casi 
possono essere accidentali e in altri prodotte dal fatto che dei 
movimenti tettonici possono inliuire sui vulcani ». 

Il prof. Di Stefano per quanto incerto nel definire se un ter- 
remoto è vulcanico o tettonico, per altrettanto si addimostra in- 
transigente, ciò che lo porta alla intemperanza di linguaggio e 
ad esagerazioni, nel negare e nel constatare; ora tutto ciò com- 
promette la causa, fosse essa magari una tra le migliori: confu- 
ta ntlo la teoria degli sprofondamenti, ecco come si esprime : « Se 
si ammette l'esistenza di tale sprofondamento sol perchè non po- 
trebbe escludersi un movimento di compenso alla lenta emersione 
delle coste Calabro -sicule, si crea una nuova ipotesi, alquanto dif- 
ferente dalla prima , ma arbitraria. Non si tratta di vedere se 
un tal fatto è teoricamente possibile; ma se invece i dati di os- 
servazione raccolti neir Italia meridionale la rendono necessaria 
e la sostengono. Questo non ci pare il caso, se non si vogliono 
interpretare i fatti in modo inesatto e fantastico. Del resto non 
è dimostrato teoricamente che simili movimenti compensatori deb- 
bono sempre e per necessità avvenire. L' ipotesi della esistenza 
della Tirrenide nacque perchè furono creduti reali due fatti ine- 
sistenti, cioè 1' unilateralità dell' Appennino e il progressivo ab- 
bassamento dell'angolo NE della Sicilia; tolta da queste basi ori- 
ginarie resta solo il frutto dell'immaginazione ». 

Passo a riportare una serie di fatti osservati e controllati 
durante i terremoti calabro-siculi compresi nel periodo 1783-1908, 
per dimostrare che essi ripetono la causa dal vulcanismo, come 
da causa vulcanica furono determinati quelli della Nuova Ze- 
landa, del Giappone, dell' Anatolia, della Grecia , della Spagna, 
del Belutcistan, dell'Italia, in tutti i tempi, della California, com- 
presi, per quest' ultima contrada, quelli del 1857, 1868 e 1906, 
poiché furono localizzati sopra una grande frattura variabile in 
profondità. Ora, la meccanica elementarissima insegna che un 
corpo rigido urtato da un corpo, dal basso in alto , o si rompe 
nettameute nel punto percosso, lasciando che si irradiino le frat- 
ture in tutti i sensi, e per una variabile lunghezza, oppure si 
frattura con o senza sollevamento. 

Nelle disgraziate contrade calabro-sicule, come in molte pla- 
ghe^ del globo , le linee di massima sismicità e di massima vul- 
canicità sono troppo vicine e troppo parallelo tra loro per rite- 
nerle indipendenti. Abbandono la parie storica, ma riassumo ciò 
che han pensato dalla metà del secolo XIX al 1909, alcuni vul- 



— 31 - 

acnologi e sismologi. Lawthian Green verso la fine dello scorso 
secolo enunciò una teoria del vulcanismo e dei terremoti , di 
recente W. H. Hobbs ^) enumera quarautasette linee sismotet- 
toniche, tra le quali ve n'è una del reticolato, dove, secondo il 
geologo americano, i movimenti tettonici non sono ancora com- 
piuti e comprende la Calabria e la Sicilia. Cosi De Montessus 
de Ballore ^) occupandosi del seismo della California ammette 
egli pure che il terremoto del 1906, come i precedenti del 1857 
e 1868 , furono provocati da movimenti tettonici e orogenetici. 
Al De Montessus sfuggi che quei terremoti e specialmente quello 
del 1906 furono registrati da quasi tutti gli Osservatori della 
Terra, ma che il danno fu sentito dai paesi più prossimi ai centri, 
e che fu distrutta quasi interamente la città di S. Francisco (Ca- 
lifornia) mentre a 40 Km. non si ebbe alcun danno. Il terremoto 
del 28 dicembre 1908 fu esso pure avvertito in tutto il globo e 
l'area disastrosa, quasi elittica, ha un diametro che supera i 40 Km. 
In quanto agli effetti disastrosi tutto dipende dal rapporto della 
potenza alla resistenza, non che dalle rocce, variabili dalle com- 
patte ai terreni sciolti. Ora se vi sono scienziati che attribuiscono 
il terremoto ad un fatto di assestamento oppure orogenetico, vi 
sono pure altri che ammettono che il terremoto s'a una mani- 
festazione diretta dei vulcani, pure se essi terremoti si manife- 
stino o provengano da vulcani che si trovano a grandi distanze. 
Scrisse Gatta che 1' attività endogena si mostra talvolta anche 
dove non esistono fratture apparenti, ma pure il geologo osser- 
vando minutamente le condizioni del suolo, non tarderà a rico- 
noscere qualche fenditura che andrà a far capo ad una vera scre- 
polatura vulcanica. Infine la maggioranza degli scienziati opina 
che le regioni più colpite siano quelle prossime ai mari od ai 
centri vulcanici estinti o attivi. 

Pel prof. G. Di Stefano i terremoti calabro-messinesi avven- 
gono su depressioni, emerse o sommerse, che non sono delle sin- 
clinali e che debbono necessariamente attribuirsi a varie fratture! 
esse rappresentano dunque delle linee di minore resistenza, e vi 
è da meravigliarsi che in tanti secoli dacché avvengono terre- 
moti le eruzioni sottomarine non abbiano lasciato mai in terra 
o in mare, come testimonianza, delle manifestazioni vulcaniche 
sicure. 



1) Gerlands Beitiiige zur Geophysik, Bd. Vili, 1907. 

2) Aunales de Géographie, 190!-», pag. Sii. 



— 32 — 

11 prof. Alessandro Port-is scrisse il 3 gennaio 1901), a pro- 
posito del terremoto del 28 dicembre 1908, che: « in quella par- 
ticolare fase, entrambe le sponde del canale devonsi essere ina- 
bissate : la sponda Sicula di meno : forse solo da qualche centimetro 
a qualche millimetro; .... « il terremoto Calabro - siculo del 28 di- 
cembre 1908 è un terremoto tectonico; « Esso, col vulcanismo, 

non ha per nulla che fare ». (Dottor Alessandro Portis. Carità e 
Patria. Roma 1909). 

Si legge nelle storie e nei libri di scienza che nel 1783 si 
verificarono nelle terre Calabro -sicule investite dal terremoto i 
seguenti fenomeni : nei giorni che seguirono la catastrofe un gran 
numero di pesci, viventi di solito a grandi profondità , furono 
trovati asfissiati, cotti o mezzo morti nelle acque basse ovvero 
gettati sulla spiaggia. Identico fenomeno fu constatato dal dottor 
Belletti di Milano nelle vicinanze di Nizza in occasione del ter- 
remoto del 23 febbraio 1887 della Liguria, perchè quel mare come 
quello di Messina, abbonda di fauna abissale. 

Parimenti avvenne nelle Eolie in diverse epoche, e pure nelle 
vicinanze di Pantelleria nell' eruzione del 1891 , ed in Sicilia e 
Calabria, durante i terremoti del 1888 (Vulcano), 1905 e 1908. 
Questi fatti, come molti altri che riassumerò in seguito, provano 
in modo apodittico 1' azione del calore, che non potrà mai svi- 
lupparsi per sprofondamento. 

Neil' agosto del 1902, il Principe di Monaco , constatò che 
l'altipiano sottomarino delle Azzorre era stato abbandonato dai 
pesci e che un cavo telegrafico era rotto per fusione. Il capitano 
di una guarda-costa russo, nel novembre del 1902, riferi di aver 
trovato, verso le coste di Kamtchatka, galleggiante una enorme 
massa di pesci morti. Procedendo con una velocità di otto nodi 
l'ora, la nave impiegò due ore, per attraversare il banco, com- 
posto, per la massima parte, di salmoidi di tutte le specie. La 
massa errante copriva una superfìcie di circa 65000 metri qua- 
drati, a 50 Km. da tutte le terre. Si attribuì l'ecatombe, e non 
a torto, alla eruzione di un vulcano sottomarino sconosciuto. 

Da quanto ho riportato, emerge lampante che il Taramelli 
non condivide le opinioni del prof. Carlo De Stefani, che se mal 
non mi appongo dovrebbero essere almeno quelle del prof. Bla- 
serna, che, come presidente, affidò al De Stefani, e non al Ta- 
ramelli, l'incarico di scrivere la relazione geologica. 

Il prof. Taramelli nella sua relazione al Presidente Blaserna 
(pag. 90) si esprime come segue: « sicuri pur troppo che la sismi- 
cità di quella regione non sia certo esaurita , sibbene che pe- 



— 33 — 

riodìci assalti si debbano temerò laggiù da parte di quelle forze 
endogene, le quali, nel corso dei secoli, hanno cosi funestamente 
contribuito ad indebolire fisicamente e socialmente quelle disgra- 
ziate popolazioni,... »; e continua: (pag. 93) « Quasi ogni giorno 
suole vano gli egregi colleglli raccogliersi qualche ora per co- 
municarsi le osservazioni individuali, e per le eventuali discus- 
sioni che inevitabilmente venivano in campo, per quanto ognuno 
di noi si astenesse dal divagare nella ricerca teorica delle ca- 
gioni del disastro; le quali, comunque vogliansi concepire, si sot- 
traggono fatalmente ad ogni potere umano e costituiscono una 

caratteristica della regione da non dimenticarsi giammai » 

seerue : « Che la Calabria e i Monti Peloritani costituiscono una 
regione sismica con numerosi centri che si fanno vivi , talora 
isolatamente, talora a gruppi, oppure in serie che mano mano 
si sposta; che questa regione si presenti ad un tempo straordi- 
nariamente infranta, prima dal corrugamo ato orogenetico posteo- 
cenico, poscia dagli scorrimenti e dalle dislocazioni avvenute nei 
periodi Messiniano e Postpliocenico ; che questa disgraziata re- 
gione sia contigua a due importanti aree vulcaniche , delle 
Eolie e dell'Etna, sotto le quali ferve di continuo la elaborazione 
dei magma lavici; che per conseguenza i terremoti Calabro-Mes- 
sinesi rientrano in quella categoria che il nostro Stoppani, prima 
di ogni altro distinse col nome di perimetrici^ e che i moderni sismo- 
logi chiamano tecto vulcanici, tutto ciò entrava nelle idee con- 
divise da tutti i membri della sottocomissione (non mi pare 
veramente), rimaneva quindi il vivo desiderio di conoscere se la 
stessa iniziale, in un'area del diametro E. W. di circa 30 km. 
fosse stata accompagnata o seguita immediatamente da notevoli 
movimenti di massa, nelle terre emerse, oppure sotto il mare » . 
Il prof. Taramelli comincia a rivelarsi convinto netttmista 
o Werneriano, cosa che gli fa molto onore, poiché si addimostra 
sempre più tenacemente attaccato alla scuola che tutto faceva 
derivare dall' acqua. A pag. 94, dove, riassumendo il lavoro di 
Dolomieu sopra i terremoti della Calabria del 1783, riporta, e 
dice con ragione^ quanto scrisse Dolomieu, cioè: « io posso assi- 
curare, dopo un esame il più ponderato , e dopo le ricerche le 
più esatte, che in tutta questa parte della Calabria non si trova 
la menoma traccia di prodotto del fuoco ». Più avanti ancora 
dopo avere accennato alle fonti solfidriche presso Gioja e S. Eu- 
femia , non le ritiene in rapporto col vulcanismo ed aggiunge: 
< io insisto su questo oggetto per distruggere 1' opinione di co- 
loro, che suppongono esistere fuochi nascosti in queste provincie». 

3 



— 34 — 

Nota coiiu^ si fossero formato delle numerose e lunghe fratture, 
parallele all'orlo delle masse di terreni sabbiosi e di ghiaia: tan- 
toché < l'effetto generale del terremoto su questi terreni fu di 
rassettarli e produrre delle scarpate dove erano diruti pendii ». 

« Non occorre qui accennare alle considerazioni teoriche del 
Dolomieu, il quale considerava che la causa dei terremoti ca- 
labro-siculi si avesse a cercare in esplosioni di gas, che per sot- 
terranee caverne provenissero dal disotto dell'Etna. Egli e l'Hamil- 
ton si opposero ai fisici napoletani, che inclinavano ad attribuire 
quei terremoti ad una causa elettrica, che poi non sapevano 
precisare ». 

A pag. 105 il Taramelli cosi conclude: « Riterrei inutile il 
tentare qui una descrizione sommaria delle condizioni geologiche 
delle vicende dei sollevamenti ed abbassamenti avvenuti sulle 
sponde dello Stretto, dopoché è comparso lo scritto del prof. Di 
Stefano Giovanni di Palermo ^^, nel quale in modo insuperabile 
vengono segnati i tratti essenziali di tale storia geologica e sono 
discusse acutamente ed in base ad osservazioni originali le ipo- 
tesi avanzate dal Suess, dal Cortese e da altri ». 

Ora la dichiarazione del Blaserna mi ha ricordata 1' altra 
del segretario perpetuo della Reale Accademia delle Scienze di 
Napoli, prof. Michele Sarconi, estensore della relazione sul ter- 
remoto del 1783, dove tra le altre cose si legge che avrebbe 
mancato al suo dovere l'Instituto, « se da tale memorabile sven- 
tura non avesse preso argomento di dare una prova non equivoca 
di sua non inutile esistenza all' Europa spettatrice » (pag.X). 
« E a Coloro^ a' quali fu commessa cura cosi gelosa, venne con 
inviolabile legge non solo vietato 1' abbandonarsi alle seduzioni 
di qualunque delle tanti ipotesi, inventate sulle cause di cosi 
formidabile vertigine della natura (p. XI) > ; ma inculcato altresì 
lo sciogliersi totalmente dal partito di tutti i sistemi, che, quasi 
mostrando di sconoscerli tutti, nuU'altro far dovessero, che rac- 
corrò soli fatti.... ». Ciò mette pertanto nella più chiara evidenza 
il progresso dei tempi, tanto più che nella relazione presentata, 
mentre il Blaserna riporta le idee del prof. Carlo De Stefani, il 
quale disse: « Piuttosto che cercare cause difficili, é logico attribuire 
il disastro aWsi causa stessa della vulcanicità » (pag. 3), nella suc- 
cessiva pag. 117 della relazione del prof. Torquato Taramelli: 
sidU esame dei saggi di fondo nello stretto di Messina , riporta: 

') Annali dell'Ufficio centrale Meterelogico e Geodinamico Italiano. Voi. 
XIX, Serie Seconda, p. 331. 



— 35 — 

< essendo che di tale argomento intende occuparsi l'egregio col- 
lega Carlo De Stefani >.... e poi a pag. 121 si leggo : « Osservo 
che i saggi microscopici non sono peranco terminati e che sul 
risultato di questi, che però non potrà modificare di molto quanto 
si è già constatato, verrà data ulteriore relazione ». 

Ma cosa si è già constatato ce lo dice il prof. Emilio Tac- 
coni, dopo l'esame sommario dei materiali estratti cogli scan- 
dagli eseguiti dalla Regia Marina nello stretto di Messina , nel 
1» trimestre del 1909, come dal seguente periodo: « Dal rapido 
e sommario esame del materiale è emerso un fatto che credo non 
verrà modificato dal successivo studio completo, e cioè che nella 
costituzione dei depositi marini della zona esaminata non en- 
trano materiali vulcanici ». 

Chiude la sua relazione il Tacconi come segue: « Ritengo 
opportuno di avvertire nuovamente che la presente non è che 
una relazione sommaria, per cui viene presentata senza conclu- 
sioni, le quali per altro sarebbero attualmente affatto premature». 

Sembra pure a me prematura una discussione sulla presenza 
o assenza di elementi mineralogici provenienti da magma vul- 
canici, quali ad esempio il feldspato basico labradorite, ecc. e 
l'affrettata conclusione (pag. 124) dell'assenza di materiali vulca- 
nici, e la dichiarazione di non voler concludere. Sono costretto 
a richiamare 1' attenzione sulla relazione Tacconi perchè essa 
diede agio al Taramelli di predire che non potrà modificare di 
molto la constatazione fatta, ossia che il fenomeno non fu vul- 
canico ^). 

Nel mio lavoro: « 11 vulcanismo nel terremoto calabro-siculo 
del 28 dicembre 1908 » pubblicato nel voi. XXIII del nostro 

ij II prof. Taramelli, nel suo lavoro: « Sull'origine dello stretto di Mes- 
sina » pubblicato negli Atti della Società Italiana j)er il progresso delle Scienze, 
Roma 1910, a pag. 245 conclude come segue: « lo mantengo 1' opinione già 
espi'essa da valenti sismologi , che questi terremoti , pei quali lo Stoppani 
giustamente propose la categoria di perimetrici , sieno in stretta relazione 
coll'attività vulcanica attuale. Fosse pure questo un nesso assai indiretto, l'ec- 
cezionale gravità dei terremoti calabro-siculi non è dipendente dalle condi- 
zioni tectoniche più di quanto lo possa essere dai fenomeni, che si svolgono 
sotto all'Etna ed ai due vulcani delle Eolie ». 

Io che conservo la stessa fantasia vivace del 1887 (vedi Bollettino Uf- 
ficiale dell'Istruzione Pubblica del 1891, pag. 185) dico al prof. Taramelli che 
se il 28 dicembre 1908 non si fosse verificata una eruzione sottomarina nello 
Stretto di Messina, non si sarebbe avuto il maremoto, poiché questo fenomeno, 
come l'altro del terremoto o sismico, è l'efietto della stessa causa che non 
può essere che il vulcanismo. 



— 36 — 

BoUeUino, cercai di dimostrare che la causa doli' immane disa- 
stro doveva cercarsi noi vulcanismo, né oggi sono di differente 
opinione, tanto più che i principali fenomeni che precedono, ac- 
compagnano e seguono i fenomeni vulcanici, come, più di ogni 
altra cosa il riscaldamento dell'acqua sui versanti calabro-siculi, 
tanto contrastato, fu constatato dal dottor Stilo di Gallico e dal 
prof. Mazzarelli dell'Università di Messina ^). 

Ho atteso invano di leggere nella Relazione della Reale Com. 
qualche cosa sulle importanti osservazioni geologiche fatte dagli 
ingegneri Brunelli e Iona nella rimessa dei cavi nello stretto dopo 
il terremoto del 28 dicembre, tanto più che a me fu negato di 
leggere la relazione che essi presentarono al Ministro delle Poste 
e Telegrafi, come pure di avere un campione del materiale che 
causò le bruciacchiature ai cavi nello stretto. 

L'inesplicabile silenzio non può avere altro significato S9 
non quello di voler ancora nascondere la causa che ha provo- 
cato tanti dolori e tanti danni alle derelitte contrade Calabro- 
Siculo. Cosi i vulcanologi e i tectonici che aspettavano i risultati 
delle analisi per sentirsi più forti nell'arcione della teoria accet- 
tata, son rimasti delusi: pure i profani e gli studiosi della difficile 
quanto trascurata materia aspettano fiduciosi la parola della 
scienza. 

Se ciò non avverrà, e non ne so comprendere la ragione, 
resterà per tutti quanto si legge neW Elettricista (Anno XVIII, 
S. II, voi. Vili, n. 4, Roma 15 febbraio 1909, p. 63) : « I guasti 
prodotti dal terremoto e dal maremoto sui cavi telefonici e tele- 
grafici dello stretto di Messina furono riparati, ed alcuni dovet- 
tero essere anche rimessi del tutto nuovi ». 

« I cavi tra il continente e l'isola sono sette. Tutti subirono 
gravi danni e tutti poterono essere riparati, meno uno, quello 
collocato nella parte più orientale dello stretto, verso capo Gal- 
lico, che dovette essere abbandonato ». 

« Il mare nello stretto ha una profondità media di 500 me- 
tri. Durante il cataclisma, il fondo del mare subì tali variazioni 
che il cavo rimase profondamente coperto sotto le arene ; tutto 
le potenti macchine della nave che procedeva ai lavori di ripa- 
razione non furono capaci di liberare e tirar fuori il cavo stesso, 
che fu cosi abbandonato ». 



^) G. Mercaxu.— Contributo allo studio del terremoto Calabro-Messinese 
1909. 



- 37 - 

« Fa notato, che i cavi estratti per le riparazioni e le sosti- 
tuzioni, presentavano tracce di bruciacchiature, ciò che farebbe 
pensare ad esplosioni di vulcani sottomarini; cosi pure durante 
la campagna furono raccolte altre interessanti osservazioni di 
carattere geologico. 

« I lavori erano diretti dall' ing. Brunelli, per lo Stato, e 
per la ditta Pirelli, dall' ing. Iona ». 

Ora una Reale Commissione che: « Si domanda quali muta- 
menti siano avvenuti nella conformazione geologica di quelle 
disgraziate provincie » e nella sua relazione non accenna nem- 
meno a quanto riferirono gl'ingg. Brunelli e Iona, lascia una 
grande lacuna, cosa che potrebbe rappresentare un grande sottin- 
teso scientifico o una grande generosità. Importante si è, e per 
la scienza e pel vero, che il Gro verno, liberato della Reale Com- 
missione, ha il dovere di rendere di ragione pubblica quella parte 
della relazione Brunelli-Iona, che può riguardare la scienza, e di 
fare analizzare chimicamente e petrografìcamente le sostanze che 
provocarono le bruciacchiature sui cavi dello stretto, e pubbli- 
care i risultati. 

Terremoto Calabro- Si culo del 1783. 

Scrisse Sarconi (a pagina 343) : « Ciò che universalmente 
però sentimmo riferire, si fu che l'acqua de' fonti in molte parti 
o si perdette del tutto, o rimase nel suo corso per qualche tempo 
intercettata. Per ciò, che poi si appartiene alle innovazioni del 
colore, del sapore, e dell'odore nelle medesime, è fuori di con- 
tesa che vi furono delle sensibili e lunghe alterazioni , e ciò in 
quasi tutte le acque, non escluse le stesse termali, e le minerali 
fredde ». 

Sarconi, convinto nettunista, come Taramelli ed altri, sempre 
che riusci trascurò di descrivere tutti i fenomeni vulcanici, e ad 
un certo punto per tenersi stretto alle idee assimilate nella scuola, 
non mancò di fare una guerra spietata alla ragione ed al senso, 
e piuttosto che smentire i suoi maestri, chiuse gli occhi per non 
vedere. 

Griordano Bruno fu felicissimo nella sua invettiva contro 
quelli che s'impancano a dottori, non perchè pensino col loro 
capo, ma perchè sanno a menadito ciò che pensavano gli altri, 
e ciò solo riconoscono vero che dal consenso del volgo è san- 
cito : vox popiili^ vox Dei, e li bollò come « servile pecorume, che 



— as- 
so tentasse di mettersi per nuove v'w, fallintlibo la meta ». (De 
immenso et Immutabili., HI, I). 

Ecco come si espresse il Sarconi a pag. 150: « In mezzo a 
tanti monumenti di materiali, non favorevoli alla fisica incendiaria, 
farà sorpresa il sentire che noi rinvenimmo tra' rottami della 

creta concava una 'pomice bella, e tutta intera ». Si domanda: 

fu mai questa pomice una produzione di fuoco, coeva alla na- 
scita, o al deposito de' testacei? Se fu tale, qual mano amica 
difese i testacei, e produsse la pomice? Fu mai la produzione 
della pomice posteriore al deposito de' testacei? Se ciò si pre- 
tendesse, saremmo sempre nella stessa difficoltà, che nasce dal 
vedere la totale integrità dei testacei, sui quali non appare 
orma anche minima di forza di fuoco. Potrà temersi che il Wood- 
vard e il Vallerio siensi ingannati nel credere che questi pori 
sieno una costante generazione di fuoco sotterraneo? Non po- 
tremo credere che in questo luogo fosse avvenuto, in remotis- 
simo tempo, ciò, che sì spesso avviene altrove, cioè che le po- 
mici tuttoché producansi, come si crede da naturalisti, nel fondo 
del mare da fuochi sotterranei, pure giunte che esse sieno alla 
superficie del mare stesso, errano lunghesso vagabonde, e com- 
pariscono in sito lontanissimo dal loro luogo d'origine, quivi de- 
poste, e gettate dalla forza dei venti e delle onde ? » 

« Noi non osiamo di decider nulla. Siamo semplici e fedeli 
relatori di ciò che abbiamo co' propri occhi osservato. Lasciamo 
a più coraggiosi ingegni il diritto di fare gl'interpreti della 

natura ». 

Gioacchino Pittar© di Borgia medico fisico scrisse « che dopo 
il terremoto del 28 marzo 1783 immediatamente si vide nell'aria, 
non molto lontana dalla superficie, una nuvola oscura, e densa, 
come si bruciassero all'intorno grandi foreste; durò questa qual- 
che tempo. In secondo luogo bisogna notare che la mina del 
tremoto del 28 par eh' abbia cominciato da ponente a levante, 
non o-ià da libeccio a mezzogiorno, come l'antecedente. L'accen- 
sione par che siasi fatta sopra le Montagne di Girifalco, e pro- 
priamente al Monte Covello, alla di cui falda v'è una fontana 
d'acqua minerale ». 

Non pochi cittadini degni di fede asserirono che a Rosarno 
uscirono dal suolo acque fangose scottanti ; che a Palmi vi fu- 
rono esalazioni infuocate; che nel maremoto di Scilla alcuni dei 
naufraghi trovarono le acque scottanti e taluno perfino ne riportò 
bruciature; furono raccolte scorie galleggianti in mare, talché 



— 39 — 

qualcuno suppose vi fosse stata una eruzione sottomarina fra 
Stromboli e la Piana di Calabria. 

Nel torrente Marro, presso Palmi, vi sono due sorgenti sol- 
forose a meno di un chilometro l'una dall'altra. 

Secondo l' ing. Cortese il dicco basaltico di Malopasso (Palmi) 
si approssima alle rocce analoghe dell'isola Lipari. 

Vivenzio riferì che alla marina di Bivona e di Pizzo nel 1783 
il mare era tranquillo in vicinanza del lido, ma in lontananza 
invece si mostrava « in un fervore e bollimento insolito, benché 
senza alcun vento » talché alcuni pescatori furono costretti di 
far ritorno a terra. Avvenne presso Capo Rizzuto nella costa 
dell' E. un maremoto accompagnato da inondazione delle adiacenti 
spiagge. A Cutro, per la scossa del 6 febbraio, il mare retrocesse 
dal lido. A Scilla si vedea il mare, dopo il terribile maremoto, 
ad ogni quarto d'ora invadere la terra e poscia ritirarsi, e ciò 
nello spazio di 3 miglia circa. Cosi le scosse di terremoto a Mes- 
sina, secondo Gallo, dalle 19 ore del 5 febbraio fino a mezza- 
notte si ripeterono a meno di un quarto d'ora di distanza l'una 
dall'altra. All'altezza di Capo Vaticano, dopo pochi minuti dalla 
scossa, alcuni naviganti scorsero che le onde formavano due 
grandi cavalloni. 

Il dottore Pignatari scrisse che dopo la scossa a Roccella 
sul Jonio ed a Nicotera il mare si ritirò per inondare poi la costa 
per due o tre volte. 

Corrao riferi che una nave greca che si trovava presso Li- 
pari, durante la scossa del 7 febbraio e il maremoto, risenti la 
impressione di un urto terribile, come se avesse toccato fondo, 
senza però ricevere danno alcuno. 

G-rimaldi scrisse che durante le scosse del 6, 6 febbraio il 
mare all'imboccatura del canale di Messina tra la punta di Scilla 
e quella del Faro in un subito si gonfiò notabilmente e con una 
violenza incredibile allagò l'uno e l'altro lido , tirando seco nel 
suo veloce ritiro quanto v'era sopra i due lidi. 

A pag. 46 si legge che « Stromboli dopo il terremoto del 
5 febbraio 1783 vomitò anche più del solito delle fiamme e si 
sentivano in Calabria muggiti del Monte ». 

Che : « in Messina si osservò un fenomeno notabile : prima 
della scossa delle ore 23 del giorno 8 febbraio, si vide nel canale 
alzare ima densa coloìina di vapori , che prese la direzione di 
Reggio >. 

Le acque minerali e sulfuree divennero più calde. 



- 40 - 

Nel Golfo di Terranova (Sicilia i duo Reali Sciahecchi furono 
investiti dall'aria scottante e puz/.oleutr , per l'acido solfidrico, 
ed assistettero ad un maremoto che durò pochi minuti. 

Riferi pure il Grimaldi che gli animali erano il sismometro 
più sicuro nelle Calabrie. 

A Tiriolo avvennero fenomeni elettrici , ma da per tutto si 
osservarono in gran numero de' fuochi fatui nell' aria. 

A Precacore : « da profonde fenditure usciva come un fu- 
maiuolo dal quale di tratto in tratto uscivano densi vapori », (Vi- 
venzio pag. 2'29). 

Stoppani (voi. 1, pag. 467) riferisce che : « Mofette, eruzioni 
di fango , fumo denso , fiamme accompagnarono i terremoti di 
Messina nel 1783 ». 

Riassumendo, nel 1783, dopo il terremoto del 5-6 febbraio, 
ve ne fu un secondo il giorno 7, ed un terzo il 28 marzo. Le 
scosse furono sussultorie, sempre precedute da rombi più o meno 
assordanti ; in alcune contrade durante il terremoto il suolo on- 
deggiava a sussulti, lanciando a considerevoli distanze colline o 
caseggiati , spesso le sabbie pei continui sussulti si muovevano 
in modo da sembrare un liquido bollente ; si sfasciavano monti; 
sparivano fiumi ; si formavano laghi , mentre spaventevoli deto- 
nazioni si udivano sotterra. 

Vi furono nelle Calabrie enormi scoscendimenti, frane, scor- 
rimenti, slittamenti , fratture nel terreno in tutti i sensi , più o 
meno profonde, eruzioni di fango, emissioni di vapori e di fiamme, 
riscaldamento delle acque, ecc. fenomeni, che hanno lasciato tracce 
ancora visibili in molte contrade Calabresi. 

Nella relazione sul terremoto del 1894 in Calabria il pro- 
fessore Ricco a pag. 249, nel riassumere le analogie e le differenze 
fra il terremoto del 1783 e quello del 1894 , ha scritto quanto 
segue : 

« Eruzioni vulcaniche corrispondenti al terremoto non ve ne 
furono, né nel 1783, né nel 1894 ». 

« Le sorgenti termali e minerali non fecero alcun mutamento 
in corrispondenza ai terremoti del 1783 e del 1894 ». 

« Agitazioni e maremoto probabilmente prodotto da frana nel 
1783; semplice ondeggiamento del mare nel 1894, senza varia- 
zione permanente e notevole di livello ». 

A pag. 103 si legge : « Si dice che nella vicinanza delle 
fratture ed in prossimità dell'acqua del lago di Ganzirri si apri 
un foro da cui emanava vapor acqueo ». 



— 41 — 

« Nel primo tempo da queste fratture esalava odore d'uova 
fracide (acido solfidrico) e da alcune di esse usciva melma fetente 
e fumante ». 

« Si dice elle anche nel 1783 il Pantano Grande (Lago di 
Ganzirri) ebbe le sue rive fessurate ». 

A p. 105 : « Il piroscafo proveniente da Lipari, imboccando 
lo stretto neir istante della grande scossa provò un fortissimo 
sussulto : al momento si credette di aver dato in una secca, ma 
poi avendo visto contemporaneamente spegnersi la luce del Faro, 
si comprese trattarsi di terremoto ». 

A pag. 103 : « In un' altra casetta , presso Faro, è caduto il 
balcone, indicando movimento sussultorio ». 

A p. 106 : « A Milazzo la scossa delle ore 18,52 (1904) fu 

fortissima , sussultoria ed ondulatoria E. W Precedeva un, 

urlo gridio, poi si sentivano dei colpi sordi Quattro o cinque 

giorni dopo il terremoto, vi fu movimento del mare, che si alzò 
di circa un metro, arrivando fino all'altezza della banchina ». 

Da quanto ho fedelmente riportato, risulta che i governi in 
Italia, di tutti i tempi, hanno fatto coscienziosamente il loro do- 
vere, poiché Ferdinando IV si rivolse , pel terremoto del 1783 
alla Reale Accademia di Scienze, da lui fondata, perchè offris- 
sero gli umilissimi vassalli^ che la componevano, « ima prova non 
equivoca di sua non inutile esistenza all' Europa spettatrice », e 
la relazione principia col seguente periodo delle epistole del Pe- 
trarca : « Haec ego non legi, non audivi, sed oculis meis vidi ». 

E gli accademici napoletani, lasciarono a più coraggiosi in- 
gegni il diritto di fare gli interessi della natura ». 

Nel 1894 il Governo del tempo si rivolse a noti naturalisti 
perchè studiassero e riferissero sul terremoto Calabro-Siculo di 
quell'anno, ed il prof. Annibale Ricco a 116 anni di distanza 
raccomandò di fare altre ricerche, e fino a togliere ogni dubbio 
in proposito » (pag, 136).. 

Dalla relazione sul terremoto del 1908 presentata dalla Reale 
Commissione, i cui componenti sono i più eminenti scienziati ita- 
liani , si apprende che essi con elevato senso patriottico si mi- 
sero a disposizione del Governo per lo studio dell' immane di- 
sastro, e si rileva pure un'aperta contraddizione tra il prof. Carlo 
Di Stefano , il quale disse il 3 gennaio 1909 : « Piuttosto che 
cercare cause difficili , è logico attribuire il disastro alla causa 
stessa della vulcanicità ». ed il Prof. Torquato Taramelli che 
esclude la presenza di materiali vulcanici nello stretto (p. 121 e 124). 



— 42 — 

Ve (li [)iù, clic una [)l(!Ìa,(lc «li l)ciionioriti geologi italiani 
ammiso la coc.vità dello rocue cristallino Calabro-.Sicule o per con- 
seguenza puro di quelle del fondo dello stretto di Messina. In- 
fatti, successivamente io misi in evidenza la identità della loro 
composizione chimica. Intanto il prof. Taramelli ha scritto nella 
sua relazione (pag. 97) come segue : « Come non riesco a capire, 
senza ammettere almeno un periodo di emersione alla fine del 
pliocene o del Siciliano , come sia stato abraso il pliocene del 
fondo dello stretto, clic si siqjpone costituito da roccia cristallina » ^). 
Mentre il prof. Carlo De Stefani disse nella tornata del 3 gen- 
naio dell'Accademia dei Lincei, che : « L'urto meccanico, origine 
delle vibrazioni sismiche, ha avuto sede a poca profondità, in 
quelle rocce antichissime, che formavano appunto i Monti Pelo- 
ritani e 1' Aspromonte , e che formano anche il sottosuolo im- 
mediato delle Lipari » (p. 4). 

Emerge da quanto ho riportato che il prof. De Stefani di- 
chiara di essere convinto che la roccia sotto lo stretto è cristal- 
lina, mentre il prof. Taramelli asserisce che si siijìpone, quindi 
non lo sa e non 1' ammette , e pertanto ci troviamo allo statu 
quo ante. 

Infatti, la Reale Commissione , prima di rassegnare il suo 
mandato al Governo , ha formulato una serie di proposte , per 
un secondo periodo di studi, che a suo modo di vedere, « sono un 
indispensabile complemento dei lavori già eseguiti » (p. 84) Quindi... 
ai posteri 1' ardua sentenza ! 

Tutte le incertezze enumerate devono indubbiamente avere 
incoraggiato gli scienziati stranieri a considerare le Calabrie 
fuori tutte le leggi scientifiche, a segno da sentirsi autorizzato 
il Suess a ritenere quelle contrade, come per altre avevano 
fatto il Dana e l'Heim, come soggette a fenomeni di assestamento 
che elevare a scienza il tectonismo, che in quelle contrade non 
da che vedere. 

Recentemente il dottor Hobbs, che si è occupato del terre- 
moto 8 Settembre 1905 delle Calabrie, non tenne alcun conto 
dell'insieme dei fenomeni, ed in ciò imitò ì\ Suess che visitò le 
Calabrie dopo il terremoto del 1870. Fatto si è che il Suess 
enunciò la sua nota teoria, ed oggi Hobbs per ottenere nuovi 
lumi nello studio della struttura della crosta terrestre, ha rivolto 



') Le quantità di silice riscontrate nelle rocce di: Messina 74,09 "/q; Aspro- 
monte 73,71; Lipari 74,10; Vulcano 74,52; Stretto 74,22 o/o; sono cifre che di- 
struggono tutte le supposizioni. 



— 43 — 

la sua attenzione sull'Italia meridionale. Asserisce Hobbs che la 
Calabria non è solo una regione di rocce cristalline, gettato in 
complesse ripiegature, ma ha chiaramente mostrato di essere in- 
tersecata da un gran numero di strati rotti. 

Questa sua asserzione, per chi ha letto la relazione Sarconi 
e la pubblicazione del Vivenzio, non produce alcuna impressione, 
poiché fin dal 1783 furono pubblicate delle tavole separate e 
riassuntive de' 215 laghi prodotti da' terremoti di quell'anno 
pubblicazioni e piante che misero in piena evidenza , non solo 
le fratture in tutti i sensi, ma pure che furono le scosse sus- 
sultorie che sovvertirono completamente il suolo ed il corso 
delle acque. Parimenti mi sorprende, come oltre i fenomeni, che 
riassumerò, verificatisi nei terremoti del 1870 e del 1905 , non 
si tenne nessun conto delle profonde fenditure di Precacore, e 
di Rosarno, dalle quali venne eruttato fango fumante, vapore 
acqueo ed acido solfidrico, specialmente dal Hobbs che studiò 
le linee o fratture vulcano-tettoniche dell'Italia, e dei fenomeni 
vulcanici sottomarini, studii che interpretati senza idee precon- 
cette gli avrebbero dovuto servire di grande ammaestramento. 
Poiché lo stesso Hobbs nella zona studiata in quella occasione: 
« include la Calabria, la Sicilia a Nord dell'Etna e ad Est di 
Naso e le isole Lipari, le quali regioni possono considerarsi come 
un'unica zona sismotettonica ». 

Fa il Dottor Hobbs molti sforzi per dimostrare: « la falsità 
della concezione del centro-teoria che non nacque da dati spe- 
rimentali, ma dalla preconcezione una volta generalmente seguita 
che i terremoti fossero intimamente dipendenti da forze vulcaniche ». 

Qui occorre dissipare subito un equivoco in cui è caduto 
Hobbs, nel senso che il Mallet nella pubblicazione sul terremoto 
napoletano del 1857, si espresse come segue: « l' intera dimen- 
sione orizzontale della cavità focale (il centro di Hobbs) era circa 
nove miglia geografiche » ^). 

In quanto alle fratture, che Hobbs chiama linee sismotetto- 
niche^ l'A. scrive che: « Le scosse sono talora cosi distruttive che 
è difficile determinare le linee di massima intensità; quindi ogni 
tentativo d'indicarle, unendo le località danneggiate, é malsicuro. 
Per fortuna non si riscontrano le stesse difficoltà nello studio 
delle scosse minori, le quali sono sensibili solo nei paesi di ele- 
vata sismicità ». 



^) R. Mallet, Great napoletan eartheqiiake of 1857, vols. II. p, 303-306. 
London, 1862. 



_ 44 — 

« 11 significato tettonico di certo lineo venendo così stabilito, 
è naturalo ritenere che se esse sono il luogo di gravi danni al- 
l'epoca di un macrosismo, un movimento è avvenuto su di esse ». 

Io credo che a questo punto Hobbs avrebbe dovuto almeno 
accennare quali sono le nuove energie che rendono il tettonismo 
r assestamento siissultorio, capace di lanciare massi a distanza, 
provocare eruzioni di sabbia, d'acqua, ecc. 

De Montessus de Ballore scrisse a Hobbs da Abbeville il 
29 Maggio 1906 che i grandi terremoti arrecano danni lungo 
certe linee stabilite nella regione, nella zona sconvolta. « Sono 
esse delle linee epifocali di Harboe, per cosi dire, materializzate 
alla superfìcie e direttamente viste in movimento senza l'inter- 
mediario dell'osservazione delicata di un elemento necessario, il 
tempo ». 

« Ora queste linee di distruzione esclusive, sempre le stesse 
pei diversi terremoti d'una stessa contrada, corrispondono volta 
per volta alle dislocazioni e alle linee strutturali della topografia 
e della geologia della regione devastata. Tal'è, asserisce de Ballore, 
il risultato concreto del lavoro di Hobbs sui terremoti delle Ca- 
labrie e della Sicilia orientale ». 

Mentre nel Rendiconto della Classe di Scienze fisiche, ma- 
tematiche e naturali della Reale Accademia dei Lincei, per la 
seduta del 3 gennaio 1909, tra le altre cose riferite dal Socio 
Carlo De Stefani, si legge: « Probabilmente, l'attento studio fisico 
delle vibrazioni sismiche porterà a meglio determinare le cause, 
poiché certamente la natura delle medesime è diversa secondo 
che derivano dallo sprofondamento di una vòlta, causa da esclu- 
dersi per ragioni profonde, o da spaccature più o meno lunghe, 
dipendenti da un ipotetico, cosi detto, assestamento ». 

Se i signori sostenitori del tettonismo nella Calabria, invece 
di propalare e sostenere l'assurdo, si fossero degnati di fare due 
sezioni E. e S. N dell'estremità Calabra, si sarebbero convinti 
che suir imbuto rovesciato o cono col vertice nelle profondità 
dello stretto, dove le rocce cristalline diedero asilo ai depositi 
terziari e quaternari, i buoni Calabresi edificarono città e paesi, 
quindi i voluti strati non possono essere rappresentati che dalle 
formazioni or ora citate, poggianti sopra un massiccio cristallino 
sia pure fenduto in tutti i sensi. 

Ciò esclude nel modo più assoluto che nelle tormentate terre 
Calabro-Sicule smottate in tutti i tempi dal vulcanismo , abbia 
avuto e abbia mai a che vedere il tettonismo. Poiché tutte le 
volte che il magma in quelle contrade urta la roccia cristallina 



- 45 — 

subaquea o subaerea le formazioni che vi sono sopr'essa adagiate, 
balleranno una ridda più o mena disastrosa, essendo essa subor- 
dinata alla intensità della scossa od alle esplosioni. 

Il De Ballore ha scritto: 

« On acceptera dono sans difficulté l'exactitude de la conclu- 
sion du geologue américan, a savoir que les tremblements de 
terre résultent des effortes de réajustement des blocs de la mar- 
quetrie terrestre qui tendent à reprendre leur état d'équilibre 
rompu per le jeu des forces géologiques. C'est en petit pour un 
pays partioulier ce qui se réalise au sein des grandes zones à 
remblements de terre, ou géosynclinaux , pour l'ensemble de la 
surface terrestre, et M. Hobbs a eu le mèrito de concrétiser par 
la pure observation ces voies nouvelles de la séismologie géolo- 
gique > (p. 297.). Pertanto bisogna tenere presente che il prof. 
Eduardo Suess scrisse egli pure al dottore W, E. Hobbs nel 
Marzo 1906: « che appunto perchè non v'è ancora accordo su 
tutte le concernenti questioni, acquista valore il giudizio di un 
uomo spregiudicato ». Ma ciò non vuol dire accettazione. Il De 
Ballore chiude la sua lunga lettera come segue: « In Calabria, 
Hobbs non ha fatto che interrogare i fatti; è il più bello elogio 
che si possa fare del suo studio di tettonica sismica: les théories 
passent, les observations restent ». 

Ammesso pure che le teorie sfumano e le osservazioni re- 
stano, ma qui è il caso di chiedere al de Ballore quali sono le 
osservazioni originali che ha fatto Hobbs ? Forse quelle di aver 
tirato tante linee sopra la prima carta geografica che gli è ca- 
pitata sotto mano, da non potersi leggere più neanche i nomi 
delle città e paesi, che popolano le nostre belle e generose terre? 
Oppure l'altra del de Ballore stesso che per indicare gli epicentri 
Calabro-Siculi ha ridotto la carta geografica di quelle contrade 
in una carta bibula ? 

De Ballore, sempre a proposito di Hobbs (p. 295) soggiunge: 
« Maintenant cette ètape (della nozione dell'epicentro) est fran- 
chie et pour l'étude particuliére d'un tremblement de terre il ne 
s'agirà plus, dans la plupart des cas, du mouvement en un point 
d'un accident géologique, ni méme d'un compartiment tout entier 
et par contrecoup de ses voisins, nouvelle conception dont M. 
Hobbs, ainsi qu'on va le voir plus loin, est un un des révelateurs ». 



— 46 — 

Terremoto Calabro - Siculo del 28 dicembre 1908. 

Nella mia modesta relazione sull'imuiane disastro, pubblicata 
nel voi. XXIII, pag. 119, degli atti della nostra Società, anno 
1909, riassumo così i fenomeni : 

e Sbuffi di gas e sollevamento di masse d'acqua, mescolato 
a sostanze gassose nello stretto di Messina, qualche giorno prima 
doirorrenda notte; la luce abbagliante ^) che si vide da Patti, Ri- 
posto , Messina, Reggio Calabria, ecc. ; i rombi assordanti che 
precedevano le scosse, oppure si sentivano senza che si avvertis- 
sero terremoti; alle 5.20 ^), nell' ora fatale, le scosse precedute da 
boati, avvertite dai piroscafi che passavano in quell'ora nello 
stretto e dalle imbarcazioni che si trovavano nei porti di Mes- 
sina e di Reggio; il maremoto; 1' acqua calda ^) lanciata sulla 
spiaggia di Pellaro ^qualche superstite trascinato a mare trovava 
l'acqua più calda quando il movimento delle acque lo portava 
in fondo); l'acqua calda, che investi i soldati d'artiglieria tra le 
macerie del quartiere San Salvatore nella cittadella di Messina, 

1) Lacroix.— La Montagne Pelée et ses éruptions. Paris 1894. « Au milieu 
de ce chaos de vapeurs, je vis d'innombrables étincelles électriques 

2) Il dottor Eizzo nella relazione Blaserna sostiene alle 5h 20"! 27s. Ciò 
non può essere, perchè pure l'ora registrata a Casamicciola 5, 21, 15 va d'ac- 
cordo con quella di Valle di Pompei registrata a oh , 21ni , 14s. 

3) Prof. G. Mercalli. — Contributo allo studio del terremoto Calabro-Mes- 
sinese del 28 Dicembre 1908. Napoli, 1909. A pag. 5 si legge: Il prof. Motta- 
reale dice: « Usciti all' aperto, egli e la sua signora, osservarono in cielo punti 
scintillanti perfettamente simili a stelle cadenti ». A pag. 7. A Bagnara il 
fattore dei signori Lupini: « vide come un cerchio di fuoco nell'aria ». 

A Messina il figlio del prof. Mazzarelli « vide una luce in cielo che gli 
parve una colonna di fuoco rossastro che venisse da SW. Anche le prime due 
tre repliche furono immediatamente precedute da luce rossastra ». 

Anche altre persone di Messina dissero al prof. Mercalli di avere visto 
luce al momento della grande scossa. A Bova, la signora Pugliatti aiferma di 
avere visto come un bagliore durante la scossa. Il prof. B, Occhiuto assistente 
all'Osservatorio di Melito riferisce che « due persone, una di Sinopoli inf. e 
l'altra di Sinopoli sup., osservarono pure una specie di nube di fuoco in cielo 
immediatamente prima del terremoto ». 

A pag. 9 conclude Mercalli: « I fenomeni luminosi (il « lampo sismico ») 
non mancarono, ma furono molto meno sensibili che nell'S settembre 1905)». 
Questo fenomeno si ripete spesso in altre contrade del mondo; per non abu- 
sare in citiizioni riporto il seguente telegramma: Brest. (22 Marzo 1910) « La 
notte .scorsa una scossa violenta accompagnata da forti rumori è stata avver- 
tita nella penisola Grozon. Si crede che si tratti di un terremoto. Questo fe- 
nomeno è stato preceduto da una forte luce bluastra che illuminò il cielo ». 

A proposito dell'acqua calda il prof. Mercalli riporta a pag. 41 e 42: 



I 



— 47 — 

di Reggio dintorni ^); l'acqua del maro dopo le ore otto, nel 
porto di Messina ancora tiepida; la trave di fuoco, ossia una stri- 
scia di luce repentina, apparsa nel cielo al momento dello stre- 
pitoso rombo avvertito nel mare alle 5'^ 20"^ del 28 dicembre; le 
bruciacchiature osservate nei cavi telegrafici e telefonici dello 
stretto di Messina; la moria dei pesci gettati sulle spiagge ca- 
labro-sicule ». 

La terribile scossa sussultoria registrata dal Tremometrografo 
Omeri dell' Osservatorio di Valle di Pompei a 5^^ 21"" 14^ indica che 
la velocità di propagazione in metri e per secondo è = 4047. 

Questo fenomeno della velocità non può essere impresso 
alle rocce che dal vulcanismo, come riferirò presto in altra mia 
comunicazione; quindi il tettonismo nelle Calabrie non ha niente 
che vedere. Come pure il terremoto Calabro-Siculo del 28 di- 
cembre, ha messo nella più lampante evidenza che in quelle 
contrade non vi sono formazioni geologiche o zone immuni; tutto 
fu rotto, sconquassato in tutti i sensi; come nou vi furono costru- 
zioni che resistettero al terribile urto sussultorio, alle fortissime 
esplosioni. 

La Reale Accademia dei Lincei, nella seduta del 3 gennaio 
1909 fu di unanime parere che non si possa pensare a ricostruire 
le due città perdute, se non si esaminano prima una serie di que- 
stioni preliminari. Ed il Ministro d'Agricoltura il 22 genuaio, alla 
riunione plenaria della Reale Commissione, tra le altre cose disse. 
« I pubblici poteri soprattutto hanno sentito il dovere di pre- 
scrivere mezzi e regole tutelari per la difesa del domani, nelle 
regioni sismiche della più grande attività, nei punti dove sono 
perenni i focolari di scuotimento della debole crosta terrestre «. 

« Non si è arrivati finora, è vero, nel labirinto delle teorie 
sulle cause del fenomeno sovvertitore, a uno studio sistematico, 
che valga a fissarne la vera e propria natura, a distinguerne, come 
si fa per i temporali, i segni precursori. Ma le ricerche intorno 

« Dal dott. Stilo di Gallico iuf. seppi che una sorgente esistente nella parte 
nord del paese, a circa cento metri dalla spiaggia, aumentò notevolmente e 
si fece un poco più calda, dopo il terremoto; e si mantiene ancora attual- 
mente (luglio 1909) più abbondante, sebbene abbia ripreso la sua temperatura 
normale ». 

^) Il Prof. Mazzarelli dell'Università di Messina m'informa che il 28 di- 
cembre, 4 o 5 ore dopo il terremoto, a Ganzirri, in terreno paludoso, vicino 
al lagiietto omonimo furono viste uscire con forza dal suolo masse d'acqua 
caldissima con fango e pomici. Poi per molto tempo continuarono getti di 
acqua fangosa simili a salse ». 



— 48 — 

ulhi disliil)uziono dolio aree sismicho hanno condotto alla com- 
pilaziono di ottimo carte, e permettono di conoscerò o di preci- 
sare dove si manifesti più frequente il fenomeno devastatore. Ed 
è ugualmonto approfondito il problema dell'edilizia sismica, in 
relaziono alle condizioni del suolo tormentato da secolari commo- 
vimenti tellurici ». 

« Queste ricerche furono compiute con mirabile cura dalla 
Commissiono incaricata di studiare il disastroso terremoto del 
1894. I risultati di essi voi potrete esaminare nello pregevoli re- 
lazioni sismologica, tecnica, geologica e storica, raccolte nel vo- 
lume stampato a cura dell'ufficio Meteorologico ». 

Questa relazione a cui allude il Ministro venne clandestina- 
mente pubblicata dopo quindici anni e dopo la pubblicazione di 
W. E. Hobbs: The geotectonic aspects of Calabria ^) e contenente 
alcune carte, delle quali sono importanti pei tettonici quelle in- 
dicate col n.o 3 < Seismotectonic map of Calabria » e col n.» VI: 
« Map of arcthquake epicenters in Calabria and N. E. Sicily by 
count De Montessus de Ballore. Aprii. 1906 ». 

Pertanto credo sia utile dichiarare che nelle Calabrie manca 
solo la marqueterie come secondo de Ballore: « en un mot d'une 
des pièces de la marqueterie terrestre suivant l' heureuse oxpres- 
sion de de Lapparent » e credo di aver dimostrato nella mia re- 
lazione dello scorso anno, nella quale scrissi, e può leggersi a 
pag. 100: « che sotto lo stretto di Messina non vi sono stratifi- 
cazioni da rassettare, né credo che dopo 26 secoli (da Pitagora 
ai tempi nostri), tanto per dare una indicazione, aspettino ancora 
per rassettarsi i terreni del cenozoico superiore, miocene e pho- 
cene, e del neozoico (quaternario e recente), che si depositarono 
sulle pendici dei Peloritani e d'Aspromonte che guardano lo 
stretto ». 

Perciò non vi sono marqueteries, uè vi saranno mai sprofon- 
damenti. 

Relazione tra il vulcanismo ed il sismismo. 

Aristotele pensava: « che i vulcani sono, in certo regioni 
e in certe circostanze valvole di sicurezza contro i terremoti » 
poiché il filosofo di Stagira credeva « che la terra contenesse 
nelle viscere sorgenti di spirito e di fuoco agli occhi umani 
ascose, le quali hanno molti spiragli emissari del vapore e del 

1) Beitrage zur Geophysik. VJII Band. 2. Heft. p. 293 Leipzig 1907. 



— 49 — 

fuoco, onde Lipari, l'Etna e le Eolio vomitarono ferree zolle in- 
fiammate ». 

Scrissero Humboldt, Scrope, Stoppani ed altri a questo pro- 
posito che la dipendenza sta sempre per rapporto alla causa ; 
l' indipendenza per rapporto alla contemporaneità. In ogni caso 
i terremoti precedono le eruzioni vulcaniclie, come l'effetto più 
immediato precede l'effetto meno immediato; ma il tempo che 
corre può essere lungo e può essere brevissimo, in modo che un 
effetto tenga dietro all'altro immediatamente. Gli esempi che si 
citano, per mostrare la vicendevole dipendenza tra i terremoti 
perimetrici e le eruzioni vulcaniche, non sono appunto che altret- 
tanti casi in cui il secondo effetto tenne dietro immediatamente 
al primo. 

In alcuni degli esempi si rileva un intervallo di tempo fra 
il terremoto e l'eruzione e sempre nel senso che questa è prece- 
duta da quello. In altri non si notano intervalli di tempo; ma 
può ritenersi che si tratti di un intervallo breve o quasi imper- 
cettibile. 

I vulcani furono già considerati da Aristotele, da Stoppani 
ed altri, come valvole di sicurezza; ed i fatti lo provano, poiché 
per essi trova sfogo quell'indomito magma che freme nelle viscere 
della terra, e tutta la porrebbe a soqquadro, quando non trovasse 
per qualche parte un'uscita. Mallet considerava un terremoto in 
una regione non vulcanica come un tentativo fallito di formare 
un vulcano; ed i fatti gli hanno dato ragione. Pertanto questo 
tentativo spesso non fallisce. Può darsi che i vapori, sviluppati 
anche lontani dagli orifizii vulcanici, li trovino poi, espandendosi 
tosto lateralmente, rompendo la debole saldatura dei grandi cre- 
pacci del geoide, e producendo l'eruzione. 

Nessuno ignora che l'Etna poche settimane prima del terri- 
bile terremoto del '28 dicembre 1908 fece un tentativo di eru- 
zione, altra eruzione aborti sul nascere nel 1909,' fino a che non 
ebbe luogo la imponente eruzione di questo Marzo 1910. 

Molti esempii potrei citare , ma siccome ho limitato le mie 
ricerche a due periodi memorabili per l' Italia , pei danni e le 
vittime, cioè ai due terribili terremoti Calabro-Siculi del 1783 e 
del 1908 , cosi passo a riassumere , il più che mi sarà possibile! 
i fenomeni presentati dall'Etna, dal Vesuvio e dalle Isole Eolie, 
senza citare nessun fenomeno eruttivo accaduto in quel di Sciac- 
ca, di Siculiana, di Pantelleria, ecc. 

Se non lo stesso giorno del terremoto del 1783 , durante 
l'anno e durante i terremoti che desolarono le Calabrie dal 1783 
al 1786, il Vesuvio compi diverse eruzioni piuttosto leggere, ma 

4 



— 50 — 

r Etna iKil i7y7 diodo una formidabilo uruziono. IO erodo op- 
portuno ricordare che lo Skaptàr (Islanda) durante 1' eruzione 
del 1783 emise una quantità di lava calcolata a 600 milioni di 
metri cubi (Reclus) e che l'Asamayana (Giappone) entrò in eru- 
zione quasi contemporaneamente ai vulcani d'Islanda; emise lave 
e lapilli e seppellì 48 villaggi sotto le ceneri e lapilli, come pure 
il 27 febbraio 1783, tra il fragore di sotterraneo detonazioni av- 
veniva una eruzione di fango e di gas da una delle salse della 
penisola di Taman, in faccia a Kertsch. Sopra questo importante 
fatto e per molti altri ed il loro nesso dinamico di tutte le ma- 
nifestazioni vulcaniche fra loro, dirò presto la mia opinione in un 
lavoro: «Sul sismismo e la costituzione geofisica del nostro geoide». 

Nelle prossimità del dicco basaltico di Palmi nel 1783 vi 
furono esalazioni infuocate; il 21 gennaio 1909 giunse da Palmi 
il seguente telegramma : « Da un crepaccio della roccia in lo- 
calità Sirena , a circa 25 metri a picco sul mare, quasi a S. W. 
di Palmi , s' è sprigionato un fumo denso di gas solforoso ; questa 
località è stata visitata oggi dal giovane Borelli del Comitato 
Mantovano; furono riscontrate sulle rocce suddette forti emana- 
zioni; dal calore furono bruciati arbusti circostanti ». 

I tettonici si dettero un gran da fare per smentire 1' im- 
portante fatto, anzi per dare una spiegazione ricorsero ad una 
fantasticheria di Sainte Pierre , 1' autore di Faolo e Virginia , il 
quale considera i vulcani come vasti fuochi accesi sulle spiagge 
dell'Oceano, che dovevano purificare le acque dalle sostanze estra- 
nee che esse contengono. I vulcani, secondo lui, in principio si 
accesero per la fermentazione delle sostanze vegetali ed animali 
di cui la terra rimase coperta dopo il diluvio. Questi detriti, ac- 
cumulati alle basi delle montagne, si sarebbero accesi spontanea- 
mente in seguito alla fermentazione, in modo analogo a quello 
che verificasi spesso coi cumoli di fieno. Su per giù con le stesse 
espressioni alcuni improvvisati vulcanologi nel se -olo XX" in Italia 
hanno spiegato il fenomeno di Palmi e l'altro dell' acqua calda 
dei Ganzirri ! 

Le isole Eolie ed i terremoti Calabro - Siculi 
dal 1783 al 1908. 

Molto importante per la vulcanologia e per la sua intima 
connessione coi terremoti di quelle contrade è la constatata pre- 
senza di un dicco basaltico fatta daU'ing. Cortese ^) a Malpasso 

1) Boll. Com. Geol. d' Italia, 1885 p. 61 e 1890 p. 337-166. 



- 51 — 

(Palmi). Secondo il solerte e diligente geologo : « potrebbe essere 
anche trapp terziario e collegarsi alle rocce analoghe dell' isola 
Lipari ». 

Dagli scrittori di epoche remote come da quelli dei tempi 
nostri si apprende che le isole Eolie parteciparono sempre in 
modo violento ai terremoti Calabro-Siculi. 

Per non sconfinare mi limito a quanto mi è riuscito di rac- 
cogliere nel periodo 1783-1908, Pietro Colletta a proposito del 
terribile terremoto del 1783 scrisse : « Etna e Stromboli più del 
solito vomitarono lave e materie ». 

Uno scienziato napoletano, di cui non si fa il nome, in un 
rapporto ufficiale al re di Napoli si espresse come segue sul ter- 
remoto del 1783 : « Il 5 febbraio, giorno funesto per Messina, a 
mezzogiorno e tre quarti si ebbero le prime scosse. Il terreno 
si abbassò in più luoghi ; in altri si videro uscire dal suolo lun- 
ghe fiamme che spandevano per l'aria un forte odore di bitume. 
Il mare, sollevandosi al disopra del suo livello ordinario, superò 
il porto e si rovesciò impetuosamente contro i palazzi sommer- 
gendo una grande estensione ». 

Nella Cronaca Reggina si legge che nel 1783 al 17 febbraio 
il Mongibello eruttò gran quantità di fuoco e pietre , ed il suo 
rimbombare si sentì per molti giorni. Pure il Vesuvio si mise 
in attività verso la metà di agosto 1783. 

L' abate Ferrara scrisse che i vulcani delle Eolie presero 
molta parte ai fatali tremuoti delle Calabrie e di Messina nel 
1783. Pure Grimaldi confermò 1' attività delle isole Eolie, per 
quanto F Hamilton lo avesse messo in dubbio. 

infatti, per lo Stromboli il Ferrara affermò che il vulcano 
fu quasi sempre in straordinario travaglio ; molti giorni sembrò 
un toro infuriato che elevato sopra le onde spaventava con i 
suoi muggiti la sventurata Calabria e la vicina Sicilia. L' isola 
Vulcano lo accompagnò spesso : i suoi urli furono sempre terri- 
bili e immense le colonne di fumo e di fuoco. 

Altri scrittori concordemente asserirono che dopo il paros- 
sismo del 5 febbraio lo Stromboli aumentò i suoi fuochi , ed i 
rombi furono sentiti sui lidi di Calabria. Francesco Antonio Gri- 
maldi scrisse che : « La Piana, fu il luogo dove l'accensione sot- 
terranea produsse l'effetto più violento »; che le isole Eolie con 
Lipari e Stromboli non furono esenti da danni, e che lo Strom- 
boli dopo il terremoto del giorno 6 febbraio vomitò più del so- 
lito delle fiamme e si sentivano in Calabria i muggiti del Monte. 
Riferi pure che « in Messina si osservò un fenomeno notabile ; 



— 52 - 

prima dulia scossa si vide nel canale alzare una densa colonna 
di vapori, che prese la direzione di Reggio ». Cosi descrisse l'al- 
tro terremoto del 28 marzo 1783 : « verso l'ora una e 23 minuti 
d'Italia : un cupo rimbombo, un fragore sotterraneo precedette 
il terremoto, che fu giudicato più violento di quello del 5 feb- 
braio, tra i Golii di Squillace '} ad Oriente e Sant'Eufemia 

ad Occidente grandi fenditure con eruzioni di sabbia ed 

emissioni d'acqua con acido solfidrico: le acque solfuree e le 
acque minerali divennero più calde. La scossa fu avvertita nelle 
isole Eolie e fu più accentuata a Stromboli ». « Il Monte Etna 
vomitò anche in quei due mesi frequentemente delle fiamme ». 
(pag. 46). 

Dopo il 1783 da vulcani sottomarini e dalle fratture suba- 
quee, messe tra Stromboli e la costa tirrenica, ebbero origini ter- 
remoti di varia intensità, che investirono contemporaneamente le 
isole Eolie e le coste Calabro-Sicule. 

Jl terremoto del 1783 venne avvertito da tutti i centri abi- 
tati delle regione Etnea; fu molto forte pure a Milazzo. 

Nel terremoto di Calabria del 4 ottobre 1870, le acque dei 
ruscelli, dei pozzi e del fiume Orati crebbero di molto , e mo- 
straronsi calde e fumanti. Alcuni ruscelli perdettero il loro corso, 
altri lo raddoppiarono. Le fontane sorgive generalmente aumen- 
tarono quasi della metà, e rimasero torbide per lungo tempo. Le 
acque termo-minerali di Guardia Piemontese crebbero, sgorgando 
a guisa di torrente. Durante il terremoto le scosse e i vulcani di 
fango di S. Sisto a 12 Km. da Cosenza e di Torre del Ponte 
nella Sila Piccola, compirono una fortissima eruzione. Le scosse 
sussultorie accompagnate da rombi si avvertirono fino a tutto il 
mese di dicembre del 1870. Il Conti riferisce anche di una neb- 
bia polverosa di odor bituminoso negli istanti di maggiori con- 
vulsioni. 

Prima e dopo i terremoti del 16 novembre 1894 le isole 
Eolie non tacquero. Infatti il 16 marzo cominciò l'isola di Pan- 
telleria con una scossa sussultoria preceduta e accompagnata da 
rombi. 

Il 26 maggio si avvertirono frequenti scosse a Stromboli e 
conseguente ripresa dell' attività vulcanica dell' isola. Cosi il 29 

1) Nelle segaeiiti profondità del golfo di Squillace, trovo indicato nella 
carta idrografica del Magnaglii, roccia. Di contro a Marina Sallio alla profon- 
dità di 24 metri ; a Torre diruta a m. 4o ; di contro Bosco Suverito a circa 
m. 9,5 ed a m. 24; alla punta di Capo Rizzato a m. 1(5 ; alla punta di Capo 
Le Castella a 5 m. ecc. 



— 53 - 

luglio od il 1 e 3 agosto si ebbero scosse sensibili all' Isola Sa- 
lina, a Filicuri o Lipari. Seguirono i sisinismi dell'Etna nell'ago- 
sto, la scossa sussultoria di Mineo e poi altre nella zona Etnea. 
Sulla costa tirrenica nelle Calabrie, specialmente tra Capo del 
Pezzo e Palmi, furono avvertite spesso scosse provenienti dal mare. 

Nei terremoti cominciati il 16 novembre 1894 le isole Eolie 
non tacquero. L' isola Filicuri e quella di Alicuri durante il pe- 
riodo in cui avvennero i terremoti avvertirono spesso scosse sus- 
sultorie che danneggiarono tutti gli edilizi. A Salina e Lipari 
pure il movimento fu fortissimo ed allo Stromboli i danni furono 
di maggiore entità, e la scossa delle ore 18.50, di circa 10 se- 
condi, fu accompagnata da forte rombo. Nel corso dell' anno lo 
Stromboli fu in discreta attività e nell'agosto emise tanto vapore 
da prendere la forma di pino. Il cav. Alberti, sottoprefetto di 
Palmi, vide al mezzodì del 16 novembre che il cratere emetteva 
un triplice pennacchio di fumo. Le isole Panaria e di Vulcano 
alle ore 18.50 furono fortemente scosse dal terremoto, avverten- 
dosi in tutte le isole Eolie un forte rombo. 

Nel 1905, una diecina di giorni prima dell'otto settembre si 
era osservato un risveglio nell'attività dello Stromboli, dove la 
scossa raggiunse l'ottavo grado della scala Mercalli, con rombi, 
boati e pioggia di ceneri e di lapilli, mentre a Lipari la scossa 
fu di IV grado. Riferì un capitano marittimo che passando da- 
vanti allo Stromboli , pochi minuti prima del terremoto si udi- 
rono forti boati. Il fanale di Torre di Faro si spense dopo una 
forte scossa accompagnata da un rombo straordinario. Certo si 
è che prima e dopo il detto terremoto fu constatata 1' attività 
del Vesuvio e dello Stromboli. 

L'area epicentrale del 1905 trovasi in prossimità del mare, 
e nelle regioni in cui fu disastrosissima la scossa si rinvengono 
tracce da una parte e dall'altra del golfo di Sant'Eufemia e pure 
del Ionio. Probabilmente il magma tentò di farsi strada lungo 
la frattura che indubbiamente esiste tra le falde del Monte Poro 
(golfo di Sant'Eufemia) fino al territorio di Martirano e di Ajello, 
poiché in questi due paesi la scossa raggiunse il X^ grado ed a 
Martirano la montagna si squarciò in più punti e ne scaturirono 
dei getti di acqua bollente. 

Alcuni contadini, nella Valle del Drago, nell'uscire all'aperto, 
atterriti dai movimenti del suolo e dai boati, videro erompere 
dal suolo, in tre punti diversi, dei grandi getti di fango, i quali 
si innalzavano fino all'altezza di circa un metro e mezzo e poi 
dilagavano all'intorno. Tutto il fondo del Vallone fu coperto di 



— 54 - 

fango, ad un'altezza media di circa 60 centimetri, poscia 1' eru- 
zione diminuì di intensità e in capo a duo o tre giorni quasi 
cessò. Il fango non era altro che una marna argillosa coutenente 
le conchiglie caratteristiche del pliocene, che affiora in diversi 
punti del Vallone del Drago. In altri punti delle Calabrie dalle 
fenditure del suolo venne eruttato fango ; fu più accentuata la 
eruzione di fango presso il confine fra i territorii di Montalto 
Uflugo e di S. Vincenzo la Costa (Cosenza). Quasi tutte le sor- 
genti termali crebbero di volume e anche di temperatura. A Ga- 
latro la temperatura delle sorgenti termali sali da 34° a 37<> C. 
Nelle vicinanze di Rosarno si formarono qua e là numerose e 
ampie fenditure nel terreno, dalle quali sgorgavano molte polle 
d'acqua che trascinavano sabbie, che si disposero intorno ad 
ogni getto formando tanti piccoli coni. 

A Girifalco (Catanzaro) , dove la scossa raggiunse il grado 
Vili, si osservarono fenomeni luminosi ed elettrici ; e le acque 
delle sorgenti del paese i5Ì intorbidarono. Pochi secondi prima 
della scossa cadde sopra una mano di un contadino una goccia 
d'acqua bollente, che gli produsse una forte ustione. Il Direttore 
dell'ospedale, che lo curò non seppe spiegarsi la causa di quel- 
l'ustione. 

A Borgia la scossa fu di IX» grado, ed a Caraffa fu di Vili» 
grado, preceduta e accompagnata da un rumore fortissimo, come 
quello che farebbe un treno percorrendo delle caverne. Prima e 
dopo si videro in cielo degli sprazzi luminosi. A San Floro, 
scossa di IX grado accompagnata da cupo rombo ; sul terreno 
profonde spaccature. In conclusione, il terremoto del 1905, che fu 
di eguale intensità sulla frattura che parte dal Golfo di S. Eu- 
femia (Tirreno) e si prolunga nel Golfo di Squillace (Ionio), di- 
mostra che r eruzione sottomarina avvenne nel Tirreno e nel 
Ionio, come nel 1783. Tale frattura da un lato si prolunga per 
Cosenza e dall'altro per Palmi, ciò dinota che vi sono fratture 
in tutti i sensi e che si irradiano da diversi punti ove il magma 
spesso ha tentato di farsi strada, in epoche remote come presso 
Palmi, e successivamente pure nelle profondità dei mari che ba- 
gnano le teiTe calabro-sicule. 

Il 10 settembre 1' Ufficio di meteorologia e geodinamica di 
Roma comunicò all' Agenzia Stefani : « La grande scossa delle 
ore 2 ^/4 dell'S corrente (1905), provocò rilevanti danni all' isola 
di Stromboli, e fu forte pure a Lipari >. 

Da Pizzo fu telegrafato il 10 settembre 1905 — « Strani fe- 
nomeni accompagnarono il terremoto. A Tiriolo è caduta una 



— 55 — 

pioggia di cenere. Inoltre il terremoto fu preceduto da fenomeni 
elettrici luminosi e da un momentaneo addentramento del mare 
nella costa per circa cinque metri. Presso la marina di Maida 
si disseccarono le fonti e si sollevarono le acque del fiume An- 
gitola ». 

A Sambiase (Nicastro) : Scossa di Vili grado. Al piede del 
massiccio di rocce verdi e calcari che costituiscono il Monte Re- 
ventino, sgorgano parecchie sorgenti termali sulfuree , le quali 
si gettano nel fiume dei detti Bagni, ove sorge un rinomato sta- 
bilimento di bagni termali, ora proprietà dei fratelli Cataldi. Le 
tre sorgenti, che sono particolarmente utilizzate nello stabilimento, 
avevano la temperatura di 39o,6 (sorgente Caronte), 37° (bagno 
medio) e 35» (acqua fresca della fontanina). Dopo il terremoto 
avevano rispettivamente la temperatura di 39<',8 39o,6 e 37". 
Tutte le sorgenti, anche quelle che si gettano nel fiume, creb- 
bero considerevolmente di portata , quando avvenne la scossa; 
più a valle sgorgò un vero torrente di acqua solfurea a 31**, 
e ancora più in basso un altro a 360,4. 

A Nicastro: scossa di Vili grado. La popolazione che si era 
riversata sulle piazze, vide distintamente diffusa in cielo, dalla 
parte del mar Tirreno una viva luce, la quale durò anche un po' 
di tempo dopo la scossa. Ed a Parghelia, la scossa di X grado 
fu preceduta da U7ia vivissima luce e poscia si udirono dei ter- 
ribili rumori sotterranei. A Piscopio la scossa fu cosi forte che 
il paese venne raso al suolo. Pure Monteleone: scossa di X grado, 
alcune frazioni vennero ridotte in un ammasso di macerie, nella 
campagna si produssero grandi crepacci nel terreno , ed alcuni 
videro, nel momento della scossa, un vivo lampo da parte dello 
Stromboli. A Montepaone (Catanzaro) furono osservati dei fenomeni 
luminosi e si udirono dei rumori sotterranei. Lo stesso a Tropea, 
prima della scossa si osservarono dei fenomeni luminosi in cielo 
e si intesero cupi rumori sotterranei. Si produssero anche delle 
notevoli fratture nel suolo. 

A Coseìiza scossa di Vili grado, preceduta da un fenomeno 
luminoso e da un cupo rombo. Nel paese Rose (Cosenza) la scossa 
di IX» grado produsse danni gravissimi e la maggior parte delle 
sorgenti si disseccarono. 

A Careri (Gerace) scossa di VII grado; fu da prima sussul- 
toria e poi ondulatoria, fu preceduta come da un acuto sibilo ed 
accompagnata da un forte rombo. 

Pure a Gioiosa Ionica , a Orotteria la scossa fu accompa- 
gnata da forti rombi. 



— 56 - 

A Reggio da persone degne di lede fu rilerilo elle alle ore 23 1/2 
del giorno 7, volendo esse bore dell'aequa della così dotta fon- 
tana dei Pesci, che è abitualmente freschissima, la trovarono tie- 
pida, al punto da non potersi bere. 

Nella contrada GiiincJii rasente il mare, si aprirono molte 
fenditure, dalle quali sgorgarono acque torbido con sviluppo di 
acido solfidrico. 

A Venctico (Messina) prima della scossa ed anche dopo di 
essa vennero osservati dei fenomeni luminosi e si intese un forte 
rombo. 

Il 28 dicembre 1908 la terribile scossa superò per intensità 
tutte le precedenti e si intese in tutte le parti del globo. Nel- 
l'immane disastro, senza precedenti, Messina e Reggio, che ave- 
vano parzialmente resistito ai sussulti dei precedenti terremoti, nella 
fatale notte del 28 dicembre furono quasi rase al suolo, dove tut- 
tora giacciono come giganti fulminati. 

Le isole Eolie, nessuna esclusa, nelle quali le scosse furono 
fortissime, furono più danneggiate nel 1908 che nel 1894 e 1905. 
A cominciare da Ustica a finire a Stromboli, gli urti sussultorii 
furono non solo forti, ma tali da danneggiare tutti i fabbricati. 
I cavi telegrafici e telefonici interruppero le relazioni tra isole 
ed isole, e tra loro ed il continente. Risentirono maggiori danni 
dalle violenze delle scosse Lipari , Salina , Panaria , Filicudi e 
Stromboli. 

Nel mare tra Alicuri e Filicuri un' abortita eruzione sotto- 
marina provocò un forte terremoto il 16 marzo 1892, avvertito 
pure a Stromboli. 

In quanto all'attività dell'Etna e del Vesuvio nel dicembre 
1908, il prof. Collotti di Catania scrisse nel gennaio 1909 che : 
« l'Etna ed il Vesuvio in questi ultimi tempi, simultaneamente 
oppure alternativamente, hanno mostrato una grande attività. 
Anche il giorno di Natale un lungo e denso pennacchio di va- 
pori si vedeva sul cratere del nostro Mongibello ». 

I maremoti sulle coste Calabro- Sicule dal 1783 al 1908 

« Me primamente accolgano avanti ogni cosa le dolci muse 

e mi additino le vie del cielo e delle stelle e mi insegnino 

da che derivi il terremoto: e mi mostrino per quale forza si gon- 
fino i mari profondi, rotto ogni argine, e di nuovo nei loro limiti 
ritornino » cosi Virgilio delle Georgiche. 



— 57 — 

Prima di dire la mia opinione sulla genesi del maremoto, 
devo riferire che por aver raccolto il Sarconi, che alcuni credet- 
tero essere stata la rovina del Monte Baci 1' unica cagione del 
sovvertimento avvenuto in mare (pag. 334), non pochi scrittori 
moderni attribuiscono ancora alla caduta di frane o masse di 
rocce nel mare, il maremoto. Infatti il Ricco si espresse come 
segue intorno al maremoto del 1904 : « Agitazioni e maremoto 
probabilmente prodotto da frana nel 1783; semplice ondeggia- 
mento del mare nel 1894 ». 

Il Mercalli in una intervista pubblicata nel giornale « Il Giorno » 
il 30 dicembre 1908 rispose come segue sul maremoto: 

« Vuol dirmi professore, giacché ha parlato del maremoto, 
quali probabili cause possono averlo originato ? 

« I maremoti hanno, ordinariamente, la stessa origine dei ter- 
remoti , cioè dei franamenti che avvengono nelle viscere della 
terra. Qualche volta è un pezzo del fondo del mare che si spro- 
fonda, che si inabissa; l'acqua soprastante perde il suo punto di 
appoggio, riempie il vuoto fatto e l'acqua tutt'intorno si preci- 
pita violentemente a ristabilire l'equilibrio. Trattandosi di una 
massa fluida, questa, prima che lo stato normale sia ristabilito, 
oscilla ancora con una violenza proporzionale alla intensità del- 
l'impulso primo. Altre volte le cause del maremoto sono esogene, 
vengono cioè da fuori il mare. La frana di una roccia immensa, 
per esempio di un volume di migliaia di tonnellate, cadendo 
nel mare, specialmente in uno stretto o in uno specchio d'acqua 
in certo modo limitato, può produrre un vero maremoto. È quello 
che accadde nel 1783. Allora si ebbe il terremoto del 5 febbraio, 
e dopo circa dieci ore avvenne il maremoto. Un pezzo di roccia 
immenso, staccandosi dalla costa si inabissò nello stretto, solle- 
vando un'ondata enorme che ricadde sulla spiaggia facendo mille 
e duecento vittime. Ed è appunto questa la differenza tra il 
maremoto attuale e quello del 1783. Quello, come ho detto, 
avvenne parecchie ore dopo lo sconvolgimento tellurico ; adesso 
è avvenuto contemporaneamente. Ciò dimostra che esso è dovuto 
esclusivamente al movimento della costa, il quale, essendo stato 
abbastanza forte, ha finito con l'imprimere all'acqua una potente 
oscillazione, in seguito alla quale il mare ha invaso violentemente 
Messina. 

« Ma si è parlato di due epicentri; non potrebbe darsi che 
uno abbia originato il terremoto e l'altro il maremoto? 

« Potrebbe darsi benissimo ; potrebbe assere accaduto che il 
maremoto abbia avuto una origine propria, una origine a sé. 



— 58 — 

Furono quosto propalazioni, fondate su di un si dice^ raccolte 
noi 1783, clic mi indussero a scrivere nel giornale « 11 Giorno » 
di Napoli n. 41 dei 10 tel)l)rai(; 1909, un articolo sul maremoto 
nel quale dissi: < 11 recentissimo fenomeno causato da una eru- 
zione sottomarina e che completò la malefica opera di distruzione 
causata dal terremoto del 28 dicembre 1908, mi porge l'oppor- 
tunità di parlarne ». Successivamente mi occupai del maremoto 
a pag. 72 del mio lavoro: « Il vulcanismo nel terremoto Calabro- 
Siculo del 28 dicembre 1908 » e nella: « Esposizione dell'attività 
scientifica e didattica » pubblicazione richiesta dall'avviso di con- 
corso al posto di direttore dell'Osservatorio Vesuviano. 

Nel 1783, dopo la scossa del 5 febbraio, un prete di Scilla 
ricoveratosi sopra uno scoglio sulla spiaggia, ebbe la rara fortuna 
di assistere al maremoto che il Sarconi descrisse come segue a 
pag, 225: « Di fatto, ecco repente elevarsi, fremere, e conturbarsi 
il mare, e in un attimo crescere a segno, che quasi bollendo corse 
a riprendere non solo il letto, che abbandonato avea, ma orgo- 
gliosamente si estese ad occupare ben lunga parte della stessa 
sempre arida e lontana sponda. L'inondamento, e l'estensione 
de' flutti fu tale, che ad alcuni marinari, i quali trovavansi 
in su un battello arenato, convenne , per non perdersi, di reg- 
gersi e tenersi in guardia co' remi Ma quando tutto parea 

disposto al più disperato partito, di ratto si soffermò il bolli- 
mento delle onde; e, acquetandosi il mare », il prete abbandonò 
il pericoloso rifugio. 

Dunque il 5 febbraio il terremoto non aveva provocato nessun 
distacco di roccia, franamento o slittamento. 

< Alle ore 7 1/2 della notte del 7 febbraio, memoranda e fu- 
nesta, un orribile terremoto provocò tanto rivolgimento de' ter- 
reni, che una parte del gran monte Bacì precipitò con orribile 

fragore molta parte empi di ruine la superficie de' terreni, 

altra piombò di sbalzo nel sottoposto mare quando repente 

dopo pochi minuti ch'era cessato il terremoto, udissi un fremito^ 
e un secreto susurro , che approssimandosi dalV interno del mare^ 
lasciò gli animi in forse se il sibilo, e il tanto fragore, che si udiva 
(dai ricoverati sulle barche e in alcune capanne sulla spiaggia), 
fosse vento, che si destasse, o nuovo nunzio di altro tremoto 

« Un abisso di onde, che si rincalzavano con una rapidità 
inesprimibile, ove oltrepassando i legni, ove sommergendoli, e 
ove elevandoli, trascinò nel mortifero aperto seno del mare tutto » . 

Riferirono alcuni che l'acqua del mare era scottante ; altri 
videro fumo e fiamme ; altri raccolsero pesci abbandonati sulla 
spiaggia. 



— 59 — 

A pag. 234 si legge nella relazione Sarconi: « vi furono 
molti, a' quali piacque di attribuire a tutt'altra causa, cho alla 
forza del maremoto^ l'inondazione avvenuta. Costoro credettere 
che la rovina del Monte Baci era stata l'unica cagione del sov- 
vertimento avvenuto in mare ». 

Allora non si parlava di tettonismo o di assestamenti , ma 
i moderni tettonici sostengono che il riscaldamento del mare viene 
o fu provocato dall' urto della massa rocciosa caduta nel mare 
e che il tettonismo può provocare pure sviluppo di gas ! 

A Messina vi fu maremoto il 6 ed il 7 febbraio. Il 6 febbraio 
nello stesso fatale momento del terremoto si destò il maremoto, 
nel mare che bagna le sponde di Messina, di Reggio, del Cenidio 
e del Faro. Hamilton raccolse dall'ufficiale che comandava la for- 
tezza e che vi si trovava nell'ora fatale della scossa del 5 feb- 
braio: « che quel giorno ed i tre seguenti il mare era gonfio e 
ribolliva di una maniera straordinaria, con un rumore spavente- 
vole, nel mentre che le acque dell'altra parte del faro rimasero 
perfettamente in calma ». 

« Nella fervida e tumultuosa Cariddi, nelle rapide opposte cor- 
renti, e in tutto il volume delle acque le quali inondano tutto 
qual vasto distretto, si concepì un cosi valido, e formidabile scom- 
ponimento, che, come se una forza potentissima ne avesse percosso 
il centro, e scisso il seno per metà, il mare pria orribilmente av- 
vallandosi nel mezzo, e indi in rapidissime voraci spire ampia- 
mente nabissando , respinse per gli opposti lati l'onda inarcata; e 
con tale indicibile violenza ne sbalzò i flutti ripercossi, che trasci- 
nandoli a invadere e a superare tutta l'estensione del tranquillo 
letto del porto (Messina)... la strada si fendette e squarciossi in 
più punti profondamente... « si asserì che dalle fenditure si vi- 
dero prorompere fuori fiamme e scintille , ed empiersi l' aere di 
vapori bituminosi, e di zolfo (p. 273) ». « Il mare si disseccò 
dintorno a 20 palmi nel porto di Messina, e corse poi con tanto 
impeto verso la città che vi entrò fin dentro le porte (p. 340) » . 

Pure nel 1783 nel marzo, 7 e 28, nel mare Jonio avvennero 
maremoti che furono cosi descritti dal padre Trombi (Sarconi 
p. 306): « Al giorno 7 di marzo nel golfo di Squillace , e pro- 
priamente sotto il casale di Montauro nel luogo appellato la 
pietra grande, verso le ore 21 sentissi uscire dal mare un rim- 
bombo indicibile, che durò più di un'ora e mezza. Cessato essendo, 
ripigliò collo stesso fragore lo stupendo fremito alle ore tre della 
notte, e vi perseverò fino alle cinque. Alle ore nove poi segui 
una grande scossa che fu sensibilissima lungo quel littorale. « Un 



— 60 - 

miglio mezzo lungi da Squillacc vi ò un ampio podere de' si- 
gnori Toti. Questo rimase pur lo spazio di trenta tumulate, o 
circa, inondato, e posto sott'acqua, senza apparire donde l'acqua 
fosse sgorgata, salvo il caso di essere emersa dal seno della terra >. 
Vivenzio (voi. II, pag. 236) riporta che gli scrisse A. Fasano che 
al 7 febbraio 1783 , all'ora della scossa (le 22) < il Jonio che 
bagna il lido di Stilo si elevò colle sue onde in una scala di 
un' altezza smisurata , e spaventevole talmente, che gli Stiloti 
guardandola dalla distanza di sopra miglia quattro, ed elevata 
più di una sesta parte di miglio, se ne atterrirono assai più del 
terremoto del cinque febbraio: imperocché per la faccia che quella 
scala di mare presentava alla loro vista, temevano che, sbalzan- 
dosi sul loro territorio, l'avrebbe tutto circondato e desolato ». 

Alla marina di Bivona e di Pizzo il mare era tranquillo in 
vicinanza del lido, ma in lontananza invece si mostrava: < in un 
fervore e bollimento insolito, benché senza alcun vento » talché 
alcuni pescatori furono costretti a far ritorno a terra (Vivenzio, 
voi. I, p. 159-160) ». 

« Avvenne presso Capo Rizzuto nella costa E, circa le 15 
ore, un maremoto accompagnato da inondazione. 

A Cutro durante la scossa del 5 febbraio il mare ritirossi 
dal lido. 

A Roccella sul Jonio ed a Nicotera, il 28 marzo 1783, il 
mare si ritirò per inondare poi la costa per due o tre volte. 

Vivenzio (voi. II, p. 234) riporta pure che il 7 gennaio 1784 
presso Roccella vi fu altro maremoto e verso il Faro la sera del 
19 gennaio. 

Rombi e boati precedettero, accompagnarono o seguirono i 
maremoti ed i terremoti Calabro - Siculi , fenomeni che insieme 
agli altri di cui ho fatto cenno costituiscono la caratteristica delle 
eruzioni sottomarine; fenomeni e rumori che secondo Hobbs sono 
prodotti dall'assestamento o dal: « lento adattamento dei blocchi 
orografici e dalla conseguente produzione di vibrazioni entro la 
loro zona marginale » p. 232. Nel 1797 durante i terremoti Cu- 
mani si ripetettero gli stessi fenomeni di Messina e di Calabria 
del 1783. 

Il 17 settembre 1806 a 37^, 7' di lat. e 20° 2' di long, ossia 
a 24 miglia NE 74 N di Zante ed a 30 miglia ENE delle isole 
Strofadi, il capitano di una nave, a undici ore del mattino vide 
uscire da mare, a poca distanza dal bastimento, una colonna di 
catrame di circa un piede di diametro, la quale si espanse sulla 
superficie dell'acqua esalando un odore forte e riflettendo i raggi 
del sole. 



— Bi- 
ll 29 novembre 1810. Violenta scossa in maro, al sud del 
capo Matapan, la quale durò un minuto e mezzo. Il terremoto 
fu avvertito pure a Malta, Messina, ecc. 

Il 1» gennaio 1817. Terremoto in mare presso Zante. Nel 
1818 eruzione d'acqua calda a Catania , terremoto ad Acireale, 
Nicolosi. 

Nel 1820 un capitano mercantile fu investito da un maremoto 
nelle vicinanze dell'isola Leucadia (Santa Maura). 

Nel 1831 di contro a Sciacca, dopo una serie di fenomeni 
derivanti dall'attività vulcanica già manifestatasi nel 1632 presso 
il banco Nerita improvvisamente si formò 1' isola Ferdinandea 
che scomparve dopo pochi mesi. Il capitano Trafiletti che co- 
mandava un brigantino riferi che una colonna d'acqua alta 60 
piedi si sollevava dal mare con forza meravigliosa e vi rimase 
per alcuni minuti lanciando spruzzi da ogni parte e poi ricadde 
nell'atto che da essa svolgevasi una immensa nube di fumo. Il 
fenomeno della lanciata d' acqua si ripeteva coli' intervallo di 
15, 20, 30 minuti. Un altro capitano siciliano narrò di aver ve- 
duto sollevarsi dal mare una colonna d'acqua dell'altezza di 80 
piedi e del perimetro di 800 braccia : poi sali una colonna di 
fumo alta cuxa 800 piedi. 

Il 1832 terremoto a Cotrone (Calabria), Messina. 

Il 12 luglio 1835 un'ora prima di una forte scossa N-S av- 
venuta a Zante alle 10,55 a., la superficie del mare, al sud del 
capo Vasilicò, apparve tinta d'un colore rossastro, simile a quello 
del catrame, ed esalava un forte odore acido. 

Nel luglio 1843 due scosse consecutive in mare a 35 miglia 
ad ovest dell'estremità occidentale di Candia, risentite da un ba- 
stimento inglese da guerra in una traversata da Smirne a Malta: 
furono accompagnate da un sordo rumore, proveniente da S. E., 
che sembrava passare sotto il bastimento. La sonda, gettata im- 
mediatamente, non trovò fondo a 292 metri* 

Il 28 luglio ed il 1» agosto 1835 vi fu maremoto a Malta. 

Nel giorno 29 novembre 1843, mentre una nave veleggiava 
presso le isole Strofadi a 37°, 9' di lat. ed a 20», 46' di long, 
E, cioè alla distanza di 30' dal capo di Cheri e di 15' dal capo 
Strofadi, l'equipaggio avverti in mare uno strano ribollimento; 
intanto dall'acqua torbida e calda si sollevavano vapori con forte 
odore di bitume. Calato lo scandaglio in quel punto, non si trovò 
fondo a 15 o 16 passi (Issel). 

Nel 1836, aprile 24 ore 6, preceduta da rombo avvenne una 
tremenda scossa con maremoto cjie s'inoltrò per più di 20 metri 
di contro Corigliano. 



— 62 — 

Il 17 luglio 1844 nel Mediterraneo, a 36° 40' 36"dilat. N 
ed a 13" 14 ' 311 " lung. E da Greenvvioh , il capitano inglese 
comandante la Vittoria, vide, durante una burrasca, globi di 
fuoco che uscivano dal mare e spandevano a grande distanza 
odore solfureo, cenere e sabbia. 

Alle 9,30 p. del 18 giugno 1845 nel Mediterraneo , a 360 
40' 66" lat. N ed a 13» 44' 36" long, (da G) la nave inglese 
Vittoria provò una violenta scossa, sebbene in quel momento il 
tempo fosse perfettamente calmo. Bentosto si sparsero nell'aria 
emanazioni solforose talmente forti che a malapena la gente del- 
l'equipaggio poteva respirare. La nave riportò qualche avaria in 
seguito all' inatteso urto; e dopo aver preso il largo, l'equipaggio 
vide tre immensi globi di fuoco lanciati dal seno delie acque e 
visibili per 6 minuti. 

Nel 1846 dal 4 al 5 ottobre un capitano mercantile, tro- 
vandosi nel mare di Seculiana (Girgenti) a 7 miglia dalla costa, 
osservò da lungi un grande splendore, che a tutta prima giudicò 
proveniente da qualche battello incendiato. 

Con la intenzione di prestargli soccorso, gli si avvicinò; ma 
con grande sorpresa e terrore, vide inalzarsi dal mare un' im- 
mensa quantità di fumo, dal cui seno venivano lanciati globi 
incandescenti, che cadevano con orribile fracasso a grande di- 
stanza. Nel 1846 teiTemoto a Malta. Nel 1854, il 12 febbraio terre- 
moto Calabro-Siculo violentissimo con intenso rombo a Cosenza. 

Nel 1865 verso la metà di luglio, tra il capo Mataiìan 
e l'isola Cerigo, apparizione di una nuova punta rocciosa a metri 
3,65 sotto il pelo dell'acqua, la cui presenza era annunciata da 
un cambiamento di colore alla superficie del mare. 

Il 2 novembre 1870, maremoto nel mare Jonio e nel mare 
Tirreno, il quale produsse grandi avarie. Il terremoto sussultorio 
di Cosenza (9 marzo, 5 ottobre 1870) e conseguente riscaldamento 
delle acque ed emissioni di va.pori. Altro terremoto a Catanzaro 
il giorno 11 aprile e nei successivi giorni a Palmi , Rossano, 
Corigliano, Longobuco, ecc. Repliche fortissime sussultorio con 
rombi fino a tutto dicembre. 

Nel 1871 fortissimo terremoto nella Sila (Calabria). 

Un altro breve parossismo sottomarino avvenne nel Tirreno 
nel marzo 1880 in mezzo alle isole Sanguinarie all' entrata del 
porto di Ajaccio e non durò che un'ora. L' eruzione produceva 
un ribollimento che riempiva il mare di un grande ammasso di 
alghe ed altre sostanze, mentre nell'aria si diffondevano vapori 



— 63 - 

solforosi. In questo stesso anno furono avvertiti terremoti con 
rombi a Ventotene (Ponza), Ischia e Procida. 

Il 5 febbraio 1882, eruzione gassosa sottomarina dirimpetto 
alla costa dell'Etolia. Nel luglio 1883 terremoto a Casamicciola. 
Nei mesi di febbraio, marzo e luglio violenta eruzione allo Strom- 
boli e nelle Eolie. Nel 1884 terremoto in Andalusia e nelle Eolie. 
Il 17 agosto 1886 i passeggieri di un piroscafo inglese, navigando 
tra Candia e Malta a 50 miglia di distanza dal capo Matapan, 
videro uscire dal mare un vulcano di 40 metri di altezza e 10 
di larghezza che vomitava fiamme e fumo. 

Alle ore 11,30 p. del 27 agosto dello stesso anno il capitano 
del vapore maltese La Vallette, proveniente da Alessandretta e 
diretto a Malta, trovandosi alla lat. 38°, 16' e long. 21° 25 E, 
ossia distante 50 miglia S W dal capo Matapan, sentì tutto ad 
un tratto una fortissima scossa di maremoto, che fece tremare 
tutto il legno per circa 11 minuti. A mezzanotte , ad W. nella 
latitudine 36° 17' N e longitudine 21° 27 E, osservò alla sua 
destra come una massa di fumo denso e nero , che a guisa di 
cono s'innalzava perpendicolarmente sull'orizzonte e che ad in- 
tervalli assumeva un colore rossiccio. Alle ore 10, a. del giorno 
successivo si osservarono nel mare diverse strisce lunghe circa 
un quarto di miglio in direzione N. S. di color giallo oscuro, che 
figuravano come bassi fondi. 

Pure durante la notte del 27 agosto 1886 il capitano del 
bringantino-goletta italiano Matilde, aRa. lat, 36° 49' e long. 19° 
50' avverti un forte maremoto con grande spavento di tutto 
l'equipaggio. La rotta era WS TT e lo stato dell'atmosfera era 
soffocante. Il movimento parve N E-S We durò circa 80 secondi. 
L' impressione provata fu come se il naviglio , nel modo come 
tremava, si fosse convertito in vapore ad elica. 

Gli stessi fenomeni si ripetettero durante l'eruzione comin- 
ciata nel 1866 nel gruppo dell'arcipelago Santorino. Attorno alla 
nuova isola Griorgio I, il mare aveva la temperatura di -f- 50" C. 

Il 23 febbraio 1887 terremoto in Liguria provocato da una 
eruzione sottomarina. Alcuni capitani mercantili avvertirono scosse 
e sussulti. Nel marzo a Zante e Cefalonia. Il 21 agosto 1888, 
riferirono i giornali di Messina che alle ore 11 ^/2 di sera av- 
venne nn insolito violento moto di acque nel tranquillo porto 
di quella città, tanto che alcuni bastimenti, non poche barche 
e le baracche per i bagni costruite con legname, ebbero a patire 
avarie. In quell'epoca era in grande eruzione l'isola Vulcano 
(Eolie) e spesso a Messina si avvertirono dagli abitanti, o furono 



— 64 — 

avvertite dagli apparecchi sismici dell'Osservatorio, scosse di ter- 
remoto, che nel gruppo dolio Eolio invoco gli apparecchi non 
registrarono. 

Spesso avviene che l'acqua del maro che circonda Lipari o 
il tratto Vulcano e Panaria, si riscaldi o ribollisca a segno da 
liquefare la cera, la pece, da sollevarsi a grande altezza e da 
mostrare a galla pesci cotti. 

Da epoche remote nelle prossimità dell'isola Salina (Eolie) 
avvengono fenomeni interessantissimi a cui veramente io non 
potetti mai assistere, ma che le persone più autorevoli di Salina 
e di Lij)ari descrivono con una vivacità tutta siciliana. In mozzo 
al mare in un punto che chiamano « la fossa » nei mesi estivi 
incominciano a svilupparsi delle bollicine gassose, ma ad intervalli 
si ha considerevole sviluppo gassoso, che lancia l'acqua con vio- 
lenza e ad una considerevole altezza. Spesso poi accompagnano 
i gas sostanze fangose che intorbidano il mare, e molte alghe. 
Al cattivo odore dovuto al sollevamento degli ammassi organici 
sottomarini non è estraneo l'acido solfìdrico. A Lipari mi assicu- 
rarono che alla fossa o « Sconcasse » questo fenomeno avviene 
diverse volte durante l'anno, quattro o cinque volte. 

In questa specie di esperienza da gabinetto io vedo la genesi 
del maremoto, genesi confermata dalle ricerche sull'azione degli 
esplosivi sull'acqua del mare, poiché mettono in evidenza come 
si comportano le masse acquee in presenza di un considerevole 
sviluppo di gas, nell'atto dello scoppio dei ginnoti, delle torpedini 
od altri esplodenti fatti scoppiare a diverse profondità. 

Durante il periodo sismico Calabro-Siculo del 1889, furono 
avvertite a Messina una ventina di scosse nei mesi di febbraio 
e marzo. 

Nei primi mesi del 1889 Vulcano delle Eolie dava luogo 
senza interruzione a violentissimo esplosioni. Il signor Galimi, 
tornando da Vulcano a Lipari , vide alla punta S. Francesco e 
alla distanza di circa 4 miglia un innalzamento momentaneo 
di acqua come se fosse una eruzione gassosa sottomarina ; alle 
17,38 ne osservò un altro più verso terra; alle 17,40 Vulcano 
diede una fortissima eruzione con abbondante getto di grossi 
projetti (30 novembre) e di cenere con scariche elettriche. 

Il 29 novembre alcuni marinai, trovandosi in mare sulla 
barca < Bilancella Gennarino », si videro esposti a grave pericolo, 
poichò traversando verso le 15 in vicinanza della punta Luccia 
ad Oriente di Vulcano, furono improvvisamente sorpresi da un 
energico bollore di acque per un' area di circa 50 metri di dia- 



— 65 — 

metro; il movimento delle acque fu così energico che poco mancò 
non fossero rovesciati con la barca. Fortunatamente il fenomeno 
cessò dopo pochi minuti dal suo principio, e durante questo breve 
tempo comparvero galleggianti in quell'area di mare molti pezzi 
di pomice. 

Durante quel parossismo fu constatato un notevole solleva- 
mento del fondo del mare che, misurato dal personale che rimise 
il cavo rotto, sarebbe risultato di 221 piedi inglesi. Il coman- 
dante del piroscafo, che metteva il cordone , volle pure esperi- 
mentare il grado di calore del suolo nel sito di rialzaniento, ma 
lo trovò di soli gradi 12 ^/2 G. 

Nelle Eolie vi fu altra eruzione sottomarina nel 1891 con 
rottura del cavo Panaria-Stromboli. Il 26 gennaio 1891 fortissimo 
parossismo allo Stromboli ed il 27 giugno 1891 intense manife- 
stazioni a Salina (Eolie). 

Durante l'eruzione sottomarina di Pantelleria, 16-26 ottobre 
1891, vi fu bagliore vivissimo, forti boati, maremoti, emissione 
di fumo e poi getti di vapori e d'acqua, e bombe esplosive sca- 
gliate in alto e pure moria di pesci e riscaldamento del mare 
con sviluppo di acido solfidrico. 

Durante il mese di novembre 1892 vi furono segnalazioni 
sismiche nella Calabria ed in Sicilia, nelle Eolie si ruppero tre 
cavi per causa vulcanica. Il 16 marzo 1892, nel mare tra Alicuri 
e Pilicuri avvenne eruzione con terremoto: avvertito pure a Strom- 
boli e nelle altre isole Eoliche. 

Il 28 dicembre 1892 1' emissione della lava nell' atrio del 
Cavallo cominciò ad aumentare e continuò il parossismo Ve- 
suviano per qualche tempo. 

Alle 2,10 a. del 29 gennaio 1893 lo Stromboli compì una 
violentissima eruzione. Il terremoto fu avvertito pure a Pilicuri 
e nelle altre isole Eoliche. 

A Zante nel 1893 dopo un periodo sismico cominciato nel- 
l'agosto 1892, il 31 gennaio, il 17 aprile e poi successivamente 
vi furono scosse disastrose di terremoto precedute da rombi, con 
sussulti della durata di 12 secondi. In non pochi pozzi scema- 
rono le acque. A Clarenza, in terra ferma, non solo sentirono 
la scossa, ma avvertirono il rombo e da un abitante fu visto 
nello stesso momento un bagliore nella direzione di Linzi (S. S. W.) 

Il piccolo veliero Madonna Mangana, di 200 tonnellate, pro- 
veniente da Costantinopoli, trovandosi la mattina del 31 gennaio 
nei paraggi di Zante, provò pel terremoto come un urto assai 
forte. Un'altra nave, quantunque, piìi vicina all'isola, subì nel 

5 



— 66 — 

momento sbasso oscillazioin3 più l«!<^i;(!ra. Il tonomeno fu del pari 
ayvortiU), a l)oido nelle barche, nelle acquo di Clareuza. 

Riferì il prof. Mitzopulos che certi pescatori, i quali si tro- 
vavano al momento della catastrofe presso l'isolotto di Maratonisi, 
avrebbero veduto pietre coperte di alghe sbalzate dal fondo ma- 
rina sulla riva. A Cheri la terribile scossa fu verticale e pro- 
dusse scempio di fabbricati. Tutti sono d'accordo, a Zante, nel 
dichiarare che i fragorosi rombi si odono di preferenza nel mez- 
zogiorno, cioè verso le paludi di Cheri. 

Il dottor Agamennone riferì che il 2 febbraio 1893 alle ore 
2,30 a. vi fu maremoto risentito dal piroscafo Gottardo^ della Na- 
vigazione Italiana, alla lat. 37." 38 N ed alla long. 20. o 47 E da Gr. 
Ojie il 16 marzo mentre la nave da guerra inglese Werner si 
trovava nei paraggi del capo Malica^ gli ufficiali e l'equipaggio 
videro scaturire dal mare una sfera incandescente, la quale dopo 
di essersi sollevata ad una certa altezza, cominciò a scendere ; 
quindi, avendo battuto sulla murata del bastimento, cadde in 
mare e scomparve. Alle 11,40 p. del 18 aprile fu avvertito un 
lieve maremoto, con mare calmo, risentito dal piroscafo Principe 
Amedeo della Navigazione Italiana, presso Oxia^ all'imboccatura 
del golfo di Patrasso, tanto che il capitano temè di aver inve- 
stito nelle secche della Scrofa. Manco a farlo a posta sul piro- 
scafo si trovavano due tettonisti, il Prof. Issel e il Dottor i^ga- 
mennone di ritorno in Italia, i quali erano stati mandati dal 
Ministero di Agricoltura e Commercio a studiare i fenomeni si- 
snaici di Zante durante il 1893 ^). 

Verso le due del mattino del l'' . febbraio , certo Eustapio 
Ciafona, padrone di un trabaccolo, stava sulla calata del porto 
osservando il tempo (che era assai tranquillo) quando prima della 
forte oscillazione vide verso S un lampo, il quale pareva assur- 
gere dal mare al di là del Monte Scopòs. Altre persone assicu- 
rarono d'aver veduto, dalla parte meridionale dell'isola, prodursi 
un lampo in un punto prossimo all'isolotto Pelusio, nello stesso 
momento. Nel comune di Messogeo, si sparse dopo detta sccssa 
odore di acido solfidrico. 

11 De Biase che descrisse la disastrosa scossa di Zante del 
17 aprile 1903, accenna a rumori sotterranei, a scosse sussultorie 
e ondulatorie, e afferma che alle 7,4 a. si udì un terribile boato 



') A. Issel e G. Agamennone. — Intorno ai fenomeni sismici osservati 
nell'Isola di Zante durante il 1893. Annali dell' Uff. Cen. e Geod. Serie se- 
conda, Voi. XV. Parte I. 1893, p. 67. Roma 1894. 



— 67 — 

e che nel porto < il maro si sollevò circa un metro leggendo 
orribilmente, e ^/4 d'ora dopo si mostrava ancora agitato. Di più 
il terremoto fu inteso con paura entro le navi ». 

Il Superiore del convento delle isole Strofadi, ritornando da 
Zante e ritrovandosi al momento della scossa a circa 16 misflia 
dalla costa meridionale di quest'isola, vide il mare, il quale era 
stato fino allora tranquillo, diventare ad un tratto agitatissimo 
tanto che il piccolo naviglio corse pericolo di capovolgersi. Pareva 
che le acque si movessero in una specie di vortice, sollevate di 
parecchi metri. 

Un istante prima della scossa, un impiegato del cimitero, 
che stava colà intento a lavorare, vide sollevarsi verso Laganà 
una specie di vapore e, nella stessa parte, gli apparve un lampo; 
subito dopo udì il rombo che precedette l'oscillazione. Altri, se- 
condo De Biasi, affermarono di aver osservato vapore levarsi 
verso il Monto Scopòs la vigilia del terremoto. 

In molti pozzi della pianura diminuì o venne a mancare 
l'acqua. 

Nel camposanto, le cime degli alberi toccarono quasi terra. 

In altre epoche fu constatata l'emissione di vapore acqueo 
e si videro sgorgare dal suolo pollo d'acqua calda. Notò il dottor 
Agamennone che durante il parossismo che agitò la Morea ed 
atterrò Vostizza il 23 agosto 1817, le acque marine si riscaldarono 
a segno, presso quella città, che i 'pescatori si scottavano immergen- 
dovi le mani. 

Ometto l'elenco di tutti i maremoti i quali spesso provoca- 
rono perdite di bastimenti, perchè non mi sono proposto di farne 
la statistica. 

Rudolph riferisce a causo vulcaniche i 333 terremoti sotto- 
marini da lui riportati nel suo noto lavoro. Come il Milne ^) ri- 
portando i particolari di 255 interruzioni di cavi sottomarini, 
dell'intera rete del nostro pianeta , sostiene 1' ipotesi , accettabi- 
lissima, che dei terremoti sottomarini avvertiti a bordo dei bat- 
telli in alto mare, o come tremiti, o come scosse violente, molti, 
e perchè non tutti?, siano di origine vulcanica. Conclude che 
avvengono molti terremoti che scuotono l'intero globo. 

Il 29 luglio e 3 agosto 1904 vi furono intense manifesta- 
zioni a Salina e nelle altre isole Eoliche. Pure a Lampedusa. 

Nel 1894 il 16 novembre altro terremoto Calabro-Siculo, e 
durante il seismo avvennero nel mare di Messina fenomeni no- 

1) Sub Oceanie changes. 



— fi8 — 

tevoli che riassumo: forte sussulto avvertito sul piroscafo postale 
provouiente da Lipari , mentre imboccava lo stretto ; fenomeni 
simili notati dai barcaiuoli presso Pellaro; ribollimento dell'acqua 
presso Scilla, Punta del Pezzo e Lafijo di Ganzirri; ^i^uasti di reti 
presso Cannitello e Capo Vaticano; moto ondoso irregolare nello 
stretto. 

In quasi tutti i paesi colpiti dal terremoto del 1894 la scossa 
fu sussultoria, preceduta e accompagnata da rombi; da sviluppo 
di acido solfidrico ; dalla consueta comparsa di fiammelle, connt 
fuochi fatui (oppido Mamertina); dalla solita scomparsa o dimi- 
nuzione di acqua, con intorbidamento e riscaldamento; marcnnolo 
a Rocculla Ionica; vista di una luco in alto a N. E. da Trisilico. 
Il terremoto del 1894 fu forte pure nelle isole Eoliche. A Strom- 
boli, a Salina vi fui'ono parossismi pure nel 1896 e 1897 ed a 
Rometta (Sicilia) il 13 agosto 1898 il terremoto fu fortissimo, 
avvertito pure a Messina, ecc. Altro terremoto a Filicuri il 30 
giugno 1899. 

Nel terremoto Calabro-Siculo del 7 settembre 1905: la go- 
letta Marietta B. comandata dal Capitano Nicola di Donna, era 
partita da Tropea col suo carico e poco prima delle 3 si trovava 
fra la Calabria e lo Stromboli, alla distanza di circa 20 miglia 
da quest'ultimo. Il mare era quieto e la notte tranquilla: ad un 
tratto la goletta si fermò, come se avesse urtato in uno scoglio 
o in qualche gran banco di sabbia. Poscia cominciò ad agitarsi 
e a sussultare: le alberature scricchiolavano e i fianchi della nave 
sembravano doversi sfasciare da un momento all'altro. La scena 
spaventosa durò circa 5 minuti, dopo i quali la goletta riprese 
a filare. 

A Scalea, Pizzo, Cannitello, spiaggia di Menteleone, riferirono 
i marinai che le acque del mare essendo prima tranquillissime, 
d'improvviso gonfiarono invadendo le spiagge per altri 30 metri, 
sollevandosi di circa sei metri sulle scogliere, e spingendo entro 
terra a circa sei metri dalla spiaggia una barca peschereccia. 

Il Prof. Luigi Palazzi disse che il maremoto del 1906 fu un 
fenomeno concomitante col terremoto e venne registrato dai ma- 
reografi di Napoli, della Sardegna, di Civitavecchia, ecc. 

Pure nel 1905 il cavo talegrafico che congiunge Milazzo 
con l'isola di Lipari venne spezzato dal movimento sismico e la 
rottura avvenne a ^/o della distanza da Milazzo a Lipari , alla 
profondità di 1300 metri. 

Il signor E. Eggington, rappresentante della Compagnia In- 
glese che esegui la riparazione del cavo , riferi che il capo di 



— 69 — 

esso verso Milazzo fu trovato subito e l'altro capo si dovette ri- 
pescare por 17 ore, essendo sepolto dal fango. 

Nella ricordata mia pubblicazione sul terremoto 28 dicembre 
1908 accennai all' altro terremoto del 1907 e descrissi il mare- 
moto del 28 dicembre 1908 e del 1" luglio 1909; stralcio ora dai 
miei appunti che il 2 gennaio L909 vi fu una scossa di terremoto 
violentissima, seguita da rombi formidabili, tanto che nel porto 
di Messina i vapori Campania e Lombardia furono sollevati di 
due metri. Ecco altri due telegrammi in proposito: « Reggio Ca- 
labria, 17 marzo 1909. Giunge notizia che a Pellaro , stanotte, 
alle ore due, fu avvertita una sensibile scossa sussultoria preceduta 
da rombo. Nello stesso momento un brigantino, che navigava a 
circa trecento metri dalla costa, fu spinto sulla spiaggia ». 

< Reggio Calabria, 18 marzo, ore 11,25. Ieri, nelle prime ore 
del mattino, verso Pellaro avveniva un maremoto preceduto da 
un forte boato e da una sensibile scossa sussultoria di terremoto >. 

« La popolazione, allarmata, si rifugiò verso le campagne 
soprastanti. Durante il maremoto , un brigantino , Caterina M. 
che proveniva da Porto Empedocle, fu buttato sulla s^naggia da 
circa 300 metri da mezzo al mare. Fortunatamente 1' equipaggio 
s'è salvato. Si sta procedendo al disincaglio di questo veliero ». 
Altro che tottonismo e assettamento ! 

Tutte le regioni vulcaniche del mediteraneo vanno soggette 
a movimenti macro e microsismici subaerei e submarini, i quali 
si ripetono da epoche immemorabili. Infatti, dopo l'immane disa- 
stro Calabro-Siculo, terremoti e maremoti si ebbero nella Spagna, 
neir Algeria ed in Francia nel 1909 ed in quest' ultima nello 
scorso mese di marzo 1910. 

Fenomeno di propagazione di moto attraverso i mari. 

Non v'è dubbio che una è la causa che produce i maremoti, 
sieno essi modesti come quelli dello « Sconcasse » (Eolie) o ce- 
lebri come quelli del G-iappone (Simoda) del 1854, del Perù (A- 
rica) dal 1868 e d'Iquiqua del 1877, dello stretto di Messina, di 
Lisbona (1755), del Chili, del Cile. Il dinamismo imprime tanta 
energia alle onde che se lungo il loro percorso (spesso compiono 
il giro del globo) incontrano piroscafi o vanno a cozzare contro 
le isole coralline o vulcaniche oppure contro promontorii, li dan- 
neggiano, li sommergono, li abbattono. Altro è il movimento e 
la velocità impressa al mare dal maremoto propriamente detto 
che può essere provocato da un istantaneo, enorme sviluppo di 



— 70 - 

gas da crateri sottomarini o da fonditure (comprendo pure la 
dissociazione dell'acqua, provocata dall' incontro negli abissi del 
magma arroventato col mare), altro è il fenomeno avvenuto nel 
Karakatoa (stretto della Sonda) nel 1883. 

Le ricerche di Marsigli , di von Badie, di Hochstrettcu-, di 
Grenitz, di Hilganl, dei fratelli Weber, dui Princip(3 di Mf)nac() 
ed altri ci offrono molti dati. 

Passo a fare qualche considerazione, non possedendo per ora 
tanti elementi da venire ad una conclusioiu; che abbia la par- 
venza d'una teoria. Certo si è che pure l'acqua, come la terra, 
risente gli effetti dei sussulti provocati dal vulcanismo, e perciò 
il movimento dell'acqua può essere verticale (rigonfiamento, gotti 
d'acqua); longitudinale od ondulatorio. Riferirò presto nel mio la- 
voro « Sul Sismismo e la genesi del nostro geoide >, che lo onde 
dei terremoti si propagano con una velocità variabilissima nelle 
rocce; per ora dobbiamo accontentarci dei risultati che passo ad 
esporre nei seguenti specchietti, augurandomi che gli oceanografi 
con le loro ricerche possano riempire una lacuna che indubbia- 
mente ci porterà alla conclusione, come altra volta ho provato, 
che se uno è il vulcanismo ossia la causa, cosi uno dev'essere 
1' effetto, sia che si manifesti nel mezzo ana, terra o acqua. 

Ecco il risultato delle ricerche fatte sul maremoto di Arica 
(Perù) del 13 agosto 1868. 

strada seguita dall'onda. Distanza in mi- Durata in Velocità in mi- Velocità in 

glia marine. ore. glia e ora. metri e ora. 

Arica— Conquinibo 720 2 360 677,800 

> —Goral (Valdivia) 1421 7 203 376,665 
» —Isola Samoa 7390 16,li 0-2ni 319 591,745 
» —Isole Chatam 5520 15,b 19"» 360 667,800 
. —Isole Ofaro (Tubuaij 4057 ll.Mlm 362 671,510 

> —Isole Sandwich (Honolulu) 5680 12,li 37m 442 819,910 
» — N. Gallas del Sud (New 

Castle) 7380 12,h 30 611 1,133,405 

Da questi pochi dati qualcuno subito volle trarne delle dedu- 
zioni piuttosto precipitate, facendo questo ragionamento: se la ve- 
locità impressa al mare dal maremoto di Arica gli consenti di 
percorrere 7390 miglia marine in 16^» , 02"^, per giungere a Samoa, 
mentre la marea impiega 16 ore per lo stesso percorso, le onde si 
propagano a grandi distanze con uguale velocità. Sembrava che 
confermasse l'enunciato, il fatto che le onde del maremoto da 
Arica a Honululu (isole Sandwich) impiegarono 12*^ , 37™, mentre 



— 71 — 

la marea ne impiega 13. Ma l'osservatore non tenne presente che 
altro è il numero delle ore e ben altra cosa sono le miglia marine. 
Infatti, è vero che le onde da Arica all'isola Samoa percorsero 7390 
miglia marine in ore 16,0'2, ma la velocità in miglia e oro è uguale 
a 319 miglia, che moltiplicate per metri 1855 ci dà la velocità in 
metri e ore= 591,745 , mentre da Arica ad Honolulu sono 5580 
miglia marine, che percorse in oro 12,37 danno una velocità in 
miglia uguale a 442 e in metri e per ora 819,910 per i 23 mi- 
nuti di differenza, che corrispondono a metri 314,295 , v'è una 
bella dilì'eranza. 

V'è inoltro che il terremoto di Arica non spiegò tutta la 
sua energia nel movimento impresso al mare, poiché nel 1884 il 
22 dicembre a Madera e nelle Azzorre, nell'Atlantico il mare per 
una distanza di 545 miglia marino impiegò 14 minuti, ebbe una 
velocità, cioè di quasi 42 miglia marine in un minuto, che corrispon- 
dono a 1295 metri in un secondo. Uosì volendo confrontare la ve- 
locità Arica-Isola Samoa per ore alla precedente si ha 164 metri 
per secondo, o l'altra Arica-New (Jastle per metri e secondi, 315. 

Queste due ultime cifre 164 e 315 sono ancora lontane dalla 
velocità che il dinamismo del maremoto può imprimerò all' acqua^ 
poiché nell'Atlantico il massimo raggiunse la velocità di 1 miglio 
marino in 1 secondo, ossia metri 1855 per secondo, velocità che 
finora l'attrazione lunisolare ^) o il vento sono molto lontani dal- 
l' imprimere all'acqua ^). 

Durante l'eruzione del 27 agosto 1883 dell' isola Krakatoa 
da subaerea divenne submarina (la profondità non oltrepassava 
metri 200) poiché per lo sprofondamento della parte centrale ne 
segui una terribile esplosione, la quale lanciò nell'aria le rovine 
del -cratere , e l'acqua penetratavi determinò una spaventevole 
agitazione nel mare circostante, giungendo le onde, secondo Ver- 
beek, alle seguenti distanze: 

strada seguita dall'onda. Distanza in miglia marine. Durata in ore. Velocità in metri e ora 

Krakaloa-Négapatam 1944 8,20' 119 . 

-Porto di Galles 1705 7,29' 123 

-Aden 3800 13,54' 141 

-Isola di Francia 2950 9.54' 162 

-Porto Elisabetta (Capo) 4730 13,45' 146 * 

-Banco Grange (Horn) 7700 10 200 

-Socoa 11,700 27,55' 215 

-Colon (Panama) 11,790 20,50' 294 

1) G. H. Darwin: La marea ed i fenomeni concomitanti del Sistema So- 
lare. Torino, 1905. 

2) I fratelli Weber sperimentarono che il movimento ondoso si propaga con 
una velocità di 60 K.m l'ora, cioè 167 metri per secondo. 



— 72 — 

Le ondti provocate dall'tjsplosiouo orano distanti l'una dal- 
l'altra «iOO metri, da cresta a cresta, alto 15 a 35 metri e com- 
pirono il giro del globo. 

Ora se confronto la velocità minima per ora e metri del 
maremoto di Arica clie è uguale a 376,562, con la minima del- 
l'esplosione di Krakatoa di metri 119, si rileva 1' enorme diife- 
renza; come pure, la massima velocità di Arica in metri per ora 
6 = 1,133,505, mentre la massima di Krakatoa è di metri per 
ora 294, sicché viene riconfermata la significante differenza, stante 
che la velocità da Arica a New Castle è di metri 315 'per secondo, 
mentre la massima di Krakatoa è di metri 294 per ora. 

11 Velain calcolò la quantità di energie contenute in una 
porzione della citata onda del Krakatoa, ad esempio lunga 200 
metri e per una durata di 18 secondi, ed ottenne che corrispon- 
deva ad una forza di 1350 cavalli per metro quadrato. 

. Confrontando poi la velocità massima del maremoto di Arica 
con la velocità impressa dalla marea alle onde, che àel Medi- 
terraneo raggiungono l'altezza di 3 a 5 metri, nell'Atlantico da 
8 a 13, negli oceani, secondo le asserzioni di vecchi naviganti, al 
Capo di Buona Speranza giungono a 15, 18, fino a 33 metri, ri- 
sulta chiaro che il dinamismo endogeno fa compiere alle onde 
del mare il giro del globo in minor tempo e con una maggior 
velocità, come nell'Atlantico ove fu di 1855 metri per secondo. 
Dai fatti esposti risulta lampante che gli effetti dinamici del 
maremoto e delle maree , dovuti 1' uno al vulcanismo , le altre 
all'attrazione luni-solare ed al vento , producono fenomeni alle 
volte fugacissimi, i maremoti, altre volte di una durata più o 
meno grande nelle maree, e poi il mare ritorna placido , tran- 
quillissimo; ciò prova che finita la causa termina l'effetto. . Non 
è così per le correnti calde marine che derivano, esse pure, da 
causa vulcanica, poiché il movimento è perenne per quanto va- 
riabile, e la velocità del Gulf-Stream oscilla di 5 a 10 Km. l'ora, 
ossia metri 1,4 o 2,8 al secondo. 

Di modo che resta stabilito che le eruzioni sottomarine danno 
luogo a fenomeni come quelli che cito a proposito di ciò che fu 
osservato a Santorino il 1° febbraio 1866: Una colonna di fiamme 
■5 metri alta sopra una superficie di 15 metri quadrati. Il 4 febbraio 
nel punto ove il mare òoZ^iva con grande attività, a S. di Nea, 
apparve una luce abbagliante e dopo sorse dal mare in mezzo 
alle onde un isolotto « Giorgio I. ». La nuova isola conteneva 
sulla superficie, detriti del fondo del mare, e pure un pezzo di 
carena di nave affondata, lungo 20 metri. La massa, una specie 



— 73 — 

di mammellone, di giorno nera, di notte era rossastra ed in qualche 
punto rossa. L' acqua del mare che circondava la nuova isola 
giungeva a 50° C. Dopo pochi giorni l'isola si trasformò in cra- 
tere ed entrò in eruzione subaerea. 

So questi fatti non mi fossero stati noti , e da anni, non 
avrei potuto scrivere il 1° gennaio 1909 la seguente lettera al 
giornale « Il Mattino » di Napoli: 

« Dai fatti, che ho potuto raccogliere e che mi riserbo rife- 
rire all'Accademia o in una conferenza pubblica, risulta che le 
catastrofi sono state provocate da un'abortita eruzione sottoma- 
rina: nell'atto che il dinamismo endogenico violentemente tentò 
manifestarsi nello stretto di Messina, provocò pure il maremoto, 
che investi più o meno intensamente la parte orientale della 
bella, quanto sventurata Sicilia e la generosa terra di Calabria > . 

« Non si presti orecchio all'assettamento tettonico, né tampoco 
agli epi o ipocentri; poiché se in epoche remote la Sicilia si di- 
staccò dal continente, fu per la violenza del dinamismo endo- 
genico e seguirono le formazioni vulcaniche dello Stromboli e 
delle isole Eolie «. 

Infatti, sapevo che nel diagramma del Tromometrografo Omeri 
dell'Osservatorio di Valle di Pompei la prima componente del 28 
dicembre 1908 fu N-S alle ore 5, 21', 14" e che ad Ischia era 

stata registrata a ^ .^l 15 ^^ ^ Firenze alle 5,22 com'era stato 

registrato ad Osaka alla distanza di chilometri 12,678,792, de- 
terminai subito la velocità del terremoto ed ottenni: 
Messina-Ischia 4019 metri per secondo. Messina — Valle di Pompei, 

4047 per secondo. 
Messina -Firenze 5900. 

Come pure, avendo appreso che ai mareografi del R. Arse- 
nale Marittimo di Napoli ed a quello di Casamicciola (Ischia) 
era stato registrato il maremoto 1908, calcolai la velocità im- 
pressa al mare ed ebbi le seguenti cifre : 

Messina — Napoli (Porto) velocità in metri ? 

Messina — Casamicciola (Ischia) velocità in metri 135 per se- 
condo. 

Rivolgo invito ai miei contradditori di indicarmi la sorgente 
delle energie del tettonismo o dell'assettamento a cui essi attri- 
buiscono l'immane disastro del 28 dicembre 1908 e di distrug- 
gere se possono con altrettanti fatti e cifre quanto io ho esposto; 
ma per la serietà d'Italia, che in vulcanologia e geologia man- 
tiene ancora il primato tra le nazioni più evolute del mondo, 
che si smetta il pettegolezzo e si finisca di perseguitare chi non 



— 74 — 

Ila altro scopo cho la ricorca della verità, e si tenga presento 
i|uant() il giorno 23 aprilo 1910, Teodoro Roosowolt disse; ncjlla 
c<)iifornnj5a tenuta alla Sorhoi/c ;i Parigi eln* : -• La pei'scoiizione 
è cattiva corno è cattivo l'odio». So un nuovo frate llai'io del- 
l'antica badia ili (Jorvo, chiod(}sse a me: < che cerchi? » rispon- 
derei come rispose Dante Alighieri: « pace », 

Cosa devo fare il Groverno dopo la coscienziosa od impar- 
ziale relaziono del prof. Blaserna, dalla cui rettitudine di illustre 
scienziato non si poteva aspettare di meno? Secondo me dovrebbe 
pubblicare delia relaziono degli ingegneri Bonolli e Tona tutto 
ciò che può riguardare la scienza od affidare il materiale che 
provocò la bruciacchiatura dei cavi al R. Ufficio Q-eologico Ita- 
liano di Roma per l'analisi chimica e petrografica; quindi pub- 
blicare i risultati ^). 

Non dovrebbe nominare altre commissioni scientifiche, uti- 
lizzando invece il danaro per soccorrere i poveri derelitti, poiché 
colà occorre pane e ricovero e non epicentri e aree sismiche. 

I fenomeni che hanno desolato la Calabria e la parte N E 
della Sicilia sono stati provocati dal vulcanismo, il quale, quando 
si manifesta con la violenza del 28 dicembre 1908 e 1 luglio 
1909, non rispetta niente; quindi colà non vi sono aree immuni 
o ponti^ né direzioni, né rocce o sabbia e tanto meno fabbricati 
che resistano alle esplosioni o ai terribili sussulti. Tutto il ter- 
ritorio dei versanti calabro-siculi fu smottato, sconquassato, fen- 

1) Avevo liberato alla stampa il presente lavoro, quando, in seguito a mia 
richiesta, ebbi dalla squisita cortesia di Sua Eccellenza Augusto Ciufìelli, Mi- 
nistro delle Poste e dei Telegrafi, le seguenti notizie. Mi è grato intanto di 
rendere pubblicamente le più sentite azioni di grazie al Ministro per la libe- 
ralità usatami nell'interesse della scienza. 

Ecco ora le notizie che risultano : « Su uno dei cavi si scorse una schiac- 
ciatura ». « Su di un altro cavo si trovarono molti fili di ferro dell' arma- 
tura estema rotti, in 3 giunture distante circa lOOO metri l'una dall'altra, con 
l'armatura scomposta come se il cavo fosse stato stirato e schiacciato: in altro 
punto la fasciatura appariva bruciata e più oltre si rinvenne il cavo intera- 
ramente rotto^ con l' armatura in buono stato, ma come se fosse stata strap- 
pata dal terremoto ». 

« Spiacemi di non poterle spedire il campione della sostanza che produsse 
la .suindicata bruciatura^ non risultando che sia stata a suo tempo conser- 
vato ». 

Le notizie aggiungono qualche cosa a quelle propalate in occasione della 
rimessa dei cavi e per me sono più che sufficienti per non togliere una parola 
a quanto dissi sulla eruzioìic sottomarina del 28 dicembre 1908. 



— 75 — 

duto; tutti gli edifizi furono danneggiati e per la massima parte 
abbattuti. Spettano al Governo le prudenti disposizioni por la rie- 
dificazione di Messina , di Reggio , di tutti i paesi che furono 
così crudelmente colpiti. 

La vulcanologia ha portato tutto il suo contributo scienti- 
fico per spiegare il fenomeno; al Governo di provvedere per l'in- 
segnamento nelle Università di questa scienza , più importante 
di quanto a prima vista sembra. Per ora sono sufficienti il Regio 
Ufficio Geologico di Roma , 1' Istituto Geografico di Firenze e 
Idrografico di Genova per completare il lavoro. Io, per me. da 
quarant'anni ho affrontato disagi e spese per l'affermazione del 
vero ed i miei lavori non hanno avuto bisogno di etichette o 
sigilli per essere discussi dagli scienziati di tutte le nazioni. Fac- 
ciano altrettanto gli scienziati, perchè la scienza non dev'essere 
mercanteggiata e se oligarchie cercano imporsi , presto o tardi 
il vero si fa strada. Sono orgoglioso di aver combattuto come 
meglio ho potuto 1' ipocrisia scientifica od il ciarlatanismo e di 
aver sbugiardato chi delle Calabrie voleva fare la sua California! 



Contributo allo studio dei Mallofagi 

Osservazioni sul Menopou pallidum 
del socio Euclide Ar menante 



(con la tavola I) 



(Tornata dell' li Marzo 10 IO) 

La sistematica dei Mallofagi è stata oggetto di molti lavori, 
quali quelli dello Schrodte, De Géek. Nitzch, Denny, Giebkl, 
CoiNDE, Melnikow, Piaget, Kònig, Simonetta, Picaglia, Packard, 
Cholodkovvshy, Neumasn, Kkllog, Shipley; pochi però sono coloro 
che ne hanno studiato la morfologia e la biologia : o solo inci- 
dentalmente come il GiEBicL, il Piaget, il Tasghknberg, lo Shipley, 
o più direttamente come il Melnikow, il Rudow, il Grossk, il 
FuLMEK, il Kellog, lo Snodgrass, il Wedl. 

Intrapresi lo studio dei Mallofagi, limitando per ora le mie 
v'\i:,Qr(À\(ì-àìMeno]ìon'paìlidiim (parassita del Galiiis domesticus)^ forni;) 
comune e frequente, che offriva perciò facile materiale di studio. 
Ciò mi ha porto l'occasione di fare delle osservazioni, che credo 
non prive d'interesse, delle quali espongo in questo mio lavoro 
solamente quelle riguardanti la costituzione dell'apparato boccale, 
il dimorfismo sessuale ed alcuni fatti della biologia. 

Apparato boccale. 

L'apparato boccale dei Mallofagi, in rapporto al loro genere 
di nutrizione, consistente in barbe di penne tagliuzzate, presenta 
una speciale costituzione e delle parti caratteristiche , intorno 
alle quali sono state elevate discussioni e controversie. 

Un concetto abbastanza confuso delle parti costituenti l'ap- 
parato boccale, sia rispetto alle loro omologie, sia rispetto alla 
funzionalità, fu dato dai primi autori che lo descrissero, quali il 
NiTscH, il Denny, il Melnikow, il Rudow, il Piaget, il Taschen- 



- 77 — 

BERG. Il primo ad esporre con chiarezza la costituzione e l'omo- 
ogia delle parti boccali fu il Grosse, seguito poi con maggiori 
dettagli dal Kellog e dallo Shipley. Ciononostante 1' interpre- 
tazione data da questi autori a quella parte dell' apparato boc- 
cale detta ipofaringe, sclerite esofageo o organo lirifor- 
me, e che è di grande importanza funzionale, non è esatta; ed 
è intorno ad essa principalmente che le mie osservazioni mi per- 
mettono di portare un nuovo contributo. 

Il Melnikow, non esattamente interpretando la costituzione 
delle parti boccali dei Mallofagi, venne alla conclusione che essi 
siano degl' Insetti succianti. Alle medesime conclusioni veniva 
il RuDow, che li avvicinava perciò agli Emittori. 

Benché il Grosse abbia perfettamente dimostrato essere l'ap- 
parato boccale dei Mallofagi masticatore, purtuttavia sono stato 
condotto ad occuparmi della quistione da un osservazione che 
mi è occorso di fare sul Meìiopon : una volta mi avvenne di tro- 
varne uno, che fortemente aderiva sul rachide di una penna, nel 
punto ove vi era un foro da cui vedovasi venir fuori una goccia 
di sangue. 

Osservai il contenuto intestinale di questo animale e non vi 
trovai traccia di sangue ; in seguito osservai il contenuto dell in- 
testino di molti altri individui senza rinvenirvi altro che brani 
di barbule di penne, mai alcuna traccia di sangue o residui di 
tessuti epiteliali. Ciò conferma quanto risulta dalla costituzione 
dell'apparato boccale, che è tipicamente masticatore, come si ri- 
leverà dalla descrizione che segue. 

Le parti dell'apparato boccale non si possono bene distin- 
guere, se non si acquista una certa pratica nella preparazione 
di esse. 

Per la dissociazione dei pezzi boccali mi son servito del- 
l'acqua di Javelle e della potassa caustica al 5 °/o, tenendovi gli 
animali nella prima por otto giorni e nella seconda per due. 

Debbo notare che mi son giovato molto bene della fissazione 
col liquido di Leuwen anche per le osservazioni dei pezzi boccali 
in sito, poiché l'acido picrico che tingeva l'Insetto in giallo mi 
dava agio di poter distinguere i diversi pezzi con sufficiente 
chiarezza. Però molte cose dell'apparato boccale le ho meglio 
viste sul vivo, perchè riesce più facile distinguere e notare i 
rapporti reciproci dei diversi pezzi, allorché essi sono in movi- 
mento. Rendevo più attivi i movimenti, permeglio seguirli, im- 
mergendo l'animale in acqua per asfissiarlo. 



— 78 — 

L'apertura bofcalo imbutiforme si apre noUa porzione 
antorionì rUiUa taccia voutralc dol caj^o. 

Autcriormuutc ossa è limitata dal la, l)l)ro su pc riorc (Fig. 
1 Is) ad orlo regolare e circondato da numerosi poluzzi; poste- 
riormente è contornata dal lal)bro inferiore (Fig. 1 li,n). 

L'apparato boccale del Menopon pallidum è completo, cioè 
a diro comi)ronde tutto le parti che si riscontrano tipicamente 
nei Mallofagi, (puili il labbro superiore, le mandibole, le 
mascelle e il labbro inferiore, più quell'organo speciale in- 
dicato quale ipofaringe o organo 1 iriformo, che io mostrerò 
esser parte di quell'apparecchio che chiamo isopogomot ro. 

Labbro superiore. 

11 labbro superiore (Fig. 1 Is) è una ripiegatura del mar- 
gine anteriore della superficie ventrale del capo; esso è sottile, 
membranoso e non molto ampio, come negli altri Fillotteridi; i 
suoi margini all'esterno e all' interno mostrano un is[)essimento 
chitinoso, su cui sono attaccate delle setole e dei peluzzi disposti 
in fila, ma non molto avvicinati fra loro. Come vedremo descri- 
vendo il modo di funzionare dell'apparato boccale, quest'organo 
non porge alcun contributo alla prensione delle barbule; esso nel 
Menopon deve considerarsi come semplice organo di adesione, 
che fissa l'apparato boccale, lasciando alle altro parti il compito 
di aiferrare e tagliare lo barbule. 

Mandibole. 

Le ma n di bolo, potenti mezzi per tagliare le barbule, sono 
dei forti pezzi chitinosi che visti in sito (Fig. 1 m<l) appariscono 
irregolarmente triangolari ; si trovano in un piano parallelo al 
capo. 

In ogni mandibola (Fig. 2j si distinguo una porzione ba- 
sale e due lunghi denti larghi alla baso, leggermente curvati 
all'estremo e por buon tratto fusi tra loro, formando un incavo, 
in cui viene ad ingranarsi un dente della mandibola dell'altro 
lato. Si ottiene così una specie di forbice, nella quale vien presa 
la barbula por essere tagliata. 

La parte basale della mandibola presenta una faccetta arti- 
colare concava e duo condili, la faccetta articolare ed uno dei 
condili sono esterni, entrambi si articolano rispettivamente con 
un condilo ed una faccetta articolare, che fanno parte di un forte 



— 79 — 

apodema (Fig. 1 ap), posto lateralmente al capo, in corrispon- 
denza della guancia. 

L'altro condilo è interno e si articola con una cavità arti- 
colare posta alla porzione anteriore di ciascuna delle branche 
dell'organo liriforme. 

Mascelle. 

In un piano inferiore a quello delle mandibole, fra queste 
ed il labbro inferiore , completamente nell' interno della cavità 
boccale, si scorge il secondo paio di appendici boccali, le mascelle. 
Queste, se in altri Insetti hanno la funzione di triturare, qui non 
restano passive, come vorrebbe il Grosse (pag. 537), ma hanno 
invece, come vedremo in seguito, la funzione di afferrare la bar- 
bula ed introdurla nella cavità boccale, e non a torto il Kello» 
(pag. 443) intuisce, per la presenza dei muscoli attaccati ad esse, 
che debbano avere una determinata funzione. 

Il NiTscH riscontrò nelle mascelle dei Mallofagi un paio di palpi 
mascellari. Il Rudow ne riscontrò ancora e con lui tutti gli 
altri autori che seguirono (Denny, Giebel, Piaget, Taschenberg) 
fino al Grosse, il quale pel primo mostrò che nei Mallofagi 
lo mascelle sono sfornite di palpi e che queste appendici ap- 
partengono al labbro inferiore ; ciò che fu perfettamente am- 
messo poi dallo Snodgrass , Watkrhouse, Kellog e dallo Shi- 
PLEY, che posteriormente si occuparono dell'apparato boccale di 
questi animali. 

Le mascelle (Fig. 3) del Menopon molto delicate, lievemente 
chitinose, senza traccia di divisione in scleriti, sono alquanto 
simili a quelle che il Grosse ha descritte pel suo Tetrophlahnus 
chilensis (secondo ìL^lijOG - Menopon titan): hanno la forma ap- 
prossimativamente conica con la base sferica e ricoperta in tutta 
la sua superficie di fitti e piccoli dentini chitinosi , ricurvi ad 
uncini, rivolti indietro e che danno l'aspetto di spazzola a questa 
faccia della mascella. 

Il cono si allunga verso la parte laterale del capo, riducen- 
dosi verso il vertice ad un sottile peduncolo. 

Le due superficie a spazzola, toccandosi per la porzione po- 
steriore, formano una sorta d'imbuto in cui viene a cadere la 
barbula. Per la posizione dei dentini, con i loro movimenti con- 
cordi e continui possono man mano introdurre e spingere la 
barbula nel faringe. 



— 80 — 

Lal)bro inftiriore. 

N«>l labl)ro inferiore [Fìg. 1. Un o Fig. 4) la ligula 
(Fig. 1 e 4, li) presenta due j)rotuberanze ricoperte di peluzzi: esse 
sono le glosse (Fig. 1 o 4, gl.y^ ai lati di queste, altro due protube- 
ranze su cui si articolano le paraglosse (Fig. 4 ;)^Z), anch'esse 
fittamente coperte di peluzzi. Posteriormente alla ligula, il men- 
tuui (Fig. 1 e 4, ?wn) si allunga dai due lati; anteriormente agli 
estremi di osso, si articolano i palpi labiali (Fig. 1 e 4, ^/6h Questi 
sono l'ostituiti da 4 articoli, tutti poco differenti fra loro, ciascuno 
fornito di radi peli; T ultimo articolo, di poco più lungo e slan- 
ciato e di forma cilindrica, porta un ciuffetto di peli tattili. 

Apparato isopogometrico. 

Fra le mascelle ed il labbro inferiore si riscontra un insieme 
di pezzi strettamente collegati fra loro, che si approfondano nel 
primo tratto del faringe, sono in connessione con l'apparato 
boccale e contribuiscono a formare il pavimento inferiore della 
faringe, costituendo ciò che io chiamo apparato isopogometrico. 

Questa è parte importantissima nel funzionamento dell'ap- 
parato boccale dei Mallofagi; i pezzi che la costituiscono non 
sono stati esattamente osservati ed interpretati, ed a tutti gli 
osservatori che mi hanno preceduto è sfuggito la notevole fun- 
zione di questo apparecchio. 

Distinguerò in esso le seguenti parti : 

a) un pezzo fondamentale: l'organo li riforme. 

b) un imbuto dentato. 
e) due pezzi basali. 

Organo libiforme (Fig. 5 oZ).— E la parte principale dell'ap- 
parecchio, di maggiori dimensioni e posto nel centro. Probabil- 
mente è quello che fu indicato come ipofaringe dal Rupow, 
che credette riconoscervi i caratteri di un organo succiante. 

Il Melnikow lo considerò come labbro inferiore e lo omologò 
ai pezzi succianti dei Pediculini, dal che dedusse che i Mallofagi 
fossero Insetti succianti. Il Grossk escludendo che si tratti di 
un organo succiante si limita a indicarlo (p. 540) « nur als eine 
chitinose Bildung der Schlundintima ». 

Il Kelloq in un primo lavoro (1) indica (|uesto pezzo an- 
ch'egli come labium, ma in un lavoro s(3guente (2) lo ritiene in- 
dipendente dal labbro, lo chiama sclerite esofageo e ne dà 



— Si- 
la descrizione principalmente per V Eurymetojìtis taiirus; anche egli 
con il GrROssE non ammette che esso sia un organo di succia- 
monto, perchè ha visto sempre nutrirsi di barbule i Mallofagi e 
non ha mai notato nello stomaco di essi altro che barbule. 

Lo Shipley, che ha disegnato questo sclerite esofageo in 
varii Mallofagi, lo chiama pel primo organo liriforme. 

Non entro in discussione sul valore morfologico di questo 
pezzo, convengo collo Shipley (pag. B14) che probabilmente esso 
possa corrispondere all'ipofaringe, ma le osservazioni fatte finora 
non sono sufficienti per una esatta interpretazione; tanto più che 
il Grosse (p. 540) ed il Kellog (p. 450) avrebbero riscontrato 
in altri Mallofagi un pezzo corrispondente per posizione alla 
vera ipofaringe degli altri Insetti. Le loro osservazioni però nean- 
che sono sufficienti a dimostrare queste omologie, per le quali 
sarebbe necessaria una indagine embriologica. Epperò io mi limito 
a chiamare con lo Shipley questo pezzo organo liriforme, 
proscindendo dal suo valore morfologico, mettendo qui soltanto 
in rilievo la sua importanza funzionale. 

L'organo liriforme del Menopon si articola dai due 
lati con le mandibole (Fig. 1 ol). In esso si distingue un corpo 
e due branche; il corpo (Fig. 5, col) visto dal dorso si pre- 
senta profondamente incavato, in modo che in esso si scorgono: 
una parete posteriore che si ripiega alquanto nel suo margine 
inferiore; due pareti laterali forate largamente in modo da co- 
stituire due anelli che danno inserzione a forti muscoli; una 
parete inferiore in cui si distinguono due aperture, una posteriore 
ellittica, lunga, con i bordi ispessiti, ed una anteriore più piccola 
circolare. 

Queste due aperture mostrano nell'interno della parete in- 
feriore del corpo dell' ipofaringe una gronda a fondo cieco. In 
una sezione longitudinale del Menopon (Fig. 6) si scorge bene 
questa gronda (Fig. 6 gol), che termina nello spessore della parete 
dell'organo liriforme. Anteriormente il corpo dell'organo in parola 
si continua biforcandosi a V, le cui branche (Fig. 5 hol) sono 
nella loro porzione posteriore cave, piene anteriormente, e si ter- 
minano con due superficie articolari, sulle quali si articolano i 
condili interni della mandibola, come ho già accennato. 

Pezzi basali. — Il Kellog (2) nota in Eurymetopus taurus 
(p. 449) che « Lying ventral to te sclerite (organo liriforme) are 
two structures wich appear to be glands, and are connected with it 
by a duct. » La superficie ventrale di, queste « glande-like stru- 

6 



— 82 — 

ctures » è convessa e la dorsale concava (p. 462). Ognuna di esse 
è rivestita di « a tliiu chitinous onvelope >. Dalla superliciu ven- 
trale dell' estremo posteriore « of the gland » parto un dotto che 
fondesi con quello dell'altro lato, formando un canale unico che 
va all'organo liriforme. « The free portion of the duct consi- 
stos of an inner chitinous tube continuous with that soldered to 
the glauds, but in addition to this there is an outer portion com- 
posed of a series of closely set, chitinous rings, surrounding the 
tube ». Ritrova queste glandole con i dotti in Ooniodes cervicornin 
(p. 466). Ne riscontra ancora assieme allo sclerite esofageo in 
tutti gli Ischinocera da lui osservati e in due individui del genere 
Amhlycera (p. 460). Egli chiama queste glandole nella spiegazione 
delle figuro « linguai gland ». Queste glandole con i dotti furono 
riscontrate molto sviluppate in Ooniodes dallo Shipley (p. 316^, 
che nota « Their ducts are cross-barred like a trachea ». 

Il Kellog dà un disegno di queste glandole a contorno ovale 
molto regolare per 1' Eurymetopus taurus (Plt. LXII fìg. 7 e 8); 
molto più irregolare è il contorno nei disegni dati dallo Shipley 
per il Goniodes tetraonis (Pls. XXXVI, fig. 6, Pls. XXXV^II fìg. 7 
e Pls. XXXVIII fig. 8). Inoltre nei disegni di quest' ultimo le 
glaudule non presentano la convessità ammessa dal Kellog, ma 
appaiono completamente piane. 

Tanto meno vi ho riscontrato un contorno ovale e regolare 
nel Menopon, nel quale appariscono quadrangolari (Fig. 6 pò) e 
con l'orlo esterno ripiegato in dentro. Inoltre, nelle dissezioni essi 
si presentavano laminari ed abbastanza resistenti , non quali 
avrebbero dovuto essere se fossero stati rivestiti solo di un liev(; 
strato di chitina. Trattati con potassa conservavano la medesima 
resistenza. Nulla in essi mi faceva supporre la struttura di una 
gianduia. Visto però, che il Kellog medesimo afferma che esse 
sono rivestite di uno strato di chitina, ricorsi alle sezioni per as- 
sicurarmi della loro natura. I miei preparati, come mostra la 
Fig. 7, mi convinsero pienamente che in ogni caso qui non si 
tratta affatto di glandule, come hanno preteso il Kellog e lo 
Shipley, e che questi corpi si presentano in sezione come 
delle lamine chitinose, che io chiamo pezzi basali. I 
due cordoni (Fig. 6 td) che ad essi s'inseriscono, di natura assolu- 
tamente chitinosa anch'essi, non sono dotti glandolari, ma, come 
vedremo, soltanto dei tendini. 

Questi pezzi basali (Fig. 6 pb) nel Menopon si trovano fra 
l'organo liriforme e le mascelle. Sono lamine chitinose a contorno 
quadrangolare, concave dorsalmente e con l'orlo esterno ripiegato 



i 



— 83 — 

indietro. Nel loro margiue anteriore presentano una fenditura, che 
forma due lobi per ciascun pezzo; quasi nel punto di mezzo della 
loro superficie concava si osservano due bottoni, ai quali vanno 
ad attaccarsi due cordoncini chitinosi (Fig. 5 td) striati trasversal- 
mente come trachee, come ha notato lo Shipley (i voluti con- 
dotti dello volute glandule linguali). Questi cordoncini si riuni- 
scono in un tendine chitinoso unico, che va ad inserirsi al punto 
di sutura delle due branche dell'organo liriformo. 

Imbuto dentato. — Dai due tratti d'inserzione delle due 
branche del tendine suaccennato sorgono anche altri due cordoni 
chitinosi, che man mano si slargano in due lamine (Fig. 5 id) 
molto trasparenti, che internamente sono a margine curvo, al 
quale si inseriscono due ordini di denti chitinosi per ogni lato. 
Questi denti chitinosi sono rivolti verso l'esofago, in modo da 
formare una specie d'imbuto dentato, che termina presso l'organo 
1 informe. 

Come vedremo quest'imbuto prende anch'esso parte al funzio- 
namento dell' isopogometro. 

Funzionamento delle parti boccali. 

Mi ha colpito il fatto di aver riscontrato nello stomaco del 
Menopon delle barbule tutte della medesima dimensione, tagliate 
come con un apparecchio di misura (Fig. 8 hr). 

Mettendo in relazione le conoscenze anatomiche acquistate 
con i fatti osservati sul vivo, dopo ripetute osservazioni ho potuto 
notare la parte che pigliano i varii pezzi nel funzionamento del- 
l'apparato boccale del Menopon., mostrando l'importanza di queste 
nell'introduzione delle barbule di penne e nello spezzettamento 
di esse. 

Il labbro superiore aderisce alla barba, fissando a questa la 
bocca. 

Il labbro inferiore ed i palpi labiali stanno in continuo moto 
di protrusione e di retrazione, palpando le varie barbule e fa- 
cendo come una cernita per scegliere quelle più sottili. 

Le mascelle prendono la barbula con la grande e robusta 
superficie delle due spazzole, che le ricoprono mediante continui 
movimenti di avanti e indietro e la introducono nell' interno della 
cavità boccale. 

Ivi trovano aperto l'imbuto dentato dell'isopogometro, que- 
sto imbuto credo che abbia funzione passiva, in quanto pare non 
serva ad altro che a far si che la barbula che viene spinta dalle 
mascelle, segua una determinata direzione. 



.„ 84 — 

L'organo liriforme durante l'introduzione del pelo nell'appa- 
rato boccale resta inclinato in posizione tale che le sue branche 
laterali sono abbassate (posizione indicata con la lettera a nello 
schema rappresentato dalla Fig. 9), ed il foro anteriore si trova 
nella direzione della barbula, che traversa l'imbuto dentato. 

Spinta dalle mascelle la barbula penetra nella cavita a fondo 
cieco tlella gronda dell'organo liriforme: quando la barbula urta 
contro il fondo, il Me7iopon cessa il movimento collo mascelle. Al- 
lora le mandibole incrociano le loro punte robuste e taglienti, e 
con un colpo, come una forbice, tagliano la barbula. 

Dopo tagliata la barbula l'organo liriforme si sposta, levando 
in alto le sue branche (posizione indicata con la lettera h nello 
schema rappresentato dalla Fig. 9), tirato dai muscoli che si tro- 
vano attaccati al margine delle branche medesime, cosi lascia 
libera l'apertura del faringe e permette alla barbula di passare 
neir esofago. 

Dopo di che l'organo liriforme ritorna al suo posto per l'a- 
zione del tendine chitinoso, che lo lega ai suoi pezzi basali. 

Ciò lascia evidentemente dedurre che l'organo liriforme è 
destinato a tagliare i segmenti di barbula da ingerire iu deter- 
minata misura, onde il nome di isopogometro (da Ti(à-]Oc, barba). 

L'apparecchio misuratore ora descritto, come si rileva dai di- 
segni dati dagli altri autori, si trova in tutte le specie di Menopon. 
ma finora non ora stato da alcuno esattamente descritto, né ri- 
conosciuto il suo modo di funzionare. 

Organo copulatore maschile. 

L' orificio esterno degli organi riproduttori maschili si trova 
sempre nella porzione anteriore del 9" segmento; da esso al mo- 
mento dell'accoppiamento fuoriesce l'organo copulatore. 

Questo comprende due parti : un pene tubulare ed un insieme 
di pezzi accessori chitinosi collaterali (peri fai lo) che coadiuvano 
il pene nell'accoppiamento. 11 Grosse pel Teirophtalmus cliilensis 
studia l'organo copulatore in sito, quando cioè le varie parti non 
sono tutte distese come allorché il pene é estroflesso. Egli dice 
soltanto che il pene è formato dal dotto eiaculatore, dalle glan- 
dole accessorie e dal pene propriamente detto, che ha una forma 
conica ingrossata anteriormente. 

Nel Menopon pallidnm l'apparecchio copulatore maschile, al- 
lorché non é estrotiesso, è visibile per trasparenza; però si scorge 



— 86 — 

molto confusamonte, perchè lo parti chitinose che lo costitascono 
nello stato di riposo sono sovrapposte. 

A me è riuscito una sola volta, durante le ripetute osserva- 
zioni, di vedere un pene estroflesso in un animale morto asfissiato: 
per quanti altri tentativi avessi fatto, mai mi è riuscito poter ot- 
tenere l'estroflessione del pene. I pezzi chitinosi che costituiscono 
il perifallo corrispondono ai pez/j del medesimo apparecchio ri- 
scontrato in altri Insetti. 

Gli apodemi di sostegno all'armatura copulatrice sono in 
numero di quattro, dei quali due (apodemi anteriori) (Fig. 12 
alia) hanno una forma conica molto allungata. Questi sono im- 
mobili cosi nel pene estroflesso, come in quello retratto. 

Gli altri due (apodemi posteriori) (Fig. 12, app), molto 
lunghi, distinti fra loro, vanno ad articolarsi coi primi, e sono 
robusti nella loro porzione anteriore, ma presto si fondono in un 
pezzo unico, membranoso, che rimane ispessito solo al contorno, 
e su cui poggia il pene. Pezzo che sembra di guida al pene 
quando viene introdotto nella vagina; esso è mobile. 

Al di sopra degli apodemi si trovano altre due listerelle chi- 
tinose (Fig. 12, Ich)^ le quali vanno l'una incontro all'altra e pare 
servano di sostegno alla base del pene. 

In un piano inferiore si trova poi l'i pò fa Ilo (Fig. 12 i jp), rap- 
presentato da un pezzo unico anteriormente e che nella porzione 
posteriore si biforca in due robuste branche claviformi, longitu- 
dinalmente striate nella parte laterale. 

Tra le due branche dell' ipofallo vien fuori il ^jene (Fig. i2j)) 
che è cilindrico, all'estremità è rigonfio e leggermente ricurvo. 
Ancora in un piano superiore sta una lamina, che nella parte 
posteriore si allarga in una espansione semimembranosa, arro- 
tondata al margine, e punteggiata; essa è la membrana peri- 
fallica (Fig. 12 mprf), che ricopre il pene dalla parte supe- 
riore. Con l'estroflettersi del pene vengono fuori anche due liste 
chitinose laterali , che potrebbero distinguersi col nome di 1 i - 
sterelle parafalliche (Fig. 12 lprf\ che si articolano all'e- 
stremo anteriore degli apodemi posteriori. 

Organi copulatori accessorii femminili. 

Nella femmina 1' apertura anale (Fig. 11 an) sbocca al di- 
sotto della ripiegatura ventrale della chitina del nono urite. Questo 
P" nono urite porta ai lati due brevi appendici che potrebbero dirsi 
paravulve (Fig. 11 prò)] esse hauuo la forma di piccole alette 



— 86 — 

rotondeggiarti e sembra che siano destinate a favorire l'accop- 
piamento, in qiiMiito nella copula si dispon^rono in direziono delle 
due listurelle parat'alliclio, con le quali sembra si mettano in re- 
laziono. 

Così il masoliio terrebbe fermo l'addome della femmina du- 
rante la copulazione, oltreccliè col terzo paia di zampe, anche 
con le listerelle parafalliche. • 

Dimorfismo sessuale. 

Già da un esame superficiale e senza armare l'occhio di al- 
cuna lente si può distinguere il maschio dalla femmina per la 
forma generale del corpo, in rapporto all'ultimo segmento, in- 
quantocchè essendo questo nella femmina più lungo e ristretto 
(Fig. 11) tutto l'animale appare più lungo del maschio. 

Il capo nel maschio è più corto che nella femmina. Anche 
nella lunghezza del torace si osserva una piccolissima differenza, 
specialmente per il protorace che è più lungo nella femmina che 
nel maschio. Il mesa-metatorace poi nel suo margine libero è 
tutto contornato di peli, i quali sono, nella porzione posteriore, 
in numero di 12 nel maschio e avvicinati fra loro e di varia 
lunghezza, mentre nella femmina sono in numero di 10 e tutti 
della medesima lunghezza. Questo rapporto è costante. Le zampe 
del maschio sono più robuste di quelle della femmina. 

Il Grosse nota nel Tetrophtalmus una differenza tra le tibie 
delle tre paia di zampe del maschio e quelle della femmina; ma 
nel Menopon pallidnm le tibie sono delle medesime dimensioni e 
robustezza in tutti e due i sessi. 

I caratteri differenziali più importanti sono da notarsi nel- 
l'addome. L' addome ha forma ovale allungata ed è sessile. Il 
Grosse nel suo Tetrophtalmus chilensis (Menopon tetan), os- 
servò che nella femmina l'addome è costituito da 10 segmenti 
e nel maschio di 9. Guardando gli animali ventralmente, anche 
nel Menopon pallidum, l'addome della femmina sembra costituito 
da 10 segmenti; però, osservandoli dalla parte dorsale si conta lo 
stesso numero di uriti che nell'addome del maschio. 

Secondo le mie osservazioni, deve ritenersi quindi che il numero 
dei segmenti è lo stesso in tutti e due i sessi (9) e che il nono 
urite della femmina (Fig. 11) presenta ventralmente una ripie-' 
gatura che dà l'apparenza di un segmento a parte. I primi otto 
uriti sono della medesima lunghezza nel maschio e nella femmina 
e dorsalmente portano all'orlo posteriore ognuno una fila di peli, 



— 87 — 

costante iu numero per ogni urite. Il nono urite nella femmina 
porta per ogni lato un gruppo di setole molto lunghe, che sor- 
passano l'estremo dell'addome. Le corrispondenti setole del ma- 
schio sono molto brevi. 

Ai lati poi di ciascuno degli otto uriti anteriori in entrambi 
i sessi si osserva dorsalmente una setola lunghissima accompa- 
gnata da un' altra più piccola, tutte e due poste alla base delle 
stimme, mentre nella faccia ventrale di ciascun urite si notano, 
nella porzione media, delle setole inserite in due file, l'una fila 
anteriore all'altra; però nella parte mediana della faccia ventrale 
del 4» urite, mentre nella femmina vi sono due file di peli come 
negli altri uriti, nel maschio ve ne è una sola fila. Questi due gruppi 
di setole, assieme ad altri due gruppi che ho notati sulla super- 
ficie ventrale del femore del 3» paio di zampe, costituiscono un 
importante carattere specifico del Meìiopon pallidnm^ e l'ho vo- 
luto qui notare, perchè mi sorprende come esso sia sfuggito agli 
osservatori che hanno studiata la sistematica dei Mallofasfi. 

L'apertura anale in entrambi i sessi è terminale, mentre 
l'apertura genitale si trova dalla parte ventrale e nella femmina 
non molto distante dalla anale. 

Nel maschio l'ultimo anello è molto corto in paragone di 
quello della femmina e presenta marginalmente quattro lunghe 
setole (Fig. lOj. Nella femmina 1' ultimo anello oltre ad essere 
più lungo è anche molto ristretto; il suo margine posteriore è 
circondato da una corona di setole grosse, che all'estremità del- 
l'urite, in prossimità dell'apertura anale si fanno più lunghe. 

Nel maschio intorno al margine anteriore dell'apertura ge- 
nitale (Fig. 10 ag) si nota una serie di otto piccolissime setole, 
mentre il margine posteriore dell'ultimo urite presenta ventral- 
mente quattro lunghissime setole, due per ogni lato. 

Nella femmina invece (Fig. 11), anteriormente alla ripiegatura 
della cuticola al disopra dell'apertura genitale, si osservano due 
serie di peli; una serie anteriore di sei peli disposti ad arco e 
abbastanza lontani l'uno dall'altro, ed un'altra, posteriore, fatta 
di peli molto più piccoli e molto numerosi. 

Nella femmina, lungo l'orlo della ripiegatura che si forma nel 
mezzo del nono segmento, si trova una fitta serie di spine chi- 
tinose forti ma brevissime. 



— 88 — 

Note biologiche. 

l.o Aumonto in numoro dei Mojiovon in rapporto alla 
stagione od alle condizioni doU'animalo sul quale sono 
parassiti. 

Il Meìwpon pallidum mena vita puramente parassitaria: sul 
Gallus ilomesticus è la specie più frequente. Esso è più abbon- 
dante in estate, tanto da arrecare spesso gran noia all'ospite. 
Mi pare degno di nota il fatto che mentre in inverno riscontravo 
sul Oallns^ assieme al Meiiopon pallidum, anche due altre specie 
di Mallofagi ed in numero anche abbastanza rilevante, d'estate 
invece questi ultimi erano scarsi, quasi che i Meno])on, moltipli- 
candosi in gran numero, li avessero cacciati via. 

Pare che in casi patologici il numero dei Menopon, aumenti 
ancora di più, cosi in un Gallus che tenevo in esperimento e 
che si ammalò di un tumore alla regione pettorale , i Menopon 
in pochi giorni aumentarono in modo straordinario, localizzandosi 
specialmente nella regione affetta dal tumore. 

In casi normali però a me pare che il Menopon, se dà mo- 
lestia all'ospite pel prurito, non produce alcun danno essenziale. 

2.0 Modo di camminare ed aderire agli oggetti le- 
vigati. 

Il Menopon si sorprende sempre immobile, occupato a ro- 
dere le barbule delle penne; però, allorché è disturbato, esso si 
muove e scappa rapidamente. Il suo modo di camminare è ca- 
ratteristico, in quanto pare come se scivolasse con grande svel- 
tezza sia sulle penne che sulla cute dell'animale. 

Esso ha una potente forza adesiva, che si sviluppa allorché 
si trova sulla superficie di oggetti levigati, come ad esempio il 
vetro, tanto che non si riesce a staccarlo se non dietro un re- 
lativo sforzo. Questa forza adesiva è dovuta agli organi di ade- 
sione posti nei tarsi. 

Come nel Tetrophtalmiis descritto dal Grosse, il tarso del M. 
pallidum (Fìg. 15) consta di due pezzi, che partono da un altro 
unico, chitinoso ed ispessito, il quale si articola con 1' estremo 
distale della tibia. Il primo pezzo é molto ridotto, ma si espande 
in un solo ampio lobo membranoso (Fig. 15 Iht), mentre nei Lioteidi 
si riscontrano due di questi lobi. Il secondo pezzo tarsale porta 
due uncini (Fig. 15 ut), che si articolano e si terminano ricurvi 
e leggermente ottusi; nella faccia interna di ciascun uncino, 



— 89 — 

lungo la linua mediana è inserita una piccola membrana, che non 
giunge allo estremo dell'uncino medesimo e si presenta tutta 
striata trasversalmente. In mezzo ai due uncini si inserisce sul 
secondo tarsale un piccolo pezzo cilindrico, lungo quanto gli 
uncini e dilatato all'estremo. 

Il lobo membranoso tarsale, dalle osservazioni dirette, risulta 
essere 1' organo principale con cui il Mallofago aderisce alla su- 
perficie levigata; però non escludo che probabilmente hanno an- 
cora funzioni adesive, sia la membranella posta lungo il secondo 
pezzo tarsale, sia la dilatazione terminale del cilindretto posto fra 
i due uncini, avendo visto che anch'essi si adagiano sempre sulla 
superficie levigata. 

Il Grosse ha visto pel Tetrophtalmus chilensis che anche il 
labbro superioro funziona da organo di adesione. Non ho argo- 
menti per sostenere il contrario, tanto più che ho visto questo 
organo funzionare analogamente per fissare la bocca sulle bar- 
buie, come ho già detto ; ma posso asserire, che da solo non può 
servire allo scopo per la seguente osservazione da me fatta : Ho 
staccato all' animale i lobi adesivi da tutte e sei le zampe ri- 
mettendolo poi su di un vetro, ma a questo più non aderiva come 
prima e cadeva con la massima faciltà allorché il vetro si capo- 
volgeva. 

3.0 Accoppiamento, deposizione delle uova e 
uscita dei piccoli. 

Ho potuto notare che il Menopon si riproduce durante tutto 
r anno, ma d' inverno vengono deposte uova in molto minor 
numero, mentre lo sono abbondantemente in estate. 

Mi è qualche volta riuscito di colpire due Menopon accop- 
piati: il maschio si attacca dorsalmente alla femmina, accostando 
l'ultima porzione dell'addome e stringendola fortemente col terzo 
paio di zampe. • 

Nulla però mi è riuscito di vedere degli ulteriori particolari, 
poiché gli animali si staccavano appena disturbati. Le femmine de- 
pongono normalmente uova in gran quantità; queste sono avvilup- 
pate da un segreto, per mezzo del quale, riunite in gruppi, che varia- 
no da 10 a 60 uova, vengono attaccate alle barbe. Per la deposi- 
zione delle uovai Menopon scelgono preferibilmente le penne sottili 
della regione cedale, sebbene in altre parti del corpo anche mi fu 
dato di riscontrarne, specialmente sulle rettrici. 

L'uovo (Fig. 13) è allungato, ovale da un polo, conico dal- 
l' altro, ed abbastanza voluminoso; il guscio è chitinoso, di color 



— 90 — 

l)ianco. ItinrrrormunU! tonduntu A giallo. Esso è fornito di un 
opuruolo clic conis|)()ndc al polo conico. 

La superficie apicalu opcrcolarc dell'uovo [F'ig. 14) e incisa di 
arabeschi ariuonicamonte disognati ; il vertice del cono costituente 
l'opercolo porta un sottile prolungamento cilindrico, che ad un 
corto tratto leggermente si biforca, un ramo resta breve, a punta 
acuta, mentre l'altro si allunga ed assottiglia, torminandosi in un 
piccolissimo bottone. Questo prolungamento ha un movimento di 
oscillazione ogni qualvolta la larva si muove nell' interno del 
guscio. 

Il resto della superficie dell'uovo è completamento liscia. 

Lo uova si attaccano sempre per il ])olo ovoidale, su cui si 
ammassa la sostanza agglutinante segregata dall'animale; il polo 
conico resta libero. 

Per poter osservare la schiusa delle uova e misurare il tempo 
necessario per Io sviluppo completo dell' animale, presi diverse 
uova che erano state deposte di recente dallo insetto e le chiusi 
in una provetta otturata con un po' di cotone idrofilo, che 
mantenni ad una temperatura costante, cosi da seguire tutti gli 
stadii di sviluppo, dal momento della deposizione dell'uovo fino 
alla schiusa del piccolo Menopon^ costatando che il periodo di svi- 
luppo dura da 8 a 10 giorni. 

11 piccolo Menopon vien fuori dall' uovo, nel quale ha già 
subito una prima muta , sollevando da sé stesso 1' opercolo ; il 
suo capo è molto grande, forse quasi quanto l' intero corpo e le 
sue tempie sorpassano in lunghezza quella dell'addome. Il torace 
presentasi come nell'adulto, cioè costituito da un prò torace ed un 
meso-metatorace. Le sue zampe, già robuste e munite di folte 
setole alla regione tarsale, portano, come nell'adulto, gli uncini 
ed i lobi tarsali; esse sono lunghissime rispetto all'animale, tanto 
da sorpassare in lunghezza l'addome. 

L'addome è coperto di numerose e lunghe setole; colle suc- 
cessive mute il numero delle setole va man mano riducendosi, e 
raggiunto lo stato adulto l'animale porta il numero determinato 
e costante di setole caratteristico della specie. 

Il dimorfismo sessuale appare in uno stadio molto avanzato 
dello sviluppo del Menopon, dopo la riduzione del numero delle 
setole, colla seconda muta, quando i piccoli cominciano gradata- 
mente ad assumere la forma e l'aspetto degli adulti. 

In questo stadio l'ultimo anello addominale, mentre nel maschio 
resta come era nel giovane , nella femmina si determina come 
uno strozzamento, che fa sembrare l'ultimo anello diviso in due. 



— 91 — 

Ho potuto riscontrare sul corpo del Menopoti un fungo pa- 
rassita, il quale manda le sue ife a mo' di ciuflfo nello spazio 
compreso tra un urite e l' altro. Questo fungo fu studiato dal 
Prof. Trinchieri, coadiutore nell' Orto botanico, il quale ha po- 
tuto osservare, come prossimamente renderà noto per la stampa, 
in questo Bollettino, ohe si tratta di una Lahoidbeniacea nuova 
per l' Italia e che anzi nell'epoca nella quale fu da me riscontrata 
rappresentava un genere ed una specie nuova. 

Riconoscente, ora debbo porgere i più sentiti ringraziamenti 
al Prof. Monticelli, il quale fu verso di me largo di aiuto e di 
consigli paterni. Speciali ringraziamenti debbo poi al Prof. Po- 
LiCE, che mi ha particolarmente assistito ed aiutato, sia nel con- 
durre a termine le mie osservazioni, sia nella compilazione di 
questo mio lavoro. 

Dall' Istituto Zoologico della R. Università. — Napoli, Marzo 1910. 



— 92 — 



LAVORI CITATI 

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Dochophonis, Nirmtis. Lij}euriis, ecc.: Bull. Soc. imp. ualur. 

Moscou. Tome S2., P. 2, pay. il8 
1 77H. Dk Gkkk, C. — Mémoires pour servir à 1' histoire des Insectes: 

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1842. Dknny, H. — Monographia Anoplurorum Britanniae or, An essay 

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- 93 — 

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della E,. Università di Modena: Atti Sor.. Hai. Se. Nat. Voi. 
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fresser: Dissertation, Halle. 

1869. — — 2- — Neue Mallophagen: Z. ges. Naturwiss:Vol. 34, pag. 387. 

1870 — — 3. — Beobachtungen uber Lebensweise und Bau der Mal- 
lophagen oder Pelzfresser: Z. ges Natìirwiss., Voi. 3.5, pag. 272. 

1882. Simonetta. L. — Elenco sistematico dei Pediculini appartenenti al 

Museo zoologico dell'Università di Pavia: Bull. Soc. Ent. Ital. 

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1899. Snodgrass 1. — The anatoray of the Mallophaga: Contrib. Hopk. Sea- 

sìde Labor. Palo Aito N. 19, pag. 145. 
1905. — 2- — Revision of the Mouth-parts of the Corrodeutia and 

the Mallophaga: Trans. Ameri e. Ent. Sor. Voi. 31 pag. 297. 
1860 ScHJODTE. — On the Phthiriasis and on the structure of the mouth 

in Pediculus (trad. dal Danese): Ann. Mag. Natur. Hisforg {3) 

Voi. 17, pag. 213. 

1883. Taschenberg 0. — Die Mallophagen, mit besonderer Berticksii'-ktigung 

der von Dr, Meyer gesammelten Arten. Systematisch boarbeitet: 

Nova Acta Acad. Leop Carol. 44 Ed. pag. 1. 
1904. Waterhouse C. 0. — [Diagram of the mouth of Laeinobothrinin 

titan] : Trans. Ent. Sor. London Proc. pag. 5-6. 
1855. Wedl D. — Ueber das Herz von Menopon jìallidum: Sitz. Ber. K. 

Akad Wiss Wirn. Bd. 17. pag. 173. 



- 94 — 
SPIEGAZIONE DELLA TAVOLA 

LETTERE COMUNI A TUTTE LE FIGURE 



(U/m 


— apertura genitale maschile. 


an 


— antenne. 


ap 


— apoilema d'articolazione delle mandibole. 


apn 


— apodemi anteriori dell'apparecchio copulatore. 


apan 


— apertura anale. 


apyf 


— apertura genitale femminile 


app 


— apodemi posteriori dell'apparecchio copulatore. 


boi 


— branche dell'organo liritbrme. 


br 


— barbule. 


bt 


— bottone d'inserzione dei tendini dell' isopogometro 


ca 


— capo. 


col 


— corpo dell'organo liritbrme. 


gì 


— glosse. 


gls 


— glandule salivari. 


90 


— gozzo. 


gol 


— gronda dell'organo liriforme. 


id 


— imbuto dentato. 


Ibt 


— lobo membranoso del tarso. 


Ich 


— listerelle chitinose della base del pene. 


li 


— ligula. 


Un 


— labbro inferiore. 


Iprf 


— listerelle parafaUiche. 


Is 


— labbro superiore. 


md 


— mandibole. 


mn 


— mentum. 


mprf 


'— membrana perifalUca. 


P 


— pene. 


pb 


— pezzi basali. 


pgi 


— paraglosse. 


plb 


— palpi labiali. 


prv 


— paravulva. 


ol 


— organo liriforme. 


td 


— tendini chitinosi. 


ut 


— uncini tarsali. 



Fig. 1 — Apparato boccale del Afennpon pnllidum in sito; visto dal lato ven- 
trale. (Per non complicare il disegno ho smesso di disegnare al 
margine del labbro superiore) x 230. 

» 2 — Mandibola x 3B0. 

» 3 — Mascella x 3B0. 

» 4 — Labbro inferiore x 200. 

» 5 — Apparecchio isopogometrico nel suo insieme x 360. 

> 6 — Sezione sagittale del capo attraverso l'organo liriforme, per mostrare 
la gronda e la posizione dell'organo in sito x 350. 



— 95 — 

Fig. 7 — Sezione trasversa che passa per i pezzi basali, le due branche del- 
l'organo liriforme ed il tendine chitinoso mediano x noo. 

» 8 — Capo portante attaccato parte del tubo digerente dissecato, si ve- 
dono le barbule tagliate della medesima dimensione nell' eso- 
fago e nel gozzo x 65. 

» 9 — Schema costruito sui dati delle sezioni sagittali, per mostrare le 
due differenti posizioni dell'organo liriforme nel funzionamento 
del isopogometro. 

» 10 — Ultimi tre segmenti addominali del maschio x 115. 

» 11 — Ultimi due segmenti addominali della femmina x 115. 

» 12 — Apparecchio copulatora maschile x 350. 

» 13 — Uovo X 67. 

» 14 — Opercolo x 115. 

» 15 — Estremità tarsale x 200. 



Sul modo d' insepirsi delle libre della Zoniila di ZInn 
sulla capsula anteriope del cpistalllno neir ncctiin umano 

NOTA PREIilMINARR 

del socio E. AoiuIìAR 
(con la tav. II) 



(Tornata del 12 Magp^io 1910) 

Riserbanclomi di svolo^ero ampiamente quanto prima quest'ar- 
gomento e di dare la descrizione particolareggiata del modo come 
le fibre zonulari s'inseriscono sulla capsula del cristallino, non solo 
nell'occhio umano ma anche in altri animali (cavallo, bue, cane, 
coniglio, pollo, ecc.), mi limito per ora a dare un breve cenno 
sulla inserzione di queste fibre sulla cristalloide anteriore del- 
l'uomo. 

Per compiere nel miglior modo questa osservazione ho ado- 
perato una tecnica molto semplice per quanto d'esecuzione molto 
delicata e paziente, quale era richiesta dalla necessità, d'isolare 
la capsula anteriore nella sua totalità, senza interrompere la con- 
tinuazione della medesima con le fibre della zonula del Zinn. 

Fissato l'occhio, proveniente da cadavere e nel maggior pos- 
sibile stato di freschez;?a, in liquido di Mtiller o in formaldeide 
al 4 o/o e fatto il passaggio in alcool a 40°, 70<>, 96», dividevo il 
bulbo in due metà con taglio trasversale. Messa là parte ante- 
riore di esso in una vaschetta con alcool ordinario, toglievo il 
vitreo con una pinza e con una forbicina tagliavo all'ingiro re- 
tina, coroide e sclera fino all'ora serrata. Indi distaccavo accu- 
ratamente r involucro sclero-corneale e asportavo con molta de- 
licatezza dalla parte anteriore del corpo ciliare l'iride, lasciando 
cosi sospesa la lente ai processi ciliari mediante le fibre zonulari. 
Fissavo in seguito la lente con un ago dalla superficie posteriore 
e con un affilato coltellino da cataratta o con un ago lanceolato 
recidevo all'intorno, quasi ad un millimetro di distanza dall'equa- 
tore della lente, la capsula posteriore. Con molta pazienza e con 



— 97 — 

la maggiore delicatezza estraevo pian piano con una sottile pin- 
zetta le fibre lenticolari, finché la capsula della lente non restasse 
pressoché trasparente. 

Passato il preparato in acqua, lo mettevo in una vaschetta 
contenente la soluzione del Weigert per la colorazione elettiva 
delle fibre elastiche e nella quale lo lasciavo stare per 24 ore; 
indi 1<^ passavo in alcool ordinario per decolorare il tessuto fon- 
damentale, fino a che il preparato non cedeva più colore. Ri- 
sciacquato poi abbondantemente in acqua distillata, chiudevo il 
preparato in glicerina neutra, evitando l'inclusione in balsamo, 
perchè nei passaggi in alcool assoluto e in xilolo assai facilmente 
si rompe la capsula e si raggrinzano troppo le fibre. 

Una elegante e rapida colorazione delle fibre zonulari l'ho 
avuta usando una speciale ematossilina ferrica, che l' egregio 
prof. De Lieto-Vollaro, dopo lunghe ricerche, riuscì ad ottenere 
per la colorazione delle cellule della cornea; ed accenno a questo 
metodo perchè oltre ad aversi eleganti preparati della zonula del 
Zinn, si ottiene in pari tempo la colorazione degli elementi cel- 
lulari dei vari tessuti compresi nel preparato ^). 

Descrizione del preparato. 

Ad occhio nudo si vede la zona circolare anteriore del corpo 
ciliare dentellata per i processi ciliari, nel di cui campo si stende 
una membrana trasparente, cioè la capsula anteriore del cristal- 
lino. Alla periferia di questa spicca una zona anulare di color 
rosso viola, dovuta alla colorazione delle fibre col liquido di 
Weigert. 

Osservando il preparato a piccolo ingrandimento con uno 
stativo Zeiss da preparazione, in modo da abbracciarne tutto il 
campo, vediamo un' elegante zona raggiata di fascetti di fibre 
che occupa in giro quasi i '^/s del diametro capsulare. Queste fibre 
in gran numero hanno origine dalla corona ciliaris e gittandosi 
sulla capsula, alcune, più brevi, s'inseriscono sfioccandosi presso 
il margine; le altre, più lunghe, terminano la loro inserzione quasi 
al quarto superiore del raggio capsulare. 

A forte ingrandimento (Zeiss ^^J si osserva molto bene il 
modo di comportarsi delle fibre zonulari. 

1) De Lieto Vollaro A. — Di un imovo procediwento di tecnica per la co- 
lorazione nucleare e protoplasmatica delle cellule della cornea propria. (Archivio 
di Ottalmologia, anno XVII, 1909-1910. Napoli). 

7 



— 98 — 

Dai processi ciliari e dagli avvallamenti fra essi compresi 
si veggono originarsi dei robusti fascetti di fibre, varianti per 
numero e per lunghezza. 

I più brevi si arrestano sfioccandosi presso il margine della 
capsula, mandando però delle fibrille più lunghe che vanno ad 
inserirsi più in basso. I fascetti più lunghi cominciano a divi- 
dersi e a sfibrarsi a misura che dalla estremità dei pmcessi ci- 
liari si avanzano sulla capsula. Si osserva che a livello dell'orlo 
capsulare, dove già hanno preso inserzione le fibre più corte, il 
fascio principale si risolve in due, tre, quattro fascetti, i quali 
sfioccandosi ad angoli più o meno acuti e a diversa altezza si 
gittano sulla capsula e secondo diversi piani, data la convessità 
della superficie della capsula lenticolare. Infine verso la loro ter- 
minazione le fibre zonulari si sfioccano completamente e pren- 
dono inserzione sulla capsula quasi tutte allo stesso livello, come 
può vedersi nella fotografia del preparato (Ingr. 10 ^j^ diam.). 

Per dare un'idea più esatta del modo come si comporta un 
fascette di fibre zonulari sulla cristalloide, possiamo prendere ad 
esempio un pennellino di vajo a peli molto lunghi, la cui estremità 
sia tagliata assai obliquamente. Appoggiamolo con il tratto obliquo 
sulla superficie curva di una lente biconvessa, su cui sia stata 
spalmata della gomma, in modo che i peluzzi più corti con-i- 
spondano al margine della lente. Sollevando leggermente il pen- 
nellino vedremo che i peli più lunghi avranno contratto aderenza 
verso la porzione paracentrale, i più corti verso la periferia e fia 
questi due limiti troveremo inseriti tutti gli altri peluzzi in or- 
dine decrescente di lunghezza. 

Cosi sul cristallino dell'uomo e di altri animali esaminati si 
comportano le fibre zonulari; anzi negli altri preparati da me 
fatti (bue, cane, ecc.) riesce più evidente questa disposizione per 
la maggiore convessità del cristallino. 

Nei diversi preparati esaminati quello dell'uomo eccelle sopra 
gli altri per la elegante disposizione delle fibre, per il loro nu- 
mero stragrande e per la loro lunghezza, e ciò è da presumersi 
sia in rapporto con le proprietà accomodative, che l'occhio umano 
in sommo grado possiede. 



Dall' Istituto di Clinica Oculistica della R. Università di Napoli diretto 
dal Prof. A. Angelucci. 



SALVATORE LO BIANCO 

(n. 10 Giugno 1860, m. 9 Aprile 1910) 



• 



COMMEMORAZIONE 

FATTA 

dal socio Federico Raffaele 

nell'apposita tornata del 22 maggio 1910 



A voi, che conosceste Salvatore Lo Bianco, sembrerà, ne son 
certo, come sembra a me, quasi inverosimile, che egli, pieno di 
tanto vigore di vita quanto non riusciamo a metterne insieme 
noi tutti, sia caduto per non più rialzarsi; che quella rigogliosa 
tenace fibra sia stata d'un colpo spezzata come una fragilissima 
cosa. 

Raramente, invero, accade d'imbattersi in una cosi esube- 
rante natura, in un organismo cosi agile , cosi duttile, cosi ela- 
stico; in una parola, cosi vivo, quale fu quello del nostro amico. 
La coscienza di queste singolari facoltà infondeva in lui una 
continua gagliarda gioia di vivere, che propagandosi intorno a 
lui suscitava le energie dei più fiacchi e i sorrisi dei più ma- 
linconici. 

La vita di Salvatore Lo Bianco si svolse in apparenza piana, 
semplice, eguale; ma fu pure quasi miracolosa ; fu , vorrei dire, 
un miracolo continuo, che, appunto perchè continuo, non parve 
miracolo. Questo ch'io dico non sembrerà una esagerazione a voi 
che sapete come il piccolo Turillo, entrato a 14 anni ultimo servi- 
torello nella Stazione Zoologica, ne era divenuto il primo e più 
importante personaggio , e così alto posto aveva raggiunto nel 
regno dei biologi, che da ogni parte del mondo s' è levato un 
grido di dolore per la sua morte, che lascia, a giudizio di tutti, 
un incolmabile vuoto. Quest' ardita ascensione fu compiuta senza 
strepito, senza sforzo apparente, come una tranquilla passeggiata 



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su per una via piana ; gli ostacoli furono superati così som- 
plicoraente, che nessuno se ne accorso. Ma mentre il Lo Bianco 
sembrava camminare con gli altri, egli tutti oltrepassava. 

L'incontro del Dolirn col piccolo Turillo, al momento in cui 
il soe:no del geniale naturalista cominciava a divenire realtà 
nella bella casa bianca, uscita allora dalle acque del nostro Golfo 
come per opera d'incantesimo, fu veramente provvidenziale e segnò 
un' epoca nella Storia della Stazione Zoologica ; i fati benigni 
che arrisero all'ardita impresa del Dohrn certo lo prepararono. 
Se il Dohrn avesse bandito un concorso internazionale per tio- 
var l'uomo che gli era sopra ogni altro necessario, perchè lu^Wu 
Stazione Zoologica il suo alito creatore potesse trasformarsi in 
vita rigogliosa e feconda , egli non avrebbe potuto trovar di 
meglio di quel ragazzetto, che la sua buona stella gli fece iu- 
contrai-e sull'uscio di casa. 

Due esistenze incerte cominciavano allora ad affacciarsi al 
mondo in due organismi dotati di eccezionali facoltà di espan- 
sione: la Stazione Zoologica e il piccolo Turillo. E può ben dirsi 
che l'evoluzione d'entrambi procedette di pari passo come ma- 
nifestazione d'un unico impulso dato dalla volontà creatrice di 
Antonio Dohrn. Senza il Dohrn, non si sarebbe forse mai schiusa 
a Salvatore Lo Bianco la via ch'egli cosi trionfalmente percorse; 
ma senza Salvatore Lo Bianco io non credo che il Dohrn avrebbe 
potuto fare egualmente della Stazione Zoologica quella mirabile 
fucina di lavoro biologico, che ha riscossa la universale ammi- 
razione. 

Questi due uomini singolari, che una fortunata combinazione 
aveva messi insieme , animati da uno stesso amore per l' opera 
cui dedicarono tutta la loro poderosa attività, ebbero sempre 
r uno per l' altro un profondo sentimento di gratitudine. 

Del suo affetto veramente paterno il Dohrn diede al suo 
Salvatore prove non dubbie , e, riposta in lui la piena fiducia 
ch'egli meritava, gli lasciò completa libertà d'azione e d'iniziativa, 
favorendo con sollecita cura il graduale svolgersi delle preziose 
qualità di lui, e preoccupandosi costantemente di migliorarne la 
posizione inorale e materiale. 

Il Lo Bianco, dal canto suo, salito cosi in alto, per virtù 
propria, trattato alla pari e con sentimenti di sincera ammira- 
zione e deferenza dai più eminenti scienziati e dai più illustri 
personaggi, fatto segno a distinzioni e omaggi da ogni parte, 
non dimenticò un sol momento il suo debito verso colui che gli 
aveva stesa la maiio nei primi passi ed ebbe, fino al suo ultimo 



— 101 — 

respiro, pel Dohrn e per la Staziono Zoologica, una illimitata devo- 
zione. La quale, a chi ben la conobbe, illuminò di bellissima luce 
la figura, morale del nostro compianto amico, inspirandogli quel 
jjrofondo nobilissimo sentimento di dovere, per cui egli volle 
consacrare tutto sé stesso all'opera immortale del suo benefattore. 

Il 25 marzo 1909 ricevetti dal Lo Bianco una lettera con 
queste parole: 

« Ho voluto scrivervi subito perchè dalle vostre lettere mi 
sono accorto che non siete affatto informato delle condizioni 
molto gravi del prof. Dohrn. Figuratevi che da circa un paio 
di settimane siamo preoccupatissimi, perchè ogni tanto il povero 
uomo ha degli attacchi asmatici così forti, che non si sa mai 
se ne esce vivo o morto. 

< L'altra sera ad esempio ne ha avuto uno che è durato circa 

4 ore ! Il cuore è molto debole ed i medici non danno alcuna 

speranza. 

« Caro professore, ho proprio una piaga sul cuore ! vederlo sof- 
frire talmente da chiedere lui stesso che venga la triste fine è 
uno strazio per chi lo ha visto per tanti anni così energico e 
pieno di salute!... 

« All'occasione cercate di scrivere una lettera al D.r Rinaldo 
Dohrn , incoraggiandolo nel difficile periodo , che attraversa; il 
poveretto è molto accasciato e addolorato ». 

Sei mesi più tardi , la temuta catastrofe avvenne. Quando 
giunse da Monaco la dolorosa notizia, ero col Lo Bianco accanto 
al giovine Rinaldo Dohrn; e piangemmo con lui l'uomo sommo, 
che anche noi aveva trattati come figli. Nel muto profondo dolore 
del Lo Bianco, ebbi una nuova prova del culto, fatto di tene- 
rezza e ammirazione, ch'egli aveva nel suo cuore dedicato ad An- 
tonio Dohrn. 

E fin dai primi momenti del suo lutto, Rinaldo Dohrn, nel- 
l'assumere la direzione della Stazione Zoologica, potè sperimen- 
tare quali valide e volenterose mani gli si stendevano con affetto 
fraterno per aiutarlo nel difficile compito. Il culto, che il Lo Bianco 
ebbe per il Dohrn vivo, ei l'ebbe per la memoria di lui: e con 
rinnovato ardore centuplicò le sue forze, perchè la vita della Sta- 
zione Zoologica continuasse inalterata. 

Egli rimaneva saldo al suo posto come un buon nocchiero 
nella tempesta. Ma anche lui doveva essere di lì a poco travolto! 

E quando, sulla bara appena chiusa , Rinaldo Dohrn , con 
voce rotta dal pianto, diede l'estremo saluto alla salma di Sal- 
vatore Lo Bianco, nelle simpatiche affettuose parole sgorgategli 



— 102 — 

dal cuore, vibrò certo la grande anima del padre suo, venuta a 
ringraziare per l'ultima volta il fedele amico, l' infaticabile col- 
laboratore. 

Il piccolo Turillo arrivava nella novissima Stazione Zoolo- 
gica con un ben povero bagaglio di conoscenze; egli appena aveva 
superata la scuola tecnica, e la sua mente era presso che tabula 
rasa. Ma una grande avidità di sapere lo incitava ; e subito i 
suoi occhi curiosi e penetranti si diedero a frugare ogni più ri- 
posto cantuccio del nuovo mondo, che si apriva davanti a loro. 

Egli era una di quello nature privilegiate, dotato di possenti 
meccanismi interni, che, una volta ricevuto un impulso, lo cen- 
tuplicano e, quando si mettono in moto, non si arrestano a mezza 
strada. 

Nel manoscritto della Storia della Stazione; zoologica , che 
il Dohrn aveva cominciato a scrivere negli ultimi anni della sua 
vita e che purtroppo la morte gli vietò di continuare, trovo questo 
primo cenno intorno al nostro Salvatore. 

« Il compito di raccogliere notizie sulla ecologia della fauna 
del golfo, di conservare gli animali marini per fornire ai singoli 
studiosi, ai laboratorii, ai Musei zoologici d'altri paesi il mate- 
riale raccolto dalla Stazione zoologica, venne affidato a due gio- 
vani tedeschi; lo Schmidtlein e il D.'" A. Miiller » — < Ambedue 
cominciarono un lavoro, che più tardi » scrive il Dohrn « doveva 
raggiungere vaste proporzioni, quando fosse capitato in mani 
adatte. Le mani e la mente, che ci volevano, già erano al ser- 
vizio della Stazione zoologica all'epoca del Muller e dello Schmidt- 
lein; ma erano ancor troppo giovani e inesperte per mettersi 
efficacemente all'opera. Esse appartenevano al tìglio del mio por- 
tinaio del Palazzo Torlonia, Salvatore Lo Bianco, che allora tutti 
chiamavano Turillo ». 

< Il padre di questo ragazzo venne un giorno da me per chie- 
dermi se mai potessi dare al quattordicenne figliuolo un posti- 
cino nella Stazione zoologica. 

< Il ragazzo aveva frequentato fino allora le scuole, dimo- 
strando una gran passione per lo studio; era tempo oramai che 
si avviasse a un mestiere; e il padre sarebbe stato ben lieto s'io 
avessi voluto prenderlo con me. Io aveva spesso veduto quel 
ragazzo in portineria, intento a leggere, a scrivere o a scara- 
bocchiar disegni; quasi mai in ozio. 



— 103 — 

1 Lo presi perciò volentieri, promettendogli un piccolo salario 
e adibendolo al servizio dei naturalisti, che venivano a lavorare 
nelle Stazione zoologica; egli doveva faro la pulizia delle stanze 
e delle tavole da lavoro, e, quando questo servizio era finito, aiu- 
tare il Dr. MùUer nella conservazione degli animali. Il Miiller si 
sforzava di trovare più perfetti mezzi di conservazione e, seb- 
bene le sue condizioni di salute non gli permettessero un lavoro 
assiduo, andava già realizzando notevoli progressi, che il Turillo 
seguiva con grande attenzione, adoperandosi poi a ripetere per 
conto suo le manipulazioni >. E cosi bene egli seppe rendersi pa- 
drone dei varii metodi, che, alla morte del Miiller, il Dohrn 
gli affidò il reparto della conservazione. « Cosi » conclude il 
Dohrn « questa potè, com'è noto in tutto il mondo zoologico, 
raggiungere una perfezione fino allora ignota ». 

Il Lo Bianco , infatti , sebbene non avesse nessuna cono- 
scenza della chimica, a forza di provare e riprovare, con perse- 
verante pazienza, aiutato dalla sua eccezionale attitudine a os- 
servare e a comparare, animato da una baldanzosa fede nel suc- 
cesso, riuscì a perfezionare alcuni metodi, e a scoprirne dei nuovi. 

Basti ricordare fra questi il processo per la conservazione 
dei Sifonofori, che, in mancanza di meglio, avevano figurato fino 
a quel tempo nei musei sotto forma di modelli di vetro o di 
gelatina. Grazie alla instancabile attività del Lo Bianco, l'espor- 
tazione delle collezioni di animali marini andò aumentando 
d'anno in anno; e mentre i musei e i laboratorii di Zoologia si 
arricchivano delle ammirevoli preparazioni, la fama dell'Istituto 
biologico napoletano volava oltre i monti e i mari nelle più lon- 
tane plaghe. 

Le conoscenze di zoologia che il piccolo Turillo possedeva 
quando entrò nella Stazione zoologica non erano molto più pro- 
fonde di quelle ch'egli aveva della chimica. Ma il suo occhio scru- 
tatore andò a poco a poco familiarizzandosi con le innumerevoli 
forme della fauna del nostro golfo, delle quali egli divenne in- 
superato conoscitore. 

Arnoldo Lang, il noto zoologo di Zurigo, il vecchio amico 
del caro estinto e mio, che per un non breve periodo di tempo 
fu assiduo e graditissimo nostro commensale nelle frugali cola- 
zioni, già occupava intorno al 1875 un posto, di assistente nella 
Stazione zoologica. Ecco come egli , in un recente articolo ne- 
crologico , ricorda i primi tempi del piccolo Turillo nella Sta- 
zione: « lo scrivente si rallegrava della speciale inclinazione del 
vivace e svegliato ragazzo, che cercava di sodisfare la insazia- 



- 104 — 

bile aviilità di sapore, profittando d' ogni breve riposo del suo 
umile lavoro, d'ogni fuggevole contatto coi naturalisti al cui ser- 
vizio egli era destinato ». 

< Più d'una volta avvenne ch'egli, pieno di sgomento, s'af- 
frettasse a nascondersi sotto al tavolo del « dottore Svizzero » 
nel sentir risonare il passo del temuto direttore ». 

« L'assiduità e la buona voglia con cui ilTurillo disimpegnava 
il suo còm})ito; la pazienza e l;i sagacia con cui egli scopriva e 
riconosceva i piccoli animali marini, mi furono » dice il Lang 
« cosi utili nelle mie ricerche scientifiche, ch'io non credetti mai 
di sdebitarmi verso di lui in maniera adeguata , dedicandomi, 
quando avevamo finito il lavoro della giornata, con lezioni pri- 
vate di lingue moderne e di storia naturale, a migliorare e com- 
pletare la insufficiente preparazione da lui ricevuta nella scuola » . 

Io conobbi il Lo Bianco nel 1884, quando egli , in un de- 
cennio circa, già aveva raggiunta una posizione eminente nella 
Stazione Zoologica; e, sotto la sua guida sapiente gli esperti pe- 
scatori raccoglievano quotidianamente per i naturalisti ospiti della 
Stazione i tesori del mare, e un piccolo manipolo di giovani vo- 
lenterosi, diretto da lui, applicando i suoi metodi, era intento da 
mane a sera a conservare gli animali del golfo e a spedirli in 
ogni parte del mondo. 

Rotetti allora e nei lunghi anni che poi ebbi la ventura 
di passare accanto a lui, cui ben presto mi legarono vincoli di 
non mai smentita amicizia, vedere in atto la mirabile, continua, 
insaziabile bramosia di apprendere, che fin dai suoi primi anni 
aveva colpito il Lang. E mi fu svelata la segreta fonte di quella 
stupefacente coltura acquistata fuori d'ogni scuola e senz'alcun 
metodo didattico. 

Egli non trascurava nessuna occasione per istruirsi ; da ogni 
persona traeva qualche ammaestramento; seguiva con amoroso 
interesse le ricerche di tutti coloro che lavoravano nella Sta- 
zione Zoologica, impossessandosi dei varii problemi zoologici, di- 
scùtendoli, aiutando con tutte le sue forze e con vero intelletto 
d'amore le ricerche di ciascuno. Né tralasciava di allargare la 
sua coltura in ogni direzione. Ricorderò sempre con piacere, e 
non senza un malinconico rimpianto, i tempi della nostra giovi- 
nezza; le lunghe chiacchierate, in cui egli talvolta mi obbligava 
a sciorinare un po' del sapere ufficiale, faticosamente acquistato 
sui banchi di scuola! 



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Una volta p. es. dedicammo assiduamente, per molte settima- 
ne, un'ora e più al «giorno a leggere e commontare i « Primi prin- 
cipii » dello Spencer. — E nei molti anni passati a lavorare l'uno 
accanto l'altro, non vi fu quasi giorno senza qualche animata 
discussione su argomenti varii e non soltanto di biologia. 

La conversazione col Lo Bianco mi riusciva assai piacevole 
e interessante. Nelle più ardue questioni, anche quando, rischian- 
dosi in acque poco note, fuori del suo mare, dov'era sicuro pilota, 
navigava un po' alla ventura, tanto lo soccorreva il suo finis- 
simo intuito, che egli poteva quasi sempre evitare le secche e 
mantenersi a galla. Sempre pronto, del resto, a riconoscere la 
propria ignoranza , era egli prontissimo a impossessarsi dei con- 
cetti nuovi por lui. 

Così, fin che visse il nostro Salvatore, durò un continuo 
scambio d'idee e di notizie fra lui e la innumerevole e vana 
falange dei naturalisti, che venivano nella Stazione Zoologica a 
scrutare i misteri della vita. E questo scambio fu certamente 
non ultimo fra i fattori di progresso scientifico, che si debbono 
all'opera creata da Antonio Dohrn. 

Quello che il Lang scrive di sé stesso è il sentimento di tutti 
coloro, che per più d'un trentennio frequentarono a scopo di studio 
la Stazione Zoologica: essi non potranno mai sdebitarsi dei be- 
nefici ricevuti da Salvatore Lo Bianco. La gratitudine e la stima, 
che tutti, grandi e piccoli, illustri scienziati e modesti ricercatori 
ebbero per Lui, si manifestarono in più d' una occasione durante 
la vita del Lo Bianco. 

Quando egli cominciò a pubblicare alcuni risultati delle os- 
servazioni intorno alla biologia degli animali marini, con cosi 
assidue e intelligenti cure accumulate, Salvatore Trinchese, che, 
come gli altri, fu compreso di ammirazione per questo natura- 
lista formatosi a contatto diretto con la natura, interpretando 
il sentimento di tutti, gli fece concedere la laurea in Scienze 
naturali honoris causa, dall'Università di Napoli. Così il piccolo 
Turillo, ch'era a poco a poco diventato Salvatore, e poi il « Si- 
gnor Lo Bianco », divenne dottore; e mai titolo accademico fu più 
inusitatamente e brillantemente conquistato, né più giustamente 
meritato. 

Questo primo segno di riconoscimento ufficiale delle bene- 
merenze del nostro Lo Bianco, fu seguito da altri e molti, che 
Sovrani, Governi, Accademie lo colmarono di distinzioni e ono- 



- 106 - 

rificenz^'^ì. Ma più t'l<»(|unnt(! tnstim(niianz;:i duU'altissima universale 
stima riri'n^li ;ivi(;i saputo coutpùstarsi s )M<) li; iumimcrc.voli (jon- 
(lo^lianzii })ui'V(.)iiulc da o<^iii parto dol inondo alla do.solata fa- 
miglia o alla Staziono Zoologica dopo la sua morto. Colpisco sopra 
tutto la concordanza con cui i più diversi uomini doi piìi diversi 
paesi esprimono la loro ammirazione, il loro affetto, la loro gra- 
titudine, per l'uomo singolare, esaltando, con unanime consenso, 
gì' ineslimal)ili servizii ch'Egli rose alle Scienze biologiche. 

Il nostro Lo Bianco, nella sua laboriosissima vita, non si 
contentò di fornire il materiale pei loro studi! a legioni di ri- 
cercatori ; di arricchire musei e laboratori con le bellissime col- 
lezioni di animali marini; di dedicare le sue amorevoli cure al- 
l'Acquario, che grazie alla sua sapiente direzione riscosse l'am- 
mirazione di visitatori sempre più numerosi e acquistò fama 
mondiale; egli seppe anche essere efficacissimo maestro e abile 
ricercatore. 

È noto che il Dohrn ebbe l'idea geniale di utilizzare le navi 
delle marine da guerra per 1' esplorazione biologica dei mari, e 
stipulò col nostro Ministero della .Marina e con i Governi di varii 
Stati Europei, speciali contratti, in virtù dei quali alcuni ufficiali 
e medici di marina vennero a imparare nella Stazione zoologica 
i metodi di pesca e di conservazione degli animali marini. 

Come istruttore fu scelto naturalmente il Lo Bianco, il quale 
in corsi accelerati, che di solito duravano pochi mesi, non soltanto 
largì ai suoi allievi i tesori delle sue conoscenze e della sua espe- 
rienza, ma seppe trasfondere in loro il suo entusiasmo per le ri- 
cerche biologiche. Tenenti di vascello e medici della marina ita- 
liana, tedesca, spagnuola, russa, si succedettero per varii anni 
nella Stazione zoologica, gareggiando di zelo nell' apprendere i 
segreti della vita del mare da colui che non aveva avuti maestri. 

Tutti conoscono gli ottimi eifetti della iniziativa presa dal 
Dohrn; primo fra gli allievi del Lo Bianco, anche in ordine 
di tempo, fu Gaetano Chierchia, ora ammiraglio, il quale im- 
barcato in qualità di tenente di vascello sulla R. Corvetta Vettor 
Pisani, che dal 1882 al 1885, al comando di Giuseppe Palumbo, 



1) Fa insignito di varii ordini cavallerv-schi, e cioè: Cavaliere della Corona 
d'Italia, Cav. Uff. dei SS. Maurizio e Lazzaro, di S. Anna di E.ubsia, della 
Corona di Prussia, d'Isabella la Cattolica e del Merito navale di Spagna, ecc. 

Fu socio di varie Accademie e Società : dei Lincei, del R. Istituto d'In- 
coraggiamento di Napoli, della Società imperiale Zoologica di Vienna, e di 
altre. 



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compi un viaggio di circumnavigazione , fece onore a sé e al 
maestrO; riportando in patria una collezione di animali marini, 
raccolti nelle più diverso regioni e profondità. 

Vennero poi gì' italiani , Colombo , Acton , D.' Tacchetti, 
Dj Oliva, gli spagnuoli Borja, Navarrete , Anglade e tedeschi 
e russi, e più d'uno di costoro, profittando degl'insegnamenti del 
Maestro, rese ottimi servi^'.ii alle scienze biologiche e alle indu- 
strie marittime. Tutti rimasero affezionatissimi al Lo Bianco, di 
cui hanno serbata costante e grata memoria. 

In maniera non meno interessante si manifestò le multiforme 
attività del Lo Bianco nel campo della ricerca. Nel 1888 egli 
pubblicò per la prima volta le « Notizie biologiche riguardanti 
specialmente il periodo di maturità sessuale degli animali del 
Golfo di Napoli », nelle quali mise a disposizione degli studiosi 
la ricca mèsse d' informazioni raccolte con lunghi anni di pa- 
zienti ininterrotte metodiche osservazioni quotidiane. Una seconda 
edizione comparve nel 1899, accresciuta di molte nuove osserva- 
zioni continuate per un altro decennio ; e una terza lo scorso 
anno con altre aggiunte. 

Altro inestimabile servizio egli rese ai naturalisti col pub- 
blicare i « Metodi usati nella Stazione zoologica per la conserva- 
zione degli animali marini ». 

Un fortunato incontro diede poi modo al Lo Bianco di esten- 
dere le sue ricerche alle regioni abissali del Mediterraneo, per la 
cui esplorazione la Stazione zoologica non disponeva di mezzi suf- 
ficienti. Il noto ricchissimo re dei cannoni, F. A. Krupp, ebbe va- 
ghezza di dedicare i momenti di riposo, che gli concedevano le 
gravi occupazioni della grandiosa impresa industriale, allo studio 
della zoologia marina e si rivolse al Dohrn , suo amico, perchè 
lo aiutasse a sodisfare questo suo desiderio. Il Dohrn intui subito 
qual vantaggio potrebbero ricavare gli studii di biologia marina 
se si riuscisse a rendere fruttifero questo inconsueto capriccio 
d' un milionario. L'operatore capace di trasformare l'energia po- 
tenziale della ricchezza in forza viva a beneficio della scienza fu 
subito trovato. Anche questa volta il Lo Bianco dimostrò di 
essere l'uomo adatto. 

Il capriccio del Krupp, irradiato dal fecondo entusiasmo del 
nostro Salvatore, ben presto divenne passione; i due uomini, cosi 
diversi, s'intesero a meraviglia e, animati entrambi da un nobile 
disinteresse, misero l'uno le ricchezze e la buona volontà, l'altro 
i tesori della sua mente e della sua esperienza a disposizione della 
biologia marina. 



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In (lue snccossive caiupa^^iu!, la jiriiiia fatta nel 1901 nelle 
vicinanzt? di ('apri col piccolo yaclii M<ijii\ la .secónda, di più 
vaste propoizioiii, iicdrauiio sc^uontc in varie regioni del ]\Iedi- 
torraneo, a Ijordo di una nave molto più grossa, il Puritan, sotto 
la direzione del Lo Bianco, furono esplorate le profondit,à abissali, 
ancora pochissimo conosciute. I risultati di (juoste esplorazioni 
furono in parte puljblicati dal Lo Bianco in due memorie ricclit; 
di interessantissiijie osservazioni sulla distribuzione batiraetrica 
degli animali marini e di importanti scoperte zoologiche di forme 
nuove pei nostri mari. 

Il Lo Bianco aveva appena finito di scrivere la relazione 
sulle pesche abissali del Puritan. quando gli giunse la notizia 
della improvvisa morte del Krupp. la quale, come scrisse il Lo 
Bianco, « veniva a por termine ad una serie di esplorazioni scien- 
tifiche, che sarebbero terminate solo quando il fondo del nostro 
mare fosse stato conosciuto in tutti i suoi segreti ». 

La scomparsa del Krupp fu grave perdita per la scienza, 
perchè troncò al suo inizio un'impresa che, cominciata sotto i 
più lieti auspicii, avrebbe ac(j^uistato vaste proporzioni, essendo 
il Krupp, ci diceva il Lo Bianco « un organizzatore sereno e 
scrupoloso fino all'esagerazione, qualità che, aggiunte al suo en- 
tusiasmo ed ai mezzi di cui poteva disporre, erano garanzia di 
successo ». 

Ma ben più grave e irreparabile perdita fu quella dell'amico 
nostro; perchè se poteva forse sperarsi che un altro mecenate 
della biologia marina sorgiissi; un giorno a coadiuvare l'opera 
della Stazione zoologica; chi potrà mai sperare elie venga un 
secondo Lo Bianco ? 

Da varii anni questo instancabile lavoratore aveva intrapreso 
un'altra opera grandiosa e già l'aveva condotta a buon punto : la 
« Descrizione e figurazione dello forme post-larvali delle più co- 
muni specie di pesci del nostro Golfo ». Due memorie già pub- 
blicate contengono una piccola parte dei risultati da lui ottenuti. 
Quella « Sull'origine dei barbigli tattili nel genere Mullus » ci 
rivela un bel caso, affatto ignoto, di cambiamento di funzione 
d'un organo, mostrandoci che i caratteristici barbigli delle triglit; 
sono dovuti alle trasformazione del primo paio di raggi bran- 
chiostegali della forma giovanile. La seconda tratta dello « Svi- 
luppo larvale, metamorfosi e biologia della Triglia di fango » , eh' io 
non esito a indicare come vero modello di questo genere di ri- 
cerche. Quest'ultimo lavoro ci dà la misura dell'importanza che 
avrebbe preso nelle espertissime mani dell'Autore il ricco ma- 



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teriale accumulato per molti anni di osservazioni , dirette a com- 
pletare la storia naturale dei pesci ossei, e ci fa amaramente rim- 
piangere ch'egli non abbia potuto menare a compimento l'opera 
iniziata con tanto amore e cosi grande abilità. Per buona sorte 
egli aveva già pronta una ricca serie di disegni e di descrizioni, 
che potranno essere pubblicate con grande vantaggio della bio- 
logia marina, sia dal punto di vista scientifico che da quello delle 
sue applicazioni alla industria della pesca. 

Altri scritti il Lo Bianco dedicò alla descrizione di alcune 
nuove specie, all'* Azione della pioggia di cenere caduta durante 
l'eruzione del Vesuvio del 1906 », e uno più recento alla « Pesca 
della Fragaglia nel golfo di Napoli durante gli anni 1906-07 ». 
Quest'ultimo è una relazione letta nel dicembre del 1907 in 
seno alla Commissione consultiva della Pesca, Commissione della 
quale il Lo Bianco era stato chiamato a far parte da alcuni anni 
e dove già aveva portato l' inestimabile contributo delle sue va- 
stissime conoscenze e del suo acuto spirito d'indagine. Anche 
questo consesso perde in lui un membro non facilmente sosti- 
tuibile; egli era infatti, per universale consenso, riconosciuto come 
la più competente autorità del nostro paese in materia di biologia 
marina. 

Insieme all'amico prof. Monticelli, il Lo Bianco aveva da varii 
anni preso a studiare lo sviluppo e le forme larvali dei Peneidi, 
e, con la sua consueta abilità di osservatore, era riuscito a rico- 
struire quasi completamente la storia delle complicate metamor- 
fosi di questi crostacei. Credo d'interpretare il desiderio vivissimo 
degli amici del caro estinto e dei zoologi tutti, formulando l'au- 
gurio, che il Monticelli dia presto alle stampe il risultato di 
queste belle ricerche. 

Nella sua vita cosi utilmente spesa per V incremento della Sta- 
zione zoologica e delle discipline biologiche. Salvatore Lo Bianco 
seppe non soltanto acquistarsi la stima e l'ammirazione univer- 
sale, ma, come voi ben sapete, riusci anche a conquistare la 
simpatia e l' affetto di tutti coloro che lo avvicinarono. La sua 
gigantesca caratteristica figura colpiva al primo incontro; la gio- 
vialità e urbanità dei suoi modi e sopra tutto l'ardore di vita che 
emanava da lui, gli conciliavano gli animi più diversi. 

In molti fra voi sarà certo vivo il ricordo delle allegre spe- 
dizioni capitanate da lui; ricordate le pesche miracolose, le soste 
e i bivacchi improvvisati sulle nostre amene spiagge, a Cuma, a 
Ischia, a Capri, sulla penisola Sorrentina, nelle luminose gior- 
nate? i ritorni alla luce delle stelle, allietati dai ritornelli popò- 



— no — 

lari cantati a coro sulla tolda dui piccolo Johannes Miiller; dove 
erano uomini d'ogni favella, spesso ignoti l'uno all'altro, sog- 
giogati e affascinati, riuniti tutti in un'unica famiglia di allegri 
matti dal tocco magnetico dell'irresistibile duce, che, sproposi- 
tando in tutte le lingue, si faceva capire da tutti e in tutti tra- 
sfondeva il suo inesauribile buon umore e il patrio idioma. 

Ma la vivace gazzarra non faceva perder di vista al nostro 
capitano l'obbietto principale della spedizione; e se ciascuno di 
noi ritornava a casa rinfrancato nel corpo e nello spirito, i la- 
boratorii della Stazione zoologica eran sicuri di ricevere una ricca 
mèsse; e non un fatto o un animale interessante era sfuggito 
all'occhio vigile del Lo Bianco. 

Felicissimo temperamento quello del nostro indimenticabile 
amico, che gli permise di mantener sempre fresco e pronto lo 
spirito a traverso le più varie vicende della vita, che anche per 
lui ebbe momenti difficili e dolorosi. Agile ed elastico nelle mem- 
bra, malgrado il gran corpo; agile ed elastico fu pure nello spirito; 
egli si raddri/.zava come una buona lama, quando altri sarebbe 
rimasto curvo e abbattuto. Con queste doti seppe mantenere sem- 
pre alto il morale della famiglia, ch'egli amava di tenero sollecito 
affetto, e infondere coraggio alla buona moglie, che una fiera 
malattia privò per anni dell'uso delle membra; e resistere viril- 
mente e consolare gli altri quando, dopo una lotta accanita, la 
morte gli tolse un figlio dilettissimo. E queste doti contribui- 
rono a rendere facili e cordiali i suoi rapporti con gli altri e fu- 
rono non ultima fra le tante diverse cause, che conciliarono alla 
Stazione zoologica di Napoli le simpatie universali. 

Nell'organizzazione interna di questo Istituto il Lo Bianco 
ebbe parte principalissima, regolando con energica volontà e con 
mano sicura i molteplici complicati servizi! cui fu preposto; e 
pur mantenendo fra i suoi dipendenti una rigorosa disciplina, 
seppe farsi amare e stimare, sopra tutto perchè, non acconten- 
tandosi dell'incontrastata autorità, volle sempre predicar con l'e- 
sempio, e fino all' ultimo giorno della sua vita fu puntualissimo, 
scrupoloso, instancabile nell'adempimento dei suoi doveri. 

In quella che potrebbe dirsi la politica estera della Stazione 
zoologica, secondando, con finissimo tatto e senso di opportunità, 
gì' intendimenti del Dohrn, contribuì efficacemente ad allargare 
la sfera d'azione del grande Istituto, e in varie occasioni, traendo 
partito dalle sue relazioni personali, seppe far convergere la sim- 
patia eh' egli inspirava a favore dell'opera diletta al suo cuore. 



— Ili — 

A pochi mesi di distanza sono scomparsi il creatore e la più 
cara creatura della Stazione Zoologica. I resti mortali di Salva- 
tore Lo Bianco riposano lontano da quelli di Antonio Dohrn; ma 
fra le mura della Stazione zoologica aleggeranno perpetuamente 
i loro spiriti in una indissolubile unione. 

Nella Storia della Stazione zoologica il nome di Salvatore 
Lo Bianco starà sempre scritto a caratteri d'oro accanto a quelfo 
di Antonio Dohrn. Riunendo in unica memoria i nomi di questi 
due uomini, che nella vita furono uniti da un unico nobilissimo 
ideale, sono sicuro di rendere al nostro caro estinto 1' omaggio 
che gli riuscirebbe graditissimo fra tutti, s'egli potesse udire la 
mia parola o leggere il mio pensiero. 



Elenco delle pubblicazioni del D.r Salvatore Lo Bianco 



J ) Notizie biologiche riguardanti specialmente il periodo di maturità ses- 
suale degli animali del Golfo di Napoli. — Mitth. Z. Stai. Napoli, 
Voi. 8, 1888. 
2j Metodi usati nella Stazione Zoologica per la conservazione degli ani- 
mali marini — ibid. Voi. .9, 1890. 
Métbodes en usage etc. (traduz. del precedente;. B/ill. Se. Fraiire et Bel- 

gique, Voi. 23, 1891. 
Lo stesso, trad. Russa — *S7. Felersburg., 1892. 

The methods employed at the Naples Zoological .Station etc. (trad. 
inglese). Bull. V. S. National Museiim, 1899. 
'ó) Gli Anellidi tubicoli trovati nel Golfo di Napoli. — Atti Accad. Na- 
poli (2). Voi 5, 1893. 

4) Notizie biologiche ecc. (2« ediz.) -Mitth. Z Stat. Voi. 13, 1899. 

5) Le pesche pelagiche abissali eseguite dal « Maja » nelle vicinanze di 

Csi^ri.—ihid. Voi. 15, 1901. 
Die pelagischen Tiefenfange der «Maja» in der Nahe von Capri — 
Lipsia, 1902 {trad. del precedente). • 

Oj Le pesche abissali eseguite da F. A. Krupp. col Yacht « Puritan » 
nelle adiacenze di Capri e in altre località del Mediterraneo. — 
Mitth. Z. Stat. Napoli, Voi. 16, 1903. 

7) Beitrage Zur Kenntniss des Meeres und Seiner Bewohner. 1. Pela- 

gische Tiefseefisoherei der « Maja » etc. Jena, 1904. 

8) L'azione della cenere caduta durante l'eruzione del Vesuvio nell'Aprile 

1906 sulle specie commestibili marine. — Atti R. Istituto Incorag- 
giamento, Napoli {6) Voi. 3, 1906. 



— 112 — 

9) Azione della pioggia di ceiioid cadiila durante l'eruzione del Vesuvio 
dell'Aprile 190G sugli animali mnvhù.—Mittli. Zool. Stai. Napoli, 
Voi. 18, 1906. 
lU) L'origine dei haihigli tattili nel genere Mullus. — Atti accail. Lincei. 
Roma, Remi, (òj Voi. IH, 1907. 

11) Uova e larve di Trachypterus taenia Bl. Mitili. Zooì. Stat. Napoli 

Voi. 19, 1908. 

12) Sviluppo larvale, nietamoi-fosi e biologia della Triglia di fango {Mullns 

harhatns Lin.) — ihià. Voi. 19, 1908. 
13Ì Grande pesca di Sauri avvenuta nel Golfo di Napoli e sue adiacenze 
durante i mesi da Maggio ad Agosto 1908. — Rir. niens. Pesca, 
Amo 10. 1908. 

14) La pesca della « fragaglia » nel Golfo di Napoli durante gli anni 

19UG-19U7 — /7/à/. Anno 11, 1909. 

15) Notizie biologicbe ecc. (3.* ediz.j Mitth. Z. Napoli. Voi. 19, 1910. 

In collahorn zinne col prof. P. Mayer 

16) Spongicola uud Nausitboe — Zool. Avzeiger. Anno 18. 1890. 



Poche osservazioni al lavoro del Ppof. L. Ricciardi 

" Su le Relazioni delle Reali Accademie delle Scienze di Napoli 
e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi del 1789 e 1908 " 

del socio V. Gauthier 



(Tornata del 9 giugno 1910) 

Dalla lettura, attenta e ripetuta due volte, del lavoro del 
socio Ricciardi, appare evidente che esso non è altro che una 
raccolta di brani, di scritti, di opinioni, di articoli di giornali 
quotidiani, di una importanza molto discutibile e non sempre 
meritevoli di quella fede, che si richiede in questioni scientifiche. 
Egli, che pur spesso fa delle affermazioni recise, non adduce nessun 
fatto, nessuna osservazione personale, che possa per lo meno 
scuotere il lettore e fargli ammettere 1' una più che l'altra ipotesi 
sulle cause del tremuoto calabro-siculo del 1908, e quindi non si 
spiega il tono pglemico, che spesso assume, il quale mal si addice 
in lavori veramente scientifici. 

Accennerò soltanto ad alcuni fatti, su i quali pare che il 
socio Ricciardi faccia grande assegnamento per spiegare la origine 
vulcanica dei tremuoti calabresi del 1783 e 1908, a giudicare che 
li ripete più volte, quantunque non sempre allo stesso modo. 

Cosi, le acque fangose scottanti che uscirono dal suolo a Ro- 
samo nel terremoto del 1783, le esalazioni solforose a Palmi, le 
scorie galleggianti in mare nel terremoto di Scilla, se non esclu- 
dono la possibilità di una eruzione sottomarina tra Stromboli e 
la Piana di Gioia, sono fenomeni che militano più per un ter- 
remoto dovuto a tettonismo. Io, che pur mi occupo di Idrologia, 
non sono nettunista, giacché ritengo che le forze endogene del 
nostro pianeta sieno sotto la dipendenza del magma igneo, ma 
pur nondimeno non posso escludere che l'acqua eserciti un'azione 
dissolvente da provocare, oltre che azioni chimiche sulle rocce 
con le quali viene a contatto, anche delle azioni meccaniche po- 
tenti a determinare spostamenti di masse più o meno grandi, e 
spesso intere formazioni geologiche per un'estensione notevole di 

. 8 



114 — 

parocchi ohilomcitri; a iioii Jiii fermo a citare numerosi fatti di 
simil genere, che ogni giorno si veriHcano sotto ai nostri occhi, 
percorrendo il mezzogiorno dclhi Penisola. 

E lo scivolamento di strati di rocce poco compatte e più 
recenti di altre, sulle quali poggiano, può avvenire per la pre- 
senza di uno strato di argilla, che li separa e sulla quale scorre 
l'acqua. Gli effetti di questo scivolamento saranno sempre in rap- 
porto alla natura della roccia e, determinatasi una spaccatura, 
l'acqua vi si immotte, trasportando la fanghiglia dovuta all' ar- 
gilla smossa, ed arriva allo esterno come acqua fangosa. 

Se r acqua non proviene da una certa profondità , perchè 
sia già calda, può però riscaldarsi per il calore che si sviluppa 
nelle rocce per effetto dell'attrito determinato dal movimento di 
essa, e bastano le sperienze di Daubrée per spiegare questo fatto, 
senza ricorrere all'azione vulcanica. 

Ma r apparizione di acque fangose calde in Calabria durante 
i terremoti, non può ascriversi addirittura al vulcanismo, giacché 
in Calabria le argille e le marne terziarie sono abbondanti e 
costituiscono la maggior parte delle colline sulla costa jonica ed 
in molti punti della costa tirrena della provincia di Reggio e di 
Catanzaro. Ora, le acque che si infiltrano dalla superficie, o quelle 
che scorrono nello interno di simili rocce, possono dilavare la 
marna, rammollirla, come la stessa argilla, e venendo fuori, per 
una causa brusca, le acque trasportano fango. • 

La comparsa di acque solfuree e di vapori solforosi svilup- 
pati da fessure del suolo in seguito a terremoti, pel collega Ric- 
ciardi .sono indizi chiari del vulcanismo. Ora, la fuoriuscita di 
idrogeno solforato può esser dovuta non soltanto all'attività di 
un vulcano, più o meno lontano, ma anche a reazione chimica, 
dovuta all'incontro di acqua con le rocce che costituiscono la zona 
gessosa solfifera, che nella Calabria meridionale è stata, fra gli al- 
tri, determinata da Cortese. Lo sviluppo di vapori solforosi può 
verificarsi per lo attrito di strati solfiferi o contro altre rocce più 
compatte, o fra diversi strati della stessa formazione, e la pro- 
duzione di questo gas non è rara nelle zolfare di Sicilia. 

L'aumentato volume di alcuni ruscelli e pozzi, e delle stesse 
acque termo-minerali di Guardia Piemontese, che si verificò nel 
tremuoto di Calabria del 4 ottobre 1870, può essere spiegato sia 
per un tremuoto dovuto all' azione vulcanica, sia a scorrimento 
di strati. 

La scossa propagata ad un bacino di raccolta di acqua od 
a strati nei quali decorre un filone di acqua, può determinare il 



— 115 — 

trabocco di questa in maggior quantità noi primo caso, o per 
nuove vie apertesi negli strati, altri filetti di acqua si uniscono 
al filone più grosso nel secondo, ed in entrambi i casi si ha ra- 
pido aumento nella portata del fiume o delle sorgenti , aumento 
che può cessare quando cessa la causa, che l'ha determinato. Può 
darsi pure che apertesi nuove vie nel bacino di raccolta, o spez- 
zatosi lo strato sul quale scorre il filone di acqua, questa scenda 
in strati più profondi, fino a trovare lo strato impermeabile che 
possa trattenerla, per cui si verifica il disseccamento delle sor- 
genti e dei pozzi, fatto che spesso si verifica nei tremuoti. 

Le scorie galleggianti, che sarebbero dovute, pel socio Ric- 
ciardi, ad un vulcano sottomarino, possono anche provenire da 
siti lontani e possono anche non essere recenti e portate poi dalle 
correnti marine sulle coste della (^alabria, o per effetto del mare- 
moto essere staccate dai vulcani eolici; ma su ciò non vado oltre, 
avendo già dato consimili spiegazioni il prof. Di Stefano. 

Il tremuoto del 1906, che ebbe la maggiore intensità sulla 
linea di frattura, che parte dal golfo di S. Eufemia e va nel 
golfo di Squillace, per il socio Ricciardi fu dovuto ad eruzione 
sottomarina, che avvenne contemporaneamente nel Tirreno e nel 
Jonio. 

Ora, a parte che mancano dati, oltre del tremuoto, che di- 
mostrino l' avvenuta eruzione nei due mari , giacché egli non ad- 
duce nessun fatto, nessuna osservazione, non pare anche possibile 
che il tremuoto abbia potuto verificarsi pel movimento delle rocce 
elastiche addossate da una parte al massiccio dell' Aspromonte 
e dair altra a quello della Sila, e che colmarono la stretta di 
Catanzaro ? 

E non è possibile che tale movimento possa verificarsi oltre 
che per l'azione delle acque sotterranee, anche per il lento bra- 
disismo, che nella Calabria meridionale tuttora si verifica? 

Il dicco basaltico di Palmi certamente non è stato visto dal 
socio Ricciardi, perchè avrebbe constatato trattarsi di oficalce, 
ed in ogni caso a Palmi vi è terreno eocenico. 

Tralascio di occuparmi di tutte le citazioni degli antichi fi- 
losofi e financo di poeti latini, che si riscontrano molto spesso 
nel lavoro in parola, né di ciò che si conosce dai competenti in 
materia, ma mi piace di riportare un brano dell'autore, dal quale 
si rileva che, in argomenti serii, e che danno da pensare, egli sa 
mescolare anche la poesia in elegante prosa, come si rileva dal 
brano che trascrivo: 



— IIG — 

« Riassumendo, nel 1783, dopo il tromiioto del 5-(3 febbraio, 
* ve no fu un secondo il giorno 7 ed un terzo il 28 Marzo. Le 
« scosse furono sussultorie, sempre precedute da rombi, più o 
€ meno assordanti; in alcune contrade, durante il terremoto, il 
€ suolo ondeggiava a sussulti, lanciando a considerevoli distanze 
« colline e caseggiati, spesso le sabbie, pei continui sussulti, si 
« muovevano in modo da sembrare un liquido bollente, si sfa- 
« sciavano monti, sparivano fiumi, si formavano laghi, mentre 
« spaventevoli detonazioni si udivano sotterra >. 

In conclusione, dal lavoro dell'egregio socio Ricciardi non 
risulta che i due tremuoti della Calabria, del 1783 e 1908, sieno 
stati causati da eruzioni di vulcani sottomarini; che anzi i fatti 
da lui riportati non fanno che aumentare la confusione, che esiste 
ancora intorno alla genesi dei terremoti. 



I 



Una nuova sofisticazione dell'olio di ulive 

del socio A. Cutolo 



(Tornata del 14 luglio 1910) 

Da un commerciante di olio di ulive, che spesso si reca da 
me per consigli inerenti a i suoi affari, mi fu presentato un 
campione di olio, che egli riteneva sospetto, ma nel quale, con 
la degustazione, non riusciva a scoprire alcun sapore caratteristico 
degli olii di semi estranei, che vengono, di solito, adoperati per 
le sofisticazioni nella nostra regione. 

L'olio in discussione, difatti, si presentava di aspetto lim- 
pido, di colore giallo e di odore e sapore di olio di ulive. 

Per vedere con quale tipo di olio avevo da fare, eseguii, 
innanzi tutto, la mia reazione cromatica, ^) con acido nitrico e 
gelatina; ebbi la sorpresa di notare che, aggiungendo il reattivo, 
a freddo, si otteneva una colorazione rossa di tutta la massa 
deU'olio. 

La stessa colorazione si otteneva aggiungendo, all'olio in 
esame, qualunque altro acido minerale. 

Pigliai nota del fenomeno e continuai la reazione, riscal- 
dando. A misura che lo sviluppo di vapori nitrosi agiva su l' olio, 
la colorazione rossa andava diminuendo sino ad ottenere una rea- 
zione finale negativa per olii di semi estranei a l'ulivo. 

Fu notevole solo una schiuma abbondante, fenomeno che 
avviene, però, sempre che si esegue la mia reazione con olii so- 
fisticati con olio di ricini. 

Nonostante questa reazione generale negativa, volli eseguire 
le reazioni particolari caratteristiche delle principali specie, per 
ricercare cioè: olio di cotone, di sesamo, di colza, di ricini e 
di arachide. 



>) fìollctfino della Società di Naturalisti in Napoli, Anno XV, Voi. XV, 
1901. 



— 118 — 

Solo la ricerca di quest'ultimo mi dette l'occasione disco- 
prire la frode. 

Da alcuni anni eseguo la ricerca dell'olio di arachide nell'olio 
di ulive, col metodo seguente: 

In un grosso tubo da saggio, faccio bollire, a fuoco diretto, 
1 ce. di olio sospetto con 10 ce. di soluzione di potassa al 5 °/o , 
in alcool a 96". A saponificazione completa, raffreddo verso 14p. 
Quando è presente l'olio di arachide, si ottiene il precipitato 
cristallino di arachidato potassico. 

La reazione è, certamente, sensibile con olii che contengano 
anche solo 6°/o di olio di arachide, ed è perciò sufficiente per la 
vigilanza annonaria; una sofisticazione con quantità minori non 
s'incontra nella pratica ordinaria e, d'altra parte, non darebbe 
nessun rendimento mercantile. 

Neil' eseguire, dunque, tale reazione su l'olio in questione 
non mi fu possibile ottenere la saponificazione completa; per 
quanti tentativi avessi fatto, sia cambiando il grado dell'alcool 
ed il titolo della potassa, sia riscaldando, più o meno a lungo 
a fuoco diretto, a bagno di acqua bollente, a ricadere. 

Si produsse, invece, una intensa colorazione gialla della so- 
luzione potassica che, separata, diveniva rosea, intorbidandosi, 
per aggiunta di acidi in lieve accesso. 

Questi due fatti : la incompleta saponificazione dell' olio 
e la colorazione della potassa, messi in rapporto anche con la 
colorazione rossa che forniva l'olio, per aggiunta di acidi minerali 
a freddo, mi convinsero ohe la sofisticazione fosse dovuta a la 
presenza di un olio minerale e che nella miscela dovesse tro- 
varsi una sostanza colorante artificiale. 

E difatti, trattando 1' olio con parte uguale di acido solforico 
concentrato ottenni, sebbene dopo 24 ore e centrifugando, la 
separazione di uno straterello di olio minerale, a la superficie 
della emulsione nera formatasi. 

La reazione di Schulze , con soluzione benzolica di acido 
picrico, mi dette risultato negativo. 

Credetti opportuno di completare l'analisi dell'olio deter- 
minandone le principali costanti, che sono riportate nella co- 
lonna II della Tavola. 

Per la determinazione della sostanza colorante artificiale mi 
servii dei metodi ordinarii, adoperati per la ricerca dei colori del 
burro, ottenendo sempre risultati negativi. 



— 119 — 

Risultati positivi ottenni, invece, adoperando il metodo tro- 
vato da Vetere e da me ^), per la ricerca della metil-azo-dime- 
til-anilina. 

Circa 5 ce. di grasso sospetto si agitano con altrettanto 
acido cloridrico al 10 ^jo. Questo, separato dal grasso, resta colo- 
rato in rosso cremisi, più o meno vivo. Il liquido acido, cosi otte- 
nuto, reso alcalino con ammoniaca, assume colorazione gialla. La 
soluzione ammoniacale, dibattuta con etere, cede a questo solvente 
la sostanza colorante. Facendo bollire, d'altra parte, la stessa 
soluzione ammoniacale con qualche filo di lana bianca, si fissa 
il colore giallo. Le lane, cosi tinte, trattate con acido solforico 
concentrato danno una soluzione gialla che, per diluzione con 
acqua, diventa rossa. Trattate invece con potassa si colorano in 
giallo più intenso. 

Eseguita la ricerca su l' olio, ottenni risultati identici , e, 
d' altra parte, trattando l' olio con alcool di 96° potetti estrarre 
tutto il colore, in modo da poter ripetere sul residuo della so- 
luzione alcoolica le reazioni specifiche. 

Provata cosi in modo evidente la sofisticazione, con olio mine- 
rale colorato con metil-azo-dimetil-anilina, pregai lo stesso com- 
merciante di procurarmi , con ogni sforzo, il prodotto originale 
adoperato per la sofisticazione, a lo scopo di conoscerne le ca- 
ratteristiche. Egli ebbe l'abilità di trovarne un campione di circa 
30 ce. sul quale potetti fare le indagini che seguono: 

Trattasi di un olio di aspetto limpido, colorito in giallo do- 
rato, inodore e quasi insipido. Ho detto quasi insipido perchè, 
insistendo nella degustazione, si arriva a scoprire un lievissimo 
sapore di olio minerale; ma non potrei afi'ermare se ciò sia di- 
pendente dal mio gusto esercitato, perchè altri non lo sentiva, 
o da una specie di prevenzione subbiettiva, naturale in questi 
saggi organolettici. 

Ripetuti i saggi cromatici generali^ non ebbi alcuna reazione 
caratteristica. Le costanti fisiche e chimiche, che determinai, sono 
riportate nella colonna III della Tavola. La ricerca della materia 
colorante mi dette risultati identici a quelli esposti preceden- 
temente. 

Ora quale è il mezzo rapido per scoprire la frode ? 

A lo stato attuale il sospetto della sofisticazione si acquista 
subito : eseguendo la mia reazione, o quella di Brulle, la colora- 
zione rossa a freddo rivela la frode. 

») Boll. Società di Naturalisti in Napoli, Anno XVII. voi. XVII, 1903. 



— 120 — 

Ma (|uauflo questa mia Nota sarà pubblicata, certamento 
l'olio non sarà più colorito ^) ed allora, ottenendosi le reazioni ge- 
nerali negative, la sofisticazione potrebbe sfuggire. 

Bisogna, perciò, utilizzare i due dati caratteristici : l'indice di 
rifrazione alto e la saponificazione incompleta. 

Non bisogna, dunque, trascurare l'osservazione al refrattomi;- 
tro di tutti gli olii in esame, ed, ottenuto un indice alto e le rea- 
zioni cromatiche negative, bisogna fare, senz' altro, la prova di 
saponificazione, sufficiente a scoprire la frode che ho denunziata, 
che, dal punto di vista dell'igiene alimentare, ha un'importanza, 
su la quale credo inutile insistere. 

Tavola dei risultati analitici 





Olio 
di ulive 

1 


Olio 
sofisticato 

II 


Olio 
minerale 

UI 


Indice di rifrazione (Zeiss a 26°). . 

Grado termico 

Numero di saponificazione .... 
» » jodo 


62-63 

44 

192-195 

80-83 


64,6 

33,5 
148 
60,8 


72,6 

4, 


2,9 



Napoli, Laboratorio chimico municipale, Luglio 1910. 



*) Mentre questa mia Nota era in corso di stampa ho avuto occasione 
di trovare un prodotto incolore, con le stesse costanti fisiche e chimiche, messo 
in commercio con il nome di ulivina. 



Il sismismo, il vulcanismo e la costituzione geoflsica 
del geoide 

del socio Leonardo Ricciardi 



(Tornata del 9 giugno 1910) 

In uno dei manoscritti di Angelo Secchi si legge che « lo 
studio dei terremoti è entrato in questi ultimi anni in una fase 
novella mediante lo studio dei terremoti microscopici. Da questo 
si aspetta la risposta della corrispondenza delle stazioni lontane, 
che potranno dar luce alla soluzione del problema. Il lavoro di 
questa fase interna ben studiata ci servirà di chiave alla spie- 
gazione della costituzione del nostro geoide ». 

Uno dei benemeriti nostri tra gli studiosi di sismologia, ri- 
masto ignorato, è un ftiodesto orologiaio, Domenico Salsano, che 
teneva bottega al largo del Gesù, il quale nella metà del se- 
colo XVIII si era proposto la « registrazione dei moti della 
Terra » . Per riescire all'intento ideò un pendolo sis^mico, che con- 
sultava stando in bottega. Le osservazioni del Salsano erano co- 
nosciute e ricercate. 

L' ingegnoso strumento usato dal sismologo Salsano si com- 
poneva di una piastrella o lente di piombo di circa 800 grammi 
sospesa ad un' asta, come il pendolo di un orologio, tenuta da 
un braccio di ferro infisso nel muro ; nel centro e sotto la pia- 
strella era uno stilo, a cui il Salsano innestava un pennellino 
tinto di materia colorante, che scorreva sopra una tavoletta messa 
orizzontalmente e sulla quale tracciava i movimenti oscillatori 
del muro, che, secondo lui, dovevano cori'ispondere ai moti della 
terra. Ai quattro punti corrispondenti ad E. 0. S. e N. pendevano 
dall' asta quattro battocchi, i quali urtavano una campanella per 
avvertire 1' osservatore quando avveniva il movimento. 

Sono di opinione che, siccome molti lodarono il Salsano e 
tennero conto delle sue osservazioni, dev' essere stato quel pen- 
dolo sismico che fece scrivere al Vivenzio, nella sua relazione pel - 



— 122 — 

terremoto Calabro-Siculo del 1783, elio nelle Calabrie gli apparec- 
chi sismici più sicuri erano gli animali. 

Oggi che il geoide è coperto da una fitta rete di osserva- 
torì o di stazioni sismiche, nelle quali insieme agli strumenti più 
perfetti è diffìcile non si trovi un peìulolo^ che, come di consueto, 
quando trattasi di cosa italiana, non prende il nome dal Salsano, 
ma nomi diversi quasi quante sono le nazioni. Comunque, per 
la storia e per la scienza, credo non fuor di proposito 1' insistere 
che le ricerche sismologiche furono iniziate in Italia e nella no- 
stra NajDoli, per quanto riguarda < i moti della Terra », dal di- 
menticato quanto ingegnoso orologiaio Domenico Salsano. 

Giorgio Darwin ^) chiama pionieri gì' Italiani pure in sismo- 
logia, e con orgoglio io affermo che non solo essi ebbero, ma con- 
servano ancora un cospicuo posto, insieme ad una pleiade di altri 
benemeriti di tutte le nazioni civili del mondo, che nulla tra- 
scurano pel progresso della scienza. 

Fu difatti un italiano, l'astronomo Carlini, che nel 1842 fece 
la seguente osservazione: < Molte volte i nostri grossi aghi (ma- 
gnetici) sospesi ci hanno indicate le scosse sotterranee avvenute 
in luoghi remoti ; il che, secondo il mio sentimento, avviene non 
già per un'influenza magnetica ^), ma per una semplice scossa mec- 
canica comunicata al centro di gravità dell' ago pendente da 
un sottil filo ». • 

Seguirono le osservazioni del Melloni col magnetometro La- 
mont e quelle di Palmieri, che negli Annali dell' Osservatorio 
Vesuviano del 1866-69 scrisse che « queste perturbazioni sono 
per la maggior parte occasionate da vibrazioni del suolo. » 

Verbeech, che fece molte ricerche durante 1' eruzione del 
Krakatoa nel 1883, riferi che al principio della conflagrazione 
gli aghi magnetici dell' Osservatorio di Batavia rimasero indif- 
ferenti. Invece, cominciata l'emissione di sabbie, quando esse erano 
più abbondanti nella caduta, allora gli aghi magnetici ne furono 
influenzati. 

Pure la Commissione inglese che studiò i fenomeni che pre- 
cedettero e accompagnarono 1' eruzione del Krakatoa, non trovò 
alcuna connessione effettiva tra i due ordini di fenomeni, si- 
smico e magnetico: mentre il Mascart continua ad essere di 

1) G. H. Darwin. La marea ed i fenomeni concomitanti nel Sistema So- 
lare. Torino, 1906. 

2) Il Padre Eschinardi (Roma 1680) fu il primo che avesse intraveduto la 
possibilità d'una correlazione tra i fenomeni sismici e quelli magnetici. 



— 123 — 

opinione che i turbamenti segnati dagli apparecchi magnetici, 
durante i terremoti, devono essere attribuiti a cause magnetiche 
o elettriche, anziché ad « une trasmission méccanique des sè- 
cousses du sol ». 

Dalle osservazioni fatte durante l'eruzione del Pelée (1902), 
il Maureaux scrisse che sarebbe stato interessante vedere se il 
fenomeno da lui osservato col pendolo orizzontale era stato regi- 
strato dagli strumenti di altri osservatorii e se era in rapporto 
con l'eruzione della Martinica. AH' Osservatorio astronomico di 
Atene la perturbazione magnetica fu più accentuata nella com- 
ponente orizzontale, contemporaneamente all'osservazione fatta a 
Parigi. Il dottor Eginitis ne dedusse che le perturbazioni dove- 
vano attribuirsi a causa elettro-magnetica, tanto più che ad Atene 
il sismografo Agamennone non subì nessuna oscillazione. Questo 
fatto decise l'Eginitis a tranquillare l'abate Maureaux e ad ac- 
cettare la conclusione di Mascart. 

Il Prof. Di Paola, allora assistente all' Osservatorio Vesu- 
viano, non si convinse dell'asserzione del dottor Eginitis, forse 
perchè aveva letto negli stessi Comptes rendus ^) le osservazioni 
fatte da Lagrange alla stazione di Uccie (Belgio) lo stesso giorno, 
8 Maggio 1902, cioè la constatazione di « ima leggerissima azione 
meccanica. Scrisse il Di Paola ^) al Prof. Ricco per sapere se gli 
strumenti di quell'osservatorio avessero registrato l'otto maggio 
perturbazioni; avutane assicurazione, si convinse che il fenomeno 
era dovuto a vibrazioni del suolo (Gruarini, Palmieri e Scacchi, 
1856) e si espresse come segue: « poiché gli aghi non restano mai 
deviati durante le perturbazioni di equilibrio, mi sono sempre 
convinto che queste agitazioni per effetto di parossismi vesuviani 
e di terremoti sono dovute ad un'azione puramente meccanica 
del suolo in seguito al passaggio delle onde sismiche ». 

« Difatti, l'energia impetuosa del vulcano nella sua estrinseca- 
zione deve necessariamente generare delle commozioni del suolo 
e queste trasmettersi agli aghi, apportandovi moti verticali e 
moti orizzontali. Se oltre quest'azione meccanica si vuole consi- 
derare che nell'emissione di sabbie vi sono miriadi di particelle 
di magnetite , forse potrebbe ingenerarsi il sospetto di qualche 
azione influenzante magnetica, la quale sarebbe un fenomeno sus- 
seguente alle esplosioni vulcaniche » (1902-1904). Lo stesso prof. 



1) C. R. p. 1107, 1425, 1326. l^ semestre del 1902. 

2) Bollettino della Società di Naturalisti in Napoli. Serie 1. Vul. XVI. p, 
164, 1902. 



— 124 — 

di Paola studiò i fenomeni elettrici nella eruzione del Vesuvio 
dell'aprile 1906 e si espresso così: « Circa la origine di questa 
elettricità, diverse furono le spiegazioni date dai naturalisti ; al- 
cuni l'attribuiscono all'attrito , altri alla condensazione del va- 
pore. » 

Palmieri attribuiva al rapido addensamento dei vapori la ca- 
gione principale della elettricità positiva del fumo; la sabbia, poi, 
spinta in alto dal cratere sotto l'influsso di questa elettricità po- 
sitiva, nel cadere, tendendo a prendere elettricità negativa, ac- 
cresce il potenziale positivo dei globi di fumo donde parte, ge- 
nerando quei rapidi incrementi di potenziale pei quali si hanno 
le folgori. 

Il Di Paola dice: « Io credo che non possa escludersi l'elet- 
trizzazione per attrito, né quella per effetto della condensazione 
dei vapori, e che le nuvole di vapore acqueo e il materiale de- 
tritico formano le due armature di un grande condensatore. Vo- 
lendo dare un'interpretazione scientifica del fenomeno, secondo 
le ricerche più recenti, discuterò l'importante argomento in una 
altra mia nota « sulla causa dei fenomeni elettrici delle eruzioni 
vulcaniche ». 

Pertanto dalla constatazione dei fatti e dalle osservazioni il 
Di Paola venne alle seguenti conclusioni: 

« l.o che nell'ultima eruzione vesuviana (1906) si ebbe grande 
svolgimento di elettricità, sino alia manifestazione del fenomeno 
della folgore; 

2.** le folgori si mostrarono di straordinaria intensità, quando 
l'eruzione del cratere terminale presentò la fase massima esplo- 
siva ; 

B." nei giorni precedenti all'inizio della fase esplosiva-effusiva 
il potenziale del campo elettrico atmosferico si mostrò debole, 
invece si manifestò altissimo nel periodo esplosivo, salvo qualche 
accidentalità verificatasi in qualche giorno di pioggia; 

4.0 con la caduta delle sabbie il potenziale era sempre ne- 
gativo, spesso r indice a conduttore mobile veniva spinto oltre i 
90 gradi; a conduttore fisso il potenziale era più debole e talvolta 
spariva diventando zero ; 

5.<> dalla grande violenza delle esplosioni di materiale de- 
tritico (lapillo^ sabbia, ceneri) misto al fumo copiosissimo risulta 
confermata la condizione perchè si abbia il fenomeno della folgore 
nelle eruzioni vulcaniche, cioè: cJie i vapori debbono essere abbon- 
dantissimi e spinti con r/rande violenza dalla bocca di eruzione e 
debbono essere misti a grande quantità di materiale detritico. » 



— 125 — 

La registraìsiono fatta a Padova dal micr osi smog rafo Viceu- 
Um od in altri osservatorii o stazioni gL.'odinamich(j in Italia col 
sismometrogmfo Agamennone l'otto maggio 1902, convinsero pure 
me allora, e ne ho avuto in seguito tante prove da indurmi lo 
scorso anno a scrivere come segue ^): » Io sono d' avviso che 1 
fenomeni elettro-magnetici siano l'eifetto della stessa causa che 
produce il maremoto e il terremoto , cioè il vulcanismo. Come 
pure credo dia la meccanica, messa a servizio della scienza, potrà 
fornirla di apparecchi più o meno sensibili, capaci di registrare 
i fenomeni elettro-magnetici prima degli effetti dinamici, giacché 
(juesti sono subordinati alla conducibilità delle rocce, la quale, 
come è noto, varia da 6000 metri al secondo nel granito (Balti- 
mora), a 200 nelle sabbie. Quindi, anche ammesso che un appa- 
recchio raccolga nel sottosuolo le onde elettriche provocate dal 
magma arroventato, prima che venga registrato l'urto sussultorio 
od uudulatorio dovuto alla espansione del vapore acqueo e dei 
gas, esso potrà indicarci tutto al più la sua perfezione e sensi- 
bilità, ma mai registrarci un terremoto prima che non sia pro- 
vocato dal vulcanismo ». 

Confermarono la mia asserzione le pazienti osservazioni fatte 
dal mio amico prof. Temistocle Zona, recentemente rapito alla 
scienza, alla famiglia ed agli amici , durante il periodo sismico 
Calabro-Siculo cominciato cosi tragicamente il 28 dicembre 1908. 

Il prof. Zona, dopo una serie di ricerche fatte col magneto- 
metro Dover-Kew, venne alle seguenti conclusioni: « Il magne- 
tometro è un ottimo strumento non solo magnetico , ma anche 
sismico, e, quello che importa, sono in esso bene precisate e dif- 
ferenziate le due azioni ». 

« L'urto sismico, piccolo o grande, quando avveniva, non al- 
terò mai — dico mai — la posizione del magnete in declinazione, 
anzi in questo senso neppure oscillava. Ciò è della massima im- 
portanza, perchè può stabilirsi, senz'altro, che le deviazioni ma- 
gnetiche (quando avvenivano) 7ion erano prodotte da moto sismico, 
ma da mutate condizioni magnetiche ». 

« I terremoti invece determinavano nello strumento un moto 
verticale rapidissimo. Le vibrazioni verticali (apparenti) del ma- 
gnete erano di due specie : le une, ampie e lente ; le altre, brevi 
e rapidissime; queste ultime apparivano al momento delle scosse, 
spesso erano associate: dico apparenti, perchè naturalmente do- 
vevano essere prodotte da oscillazioni pendolari ». 

1) Op. e. Cava dei Tirreni, 1909. 



— 126 — 

« Il magneioinotro, ri unni tu tutti i dieci giorni di osserva- 
zioni, mostrò regolarmente la variazione diujna del magnetismo >. 

Le conclusioni del valoroso quanto modesto prof. Zona con- 
fermano le ricerche di Palmieri sull'eruzione Vesuviana del 1866 ^), 
di Verbeech e della Commissione inglese fatte durante 1' eru- 
zione del Krakatoa nel 1883, e quelle sul Vesuvio del prof. F. 
Di Paola 2) nel 1904, non che quanto aveva detto 1' astronomo 
Carlini (1842), cioè che il movimento sussultorio * secondo il suo 
sentimento^ avviene mm già per un'' infiuenza magnetica^ ma per una 
semplice scossa meccanica comunicata al centro di gravità dell'ago 
pendente da un sottil filo * ^). Infine il problema proposto dalla 
nostra Reale Accademia delle Scienze di Napoli nel 1865 ha avuto 
la sua soluzione, cioè che le oscillazioni registrate dagli strumenti 
sismici provengono da causa meccanica, dinamismo, che non può 
essere provocato che dal vulcanismo in tre modi: 1. Per l'urto 
del magma contro l'involucro relativamente rigido; 2. Per esplo- 
sioni; 3. Per l'istantanea emissione di gas, compresi quelli deri- 
vanti dalla dissociazione dell'acqua. 

Il 28 luglio 1889 furono notate nei pendoli orizzontali di 
Potsdam e di Wilhelmshaven due perturbazioni straordinarie, pro- 
dotte da un forte terremoto avvenuto a Kumamato nel Giappone. 
Le due pertubazioni si trovavano nei fotogrammi alla distanza 
di due ore e mezza circa l'una dall'altra, ed erano dovute alle 
onde propagatesi dal medesimo centro e nel medesimo istante 
per un circolo massimo fra Potsdam e Kumamato lungo 8860 chi- 
lometri in 67 minuti e l'arco passante per gli antipodi di Potsdam 
lungo 31,140 chilometri in 225m. Nel primo caso la velocità di 
propagazione risultava di chilometri 2,2 a secondo, nell'altro caso 
era di chilometri 2,3 a secondo. Quindi il terremoto era stato 
avvertito in tutte le parti del geoide. 

A questo proposito il Rebeur-Paschwitz osservò che, siccome 
questi movimenti ondulatori terrestri durano per ore , le onde 
provenienti da unico centro nel propagarsi da una parte e dal- 
l'altra per un circolo massimo possono confondersi *). 

1) Gdarini, L, Palmieri ed A. Scacchi. Eruzioni vesuviane del 1850 e 
1856. Napoli 1855, pag. 116. 

2) Bollettino della Società di Naturalisti in Napoli, voi. XIX, 1905, p. 30. 

3) Accademia di agricoltura, arti e commercio di Verona, voi. LXVII, se- 
rie 3., 1892, p. 42. 

*) Astronomische Nachrichteii , ii. 3174. Potermanns Mitteilungen , 3V) 
Band, 1893, IX p. 208. 



— 127 — 

Questo esporimento in grande, o non da gabintìito, del ter- 
remoto di Kumamato, corno di tanti altri, compreso quello dell'S 
settembre 1905 e del 28 dicembre 1908, mise in evidenza che il 
circolo massimo, di 40,000 chilometri, era stato percorso m mi- 
nuti 292, cioè in 41i,52m. Ciò conferma quanto io scrissi nel 1887 
e 1888 ^) a proposito della uniformità o continuità dell'involucro 
primigenio: « Queste quantità di silice riscontrate nelle rocce dei 
vulcani che sono agli antipodi tra di loro, dimostrano che il fe- 
nomeno della vulcanicità è simile in tutte le parti degli emisferi 
e che la materia prima che elabora è la stessa, è unica, è gra- 
nitica. » 

Il 18 aprile 1889 nei pendoli orizzontali a registrazione fo- 
tografica continua di Potsdam e di Wilhelmshauen furono regi- 
strate le onde provenienti da un terremoto nel Giappone. La 
distanza di 9000 chilometri fu percorsa in 64m, 3s e ne risultò 
cosi la velocità di propagazione di chilometri 2,333 a secondo. 
Il 12 luglio 1889 in quelle medesime stazioni furono regi- 
strate ondulazioni enormi provenienti da un terremoto a Wjer- 
noje (Asia centrale). Ed alla R. Specola di Berlino si constatò 
questo stesso movimento ondulatorio, che era partito dalla di- 
stanza di 4800 chilometri e si era propagato colla velocità di 
metri 3000 a secondo. Pure quello del 25 agosto 1889 di Pa- 
trasso venne registrato dagli strumenti degli stessi osservatori! 
e la velocità di propagazione risultò di metri 3000 a secondo. 
Ora che il nostro geoide è sparso di una fitta rete di osser- 
vatorii , e questi sono forniti di strumenti precisi e sensibili, 
capaci di registrare le vibrazioni microsismiche, si legge spesso 
nei Bollettini degli Osservatori! Geodinamici, non più l'osserva- 
zione isolata, ma che « Intorno alle ore X s'iniziò una perturba- 
zione agli strumenti d'una quarantina d' osservatori! sparsi in 
tutte le cinque parti della terra ». Ciò prova in modo inconte- 
stabile che il terremoto ha provocato oscillazioni in tutto il 
geoide, quindi cade pure la propalata, inesplicabile esistenza dei 
cosi detti ponti o zone immuni, poiché le proprietà chimico-fisi- 
che dei corpi sono le stesse in Europa, come in America e nel- 
l'Oceania. 

Infatti le ricerche sperimentali di Mallet, dell' Abbot, come 
quelle di Fouquè e Nogués, fatte con metodo analogo, han messo 

^) Sul graduale passaggio delle rocce acide alle roccie basiche. Gazzetta 
Chimica Italiana, 1887-88. 



— 128 - 

in piuna evidonza chu la volouilà di propagaziono di uno stesso 
impulso usplosivo è divorsa secondochè la modosima si osserva 
nelle rocce, nelle rocce con filoni metalliferi, oppure secondo la 
stratificazione delle rocce sedimentarie, ovvero rispetto al piano 
prevalente del clivaggio delle rocce scistoso. 

Ed il Noguès, dopo accurate ricerche, ne dedusse che la fa- 
coltà trasmissiva degli scuotimenti terrestri non dipende soltanto 
dalla natura delle rocce, ma pure da non pochi altri fattori,^àeì 
quali alcuni sono assai difficili a determinarsi. 

Newcomb e Dutton studiarono il terremoto di Charleston 
del 31 Agosto 1886, ma per calcolare la velocità di propaga- 
zione delle scosse e per semplificare la soluzione del problema, 
ammisero le seguenti ipotesi: 

a) che il movimento sismico si efiFettui soltanto alla su- 
perficie terrestre, generato e proveniente da un epicentro; 

b) che l'onda sismica si mantenga costante in tutte le di- 
ramazioni nella sua velocità superficiale di propagazione; 

e) che la velocità non varii colla distanza dall'epicentro. 
Ecco i risultati: 

Velocità in metri, per secondo 



Whytheville 


5300 


Chattanoga 


4860 


Washington 


5570 


Baltimora 


r,ooo 


Atlantico Città (NY) 


5250 


Belvedere (NY) 


5900 


New Jork 


5380 


Stockbridge 


4283 


Albany (NY) 


4516 


Dyersburg (renn) 


5330 


Toronto 


4250 



I sismologi, pur criticando le ipotesi ammesse da Newcomb 
e Dutton, eseguono i calcoli secondo i cennati criteri e spesso 
han dedotto la velocità prendendo la media tra la massima e la 
minima, senza indicare nemmeno se tennero per base 1' ora dei 
primi tremiti^ quella della massima oppure quella della fine della 
scossa sismica. Pertanto i risultati pubblicati sono erronei, come 
la velocità dei terremoti è superiore a quelle ottenute per mezzo 
delle mine caricate con diversi esplosivi. 

In conclusione, emerge da quanto ho riassunto e dall^ ri- 
cerche fatte da alcuni anni sui terremoti in Italia, un fatto im- 
portante, quello che i terremoti sono sempre sussultori e se si 



— 129 — 

diffondono come ondulatori , il fenomeno non è clie apparente, 
poiché, a me pare che puro l'ondulatorio non sia costituito che 
da una sequela di piccoli movimenti sussultorii, precisamente 
come avviene in un liquido colpito da un grave le cui molecole 
hanno movimento sussultorio, mentre le apparenze lo fanno cre- 
dere ondulatorio. Cosi, su di una lamina coperta di sabbia, per 
una scossa o provocando vibrazioni, i granellini ballano, come 
balla la sabbia sullo spiraglio della Solfatara di Pozzuoli per la 
violenza del getto di vapori e gaz a + 173o C, appunto perchè 
il movimento è sussultorio. 

Ho accennato all'indicazione del momento della registra- 
zione ed in particolar modo ai primi tremiti 'preliminari^ perchè 
non pochi sismologi credono che in essi si rinvengano le onde 
elastiche longitudinali dotate della maggiore velocità, trascu- 
rando le osservazioni fatte dal prof. Gr. Vicentini nel 1894 a Siena 
col suo delicatissimo microsismografo e dalle quali risultava che 
nei primi tremiti erano contenute onde lente. Nelle ricerche in- 
traprese col microsismografo a Padova sui fenomeni sismici dal 
febbraio al settembre 1896, il prof. Vicentini osservò che nella 
località sede di terremoto, il terreno non solo vibra rapida- 
mente, ma è assoggettato ad innalzamento e ad abbassamento 
improvviso, il che provoca contemporaneamente delle onde più 
lente. 

Durante i terremoti Calabro-Siculi del 1905 e 1908 il prof. 
G. Agamennone fece delle osservazioni che defini singolari^ per- 
chè erano in opposizione coli' ipotesi oggi prevalente per ciò che ri- 
guarda il meccanismo di propagazione delle onde sismiche »; egli 
constatò quelle onde lente registrate nel 1894 dal prof. Vicen- 
tini nei primi tremiti e concluse come segue : 

€ Tutto ciò sta a mostrarci quanto grande sia ancora la 
nostra ignoranza per ciò che riguarda il meccanismo di propaga- 
zione delle onde sismiche, e quanto ancora sia da fare nel per- 
fezionamento ^). 

Questo coscienzioso giudizio del prof. Agamennone , al 
quale mi associo completamente, giustifica pure quanto io scrissi 
nella mia: « Esposizione dell'attività scientifica e didattica * ^) q 
prova come e quanto sia poco seria la base di propalazioni o 
carte sismiche di alcuni voluti superuomini, in Italia specialmente. 
Siamo scrii per carità di patria! 

1) Agamennone, in Atti d. R. Accad. dei TAncei, p. 339-395. Roma : 1909. 

2) Tipografia Maiu'o. Cava ^ei Tirreni, 1909. 



— 130 - 

Offret fece delle ricerche, durante il terremoto dell' Anda- 
lusia nel 1884, su le variazioni rapide della velocità, quando il 
focolare è profondo. Egli ammise che 1' ipocentro si trovasse a 
18 Km. di profondità ed ebbe i seguenti risultati: 

Distanza dall'epicentro in chilometri: Velocità in metri a secondo. 

75 a 250 500 a 800 

260 » 300 700 » 1000 

300 » 400 800 » 1200 

500 » 1000 1100 » 1700 

1500 2100 

Dalle ricerche di Milne, Gray e Fouquè risulta che la ve- 
locità delle vibrazioni nelle seguenti rocce, in metri e per se- 
condo, viene rappresentata dalle seguenti cifre: 

(Fouquè) 
Granito 2450 a 3141 
Arenaria compatta 2000 a 2526 
Arenaria poco comp. 1190 
Marmo Cambriano 632 
Sabbie di Fontainebleau 300 

Le velocità dei terremoti artificiali si calcolano confrontando 
le ore in cui sono state registrate in due punti situati nella di- 
rezione del movimento e di cui si conosce la distanza loro. Nel 
terremoto il sismologo cerca di determinare la profondità da cui 
pervenne (ipocentro); suolsi indicare come epicentro la parte su- 
perficiale ove la scossa fu più sensibile o produsse maggiori danni. 
Sono stati proposti diversi metodi per determinare la profondità, 
cosi il Mallet, il Seehach, il Falb, Dutton, Hayden, ecc. Ma i ri- 
sultati troppo discordanti finora ottenuti, da circa 400 metri a 60 
chilometri, indicano che siamo ancora lontani dal vero. In quanto 
alle superficie e loro forme pure vi sono discrepanze: cosi, fu li- 
neare in California nel 1872, circolare in Inghilterra nel 1889, 
ellittica in altre parti. 

Per curiosità riproduco le profondità calcolate dei seguenti 
terremoti : 





(Milne-Qray) 


Granito 


3951,88 


Marmo 


3812,50 


Tufo 


•2851,75 


Rocce argillose 


3482,18 


Scisti avdesiani 


4512,78 



1872 Germania centrale 




18 chilometri 


1873 Herzogenrath 




15 • 


1857 Napoletano 




li 


1886 Charleston 




29 


lb84 Andalusia 




18 


1887 Turkestan 


• 


10 



— 131 — 
1894 Locride 6,5 chilometri 

1908 Calabro-Siculo 25 

Nel Giappone determinarono le superficie epicentrali dei ter- 
remoti del 1889 e 1891, ed ottennero pel primo 1830 chilometri 
quadrati e per l'altro 11,000. Ora i forti terremoti vengono regi- 
strati negli osservatorii sparsi nelle cinque parti del geoide, come 
avvenne nel 1906 pel terremoto di California, nel 1905 e 1908 
pei Calabro-Siculi, ecc. Di modo che l'ampiezza dell'onda sismica 
dipende dalla intensità della scossa iniziale e dalla distanza. 

Sul meccanismo della propagazione delle onde sismiche, siano 
esse provenienti da profondità, o da distanza, per ora la scienza 
non può dire l'ultima parola, perchè i risultati ottenuti sono 
poco attendibili, specialmente per la fissazione dell'ora. Io sono 
d'opinione che si dovrebbe tener conto dell'ora indicata dai primi 
tremiti. È vero che, seguendo questo metodo, si sono ottenute 
velocità di gran lunga superiori a quelle che si trovano indicate, 
cioè più di chilometri 1-4 per secondo, ma se si tien conto delle 
cifre ottenute addizionando la massima e la minima e poi fa- 
cendo la media, mi sembra che il risultato non corrisponda al 
vero; del pari sono poco serie quelle cifre, che io direi di ma- 
niera, quali si sono ottenute talvolta accomodando l'ora ed altre 
volte le indicazioni dei primi tremiti, dei massimi delle ultime 
oscillazioni o la durata del terremoto, come può rilevarsi da una 
delle tante registrazioni che si trovano in tutte le pubblicazioni 
degli osservatorii Geodinamici. 

Tale fenomeno che provoca vibrazioni, oscillazioni, eco. nel 
geoide, è dovuto sempre a causa meccanica, quindi resta escluso 
nel modo più assoluto che possa essere provocato nel primo 
tempo da fenomeni elettro-magnetici. Pertanto è stato confermato 
in modo apodittico, che ad una certa profondità esiste un in- 
volucro omogeneo, continuo, elastico, relativamente rigido, capace 
di trasmettere da un punto X a tutte le parti del circolo mas- 
simo le vibrazioni dell'urto. Quest'affermazione io feci nel 1877 
col seguente periodo: « che l'involucro idroplastico è omogeneo in 
tutti i punti del globo e costa di roccia granitica >, affermazione 
che fu vivamente contestata dalla scuola tedesca, ultimo il prof. 
A. Stùbel, il quale asserì che non era vero che le rocce cristal- 
line rappresentino un involucro continuo nella così detta crosta 
o corazza planetaria. Non parlo di altri, specialmente degli in- 
finitissimi presuntuosi nostri, i quali nella lusinga di poter giun- 
gere un giorno su qualche cattedra delle nostre Università, spesso 



— 132 — 

si trasformano in volgari douigratori ! Ma il vero, come la luce 
elio nasco dallo più profondo ionobre o si diffondo noll'iinivorso 
con una velocità sbalorditiva, finisce, magari dopo secoli, por 
affermarsi, per imporsi. Cosi le scoperte dei nostri naturalisti e 
pensatori hanno irradiato viva luce in tutti i tempi ed in tutte 
le manifestazioni dello scibile, pure quando i loro corpi servirono 
per illuminare l'oscurantismo nelle pubbliche piazze, quell'oscu- 
rantismo che non è altro che un'abbietta manifestazione umana 
poggiata sulla superstizione, sull'ignoranza e sulla intolleranza. 
La civiltà di Roma in tutti i tempi è andata soggetta a stasi 
per la intolleranza, né oggi ne è immune, anzi si sono molti- 
plicate le intolleranze teocratiche e politiche, non esclusa quella 
scientifica, come ho già scritto a pag. 10 nella e Esposizione della 
mia attività scientifica e didattica ^) ». 

Come io abbia intraveduta la costituzione geofisica del nostro 
geoide sono li ad attestarlo i miei precedenti lavori ed in par- 
ticolar modo quelli su « L'unità delle energie cosmiche » (1907) 
e « Su la Genesi e fine del nostro Geoide (1908) » nei quali rias- 
sumendo i fatti induttivi esposti in precedenti pubblicazioni , 
scrissi: « In conclusione, il nostro geoide, a partire dalla nebu- 
losa terrestre che man mano è venuto raffreddandosi, è giunto 
allo stato che noi conosciamo, per l'azione combinata del vapore 
acqueo sulla massa primigenia, contenente il principio di tutti gli 
elementi chimici finora conosciuti e forse altri non ancor noti 
a temperatura e pressione elevata ». 

I risultati delle osservazioni ed esperienze fatte da natura- 
listi di tutte le nazioni civili , mi sembra che tutti concorrano 
a far ritenere verosimile l'intuizione di Cartesio, Lebnitz, Kant, 
Laplace e Herschel, i quali vedevano nel nostro pianeta , come 
in ogni altro corpo celeste , la condensazione di una nebulosa. 

II dottor Isacco Roberts pubblicò nel 1893 e 1899 una col- 
lezione di fotografie nebulari, tra le quali si vedono vere nubi 
di materia caotica allo stato primordiale, com'era il nostro globo. 

Le esperienze di Elster e Geitel e di Wilson hanno mostrato 
che nell'aria atmosferica esistono degli ioni che, per la maggior 
parte, sono prodotti dalle radiazioni emesse dalle sostanze ra- 
dioattive (gassose o solide) contenute nel suolo e che in essa si 
diffondono o sono altrimenti trasportati. 

Tali ioni conferiscono all'aria la conduttività elettrica, e as- 
sumono nei fenomeni metereologici una importanza che ormai 

») Cava dei Tin-eiii, 1909. 



— 133 — 

è universalmente riconosciuta; essi infatti non solo agiscono sulla 
distribuzione e sulle variazioni del campo elettrostatico terrestre, 
ma , secondo Schuster , pur su quelle del campo magnetico ; e 
specialmente influiscono sulla formazione e sulla costituzione delle 
nubi. 

Le ricerche del Prof. 0. Scarpa hanno messo in evidenza 
che « sono molto elevate le ionizzazioni nelle vicinanze delle 
sorgenti termiche, e tanto più quanto esse sono ricche di ema- 
nazioni radioattive >. < Sono poi specialmente considerevoli le 
ionizzazioni che ho riscontrate (scrive il prof. Scarpa) nelle stufe 
termali; infatti, in quelle di Porto d'Ischia il numero di ioni po- 
sitivi è circa 10 volte maggiore di quello da me trovato a Napoli, 
e circa 16 volte maggiore a Lacco Ameno, nell'antica stufa di 
Santa B-estituta », 

Si ha quindi una conferma di quanto enunciò l'Helmotz in- 
torno alla elettrizzazione degli ioni o, secondo la denominazione 
proposta da Stony, della formazione degli elettroni, che suppose 
siano una condizione locale specializzata dell'etere universale. 

Completa quanto ho riassunto la constatata presenza del- 
Velio , del radio , del neon , del cripton e del xenon , insieme ad 
altre sostanze gassose provenienti dalle regioni profonde, fatta 
dai Curie, da Laborde, da Strutt ed altri, i quali riscontrarono 
il radio o le emanazioni del radio in quasi tutte le acque mine- 
rali, nell'atmosfera, nell'acqua del mare, nei minerali e nella su- 
perficie terrestre. 

Quindi ero nel vero quando, a proposito della genesi del 
geoide, scrissi che la materia caotica, contenente il principio di 
tutti gli elementi chimici, a contatto col vapore acqueo dà luogo 
ad una serie di fenomeni, il cui risultato ultimo era rappresentato 
da una miscela di corpi cristallini e di sostanze amorfe. 

Questa miscela, trovandosi in presenza dell'acqua nelle condi- 
zioni più favorevoli di temperatura e di pressione , cominciò a 
formare le prime specie mineralogiche che , alla loro volta ce- 
mentandosi formarono i primi aggregati di rocce cristalline, quali 
i graniti, ecc. >. 

Rimase quindi imprigionata la massa nell' involucro primi- 
genio, idroplastico, continuo, omogeneo, costituito di rocce che 
poi furono dette arcaiche e che, come (dimostrai, si rinvengono 
in tutto il mondo ^) , contrariamente a quello che, per contestare 

1) Risposta ad alcune osservazioni sull'evoluzione minerale. Napoli, 1908, 



— 1B4 — 

quanto ebbi ad asserire nel 1887, che la roccia « è unica e gra- 
nitica », scrisse Stiibel, cioè: « Les roches cristallines ne forment 
pas la surface de l'ecorce planétaire, et leur nature éruptive re- 
sterà it à établir ». 

Ma la massa caotica rimasta imprigionata, se non fosse ve- 
nuta continuamente a contatto con altro vapore acqueo, sarebbe 
rimasta inattiva; quindi la necessità della penetrazione dell'acqua, 
penetrazione che avveniva per la permeabilità dell'involucro, che 
a guisa di nube l'avvolgeva, il quale, quando poi si liberò del- 
l'acqua, divenne relativamente rigido, come lo provano le rocce 
arcaiche ; ed allora , pur conservando sempre la permeabilità, 
quando pel dinamismo endogeno si fendeva o rimaneva forato, 
dava luogo nel primo tempo a eruzioni di graniti, poiché non 
vi era l'intervento di sostanze capaci di modificare il magma co- 
stituente l'involucro idroplastico , e successivamente a rocce di 
altra composizione. 

Intanto questi fenomeni, finché si limitarono alla superficie 
avvenivano pel contatto della massa caotica col vapore acqueo, 
ma dopo , come ho detto , se essa non vi fosse penetrata come 
vi penetra tutt'ora direttamente, la nebulosa sarebbe rimasta ri- 
vestita di una vera pellicola ; ma cosi non fu, poiché tutti gli 
scrittori di geologia o di geofisica assegnano al minimo uno spes- 
sore all'involucro di 50 chilometri. 

Per tranquillare Tschermak ^) che scrisse : < Se la penetra- 
zione é continua, dato che 1' azione dell'alta temperatura interna 
è pure continua, delle due una: o le eruzioni dovrebbero essere 
un processo continuo, oppure un processo regolarmente periodico 
come nei geysers. Invece le eruzioni sono fenomeno quanto mai 
irregolare si possa dare ». Io dissi che l'acqua del mare non solo 
é indispensabile pei fenomeni vulcanici , ma quella che vi pe- 
netra prende parte alla circolazione interna e poi quando , da 
bacini sorgentiferi, da bocche crateriche o da fratture, sgorga nei 
mari, dà origine alle correnti marine di acqua calda e fredda ^), 
perciò l'enorme quantità di acqua che penetra esce pure. In quanto 
alle altre osservazioni di Tschermak, ammessa come probabile la 
costituzione geofisica del nostro pianeta come segue: l.^» da un in- 
volucro esterno relativamente rigido ; 2.» da un involucro idro- 



1) Sitzungsber. d. k. Akad. d. Wissenschaften. Vienna, 1877. 

2) Circolazione dell'acqua e correnti marine. Napoli, 1907. 
L'acqua nei fenomeni vulcanici. Napoli, L907. 

Per una critica del prof. Sigismondo GUnther. Napoli, 1909. 



— 135 — 

plastico; 3.° da altro involucro costituito da un magma idi'oter- 
minale ; 4.» da una gran massa gassosa primordiale ^); si com- 
prende che la penetrazione è continua e che la temperatura, come 
è noto, aumenta gradatamente a misura che ci approfondiamo nel 
geoide, e ne viene di conseguenza che, quando l'acqua giunge nella 
zona di evaporazione, i suoi vapori tornano indietro abbandonando 
ciò che trascinava con sé e ciò che teneva disciolto. Perciò le 
eruzioni non rappresentano un processo né continuo né periodico, 
come nei geysers, i quali, é bene notare, sono caratteristiche ma- 
nifestazioni vulcaniche di alcune contrade del mondo. Infine, in 
un sol punto vado di accordo con l'illustre naturalista di Vienna, 
cioè quando asserisce che le eruzioni sono fenomeno quanto mai 
irregolare si possa dare; ed é logico, perché non è facile e non 
sempre capita all'acqua del mare di penetrare per un cratere 
od una frattura sottomarina e giungere a contatto col magma 
arroventato. 

Formatosi l'involucro di rocce arcaiche, so vr' esso comincia- 
rono il lavoro di erosione le acque , deponendo di poi le sedi- 
mentazioni che formarono successivamente la grande pila di strati , 
privi i primi di reliquie organiche, che comparvero poi quando 
la temperatura lo permise. Sia i detriti delle rocce arcaiche che 
le precipitazioni calcaree-magnesiache, prima erano mescolate con 
l'acqua e poi furono da queste abbandonate, poiché le acque si 
raccolsero nelle depressioni oceaniche e per l'Italia nel Mediter- 
raneo, formando stratificazioni sull'involucro granitico e quindi 
emersero. 

Leonardo da Vinci per dire che quei fondi marini furono 
sollevati all'altezza dell'Imalaia, come tutte le catene di montagne 
di rocce arcaiche e sedimentarie, ricordandosi di ciò che aveva 
scritto Ovidio (Metamorfosi) , che < ivi divenisse terra ove era 
mare e che fosse mare ov'era solidissima terra >, si espresse come 
segue: « ciò che era un tempo fondo di mare , è divenuto som- 
mità di monti ». Spetta poi il merito a Lazzaro Moro di aver 
dimostrato che i monti traggono origine dalla forza espansiva 
dell'interno del globo, e che questo fatto si collega con quelli 
dei vulcani e dei terremoti. 

Ed io per rendere questo concetto , riferendomi alla costi- 
tuzione geologica d' Italia , scrissi : « allorché avvennero i più 
grandi sollevamenti, come quello che formò la nostra penisola, 
vi furono grandi manifestazioni vulcaniche, che si possono spie- 

1) « L' Unità delle energie cosmiche » e « su la Genesi e fine del Ge- 
oide > NapoH, 1907 e 1908. 



— 136 — 

gare nel seguente modo: < La catena appenninica , esercitando 
un'enorme pressione sull'involucro fondamentale plastico, provocò 
una depressione, e questo , promondo sul contenuto gassoso in- 
terno, produsse una violenta reazione dinamica: allora il magma 
lavico, non potendosi fare strada nella parte occupata dagli ap- 
pennini, diede luogo a quella serie di vulcani che si allinea lungo 
il littoralo tiiTeno alla baso della catena appenninica ^\ 

Ora, mentre sull" involucro idroplastico si accumulavano i de- 
triti per formare la stratificazione o pila costituita di tanti strati 
quante sono le ere geologiche , il cui spessore può giungere a 
diversi chilometri, l'acqua, che incessantemente passava attra- 
verso r involucro primigenio, reagiva con la massa caotica, come 
continua a fare tuttora, e ne aumenta sempre lo spessore, con- 
servando, logicamente, le rocce la composizione primordiale, cioè 
granitica, se non subi o consegue l'evoluzione minerale -). Quindi 
l'involucro idroplastico continua ad aumentare il suo spessore 
e l'aumenterà finche vi penetrerà l' ultima molecola d' acqua e 
reagirà con gli ultimi ioni o elettroni. Allo spessore dell'invo- 
lucro arcaico, che alcuni dicono, scorza^ buccia o corazza, i geo- 
logi o geofisici assegnano diversi chilometri, per lo meno 60 se- 
condo de Lapparent, mentre io mi fermai ad 80 a partire dalla 
massima profondità riscontrata negli oceani. 

Non so comprendere come i tettonisti, che poggiano la loro 
teoria sulla stratificazione e non sulla formazione primigenia od 
arcaica, possano ammettere che gli strati, siano pure di diversi 
chilometri, possano per isostasi giungere, per pressione, perfino 
a rompere l'involucro idroplastico di almeno 50 chilometri. A 
me pare che le volute forze gravimetriche non potranno mai aver 
ragione sulla rigidità, per quanto relativa, dell'involucro, il quale 
non spezzandosi in alcun modo, non dischiuderà giammai la via 
al magma confinato nelle ime profondità. 

De Lapparent ammette che < la cause du paroxysme serait 
une modification dans l'architecture de l'ecorce, consecutive à un 
plissements, d'où résulterait une augmentation de la pression 
exercèe par l'ecorce sur la lave et sin' les gaz tenus en dissolution 
et qui tendent à s'échapper ». 

Ripeto ancora una volta che l'esiguo strato sedimentario è 
ben poca cosa perchè possa provocare una inflessione o depres- 
sione sull'involucro idroplastico, per quanto lo dica pellicola il de 

1) Su l'allineameuto dei vulcani italiani . Reggio Emilia, 1887. 
3) Risposta. 



— 137 - 

Lapparent. Ma io voglio pure ammettere ohe la stratificazione se- 
dimentaria eserciti una pressione, ma potrà essa, ad esempio, essere 
paragonata a quella da me citata cioè l'Appennino per la geogenesi 
della nostra penisola, che, come tutti sanno, è una specie di stri- 
scia, più o meno larga, che rappresenta appunto rocce sedimen- 
tarie, che vennero depositate nel mare che occupava quella parte 
tra le Alpi, la Sila ed il massiccio Calabro-Siculo ? A me sembra 
di no, perchè le carte geologiche dimostrano le vaste estensioni 
che occupano terreni rappresentanti le diverse ere geologiche, 
i quali terreni possono avere un minore o maggiore spessore a 
seconda dei trasporti eolici o fluviali e la loro distribuzione sulle 
formazioni su cui si adagiarono; ma a me sembra che nessun 
fatto possa dar ragione al fenomeno isostasico come provocatore 
di abbassamento del livello o di rottura e, peggio, sprofondamento 
addirittura dell'involucro. E la massa approfondita dove andrebbe 
a raccogliersi o deporsi ? 

Rientriamo, per carità, nella logica e nelle energie naturali 
e tengano presente i tettonici la pressione che esercita suU' in- 
volucro idroplastico il vapore acqueo sotto forte tensione e l'istan- 
tanea enorme massa di gas e vapori derivanti dalla dissociazione 
o evaporazione dell'acqua e dei sali che essa tiene disciolti, quando 
s' incontra col magma arroventato. I fatti sono li per provare che 
quando l'involucro non resiste alla pressione o si fende o viene 
forato, e quando avviene la rottura, le formazioni geologiche ci 
dicono che l' inclinazione degli strati è verso la fessura ed è in 
questa forma di rottura verticale, con o senza sollevamento e con- 
seguente formazione dell'anticlinale che si riscontra la frattura 
od il foro che dà luogo alla eruzione. Quindi l'azione dinamica 
viene dalla profondità, da sotto e non da sopra. 

Dimostrata la impossibilità che l'azione meccanica degli strati 
possa rompere in un punto qualsiasi l'involucro, l'isostasi di Dut- 
ton non potrà mai influire sul ristabilimento dell'equilibrio del 
nostro geoide, poiché sono altre le cause che provocano fugace- 
mente lo spostamento del polo. 

Lo Stoppani chiude come segue il capitolo XIII: « Se la 
terra può paragonarsi ad una caldaia a vapore ^), e i vulcani a 
valvola di sicurezza, il terribile non è nel rantolo della valvola 
dischiusa, ma nella forza del vapore che agisce entro la caldaia ». 

Infatti il mio illustre maestro che ammetteva i terremoti tel- 
lurici si espresse cosi: < io direi che una rottura della crosta ter- 

1) Trattato di Geologia. Voi. Ili, pag. 458 — Milano, 1873. 



— i3tt — 

restre produce il terremoto, come effetto immediato e necessario, 
e apre al tempo stesso la via agli interni vapori; cioè produce 
l'eruzione come effetto conseguente e accidentale ». (voi. Ili, p. 
462). Ammessa la costituzione geofisica della Terra, secondo il 
mio intendimento, la rottura avverrà sempre dal basso e sarà 
provocata in modo prevalente dal vapore acqueo. — Ora se la geo- 
logia è una scienza di induzione, perchè vogliono alcuni trasfor- 
marla in scienza di deduzione di idee preconcette che fanno a 
calci con la logica? 

Per quanto i risultati sul meccanismo di propagazione delle 
onde sismiche siano sconfortanti , ciò non esclude che merita 
lode la falange di diligenti e volenterosi nostri, che si accinsero 
allo studio dei movimenti sismici. 

Fortunatamente il nostro governo comprese in tempo, cosa 
che non ha mai fatto per la vulcanologia, che l'Italia non po- 
teva rimanere estranea al movimento scientifico provocato nel 
mondo per le ricerche geofìsiche che, come con fine accorgimento 
scrisse Angelo Secchi, dovevano servire di chiave alla spiegazione 
della costituzione del nostro pianeta. Ora, se la nostra ignoranza 
per ciò che riguarda il meccanismo di propagazione delle onde 
è ancora grande, pur tutta volta l'attesa risposta gli osservatorii 
sparsi in tutta la superficie del geoide la hanno data, ed io sono 
ben lieto di renderla di ragione pubblica: Non passa giorno in 
cui, se non in tutte le parti del mondo, in qualche contrada al- 
meno, non venga registrato un terremoto. 

Questo fatto era nella mente di tutti gli scienziati , che 
non sanno scindere il moto dalla materia; e come logica conse- 
guenza, si conveniva col Galilei, che innanzi agli inquisitori disse: 
« e pur si muove! » Ed oggi abbiamo la prova inconfutabile del 
diuturno movimento sismico, poiché, dopo tanti anni di osserva- 
zioni, sono riuscito finalmente a provare che in alcuni anni, ad 
esempio nel 1904, non è passato giorno in cui il nostro geoide 
non sia stato in movimento, come dai seguenti dati , sui quali, 
suppongo, debba essere eliminato qualunque sospetto di marea 
termica attribuita da alcuni al riscaldamento dell'emisfero illu- 
minato dai raggi del sole, poiché in Italia, dove raramente non 
si vede il sole, nel 1904 furono registrati solo '234 sismi , cioè 
122 meno di quelli registrati nell'Asia orientale , mentre se ne 
sarebbero dovuto registrare di più. 



— 139 — 



Terremoti registrati in Italia nei primi sei anni del secolo XX. 

1901 1902 1903 1904 1905 1806 

Gennaio 21 29 22 8 13 22 



Febbraio 


20 


26 


28 


19 


21 


16 


Marzo 


22 


27 


26 


26 


19 


26 


Aprile 


22 


25 


20 


23 


22 


26 


Maggio 


24 


23 


26 


24 


12 


16 


Giugno 


21 


26 


21 


26 


24 


21 


Luglio 


22 


28 


24 


28 


23 


23 


Agosto 


24 


28 


23 


21 


17 


21 


Settembre 


21 


26 


17 


21 


26 


23 


Ottobre 


20 


17 


17 


17 


19 


18 


Novembre 


19 


22 


23 


16 


18 


14 


Dicembre 


20 


24 


23 


16 


21 


16 



Terremoti distribuiti per stagioni: 

1901 1902 1903 1904 1905 1906 

Primavera SG ì 78) 71 > 73 ^ 63 / ^ 67 > 

Està 67 ! 113 7,^55 gg5l39 ^^ J 147 ^^ ^ 117 ^^\l 

Autunno 60) 70) 67^ 54 ) _ 63 i^^ 55) 

Inverno 61 ( ^^l ^ J 145 ^3 ^ 130 ^|87 ^ j 118 ^ J 8 

254 300 269 244 236 221 



Falb enumerò 6500 terremoti, da 800 anni avanti Cristo fino 
al 1842, e li divise in due serie: una anteriore al 1794, l'altra 
dopo. Ciascuna serie si componeva di 2740 terremoti. 

Nella prima si ha un massimo in gennaio ed un minimo in 
agosto; nella seconda due massimi quasi uguali in agosto ed in 
ottobre, un massimo di minore importanza in gennaio ed un 
minimo in giugno. A Copiapo (Chili) massimi in ottobre e gen- 
naio e minimi in settembre e dicembre. Mallet, sopra 120 terre- 
moti dell'emisfero sud, trovò un massimo in novembre, minimi 
in marzo ed agosto. Milne raggruppò 256 terremoti della Gran 
Bretagna ed ebbe la media mensile di 21,2 ; la media dei mesi 
di marzo e di agosto, inclusivamente di 16,1, quella di settembre 
e febbraio, 26,3. Infine Kluge ottenne, dopo pazienti ricerche, i 
seguenti risultati: 

Terremoti nell'emisfero Nord: 

862 da Aprile a Settembre; 
948 da Ottobre a Marzo. 



— 140 — 

Terremoti nell'emisfero Sud: 

300 da Aprile a Settembre; 
337 da Ottobre a Marzo. 

I] dottor A. Cancani ^) studiò 300 periodi sismici Italiani 
dal 1316 al 1902, e mise in evidenza che 213 si presentano con la 
scossa principale all'inizio, ed 87, con una o piìi scosse princi- 
pali a periodo più o meno inoltrato , ossia il 70 per cento dei 
periodi sismici si presentano colla più forte scossa al loro prin- 
cipio. 

Molti cercarono, a misura che raccoglievano i risultati delle 
loro osservazioni, di venire a conclusioni, ma le mie osservazioni 
fatte durante il 1904, mentre provano che non passa giorno senza 
che non venga registrato un terremoto, sia pure strumentale, di- 
struggono tutte le ipotesi sulla influenza dei mesi e delle stagioni 
nei fenomeni sismici. Cosi nell'Asia orientale durante il 1904 si 
registrarono i seguenti terremoti: gennaio 30 (meno il giorno'6); 
febbraio (meno il giorno 15); marzo 31; Aprile (meno il 16 e 29); 
Maggio 30 (meno il giorno 30); giugno 29 (meno il 19) ; luglio 
30 (meno il 6) ; agosto 28 (meno 2, 6, 13) ; settembre 28 (meno 
5, 10, 30); ottobre 30 (meno 29); novembre 27 (meno 19, 23, 24); 
dicembre 28 (meno 3, 5, 25). 

In Italia vennero registrati terremoti 234, fra cui alcuni nei 
giorni 15 febbraio, 16 e 29 aprile, 30 maggio, 19 giugno, 6 lu- 
glio, 1 e 13 agosto, 10 e 30 settembre, 29 ottobre, 23 e 24 no- 
vembre e 6 dicembre. 

I giorni 6 gennaio, 5 agosto, 6 settembre, 19 novembre, e 
26 dicembre, si trovano registrati nell'America e Nord Europa, 
nel grande catalogo sismico del Bureau Central di Strasburg 
(Les Tremblements de Terre ressentès pendent l'année 1904), come, 
gentilmente mi comunicò il Direttore del R. Ufficio Metereolo- 
gico e Greodinamico di Roma ^). 

1) Bollettino della Società Sismologica Italiana. Voi. Vili , pag. 17. Mo- 
dena, 1902. 

2) Il Dottore Agamennone pubblicò nella relazione sul terremoto di Zante 
del 1893 i seguenti dati statistici: 



Dal 1000 


al 1600 circa 


5 


terremoti 


> 1600 


» 1600 > 


,10 


» 


» 1600 


» 1700 » 


30 


» 


» 1700 


» 1800 » 


40 


» 



— 141 — 

Gli astronomi convennero col Galilei , ma più tardi i geo- 
fisici vollero trovare la causa del moto del mondo nel metamor- 
fismo endogenico, mentre io nel 1887, senza discutere dal punto 
di vista astronomico, fui più esplicito quando ne attribuii la causa 
all'acqua del mare ed alla conseguente evoluzione minerale, come 
scrissi nella Gazzetta Chimica Italiana ^), negli Atti della Società 
dei Naturalisti di Milano 2) e come riassunsi nella mia comuni- 
cazione fatta al Congresso Internazionale di Chimica applicata ^) 
tenuto in Roma nel 1906, nella quale, ribadendo il principio già 
da me enunciato sull'evoluzione minerale, conclusi come segue: 
< Cosi, mentre Carlo e Giorgio Darwin hanno dimostrato la evo- 
luzione nel mondo biologico, io ho messo in evidenza che, mercè 
l'intervento dell'acqua del mare, le rocce eruttive subiscono una 
fase evolutiva, passando dal tipo acido al tipo basico ». 

Sono stato costretto ad accennare nuovamente a questi fatti, 
perchè ferve ancora la lotta sull'ammissione dell'acqua del mare 
nei fenomeni vulcanici, poiché il Brun, come può rilevarsi dai 
suoi scritti pubblicati uqW Ardi. d. Se. phys. et mot. di Ginevra 
degli anni 1906, 1906, 1908 e febbraio 1909 , continua a soste- 
nere che l'acqua è un fattore inutile; che essa non occorre per 
le esplosioni; che è inutile nella cristallizzazione delle rocce, inu- 
tile nella genesi generale dei fenomeni eruttivi e conclude che 
la presenza dell'acqua nei fenomeni vulcanici non ha alcuna im- 
portanza, 

A Gùnther *) che scrisse che « io faccio rivivere la nota 
teoria medioevale dello Schwamm del fungo e della spugna », 



Dal 1800 » 1825 circa 20 terremoti 

» 1826 » 1863 « 1670 

» 1863 » 1892 » 300 

In tutto l'anno 1893 » 900 » cosi ripartiti: 

Gennaio 20 Luglio 60 

Febbraio 50 Agosto 60 

Marzo 120 Settembre 60 

Aprile 200 Ottobre 60 

Maggio 100 Novembre 10 

Giugno 100 Dicembre 60 

1) Sul graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche. 

2) Sulla genesi e successione delle rocce eruttive. 

3) La chimica nella genesi e successione delle rocce eruttive. 

4) Abdruck aus D. A. Petermanns Geogr. Mitteilungen 1908, Heft. VI. 
N. 261-266. 



— 142 — 

risposi nel mio lavoro « Por una critica del prof. Sigismondo 
Gnnther ^). 

Ad Armand Gautier ^), per quanto sia uno dei più strenui 
sostenitori della indispensabilità dell'acqua nel vulcanismo , con 
mio grande dispiacere faccio rilevare che egli persiste , contro 
la logica, e dopo la discussione avvenuta tra noi al Congresso 
di Roma, ad escludere l'intervento dell'acqua del mare, mentre 
le sue ricerche sulle fumarole del Vesuvio , tre e diciotto mesi 
dopo l'eruzione del 1906, nelle cui emanazioni riscontrò nel luglio 
1906 il 67, 74 o/o di vapore acqueo, e diciotto mesi dopo il 77, il 
76 o/o, avrebbero dovuto finalmente convincerlo. Pure Fouquè in 
quell'occasione riferì che nella massa gassosa del Vesuvio aveva 
trovato una quantità di vapore acqueo , in volume, che oscil- 
lava da 66 a 73 oj^ ^). In altre eruzioni vesuviane Deville riscontrò 
il 999/1000. 

Ricordo ancoraché nelle mie escursioni sulle pendici del Ve- 
suvio durante l'ultima eruzione, quando per la mutata direzione 
del vento venivo investito dall' immenso pino che si rovesciava 
sull'ignivomo monte e si protendeva sul mare e sulle terre che 
lo circondano, tornavo a casa tutto inzaccherato, tanta era l'acqua 
contenuta nel pino. Pure Laserre, che assistette all'eruzione della 
Montagna Pelée nella Martinica nel 1902, fu investito da una 
pioggia di acqua calda che durò mezz'ora, e chi avrà letto come 
ho letto io , quanto testardamente asserisce il Brun , cioè che 
l'acqua è estranea ai fenomeni vulcanici, deve rimanere convinto 
che i folli non sono solo quelli che sono rinchiusi nei manicomi, 
ma ve ne sono pure allo stato libero ! 

Ora, come vi sono ancora oppositori all'ammissione dell'inter- 
vento indispensabile dell'acqua del mare nei fenomeni vulcanici, 
i quali però non hanno ancora enunciato una legge da sostituirsi 
a quella della permeabilità dei corpi in genere e delle rocce in 
ispecie, e l' altra della gravità, cosi io dico che se essi pure si 
fossero convinti del fatto incontestabile e da tutti insieme si fosse 
lavorato per affermare il vero e non l'assurdo, certamente il vul- 
canismo non avrebbe subito la stasi in cui alcuni erroneamente 
credono si trovi, ma si sarebbe completamente consolidato sul 
piedistallo su cui io lo misi, e mi lusingo che i miei contradittori, 



1) Boll, della Società di Naturalisti in Napoli. Voi. XXIII (Ser. 2." voi. 
Ili, 1909). 

2) Aitnales des Mines. Dixieme serie, T. XVI. p. 213. Paris, I90(ì. 

3) Comptes rendus. T. CXLVIIf, p. I70b et 84. Paris, 1909. 



— 143 — 

esaminando meglio i fatti da me esposti, si convinceranno che 
sono puramente fisici, quindi veri. 

Perciò la causa delle perenni oscillazioni del geoide dobbiamo 
ravvisarla nella penetrazione dell'acqua del mare o per la per- 
meabilità delle rocce o direttamente attraverso le fratture abissali 
o dai crateri sottomarini che si formano in tutte le latitudini, 
longitudini e profondità. Né valsero i tanti esempi da me portati 
dal 1887 fino al 1909 nell'ultimo mio lavoro: « Sul vulcanismo 
nel terremoto del 28 dicembre 1908 > a farli ricredere. Non si è 
tenuto conto di nulla, nemmeno di quello constatato da Fouquè, 
cioè che le sorgenti che si formarono dopo l'erazione delle San- 
torino (1866-70) raggiungevano la temperatura di 45,60''C e la 
composizione delVacqua rispondeva a quella del mare. E tanto meno 
dell'asserzione del Prof. Ricco dopo le ricerche fatte durante l'e- 
ruzione sottomarina di Pantelleria nel 1901, nella cui relazione 
si legge: fra il calore della gola del cratere e delle masse laviche 
eruttate incandescenti e la fredda massa deW acqua marina preci- 
pitantesi nell'aperto ed infuocato cratere. 

Per me è assioma che l'acqua del mare penetra sia per la per- 
meabilità, che per la gravità, ed una volta penetrata, continuerà 
la sua discesa nel geoide finche le condizioni termiche glielo con 
sentiranno, poiché quando giungerà nella zona di ripulsione, come 
enunciai lo scorso anno nel mio lavoro sul terremoto calabro-si- 
culo del 28 dicembre 1908, abbandonerà i sali che tiene disciolti 
e si trasformerà in vapore, diffondendosi tutt' intorno se non ri- 
tornerà per la via percorsa. Ora, sono quei residui salini ed i de- 
positi abissali trascinati dal mare che, venendo a contatto col 
magma arroventato, ne modificheranno gradatamente la composi- 
zione, dando luogo a reazioni chimiche, in seguito alle quali le 
rocce passeranno dal tipo acido al tipo basico, formando di poi nei 
vulcani attivi una serie di rocce di composizione identica a quelle 
che costituiscono la cronologia geologica dalle arcaiche alle dia- 
basi, ai basalti. Dev' essere colà che deve avvenire la lotta fra 
la enorme tensione dei vapori e dei gas e le parti che li circon- 
dano. Infatti r istantanea, l' enorme emissione di vapori e gas 
deve indubbiamente esercitare una grande pressione in tutti i 
sensi e perciò sul magma stesso, il che provoca la lenta o ra- 
pida reazione , ed il magma la trasmette alla massa sottostante 
e così fino all'immensa massa del contenuto gassoso rimasto an- 
cora intatto dall'evoluzione del nostro geoide. Contemporanea- 
mente la pressione si esercita sui lati e contro la parte sovrin- 
combente e provocherà scuotimenti sussultorii , microsismici o 



- 144 - 

macrosismici , rompondo cosi l'equilibrio instabile flol nostro 
geoide, che dal principio dell'evoluzione della nebulosa si agita e 
si agiterà senza tregua, iinchè l'ultima molecola d'acqua non rea- 
girà con i joni, diversamento elettrizzati o con gli elettroni. 

L'involucro sovraincombente, relativamente plastico, ad una 
certa profondità, e relativamente rigido ed elastico, quando di- 
viene subaereo, risente e trasmette dalle impercettibili vibrazioni 
alle scosse più disastrose, modilicandosi l'eflfetto pei fatti prece- 
dentemente riassunti e pure pel differente spessore dello strato. 

Infatti, dalle profondità dell'oceano Indiano all'altezza del- 
l'Imalaia, lo spessore è di circa 19 chilomet», ne qui ripeto le 
profondità del Pacifico o dell'Atlantico e le altezze delle catene 
dei monti che li circondano, poiché son cose trite. Se si aggiunge 
allo spessore delle formazioni geologiche la conducibilità dell'urto 
meccanico, essa pure variabilissima e discordante, come ho già 
detto, si comprendono le grandi discrepanze. 

Fin qui ho ragionato sul fatto delle reazioni provocate dal 
residuo salino e dal fango abissale col magma arroventato , ma 
se avviene nell' interno del geoide qualche cosa di analogo a 
quanto avvenne a Krakatoa nel 1883 ed in tante altre parti del 
mondo negli abissi degli oceani, l' incontro cioè dell' acqua del 
mare col magma arroventato, devono verificarsi gli stessi feno- 
meni, vale a dire esplosioni, dissociazioni , emissioni istantanee 
di enormi miscele di vapori e gas, come furono descritte da Ver- 
beek, da Fennema e da Hann nel 1883. Quella terribile esplo- 
sione, come è noto, ebbe una ripercussione sull'aria, sul mare che 
in poche ore percorse il circolo massimo, e sul geoide stesso che 
ne fu scosso in tutte le sue parti, poiché il sismo venne regi- 
strato dagli osservatori! sparsi in tutte le superficie, come del 
resto avviene sempre che si verifichino forti scuotimenti, come ad 
esempio 1' 8 settembre 1905 e il 28 dicembre nello stretto di Mes- 
sina. Arrogi che dalle mie ricerche chimiche risulta che, quando 
faccio reagire le sostanze saline ottenute dalla evaporazione delle 
acque del mare, e il fango o i sedimenti abissali con la polvere 
delle rocce cristalline (arcaiche) o vulcaniche, dalle trachiti alle 
ultime lave del Vesuvio (1906), arroventate alle più elevate tem- 
perature, ottengo sviluppo di anidride solforosa, di acido clori- 
drico e vapore acqueo nel primo tempo, con sviluppo pui'e di 
idrogeno, ossigeno, nitrogeno, tracce di ammoniaca e carburi di 
idrogeno nel secondo, sublimazioni saline nel terzo tempo con 
predominio di cloruri e quello di jodio, di bromo, di selenio, in 
ispecial modo, infine si ottengono le sublimazioni saline, come si 



— 146 — 

riscontrano nelle fumarole succile dei vulcani in eruzione ed in 
particolare dei crateri avventizi, che si formano sulle lave. 

Si , soltanto cosi possiamo comprendere quegli scroscianti, 
assordanti, stridenti boati e rumorosi rombi udibili a migliaia di 
chilometri di distanza. Si, si, è questo il fenomeno del vulcani- 
smo, perchè io lo vedo col lume della ragione e della logica, come 
molte volte ne ho inteso i palpiti, i boati, e sono stato pure sbal- 
lottolato sulle lave e sulle sabbie, poiché sotto l'azione delle forti 
scosse sussultorie il terreno sabbioso sembra come se fosse acqua 
in ebollizione e le lave ondeggiano. Non si conoscono in fisica 
altre energie capaci di abbattere in pochi secondi quanto capita 
nel campo del disastroso scuotimento, come disgraziatamente se 
n' è avuto un doloroso esempio il 28 dicembre 1908. Si, è proprio 
l'incontro dell'acqua col magma arroventato nell'interno del no- 
stro geoide che ha provocato in tutti i tempi gli immani disastri. 
Infatti la natura che non ha segreti per alcuno, mostra palesa- 
mente agli studiosi ed ai curiosi come avviene una eruzione, 
poiché ciò che compare prima dalle fratture, dagli spiragli, dalle 
fumarole, dai crateri é il vapore acqueo, quello che si sviluppa 
dalle superficie delle correnti laviche arroventate è il vapore 
acqueo, anzi é sulle correnti laviche che spesso si formano veri 
crateri, i quali compiono essi pure vere eruzioni con sviluppo di 
vapore acqueo. 

Il prof. Ricco ^) nell' applicazione della termodinamica alle 
eruzioni vulcaniche scrisse quanto segue: « Partiamo da dati di 
fatto: prima di questo periodo eruttivo (3 agosto 1888, 22 marzo 
1890) di Vulcano (Eolie), il fondo chiuso del cratere era alto 140 
metri sul H vello del mare: ritenendo l'eruzione dovuta all'accesso 
delle acque marine sui materiali vulcanici caldi, é naturale am- 
mettere che nella eruzione venga sgombrato tutto il canale o 
camino vulcanico, fino al livello del mare, ossia per un'altezza 
di 140 m. D'altra parte, secondo le misure del prof. Consiglio, 
il fondo del cratere di Vulcano in settembre 1889 , prima del- 
l' esplosione finale del marzo 1890 , era profondo 20 m. , dopo 
quell'ultimo risveglio, il fondo era a 150 m.: dunque nell'ultima 
eruzione fu gettato in aria un ammasso di materiale vulcanico 
dell'altezza di 130 m. Quindi possiamo dire che, tanto nella prima 



1) Fumo di Viilcano veduto dall'osservatorio di Palermo durante l' eru- 
zione del 1889 ed applicazione della termodinamica alle eruzioni vulcaniche. 
Ann. d. Uff. Cent. Met. e Geod. Italiano, pag. 339. Voi. XI. Parte IH. 1889. 
Roma 1892. 

10 



— 146 — 

come neiriiltinia eruzioiicì, l.i. lensionu dui vaporo dev'essere stata 
tale da sollevare il peso di 130 a 140 metri di materiale vulca- 
nico; il peso specifico di questo è assai variabile, da circa 3 volte 
quello dell'acqua, scendendo fino alle pomici galleggianti.sull'acqua ». 
« Per stare al meuo, supponiamo, i 130 o 140 metri del detto 
materiale equivalenti solo a poco più di 130 metri di acqua, ossia 
circa alla pressione di 13 atmosfere; il vapore acqueo avrà do- 
vuto avere almeno la forza elastica di 14 atmosfere (aggiungendo 
quella dovuta all'aria) per poter sollevare quella massa di rocce 
vulcaniche: in altri termini , la pressione entro il vulcano sarà 
superiore a quella delle caldaie di acciaio delle più potenti mac- 
chine a vapore, come quelle delle torpediniere, ove è di 12 at- 
mosfere > 

« Rimosso quell'enorme tappo di materiale vulcanico, siamo 
nel caso dell'efflusso del vapore saturo dalla valvola di sicurezza 
di una caldaia a 14 atmosfere nell' aria libera , ed «n tal caso 
ecco quali risultano le condizioni del vapore acqueo ». 

« La temperatura che deve possedere non è nulla di straor- 
dinario: 196**, ben facile a conseguire nelle viscere del vulcano, 
donde vengono lanciati dei massi che, anche dopo essere giunti 
a terra, presentano temperature superiori a 1000°. 

« Trascurando la resistenza delle pareti, che, per essere il ca- 
nale del vulcano relativamente corto e largo, e generalmente 
svasato, non può essere grande, si trova che uscirà un miscuglio 
di vapore col 14 "/o di acqua polverizzata, avente la velocità di 
941 metri per secondo, nel qual tempo ne usciranno 666 chilo- 
grammi per ogni metro quadrato della bocca >. 

« Questa grande massa lanciata con quella enorme velocità 
possiede una forza viva di 90524 chilogrammetri: quindi, prescin- 
dendo dalla resistenza dell' aria e dalla diminuzione della gra- 
vità, sarebbe capace di spingersi all'altezza di 46262 metri! 

« La densità di questo fumo, essendo di non molto inferiore 
a quella dell'acqua (0,7j e di molto superiore a quella dell'aria 
(540), sarà capace di vincere la resistenza dell'atmosfera per una 
grande altezza , quasi come farebbe un enorme getto d' acqua, 
animato di eguale velocità. 

« Per la velocità stessa, da prima solo la superficie esterna 
del getto di vapore potrà cedere alquanto calore all'aria con cui 
viene a contatto, e condensarsi, come di fatto si osserva; e però 
non ci allontaneremo molto dal vero ritenendo che, almeno da 
principio, l'espansione del vapore si faccia senza perdita di ca- 
lore (espansione adiabatica), ed allora possiamo calcolare il vo- 



— 147 — 

lume dopo Tespansione, che risulterà 10 Ya volte maggiore; quindi 
i 941 metri cubi di miscuglio che escono al secondo divente- 
ranno 9880 ». 

« Evidentemente tale enorme espansione contribuirà pure 
grandemente ad aumentare l'altezza del getto, tanto più che, 
espandendosi verso l'alto, troverà pressione atmosferica minore. 

« Pare che dopo questi risultati, anche facendo grandissima 
parte alla resistenza dell' aria, resti la possibilità al fumo della 
eruzione di slanciarsi fino ad 8 o 10 chilometri di altezza ». 

« Ma vi sono altri ragguardevoli risultati da considerare. 
Il prof. Consiglio, dopo l'eruzione del marzo, trovò la bocca del 
vulcano (in fondo al cratere) di forma presso a poco circolare, 
col diametro di circa 10 metri, cioè coli' area di circa 78 metri 
quadrati- 

« Dunque il volume totale del miscuglio di vapore ed acqua 
della supposta eruzione a 14 atmosfere fu di 78 x 941 = 73398 
metri cubi al secondo, che colla dilatazione adiabatica a 10 ^/a 
volte divengono 770700; il peso del fluido espulso in un secondo 
sarà 78 x 666 = 51948 chilogrammi ; e per un minuto primo 
3116880 chilogrammi , ed il volume 4404000 metri cubi , che , 
espandendosi, come si disse, diverrà 46338400 metri cubi ! Die- 
tro queste cifre si comprende senz'altro come i vulcani possano 
coprire di nubi grandi estensioni di cielo ed anche dare luogo 
a piogge torrenziali: infatti una eruzione continua, nelle assunte 
condizioni, in 20 minuti darebbe 62338000 chilogrammi di mi- 
scuglio, che, condensandosi tutto in acqua, darebbe una pioggia 
diluviale capace di coprire più di 6 chilometri quadrati di un 
centimetro d'acqua. 

« Ma per conoscere completamente la potenza delle eruzioni 
vulcaniche bisogna sommare alla energia cinetica del vapore l'e- 
quivalente meccanico del calorico che contiene: cioè il calorico 
di riscaldamento a 196°, che è di 199 calorie; dunque insieme 
563 calorie per chilogramma del miscuglio, equivalenti a 239275 
chilogrammetri, che cogli altri 45262 dell'energia meccanica for- 
mano 284537 chilogrammetri per chilogramma di miscuglio, ossia 
294537 X 666 = 189.500.000 chilogrammetri al secondo per metro 
quadrato, e quindi 189.500.000 x 78 = 14.781.000.000 chilogram- 
metri, per il caso considerato di Vulcano, che è uno dei più mo- 
desti in fatto di eruzioni. 

« E evidente che vi è abbastanza energia per produrre tutti 
i fenomeni meccanici, termici ed elettrici che si osservano nelle 



— 148 — 

eruzioni vulcaniche ». Donde fanno provenire (luoli* imniouso vo- 
lume d'acqua emesso dall'isola Vulcano il Grautier ed i\ Brun? 

Non comprendo come si possa ancora sostenere che il nostro 
geoide si raggrinza pel raffreddamento, mentre l' incessante la- 
vorio delle energie geolìsiclie che diuturnamente si manifestano 
in tante svariate forme, avrebbe dovuto convincere i sostenitori 
di questo assurdo che quanto essi sostengono è un presupposto, 
come assurdo è l'altro che il geoide sia rigido in tutte le sue 
parti. 

La dimostrazione del moto continuo del nostro geoide da me 
fatta, è fondata sul fatto inconfutabile qual'è quello che un ter- 
remoto è accompagnato da tenui o possenti fenomeni mecca- 
nici provenienti dall'interno del geoide, fenomeni accompagnati 
sempre da sviluppo di vapori e gas e spesso da vampate e infine 
da eiezioni del magma arroventato. Ma, finita la causa, tutto ritorna 
in calma apparente. Però questi fenomeni sono stati sempre 
considerati come provocati dal vulcanismo, mai dal tettonismo; 
né del resto si conosce alcun fenomeno, di quelli che si produ- 
cono durante eruzioni submarine o subaeree, provocato da spro- 
fondamenti tettonici. Del resto io nelle mie ricerche mi son messo 
sempre nelle condizioni più naturali per spiegare il vulcanismo, 
ed i risultati sono stati identici a quelli che presentano le eru- 
zioni subaeree e submarine. 

Alle volte il dinamismo endogeno è cosi violento che pro- 
voca nell'involucro esterno, relativamente rigido, delle fratture, 
e giustamente scrisse lo Stoppani che « un vulcano che erompe 
è una caldaia a vapore che scoppia >. Ma lo scoppio e le fratture 
spesso sono seguite da eruzioni e allora il pino, che è una delle 
prime manifestazioni, contiene il 999 per mille di vapore acqueo, 
quindi è questo l'agente provocatore capace di agitare, e spesso 
in modo terribile, tutta la enorme e pesante massa che, come è 
noto, ha un diametro di chilometri 12,741, con un circolo mas- 
simo di chilometri 40,000 ed un peso specifico di 4,39 (Carlini). 
Dunque sono questi bruschi ed istantanei movimenti non che le 
eruzioni che producono la nutazione dei poli, alterando sensi- 
bilmente le condizioni statiche e turbandone l'equilibrio. 

A. proposito della nutazione dei poli e della conseguente 
variazione delle latitudini terrestri, ricordo di aver letto che nel 
secolo XVIII Eulero aveva fatto qualche ricerca per spiegare il 
moto del polo di rotazione istantanea della Terra e la variazione 
delle latitudini. 



— 149 — 

In una delle conferenze tenute nel 1897 in America, a Bo- 
ston , G. H. Darwin disse: e dobbiamo ora definire V equatore 
come un piano passante per il centro della terra, normale al- 
l'asse di rotazione e non come un piano fisso rispetto alla terra 
fissa. La latitudine di un luogo qualunque è l'angolo tra l'equa- 
tore e la linea condotta dal luogo d'osservazione al centro della 
terra. Se dunque la terra è animata da un movimento di nu- 
tazione, l'asse di rotazione si sposta e le sue estremità descri- 
vono un piccolo circolo ai punti che vengono chiamati general- 
mente poli. L'equatore, che rimane sempre normale all'asse di 
rotazione, si sposterà, naturalmente, anch'esso e perciò varierà 
la latitudine di un punto della superficie terrestre. Per tutta la 
durata della nutazione, l'asse di rotazione della terra è sempre 
diretto al medesimo punto del cielo, e perciò l'angolo tra la vi- 
suale diretta al polo celeste e la verticale, o linea del filo a 
piombo nel luogo d'osservazione, deve oscillare intorno ad un 
valore medio; il periodo dell'oscillazione è appunto quello della 
nutazione della terra. Questo movimento si chiama nutazione 
libera^ perchè è indipendente dall'azione di forze esterne ». 

Gli astronomi ed i matematici intrapresero delle ricerche per 
spiegare il fenomeno. In Italia l'illustre professore Fergola, de- 
terminata nuovamente la latitudine nel nostro osservatorio nel 
1871, successivamente (1873) scrisse che occorrevano molti dati, 
fatti ad epoche sufficientemente lontane ed in siti opportuna- 
mente scelti. 

Continuarono intanto all'estero le ricerche: cosi Chandler in 
America, Kiistner in Germania ed altri raccolsero i risultati delle 
osservazioni. 

Nel 1883 all'adunanza di Roma dell'Associazione Geodetica 
Internazionale il prof. Fergola pose la questione nei seguenti 
termini: 

« Quali che siano i risultati di questi, essi avranno in ogni 
caso importanza per i progressi della scienza, sia che conducano 
a concludere, secondo l'opinione del maggior numero degli scien- 
ziati, che i poli dell'asse di rotazione devono essere riguardati 
come sensibilmente fissi alla superficie della Terra, sia che di- 
mostrino taluni movimenti debolissimi di questi punti, già so- 
spettati da qualche astronomo in vista dei risultati ottenuti in 
parecchi osservatorii, sui valori delle latitudini ». 

Accurate ricerche convinsero molti scienziati che avvenivano 
delle variazioni di breve periodo, confermate di poi nel 1884, 



— 150 — 

in seguito alle osservazioni fatte nel nostro Ossei'vatorio Astro- 
nomico di Capodimonte. 

Nel 1899 si trovarono variazioni della latitudine a Berlino, 
a Potsdam, a Praga e nel 1900 il prof. Milne mise in rilievo 
un fatto importante dopo quattro anni di ricerche 1895-98, du- 
rante i quali il noto sismologo ebbe a costatare: < una relazione 
cioè che sembrerebbe esistere fra i cambiamenti di latitudine, 
misurati in un certo periodo di anni, ed il numero dei grandi 
terremoti che si sono propagati ad intieri continenti, od a tutta 
la supei-fìcie del globo, in quel medesimo periodo. Nel 1902 il 
prof. Milne, in una conferenza che tenne alla Società Geografica 
di Londra, espose i risultati contenuti nel rapporto delle ricerche 
sismologiche presentato al Congresso dell'Associazione Britannica 
per l'avanzamento delle scienze, tenuto a Bradford nel 1900. Lo 
stesso prof. Milne, sette anni prima, aveva anche attirato l'atten- 
zione dei sismologi sulla coincidenza fra il periodo di massimo 
aumento di latitudine osservato a Berlino ed il periodo di mas- 
simi terremoti registrati nel Giappone. 

Secondo il prof. Milne la tabella seguente dimostra che, quando 
gli spostamenti del polo sono stati relativamente grandi, i ter- 
remoti mondiali sono stati numerosi e viceversa. 

Ciò si rileva nei totali annuali. Cosi: 

Nel 1895 9 grandi terremoti ed uno spostamento totale del polo di 0,"53 ') 
» 189618 » » » > » , » » » 0,"91 

» 1897 44 o 47» >»» » »»,» i/'07 

» 1898 bO > »»» » »»»» 1,"03 

(sec. Cancan i) ^) 

Non è da supporre, scrisse il dottor Cancani, che lo .sposta- 
mento di massa prodotto in questi terremoti, rappresenti una 
causa sufficiente a produiTe il cambiamento del polo, ma, come 
ha messo in rilievo il prof. H. H. Turner, sembra possibile che 
ambedue i fatti possano risultare da una causa comune. 



') Il diametro della terra è circa di 12,741 chilometri; la sua circonferenza 
di 40,000 chilometri: e poiché essa comprende 360" cioè 1,296,000 secondi 
d'arco, un secondo d'arco risulta eguale a circa 31 metri, e quindi un decimo 
di secondo d'arco, a 3 metri. 

2) A. Canoani. Sopra un'ipotetica relazione fra le variazioni di latitudine 
e la frequenza dei terremoti mondiali. Boll. d. Soc. Sismologica Italiana. Mo- 
dena, 1902-3. Voi. Vili. 



— 161 - 

Fino a che non saranno eseguiti ulteriori confronti, è pre- 
maturo formulare ipotesi. 

Ecco intanto i risultati della media di 24 terremoti mon- 
diali ottenuti dal Cancani: 



Anni 


Terremoti mondiali 


Spostamenti 


totali annuali del polo 


1899 


27 




0", 72 


1900 


17 




0", 32 


1901 


22 




0"53 


1902 


29 




0", 97 



il quale concluse come segue: « I numeri da me qui sopra esposti 
non attenuano certamente la probabilità di una qualche corre- 
lazione esistente fra i due ordini di fenomeni, ma vengono piut- 
tosto a corroborarla ». 

Nel 1892 il dottor Edw. Dutton enunciò l'ipotesi deWisostasi 
nel senso che i sedimenti eolici e marittimi, continuati ininterrot- 
tamente per secoli, alterano sulla Terra la distribuzione dei carichi 
e della materia. 

I sedimenti vanno al mare scaricando i continenti e cari- 
cando il fondo marino. Secondo Dutton questa rotazione di massa 
potrebbe portare fino al ristabilimento dell'equilibrio elastico ed 
idrostatico. 

L'ipotesi del Dutton non mi persuase, perchè, come è noto, 
i materiali scaricati , trascinati o deposti nel mare si distribui- 
scono a secondo le profondità, poiché le onde a meno di 10 metri 
di profondità li distribuiscono a monte e spesso finiscono per 
formare sulle spiagge delle dune ; ad una profondità maggiore, 
vengono trascinati a valle o nelle profondità. Infatti nel 1907 nel 
mio lavoro: « L'unità delle energie cosmiche » scrissi quanto segue 
a pag. 46: « Il vulcanismo, che ha modificato e continua a mo- 
dificare con le sue eruzioni la morfologia del geoide, è sicura- 
mente il più gran veicolo che concorra a stabilire l'equilibrio, o 
isostasi di Dutton tra la parte emersa e quella interna. Non si 
potrebbero spiegare altrimenti le eruzioni di materiali; che alle 
volte raggiungono quantità sbalorditive: cosi lo Skaptàr , uno 
dei crateri dell'Islanda, nell'eruzione del 1783 emise una quan- 
tità di lava calcolata a cinquecento miliardi di metri cubi (Reclus); 
ed il vulcano Conseguina dell'America centrale eruttò tanta cenere, 
da coprire una superficie di quattro milioni di chilometri quadrati, 
e tanti materiali da raggiungere la capacità di 50 milioni di metri 
cubi] e il Tambora, nell' Isola di Sumatra, lanciò nel 181") le sue 



— 152 — 

ceneri sopni una superficie di terra e di maro superiore a quella 
del territorio della Germania, ed eruttò materiali per la capacità 
di 318 chilometri cubi: cosi ad ovest delle montagne rocciose, le 
lave coprono un territorio più grande di quello della Francia e 
della Gran Bretagna riunite. Lo stesso Skaptàr, il 29 marzo 1875, 
eruttò 300 milioni di metri cubi di pietre pomici. 

Secondo alcuni, le eruzioni, diminuendo il volume del con- 
tenuto dell'interno del geoide, dovrebbero provocare la contra- 
zione del geoide stesso. Ma ciò è erroneo, perchè se le eruzioni 
esportano dall'interno all'esterno masse enormi di materiali vul- 
canici, ne penetra pure sotto forma di argille, che sono deposi- 
tate nelle profondità degli oceani e son trascinate dalle acque 
del mare stesso: ne avviene che la massa interna ancora gassosa 
cercherà di espandersi e gli effetti si risentiranno alla superficie 
con scuotimenti più o meno intensi, o con eruzioni; ed è appunto 
in questi grandi disquilibri nella massa interna che l'acqua pro- 
cede nella sua trionfale conquista, aumentando lo spessore interno 
della massa idroplastica, formando nuovo magma e non pel solo 
raffreddamento >, 

< Il vulcanismo pertanto non dev'essere inteso come fattore 
distruttivo, ma come causa di ringiovanimento del nostro geoide; 
e se cosi non fosse, data la diuturna derùolizione per mezzo degli 
agenti atmosferici e dell'acqua , in particolar modo , all' andare 
dei secoli, la parte emersa sarebbe destinata a raggiungere per 
degradazione gli abissi del mare, e rimanervi depositata, per for- 
mare nuovi continenti ». 

« Pure, sulla formazione dei continenti, voglio manifestare il 
mio pensiero e subito dichiaro che sono contrario al concetto 
della contrazione del geoide , oppure , se una ve ne fu di con- 
trazione, dev'essersi manifestata nell'atto che andava formandosi 
l'involucro idroplastico, ma non dopo che questo aveva raggiunto 
un certo spessore {sia pure di 50 chilometri come ammeite de Lap- 
parent), poiché mi sembra assurdo sostenere che l'involucro po- 
tesse contrarsi dopo che aveva preso proporzioni chilometriche » . 

Secondo me, sono i bruschi spostamenti di masse provocati 
dal vulcanismo con le sue eruzioni endogene ed esogene che pro- 
ducono la nutazione dei poH , poiché le lave alterano sensibil- 
mente le condizioni statiche del nostro globo e quindi ne tur- 
bano l' equilibrio. Non cosi i terremoti i cui scuotimenti sono 
istantanei, e sopita la causa, finisce l'effetto. 

Da quanto ho riassunto emerge in modo apodittico quanto 
asserì l'illustre prof. Fergola nel 1871, 1873, 1883 e 1884, cioè 



— 153 — 

che sono pure istantanee le variazioni delle latitudini, ed è lo- 
gico, perchè se avviene lo spostamento del polo, deve seguirne 
pure fugacemente una piccola variazione nelle latitudini, varia- 
zione che non è mai di lunga durata ed i cui limiti, secondo le 
recenti ricerche di geodesia e di astronomia, sono compresi in 
spazii assolutamente trascurabili. 

I lavori teorici dei nostri illustri astronomi e matematici 
Schiaparelli ^) e Volterra ^) confermano la mia ipotesi. 

Dall'insieme dei fatti esposti si ha la prova che l'involucro 
idroplastico da me intraveduto nel 1887 a profondità variabili 
viene deformato dal vulcanismo, e da ciò i conseguenti sposta- 
menti dei poli e delle variazioni delle latitudini. Quindi non è 
risostasi, ma il vulcanismo, con la circolazione delle sostanze 
minerali e col concorso indispensabile del mare, che compie l'e- 
voluzione delle rocce, modifica la morfologia della Terra e la tiene 
in perpetua agitazione. Cosi l'intuizione di Humboldt ha una 
conferma, poiché egli era persuaso che non vi sia mai un istante 
in cui la Terra non sia scossa o in un punto o in un altro. Ora 
se i vulcani rappresentano la più completa manifestazione del- 
l'attività della Terra , il vulcanismo non è invecchiato e tanto 
meno ha fatto il suo tempo ; esso si assopirà il giorno in cui 
non vi sarà una molecola d'acqua che possa reagire con gli ioni 
e gli elettroni facienti parte della grande massa caotica, conte- 
nente il principio di tutti gli elementi chimici , rimasta impri- 
gionata nella Terra. 



Conclusione 

Le eruzioni vulcaniche avvengono per l'incontro dell'acqua 
del mare e di circolazione col magma arroventato nell'interno del 
geoide. 

La sismologia non possiede ancora strumenti perfezionati e 
capaci di registrare sismogrammi di sicura interpretazione,, ma 
dai dati che finora ha forniti si può ritenere come stabilito: 

l.o Che il geoide è diuturnamente scosso; 

2.0 Che la scossa, sempre sussultoria all'ipocentro, sussultoria 
e ondulatoria a distanza, può essere microsismica e locale, ma- 
crosismica e universale ; 

1) De la rotation de la Terra sous l'iiifluence des actions géologiques. 

2) Sulla teoria delle vaiiazioni delle latitudini terrestri. 



— 154 — 

3.0 Che la scossa è stata più sensibile in una che in altre 
parti del geoide ; 

4.0 Che ad una profondità variabile il geoide è costituito 
di rocce uniformi e continue, buone conduttrici delle onde si- 
smiche. 

6.° Che la velocità di propagazione delle onde sismiche è 
molto variabile: la minima venne registrata nel terremoto del 
1881 da Ginevra ad Allevard e fu di 300 metri al secondo; in 
quanto alla massima finora si è registrato fino a circa 14 km. al 
minuto secondo, ma ? 

6.° Che la registrazione del sismo nel primo tempo è dovuta 
a causa meccanica; 

7.0 Che il mare non modifica la conducibilità delle vibra- 
zioni sismiche, sia tra isole ed isole che tra isole e continenti. 



La fascia vitellogena nell'oocite in crescita 
di Antedon rosacea 

Nota preliminare riassuntiva 
del socio GrIULIO CoTRONEI 



(Tornata del 14 luglio 1910) 

Espongo in questa nota preliminare, in attesa del lavoro com- 
pleto , i risultati delle mie ricerche sull' oocite di Antedon ro- 
sacea. 

L'oooite di Antedon, già ai primi stadi della crescita, si pre- 
senta con caratteri spiccatamente basofìli nella vescicola germi- 
nativa, acidofìli nell'ooplasma. Indi, a poco a poco, nel nucleo e 
nel nucleolo si addiviene ad un incessante processo di trasfor- 
mazioni chimiclie, che si palesano con una rarefazione della rete 
cromatica ed una parziale dissoluzione del nucleolo, e con un 
conseguente mutamento, almeno parziale, delle reazioni croma- 
tiche. L' acidofilia manifestantesi della vescicola germinativa è 
dovuta a una dissociazione della cromatina e ad una parziale 
perdita di quelle sostanze (fosforate), che vi determinavano prima 
la reazione basofìla. 

Parallelamente alle manifestazioni nucleari si nota nell'ooplas- 
ma una progressiva tendenza alla basofilia, per la comparsa di mi- 
nutissimi granuli basofìli, che si vanno fondendo in mitocondri. 
Questi a loro volta si aggruppano e si fondono in quei corpi 
speciali, che negli oociti prendono nome di corpi cromatici. 

Come fase ulteriore di un medesimo processo formativo, i corpi 
cromatici s'integrano nella formazione di un corpo, che deno- 
mino fascia vitellogena, la quale è perinucleare in una deter- 
minata fase della sua integrazione. Questa fascia è omologa alle 
zone vitellogene del van de Stricht e non ha nulla a che vedere 
con il tipico corpuscolo di Balbiani. 

La fascia vitellogena conserva i caratteri istochimici delle gra- 
nulazioni , da cui proviene ; essa è dovuta ad un relativo eccesso 



— 156 - 

di quelle sostanze, di cui sono formati i corpi cromatici, tanto 
vero che basta la crescita ulteriore dell'oocite, vale a dire l'au- 
mento della massa ooplasmatica, perchè la sostanza basofila, con- 
centratasi in un primo tempo in un corpo figurato, torni a dif- 
fondersi nell'ooplasma. 

Le sostanze che il nucleo e il nucleolo cedono all'ooplasma 
non vi pervengono come elementi figurati preformati: si tratta 
di sostanze già trasformate nel nucleo e disciolte, che si diffon- 
dono quindi con processo osmotico. Queste sostanze, combinan- 
dosi con gli elementi dell'ooplasma, precipitano sotto forma di 
granulazioni basofile, e ciò si rende palese con il mutamento di 
reazione nell'ooplasma, che da acidofilo diventa basofìlo. Epperò 
le granulazioni basofile, secondo me, non rappresentano una sem- 
plice ricostituzione delle sostanze (fosforate) diffuse dal nucleo 
e dal nucleolo e derivate dalla cromatina, ma sono i prodotti di 
una più complessa integrazione, di cui fanno parte anche le 
sostanze autoctonamente prodottesi nell'ooplasma per la sua at- 
tività metabolica. 

In conformità dell'osservazione di molti citologi, posso io pure 
attestare che i corpi basofili si producono all' inizio della crescita 
dell' uovo ovarico e cominciano a rendersi evidenti , non alla pe- 
riferia dell'ovocite (ooplasma), ma nella zona perinucleare, e ag- 
giungo che la fascia vitellogena di Antedon rosacea, impropria- 
mente chiamata nucleo vitellino dal De Gasparis e dal Crety, 
i soli che se ne sono occupati , non è che un' ulteriore fase d'in- 
tegrazione del medesimo processo formativo delle granulazioni 
cromatiche. 

A un certo punto la fascia tende ad allontanarsi dal nucleo; 
questo tempo corrisponde all' inizio della sua disgregazione. Le 
modalità, con cui la disgregazione si effettua, sono molteplici e 
ripetono per lo più in senso inverso il processo di formazione 
integrativa. Col disgregamento si può spesso rilevare un rimpic- 
ciolimento della fascia. In questo stadio, sparse per l'ooplasma, 
si notano numerose granulazioni basofile, dissolventisi gradata- 
mente in granuli più minuti, che di solito costituiscono una 
zona distinta attorno al nucleo. 

Durante la fase di semplice disgregamento le reazioni croma- 
tiche non mutano : la reazione basofila ooplasmatica spicca an- 
cora nettamente su quella acidofila del nucleo. Questo fatto trova 
le sue ragioni nello stato delle granulazioni cromatiche, le quali 
non si sono ancora differenziate in corpi deutoplasmatici , con- 
servano cioè ancora la originaria natura mitocondriale. 



— 157 — 

Disgregatasi completamento la fascia vitoUogena , la massa 
ooplasmatica muta reazione ; ciò è in rapporto con l' inizio della 
formazione del deutoplasma. Le sostanze basofile saturanti, per 
cosi dire, l'ooplasma, si scindono man mano ed entrano gradata- 
mente in combinazione con le altre sostanze ooplasmatiche, con- 
correndo a formare le nuove sostanze deutoplasmaticlie. 

In uno stadio inoltrato della sua e>^oluzione l'ovocite di An- 
tedon rosacea si circonda di cellule appiattite , a mo' di follicolo; 
esse però non prendono alcuna parte apprezzabile nelle manife- 
stazioni di crescita dell'uovo ovari co. 

La fascia vitellogena è una formazione transitoria dell'attività 
metabolica dell'ovocite ; essa segna semplicemente uno stadio di 
tutto il processo di crescita dello stesso, di cui è produzione di- 
retta, generandosi per gli scambi funzionali tra la vescicola ger- 
minativa e l'ovoplasma. Che il materiale plastico, per cosi dire 
grezzo, necessario alla costruzione dei prodotti ooplasmatici spe- 
cifici , provenga dal di fuori , è tale fatto, che ormai non ha più 
bisogno di dimostrazione; questo materiale subisce una certa 
serie di trasformazioni, per cui non è lecito parlare più di una 
identità tra sostanze cellulari esogene e prodotti endogeni finali 
del metabolismo cellulare. 

In quanto ai mitocondri ovocitali, attenendomi alle mie os- 
servazioni in Anteclon rosacea , essendo essi il sostrato primor- 
diale ma anche transitorio, da cui si edifica la fascia vitellogena, 
in altri termini rappresentando essi gii elementi morfologici (fi- 
gurati) momentanei di una determinata fase di una più complessa 
funzione cellulare, anche il loro carattere deve essere di natura 
provvisoria, epperò è assurdo riguardarli come trasmissori di 
caratteri ereditari da una generazione cellulare a un'altra. 

Anche insostenibile è l'omologia fra i diversi corpi basofili, 
fra i diversi elementi mitocondriali dei più svariati tipi cellulari, 
perchè, a giustificare una cosi intima omologia, non valgono per 
nulla la identità delle reazioni (isto-chimiche) cromatiche e la 
identità dei caratteri morfologici apparenti. La fascia vitellogena 
e in genere i corpi basofili degli ovociti in fase di crescita ri- 
cordano per analogie gli ergastoplasmi e i mitocondri delle cel- 
lule glandulari, ma una sicura e completa omologia credo non 
possa sussistere nemmeno tra i mitocondri degli ovociti in crescita 
e i mitocondri di cellule glandulari in fase secretrice, evolvendo 
essi verso due distinti tipi morfologici e funzionali. 

Napoli, Istituto Zoologico della R. Università, 31 giugno 1910. 



Composizione e valore nutritivo dei '' tarsili „ 

prodotto della panificazione speciale di Napoli 

UEL 

socio Alessandro Cutolo 



(Tornata del 4 agosto 1910) 

Nel corso di alcune ricerche sul pane di Napoli ebbi occa- 
sione di studiare un prodotto della panificazione, molto diffuso 
in questa città ed in parecchie altre dell'Italia meridionale: i, 
cosi detti, taralli. 

Essi sono costituiti da una specie di piccole ciambelle di gran- 
dezza variabile di poco, secondo i posti. Se ne trovano, ordina- 
riamente, due tipi principali: un tipo piccolo, del diametro di 
cm. -4 a 5, del peso medio di gr. 7 a 8, ed un tipo più grande, 
del diametro di cm. 7 a 8, del peso medio di gr. 10 a 12. 

Hanno un aspetto lucido e sono lisci al tatto, specialmente 
nella parte superiore; hanno un colore che varia dal giallo do- 
rato al bruno caramello; sono friabili con struttura porosa. 

Ha un certo interesse il metodo speciale della loro prepara- 
zione; però, per quanto abbia domandato, non m'è stato possi- 
bile ottenere notizie precise su la quantità di acqua, farina e 
lievito adoperata nella loro fabbricazione. 

Come tante altre piccole industrie napoletane anche questa è 
disordinata ed empirica! 

Ho accertato, però, che la pasta vien preparata con una mi- 
scela di farina del N. II e del N. Ili ^) e con una quantità di 
lievito ben fermentato, inferiore di un quinto a la quantità che 
si adopera per la fabbricazione del pane comune. 

Anche l'acqua si aggiunge in quantità scarsa, perchè, per le 
successive manipolazioni, è necessario che il pastone ottenuto 
sia duro, asciutto come dicono in arte. 

>j Ceneri ^ 0,32 a 0,48 % 



— 159 — 

La quantità di sale contenuta in essi è piccola, spesso pic- 
colissima. Ho potuto notare che quanto maggiore è la produzione 
del fabbricante, tanto minore è la quantità di sale riscontrata a 
l'analisi. 

Ottenuto il pastone, questo viene lavorato bene , ma meno 
della pasta da pane; è tagliato a pezzi piccoli, che sono arro- 
tolati in forma di bastoncini ed, in fine, conformati come tante 
piccole ciambelle. ^) 

Così preparati, vengono disposti, l'uno attaccato a l'altro, 
su tavole di legno e lasciati asciugare a l'aria aperta, almeno 
per un'ora. 

In generale, ogni preparazione vien fatta per una quantità 
di tarulli che può essere distesa su cinque tavole e che corrisponde 
a circa 17 Kg. di prodotto finale. 

La cottura è praticata in una maniera speciale che, per 
quanto mi risulta, non è applicata a nessun altro preparato di 
farina : 

I taralli, già asciugati, vengono gettati, a poco a poco, in 
una pentola di acqua bollente, collocata presso la bocca del forno ; 
dopo un istante, con una pala bucherellata sono tolti via, sgoc- 
ciolati ed introdotti nel forno. Questo è riscaldato come per il 
pane, ma la durata di cottura dei taralli è brevissima. 

Tale sistema richiede, naturalmente, operai molto abili, per- 
chè si corrono due rischi: veder spappolare i taralli nell' acqua 
bollente o vederli bruciare nel forno. 

Non mi è stato possibile conoscere il vero rendimento della 
farina in taralli; la maggior parte dei venditori mi ha dichia- 
rato che da 100 Kg. di farina si ottengono 86 Kg. di taralli. 
Queste notizie di rendimento non corrispondono mai a la verità 
per ragioni bottegaie, da le quali non derogano gì' interessati , 
neanche quando si ha cura di dichiarare che la domanda è fatta 
a scopo scientifico, non commerciale. 

Però, se si tien presente il contenuto medio di acqua nelle 
farine a 13 % e quello dei taralli a 8 °/o, si può calcolare un ren- 
dimento di circa 94 Kg. di prodotto per ogni quintale di farina 
adoperata. 

1) Non mi occupo, in questo lavoro, dei taralli ai quali aggiungono grasso, 
pepe, zucchero, ecc., che sono, del resto , variazioni del tipo da me descritto. 



— ItìO — 



* 
* * 



Per procedere a l'analisi chimica mi sono servito, in gene- 
rale, dei metodi ordinarii: 

Acqua : Fu determinata in 10 gr. di tarulli, grossolanamente 
polverati, mantenendoli, in capsula di porcellana piana, per circa 
6 ore, in stufa a secco a 106«>. 

Idrati di carbonio: Furono calcolati per differenza da le altre 
sostanze dosate. 

Sostarne azotate: Circa mezzo grammo di taralli, polverati e 
secchi, furono introdotti in un' allunga di vetro con 10 ce. di 
acido solforico concentrato e circa mezzo grammo di bisolfato 
potassico. Fu riscaldato a fiamma diretta, sino ad avere un li- 
quido limpido, quasi incolore. Dopo raffreddamento, si aggiunsero 
circa 200 ce. di acqua e la soluzione ottenuta fu versata in un 
pallone di mezzo litro. Si aggiunse un eccesso di ossido di ma- 
gnesio, spappolato in poca acqua, e si procedette a la distilla- 

N 
zione. L' ammoniaca svoltasi fu fissata in soluzione — di acido 

solforico, che fu titolato con potassa, adoperando come indicatore 
l'acido rosolico. Da la quantità di azoto ottenuto furono calcolate 
le sostanze azotate col coefficiente 6,25. 

Grasso : In un matraccetto tarato da 100 ce. furono introdotti 
5 gr. di sostanza, polverata e secca, e vi fu aggiunto etere sino 
al segno, agitando spesso, per circa 6 ore. Separati per filtrazione 
60 ce. di liquido furono evaporati in un pesa-filtri. Il residuo fu pe- 
sato, dopo disseccamento di 2 ore in stufa ad acqua bollente. 

Cellulosa: Per questa determinazione furono adoperati i 
5 gr. di sostanza già sgrassati con etere. Introdotti in un ma- 
traccio da mezzo litro, munito di apparecchio a ricadere, furono 
lasciati bollire, per circa un'ora, in 200 ce. di acido cloridrico di 
densità 1,026. Dopo raffreddamento, fu separato il residuo inso- 
lubile, lavato con acqua bollente e versato di nuovo nel ma- 
traccio, facendo bollire per un'ora con 200 ce. di potassa a l'I o/o. 
Il residuo, raccolto su filtro tarato, fu lavato, disseccato a 100° 
e pesato. 



— 161 — 

Ceneri : Furono determinate nel residuo ottenuto dal dosa- 
mento dell' acqua, bruciandolo in muffola al rosso, ma avendo 
cura di elevare la temperatura a poco a poco. 

Cloruro di sodio : Fu determinato con un metodo, del quale 
darò ragione in una mia prossima pubblicazione. In una capsula 
di porcellana furono introdotti 10 gr. di sostanza polverata e 
secca, aggiungendovi 5 ce. di potassa alcoolica al 6 7o* Lia massa 
fu disseccata a bagno di acqua bollente, rimuovendola di tanto in 
tanto con un filo di platino, e poi calcinata, al solito, in una muf- 
fola al calor rosso. Dopo raffreddamento, le ceneri furono disciolte 
in 6 ce. di acido nitrico ed in tanta acqua da ottenere 100 co. 
di soluzione. Su di una parte di questo liquido fu determinato il 
cloro, col metodo di Wolliard. 

Acidità: In un palloncino da 100 ce. furono messi 10 gr. di 
sostanza polverata con circa 80 ce. di acqua, agitando ripetuta- 
mente per circa 4 ore. La soluzione fu portata al segno con altra 
acqua e in 10 ce. di essa fu determinata l'acidità, avvalendosi 
come indicatore della fenolftaleina. 

Sostanze solubili: Furono determinate evaporando in una 
capsula di platino, a fondo piano, molto larga, 50 ce. del liquido 
ottenuto col trattamento precedente. Il residuo fu pesato, dopo 
2 ore di essiccamento in stufa ad acqua bollente. 

I risultati medii , ottenuti da numerose analisi , messi in con- 
fronto con le analisi di due tipi di pane e dei grissini di Torino, 
sono riuniti nelle tavole I e II. 



* 
* * 



Per completare le mie ricerche ho voluto calcolare il valore 
nutritivo dei taralli, servendomi dei soliti coefficienti, cioè 4, 1 
per gì' idrati di carbonio, 4, 4 per le sostanze azotate e 9, 4 per 
il grasso. 

Ho determinato ancora il valore in danaro con la formola 
di Kònig, prendendo per base la proporzione 5, 3, 1 tra la so- 
stanza azotata, il grasso e gl'idrati di carbonio ed i prezzi medii 
appurati su la piazza. 

I risultati di questi calcoli, anche in raffronto con i due 
tipi di pane e con i grissini^ sono riuniti nella tavola III. 

11 



— irvi 



* * 



Ho creduto utile pubblicare le brevi notizie su questo ali- 
mento che tra noi è molto accreditato e che, consigliato da i 
medici, è anche in uso nella dieta dei convalescenti, perchè ri- 
tenuto di facile digestione. 

Io non credo che la digeribilità dei taralli sia tale da averne 
consentito nella pratica il loro largo consumo, perchè da qual- 
cuno è stato assegnato a i biscotti un grado di digeribilità in- 
feriore a quello del pane. 

Però non si può negare che la struttura stessa dei taralli^ 
lo stato di secchezza e la loro friabilità costringano , chi li 
mangia, ad una protratta masticazione, provocando, così, una sa- 
livazione abbondante del bolo che s'ingoia ed una più conve- 
niente triturazione dell'alimento, utile a le successive trasforma- 
zioni nel tubo intestinale. 

Senza dubbio, però, la larga fiducia che godono i taralli si 
deve ascrivere a le proprietà che presentano i biscotti in genere. 
La buona conservazione, che possono mantenere a lungo per il 
loro stato di secchezza, consente di consigliare i taralli con la 
sicurezza di offrire un alimento il quale, anche se preparato da 
parecchi giorni, non presenta gl'inconvenienti del pane raffermo. 
Si aggiunga ancora che i taralli, corno, i grissini, ed anche più 
di questi, per la buona, uniforme e costante cottura, dovuta a 
la loro configurazione ed al sistema adoperato, hanno un gusto 
decisamente appetitoso ^), mentre non caricano lo stomaco per 
il piccolo volume, di cui essi sono costituiti. 

A me sembra, dunque, che bisogna tener conto di questo 
speciale prodotto della panificazione, l'uso del quale potrebbe 
essere esteso, con la sicurezza di veder apprezzato dovunque, 
anche dal punto di vista del gusto, un alimento di uso tutto 
locale. 

Napoli, Laboratorio chimico municipale, Luglio 1910. 



>) Generalmente aggiungono su i taralli pochi semi di finocchi , i quali 
con l' aroma speciale riescono utili come eccitanti dello stomaco, aiutando 
anche la digestione degli altri ulimenti. 



163 — 



I. — Composizione centesimale. 





s3 

< 


Idrati 
i carbonio 


nX 
OR 


o 

m 

05 
cS 
U 


c3 
r/ì 


N 
N 
05 

a 


o 
o 

'5 
o 
tn 

g 

3 


Acidità 
acido lattico 


ostanze 
solubili 






'tì 


o 






J^ 






Ti 








88 






o 


o 


a 
















m 




Pane b* anco 




















comune. . . 


35,78 


53,51 


8,46 


0,28 


0,77 


1,20 


— 


0,610 


9,06 


Pane l)ianco 




















di l.a qual. 


34,05 


56,96 


8,22 


0,09 


0,19 


0,49 


— 


0,583 


10,20 


Grissini . . . 


6,77 


78,27 


13,32 


0,20 




1,44 


_ 


— 




Taralli. . . . 


7,70 


74,08 


15,23 


0,32 


0,73 


1,94 


1,01 


0,747 


16,60 



IL — Composizione in sostanza secca. 





Idrati 
di carbonio 


Sostanza 
azotata Nx6,25 


o 
e; 

U 


Cellulosa 


Ceneri grezze 


Cloruro sodico 


Pane bianco comune. . 


83,28 


13,17 


0,44 


1,20 


1,91 


— 


Pane bianco di 1.* qua- 














lità 


.86,37 


12,47 


0,13 


0,29 


0,74 


— 


Grissini 


83,95 


14,29 


0,21 


— 


1,55 


— 


Taralli. 


80,25 


16,50 


0,35 


0,80 


2,10 


1,10 



164 — 



IJl. 



Valore nutritivo. 



Pane bianco comune . . 
Pane bianco di 1.* qualità 

Grissini 

Taralli 



Calorie 
calcolate 



259,24 
270,55 
381,39 
373,74 




966,6 
98l},ii 
1454,7 
151 1,9 



Prezzo 
per Kg. 



L. 





> 





» 


1 


» 






38 
46 

(X) 
80 



Unità 
nutritive 
per L. 1,00 

2544 

2185 
1454 
1890 



Di alcune fortnazìoni patologiche a tipo epitelloide 

I. — Il MoUuseiim eontagiosum di Bateman 

pel socio Claudio G-argano 
(con la tav. Ili) 



(Tornata del 29 Agosto 1909) 

Parte I. — Generalità 

SINONIMI 

Acne mollusco (Chausit) ; Acne molluscoide (Cail- 
laut); Acne tubercolare o tubercoloide (Devergie); Acne 
varioliforme (Bazin, Hardy); Acrothymium ( — — ); Amiloid- 
millium (AuspiTz); Borse ditrittello [Ordtzheutel (Ribbentrop)]; 
Comedone sottocutaneo (Hanck); Condiloma endoci- 
stico (Zeissl); Condiloma end ofo Ili col are ( ); Con- 
diloma porcellaneo (Fritze); Condiloma sottocutaneo 
(Hanck); CoUoidmillium (Auspitz); Dischi di comedoni [Come- 
clonenscheiben (Ribbi&ntrot)]-^ Ecdermoptosis (Hugier); Elevazioni 
follicolari (Rayer); Epitelioma contagioso (Neisser, Bol- 
linger); Epitelioma mollusco (Virchow, (jteber) ; Erpete 
contagioso varioliforme (Foster); Mollusco albuminoso 
(Thomson); Mollusco ateromatoso (Jacobovigs); Mollusco 
contagioso (Bateman); Mollusco porcellaneo (Hebba, Ka- 
posi); Mollusco semplice (Kraemer); Mollusco verrucoso 
(Kaposi); Naevus acrochordon (Hebra); Naevus lipomatoides (Hebra); 
Parakantlioma verrucosmn (Auspitz, Hebra H.); SchmnnwarzeniU.^- 
bra); Tubercoli ateromatosi (Jacobovigs); Tumori folli- 
colari (Willts); Verruca sebacea (Hebra). 



12 



166 — 



DESCRIZIONE STORICA 



Ludwig ('793) ci tramanda la descrizione ^) di una malattia 
cutanea osservata da Tilesius su di un povero di Mùhlbero, il 
quale d'altronde non ne risentiva danno sul generale dell'orga- 
nismo. TiLKSius (in Bateman ('817)] ha fatto ricavare il ritratto 
di questo miserabile uomo in tre differenti posizioni. 

È la prima volta ^), che si fa uso nella letteratura medica, 
per caratterizzare alcune speciali efflorescenze della cute, della 
parola Molluscum^ per la rassomiglianza che presentavano con le 
prominenze muciformi,"che si sviluppano sulla corteccia dell'acero. 
L'affezione, occupante gran parte della superficie cutanea, risul- 
tava di numerose sporgenze e tubercoli di varia grandezza e con- 
sistenza, del colore della cute normale, indolenti , a decorso lento, 
e da cui fuoriusciva una sostanza sebacea: Verum enim Rhein- 
hardi visus foedum corpus tectum est verrucis mollibus sive moìlu- 
scis, et madidis sive myrmeciis » . von Willan [in Bateman ('817j] 
alla malattia osservata da Tilesius pose il nome di Molluscimi pen- 
diilum. 

Bateman ('817) adoperò la parola Mollusco per due forma- 
zioni morbose: 1'' per i tumori cutanei descritti da Tilesius ed 
indicati da von Willan come M. pendulum\ 2» per alcune forma- 
zioni porroidi che chiamò M. contagiosum. Egli infatti dette una 
descrizione piuttosto esatta di una nuova malattia cutanea, che per 
alcuni caratteri sembrava somigliante a quella dell'ammalato stu- 
diato da Tilesius, mentre per altri caratteri si distingueva molto 
da essa. 

L'eruzione cutanea risultava di numerosi tubercoli poco sen- 
sibili, sviluppantisi con lentezza e di dimensioni variabili da 
quelle di una vescia lino a quella di un uovo di piccione; spesso 

^) E a notare che, sia per la descrizione clinica, sia per le tavole, non si può 
supporre che si tratti di verruche, ma bensì di una nuova malattia, non stu- 
diata fino ad allora. 

'^) Plenck ('776) adoperò anche lui prima di Ludwig ('793j la parola 
« Verruca carnea seu moUusca », però doveva avere inteso di parlare delle co- 
muni verruche e non di altra lesione cutanea, perchè avvalora il suo pensiero 
con le seguenti parole: « Est tuherciilum molle, sessile, ciitis concolor, vel ru- 
bens, saepe pilosum. In naso et facie ut plurimum invcnitur. Videtur admodum 
magna ylandula cutanea quasi esse ». Nella 6* Classe delle sue verruche sono 
però descritte delle formazioni, che hanno delle rassomiglianze con il Molla- 
scum contagiosum; che se questo fosse da tutti ammesso, Plenck sarebbe il 
primo ad avere dato cenno di questa malattia. 



— 167 — 

«ossili, altri globosi o appiattiti ad altri infinu puduncolati e con- 
tenenti nel loro interno una sostanza ateromatosa. Tali tubercoli 
in apparenza non sono legati con nessun disordine costituzio- 
nale, non hanno alcuna tendenza alla infiammazione o alla ulce- 
razione e persistono durante tutta la vita, senza avere un ter- 
mine naturale. Spesso si trovano isolati e spesso sono mischiati 
a pustole di acne od a comedoni; rappresentano indubbiamente 
delle glandolo sebacee distese, riempite di un magma di grasso 
e di epidermide liquefatta, degenerate ed incistidate. La parete 
di queste glandolo è talvolta manifestamente spessa, la loro a- 
pertura è sparita o è visibile od anche abbastanza larga, perchè 
vi possa passare uno stiletto: sono dei tumori sebacei. Dopo che 
si sono vuotati del loro contenuto, o per espressione, o per una 
o più punzioni, si retraggono ; possono essere distrutti con una 
larga incisione, o lasciandoli suppurare, e si possono far anche 
atrofizzare con l'estirpazione del sacco che li circonda. 

Ed a conferma di questa descrizione riporta due storie cli- 
niche, una di una donna , nella quale , è importante notare , si 
faceva uscire dai tubercoli più grossi, per pressione, un liquido 
lattiginoso da una piccolissima apertura somigliante a quella che 
si sarebbe potuta praticare con una puntura di ago; qualche 
volta i tubercoli infiammavano e suppuravano e potevano perfino 
portare l'ingorgo dei gangli cervicali. Questa donna riferiva di 
avere allattato un bambino , che presentava al viso un' ana- 
loga efflorescenza, e che nella famiglia di questo suo allievo vi 
erano altri bambini pure affetti da simili tumori cutanei. L'altro 
caso era quello di un bambino ammalato anche di Porrigo lar- 
valis, a cui gli sarebbe stata comunicata l' infezione dalla donna 
che ne aveva cura. 

Bateman ('817j considera questa malattia infettiva ed attri- 
buisce il contagio al liquido lattiginoso {tnilky -fluid) ^ che fuoriesce 
da questi tubercoli, come pure crede che si tratti indubbiamente 
di glandolo sebacee distese e riempito di magma di grasso e di 
epidermide liquefatta, degenerate ed incistidate, con parete ma- 
nifestamente spessa. L'apertura delle glandolo, che hanno, por 
la loro alterazione, dato origino ai tubercoli suddetti, quasi sempre 
sparirebbe o è appena visibile o noi più grandi è abbastanza 
larga, perchè si possa passare uno stiletto. 

Bateman trova più opportuno di chiamare il M. pendiduni di 
voN WiLLAN, Mollusco uou coutagioso, riservando all'altra 
varietà il nome di M. e; la differenza fra queste due malattie 
sarebbe data da due caratteri negativi per Turni e positivi per 



— \m — 

ralirii, cioè dall' assenza nulla prima ^^ dalla prosoiiza nulla su- 
couda dol liquido lattiginoso e della contagiosità. Però sia Ba- 
TEMAN che VON WiLLAN liauHO posturiormente confuse le due affe- 
zioni in parola (come si rileva dalle opere posteriori); anzi par- 
rebbe che avesse Bateman scambiato il M. e. con l'Eruzione 
fu|ngoide di Bontius o col Piano fungo i de di Alibeht [in 
Hebra ('866-72)1. 

AuspiTz l 'SlSì credo che il M. e. risulti di una degenerazione 
amiloide delle glandolo sebacee. Cazenave & Schedel ('828), pur 
confessando la loro imperizia su questo terreno, ammettono il 
contagio della malattia in parola, colpiti dal fatto di averla visto 
sviluppare sempre in persone, che avevano avuto fra di loro con- 
tatto. 

Allbert [in Cazenave ('850-51), e in Hebra ('866-72)] aumen- 
tò la confusione che vi era sull'argomento, descrivendo alcuni tu- 
mori mollusciformi della faccia sotto l'appellative di ikf^/com 
fiingoides. Carswell [in Cazenave ('850-51) e in Neumann ('874)] 
nota casi di M. e, crede al contagio dell'affezione, ma dubita 
che Batkman ('817) abbia spesso confuso sotto questo nome pa- 
recchie forme di efiSorescenze cutanee: riporta pure di avere os- 
servato ad Edinburgh, insieme a Thomson, un fanciullo che pre- 
sentava una malattia analoga a quella descritta da B.\teman, 
malattia, che avrebbe contratta dal fratello, che a sua volta ne 
era stato contagiato da un giovinetto compagno di scuola. Que- 
sto infermo comunicò il morbo alla madre e ad altre due per- 
sone di famiglia e venne a morte senza che se ne facesse l'au- 
topsia. 

Rayer ('835) sebbene afferma di non avere per nulla osser- 
vato la malattia studiata da Bateman ('817), pure, in una osser- 
zione sulle Elevazioni follicolari, ci descrive una forma mor- 
bosa, che del M. e. ha tutti i caratteri, tutta l'apparenza. Egli 
parla di piccole sporgenze sorte sul viso di un giovine, dure, bian- 
castre, di due linee di diametro e di una mezza linea di altezza, 
irregolarmente circolari, coniche ed appiattite. In esse ad occhio 
nudo si distingueva verso il centro un piccolo punto nero, tale 
quale si sarebbe potuto produrre con la punta di un ago impre- 
gnato di inchiostro. Con la compressione fra il pollice e l'indice 
si vedeva uscire un globulo di materia sebacea: del resto erano 
indolenti e non avevano portato conseguenze nel generale del- 
l'organismo. Però, colpito da questa rassomiglianza, in una breve 
nota, dice che forse Bateman ('817) ha descritto le Eleva- 
zioni follicolari di Rayer col nome di M. e. 



- 169 — 

Beeend ('839) confuse sotto il nome di M. molte affezioni 
cutanee del tutto disparate. Biett [in Cazknave ('850-51)] rife- 
risce di aver visto anche lui dei casi analoghi a quelli di Tile- 
siDS, con l'avvertenza che i tubercoli erano duri, di colore bruno 
fosco, con la sommità aperta, e non lasciavano mai fuoriuscire 
nessuna sostanza, e che spesso si notavano al collo in giovani 
donne durante la gestazione ed il puerperio. 

Né gran luce in tanta incertezza fu data dalla monografia 
e dai disegni di Jacobovics ('840), giacché egli, oltre le due 
forme già conosciute di M. 'pendulimi e M. e, ne fece anche una 
terza categoria; distinse quindi le forme molluscose: l.*' Tuher- 
cula fungosa, M. fungosum, che dovrebbe corrispondere alla forma 
di Ludwig ('793) oppure al M. pendulum di von Willan, Bateman 
('817), ecc. 2.0 Tuhercula atheromatosa, uguali al M. atheromatosum 
s. contagiosum di Bateman, S.** Tuhercula variegata oppure tuber- 
cules higarrés, noti sotto altri nomi, come Millmm, diverse Ver- 
ruche, Comedoni, ecc. 

Hanck ('840) studia sotto il nome di Condilomi sottocu- 
tanei una malattia simile al M. e, che fu da altri considerata 
per un sifiloderma, come anche per sifìlodermi sono considerati 
i Condilomi porcellaneidi Fritze; Turnbull ('841) dichiara 
per M. una formazione probabilmente cancerosa; e Thomson ('840- 
41) descrive casi di M. e. per ilf. albuminosum, crede al contagio 
dell'affezione, avendola vista frequentemente nelle persone della 
medesima famiglia. 

Henderson ('841) non può provare la contagiosità del M .e. 
essendogli riusciti negativi i tentativi di inoculazione. Richiama 
l'attenzione sopra certi corpi caratteristici, che s'incontrano sia 
nelle papille di M. e, che nelle masse espulse per schiacciamento, 
corpi che crede i trasportatori probabili dell' infezione ed a cui 
dà il nome di Corpuscoli del Mollusco. Circa la sede della 
lesione, opina sia riposta nei follicoli piliferi, avendo potuto ri- 
scontrare in un tubercolo un pelo. Paterson ('841) osserva anche 
lui contemporaneamente ad Henderson ('841) i Corpuscoli del 
Mollusco, che crede rappresentino gli elementi del contagio: 
verificò pure il trasporto delle efflorescenze di M. e. dalla madre 
al bambino poppante. 

Kraemer & Simon [in Hebra ('866-72)J ricordano il M. e. e ne 
danno figure nel loro atlante, anzi Kraemer descrive anche un'altra 
forma come M. simplex , che sarebbe il medesimo M. e. con i 
meati dei follicoli chiusi invece di averli aperti, Hkbra ('866-72) 
conserva la distinzione rigorosa fra M. fibrosìim e le altre qualità 



— 170 — 

di Mollusco, sia nel testo, clui ncU'atlaiitc delle malattie della 
pelle; stropicciò sulla cute lo smegma spremuto dai tubercoli di 
M. e. e lo innestò in essa, però senza successo, e di qui trae 
argomento per credere più consentaneo il nome di M. sehaceum. 
RiBBENTROP f'845) dubita del contagio dell'affezione in parola, 
che descrive sotto il nome di Grdtzhmdel (Borse di trittello), 
o come Comedonenscheiben (Dischi di comedone); e Schedel 
('847) pur ammettendo la contagiosità della malattia, crede vi 
sia ancora molta confusione sull'argomento. Sono anche essi fau- 
tori del contagio del M. e. Cotton ('848) e von Baerrnsprung 
('848; '859), anzi questo ultimo crede che il contenuto dei tuber- 
coli di M. e. sia una sostanza dovuta ad imbibizione di un li- 
quido ricco di albumina. Hugier ('850) invece ritiene dubbio il 
criterio del contagio ed, avendo trovato frequente l'affezione in 
parola nell'apparecchio genitale femminile, la considera una le- 
sione di degenerazione secretoria delle glandolo e trova oppor- 
tuno di chiamarla Ecdermoptosis. 

Cazenavk ('850-51) ha avuto agio di studiare nelle sale dell'o- 
spedale Saint-Luis in un ammalato, affetto da Prurigo senilis, una 
quantità di piccoli tumori indolenti anche alla pressione e dis- 
seminati in gran numero sopra differenti parti del corpo; il più 
grande era del volume di una nocella, gli altri erano grossi come 
un pisello e sembravano formati da una sostanza densa e fibrosa. 
La malattia aveva molta somiglianza con il M. e. di Bateman ed 
era a suo modo di vedere contagiosa. Caillault ('851) raggruppa 
sotto la categoria di due varietà di Acne molto rare il M. pen- 
dulum di voN Willan ed il M. e. di Bateman, che chiama Acne 
molluscoide. Racconta di aver avuto occasione di vedere alla 
Sainte-Marthe, una giovinetta affetta da M. e. di Bateman, che 
dopo tre mesi dalla sua entrata nell'ospedale aveva contagiato 
della medesima affezione 14 piccoli ammalati; di qui l'A. trae 
argomenti per sostenere il contagio e per credere che i Cor- 
puscoli di Henderson ("841) e di Paterson ('841) ne sieno i 
portatori. 

La memoria di Bazin ('851) porta alla consegueza essere il 
M. e. una lesione non contagiosa in rapporto con l'apparecchio 
pilo-sebaceo, una degenerazione delle glandolo sebacee, e per la 
rassomiglianza con le pustole del Vainolo, essere più consen- 
taneo il nome di Acne varioliformis. 

Simon ('877) annovera sotto il nome di Jf. e. })arecchie forme 
degenerative delle glandolo sebacee e dei loro canali, come Ate- 
romi, Comedoni, alcune forme di Verruche e Nei materni, 



- 171 — 

che furono studiati come Naevus molluxiformis ^ Verruca carnea, 
Acrochordon, Ac7'othymmm, Naevus lipomatoides, ecc. e pensa elio 
i Corpuscoli del Mollusco provengano da trasformazione 
del protoplasma cellulare delle cellule epidermiche. Q-amberini 
f'SSl) e Wilson ('855; '863) credono al contagio del M. e, ma 
quest'ultimo descrisse come simplex una volta il M. e. di Bateman 
ed una volta il M.pendulum di von Willan. Rokitansky ('856) ha 
stabilito i rapporti istologici del M. simplex, senza tener conto 
nella sua esposizione delle forme messe d' altra parte in nesso 
con il M. e. 

Forster ('858) appoggiandosi esclusivamente sui dati ana- 
tomici, ed ignorando del tutto le circostanze cliniche, fornisce 
un'esposizione istologica delle formazioni molluscose, il che fa- 
vorisce la distinzione fra M. fibrosum e le altre affezioni indi- 
cate come somiglianti. 

Klebs ('859), fautore delle Psorospermosi, considera i 
Corpuscoli del Mollusco come parassiti estranei all'organi- 
smo umano , come Coccidi. Virchow ('865) distinse nettamente 
dal punto di vista anatomico le due affezioni molluscose, il M. e. 
di Bateman, dal M. pendulum di von Willan, chiamando il 
primo Fibroma mollusco ed il secondo Epitelioma mol- 
lusco o Mollusco epiteliale, e ciò servendosi solo del cri- 
terio morfologico, dato che il carattere della contagiosità era 
contrastato. L'alterazione che costituisce il M. e. è una altera- 
zione che si riferisce ai tessuti epidermici (epiteliali), non avendo 
per punto di partenza le glandole sebacee o ceruminose; piuttosto 
crederebbe doversi riporre la sede nei follicoli piliferi, sebbene 
nei punti corrispondenti i peli sieno poco sviluppati. Crede pro- 
babile che anche il reticolo Malpighiano della supei'fìcie cutanea 
possa proliferare allo stesso modo, specialmente la parte interpa- 
pillare. Ha visto una volta, come Hknderson ('841), uscire da un 
tubercolo di Epitelioma Mollusco un pelo. I Corpuscoli 
del Mollusco provengono dagli epiteli per sviluppo endogeno, 
e, basandosi sull'aspetto brillante, che prendono, opina si tratti 
di una degenerazione adi])0sa: la loro striatura è dovuta a coa- 
gulazioni e si rende appariscente sotto l'azione di acqua o di 
acidi. L'affezione in parola si deve considerare un Epitelioma 
benigno, pur non escludendosi la possibilità che sia malattia 
contagiosa: ebbe pure il sospetto che i Corpuscoli del Mol- 
lusco, detti anche altrimenti Globi del Mollusco, fossero 
parassiti, ma poi si persuase essere gli ultimi stadi di trasforma- 
zione delle cellule epiteliali. 



— 172 — 

Enokl ('865j iiiaguosticù por M. e. una alTuzioiiu, che pro- 
babilmente era Acne rosacea, e che era caratterizzata da iper- 
trofia di glandolo sebacee e da cisti delle stesse, nella piegatura 
cutanea del naso. Ebert ('865) nel vedere tre ragazzi presi da M. 
e. dopo loro convivenza con un altro, che ne era affetto, attinge 
argomento a sostenere il contagio; osservò pure un fanciullo a 
4 anni, il cui viso era coperto da ben 207 tubercoli di M. e. 
HuTCHiNsoN ('867) descrive un caso di trasmissione dei tubercoli 
caratteristici di M. e. dalla faccia di un bambino lattante al ca- 
pezzolo della nutrice; Rimdfleisch ('868) nel Trattato di Anatomia 
patologica accenna alla contagiosità della malattia, laddove Zeissl 
('869) ne dubita; anzi quest'ultimo ripone la sede, del M. e. nelle 
glandolo sebacee. 

Fox ('869) ha veduto una piccola endemia familiare di M. e. 
e dice che non si può dubitare del contagio. 

BizzozERO & Manfredi ('870; '871; '872; '874) in parecchie 
comunicazioni sono pervenuti ai seguenti risultati: trovano che 
i Corpuscoli o Globi del Mollusco si sviluppano nell'interno 
delle cellule epiteliali per una trasformazione di parte del pro- 
toplasma cellulare, in conseguenza della quale, mentre si va for- 
mando il Globo , il nucleo vien spinto alla periferia, ed il resto 
del protoplasma subisce la fisiologica infiltrazione cornea. Questi 
Globi, arrivati al loro completo sviluppo non contengono mai 
nucleo e rimangono per un certo tempo nell'interno della cellula 
epiteliale inclusi e non invaginati. I lobuli del piccolo neoplasma 
non si sviluppano nei follicoli dei peli, né nelle glandolo sebacee, 
ma invoce sono una particolare iperplasia e degenerazione del 
tessuto del reticolo Malpighiano dell'epidermide. La malattia è 
quindi non un disordine di secrezione , ma una neoformazione 
particolare di puro carattere epiteliale. 

DoGKWORTH ('872) distingue due varietà di affezioni mol- 
lusco so, una contagiosa e l'altra no, e della prima, cioè del 
M. e, no ha tentato delle inoculazioni sperimentali , però con 
esito negativo. Ferrier ('872) nega le opinioni di Squire ('872) 
e di Hardy ('863) sulla natura parassitaria del M. e, giacché 
egli dice che con l' aumentare e diminuire la potassa caustica, 
ha visto pure aumentare e diminuire le sporule ed il micelio del 
cosidotto fungo, laddove se si fa procedentemente agiro 1' etere, 
queste sporule non appaiono più; riporta pure due casi di questa 
affeziono. Eamks ('872) afferma clinicamente la contagiosità por 
aver potuto veder comparire tale malattia cutanea in una fa- 
miglia, nella quale solo il padre scampò al contagio insieme ad 



— 173 — 

una figliuoletta, restandone invece aifotti la madre e gli altri tre 
figliuoli. 

Retzius ('870) crede che i Corpuscoli di Henderson ('841) 
e di Patbrson ('841) sono dei prodotti del tutto estranei all'or- 
ganismo, sulla natura dei quali non può pronunziarsi, pur pro- 
pendendo per l'idea che sieno spore di funghi. Dopo di aver 
strofinato avanti al petto il contenuto di un piccolo tumore di 
M. e, ed avere tenuto coperto con un vetro di orologio il punto 
della inoculazione per lo spazio di circa due mesi , vide, dopo 
una incubazione di sei mesi, svilupparsi un piccolo nodulo, che 
presentò tutti i caratteri anatomo-patologici dell'affezione ino- 
culata. L'ulteriore crescenza del tumore fu estremamente lenta 
e, dopo un bagno molto prolungato, cadde. Coltivò pure in ap- 
positi mezzi di cultura il contenuto di M. e. senza risultato po- 
sitivo. 

BoEOK ('872; '875) osserva che nella sostanza del M. e. vi 
sono cellule epidermiche e Corpuscoli propri. I Corpuscoli 
sono corpi, sprovvisti di nuclei, trasparenti; senza membrana in- 
volgente distinta, ed aventi un diametro longitudinale lungo 
circa tre volte il diametro trasversale. Ammette pure che le cel- 
lule epidermiche si trasformino in tali Corpuscoli, i quali si 
possono assomigliare ai grani di amido gonfiati; rappresentereb- 
bero, in una parola, una formazione cellulare endogena come negli 
epiteliomi. La loro costituzione chimica è ignota, non trovandosi 
simili elementi in altri tumori. Certamente non sono corpi ami- 
Ioidi. 

CocK [in Neumann ('874)] [e in Barduzzi ('876)] è fautore 
del contagio, e Neumann ('874) , pur avendo osservato clinica- 
mente casi di trasmissione di M. e, non è stato fortunato nei 
tentativi sperimentali di inoculazione fatti da lui e dalla sua 
scuola. 

Rivolta ('873) sosteneva chela Psorospermosi cutanea 
non è trasmissibile con la materia dei noduli né a Galline né 
ad altri animali, e che l' innesto si é avuto per il fatto delle Co- 
lombaie infette. I Colombi che alimentano i novelli, cercando l'a- 
limento in un luogo infetto, raccolgono i micrococchi Psorosper- 
mici, li versano con l'alimento nel gozzo della tenera prole ni- 
diacea , nell' intestino della quale i micrococchi si moltiplicano, 
diventano presto formati tali e vengono emessi colle fecce at- 
torno al nido della Colombaia. Dagli Psorospermi formati emessi 
colle fecce, escono i micrococchi Psorospermici, che presto o tardi 
passano sulla cute dei novelli o sulle mucose dell' apparato di- 






— 174 — 

irorGiitu o li infettano. Bollinger ('873; '878) ha rinvenuto in una 
formazione patologica del Pollo (Vainolo dei volatili-^e/f/V- 
gelpocken), che è analoga al M. e, la presenza di Gregari no; 
anzi spiega il M. e, come una affezione dovuta a Gregari no 
od Amebe permanenti, il cui sviluppo avverrebbe per divi- 
sione e strozzamento. Ritiene 1' A. che la malattia nei Polli si 
presenta con caratteri di maggiore contagiosità e malignità, 
tanto da menare rapidamente alla morte; consecutivamente iden- 
tifica lo Sporozoo nel Coccidium oviforme del fegato del Coniglio. 
De Amicis ('874) dice che sebbene non si debba prestar fede alle 
sporule di Hardy ('863), ciò non ostante la malattia è da rite- 
nersi contagiosa per il criterio clinico , giacché sfugge il modo 
come si verifica il contagio. 

Taruffi ('875) trova sempre nei casi da lui osservati il tu- 
more manifestamente lobato e sito al di sotto del reticolo di 
Malpighi. Le cellule epiteliali, che lo costituiscono, verso il centro 
della neoplasia si ingrandiscono, spingono il nucleo alla periferia, 
ed il protoplasma subisce una degenerazione, trasformandosi in 
Corpuscolo del Mollusco. Fa però una confusione tra lo 
cellule del reticolo malpighiano e le glandolo sebacee. Conchiude 
che si tratta sempre di una metamorfosi retrograda delle cellule 
epiteliali di nuova formazione, metamorfosi, che, riguardo al suo 
aspetto, per ora, si può chiamare vitrea. 

FosTKR ('875), dopo lunghi studi, non ha potuto stabilire una 
divisione anatomo-patologica esatta e semplice delle forme mol- 
luscose; ne dà invece una classificazione lunga od artificiale, nella 
quale si comprendono anche altre lesioni. 

LuKOMSKY ('875), avendo avuto occasione di osservare un 
ammalato che presentava sul pene 12 a 14 tubercoli di M. e, 
ha compiuto su quest' affezione degli studi istologici. L'A. viene 
ai medesimi risultati di Bizzozero & Manfredi ('870; '871; '872; 
'874), che però non nomina. Trova, cioè, che i Corpuscoli 
del Mollusco hanno origine dagli strati epidermoidali superfi- 
ciali (strato granuloso), giacche resta intatto sia il reticolo di 
Malhighi, sia le glandolo sebacee. Queste cellule epidermoidali, 
perdendo successivamente il loro nucleo e le loro granulazioni, 
prendono l'aspetto vetroso di Corpuscoli del Mollusco. Non 
sarebbero quindi elementi parassitari, come afferma Retzius ('870); 
e, avendo riscontrato molti linfociti, non crede possa escludersi 
essere questi gli iniziatori del processo della neoplasia. I Cor- 
spucoli del Mollusco potrebbero quindi derivare da grosse 



— 175 — 

cellule migranti, le quali partendo dal corion si infiltrerebbero fra 
le cellule epiteliali. 

Cardarelli [in Bauuuzzi ('876}j ha avuto agio di avere in 
cura un bambino afi'etto da M. sebacenm alle natiche, e simul- 
taneamente vide che anche la pei'sona che l'aveva con sé, era 
colta da una eruzione simile all'avambraccio destro. 

Barduzzi ('876) crede che la quistione del contagio debba 
rimanere ancora indecisa, dipendendo precisamente dall'essere 
stato confuso il M. e. pel passato con altre dermatosi e dal non 
potere, per la rarità della malattia, istituire uno studio completo 
intorno al caso. In tali condizioni opina che sarebbe più oppor- 
tuno, anziché adoperare la denominazione di M. e, usare quella 
di M. sehaceum. Hardy ('863) ha sostenuto la esistenza di fìto-pa- 
rassiti, come produttori di tale malattia. 

ViDAL ('877-78) ha tentato l' inoculazione sia della sostanza 
molle, che si fa uscire con la pressione dagli orifìzi di questi pic- 
coli tumori, sia innestandone sotto la pelle un frammento e ciò 
senza risultato. Dubita del risultato positivo ottenuto da Retzius 
('870), specialmente per il lungo periodo di incubazione, cioè 
sei mesi. 

BizzozERO & Manfredi ('877) ritornando sull'argomento, in 
una comunicazione definitiva e completa, confermano i fatti pre- 
cedentemente enunciati i'870; '871; '872; '874; '875) e ne aggiun- 
gono dei nuovi. Osservano che il M. e. risulta costituito da conglo- 
merazioni di fondi ciechi o di otricoli o zaffi più o meno nume- 
rosi e fitti, raggiungenti una diversa profondità nello spessore del 
derma, in cui stanno impiantati, comunicanti alla superficie in una 
cloaca o serbatoio, ora in un condotto centrale comune. Hanno 
l'aspetto di una glandola. I nodi sono rivestiti alla parte peri- 
ferica della superficie esterna, dalla cute affatto normale, in 
aspetto, munita di glandole e follicoli piliferi , nonché di papille 
nelle regioni, ove queste normalmente esistono: lo strato epider- 
mico si continua, assottigliandosi, nel foro del piccolo neoplasma, 
in modo che si può dire che questo essenzialmente modificanciosi 
costituisca la neoplasia. Il contenuto degli otricoli consta di Pia- 
strine cornee e di Globi; le Piastrine dipendono da una 
trasformazione analoga alla fisiologica, delle cellule epiteliali dei 
cul-di-sacco, i Globi da trasformazione speciale delle cellule. Que- 
ste due specie di elementi costituiscono la parte essenziale del 
liquido lattiginoso. I Glob i, por la loro rassomiglianza con i Pso- 
rospermi, furono creduti di natura parassitaria e quindi prove- 
nienti dal di fuori dell'organismo. 



- ila - 

Tj'obit'zione cho nulla poltij^lia olio sta nella cavità dol M. e. 
e nella poltiglia, che se no ottiene per pressione, i Globi perla 
più parte sieno liberi, non ha valore, perchè non si può porre in 
dubbio che i G 1 obi nei primi stadi della loro vita sieno racchiusi 
nelle cellule epiteliali, così non resta che ammettere, che più tarrli 
ne escano. Le Piastrine cornee sarebbero gli avanzi della 
membrana, conservanti ancora porzione della infossatura, in cui 
il Globo si è sviluppato. Non tutte hanno questa origine. Infatti 
non tutte le cellule epiteliali dello strato più profondo producoao 
nel proprio seno un Globo; molte di esse, massime quelle gia- 
centi nelle pareti laterali del tubolo. subiscono la loro trasforma- 
zione cornea fisiologica, e vanno, trasformate in lamelle, a vuo- 
tarsi, nel confluente dei tuboli, e poscia alla superfi.cie della pelle, 
mescolate alle altre Pi astre ed ai Globi. In questo loro decorso 
vengono incastrate, schiacciate contro i Globi, dei quali perciò 
mantengono l'impronta sotto forma di incavature più o meno pro- 
fonde e più o meno numerose. Concludono: < Resta quindi di- 
mostrato senz'altro prender origine il Mollusco dall'epidermide 
cutanea e propriamente dal suo strato profondo o malpighiano; 
e l'apertura ed il tubo di comunicazione dei nodi del Mollusco 
con l'esterno non essere preesistenti, ma il risultato del processo 
stesso e delle metamorfosi elementari, che caratterizzano la genesi, 
lo sviluppo ed il decorso della neoplasia. Senza voler escludere 
la possibilità che questa si sviluppi dai follicoli piliferi e dai con- 
dotti delle glandolo cutanee, in quanto che queste parti sono pur 
fornite di corpo mucoso, pure una tale origine non fu da noi 
constatata nella moltitudine di nodi e di noduli accuratamente 
e pazientemente studiati ». Circa il contagio, non si credono au- 
torizzati né a negarlo, né ad ammetterlo, aspettando da altre e- 
sperienze la dimostrazione di ciò. 

KAPOsr ('877) nella sua memoria sul M. e. viene alle seguenti 
conclusioni: 1" La contagiosità del cosiddetto Mollusco e ont a- 
gioso non è stata dimostrata finora, e secondo lui non esisto iu 
r^ltà. Si dovrebbe quindi distruggere il nome di Mollusco 
contagioso dalla terminologia. 2.» Il cosi detto Mollusco con- 
tagioso di Bateman ed il Mollusco contagioso degli aa. 
moderni (vario liforme) hanno anatomicamente lo stesso va- 
lore ed appartengono tutti e due alle glandolo sebacee, cioè a 
diro, quello di Bateman principalmente al corpo glandolare, il 
Mollusco varioliformo all'inizio, al condotto escretore co- 
mune della glandola sebacea e del follicolo del pelo, e, ad un 
grado i)in av.in/ato di sviluppo, agli acini delle glandolo sebacee. 



— 177 — 

3.0 Por quest'ultimo motivo si debbono comprendere queste due 
varietà sotto il nome di Mollusco sebaceo, già adottato da 
Hebka. 4." Benché le due specie sopravvengono soventi insieme, 
presentano pertanto tali caratteristiche da essere più consenta- 
neo di chiamare Mollusco ateromatoso, il Mollusco di 
Bateman, corrispondente ai Tumori follicolari a teromatosi 
di Rayer ('835), Cisti sebacee, ecc., e Mollusco verru- 
coso, il Mollusco varioliforme o verruciforme. 

Barnes ('878) e Mackenzie ('879) danno largo contributo 
alla casuistica della malattia ed al contagio della stessa; Sangster 
('880) crede che i Corpuscoli del Mollusco sieno corpi 
parassitari estranei all' organismo e quindi i trasportatori del 
contagio e Majocchi ('880) è di opinione che l'etiologia del M. e. 
debba riporsi in un bacillo, che egli ritiene di aver potuto met- 
tere in evidenza con speciali metodi di colorazione. Renaut 
('880 pensa che l'Acne varioliforme costituisce una lesione 
di evoluzione delle glandolo sebacee, che da principio moltiplicano 
i loro lobuli, in virtù di una incitazione formativa, la cui causa 
immediata è ancora da ricercare. Le cellule del corpo . mucoso 
cosi prodotte, che avrebbero dovuto divenire glandolari, in luogo 
di realizzare l'evoluzione grassa ed esplicare la loro funzione nor- 
male, subiscono, ad una ad una, la evoluzione anormale particolare 
che si avvicina molto alla degenerazione cornea. Il Globo non 
ha le reazioni esatte della sostanza colloide, né le reazioni esatte 
del corno normale, ma per la sua consistenza, traslucidità , per 
il suo modo di comportarsi in presenza dell'acido picrico, ecc.. 
si avvicina ben più al tessuto 'corneo che a nessuna altra pro- 
duzione. L'A. dimostra che le cellule del M. e. rinchiudenti l'e- 
leidina, sono non quelle che subiscono la trasformazione globu- 
losa, ma quelle che sono loro intermediarie, e corrispondono ai 
lati delle cellule epidermiche, che separano tutta la glandola se- 
bacea normale, ed occupano gì' intervalli delle cellule glandolari. 
Quando il tumore raggiunge un grande volume, come quello di 
una noce o di un piccolo uovo, l'ombelico può dare fuoriuscita 
ad un liquido sieroso, acquiforme: fatto che mostra che la fusione 
glandolare é divenuta, da sebacea, acquiforme. 

M' Leod ('880-8 Ij ha studiato un infermo che presentava la 
cute del dorso molto pigmentata ed al collo ed alle spalle delle 
piccole elevazioni, del volume da un uovo ad un pugno, lascianti 
profondi solchi e fessure multiple, e fra questi grossi tumori se 
ne trovavano altri più piccoli, che sembravano di origine glando- 



— 178 - 

laiM. L'infermo ora originario di Bun^ala, a l'affcìzion*! dalava da 
25 anni. Talo malattia l'A. mette noi fjruppo (\ìì\ MolIìUschi *). 

Hyde ('879-80' ha i>ur<' lui osservato una affezione poco 
conosciuta, appartoninite al gruppo generico dei MolKisclii, ma 
differente notevolmente per la sede anatomica e per i caratteri 
clinici dal M. e. di Batemav, che, secondo l'A., è di origine glan- 
dolare. L' infermo infatti presentava una serie di piccole papule 
disposte simmetricamente al torace ed agli arti Le papule non 
erano né ombelicate, né peduncolate, e non provocavano nessun 
disturbo funzionale, né generale; l'eruzione persistette per tre anni 
finché le papule andarono attenuandosi, lasciando finalmente al loro 
posto delle macchie rossastre. 

Startin ('879-80) espone l'esame del contenuto dei tumori di 
M. e. e trova che i Corpuscoli del Mollusco si trovano uniti 
a cellule epidermiche chiare e moltissimo rifrangenti. In una se- 
zione verticale di uno dei tumori, oltre le cose dette, rinvenne 
vacuoli in talune cellule, iperattività del tessuto glandolare ed 
abortiva tendenza alla ipertrofia degli elementi della glandola. 
Egli considera questi tumori glandolari in origine, ma sviluppati 
da glandolo abortive, piuttosto che normali; essi furono sempre 
rinvenuti ove abbondano glandolo sebacee, ed i Corpuscoli del 
Mollusco non furono visti al di fuori del tumore. Per strut- 
tura somigliano esattamente alle glandolo, eccettuati i suddetti 
corpuscoli, e possono scorgersi tutti e tre gli strati dell'epider- 
mide. Crede che questi tumori si riscontrano in ammalati, che 
presentano altri segni di pervertita nutrizione. 

Taylor ('880) pensa che bisogna distinguere due qualità di 
tumori di M. e, cioè Cisti sebacee e vero Mollusco: l'aper- 
tura centrale non è per 1' A. di grande valore per riconoscere 
l'origine dei tumori da glandolo, giacché ha visto tre o quattro 
aperture in un sol tumoretto, aperture comunicanti con i vari 
acini. Le glandolo sebacee sono originariamente svolte nel reti- 
colo malpighiano ed ivi avvolte, quindi non é difficile imma- 
ginare un simile processo occorso nell' ultimo sviluppo, che dà 
luogo alla formazione di questi tumori. 

Pye Smith ('880) anche egli ammette come Taylor ('880) 
le due forme di M. e, giacché in massima ritiene l' origine di 
preesistenti glandolo dei tumoretti dell'affezione in parola. Thin 
f'880) pensa che i detti tumori fossero glandolari in natura, ma 
indipendenti dalle glandolo, e in seguito ('881-82) dice che deb- 

1) Pare non si tratti certamente del M. e. di Bateman. 



I 



— 179 — 

bono avere come punto di partenza il reticolo del condotto escre- 
tore del follicolo pilifero. 

Crocker ('880-81j ripone la sede del M. e. nei follicoli pi- 
liferi. MoRisoM A. & MoRisoN B. G. ('880-81j, studiando la natura 
e le affinità della malattia propendono per ammettere che l'affe- 
zione dipenda da alterazioni dell'epitelio di rivestimento. 

Rivolta ('877j, ristudiando il parassita produttore del Vai- 
nolo dei Polli, disse che era di natura vegetale ed apparteneva 
ai funghi, denominandolo epit/wliomyces,e ne descriveva la struttura 
microscopica sia entro, che fuori delle cellule epiteliali. In queste 
egli trovava il parassita polimorfo, generalmente emanante dalla 
sua superficie esterna dei germogli o bottoni più o meno rifran- 
genti la luce, e alterabili in parte sotto 1' azione della potassa. 
Vide inoltre che ponendo i Corpuscoli in feci di piccione, al- 
lungate con acqua, si aveva una cultura del parassita , il quale 
da omogeneo diveniva granuloso, presentava un nucleo e spesso 
mostrava, dopo qualche tempo, un'evidente germogliazione. Diceva 
inoltre che con l'innesto difficilmente si otteneva la propagazione, 
])erò praticando frizioni con materia infettiva sulla faccia, alla 
base del becco ed al palato, riusci a riprodurre la malattia in 
un piccione ed in quattro galline. 

Angelucci ('880) sostiene la natura parassitaria del M. e; 
giovandosi del violetto di metile, riconobbe intorno ai Grlobi 
del Mollusco, nelle cellule epiteliali alterate, descritte da Biz- 
zozERO & Manfredi ('870; '871; '872; '874; '875; '877), delle masse 
di piccoli corpi resistenti, rifrangenti la luce, che hanno i caratteri 
dei micrococchi, ai quali egli sarebbe disposto ad accordare una 
azione genetica nell'origine della malattia. Essi non invadereb- 
bero mai il connettivo, da cui sarebbero sempre divisi da uno 
strato di cellule epiteliali più o meno alterate. Il processo che 
induce e distrugge una neo[)lasia di M. e. ha tutti i caratteri di 
identicità con la necrosi progressiva descritta da Koch. Renaut 
osservò i preparati di Angeluccì e trovò che le granulazioni, che 
questi avvicina a degli Sferobatteri, occupano il posto esatto delle 
granulazioni di eleidina nei preparati suoi. 

DucKWORTH ('880-81 ritornando sull' argomento riferisce 
quattro casi di M. e. verificatisi in una famiglia, e conferma le 
idee espresse nella sua precedente memoria ('872). 

Gkber ('882) nega assolutamente qualsiasi partecipazione 
delle glandole sebacee, ammettendo all'opposto, come sede del- 
l'alterazione, il reticolo malpighiano , e considera tutta la ma- 
lattia come una neoformazione epiteliale. 



— 180 — 

Caspary ('882) ha trovato cho lo strato granuloso o mucoso 
partecipauo alla struttura dei noduli di M. e, e ohe lo strato 
granuloso forma i Corpuscoli del Mollusco con i suoi propri 
nuclei. 

Perrongito ('882), anche lui fautore delle G-regarinosi, spiega 
il M. e. come malattia parassitaria, prodotta da Grregarine, ed in 
tutto simile al Vainolo dei Polli (Oeflugelpocken). 

CsoKOR ('883), avendo trasportato il prodotto di noduli di 
M. e. dall'Uomo sulla cresta di un Pollo, ha prodotto le forma- 
zioni speciali del medesimo, ma dichiara l'esperimento non im- 
mune da errori. Infatti, avendo ripetuto l'esperimento in presenza 
di Kaposi, ed essendo questo fallito, dice che nel primo espe- 
rimento ha dovuto esservi un errore, forse il Pollo non sarebbe 
stato bene isolato. 

Campana ('885), riferendo all'Accademia medica di Genova 
sul M. e, dice che mancano le prove sicure per ammettere la 
contagiosità. Con più precisi metodi di colorazione è venuto alle 
seguenti conclusioni: « Gli strati dell'epidermide che concorrono 
a formare la neoplasia, di aspetto adenoide, sono lo strato mu- 
coso e lo strato granuloso. Lo strato granuloso dà luogo ai Globi 
del Mollusco conta gio so dai nuclei delle proprie cellule. Lo 
strato mucoso può dar luogo anche ai Globuli del Mollusco, 
ma dopoché il proprio protoplasma abbia presentato elementi gra- 
nulosi di eleidina. La eleidina, dopo formatisi i Globi del Mol- 
lusco, resta libera a costituire delle gocciole splendenti raccolte 
negli spazi tra un Corpuscolo del Mollusco e l'altro. Questa 
eleidina può dar luogo a delle sferule grosse, ma scarse, quanto 
quelle proprie del Mollusco. I Globi del Mollusco più super- 
ficiali hanno tutti i caratteri morfologici ed hanno la stessa elet- 
tività per molte delle sostanze coloranti dello strato corneo ». 

Grììnewald ('885) descrive sotto il nome di Acne vario- 
li forme universale una malattia, che non ha certo i caratteri 
del M. e. di Bateman. 

Si sarebbe trattato di un Uomo dell'età di 66 anni, molto 
anemico, che mostrava una efflorescenza cutanea, coprente gran 
parte della superficie cutanea. Risultava di bottoni duri, di gran- 
dezza varia, color vermiglio chiaro, ricoperti da una sottile crosta; 
alle volte vi era prurito. Si videro inoltre su questi bottoni ap- 
parire delle gocciole di sierosità torbida. Un certo numero di 
efflorescenze, in via di regressione, avevano consistenza minore, 
erano più pallide, senza deposito crostaceo all'apice e senza con- 
tenuto sieroso. Al tronco le efflorescenze confluivano in maniera 



— 181 — 

che non rimaneva pelle normale; negli arti superiori i bottoni 
erano meno numerosi, non cosi negli arti inferiori ed ai fianchi. 
Debole albuminuria e cilindruria di cilindri j alini. L'infermo soc- 
combette un anno dopo l'inizio dell'infermità in parola eoa una 
forma di cachessia, avendo indarno sperimentato preparati mer- 
curiali ed arsenicali. 

L'esame microscopico delle nodosità cutanee fece riconoscere 
una proliferazione del corpo papillare e delle cellule epidermiche: 
le areole erano riempite dai corpi papillari, in alcuni luoghi so- 
stituiti da elementi di transizione in via di trasformazione epi- 
teliale. Le parti site vicino ai follicoli piliferi erano integre, e 
si aveva in alcuni punti una grande infiltrazione di piccole cel- 
lule rotonde. 

Majocchi ('885) ritiene che il M. e. è una atipica neofor- 
mazione epiteliale , che non ha sede nelle glandole sebacee, né 
nei follicoli piliferi, ma bensi nell'epidermide, che i Globi ja- 
lini molluscosi non sono elementi estranei parassitari, ma una 
trasformazione particolare delle cellule epidermiche, la quale si 
ordisce nel protoplasma cellulare , mentre la membrana ed il 
nucleo non prendono parte alcuna a questa formazione endogena 
passiva. L' A. con delicati metodi di indagine ha visto che la 
trasformazione j alina delle cellule incomincia dallo strato intra- 
papillare degli zaffi malpighiani. Le cellule poi si riproducono 
quasi sempre per cariocinesi: sono frequentissime le forme a go- 
mitolo ed a ghirlanda del nucleo; frequenti ancora le figure a 
piastrina equatoriale e quelle a semplice o a doppio astro; più 
rare invece le figure del doppio nucleo a forma gomitolare e 
con incipiente scissione del corpo cellulare. 

Allen ('886) ammette il contagio. Egli nel febbraio 1883 
si fece da Bekley inoculare al braccio sinistro in due punti un 
poco di sostanza di M. e. e della materia sebacea, che la pres- 
sione faceva uscire dall'orifizio centrale di queste lesioni. Il ma- 
teriale era fornito da una giovine di 25 anni, che presentava pa- 
recchi tumoretti di tal natura al collo. L'effetto della inocula- 
zione fu lo sviluppo di una piccola papula, che ingrandi, prese 
una tinta rosea, sembrò volersi sviluppare per qualche tempo e 
poi disparve. Egli interpretò la cosa come una inoculazione po- 
sitiva abortiva. L'A. nel 1886 notò in un asilo di New- York 
una piccola epidemia di M. e, prodotta da una fanciulla, certa 
PoLLY H., che era entrata nell'istituto portando sul suo viso pa- 
recchi di questi bottoni, che furono presi per verrucche. Potette 
constatare in alcuni suoi ammalati tubercoli sul bordo rosso 

13 



— 182 — 

dolio labbia, o trova elio ({uesto r mi aryijinonio dei più toi'ti 
contro la teoria che vuol faro di (questa affeziono una lesiono 
delle glandolo sebacee, non potendosi quindi pretendere che essa 
prenda sonipro origine dai follicoli piliferi. 

Campana ('886j espone più diffusamente in una memoria i 
concetti e* le osservazioni sul M. «., che era venuto comunicando 
('885) all'Accademia medica di Genova. 

MiTTEND0RF('886)ha studiato a Boston due epidemie di M. e. 
Du Bois Havenith ('887) riferisce di un' inferma che presen- 
tava al capezzolo della mammella un piccolo tumore della gran- 
dezza di un pisello, evidentemente M. e; ella era stata con- 
tagiata dal suo pargolo, il quale aveva il viso coperto di simili 
piccoli tumori. La neoplasia materna, ulcerandosi, aveva generato 
un'ulcera della grandezza di una moneta di due lire. Data la topo- 
grafia delle lesioni nella madre e nel figlio, attinge argomento 
per stabilire la contagiosità della malattia. 

Neisseb ('888; '891) crede che il M. e. sia una neoforma- 
zione epiteliale dello strato reticolare di Malpighi, nella quale 
si riscontrano masse cornee ritenute ed intasate fra le cellule a 
parassiti o « Corpuscoli del Mollusco > e dei corpuscoli 
stessi. Pensa che non vi sia nessuna analogia con una neofor- 
mazione delle glandolo sebacee, né dei follicoli piliferi, non avendo 
potuto riscontrare altro che cellule epiteliali tipiche e mai un 
pelo nei numerosi tagli seriali. La malattia sarebbe originata da 
un parassita della classe degli Sporozoi, della tribù dei Coccidi. TI 
Corpuscolo dol Mollusco è una cellula epiteliale cheratiniz- 
zata nella sua totalità, provvista di nucleo, o almeno di un resto 
di nucleo, e di parassiti o spore site al posto del protoplasma. 
Queste spore possono subire anche una fase ulteriore di sviluppo 
intracellulare, divenendo corpicciuoli piccoli, chiari, appuntiti ai 
due estremi e con nucleo ben manifesto. Le spore parassitarie 
intra-cellulari sono corpi nettamente delineati, regolari, ovali e 
che si trovano nell'interno delle cellule epiteliali a lato del nu- 
cleo; al contrario le masse di eleidina e le gocciole cornee si os- 
servano negli strati superiori. Quando il parassita del M. e. ha 
sode nella massa granulosa intercellulare, la membrana è costi- 
tuita da protoplasma condensato ; sarebbero, in questo stadio, i 
Coccidi dotati di movimenti ameboidi e le spore alla loro volta 
sarebbero rappresentate da granuli refrangenti, risultanti dalla 
condensazione della massa granulosa. 

Haab ('888), avendo inoculato per frizione al suo avambraccio 
il contenuto di un turaoretto di M. e, vide comparire nel punto 



— 183 — 

di innesto la caratteristica lesione dopo sei mesu L'esame isto- 
logico del neoplasma dimostrò perfettamente la medesima strut- 
tura del nodulo, che era servito alla inoculazione. 

ViDAL & Leloir ('889) pongono la sede della lesione nelle 
glandole sebacee e l'attribuiscono all'invasione nella cellula glan- 
dolare di parassiti (Gregarine\ che prendono una parte delle 
cellule del lobulo, fin dalle regioni più profonde. Potrebbe aversi 
il medesimo processo anche per trasformazione cornea atipica 
di una parte delle cellule del lobulo anzidetto. Queste due alte- 
razioni crescerebbero parallelamente nelle formazioni dei punti 
di aspetto verrucoso del tumore di Acne varioliforme. 

QuiNQUAUD ('889) considera il M. e. come una affezione pa- 
rassitaria dovuta a Sporozoi, che sarebbero intovati nel centro 
dei lobuli glandolari, sotto 1' aspetto di quelle formazioni dette 
« Corpuscoli del Mollusco », corpicciuoli che resistono all'a- 
zione della potassa caustica , dell' acido solforico, ecc. e che si 
colorano con l'eosina, dopo trattati con soluzione di potassa; hanao 
un doppio contorno, protoplasma granuloso, e nucleo speciale. 

TòRÒK & ToMMASOLi ('889) hanno fatto numerosi tentativi 
di inoculazione dei frammenti di M. e. sia in fanciulli, che in 
Conigli ed in Polli; come anche hanno sperato di potere ottenere 
culture pm"e di presunti parassiti. I frammenti inoculati hanno 
subito, come prima trasformazione, la si)arizione progressiva dei 
loro Corpuscoli. Gli aa. hanno sottoposto i medesimi frammenti 
di M. e. a temperature diverse ed a diversi reagenti e sono venuti 
nella persuasione, che devono essere avvicinati a sostanza colloide 
ed allontanati d^i corpi viventi, in ispecie dai Psorospermi del 
Coniglio, il cui contenuto è distrutto da questi agenti, non re- 
sistendo che la sola membrana d' inviluppo. 

La circostanza poi che i parassiti più giovani negli strati 
più bassi sono granulosi, mentre si presentano sempre più omo- 
genei i più vecchi, è un fatto, che sta contro la teoria paras- 
sitaria, imperocché quest'ultima ipotesi domanda invece l'opposto, 
domanda che i più vecchi individui sieno quelli che presentino 
una alterazione, che deve riferirsi ad una per lo meno intenzio- 
nale moltiplicazione. 

Stelwagon ('889) ha potuto esaminare parecchi casi dì' M. e, 
specialmente in stabilimenti di fanciulli, e crede il morbo frequente 
anche nelle famiglie. Ne ha tentato l'inoculazione con esito nega- 
tivo. La malattia pare si sviluppi ugualmente sulle parti coperte 
e sulle parti esposte, ed è frequente nei fanciulli. Sebbene ne abbia 



— 184 - 

osservato piccole opidomio in fiiiiiiglic od in istituti, ritiene che 
il contagio sia estremamente debole. 

Kaposi ('889Ì esaminando il M. e. schiacciato, sotto al mi- 
croscopio, lo trova risultare di cellule epidermiche apjjiattite, di 
goccioline di grasso, di cristalli di grasso, e di corpi grassi ovali, 
straordinariamente rilucenti, i quali sembrano opachi, hanno al 
margine un nucleo e sono in parte liberi, in parte forniti di un 
involucro ed in parte non ne hanno che una lacinia, acquistando 
l'aspetto di una ghianda nascosta nel guscio. Questi sono i ca- 
ratteristici Corpuscoli del Mollusco. Trova la malattia inte- 
ressantissima nella sua forma clinica, potendosi scambiare con 
un'altra malattia, col Vainolo dei Polli e crede difficile libe- 
rarne l'infermo. Continua a ritenere sede della lesione le glan- 
dola sebacee. 

Maurau '^'889) ripone la sede del M. e. nei bottoni epider- 
mici interpapillari; ha osservati tre casi dell'aifezione in esame, 
nei quali era evidente la contagiosità, sebbene i tentativi di ino- 
culazione sieno riusciti nega^-ivi, e crede più opportuno ritenerla, 
come un tempo, un Acne. 

HuTCHiNsoN ('894-95) riferisce un caso di M. e. osservato 
in un Cane e nel padrone; rileva come sia ancora poco studiata 
la patologia comparata e come le ricerche batteriologiche isti- 
tuite con Ballance sieno riuscite negative. 

Darier ('889 lo'889, 2°; '889 3"), visto che i tumoretti di M. e. 
non contengono altri parassiti e sono pertanto contagiosi ed ino- 
culabili, crede sieno necessariamente dovuti ad infezione di Spo- 
rozoi. Non ha potuto mai osservare, come è riuscito a Neisskr 
('888), elementi parassitari negli spazi intercellulari. Il Corpu- 
scolo del Mollusco uon è una degenerazione delle cellule epi- 
teliali, ma un parassita della classe degli Sporozoi, e verosimilmente 
dei Coccidi. Esso, arrivato al suo apice di sviluppo, è formato da 
una massa protoplasmatica, refrangente, senza membrana invol- 
gente, in apparenza unica, ma risultante invece da granuli bril- 
lanti, ammassati gli uni contro gli altri. 

In questo stadio il Corpuscolo del Mollusco presenta 
somiglianze con i Coccidi del fegato del Coniglio o con quelli 
della J^sorospermosi follicolare vegetante. 

La natura chimica loro non è la cheratina, né la cellulosa, 
ma una sostanza non ancora determinata. Non è riuscito ad ot- 
tenere stadi più avanzati di evoluzione del parassita, quindi né 
pseudonavicelle, né corpuscoli falciformi. Questo Corpuscolo 
può subire una fase particolare, forse degenerativa, la trasfor- 



— 185 — 

inazione cioè iii Corpu.scoli caratteristici choratoidi, il elio 
si verifica pure nel Coccidio del Coniglio. Le ricerche di Darier 
trovano in Malassez ('889) uno strenuo difensore. 

Kaposi ('891), nella 3"' edizione del Trattato di Dermatologia, 
crede che l'idea del contagio di queste verruche, sostenuta da 
molti, è provocata e trattenuta nello spirito degli aa. da ciò, che 
hanno visto tanto spesso, cioè ohe questi piccoli tumori appariscono 
simultaneamente in più soggetti, particolarmente, fanciulli, che 
avevano rapporti frequenti ed intimi. Le Verruche del Mol- 
lusco non sono altra cosa che delle glandole sebacee distese, 
riempite di un contenuto epiteliale, che ha proliferato ed ha su- 
bito una trasformazione particolare, benché molti aa. le fanno 
derivare dalla proliferazione e dalla crescenza, sotto forma lobata, 
di cellule interpapillari del reticolo. Al taglio mostrano, come 
tutte le glandole sebacee, una membrana limitante, che invia dei 
setti nella cavità ed un contenuto stratificato; il protoplasma di 
queste cellule, subendo, a partire da vicino al nucleo, una dege- 
nerazione speciale jalina, si trasforma in Corpuscolo del Mol- 
lusco. I Corpuscoli del Mollusco non rassomigliano a Gre- 
garine, e si trovano in tutte le neoformazioni, dove le cellule 
epiteliali soggiornano lungo tempo, negli epiteliomi, nei vecchi 
comedoni, ecc. Prende punto di partenza nel reticolo del con- 
dotto escretore del follicolo; e per questi coni epiteliali di nuova 
formazione il tubo glandolare e gli acini sono dilatati in am- 
polla, e si possono sviluppare anche dalla proliferazione inter- 
papillare, con un risultato analogo, nelle vicinanze delle glandole. 
Non potendosi provare sperimentalmente la contagiosità dei Cor- 
puscoli del Mollusco, dichiara non giustificata la denomina- 
zione di M. e, che vorrebbe sostituito nel nome di M.verrucosum^ 
dando ai primitivi di Bateman quello di M. atheromatosum. Ri- 
guarda la striatura caratteristica reticolata dei Corpuscoli de 
Mollusco, in seguito all'aggiunta di acqua o di acidi, come uno 
sfibramento. 

Stanziale ('890) non riscontra rapporto fra le glandole se- 
bacee e la sede della lesione iniziale del M. e, infatti non sono 
modificate né le cellule delle glandole sebacee , né quelle delle 
glandole sudoripare. La neoformazione si sviluppa negli spazi 
interpapillari, che si slargano in tutti i sensi ed il tumore pre- 
senta dei prolungamenti, che gli danno l'aspetto lobulato e che 
hanno fatto credere alla sua origine glandolare. L' epitelio dei 
follicoli piliferi non partecipa al processo morboso, mentre le cel- 
lule epidermiche del reticolo malpighiano, proliferando e trasfor- 



— 186 — 

mandosi , danno origino ai Corpuscoli dui Mollusco, elio 
non sono parassiti, ma cellule cornee, per le loro reazioni mi- 
cro-chimiche. L' A. ha tentato molte inoculazioni , con insuc- 
cesso: un solo ammalato, dopo due mesi uscito dall'ospedale, vide 
svilupparsi una piccola lesione cutanea, che un medico diagno- 
sticò per M. e. Le culture di pezzi, in terreni artificiali, sono state 
del tutto negative. 

Besnier & DoYON ('891), nelle note al trattato di Derma- 
tologia di Kaposi, riferiscono che non si dovrebbe la malattia, 
studiata da Bateman, chiamare Mollusco, essendo un' affezione 
che non merita a nessun titolo questa denominazione; ma essendo 
un termine avente la priorità, è bene conservarlo, per non ge- 
nerare confusione. Credono che il semplice fatto che cicatrizzano 
facilmente, dopo la rimozione, aggiunto alla superficialità ed al- 
l'esteriorità delle perle del M. e, basta a rendere poco ammis- 
sibile la sede follicolare della lesione e ad eliminare clinicamente 
l'affezione dagli Acni. Trovano che gli esempi di trasmissione 
dall'ammalato all'individuo sano, da Bateman fino all'epoca pre- 
sente, sono talmente numerosi, che sarebbe invero strano di ne- 
gare il contagio di tali piccoli neoplasmi. 

G-RAHAM ('892) prende occasione da una epidemia di M. e, 
sviluppatasi in una sola camerata di un orfanotrofio, per compiere 
delle ricerche istologiche e batteriologiche. Crede che la lesione 
in parola si origini dallo strato mucoso di Malpighi: i Corpu- 
scoli non potrebbero essere i produttori del contagio, se non 
quando contengano microorganismi. Cercò di isolare e coltivare 
un micrococco, probabilmente il micrococcus epidemicus albus (de- 
scritto anche da Welsch), che però inoculato, sia nell'Uomo che 
nei Conigli, ha dato risultato negativo. 

Lewin [in Simon & Lewin (— — )] trovò, in alcuni prepa- 
rati, che le cellule della rete malpighiana avevano subito una 
degenerazione jalina e che lo strato granuloso, trattato con l'a- 
cido acetico glaciale e con l'acido solforico, non mostrava la rea- 
zione della colestearina. 

Caespar [in Simon & Lewin ( )] crede che i Corpu- 
scoli del Mollusco provengano da trasformazione di tutte le 
cellule epiteliali dell'epidermide. Liveinq ('878) ammette il con- 
tagio. Hebert [in Simon & Lewin ( )] ha avuto agio di os- 
servare un fanciullo colpito da M. e, che aveva contratto la 
malattia da un amico, che era degente infermo nella stanza vi- 
cina e col quale aveva spesso rapporti. 1 copiosi tumoretti, che 
il paziente aveva sulle palpebre, producevano una grande molestia. 



— 187 — 

Simon & Lewin ( ) hanno visto che i Corpuscoli del 

Mollusco trattati con lo jodo acquistano un colorito bruno 
e con la potassa caustica diventano pallidi; essi non danno la 
reazione caratteristica della sostanza amiloide (reazione all'jodo 
ed acido solforico: reazione al metilvioletto). Con la pressione 
esercitata sui noduli, i Corpuscoli si possono staccare dalle cel- 
lule epidermiche, e si acquista la convinzione che il Corpuscolo 
sta nell'epidermide, come l'uovo sta nel guscio. 

Tutti i lobuli convergono verso la parte media, dove si trova 
una cavità piena dei Corpuscoli del Mollusco, la quale ca- 
vità sbocca nell'ombelico visibile all'esterno; i singoli lobuli del 
tumore, mostrano cellule cilindriche disposte alla periferia in 
forma raggiata, le quali sono esattamente simili allo strato a pa- 
lizzata della infima parte della rete; seguono poi, come nella rete , 
altri epiteli con protoplasma alquanto granuloso. Negli strati che 
seguono si vede il nucleo cellulare respinto piuttosto verso la 
periferia della cellula; una parte diventa molto lucida. Più verso 
il centro del tumore la parte protoplasmatica molto lucida au- 
menta sempre più di volume, fino ad occupare quasi tutta la cel- 
lula. Neil' interno della cavità trovansi allora molti Corpuscoli 
di Mollusco liberi, che presentano gli stessi caratteri di quelli 
espulsi per compressione. Sono riusciti infruttuosi i tentativi di 
inoculazione, sia sull' orecchio di Conigli, che nell' interno dei 
follicoli. Non hanno potuto mai trovare un rapporto, ne con le 
glandole sebacee, né con i follicoli piliferi, né hanno visto mai 
uscire un pelo dalla verruca, come affermarono Henderson ('841) 
e ViBCHOw ('865), e credono che la proliferazione epiteliale prenda 
punto di partenza dalla rete di Malpighi, alla quale essa com- 
pletamente somiglia anche nei suoi strati profondi, e che niente 
abbia a che fare con le glandole sebacee. Ritengono che i Corpu- 
scoli del Mollusco non possono confondersi per la loro mor- 
fologia con formazioni analoghe di antichi epiteli (epiteliomi, an- 
tichi comedoni, ecc.). Israel ('891) conferma l'opinione di Virchow 
('865), non trattarsi cioè di altro che di una degenerazione delle 
cellule epiteliali. 

Pick ('892 2°) inocula, con esito positivo, mediante scarifica- 
zione, pezzi di M. e. in due fanciulli affetti da Prurigo. L'incu- 
bazione è stata di 4 mesi ed ha dato luogo alle tipiche mani- 
festazioni della malattia in esame, come è stato pure confermato 
dalle indagini istologiche. 

Kaposi ('892) ha osservato un Uomo aftetto da Acne vario- 
liformis del cuoio capelluto e della fronte. L'A., a proposito della 



— 188 — 

trasformazione! dell' Acne soboi io i co di Hebiia in Lnpiis crl- 
thematosiis^ osserva che la lesione follicolare, che clinicamente si 
traduce come seborrea, (nella quale l'epidermide è in via di de- 
generazione grassa e si sfoglia in massa), può differentemente de- 
generare e provocare ora un processo clinico ora un altro ^). 

Payne ('892) ha studiato una eruzione cutanea localizzata 
agli avambracci ed alle mani, risultante di papule sporgenti, co- 
niche, dure, con ipertrofia dell'epidermide sottostante, che non 
destava sensazione subiettiva di prurito. La malattia datava da 
un anno e mezzo e l'esame istologico fece vedere trattarsi, negli 
strati profondi dell'epidermide, di un gran numero di Corpuscoli 
analoghi a quelli del M. e. Dubita che sieno Psorospermi , crede 
piuttosto sieno cellule modificate sotto 1' influenza di parassiti. 
È una eruzione che non si può riportare a nessun tipo conosciuto. 

BiTscH ('892), non avendo avuto l'opportunità di poter leg- 
gere i lavori di Tòròk & Tommasoij ('889), è di opinione che 
sia da scartarsi l'origine glandolare sebacea del M. e. Si avrebbe 
a che fare piuttosto con piccoli tumori aventi sede nell' epider- 
mide, ed a cui forma capsula il tessuto connettivo ispessito. Non 
tutte le cellule del reticolo malpighiano si metamorfosano in 
Corpuscoli del Mollusco, una parte subisce la cheratinizza- 
zione normale. Non vi sarebbero Psorospermi, come produttori di 
questa malattia, la cui etiologia resta del tutto sconosciuta. 

Nobel ('893) si inocula al braccio e con esito positivo pezzi 
di noduli di M. e. L' incubazione è stata di quattro settimane, 
ma le lesioni caratteristiche sono sopraggiunte dopo nove setti- 
mane. La tecnica è stata di inoculare intraparietalmente la ma- 
teria proveniente da noduli di M. e. del pene, tolti previo ra- 
schiamento degli strati superiori della cute. 

Kromayer ('893) per vedere se le alterazioni caratteristiche del 
M. e. sieno indotte da Psorospermi, ha fissato i pezzi in alcool e li 
ha colorati con un processo da lui precedentemente descritto, 
che ha per iscopo di tingere le fibre del protoplasma. Il suo me- 
todo si distingue da quello di "Weig-ert, sia per essere bisognevole 
di avere sezioni sottilissime di ^2 t^-i sia P^r il lavaggio ripetuto 
all'anilina-xilolo, e servendosi come colorazione di contrasto del 
carminio alluminato. Lo sviluppo dei Corpuscoli del Mol- 
lusco avviene assolutamente nel protoplasma delle cellule dello 
strato spinoso. Le fibre epiteliali si trasformano a poco a poco 

') Evidentemente si parla di una forimi clinica diversa dall' Acne vario- 
liformis di Bazin. 



— 189 — 

in una massa granulosa, che guadagna lentamente in estensione 
per finire di riempire tutta la cellula ad eccezione della zona 
marginale, che resta libera nello sviluppo. I nuclei aumentano di 
volume, non prendono il colore, ad eccezione del loro corpuscolo, 
e finiscono per originare, in un col protoplasma cellulare, una 
massa difforme, nella quale però si riesce ancora a riconoscerli: 
per ulteriori trasformazioni si hanno i Corpuscoli del Mol- 
lusco. Nega quindi che la massa granulosa che si trova negli 
strati più profondi dell'epidermide possa essere il principio della 
formazione dei parassiti. E di accordo con Benda ('895) nel ritenere 
che il Corpuscolo del nucleo sia conservato in gran parte, 
pur subendo certe modificazioni ; il resto si perde sicuramente 
nel protoplasma degenerato. Le speciali alterazioni, che sono giu- 
dicate da alcuni come Sporozoi, sono quindi da riferirsi ad una 
degenerazione delle cellule epiteliali. 

Campana ('893) ritorna sull'argomento con una lunga discus- 
sione critica dei lavori precedenti e con nuove osservazioni sulla 
possibilità che il M. e. dipenda da Gregarinosi. Crede che il Cor- 
puscolo del Mollusco proviene da una parte, che ordinaria- 
mente è il protoplasma e che secondo alcuni sarebbe una dege- 
nerazione, secondo altri e lui stesso, un parassita. L'A. dice che se 
si vuol fare risaltare in una figura schematica tutte le particola- 
rità , si trova sempre: Dentro, nel mezzo, i Corpuscoli del 
M. e. molto avvicinati fra di loro e fra questi Corpuscoli qua e 
là granuli disgregati di eleidina, attorno cellule epidermiche prov- 
viste di appendici ciliate con un nucleo molto grosso. Oltre di 
questo si « ha quasi un distacco fra tratti ove sono queste cellule 
con nucleo grosso, cellule con granulazioni grosse di eleidina, 
ed il tratto ove sono questi corpicciuoli evidenti, definiti, non 
più semplici modificazioni di cellule vicine, ma invasione di altri 
corpicciuoli (parassiti) di altra degenerazione delle cellule ». Qua 
e là in mezzo a qudsti elementi epidermici cosi alterati, come 
quelli con elementi granulosi, come quelli con nucleo ingrossato, 
si vedono pochi accenni di cellule con corpuscolo sferoidale, che 
è segmentato in alcune ed ha uguale morfologia del Corpi c- 
ciuolo sferoidale del M. e. Si hanno quindi tre fatti degni di 
nota: grossi nuclei, grossi granuli di eleidina vicini al nucleo, e 
questi Corpuscoli, i quali al microscopio hanno dato i risul- 
tati accennati. 

In seguito ai lavori di Kromayeu ('893), ha istituito osser- 
vazioni su pezzi freschi di fegato di Coniglio, affetti da Gregari- 
nosi e su pezzi freschi di M. e. ed ha potuto in entrambi i casi 



- 190 — 

osservare i Corpuscoli gregarinari evidenti, alcuni con cap- 
sule a doppio contorno, altri senza, altri uniti. Se invece .si 
prende un preparato di Gregarinosi indurito, non si vede altro 
che la capsula e pochi granuli all'interno, ed in qualche caso si 
vede un semplice accenno di sfericità di corpicciuoli nell'interno, 
si vede per lo più una massa omogenea trasparente. Nel M. e. 
fresco si vedono sferule uguali con capsule, e le stesse sferule con 
contenuto a margherita. Conchiude dicendo che: « se 1' alterazione 
descritta nel M. e. sia proprio una Gregarinosi, è quistione nella 
quale io non entro : io vengo a dire questo che oggi, nello stato 
presente delle nostre cognizioni su questo argomento, non basta 
fare una sezione microscopica e dire: nella periferia vedcf cellule 
con tratto che pare un corpicciuolo fisaloide, completo; perchè 
nell'epidermide del Mollusco contagioso esistono tutte queste al- 
terazioni alle quali abbiamo accennato, che non hanno che fare 
le une con le altre, e che, se queste masse del Mollusco le os- 
serviamo a fresco esse hanno gli stessi caratteri delle masse di 
Gregarinosi », 

De Angelis Mangano ('893), per vedere se il M. e. sia prodotto 
da Coccidi o pur no, ha fatto numerosi preparati di questi tu- 
moretti e contemporaneamente, come termine di paragone, con gli 
stessi identici metodi, sezioni di fegato di Coniglio affetti da Coc- 
cidiosi. Mentre in questi ultimi gli riuscì facile di dimostrare nei 
più differenti stadi di sviluppo la presenza costante del nucleo, 
non è riuscito invece a trovarlo nei pretesi Coccidi del M. e. sia 
allo stato adulto, sia allo stato di spora. Avendo osservato pre- 
parati di tumoretti dell'affezione in parola, eseguiti da Ferkoni 
& Massari ('893). è venuto nella convinzione che. quelle forme, 
che sono state descritte da Neisser ('889; '891), come Coccidi gio- 
vanissimi nucleati, entrano nella categoria dei Citoryctes vacci- 
nae e Citoryctes variolae di Guarnieri ('893), che secondo le ri- 
cerche di Ferroni & Massari ('893) e di FoÀ ('893) non debbono 
essere interpretate come microrganismi, ma come espressioni di 
alterazioni patologiche del tessuto epiteliale. Oltre l'assenza del 
nucleo, l'ulteriore destino di quei corpi descritti come spore, viene 
a confermare che non .si tratta di Coccidi. Ciò che Neissek ('891) 
ritiene ammassi di spore, egli crede sia l'espressione della strut- 
tura alveolare (reticolare) del protoplasma cellulare. Pur contento 
che Kromayer ('893) sia venuto per altra via ai suoi risultati, 
ossei-vando i disegni annessi alla monografia dello stesso, dubita 
che il metodo speciale di colorazione alteri talmente le cellule 



— 191 — 

epiteliali da non poter ritenere come sicure le conclusioni, alle 
quali egli è venuto. 

Jaia ('893 j lia tentato senza successo le inoculazioni di M. e, 
pur ritenendo la malattia di origine infettiva parassitaria, pro- 
babilmente dovuta a Psorospermi. Ha notato che i tumoretti si 
atrofizzano e guariscono con iniezioni di poche gocce di solu- 
zione di sublimato corrosivo fatte alla base, il che sarebbe una 
prova di più per l'appoggio della natura parassitaria dell' affe- 
zione. 

MiNGAzziNi ('894) in armonia con Bollinger ('873; '878i o 
Pfelffer ('889; '891) trova che il M. e. dell'Uomo ed il Vainolo 
dei Polli (Oefìiigelpocken) sono due malattie, che hanno un aspetto 
ed un decorso identico, il cui parassita non sarebbe uno Spo- 
rozoo , ma bensì un fungo. Lo sviluppo è in relazione con l'e- 
voluzione delle cellule epidermoidali, giovine nelle cellule gio- 
vani, adulto nelle avanzate, maturo quando è sotto forma di ciò 
che chiamasi Corpuscolo del Mollusco. Questo fungo quando 
è giovine può gemmare e queste gemmule infettano l' organismo: 
lo stadio invece corrispondente al fungo maturo non può infet- 
tare l'epitelio, dovendo subire una fase di vita fuori l'organismo 
che lo ha prodotto (Uomo o Pollo) e questa fase di vita la pas- 
serebbe nell'intestino di un insetto {Blatta^ Blaps, ecc.), nelle cui 
cellule epiteliali si insinua, sporifica e le spore portate nel ter- 
reno con gli sterchi degli Insetti, sono capaci di produrre la ma- 
lattia anzidetta nell'Uomo e . nei Polli. La malattia dell'Uomo e 
dei Polli, sebbene appartenente al medesimo genere di parassiti, 
pure è di specie differente , giacché il ciclo vitale del fungo è 
più breve ed in più breve tempo arriva alla maturazione. Il pa- 
rassita nei Polli può mantenersi vitale anche in acqua distillata 
bollita per più giorni, producendo gemmule ed inoculato ri- 
produce la malattia. Infine l'A. dice, che la dimostrazione spe- 
rimentale della natura parassitaria del M. e. nei Polli è stata di- 
mostrata con le seguenti prove : « 1. Guarigione del Mollusco dopo 
l'allontanamento dal luogo dell'infezione. 2. Infezione col ritorno 
al luogo dove si era sviluppato il contagio. 3. Inoculazione del 
parassita e riproduzione della malattia ». 

TouTON ('892j ritiene che il M. e. sia malattia infettiva pro- 
dotta da Sporozoi intracellulari, che si rendono evidentissimi, 
macerando i pezzi in soluzioni di diverso titolo di cloruro di 
sodio. Ha tentato, ma infruttuosamente, la cultura in vari mezzi. 

KuzNiTZKY ('895) critica il lavoro di Touton ('892) attri- 
buendogli il torto di aver lavorato con materiale non suificien- 



— 192 — 

tomonto skiiilizzato o i|uiiitli non adatto a dare risultati positivi. 
L' A. essendosi servito per le sue ricercho di materiale fissato 
in alcool ed avendo rivestito i pezzi con la celloidina, ha ten- 
tato lo colorazioni all'ematossilina ed al bleu di metilene policrcj- 
mo di Unna. Non crede che si possa parlare di Coccidi, bensì è di 
opinione che i Corpuscoli del Mollusco sono in rapporto 
genetico con le cellule normali dolio strato spinoso. 

TouTON ('895), ritornando sull'argomento, crede infondata la 
critica fatta da Kuznitzky ('895) alle sue ricerche e persiste nel- 
l'opinione, essere il M. e. generato da infezione di Sporozoi, e dice 
che i migliori terreni di cultura per i Protozoi in generale, an- 
ziché essere l'agar-glicerinato e la gelatina, sono la terra e la 
sabbia umida, i liquidi in fermentazione ed anche le culture di 
certi batteri. 

Retzius ('895 j, in un secondo lavoro, conferma i risultati ot- 
tenuti nel 1870, trova che il M. e. è una malattia della pelle di- 
rettamente contagiosa, che merita il vecchio nome datogli da 
Bateman ('817j, laddove i nomi di Mollusco sebaceo, Epi- 
telioma mollusco, Acne varioliforme. Acne mollu- 
scoide, ecc. sono dovuti ad ipotesi sbagliate e ad idee non giu- 
ste. Egli potette ('870) provare il contagio nella sua persona: 
il periodo di incubazione, per rendersi evidente ad occhio nudo, 
dura dei mesi, la sede dell'infezione non è come si credeva, le glau- 
dole sebacee o i follicoli piliferi, bensì il reticolo di Malpi&hi della 
pelle e la malattia non ha nulla a che fare con la scrofola. Gli 
agenti produttori sono specialissimi Corpuscoli, i Corpuscoli 
del Mollusco, i quali sono del tutto formazioni indipendenti, 
che non hanno nulla a che fare con gli altri elementi della cute, 
non essendo nò di origine epiteliale, uè essendo sorti endogena- 
mente nelle cellule della superficie della pelle. 

Benda ('894-95) dubita che vi possa essere relazione fra M.c. 
e Carcinoma, ma bensì vede una rassomiglianza con il Vainolo 
dei Polli (Oeflugelpocken). La proliferazione epiteliale osservata da 
VmcHOw ('865) non sarebbe che un aumento numerico delle cellule, 
dato dalla irritazione, giacché né lo strato cilindrico dell'epider- 
mide, né quello vicino mostrano anomalie. La prima causa del- 
l'affezione bisogna ricercarla in alcuni corpiccioli refrangenti, 
molto ben distinti, che si trovano nell'interno dei Corpuscoli 
del Mollusco, giacché il Corpuscolo del Mollusco, in una 
fase anteriore a quella, nella quale presentasi omogeneo, é at- 
traversato da una serie di setti [fase di Spore di Neisseii 
f'888; '891)]. Negli strati profondi dell'epidermide, vicino al 3° o 



— 193 — 

4° strato cellulare, a partire dallo strato cilindrico, si vedono delle 
formazioni molto piccolo nere e refrangenti, i Corpicciuoli 
di TouTON ('892; '895). Questi al principio, molto numerosi e 
piccoli, spingono il resto del protoplasma su di un limitato si- 
stema di raggi: cosi non è il corpo intero che si dissolve: resta 
piuttosto in mezzo una massa di protoplasma, da cui si vedono 
spandere dei raggi sottili rassomiglianti a spore; il resto sparisce 
perchè i vaiuoli aumentano. I Corpicciuoli di Touton, non 
essendo spore, si eliminano alla superficie, senza che ne restino 
negli strati profondi. Perfezionando e modificando i metodi di co- 
lorazione, l'A. è riuscito a vedere questi elementi in piccolo e 
grande numero, in divisione, e li ha visto prender parte alla 
formazione dei Corpuscoli del Mollusco, perdendo prima i 
loro contorni, e lasciando poi apparire dei fili molto sottili, che 
entrano nel protoplasma. In tal modo i Corpuscoli di Touton 
presentano dei contorni poco distinti, come Touton ('892 ; '895) 
li ha descritti. Questi Corpicciuoli, per qualche particolarità 
istologica , fanno pensare al nucleo accessorio , però per altre 
reazioni microchimiche non rispondono a questo ; come pure 
sono più piccoli delle cellule migratorie , né è possibile che 
sieno nuclei in divisione, perchè si vedono i frammenti di questi 
corpicciuoli sempre in qualche strato al di là dello strato, dove que- 
sta divisione si fa ordinariamente. Potrebbero per altre reazioni 
essere ritenuti granuli dello strato granuloso, perchè si vedono 
impiegando metodi per i quali non dovrebbero rendersi appa- 
riscenti i Corpuscoli di Touton. Non sono prodotti colloidi o 
jalini, piuttosto parassiti e per la loro forma ineguale schizo- 
miceti, quistione però ancora insolubile. 

Stelwagon ('894j, in una rivista generale sul M. e. di Bate- 
MAN, si dichiara fautore del contagio, sia per esempi clinici, sia per 
inoculazioni accidentali e sperimentali. La lunga durata del pe- 
riodo di incubazione fa perdere le tracce; e la natura del paras- 
sita resta fin ora oscura. 

Clarke ','895), in un tumoretto di M. e. estirpato con tutte 
le regole asettiche, ha notato una grande quantità di microor- 
ganismi, fra cui molti corpi, vivacemente mobili, di forma rotonda 
e provvisti di un flagello semplice, robusto e sempre in movimento. 
Molti di essi avevano una sottile capsula esterna ripiena di bat- 
teri, altri nel centro una zona di fluidificazione, in cui si nota- 
vano numerose particelle fortemente rifrangenti la luce ed oscil- 
lanti. Sarebbero forme di passaggio fra la forma or^linaria e le 
forme flagellate. Ha fatto preparati di controllo con pezzetti di 



— 194 — 

focato di Coiìif^lio atlVitti da Coccid'mm nm forme od ha visto che i 
parassiti hanno mollo zoospore o si scompongono in segmenti, 
clie presentano alla, lor volta una scissione secondaria falciforme. 
NoBL ('895' inocula con esito positivo allo due braccia di un in- 
fermo, mercè scarificazione e strotiuazione, il contenuto di un 
nodulo di M. e. dell' asta di un altro infermo: dopo sette setti- 
mane si ebbero efflorescenze, che all'esame istologico mostrarono 
le caratteristiche note della malattia inoculata. Barthélemy f 893), 
data la frequenza dell'affezione nella regione perivulvare e pe- 
rianale, la crede da ascriversi fra le veneree. Tali tumoretti in 
queste sedi sono scambiati per semplici follicoli, per vegetazioni 
e per papule sifilitiche. 

HoppE ('900) riferisce di una piccola endemia di M. e. ve- 
rificatasi in una famiglia, nella quale l'infezione sembra essere 
partita dal nonno. Ne fu contagiata anche una bambina di 2 
anni con predominante localizzazione sia alle palpebre, al volto, 
alle regioni temporali ed all'omero sinistro. L'eczema concomi- 
tante, che accompagna i noduli in parola, dovette essere cagio- 
nato indirettamente per la sensazione subiettiva di prurito, an- 
ziché per irritazione prodotta da secreto dei noduli. 

Kaposi ('896) osserva un fanciullo che presentava sulle guance 
delle escrescenze larghe quanto una mano ed alte due o tre 
centimetri, di colore bruno nerastro, e sul cuoio capelluto aveva 
masse simili. Pensò ad Acne bromico confluente e diffuso. Sul 
collo eranvi noduli piccoli. I noduli più piccoli li diagnosticò per 
milli, i più grandi per M- e. L'esame microscopico di un taglio 
trasversale di uno di questi tumori ha fatto notare la struttura del 
M. e. con i Corpuscoli caratteristici. L'esantema era quindi una 
forma di M. e. con seborrea intensa. A questa forma propone il 
nome di M. e. giganteum. 

L'A. riferisce successivamente alla Società Viennese di Der- 
matologia un caso di M. e. sviluppato in modo acuto ad un 
bambino di sei mesi e mezzo , malattia che a prima vista si 
confondeva con Acne bromico, e dice di aver altre volte 
visto comparire in modo acuto tale affezione in infermi assog- 
gettati a bagno continuo, sotto forma di efflorescenze, che del 
M. e. avevano tutta l'apparenza e che poi, in seguito a processo 
di suppurazione, si vuotavano del contenuto e si esfoliavano. 

DiLiBERTO ('896) ha tentato sei volte l'inoculazione di pol- 
tiglia di noduli di M. e, ma non ha avuto esito positivo, altro 
che una volta in un fanciullo, nel c[uale si svilupparono tre tu- 



— 195 - 

iiiorelti dulia malattia in parola all'angolo interno dell'occhio, a 
qualche cuntimotro di distanza dal punto di inoculazione. 

Ehrmann ('896i in unione con Beck, nel cui laboratorio ha 
eseguite le ricerche, ha trovato nei vacuoli e nelle spore di 
Neisser ('888; '89I) una sostanza che è evidentemente un prodotto 
di trasformazione del protoplasma cellulare; tale sostanza si co- 
lora in violetto. Crede che il pigmento comparisca e sparisca in 
modo del tutto simile a quello che avviene nel Condiloma largo. 
Barthélemy ('893), oltre che osservare frequentemente noduli di 
M. e. nelle regioni genito - anali , li ha constatato spesso anche 
alla verga, al seno, alle mani ed al cuoio capelluto, dove sono 
scambiati per .papillomi, però non ne ha rinvenuto mai ai piedi. 
I noduli in esame qualche volta suppurano e formano vaste 
piaghe. 

Barrat ('896) riscontra, nelle cellule epideliali del M. e, dei 
corpicciuoli capsulati omogenei di 10 a 20 [a. di diametro , che 
somigliano ai Coccidi del Coniglio, del Sorcio, ecc.; però con con- 
torni meno netti che in questi animali, rassomiglianti piuttosto 
ai Coccidi della malattia di Paget; dal che crede che. il M. e. 
sia una Psorospermosi dovuta a forme giovani di parassiti , il 
cui sviluppo non si è ancora compiuto. 

Casagrandi ('896) studia i corpi che si trovano inclusi nelle 
cellule dei noduli di M. e. dell'Uomo e degli Uccelli. Crede che 
debba ritenersi assolutamente errata l'opinione che ai Coccidi ri- 
porta il significato dei corpi suaccennati; piuttosto debbono ri- 
tenersi come forme degenerative. Per il M. e, non si può preci- 
sare la vera essenza del Corpuscolo di He>^derson e di Pa- 
TERSON, giacché debbono considerarsi incerte le osservazioni di 
MiNGAzzmi ('894), che lo identificò col Chitrydiopsis socius, pa- 
rassita dell'intestino della Blatta. In base alle sue ricerche risulta: 
« che le inclusioni cellulari epidermiche come quelle, che si trovano 
nei noduli di Mollusco contagioso, possono essere riprodotte nei 
Polli con la inoculazione di un essere vegetale. Questo essere fu 
da me (dirò poi da dove e come) isolato in un terreno culturale 
adatto allo sviluppo dei fermenti e di qui inoculato nelle creste 
e nei barbigli dei giovani Polli, dando luogo, nel punto di ino- 
culazione, a noduli, che se non possedevano macroscopicamente 
le note apparenze dei noduli di Mollusco, ne possedevano poi 
tutta la apparenza microscopica, come poterono constatare Grassi, 
MiNGAzziNi e Sanfelice, i quali gentilmente mi favorirono del 
loro autorevole parere. Quest'essere l'ho collocato fra i blastomi- 
ceti, cioè in quel gruppo di vegetali, sulla esistenza dei quali, 



— 190 — 

come o^ru])p() a se (proscinrleiulo dalla loro derivazione filogene- 
tica, nella qnale i Botanici discutono), i Patologi vanno met- 
tendosi di accordo... ». 

Per Elschnig ('897) il M. e. non ha un'azione specifica, seb- 
bene solo irritante sulla congiuntjva; difatti va notato la molta 
rarità dell' affezione in parola di fronte alla grande frequenza 
delle forme gravi e durevoli di congiuntivite follicolare (tracoma). 

Blocq ('897Ì si occupa della parte terapeutica dell'affezione; 
trova che il migliore trattamento è 1' asportazione con il cuc- 
chiaio tagliente; si cauterizza immediatamente la superficie con 
l'alcool canforato e con una soluzione di nitrato di argento al 
quindicesimo. 

Per Zeldovich ('898) il M. e. è una neoformazione epite- 
liale avente per punto di partenza sia lo strato di Malpighi, sia 
le salandole sebacee. I tentativi di cultura ed inoculazione dei 
parassiti sono restati senza successo , quindi non può dirsi con 
sicurezza sotto quale stimolo avvengano le modificazioni delle 
cellule epiteliali. 

Gaucher & Sehgent ('898) confermano le idee espresse da 
Renaut ('880) circa la natura e la sede della malattia. È pre- 
feribile adoperare il vocabolo Acne varioliforme, che esprime 
di più la lesione degenerativa della glandola sebacea e non un 
tumore parassitario, essendo, i parassiti descritti, delle forme di 
modificazioni protoplasmatiche. Con ciò non si nega la possibità 
di una origine parassitaria della lesione. 

CoLcoTT Fox ('898) trova che il M. e. nei Polli può essere 
malattia fatale e che è sempre preceduta da una affezione inde- 
terminata. Anche le lesioni (yaws) dei Polli delle Indie sembra 
sieno da attribuirsi in molti casi alla medesima causa produttrice 
il AL e. 

Payne ('898) rileva che la malattia in parola si sviluppa fra 
gli animali inferiori, mentre non si osserva con frequenza nel- 
l'Uomo; salvo in alcune simili circostanze. 

Shattock ('898) ha studiato un tumore sferico sorto sotto 
al becco di un Passero, che all' esame istologico era un M. e. 
Con le reazioni al Gram, la sostanza prendeva il colorito violetto, 
mostrando di non essere chimicamente identica all'eleidina dello 
strato granuloso. Dopo un mese anche la compagna del detto 
Passero mostrò analoga lesione. Dal che se ne arguisce che vi 
fu contagio. L'A. osserva spesso l'affezione nei Passeri, nei Polli, 
Gallinacei e Piccioni, trovando più frequenti le lesioni alla testa. 



- 197 - 

HuTCHiNs-iN ('898) ricorda, un unico caso di M. e. in un Cane 
(di mostra t,o dall'esani»^ microscopico) e nel suo padrone, il quale 
pare abbia contratto la malattia dal primo. Nota che non si 
trova menzione della patologia comparata di questa lesione. Ri- 
guardo alla natura dei Corpi del Mollusco, egli ha istituito 
ricerche insieme a Ballance , ma con risultato negativo. Unna 
[in AuDiiY ('899)] ripone la sede dell'alterazione nell' epitelio di 
rivestimento della cute. Sprecher ('899) descrive un caso poco 
comune di M. e. localizzato al piede, i cui noduli erano di gran- 
dezza insolita , e Frick ('899) riporta una osservazione di un 
esantema in un Uomo di trentotto anni, risultante di numerosi 
tumoretti sboccanti nel derma, senza connessione con 1' epider- 
mide o con i suoi annessi , e formati di cellule epiteliali fram- 
miste a cellule giganti. 

AuDRY ('899) crede prematuro di occuparsi diffusamente del 
supposto parassita del M. e. prima di risolvere la morfologia 
della lesione che è in causa. Egli dice: « Noi non dobbiamo sa- 
pere se vi sono dei parassiti; noi dobbiamo domandarci se si sono 
visti, se se ne vedono. Restando cosi sul solo terreno dell'istologia, 
si vede che noi dobbiamo domandarci: 1° Come è costituito il 
nodulo di Mollusco '?; 2.° Quale è la sua sede ?; 3.o E il risultato 
di una neoplasia o di una metaplasia o di una neoplasia dege- 
nerativa?; 4.0 Lo studio morfologico permette di riconoscere con 
certezza e con probabilità le forme parassitarie delle alterazioni 
che si possono constatare ? » . 

Messo cosi il quesito, l'A. viene alle conclusioni che il il/, e. 
è una lesione dell'epidermide, dell'epitelio di rivestimento, come 
dicono i tedeschi. L'assenza dei rapporti con i peli, l'impossibi- 
lità di trovare una traccia qualsiasi del processo sebaceo, l'aspetto 
del tessuto congiuntivo ambiente, ecc., sono tanti argomenti, che 
si oppongono all'adozione dell'origine follicolare o sebacea; una 
tale opinione non ha più per essa altro che la forma di invagina- 
zione lobulata, che prende la lesione, e sembra che questa sia una 
ragione improntata ad una morfologia un poco troppo grossolana, 
incapace a colpo sicuro di contrabilanciare 1' esistenza di una 
epidermide completa e continua in tutta la estensione dei fondi 
del nodulo. 2.» La lesione del M. e. è il risultato di una neo- 
plasia specifica propria di questa malattia. Nessun fenomeno isto- 
logico, infatti, non sembra conforme alla nozione di un neoplasma, 
di un epitelioma benigno o non, degenerativo o non. Non vi è 
nessuna reazione periferica; non vi è nessun segno di prolifera- 
zione anormale; non è un epitelioma, non un neoplasma. E in- 

14 



— 198 — 

Vtìcu unti mot aplasia. Ciicii il coium'IIo di (Ic^^tMierasiioiK;, bisogna 
notare elio i fenomeni ohe si vogliono dosignan! cosi non sono 
che raramente al)bastanza bene caratterizzati dal punto di vista 
istologico. È certo che i Corpuscoli subiscono una trasforma- 
zione choratinizzante , ma questa evoluzione è tardiva e secon- 
daria. 3." E probabile che la malattia sia parassitaria, essendo 
sicuramente contagiosa ed inoculabile; ma bisogna concludere 
che «del parassita del M. e. noi non ne sappiamo, noi 
non ne sospettiamo niente >. I tentativi di inoculazione nel 
peritoneo di Conigli e di Cavie sono restati senza risultati, a- 
vendo trovato riassorbito il piccolo neoplasma nel punto dove 
precedentemente si era innestato. 

ScHOTz ('900) dalla localizzazione frequente alla faccia dei 
noduli di M. e, e dalla grandezza che raggiungono iiuo ad una 
nocella, trae argomento per dire che il modo di infezione di 
questa malattia è sconosciuto. 

Balzkr ('900) ha rinvenuto alla pianta del piede di un in- 
fermo un piccolo corpicciuolo della grandezza di una lenticchia, 
che ingrossava gradatamente e che con 1' asportazione parziale 
guari. Era un M. e. Egli crede che la malattia abbia sede nello 
strato corneo e che il tessuto ammalato sia irregolarmente di- 
viso da lamine di cellule identiche alle cellule cheratinizzate 
degli strati superficiali, e presentanti dei granuli di eleidiua for- 
temente tinti in rosso dal picrocarminio. Le cellule poliedriche 
presentano nel loro interno dei grossi granuli rifrangenti, di cui 
i più grossi occupano tutto il corpo protoplasmatico, distendendo 
la cellula e ricacciando alla periferia il nucleo, che apparisce al- 
lora appiattito; i granuli rifrangenti sono quelli del M. e. e si 
colorano in giallo col picrocarminio ed in bleu con la tionina 
fenica. 

L'A. ('900) ritorna sull'argomento; riferis(!e di un infermo 
che al bordo esterno del piede sinistro (localizzazione insolita e 
solitaria) presentava un piccolo tumore del volume di una no- 
cella; che faceva sporgenza alla faccia plantare e che fu costretto 
a doverlo togliere col bisturi. L' esame istologico gli confermò 
trattarsi di M. e. 

L'A. ('901) dice poi di avere ottenuto una guarigione completa 
in un caso di M. e. confluente del cuoio capelluto, facendo in 
mezzo agli elementi dei toccamenti ripetuti di tintura di jodo. 

Hallopeau ('901) dichiara che questo trattamento gli ha 
sempre dato dei successi, a condizione di toglier da principio il 



— 109 — 

coiiÌL!iiutu (lui il/, c. coli l'cisprussiouo e di puniioUaru uou la tin- 
tiii-ii di jodo la cavità cosi formata. 

Barthèlkmy ('901) stima clic 1' efficacia di questo processo 
deve variare con la sedo delle lesioni, perchè non ha mai avuto 
buoni effetti nei casi aventi sede alla faccia interna delle cosce 
o nelle pliche genito-crurali ; bisognerà in questi casi ricorrere 
alla escissione. 

C. Fox ('902) coglie l'occasione di avere osservato uua donna 
dell' età di 62 anni, che presentava al lato destro del cranio e 
delle tempie dei tumori co afluenti della grandezza di una no- 
cella ad una noce, che all'esame istologico furono ritenuti per 
M. e, per dire che l'affezione è frequente alla faccia ed alle 
gambe, 

Bosc ('900 ; "901 ; '902) in una serie di comunicazioni sul 
Vainolo dei Montoni {clavelée)^ malattia briocitica simile per 
certi caratteri al M. e. dell'Uomo e degli Uccelli, ha rinvenuto 
degli elementi caratteristici, clie per l'evoluzione loro sia nelle 
forme piccole che nelle più voluminose e per la loro struttura 
si debbono ritenere degli Sporozoi. Questi agenti virulenti avreb- 
bero una riproduzione schizogonica. L'A. non ha potuto mettere in 
evidenza, un processo sporogonico, né un possibile ospite inter- 
medio per il contagio. 

Marx & Stioker ('902; '903) hanno trovato che il succo 
dei tumoretti di M. e. degli Uccelli, triturato con acqua fisiolo- 
gica ed inoculato, riproduce la malattia dopo 56 giorni. Il li- 
quido è ugualmente virulento passando attraverso la candela di 
Berkefeld, invece è arrestato dalla candela Chamberland F: è 
attivo fino a tre ore tenuto a 60^, e fino ad un' ora a 100°; le 
squame rinchiuse in una scatola di Petri son virulente fin dopo 
due mesi, laddove l'emulsione in acqua fenicata al 2-2 Y2 % non 
riproduce più la malattia. Questo virus deve necessariamente ap- 
partenere alla categoria dei microbi invisibili, che possono attra- 
versare i filtri. 

White & RoBEY ('902) credono che il M. e. risulti di una iper- 
plasia delle cellule del reticolo di Malpighi , che si spinge in 
basso ed in fuori; lo strato più basso presenta i caratteri delle 
cellule spinose. Tutto il neoplasma risulta di due o tre lobuli; 
la etiologia è oscura, essendo riuscite negative le ricerche bat- 
teriologiche, 

Hallopeau & Rubens-Duval ('902) riferiscono un caso di 
M. e, la cui disposizione degli elementi è lineare ed è dovuta 
evidentemente ad autoinoculazioni, fatto dall'unghia, simili in ciò 



— 200 

al Lichunu di Wilson. E (|Uosl() un iiudvo ai-^onicnlo in favurt; 
della natura pai'a.s.sitaria di qiiusta dennalosi. Il parassita deve 
di necessità trovarsi nelle grandi cellule, che sono differenti per 
i loro caratteri da tutti gli elementi finoi-a conosciuti. 

]\I[xoAzziNi ('902) ha potuto constatare anche casi di M. e. 
di Anfibi {Dmoglos.su.s jnctus) nei dintorni di Paterno in pro- 
vincia di Catania. GÌ' individui infetti presentano sul tegumento 
della loro faccia dorsale dei noduli abbastanza grossi , del dia- 
metro di circa cinque o sei millimetri, sparsi qua e là, ma con 
maggiore frequenza in vicinanza della bocca e dell' ano ; sulla 
faccia ventrale l' infezione sembra meno estesa e nei membri è 
anche più rara. I noduli hanno forma di dischi , spesso isolati, 
spesso confluenti, e non producono un apparente danno sul ge- 
nerale dell'organismo, altro che per impedire, nelle forme gene- 
ralizzate, l'importante funzione che ha la pelle negli Anfibi. Isto- 
logicamente i Corpuscoli del Mollusco negli Anfibi sono 
più grandi che nell'Uomo e nei Polli. La produzione noduliforme 
non ha infossamenti nel centro e risulta di una neoformazione 
epiteliale molto sviluppata, contenente nelle cellule o fra le cel- 
lule i parassiti del M. e. 

Tale neoformazione epiteliale è sviluppata secondo la su- 
perficie dell'epidermide e non mostra alcuna tendenza ad appro- 
fondirsi od invaginarsi nel derma sottostante. È questa una no- 
tevole differenza con tutte le altre forme di M. e. finora cono- 
sciute, e si può indicare come una fase primitiva di tale lesione. 
E interessante di notare il fatto, che questa forma primordiale 
di Mollusco s'incontra appunto in una specie appartenente ad 
una classe di Vertebrati poco elevata, quale è quella degli Anfibi, 
mentre nelle specie appartenenti a classi superiori , come negli 
Uccelli e nei Mammiferi, essa si presenta con i caratteri più com- 
plessi. Porse ciò sarà in parte da attribuirsi all' habitat diverso 
dei vari ospitatori, perchè gli uni vivono nell'aria ed i corpu- 
scoli maturi del Mollusco verrebbero facilmente a soffrire il dis- 
seccamento, se non fossero conservati in ambiente umido, come 
la cavità del nodulo del Mollusco dei Mammiferi e degli Uc- 
celli ; mentre gli altri vivono prevalentemente nell'acqua ; ma 
anche ammessa una tale ragione, non si può escludere quella 
propria della maggiore semplicità della forma patologica, dovuta 
alle differenze specifiche del parassita e dell'ospitatore. 

Negli animali superiori il parassita ha forme giovanili negli 
strati profondi, adulto negli strati superficiali; e le forme gio- 
vanili differiscono dalle adulte, oltre che per la posizione e gran- 



— 201 — 

dezza anche per il diverso modo di colorarsi, essendo le giovani 
prevalentemente cromatofile, e le adulte colorandosi con i colori 
plasmatici. È una malattia interessante dal punto di vista filo- 
genetico, giacché negli Anfibi « presenta una condizione primor- 
diale rispetto a quella più evoluta che oftre nei Vertebrati su- 
periori, cioè negli Uccelli e nei Mammiferi ». 

BoRREL ('903) crede il M. e. dell' Uomo affezione molto 
simile al Vaiuolo dei Polli, e ritiene entrambe tali malattie 
da porsi nella categoria dei tumori epitelioidi. Il nodulo di M. 
e. dei Polli, macroscopicamente verrucoso, è costituito da uno 
sviluppo esagerato delle cellule dell'epitelio malpighiano, per cui 
si costituisce un bottone epiteliale , mammellonato . invaginato, 
qualche volta grosso come un pisello, poi prominente alla super- 
ficie cutanea e con al centro una depressione , da dove si sfo- 
gliano le cellule epiteliali cheratinizzate. Le cellule incistidate 
furono ritenute i primi Coccidi ed il punto di partenza di tutta 
la quistione degli Sporozoi, secondo Neisser ('888; '891). 

Il virus, sebbene indeterminato, è inoculabile con esito po- 
sitivo, anche dopo la filtrazione: ritiene per tal ragione l'A. che 
la teoria dei Coccidi nei tumori epiteliali ha avuto una voga con- 
siderevole, perchè non si conoscevano fino a questo momento 
che dei parassiti intracellulari, dei Protozoi, dei Coccidi capaci 
di far proliferare le cellule epiteliali. Dato che oltre i Coccidi 
anche funghi, fermenti, ecc. possono determinare il medesimo ri- 
sultato, crede più opportuno riunire queste affezioni in un capi- 
tolo di tumori epitelioidi, i quali sarebbero generati da virus a 
carattere epiteliale, virulenti anche dopo di aver attraversato 
i filtri. 

Apolant ('903j ha impiegato per il M. e. degli Uccelli pa- 
recchi metodi speciali di fissazione e di colorazione, cosi la fis- 
sazione col liquido di Hermann, seguita dall'azione dell'acido pi- 
rogallico , la colorazione Pappentheim - UnxVA , la colorazione allo 
Scharlach E,, e 1' acido osmico e crede di aver potuto risolvere 
la natura microchimica delle inclusioni cellulari nel senso che 
sarebbero di due specie , le une dovute alla degenerazione del 
nucleo e le altre a quella del protoplasma: sul principio non si 
avrebbero in queste inclusioni sostanze grasse, che più tardi in- 
comincerebbero ad apparire sotto l'aspetto di fine gocciole. 

Hertwig ('904 1 interpetra le inclusioni cellulari come ero- 
midi, cioè come diffusione di protcidi nucleari lungo i fili cro- 
matici del protoplasma; si avrebbe un doppio ordino di feno- 
meni, i nucleari ed i protoplasmatici. 



— 202 — 

JuLii'siìKiiG ''904; 905) lia stritolato con della sabbia fina 
dei tumoretti di M. e. umano od lia allungato la poltiglia con 
del brodo ed ha filtrato il tutto attraverso ad una candela 
Chamberland. Non è stato possibile dal filtrato ottenere, nei co- 
muni mezzi di cultura, innesti favorevoli, e d'altronde la candela 
era stata provata con microbi noti e non li lasciava passare. I- 
noculò al braccio suo e di due colleghi il filtrato e protesse il 
punto di innesto con garza storile: dopo cinquanta giorni in uno 
degli inoculati si manifestarono sessaìita tumori di Mollusco, il 
cui esame istologico presentò i medesimi caratteri della lesione 
iniziale. 

L' A. trae argomento per ritenere che anche 1' agente del 
M. e. dell'Uomo possa attraversare i filtri, avendo in ciò un ca- 
rattere comune col M. e. degli Uccelli. 

Rehms & Salmon ('904) hanno adoperato il radium come 
metodo di cura degli epiteliomi. Il radium impiegato era conte- 
nuto in una scatola di ebanite a lamelle di mica; la scatola con- 
teneva ora 10, ora 50 milligrammi di bromuro di radio puro. 

I tumori utilizzati li classificano ])er ordine di gravità de- 
crescente in: 1.*^ Epitelioma sviluppato su un punto di leucopla- 
sia sifilitica del labbro di un vecchio, epitelioma senza tendenza 
ad accrescimento rapido. 2.» Epitelioma periato della palpebra 
e della congiuntiva in una giovine. 3.° Verruche senili e sebor- 
roiche. 4.0 Corno della faccia. 5.° Papilloma del labbro. 6.» Verru- 
che giovanili. 7.0 Mollusco contagioso. E vengono alla conclu- 
sione che la sensibilità massima si osserva sulle cellule epiteliali 
giovani, nei tumori maligni per es. L'azione del radium è meno 
rapida nei casi di cellule cornee, ed è meno facile ancora se si 
tratta di Mollusco grasso, di neo pigmentario, di tumori con- 
genitali. 

BoHREL ('904) riferisce di trovare il il/, e. degli Uccelli un 
soggetto particolarmente favorevole allo studio , specialmente 
dopo i lavori di Marx & Sticher ('902; "903) e quello di Julius- 
BKRG ('904). Ha potiito osservare le inclusioni cellulari, che furono 
ritenute da Neisser ('888; '891) come Coccidi, e la cui colorazione 
riesce meno agevole nei tagli, anziché nei preparati a fresco. Con 
lo strofinamento sui tumori ha ottenuto preparazioni speciali: 
fissate col calore, sgi-assate o colorate sia con la fuxina di Ziehl, 
o col metodo di colorazione delle ciglia, ha visto che queste mo- 
strano degli ammassi granulosi, che si scompongono in una grande 
quantità di elementi molto tenui, micrococcici, isolati, in diplo- 
cocci, in catoiU'Uo, in sljilìlococci. 



208 



Con il metodo di Lòffler si vede intorno a ciascun elemento, 
molto colorito e ben definito, una specie di inviluppo mucoso. Il 
loro a.spetto molto regolare e le dimensioni molto uguali non 
sono in favore di un precipitato, bensì danno la rassomiglianza 
con elementi microbici. L'A. si domanda se questi Corpuscoli 
derivano da inclusioni intracellulari o esistono nelle cellule epi- 
teliali o sono situati in altri punti a lato dell' inclusione del tu- 
more, che i tagli non mostrano per il diverso modo di colorarsi, 
essendo le o-iovani cellule prevalentemente cromatofile, e le adulte 
colorandosi con i colori plasmatici. E una malattia, interessante 
dal punto di vista filogenetico, giacché negli Anfibi <^ presenta 
condizione primordiale rispetto a quella che offre nei Vertebrati 
superiori, cioè negli Uccelli e nei Mammiferi ». 

Marullo ('904) nega la origine glandolare del M. e. e trova 
che la parte centrale del tumore è formata da una massa epite- 
liale e le parti laterali dagli strati epidermoidali, che sono separati 
dalla massa epiteliale centrale da connettivo, che si assottiglia 
sino a scomparire, a misura che si va in alto verso l'apice, dove 
gli strati epidermoidali mancano, perchè hanno subito uno spro- 
fondamento verso la massa centrale epiteliale con la quale si con- 
tinuano direttamente. Cosicché l'apice del tumore si presenta come 
un cratere le cui pareti sono formate dagli strati epidermoidali, 
che si sono piegati verticalmente in basso, formando una cavità 
cilindrica. La massa epiteliale che forma il nucleo del tumore 
ha origine direttamente dagli strati epidermoidali e più preci- 
samente dallo strato di Malpighi, essendo essa costituita da una 
massa di cellule cilindriche aggruppate in più noduli di diversa 
grandezza, che non sono altro che il risultato di una prolifera- 
zione, che ha il suo punto di partenza in una o più cellule. La 
forma a grappolo del tumoretto è dovuta agli ostacoli ed alle 
pressioni, che incontrano le masse delle cellule epiteliali nelloro 
13roliferare. La cavità crateriforme dell'apice del tumore è riem- 
pita da cellule cilindriche già in fase degenerativa colloidea, la 
maggior parte delle quali presenta 1' aspetto splendente carat- 
teristico dei Corpuscoli del Mollusco. 

Le Cheratoj alina manca nei noduli, che formano l'apice del 
tumore, essendo questi costituiti in massima parte da corpi in- 
colori di aspetto omogeneo, opalescenti, di forma ovale e rotonda 
(i caratteristici Corpuscoli del Mollusco), invece è riccamente 
sparsa nei noduli laterali ed inferiori come granulazioni gros- 
solane e fine, nello cui maglie si vedono i Corpuscoli del 
Mollusco in fase più o meno avanzata di degenerazione colloide. 



— 204 — 

Verso la parete cellulare l'A. osserva una sostanza por lo più in 
forma di lamelle, che si adattano con la loro superficie convessa 
alla parete cellulare e guardano perciò con la loro superficie con- 
cava la parte centrale della cellula. La sostanza cornea, di cui 
risultano queste lamelle, la considera come il prodotto di un pro- 
cesso in certo modo fisiologico, e la si vede quasi sempre alla 
periferia delle cellule, dove pare che si inizii il processo di cor- 
nificazione, forse a causa delle pressioni che si esercitano da tutti 
i lati intorno alla cellula e che produce un essiccamento del tes- 
suto, che va dalla periferia al centro cellulare: venendo in tal 
modo alla medesima conclusione di Unna : che una parte soltanto 
del protoplasma delle cellule spinose si ispessisce in una massa 
colloidale, mentre una parte molto minore di essa rimane di 
struttura reticolare e vacuolare, mentre nel mantello esterno della 
cellula la coruificazione fa il suo corso normale. Quando la cellula 
è in degenerazione colloidea pare una piccola sfera, circondata 
da un bordo libero con filamenti epiteliali che le fanno corona. 
« Questa forma cellulare fu oggetto di molte discussioni perchè 
fu da alcuni descritta come parassita animale, mentre che non 
rappresenta altro che l'ultimo stadio del processo coUoideo che 
ha invaso tutta la cellula. » 

MiOHAELis ('903) si è anche lui occupato della natura micro- 
chimica delle inclusioni cellulari e viene al risultato (servendosi 
della colorazione allo Scharlach E,, all'acido osmico, della reazione 
di mordenzameuto, della differenziazione col ferrocianuro di po- 
tassio, del metodo di G-ram, ecc..) che le inclusioni sono di na- 
tura mista albuminoidea e grassa. Nota che la reazione di mor- 
denzameuto non è mai data dai tessuti sani, e che la reazione del 
grasso è data anche da parassiti autentici, come VAdinomices. 

EwiNG (;'905) studiando le lesioni epiteliali prodotte sulla 
cornea del Coniglio e del Sorcio dall' innesto di virus vaccinico, 
piuttosto che parassiti, iriterpetra le inclusioni cellulari come ero- 
midi, seguendo in ciò le idee espresse da R. Hertwig ('904). La 
fissazione dei preparati con l'alcool assoluto e la colorazione cro- 
matinica alla Romanowsky dimostra la struttura reticolata di tali 
inclusioni, che rispondono a tutta le reazioni della cromatina. 
D'altronde crede non si possa essere autorizzati ad escludere la 
possibilità di un agente patogeno qualsiasi, che si trovi impigliato 
nelle maglio di questo reticolo cromidiale. 

Bosc i'905 1") trova che il M. e. dell'Uomo presenta tutti i 
caratteri essenziali dolio malattie briociticho: la crede quindi una 
affezione virulenta, contagiosa ed iuooulabilo, ma localizzata, ai 



— 206 — 

punto di inoculazione senza che lo stato generale ne risenta; è 
caratterizzata da piccoli noduli cutanei ombelicati al centro. Questi 
noduli si originano nelle cellule malpighiane della superficie cu- 
tanea sotto forma di piccoli ammassi, che gemmando danno ori- 
gine a bottoni epiteliali secondarli. Le cellule, per una trasforma- 
zione colloido-cornea, aumentano di volume e subiscono una iper- 
trofia chiara progressiva, e, per questa metamorfosi degenerativa, 
si producono deformazioni cellulari e tale una disorientazione che 
conduce alla genesi di sferule epidermiche. Tali lesioni epiteliali 
sono identiche a quelle di ogni gruppo briocitico: sono costituite 
essenzialmente da ipertrofia chiara per aumento dell'] al oplasma, 
plasmolisi progressiva, che conduce, per liquefazione dell'jalopla- 
sma, alla disparizione progressiva dello spongioplasma e degene- 
razione cherato-colloide della periferia ed alla trasformazione della 
cellula in una cavità limitata da una spessa membrana. Il nucleo 
presenta anche fenomeni degenerativi degni di nota. 

Bosc ('905 2°) ritiene che le inclusioni cellulari del M. e. 
sollevano le stesse difficoltà di interpretazione delle inclusioni del 
Vainolo, ed egli le crede in rapporto col miscuglio dei prodotti 
di degenerazione e dei corpi parassitari. Alcuni di questi corpic- 
ciuoli, per la ridazione e disparizione della massa residuale cen- 
trale, per la virulenza delle cellule superficiali, che li rinchiudono, 
per l'assenza di forme intermedie, debbono ritenersi corpi paras- 
sita.ri, cioè come masse circondate di fine granulazioni e di cor- 
puscoli quasi invisibili intraprotoplasmatici. 

Le cellule del M. e. rinchiudono quindi inclusioni di volume 
variabile, le cui più piccole sono a pena visibili, e di cui le più 
voluminose riempiscono il protoplasma cellulare, e che sono ve- 
rosimilmente di natura parassitaria, e delle .formazioni intranu- 
cleari che possono divenire intraprotoplasmatiche, dovute a mo- 
dificazioni degenerative del plasmosoma e difficili a differenziare 
dalle prime. 

Galli-Valerio ('905), osservando a fresco dei noduli di M. e. 
in una soluzione di NaCl , ha potuto constatare fra le cellule 
ovoidi granulose in degenerazione corpuscolare un gran numero 
di piccoli corpicciuoli rotondi, di 2.5-3 «i di diametro, a doppio 
contorno, con una macchia centrale, presentanti dei leggieri mo- 
vimenti di oscillazione ed alcuni germogli alla periferia. L'A. 
per le reazioni microchimiche li battezza come blastomiceti, seb- 
bene i tentativi di cultura e di inoculazione negli animali di 
esperimento sieno restati senza risultato : e pensa per analogia 
con altre affezioni della pelle, che questi corpicciuoli blastomi- 



— 206 — 

ci-tici cltìbbuno ussero interpretati come la eausa etiologica della 
malattia in parola. 

LòwENTHAL ('906) ha osservato Piccioni dotati di immunità 
naturale ed altri che, dopo guariti spontaneamente della malat- 
tia, possedevano una immunità molto forte, ma di breve durata, 
giacché, avendo inoculato dei Piccioni sul petto e poi escisso 
dopo un poco di tempo i tumori prodottisi, e fatta la reinocu- 
lazione sulle palpebre , osserva che V innesto è sempre positivo 
dopo uno spazio di tempo tale che i tumori del petto si sieno 
completamente sfogliati. Il inrus resiste alle emanazioni del ra- 
dium per cinque ore e mezzo. 

Reischauer (^'906) dà molte caratteristiche del virus del 
M. e. degli Uccelli : questo virus resiste al calore umido cinque 
minuti a 100°, al calore secco 15 a 30 minuti ad SO^', è ucciso 
in cinque minuti dalla potassa caustica all' l^/o, dall' acido ace- 
tico airi^'/o, dall'acido fenico all'l°/o, dal sublimato corrosivo 
airio/oo. Si tratterebbe di un virus resistente come le spore bat- 
teriche. L'A. descrive delle piccole forme Coccidiche che attra- 
verserebbero i filtri, e crede che le inclusioni cellulari del M. e. 
dell'Uomo diflerirebbero alquanto per la loro forma maggiore da 
quelle delle cellule vacciniche e dovrebbero piuttosto essere in- 
terpetrate come semplici degenerazioni. 

BuENET ('906) dice che per poter dimostrare 1' origine bat- 
terica del M. e. degli Uccelli bisognerebbe coltivare il virus sotto 
la forma di micrococci caratteristici descritti da Borrel ('904), 
il che non è stato possibile ottenere. L'A. arriva però all' idea 
di trattarsi di un virus intracellulare di natura batterica, sia stu- 
diando la parte fisiologica e microbiologica del virus , sia stu- 
diando le iuclusion^cellulari; crede che non bisogna contentarsi 
di sapere che un virus attraversa la candela Berkefeld. giacché 
le candele Berkkfeld non sono tutte identiche e sono necessarii 
d'altronde dei dati precisi sopra la natura della candela, sulla du- 
rata della filtrazione, sul modo di sterilizzazione, sulle condizioni 
di temperatura, e sulla lu'esenza di un microbo testo. L'esempio del 
Micromonas mesnUi di Borrel, le forme di cultura di Trypanosoma 
laevisi (Novy e Mao Nkal), se mostrano che vi sono dei Protozoi, 
che filtrano e che sono anche più piccoli di numerosi batteri 
che attraversano la candela Berkefeld, d'altra parte non rende 
probabile l'ipotesi di Goccidi come produttori della malattia in 
parola e fa jmuI tosto ritenere possibile l'esistenza di un virus 

1 i.ll t l'I'ic») ;ili;i j()i;(i ,| (|ll('ll() dolili ] X'I'I | )li( 'Illili in ÌM . 



— 207 — 

Circa le inclusioni cellulari così conchiude il suo lavoro: 
e Le forme che si osservano nell'interno delle cellule ammalate 
si riportano a tre tipi : nucleo, cromidi ed inclusioni : i tre tipi 
sono visibili nelle cellule dei tagli fissati al Flemming e colorati 
con il rosso di Magenta ed il picro-indigo-carminio : il nucleo 
è più o meno intatto — l' inclusione spessa ; — e delle granula- 
zioni cromatiche estranucleari. Nelle cellule isolate colorate al 
GiEMSA non si vede che il nucleo e 1' ammasso delle granula- 
zioni cromatiche estranucleari : V inclusione non è visibile : nelle 
cellule isolate trattate con il processo di Lòffler si vede il nu- 
cleo e gli ammassi di micrococci , non si vedono le granula- 
zioni cromatiche estranucleari. 

Tutti i processi permettono la colorazione del nucleo ; il 
GiEMSA non colora le inclusioni, ed i micrococci non si colorano 
che con il metodo di Lòffler. Se si riportano queste osservazio- 
ni a quelle degli aa. che hanno studiato i fenomeni citologici 
delle malattie eruttive ed epiteliali, uno si rende conto che non 
esiste nessuna confusione; ed è facile stabilire la corrispondenza 
fra le forme descritte. Per il nucleo non vi è materia a conte- 
stazione. T corpi cromatici extranucleari, corrispondono alle for- 
mazioni intracellulari, già segnalate nel Vaccino, nel Vainolo, 
nel M. e, come dei parassiti (Corpi del G-uarnieri), come dei 
leucociti (Metschnikoff, Salmon). Borrel aveva accettato prov- 
visoriamente questa ipotesi. Ma non vi è più dubbio oggi, so- 
pratutto dopo il lavoro di Ewing, che questi corpi cromatici 
sono dei cromidi. La loro natura parassitaria non è più ammessa 
per il cancro, allorché si accettava ancora perii vaccino. Borrel 
mostrò nella sua memoria del 1901 che i pretesi parassiti di 
Sawtchenko erano dovuti ad una evoluzione speciale della sfera 
attrattiva della cellula cancerigna e stabiliva i rapporti che esi- 
stevano fra l'idiosoma dello spermatocito, i corpi vitellini del- 
l'uovo (nelle Cavie) e l'arcoplasma della cellula cancerigna. Sono 
le medesime granulazioni cromatiche che sono state interpretate 
come cromidi, nel cancro, da R. Hertwig; la medesima inter- 
pretazione è stata estesa al vaccino da Ewing. In fondo è la 
medesima cosa che ha detto Borrkl. Vi è più di un avvicina- 
mento fra i fenomeni descritti da R. Hertwig, noWActinosp/me- 
rimn eichhornii. 

Nel cancro, nel vaccino, i cromidi sono le sole forme extra- 
nucleari nettamente visibili. Le inclusioni massive sono proprie 
dell'Epitelioma contagioso degli Uccelli e del Mollusco 
umano. Come tali non sono state viste nel Cancro e nel Mol- 



— 208 - 

hisco Umano. Non è possibile di interpetrarli, che utilizzaiulo 
una tecnica capace di dissociare gli ammassi che restano com- 
patti sopra i tagli fissati ed una colorazione più energica dei 
coloranti usuali. E ciò elio ha realizzato Borrel, facendo dei 
strofinamenti ed usando il metodo di Lòffler. 

Borrel ha segnalato e presentato nei tagli di pustole vac- 
ciniche intorno al nucleo « una sostanza granulosa colorata in 
rosso pallido > (Flemming: rosso di Magenta, picro-indico-carmitiio), 
che sarebbe l'omologo delle inclusioni epiteliomatose. Le cellule 
del vaccino rinchiudono queste tre forme, nucleo, cromidi. in- 
clusioni parassitarie. Ma sopra preparati ottenuti per strofina- 
mento, trattati al metodo di Lòffer, non si possono mettere in 
evidenza che degli ammassi di micrococci distinti. 

Tutti i fatti si accordano, a condizione che si voglia distin- 
guere questi tre tipi di corpi intracellulari e che non si pretenda 
di ritrovarli uniformemente, con la stessa nettezza ed il mede- 
simo sviluppo in tutte le malattie eruttive ed epiteliali. L'Epi- 
telioma contagioso degli Uccelli è fra queste affezioni quella 
nella quale si vedono più distintamente le tre forme: nucleari, cro- 
midiali e parassitarie. La natura batterica delle inclusioni non è 
àncora che una ipotesi. Ma sembra che non vi sia il diritto di 
non tenerne conto per delle nuove esperienze. Bisogna da una 
parte cercare delle nuove reazioni istochimiche per definire la 
natura delle inclusioni ; d' altra parte, tentare di coltivare i mi- 
crococci. Solo la cultura può provare la verità di questa ipotesi 
si interessante per lo studio delle malattie a localizzazione epi- 
teliale: il virus dell' epitelioma contagioso degli Uccelli è un bat- 
terio filtrante, che si trova in ammassi nelle cellule ammalate >. 

Casagrandi ('906j ha anche egli filtrato alla candela Ber- 
KEFELD la poltiglia di noduli di M.c. ed ha cercato di osservare 
il filtrato a microscopio e di trattarlo con i vari metodi di co- 
lorazione. Nei preparati freschi ha notato delle masse granulose 
dotate di movimento oscillatorio e che, colorate, presentavano in 
generale forma mal definita e qualche volta allungata. Il metodo 
di colorazione di Giemsa permette una maggiore differenziazione, 
giacché i preparati così ottenuti lasciano vedere alcuni elementi 
tinti in rosso carminio, che egli interpetra per forme parassitarie, 
le cui più giovani avrebbero una struttura granulosa, laddove le 
più vecchie nti presenterebbero una reticolare. Si avrebbero pure 

• •l<3menti colorati in bleu senza struttura determinata, ed infine 

• ■li'Uifiil i ai'ci(liMil ;ili, l.i cui ('(tlor.iziout' r N'ariaUilc, 



— 209 — 

Lipschììtz ('907; dopo di uvav uscisse dui iuiiiorciU di Mol- 
lusco contagioso ed averli stemperali nell'acqua distillata o in 
una soluzione fisiologica, li ha fissati, facendo agire sulla mesco- 
lanza r alcool assoluto o una mescolanza di alcool ed etere. Ne 
ha allestito dei preparati, colorandoli in diverse maniere: questi 
preparati all' ultramicroscopio hanno fatto vedere delle piccole 
granulazioni. Esaminando altri tessuti simili con il medesimo 
procedimento, non si osservano le surriferite granulazioni. 

Campana ('907) alla regione geniena sinistra di un bambino 
ebbe a rinvenire una tumefazione della estensione e forma di un 
grosso chicco di fava, sulla quale, premendo, si avevano tutti i 
segni di una piccola raccolta purulenta, tumefazione che era cir- 
condata da numerosi noduli di M. e. Escissi i noduli, l'A. incise 
la tumefazione in parola, dalla quale invece di pus venne fuori 
una massa sebacea ateromatosa. 

La parete cistica, fissata e sezionata, mostrò la struttura del 
M. e. nelle sue fasi normali, dai primi fenomeni endo cellulari dello 
epitelio cutaneo, alla esistenza dei Corpus coli ovoidi del Lu- 
KOMSKY ('875), senza differenza alcuna di quel che si vede in una 
vegetazione di Mollusco ordinario: nel centro si aveva con- 
tenuto completamente grasso , come in una cisti originatasi da 
una glandola sebacea. Il fenomeno non poteva essere attribuito 
alla vicinanza di una Cisti ateromatosa e di un Moli usco, 
che avessero dato luogo ad una forma mista, poiché quivi si tratta 
di aver trovato la vegetazione non rilevata, ma incistidata nella 
cute: si aveva quindi a che fare con una grossa massa di Mol- 
lusco, nel cui centro si trovava la raccolta di grasso ateromatoso. 

SABE]yjA ('907j ha voluto ricercare parallelamente lo stato del 
parassita del M. e. inoculato in piccole borse aperte fra gli strati 
connettivi della cornea di Coniglio e quello di G-regarine messe 
in identiche condizioni , nello stesso tessuto ed organo di altro 
Coniglio, In un Coniglio nel quale si era inoculato fra gli strati 
della cornea materiale Gregarinoso asettico, innestò nell' altro 
occhio un pezzetto di nodulo di M. e; essendo sopravvenuta che- 
ratite parenchimatosa, asportò le cornee di ambo i lati e le fissò 
in alcool. Il materiale restò in sito circa due giorni. La sezione 
della cornea inoculata con M. e. lascia vedere che i Corpuscoli 
erano avvizziti, meno evidenti, e che nel tessuto corneale non 
ne apparivano, essendovi solo, in mezzo ad una lieve infiltrazione 
leucocitaria, qualche Corpuscolo come un nucleo, ma traspa- 
rente : erano elementi isolati, che si vedevano solo nella zona 
periferica del trapianto. Nella cornea, invece, inoculata con ma- 



— '210 — 

tcrialt' (ìif^;iriiK»su si n(»la il i-tjniKiltivo ((iiinMlr con i C'aiiali 
plasnuitici (lihitiiti ;ittorno il tratto di inoculazione e dentro di 
essi linieociti , clic; circondano anche lo pareti della cavità ovf^ 
sono lo Gregarine. tutto anniccliiate in un ])ic(;olo ])uni<) ed un 
po' vizze verso le pareti e poco colorabili. 

Non mi sembra che i risultati ottenuti dall' A. possano essere 
scevri di ciitica, dato il materiale di studio non molto opportuno : 
infatti, i noduli di M. e. furono tolti da un'inferma, la cui dia- 
gnosi delle affezioni morbose era la seguente: » Proctite catar- 
rale con ragadi; condilomi acuminati vulvari ed endouretrali ; 
mollusco contagioso sugli organi genitali esterni; panadenopatia ; 
sifìlide pigmentaria (^cervicale): pitiriasis versicolor. » 

Skrra ('907) ha esperimentato su alcuni individui i filtrati 
di noduli di M. e. ottenuti attraverso ottime candele Bkrkefeld 
TF, seguendo la stessa tecnica che per il virus vaccinico. La 
inoculazione riusci positiva, avendosi la riproduzione dei nbduli 
in 2 casi su 3, dopo un periodo di incubazione che va dai 30 ai 
90 giorni ; pensa che il virus del M. e. di Bateman sia filtrabile. 
Esclude la natura Protozoica di esso ; e, paragonando i risultati 
da lui ottenuti con la colorazione di Giemsa, e da Burnet ('906i 
nel Vainolo dei Polli e nel M. e. dell'Uomo, viene alla con- 
clusione della diversa etiologia delle due affezioni, che avrebbero 
una analogia più apparente, che reale. 

Discussione critica desunta dalla Bibliografia. 

Questa è la storia del M. e. Come molteplici sono stati i nomi 
con i quali i vari osservatori hanno indicato o hanno confuso l'af- 
fezione in parola, cosi varie e disparate sono state le opinioni 
emesse, sia sulla sede anatomo-patologica della lesione, sia sulla 
natura di essa, sia sul contagio, sia sui supposti parassiti. 

Infatti, pur non tenendo conto delle imperfette descrizioni di 
Plengk ('777) e di Ludwig ('793) , uè dell'incerto modo di dia- 
gnosticare il M. e. ed il M. p. da parte di Willan [in Bateman 
('817)] e di Batkman ('817), anche Rayer ('835) pare abbia trat- 
tato sotto il nome di Elevazioni follicolari delle efflorescenze 
che del M. e. hanno tutti i caratteri. La incertezza sulla esatta 
diagnosi continua oltre che per opera di aa. relativamente anti- 
chi, come Berend ('839), Hanck ('840), Turnbull ('841), Engel 
('865 ) ecc., anche per quella di osservatori recenti, come Mac Leod 
^^^'880-81), Hydk ('880), Gtrunewald ('885), ecc. Il vedere propa- 
gare In malattia fra le persoiK^ della medesima famiglia [Ba- 



— 211 — 

TEMAN('817); Pateusun ('841); Hutchinson i'867|; Fox ('878); Eames 
('872), ecc.], il riscontrare piccole epidemie negli ospedali [Caii.- 
LAULT ('851) J, nei brefotrofi [Graham ('892)], nei collegi [Allen 
('886); MiTTENDORF ('886); Stelwangon ('889j, ecc.], fece natural- 
mente pensare alla sua natura infettiva e dette origine a tutte 
le ricerche atte ad individualizzare gli agenti del contagio. 

D'altra parte i tentativi di inoculazione sperimentale di pezzi 
di M. e. o della sostanza ottenuta dall'espressione di esso, sia 
sull'Uomo, sia sugli animali di esperimento, come l' orecchio del 
Coniglio e nei Polli (Tòrok & Tommasoli ('889)], nel peritoneo di 
Cavie [AuDRY ('889)], ecc. ebbero risultati molto dubbi e nel mag- 
gior numero dei casi negativi, fecero dubitare del contagio [Hkbra 
('845); RiBBENTROP ('866-72), ecc.] e divisero la schiera dei der- 
matologi e degli anatomisti patologi nei fautori del contagio e 
nei contrari ad esso. 

L'inoculazione fatta con esito positivo da Retzius ("870) 
sulla cute del suo petto, previa scarificazione ed inoculazione del 
contenuto di un nodulo di M. e, se pareva argomento decisivo 
per i fautori del contagio, i quali finalmente rinvenivano la prova 
sperimentale dell'avvenuta trasmissione della malattia; per il lungo 
periodo di incubazione (sei mesi) e per essersi atrofizzato e ca- 
duto il tumoretto dopo un bagno, era argomento che poteva sem- 
brare molto opportuno per quelli che non ammettevano la na- 
tura infettiva della dermatosi in parola. 

Costoro -infatti, anche volendo diagnosticare nel tumoretto di 
Retzius un nodulo di M. e, per il lungo periodo di incubazione 
(che non potevano spiegare) erano tentati a supporre essere av- 
venuta una pura coincidenza. xA.ltri infine più prudenti, come 
Neumann ('874), ecc., pur non essendo stati fortunati nei tenta- 
tivi di inoculazione, credono al contagio, ritenendo i risultati ne- 
gativi da attribuirsi alle poche conoscenze, che si hanno sui pre- 
sunti agenti dell' infezione. 

Le ricerche cliniche sul contagio, sebbene ostacolate dagli 
studi microscopici e dalla diversa interpretazione dei reperti, por- 
tarono alla conseguenza oramai accettata da tutti, anche dai più 
refrattari [come Gaucher & Sergent ('898) che, pur confermando 
le idee espresse da Renaut ('880), non negano la possibilità di 
una origine parassitaria della lesione], essere il M. e. una eifiore- 
scenza cutanea di natura infettiva. 

Non cosi esplicita è stata la conseguenza delle inoculazioni 
sperimentali, perchè rare sono state quelle riuscite, infatti, oltre 
di Retzius ('870S sono stati fortunati Allen ('886), Haab, ('888), 



— 212 - 

Stanzialk ("890), Ph;k ("892), Nohkl ('893), Diubert.) ('896) e 
qiiulclio iiltro. Il lungo pt-riuclu di inculiaziono (da 2 a 6 mesi), 
nessun conforto di esame istologico , ad eccezione dell' inocula- 
zione di Pick ('892 i, sono argomenti di estrema delicatezza; anzi 
per l'inoculazione positiva di Stanziale ('890) la cosa è anche più 
dubbia, essendo stata fatta l;i. diagnosi del nodulo di M. e. da un 
altro osservatore. 

In questo stato di cose era lecito dover pensare die il modo 
di infezione, che si avvera nelle persone della medesima famiglia, 
nei fanciulli ricoverati nei brefotrofi, non dovesse essere il trasporto 
mediato del presunto agente dall'individuo ammalato al sano, 
tanto più che nella piccola epidemia di M. e. avvenuta nell'asilo 
di New- York, in seguito all'ammissione della Polly H.. . [Allen 
('886)], il periodo di incubazione fu di molto più breve. 

Il parassita doveva quindi trovare altrove il modo di au- 
mentare la virulenza o di compire più brevemente il suo ciclo 
vitale; con ciò non si doveva certamente dubitare, che in casi 
invero molto eccezionali il parassita del M. e. non potesse in- 
fettare r Uomo passando da Uomo ad Uomo, sebbene anche per 
questi casi si sarebbe potuto mettere innanzi l'ipotesi, che non 
si fosse trattato di una inoculazione di parassiti , ma bensì di 
im semplice innesto di tessuti patologici. 

Henderson ('841) richiamò l'attenzione degli scienziati sulla 
presenza di alcuni Corpuscoli caratteristici che si rinvengono 
nelle papille di M. e. e nella poltiglia ottenuta per espressione, 
corpicciuoli molto refrangenti la luce, di forma ovoidale, a cui 
dà il nome di Corpuscoli del Mollusco e che crede i pro- 
babili agenti e trasportatori dell'infezione. 

Il non trovare nessuna rassomiglianza fra questi elementi e 
le cellule dell'organismo umano, fece naturalmente sorgere l'idea 
essere dei parassiti, e data la imperfetta cognizione degli aa. 
dell'epoca sui Protozoi, si volle battezzarli per Coccidi , nulla 
curandosi gli aa. di non rinvenire nessuna delle caratteristiche 
vitali di essi. E ben a ragione Mingazzini i '894) diceva: « E per 
di più vi si aggiunga la ninna conoscenza che spesso ha, chi 
cosi ragiona, delle forme alle quali vuole attribuire o negare la 
ragione della malattia. Si parla infatti con indifferenza di Gre- 
garine, Coccidi ed altri Sporozoi, come se le une o gli altri fos- 
sero la stessa cosa ed avessero un significato del tutto simile, 
e chi ha voluto più degli altri approfondire l'argomento, ha li- 
mitato le sue osservazioni al Coccidium oviforme del Coniglio. E 
ora la moda degli Sporozoi, come otto o dieci anni fa eni la 



- 213 — 

iikkIh (lei Plasiuucli; allora tutto uni Plasmodio, adesso lutlo è 
Sporozoo ». 

Per Klkbs (^'859.) il M. e. è quindi una Psorospermosi ; per 
Rivolta (873; "877) prima una malattia originata da un Fungo 
e poi una Coccidiosi; per Bollinger ('873; '878j o per Perron- 
ciTo ('882') una Gregarinosi simile al Vainolo dei Volatili 
( Gefliigelpovken ) , avendo questi ultimi due aa. osservato nel 
Vainolo dei Polli Corpuscoli simili a quelli studiati da 
Henderson ('841) nel M. e. dell' Uomo ; consecutivamente pen- 
sarono ad un Coccidio, probabilmente il Coccidium oviforme del 
Coniglio, ecc.. 

Non mancarono però tentativi di voler fare ammettere come 
agenti patogeni oltre dei Protozoi anche dei microorganismi, cosi 
Hardy ì_'863) pensa alla presenza di fìto-parassiti, dichiarati in- 
sostenibili da De Amicis ('874) ; cosi Angelucci ('880) crede di 
aver rinvenuto intorno ai Globi di M. e. con la colorazione al 
metilvioletto una serie di sferobatteri , che però E-enaut ('880) 
dice sieno granulazioni di eleidina da lui osservate precedente- 
mente; e Graham ('892) ha tentato isolare e coltivare un micro- 
cocco, probabilmente il micrococcus epidoemicus albus (descritto 
anche da Welsch), che inoculato nell'Uomo e nei Conigli ha 
dato esito negativo. 

Le conclusioni di Tòròk & Toaim asoli ('889) sono contrarie 
alla teoria parassitaria, giacché essi dicono che i cosidetti presunti 
parassiti dovrebbero essere quelli che presentassero una altera- 
zione riferentesi ad una per lo meno intenzionale moltiplicazione, 
mentre si verifica l'opposto, che gli individui più giovani si tro- 
vano siti negli strati più bassi. 

Gli aa. quindi sono sempre ritornati, dopo i fuggevoli ten- 
tativi di batteriologia, a vagheggiare l'idea dei Protozoi come 
esseri produttori dell'infezione, ad eccezione di Mingazzini ('894; 
'902.J, Casagrandi ('896; '906), Galli- Valerio ('905), ecc. sui lavori 
dei quali è opportuno fermarsi più a lungo in prosieguo. 

La grandezza dei Corpuscoli di Henderson, la loro forma 
ovoidale , la loro omogeneità , l' assenza di un nucleo e di una 
strattura protoplasmatica o filare o reticolare o trabecolare, in- 
generò dei dubbi sulla loro origine, ed anche per quelli, che vo- 
levano sostenere essere dei Coccidi, erano certamente la fase 
ultima di spore libere: si dovevano trovare delle forme più gio- 
vanili nelle cellule periferiche del piccolo neoplasma. Questa in- 
dagine portò per alcuni alla conseguenza, non essere i Corpu- 
scoli dei parassiti , sebbene delle trasformazioni speciali del 

15 



- 214 - 

protopliismii c(!llul;ir(! tUAU^ uullulii upidcniiidic JSimon ('877)|. 1 
vari osservatori, pur oredoudo tutti al contagio od alla presenza 
di presunti parassiti, sono divisi in due schiere; gli uni riten- 
gono i Corpuscoli del Mollusco essere produzioni endogene 
protoplasmatiche, gli altri parassiti venuti dal di fuori. 

Ora verremo esaminando le ragioni addotte dagli uni e dagli 
altri, ragioni ugualmente attendibili, talvolta basate su sole ipo- 
tesi teoretiche , tal altra su fatti sperimentali ; 1' accordo non è 
stato possibile, sia per il numero eccessivo degli osservatori, sia 
per non conoscere quasi nessuno i risultati delle indagini degli 
altri (!). 

Il lavoro di ViiiCHOw ('865), se ha il merito di aver fornito 
esattamente i caratteri distintivi fra le due forme morbose di 
M. e. di Bateman e di M. p. di Willan, non ha certo chiarito 
la essenza della malattia, perchè egli opina che i Corpuscoli di 
Henderson provengano dagli epiteli per sviluppo endogeno; sa- 
rebbero una degenerazione adiposa delle cellule. Non volle però 
porre la questione nei suoi veri termini, cioè se pur essendo delle 
degenerazioni protoplasmatiche, quali fossero le loro cause e quali 
i loro momenti patogenetici ; invece cerca di risolvere il quesito 
già posto precedentemente da Bazin ('851) , se cioè la sede del 
piccolo neoplasma sia da riporre nel reticolo malpighiano , nei 
follicoli piliferi, o nelle glandolo sebacee o coruminoso: quistione, 
secondo me, non di prima necessità, non solo nel 1865, ma an- 
che oggi, essendo tutto queste produzioni octodermiche e quindi 
potendosi forse avere noduli di M. e. in tutti questi derivati ecto- 
dermici. 

Credo dover porre la sedo della lesione noi follicoli piliferi, 
non escludendo che anche il reticolo malpighiano della super- 
ficie cutanea possa proliferare allo stosso modo : ed a conferma 
del suo dire afferma di aver avuto agio di osservare nell'ombe- 
lico di un nodulo di M. e. la fuoriuscita di un pelo. Ed anche 
un pelo dice Henderson ('841) di aver visto uscire da un altro 
tumoretto dell'affezione in esame (!). 

Questi due peli, specialmente quello osservato da Virchow 
('865), che è più degno di fedo , hanno posto la discordia nel 
campo dogli aa. ed hanno impedito non poco il progresso della 
vera essenza della malattia , sebbene Allen ('886) potette con- 
statare tubercoli caratteristici di M. e. sul bordo rosso delle lab- 
bra, il che sarebbe un argomento dei più forti , che la lesione 
non prenda origine sempre dai follicoli piliferi. 



-- 215 — 

L' inturprot.aTi! la sedo del M. e. in un punto o l'altro del- 
l' epidermide , il crederlo morbo contagioso o neoplastico , ecc. 
portarono alla conseguenza che il M. e. di Bateman. fu battez- 
zato con innumerevoli nomi. 

Fortunatamente in tanto disordine Bizzozero & Manfredi 
('870; '871; '872; '874) con indagini molto precise arrivarono 
alla conclusione, essere la malattia non un disordine di secrezione, 
ma una neoformazione particolare, di puro carattere epiteliale, 
la cui sede è una iperplasia ed una degenerazione delle cellule 
spinose del reticolo malpighiano dell'epidermide e non uno svi- 
luppo delle cellule dei follicoli dei peli o delle glandola sebacee. 

Essi infatti, anche in un lavoro successivo ('877), conferma- 
rono i loro risultati precedenti e dettero una esatta descrizione 
del modo come si sviluppa il Corpuscolo del Mollusco per 
trasformazione cornea di parte del protoplasma cellulare. Cor- 
puscolo che chiamarono Globo; mai però rinvennero nei tu- 
bercoli la esistenza di peli. 

Più originale è certo l'ipotesi di Lukomsky ('876), per il 
quale i Globi deriverebbero da proliferazione di grosse cellule 
migranti, che partendo dal corion si infiltrerebbero fra le cellule 
epiteliali, laddove per Boeck ('872; '875) sarebbero formazioni 
cellulari endogene come negli epiteliomi. Stabtin ('880) ammette 
l'origine glandolare del piccolo neoplasma, oltre che per la forma 
grossolana somigliante ad una glandola acinosa, anche per aver 
potuto riscontrare in alcune cellule vacuoli ed iperattività di 
tessuto secernente ed abortiva tendenza alla ipertrofia degli ele- 
menti, fatto che, se fosse da altri confermato, sarebbe non privo 
di importanza; mentre che l'unica apertura ombeliciforme per 
Taylor ('890) non è un criterio sufficiente per ammettere l'ipo- 
tesi glandolare. Non deve sembrar quindi strano, che Thin ('882) 
cerchi di conciliare le diverse opinioni, ritenendo l'origine glan- 
dolare in natura, però indipendentemente dalle glandole. 

L'ipotesi glandolare dell' affezione conta parecchi seguaci 
autorevoli, come Kaposi ('877; '889; '891), come Eenaut ('880), 
come recentemente Gaucher & Sergent ('898); anzi gli studi di 
Renaut ('880) hanno sempre più complicato l'argomento, avendo 
egli dimostrato che i Corpuscoli del Mollusco hanno le rea- 
zioni microchimiche del corno e che le cellule che contengono 
l'eleidina non subiscono trasformazioni globulari. 

Le innumerevoli granulazioni che si riscontrano sotto il 
campo microscopico a chi osserva un preparato di M. e, colorato 
con i colori di ematossilina o di carminio, molte delle quali per 



- yl(i — 

la loro foniui pur [)ot.rol»b('ro csstau dei parassiti, l'iirono lui tu 
ritenute produzioni di uloidina, uheraloj alina, ecc. Per tale ragione 
gli studi di parassitologia su questo argomento non potettero al 
certo molto progredu'e; né tacile era di poter trovare dei colo- 
ranti elettivi per la cheratojalina e non per questi presunti pa- 
rassiti, ovvero che lasciassero coloriti i parassiti, lasciando sco- 
lorita del tutto la cheratojalina. Furono invero proposti non po(^hi 
metodi speciali di tinzione, però nessuno scevro di critica. 

Maiiullo I '904) infatti nello stesso tempo che nega l'origine 
glandolare del M. e. dice che la cheratojalina manca nei noduli 
che formano l'apice del tumore, essendo invece questi costituiti 
in massima parte dai caratteristici Corpuscoli del Mollusco, 
cheratojalina, che invece è riccamente sparsa nei noduli laterali 
ed inferiori. 

A dir vero ben più numerosi sono i seguaci che ripongono 
la sede della lesione nelle cellule del reticolo Malpighiano e che 
cercano di dimostrare sperimentalmente il loro asserto; così, per 
citare i più importanti, abbiamo il lavori di Bizzozero & Man- 
fredi ('870; '871; '872; '874; '877), abbiamo la relazione di Cam- 
pana ('885) all'Accademia di E-oma, Campana che è di opinione 
essere lo strato mucoso e lo strato granuloso quelli che concor- 
rono a formare la neoplasia; il lavoro di Ma.jocchi ('885), ecc. 
Kromayer ('893), con perfezionati metodi di tinzione, ha potuto 
studiare anche le trasformazioni nucleari delle cellule dello strato 
spinoso durante la loro metamorfosi in Corpuscoli del Mol- 
lusco; Zeldovich ('898) opina che la predetta neoformazione 
epiteliale possa avere per punto di partenza sia lo strato di Mal- 
piGHi, sia le glandole sebacee, e Audry ('899) infine crede che 
la lesione sia piuttosto una metaplasia, anziché una neoplasia, per 
cui le cellule nuove formate subirebbero una degenerazione spe- 
ciale cheratinizzante e si trasformerebbero in Corpuscoli del 
Mollusco. 

L'idea degli Sporozoi, vagheggiata da Klebs ('859; '868), da 
Rivolta ('873; '877), da Bollinger ('873; '878), ecc. come pre- 
sunti parassiti del M. e. ebbe in Neisser ('888; '891) uno strenuo 
difensore. Questi descrive la biologia del Cocoidio produttore del- 
l'affezione in parola: si avrebbero varie fasi, di cui il Corpu- 
scolo del Mollusco ne sarebbe una, però non la fase ultima: 
si avrebbero forme di spore appuntite e manifestamente nucleate, 
come anche forme di spore intracellulari ben distinte dalle goc- 
ciole di eleidina ed anche stadii di Coccidi senza membrana e 
dotati di movimenti ameboidi. Si fa però una confusione fra gra- 



— 217 — 

nulazioni di eloidiiia, Corpuscoli del Mollusco, forinu intra- 
cellulari cromatofile più o meno definite, in modo che non è facile 
poter avere una idea chiara della vita di questo parassita. 

P.ù semplice invece è il modo di concezione di Quinquaud 
('889), per il quale gli Sporozoi del M. e. non sarebbero altro che 
i Corpuscoli di Hendeeson, nei quali egli riscontra un doppio 
contorno, un protoplasma granuloso ed un nucleo speciale. 

Entusiasta delle Psorospermosi in generale, Darier ('889 1°; 
'889 2°; '889 3°) vede nel M. e. una malattia prodotta di Coccidi; 
trova anzi grande rassomiglianza fra il Coccidi o del M. e. ed il 
Coccidium oviforme del fegato del Coniglio; il Corpuscolo di 
Henderson sarebbe una particolare forma degenerativa di esso, 
sarebbe un Corpuscolo cheratoide. L'A., sebbene non trova 
fasi più avanzate di sviluppo del parassita (come pseudo-navi- 
celle e corpuscoli falciformi), pure riscuote il plauso di Malassez 
('889). 

Né al certo il lavoro di Barrat ('896) o quello di Clarke 
('895) poteva ehiarii'e una tanto controversa quistione. Clarke 
('895), suggestionato dal fatto di dover rinvenire tutti gli stadi 
della biologia di uno Sporozoo, descrive forme flagellate con zoo- 
spore, che scindendosi darebbero corpuscoli falciformi. 

Campana ('893), in una lunga discussione critica sulle Gre- 
garinosi del M. e, ritiene che, per poter osservare tali parassiti, 
si debbono necessariamente fare preparati freschi e non fissati ed 
induriti: infatti, se anche per la (Coccidiosi del fegato del Coni- 
o-lio non si usano le medesime cautele non si riesce a vedere altro 
che la capsula e pochi granuli nell' interno ed in qualche caso 
un semplice accenno di sfericità 'di corpicciuoli nell' interno o 
una massa omogenea trasparente. 

Sembrerebbe che dopo tante osservazioni personali l'A. fosse 
convinto della Coccidiosi nel M. e; invece si vede che il dubbio 
continua nel dermatologo di Roma. Egli finisce il lavoro suo con 
le parole « se 1' alterazione descritta nel M. e. sia proprio una 
Gregarinosi è quistione nella quale io non entro:... ». 

E che il dubbio doveva sussistere era evidente; i lavori con- 
trari si moltiplicavano in numero ed importanza. Bitsch ('892), 
infatti viene alle stesse conclusioni di Tòròk & Tommasoli ('889), 
che non vi sarebbero Psorospermi come produttori del M. e, la 
cui t'tiologia resta del tutto sconosciuta; Kromayer ('893) ritiene 
che le speciali alterazioni giudicate da takmi come Sporozoi non 
sono altro che una particolare degenerazione delle cellule epi- 
teliali. De Angelis Mangano ('893), non avendo riscontrato nessuno 



— 218 — 

stadio tli .sviluppo di (luoslo presunto parassita, è di opinione 
che le forme descritte da Neisseu ('888; '891) rientrino nella ca- 
tegoria dei CitorycU's del Guarniehi, che secondo recenti ricerche 
non sono microorganismi, ma espressioni di alterazioni patologiche 
del tessuto epiteliale. Eiirmaxn ('896) descrive nei vacuoli e nelle 
spore di Neisser ('888; '891) una sostanza che è un prodotto di 
trasformazione del protoplasma cellulare, dal che trae naturalmente 
argomento per escludere la presenza dei Coccidi. 

Da Klebs ('859; '868) quindi a Campana ('893) riassumendo 
i risultati ottenuti si vede, che molto non si è progredito circa 
l'ipotesi dei Coccidi come agenti patogenetici dell'alterazione che 
va sotto il nome di M. e. Di maggiore importanza sono i lavori 
di TouTON ('892; '895), che pure ritiene la malattia sia origi- 
nata da Sporozoi , ma questi non sarebbero i Corpuscoli di 
Henderson, sebbene dei speciali granuli ovoidali che si trovano 
sia nelle cellule spinose, sia negli spazi fra i Corpuscoli del 
Mollusco e che con la loro azione produrrebbero la trasfor- 
mazione del protoplasma cellulare in Corpuscolo di Henderson. 
Tali ricerche, sebbene abbiano avuto la critica di Kuznfizky ('895), 
sono state sotto altro punto di vista confermate da Benda ('895), 
che invece di Protozoi li interpreta come Schizomiceti. Benda 
('895), con perfezionati metodi, ha potuto osservare i Corpu- 
scoli di TouTON in divisione: stima che se per qualche parti- 
colarità fanno pensare al nucleo accessorio , per altre reazioni 
micro-chimiche si distaccano molto da questi e sieno piuttosto 
da riferirsi a parassiti: la malattia, più che al carcinoma, parrebbe 
simile al Vainolo dei Polli {Geflugelpockeii}. 

Risollevata la quistione deTla somiglianza del M. e. dell'Uomo 
col Vainolo dei Polli, necessariamente dovevano gli aa. ac- 
cingersi a studiare un poco la patologia comparata con moderni 
metodi di indagine , ed agguerriti di nuovi risultati , ritornare 
allo studio degli agenti patogenetici del M. e. E questa era in- 
fatti l'unica via che, sebbene seguita da pochi, pur tuttavia ha 
portato a conclusioni tali, che potranno forse chiarire l'essenza 
della malattia in esame. 

C. Fox ('898) trova che il M. e. è morbo fatale nei Polli, 
e pare sia simile ad un'altra malattia dei Polli delle Indie {yaivs) ^), 
il che è confermato pure da Payne ('898). Shattock ('898) 

1) Secondo recenti ricerche di Ashburn & Graig ('907) la malattia ymos 
sarebbe prodotta da un Tripanosoma, il Treponema pertenuis, clie si differen- 
zierebbe dal Treponema pallidum della sifilide umana , per la facoltà di non 
poter attaccare la .Scimia. 



— 219 — 

ha osservato nei Passeri delle lesioni simili e con un periodo di 
incubazione di un mese ; ed Hutchinson ('898) ha studiato un 
caso di trasmissione di M. e. dal Cane all'Uomo. Entrambi i no- 
duli, al microscopio hanno mostrato la struttura tipica del M. e. 

Bosc ('900; '901; '902 ) dà la descrizione della Clavelée o V a i u o 1 o 
del Montone, in cui riconosce la presenza di uno Sporozoo, del 
quale non nota altro che la fase di riproduzione schizogonica e 
non sporogonica ed infine ('905 l*') trova che anche il M. e. del- 
l' Uomo ha tutti i caratteri delle malattie briocitiche. 

Questi aa. con le loro comunicazioni non hanno che messa 
su la quistione, di non essere il M. e. malattia esclusiva dell'Uomo: 
non sono però entrati, ad eccezione di Bosc ('905 l''," '905 2°), 
nella sua etiologia e patogenesi. 

MiNGAzziNi ('894) ritiene il parassita del M. e. dell'Uomo e 
quello del Vainolo dei Polli non uno Sporozoo, sì bene un 
fungo, il cui sviluppo è in relazione con l'evoluzione delle cel- 
lule epidermiche. Il Corpuscolo di Henderson sarebbe lo stadio 
corrispondente al fungo maturo e non potrebbe infettare , do- 
vendo subire una fase di vita fuori dell' organismo che lo ha 
prodotto, il che avviene nell'intestino dei Blaps e delle Blatte. 
Egli infatti ha rinvenuto nelle cellule epiteliali dell'intestino dei 
Blaps un organismo tondeggiante, che per la sua rifrangenza e 
per la sua struttura si mostra simile a quello del M. e, le cui 
forme giovanili nell'intestino medio di questi insetti somigliano 
molto alle forme giovanili dei noduli di M. e. degli Uccelli. Questo 
parassita si circonda di una cisti e sporifica : le spore sono a 
doppio contorno e senza nucleo e fra esse e la parete delle cisti 
residua un liquido plasmati co di reliqiiat. Il contenuto delle sin- 
gole spore è verdastro o bluastro, come quello del protoplasma 
della forma adulta. È riuscito anche a poter avere nei Polli 
delle inoculazioni sperimentali di queste spore, con la riprodu- 
zione della classica malattia. 

Circa il battesimo di questo parassita ci dice: « fu scoperto 
da AiMÉ ScHNEiDER ucllo studiare lo sviluppo dello Stylorhynchus 
longicollis^ una Gregarina vivente nel tubo digestivo del Blaps 
e questo autore lo denominò dapprima micrococcus e poi nel 1884 
Cliytridiopsis socius. Questo autore l'aveva anche trovato nell'in- 
testino della larva del Tenebrio molitor, un coleottero che vive 
nella farina e per il Blaps aveva segnalato che esso si trova sol- 
tanto in quegli individui raccolti nelle scuderie ove vi sono dei 
cavalli e del fieno, non in quelli provenienti dalle cantine, ove 
sono deposti soltanto utensili di legno. Io stesso ho fatto ana- 



— 220 — 

logo reperto, poiché negli individui che si trovano sotto le pietre 
in numero grandissimo nei sotterranei del Colosseo, non ho tro- 
vato altro che le fasi di sviluppo dello Siylorhynchus e mai il 
Chytridiopis socins, il quale probabilmente è un parassita che sì 
trova nelle graminacee, come lo dimostra il reperto nel Tenebria 
molitor , che occasionalmente passa negli insetti e quindi nei 
volatili, quando questi beccaiiu insieme al terreno umido, anche 
gli sterchi degli insetti noi quali sono racchiuse le spore del Chy- 
tridopsis socius. Infine lo Schneider, come già il Rivolta per 
VepitheJiotnices^ pone questo parassita fra i funghi e precisamente 
nell'ordine degli Oomiceti, e nella famiglia delle Chytridinee ^) ». 

Le ricerche di Casagrandi (896) non hanno avuto continua- 
tori, se non in pochi accenni per parte di Galli-Valerio ('905) 
e lui stesso non le ha proseguito. Egli crede di aver potuto 
isolare e coltivare dei blastomiceti, che inoculati nelle creste e 
nei barbigli dei giovani Polli abbiano dato luogo ai caratteristici 
noduli di M. e. 

Max & Sticker ('902; '903) hanno al certo indirizzato gli 
scienziati su di un campo poco esplorato. Questi aa. hanno po- 
tuto ottenere inoculazioni positive di M. e. dei Volatili, dopo di 
aver pestato i tumoretti caratteristici in un mortaio e dopo di 
averli liltrati attraverso ad una candela Berkefeld. Tali ricerche 
sono state confermate da Burnet ('906), e da Juliusberg ('904; 
'905) per il M. e. dell'Uomo. 

Senza discutere i risultati ottenuti da Max & Sticker ('902; 
'903) e da Burnet ('906) sulle inoculazioni di virus di M. e. dei 
Volatili (malattia abbastanza simile per i caratteri clinici al M. e. 
dell'Uomo), le ricerche di Juliusberg ('904; '905) non sono al 
certo convincenti. 

Secondo questo A. il parassita del M. e. dell'Uomo dovrebbe 
essere un batterio più piccolo di quello del M. e. dei Volatili, 
perchè attraversa la candela Chamberland, che è di grana più 
piccola della candela Berkicpeld. Le inoculazioni di questo fil- 
trato avrebbero avuto esito molto favorevole, giacché in uno dei 
tre inoculati, si sarebbero sviluppati ben 60 tumoretti, che per 
i caratteri clinici ed anatomo-patologici si dovevano diagno- 
sticare per M. e. Juliusberg ('904; '905) è stato più fortunato 
di tutti gli sperimentatori precedenti a lui, i quali, pur trovan- 
dosi in condizioni migliori, hanno nei loro tentativi ottenuto 

1) 11 lavoro di Mingazzini ('894) uoii regge ìkI una severa critica, avendo 
TA. liivorato con materiale inijuiiiato. 



— 221 — 

esito cosi incerto, da far perfino dubitare a molti del contagio 
della malattia in parola. Il periodo di incubazione nel .suo caso 
sarebbe stato anche inferiore (50 giorni) alla media delle ino- 
culazioni precedenti. 

Pur ammesso che il viru^s possa filtrare attraverso ad una can- 
dela Chamberland, senza perdere i suoi caratteri virulenti, ne 
vengono due domande: Le lesioni epiteliali sono prodotte dai 
presunti parassiti , che hanno attraversato la candela o sono 
prodotte dalle loro tossine ? 

SiKORSKY ('903) ha ottenuto per inoculazione di tossina difte- 
rica sulla cornea e per inoculazione di vaccino riscaldato delle 
lesioni a tipo epiteliale, che si estrinsecano come noduli di M. e: 
il che starebbe a dimostrare che tali neoformazioni epiteliali sa- 
rebbero prodotte da tossine. D'altro lato le esperienze di Max 
& Sticker ('902; '903) sono contrarie a questa ipotesi, giacché 
questi osservatori hanno ottenuto le inoculazioni positive di M. e. 
dei Volatili, solo quando il virus ha attraversato la candela 
Berkefeld e non la candela Chamberland, il che vuol dire 
che per aversi l'inoculazione positiva vi abbisogna qualche cosa 
di materialmente più grande della semplice sostanza chimica di 
una tossina. 

Di grande importanza sono i risultati di Borrel ('904) sui 
preparati ottenuti per strofinamento con la colorazione di Lòffler 
ed i risultati ottenuti da Casagrandi ('906) e Serra ('907) con 
la colorazione al Giemsa del virus di M. e, filtrato attraverso 
alla candela Berkefeld, nonché i lavori assolutamente nuovi 
di LiPscHtiTz ('907) sulla osservazione ultramicroscopica di spe- 
ciali granulazioni , che si hanno stemperando nell'acqua distillata 
o in una soluzione fisiologica dei pezzi di noduli di M. e. di Ba- 
TEMAN. Tali studi, continuati su questo indirizzo, potranno forse 
chiarire la natura intima di tale malattia. 

Lo studio delle inclusioni cellulari e cromidiali, proseguito 
per opera di Apolant ('903), di Michaklis ('903), di Ewing ('905), 
di Bosc ('905 2°), e di Burnet ('906) non hanno fin ora dato ri- 
sultati tali da stabilire dei tipi sempre costanti di inclusioni cel- 
lulari protoplasmatiche e di degeneraziòfii nucleari degli elementi 
che debbono subire la fase di Corpuscolazione. 

Riassumendo tutti i risultati ottenuti dai vari osservatori, 
pare assodato che: 

ì. lì M. e. è malattia da infezione, • 

TI. Appartiene ad una medesima famiglia di malattie, nella 
quale sono compresi puro il Vainolo dei Polli, il M, e. degli 
Aniibi, ecc. 



— 222 — 

III. La losiono piondc origino dal corpo mucoso di Mai.pi- 
tiHi dell'epidermide, pur non potendosi, almeno teoreticamente, 
escludere che in qualche caso possa iniziarsi, anche nell'epitelio 
dei follicoli piliferi e delle glandolo sebacee. 

IV. Il Corpuscolo di Henderson è una trasformazione 
del citoplasma delle cellule del corpo mucoso di Malpighi, an- 
ziché la fase ultima di spore di un parassita. 

V. Il Corpuscolo di Henderson non è certamente l'agente 
del contagio. 

VI. La natura della lesione è da riguardarsi piuttosto come 
una metaplasia, anziché come una neoplasia. 



PARTE IL - Ricerche personali. 

MICROTECNICA. 

Per le mie ricerche sulla struttura dei noduli di M. e. di 
Bateman mi son servito di numerosissimi tumoretti in vario stadio 
di sviluppo, prelevati da molti ammalati. Per i preparati stabili, 
trattandosi di pezzi molto piccoli, è opportuno procedere ad una 
fissazione immediata. I liquidi fissatori che mi hanno dato i mi- 
gliori risultati sono stati 1' alcool assoluto, il liquido di Zenker, 
il liquido di Flemming (miscela forte), il liquido di Hermann, di 
BouiN, di GiLsoN, ecc.; per 1' alcool assoluto sono sufficienti poche 
ore. Come intermediario ho adoperato il benzolo, che per la sua 
rapida evaporazione, permette un più breve soggiorno dei pezzi 
nella paraffina, il che è utilissimo, trattandosi di tessuti tanto 
delicati. A titolo di controllo ho adoperato il rivestimento con 
la celloidina , avendo risultati ideatici. Per la colorazione delle 
sezioni mi son servito di varie ematossiline (Ehrlich, Delafield) e 
specialmente della ferrica, secondo la formola di Heidenhain: ho 
usato pure 1' emallume, il paracarminio, il carminio boracico, il 
picro-carminio , la saffranina con il violetto acido o con il verde 
luce secondo Benda, la triplice colorazione di Flemming; per la 
dimostrazione del reticofo proto plasmatico il Kerns chwarz, 
per le secrezioni il processo di van Gibson e tutte le colorazioni 
speciali che verrò esponendo nei vari capitoli del testo. 

Per le osservazioni ho adoperato il 2 mm. apocr. ap. 1:40 di 
Zeiss "ad immersione omogenea con la serie degli oculari com- 
pensatori e la luce artificiale^ di un forte, lume ad incandescenza 
a ijas. 



— 223 — 

Aspetto e descrizione dei noduli. 

La formazione patologica chiamata M. e. di Bateman si pre- 
senta sotto forma di noduli di grandezza variabile da una testa 
di spillo ad un pisello, raramente di dimensioni maggiori; infatti 
ritengo debbano interpretarsi come del tutto eccezionali i noduli 
descritti da Cazenave & Schedel ('828), che raggiungevano la 
grandezza di un uovo di piccione. Qualche volta è vero, pos- 
sono arrivare fino alla misura di un cece o di un pisello, come 
nei casi riferiti da Bizzozero & Manfredi ('877). I citati aa. in 
una ragazzina di due anni , che portava vari nodi disseminati 
sulla faccia, ebbero occasione di vederne due grossi come un cece 
sulla cute delle mammelle, i quali vennero asportati e studiati; 
e in un'altra a 12 anni, oltre ai nodi pure disseminati sulla faccia, 
ebbero a riscontrare un nodo grosso come un pisello un po' pe- 
duncolato ed appiattito, appena al di sopra della piegatura del 
braccio. Sono talvolta sessili ed irregolari, tal altra pedunco- 
lati, arrotonditi, mezzo sferici, lucidi, a superfìcie liscia traspa- 
rente, di colore biancastro, o roseo, o conservanti il più spesso 
il colorito della cute normale. Presentano un infossamento cen- 
trale, un ombilico più appariscente nei tumoretti più grossi, 
dal quale , in qualche caso , fuoriesce una sostanza lattiginosa 
[milkif-fiiikl di Bateman ('817)]. Kaposi ('891) opina che l'infos- 
samento, l'ombilico, corrisponde incontestabilmente all'orifizio del 
follicolo pilifero, il che non è esatto. 

Il nodulo con la pressione esercitata dalle unghie dei due 
pollici, sguscia dalla sua loggia, lasciando una piccola cavità rossa, 
facilmente sanguinante, e si mostra come un corpo ovoide, di 
aspetto reniforme, formato, ad un esame superficiale, come di 
tanti lobuli, di tanti acini di un grappolo, il cui stelo, il cui apice 
corrisponde all'ombilico teste osservato, rivestito da un lasco tes- 
suto connettivo, nel quale decorrono piccoli vasellini sanguigni. 
Schiacciandolo fra le unghie si ha la sensazione di un crepitio 
sottile, risolvendosi il tutto in una sostanza risiforme. Hebra ('866- 
72) ritiene che i noduli di M. e. abbiano una somiglianza sor- 
prendente con le verruche, poiché il sebum in esse contenuto, in- 
durito, scuro-bruno, apparisce a guisa di piccole protuberanze fi- 
liformi, circondato da una zona epidermoidale: si distinguerebbero 
però sempre dalle verruche per la loro poco durezza e per la cir- 
costanza che i tumoretti , mediante una pressione laterale, eva- 
cuerebbero il loro contenuto in forma di masse ovali, bianche, 



— 224 - 

•■sposso viiitiio.se, caseose, laidaceo. Si possono manifestare in tutti 
i punti del corpo , principalmente alla faccia , al collo, alle pal- 
pebre, ai genitali ed alle regioni inguinali nelle donne publiche, 
frequenti nei fanciulli, nelle scuole, negli asili, nei quali molti 
possono essere i contagiati. Renaut ('880) crede che risiedereb- 
bero più facilmente sopra i punti dove la pelle, munita di glan- 
dole sebacee è fine e fornita di un tessuto connettivo lamelloso 
(palpebre, fronte, faccia, pene). Si sviluppano in tutte le età in 
una maniera molto lenta, sono assolutamente cronici ; per aversi 
una grandezza notevole di essi, abbisognano molte settimane e mesi 
e forse anni. Zeissl ('869) e Neumann ('874) riferiscono casi di 
sviluppo acuto verificatosi nel puerperio. 

I noduli in parola sono siti immediatamente al di sotto del- 
l'epidermide e sviluppandosi non si infossano mai nella pro- 
fondità del derma, ma sono spinti e mantenuti in fuori, quasi 
che, come ha anche notato Audry ('889), i primi piani congiun- 
tivi sottoepiteliali del derma opponessero loro una barriera insor- 
montabile. Marullo ('904) anche lui pensa che la classica forma 
a grappolo, la grandezza e l'aspetto rotondeggiante di ciascun 
nodulo sieno dovuti agli ostacoli ed alle pressioni che incontrano 
le masse delle cellule epiteliali nel loro proliferare verso gli strati 
|)rofondi e in alto ad un punto degli strati epidermoidali. La epi- 
dermide normale, o leggermente modificata, ricopre il nodulo e 
si assottiglia verso lo sbocco, l'ombilico, introflettendosi legger- 
mente in esso, ma per breve tratto; non posso ammettere che 
questa si continui nell'interno del nodulo per lungo tratto, co- 
stituendo con la sua modificazione tutta la neoplasia. 

I vari lobuli non sono di uguale grandezza e volume, né 
allo stesso stadio di sviluppo, e nemmeno si può ritenere che i 
più interni sieno ad un grado di evoluzione più avanzata dei più 
esterni, giacché la trasformazione delle cellule di questi zaffi epi- 
teliali in Corpuscoli di Henderson, come si dirà, può essere 
arrestata o ritardata da vari fattori. La disposizione dei lobuli 
nei tumoretti giovani è identica a quella dei noduli, che hanno 
subito un certo grado di sviluppo, aumentando in questi ultimi 
solo il numero dei lobuli, ma non difturondo per nulla nella loro 
essenza. 

Da Klebis ('859), tia Bollingeh ('873; '878), da Peuuonuito 
('881), da Rivolta ('877), da Mingazzini (894) e da numerosi altri 
osservatori si è voluto paragonare il M. e. dell'Uomo al Vainolo 
dei Polli p(!i' l'iflentità della forma morbosa. E por vero la so- 
li ii<jliaiiza del .1/. e. di Batkman «.'oI V^■lill•)l() d(^i Polli è irrando. 



— 226 - 

non s()l(j per rjispclio yerierale identico, in;i bensì perchè eiitraiiibc 
le malattie si rassomigliano nei più minuti particolari. Nei Vo- 
latili la malattia in parola è ritennta infettiva e contagiosa e la 
sindrome morbosa è delineata. G-li animali affetti hanno noduli 
alla testa, al collo, sulla faccia interna delle ali, sulla mucosa 
boccale, nel faringe e perfino nella cavità nasale. I tumoretti, ro- 
tondeggianti hanno una superficie alquanto rilevata su quella del 
resto dell' epidermide e variano grandemente nella dimensione ; 
spesso presentano un ombilico proprio come il M. e. dell'Uomo, 
e come in questo se ne fa, con grande facili tà, la diagnosi. Nei 
Batraci Mingazzini ('902) riporta che il M. e. non forma nel derma 
una introflessione a modo di follicolo con apertura crat eriforme 
e con una cavità contenente miriadi di tali corpi , ma presenta 
una superficie pianeggiante con piccole screpolature, nelle quali 
possono soltanto trovarsi piccoli accumuli di Corpuscoli, che 
qualche volta sono limitati al centro ed appariscono come un 
punto infossato nel disco stesso. 

Sezionando longitudinalmente al suo maggiore asse un no- 
dulo di M. e. con un taglio , che passi per l' ombilico, ed osser- 
vandone una sezione a piccolo ingrandimento, si vede grossola- 
namente la forma glandolare, risultante di numerosi lobi, di acini, 
i quali non sempre si risolvono in una cavità centrale. Non tutti 
i lobi , che più propriamente si possono paragonare a zaffi epi- 
teliali, sono sezionati lungo il loro maggiore asse e non sempre 
abutiscono in un estuario, che vada a por capo nella cavità cen- 
trale, nell'ombilico. 

Ogni zaffo epiteliale ha all'esterno uno strato di cellule ba- 
samentali cilindriche, che si può molto opportunamente chiamare 
strato generatore. A questo strato seguono numerose file di cel- 
lule più meno poliedriche, nel cui protoplasma si vanno evol- 
vendo delle speciali produzioni, i Corpuscoli o Globi o Cor- 
puscoli di Henderson ('841), che nell'ultimo stadio della loro 
esistenza, liberatisi delle cellule, che li hanno generati, appari- 
scono come corpicciuoli ovoidali, poco rifrangenti la luce, opachi, 
che assumono indifferentemente i colori basici, come i colori acidi 
di anilina. Questa è la struttura di tutti gli zaffi, di tutti i lobi ; 
sono appunto le cellule poliedriche del corpo mucoso quelle che 
finiscono per trasformarsi in Corpuscoli del M. e. 



— 220 



Sede della lesione. 



Uno dei punti controversi è stato sempre la sede della le- 
sione, se cioè il nodulo di M. e. di Bateman. abbia la sua prima 
origine nelle cellule del corpo mucoso di Malpighi o nelle glan- 
dolo sebacee o sudoripare, o nei follicoli piliferi. Per vero dire 
sono pochi coloro, che come Virchow ('865) e suoi seguaci, ri- 
tengono che il M. e di Bateman si sviluppi nei follicoli piliferi. 
ViRCHOw ('865) infatti, non convinto che la malattia abbia come 
punto di partenza le glandolo sebacee o cerumiuose, pensa invece 
che si sviluppi nei follicoli piliferi, sebbene in essi i peli sieno 
poco sviluppati : opina altresì che può essere probabile che anche 
il reticolo malpighiano della superficie stessa, specialmente la sua 
parte interpapillare possa proliferare nel medesimo modo. Non so 
davvero come Virchow ('865) possa dire di notare nei noduli di 
M. e. i peli poco sviluppati, quando di essi non se ne trova traccia 
(almeno nel maggior numero de' casi), se non una unica os- 
servazione del citato A., una più antica ed abbastanza ipotetica 
di Henderson ('841) ed una ultima Si Benda ('895), che, unifor- 
mandosi alle idee espresse da Virchow ('865), vede nascere un 
nodulo di M. e. da un infundibulo pilifero. Altri, come Kaposi 
('891), cercano conciliare l' idea della sede glandolare con quella 
del follicolo pilifero. Kaposi ('891) pertanto ci riferisce che le 
cosidette verruche del M. e. non sono altra cosa che delle glandolo 
sebacee distese e riempite di un contenuto epitelioide , che ha 
proliferato ed ha subito una trasformazione particolare , e che 
queste produzioni mostrano al taglio come tutte le glandolo se- 
bacee una struttura lobata , una membrana limitante, che invia 
dei setti nella cavità ed un contenuto stratificato. E poi con- 
chiude dicendo di essere d' opinione che la proliferazione epite- 
liale, che porta la formazione del M. e, prende il suo punto di 
partenza nel reticolo del condotto escretore: per quei coni epi- 
teliali di nuova formazione il tubo glandolare e gli acini sono 
dilatati in ampolla e si possono sviluppare anche delle prolife- 
razioni interpapillari, con un risultato analogo, nelle vicinanze 
delle glandolo. 

Numerosissimi sono gli osservatori, che basandosi sull'aspetto 
generale dei noduli di M. e, ritengono che gli stessi non sieno 
altro che la degenerazione delle glandolo sebacee dell'epidermide 
normale, nulla curandosi che negli elementi in parola non ab- 
biano riscontrato la struttura di cellule glandolari degenerate; e 



— 227 — 

ci possiamo in i;il modo spiegare; il giaii male prodotto d.il la- 
voro di Renaut ('880), per i seguaci ed ammiratori del grande! 
Maestro. Renaut ('880) descrive il M. e. come una glandola seba- 
cea trasformata, circondata da una reto di vasi, riproducenti il 
tipo dei vasi che circondano una glandola sebacea ordinaria, il 
cui ombilico secco è riempito di corpi estranei alla maniera dello 
orificio dei comedoni. I lobuli in forma di pera o lagrime sono 
raggruppati per il loro apice intorno al punto centrale, che rap- 
presenta r ombilico, e le cellule, che dovrebbero subire l'evolu- 
zione grassa , elaborano invece un Globo di corno imperfetto, 
nel mentre che altre cellule si saldano a reticolo ed altre subi- 
scono l'evoluzione epidermica regolare, Gaucher & Sergent ('898) 
confermano la descrizione di Renaut ('880) e credono che la de- 
nominazione antica di Acne varioliforme deve essere conser- 
vata , indicando i principali caratteri topografici e morfologici 
della malattia. 

È strano che l' ipotesi glandolare dei noduli di M.c. di Ba- 
TEMAN abbia avuto tanto favore, quando Bizzozero & Manfredi 
('877), nel loro pregevolissimo lavoro, avevano dimostrato che la 
affezione prendeva origine dall' epidermide cutanea e propria- 
mente dal suo strato profondo o malpighiano , e che 1' apertura 
ed il tubo di comunicazione dei nodi di M. e. con l'esterno non 
erano preesistenti, ma il risultato del processo stesso e delle me- 
tamorfosi elementari, che caratterizzavano la genesi, lo sviluppo 
ed il decorso della neoplasia. Ad essi è riuscito, escidendo dei 
tratti di cute apparentemente sana nelle vicinanze e negli inter- 
spazi fra noduli e gruppi di noduli confluenti, di poter osservare 
nelle sezioni il primo esordire, la forma iniziale del tumoretto 
in parola. « Si presenta come un ispessimento conico, circoscritto 
dallo strato epidermico o meglio come un zaffo epiteliale analogo 
a quelli che si osservano all'estrema periferia dei nodi ordinari, 
composto nei suoi strati profondi, al pari dell' epidermide circo- 
stante, da una serie regolare di elementi analoghi a quelli del 
corpo mucoso normale , ma negli strati successivi , da elementi 
epiteliali evidentemente modificantisi dal normale ed accennanti 
senza altro a quella metamorfosi del protoplasma , progressiva 
dalla periferia al centro del cono, dal fondo alla superficie, onde 
in ultimo originano i Corpi arrotondati caratteristici del Mol- 
lusco, dei quali già alcuni potevano osservarsi nell'interno e 
verso la superficie dell'incipiente e scavantesi zaffo od otricello 
iniziale », 



— 2'2S — 

Stanziai. K t^'890i, nproiidt'iitlo lo stinlicj del .1/. r. di Batiìman, 
l'Oli luiuiorosi tallii seriali, <■. l'iuscito anclu; lui a rlimostraro che 
non vi sono ra.})[)orli fra lo ;j,laiidole s<',l>acee o la secl(3 delle le- 
sioni iniziiili del Mollusco, lu cellule delle ^'landole s(!bacoe e 
sudoripari; non [)roseiitano alcuna niodiiìcazione; le neoformazioni 
sono circondate d' uno o più strati di cellule cilindriche, che si 
continuano con gli strati profondi del corpo mucoso di Malpighi. 
Il corpo mucoso prosenta degli infossamenti, delle depressioni, nelle 
(piali si sviluppano i tumori del Mollusco: le lesioni si svilup- 
pano negli spazii interpapillari, che si slargano in tutti i sensi, 
il tumore presenta dei prolungamenti, che gli danno una strut- 
tura lobulata ed hanno fatto credere alla sua origine glandolare. 
Sopra nessuna delle sue preparazioni ha constatato le tracce di 
partecipazione dell' epitelio follicolare al proces.so morbo.so, mentre 
che ha potuto vedere la proliferazione delle cellule epidermiche 
e la loro trasformazione caratteristica in Corpus coli del Mol- 
lusco farsi nella profondità e partire direttamente dal reticolo 
malpighiano. Ha trovato infine che ove esistono le glandole se- 
bacee non si trova aiìatto indizio anche iniziale di tali neofor- 
mazioni, e che, all'opposto, quando si trova la neoformazione non 
si osservano né le glandole sebacee, né i follicoli piliferi. Taruffi 
('875) pare incerto sulla sede dei noduli di M. e, giacché pur di- 
cendo, che si ha che fare con una iperplasia con successiva de- 
generazione delle glandole medesime, riscontra in altri esemplari 
una struttura diversa , avendo veduto che i singoli granuli di 
Mollusco erano formati da più zaffi, epiteliali, che discendevano 
dal reticolo malpighiano, ciascheduno dei quali nel centro ed un 
poco verso 1' estremità subivano la degenerazione suddetta : si 
sarebbe trattato di una metamorfosi retrograda di cellule epite- 
liali di nuova formazione, metamorfosi che per il suo aspetto si 
può chiamare vitrea. 

La nota di Allen ('886), di aver potuto togliere in un asilo 
di New-York ben undici tumoretti di M. e. sulle labbra di una 
giovinetta dovrebbe essere, secondo me, uno degli argomenti più 
forti contro la teoria che si vuol fare di questa affezione una 
lesione delle glandole sebacee o dei follicoli piliferi. 

Solo Bosc ('905 1°) pare abbia riportato i fenomeni che si 
verificano in questa malattia ad una esatta concezione, dicendo 
che il piccolo tumore è costituito da una proliferazione pura di 
cellule malpighiane, che s' ipetrofìzzano, si disorientano e subi- 
scono una degenerazione totale. Il detto A. non si preoccupa del 
punto di pmienza della nooformazione in parola, gli basta di 



~ 229 — 

sapere che a misura che si va vorbO il centro lo cellule aumen- 
tano di volume, subiscono una ipertrofìa chiara progressiva, di- 
vengono globose e colossali, con una parete spessa colloido-corhea, 
dei filamenti di passaggio e del protoplasma periferico, ed in 
ragione della ipertrofia chiara delle cellule, della ineguaglianza 
e delle compressioni che ne risultano, si producono delle defor- 
mazioni cellulari, delle imbricazioni ed una disorientazione, che 
conduce alla formazione di sferule epidermiche. 

Anche la patologia comparata insegna che il tessuto glan- 
dolare dell'epidermide è in massima parte risparmiato dalla ma- 
lattia in parola; nei Batraci Mingazzinj ('902) dimostra sede 
dell'affezione esclusivamente l'epidermide, anzi essa non viene in 
generale affetta in tutte le sue parti, poiché le glandolo, che 
ne sono una dipendenza, non di rado vengono risparmiate dal 
parassita e si trovano normalmente costituite al di sotto del no- 
dulo, ma in casi gravi anche diverse fra esse vengono invase 
dal parassita e sono ricoperte dalla proliferazione epiteliale, che 
produce la sua presenza. Lo strato dermico sottostante, i vasi 
sanguigni ed i muscoli striati, che in talune regioni possono tro- 
varsi molto vicini all'epidermide, si mostrano generalmente dì 
aspetto normale. Soltanto nei noduli molto sviluppati si può os- 
servare una leggiera proliferazione del connettivo dermico inter- 
glandolare, che a forma di zaffi, rialza l'epidermide infetta e con- 
tribuisce a fare aumentare la rilevatezza del nodulo; in gran 
parte però anche nei noduli maggiori il rilievo è prodotto a 
spese dello strato epidermico, il quale in seguito alla presenza 
del parassita si ipertrofizza, e prolifera notevolmente, producendo 
l'accumulo speciale di cellule epiteliali e parassiti , che caratte- 
rizzano essenzialmente il nodulo. 

Ho seguito numerosissimi tagli seriali di noduli di M. e, 
escissi con l'epidermide circostante, e di pezzi di epidermide, ap- 
parentemente sana, prelevata nei punti dove erano più confluenti 
i noduli in parola, per poter colpire il primo sviluppo della ma- 
lattia e la sede di essa. In questi tagli di cute normale vien 
fatto di potere osservare nel corpo mucoso di Malpighi dei pic- 
coli noduli , dei raggruppamenti cellulari, ancora ricoperti dagli 
strati superiori dell'epidermide, senza che in questi ultimi si fosse 
riscontrata alterazione degna di nota. Gli elementi del corpo 
mucoso si mostrano circondati da lasche fibrille di tessuto con- 
nettivo, che in certo modo finiscono per isolarli dalle cellule 
circostanti sane. 

16 



— 230 — 

Il nodulo risulla di ulonunili ncllc! prime t'usi di Corpii- 
scolaziouo, di cellule, di cui le più estorue hanno l'alone chiaro 
perinucleare grande, molta cheratoj alina alla periferia, molte in- 
clusioni protopl asmatiche e cromatofìle, degenerazioni nucleari 
e gli accenni dell'ammassarsi della sostanza corpuscolare. Gli 
elementi più interni invece hanno già formata la membrana cel- 
lulare, hanno spostato il nucleo alla periferia della zona di ecto- 
plasma, hanno maggioro numero di inclusioni protoplasmatiche 
e mostrano più chiaramente i granuli della sostanza corpuscolare 
fondersi in masse. Corpuscoli di Henderson adulti non se ne 
hanno in questi primi accenni. Nei noduli più avanzati nello 
sviluppo si hanno nel centro anche dei Corpuscoli già formati, 
ma circondati ancora dalla membrana cellulare e da un nucleo 
atrofico con un unico granulo brillante cromatofìlo nel suo in- 
terno. L'ombilico si originerà successivamente per usura e dege- 
nerazione degli strati epidermici normali superiori al nodulo: 
avvenuta l' usura, l'epidermide circostante, proliferando, finisce 
per approfondirsi, per breve tratto, nella piccola apertura, pro- 
ducendo il dotto escretore. 

Nei noduli visibili, escissi con l'epidermide circostante, riesce 
agevole vedere che tutto all'intorno del nodulo l'epidermide non 
subisce lesioni degenerative. Studiando poi i vari strati cellulari, 
che compongono il piccolo neoplasma, si ha la controprova, che 
non è possibile trovare cellule glandolari o cellule di follicoli 
piliferi. Gli elementi del nodulo di M. e. non sono altro che gli 
epiteli del corpo mucoso di Malpighj, trasformati, degenerati ed 
abnormemente proliferati per opera del parassita produttore della 
detta affezione. 

Strato generatore. 

Lo strato generatore risulta di una sola fila di elementi cel- 
lulari di forma più o meno cilindrica : essi riposano su quella 
membranella anista, che circonda a modo di capsula ogni lobulo, 
rafforzata da alcuni fasci di fibrille connettivali, che si tingono 
in giallo scuro nei preparati colorati con l' ematossilina ferrica 
secondo Heidenhain. Sono cellule ricche di citoplasma granu- 
loso a struttura finamente trabecolare, più denso alla periferia della 
cellula, anziché verso il centro di essa, nel quale trovasi sito un 
grosso nucleo vescicolare. Quando il lobulo ha assunto un certo 
grado di sviluppo, sia per la moltiplicazione di queste cellule, che 
per la degenerazione di quelle degli strati seguenti e successiva 



^- 231 — 

loro trasformazione in Corpuscoli di Henderson , le cellule 
dello strato cilindrico si deformano un poco, pur restando sempre 
riconoscibili. 

Sono rare le inclusioni cellulari; quando si rinvengono sono 
granuli più brillanti, che nelle fissazioni osmiche si tingono molto 
opportunamente in nero, e che in qualche caso presentano anche 
una elettività per i colori cromatici. Attorno al nucleo, nel maggior 
numero di esse, si rinviene un alone chiaro perinucleare molto 
nettamente definito. Che cosa esso rappresenta ? Nessuno fin ora 
ne fa menzione nelle cellule cilindriche, mentre, che, per la sua 
relativa costanza, credo non sia destituito di un valore nella 
genesi dei Corpuscoli del Mollusco. Sul principio ritenevo 
che fosse un alone chiaro, che preludesse alla cinesi di questi 
elementi ; ora invece sono venuto nella persuazione che questo- 
alone chiaro è il principio dei cambiamenti citoplasmatici a cui 
va incontro la cellula per degenerare in Corpuscolo e h era- 
to id e. Le cellule che mostrano questo alone sono, per me, le can- 
didate nella produzione del caratteristico Globo; infatti negli 
strati seguenti verso il centro del lobulo le cellule poliedriche 
cosidette spinose presentano sempre più accentuata la zona 
chiara perinucleare. È vero altresì che Bosc ('995 1.°) ha dovuto 
notare la presenza di questo alone chiaro perinucleare, ma non 
apparisce se 1' abbia riscontrato nelle cellule cilindriche dello 
strato basamentale o generatore, ovvero negli elementi degli strati 
seguenti; e però dice, che a misura che si va verso il centro le 
cellule aumentano di volume, subiscono una ipertrofia chiara pro- 
gressiva, divengono globose e colossali, con una parete spessa, 
dovuta alla trasformazione colloido-cornea dei filamenti di pas- 
saggio e del protoplasma periferico. Ed in una seconda memoria 
('905 2°), a proposito delle inclusioni cellulari, avverte che nelle 
giovani cellule in ipertrofia semichiara si constatano nel proto- 
plasma dei Corpuscoli molto rifrangenti, posti qualche volta 
nella zona chiara perinucleare. 

Il nucleo vescicolare è sito verso il centro della cellula, ha 
una membrana nucleare esile, che in molti punti si confonde 
col reticolo cromatico, che risulta di una rete sottilissima di fi- 
lamenti cromatici intrecciantisi variamente, nelle cui maglie si 
trovano sparsi dei granuli cromatici, e due o tre nucleoli ; ra- 
ramente uno. I filamenti del reticolo cromatico a forte ingrandi- 
mento si mostrano formati di tanti granuli cromatici, moni- 
liformi, riuniti da una sostanza acromatica, o da sostanza che si 
colora poco con i colori cromati ni ci; infatti apparisce rosa nei pre- 



— 2H2 — 

parati fissati noi liquidi osmici o colorati con la saffVanina. 1 gra- 
nuli cromatici hanno le medesimo reazioni microchimiche dei fila- 
menti del reticolo , non cosi dei nucleoli, che restano sempre meno 
intensamente colorati dei granuli e del reticolo. La sostanza cro- 
matica nucleare risulta di un reticolo di iili sottilissimi di linina, 
nelle cui maglio si trova depositato l'enchilema nucleare. 

Non ho riscontrato in queste cellule mai la presenza di cen- 
trosomi o di centrosfere; è vero che esistono nel citoplasma punti 
più brillanti, che si tingono con i colori che mettono in evidenza 
tali parti cellulari, ma, sia per la loro morfologia non sempre de- 
lineata, sia perchè sono più frequenti in quegli elementi che si 
dovranno trasformare in Corpuscoli cheratoidi, si deve ri- 
tenere sieno inclusioni protoplasmatiche cromatofile, ne pare, dopo 
i lavori di Ewing ('905), possono interpetrarsi come parassiti; in- 
fatti, nei preparati fìssati in alcool assoluto e colorati col pro- 
cesso RoMANowsKY, appariscono come forme reticolate, cariche di 
materia cromatica, in rapporto manifesto con il nucleo al prin- 
cipio della loro evoluzione. Sarebbero Oro mi di simili a quelli 
riscontrati da Hertwig ('904) nelV AdinospJiaerium Eichhornii. 

BuRNET ('906) trova che le inclusioni protoplasmatiche nel M. e. 
sono rappresentate da granulazioni di diversa specie, disseminate, 
ben distinte, a contorni irregolari, indefinite; cosi MichAelis ('903) 
le ritiene di natura albuminoidea e grassa, ed Apolant ('903) 
opina che al principio non contengano grasso, grasso che suc- 
successivamente apparisce come piccole sferule, la cui fusione 
produce l' inclusione adulta, che sarebbe un prodotto di degenera- 
zione. Sebbene non ne facciano speciale menzione, sembra che le 
inclusioni cellulari descritte da Borrel ('904) e da Bosc ('905 2°) 
si debbano riferire al citoplasma delle cellule spinose del corpo 
mucoso di Malpighi, anziché alle celiale cilindriche dello strato 
generatore. 

Questi elementi cilindrici dello strato generatore, per quanto 
simili alle cellule cilindriche dello strato basamentale dell' epi- 
dermide normale, pure ne differiscono per molti caratteri; non 
può quindi ritenersi assoluta l'affermazione di Benda ('895), per il 
quale ne lo strato cilindrico, né quello vicino mostrerebbero ano- 
malie. Per il detto A. l'irritazione produrrebbe un certo aumento, 
ma la proliferazione cellulare non sarebbe sicuramente d' impor- 
tanza primaria nello sviluppo del M. e. 

Poco studiata nei noduli di M. e. è stata la cinesi; quasi 
nessun A. pare se ne sia occupato, infatti uno di quelli che più 
degli altri ha approfondito l'argomento, Audry ('899), si con- 



— 233 — 

tonta, a proposito dolio strato generatore, di dire, che un gran 
numero di nuclei si trovano a stadi vari di cariocinesi , e che 
essondo le cellule in via di cariocinesi sensibilmente più numerose, 
che nella pelle sana, questo strato non potrebbe esattamente cre- 
dersi che rappresentasse lo strato cilindrico della epidermide 
normale. È vero altresì che prima di Audry ('899) Majocchi 
('885) avrebbe dato pochi cenni al riguardo: dice di aver rilevato 
le diverse fasi ascendenti e discendenti della scissione indiretta 
nelle cellule epiteliali che circondano le masse dei Globi j ali ni. 
Le cellule cilindriche dello strato basale e talune delle serie su- 
periori a queste, presentano d'ordinario le figure cariocinetiche 
più o meno distinte. In quanto al numero delle cellule in cario- 
cinesi, non si può stabilire sempre una norma costante; in qualche 
zaffo malpighiano si osservano abbastanza numerose, in altri in- 
vece scarseggiano : ha trovato frequentissimamente le figure a 
gomitolo ed a ghirlanda del nucleo, frequenti ancora le figure a 
piastrina equatoriale e quelle a semplice o a doppio astro, più 
rare invece le figure del doppio nucleo a forma gomitolare e con 
incipiente scissione del corpo cellulare. Ed infine Mingazzini ('894) 
negli elementi cilindrici dei noduli di Vainolo dei Polli, ri- 
scontra una maggiore attività per la frequenza delle figure ca- 
riocinetiche. 

Le cellule dello strato generatore, nelle quali si osservano 
figure mitotiche , non sono quegli elementi che presentano at- 
torno al nucleo l'alone chiaro definito, che io ritengo sia il primo 
inizio della Corpuscolazione. 

Si nota, è vero, in queste cellule che si accingono alla ci- 
nesi, una rarefazione del citoplasma perinucleare, però tale alone 
chiaro va insensibilmente confondendosi con il restante del pro- 
toplasma , e contemporaneamente si osserva una condensazione 
del reticolo cromatico verso il centro del nucleo, condensazione 
che porta come conseguenza che i nucleoli ed i granuli croma- 
tici sparsi nell'enchilema nucleare sono poco visibili , se non si 
ricorre a degli artifici di tecnica, cioè alla colorazione forte del 
preparato con l'ematossilina ferrica ed alla illuminazione con la 
luce artificiale. Ohe cosa rappresenta questa condensazione della 
cromatina ? Non è facile spiegarlo. È una fase costante di tutti 
gli elementi che dovranno riprodursi; infatti anche in altri tes- 
suti patologici neoplastici mi è stato dato di poter osservare 
identici fenomeni endonucleari. 

Sia nei sarcomi parvicellulari [Gr argano ('908)], che nei sar- 
comi a cellule polimorfe [Gargano ('909)] ho notato quasi costante 



— 234 — 

alla prolusu lo stadio di « siimpsi >. Escludo elio ciò sia do- 
vuto ad azione contrattile dei fissativi e degli alcool, sia perche 
questa azione contrattile non si trova spiegata negli altri elo- 
menti, sia anche perchè la membrana nucleare non si mostra per 
nulla raggrinzita. 

Alla fase sinaptica segue uno stadio in cui le maglie del 
reticolo cromàtico si trovano novellamente diradate, queste sono 
però più spesse e più tozze dello stadio precedente; la membrana 
nucleare si rende più sottile, perde i contatti che aveva prece- 
dentemente col reticolo cromatico; i nucleoli non mandano nes- 
suna risoluzione nucleolare. Tutta la cellula da cilindrica assume 
una forma più o meno sferica , le inclusioni protoplasmatiche 
cromatofìle ed i granuli di cheratoj alina spariscono probabil- 
mente per un processo di lisi ; nelle maglie del reticolo croma- 
tico si avverano movimenti che portano alla divisione , al fra- 
zionamento di questo reticolo nei cromosomi, e contemporanea- 
mente alla formazione cromosomica profasica avvengono nei 
nucleoli speciali mutazioni, si formano risoluzioni nucleolari tal- 
volta complicatissime , a molte anse , risoluzioni , che in questo 
periodo non si dissolvono nell' enchilema nucleare. Tali risolu- 
zioni si colorano intensamente in rosso nei preparati fissati nei 
liquidi di Flemming o di Hermann e colorati con la saffranina, 
ed in nero in quelli colorati con 1' ematossilina ferrica ; hanno 
una spiccata basofilia simile a quella dei cromosomi , sebbene 
non entrino direttamente nella loro formazione. 

Talvolta infatti qualche nucleolo non ha ancora dato riso- 
luzioni nucleolari, quando già il reticolo cromatico si è spezzet- 
tato in cromosomi. 

I cromosomi sono a forma di bastoncelli e di uncini o di 
V e sono spesso inegualmente lunghi , per il che durante Y at- 
trazione delle fibre, avviene che questa è spesso limitata ad un 
piccolo numero di essi o che interessa solo l' estremità del V od 
un suo punto prossimo e quindi più un cromosoma di un altro, 
cosi come era stato notato da Bashford & Murray ('906) nelle 
mitosi eterotipiche del cancro. Interessante sarebbe stato poter 
definire il numero dei cromosomi profasici , date tutte le qui- 
stioni di citologia normale e patologica, che si collegano ad esso. 
I cromosomi invece sono talmente addossati fra loro , e con le 
anse di risoluzione dei nucleoli, che è assolutamente impossibile 
numerarli. I rapporti fra cromosomi e nucleoli nelle cellule ci- 
lindriche dello strato generatore del M. o., devono essere simili 
a «juanto io [Gargano ('909)] descrivevo per le cellule del tipo 



— 285 — 

indeterminato dei .sarcomi, cioè che il nucleolo o i nucleoli for- 
nirebbero della sostanza ai cromosomi, senza entrare direttamente 
nella loro formazione , per mezzo di una diffusione di sostanza 
cromatica nell'enchilema nucleare. 

La membrana nucleare si disorganizza anche essa, si disor- 
ganizzano completamente le risoluzioni nucleolari, ed i cromosomi 
restano liberi nel citoplasma cellulare; mai si riscontrano figure 
a gomitolo unico. 

La metafase si inizia con un ingrandimento considerevole della 
cellula e col rendersi questa più sferica e più chiaro tutto il ci- 
toplasma : non si riesce, nemmeno con forti ingrandimenti, ad 
osservare la struttura trabecolare. Si trovano cellule nelle quali 
si è formato il fuso acromatico con i cromosomi all'equatore, ma 
non restano fìssati gli stadi intermedi, per i quali la cellula deve 
necessariamente passare per giungere alla metacinesi. AH' estre- 
mità dei fili del fuso acromatico non si trovano centrosomi, non 
si riesce a vedere, che dei punti più brillanti, che sono il risul- 
tato della confluenza dei fili lininici. I cromosomi si dispongono 
all'equatore del fuso in un modo abbastanza ordinato, ma sono 
anche in questa fase talmente ammassati da non essere possibile 
di numerarli, e per questa ragione si deve supporre, più che os- 
servare , lo stadio di scissione longitudinale di essi : in alcune 
cellule si deve ammettere che sia avvenuta la scissione longitu- 
dinale dei cromosomi , solo per il fatto che il numero è certa- 
mente maggiore. 

I cromosomi figli , alla telofase , arrivati ai poli del fuso 
acromatico, dopo uno stadio di « tassement polaire », (nel quale 
restano molto serrati gli uni contro gli altri, tanto da non farne 
distinguere i loro contorni , pur conservando la loro individua- 
lità) tornano a distaccarsi e si risolvono in un reticolo, ossia ogni 
cromosoma sembra risolversi in un reticolo elementare, e che il 
reticolo totale sia dato dalla confluenza dei reticoli elementari 
cromosomici, senza che vi sia uno stadio di gomitoli unici, iden- 
ticamente come alla profase non è possibile vedere un gomitolo 
unico, che frammentandosi desse origine ai cromosomi profasici. 
Con la formazione del reticolo cromosomico telofasico si ha la 
ricostruzione del nucleolo o dei nucleoli, i quali non nascono 
mai direttamente dalla fusione dei cromosomi : appariscono in- 
fatti quando già il reticolo si sarà formato. Come nelle cellule 
indeterminate dei sarcomi, « *1 nucleolo o i nucleoli si formano 
a spese non dei cromosomi, ma di una sostanza cromatofila che 
si trova sparsa nell'enchilema dei due nuovi nuclei, e che qualche 



— 236 — *! 

volta prendono dolio cuniios.sioni apparenti con il reticolo cro- 
matico e con le masse cromatiche , in modo che ad un esame 
superficiale si potrebbe ritenore che morfologicamente avessero 
origine dalla fusione di più cromosomi ». La formazione della 
membrana nucleare, e la scissione del citoplasma , costituiscono 
l'anafase di questi elementi. 

Corpo mucoso. 

Allo strato generatore seguono nei lobuli, negli zaffi dei no- 
duli di M. e, parecchi strati cellulari, che da tutti gli aa. sono 
stati paragonati al corpo mucoso dell'epidermide normale, quindi 
alle cellule spinose, né questo convenzionalismo è stato per nulla 
contradetto dai più recenti osservatori. Bizzozero & Manfredi 
('877) notano nel M. e. che le cellule spinose hanno aspetto 
epiteliale, acquistano una forma irregolarmente poliedrica, con- 
servano il nucleo verso il centro ed offrono il contorno spesso 
sotto forma di quella fina striatm'a raggiata, che è propria delle 
cellule spinose o ciliate degli epiteli pavimentosi stratificati. Per 
Majocohi ('885) le cellule nelle quali avviene la trasformazione 
jalina in Corpuscoli di Henderson sarebbero quelle dello strato 
interpapillare degli zafii malpighiani. 

Kromayer ('893) in un accurato disegno dimostra i differenti 
strati dell'epidermide, che compongono i lobi dei tumoretti di 
M. c.\ le cellule cilindriche sono ammassate le une contro le altre 
e nello strato spinoso si verificherebbe la trasformazione corpu- 
scolare, però non tutti gli elementi si trasformerebbero in Globo 
cheratoide, ma ve ne sarebbero alcuni che formerebbero la 
sostanza intermedia. Ed anche Benda ('895) non riconoscerebbe 
anomalie nelle cellule cilindriche e nelle cellule spinose dei no- 
duli di M. e. Per Audry ('899) questo strato conserva tutti i suoi 
caratteri fondamentali, essendo formato di cellule poligonali riu- 
nite da filamenti unitivi (ponti di Schulze), facilmente ricono- 
scibili, perchè messi in evidenza da tutti i reattivi abituali (pi- 
crocarminio, fuxina acida, orango [3, ecc.), mentre molte cellule 
spinose sono del tutto normali; però, nello stesso temilo che rico- 
nosce la somiglianza perfetta di questi elementi con quelli della 
cute normale, in altro punto dice che quando vi sono più file 
cellulari, queste cellule divengono appiattite ed i filamenti uni- 
tivi non si scorgono che difficilme"hte. 

Infine Bosc ('905 1") si contenta di dire poche parole al ri- 
guardo, riforisc(! solo elio ciascuno doi lobuli è formato di cellule 



— 237 — 

epiteliali, che presentano la struttura tipica delle cellule malpi- 
gbiane di rivestimento, e che alla periferia le cellule che proli- 
ferano formano dei bottoni secondari e sono piccolo ed addossate 
le une contro le altre a palizzata. Evidentemente per cellule a 
palizzata Bosc ('905 l*') intende parlare delle cellule cilindriche 
dello strato generatore. 

Viceversa, coloro, che ritengono che il piccolo neoplasma abbia 
come punto di partenza le glandolo sebacee, vedono negli elementi 
in parola cellule gl-andolari trasformate e degenerate, cosi Renaut 
('880) riferisce che questi elementi, invece di subire l'evoluzione 
grassa, per un processo degenerativo elaborano un Globo di 
corno imperfetto, tanto che negli intervalli fra i Globi, alcune 
cellule si saldano a reticolo ed altre subiscono l'evoluzione epi- 
dermica regolare, infatti, nel citoplasma di queste ultime cellule 
si troverebbero disseminate le granulazioni di eleidina. Laddove 
per Campana ('886) l'elemento che concorre maggiormente a for- 
mare la estroilessione o propagine epidermica è lo strato gra- 
nuloso, che in quel tratto si presenta costituito non da una o 
da due serie di cellule granulose, ma da cinque o sei ed anche 
disposte in guisa da costituire un cono con apice in basso. Ed 
anche Stanziale ('890) non avrebbe potuto mai osservare la pre- 
senza di Corpuscoli nello strato malpighiano, ciò che invece 
avrebbe chiaramente rinvenuto nello strato granuloso di Ranvier. 

Esaminando un poco tali elementi, quelli cioè che seguono 
i cilindrici dello strato generatore, si vede che non corrispondono 
perfettamente alle cellule spinose dello strato mucoso di Mal- 
piGHi dell'epidermide normale ed alla descrizione sintetica che 
ne dà E-anvier ('879 1°). Per Ranvier infatti le cellule del corpo 
mucoso di Malpighi dell'epidermide normale, formate da masse 
di protoplasma munite di nuclei, non sarebbero assolutamente 
individualizzate, ma fornite di filamenti protoplasmatici. Ciascuno 
di questi filamenti non risulta dalla unione di due filamenti posti 
r uno accosto all'altro, né si ha traccia di una saldatura, come ha 
detto Bizzozero, né di una iuxtaposizione, come ha preteso Lott ; 
per tale ragione queste cellule non sono completamente separate, 
sono confuse, ma non saldate dai loro filamenti di unione, riu- 
scendo impossibile di determinarne i limiti con l' impregnazione 
di argento, o di isolarle con la dissociazione. 

Pur volendo ammettere che questo strato sia completamente 
identico a quello delle cellule spinose del corpo mucoso di Mal- 
piGHi, si deve riconoscerne delle differenze: é costituito infatti 
da due tipi speciali di cellule, cellule che dovranno produrre i 



— 238 ~ 

Corpuscoli dol Mollusco, e cellule che dovranno assolvere 
una certa evoluzione e poi degenerare, nel loro consecutivo svi- 
luppo, principalmente per la compressione esercitata su di esse 
dai Corpuscoli di Henderson. Non sarebbe infatti spiegabile 
come delle cellule del corpo mucoso o anche dello strato gra- 
nuloso (!), restassero indenni dal processo di Corpuscolazione, 
proprio nel centro degli zaffi, là dove appunto questo processo 
si trova nella sua maggiore rigogliosità. Che sieno i Corpuscoli 
di Henderson la fase di spore libere di un Protozoo, che sieno 
invece la degenerazione del citoplasma cellulare, che sieno le 
spore di un fungo, come afferma Mingazzini ('894; '902), nessuno 
potrà non ammettere che la malattia sia infettiva. E dato che 
la maggior parte degli aa. ritiene che l'infezione avviene proprio 
nelle cellule del corpo mucoso, non sarebbe spiegabile che delle 
cellule, che si trovano in un ambiente cosi propizio a potersi in- 
fettare e subire la trasformazione in Globo cheratoide, assol- 
vessero invece la loro fisiologica trasformazione, degenerando, 
prima in cellule granulose e poi in cellule cornee, che sarebbero 
alla lor volta eliminate in una con i Griobi ed i detritus cellulari 
dal cratere od ombilico del piccolo neoplasma. si conviene con 
me che i processi di Corpuscolazione abbiano il loro inizio 
nelle cellule cilindriche dello strato generatore ed in queste solo, 
e che queste soltanto sieno capaci di poter subire l' influenza 
dei parassiti o delle loro tossine, dando corso alla trasformazione 
speciale in Globo, e che quando la cellula cilindrica non si è 
infettata, potrà invece assolvere una metamorfosi, direi quasi, 
fisiologica, restando refrattaria a subire l'influenza nocivi della 
degenerazione corpuscolare. Ovvero si deve ammettere l'ipotesi 
di ViRCHOw ('865), meglio chiarita da Lukomsky ('876), che questi 
Corpuscoli, pur non essendo corpi parassitari, provengano dalla 
trasformazione del citoplasma di grossi elementi mobili e che 
quindi tutte le cellule del corpo mucoso assolverebbero la loro 
fisiologica trasformazione in elementi granulosi e cornei. 

Le cellule, nel cui protoplasma si dovranno produrre quelle 
tali formazioni note col nome di Corpuscoli cheratoidi, sono 
elementi rotondeggianti, sul principio senza parete, ma che poi 
consecutivamente, per l'ispessimento citoplasmatico nella parte 
periferica della cellula, vanno assumendo un aspetto molto deli- 
neato sugli elementi vicini. Il loro protoplasma di struttura filare 
è raddensato alla periferia della cellula e contrasta con la zona 
chiara citoplasmatica perinucleare, alla {|ual<^ io annetto molta 
importanza nella gonesi dei Corpuscoli. Anche Audry ('899) 



- 239 — 

nello cellule più profonde del corpo mucoso avrebbe notato dila- 
tazione dello spazio chiaro perinucleare di Ranvier, pur ritenendo 
la cosa destituita di valore, essendo un fatto costante in altre 
lesioni dell'epidermide ; sarebbe secondo l'A. tanto più pronun- 
ziato, per quanto le cellule spinose sarebbero più superficiali, per 
il che pensa che tale zona chiara non abbia rapporto con la for- 
mazione vesci Golosa degli elementi, che subiscono la Cor pus co- 
lazione. 

Nel mezzo della cellula è sito un grosso nucleo vescicolare 
che differisce da quello delle cellule cilindriche dello strato ge- 
neratore per un ammassamento della sostanza cromatica in un 
ristretto numero di punti del reticolo cromatico e per il fatto 
che spesso si vede partire dai nucleoli qualche risoluzione, che 
dà al nucleolo stesso l'aspetto stellare. 

Nel citoplasma periferico di queste cellule, che potremmo chia- 
mare ectoplasma, si notano quattro specie di inclusioni o granu- 
lazioni, di elei dina o cheratoj alina, le inclusioni cromatofìle, le 
inclusioni cromatiche dipendenti dalla degenerazione dei nuclei 
ed i depositi di quella singolare sostanza, dalla cui condensa- 
zione si formeranno i Corpuscoli di Hendeeson. 

Le cellule invece, che assolveranno la loro normale evoluzione 
hanno forma poliedrica, sono senza parete, con citoplasma a 
struttura trabecolare, molto ricco di granulazioni di eleidina, e 
relativamente meno fornite di inclusioni cromatofile. Non son 
riuscito mai a mettere in evidenza i filamenti protoplasmatici, 
che dovrebbero unire questi elementi, i cosi detti ponti di ScHULze 
porocanali di ScnrÒN. Hanno un grosso nucleo vescicolare sito 
nel centro della cellula, nucleo ricco di sostanza cromatica, sparso 
in reticolo sottile di maglie che si intrecciano variamente, e for- 
nito di due o tre nucleoli e di parecchi granuli cromatici, che 
reagiscono verso i colori della cromatina come le maglie del re- 
ticolo stesso; attorno al nucleo non si riscontra mai in queste 
cellule l'alone chiaro. L'ectoplasma di esse è identico per mor- 
fologia e per reazioni microchimiche all'endoplasma. 

Il fatto, che non tutte le cellule del corpo mucoso nel M. e. 
dieno indifferentemente origine al Grlobo cheratoide, fu og- 
getto di studio, nei loro accurati lavori, per parte di Bizzozkro 
& Manfredi ed anche di Mingazzine ('894). Bizzozero & Man- 
fredi ('877) notarono che non tutte le cellule epiteliali dello 
strato più profondo producono nel proprio seno un Globo; molte 
di esse, massime quelle giacenti sullo pareti laterali del tubolo, 
subiscono la loro trasformazione cornea fisiologica, e vanno, tra- 



— 240 — 

sformato in lanioUo, a vuotarsi nel confluouto dei tubuli o poscia 
alla superficie della pelle, mescolate ad altre piastre ed ai Glob i. 
In questo loro decorso esse vengono incastrate, schiacciate contro 
i Globi, dei quali perciò mantengono l'impronta sotto forma 
di incavature più o meno profonde, più o mono numerose. A.ncho 
MiNQAzziNi ('894) trovò, negli Uccelli , che non tutte le cellule 
del nodulo sono uniformemente colpite dal parassita, e che è 
rarissimo di poterne trovare taluna esente ; nei noduli di M. e. 
dell'Uomo invece non tutto le cellule sono colpite dal processo. 
E nei Batraci ('902) gli fu agevole vedere che non tutte le cel- 
lule della neoformazione epiteliale venivano invase dai parassiti, 
anzi molte fra esse ne erano prive, tuttavia si mostravano al- 
terate in parte nella forma, in parte nella costituzione. Nei no- 
duli molto sviluppati l'A. descrive, che lo strato delle cellule ci- 
lindriche viene modificato, nel senso che i loro nuclei non hanno 
più la regolare disposizione a palizzata, come nell' epitelio nor- 
male, col loro maggiore diametro in direzione perpendicolare alla 
superficie dell'epidermide, ma invece lo presentano parallelo ed 
obliquo a questo e sono qua e colà più numerose, mentre altrove 
sono assai più rade, che nell' epitelio normale. Soltanto gli ele- 
menti entro i quali un parassita si sviluppa vengono ben presto 
a morire, degenerando con grandissima rapidità il loro protopla- 
sma ed il nucleo: tutti gli altri rimangono in vita, benché sieno 
compressi e deformati parzialmente, sia dagli elementi vicini, sia 
dai parassiti. 

In questi elementi poliedrici non ho osservato mai mitosi, ed 
in ciò mi uniformo all'opinione espressa da Benda ('897); si ve- 
dono altresì delle figure di movimento del nucleo ed anche qualche 
volta di scissione dello stesso, ma sono movimenti che non por- 
tano mai alla riproduzione cellulare, essendo fasi che stanno in 
rapporto con la speciale degenerazione di queste cellule e con 
la loro trasformazione in Corpuscolo cheratoide. Laddove 
AuDRY ('899), pur notando mitosi nel corpo mucoso sopra un pic- 
colo numero di pezzi, crede, sia certo che si possano riscon- 
trare negli elementi in parola ; però, per la loro rarità trae ar- 
gomento potente contro l'assimilazione del M. e. ad un epitelioma. 

Gorpuscolazione. 

Le alterazioni e le lesioni delle cellule del corpo mucoso di 
Mali'ighi durante il processo di Corpuscol azione sono molto 
eoniplesse e non è facile poterle studiare nel loro insieme , es- 



— 241 - 

sendo state al riguardo numerosissime e disparate lo opinioni 
emesse dai vari osservatori. Esse infatti riguardano principal- 
mente la formazione di una membrana cellulare , le anomalie 
nucleari, le genesi dei granuli e gocciole di una sostanza inter- 
pretata per eleidina o cheratoj alina, le inclusioni protoplasma- 
tiche, le inclusioni cromatofile provenienti dalla degenerazione 
della sostanza cromatica dei nuclei, e riguardano infine quella 
speciale e singolare sostanza, dalla cui condensazione si originano 
i Corpuscoli di Henderson. Tutto ciò stando puramente allo 
studio morfologico di queste cellule, senza entrare per ora nella 
interpretazione se questi Corpuscoli sieno l'esponente della de- 
generazione del citoplasma cellulare , ovvero se debbano invece 
riguardarsi come la fase ultima o anche degenerativa di un pa- 
rassita qualsiasi produttore della malattia in parola. 



Primo inizio della Corpuscolazione. Migrazione del nucleo. 

Si è detto che il primo inizio della Corpuscolazione si 
avvera nelle cellule cilindriche dello strato generatore , con la 
presenza e formazione di un alone chiaro perinucleare; si è detto 
pure come non tutte le cellule di questo strato presentino tale 
zona chiara citoplasmatica, e che anzi questi ultimi elementi, in 
apparenza normali e somiglianti molto alle cellule basamentali 
dello strato mucoso di Malpighi dell' epidermide normale , sono 
quelli che subiscono una evoluzione ordinaria, ovvero che si ri- 
producono per mitosi, mitosi che danno come risultato elementi 
che pure potranno andare soggetti alla particolare degenerazione 
cheratoide del loro citoplasma , sono cellule che potranno pro- 
durre un Corpuscolo di Henderson. Per l'attiva moltiplicazione 
cariocinetica le cellule vengono spinte più all'interno degli zaffi, 
compresse variamente, e da cilindriche assumono una forma più 
o meno poliedrica, irregolarmente poliedrica. L'alone chiaro pe- 
rinucleare si ingrandisce, l'ectoplasma si raddensa alla periferia 
della cellula ed il nucleo subisce delle speciali modificazioni nella 
disposizione della cromatina. Un punto molto delicato a notarsi 
ed importante si è il passaggio del nucleo dal citoplasma chiaro 
o endoplasma nell'ectoplasma della cellula (Figg. 1 e 2); questa 
migrazione avviene prima che nell'endoplasma incominci ad ap- 
parire quella speciale sostanza, che formerà il Globo chera- 
toide. n nucleo non è quindi spinto, come erroneamente si 
crede, alla periferia della cellula dal crescere del Globo, il 



- 2-12 - 

(]Uiil(.( (riiltrondn. come si vedrà, non iiiiscc comò un unico ispos- 
simeuto citoplasmatico. 

Per tutti gli aa. è invoce il Corpuscolo di Rende asoN quello 
che col suo sviluppo spinge passivamente il nucleo alla periferia 
contro la membrana : infatti, per Bizzozkho & Manfredi ('877) 
colla formazione del Globo, il nucleo viene rigettato verso la peri- 
feria e schiacciato fra il Globo e la membranella cornea che 
si sarà formata tutto intorno alla cellula. Renaut ('880) pure 
vede che nel protoplasma delle cellule spinose si sviluppano dei 
corpi traslucidi, che si colorano in rosso col picrocarminato di 
ammoniaca e che restano scolorati dall'azione dell'acido osmico 
e osserva che col crescere del Globo il nucleo cellulare è ri- 
cacciato alla periferia della cellula. Nel medesimo ordine di idee 
è Campana ('886)^, egli nota che il nucleo di queste cellule au- 
menta di volume, si rende molto trasparente , assume precisa- 
mente la forma trasparente del Corpuscolo di Henderson e si 
presenta in tutto o in parte circondato da frammenti di cellule 
con eleidina: il protoplasma quindi , secondo 1' A., non concor- 
rerebbe alla formazione dei Globi. E consecutivamente ('893) 
dice che per l'abbondanza riscontrata dell'eleidina, ebbe un mo- 
mento il dubbio se realmente il Corpuscolo del M. e. potesse 
uscire dal protoplasma degli elementi epiteliali o dal nucleo; ma 
poi, per ulteriori osservazioni, viene nella persuasione che questo 
elemento si origina da una parte che è ordinariamente il pro- 
toplasma, e che secondo alcuni sarebbe una degenerazione , se- 
condo altri e l'A. un parassita. 

Marullo ('904) poi, nel mentre descrive nel protoplasma delle 
cellule spinose delle speciali degenerazioni, che portano alla for- 
mazione di una parete cellulare, dice che verso la parete stessa 
si va depositando una sostanza per lo più in forma di lamelle, 
che si adattano con la loro superfìcie convessa alla detta pa- 
rete e con la superficie concava alla parte centrale della cel- 
lula. Queste lamelle hanno un aspetto corneo splendente e sono 
il prodotto del processo di cornifìcazione , che dipende dalla 
facoltà che hanno le cellule malpighiane di produrre sostanza 
cornea in un periodo finale della loro vita anche lontano dalla 
loro sede naturale. Questa sostanza cornea si nota sempre alla 
periferia della cellula dove pare che si principia sempre il pro- 
cesso di cornifìcazione, forse a causa delle pressioni, che si eser- 
citano da tutti i lati intorno alla cellula, e che produce un es- 
siccamento del tessuto, clie va dalla periferia al centro cellulare. 
Come si dirà anche in seguito, non credo che si possa mettere 



— '243 - 

por nulla avanti il rliibbio espresso da Cami'AiVA f'8d3j, che il 
Corpuscolo di Henderson possa eventualmente provenire dal 
nucleo, anziché dal protoplasma cellulare, né ammettere l'ipotesi 
di Marullo ('904), che il Corpuscolo invece provenga dalla 
condensazione degli strati esterni delle cellule del reticolo mal- 
pigliiano. 

Formazione della membrana cellulare. 

Con la migrazione del nucleo nell'ectoplasma delle cellule del 
corpo mucoso di Malpighi, incominciano ad apparire in questi 
elementi delle granulazioni, delle gocciole di una sostanza, che, 
per le varie colorazioni microchimiche, deve essere interpretata 
come cheratoj alina, come eleidina di Ranvier ('879 2°). Questa 
sostanza si tinge intensamente in bleu con l'emallume, in rosso 
col picrocarminio, e mostra la medesima elettività, per i colori, 
come lo strato corneo dell'epidermide normale. Le gocciole di 
cheratoj alina si portano verso la periferia della cellula, si depo- 
sitano, si fondono . si condensano in una membrana spessa che 
circonda od individualizza, dalle vicine, la cellula , nella quale 
si assolverà la degenerazione corpuscolare. 

La formazione di una membrana circondante la cellula é 
preceduta da un cambiamento di forma dell'elemento, che da po- 
liedrico diviene più o meno globoso (Figg. 1 e 2). Tutti gli aa., 
che si sono occupati dell' intima struttura di questa malattia, sono 
di accordo nel riconoscere all'esterno della cellula, in fase di 
Cor p uscolazione, la presenza di una membrana cornea, nes- 
suno però ci dice come questa si formi e per opera di quale 
sostanza. Audry ('899) infatti descrive come il mantello della 
cellula si individualizza sempre più, si separa da quello delle 
cellule vicine con le quali non ha più altri rapporti che quelli 
di stretti contatti: si differenzia quindi dal contenuto protopla- 
smatico, che finisce per essere chiuso come in un sacco, tanto 
che in qualche taglio si vede il Corpuscolo vuotato del suo 
contenuto e ridotto al guscio, al mantello. Anche Bosc ('905 1°) 
trova che la parete spessa è dovuta alla trasformazione colloide - 
cornea dei filamenti di passaggio e del protoplasma periferico; 
laddove gli aa. antichi, come Bizzozero & Manfredi ('877) e 
Kaposi ('891), poco entravano nella genesi della membrana in 
parola. Bizzozero & Manfredi ('877) dicono che le cellule spi- 
nose, che debbono subire il processo di Corpuscol azion'e, 
acquistano alla parte esterna del corpo cellulare un rivestimento, 



— 244 — 

una inemhraiiulla cornea, manifostantesi, in seziono ottica, come 
una linea a doppio contorno. Per Kaposi ('891), invece, la zona 
cellulare più esterna e rinchiudente nel suo interno il nucleo della 
cellula è ugualmcaite choratinizzata, come la degenerazione par- 
ticolare protoplasmatica, che porta alla formazione del Globo. 
Io ho potuto seguire le varie fasi di formazione del man- 
tello, della membrana cellulare, ed ho notato come essa provenga 
in massima parte dalla condensazione e fusione delle gocciole di 
eh eratoj alina, che normalmente avrebbe tendenza ad elaborare 
la cellula in parola Questa membrana è rafforzata dall'ispessi- 
mento dello strato esterno del protoplasma cellulare. 

Anomalie nucleari. 

Numerose sono le anomalie che subisce il nucleo delle cellule 
del Corpo mucoso durante la fase di Corpuscolazione, ano- 
malie spesso non notate, o altresì credute come parassiti. Si presta 
per lo studio di esse opportunamente la colorazione di Giemsa 
ed in generale le colorazioni con i colori di anilina con o senza 
mordenzamento ed anche benissimo la semplice colorazione con 
l'ematossilina ferrica secondo Heidenhain. 

Keomayer ('893) ebbe agio di poter vedere che i nuclei delle 
cellule spinose aumentano di volume, non prendono più i colori 
cromatici, ad eccezione del loro corpuscolo, ma che grazie alla 
colorazione di Wfigert si riesce sempre a poterli distinguere; la 
cromatina sicuramente si diffonderebbe nel citoplasma degenerato. 
Nel Vainolo dei Polli Mingazzini ('894) avrebbe trovato che 
il nucleo della cellula, spinto dalla maggiore evoluzione del pa- 
rassita, sempre più perifericamente, incomincerebbe a degenerare. 
La cromatina si dissolve nel carioplasma, il reticolo si perde, 
i punti nodali di cromatina divengono veri globuli di forma ir- 
regolare ed in totalità prende l'aspetto di un nucleo in degene- 
razione: e in uno stadio ulteriore il nucleo è totalmente deo-e- 
nerato, deformato affatto e ridotto ad un corpo più o meno se- 
milunare, più o meno frangiato, nel quale non si può riconoscere 
un contenuto di sostanza cromatica e di carioplasma, e che pre- 
sentasi intensamente colorato per i resti di cromatina degenerata 
sciolti in esso. Laddove per Audry ('899) le anomalie nucleari 
consisterebbero in una condensazione della cromatina in due o 
tre punti rotondi, di volume ineguale, fortemente tinti in una 
maniera omogenea e che sono paragonabili a dei nucleoli volu- 
minosi. Ma nello stesso tempo che l'A. discute le varie ipotesi 



— 245 — 

emosso da Macallum ('892), Benda ('897), Neisseh ('894), non sa 
risolvore la quistionn so quoste formazioni rispondono ad una 
condonsazione intrauucleare di cromatina pseudo od ortonucleare, 
tale quale ha segnalato all'interno del nucleo, o se si tratta di 
un frammento della sostanza singolare che si troverà sparpagliata 
nella massa protoplasmatica. E nelle successive fasi dice che il 
nucleo non è molto modificato, si schiarisce e non contiene più 
che una sola macchia cromatofila nucleoliforme. Ed anche Bosc 
('905 1°) osserva il nucleo ipertrofizzarsi, vacuolarsi, e presentare 
una dissoluzione della cromatina con disparizione progressiva 
della sua membrana. 

Come opportunamente ha notato Auury ('899), è quasi co- 
stante a notarsi nel nucleo la presenza di corpicciuoli cromatici, 
che per la loro morfologia potessero essere interpretati come 
nuclei accessori (Fig. 4 e 5) : in essi non si distingue, anche ri- 
correndo a forti ingrandimenti ed alla illuminazione artificiale , 
una struttura fondamentale. Sono blocchi di cromatina o di so- 
stanza, che reagisce come la cromatina , di forma sferica , dai 
quali si vedono partire tanti raggi, che spesso raggiungono la 
membrana nucleare e si confondono con essa. 

Non è assolutamente chiara la genesi di questi corpicciuoli, 
se cioè provengano dai nuclei o dalla condensazione del reticolo 
cromatico o dalla fusione dei nuclei con la sostanza cromatica 
del reticolo stesso ; infatti, i nucleoli nelle cellule spinose, che 
subiscono il processo di Corp u scola z ione, reagiscono meno 
bene del reticolo cromatico con i colori della cromatina, si tin- 
gono paUidamente in rosa con la saffranina, ma è vero pure che 
questi nucleoli, durante il processo diCorpuscolazione, man- 
dano delle risoluzioni nucleolari di varia forma, ad anse, a vo- 
lute, spesso frastagliatissime, e, nell'inizio, queste risoluzioni po- 
trebbero benissimo confondersi con quei blocchi cromatici sferici, 
tanto più, che le risoluzioni nucleolari, a differenza dei nuclei, 
presentano quasi la medesima basofilia del reticolo cromatico. 
Molti di questi nucleoli, nelle successive fasi, per un processo di 
lisi finiscono per riassorbirsi nell'enchilema nucleolare. Io ho la 
persuasione, che i nucleoli non entrano direttamente nella for- 
mazione di questi corpicciuoli cromatici, forse potrebbero indi- 
rettamente fornire loro della sostanza : certo si è che si dissol- 
vono, quando ancora questi corpicciuoli sono nel maggiore loro 
sviluppo. I fenomeni nucleolari , nei nuclei, durante la C o r p u - 
scolazione, sono identici a quelli dei nucleoli delle cellule ci- 
lindriche durante le fasi mitotiche. Viceversa si vede, che man 

17 



— 246 — 

mano che diiUu primo iilc collulaii si procedo verso il centro del 
lobulo, negli elementi, che si trasformeranno in Corpuscoli di 
Hknderson, il reticolo cromatico si rende più rado : i rami del 
reticolo stesso si ispessiscono , si raddensano nei punti di con- 
tatto e finiscono per individualizzare, uno, due o tre (raremento 
un numero maggiore) di questi corpicciuoli cromatofili. Di estremo 
interesso sarebbe l'assodare la genesi delle loro ramificazioni stel- 
lari, se cioè queste sieno primarie o secondarie alla formazione 
dei corpuscoli in parola. Sono esse il residuo del reticolo cro- 
matico o sono risoluzioni dei coi'picciuoli cromatici? Per la forma 
talvolta regolare di esse, sembra sieno piuttosto da riguardarsi 
come risoluzioni dei corpuscoli anzidetti : sono rami cromatici 
sottili e rettilinei, che, partendo come raggi del corpicciuolo, si 
dirigono verso la periferia del nucleo , e raggiungono molto 
spesso la membrana nucleolare, anzi là dove si fondono con la 
detta membrana, si possono notare dei punti nodali, degli ispes- 
simenti cromatici. Quando i corpicciuoli sono due o più, possono 
restare isolati in guisa che le risoluzioni loro non si toccano 
vicendevolmente, altre volte mandano dei raggi dall' uno all'al- 
tro, formando delle bizzarre e singolari figuro nucleolari. 

In questo stadio il reticolo acromatico non è più visibile, 
l'enchilema nucleolare si rende trasparentissimo e si vedono sparsi 
solo pochi granuli cromatofili, che sono gli ultimi reliquati della 
dissoluzione dei nucleoli. Quale sarà il destino di questi corpic- 
ciuoli ? Essi, per un lento processo di riassorbimento, perdono 
prima le risoluzioni, i raggi, nello stesso tempo che si rendono 
più piccoli e meno tingibili con i colori della cromatina, perdono 
la loro spiccata basofilia ; e quando il nucleo ha quasi raggiunto 
nella sua migrazione la membrana cellulare cheratinizzata (e 
quando il Corpuscolo di Henderson si sarà andato evolvendo), 
allora apparirà come un corpo vescicolare appiattito, fornito di 
una sottilissima membrana e di un unico corpicciuolo piccolis- 
simo, puntiforme, centrale, cromatico. In una fase precedente si 
trovano, è vero, alla periferia della membrana nucleolare, delle 
gocciole di sostanza, che reagisce come sostanza cromatofila, e 
questa credo provenga dalla dissoluzione della cromatina e dal 
suo depositarsi nel citoplasma residuo perinucleolare. Queste goc- 
ciole, con opportuni e delicati metodi di tinzione, si riesce sempre 
a metterle in evidenza ed a distinguerle dallo inclusioni proto- 
plasmatiche , dai granuli di eleidina o cheratoj alina e dalla so- 
stanza corpuscolare. 



— '247 — 

Il nucleo però in altri casi 'molto rari) può porfino subire 
uu processo di scissione (Fig. 6), le cui fasi non sono molto stu- 
diabili: i due nuclei che nascono da questa scissione (probabil- 
mente diretta) , rimangono attaccati 1' uno all' altro , ed in cia- 
scuno di essi si avverano i medesimi fenomeni degenerativi testé 
studiati. E finalmente in altri casi , di estrema rarità, il nucleo 
perde la membrana, ed il oorpicciuolo cromatico di forma stellare 
con le caratteristiche risoluzioni, resta libero nella cellula in via 
di Cor puscolaz ione. Macallum ('892j, che pure ha osservato 
questi corpicciuoli cromatici , pensa che provengano da migra- 
zione di sostanza cromatica dal nucleo nel protoplasma e sareb- 
bero quindi da considerarsi come plasmosomi. Anche Benda ('895) 
vede neir interno della capsula, che circonda il Corpuscolo del 
Mollusco, un corpicciuolo refrangente, che crede provenga da 
migrazione del nucleo; e in seguito confonde queste formazioni 
con i Corpuscoli di Touton" ('892), che secondo lui, per qualche 
particolarità , farebbero pensare al nucleo accessorio , sebbene 
non rispondano ai metodi di colorazione e di indurimento di 
questi. Io ritengo che i corpi osservati da Macallum ('892) e 
Bknda ('895) non sieno altro che i corpuscoli cromatici stellari 
testé descritti, o, seguendo in parte le idee di Kuznitzky ('895 1*>), 
che sieno dati dalla condensazione di sostanza cromatofìla dif- 
fusa dal nucleo. 

Eleidina e cheratojalina. 

L' eleidina e la cheratojalina sono la medesima cosa? G-li 
aa. che si sono occupati dello studio di questa aifezione pato- 
logica ne parlano indifferentemente , spesso confondendo 1' una 
sostanza con 1' altra, né i trattati di tecnica istologica sono più 
chiari al riguardo con l' indicare delle reazioni microchimiche 
speciali. 

Ranvieb ('879 2°) nella cute normale osserva che le cellule 
dello strato granuloso contengono una sostanza , che si colora 
fortemente in rosso col carminio e che ha chiamato col nome di 
eleidina; si trova come gocce. Lo strato lucido nelle preparazioni 
della pelle dell' Uomo, ottenute con l' indurimento in alcool, è da 
principio colorato in giallo quasi uniforme , ma ben presto il 
reattivo colorante, continuando la sua azione, si vede che produce 
in vicinanza dello strato granuloso ed alla superficie del taglio 
(la superiore o l' inferiore), delle gocce, che si colorano in rosso 
come quelle che sono nelle cellule dello strato granuloso. Queste 



— 248 — 

gocoe sono libero; il loro nuinni-o e V iiiltinsil.à diilla loro col<ìr;i- 
zioiio soiubrano accresoorsi, allorché, per rendere la preparazione 
persistente, si sostituisce alla soluzione di picrocarminato di am- 
moniaca della glicerina addizionata ad una piccola quantità di 
questa materia colorante. La sostanza, che si spande così alla 
superficie dello strato lucido, è evidentemente liquida ; essa ha la 
rifransenza e sembra avere la consistenza di un olio essenziale- 
L' A. non vuol proprio dire che l'eloidina sia un olio essenziale; 
la composizione chimica di questa sostanza è ancora sconosciuta, 
e le ricerche istochimiche che ha fatto su questo soggetto sono 
ancora poco numerose per farsi una opinione al riguardo. 

Per dimostrare la sostanza jalina si adotta specialmente il 
metodo di van Gibson, che le dà un colorito rosso splendente; 
ma la sostanza jalina pare si confonda con la sostanza colloide, 
che a sua volta con la colorazione di van Gibson , secondo al- 
cuni, si colorerebbe anche in rosso giallo, spesso in rosso splen- 
dente, in modo che nei tagli la sostanza colloide risalterebbe 
assai chiaramente sulle rimanenti parti del tessuto. La reazione 
cromatica , secondo altri, non basterebbe per distinguere la so- 
stanza colloide dalla jalina, poiché l'una e l'altra si colorano ugual- 
mente in rosso splendente. 

Nel M. e. di Bateman le cellule racchiudenti 1' eleidina, se- 
condo Ranvier [in Renaut ('880)], non sono quelle che subiscono 
la trasformazione globulosa, ma bensi quelle intermedie , e che 
corrispondono come sede agli elementi che occupano gli inter- 
valli fra le cellule glandolare Renaut ('880) negli intervalli fra 
i Globi rinviene alcune cellule che si saldano a reticolo ed altre 
che subiscono l'evoluzione epidermica regolare, e nel protoplasma 
di queste ultime trova disseminate le granulazioni dì eleidina. 
Campana ('885) osserva che l'eleidina , dopo formatisi i Globi 
del Mollusco, resta libera a costituire gocciole splendenti, rac- 
colte negli spazi tra un Corpuscolo del Mollusco ed un 
altro; questa eleidina potrebbe dar luogo a delle sferule grosse, 
ma scarse, quanto quelle proprie del Mollusco, né queste sfe- 
rule potrebbero tanto facilmente distinguersi dai Glo bi caratte- 
ristici, avendo questi ultimi tutti i caratteri morfologici e le me- 
desime elettività per molte delle sostanze coloranti dello strato 
corneo. E il detto A. in un lavoro successivo ('886) avverte che 
i granuli di eleidina riunendosi formano sfere variamente volu- 
minose, che si tingono col violetto di genziana o col picrocar- 
minio , mentre non si colorano i Corpuscoli di Henderson; 
questi ultimi quando si trovano liberi, verso il centro del neo- 



— 249 - 

plasm;!, si potrebbero confondere con lo sfere di eleidina, ma la 
reazione col picrocarminio, negativa per essi e positiva per le 
sferule di eleidina, li farebbe distinguere. 

Infine ('893) pare modifichi parecchio il suo modo di vedere, 
dicendo che nel M. e. l'eleidina cresce fortemente, che i granuli 
di eleidina non si mantengono uniformi e piccoli come si tro- 
vano nello stato normale : essi sono cosi grossi da superare la 
grandezza dello stesso nucleo e se ne vedrebbero nelle cellule e 
fuori delle stesse; sarebbe quindi difficile dire se uno di questi 
corpicciuoli rappresenti l'inizio dell'alterazione del M. e, ovvero 
sia eleidina nella sua fase di evoluzione. 

Gaucher & Sergent ('898), seguendo le idee espresse dal 
loro maestro Renaut ('880) ritornano sull'argomento e ci dicono 
che negli strati seguenti quello delle cellule cilindriche si riscon- 
trano elementi, che tendono alla forma più o meno globulare, di 
cui un certo numero si modificano profondamente in seguito a 
sviluppo e deposito di grosse granulazioni j aline, colorate in rosa- 
arancio dal picrocarminio e distribuite più o meno irregolarmente 
intorno al nucleo. Queste granulazioni aumentano di volume, si 
fondono fra di loro ed arrivano a costituire un blocco volumi- 
noso, che riempisce quasi interamente la cellula trasformata al- 
lora in un Globo arrotondito, nel mentre che il nucleo è spinto 
alla periferia della cellula. Audry ('899) anche lui si domanda se 
l'eleidina e la cheratoj alina sieno la medesima cosa; egli non ha 
potuto riconoscere delle differenze e la trova sotto forma di goc- 
ciole molto fini nelle cellule del corpo mucoso e più grandi negli 
elementi dello strato granuloso dei noduli di M. e. Marullo ('904), 
per studiare la presenza della cheratoj alina, si è servito della co- 
lorazione con l'ematossilina Delafield e della scolorazione con 
l'acido acetico: la sola cheratoj alina resisterebbe all' azione del- 
l'acido acetico e resterebbe colorata in nero bluastro, e facendo 
ai tagli cosi trattati seguire una nuova colorazione con ematos- 
silina Delafield e con eosina, avrebbe ottenuto colorati i nuclei 
in violetto , il protoplasma in rosa e la cheratoj alina in nero 
bluastro. Ha osservato che è sparsa sotto forma di granulazioni 
grossolane, che sono disposte a rete, in mezzo alle quali si ve- 
dono i Corpuscoli cheratoidi; a forte ingrandimento si ap- 
palesa la cheratoj alina, anche sotto forma di piccoli granuli o 
punti sparsi qua e là nel protoplasma cellulare. Ed in seguito 
ci dice che la mancanza della cheratoj alina in alcuni noduli co- 
stituiti interamente da cellule, che hanno subito la degenerazione 
colloidea, deve essere spiegata col fatto che questi noduli sieno 



— 250 — 

l'espressione del più aulico processo paU^logico, del (piale i i"ap- 
presentanti sono i Corpuscoli del M. e. 

Evidentemente per Marullo ('904) eleidina e cheratojalina 
debbono essere la medesima cosa, sebbene nel suo pregevole la- 
voro di eleidina non se ne faccia menzione ; egli infatti si era 
proposto, volendo studiare nel M. e. la evoluzione fisiologica delle 
cellule malpighiane , di rivolgere la sua attenzione alla ricerca 
della cheratojalina, nello stesso modo come per studiare la evo- 
luzione patologica dei detti elementi ha rivolto la sua attenzione 
alla sostanza colloide. Invece non è chiara l' interpretazione che 
dà Campana ('885; '886; '893) al raggrupparsi delle gocciole di 
eleidina, che formerebbero sfere simili ai Corpuscoli di Hks- 
DERSON e solo in parte riconoscibili dagli stessi per alcune spe- 
ciali colorazioni microchimiche. 

Tenendo appunto presente che le cellule del piccolo neo- 
plasma non muoiono, appena si inizia in esse il processo di Cor - 
puscolazioue, ma bensì continuano a dare, sino alla formazione 
del Corpuscolo di Hei^debson, segni evidenti della loro vita- 
lità, ci riuscirà agevole studiare le varie formazioni, che si vanno 
evolvendo nel loro protoplasma. Io ritengo con Audry ('899) che 
1' eleidina e la cherotojalina sieno la medesima cosa , e sieno 
espressione di quel processo fisiologico, che si avvera nelle cellule 
epidermiche, cosi chiaramente descritto da Ranvièr ('879 1°) ; le 
gocciole o granulazioni di eleidina non si trovano sparse unifor- 
memente nelle cellule del corpo mucoso, per la sola ragione che 
queste cellule non daranno luogo, con la loro successiva evolu- 
zione, alle cellule dello strato lucido, come nell'epidermide nor- 
male, né sono per i loro caratteri morfologici del tutto identiche 
alle cellule spinose del corpo mucoso di Malpighi. Negli elementi 
invece, nei quali non si ha la trasformazione cheratoide , negli 
elementi che non produrranno il Corpuscolo di Henderson, 
la cheratojalina o 1' eleidina si trova distribuita in granuli fini 
in tutto il citoplasma cellulare, come piccole granulazioni, come 
gocciolette, che si tingono in rosso arancio nei preparati colorati 
col picrocarminio , e si colorano anche benissimo in bleu scuro 
con l'emallume e con l'ematossilina acida di Ehrlich, con o senza 
colorazione di contrasto. Con l'ematossilina ferrica di Heidenhain 
queste granulazioni di eleidina si colorano poco : non è che restino 
assolutamente scolorate, ma al certo non sono messe bene in 
evidenza; viceversa, questo colorante rende degli utilissimi servigi 
per tingere elettivamente le inclusioni protoplasmatiche e le de- 
generazioni nucleari cromatiche, ed anche per studiare la forma- 



— 251 — 

ziono speciale della sostanza corpuscolare. In tali elementi quin li, 
che non sono l'espressione di un processo patologico, la normale 
formazione dei granuli di cheratoj alina può subire delle deviazioni 
per il fatto della compressione esercitata su di esse dalle cellule 
limitrofe, che sono in fase di Corp us co lazi o ne ; i granuli, le 
gocciolette di eleidina si fondono , danno luogo a gocciole più 
grandi, che migrano alla periferia dell' elemento, e consecutiva- 
mente fuoriescono dallo stesso per raccogliersi all' intorno della 
membrana, che "circonda le cellule in fase avanzata di Corpu- 
sc olazione. 

La cheratoj alina invece nelle cellule, che generano il Globo 
cheratoide , si comporta diversamente : in un primo periodo le 
granulazioni si trovano raccolte nella zona citoplasmatica esterna 
cellulare (Figg. 1 e 2), ancor prima che si formi la membrana 
che circonda 1' elemento in parola, laddove nella zona perinucleare 
chiara non si riesce, anche con delicati metodi di tinzione, a met- 
tere in evidenza granuli di tale sostanza. Le granulazioni di che- 
ratoj alina non sono fine ed omogenee in tal caso : alcune sono 
grandi, altre a gocciole, altre sottili, altre sferiche, altre di forma 
indeterminata, migrano alla periferia della cellula, si distribuiscono 
all' intorno in modo uniforme , a rosario , e siccome si colorano 
pure intensamente con la fuxina fenica, con il bleu di metilene, 
con il violetto di genziana, e siccome resistono anche al Gram, 
queste granulazioni (le più piccole) furono interpetrate da An- 
GELUCCi ('880) e da altri come cocchi. 

Come ho accennato nella Discussione critica desunta 
dalla Bibliografia, e come più opportunamente tratterò in 
prosieguo in un capitolo speciale, non è facile poter dire se al- 
cuni determinati corpicciuoli, che si rinvengono intorno a questi 
elementi in fase di Co rpus colazio ne , debbano essere inter- 
petrati come microparassiti ovvero non sieno altro che granuli di 
eleidina nel primo inizio della loro formazione. Infatti, i colori 
consigliati per tingere i batteri in genere, mettono anche in evi- 
denza la cheratoj alina, ed i vari aa. hanno sempre vagheggiata 
la speranza di scoprire 1' agente del contagio , partendo dalla 
concezione che il M. e. di Bateman, per i caratteri clinici, deve 
al certo essere considerato malattia da infezione. 

Eliminatasi una porzione della cheratoj alina, la cellula, come 
si è detto, si va rivestendo di una membrana creatasi in parte a 
spese dei derivati dell' ectoplasma cellulare ed in parte rafforzata 
dalla cheratojalina depositatasi alla periferia dell'elemento. Con 
la formazione della membrana cellulare e con lo sviluppo del 



— 252 — 

Globo, quello pooho <rraiiuliizioni ondocoliulari -li clioiatojalina, 
degenerano e si riuniscono agli ultimi stadi di trasformazione 
delle inclusioni cromatiche o cromatofìle , costiUiendo quel pro- 
toplasma di reliquat , che si trova, quando, con la rottura della 
membrana della cellula, vien messo in libertà il Corpuscolo 
di Henderson. 

Inclusioni protoplasmatiche. 

Lo studio dello inclusioni protoplasmatiche in genere, ed in 
ispecie nel M. e. di Bateman, è acquisizione tutta moderna,, do- 
vuta ai più delicati metodi di tecnica microchimica od ai miglio- 
rati mezzi ottici. Ho ripetuto le esperienze di Michaelis ('903) e 
di BuRNET ('906) della doppia reazione, ottenuta con le fissazioni 
con la formalina. I citati aa. infatti raccomandano la reazione 
del grasso e la reazione di mordenzamento : con la prima le in- 
clusioni sarebbero colorate in rosso dallo Scharlach R. ed in nero 
dall' acido osmico ; con la seconda reazione i tagli sarebbero trat- 
tati col bicromato di potassio, con 1' acetato di rame e con l'e- 
matossilina; successivamente si avrebbe la diiferenziazione , fa- 
cendo agire il ferrocianuro di K addizionato al carbonato di 
litiua. 

Michaelis ('903) conclude sui fondamenti microchimici pre- 
cedentemente enunciati, che le inclusioni sieno di natura mista, 
grassa ed albuminoidea; avverte però che trattati i pezzi per 24 
ore con l' alcool non danno più la reazione del grasso , come 
pure, nei tagli a paraffina, non si avrebbe la reazione di mor- 
denzamento. j 

Ho adoperato anche la modificazione della colorazione Pap- I 
penhkim-Unna al verde di metile-pironina, consigliata da Apolant I 
('903). la colorazione con il rosso di Magenta ed il picro-indico- 
carminio, consigliata da Burnet ('906), la colorazione di Giemsa. 
Però i migliori risultati per lo studio di queste inclusioni cro- 
matofile e protoplasmatiche, mi è stato dato dalla colora;^ione di 
Giemsa e da quella con 1' ematossilina ferrica, che ha il vantag- 
gio , secondo me, di non colorare intensamente o di lasciare anche 
scolorata la cheratoj alina, mentre tutte le altre colorazioni, come 
l'emallume ed cosina, il paracarminio , la saffranina , ed anche 
quelle colorazioni, testé enunciate, assieme allo inclusioni, colo- 
rano pure le gocciole ed i granuli di cheratoj alina. Per i preparati 
per frottis ho usato il processo indicato da Borrrl ('903) e da 
BujiNET ('906), cioè la colorazione con il bhui di Lokkler. 



— 253 — 

Tali inclusioni, come opportunamente scriveva Mixgazzlni 
('894), di forma svariata, sono ora notate da molti aa. sia in ele- 
menti patologici, sia in elementi normali, e specialmente in cel- 
lule a funzione glandolare allo stato perfettamente fisiologico, e 
quando non vi è il preconcetto dell' esistenza di un organismo 
parassitario, vengono notate semplicemente per descrivere le varie 
maniere di comportarsi di un elemento funzionante. 

Benda ('895), usando il trattamento dell'acido nitrico ed una 
modificazione del suo metodo all' ematossilina ed all' ossido di 
ferro, e sopratutto una modificazione del metodo di Gram, dice 
di poter mettere in evidenza dei Cor picciuoli simili ai Cor- 
puscoli di TouTON ('892). Questi sono in piccolo ed in grande 
numero, qualche volta si ha l'impressione che si dividano o che 
delle piccole particelle sieno disciolte. Questi Corpuscoli per- 
dono i loro contorni e passano nella formazione del Corpuscolo 
del Mollusco; tali formazioni non si osservano, servendosi del 
§uo metodo di colorazione, ma si possono ben vedere, impiegando 
altri metodi, che non fanno comparire i Corp u scoli di Touton 
('892), in modo che si dovrebbe essere più inclinati a credere che 
sieno granuli dello strato granuloso o parassiti. 

BoRREL ('904) neir Epitelioma contagioso degli Uc- 
celli, allo stato fresco ha potuto studiare dei Corpi re fran- 
genti, isolati nella cellula e di struttura granulosa, di dimen- 
sioni e forma variabili, rotondi, ovalari, mammellonati; sopra i 
tagli , malgrado i metodi di colorazione vari , è impossibile di 
farsi una opinione della vera natura di questi elementi. Bosc 
('905 2*^), nelle giovani cellule in ipertrofia semichiara constata 
nel protoplasma dei Corpuscoli molto refrangenti, qualche volta 
posti nella zona chiara perinucleare, ma in generale disseminati 
nel protoplasma e qualche volta molto allontanati dal nucleo; 
questi Corpuscoli possono essere talmente piccoli, che non sono 
percepibili altro che con i più forti ingrandimenti , misurando 
un diametro di ^/2 \t^ e fino a 4-5 {jl. Sono rotondi , ovalari , a 
diplococco, molto refrangenti e con il loro centro molto lumi- 
noso; sono colorati in rosso dalla saflfranina o dal rosso di Ma- 
genta, in rosso brillante dal Mann, in nero dall'ematossilina fer- 
rica, prendono 1' cosina e la fuxina acida. Mentre che i Corpu- 
scoli quasi invisibili sono situati nelle parti del protoplasma le 
più lontane da un nucleo a membrana intatta ed a livello del 
quale non si notano espulsioni nucleolari, nei nuclei invece più 
alterati si possono trovare dei Corpi iper cromati ci, suscet- 
tibili di passare nel protoplasma, corpi che sono più irregolari, 



^ 



/^ ■^■•■^ 



— 254 — 
elio si docoluraiio più lacilinonto flui Corpuscoli intrapro- 
toplasmatici e elio bisogna forse ammettere sieno Corpi pa- 
rassitari i n t r a n n e 1 e a r i . 

Le inclusioni parassitarie che si riscontrano nelle cellule del 
reticolo di Malpiqhi , che assolveranno la fase di Globi, sono 
l)rineipalmente cromatofile ed in alcuni casi si abbruniscono for- 
temente sotto l'azione dell'acido osmico, né per questo speciale 
modo di comportarsi rispetto all'acido osmico si è autorizzati a 
ritenerle di natura grassa. Credo che provengano in massima 
parte per eliminazione di sostanza cromatica del nucleo, quando 
questo migra verso la periferia cellulare, nel momento in cui la 
maggior parte della cromatina si condensa in due o tre blocchi, 
dai quali, come si è detto, si irradiano dei raggi a modo di stella. 
La loro forma è spesso indeterminata (Fig. 3), a blocchi, a goc- 
ciole, tal altra invece è a granuli anche piccolissimi, e di qui la 
grave difficoltà di interpretarli: quando infatti si colorano i pre- 
parati con il metodo di Gram, o con la fuxina fenica, o col bleu 
di LòFFLER, spesso si è tentati a voler riconoscere nelle forme 
granulari dei cocchi, dei batteri, dei piccoli Protozoi. Sono i più 
grandi, fra essi, i cosidetti Corpuscoli di Touton ('892,), anche 
descritti da Benda ('895)? È probabile. Gli aa. infatti nel pro- 
cedere a tali caratteristiche colorazioni partono sempre dal pre- 
supposto essere il M. e. una malattia infettiva, e per tal ragione 
doversi assolutamente identificare i presunti agenti del contagio. 
Né le ricerche recenti con i preparati per frottis , eseguite da 
BoRREL ('904) e da Bdrnet ('906) mi sembrano molto convin- 
centi 1). Ho anche io eseguiti numerosi preparati per frottis, li 



1) Durante la stampa del presente lavoro sono apparse due note di Borrkl 
('909; '910). Nella prima ('909) l'A. ci dice che l'ultramicroscopio, applicato 
alle culture pure della peiipneumouia, non ne aveva meglio definito il mi- 
crobo, in modo che si deve ritenere un istrumento, che per ora non può dare 
grandi risultati ai batteriologisti. Invece, col metodo di mordenzamento, col 
tannato ferroso e fuxina ferrica, pare possano aversi i più grandi servigi nello 
studio dei virus ancora sconosciuti. Questo metodo può essere applicato non 
solamente a delle culture, ma anche a dei prodotti patologici : nel M. e. di 
Bateman e neirEj)itelioma contagioso degli Uccelli si vedono degli 
clementi micrococcici, in numero immenso nelle cellule, e queste granulazioni 
molto regolari , asolate , a diplococchi, a catene, sono verosimilmente il mi- 
crobo. Uguali risultati avrebbe ottenuto con i filtrati, clavellosi. Eitiene quindi 
che il passaggio di un microbo attraverso un filtro non implica per forza la 
nozione di un microbo invisibile, giaccijè la sopracolorazione con il luorden- 



— 255 — 

ho colorati con la sopracolorazione col bloii di Lòffleu, ed ho 
notato su per giù le medesime cose che si vedono tingendo se- 
zioni sottili con l'ematossilina ferrica, con la differenza che con 
l'ematossilina ferrica si hanno maggiori finezze di dettagli. 

Lipschììtz ('907) ha stemperato dei noduli di M. e. in acqua 
distillata o in soluzione fisiologica ed ha fissato il tutto con alcool 
assoluto o con la mescolanza di alcool ed etere. Allestendo dei 
preparati, questi, all'ultramicroscopio, avrebbero mostrato la pre- 
senza di granulazioni, che non si ritrovano in altre lesioni. Io 
preparati coll'ultramicroscopio non ne ho fatti, né ne ho osservati, 
non posso quindi dire se le forme granulari, studiate da Lipschììtz 
('907), sieno davvero tali per la loro morfologia e per il loro com- 
portamento, da far pensare a microbi ultramicroscopici; ho però 
la convinzione che i granuli descritti da Borrel('904) e daBuRNET 
('906) nei preparati per frottis^ colorati col bleu di Lòffleu, non 
sieno gli agenti specifici del contagio, ma semplici granulazioni 
protoplasmatiche. Credo quindi che lo studio delle inclusioni ci- 
toplasmatiche non possa per ora progredire gran fatto, fino a 
che la tecnica citologica non ci avrà fornito delle reazioni spe- 
ciali per mettere sicuramente in evidenza i diversi punti del pro- 
toplasma e le degenerazioni di esso. 

zamento è un metodo molto potente, che renderà ancora dei grandi servigi 
nello studio dei microbi invisibili. 

Nella seconda nota ('910) ci i-iferisce di aver avuto agio di studiare nella 
specie canina un tipo di tumore canceroso, cbe si sviluppa spontaneamente 
nella Cagna a livello della vagina, e che sarebbe trasmesso col coito al ma- 
schio; tale lesione è probabile che nel maggior numero dei casi sia data come 
un innesto cellulare di un tumore preesistente. Nelle cellule specifiche del 
tumore, sia nei tagli, che nei preparati per frottis, con i coloranti ed i fissa- 
tivi ordinari, non si nota nulla di speciale; ma se si sopracolora un preparato 
per frottis, fatto con cellule messe in sospensione nell'acqua fisiologica e cen- 
trifugate, si osservano in esse una quantità di Corpuscoli micrococcici, 
a diplococci, in ammassi e qualche volta allungati e biforcati. Sopra i tagli 
il metodo di sopracolorazione con impregnazione all'argento permette di ve- 
dere a lato del nucleo una figura cromidiale, contenente dei granuli neri in 
gran numero, che evidentemente sarebbero i medesimi Corpuscoli. Anche 
in caso di sarcoma del seno, in una donna, con l'impregnazione all'argento, 
i tagli mostrerebbero, nelle cellule , a lato del nucleo , un corpo cromidiale 
identico alle granulazioni nere. 



— 266 — 

Specificità dei Corpuscoli di Henderson. 

Qualunque sia l'interpretazione data dai vari osservate )i'i ai 
Corpuscoli Henderson, certo si è che l'accordo è unanime noi 
riconoscere, in queste formazioni patologiche, qualche cosa di 
nuovo o di non comune. Sono infatti i Corpuscoli di Hen- 
derson patognomonici del M. e. di Bateman ? ovvero possono 
trovarsi anche in altre lesioni patologiche ? La maggior parte 
degli aa. vorrebbe riconoscere questi elementi solo in due mo- 
dalità patologiche, nel M. e. dell'Uomo e nel Vainolo dei Polli: 
altri invece con indagini accurate sono venuti alla conseguenza, 
potersi avere, almeno accidentalmente, in altre malattie. 

Per Boeck ('875) la specificità è indiscussa, dice che non si ri- 
scontrano elementi identici in altri tumori. Simon & Lewin ( — — ) 
riferiscono che non hanno incontrato i Corpuscoli cheratoidi 
altro che nel M. e, e citando la opinione di Kaposi ('891Ì, che 
l'avrebbe trovato negli epiteliomi, negli antichi comedoni, ecc., 
pensano che esistono differenze con gli antichi epiteli, che si 
trovano in questi ultimi. Laddove Renaut ('880) osserva che certi 
Globi epidermici degli epiteliomi lobulati si comportano anche 
molto spesso nella stessa maniera di quelli dell'Acne variol i- 
forme: ma essi ne differiscono sempre in ciò che sono formati 
di più cellule e non di una sola. Audry ('889) nelle proliferazioni 
epiteliali di tutt' altra natura, purché di origine ectodermica, ha 
riscontrato corpi o figure paragonabili ai Corpuscoli del M. e, 
ma non identiche. Io [Gargano ('909)] in alcuni esemplari di sar- 
comi ulcerati delle fosse nasali a cellule polimorfe, ho descritto 
la presenza di corpicciuoli, che per la morfologia e per le ca- 
ratteristiche reazioni microchimiche, avessero potuto essere ri- 
tenuti identici o analoghi ai Corpuscoli di Hendersom. Questi 
Corpuscoli non sono altro che una speciale trasformazione 
del citoplasma di alcune cellule sarcoraatose di forma epitelioide; 
infatti è agevole potere, nei vari preparati, studiare le diverse 
trasformazioni a cui va incontro la cellula nell' originare il Cor- 
puscolo cheratoide, che deve essere interpetrato come una 
degenerazione cellulare. 

Sebbene quindi il Corpuscolo cheratoide possa rinve- 
nirsi in altre lesioni della pelle, od anche eccezionalmente in 
tumori a tipo connettivale [Gargano ('909)], ciò non ostante bi- 
sogna convenire con Audry ('899), che per l'insieme della lesione 
*:■ per il modo come sono accumulati i Corpuscoli, la lesione 



I 



— 257 — 

del M. e. è roalnionto una lesione .specifica. Como si è detto si 
attribuiva, che tale malattia potesse contagiare solo l'Uomo ed 
i Polli, aversi cioè solamente M. e. di Bà.tp:mam e Vainolo dei 
Polli {Gffiiigelpocken). Osservazioni recenti hanno messo in luce 
che anche altri animali possono andare soggetti a tale modalità 
patologica: Fox ('898) infatti rinvenne lesioni analoghe a quelle 
dei Polli in un'altra malattia dei Polli delle Indie (Yaws), Shat- 
TOCK ('898) nei Passeri, Hutchinson ('898) nei Cani e trasmissibile 
all'Uomo, e Mingazzini ('902) nei Batraci {Discoglossus pidus). 

Genesi dei Corpusooli. 

Circa la genesi della sostanza corpuscolare e dei Corpu- 
scoli di Hendebson tutti gli aa. sono abbastanza di accordo 
neir ammettere il formarsi degli stessi per opera di granulazioni 
che sorgono nel citoplasma delle cellule poliedriche del corpo 
mucoso o dello strato granuloso (?) , granulazioni che confluiscono 
in un unico corpicciuolo ovoidale. Pochi invece sono quelli che 
hanno tentato di voler approfondire il processo di Corpus co- 
lazione, notando i rapporti che possa avere questa sostanza 
singolare, probabilmente cheratoide, con le altre parti cellulari. 
Per BizzozERO & Manfuedi ('877) l'inizio del Globo è dato da 
un accumulo di granuli più scuri e grossi di quelli del protopla- 
sma della cellula epitelica, con contorni ben limitati: questi am- 
massi vanno fondendosi in un materiale omogeneo splendente, 
in un Globo a contorni spiccati, a costituzione omogenea. 

Rknaut ('880) vede che nel protoplasma delle cellule spinose 
si sviluppano dei Globi traslucidi, che si colorano in rosso col 
picrocarminato di ammoniaca, e che restano scolorati dall'azione 
dell' acido osmico ; col loro sviluppo ulteriore prendono le prin- 
cipali reazioni istologiche del corno giovine, ma non tutte, trat- 
tandosi di una evoluzione cornea, che si opera in realtà in modo 
anormale. E il concetto del Maestro lo chiariscono meglio gli 
scolari Gaucher & Sergent ('898), i quali nella zona media dei 
cui di sacco glandolari notano uno strato importante di cellule 
preludere alla trasformazione cornea completa : alcuni elementi 
sono già più avanzati nella loro evoluzione e quasi totalmente 
trasformati in Globi cornei, colorati in giallo, mentre che nello 
strato superiore tutte le cellule hanno subito la trasformazione 
globulosa completa e costituiscono dei piccoli Corpuscoli in 
forma di bolle, che si colorano in giallo con 1' acido picrico, che 
non hanno una struttura perfettamente omogenea o che presen- 



— 268 - 

tano (atti! lo reazioni della sostanza cornea. Per Tòuok & Tom- 
MAsoM ('889), mentre lo strato esterno delle cellule passa rapida- 
mente in cornificazione , noli' interno si vanno formando granu- 
lazioni, di natura colloidea, che fondendosi danno origine ai ca- 
ratteristici Corpuscoli di Henderson. 

Stanziale ('890), nel suo accurato lavoro, ritiene che i Cor- 
puscoli in parola siono il prodotto di una cheratinizzazione delle 
cellule del corpo mucoso di Malpighi e più specialmente dello 
strato granuloso : risulterebbero di sostanza cornea, perchè rea- 
giscono ugualmente verso i colori, di quello che non reagisca lo 
strato granuloso e corneo della cute sovrastante. Egli infatti os- 
serva, che laddove nella neoplasia non ancora vedousi i Corpu- 
scoli di Henderson (stadio di inizio), essa resta colorata ugual- 
mente come il corpo mucoso di Malpighi, mentre lo strato corneo 
dell' epidermide sovrastante resta colorato intensamente in rosso; 
invece, quando nella neoplasia cominciano a mostrarsi i C or pu- 
scoli caratteristici, questi si vedono colorati ugualmente in rosso 
con una intensità diversa, rispetto al grado di colorazione dello 
strato corneo, a seconda della diversità del loro sviluppo , rag- 
giungendosi il massimo d'intensità e di colorazione nei C or p u- 
scoli adulti. 

Ad AuDRY ('899) gli vien fatto di studiare nel protoplasma 
delle cellule spinose del corpo mucoso di Malpighi la formazione 
di una sostanza granulosa, che si dispone in blocchi irregolari, 
che si tingono in giallo col picrocarminio , con 1' orango P , in 
violetto rosa col bleu di Sahli , col bleu policromo : dalla con- 
fluenza di essi si individualizza il Corpuscolo del M. e. che per 
i caratteri suoi deve essere considerato come corno, sebbene non 
si posseggano dei reattivi perfettamente sicuri e precisi per la 
determinazione di ciò che è completamente cheratinizzato. Min- 
GAzzrai ('902) nel Discoglossiis pictus, raschiando la superficie dei 
detti noduli, vede le cellule epidermiche normali ed alterate e 
molti Globuli alquanto rifrangenti, caratteristici di questa forma 
di M. e, un poco irregolari e variabili di dimensioni, molto più 
grossi in generale di quelli della stessa malattia degli Uccelli e 
dei Mammiferi. 

BoRREL ('903) si contenta di dire poche parole al riguardo, 
cioè che le cellule spinose si individualizzano, si circondano di una 
membrana spessa e si trasformano in blocchi cheratinizzati, che 
si sfogliano. Bosc ('905 1°) infine pensa che le lesioni delle cellule 
durante la Corpuscolazione sieno costituite da una ipertrofia 
chiara per aumento doli' jaloplasma , poi da una plasmolisi prò- 



— 269 - 

gressiva, che conduce, per liquefazione dell' jaloplasma, alla dispa- 
rizione progressiva dello spongioplasma e degenerazione clierato- 
colloidea della periferia, alla trasformazione della cellula in una 
cavità limitata da una membrana. 

La sostanza corpuscolare nasce indipendente dal nucleo delle 
cellule del corpo mucoso o dalle sue alterazioni ; quando infatti 
già il nucleo è migrato verso la periferia della cellula e questa 
si sarà circondata di una membrana clieratoide, nel citoplasma si 
notano alcuni granuli diffusi e non sempre bene appariscenti. 
Questo primo stadio della formazione dei Corpuscoli chera- 
toidi (Figg. 1, 2, 4 e 6) è uno dei più delicati a studiarsi, per il 
fatto che i granuli anzidetti si tingono molto spesso e si confon- 
dono con le inclusioni cromatofile e con i granuli di clieratoj alina, 
che dovranno rinforzare la membrana cellulare. Talvolta sono 
meglio delimitabili, giacché, in una massa finamente granulosa, si 
vedono come tanti granuli più brillanti, che assumono su per giù 
la medesima elettiva colorazione delle cellule cornee dell' epider- 
mide normale (quando il nodulo è stato escisso con tutto il tes- 
suto sano circumambiente) ; questi granuli, questi punti più densi 
di citoplasma confluiscono, dando origine a delle masse plasmo- 
diali, più dense, molto facilmente riconoscibili. 

MiNGAzziNi ('892) ha visto e disegnato qualche cosa di ana- 
logo, pur interpretando queste masse come funghi. Certo si è che 
le masse cheratoidi nel loro secondo stadio di sviluppo sono ab- 
bastanza bene colorabili, e spiccano sul restante del protoplasma; 
i preparati colorati, sia con il liquido di Giemsa, od anche sem- 
plicemente con la doppia colorazione al bleu di metilene ed cosina, 
lasciano vedere la sostanza corpuscolare tinta in rosso lilla, lad- 
dove il restante del citoplasma si colora in rosa pallido. E con 
questa colorazione riesce facile distinguere le masse corpuscolari 
dai granuli cromatofili, che restano tinti in bleu intenso: V unico 
inconveniente è di non potere con questa medesima doppia co- 
lorazione distinguere anche opportunamente i granuli di chera- 
toj alina, che si vedono apparire in bleu chiaro. 

La colorazione all' ematossilina ferrica di Heidenhain è pure 
molto opportuna per apprezzare le differenze di tinta fra le 
suaccennate sostanze del citoplasma : essa non mette in evidenza 
la cheratojalina e colora in nero giallo le masse corpuscolari, 
quando invece resta colorata con tinta più pallida la rimanente 
sostanza citoplasmatica , e laddove le inclusioni cromatofile si 
tingono come i nuclei in nero col detto reattivo. 



- 2<Ì0 — 

Col crescuri! di qucsiu nui.s.se , (liininuiscc il cilophisiim in- 
terposto, ud esse divengono sempre più omogenee e meno gra- 
nulose. Un fatto poco spiegabile è il vedere dei setti, delle git- 
tate, che qualclio volta dalla membrana cellulare vanno fino nello 
interno di esse (Figg. 8 e U) ed anche di-Ile gittate, che partendo 
dalla membrana nucleare si dirigono alla sostanza corpuscolare. 
Solo Benda ('895) nel suo lavoro accenna, che in una fase pre- 
cedente alla formazione dei Corpuscoli omogenei, si trova 
uno stadio, nel quale questi sono attraversati da una serie di setti, 
stadio riconosciuto da Nkisseh ('888; '891) come quello di Spore 
del suo presunto parassita. Riassorbendosi, secondo Bknda, questi 
setti cellulari, si avrebbe la massa omogenea dei Corpuscoli. 
Che cosa infatti rappresentano questi setti, queste gittate di so- 
stanza, che presenta uguale spiccata basofilia ed acidofilia ? 
Non è chiaro. Quello che noto si è che di questi setti non si ha 
traccia nei primi stadi di Corpuscolazione, come anche non 
se ne trova traccia negli stadi ulteriori di sviluppo del Corpu- 
scolo cheratoide. 

Ridottosi il nucleo ad un semplice rivestimento cromatico 
con un punto brillante nel suo interno e resosi atrofico contro 
la membrana cellulare, eliminatasi tutta la cheratoj alina , resta 
nell'interno della cellula il Corpuscolo cheratoide di forma 
caratteristica ov alare, a struttura omogenea, con un poco di pro- 
toplasma di reliquat, che in alcuni punti lo circonda. 

La rottura della membrana cellulare in un punto di minore 
resistenza, mette in libertà il Grlobo, che si incammina in unione 
al detritus cellulare e al residuo delle cellule degenerate, (che 
non hanno subito la fase di Corpuscolazione), verso il cra- 
tere, l'ombilico del piccolo neoplasma. Giacché queste cellule sul 
principio assolvono una certa fase quasi di normale evoluzione, 
ma poi restano compresse fortemente dagli elementi, nei quali 
si sviluppa il Corpuscolo di Henderson, e allora degenerano, 
e si eliminano in un con i Globi come lamelle, prendono in- 
fatti quasi l'impronta della cellula che le ha compresse. 

BizzozERO & Manì^kedi ('877), contro l'opinione di Virchow 
('865), che riteneva i Globi liberi o solo in parte innicchiati 
nelle cellule cornee, avevano potuto dimostrare, che questi sono 
veramente nell'interno delle cellule epiteliali, che in seguito sono 
circondati tutti all'intorno da una membrana cornea e che più 
tardi poi ne escono , ciò che ha probabilmente luogo per una 
parziale atrofia con conseguente rottura della membrana cornea. 



— 2Gi — 

L;i roLtiH-a della membrana coUularc, per mettere in libertà 
il Corpuscolo cheratoide non è cosi facile a spiegare, se si 
ammetta che la lesione sia dovuta a degenerazione del citoplasma 
delle cellule del corpo mucoso di Malpighi ; gli aa. invece che 
ritengono il Corpuscolo di Henderson sia la fase di spora o 
anche degenerativa di un parassita , più agevolmente possono 
chiarire la cosa, per analogia con la vita di altri esseri, che hanno 
la facoltà di sporificare. Mingazzini ('894) infatti nel Vainolo 
dei Polli nota che quando l'involucro della cellula primitiva 
e con esso quel po' di residuo di protoplasma e di nucleo ven- 
gono a distruggersi, allora il Corpuscolo (che per l'A. è un 
parassita), rimasto libero, ridotto ad un ammasso tondeggiante 
di protoplasma jalino, cade nella cavità centrale della papula e 
diventa un Corpuscolo caratteristico di M. e. 

In alcuni casi, invero eccezionali (Fig. 7), un gruppo di cel- 
lule vicine del corpo mucoso, in fase piuttosto avanzata di Cor- 
puscolazione, per un processo sconosciuto e non mai notato 
fin ora, possono subire una regressione , direi quasi fisiologica. 
Si ha in tal modo la produzione di speciali riunioni cellulari, 
molto simili per morfologia alle perle epiteliali dei comuni epi- 
teliomi. 

Ricerche batteriologiche. 

Il Globo adulto rappresenta qualche cosa che non ha più 
ragione di stare nel piccolo neoplasma, ma che deve essere eli- 
minato : il che non sempre avviene in tutti i tempi , potendo 
spesso l'ombilico rimanere non pervio per l'attiva proliferazione 
degli strati epidermici normali circostanti. Sia quindi che si sup- 
ponga il Corpuscolo cheratoide come fase ultima di un pa- 
rassita (che si è andato svolgendo nelle cellule del corpo mu- 
coso di Mai,pighi), sia che si ammetta essere l'ultimo stadio de- 
generativo delle cellule in parola, il suo destino è quello di dover 
migrare dal neoplasma che l'ha generato. Questo concetto, che 
si è sempre imposto alla mente di tutti gli osservatori, ha fatto 
si, che si sia sempre voluto nei Corpuscoli di Henderson ri- 
conoscere i parassiti del M. e. di Bateman, paragonandoli a Coc- 
cidi, a Funghi (blastomiceti , ifomiceti, ecc.) , a Gregarine, ecc., 
poco preoccupandosi se le reazioni microchimiche fossero tali da 
potere riscontrare in essi del citoplasma vivo e vitale. Le rea- 
zioni cromatiche e chimiche tenderebbero invece ad escludere 
la possibilità di vita e farebbero ammettere essere delle produ- 

18 ■ 



— '262 — 

zioni di una sostanza cornea o almeno die ha molte delle i-ea- 
zioui del corno. Sono omogenei, hanno lucentezza adiposa, non 
danno la reazione della sostanza amiloide, sono colorati in verde 
dall'acido nitrico, in bruno (hiUa tinture di jodo, laddove, s(;- 
condo LuKOMSKY ('875), l'acido cloridrico, l'acido solforico, il cai-- 
minio non li modificherebbero. 

La conferma che sono elementi morti si ha dallo ricerche 
di TòRÒK & ToMMASOLi ('889), che avendo trattati frammenti di 
M. e. con agenti chimici diversi (acido acetico, acido formico, 
ossalico, solforico, cloridrico, nitrico concentrato, lisciva di po- 
tassa) non avrebbero riscontrato nei Corpuscoli modificazioni. 
I Corpuscoli di Henderson resistono sempre a questi agenti, 
ciò che li avvicinerebbe a sostanza colloide e li allontanerebbe 
dai corpi viventi e specialmente dai Psorospermi, giacché alcuni 
Coccidi, come quelli del fegato del Coniglio, posti nelle mede- 
sime condizioni restano distrutti, ad eccezione della sola mem- 
brana di inviluppo. E Piffard ('891) avrebbe osservato che nel- 
l'ultimo stadio di sviluppo il Corpuscolo del Mollusco lascia 
passare la luce polarizzata, il che non si verifica col protoplasma 
delle cellule viventi. 

E esatta l'obiezione di Campana ('893), non potersi da una 
sezione microscopica giudicare se si tratta di una fase o di un'altra 
di sviluppo di M. e. e questo esser possibile a farsi solo quando 
ciascun osservatore ha tenuto diversi metodi di ricerca, quello 
dell'eleidina, quello sullo stato del nucleo, e sulla alterazione che 
costituisce il Corpi cciuo lo del M. e, sia si denomini come Gre- 
garinosi, sia che si designi come degenerazione. Non posso però 
seguire il detto A. quando afferma che è difficile fare l'osserva- , 
zione con il preparato indurito, avendo, su prodotto gregari noso 
del Coniglio, avuto agio di vedere, dopo l'indurimento, solo la 
capsula e pochi granuli nell'interno ed in qualche caso un sem- 
plice accenno a sfericità di Corpicciuoli nell' interno e per lo più 
una massa omogenea trasparente. Ho anche io eseguito preparati 
di Gregarine e Coccidi autentici, fissandoli e colorandoli, ed ho 
ottenuto forme perfettamente definibili, con nucleo ben colorato 
e con delicate particolarità strutturali citoplasmatiche, da non 
far per nulla desiderare di dover per forza ricorrere alla osser- 
vazione a fresco del materiale. Come anche, allestendo vari pre- 
parati a fresco di M. e. di Bateman, non ho riscontrato nulla di 
nuovo, non ho potuto mai scorgere sferule con contenuto a mar- 
gherita, né la presenza nelle sferule di corpicciuoli uguali od 
irregolari, a ra(^no che non si debbano interpetrarci per sferuh' 



— 265 — 

per forme a margherita quei Cor23Usooli di M. e. in una de- 
terminata fase del loro sviluppo, nella quale lasciano apparire 
dei punti di maggiore raddensamento della sostanza corpuscolare. 

Per vero, tutta una serie di lavori recenti, indirizzati su di 
una nuova via, sembra voler dare risultati insperati ; molti aa. 
infatti hanno tentato di iiltrare la poltiglia dei noduli di M.. e. 
dell'Uomo e del Vainolo dei Polli a traverso le candele Cham- 
BERLAND o Berkefeld, ed il filtrato l'avrebbero inoculato con 
esito positivo: ed in una seconda serie di ricerche avrebbero os- 
servato preparati allestiti con tale filtrato, colorandoli sia col 
metodo di mordenzamento, che con la sopracolorazione al bleu 
di LòFFLER. JuLiusBERG ('904; '905) avrebbe inoculato con esito 
favorevole il M. e. dell'Uomo al braccio suo e di due suoi col- 
leghi, filtrando i noduli dell'affezione attraverso la candela Cham- 
BERLAND. Marx & Sticker ('902; '903) avrebbero avuto, anche essi, 
innesto positivo col Vaiuolo dei Polli, filtrando i noduli at- 
traverso la candela Berkefeld, laddove con la candela Cham- 
BERLAND F. il viTus Sarebbe stato arrestato. Infine Serra ('907) 
avrebbe potuto inoculare ed ottenere la riproduzione della ma- 
lattia nell'Uomo col virus di M. e. umano, filtrato attraverso 
candele Berkefeld W. 

Le esperienze di Marx & Sticker ('902; "903), se fossero da 
altri seguite, sarebbero al certo le più convincenti, giacché as- 
soderebbero questo dato di fatto, che l'agente produttore della 
malattia è di dimensioni tali che non passa attraverso la candela 
Chamberland, ma bensì attraverso la Berkefeld, che ha una 
grana più grossa della Chamberland. 

Io non ho potuto avere che pochi esemplari già fissati di M. e. 
dei Volatili, non ho quindi potuto ripetere le esperienze di 
Marx k Sticker ('902; '903Ì, che desidererei vedere assodate, giac- 
ché, contro l'opinione di Serra ('907), noto nelle due malattie in 
esame qualche cosa di molto simile, e non ritengo che le due 
affezioni abbiano diversa etiologia e solo una apparente analogia. 
Al contrario ho ripetuto le esperienze, sia di Juliusberg ('904; 
'905), che di Serra ('907), con le candele Chamberland di varia 
numerazione e con le candele Berkefeld: col filtrato non ho avuto 
mai inoculazioni positive, come anche mi sono riuscite negative 
le inoculazioni di pezzi di M. e. di Bateman o di materiale mol- 
luscoso. Ritengo per questa ragione che non possa essere tanto 
facile l'inoculazione, come descrivono i citati aa. Juliusberg('904; 
'905) e Serra ('907). Al contagio naturale, che è cosi frequente 



— 264 — 

e facile, dovouo contribuirò altri fattori, elio ci sfuggono nel In 
stato attuale della scienza. 

Ho poi, con i filtrati (attenuti .sia con candele Chamberland 
che Berkefeld, fatti vari preparati, usando il metodo della ><>- 
pracolorazione al bleu di Lòffler, ed ho notato, anche io, delle 
forme granulari, che non posso (come ho detto precedentemento) 
dichiarare formo micrococciche parassitarie caratteristiche di quost;i 
malattia, perchè prelevando dei pezzetti di cute normale sia dii 
soggetti affetti di M. e. di Bateman, sia da altri individui in- 
denni, e sottoponendo questi pezzetti alle medesime manipola- 
zioni, ho ottenuto risultati analoghi. Probabilmente le forme os- 
servate da BoRREL ('904) e da Burnet ('906) non sono che granuli 
cromatici protoplasmatici , che si tingono intensamente con il 

bleu di LOFFLER. 

Le culture artificiali nei vari mezzi consigliati per l'esame 
dei batteri e dei Protozoi sono riuscite negative o non convin- 
centi, essendo facilissimo di aversi l'inquinazione per opera dei 
comuni batteri, se non si ricorre alla previa cauterizzazione col 
fuoco della superficie esterna del nodulo ed al prelevamento suc- 
cessivo del materiale con ago di platino. 

Conclusioni. 

n M. e. di Bateman è una malattia infettiva, che si pre- 
senta sotto forma di piccoli noduli epidermici , diffusi più di 
frequenti alla faccia ed ai genitali , a consistenza duro-elastica, 
ombelicati al centro, ricoperti all'esterno dall'epidermide normale, 
che si rende trasparente su di essi e che si approfonda per breve 
tratto nell'ombilico, nel cratere del piccolo neoplasma. I noduli 
sono circondati da lasco tessuto connettivo fibrillare e risultano 
di numerosi lobuli , di acini, di un grappolo, il cui stelo corri- 
sponde all'ombilico anzidetto. Sebbene grossolanamente abbiano 
l'aspetto di una glandola acinosa, pure in realtà l'affezione non 
ha sede glandolare, sia perchè gli elementi costituenti non hanno 
nessuno degli attributi delle cellule secernenti , sia perchè nei 
tagli seriali di cute, nelle prossimità dei noduli di M. e, si riesce 
talvolta a colpire il primo inizio di tali tumoretti, che eviden- 
temente nascono dalle cellule del corpo mucoso di Malpighi del- 
l'epidermide normale, ed anzi si vede una particolarità di grande 
rilievo, che i noduli in tale stadio di sviluppo sono sforniti dA 
dotto escretore , dell' ombilico e della cavità centrale o crateri- 
forme. L'apertura con l'esterno si forma secondariamente, quando 



— 265 ^ 

il tumore, per l'aumento considerevole elei suoi lobuli, finisce per 
usurare gli strati epidermoidali superiori; in secondo tempo l'e- 
pidermide circostante, proliferando, finisce per approfondirsi in 
questa piccola apertura. 

Ogni lobulo , ogni zaffo si compone di uno strato esterno 
di cellule cilindriche più o meno a palizzata^ che ricordano 
assai bene le cellule basamentali dell' epidermide normale. In 
questi elementi si riscontrano frequentissimamente figure mito- 
tiche, come esponente della grande attività neoformativa di essi. 
Ho potuto notare che alcuni presentano attorno al nucleo un 
alone chiaro, una zona chiara perinucleare, che suppongo sia il 
primo inizio della Corpusco laz ione; questa zona chiara peri- 
nucleare è molto definita e non può confondersi con la rarefazione 
e rischiaramento del citoplasma perinucleare, che si verifica al- 
tresì all'inizio della cinesi. La mitosi nelle cellule dello strato 
basamentale è etero tipica per molti caratteri. 

La eleidina o eh eratoj alina (che ritengo sieno la medesima 
cosa) si trova in queste cellule sparsa come fine gocciole, come 
granulazioni diffuse in tutto il citoplasma , in unione a poche 
inclusioni protoplasmatiche. 

La Corpuscolazione, iniziatasi nelle cellule cilindriche 
dello strato generatore, prosegue negli elementi degli strati se- 
guenti, che sono stati paragonati alle cellule spinose dello strato 
mucoso di Malpighi, sebbene ne differiscano molto, sia per l'as- 
senza delle spine o porocanali, sia per altri caratteri morfologici. 

Le cellule del corpo mucoso sono di due tipi, elementi che 
provengono da trasformazione delle cellule dello strato genera- 
tore, (nelle quali si riscontrava l'alone chiaro perinucleare) e che 
finiscono per trasformarsi in Grlobo cheratoide, e cellule che 
invece subiscono una certa evoluzione fisiologica e che poi de- 
generano per compressione esercitata su di esse dai Globi, e 
che in un con i Globi finiscono per essere eliminate sotto forma 
di lamelle. Sia nelle cellule che si trasformano in Corpuscoli 
di Hemderson, sia nelle cellule che si trasformano in lamelle cornee, 
non è possibile rinvenire mai figure mitotiche. 

La Corpuscolazione si appalesa con la migrazione del 
nucleo verso la periferia del protoplasma, nel mentre che in tale 
zona si vanno raccogliendo le gocciole ed i granuli di cherato- 
j alina, che, fondendosi, originano una solida membrana cellulare, 
la quale individualieza dalle vicine la cellula, che dovrà produrre il 
Corpuscolo di Henderson. Non tutta la cheratoj alina si tra- 
sforma in membrana cellulare, una piccola porzione residuale fi- 



— 266 — 

niscc, astsiomo ad altri derivati cellulari, per costituire (^uel prò 
toplasma di reliquat, che è eliminato, quando, con la rottura della 
membrana, vien posto in libertà il Globo clieratoide. 

Durante* la migrazione del nucleo, avvengono in questo delle 
caratteristiche disposizioni della sostanza cromatica, che si riu- 
nisce in due o tre Corpuscoli sferoidali cromatici, dai quali 
partono delle risoluzioni stellari, a raggio, nel mentre che i nu- 
cleoli mandano , anche essi, delle risoluzioni e poi degenerano 
nell'enchilema nucleare. Una parte della cromatina si elimina dal 
nucleo e costituisce delle inclusioni cromatofile del protoplasma, 
che non sempre si possono distinguere dalle inclusioni cromato- 
file proprie del citoplasma; ma sia le une che le altre finiscono 
per degenerare negli ultimi stadi di sviluppo del Corpuscolo 
di Henderson, infatti allora il nucleo è ridotto alla semplice mem- 
brana nucleare atrofica e ad unico punto cromatico brillante nel 
suo interno. Non raramente la membrana nucleare degenera e 
quei Corpuscoli cromatici stellari restano liberi nel protoplasma 
cellulare; in casi rari riesce anche a potersi vedere che il nucleo 
negli elementi in Corpus-co lazi o ne, per un processo di scis- 
sione diretta, si scinde in due nuclei: non è facile però seguire 
il destino di questi nuclei di nuova formazione. 

Le granulazioni e gocciole di cheratoj alina con i comuni 
coloranti si mettono bene in evidenza; serve ottimamente il pi- 
crocarminio di Eanvier. Le granulazioni anzidette, che si for- 
mano negli elementi in fase di Corpuscolazione, vanno a 
costituire, in massima parte, la membrana cellulare; quelle invece 
che si vanno producendo negli elementi, che subiscono una certa 
evoluzione fisiologica, man mano che dagli strati più esterni si 
procede verso i più interni, si vanno eliminando dalla cellula e 
raccogliendo sotto le forme più bizzarre attorno alla membrana 
cellulare delle cellule, che ospitano e generano il Corpuscolo 
di Henderson. e siccome queste granulazioni si tingono oppor- 
tunamente con molti, so non con tutti i coloranti , sono state 
variamente interpretate per Batteri, per Cocchi, per Protozoi, ecc. 
Con ciò non si può escludere che forse fra queste granulazioni 
non vi sieno realmente gli agenti produttori del contagio, ma 
la microtecnica è tale, che non si possono opportunamente met- 
tere in rilievo tali forme, indicandone delle reazioni specifiche. 

Le inclusioni protoplasmatiche, che si trovano nelle cellule 
in fase di trasformazione globulare, sono moko interessanti, es- 
sendo perfino alcune fra esse ritenute come ammassi di micro- 
organismi granulai-i, ostnnuamonte piccoli, che potrebbero attra- 



— 2fi7 — 

versare lo candele Chambeiila.nd e Berkeh^eld, od essere osservabili 
airiiltramicroscopio , o essere messe in evidenza col processo di 
mordenzamento o con la sopracolorazione con il bleu di Lofb^leb. 
Alcune di esse nascono da lisi della cromatina nucleare e dal 
suo successivo raddensamento nel citoplasma, altre sarebbero di 
natura cromidiale, altre infine protoplasmatiche, forse di natura 
grassa, avendo molte delle reazioni del grasso. Tali inclusioni, 
con l'ematossilina ferrica di Heidenhain, riesce facile metterle in 
evidenza e distinguerle dalle granulazioni di cheratoj alina , elio 
restano quasi scolorate. 

Con la migrazione del nucleo verso la periferia cellulare, 
con le anomalie nucleari notate, con la formazione della mem- 
brana cellulare, con lo sviluppo delle varie specie di inclusioni 
protoplasmatiche, procede parallelo l'evolversi nel citoplasma di 
una sostanza singolare, la sostanza corpuscolare, prima 
come granuli distinti , che man mano si fondono in masse più 
spesse, fino ad originare il Globo cheratoide, amorfo, senza 
struttura nel suo ultimo stadio di sviluppo. 

Col crescere questa sostanza e col differenziarsi in G 1 o b o, 
le inclusioni cellulari vanno degenerando ed in unione con i gra- 
nuli residuali di cheratoj alina, costituiscono il protoplasma di 
reliquat. Vi è uno stadio nello sviluppo dei Globi, nel quale 
si vedono dei setti, che, partendo dalla periferia della cellula, 
vanno fino nell'interno della sostanza corpuscolare: è que- 
sto lo stadio interpetrato da alcuni come di parassita a spore. 

La membrana cellulare si rompe in un punto ed il Cor- 
puscolo di Henderson resta libero nel cratere del piccolo neo- 
plasma, assieme ai residui della membrana cellulare , al proto- 
plasma di reliquat^ e alle lamelle cornee originate dalla trasfor- 
mazione delle cellule, che non subiscono la Corpuscolazione. 

I tentativi di innesto mi sono riusciti negativi, sia col pro- 
dótto molluscoso, sia con filtrati di noduli di M. e. ottenuti at- 
traverso le candele Chamberland e Berkefeld. Le culture artifi- 
ciali, su vari medi di prodotti muUuscosi, prelevati con rigorosi 
metodi di tecnica batteriologica , non hanno dato sviluppo di 
germi. 

II Corpuscolo di Henderson, sebbene può trovarsi even- 
tualmente in altre modalità patologiche, si deve ritenere speci- 
fico del M. e. di Bateman, per il suo speciale modo di evoluzione 
e di raggruppamento. 

Dalla vStazioue Zoologica di Napoli, agosto 1909. 



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— 287 — 

SPIEGAZIONE DELLE FIGURE. 
(Tav. III). 

Tutte le figure si riteriscouo alle cellule del corpo inucoso nelle varie 
fasi di Corp u scolazione. Sono state disegnate all'altezza del tavolino del 
microscopio, con la camera lucida di Abbe-Apàty di Koristka, usando come 
mezzi ottici l'obiettivo 2 mm. apocr. ap. 1,40 Zeiss e 1' oculare compensatore 
8, ed il condensatore apocromatico nd immersione Bkck. 

Figg. 1 e 2. — Inizio della Corpuscolaz ion e. Vari stadi di migrazione del 
nucleo verso la periferia della cellula. Granulazioni e gocciole di 
cheratojaliua, che originano la membrana corpuscolare e che si rac- 
colgono intorno alla stessa. Prima formazione dei Corpuscoli di 
Hendkrson. Alcool assoluto EmaUume ed eosina. 

Fig. 3. — Inclusioni protoplasmaticlie e cromatofile. Anomalie nucleari. Molti 
nuclei si trovano nelle sezioni precedenti e successive. Liquido di 
Flemming. Ematossilina ferrica di Heidenhain. 

Figg. -4 e 5. — Anomalie nucleari. Corpuscoli cromatici stellari eudonucleari. 
Corpusòoli cromatici stellari liberi. Ammassamento della sostanza 
corpuscolare. La cheratojalina non è visibile. Liquido di Hermann. 
Ematossilina ferrica di Heidenhain. 

Fig. G. — Nucleo in scissione in cellula in fase di Corpuscolaz i o ne. Li- 
quido di Hermann. Ematossilina ferrica di Heidenhain. 

Fig. 7. Formazione di perle epiteliali, come negli epiteliomi. Liquido diHKRMANN. 
Ematossilina ferrica di Heidenhain. 

Figg. 8 e 9. — Ulteriore sviluppo dei Corpuscoli di Henderson. Setti che 
dalla parete cellulare si dirigono nella massa corpuscolare. Alcool 
assoluto. Liquido di Giemsa. 



INDICE 



Parte I. Generalità .... 

Sinonimi ..... 

Descrizione storica 

Discussione critica desunta dalla hihliogi 
Parte li. Eicerche personali . 

Microtecnica .... 

Aspetto e descrizione dei noduli 

Sede della lesione 

Strato generatore 

Corpo mucoso .... 

Corpuscolazione. 

Primo inizio della corpuscolazione. Migra 

Formazione della membrana cellulare 

Anomalie nucleari 

Eleidina e cheratojalina . 

Inclusioni protoplasmatiche 

Specificità dei corpuscoli di Henderson 

Genesi dei corpuscoli 

Ricerche batteriologiche . 
Conclusioni ..... 
Lavori citati ..... 
Spiegazione delle figure . 



•atìa 



zione 



del 



nucleo 



pag. 165 

» ivi 

» 1G6 

» 210 

» 222 

» . ivi 

» 223 

» 226 

» 230 

» 236 

» 240 

» 241 

» 243 

» 244 

» 247 

» 252 

» 256 

» 257 

» 261 

» 264 

» 268 

» 287 



Osservazioni su Aphrophora spuniRrm L. 

del socio U. PlERANTONI 



(Tornata del 12 mag-gio 1910) 

I piccoli grumi di spuma che si rinvengono frequentemente 
in primavera ed in estate su alcune piante erbacee, richiamarono 
l'attenzione degli osservatori fin da tempo antichissimo. Secondo 
il Gruner pare che Isidoro sia stato il primo ad occuparsene nel 
sesto secolo dopo Cristo. Scrissero in seguito sull'argomento I'Al- 
DROVANDi (1618), il MouFFET (1634) ed altri, dando al fatto inter- 
pretazioni più o meno fantastiche, ma solo alla fine del XVII 
secolo il Blankaart (1688) pervenne ad una spiegazione conforme 
al vero, attribuendo la produzione della spuma ad un insetto che 
se ne circonda, V Apliropìiora spumaria allo stato di ninfa. Ciò 
fu poi confermato dal PouPART (1705), dal Ray (1710), dal Frisch 
(1720), e dal De Geer (1773). Anche in tempi più recenti osser- 
vazioni in proposito sono dovute a Morse (1900), Gruner, (1901) 
Porta (1901), Girault (1904) e Guilbeau (1908), che hanno ora- 
mai accertati molti punti dell'interessante fenomeno; ma vertono 
ancora dubbii, che meritano di essere chiariti. 

E stato infatti anche assai recentemente discusso da qual 
parte del corpo fuoriesca il liquido a spese del quale si produce 
la spuma. Malgrado le contrarie opinioni di Porta (1901) e Ber- 
LESE (1907), dopo le esaurienti esperienze di Gruner e di Guil- 
beau, (e per quanto io stesso ho potuto osservare sulla glandola 
intestinale, non ancora descritta, che genera il secreto spumoso) 
a me non pare più discutibile che detto liquido venga fuori at- 
traverso l'apertura anale; e ciò è d'accordo anche colla interpre- 
tazione delle speciali e caratteristiche glandole ipodermiche, di- 
sposte nella regione pleurale dei segmenti 7^ ed 8° dell'addome 
descritte dal Batelli nel 1891, alle quali Berlese attribuisce la 
secrezione del liquido, ma che io ritengo invece, conformemente a 
quanto afferma il Guilbeau, che abbiano l'ufficio di fornire una 



— t290 — 

sostanza inucilagginosa, che si aggiunge al liquido suddetto per 
renderlo viscoso e ({uindi atto a trattenere le bolle d'aria. 

Le mie ricerche personali sull'argomeato tendono a chiarire 
principalmente due punti non ancora abbastanza studiati del fn- 
uoineno e cioè: 1» se alla tbrniazione della spuma concorra o non 
l'aria emessa per la respirazione; 2° in che maniera venga pro- 
dotto il liquido, che si fa strada attraverso l'apertura anale per 
contribuire a produrre la massa spumosa. 

Per risolvere il primo quesito mi sono servito della osserva- 
zione diretta e della liprova sperimentahi. A tale scopo ho usato 
il microscopio binoculare dello Zbiss, mettendolo a tuoco verso l'ad- 
dome di una larva di Aphrophora isolata dalla spuma e bene asciu- 
gata (con carta ì)ibula) dal licpiido emesso in precedenza, e fatta 
attaccare ad un nuovo ramo di una pianta. 

La fuoriuscita del liquido dall'apertura anale incomincia pochi 
secondi dopo che l'animale ha infìsso la proboscide nei tessuti della 
pianta. Durante questi primi momenti esso distende e ritrae rit- 
micamente l'addome, sì che il liquido, quando fuoriesce, risale, 
raccogliendosi alla base di questo e verso il terzo paio di zampe; 
credo che il movimento suddetto ser\a ad attivare la secrezione 
interna, comprimendo la glandola intestinale (che descriverò in 
seguito; che genera il liquido; i movimenti nel terzo paio di zampe 
lungo l'addome servono, come bene osserva il (Iuilbeau, a mi- 
schiare il secreto delle glandolo di Batklli col liquido anale a 
fine di renderlo vischioso. Quando si è raccolta una certa quan- 
tità di liquido incomincia la formazione delle bolle, le quali ven- 
gono prodotte dalla estremità dell'addome, che si distende per 
raggiungere la superfìcie del liquido, dal quale escono fuori diva- 
ricandosi i due processi tergi tali del 9" segmento, che chiudono 
la camera terminale dell'addome, al margine posteriore della 
quale trovasi l'apertura anale. L'addome si contrae ritmicamente 
nel liquido ed i due processi richiudendosi immediatamente la- 
sciano subito scappare una bolla d'aria, che si ferma nel liquido; 
l'operazione si ripete con successive ritrazioni e distensioni del- 
l'addome ora verso destra ed ora verso sinistra, in modo che per 
le numerose immissioni di bolle nella sostanza viscosa questa va 
diventando sempre piìi spumosa. 

Tale modo di formarsi della spuma è stato studiato da vari 
autori, ma non è completo l'accordo in proposito. Per dire solo 
dei più recenti, noterò che Gruner nel suo studio sull'argomento 
ammette che il gas delle bolle possa venir fuori dalle stigme poste 
nella tasca posta all'estremo addominale, mentre Gujlbeau so- 



— 291 — 

stiene che, per mezzo delle a})pen(lici cod ali limitanti la camera 
o tasca terminale dell'addome, l'animale introduce nel liquido par- 
ticelle di aria che prende dall' ambiente. Per risolvere in modo 
definitivo tale questione sono ricorso ad una esperienza fondata 
sulla sensibilità della soluzione di idrato di bario per l'accerta- 
mento della presenza di anidride carbonica nei gas: allo scopo 
di riconoscerne la presenza nel gas delle bolle della spuma e 
dimostrare quindi la provenienza delle bolle d'aria dalle trachee. 
A tale scopo mi son servito di un tubo di vetro di notevole 
capacità chiuso in basso, nel lume del quale avevo adattato uno 
stantuffo di gomma forato nel centro, portante in alto un tubo 
di vetro a cui era adattato un tubicino di gomma, provvisto al- 
l'estremo di un beccuccio di vetro. Estratto lo stantuffo dal tubo, 
riempivo questo di spuma (che trovai specialmente in grande ab- 
bondanza su ogni sorta di piante nel bosco craterico di Astroni, 
dove VAphrovliora, come in tutta la regione tlegrea, è comune), 
rimettevo lo stantuffo nel tubo e lo facevo scendere fino a toccare 
il livello superiore della spuma; immerso poi il beccuccio di vetro 
in acqua di barite diluita, premevo lo stantuffo nel tubo, in modo 
da comprimere la spuma per mettere in libertà il gas delle bolle. 
Per tal modo il gas che gorgogliava nell'acqua di barite era m 
massima parte costituito da quello delle bolle della spuma. L'e- 
sperienza terminava quando lo stantuffo era giunto a due centi- 
metri dal fondo del tubo, ove si rinveniva, invece della spuma, un 
poco di liquido trasparente, mentre l'acqua di barite aveva subito 
r intorbidamento caratteristico, dovuto alla formazione del carbo- 
nato di bario, dimostrante la presenza dell'anidride carbonica nel 
oas gorgogbatovi. L'esperienza di riprova, che compivo facendo 
scendere lo stantuffo nel tubo vuoto (m modo che gorgogliasse 
nella soluzione di idrato di bario semplice aria atmosferica) non 
determinava alcun sensibile intorbidamento. 

Ma pur prescindendo da questa esperienza, è per sé stesso 
ovvio che le ritmiche contrazioni dell'addome e le distensioni per 
spingere l'estremo di (^sso fuori della massa del liquido debbano 
avere lo scopo di primdere aria dall'ambiente per la respirazione, 
dato che le stigme son poste verso l'estremo addominale ed in 
prossimità della camera terminale (se non proprio dentro questa, 
come vuole il Gliuneii). È poi chiaro che alla contrazione dell'ad- 
dome, che precede immediatamente l'uscita di ogni nuova bolla 
d'aria dall'addome, corrisponda la espirazione, e quindi la fuoriu- 
scita dalle stigme di aria ricca di CO2, che sotto forma di bollicine 
restando impigliata nel li(juido lo rende spumoso. 



— 292 - 

Il secondo quesito propostomi era quello di determinare in 
qual modo venga prodotto questo abbondante liquido, che fuo- 
riesce dall'ano e che è la parte essenziale della massa spumosa. 
Nulla è stato osservato in proposito dai precedenti ricercatori, 
salvo le accennate ricerche sulle glandole ipodermiche del Ba- 
TELLi , le quali , come è detto innanzi , hanno importanza nella 
produzione della spuma solo in quanto rendono il liquido vi- 
schioso. Per risolvere il quesito era necessario uno studio accu- 
rato dell' intestino di AphropJiora allo stato larvale ed allo stato 
adulto, a fine di vedere se ed a quale parte dell'intestino possa 
attribuirsi la secrezione del liquido. Lo studio dell'intestino della 
ninfa mi è stato di molto facilitato dal recente lavoro del Gadd 
sulla struttura del tubo digerente della larva di Aphrophora spu- 
marla L. Questo autore ' trova (ed io ho potuto pienamente con- 
fermarlo) oltre ai vasi malpighiani in numero di due paia, due 
appendici cieche, di cui 1' una sbocca nella porzione anteriore 
dello stomaco, l'altra nella posteriore; il Gadd dà alla prima di 
queste appendici il significato di organo escretore ed all' altra 
il valore di glandola. 

Di queste appendici, quella che a dire del Gadd sbocca nella 
parte anteriore dello stomaco, ha maggiore importanza e costi- 
tuisce un organo vistoso. 

La complicata architettura del tubo digerente di questi ani- 
mali, che trova riscontro solo in quella dei Còccidi (studiata dal 
Berlese), rende assai difficile di poter stabilire se quest' appen- 
dice debba considerarsi veramente come anteriore (giusta la qua- 
lifica del Gadd), dato che essa contrae rapporti con l'intestino 
proprio del punto ove questo raccoglie lo sbocco dei malpighiani, 
al limite cioè fra l'intestino medio e l'intestino posteriore. 

Il processo cieco in parola si compone di due parti, 1' una 
(prossimale) in diretta comunicazione col lume intestinale, fatta 
di cellule di media grandezza, trasparenti, le quali a misura che 
si approssimano all'estremità cieca (distale) si vanno trasformando 
per divenire assai piìi grosse, e cariche di concrezioni, costi- 
tuendo un vistoso organo opaco di forma allungata (la parte 
distale) di color giallastro, composto nella sezione trasversa da 
cinque o sei cellule che limitano un angusto lume. Io stimo che 
il liquido a spese del quale si forma la spuma si produca proprio 
in questo organo. E lo arguisco oltre che per la sua posizione e 
pel suo sbocco in prossimità dell' inizio dell' intestino posteriore, 
anche per il fatto che esso ha tutto l'aspetto di un organo glan- 
dolare, di cui la parte distale costituirebbe la porzione secernente 



— 293 — 

e la prossimale il condotto secretore, che sbocca appunto all' inizio 
dell'intestino posteriore. E la supposizione è confortata anche 
dall'uso dei liquidi coloranti; tali ad esempio il mucicarminio, 
che lascia incolori quasi tutti gli organi addominali, mentre co- 
lora in modo particolarmente intenso quest'appendice intestinale 
e specialmente la porzione prossimale, priva di concrezioni. Una 
colorazione molto intensa di questo organo si ottiene del resto 
anche con altri coloranti plasmatici. La presenza delle concre- 
zioni si spiega ammettendo che l'organo abbia funzione di or- 
gano escretore. 

Negli adulti di Aphrophora l'appendice in parola esiste tut- 
tora, ma diviene assai meno allungata e più tozza; la sua parte 
prossimale trovasi assai ridotta , e molto aumentati i corpuscoli 
concrezionali, ciò che fa supporre che detta appendice persi- 
stendo nell'adulto conservi la sua funzione di organo escretore, 
pur perdendo la proprietà di secernere il liquido della spuma. 
E noto infatti che nell'adulto non ha luogo tale secrezione, che 
è caratteristica dell'animale nello stadio ninfale della sua me- 
tamorfosi. 

E intanto opportuno di notare qui, che la parte distale di 
quest'appendice è proprio quella che venne dal Porta descritta 
come organo omologo al corpo ovale di Dactylopius ; essa appare 
nei tagli sagittali come un vistoso organo centrale, ma (come ebbi 
occasione di notare anche in un mio recente studio ^) nulla ha 
di comune con quelle formazioni dei còccidi, essendo, come si 
è visto, parte dell'intestino, mentre il corpo ovale, come gli altri 
organi a blastomiceti dei còccidi, non ha rapporti morfologici 
di continuità con nessuno degli organi circostanti. Quanto alla 
forma e alla struttura poi si è visto, che trattasi di un organo 
molto allungato, la cui costituzione istologica nulla ha di comune 
con quegli organi, che sono ripieni di microrganismi e rivestiti 
da minuscole cellule epiteliali appiattite e ricchi di ramificazioni 
tracheali. 

In Aphropìtora invece gli organi omologhi del corpo ovale 
di Dactylopius sono le masse collocate ai lati della cavità addo- 
minale da me già descritte in altro lavoro ^), le quali si trovano 
costantemente tanto negli individui allo stato larvale che negli 
adulti e tanto nei maschi che nelle femmine, e che da Guilbeau 



^) PiERANTONi U., Ulteriori osservazioni sulla simbiosi ereditaria degli 
Omotteri: Zool. Ang. 36 Bd. pag. 108. 
2) Lav. cit. pag. 108. 

20 



— 294 - 

vengono erroneamente interpretate come organi sessuali acces- 
sorii, in base a connessioni (in realtà inesistenti) col sistema ri- 
produttore. 

Napoli, Aprile 1910. — Istituto Zoologico della R. Università. 



OPERE CITATE 

1€18. At.drovandi, N., De Aniraalibus insectis. Bononiae. 

1658. MouFFET, T., The treater of Insects. London. 

1688. Blankaart, S., Scbouburg der Rupsen, Wormen, Maden en vliegende 

Dierkens. Amsterdam. 
1705. PouPAKT, M., Des écumes printannières. Histoire de lAcadémie royale 

des Sciences, p. 124. 
1710. Ray, J.. Historia Insectorum: opus posthumum. Jussu Regiae So- 

cietatis londinensis editum. Lendini. 
1720. Frisch, J. h., Beschreibung von allerlei lusecten in Teutschland. 

Berolini. 
1773. De Geer, C, L' Histoire des Insectes. Stockholm. 
1891. BATELLr, A., Di una particolarità neW ìnte^nmento delV Aphrophor a 

spumaria. Monit. Zoo!. Ital. voi. 2 p. 30. 

1900. Porta, A., Ricerche suU' Apliroiìhora spumaria. Rend. Ist. Lomb. 

(2) voi. 33, p. 920. 

1901. — La secrezione della spuma wqW Aphrophora. Mont. Zoo). Ita), voi. 

12 p. 57. 

1900. Gruner, M., Beitrage zar Frage des Aftersecretes der Schaumei- 

cade. Zool. Anz. 23 Bd. pag. 431. 

1901. — Biologische Untersuchungen an Schaumcilvaden. Berlin. 

1902. Gadd, G, G., Ueber den Bau des Darmcanals bei deu Larven von 

Aphrophora spumaria L. Trav. Soc. Imp. Naturai. St. Peterburg. 
32 Bd. p. 84. 
1904. Giradlt, a. A,, Miscellaneous Notes on Aphrophora parallela Rat, 
Canad. Entomol. Toronto voi. :^G pag. 44. 

1908. GiRAULT, B. H., The origin and formation of the froth in spittle- 

insects. Amer. Natur, voi. 42 pag. 783. 

1909. Berlese, a., Gli Insetti. Milano, p. 539-540. 

1910. PiERANTONi, U., Ulteriori osservazioni sulla simbiosi ereditaria degli 

Omotteri. Zool. Anz. 36 Bd. p. 108. 



Analisi chimica e batteriologica dell' acqua di Assano 



DBI 



D." A. CuTOLo ed E. Calendoli 



(Tornata del 10 novembre 1910) 

Nella contrada Riardo , comune di Rocchetta e Croce , in 
provincia di Caserta, in una proprietà dei signori Enrico e Gio- 
vanni Santagata, si rinviene 1' acqua che forma 1' oggetto delle 
nostre ricerche. 

La sorgente trovasi nel mezzo di una pianura abbastanza 
estesa, circondata da colline. Essa è in prossimità del rivo Assano, 
che in questo tratto scorre su terreno tutto piano di natura ar- 
gillosa, il quale in una zona, nettamente delineata da la vegeta- 
zione spontanea meno rigogliosa, contiene, a pochissima profon- 
dità, una vena di acqua minerale carbonica fresca, che qua e là 
viene naturalmente alla luce. 

L'aria è saluberrima ed in vicinanza della sorgente non vi 
sono abitazioni né si notano possibili cause d' inquinamento. 

L' acqua, pullulando dal terreno , si raccoglie in una vasca 
in muratura, a pareti impermeabili e completamente chiusa, e, 
mediante un tubo metallico, viene erogata a l'esterno a getto 
continuo. 

Caratteri fisici ed organolettici. 

L'acqua è fredda, limpida, incolore ed inodore; appena rac- 
colta lascia svolgere una notevole quantità di bollicine gassose, 
che aumentano sensibilmente con l'agitazione, in modo da pro- 
vocare l'effervescenza del liquido. 

Abbandonata in recipienti mal chiusi, non lascia che, dopo 
qualche tempo, un lieve deposito polveroso, il quale si forma, di 
preferenza, sullo pareti e sul fondo di essi. 



— 29fi — 

Il sapore dell'acqua è piacevole, fresco, acidulo e frizzante. 

La carta azzurra di tornasole , immersa in essa , si arrossa 
leggermente, ma ripiglia il suo colore quando è asciugata. La 
carta rossa, invece, si colora in azzurro e così resta anche dopo 
il prosciugamento. 

La tem-peratura dell' acqua fa determinata immergendo in un 
recipiente, sottostante al getto di erogazione, un termometro di- 
viso ad 1/10 e notando l'indicazione, quando restava costante per 
qualche tempo. 

Il peso specifico fu determinato riempendo a la sorgente, fino 
al tratto, due recipienti di 260 ce. di peso noto e chiusi rapida- 
mente con un buon tappo di gomma, che veniva fermato con un 
filo di ferro. In laboratorio veniva eseguita la nuova pesata. 



Analisi chimica. 

L' acqua fu raccolta da noi stessi in damigiane ed in bottiglie 
a tappo smerigliato che, già lavati in laboratorio con acidi ed 
acqua distillata , furono risciacquate ripetutamente con l' acqua 
della sorgente. In recipienti adatti, con l'aggiunta dei reattivi 
speciali, furono raccolti i campioni per la determinazione dell'ani- 
dride carbonica. 

Analisi qualitativa. 

Con i reattivi ordinarli fu riconosciuta nell'acqua la presenza 
dell' acido carbonico libero e combinato^ della calce, magnesia, po- 
tassa, soda, allumina e del ferro, dei solfati, dei cloniri, della silice. 

U acqua precipita abbondantemente con l' idrato di calce; 
l'esistenza dei carbonati alcalini è dimostrata evidentemente dal 
fatto che, concentrando fortemente l'acqua e filtrando, il liquido 
filtrato non conteneva più calce in soluzione ed invece con la 
aggiunta di cloruro di calcio dava luogo ad un precipitato so- 
lubile negli acidi con effervescenza. 

La presenza di piccolissime quantità di acido fosforico e di 
addo borico fu rivelata nel residuo della concentrazione di 10 
litri di acqua; il primo con la reazione del molibdato ammonico, 
il secondo mediante la carta di curcuma. 

Il litio fu ricercato e trovato con l'esame spettroscopico, 
eseguito nella soluzione cloridrica, del residuo di 50 litri di acqua 
dopo opportuna separazione dei metalli alcalino-teiTOsi. 



— 297 — 

Credemmo necessario di esaminare le potabilità dell'acqua, dal 
punto di vista chimico, a mezzo dei saggi che, di solito, sono a- 
doperati per ricercare e valutare quelle sostanze che sono rite- 
nute l'indice dell'inquinamento. 

La ricerca dei nitriti, che dette risultato negativo, fu fatta 
con la nota reazione di Griess, cioè con acido solfoanilico e solfato 
di a-naftil amina. Fu anche ricercata l'ammoniaca, con esito negativo, 
a mezzo del reattivo di Nessler. Furono rinvenute tracce di ni- 
trati con acido solforico e solfato di difenilamina. 

Le sostanze organiche furono determinate col metodo di 
Kubel e Tieman in 100 ce. di acqua, facendola bollire col per- 
manganato potassico, dopo averla acidulata con acido solforico. Il 
permanganato potassico consumato veniva calcolato con una so- 
luzione titolata di acido ossalico. 

Analisi quantitativa. 

Residuo fisso: Per ogni determinazione furono evaporati, 
in una capsula di platino, a bagno d' acqua bollente, 260 ce. 
d'acqua, regolando lo scaldamento in modo da non avere spruzzi, 
con le relative perdite, per lo sviluppo dell' anidride carbonica 
sciolta. Il residuo fu seccato prima a 100°, fino a peso costante e 
poi , ugualmente, a 180°. 

Per trasformare in solfati le basi, in esso contenute, vi fu 
aggiunta una piccola quantità di acqua, per spappolarlo, ed, a 
poco a poco, tanto acido cloridrico da decomporre completamente 
i carbonati. Indi, scaldando gradatamente, fu aggiunto un lieve 
eccesso di acido solforico e si portò a secco. Il nuovo residuo 
ottenuto fu scaldato al rosso debole, in presenza di carbonato 
ammonico e tale trattamento fu ripetuto sino ad ottenere un peso 
costante. 

Anidride carbonica totale : Nel luogo stesso della raccolta, in 
mezzo litro d'acqua furono versati 10 ce. di] soluzione [concen- 
trata di cloruro di calcio ammoniacale. La miscela venne fatta 
in un pallone di dimensioni tali da poter esser riempito completa- 
mente, che fu chiuso con un buon tappo di gomma. Dopo 24 ore 
fu scaldato a bagno d'acqua bollente ed il precipitato, formatosi, 
di carbonato di calcio fu raccolto rapidamente su di un filtro e 
lavato con acqua bollita. Le porzioni attaccate a le pareti del 
pallone furono sciolte in acido cloridrico diluito, riprecipitate con 
carbonato sodico e raccolte sul medesimo filtro. Tutto il precipi- 



tato, lavato perfettamente, fu introdotto nell'apparecchio di 
Classen e fu decomposto con acido cloridrico. L'anidride carbo- 
nica, messa cosi in libertà, fu fissata nella calce sodata. 

Anidride carbonica combinata: Fu determinata direttamente 
col metodo seguente: In 250 ce. di acqua fu aggiunto un eccesso 

N . 

di soluzione di acido cloridrico r- , fu riscaldato sino a l'ebolli- 
zione ed indi fu determinato 1' eccesso di acido con una solu- 

N 
zione — di ammoniaca, avvalendosi come indicatore dell' ali- 
zarina. 

Anidride carbonica semi-combinata: Questo valore fu deter- 
minato col calcolo delle due precedenti determinazioni. 

Anidride solforica : Fu dosata a lo stato di solfato di bario 
con le solite regole, precipitandolo con cloruro di bario da una 
quantità nota di acqua, fortemente concentrata. 

Silice: Questa determinazione fu fatta nella porzione di acqua 
destinata al dosamento degli alcali; evaporando, cioè, completa- 
mente a secco a bagno di acqua bollente, in capsula di platino 
un litro di acqua, acidulata con acido cloridrico. Il residuo, dopo 
raffreddamento, venne ripreso con acido cloridrico diluito, evapo- 
rato di nuovo fino ad ospi-llere le ultime tracce di acido, indi 
ripreso con acqua bollente e filtrato, ripetendo varie volte questo 
trattamento. La silice venne, in fine, raccolta sul filtro, seccata, 
calcinata fortemente e pesata. 

Cloro: Fu dosato in mezzo litro di acqua, concentrata a 
piccolo volume col metodo di Volliard, in liquido acidulato con 

. . N . . 
acido nitrico, adoperando soluzioni -- di nitrato di argento e di 

tiocianato ammonico e come indicatore l'allume ferrico. 

Ferro ed allumina : Si parti da 500 ce. di acqua, da la quale 
fu separata la silice col metodo già descritto. Il liquido ottenuto 
fu trattato con cloruro ammonico ed ammoniaca, scaldando lie- 
vemente per qualche tempo. Il precipitato fu raccolto, lavato, 
calcinato e pesato. 



— 299 - 
Calce : Il liquido proveniente dal trattamento procedente, 
mescolato a le acque di lavaggio, reso nettamente alcalino con 
ammoniaca, fu precipitato con ossalato ammonico in leggiero oc- 
cesso. Dopo un riposo di circa 12 ore fu separato, con decanta- 
zione, il liquido limpido dal preoipitato. Questo fu sciolto in poco 
acido cloridrico diluito e riprecipitato di nuovo con ammoniaca 
e con ossalato ammonico, seguendo le solite norme. L' ossalato di 
calcio, formatosi, fu raccolto sul filtro, attraverso il quale era 
passato il liquido alcalino precedente, lavato, seccato, calcinato e 
pesato a lo stato di CaO. 

Magnesia: I liquidi e le acque di lavaggio, provenienti dal 
dosamento della calce, furono evaporati a secco in una capsula 
di platino, prima a bagno di acqua bollente e poi a fiamma di- 
retta, gradatamente, per scacciare i sali ammoniacali. Il residuo 
fu sciolto in acido diluito e, dopo essersi assicurati che tale so- 
luzione non conteneva più calce, fu precipitata la magnesia con 
ammoniaca e fosfato ammonico-magnesiaco, fu raccolto sul filtro, 
lavato con acqua ammoniacale, seccato, calcinato prima modera- 
tamente e poi fortemente in presenza di qualche goccia di acido 
nitrico e pesato a lo stato di pirofosfato di magnesio. 

Potassa e soda: Furono determinate nel litro di acqua, dal 
quale si era separata la silice, col metodo che segue: Vi fu versato 
un lieve eccesso di soluzione di cloruro di bario a lo scopo di 
precipitarne i solfati che furono separati per filtrazione. H hquido 
fu svaporato a secco in capsula di platino; il residuo, ripreso con 
acqua, fu fatto bollire con latte di calce purissimo in leggiero 
eccesso; filtrato, lavata perfettamente la parte insolubile, nel h- 
quido precipitato il bario ed il calcio con carbonato ed ossalato 
ammonico, filtrato di nuovo, svaporato il liquido a secco, calcinato 
leggermente il residuo per scacciare i sali ammoniacali e sul re- 
siduo ripetuto il trattamento con calce fino a purificare comple- 
tamente i cloruri alcalini, che furono leggermente calcinati e 
pesati. Indi furono sciolti in acqua e nella soluzione fu dosato il 
potassio a lo stato di cloroplatinato col metodo solito, cioè con 
cloruro platinico nella soluzione alcoolico-eterea. 

A mezzo del calcolo si dedussero le quantità rispettive di ossido 
di potassio e di sodio. 

I risultati analitici ottenuti sono raccolti nelle tavole che 

seguono. 



300 



Esame batteriologico. 

I campioni furono prelevati dal ^etto di erogazione colle pi- 
pette del Tursini, che furono mantenute in ghiaccio fino all'ar- 
rivo nel Laboratorio, ove si procedette immediatamente allo alle- 
stimento delle scatole di Petri, sia con agar che con gelatina, uti- 
lizzando tre dei campioni prelevati ed innestando nelle varie sca- 
tole per ciascun campione V-jì ed 7io di e. e. dell'acqua. Le sca- 
tole furono mantenute, quelle in gelatina alla temperatura di 
20-22° C, e quelle in agar, parte alla temperatura di 20-22" C, 
parte a quella di 37° 0. Per tutte, stante lo scarso numero di 
colonie sviluppatesi, fu possibile una osservazione protratta per 
16 giorni, allorquando si procedette alla loro numerazione defi- 
nitiva. 

La media complessiva delle colonie sviluppatesi per 1 e. e. 
dell'acqua risultò di 5 in agar e di 11, delle quali 3 fluidificanti, 
in gelatina. 

Esse appartenevano a sole 4 specie batteriche banali^ che 
facilmente si riscontrano nelle migliori acque potabili. E pre- 
cisamente erano rappresentate da un micrococco non fluidificante 
a colonie giallognole] da un bacillo immobile vociassimo fiuidificante 
a colonie biancastre] dal bacillo liquefaciente^ e da un bacillo fila- 
mentoso fiuidificante, formante colonie gialle. 

GIUDIZIO 

Per i risultati analitici ottenuti e per la sua costi- 
tuzione , r acqua di Assano giudicasi una ottima acqua 
acidula , alcalina , carbonato-calcica , batteriologicamente pura. 



301 



Tavola I. 



Quantità media delle sostarne che si trovano sciolte 
in 1 litro di acqua. 

Residuo fisso a lOOo C • . . ^r. 1.576 

» » » 180o » » 1.556 

^ in solfati • . . » 2.042 

Anidride carbonica totale [CO-i) » 1.790 

» » combinata » 0.588 

» » liberp e semicombinata ... » 1.202 

solforica (SO^) ^ 0.005 

Cloro [CI) ^ 0.018 

Ossido di Calcio iCaO) » 0.593 

» » Magnesio {MqO) » 0.051 

» Potassio (K2O) » 0.042 

. Sodio (Na^O) » 0.085 

» » Litio (LhO) tracce 

Silice (Si02^ ^ 0.090 

Acido fosforico, allumina e ferro .... » 0.078 

Acido borico e nitrico tracce 

Sostanze organiche corrispondenti od ossigeno 

consumato » 0.00016 

Tavola II. 



Sostarne disciolte in 1 litro di acquo. 
(Temperatura dell'acqua ^ 14°, 5 — peso specifico -= 1.0023Ì 



Anidride carbonica libera (CO2) . - 

Cloruro di Potassio {KCl) . . . ' 

Solfato di Potassio (K^SOa) ... 

Bicarbonato di Potassio {KHCO0) . 

» Sodio (NaCOs) . . 

» Calcio (Ca(HC0s}2) . 

y ^ Magnesio (MgiHCOz)^) 

Litio 

SiHce {SiO-i) 

Acido fosforico, allumina e ferro . 
Acido borico e nitrico 



orr. 



0.614 1) 

0.038 

0.011 

0.027 

0.230 

1.715 

0.186 

tracce 

0.090 

0.078 

tracce 



1) =cc. 310 a 760 mm. 



— 302 



Tavola III. 



Cosiiluzione probabile del residuo a 18(P di 1 litro di acqua. 



Cloruro di potassio (KCl) 


gr. 


0.038 


Solfato di potassio {K2SO4) 




0.011 


Carbonato di potassio (KìCOn) .... 




0.018 


» » sodio {NaiCOz) 




0.145 


> > calcio (CaCOs) 




1.059 


» > magnesio (MgCOs) . . . 




0.107 


Silice {Si()2) 




0.090 


Acido fosforico, allumina e ferro . . 




0.078 



Residuo a 180» dosato direttamente 



Totale gr. 1.546 
. . > 1.566 



Differenza gr. 0.010 



Tavola IV. 

Calcolo del residuo trasformato in solfati. 

Solfato di potassio {K^SO^) gr. 0.077 

» sodio (NaiSOi) » 0.194 

. calcio {CaSOi) • » 1.440 

» » magnesio {MgSO\\ > 0.154 

Sesquiossido di ferro ed allumina (2^6203,^4^203) » 0.078 

Silice {Si O2) » 0.090 

Totale gr. 2.033 
Residuo in solfati ottenuto direttamente. . > 2,042 

Ditferenza » 0.009 



SUL CORPO OVALE DEL DAGTYLOPIUS 

del socio U. PlERANTONI 



(Tornata del 10 novembre 1910) 

Ebbi occasione di occuparmi di questo argomento in due 
precedenti lavori ^), e di dare particolari notizie sulla natura, 
origine e sviluppo del corpo ovale, dimostrando come esso sia 
un organo nel quale si raccolgono microrganismi che vengono 
poi ceduti alle uova nel loro sviluppo, mediante la penetrazione 
attraverso le cellule nutrici ed il cordone nutritivo, mentre per 
uno speciale comportamento di particolari cellule embrionali si 
determina la formazione dell'organo del nuovo individuo, nel quale 
per eredità si perpetuano i microrganismi simbiotici. Le mie os- 
servazioni riguardavano specialmente le femmine, le quali per 
essere assai frequenti forniscono un più ricco materiale che non 
i maschi, i quali in questi come in altri còccidi sono alquanto 
rari. Per questi ultimi, fondandomi sulle incomplete e scarse 
osservazioni che ero riuscito a compiere sovra poche larve, ero 
stato indotto a concludere che nel maschio adulto mancasse il 
corpo ovale, e conseguentemente alle ipotesi, o che tale assenza 
potesse attribuirsi alla mancata penetrazione dei microrganismi 
nell' uovo (il che avrebbe potuto avere un'importanza non tra- 
scurabile nella investigazione del problema della determinazione 
dei sessi), ovvero che potesse attribuirsi ad una successiva ridu- 
zione del corpo ovale embrionale, durante la metamorfosi che 
nel maschio è alquanto più complessa che nella femmina. 

In questi ultimi tempi ho rinvenuto alcune larve maschili 
assai più giovani e sono perciò in grado di completare le mie 
osservazioni precedenti. 

1) PlERANTONI, U., Origine e struttura del corpo ovale del Dactylopius citri 
e del corpo verde àoiVAphis brassicae: Boll. Soc. Natur. Napoli voi. 24, 1910 
pag. 1. 

— Ulteriori osservazioni sulla simbiosi ereditaria degli Omotteri: Zool* 
Anz. 36 Bd. 1910 pag. 101. 



- 804 - 

Nelle lurvL! miisuliili, sebbene di grandezza, al(|uanto minore 
che nelle femminili, ho potuto constatare la presenza del corpo 
ovale (presenza che del resto fu segnalata anche dal Beelese ^) 
nel suo studi» sulle cocciniglie degli agrumi), ed ho ancora co- 
statato che con l'accrescersi di esse questo organo subisce una 
notevole, graduale riduzione in grandezza. Questo fatto confer- 
mando in parte la mia precedente osservazione, esclude comple- 
tamente l'ipotesi della mancata penetrazione dei microrganismi 
nelle uova maschili. 

Una graduale riduzione del corpo ovale, del resto, trova una 
completa spiegazione nella maniera di vita dei Dactylopius maschi, 
giusta la interpretazione che io ho dato al fenomeno della sim- 
biosi fra insetto e blastomiceti fin dalle prime ricerche in propo- 
sito, quella cioè che detta simbiosi serva alla scomposizione dello 
zucchero che viene succhiato in abbondanza dalle piante per la 
speciale maniera di nutrirsi di questi animali. E noto che mentre 
lo femmine vivono durante l'intero loro periodo vitale con la 
proboscide infìtta nei tessuti della pianta, i maschi, invece, quando 
divengono adulti, mettono le ali e si allontanano dalle piante per 
volare e compiere la loro fun/.ione sessuale, fermandosi solo di 
tanto in tanto per attingere nutrimento: conseguentemente viene 
così di molto ridotta la quantità di sostanza zuccherina che in- 
geriscono e quindi ne risulta una minore importanza funzionale 
dell'organo. Ed il maggiore sviluppo del corpo ovale nelle femmine 
è evidentemente in rapporto con la maggiore intensità funzionale 
degli organi sessuali femminili, poiché le femmine non solo pro- 
ducono un gran numero di grosse uova, ma assicurano anche per 
eredità la simbiosi nelle generazioni future. 

Riepilogando, le mie osservazioni sul corpo ovale del Dacty- 
lopitis dimostrano che per la produzione di tale organo le uova 
e le larve maschili non si comportano diversamente dalle fem- 
minili, ma mentre nel corso dello sviluppo in queste si nota uno 
sviluppo sempre maggiore dell'organo stesso, nei maschi, in rap- ' 
porto con la sua minore funzionalità, esso va subendo una no- 
tevole, graduale riduzione verso la forma di immagine. 

Napoli, Ottobre 1910, Istituto Zoologico della R. Università. 



1) Berlbse a., Le cocciniglie italiane viventi sugli agrumi: parte 1.», I 
Dactylopius: Riv. Patol. Veget. Anno 2. u. 1-8. 



Trapianti di tumori epiteliali umani nel Sorcio 

(Miis MusGiiliis) 
e loro trasformazione in sarcomi 

Nota preventiva 
del socio Claudio Gargano 



(Tornata del 10 Novembre 1910) 

In questo ultimo decennio vi è un grande numero di lavori, 
che prendono in esame i tumori degli animali domestici e spe- 
cialmente alcune affezioni patologiche dei Sorci e dei Ratti, che 
hanno tutti i caratteri di neoplasmi a tipo epiteliale. Nascono 
spontaneamente nei Ratti bianchi e nei Sorci bianchi, che vivono 
in libertà o che sono allevati nei laboratori; la malattia ha tutti 
i caratteri di morbo da infezione, giacché, se, in un allevamento 
di Sorci indenni, se ne introduce uno portatore di questi neo- 
plasmi , ben tosto gli altri ne sono contagiati. Anche facili ne 
sono i 'trapianti da Sorcio a Sorcio e da Ratto a Ratto, non è 
però altrettanto agevole innestare un tumore di un Sorcio al Ratto 
e viceversa, avendosi spesso l'attenuazione della malattia e l'estin- 
zione di essa attraverso un numero relativamente piccolo di pas- 
saggi. La razza, alla quale appartiene un Sorcio, ha non poca 
importanza nella possibilità di trasmissione, tanto che il tumore 
di un Sorcio di una determinata razza non sarebbe un buon 
tumore capostipite per una serie di innesti in un Sorcio di un'altra 

razza. . . 

Alcuni aa. vorrebbero spiegare la differenza nella ricettività 
ai trapianti dei tumori anzidetti col fattore allevamento (in quanto 
riguarda genere di nutrizione e di vita), e con l'eredità, in modo 
che se bisogna ammettere che i coefacienti ereditari che deter- 
minano l'attecchimento di un innesto canceroso, sono i medesimi 
di quelli, che determinano lo sviluppo di un tumore spontaneo, 



— BOfi — 

no segue che la conoscenza della linea, alla quale appartiene un 
indivitluo ha una grande importanza; infatti, una discendenza di 
due parenti cancerosi di linee povero avrebbe molto meno pro- 
babilità di presentare dei tumori, di una discendenza proveniente 
da due parenti refrattari, ma di linea ricca. 

Sembrò pertanto che questi tumori cancerosi spontanei del 
Sorcio, per molti attributi morfologici dei loro elementi , non 
avessero potuto essere ritenuti identici od analoghi al carcinoma 
umano: il loro facile modo di diffusione, la mancanza quasi co- 
stante di metastasi, la loro regressione spontanea in alcuni casi, 
l'immunizzazione conferita agli animali, in rapporto alla malattia 
anzidetta, erano tutti caratteri che allontanavano il carcinoma 
spontaneo dei Sorci e dei Ratti dal cancro umano. D' altronde 
da vari osservatori furono fatti alcuni tentativi di trapianti di 
tumori umani epiteliali e connettivali agli animali domestici, ed 
i risultati dimostrarono la possibilità dell' innesto : contempora- 
neamente la casuistica clinica si arricchì di nuovi fatti , che a 
prima vista non erano di facile spiegazione, essendo contrari 
allo scolastico modo di classificazione dei neoplasmi: così Sghla- 
GENHAUFEB descrisso un tumore della mammella, nel quale gli 
elementi carcinomatosi erano frammisti a grosse cellule giganti 
proprie del sarcoma; così Schmorl fece notare il caso di un car- 
cinoma tiroideo umano, recidivato come tumore misto (carcinoma- 
sarcoma), con metastasi multiple a puro carattere sarcomatoso, 
così ScHONE, Wells, Forster, Kummer, Kochef, Kaufmann, Sal- 
TYKOW, ecc., accennano anche essi a tumori misti. In alcuni di 
questi reperti si potette dimostrare, che la degenerazione sarco- 
matosa abbia seguito lo sviluppo del carcinoma, in altri si ebbe 
netta demarcazione fra il carcinoma ed il sarcoma, in altri mancò 
questa demarcazione; mai però l'evolversi del sarcoma precedette 
il carcinoma. 

Autorevoli aa. come Ehrlich, Apolant, Haaland, Lewin, ecc. 
di recenti assodarono sperimentalmente la trasformazione sarco- 
matosa del carcinoma spontaneo dei Sorci bianchi e dei Ratti: 
ottenuta la metamorfosi sarcomatosa del neoplasma, si sarebbe 
in qualche caso avuto, dopo parecchi altri passaggi, di nuovo la 
forma carcinomatosa primitiva. 

I tumori misti dei Sorci (carcinoma-sarcoma), se vengono 
sottoposti per la durata di circa un'ora alla temperatura di +40°, 
avviene questo di speciale, che l'elemento carcinoma si rende 
inattivo: inoculando tali neoplasmi riscaldati ad altri Sorci si ha 
costantemente lo sviluppo del sarcoma puro. 



— 307 — 

L'infiltrazione e la successiva trasformazione sarcomatosa di 
un carcinoma è un fatto incomprensibile, date le idee dominanti 
in anatomia patologica, né certamente la ipotesi emessa da Loeb 
per spiegare questo fenomeno è molto persuasiva. Per Loeb in- 
fatti l'agente infettivo (giacché i tumori sono per lui di origine 
infettiva parassitaria), proliferando nel tessuto glandolare, dà ori- 
gine al carcinoma, mentre che quando assolve il suo ciclo vitale 
nello stroma connettivale, finisce per produrre la trasformazione 
sarcomatosa del carcinoma spontaneo dei Sorci. 

Ho proceduto anche io a trapianti di tumori epiteliali umani, 
e cioè di un epitelioma del labbro inferiore, di un adeno-carci- 
noma della mammella, di un carcinoma parvicellulare recidivato 
sul moncone di amputazione del collo dell' utero in seguito a 
carcinoma iniziale delio stesso, e di un cancro a corazza del seno. 
Come animali di esperimento mi son servito dei comuni Sorci o 
Topolini di casa {Mus musculus, Mus islandicus, Mas dotnesticus), 
e gli innesti li ho praticato nel parenchima mammario, nella cute 
del dorso e nel peritoneo. In una seconda serie di ricerche ho 
inoculato nei medesimi organi i filtrati degli anzidetti tumori ca- 
postipiti (filtrati attraverso a candele Chamberland di varia 

grana). 

Il tempo medio per ottenersi nel Sorcio l'attecchimento del 
neoplasma umano è di venti a trenta giorni: lo sviluppo del tu- 
more è facile, sebbene in molti casi l'innesto sia riuscito negativo 
ed in altri si sia avuto la morte dell'animale, non per l'infezione 
od intossicamento neoplastico, ma più di tutto per il piccolo 
traumatismo dell'operazione subita. D'altronde i Sorci domestici 
sono pochissimo resistenti, in prigionia muoiono con facilità, e 
mal si adattano alla vita in gabbia. 

Dalle esperienze fin ora eseguite risulta evidente che i filtrati 
di tumori epiteliali umani nel Sorcio non danno mai origine a 
produzioni neoplastiche: in qualche caso solo si hanno piccoli 
noduli granulomatosi, i cui elementi non ricordano per nulla le 
cellule neoplastiche; questi granulomi inoculati, con la medesima 
tecnica, danno sempre esito negativo. 
'm Invece i brandelli degli anzidetti tumori, inoculati nel Sor- 

* ciò, sviluppano delle forme, che nella glandola mammaria assu- 
mono il tipo di adeno-carcinoma, nella cute quello di epitelioma 
malpighiano, nel peritoneo l'aspetto di carcinoma parvicellulare. 
Questi noduli, trapiantati successivamente, al secondo o terzo 
passaggio non tardano ad infiltrarsi di elementi sarcomatosi (eie- 



— 308 — 

menti endoteliali in alcuni casi), avendosi in seguito il sarcoma 
puro parvicellulare. Mai ho ottenuto il ripristino della primitiva 
forma epiteliale; anzi molto spesso Iio notato, che il sarcoma 
puro prodottosi, può, in un determinato momento, non dare at- 
tecchimento di tumori in altri Sorci. 

Allo stato attuale delle nostre cognizioni non è facile spie- 
garci perchè un medesimo tumore epiteliale umano, trasportato 
nella mammella, nella cute e nel peritoneo, riproduca tre tumori 
epiteliali, è vero^ ma molto diversi morfologicamente, come pure 
non è facile comprendere quali debbano essere i fattori, che de- 
terminano la trasformazione sarcomatosa degli elementi epiteliali, 
e perchè questa avvenga in generale prima nel peritoneo, anziché 
nel tessuto mammario o nella cute. 

Più convincente fra tutte resta l'ipotesi di Letulle per il 
quale si dovrebbe riconoscere nella struttura del tessuto con- 
nettivo la ragione prima della trasformazione carcinomatosa di 
un adenoma: * l'effraction de l'assise connective, les prolifera- 
tions épithéliales désordonnés et l'envahissement du tessu conjon- 
ctivo-vasculaire par ces colonies épithéliales... » produrrebbe il 
rapido sviluppo della cellula epiteliale e la sua trasformazione in 
elemento embrionario. Ogni lesione, capace di distruggere con un 
processo anatomo-patologico qualsiasi lo stroma connettivale , 
favorisce quindi la metamorfosi carcinomatosa. Forse anche la 
degenerazione sarcomatosa, con questo medesimo meccanismo, si 
potrebbe spiegare. 

Dalla Stazione Zoologica di Napoli. Ottobre 1910. 



su LA INVENZIONE DEL TECTONISMO 



i^iOTTA. 



del socio Leonardo Ricciardi 



(Torli ata del 4 Agosto 1910) 

Dal 1887 in poi, da quando io con orgoglio di italiano enun- 
ciai il principio dell'evoluzione minerale, chi mi ha chiamato uomo 
dalla fuìitasia vivace^ chi i^a^'^^*, chi filosofo^ e chi poeta ! 

Allora si discuteva animatamente sul!' evoluzione biologica 
del Darwin; ma io che seguivo il dibattito, non comprendevo 
perchè il mezzo in cui piante ed animali vivono, dovesse rima- 
nere estraneo. Se tutto si evolve, se i miei antenati della scuola 
di Elèa per la bocca di Parmenide affermarono che < nulla si 
crea e nulla si distrugge », anch' io volli accingermi a studiare, 
seguendo un metodo induttivo, dal punto di vista chimico le 
rocce di tutte le epoche geologiche, e cominciai dalle arcaiche fino 
ai tempi nostri, ed affidai tutto il mio pensiero a due lavori: « Sul 
graduale passaggio dalle rocce acide alle basiche », pubblicato 
nella Gazzetta Chimica Italiana, e « Sulle rocce eruttive subaquee 
e subaeree e loro classificazione in due periodi », pubblicato negli 
Atti della Società di Scienze Naturali di Milano. 

Lo scorso anno, quando fu inaugurato a Parigi il monumento 
a Lamarck, il fondatore della dottrina dell'evoluzione i), usci con- 
temporaneamente in Italia, sul Bollettino del Regio Comitato 
Geologico d' Italia, anno 1909, 3« Trimestre, n." 3, pag. 378, la 
seouente recensione d'un mio lavoro: 

1) Augusto Comte non vide l'evoluzione nel mondo biologico e inorga- 
nico, l'ammise invece nel mondo storico, nella « physique sociale » che tentò 
fondare. Intanto, mentre il Comte additava F unità del metodo sperimentale, 
cadde in un grave errore di falsa interpretazione, ([uando sostenne che la legge 
unitaria del mondo era introvabile induttivamente. Io giunsi ad enunciare 
l'evoluzione minerale ed a stabilire la costituzione geofisica delia litosfera 
seguendo un metodo assolutamente induttivo. 

21 



— 310 — 

Ricciardi L. Ixisposta ad ali-ime osservazioni sull'ovoluzione 
miiKM-alo, })ul)l)li('ata lU'l Hi»ll. drlhi Società di Naturalisti iu Na- 
poli. Anno XXII, 11)08. 

« E un lavoro d'indole jìoloiuica, noi qual*' l'antoro, rispon- 
dendo al Galdieri, cita località di tutto il mondo, e necessaria- 
mente anche italiane, nello ([uali atHorano rocco eruttive di tutte 
lo epoche, e fra ([ueste stabilisce confronti per provare f^iusta la 
sua fcoria su ì'evolìieiono minerale. Allo stesso fiiK^ prcvscMita debile 
tabelle, nelle (juali «'- riportata la quantità di sìlice riiivcniuta. nelle 
rocce subaquee e subaerce disila terra ». 

« Stabilito che la roccia fondamentale o l'involucro idropla- 
stico non è che il granito, egli dimostra che le prime eruzioni 
non potevano ess(U"e che di graniti, poiché non vi era l'intervento 
"di sostanze capaci di niodificare il magma; n)a (piando queste vi 
presero pai'te, ne modilicarono il magma e ciuinili le rocce ei"ul- 
tate presero aliri nomi, essendo diiferente la loro composizione 
chimica e mineralogica ». 

Sono sodisfatto di vedere che altri riconosce in me l'autore 
della teoria sull'evoluzione minerale. 

Ora, questa mia posizione privilegiata avrebbe dovuto con- 
sigliare al Prof. Vincenzo Gauthier mio contradittore a esser 
più cauto nello sue pocJie osservazioni al mio lavoro su le rela- 
zioni delle Ideali Accademie delle Scienze di Napoli e dei Lincei 
di Roma, sui terremoti del 1783 e 1908. 

Veramente avrei potuto non rispondere, come ho fatto altre 
volte ; ma mi sembrava scortesia. Rispondo tanto più volentieri 
perchè al mio ingegno egli ha riconosciuto un filetto di poesia, 
cosa questa che io, conoscendo la benevolenza sua verso di me, 
ho preso nel senso buono. 

Por comodità di lutti riproduco il periodo incriminato e ciò 
che si legge nella relazione del prof. Sarconi scritta per incarico 
della Reale Accademica delle Scienze di Napoli. 

Dichiaro intanto qui solennemente che per me la polemica 
è chiusa. 

Si asserisce dal mio contradittore che io, in argomenti seri 
e che danno da pensare , so mescolare anche la poesia in ele- 
gante prosa, come si rileva dal brano seguente : 

« Riassumendo, nel 1783, dopo il tremuoto del 5-6 febbraio 
ve ne fu un secondo il giorno 7 ed un terzo il 28 marzo. L(i 
scosse furono sussultorie, sempre precedute da rombi, più o meno 
assordanti, in alcune contrade; durante il terremoto, il suolo on- 
deggiava a sussulti, lanciando a • considerevole distanza colline 



— 311 — 

o caseggiati, sposso lo sabbio, poi c(5utimii su.ssulli, si miiovovano 
in modo da sembrare un liquido bollente, si sfasciavano monti, 
s})anvano fiumi, si formavano laghi , mentre spaventevoli deto- 
nazioni si udivano sotterra ». 

Michele Sarconi , segretario della Reale Accademia delle 
Scienze di Napoli, nella sua « Istoria de' fenomeni del tremuoto 
avvenuto nelle Calabrie e nel Valdomone nell'anno 1783 ^), rac- 
colse quanto segue : 

A pag. 5 : « San Lucido. Or quivi il tutto è in gravissimo 
rovescio. 11 monte detto S. Giovanni è in molto parti sgretola- 
to: il lago dello stesso nome perdette talmente l'antica sua pro- 
fondità , che oggi è divenuto trattabile in modo che non v' ha 
altra traccia di esso, che fango e laguna; e nell'antico suo letto 
sorgere si vide ed estollersi una confusa molo di terra conca- 
cea, di terra atra , e di arena mobilissima , e fertile. E in quel 
luogo, che più guarda V ovest, e che giace tra'l fiume di S. Gio- 
varmi, e '1 Cacaciccri, è sorto un lago, che sparge parte dell'acqua 
emersa nel sottoposto fiume ». 

« Tra V Acqua bianca e '1 superiore maggior ramo delVacqua 
di pesce è nato un laghetto ; e lunghesso il fiume Torìndo tutto 
quello spazio, eh' è contermine al fiume Leone, si è riempito di 
piccoli stagni, e di frequenti lagune. 

A pag. 7 : « Lo scomponimento , avvenuto nelle montagne, 
nelle sottoposte pianure, ne' valloni intermedj, e ne' larghi tor- 
renti , è cosa insigne ; e la perdita de' terreni utili non solo è 
immensa, ma altresì irreparabile. Tutto è rivolto. Gli alberi si os- 
servano ove schiantati , ove a metà rovesciati , ove sepolti sotto 
l'orrida e densa mole di una creta fluente e inondante a foggia 
di lava. Le barbe delle piante minori emergono appena o dalla 
sommità delle zolle, o dalla superficie dello stagno ; e per con- 
trario le cime sono fitte, e rovesciate nel fondo. Il corso dei 
torrenti o si è affa.tto perduto , o si è quasi interrotto , o si è 
cangiato. Tutto è sparso di enormi voragini ; e ciò che fa orrore, 
si è che un considerabile numero di case rurali ora non rappre- 
senta che una congerie di rimasugli di fabbriche o rovinevoli, o 
sconquassate ». 

A pag. 98 < (Terranova. Castello) vedesi poi che delle parti 
squarciate quella che è la più orientale appare come spinta ed 
incurvata verso l'est ». 

1) Napoli, i784. 



- 312 — 

e E por coiitrai'io, (|iiollo elio o più sottontrionale, pende verso 
il sud : o Iunf;i dall' apparire compressa nel terreno , ne semina 
anzi così divolta od elevata da iiìia foi'za esphisiva, e sotterranea. 
che molte porjiioni delle fondamenta del muro sono allo scopoi'- 
to, e veggonsi, spinte fuori della intorna cavità del suolo , ove 
giacquero prima '•. 

A pag. 50 : * Il fiume come dicemmo , disparve ; e per tre 

giorni successivi le sue acque non si videro » comparve 

fuori della voragine recentemente nata ». 

A pag. 59 . « Il guasto delle terre non si ridusse alle sole 
accennate squarciature. Vi furono alcune colline, e alcuni poderi, 
in cui il rivolgimento fu enorme a segno , che gli alberi e i vi- 
gneti ne rimasero schiantati , il suolo cangiato di posizione , e le 
hiade seminative , confuse e involte tra le masse dirute e dt^va- 
state ». 

A pag. 49 : « Or quivi nel dì 7 di febbraio nel momento 
stesso, in cui cadde Soriano., reponte, per cosi dire, s'intenerì 
tutto il materiale dogli oliveti^ della conca, e de' monti terminali; 
e, come pasta liquida e molle , rendutosi fluente e scorrevole. 
cadde in tale universale rivolgimento., che in pochi minuti secondi 
il tutto fu rimosso, e schiantato dall' antica sede , e tutti quei 
fondi perdettero interamente 1' antica consistenza ». 

« Si squarciò il terreno delV oliveto di Fra Ramondo : nah- 
hissò il piano inclinato ; e rimasero sepolti noli' aporta voragine 
gli alberi sovrapposti ». 

« Si aprì il piano dell' oliveto del Covalo., e le parti lacerate 
ruinarono nella stessa sottoposta aperta voragine ». 

« Si lacerò tidta la faccia dé'monti terminali., e le masse, che 
ne furono schiantate, oppressero tutto ciò, che dianzi covria la 
superficie dei terroni intermedj , fino -all' argine del giardino in- 
feriore ». 

« Tutto il volume della conca, inclusivi gli ahituri campestri., 
e giardini, il tratto della strada pubblica, e il fiume Caridi , cad- 
dero in una universale rii^(dì(zione ; e quindi sparve in un girar 
di ciglio il fiume , si aprirono ampie voi-agini , ove prima o si 
estendea la strada, o si vedean giardini, e abbondantemente emer- 
sero de' varj e cospicui gorghi di acqua ». 

« L' unione di tanti sovvertimenti ridusse al semplice niente 
la figura della conca-, e di quanto in essa dianzi si conteuea , e 
ne cangiò affatto 1' aspetto ». 

A ])ag. 47 : « Tutta la superficie di questo monte di Lache, 
su cui vi ha la sti-ada, olio mona a Jerocarne, è vagamente sparsa 



— 318 — 

di olivi, dì cadayni, di quercie, e di viti. Quivi si aprirono orri- 
bili fenditure; ma di queste ora non ne appariscono nella som- 
mità e nel dorso del monte, che lo sole fugaci tracce: e pure 
esse erano sommamente enormi, e pericolose tra per la loro 
ampiezza, ed estensione, e per la loro profondità. Molti fuggen- 
do, v'incontrarono dannoso inciampo; e tra coloro, ai quali toccò 
(li ritrarne detrimento , si fu il P. Maestro Agazio , Priore del 
Carmine di lerocarne. Questi era per istrada allorché fu sorpreso 
dal tremuoto : la terra in modo spaventevole vacillava, e parea in- 
certa, e ondeggiante come nave, a cui dal tempestoso mare ogni 
quiete si toglie. Repente tutto il suolo di parte in parte si aprì in 
fenditure, le quali con rapidissima alterna repulsione, e congiun- 
zione dello stesso suolo produceansi, e si emendavano, come laccio, 
che con rapido moto si apra, e si annodi ». 

Il Padre Agazio: « fuggendo rimase con uno dei piedi in- 
carcerato in una fenditura che si aprì sotto i suoi passi, e che quasi 
nel punto stesso, che egli v'immerse il piede fino alla sommità 
del malleolo, tosto si chiuse. La tetra e orrenda scena, che gli 
si apriva intorno, lo stridore, compagno di tanti violenti squarci, 
e la dolorosa sua situazione l'oppressero; ma quando per tutto 
si credea già perduto, in men che non balena, si apri sotto le 
continue scosse del tremoto il terreno, e sciolto, per così dire, il 

teso laccio, egli ne ritrasse libero il piede » 

« Fummo assicurati di tutto ciò che abbiamo narrato, dallo 

stesso P. Maestro Agazio ». 

A pag. 46: Nel 1659 si esperimento il tremoto di sbalzo. Nella 
ruina del Monistero un Frate Domenicano fu spinto di lancio con 
tidto^ il letto, ove giacca dormendo, nel seno dell'accennato fiume 
Vesco, e ne usci salvo ». 

A pag. 101 : « Sarà ben maraviglioso ad udirsi ciò che ci 
apprestiamo a narrare; e se noi stessi non l'avessimo con inne- 
gabile testimonianze, e con replicati esempi verificato, appena 
avremmo ardimento di crederlo, non di scriverlo ». 

« I fenomeni, prodotti dal formidabile tremoto di sbalzo, furono 
tanto più orribili, e sorprendenti , quanto è fuori di contesa, che 
i suoi eifetti non si ridussero a schiantare soltanto i casamenti, 
e slanciarli di là della loro sede, o semplici, o uniti a poca por- 

1 ... 

zione del pavimento, e del suolo sopra cui essi giacevano ; ma 
s' inoltrarono anche a produrre tale profonda e insigne revolu- 
zione nelle parti più intime dai terreni, coi^enenti gli edifici, che 
questi, a massi grandiosi e dì smisurata mole, furono svelti e 
schiantati, e con potentessima vibrazione espulsi dal loro cavo, 



— 314 — 

e spinti a gnimlu distanza u cdu tutto il loro ccjnLtìuuto, o con 
parto di ciò elio vi stava soprapposto ». 

« Di fatto tra tanti fonomoni , elio potrebbero rammentarsi 
per lU'uova di ciò die asserito abbiamo, basterà il riferirne un 
solo ». 

« Noi pendio della strada posta tra lo duo porte (Terranova), 
che accennammo nel n" 429, esisteva una casa, la quale giacca 
lontano dal sottoposto fiume Soli quasi 300 passi; e che in ossa 
vi ora una stanza ben grande, destinata all'uso di pubblica osteria. 
Quivi in quei momenti infelici, nei quali avvenne il tremoto, si 
trovavano l'oste, chiamato Giovanni Aquilino., la sua moglie Fran- 
cesca Marafiori^ una piccola nipote di costei, e quattro altre per- 
sone. In fondo della stanza stava un letto: e appiè del letto un 
braciere; e ne occupavano il manco lato, e il destro varie sedie, 
alcune tavole, e altri arredi, propri di un soggiorno dei viandanti. 

« L'oste giacea sul letto, prò fondamento immerso tra' vapori 
del cibo, e del vino. L'ostessa ora in oziosa attitudine di rim- 
petto alla porta, seduta accanto al braciere, e coi piedi assicu- 
rati sul legno, che serviva a quello di base; e sostenea colla si- 
nistra la picciola nepote, che le scherzava dappresso. I quattro 
avventori dell'osteria stavano in un angolo del manco lato della 
stanza giuocando alle carte ». 

« Repente l'intero edificio, e con esso tutta la brigata cangiò 
sito ; poiché in un girar di ciglio nell'interno, e nelle più cupe 
parti di tutto quel terreno, sopra cui poggiava il casamento del- 
l'osteria, si concepi tanta, e cosi rivoltosa commozione, che scuo- 
tendosi dai cardini suoi, e staccandosi dai mutui legami flolle 
circondanti terre, fu tratto fuori delle sue sedi con eguagli/ima, e 
con empito tale, che ne sballò di lancio fino agli arti del sottopo- 
sto lontano Soli, traendo sul suo dosso l'intero edificio, Voste, V ostessa 
la picciola nipote, e gli ospiti malarrivati; e lasciò noli' abbando- 
nato sito una voragine ampia, e mostruosa ». 

« Appena che questo stupendo ammasso di terreno, di fabbrica 
di uomini, e di arredi giunse, e piombò sulle sponde del Soli, 
s'infransero gli strati del suolo; e quindi tutto il soprapposto edi- 
ficio si disciolse, riducendosi in una confusa e precipitosa congerie 
di torraloto, di sassi, e di suolp sparso e rivolto ». 

A pag. 103: « Giunti a Terranova non fu l'ultima delle no- 
stre cure di chiedere conto di questa avventura. Quivi trovammo 
che vari in vario modo ne faceano il racconto ; quindi stimammo 
sano consiglio il parlare coll'oste e con l'ostessa. Costoro or fanno 
soggiorno a Scrofonio, villaggio che sta in distanza di due mi- 



I 



— 315 — 

glia e più di Terranova. Erano con noi il Parroco, ecc. L'oste è 
un uomo di matura età : l'ostessa è donna di età non fresca, di 
una maschia fattura, e piena di accorgimento e vivacità; mala 
natura nel formarla la neglesse tanto, ohe, forse per farne la ri- 
parazione, la rispettò nei suoi furori ». 

« Dalle risposte che costoro dettero alle nostre interrogazioni, 
rilevammo ciò che dei loro casi abbiamo narrato: il che per altro 
trovammo uniforme alla testimonianza dei più giudiziosi relatori >. 

« Per riguardo poi al fenomeno della sbalzo^ e delle cose get- 
tate di lancio da uno in altro luogo, egli è un affare cosi comune, 
e con tanti esempi verificato, che per esitarsene, converrebbe ne- 
gar fede ai fatti più autentici, e alle osservazioni più semplici, 
che possono farsi non già dal solo filosofo, ma da chiunque abbia 
occhi per vedere (o per leggere raccomando ai miei denigratori) l'im- 
mensa copia dei materiali caduti, e sbalzati dalle sedi più alte 
nelle parti più lontane, e nelle più prossime o al Soll^ o al Marra > . 

A Rovelletta nei suoi dintorni si lacerò in molte parti la terra 
e ne sgorgò fuori a pieni rivoli un'acqua lotolenta (pag. 311). 

Da una lettera del Padre Rosini si rileva che: « altra fen- 
ditura si fece mezzo miglio lontana dal mare, e propriamente sopra 
la Rovelletta in un piano inclinato^ da dove scaturì quantità 
d'acqua, che arrivò fino al casino della medesima, in dove sog- 
giornava Monsignore di Squillace^ che nel punto stesso mandò a 
vedere da dove usciva ; ed intimorito dall' acqua che scorreva a 
fiume^ se ne fuggi in una pagliara situata distante in un rialto ». 

Riproduco la seguente lettera di Gioacchino Pittare di Borgia 
Medico-Fisico, diretta alla Reale Accademia delle Scienze di Napoli. 

« Il tremoto accaduto a 28 di marzo, distrusse molti Paesi, 
fra' quali Borgia., Maida , Cortale, Girifalco, S. Floro. Il Paese 
suddetto (Borgia) era situato lungi dal Mar Jonio 4 miglia circa 
su d' un monte mediocremente alto , il di cui suolo , parte era 
d'arena, e varj strati di pietra, e parte di creta ; era perciò di- 
viso da una valle , che avea il suo cammino per mezzogiorno; 
quella porzione più alta , che riguardava 1' occidente , il di cui 
strato era arenoso, si mosse in maniera, che se ne scese in detta 
valle, in modo che i Padroni non distinguevano bene il sito delle 
rispettive case; quella porzione, che riguardava lo scirocco, ed il 
di cui suolo era cretoso , è stata più resistente alla scossa , di 
maniera che restarono inalzati varj pezzi d'edificj, che indicano 
a' posteri esservi stato quivi un tempo paese ». 

« Era il distrutto paese circonvallato dalla parte d' oriente 
da due gran valli , una chiamata Prestio , e V altra gran valle 



— 310 — 

ìSpilniga , i di cui orli ,su|n'ii()ri iìIìukj di tiara pietra, elio alla 
scossa de' 28 si .stritolarono in inaiiiL'ra , portandosi seco varie; 
caso ch'orano .situato nell'orlo, olio riguardava lo scirocco; l'orhj 
opposto, eh' avca secondo lo divor.so situazioni varj nomi, corno 
Manditrauo, ecc. òi sjno.iiaroìio, coprendo quuìitilù di querce^ olivi 
ed altri alberi >. 

— Li fenomeni accaduti nell'adiacenze del suddetto distrutto 
Paese sono li seguenti — . 

« Pria d'ogni altro bisogna notare, che doj/o il tremolo imme- 
diatamente si è vedida ìielV aria^ non molto lontana dalla superji- 
cie , una nuvola oscura , e densa , come se bruciassero all' intorno 
grandi foreste-, durò questa qualche tempo. In secondo luogo bi- 
sogna notare, che la mina del (remoto de f^8 pur eh.'' abbia comin- 
ciata da ponente a levante^ Jion già da libeccio a mezzogiorno, 
come l'antecedenti. V accensione par che siasi latta sopra le mon- 
tagne di Girifalco , e propriamente al Monte Covelìo, alla di cui 
falda v'è una fontana, che essendosi analizzata l'acqua, ha dato 
molta quantità di ferro ; 1' ocra, o sia terra marziale, è notabi- 
lissima all' intorno, e non molto lontano da detta acqua minerale 
vi è una miniera di terra lega ". 

<t Le fenditure intorno al distrutto paese sono innumerabili: 
fra tante merita particolare attenzione quella accaduta nella di- 
fesa, e i)ropriamente nel luogo detto il Pantano di Tremola, 
Feudo della Mensa Vescovile di Squillace. È questa una gran 
pianura senza rupi all' intorno, confinante al fiume Corace, lon- 
tana dal mare \\n miglio circa , e dal Paese distrutto miglia 4. 
Detta fenditura è opposta al mare : ha di lunghezza passi 100 
circa, e di larghezza tre piedi , dove più, dove meno , da dove 
usci gran quantità d' acqua » . 

« Nella stessa linea 200 passi circa lontano da detta fenditura 
nel territorio chiamato S. Maria di Calandra s' osserva un cor- 
done d' arena , che ognuno , da ovunque lo guarda , se non la 
tocca, la crede cenere; ha detto cordone passi 20 di lunghezza, 
non essendosi potuto misurare 1' altezza , avendola prima d' es- 
sere osservata li coloni arata , e di-spersa ; credendosela terra 
fertile vi piantarono granone. Ho usata particolar attenzione in 
esaminare alcuni Foresi o siano Campagnuoli , che nell'atto del 
tremuoto dormivano nel suddetto, e m'assicurano, che spaven- 
tati al far del giorno s' accostavano a questa da loro creduta 
cenere, da dove usciva un gorgone d' acqua . che metteva capo 
ad un vallone vicino, chiamato cafone di S. Maria. Sgorgava det- 
t' acqua non continuata, ma interrotta ed avendola gustata, era 



— 317 — 

amara, e salsa, che loro medesimi so.speUarono venire dal mare, 
con dire , vedete , che siccome si muove il mare esce 1' acqua. 
Sgorgò questa per tutta la notte de' 28 , e per il di vegnente, 
diminuendosi in ragione diretta del tempo, e poi esiccossi senza 
vestigio di fenditura, lasciando detto cordone d' arena, che gu- 
standola ha dello stittico , ed alla semplice veduta s' osservano 
delle laminette marziali ». 

« Merita anche attenzione il fenomeno accaduto in un terreno, 
coverto di diversi alberi, chiamato Sciahò^ situato nella quasi di- 
rezione delle fenditure descritte due miglia circa distante dal 
mare, ed altrettanto dal Paese distrutto ; era questo un piano 
inclinato per tramontana, e dalla forza della scossa , usci dalle 
viscere della terra lo strato argilloso per lo spazio di tre moggi 
inclinando il suddetto terreno dalla parte opposta , e serrando 
il cammino ad una fiumara , che fu costretta farsi il suo letto 
più di 5 passi lungi da dove prima l'avea; questo fenomeno non 
si suole esattamente descrivere ; si capisce allora quando si ve- 
de ; quel che vi assicuro di certo , si è , che lo strato argilloso 
non era cosi vicino alla superficie , in dove non vi era ombra, 
o vestigio di creta, nemmeno all' intorno, tanto più che la fac- 
cia della fenditura ha più di 15 piedi di altezza, e creta non 
se ne vede ». 

Si raccapriccia di meraviglia chiunque osserva il timpone di 
S. Giuseppe. E questo un rialto arenoso situato nella stessa di- 
rezione delle fenditure descritte cento passi lontano dal paese 
distrutto; s'osservano nel medesimo luogo fenditure, il di cui cam- 
mino, ed ordine è così irregolare, che non cosi facilmente si può 
descrivere : il fatto si è, che la massima esplosione ha dovuto es- 
sere in tal luogo ». 

« Non picciolo spettacolo arreca a chiunque osserva il Lago 
cagionato dal tremoto de^ 28 nella valle nomata 8. Pietro. E questa 
una gran valle, che ha il cammino per oriente, nel di cui centro 
scorreva un ben grande rivolo d'acqua, che veniva formato dal- 
l'unione di più fontane; e dalla ruina dei due lati si serrò la suddetta 
valle, ingojandosi quantità notabile d'olive, gelsi, vigneti, ed altri 
alberi, e per lo spazio di giorni 15 l'acqua non ha avuto cam- 
mino, motivo per cui si formò il lago suddetto, che ha più di 
cento passi di lunghezza e 60 di larghezza » 

« S'aggiungono però in accorcio, gli altri fenomeni osservati 
nella Roccella^ e furono nella coltura di rirapetto al casino, in 
dove la terra quasi tutta s^apri, e vi sgorgò quantità d'acqua, e 
vi rimase dell'arena di color ceruleo ». 



— 318 — 

« Nel terreno dello il Principe u.^c) il mare del suo letto^ ed 
allagò più di '20 lonwlale di grano ». 

A p;i^'. 313: t In PeH<07i/* (Catanzaro) vi è fama eliij Dall'alto 
(Iella scossa del di *2S di JNlarzo si osservassero fiamme, e fuochi 
volanti ». 

A pag. l(i : <i ni'l Pizzo fu d;i noi ])it Va }t rima volta sentito 
quel terribile Roinho, di cui tanto ne avean in altii iiio^^lii ;i noi 
detto. Non possiamo negare che rimanemmo [)iù che abbastanza 
attoniti, e percossi fla tale spaventevole nuneio di vicino tremoto >. 

A pag. 21 : >< udissi oscuro rombo per quattro volte, ri- 
tornò il rombo e col rombo il tremoto ». 

A pag. 25: « a Briatico che fu ridotto in un orrendo sfa- 
sciume non meno dai primi tremoti, che dagli urti formidabili 
dei secondi. 

A pag. 36: « Tosto udimmo da un rombo minaccevole an- 
nunziare il tremoto. Sul suolo le zolle, e le pietre si commossero: 

le cime e i rami degli alberi si confusero ondeggiando A noi 

parve, guardando la terra, di provare quello sti.\sso scomponimento 
d'occhio, che si prova allorché si passa un fiume ». 

< Questa scossa fu delle più attive ». 

A pag. 115: « orrende furono le rivoluzioni avvenute nei 
terreni, e negli alberi; ed enorme fu la copia di creta, che ap- 
parve ove dianzi non se n'era orma alcumi veduta ». 

« Si udì un grave muggito sotterraneo; ma al rombo non 
succedette tremoto ». 

Nella relazione del Sarconi si legge spesso: <i sonoro rim- 
bombo », < terribile rombo », < precedeva il terremoto uno spa- 
ventevole rombo », « rombo spaventevole e sonoro », « con profondo 
rombo », * repente scoppiò un rombo clamoroso i-, < rombo or- 
ribile ». 

A pag. 135: « A Oppido molte altre parti di fabbriche o 

ruinarono su i sottoposti edifici, o furono di lancio sbalzate nei 
casamenti contigui ». 

A pag. 147: « il secondo fenomeno si riducea a una innega- 
bile eruzione di materiale uscito fuori dalle viscere di quel ter- 
reno « il terzo fenomeno era l'evidente sbalzo ecc. ». 

A pag. 72: « Nicotera in questi ferri torj si produssero molte 

fenditure. Fu fama che da alcune di quelle aperture fosse sgor- 
gata a ribocco un'acqua calida.. nel di 5 Febbraio ». 

A pag. 202: « Una fanciulla si ricoverò in su una collina di 
creta, che in attimo formossi nell'orribile rivolgimento... ». 



— 319 — 

A pag. 219: « Seiuinaf'a... ne qui finiscono le strane avven- 
ture di questo fatale rivolgimento. Nella contrada deìV Aunuìi- 
ziata la natura sì proso diletto di olfrire una scena opposta (una 
possessione rimase di sbalzo gettata, per la distanza di 6 in 700 
passi su di un altro terreno, che giaceva al di là della vallo, ove 
or veggonsi le viti, le fabbriche, e gli alberi, giacenti e tratti di 
lancio fuori della propria sede) a quella, che spiegò nei piani in- 
clinati: se ivi converti in valle un luogo inchinante al montuoso, 
nella contrada AqW Annunziata ebbe il capriccio di elevare un monte 
ove iwima si profondava una valle ». 

Il Lyell ^) riferisce, sulla scorta del Dolomieu: « Il suolo del 
paese (Calabria 1783) si sollevava sovente come le onde di un 
mare agitato, ciò che produoeva un malessere analogo al mal di 
mare. Degli alberi, sostenuti dai tronchi loro, s'inclinavano fino 
al suolo, che toccavano con le cime ». 

Nelle poche osservazioni ecc., del mio contradittoro che sembra 
non conosca tutta la mia produzione scientifica, si legge : « Il 
terremoto del 1905, che ebbe la maggiore intensità sulla linea di 
frattura, che parte dal golfo di S. Eufemia e va nel golfo di 
Squillace, por il socio Ricciardi fu dovuto ad eruzione sottoma- 
rina, che avvenne contemporaneamente nel Tirreno e nel Ionio ». 

Io rispondo col dire che non ho mai accolto completamente 
i risultati delle ricerche di Suess, anzi ho escluso il concetto dello 
sprofondamento e dell'assestamento, poiché nelle Calabrie e nella 
Sicilia non v'è niente da sprofondare o da rassettare. Perchè non 
rimanesse poi traccia nella scienza della invenzione della nuova 
scienza, il « tectonismo », tutte le volte che le nostre belle quanto 
disgraziate contrade sono state tormentate dal vulcanismo, ho espo- 
sto tutto ciò che scaturisce da un mio profondo convincimento e da 
osservazioni che rimontano al 1887 ^), oltre quelle ininterrottamente 
fatte durante i tre anni che passai a Reggio Calabria, dove, o 
come componente il Consiglio Sanitario Provinciale, o come ispet- 
tore antifiUosserico, ebbi agio di visitare spessissimo lo Calabrie. 
Ora siccome il Suess esclude 1' azione da sotto in sopra, ciò che 
si verifica sempre nei tei remoti Calabro-Siculi, cosi accennerò ad 
alcuni fatti in base ai quali io mi convinsi che nel 1905 lungo 
la frattura che parte dal golfo di S. Eufemia e si prolunga nel 
golfo di Squillace, si dovettero ripetere gli stessi fenomeni del 1783. 



1) Principes de geologie, tome 3, pag. 1326. 

2) Ricciardi. SuW allineamento dei vulcani Italiani — Reggio Emilia, 1887. 



— 320 — 

Il .siyiiur Gas|i;iri, sindaco di Zuiiyii, cosi descrisse il feiio- 
iiieno del 1905: < 11 movimento del suolo fu terribile; si sviluppò 
con un crescendo s(.ìmj)re j)iù intenso e cessò coìi un urto sus- 
snliorio formi d(( bile ^ come un treno, che, spinto a tutta velocità, 
debba istantaneamente fermarsi. Un rombo sotterraneo, che si 
facea ognora più forte colla violenza del terremoto , cessò con 
esso. Ma una luce rosea, che da parecchi , me compreso , fu os- 
servata sull'orizzonte, verso occidente, durò, diminuendo sempre 
di intensità, per più di un minuto, dopo che era cessato lo scuo- 
timento », 

« Io intesi cosi il terremoto : dormo sul lato destro e im- 
provvisamente mi accorsi d' essere lanciato in alto e ricaddi su- 
pino » 

« La rovina dei fabbricati fu immediata, la qual cosa dimo- 
stra come fu violento il terremoto. Qui fu disastrosissimo » 

« in collina, si osserva una lunga spaccatura della larghezza di 
circa 20 centimetri ». 

« Nella notte che seguì quella del terremoto si udirono an- 
cora parecchi boati ed a molti di questi succedettero delle scosse 
ora sussultorie, ora ondulatorie. Tanto il primo terremoto , che 
i successivi ebbero sempre la direzione Nord-Sud ». (Vedete: 
« Ricciardi. Su rallineamento dei Vulcani Italiani, 1887 »). 

Il Direttore dell'Osservatorio Meteorologico di Pizzo, sig. Giu- 
seppe Marcello, riferi che « la disastrosa scossa del giorno 8 set- 
tembre, a detta di un pescatore da lui interrogato, fu preceduta 
dalla apparizione di una luce elettrica lungo la pendice tirrenica 
di Monteleoìie, alla cui scomparsa ebbe principio la scossa^ la quale 
durò dai 20 ai 25 secondi. I pescatori, ritti sulla spiaggia, a quel 
moto di va e vieni della terra, si tenevano fra di loro, per non 
cadere. E, cessata la scossa, furono atterriti da un altro feno- 
meno : le acque del mare , che prima era calmissimo^ si addentra- 
rono sulla spiaggia di Bovina, per una lunghezza di trenta e più 
metri, spingendo fin là una barca pescareccia tirata a secco a po- 
chi passi dal lido, q_uindi le onde si ritrassero ». 

<i Alcuni boari degni di [(de affermarono di essere rimasti sbi- 
gottiti dalla vista di tin lampo enormemente lungo ed abbaccinante, 
che fu tosto seguito dal rombo sotterraneo .... ». 

« Pizzo 10 settembre 1905. « Strani fenomeni accompagnano 
il terremoto. A Tiriolo è caduta una pioggia di cenere. Inoltre il 
terremoto fu preceduto da fenomeni elettrici luminosi e da un mo- 
mentaneo addentramento del mare nella costa per circa 5 metri. Presso 



— 321 — 

la marina di Maida si disseccarono le fonti e si sollevarono le 
acque del fiume Angitola » . 

Altro che i fileiii d'acqua ed il rcmimolUmenfo delle argille; 
quei fenomeni derivano esclusivamente dal vulcanismo e non 
da alcuna altra causa. 

Il Prof. Luigi Palazzo , Direttore dell' Osservatorio Meteo- 
rologico e Geodinamico di Roma , disse : « che il maremoto del 
1905 fu un fenomeno concomitante col terremoto e venne registrato 
dai mareografi di Napoli, della Sardegna^ di CivitaveccJiia, ecc. 

Nel 1905 il cavo telegrafico che congiunge Milazzo con l'isola 
di Lipari venne spezzato ». 

Riporto ancora i seguenti fatti : « Un im))iegato postale, che 
nella notte del disastro faceva servizio suU' ufficio ambulante 
della ferrovia da Napoli a Reggio, cosi raccontò come fu inteso 
il terremoto sulla strada ferrata : 

« Poco prima delle tre di notte eravamo fermi alla stazione 
di Paola : il capo-treno aveva dato da poco il segnale della par- 
tenza, quando la vettura, su cui io mi trovavo, ebbe un improv- 
viso movimento oscillante, da destra a sinistra , come se stesse 
per rovesciarsi. Poi, spinta da una forza formidabile, si sollevò sul 
hìnurio e ricadde sulle f^otaie con un terribile frastuono ». 

« A Martirano (Nicastro) scossa di X grado .... » ^ la mon- 
tagna si squarciò in più "punti e ne scaturirono dei getti di acqua 
bollente. JJ impressione prodotta dal terremoto su quelli che erano 
a Martirano fu quella di una pioggia di pietre accompagnata da 
un terribile uragano, che squassasse dalle fondamenta le case ». 

Nel 1783 a Borgia il 28 marzo il rombo riempiva tutta la 
popolazione della Calabria ultra, e gli stessi bruti, di avvilimento 
e di orrore ^. 

« A Girifalco e Borgia la potentissima ignota forza dilatò 
il tremendo suo furore ». 

« Al timpone San Giuseppe alla direzione delle stesse fen- 
diture , a circa 50 metri dal paese distrutto, si ammette sia av- 
venido colà la massima esplosione .... ». 

Nel 1905 a Girifalco si osservarono fenomeni luminosi ed 
elettrici; le acque delle sorgenti del paese si intorbidarono. Un 
contadino riferì che pochi secondi prima della scossa gli cadde so- 
pra una mano ima goccia d^ acqua bollente, la quale vi produsse 
una forte ustione : awlie il direttore dell' Ospedale , che lo ha cu- 
rato, non seppe spiegarsi la causa di quelV ustione. 

A Maida , scossa di IX grado ; a San Floro la scossa rag- 
giunse il grado IX • a Borgia il IX grado ; a Cortale la scossa 



— 322 — 

(li Vili ^rado fu preceduta dalV apparizione di meteore luminose 
e (lupo la nu'dcsima si osservarono delle aperture mi terreno^ drilli 
scosceuditnoiti e degli sguryìii d'acqua^ dove prima uou craiivi sorgive. 

In cnnclusiouc, io non tolgo una virgola da (juaato scrissi 
a j)ag. 114: ecc. nel mio lavoro : « Il vulcanismo noi terremoto 
calabro-siculo del 28 dicembro 1908 > e nell' altra mia pubbli- 
cazione : « Su le relazioni ecc. sui terremoti calabro-siculi del 
1783 e 1908 a proposito del terremoto del 1906 ". 

Ora viene pure a me il desiderio di rivolgoi'o una interroga- 
zione: Che cosa hanno fatto o scritto, più di quello che non ho 
fatto io, tutte le Reali e Ministeriali commissioni che dal 1783 
in poi hanno invaso lo Calabrie e la Sicilia ? Ai componenti delle 
suddetto commissioni furono concessi onori e lauti compensi; a me 
invece, che dal 1879 in qua ho affrontato disagi e spese non lievi 
por tenore alto il prestigio delle discipline geologiche e vulcano- 
logiche in Italia, non sono mancati attacchi violenti, ecc. 

Continuando nello sue jìoche osservazioni il mio contradittore 
aggiunge che « il dicco basaltico di Palmi certamente non è stato 
visto dal socio Ricciardi, perchè avrebbe constatato trattarsi di 
ojiealce, ed in ogni caso a Palmi vi è terreno eocenico ». 

Nel Bollettino del R.» Comitato Geologico d'Italia, Anno 1885 
p. <)1 e 337, e 1890 p. 150 sono riportati i lavori doU'ing. (■or- 
teso, il quale asserisco che: « il basalto di Palmi somiglia alle 
rocco antiche di Lipari ». « Il dicco di Malopasso potrebbe essere 
anche di trapp (o di basalto) terziario e collegarsi alle rocce ana- 
loghe dell'isola di Lipari ». 

Nel 1900 il prof. Giovanni Ui Stefano, dell'Università di Pa- 
lermo, confermò la presenza delle rocce basaltiche presso Palmi. 
Ora, se anche il prof. Ricco ^) accolse e pubblicò la scoperta del- 
l' ing. Cortese e la riconferma del prof. G. Di Stefano, non si com- 
prende perchè il mio contradittore si rivolga a me e non ad altri: 
che se -invece di accettare le osservazioni di stimati geologi, (juali 
sono il Cortese ed il prof. Di Stefano, un naturalista dovesse re- 
carsi in tutte le località per la constatazione di rito, non avrebbe 
che a trascinare la sua esistenza in una constatazione perenne e 
monotona e non molto vantaggiosa per la scienza stessa. (Nel 
Museo geologico del R. Comitato Geologico d' Italia si possono 
vedere i campioni del basalto di Palmi). 



') Relazione sismologica sul terremoto del Uì novembre 1894 — Annali 
del R. Ufficio Centrale Meteorologico e Geodinamico Italiano. Roma 190V, 
pag. 257-258. 



— 22 H — 

È stata mia costante consuetudine eli rispettare ciò che hanno 
osservato o fatto altri scienziati ; e se t[ualche volta non ho con- 
diviso le loro opinioni, ho esposto le mie vedute con linguaggio 
così rispettoso, che nessuno fin'oggi me ne ha mosso rimprovero. 

Mi piace di riportare un fatto a riprova del mio sentimento 
di doveroso riguardo verso i colleghi. Studiavo da chimico le rocce 
dei vulcani attivi ed estinti d'Italia, e mi rivolsi all'amico e col- 
lega prof. G. von Ixath, per avere alcuni campioni di rocce della 
Toscana e dei Colli Euganei da lui analizzati. 

La roccia di Monte Amiata conteneva in complesso alcali 
7,10 "/u. Io ripetetti l'analisi e, ottenuta la quantità di ossido di 
potassio e di sodio, col calcolo li riportai al 7,10, quindi mandai 
i risultati al von Rath e gli chiesi il permesso di pubblicare 
l'analisi cosi modificata. Egli accondiscese, ed io potetti pubbli- 
care i risultati. 

Il mio contradittore viene finalmente alla conclusione e dice 
che: « non risulta che i due tremuoti della Calabria, del 1783 e 

1908, sieno stati causati da eruzioni di vulcani sottomarini, che 
anzi i fatti da lui riportati, non fanno che aumentare la confu- 
sione, che esiste ancora intorno ai terremoti, dovuti a tettonismo 
<ìd a vulcanismo ». 

Nella mia modesta relazione sull'immane disastro, pubblicata 
nel voi. XXIIl, pag. 119, degli Atti della nostra Società, anno 

1909, riassunsi cosi i fenomeni : 

« Sbuffi di gas e sollevamento di masse d'acqua, mescolate 
a sostanze gassose nello stretto di Messina, qualche giorno prima 
dell'orrenda notte ; la luce abbagliante che si vide da Patti, Ri- 
posto, Messina, Reggio Calabria, ecc., i rombi assordanti che pre- 
cedevano le scosse, oppure si sentivano senza che si avvertissero 
terremoti ; alle 5^ , 20'" , nell'ora fatale , le scosse precedute da 
boati, avvertite dai piroscafi che passavano in quell' ora nello 
stretto e dalle imbarcazioni che si trovavano nei porti di Messina 
e Reggio; il maremoto; l'acqua calda lanciata sulla spiaggia di 
Pellaro (qualche superstite trascinato a mare trovava l'acqua più 
calda quando il movimento delle acque lo portava in fondo) ; l'acqua 
calda, che investi i soldati d'artiglieria tra lo macerie del quar- 
tiere San Salvatore nella cittadella di Messina, di Reggio e din- 
torni ; l'acqua del mare dopò le ore otto, nel porto di Messina, 
ancora tiepida; la trave di fuoco^ ossia una striscia di luce repen- 
tina apparsa nel cielo al momento dello strepitoso rombo avvertito 
nel mare alle 5'' , 20™ del 28 dicembre; le bruciacchiature osser- 



— 324 — 

vaie nei cavi telegrafici e telefonici dello stretto di Messina; la 
moria dei pesci gettati sulle spiagge calabro-sicule ». 

A questi fatti riassunti bisogna aggiungere i seguenti favo- 
ritimi dal liberale Ministro dulie Poste e dei Telegrati, l'Onorevole 
Augusto Ciuflelli, che riguardano però soltanto il terremoto del 
28 dicembre 1908, e siccome per noi vulcanologi, tanto se li os- 
serviamo direttamente, quanto se ci vengono riferiti da ufficiali 
dell'esercito e dell'armata, oppure da noti gentiluomini, essi hanno 
lo stesso valore, prestandovi fede e servendocene come di docu- 
mento, così riproduco quanto gl'iug. Brunelli e Jona riferirono 
dopo la rimessa dei cavi nello stretto di Messina. Ecco le osser- 
vazioni fatte: « Su uno dei cavi si scorse una schiacciatura ». « Su 
di un altro cavo si trovarono molti fili di ferro dell'armatura esterna 
rotti, in 3 giunture distanti circa tOOO metri l'una dall'altra, con 
l'armatura scomposta come se il cavo fosse stato stirato e scliiac- 
cìuto ; in altro punto la fasciatura appariva bruciata e più oltre si 
rinvenne il cavo interamente rotto, con l'armatura in buono stato, 
ma come se fosse stata strappata dal terremoto ». 

Siccome di questo fenomeno, che per noi vulcanologi ha una 
innegabile importanza, il mio contradittore non fa cenno alcuno. 
Ilo voluto consultare molti lavori di idraulica per vedere se era 
un fatto comune, o tale che si potesse spiegare coi filetti o filoni 
di acqua, o soltanto col rammollimento o stemperamento delle marne 
o depositi sottomarini ; ma niente ho trovato. 

Mi devo ora difendere dall' accusa che mi si è mossa di 
avere cioè io con i fatti da me esposti o riportati, aumentata 
la confusione, che esiste ancora intorno ai terremoti, domili a tet- 
ionismo od a vulcanismo 

E inutile eh' io spenda qui molte parole per dire che per 
me in tutti i tempi il vulcanismo è stato la causa ed il sismismo 
l'eifetto, poiché di terremoti non ne ammetto altri. Io sono stato 
sempre uno dei più tenaci demolitori d*^!!' ipotesi o invenzione 
tectonica, a proposito della quale occorre notare che gli stessi 
scienziati che l'immaginarono, ammettono che circa quarant'anni 
or sono la nuova scienza uscì come Minerva bella e confezionata 
dalla mente di chi non sapeva a (piale causa attribuire alcuni 
terremoti. Quindi fu e rimane un' atfermazione la mia , e passo 
a dimostrarla, adducendo fatti e osservazioni personali. 

Dopo una lunga e paziente preparazione, e ancora sotto l'im- 
})ressione dell'imponente eruzione vesuviana del 1872, le cui fasi 
seguii col mio maestro Luigi Palmieri; dopo le ricerche di chimica 
vulcanologica su tutte le rocce cristalline e sedimentarie italiane; 



— 326 — 

dopo la descrizione dell' eriizioiio dell' Etna del 1883, pubblicata 
negli Atti dell'Accademia G-ioeiiia di Catania , mi occupai del- 
l'allineamento dei vulcani italiani nel 1887, sul quale lavoro mi 
piace riferire il giudizio della Commissione giudicatrice del con- 
corso bandito nel 1902 al posto di direttore dell' Osservatorio 
Vesuviano : « il prof. Ricciardi ha pubblicato anche dei lavori 
siili' allineamento dei vulcani italiani , nei quali studi, dopo di 
aver riassunto le memorie pubblicate da altri in proposito, giunge 
a conclusioni proprie, le quali presentano un certo interesse scien- 
tifico, in quanto si riferiscono al collegamento tra fenomeni sis- 
mici e vulcanici di varie regioni d'Italia ». 

Alcune fratture da me intravedute allora, come : Pantelle- 
ria, Amiata, Colli Euganei, Ustica-Eolie-Calabria, Capo Passero 
Val di Noto, Etna, Stromboli, Vulture, ecc., e che mi procura- 
rono la diagnosticazione di fantasia vivace, oggi fanno parte del 
patrimonio scientifico, e pure Hobbs mi ha fatto l'onore di com- 
prenderle nel reticolato in cui ha chiuso l'Italia nella sua: « The 
Geotectonic and Geodynamic Aspects of Calabria and Northeas- 
tern Sicily » senza citare il mio lavoro. Nel cennato mio lavoro 
s' incontrano fratture trasversali e perpendicolari ai meridiani, 
neir Italia Centrale (Amiata) e nelle Calabrie. Siccome non ac- 
colsi r ipotesi del prof. Suess , dello sprofondamento, a propo- 
sito del gruppo delle isole Eolie mi espressi cosi: « Possiamo am- 
mettere che il gruppo delle Eolie siasi formato sopra fratture 
secondarie della grande fenditura Capo Passero-Vulture, oppure 
sopra fratture determinatesi quando si verificò il distacco della 
Sicilia dal continente >. 

Da ciò emerge che io sono alle prese coi te.ctonisti dal 1887, 

Infatti , il Suess ^) aveva accolto fino ad un certo punto 
l'ipotesi di Dana e di Heim, e dopo la sua visita nelle Calabrie 
(1871) . intravide in quelle contrade i caratteri tectonici formu- 
lati dal Dana in America. 

Nel 1887 avvenne un terremoto nella Liguria. Il prof. Issel 
die studiò i disastrosi effetti in quelle contrade, trovò che l'asse 
della scossa stava a grande profondità sotto il mare, e che la 
causa doveva cercarsi nei processi tectonici , vai quanto dire : 
« nei movimenti lenti di quella parte della crosta, e nelle ten- 
sioni, lacerazioni e rotture che ne risulterebbero ». 

Condivisi l'opinione dei professori Taramelli e Mercalli, che 
quel terremoto fosse dovuto a causa vulcanica. 

1) Ueber den Bau der Italienischen Halbinsel. Wien. 1872. 

22 



— 326 — 

Negli Annali dell' Ufficio Cent. Met. e Good. Italiano, Roma 
1892, a pag. 223 v'è la relazione sul terremoto veronese del 7 giu- 
gno 1891, ed a pag. 274 si legge : 

« Nemmeno possiamo il terremoto veronese ascrivere alla classe 
dei terremoti vulcanici^ giacche l'attività vulcanica nella regione 
che fu desolata il 7 giugno, manifestatasi, come abitiamo visto, 
con eruzioni di basalti, è cessata da molto tempo; è quindi im- 
possibile il rilegare detto scuotimento ad un risveglio del vul- 
canismo, e nemmeno poi connetterlo con 1' aumento di attività 
tlel Vesuvio, quantunque verificatasi quasi contemporaneamente » . 

« Non ci resta adunque che ricercare nella tectonica delle for- 
mazioni la vera causa del parossismo veronese, per escludere le 
vedute del Vogler, divise dal Miller e dal Giimbel, che vogliono 
il terremoto prodotto da grandiosi scoscendimenti sotterranei, ed 
ascrivere detto terremoto a quelli chiamati dall' Hornes tedonici 
e da me (baratta) terremoti di assettamento ». Il Prof. G. Mercalli 
per risolvere la quistione li chiamò intervulcanici. 

Dì modo che i terremoti di assettamento furono scoperti in 
Italia nel 1891 nel territorio veronese. Intanto, dagli accurati 
studi di E. Nicolis e G. B. Negri sulla giacitura e natura petro- 
grafica dei basalti veronesi, si apprende quali furono gli espan- 
dimenti vulcanici di quella regione, e quali le località tormentate 
dalle eruzioni. Restano come manifestazione dell'attività endogena 
nel veronese alcune sorgenti di acque minerali, tra le quali quella 
di Domejera, che giunge a 42o,6. 

Prima di dire sui fenomeni che accompagnarono il terremoto 
del 7 giugno 1891, devo aggiungere che VHornes disse tectonici 
quei terremoti di cui non sapeva trovare la causa e la provenienza. 

Ora, il terremoto del 7 giugno fu sussultorio ed a varie ri- 
prese ; a Stienta (Rovigo) la scossa fu accompagnata da un lampo; 
pure a Monza fu osservato un lampo a del sereno \ a Massa su- 
periore il lampo segui la scossa ed a Badia Polesine precedette 
un rombo. 

Il Baratta relatore del terremoto veronese a pag. 229 scrisse: 
« Tettonica. Il sollevamento della grande pila di strati ebbe il suo 
massimo sviluppo dopo la sedimentazione delle più recenti assise 
del sistema nummolitico, che ora formano la scarpa ai contraffor- 
ti arsero pure in questo tempo i vulcani in gran parte sotto- 
marini che, specialmente nella porzione orientale, lasciarono traccia 
con i loro prodotti ». 

Secondo Nicolis, nel Veronese le formazioni che ora sono poste 
allo scoperto, appartengono alla famiglia dei basalti; però gli 



— 327 - 

espaiK limoliti plutonici, che si estesero sulla momuntaiiea super- 
ficie o su quella porzione di letto marino ora compresa nel ter- 
ritorio, non diedero tutti il basalto colonnare ; vi troviamo cu- 
muli di lave eruttate nel loro più grande stato di divisione, e 
sono le ceneri vulcaniche ora rossastre, ora gialle, ora verdi ; i 
fanghi vulcanici si presentano verdastri o giallognoli. Vi hanno 
pure scorie, peperini e tufi basaltici con fauna fossile marina ». 

Precedette il terremoto del 7 giugno, proprio il giorno 6, il 
seguente fenomeno osservato dai cittadini di Salò, che cioè nel 
lago di Garda le acque si innalzavano ed abbassavano, un vero 
lagomoto, senza che la quiete fosse visibilmente turbata da cause 
esteriori. 

Pertanto durante la scossa del 7 le acque rimasero tranquille, 
in modo che i pescatori che si trovavano in lago, non si accor- 
sero di nulla. Pure le acque del lago di Como rimasero calme. 

A pag. 274 il relatore espone come debba intendersi un ter- 
remoto tedonico o di assettamento ed a grandi caratteri leggesi: 
« Le vibrazioni della frattura di Tregnago in Val d'IUasi furono 
la causa del terremoto del 7 giugno 1891, appunto perchè il ria- 
prirsi di una frattura Qjer opera di quelle stesse for^e che V hanno 
prodotta, o per un ulteriore assetto degli strati che cercano le loro 
ragioni di equilibrio) che ha le sue labbra suggellate, deve neces- 
sariamente produrre uno schianto più o meno violento, vale a 
dire un terremoto ». 

« Di ciò abbiamo anche parecchie riconferme nel fatto: 
a) che il movimento sismico non si irraggiò da un centro 
unico paragonabile ad un focolare di mina, ma bensì si manifestò 
con quasi la medesima intensità nei vari punti situati su una linea 
assai lunga ed ahhastama ristretta, costituevdo la frattura, ciò che 
il Serpieri ha chiamato un radiale', 

li) che nella zona di frattura fu assai sensibile la forma 
sussultoria, cui tennero dietro tremiti ondulatori prodotti dal ri- 
torno delle labbra della frattura che cercavano di rimettersi in 
equilibrio ». 

Qui occorre dire che Suess i) non ammette una forza eleva- 
toria e quindi dei movimenti dal basso in alto della crosta terrestre, 
salvo quelli che possono prodursi in modo indiretto e subordinato 
nella formazione delle pieghe. Per lui gli sprofondamenti di grandi 
porzioni della crosta terrestre sono gli elementi essenziali del rilievo 
della superfìcie terrestre ». 

1) Das Antlitz der Erde, 1, pag. 778. 



- 328 — 

L'illustro geologo viennese ebbe un solo torto, quello di non 
(lire (love le rocco approfondate andassero a finire. 

Intanto l'autore della relazione del terremoto veronese venne 
a queste conclusioni (p. 30(3): < 11 grande terremoto veronese del 
7 giugno 1891, ('' un terremoto essenzialmente tectonico o di (fs- 
srtl ((inculo^ (pianili uque nella regione scossa più gagliardamente si 
rinvengono gidcimenti di rocce vulcanirJie: esso è dovuto ad uno 
speciale centro sismico (per l'A. l'Italia ha un terreno molto l'er- 
tile per la coltivazione del sismismo) e quindi è da ritenersi in- 
dipendente dalla eruzione vesuviana cominciata quasi contempo- 
raneamente ». 

Continua il relatore: « la zona di massima intensità si estese 
lungo la frattura di Tregnago in valle d'Illasi: ivi la scossa ebbe 
forvia eminente lì lente siissidtoria, durò da 10 a 12 secondi e fu 
accompagnata da rombo^ da fenomeni fisiologici, elettrici^ idroter- 
mali ». 

Non riporto le altre considerazioni, poiché quelle riportate 
pei vulcanologi non estemporanei sono più che sufficienti per com- 
prendere che il terremoto veronese del 7 giugno 1891 fu pro- 
vocato dal vulcanismo. 

A proposito della polemica coi tectonisti, riporto dai miei 
appunti : 

e Scrivo sotto 1' im]3ressione di una delle più grandi emo- 
zioni che possa provare un naturalista. Le rocce rigettate da Vul- 
cano (isole Eolie) durante l'eruzione 1888-1890 confermarono n(d 
modo più assoluto l'evoluzione minerale; ecco la quantità di si- 
lice riscontrata nelle rocce favoritemi dall'amico e collega caris- 
simo, prof. Giuseppe Mercalli : 



Tradì ite antica 


77,55 di 


SiO^o/o 


Lava del 1771 


76,64 


» 


Lava di Monte Lentia 


70,38 


> 


Lava del 1888 


69,62 


» 


» 


63,27 


ì 


» 


58,05 


> 


Lava Punta Tjurcia 


53,04 


t 


Vulcanollo 


51,04 


ì 


Vulcanello 


50,00 


» 



« La trachite antica contiene una (.piantità di silice identica 
a quella trovata nelle rocce arcaiche su cui poggia V isola Vul- 



— 329 — 

cano, ma la quantità di silicu riscontrata uullu loccu eruttato suc- 
ctìssivamento prova in modo inconfutabile l'evoluzione minerale 
da me intraveduta e provata. Qualcuno già parla di mia teoria 
o legge: ciò mi compensa ad usura dei dolori sofferti per la man- 
cata pubblicazione dei miei lavori negli Atti della R. Accademia 
di Bologna nel 1887. Se fosse stata fregiata la mia teoria da un 
casato straniero, come è avvenuto pel tectoiiismOj tutti i geologi e 
fisici terrestri l'avrebbero accolta e diffusa in Italia; invece io sol 
perchè italiano sono dai superuomini deriso. Terrà il giorno in 
cui potrò occuparmi degli strafalcioni clie stampano. Quante noie 
e molestie capitano a chi si avvia alla celebrità. Pazienza *. Ancora 
trovo nei miei appunti: « Fouquè ha pubblicato: t Les tremble- 
ments de terre » Paris 1889. Questo benemerito della vulcanolo- 
gia accoglie l'ipotesi tectonica; ciò mi produce immenso dolore, 
della stessa intensità dell'altro provato nel 1883, quando, il La- 
saulx disse che il terremoto di Casamicciola di quell'anno ed il 
precedente del 1881 si dovevano attribuire a crollamento e non a 
causa vulcanica, mentre tutti i fenomeni furono assolutamente 
vulcanici ». 

* * 

Fouqué ^) venne alla seguente conclusione: «^ que les trem- 
blements de terre considérés en eux-mémes, indépendamment des 
éruptions volcaniques qui les accompagnent quelquofois , ne 
produisent aucun dérangement uotable dans les assises du sol 
accessibles à nos investigations. Rien n' indique qu'ils amèuent 
souterrainement une dislocation quelconque ou qu'ils s'associent 
nécessairement à des délivellations, des plissements des couches 
ou des éboulements >. 

E sempre frugando tra le mie annotazioni : 
« Molti scienziati, ed in tutti i tempi, si sono occupati del 
terremoto. Neumann, Pfaff ed altri geologi, sismologi e studiosi 
di fisica terrestre, hanno consacrato interi capitoli al terremoto; 
ma il fenomeno è rimasto come un problema senza soluzione. Io 
sono profondamente convinto che il terremoto propriamente detto 
non è la causa, ma 1' effetto del vulcanismo; e siccome il feno- 
meno vulcanico viene provocato dall' incontro dell' acqua del 
mare e di circolazione col magma arrovventato, cosi se ciò non 

1) Op. e. p. 151. 



— 330 — 

accade, non vi sarà terremoto, quindi una è la causa e d(!l pari 
uno l'efifetto. 

Fouqué scrisse ^) : « Se quelque jour, un volcan nouveau se 
niontre daiis une région oìi jusqu'alors on n'a observé aucune 
manifestation i^ruptive, il est probable que le développement des 
phénomènes volcaniques normaux aura pour prelude de violents 
trombi enients de terre; mais, depuis le commencement de la pè- 
riode historique, rien de pareil n'a été constate ». 

« La Sicilia e la Calabria saranno sempre tormentate fino 
a quando un cratere non entri nel periodo storico nello stretto > — 
cosi io scrissi nel 1890. 

Inoltre <« Nel giorno 24 giugno 1891 ^) dopo un terremoto 
sensibile ed una violenta esplosione, lo Stromboli entrò in eru- 
zione. 

I miei carissimi amici professori Annibale Ricco e Giuseppe 
Mercalli ebbero le squisita cortesia di mandarmi un campione della 
lava, e fattane l'analisi, ebbi i seguenti risultati: 



Si02 


50,00 


Ph^O^ 


0,71 


APO» 


13,99 


Fe'^O^ 


6,18 


FeO 


9,10 


MnO 


0,42 


CaO 


10,81 


MgO 


4,06 


K^O 


3,02 


Na^O 


2,87 


i\ fuoco 0,24 (ce 



100,36 

< Pure lo Stromboli ha subito la evoluzione minerale nelle 
sue rocce, poiché mentre le rocce arcaiche su cui poggia, comuni 
ai Peloritani, allo Stretto e ad Aspromonte, contengono circa il 
76 per o/o di SiO^, la lava di Stromboli di questa eruzione ne 
contiene il 60 ^/o. Questa quantità di silice è identica a quella 



') Op. e. pag. 137. 

2) A. Ricco e G. Mercalli. Sopra il periodo eruttivo dello Stromboli del 
24 giugno 1891. Annali dell' Uff. Cen. Meteor. e Geod. Italiano, Voi. XI, pag. 
189 -Roma, 1892. 



- 331 — 

riscontrata nelle lavo dei vulcani e delle isole vulcaniclic del Me- 
diterraneo, come Isola Giulia o Ferdinandea, Pantelleria, Capo 
Passero, Etna, Vulcano, Vesuvio, Santorino ecc., e, senza timore 
di essere smentito, posso asserire, di tutti i vulcani del globo. 

« Nello stesso volume degli annali dell' Uff. Cen. Met. ecc. a 
pag. 309, il Sig. Sebastiano Consiglio Ponte, pubblica un impor- 
tante lavoro sull'eruzione dell' isola Vulcano 1888-90, come appen- 
dice alla relazione della Commissione governativa. Sono assai 
dolente che egli non tenne presente il mio lavoro sull'eruzione 
dell' Etna del Marzo 1883, e gli sarebbe stato facile, perchè pub- 
blicato negli Atti dell'Accademia Gioenia di Catania : in esso 
avrebbe potuto prendere visione di quanto io scrissi sulla genesi 
delle bombe vulcaniche e delle lave ». 

« Avvenne il 10 agosto 1893 un terremoto lungo la frattura 
(da me intraveduta nel 1887) Capo Passero — Etna — Stromboli — 
Vulture — Gargano, e la scossa fu fortissima : < ruinosa a Mitti- 
nata ». 

Da private notizie mi risultava che il terremoto era stato 
sussultorio e in qualche punto di sbalzo (verticale), e che era stato 
preceduto da rombo e da maremoto. Mi scrissero pure che il Se- 
maforo era stato addirittura lanciato in aria e che alcune parti 
del fabbricato furono trovate 8 metri lontane (Monte Saraceno) ; 
anche un santo molto pesante venne sbalzato a diversi metri dal 
piedistallo. 

Si vide da persone degne di fede uscire dal terreno nei pressi 
di Monte Saraceno o dintorni abbaglianti vampate. Parecchi mi 
scrissero che i rombi provenivano da mare. Questo fatto conferma 
le osservazioni del prof. TchihatchofiP ^) che, avendo rinvenuto lungo 
il littorale adriatico pezzi di rocce sienitiche e basaltiche, scrisse: 
< Quivi esisteva probabilmente un vulcano il cui punto di eru- 
zione si trovava nel fondo di mare che si estende tra il littorale 
e la piccola Isola di Tremiti, esclusivamente formata di calcare 
a nummuliti e dove non si scorge alcuna traccia vulcanica >. 
L'A. soggiunge che quel centro eruttivo deve avere avuto parte 
nella grande catastrofe che ha separato il Gargano dall'Appen- 
nino e dalle Tremiti ». 

Io pure nel 1889 ^) esaminando le sabbie che si raccolgono 
sulla spiaggia di Rodi, trovai frammenti di roccia vulcanica. 

1) Coup d'oeil sur la constitution Gèol. des prov. Mèridionales. Berlin 1842, 
pag. 45-50. 

2) Sulle sabbie delle coste Adriatiche: Atti della Soc. Italiana di Scienze 
Nat. Voi. XXXni, p. 41. Milano 1889. 



— 332 — 

TI dottore A. Tclliiii 'j riferì che uel lb90 un osservatore del- 
l' ullicio geologico riscoprì ralliorameuto nei dintorni del Lago di 
Lesina,- e raccolse alcuni campioni della roccia della Punta Pietre 
Nere. (Vedi pure il lavoro di Grroller von Mildense sul gruppo di Pe- 
lagosa ^). 

Scrissi nel Settembre del 1893 "*): « che dal centro vulcanico 
sottomarino africano che giunge nell'altro, pure s(jtt omarino, tra 
il Gargano e le Lsole di Tremiti si allineano i vulcanici estinti di 
Capo Passero, Val di Noto e Vulture, nonché gli attivi, Etna e 
Stromboli ». 

Il prof. Griulio Grablovitz, direttore del R. Osservatorio Geo- 
dinamico di Casamicciola, fu incaricato dal Ministero di Agricol- 
tura, di recarsi sul Gargano per studiare quel .periodo sismico; e 
in una nota pubblicata negli Annali dell'Off, di Mot. e Geod. Voi. 
XV, Parte 1, 1893 pag. 25, espi-esso la conferma, in quanto ai 
fenomeni, di quanto io avevo pubblicato un anno prima, perchè 
quel volume fu pubblicato uel 1894. Il Grablovitz scrisse che di 
vulcanicità locale non aveva trovato alcun indizio; e siccome egli 
])ure ammise col Lasaulx che i terremoti di Casamicciola del 1881 
e 1883 erano dovuti a crollamenti, cosi concluse che il terremoto 
Garganico del 10 agosto era da considerarsi di assettamento o 
tedonico^ e si propose questo quesito: « Quale dei terreni di quella 
plaga accenna con maggiore probabilità ad essere la sede d' uno 
scuotimento capace a produrre gli effetti dinamici accennati ? » 

Dopo molte esclusioni asserì che a suo avviso la causa degli 
scuotimenti era da ricercarsi precipuamente nel calcare ippui'itico 
sotto il manto alluvionale. Ai piedi del Monte Saraceno esso è 
molto lesionato e scompaginato, specialmente in prossimità del 
mare. 

A pag. 48 continua l'A. : « Credo di poter concludere col 
dire che generalmente nei terremoti di assettamento v'è una plaga 
molto circoscritta, in cui il moto è esclusivamente vibratorio ». 

Nello stesso volume a pag. 311 con la data Roma, gennaio 
1894, finisce un lavoro del Baratta, che ha per titolo « Intorno 
ai fenomeni sismici avvenuti nella penisola garganica durante il^ 
1893 j>. L'A. conferma tutte le osservazioni pubblicate dal Gra- 

1) Bollettino del R. Coni. Geolog. cV Italia. Roma 181)0 p. 458; Roma 
1893, pag. 131. 

2) Topographisch-geol. Skizze der liiselgruppe Pelagosa, 1885, p. 152. 

3) Ricciardi. La recente eruzione dello Stromboli in relazione alla frattura 
Capo Pastìero-Vulture-Reggio Calabria, 1893. 



— 333 — 

biovitz e precedentemente da me, ma si scaglia contro chi ha 
potuto pensare che quel terremoto potesse attribuirsi a causa vul- 
canica. 

A pag. 306 egli scrive: « l'azione vulcanica ha duncpie ter- 
minato di manifestare la sua attività nella penisola garganica in 
tempi remotissimi ». 

Il relatore si associa al prof. A. Isscl nell'ammettere hii pure 
pel Gargano il fenomeno di assettamento o tectonico, che l' Issel 
ammise nel 1887 pel terremoto in Liguria. 

A pag. 309 si legge: ^ i terremoti di Monte Saraceno pre- 
sentarono due serie di fenomeni assai interessanti per il sismologo : 
la grande violenza dell'urto entro una zona ristrettissima^ i frequenti 
rombi 

A pag. 308: « quindi mi pare di non andare troppo nel campo 
dell'astrazione se io propongo di ritenere che il centro da cui 
partì l'itnjìulso sia a 7nare, in prossimità della costa e nel punto 
di intersezione delle due faglie summenzionate, chg hanno funzio- 
nato da assi sismici ». 

« La scossa è stata anzitutto in principio sussidtoria. 

A pag. 307 : « L' impulso deve essere stato quivi quasi ver- 
ticale ». 

< U infiltrazione marina a qualunque altro fenomeno dipendente 
dall'azione dell'acqua^ le credo cause affatto inadeguate a spiegare 
la violenza delVurto del 10 agosto^ la multiplicità^ Vintensdà e la 
lunga durata del periodo sismico. 

« Non rimane perciò che rientrare in altro genere di consi- 
derazione, nell'esame, cioè, di una ipotesi di ordine tectonico ». 

A pag. 291: « dal 1» luglio al 10 agosto i rombi provenivaìio 
da mare, e più propriamente da Monte Saraceno e da Monte Elee... ». 

A pag. 290 : « secondo il signor Antonio Virgilio, il piroscafo 
della Navigazione Generale Italiana che va da Manfredonia a Vie- 
ste, e passa alla distanza di circa tre chilometri dalla costa, sui 
primi giorni di luglio ebbe a sentire parecchie scosse x. 

A pag. 288, riporta il Baratta: « il signor R. Mazanotti e 
parecchi altri mi raccontarono che durante il periodo sismico al- 
cuni marinai, transitanti nei pressi di Monte Saraceno e della ma- 
rina di Mattinata di notte tempo, e più propriamente rimpetto 
alla valle del Carbonara, videro uscire dalla terra delle vampe 
assai risplendenti >. 

A pag. 289: « mentre il mare era tranquillissimo, non agitato 
nemmeno dalla consueta brezza, si videro alla distanza di circa 



— 334 — 

200 metri dalla costa fra Manfredonia e Monte Elee, per una su- 
perficie di una quarantina di metri quadrati, le onde incresparsi 
in modo da simulare il fenomeno della ebollizione: ciò durò per 
qualche ora, e quindi si ripetè por tre o quattro volte a poca 
distanza dal primo posto: dopo di ciò si ebbe una delle scosse 
più risentito ». 

Poiché risultava che il terremoto proveniva da una eruzione 
sottomarina che investì il Gargano dal lato di Monto Saraceno, 
come io lo avevo descritto, non raccolsi le insolenze e tanto meno 
risposi, perchè pei vulcanologi la vittoria era troppo evidente, e 
perciò lasciai correre. 

* 
* * 

Ecco altre notizie che tolgo dai miei appunti : 

« Nel 1893 vi fu il terremoto di Zante, pravocato da causa 
vulcanica, ma definito come tectonico >. 

< Segui nel 1894 quello delle Calabrie, descritto pure come 
tectonico, ecc. 

€ Nel Compendio di Geologia del prof. Issel, pubblicato nel 1896 
a proposito dell'ipotesi tectonica a pag. 302 si legge quanto se- 
gue: « Ipotesi tectonica che non ha alcun rapporto manifesto 

cogli spiragli vulcanici e coi loro parossisimi. Qui interviene una 
ipotesi di Dana, accettata fino ad un certo segno da Suess e da 
altri scienziati, la quale sembra adeguata a rendere conto del fe- 
nomeno >. 

« In gran parte della superficie terrestre le masse rocciose si 
mostrano piegate e contorte nei modi più svariati, in virtù delle 
pressioni laterali, dalle quali ripetono la propria origine quasi tutti 
i rilievi montuosi. Orbene, se, come s'inferisce dalle oscillazioni 
lente del suolo, siffatte pressioni si esercitano ancora, è chiaro 
che quando le masse rocciose raggiungono il limite estremo della 
loro flessibilità, debbono spezzarsi con violenza formandosi cosi 
estese fratture, e quindi causa precipua la gravità, anche rigetti. 
Sia dalle fratture, sia dagli spostamenti bruschi debbono conse- 
guire scuotimenti, che furono detti terremoti tectonici ». 

Nel Trattato di Geologia del prof. G, Parone, pubblicato nel 
1903, a pag. 292, si legge: « A Suess devesi il concetto che i ter- 
remoti, i quali scuotono cosi frequentemente la Calabria o la Sicilia 
settentrionale a Nord dell'Etna, siano tectonici e corrispondano 
ad una zona di corrugamento e di fratture, disposta ad arco da 



— 335 — 

Cosenza a Palermo e ijeriferica al bacino di sprofondamento del Tir- 
reno Meridionale ». 

L'ing. Cortese accettò l'ipotesi del prof. Suess, e Mercalli ri- 
solse la questione chiamandoli terremoti intervulcanici. 

Il dottore Oddone ^) ha scritto lo scorso anno che : « di tanto 
in tanto per le gravimetriche che hanno ragione della rigidità, 
la crosta si spezza, ed è cosi che si producono i terremoti tecto- 
nici ». 

Mi pare che tutti gli autori del tedonismo siano concordi nel 
definire il fenomeno della, nuova scienza; e perchè non si metta in 
dubbio una tale affermazione, riproduco quanto scrisse uno dei 
più autorevoli tettonisti che si conosca, nel 1906, il Conte de Mon- 
tessus de Ballore ^): 

€ Dans l'espace de 25 à 30 années seulement s'est crée, pour 
ainsi dire presque de toutes pièces, une science nouvelle et au- 
tonome, celle des tremblements de terre, en un mot la sóismologie, 
qui n'etait guère jusqu'à Mallet, vers le milieu du XIX™^ siècle, 
qu'une collection confuse de « faits divers >, qu'on supposait en 
relation avec les phénomènes météorologiques et cosmiques les 
plus disparates ». 

Continua l'A. : « Les théories passent, le observations restent ; 
tei est le secret du succès d'une evolution qui a rapidement suffi 
a faire passer la Séismologie au rang des plus importantes bran- 
ches du savoir liumain, gràce à ses appareils speciaux et à ses 
observatoires propres 

Come risulta dalle parole su riportate, v' ha chi segue scuole 
ed accoglie incondizionatamente i dettami della nuova scienza, 
o della sismologia, che pretende di spiegare col tettonismo le fre- 
quenti convulsioni telluriche, che funestano le più belle contrade 
della nostra penisola. Io però, per parte mia, ho attribuito ii fe- 
nomeno in più d'uno dei miei lavori al vulcanismo, e non recedo 
dalla mia opinione, che è frutto di ricerche serie e coscienziose. 
Onde mi sorprende non poco che il prof. Vincenzo Gauthier, nelle 
sue poche osservazioni^ lavoro pubblicato nel presente volume, mi ac- 
cusi di aver aumentato la confusione che esiste ancora intorno ai 
terremoti, dovuti a tettonismo od a vulcanismo. S'egli avesse se- 
guito l'evoluzione del mio pensiero attraverso i miei scritti, si 
sarebbe facilmente avveduto che altri e non io meritava tale 

') Boll. d. Soc. Sismologica Italiana n. 9-10, Modena 190!», p. 507. 
2) Gerlauds Beitrage zur Geophysik, Bd. Vili, 1907. 



- 336 — 

accusa, che cado por su stessa vinta v debellata dalla precisionn 
e dal ri<^oi'e delle mie affermazioni, intoso a riportare o^ni feno- 
meno sismico alla causa del vulcanismo (v. il mio lavoro : Il vul- 
vanismo nel terremoto del 28 die. 1908, pag. 111). 

Nel corso di questa mia esposiziono siili' invenzione del id- 
tonismo mi sono scagionato dello diverso accuso che mi si sono 
voluto rivolgere, e por conto mio mantengo formo (piello che ho 
dotto in principio, che cioè nell'interesse della scienza e por ri- 
guardo a me stesso non intondo più continuare sul medesimo ar- 
gomento. 



Azinne deiranidpide itaconica soppa i p-amiiìjdofenoli 

Contrihuto allo studio sulla Tautomeria 
della socia Jone Foà*) 



(Tornata del 4 agosto 1910) 

Lo studio intorno all'azione degli acidi bibasici sulle ammo- 
niache composte e in particolare su ammidi e ammidofenoli, che 
il Prof. Piutti iniziò^) prendendo occasione da una controversia 
fra W. H. Pike ^) e M. Grimaux ^j, venne poi ripreso con buoni 

*) La presente Nota doveva essere pubblicata da molto tempo, ma per 
rag-ioni indipendenti dalla mia volontà la pubblicazione ne fu rimandata fino 
ad oggi. 

Ora però, in seguito alla pubblicazione fatta ultimamente dal Prof. Piutti 
nella Gazzetta Chimica Italiana (anno 1910, Parte I, fase. V, pagg. 488-5G3) 
e negli Atti della E. Accad. d. Se. Fis. e Mat. di Napoli, 1910, dal titolo 
« Azione di acidi dicarbonici non saturi sui p-amminofenoli », in cui il mio 
lavoro apparisce confuso e direi quasi assorbito dagli altri eseguiti invece dopo 
del mio. nel quale richiamavo l'attenzione sopra composti isomeri fin allora o 
non trovati o trascurati, credo bene di pubblicare integralmente la Nota, già 
da me completata fin dall'Ottobre 1899 e presentata allora come tesi di Laurea. 

Tanto più son costretta a ciò, perché, sebbene nella parte generale in un 
punto si accenni fugacemente che lo studio sull'azione dell'anidride itaconica 
in tra i primi ad essere fatto e precisamente da me e completato in seguito 
dal Dott. Rossi, e in altro punto si rilevi che il Dott. Rossi fece reagire le 
sostanze in soluzione, ed ebbe rispettivamente una 3=i ammide acida diffe- 
rente dalle due ottenute da me per fusione, nella parte sperimentale della 
pubblicazione sopra citata il mio lavoro appare come fatto in collaborazione 
col Dott. Luciano Rossi, il quale invece si occupò di questo tema diversi anni 

dopo di me. 

1) Piutti. — « Harnstoff" u. ThioharnstoflPderivate der Phtalsàure ». Ann. 

d. Ohem. 214, 17. 

2j Ber. d. deutsch. chem. Ges. VI, 1104. 
3) Bull. Soc. Chim. XXV, 24. 



— 338 — 

risultati ') allo scopo di j)r(!pai'are sostanze antipiretiche. Conti- 
nuando il Pro!'. Piutti in tale indirizzo, ini incaricò di studiare 
l'azione tlell'aiiidride itaconica su p-animidofenolo ed eteri cor- 
rispondenti. Questa ricerca, la <|uaìe si riattacca all'altra già da me 
istituita intorno all'azione della stessa anidride sull'ammoniaca 2), 
viene a mostrare che le anidridi degli acidi bibasici non saturi 
reagiscono sui p-ammidofonoli analogamente a quelle degli acidi 
bibasici saturi. 

Di più, nell'andamento del lavoro ho ottenuto sostanze che 
sembrano avere un interesse per la Chimica teoretica, in quanto 
si coordinano con la teoria della tautomeria nei composti dal Car- 
bonio. I risultati avuti e le deduzioni che ho creduto di poterne 
trarre formano oggetto della presente relazione. 

Facendo reagire volta a volta p - ammidofenolo, p - anisidina 
(p- ammidofenmetolo) e p-fenetidina (p-ammidofenetolo) con ani- 
dride itaconica in quantità equimolecolari, riscaldando a tompe- 

^) Piutti. — « Azione di anidridi ed acidi bibasici sopra p-ammidotenol 
ed eteri corrispondenti ». Rendi(!. della E.. Accad. d. Scienze fis. e matem. di 
Napoli, voi. 32, pag. 89 (1893). 

» « Azione dell'acido succinico sopra il p-ammidoteuolo ed i 

suoi eteri ». Gazz. Chim. It. XXV, li, 509. 
Castellankta. — « Azione degli acidi ossalico e malonico sopra il p-am- 
midofenolo ed i suoi eteri ». Gazz. chim. It. XXV, II, 527. 

» « Azione dell' anidride ftalica sopra il p-ammidofenolo 

ed eteri corrispondenti ». Or osi, agosto 1893. 
PiDTTi e Piccoli. — Intorno all'azione dell'etere ossalico sui p-ammidofe- 
noli ». Rend. d. 11. Accad. d. Scienze fis. e mat. in Napoli » 37, 25 (1898). 
Vedi, inoltre, su tale argomento: 

Piutti. — « Sull'aciido ftalamidobenzoico » Gazz. Chim. It. XIII, 329. 
» « Derivati succinici della dit'enilammina ». Gazz. Chim. Ital. 

XIV, 467. 
» « Sull'acido ftalilaspartico » Gazz. Chim. It. XVI, 200. 

> « Azione dell'anidride ftalicn sulle ammine secondarie ». Gazz. 

Chim. It. Xm, 542. 
» « Ricerche sull'acido ftalilaspartico». Gazz. Chim. It. XVI, 1. 

» « Fumaridi e succinidi di alcune monoammiiie secondarie ». 

Gazz. Chim. It. XVI, 153. 
» « Azione dell'anidride ftalica sopra amidi e amidofenoli ». (Tazz. 

Chim. It. XVI, 251. 
PeUìLIZZaei. — « Derivati ammidobenzoici dell'acido succinico etc. ». Gazz. 
Chim. It. XIV. 478. 
» « Fenilidrazina e composti amidati ». Gazz Chim. lial. 

XVI, 200. 
2) FoÀ J. — « Azione dell'ammoniaca sull'anidride itaconica ». Rendic. R. 
Accad. Se. Fis. e Matem. di Napoli, Aprile 1903. 



— 339 — 

rature convenienti, superiori in ogni caso ai 100°, ottenni insieme 
o-li acidi itaconammici, le diammidi {itaconidi) e le immidi corri- 
spondenti. 

Dall'esame dei prodotti della reazione a diverse temperature 
risulta che il primo a formarsi è l'acido, o per dir meglio l'am- 
mide acida sostituita, per addizione di una molecola di anidride 
con una molecola di ammidofenolo : 

CHa=C.CO NH2 CH2 = a CONHC6H4OR 

1 >0+C6H4/ = 1 

CH2-C0^ OR CH2. COOH 

Da questo primo prodotto si forma da una parte, per eli- 
minazione di acqua, V immide sostituita : 

CH2=:C. CO . 

I )N.C6H4. OR 

CH2 - C-CO.NH.CeHé OR CH2-CO "^ 

CH2. COOH = / ovvero -f H2O i), 

\ CH2-=C — C = N. C6H4 OR 

I ^0 

CHa-CO/^ 



dall'altra, per addizione di una seconda molecola di ammidofe- 
nolo e successiva eliminazione di acqua, una diammide sostituita. 
Le diammidi che si ottengono in questa reazione mostrano verso 
l'idrato potassico un comportamento analogo a quei derivati cui 
il prof. Piutti dava prima il nome di azoftaleine ^) poi quello di 
fialidi ^)\ e cioè resistono all'azione della soluzione di KOH con- 
centratissima e calda, mentre le diammidi normali si decompon- 
gono anche con potassa diluita. Questo comportamento caratteri- 
stico indica che ci troviamo in presenza di composti asimmetrici, 
analogamente a quanto dimostrava il prof. Piutti in altre occa- 
sioni ■*). La reazione segue in questo modo : da prima si forma 
un sale 

*) V. in seguito fpag. 349) la discussione, quale di queste due possibili 
strutture dell'immide si debba ritenere più probabile. 

2) Sull'acido ftalamidobenzoico etc. Gazz. Chim. It. XIII, 348. 
») Gazz. Cbim. it. XVI, 9. 
4) » XIII, 561. 



— 340 — 

CH2=-0-CONH.C«H4.C)R /NH-, CH,:C-CO NH.C„H40H 

(JII2 COUii " ' ^Oli CH2-COOIl.NH2.C,ill4.0U 

(l;i mi si ('liiniii;i una UK.lcfola di ac(iua fra ridroi^i'uo tipico del- 
rammidofenolii, l'id !■()<;•«' ik» (IflTarido »* r()ssiu;('ii() d(d carijonil*^ clu; 
i)orta il resto ammidico: 

NH.C6H4OR 

CH2=C-C NII.O4H4OR CH2=C. C (^ .^HaO 

,, „= NH.CGH4OH 

CH.-COOII.HNH.C0H4OR / 

CHo-CO — 

Questi derivati potrebbero dunque chiamarsi, per analogia, 
« tli-p-aramidofenolitacoiiidi ^ considerandoli come derivanti da 
una ipotetica itaconide 

CH2=C-CH, 

I /O 

CH2— 00*^ 

analoga alla furaaride. alla succinide, all'aspartide. 

Le immidi sostituite dell'acido itaconico, come già si era os- 
servato per altre immidi i), riscaldate con soluzione di KOH o di 
NaOH, si sciolgono, dando una magnifica colorazione rosso-vio- 
letta, che scompare in eccesso di alcali''^); la soluzione limpida 
alcalina, saturata con acido cloridrico concentrato, dà luogo a un 
precipitato fioccoso giallo di acido itaconammico sostituito (acido 
p-ossi, p-raetossi, p-etossifenilitaconammico). 

A proposito di questi acidi debbo notare il seguente fatto. 

Poiché nel corso del lavoro sceglievo, per la saponificazione 
con potassa, le porzioni di inimidi meno pure, mi accadeva ta- 
lora di osservare che, neutralizzando con HCl la soluzione del 
sale alcalino, formatosi secondo l'equazione: 

1) PiUTTi. - « Sopra retilfumarimmide ». Gaxz. Cliim. It. XVIII, tHS. 
Giustiniani. - « Azione tiel (•al..te sui malati acidi di metilammina e ben- 

zilaramina ». Gazz. Cium. It. XXII, 171 e 172. 

2) Ritornerò in seguito (v. p. MS) sulla interpretazione di questo feno- 
meno. 



- 341 — /:>' '^' ^^i:< 



% 




CiiHsOaNR+KOH^CioHoO-iNR. COOK, 

\>' 
si precipitavano due sostanze, Tuna gialla e l'altra bianca,-'/,. -*-' 

E poiché la separazione non era simultanea, operando "Ì3« 
una certa cautela riuscii a precipitarle e raccoglierle separatamente, 
cosi da poterle entrambe caratterizzare. Le due sostarne fondevano 
a differenti temperature. 

Ricristallizzai dall'acqua bollente la sostanza bianca, ottenen- 
dola in tal modo cristallina, di bell'aspetto. E poiché la gialla era 
amorfa, la feci bollire con acqua come avevo fatto dell'altra, per 
averla pure cristallizzata ; ma con sorpresa vidi chela soluzione, 
raffreddandosi, lasciava depositare una sostanza bianca, identica 
alla prima. 

Non era possibile di certo che la colorazione gialla precedente 
fosse impartita alla sostanza da materie inquinanti, le quali rima- 
nessero in soluzione durante la purificazione dall' acqua, perché 
la soluzione acquosa era limpida e incolore; cosicché supposi da 
prima che la sostanza gialla amorfa assumesse acqua di cristal- 
lizzazione, divenendo bianca. Ma dovetti escludere anche questa 
ipotesi, dopo che mi fui assicurata che né l'una né l'alLra sostanza 
conteneva acqua. Inoltre, la sostanza gialla, per l'azione prolun- 
gata della luce solare diffusa e per riposo in seno alle acque madri, 
si trasformava nella bianca. 

Bisognava dunque pensare che si trattasse di modificazioni 
isomere. E le analisi confermarono tale mia ipotesi, mostrando che 
mi trovavo in presenza di sostanze di uguale composizione cen- 
tesimale, le quali per di più. presentano entrambe funzione acida, 
poiché entrambe si sciolgono in soluzione di carbonato sodico. 

Ora, di quale specie di isomeria si tratta ? 

Considerando la formula spaziale dell'acido itaconico, si ca- 
pisce che né in esso né nei suoi derivati può esistere isomeria 
geometrica (stereoisomeria). 

E nemmeno può credersi che nella ebollizione con acqua il 
nucleo itaconico si sia potuto trasformare nel nucleo isomerico 
citraconico, perché, oltre che non si è mai osservata la possibi- 
lità di tali trasformazioni per mezzo di solventi neutri ^), vi è il 
fatto che i derivati di quest'ultimo acido, studiati da altri in que- 
sto Laboratorio, sono completamente diversi. 

1) Cfr. Fittig , Ber. d. deutsch. chem. Ges. 26, 43 e 2082 ; 27, 2680 ; 29, 
1842; Ann. d. (^hem. 304, 117; 305, 1. 

23 



— 342 — 

Invece, era bene aumiissibilu l'ipotesi di isomeria di struttu- 
ra. E io credo di poter pensare con ogni probabilità a un caso 
di desmotropia ^), potendosi a ciascun paio di acidi attribuire le 
due formolo : 



*) Le espressioni « tautomeria » (Laar, Ber. d. deutsch. chem. Grs. 18,648; 
19,730) e « desmotropia » (Jacobson, Ber. d. deutsch. chem. Ges. '20.1732) che 
Hautzsch e Hermann) Ber. d. deut. chem. Ges. 20,2801) propongono di ri.ser- 
vare per quei casi speciali di sostanze che talora mostrano di avere una co- 
stituzione e talora sembrano averne un'altra, come pure quella di « merotropia » 
(Michael , Journ. f. prakt. Chem. 46.208), che in realtà differisce ben poco 
d.ille precedenti, non sono invero le più adatte per indicare l'isomeria di <'ui 
si tratta orn, perchè con loro va unita l'idea che in eguali condizioni possa 
esistei-e solo una forma. Anche il nome « pseudomoria » che Laar (loc. cit,) 
forma dalla parola « pseudoforma » introdotta da. v. Baeyer (Ber. d. deutsch. 
chem. Ges. 17,2189) presenta certe difficoltà, che il Claisen (Ann. d. Chem. 
291,46) vorrebbe evitare aggiung-Milo, per dilferenziai-e i casi, gli aggettivi di 
«assoluta » e « relativa ». Ciò si comprenderà meglio con un esempio. Si ab- 
biano due Isomeri, D e D', di cui D fonde a 90°, D' a HO». Allora, nell'inter- 
vallo tra 90" e llOo, D è labile, D' è stabile ( pseudomeria assoluta)-, sotto i 
90" i due isomeri^ possono esistere entrambi {pseudomeria relativa). Sopra i 
110" poi né l'una né l'altra forma é stabile, ma il loro insieme costituisce 
una mescolanza in equilibrio chimico; in questo punto ha effetto la « tauto- 
meria » (o « allelotropia »). 

W. Wisliceuus crede che sarebbe preferibile non introdurre alcuna nuova 
nomenclatura per casi analoghi al presente , giacché, dice, si tratta sempli- 
cemente di isomeria di struttura, lo mi permetto di osservare per altro che 
questa forma di isomeria presenta modalità, che la differenziano sensibilmente 
dalla i.someria comune. Infatti, mentre fra i comuni isomeri può non esservi 
alcuna relazione, qui vi ha un rapporto strettissimo, quale è quello della pos- 
sibile trasformazione reciproca. 

Frattanto, io mi atterrò alla nomenclatura nettamente designata dal Knorr 
(Ann. d. Chem. 303,133 nota) , cioè per « Desmotropia » intenderò quei casi 
di isomeria di struttura in cui, come nel pre.sente, per la mobilità di un atomo 
di idrogeno e contemporanea oscillazione di un doppio legame , possono gli 
isomeri facilmente trasformarsi a vicenda l'uno nell' altro. La parola « Tau- 
tomeria » riserverò per i casi in cui la desmotropia è possibile teoricamente 
(etere acetacetico; vedi in seguito pag. 348), ma non é stata ancora realizzata. 
Nei casi in cui esistono di fatto la desmotropia e la tautomeria, questa pren- 
derà il nome di « Allelotro])ia ». 



— 343 — 

I li 

OH.,=C-COOH CHo^C. COOH 

CH2-CO.NH.C6H4OR CH2-C (0H)==N.C«H40K 

aldoforma M • forma enolica ^') 

Rappresentando queste due possibili strutture in altro modo, 
mettendo in evidenza l'azoto, 

I n 

NH . , . N 

/^'■^\ 1^ V II 

j^q'1, J C0-CH2.C=CH2 ; ^q/1 ' C(OH).CH2.C=CH2 

COOH COOH 

appare una certa analogia con le note forme tautomere isati- 
niche 

I n 



/NH /-, /N 

C (OH) 



CO 



co 



1) Preferisco tale espressione adottata da W. Wislicenus , la quale è di 
certo più propria che non quella di « chetoforma » prima usata Per brevità, 
nel corso del presente lavoro, indicherò con « a » la torma enolica, con « ^ » 
l'aldotbrma, seguendo la nomenclatura del Beilstein (Handbuch d. org. Chem. 
3. a ed. II voi. pag. 16-iO). 

2) Anche, in questi acidi, resta insoluta la questione, quale dei due car- 
bossili rimanga inalterato, potendosi dare i due casi: 

I II 

CH, ^ C - COOH CHo = C - CO. NH. C« H^. OE. 

I I 

CH, - CO. NH. C« H, OR CH., - COOH 



— 344 - 

percli»^ in entrambi i casi si tiovano i irruppi 

— NK - N 

I II 

C=0 C— OH 

I I 

uniti al nucleo benzolico per la valenza libera dell" azoto. Ma 
l'analogia è più apparente che reale, giacché in questo caso non 
si può parlare di forme lattimiche e lattamiche, dove non ci si può 
riferire a forme primitive di acidi benzolici o-aramidosostituiti: 
infatti, se negli acidi itaconammici cerchiamo di introdurre una 
molecola di acqua, la catena laterale si stacca dal nucleo aro- 
matico azotato. È ben vero per altro che in entrambi i casi nelle 
forme II si trova comune un gruppo cromoforo >C=r:N — , co- 
sicché a priori si potrol^be dire che alla sostanza colorata in giallo 
appartenga la forma II. 

Nel presente caso si può parlare ragionevolmente di forma 
chetonica (aldoforma), e di forma enolica , giacché nell' una si 
può riscontrare il gruppo >C=^0, nell'altra il gruppo ==:C -OH. 

E invero, della presenza di questi gruppi mi sono assicurata 
mediante la reazione , sicura in questi casi, del cloruro ferrico. 
Si sa che, trattandosi di forme desmotrope, dalla forma ossidrilata 
si ottiene con cloruro ferrico una bella colorazione rossa, che non 
si verifica con la forma aldolica. Con questo mezzo poterono ca- 
ratterizzare W. Wislicenus i suoi eteri formilfenilacetici ^), Clai- 
sen i p-trichetoni e l'etere mesitilossidossalico ^), Guthzeit l'etere 
diossipiridindicarbonico ^). Cosi, il tribenzoilmetano descritto da 
Baeyer '^) e da Perkin ^) non dà colorazione col cloruro ferrico, 
e questa proprietà, con altre, denota la modificazione ^ (neutra), 
mentre 1' isomero ottenuto da Claisen dà la reazione colorata, 
indicando una costituzione a, confermata da ulteriori osserva- 
zioni. Dei due acetildibenzoilmetani, trovati il primo da G. Fi- 
scher e Bulow ^) e il secondo — isomero desmotropico — da Clai- 
sen^), quello acido dà la reazione rossa, che manca con quello 
neutro. 

1) Ann. d. Chem. 291,147; Ber. d. deutscli. chem. Ges. 20,2933: 28,7G7. 

2) Ann. d. Chem. 277,184; 291,25. 

3) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 26,2795; Ann. d. Chem. 285,35. 

4) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 16,2135. 
^) Jouru. Chem. .Soc. 47,253. 

6) Ber. d. deutsch. Chem. Ges. 19,2133. 

7) Ann. d. Chem. 277,64. 



— 346 — 

Tale colorazioue è dovuta alla formazione di composti fer- 
rici, che in certi casi si son potuti anche isolare ^). E dalla teo- 
ria come dall' esperienza si desume, che il sale colorato debba 
esser dovuto alla forma enolica -), dal quale fatto, notevolissimo, 
insieme con altri, si è portati a supporre con tutta probabilità 
l'esistenza di un gruppo cromoforo — 0— Fe< ^). 

Nel caso degli acidi itaconammici la reazione col cloruro 
ferrico è venuta a confermare l'ipotesi ch'io derivavo dalla pre- 
senza di un gruppo cromoforo azotato (vedi pag. 343) : intatti, 
sciolti in alcool due saggi delle due modificazioni e aggiunta 
a ciascuno una goccia di soluzione di cloruro ferrico, ebbi con 
la forma gialla un liquido, che andava tosto assumendo una 
bella intensa colorazione rosso sangue, mentre con la forma bianca 
il liquido prese la tinta giallo-chiara del cloruro ferrico, e solo 
dopo 8-10 giorni cominciò a colorarsi in rosso, per la trasposi- 
zione molecolare, che nella soluzione alcoolica doveva di necessità 
avvenire. 11 liquido rosso precipitava per aggiunta di acetato 
sodico. Per aggiunta di acqua la sostanza rossa si attaccava alle 
pareti del tubo da saggio sotto forma di piccole croste simili a 
quelle notate da W. Wislicenus *). 

Oltre a questa reazione, noi dobbiamo tentarne altre in cui 
si abbiano prodotti analizzabili e definibili sicuramente. Tale è 
la reazione col carbanile o isocianato di fenile CeHs — N=CO, 
che, come trovò il Goldschmidt ^^), è un reagente sicuro, perché, 
a differenza della idrossilammina e della fenilidrazina , si com- 
bina solo con le forme ossidrilate secondo la espressione : 

Xa = C — — H 

CO=N— CeHs 



1) Per es. Claisen (Ann. d. Chem. 291,128) potè isolare e analizzare il 
sale ferrico dell'etere a-mesitilossidossalico. 

2) La reazione violetta tenolica sembra dovuta al tatto che vicino ai sali 
rossi, neutri, altri se ne formino, acidi, con intensa colorazione turchina. 

3) Un fenomeno sintomatico si verifica nei sali ordinari ferrici, giacche 
le loro soluzioni son colorate in giallo fiao al bruno se l'acido è forte, se è 
forte cioè la dissociazione elettrolitica; mentre se l'acido è debole (per es. nel- 
l'acetato ferrico)— se cioè la dissociazione è debole e quindi il Ferro è in gran 
parte unito all'ossigeno — le soluzioni sono colorate in rosso sangue. 

4) Ann. d. Chem. 291. 

5) Ber. d. deutsch. chem. Ges, 23.357. 



— 346 — 

Nel caso presenUt la reazione dovrà avvenire nel senso e- 
spresso dalla stigiiontu equazione : 

N. CflH4. OR 

II 
CeHo. N-^CO+H.OC 

CH2 

CH2=C— COOH 

C6H5.NH. CO. C=N-C6H40R 

Il I 

= CH2 

CHa^C— COOH 

acido carbanilido-p-R-ossifenilitaconammico. 

Oltreché a questi mezzi chimici, possiamo anche ricorrere 
a mezzi fisici, tanto più sicuri ed efficaci in quanto che con essi 
non si debbono alterare le proprietà dei corpi da studiare e si 
allontana quindi il pericolo — sempre possibile nelle reazioni chi- 
miche — di trasposizioni difficilmente controllabili. Voglio parlare 
della determinazione della refrazione molecolare ^) e della rota- 
zione magnetica ^), dei cui valori i più bassi indicano le aldoforme, 
i più alti le enolforine. 

Nel tentare la cristallizzazione dei miei a-acidi, osservai che 
con l'alcool a 90° caldo si ottiene, dopo raffreddamento, una mesco- 
lanza in parti uguali (almeno apparentemente) di a- e di ^-forma. 
Ciò si accorda con le osservazioni fatte dal AVislicenus per i 
suoi eteri formilfenilacetici. Ed è anche regolare, perché, come è 
noto, l'alcool è tra i solventi uno di quelli forniti in maggior 
grado di « potere dissodante » e la dissociazione elettrolitica ha 
un'azione importantissima per la chetizzazione (aldolizzazione) 
delle enolforme ^). 

In ogni modo, è mio desiderio di istituire ricerche sistema- 
tiche intorno al comportamento di questi acidi itaconammici 
verso i diversi solventi e verso le diverse temperatui-e , poiché 
si è constatato che dalla temperatura e dalla natura dei solventi 
dipende la stabilità dell'una o dell'altra forma. 

1) Vedi Bnihl, « Studien iiber Tautomerie » Jourii. f. prakt. Chem. 50,11!». 

2) V. Perkin, Journ. of. the chem. Soc. 61,800. 

3) Cfr. Knorr. Ann. d. Chem. 306,342. 



- 347 — 

Fin d'ora, del resto, credo si possa ritenere eh-, dei due a- 
e §-acido, quello a è stabile a più basso temperature, il [5 si forma 
a temperature più elevate. 

Ciò si desume dal modo con cui si sono ottenuti l'uno e 
l'altro: l'a-acido infatti si forma saponifi<;ando la immide mediante 
un leggiero riscaldamento con KOH, il p-acido invece è quello 
die sf trova preformato tra i prodotti della reazione, compiutasi 
a temperature relativamente elevate. 

E lo conferma il fatto su notato (v. pag. 341) della trasfor- 
mazione a — >P durante l'ebollizione in acqua. 

A queste come ad altre ricerche tuttavia ho dovuto disgra- 
ziatamente rinunciare per ora, per difetto di materiale, cagionato 
dalla difacoltà che presenta l'isolamento delle sostanze sopra 
descritte e anche dal meschino rendimento che si ottiene da 
prodotti di costo assai elevato e di faticosa preparazione. Mi 
riprometto di continuare in seguito tale studio, che formerà og- 
getto di un ulteriore lavoro, perché mi sembra che la isomeria 
di struttura riscontrata in questi acidi itaoonammici, non sia 
priva di importanza, specie nel momento attuale, in cui fervono 
le discussioni sulla interpretazione del fenomeno della tautomeria. 
Sostanze che presentino le stesse differenze sono state stu- 
diate finora da Claisen, da W. Wislicenus , da Guthzeit i), da 
Knorr 2), da R. Schiff; e con queste, gli isomeri trovati da me 
verrebbero a mostrare la poca verisimiglianza della teoria di Laar 
sul fenomeno della tautomeria. È noto che Laar spiega la tau- 
tomeria ammettendo la labilità di un atomo di idrogeno secondo 
lo schema, ad es. per l'etere acetacetico, che si può considerare 
come il prototipo delle sostanze tautomere 

HsC C CH CO2C2H5 
Ò A 

cosicché ora la sostanza dovrebbe comportarsi secondo la strut- 
tura 

H3C.CO. CH2COOC2H5 

1) V. i lavori di questi autori citati sopra. I quali hanno avuto una conferma 
dalla grande autorità di Johannes Wislicenus (Ann. d. Chem. 308,219 -Set- 

embre 1899). onoia^ 

2j Di Knorr v. i magistrali lavori in Ann. d. Chem. 293,70 ; 303,134; 

306,333; Ber. d. deutsch. chem. Ges 30,2387, etc. 



— 348 — 

ed ora secondo l'altra 

H3C. C(OH)-=CH. COOC2H5 

Secondo un'altra teoria più recente ^), le sostanze che pre- 
sentano il fonomeno della tautomoria, nel senso speciale ricordato 
più so})ra, non sarebbero che mescolanze di due corpi isomeri, i 
quali abbiano la pos.sibibtà di trasformarsi l'uno nell'altro (come 
sarebbero gli eteri formilfenilacetici di Wislicenus e i miei acidi 
itaconammici) e che si trovino in equilibrio chimico. Tali miscele 
Ludwig Knorr chiama allelotrope dalle radici di àXXi^^Xwv e di 
xpeTCd) -). 

Parlando intorno a queste teorie, il van 't Hoif ■^) con l'abi- 
tuale sua acutezza osserva che esse non sono poi in opposizione 
fra loro, perchè si può considerare la prima come la teoria mec- 
canica molecolare del fatto osservato e formulato nella seconda. 

La quale ultima, oltre che dai lavori su citati, e da un cu- 
rioso studio di Ktister % viene pure ad esser confermata da un 
recente studio di R. Sc;hiff •^). Facendo reagire benzilaniliua su 
etere acetacetico, questi ottenne due corpi 

H3C. CO. ( H. COOC2H5 H3C. COH : C. COOC2H5 

C6H5. OH. NHC0H5 ^ CeH5. CH. NHC^Hs 

P- di f. 78« p. di f. 103° 

dalla costituzione dei quali bisogna dedurre che l'etere acetacetico 
sia davvero una miscela di due isomeri ^). 

>) F. Traube, Ber. d. deutsch. Chem. Ges 29,1715. 

2) Ann. d. Chem. 306, 1336. 

■5) « Die Chemische Statik » pag. 119. 

-*) Zeitschr. f. ijhysik. Chem. 18,161. 

5) Ber. d. deutsch. CJiem. Ges. 31,603. 

") Tale importantissima scoperta viene pure, secondo me, a confermare 
indirettamente la sicurezza della reazione su descritta del cloruro ferrico. In- 
fatti l'etere acetacetico dà la reazione rossa con cloruro ferrico, e questo tatto 
aveva provocato discussioni ed ipotesi. Ma la cosa si spiega con tutta facilità 
quando si consideri l'etere acetacetico come una miscela allelotropa. E ana- 
loga riflessione si può fare, secondo me, per l'etere succinilsuccinico. Questa 
sostanza dà col cloruro ferrico una colorazione rossa, che scompare quando si 
riscaldi per 1-2 ore a b. m.: per altro col raffreddamento esso torna a ricom- 
parire. Ciò si spiega pensando alla esistenza, anche per l'etere succinilsucci- 
nico, di una miscela allelotropa in cui l'a-etere sia stabile solo a temp. ordi- 
naria; e il solo P-etere persista nel riscaldamento a 100°. 



— 349 — 

Nello studio di confronto fra i prodotti che si ottengono fa- 
cendo reagire i p-ammidofenoli sopra lo anidridi degli acidi citra- 
conico e itaconico, un altro fenomeno attirò la mia attenzione: e 
cioè la colorazione giallo-canario più o meno vivace presentata da 
tutte le imraidi ^). Tale colorazione mi fa supporre che anche in 
esse, come negli a- acidi itaconammici, debba esistere un gruppo 
cromoforo >C = N — , possibile infatti quando a tali immidi, invece 
della formola simmetrica 

.CO 

R< )N — R' 

si voglia assegnare la formola asimmetrica 

C -=N— R 
R ^0 

E tale struttura si accorderebbe perfettamente con quella 
sopra dimostrata delle itaconidi e degli a-acidi. Anzi, con questo 
mezzo si spiega benissimo come, per introduzione di una mole- 
cola d'acqua, l'acido che si forma assuma tosto la struttura eno- 
lica, che poi, per l'azione del calore, può trasformarsi nella al- 
dolica : 

=N— R' C =N— R' 

R( >0<-4H ^n( '^OH ^R/^^™^' 

^^ I COOH ^COOH 

•<■ UJl 

Una reazione caratteristica, che costituiva per me l' indice 
della purezza dei ^- acidi è la seguente: con soluzione di Na OH 
(non di Na^COg) o di KOH gli a-acidi si scioglievano con la vi- 
vace colora/ione rosso-violetta accennata più sopra (v. pag. 340); 
i P - acidi invece, quando erano perfettamente puri — in generale 
bastava a purificarli un paio di cristallizzazioni dall'acqua bol- 
lente — non si coloravano punto. Le soluzioni limpide per altro 
erano in tutti i casi incolore. Ciò mi permette di stabilire che, 

ij Dall'acido mesaconico si ottiene, come era ovvio pensare, la stessa im- 
inide che dal citraconieo. E mediaute il riscaldamento con cai'bone animale, 
io ho potuto trasformare l'immide p-etossit'enilitaconica (f. 9'J<'-ltX)°) nella cor- 
rispondente citraconica (f. 107-108°), che presenta caratteri chimici diifereuti. 



— 350 - 

contrariamente a quanto credevasi finora, non alle immidi di per 
sé e come tali è dovuta la colorazione violetta osservata nella 
saponificazione, bensì all'a -acido nel momento in cui si forma. 
Sulla natura intima di questa colorazione, così netta od evidente, 
non posso ancora formulare alcuna ipotesi: f|ualuiique idea si espo- 
nesse in proposito sarebbe per ora, mi sumbra, azzardata e pre- 
matura. Spero di poterlo fare in seguito, di proposito, fondandomi 
soprattutto su dati sperimentali. 



1 



— 361 



PARTE SPERIMENTALK 



1. — Azione dell'Anidride itaconica sulla p-fenetidina. 

Pesate le due sostanze in rapporto equimolecolare. p. 1, 12 
di anidride CH2 = C— CO. 

I )o 

CH2.CO/ 

NH2 (1) 
e p. 1, o7 di p-fenetidina CtjHi' , procedetti alla fu- 

- OC2H5 ^4) 
sioiie in palloncino, a bagno di acido solforico; nel bagno era 
pure immerso il bulbo di un termometro. 

La reazione avveniva nel modo seguente: 

a 450-6O0 la mescolanza, di aspetto pastoso e di color 
bruno cupo, si rapprendeva in una massa bruno-chiarissima, per- 
sistente fino agli 80° ; 

a SO** cominciava la fusione, che andava mano mano au- 
mentando d' intensità fino a 125° ; 

y 130° cominciava lo sviluppo gassoso; le pareti fredde 
del palloncino si coprivano di gocciole acquose, che alla carta 
reattiva mostravano reazione acida 

Si mantenne la temperatura a 130o-136° sino a fusione tran- 
quilla. 

Un saggio del prodotto raccolto a TO^'-TS^» si scioglieva com- 
pletamente in soluzione di idrato potassico, a freddo. A quella 
temperatura dunque, cioè nel primo periodo della reazione, si era 
ottenuto esclusivamente un acido, probabilmente l'acido p-e- 
tossifenilitaconammico. 

Un altro saggio, raccolto a 130°, trattato con idrato potas- 
sico si scioglieva in i)arte a freddo (acido): il liquido decantato 
infatti si decomponeva con acido cloridrico, dando luogo alla 
formazione di un precipitato bianco. Di quanto era rimasto in- 
dietro nel trattamento con potassa, una parte si scioglieva a 
caldo nello stesso reattivo (immide), mentre una buona porzione 
rimaneva indisciolta, anche riscaldando fortemente con potassa 
al 50 "/o (itaconide). 



— 362 — 

DlAMMIDE 

Cr,H402(NH.C6H4.0C2Hr,)2 

Il prodotto finale della reazione, che si presentava come una 
massa resinosa, si sciolse in poco alcool bollente; per raffredda- 
mento si separò tosto una sostanza grigia, lucente, che raccolta 
alla pompa e cristallizzata un paio di volte dall'alcool, fondeva 
a 1780-1740. Questa sostanza insolubile in acqua, in etere, in clo- 
roformio, in benzolo, poco solubile in alcool e in acido acetico 
freddi, molto più all'ebollizione, inattaccabile dagli alcali anche 
concentrati e bollenti, si presenta in graziose lami nette, che si 
uniscono a formare scaglie sottili, splendenti, madreperlacee. 

All'analisi diede i seguenti risultati : 

1. — gr. 0,2361 di sostanza fornirono gr. 0,5898 di CO2 e 
gr. 0,1426 di H2O; 

IT. — In una determinazione di azoto eseguita col metodo 
di Kjeldahl su gr. 0, 1952 di sostanza, si ebbe : 

N 
H2 SO4-S- adoperato cm' 15,00 

N 
Iposolfito sodico ^-^ corrispondente cm^ 30,00 

» > occorso per saturare il 

J messo in libertà cm' 15,20 

H2SO4 ,^ saturato dall' NH3 cm^ 14,80 

14 

corrispondenti a mg. 14,8 di azoto; 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C)2iH24N204 
C 68,12 68,47 

H 6,71 6,52 

N 7,47 7,60 

Considerando duiu|ue i risultati delle analisi e vedendo il 
suo comportamento verso la potassa (cfr. pagg. 339-340), si può 
ritenere che la sostanza ora descritta sia d i-p-ammid ofene to- 
litaconide La costituzione di composto non saturo viene con- 
fermata da un 



— 353 — 

Bromoclerivato. — Sciogliendo la sostanza fusibile a 173o-174« 
in acido acetico glaciale freddo e aggiungendo bromo a goccia 
a goccia, dojio riposo di ventiquattro ore in essiccatore sulla calce, 
ottenni una bella sostanza in fiocchi bianchi con splendore se- 
riceo, che venne ricristallizzata aggiungendo alla soluzione ace- 
tica bollente acqua bollente siuo ad incipiente intorbidamento. 
Il prodotto, asseccato nel vuoto sulla calce, venne analizzato 
col metodo Piria-Schiff per la determinazione del bromo. L'analisi 
diede i seguenti risultati : 

gr. 0,1223 di sostanza fornirono gr. 0,0861 di AgBr, ossia 
in 100 parti: 

trovato calcolato per C2iH24N204Br2 

Br 29,92 30,30 

Immide 

C5H4O2: N. C6H4OC2H5 

Le acque madri da cui fu separata la suddescritta di-p-am- 
midofenetolitaconide, dopo un breve riposo lasciarono depositare 
una massa giallo -verdastra che raccolta alla pompa mostrava di 
essere costituita da diverse sostanze. La feci bollire a ricadere 
con etere, il quale ne sciolse una porzione, colorandosi in giallo 
vivo, e lasciò indietro una massa grigiastra. 

La soluzione eterea, eliminata per distillazione la maggior 
parte del solvente, lasciò depositare una sostanza gialla, che pu- 
rificata con molta pena dall'alcool fondeva a 99*^-100*'. 

Questa sostanza è solubile in etere e in alcool, insolubile in 
acqua. La colorazione gialla che la distingue permane anche dopo 
una prolungata ebollizione (in soluzione alcoolica) in presenza di 
carbone animale puro e di fresco calcinato. A questo proposito 
vedi le osservazioni a pag. 349. 

La costituzione di questa sostanza è di una p-ammid ofene- 
tolitaconimmide. Quanto alla sua costituzione, vedi a pag. 349. 

All'analisi diede i seguenti risultati: 
L — gr. 0,2407 di sostanza fornirono gr. 0,5953 di CO2 e gr. 
0,1279 di HoO; 

II. — gr. 0,2097, analizzati col metodo di Kjeldahl, fornirono 

N 
tanta ammoniaca da saturare cm^ 13,6 di H2SO4 -r , corrispon- 
denti a mgr. 13,6 di azoto. 





I 


Il 


iir 


e 


()7,82 


— 


— 


H 


5,90 


— 


— 


N 


— 


6,48 


6,4B 



— 364 — 

in. - ^r. 0,1927 l'ornii-imo tanta, ammoniaca ria saliirare cm-' 

,-- N . 

12,4 (li lij8U4 j-, , cumspoiidenli a ini^r. 12,4 di azoto. 

Ossia in 100 parti: 

calcolato per C13H13NO3 

67,53 
6,62 
6,06 

Bromoderivato. - Preparai e purificai questo derivato con 
gli stessi metodi seguiti nel preparare la di-br-diammide. L' a- 
spetto è pure molto simile. Non fonde, ma imbrunisce se si ri- 
scalda. Alla luce è abbastanza stabile. 

All'analisi diede il seguente risultato: 
gr. 0,1187 di sostanza fornirono gr. 0,1086 di AgBr, 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per CisHisNOsBro 

Br 40,67 40,92 

Acidi 
C13H15NO4 J 

La immide p-etossifenilitaconica, riscaldata debolmente con 
soluzione di idrato potassico o di idrato sodico, si scioglie co- 
lorandosi in rosso-violetto; la colorazione scompare quando la 
soluzione è completa. 

A questa soluzione aggiungendo acido cloridrico concentrato 
sino a reazione acida, si forma un precipitato fioccoso giallo che, 
raccolto, si scioglie in soluzione anche diluita di carbonato so- 
dico, mostrando cesi il comportamento di un acido. 

Evidentemente, con la potassa si era saponificata l' immide 
e formato il sale alcalino solubile dell'acido, che poi precipitava 
quando veniva liberato dall'acido cloridrico. 

Questo acido giallo è insolubile in acqua e in alcool freddi, 
solubile in alcool bollente, solubilissimo in acido acetico, dalle 
cui soluzioni si può riottenere solo evaporando a secco. E inso- 
lubile, pure a caldo, in etere, benzolo, cloroformio, ligroina, etere 
di petrolio. Riesce dunque di una estrema difficoltà il purificarlo #! 



- 355 — 

dopo la precipitazione od è meglio cercare di ottenerlo già puro. 
Ciò mi riusciva bene operando nel modo seguente: le soluzioni 
colorate in bruno di sale alcalino (ottenute saponificando con 
potassa caustica porzioni non pure di immide) neutralizzandosi 
con acido cloridrico si riscaldavano fortemente; se si addizionava 
l'acido a goccia a goccia e si lasciava disperdere il calore svi- 
luppatosi nella neutralizzazione, quando la reazione era ancora 
debolmente alcalina, si separava una resina bruna, che poteva 
venire eliminata per filtrazione-, il liquido allora, acidificato fran- 
camente con acido cloridrico, lasciava depositare la sostanza gialla 
relativamente pura. Ripetendo l'operazione due-tre volte, si ot- 
teneva l'acido fusibile a 148o-149«. 

Bollito con acqua, si trasforma (vedi parte teorica pagg. 340- 
348) in un acido bianco, cristallino, pochissimo solubile in etere 
caldo, solubile in acqua bollente da cui cristallizza bene, solubi- 
lissimo in alcool e in acido acetico, fusibile a 1340-135°. 

Come ho già detto nella parte teoretica di questa relazione, 
chiamerò il primo, giallo, « a-acido », il secondo, bianco, « p- 

acido ». 

In ciò che segue riferisco i risultati analitici dati dai due 
acidi e dai corrispondenti sali di argento. 

lo) a -Acido 

CH2 = C — COOH 

CH2C(0H) = N.C6H4OC2H5 

I. - gr. 0,2354 di sostanza fornirono gr- 0,5386 di CO2 e gr. 
0,1190 di H2O; 

II, _ gY. 0,2103 di sostanza, analizzati col metodo di Kjeldahl, 

N 
fornirono tanta ammoniaca da saturare cm^ 12,4 di H2SO4 TJ.^^^^' 

rispondenti a mgr. 12,4 di azoto: 
ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C13H15NO4 

C 62.36 62,65 

H 5,62 6,02 

N 5,91 5,62 



— 366 — 

Det e riu i 11 aziono acid i luet rica. — gr. 0/204:9 di sostanza 
richiesero ])er la saturazione, stM-V(!ndo come indicatore la fenol- 
ftaleina, cm3 8,0 di NaOH ^ = gr. 0,0032. 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per Ci3Hir)N04 

15,01 16,06 

Sale di argento. — Alla soluzione del sale alcalino aggiun- 
gendo nitrato di argento, eblji un precipitato di sale di argento 
bianco, difficilmente alterabile, che raccolsi ed asseccai nel vuoto. 
In esso poi determinai la proporzione dell'argento, calcinando in 
crogiuolo tarato. 

gr. 0,1313 di sale di argento fornirono gr. 0,0402 di argento 
metallico: 

ossia in 100 parti: 



Ag 30,69 30,33 



2o) 



rovato 






calcolato ^ 


30,69 




* 

* « 






P- 


Acido 




CH2 = 


C- 


COOH 




CHa- 


-CO- 


-NH-( 


3GH4OC2H5 



1. — gr. 0,2185 di sostanza fornirono gr. 0,5016 di CO2 e gr. 
0,1160 di HoO; 

IL — gr. 0,1948, analizzati col metodo di Kjeldahl, fornirono 

N 
tanta ammoniaca da saturare cm^ 10,7 di H2SO4 ya ' t'oi"i'i'^P<>ii- 



1 



denti 


a mgr 


. 10,7 di 
ossia 


azoto: 
in 100 


parti: 










t 


rovato 






calcolato 


per C13H1 


5NO4 


C 




62,60 








62,66 




H 




5,90 








6,02 




N 




5,49 








6,62 





T» 



— 367 



Determinazione acidimetrica.— f^r. 0,3451 di sostanza 

N 
10 



^ . N 

richiesero per la saturazione cm'^ 13,7 di NaOH 77. = gì'- 0,0648 di 



NaOH: 

ossia per 100 parti: 

trovato calcolato per C13H15NO4 

16,87 16,06 

Sale di Argento. — Venne ottenuto e analizzato come il 
sale di argento dell'a-acido. 

Calcinando in crogiuolo tarato, da gr. 0,1132 di sale ebbi 
gr. 0,0342 di Ag: 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per Ci3Hi4N04Ag 

30,21 30,33 

* 

* * 

Distillando quasi tutto l'alcool delle acque madri da cui 
avevo separato la seconda porzione di prodotto, ottenni una 
massa grigio-giallastra, un saggio della quale, trattato con so- 
luzione di carbonato sodico, si scioglieva parzialmente: infatti 
il liquido filtrato, per aggiunta di acido cloridrico lasciava se- 
parare una sostanza bianca, fusibile a 1340-135*^, identica al p- 
acido sopradescritto, il quale dunque si trova già formato tra i 
prodotti della reazione. 

Il resto della massa grigio-giallastra , riscaldato con so- 
luzione di idrato sodico, si sciolse completamente, non senza 
produrre il fenomeno della colorazione rossa già sopra descritta; 
la soluzione saturata con acido cloridrico lasciava separare, l'uiia 
dopo l'altra, le due modificazioni, gialla e bianca, dell'acido. 

II, — Azione dell'anidride itaconica sulla p-anisidina. 

Le due sostanze, solide entrambe, prese in rapporto equi- 
molecolare (p. 1. 12 di anidride e p. 1, 23 di p-anisidina C6H4 
(NH2) OCH3), si fusero a bagnò di acido solforico, conservando 
la disposizione descritta per la reazione con p-fenetidina. 

La reazione avveniva nel modo seguente: 
a 74° la mescolanza prendeva a rammollirsi ; 

24 



— 358 — 

a 86<'-87<' cominciava lo sviluppo gassoso accompagnato, 
anche qui, dal depositarsi sulle pareti del palloncino di gocciole 
acquose a reazione acida; 

a 130° la fusione era completa, tranquilla; 

a 153^ riprendeva un debole sviluppo gassoso che 

a 200° cessava completamente. 
Poiché l'andamento delle susseguenti operazioni è analogo 
a quello descritto per la reazione con fenetidina, cosi non farò 
che descrivere le sostanze ottenute con i loro derivati e riferire 
i risultati analitici. 

DlAMMIDE 

C5H4O2 (NH.C6H40CH3)2 

Si presenta in scaglie madreperlacee, appena leggermente 
brune, fusibili a 165o-156o. Per i caratteri chimici e di solubilità 
è simile al composto corrispondente ottenuto dalla fenetidina. 

All'analisi diede i seguenti risultati : 

I. — gr. 0,2144 di sostanza fornirono gr. 0,5263 di CO2 e gr. 
0,1102 di H2O; 

II. — gr. 0,1888 fornirono una quantità di ammoniaca tale da 

N 
essere saturata da cm^ 16,5 di H2SO4 .-^ • corrispondenti a mgr. 

15,5 di azoto, 

ossia per 100 parti: 

calcolato per C19H20N2O4 
67,05 

5,88 
8,23 

Bromoderivato. — Bei fiocchi lanosi bianchi lucenti, che 
riscaldati non fondono ma si anneriscono. 

Una determinazione di bromo , eseguita col metodo Piria- 
SchifiP, diede il seguente risultato: 

gr. 0,1672 di sostanza fornirono gr. 0,1171 di AgBr, 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per Ci9H2oN204Br2 

Br 31,66 32,00 





trovato 


c 


66,82 


H 


5,72 


N 


8,26 



— 359 



* * 



Immide 

C5H4O2: N. C6H4OCH3 

L'aspetto come le proprietà di questa immide non differi- 
scono sensibilmente da quelle del composto corrispondente otte- 
nuto dalla fenetidina. 

Il suo punto di fusione è a 101°-102o. 
All'analisi diede i seguenti risultati: 
I. — gr. 0,2341 di sostanza fornirono gr. 0,5654 di CO2 e gr. 
0,1190 di H2O; 

IL — gr. 0,1942 fornirono tanta ammoniaca da saturare cm'^ 

N 
11,7 di H2SO4 j-7 , corrispondenti a mgr. 11,7 di azoto; 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C12H11NO3 

C 65,87 66,35 

H 5,64 5,07 

N 6,04 6,45 

Bromoderivato. — gr. 0,1224 di sostanza fornirono gr. 0,1233 
di AgBr; 

« 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per Ci2HiiN03Br2 

Br 42,86 42,44 

* * 
a- Acido. 

CH2 = C — COOH 

I 

CH2— C (OH) = N. C6H4OCH3 

Fonde a 1440-145°. 



— 360 — 

I. — yr. 0,2257 di .sostiinzii Ibrnirono gr. 0,5041 di CO2 e gì. 
0,1046 di H2O; 

II. — gr. 0,1950 di sostanza fornirono ammoniaca cosi da sa- 

N 
turare cnr' 10,9 di H2SO4 r^, corrispondenti a mgr. 10,9 di azoto; 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C12H13NO4 

61,27 
5,53 
5,95 



c 


60,89 


H 


5,15 


N 


5,60 



Determinazione acidimetrica. — gr. 0,2324 di sostanza ricliie- 
N 
10 



sero cm3 9,6 di NaOH 77, =gr. 0,0384 di NaOH 



ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C12H13NO4 

NaOH 16,52 17,02 

Sale di argento. — gr. 0,1122 di sale diedero gr. 0,0358 di 
argento metallico, 

ossia per 100 parti: 



Ag 



P- acido. 

OH, = C— COOH 

CH2— CO.NH.C6H4OCH3 

Fonde a 1350-136°. 
I.-gr. 0,2391 di sostanza fornirono gr. 0,5346 di CO2 e gr.0,1123 
di H2O; 



trovato 


calcolato per C]2Hi2N04Ag 


31,90 


31,57 




* 
» * 



— 361 — 

II. — o-r. 0,2128 fornirono tanta ammoniaca da saturare cm''^ 

N 
12, J 5 di H2SO4 r-, , corrispondenti a mgr. 12,15 di azoto; 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C12H13NO4 

C 60,97 61,27 

H 5,22 5,53 

N 5,72 5,95 



Determinazione acidimeirica. — gr. 0,2575 di sostanza richie- 
N 
10 



sero cm3 10,9 di NaOH ^ ^ gr. 0,0436 di NaOH; 



ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C12H13NO4 

16,95 17,02 

Sale di argento. — gr. 0,1669 di questo sale fornirono per 
calcinazione gr. 0,0443 di argento metallico; 

ossia per 100 parti: 

trovato oalcolato per Ci2Hi2N04Ag 

31,41 31,57 

III. —Azione dell'anidride itaconica sul p-ammidofenolo. 

Prima di compiere la reazione, procedetti alla purifica- 
zione del p-ammidofenolo. Sciolsi perciò in acido cloridrico 
il prodotto del commercio, fortemente colorato in bruno, per 
formare il corrispondente cloridrato solubile e trattai la soluzione 
cloridrica con ammoniaca. Quando ebbi quasi neutralizzato, si 
depositò una resina bruna che separai filtrando alla pompa. Al- 
calinizzando poi con altra ammoniaca acquosa , ebbi la base 
libera, che sollecitamente raccolsi, lavai con acqua per asportarne 
il cloniro ammonico formatosi, e asciugai alla pompa. Ripetendo 
2-3 volte queste successive operazioni, ottenni p-ammidofenolo 
appena debolmente colorato in bruno. 



— 362 



.1: 



Le duo sostanze), proso in rapporto cquimolocolaro, fp. 1, 12 
di anidrido itaconica e p. 1, 09 di p-ammidofonolo (C(iH4 (NHo) OH), 
si scaldarono a fiamma diretta, agitando sempre, sino a fusione 
tranquilla. 

Sciolto il prodotto delia reazione in pochissimo alcool bol- 
lente, col raffreddamento ottenni una massa cristallina giallastra, 
che asciugai rapidamente comprimendo fra carta, poiché alla luce 
facilmente imbruniva. Essa si scioglieva completamente in alcool, 
etere, mescolanza di alcool e cloroformio, parzialmente in ben- 
zolo e in cloroformio. 

Scaldai a ricadere con benzolo e il liquido giallo-bruno, se- 
parato per decantazione, lasciò deporre una sostanza bruna, che 
potei purificar bene aggiungendo alla sua soluzione alcoolica calda 
tant'acqua bollente fino a che non cominciò a intorbidarsi: per 
raffreddamento, cristallizzò una sostanza in pagliette splendenti 
giallo-brunastre, che fondevano a 104o-105<'. 

Il residuo ottenuto nel trattamento della massa con benzolo 
si sciolse in pochissimo alcool bollente, da cui si separò per raf- 
freddamento una sostanza in belle laminucce brano-chiare, che 
fondevano a 1320-133°. 

Dalle acque madri ottenni, solo evaporando a secco, una 
massa resinosa da cui, per trattamento ripetuto e prolungato 
con carbonato sodico e successiva decomposizione con acido clo- 
ridrico, ebbi una piccolissima quantità di sostanza bruno-chiara, 
cristallina, fondente a 97°-98o, che per analogia di comportamento 
si presume essere un acido p-ossifenilitaconammico. 

Per le piccole — e minima per quest'ultima sostanza — quantità 
di prodotti di cui disponevo, potei analizzare soltanto le due 
prime sostanze, senza farne alcun derivato. 

Immide 

C5H4O2 = N — C6H4OH 

Sostanza fusibile a 104o-105o. Si saponifica con gli alcali 
caustici dando una intensissima colorazione violetta. Sarebbe 
dunque p-ossifenilitaconimmide, come lo dimostrano i risul- 
tati dell'analisi ; 



— 363 — 

r. — gr. 0,2132 di sostanza fornirono gr. 0,5071 di CO2 o gr. 

0,0899 di H2O; 

II. — gr. 0,189-1 di sostanza fornirono una quantità di ammo- 

N 
niaca tale da saturare cm'^ 9,2 di H2SO4 r^ , corrispondenti a 



mgr. 9,2 di azoto: 




ossia in 100 parti: 




trovato 


calcolato per C11H9NO3 


C 64,86 


65,02 


H 4,21 


4,43 


N 6,61 


6,89 



DlAMMIDE 
C5H4O2 (NH.C6H40H)2 

Sostanza fusibile a 1320-133°. 

È inattaccabile dalla soluzione concentrata e bollente di 

idrato potassico, presenta cioè il comportamento di una di-p- 

ammidofenolitaconide. 

All'analisi diede i seguenti risultati: 

I. — gr. 0,2148 di sostanza fornirono gr. 0,5134 di CO2 e gr. 

0,1007 di H2O; 

II — gr. 0,1793 di sostanza fornirono una quantità di ammo- 

N 
niaca tale da saturare cm^ 15,6 di H2SO4 r-. , corrispondenti a 

14: 

mgr. 15,6 di azoto; 

ossia in 100 parti: 

trovato calcolato per C17H1GN2O4 

C 65,17 65,38 

H 5,21 ^ 5,12 

N 8,97 8,70 

A.CID1 



CiiHiiNO 



Dalla immide p-ossifenilitaconica, per saponificazione con 
idrato potassico e successiva decomposizione con acido cloridrico, 



— 364 — 

«(bbi un acido giallctto, fbnclenli' a .llH"-119o; ma anche su (|uest(), 
corno su quello fondente a 97"-y8", non potei per la scarsità del 
prodotto eseguire alcuna analisi. 

Tuttavia, dalla reazione colorata con cloruro ferrico (vedi 
parto teoretica, pag. 344) e per analogia con le sostanze avute 
nello reazioni con p-fenetidina e p-anisidina, credo possa l'itenersi 
che il primo descritto sia il p-, il secondo sia l'a-acido p-os- 
sifenili taconammico. Si riscontra dunque una perfetta ana- 
logia di comportamento fra il p-amm id of en o lo ed i suoi 
eteri verso l'anidride itaconica. 

Eseguito nell' Istituto di Chimici Farmaceutioa della R. Università di 
Napoli-Ottobre 189!). 



PROCESSI VERBALI DELLE TORNATE 



Tornata del 6 febbraio 1910 

Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario : Milone U. 

Socii presenti: Milone U.. Gauthier V., Monticelli Fr. Sav.. Police G., 
Geremicca M., Aguilar E., De Rosa F., Pierantoni U.. Ricciardi L., Si- 
niscalchi A. M.. Quintieri L., Cutolo C., Trani E. 

La seduta è aperta alle ore 12.30. 

Il Segretario presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in 
dono. 

Il socio Pierantoni U. legge il suo lavoro dal titolo : Origine e strut- 
tura del corpo ovale del Dactilopius citri e del corpo verde dalVApRis bras- 
siCAE (Il nota sulla simbiosi ereditaria), e ne chiede la pubblicazione nel 
Bollettino. 

Il socio Police G. legge il suo lavoro dal titolo: Di due casi di nior- 
sicatttra di Vipera, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 

Il Presidente comunica la deliberazione del Consiglio Direttivo , in 
base alla quale tutti i socii indistintamente hanno dritto di fare inserire 
nei processi verbali le comunicazioni fatte nelle sedute, purché esse non 
eccedano le due pagine di stampa e ne potranno avere 7o estratti gratis 
senza copertina a stampa. 

La seduta è tolta alle ore 15.30. 



Tornata del 17 aprile 1910 

Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario : Milone U. 

Socii presenti: Cutolo A., Piccoli R., Piccoli Foà I. , Ricciardi L., 
Milone D., Geremicca M., De Rosa F., Gauthier V., Pierantoni U., Mon- 
ticelli Fr. Sav., Cavara F., Trinchieri G., Cutino L., AguilarE., Cutolo C. 

La seduta si apre alle ore 15.30. 

Il Segretario presenta i nuovi cambi ed i libri pervenuti in dono; 
legge inoltre il verbale della tornata precedente, che viene approvato. 

25 



— 366 — 

Il socio Triuchieri G. legge il .suo lavoio: Infonio mi min Lahonllic- 
niacca nuova per Vltnlia, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 

Il socio Ricciardi legge il «uo lavoro: Su i terremoti. Calabro - .siculi 
del 1783 e del 1908., e ne chiede la pubblicazione sul Bollettino. 

Il socio Gauthier V. fa alcune osservazioni sul lavoro del Ricciardi 
e si riserba di presentarle in iscritto in una prossima tornata. 

Il socio Gauthier V. legge il suo lavoro sn L'Idrografia dell'Agro 7V- 
lesino, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 

Il socio Cutolo A. conferma alcuni dati analitici citati dal socio (-rau- 
thier V., che se ne compiace. 

fja seduta è tolta alle ore 17. 



Tornata del 12 maggio 1910 

Presidente : Monticelli Fr. Sav. — Segretario Milone U. 

Socii presenti: Siniscalchi A. M., Guadagno M., Triuchieri. G.. Pie- 
rantoni U., Aguilar E., Monticelli Fr. Sav., Gauthier V., Milone U.. Cu- 
tolo E. De Rosa Fr., Gargano C, Police G. 

La seduta è aperta alle ore 21 e 30. 

Il Segretario presenta i nuovi cambi ed i libri pervenuti in dono ; 
legge inoltre il verbale precedente, che viene approvato. 

Legge poi la Relazione su l'andamento scientifico ed amministrativo 
della Società durante l'anno 1909. 

Il Presidente comunica che il 22 corrente si farà le commemorazione 
del socio Salvatore Lo Bianco, e riferisce ampiamente sul progetto per 
le feste centenarie di Filippo Cavolini. 

Il socio Pierantoni U. legge il suo lavoro dal titolo: Osservazioìii .sn 
V Aplirophora spumaria, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 

Il socio Aguilar comunica: Sul modo d^ inserirsi delle fibre della zo- 
nula di Zinn su la capsula anteriore del cristallitio nell'occhio umano, e 
ne chiede la pubblicazione nel Bollettino. 

In ultimo il Presidente Monticelli fa una comunicazione verbale sul 
ciclo biologico dei cestodi degli uccelli acquatici., ed un'altra su i Nemer- 
tini d'acqua dolce in Italia. 

La seduta è tolta alle ore 23. 

Monticelli Fr. Sav. — Sul ciclo biologico dei ( 'est odi degli uccelli ar- 
quatici. 

Il modo come si svolge il ciclo biologico dei Cestodi ospiti degli uccelli 
acquatici, le cui larve si trovano nei pesci dei quali essi fanno lor cibo, 
è un fatto che ha sempre stimolata la mia curiosità. 



— 367 — 

Una osservazione casuale sulla voi'acità con la quale alcuni Carassìus 
(aiirafHs),àì una piccola fontana dell'Istituto zoologico, agguantavano dei 
pezzi staccati dalla catena di un Cestode caduti nell'acqua , che un co- 
lombo di un vicino colombaio, poggiatosi sulla sponda di detta vasca, aveva 
espulsi, mi hanno suggerita, per analogia, una plausibile ipotesi sul come 
possa svolgersi il ciclo dei cestodi che vivono negli uccelli acquatici,, 
le cui larve si rinvengono nei pesci marini dei quali essi si nutrono. 

Difatti, considerando che questi pesci quando vengono alla superfìcie 
sono beccati dagli uccelli che si slanciano neir acqua per predarli, e che 
questi uccelli, per ghermire la preda, in frotta affiorano la superficie del- 
l'acqua e vi si appoggiano, il pensiero corre ad ammettere che, in queste 
frequenti incursioni sull'acqua di detti uccelli, alcimi pezzi di catena dei 
Cestodi che ospitano con proglottidi mature, eventualmente espulsi dall'ano 
degli uccelli, cadano nell'acqua nelle plaghe dove appunto brulicano quei 
pesci , la cui presenza attira gli uccelli che ne fanno loro preda. E, te- 
nuto conto della voracità dei pesci in genere, che, come è noto, sono anche 
coprofagi (osservazione che può farsi facilmente negli acquarli), abboc- 
cando essi i cordoni escrementizi! dei loro congeneri, per analogia di quanto 
innanzi ho riferito di avere osservato nei Carassìus^ si può facilmente de- 
durre che i pezzi di catena con proglottidi mature espulsi dagli uccelli e 
caduti nell'acqua possano essere agguantati da quei pesci che. per esser 
preda degli uccelli acquatici, si trovano nelle plaghe da questi frequen- 
tate. Nel tubo digerente di tali pesci si sviluppano le larve, che, libere 
nell'intestino (p, e larve di Tetrabotridi osservate nei Clupeidi), od in- 
capsulate negli organi, passano con gii ospitatori nell'apparecchio dige- 
rente degli uccelli (che li mangiano), dove assolvono la loro forma adulta. 

Monticelli Fr. Sav. — Su i Nemertini (V acqua dolce hi Italia. 

Nella mia nota preliminare riassuntiva sul Prostoma sehethis^ nuovo 
Nemertino delle acque del Sebeto (Rend. Ac. Se Napoli, 1910, Fas. 1.), 
fondandomi sulle indicazioni desunte dal Biirger (Nemertini, Tierreich, 
1904j. nello scrivere che a mia conoscenza non erano noti Nemertini 
d'acqua dolce in Italia, mi è sfuggita una nota del Dr. A. Garbini (Z.Anz. 
19U6, 19. Bd. pag. 125), nella quale questi ricorda di aver fatta menzione, 
nelle sue ricerche sulla liranofauna del lago di Garda, del ritrovamento da 
lui fatto di Nemertini, che sarebbero rappresentati in quelle acque dal Tc/ra- 
stemma lacustre Du Pless. (Prostoma lacustre). Questa forma a suo « av- 
viso sarebbe il Tefrastemma ohscurnm Ose. Schm del mare del Nord 
adattatosi alle acque a salsedine minore del Golfo di Finlandia e più 



- 8fi8 

tarili alle acque dolci dei lagiii europei ». Ma questa conclusione a me 
pare tropptj teoretica e corriva, non confortata da alcun dato di fatto ; che 
anzi, i fatti appunto non autorizzano a dedurla, tenute presenti le due 
specie di Nemertini in questione. Perchè, se il Uè Guerne (C. R. Soc. Biol, 
Paris, 1892), riferendo alcune osservazioni del Kennel , tenuto conto del 
fatto dell'adattamento del Prostotwi. (Tetrastemma) obscunim a sopportare 
la massima riduzione di salsedine delle acque del Golfo di Finlandia, 
esprime 1' opinione che sia legittimo dedurre da ciò che, se non il Pro- 
stonia ohsGtirmn, almeno una o piìi forme a questo vicine si sieno poco a 
poco definitivamente adattate all'acqua dolce diftbndendovisi col tempo, 
assai ne corre ad ammettere che proprio il Prostoma lacustre (che non- 
sarebbe poi una delle forme più vicine al P. ohsciirum\ come è d' avviso 
il Garbini, rappreoenti il prodotto dell'adattamento del P. ohscurmn alle 
acque dolci d'Europa. In questa sua nota il Garbini si occupa di confu- 
tare l' ipotesi, emessa dal Du Plessis, sulla maniera d' importazione dei 
Nemertini nelle acque dolci (Z. Anz. 18, Bd. 1895, pag. 495), asserendo 
che l'origine dei Nemertini nel lago di Garda è dovuta, più che alla mi- 
grazione attiva lungo 1' emissario, al trasporto passivo per mezzo degli 
Uccelli migratori delle regioni nordiche (che avrebbero conseguentemente 
importato questa specie attuale, derivata dal P. obscuram dei mari del 
Nord). 



RELAZIONE 

su l'andamento scientifico h;i) amministrativo dku.x società di naturalisti 

DURANTE l'anno 1909 



Signori , 

Chiusi la mia relazione dell'anno scorso, affermando che questa nostra 
Società di Naturalisti potrà avere delle alternative di vita più o meno 
prospera, ma non morrà mai. perchè è scaldata dall'amore di voi tutti. 
Ed è cosi ! Ma vi ha di più ! Essa, che ha già celebrata da varii anni 
le sue nozze di argento, essa che è gloria ed opera nostra, perchè noi la 
fondammo, è ancor giovane, perchè trent'anni di vita, se per noi sono una 
amara constatazione, che ci riempie l'animo di tristezza, per una società 
scientifica, che noi vagheggiamo di trairc al jiiù piesto dalla condizione 



I 



— 360 — 
di istituto privato a quella, non certo più gloriosa ma indubbiamente, pn'i 
durevole, di ente morale, non p'iio che poca cosa. Questo desiderio è iiei- 
l'animo di tutti i socii, perchè, orgogliosi come noi siamo dell'opera no- 
stra, il dimane incerto ci tiene perplessi al pensiero che questa cosa bella, 
come le cose mortali, passi e non duri. Ma, oltre di questo umano e però 
spiegabile desiderio di chi vuol vedere assicurato l'avvenire della sua 
ci'eatura, un altro sentimento più alto, più nobile, che non poche volte, in 
pubblico ed in privato, è stato proclamato con legittima soddisfazione dai 
soci De Rosa, Geremicca, Monticelli. Savastano, e dai nostri socii scomparsi 
Giuseppe Jatta e Pasquale Franco, il sentimento della libertà vera e reale 
ci affratella, simpaticamente, mentre ci distingue dalle vecchie accademie. 
È un organismo che vive e palpita secondo il momento storico sociale; 
esso si evolve, è un organismo moderno. 

Tutto ciò ha contribuito grandemente, se non è stata l'attrattiva mag- 
giore, a raccogliere nel suo seno i numerosi soci che questo sodalizio ha 
avuto nei suoi trent'anni di vita, ad indurre i numerosi sodalizii scientifici 
italiani e stranieri ad accettare o domandare il cambio col nostro Bol- 
lettino, a donare libri e giornali, in tale copia che la nostra sede, questa 
dove siamo raccolti, che è pure la nostra Biblioteca, non è più capace di 
contenerli. 

Di ciò siamo tutti preoccupatissimi e specie il Consiglio Direttivo di 
cui ho avuto l'onore di far parte finora, perchè, oltre a non avere una 
sala decorosa e comoda per le adunanze, renae difficile, per non dire im- 
possibile, l'uso della nostra cospicua biblioteca, che contiene pure libri 
rari, e che è il nostro patrimonio più caro, perchè è, insieme ai volumi 
del Bollettino sociale, la parte tangibile della nostra Società: il nostro 
tesoro. 

Ed il Consiglio Direttivo, per opera del suo Presidente e nostro ca- 
rissimo amico, professor Monticelli, da due anni nulla ha trascurato per 
cercare di dai e a questo sodalizio una sede bella, comoda e duratura, pen- 
sando che le cose belle, per essere meglio apprezzate, hanno pur troppo 
bisogno, come il bel quadro, di una bella cornice che lo circondi. Ogni più 
tenace opera nostra ha trovato ostacoli nell'impossibilità di avere locali 
adatti e con spesa lieve, da non aggravare il nostro modesto bilancio. 

Ma, se nulla è stato possibile di ottenere fuori di questo edifizio, 
forse grazie all'opera affettuosa e premurosa del Presidente, non sarà dif- 
ficile di allogarci meglio ciuì, per poter andare avanti per un altro paio 
di anni, fino a quando cioè, per effetto dei nuovi e grandiosi locali che gli 
istituti universitari del Palazzo del Salvatore annetteranno, non sarà pos- 
sibile realizzare un desiderio del professor Monticelli, di ospitare, cioè, 



— 370 — 

nell'Istituto Z(j()logic'o la Società di Naturalisti, la quale non potrebbe 
così trovare sede più tlecorusa e più comoda per i soci, che allora po- 
tranno davvero usufruire della Biblioteca. 

Ma queato fraterno e cordiale accoglimento che il professor Monticelli 
farà alla Società, se per lui è un atto nobile e spontaneo, per l' Univer- 
sità è un dovere, perchè questo sodalizio, mentre non l'ebbe fra i Boci, fu 
da Salvatore Trinchese, — il quale si credeva socio perchè di esso si inte- 
ressava con amore, — rettore e professore, sempre incoraggiato e sorretto 
in maniera energica e seria, fino al punto che volle darci un locale gra- 
tuito e molto spazioso nell'abolito ed oi-a distrutto Monastero della Sa- 
pienza, dove noi fummo per molti anni e donde uscimmo per forza di 
eventi, ma con l' impegno che 1' Università ci avrebbe riaccolti dopo la 
sistemazione dei suoi locali vecchi e nuovi, in un posto dei quali sarebbe 
stato sempi-e facile dar ricetto a questa Società, secondo pensava il Trin- 
chese. 

Ed ora consentitemi di parlarvi del lavoro scientifico della nostra 
Società durante il passato anno. 

Nel decorso anno si sono tenute otto sedute, di cui due anche a scopo 
amministrativo, cioè sei dall'aprile ad agosto e due alla fine dell'anno. 

Ricordo ai soci che la Società, avendo ceduto il salone e questa sala 
per il Comitato in soccorso dei feriti del terremoto del 1908, solo alla 
fine di marzo potette riavere liberi i locali. Ciò spiega come la prima se- 
duta sia stata tenuta il 4 aprile. 

Il concorso dei soci non fu molto cospicuo. La frequenza di essi ebbe 
un massimo di 13 ed un minimo di 9. I lavori letti furono dieci, di cui 
2 di Botanica, 1 di Chimica, 2 di Geologia, 3 di Patologia e 2 di Zoo- 
logia. I lavori letti furono i seguenti : 

Ricciardi — Per una critica del prof. Sigismondo Gunther. Nota. 
» — 11 vulcanismo nel terremoto calabro-siculo del 28 dicembre 
1908. Nota. 

PiBRANTONi — Sopra alcune Euplotidae del mare di Napoli. 

De Rosa — Note Orticole. 

Gargano — l." Molluscum contagiosum di Batemann. 2." La Cinesi nei 
sarcomi a cellule polimorfe. 3.° Su la presenza di corpuscoli cheratoidi nei 
sarcomi ulcerati. 

PiERANTONi — Su T Origine dei corpi grassi à' Iceria piirchasi e su la 
simbiosi ereditaria. 

Furono anche lette due lelazioni, una del socio Frullano Cavara e l'altra X 
dal socio Fr. Sav. Monticelli, la prima: Sul giardino itlpino di Monfevergine; 
la seconda Su la cerimonia inaugurale della statua di Lamarck a Parigi. 



— 371 — 

Il Bollettino del l'.IO'J è di circa 220 pilline, con 9 ligure tipI testo. 
2 tabelle numeriche e 3 tavole litografate. 

In quanto ai soci, ve ne furono tre nuovi, uno dimesso ed 1 morto. 
La Società il 14 luglio 1909 perdette il noto carissimo socio professor 
Vitt. Raffaele Matteucci, Direttore dell' Osservatorio Vesuviano. Mando 
alla memoria del nostro socio, cosi immaturamente scomparso, un mesto 
saluto e mi auguro che prima che si compia l'anno dalla morte si faccia 
di lui in questa sede una degna commemorazione. 

La Biblioteca si è arricchita di nuovi cambi e di parecchi libri ri- 
cevuti in dono , di cui l'elenco è pubblicato in fine dal volume del Bol- 
lettino. 

Fra le deliberazioni importanti prese dalla Società su proposta del 
Consiglio Direttivo, bisogna ricordare: 

1." L'invito fatto al professore Francesco Sanfelice per tenere in Na- 
poli, nella nostra sede, una conferenza, su gli studi sul cancro, confe- 
renza che fu promessa dal Sanfelice, ma per ragioni indipendenti dalla 
sua volontà ed anche di opportunità non fu più tenuta. Ma il- Sanfelice 
ha promesso che dopo gli esperimenti su l' uomo, allorché riprenderà a 
fare le conferenze, la prima sarà fatta in questa Società. 

2." Si è elevata a tre fogli di stampa il di-itto di pubblicazione per 
ogni socio, computando nei tre fogli anche le tavole che vengono attri- 
buite in valore. 

3.° Si è elevato il quantitativo degli estratti, che dà la Società, a 75 
con copertina a stampa. 

Questi due ultimi provvedimenti sono vantaggiosissimi., il primo perchè 
incoraggia i socii a pubblicare nel nostro Bollettino, il secondo perchè sem- 
plifica i rapporti fra Società, autori e tipografia, e, se apparentemente il 
provvedimento è un aggravio pel bilancio, sia pur lieve, nel fatto non Io 
è ed agevola la nostra contabilità sociale. Infine, la deliberazione con la 
quale si consente a qualsiasi socio, anche l'aderente, di fare comunicazione 
verbale nelle tornate col dritto a vederne pubblicato il sunto nel Bollet- 
tino, purché non ecceda le 2 pagine, è tale una liberalità e di tale van- 
taggio pratico che non occorre che io mi indugi a dimostrarlo. 

Dirò solo che, grazie a questa deliberazione, è aperta la via ad un 
giovane studente, il quale voglia veder pubblicata una sua prima ricerca 
scientifica. Anche delle comunicazioni verbali si danno 75 esfratti ., ma 
senza copertina a stampa. 

Una sola escursione si fece. Fu fatta a Montevei-gine in occasione 
dell' inaugurazione del giardino alpino Tenorea, fondato dal socio prof. Ca- 
vara. La Società non sol" fu rappresentata da numerosi socii, ma lo fu 



— 372 — 

iitficialiiiente dal Presidente, che per deliberato del (\m.si^di(> Direttive 
iuaugiirù ima lapide a ricordo della festa. 

Anche in quest'anno non mancò qualche nobile iniziativa. E difatti, 
per iniziativa e volere del Presidente, la Società si è fatta promotrice 
delle feste centenarie a Filippo Cavolini, illustre scienziato napoletano, 
professore del nostro Ateneo, ed autore di importantissime opere, che in 
questa occasione saranno ristampate a cura del Comitato organizzatore. 

Queste feste, mentre onorano uno scienziato napoletano, provano come 
ho detto cominciando, gli scopi scientifici e sociali altissimi, che questo 
sodalizio non perde mai di vista. 

Ugo MiLONE 



Tornata del 22 maggio 1910 

Commemorazione uel socio iSalvatore Lo Bianco 

Prenidente: Monticelli Fr. Sav. — Segretario Milone U. 

La seduta è aperta alle ore 15 e 30. 

Il socio Milone legge una lettera del segretario Fr. De Rosa, il quale 
si scusa di non potere intervenire, perchè infermo. 

Il Presidente, nel far voti per la pronta guarigione del segretario, 
invita il socio Milone U. a farne le veci. 

II Segretario legge le lettere ed i telegrammi per\'enuti, fra i (jufdi 
quelli del Ministro di Agricoltura : S. E. Ranieri , del prof. Alessandro 
Pasquale e del Dottor Vincenzo Cuomo, del Bibliotecario capo dell' Uni- 
versitaria: Prof. A. Miola, del Prof. Victor Bauer, di G. Norti. del Prin- 
cipe d'Abro. 

Il Comm. L. Correrà interviene come rappresentante il Municijjio di 
Napoli. 

Il Dottor Rinaldo Dohrn interviene quale Direttore della Stazione 
Zoologica e come rappi-esentante del Senatore professor Todai-o, 

n Preside della Facoltà di Scienze Naturali, Professor Chistoni , si 
scusa di non poter intervenire, perchè obbligato a recarsi sull'Osservatorio 
Vesuviano. 

Quindi il presidente dice: 

< La Società dei Naturalisti in Napoli, compresa dal lutto per l' improv- 
visa immatura scomparsa di Salvatore Lo Bianco, che ebbe fra i suoi più 
antichi soci, ha creduto doveroso farsi promotrice di questa pubblica com- 
memorazione, alla quale conferiscono la desiderata solennità il largo in- 
tervento vostro e le numerose adesioni ». 

« A nome della Società ringrazio tutti coloro che. accettando il nostro 
invito, hanno con noi voluto rendere questo tributo di memore ricordan/.a 



373 — 

a Salvatore Ln Bianco, rapito alla scienza, mentre più fecondo spendeva 
l'opera sua pel progresso della biologia marina ». 

Dopo di che, dà la parola al professor Federico Raffaelo, il quale fa 
la commemorazione del socio Salvatore Lo Bianco. (E inserita integralmente 
a pp. 99-112). 

La seduta è tolta alle ore 1B.45. 



Tornata del 9 giugno 1910 

Presidente: Fr. Sav. Moììticelli — Segretario: Fr. de Rcsa 

Socii presenti: Piccoli -Foà J., Piccoli R., Milone U., Pierantoni U., 
Gauthier V., Galdieri A., Capobianco Fr., Cutolo A., Cutolo E.. Police G.. 
Siniscalchi A. M., CaroH E., Monticelli F. S., de Rosa Fr. 

La seduta si apre alle ore 21.30. 

Il Presidente si congratula col socio de Rosa della sua presenza. 

Il socio de Rosa segretario ringrazia il Presidente per le sue parole 
cortesi e dice come la sua assenza è stata dovuta ad infermità, e prende 
pure occasione per ringraziare tutti gli amici soci, che hanno preso conto 
di lui. 

Il Segretario presenta le pubblicazioni pervenute in dono ed i nuovi 
cambi, quindi prega il Presidente di dispensarlo dalla lettura del lavoro 
del socio Ricciardi assente, per difetto di voce. 

Il socio Pierantoni per invito del Presidente legge il lavoro del socio 
Ricciardi, dal titolo : Il sismismo. il vulcanismo e la costituzione gcofèsica 
del geoide. 

Il socio Gauthier chiede se tutti i lavori che si presentano alla So- 
cietà e dei quali si chiede la pubblicazione debbano essere inseriti nel Bol- 
lettino. 

Il Presidente dice che, per l'art. 33 del Regolamento, ogni socio ha 
diritto di avere pubblicato il lavoro, ma nel caso di osservazioni, queste 
debbono essere messe nell'ordine del giorno di un'altra tornata e la di- 
scussione deve essere inserita nel Bollettino in seguito al lavoro. 

I socii Gauthier, Cutolo A., Galdieri, de Rosa, Cutolo E., Pierantoni, 
Police e Capobianco fanno osservazioni in vario senso, dopo di che si 
concorda il seguente ordine del giorno : L'assemblea, udita la discussione 
di massima, sorca a proposito del lavoro del socio Ricciardi , dal titolo: 
Il sismismo^ il vulcanismo e la costituzione geofisica del geoide^ invita il 
consiglio direttivo a studiare un mezzo, atto a garantire che nel Bollet- 
tino sieno inseriti solo quei lavori che saranno ritenuti degni di stampa 
dietro votazione dell'assemblea. 

Quest'ordine del giorno che porta le firme dei socii Galdieri, Gauthier, 
Police, de Rosa, Pierantoni. Caroli, messo ai voti, è approvato all'una- 
nimità meno uno, avendo il socio Cutnlo A. dichiarato di astenersi senza 
entrare in merito. 



- 374 — 

Il socio Uauthier, pei- un senso di «lelicat,ozza, esprime il desiderio di 
rimandare la lettura del suo lavoro: Poche osservazioni al lavoro del 
prof. L. Ricciardi: su le relazioni delle RR. Accademie delle Scienze di 
Napoli e dei Lincei di Roma s„ i terremoti Calabro-Siculi del 178S e 
1908. 

E ammesso all' unanimità socio ordinario residente il Dr. Paolo della 
Valle. 

Il Presidente dice che il Consi^dio direttivo sulla proposta dei socio 
Untolo A. ha stabilito che abbia luogo una escursione a Telese il gi(jrno 
2(i corrente. 

Il Socio Siniscalchi lamenta che la nostra Società non è stata tenuta 
presente nell'assegnazione degli attestati di benemerenza in occasione del 
terremoto calabro-siculo. 

I socii Pierantoni, Cutolo A. e de Rosa fanno osservazioni in vario 
senso, e si delibera di mandare una dignitosa protesta in occasione del- 
l'invio delle lettere di ringraziamento. 

La seduta è tolta alle ore 11.15. 



Tornata del 29 Giugno 1910 

Presidente: Fr. Sav. Monticelli — Segretario: Fh. uè Rosa 

Socii presenti: Gabella A., Milone U., Gauthier V., Gufino L., Guadagno 
M.. Cutolo A.. Monticelli F. S., de Rosa Fr. 

La seduta è aperta alle ore 16. 

Il Segretario legge il processo verbale della seduta precedente, che non 
può essere approvato per mancanza di numero legale. Presenta quindi le 
pubblicazioni venute in dono. 

Il socio Gauthier legge il suo lavoro, rimandato dalla seduta prece- 
dente, e ne chiede la pubblicazione. 

Il Segretario riferisce sulla escursione fatta il giorno 26 a Telese e 
dà un cenno della regione visitata, in ordine specialmente alla ricchezza 
di acque minerali, e parla dei progressi fatti in ordine alla utilizzazione 
di quella naturale risorsa. Mette quindi in rilievo la cortese ospitalità del 
Gav. Minieri, proprietario dello stabilimento. 

Il Presidente ricorda che fu diretto al Cav. Minieri un telegramma 
di ringraziamento, e propone che l'assemblea esprima in forma più solenne 
i suoi ringraziamenti. 

L'assemblea approva. 

Il Presidente propone pure un voto di ringraziamento al socio Gauthier. 
anima e guida della escursione. L'assemblea approva. 

Il socio Gauthier ringrazia. 

Il Presidente comunica che il Gonsiglio direttivo, in ordine all'art. 33. 
in seguito alla deliberazione votata nella seduta precedente, nella sua tor- 
nata <lel 24 giugno, propone che alla dizione attuale di quell'articolo sia 



- 375 — 

aggiunto: « Dopo tale discussione, a richiesta di un socio, l'assemblea può 
votare sulla pubblicazione del lavoro nel Bollettino ». 

Il socio Cutolo A. propone di rimandare la proposta ad altra tornata, 
mettendola all'ordine del giorno. E approvato. 

La seduta è tolta alle ore 17.20. 



Tornata del 14 luglio 1910 

Presidente: Fk. Sav. Monticelli — Sef/retario: Fh. de Rosa 

Socii presenti: Siniscalchi A. M., Cutolo A., Pierantoni, de Franciscis 
F., Cavara F., Ricciardi L., Cutolo C, Gargano C. 

La seduta è aperta ad ore 21.45. 

Il Segretario legge i verbali delle due tornate, 9 e 29 giugno. E ap- 
provato il primo, e 1' altro è rimandato per mancanza di numero legale. 

Il Segretario presenta le pubblicazioni pervenute in dono ed i nuovi 
cambi. 

Il Presidente legge il lavoro del socio Cotronei assente, dal titolo: La 
fascia vitellina ndl'Oocite in crescita d'Antedon rosacea (nota preliminare) 
e ne chiede la pubblicazione. 

11 Presidente chiede ai socii se qualcuno fosse stato incaricato dal socio 
Kemot assente di leggere il suo lavoro: Solubilità del cloruro di piombo 
nelle soluzioni acquose di alcool etilico e mannite. Nessuno prende la parola. 

Il socio Cutolo A. fa una comunicazione verbale: Una nuova sofistica- 
zione àelVolio di olivo. 

Il Presidente fa una comunicazione verbale sulla visita della Xilocopa 
violacea ai fiori della Tpomea. Dice come ebbe occasione di iniziare tali 
osservazioni durante la state a Casamicciola e si propone di presentare in 
proposito altre osservazioni. 

Il socio Cavara aggiunge poche considerazioni. 

Il socio de Franciscis riferisce intorno ad una sua proposta, perchè la 
Società faccia voto ai poteri dello Stato, onde rivolga la sua attenzione 
a detinire quale sia la portata e la funzione dell'insegnamento scientifico 
nelle Scuole Normali in rapporto alle finalità che se ne vogliono ripro- 
mettere. 

Cutolo A. propone che tale argomento sia deferito allo studio del Con- 
siglio direttivo. De Franciscis presenta invece il seguente ordine del giorno, 
che è approvato: 

« La Società di Naturalisti in Napoli, ritenendo che la lotta all'analfa- 
betismo ed all'ignoranza — oggi energicamente intensificata con i proposti 
provvedimenti legislativi di natura economica ed amministrativa — debba 
trovare la propria prevalente estrinsecazione didattica, oltreché nell'inse- 
gnamento della lingua e del calcolo, anche nella maggiore possibile uti- 
lizzazione del metodo sperimentale e delle sue conquiste, confida che ven- 



— 37C. — 

t^anii ini|iartitt' più .sicuni iioniio, onde l'insogiKuuento (ilfiiinMifcare sia, '// 
fittlo. integrato con una reale ed adeguata esplicazione di lezioni di cose 
e iìi foiomciti^ nel duplice fine di provvedere allo svolgimento della niente 
ed alla tbrmazione del carattere dei piccoli allievi e di iniziarli all' ap- 
prendimento delle conoscenze scientifiche più elementari e di maggiore 
interesse individuale e sociale ». 

« La Società medesima, considerando poi che le pure disposizioni rego- 
lamentari devono necessariamente infrangersi di fronte alla preparazione 
non consentanea dei maestri; e tenendo presenti le attuali condizioni di 
angustia, di svolgimento e di mezzi, in cui versa 1' insegnamento scien- 
tifico nelle scuole destinate alla formazione di essi — tutto l'insegnamento 
scientifico vi è considerato come una sola materia! — ; fa voti che, nella 
progettata imminente riforma della scuola normale , i Poteri dello Stato 
vogliano rivolgere tutta la loro attenzione a definire .quale vi debba essere 
la portata e la funzione dell'insegnamento scientifico, in rapporto alle fi- 
nalità che se ne vogliano ripromettere ». 

La seduta è tolta alle ore 23.15. 



Tornata del 4 agosto 1910 

Presidente : Fr. Sav. Monticelli — Se(/relario: Fu. de Rosa 

La seduta è aperta alle ore 21.20. 

Il Segretario legge i verbali delle tornate 29 giugno e 14 luglio, che 
sono approvati. 

Il Presidente commemora il socio Antonio Gabella rapito improvvisa- 
mente all'effetto della sua famiglia e dei numerosi amici in ancor giovane 
età, enumerandone le benemerenze verso la Società della quale fu Presi- 
dente, e rilevandone il valore di studioso ed il carattere dell' uomo buono 
e dell'amico. Accenna ai funerali e ricorda che il Segretario non mancò 
di dare l'estremo saluto al compianto amico, e che furono dirette parole 
di condoglianza alla famiglia. 

Il Segretario presenta a nome del socio Ricciardi il lavoro: Su la 
invenzione del tectonismo. 

Si apre una discussione alquanto vivace su questo lavoro, ed il Pre- 
sidente si riserva di pregare il socio Ricciardi di volervi apportare qualche 
modifica. 

Il Segretario dice come il socio Keniot assente neppure questa volta 
ha fatto sapere qualcosa a proposito del suo lavoro, annunziato di nuovo 
dall'ordine del giorno, e chiede all'assemblea se crede che detto lavoro 
debba ulteriormente esser rimesso all'ordine del giorno. 

Si delibera, salvo ulteriori condizioni, di non riportarlo nell'ordine del 
giorno. 

La socia Signora Piccoli Foà i-ipreseuta il suo lavoro già presentato 
qualche anno fa ed accettato per la pubblicazione e da lei ritirato spon- 



— 377 — 

taneamente, dal titolo : Azione delV anidride ilaconica .sopra i p-animido- 
t'enoli (Contributo allo .studio .sulla Tautomeria). 

Il socio Olitolo legge un suo lavoro : Sulla compoaizione e valore uu- 
tritivo dei taralli , prodotto della panipcazione speciale di Napoli , e ne 
chiede la pubblicazione. 

Il socio de Rosa fa una comunicazione « Su di alcuni casi di fascia- 
zione nell'Ophiopogon Jahuran, Hort. » e si riserba di tornare sull'argo- 
mento. 

Il socio de Rosa riferisce inoltre intorno ad uno studio iniziato dal 
Dr. Marzio Cozzolino su i cosi detti peli di seta, speciale prodotto della 
nostra provincia e specialmente dei Comuni di Precida e Torre del Greco, 
e che si adoperano in vario modo come porta-amo per la pesca, netta- 
pettini, tessuti da sedili di sedie, etc. Ricorda particolari sulla industria. 

Il Segretario annunzia una lettera del socio Forte in ordine alle even- 
tuali modifiche dell'art. 33 del Regolamento; ma l'assemblea, sulla proposta 
del socio Cutolo A., delibera di rimandare la trattazione ad una seduta 
dell'anno venturo. 

La seduta è tolta alle ore *23.15. 



Tornata del 10 novembre 1910 

Presidente: Fr. Sav. Monticelli — Segretario: Fr. de Rosa 

Sono presenti i soci: Pierautoni U., Cavara Fr., Cutolo A., Siniscalchi 
A. M., DeUa Valle P., Gargano C, Monticelli F. S., de Rosa Fr. 

La seduta è aperta alle 21.15. 

Il Segretario legge il verbale della tornata precedente e se ne rimanda 
l'approvazione per mancanza di numero legale; quindi presenta le pubbli- 
cazioni pervenute in dono. 

Il socio Cutolo A. legge il suo lavoro fatto in collaborazione col Dr. 
Enrico Calendoli: Analisi chimica e batteriologica delV acqua di Assano 
(Caserta), e ne chiede la pubblicazione. 

Il socio della Valle P. legge il suo lavoro: Variabilità numerica e con- 
tinuità genetica dei cromosomi. Ne chiede la pubblicazione, riserbandosi 
di consegnare in altra tornata il manoscritto. 

Prendono la parola i socii Monticelli, Cavara e Pierantoni, che si as- 
sociano alle conclusioni del Dr. della Valle. 

Il socio Pierantoni fa una comunicazione verbale su di alcune sue os- 
servazioni sulla simbiosi ereditaria e sui corpi ovali. 

Il socio Gargano fa una comunicazione verbale sui trapianti dei tumori 
maligni., esponendo le sue ricerche sui sorci. 

Il socio de Rosa fa una comunicazione verbale: .su di una deforma- 
zione frequente nei frutti del pomodoro della razza locale «prugna », do- 
vuta a costrizione esercitata dalla corolla, che invece di cadere dopo l'an- 
t,esi fiorale accompagna per un tratto più o meno lungo l'ovario nel suo svi- 



— 378 — 

luppu, e si riserva di presentarne gli esemplari ed i disegni per chiederne 
a suo tempo la pubblicazione. 

Il socio Monticelli fa una Cdmunicazione verbale . sul preteso sniridin 
in uno scorpione africano [Bulhus //nìiH/ncsfrixftis . Koch) e no espone il 
meccanismo e le condizioni. 

Il socio Cavara fa una fonumicazione veri)ale: .siilld doppia freccia ve- 
nuta fuori su di un Abit'S nel R. Orto hotaniro. Rileva come non sia fre- 
quente il caso che nello stesso anno le conifere dieno di queste doppie 
vegetazioni ed espone la spiegazione che egli dà al fatto in relazione al- 
l'andamento dell'annata. 

Il Presidente riferisce in ordine ai locali della sede sociale, e ricorda 
come il magnifico Rettore abbia messo a disposizione della Società, benché 
in via transitoria, alcuni locali universitari per deposito di mobili, suppel- 
lettili ed eventualmente di libri. 

Il Presidente dichiara chiusa la i-icezione di lavori per il Bollettino di 
quésto anno, giusta la comunicazione fatta ai socii, ed annunzia che all'e- 
dizione del Bollettino sarà portata qualche innovazione: cosi esso consterà 
di tre parti, una contenente i lavori originali, una le comunicazioni verbali 
e l'altra il resoconto delle tornate , 1' elenco, dei soci e tutto ciò che ri- 
guarda andamento morale e materiale della Società. 

La seduta è tolta ad ore 23.20. 



Assemblea generale e Tornata del 30 decembre 1910 

Presidente: Fb. Sav. Monticelli — Segretario: Fr. de Rosa 

Sono presenti i soci: (Japoljianco F., Della Valle P., Bruno A., Grande 
L., Rippa G., Gargano C, Milone U., Guadagni M., Pierantoni U., Gauthier 
V., Siniscalchi A. M., Nicolosi G., Monticelli F. S., de Rosa Fr., Gere- 
micca M. 

La toi'nata è aperta alle ore 15.B0. 

Il Segretario legge i verbali delle tornate del 4 agosto e 10 novem- 
bre, che sono approvati. 

Il Presidente espone la pratiche fatte in ordine allo affitto del locale 
per la sede sociale ed annunzia come anche quest' anno la Società avrà 
sede negli stessi locali che occupa. 

Il Presidente ricorda come si sono svolte le feste pel 1° centenario 
della morte di Filippo Cavolini, e dice come la medaglia commemorativa 
coniata dalla Ditta Stefano Johnson di Milano è tale da poter servire 
anche come distintivo sociale, e dà al riguardo altri particolari. 

Il socio Geremicca elogia l'opera del socio Pierantoni, prestata in oc- 
casione di quelle feste, in ordine specialmente alla pubblicazione del vo- 
lume delle opere di Filippo Cavolini. 

Il socio Milone si associa. 



— 379 — 

Il Presidente interpetra i sentimenti dell'Assemblea e ringrazia il 
socio Pierantoni. 

Il socio Pierantoni ringrazia a sua volta e ricorda l'aiuto valevole e 
zelante avuto dal socio della Valle P. 

Il Presidente aggiunge parole di ringraziamento anche al Dr. della Valle. 

Sono ammessi a socio ordinario residente la Sig.na Dr. Isabella Iroso, 
e a socii ordinari non residenti i signori Dr. Antonio Gargiulo ed Alfredo 
Misuri. 

Il socio Pierantoni fa la seguente comunicazione verbale: 

Pierantoni U. — SuìVErmdfroditìsmo larrale d' Icerya purchasi. 

Ijicerya purchasi. dannosissima cocciniglia degli agrumi, che da circa 
un decennio ha invaso molti agrumeti dell'Italia meridionale, è fra le coc- 
ciniglie di cui il maschio è assai raro , tanto che fino allo scorso anno 
non era stato trovato in Italia. 

Occupandomi dello studio della biologia di questo insetto, specialmente 
in rapporto agli organi della riproduzione, ho rinvenuto vai-ii esemplari di 
larve maschili (come ho potuto accertare coi tagli, poiché pei caratteri 
esteriori le larve differiscono pochissimo nei due sessi). Per tal modo ho 
constatato la esistenza degli organi simbiotici nelle larve maschili, con- 
cludendo che tali organi sono presenti in ambedue i sessi in questa specie i). 

Ma un fatto più importante fu il rinvenimento di larve, che posseggono 
ad un tempo organi sessuali maschili e fennninili. dando esempio di un 
vero ermafroditismo. 

Queste larve nelle fattezze esteriori non sono differenti dalle altre. Nel 
loro interno si rinvengono due testicoli della forma tipica concamerata 
dei coccidi; questi organi però in alcuni punti della loro porzione corti- 
cale producono ad un tempo spermatogonie verso l'interno, nelle conca- 
merazioni, e verso l'esterno vanno producendo un gran numero di oogonie, 
le quali si evolvono entro tubi ovarici tipici, provvisti di tutti gli elementi 
del tubo ovarico monospermo (oocite , cellule nutrici, cellule follicolari) 
costituendo cosi dei veri organi ermafroditici. 

Allo stato delle mie ricerche non potrei dire con certezza se queste 
forme larvali ermafrodite corrispondano ad una fase costante dello svi- 
luppo dei sessi, ovvero rappresentino una condizione anormale. E certo 
però che mi fu dato di osservare larve assai giovani completamente ma- 
schili e larve alquanto sviluppate (di due mm. e i/o) che presentavano la 
parte femminile dell'organo ermafroditico in istato di evidente regressione, 

1) Cfr. a tal proposito: Pierantoni U.— Ulteriori osservazioni sulla simbiosi 
ereditaria degli Omotteri, in: Zool. Anz. 3G Bd. pag. 97. 



- 380 — 
In ogni modo il i'atfco è interessante, dato che gli insetti, oltre i noti 
casi di ginandroniorrismo (che non è noto se oltre, che nei caratteri ses- 
suali secondarli, si manifesti anche negli organi essenziali della genera- 
zione) ed oltre il caso del dittero tennitotìio studiato dal Wasraann (Ter- 
mi/ osce7ìia), non diedero fino ad ora esempii di ermafroditismo. 

8i procede quindi alla votazione per l'elezione del Presidente, e di due 
consiglieri. 

Risultano eletti : 

Fridiano Cavara — Presidente 
Alessandro Cutolo ) ^ . ,. • 
Della Valle Paolo ^ ^''^^^^^^^ 

Si procede pure alla elezione di due revisori di conti per l'anno 1910 
e risultano eletti : Vincenzo Gauthier e Giovanni Rippa. 
La seduta è tolta alle ore 17.15. 



CONSIGLIO DIRETTIVO 



PKH i/aNNO 1911 



Cavara Fridiano 
Geremicca Michele 
De Rosa Francesco 
Pierantoni Umberto 
Quintieri Luigi 
Cutolo Alessandro 
Della Valle Paolo 



Presidente 
Vice-Presidente 
Segretario 

Consiglieri 



I 



26 



ELElSrOO IDEI SOOII 

{ò'I dicembre 1910) 



ROCII ORDINARI] RESIDENTI 

I . Amato Carlo. — Vìa Tribnnali, n. 389. 

'2. Anile Antouiuo. — Istituto Anatomico a S. Patrizia. 

'■}. Balsamo Francesco. — Via Foria, 210. 

4. Bassani Francesco. — Istituto di Geologia della R. Università. 

5. Bruno Alessandro. — Via Bari, 30. 

t). Capobianco Francesco. — Via Sapienza, n. 18. 

7. Cavara Fridiano. — R. Orto ed Istituto Botanico. 

8. Cerniti Attilio. — Sfazione Zoologica. 

9. Cotronei Giulio. — Istituto Zoologico della R. Università di Siena. 

10. Gufino Luigi. — Impagliafìascki a Porta S. Gennaro, n. 13. 

1 1 . Cutolo Alessandro. — Via Roma, n. 404. 

12. Cutolo Enrico. — Via Roma, n. 404. 

Va. De Biasio Abele. — Vico Rosariello a Piazza Cavour, n. i2. 

14. D' Evant Teodoro. — Piazza dei. Martiri, n. 30. 

15. Della Valle Antonio. — Via Salvator Rosa, n. 259. 

16. Della Valle Paolo. — Via Salvator Rosa, n. 259. 

17. De Lorenzo Giuseppe. — Istituto di Geografia Fisica della R. Università. 

18. De Rosa Francesco. — Via S. Lucia, n. 64. 

19. Di Paola Gioacchino. — Vico 2° Foglie a S. Chiara, n. 12. 

20. Forte Oreste. — Via Monteolivelo, n. 37. 

21. Galdieri Agostino. — Istituto di Geologia della R. Università. 

22. Gargano Claudio. — Via S. Lucia, n. 64. 

23. Gauthier Vincenzo. — Via Sapienza, n. 29. 

24. Gei-emicca Michele. — Largo Avellino, n. 15. 

25. Giangrieco Angelo. — R. Scuola Veterinaria. 

26. Guadagno Michele — Vico S. Domenico Soriano, 37. 

27. Jatta Mauro. — Piazza Vitt. Emanuele, n. 12, Roma. 

28. Kernot Giuseppe. — Istituto Chimieo della R. Università. 

29. Leuzzi Francesco. — Via Mergellina, n. 174. 

30. Massa Francesco. — Via Fuori Portamedina, n. 20. 

31. Milone Ugo. — Via Pontenuovo, n. 21. 

32. Monticelli Francesco Saverio. — Via Ponte di Cliiaia. n. 27. 



— 384 - 

33. Morgera Arturo. — Vico Neve a Ghiaia, u. HI. 

34. Pierantoni Umberto. — Galleria Umberto /, w. 27. 

35. Polire Gesualdo. — Istituto Zoologico della R. Università. 

36. Quintieri Luigi. — Piazza VII Settembre, n. 1. 

37. Ricciardi Leonardo. — Via Guglielmo Sant'elice., n. 24. 

38. Rippa Giovanni. — R. Orto ed h'tituto Botanico. 

39. Romano Pasquale. — Via Porta Medina, n. 44. 

40. Scacchi Eugenio. — I.stittito di Mineralogia della R. Universi ti). 
4L Schettino Mario. — Via Roma, n. 820. 

42. Siniscalchi Alfonso. — Via Salvator Rosa, n. 330. 

43. Trani Emilio. — Via Campanile ai Miracoli, n. 47. 

44. Viglmo Teresio. — Piazza Dante, n. 41. 



385 — 



60CII OEDINARI NON RESIDENTI 

1. Aguilar Eugenio. — Vico Neve a Materdei. n. 27. 

2. Arena Mario. — Yia Roma, 129. 

3. Anneuaute Euclide. — R. Liceo-, Melfi. 

4. Caroli Ernesto. — Istituto Zoologico della R. Universi là, 

5. D'Adamo Antonio. — Rampe Annunziala, n. 22, 

6. Di Gaetano Mariano. — Istituto Tecnico., Girgenti. 

7. Foà Jone. — Via Avvocata a Piazza Dante, n. 19. 

8. Jatta Antonio. — Ruvo di Puglia. 

y. Marcello Leopoldo, — Piazza Cavour. 

W. Marcucci Ermete. — Pico (prov. di Caserta). 

11. Patroni Carlo. — R. Istituto Tecnico, Arezzo. 

12. Piccoli Raffaele. — Via Avvocata a Piazza Dante, n. li). 
lo. Praus Carlo. — Vicoletto S. Meandro, 5. 

14. Raffaele Federico. — R. Università, Palermo. 

lo. Rossi Ferdinando. — R. Scuola Sup. di Agricoltura , Portici. 

16. Terracciano Achille. — R. Orto Botanico, Sassari. 

17. Vanni Giuseppe. — Via Sette Sale, n. 88, Roma. 

18. Vigorita Domenico. — Potenza. 

19. Villani Armando. — R. Liceo, Campobasso. 



SOCII ADERENTI 

1. Cutolo Costantino. — Via S. Brigida, n. Hi). 

2. De Franciscis Ferdinando. — Corso Vittorio Emanuele, 626. 

3. Filiasi Emmanuele. — Riviera di Chiaia, n. 270. 

4. Filiasi Giuseppe. — • Riviera di Chiaia, n. 270. 

5. Grande Loreto — R. Orto ed Istituto Botanico. 
t). Melpignani Jjuigi. — Ostuni. 

7. Morese Giuseppe. — Piazza Municipio 48. 

8. Nicolosi Roncati Francesco. — R. Orto ed Istituto Botanico. 



Elenco delle pubblicazioni pervenute in cambio 



31 dicembre 1910) 



EUROPA 



Italia 



Acireale 



Aosta 
Bologna 
Brescia 
Cagliari 

Catania 
Firenze 



Genova 



Lodi 
Lucca 



- Accademia di Scienze, Lettere ed Arti dei Zelanti 

e P- P. dello studio [Atti e BeitJÌiconti). 
Accademia dafnica di Scienze. Lettere ed Arti (Aiti 

e Rendiconti). 
■ Societé de la Flore Valdotaine i Bollettino). 
-R. Accademia delle Scienze dell'Istituto (Bendiconti). 

- Commentari dell' Ateneo. 

Bollettino della Società tra i cultori delle Scienze 

mediche e naturali. 
R. Accademia Gioenia (Bollettino e Memorie). 
Archivio per l'Antropologia e 1' Etnologia. 
Società botanica italiana (Bollettino). 
Nuovo Giornale botanico italiano. 
Bollettino bibliografico della botanica italiana. 
Monitore zoologico italiano. 
« Redia » Giornale di Entomologia. 
R. Società toscana di Orticoltura (Bollettino). 
R. Accademia dei Georgotìli (Atti). 
Società entomologica italiana {Bollettino). 
R. Accademia medica (Bollettino e Memorie). 
Museo civico di Storia Naturale (Annali). 
Musei di Zoologia ed Anatomia comparata della R. 

Università (Bollettino). 
Società ligustica di Scienze naturali e geografiche 

(Atti). 
Rivista ligure di Scienze, Lettere ed Arti. 
R. Stazione sperimentale del caseificio (Annuario). 
R. Accademia lucchese (Atti), 



¥ 



Milano 
Napoli 



Padova 



Palermo 



Pavia 
Perugia 

Pisa 

Portici 

Roma 



Rovereto 

Sassari 
Scafati 
Siena 



— 388 — 

— Società Italiana di Srieuze naturali e. Museo civico di 

Storia naturale (Atti). 

— R. Accademia delle ScieJize tisiche e matematiche 

{Memorie, Rendiconli ed Annuario). 
Accademia Fontani ana {Alii). 
Annuario del Museo Zoologico della K. Università 

di Napoli. 
Orto Botanico della R. Università, l Bolletlino).. 
Gr Incural)ili. 

Zoologischen Station zu Neapel [Milllicili(iiycii). 
Annali di nevrologia. 
Rivista agrariii. 
Società africana d' Italia. {Bollettino j. 

— Accademia scientilica veneto-ti^entiuo-isti-iana ( .1//m. 
R. Stazione bacologica (Annuario}. 

La Nuova Notarisia. 
11 Raccoglitore. 

— Il Naturalista siciliano. 

Giornale del Collegio degli Ingegneri agronomi. 
R. Istituto botanico.— Contribuzioni alla Biologia ve- 
getale. 
R. Orto Botanico e Giardino coloniale {Bollettino). 

— Istituto botanico dell' Università di Pavia (Atti). 

— Annali della Facoltà di medicina e Memorie della 

Accademia medico-chirurgica. 

— Società toscana di scienze naturali {Memorie e Pro- 

cessi verbali). 

— R. Scuola superiore di Agricoltura {Annuario e Bol- 

lettino). 
Laboratorio di Zoologia Generale ed Agraria {Annali). 

— R. Accademia dei Lincei {Bendiconti). 

R. Accademia medica {Bollettino ed Atti). 

R. Comitato geologico italiano (Bollettino). 

Ministero di Agricoltura (Annali). 

Laboratorio di Anatomia normale della R. Università 

(Bicerche). 
Accademia pontitìcia dei Nuovi Lincei (Atti). 
Società zoologica italiana { Bollettino ì. 
Società italiana per il progresso delle scienze iAtti). 
R. Stazione chimico-agraria sperimentale (Annali^. 
Società per gli studi della malaria (Atti). 

— Accademia degli Agiati (Atti). 

— Museo civico (Pubblicazioni). 

— Studi sassaresi. 

— Bollettino tecnico della coltivazione dei tabacchi. 

— Rivista italiana di Scienze naturali. 



Torino 



Udine 

Venezia 

Verona 



— 389 — 

R. Accademia deJle Scienze {Af/i). 

Club alpino italiano (Rìv'isla e Bollettino). 

Musei di Zoologia e di Anatomia comparata ilella \{. 

Università {Bollel/ino). 
« Biologica ». Rivista di Scritti di Biologia. 
« Mondo Sotterraneo ». Rivista di Speleologia. 
L' Ateneo veneto. 
Madonna Verona. 
Accademia d' Agricoltura , Scienze , Lettere , Arti e 

Commercio [Atti e Memorie). 



Spagna 

Barcelona - Institució catalana d'Historia naturai i Batllrfi). 

Cartuja — Boletin Mensual de la Estación Sismologica de Car- 

tuja. 
Madrid — Sociedad espanola de Historia naturai {Anakò- y Bo- 

letin). 
Zarag'Oza — Sociedad aragonesa de Ciencias naturales ( Boletin). 

Anales de la Facultad de Ciencias. 



Portogallo 



Coimbra 
Lisbona 



-Aunaes scientilicos da A.^ademia Polytecnica do Porto. 
- Broteria — Revista de Sciencias naturaes do Collegio 

de S. Fiel. 
Bulletin de la Société Portugaise de Sciences Na- 

turelles. 



Francia 



Bordeaux — Société d'Océanographie du Golfe de Clascogne. [Rup- 

ports). 
Cherbourg' — Société nationale des Sciences naturelies et mathé- 

matiques (Mémoives). 
LangreS — Société de Sciences Naturelies de la Haute Marne 

[Bulletin). 
Levallois-Perret — Association des Naturalistes. ( Hnllefin). 

— Société des Sciences et Réunion biologique de Nancy 

(Bulletin des séances). 
Nancy Bibliographie anatomique. 

Nantes Société des Sciences naturelies de l'ouest de la France 

(Bulletin). 



— SW) 



Paris 



.rounifil <U' rAiiiitoiiiie et «le la IMiysiolotric do riiniiiine 

et (leH aiiiiuaux. 
Soriété zoologif[iie tle France ( Bnlh'lni et Mrmnirr.s-). 
Miiséum d'Histoire iiaturelle i Bulle/ in). 
La feuille des jeunes Naturalistes. 



Bruxelles 
Louvain 



Belgio 

8ociété royale malacoio<^ique de Belgique (Aiuiides). 
La Cellule. 



Berlin 
Bonn 

Leipzig 

Giessen 
Giistrow 



Germania 

Bericht i\ber die Verlagsthàtigkeit. 

Naturae novitates. 

Botanische Verein der provinz Biande) )urg; (Verhavil- 

lungen). 
Naturhistorisohen Veveines dei- Preussischen Rhein- 

lande und Westfalens (Verhandlungen). 
NiedeiTheinischen Gesellschaft filr Natur-und Heil- 

kunde iSìtznngsherich te ]. 
Zoologischer Anzeiger. 
Matematische und naturwisseuschaftliche berichte aus 

Ungarn. 
Oberhessischen Gesellschaft filr Natur-und Heilkund 

(Bericht). 
Verein der Freunde der Natui'geschichte in Mecklen- 

burg (Archiv). 



Chur 

Lugano 
Zurich 



Svìzzera 

Naturfoschenden Gesellschaft Granbiinden's [JaJnrs- 

l/ericht). 
Società Ticinese di Scienze Naturali (Bollettino]. 
Soeietas entomologica. 

Austria 



Wien 
Prag 



K. K. Naturhistorischeu Hof-Museums i Annnlrn). 

Zoolog. botan. Gesellschaft l Verhaitdhingen}. 

Cesila akademie cisare Frantiska Josefa prò' vedy 
slovenost. a unieni {Pnl)f>lic(i ninni). 

Casopis Ceské Spoiecnosti Pvntomologické {Ada So- 
ci ci ali s Kitl(nii()ht(ii<-ac liolicmido). 



Budapest 
Briìnn 



— 391 — 

A(|itila — Magyjir Oniithologiai Kozpoiit Folyciirata. 
Societé Royale Hongi'oise des 8cieuce.s Naturelles. 
Naturtbschenden VereinesJ. ( Vcrhandlunycri). 



Inghilterra 

Cambridge — Philosophical Society i Proceedin(/s nnd Trannactions). 

London — Eoyal Society (Prnveedinf/s , Reports of the sleejnng 

sickHCs-fi coììimis.sioH. and Obituari/ noti cefi}. 
Plymouth — Marine l)iological Association of the United Kingdoin. 

{Joxnuit). 



Svezia 

Upsala — Creological Institution of the University of Upsala 

(Bulletin). 
Stockholm — K. Vet. Akadems-Bibliothek (Arkiv for Botanik- 

Arkiv il ir Zoologi). 



Norvegia 



Tromsoe 



— Tromsoe Museum 



Finlandia 

Helsingfors — Societas prò fauna et tlora fennica (Ada et Mrddi, 

landen). 



Kiew 

Moscou 

Tittis 



Russia 

■ Société des Naturalistes [Ménioires). 
Société imperiale des Naturalistes {Bulletiii) 
Giardino botanico (Lavori). 



Olanda 

Amsterdam — Academie Royale (Memoires). 



\ o ^< 

LIBRARY 



» 



^^^ 



'ytAs 



'^. 



v: 



3y2 - 



Tokyo 



ASIA 
Giappone 

— Aunotationes zoolugiciie japonenses. 



Cairo 



AFRICA 

Egitto 

Société entomologique d' Egypte [Bulleliu et Mé- 
ìiioircs). 



Colonia del Capo 

Capetown — South Alricaii Museuin ( Auitaisj. 

AMERICHE 
Brasile 

Rio de Janeiro — Arcbivos do Museu Nacioual. 



Lima 



Perù 



Boletin de la Societad geogi'afica. 



Uraguay 

Montevideo — Museo nacioual (Auales y Coiiuiuiciuioiics : Scrción 

his(órico-/ìlosófìca}. 



Paraguay 



Asuncion — Revista de Agi-onoiuia y de Cieucias aplicadas. 



— 393 — 
Repubblica Argentina 

Buenos Ayres Museo nivcional i AiKi/i's y ('<n)ìiitiictiriinii:s\. 

Chili 

Santiago — Società flcientifiqup dn (Jliilì i AvU's). 

Colombia 

Bogotà — El Agricultor. — Organo de la Sociedad de los Agri- 

cultores oolombianos 

San Salvador 
San Salvador — Anales del Museo Nacional. 



Messico 

Messico — Sociedad cientifica « Antonio Alzate » { Memori as y 

Bevisf.a). 
Institùto geologico (Bolefin. Parergoìirs). 

Stati Uniti 

Berkeley —University of California iPubUrafions, Bnlìeiìn). 

Boston — Society of Naturai history iProcfcdii/f/.s-]. 

Brooklyn — Gold spring harbor Monographs. 

Chapell Hill ^ Elisha Mitchell scientific Society ijonrnal). 
Chicago — Acadeniy of Sciences iBnlletìn and Avnnal reporf). 

Field Musemn of Naturai History {Deparfìnml of 
Botami). 
Madison (TT7,sroj/.9/w)—Academy of Sciences. Arts and Lettres {Tran- 
sactions). 

Wisconsin geological and naturai History Survey (BmZ- 

letm). 
Missoula (Movlmxi^ — Bulletin of the University of Montana {Biological 

Series). 
New York — Botanical garden (Bulletin). 

Philadelphia — Academy of Naturai Sciences {Proce.eàings). 
Saint-Louis —Academy of Science (Transactions). 

Missouri l)otanical garden {Anrmal reporf). 
Springfield {Masmehmsets, — Mnsenm ni naturai history. 
Tufts College {Massarlms.se.lii) — Studies. 



- 394 — 

Washington [Juited Stntes (-fonlo^ical Survey \ A inni ai report). 

U. S. Depui-tiuPiit of A^riculture. — Division of Or- 
nithology ;iiiil .Alauiiiialogy [Bnllrihi Norfh Amt- 
lican Fax Udì. 

Smitlisoniaii Institiition {Auiixal rcpor/ì. 

U. S. National Museuni { Bai Irli n). 

U. S. Deparhnent of af^riciilture i.Jcarhook). 

U. S. Department of agriculture. — Bureau of ani- 
mal industry (Annual reports). 

Carnegie Institutinn of Washington — ('B/7//;rrt/;o«) 



Halifax 



Canada 

Nova Sfotiaii Jnstitute of science. 



OCEANIA 
Nuova Zelanda 



Wellington 



(4eological Survrtv. / ì'iiliììculìons). 



PUBBLICAZIONI PERVENUTE IN DONO 

(in dicembre 1910) 



A.TKLLO G. e Cacace e. — Ueber die Ausscheidung der Galleusauren im 
Harn gesunder und Kranker Menschen und im Harn 
unserer Haustiere. 1 op. 8.°, pag. IH. Wien. 1901. 
(Dono del prof. F. S. Monticelli). 
Ai.BKRTOTTi G. — Note riguardanti i bambini oftalmici nell' Asilo infan- 
tile di Modena nell'anno 1887. 1 op. 8.°. pag. 16. Mo- 
dena, 1898. (Dono idem). 
Breve relazione riguardante dieci simpatectomie cer- 
vicali eseguite sopra ammalati aifetti da glaucoma. 
1 op. 8.°, pag. 24, ili. Pavia 1900. (Dono idem). 
— Considerazioni intorno a Benvenuto ed alla sua opera 
oftalmojatrica. op. 8.». pag. 22. Pavia 1898. (Dono 
idem). 
Au.EuKKTTi M. —Sul fenomeno Edison, op. 8°. pag. 17. Pisa, 1902. 

(Dono idenij. 
AiA'iNo P. — Su di un caso di ferita penetrante nel torace. Que- 

stioni medico - legali, op. 8.°, pag. 3. Aversa, 1898. 
(Dono idem). 
Amodko F. —I trattati delle sezioni coniche, da Apollonio a Simson. 

1 op. 8.°, pag. 51. Napoli 1906. (Dono idem). 
_XJno sguardo allo sviluppo delle scienze matematiche 
nell'evo antico. 1 fase., pag. 9. Napoli, 1906. (Dono 
ideuij. 
— Appunti e risposte. Lettera aperta ad vm geometra ita- 
liano. 1. fase, pag. 10, Napoli, 1902. (Dono idem). 
AsHi.F.Y H. E. - The Colloid matter of Clay and its measuremeut. 1 op. 
8.°, pag. 65. Washington, 1909. (Dono dell'U. S. Geo- 
logical Surveyì. 
^,i.,.j _ Del III Congresso Nazionale delle Scuole Industriali, 

Artistiche industriali, Commerciali e Professionali 
femminili. 12-19 Settemln-e 1909. 1 voi. 8.«, pag. 151. 



— 396 - 

Intra, 1910. ^Doiio della Hivista ■' La Scuola Indu- 
striale •> |. 

Bakumn M. e l'vKi.ATi L. — Studio SUI prodotti di disidratazione dell' a- 
citlo i'enilortunitrocinnjimico e dei prodotti che accom- 
pagnano quest'acido nella sintesi del Perkin. 1 op. 8.", 
pag. 18. Napoli, 1906. (Dono del prof. F. S. Mon- 
ticelli). 

Bassani V. — Sui fossili e sull'età del deposito di Castro dei Volsci 

in provincia di Roma (Miocene superiore). 1 op. 8.". 
pag. 10 e 1 tav. Roma, 1910. (Dono dell'autore). 

Bki KKH (i I''. — Relations between locai magnetic disturbances aud the 
genesis of petroleum. 1. op. 8". pag. 24. Washington, 

1909. (Dono dell'U. S. Geological Survejj. 
Iìksana e. — 'IVent'anni di attività della R. Stazione Sperimentale 

di Caseiticio di Lodi. (1880-1909). 1 voi. 8.», pag. 95. 
Lodi, 1909. (Dono dell'autore). 
Bksant a. — La vita spirituale per 1' uomo del tmondo. 1 op. 8.", 

pag. 14. Genova, 1907. (Dono del Signor Riccardo 
Nevaj. 
» — Problemi di sociologia. 1 op. 8.», pag. 3L Genova, 

1910. (Dono idem). 

» — La legge di popolazioiie e la Teosofia. 1 op. 8.°, pag. 

7. Genova, 1891. (Dono idem). 
BiNvoHi 11. — Sull'azione protettiva del peritoneo nelle infezioni d'o- 

rigine intestinale. 1 op. 8.°, pag. 11. Palermo, 1899. 
(Dono del prof. F. S. Monticelli). 
» — La teoria di Flugge e le sue applicazioni alla chi- 

rurgia. 1 op. 8.°, pag. 20. Palermo, 1900. (Dono idem), 
e ZoccHEDDU E. — Rendiconto clinico del biennio 1895-189G. 
1 op. 8.", pag. 13G. Cagliari, 1897. (Dono idem). 
Biondi ]). — Quadriennio chirurgico a Cagliari. 1 voi. 8.", pag. 321 

ili. Cagliari, 1896. (Dono idem), 
» — Contributo clinico sperimentale alia chirurgia del pan- 

creas. 1 op. 8.°, pag. 30 con 1 tav. Bologna. 189(). 
(Dono idem). 
» — Giustificano i risultati le operazioni intracraniche sul 

trigemino ? 1 op. 8.", pag. 32. Cagliari-Sassari. 1898. 
(Dono idem). 
Br.ANOHARi» U. — A propos de l'éléphantiasis du.scrotum. 1 op. 80, pag. 

598-608 ili. Paris, 1901. (Dono idem). 
Bonghi M. — Stato delle industrie elettriche nelle Provincie Meri- 

dionali. 1. op. 8 °, pag. 19. Milano, 1906. (Dono idem). 
BoNOMi A. — Del canto dei Rampichini (Certhia familiari^ L. e C. 

hrachyàactijla Br. ). 1 op. 8.", pag. 3. Siena. 1910. 
(Dono dell'autore). 



- 397 — 

Borghi E. — Sulla fotografia del fonilo dell'occhio. 1 op. 8.°, pag. 5, 

1 tav. Modena, 1898. (Dono del prof. F. S. Monti- 
celli). 

— Bref och Skrifvelser af och till Cari von Linné med 

understod af Svenska Staten utgifna of Upsala Uni- 
versitet. Del III. 1 voi. 8.°, pag. 342. Stockholm, 
1909. (Dono dell'Università di Upsalaj. 

— Bref och Skrifvelser of och till Cari von Linné. Del 

IV. 1 voi. 8.«, pag. 365. Stockhokn, 1910. (Dono idem). 

BiiooKs A. H. — Minerai Resources af Alaska. Report on progress of 
investigations in 1908. 1 voi. 8.°, pag. 418. Wa- 
shington, 1909. (Dono deirU. S. Geologica! Survey). 

(jALAN'DPìiK'rTo S. — Tentativi di cura della scrofola colle iniezioni di sangue 
malarico. 1 op. 8.°, pag. 3. Catania. (Dono del prof. 
F. S. Monticelli). 

Calkixs F. C. — a Geologica} Reconnaissance in Northern Idaho and 
Northwestern Montana. 1 voi. 8.°, pag. 112. Wa- 
shington, 1909. (Dono dell'U. S. Geological Survey), 

Capriati V. — Influenza della elettricità sullo sviluppo degli organismi 

animali. 1 op. 8.°, pag. 7. Napoli, 1900. (Dono del 
prof. F. S. Monticelli). 

Caruso F. — Die neusten Ergebnisse des conservativen Kuiserch- 

nittes mit Uterusnaht. 1 op, 8.", pag. 59. Leipzig, 
1888. (Dono idem). 

Casazza G. — Critica della teoria sulla trasformazione del calore in 

lavoro. 1 op. 8.°, pag. 15. Milano, 1902. (Dono idem). 

Chambfirltk R. T. — Notes on explosive mine Gases and Dusts. 1 op. 8.°, 
pag. 65. Washington, 1909. (Dono dell.U. S. Geolo- 
gical Survey). 

CnmoNK V. — Sulla Ferratina. 1 op. 8.", pag. 14. Milano, 1899. fDono 

del prof. F. S. Monticelli). 

(Jlarkr W. F. — The data of Geochemistry. 1 voi. 8.°, pag. 716. Wa- 
shington, 1908. (Dono dell'U. S. Geological Survey). 

CoBKLLi R. — Appendice agli Imenotteri del Trentino. 1 op. 8.°, pag. 

54. Rovereto, 1910. (Dono del Museo Civico di Ro- 
vereto). 
» — Appendice alle Cicadine del Trentino. 1 op. 8.°, pag. 

19. Rovereto, 1909. (Dono idem). 

CoijjKR A. J. — The Arkansas Goal Field. 1 voi. 8.», pag. 158. Wa- 
shington, 1907. fDono dell'U. S. Geological Survey). 

— Comitato Italiano per le Onoranze ad Antonio Dohm, 

Solenne Commemorazione nell'Aula Magna della Regi a 
Università di Napoli. 5 Dicembre 1909. Discorso 
letto dal prof. F. S. Monticelli. 1 fase. pag. 32. Na- 
poli. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 



— 398 — 



CONDRA (t. K. — 

CORIO F. 

Costa T. — 

Costa 0. G. — 

CoUTIIHAT L. — 

C0ZZ0I,IN0 V. — 



CUTOLII A. 



Darton N. H. 



De Rosa G. — 



DlAMARK V. 



Geology und Water Resources of a portion of the 
Missouri River Valley in North-Eastern Nebraska. 
1 op. 8.», pag. 59. Waskington, 1908. (Dono dell'U. 
S. Geological Survey). 

Contribuzione allo studio delle proprietà ottic-o-nristal- 
lografiche di alcuni sali isomorfi di potassio, l op. 
8.", pag. 73-117. Modena, 1898. (Dono del prof. F. 
S. Monticelli). 

Sulla solubilità del bicloruro di piombo nell' acqua. 1 
op. 8.", pag. 8. Napoli, 1904. (Dono idem). 

Note relative alla miniera di asfalto di Roccasecca ed 
agli usi cui può utilmente impiegarsi. 1 op. gr., pag. 
9. Napoli, 1865. (Dono idem). 

Per la lingua internazionale. 1 op. 8.°, pag. 80, Cou- 
lommiers, 1900. (Dono dell'autore). 

Sulla necessità assoluta del reperto necroscopico delle 
cavità auriculari, nasali primarie e secondarie nei re- 
perti endocranici con essudati acuti e cronici. 1 op. 
8,°, pag, 12, Milano, 1906. (Dono del prof. F. S. 
Monticelli). 

Azione del freddo sui vini. 1 op. 8.°, pag. 11. Napoli, 
1910, (Dono dell'autore). 

Una formula pev risolvere la crisi vinicola. I op. 8.°. 
pag. 9. Napoli. 1909. (Dono idem). 

■ Structural materials in parts of Oregon and Washing- 
ton. 1 op. 8.0, pag. 33. Washington, 1909. (Dono del- 
l'IT. S. Geological Survey). 

La pneumonite da aspirazione nei Comuni Vesuviani 
in seguito all' eruzione vulcanica. 1 op. 8.°. pag. 8. 
Milano, 1906. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 
Ueber entozoische tuberkulose Neubildungen. 1 op. 8.°. 

pag. 459-465. Jena, 1897, (Dono idem). 
Discorso letto dal Dottor Emilio De Ferrari il dì II 
Maggio MCMX nella ricorrenza del XIII anniversario 
delle Feste Centenarie per Antonio Rosmini. 1 foglio 
pag. 4. Rovereto. (Dono dell'Accademia degli Agiati 
di Rovereto. 
Données graphiques et illustrées sur la Republique Ar- 
gentine. 1909. 1 op. 8.°, pag. 8, ili. Buenos Aires, 
1909. (Dono della Sociedad Rural Argentina). 
Elenco dei donatori e dei doni fatti al Museo Civico 
di Rovereto dal l" gennaio al 31 dicembre 1909. 1 
fase, pag. G. (Estratto dal giornale « Messaggero > 
di Rovereto. 1910). (Dono del Museo). 



— 399 — 

Fasano a. —Il JodalbHcido nella odierna terapia, l op. 8.°, pag. 27. 

Napoli, 1900. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 
Fkukhici N. — Sifilide terziaria. Gomma siiilitica nel cellulare perior- 

bitale. 1 op. 8.«, pag. 8. Milano, 1896. (Dono idem), 

Contributo allo studio della Calcolosi renale. 1 op. 8 », 

pag. 9. Milano, 1904. (Dono idem). 
_ Sulla cataratta congenita. 1 op. 8.°, pag. 6. Milano, 

1895. (Dono idem). 

^^ Contributo allo studio delle localizzazioni della malaria 

1 op. 8.°, pag. 12. Milano, 1895. (Dono idem). 

y^ _ Importanza della traumatologia , rapporti di essa con 

r anatomia e con le altre branchie della scienza. 1 
op. 8.0, pag. 20. Sassari, 1904. (Dono idem). 
_ Pio-pielonefrite destra da calcolo operata di nefrotomia. 
1 op. 8.0, pag. 42. Napoli, 1897. (Dono idem). 

>, _ Un' operazione di plastica. 1 op. 8,«, pag. 5. Milano, 

1896. (Dono idem). 

» — Studio sul rene mobile. 1 op. 8.», pag. 57. Napoli, 1897. 

(Dono idem). 
>^ _ Contributo allo studio dei rapporti fra gravidanza, puer- 

perio e tubercolosi. 1 op. 8.°, pag. 7. Milano, 1900. 
,^ —Resezione intestinale per ernia gangrenata. Enteror- 

rafia circolare. Guarigione 1. op. 8°, pag. 10. Na- 
poli, 1898. (Dono idem). 

Fernalu R H. — Incidental Probleras in Gas-producer tests. 1 op. 8.°, 
pag. 29. Washington, 1909. (Dono delFU. S. Geologi- 
cai Survey). 

Fleig G. — Traitement de l'Hypertrophie prostatique par les rayons 

X. 1 op. 8.°, pag. 12. Paris, 1907. (Dono del prof. 
F. S. Monticelli). 

Galdieri a. — Le terrazze orografiche dell'Alto Picentino a Nord-Est 
di Salerno. 1 op. 8.", pag. 116 con iU. Roma, 1910. 
(Dono dell'autore). 

Galli Valewo B. — Le neoformazioni nodulari nell'organismo dell' uomo 
e degli animali domestici e la loro diagnosi differen- 
zi Jile nelle necroscopie. 1 voi. 8.«, pag. 162. Roma, 

1897. fDono del prof. F. S. Monticelli). 

Gannett S. S. and Baldwin D. H. — Results of Spirit Leveling in West 
Virginia 1896 to 1908 inclusive. 1 op. 8.», pag. 81. 
Washington, 1909. (Dono dell'U.S. Geological Survey). 

Gargano C. — La cinesi nei sarcomi a cellule polimorfe. 1 op. 8.«, 
pag. 121-137 con 1 tav. Napoli, 1910. (Dono del- 
l'autore). 
» Sulla presenza di corpuscoli cheratoidi nei sarcomi ul- 

cerati. 1 op. 8.», pag. 138-146. Napoli, 1910. (Dono 
idem). 



— 400 — 



(tiRTY fi. fi —The Pruina oC tlio, Caiioy Shale of Oklahoma 1. voi. 

H.", pag. 10(1. Washington, VM). (Dono dell' U. 8. 

C^eological Surveyj. 
Goss W. F. .M.— The utilization of Fuel in lo(;omotive practice. 1. op. 

8.«, pag. 28. Washington, 1909. (Dono idem). 
(iuAVitn.i.K II. \V.— Methods of Exterminating the Texas - Fever Tiek. 1 

op. 8.0 pag. 30. Washington. 1909. (Dono dell'U. 8. 

Department of Agriculturej. 
Grk(^()ky H. K. — Underground water Resources of Connecticut. 1 voi. 

8.0, pag. 200. Washington , 1909. rDono deli' U. 8. 

Geological Survey). 
Gkjksbkecht W. — Fauna und Flora des Golfes von Neapel. 33 Mono- 

graphie: Stomatopoden. 1 voi. fol., pag. 239 e 11 tav. 

Berlin, 1910. (Dono della Provincia di Napoli). 
Hall M. C. — A new rabbit Cestode Cittotaenia Mosaica. 1 op. 8.", 

pag. ()91-698. Washington, 1908. (Dono dell'autore). 
Hall M. li. and Bolster R. H. — Surface water supply of the United 

States. 1907-8. 1 voi. 8.°, pag. 226. Washington. 

1909. (Dono dell'U. S. Geological Survey). 
Hastinos C. H. — Printed Cards how to order and use them. 1 op. Kj.", 

pag. 24. Washington, 1909. (Dono idem), 
and LiNDGREM W. — Coutributions to Economie Geology. 

1908. Part I. Metals and Nonmetals, excepit Fuels. 

1 voi. 8.0, pag. 406. Washington, 1909. (Dono idem). 
— Fuhrer durch die geologische Abtheiiung am st. I. 

Joanneum in Graz. 1 op. 16.o, pag. 24, Graz, 1901. 

(Dono de. prof. F. S. Monticellij. 
L. — The Fire-resistive properties of various building ma- 

terials. 1 voi. 8.o, pag. 99. Washington, 1909. (Dono 

dell'U. S. Geological Survey). 
Results of the Swedish Zoological Expedition to 

Egypt and the White Nile 1901. Part III. 1 voi. 8.o, 

ili. con tav. Upsala, 1909. (Dono dell'Università di 

Upsala). 
— lamtlands Lans Fornrainnesfórenings Tidskrift. Forsta 

Bandet. Tredje Hafset. 1 op. 8.o, pag. 65-112. Oster- 

sund, 1893. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 
Jatta a. — 1 Licheni dell'Erbario Tornabene. 1 op. 8.", pag. IO. 

Firenze, 1907. (Dono dell'autore). 
» — Licheni del Ruwenzori. 1. op. 8.o, pag. 11 con 1 tav. 

Milano, 1908. (Dono idem). 
> — Licheni dell'Asmara. 1. op 8.o, pag. 15 con 1 tav. Fi- 

renze, 1910. (Dono idem). 
Kruse W., Pansini S. und Pasquale A. — Influenzastudien. 1 op. '8°^ pag. 

657-664. Jena, 1890. (Dono del prof. F. S. Monti- 
celli). 



Hayes C. W 



Hn.HKR V 



HUMPHRKY R. 



Jauerskiold L. a. 



— 401 — 

Krii.sk W. nnd Pasquale A. - Untersuchuagen iiber Dj'senterie und Le- 
berabscess. 1 op. 8.", pag. 148 con B tav. (Dono Mon- 
ticelli). 

La.his 31. — A rovarvilàg befolyasa a termeszetre. 1 op, 8 ", pag. 15. 

1888-89. (Dono idem). 

Lauko V. — Per una divisione di cattedre. 1 op. 8.°, pag. 23. Na- 

poli, 19U4. (Dono idem). 

Lek M. T. — Water Resources of Beaver Valley , Utah. 1 op. 8.°, 

pag. 57. Washington, 1908. (Dono dell'IT. S. Geolo- 
gica! Survey). 

Lilk T. W. and Giety G. H. — The Manzano Group of the Rio Grande 
Valley, Neu Mexico. 1 voi. 8.°, pag. 141. Washington, 
1909. (Dono idem). 

LiNTON E. — Notes on parasites of Bermuda Fislies. 1 op. 8.", pag. 

85-126 con XV tav. Washington, 1907. (Dono del- 
l'autore). 

M.uiiNi I>. — Sull'uso del reticolo di diffrazione nello studio dello 

spettro ultravioletto. 1 op. 8.°, pag. 305-311. Roma, 
1902. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 

Magnanini G. e Malagnini G. — Sopra la conducibilità termica dei vapori 
rossi. 1 op. 8.", pag. 5. Palermo. 1898. (Dono idem). 

Malato ('ai.vinh V. E. — Sul potere attenuante e microbicida delle mu- 
cose. 1 op. 8.°, pag, 30. Torino, 1898. (Dono idem). 

Martokelli G. — Nota sopra un esemplare di Fringillide colto nel Tren- 
tino. 1 op. 8.°, pag. 17. Rovereto, 1910. (Dono del 
Museo Civico di Rovereto). 

Matteucci R. V. — Sur la production simultanee de deux sels azotés dans 
le cratère du Vesuve. 1 fase., pag. 3. Paris, 1900. 
(Dono del prof. F. S. Monticelli). 

Mazzottu D — Sui sistemi nodali delle onde elettriche ottenute col 
metodo di Lecher. 1 op. 8.°, pag. 9. Venezia, 1894. 
(Dono idem). 
— Medicai Notes and Queries. Voi. IL n. 1; January, 
1906. 1 fase. 8.0, pag. 28. Lanchaster. (Dono dell'E- 
ditore W. Cattell). 

Meeker R. L and Giles J. M. — Surface Water supply of Lower Western 
Mississippi Ri ver Drauiage 1906. 1 op. 8 ", pag. 79. 
Washington. 1907. (Dono dell'IT. S. Geological Survey). 

Miele S. — Problema sul segmento circolare. 1 op. 8.°, pag. 24. 

Firenze, 190U. (Dono del prof. F S. Monticelli). 

MoEFiT F. H. and Maddren A. G. — Minerai Resources of the Kotsina- 
Chitina Region , Alaska. 1 voi, 7.", pag. 103. Wa- 
shington, 1909. (Done dell'IT. S. Geological Survey). 

Monticelli F. S. — Adelotacta Zoologica. 1 op. 8.", pag. 441-462 con 2 
tav. Liepzig, 1896. (Dono dell'autore). 



— 102 — 

MoRiSANi D. — Gli orizzooti dellii modtinia chiriii-gi:i. 1 op S.", paj^. 
25. Na[)oli, l'JOò. (Dono del prof. F. S. Monticelli; 

NACciAKONh'; 11. — Poche parole sulla cosi detta fel)bre napoletana e la 
febbre tifoidea o meglio sulla febbre infettiva atipica. 
1 op. 8.«, pag. 579-588. Napoli, 1888. (Dono idem). 

Nkweli, F. 1 1 . Report of progress of Stream Measurements for the Ca- 

lendar Year 1902. 1 voi. 8.°, pag. 200. Washington, 
1903. (Dono dell'U. S. Geologica! Survey). 

Oglialoro a. — Poche notizie sulle sabbie emesse dal Vesuvio. 1 oj)." 
8.», pag. 2 Napoli, 1906. (Dono del prof. F. S. Mon- 
ticelli). 

Olsonn P. — Om myrornas lif. 1 op. 8.", pag. 0. Ostersund, 1887. 

(Dono idemj. 
» — Fòrteckning òfver Ostersunds hogre AUmaona Laro- 

verks Mynt-Och Medaljsamling; 111. Medeltidsmynt 
IV. Moderna Mynt. Asièn, Afrika, Amerika, Austra- 
lien. 2 fase. pagg. 31 e 19. Ostersund, 1886 e 1889. 
(Dono idem). 
— Papers on the Conservations of Minerai Resources. 1. 
voi. 8.°, pag. 214. Washington, 1909. (Dono dell'U. 
S. Geogical Survej'). 

Paravicini G. — Nota sifilografica. 1 op. 8.°, pag. 14 con 2 tav. Mi- 
lano, 1902. (X>ono del prof. F. S. Monticelli). 

Pasquale A. — Vergleichende Untersuchuugen iiber Streptokokkeu. 1 
op. 8.", pag. 433-498. (Dono idem). 
» — Sul tifo a Massaua. Studio clinico ed osservazinni bat- 

teriologiche. 1 op. 8.0, pag 69. Roma, 1891. (Dono 
idem). 
» — Nota preventiva sulle febbri di Massaua. 1 op. 8.°, 

pag. 44. Roma, 1889. (Dono idem). 
» - Studio etiologico e clinico delle malatlie febbrili più 

comuni a Massaua. 1 fase, pag. 64. Roma, 1891. 
(Dono idem). 
» — Ricerche batteriologiche sul Colera a Massaua e Con- 

siderazioni igieniche, l op. 8.°, pag. 27. Roma, 1891. 
(Dono idem). 
» — L'epidemia d'influenza nel 2.* Dipartimento Marittimo. 

1 op. 8.", pag. 40. Roma, 1890. (Dono idem). 

Peknick B. — Sulla peritonite sperimentale. 1 op. 8.". pag. 11. Na- 

poli, 1887. (Dono idem). 

PiKKANTONi U — Su alcuni Eiipln/.idac del Golfo di Napoli. 1 op. 8.°, 
con 1 tav. pag. 53-64. Na])oli, 1909. (Dono dell'autore). 
y> — L'origine di alcuni organi cV Iceyra purchasi e la sim- 

biosi ereditaria (Nota preliminare). 1 op. 8°, pag. 
147-150. Napoli, 1910. (Dono idem). 



— 403 — 

PjKKANTONi [T. — Origini e struttura del corpo ovale del Daclylopius citri. 
e del corpo verde àeW Aphis braanicae. II Nota pre- 
liminare sulla simbiosi ereditaria. 1 op. 8.°, pag. 4. 
Napoli, 1910. (Dono dell'autore;. 
» — Sulla utilizzazione dei ragni quali predatori d' insetti 

nocivi in agricoltura. 1 op. 8.", gr., pag. 7. Napoli, 
1909. (Dono idemj. 

PiTzoRN P A. — Un caso di avvelenamento per funghi. 1 op. 8.", pag. 
3. Milano, 1892. (Dono del prof. P. S. Monticelli). 

PiTzoBNo M. — -Osservazioni sul peso del cuore e sulle dimensioni degli 
orifizii cardiaci. 1 op. 8.°, pag. 4. Milano, 1894, (Dono 
idem). 
» — Sulle fi-atture delia base del cranio. 1 op. 8.", pag. GG. 

Sassari, 1894. (Dono idem). 

PiuTTT A. — Derivati maleinici e fumarici di P. Amminofenoli: 1 

op. S.o, pag. 635-G41. Roma, 1908. (Dono idem). 

PizzoRXd M. — Un muscolo soprannumerario dell' avambraccio. (Fles- 
sore proprio dell'anulare) 1 op, 8.°, pag. 4. Milano, 
1892. (Dono idem), 

PoYARKOFF E. — Orgauc sensoriel nouveau et histologie des muscles de 
la larve de Tetrarhynchus papillifer n. sp. 1 op. 8,°, 
pag, 30, ili. Bordeaux, 1909. (Dono della Soc. d'O- 
céanographie du Golfe de Gascogne). 

Prindi.k L. M. — The Fortymile Quadrangle Yukon-Tanana Region, A- 
laska. 1 op. 8.°, pag. 52. Washington, 19U9. (Dono 
dell'I). S. Geological Survey). 

QuADii I). — Sulla presenza del veleno tetanico nel sangue. 1 op. 

8.°, pag. IG. Napoli, 1894. (Dono del prof. F. S. 
Monticelli). 
— Ragguagli dei Lavori Accademici della Società Reale 
Borbonica per 1' anno 1826. 1 fase. pag. 41 e per 
l'anno 1827. Napoli, 1827 e 1828. (Dono idem). 

Randall D. T. and Weeks H. W. — The Smokeless combustion of Goal 
in boiler Plants. 1 voi. 8.°, pag. 188. Washington, 
1909. (Dono dell'U. S. Geological Survey). 

Ransomk F. L. and Calkins F. C. — The Geology aud ore deposits of the 
Coeur d' Alene District , Idaho. 1 voi. fol. ili. pag. 
203. Washington, 1908. (Dono idem). 

Ray W. V. and Krkisinger H. — • Comparative tests of Run-of-Mine and 
briquetted coal on the Torpedo Boat Bidle. 1 op. 8.*>, 
pag. 49. Washington, 1909. (Dono idem). 

Rkuitffat O. — I solfo-alluminati di calcio e la decomposizione delle 
costruzioni marittime eseguite in cemento Portland. 
1 op. 8.°, pag. 3. Palermo, 1901. (Dono del prof. F. 
S. Mouticellij. 



404 — 

— Relazione della Commissione Reale incaricata di desi- 

gnare le zone più adatte per la ricostriizioue degli 
abitati colpiti dal terremoto del 28 dicembre 1908 o 
da altri precedenti. 1 voi. 8.°. gr., pag. 167, con 15 
tav. e 4 fig. Roma, 1909. (Dono della R. Accademia 
dei [jincei ). 

— Report of the Muscum of Natiu'al History Springfield. 

1 op. S.". pag. i>. Springtield, 1908-1909. fDono della 

Direzione ilei Museo). 
Rho K. — Sguardo generale sulla patologia di Massaua e studio 

sulle malattie febbrili che vi predominano, 1 op. 8.°, 

pag. 65. Roma, 1894. (Dono del prof. F. S. Monti- 
celli). 
» — Contribuzione allo studio delle piressie più comuni a 

Massaua. 1 op. 8.", pag. 54. (Roma, 1886. Dono idem). 
> — ■ Ematuria ed altre emorragie senza apparenti lesioni 

organiche. 1 op. 8.», pag. 21. Roma, 1893. (Dono 

idem). 
» — L'ittiolo nella cura di alcuni morbi oculari e special- 

mente della blefarite cigliare. 1 op. 8.°, pag. 10. 

Roma, 1894. (Dono idem). 
Rifili! T. — L' immunità nei suoi rapporti con la funzione della 

milza. 1 op. 8.", pag. 31. Napoli, 1893. (Dono idem). 
RojAS AoosTA N. — Historia Naturai de Corrientes. 1 op. 8.°, pag. 68. Cor- 

rientes, 1904. (Dono idem). 
RoNCAi.T D. B. — Contributo allo studio dell'infezione tetanica sperimen- 
tale negli animali. 1 op. 8.°, pag. 26. Napoli, 1893. 

(Dono idem). 
Sacoani F. — La Tavola Universale delle frazioni prime. 1 op. 8.°, 

pag. 7. Reggio Emilia, 1899. (Dono idem). 
» — Allo Spallanzani. La teoria universale dei numeri primi 

e delle frazioni prime. 1 op. 8.", pag. 38. Reggio 

Emilia, 1899. (Dono idem). 
» — Allo Spallanzani. La Tavola dei numeri primi da 1 a 

10000. 1 op. 8.0, pag. 10. Reggio Emilia, 1899. 

(Dono idem). 
Salmon D. e. — Tubercolosis of the Food-producing Animai s. 1 op. 8.°, 

pag. 96 con tav. Washington, 1906. (Dono dell'U. S. 

Department of Agriculture). 
» — The Tuberculin test for tubercolosis 1 op. 8.°, pag. 581- 

592. Washington, 1901. (Dono idem). 
ScANDAUATo R. — La medicina e chirurgia veterinaria nel campo scien- 

tifico-professionale. 1 op. 8.°, pag. 35. Girgenti. 1902. 

(Dono del prof. F. S. Monticelli). 
Scarpa 0, — Contributo alla teoria delle soluzioni. 1 op. 8.», pag. 362-369. 

Roma, 1908. (Dono Fr. Sav. Monticelli). 



405 

Scarpa O. — Sulla sintesi dell'anidride nitrosa col metodo di Heli)ig. 

1 op. 8.0, pag. 4, 1907. (Dono del prof. F. S. Mon- 
ticelli). 
» _ La legge di Beer è valida per le soluzioni colloidali ? 

1 op 8.0, pag. 299-306. Roma, 190(5. (Dono idemj. 
SoHLUNDT H. and Moore B. R. — Radioactivity of the Thermal Water of 
Yellewstone National Park. 1 op. 8.«, pag. 35. Wa- 
shington, 1909. (Dono dell'U. S. Geological Survey). 
ScuwEiNiTz E. A. -- The Serum treatment of Swine piagne and hog Cho- 
lera. 1 op. 8.°, pag. 18. Washington, 1839. (Dono 
dell'U. S. Department of Agriculture), 
Skmmola e. — Di talune variazioni di temperatura delle foglie di edera 

esposte alle radiazioni solari dirette. 1 op. 8.", pag. 
8. Napoli, 1909. (Dono dell'autore). 
^— Le curve iso-anomale della gravità terrestre e le aree 
sismiche. 1 op. 8.«, pag. 5. Napoli, 1909. (Dono idem). 
goj^<^ p — Osservazioni cliniche con relative considerazioni. 1 op. 

8.". pag. 20. Firenze, 1888. (Dono del prof. F. S. 
Monticelli). 
» _ Sul Cholera in Cairo d'Egitto nell'anno 1888. 1 op. 8.°, 

pag. 23. Pisa, 1884. (Dono idem). 
» -- Del clima e delle malattie di Singapore. 1 op. 8.°, pag. 

16. Firenze, 1886. (Dono idem). 
Spinkli.i P. G. — L'intervento vaginale nella gravidanza tubarla dei primi 
mesi. 1 op. 8.0, pag. 22. Napoli, 1908. (Dono idem). 
Stablkr II. and Pratt G. H. — The purification of some Testile and other 
Factory Wastes. 1 op. 8.", pag. 76. Washington, 1909. 
(Dono dell'U. S. Geological Survey). 
Stkong R. M. — Commercial Deductions from comparisons of Gasoline 
and alcohol test on internal-combustion engines. 1 
op. 8.°, pag. 38. Washington, 1909. (Dono idemJ. 
SuLZER M. — Uber Wanderniere und deren behandlung durch Ne- 

phrorraphie. 1 op. 8 «, pag. 96. Leipzig, 1890. (Dono 
del prof. F. S. Monticelli). 
Tarulij G. — Sull'applicazione dell'elettrolisi dei sali di rame nell'a- 

nalisi quantitativa degli zuccheri. 1 op. 8.°, pag. 10. 
Palermo, 1896. (Dono idem), 
e Mameli Cubeddu E. —Ricerche sul potere riduttore di alcuni 
zuccheri con il processo elettrolitico. 1 op. 8 ", pag 
8. Palermo, 1896. (Dono idem). 
Terracciano N. — La Flora dei Campi Plegrei. 1 voi 8.", pag. 336. Na- 
poli, 1910. (Dono del prof. F. De Rosa). 
TRiNcmERi G. — Intorno ad una Laboulbeniacea nuova per l'Italia (Tre- 
nomyces hisfophtorus Chatt. et Pie). 1 op. 8.», pag. 7. 
Napoli, 1910. (Dono dell'autore). 



— 406 — 

— Tuberc*(»lo.si (Ijr) ed i mezzi per combatterla. 1 op. 16.", 

pag. UH. Milano, 1005 (Dono del |.rf)f. F. S. Mon- 
ticelli). 

\ai,i,i K. — Della tarsalgia studiata scientificamente. 1 op. 8.", paj^. 

32. Torino, 1873. (Dono idem). 

Fan Misk e. li. and LKrni C. K. — Pre-bambrian Geology of North A- 
merica. 1 voi. 8.", pag 939. Washinhton, 1909. (Dono 
deirU. S. Geologica! Surveyj. 

Vanni G — Epimo atomizzato di Lord Kelwin. 1 op. 8.», pag. 11. 

Roma, 1904. (Dono del prof. F. S. Monticelli;. 

Vktkke V. — Sull'impiego del tetracloruro di carbonio nella ricerca 

delle materie coloranti proibite dalla legge sanitaria 
nelle paste alimentari. 1 op. 8.°, pag. 13. Napoli, 
1907. (Dono idem). 

— Viaggio di esplorazione nei Monti del Kai-akoram. Con- 

ferenza letta da S. A. R. il Principe Luigi Amedeo 
(li Savoia, Duca degli Abruzzi in Torino il 16 feb- 
braio 1910. 1 op. 8.°, pag. 46 ili. e carte. Torino, 
1910. (Dono del Club Alpino Italiano). 

Viola C. - La, supposta vita dei cristalli. 1 op. 8.*>, pag. 20. Roma, 

1902. (Dono del prof. F. S. Monticelli). 

Wahrhkit — Nota sulla Flora dei dintorni di Napoli, 1 op. 8.°. pag. 

2. Napoli, 1897. (Dono idem). 

Whitk D — The Effect of Oxygen in Coal. 1 op. 8.°, pag 74. Wa- 

shington, 1909. (Dono dell'U. S. Geoiogical Survey). 

Wrihht C. L — Briquetting tests at the United States Fuel - testing 
Plant Nonfolk, Virginia, 1907-8. 1 voi. 8", pag. 41. 
Washington, 1909. (Dono idem). 



I IV 1^ I O K^ 



PiERANTONi U. — Origine e strvittura del corpo ovale del Dacfplo- 
jùnscitriedél corpo verde delV AjìÌììs brassicae. il nota, 
preliminare sulla simbiosi ereditaria. .... pa^j. 1 
PoLiCE G. — Di due casi di morsicatura dì vipera. Nota ...» 5 
Gauthier V. — L' idrografia dell'agro teleslno. Nota . . . . » 9 
Trinchieri G. — Intorno a una Laboulbeniacea nuova per l'Italia (Tre- 

HODììjces histnphturns Chatton et Picard). Nota . . . » 18 
Ricciardi L. — Su Je Relazioni delle Reali Accademie di Sienze di 
Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi 

del 1783 e 1908 ^ 2?, 

Armenante e. — Contributo allo studio dei Mallofagi. Osservazioni 

sul Menopon pallidum (con la tav. I.) . . . . » 76 

Aguilar e. — Sul modo d'inserirsi delle fibre della Zonula di Zinn 
sulla capsula anteriore del cristallino nell'occhio umano. 
Nota preliminare ("con la tav. II) . . . . . . » 96 

Raffaele F. — Salvatore Lo Bianco Commemorazione . . . » 99 
Gauthier V. — Poche osservazioni al lavoro del prof. L. Ricciardi 
« Su le Relazioni delle Reali Accademie delle Scienze di 
Napoli e dei Lincei di Roma sui terremoti calabro-siculi 

del 1783 e 1908. » » 113 

Cdtolo a. — Una nuova sofisticazione dell'olio di ulive. Nota . » 117 
Ricciardi L. — Il sismismo, il vulcanismo e la costituzione geofi.sica 

del geoide ........... 121 

Cotronei G. — La fascia vitellogena nell'oocite in crescita di An- 

tedon rosacea. Nota preliminare riassuntiva . . . » 155 
CuTOLO A. — Composizione e valore nutritivo dei « taralli », pro- 
dotto della panificazione speciale di Napoli ...» 158 
Gargano C. — Di alcune formazioni patologiche a tipo epitelioide. 

I. Il MoUuscum contagiosum di Bateman (con la tav. Ili) » 165 
PiERANTONi U. — Osservazioni su Aphrophora spumaria L. . . » 289 
CuTOLo A. e Calendoli E. — Analisi chimica e batteriologica del- 
l'acqua di Assano ......... 295 

PiERANTONi U. — Sul corpo ovale del Dacti/lopiìis. Nota ...» .303 
Gargano C. — Trapianti di tumori epiteliali umani nel sorcio (Mus 
Musculus) e loro trasformazione in sarcomi. Nota pre- 
ventiva. ...... 305 

RiccuRDi L. — Su la invenzione del Tectonismo .... » 309 
PiccoLi-FoÀ J. — Azione dell'anidride itaconica sopra i p-ammido-fe- 

noli. Contributo allo studio sulla Tautomeria ...» 337 



— 408 — 



l'ROrK.sSI VKRHAM UKLLE TOKNATK . ..... 

Monticelli Fr. ÌSav. — Sul ciclo biologico dei cestodi degli iiccell 
acquatiti ......... 

— — — Su i Neincrtiiii d'ac^jua dolce in Itiilia. 

l'iERANTONi U. — Sull'ennalroditismo larvale dUcerya purclirtsi. 
Consiglio direttivo per l'anno 191 1 . 
Elenco dei socii . 
Elenco dei canihi ....... 

Elenco delle pubblicazioni j^ervcnule rn dono 



/<«//. ;>iif) 



:W6 
1^67 
I37D 
^81 
383 
387 
3^5 



Gli Autori assumoiio f intera respoosaliililà dei loro scritti. 



Bdl.Soc.NatJapoli.VdXXIV 191C 
Rg. 




Atìonucq E, ed taenanle 



it Tacclimanii e Ferrari 



boli. d. Soc. di X(d. ili Xapoll A?nio XXIV. Jf)l'l 



■ Tav. IL 




Fot. E. Aguilar 



Diam. 101.,. 



Aguilar E. — Sul modo </' inserirsi delie fibre della Zonula di Zinn sulla capsula anteriore 
del cristallino ne II' occhio umano. 



/lo//,,/..Se>/:r/(Xaf. fh ,V/7/w// IhUW MO 



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K.I,:?. 



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C.Ctargario ad nat.del 



lit Tacchifiai'dieFsrrari-ftvia 



ONORANZE E FESTEGGIAMENTI 

NEL l." CENTENARIO DALLA MORTE DI 

FILIPPO CAVOLINI 



PROMOSSE 



SOTTO L'ALTO PATRONATO DI S, M. VITTORIO EMANUELE IH RE D' ITALIA 

DALLA 

(12-13 SETTEMBRE 1910) 



SUPPLEMENTO 

AI- 

BOiiLETTlNO DELIiR SOCIETÀ DI KflTURflLISTl 

in KTapoli 
Anno XXIV -Voi. XXIV 



NAPOLI 

R. Stabilimento Tipografico Francesco Giannini & Figli 

Cisterna dell' Olio 
1911 



La Società di Naturalisti in Napoli , ispirata dal- 
l' alto ideale di serbar viva la memoria degli antichi 
nostri maggiori nelle discipline naturali, monito e sprone 
a giovanile entusiasmo pel progresso di queste da noi, 
ricorrendo nel 1910 il primo Centenerario dalla morte 
di Filippo Cavolini, non volle lasciar passare in silenzio 
una data memorabile per la storia della Scienza alla 
quale questo insigne napoletano appartiene per magi- 
strali lavori di Zoologia e di Botanica, che destarono 
l'ammirazione dei dotti d' ogni parte del mondo. 

Su proposta del Consiglio direttivo, da più anni ma- 
turata, prese perciò 1' iniziativa, accolta con unanime 
voto di tutti i Socii, di ricordare degnamente 1' illustre 
scienziato napoletano, che fu professore nella patria Uni- 
versità. 

L' iniziativa della Società raccolse il plauso delle 
Autorità cittadine e di quanti hanno a cuore 1' antica 
tradizione scientifica del napoletano. 



S. M. il Re lia voluto testimoniare il suo Sovrano 
interessamento alle onoranze a questo illustre italiano, 
concedendo l'augusto Suo alto patronato. Ed il Sindaco 
di Napoli ed il Magnifico Rettore dell' Università assun- 
sero con simpatica premura la presidenza della solenne 
commemorazione di questo grande napoletano. 

Costituitosi allo scopo nel seno della Società di Na- 
turalisti un comitato ordinatore per organizzare le ono- 
ranze e festeggiamenti, suo primo pensiero fu, per ren- 
dere la manifestazione cittadina più degna e solenne, 
d' invitare quanti con l' autorità del grado e del nome 
potevano contribuirvi, a far parte di un comitato d'onore; 
al quale tutti, quanti furono invitati, solleciti aderirono, 
testimonianza della importanza die il paese dav^a alle 
onoranze centenarie di questo napoletano che, per l'opera 
sua ha illustrata la patria italiana. 

Il Comitato ordinatore divisò non potersi meglio 
onorare la memoria di Filippo Cavolini se non ristam- 



paiido le sue classic-lic opere ed apponendo una lapide 
sulla villa, a Posillipo, dove visse il Cavolini (oggi Villa 
de Mellis), che fu il suo laboratorio di biologia marina; 
mentre indiceva una solenne pubblica commemorazione 
nell'Aula Magna della Università, sotto gli auspici i del 
Rettore Magnifico, che a questa cerimonia invitava le 
Università consorelle d' Italia e dell' estero, le Acca- 
demie e Società italiane e straniere, gli istituti ed i 
cultori di biologia, che d'ogni parte risposero con una- 
nime simpatia, attestazione di stima ed ammirazione per 
l'opera di Filippo Cavolini. 

Le adesioni numerose di sodalizii italiani e stra- 
nieri resero maggiormente solenne la manifestazione 
mondiale di omaggio allo scienziato italiano, onore del 
nostro paese, che si svolse nella cerimonia commemo- 
rativa alla presenza delle autorità cittadine e dei de- 
legati esteri e nazionali. 



I 



Alla ristampa delle opere contribuirono generosi 
oblatori, che secondarono l' iniziativa della Società di 
Naturalisti, sottoscrivendo per la pubblicazione del ma- 
gnifico volume in quarto grande, ricco eli numerose ta- 
vole, che raccoglie le memorie di Zoologia e Botanica 
del Cavolini. 

L'opera disinteressata, omaggio di artista, dello scul- 
tore Comm. Mossuti, tramanda ora ai posteri il nome 
dell' illustre nostro concittadino sulla casa, che fu sede 
dei magistrali suoi studi. 




Comitato d' Onore 



Comitato Ordinatore 








Com itato d'Onore 



Presideuti onorarti 



IL SINDACO DI NAPOLI 

M. se Ferdinando Del Carretto 
Senatore del Regno 



IL RETTORE DELLA R. UNIVERSITÀ 

Prof. Pasquale Del Pezzo 
Duca di Gaianiello 



Componenti 



S. E. IL MINISTRO DELLA PUBBL. ISTR. 
Oli. Prof. Luigi Credaro 



S. E. IL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA 

Ou. Dott. Giovanni Ranieri 



Il Prefetto di Napoli, Marchese Francesco De Seta, Senatore del Regno. 
11 Presidente del Consiglio Provinciale, on. Prof. Comiu. Francesco Girardi, 

Vice Presidente della Camera dei Deputati. 
11 Presidente della Deputazione Provinciale, Corani. Paolino Angrisani. 
11 Presidente della Reale Accademia delle Scienze , Prof. Cav. Francesco 

Bassani. 
II Presidente del R. Istituto d'Incoraggiamento. Comm. Nicola Miraglia. 
Il Direttore della R. Scuola Superiore di Agricoltura in Portici, Prof. Coram. 

Orazio Comes. 
11 Direttore della R. Scuola Superiore di Medicina-Veterinaria di Napoli, 

Prof. Comm. Salvatore Baldassarre. 
11 Preside della Facoltà di Scienze Naturali, Prof Ciro Chistoni. 
L'Assessore del Comune di Napoli per la Pubblica Istruzione, Prof. Comm. 

Luigi Correrà. 
il Presidente dell'Unioue Zoologica Italiana, Prof. Comm. Lorenzo Camerano, 

Senatore del Regno. 






— io- 
li Presidente della Società Botanica Italiana, Prof. (Jav. Pasc^ualk Baci'arini. 
Il Presidente dell'Accndemia i^)ntaniana, Prof. Comm. Fkdkrico Pkrsico. 
Il Presidente della Società di Naturalisti in Nai)o!i, Prof. Fr. Sav. Monti- 
celli. 
11 Presidente dell'Associazione dei Naturalisti e Medici, Prof. (Jav. Domenico 

MoRISANI. 

Il Direttore dell'Istituto di Anatomia Coin])arata della R. Università di Na- 
poli, Prof. Cav. Antonio Della Valle. 

11 Direttore dell'Istituto Botanico e R. Orto Botanico della R. Università di 
Napoli, Prof. Fridiano Cavara. 

Il Direttore dell'Istituto d'Istologia e Fisiologia Generale della R. Università 
di Napoli, Prof. Comm. Giovanni Paladino, Senatore del Regno. 

11 Direttore dell'Istituto di Geologia della R. Università di Napoli, Prof. Cav. 
Francesco Bassani. 

Il Direttore dell' Istituto Zoologico della R. Università di Napoli, Prof. Fr. 
Sav. Monticelli. 

Il Direttore della Stazione Zoologica di Napoli, Prof. Dott. Rinaxdo Dohrn. 

Il Vice-Direttore della Stazione Zoologica di Napoli, Prof. Paolo Mayek. 

Il Presidente del Comizio Agrario di Napoli, Prof. Francesco De Rosa. 

Il Direttore del Museo Nazionale, Prof. Comm. Vittorio Spinazzola. 

11 Presidente della Società di Storia Patria di Napoli, Prof. Comm. Giuseppe 
De Blasiis. 

11 Presidente della Società Africana d'Italia, on. Prof. Errico De Marinis. 

Il Presidente della Camera di Commercio ed Arti di Napoli , Comm. Luigi 
Petriocione. 

11 Presidente del Circolo Filologico, ou. Prof. Comm. Alberto Maruhieri. 

Prof. Comm. Nicola Tbrracciano, già Direttore del Giardino Inglese del Parco 
Reale di Caserta. 

On. Conte Girolamo Giusso, Presidente Onorai'io dell'Associazione per gii in- 
teressi agrari del Mezzogiorno. 

Barone Vincenzo De Mellis, rappresentante della famiglia di Filippo Cavolini. 



Presidenti effettivi 

Pluf. Fr. Saverio Monticelli Prof. Fridiano Cavara 

Vice Presidenti 

Prof. Michele Geremicoa Prof. Francesco De Kosa 

Segretari 

Prof. Ugo Milone Prof. Umberto Pikrantoni 

Tesoriere 

Dott. Oav. Enrico Cutolo 



Com itato Ord inatore 



Presidente 

Prof. Fr. Sav. Monticelli 
Presidente della Società di Naturalisti 

Vice Presidenti 

Prof. Fkidiano Cavara Prof. Michele Gkremicca 

Seg:retaril 

Prof. Umberto Piera ntoni Prof. Ugo Milone 

Vice iSegretarii 

Dott. Eugenio AouiLAR-Dott. Alessandro Bruno- Dott. Ernesto Caroli— 
Prof. Attilio Cerruti - Luigi Gufino — Dott. Francesco ^icolosi — 
Prof. Gesualdo Police. 

Tesoriere 

Dott. Cav. Enrico Cutolo 

Componenti 

Prof. Antonino An ile— Prof. Francesco Balsamo — Prof. Francesco Capo- 
bianco— Prof. Abele de BLASio-Prof. Aurelio de GASPARis-Dott. Paolo 
Della Valle - Prof. Francesco de Rosa - Prof. Gioacchino di Paola — 
Prof. Oreste Forte — Dott. Claudio Gargano— Cav. Carlo Praus— Dott. 
Cav. Luigi Quintieri - Prof. Comiu. Leonardo Ricciardi - Prof Luigi 
Savastano — Prof. Alfonso Siniscalchi -Sig. Emilio TRANi-Barone Raf- 
faele Valiante. 



SOLENNE IIOMMEMORAZIONE 



DI 



FILIPPO CAVOLINI 

NELL'AULA MAGNA DELLA R. UNIVERSITÀ 



Xas ^^l;^^!^^»!^!?^ lOlO 



g^g^g^ìMSg^g^S^g^P^^^'*''^* 



La soleiinu cerimonia commemorativa di Filippo Cavolini 
ebbe luogo neir» Aula Magna » della R. Università riccamente 
addobbata con piante. Sono presenti il corpo accademico, le au- 
torità cittadine, i rappresentanti del Ministro della Pubblica Istru- 
zione e di quello di Agricoltura, Industria e Commercio, i dele- 
gati delle Università e dei corpi scientifici esteri e nazionali, i 
rappresentanti della Famiglia Cavolini, e moltissimi invitati, si- 
gnore e signori. A tutti gli intervenuti venne offerto un opuscolo 
contenente la vita di Filippo Cavolini con numerose illustrazioni 
rappresentanti la villa di Posillipo e diversi facsimili di docu- 
menti e di manoscritti inediti. 



Apre la seduta il Rettore Magnifico: Duca di Caianiello, 
col seguente discorso: 

« Quest'antica gloriosa studiorum mater Neapolis è ricono- 
scente all' omaggio clie oggi da ogni parte si rende a Filippo 
Cavolini nel primo centenario dalla sua morte. 

« Ringrazio S. E. il ministro della I. P. che si associa alla 
odierna solenne commemorazione e voi tutti qui intervenuti e 
tutte le Università e sodalizii italiani e stranieri , che nei loro 
rappresentanti e con le loro adesioni alla nostra festa di fami- 
glia, hanno voluto affermare la solidarietà della scienza nell'o- 
norare l'illustre nostro concittadino che è vanto di questo patrio 
Ateneo. E porto il mio saluto a voi, zoologi d'Italia qui radunati 
pel vostro convegno, che con cortese deferente pensiero avete 



- l(i — 

voluto tenero in Napoli nijll'oceasione di queste foste ccmtcnarie, 
rievocando il ricordo di nostra antica «i^loria, auspicio di lavoro 
fecondo, di risultati efficaci pel progresso delia scienza del nostro 
paese ». 

Prendo poi la parola l'assessore delegato coram. Rodino, il 
quale, in nome del sindaco e della città, si unisce alle onoranze 
all'illustre figlio di Napoli che nel decimottavo secolo seppe tener 
alto il nome della nostra scienza. Rivolge infine un saluto be- 
neaugurante ai componenti l'ottavo Congresso zoologico italiano. 



/^=^^^ 



DISCORSO 

DEL 

Senatore Prof. G. PALADINO 

Rappresentante della R. Accademia delle Scienze di Napoli 



Signori , 

Lontano da Napoli il Presidente della nostra Reale Accademia 
delle Scienze, il chiarissimo Prof. Bassani, ho ricevuto io il gra- 
dito incarico di portare oggi la parola riverente ed esultante 
dell' illustre sodalizio alla festa commemorativa di uno dei sommi 
tra i passati suoi socii. 

Il ricordo degli uomini sapienti, la commemorazione degli 
nomini eccelsi in qualunque ramo delle attività umane è omaggio 
doveroso per parte di gente cosciente e civile. Si dimostra d'altra 
parte con fatti il valore della sentenza che la storia è la maestra 
della vita o meglio la guida come diceva il Manzoni. 

La vita degli uomini sapienti e novatori o la storia docu- 
mentata delle scoperte, delle invenzioni, delle idee sublimi e rin- 
novatrici è gran parte dello svolgersi generale dello spirito umano, 
e quindi in altri termini ben può dirsi, che la storia universale 
in massima sia una serie di biografie degli uomini preclari o 
degli Eroi dell'umanità come li chiamò il Carlyle. 

Filippo Cavolini, o Signori, è appunto uno di tali Eroi, uno 
di quegli scienziati che insieme ai politici scrissero, colla loro vita 
esemplare a Napoli nella fine del secolo antipassato, quella pagina 
che ben fu detta di pura gloria italica nella storia del mondo. 

Il Cavolini, nato nel 1766, fu da morte rapito a soli 54 
anni, cioè nel marzo del 1810. Ebbe ingegno privilegiato, ingegno 
potente e fattivo. In ossequio al volere del padre studiò Giuris- 
prudenza , ma per intima passione fu attratto alla studio della 
Storia Naturale e propriamente delle Scienze biologiche, duci 



— 20 — 

Cotugno o Domenico Cirillo. Complossa fu perciò la sua attività. 
Scrisse un'opera legale molto apprezzata ai suoi tempi e non di- 
menticata dal titolo: Progymnasma in veterum. juris consultonim 
phUosophia , Napoli 1799, ma la maggiore, la cospicua sua atti- 
vità la spiegò nello studio, nell'esplorazione di quel Thesaiirum 
profundis terrae viscerihus absconditum densisque tenebris involiitiun, 
come era allora indicato il nostro golfo colla splendida sua fauna 
e l'interessante flora. 

Benché egli dicesse « di non professare Storia naturale, e non 
pretendere in questa di divenire solenne maestro », pure si segnalò 
siffattamente dal bel principio, esegui indagini con tanta profondi- 
tà, con tale sagacia di osservazioni, accuratezza di esperimenti, e 
con tante e sì luminose scoperte, che il Bonnet, una delle mag- 
giori autorità scientifiche del tempo, potè dire: che il Cavolini 
era il Colombo di lutto il mondo dei polipi marini, ed il Fon- 
tana, altra autorità scientifica, ebbe a dichiararlo un vero e felice 
interprete della Natura. 

La nostra Accademia delle Scienze, come fu riorganizzata 
e dotata nel 1808 sotto Giuseppe Bonaparte, l'ebbe per socio 
ordinario residente, sebbene per poco tempo, essendo morto come 
si è detto nel marzo del 1810. Che vuoto avesse lasciato tra i 
contemporanei e tra i posteri si rileva dal fatto che l'Accademia 
delle Scienze in toto e qualche socio in particolare non desistet- 
tero dal proposito di pubblicare e il molto che aveva lasciato 
inedito il Cavolini e ristampare alcune delle memorie originali 
pubblicate in Patria e fuori. Grli è cosi che nel 1° volume degli 
Atti della nostra Accademia pubblicatosi soltanto nel 1819, cioè 
dopo 9 anni dalla morte del commemorato, fa compreso il 1» 
frammento inedito sotto il titolo di Appendice sulla generazione 
dei pesci cartilaginosi. Dopo molti anni e propriamente nel 1845 
l'Accademia ritornò ad occuparsi della stampa dei lavori del Ca- 
volini ed incaricò due suoi socii, tra cui l'esimio Delle Cliiaje, 
coli' intento di far scegliere i migliori tra i manoscritti, di com- 
pierli ove ve ne fosse stato bisogno e pubblicarli. Quali difficoltà 
avesse incontrata nella sua opera una tale commissione non sap- 
piamo, poiché della sua opera nulla venne a luce. Però il Ca- 
volini non fu dimenticato, ed infatti nel volume del Rendiconto 
della nostra Accademia uscito nel 1849 fu stampato il lavoro: 
Sulla fruttificazione del Carrubo (Ceratonia siliqua di Linneo) e 
più tardi, cioè nel 1853, il Delle Chiaje, vincendo tutti gli ostacoli, 
pubblicò un volume in 4*^ con tavole e con bella dedica all' in- 



— 21 - 
signe Alessandro Humbold ammiratore del nostro Paese ed esti- 
matore dei nostri uomini di valore. 

Ma non solo in Zoologia produsse esuberantemente il Ca- 
volini. Egli scrisse pui-e in Geologia e fu un vero astro luminoso 
in Botanica come ebbe a denominarlo il compianto nostro Col- 
lega Delpino nell'occasione d'illustrare i lavori botanici di Do- 
menico Cirillo. Ed invero il Cavolini ebbe il raro merito di non 
arrestarsi alla sterile cognizione tecnica zoologica e botanica, ma 
seppe a tempo addentrarsi nell' interpetrazione dei fatti, riportare 
questi a generali principi!, a concrete dottrine; non omise di ser- 
virsi di quel portentoso mezzo di analisi che è il Microscopio; 
fu insomma un anticipato Biologo nel vero senso della parola, 
onde il nome di lui sarà onorato fino a quando si terranno m 
pregio la scoperta del vero, l'aumento delle cognizioni positive, 
il genuino amore per la cultura e l'onore del proprio Paese. 

Il Cavolini ebbe attestati di stima in Patria e fuori. Fu isti- 
tuita con decreto del 20 settembre 1808 nella nostra Università 
un'apposita cattedra per lui dal titolo : Sulle teorie generali della 
Storia Naturale con dimostrazioni. Oltre di essere nominato socio 
ordinario residente della nostra Accademia delle Scienze e del- 
l'Accademia Pontaniana, fu socio corrispondente dell'Accademia 
di Torino e di quella dei Georgofìli di Firenze. Fu inoltre cor- 
rispondente di diverse accademie estere fra le quali della Società 
Linneana di Londra. 

Qui va pure ricordato che parecchi suoi lavori furono ori- 
ginalmente tradotti e pubblicati in tedesco nel 1790 e nel 1792 
da persone note nella cultura speciale. 

Fra le difficoltà in cui si svolse il lavoro del nostro festeg- 
gi ato non bisogna dimenticare lo stato deplorevole nel quale si 
trovavano le Biblioteche, onde spesso non si era in grado di co- 
noscere lo stato delle cognizioni e quindi la letteratura riguar- 
dante i diversi argomenti. 

Divise il Cavolini collo Spallanzani il gran merito di essere 
stati i precursori neU' istituire i laboratori! scientifici, l'uno a Po- 
sillipo e r altro a Portovenere presso la Spezia , per lo studio 
degli animali e delle piante marine, seguiti oggigiorno dalle Sta- 
zioni zoologiche, fra le quali la nostra grandiosa nella Villa na- 
zionale, restata sempre il primo e maggiore Istituto scientifico 
internazionale del genere. 

Bene a proposito viene oggi la commemorazione di un tan- 
t'uomo, e vanno lodati e ringraziati i benemeriti promotori della 



- 32 - 

tosta di oggi o degli altri pi-opositi commemorativi; iii;i iioii hasta, 
o Signori,che il Cavoliai sia ricordato. Fa d'uopo che la sua me- 
moria resti ??ionito perenno per le presenti e le future generazioni, 
affine d'imitarlo e contribuire così efficacemente, ora e sempre, al 
progresso delle scienze ed all'accrescimento della gloria, e d<'i pii-- 
stigio della Nazione. 



DISCORSO 



DEL 

Prof. STEFAN VON APATHY 

della Università di Kolozwar (Ungheria) 
Happreseiitante i delegati esteri 



Magnifico Rettore^ Illustri Presidenti^ Signore e Signori! 

Fra tutt' i rappresentanti stranieri di Accademie, Università e 
altri Istituti scientifici, adunati qui per rendere omaggio alla me- 
moria di Filippo Cavolini, sono forse io legato all'Italia, e spe- 
cialmente a Napoli, con i più numerosi legami di lavoro scientifico 
compiuto sotto il cielo italiano. 

Questa circostanza mi dà, credo, il diritto di parlare in nome 
di tutti i rappresentanti stranieri. Gli Italiani moderni, benché la 
loro divisa sembri essere e potrebbe essere con ragione : « 1' Italia 
non fu, l'Italia sarà ! », fanno bene di non mostrarsi ingrati verso 
la memoria degli uomini grandi del loro glorioso passato. Mi- 
gliaia di forestieri vengono in Italia ogni anno per ammirare le 
opere d'arte del rinascimento. Non tutti sanno — e nemmeno tutto 
il mondo scientifico se ne rende sempre conto — che la scienza 
italiana di oggi sia basata sopra tradizioni equivalenti a quelle 
dell'arte italiana. Gli ultimi anni ci hanno rammentati Galileo 
Galilei, Aldrovandi ed altre illustrazioni della scienza italiana. 
Adesso commemoriamo Filippo Cavolini, l' iniziatore dei nostri 
lavori intorno alla conoscenza della Fauna e della Flora dell'in- 
cantevole Golfo di Napoli. L'opera cominciata da lui fu conti- 
nuata soltanto un secolo dopo, colla fondazione della Stazione 
Zoologica di Napoli. E noi che godiamo dell'ammirevole organiz- 
zazione della Stazione Zoologica, • noi dobbiamo pensare con una 
certa commozione alla vecchia villa a Posillipo, dov'egli comin- 
ciò la conquista biologica del mare. I biologi compiono un alto 
dovere celebrando oggi il centenario della sua morte, e noi stra- 



— 26 — 

niori ci associamo con vivo sentimento di fratellanza ai collochi 
italiani nell'espressione di gratitudine per l'opera compiuta dal 
Cavolini, la gratitudine dulia posterità essendo la sola ricompensa 
ambita da ogni vero scienziato quale fu il Cavolini. Gloria dun- 
que alla memoria di Cavolini e all' Italia ! 



,^^S^ 



DISCORSO 



DEL 



Senatore Prof. LORENZO CAMERANO 

Presidente della Unione Zoologica Italiana 



Signore^ Signori^ 

L' Unione Zoologica Italiana accolse con entusiasmo la pro- 
posta di tenere 1' ottavo convegno nazionale a Napoli, in occa- 
sione delle onoranze a Filippo Cavolini. In tutti i soci erano vivi 
i ricordi del convegno di Napoli del 1901, i ricordi della bellezza 
del cielo e della natura, i ricordi della schietta, cordiale, signo- 
rile accoglienza ricevuta, i ricordi delle glorie passate di cui è 
ricca la Città e della sua rigogliosa vita scientifica presente. 

Né meno vivo era in tutti noi il desiderio di prendere parte 
alle onoranze a Filippo Cavolini, che nella seconda metà del 1700 
seppe tenere cosi alto il nome della scienza italiana. 

Nel 1901 l'Unione Zoologica Italiana era appena uscita dalle 
inevitabili difficoltà del suo costituirsi : oggi ritorna fra voi dopo 
un decennio di vita e di lavoro lieta se riconoscerete che ha de- 
gnamente corrisposto agli auspici, che per essa trassero allora con 
parola cosi cortese il prof. Finto, Rettore magnifico e il senatore 
Paladino, Presidente del ( 'omitato locale. 

Non vi parlerò minutamente dell'opera compiuta dall'Unione 
Zoologica Italiana, nel suo decennio di vita. Essa cercò di giu- 
stificare la sua ragione di essere creando intorno a sé un fecondo 
movimento di idee, e nessuno dei problemi più importanti, che 
riguardano lo studio dei viventi animali , venne trascurato nei 
suoi convegni annuali. 

Ricorderò che, nell' ultimo convegno a Bormio , 1' Unione 
Zoologica iniziò l'organizzazione dello studio, con intendimenti 
scientifici moderni , della fauna alpina , che è tanta parte della 
fauna nostra. È un lavoro di lunga lena e di grande importanza 



— 30 — 

cho r Unione Zoologica Italiana spera di condurre a termine in 
modo soddisfacente , affinchè l' Italia venga a trovarsi , anche a 
questo riguardo, al livello delle nazioni che la circondano. 

Ma l'Unione nostra ben sa che nel campo della ricerca scien- 
tifica , come in qualunque altro nel quale si esercita 1' attività 
umana, « sostare è regredire », ed oggi essa viene dinanzi a voi 
colla proposta del suo benemerito segretario, il prof, Fr. Sav. Mon- 
ticelli, di organizzare Io studio della fauna littorale , cosi ricca 
e cosi interessante nel lungo svolgersi delle coste italiane. 

L' Unione Zoologica Italiana, nel suo decennio di vita, non 
restrinse l'opera sua alla ricerca puramente scientifica; ma si oc- 
cupò anche di una questione che interessa il decoro nazionale, 
l'ammissione, voglio dire, della lingua italiana fra le lingue uf- 
ficiali dei Congressi zoologici internazionali. Coli' opera tenace 
ed energica dei vari colleghi che si succedettero alla presidenza, e 
con quella efficacissima del suo segretario il prof. Fr. Sav. Mon- 
ticelli, riusci nell' intento. 

Ma anche in questa via molto rimane da fare, e l'occasione 
odierna delle onoranze, che vengono rese ad una delle migliori 
glorie italiane nel campo delle scienze biologiche, si presenta op- 
portuna a cho io vi esponga alcune nuove proposte. 



L' Italia si appresta a celebrare nell'anno venturo il cinquan- 
tesimo anniversario del suo risorgimento a nazione. 

In questo primo cinquantennio di vita nazionale un lungo 
cammino si è percorso , molte difficoltà sono state vinte ; al ri- 
sorgimento politico segui il risorgimento finanziario ed industriale 
e noi possiamo guardare l'avvenire con piena fiducia nelle nostre 
forze. 

Una cosa tuttavia di valore grandissimo manca ancora; manca 
una forte ed equilibrata coscienza italiana che ci faccia valutare 
in giusta misura l'opera nostra, senza aspettare il giudizio degli 
stranieri; manca un forte ed equilibrato sentimento di italianità, 
dico, che ci sproni a pensare un po' di più colla nostra testa e 
che dia la fiducia in noi stessi. 

E necessario in una parola che gli Italiani imparino a co- 
noscere il loro paese e sé stessi non solo nei difetti , ma anche 
nelle buone qualità. 

Paese meraviglioso, questa nostra Italia! Non è possibile muo- 
vervi passo senza incontrarsi in un luogo o in un nome che non 



^ 



— 31 — 

richiami alla monte qualche bellezza naturale, o splendore d'arto, 
qualche fatto glorioso, o di nobile iniziativa, qualche esempio di 
forte operosità o di abnegazione, o che non ricordi qualcuno dei 
momenti più salienti della evoluzione del pensiero umano nelle 
arti, o nelle scienze. 

Orbene, è d' uopo confessare, per quanto la cosa possa riu- 
scirci dolorosa, che gli italiani non conoscono, come dovrebbero, 
la patria loro. Qualche cosa oggi si incomincia a tentare per far 
conoscere fra noi le bellezze naturali d' Italia , e si incomincia 
a ricercare e a studiare con amore anche i più modesti artefici 
del suo patrimonio artistico: ma molto più si dovrebbe fare. Poco 

nulla all'incontro si è fatto, e si fa, per far conoscere la serie 
numerosissima di coloro che in mille guise contribuirono al pro- 
gresso della scienza nostra. 

A che giova, si vien dicendo da taluno, rivolgere la mente 
al passato delle scienze: la loro storia ci appare oramai come una 
lunga serie di edifici sfasciati, caduti, come un cumolo di rovine. 

A costoro risponderò colle parole di Quintino Sella: 

« Nei tempi odierni tutto cammina rapidamente, e rapidis- 
« simamente progrediscono e si trasformano le scienze naturali, 
« sicché la vecchiaia dei naturalisti è spesso amareggiata dallo 
« spettacolo della caduta delle teoriche sulle quali fondarono i 
« loro lavori. 

« Ma non minore deve perciò essere la gratitudine dei suc- 

1 cessori verso chi li precedette in questa scabrosa lotta contro 
« l'ignoto, e ciò non solo per il principio evangelico di fare agli 
« altri, ciò che aspettiamo per noi; ma anche perchè chi giunge 
« a piantare la bandiera sullo spalto, deve molto, se non tutto, 
« a chi cadde prima di arrivarvi ». 

Le parole di Quintino Sella non hanno bisogno di lungo 
commento. 

Le ricerche storiche nel campo delle scienze ci pongono in 
contatto intellettuale con coloro che ci precedettero: « La verità » 
dirò a voi ancora col Leibniz, « è più diffusa di quanto si pensi; 
« ma spessissimo è ascosa, sepolta, affievolita, mutilata e corrotta 
i con aggiunte; col rilevare le tracce di verità presso gli antichi 
« ed i predecessori si trarrà il diamante dal sasso, la luce dalle 
< tenebre e si riuscirà a fondare una filosofia perenne >. 



Tutte le scienze crebbero per l'opera paziente, tenace , ora 
brillante, ora, molto spesso, modesta ed oscura di molti lavora- 



k 



— 32 — 

tori; tutte le scienze ebbero le loro vittime che devono essere 
sacre alla nostra riconoscenza; ma di tutto le scienze, quella che 
tratta delia conoscenza dei viventi dovette percorrere la via più 
difficile e dolorosa, nella quale spesso risuonarono lugubramente i 
lamenti dei torturati, una via che appare di tratto in tratto con- 
sparsa di sangue ed illuminata dalla sinistra luce dei roghi. 

In Italia, forse più che altrove, la teocrazia collegata col feu- 
dalesimo e coll'impero, mosse guerra accanita, implacabile allo 
sviluppo della scienza dei viventi, ora con arti finissime, ora con 
mezzi brutali. Essa costrinse spesso i ricercatori a nascondere 
l'opera loro la quale, tuttavia, sebbene non apparentemente divul- 
gata , contribuì potentemente a mantenere vivo il fuoco sacro 
della ricerca della verità e alla emancipazione dell'umano pen- 
siero. 

Il ricercare ed il far conoscere tutto ciò che coloro che ci 
precedettero operarono in condizioni così difficili e pericolose, 
con tanti sacrifizi, e con tanta abnegazione, il rivendicare ad 
essi la priorità di molti concetti scientifici e la scoperta di 
molti fatti è opera, non solamente doverosa per noi , ma alta- 
mente patriottica; è opera che deve darci la conoscenza chiara 
del genio italico; è opera che deve spronarci, ora che siamo in 
possesso della più santa di tutte le libertà, la libertà del pen- 
siero, a dare tutte le nostre forze alla conquista del sapere. 

L' Inghilterra, la Francia, la Germania già da tempo hanno 
ben compreso la grande forza morale che scaturisce dalla cono- 
scenza diffusa delle glorie passate delle loro genti in tutti i 
campi della attività umana, e con gran cura hanno studiato i 
loro archivi per mettere in buona luce i loro lavoratori. 

L'Italia ciò non ha fatto fino ad ora che in misura troppo 
esigua ed incompleta. Quel poco tuttavia che è stato fatto, come 
ha detto recentemente al Senato Luigi Luzzatti, ha messo in 
luce < gloriose manifestazioni del genio italico nel passato che 
« sono anche augurio per l'avvenire ». 



Per restringermi ora al campo nostro, propongo che l'Unione 
Zoologica Italiana studi l'organizzazione di una serie di ricerche 
accurate e minute nelle biblioteche e negli archivi pubblici e 
presso i privati intorno ai documenti che riguardano la vita e 
l'opera di tutti i zoologi italiani in modo che ne esca uno stu- 
dio completo tanto delle figure di cui più rifulse la luce nei 



tempi passati, quanto della serie dei ricercatori modesti, spesso 
ingiustamente dimenticati, ma non meno benemeriti del progresso 
della scienza. 

Si potrà cosi scrivere la storia della Zoologia in Italia e 
far cessare lo spettacolo per noi umiliante, di dover ricorrere, 
anche per i più semplici dati biografici, ad opere compilate da 
stranieri, nelle quali le notizie che riguardano i nostri zoologi 
sono spesso monche, inesatte, ed anche talvolta, è d'uopo dirlo, 
non imparziali. 

L'Unione Zoologica italiana dovrebbe inoltre curare, per 
quanto è possibile, che i documenti che si riferiscono ai zoologi 
passati, manoscritti, lettere, sunti delle lezioni ecc., ora posseduti 
da privati, e perciò di stadio sempre difficile, talvolta impossibile, 
vengano raccolti nelle biblioteche, o negli archivi pubblici, o nei 
Musei zoologici per renderli accessibili agli studiosi e per sal- 
varli da eventuale disperdimento o distruzione. 

È questa un' opera lunga e paziente che V Unione nostra 
dovrebbe compiere in ogni luogo d'Italia, poiché in ogni luogo 
si ebbero nei passati secoli studiosi delle cose naturali. 

Io ho ferma speranza che dall'odierno convegno della Unione 
Zoologica Italiana partirà un impulso efficace alla esecuzione 
dell'opera che vi ho proposto. 

Io prego tutti voi di concedere a questa opera patriottica 
e doverosa la più ampia cooperazione. 



Signori , 

Si dice, voi ben lo sapete, che la scienza è universale, che 
essa ha in mira l'umanità intiera, che non conosce diversità di 
popoli, di razze, di nazionalità. 1 suoi cultori sono una famiglia 
sola; tutti lavorano a raggiungere un comune altissimo fine. Poco 
importa che un passo fatto fare alla scienza, che la scoperta di 
una legge, di un fenomeno, sia compiuta da un ricercatore ap- 
partenente ad una nazione piuttosto che ad un'altra. 

Tutto ciò sta bene. Ma. o Signori, il sentimento della patria 
non si cancella, esso vibra pur sempre nel nostro cuore, ed an- 
che nel lavoro comune con tutti i popoli inciviliti per il progresso 
della scienza, il pensiero della gloria maggiore della patiia deve 
essere presente alla mente nostra. 

Il sentimento della gloria della patria noi dobbiamo con tutti 
i mezzi tener desto e coltivare nei giovani, che saranno! lavo- 



— 34 - 

latori del domani, nei giovani ai quali i sacrifizii t; la virtù di'i 
padri hanno aperto tutte le vie delle attività sociali e hanno con- 
cesso libero e pieno svolgimento delle loro energie. 

A questo nobilissimo fino mirano lo odierno onoranze a F i- 
lippo Cavolini, uno dei grandi l)iologi italiani ; a raggiung(U'(3 
lo stesso intento è indirizzata la proposta, che ho avuto l'onore 
di fare, di preparare i materiali per una storia completa dei ri- 
cercatori italiani di tutti i tempi noi campo dogli studi intorno 
ai viventi animali. 

Da essa verrà la prova luminosa che anche nei periodi più 
tristi della nostra storia, quando più feroci e spietati erano i vin- 
coli nei quali l'oscurantismo teneva .str(;tto il pensiero umano, 
quando la patria nostra era dagli stranieri in mille guise conculcata, 
quando era derisa come terra dei morti, il genio italico non ri- 
stette mai, ed anche nel campo nostro, non solo mandò di tratto 
in tratto lampi di luce vivissima; ma con lavoro paziente, tenace, 
continuo contribuì in misura gì andò all'innalzamento del moderno 
edificio scientifico. 



DISIÌORSO COMMEMORATIVO 

DI 

FILIPPO CAVOLINI 

DEL 

Prof. FR. SAV. MONTICELLI 

Presidente del Comitato 



* 



Magnifico Rettore^ Efjregi colleghi, Signore, Signori, 

Se il tempo trascorso permette imparzialità di giudizio, co- 
sichè uomini e cose, ad un secolo di distanza, possono guardarsi 
con serenità di mente, non è pertanto men vero, che le condi- 
zioni di mentalità, di coltura e d'ambiente del presente , frutto 
d'evoluzione del pensiero e di progresso di tempo, dei quali non 
è sempre facile spogliarsi, rendono il giudizio sull' opera di un 
uomo assai difficile. Che, per metterla nel suo giusto valore, in 
rapporto all'epoca nella quale si svolse e per quanto da essa ne 
derivò vantaggio al progredire del sapere, occorre trasportarsi, 
nell'esame dell' opera, immedesimandovisi appieno per bene in- 
tenderla, nell'ambiente e contigenze del tempo in cui si svolse 
per condizioni di cultura e mezzi di ricerca. 

E sono appunto l'odierno progresso conseguito dalla scienza 
e la perfezione ed incremento nei mezzi d' indagine facilitanti 
la ricerca, che, per quanto si faccia, suggestionando nel giudizio, 
rendono più d'ogni altro difficile la esatta valutazione dell'opera 
scientifica di un uomo, vissuto ora è più di un secolo; quando 
non si consideri obbiettivamente il rapporto tra l'opera sua, la 
coltura del momento, i mezzi di cui disponeva e l'influenza avuta 
nel progresso della scienza, rivelando dei fatti, che, passati inosser- 
vati per le conoscenze di allora, hanno poi assunto grande im- 
portanza scientifica, od altri che forse non meglio, in progrediti 
tempi, da altri furono illustrati. 

Se, difatti, si considera l'opera di Filippo Cavolini in base 
alle grandi conoscenze oggi acquisite sulla vita e l'architettura 
delle piante e degli animali e sulla loro biologia, alla facilità di 
procurarsi materiale di ricerca, ai laboratori largamente forniti 
di mezzi di studii e d' indagine d' ogni sorta, alle stazioni bio- 
logiche e zoologiche che rendono agevole in ogni modo il 
compito degli studiosi, essa apparirà quantità trascurabile che si 



— 38 — 

p(.!iclo nul tempo; un ricordo storico cvanoscoiito nulla dinienti- 
canza di posteri che vanno ignorandola col tempo. 

Ma l'opera di Filippo Cavolini, obbiettivamente considerata, 
in sé e per quanto è stata causa di progresso per i tempi in 
cui visse, per i mezzi di cui disponeva, appare davvei'O meravi- 
gliosa per acume d'osservazione, non superata, e por indirizzo di 
ricerca e di sperimentare precorritrice di tianpi moderni. 

Dovere di posterità riconoscente, carità di patria e dignità 
di quest'antica scuola napoletana, nella quale è nobile tradi- 
zione lo studio delle disciplino naturali, reclamavano fosse tolto 
da ingiusto oblio 1' opera di Filippo Cavolini, napoletano, onore 
della scienza italiana; e che la patria non immemore, non ingrata 
ricordasse l'opera sua consacrandone in marmo la memoria. 

La Società di Naturalisti in Napoli ha voluto rivendicare questa 
gloria cittadina; ed auspice 1' Università ed il Comune, si è fatta 
promotrice di queste solenni onoranze; alle quali si è degnato con- 
cedere il suo alto patronato S. M. il Re, che simboleggia oggi 
la patria unità onorante i suoi figli illustri di ogni regione, che, 
nella patria divisa, nell'arte e nel sapere, unificarono il pensiero 
italiano. 

E la memoria di Filippo Cavolini non si poteva meglio ono- 
rare che ripubblicando le sue classiche ricerche di zoologia e bo- 
tanica che lo rivelarono ai contemporanei biologo insigne; e rie- 
vocando r opera sua in questa odierna solenne commemorazione 
nel primo centenario dalla sua morte, alla quale si sono simpati- 
camente associate le università consorelle italiane e d'ogni parte 
del mondo, le accademie nazionali e straniere, le società scienti- 
fiche d' Italia e dell'estero. 



Filippo Cavolini nacque in Napoli nell' 8 Aprile 1756 da 
Nicola, avvocato, e da Angela Auriemma della vicina poetica Sor- 
rento. Fin da giovanetto fu avviato allo studio delle lettere e 
delle scienze. In queste ebbe a maestro per la fisica Gfiovanni 
Torre e Giuseppe Vairo , per 1' anatomia Domenico Cotugno ed 
Amantea, perla botanica Domenico Cirillo: studiò disegno e fu 
cultore di musica. Mentre per accontentar suo padre si avviò al- 
l' esercizio della avvocatura seguendo la scuola di Diritto , nel 
quale giovanissimo si addottorò, particolarmente si interessava 
agli studi di botanica ed entomologia frequentando le lezioni di 
Domenico Cirillo che gli fu particolarmente largo di ammaestra- 



1 



I 



— se- 
menti, accogliendolo in quella casa ospitale nella quale, attorno 
a Cirillo, conveniva quanto Napoli raccoglieva allora di uomini 
noti per dottrina e sapere. E pel suo grande e sventurato mae- 
stro, egli serbò sempre venerazione ed affetto. 

Mortogli il padre, Cavolini, che seguiva l'esercizio dell'av- 
vocatura non per propria inclinazione, pure interessandosi agli 
studii giuridici di che fa fede la sua opera Progymnasma in 
vetere jureconsultornm philosophia, pubblicata in Napoli nel 1778, 
abbandonò pandette e codici e si consacrò ai suoi studii predi- 
letti di zoologia e botanica. Ma già egli, pur esercitando la sua 
professione di avvocato, aveva pubblicato, nello stesso anno 1778, 
uno studio sul Pulce acquaiuolo e più tardi una indagine sulla 
generazione dei funghi; argomento sul quale ritornò poi ancora 
rettificando, con l'esperienza dal tempo acquisita, inesattezze in- 
corse in questo lavoro giovanile. 

Quattro anni dopo, nel 1782, quando aveva appena 26 anni, 
dette alle stampe la « Memoria per servire alla storia del fico e del 
caprifico » che lo rivelò osservatore profondo, attirando su di lui 
r attenzione degli scienziati del tempo. 

Libero della sua vocazione, Filippo Cavolini, ritiratosi nella sua 
villa di Posillipo, in riva al mare, volse il suo studio agli animali 
marini, al quale fu incitato dalle amare parole di rimprovero che 
Pietro Simone Pallas,nel suo libro sugli Zoofiti, lanciava agli italiani 
abitatori delle coste del nostro mare, cosi ricco di animali marini, 
di trascurarne lo studio. Ed egli volle provare non con vane pa- 
role di proteste, sdegnando l'ingiusta accusa, che gli studii di 
Saverio Macri e le classiche ricerche di Giuseppe Poli sui Mol- 
luschi , da sé stesse smentivano, come qui, a NapoU, vi fosse 
chi tali studii seguiva ; e seppe dimostrare in essi tale perizia, 
e raccoglieva fecondia di risultati da riscuotere l' ammirazione dei 
contemporanei conquistando fama imperitura. Lo stesso Pallas 
faceva onorevole ammenda di sua avventata accusa, lodando l'o- 
pera del Cavolini del quale sollecitò la scientifica intesa. 

Con l'aiuto di alcuni marinai di Posillipo, coi quali era en- 
trato in dimestichezza, non risparmiando spese e fatica, egli an- 
dava investigando la costa di Posillipo, accuratamente visitando 
oo-ni grotta, ogni antro, gli scogli, le secche, che vi s'incontrano; 
raccogliendo egli stesso il materiale per i suoi studii, sopra luogo 
osservando ed attentamente scrutando la biologia degli animali 
e delle piante che gli capitavano all'osservazione, dei quali so- 



— 40 - 
guiva per lungo tempo le viceiid.ì per rendersi esatto conto d(ù 
rapporti loro con rambientu. 

Chi oggi comodamente seduto ad una tavola di studio della 
Staziono Zoologica di Napoli, modello di un Istituto scienti- 
fico del genere, trova pronti gli animali di cui ha bisogno per 
le sue ricerche, con tutte le notizie biologiche che possono in- 
teressarlo, avendo a sua disposizione ogni mezzo d'indagine dei 
più perfezionati, od a portata di mano una ricchissima biblioteca, 
consideri l'opera di quest' uomo che, più d' un secolo fa, fhi solo, 
in una modesta barchetta con ingegnosi e semplici mezzi di pe^ica 
da lui stesso ideati, andava scrutanrlo il mare, cercando da sé 
stesso il materiale per le sue ricerche e raccogliendo le osservazioni 
biologiche occorrenti per gli studi che su piante ed animali andava 
compiendo; i cui risultati restano ancora immutati e furono Lniida 
sicura e preziosa a studii posteriori! E quest'uomo seppe anche 
ideare un laboratorio per le sue ricerche, che istituì nella sua 
casa di Posillipo; dove, raccolta dovizia di libri, radunato un ricco 
museo di produzioni marine, istallò la sede dei suoi studii ed 
esperimenti, sui viventi del mare. 

Cosi sul finire del 1700 qui, da noi, nella casa di Filippo 
Cavolini, sul mare di Posillipo, si embrionava, rispetto ai tempi, 
come in quella di Lazzaro Spallanzani dall'altro capo del Tirreno 
il concetto, l'idea precorritrice di un laboratorio di biologia ma- 
rina, del quale doveva più tardi, nel progresso degli studi, allac- 
ciarsi il bisogno alla mente di illuminato studioso, incarnandosi 
in tempi più maturi nella Stazione Zoologica che A. Dohrn, col 
favore del Comune, ha saputo quarant' anni or sono far soro-ere 
in Napoli : centro internazionale di ricerche sulla vita del mare. 

I risultamenti dei suoi studi sui polipi marini egli consacrò 
in una classica memoria pubblicata nel 1787; e molte altre pre- 
ziose osservazioni egli aveva raccolte sull'argomento e su molti 
altri animali marini che, rimaste inedite, furono poi pubblicate 
lunghi anni dopo la sua morte. Ciò ha portato che di molte sco- 
perte sue fosse sconosciuta l' antica priorità , che va loro ri- 
vendicata. 

A questi studi seguirono quelli sulla generazione dei pesci 
e dei granchi, ricchi d'interessanti fatti non prima sospettati e 
che destarono il più vivo interesse nei dotti. Ed è a proposito 
di questi studi, che Lazzaro Spallanzani gli scriveva : « senza punto 
farle la corte io lo dirò che i di lei ritrovamenti fanno onor 



— 41 — 

crrande e al suo nome e all'Italia: olla batto maestrevolmente la 
strada dei Redi, dei Malpighi e dei Vallisneri v. Nò queste in- 
dagini egli trascurò di proseguire, di che fanno fede le postume 
memorie desunte dai suoi manoscritti lasciati alla sua morte. 

E dalla zoologia passando alla botanica, detto alle stampe nel 
1792 uno studio sulla zoostera oceanica : e nello stesso anno fece 
noti i risultati delle sue ricerche sul Pliucagrostis : memorie, frutto 
di pili anni di costanti e pertinaci indagini, che lo rivelarono 
specialista di gran valore nello studio della flora marina. Col 1796 
si arresta la manifestazione pubblica della attività scientifica di 
Filippo Cavolini con una memoria sul Citino ipocistide, che fu, 
poi, ristampata con aggiunte, tolte dai manoscritti da lui lasciati, 
insieme ad altre osservazioni botaniche in questi contenute, ri- 
maste inedite alla sua morte. 

Ma non il suo lavorare cessò : lo provauo i numerosi ma- 
noscritti da lui lasciati, di cui ancora una residua parte è giunta 
fino a noi; ed è oggi qui esposta, per cortesia della signorina Aima 
De Mellis, nipote del Cavolini, che ne ha concesso l'esame. Innanzi 
a questi manoscritti, jDer quanto frammentari, si resta ammirati dalla 
paziente accuratezza delle osservazioni in essi contenute, dalla 
costante attività di lavoro che essi rivelano, dalla quantità e va- 
rietà di osservazioni che egli aveva fatte sugli animali marini che 
ritraeva in modo meraviglioso dal vero, come mostrano i suoi di- 
segni originali tracciati con precisione di acuto osservatore non 
disgiunta da fine gusto d'arte nella maestria del tocco. 

Le ragioni dell' ulteriore silenzio del nostro Cavolini vanno 
in parte ricercate nelle vicende politiche che agitarono il regno 
di Napoli sul finir del secolo XVIII ed all' inizio del XIX, alle 
quali pertanto egli rimase estraneo , ma che molto influirono 
sull'animo suo per contingenze diverse. Per naturale mitezza, 
che gli fece rifiutare onorifico posto nella Repubblica partenopea, 
egli si chiuse nella pace della sua villa assorto nelle sue ricerche. 

Ma nel 1806 questa casa, nella quale gli si era svelato il 
mistero della vita del mare, fu invasa dalle soldatesche francesi. 
Manomessi i suoi libri, le sue raccolte, e danneggiato nel patri- 
monio, colto da scoramento si ridusse nella sua casa di Napoli in- 
terrompendo i suoi studi. 

A questi fu richiamato dalla promessa di ottenere linalmente 
sgombera la casa di Posillipo , dalla nomina a socio dell' Acca- 






— 42 — 

(icmiu delle Scienze, costituitasi allora in Napoli, o da quella di 
professore in (jue.sta Università per una spezialo cattedra « Sullo 
teorie «generali della Storia Naturalo dimostrata con le osserva- 
zioni », creata per lui, nel 1808, in riconoscimento dei suoi meriti. 
Cattedra che , con quella di minoralogia , 1' altra di botanica e 
quella di zoologia da poco istituita, prima in Italia , nel 1806, 
dovevano rappresentare la consacrazione ufficiale del movimento 
di coltura nelle scienze naturali, che rigoglioso allora fiorivano 
nel regno di Napoli. 

Ma Cavolini poco potè godere la cattedra che il suo merito 
gli aveva guadagnata. Riavutosi appena dalle amarezzo passato, 
che ne avevano fiaccata la fibra, ripigliò il gusto per le sue pe- 
regrinazioni marittime, per le sue indagini biologiche; delle quali 
purtroppo doveva rimaner vittima. Nel 1810, mentre egli un giorno, 
come soleva, andava nella barchetta coi suoi fidi marinai scru- 
tando le grotte, costeggiando la riva tra Posillipo e Nisida, un 
doganiere, dalla costa, chiese imperiosamente di essere accolto nella 
navicella, ed essendosi i marinai a ciò rifiutati accennando di 
pigliare il largo, il soldato, saltando nella barca, la foco capovol- 
gere. I marinai solleciti salvarono entrambi ; ma Cav(jlini, per 
lo spavento', fu colto prima da grave malore e poi, dopo pochi 
giorni, per tifoide, mori il 13 Marzo 1810 in Napoli, lontano dalla 
sua prediletta villa di Posillipo, sede dei suoi studii, purtroppo 
non ancora a lui restituita! 

Cosi finiva miseramente appena a 54 anni, ancora nel pieno 
promettere della sua attività , Filippo Cavolini , vittima del suo 
amore per i proprii studii, martire, potremmo dire con odierna 
eufemica frase, della scienza ! lasciando, nel rimpianto per la sua 
immatura scomparsa, il vivo desiderio che l'assidua opera sua per 
anni durata, a tutti nota nella massa degli scritti da lui lasciati non 
andasse per sempre perduta! E sollecita fu l'Accademia delle 
Scienze a deliberare la pubblicazione dogli studii lasciati inediti 
dal Cavolini , nominando una apposita Commissione per farne la 
cernita; mentre a Teodoro Monticelli, Segretario perpetuo dell'Ac- 
cademia, si dava incarico di tesser l'elogio di Cavolini. Questo 
fu presto pubblicato sulla scorta dei documenti originali e della 
corrispondenza del Cavolini: e por esso 1' opera scientifica del 
Cavolini fu messa, in rapporto ai tempi, in piena luco. 

Io non starò a rivangare il destino che pesò su questi pre- 
ziosi manoscritti rimasti, malgrado il voto dell'Accademia, per 
lungo tempo inediti; né seguirò il Dello Cliiaie nella storia che, 



— 43 — 

delle vicende della pubblicazione di questi manoscritti, iutesse nella 
prefazione al Volume, nel quale, a sue spese e cura, li raccolse sotto 
il titolo di Memorie postume di Filippo Cavolini, edito nel 1853. 

Nel ristampare ora le opere del nostro Cavolini era molto de 
sidorato un riesame dei suoi manoscritti avuti fra mano dal Delle 
Ghiaie: ma le ricerche fatte, per lungo tempo infruttuose, parvero 
aver assodato che di essi più non rimanesse traccia; quando per un 
caso fortuito, si venne a sapere della esistenza di manoscritti cavoli- 
niani. Ma, se troppo tardi per valersene per la ristampa delle opere, 
già molto innanzi, sempre in tempo, dopo che viuta una certa 
riluttanza in chi li possedeva, ne fu permesso lo studio, per 
averne buona conoscenza, e per convincersi che un paziente ed 
illuminato esame di essi potrà ancora rivelare importanti dati 
inediti sulla grande attività e perizia scientifica del nostro Ca- 
volini. 

Si deve certo far plauso al devoto omaggio reso alla memo- 
ria di Filippo Cavolini, da Stefano Delle Chiaie, che, pubblicando 
le ricerche inedite di lui, ha reso noti nuovi tesori d'osservazioni, 
di studi, ed esperimenti del nostro Cavolini, che ci permettono 
oggi di rivendicare al suo nome molta parte di posteriori scoverte 
anatomiche o biologiche d'alto valore. Ma si deve pur riconosere 
imparzialmente che, talvolta, il Dello Chiaie ha ecceduto per zelo 
nel render pubbliche delle osservazioni assai frammentarie ed in- 
complete e degli studii che, evidentemente, Cavolini non aveva in 
animo di dare alle stampe nello stato in cui li ha lasciati ; ed 
in ciò può forse, sotto un certo punto di vista, avergli anche 
nociuto. Né il Delle Chiaie è stato sempre fedele trascrittore nel 
senso e nella lettera degli autografi cavoliniani ; né sempre si è 
dispogliato, nel curarne l'edizione, della sua personale competenza 
nella comunanza di studii con quelli di (tavolini, facendo astra- 
zione dalla propria mentalità e personalità scientifica. 



Tracciata la vita di Filippo Cavolini e ricordate le vicende 
dei manoscritti da lui lasciati, esaminiamo ora, per quanto som- 
mariamente riassumendola, l'opera sua nei risultati che olfre in 
sé stessa rispetto ai tempi, ed alle ricerche posteriori. Per como- 
dità ed ordine di esposizione distinguerò l'opera sua botanica da 
quella zoologica, disaminandole successivamente e partitamenie 
per metter meglio in evidenza il merito che al nostro Cavolini 
per ciascuna delle parti di essa, gli deve riconoscere la posterità 



- 44 - 

«Ifgli studiosi ^). Comincurò dallo ricerche zoologiche con le quali 
si apre la serio di suoi magistrali studii: dirò poi di quelle bo- 
taniche. 

Le opere di Zoologia di Filippo f'avolini, sia pubblicate iu 
vita che dopo la sua morte, possono, per rispetto agli argomenti 
in esse trattati, ripartirsi in diversi gruppi. 

Al primo appartiene la memoria sul Pulce acquaiolo con 
la quale Ca velini si affaccia nell'agone delle discipline zoologiche. 
In esso è notevole la parte che dimostra con la critica delle te- 
stimonianze degli antichi autori che le piogge di sangue da 
questi riferite, non dovevano essere altra cosa che l'effetto di un 
grande sviluppo di queste pulci acquaiole (Dafnie) nelle pozzan- 
ghere formatesi dopo gli acquazzoni. 

Nel secondo gruppo vanno in uno riunite tutte le ricerche 
di Cavolini sui Polipi marini, consacrate in sei memorie accompa- 
gnate da numerose tavole; tre delle quali postume. Il merito 
principale che da questi studi torna al nostro Cavolini è quello 
di aver pel primo studiata, con osservazioni e con lo esperimento, 
quello che ora diremmo la biologia degli Idroidi marini rive- 
lando con incomparabile esattezza, frutto d'indagine pazientissima, 
non superata finora, le condizioni di esistenza e le diverse manife- 
stazioni di questi esseri cosi poco noti allora, riconosoendo la 
loro identità di struttura con l'Idra d'acqua dolce, non ostante 
l'esistenza di parti scheletriche nei poHpi marini, che ne rendono 
tanto varia e differente l'architettura, delle quali determinò le 
relazioni con le parti viventi. E Cavolini precorrendo d' un 
secolo i tempi, istituì pel primo quelle esperienze su questi polipi 
marini diventate oggi classico soggetto di indagini sperimentali; 
determinando con ammirabile precisione la correlazione negativa 
fra lo sviluppo di alcuni polipi e l' intensità della illuminazione 
degli scogli dove essi vivono, e dimostrando col suo sperimen- 
tare iìn d'allora l'esistenza di una polarità assile, e la possibilità 
di inveitire la natura delle estremità nei polipi marini del gruppo 
delle Serto la rie, secondo le condizioni in cui queste sono man- 
tenute. Studii sulla polarità che oggidì tanto interessano gli zoo- 
logi per speciali indagini sperimentali, alle quali quelle di Ca- 
volini nulla hanno da invidiare. In queste ricerche su i po- 



^) Nella disamina critica delle opere di Cavolini sono stato efficacemente 
coadiuvato dal Dr. Paolo Della Valle per la parte Zoologica e dal collega 
Prof. F. Cavara per rpiella Botanica. 



— 45 — 

lipi marini la descrizione ed illiistraziouo delle singole formo 
da lui studiate è fatta in modo così preciso che, con l'aiuto delle 
figure, con la sua grande maestria d'artista da lui stesso dise- 
gnate dal vero e dal vivo, sono con certezza subito riconoscibili 
anche oggi fra le specie del golfo di Napoli. Queste memorie su 
i Polipi marini contengono pure, come note e frammenti staccati, 
numerose osservazioni su altri animali invertebrati marini, fra le 
quali ricorderò quelle sulla biologia ed anatomia di alcuni mol- 
luschi Eolididei e principalmente quelle sulle Spugne, per l'affer- 
mata animalità di questi esseri allora messa in dubbio, e dopo di 
lui ancora discussa. Va anche ricordato che a Cavolini spetta di 
aver per primo chiaramente descritte e disegnate le larve delle 
Ascidie composte, che però non riconobbe come tali. E mentre 
si disputava di generazione spontanea, Cavolini, sperimentando 
con infusioni fatte bollire e non bollite, dimostrava che gl'infusorii 
marini, dei quali rivelava l'esistenza, non si formano spontanea- 
mente. A questo gruppo di lavori devono collegarsi le osserva- 
zioni sparse come note in altri studii del Cavolini, sulla anato- 
mia e biologia della Seppia della quale riconosce e descrive le 
spermatofore, ed illustra anche stadii di sviluppo che sono forse le 
prime figure che si conoscano di embrioni di Cefalopodi. 

Edoardo Van Beneden descriveva nel 1876 alcuni parassiti 
dei Cefalopodi da lui chiamati Diciemidi. Forme che hanno dato 
luogo a molti studi e furono ragione di discussioni sul valore si- 
stematico che il loro autore volle riconoscere in questi esseri di 
animali intermedii fra i protozoi ed i metazoi; i cosi detti meso- 
zoi. Or bene maraviglierà non poco il sapere che Cavolini aveva 
già pel primo, in modo non dubbio, trovati e riconosciuti un se- 
colo prima questi esseri microscopici nella seppia; cui certo, per 
le conoscenze d'allora, non potè dare il valore loro attribuito più 
tardi dal Van Beneden. 

A questa serie di lavori, che abbraccia gì' invertebrati ma- 
rini, si collegano puro gli studii sull' anatomia e la generazione 
dei granchi, dove sono interessanti notizie biologiche, special- 
mente suir accoppiamento , sul genere di alimentazione e su 
quei curiosi loro parassiti (Rizocefali ed Entonischi) , che do- 
vevano poi molti anni dopo esser fonte di interessanti ricerche 
del Delage e del Giard, la scoperta dei quali spetta al Cavolini, 
che ne disegnò perfino le larve. Ed a questo gruppo si collegano 
ancora le frammentarie osservazioni e studii che si contengono 
nella postuma memoria su varii e diversi animali marini per 
molti dei quali gli spetta priorità ; che certo dovrà fargli rico- 



— 46 - 

noscoro chi dai suoi manoscritti o dallo hoUissiiiK^ figure saprà 
iiiottero in valore lo suo diuioiiticato od ignorato osservazioni. 

Un altro importantissimo gruppo di lavori del nostro Ca- 
volini è quello nel quale tratta principalmente della genera- 
zione del pesci in due memorie pubblicato in vita, che si rifori- 
scono ai pesci (Teleostei), ed una postuma sulla anatomia ed em- 
briologia dei selacei, nella quale indaga pure lo sviluppo della 
Lucertola e del Rospo e si contengono ancora osservazioni sulla 
Lampreda {Pdromyzoìì) del più grande interesse. È merito di 
Ca velini d' avere per primo accuratamente studiato il sistema 
circolatorio dei pesci marini, e specialmente il sistema genera- 
tore; di aver determinato con esattezza, non superata da ulteriori 
indagini il periodo di maturità sessuale di molte specie : di aver 
con certezza provata e dimostrata la fecondazione esterna nei 
pesci ovipari ; di aver fatta nota la gestazione esterna nei pesci 
del genere Synynuthìis per opera del maschio, dando nello figure 
degli stadii embrionali di questi pesci le primo immagini concrete 
della embriologia dei pesci; e di avere anche messa la questione 
della esistenza di pesci ermafroditi. Nello studio del sistema cir- 
colatorio e respiratorio dei pesci Cavolini per primo rileva la 
non continuità fra le arterie e le vene branchiali, l'esistenza delle 
pseudobranchie opercolari e l'adesione della parte ventrale della 
plica opercolare nei pesci del genere Syngnatlms. E poiché a Ca- 
volini spetta di aver descritto il nucleo negli oociti dei pesci, 
a lui dunque dovrebbe riconoscersi il merito di aver scoperto il 
nucleo delle cellule, che si rivendica così ad un italiano. 

Cavolini per il primo riconosce e descrive la placentazione 
vitellina nella Torpedine; e spetta pm^e a lui di aver rivelata la 
natura olfattiva dell'orifizio che Linneo aveva descritto per fì- 
stola polmonare nella Lampreda, aiformando, fatto nuovo ed 
unico nei vertebrati, l'esistenza di una narice impari. E della 
Lampreda riconosce e descrive pure, pel primo, la differente 
struttura dello apparecchio di sostegno branchiale da quella degli 
altri pesci. Nella memoria postuma è dal Cavolini illustrato il 
sistema circolatorio della Lucertola e del Rospo adulto ricono- 
scendo la relazione fra la circolazione polmonare e quella cu- 
tanea. E per dimostrare come sia possibile la vita acquatica dei 
Rospi nei primi tempi della loro esistenza, egli studia l'anato- 
mia del girino di Rospo e con particolare cura disamina il si- 
stema circolatorio: e descrive con esattezza, molto maggiore di 
quanto ha di poi fatto, il fondatore della embriologia, Von Baer, 
nella rana, e molti anni prima di quc^sti, la seconda metamorfosi 



— 47 — 

(lol rospo por ciò che riguarda la comparsa degli arti, la scom- 
parsa dello spiracolo, la riduzione delle branchie. Prima delle pre- 
cise osservazioni del Cavolini non vi erano sull'argomento che 
quelle incomplete e deficienti nello Swammerdam, e dopo di lui 
si devono aspettar molti anni e giungere agli autori dell'ultimo 
ventennio dello scorso secolo per veder completate , mercè i 
uuovi mezzi d'indagine, e di ricerca, gli studii di Cavolini. Delle 
Ijucortole egli dà in questa sua memoria postuma anche delle 
figure di alcuni stadii di sviluppo, che, evidentemente, sono i primi 
■ ben riconosciuti da un zoologo, e studia anche la relazione esi- 
stente fra la circolazione vitellina e quella epatica negli ultimi 
stadii di sviluppo. Dei selacei descrive e figura lo sviluppo esterno 
degli embrioni di Torpedine che sono anch'esse, in ordine crono- 
logico le prime figure disegnate. A Cavolini si deve inoltre la 
prima descrizione e figura della placentazione vitellina dei Mustehis 
della quale determina il destino definitivo. Perchè se il lavoro del 
Miiller sui selacei, come quello di Von Baer sulla rana, sono an- 
teriori, per data di pubblicazione, rispetto alle memorie postume 
di Cavolini, certo i loro studi ed osservazioni sono di molto po- 
steriori all'epoca nella quale il Cavolini faceva queste sue inte- 
ressanti ricerche consacrate nei manoscritti, trovati alla sua morte 
nel 1810. 

Se l'opera botanica di Filippo Cavolini non è larga, rispetto 
a quella zoologica come produzione scientifica, essa è geniale e 
novatrice , e rispecchia il risveglio, come la reazione contro l'in- 
vadente indirizzo linneano che nella descrizione di forme,o meglio 
di specie, trovava la sua massima esplicazione. 

Il Cavolini non seppe adagiarsi sulla facile via, spianata ai 
cultori delle scienze naturali, dal grande svedese col suo metodo 
sessuale, che ebbe si grande fortuna, per darsi alla illustrazione 
di questa o quella flora; ma portato dalla sua spiccata tendenza 
alla osservazione dei fatti naturali, e sopratutto dei processi bio- 
logici, amò di indagare con grande perseveranza questi, in al- 
cune piante , piuttosto che estendere le sue ricerche a numero 
grande di forme. 

Il nome di Cavolini è particolarmente legato a due soggetti 
di indagine che lo hanno reso notissimo agli studiosi di bota- 
nica, cioè, agli amori del fico, come fu detta la caprificazione, 
ed a quelli delle piante marine; questi e quelli assorbirono il suo 
spirito fine di osservazione per più anni, permettendogli di con- 
[ sacrare in memorie, che restano classiche, il frutto delle diligenti 



— ès- 
sile indagini, o di prenderò posto eminente fru i cultori di bio- 
logia vegetale. 

La vaga induzione degli antichi che nella fecondazione e ma- 
turazione dei frutti del fico inttìrvciigano, quali pronubi, dei mo- 
scherini le cui uova vengono deposte nei fiori del fico selvatico o 
profico, d'onde la pratica di sospendere questo ai rami del fico 
domestico, analogamente come si praticava con la palma da Dat- 
tero, parimenti riferitoci da Teofrasto, trova nelle accurate os- 
servazioni di Filippo Cavolini la piìi brillante conferma e una 
ingegnosa spiegazione. L'argomento era seducente per un abile 
osservatore quale egli era, sebbene irto di incognite che dopo 
di lui, e tuttodì, lasciano adito alla meditazion»^. Egli portò, in- 
tanto, la più viva luce sulla organizzazione del fico e del capri- 
fico, sulla varia distribuzione dei sessi negli organi fiorali del- 
l'uno e dell'altro cosi da rendere più che plausibile, logico, che 
soltanto mercè l' intervento dei pronubi il polline dei fiori del 
profico potesse fecondare gli ovuli del fico nel quale difettano 
o restano sterili i fiori maschili. Spetta al Cavolini il merito di 
avere assodato il processo essenziale della caprificazione , sia in 
base a fatti di osservazione, come ad esperimenti di varia natura 
abilmente condotti. L'argomento è stato ed è dei più controversi, 
onde il Cavolini trovossi a competere con gli antichi e con i mo- 
derni, che rispondevano ai nomi di Teofrasto, di Linneo, di Tourne- 
fort di Pontedera. La sua teorica fu in parte accettata, in parte con- 
tradetta da valorosi che gli succedettero quali un Gallesio, un Ga- 
sparrini; ma quest'ultimo, che con tanta autorità, in due elaborate 
memorie trattò la stessa materia, riconosce il gran merito del Ca- 
volini che egli chiama sapientissimo osservatore , e sottilissimo 
ricercatore di cose naturali. 

E che tale egli fosse, invero, lo dimostrano appieno i suoi 
studi sulle piante marine, alla conoscenza delle quali dedicò anni 
molti della sua vita. Questi studi, che lo rendono uno specialista 
della fiora marina, riguardano parecchie monocotiledoni libera- 
mente crescenti o tra gli scogli o nel basso fondo delle limpide 
acque del nostro golfo, e più particolarmente alcune Najadacee. 
Ben due elaborate memorie , corredate di nitide tavole di sua 
mano disegnate egli dedica a queste piante, l'una su due specie 
di Phiicagrostis, l'altra sulla Zostera oceanica su cui il Decandolle, 
più tardi, in omaggio alle belle ricerche di Cavolini, fondava il 
genere Cmilinia, mentre il Kcinig riferendola invece al genere Po- 
sifìovìa. ne dedicava pavimenti a lui l;i specie (P. Coiilhi i Kòn.). 



- 49 — 

Il genere Phucagrostis, creato dal Cavolini per piante nelle 
quali egli ravvisava alcune descritte da Teofrasto e mai più da 
altri identificate, venne rimesso in onore dal Parlatore dopo che 
da altri fitografi era stato considerato sinonimo di Zostera. 

Lo studio che il Cavolini fa di queste piante è dei più ac- 
curati e minuziosi. La sua non è l'arida descrizione a base di 
caratteri organografici che permettono di classificarle, ma è una 
diligente indagine biologica, seguita con pazienza su esemplari 
con difficoltà pescati dal fondo delle acque, e sorpresi, in varii 
tempi, ne" loro processi fecondativi, dei quali è data la più par- 
ticolareggiata descrizione, li Cavolini ha messo in luce per primo 
la dioicità della Phucagrostix major e ne ha seguito la feconda- 
zione e ht maturazione de' frutti. 

Più laboriose e più lunghe ancora sono state le sue belle 
ricerche sulla Zostera o Caulinia oceanica^ proseguite per più anni 
al fine di sorprendere le nozze di questa interessante Najadacea, 
il che gli permise di darne una monografìa che si può dire un 
modello del genere. Michele Tenore nella sua classica Flora Na- 
politana , la chiama «la più accurata illustrazione dell'insigne 
naturalista napolitano che ci onoriamo di averlo avuto concit- 
tadino » . Tale elogio consacra i pregi di questo lavoro che basta 
da solo a fare annoverare il nostro Cavolini fra i botanici il- 
lustri. 

Un'altra preziosa monografia, sarebbe certamente uscita dalla 
sua penna, se le tristi vicende non l'avessero impedito, intorno al 
Cythius hypocistis, la singolare pianta parassita delle radici dei 
Cisti : di queste ricerche resta soltanto una splendida tavola 
con la descrizione latina e la spiegazione delle figure, dalla quale 
ben si rileva come egli si fosse reso conto esatto dei processi 
anatomo-fisiologici determinanti la simbiosi del Citino col Cisto. 

Tra le opere minori del Cavolini vanno ricordate la nota 
giovanile sulla generazione dei Funghi in cui sono esposte idee non 
conformi sulla costituzione di queste piante, che egli stesso più 
lardi modificò in base a più maturo studio, ed i suoi saggi mi- 
croscopici sul polline di varie piante nostrali, i quali, dati i mezzi 
ottici di osservazione di quel tempo, segnano sempre un progresso 
per la conoscenza dell'organo maschile e per il comportamento 
e la destinazione della materia fecondante. 

Le opere botaniche del Cavolini rivelano in lui uno spirito 
moderno, avido di penetrare nei processi della vita, di indagarne 
i meccanismi, i congegni fisiologici, non pago della pura osserva- 
zione delle forme, ma desioso di scoprirne le funzioni e le leggi. 

i 



— 50 — 

Non ricorderò qui aUnini .scritti rli Cavolini di Geologia e 
Paleontologia di scarso interesse, ai ([iiali lo stesso aut(jre non 
ne attribuiva, cosi da non averne voluta la pubblicazione durante 
la vita e facenti parte in genere di quei manoscritti non destinati 
alla pubblicazione. 

Questa che ho esaminata è l'opera biologica di Filippo Ca- 
volini, nella quale certo, per equanimità di giudizio, non possono, 
accanto ai meriti grandi, messi in luce, non riconoscersi mende 
e manchevolezze di che nessuna opera umana può esser del tutto 
esente al giudizio dei posteri. Ma bisogna tener conto nel va- 
lutare l'opera di Cavolini di molti coefficienti di tempo, di cul- 
tura, di mezzi di indagine, di sussidio bibliografico, e ricordarsi 
ancora come non sempre, né tutto quanto nelle postume si con- 
tiene era dal Cavolini destinato alla stampa; che fu eseguita con 
criterio e mente diversa dall' Autore e senza la sua revisione. 

Assai facile è oggi la dotta critica in proposito ad inesatto 
riferimento e ad intcrpetrazioni ed apprezzamenti anatomici di 
viventi in base alle conoscenze accumulate per oltre un secolo d'in- 
dagini e he sono ora abito mentale da noi acquisito; per 
quanto difficile era allora l'orientarsi nella massa di organismi 
che si andavano studiando rivelandosi per la prima volta, nell'ar- 
chitettura e biologia, alla indagine scientifica! 

Filippo Cavolini fu uno di quegli ingegni versatili e mul- 
tiformi meridionali , che vissero nel periodo di larga coltura 
intellettuale che fioriva nel regno di Napoli sul finire del decimot- 
tavo ed al principio del secolo decimonono per opera di uomini 
illustri per ingegno e conoscenze in ogni ramo di sapere, che tor- 
narono ad onore del nostro paese e furono l'affermazione di una 
rigogliosa coltura italica irraggiante per tutta la penisola civiltà 
di sapere: uomini che, idealizzando una rivoluzione, intesero nella 
libertà del pensiero la libertà civile e da eroi la difesero , con 
martirio di vite illustri. 

E più specialmente Cavolini appartiene a quella schiera di na- 
turalisti che, con Domenico Cirillo, Saverio Macrì, Giuseppe Saverio 
l*oli, Petagna, Cotugno ed altri loro contemporanei, rilevando 
la tradizione dello Imperato e del Colonna avevano iniziato un 
largo movimento di studio delle discipline naturali, favoriti dagli 
ordinamenti rinnovati dei nostri studi e dalle buone volontà di go- 
verni per la istituzione di Biblioteche , di Musei e di giardini 
botanici. Scolaro di Domenico Cirillo, vissuto in un ambiente di 



— 51 - 

tendenze alle scienze naturali, si spiega il fascino esercitato su 
di lui da questi studii specialmente per opera del suo maestro che 
ne era entusiasta cultore , e come egli avesse lasciato il giure per 
la indagine scientifica, pur avendo quello coltivato con conoscenza 
di causa dando alle stampe opera onorevolmente ricordata. 

Caratteristica mente italiana, egli affermò nei suoi studi il 
metodo della serena, obbiettiva, non speculativa osservazione dei 
fatti, e lo sperimentare fuori d' ogni preoccupazione di pensiero, 
per assurgere dai fatti alla interpretazione di essi. Si che ben di 
lui poteva lo Spallanzani dh-e che le orme seguisse dei Redi e 
Vallisneri. Osservatore calmo, paziente, accurato, le sue indagini 
egli ripeteva con tenace costanza, per rendersi esatta ragione dei 
fatti constatati. Sperimentatore semplice , senza preconcetto di 
problemi da risolvere, questi faceva derivare dal suo esperimento. 

E, certo, alla sua maniera, tranquilla, serena, obbiettiva di in- 
dagine di studio, solo intesa alla ricerca dei fatti e di loro spiega- 
zione, molto potrebbero invidiare moderni metodi affrettati di 
indagare, e di sperimentare finalistico, dal concludere corrivo. 

Filippo Cavolini fu un biologo nel vero e moderno senso 
della parola cosi nella ricerca come nello sperimentare e 1' opera 
sua segna un indirizzo nella indagine dei viventi che si è poi 
affermato, non diverso di quanto Cavolini, dati i tempi, seguiva 
e praticava. L' esame delle sue opere lo dimostra appieno e prova 
ancora come egli, un secolo fa, sperimentasse nella medesima di- 
rettiva ai nostri giorni seguita, precorrendo i tempi. Ed egli 
ben chiaro ebbe il concetto della necessità, per intendere le forme 
di più complicata struttura e dell'uomo stesso, dello studio delle 
forme semplici: « è canone scientifico, egli scriveva, il cominciar 
dal semplice per giungere al composto. Se la fisiologia si fosse 
cominciata a studiare da questi animali semplici (i polipi), forse, 
non si sarebbero incontrati tanti scogli quanti ne hanno arrestati 
i progressi » . E con ciò traccia un indirizzo che il successivo svol- 
gersi della biologia ha consacrato! 

Questo modesto napoletano che la sua vita dedicò ai suoi 
studii prediletti, che , precorrendola nel tempo , impersona una 
scuola oggi in onore; che un secolo fa con la sua opera ma- 
gistrale rivelava la vita e l' architettura degli animali e delle 
piante nei loro rapporti reciproci e con 1' ambiente, come ai no- 
stri tempi, per serenità di ricercatore, sagacia di osservazione ed 
accuratezza paziente di indagine non si potrebbe far di più e meglio; 
quest'uomo al quale i dotti del tempo, del civile consorzio d'ogni 



r)2 — 

p;iit,tj,LestiiiiuniiUouu aiiiuiiiazioneprotouciii ustiiiui sincera per lo sue 
originali ricerche, e la tanta mosse di preziosi studii pur sorpren- 
dente attività d' indagine da lui raccolta ; quest' uomo al quale con 
])atrio orgoglio dobbiamo rivendicare 1' onore di scoperte scienti- 
ticlie prima da lui rivelate, ben meritava di esser degnamente ram- 
mentato, con le odierne onoranze centenarie, ai suoi concittadini. 
Perchè questi, non dimentichi di nostra antica coltura, si ricordino 
che in tempi men felici per le italiche sorti , ma più fortunali 
che altrove per civiltà di sapere in questa nostra terra , Filippo 
Cavolini, onorando la patria, affermava, nella scienza, il nome di 
Italia. 



Dopo il discorso commein orati vo la presidenza della Società 
(li Naturalisti oiFri al Sindaco, al Rettore, ai rappresentanti e 
delegati esteri ed alle autorità intervenute, la medaglia coninie- 
niorativn. fatta coniare dalla Società per l'occasione. 





Finita la cerimonia, il Rettore Magnifico Duca di Caj anello 
ricevette gl'intervenuti (delegati, rappresentanti ed invitati) nelle 
Sale del Rettorato e del Consiglio Accademico ed offri loro un 
rinfresco. 



I 



^^.^=^^^9 



Alla sera, i delegati e rappresentanti italiani ed esteri e gli 
invitati alle feste cavoliniane, nonché i partecipanti al Congresso 
zoologico si riunirono numerosi con le rispettive signore nella 
Galleria Vittoria, per un ricevimento ufficiale offerto in loro onore 
e delle autorità cittadine dalla Società di Naturalisti in Napoli. 



I 



Rappresentanze ed Adesioni 



» 



America 

University of Chicago. 

Leeland Stanford Junior University. 

University of Toronto, Biological Department. 

University of Stanford. 

State University of JoM'a. 

University of North Dakota. 

Harvard University of Cambridge. 

Jolm Hopkins University of Baltimore. 

Australia 

University of Melbourne. 

Austria 

K. K. Universi tat Wien. 

Zoologisches Institut K. Universitilt Wien. 

K. K. Zoologisches Institut Universitat Krakau. 

Nat.ui'wissenschaftliche Verein fiir Steiermark in Graz. 

K. K. Universitat Graz. 

K. Universitat Czernowitz. 



IUniversité de Bruxelles. 
Université Catholique de Louvain. 
f 



Belgio 



Danimarca 
nlversità di Copenaghen. 

Francia 



Museum d'Histoire Naturelle de Paris. 

Societé Zoologique de France, Paris. 

Laboratoire de Zoologie de 1' Université de Lyon. 



— 5tì — 

Prof. E. Perrier an nom des natnialistes fran<?aises présetits au flongfrès de 

Graz. 
Station Biologiijue de Roscoft'. Les naturallstes présents à la Station: l'rol'. 

Délage, Directeur de la Station 
Laboratoire d'Ichthyologie et d'Erjietologie du Miisemn d'Histoire Natuielle. 
Station Zuologiqiie de Wiinereii.v. 
Institut de Botanique de l'Université de Montpellier. 

Germania 

K. Universitiit Berlin. 

K. Universitiit Strassburg. 

Prof. .T. W. Spengel tìiessen. 

Friedrichs Universitiit Halle -Witt«ìmberg. 

Zoologiscbe Garten Berlin. 

K. Preussische Akademie der Wisscns'baften in Berlin. 

K. Univer.sitiit Jena. 

K. Universitiit Breslau. 

K. Universitiit Greifswald. 

Zoologisches In.stitut der K. Universitiit Breslau. 

Zoologisches Institut der Universitiit Bonn. 

K. Universitiit von Kiel. 

K. Universitiit von Freiburg i. B. 

Philosophische Facultiit d. Universitiit Freiburg i. B. 

Naturhistorische Gesellschaft Nurnberg. 

Bayerische Botanische Gesellscliaft, Munchen. 

Senkeiibergiscbe Naturforscheude Gesellscbaft, Frankfurt a. M 

Prof. Reinke, Kiel. 



University of Calcutta. 



India 



Inghilterra 



Linnean Society of London. 

University of Edimbourgli. 

University of Aberdeen. 

Magdalen College of Oxford. 

University of Liverpool. 

Victoria University of Manchester. 

University of Glasgow. 

University College of South Wales and Monmouthshire, Cardiff. 

Italia 

S. E. Giovanni Credaro, Ministro della Pubblica Istruzione. 
S. E. Giovanni Ranieri. Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio. 
S. E. Alessandro (Tuarracino, Sottosegretario di Stato per la Grazia e Giu- 
stizia. 



— 57 — 

Comm. Alfonso Fusco, Deputato al Parlamento. 

Istituto Botanico della R. Università di Roma. 

R. Stazione di Piscicoltura in Roma. 

R. Accademia Lucchese di Scienze, Lettero ed .\i-ti. 

R. Accademia dei Lincei, Roma. 

Stazione Zoologica di Napoli. 

.Museo Civico di Stoi'ia Naturale in Trieste. 

Società Adriatica di Scienze Naturali in Trieste. 

Società Italiana per il progresso delle Scienze. 

Università di Camerino. 

R. Accademia dei Fisiocritici di Siena. 

Ateneo di Brescia. 

R. Università di Cagliari. 

Corda Frates, Consolato di Napoli. 

Società Botanica Italiana. 

R. Università di Parma. 

Tniversità degli Stadi di Perugia. 

Istituto Botanico della R.* Università di Siena. 

Società Toscana di Scienze Naturali in Pisa. 

Gabinetto di Anatomia comparata della R. Università di Bologna. 

Prof. Francesco d'Ovidio, Senatore del Regno. 

Prof. Paul Mayer, Stazione Zoologica. Napoli. 

Istituto di Anatomia e Fisiologia comparate della R. Università di ('atauia. 

R. Accademia delle Scienze di Torino. 

Istituto Zoologico della R. Università di Bologna. 

Istituto di Geologia della R. Università di Napoli. 

Istituto Botanico della R Università di Padova. 

R. Scuola Superiore di Agricoltura in Portici. 

Gabinetto di Zootecnia e d'Igiene della R. Scuola Veterinaria di Torino. 

R. Università di Roma. 

R. Università di Messina. 

Accademia di Verona. 

R. Università di Palermo. 

Istituto di Zoologia ed Anatomia comperate della R. Università di Sassari. 

R. L^niversità di Pisa. 

Istituto Zoologico della R. Università di Pavia. 

R. Università di Padova. 

R. Accademia di Scienze, Lettere ed Arti degli Zelanti di Acireale. 

R. Università di Torino.. 

R. Università di Modena. 

R. Università di Sassari. 

Monaco (Principato) 

Musée Océanographique de Monaco. 

Norvegia 

Università di (Cristiania 



- 58 - 

Olanda 

Università di Amsterdam. 

Accademia reale delle Scienzo di Amsterdam. 

Università di Groninp^a. 

Università di Leida. 

Portogallo 

Academia Polytechnica do Porto. 

Russia 

Università di Mosca. 
Università di Helsingfors. 

Spagna 

Museo de Historia Naturai de Madrid. 

Socìedad EspaAola de Ciencias Natnrales. 

Universidad de Oviedo. 

Estacion de Biologia Mai-ina de Saiitander. 

Universidad Central « Espafia ». 

Universidad de Valladolid. 

Universidad de Barcelona. 

Svezia 

Università di Lnnd. 

Svizzera 

Universitat von Bern. 

Laboratoire de Zoologie de 1' Université de Genève. 

Université de Genève. 

Musée d'Histoire Naturelle de Genève. 

Universitat von Basel. 

Botanische Garten und Museum von Ziirich. 

Ungheria 

Università di Budapest. 
Università di Kolozwar. 
Istituto Zoologico dell'Università di Kolozwar. 



INAUGURAZIONE DELLA LAPIDE 



FILIPPO CAVOLINI 

A POSILLIPO 



13 Setteixatore 1011 



Il giorno 13 settembre alle 14 gli invitati e rappresentanti 
alle feste Cavoliniane prendono imbarco nel porto di Napoli sul 




Fot. U. PlERAXTOXI 



Angolo d<'lla Casa di Cavolini a Posillipo (ora Villa De Mellis) con la lapide inaugurata 

il 13 Settembre 1910 



— 62 — 

piroscafo « Capri > (lolla Sociolà eli navigazione (l<'l (ùdlu. I)ii- 
rauto la breve traversata il [)ii-o.scat"o vioiio scortalo dai va,[)oretti 
della Stazione Zoologica recanti a bordo la direzione vaì il per- 
sonale scientifico dell'Istituto, 

Giunti presso il capo di Posillipo, a pochi metri dalla villa 
de Mellis, a mezzo di lance rimorchiate dalla barca a vapore della 
Stazione Zoologica, si effettua lo sbarco degli invitati sulla ban- 
china che fronteggia il piazzale della villa de Mellis, che fu del 
Cavolini, sulla cui facciata trovasi la lapide coverta da un drappo 
bianco. 

E presente il rappresentante del Sindaco, Assessore comm. 
Correrà giunto per via di terra. Il piazzale e le ville circostanti 
sono riccamente addobbate con bandiere e festoni di fiori. 

Raccoltisi gli invitati ai piedi della facciata ove è stata appo- 
sta la lapide, opera dello scultore prof. comm. E. Mossuti, prende 




>u: 



riLIPPO CAVOLI ^ 



Ì 



J^'ot. Tullio Bozza 

la parola il Prof. Monticelli, presidente del Comitato per le ono- 
ranze e della Società di Naturalisti e pronunzia il seguente discorso: 

€ Sul tramonto di una giornata di autunno del 1824 Alessan- 
dro Humboldt, passeggiando lungo la Riviera del Chiatamone con 
Stefano Delle Chiaie, celebrava il cielo meraviglioso e la fertile 
terra nostra; ed ammirato innanzi al nostro mare evocava il fe- 
condo brulicare in esso di viventi, invidiabile inesausta fonte d'in- 



— 63 — 

dagine per il naturalista. Ed al giovine Delle Ghiaie, incitandolo 
a continuare negli studii di Zoologia marina che onoratamente 
seguiva sotto la guida di Giuseppe Saverio Poli, indicava nel 
lontano Posillipo, nascosta nel verde della collina lambita dal 
mare, quasi faro luminoso, la casa dove Filippo Cavolini, inda- 
gando i viventi del mare, orma si grande aveva impressa nello 
studio della biologia marina. 

;< Su questa casa oggi, ad un centennio dalla morte di Filippo 
Cavolini, auspice il Comune e l'Università, la Società di Natura- 
listi in Napoli, fedele custode di giovanile entusiasmo per la col- 
tura scientifica del nostro paese e vindice di suo glorioso passato 
di sapere, ha voluto che una lapide ricordasse ai posteri come in 
essa Filippo Cavolini onorava la patria difendendone con magi- 
strali opere il nome ed il decoro che affermò fuori i confini d'Italia. 
Perchè si sappia che, qui in Napoli, sul finh"e del 18» secolo, un 
napoletano modesto, quanto valoroso, in questa casa, pel museo 
che yi aveva creato, por libri che vi aveva raccolti, fattone la- 
boratorio dei suoi studi, incarnò, come i tempi lo consentivano, 
il concetto di un Lahoratorio di biologia marina. 

«. A voi signor Sindaco, che nel vostro alto ufficio, impersonate 
per volere di popolo questa nostra nobilissima città, in nome della 
Società di Naturalisti che ho l'onore di rappresentare, io consegno 
questo marmo consacrato alla memoria di un illustre figlio di 
questa terra feconda d'arte e di scienza, perchè nel conforto di 
un glorioso passato sia monito a conservarne viva la tradizione 
nell'avvenire. 

Appena il prof. Monticelli ha terminato il suo discorso i vigili 
municipali strappano il velario, mentre suona il concerto civico. 

La lapide in marmo con bassorilievi porta la seguente iscri- 
zione: 

IN QUKSTA CASA CHE FU SUA 

FILIPPO CAVOLINI 

NAPOLETANO 

NOBILMENTE ONORAVA LA PATRIA 

ILLUSTHANDO CON MAGISTRALI RICERCHE LA FAUNA. E LA FLORA 

DEL GOLFO DI NAPOLI 

NEL PRIMO CENTENARIO DALLA SUA MORTE 

LA SOCIETÀ DI NATURALISTI DI NAPOLI 

IL COMUNE E l' UNIVICRSITÀ 

13 SETTEMBRE 1010 



— 64 — 

U rapi)r('.son1anti' doIlM (Jiltà di Napelli pn.l'. rcniim. Correrà 
cosi risponde : 

« La città di Napoli, cìw. ho l'oucre di rappresentare, riceve 
in consegna la lapide, che la vostra Società di Naturalisti, auspice 
il Comune e l'Università, decretò al nostro grande concittadino, 
continuatore della nobile tradizione scientifica della nostra pa- 
tria, non mai interrotta, da Ferrante Imparato e Fabio Colonna, 
a Domenico ( 'irillo, Saverio Macrì, Giuseppe Poli, Petagna, Co- 
tugno, Delle Ghiaie ed altri moltissimi. 

< Qui, innanzi a questa lunga distesa di azzurro, il nostro bel 
mare, qui, dove pare che aliti tuttora un soffio della vita an- 
tica, e dove sou tanti ruderi classici, dei quali ben possiamo dire: 

Sepolcri maestusi 
Fin le vostre rovine 
Sono apoteosi. 

- Questa pietra, sulle pareti di questa casa, dalla quale, quasi 
faro luminoso, Filippo Cavolini svelava ai dotti italiani e stra- 
nieri i segreti della natura, sia monito perenne ai posteri e ri- 
cordi ai Napoletani il nome venerato, di questo illustre figliuolo 
della bella Partenope, per opera del quale ad uno straniero, che 
ci accusava d' ignavia potemmo rispondere : 

eravaiii gi-andi 

E là non eran nati. 



Da ultimo il Cav. Eugenio de Mellis, in rappresentanza della 
famiglia Cavolini, pronunziò le seguenti parole : 

Permettete a me, umile pronipote di Filippo Cavolini, che 
in nome mio e degli altri congiunti esprima con breve e mo- 
desta parola il sentimento di profonda gratitudine verso tutti 
coloro che vollero onorarne la memoria in questo primo cente- 
nario dalla sua morte. 

E innanzi tutti alla Maestà del Ke, che con sovrana degna- 
zione si compiacque di accettare l'alto patronato di questa festa 
della scienza; al Municipio e alla Università di Napoli, sotto i 
cui auspici si svolse; agli altri sodalizi italiani e stranieri, e agli 
scienziati tutti, che vi lianno partecipato; nonché allo eietto 



— 65 — 

pubblico intervenuto, clie vi lia recato la spontanea e calda ade- 
sione di cosi numeroso concorso. 

Ma più specialmente vogliamo manifestare la gratitudine 
nostra alla fiorente Società di Naturalisti di Napoli, che fu la 
prima iniziatrice di questo movimento ; la vivida scintilla , che 
accese una fiamma di entusiasmo patriottico e scientifico con 
la rievocazione di una gloria genuina della nostra Napoli. 

E poiché questa illustrazione viene indirettamente a proiet- 
tare un raggio luminoso anche sulla fortunata famiglia in cui 
l'eminente uomo sorti i natali, è giustificata nei discendenti la 
commozione della gioia, doveroso il sentimento della riconoscenza 
verso gli autori dell'odierno faustissimo avvenimento. 

Come proprietari poi di questa villa, che da lui ereditammo 
c'incombe più specialmente l'obbligo (che solviamo) di porgere 
le più vive azioni di grazie ai solerti componenti il Comitato 
Ordinatore, che tra le altre onoranze indisse pure l'apposizione 
di un ricordo marmoreo su queste mura, il quale in elettissima 
forma letteraria ed artistica tramandasse ai posteri la notizia 
che qui Filippo Cavolini pose la sede dei suoi studi; che questo 
fu il mare che gli rivelò i segreti della sua fauna e della sua 
flora; e quando la perseverante sagacia delle sue indagini non 
arrivava a vincere la tenacia del mistero, era da questa plaga 
di cielo, da questo incanto di panorama che egli attingeva le 
sue ispirazioni a divinare le leggi fisiologiche, che poi i pro- 
gressi ulteriori della scienza dovevano confermare e proclamare. 

E medesimamente questa lapide ci ammonisce che qui sorse 
per opera sua personale quell'embrione di laboratorio per la in- 
vestigazione biologica del nostro golfo, che a distanza di un 
secolo precorse l'attuale rigoglioso istituto da altri fondato coi 
larghi sussidi odierni, come con scultorio rilievo ebbe a ricordare 
ieri il chiarissimo oratore che chiuse splendidamente la solenne 
commemorazione della vita e delle opere dei Cavolini. 

Ed ecco, o Signori, il marmo stesso ce lo addita, ecco l'Ar- 
cetri del nostro Galilei, dove accorato per le amarezze sofferte 
si ritirò, senza mai abbandonare i suoi studi prediletti; ecco il 
lido donde partiva coi suoi fidi marinai per le consuete escur- 
sioni scientifiche lungo la costiera; ecco le acque nelle quali ebbe 
malauguratamente a precipitare, capovolta la barca per una ar- 
rischiata prepotenza soldatesca, causa determinante il fiero morbo 
che in pochi giorni lo condusse alla tomba. 

Or questa pietra che tante cose ci narra nella magistrale 
Loncisione di una epigrafe, noi con animo riconoscente accet- 



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ti.inio ili j)i\'.xio.so cle}j(jsi((j e piombi liaiiKj di custodiihi con culto 
it'ligioso in momoria non meno del nostro glorioso anionato, che 
in memoria vostra, o Signori benemeriti della Scienza e del 
paesi'; e facciamo voti che la nobile e suggestiva scritta accenda 
gli animi e gli in