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Full text of "Bollettino del R. Ufficio geologico d'Italia, Volumes 3-4"

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S'S O.C 



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BOLLETTINO 



DEL 



R. COMITATO GEOLOGICO D' ITALIA. 



1872. - Anno in. 



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1872. -Anno III. 



BOLLETTINO 



DEL 



R. COMITATO GEOLOGICO 

D* ITALIA. 



Volume Terzo. 
N. 1 a 12. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA. 



1872. 



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163S56 



• • • 



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rr\i 



R. COMITATO GEOLOGICO 

D'ITALIA. 



Bollettino N! I e 2. 



GraxAio I Febbraio 1872. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 

1872. 



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MUcazìii lei l COUTATO GEOLOGICO, 



Bollettino Geologico per l' anno 1870. — Un volume in-8^ 
» » PER l'anno 1871. » 

Memorie per serrlre alla descrizione della Carta Geologica 
del Regno* — Volume P in-4* di 404 pagine con tavole, 
una carta geologica e numerose incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione — Studii geologici sulle Alpi occidentali di 
B. Gastaldi. — Appendice Mineralogica di G. Strìjveb. — 
Sulla formazione terziaria nella zona solfifera della Sicilia, 
di S. Mottura. — Descrizione geologica deW Isola S EWa^ 
di I. Cocchi. — Mcdacólogia pliocenica italiana, Parte l\ 
Gasteropodi sifonostomi, di C. D'Ancona. 

PresBo dell'intero Volume, Lire 86. 

Brevi Cenni sui principali Istituti e Comitati Geologici e 
sul B. Comitato Ueologico d' Italia^ di I. Cocchi. — Un 
volume in-4" L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell'Isola d'Elba, 

di I. Cocchi L. 3. 50 

I Bollettini arretrati si vendono al prezzo di 12. — 

n presente Bollettino per gli associati nel regno 8. — 

Per gli associati all' estero 10. — 

Un fascicolo separato 2. 50 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 
Ih 1 e 1 — fieooaio e Febbraio 1871 



SOMMÀRIO. 

Hote geologiche. — 1* Sulle ghiaie delle Colline Pisane e sulla provenienza 
loro e delle sabbie, che insieme costituiscono la parte superiore dei terreni 
pliocenici della Toscana, di Antonio D'Achiardi. —II. Cenni sulla costitu- 
xione geologica del Piemonte, di B. Gastaldi. — III. Intorno ai terreni 
tereiarii del Vicentino, di F. Bayan (estratto). 

Hotisie dÌTeme. — Pubblicazione di una Appendice alla Memoria dell' ing. Se- 
bastiano Mottura: Sulla formazione terziaria nella zona solfifera della 
Sicilia. — Concorso per posti di Geologo-operatore. — Rettificazione. 

Avviso. ~ Cambiamento di residenza del R. Comitato Geologico. 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 

Tavole ed Incisioni. — Sezione di terreni con depositi di ghiaie nelle Col- 
line Pisane, a png. 6, 7 e 9. 



Il favore col quale gli uomini seni hanno accolto 
questo nostro giornale, la importanza che il medesimo 
ha preso fra le pubblicazioni scientifiche di simil genere 
recando a conoscenza degli scienziati de' più remoti 
pae^ gli studii e le opere degli Italiani, ci hanno fatto 
sentire il dovere di dargli una maggiore estensione e di 
migliorarne la forma. 

In pari tempo però abbiamo creduto opportuno di 
non aumentare il prezzo dell' associazione, quantunque, 
avuto riguardo alla natura e alla mole della pubblica- 
zione e alle incisioni e tavole che frequentemente la ar- 
ricchiscono, nessun altro periodico sia dato per così basso 
prezzo. E ciò facciamo perchè, superato l'ostacolo della 
spesa, precipuo fra quelli che rendono scarsa la lettura 
scientifica in ItaUa, il Bollettino corra per le mani di 
molti Italiani, si apra la strada non solo nelle grandi 
biblioteche e nelle scuole dove si inizia la gioventii agli 
studii maggiori, ma altresì nelle meno elevate, nelle bi- 



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— 4 - 

blìoteche circolanti e popolari e così ottenga lo scopo 
principale al quale esso è destinato, cioè quello di far 
conoscere l' Italia agli Italiani. Noi crediamo che se non 
è ancor giunto il momento in cui la parte colta del 
popolo italiano si dia universalmente alla lettura dei 
periodici scientifici, nemmeno di quelli che la istruiscono 
sulla natura e sulle ricchezze reali del suolo che abi- 
tiamo, pure questo tempo verrà tanto più presto quanto 
più ci sforzeremo ad affrettarlo. 

Con questo il R. Comitato geologico — il quale non 
è un'Accademia né ima Società scientifica, e non ha la 
missione di queste, ma è un corpo di rilevatori incaricati 
di fare la carta del Regno, una parte alla volta, sotto la 
dotta direzione di esimii geologi e mettendosi in contatto 
e in rapporto con le notabilità de' luoghi che si andranno 
man mano geologicamente rilevando con unità di con- 
cetto ed uniformità di metodo ^ — fa atto di abnegazione 
e dà prova di attaccamento al decoro del paese e all'avan- 
zamento delle scienze geologiche in Italia. Esso crede inol- 
tre di contribuire indirettamente al suo scopo, preparando 
il terreno moralmente, cioè disponendo gli animi a com- 
prendere ed apprezzare il grande lavoro cui mira, consi- 
stente nella gran Carta e ne' volumi che servir devono a 
questa di descrizione e di testo, e a trame vantaggio. 

Il Bollettino^ come per lo passato, resterà chiuso alla 
polemica ed agli apprezzamenti personali; manterrà il 
rispetto delle opinioni e de' lavori altrui, e sarà redatto 
per modo da essere utile ed istruttivo. 

Facciamo appello al concorso benevolo de' nostri amici 
i geologi italiani con la fiducia di chi se ne sente sicuro, 
ai lavori de' quali le pagine di esso Bollettino sono sem- 
pre aperte, e la grande diffusione di cui gode servirà di 
mezzo di pubblicità maggiore di quella di qualsivoglia 
altro periodico scientifico ai loro importanti lavori. 

La Redazióne. 



^ Volendo avere notizie sulla natnra e sullo scopo del Comitato geo- 
logico, vedansi i Brevi cbnni sugli Istituti e Comitati geologici e sul 
R. Comitato geologico d' Italia (Firenze Tip. Barbèra, 1871) i quali 
servono anche di introduzione al F volume delle Memorie per servire 

ALLA DESCRIZIONE DELLA CaRTA GEOLOGICA DEL ReGNO pubblicato nel 1871. 



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5 — 



HOTE GEOLOGICHE. 



I. 

SuUe ghiaie delie Colline Pisane e sulla provenienza loro e 
delle sabbie, che insieme costituiscono la parte superiore 
dei terreni pliocenici della Toscana. — Nota di Anto- 
nio D' ACHIARDI. 

Tutti che parlarono dei terreni pliocenici delle Colline Pi- 
sane hanno sempre distinto le sabbie gialle e le argille turchine ; 
ma per quanto io sappia ninno ha mai fatto menzione di un terzo 
termine, cioè delle ghiaie che soprastanno alle sabbie in quella 
parte delle Colline Pisane che dolcemente scende alla pianura 
deir Arno ; termine oltremodo importante in quanto che ci svela 
la completa storia degli altri due. 

Io, per ora almeno, ho limitato le mie osservazioni a quel 
tratto di paese che sta compreso fra il mare, i monti di Livorno 
e della Castellina e le due valli dell' Era e dell' Amo ; onde 
discorrendo questo singolare deposito di ghiaie o ciottoli, avverto 
fin d' ora che non parlo che di quanto ho veduto in questa area 
limitatissima non solo, ma più specialmente ancora nella sua 
porzione settentrionale, sulla china cioè che scende alla valle 
dell' Amo. 

È noto che sabbie gialle e argille turchine altemanti non di 
rado ripetutamente fra loro, come ce ne porge bellissimo esem- 
pio la valle d'Era, sono considerate quali effetti diversi di una 
stessa cagione formatrice, piuttostochè come termini di età di- 
versa. Esse ci rappresentano infatti le prime un deposito litorale, 
le seconde oceanico o meglio effettuatosi a maggior distanza del 
primo dalla spiaggia, con l' avanzarsi della quale in grazia del- 
l' incessante interrimento avveniva che le sabbie si deponessero 
al di sopra delle argille, precedentemente depositate quando 
l'acqua ivi era più profonda e il lido più discosto. Per lo che 



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— 6 — 

se vero è che le sabbie che in uno stesso luogo soprastanno alle 
argille sono posteriori o più recenti di queste; d'altra parte 
prese a distanza possono essere e sono talvolta contemporanee. 
Lo stesso è a ripetersi per le ghiaie, delle quali intendo parlare, 
e che ci rappresentano un terzo termine anche più litorale delle 
sabbie stesse, un terzo termine che per la sua origine o depo- 
sizione sta alle sabbie gialle come queste alle argille. Né su ciò 
vai la pena di intrattenerci ulteriormente, che oltre all' essere 
cose ovvie, le sono anche note a quanti conoscono i nostri ter- 
reni subapenninici. 

Alle argille più o meno fossilifere succedono al di sopra le 
sabbie ordinate a seconda della grossezza loro e fra queste e 
quelle spesso si osservano degli stratarelli sottili, non di rado 
molto fossiliferi, che tengono un po' dell' argilla, di cui hanno il 
colore turchiniccio, e un po' della sabbia, di cui hanno la grana; 
onde debbono considerarsi còme termine di passaggio dalle ar- 
gille alle sabbie. E delle sabbie le inferiori sono finissime e molto 
fossilifere, le conchiglie essendovi ora sparse ora accumulate 
intorno ai banchi di Ostriche e Cladocore; le superiori sono 
invece grossolane e prive di fossili. A queste soprastanno le 
ghiaie, che talvolta secoloro alternano, né è a credersi che ci 
rappresentino un deposito diluviale; che se spesso mancano i 
segni della stratificazione, non ,di rado sono pure evidenti e 
r essere poi tutte distese per il loro fianco maggiore ci toglie 
ogni dubbio sopra il loro modo di deposizione. 

Sulla via che dal Pallone conduce al paese di Colle Salvetti 
a mano destra osservasi chiaramente la stratificazione di queste 
ghiaie, i cui stratarelli ci presentano l'inclinazione stessa delle 

Fig. 1. 

(T. Nord.] (M. Sud.) 



a ghiaie — b sabbie gialle grossolane. 

colline (fig. 1), e meglio ancora la si vede in un profondo botro 
presso il casale del Sorbo a men che due chilometri da Fauglia 



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nella valle del rio della Tavola al di sotto e a ponente della 
villa Ristori sul fianco della collina; come appare anche dalla 
figura 2, che ci mostra un lato di questo botro. 

Fig. 2. 



a ghiaie — b sabbio gialle grossolane. 

È dunque più che evidente che queste ghiaie ci rappresen- 
tano la parte più grossolana dei sedimenti che a distanze diverse 
dai punti di origine si deponevano nei tempi pliocenici presso 
alle sponde del nostro mare d'allora. La provenienza delle ghiaie 
dovette essere la medesima che per le sabbie e le argille; quindi 
lo studio di quelle ci guida a conoscere la provenienza dei no- 
stri terreni pliocenici, ed eccone in ciò più che palese l'impor- 
tanza. 

Partendosi da San Martino sui Monti Livornesi e passando per 
Santo Regolo, Orciano, La Madonnina dei Monti e Sant'Ermo 
fino alla valle della Cascina, si percorrono colli elevati, scoscesi 
per forre, nudi e squallidi, che sono formati di argilla, detta 
in vernacolo mattatone, ìnancana o terra arzilla. Se ci si parta 
invece da GastelP Anselmo e passando per Luciana, Fauglia, 
Crespina, Lari, Usigliano e Capannoli ci si spinga fino alla valle 
dell'Era, si passa di collina in collina, più basse delle precedenti, 
ma tutte verdi di boschi, olivi e vigneti, e che con la loro ri- 
gogliosa vegetazione ci attestano esseme il suolo vegetabile for- 



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- 8 - 

mato di sabbie. Una terza zona di colli si distende randa randa 
alla pianura a cominciare da Nugola e oltre per Colle Salvettì, 
Geppaiano ec; è la zona delle minori colline, la di cui superficie 
suole essere aspersa o di sabbie grossolane o di ghiaie che con- 
sentono pure ricca e fiorente vegetazione. Procedendo da mezzo- 
giorno a settentrione s' incontrano i vari terreni e i due tagli 
seguenti presi l'uno (fig. 3) sulla destra del rio della Tavola, 
r altro (fig. 4) sulla sinistra ce ne mostrano la successione. 

Lo studio geologico di questi terreni prova ad evidenza, 
come si bene dimostrò il Savi,' che la loro deposizione si fece 
dalla parte di tramontana e che il movimento, onde emersero 
dal mare, si effettuò invece da mezzogiorno, per lo che se ne 
invertì la pendenza nel sollevamento. Ma non solo lo studio 
stratigrafico dimostra la provenienza dei materiali dalla parte 
di tramontana, che un accurato esame di questi e segnatamente 
delle ghiaie, che meglio degli altri si studiano, conduce alla 
medesima conclusione, come ora intendo di dimostrare. 

Io ho raccolto queste ghiaie in più punti, sia verso la valle 
della Torà, sia verso quelle della Crespina e della Cascina e 
altre intermedie, e le ho raccolte tanto nelle valli ^he nei poggi, 
tanto a settentrione che a mezzogiorno; né in generale altra 
difi'erenza ho trovato che nell'abbondanza e nelle dimensioni 
loro, risultando quasi da per tutto dei detriti delle medesime 
rocce ; o per meglio dire le più abbondanti le ho trovate da per 
tutto, e solo talune, che sono assai rare, non rinvenni che in 
pochi luoghi, sia che negli altri non si trovino, sia che la loro 
mancanza vada considerata più come apparente che reale e rela- 
tiva alla imperfezione delle ricerche. 
I ciottoli da me raccolti sono di 

Quarzite, 

Quarzo, 

Piromaca, 

Macigno o altra arenaria, 

Calcarla e 

Schisti. 

• Dei movimenti avvenuti dopo la deposizione del terreno pliocetiico nel 
suolo della Toscana, ai quali sembra debbasi attribuire l'attuale configura- 
zione della sua superficie. Nuovo Cimento, aprile e maggio, 1863, Pisa. 



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- 9 — 



TaUe deUa Torà. 



Santo Regolo. 



Favf Uà. 

Luciana. ■ 

▲òdaiolo. . 
Sorbo. 






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Pallone. o 

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So^o^"^"- Colle SaWetti. !" 



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— 10 — 

I ciottoli di Quarzite sono da per tutto oltremodo abbon- 
danti. Vario ne è il colore e la grana. Predominano sugli altri 
quelli di una Quarzite bianco-grigiastra o bianco-giallastra, e 
frequenti son pure i ciottoli di altre Quarziti di colore diverso, 
rossastre, carnee, paonazze più o meno chiare, verdoline e ce- 
rulee. La struttura ora è schistosa, ora granulare, ora com- 
patta ; in quel primo caso fra sfoglia e sfoglia si osservano delle 
laminette esilissime di Damurite (Bamourité), che prevalgono 
nelle Quarziti verdastre; nel secondo i grani silicei più o meno 
grossi sono pure più o meno disgregabili fra loro; nel terzo 
finalmente osservando nella massa, che pare compatta, scorgonsi 
più meno manifesti i granelli silicei, per il solito angolosi, 
immersi nel fondo del pari siliceo della roccia. E tutte queste 
varietà di Quarziti hanno le loro analoghe nei Monti Pisani e 
nelle Alpi Apuane, ma segnatamente in quelli, quantunque fra 
i vari ciottoli ne abbia trovato taluno che non si trova che in 
queste, come è il caso di una bella Quarzite candidissima, di 
cui non conosco V eguale che del Monte Rondinaio presso il Cerchia. 

Alle Quarziti succedono per la copia loro i ciottoli di Quarzo 
bianco, di cui giova distinguere due sorta. Alcuni bernoccoluti, 
spesso cavernosi, lucenti come grasso nella frattura, candidissimi 
e di tutte le dimensioni; altri fatti a piastrella, a superficie 
smorta e bianchi come fossero di Feldispato opaco, diversi infatti 
dai primi. Or bene : per chi sia pratico dei nostri monti e ne di- 
stingua le rocce, è facile riconoscere in quei ciottoli della prima 
sorta il prodotto del disfacimento dei filoni quarzosi e in questi 
della seconda gli avanzi degli schisti nodulosi, dei quali talvolta 
ci è dato anche rintracciare un qualche frammento col suo Quarzo 
incluso identico a quello degli altri ciottoli, che per il solito 
sono di puro Quarzo, che solo è rimasto come sostanza più 
dura. E come per i ciottoli di questa seconda qualità di Quarzo 
1 frammenti della roccia madre ne confermano la provenienza 
dagli schisti nodulosi, così per quei primi i minerali, che tal- 
volta includono e fra essi più frequente degli altri la Ripidolite 
(var. Afrosiderite), ne confermano del pari la derivazione dei filoni 
quarzosi. Anche per questa sorta di ciottoli adunque resta pro- 
vata la provenienza loro e dai Monti Pisani e dalle Alpi Apuane, 
dove abbondano e questi filoni e quegli schisti. 



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— 11 - 

Non meno frequente, certo non scarsa, è anche la Piromaca ; 
la quale è del pari diversa e per la compattezza e per il colore. 
Per il solito presentasi in massarelle informi, non di rado esse 
pure fatte a piastrella e di un colore grigio più o meno scuro e 
talvolta quasi nero di pece. È la Piromaca della calcarla detta 
dal Savi grigio-cupa con selce, come provano anche i ciottoli che 
l'accompagnano, e nei quali pur si conserva tuttora la parte 
calcare, che per il solito manca, essendosi per la sua minore 
durezza e solubilità più facilmente perduta per via. Questi po- 
chi ciottoli sì fatti con la ripetizione degli stratarelli selciosi 
nella roccia madre ci danno perfetta immagine della summen- 
tovata calcarla, quale si osserva nei Monti Pisani sulla destra 
del Serchio fra Vecchiano e il padule e in alcune parti delle 
Alpi Apuane, ma insieme anche sul? Apennino, come se ne veg- 
gono bellissimi esempi al Ponte Nero e in altri punti della 
valle di Lima. 

Oltre a ciò, quantunque più rari, non mancano tuttavia ciot- 
toli di Piromaca d'altro colore, e io ne ho raccolti dei grigio- 
chiari, dei biondi e dei verdastri, che pur trovano riscontro nelle 
rocce degli stessi monti. 

£ così è dei ciottoli di Diaspro, abitualmente rossi più o 
meno cupi, per il solito venati di bianco, che sono del pari fre- 
quenti, mentre scarseggiano invece e sono piccolissimi quelli de- 
gli schisti rossi che sogliono accompagnare i Diaspri, e che per 
la loro tendenza a sverzare si riducono facilmente in frantumi. 

I ciottoli di macigno e di calcarla son rari, né gli ho trovati 
da per tutto; anzi in pochissimi luoghi i primi, in pochi i se- 
condi ; e se ne può intendere la ragione ripensando che le cal- 
carle raro è che producano ciottoli, meno il caso che tendano a 
frantumarsi naturalmente, e se li producono per la natura loro e 
per la poca durezza, già dissi come l'acque e gli attriti facil- 
mente vi abbiano presa; e quest'ultima considerazione vale an- 
che per il macigno e per le altre arenarie meno resistenti delle 
Quarziti. Rari* dunque sono i ciottoli di queste due sorta di 
rocce; ma non per tanto sì bene riconoscibili, che anche per essi 
si può risalire alla roccia che li produsse, ricercandola negli 
stessi monti, donde provennero gli altri tutti. E qui per i ciot- 
toli calcari noterò che sono delle così dette calcarie grigio-cupa 



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- 12 - 

e grigio-chiara con sélce e di altre, e per quelli di macigno che 
io gli ho trovati in luoghi ov'era più probabile che fossero giunte 
le ghiaie dell' Apennino, sul quale il macigno è difatti una delle 
rocce più abbondanti. 

E rari sono ugualmente i frammenti di schisto, sono anzi 
rarissimi se si eccettuano quelli che hanno natura diasprina o 
di Quarzite e dei quali fu detto a lor tempo. Né qui rammen- 
terò se non pochi frammenti da me raccolti di uno schisto gial- 
lastro, assai tenero, argilloso-limonitico, quale si trova anche nei 
Monti Pisani e in quelli più remoti della Spezia. 

Finalmente un ciottolo solo ho raccolto di natura ferro-piros- 
senica e anche per esso si può risalire alle masse ferree della 
Val di Castello e altre della Versilia. 

Si può quindi affermare senza tema di essere smentiti, che 
tutte le ghiaie di quella parte delle colline pisane che scende 
alla pianura dell' Arno hanno riscontro nelle rocce dei monti che 
si elevano a settentrione di questa stessa pianura, cioè dei Monti 
Pisani, delle Alpi Apuane e dell' Apennino ; segnatamente delle 
due prime catene, e più ancora della prima che della seconda. 
Delle rocce dei monti che stanno dalla parte opposta, cioè dei 
Monti Livornesi e della Castellina, non vi si rinviene un sol ciot- 
tolo: non Serpentino, non Oficalce, non Eufotide, non Diabase, 
non Calcaria-colombina, non Calcaria-grossolana, non Gesso. Che 
se vi si rinvengono ciottoli di Macigno, di Diaspro e anche, 
benché raramente, di una calcarla che parrebbe Alberese, tre sorta 
di rocce proprie anche di questi monti meridionali, oltreché tro- 
varvisi raramente e non da per tutto, hanno poi più somiglianza 
con le rocce si fatte dell' Apennino e dei monti posti fra esso 
e l'Arno, di quello che con le analoghe dei Monti Livornesi e 
della Castellina. E poiché le medesime rocce esistono qua e là 
e poiché non un solo frammento mi fu concesso rinvenire di 
quelle che sono esclusive di questi ultimi monti, è mestieri con- 
cludere che tutte le ghiaie, delle quali ci occupiamo, e tutte le 
sabbie che loro sottostanno e seco loro alternano, e che altro 
non sono che frammenti più sminuzzati delle stesse rocce, tutte 
siano provenute dai Monti Pisani e dalle Alpi Apuane, e in parte 
forse anche dall' Apennino durante il pliocene, e in special modo 
al suo termine prima che per l' inalzarsi delle colline e contem- 



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— 13 — 

poraneo abbassamento dei monti posti a settentrione deir attuale 
pianura pisana, s' invertissero i corsi delle acque ; le quali per 
r innanzi procedevano al mare da settentrione a mezzogiorno, e 
ora da mezzogiorno a settentrione, per voltare quindi a ponente, 
come ce ne porgono esempio le valli dell' Era, della Cascina, della 
Crespina, dell'Isola, della Torà e altre vicine. 

Invertito il corso delle acque, si è pure cambiata la natura 
dei depositi e lungo i torrenti che solcano le valli frapposte ai 
colli, i di cui dossi sono seminati di ghiaie dei Monti Pisani 
e delle Alpi Apuane, oggi si depositano e si raccolgono invece i 
ciottoli di Serpentino, Eufotide, Calcaria-alberese e di altre rocce, 
che provengono dai Monti Livornesi e dalla parte più settentrio- 
nale di quelli della Castellina, di Santa Luce e di Gello. 

Ecco dunque pienamente confermato dallo studio di questo 
particolare deposito ghiaioso delle nostre colline quanto già de- 
dusse il Savi dallo studio stratigrafico di questi medesimi luoghi. 
Anche in molte altre parti della Toscana si trovano depositi 
ghiaiosi e pur anco in questa stessa parte occidentale. Di fatti 
a Monte Carlo, a Montecchio e altri punti sulla destra del- 
l' Amo si raccolgono ciottoli in copia della stessa natura di que- 
sti delle colline meridionali ; e ghiaie molto più grosse, veri massi 
di macigno, si osservano accumulati uno suli' altro nella valle di 
Nievole presso Borgo a Buggiano e nelle valli della Lima e del 
Serchio prima del loro incontro. Secondo il Savi, sarebbero depo- 
siti diluviali gli uni e gli altri, e il loro accumulamento si col- 
legherebbe a quel gran fatto dell' innalzarsi delle colline e con- 
temporaneo sprofondarsi dei Monti Pisani; a quel movimento di 
altalena, onde si stabilirono le basi dell' attuale configurazione 
di questa parte d'Italia. 

Delle ghiaie di Monte Carlo, Altopascio e Montecchio nulla 
posso dire per ora ; ma tutti quei massi, e quasi tutti di maci- 
gno, che nelle valli della Lima e del Serchio appaiono accumu- 
lati dalle due sponde a guisa di argini e più abbondanti di contro 
alle valli laterali dei torrenti minori, mi fanno nascere il sospetto 
che ci rappresentino un deposito torrenziale; come nella scuola 
pisana da lungo tempo s' insegna dal mio maestro, il prof. Me- 
neghini, doversi considerare quello di Borgo a Buggiano. Forse 
là si accumularono, mentre le stesse acque che ve li deposero 



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— 14 — 

e quelle che scendevano dalle Alpi Apuane e dai Monti Pisani 
depositavano lungo la spiaggia marina le ghiaie minori e le sab- 
bie; e forse devesi all'abbassamento di questi stessi monti e 
conseguente avvicinarsi del mare e della foce dei fiumi l'aver 
questi riescavati i proprii letti, sulle di cui sponde attuali si 
osservano per ciò a grande altezza i depositi ciottolosi; o più 
probabilmente questi medesimi effetti debbono riferirsi ad ana- 
loghe cagioni, ma posteriori. Un diligente studio abbisogna 
dunque per rintracciare la verità; quel poco che ho detto basti 
per mostrare V importanza di uno studio comparativo fra i vari 
depositi di simil fatta che esistono fra noi. 



U. 
Cenni mila costituzione geologica del Piemonte. 

(Estratto da una Nota del prof. B. Gastaldi, pubblicata 
nella Enciclopédia Agraria Italiana.*) 



Capo Primo. — Valli Alpine. 

Le Alpi, dalla valle del Toce a quella del Tanaro che le 
separa dall' Apennino, sono formate di due grandi zone di rocce 
cristalline. 

La prima o inferiore consta di gneiss antichi o granitici. Alla 
seconda o superiore daremo l' appellativo di zona delle pietre 
verdi^ perchè oltre a molte altre rocce di natura varia, contiene 
i serpentini, le eufotidi, le dioriti ed una quantità grandissima 
di altre pietre magnesiache, per lo più di tinta verde, le quali 
nettamente la caratterizzano e le danno speciale suggello. 

La zona del gneiss inferiore o granitico forma l' ossatura 
dei gruppi Monte Rosa, Gran Paradiso e si protende sin nelle 
valli della Riparia e del Sangone. Essa consta di gneiss per lo 

* Raccomandiamo ai nostri lettori questa importante pubblicazione redatta 
da egregi collaboratori sotto la direzione del dottor 6. Cantoni direttore della 
R. Scuola Superiore di Agricoltura in Milano : editrice ne è la Unione Tipogra- 
fico-editrice di Torino, diretta dal Pomda. — La Direzione. 



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— 15 — 

più a grana grossa, ricchi di feldspato (Ortosio). Quantunque in 
generale, questi gneiss siano regolarmente stratificati, tuttavia 
accade sovente che perdendo ogni traccia di scistosità assumano 
od improvvisamente od insensibilmente una struttura prettamente 
granitica. 

Quella delle pietre verdi^ di gran lunga più estesa, si adagia 
sulla prima e la ammanta. In alternanza colle pietre verdi sovra 
menzionate, essa contiene estesi banchi di calcare saccaroide, di 
calcescisti, nonché graniti, che chiameremo massicci perchè gene- 
ralmente a struttura più fitta di quelli cui si è superiormente 
accennato. Essa è inoltre tagliata da imponenti dicche di porfido 
or rosso, or grìgio, or a tinte scure ; quest' ultimo prende gene- 
ralmente il nome di melafiro. 

Se la prima zona forma V ossatura di parecchi dei principali 
e più colossali gruppi delle Alpi nostre, nella seconda sono tagliate 
le punte più svelte, più acuminate, più difficilmente accessibili 
quali il Gran Cervino, la Grìvola, V Uia di Mondrone, la Ciama- 
rella, TUia di Bessans, il Monviso, ec. ec. 

Questa seconda zona taglia trasversalmente la maggior parte 
delle nostre valli alpine, in parecchie delle quali, venendo a 
sporgere altresì la zona inferiore dei gneiss antichi, ne segue 
che i detriti delle due zone, trascinati al basso dai torrenti, si 
mescolano assieme, e la sterilità degli uni riesce corretta dalla 
fertilità degli altri. La diversa natura delle rocce di cui sono 
formate le due zone ha, a quanto pare, diretta influenza sulla 
fertilità del suolo risultante dai detriti di tali rocce. Eccone 
un esempio. 

Tutta la parte superiore della Valle-grande di Lanzo è sca- 
vata nella zona dei gneiss antichi; la parte inferiore in quella 
delle pietre verdi. È questa una valle di riempimento, vale a dire 
il cui fondo è regolare ed unito, non presentando quei gradini 
e salti che sovente si incontrano in molte delle valli alpine. Ne 
segue che non essendo interrotto da altri cangiamenti di rilievo, 
air infuori di quelli prodotti dai coni di deiezione dei torrenti 
laterali, il fondo della valle è una serie continua di magnifiche 
praterie pur troppo frequentemente devastate dalle inondazioni. 
Ora quando lo straripamento delle acque riduce in un letto di 
ghiaia e di ciottoli la superficie prima occupata da un prato. 



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gli abitanti, per ridarle il primitivo manto di verdura non hanno 
che a regolarizzare grossamente il suolo togliendone i massi ed 
i ciottoli più voluminosi e quindi irrigarlo copiosamente colle 
acque della Stura, le quali, coprendo di finissimo e fertile limo 
il fondo di ghiaia e di ciottoli, rapidamente lo riducono di nuovo 
in prato. Ben diverse sono le condizioni della vicina valle di 
Balme intieramente scavata nella zona delle pietre verdi. Essa è 
più stretta, profonda, irregolare, dirupata, le sue acque più crude, 
e men fertile il limo da esse deposto, cose tutte ben note agli 
abitanti e da loro ammesse. Ed è forse alia natura delle acque 
anziché alla regolarità del fondo della valle che si deve la quan- 
tità di trote che si pesca nella Stura della Valle-grande a fronte 
di quella che dà la Stura della valle di Balme. 

Veniamo ora ad esaminare la zona delle pietre verdi onde 
vedere la influenza esercitata sulla vegetazione dalla natura delle 
rocce di cui quella zona è formata. Tutti sanno quanto siano 
sterili i serpentini, le eufotidi, le anfiboliti ed altre rocce ma- 
gnesiache, le quali, come già abbiam detto, formano parte cospicua 
della zona in discorso. Essa quindi sarebbe, in generale, poco 
atta allo sviluppo della vegetazione se colle rocce sovra indicate 
non alternassero calcari saccaroidi o compatti, calcescisti, mica- 
scisti, gneiss e talvolta graniti massicci e porfidi. 

Dallo sbocco della valle del Pellico sino a quello della valle 
della Stura di Lanzo, corre al piede delle Alpi una serie di monti 
poco elevati, esclusivamente formati di rocce serpentinose, eufo- 
tiche ed anfiboliche; il Sangone, la Riparia, la Stura di Lanzo 
sono costretti a tagliarla per farsi strada alla valle del Po. In 
generale tutta quella serie di monti è spoglia di vegetazione, 
non solo per la qualità della roccia, ma anche pel fatto del- 
l' uomo. Egli è noto che natura col tempo e colla decomponente 
azione dell'atmosfera copre di un manto di verdura anche il 
suolo men atto alla rigogliosa vegetazione; un secolo fa tutta 
quella catena di monti era ancora coperta di querele, di castagni 
e di faggi, ed oggi, scomparsa la foresta, dato libero adito all' ar- 
mento, quel suolo dilavato, riarso, privato di cotenna vegetale, 
fa penosa impressione a chi lo osserva, ed aumentando man mano 
la sua sterilità si fa deserto. Anzi, a chiunque per la prima 
volta lo veda, parrà impossibile che mai albero abbia potuto 



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— 17 — 

vegetare su quel suolo, e per acquistare la certezza del con- 
trario conviene consultare i vecchi e visitare le frequenti piazze 
da carbone od antiche carbonaie che su quei monti si incontrano. 

Prendiamo a percorrere una di queste valli ben nota ai tori- 
nesi, la valle di Usseglio. A partire da Lanzo sino a Viù, ove 
molta gente recasi in estate a villeggiare, l'occhio non scorge 
che nudi e brulli ridossi di serpentino e di eufotide, né può 
riposare su una macchia di verdura se non lungo il piccolo bacino 
di Germagnano ed in quelle ripiegature del monte ove T acqua 
piovana non potè intieramente portar via la zolla; lungo tutta 
la strada invano si cercherebbe una fonte, un rigagnolo d' acqua. 
Appena però si giunge a Viù il paese cangia di aspetto, il suolo 
si copre di folta verdura, e V acqua scaturisce da ogni parte. A 
che cosa è dovuto questo rapido cangiamento di scena? Alla pre- 
senza di una serie di banchi di calcare, di calcescisti e di gneiss 
recenti che attraversa la valle e produce gli stessi effetti anche 
nelle adiacenti valli di Balme e Grande. 

Fra le rocce di cui consta la zona delle pietre verdi ve ne 
ha una che ne occupa larga parte e vi forma estesi ed elevati 
gruppi di montagne, voglio parlare dei scisti anfibolici, costituiti 
di feldspato granoso e di anfibolo acicolare. Questa roccia si 
rompe relativamente in minuti frammenti e la decomposizione 
loro dà luogo ad un terreno ubertoso se si paragona a quello 
che si forma coi detriti di serpentino, di eufotide, di diorite e 
di altre consimili rocce magnesiache. 

I graniti massicci che fanno altresì parte di questa zona si 
distinguono da quelli della zona inferiore perchè sono più ricchi 
in quarzo ed a struttura più fitta. Tali sono i graniti di Mon- 
torfano, di Baveno, di Alzo sui laghi Maggiore e di Orta, quelli 
del Biellese tra Masserano e Biella, quelli dell' alto Piemonte tra 
la valle Chiusella e Cuorgnè, quelli della valle Varaita, ec. 

Le sieniti sono meno frequenti ed in masse meno estese; 
esse fiancheggiano per lo più le rocce anfiboliche, ed il più so- 
vente presentano la composizione di graniti anfibolici anziché 
quella di vere sieniti. Le meglio conosciute delle nostre Alpi 
sono quelle della valle del Cervo e quelle che si incontrano tra 
la Chiusella e la Dora Baltea. 

I porfidi sono quarziferi o felsitici. Si mostrano in masse 



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— 18 — 

considerevoli nelle nostre prealpi tra il Ticino ed il Cervo, for- 
mando la base dei monti dell' alto Novarese, dell' alto Vercellese 
e del Biellese. Il circondario di Biella oflFre una magnifica dicca 
di un porfido a tinte scure di violaceo, di rosso bruno e di nera- 
stro cui si dà il nome di melafiro. Essa si estende in lunghezza 
ben ventidue chilometri ed attraversa le valli dell' Elvo, del- 
l' Oremo, dell' Oropa e del Cervo. Qualche striscia di roccia por- 
firica si incontra altresì nella valle della Chiusella. Ve ne ha in 
ultimo una considerevole massa nell' alta valle del Tanaro, dalla 
quale proviene l'ingente congerie di ciottoli che formano gli 
strati miocenici coprenti le ligniti del circondario di Mondovl. 
Questi ciottoli di porfido si alterano e si decompongono intiera- 
mente dando luogo alle argille così variamente tinte, come altresì 
alle argille plastiche che alimentano le fabbriche di stoviglie di 
quel paese. Alla esistenza dei porfidi è altresì dovuta la pre- 
senza delle finissime argille e dei caolini nell'alto Vercellese e 
neir alto Novarese. 

I graniti massicci ed i porfidi si decompongono facilmente a 
contatto dell' atmosfera e danno origine ad un suolo arenaceo, 
frammentario, mobile, ed in generale lì, sul luogo, poco fertile. 
Le già citate prealpi dell' alto Novarese e dell' alto Vercellese 
sono in questo caso. Anche quelle regioni erano una volta coperte 
di folta foresta, e 1' averla distrutta su un suolo poco atto ad 
altre coltivazioni fu cosa più che altrove improvvida e sconsi- 
gliata, sempre quando alla foresta non si potè subito sostituire 
la vite, il prato od il frutteto. 

Per contro le rocce serpentinose, eufotiche, le anfiboliti resi- 
stono meglio all'azione distruggente dell'atmosfera, e quando 
tuttavia si sfasciano, si sconnettono e si rompono in grossi, colos- 
sali frammenti che formano enormi lavine. I rottami o ciapei che 
ingombrano le basi del Civrario e dell' Uia di Mondrone nella 
valle di Balme, della Rossa nella Valle-grande, del Monviso nelle 
valli del Po e di Varaita sono veri deserti di massi accatastati 
e l'attraversarli è una fatica da alpinista. 

Lungo le costiere di questi monti di serpentino, di eufotide 
di rocce anfiboliche vivono ancora: nelle valli di Lanzo il Pinus 
uncinata ridotto ormai a cespugli : nella valle della Varaita, nella 
parte superiore di quelle della Dora Riparia, il Pintis cenibra. 



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— 19 — 

Ma agraziatamente il suolo su cui vegetano è comunale e ciò 
vuol dire che uomini ed armenti vanno a gara per far scompa- 
rire quegli ultimi rappresentanti di essenze che due secoli fa 
coprivano di folte foreste le nostre valli sino all'altezza di 
oltre 2000 metri. 

Tutte le rocce di cui sinora parlammo formano la catena 
delle Alpi a partire dalla valle del Toce sino a quella del Ta- 
naro ; tuttavia fra la valle della Varaita e quella del Tanaro, ed 
anche più verso Est quella della Bormida, si fanno più frequenti 
i calcari saccaroidi, le quarziti, le puddinghe. Nelle parti supe- 
riori delle valli che solcano questo tratto di catena v'erano 
altresì, non è gran tempo, magnifiche foreste di essenze verdi. 
Nei monti del circondario di Cuneo si incontravano tronchi di 
Juniperus sabina che avevano 30, 40 centimetri di diametro. 
Egli è nella parte superiore della valle della Corsaglia che 
nel 1865, in mezzo a secolare foresta di abeti ne misurai uno 
il quale a 1",50, dal suolo aveva 5",30 di circonferenza. Oggidì 
tutte queste foreste scomparvero sotto l'ascia del boscaiuolo. 

Al colle di Tenda comincia a mostrarsi il terreno nummuli- 
tico e quindi al colle di Millesimo e di Cadibona il miocene 
inferiore. Questi terreni terziarii prendono quindi più verso 
Est una grande estensione e costituiscono parte cospicua del- 
l' Apennino ligure da Genova verso la Spezia, da Genova verso 
Piacenza. 

Tuttavia l' ossatura dell' Apennino continua ad essere formata 
delle stesse rocce cristalline, che nelle Alpi costituiscono la zona 
delle pietre verdi e quelle rocce qua e là vi si mostrano talvolta 
in imponenti masse come vedesi verso Savona, tra Savona e Ge- 
nova, tra Genova e la Spezia, verso Bobbio, Ottone, ec. Lo stesso 
fatto si osserva in tutto 1' Apennino dell' Emilia, della Toscana, 
dell'Italia centrale e meridionale, come altresì nei monti della 
Sicilia, della Sardegna, dell'Elba e della Corsica. 

L' Apennino adunque, come tutti i monti delle isole del Me- 
diterraneo, è un'appendice delle Alpi, la quale, abbassandosi 
man mano che si inoltra nella Penisola, rimane coperta di ter- 
reni più recenti. 

Ritornando alle Alpi dobbiamo far cenno di un terreno, che 
si incontra lungo le pareti delle valli sino ad altezze che variano 



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tra i 500 ed i 1000 metri, ed in alcuni luoghi sin oltre i 1500, 
Voglio parlare del terreno erratico o delle morene laterali lasciate 
dagli antichi ghiacciai, le quali ci indicano i limiti ai quali quei 
ghiacciai si elevarono. 

Quelle morene là dove le pareti della valle sono verticali od 
hanno una sentita inclinazione sono poco sviluppate; per contro 
là ove sbocca lateralmente un vallone o dove le pareti presen- 
tano profonde ripiegature e vasti seni, esse vi formano estesi 
altipiani che V occhio esercitato scorge e distingue da lontano a 
motivo della loro regolarità ed anche perchè il più sovente quegli 
altipiani sono coperti di più folta verdura. Il suolo morenico è 
infatti molto vario nella natura dei suoi elementi ed è fisica- 
mente preparato in modo da presentare facile via alle radici delle 
piante, ed è in generale sul terreno morenico che meglio vegeta 
e cresce la foresta. 

Nella parte superiore di talune valli ove gli anfiteatri hanno 
una grande estensione, il terreno erratico copre vaste porzioni 
di suolo ; le combe della valle superiore del Po, i piani di Usse- 
glio e della Mussa sono antiche morene. 

Per la fisica loro costituzione e per la varietà degli elementi 
di cui sono formati, hanno stretta affinità colle antiche morene 
i coni di deiezione che occupano il fhalweg delle valli alpine 
allo sbocco dei valloni laterali. 



Capo Secondo. — Valle del Po. 

Gettando gli occhi sopra una carta topografica di questa ma- 
gnifica valle, una cosa immediatamente colpisce l' osservatore, ed 
è che il corso del Po, da Revello all'Adriatico, va continuamente 
respinto dalla base delle Alpi verso quella dell' Apennino. Que- 
sto fatto già si osserva a monte di Moncalieri, ove il fiume, 
prima di inoltrarsi fra le Alpi e la catena di colline che da 
quel paese si estende sino a Valenza, fa una piccola curva da 
Sud-est a Nord-ovest. Toccato poi il piede della collina, le acque 
del Po sono costrette a rasentarlo, sospinte che sono contro di 
esso dalPalta, ripida, resistente sponda di sinistra. Quindi tra 
Moncalieri e Torino, tra Torino e Casale, tra Casale e Valenza, 



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— 21 - 

noi vediamo il fiume incanalato in un alveo relativamente an- 
gusto, portare bensì i suoi sforzi verso la sinistra sponda per 
allargare il proprio letto, ma tuttavia costretto a non allonta- 
narsi mai dal margine delle colline, tanto è prevalente la forza 
che lo respinge dal piede delle Alpi. 

È questa una forza d'inerzia opposta da un immenso piano 
inclinato, che dal piede delle Cozie si protende giù fino al- 
l' Adriatico e forma tutta la zona di suolo compresa fra la si- 
nistra del fiume e la base delle Alpi. Né quel piano inclinato si 
arresta là dove il fiume entra in mare, che da Vicenza all'Isonzo 
largamente si protende respingendo lentamente, ma continua- 
mente, le acque dell' Adriatico e va sensibilmente allargandosi 
coir allungarsi dei delta. 

Perciò volando colla mente ai tempi avvenire si vede che il 
golfo di Trieste e la parte superiore dell' Adriatico saranno ri- 
dotti in suolo come già lo fu il fondo della valle del Po, il cui 
vano era una volta occupato dalle acque di quel mare. 

Portando la nostra attenzione particolarmente su questo piano 
inclinato che si estende dalle Cozie alle Giulie, facilmente ci 
persuaderemo che vai la pena di studiarne la formazione, la 
storia, anziché limitarci ad un superficiale esame delle varie 
rocce di cui è formato. Solcato da circa 30 gi'Ossi torrenti che 
discendono al Po o direttamente al mare, esso racchiude quella 
serie di laghi che tanto abbellano le nostre prealpi, ed interse- 
cato in ogni senso da una quantità di canali irrigatorii che sono 
r orgoglio della ingegneria piemontese, lombarda e veneta, quella 
zona di terreno é senza dubbio la regione agricola più ricca della 
penisola. 

Ovunque, lungo questo piano inclinato, a partire da Revello 
ove il Po cessa di essere torrente alpino ed entra nella larga e 
regolare sua valle, sino ad Udine, si approfondi un pozzo, al 
disotto di uno strato più o meno grosso di terreno argilloso, di 
suolo vegetale, si incontrerà un letto di ciottoli, di ghiaia e di 
sabbia, la cui grossezza, la cui potenza, il cui spessore general- 
mente è ignoto. A Torino ì pozzi d' acqua potabile hanno da 14 
a 19 metri al più di profondità, e tutti, senza eccezione sono 
aperti in quel letto di ciottoli. Se, partendo da Torino, per Col- 
legno, Pianezza, Alpignano ci avviciniamo alle Alpi, troviamo che 



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i pozzi hanno 30, 50 fin 60 e più metri di profondità, e sono 
sempre scavati in quel letto di ciottoli; egli è a più di 60 metri 
che in molte località del Friuli convien discendere in quello strato 
ciottoloso per trovare acqua. 

Nei vani dei fontanili della Lombardia e del Piemonte, sulle 
pareti delle cave che qua e là si aprono onde estrarne pietrizzo, 
lungo le sponde dei torrenti, noi costantemente vediamo ripe- 
tersi lo stesso fatto, che cioè il sotto suolo di tutto quel piano 
inclinato è formato di un letto potentissimo di ciottoli, di ghiaia 
e di sabbia. 

Se prendiamo ad esaminare con attenzione quel banco di de- 
triti, vedremo che tutti gli elementi, ciottoli, ghiaia e sabbia 
sono sfangati, od in altri termini lavati a segno, che in più di 
un luogo si adopera quella sabbia per le malte. Tutti quegli 
elementi poi non sono disposti in strati regolari, ma in larghe lenti 
che si succedono, si sovrappongono disordinatamente come suc- 
cede nell'alveo di un torrente. 

Quando ci rappresentiamo questa immensa congerie di ciot- 
toli e di ghiaia che da Revello all' Isonzo si estende per parec- 
chie centinaia di chilometri ed ha, là dove è più stretta (tra 
Torino e Rivoli) 12 chilometri in larghezza e dove è più larga 
ne ha intorno a 30, e la cui profondità, il più sovente ignota, 
è però sempre notevolissima, il pensiero corre alla forza natu- 
rale, al fenomeno, all'azione che ha potuto formarla e disporla 
lungo tutta la base delle Alpi. 

Molti naturalisti e più di un ingegnere cercarono sul serio 
spiegazione di quel fatto o la trovarono in una immane cor- 
rente di acqua, la quale superando Alpi ed Apennini, avesse 
abbandonata sul fondo della valle padana la incommensurabile 
quantità di detriti che seco trascinava. È la vieta teoria dei 
cataclismi per cui in date epoche tutta o gran parte della su- 
perficie terrestre veniva sconquassata per preparare un' altra èra 
di tranquillità, un altro ordine di cose. Fortunatamente oggidì 
la parola cataclisma in geologia risponde a quella di miracolo 
in un altro ordine di idee e di fatti. Invece adunque di pòrci a 
discutere quella spiegazione, faremo meglio ad occuparci dello 
studio particolareggiato di quella ingente quantità di detriti di 
cui cerchiamo l' origine. 



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— 23 — 

Poniamoci in un convoglio che da Torino per Milano si di- 
riga a Venezia, e preso posto vicino allo sportello, volgiamo at- 
tentamente r occhio al rilievo del suolo che la locomotiva ci fa 
rapidamente percorrere. Al punto di partenza la via è ad un li- 
vello inferiore a quello del suolo circostante, e tuttavia essa di- 
scende ancora verso il letto della Dora-riparia, attraversata la 
quale riascende su un altipiano ; dopo breve tratto di corsa a 
livello, essa ridiscende in trincea verso la Stura ed il Mallone e 
risale poscia per correre altro breve tratto orizzontalmente. 
Discende quindi verso V Orco per risalire di nuovo ; si inclina 
verso l'alveo della Baltea per risalire ancora, e così di seguito 
per la Sesia, pel Ticino, ed oltre per l'Adda, il Mincio, l'Adige ec. 

Certamente queste depressioni di livello lungo le quali corrono 
i torrenti, sono più apparenti quando si percorre pedestramentp 
la strada, ed a Torino, per esempio, salta all' occhio come il li- 
vello del suolo rimanga ad un dipresso lo stesso tra Porta Nuova, 
Piazza Castello e Porta Susa, mentre rapidamente discende verso 
Piazza Milano verso Borgo Dora ; come altresì la strada che pel 
ponte Mosca attraversa la Riparia, rapidamente risalga verso 
l'opposto altipiano cui giunge ove è l'osteria del Centauro. 

Se la corsa che abbiam fatto in ferrovia da Torino a Milano 
e oltre, noi la rifacciamo con qualche altro mezzo di locomo- 
zione, percorrendo una linea piìi elevata relativamente al Po, più 
prossima cioè al piede delle Alpi, quella, per esempio, che per- 
correre dovrebbe la progettata ferrovia subalpina, allora le dif- 
ferenze tra il livello della pianura e quello dell' alveo dei torrenti 
riescirebbe ben marcata, ed in taluni punti relativamente enorme. 

Greneralizzando diremo che i torrenti alpini arrivano al Po sol- 
cando profondamente il suolo che si estende alla sinistra del 
fiume, correndo cioè in letti di erosione. 

L' alveo dei torrenti discende verso il Po meno rapidamente 
di quel che discenda il piano inclinato, ed è perciò profondis- 
simo là ove il torrente sbocca dalle Alpi e va man mano dive- 
nendo meno profondo a misura che si avvicina al fiume. 

Egli è lungo le sponde di questi letti di erosione che noi 
potremo facilmente osservare la natura del sotto suolo e vedere 
che quell'alternanza di ciottoli, di ghiaia e di sabbia, della 
quale parlammo qui sopra, trovasi con inalterabile costanza ovun- 



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— 24 — 

que, sia che esaminiamo le sponde della Stura di Cuneo, quelle 
del Sangone, del Ticino, del Mincio, ec. 

Se ora camminando lungo gli alvei di questi torrenti noi esa- 
miniamo attentamente la natura dei ciottoli di cui son formate 
le sponde a partire dal piede delle Alpi sino al Po, vedremo 
chiaramente che tutti quei ciottoli sono detriti delle rocce nelle 
quali è scavato il bacino idrografico del torrente stesso, od in 
altre parole che quei ciottoli provengono dalla valle dalla quale 
discende il torrente. 

Cosi a Moncalieri e Trana il suolo è formato di ciottoli della 
Valle del Sangone, tra Torino e Sant'Ambrogio di ciottoli della 
Valle di Susa, tra Bertolla e Lanzo di ciottoli della Valle della 
Stura e così di seguito. Tutti questi ciottoli, tutti questi detriti 
che costituiscono il suolo della Valle del Po, furono adunque 
trascinati al basso dalle Valli Alpine per opera degli stessi tor- 
renti Sangone, Riparia, Stura ec, in un' epoca però nella quale 
le loro acque erano di gran lunga più grosse e quindi più rapide. 

Cercando adunque pacatamente e praticamente l' origine, la 
causa di quella straordinaria congerie di detriti che copre il 
fondo della valle del Po, noi non vi troviamo un cataclisma ma 
semplicamente una maggiore quantità d'acqua negli stessi tor- 
renti che oggi discendono dalle Alpi per correre all'Adriatico. 

Questi banchi di ciottoli, ghiaia e sabbia il cui livello su- 
pera di parecchi metri quello dei fiumi e dei torrenti attuali ; 
questi testimoni d' un' epoca, relativamente recente, nella quale 
la massa delle acque correnti era di molto maggiore dell' at- 
tuale non si trovano esclusivamente nella valle padana, ma si in- 
contrano nelle valli del Rodano e del Reno ai piedi dell' altro 
versante delle Alpi; si incontrano in quella della Garonna alla 
base dei Pirenei, in quelle del Mississipì, delle Amazzoni, del 
Nilo, del Gange, ec. E generalizzando, ovunque sulla faccia 
della terra vi ha una valle aperta ai piedi di estesa, elevata 
catena di monti, il fondo di quella valle è coperto di banchi di 
detriti rotolati provenienti dalla corrispondente catena; e quei 
banchi, per la grossezza dei loro componenti, per l'elevazione 
che raggiungono relativamente ai torrenti moderni indicano una 
abbondanza di acque correnti di molto maggiore nei tempi trascorsi. 

Messo in rilievo questo fiitto importantissimo, vuoi dal lato 



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- 25 — 

geologico, vuoi dal lato orografico, come nelle sue correlazioni 
colla coltivazione del suolo, emerge chiaramente che non dob- 
biamo stupirci se in ogni angolo della terra troviamo la tradi- 
zione scritta od orale di un cataclisma acqueo, di un diluvio. 

Giacché abbiamo scritto la parola diluvio giova che su essa 
ci soffermiamo alquanto, onde ben precisarne il significato. Quei 
banchi di detriti rotolati essendo un fatto, un fenomeno geolo- 
gico che incontriamo ovunque sulla superficie della terra costi- 
tuiscono un terreno corrispondente ad un'epoca. Con qual nome 
indicheremo sia l'uno che l'altra? Molti geologi danno al ter- 
reno l' appellativo di alluvione antica; sempre quando mi occorse 
di parlarne, lo chiamai col nome di diluvium e chiamai la cor- 
rispondente epoca col nome di diluviale. 

Ed infatti il vocabolo alluvione o alluvium esprime quell'in- 
sensibile formarsi ed accrescersi di nuovi banchi di sabbia, di 
ghiaia e di ciottoli che si fa lungo le sponde dei torrenti e dei 
fiumi nelle piene. Ora se i moderni fiumi non hanno che una 
quantità relativamente piccola di acqua a paragone di quella che 
avevano all' epoca in cui formarono quegli estesissimi banchi di 
ciottoli, egli è necessario che per dare un' idea della origine di 
quegli antichi depositi ci serviamo di un vocabolo atto a richia- 
marci alla mente un maggior volume, una maggiore rapidità, 
una maggior forza dinafhica nelle acque correnti che li forma- 
rono. Ci pare che la parola diluvium ciò esprima meglio che non 
quella di diluvium; in altre parole il terreno diluviale è un de- 
posito eminentemente torrenziale anziché alluviale. Ben inteso 
che alla parola diluvium non vuol andare annessa l'idea di una 
subitanea e violenta rivoluzione, di un cataclisma, ma bensì quella 
di correnti d'acqua, le quali quantunque fossero largamente com- 
prese nei limiti delle valli attualmente esistenti, erano tuttavia 
più grosse di quelle dei torrenti e dei fiumi d' oggidì. 

Se in una bella giornata, noi ci rechiamo a Superga, e por- 
tato lo sguardo verso lo sbocco della valle di Susa, esaminiamo 
attentamente il suolo sino a Torino, ci accorgeremo facilmente 
che quel suolo, anziché porzione di un perfetto piano inclinato, è 
a superficie conica; lo stesso ci accadrà se dalle alture di Verrua 
di Lavriano noi gettiamo lo sguardo verso lo sbocco della valle 
di Aosta meglio verso Caluso e Mazze. Il suolo adunque che 



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-^ 26 — 

si estende a destra ed a sinistra della Riparia a valle di Alpi- 
gnano, quello che per largo tratto fiancheggia la Baltea a valle 
di Mazze rassomiglia per la disposizione della sua superficie ad 
una porzione di cono. 

Questi che sMn d'ora chiameremo coni antichi di deiezione^ 
hanno la base talmente estesa relativamente all'altezza loro, che 
r occhio non li distingue se non da un punto di vista posto a con- 
siderevole distanza ed altezza e sotto luce favorevole. Si può 
tuttavia indovinare la disposizione del suolo in superficie conica 
studiandola sopra carte topografiche a grande scala. 

Se ora ci poniamo davanti il foglio di Lanzo della Carta 
dello Stato Maggiore Sardo, vi troveremo raffigurato il più 
bel cono di deiezione che si possa topograficamente disegnare. 
Esso ha il suo vertice a Lanzo, discende a destra verso Mo- 
nasterolo, Fiano, La Cassa e Pralongo, quindi gira verso la 
Mandria e Venaria Reale, ove è tagliato dalla Stura. Una gran 
parte della sua base è già stata erosa, distrutta dal torrente e 
la erosione produsse quella vasta e piatta pianura su cui sorgono 
Caselle, Leynì, ec. A Lombardore rivedesi la base del cono che 
il Malone, da Barbanìa in giù profondamente corrode; il peri- 
metro della base del cono si estende ancora da Barbanìa, a Ba- 
langero, a Lanzo. La sua massa è enorme e notevole la pendenza; 
tutti i rigagnoli che le acque piovane ^varono sulla sua super- 
ficie divergono dalla Stura invece di accorrervi, e sul disegno 
topografico fanno V effetto delle aste di un ventaglio aperto. La 
Ceronda escendo dal suo vallone con direzione che andrebbe a 
raggiungere la Stura quasi ad angolo retto, è respinta dalla 
massa del cono e, costretta a piegarsi ad angolo acuto, rasenta 
il piede delle Alpi sino all'incontro del Castemone, col quale 
percorre il basso fondo esistente fra il cono suddetto e quello 
della Riparia. La Stura si è scavato un ampio e profondo letto 
nel proprio wno; da prima essa correva verso la sua sinistra 
tra Balangero, Grosso e San Francesco al Campo e vi lasciò 
quella lunga regolare terrazza che si sale quando da San Mau- 
rizio si va al campo d'istruzione militare. Ora attacca pertina- 
cemente la sua destra sponda dopo di aver abbandonata la estesa 
regolare pianura di erosione su cui si trovano Mathi, Noie, Ciriè, 
San Maurizio, ec. 



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— 27 — 

Consimili coni vedonsi allo sbocco delle valli dell'Orco, del San- 
gone, del Chisone, ec. ; l'acuto ed elevato cuneo su cui sorge 
la città che ne prende il nome, è formato dalla riunione dei due 
antichi coni di deiezione del Gesso e della Stura, profondamente 
erosi dai due torrenti al punto di loro confluenza. 

Generalizzando, allo sbocco di ogni valle alpina nella pia- 
nura del Po, vi è un antico cono di deiezione formato di detriti 
rotolati provenienti dalla valle; questi coni si toccano lateral- 
mente r un r altro ; le loro basi si confondono mutuamente, e 
r assieme di essi costituisce il suolo della regione che si estende 
sulla sinistra del fiume e dalla spiaggia dell' Adriatico sino al 
piede delle Alpi. 

I coni moderni, quelli che incontriamo allo sbocco delle valli 
di terz' ordine si van formando coi detriti portati dal torrente 
quando ingrossa; quando poi è in magra, le sue acque solcano 
il cono, correndo in un letto di erosione, il quale è necessaria- 
mente tanto più profondo quanto più alto è il cono. Applicando 
gli stessi dati ai coni antichi che si trovano allo sbocco delle 
valli di second' ordine nella gran pianura padana, riesce evidente 
che essi furono costrutti quando quei torrenti erano in piena 
e che oggidì sono profondamente solcati da acque, le quali anche 
nelle maggiori piene attuali trovansi sempre in magra compa- 
rativamente a quelle degli antichi torrenti. 

La formazione degli attuali coni di deiezione allo sbocco delle 
valli di terzo in quelle di second'ordine ha per causa principale la 
strettezza del canale di sbocco ; all' epoca in cui si formarono gli 
antichi coni, il canale di sbocco delle valli di second' ordine come 
quelle della Riparia, della Baltea, della Stura di Lanzo, della 
Stura di Cuneo, ec. ; in quella di prim' ordine, ossia del Po, era 
troppo angusto per la quantità di acqua che ne esciva, onde la 
formazione dei coni di deiezione. 

Ed ecco che progredendo nello studio del terreno che ab- 
biamo intrapreso a descrivere, noi arriviamo sempre a questa 
epoca di una molto maggiore quantità di acqua corrente negli 
alvei dei torrenti attuali. 

Non tutti gli antichi coni di deiezione sono intieri, perfetti 
come quelli della Stura di Lanzo, della Stura di Cuneo, del 
Gesso, ec, i quali hanno il loro vertice allo sbocco della cor- 



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— 28 — 

rispondente valle; quelli delle valli della Riparia, della Baltea, 
del Ticino, dell'Adige, ec, non sono più intieri, compiuti, non 
hanno più il loro vertice allo sbocco della valle, sono anzi moz- 
zati, ed invece del vertice presentano un basso fondo in tutto 
od in parte occupato da laghi più o meno estesi. Di questi an- 
tichi coni non esiste adunque più che la parte inferiore, la base, 
coronata però dagli anfiteatri morenici. 

Nella gran valle del Po, quella della Riparia è la prima che 
abbia al suo sbocco un anfiteatro morenico. Esso si divide in 
due bacini, uno dei quali si apre tra Sant'Ambrogio ed Avi- 
gliana e risalendo sin presso Trana contiene i due laghi di Avi- 
gliana e di Trana, oltre a due torbiere che una volta erano 
altresì laghi, giacché non solo occupano ben distinti e limitati 
bacini, ma sul fondo di questi, al disotto dello strato di torba 
si incontra un letto di fino bianchissimo calcare tutto gremito 
di conchigliette lacustri. L'altro bacino, più largo e più lungo 
si estende fra Sant' Ambrogio e Casellette. Anch' esso era un 
tempo lago, le cui acque, col successivo scavarsi del letto di 
erosione del torrente si abbassarono, ed il fondo andò man mano 
colmandosi per l'incessante arrivo delle alluvioni della Riparia. 

I due bacini sono circondati da una serie di regolari colline 
la quale si raddoppia, si ripiega in due, tre, quattro serie in 
modo da presentare una successione di ondulazioni. Questa serie 
di colline o di antiche morene ha il suo punto di partenza alla 
Abadia di San Michele, discende dal convento di San Francesco 
verso il Sangone dal quale separa i due laghi, si piega quindi 
in arco verso Trana e risale ad Avigliana, formando in tal modo 
il primo bacino. 

Da Avigliana per Reano, Rosta, Buttigliera, Villarbasse pro- 
cede verso Rivoli e si ripiega quindi verso Pianezza ed Alpi- 
gnano, risale a Casellette, si estende lungo la base del Musine 
a Rivera ed Almese sino all' incontro della Riparia in faccia al- 
l' Abadia di S|in Michele e chiude il perimetro del secondo bacino. 
Sui ridossi delle colline che cingono questo anfiteatro e sul mar- 
gine di esse si incontrano a centinaia, a migliaia, i massi erratici 
di straordinaria mole. Quello che giace nel mezzo dell' abitato 
di Pianezza ha 25 metri di lunghezza e 14 negli altri sensi ; 
né hanno minori dimensioni tanti altri sparsi in giro ai laghi 



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— 29 — 
e nei dintorni di Alpignano, Casellette, Rivoli, Reano, Rosta, 
Trana ec. 

Ben più vasto e corrispondente all'ampiezza ed importanza 
orografica della valle è l'anfiteatro morenico della Baltea; esso 
è altresì meno complicato nel suo rilievo, onde, da un punto 
elevato ben scelto, tutto si può comprendere con un sol colpo 
d' occhio. Anche esso si divide in due bacini non però intiera- 
mente separati ; le colline che lo circondano sono disposte in 
due archi che là ove si incontrano spingono verso V imboccatura 
della valle il lungo promontorio sul quale si eleva il castello di 
Masino ; air altra estremità i due archi vanno ad unirsi a due 
colline le quali partendo dallo sbocco della Baltea a destra ed 
a sinistra del torrente corrono, divergendo, in linea retta ; sono 
queste le estremità delle morene laterali ; quelle disposte in arco 
la morena frontale. Ammirabile per la regolarità della sua forma 
è la Serra o morena laterale sinistra, collina che staccandosi dalle 
Alpi ad Andrate a 600 e più metri sopra il livello della Baltea 
si protende per 28 chilometri nella valle del Po inclinandosi man 
mano si avanza nella pianura. Anche in questo anfiteatro abbiamo 
due laghi che occupano il vano dei due archi ; una volta V in- 
tiero bacino deir anfiteatro era occupato da un lago. 

Non meno popolati di massi giganteschi sono le colline che 
cingono questo anfiteatro. Verso Saluzzola e Cavaglià se ne incon- 
trano taluni di protogino che misurano parecchie centinaia di 
metri cubici ; essi provengono dal Monte Bianco ed hanno percorso 
sul dorso del ghiacciaio circa 100 chilometri, impiegando in quel 
loro viaggio non pochi secoli. 

In questo anfiteatro e particolarmente nelle vallette che si 
aprono in mezzo alle collina moreniche che lo circondano vi sono 
parecchie torbiere che una volta erano laghi; ed ivi il fatto è 
tanto più certo in quanto che sotto a due o tre metri di torba, 
sol fondo del bacino si scoprirono in questi ultimi anni varie 
rozze piroghe scavate in grossi tronchi di albero, entro alle 
quali stavano le pale per vogare. Alcune di queste piroghe, utensili 
ed armi di pietra o di bronzo delle antiche razze che abitarono 
quelle regioni si vedono nel nostro Museo Civico mercè le cure 
e la generosità dei signori dottor Gatta e geometra Barbano. 

Non è qui il caso di descrivere, anche brevemente, gli altri 



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— 30 — 

anfiteatri morenici, presentando tutti la ripetizione delle cose 
già osservate; ci limiteremo a citarli. 

Dopo quello della Baltea troviamo V anfiteatro morenico della 
valle del Ticino nella quale si aprono le valli del Toce e del- 
l' Anza ; il fondo di questo anfiteatro è intieramente occupato da 
un lago, il Verbano, ed entro il perimetro dell'anfiteatro sono 
altresì compresi il lago d'Orta, il Ceresio o lago di Lugano, 
quelli di Varese, di Comabbio, di Menale e di Biandrone. 

Notisi che quando entro la cerchia di uno stesso anfiteatro" 
vi sono due o più laghi, tutti i secondari versano le loro acque 
nel lago principale o nel torrente che attraversa l' anfiteatro ; il 
più sovente gli emissari di quelli paiono dover camminare a ri- 
troso. Così r emissario dei laghi di Trana e di Avigliana si versa 
nella Riparia; le acque dei laghi di Candia e di Piverone si 
scaricano nella Baltea; 'quelle dei laghi di Orta, di Lugano, di 
Varese, di Comabbio, di Menate e di Biandrone nel Lago Mag- 
giore; quelle del lago di Annone nel lago di Como. 

Viene quindi l'anfiteatro morenico della valle dell'Adda il 
quale racchiude il lago di Como e quello di Annone ; forse un 
tempo comprendeva altresì quelli di Pusiano e di Alserio. 

Allo sbocco della valle dell' Oglio vi ha altresì un anfiteatro 
morenico che serve di bacino al lago d'Iseo. 

Neil' anfiteatro morenico della valle dell' Adige sta racchiuso 
il più gran lago italiano, quello di Garda. 

E finalmente V anfiteatro morenico della valle del Tagliamento 
racchiude un lago che per la sua piccolezza fa simmetria a quelli 
di Trana e di Avigliana coi quali comincia la serie dei nostri 
laghi subalpini e degli anfiteatri morenici. 

Come ben si vede, fra le valli alpine che si aprono nella 
pianura del Po o direttamente nell' Adriatico ve ne sono molte 
che hanno al loro sbocco un cono di deiezione, ve ne sono alcune 
che hanno per contro un anfiteatro morenico racchiudente uno 
più laghi. E qui giova ricordare che anche là ove si trova un 
anfiteatro morenico, esso corona l'antico cono di deiezione ora 
mozzato e ridotto alla semplice base. 

La presenza di questi anfiteatri e dei laghi che sempre li 
accompagnano mentre singolarmente abbella le nostre prealpi ha, 
per altra parte, una influenza grandissima sul regime delle acque 



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-si- 
che giù dalle Alpi decorrono e quindi sulla nostra industria in 
generale e particolarmente sulla agricola. Non sarà quindi fuori 
proposito eh' io qui esponga V elenco delle principali nostre valli 
alpine notando ciò che si trova al loro sbocco, se un cono di 
deiezione od un anfiteatro morenico. 

Tanaro Cono di deiezione 

Ellero id. 

Pesio . id. 

Gesso id. 

Stura di Cuneo id. 

Grana id. 

* Maira id. 

Varaita id. 

Po id. 

Pellice .* . . id. 

Chisone id. 

Sangone id. 

Dora Riparia — Anfiteatro morenico — Laghi di Trana e di 
Avigliana. 

Stura di Lanzo — Cono di deiezione. 

Orco — Vi sono allo sbocco di questa valle traccie di mo- 
rena frontale; essa tiene perciò il mezzo tra le valli munite di 
anfiteatro morenico e quelle che hanno un cono di deiezione. 

Dora Baltea — Anfiteatro morenico — Laghi di Candia e di 
Piverone. 

Elvo Cono di deiezione. 

Cervo id. 

Sesia id. 

Ticino — Anfiteatro morenico — Laghi Maggiore, d' Orta, di 
Lugana, di Varese, di Comabbio, di Menate e di Biandrone. 
Adda — Anfiteatro morenico — Laghi di Como e di Annone. 

Brembo Cono di deiezione. 

Serio id. 

Oglio — Anfiteatro morenico — Lago d' Iseo. 
Adige — Anfiteatro morenico — Lago di Garda. 

Brenta Cono di deiezione. 

Piave id. 

Tagliamento — Anfiteatro morenico — Laghetto. 

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— 32 — 

Molte di queste valli non discendono dalla linea più elevata 
delle Alpi per la quale passa la frontiera, tuttavia V elenco mette 
in rilievo l'importanza orografica delle Cozie, delle Graie, delle 
Pennine, delle Leponzie, ec. a fronte delle Marittime. 

Comprendemmo in questo elenco 28 valli alpine, venti delle 
quali non offrono al loro sbocco che un cono di deiezione e 
sette sole hanno un anfiteatro morenico; per compiere il numero 
rimane quella dell' Orco, la quale occupa un posto intermedio fra 
le prime e le seconde. 

Enumerando le prime, quelle che hanno semplicemente un 
cono di deiezione, abbiamo passato in rassegna le valli che per 
lunghezza, per estensione e per orografiche condizioni sono di 
minor importanza ; enumerando le altre, quelle cioè che hanno 
anfiteatri morenici e laghi, abbiamo indicato le valli più lunghe, 
più estese, più ricche di tributarli, le più importanti, per oro- 
grafiche condizioni, del nostro versante. 

Se delle ventisette nostre valli alpine (lasciando a parte quella 
dell' Orco), venti hanno al loro sbocco un cono di deiezione senza 
traccia di lago e solo sette hanno anfiteatri morenici con uno o 
più laghi, non si può ragionevolmente negare che v'ha un'in- 
tima relazione fra questi e quelli. Egli è troppo evidente che 
l'esservi uno o più laghi solo allo sbocco di quelle sette valli 
che hanno anfiteatro morenico e sono in pari tempo le più lun- 
ghe, le più estese, le più ricche di tributarli, le più imporUnti 
per orografiche condizioni, ciò non può attribuirsi ad un fatto 
accidentale che spiegar si possa con supposti spostamenti od altri 
incidenti stratigrafici, i quali avrebbero dovuto riprodursi allo 
sbocco di una almeno delle altre venti valli meno lunghe, meno 
estese, meno importanti dal lato orografico. 

Non potendosi in modo alcuno negare questa intima, rela- 
zione fra gli anfiteatri morenici ed i laghi, ne viene che essa 
deve altresì esistere tra i laghi e gli antichi ghiacciai ai quali 
è esclusivamente dovuta la costruzione degli anfiteatri morenici. 
Noi diremo adunque che i bacini dei laghi delle nostre prealpi 
sono vani prodotti e lasciati dalla scarpa terminale degli anti- 
chi ghiacciai. (Gontintia,) 



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- 33 - 

ni. 

Intorno ai terreni terziarii dd Vicentino. 

(EstriM^ da noa Memoria del signor F. Bayan, 
inserita nel BuU. tUs la Soe. géoL de Franee, 2»« serie, tome XXYII.) 

In questa parte della Italia Settentrionale così importante 
per lo studio della geologia, le molteplici eruzioni vulcaniche 
che ebbero luogo sul principio dell' èra terziaria, hanno prodotto 
nella natura dei sedimenti tali modificazioni che servono be- 
nissimo a stabilirne la serie cronologica. Inoltre la gran quan- 
tità di resti organici che in essi depositi trovansi accumulati, 
interessa immensamente il paleontologo per la miscela di tipi 
speciali colle specie del bacino anglo-parigino. 

Bisogna però confessare che questi basalti sono talvolta di 
ostacolo per stabilire delle concordanze rigorose. Quasi dovunque 
gli strati fossiliferi sono assai più sottili dei non fossiliferi; e 
quivi accade di sovente che a un deposito fossilifero corrisponda, 
anche a piccola distanza, uno strato di basaltè o di brecciola 
senza fossili. 

I terreni più antichi dei terziarii, a partire dai triassici, si 
depositarono nel Veneto con regolare successione * infino alla sca- 
glia, che quivi rappresenta il cretaceo superiore. Su questa si de- 
positarono i terreni terziarii in generale concordanti fra di loro, 
perchè le discordanze che appaiono in qualche luogo sembrano 
dipendere piuttosto da accidentalità locali. Questi terreni si tro- 
vano ad altezze molto diverse, e il loro andamento, prendendo 
per termine di confronto la sbaglia su cui si adagiano costante- 
mente, sarebbe quello di una superficie curva a due inflessioni, 
che da Mossano (Colli Berici) s' incurva verso nord formando la 
depressione tra Vicenza, Thiene e Schio, poi rimonta verso i Sette 
Comuni dove forma una nuova depressione parallela alla catena 
alpina, e infine si rialza ancora per arrivare alla frattura che co- 
stituisce la Valsugana. Il limite tra la creta e il terreno terziario 

* Calcari bianchi dolomitici {Lias); calcari marnosi od colitici a varii colorì, 
calcari giallastri, calcare rosso ammonitico e calcare bianco compatto {Oolite,) 

3 



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— 34 — 

è facile a riconoscersi, perchè negli strati della prima non tro- 
vansi mai intercalati i basalti, che cominciano immediatamente 
al di sopra della scaglia. 

V autore distingue nei depositi terziarii del Vicentino undici 
piani diversi, dei quali, partendo dal basso, ne attribuisce sei al- 
l' eocene (A...!"), due all'oligocene (G,H) e tre. al miocene (I... K). 
Esso li descrive tutti partitamente, e noi ci limiteremo a dame 
i seguenti cenni: 

Piano A. — La località più favorevole per studiare i più an- 
tichi depositi terziarii del Veneto si trova nei dintorni del Bolca 
(Veronese). Quivi al disopra della scaglia (creta superiore) seguono, 
per la prima volta, delle rocce vulcaniche, poi, per qualche metro 
di spessore, un banco di calcare fossilifero, massimamente alla 
base; esso contiene avanzi à*Oxyrhina di Bourgtieticrinus e di 
Echini, e, nella sua parte superiore, molte Terebratule. 

Gli stessi depositi, — cui Suess denominò : V orizzonte di Spi- 
lecco, — si trovano cogli stessi fossili sul fondo dello stretto 
vallone che separa il Monte Postale dal Monte Bolca, al Zovo 
dei Crocchi sul Monte Magre, al Zovo di Castelvecchio sopra 
Valdagno e in molti altri punti del Veronese. A Castelvecchio 
i calcari non sono più regolarmente stratificati, ma trovansi allo 
stato di rognoni angolosi disseminati irregolarmente in mezzo 
a delle brecciuole ricche di noduli di calcare spatico. 

È pure a questo piano che deesi riferire il deposito senza 
fossili e color rosso oscuro, cui vedesi a Chiampo un poco al 
di sopra della scaglia, e un piccolo strato che occupa la posi- 
zione medesima alla Gichelina presso Malo. 

Finalmente, il barone De Zigno colloca su questo orizzonte 
anche quelli strati i quali si possono veder, per esempio, a Mos- 
sano nei Colli Berici, e che sono caratterizzati da un Pentacri-^ 
nus cui De Zigno riferisce al P. didadylus, d'Orbigny. Si com- 
pongono essi di marne che riposano sulla scaglia, e sono con 
essa concordanti; negli strati più elevati esse contengono molti 
frammenti di Teredo. Seguono a questi altri strati più fossiliferi 
e spettanti a piani posteriori. 

La stessa serie di strati trovasi anche all' Albettone, colle 
isolato tra i Monti Berici e gli Euganei. 



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— 35 — 

Tale è la composizione offerta nel Vicentino dagli strati 
terziariì più antichi. 

Questi strati furono ascritti dal Michelotti al Miocene infe- 
riore e dallo ScHAUROTH alla creta, ma entrambe queste propo- 
sizioni vanno combattute; la prima perchè questi depositi hanno 
una posizione che è decisamente quella della base dei terreni 
terziarìi, la seconda per la separazione che tra la creta e i ter- 
reni terziarìi è dalle eruzioni basaltiche stabilita. 

Piano B. — Per la determinazione dei due piani che seguono 
al piano A, serve ottimamente lo spaccato tra Chiampo e Ronca. 
Ascendendo da Chiampo verso il colle detto la Croce-Grande 
per la catena che separa la valle di Chiampo da quella del- 
l' Alpone, si trova la seguente serie dal basso in alto : 
1" Scaglia. 

2** Basalte e brecciuole senza fossili 3"* 

3** Strati senza fossili riferibili al piano A 4"-5°* 

4" Nuovamente brecciuole senza fossili. 

5** Calcare con Bernina e Terebratula 6°* 

6* Brecciuole giallastre con Nerita Schmiedeli e altri 
fossili, traversate da due o tre dicche verticali di basalte. 50°* 
V Calcari a Conodypeus conoideus che vedonsi coronare le 
brecciuole sulle colline che a destra e a sinistra sovrastano al 
poggio. Questi calcari si trovano al villaggio di Pozza sovrap- 
posti alla brecciuola tenera, quasi marna, contenente dei fram- 
menti rotolati del calcare a Manina^ Nerita Schmiedeli e altri 
fossili della Croce-Grande. 

Se da Pozza si va a Brentone lasciando a destra San Gio- 
vanni Ilarione, si arriva alla vai di Ciuppio dove i fianchi del 
torrente, ingombrati da basalte e da frammenti del calcare a 
Conodypeus, mostrano dal basso all' alto il seguente taglio : 

1** Calcari con nunmiuliti e con nuclei delle specie della 
Croce-Grande. 

2* Brecciuole verdi a cemento calcareo spatico abbondante, 

contenenti la Nerita Schmieddi. 

3"* Calcari a Conodypeus. 

Dalla Val di Ciuppo a Ronca non si trova che del basalte 

e della brecciuola senza fossili, superiori a tutto il sistema di 

cui si parla. Arrivati a un quarto d' ora da Ronca, nel torrente 



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— 36 — 

che passa sotto la chiesa del villaggio si trova il famoso gia- 
cimento di fossili su cui conviene arrestarsi un momento. La 
stratificazione vi è patente; per meglio però comprenderla si 
prenda per punto di partenza quel banco di calcare rosso fos- 
silifero che può osservarsi dovunque nella valle di Ronca, spe- 
cialmente presso laCasa Vilardi e al punto detto Soglio di Zambon. 
La serie che può darsi di questi depositi, è, dal basso in 
alto, la seguente: 

1** Alla base, delle argille vulcaniche screziate, senza fossili. 

2" Un metro circa di brecciuola con fossili a gusci decom- 
posti. (MiftUfis corrugatuSj Mélanopsis auriculcUa, Cerithium pen- 
tagonatum^ ec.) 

3° Una colata di basalto dello spessore di 10 metri. 

4** Un metro delle predette brecciuole. Esse costituiscono 
il deposito rinomato dei fossili di Ronca. 

5"" I calcari già indicati, caratterizzati àalìSiNerita Schmiedéli. 

6° Strati ora bituminosi, con denti di squali e altri os- 
sami tra cui un omero d' uccello, e ora calcarei con impronte di 
foglie di palma, ec. 

7* Strati calcareo-mamosi con piccoli denti di pesci e nuclei 
di gasteropodi, coperti da basalti e brecciuole senza fossili. 

Dei depositi descritti sarebbero da assegnarsi al piano B 
quelli che trovansi al di sotto degli strati a Nerita Schmiedéli, 
cioè i calcari a Ranina e le brecciole di Ronca. 

Si potrebbe collocare nel Piano JB, ma con qualche dubbio, 
anche un complesso di strati assai sviluppati nel Vicentino, 
massime nei monti Bolca e Postale, e di cui l'autore non potè 
determinare con sicurezza le relazioni. Eccone il taglio (dal basso 
all'alto) quale può vedersi nelle due località nominate: 

r Scaglia; 

2° Brecciuole racchiudenti uno strato calcareo con Ehyn- 
chondla (Piano A); 

3* Calcare; 

4** Depositi di piante e pesci con banchi intercalati di nul- 
lipore e AlveoUna subpyrenaica; 

5° Calcare ad A. suhpyrenaica e longa; 

6° Calcare con Cerithium gomphoceras^ Alveólina longa, ec. ; 

7° Calcare formante il vertice del monte. 



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- 37 — 

Li strati a pesci del Monte Bolca; li strati a piante della 
Bacca dei Rosati, presso Novale, posti nel mezzo delle brecciuole, 
abbondanti di ferro titanato e contenenti eziandio qualche zir- 
cone; le ligniti dei Pali, presso Valdagno; e una parte dei calcari 
nommulitiferi del Monte Magre, si collegano a questo orizzonte. 

PuNO C. — L'autore colloca in questo piano tutti gli strati 
compresi tra quelli a Nerita Schmiedéli e V eruzione basaltica 
di Ronca e della Purga di Bolca. 

Essi si ponno vedere a San Giovanni Ilarione, alla Giche- 
lina, presso Malo, a Mossano e a Piederiva, presso Grancona 
(ne' colli Berici), presso Zovenzedo, ove furono trovati nello sca- 
vare un pozzo, e forse a Gallio, nei Sette Comuni, ove trovansi 
la Nerita Schmieddi e dei grandi Ceri(hivm.\d, pure riferito a 
questo orizzonte lo strato di lignite impura che si cava presso 
la Purga di Bolca ove trovasi il magnifico Crocodilus Vice- 
iinus Lioy, cui ammirasi nel Museo civico di Vicenza. 

Piano D. — In molti luoghi dei Colli Berici, nominatamente 
a Mossano, Grancona, Lonigo, ec, trovansi, sopra il Piano C, 
degli strati più o meno potenti di calcare, con fossili per lo più 
allo stato di nuclei. A Priabona, questo orizzonte contiene alla 
sua base un letto di brecciuola, e là, come pure a Mossano, Lo- 
nigo e dintorni di Ronca, verso Montecchia, vi si trovano delle 
ossa riferibili al genere Hditherium. Finalmente sembra vada pure 
ascrìtta a questo orizzonte una parte degli strati della valle 
della Laverda, particolarmente la lumachella compatta, composta 
esclusivamente da avanzi di una specie di Perna. 

Piano E. — La roccia a Serpula spirulcea, che l' autore desi- 
gna col nome di Piano J?, è forse, tra tutti i terreni osservati, 
quello che nel Vicentino occupa maggiore estensione. Sviluppa-' 
tissimo a Priabona, a Granella, forma, pressoché da solo, i fian- 
chi dei Colli Borici specialmente a Mossano, Grancona, Lonigo 
(Val di Scaranto), Brendola (Bucca di Sciesa, San Vito), Alta- 
villa, ec, e si prolunga fino ai dintorni di Verona, ove è più 
compatto che non lo sia nel Vicentino. 

Questo piano si può osservare a Sant'Orso, presso Schio, 
nella Val del Molino di Calvene, a San Bovo presso Bassano, 
sulla sponda destra del Brenta, a Costalunga, nella Valle Orga- 
gna, e al punto detto Via de' Orti presso Cavaso. 



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- 38 - 

A Prìabona questo piano consta di marne calcaree grigiastre 
contenenti, sopratutto alla loro base, delle OrbitulUes^ e all'alto 
delle OpercuUna, dovunque poi Serpula spirtdcsa a profusione; 
quest'ultimo è il fossile caratteristico della zona. 

Alla Costalunga invece è un calcare glauconioso solido, con 
fossili bellissimi. 

Le glauconie del Bellunese si rannodano probabilmente agli 
strati di Costalunga. 

Nella Valle Orgagna e alla Via de' Orti, il piano è formato 
da marne azzurre con molti fossili. 

A San Bovo ed a Calvene il Piano E riposa direttamente 
sulla creta. 

Bisogna pure ascrivere a questo piano gli strati terziari dei 
Colli Euganei che osservansi a Rovolone e a Teolo, nella quale 
ultima località essi sono ricoperti da basalti. 

Piano F. — Esso è composto da marne con molti polipai, 
briozoarii, ostriche e terebratuline, ricoprenti la zona a Serpula 
spirulcea. 

Questo Piano è visibile alla Bocca di Sciesa presso Brendola, 
sotto il castello di Brendola, a Priabona, alla Galantiga di Mon- 
tecchio Maggiore, a Gambugliano, nella Val di Lento, e special- 
mente fra Crosara e Laverda dove trovasi un banco molto 
interessante di polipi. 

In tutte queste giaciture si trova assai comune una Te- 
rebratuUna; a Brendola e nella Val di Lente si può raccogliere 
la Gryphcea cdlumba, Brong. 

Piano G. — Le marne a briozoarii sono coperte, presso Bren- 
dola e in altri punti dei Colli Borici, da depositi calcarei a nul- 
'lipore con qualche echino. Tali depositi trovansi dovunque sulle 
montagne al di sopra di Priabona. 

Eccone ,un taglio quale lo si ritrova partendo da San Da- 
niele, presso Sovizzo e andando verso Montecchio Maggiore pas- 
sando pel Monte Sgreve di Sant' Urbano : 

1** Calcare a nullipore, cavato come pietra da costru- 
zione (12" a 15"*). 

2° Calcare a Cyphosoma cribrum (2" a 3"). 
3" Pietra tenera conosciuta sotto il nome di pietra dólce 
pietra di sega (6"* a 8"). 



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— 39 — 

4* Brecciuole fosUifere a Trochus Lucasi^ ec, talvolta con 
marne variegate senza fossili (spessore variabile). 
5** Banco di calcare a nullipore. 
6* Calcare a scutelle. 
7* Calcare a nullipore molto grosse. 
8"* Alternanza di marne e di calcari a Peden, con un banco 
intercalato di briozoarìi. 

L'autore colloca nel piano G i numeri 1 — 3 di questa serie, 
cioè tutto quanto si trova tra il piano F e gli strati a Trochus 
Lucasi. 

Questo piano è bene sviluppato sui fianchi della Val di Ezza, 
ove trovasi i due noti depositi del Monte Rivane e del Monte 
Cariote. 

Gli strati del num. 2 si trovano al Monte delle Cariole nella 
Val di Lente, come pure sulla prima delle colline del Monte 
Calda fra i colli Berici e gli Euganei. 

Nella valle di Laverda, al di sotto degli strati a polipi di 
Crosara, si incontra una potente serie di marne, di arenarie, e 
di calcari, e un po' più sopra un livello contenente abbondanza di 
Phóladomya, 

Questo sistema che, come rimarcò anche Suess, contiene in- 
tercalati dei banchi di vero Flysch, è coperto da una eruzione 
basaltica al di sopra della quale appariscono delle brecciuole 
azzurrognole. Queste ultime sono talvolta fossilifere come a Sal- 
beghi e Guata, presso Salcedo, e San Gonini presso Lugo. 

È tra i basalti e le brecciuole che V autore rimarcò il giaci- 
mento di piante di Chiavone, cioè uno strato calcareo, duro, gra- 
nulare con fossili di palma, racchiuso tra due depositi di calcare 
a grana fine, a frattura concoidale, con foglie variate, con cro- 
stacei, ec. 

Le ligniti di Salcedo giacenti entro marne con fos3ili e piante, 
spettano parimente a questo sistema. 

Piano H. — Questo sistema è caratterizzato dal Trochus Lu- 
casi, Brong., e dalla Natica crassatina, Lk, sp.. Castel-Gomberto 
è il luogo migliore per studiarlo. Egli riposa dovunque sulla 
pietra di sega^ e consta di brecciuole giallastre, tenere, piene di 
fossili, e particolarmente di polipai. I basalti del Monte Castel- 
laro di Castel-Gomberto terminano il sistema. 



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— 40 — 

A Castel-Gomberto, al Monte delle Gariole, nei dintorni di 
Montecchio Maggiore, al Monte Buso di Monte Galda, il piano H 
non è formato che di brecciuole: ma nei dintorni del Monte Viale 
esso contiene delle ligniti che si estraggono. 

Ecco la serie che si può osservare rimontando dalla cava di 
lignite al villaggio: 

V Pietra di sega. 

2* Brecciuole fossilifere assai potenti. 
3** Marne a Cerithium; 1"*. 

4** Lignite di 1°" di spessore, divisa in due strati dalle 
marne. 

5^ Calcari del piano superiore. 
Poco lungi di là, nel canale dei Perazzi, le brecciuole non 
hanno che 1°" di potenza, mentre le marne ne misurano 6 almeno 
e contengono ciottoli calcarei. 

Il piano H è ancora bene sviluppato nei Colli Borici dove, 
presso Zovenzedo, contiene ossa numerose di Anfhracotherium 
magnum. 

Si trova questo piano anche a Chiuppano nelle Bragonze ove 
abbonda la Natica crassatina e le ligniti con impronte di pesci 
e di piante. 

Di più a San Gonini, appena al di sopra delle brecciuole a 
Marne Caronis^ si incontrano delle brecciuole gialle a Trochus 
Lucasi. 

È con questo piano E che nel Vicentino spariscono le am- 
moniti. 

Piano I. — Esso consta di calcari a nuUipore, di strati a 
scutelle, e di strati a Fecten e a briozoarii. 

Poco sparso nei Colli Borici, questo piano forma un cordone 
continuo all' orlo del piano alluvionale che si stende da Vicenza 
a Schio; lo si può osservare a Creazzo, Castel Nuovo, Santa Li- 
bera di Malo, Schio. 

Neir intemo del paese le molasse a scutella trovansi ancora 
nel Monte Covolo, presso Santa Trinità, nel Monte Sgreve, a 
Sant' Urbano, a Sovizzo, e a Marostica. Questo sistema non offre 
che qualche nucleo d'univalve, di Pectm e di echini. 

PuNO J. — Consta di marne azzurre assai solide, rilevate verso 
le Alpi e contenenti abbondanza di fossili a Fora Bosco, presso 



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— 41 — 

Asolo, e a Romano. Questi depositi miocenici non trovansi in 
nessun altro luogo del Vicentino. 

PuNO K. — A quest' ultimo piano apparterrebbero le sabbie 
di Asolo che ricoprono il piano J e che contengono il banco di 
lignite già segnalato da altri; da ultimo anche i conglomerati 
d'acqua dolce di Maser. 

Riassumendo e concludendo sì vede che la sprie degli strati 
terziarii nel Vicentino è continua. Studiando la deposizione dei 
terreni in questo paese si riconosce eh' egli subì un innalzamento 
graduale durante il periodo terziario, li strati del piano G non 
trovandosi più a N.O. di Castel-Gomberto mentre eh' essi predo- 
minano air Est della Val d'Agno, e li strati del piano /esistendo 
lungo tutta la depressione da Vicenza a Schio. 

Di più nel Bassanese non è che nella piccola catena prealpina 
d'Asolo che compariscono i terreni più moderni. Altrove tutti 
questi depositi sono stati sollevati, e parteciparono al movimento 
che pare dasse alle Alpi il loro attuale rilievo. 

Quanto a limite tra il terreno eocenico e V oligocene, l' au- 
tore lo porrebbe tra il piano F e il piano Gy e per esso gli 
strati di Flysch di Laverda e i calcari a nullipore inferiori del 
Monte Rivone sarebbero i primi depositi oligocenici ; come pure 
colloca nel miocene gli strati a scutelle di Schio. 

n seguente quadro riassume il risultato di questa nota: 



{Segue la Tav<Àa tinoUica.) 



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- 42 - 
Tavola Sinottica dei depositi terzurii del Vicentino. 



TerreBÌ. 



Piaai defiliti 

il 
qoesta otta. 



CoDpo8Ìii«Be dei piaii. 



Depositi di piaite, 

pesci, ec. 

iifiiti. 



Enizieiii 
baulticbe. 



Miocene 



Conglomerato di acqua dol- 
ce di Maser, 
Sabbie d'Asolo 



Ligniti di 
Asolo. 



Marne azzurre 
Romano, ec. 



d' Asolo, 



Calcari a nullipore, mo- 
lassa a Pecten e a scu- 
telle di Schio, Malo, Al- 
tavilla, ec. 



Oligocenes 



Strati a Macropneustes di 
Monte Spiado 

Brecciuole di Castel-Gom- 
berto, ec 



Monte 
Viale , Zo- 
venzedo, 
Chiuppano.' 



Basalti di 
Monte Ca- 
stellaro, ec. 



Calcari a Cyphosoma di 

Sovizzo e di Val di Ezza. 

Brecciuole di Sangoniiini, 

Salcedo. 
Marne di Laverda con depo- 
siti intercalati di Flysch, 



Giacimen- 
ti di Chia- 
rone. 

Ligniti di 
Salcedo. 



Basalti di 
Laverdaedi 
Bragonze. 



Eocene . 



Marne a Briozoarii di Bren- 

dola, ec. 
Strati a polipài di Gambu- 

gliano e di Crosara . . . 



Marne a Set^pula spirulcea; 

Priabona, Colli Berici, ec. 
Monti Euganei. 
Calcare glauconioso di Ca- 

stelcies. 
Marne azzurre della valle 

Organa. 



Roccia ba- 
saltica dei 
MontiEuga- 
nei. 



Calcari a Leciopedina di 

Lonigo. 
Strati a Halitherium di 

Priabona, Mossano, ec. 



Calcari e brecciuole a A^e- 
rita Schmiedeli; Ronca, 
San Giovanni Ilarione. 

Calcare glauconioso di Gal- 
lio. 



Lignite 
del Bolca. 

Strati a 
piante e os- 
sa di Ronca. 



Basalti 
della Purga 
di Bolca e 
di Ronca. 



Brecciole uRostellariaFor- 

tisi di Ronca. 
Calcare a Ranhia. 
Sistema ad Alveoline del 

Bolca e Postale. (?) 
Strati a Ranina Bolcensis 

del Bolca. (?) 



Ligniti dei 
Puli. (?) 

Strati a 
piante e pe- 
sci del Po- 
stale. (?) 

Strati a 
pesci del 
Bolca (?), a 
piante di 
Novale. (?) 



Basalti 
inferiori di 
Ronca. 



Strati a Rhynch. pohjmor- 
pha di Spilecco. 

Strati aPentacnnusdi Mos- 
sano, ec. 



Basalti di 
Chiampo. 



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— 43 - 

Come appendice daremo la lista delle specie fossili nuove de- 
scritte dall'Autore nella sua nota, colla indicazione della loca- 
lità e del piano in cui si trovano. 

Io (enigmatica^ Bay. (Ronca — Piano C). — Fortisia Hila- 
rionis (Croce Grande — P. C). — Délphinula Subturbinata (Croce 
Grande e Ciuppio — P. C). — Turbo J^gnoi (Monte Postale — 
P. B (?)). — Trochus Saemanni (Ronca — P. C). — Trochus sub- 
novatus (Ronca — P. C). — Trochus Bolognai (Ronca — P. C). — 
Fusus pachyrhaphe (Ronca — P. C). — Cerithium Vicetinum (Monte 
Postale — P. B (?J). — Cerithium Lachesis (Ronca — P. C). — 
Cerithium gomphoceras (Monte Postale — P. B (?)). — Cerithium 
pd(Bochroma (Monte Postale — P. B (?) ). — Cerithium Chaperi 
(Monte Postale — P. B (?) ). — Cerithium rarefurcatum (Ronca 

— P. C). — Cerithium Atropos (Ronca — P. C). — Cerithium 
tricorum (Ronca P. C). — Bapella delphinuloides (Croce Grande 

— P. C). — Oniscia antiqua (Croce Grande e Ciuppio — P. C). — 
Strombus Boreli (Ronca — P. C). — Strombus Suessi (Ronca 
— P. C). —Strombus (?) Pulcinella (Monte Postale— P.B (?)).— 
Strombus Tournoueri (Ronca — P. C). — Eostdlaria Postdensis 
(Monte Postale — P. B (?)). — Eostdlaria (?) Crucis (Croce 
Grande e Ciuppio — P. C). — Terébdlum pliciferum (Croce 
Grande, Ciuppio e Pozza — P. C). — VoltUa Bezanzoni (Ronca 

— P. C). — Cypraea Proserpince (Ronca — P. C). — Cyprcea 
Meloni (Croce Grande — P. C). — Cyprcea Lioyi (Croce Grande 
e Pozza — P. C). — Natica Pasinii (Ronca — P. B ; Ronca e 
Val di Ciuppio, P. C). — Natica ventroplana (Ronca — P. B). — 
Natica Eortensis (Via degli Orti (presso Cavaso) — P. E). — 
Nerita Thersites (Ronca — P. B). — Nerita circumvallata (Monte 
Postale — P. B (?); Ronca, Croce Grande, Ciuppio e Pozza — 
P. C). — Neritopsis Agassizi (Croce Grande — P. C). — Bui- 
Icea Meneghina (Ciuppio — P. C). — Hypponix colum (Monte 
Postale — P. B (i) ). — Patella detrUa (Croce Grande — P. C). — 
Patdla Borea/ni (Pozza — P. C). — Fknarginula camelus (Ciuppio 

— P. C). — Anemia gregaria (Ronca — P. B). — Ostrea Eon- 
cana (Ronca — P. B). — Plagiostoma eoccenicum (Ciuppio 

— P. C). — Lima papiUifera (Gallio — P. C). — Pecten Me- 



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— 44 — 

neguzzoi (Ciuppio — P. C). — lAwina peromata (Ronca — P.C). — 
Cypricardia Brongniarti (Ronca — P. B). — Cardium pólyptydum 
(Ronca — P. C). — Cyrena Baylei (Ronca — P. B). — Cyrena 
Veronensis (Ronca — P. C). — Echinocorys Beaumonti (Chiampo 
— Scaglia). — Pentacrinus diabolis (Mossano — P. A). 

Riassumendo ora quanto fu esposto nelle pagine precedenti, 
la classificazione di questi terreni del Vicentino viene stabilita 
nel modo che segue: 

l"" Dall'antico terreno eocenico o nummulitico del Vicen- 
tino viene distinta una intiera serie di strati superiori che rien- 
trano nel gruppo oligocenico dei Tedeschi. 

2** Inferiormente a questi strati succedono quei molteplici 
e variati depositi formanti V eocene propriamente detto, primi 
dei quali sono gli strati di Priabona o Serpula spiruhea, a cui 
seguono inferiormente quelli di San Giovanni Ilarione contempo- 
ranei del tufo di Ciuppio. 

3° Alla base di questo sistema di Priabona sono segna- 
lati nel Vicentino degli strati a resti di HaUtherium^ importanti 
per la considerazione che questo genere di vertebrati marini non 
era stato peranco trovato ad un livello più basso del miocene. 

4*" Parimente sotto a questi depositi di Priabona havvi 
un deposito di ligniti, di scisti e di calcare a conchiglie terre- 
stri, come HéliXf Cyclostoma, ec, già segnalato da Suess: è in- 
feriormente a queste ligniti che incomincia nel Vicentino la serie 
degli strati corrispondenti al calcare grossolano del bacino di 
Parigi. 



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45 



NOTIZIE DIVERSE. 



PMlicajsfione di una Appendice alla Memoria deWi/ng. Se- 
bastiano MOTTURA (Sulla formazione terziaria nella 
zona Bolfifera della Sicilia; Memorie del B. Comitato 
Geologico, Voi. I). 

Da una comunicazione dell' ingegnere Mottura togliamo quanto 
segue intorno all' Appendice al suo ultimo lavoro che sarà pubbli- 
cata nel 2* volume delle Memorie del R. Comitato Geologico. 

Scopo di questa Appendice è di trattare alcune questioni in- 
teressanti che hanno un vincolo stretto con quelle trattate nella 
Memoria e che, o non vi furono accennate, o ve lo furono solo in- 
cidentalmente, e di apportare inoltre ad alcune altre questioni 
quelle modificazioni e correzioni, che sono necessarie in seguito 
a nuove esperienze ed osservazioni in Sicilia. 

Una delle parti più interessanti della Memoria è quella in 
cui si cerca di dimostrare che il minerale di zolfo è un deposito 
lacustre prodotto da sorgenti contenenti in soluzione o monosol- 
furo di calcio oppure bicarbonato di calce ed acido solfidrico, 
elementi provenienti dalla riduzione per mezzo di sostanze orga- 
niche dei gessi esistenti nel miocene inferiore la cui origine è 
dovuta air evaporazione delle acque marine. SulP origine di queste 
sostanze organiche che alio stato di scisti bituminosi, di petrolio, 
di idrogeno carbonato, di idrogeno libero esistono o si sviluppano 
in tutta questa formazione, nessuna ipotesi si stabilisce nella 
Memoria. 

La risoluzione di tale questione è tuttavia un elemento im- 
portante, e si può dire necessario, sia per la risoluzione com- 
pleta della genesi dello zolfo, sia per spiegare i fenomeni delle 
maccoLvibe o salse, le variazioni che queste presentano nelle loro 
emanazioni colle variazioni della loro temperatura, la presenza 
deir idrogeno carbonato nel salgemma ed in tutto il miocene in- 
feriore, ed infine P origine del petrolio. 



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- 46 - 

Nell'appendice si procurerà di dimostrare che dalle erbe marine 
e specialmente dalle fiicoidi hanno orìgine queste sostanze orga- 
niche, e che i carburi di idrogeno delle maccalube e di tutta la 
formazione gessoso-salifera non sono che il prodotto della scom- 
posizione di quste sostanze organiche, che succede ancora at- 
tualmente. 

n terreno che fu chiamato miocene inferiore (ma che più pro- 
priamente si dovrebbe forse chiamare eocene superiore, tuttoché 
queste espressioni sieno considerate come sinonimo da vani geo- 
logi) rappresenta in larga scala i depositi tutti che si producono 
nelle saline, ed è in altri termini una salina naturale in larga 
scala. Nelle saline e specialmente nei bacini di epurazione delle 
acque del mare i depositi chimici originati dall' evaporazione di 
queste acque sono generalmente associati a sostanze organiche 
provenienti principalmente dalla scomposizione delle alghe ma- 
rine. Alla temperatura ordinaria da questi bacini si ha una esa- 
lazione di idrogeno carbonato come nelle maccalfibe. Se si ^cava 
il fondo di questi bacini di purificazione e si porta la materia 
scavata ad una temperatura di 40** a 50* si ha uno sviluppo no- 
tevole di acido solfidrico, ed a una temperatura non molto supe- 
riore ai 100** si ha una produzione di solfuro di calcio. Ora nelle 
emanazioni delle maccalube, allorché la loro temperatura è di 40** 
a 50** si ha sempre uno sviluppo notevole di acido solfidrico. 

In tutti questi casi è l'elevazione di temperatura che faci- 
lita la riduzione del solfato di calce per mezzo delle sostanze orga- 
niche, e che è in conseguenza la causa della notevole produzione 
di acido solfidrico o di solfuro di calcio. Il miocene inferiore (od 
eocene superiore) e specialmente i centri delle maccalube furono 
durante l' epoca solfifera, e lo sono ancora qualche volta attual- 
mente, soggetti a questo aumento di temperatura dipendentemente 
dalle cause vulcaniche ; ed è appunto per questa ragione che eb- 
bero luogo durante 1' epoca miocenica in larga scala, e che si 
manifestano nelle maccalube qualche volta, sebbene raramente, ema- 
nazioni di acido solfidrico. 

Lo svolgimento di questi principii nell'appendice e negli scritti 
posteriori modificherà la parte della Memoria relativa alle mac- 
calube, ma non altererà quanto si disse sull' analogìa e sulle re- 
lazioni esistenti tra esse ed i fenomeni che presiedettero alla for- 



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— 47 — 

mazione del terreno, relazioni che furono sempre più confermate 
dalle osservazioni posteriori. 

In quest' appendice verranno pure corretti alcuni concetti 
relativi al lago di Palagonia, ed alcuni cenni sulle pietre da 
calce, specialmente sui trubi o calcare marnoso a foraminiferi, 
che, avendo fatto nuove esperienze, fu trovato fornire in regola 
generale una calce molto idraulica che si potrebbe classificare 
tra i cementi. Si aggiungeranno alcune nozioni sulP esplora- 
zione delle solfare e sul modo di determinare la struttura 
del terreno solfifero mediante V esame dei cristalli e special- 
mente delle masse cristalline, norma importante, che in alcuni 
casi è Tunica che possa dirigere l'ingegnere nello studiare la 
struttura di una solfara e nel determinare le rotture e gli 
sconvolgimenti a cui fu soggetto il terreno solfifero. Si tocche- 
ranno di nuovo le questioni delP origine dei banchi di tripoli, 
delle formazioni gessose sia del miocene inferiore (eocene supe- 
riore) che del miocene superiore, sviluppando e correggendo in 
parte alcune nozioni precedenti su queste materie. Si citeranno in- 
fine alcuni fatti, dai quali si può dedurre che il monosolfuro di 
calcio prodotto dalla riduzione dei gessi del miocene inferiore 
(eocene superiore) venne scomposto in molti casi allo stato na- 
scente, e che in molti casi in conseguenza le sorgenti solfuree del- 
l' epoca solfifera contenevano in soluzione bicarbonato di calce ed 
acido solfidrico. Incontransi ancora in Sicilia alcune sorgenti, che 
non si debbono confondere colla numerosa serie delle sorgenti 
solfuree provenienti dal terreno solfifero, e che rappresentano an- 
cora (come per esempio la nota sorgente dei bagni Saraceni presso 
Villafrati che sgorga dal calcare eocenico ed altre varie) le 
sorgenti suddette dell' epoca solfifera, contenendo in soluzione 
bicarbonato di calce ed acido solfidrico provenienti egualmente 
dalla riduzione dei gessi marini del miocene inferiore (eocene 
superiore). 

Neil' appendice sarà seguito, nel trattare questi argomenti, lo 
stesso ordine che fu adottato per la Memoria suddetta, onde sia 
più facile confrontare insieme i due scritti e conoscere le inesat- 
ed i difetti della prima pubblicazione. 

Debbesi tuttavia osservare che tutte queste modificazioni, cor- 
rezioni ed aggiunte, di cui si accennarono solo le principali, non 



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- 48 — 

altereranno sostanzialmente le ipotesi esposte nella Memoria sulla 
genesi dello zolfo, dei gessi, del salgemma, del minerale di ferro, 
delle piriti ed in genere delle varie roccie dell' epoea terziaria, 
che anzi queste ipotesi saranno sempre più confermate. 



Nella Gazzetta Ufficiale dd Regno dd 18 fdibraio 1872 
fu pubblicato il seguente avviso di 

C0NCX)R80 PER POSTI DI GeOLOGO-OpERATORE. 

È aperto il concorso a tre posti di Geologo-Operatore presso 
il R. Comitato Geologico. 

Sono ammessi a tale concorso gli ingegneri laureati nelle 
Scuole di Applicazione del Regno e nell' Istituto Tecnico Supe- 
riore di Milano. 

Potranno anche essere ammessi allievi di altri stabilimenti 
tecnici quando giustifichino per mezzo di apposite prove di pos- 
sedere istruzione equivalente. 

L' esame di concorso sarà scrìtto ed orale. Esso verserà in 
modo speciale intomo ai soggetti seguenti: 

1** Topografia. — Nozioni speciali sul rilevamento topo- 
grafico — AUimetria — Usi dei diversi barometri, specialmente di 
montagna — Disegno topografico, 

NB. Si terrà conto dell' abilità nel disegno di paesaggio. 
2° Mineralogia e Geologia. — Coifioscenea dei minerali e 
roccie principali — Carte e sezioni geologiche — Soluzione geo- 
metrica di problemi relativi alla stratigrafia. 

3* Paleontologia. — Nozioni generali sui resti fossili ani- 
mali e vegetali. 

Coloro i quali vorranno essere ammessi al concorso devono 
far pervenire alla Presidenza del R. Comitato Geologico (Firenze, 
Corso Vittorio Emanuele, N** 17) non più tardi del 15 marzo 1872 
la domanda di ammessione corredata dai documenti relativi, cioè 
diploma di Ingegnere laureato in una delle Scuole sovraindicate, 
ovvero certificati degli studi fatti nei diversi istituti. 

Non sono ammessi al concorso coloro che non possono giu- 



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- 49 — 

stificare di avere una costituzione fisica adeguata al servizio ad 
essi richiesto. 

Le condizioni fatte per ora ai Geologi-Operatori a tenore del 
Regolamento approvato con Decreto 30 agosto 1868, sono di 
essere a disposizione del R. Comitato per i lavori sia di tavo- 
lino che di campagna: essi hanno un assegno anno di L. 1800 
ed una indennità giornaliera durante i lavori di campagna. 

C!on apposito avviso verrà indicato il giorno preciso nel quale 
avranno principio gli esami.* 

Firenze, li 15 febbraio 1872. 

Il Presidente 
L Cocchi. 

n Ministro 
S. Castagnola. 



Rettificazione. 

Nel Voi. P delle Memorie per servire atta descrieione della 
Carta geologica del Bagno, a pag. 214, Un. 8, e a pag. 255, 
lin. 35, dove è scritto per errore di copia Tantalite leggasi 
TiTANiTE. A pag. 269 alla parola Gbezzone (casella penultima 
della colonna seconda) aggiungasi la parola manca. 



AVVISO. 

A partire dal giorno 15 aprile 1872 la residenza 
del E. Comitato Geologico viene trasferita in Via 
della Scala, W 22, primo piano, nel locale tuttora 
occupato dal Ministero dei Lavori Pubblici. 



* n tempo utile per la presentazione della domanda di amraessione fu poi 
prorogato a tutto marzo; e il concorso avrà luogo verso la metà di aprile. 



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— 50 — 



CATALOGO DELLA BIBUOTECA DEL R. COUTATO GEOLOGICO. 

(Continaazione.) 

Beutep (F.). ObservcUions météorólogiques faites à Luxenìbourg. 
Luxembourg, 1867. Un voi. in-8''. Dono. 

Beynaud (J.). Mémoire sur la constitution géoìogique de la 
Córse. Paris, 1833. Un fase, in-4* con tavole. 

Bibeiro (C). Descripgao de alguns silex e quartzites lascados 
encontrados nas camadas dos terrenos terciario e qiMUemario das 
bacias do Tejo e Sado. Lisboa, 1871. Un voi. in-8* con tavole. 
Dono dell'Autore. 

Bieoi (L.). Corografia dei terrUorj di Modena, Reggio e de- 
gli altri Stati già appartenenti alla casa d! Este. Modena, 1788. 
Un voi. in-4^ 

Biehard (G.). SuUe condizioni delV industria ceramica. Rela- 
zione della Esposizione di Londra del 1862. Torino, 1865. Un 
voi. in-8'. Dono del Ministero di Agricoltura Industria e Com- 
mercio. 

Iliohter (R.). Myophorien des tkUringischen Wellenkalks. Ber- 
lin, 1869. Un fase, in-8" con tavola. Dono dell'Autore. 

Biohthofen (F. von). Geognostische Beschreibung der Umge- 
gend von Predazzo, Sancì Cassian und der Seisser Alpe. Gotha 
1860. Un voi. in-é** con tavole. 

(Id.) Zur geognostischen Karte der Umgegend von Predazzo, 
Sanct Cassian und der Seisser Alpe in Siid-Tyrol. Gotha. Un 
fase, in-4* con tavole. 

Bio (N, Da) Orittologia Euganea. Padova, 1836. Un voi. in-4^ 
con tavole. 

Rivista Sicula di scienze, letteratura ed arti. Palermo, 
1871. Periodico mensile in-8'*. Dono. 

Bobert (E.). Voyage en Islande et en Gromland exécuté pen- 
dant les ànnées 1835 et 1836 sur la corvette La Recherche : mi- 
neralogie et geologie. Paris, 1840. Un voi. in-8** ed un atlante. 

(Id.) Voyages en Scandinavie, en Laponie, au Spitzberg et 
aux FeroCj pendant les années 1838-39-40 sur la corvette La 



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— 51 — 

Recherche : geologie, mineralogie et metallurgie. Paris. Due voi. 
in-8* ed un atlante in-folio. 

Bocohetti (F.). Saggio di $tt4di di storia naturale suUa col- 
lina di Chieti. Chieti, 1865. Un voi. in-8'. 

Boehl (E. von). Fossile Flora der SteinkoMen-Formation 
Westphcdens. Cassel, 1869. Un voi. in-é"* con tavole. 

Boemer (F. A.). Beitràge eur geologischen Kenntniss des 
nordwestlichen Harzgébirges. Cassel, 1850-66. Un voi. in-i** con 
tavole. 

(Id.) Beschreibung der norddeutschen tertiàren Póliparien. 
Cassel, 1864. Un voi. in-4** con tavole. 

(Id.) Die Spongitarien des norddeutschen Kreidegébvrges. 
Cassel, 1864. Un voi. in-4'* con tavole. 

Bomani (G.). DdP antico corso dei fiumi Po, Oglio ed Adda. 
Milano, 1828. Un voi. in-8^ 

Bosa (G. Dalla). Bicerche paleoetnologiche nel litorale di Tror 
pani. Parma, 1870. Un voi. in-8* con tavole. 

(Id.) Ahitazioni dèlP epoca détta pietra neW isola di PanteU 
ìaria. Parma, 1871. Un fase, in-4** con tavole. 

Both (J.). Der Vesuv und die TJmgébung von Neapél. Ber- 
lin, 1857. Un voi. in-8** con tavole. 

(Id.) Beitràge sur Petrcgraphie der plutonischen Gesteine. 
Berlin, 1869. Un voi. in-4^ 

(Id.) Uéber den Serpentin und die genetischen Bejsfiehungen 
dessdben. Berlin, 1870. Un fase, in-4^ Dono. 

(Id.) Uéber die Lehre von Metamorphismus und die Uniste- 
hung der IcrystoMiniséhen Schiefer. Berlin, 1871. Un voi, in-4*. Idem. 

Bozet. Mémoire géólogique sur la masse de montagnes qui 
séparent le cours de la Loire de ceux du Bhone et de la Saòne. 
Paris, 1840. Un voi. in-4** con tavole e carta geologica. 

Buhlmsnn (R.). Die barometrischen Hohenmessungen und 
ikre Bedeutung fUr die Physih der Atmosphdre. Leipzig, 1870. 
Un voi. in-8** con tavole. 

Busconi (C). Bivista di agricoltura, industria e commercio. 
Firenze, 1870. Periodico mensile in-8'*. 

Bùtimeyer (L.). Uéber Thal-und See-BUdung : Beitràge ssum 
Verstàndniss der Oberflàche der Schweiz. Basel, 1869. Un voi. 
in-8' con tavola. 



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— 52 — 

Saemann (L.). Ueber die NautUiden, Gassel, 1852. Un volu- 
me in-é"* con tavole. 

Sainte-Claire Deville (Ch.). Omième lettre à M. Elie de 
Beaumont sur les phénomèties eruptifs de VItcdie meridionale. 
Paria, 1862. Un fase. in-4*. 

Sambuy (E. B. di). SulV industria dei vini in Italia. Rela- 
zione della Esposizione di Londra del 1862. Torino, 1865. Un 
voi. in-8'*. Dono del Ministero di Agr., Ind. e Comm. 

Sandberger (F.). Uèber die hisherigen Funde im Wurabur- 
ger FfaMbau. Wiirzburg, 1870. Un opusc. in-8'*. Dono del- 
l' Autore. 

(Id.) Die La/ndrund Sasstoasser-Conchylien der Varwélt. Wies- 
baden, 1870. in-4' (in corso di pubblicazione). 

Santi (G.). Viaggi per la Toscana. Pisa, 1795. Tre voi. 
in-8^ 

Sartoriufl von Waltershausen (W.). Carta geologica ddVEtna 
nella scala di 1 a 50,000. 1843. Tredici fogli in colori. 

(Id.) AUas der Aetna. Berlin, 1845. Un voi. in-folio grande 
de un atlante di tavole. 

(Id.) Ueber die vidkanischen Gesteine in Sicilien und Island, 
und ihre submarine VmbUdung. Gottingen, 1853. Un voi. in-S**. 

(Id.) TJntersudmngen Ober die Klimate der Gegenwart und 
der Vorwélt, mit hesonderer Beriicksichtigung der Gletscher- 
erscheinungen in der DUuvialaeit. Haarlem, 1865. Un voi. in-4'* 
con tavole. 

Saussure (H. B. De). Voyages dans les Alpes, précédès d'un 
essai sur Vhistoire natureUe des environs de Genève. Neuf- 
chàtel, 1779-96. Quattro voi. in-4* con tavole. 

Saussure (H. De). Etudes sur le metamorphisme des roches, 
par M. Ddesse. Genève, 1863. Un fase, in-8^ Dono. 

Sauveur. Végétaux fossUes des terrains houiUers de la Bel- 
gique. Bruxelles, 1848. Un Atl. di tavole. 

Savi (P.). Bélajmne dei fenomeni presentati dai terremoti di 
Toscana nélV agosto 1846 e considerazioni teoretiche sopra % me- 
desimi. ?ìS2Lj 1846. Un voi. in-8*. 

Savi (P.) e Meneghini (G.). Considerazioni sulla geologia 
stratigrafica della Toscana. Firenze, 1851. Un voi. in-8'* con 
tavole. 



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— 53 - 

Soarabelli (G.). Sttidi geologici std territorio della Repub- 
blica di San Marino. Imola, 1851. Un opusc. in-S"" con Carta 
geologica. Dono dell' Autore. 

(Id.) Carta geologica della provincia di Bologna e descrizione 
detta medesima. Imola, 1853. Un fase, in-4'' con carta geologica. 
Dono dell' Autore. 

(Id.) Sui gessi di una parte del versante N-E. deWApennino. 
Imola, 1864. Un fase, in-8** con tavola. Dono dell'Autore. 

(Id.) Sulle cause dinamiche delle dislocazioni degli strati negli 
Apennini. Milano, 1866. Un foglio. Dono dell'Autore 

(Id.) Sulla probabilità che il sollevamento delle Alpi siasi 
effettuato sopra una linea curva. Firenze, 1866. Un opusc. in-8^ 
Dono dell'Autore. 

(Id.) Cruida del viaggiatore geologo nella regione apennina tra 
Bologna ed Ancona. Milano, 1870. Un foglio di sezioni geolo- 
giche. Dono dell'Autore. 

Scarabelli (G.) e Massalongò (A.). Studii suUa flora fossile 
e geologia stratigrafica del Senigalliese. Imola, 1859. Un voi. in é"" 
con tavole e carta geologica. Dono. 

Schaurotli (C. von). Verzeichniss der Versteinerungen im 
Eersogl. Naturalienkabinet zu Coburg. Stuttgart, 1865. Un voi. 
in-8* con tavole. 

Scheerer (Th.). Geognostische BruchstucJce aus dem Fassathal. 
Freiberg, 1862. Un fase, in-8^ 

Sclienk (A.). Die fossile Flora der Grenzschichten des Keupers 
und Lias Frankens. Wiesbaden, 1867. Un voi. in-é* ed un atlante 
di tavole. 

(Id.) Veber die Pfl(mzenreste des MuschélhalJces von Recoaro, 
Munchen, 1868. Un fase, in-8'* con tavole. 

(Id.) Die fossUen Pflanzen der Wemsdorfer Schichten in den 
Nùrdkarpathen. Cassel, 1869. Un voi. in-4** con tavole. 

(Id.) Die Flora der nordwestdeutschen Wecddenformation. 
Cassel, 1871. Un voi. in-4' con tavole. 

Schlioht (E. von). Die Foraminiferefi des Septarientones von 
Pietzpuhl. Berlin, 1870. Un voi. in-4** con tavole. 

Scbloenbaoh (U.). Beitràge zur Palàontologie der Jura^nd 
Ereide-Formation in nordwesUichen Deutschland. Cassel, 1866. 
Due fase, in-4'* con tavole. 



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- 54 - 

Sohlotheim (E. F. von). JEin Beitrag eur Flora der Vortcdt. 
Gotha, 1804. Un voi. in-4'* con tavole. 

Schliiter (CL). CephcHopoden der óberen deutschen Kreide. 
Cassel, 1871, in-4'* con tavole (in corso di pubblicazione). 

Schmidt. (J.). Netiè Eòhen-Bestimmungen am Vesuv, in den 
phlegràischen Féldern, eu Roccamonfina und in AUbaner-Gébirge, 
Olmiitz 1856. Un fase. in-4'. 

Schnur (J.). ZusammenstéUung und Beschreìbung sàmmtlicher 
im Uèbergangsgebirge der Eifel vorlcommenden Brachiapoden nebst 
AbhUdung dersélben. Cassel, 1853. Un voi. in-4** con tavole. 

Schònlein (J. L.) und Schenk (A.). AbbUdungen von fossUen 
Pflanzen ans dem Keuper Frankens. Wiesbaden, 1865. Un voi. 
in-folio con tavole. 

Schrauf (A.). Lehrbuch der physikalischen Mineralogie. Wien, 
1866. Due voi. in-8*. 

(Id.). Atlas der KrystdU-Formen des Mineralrciches. Wien, 
1865 e seguenti. In folio (in corso di pubblicazione). 

Sohwager (C). Fossile Foraminiferen von Kar Nikobar. 
Wien, 1866. Un voi. in-4* con tavole. 

Schwarzenberg (Ad.) und Beusse (H.). Oeognostische Karte 
von Eurhessen und den angremenden Ldndem etoischen Taunus- 
Rarz und Weser-Crébirge, im Massatab V^ooooo. Cassel, 1853. Un 
foglio in colori. 

(Id.)- Begleitworte eu der geognostischen Karte von Kurhessen. 
Gotha, 1854. \jn foglio. 

SCHWEIZERISCHE NATUEFORSCHENDE GeSELLSCHAFT. — Vcrhaud- 

lungen Bern, 1868 e seguenti. Un voi. in-8'* annuo. Dono della 
Società. 

Sciuto-Patti (C). Carta geologica della città di Catania e 
dintorni, nella scala di 1 a 21276. Palermo 1871. Due fogli in 
colori. Dono dell' Autore. 

Secchi (A.). Bollettino meteorologico délV Osservatorio del Col- 
legio Romano. Roma. Periodico mensile. Dono. 

(Id.). Sfar la decouverte d'outils en pierre de silex près 
Monticelli. Rome. Un foglio. 

(Cofitinua.) 



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Fimcaiinii ^1 B. COITÀTO GEOLOGICO. 

(In Corso di Stampa.) 



1* — Volume n delle Memorie per seryire di descrizione 
alla Carta Geologica del Regno. — Questo volume verrà 
pubblicato in due parti, di formato, carta e stampa del 
tutto simile al volume V. 

La prima parte comprenderà: 

Descrizione geologica deW Isola cC Ischia, con la carta 
geologica della medesima in fol. e incisioni nel testo, del 
professor Th. Fuchs. — Esame Geologico della catena al- 
pina del San Gottardo^ che deve essere attraversata dalla 
grande Galleria détta Ferrovia Italo-Elvetica con una carta 
geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., dell' in- 
gegner F. Giordano. — Malacólogia pliocenica italiana, fa- 
scicolo 2*, con N** 7 tavole di C. D' Ancona. 

La parte seconda conterrà : 

La Geologia détte Alpi Apuane, con incisioni nel testo 
e una tavola, di L Cocchi. 



2^ — Carta Geologica della Italia superiore e centrale^ 

in 6 fogli, nella scala di go^ compilata sui migliori mate- 
riali esistenti da L Cocchi, e pubblicata per cura del R. 
Comitato Geologico coir opera di eccellenti Artisti. 



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Annunzi di pubblicazioni 



MILANO. — A. Stoppani — Corso di Geologia. — L'opera 
si comporrà di tre grossi volumi in 8"" di 600 e più pagine 
ciascuno, ornati di circa 250 incisioni in legno intercalate 
nel testo. Viene distribuita a dispense di 64 pagine, al 
prezzo di Lire 1, 20. — Prezzo di associazione anticipato 
Lire 10 per ogni volume, ovvero Lire 27 per V intiera opera 
formata da circa 30 fascicoli. — È pubblicato il fascicolo 14"*, 
VI' del 2** volume. 

BOLOGNA. — L.BoBfBicci — Corso di Mineralogia; se- 
conda edizione grandemente variata ed accresciuta con molte 
figure intercalate nel testo e tavole. (In corso di stampa). 



Ultme pnMcazioiii Hell'Eilìtore T. FISCHER dì Cassel (Oeriaiiia). 

ScHLi)TEB (Cl.) — Cephalopoden der oberen dentsclieti Ereide. 

— P fascicolo; in 4* con 8 tavole. 

Geinitz — Das Elbthalgebirge in Sachsen. — P volume ; in 
4^ con 23 tavole. 

ScHENK (A.) — Die fossile Flora der norwestdeutschen 
Weàldenformation* — Un volume in 4'' con 22 tavole. 

ZiTTEL — Palitontologische Mittheilnngen ans dem Mnsenm 
des Kon. Bayer^schen Staates. — 2^ volume, 2* parte ; 
in 8% con atlante di 16 tavole in folio. 



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R. COMITATO GEOLOGICO 

D'ITALIA. 
Bollettino N! 3 e 4. 



Marzo e àpbile 1872. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 



1872. 



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Fiicailn M R COUTATO gsowico. 



Bollettino Geologico per l' anno 1870. — Un volume in-8**. 
» » PER l'anno 1871. » 

Memorie per servire alla descrizione della Carta Geologica 
d'Italia. — Volume P; in-4** di 404 pagine con 23 tavole, 
due carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzwm — Studii geologici sulle Alpi occidentali di 
B. Gastaldi. — Cenni sui graniti massicci delle Alpi Piemon- 
tesi e sui minerali delle valli di Lanzo di G. Strìjver. — 
Sulla formazione terziaria nella zona solfifera della Sicilia, 
di S. MoTTURA. — Descrizione geologica deW Isola d' Elba^ 
di L Cocchi. — Malacologia pliocenica italiana, Parte I', 
Gasteropodi sifonostomi, di C. D'Ancona. 

Prezzo dell'intero Volume, Lire 85. 

Brevi Cenni sai principali Istituti e Comitati Geologici e 
snl B. Comitato Geologico d'Italia^ di I. Cocchi. — 

Pag. 34 in-4* L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell' Isola d' Elba, 

di I. Cocchi L. 3. 50 

I Bollettini arretrati si vendono al prezzo di 12. — 

II presente Bollettino per gli associati nel regno 8. — 

^er gli associati all' estero 10. — 

Jn fascicolo separato 2. 00 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 

N^ 3 c4.— Marzo e Aprile 1871 



SOMMARIO. 

Kote geologiche. — 1. Su di due scimmie fossili italiane, di I. Cocchi. — 
IL Su di un lavoro di E. Suess, di G. Meneghini.— III. Cenni sulla costi- 
tuzione geologica del Piemonte, di B. Gastaldi. (Continuazione e fine.) — 
IV. Cenni geologici sull' Alto Trevigiano e sulla Valle di Belluno nel Veneto, 
di T. Taramelli (estratto). 

Kote di fisica terrestre. — Suir attrazione delle montagne, di F. Keller. 
UTotiaie diverse. — Analisi di prodotti vulcanici. — I prodotti deir ultima 
eruzione del Vesuvio. 

Catalogo della Biblioteca del B« Ck>mitato. — (Continuazione.) 

Tavole ed Incisioni. — Figura teorica a pag. 101. — Tavola che accompagna 
la nota di I. Cocchi (sarà data nel prossimo numero). 



ROTE GEOLOGICHE. 



I. 

Su di due Scimmie fossili italiane^ 
Nota di L Cocchi. 

Nella Collezione centrale italiana di Paleontologia esistente 
in questa città, si conservano le mascelle inferiori spettanti a due 
tipi distinti di Scimmie. 

n primo di questi fossili lo ebbi alcuni anni fa dal signor 
Tito Nardi, che lo raccolse nella cessata miniera di lignite di 
Monte Bamboli in Maremma, celebre per i bei fossili che som- 
ministrò specialmente alle collezioni di Firenze, Pisa e Parigi. 
Nell'ottobre dello scorso anno fui lieto di affidare questo fos- 
sile air illustre prof. P. Gervais, desideroso di fame lo studio ; 
e nei Camptes Bendus dell' Accademia delle Scienze si trova la 



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— 60 — 

comunicazione che Egli fece ultimamente a quello illustre con- 
sesso sulla interessante mascella. 

Lascio dunque la parola al celebre professore dì Parigi. 



» Considerata in sé stessa, la mascella della Scimmia di Monte 
Bamboli indica un animale, che, supposto adulto, doveva essere 
intermedio per la statura a DryopUhecus e a Pliopithecus, ben- 
ché più somigliante, in questo riguardo, al primo che al secondo 
di tali animali.' La serie dei primi quattro molari, benché ser- 
rata, occupa una lunghezza di 0'°,033 in luogo di 0*^,039 come 
in DryopUhecus, o di 0",022 come in PltopUhecus. L'altezza 
del mascellare al di dietro del 4* molare è di ©""jOlO. Mancano 
i denti anteriori tranne l' incisivo esterno di destra. Questo dente 
ha una proiezione in avanti, per effetto della fossilizzazione, 
maggiore di quella che fosse nelP animale vivo. Ma doveva es- 
sere non pertanto più proclive che in Pliopithecus, e nel mede- 
simo tempo più schiacciato e più allargato nella sua corona. 
Questo dente é interamente visibile nella sua faccia superiore, 
corona e radice (Fig. 1, 2).* 

» Per la forma generale, principalmente per le linee del suo 
m9.rgine inferiore, come per quelle della sua superficie, il ma- 
scellare inferiore trovato a Monte Bamboli denota un animale 
della serie delle Scimmie superiori dette Antropomorfe, e il mento 
in particolar modo ha molta rassomiglianza col mento di un gio- 
vane Orango. È questo mento subrotondo e poco declive. I suoi 
fori SQno piccoli, uno per parte, posti sotto il primo dente mo- 
lare, a poca distanza dal secondo molare, ma meno vicini al 
margine inferiore che al superiore deir osso stesso, disposizione 
contraria a quella che si riscontra nello Scimpansè e nel Gorìllo. 
La parte contigua della faccia esterna dell' osso non presenta la 
molta depressione che é propria della corrispondente porzione 
mandibolare dei due Antropomorfi africani al di sopra del foro 
montarlo ; ma la branca montante verso V apofisi coronoide sem- 
bra solida e grossa come nel Gorillo. Quantunque più piccola, 

* Due generi di scimmie della tribù dei PUecini i quali, essendo ora eslinti, 
furono proprii del periodo Miocene. 

* La tavola che accompagna la presente nota sarà data nel prossimo numero. 



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_ 61 - 

la mascella della Scimmia di Monte Bamboli non era meno so- 
lida; ma le sue parti salienti hanno contomi più rotondi e ri- 
lievi più dolci. Questa conformazione peraltro deriva dall'età 
ancor fresca dell' individuo al quale la mascella appartenne. La 
porzione angolare, il condilo e Tapofisi coronoide più non esi- 
stono ; e ciò che rimane subì forte depressione o fu piegato al- 
l' infuori. Ma per contro la parte che sostiene i denti è appena 
deformata, e mostra soprattutto nella conformazione del mento 
trattarsi di Scimmia spettante alla serie delle Scimmie superiori. 

B I falsi molari hanno la loro parte anteriore rialzata sotto 
forma di una sporgenza divisa alla sommità in due punte, delle 
quali la estema, che tende a inviluppare V intema, è la più forte* 
Nel Gorillo soltanto il secondo paio di questi denti è per cotal 
guisa bicuspidato; altrettanto accade in DryopUhecus e nella 
Bertuccia; ma queste Scimmie, e più particolarmente Dryopi- 
iheeus hanno i premolari del primo paio molto più forti di quelli 
del secondo, mentrechè non vi ha cosi notevole sproporzione fra 
i denti omonimi nella Scimmia di Monte Bamboli. In questa il 
tallone di que' denti è più corto di quelli de' medesimi denti 
dello Scimpansè, del Gorillo e del JDryopithecus. 

» Venendo ai veri molari, quelli del primo paio non hanno le 
prominenze o punte respettive basse e ottuse come son quelle 
degli Antropomorfi in generale. Sono invece tali prominenze più 
rilevate e in pari tempo disposte con più evidenza in forma di 
colline trasversali, con tendenza verso la stmttura de' denti del 
Gorillo, il quale si assomiglia sotto questo rapporto ai Man- 
drilli e ai Macachi. Il primo paio adunque di veri molari ha 
quattro prominenze principali pressoché riunite a due a due in 
due colline trasversali leggermente .oblique ; il margine anteriore 
di questi denti è più sporgente del posteriore ; una cresta obli- 
qua si diparte dal tubercolo postero-interno, la qual cresta di- 
minuisce di altezza verso il mezzo della superficie coronale, e 
coU^ obliquamente il tubercolo dal quale essa si stacca, con 
il tubercolo antero-intemo e col tubercolo antero-estemo, me- 
diante una diramazione latero-estema. 

> I molari del secondo paio sono per forma poco diversi da 
qudli del primo paio. Hanno i tubercoli principali ugualmente 
spcHTgenti, come in forma di piramide e in numero di quattro. 



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Ma il loro tallone è più forte e la cresta che congiunge il tu- 
bercolo postero-interno con i tubercoli anteriori è più apparente, 
e nel mezzo del dente essa forma come un tubercolo accessorio. 

» Queste disposizioni proprie alle due prime paia di molari 
non basterebbero per separare la Scimmia di Monte Bamboli dai 
Macachi e dai generi affini, i quali non appartengono alla se- 
zione delle Scimmie Antropomorfe ; ma i molari dell' ultimo paio 
— i quali nell'individuo cui la mascella appartenne non erano 
ancora usciti dall' alveolo ed abilmente furono messi a nudo dallo 
stesso Prof. Gervais — risolvono, a nostro giudizio, questa questione 
e permettono di riconoscere i legami che uniscono la Scimmia di 
Monte Bamboli alle Antropomorfe, e fra queste in più particolar 
modo al Gorillo verso il quale sembra questa nostra formare un 
passaggio. 

» Il primo molare che misura 0"',008 in lunghezza, sorpassa 
di poco il secondo in volume (0",007) ed è esso stesso minore 
del terzo (0"',010) col quale comincia la serie de' veri molari. 
Il quarto molare (0"',012) è a sua volta più poderoso del terzo; 
ed altrettanto è a dirsi del quinto, se lo si confronta con quello 
che lo precede. Il quinto molare misura in lunghezza O'^OIS e 
in larghezza O'^OOO. Adunque è il più grosso molare, mentre 
che è minore del quarto nell' Orango, nello Scimpansè e ne' Gib- 
boni, come avviene nell' Uomo, o è tutt' al più subeguale a quello. 
Sotto questo aspetto si mantengono le affinità della nuova 
specie col Gorillo, il quale ha ugualmente l'ultimo molare più 
grosso del penultimo. La superficie masticante del quinto dente 
della Scimmia fossile è tubercolosa ; e i tubercoli di essa come 
quelli degli altri molari, hanno un aspetto che ricorda meglio 
di quanto si osserva nelle Scimmie ordinarie, le piramidi dei 
denti di certi Porcini erbivori, gli Anthracotherium per esem- 
pio, senza che ciò escluda la loro somiglianza con le spor- 
genze delle quali la corona dei molari del Gorillo è sormon- 
tata. Ma nella Scimmia fossile d'Italia cotali prominenze sono 
evidentemente più coniche che nel genere africano, col quale a 
noi sembra avere, anche rispetto a ciò, più somiglianza che con 
gli altri animali della stessa tribù. 

i> Vi sono cinque tubercoli o prominenze all'ultimo molare, 
ben di^tint^ fra loro, ben separate e di forma particolare. Esse 



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costituiscono altrettante piramidi, quattro delle quali sono dispo- 
ste a paia le une sulP intemo le altre sulP estemo margine del 
dente. Le due anteriori sono collegate mercè di una cresta obli- 
qua con piccola sporgenza a guisa di piccolo tubercolo supple- 
mentare di forma piramidale posto sulla linea mediana nel mezzo 
della quattro piramidi anteriori. Il tubercolo posteriore princi- 
pale è più grosso e più forte degli altri, e come spinto air in- 
fuori ; ed ha presso di sé un tubercolo accessorio posto suir in- 
temo margine del dente e più piccolo. 

» In una parola, è questa una disposizione più conforme a 
quella del Gorillo che a quella delle Scimmie inferiori. In queste 
r ultimo molare manca del quinto tubercolo (CercopUhecus)^ o ha 
questo tubercolo sporgente (CynocephcAuSj Macacus^ Cercocebus)^ 
oppure in forma di una cresta trasversale (Semnopithectis e Cólohus). 
Questa disposizione propria del quinto ed ultimo molare rende 
facile la distinzione della nuova Scimmia fossile dalle altre, An- 
tropomorfe, Semnopitechi, ec, che sono state raccolte in Europa, 
non che dagli animali della stessa tribù che vivono attualmente 
in Asia e in Africa. Il quinto molare della Scimmia di Monte 
Bamboli sorpassa il quarto in volume, più ancora di quello che 
accade ne^ corrispondenti denti del Gorillo. 

» Appartiene adunque questa mandibola ad una forma no- 
vella di Pitechi Scimmie proprie dell'antico continente, e que- 
sto nuofo tipo allontanandosi dagli antropomorfi provvisti di 
molari con corone ottuse, cioè dagli Oranghi, Scimpansé, Gibboni 
e dai Dryopithems e FliopUhecuSj più che dal Gorillo sembra 
avvicinarsi air ultimo, cioè al Gorillo, per le differenti peculia- 
rità di quella parte del sistema dentario che è conosciuta, e for- 
mare in pari tempo un passaggio tra il Gorillo e ì Macachi. 

» L' animale fattoci conoscere dalla mascella di Monte Bamboli 
era frugivoro come lo sono in generale le specie de' quadmmani 
proprie deir antico continente ; ma entrava nella sua alimentazione 
una proporzione di foglie, di fusti erbacei e di consimili altre 
parti tenere maggiore di quella di cui fa uso il Gorillo, il quale 
è frattanto il più erbivoro delle nostre scimmie antropomorfe. 

> Riassumendo ; la Scinunia fossile delle ligniti di Monte 
Bamboli sembra dover costituire un nuovo genere distinto, da 
prender posto alla fine de' Pitechini antropomorfi, dopo il Gorillo, 



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-. 64 — 

e avanti i Cinocefali ed i Macachi. In allusione alla forma spor- 
gente dei tubercoli de' suoi denti molari chiamerò questo nuovo 

genere 

Oreopithecus; 

e desumendo il nome specifico dal luogo dove la specie che gli 
serve di tipo fu rinvenuta, chiamerò questa 

Oreopithecus Bambolii/ 

0. Bambola fu animale molto men forte del Gorillo ; nonostante 
non cederebbe per le dimensioni ai grandi Gibboni, e in parti- 
colar modo al Sindattilo (HUobates syndactylus)\ sorpassò note- 
volmente FlyopUhecus, senza peraltro uguagliare DryapUhecus. » 
(Comptes rendus des Séances de VAcad. des Sciences^ tom. LXXIV. 
Séance du 6 mai 1872^ 

L* altra mascella fu rinvenuta nello scorso mese di gennaio 
nei ben noti depositi lacustri pliocenici del Val d'Amo di sopra. 

Questo bel fossile si trova in uno stato di buona conserva- 
zione ed è meno mutilato del precedente, quantunque manchino 
i due incisivi mediani, T incisivo estemo di destra e il canino 
della stessa parte. 

Mancano altresì le apofisi coronali ed i condili; -e della 
porzione angolare della branca ascendente la meno mutilata è 
la sinistra. 

Le figure 3, 4, 5 rappresentando la mascella che vo a descri- 
vere in grandezza naturale, danno una idea della statura che 
doveva avere V animale cui essa appartenne ; animale del quale 
ci renderemo facilmente conto ricordando la comune bertuccia. 

L'individuo peri nello stato di completo sviluppo e in età 
adulta inoltrata. Lo si dovrebbe anche st^>porre di sesso masco- 
lino giudicandolo dalla gagliardia de' canini. 

La serie dentaria dal secondo incisivo alla estremità dell'ul- 
timo molare, occupa nella mascella una lunghezza di 0,"" 055, 

* Quando nel mese di febbraio scorso presentai alla Società di Antropologia 
il fossile che vo a descrivere or ora, feci parola anche della mascella di Mon- 
te Bamboli senza averla sottocchio, essendoché la medesima in quell'epoca si 
trovava presso il Prof. Oervais a Parigi. Solamente per dare ad intendere che 
è diversa dall' altra pronunziai alcuni nomi generici fra i quali quello di Cercth 
pithecua riportato nella Nazione di Firenze del 27 febbraio 1872. 



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- 66 - 

nella quale lunghezza i molari occupano O,"" 045. Inuus ecauda- 
(US 0,"043, Cercopithecus càllitrichus 0,"036, Gynocephalus Papio 
0,"050. 

La forma generale della mascella, il movimento delle due 
ossa che la costituiscono, la linea del mento, la distanza interna 
tra branca e branca mostrano chiaramente che in questo caso 
si ha tra mani V avanzo di una delle scimmie inferiori, e più 
particolarmente del gruppo de' Macachi. 

Il mento è fuggente air indietro, non così angusto come 
quello d' Inuus ecaudatus^ ma più dilatato ricordando di prefe- 
renza alcuni Macachi, quantunque ne abbia la base più spianata 
e più larga che in questi non sia. 

Alla base del primo molare sta una depressione circolare che 
si continua verso Paltò in un solco parallelo alla linea del mento 
fino alla base delP incisivo estemo. I fori del mento sono un 
poco più in addietro^ due per parte, assai piccoli, sul margine 
inferiore ; il posteriore è il più piccolo, obliquo, oblungo anziché 
circolate, più alto dell'altro e posto sul margine di una depres- 
sione profonda che occupa quasi tutta la faccia esterna della 
mascella, posteriormente al primo e anteriormente all'ultimo 
molare. 

I due fori sono meno ravvicinati tra loro che nella Bertuccia 
e più che nel comune Macaco e nel Micco, nel quale ultimo avvi 
inoltre un terzo foro posto alla metà dell' osso superiormente al 
primo de' due. 

La infossatura è molto più estesa e profonda che in qualunque 
altro tipo vivente, ricordandola appena alcuni Macachi, i quali 
però non hanno quella ripiegatura del bordo inferiore all' infuori, 
come si vede negli HUobates e altri consimili generi. La branca 
montante forma esternamente un ampio solco, fiancheggiato da 
una grossa prominenza come negli Inuus. 

La porzione angolare sembra dover essere più acuminata che 
nel citato genere, e sembra in pari tempo più grossa e non ri- 
piegata verso l'interno. 

Venendo ai denti, l'incisivo estemo del lato sinistro somiglia 
molto il corrispondente dente di Inuus ecaudatus, quantunque un 
poco più voluminoso e più esteso dall' avanti all' indietro. Non 
sembra neppure sensibiUnente spostato dalla fossilizzazione. 



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— 66 — 

Il canino è robusto e lungo; nella faccia anteriore offi*e un 
solco profondo, largo alla base, poco meno di 0," 003 disposto 
e diretto come quello de' canini superiori dei Cercopitechi. Ha 
forma conica con ingrossamento alla base dove si dilata consi- 
derevolmente nella parte posteriore; mostra poi come due guan- 
cialetti sui lati ed alla base del solco antero-intemo specialmente 
dal lato interno. Dalla dilatazione basilare posteriore che va a 
distendersi sulla gengiva giungendo fino al? indietro del primo 
molare dal quale per un certo tratto resta coperta, sorge una 
piccola punta accessoria meno manifesta e più estema di quella 
consimile che arma i canini dei Cercopitechi. Nel cono del dente, 
superiormente a questa punta ed un poco esternamente, notasi 
un solco leggero, tale parendo una piega dello smalto che si mo- 
stra assai acuto lungo T esterno margine e nulla o smussata 
molto lungo P opposto. 

n primo paio de' molari offre delle peculiarità caratteristiche. 
Dall' apice alla base ciascun de' due misura anteriormente 0,"* 017, 
nel mezzo 0,"*012, sul margine posteriore 0,"007. Un Sgrosso 
tallone corrugato lo fiancheggia internamente. 

Benché molto differente, pure ha analogia con il dente omonimo 
del CercopUhecus SabtBus Erxl. del quale però è più lungo e più 
grosso; ha inoltre un'altra differenza nell'insieme e consiste nel- 
l'essere smerlettato il margine inferiore dello smalto lungo la 
gingiva. Per questo carattere come per il suo volume si distingue 
molto bene dalle specie viventi del medesimo gruppo. 

I molari successivi sono i più piccoli. Nella corona misurano 
0,"005 dall' avanti all' indietro e poco più di 0,"004 da destra a 
sinistra, con meno di 0,"'006 di altezza. Hanno due prominenze 
acute sul davanti, opposte a guisa di colline riunite fra loro da 
una piega trasversale dello smalto. 

Col terzo paio comincia la serie dei veri molari : ve ne hanno 
tre paia secondo il solito. I molari del primo paio sono più pic- 
coli di quelli del secondo, e questi più piccoli di quelli del terzo, 
ossia ultimi, essendo le respettive lunghezze 0,"*007 ; 0,"*0010 
e 0,"012. L'altezza dal lato estemo è 0,"005, 0,"006, ed un 
poco maggiore per l'ultimo paio. L'altezza del penultimo paio entra 
tre volte e mezzo nel sottostante osso mascellare, mentre c'entra 
un po' meno per Inuus ecaudatus, meno ancora per CercopUhecus 



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— 67 — 

cMUrichm: e quanto dire che la mascella ha una grande altezza 
rispetto all'altezza dei denti, e che è quindi forte e pesante. 

La struttura de' molari è quella del gruppo de' Macachi e 
più esattamente quella del gen. Inuus, La faccia masticante è 
sormontata da quattro sporgenze disposte per paia, due a due 
a guisa di colline trasverse rispondenti a due lobi, men manifesti 
specialmente nella faccia estema de' denti. 

L' ultimo molare ha un lobo o sporgenza impari posterior- 
mente, come nel gen. Macacus^ divisa in due parti ineguali da 
un solco poco profondo posto nella parte intema del tubercolo, 
con la divisione maggiore di esso posta all' estemo, la minore 
air intemo. 

La maggiore delle differenze che passano fra i veri molari 
di questa mascella e quelli dell' Inuus col quale ha le più strette 
analogie per la stmttura de' medesimi, specialmente dell' ultimo 
di essi, sta nel tubercolo impari posteriore diviso in due lobi an- 
ziché in tre. 

Esaminando la parte intema della mascella, si trova mancante 
di quella espansione ossea pianeggiante e larga che caratterizza 
tanto bene la parte anteriore della bocca del genere citato. 
L' osso però è largo come in tutti i Macachi, ma ripete, in questa 
parte, piuttosto la forma del Cinomolgo e del Micco (Cercopithecus 
caUUrichus) anziché quella della Bertuccia. 

Per tutti questi caratteri la Scinunia di Val d' Arno va posta 
nel gmppo dei Macachi ; e può definirsi siccome una nuova forma 
di Macaco con denti canini di Cercopithecus^ coi primi falsi mo- 
lari di forma sua propria quantunque ricordino quelli dell'ultimo 
genere, coi molari di Macaco, con l'ultimo molare di Inuus. 

Dando importanza alla forma de' canini acuti, lunghi, solcati 
dalla base all' apice e tallonati, la nostra specie dovrebb' essere 
collocata fra i Cercopitechi accanto al Micco comune: attenen- 
doci alla forma de' molari, andrebbe posta vicino al Cinomolgo; 
e per 1' ultimo dente molare la sua affinità più stretta è con la 
Bertuccia. La forma poi della mascella e quella de' primi due 
premolari indicano un tipo differente dai precedenti ; il quale può 
dirsi intermedio fra i Macachi veri e i Cercopitechi, affine ai 
Cercocebus e più distante ancora dai Cinocefali o Mandrilli. Quan- 
tunque fossi portato da principio a distìnguerlo soltanto speci- 



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ficamente da Inuus ecaudaius^ un più maturo esame mi ha per- 
suaso che le differenze tra la nuova specie italiana e la vivente 
specie di Gibilterra e Barberia siano più profonde di quelle che 
resultano dalla pura distinzione specifica. Infatti non è soltanto 
il tubercolo posteriore degli ultimi molari inferiori diviso in due, 
anziché in tre lobi, che la distingue specificamente dalla comune 
Bertuccia; ma la forma dei canini, quella dei due premolari an- 
teriori, la struttura della mascella, la quale, benché pesante presso 
a poco quanto quella di Inutis ecaudatus, pure é più quadratica 
in base ed ha profonde depressioni laterali che ricordano quelle 
di alcune Scimmie superiori, quali i Gibboni, sono altrettanti ca- 
ratteri i quali hanno un valore incontestabile per separare anco 
genericamente la nostra specie da Inuus ecaudatus. 

Propongo quindi che questa specie del Val d' Amo sia riguar- 
data come tipo di un nuovo genere che chiamerò pe' due solchi 
ai canini 

AULAXINTJUS. 

Questo genere forma parte del gruppo de' Macachi, tra Cercch 
pUhecus, Cercocebus e Inuus; e sarebbe caratterizzato per rapporto' 
al sistema dentario inferiore (il solo che sia a me noto finora) : 
da Canini lunghi, acuti, solcati longitudinalmente sul lato interno, 
e rinforzati da una larga base diretta àlV indietro e nascosta in 
parte dietro U premolare anteriore ; dai primi premolari grossi 
e forti, più lunghi anteriormente che posteriormente, con la base 
dello smalto seghettata, con un tubercolo posteriore denticolato ; dot- 
V ultimo molare munito di un tubercolo posteriore bilobo; daUa 
mascella forte e con profonde depressioni laterali. 

Le figure 3, 4, 5 della Tav. 1 daranno idea di questi carat- 
teri. La fig. 3 rappresenta la mascella veduta di fianco, per .di- 
mostrare la proporzione dei denti rispetto air osso mascellare, 
la conformazione di questo, e la struttura de' primi nel lato 
estemo. 

La figura 4 la rappresenta veduta dall' alto al basso, per la 
stmttura intema della bocca e la parte coronale dei denti. La 
figura 5 rappresenta la parte interna della branca sinistra princi- 
palmente per far vedere la forma del canino e la sua disposizione 
rispetto ai denti vicini. ^ 



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— 69 — 

Dair essersi questa Scimmia ritrovata nella Provincia di Fi- 
renze principalmente, propongo di chiamarla 

AuLAxiNuus Florentinus. 

Macachi e Sileni sono scimmie orientali che abitano da Ceylan 
al Nepal e si estendono ad oriente fino al Giappone {Mac. spe- 
ciosus Fred. Cuv.); Cercopitechi, Cercocebi ed Inni sono Scimmie 
Africane. A questo secondo gruppo di Macachi va riferito più 
propriamente Aidaxinutis Florenlwms, benché sia forma inter- 
media tra i due; esso rappresenta un primo anello di relazione tra 
la fauna antica nostra e la Africana attuale, la quale ha tanto 
più strette affinità con la fauna, che previsse air attuale nel- 
r estrema Italia, cioè in Sicilia. 

Ed è probabile che avesse di questi tipi le abitudini ed il 
regime alimentario, e molte altre peculiarità di organizzazione, 
come borse alle gote, callosità alle natiche, breve o nulla la coda, 
corte e forti le estremità, andatura prevalentemente quadrupede. 

Questo esemplare bellissimo non è il solo avanzo di scim- 
mia nella formazione lacustre del Val d'Amo. 

Nel 1864 raccolsi negli stessi luoghi alcuni piccoli premolari 
che sembrano riferirsi a questo stesso tipo. 

n marchese Carlo Strozzi possiede alcuni altri denti. 

Nel Museo di Pisa si conserva un pezzo di lignite degli strati 
pliocenici del Mugello (provincia di Firenze) dove sono i due molari 
posteriori destro e sinistro, un altro molare un premolare ed un 
frammento di canino tutti della mascella inferiore. Secondo la 
opinione del professore G. Meneghini, che interpellai in propo- 
sito, sembra che tali denti a questo stesso nostro genere, ed a 
specie identica o da questa non molto dissimile dovessero appar- 
tenere. Sul che non ho modo di pronunziarmi, non avendo ancora 
ricevuto al momento in cui scrivo il disegno del fossile Mugellese, 
che il professore Meneghini ebbe la bontà di promettermi. 

Finalmente in una recente nota, il signor C. J. Forsyth Major ' 
descrive un fossile esistente nel Museo Civico di Milano, il quale 
consiste in un frammento di mascella superiore destra, conte- 
nente in posto ì tre ultimi molari, e alcuni alveoli dei premolari* 

* Note sur dea singes foaailes etc, negli Atti della Società Italiana di Scienze 
naturali, tom. XV. Milano 



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— 70 — 

Il signor Major opina che questo fossile appartenga ad un 
Inuus affine ad L ecaudatus : e non è lontano dal supporre che 
siano della stessa specie che ho io ora descritto sul fossile fio- 
rentino. Nella leggenda che accompagnava il fossile del Museo 
milanese stava scritto Val d'Amo inferiore j per equivoco senza 
dubbio, imperocché sappiasi che nel Val d' Amo inferiore sono 
depositi marini e non lacustri quelli che ne colmano P acciden- 
tato bacino. Il signor Major poi mi recò un framménto della 
roccia, nella quale sta incluso il fossile di Milano, e mi domandò 
se potessi riconoscere da quel frammento quale fosse la pro- 
venienza di quel fossile, vale a dire, se potesse dedursene che 
fosse raccolto nella parte della Valle d'Amo che è sotto Fi- 
renze (inferiore) o in quella che gli sta a monte (superiore), 
ed è a oriente della città. L'abitudine giornaliera di vedere 
queste nostre terre e la pratica dei depositi del nostro Val 
d'Amo tanto superiore quanto inferiore, non mi lasciarono esi- 
tare nel riconoscere la forma abituale dei depositi del Val d'Arno 
di sopra in quel pezzetto di i^enaria, finissima, i^gillosa, ver- 
dastra e leggermente cementata. Crederei dietro ciò che il fos- 
sile in discorso fosse raccolto nei depositi inferiori di qualche 
località delle vicinanze di Figline o di San Giovanni, appunto 
come la mascella da me ora descritta, la quale proviene da quel 
di Terranuova nella fattorìa del Barone Bettino Ricasoli, dove 
sono strati ricchi di Mastodon Arvernensis, Elephas meridionàUs, 
Bos I^ruscus, Rhinoceros Eémscm^ Egutis Stenonis, Hippopotamus 
maior e tante altre specie di quella fauna interessante.' 

• Neir Uomo fossile non citai altra specie di Mastodonte che quella detta 
Arvemensis, e fo ora altrettanto, perchè, dopo gli studii specialmente di Falconer, 
per i denti, tanto della Collezione del Museo Fiorentino che di altre Collezioni 
per Io passato notati col nome di angxistidens, siamo d'accordo ormai tutti nel 
riconoscerli come spettanti oìV Arvemensis : e quanto ali* altra citata specie di 
Borsonii o Pyrenaicus, mentre è vero che un dente di esso esiste a Montevarchi, 
non è autentica la leggenda che lo accompagna secondo le più accurate infor- 
mazioni che presi dalle persone le più competenti quando ne feci lo studio per la 
pubblicazione della Memoria suU' Uomo fossile. Scrivendo in questa Memoria le 
parole « Se Mast, Arvemensis non divise verosimilmente con altri congeneri il 
nostro suolo » intesi alludere a ciò colla parola verosimilmente. Non sarebbe in 
verità troppo strana una specie del Miocene medio che avesse trovato modo di 
protrarre la sua esistenza al Pliocene inferiore ; ma coloro 1 quali non si sanno 
risolvere a credere che Mastodon Arvemensis ed Elephas meridionalis si trovano 
nei medesimi depositi naturalmente sepolti, come ho facile opportunità di veri- 



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— 71 — 

Qui mi si apre un vasto campo di discussione e di studio, 
sul quale mi astengo dall'entrare ora; lo tratterò estesamente 
in un articolo che sto preparando, la opportunità del quale mi 
è sembrata emergere naturalmente da alcune note pubblicato da 
diversi autori in questi ultimi anni. 

Concluderemo adunque che le faune mammologiche antiche 
dell' Italia centrale si sono arricchite di due nuovi tipi importanti. 

n primo tipo, appartenente alle Scimmie antropomorfe, fece 
parte della fauna miocenica più remota provenendo esso dalle 
ligniti di Monte Bamboli le quali, come ognuno sa, apparten- 
gono al piano inferiore del Miocene. Collettivamente prese le 
faune mioceniche europee, esse presentano ora tre tipi ben de- 
finiti di scimmie antropomorfe, i quali sono: Dryopithecus, Plio- 
piihect4s e Oreopithecus. 

0. Bambola per dimensioni del corpo non arrivava Dryopi^Aece*^, 
ma sorpassava di molto Pliopithecus: molto più piccolo del Gorillo, 
era però maggiore del Siamanga ed uguagliava i maggiori Gibboni. 

L'altro tipo, appartenente alle scimmie inferiori e più spe- 
cialmente ai Macachi, rappresentato da tre fossili, il maggiore 
dei quali esistente nel Museo di Firenze e gli altri due uno a 
Milano ed uno a Pisa, appartiene alla fauna fossile del Pliocene, 
i resti della quale si trovano nei depositi lacustri del Val d'Arno, 
del Val di Tevere, Val di Sieve o Mugello all' est di Firenze, 
Val di Serchio, Val di Magra e altri minori all' ovest, per tutti 
i quali rimando il lettore ad un prossimo articolo.* 

ficare parecchie volte tutti gli anni, benché in fondo in fondo siano pliocenici 
entrambi e del primo abbiamo bellissimi esempi nel Pliocene Marino superiore, 
dove non manca neppure il secondo, mi vorranno tenere buon grado se non 
ammetto la evidenza della associazione di Masi. Pyrenaicus con Elephas me- 
ridionalis — e forse con El. antiquus se fosse vera la provenienza sua come 
viene supposta — fino a prove che non si possano in alcun modo oppugnare. 

' Era giù stampata la presente nota quando ricevetti dal sig. P. Oervais 
un buon modello frammento di destra mascella inferiore per il quale è cono- 
sciuto Seinnopithecua Motispessulanus Gerv. del Pliocene di Montpellier. La 
descrizione che ho fatta di Aulaxmuua floretitinus mostra abbastanza le diffe- 
renze che passano tra questa e quella specie. Noterò ora soltanto che la specie 
francese la quale ne differisce grandemente per il canino, per la forma del 
primo molare, per l'incisivo esterno, offre una notevole altezza dell'osso ma- 
scellare in confronto coli* altezza dei denti, senza avere peraltro le profonde de- 
pressioni esteme tanto caratteristiche della nostra specie. 



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72 



n. 



Su di un lavoro di E. SuESS. 

Lettera del professore G. Meneghini a I. Cocchi. 

Pisa, 20 maggio 1872. 

Illustre Amico, 

Mi affretto a mandarti, perchè sia inserita n^l prossimo nu- 
mero del Bollettino^ la traduzione della* Nota comunicata dal 
professore E. Suess all'imperiale Accademia delle Scienze in 
Vienna, nella seduta del 21 marzo prossimo passato, ieri sol- 
tanto pervenutami nel resoconto di detta Accademia. Conoscevo 
le idee del Suess, fino dal suo passaggio per Pisa nel ritomo 
dal viaggio in Calabria, ma non potevo parlarne prima che egli 
non le avesse pubblicate. Ora desidero che abbiano anche presso 
di noi sollecita pubblicità, e tu intenderai questa mia impazienza 
perchè sai con quanto amore io coltivi questi studii; ripetuta- 
mente tu stesso mi eccitasti ad intraprendere il lavoro desidera- 
tissimo sulla Orografia d'Italia, e, nutrito a questa scuola del 
Savi, tu pure apprendesti da gran tempo a conoscere lo spro- 
fondamento occidentale delle nostre montagne littorali e ad ap- 
prezzare la importanza scientifica di questo principalissimo ele- 
mento orografico della penisola italiana che il Savi, con quel suo 
genio potente, distinse pel primo sotto al nome di Catena me- 
tallifera. 

Ogni qualvolta viene affacciata nella scienza un'idea nuova 
che con ardita teoria abbracci i fatti conosciuti, è facile trovare 
nelle pubblicazioni precedenti qualche cenno che più o meno in- 
direttamente vi alludesse. Ma in questo caso le due teorie si 
completano a vicenda, senza che l' una scemi pregio all' altra ; 
ed, in quanto a me, associo volentieri il nome del simpatico pro- 
fessore di Vienna a quello venerato del nostro maestro. 

n Savi, quando la scienza era ben più difficile di quello che 
ora non sia, riconobbe la individualità della Catena metallifera, 
benché smembrata nelle anella ellissoidali sparse per l'Italia 
centrale, n Savi dimostrò, con sapiente analisi di fatti incontra- 



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— 73 — 

stabili, che tutta essa Catena aveva, in epoca comparativamente 
recente, subito uno scoscendimento, prevalentemente nella parte 
occidentale, la quale perciò s' era subissata nel mare. 

n Suess pi^agonò TApennino alle Alpi ed ai Garpazii, come 
lo aveva già fatto il Murchison, allo scopo principale di ricono- 
scere la corrispondenza cronologica delle formazioni sedimentari 
nei tre sistemi. Il paragone del Suess si riferisce invece alla 
generale struttura stratigrafica o, come ora la chiamano, alla 
Tettonica di esse montagne, desumendone che air asse orografico 
rappresentato dalla sprofondata catena metallifera, oltre alla zona 
esteriore orientale costituita dall'attuale Apennino, doveva pur 
corrispondere analoga zona laterale' occidentale, sussistente solo 
air ultima estremità meridionale, oltre lo Stretto, nei Peloritani 
della Sicilia. 

Tu che hai tanto studiato risola dell'Elba potrai decidere 
se rappresenti essa pure una piccola porzione della zona occi- 
dentale, se la inclinazione ad occidente delle formazioni nel 
lato orientale deir isola appartenga ad una delle flessioni paral- 
lele deir asse centrale. £ molte, molte altre questioni insorgono 
e si affollano alla mente all'annunzio della nuova teorica. A me 
pare sia questo il carattere delle idee importanti, e che, come 
si suol dire, fanno epoca nella scienza, perchè uniscono la gran- 
diosità alla semplicità del concetto; ed io di essa idea partico- 
larmente mi compiaccio, perchè armonizza colla venerazione sin- 
cera che professo alla memoria di Paolo Savi. 

G. Meneghini. 



SuUa struttura della penisola italiana. 

Comuiicazione del professor Ed. Sobss ali* I. e R. Aecademift delle Scienxe di Vienna 
nella seduta del 21 marzo 1872. 

Dopoché la esclusione dei porfidi rossi e di una gran parte 
dei graniti dalla serie delle vere masse centrali e la inclusione 
loro al relativo posto nella successione cronologica delle forma- 
zioni sedimentarie, modificarono cosi radicalmente le vedute dei 
geologi sulla struttura delle Alpi, io credetti mio compito T ap- 



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— 74 — 

plicare le vedute stesse a una catena di monti indipendente, 
diversa dalla alpina, e prescelsi a tale oggetto P Italia. 

L' idea che i miei ripetuti viaggi mi han fatta concepire di 
questa incomparabile penisola, differisce talmente da quella che 
che m'era figurata sul principio, che credo doverne comunicare 
un sunto prima di dare completa pubblicità a tutto V insieme 
del lavoro. 

In primo luogo è a notare che in tutto TApennino vero e 
proprio, cioè la catena del Gran Sasso, che è la linea orografica 
principale d'Italia, manca ogni roccia che possa paragonarsi alle 
più antiche delle Alpi e anche, per esempio, agli antichi schi- 
sti, che qua e là compariscono nelle Alpi meridionali, come a 
Recoaro. 

Anziché avere una struttura paragonabile a quella delle Alpi, 
r Apennino sembra costituire una zona laterale di ripiegature, 
ed in grazia della grande prevalenza delP arenaria, può dirsi 
rappresentare in proporzioni gigantesche la linea di dirupi (Klip- 
peli) dei Carpazi. 

Non mancano però le rocce paleozoiche. Nelle Alpi apuane, 
neir isole della costa occidentale, nella catena metallifera e fino 
oltre al mezzogiorno di Roma nel promontorio di Circe e nel- 
l'isola Zannone esse rimangono in minori o maggiori allineamenti, 
scogli (Biffen) e frammenti a rappresentare le sparse rovine di 
monti sconquassati. 

Or bene, questi resti formano essi reahnente Tasse centrale 
delle montagne d'Italia? La risposta non può trovarsi che al 
mezzogiorno dove le formazioni cristalline compariscono in grande 
estensione nell'estremità grecale della Sicilia e traverso le Ca- 
labrie. Nei monti Peloritani non lungi da Messina, affiora il Gneiss 
e verso libeccio si succedono formazioni sempre più giovani ; già 
prima di Taormina potei, guidato dal professor Seguenza, rico- 
noscere le formazioni dell'arenaria rossa (Bothliegend) del Trias, 
degli strati di KosseOf di Hierlatz, di Adnet ec, in una parola 
di tutta la serie stratigrafica che vi fu poi esattamente descritta dal 
Seguenza; la qual serie, sotto molti aspetti, somiglia anzi alle 
formazioni sedimentarie delle Alpi settentrionali più che a quelle 
delle meridionali. Qui dunque si trova la testa degli .strati 
(Schichtenkqpf) di una zona collaterale occidentale. 



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— 75 " 

Un viaggio per le Calabrie mi convinse della costituzione 
alpina di quei monti e mi offrì anche la possibilità di distin- 
guerne più centri. 

r La massa dell* Aspromonte insieme alla Serra San Bruno 
completa a oriente, interrotta nello stretto di Messina, che ab- 
braccia in Sicilia i monti Peloritani, dappertutto demolita (aòge- 
hrochen) verso il Mare Tirreno con frammenti avanzati ad occi- 
dente nello scoglio di Scilla ed al Capo Vaticano. La linea di 
frattura è la linea principale dei terremoti di Calabria. 

2"* La massa della Sila con manto completo di schisti tutto 
air intomo. 

S"" La massa di Monte Cocuzze, parimente interrotta verso 
occidente, cioè verso il mare Tirreno. 

Quando il professor vom Rath ed io giungemmo nella valle del 
Grati sopra la città dell'antica Sibari, ci apparì evidente nella 
bianca catena calcare della Basilicata che torreggiava dinanzi a 
noi coperta di neve, la testa degli strati (Schichtenkopf) della 
zona collaterale orientale. Al loro piede presso San Donato si 
escava il cinabro nella quarzite rossa precisamente come nella 
formazione deir arenaria rossa (BotMiegend) delle Alpi meridie^ 
nali. Fra Taormina e Sibari sussiste dunque realmente una no- 
tevole porzione di una catena centrale alpina, di cui TApennino 
forma la zona laterale a greco e la Sicilia una parte di quella 
a libeccio ; ed io non esito a riguardare le antiche formazioni 
della catena metallifera, che mineralogicamente corrispondono 
a quella deir asse della porzione meridionale, anche stratigra- 
ficamente come rappresentanti la continuazione dell'asse me- 
desimo. 

Da Palermo a Messina, da questa a Spartivento e fino a Ca- 
pri, il Mar Tirreno è limitato da una linea di frattura; e oltre 
pure a quello per il capo Circeo fino all' Elba ed alla Spezia, 
le montagne sono frante e sprofondate. L'asse d' anticlinale 
{iektonisché) della penisola italiana giace sotto al Mar Tirreno, 
e r antica catena tirrenica è oggidì rappresentata dai frammenti 
rimasti delle sue rovine sporgenti dal mare o dai successivi de- 
positi. E come a buon diritto si distingue presso Vienna una 
depressione interalpina dalla estralpina, distinzione che ha acqui- 
stato capitale importanza per lo studio delle formazioni terziarie 



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- 76 — 

più recenti, così in Italia la depressione toscana (ad esempio) 
è intertirrenica,. quella di Bologna estratirrenica. 

Se ora da questo punto di vista consideriamo i fenomeni 
vulcanici nelP Italia d' oggidì, vediamo coincidere in generale la 
maggior parte dei luoghi d'eruzione con le linee della frattura; 
così nominatamente la grande zona che dalla Toscana per i monti 
Albani si distende a Rocca Monfina, ai Campi Flegrei ed al Ve- 
suvio; mentre i vulcani s'aggruppano in folla nel mezzo al 
campo di depressione (isole Ponza e Lipari). Solamente alcuni 
vulcani stanno fuori di questo campo, particolarmente da un lato 
l'Etna, dall'altro il Vulture, ambedue sorgenti dal Macigno; ma 
io non posso in questa breve nota mostrare la significazione di 
questi isolati punti di eruzione, al che sarebbe necessario ana- 
lizzare tutti i fenomeni sismici delle Calabrie e la loro presu- 
mibile connessione con la estensione del campo di sprofonda- 
mento. 

Mentre ciò è riservato a una futura pubblicazione, posso in- 
tanto solamente indicare che Pantellaria, con Giulia e Linosa 
mostrano un distinto parallelismo di questa parte del mare col 
tirreno sparso di tanti gruppi d'eruzione, ma le notizie che si 
hanno sulle eruzioni sottomarine del mare Jonio in unione ai 
terremoti che ne provengono, lasciano anche colà presupporre ana- 
loghi fenomeni. 

Non solo i Basalti del Vicentino, ma anche le rocce eruttive 
degli Euganei son fuori di scena, dacché furono quest' ultime ri- 
conosciute per molto più antiche di quello che da prima si cre- 
desse. Anche le Trachiti euganee scendono fino alle più antiche 
formazioni terziarie e, precisamente come 1 Basalti del Vi- 
centino, consentono con esattezza sufficiente la classificazione 
cronologica delle parti inferiori e tutto al più medie dell' èra 
terziaria. È importante il fatto che nei tufi pomicosi del monte 
Sieva presso Battaglia, quindi in una delle più giovani di que- 
ste formazioni, si trovano i fossili della Marna a Briozoi della 
Val di Lonte, la quale, per la sua posizione e per le ricerche 
paleontologiche del prof. Reuss, è noto che ha presso a poco 
r età dell' ArgiUa a Settarie. 

La impressione generale lasciatami dai viaggi nelle Alpi e 
in Italia nel corso degli ultimi anni è quella della poca stabi- 



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— 77 — 

Uià delle grandi catene montuose. Il ripetersi dei fenomeni col- 
pisce ; colpisce, per esempio, la conformità di struttura fra i Car- 
pazi e TApennino. Anche nei Carpazi è visibile una sola delle 
zone laterali, cioè la settentionale; il Tatra e compagni for- 
mano i resti della zona media ; si mostrano soltanto delle tracce 
della zona laterale meridionale; nel campo di depressione com- 
pariscono, invece i vulcani del Lazio e di Napoli, le trachiti 
deir Ungheria. È sempre una ripetizione in grandi proporzioni 
dello stesso fenomeno offerta dalla depressione interalpina di Vienna 
e dei suoi margini ricchi di terme. 

Anche circa alla connessione dell' Apennino con le Alpi, si 
presenta ora una nuova veduta. Già da molti anni Studer ha 
mostrato che la parte occidentale dello Alpi meridionali scom- 
parisce gradatamente sotto la pianura delP Italia superiore e una 
parte di essa vi rimane sepolta. I nuovi lavori di Gastaldi e di 
* altri lo confermano pienamente; e così il contorno del golfo di 
Genova mostra come si uniscano due potenti allineamenti mon- 
tuosi, e le masse centrali d' ambedue, meno pochi rudimenti, si 
approfondino sotto al mare ed alla pianura. Potrebbe anche darsi 
che r asse sprofondato tirrenico rappresentasse la vera continua- 
zione dell'asse curvato in arco delle Alpi. I frammenti della 
formazione titonica e della creta dei monti Euganei, ne mani- 
festano già un legame, almeno dei piani sedimentarli superiori, 
mesozoici, fra Vicenza e T Apennino. 



m. 

Cenni éuUa costituzione geologica del Piemonte. 

(Kstntto da an* Nota del prof. B.Gastaldi, pubblicata nella Eneidoptdia Agraria Italiana.) 
(Continuazione e fine. — Vedi N. 1 e 2.) 

Capo Tekzo. — Terreno Pliocenico. 

n terreno pliocenico, che è parte notevole del suolo italiano, 
consta di due orizzonti; il superiore di sabbia, P inferiore di 
argilla o di marna. Quantunque in alcune località alle rocce 



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— 78 — 

suaccennate vengano a sostituirsi banchi più o meno calcarei, la 
uniformità della sua composizione è grandissima, dimodoché i 
geologi parlando del -terreno pliocenico dell'Italia e delle fini- 
time regioni, usano di dire semplicemente le sabbie e le marne 
plioceniche, aggiungendo alle prime T epiteto di gialle, e di azzur- 
rognole alle seconde perchè tale è il colore generale di quelle 
rocce nelle indicate regioni. Quei due orizzonti colle loro tinte 
spiccate colpiscono più d'una volta l'occhio del viaggiatore tra 
Villafranca ed Asti, tra quest' ultima città ed Alessandria. 

Questo terreno si estende lungo la spiaggia dell'Adriatico 
tra Rimini e Lecce formando una zona che, a partire dal livello 
del mare, si eleva gradatamente sulle falde dell' Apennino; da 
Lecce fa il giro del golfo di Taranto, si estende lungo la spiag- 
gia della Calabria nel mare Siculo, appare qua e là in lembi 
sulle rive del golfo di Salerno e presso Civitavecchia; copre ampia 
porzione della Toscana, e, ridotta a minimi lembi, la si incontra 
ancora tra la Spezia e Genova, tra questa città e Nizza marit- 
tima. Essa mostrasi altresì nella Sicilia, trovasi in ristretti 
limiti nella Sardegna, ed è appena rappresentata in Corsica da 
qualche esiguo deposito. 

Da Rimini risale lungo la valle del Po per Forlì, Imola, Bo- 
logna, Modena, San Donnino, Voghera, Tortona, Novi, Acqui; più 
oltre la zona si allarga, occupa l' Astigiana e parte del Monfer- 
rato estendendosi fin presso Mondovì. Alla base delle Alpi pare 
che quel terreno scompaia; tuttavia cercandolo attentamente, lo 
si discopre in microscopiche macchie presso Ivrea, Masserano, 
allo sbocco della Sesia e qua e là lungo la base delle Alpi lom- 
barde e venete. 

Esso si eleva e si mantiene ad un livello costante, e volendo 
con qualche approssimazione fissare quel livello, notiamo che il 
terreno risale sin presso a Fessane a 350 metri circa sul mare. 
A partire adunque dal livello marino noi lo vediamo, là ove non 
è coperto da depositi posteriori, più recenti, elevarsi lungo 
r Apennino e la base delle Alpi sino all' altezza di 350 metri 
circa, e formare perciò grandissima parte delle colline che si 
protendono lungo la base dell' Apennino e parte esiguissima di 
quelle che formano le prealpi. 

Le sabbie sono generalmente silicee, il sottostante orizzonte 



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— 79 — 

varia dalla marna molto calcarea alla molto argillosa, ed in alcuni 
luoghi lo è tanto, che viene adoperata alla fabbricazione delle 
stoviglie e dei laterizi. 

Ambedue gli orizzonti sono depositi marini, e ciò riesce evi- 
dente per poco che si esaminino da vicino; grandissima infatti 
è la quantità di corpi marini che in essi si incontrano, ma so- 
pratutto di molluschi, a segno che in taluni luoghi si vedono 
banchi di un metro ed anche più di grossezza, esclusivamente 
formati di conchiglie. Questi banchi porgerebbero agio ad emen- 
dare altre vicine terre troppo argillose e tenaci se i nostri con- 
tadini, se i proprietari stessi, meno ignoranti o men poveri, 
sapessero e potessero farne uso. Se poi a taluno non paresse 
sufficiente per ritenerli depositi marini il trovarsi nel loro interno 
quella quantità di conchiglie di mare cui abbiamo accennato, 
soggiungeremo che non di rado accade di scoprirvi intieri sche- 
letri di delfino e di altri cetacei, come sarebbe a dire balenot- 
tere e balene. 

n terreno pliocenico come generalmente è composto, e salvo 
i casi ove alle sabbie ed alle argille vengono a sostituirsi banchi 
calcarci, non porge naturali materiali di costruzione; in alcuni 
luoghi tuttavia e massime neir orizzonte superiore si trovano 
banchi nei quali la sabbia è riccamente cementata da sugo cal- 
careo e diviene solida a segno da fornire una pietra da taglio 
atta ai più delicati lavori. Sgraziatamente però quella pietra 
non resiste al gelo od ai rapidi cangiamenti di temperatura, onde 
in breve tempo si sgrana e si rompe. Non solo in questo terreno 
fanno difetto i banchi di roccia atta alle costruzioni, ma in ge- 
nerale esso va privo altresì di banchi di ciottoli onde quando 
una strada carreggiabile deve per lungo tratto attraversarlo si 
incontrano serie difficoltà a mantenervi il pietrizzo. In alcuni 
luoghi però, al piede dell' Apennino e delle Alpi, in corrispon- 
denza degli sbocchi delle valli, anche questo terreno presenta 
qua e là letti di ciottoli provenienti da più antichi terreni; e 
questo fatto ci dimostra che alP epoca in cui il mare pliocenico 
occupava gran parte della valle del Po sino a notevole altezza, 
e di tanto conseguentemente si elevava al piede deirApennino 
lungo le coste del Mediterraneo, i torrenti che discendevano dai 
monti già vi portavano tributo di acque e di detriti. Giova tut- 



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— 80 — 

tavia osservare che i letti di ciottoli del pliocene sono, sia in 
ampiezza che in grossezza, come altresì pel volume dei detriti, 
di gran lunga inferiori ai banchi diluviali non solo ma a quelli 
altresì che odiernamente si formano in mare allo sbocco dei tor- 
renti attuali, ad esempio, del Varo, del Paglione, del Genta, ec, 
non che a quelli che si formano negli alvei dei torrenti, allo 
sbocco delle valli apenniniche ed alpine. Questo fatto ci induce 
a credere che durante T epoca pliocenica regnava sul nostro 
paese un clima diverso dall'attuale e simile forse a quello che 
regna oggidì nelP America meridionale lungo buon tratto delle 
coate del Pacifico ove, non piovendo quasi mai, i torrenti che 
discendono dai monti, recano al mare lieve tributo di acque e 
di detriti. 

In molti luoghi le sabbie gialle plioceniche di origine marina 
sono ricoperte da banchi ora di sabbia e di ghiaia purissima con 
macchie di limonite e di idrossido di manganese, ora di esili 
banchi di ciottoli, ora di letti di finissima argilla. Ad eccezione 
di alcune speciali località questi banchi non hanno notevole gros- 
sezza, la quale non supera forse mai i dieci metri. L' origine 
loro è fluviatile; sono cioè alluvioni di fiumi di gran portata che 
discendevano al mare quando sollevatasi in massa la penisola 
italiana e le adiacenti regioni, il mare pliocenico era stato co- 
stretto a ritirarsi. Egli è in questi banchi che si trova sepolta 
quella ricca fauna di grossi pachidermi, come mastodonti, ele- 
fanti, rinoceronti, ippopotami ec, i cui resti si ammirano nei 
Musei di Firenze, di Torino, di Roma, di Milano, ec. Non v' ha 
dubbio che questi animali vissero ai piedi delP Apennino e delle 
colline nostre sul finire dell'epoca pliocenica. Ed infatti non di 
rado succede di incontrare intiero o quasi lo scheletro di un 
elefante o di un mastodonte; in tal caso le ossa sono in parte 
sparse o trovausi a non grande distanza le une dalle altre, in 
parte sono ammucchiate assieme, ed esaminando attentamente la 
roccia che le circonda, si vede che essa fu lentamente ed in esili 
straticelli deposta; in molti casi poi si possono distinguere le 
parti delle ossa che, rimaste per maggior tempo esposte agli 
agenti atmosferici, prima di essere sepolte dalle alluvioni, pro- 
fondamente si alterarono e si corrosero. 

In certe località, come nel Valdamo superiore, nei dintorni 



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— 81 — 

di Roma, nelP Astigiana, a Buttìgliera, Dosino, San Paolo, Fer- 
rera, Mongrosso, Incisa, ec, frequentissimi si incontrano tali 
scheletri, onde conviene ammettere che il suolo emerso fosse co- 
perto da lussureggiante vegetazione. 

Varia moltissimo la grossezza, la potenza, lo spessore del 
terreno pliocenico, sia che lo si consideri nel suo assieme, sia che 
lo si consideri partitamente nei due suoi orizzonti. Non è infatti 
da supporsi che, quando il mare pliocenico occupava la valle del 
Po, il fondo suo fosse perfettamente piano e regolare; facilmente 
quindi si capisce che là ove trovavansi bassi fondi, i depositi si 
accimiularono in maggior quantità, e riescirono meno grossi ove 
il fondo era più elevato. 

In alcuni luoghi V orizzonte superiore, quello di sabbia, non 
ha guari più di 30 a 35 metri di grossezza, mentre in altri, esso 
raggiunge i 60 ed anche gli 80; forse meno costante nel suo 
spessore è T orizzonte inferiore. NelP alta valle del Po la potenza 
complessiva può ritenersi di oltre i 100 metri; onde ben si vede 
che una gran parte delle collinette delP Astigiana e del Monfer- 
rato constano intieramente di questo terreno, non essendo la loro 
altezza, misurata dal fondo delle interposte vallette, superiore 
ai 40 od ai 50 metri. Per lo più sul fondo di queste ultime ed 
al piede delle collinette affiorano le marne, sulle pendici le sabbie 
marine, nella parte superiore le sabbie e le argille fluviatili; d'or- 
dinario poi il culmine del poggio è coperto da un banco più o 
men grosso di argilla tenacissima d'un giallo carico, cui si dà 
il nome di ìehm o di loess. 

La zona delle sabbie costituisce un terreno, se non sterile, 
arìdo molto per la facilità grandissima colla quale le acque pio- 
vane le attraversano per giungere sulle sottostanti marne od ar- 
gille. È poi da attribuirsi alla stessa causa se questo suolo, per 
la cui coltivazione richiedesi una quantità notevole di concime, 
lo digerisce e lo consuma rapidamente. In questo suolo sabbioso 
vegeta la maggior parte della immensa quantità di viti coltivate 
nell'Astigiana; lo stesso ha luogo nei dintorni di Bordeaux, con 
questa difierenza che le sabbie di quella regione sono di un' epoca 
geologica più antica, vale a dire del Miocene. 

n suolo sabbioso dell' Astigiana non è però sempre costituito 
di pura sabbia, giacché le acque trascinano giù e mescolano con 



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— 82 — 

quella lo strato di argilla tenace che, in generale, copre il col* 
mine delle collinette; la miscela poi dell' argilla e delle sabbie 
colle marne sulle quali esse giacciono rende fertilissimo il fondo 
dei valloncelli scavati nel terreno pliocenico. Diremo più sotto 
come molte delle collinette plioceniche presentino pendici o pa- 
reti rapidissime e sovente quasi tagliate a picco; in tal caso la 
rigogliosa vegetazione del fondo del valloncello fa singolare con- 
trasto colla aridità e ben sovente colla sterilità delle pendici che 
lo fiancheggiano. 

Se per la natura sua la zona di sabbia è arida, essa ha per 
contro il vantaggio di costituire terreni che non scivolano, non 
lavinano, non fanno spinta anche quando si trovano per lunghe 
pioggie perfettamente inzuppati. E proprietà della sabbia di es- 
sere incompressibile; se a ciò si aggiunga la scoerenza degli 
elementi di cui è formata la roccia, la facilità colla quale T acqua 
la attraversa, si capirà il perchè nelle collinette dell'Astigiana 
e generalmente nei poggi risultanti dalla erosione dell'orizzonte 
superiore del pliocene, si incontrino pareti di 10, 15, 20 m. di 
altezza tagliate quasi a picco, le quali conservano per lunghis- 
simo tempo la loro quasi verticalità. Citerò ad esempio quelle 
che fiancheggiano la strada tra Castelnuovo d'Asti ed Albugnano; 
quelle della profonda trincea aperta presso il tunnel di Mon- 
donio, ec. Che se tuttavia gli agenti atmosferici esercitano su 
quelle pareti la loro azione distruggente, ciò ha luogo a falde 
relativamente sottili e parallele al piano della parete. Per tale 
proprietà dei terreni sabbiosi ne venne che in generale il disso- 
damento dei boschi nelle collinette dell' Astigiana e di parte del 
Monferrato ebbe men disastrosi effetti. 

Le acque piovane, attraversando rapidamente il banco sabbioso, 
si fermano a contatto delle sottostanti marne od argille e danno 
luogo a sorgenti che nel tempo trascorso contribuivano a man- 
tenere la verdura sul fondo delle vallette e lungo le pendici là 
ove affiora il contatto delle due rocce. Oggidì però, distrutte le 
magnifiche macchie (i cedui) di castagno che vestivano i riversi 
di quei poggi, e ridotto il suolo a coltura od a gerbido, poco a 
poco scompaiono le sorgenti perchè l'acqua piovana che cade ad 
inzuppare il suolo, non più protetta dal folto fogliame del bosco, 
rapidamente si evapora. La mancanza delle sorgenti nelle coUi- 



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- 83 — 

nette dell' Astigiana ed in generale nei poggi pliocenici, ove il 
dissodamento si è fatto in grande scala, arreca, massime in questi 
anni di ripetuta e pertinace siccità, un danno considerevole alle 
colture, poiché, se alla mancanza di acqua potabile si può in 
qualche modo rimediare colle cisterne, non è dato all'uomo di 
andare al riparo delle funeste conseguenze dell' aridità del suolo. 

Il terreno pliocenico largamente si estende lungo tutto V A- 
pennino sul versante adriatico dalla estremità meridionale d'Italia 
sino alla base delle Alpi marittime, onde quel terreno viene aK 
tresì chiamato stibapewnino non solo in Italia ma all'estero, dopo 
la pubblicazione della celebre opera nella quale il Brocchi, geo- 
logo lombardo, descrisse le conchiglie fossili di quel terreno. 

Al piede delle Alpi, per contro, quel terreno non è rappre- 
sentato che da rari, disgiunti, piccoli lembi, i quali però a guisa 
di capi saldi ci permettono di tracciarvi approssimativamente i 
limiti del mare pliocenico. Questo mare occupava gran parte della 
valle del Po formando un vasto golfo ; le sue acque penetravano 
entro alcune delle valli alpine dando luogo a stretti, lunghi, pro- 
fondi seni simili a quelli della costa della Norvegia chiamati 
fyord. Che tale fosse l'estensione e la distribuzione delle acque 
di quel mare lo si deduce dal trovare depositi. pliocenici, molto 
stretti è vero, ma ricchissimi di conchiglie marine al piede delle 
Cozie, allo sbocco della valle della Chiusella presso Ivrea, a Mas- 
serano presso Biella, a Crevacuore nell'interno della valle della 
Sessera, ultimo tributario di destra della Sesia, presso Boca e 
Maggiora, ec., ec. L' altitudine cui troviamo tali depositi al 
piede delle Cozie ci dimostra che, se i bacini dei nostri grandi 
laghi, quelli di Garda, di Como, Maggiore, ec, già erano sca- 
vati, ciò che è molto improbabile, essi dovettero andar ricolmi di 
depositi pliocenici, come coperto degli stessi depositi andava il 
fondo della valle padan;a. Notiamo qui ancora che nei lembi plio- 
cenici posti al piede delle Alpi, manca generalmente l'orizzonte 
superiore, quello delle sabbie, e quindi possiamo domandarci perchè 
questa dififerenza tra i depositi sub-apennini ed i sub-alpini ; 
perchè oggidì al piede della catena alpina quel terreno non è 
più rappresentato che da rari e staccati lembi, i quali sono inoltre 
estremamente esigui se si paragonano alla estensione e conti- 
nuità della opposta zona apenninica. 



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— 84 - 

La risposta sarà pronta se ricordiamo ciò che abbiamo più 
sopra esposto. 

Quando la valle del Po era un golfo delP Adriatico, regnava 
nel nostro paese un clima secco e ciò lo deduciamo dalla esi- 
guità dei depositi di ciottoli che troviamo nel pliocene in corri- 
spondenza agli sbocchi delle valli apenniniche ed alpine. Il sol- 
levamento, che fece emergere gli strati marini del pliocene, ebbe 
altresì per conseguenza un cangiamento nel clima, poiché gli 
strati di origine fluviatile, che coprono in molti luoghi le sabbie 
marine, hanno un' estensione molto notevole ; le d' altronde la ve- 
getazione doveva essere molto rigogliosa per sopperire ai bisogni 
di tanti grossi pachidermi che allora abitavano nel nostro paese. 
Ed infatti non v' ha regione della terra in cui vivano oggidì as- 
sieme, come allora vivevano, quattro specie di proboscidei, due 
mastodonti, VArvemensis cioè ed il Borsoni^ due elefanti, l'an- 
tiquns ed il meridionalisj oltre ad una quantità grandissima di 
rinoceronti, di ippopotami, di sus, ec. ec. 

Il clima andava intanto facendosi più freddo e più umido e tro- 
viamo infatti che a quella di pachidermi succedeva una &una di 
ruminanti e di solipedi ; venne quindi V epoca delle grandi piogge 
e delle grandi nevi, nella quale si formarono allo sbocco delle 
valli alpine gli antichi coni di deiezione da prima e quindi gli 
anfiteatri morenici. Parlando degli antichi coni di deiezione o 
del terreno diluviale abbiamo veduto : r che esso copre il fondo 
della valle del Po; 2"" che è formato di ciottoli, ghiaia e sabbia 
e che Ila una potenza, uno spessore a noi non noto ma sempre 
molto grande. Ciò posto riescirà evidente che i torrenti dilu- 
viali, i quali poterono trascinare sino a 15, 20 ed anche 30 
chilometri dal piede delle Alpi ciottoli che hanno 30, 40 e tal 
volta anche 50 centimetri di diametro, non hanno potuto la- 
sciare in posto gli strati di sabbia, di marna e di argilla del 
pliocene, ma li distrussero e ne trasportarono gli elementi nel 
mare ove rideponendosi contribuirono air allungamento del fondo 
della valle padana ; solo perciò rimasero a testimonio delP esi- 
stenza del terreno pliocenico quei lembi che o per essere di 
roccia più tenace (conglomerato cementato dal calcare come ve- 
desi al Ponte dei preti sulla Chiusella) resistettero air azione dei 
torrenti, o si trovarono situati in luoghi ove V impeto delle acque 



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- 85 — 

non potè raggiungerli. Ed ecco come procedendo nello studio dei 
terreni che formano il suolo del nostro paese, noi incontriamo 
nuovi fatti a riprova di quella maggior quantità d'acqua cor- 
rente che tante volte invocammo nel precedente capo per spie- 
gare la formazione del terreno torrenziale o diluviale. 

Riportandoci colla mente air epoca in cui emerse il terreno 
pliocenico, noi vediamo come esso fornmr dovesse un piano lie- 
vemente inclinato che copriva la valle del Po, e si elevava lungo 
la base delle Alpi e delP Apennino. Quasi intieramente distrutto 
ed esportato dal piede della catena alpina durante il periodo 
delle grandi acque torrenziali, quel terreno fu nello stesso tempo 
profondamente eroso in corrispondenza delle valli che discendono 
dair Apennino. Ogni torrente apenninico si è aperto un largo alveo 
in quel terreno il quale perciò, perdendo la forma di piano in- 
dinato continuo ed unito, si suddivise in una serie di profondi, 
larghi e lunghi solchi alternanti con rialzi, la sonunità dei quali 
non oltrepassa mai, ben inteso, il livello delP altipiano da cui 
derivano. Si capirà facilmente poi come i rivi discendenti dagli 
sparti-acque di quei rialzi, li abbiano suddivisi in tante collinette 
allineate nella direzione che essi aveyano. Tali sono le collinette 
plioceniche; sono cioè rialzi prodotti esclusivamente dalla erosione. 

Abbiamo messa in rilievo la forza di erosione e di distru- 
zione delle acque correnti a danno del terreno pliocenico; ecco 
on altro fatto il quale, se non ha le proporzioni del primo, eser- 
citò ed esercita una non lieve influenza sulle condizioni idrogra- 
fiche deir alta valle del Po. 

Questo fiume, cui i nostri padri diedero il nome di Re, se, 
giunto a Revello, ove si inoltra nella sua gran valle, cessa 
di essere torrente alpino, non ha però ancora gli attributi di un 
fiume, né aspetto e portamento regale. Esso va tuttavia man 
mano acquistandoli poiché sulla sua sinistra riceve i torrenti che 
discendono dalle C!ozie, dalle Graie, dalle Pennino, dalle Lepon- 
zie, ec, i quali a brevi intervalli versano nel di lui alveo le 
loro acque e vi perdono il nome. Sulla sua destra per contro 
non riceve, al suo entrare nella valle, che la Varaita e la Maira, 
torrenti delle Alpi marittime ; quindi per un tratto di 90 chilo- 
metri circa (tra Casalgrasso e Sale), misurati in linea retta, non 
riceve più alcun trìbutario di qualche importanza se non a Sale 



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— 86 — 

ove il Tanaro gli porta il tributo delle acque della Stura, del 
Pesio, dell'Ellero e della Bormida. 

Ad eccezione della Maira e della Vandta, tutti i predetti 
torrenti di destra discendenti dalle Alpi marittime, invece di 
correre nella loro valle naturale, vale a dire in quella del Po 
e di versare le loro acque in quel fiume a monte di Moncalierì, 
attraversano la bassa Langa e vengono a confluire nel Po al 
disotto di Alessandria. 

Perchè questo gruppo di torrenti, od in altre parole il Tanaro 
percorre tale via men naturale e più lunga? 

Un accurato studio della regione tagliata dal Tanaro tra 
Gherasco, Bra, Alba, Asti ed Alessandria, pone in sodò che una 
volta il suo corso era infatti più breve e terminavasi nel Po a 
monte di Moncalierì ; conviene quindi ammettere che quel tor- 
rente trovando alla sua destra depositi di facile Brosione (plio- 
cenici) si aperse un solco attraverso ad essi e riuscì a prolun- 
gare il suo corso sino a valle di Alessandria. 

Che tale fosse il corso di quel torrente si arguisce dalle 
seguenti osservazioni. 

Gettando rocchio sulla carta topografica del Piemonte alla 
scala di uno al 50 mila, vediamo come tra Cuneo, Bra e Car- 
magnola s' apre una depressione la quale si fa man mano larga 
e profonda ed assume patentemente l'aspetto di un antico alveo, 
la cui sponda sinistra* scorgesi evidentemente raffigurata tra i 
Ronchi, Possano, Grinzano e Caramagna. Il tronco di ferrovia 
che da Cavallermaggiore tende a Bra, sale da prima lungo un 
piano lievemente inclinato sino alla cappella della Madonna del 
Pilone, la quale trovasi appunto su quella antica sponda, e quindi 
scende nell'antico alveo tagliandolo normalmente al di lui asse 
prima di giungere a Bra. Ivi giunta la ferrovia, per dirigersi 
verso Alba, fa una ben più lunga e rapida discesa lungo la riva 
sinistra dell'attuale letto del Tanaro, le cui acque trovansi ad 
un livello di oltre 90 metri inferiore a quello di Bra. 

n suolo superficiale di queir antico alveo è formato di un 
letto più meno grosso, non però grossissimo, di ciottoli od in 
altre parole di diluvium; al disotto trovansi le marne plioceni- 
che le quali, obbligando le acque di filtrazione a fermarsi, danno 
luogo a sorgenti e polle, onde non infrequenti incontransi in 



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quella zona di terreno le estrazioni d'acqua col sistema Calan- 
dra, Se coir occhio si segua, sulla carta, il corso della Stura e 
la direzione dell' antica sponda che si protende sulla sinistra, si 
scorge come quel torrente abbia potuto una volta occupare quel- 
la antico alveo tenendosi ad un livello ben più alto di quello cui 
ora corre. Però un attento esame di tutti i dati che la geologia 
può fornire, ci mostra come la Stura non solo, ma anche il Ta- 
naro abbia seguito quella via. 

D Tanaro discende per la valle di Ormea a Garessio, Ceva, 
Cherasco e riceve le acque della Corsaglia, dell' Ellero e del Pesio. 
Questi torrenti hanno la loro origine nel gruppo di Mongioie 
ove trovasi una gran massa di roccia a struttura porfiroide che 
prolungasi poi sino ad Ormea. Consta questa roccia di una pasta 
feldspatica a tinta di rosso or più or meno scuro ma sempre 
Tiva, nella quale sono racchiusi noccioli e cristalli di feldspato 
a tinta rossa meno intensa ed arnioni di una sostanza verde 
molto tenera che potremo chiamare clorito. Sarebbe inopportuno 
indagare qui se quella roccia sia un vero porfido od una di 
quelle rocce a struttura cristallina che i geologi chiamano col 
nome di metamorfiche per non sapere come altrimenti chiamarle, 
solo diremo che essa, ridotta in ciottoli, facilmente si fa distin- 
guere anche dai meno osservatori per la vivezza delle sue tinte, 
e che caratterizza colla sua presenza, in detriti, i depositi tor- 
renziali ed alluvionali del Tanaro, giacché non trovasi in posto 
che nelle valli di Ormea, della Corsaglia, dell' Ellero e del Pesio. 

Ora accadde che lavorando, in galleria da prima e quindi in 
trincea, al prolungamento della ferrovia da Bra per Alba ad Ales- 
sandria, nel breve tratto tra la stazione di Bra e la discesa che 
conduce all'attuale profondo letto del Tanaro, si scoperse un 
potente banco di ciottoli fra i quali frequentissimi e grossi tro- 
vansi quelli della roccia sovra descritta. Altri banchi di consi- 
mili ciottoli vennero poscia scoperti tra Sommariva e Carmagnola, 
onde pel geologo non v' ha dubbio che una volta il Tanaro cor- 
reva lungo queir antico alveo tra Bra e Carmagnola ad un livello 
di oltre 90 metri superiore all' attuale, e che l' odierno corso del 
Tanaro è dovuto esclusivamente alla erosione. A conferma di tale 
opinione viene ancora un altro fatto, ed è che la Mellea e la 
Maira, quando sono in piena, tendono ad erodere la loro destra 



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riva ed a portarsi verso la Stura; mi venne anzi detto che si 
dovettero costrurre argini onde opporsi a tale tendenza. Onde 
ben si vede che nei torrenti che corrono nell'alta valle del Po 
sulla destra del fiume v'ha una naturale tendenza a portarsi 
sulla loro destra e forse non richiederebbesi un troppo lungo 
tempo né spese troppo ingenti per aprire un nuovo alveo a questi 
torrenti, alla Varaita ed al Po e portarne le acque nel Tanaro 
servendosi dell'alveo della Stura; si verrebbe in tal modo a 
cangiare tutto il regime idrografico dell'alta valle padana. 

La profondità cui corre il Tanaro tra Cherasco, Bra, ec., 
è maggiore di quella degli alvei di tutti i torrentelli che erosero 
l'altipiano tra Villanova, Asti ed Alessandria e produssero le 
coUmette plioceniche; né poteva essere altrimenti poiché il Ta- 
naro é il raccoglitore di tutte le loro acque. Ne avviene quindi 
che il Tanaro dovette erodere più profondamente il suolo, ed 
infatti neir alveo di quel torrente, oltre al terreno pliocenico, af- 
fiora la parte superiore del miocenico del quale parleremo al capo 
seguente. Diremo fin d' ora però che quel terreno consta di rocce 
relativamente tenere, come marne ed argille, fra le quali vengono 
or qua or là ad interporsi banchi di puddinga e di ghiaia, di 
calcare e di gesso i quali oppongono maggior resistenza alla 
forza erosiva delle acque. Masse di tali rocce sporgono in forma 
di rupi dalle pareti del letto di erosione del Tanaro, alla Morra, 
a Santa Vittoria, a San Marzanotto, ec. 

Capo Quarto. — Terreni miocenico ed eocenico. 

Divideremo il terreno miocenico in tre orizzonti, non tanto 
per attenerci alla pretta classificazione geologica quanto per de- 
scrivere separatamente le rocce di cui essi constano, le quali 
presentano particolarità degne di nota, e per la natura loro mi- 
neralogica variamente influiscono sulla vegetazione. 

Miocene superiore. — Abbiamo detto come il miocene superiore 
sia formato di marne e di argille con banchi di gesso e di cal- 
care, e più raramente di puddinga e di ghiaia. La roccia la più 
caratteristica di questo orizzonte é il gesso. Noi lo troviamo in 
grossi banchi a PoUenzo nella valle del Tanaro, i quali si prò- 



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langano quasi senza discontinuità per Alba, Acqui, Novi, Tortona, 
Voghera, Piacenza, Modena, Bologna, Sinigaglia, ec, sino alla 
estremità meridionale d'Italia, sin nella Sicilia. In Piemonte, 
oltre al trovarlo ai piedi delle Alpi marittime e dell' Apennino, 
lo incontriamo altresì al piede meridionale della catena di col- 
line che da Moncalieri, per Superga, Albugnano, Cocconato, Vil- 
ladeati, si estendono sino a Valenza. Queste colline riproducono 
in piccola scala la costituzione geologica di una parte dell' Apen- 
nino ; esse constano infatti di eocenico, di miocenico e di plioce- 
nico, e presso a Gasale lasciano altresì vedere il serpentino in 
posto; sono in altre parole, una ripiegatura del suolo parallela 
a quella che diede luogo alla catena apenninica. 

Ritroviamo il gesso in alcuni luoghi anche sul versante medi- 
terraneo, e sopratutto a Volterra, a Castellina Marittima in To- 
scana, località già ben note per la quantità e bellezza dei loro 
alabastri gessosi. 

In altre parole, il terreno miocenico superiore, servendo di 
base al pliocenico, viene ad affiorare là ove era la spiaggia di 
quel mare, là ove cessano i depositi di queir epoca; onde il gesso 
e le concomitanti marne, argille e ghiaie servono, per così espri- 
mermi, di cornice alle marne ed argille plioceniche. Tant' è che 
noi lo incontriamo attorno al Mediterraneo e lungo le spiaggie 
dell' Atlantico in quei luoghi ove affiora altresì il pliocene, vale 
a dire sulla costa settentrionale dell' Africa, ai piedi dell' Atlante 
o?e, a quanto pare, costituisce altresì il suolo del deserto, nei 
dintorni di Cadice, nella Provenza, ec. 

L' affioramento di banchi gessosi a Pollenzo, la Morra, Santa 
Vittoria, San Marzano da una parte; a Moncucco, Castelnuovo 
d' Asti, ec, dall' altra, ci mostra che quei banchi si estendono 
al disotto della interposta pianura e delle interposte collinette 
plioceniche. 

Le argille e le marne che accompagnano il gesso hanno, in 
molti luoghi, grande rassomiglianza con quelle del pliocene infe- 
riore, colle quali sono d' altronde in stratificazione concordante 
e di poco pili inclinata, onde in molti casi riescirebbe difficile 
distinguere il pliocene inferiore dal miocene superiore, se non si 
prendesse per orizzonte di separazione il banco di gesso. 
La presenza di questa roccia e la sua abbondanza favorisce 

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nei paesi che essa attraversa la economica costruzione delle case 
coloniche (vòlte, pareti di divisione, arricciatura e persino pietra 
da taglio) e favorirebbe maggiormente una più abbondante pro- 
duzione di molte coltivazioni se air uso del gesso, massime nei 
terreni sabbiosi del pliocene ed in quelli del lehmy non venissero 
ad opporsi le stesse cause cui già accennammo per V uso delle 
marne plioceniche. 

La zona dei gessi che qui prendiamo per sinonimo del mio- 
cene superiore è una zona importantissima come quella che per 
la prima nella serie geologica dei terreni del nostro paese ci 
o£Fre calcari atti a dare malte. Ad essa appartengono i calcari 
della Morra, di Arignano, di Passerano, di Stradella, ec., ado- 
perati in larga scala nella regione che si estende tra il Tanaro 
ed il Po. 

Nella stessa zona incontransi non infrequenti le sorgenti salate 
e solforose, ad esempio quelle di Castelnuovo d'Asti, di Mon- 
tafia, di Murisengo, del Vogherese, di Tabiano, ec. In alcuni 
luoghi, come a Salsomaggiore, queste sorgenti sono copiose e le 
acque si sottopongono alla evaporazione per ottenerne il sale; 
la stessa operazione si fa a Volterra in Toscana, ove la trivella 
ha svelato, a non grande profondità, la presenza di grosse masse 
di salgemma in forma di lenti: sono nella stessa zona i famosi 
banchi di salgemma della Sicilia. È noto poi come molte delle 
sorgenti salate di questo orizzonte contengono non lievi quantità 
di iodio e di bromo, e portano seco idrocarburi allo stato liquido 
gasoso. 

La stessa zona racchiude altresì il solfo allo stato libero. É 
noto come questo minerale abbia due giacimenti ben distinti ; si 
trovi cioè allo stato di sublimazione nei crateri dei vulcani, ed 
allo stato concrezionato e di cristalli nelle rocce sedimentarie. 
Limitandoci a considerare il solfo che ha quest' ultimo giacimento 
diremo che non vi ha massa gessosa la quale non contenga solfo 
libero, come per contro non vi ha solfo air infuori delle masse 
gessose; onde se ricordiamo che il gesso è un solfato, verremo 
naturalmente a conchiudere che il solfo proviene dalla decompo- 
sizione di quel solfato il quale ne contiene circa il 20 Vo- 
li gesso del miocene superiore non si trova quasi mai allo 
stato compatto; il più sovente è in masse a forma di lenti con 



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perfetta struttura cristallina, le quali hanno talvolta, in pari 
tempo, stratificazione regolare, corrispondente a quella delle 
argille e delle marne che le racchiudono. À Stradella ed in altri 
luoghi deir Italia centrale, la stratificazione del gesso a strut- 
tura cristallina è talmente regolare che quella roccia si estrae 
in grandi lastre quasi come fosse gneiss, e queste lastre offrono 
impronte di una notevole quantità di foglie, di frutti, di insetti 
ed anche di rettili, conservate a segno che si possono con faci- 
lità studiare e classificare. Lo studio di quei fossili ci induce a 
credere che le rocce appartenenti alla zona gessosa ed in par- 
ticolare i calcari, le argille, il salgemma, il gesso si formarono 
sul fondo di una serie di lagune fiancheggianti il mare ed in 
comunicazione con esso, le acque delle quali per conseguenza 
potevano essere ora salate, ora salmastre, or quasi dolci. Pare 
poi che si depositassero simultaneamente, che cioè mentre in 
alcuni punti il calcare, il gesso ed il salgemma si precipitavano 
per via chimica, in altri si andavano accumulando per via mec- 
canica le argille. Nelle marne per contro e negli strati di sabbia 
e di ghiaia che colle rocce sovra nominate costituiscono V oriz- 
zonte del miocene superiore, si trova una ricca fauna di con- 
chiglie, di polipai e di altri animali marini. 

Dal lato agronomico i terreni del miocene superiore sono in 
generale molto ubertosi; essi tuttavia facilmente si ammollano, 
ritengono T acqua e divengono più o meno colanti. 

Miocene medio. — Il miocene medio consta di marne più o 
meno calcaree, ma in generale più dure e più resistenti di quelle 
deir orizzonte superiore, di argille fissili e dure, di calcare, e 
finalmente di banchi di ghiaia e ciottoli con massi talora di gran 
mole. Tutte le rocce di questo orizzonte sono in stratificazione 
concordante, ma di alcun poco più inclinata, con quelle del mio- 
cene superiore ; in alcuni luoghi però la loro inclinazione si fa 
maggiore ed in altri raggiunge quasi la verticale. Se la zona dei 
gessi traccia nettamente il limite superiore di questo terreno, 
men nettamente esso si separa, si distingue dall' orizzonte infe- 
riore col quale anzi gradatamente si confonde. La collina che 
si estende tra Moncalieri e Valenza, è in gran parte formata di 
terreni miocenici, ma sopratutto di miocene medio, il quale si 
mostra quindi in larga zona tra Mondovì e Ceva, nei dintorni 



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di Acqui e di Gavi, e si protende oltre lungo il piede dell' Apen- 
nino della Liguria, dell' Emilia, della Calabria e della Sicilia. 

Nella Savoia e nella Svizzera il terreno miocenico racchiude 
potenti banchi di sabbia compatta, i quali forniscono eccellenti 
pietre da taglio di facile lavorazione che prendono nome di mol- 
lassa, appellativo che si diede quindi anche al terreno dal quale 
provengono. I geologi savoiardi e svizzeri chiamano adunque il 
miocene col nome di terreno della molassa; alcuni geologi ita- 
liani adottarono queir appellativo e lo applicano particolarmente 
a denotare l'orizzonte medio del nostro miocene. 

Le marne e le argille di questo terreno sono generalmente 
chiamate tufOj nome volgare che nelle varie Provincie si impiega 
ad indicare rocce per naturai ed origine affatto differenti. Quan- 
tunque quelle marne e quelle argille siano notevolmente dure e 
resistenti a segno da richiedere talvolta l' uso dei cunei e delle 
masse di ferro per affossarle, se rotte e smosse, vengono nel- 
r invernata intieramente scompaginate e disfatte dal gelo e dal 
disgelo e si trasformano in eccellente suolo coltivabile. 

Anche questo terreno ci offre potenti banchi di calcare a Gas- 
sino, Acqui, Visone, Ponzone, i quali danno per cottura calce 
molto grassa. Sin dall' epoca romana essi furono adoperati per 
pietra da taglio, ma sgraziatamente non resistono alle variazioni 
di temperatura del nostro clima; ad esempio la basilica di Su- 
perga, il porticato della Università, ec. : come marmo venne par- 
ticolarmente messo in opera nel secolo scorso, ma ben tosto se 
ne smise l' uso, la tinta della pietra essendo sbiadita, monotona, 
senza brio. 

Nei terreni di questo orizzonte si incontrano talvolta zone 
quasi sterili ; sono gli affioramenti dei banchi di conglomerato e 
di ghiaia, i quali per la fisica loro costituzione non possono som- 
ministrare sufficiente alimento alla vegetazione. Questi banchi 
hanno in alcuni luoghi la straordinaria potenza di 30, 60 e fin 
100 metri come a Portofino sulla riviera orientale di Genova. Li 
incontriamo sul ridosso delle colline Moncalieri-Valenza, all'Eremo, 
al Bric della ghiaia, al Mongiovet, al Brio paUmc ove la incli- 
nazione loro non è molto notevole; li ritroviamo a Villadeati e 
più oltre con posizione quasi verticale, perchè ivi si avvicinano 
maggiormente ad una linea di sollevamento, e infatti a breve 



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distanza da Villadeati trovai la roccia cristallina sotto forma di 
ana testata di serpentino. Sulla destra del Tanaro, ai piedi delle 
Alpi marittime e dell' Apennino, si mostrano enormemente svil- 
luppati tra Mondovl e Garessio nelle valli della Bormida, del 
Corsente, e del Lemme, a Piana, Momese, Fiaccone, Voltaggio, 
e poscia nelle valli della Scrivìa, della Stafferà, del Garrone, a 
Portofino, ec.; e finalmente essi affiorano in molti luoghi del- 
r Apennino nelP Italia centrale, nella Galabria e nella Sicilia. 

Se, generalmente parlando, questi conglomerati sono terreni 
poveri e quasi sterili, in alcuni casi la loro presenza diviene 
utilissima poiché forniscono materiali da costruzione, pietrizzo, ec, 
a regioni nelle quali le rocce dure e resistenti fanno difetto. La 
strada che da Gasalborgone conduce a Asti passando al piede 
della collina di Gocconato, taglia una serie di rocce inatte a for- 
nire pietrizzo; per assodarla bisognava adunque condurre la ghiaia 
dal Po dal Tanaro. Questo trasporto poteva convenientemente 
farsi sino ad una data distanza, ma sarebbe divenuto troppo co- 
stoso se si fosse esteso sino alla parte centrale della strada. 
Fortunatamente sì scopersero al piede della collina di Gocconato 
e nei dintorni alcuni banchi di conglomerato che vennero utiliz- 
zati colla cura stessa colla quale altrove si estraggono materie 
minerali di ben maggior valore. 

Dal lato geologico questi conglomerati sono interessantissimi 
e degni della più seria attenzione. È oggi dimostrato che molti 
dei detriti, di cui sono formati, provengono da distanze di 100 
e 200 chilometri e che di altri non si conosce la provenienza. 
Quando poi si misura colla mente quella immensa congerie di 
detriti d'ogni grossezza, il volume dei massi che quei conglo- 
merati racchiudono, la enorme estensione che hanno, non si può 
a meno di ammettere che il trasporto di quei detriti e di quei 
massi debbe esser stato fatto da agenti del genere di quelli che 
operarono il trasporto del terreno erratico-diluviale. Trattandosi 
però qui di depositi marini, ed essendo noto che natura ha un 
solo mezzo di trasportare al largo nel mare massi e detriti di 
gran mole, quello delle zattere galleggianti di ghiaccio, conviene 
supporre che collo stesso mezzo operossi il trasporto degli ele- 
m^ti che compongono quei conglomerati. Si viene in tal modo 
ad ammettere che anche nelP epoca miocenica vi fu un perìodo 



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di grande estensione di ghiacciai e conseguentemente un gran 
volume di acqua corrente. Né ciò deve stupire, essendo ormai 
dimostrato che in ogni grand' epoca geologica vi fu, come oggidì 
ha luogo, una porzione della terra sottoposta a regime glaciale. 

Miocene inferiore. — Coi conglomerati si ha il graduato pas- 
saggio al miocene inferiore che è V orizzonte delle ligniti. Oltre 
ai conglomerati, concorrono a formare il terreno in discorso marne 
ed argille che chiameremo frammentarie, perchè quando sono 
esposte all'azione atmosferica si disfanno e si riducono in mi- 
nutissimi detriti per lo più poliedrici, e finalmente le ligniti. 
Questo terreno si trova in zone notevolmente estese nella valle 
del Tanaro ed in quella della Bormida ove si eleva sino alla 
sommità dell' Apennino per ridiscendere quindi sul versante del 
Mediterraneo, mostrando ad evidenza che durante P epoca del 
miocene inferiore vi era comunicazione diretta tra i due bacini 
dell' Adriatico e del Mediterraneo. Lo ritroviamo nella valle del 
Taro, lungo l' Apennino toscano sul versante mediterraneo a 
Sarzana, Monte-Bamboli, ec; ad Agnana in Calabria, in molti 
luoghi del Vicentino e nella Sardegna. 

In generale i banchi di combustibile fossile che questo ter- 
reno ci offre sono di orìgine lacustre o di estuario, vale a dire 
che si formarono entro lagune poste in comunicazione col mare ; 
i conglomerati, le marne, le argille, sono in generale di origine 
marina. Le ligniti di quest'orizzonte sono il migliore ed il più 
abbondante combustibile fossile che l' Italia possegga; finora non 
se ne trovò nei terreni di epoca più antica e sgraziatamente non 
si hanno grandi speranze di scoprirne. 

L' assieme delle rocce del miocene inferiore, forma una delle 
zone meno fertili dell' Apennino ; in alcuni luoghi sui conglome- 
rati vedesi ancora qualche foresta, qualche macchia, unica ve- 
getazione cui siano atti; in molti altri, distrutto il bosco, il suolo 
fu per lo più ridotto a gerbido qua e là squarciato da enormi 
frane. 

Eocene. — Questo terreno consta di calcari, di argille e di 
macigni. 

Il calcare è generalmente argilloso ed alla cottura dà con- 
seguentemente calce forte, e più o meno idraulica. Nella maggior 
parte dei casi ha tinte molto chiare e per ciò forse i Toscani, 



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nel cui paese esso è frequentissimo, gli diedero il nome di calcare 
alberese ; va poi parimenti conosciuto col nome di calcare a fu- 
coidi^ a motivo di una sterminata quantità di impronte di fucus 
o di alghe marine che esso racchiude. Questo calcare vedesi in 
strati alternanti colle argille alle quali si dà T appellativo di 
scagliose^ a motivo della loro struttura a frammenti appiattiti, 
lisci, e rilucenti alla superficie come se spalmati fossero di vernice. 

L' argilla scagliosa ha tutte le cattive qualità possibili ; essa 
è sterile o poco manco; se bagnata si ammolla, rigonfia, cola 
talvolta come lo farebbe una lava, ed in ultimo essendo priva di 
plasticità, non è atta neppure alla fabbricazione dei laterìzi. È 
la roccia la più pericolosa che incontrar si possa nel tracciato 
di una strada, di un canale, ec. 

n macigno che alterna colle rocce precedenti è una specie 
di arenaria cementata da sugo calcareo o siliceo ; molto svilup- 
pata in alcune regioni delP Àpennino, fornisce generalmente una 
buona pietra da taglio, ad esempio quella di cui si fa uso a 
Firenze, ma nei nostri climi essa non resiste all' azione atmosfe- 
rica. In Piemonte V eocene mostrasi qua e là al piede della catena 
di colline Moncalieri-Valenza, a cominciare da Monteu da Po sin 
oltre Casale ; la calce forte di cui si fa tanto uso da noi e nota 
col nome di calce di Casale, quella stessa detta di Superga si 
ottengono colla cottura del calcare eocenico. Questo terreno si 
trova molto sviluppato lungo le valli della Scrivia, della StAffòra 
e del Currone. 

Devo qui terminare questa rapida rivista dei terreni che for- 
mano il suolo del Piemonte, poiché parmi superfluo dedicare 
speciale capitolo ai terreni secondari, i quali non sono rappre- 
sentati nel nostro paese che da quei pochi e stretti lembi di 
roccia per lo più calcarea che incontransi presso Arena, Invorio, 
al Monte Fenera, nella valle Sesia, a Roasio e Sostegno nella 
valle della Roasenda. I terreni secondari sono per contro larga- 
mente estesi nelle prealpi lombarde e formano cospicua parte 
dell' Àpennino centrale e meridionale ove si elevano a grande 
altezza, come ad esempio al Gran Sasso d' Italia o Monte Como. 
Là dove le rocce calcaree assumono vaste dimensioni, hanno so- 
vente neir intemo della loro massa grandi vani o caverne, pelle 
quali va a riunirsi buona parte dell' acqua piovana caduta sulla 



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esterna loro superficie. L' acqua poi in tal modo posta al riparo 
della evaporazione, lentamente esce air estemo e discendendo al 
thaiweg delle valli perennemente fluisce nell'alveo dei torrenti. 
A questa proprietà delle masse calcaree, cui già accennammo 
quando parlammo del contrasto che presenta il territorio di Viù 
paragonato alla zona seppentinosa che separa quel paese da Lanzo, 
è dovuta la quantità d' acqua che il Tevere porta anche nella 
stagione estiva quantunque esso discenda da una parte delP Apen- 
nino ormai affatto sboscata. 

Né maggiormente meritano di essere descritti i lembi di ter- 
reno probabilmente paleozoico nei quali sono aperte le cave di 
calcare di Montaldo Dora, di Lessolo, di Rivara e di Levone. 



IV. 

Cenni geologici suU' Alto Trevigiano e sulla Valle di Belluno 

nel Veneto. 

(Estratto da una nota del Prof. T. Taramelli inserita 
negli Annali del B, Istituto Teenieo di Udine, 1871.) 

La valle di Belluno costituisce nel suo complesso ciò che in 
termine orografico dicesi un vallone, essendo essa formata da una 
sinclinale delle formazioni terziarie innestata in una dislocazione 
delle sottostanti rocce cretacee e giuresi: quest'ultime formano 
verso S. E. la catena che corre dal M. Cesen al M. Favaghera, 
e verso S. V altra catena, quasi muraglia verticale, interrotta so- 
lamente dalle valli confluenti, e fra le altre da quella del fiume 
Piave che è la più orientale di tutte. 

Alla base della intiera formazione che forma la valle di Bel- 
luno, havvi un calcare marnoso, assai ferruginoso, detto scaglia 
rossa^ che si riferisce in generale all'orizzonte del cretaceo supe- 
riore, ma che l' autore inclina a collocare nell' eocene : questo 
dubbio resta maggiormente avvalorato dall'assoluta mancanza di 
fossili. La scaglia rossa ricuopre l' intiera formazione cretacea, 
colla quale però discorda stratigraficamente, essendo la prima 
in generale molto più inclinata della seconda. Tutta questa for- 
mazione consta per intiero di calcari bianchi, giallognoli o grigi. 



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sovente oolitici, con abbondanza di ActeoneUe, di Rudiste e di 
foraminiferi. 

Saperìormente alla scaglia rossa stanno delle arenarie gialle 
turchine, compatte, abbondanti di fucoidi, alternanti superior- 
mente con piccoli banchi calcareo-marnosi a foraminiferi, special- 
mente Nummuliti. Cotale terreno ha una potenza complessiva 
di circa 70 metri, e ricorda perfettamente le consimili rocce che 
nel Friuli e neir Uliria chiudono al basso la serie degli strati 
eocenici corrispondenti ai depositi del Vicentino. 

Verso mezzodì, e precisamente nella cresta più settentrionale 
delle colline di Tarzo e di Vittorio, a tali rocce si associano dei 
calcari arenaceo-mamosi che si scavano per ottenerne calci idrau- 
liche : gli stessi calcari osservansi al medesimo livello in moltis- 
sime località del Friuli, segnatamente nei colli di Maniago, Me- 
dun, Glauzetto ed Auduins. 

Sopra queste rocce eoceniche riposa un' arenaria verde o gial- 
lognola con molti granelli d' augite e di clorito appartenente al 
miocene inferiore, conosciuta sotto il nome di glaucania di Bd- 
ìunOy importante per la copia e per la bella conservazione dei 
fossili. Fra questi si distinguono i generi Balanus, Pyrnla, Vo- 
liUa^ Canus, TurritéUa^ Pholadomya^ Panop(ea, Astarte^ Gythereay 
CrassateUa, Arca, Janira, EchinólampuSy Clypeaster, Scutdla, 
Terébratìda^ Trockus^ Filsus, Peden, MytHus ec. ec. I dintorni 
di Belluno offrono preziose località per la raccolta di questi fos- 
sili. La stessa roccia glauconiosa, con prevalenza di echinidi ed 
acefali, ricompare nel trevigiano ai colli di Senego, di Tarzo e 
di FoUina. 

Nella sua parte superiore questa areniuria va sempre più per- 
dendo gli elementi eterogenei eh' essa contiene, e le glauconie 
passano lentamente a delle arenarie meno colorate e più scarse 
di fossili, solo conservandosi frequenti gli echinidi. Colla totale 
scomparsa dei granuli augitici, la roccia diventa assolutamente 
calcarea, assai compatta, con abbondanti frammenti di echinidi, 
con Orbihdites e denti di squalo. 

Quest' ultima roccia osservasi al di sopra deir arenaria nel- 
r Alpago e nei dintorni di Tarzo, ma manca nei dintorni di 
Belluno, dove le glauconie sono ricoperte da una arenaria quar- 
zosa di colore giallastro o grigio della complessiva potenza di 



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circa 70 metri, mentre quella delle glauconie può valutarsi ap- 
prossimativamente a 100 metri. In questa arenaria trovansi nu- 
merosi banchi di origine marina con fucoidi, BakmuSj denti di 
Carcharodon megàlodon e di Oxyrina hastàlis^ e frammenti di 
delfini. 

L'arenaria quarzosa ricopre pure la formazione glauconiosa 
nelle colline di Ceneda, di Pollina e di Farra; ma quivi è di 
tenue potenza e sostiene una potente formazione di arenarie cal- 
caree azurrognole con frequenti Tu/rritella, Congeria, Isocardia e 
Venus: formazione questa che è appena accennata nei dintorni di 
Belluno, mentre nelle località ora citate raggiunge almeno 200 
metri di potenza. Cotale ammasso di arenarie calcaree si eleva 
a quasi 600 metri sul livello del mare e costituisce le colline 
di Cordignano, di Sarmede, di Fregona, di Ceneda, di Corba- 
nese, di Refirondolo, di FoUina e di Farra. Le arenarie presen- 
tano impronte di vegetali e piccoli banchi lignitici lavorati in 
alcune di dette località. 

Questa formazione, che è V ultima quivi depositata dal mare, 
corrisponde perfettamente a quella del miocene superiore assai 
sviluppata neir Asolano, nel Vicentino e nel Friuli occidentale. 

Superiormente a questi terreni havvi un' alluvione pliocenica, 
quella stessa che allo sbocco della valle del Tagliamento forma 
una serie di colline da Susans insino ad Udine, emergenti dalle 
posteriori alluvioni con inclinazione verso S.E. dal lato destro 
della valle, e di S.O. dal sinistro. Questi strati pliocenici for- 
mano piuttosto degli altipiani ondulati che delle creste, ed ac- 
cennano ovunque ad una origine continentale, come può vedersi 
chiaramente percorrendo i colli di Conegliano e di Soligo sino 
air incontro degli strati miocenici di Refrondolo e di Corbanese. 

Finalmente sono in queste regioni rappresentati riccamente 
i depositi deir epoca glaciale, i quali nella disposizione loro pro- 
vano come il ghiacciaio del Piave scendesse direttamente al mare,' 
il quale in queir epoca doveva certamente essere più prossimo alle 
colline del trevigiano di quello che ora non sia. Lungo tutto il 
lato sinistro della vallata del Piave i massi erratici che abbon- 
dano a maggiore elevazione sulla valle, sono di granito e di gneis 
granitico, roccie queste che affiorano nella regione paleozoica del 
Tirolo orientale alP origine del ghiacciaio del Piave; le morene 



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- 99 — 

nieno elevate presentano su questo stesso versante le puddinghe 
rosse quarzose, le pietre verdi e le arenarie micacee del trias 
inferiore, e le roccie paleozoiche scistose o calcaree. Queste roc- 
cie trovansi tutte insieme commiste e rotolate nel taius allu- 
vionale che, alle falde dei colli trevigiani, scende di 30 a 50 
metri per raggiungere l'altitudine di 20 metri sul livello del 
mare, alla quale ha principio la pianura che con sempre minor 
pendio lentamente discende all'Adriatico. 



NOTE DI FISICA TERRESTRE. 



SuW attrazione dette montagne di Filippo Keller, 
assistente netta B. Università di Boma. 

n signor Faye propose nell'Accademia di Parigi, di ser- 
virsi del grande traforo del Frejus, onde determinare l' attra- 
zione del monte che gli sovrasta e sembra che questa proposta 
sarà fra poco realizzata. Per tale fine basta determinare il tempo 
di oscillazione di un pendolo tanto alla sommità del monte, 
quanto nel punto del traforo verticalmente al di sotto. Questa 
idea in fondo non è nuova: l'astronomo Airy' già fece ricerche 
di simile natura in una profonda miniera dell' Inghilterra, e si 
servì dei risultati ottenuti per dedurre la densità media del globo 
terrestre ; e le osservazioni del celebre Carlini * sulla cima del 
Monte Cenisio, confrontate con quelle eseguite sotto la medesima 
latitudine ed in poca altezza sul livello del mare, ebbero il me- 
desimo scopo. Nondimeno mi sembra, che la proposta del signor 
Faye sia felicissima, atteso che l' altezza disponibile nel caso del 
Frejus è circa quattro volte maggiore di quella della miniera in 
cui esperimentò Aìry. L'azione attrattiva del Frejus è quindi 
molto più considerevole, ed i resultati ottenuti avranno perciò 
un' esattezza molto ^maggiore. 

Essendomi da qualche tempo occupato delie attrazioni delle 

* Bibliùlhéque universelle de Genève, aniiée 1857, tome XXXV, pag. 29. 

* Effemeride di Milano^ anno 1824. Appendice, pag. 28. 



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~ 100 - 

montagne, ho compilato un piccolo lavoro su questo argomento. 
La sua prima parte, del tutto analitica, trovasi presentemente 
sotto il torchio; ma siccome la seconda, che tratta di vari casi 
numerici non può essere terminata in sì breve tempo e ciò prin- 
cipalmente per mancanza di una serie di dati numerici, così credo 
utile di dare qui un breve sunto di alcuni argomenti, che ven- 
gono trattati in tale lavoro e che sono in relazione colla pro- 
posta del signor Faye. 

1* — L'attrazione delle montagne può studiarsi specialmente in 
due modi, secondo che questa forza agisca prossimamente nella 
direzione della gravità, ovvero sotto un angolo retto alla mede- 
sima. Nel primo caso viene questa forza principalmente modifi- 
cata nella sua intensità, e questo è appunto il caso del Frejus ; 
lo stromento per osservare questa modificazione è il pendolo. 
Nel secondo caso si manifesta T azione perturbatrice in ispecie 
nella direzione della gravità, essa produce la deviazione del filo 
a piombo. Ambedue queste azioni sono di un interesse partico- 
lare per la geologia, perchè esse fanno in ultima analisi cono- 
scere il rapporto fra la massa del globo terrestre e quella del 
monte che attrae e quindi anche il rapporto delle densità medie 
di questi due corpi. La deviazione del filo a piombo poi interessa 
ancora in maggior grado la geodesia, perchè avendo luogo que- 
sta deviazione in un certo sito, allora la sua verticale effettiva 
non coincide più colla normale della superficie generale dell' ellis- 
soide terrestre ; la posizione di questo luogo determinata per mezzo 
dell' astronomia necessita di una correzione più o meno grande. 
Così per ogni luogo della terra debbonsi, rigorosamente parlando, 
distinguere due diverse latitudini : una astronomica che è affètta 
della deviazione del filo a piombo (perchè lo zero delle gradua- 
zioni dei circoli verticali degli stromenti astronomici non può 
regolarsi fuorché col filo a piombo o con livello), l'altra geo- 
detica la quale non dipende d^ questa circostanza. Un caso as- 
sai rimarchevole di attrazione locale esiste nei contomi di Mo- 
sca, ove in alcuni punti la differenza fra le due indicate latitudini 
giunge fino a 7 in 8 secondi, sebbene il terreno sia quasi piano; ' 
vi debbono quindi nel suolo esistere delle forti eterogeneità. 

• Relazione intorno alle attrazioni locali risultanti nei contomi di Mosca 
del prof. Santini. Venezia, 1865. 



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- 101 — 

Ora, per venire sulle ricerche da farsi sul Frejus, sia B questo 
monte, A V ellissoide terrestre propriamente detto, tOt la sua 
superficie, (V la stazione auperiore corrispondente alla sommità 
del monte e la stazione inferiore entro il traforo. Guidisi per 
il punto un piano tangente MN air ellissoide terrestre, il quale 
rappresenta quindi T orizzonte apparente di questo punto. Nel 
ponto consiste la gravità di due parti, proveniente T una dalla 




terra, la quale agisce dall'alto in basso, e T altra dalla massa 
del monte posta al di sopra del piano MN, e questa agisce in 
senso opposto; la risultante è quindi rappresentata dalla differenza 
di queste forze. Nella stazione superiore (V consiste la gravità pure 
di due parti, proveniente Tuna dalla terra e T altra dalla massa 
del monte superiore alla MN, ma queste due forze si sommano 
nel caso presente, perchè ambedue agiscono dall' alto in basso. 
Egli è utile di considerare la massa posta al di sotto del 
piano tangente MN composta di due parti distinte, una A, V altra 
ce, le quali vengono fra loro separate dalla superficie dell' el- 
lissoide terrestre tt, in guisa che le forze agenti sopra ciascuna 
stazione siano in numero di tre cioè : 1* l' attrazione dell'ellissoide 
terrestre; 2* l'azione del monte B superiore all'orizzonte appa- 
rente della stazione inferiore ; 3"" l' azione dei monti circonvicini 
ce compresi fra l'orizzonte MN e la superficie terrestre. Siano 
per la stazione inferiore queste forze rispettivamente Z, P e Q 
e per la superiore Z', P', Q' e le gravità totali in questi due 
punti saranno espresse da 



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— 102 - 

2.* — Per dedurre T attrazione della massa B sul punto O 
piuttosto la sua componente verticale, si divide la massa me- 
desima per tanti piani paralleli alla MN in elementi, i quali si 
possono considerare come piani materiali omogenei; e per deter- 
minare r azione di uno qualsiasi di questi strati tanto sul punto 
0, quanto suU' altro 0' si rifletta che in pratica tale piano sarà 
limitato da un poligono, il quale si accosta più che è possibile 
al suo vero perimetro. 

Si collochi ora un sistema ortogonale a tre assi in guisa, 
che la sua origine si confonda col punto 0, e V asse delle z colla 
verticale ascendente; il piano delle xy si trova quindi neir oriz- 
zonte apparente MN del punto 0, mentre del resto la direzione 
dell' asse delle x rimane arbitraria. Sia RS il piano ovvero strato 
di cui si cerca l'attrazione, il quale dista dal punto per l'in- 
tervallo = h, avendo il medesimo l' ertezza dh e la densità y la 
quale, come già si disse, viene supposta uniforme. Essendo inol- 
tre (x^y^) (xjj. . . . (Xmym) i vertici di questo poligono, presi 
neir ordine dell' andamento positivo del suo perimetro e dZ l' at- 
trazione verticale che esso esercita sul punto 0, si avrà la se- 
guente formula: 



dZ=2r7rdh — rdhi 
h 



-^arc. tang.- 



±h [x,(x,— x.4-i)-^y,(y,— y,4-i)3 

are. tang.;^ r"7=i=i=T=S 

^ (x„y„+i— x„^iy,)v/x; -f-yi-+- h« 

.Xn-4-l (X» — Xn4.l) -+• yn4-l 



(Xo yn +.1 — Xn4-1 y„) \/xJ ^.i 



(y„— yn4,i)] "] 

4-y„Vi-i-h«J 



n soramatorio comprende qui successivamente tutti i valori 
intemi di n da 1 fino m, confondendosi inoltre m 4- 1 con 1, e 
i simboli are. tang. debbonsi sempre intendere compresi fra — - e 5. 
Circa i doppi segni è da notare che i medesimi si riferiscono 
fra loro e, per quanto spetta finalmente alla scelta del segno, si ri- 
fletta, che se non ambedue almeno una delle quantità sotto i 
simboli are. tang. dev' essere positiva : la scelta del segno è quindi 
assicurata quando si rende positivo quello dei due are. tang. il quale 
possiede il valore numerico maggiore. L'unità di attrazione di 
questa formula è la forza con cui si attraggono due punti ma- 
teriali ciascuno della massa = 1 e posti nella distanza = 1. 

Mediante la precedente equazione, che esprime il differen- 



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— 103 — 

ziale della attrazione del monte sul punto 0, si possono in ogni 
caso della pratica trovare le attrazioni di tanti strati (come RS) 
quanti occorrono per una determinata approssimazione della forza 
in proposito, valendosi del resto del metodo delle quadrature 
comunemente adottate per tale fine. Per ciò che spetta al trac- 
ciamento degli strati, questo si potrebbe eseguire con una livel- 
lazione barometrica, servendosi di poi della nota tavola espri-* 
molte la differenza fra i due orizzonti, imo apparente T altro vero. 
3*. — Col metodo ora esposto si deducono le attrazioni del 
monte B sopra i punti e (V e queste due forze, generalmente 
parlando, non saranno fra loro uguali, dipendendo il loro rapporto 
dalla forma del monte. Per delucidare questo punto con un caso 
pratico, si rifletta che Carlini nelle sue ricerche sull'attrazione 
del Monte Cenisio considerò questo monte come una calotta sfe- 
rica di base orizzontale, assegnando al raggio della base il va- 
lore di miglia italiane 5 è ed air altezza un miglio. Ora le at- 
trazioni di una calotta sferica, la quale possiede il raggio della 
base = r, T altezza h e la densità y^ sopra due punti posto il 
primo nel centro della base ed il secondo al suo vertice ven- 
gono espresse dalle formule' 

T. ^i. 3r*-4-h* — 4r'h 

P'=2;rhrfl-— -=~) 
'\ 3 vr'4-hv 

L'unità di forza è qui la medesima di quella stabilita di 
sopra (2). Prendendo per unità di lunghezza l'ettometro si ha 
h = 18,52 ed essendo di più r i= 5,5h, si ottengono mediante 
le precedenti formule i seguenti valori delle attrazioni 

P = 94,33r P' = 88,61r. 

Da questi risultati apparisce, che la differenza delle due 
forze in proposito è tale da non poterla trascurare in pratica. 

4*— Venendo a determinare le attrazioni delle masse C, C poste 
al di sotto della MN, sopra le due stazioni e C è da notare, 
che queste si trovano in un modo del tutto simile a quello espo- 

* Plana, Sur la distribution de Vélectricilé à la surface de deux sphères 
conductrices. Estratto dalle Memorie dell'Accademia di Torino, 1846, pag. 25 e 26. 



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— 104 — 

sto antecedentemente per la massa B. L'unica differenza che 
passa fra i due casi consiste in ciò, che nel presente avrà ciascun 
poligono nel suo interno uno spazio vuoto corrispondente alla 
intersezione del suo piano coir ellissoide terrestre. Parlando in 
astratto tale vuoto dovrebbe considerarsi come un ellisse, ma 
ognuno vedrà, che nella attuale ricerca basterà di riguardare la 
terra come sferica ed allora si riduce T indicato ellisse in un 
circolo e V azione di questo si deve togliere da quella del po- 
ligono espressa dalla formula del § 2. Essendo r il raggio del 
circolo e h la distanza del suo piano dal punto attratto, V indi- 
cata attrazione del circolo sarà espressa da 



27vr(l—'-r====)àh 
\ Vr'H-hv 



Vr' 

I calcoli numerici in proposito si possono poi apcora alquanto 
abbreviare. Essendo in fatti R'' S'^ V ultimo degli strati da con- 
siderarsi, si calcoli prima le azioni dei rispettivi strati senza 
tenere conto dei circoli, che si debbono togliere. Fatto ciò si 
determina il valore approssimato della massa R"OS" del tutto 
conforme a quanto fu esposto in occasione della massa B; alla 
fine poi si toglie l'azione complessiva degli strati circolari, ri- 
flettendo che il loro insieme forma una calotta sferica, là di cui 
attrazione viene espressa dalla seconda formula del § 3. 

Circa il numero degli strati R'S', R"S" ec. che si debbono 
guidare parallelamente alla MN è da notare, che questo dipende 
dalle condizioni particolari del caso di cui si tratta, come anche 
dal grado di esattezza che si vuole raggiungere. Ragionando 
sugli strati inferiori al piano MN si può ancora osservare, che 
quello contiguo a questo piano non può esercitare alcuna azione 
sul punto 0; considerando però successivamente strati in mag- 
gior profondità sotto questo punto, la loro azione si farà sentire 
e diverrà per una certa profondità un massimo, dopo il quale 
razione medesima andrà diminuendo. 

La precedente esposizione suppose che lo strato considerato 
sia omogeneo; quando ciò non avesse luogo si dovrebbe il me- 
desimo spezzare in due o più parti, considerando separatamente 
le loro azioni, e per tal fine sarebbe ancora applicabile la for- 
mula del § 2. 



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— 105 — 

5» — Dopo trovato le attrazioni delle masse B e C sopra, i 
due punti e (V conviene determinare quella dell^ ellissoide ter- 
restre. Adottando per le dimensioni di questo i valori numerici 
dati da Bessel, allora la gravità effettiva per un punto nel li- 
vello del mare e nella latitudine sarà espressa da 

Z = 265441 (1 4- 0,005689sen'9) q 

denotando con q la densità media della Terra. Tale è V attra- 
zione che subisce un punto materiale da parte della Terra, tolta 
r influenza della forza c^trifuga ; e siccome si prese nella me- 
desima per r unità di lunghezza P ettometro, cosi si deve per 
unità di attrazione intendere la forza con cui agisce sul punto 
in proposito un punto materiale, posto nella distanza di un et- 
tometro, ed il quale possiede la massa contenuta in un ettome- 
tro cubico di acqua nelle condizioni normali. Sostituendo per o 
la latitudine del Frejus si ottiene la gravità effettiva di questa 
stazione nell' ipotesi che essa si trova nel livello del mare. 

Qui potrebbe porsi il quesito : Ommettendo di ridurre la sta- 
zione sul livello del mare, la quale si trova per un dipresso 
1300 metri sul medesimo, vi sarà da temere qualche errore sen- 
sibile nei risultati finali? Per farsi un^ idea chiara di questo ar- 
gomento si rifletta, che ragionando nei paragrafi precedenti del- 
l' ellissoide terrestre si doveva per questa voce intendere T ellis- 
soide simile a quello rappresentato dalla superficie del mare, il 
qaale passa per il punto 0. Quando si confondessero nel caso 
attuale queste due ellissoidi si supporrebbe in sostanza, che la 
massa della terra al di sotto della superficie ellissoìdica guidata 
pel punto 0, sia un ellissoide perfetto, il quale possiede la me- 
desima massa della terra. Questa ipotesi non è del tutto esatta, 
e ciò per due ragioni. Primieramente deve rifiettersi che i due 
ellissoidi in proposito, sebbene di eguali masse, non agiscono in 
rigore parlando con forze uguali sul punto 0, ma la differenza 
di queste due forze è piccolissima, e la medesima sparisce af- 
fatto quando si trascura lo schiacciamento della Terra. In se- 
condo luogo poi differiscono le due forze in proposito, perchè 
uno dei due corpi attraenti differisce nella sua forma alquanto 
dalla forma ellissoidica. Quale sia il valore numerico di questa 
differenza non è facile a dire: in generale essa dipende princi- 



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— 106 — 

palmente dalla configurazione del suolo nella vicinanza della sta- 
zione e dalla sua densità; avvi però ragione a credere che 
essa non possa influire in un modo essenziale ai risultati finali. 

Del resto, per tener conto della circostanza in proposito, non . 
occorrerebbe nei precedenti paragrafi altro cambiamento fuorché 
abbassare la superficie ellissoidica t, t fino al livello del mare, 
rimanendo intatto il metodo ivi tenuto. Tale modificazione però 
aumenterebbe di molto tanto le opej^ioni geodetiche, quanto i 
calcoli numerici, senza condurre a risultati del tutto esatti, perchè 
r ellissoide terrestre in questo modo presenta nei suoi strati 
superficiali, composti di terra ed acqua, delle forti difierenze dì 
densità, della quale circostanza non si può tener conto. Facendo 
pertanto l'ipotesi indicata di sopra, si applica l'ultima formola 
immediatamente alla stazione inferiore del Frejus. 

6"" — Quanto spetta alla forza che esercita P ellissoide ter- 
restre, concepito nel modo ora esposto, sulla stazione superiore, 
si può senza errore sensibile supporre che la diminuzione della 
gravità dalla stazione inferiore alla superiore accada in ragione 
inversa del quadrato della distanza dal centro della Terra. Chia- 
mando quindi H il dislivello delle due stazioni e K il raggio 
medio terrestre si avrà 

Z' = 265541 (1 4-0,005689sen«9)q A — ^) 

Dopo trovate le espressioni analitiche delle sei forze P, Q, 
Z, P', cy. Ti si sostituiscono le medesime nelle formule del § 1. 
Ciascuna di queste forzerò proporzionale alla densità media della 
rispettiva massa attraente, mettendo quindi in evidenza queste 
densità e denotando da ora in poi con P, Q, Z, P', Q', T! le sei 
forze in proposito nel caso ipotetico che le densità uguagliano 
air unità, le equazioni del § 1 assumono la forma 

g = qZ — rP-+-yQ 
g' = qZ'4-rP'H->'Q'. 

Dividendo queste due formule fra loro si avrà nel primo mem- 
bro il rapporto ^ delle gravità osservate mediante il pendolo 
alle due stazioni del Frejus e risolvendo poscia T equazione per q 



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— 107 — 

si ottiene la densità media della Terra espressa per le densità 
r e / dei monti B e C. 

La determinazione di q dovrebbe formare uno degli scopi 
• principali delle ricerche da istituirsi sul Frejus : infatti quale 
vantaggio recherebbe alla scienza il semplice fatto di aver messo 
in evidenza V attrazione del monte, senza dedurre un elemento 
cosi importante come quello delle densità della Terra? Non è 
qui il luogo di parlare estesamente delle ricerche fatte finora 
intomo a questo elemento. Il primo tentativo alla sua determi- 
nazione fecero Maskelyne e Hutton al monte Shehallien in Iscozia, 
valendosi dell'attrazione di questo monte sul filo a piombo.* Car- 
lini si servì, come già si disse, deir attrazione del Monte Cenisio 
ed Àiry istituì le sue ricerche in una profonda miniera di car- 
bon fossile presso South Shields in Inghilterra. Gavendish* final- 
mente si valeva di un corpo artificiale come massa attrattiva, 
cioè di una pesante palla di piombo, la quale agiva sopra una 
piccola pallina fissata alla leva di una bilancia di torsione; Baily ^ e 
Reich* praticarono lo stesso metodo. I risultati che ottennero 
questi tre ultimi autori sono 5. 48 (Cavendish), 5. 67 (Baily) e 
5.44 (Reich), il loro medio è 5. 53. Airy trovò col suo metodo 
on valore molto più grande, cioè 6. 6, mentre Carlini e Maske- 
lyne assegnarono invece valori minori, cioè 4. 39 (Carlini) e 4. 71 
(Maskelyne); è però da osservare che il vero valore che segue 
dalle osservazioni di Carlini sia 4. 84.' 

La coincidenza che regna fra questi valori è poco soddisfa- 
cente, ma è rimarchevole la concordanza che ha luogo fra i 
tre valori trovati mediante la bilancia di torsione, mentre il 
numero dato da Airy, il più moderno di tutti, dedotto da una 
serie di osservazioni eseguita colla più gran precisione si scosta 
così sensibihnente da quelli. 

Sarebbe quindi da desiderare, che le proposte ricefche sul 
Frejus fossero eseguite colla maggior esattezza possibile, onde dare 
luce sopra questo argomento interessantissimo della fisica terrestre. 

* Philosophical Transactions ; year 1775, pag. 500. 

' Idem, tomo LXXXVIII, N. 496. —Gilbert, Annalen der Phyaik, voi. II, 
Pig. 10. 

' PooGENDORFF, Atinolen der Physik. voi. LVII, pag. 453. 

* Versuche ùber die miniere Dichtigheit der Erde; Freiberg, 1838, 

' Mathemati8che Geographie von Schmidt; Gòttingen, 1829, voi. Il, pag. 481. 



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— 108 — 

7* — Venendo a considerare V azione attrattiva di un monte 
sopra il filo a piombo è utile distinguere più casi. Trovandosi pri- 
mieramente il filo a piombo in sì gran distanza di un monte isolato, 
che le dimensioni di quest'ultimo sono trascurabili in paragone 
della distanza, allora dimostra la meccanica che il monte me- 
desimo agisce come im punto materiale collocato nel suo centro 
di gravità in cui è concentrata la sua massa. Tale supposizione 
però produce un errore più o meno grande, quando la distanza 
in discorso non è sufficientemente grande; e nella precedente ana- 
lisi sul Frejus, la medesima non è più affatto applicabile. Tro- 
vandosi quindi la massa deviatrice vicina assai alla stazione ove 
si cerca la deviazione del filo a piombo, deve procedersi in un 
modo più rigoroso. 

Nel determinare questa deviazione al termine orientale della 
base trigonometrica della Via Appia presso le Frattocchie, presi 
in primo luogo in considerazione il cratere Laziale il quale si 
trova vicino assai a questa stazione, e quindi deve esercitare una 
influenza predominante. Non è qui il luogo di dare una descri- 
zione di questo interessante gruppo di colline, perchè già vari 
autori si occuparono di tale argomento e fra questi principal- 
mente il distintissimo professor Ponzi Senatore del Regno in un 
suo opuscolo intitolato /Storia Naturale del Lazio ed in altre pub- 
blicazioni. 

In questa ricerca feci uso dello spezzamento della massa de- 
viatrice in strati orizzontali, cercando V azione dei singoli strati 
sul punto in proposito; questo metodo presenta qumdi molta 
analogia con quello proposto di sopra per le ricerche sul Frejus. 
Gli strati orizzontali finora tracciati sono in numero di quattro 
i quali contengono in tutto 78 punti livellati, e questi for- 
mano altrettanti vertici dei quattro poligoni presi in considera- 
zione. Considerai in questa ricerca la densità della massa devia- 
trice per uniforme, adottando per tale elemento provvisoriamente 
il valore = 2 ; riservandomi di fare ulteriori ricerche su questo 
argomento. Ho trovato, che in tale ipotesi, la deviazione in pro- 
posito, lungo il parallelo superi i due minuti secondi,* mentire 
quella lungo il meridiano è molto minore. 

' Sulla deviazione del filo a piothbo. Lettera a) prof. P. Volpicellì, estratto 
degli Atti deUa Reale Accademia dei Lincei; sessione del 7 gennaio 1872. 



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— 109 - 

Per dedurre la deviazione totale del filo a piombo a questa 
stazione, bisognerebbe trovare V azione del rimanente del terreno 
circostante a questo punto, e per tale operazione lo spezzamento 
in strati orizzontali non si presta con ugual vantaggio per la 
pratica. Mi sono proposto di servirmi per questo fine anche del 
metodo dello spezzamento in prismi verticali, come fu praticato 
da altri autori. 

8"" — Anche colline di poca altezza producono un effetto 
sensibile sulla direzione del filo a piombo come si può vedere 
dal seguente esempio. Fra tutte le località dei contomi di Roma, 
non esiste forse altra, ove il suolo ha un declivio più regolare, 
che nella parte della tenuta di Castel Porziano rivolta verso il 
mare, formata dal ritiro successivo del mare. Il terreno è anche 
qui ond^giato, come in tutta la campagna Romana, ma le valli, 
che si sono formate per dare scolo alle acque, sono di poca entità; 
quindi ho creduto, che si potrebbe il terreno per una prima ap- 
prossimazione considerare come un piano, ed in questa ipotesi de- 
terminai la deviazione del filo a piombo sulla spiaggia del mare 
presso Torre Paterno. Per evitare le irregolarità del suolo alquanto 
più pronunciate, che si trovano al S. E. di questa località verso 
la Capocotta e al N. 0. verso la Casetta dell' Inferno, limitai la 
massa deviatrice presa in considerazione in modo di avere per 
projezione orizzontale un rettangolo determinato nel seguente 
modo: Un lato si confonde colla spiaggia del mare (la quale è 
quasi esattamente rettilinea), due altri lati perpendicolari al 
primo si trovano uno nella distanza di 4000 metri a S.E. di Torre 
Paterno e V altro nella distanza di 3000 metri al N. Ó. ; il quarto 
lato finalmente parallelo alla spiaggia, passa prossimamente per 
Monte di Leva e Castel Porziano, e segue per un dipresso P an- 
damento della cresta della collina ; questo lato dista metri 6500 
dalla spiaggia. La massa deviatrice rappresenta quindi un prisma 
la di cui base è un triangolo rettangolare, il quale prisma giace 
con una delle sue facce laterali nelP orizzonte, e il punto attratto 
si trova in uno degli spigoli laterali. Circa la sua costituzione 
geognostica è da osservare, che il terreno consiste principalmente 
di rena silicea, nella quale si trovano in più punti frammischiati 
dei piccolissimi cristalli neri di origine vulcanica, ì quali ven- 
gono attratti dalla calamita. Tali cristalli si vedono sparsi in 



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— 110 — 

tutta la campagna Romana e perfino sopra i monti calcarei, dai 
quali viene limitata verso Est; così alla sommità del Monte Gen- 
naro circa 1300 metri sul livello del mare. H peso specifico di 
questa rena silicea trovai in media = 1, 5. Ora appoggiandosi 
sopra i dati precedenti ed assumendo per l'altezza della collina 
il valore di 58 metri, si trova per la deviazione del filo a piombo 
che essa produce presso Torre Paterno nella direzione perpen- 
dicolare alla spiaggia il valore di 0/'18. 

Ma la vera deviazione dev' essere molto maggiore tanto per 
r effetto della sinuosità del suolo, al di fuori della zona presa in 
considerazione, quanto per il mare, il quale avendo una densità 
minore della terraferma deve necessariamente produrre un effetto 
simile a quello della collina in discorso. Limitandosi a una zonlBi 
del mare eguale e simmetricamente disposta riguardo a quella 
presa in considerazione sulla terra e supponendo inoltre che il 
fondo del mare sia un piano inclinato che formi il prolungamento 
del suolo a terra (la quale ipotesi non si dovrebbe allontanare 
di molto dal vero) si trova per V effetto di questa zona il valore 
di 0",06. 

Segue dair insieme del fin qui esposto, che a Torre Paterno 
si deve verificare non deviazione del filo a piombo di 0,"24 per 
effetto di una zona rettangolare intorno a questa stazione, la di 
cui area non supera i 91 chilometri quadrati. 



NOTIZIE DIVERSE. 



Analisi di prodotti vulcanici. — Riportiamo dal BcUetHno 
delV L B. Istituto Geologico di Vienila (1872, N* 8) i seguenti 
risultati analitici ottenuti nel laboratorio chimico di quella Scuola 
Politecnica sopra alcuni prodotti dell' eruzione del Vesuvio av- 
venuta neir aprile 1871 e sopra un campione della roccia formante 
il suolo della solfatura di Pozzuoli. 

1. — Analisi di due campioni di lava. — Il primo di essi ap- 
partiene alla massa di lava stata emessa dal piccolo cratere, ed 



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— Ili — 

è poroso, fragile, di color nero piceo, e racchiude piccoli nuclei 
di leucite del diametro di un millimetro air incirca: il secondo 
è compatto, difficile a rompersi, di color grigio-chiaro con debole 
tendenza al giallo-yerdognolo, con piccoli nuclei leucitici meno 
distinti che nel primo. 

Dopo essere stati riscaldati sino a 100'', i due campioni die- 
dero air analisi i seguenti risultati : 





!• 


W 


Silice 


47,17 


48,68 


Àllamina 


18,87 


18,74 


Ossido di ferro 


6,31 


2,67 


Ossidalo di ferro 


5,66 


7,18 


Ossidulo di maganese 


traccie 


traccie 


Calce 


10,30 


10,24 


Magnesia 


3,86 


8,04 


Potassa 


6,60 


6,46 


Soda 


2,69 


2^7 


Cloro 




0,17 



Totale 100,46 99,65 

2. — Analisi di un sale. — Questa sostanza fu trovata entro 
una spaccatura nelle vicinanze del piccolo cratere ricoprente la 
lava a guisa di sublimazione; è di color bianco e si scioglie 
completamente nell'acqua. Essa contiene: 

Cloruro di sodio 89,24 

Solfato di soda 9,80 

Solfato di Magnesia 0,42 

Acido fosforico traccie 

Acqua 0,39 

Totale 99,85 

3. — Afudisi di un lapillo. — Esso proveniva dal cratere prin- 
cipale; ^ra di un color rossiccio, molto duro e conteneva sparse 
nella massa delle particelle di ferro magnetico. Ad occhio nudo 
vedevmsi distintamente piccoli nuclei di Leucite e di Augite e 
la superficie della roccia era rivestita di un leggiero strato di 
una sostanza bianca perfettamente solubile nélP acqua ed indi- 
cante una re^ioi^e acida. 



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— 112 — 




L'analisi di questo lapillo diede: 




Silice 


30,67 


Allumina 


19,51 


Ossido di ferro 


5,54 


Ferro magnetico 


1,45 


Ossidulo di manganese 


0,23 


Acido solforico 


15,80 


Cloro 


2,14 


Acido fosforico 


0,26 


Calce 


7,25 


Magnesia 


1,41 


Potassa 


6,11 


Soda 


3,32 


Acqua 


6,65 


Totale 


100,34 


4. — Analisi di un campione del suolo della solfatara di Poz- 


zuoli. — Era questa una massa porosa di color bianco, la quale 


componevasi essenzialmente di silice libera come mostra la se- 


guente analisi: 




Silice 


90,19 


Allumina 


1,84 


Ossido di ferro 


traccio 


Ossidulo di manganese 


id. 


Calce 


0,62 


Alcali 


0,40 


Acqua e sostanze organiche 


ì 7,28 


Totale 


100,33 



I prodotti dell' ultima eruzione del Yesuyio. — Le ma- 
terie eruttate dal Vesuvio in questo periodo di sua attività vul- 
canica possono essere classificate in tre categorie, e cioè: cor- 
renti di lava pirossenica; frammenti di lava caduti sotto forma 
di scorie e di lapilli; e ceneri. A queste possono aggiungersi i 
sali di soda e di ammoniaca che in taluni punti hanno coperto 
con sublimazioni l.e lave, e le emanazioni di vapore acqueo, di 
acido solforoso e cloridrico. 

La lava, di un colore grigio tendente al turchiniccio, è assai 



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— 113 — 

aspra al tatto e presenta ima frattura irregolare ; in generale è 
molto porosa e contiene sparsi nella massa piccoli cristalli di 
leucite, di pirosseno e di olivina. Trovasi sovente impregnata di 
acido solforoso e cloridrico, e ricoperta da sublimazioni di cloruro 
di sodio e di sale ammoniaco. 

La emissione di cenere fu in questa eruzione veramente 
straordinaria in confronto di quanto avvenne in altre simili cir- 
costanze ; esse ceneri hanno ricoperto tutta la superficie occupata 
dalla città di Napoli, dai paesi sottostanti al Vesuvio e dal golfo 
per lo spessore medio di un centimetro. Quella caduta in mare 
era in parte respinta sul lido dove formava uno strato alto più 
centimetri ; altra cenere galleggiava sulle acque del golfo e se- 
gnava con strisele facilmente visibili il corso delle correnti 
marine. 

Questa cenere è assai sottile ed aspra al tatto; nell'acqua 
disciogliesi in piccolissima parte senza farvi pasta. Al microsco- 
pio si presenta come un ammasso di minutissimi cristalli fra cui 
primeggiano quelli di augite, leucite, olivina e mica, insieme con 
frammenti piccolissimi di scoria e di lava. 

L' analisi qualitativa della cenere, oltre agli elementi di detti 
minerali, vi trovò dei sali di potassa, soda ed ammoniaca, e 
traccio di sostanze organiche: quest' ultima circostanza riesce assai 
interessante se si ha riguardo alla provenienza vulcanica della 
cenere. Dall' analisi risultò altresì provato che la cenere compo- 
nesi degli stessi elementi delle lave del Vesuvio, per cui la dif- 
ferenza tra questi due prodotti dipende unicamente dal diverso 
stato di aggregazione. 



CATALOGO DELLA BIBUOTEGA DEL K. COIITATO GEOLOGICO. 

(Continuazione.) 

Seebaoh (E. von). U^er den VuUoan von Scmtorin und die 
Eruptìan von 1866. Gottingen 1867. Un voL^n-*** con tavole. 

(Id.) Ueòer die Eruption bei Methana in dritten Jahrhundert 
von Oh. Géb. Un fase. in-8*. 



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— 114 — 

Sequenza (G.). Bu genre Verticordia, Searlea Wood. Paris, 
Un fase, in-8* con tavola. Dono dell'Autore. 

(Id.) Da Seggio a Terreti. Un foglio. Idem. 

(Id.) Intorno àUa geologia di Bometta esaminata dal lato 
petrografico, stratigrcrfico e geogenico in rapporto aU' origine delle 
acque potabili di quel monte. Un fase, in-é"" con tavola. Idem. 

(Id.) Ricerche mineralogiche sui filoni metalliferi di Fiume- 
dinisi e suoi dintorni in Sicilia. Messina, 1856. Un fase. in-S"". 
Idem. 

(Id.) Studio chimico di un' acqua sulfurea di Messina. Pa- 
lermo 1858. Un fase. in-8*. Idem. 

(Id.) Dei terreni terziarii del distretto di Messina e dei fo- 
raminiferi monotalamici deUe marne mioceniche messinesi. Mes- 
sina, 1862. Un voi. in-folio con tavole. Idem. 

(Id.) Prime ricerche intomo ai Rizopodi fossili delle argille 
pleistoceniche dei dintorni di Catania. Catania, 1862. Un voi. in-4" 
con tavole. Idem. 

(Id.) SuUa formazione miocenica di Sicilia. Messina, 1862. 
Un fase. ìn-4'. Idem. 

(Id.) Disquisizioni paleontologiche intomo ai Corallarii delle 
roccie terziarie dd distretto di Messina. Torino, 1863-64. Dae 
voi. in-4* con tavole. Idem. 

(Id.) Intorno aUa Fluorina siciliana. Milano, 1864. Un fase. 
in-8**. Idem. 

(Id.) Paleontologia malaccUogica dei terreni terziarii del di- 
stretto di Messina: Brachiopodi. Milano, 1865. Un voi. in-4' con 
tavole. Idem. 

(Id.) Description d'un Pedicularia fossile. Paris, 1865. Un 
foglio con tavola. Id. 

(Id.) Ricerche geognostiche ed organografiche intomo ai hror 
chiopodi terziarii déUe roccie messinesi. Napoli, 1868. Un fase. 
in.8*. 

(Id.) Paleontologia malacólogica dei terreni terziarii del di- 
stretto di Messina: FissuréUidi. Napoli, 1862-66. Due fase, in-8*' 
con tavola. Idem. 

(Id.) Intorno ai brachiopodi miocenici détte provinde pie- 
montesi. Napoli, 1866. Un fase, in-8* con tavole. Idem. 

(Id.) SuUe importanti relazioni pàleontclogiche di talune zone 



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— 115 — 

della Calabria con aicuni terreni di Sicilia e deW Affrica seUen- 
trionaie. Milano 1866. Un fase, in-4^ Idem. 

Sequenza (6.) Brevi cenni stdla Geologia ddla provincia 
di Messina. 1867. Manoscritto. Idem. 

(Id.) I fossili ddT epoca Zancleana aUa Esposizione univer- 
scile di Parigi. Messina, 1867. Un foglio. Idem. 

(Id.) Std cretaceo medio ddF Italia meridionale. Messina, 1867. 
Un foglio. Idem. 

(Id.) Paleontologia maiUicologica dei terreni terziarii del di- 
stretto di Messina: Pteropodi ed Eteropodi. Milano 1867. Un 
fase, in-i"" con tavola. Idem. 

(Id.) Discorso intomo Agostino Scilla. Messina, 1868. Un 
fase. in-8**. Idem. 

(Id.) La formation Zandéenne, ou recherckes sur une nou- 
vétle formation tertiaire. Paris, 1868. Un fase. in-8. Idem. 

(Id.) Una passeggiata a Reggio di Calabria. Messina, 1867. 
Un fase. in-8'*. Idem, 

(Id.) Scoperta di un lembo di terreno cretaceo assai fos- 
silifero nétta provincia di • Messina. Milano, 1869. Un foglio. 
Idem. 

(Id.) Intorno la posizione stratigrafica del Clypeaster altus, 
l-k. Milano, 1869. Un foglio. Idem. 

(Id.) StdV antica distribuzione geografica di talune specie ma- 
laccUogiche viventi. Pisa, 1870. Un fase. in-8'. Idem. 

Sella (Q.). Una salita al Monviso. Torino, 1863. Un opuse. 
in-16'. Dono del Club Alpino Italiano. 

(Id.) Salile condizioni detC industria mineraria nèlV Isola di 
Sardegna. Relazione alla C!ommissione parlamentare d'inchiesta. 
Firenze, 1871. Un voL in-4* ed un atlante di tavole. Dono del 
Ministero di agric., ind. e eomm. 

Selwyn (A. R. C). Geological notes of a joumey in South- 
Australia from Cape Jervis to Mount Serie. Adelaide, 1859. Un 
fase, in-4'' con tavole. Dono del Grovemo del South-Australia. 

SSNCKENBBBaiSCHE NATURFOBSCHENDE GeSELLSGHÀFT. Abhand- 

lungen. Due voi. in-4' con tavole. Frankfurt a. M., 1870-71. 
Dono della Società. 

(Id.) Bericht (1869-70) und (1870-71). Frankfurt a. M., 
1870-7 !• Due voi. in-8*. Idem. 



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- 116 - 

Sergent, Strambio e Tassi. Grande Dizionario italiano-fran- 
cese e francese-italiano. Milano. Quattro voi. in-4°. 

Sickler (Ch. L.). Flan topographique de la campagne de Rome 
considérée sous le rapport de la géologieet des o/ntiquités. Rome, 1821. 
Un voi. in-8\ 

Silliman (B.) and Dana (J.). The American Journal of scien- 
ces and arts. New-Haven, 1870-72. Periodico bimensile, in-8*. 
Dono degli Autori. 

Silvestri (C). Istorica e geografica descrijsione ddle antiche 
paludi Adriane, Venezia, 1736. Un voi. in-8'* con tavola. 

Silvestri (0.). Sulla illustrazione della fauna microscopica 
fossile del terreno pliocenico i^oiiano. Catania, 1862. Un fase, in-8^ 
Dono deir Autore. 

(Id.) / fenomeni vulcanici presentati dall' Etna nel 1863-64- 
65-66^ considerati in rapporto alla grande eruzione del 1865. Ca- 
tania, 1867. Un voi. in-4** con tavole. Idem. 

(Id.) Sulla eruzione del Vesuvio incominciala il 12 novem- 
bre 1867. Catania, 1868. Un fase, in-4'* con tavola. Idem. 

Sismonda (A.). Osservazioni geològiche sulla Valle di Susa e 
std Montecenisio. Torino, 1834. Un fase, in-4* con tavole. 

(Id.) Osservazioni mineralogiche e geologiche per servire alla 
formazione della Carta geologica del Piemonte. Torino, 1838. Un 
voi. in-4* con tavole. 

(Id.) Notizie intomo a due fossili trovati nei coUi di Santo 
Stefano Boero. Torino, 1869. Un fase, in-4* con tavola. 

(Id.) Osservazioni geologiche suUe Alpi marittime e sugli 
Apennini liguri. Torino, 1841. Un fase, in-4" con tavole. 

(Id.) Notizie e schiarimenti sulla costituzione delle Alpi pie- 
montesi. Torino, 1865. Un voi. in-4** con Carta geologica. 

(Id.) Nouvelles observations géólogiques sur les roches anthra- 
citiferes des Alpes. (Traduction de l'Abbé Moigno). Paris, 1871. 
Un voi. in-8'*. 

Sismonda (E.). Appendice alla descrizione dei pesci e dei 
crostacei fossUi nel Piemonte. Torino, 1857. Un fase, in-4* con tavola. 

(Id.) Prodrome d^une flore tertiaire du Piémont. Turin, 1859. 
Un fase, in-4* con tavole. 

Sivering (J.). De Véquilibre et de la stabilite des corps flot- 
tants. Luxembourg, 1867. Un fase, in-8' con tavola. Dono. 



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- 117 — 

Smyth (R. Brough). Minerai stcUistics of Victoria far the 
year 1870. Melbourne, 1871. Un fase. in-4*. Dono dell' Ufficio 
geologico della Victoria (Australia). 

(Id.) Beports of the mining surweyors and registrar s ; quarter 
ending 31st March 1871. Melbourne, 1871. Un fase, in-4* con 
tavole. Idem. 

Smithsonian Institution. An account of the Smithsonian 
InstittUion^ its foundery buildingy operations, ec. ec. Philadel- 
phia, 1869. Un fase. in-8°. Dono. 

(Id.) Annual report of the Board of regents of the Institution, 
showing the operations, expeditures, and condition of the Institu- 
tion for the year 1869. Washington, 1871. Un voi. in-8^ Idem. 

(Id.) Smithsonian contributions to Knowledge. Voi. XVII. 
Washington, 1871. Un voi. in-4* con tavole. Idem. 

Snellen von Vollenhoven (S. C). Laatste lijst van Nederland- 
sche schUdvlengélige Insecten (Insecta Góleoptera). Haarlem, 1870. 
Un voi. in-é"*. Dono della Società Olandese di Scienze in Haarlem. 

Sobrero (A.). Vetri e cristalli. Relazione della Esposizione di 
Londra del 1862. Torino, 1865. Un voi. in-8*. Dono del Mini- 
stero di Agricoltura, Industria e Ck>mmercio. 

Sobrero (C). Siderurgia. Relazione della Esposizione di Lon- 
dra del 1862. Torino, 1864. Un voi in-8^ Dono idem. 

SOCIEDAD DE ClENCIAS FlSICAS Y NaTURALES DE CARACAS. Var- 

gasia, BoUetin de la Soeiedad. Caracas, 1869-70. Un voi. in-8*. 
Dono della Società. 

Società Economica di Salerno. Il Picentino, periodico men- 
sile. Salerno. Dono della Società. 

(Id.) Annuario statistico della provincia di Salerno per Van- 
no 1866. Salerno, 1866. Un voi. in-8° con tavola. Dono. 

Società Entomologica Italiana. Bollettino. Periodico trime- 
strale in-8* con tavole. Firenze, 1869-72. Dono della Società. 

Società Italiana di Scienze Naturali. Atti. Pubblicazione pe- 
riodica in-8* con tavole. Milano, 1870-71. Dono della Società. 

Società di lettere e conversazioni scientifiche. Effemeridi. 
Genova, 1870-72. Un volume annuale in-8*. Dono della Società. 

Società dei Naturalisti in Modena. Annuario. Mode- 
na, 1870-71. Un volume annuale in-8'* con tavole. Dono della 
Società. 



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- 118 - 

SociÉTÉ d' Agriculture, Histoire Natubelle, et abts utiles 
DE LyoN. Annales. Lyon, 1866-67-68. Un volume annuo in-8* con 
tavole. Dono della Società. 

SociÉTÉ DE LA Cabte Géologique DE FRANGE. Anndes, Pa- 
ris, 1870. Periodico mensile in-8*. Dono della Società. 

SociÉTÉ Géologique de Frange. Memoires. Paris, 1833 in 
avanti. Volumi biennali in-4* con tavole e Carte geologiche. 

(Id.) Bulletin. Paris, 1830 in avanti. Volumi annuali in-8* 
con tavole e Carte geologiche. 

SoGiÉTÉ Hollandaise des Sgienges a Harlem. Archives Neer- 
landaises des Sciences exactes et natureUes. Harlem, 1870-71. Due 
voi. in-8" con tavole. Dono della Società. 

(Id.) Rrogramme de la Société pour les années 1869'70'71. 
Harlem, 1872. Un fase. in-4'. Idem. 

SoGiÉTÉ Imperiale des Natubalistes de Mosuou. Bulletin. 
Moscou, 1870-71.Unvol.in-8' annuo con tavole. Dono della Società. 

(Id.) Nouveaux Memoires. Moscou, 1861. Un voi. in-4** con 
tavole. Dono della Società. 

Sogiété Imperiale des Sgienges Naturelles de Cherbourg. 
Memoires. Cherbourg, 1869-70. Un voi. in-8' con tavole. Dono 
della Società. 

Sogiété Industriellb DE Lyoìi. Annales. Lyon, 1872. Un fasci- 
colo in-S"". Dono della Società. 

Sogiété Malagologique de Belgique. StaMs de la Société. 
Bruxelles, 1863. Un fase. in-8*. Dono della Società. 

(Id.) CatcHogue de Véxposition d'animaux invertebrés ouverte 
à Bruxelles par la Société Màlacologique avec le concours de la 
Société Entomoloffique de Belgique. Bruxelles, 1866. Un fase. in-8*. 
Idem. 

(Id.) Annales. Bruxelles, 1863-70. Cinque voi. in-4* con ta- 
vole. Idem. 

(Id.) Bulletins. Bruxelles, 1872. Un fase, mensile in-4*. Idem. 

Sogiété de Physique et d'Histoire Naturblle de Genève. 
Mémoiresy T. XXI. Genève, 1871. Un voi. in-4* con tavole. Dono 
della Società. 

(Id.) Table des Memoires contenus dans les toms I a XX. 
Genève, Ì871. Un fase. in-4*. Idem. (Continua.) 



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Mlllìiliùl lei l GOMITATO &£010GIC0. 

{In Carso di Stampa.) 



1* -- Volarne II delle Memorie per servire alla descrizione 
della Carta Geologica d'Italia. — Questo volume verrà 
pubblicato in due parti, di formato, carta e stampa del 
tutto simili al volume r. 

La prima parte comprenderà: 

Descrizione geologica dell' Isola d' Ischia^ con la carta 
geologica della medesima in foL e incisioni nel testo, del 
professor C. W. C. Fuchs. — Esame Geologico della catena al- 
pina del San Gottardo, che deve essere attraversata dàlia 
grande Galleria della Ferrovia Itàlo-Elvetica con una carta 
geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol, delF in- 
gegner F. GiOBDANO. — Malacólogia pliocenica italiana, fa- 
scicolo 2*, con N** 7 tavole di C. D'Ancona. 

La parte seconda conterrà: 

La Geologia delle Alpi AptMne, con incisióni nel testo 
e una tavola, di I. Cocchi. 



2* — Carta Geologica della Italia superiore e centrale^ 

in 6 fogli, nella scala di mjm^ compilata sui migliori mate- 
riali esistenti da I. Cocchi, e pubblicata per cura del R. 
Comitato Geologico coir opera di eccellenti Artisti, 



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Annunzi di pubblicazioni. 



A. Stoppani — Corso di Geologia; Milano. — L'opera si com- 
porrà di trQ grossi volumi ìd-8" con numerose incisioni in- 
tercalate nel testo, e viene distribuita a dispense di 64 pa- 
gine, — Prezzo di associazione anticipato L. 10 per volume, 
ovvero L. 27 per l'intiera opera; prezzo di una dispen- 
sa L. 1, 20. (In corso di stampa). 

L. BoMBicci — Corso di Mineralogia; Bologna. — Seconda edi- 
zione grandemente variata ed accresciuta con molte figure 
intercalate nel testo e tavole. (In corso di stampa). 

6.' G. Gemmellàro — Stndii paleontologici sulla fauna del cal- 
care a Terebratula janitor del Nord di Sicilia; Palermo.— 
È pubblicato: Parte 1* (Pesci, Crostacei, MoUtischi Cefalo^ 
podi) fase. 1°, 2% 3° e 4'; Parte 2' (MoUuscJii Gasteropodi) 
fase. 1", 2\ 3% 4** e 5"; Parte 3" (Molluschi Brachiopodi) 
fase, l"* e 2**. — Ogni parte forma un volume in-4° con tavole. 

G. Capellini — Snl Felsinoterio, sirenoide Halicoreforme dei 
depositi littorali pliocenici dell'antico bacino del Me- 
diterraneo e del Mar Nero; Bologna 1872. — Pag. 50 in-4'' 
con otto tavole. 

A. D' AcHiARDi —Mineralogia della Toscana ; Voi. 1* Pisa 1872. 

M. S. De Rossi — Le scoperte e gli studi paleoetnologici del- 
l'Italia Centrale al Congresso ed alla Esposizione di Bo- 
logna; Roma 1872. — Pag. 48 in-4'* con due tavole. 

P. GoRiNi — Snir origine dei vulcani; studio sperimentale.— 
Lodi 1871. Un volume in-8* 

G. Bruzzo — Legislazione e industria mineraria; Parte 1* Le- 
gislazione mineraria attualmente in vigore in Italia. — 
Firenze 1871. Pag. 58 in-8* grande. 

B. Studer — Index der Petrographie nnd Stratigraphio der 

Schweiz nnd ihrer Umgebnngen; Bem 1872. — Un vo- 
lume in-8* di pag. 272. 

Delesse et De Lapparent — Bevue de Geologie ponr les an- 
nées 1868 et 1869; Paris 1872. — Un volume in-8* di 
pag. 267. 

Delesse — Lithologie dn fond des mers; Paris 1872. — Due 
volumi in-8'* di pag. 616 complessivamente ed un atlante 
di 5 tavole in-folio. 



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R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 



Bollettino N? 5 e 6. 



Maqoio e Giugno 1872. 



-<»o»{o.- 



FIKENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBERÀ 



1872. 



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FollilicaÉiii lei R COMTiTO eEOMICO. 



o>9«y 



Bollettino Geologico per l'anno 1870. — Un volume in-8*. 
» » ' PER l'anno 1871. » 

Memorie per servire alla descrizione della Carta Geologica 
d' Italia. — Volume P ; in-i"* di 404 pagine con 23 tavole, 
due carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione — Studii geologici sulle Alpi occidentali di 
B. Gastaldi. — Cenni sui graniti massicci delle Alpi Piemon- 
tesi e sui minerali delle valli di Lanzo di G. Strììver. — 
Sulla formazione terziaria nella zona sólfifera ddla Sicilia, 
di S. MoTTURA. — Descriziom geologica deW Isola (T Elba^ 
di I. CoccHL — Malacologia pliocenica italiana, Parte T, 
Gasteropodi sifonostomi^ di C. D'Ancona. 

Prezzo dell'intero Volume, Lire 36. 

Brevi Cenni sai principali Istituti e Comitati Geologici e 
sul B. Comitato Geologico d'Italia, di I. Coccm. — 
Pag. 34 in-4° L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell'Isola d'Elba, 
di I. Cocchi L. 3. 50 

I Bollettini arretrati 6i vendono al prezzo di 12. — 

II presente Bollettino per gli associati nel regno 8. — 

Per gli associati all' estero 10. — 

Un fascicolo separato 2. 00 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALU. 
N' S e 6. — Maggio e Giugno 1871 



SOMMÀRIO. 

H'ote geologiche. — 1. Cenni intorno alla Orografia ed alla Litologia del Me- 
diterraneo, di A. Delesse. — II. Osservazioni intorno alla Geologia del gruppo 
del Monte Bianco, di T. Sterry Hunt (estratto).— IH. Intorno ai gaz infiam- 
mabili degli Apennini e dei Lagoni della Toscana, dei sigg. Fouché e 
GoRCEix (estratto). 

K'ote mineralogiche. — Elenco di specie minerali recentemente trovate 
(estratto da diversi autori). 

K'otisie bibliografiche. — G. Capellini, Sul Felsinoterio^ sìrenoide halico- 
reforme dei depositi lacustri pliocenici dell* antico bacino del Mediterraneo 
e del Mar Nero. — A. Delesse, Lithologie du fond des mers. — F. Maury, 
Geografia fisica del mare e sua meteorologia (prima versione italiana di 
L. Gatta). 

Ifotisie diverse. — Lavori eseguiti dal R. Corpo di Stato Maggiore neir an- 
no 1871. — Pioggia di sabbia rossa in Sicilia. — Ultime ricerche sulla tem- 
peratura e la salsedine delle acque dell' Atlantico e del Mediterraneo. — 
Scoperte preistoriche fatte recentemente in Europa e in America. — Le 
sorgenti petroleifere dell'Indiana (Stati Uniti). 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 



ROTE GEOLOGICHE. 



I. 

Cenni intorno alla Orografia ed alla Litologia 
del Mediterraneo. 

(Dall'opera del professore A. Dblbssb, intitolata : Lithologie du/onda det men: Paris.) 

Il Mediterraneo, propriamente detto, presentasi come un gran 
mare intemo, che si divide alla sua volta in molti altri. Desso è un 
mare profondo, l'orografia del quale è ancora poco conosciuta; 
quantunque i sondaggi eseguiti in quest' ultimi anni e le ricer- 
che degli uomini di mare e dei geografi, permettano a quest' ora 
di abbozzarla. 



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Orografia. — Avendo dì mira nello stesso tempo il rilievo su- 
perficiale ed il sottomarino, si possono col dottore Petermann 
distinguere in esso due regioni ; una orientale, occidentale V altra. 
Queste due regioni vengono assai nettamente divise V una dal;- 
V altra, dall' Italia, dalla Sicilia e dagli alti fondi che sotto il 
mare riuniscono quest' isola al promontorio formato dalla Tunisia. 
La regione orientale comprende l'Arcipelago, il vasto mare 
nel quale si trovano le isole di Cipro, di Candia, il Mar di Sirte 
e l'Adriatico. 

La regione occidentale è divisa in due grandi bacini dalle 
isole di Corsica e di Sardegna. Il primo ha preso il nome di 
Mar Tirreno, e s' estende dall' isola d' Elba alla Sicilia. Il secondo 
nel quale si trovano le Baleari si stende dalle coste della Fran- 
cia all'Africa, e da Gibilterra alla Sardegna; desso comprende 
i tre grandi golfi di Genova, del Leone e di Valenza. 

L'Arcipelago è più profondo di quello che il gran numero 
d'isole in esso disseminate avrebbe potuto far credere. Queste 
isole sono sommità di montagne dirupate che fan seguito a quelle 
della Grecia e dell' Asia Minore. Al N.O. dell' isola di Samo la 
profondità può arrivare a 1200 metri. 

H mare ove si trovano le isole di Cipro e di Candia è pro- 
fondissimo. Infatti i sondaggi accennano ad altezze d' acqua rile- 
vantissime a pochissima distanza di queste isole, nella stessa 
guisa che sulle coste dell' Asia Minore, della Siria e specialmente 
dell' Africa. Al S.E. di Candia si sono trovate profondità che 
raggiungono 3200 metri, e vicino alla sua punta S.O. oltrepas- 
sano i 3500. n fondo del bacino si rialza assai verso le bocche 
del Nilo; ma ciò va attribuito a questo stesso fiume il quale, 
indipendentemente dal suo delta terrestre, forma pure un dèlia 
sottomarino di grande importanza. Convogliando le sue sabbie 
sino al mare, esso produce in prossimità delle sue bocche un 
insabbiamento che è specialmente assai ben distinto verso Da- 
mietta e al N.E. del fiume. 

Il mare di Sirte forma due larghe incavature nel nord del- 
l'Africa. Desso bagna le coste S.E. della Sicilia e dell'Italia, 
le isole Jonie e tutto il sud-ovest della Grecia. La distesa delle 
sue acque è la più vasta e la più continua del Mediterraneo; 
le isole mancano pur esse completamente verso il suo mezzo, dì 



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guisa che potrebbe attendersi di trovarlo assai profondo. Ed è 
quello che infatti si è constatato: poiché air est di Malta (verso 
16" longitudine 36' latitudine) i sondaggi sono i più grandi di 
tutto il Mfediterraneo, e non vanno lungi dai 4000 metri. D'altra 
parte il fondo del Mar di Sirte si rialza assai sensibilmente 
dal lato di ponente e specialmente verso la reggenza di Tunisi 
e verso il Golfo di Cabes. 

L' Adriatico è un mare assai poco profondo specialmente nella 
sua parte a nord, nella quale si accumulano i sedimenti portati 
dal Po e dagli altri fiumi che discendono dalle Alpi. Egli è sol- 
tanto in prossimità del parallelo di Ancona che i sondaggi rag- 
giungono i 100 metri. Però la sua parte a sud, verso il parallelo di 
Trani, presenta una depressione che si allunga parallelamente alle 
sue due rive e nella quale le sonde hanno oltrepassato 1000 metri. 

Veniamo ora alla regione occidentale del Mediterraneo. 

D Mar Tirreno che s' incontra dapprima fu sinora poco esplo- 
rato. Però tutto indica che desso è profondo, poiché le sonde 
aumentano rapidamente a piccole distanze dalle sue coste. Di più 
il suo bacino è formato da erte montagne appartenenti alla Sicilia, 
alla Sardegna, alla Corsica, agli Apennini. Tuttavia al sud-est 
verso le isole Eolie e la Sicilia il suo fondo si rialza in modo 
assai sensibile. 

Quella parte di Mediterraneo che si stende da Genova ad 
Algeri e da Gibilterra al sud della Sardegna, potrebbe essere 
chiamato Mare delle Baleari. Quantunque non presentino una 
grande superficie, queste isole, hanno tuttavia una parte impor- 
tantissima nella sua orografia sottomarina. Esse costituiscono la 
sommità di ammassi di montagne che posano su di larga base, 
e fanno seguito al Capo San Martino nella provincia di Valenza. 
Al loro piede le sonde indicano più che 2000 metri di profon- 
dità. Queste montagne si ricongiungono visibilmente colla Spagna. 

Le coste bagnate dal Mare delle Baleari s' inclinano quasi 
ovunque con rapido pendio; lo si constata facilmente coi son- 
daggi fatti nel Golfo di Genova, ai piedi delle Alpi e dei Pire- 
nei, lungo la Corsica e la Sardegna, al sud della Spagna e sopra- 
tutto sulle coste delP Algeria. Parallelamente a queste coste e 
alle montagne delP Atlante esiste, del resto, una grande depres- 
sione che è ben marcata e che raggiunge 2900 metri al N.E. 



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di Algeri. Tale depressione si accosta maggiormente air Atlante 
e alle sponde dell'Algeria, e la sua lunghezza supera 250 chi- 
lometri. Sembra che essa continui verso il nord e all'est verso 
il Mar Tirreno, poiché fra il sud della Sardegna e T Africa la 
sonda accenna ad una profondità di 3000 metri. All'ovest e 
verso lo Stretto di Gibilterra tale depressione va diminuendo; 
ma il mare che bagna il sud della Spagna ed il Marocco resta 
tuttavia profondo; inoltre i sondaggi fatti in prossimità dello 
Stretto di Gibilterra arrivano ancora a quasi 1400 metri. 

Litologia. — Lo studio orografico del Mediterraneo viene a 
diinostrarci che esso è- un mare profondo il cui perimetro pre- 
senta molte coste montuose ; cosi esso è pure generalmente cir- 
condato da rocce sottomarine. Tali rocce sono ancora assai 
sviluppate intorno alle sue numerose isole, e di più fra la Tunisia 
e la Sicilia, nel Golfo di Cabes, non che sulP altipiano che porta 
le isole Baleari. In differenti punti del Mediterraneo esistono 
delle superficie estesissime occupate dall' argilla. Segnaliamo 
quelle che sono all'est dell' Eubea e nell'Arcipelago presso 
l'isola di Cipro; quelle che si trovano nell'Adriatico ed anche 
intomo all' Italia, e che appartengono verosimilmente alle marne 
sub-apennine; quelle delle Baleari; quelle che rasentano la costa 
orientale della Spagna, e che sembrano provenire da una con- 
tinuazione sottomarina del Keuper: ricordiamo infine più par- 
ticolarmente le vaste superficie che si distendono nel Mar di 
Sirte fra la Tunisia, l'isola di Malta e la Cirenaica (Libia su- 
periore). 

Essendo il Mediterraneo un gran mare interno, si comprende 
che i depositi marini dell' epoca attuale devono esservi ripartiti 
come nei mari delle epoche precedenti ed offrire anche gli stessi 
caratteri. 

Notiamo a tutta prima che la mehna è il deposito dominante 
del Mediterraneo, e di leggeri lo si comprende, perchè questo 
mare non è soggetto alle maree e il suo bacino è profondissimo. 
La melma resta sospesa nelle acque fintanto che queste sono 
agitate; ma si depone alloraquando il loro movimento si ral- 
lenta, come accade quando esse arrivano a grandi profondità. Per 
la mescolanza col carbonato di calce, sempre abbondantemente 
fornito dalle conchiglie, dessa fornisce una marna di composi- 



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zione variabile. Quando il carbonato calcare vi predomina gran- 
demente passa ad un limo calcareo: essa può d'altronde venire 
paragonata alla marna del Lias che probabilmente si depose nelle 
stesse condizioni. 

La. sabbia forma un bordo lungo le sponde del Mediterra- 
neo. Su certi punti dessa scompare o diviene rudimentale; è ciò 
che specialmente ha luogo sul littorale dell'Algeria e del Ma- 
rocco, della Palestina, della Siria, nel sud dell'Asia Minore, sulla 
costa orientale della Grecia, nella Romelia, nell' Arcipelago, nel 
Golfo di Genova ed in generale al piede delle coste erte e 
montuose. 

All'imboccatura dei principali fiumi del Mediterraneo, come 
il Rodano, l' Ebro, il Nilo ed anche il Po, si producono dei cu- 
muli assai estesi di sabbia. 

Piccole accumulazioni di sabbia o di ghiaia s'incontrano 
talora in alto mare, e sono isolate in mezzo al limo : ve ne ha, 
ad esempio, al nord di Tunisi, di Melilla ed in qualche altro 
punto. Le zone di sabbia sono in particolar modo ben caratte- 
rizzate intorno alle isole, quando i loro contorni sottomarini non 
sono ricoperti da una grande altezza d' acqua: citiamo, ad 
esempio Cipro, le Baleari, la Corsica e la Sardegna. Attorno 
alla Corsica è alla Sardegna le zone di sabbia si uniscono, e si 
confondono in una sola, di guisa che contrassegnano assai bene 
la relazione intima che passa tra queste due isole. Si osserva 
inoltre che zone di sabbia riuniscono la Sicilia all' Italia, e quasi 
all'Africa: desse congiungono egualmente il Peloponeso e le isole 
Jonie alla Grecia, non che le numerose isole dell'Adriatico alla 
sua costa orientale. AH' intomo di alcune spiaggie del Mediter- 
raneo le sabbie occupano ancora grandi estensioni sottomarine : 
desse si trovano ad esempio all'entrata dei Dardanelli, come 
pure nel Mare Adriatico, specialmente sulle coste della Dalma- 
zia, dell'Italia e presso Venezia ed Ancona. 

Si osservano pure zone di sabbia assai estese vicino a Napoli 
ed a Gaeta, intomo alla Corsica e alla Sardegna, e divengono 
vastissime attomo all' isola Majorca come pure sulla costa est e 
sud della Spagna. 

Né prive d' importanza sono quelle al nord e all' ovest della 
Sicilia, dove il fondo del mare si trova rialzato dalle isole Lipari 



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— 128 — 

e dalle isole Ecati. Esse però raggiungono uno sviluppo rimar- 
chevole ed eccezionale sulla costa dell'Africa lungo le reggenze 
di Tunisi e di Tripoli. Questa costa si prolunga eflfettivamente 
nel notare, formando una specie di terrapieno ricoperto di sabbia 
e che occupa una grande distesa. Nel Golfo di Cabes special- 
mente la sabbia si estende sino a 200 chilometri dalla riva. 

Della sabbia riscontrasi generalmente negli stretti anche 
allora che sono profondissimi : ve ne ha particolarmente nei Dar- 
danelli, a Messina, a Bonifacio, a Gibilterra. Questo fatto dimo- 
stra, che gli stretti sono attraversati da correnti sottomarine 
animate da una velocità superiore a quella che permette il depo- 
sito della melma. 

Quanto alla sabbia melmosa, essa si osserva sovente lungo le 
coste nel limite tra le sabbie e le melme; ed allora risulta sem- 
plicemente dalla loro mescolanza. Ma la sabbia melmosa forma 
eziandio delle zone che giungono fino a profondità grandissime, e 
che sono d'ordinario circondate dalla melma; in tal caso essa 
proviene probabilmente dalP affioramento degli strati sottomarini. 
Simili zone s' incontrano, ad esempio, nel mare che bagna le Ba- 
leari, nel Golfo del Leone, neir Adriatico ed al sud-est dell' isola 
di Sardegna. 

É evidente che nel Mediterraneo l'agitazione delle acque 
esercita sempre una gradissima influenza sulla natura dei depo- 
siti. La sabbia si mostra sopratutto lungo le spiagge e sulle 
coste poco profonde; dessa disegna in qualche modo il loro 
rilievo sottomarino. Dessa segna la riunione delle isole alla ter- 
raferma che le avvicina. Talora essa indica il prolungamento 
delle catene di montagne sotto il mare; è ciò che ha luogo 
presso Tunisi, nel Golfo di Cabes, ove essa s' allinea colla catena 
dell' Atlante dirigendosi verso la Sicilia e verso l' isola di Malta. 
La fauna quaternaria della Sicilia comprende, del resto, degli 
animali appartenenti all'Africa; quali sono la Jena macchiata, 
r ippopotamo, r elefante, e per conseguenza essa indica egual- 
mente un'antica unione di quest'isola al continente africano. 

Se la sabbia si fa abbondante nell'Adriatico, bisogna attri- 
buirlo a ciò che questa è la parte meno profonda del Mediter- 
raneo, ed all' essere stato colmato dalle acque torrenziali discen- 
denti dalle montagne scoscese che lo circondano. Al nord 



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particolarmente riceve il Po, TAdige e i numerosi torrenti, che 
vengono dalle alte sommità delle Alpi. 

La presenza delle sabbie negli stretti si spiega^ d'altronde 
assai bene, poiché dessi sono attraversatila rapide correnti che 
agiscono alla loro superficie e fino sul loro fondo. Ciosì per lo 
Stretto di Gibilterra si sa che una corrente superiore introduce 
le acque delP Oceano nel Mediterraneo, mentre che una corrente 
inferiore riconduce le acque del Mediterraneo nelP Oceano. 

D'altra parte la composizione mineralogica delle pareti sot- 
tomarine esercita dell' influenza sulla natura del deposito, anche 
in un mare intemo quale è il Mediterraneo; particolarmente, le 
melme che si osservano presso le spiaggie, e che sono associate 
alle sabbie, o completamente circondate da queste, provengono 
senza dubbio dall' affioramento di fondi argillosi. Fondi sabbiosi 
potranno al contrario dare sabbie ed anche sabbie melmose, come 
quelle che si trovano ad una grande profondità e nelle parti del 
Mediterraneo che non sono spazzate dalle correnti. 

Il Mediterraneo è popolato da una moltitudine di molluschi 
e d' mvertebrati; tuttavia i depositi ricchissimi di conchiglie sono 
eccezionali, e non hanno nemmeno l' estensione di quelli dell'Ocea- 
no. Un tale risultato non deve essere attribuito a un debole 
eccesso di salsedine del Mediterraneo, ma dipende verosimilmente 
dall' orografia di questo mare le cui coste non presentano come 
Dell' Oceano dei terrapieni che formano sponda, e che sono emi- 
nentemente proprii a ricevere dei molluschi. Dipende anche dal- 
l' essere la melma essenzialmente il deposito che il suo fondo 
riceve, e questa naturalmente è poco favorevole ad un grande 
sviluppo di molluschi che segregano un inviluppo calcareo. 

Fra i paraggi del Mediterraneo più ricchi di detriti di con- 
chiglie, citiamo alcune parti dell' Arcipelago greco, il braccio di 
mare fra la Sicilia, Malta e la Tunisia, 1' ovest del Golfo del 
Leone, le Baleari, Gibilterra. 

n corallo abbonda negli stessi paraggi non che sulle coste 
dell' Asia Minore, di Cipro, di Grecia e sopratutto fra la Sicilia 
e la Tunisia. Lo si pesca altresì nel Mar di Mannara. 

Nello Stretto di Gibilterra un deposito conchiglifero si trova 
alla profondità di 900 metri e, al sud-est della Sardegna, una 
sabbia conchiglifera s' incontra anche a più di 1000 metri. Tali 



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depositi cosi profondi non sono più al livello al quale si ^ono 
formati, e per conseguenza accusano un abbassamento locale 
del fondo * del mare. L' abbassamento che si è prodotto a 
Gibilterra è senza dubbio contemporaneo air apertura dello 
Stretto. Il deposito marino che si forma sulle coste del Me- 
diterraneo è stato frequentemente emerso in seguito al loro 
sollevamento. CJonsiste generalmente di sabbia quarzosa a ce- 
mento calcare, nel quale vi hanno molte conchiglie viventi: 
la panchina di Livorno ne offre il tipo, ed è sufficientemente 
consolidata per fornire una buona pietra da taglio che si 
presta assai bene alla decorazione. Questa specie di arenaria 
moderna giace sovente in stratificazione discordante sugli strati 
terziarii; può esserne separata da detriti provenienti da rocce 
che costituiscono le vicine coste. Vi si trovano dei ciottoli di 
calcare e di basalto vicino alle coste formate di tali rocce. Gio- 
iate di rocce basaltiche o vulcaniche, e tufi risultanti dai loro 
detriti, vi ponno essere interposte ; come lo si osserva, ad esempio, 
nelle coste della Sicilia e della Sardegna. Finalmente su certi 
punti il deposito marino emerso non è stato cementato, e si 
mostra tuttora allo stato di sabbia o di ciottoli. Il generale A. 
La Marmora ha fatto uno studio assai completo dell' arenaria 
quaternaria che presenta il deposito del Mediterraneo al princi- 
pio deir epoca attuale. Egli Y ha anche rappresentato sopra una 
carta speciale. Questa arenaria è ben caratterizzata in Italia e 
sulla costa vicina dell'Africa; così essa copre vaste estensioni 
di spiaggie presso Catania, Siracusa, Napoli, Civitavecchia, Li- 
vorno, Orano, Algeri e nel Golfo di Tunisi. Circonda sovente le 
isole, specialmente quelle di Cipro e di Sardegna; quest' ultima 
è anche attraversata da una striscia di arenaria quaternaria, che 
segue una linea condotta da Cagliari a Capo Manno. Ricopre 
egualmente una gran parte dell' isola Majorca. Si mostra infine 
a Cadice, a Gibilterra e sino a Trafalgar sulle coste del- 
l' Oceano. 



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— 131 - 



IL 



Osservazioni intorno alla Geologia del gruppo 
del Monte Bianco. 

(Estratto da una nota del prof. T. Sterrt Huht, pubblicata 
néìV Amariean Journal of teiences and arU, gennaio 1872). 

Fino dai tempi di De-Saussure le Alpi sono state l'oggetto 
di costanti studi, e difficile impresa sarebbe dare un elenco dei 
vari investigatori : su questo argomento richiamiamo V attenzione 
del lettore sul dotto lavoro del professor Alfonso Favre di Gi- 
nevra* nel quale egli ha riassunti i resultati di più di 25 anni 
spesi nello studio della geologia alpina. 

Le roccie cristalline delle Alpi, come pel primo mostrò Studer, 
non formano una catena continua, ma appaiono in distinte masse 
fra loro separate da depositi di sedimento non cristallini, gene- 
ralmente fossiliferi. Secondo Desor, vi sono fra Nizza e le pia- 
nure dell' Ungheria non meno di trentaquattro di tali masse 
emergenti quali isole dalle roccie sedimentarie, e presentanti per 
la maggior parte una disposizione a ventaglio. Di queste masse 
di roccie cristalline il Monte Bianco è la più rimarchevole, ed 
Elie de Beaumont lo descrisse come a sorgente attraverso. una 
soluzione di continuità negli strati secondarli paragonabile ad un 
grandioso occhiello. » La lunghezza di questo ammasso di roccie 
cristalline misurato dal Col du Bonhomme al S.O. fino a Saxon 
nel Vallese al N.E. è di cinquantanove chilometri, e la sua lar- 
ghezza, da Chamounix al N.O. fino ad Entrèves, presso Cour- 
mayeur al S.E. è di quattordici. La lunghezza della massa 
centrale di protogino è tuttavia di soli ventisette chilometri. 

Le roccie cristalline di queste regioni presentano due tipi: 
1* i protogini che formano il centro, e 2* gli scisti cristallini che 
rivestono i fianchi e formano le AiguiUes rouges; tali scisti si 
trovano anche a grande altezza sulle montagne: ai Grands-Mu- 
lets (4666") le roccie sono scisti talcosi e quarzosi con grafite, 

* Recherches géologiques dans lea parties de la Savoie, du Piemont et de 
la Suisae voisines du Mani Blanc. Genève, 1867. 



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orniblencla, epidoto, talco ed asbesto, e simili roccie e minerali 
rinvengonsi fino alla sommità. 

Gli stessi protogini sarebbero roccie stratificate di struttura 
gneissica passanti a varietà più scistose, e potrebbero riguar- 
darsi come anello di cong^^nzione fra queste e gli scisti cri- 
stallini. I contomi presentati dalle masse del.protogino sono molto 
dissimili dalle forme arrotondate assunte dalle roccie di vero 
granito. 11 protogino è un granito o gneìs talcoso-micaceo con- 
tenente quarzo generalmente più o meno grigiastro ed afiTumicato 
nella tinta, con ortoclasio di colore rossastro o grìgio, ed un 
bianco o verdastro oligoclasio con strie caratteristiche, spesso 
compenetrato da talco verdiccio. La mica (biotite) che sul prin- 
cipio era stata presa per clorite, è di color verde cupo e diviene 
rossastra bronzata quando sia esposta air aria. Essa è quasi 
anidra, e contiene una grande proporzione di ferro. La compo- 
sizione del protogino differisce da quella dell' ordinario granito 
solo per la presenza di uno o due centesimi di ossido di ferro 
e magnesia. 

Le altre roccie cristalline delle Alpi sono varii scisti talcosi 
e cloritici con steatiti, serpentini, roccie di dìallagio, dioriti ed 
eufotidi, associate con letti di eurite spesso porfirica : fra le roccie 
delle Alpi vanno contati ancora scisti eminentemente micacei, 
spesso quarzosi, con granati, staurotite e distene. Una gran cin- 
tura di serpentino e scisti-cloritici, tracciata per una lunga esten- 
sione, si osserva alla base del Montanvert coperta da porfidi 
euritici, fra i quali essi compaiono grado a grado; V intiera serie, 
supposta rovesciata, inclina a circa 60* dalla vallata di Cha- 
mounix verso il Monte Bianco, ed è coperta dal più massiccio 
gneis e protogino. 

I talcoscisti e cloritescisti delle Alpi rassomigliano a quelli 
degli Urali, ed hanno di comune con questi una gran quantità 
di minerali. Hawi pure molta somiglianza fra i cloritescisti, i tal- 
coscisti e i micàscisti con staurotite dell'Alpi occidentali, con 
quelli trovati in Inghilterra. 

II granito, benché non abbondante in vicinanza del Monte 
Bianco, si presenta in parecchie località di cui la più conosciuta 
è la Vallorsina, dove un granito porfiroide con mica nero forma 
considerevoli masse e larghe vene negli gneis adiacenti. Questi, 



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- 133 — 

con altri trovati al Cól de Bàlme e alle AiguiUes rouges, sem- 
brano veri graniti eruttivi. 

Gli strati non cristallini delle vicinanze del Monte Bianco 
includono i rappresentanti del carbonifero, triassico, giurassico, 
neocomiano, cretaceo e terziario. La esistenza di una apparente 
flora carbonifera e la sua intima connessione con una fauna Mas- 
sica è da lungo tempo un fatto perfettamente noto nella geologia 
alpina. I terreni triassici vi sono rappresentati da una zona di 
scisti rossi e verdi con arenarie, gesso e camiole. La loro po- 
sizione è intermedia fra gli strati carboniferi e quelli ad Avicula 
contorta od infraliassici. A queste, al N.O. del Monte Bianco, 
succedono i terreni giurassici, seguiti dai neocomiani, cretacei e 
nommulitici con arenarie e scisti. 

Poche questioni in geologia sono state piò vivamente discusse 
ed esaminate quanto quella delP associazione di una flora carbo- 
nifera con le belemniti liassìche nella Moriana e nella Tarantasia. 
Gli scisti, con impressioni di felci e letti di antracite, erano fino 
dal 1828 descritti da Elie di Beaumont come apparentemente 
intercalati nel sistema giurassico. Scipione Gras e Sismonda si 
combinarono riguardando queste roccie come costituenti un 
gran sistema che, secondo Gras, appartiene al periodo carbo- 
nifero, ma con una fauna giurassica, mentre De Beaumont e Sis- 
monda lo considerarono come appartenente air epoca giurassica 
ma con una flora carbonifera; e per vani indizi immaginarono 
esistere in questa regione una sopravvivenza locale della vege- 
tazione del perìodo paleozoico. 

Lo spessore del sistema antracitifero delle Alpi, secondo Gras, 
è stato da lui valutato di 25,000 a 30,000 piedi e racchiude 
oltre le dolomiti e i gessi riferiti al triassico, piante carbonifere 
e letti d^ antracite, unitamente a calcari racchiudenti belemniti 
dell' epoca giurassica. Incluse in questo gran sistema erano inoltre 
le roccie gneissiche, micacee e talcoso con grafite, serpentino, 
eofotide ec., le quali tutte erano riguardate da Gras come for- 
mate da una locale alterazione di parte del sistema antracitifero. 

A questo si aggiunse nel 1860 la scoperta fatta da Pillet 
presso S. Julien de Maurìenne di strati nummulitici intercalati 
nella stessa serie. 

Tal controversia ha un interesse più che locale, poiché ri- 



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guarda le stesse basi della paleontologia, pretendendo che nelle 
Alpi le leggi di successione, che altrove prevalgono, sieno state 
sospese, e che lo stesso tipo di vegetazione sia continuato inva- 
riabile dal periodo paleozoico al terziario. 

Già fin dal 1841 Favre ha portata innanzi la ipotesi di Voltz 
che queste apparenti anomalie sieno prodotte dall' inversione degli 
strati, ma taP idea era rigettata da De Mortìllet e Murchison e 
riuscì inammissibile dopo la sezione di Petit-Coeur. La recognizione 
di Favre nel 1861 della età e posizione delle carniole e roccie che 
le accompagnano, dette tuttavia nuova luce alla questione, perchè 
essa mostrò che queste roccie triassiche erano a Petit-Coeur in- 
terposte fra i calcari contenenti belemniti e gli scisti colle piante 
carbonifere. Nel 1861 la Società Geologica di Francia tenne una 
sessione straordinaria a S. Jean de Maurienne ed ivi la succes- 
sione fu coir evidenza stabilita come segue: nummulitico, liassico, 
infraliassico, triassico e carbonifero; V ultimo riposante sugli 
scisti cristallini. 

Heer pubblicò nel 1863 un ulteriore studio sulla flora fossile 
della Svizzera e della Savoia, in cui mostra che di sessanta specie 
quattordici sono particolari a queste regioni, quarantasei appar- 
tengono alla flora carbonifera d' Europa e ventisette sono iden- 
tiche con quelle delP America del Nord. Una sola specie è stata 
identificata come appartenente air epoca liassica, cioè la Odon- 
topteris cycadea, Bbongn. ed è stata ritrovata in una località 
presso le belemniti giurassiche, ma non associata ad alcun' al- 
tra pianta. 

Queste conclusioni non erano tuttavia ammesse da Sismonda 
che presentava nel 1866 alla R. Accademia delle Scienze di To- 
rino un' elaborata memoria sul sistema antracitifero delle Alpi. 

In queste, anche ammettendo a Petit-Coeur la evidente esi- 
stenza di più meno grandi contorsioni, rotture e sovrapposi- 
zioni di strati, egli sostenne inoltre che il sistema antracitifero 
di Moriana e Tarantasia è una gran serie continua dell' epoca 
giurassica, partendo dal gneis e protogino fondamentali su cui 
esso immediatamente riposa, fino alle parti superiori in cui s' in- 
contrano grossi letti di antracite con un' abbondante flora car- 
bonifera, che egli assegna tuttavia alla Oolite media (Oxfordiano). 
La gran massa di strati fu da lui riferita al Lias. Egli indica 



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- 135 — 

particolarmente la linea del gran tunnel del Moncenisio, che co- 
minciando dalle parti antracitiche superiori, passerebbe attraverso 
le quarziti e i gessi, e di là attraverso i talcoscisti e i calcari 
fino a Bardonecchia. Questi scisti e calcari, secondo lui, sono 
in uno stato molto avanzato di metamorfismo, e racchiudono 
serpentini eruttivi con eufotide, steatite ed altre roccie ma- 
gnesiache. 

Fino dal compimento della Galleria i signori Sismonda e 
De Beaumont presentarono all' Accademia delle scienze di Parigi 
un esteso rapporto sui resultati geologici ottenuti in questo gran 
lavoro. Esso è accompagnato da una descrizione di 134 esem- 
plari delle roccie, raccolti a diversi intervalli per tutta la lun- 
ghezza della galleria. La direzione della galleria è N. 14° 0. e 
quella degli strati attraversati di N. 56° 0., con una pendenza 
di circa SO". Da questo deduciamo col calcolo che lo spessore 
assoluto degli strati è circa il 60 per 7o della distanza tra- 
versata o in numero rotondo circa 7000". 

Di questi non meno di 5831°', cominciando dalla estremità 
Sud, sono occupati da scisti talcosi più o meno lucenti, con cal- 
cari cristallini micacei, spesso interrotti da vene di quarzo con 
clorite e calcite. Vengono quindi per 515° di spessore alterna- 
tive di solfato anidro di calce (Karstenite) con talcoscisti e 
calcari cristallini. L' anidrite racchiude talco lamellare in noduli 
irregolari con dolomite, quarzo cristallizzato, zolfo e masse di 
salgemma. Questi sono coperti da 220°' di quarzite occasional- 
mente alternante con talcoscisti verdastri e includente vene e 
masse di anidrite. Una considerevole interruzione si presenta 
nelle serie di esemplari superiori a queste, ma per la distanza 
di 1707 metri dall'imbocco Nord della galleria, corrisponcTente 
a uno spessore assoluto di 1024"*, troviamo speciahnente arenarie, 
conglomerati ed arginiti occasionalmente con antracite. Sismonda 
ed Elie di Beaumont non rìcono3cono nella intera sezione traccie 
evidenti di inversione, dislocazione o ripetizione in questa serie 
di 7000"* di strati, e sostengono la loro deduzione con conclu- 
denti argomenti. 

I serpentini e relative roccie di questa serie sono state da 
De Beaumont, Sismonda e Lory, considerate come eruttive. Se- 
condo Favre, esse^ sono chiaramente alternate con scisti argillo- 



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- 136 - 

talcosi lucenti, calcari micacei e quarziti della 'gran serie, e sono 
da lui state poste nel Trias. 

Egli ha particolarmente descritte quelle del Mont Joret e 
quelle della Val de Brugliè, presso il piccolo San Bernardo, dove 
sono immediatamente alternate con scisti verdastri accompagnati 
da steatite, strati omeblendici e gneissici. I serpentini di Ta- 
ninge nel Chablais al N.O. del Monte Bianco, sono da lui an- 
cora classificati con questi nel Trias. Se ammettiamo che Tintera 
sezione della galleria rappresenti una serie non invertita e che 
la superiore e non cristallina parte di Modano sia veramente 
deir epoca carbonifera, è chiaro che la gran massa di scisti cri- 
stallini che sta sotto, dovrebbe corrispondere più o meno com- 
pletamente agli strati cristallini pre-carboniferi del N.O. del 
Monte Bianco. Ed infatti s' incontrano a Col Joli e Taninge, cal- 
cari cristallini e talcoscisti simili a quelli di Moriana. Seguendo 
questo modo di vedere, che armonizza le contrarie opinioni e 
riguarda come pre-carboniferi gli scisti e i calcari cristallini del 
S.E., le anidriti coi calcari, talcoscisti e quarziti incontrate nella 
galleria del Monte Cenisio non sono gli equivalenti del gesso e 
della camiola del Trias, ma possono corrispondere alle anidriti 
che col gesso, dolomite, serpentino e cloritescisto s^ incontrano 
negli scisti primitivi di Fahlun in Svezia. 

L' esistenza di grandi inversioni di strati in varie parti delle 
Alpi è molto nota: uno dei più importanti casi si incontra al 
passo di Martinsloch, nel cantone di Qlarus, 8000 piedi sul li- 
vello del mare. Quivi dei letti nummulitici disposti verso S.S.E. 
sono regolarmente coperti da successiva arenaria (flysch); essi 
riposano in diversi modi ed in una posizione quasi orizzontale e 
sul loro margine sono 150 piedi di duro calcare giurassico, co- 
perto alla sua volta da scisti micacei e talcosi, che sono da Escher 
riguardati come simili a quelli che stanno sotto a tali calcari 
nelle vallate inferiori. Questa massa di flysch appare come di- 
stesa sotto questi calcari, che a loro volta son coperti dagli strati 
neocomiani e cretacei. 

Molti esempii di inversione esistono pure nelle vicinanze del 
Monte Bianco. La montagna dei Voirons presso Ginevra, mostra 
alla sua base il terziario ricoperto dalle roccie cretacee sopra 
cui sono collocati gli strati giurassici. Simili fenomeni si osser- 



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- 137 — 

vano lungo il versante Nord delle Alpi da Ginevra fino in Au- 
stria ed in varie località del versante Sud in Lombardia. 

Nella valle di Chamounix i calcari secondarli scendono con 
forte inclinazione verso il Monte Bianco e s' immergono sotto gli 
scisti cristallini. Altri esempi della sovrapposizione degli scisti 
cristallini ai sedimenti fossiliferi sono stati osservati da Elie de 
Beaumont nelle montagne dell' Oisans, e simili casi sono stati 
riconosciuti ancora nelle Alpi orientali e nei Pirenei. 

Numerose sezioni nelle vicinanze del Monte Bianco mostrano 
gli strati sedimentarli nella loro attitudine normale riposanti sugli 
scisti cristallini, mentre in parecchie località sMncontra la in- 
tera successione dal carbonifero air eocene inclusive. In parecchie 
parti tuttavia il carbonifero è mancante ed il Trias forma la base 
della serie, mentre i letti mfraliassici riposano sugli scisti cri- 
stallini, e nelle Alpi Bernesi si osservano strati non fossiliferi 
inferiormente air Oolite. 

Al carbonifero appartengono i notissimi conglomerati di Va- 
lorsina che includono noccioli di gneis, quarzite, scisti micacei 
e talcosi e vene di quarzo contenente tormalina. La pasta che 
è rossastra, talcosa e micacea rassomiglia perfettamente a quella 
dei diversi noccioli, tanto che è talvolta assai difficile il distin- 
guere questi dalla matrice. Sottili fibre inviluppano spesso at- 
torno tali noccioli. Benché V alternarsi di questi strati con altri 
contenenti piante, mostri appartenere essi al perìodo carbonifero, 
egli è spesso difficile di fissare i limiti inferiori di questa for- 
mazione avuto riguardo alla gran somiglianza fra certe arenarie 
carbonifere e porzione degli scisti cristallini più antichi, e dove 
la formazione è priva di noccioli diventa impossibile di distin- 
guere r una dair altra. Quindi è accaduto che diversi osservatori 
ponessero le antraciti delle Alpi nella formazione di mica-scisto 
e che altri descrivessero come e granito venato » la Aiguitte dea 
JPùsettes, che consta di strati quasi verticali di sedimento car- 
bonifero. 

La pasta di questo conglomerato di Valorsina, sembra avere 
subito una certa nuova disposizione, sì che gli strati di questi 
pretesi scisti cristallini del carbonifero sono con difficoltà distin- 
guibili dai veri scisti cristallini, sui quali essi riposano. 

Questa illusoria rassomiglianza alle roccie più antiche nelle 

10 



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— 138 — 

Alpi, non si limita al carbonifero. Simili casi si incontrano nel Trias, 
in cui ai colli du Bonhomme e des Fours, si trovano roccie si- 
mili alle più antiche cristalline, e che mostrano per strati inter- 
posti fossiliferi di appartenere air epoca infraliassica. La parte 
rappresentata nelle Alpi di Savoia da questa misteriosa forza 
chiamata metamorfismo, a cui è spesso attribuita la formazione 
degli scisti cristallini, è stata grandemente esagerata. 

L'origine della disposizione a ventaglio attribuita alle Alpi 
da quasi tutti gli osservatori fino dal tempo di De Saussure, sa- 
rebbe spiegata colle vedute messe avanti da Lory ^ nel 1860. 
Egli suppone che le predette roccie cristalline forzate dalla gran 
pressione laterale, formino un elevato arco anticlinale che rom- 
pendosi al vertice per V eccessiva curvatura mostra le roccie più 
basse nel centro della rottura, fiancheggiata ai lati dagli strati 
superiori. Questi nelle loro parti superiori $;ono soggetti a una 
relativamente debole pressione laterale, mentre le parti più pro- 
fonde vengono fortemente compresse dalle più piccole ripiegature 
dei fianchi, donde risulta la disposizione a ventaglio degli strati. 

Gli strati più recenti nei sinclinali sono per questo processo 
disposti a forma di conca, e sono più o meno coperti dalle roccie 
più antiche. Cosi un sinclinale esiste nella valle di Ghamounix 
fra i due anticlinali frastagliati e corrosi rappresentati dal Monte 
Bianco e dal Brevent. La sezione che comincia a N.O. della 
montagna detta Les Fiz, che, dominando il Col d' Anteme, rag- 
giunge un' altezza di 3180"^, mostra tutte le formazioni alpine 
dalle arenarie di Taviglionaz cuoprenti i letti nummulitici fino 
al carbonifero che si è visto riposare sugli scisti cristallini. 
Questi appaiono nelle altare di Pormenaz e nel Brevent, alla 
base N.O. del quale le roccie carbonifere dopo una brusca ri- 
piegatura s' immergono sotto gli scisti cristallini. Questi ultimi 
a loro volta compaiono a N.E. nelle AiguiUes Eauges, che sono 
ripide alture a strati verticali racchiudenti roccie omeblendiche, 
talcoso, cloritiche, con petroselce, eclogite e serpentino. La più 
alta delle AiguiUes giunge a 2944"" sul livello del mare e quindi 
1892"" sul fondo della valle di Ghamounix: questa montagna, è 
coperta sulla sommità da strati orizzontali consistenti in circa 

* Lory, Desctnption géologiqtte du Dauphiné, pag. 180. 



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— 139 — 

37" di terreno giurassico, con belemniti ed ammoniti, con sot- 
toposti strati infraliassici con carniole, sorretto il tutto sopra 
strati verticali di scisti micaceo-talcosi che racchiudono un letto 
di calcare saccaroide. Di qui noi passiamo sulla vallata di Cha- 
mounix che si apre negli scisti cristallini e negli strati giuras- 
sici e triassici, e sulla sommità del Monte Bianco, per trovare 
la stessa inversione ripetuta fra la sua base e i protogini del 
Mont-Chetif. La disposizione a ventaglio attribuita a questo ul- 
timo è messa in dubbio da Lory, secondo il quale gli strati di 
questa montagna inclinano uniformemente verso il S.E. e sono 
coperti dalla gran massa di scisti cristallini talcosi e calcari 
micacei riferiti da lui al Trias, ma apparentemente facienti parte 
degli scisti cristallini precarboniferi. 

Queste roccie sono bene distinte nella montagna di Cramont 
e sono riguardate come identiche con quelle del Monte Cenisio. 

Noi possiamo, appoggiandoci a questi fatti, tracciare la storia 
del Monte Bianco fino dal tempo in cui sopra ad una regione di 
gneis e scisti cristallini, furono depositati gli strati carboniferi 
coi loro letti di carbone e i loro resti di piante : parecchi strati 
sono formati in parte da scisti cristallini disaggregati, e sono 
da questi difficilmente distinguibili. Dopo alcuni sconvolgimenti 
le formazioni secondarie furono deposte sopra gli strati carboniferi 
ed i più antichi, seguite poi dai letti nummulitici e dalle arenarie 
che li ricuoprono; il tutto avendo, dalla base del Trias, una 
potenza complessiva di circa 1250". In seguito accaddero 1 
grandi sconvolgimenti che ripiegarono tutti questi strati racchiu- 
denti, come in Tarantàsia, le nunmauliti con fossili giurassici e 
carboniferi fra le ripiegature degli scisti cristallini. 

Ciò fu seguito da una grande denudazione che remosse dagli 
anticlinali spezzati le roccie secondarie, lasciando tuttavìa negli 
strati orizzontali giurassici che ancora cuoprono la punta delle 
AiguUles BaugeSj una prova evidente dell' estendersi di queste 
formazioni che una volta arrivavano fin dove è adesso il vertice 
del Monte Bianco. É degno di osservazione, che le parti più 
elevate di quest' ultimo non mostrano lo gneis, ma sono coperte 
da scisti cristallini che si possono supporre riposanti su esso, 
come fanno gli strati secondari, sopra gli scisti delle AiguiUesBouges. 

Queste vette sono prove evidenti della enorme erosione in 



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- 140 — 

queste regioni, i prodotti della quale hanno contribuito a for- 
mare nelle Alpi e nel Giura le grandi masse di sedimenti mio- 
cenici detti molasse; formazione in parte marina, in parte lacu- 
stre che raggiunge in taluni punti una potenza di circa 2000". 
Questo periodo è seguito da altri movimenti che hanno dato ai 
letti di molassa una disposizione verticale e li hanno in alcuni 
casi capovolti, cosicché essi sembrano distendersi sotto le for- 
mazioni nummulitiche. È degno di nota che la molassa dei pressi 
di Ginevra racchiude nelle sue parti superiori un calcare lacustre 
seguito da marne con gesso e da ligniti. 



m. 

Intorno ai gaz infiammàbili degli Apennini ^ 
e dei lagoni di Toscana. 

(Estratto da una Memoria dei sigrgr. FouQuà e Gobceix, inserita negli Annalta 
dea Sciences Oiolog{que$, tomo 2«, N» I.) 

Gaz infiammabile degli Apennini. — Sotto il nome di ter- 
reni ardenti, f onta/ne ardenti, vulcani fangosi, salse ec, sono cono- 
sciuti comunemente i luoghi dove avviene lo sviluppo di gaz 
infiammabile. I primi osservatori che esaminarono questi fuochi 
naturali pensarono che tali fiamme fossero dovute alla combu- 
stione di materie bituminose o solforose, solide o liquide. Gl'il- 
lustri Volta e Spallanzani furono i primi ad attribuire alla 
presenza di un gaz le emanazioni dei terreni ardenti e affer- 
marono che questo era il gaz delle paludi. 

Poche regioni in Europa presentano tanta abbondanza di 
sviluppi di gaz combustibili, quanto quella parte degli Apen- 
nini che traversa il Parmigiano, il Modenese e il Bolognese; 
questa offre interesse non solo per le sue emanazioni gassose, 
ma anche per Talterazione indotta nelle roccie adiacenti da 
agenti aventi probabilmente una intima relazione colle emana- 
zioni suddette. Ad ogni passo si osservano grandi eruzioni di 
serpentino e grandi dislocazioni nei terreni sedimentari in cui 
esso è comparso. Ciò, oltre T assenza dei fossili, rende difficile 
il riconoscere a che epoca tali terreni appartengano. 



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— 141 — 

Questa parte d' Italia è formata da una lunga zona di cre- 
taceo, su cui poggiano a destra e a sinistra le marne azzurre 
subapennine sormontate dalle sabbie gialle micacee. È in mezzo 
di questi terreni differentissimi per età e composizione che si 
trovano gli sviluppi gassosi in notevole quantità. 

Barigazjso. — Barigazzo è un villaggio a 70 o 72 chilometri 
da Modena sulla strada che, traversando TApennino, conduce a 
Firenze: la sua altitudine è di 1177 metri, e si trova esso si- 
tuato quasi al vertice di questa regione montuosa. Vicino a Ba- 
rigazzo si trovano due abbondantissime sorgenti di gaz. La più 
considerevole è a 100 o 150 m. ad 0. della strada. Il gaz sfugge 
per numerosi getti dalle pareti di un forno a calce dalla sua 
combustione riscaldato. Da lungi si sente un leggiero odore di 
petrolio e le fiamme si inalzano a più di un metro sopra la 
bocca del forno. 

SpaDanzani paragonava questo gaz al gaz idrogeno ed altresì 
al gaz estratto dal fango delle paludi e conclude che non è 
identico uè coli' uno, né coir altro. Però egli lo riguarda a torto 
come idrogeno libero inquinato da vapori di petrolio ed attri- 
buisce alla presenza di questo vapore la quantità di acido car- 
bonico posseduta dal gaz dopo la sua combustione in presenza 
dell'ossigeno. 

Il secondo sviluppo di gaz dei dintorni di Barigazzo si trova 
ad Orto deir Inferno, che è un ruscelletto ad oriente e ad un 
miglio e mezzo di distanza dal paese ; viene descritto da Spallan- 
zani nel suo lavoro : egli dice che i fuochi dell' Orto dell'Inferno 
non sono meno antichi di quelli di Barigazzo e rimontano ad 
un epoca remotissima; egli giunse anche a determinare la por- 
tata di ogni getto: cosi quella del più grosso era di 115 pol- 
lici e y, per minuto e quella di tutti gli altri presi insieme 
di 132 ecc. 

n gaz raccolto da uno di questi numerosi getti ha dato al- 
l' analisi la seguente composizione: 

Acido carbonico 1,57 

Ossigeno 0,19 

Azoto 2,51 

Gaz delle paludi 95,73 

100,00 



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- 142 — 

Supponendo che l'ossigeno provenga da aria atmosferica in- 
trodotta accidentalmente e risultante dal vuoto imperfetto dei 
tubi impiegati per raccogliere il gaz, la composizione sarebbe: 

Acido carbonico 1,58 

Azoto 1,81 

Gaz delle paludi 96,61 

100,00 

Il gaz combustibile contenuto nel gaz naturale è realmente 
gaz delle paludi quasi puro e non un miscuglio d' idrogeno con 
uno più carburi di idrogeno. 

Il gaz dell' Orto dell' Inferno scevro preventivamente d' os- 
sigeno e d'acido carbonico si è trovato composto come segue: 

Azoto 3,6 

Gaz delle paludi 96,4 

100,0 

Monte-Greto. — A poche miglia ad oriente di Barigazzo esiste 
nella comunità di Sestola uno sviluppo di gaz nel mezzo del 
terreno accidentato che separa questi due paesi: detti fuochi 
trovansi a circa due chilometri ad oriente dell' abitato di Monte- 
Creto. 

Una di queste sorgenti gassose trovasi in una località deno- 
minata Sponda del Gatto; il gaz raccolto in questo punto ha 
la seguente composizione: 

Acido carbonico 0,53 

Ossigeno 0,20 

Azoto 1,97 

Gaz delle paludi 97,30 

100,00 

Astrazion fatta dall' ossigeno e azoto provenienti da acci- 
dentali introduzioni d'aria atmosferica, si trova per la vera 
composizione del gaz: 

Acido carbonico 0,74 

Azoto 0,41 

Gaz delle paludi 98,85 

100,00 

Bocca-Suolo. — Un altro centro di sviluppo gassoso si trova 
a 6 7 chilometri ad 0. di Barigazzo, presso Bocca-Suolo ; i 



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— 143 — 

fuochi sono sulla destra del torrente Dragone e sembrano di- 
sposti su una stessa linea diretta da E. ad 0. ; il suolo è tutto 
air intomo alterato e composto di marne argillose, di alberese 
e di macigno. I getti di gaz escono da quattro aperture distinte 
situate a differenti livelli. 

Composizione del gaz air orifizio più elevato : 

Acido carbonico 2,26 

* Ossigeno 1,23 

Azoto 5,91 

Gaz delle paludi 90,60 

100,00 

Composizione effettiva del gaz privo delP aria : 

Acido carbonico 2,32 

Azoto 1,52 

Gaz delle paludi 96,16 

100,00 

Il gaz che sorte dall'apertura più bassa, circa 100 metri 
sotto le altre, è così composto : 

Acido carbonico 2,33 

Ossigeno 0,43 

Azoto 1,89 

Gaz delle paludi 95,35 

100,00 

Ed astrazion fatta dall'aria atmosferica: 

Acido carbonico 2,38 

Azoto 0,30 

Gaz delle paludi 97,32 

100,00 

n gaz del Campo di Vetta, sempre nel comune di Bocca- 
Suolo, ha presentata la composizione seguente : 

Acido carbonico 2,10 

Ossigeno 0,44 

Azoto 3,11 

Gaz delle paludi 94,35 

100,00 



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— 144 — 

Togliendo al solito Taria atmosferica: 

Acido carbonico 2,14 

Azoto 1,51 

Gaz delle paludi 96,35 

100,00 

San Venanzio. — Presso il villaggio di S. Venanzio scorre 
il torrente Tupido, vicino al qoale si trova un piccolo stagno 
collocato sopra un terreno argilloso appartenente alle marne 
subapennine. E da questo stagno, sfuggono cinque o sei getti 
gassosi intermittenti. 

La composizione di questo gaz si è trovata essere: 

Acido carbonico 0,52 

Ossigeno 0,19 

Azoto 10,77 

Gaz delle paludi 88,52 

100,00 

E astrazion fatta dall' ossigeno e azoto dell'aria: 

Acido carbonico 0,52 

Azoto 10,16 

Gaz delle paludi 89,32 

100,00 

Dall'altro lato del torrente Tupido, Spallanzani cita una salsa 
composta d' un cono fangoso di 80 piedi di circonferenza eli 
a 12 piedi d'altezza, circondata da coni minori che tutti lascia- 
vano sfuggire il gaz infiammabile: l'argilla che li formava era 
impregnata di petrolio. 

Sassuolo. — La salsa di Sassuolo ha fino dai tempi di Plinio 
attirata l'attenzione dei naturalisti: Frassoni, Vallisnierì, Spal- 
lanzani e De Brignoli si sono occupati dei fenomeni che in essa 
si osservano. Essa si trova al sud di Sassuolo sulla sommità di 
una collina che costeggia il torrente Secchia, ed è collocata in 
un suolo argilloso appartenente alle marne subapennine. 

Il gaz della salsa di Sassuolo è composto come segue: 

Acido carbonico 0,55 

Ossigeno 0,32 

Azoto 2,54 

Gaz delle paludi 96,59 

100,00 



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— 145 — 
E senza contare V ossigeno e V azoto delP arìa : 

Acido carbonico 0,56 

Azoto 1,38 

Gaz delle paludi . 98,06 

100,00 

Salvaróla. — Sorgenti gassose assai ricche trovansi ad un chi- 
lometro circa dalla salsa di Sassuolo in vicinanza delP abitato 
dì Salvaróla: questo gaz si sviluppa da una sorgente di acqua 
salata che si trova in mezzo ai campi coltivati. 

Questo gaz ha la seguente composizione: 

Acido carbonico 0,78 

Ossigeno 0,21 

Azoto : . . 4,39 

Gaz delle paludi 94,62 

100,00 

Fatta astrazione dair ossigeno e azoto deir aria : 

Acido carbonico 0,79 

Azoto 3,63 

Gaz delle paludi 95,58 

100,00 

Pietra Mala. — Pietra Mala è sul versante orientale del- 
l' Apennino a non grande distanza da Covigliajo, e i suoi fuochi 
sono stati V oggetto di frequenti visite dei naturalisti fra i quali 
citeremo soltanto il celebre Volta, che diede una dettagliata 
descrizione di questa località.' Il suolo di Pietra Mala è formato 
d'argilla scagliosa con frammenti di macigno e di alberese e con 
abbondanti cristalli di dolomite. Il gaz del fuoco principale di 
Pietra Mala (Vulcano) ha presentato la seguente composizione: 

Acido carbonico 1,50 

Ossigeno 0,58 

Azoto 4,35 

Gaz delle paludi 93,57 

100,00 

* Volta, Mémoire sur ies fewc dea terrains ardents, tom. HI. 



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— 146 - 

Fatta astrazione dalParìa si ha invece: 

Acido carbonico 1,54 

Azoto 2,27 

Gaz delle paludi 96,19 

100,00 

Al fuoco di Vulcano (Pietra Mala) si sentiva un forte odore 
di petrolio e V argilla circostante trattata con etere ha dato un 
liquido nero viscoso di odore pronunziato, combustibile e pre- 
sentante i caratteri del bitume. Dunque è fuor di dubbio che 
questi gaz trascinano una piccola quantità di carburi volatili. Il 
gaz del secondo fuoco di Pietra Mala (Vulcanello) ha presentata 
la seguente composizione: 

Acido carbonico 1,69 

Ossigeno 0,68 

Azoto 3,27 

Gaz delle paludi 94,36 

100.00 

Astrazion fatta dall' aria si ha : 

Acido carbonico 1,75 

Azoto 0,77 

Gaz delle paludi 97,48 

100,00 

Dair altro lato del villaggio di Pietra Mala, a un chilometro 
dalla chiesa, si hanno in mezzo ad una praterìa gli sviluppi gas- 
sosi dell'Acqua Buja. 

La composizione di tal gaz è: 

Acido carbonico 0,73 

Ossigeno 0,27 

Azoto 1,43 

Gaz delle paludi 97,57 

100,00 

Tolto l'ossigeno e l'azoto dell'aria, è: 

Acido carbonico 0,74 

Azoto 0,41 

Gaz delle paludi 98,85 

100,00 



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- 147 — 

BerguUo. — È questa una salsa situata nelle vicinanze di 
Imola sui limiti dei terreni miocene ed eocene e della lunga zona 
di marne subapennine che si estende da Piacenza fino air estre- 
mità meridionale d' Italia. 

L'analisi ha dato pel gaz di BerguUo la seguente compo- 
sizione : 

Acido carbonico 0,47 

Ossigeno 0,54 

Azoto 2,62 

Gaz delle paludi 96,37 

100,00 

ed astrazion fatta dall'aria accidentalmente introdotta nel tubo 
per raccogliere il gaz: 

Acido carbonico 0,48 

Azoto 0,59 

Gaz delle paludi 98,93 

100,00 

Biólo. — A poca distanza da Imola, ma più internato che il 
precedente nei contrafforti delP Apennino, giace il villaggio di 
Riolo, già conosciuto per le sue acque minerali sorgenti a circa 
un chilometro dal villaggio, presso un piccolo rivo dal letto del 
quale si sviluppano numerose bolle di gaz infiammabile. 
Il gaz di Riolo ha dato : 

Acido ca,rbonico 1,00 

Ossigeno 0,13 

Azoto , , 2,19 

Gaz delle paludi 96,68 

100,00 
Astrazion fatta dalP aria introdotta : 

Acido carbonico 1,01 

Azoto 1,64 

Gaz delle paludi 97,35 

100,00 

San Martino. — Questo villaggio giace a pochi chilometri al 
sud di Castel San Pietro (Imola), ed ha nelle sue vicinanze un 
pozzo d' acqua salata dalla quale si emettono numerose bolle di 
gaz infiammabile. Altre piccole sorgenti gassose trovansi pure 
a poca distanza associate a piccole sorgenti d' acqua solforosa, 



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— lea- 
li gaz del pozzo di San Martino ha la seguente composizione : 

Acido carbonico 1,08 

Ossigeno 0,84 

Azoto 9,14 

Gaz delle paludi 88,94 

100,00 

Non contando Tarla atmosferica: 

Acido carbonico 1,12 

Azoto 6,20 

Gaz delle paludi 92,68 

100,00 

Sassuno. — A 6 chilometri da San Martino e presso la casa 
denominata Cabrerà, non lontano dal torrente Silaro, si trova una 
piccola fontana d' acqua dolce alla cui superficie appare un leg- 
gierissimo velo di una sostanza bituminosa analoga al petrolio. 

A poca distanza di là seguendo il torrente Dragone, si in- 
contra al di sotto della chiesa di Sassuno una piccola spianata 
circondata da un affluente del torrente e composta di una marna 
molto argillosa : al centro è un ammasso di un metro circa d^ al- 
tezza, attorno al quale avviene imo sviluppo di gaz traverso un 
fango semi-fluido. 

Il gaz di Sassuno ha presentato la composizione seguente: 

Acido carbonico ' . 1,09 

Ossigeno 0,89 

Azoto 3,75 

Gaz delle paludi 77,16 

Idruro d' etile 17,11 

100,00 

Non contando l'ossigeno e T azoto dell'aria: 

Acido carbonico 1,14 

Azoto 0,39 

Gaz delle paludi 80,60 

Idruro d' etile 17,87 

100,00 

Porretta. — A Porretta abbondano le acque solforose e salate, 
calde e fredde. I terreni circostanti, per gli sconvolgimenti che 



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— 149 — 

hanno subito e per le azioni potenti chimiche e meccaniche che 
li hanno alterati, presentano al geologo soggetto di utili studi, 
n terreno è essenzialmente formato d^ argilla scagliosa impa- 
stante frammenti d'alberese, di calcare a fucoidi e di macigno. 

I gaz che accompagnano le acque minerali seguono i con- 
dotti che portano queste ultime, trovando così una facile uscita. 

Fra le numerose sorgenti, quattro solamente danno luogo a 
sprigionamenti di gaz piuttosto considerevoli. 

L'acqua della sorgente del Leone, ai piedi del monte Sas- 
socardo è leggermente sulfurea e di un sapore salato : il condotto 
che la porta dalla montagna è traversato da una abbondante 
corrente di gaz della seguente composizione: 

Acido carbonico 4,37 

Ossigeno 5,78 

Azoto 24,36 

Gaz delle paludi 65,40 

100,09 

Fatta astrazione dall' aria atmosferica si ha : 

Acido carbonico 5,97 

Azoto 4,61 

Gaz delle paludi 89,42 

100,00 

II gaz che serve air illuminazione dello Stabilimento Balnearìo 
proviene quasi dallo stesso punto della montagna ed è meno ricco 
di acido carbonico che il precedente. Ecco la sua composizione : 

Acido carbonico 2,48 

Ossigeno 0,37 

Azoto 2,90 

Gaz delle paludi 94,24 

100,00 

E dicendo la solita astrazione dell'aria introdotta acciden- 
talmente, si trova: 

Acido carbonico 2,52 

Azoto 1,57 

Gaz delle paludi. ...... 95,91 

100,00 



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— 150 — 

La sorgente dei Bovi proviene come la precedente dai piedi 
della montagna di Sassocardo. Il gaz che si sprigiona di mezzo 
all'acqua ha la seguente composizione: 

Acido carbonico 5,37 

Ossigeno 0,14 

Azoto 2,65 

Gaz delle paludi 91,84 

100,00 

Riguardando P ossigeno e corrispondente azoto come prove- 
nienti dall'aria atmosferica, la composizione diventa: 

Acido carbonico 5,72 

Azoto 2,06 

Gaz delle paludi 92,22 

ioo;oo 

Le sorgenti note sotto i nomi di Marte, Donzelle, Reale, 
Tromba provengono dalla montagna della Croce situata di fronte 
al Sassocardo dair altro lato del Rio Maggiore. Il gaz che ac- 
compagna r acqua di Marte ha la seguente composizione: 

Acido carbonico 4,81 

Ossigeno 1,05 

Azoto 6,52 

Gaz delle paludi 87,62 

100,00 

Senza T ossigeno e azoto dell'aria: 

Acido carbonico 5,06 

Azoto 2,78 

Gaz delle paludi 92,16 

lÒO^OO 

Lo sprigionamento di gaz che avviene traverso la sorgente 
della Puzzola è poco abbondante e presenta la seguente compo- 
sizione: 

Acido carbonico 1,82 

Ossigeno 0,15 

Azoto . • . 7,28 

Gaz delle paludi 90,75 

100,00 



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— 151 — 

Eliminando Parìa atmosferica: 

Acido carbonico 1,84 

Azoto 6,68 

Gaz delle paludi 91,48 

100,00 

La sorgente di Torretta Vecchia è accompagnata da uno svi- 
luppo piuttosto abbondante di gaz che ha la solente compo- 
sizione: 

Acido carbonico 1,98 

Ossigeno 0,39 

Azoto 8,51 

Gaz delle paludi 89,12 

100,00 

Riguardando T ossigeno come accidentale resta: 

Acido carbonico 2,02 

Azoto 7,23 

Gaz delle paludi 90,75 

100,00 

Sassocardo. — Al di sopra di Porretta quasi alla dma del 
Sassocardo si osservano, su uno spazio di pochi metri quadrati, 
cinque getti di gaz, che non è accompagnato da acqua al suo 
sprigionarsi: esso è così composto: 

Acido carbonico 1,74 

Ossigeno 0,16 

Azoto 10,07 

Gaz delle paludi 88,03 

100,00 

Considerando l'ossigeno e P azoto come accidentali si trova 
per la composizione: 

Acido carbonico 1,75 

Azoto 9,55 

Gaz delle paludi 88,70 

100,00 

Fosso dei Bagni. — A tre chilometri circa da Porretta, risa- 
lendo il corso del Reno, s' incontra sulla riva destra il ruscel- 
letto Fosso dei Bagni, nel quale a 200*" circa dalla bocca si trova 



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— 152 — 

un abbondante sviluppo di gaz ; questo sfugge con una pressione 
considerevole traverso gli spacchi del macigno, dando luogo ad 
un odore sulfureo intermittente. 

11 gaz ha presentata la seguente composizione: 

Acido carbonico 0,60 

Ossigeno 0,40 

Azoto 9,37 

Gaz delle paludi 89,63 

100,00 

Fatta astrazione dall'aria inti-odotta: 

Acido Carbonico 0,61 

Azoto 8,04 

Gaz delle paludi 91,35 

100,00 

Gaggio Montano. — È un piccolo villaggio situato a 7 chilo- 
metri a N. 0. di Torretta, ad una altitudine di 530". Le ema- 
nazioni gassose provengono dair argilla scagliosa che forma il suolo 
di tutte queste località. 

U gaz di Gaggio Montano è così composto: 

Acido carbonico 1,19 

Ossigeno 0,64 

Azoto 4,32 

Gaz delle paludi 93,85 

100,00 

Fatta astrazione dall'aria atmosferica: 

Acido carbonico 1,23 

Azoto 2,01 

Gaz delle paludi 96,76 

100,00 



Lagoni delli Toscani. — I Soffioni si presentano in ogni loca- 
lità in file lineari sensibilmente rettilinee dirette da N.N.O. 
al S.S.E., e T acido borico è estratto in 5 punti principali che 
sono: Larderello, Castelnuovo, Sasso, Monte Rotondo, Serrazzano, 
Lago, Lustignano. 



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— 153 — 

Il gaz analizzato ai Soffioni di Larderello ha presentata la 
seguente composizione: 

Acido solfidrico 4,20 

Acido carbonico 90,47 

Azoto 1,90 

Gaz delle paludi 2,00 

Idrogeno 1,43 

ióo;oó 

Il rapporto dell' idrogeno al gaz delle paludi uguaglia 0,71. 

I Soffioni di CastelnuoYO sono situati nella vallata della Pa- 
vena ; la fessura a cui essi corrispondono sembra essere un pro- 
lungamento di quella di Larderello. I gaz di uno dei Soffioni di 
CastelnuoYO, trattato come il precedente presenta la seguente 
composizione : 

Acido carbonico 92,63 

Acido solfidrico 3,76 

Azoto 1,08 

Gaz delle paludi 1,63 

Idrogeno 0,90 

100,00 

U rapporto fra V idrogeno e il gaz delle paludi è di 0,55. 
Al Sud-Ovest di Larderello è situato Sasso : la spaccatura su 
cui sono disposti i Lagoni ha la direzione dal N.N.O. al S.S.E. 

II gaz di uno dei Lagoni di Sasso ha presentata la seguente 
composizione: 

Acido solfidrico 5,43 

Acido carbonico 88,33 

Ossigeno 0,13 

Azoto 1,55 

Gaz delle paludi 2,55 

Idrogeno 2,01 

100,00 

Il rapporto dell' idrogeno al gaz delle paludi uguaglia 0,78. 

Serrazzano è situato nella vallata della Comia a qualche chi- 
lometro da Castelnuovo. La spaccatura è diretta dal S.S.E. 
al N.N.O. Le emanazioni gazose vi si presentano cogli stessi 

caratteri che negli altri lagoni. 

Il 



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- 154 - 
Il gaz di uno dei Soffioni di Serrazzano ha presentata la se- 
guente composizione: 

Acido solfidrico 6,10 

Acido carbonico 87,90 

Azoto 2,93 

Gaz delle paludi 0,97 

Idrogeno 2,10 

100,00 

Il rapporto fra V idrogeno e il gaz delle paludi è uguale a 2,77. 

Riassumendo, i gaz esaminati nelP Italia centrale sono 28, e 
di questi 24 appartengono alla regione degli Apennini, 4 ai La- 
goni di Toscana. Soltanto questi racchiudono idrogeno libero, e 
fra gli altri, composti in gran parte di gaz delle paludi, un solo, 
quello di Sassuno, racchiude idruro di etile. Il quadro seguente 
rappresenta la composizione dei 24 gaz degli Apennini, riguar- 
dandovi l'ossigeno come accidentale. 







Acido 


Azoto. 


Gaz 


Idruro 






carbonico. 




delle paludi. 


di etile. 


Babtgazzo. 


Orto deir Infame 


► 1,58 


1,81 


96,61 


» 




Monte Greto 


0,53 


1,22 


98,25 


» 




Bocca Suolo 1** 


2,32 


1,52 


96,16 


» 




Bocca Suolo 2* 


2,38 


0,30 


97,32 


» 




Bocca Suolo 3*» 


1,51 


2,14 


96,35 


» 




San Venanzio 


0,52 


10,16 


89,32 


» 




Sassuolo 


0,56 


1,38 


98,06 


» 




Salvarola 


0,79 


3,63 


95,58 


» 




Vulcano 


1,54 


2,27 


96,19 


» 


Pietra Mala 


|Vulcanello 


1,75 


0,77 


97,48 


» 




Acqua Buja 


0,74 


0,41 


98,85 


» 


Imola 


Bergullo 


0,48 


0,59 


98,93 


» 




Riolo 


1,01 


1,64 


97,36 


» 




San Martino 


1,12 


6,20 


92,68 


» 




Sassuno 


1,14 


0,39 


80,60 


17,87 


PORBKTTA 


Leone 


5,97 


4,61 


89,42 


» 




Gazometro 


2,52 


1,57 


95,91 • 


» 




Bovi 


5,72 


2,06 


92,22 


» 




Marte 


6,06 


2,78 


92,16 


» 




Puzzola 


1,84 


6,68 


91,48 


» 


, 


Porretta Vecchia 


2,02 


7,23 


90,75 


» 




Sasso Cardo 


2,05 


3,13 


94,82 


» 




Fosso dei Bagni 


0,61 


8,04 


91,35 


» 




Gaggio Montano 


1,23 


2,01 


96,76 


» 



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— 155 — 
Composizione dei quattro gaz dei Lagoni: 



Idrogeno 


Acido 


Azoto. 


Idrogeno. 


Gaz 


snlfurato. 


carbonico. 






d«lle paludi. 


LardereUo 4,20 


90,47 


1,90 


1,43 


2,00 


Castel Nuovo 3,76 


92,63 


1,08 


0,90 


1,63 


Sasso 5,43 


88,33 


1,55 


2,01 


2,55 


Serrazzano 6,10 


87,90 


2,93 


2,10 


0,97 



I gaz dei Lagoni si distinguono da quelli delPApennino per 
la loro temperatura elevata al momento dell' emissione (circa 100**), 
per r idrogeno libero che racchiudono e per le quantità no- 
tevoli d' acido carbonico e di idrogeno solforato che entrano a 
comporli. 

I 24 gaz degli Apennini si possono classificare in 4 gruppi. 

II r comprende il gaz di Sassuno, caratterizzato dall' idruro 
d' etile. 

n T comprende tutti i gaz che contengono più di 1,80 per 100 
di acido carbonico, e in questo troviamo il gaz di Torretta sol- 
tanto. Anzi tali gaz sono i soli che si svolgono a temperatura 
superiore all' ordinaria e quelli più ricchi in acido carbonico sono 
anche quelli accompagnati dall' acqua più calda. 

Un 3** gruppo riunisce i gaz ricchi in azoto e comprende i 
gaz dell' Apennino che ne contengono più di 5 per 100 : vi tro- 
viamo due dei gaz di Torretta, cioè quelli meno ricchi di acido 
carbonico ; poi il gaz di Fosso dei Bagni, quelli di San Martino 
e di San Venanzio, che ne contiene più di 10 per 100. 

Infine in un 4** gruppo, in cui il gaz delle paludi è predo- 
minante si osservano i gaz di Barigazzo, Bocca Suolo, Monte 
Greto, Sassuolo, Salvarola, BerguUo, Riolo, Pietra Mala e Gag- 
gio. È rimarchevole il vedere il gaz di Gaggio che sotto ogni 
aspetto si allontana da quello di Torretta, malgrado la grande 
vicinanza delle due località. 

Ad onta di queste differenze tutti i gaz infiammabili degli 
Apennini appartengono a una stessa famiglia caratterizzata dalla 
predominanza del meno carburato dei gaz della serie C^» H^°-*-^, 
il gaz delle paludi. Spesso ancora sono impregnati di vapori di 
carburi liquidi della serie C^^H^"-^. qij sviluppi di gaz com- 
bustibili degli Apennini sono analoghi a quelli dei pozzi petroli- 
feri d' America ed offrono come qi^esti le più intime relazioni coi 



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— 156 - 

giacimenti di petrolio e colle sorgenti salate che li accompagnano. 
Studi! sul gaz dei pozzi petroliferi d'America hanno mostrato, 
che le sorgenti di petrolio più abbondanti sono quelle che danno 
adito ai gaz più carburati della serie C^" R'^^+^ ; in modo che 
alla inspezione dei gaz provenienti da una sorgente naturale 
da un foro artesiano, si potrebbe predire con una certa pro- 
babilità, la ricchezza in petrolio del giacimento. Ora i gaz 
degli Apennini sono poveri di carbonio e, su 24, 23 non rac- 
chiudono altro elemento combustibile che il gaz delle paludi. 
È dunque probabile che V estrazione del petrolio negli Apennini 
non sarà mai sorgente di una ricchezza di prodotti paragonabile 
a quella dell' America del Nord. 

Soltanto a Sassuno probabilmente la ricerca del petrolio potrà 
esser coronata di successo, perchè ivi si è trovato l'idruro di 
etile misto al gaz delle paludi. 

Richiamiamo ancora l' attenzione sopra l' allineamento rego- 
lare degli sviluppi di gaz infiammabile degli Apennini. Questi svi- 
luppi occupano due linee sensibilmente parallele alla vicina cresta 
dell' Apennino. La più vicina a tal cresta comprende i fuochi di 
Bocca Suolo, di Barigazzo, di Monte Greto, Gaggio Montano, Por- 
retta, Fosso dei Bagni e Pietra Mala : la sua direzione media è 
S.S.O. Lungo tutta questa linea il suolo è formato d' argilla 
scagliosa o di macigno. L' altitudine è piuttosto elevata, sorpas- 
sando i lOOO"" a Barigazzo e a Pietra Mala e presentando il mi- 
nimo a Porretta, ove discende a 375." 

La seconda linea, lontana circa 30 chilometri dall' Apennino, 
verso il nord e diretta a 17** N., si estende fino a Piacenza e 
forse fino a Voghera. È tutta situata nelle marne subapennine 
ad un' altitudine pochissimo superiore a quella della pianura Lom- 
barda, e comprende i giacimenti di Sassuolo, San Venanzio, Sal- 
varola. San Martino, Sassuno, BerguUo e Riolo. La natura argil- 
losa del suolo è favorevole alla produzione dei coni di fango e 
delle salse e quindi la più parte dei suesposti giacimenti si pre- 
sentano sotto questo aspetto. Cosi la distribuzione degli sviluppi 
di gaz combustibili nell' Apennino, l' aspetto fisico delle bocche 
che danno loro adito, sono intimamente collegati all' oro- 
grafia ed alla costituzione geologica della regione in cui si 
osservano. 



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- 157 — 

Riguardo ai Soffioni della Toscana rammentiamo solo che la 
loro direzione è N.N.O. a S.S.E. parallelamente alla linea delle 
Alpi Apuane, e che il prolungamento di questa direzione passa 
per i vulcani romani e per il Vesuvio. 



NOTE IINERAL06IGHE. 



Elenco di specie minerali recentemente trovate. 

(Estratto da direrse pubblicazioni estere.) 

Crediamo possa riescire utile di dare una lista dei nuovi mi- 
nerali scoperti negli ultimi tempi, insieme coi principali loro ca- 
ratteri, divìdendoli in gruppi a norma della chimica composi- 
zione. Siffatte notizie, come quelle che trovansi sparse nei 
periodici specialmente delP estero, sfuggirebbero facilmente se 
non fossero in tal guisa raccolte e compendiate. 

Minerali a base alcalina o terrosa. 

MHarUe. — Nuovo minerale della Svizzera. Questo minerale 
fu trovato nel terreno granitico della valle di Milar insieme 
con quarzo, ortose, apatite, cabasite, titanite e clorito: esso è 
in cristalli prismatici esagonali combinati con piramidi pure esa- 
gonali: limpido, semitrasparente, con una leggera tendenza al co- 
lore verde, durezza da 5 7i a 6. É questo un minerale di na- 
tura zeolitica cioè un silicato idrato di soda, calce ed allumina. 

Simonite. — Nuovo minerale trovato da Simony presso Hall- 
stadt nelle Alpi austriache. Forma piccoli giacimenti fra il sal- 
gemma ed altri sali di varia natura, e trovasi più sovente for- 
mare coi suoi piccoli cristalli lucenti delle piccole druse di una 
tinta leggermente verdastra o giallo-bruna. La sua durezza è 
2,5; peso specifico 2,244. L'analisi diede: S = 47,17; MgO 
= 12,65; NaO = 18,86; HO = 21,82: da cui la formula: 

MgO, SO' -f- 2NaO, SO' 4- 8H0 



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— 158 — 

Cendeólacthm. — Nuovo minerale della miniera di Rindsberg 
presso Katzenellenbogen in Germania (Nassau). Forma pìccole 
vene di coloro latteo tendente all'azzurro per entro uno scisto 
siliceo che contiene giacimenti limonitici. La sua durezza è 5 ; 
peso specifico 2, 59. Consta essenzialmente di un fosfato idrato 
di allumina, con piccole quantità accidentali di fosfati di rame, 
di calce e di magnesia. 

La sua formula è: 

3AP0', 2PhO'+ 10 HO. 

Lunehurgite, — Nuovo minerale trovato nelle miniere di Sal- 
gemma di Luneburgo (Germania). DalP analisi si ebbe la formula : 

(2MgO, HO) PhO*4-MgO, B0'-f-7H0. 

Winkwortite, — Nuovo minerale trovato a Wiukwort nella 
Nuova Scozia. È un borato che si trova in noduli per entro un 
giacimento di gesso ; durezza 3, incoloro ; riscaldato in tubo 
chiuso dà acqua e diviene opaco; a forte calore fonde sugli 
orli. Analisi; SO' -36, 10; SiO' = 3,31; BoO'= 10, 13 ; CaO 
= 31,66; H0= 18,80: da cui la formula: 

9S0S SioS 3Bo', llCaO, 20HO. 

RdlstonUe. — Nuovo minerale trovato in Groenlandia. Si trova 
in piccoli cristalli ottaedrici impifintati sopra cristalli di Tomse- 
lonite. Sono incolori, con lucentezza vitrea, durezza più grande 
che la fluorite, peso specifico 2, 40. È un fluoruro molto analogo 
alla Tomselonite, ma riesce quasi impossibile separarlo da que- 
st' ultima per farne una accurata analisi. Decomposto con SO' 
dà vapori di HFl, il che prova trattarsi di un fluoruro ; all'ana- 
lisi spettrale dimostra pure contenere CaO e NaO ; sembra sia un 
fluoruro idrato di alluminio con piccole quantità di CaO e NaO. 

Durangite. — Nuovo minerale del Messico. Trovato presso 
Durango nel terreno diluviale già conosciuto per i bei cristalli 
di Cassiterite e Topazzo. Esso cristallizza in forme derivate 
dal romboedro; peso specifico circa 4; colore giallo scuro, lu- 
centezza vitrea. Analisi: AsO' = 55, 10; Al*0'=20, 68; FeO 
= 4, 78; MnO=l,30; NaO=ll, 66; Li4-Fl = 0, 81. For- 
mula: 

2 (NaFl) 4- A1*0S As' 0^ 



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— 159 — 

VanadiolUe. — Minerale nuovo della valle di Gladàuka, presso 
il Iago Baikal (Siberia). Forma piccoli cristalli tanto isolati quanto 
agglomerati in druse; colore verde-scuro, qualche volta nero; 
la polvere è di un bel colore verde grigio ; la scalfittura è molto 
brillante ; peso specifico 7, 36. A forte calore fonde sugli spigoli e 
si annerisce. Analisi SiO*=15, 50; A1»0'=1, 10; FeO=l, 40; 
Ca0 = 34, 43; CaO, CO' = 2, 61; acido ipovanadico = 44, 85. 
Tale minerale componesi adunque di tre atomi d'augite e di un 
atomo di Botto vanadato di calce. 

Gunibélite. — Nuovo minerale dell' Alta Franconia (Germania). 
Trovasi esso in sottili straterelli sopra gli scisti argillosi; di 
color bianco tendente al verdastro, con splendore madreperlaceo ; 
esposto al calore emana vapore acqueo. Analisi : SiO* = 50, 52 ; 
Al*0' = 31,04;FeO = 3;MgO=l,88;KaO = 3,18;HO=7,00. 

MontébrasUe. — Fu trovato nei giacimenti di minerale di 
stagno di Montebras in Francia. Rassomiglia al feldispato bianco 
ed ha delle vene di vavellite con qualche macchia di turchese; 
ha frattura scagliosa, struttura lamellare e due distinti piani di 
sfaldatura. Si fonde quando sia ridotto in polvere, consolidan- 
dosi poi in uno smalto opaco. 

L' analasi chimica diede : Fl=: 26,05; Ph = 9,52 ; Al = 20,40 ; 
Na=4,97 ; Lt= 3,03 ; Ca = 1,43 ; = (calcolato 26,42) ; Quarzo 
= 2,25 ; HO = 0,60. Questa composizione conduce alla formula : 

2 (aITP, 3F1 (Na 4- Lt + Ca)) h- 4AP 0', 3PhO' 

Battersonite. — Minerale trovato nella Pensilvania (a Karund). 
Aspetto metallico, colore grigio azzurrognolo, frattura grigia : al 
calore dà vapore acqueo, ma non fonde. Analisi : SiO* = 30, 20 ; 
ArO» = 20, 25; MgO=l, 28; KaO =11, 35; FeO=14, 88; 
HO =11, 73. 

Minerali a base metallica. 

AmblistegUe. — Nuovo minerale del lago Laacher (Germania). 
Cristallizza nel sistema romboedrico e forma dei cristalli a molte 
hcce ed assai lucenti ; per gli angoli questi cristalli si rassomi- 
gliano a quelli dell' augite. Color bianco rossiccio, durezza quasi 
come il quarzo, peso specifico 3, 45. Analisi SiO* = 49,8; FeO 



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— 160 - 

= 25,6; MgO=17,7; CaO = 0,l5; APO' = 5,05. Per la com- 
posizione si avvicina molto air iperstene. 

Glaucopirite. — Nuovo minerale delle cave di Guadalcanal in 
Andalusia. Trovato entro un calcare leggermente scistoso, in- 
sieme con tetraedrite cristallizzata, solfuro d'argento e stibina; 
è generalmente un agglomeramento di cristallini microscopici; 
apparenza metallica, lucente, colore bianco tra piombo e stagno, 
durezza 4 V2jPeso specifico 7, 18. Analisi S = 2,36; As = 66,90; 
Sb=3,59; 1 e=21,38; Co=4,07; Cu^l,14. Appartiene dunque 
al gruppo dei ferri arsenicali. 

JakóbsUe. — Nuovo minerale della Svezia. Esso viene dal 
Jakobsberg nella Svezia settentrionale; giace entro un calcare 
cristallino insieme con fogliette di mica bianco e nuclei di pirite 
cuprica; è in cristalli ottaedrici, ha l'aspetto di vetro nero, è 
assai lucente e magnetico e pesa 4, 75; la polvere ne è bruno- 
nerastra. Questo minerale appartiene al gruppo dello spinello; 
l'analisi ne è: FeO = 0,682; MnO~3,243; MgO=0,064; ZnO 
= tracce. 

Litioforite, — Minerale delle miniere di Scheeberg in Sassonia. 
Trovasi sparso in piccole pagliette nella ganga dei filoni ferriferi 
della Sassonia. Durezza 3, peso specifico 3, 14 a 3, 76; colore 
nero azzurrognolo, frattura color nero bruno; al fuoco emana 
vapore acqueo; infusibile. Componesi essenzialmente di ossido di 
manganese ricco in rame e cobalto e, cosa caratteristica, contiene 
1, 5 per 100 di Litio. 

OiulianUe. — Nuovo minerale rinvenuto nelle miniere argen- 
tifere di Rudolstadt nella Slesia. Esso forma piccole cristallizza- 
zioni assai ramificate entro lo spato calcareo, e talvolta anche 
piccole druse di cristalli cubici. Il colore ne è grigio di piombo ; 
ma esposto all'aria si annerisce facilmente per ossidazione. Ha 
piccola durezza, e peso specifico 5, 12. L'analisi diede: S'= 
26,50; As= 18,45; Sb=l,42; Fé = 0,79; Ag = 0,54; Cu = 
52,30. 

Oianocaicite. — Nuovo minerale di Nischny Tagilsk (Siberia), 
trovato entro una diorite insieme con ossido di rame e apatite. 
Analisi SiO' = 26,90; PhO'=6,95; CuO=: 49,63; HO =16,52. 
Struttura compatta, colore celeste, durezza 4 Va , peso specifico 2,79. 
Al fuoco perde molta acqua e diviene nero. 



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— 161 — 

Fosfarocromite. — Nuovo minerale trovato presso Beresowsk 
(Siberia) insieme colla sistwanite e galena. Esso forma delle 
masse aggregate con piccoli cristalli alla superficie e neir intemo 
in parte cristalline e in parte compatte; colore verde nerastro; 
polvere verde ; durezza 3, peso specifico 5, 80. Ad elevato ca- 
lore sviluppa del vapore acqueo. Analisi : PbO = 68,33 ; CuO' = 
7,36; FeO = 2,80; CrO'= 10,13; PhO' = 9,94; H0 = l,16. 

LaxmannUe. — Nuovo minerale trovato da Nordenskiold in- 
sieme ai cristalli di Vauquelinite ; consta essenzialmente di una 
mescolanza di fosfato di rame con cromato basico di piombo. 
Forma piccoli cristalli prismatici monoclini e trovasi in pezzi 
in parte cristallini e in parte compatti; colore verde oliva e 
polvere verde più chiaro; durezza 3, peso specifico 5, 77. Ana- 
lisi: PBO = 61,16; CuO'= 11,64; FeO=l,06; CrO»= 15,91; 
PhO»=l,31; H0=l,10. Da ciò la formula: 

2(CuO', PhOO 4- 5 (PbO)* CrO'-h 2 HO. 

Nadorite. — Fu trovato in Algeria nella miniera di Carbonato 
di zinco che sta presso il villaggio di Duvivier, insieme con altri 
minerali, come sarebbe il carbonato di piombo, V antimoniato di 
ferro, Tarseniato di piombo ed altri carbonati multipli. La Na- 
dorite è di color bruno nerastro, con frattura resinosa e durezza 
di circa 3, cristallizza nel sistema trimetrico. Air analisi chimica 
diede Pb = 51,60; Sb = 31,55; = 8; 01 = 8,55; da cui la 
formula : 

Sb'O'Cl, 2PbO. 

Epibtdangerite. — Nuovo minerale trovato presso Altenberg 
nella Slesia. Si rinvenne in un filone di Mispickel, Galena, Blenda, 
Pirite cuprica e Stibina posto al contatto del porfido con argille 
scistose. Esso contiene S, Pb, Sb con poco Ni e Fé; compo- 
sizione analoga a quella della Bulangerite, salvo il maggior 
tenore in solfo. Peso specifico 6,309 ; colore grigio piombo quasi 
nero, poca durezza. Cristallizza in prismi rombici molto allungati 
e terminati con piccoli ottaedri. La formula è: 

(Sb' S' + 3 PbS) 4- 3 (Sb* S' 4- 3 PbS.) 

Metcidnabrite. — Nuovo solfuro di mercurio trovato in Cali- 
fornia sparso in piccole spaccature di una speciale roccia quar- 



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— 162 — 

zosa, insieme con piriti di ferro e rame e piccolissimi cristalli di 
cinabro. Frattura semiconcoidale e superficie di rottura brillante; 
polverizzato in un mortaio di agata da una polvere lucente come 
grafite; colore grigio nerastro; lucentezza metallica. Durezza 
circa 3; peso specifico 7, 70 a 7, 75. In un tubo chiuso si su- 
blima prontamente, lasciando un piccolo residuo di quarzo e 
ossido di ferro. Analisi S=13, 82; Hg = 85, 79; Fe = 0, 39; 
SiO* = 0, 25 per cui la formula: 

HgS + Fe S*4- Quarzo. 

Minerali diversi. 

TrincherUe, — Nuovo minerale trovato a Carpano nelP Istria, 
in masse compatte nelle ligniti eoceniche; durezza 1 Va a 2; 
colore variabile dal rosso al bruno rossiccio; frattura angolosa; 
peso specifico l, 025; fortemente elettrico per strofinamento. 
Fonde fra IGS** e 180" C; insolubile nell'acqua, un poco nel- 
l'alcool. Analisi: 

= 81,1; H=ll,2; S = 4,7;0=3. 

La composizione è molto analoga a quella della Tasmanite, 
colla differenza che questa non è solubile nella benzoina, mentre 
la prima lo è. 

WoUongtite. — Nuovo minerale del distretto dì WoUongong 
nella Nuova Galles del Sud (Australia). Trovasi in masse cubiche 
senza sfaldatura, durezza 2 V2, peso specifico 1, 04 a 1, 43; 
colore verdastro fino al nero-bruno ; lucentezza grassa. Abbrucia 
con fiamma lucente e molto fumo. Contiene 85, 5 di sostanza 
gazosa, 6,5 di x^arbonio e 11 di cenere. Tale sostanza (organica 
probabilmente) non fu ancora analizzata. 

Sindaite. — Nuovo minerale trovato presso Simla nell' India, 
in mezzo a scisti allumiferi; ha l'aspetto di una schiuma di 
mare impura. Riscaldato in contatto dell'aria annerisce, dà fumo, 
quindi abbrucia ed emana un odore empireumatico lasciando uno 
scheletro di silice. Il colore è bianco giallastro, frattura di color 
bianco; durezza 2, peso specifico 1, 5 a 2. Cristallizza in forme 
simili a quelle della Mellite. Manca l' analisi. 



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- 163 



NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE. 



G. Capellini. — Std Félsinoterio, sirenoide halicoreforme 
dei depositi lacustri pliocenici delV antico bacino del Me- 
diterraneo e del Mar Nero. — Bologna, 1872. 

Annunciamo con piacere la recente pubblicazione avvenuta in 
Bologna di un dotto lavoro del prof. Capellini sotto il titolo ora 
indicato. 

I resti di félsinoterio, su cui il prof. Capellini ha potuto stu- 
diare, vennero ritrovati in una molassa giallastra a Riosto nella 
provincia di Bologna, e consistono in un teschio e altri non meno 
interessanti avanzi: l'Autore parla nella sua Memoria delle dif- 
ficoltà superate per spogliare tali fragilissime ossa dalla roccia 
piuttosto dura che vi aderiva; la quale consisteva di sabbie mar- 
nose cementate in modo da costituire una specie di molassa che 
riposava su marne indubbiamente mioceniche. Il dotto profes- 
sore dedusse che le sabbie di Riosto formassero parte defìa po- 
tente ed estesa zona che rappresenta il littorale dell' antico mare 
pliocenico lungo V Apennino. A questa formazione appartengono 
nei dintorni di Bologna, le sabbie marnose di Pieve del Pino e 
di Ancognano, quelle dei dintorni del Sasso, delle Lagune e di 
Mongardino, di Rasiglio, Montepolo e Monte Biancano: la for- 
mazione attraversa il Modenese, il Parmense e il Piacentino, ed 
i resti del sirenoide trovato a Montiglio provano che si estende 
fino in Piemonte : nel versante mediterraneo pure tale piano geo- 
logico è rappresentato dalle sabbie del Senese e trova il suo 
corrispondente in Francia nelle sabbie marine di Montpellier. 

L'Autore seguita il suo lavoro col dimostrare che le sabbie 
marnose sopra indicate devonsi riguardare come parte inferiore 
del terreno pliocenico, quindi non tutte Je sabbie gialle plioce- 
niche spettano al piano superiore di questa formazione. 

Precisato così l' orizzonte geologico in cui si trovarono i resti 
del sirenoide di cui è parola, l'Autore continua con alcuni cenni 
intomo all' ordine dei Sirenoidi e ai caratteri del genere FeUi- 



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— 164 — 

notherium : V ordine dei Sirenoidi si compone di mammiferi ma- 
rini da alcuni riuniti ai cetacei, da altri agli elefanti, da altri 
considerati come intermedii fra le foche e i veri cetacei: essi 
comparvero verso la fine dell'aurora del terziario e giunsero 
fino air epoca attuale, n cranio di simili animali è molto allun- 
gato, essendo la porzione sinfisaria delle ossa intermascellari a 
forma di rostro; la fossa nasale è ovale ellittica allungata, Parco 
zigomatico e V appai*ato auditivo hanno la forma di quelli del Du- 
gongo e del vero Hàlitherium. La sua formula dentaria sarebbe: 

T . . . 1 n • . . . , . 5-4-3-2 

^^^^^^^ -5:4:0-' ^^°^^^ -Q-' ^'^^'' 5:4:3:2- 

Particolarità' caratteristica delle ossa di questo animale è che 
esse mancano di cavità spongiosa, il che li rende molto pesanti, 
fragili e facilmente riconoscibili. Viene in se^ito la accurata 
descrizione degli avanzi del Felsinotherium scoperto a Riosto, 
descrizione che comprende sì il cranio che le vertebre Atlante, 
Asse, cervicale, dorsali, ec. Otto tavole, con grande accuratezza 
disegnate e litografate, mostrano il cranio del Fdsinotherium 
di Riosto, e tutti gli altri avanzi di esso animale rinvenuti; fra 
i quali noteremo un frammento di costola trovato a Mongardino, 
altri resti dei dintorni di Siena, ec, tutti illustrati dall'Autore 
nella sua pregevolissima Memoria. 



A. Delesse. — Lithologie du fond des Mers. — Paris. 

Un' opera del più grande interesse per la geologia è quella 
che ha visto la luce a Parigi sotto il titolo : Lithologie du Fond 
des Mers^ dell' illustre Delessè. Come il suo titolo lo indica, in essa 
il chiaro Autore si è proposto di fare uno studio litologico del 
fondo dei mari e le sue deduzioni sono basate sui resultati di 
una quantità di scandagli eseguiti in tutti i paesi. Si compren- 
derà agevolmente la grande difficoltà che doveva presentare la 
riunione e il classamento di tal collezione di dati; eppure il si- 
gnor Delesse a forza di studi lunghi ed indefessi è riuscito a 
presentare una raccolta che rappresenta il più completamente che 



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— 165 - 

si può r insieme dei depositi delle coste manne, specialmente di 
Francia. 

Per giudicare dell' importanza di tal lavoro si pensi che il 
fondo dei mari riceve senza posa dei depositi che costituiscono 
essenzialmente il terreno di formazione attuale: tali depositi si 
accumulano largamente nei bacini e nelle parti pianeggianti, man- 
cando affatto quasi nelle pareti inclinate; e qui si scorge su- 
bito una causa che rende difficile e complicato il loro studio. 

L'opera si compone di due volumi, il primo dei quali con- 
tiene, oltre la esposizione del metodo usato dall'Autore nel suo 
lavoro, r orografia della Francia e sue coste sottomarine, lo studio 
degli agenti dei depositi marini distinti in organici ed inorganici ; 
passa quindi a parlare dei depositi marini delle coste di Francia 
e della litologia generale dei mari del globo, terminando con uno 
studio della configurazione della Francia alle diverse epoche geo- 
logiche, n secondo volume è consacrato a quadri numerici, con- 
tenenti gran numero di dati relativi alla più perfetta cognizione 
delle coste marine, quali sarebbero i dati sulla frequenza relativa 
dei venti, sui depositi formanti le dune, sulla distribuzione delle 
pioggie ec. ec. 

L'illustre Autore si è servito delle carte idrografiche compi- 
late dagli uomini di mare e dagli ingegneri idrografi di tutti i 
paesi; queste carte fanno conoscere la profondità del mare e la 
natura del fondo e spesso danno altresì la direzione dei venti e 
delle correnti che esercitano una grande influenza sui depositi 
marittimi. Tali depositi provenendo da detriti delle rive e rocce 
emerse, si vede l' utilità di esaminare sulle carte geologiche quali 
sono le rocce costituenti i diversi bacini per paragonarle con 
quelle trovate dallo scandaglio sul fondo dei mari. 

Sulle carte idrografiche la natura del fondo è inscritta ac- 
canto ai dati dello scandaglio ; ma essendo il loro numero gran- 
disshno ciò tende a produrre una certa confusione, quindi l'Au- 
tore ha stimato fosse preferibile di cercare a riunire e a delimitare 
i fondi presentanti lo stesso carattere: di più ad ognuno di essi, 
affine di meglio distinguerli, è stato attribuito un colore speciale : 
così diventa facile apprezzare immediatamente le relazioni di essi 
sia fra loro, sia colle rocce emerse e di vedere come sono re- 
partiti sotto le acque del mare. 



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— 166 — 

Applicando questo metodo ai mari esplorati da un sufficiente 
numero di scandagli, il signor Delesse ha potuto compilare delle 
Carte marine litologiche; a proposito delle quali si osservi che esse 
differiscono dalle carte geologiche ordinarie inquantochè i colori 
non vi denotano età relative, ma solo caratteri mineralogici delle 
rocce sottomarine. 

I due volumi del testo sono per tal modo corredati ed illu- t 
strati da un atlante contenente 5 grandi tavole, eseguite con ' 
inappuntabile precisione : le prime tre delle quali compilate dietro 
i principii su esposti, pongono avanti agli occhi i fondi dei mari 
del globo, la quarta mostra la Francia nelle differenti epoche 
geologiche, essendo V ultima carta destinata a dare un' idea della 
distribuzione della pioggia nelle Isole Britanniche. 

Con tale importantissima opera condotta a termine con quella 
chiarezza e bontà di metodo che distinguono i lavori dell' illustre 
geologo, egli si è acquistato un titolo di più alla stima ed al- 
l' ammirazione di tutti coloro che coltivano le scienze geologiche. 



P. Maury. — Geografia fisica del mare e sua meteorologia; 
prima versione italiana di L. Gatta. — Torino 1872, 

Annunziamo con piacere la pubblicazione recentemente fatta 
per cura del solerte editore Ermanno Loescher di Torino della 
traduzione, eseguita dal distinto luogotenente Luigi Gatta, del- 
l' interessantissimo libro del capitano M. F. Maury intitolato: 
Geografia fisica del Mare e stM Meteorologia. Nessun altro libro 
che tratta di scienze fisiche ha ottenuto nel corso di pochi anni 
tanto favore nel paese in cui vide la luce ; basti il dire che per 
r arditezza delle teorie emesse dall'Autore sulla circolazione delle 
correnti marine ed aeree, per i dati veramente preziosi che esso 
fornisce ai cultori delle scienze fisiche e particolarmente della 
Meteorologia, ha avuto in inglese 14 edizioni ; la traduzione ita- 
liana del luogotenente Gatta è la prima completa che abbia vista 
la luce in Italia. 

L' esimio traduttore ha sempre e fedelmente conservata l'idea 
dell'Autore, riuscendo nell' intendimento da lui manifestato nella 



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— 167 — 

prefazione, di dare sempre alla frase forma italiana, neppur tra- 
lasciando di dare con acconcie postille notizie dei più interessanti 
lavori che &vlV argomento trattato vennero in questi ultimi tempi 
eseguiti. 

La traduzione forma un bel volume in 8** di più che 500 pa- 
gine con 16 tavole accuratamente disegnate: T edizione è nitida, 
corretta ed elegante e fa onore al suo editore. 



NOTIZIE DIVERSE. 



Lavori eseguiti dal B. Corpo di Stato Maggiore nell' an- 
no 1871. — Lavori geodetici. — Dall' aprile ai primi di luglio fu 
misurata una base geodetica lunga 2900 metri presso la foce del 
Grati. Contemporaneamente fu proceduto alla triangolazione di 
tutti gli ordini della Calabria Citeriore, Terra di Bari e parte 
della provincia di Terra d' Otranto, di guisa che, a tutta la metà 
di novembre, è stato preparato pel rilevamento topografico il ter- 
reno compreso in 26 fogli della carta delle Provincie Meridio- 
nali, cioè: 49 (Trani), 60 (Bari), 58 (Palo), 59 (Mola), 60 (Mo- 
nopoli), 67 (Altamura), 68 (Gioja del Colle), 69 (Martina), 77 
(Montescaglioso), 78 (Massafra), 79 (Taranto), 86 (Pisticci), 87 
(Torremare), 88 (Pulsano), 96 (Oriolo), 99 (Scalea) 100 (Castro- 
villari), 101 (Cassano), 104 (belvedere), 105 (San Marco), 106 
(Rossano), 106 bis (Calopezzati), 107 (Paola), 108 (Longobucco), 
109 (Campana), 109 bis (C. dell' Alice). 

Le speciali condizioni topografiche dei dintorni di Napoli 
avevano fatto riconoscere la convenienza di rilevarli alla scala 
di 1 : 25,000 e la zona vesuviana a. quella di 1 : 10,000. Fu 
incominciato il lavoro di detta zona triangolando il terreno 
compreso nel foglio N. 62 (Castellammare), da servire per primo 
lavoro di rilevamento degli allievi topografi reclutati nel cor- 
rente anno. 

Fu eseguita la triangolazione del terreno dei dintorni di 
Roma per rilevarlo alla scala di 1 : 25,000, ad un raggio di 
circa 20 chilometri dall' Osservatorio Romano. Si presentò con 



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- 168 — 

ciò r opportunità di far partire la triangolazione dalla lunga 
base misurata dal P. Secchi sulla via Appia, e svilupparla rica- 
dendo sopra uno dei lati della triangolazione del Marieni. Il 
lavoro eseguito abbraccia una superficie di 1800 chilometri qua- 
drati divisi in 24 tavolette di ampiezza 0, "40 per 0, "30 ; delle 
quali 20 saranno nel venturo anno rilevate alla scala di 1 1 25,000, 
e le quattro centrali, che saranno suddivise in 25, comprendenti 
la città di Roma, saranno rilevate alla scala di 1 ; 10,000. 

Fu continuata la triangolazione nel Veronese, la quale ab- 
braccia una parte dei monti Lessini, la parte della valle del- 
l' Adige intercetta fra il confine austriaco e Verona, e la valle 
del Mincio da Peschiera fino a Volta. 

Pei bisogni militari si è pure triangolato il terreno intomo 
a Rocca d'Anfo ad un raggio di circa 5 chilometri. 

I punti di dettaglio delle anzi accennate triangolazioni sono 
stati determinati in guisa da poter rilevare il terreno, parte 
alla scala di 1 : 25,000 e parte alla scala di 1 : 10,000. 

Da ultimo si è dato opera ad estendere, per altri 10 chilo- 
metri verso il nord, la triangolazione dei dintorni di Firenze 
fino a comprendervi Monte Senario e le alture dell'alta valle 
del Sieve. 

Nella sezione tecnica del Corpo stabilita in Napoli, fu ese- 
guito il calcolo di compensazione della triangolazione della Sicilia, 
e nel mese di settembre è stato presentato dal Direttore della 
sezione alla Commissione intemazionale per la misurazione del 
grado europeo, riunita in sessione plenaria a Vienna, il calcolo 
di compensazione della rete di passaggio o di congiunzione fra 
le reti italiane di Puglia e quelle austriache di Dalmazia. 

Lavori topografici. — Fino alla metà di novembre, in cui 
ebbero termine i lavori di campagna, sono stati rilevati 10,849 
chilometri quadrati di terreno alla scala di 1 1 50,000 nelle Pro- 
vincie di Salerno e Basilicata e 564 chilometri quadrati alla 
medesima scala nelle provincie di Teramo e Chieti. 

Gli allievi topografi nella campagna d' istruzione hanno rile- 
vato alla scala di 1 ; 10,000 210 chilometri quadrati del ter- 
reno compreso nel foglio 62 (Castellammare) e 35 chilometri 
quadrati alla scala di 1 : 25,000 del terreno compreso nel fo- 
glio 52 (Capua). 



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— 169 - 

Fiualmente sono stati rilevati 216 chilometri quadrati del 
terreno dei dintorni di Firenze, di guisa che col lavoro esegui- 
tovi nello scorso anno si è completato il rilevamento di un qua- 
drato di circa 16 chilometri di lato, e coi rilevamenti successivi 
fino all'alta valle del Sieve si avrà una carta di Firenze e dei 
dintorni alla scala di 1 ; 25,000 compresa in due fogli di 0,"60 
per 0,"50. 

Dagli ufficiali allievi della Scuola Superiore di guerra furono 
rilevati 250 chilometri quadrati alla scala di 1 : 20,000 nella 
valle di Susa, cosicché a tutt' oggi sono stati rilevati in totale 
942 chilometri quadrati di quella regione. 

Il totale dei rilevamenti topografici eseguiti nel 1871 abbrac- 
cia una superficie di 12,124 chilometri quadrati, e comprende i 
fogli seguenti, 55 (S. Ang. de' Lomb.), 56 (Melfi), 57 (Spinaz- 
zola), 64 (Laviano), 65 (Avigliano), 66 (M. Peloso), 73 (Eboli), 
74 (Campagna), 75 (Potenza), 76 (Tricarico), 82 (Castellabate), 
83 (Vallo), 84 (Sala), 85 (Corieto), 92 (Pollica), 93 (Laurito) 
94 (Lagonegro), 95 (Chiaromonte). 

Lavori di disegno e di riprodusfione. — Sono stati continuati 
tutti i lavori in corso nell' anno 1870. Di più sono stati ripro- 
dotti colla foto-incisione (metodo Avet) due fogli della carta del 
Napolitano alla scala di 11250,000, cioè i fogli 2 (Chieti) e 
3 (Sora), e sono già pronti per la riproduzione altri sei fogli 
della carta medesima. 

Pioggia di sabbia rossa in Sicilia. — Il 10 marzo di que- 
st' anno, dopo una fiera burrasca che durò tre giorni, si ebbe a 
Modica (in Sicilia) una pioggia di sabbia asciutta. Tale sabbia 
proseguì a cadere anche il giorno successivo ma accompagnata 
da pioggia. Il vento era di S.E. Le foglie degli alberi si tro- 
varono coperte da una polvere rosso-giallastra aderente assai 
ed osservavasi che queste si avvizzivano e s'increspavano. 

Per cura del Sig. Mangini professor di chimica dell'Istituto 
tecnico di Modica venne raccolta di questa sabbia per analiz- 
zarla. Sottoposta al microscopio presentava una forma pisolitica 
con laminette di mica e cristallini neri che ricordavano Tanfi- 
bolo e la sienite. All' attenta e più minuta osservazione appar- 
vero pure delle forme particolari simili a piccole conchiglie di 



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— 170 — 

Diatoniee; nonché del polline e delle foraminifere, forse espor- 
tate dal vento dalle sponde dei mari per ove passava. 

La sua gravità specifica rispetto all'acqua era di 1,875. 

Riscaldata su lamina di platino anneriva ripigliando il suo 
colore col raffreddamento : sotto V azione del cannello presenta?a 
punti brillanti, indizio di materia organica che si accendeva: 
infatti non si ripeteva il fenomeno ripetendo V esperienza sulla 
stessa polvere. 

L'analisi ha dato questo resultato: 

Materia organica 0,085 

Silice 0,122 

Carbonato di Calce 0,207 

Fosfato di Calce 0,032 

Allumina — Ferro ] 

Solfato di Calce [ 0,196 

Magnesia — Cloruro di sodio ) 
Sabbia feldispatica e sienitica. 0,333 

Totale 0,975 

La materia organica in così piccola quantità è indizio che 
quella sabbia non conteneva infusorii viventi come trovò il Sil- 
vestri a Catania.* La presenza però degV infusorii in questa può 
essere provenuta direttamente dalla pioggia che accompagnava 
la caduta della sabbia colà raccolta. 

È diversa V opinione degli scienziati sulP origine di tale sab- 
bia. La maggior parte ne ammettono la provenienza dal deserto 
di Sahara; alcuni però la pensano altrimenti. Le ragioni che spin- 
gono questi ultimi a non ammettere che la sabbia meteorica sia 
totalmente del deserto di Sahara sono le seguenti: 

l"" La direzione del vento che in questa pioggia fu di S.E. 
renderebbe più probabile la provenienza dalP Asia anziché dal- 
TAfrica : d' altronde nella prima supposizione V Isola di Malta 
doveva essere colpita dallo stesso fenomeno e prima della Si- 
cilia; per lo contrario tale fenomeno non vi fu punto osservato. 
2"" La sabbia del deserto di Sahara è diversa sia per la 
tinta che per la dimensione de' suoi elementi da quella caduta 

* Nella sabbia caduta il 23 marzo 1809. 



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- 171 — 

a Modica, essendo quella giallastra e grossolana, questa d' un 
rosso mattone e minutissima. 

3"* L' analisi chimica istituita sulle due sabbie dà resultati 
diversi. 

Eccone un prospetto per 1000 parti di ciascuna: 

Sabbia meteorica di Modica Sabbia del Sahara 

Materie organiche 85 

Materie solubili nell'acqua. . . 15 230 

Materie solubili negli acidi . . 372 170 

Materie insolubili 528 600 

Inoltre nella sabbia del Sahara non si riscontra la mica, 
mancano i fosfati e non si trovano le Diatomee. 

La mancanza di materie organiche, se contribuisce a far co- 
noscere la diversa provenienza della sabbia caduta, non è però 
una prova palmare, potendo la presenza di quelle materie nella 
sabbia meteorica provenire da corpuscoli organici che sempre si 
trovano sospesi nelP aria. Nella sabbia infatti caduta nel 20 aprile 
successivo nella stessa località non venne riscontrata la presenza 
di tali materie. 

La provenienza dall'Egitto o dall'Asia è pure indicata da 
elementi feldispatici e sienitici che trovansi nella sabbia analiz- 
zata. Il suo color rosso è da attribuirsi in parte alla sienite ed 
in parte alle Phitolitarie di color rosso mattone, come trovò 
Ehrenberg per il primo. 

La teorìa della circolazione atmosferica di Maury spieghe- 
rebbe la presenza delle Diatomee. 

I cicloni dell'Atlantico possono portare una parte di quelle 
sabbie dal sud dell' America: il rapporto tra i cicloni dell' Atlan- 
tico e le burrasche del Mediterraneo è d' altronde confermato 
dagli studi recente di Davy ; e la caduta della sabbia in Sicilia 
fu preceduta da violenta burrasca. Il ciclone passando per l' Egitto 
per r Asia mescola le sabbie che porta dall' America con quella 
di quei deserti e quest* ultima vi predomina, avendo l'altra pel 
più lungo cammino subito una diminuzione. Osservasi pure che 
mentre i venti di S.E. e S.O. sono umidi in Sicilia, non potreb- 
bero essere tali quelli provenienti dalle infocate regioni del Sahara 
atteso la piccola distanza tra la Sicilia e quel deserto. 

Un fatto singolare osservato è la periodicità del fenomeno 



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della caduta della sabbia che accade sempre tra gli ultimi di 
febbraio ed il mese di marzo, come si è constatato dalP osser- 
vazione di tutte le date in cui avvenne tale caduta. 

Ultime ricerche sulla temperatura e la salsedine delle 
aeque dell'Atlantico e del Mediterraneo. — Le acque del- 
r Atlantico fra Falmouth e Lisbona sono molto salate e dense 
alla superficie, come pel primo osservò Forchhamnier. La gravità 
specifica varia da 1,0269 alla superficie fino ad 1,0265 al fondo. 

La quantità in peso di sale contenuto in un litro d^ acqua, 
determinata per analisi volumetrica, raggiunge alla superficie 
grammi 19, 94, al fondo 19,* 75, e 18,* 95 nelle regioni intermedie. 
Il massimo alla superficie è di 20*, 19. Per le acque prese su una 
stessa linea verticale, le sostanze saline erano alla superficie 20*, 01 3, 
fra 20 e 100 metri 19*, 909, a 180 m. 19% 805. Questa sovrab- 
bondanza di sale alla superficie è attribuita air evaporazione, ma 
la conseguente maggior densità viene neutralizzata dagli effetti 
della più bassa temperatura delle parti inferiori. La salsedine 
nel Mediterraneo è massima sotto la superficie, e nelle acque 
poco profonde è massima al fondo. Nelle parti meno profonde del 
bacino delP Ovest, bacino che include tutta la parte che sta ad 
occidente di Malta (dove una lunga scogliera sottomarina attra- 
versa il mare, che ha in gran parte una profondità di 2800"i 
mentre ad Est essa raggiunge quasi i 3600"" ed in un punto i 
4500") la gravità specifica media ed il sale alla superficie 
erano 1, 0278 e 20*, 87 ; al fondo 1, 0285 e 21*, 38. La salsedine 
però non aumenta colla profondità: una media dei resultati ot- 
tenuti mostra che fra 350 e 700 metri la gravità specifica ed il 
sale erano 1,0287 e 21*, 53; fra 800 e 1800," 1,085 e 2^,38; 
da 2500" a 3000", 1,0283 e 21, 21*. Tale incremento di salinità 
dair alto in basso si attribuisce ad un affondamento degli strati 
della superficie resi più densi per la evaporazione, effetto questo 
non apparente nelP Atlantico essendo la differenza di salinità sopra 
e sotto molto leggiera. 

La temperatura delle acque delP Atlantico Nord verso i mar- 
gini del bacino decresce dall'alto al basso, ma con un brusco 
abbassamento a 1500" air altezza della Manica, a 49** lat. Es- 
sendo la temperatura alla superficie fra 17^ e 17*, 8 C, essa 



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era a 140" V8; a 175" 10,^7; a 450» 10,M; a 540» V8; 
a 630" V5; a 820" 8,*7; a 1000" 8,^3; a llOO"* 7," 5 ; 
a 1325" 6,*6; a 1370" 5,^*8; a 1460" 5,^6; e, con un brusco ab- 
bassamento, la temperatura a 1575" diviene 4,^ 3; a 1830" 3,"* 5; 
a 2300", 3,* 1. 

Sulle coste di Spagna e Portogallo verso 39* lat. la tempera- 
tara a 165" era 12**, di qui essa scende gradualmente a 10,* 8 
a 550 metri; 10,^*3 a 1100"; 9,° 6 a 1500": allora passa brusca- 
mente a 4,*6 a 1575"; 4,^*3 a 1830"; la stessa a 2300 metri. 

Evidentemente appare che noi abbiamo nelle latitudini di 
Lisbona la stessa distinta separazione fra lo strato superiore caldo 
e lo strato inferiore freddo, che si presenta nelle regioni setten- 
trìonali dell'Atlantico; ma mentre lo strato interposto è nel- 
r ultima località fra 275 e 550 metri, nella precedente esso sta 
fra i 1500" e i 1830". Sembra perfettamente chiaro che lo strato 
più basso debba avere avuta un' origine polare : ma non è evi- 
dente che lo strato superiore sia derivato da qualche causa di- 
pendente dall'Equatore. La loro temperatura è invero più bassa 
di 2'' a 3'' che quella del Mediterraneo allo stesso parallelo ed 
alle corrispondenti profondità; e siccome la temperatura del- 
l' ultimo può essere considerata come normale per quelle latitu- 
dini, essendo questo gran mare interno escluso dal partecipare 
alla circolazione generale oceanica, sembrerà che l'effetto di 
qaella circolazione sia piuttosto V abbassamento che V inalzamento 
della temperatura dello strato superiore di questa parte del- 
l' Atlantico. 

La temperatura superficiale dell'Atlantico durante l'estate è 
certamente più bassa di quella del Mediterraneo sotto lo stesso 
parallelo; e il limite del sopra riscàldamento degli strati superficiali 
è mtieramente d' accordo colle osservazioni nel Mediterraneo su 
questo ponto. Secondo i dati più sicuri, la temperatura superficiale 
invernale di questa porzione dell' Atlantico, è poco più elevata di 
qaella del Mediterraneo sotto gli stessi paralleli: sembra per con- 
seguenza giusta la conclusione che, né lo strato superficiale, né 
qualche porzione dello strato superiore dell' acqua dell' Atlantico 
che bagna le coste della Spagna e del Portogallo, ricevono alcuna 
aggiunta di calore dall' estendersi del GvHf-Stream nella loro massa. 

La temperatura delle acque più profonde del Mediterraneo è 



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quasi affatto uniforme, variando fra 12,^*2, e 13,* 6; ed in nes- 
suna parte abbassandosi sotto i 12,'' 2, temperatura minima che si 
trova a una profondità di circa 200 metri. Si ottennero per questo 
mare i seguenti resultati : la temperatura alla superficie essendo 
di25''; a 10 metri era di 2V3; a 18" di 2l,''6; a 36" di 16,M; 
a 55" di 15," 5 ; a 75" di 14," 1 ; a 90" di 13," 6 ; a 180" di 13," 1 ; 
i 12," 2 si trovarono in un caso a profondità di 1450"; in altro 
caso 13," 3 a 3190"; 12," 8 a 2700". Quindi la temperatura che si 
riscontra ad una profondità di 200 metri circa è pure la tem- 
peratura dell'intera massa di acqua sotto le più grandi profon- 
dità esplorate. Fra Gibilterra e la Sardegna la temperatura del 
fondo è compresa fra 12," 2 e 13," 0; in media 12," 6: presso la 
Sicilia fra 12, 8" e 13, 6". Ninno aumento di calore superficiale 
ha facoltà di cambiare direttamente la temperatura dell'acqua 
marina a profondità maggiori di 200 metri e molto leggiera 
è r elevazione di temperatura che ciò produce sotto i 50 metri : 
sembra di più evidente che la temperatura uniforme di 12," 2 
a 13," 8 incontrata sotto lo strato di 200 metri rappresenti la 
temperatura permanente della gran massa d' acqua che occupa il 
bacino del Mediterraneo. Ora questa massa è intieramente sot- 
tratta air influenza della circolazione oceanica generale; avendo 
la comunicazione traverso lo Stretto di Gibilterra il solo effetto 
di abbassare leggermente la temperatura air estremità occiden- 
tale del bacino. Inoltre la temperatura uniforme e permanente 
dell'acqua del Mediterraneo può considerarsi come rappresentante 
la stessa temperatura della terra in questa regione, debolmente 
inalzata, forse per un aumento del calore partendo dalla su- 
perficie. 

Ciò corrisponde strettamente coi risultati della stessa tempe- 
ratura della crosta terrestre in Europa, fatta con termometri af- 
fondati a tal profondità da difenderli dalle influenze della tem- 
peratura esteriore. La temperatura degli scavi profondi fornisce 
una serie di dati dello stesso genere che strettamente si accorda 
coi precedenti. Così, il signor Pengelly stabilisce che la tempera- 
tura della Caverna di Kent, a Torquay, nella parte più lontana 
dall' ingresso, differisce pochissimo da 11" per tutto 1' anno. Vi è 
una caverna nell' Isola di Pantellaria che è reputata essere di 
una freddezza glaciale ; ma il signor Millard, che ha ultimamente 



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fatta neir isola un' accurata ispezione, informa che, benché egli 
la trovasse freddissima passando in essa da un sole cocente, pure 
la sua temperatura, data dal termometro era di 12,° 2. Questa 
è la temperatura del fondo delle più profonde cisterne di Malta, 
purché queste sieno, come d'ordinario, scavate sotto le case o 
in altri modi difese dai raggi diretti del sole. 

Le acque del Mediterraneo contengono materie in sospensione 
ad uno stato di grandissima divisione provenienti dai suoi fiumi 
e, pel bacino occidentale, in gran parte dal Rodano e per V orien- 
tale dal Nilo. Le acque più profonde sono quasi per tutto tor- 
bide ed il fondo fangoso. Poca vita si riscontra su tal fondo fan- 
goso e ciò si può attribuire al fatto che la vita non può esistere 
quando vi é una costante deposizione di simili particelle tendente 
a ricuoprire la superficie dell'animale e contraria all'aerazione. 
Quindi i letti d' ostriche non fioriranno nei dintorni dei depositi 
fluviatili. Ciò corrisponde colle osservazioni di Tyndal che scuoprì 
colla luce elettrica tali particelle nell' acqua della superficie e at- 
tribuì alla loro presenza il colore azzurro profondo delle acque 
sì del Mediterraneo che del Lago di Ginevra. 

Altra ragione dell' assenza della vita sul fondo del Mediter- 
raneo, sembra sia il ristagno delle acque, dovuto alla quasi to- 
tale mancanza di circolazione verticale. 

Se quest'ultima causa è vera, ciò annullerebbe la vita nel 
fondo, tanto dove questo è roccioso, quanto dove è coperto di 
fango. 

Scoperte preistoriche fatte recentemente In Europa e 
In America. — Una serie di scoperte archeologiche d' una 
grande importanza sono state fatte di recente nelle Provincie 
della Vistola in Polonia. Le più rimarchevoli ebbero luogo nel 
luglio dell' anno decorso nelle caverne ossifere di Oitsow, e con- 
fermarono l'opinione degli scienziati, secondo la quale queste 
caverne avrebbero servito di abitazione agli uomini dei più anti- 
chi perìodi preistorici, cioè della pietra rozza e della pietra 
pulita. 

Furon trovate in queste caverne moltissime armi in selce, 
ossa fossili, vasi d' argilla e scheletri di animali di specie estinte. 

In altra località si è creduto scuoprire traccio di vere fab- 



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briche di armi e si può seguire il progresso di questa industria 
dai lavori più rozzi ed imperfetti, fino a quelli di una finitezza 
straordinaria. 

Presso il villaggio di Ossina furon trovate traccio di una di 
queste fabbriche ed un sarcofago in pietra. Tra Novogéorgniévsk 
e Sucbozine, si scoprirono pure dei sarcofagi di un modello tutto 
particolare; presso Vichgorod, una specie di forma che aveva 
servito allo abbruciamento dei cadaveri e presso il villaggio di 
Vilkanovo un intiero cimitero preistòrico. 

Furono esplorate anche le torbiere del paese, e vi furon 
fatte scoperte curiosissime, fra le quali una punta di lancia in 
osso, simile a quelle trovate nella Scandinavia. Infine nel giugno 
dello stesso anno furono scoperte nei dintorni di Varsavia traccia 
di un cimitero, un sontuoso sarcofago e molte urne con ceneri 
ed oggetti in bronzo. 

Anche in America sono state fatte interessanti ricerche 
sopra degli scheletri trovati in antichi tumuli del Kentuky, 
che sono attribuiti a popolazioni preistoriche. Notasi come 
carattere rimarchevolissimo di questi scheletri, lo. schiaccia- 
mento notevole della tibia; ed oggi sappiamo che questo ca- 
rattere, di cui non si conosce ancora il significato, è fra gV In- 
diani molto più frequente di quello che non era stato supposto. 
Fra gli altri furono segnalati degli esempi rimarchevolissimi e 
numerosi nel Michigan, e sembra che ivi lo schiacciamento sia 
assai più pronunciato che altrove. Si scopersero pure nei tumuli 
del Ténessée Una quantità considerevole di conchiglie lavorate, 
tutte marine e provenienti dal Golfo del Messico: da ciò con- 
chiudesi, che in un' epoca remota si è fatto un traffico immenso 
di conchiglie fra gli abitanti del Golfo del Messico, e quelli 
della vallata del Mississipl e suoi tributarli, e questo commercio 
si sarebbe esteso fino ai grandi laghi del Canada. Probabilmente 
il rame nativo del Lago Superiore servì di cambio, perchè segui 
una direzione opposta, e si ritrova a grandi distanze dai giaci- 
menti attuali. 

Le sorgenti petroleifere deir Indiana (Stati Uniti). — 

Fu espressa da autorevoli scienziati P opinione che le sorgenti 
del petrolio al S.O. del Lago Ontario (Stati Uniti) e, probabil- 



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mente anche in altre località, fossero da cercarsi nei calcari oleiferi 
delle formazioni del Comifero e del Niagara, che ambedue ab- 
bondano di petrolio. Si è anche creduto che le arenarie supe- 
riori di Pensilvania fossero veramente oleifere, e fu di più mo- 
strato che il calcare del Niagara a Chicago contiene racchiusa 
nelle sue cavità un' enorme quantità d' olio e che i serbatoi che 
alimentano i pozzi in altri distretti sono fessure lungo anticlì- 
nali, le quali, benché talvolta si presentino nelP Ontario al di 
sopra degli strati oleiferi, pure frequentemente occorrono nel 
calcare Comifero stesso: quindi ò falsa T opinione che la sor- 
gente deirolio in quella regione fosse da cercarsi negli strati 
superiori. 

Neir Ontario è interposta fra le formazioni del Comifero e del 
Niagara la gran serie salifera nota sotto il nome di formazione 
di Onondaga o Salina: questa, tuttavia, manca a ponente dove 
le prime due formazioni sono riunite e dove, dalla parte di North- 
Vemon (Indiana), sono ambedue oleifere. 

Un pozzo ultimamente perforato a Terre Haute (Indiana) in 
cerca di acqua dolce, ha mostrato la esistenza in tal regione di 
una produttiva sorgente d'olio: esso fu spinto fino a 570 m. 
e produce due barili d' olio circa per giomo ; un altro pozzo a 
400 m. circa a N.E. del primo, ha dato fino a 25 barili d' olio 
per giomo. Passati 45 metri di arenane e ghiaie superficiali, la 
trivella ha perforati circa 490 metri, alla qual profondità- fu 
incontrato Polio. Gli strati traversati sono i seguenti: strati a 
carbon fossile 210."'00; calcare carbonifero con sottoposte are- 
narie e scisti 210."00; scisti neri bituminosi 15"". Sotto questi, 
a 7.''50 di profondità, è stata incontrata nel calcare Comifero 
la vena d' olio. 

Un terzo pozzo a circa 1600" ad E. si è perforato per 
nna profondità di 600 metri, ma non si sono trovate traccio d'olio. 

Questa località sul fiume Wabash, è sulla linea di una poco 
sentita anticlinale o rialzo di strati, tracciato per gran distanza 
con direzione S.O. 

Altri lavori mostrano esservi luogo a supporre che molto 
del petrolio della Pensilvania, Ohio e regioni adiacenti, sia pro- 
prio di certe arenarie appartenenti alle serie Carbonifera e De- 
vonica. Alcuni hanno affermato che V olio in queste roccie si 



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presenta entro sottili fessure corrispondenti a resti di piante 
che sono scomparse, essendo state convertite in petrolio ; in con- 
trapposto ad altri che osservarono abbondare tali roccie in molte 
parti di piante fossili, che nulla contengono da cui possa deri- 
vare il petrolio. 

Si vuol trovare nei fatti accertati a Terre Haute una con- 
ferma deir opinione che il petrolio in essa regione non provenga 
dalla arenaria e nemmeno dagli scisti bituminosi inferiori, ma 
dai calcari ancora più bassi delle formazioni del Niagara e del 
Comifero. 



CÀTAIO&O DELLA BIBLIOTECA DEL R. COIITÀTO GEOLOGICO. 

(Contiuuazione.) 
SOCIÉTÉ DES SCIBNCES, DBS ArTS ET DES LeTTRES DU HaINAUT. 

Memoiresetpublications; annèe 1870-71. Mons, 1871. Un voi. ìn-8\ 
Dono della Società. 

SociÉTÉ DES Sciences naturelles du Grand-ducaè du Luxem- 
BOURO. BuUetin. Un volume annuo in-8'' con tavole. Luxem- 
bourg, 1867-70. Dono della Società. 

SociÉTÉ DES Sciences naturelles de Neuchatel. BuUetin, 
Neuchatel, 1868 e seg. Un volume annuo in-8* con tavole. Dono 
della Società. 

SociÉTÉ Yaudoise des Sciences naturelles. BuUetin. Lau^ 
sanno, 1871. Un voi. in-8* con tavole. Dono della Società. 

Society (Royal) of London. Catalogue of Scientific papers (1800- 
1863). London, 1867-72. Sei voi. in 4^ 

Soldani (A.). Saggio crittografico ovvero osservasioni suUe 
terre natUitiche ed ammonitiche détta Toscana. Siena, 1870. Un 
voi. in-4* con tavole. 

(Id.) Sopra una pioggetta di sassi accaduta nd giugno 179i 
in Ludgnano d'Asso nel Sanese. Siena, 1794. Un voi. in-8* con 
tavola. 

(Id.) Eelazione del terremoto accaduto in Siena nel maggio 1798. 
Siena, 1798. Un voi. in-8* con tavola. 



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tzen in Ungam. Wien, 1866. Un fase, in-4^ Idem. 

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Un fase, in-8* eon tavola. Dono idem. 

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lano, 1859. Un voi. in-8'' eon tavola. * 

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partenant aux depots triassiques superieurs des envir(ffis d^Esino 
en Lombardie. Milan 1858-60. Un voi. in-4* eon tavole. 

(Id.) Jntroduciion a Vetude des fossUes appartenant aux cou- 
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(Id.) Monographie des fossUes de VAzzarola appartenant a 
la zone superieure des couches a Avieula contorta en Lombardie. 
Milan, 1858-60. Un fase, eon tavole. 

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(Id.) Corso di geologia. Milano (in corso di pubblicazione.) 
Tre voi. in-8*. 

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rica. Parma, 1868. In-8* con tavole (in eorso di stampa). Dono 
deir Autore. 

(Id.) Die Wissenschaft, die Steuerpftichtigen und die Odéhrten- 
Versammlungen. Wien, 1872. Un op. in-8* Dono dell'Autore. 

Strtlver (G.) Studi suUa mineralogia; pirite del Piemonte e 
ddl'Etba. Torino, 1869. Un voi. in-4^ eon tavole. 

(Id.) Note mineralogiche. Torino, 1871. Un fase, in-8* con 
tavola. Dono dell' Autore. 



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— 182 — 

Studer(B.). Memoire sur la carte geólogique des chaines cai- 
caires arenacées entre les lacs de Thun et de Lucerne. Paris, 1839. 
Un fase, ia-4'' con Carta geologica. 

(Id.) Memoire geólogique sur la masse de montagnes entre la 
rotUe du Simplon et cdle du Saint-Gothard. Paris, 1846. Un 
fase, in-é"* con Carta geologica. 

(Id.) Index der Petrographie und Stratigraphie der Schweis 
und ihrer Umgébungen. Bem, 1872. Un voi. in-S**. 

Studer (B.) et Escher de la Linth (A.). Carte geólogique de 
la Suisse, avec un Index contenant la Hypsometrie de la Suisse. 
Winterthur, 1866. Un foglio in colori ed un fascicolo. 

Stup (D.). Die geologische Beschaffenheit des Enns-Thales. 
Wien, 1853. Un fase, in-4^ Dono dell'Autore. 

(Id.) Das Isonzo-Tlial von Flitsch abwàrts bis Gorz, die 
Umgébungen von Wippach, Adelsberg, Planina und die Wochein, 
Wien, 1858. Un fase, in-4** con tavola. Dono idem. 

(Id.) Die Umgébungen von Tàbor {WotUz^ Tabor^ Jung- 
WoschUz, Patzau, PUgram und Cechtitz). Wien, 1858. Un 
fase. in-4'*. Dono idem. 

(Id.) Uéber das Niveau der Halobia Haueri. Ein Beitrag zur 
Kenntniss der alpinen Tnew.Wien, 1860. Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Die neogen-tertiàren Ablagerungen von West-Slavonieti, 
Wien, 1862. Un fase. in-8*. Dono idem. 

(Id.) Die intermittvrende Quelle von Skacend in Ober-Ungam, 
Wien, 1863 Un fase, in-8^ Dono idem. 

(Id.) Bericht iiher die geologische UébersichtS'Aufnahme des 
sudwetstlichen Siébenbiirgen im Sommer 1860. Wien, 1863. Un 
voi. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Bemerkungen iiber die Geologie vofi Unter-Steiermark. 
Wien, 1864. Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Einige Bemerkungen iiber die an der Grenze des Keu- 
pers gegen den Lias vorkommendeti Ablagerungen. Wien, 1864, 
Un fase. in-4^. Dono idem. 

(Id.) Die neogenen Ablagerungen im Gébiete der MUrz und 
Mar in Ober-Steiermark. Wien, 1864. Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Continua.) 



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PiMtiùi lei B. COITATO GiOLOGICO. 

{In Corso di Stampa.) 



— Volume II delle Memorie per servire alla descrizione 
della Carta Geologica d'Italia. — Questo volume verrà 
pubblicato in due parti, di fonnato, carta e stampa del 
tutto simili al volume l"". 

La prima parte comprenderà: 

Descrizione geolog-ica deU' Isola S Ischia^ con la carta 
geologica della medesima in fol. e incisioni nel testo, del 
professor C. W. C. Fuchs. — Esame Geologico della catena al- 
pina del San Gottardo, che deve essere attraversata dalla 
grande Galleria dèlia Ferrovia ItàUhElvetica, con una carta 
geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., delP in- 
gegnere F. Giordano. — Malacologia pliocenica italiana, fa- 
scicolo 2% con N* 7 tavole di C. D' Ancona. 

La parte seconda conterrà : 

La Geologia delle Alpi Apuane, con incisioni nel testo 
e una tavola, di L Cocchi. 



2^ — Carta Geologica della Italia superiore e centrale^ 

in 6 fogli, nella scala di so^, compilata sui migliori mate- 
riali esistenti da L Cocchi, e pubblicata per cura del R. 
Comitato Geologico coir opera di eccellenti Artisti. 



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Annunzi di pubblicazioni. 



A. Stoppani — Corso di Geologia; Milano. — L' oi)era si com- 
porrà di tre grossi volumi in-S"" con numerose incisioni in- 
tercalate^ nel testo, e viene distribuita a fascicoli di 64 pa- 
gine. — È uscito il fascicolo 16. — (In corso di stampa.) 

L. BoBiBicci — Corso di Mineralogia; Bologna. — Seconda edi- 
zione grandemente variata ed accresciuta con molte figure 
intercalate nel testo e tavole. (In corso di stampa), 

G. G. Gemmellàro — Stadi! paleontologici sulla fauna del eal- 
care a Terebratula janitor del Nord di Sicilia; Palermo.— 
È pubblicato: Parte r (Pesci, Crostacei, Molluschi Cefoio- 
podi) fase, r, 2\ 3% 4* e 5^ Parte T (Molluschi Gasteropodi) 
fase, r, 2% 3^ 4' e 5"; Parte 3" (Molluschi Brachiopodi) 
fase, r e 2**. — Ogni parte forma un volume in-4** con tavole. 

G. Capellini — Sul Felsinoterio, sirenoido haliooreforme dei 
depositi littorali pliocenici dell'antico bacino del Me- 
diterraneo e del Mar Nero; Bologna 1872. — Pag. 50 in-4' 
con otto tavole. 

A. D'AcHiARDi— Mineralogia della Toscana. — Pisa 1872. — 

Voi. r, pag. 276 in-8^ 

B. Gastaldi — Denx mots sur la Geologie des Àlpes Cot- 

tiennes. — Turin 1872. — Pag. 24 in-8^ 
F. Maurt — Geografia fisica del mare e sna meteorologia.— 
Prima versione italiana di L. Gatta. — Torino 1872. — Pag. 524 
in-8*» e 16 tavole. 

A. Waltenberger — Orographle der Algftner Alpen. — Aug- 

sburg 1872; pag. 20 in-4'' con Carta ipsometrica ed una 
tavola di sezioni. 
H. Gerlach — Das sùdwestliche Wallis mit den angrenzenden 
Landestheilen Ton Savoien nnd Piemont. — Bem 1872.— 
Pag. 176 in-4** con due tavole di sezioni in nero, una 
terza idem colorata ed un foglio in cromolitografia della 
Carta geologica svizzera. 

B. Studer — Index der Petrographie nnd Stratigraphie der 

Schweiz nnd ihrer Umgebnngen; Bern 1872. — Un vo- 
lume in-8** di pag. 272. 

Delesse et De Lapparent — Bevne de Geologie ponr les an- 
nées 1868 et 1869; Paris 1872. — Un volume in-8' di 

% pag. 267. 

Dblesse — Lithologie dn fond des mers; Paris 1872. — Due 
volumi in-8'' di pag. 616 complessivamente ed un atlante 
di 5 tavole in-folio. 



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T^/' 



R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 



Bollettino N!* 7 e 8. 



Luglio e Agosto 1872. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI 6. BARBÈRA 



1872. 



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FiHcanoiii lei B. COIT&TO GEOLOGICO. 

(In Corso di Stampa.) 



1» _ Volume n delle Memorie per seryire alla descrizione 
della Carta Geologica d'Italia. — Questo volume verrà 
pubblicato in due parti, di formato, carta e stampa del 
tutto simili al volume 1^ 

La prima parte comprenderà: 

DescrizioYie geologica delV Isola d' Ischia, con la Carta 
geologica della medesima in fol. e incisioni nel testo, del 
professor C. W. C. Fuchs. — Esame Geologico della catena al- 
pina del San Gottardo, che deve essere attraversata daRa 
grande Galleria della Ferrovia Itàlo-Elvetica, con una Carta 
geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., dell'in- 
gegnere F. Giordano. — Malacologia pliocenica italiana, fa- 
scicolo 2*», con N° 7 tavole di C. D' Ancona. 

La parte seconda conterrà: 

La Geologia delle Alpi Apuane, con incisioni nel testo 
e una tavola, di L Cocchi. 



2* — Carta Geologica della Italia superiore e centrale^ 

in 6 fogli, nella scala di gò^, compilata sui migliori mate- 
riali esistenti da L Cocchi, e pubblicata per cura del B. 
Comitato Geologico coir opera di eccellenti Artisti. 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 

»M e 8. — Luglio e Agosto 1871 



SOMMARIO. 

Note geologiche. — 1. Del terreno glaciale delle Alpi Apuane, di 1. Cocchi.— 
II. Cenni intorno alla geologia del gruppo dell' Adamel lo, del dott. Baltzer 
(estratto). — HI. Cenni geologici sulle valli di Raccolana, di Dogna e di 
Malborghetto nell'Alto Friuli, di T. Taranelli (estratto). — IV. Cenno oro- 
grafico sul gruppo della Roche d'Ambin, di M. Baretti (estratto). — V. Il 
giacimento a pesci di Licata, di E. Sauvaoe (estratto). — VI. Su di una 
caverna con avanzi preistorici dell'Apennino di Romagna, di G. Scarabelli 
(estratto). — VII. Di alcuni nuovi uccelli fossili scoperti recentemente nel 
Nord-America, del prof. Marsh (estratto). 

Kotizie bibliografiche. — A. D' Achiardi, Mineralogia della Toscana ; 
voi. I, Pisa 1872. — 0. Silvestri, Le Nodosarie fossili nel terreno sub- 
apennino italiano e viventi nei mari d* Italia; Catania 1872. — Fr. Coppi, 
Studii di Paleontologia iconografica del Modenese; Parte I«, Modena 1872. — 
A. Delesse, Les oscillations des cótes de France; Paris 1872. 

Notizie diverse. — Sulla variazione della gravità in Russia. — Le Correnti 
marine.— Analisi di alcune rocce ed altri materiali pescati nel Gulf-Stream, — 
Ferri meteorici trovati in Groenlandià'ed in America. — I giacimenti petro- 
leiferi del Nord-America. — Il petrolio nell' Isola di San Domingo. — Scoperta 
di una foresta fossile nel terreno terziario di California.— Scoperta del 
Diamante nella Xantofillite. — Sulla mineralogia dell' J5^020on Canadense. 

Bettiflcazione. 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 



NOTE GEOLOGICHE. 



I. 

Del terreno glaciale delle Alpi Apuane. 
Nota di I. Cocchi. 

Il prof. A. Stoppani, nella occasione di un suo recente 
viaggio nelle Alpi Apuane, osservava in Val d'Arni una an- 
tica morena frontale e tornato a casa la descriveva alla So- 
cietà di Scienze naturali in Milano e nei rendiconti del R. Isti- 
tuto Lombardo (voi. V, fase. XIV). La scoperta di un indiMo 



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— 188 — 

così irrecusabile della esistenza di un antico ghiacciaio fu da esso 
giustamente considerata come pronostico sicuro détta scoperta dd 
terreno glaciale in tutte le Alpi Apuane. 

Perchè si avverasse al più presto il pronostico del dotto geo- 
logo, e perchè leggendo la nota mi parve che non fosse più opportuno 
un indugio maggiore a far noto qualche cosa di più sulle antiche 
ghiacciaie apuane, mi sono deciso di raccogliere fra le mie note 
di viaggio di questi ultimi anni alcune notizie su quei depositi 
morenici, per anticiparne in modo sommario la conoscenza ai let- 
tori del Bollettino. Ho detto anticipare perchè mio divisamento 
era di parlarne brevemente in un articolo sui nostri terreni su- 
perficiali promesso nella breve Nota su due scimmie fossili Ha- 
liane (Boll. >? 3-4), e di svolgere latamente questo soggetto nella 
Geologia détte Alpi Apuane che verrà pubblicata nell'anno venturo. 

Come ebbi occasione di scrivere al prof. Stoppani, in data 
del 22 giugno, il fatto da esso veduto lungi dall' essere isolato 
è anzi frequente, ripetendosi in tutte le vàttate principali dette no- 
stre Panie. 

Volendo indicare brevemente i più importanti tra questi depo- 
siti morenici a me noti in queste montagne, comincerò da quello 
veduto nel 13 giugno di quest'anno dallo Stoppani e poco dopo 
da esso descritto. 

La morena d' Ami è forse un poco più estesa di quello che 
sembra apparire dalla Relazione dell'Autore, trovando registrato 
nelle mie note di viaggio che quel deposito si può seguire a valle 
fin presso il Campacelo a levante, e a monte fra il Castellacelo 
e l'Altissimo verso il Vestito a Ovest ; distintissimo essendo, per 
esempio, ai Campaniletti e più su ancora. 

Le ghiacciaie le quali fornirono i detriti che compongono la 
morena discendevano dalle alture che circondano il canale del 
Vestito e quelle che chiudono il canale del Sella ossia d'Ami, 
non che quelle delle Penne Fiocca e Sumbra. 

Lasciando la Valle d'Arni e andando verso ponente si in- 
contra, al di là del Vestito, la valle del Frigido. Belle morene 
scesero alle falde della Tambura nel suo significato più lato, e 
quindi si incontrano a Ruara, Gronda, Resceta, sopra il Forno ec. 

Degni di nota sono alcuni massi erratici enormi distesi oriz- 
zontalmente sulle testate di strati calcarei verticali. Di uno di 



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— 189 - 

questi presi un bozzetto, qualche anno fa, per la sua mole e 
il pittoresco effetto. Si trova nel canale del Bifolco, che è il ramo 
più occidentale del Frigido, al di sopra dello sdrucciolo de' marmi; 
è formato di roccia scistosa e proviene verosimilmente dai monti 
di Navola e della Foce di Vinca, da cui scende il canale di Na- 
vola, dove appunto appaiono gli scisti antichi che escon fuori di 
sotto la massa marmorea del Pizzo di Sagro e vanno a sor- 
reggere, verso il Nord, sulle loro testate gli strati marmorei del 
Gaamerone e del Giogo dalle quali creste scende, a Sud, il ca- 
nale propriamente detto del Bifolco. 

Più ad occidente troviamo depositi morenici nella valle del Car- 
rione dove scesero dalle alte cime del Pizzo di Sagro e dalle propag- 
gini di esso che chiudono ai suoi lati V alto Carrione, giungendosi a 
levante alla Tambura per Grondilice e le altre sommità. Prendendo 
le mosse dalla valle di Colonnata, il deposito morenico comincia dove 
si vede la Calcarea cavernosa (Cargneulé) sovrapposta alle quarziti 
e quindi più a valle del punto dove emerge la formazione dei 
marmi saccaroidi ; si unisce a deposito consimile che viene dalla 
valle di Codena e si continua verso Miseglia. A Torano si uniscono 
i depositi delle altre vallette laterali e così riuniti vanno a Mi- 
seglia, dove quelli della valle di Torano si uniscono a quelli di 
Colonnata e si prolungano fin presso Carrara. Il deposito more- 
nico suol essere coperto da ciottoli più recenti ed è formato di 
frammenti e di blocchi d'ogni dimensione, talvolta voluminosis- 
simi e fortemente agglutinati. Lungo la strada sono grandi tecchie 
tettoie naturali assai pericolose per i massi che staccandosi a 
quando a quando cascano sui lati ed anco nel mezzo della strada. 

Morenico è probabilmente anche il deposito caotico di ciot- 
toli angolosi che ingombra V ultimo tronco della valle di Gragnana 
tra questo villaggio e Carrara, e che forma tecchie più o meno 
pericolose lungo la strada provinciale, specialmente verso Gra- 
gnana. 

Merita qui di essere notata la circostanza che la valle di 
Gragnana è chiusa da monti di arenaria macigno (eocene) a S.O. 
e da monti di calcarle antiche neir opposto fianco. 

I massi e blocchi che formano questo deposito spettano esclu- 
sivamente alle ultime e la stessa disposizione loro mostra che 
provennero dal Nord. 



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— 190 — 

Da questo luogo proseguendo la nostra rassegna si lascia il 
fianco vólto al mare e si prende quello di N.O. e N., cioè quello 
che guarda T ampio bacino della Magra. 

È questo il fianco dove si aggruppano in stupenda famiglia i 
picchi più acuti ed elevati della elissoide apuana, primeggiando 
sugli altri il Pizzo Maggiore, detto anche risanino dal nome di 
uno de' suoi pinnacoli laterali, e il Pizzo d' Uccello. 

U Repetti dice che V altezza del Pizzo d' Uccello è di 3285 
braccia, pari a 1918",44, e che quella del Pizzo Maggiore è di 
3503 braccia, pari a 2035",75. Egli riguarda Tultimo de' due come 
a il più eccelso monte della Toscana e di tutto V Apennino set- 
» tentrionale dellltalia, meno il Cimone che lo supera di 56 tese.' » 

Nella Statistica Botanica Toscana, eccellente opera del Caruel, 
si vede un Panorama de' monti della Toscana nel quale l'Autore 
figura il Pizzo d' Uccello come poco inferiore a 1900" e al Pizzo 
Maggiore assegna una elevatezza di quasi 2100°". 

Secondo altri calcoli, però approssimativi, ai quali ho preso 
parte io medesimo, l'altezza del Pizzo d'Uccello sarebbe d'al- 
quanto superiore ai 2000 metri, e quella del Pizzo Maggiore sa- 
rebbe di circa 2200 metri. 

Dalle falde dei monti di Tenerano sotto Monzone fin contra 
il monte di Ugliancaldo, il deposito morenico si osserva dapprima 
friabile e sciolto e poi generalmente agglutinato e resistente. Allo 
sbocco della valle di Vinca sotto Monzone ed Aiolà il deposito 
che sbocca da quella si unisce a quello che scende per Equi dalla 
valle di Sigliole altrimenti nota col nome di Solco d'Equi. 

Nello stesso solco d' Equi, uno de' tratti caratteristici di quelle 
belle montagne, il masso rimasto a cavalcioni della strettissima 
valle fra le due verticali pareti di essa, a guisa di ponte sospeso, 
conosciuto dagli abitanti col nome di Paiolo, è probabilmente 
un masso erratico quivi rimasto abbandonato. 

Valicato il monte di Ugliancaldo e scesi per Minucciano nella 
valle del torrente di Gramolazzo, detto anche Serchio di Minuc- 
ciano, si incontra la più grande delle antiche morene apuane. È 
questa la più occidentale delle valli del versante settentrionale 

* Nella carta austriaca V altezza del Cimone è Vagguagliata a C855 piedi 
viennesi, ossia 6671 piedi parigini. 



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— 191 — 

della Catena, e scende dal Pizzo Maggiore a Est, dal Pizzo d'Uccello 
a Ovest, dai pizzi delle Forbici, dell'Altare, della Neve a Sud. 

n Piano e il Poggio di Mandria sono formati di un deposito 
caotico incoerente dove primeggiano per frequenza e mole i massi 
delle rocce che formano l' altissimo circo dal quale scende il Gra- 
molazzo, né vi manca il macigno eocenico del quale sono formati 
i monti di Minucciano che chiudono la valle al Nord. Molti dei 
blocchi hanno incavature e solchi e strie longitudinali. L' esame 
delle rocce può insegnarci da quali cime essi provennero, e questo 
conosciuto, possiamo intendere in qual modo essi giunsero nel 
laogo dove sono attualmente. 

I più non vi possono essere stati rotolati perchè non sono for- 
mati di rocce che costituiscono quel lato del Pizzo Maggiore che 
domina il Pian di Mandria; le acque non potevano trascinarli 
dove ora sono a tanta altezza dai più lontani pinnacoli e dalle 
più recondite vallecole. Non restano che le ghiacciaie le quali 
riempiendo le depressioni, superando con la loro alta massa gli 
ostacoli de' molti contrafforti e speroni, possono spiegare la natura 
e la disposizione di quel singolare deposito. Per importanza e 
numero predominano grandi massi staccati nel piano di stratifi- 
cazione, di scisti calcariferi, di rocce scistose o a strati sottili, 
generalmente distesi come grandi lastre sul suolo. I maggiori, 
quando sono inclinati su di un fianco e coperti di terra e di de- 
trito, si potrebbero prendere per rocce in posto affioranti sotto la 
vegetazione, se non si vedessero frammenti e massi di macigno 
confusamente mescolati con essi. 

La natura litologica delle rocce delle Forbici, dell'Altare e 
dell'alte cime del Pizzo Maggiore dal lato da cui questo si 
unisce al precedente, il modo di fendersi e di distaccarsi di 
parti di esse, non permettono di dubitare sulla provenienza di 
que' massi, essendo tali rocce esclusive di quelle cime. 

Una grande ghiacciaia adunque partendo dall'Orbo della Donna, 
che sta alle falde della cerchia montuosa poco sopra descritta, 
scendeva giù per il torrente Gramolazzo fin presso la sua giun- 
zione con il torrente dell' Acquabianca sotto Corfigliano e rice- 
veva una minore ghiacciaia laterale che scendeva dai monti di 
Minucciano, formati di terreni liasici ed eocenici i quali sbar- 
rano r andamento del Gramolazzo e lo fanno piegare da N. a 



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— 192 — 

E. e S.E. Ma soltanto dalle parti superiori del Pian di Man- 
dria potevano alcuni materiali detritici essere forniti alla mo- 
rena; più in basso erano dati soltanto dai monti che la chiu- 
dono dal lato meridionale. I massi che si trovano a quando a 
quando sul fianco opposto, ossia sinistro della valle, sono veri 
massi erratici, e formano la più bella pruova della antica esi- 
stenza di ghiacciaie in queste montagne. Quando scrissi neir Uo- 
mo fossile (Milano 1867) a pag. 36: 

« Vidi infatti in questo stesso anno 1866 la presenza di 
» grandi massi erratici di volume enorme, staccati dalle rocce 
» metamorfiche proprie delle maggiori elevazioni della parte set- 
» tentrionale della Catena (Apuana) e giacenti a considerevol 
» distanza dal luogo di originaria provenienza, a notevole al- 
» tezza ne* fianchi di colline ove per forza di torrenti mai non 
» potrebbero essere nelle condizioni presenti travolti. Allo sbocco 
» di alcuna di quelle nordiche valli e sui fianchi de' monti che 
» ne prospettano lo sbocco (tale sarebbe il Poggio di Mandria) 
» vi sono accumulazioni di massi di vario volume e di detriti 
» delle rocce che formano la parte più alta della opposta valle 
ì> con r apparenza di vere morene ; » 

per ciò che si riferisce ai massi erratici, intendevo di parlare 
appunto di quelli che si trovano sparsi lungo le sponde del Gra- 
molazzo e di altre valli limitrofe a questa. 

Uno di questi massi, e credo sia T ultimo discendendo il 
corso del Gramolazzo, misurato da me nel 1866, offriva le se- 
guenti dimensioni: 

Lunghezza metri 5 00 

Larghezza 3 00 

Altezza 2 00 

Quella massa tabulare di scisto calcarifero antico giace a 
oltre 10" di altezza dall'alveo del torrente, sul fianco sinistro 
della valle nelle belle praterie del basso Monte di Gramolazzo, 
e fu qui depositato senza che se ne smussassero gli angoli e 
gli spigoli, benché provenga dalla parte più alta e recondita 
dell' Orto della Donna, o alta valle del Gramolazzo, e sia giunto 
qui superando le strette della valle e i numerosi speroni che 
scendono dalle alture a inflettere l'andamento del torrente. 



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— 193 — 

Lasciando la valle del Gramolazzo laddove a questa si con- 
giunge quella dell' Acquabianca ossia di Corfigliano, e prendendo 
a risalire quest' ultima, si incontra un deposito morenico analogo 
al precedente. Gli elementi detritici e i massi erratici qui scen- 
devano dal fianco orientale del Pizzo Maggiore che è marmoreo, 
da Grondilice e dal fianco settentrionale della Tambura: in altri 
termini V anfiteatro superiore dal quale scendevano i ghiacci es- 
sendo marmoreo, sono marmorei di preferenza i detriti: quindi 
il deposito morenico, come quello di Arni, è prevalentemente 
agglutinato e cementato. 

Sulla sinistra di questa valle ove comincia ad allargarsi in 
un altipiano coperto di grandissimi castagni (uno ha 36 passi 
di circonferenza), giace un masso erratico di scisto calcarifero 
della sommità del Pizzo Maggiore, avente forma tabulare; lo 
misurai nel 1866 e lo trovai avere le seguenti dimensioni: 

Lunghezza metri 7 00 

Larghezza 6 00 

Altezza 3 50 

Superata laTombaccia, che è lo spartiacque che divide l'alta valle 
dell' Acquabianca da quella di Ametola, si incontra una estesa mo- 
rena, la quale da Campocatino per Vagli di Sopra va ad arre- 
starsi contro le Faete ed Orticaiola. Il bacino superiore dell' an- 
fiteatro è formato dai fianchi marmorei della Tambura, della 
Penna di Sella e delle Faete, sui quali si addossano gli scisti 
superiori ai marmi coperti da quarziti, e queste a lor volta da 
calcane triasiche. Le piccole morene laterali che confluiscono 
nella frontale hanno quindi alcuni caratteri propri. La calcarea 
ceroide, aZia^ =Marmolino de' paesani, ad esempio, non è estraneo 
ai depositi in questione a Campocatino, dove proviene dalla Tom- 
baccia, come può vedersi per la strada che scende a Vagli di 
Sopra e segnatamente al ponticello nuovo su di una fossaccia 
dove il monte par rovinato tanto è formato da un ammasso 
caotico di macerie. Il che prova che anche in questo caso i ghiacci 
Don scendevano soltanto dalle cime più alte dell'anfiteatro, ma 
ancora dalle laterali minori. 

Lasciamo questa valle e procediamo oltre verso levante. 

Non parmi di avere incontrato depositi di questa natura dalla 



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— 194 - 

parte delle Capanne di Careggine, cioè alle falde del versante 
orientale della Penna di Sumbra : ma i ghiacci che dalla mede- 
sima scendevano a Nord, lasciarono tracce di loro nel canale di 
Vagli, che si unisce a Vagli di Sotto colle valli di Arnetola e di 
Campocatino già descrìtte; mentre dalla parte d'Ami se ne ri- 
trovano le tracce al Campacelo. 

Le scoscese e dirupate giogaie della Pania della Croce, Pania 
Secca, Pania Vestita e Paniella che guardano il Nord e formano 
un insieme di balzi e di precipizi pressoché impraticabili e dif- 
ficilissimi allo studio, offrono alle loro falde dei depositi agglu- 
tinati analoghi a quelli di Arni. 

Nel fianco orientale della Pania non sono ben sicuro se si 
trovano depositi morenici nella valle della Torrite di Gallicano o 
del Trassilico sopra Forno Volasco, ma non posso escluderli. 

E di qui rivolgendoci al fianco meridionale della Catena, per 
Mosceta e per la Cerchia ritorniamo in Arni donde siamo partiti. 

Questi sono succintamente i principali depositi glaciali delle 
Alpi Apuane, omettendo, come è naturale, di indicare i minori. 

Tutte le valli pricipali che si staccano dal gruppo montuoso 
centrale erano campi di ghiaccio. 

Le prove dirette che non aveva quando scrissi la Memoria 
Sulla Geologia delVAUa Val di Magra, non mancandomi quando 
scriveva suir Uomo fossile nella Italia Centrale, mi permisero 
di far seguitare il passo precedentemente citato dalle seguenti 
parole : 

« Io penso che la catena metallifera avesse ghiacciaie nelle 
» valli più elevate del suo gruppo delle Alpi Apuane appunto 
» nel tempo che corse fra il riempimento dei laghi apuani per 
» mezzo delle ghiaie che loro appartengono e la formazione del 
» diluviale apenninico ; o se si voglia supporle (le ghiacciaie) più 
» antiche, penserei che fossero in parte contemporanee al riem- 
tt pimento suddetto quando le rammentate montagne avevano 
» altezza maggiore dell'attuale.* » — (Uomo foss.^ pag. 36-37.) 
Queste parole mi conducono ad aggiungere alcune considerazioni. 

Primieramente la scoperta annunziata nel 1867 e la scoperta 



• Questo io scriveva per le Alpi Apuane ; ora avrei qualche argomento per 
credere che di qualche ghiacciaia non fosse nemmen priva V Isola d* Elba. 



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— 195 - 

del 1872, si confermano reciprocamente, per guisa che deir an- 
tica esistenza delle ghiacciaie apuane non parmi si possa piii 
dubitare dopo la testimonianza tanto autorevole dello Stoppani. 
Ma come nel redigere i passi citati, avendo io allora uno scopo 
assai vasto, quaP era quello di stabilire un concetto fondamentale 
atto a spiegare gli avvenimenti più recenti della geologia ita- 
liana, e consistenti essenzialmente nelle mutate condizioni oro- 
grafiche e idrografiche d'Italia, doveva limitarmi ad annunziare 
il fatto della esistenza delle antiche morene, mentre sarebbe 
stato intempestivo e prolisso lo scendere a descriverne le fattezze 
e i luoghi ; così ora in una noticina d' occasione quale è questa, 
non posso impegnarmi a condurre il lettore per tutte quelle di- 
samine che si richiederebbero per provare l'assorta tesi che le 
ghiacciaie esistessero nelle Alpi Apuane nel tempo che sorge fra 
U riempimento dei laghi apuani e la formazione del diluviale 
apenninico. In ordine a questo argomento, mi limito a rimandare 
il lettore alle considerazioni svolte nelP Uomo fossile, ec. ; mentre 
poi mi riservo di sviluppare nuovamente questi concetti fra non 
molto, come sopra ho detto. 

Ma due parole dirò delP altezza maggiore che attribuisco 
alle antiche Alpi Apuane in confronto delP attuale lóro eleva- 
zione. L'altezza di queste montagne, maggiore per lo passato 
che nel presente, fu un grande concetto del Savi; io non feci 
che sottoporre questo concetto ad esame, e trovatolo conforme 
al vero, cercai di applicarlo e di svolgerlo largamente. 

Non si dice però che le Alpi Apuane fossero più alte d'ora 
perchè vi erano o vi potevano essere esistite ghiacciaie che ora 
più non sono. Anche non tenendo conto di talune naturali spac- 
cature perpetuamente ripiene di ghiaccio secolare (Pania, Tam- 
bura, Pizzo d' Uccello ec), talvolta avviene che, in annate ecce- 
zionali, al sopraggiungere delle nuove nevi non sono ancora del 
tutto scomparse quelle dell'anno precedente ammonticchiate in 
qualche recondito luogo ombreggiato da rupi e volto a bacìo. 

S'intende pertanto che un leggero cambiamento nelle condizioni 
fisiche generali della contrada potrebbe dar luogo nuovamente 
alla presenza di ghiacciaie, ferma stando l' altezza attuale delle 
medesime. In certi fenomeni termici non è tanto l' altezza asso- 
luta quanto l'altezza relativa che conta; e un picco isolato di 



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— 196 — 

2000 metri offre caratteri botanici e meteorologici più alpestri 
che uno di uguale o di maggiore altezza che sorge alle falde 
di elevazioni maggiori. 

Dopo gli studii e le ricerche di Tyndall non si potrebbe più 
dire che basta una temperatura molto bassa per produrre le 
ghiacciaie. Perchè queste si formino, si richiede una superficie 
evaporante che dia la quantità d' umidità necessaria e un con- 
densatore che obblighi il vapore acqueo a condensarsi ed a ca- 
dere in forma di neve : dunque nemmeno il solo freddo baste- 
rebbe a produrre le masse di ghiaccio delle ghiacciaie. La 
questione adunque non è là. 

La prima volta che sommariamente formulai le deduzioni 
alle quali mi conducevano gli studii fin d' allora iniziati, fu nella 
Introduzione al Corso di Geologia del 1860' e dopo in più 
occasioni. 

Le considerazioni principali che inducono a credere che il 
sistema montuoso al quale le Alpi Apuane appartengono fosse 
r asse orografico principale di questa nostra Italia centrale sono : 
la posizione di alcuni bacini lacustri inferiori air attuale livello 
del mare, non potendo coesistere a laghi di acqua dolce di ca- 
rattere alpino e mare nel medesimo luogo contemporaneamente. » 
(Uomo fossile ec. pag. 36); la idrografia pliocenica — che ho ri- 
costrutto in gran parte per le Alpi Apuane, e per altri tratti 
della Catena; — la importanza di alcuni di quei fiumi antichi e 
il loro andamento; la continuità o almeno la minore disconti- 
nuità della Catena metallifera o Litoranea come conseguenza 
necessaria del sistema idrografico di allora : — la diversa posi- 
zione in altezza a cui ora si trovano i depositi pliocenici e post- 
pliocenici in diversi luoghi ; i fenomeni di dislocazione e di rot- 
tura che si possono, in più luoghi vedere e che furono indicati 
da me e precipuamente poi dal Savi. Queste sono le principali 
circostanze di fatto che] impongono come certezza la ipotesi di 
una maggiore elevazione delle Alpi Apuane. 

Ma r altezza maggiore di queste montagne trasse seco un'al- 
tra conseguenza. In un'epoca, quale fu la glaciale, di massima 



* Annuario del R. Museo di fisica e storia naturale per Vanno i860^ 
pag. 169. 



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- 197 — 

umidità pel nostro continente, quella maggiore altezza ne faceva 
di esse Un più perfetto condensatore: questo doveva produrre il 
suo effetto^ e lo produsse senza che vi partecipasse TApennino (non 
parlo di quello al di là de' confini meridionali della Toscana, perchè 
non è quel semplice sistema orografico che può a prima vista parere, 
ed escludo TÀpennino circumapuano perchè questo è geologi- 
camente connesso con le Alpi Apuane stesse, è come chi dicesse 
una piega estema di quella elissoide, ed ha comuni con quelle 
molti caratteri e gran parte della sua storia passata), perchè Esso 
non fu vera e propria catena montuosa che allorquando la Catena 
metallifera, il suo gruppo delle Alpi Apuane principalmente, di- 
ventò il rimasuglio della grande Catena dei tempi passati; ed 
allora le condizioni favorevoli al condensamento di molta umidità 
nella nostra latitudine eran cessate e V Apennino non vi aveva 
preso quelle proporzioni che potevano farlo diventare un con- 
densatore adattato alla formazione delle nevi perenni. 



IL 
Cenni intorno alla geologia del gruppo deW AdaméUo. 

(Estratto da una nota del dottor Baltzbr, 
inserita nel BcUeltino del Club Alpino Italiano, Tol. V, N. 18.) 

Alla stessa guisa delle masse onde è formato il sistema delle 
Alpi, il gruppo deir Adamello è una massa centrale, poiché desso 
resulta da un nocciolo centrale compatto di rocce primitive sul 
quale si appoggiano rocce scistose, come si osserva nei gruppi 
del Monte Bianco, del Gottardo, della Bernina ecc. 

Esso è formato da uno speciale granito orneblendico detto 
Tonalite dal vom RatL che pel primo lo osservò al passo del 
Tonale,' ricoperto regolarmente da gneis, micascisto e scisti 



* Questa roccia minutamente descritta dal vom Rath è composta di feldispato, 
quarzo, mica e orneblenda : è un granito orneblendico che si accosta alla diorite 
per un lato e al porfido per l'altro; la mica è bruno-oscura, lucente, in lamelle 
prismi esaedri larghi sino 6 mm. e se ne staccano facilmente delle fogliette. I cri- 
stalli di orneblenda sono più duri, di color verde scuro. È una pietra adattatis- 
sima per fabbriche ed ornati. Vom Rath dice che ne furono trasportati a Trento 



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— 198 — 

argillosi. Le creste aspre e dentellate sono di granito, i gneis 
e micascisti scendono nelle valli rivestite da pascoli ubertosi e 
da selve. 

Il confine geologico di questo gruppo viene segnato come segue: 

A tramontana la valle di Pelo e la valle del Monte. 

A ponente il corso dell' Oglio sino air imboccatura della 
valle di Poja, poscia il torrente Sarca e la profonda Val Genova 
che divide la massa della Presanella da quella deir Adamello. 
Dal lato di Val del Sole non è ben precisato il suo confine. 

Compreso Monte Castello, il gruppo presenta una forma quasi 
ovale avente Tasse principale nella direzione diN. — S. Airestremità 
settentrionale è posto il bagno di Peio. La lunghezza da Posine 
a Pieve è di 45 cbilom., la maggior larghezza tra Edolo e Strem- 
bo 34 chilom. 

Il gruppo deir Adamello appartiene alle masse centrali com- 
patte, di forma non allungata né molto intersecata. 

Un altipiano grandioso ed un po' più ripido verso ponente 
g>i fa corona, incorniciato e traversato da creste frastagliate. La 
massa principale è di Tonalite, che si dirama in ogni senso, 
formando valli alla cui sommità si vedono i ghiacciai scendenti 
dall'altipiano. A ponente queste valli sono incassate profonda- 
mente, sicché in alcune le vedrette vi scendono precipitosamente; 
mentre però al N.E. si avvallano lentamente e maestosamente, 
tale è il ghiacciaio di Mandrone. Le valli, conformate a guisa di 
terrazze, presentano traccio di antiche vedrette. La mole della 
Presanella, benché non segua la regolarità del gruppo principale, 
vi appartiene geologicamente, congiungendosi, al passo di Pì- 
scanna, la tonalite dell' Adamello con quella della Presanella. 
Questa, in senso orografico, é analoga a Monte Castello. 

Venendo ora in Val Camonica, vediamo la Valle di Poja prin- 
cipiare con una profonda incavatura prodotta probabilmente dalla 
Poja stessa. Seguendo la sponda destra, risalita una terrazza co- 
perta di boschi e ottimi pascoli, si raggiunge la regione dei gneis 
e dei micascisti. Superiormente alla chiesa di San Lazzaro s' in- 
da Val del Sole molti massi erratici e trasformati in pilastri ; in Val Hendeno 
so ne costrussero chiese e case. Le intemperie prolungate fanno sfogliare le 
lamelle scure di mica, che ingialliscono pel ferro. La tonalite non contiene altre 
sostanze accidentali. 



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— 199 — 

contrailo i gneis: fra Cevo e Saviore massi erratici, dei quali 
ODO enorme ed angoloso di Tonalite. Dietro Saviore cominciano 
i micascisti con vene di quarzo. Venendo poscia in Val di Bratto, 
parte inferiore di quella di Salarne, al di là del ponte, si pre- 
sentano tre fatti rimarchevoli. La forma a terrazze della valle, 
le traccio di ghiacciai antichi ed il passaggio delle rocce scistose 
alla tonalite. 

n profilo di questa valle presenta marcatissima la forma a 
terrazze. Ecco le altitudini dei diversi gradini: 

Cedegolo 417"; Cevo 1050"*; Saviore 1237"; Alpe di Mas- 
sissio 1789"; Lago di Massissio 1986"; Lago di Salamo 2059"; 
Malga Salarno 2108"; sommità del Piccolo Salamo 3166"; piede 
del Como dell' Adamello 3280"; vetta dell' Adamello 3547". 

La sommità della valle è a 1690" sopra Cedegolo a circa 
12 chilom. di distanza in linea retta : V altezza assoluta è quindi 
poco rilevante. Dalla sommità della valle sorgono ertissimi i fian- 
chi dell' Adamello per 1058" sino all' altipiano della vedretta, 
d'onde il corno non s'eleva più che di 381". Quei gradini sono 
da 5 a 7, fra cui due con laghi. Sul pendio orientale superiormente 
al Lago di Salarno rimarcasi sopra una terrazza laterale un an- 
tico bacino lacustre. 

Nella valle Salarno si manifestano chiaramente indizi di an- 
tichi ghiacciai; tali sono la presenza di molti massi erratici di 
tonalite angolosi e l' esistenza di lastroni lisciati o solcati lungo 
la soglia della valle ed in alto sui fianchi della stessa. Le 
traccio di antichi ghiacciai si scorgono in tutte queste convalli, 
come lo si vede chiaramente nelle rocce incassanti la vedretta di 
Mandrone, che in altri tempi si spingeva sino verso Lagoscuro. 
Tali rocce si mostrano pure al N.E. in Val Campiglio. Da Pin- 
zolo a Campiglio s'incontrano gneis e micascisti e sparsi massi 
erratici di tonalite e di dolomite della Brenta, quantunque que- 
sta sia separata da Val Campiglio da una ragguardevole altura. 
Dietro Campiglio si presenta ora il granito, ora la dolomite ed 
anche della roccia calcarea. Presso Malga Ginevria, a sinistra 
della via di Pelizzano, giacciono molti trovanti di tonalite e, al 
deflusso del lago di Malghetto, del granito verdastro. Là cessa 
la dolomite : sulla sommità del passo appare il granito dell' Ada- 
mello, e, scendendo all' Alpe Pelizzano, trovasi di nuovo il gneis : 



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— 200 — 

tutto prova quindi che questa zona appartiene alle rocce sci- 
stose del gruppo dell' Adamello. 

In vicinanza del paese di Ponte, salendo per tre terrazze, si 
giunge air Alpe Massissio ; in quelle si trovano massi erratici di 
tonalite: ma soltanto al lato di quella Malga se ne incontrano 
di numerosi e grossi. Rimontando la valle i micascisti si vanno 
subordinando al gneis, ma poi scompare anche questo e più non 
si trova che la tonalite. Tale roccia appare nella valle di Avio ad 
un' ora di salita, mentre dal lato opposto in quella di Breguzzo 
non s' incontra che al sommo della valle. Vicino al lago di Mas- 
sissio il terreno è sottominato dai deflussi sotterranei del lago: 
la tonalite non regge completamente alla corrosione delle acque. 

La regione granitica si estende ancora sull'altipiano del 
ghiacciaio dell' Adamello e di là a Malga Bedole. Più in giù al 
lato settentrionale della vedretta, la tonalite si fa marcatamente 
rossiccia per la scomposizione della mica. 

La inclinazione degli strati sul fianco sinistro di Val Salame 
in direzione opposta a quella degli strati presso i Comi del Con- 
fine, farebbe presumere che il gruppo dell' Adamello assuma la 
struttura a ventaglio. 

I lati del gruppo, tanto verso Val Salame che verso Val Ge- 
nova, presentano condizioni caratteristiche. Il primo è più erto 
e quindi il ramo destro del ghiacciaio vi scende a precipizio: le 
masse di nevischio precipitano da oltre 600 metri in una specie 
di bacino, ove si trasformano in ghiaccio, formando cogli altri 
rami la vedretta di Salarao. Quella di Mandrone è ancora più in- 
teressante pe' suoi scoscendimenti, per la sua forma bizzarra e 
pel modo con cui termina nella valle. 

Respinta dalla rupe, denominata Lobbia bassa, che vi si erge 
verticale, deve la vedretta defluire da una stretta formata da 
due rupi, quindi è che deviata e poi compressa, si presenta in 
onde regolari a guisa di un torrente che urta negli scogli ; mentre 
dal lato ove l' azione della Lobbia non si fa più sentire, pre- 
senta una superficie tranquilla e senza onde come un fiume che 
scorre nel seno che precede una cascata. Il fatto che si pre- 
senta al Mandrone riprova la grande plasticità del ghiaccio dei 
ghiacciai. 



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— 201 — 



m. 



Cenni geologici sulle valli di Baccolana, di Dogna 
e di Malborghetto nelVAUo Friuli. 

(Estratto da una nota del prof. T. Tabamblli, 
inserita negli Annali del B. Ittituto Tecnico di Udine, 1871.) 

Rimontata la valle del Fella sino air altezza di Chiusa, vil- 
laggio posto a 374" sul letto del fiume, si penetra nella valle di 
Raccolana, la quale è totalmente incavata nella dolomia prin- 
cipale che vi si presenta inclinata verso il S.E.E. ed infranta 
da ponente a levante normalmente alla chiusa principale del 
Canale del Ferro : essa valle è ampia e pittoresca per la varietà 
d'aspetto e di profili dei monti Sarte, Prestellenik, Prevaia che 
la limitano a Sud, e dei monti Usez, Cimone, Montasio, Boins e 
Cragnedul che la separano a Nord dalla valle dì Dogna. 

I versanti più bassi sono qua e là coronati da terrazzi mo- 
renici elevati sul fondo della valle di 180"* al più, i quali de- 
vonsi considerare come avanzi delle morene frontali di un piccolo 
ghiacciaio scendente dai monti Canino (2650°*) e Montasio (2400"). 

La pendenza della valle varia fra circa 18 e 30 per 1000. 

L'altipiano presso la Gaserà di Neve (1295") è in taluni 
punti rivestito con lembi di conglomerato calcareo-dolomitico : 
da detta località allo spartiacque fra la Raccolana ed il Rio 
del Lago, si va attraversando un laberinto di avvallamenti tra 
ingenti cumuli di massi dolomitici e calcarei: parecchi massi ap- 
partenenti a questi cumuli presentano belle sezioni del Conchodon 
caratteristico del calcare infraliassico. L' altezza del citato spar- 
tiacque sul livello del mare è di 1322". 

Scendendo di qua al lago di Raibl in Carinzia (987"), si 
incontrano all' estremità settentrionale del lago gli strati a 
Carhula chiudenti la serie fossilifera del deposito di Raibl. La 
successione degli strati di questa importantissima serie è la 
seguente: 

1" Dolomite finamente stratificata. 

2" Strati a Corbula. 

3** Calcari e dolomiti a Megalodon. 

14 



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— 202 — 

4* Marne a Solen, 

5* Calcari marnosi a Myophoria. 

6*" Marne e calcari marnosi finamente stratificati. 

7* Calcare nero bituminoso. 

8' Scisti di Wengen con avanzi di pesci, insetti, crosta- 
cei, gasteropodi ec. 

Hanno tali strati una potenza complessiva di 200"* : una 
simile serie deve costituire la culmina fra il Wichberg e lo 
Heiligenberg. Dalle origini della valletta di Luschàri e dalla Val- 
bruna, provengono i porfidi rossi delle morene di sinistra del- 
l' antico ghiacciaio del Tagliamento. 

Una culmina conduce da Valbruna nella valle di Degna pel 
passo di Somdogna (1508°*). Sì la culmina che la valle, in cui 
essa si continua, sono dovute alla erosione del calcare marnoso 
della formazione Raibliana: per la irregolarità della stratifica- 
zione è difficile seguire lungo la valle i diversi piani della for- 
mazione; ma i terreni più fossiliferi prevalgono a destra della 
valle, mentre a sinistra sotto la Dolomia principale sono quasi 
esclusivi i calcari a Mcgalodon. A Somdogna, a Plechizza ec. si 
trovano esemplari di Sólen dongatus^ di Myopìwria^ di Ostrea 
montiscaprilis, di Pachicardium rugosum^ ec. ec. Presso lo sbocco 
della valle, la formazione va gradatamente ripiegandosi verso 
N.O., presentando un bello scoscendimento di una zona di strati 
calcareo-marnosi alle falde occidentali del Clap-Forat, e rimon- 
tando la valle sino al Ponte-di-muro. 

A Somdogna la formazione Raibliana ha 80"* di spessore, 
prevalendo gli strati, 4, 5 e 6 della serie suddescritta. Mancano 
gli strati a Corbula, essendo invece sviluppati quelli a MegoUodon, 
separati dalla sovrastante dolomite per mezzo di scisti neri al- 
ternanti con strati dolomitici, come si vede a Vidali lungo la 
strada postale. Sono particolari alle vicinanze di Degna gli strati 
a grosse Chemnitzia^ che mancano a Somdogna e Raibl: vi ab- 
bondano pure calcari marnosi alquanto bituminosi. 

Il calcare infraraibliano entra nel Friuli a Mittagskofel e con- 
tinua pel Bieliga, pel Gosadon ec. sino al Clap-Forat. Nello 
spartiacque fra la valle di Degna e quella di Malborghetto va 
sfumandosi da levante a ponente anche la formazione tufacea, 
che viene sostituita fra Ponte-di-muro e Pontebba dai calcari 



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— 203 — 

brecciati di Flyschl e di Pietra Tagliata, dalle marne e cal- 
cari bianco-venati e da alcuni calcescisti a Naticélla e Tere- 
hratula. 

Le arenarie variegate che formano le falde settentrionali della 
catena del Mittagskofel (1836"^) sono forse piiì marnose e meno 
colorate che nel resto della Gamia, ma contengono gli stessi 
fossiU. I gessi che stanno fra le arenarie variegate e quelle più 
scistose e non fossilifere del Servino non si rinvengono più per 
alcuni tratti ; ma probabilmente gli strati gessosi sono sepolti a 
più men grande profondità, come danno a pensare le sorgenti 
sulfuree di Lusnitz, di Pontebba e di Studena inferiore. Non è 
a ritenersi che quivi le arenarie variegate rappresentino la base 
del Trias ; anzi fu constatato che esse regolarmente e senza dislo- 
cazioni ricuoprono le masse calcareo-dolomitiche formanti la 
sponda destra della comba di Malborghetto e che si osservano 
anche nella valle pontebbana. Queste masse calcaree, alternate 
con scisti neri e rossi, con arenarie rosse e conglomerati calcareo- 
mamosi, formano alla sella di Vercella (871°*) la base della serie 
triassica. 

L'ampia vallata da Camporosso a Pontebba (563'") è piana, 
regolare, e soltanto presso Malborghetto alquanto accidentata dal 
passaggio del calcare del Servino dalla sponda destra alla sini- 
stra ove forma il Monte Nebria e la collinetta a Nord di Valbruna. 



IV. 

Cenno orografico sul gruppo della Roche d^ Ambiti 
(Alpi Cozie. — Versante Italiano), 

(Estratto da una Nota del Prof. M. Babetti, 
inserita nel Boll, del Club Alpino Italiano, voi. V, N' 18.) 

Il gruppo di montagne detto della Roche d'Ambin fiancheg- 
gia ad Ovest la valle della Dora Riparia da Susa a Oulx : la 
parte culminante è formata dal clìnale alpino spartiacque fra la 
valle della Dora e quella dell'Are. Dalla cima del Ciusalct sopra 
Bard la linea divisoria dei versanti è diretta per 12 chilometri 



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— 204 — 

a S.O. e alla Punta Sommeiller • si inflette di un angolo di 
120'' aperto a Nord e procede per circa 9 chilometri ad 0.15*N. 
verso la cima della Cardiora, di fronte al Fréjus. Numerosi sono 
i contrafforti che si staccano normalmente alla catena principale, 
specialmente dalla parte d'Italia, ma il più cospicuo è quello 
che partendosi dalla Punta Sommeiller, si dirige a Sud per circa 
10 chilometri e raggiunge la pianura d' Oulx. Il picco della 
Roche d'Ambin ha dato il nome a questo gruppo per la sua 
elevazione e per esser molto conosciuto, ma forse meglio appro- 
priato sarebbe il nome di gruppo della Punta Sommeiller perchè 
è questa appunto che determina la configurazione dell' intiero 
gruppo e la direzione dei corsi d'acqua. Questa massa montuosa 
sul versante italiano è compresa tra 0^ 41', 25" e 0^ 58', 20" 
di long. 0. dall' Osservatorio di Torino e tra 45°, 1', 5" e 45", 
8', 30" di lat. boreale. La linea di massima lunghezza, 23 chi- 
lometri, è compresa fra Giaglione e Bardonecchia ; e quella di 
massima larghezza, 14 chilometri, dal colle di Pelouse al con- 
fluente delle due Dorè. Il punto di massima elevazione sembra 
la cima della Roche d'Ambin di 3,375 metri. 

L' angolo formato alla Punta Sommeiller dal clinale alpino e 
dal contrafforte scendente ad Oulx, si divide a S.E. in cinque 
valloni, di cui due più grandi raggiungono il clinale delle Alpi 
e tre secondarli scendono dal versante di un contrafforte. Il 
vallone della Clarea o di Giaglione sbocca nella valle della Dora 
a Sud della stretta gola fra Susa e Chiomonte, ed è limitato 
a N.E. dal contrafforte che dal Ciusalet scende sul villaggio di 
Giaglione. Questo contrafforte si presenta a Sud quasi a picco, 
povero di vegetazione, e comincia presso Giaglione con una stu- 
penda morena antica profondamente erosa e minacciante rovina: 
più in alto vedonsi le bianche quarziti e dolomiti del Toasso bianco, 
che raggiungono l' altezza di circa 2500 metri ; termina poi col 
Ciusalet sul cui versante di Nord poggia il bel ghiacciaio di Bard. 
Dal Ciusalet fino alla Punta Ferrant il clinale alpino corre a S.O. 
per 7 chilometri e questo tratto è il più interessante pe'suoi picchi e 

* Questa punta^ situata alla estremità superiore del vallone della Galambra 
aN.O. di Exilles, fu fino ad ora denominata Punta della Rognosa: per distin- 
guerla da altra egualmente appellata, l'Autore volle opportunamente battezzarla 
Punta Sommeiller, 



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— 205 — 

ghiacciai. Si incontra prima una depressione al colle di Clapier di 
2,471 metri ; più a S.O. la catena diviene orrida ed imponente, 
finché per balze cupe e vertiginose si giunge alle inaccessibili 
aguglie dei Tre denti d'Ambin, la cui base dalla parte d'Italia 
è fasciata dal ghiacciaio dei Tre denti. Più innanzi la cresta si 
fa meno malagevole ed, oltrepassate alcune punte, si giunge alla 
Roche d'Ambin (3,382 metri) che ha i fianchi ripidissimi rive- 
stiti di lunghi e sottili ghiacciai dalla parte di Ambin, e quasi 
del tutto coperti dal ghiacciaio del Gros-Mottet sul versante italiano. 

Tra questo picco e la Punta Ferrant trovasi una costiera di 
quarzite, il Gran Toasso, poi il Passo dell' Agnel che conduce in 
Ambin. La Punta Ferrant, anche essa rivestita d'un ghiacciaio, è 
in elevazione di poco inferiore alla Roche d' Ambin, e da essa 
si staccano due contrafforti ; uno breve e ripidissimo sotto il 
nome di Costa Ferrant, l' altro assai più lungo che giunge fino 
alla Cappella Bianca allo sbocco del vallone della Carea. 

La Punta Ferrant si abbassa repentinamente sul colle d' Am- 
bin di circa 2,700 metri, da dove una ripida salita raggiunge 
la vetta della Punta d' Ambin (da non confondersi colla Roche 
d' Ambin). Le rupi della Rudelagnera fanno seguito alla Punta 
d' Ambin, e da quelle si giunge alla Punta Sommeiller, alta 
circa 3,200 metri e rivestita d'una callotta nevosa che forma 
la parte superiore del ghiacciaio che si stende verso la Savoia. 
A Sud essa scende quasi a picco sul ghiacciaio di Fourneaux e 
ad Est con dolce declivio sul bacino glaciale della Galambra. Dalla 
Punta Sommeiller, dirigendosi sul contrafforte maggiore che 
scende a sud verso Oulx, si giunge fino ad un bel picco di 
rocce rosso-giallastre listate di neve detto Roc Peirous di oltre 
3,100 metri di elevazione. Dal Roc Peirous si stacca in dire- 
zione E.S.E. la selvaggia costiera del Crest Chabrière che giunge 
sino al Fortino della Guardia; una seconda scende a Salber- 
trand, ed una terza si dirama dal Vallonet a S.S.E. sopra 
rOrme tra Salbertrand e Pont- Ventoux, formando così tre valloncini, 
che poco offrono di notevole salvo pochi minerali di rame e ferro. 

La maggior parte dell' angolo a S.O. formato dal contraf- 
forte di cui è stato parlato e il clinale alpino dalla Punta Som- 
meiller alla Cima della Cardiora, è occupata dal grande vallone 
di Rochemolles. Esso sbocca nel piano di Bardonecchia in cor- 



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— 206 — 

rispondenza dello imbocco della grande galleria. Corre fino al 
borgo di Rochemolles in direzione N.N.E. ove si divide in tre 
rami formanti la Valfroide a Sud e il vallone di Malmiane al 
Nord. Il ramo principale del gran vallone ha la sua origine al 
ghiacciaio dei Fourneaux, fra la Punta Sommeiller e il Roc Pei- 
rous. Le montagne divisorie di questi tre rami del vallone nulla 
hanno di notevole e sono tristi e prive di pascoli. 

Dalla Punta Sommeiller procedendo verso la cima della Car- 
diora in direzione approssimativa di Est-Ovest, si incontra da 
prima un taglio profondo che è stato di recente chiamato Colle 
Sommeiller (anticamente Colle Ambin), che inalzandosi improv- 
visamente forma le acuminate rocce di quarziti denominate i 
Rochers Comus, che declinano poi sul colle d' Etiache di 2,835 me- 
tri, mettendo così in comunicazione il vallone di Rochemolles 
con quello d' Etiache in Savoia. Il clinale si inalza nuovamente 
formando una lunga serie di rocce rossastre nude a Sud e ri- 
coperte di ghiaccio a Nord, alle quali non è stato per anche 
assegnato un nome ben determinato. A queste sussegue un picco 
di oltre 3000 metri di bella apparenza e che scende sul colle 
di Pelouse; quest'ultimo poi mette nel vallone di Sainte-Anne 
in Savoia. A S.O. di questo colle viene ultima la Cima della 
Cardiora, da cui si stacca il contrafforte divisorio fra Roche- 
molles e il vallone di Merdovine, che scende fino al piano di 
Bardonecchia ; ed è nella ultima pendice di questo contrafforte 
che è praticato V imbocco Sud della galleria del Fréjus. Il ver- 
sante Nord del vallone di Rochemolles, per quanto ripido sia, è 
coperto di una ricca vegetazione. 



Il Giacimento a pesci di Licata (Sicilia). 

(Dtk una nota del signor E. Sadtaqb inserita nel BuUetin de la Soditi Geol. de Franee, 
2»« Serie T. XXVIII.) 

11 monte di Licata (V Ecnome degli antichi) si suddivide in 
tre piani i quali dalPalto in basso sono: 

r Una massa di calcare duro, talvolta compatto, talvolta 
poroso cavernoso con interposizione di gesso. 



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— 207 — 

2** Numerosi strati di marne scistose, bianche, tenere che 
si appropriano V acqua con grande avidità e fanno fortissima ef- 
fervescenza cogli acidi (livello dei pesci). 

3** Marne argillose con grossi arnioni silicei. 

Già da molti anni questi terreni sono riconosciuti pliocenici 
ed ora sembra debbansi attribuire più precisamente all'epoca 
denominata Zancleana dal professore Seguenza. 

Gli strati dei dintorni di Messina, i quali costituiscono questa 
formazione, son composti di marne sabbiose, ricchissime in bra- 
chiopodi e sopratutto in foraminifere, alternanti con dei banchi 
calcari; essi corrisponderebbero a quelli di Licata. È vero che 
a Messina il professore Seguenza non cita che due squali, il 
Carcharodon productus e 1' Odontaspis dulia, che non son punto 
conosciuti a Licata, e che in quest' ultima località non sono stati 
trovati i polipaj e i brachiopodi sì numerosi a Messina : ma sap- 
piamo che recentemente vennero raccolti a Licata un dente dì 
squalo e diverse conchiglie: in questo caso sarebbe possibile 
di riferir questi strati a pesci al terreno Zancleano, e ciò 
con tanta maggior ragione giacché contengono dei detriti di 
foraminifere. L* Orbulina universa trovasi in ambidue le loca- 
lità; più della metà della roccia è formata di detriti di rizo- 
podi silicei, quasi tutti riferibili a un Coscinodiscus affine al 
radiaius. 

Questo ultimo fossile ravvicina le marne di Licata a quelle 
a pesci di Orano, in Algeria : queste due località racchiudono 
infatti la stessa Aiosa elongata. 

Questo piano a pesci esisterebbe in altri punti della costa 
meridionale della Sicilia, dove il signor Gaudry ha osservato in- 
sieme alle marne turchine con Natica fosca, Corbula gibha^ Nassa 
semistriata, delle marne biancastre a foraminifere con detriti di 
pesci. 

Il piano a pesci dello Zancleano, avrebbe dunque una esten- 
sione assai grande; occupando una parte della costa Sud della 
Sicilia, ed estendendosi fino in Algeria. 

La fauna ittiologica di Licata, sebbene nella maggior parte 
sia analoga alla vivente, nondimeno presenta delle forme speciali 
che non permettono di considerarla come più recente del Plio- 
cene inferiore. 



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— 208 — 

I pesci più numerosi di Licata sono dei Singnati; e con questi 
trovansi pesci essenzialmente marini, come Gimnodonti, Scontbridij 
Scapelidi, ec. Non di meno vi sono dei Ciprinidi perfettamente 
caratterizzati, e dei generi prossimi al Leucisco: Pesame della 
struttura delle scaglie e lo studio attento dello scheletro non 
lasciano nessun dubbio a questo riguardo; e nonostante molti 
esemplari di questo Leucisco racchiudono dei rìzopodi silicei 
caratterizzanti i depositi marini. È probabile quindi che il gia- 
cimento di Licata siasi prodotto in un estuario. È da rimarcarsi 
che i pesci d'acqua dolce vi sono in gran numero. 

V Aiosa élongata solamente è una specie già descritta, le 
altre son nuove, ed eccone la lista: 

1"* LOFOBRANCHi: Syngnothus ATbyi; 

2"* Plettognati: Famiglia dei Gimnodoìvti; Diodon acan- 
thod^; 

3"* Pleuronettidi ; Bhomhus abropterys; 

4° AcANTOPTERiGi: Famiglia delle 2Vic7*iwri{?^: Lepidopus 
Albyiy L, anguis. Famiglia degli Scombridi: Thyntms angtistus, 
T. proximus, Zeus Licatee. Famiglia dei Carangidi: Argyreiosus 
minutus. Famiglia degli Xiphidi: Xiphias acutirostris. Famiglia 
dei Triglidi: Trigla lAcaice. 

5° Malacopterigi. Famiglia dei Cyprinidi: Leuciscus dor- 
saìis, L. Larteti, L, Dumerilii, L. Licatcej Aspius vexillifer, 
Aspius Ecnomii, Bhodeus Edwardsi. Famiglia degli Hàlecoidi: 
Osmerus Larteti, 0, propterygimy 0. Albyi, 0, stilpnos, Clupea 
Ecnomij C. microsoma, C. sauios, Sardinella caudata. Famiglia 
degli Scopelidi: Scopelus lacertosus. 

A questa famiglia appartiene il genere nuovo Tydeus, ana- 
logo agli Scopéli, dal quale si distingue per la posizione poste- 
riore della pinna dorsale, per la forma allungata del corpo, per 
la dentizione ec. Comprende quattro specie T, Sphekodes. T. Al- 
byi, T. ElongatuSy T. Megistosoma. 

II genere Acanthonotos (A. Armatus, 0. Alatus^ 0. LicaUs) 
ritiene dei Triglidi, degli Scombridi e dei Cinntidi. È oblungo, 
regolare, dorsali contigui; dorsale spinoso subito dopo la nuca 
esteso quanto il dorsale molle; Panale sviluppato quasi quanto 
la porzione molle del dorsale, incominciando con 3 o 4 raggi 
spinosi : false pinne dietro il dorsale e V anale, estendendosi fino 



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— 209 — 

alla caudale : ventrali addominali, ma nondimeno avanzati ; denti 
forti, conici, puntati; scaglie sottilissime e piccole. 

Tale è in breve la natura del giacimento ittiolitico di Licata, 
intorno al quale V Autore promette di pubblicare fra breve una 
Monografia. 



VI. 

Su di una Cavana con avanzi preistorici 
deW Apennino di Bomagna {Circondario di Faenza). 

(Estratto da aoa nota del sonatore G. Soarabblli, inserita 
negli Aui della Soc. It, di Se. Nat, voi. XV, 1.) 

La zona dei gessi (miocenica superiore) del versante adria- 
tico deir Apennino raggiunge il massimo spessore nel punto 
ove sorge il Monte Mauro fra la valle del Senio e quella della 
Sintria in provincia di Ravenna. Ivi la roccia forma una massa 
ben cristallizzata, abbondante di cristalli detti ferro di lancia, 
e a strati potenti, l'inclinazione dei quali è volta a N. 10' E. 
e la direzione è N. 80' 0. Queste masse presentano, specialmente 
dalla parte della Sintria, inflessioni più o meno sentite e frat- 
ture profonde: quindi è che sul fianco N.E. del monte sovrain- 
dicato esistono nel suolo molte depressioni imbutiformi, e può 
udirsi talvolta rimbombare sotto i piedi la vòlta di qualche ca- 
vità sotterranea. 

A Rivola sul fiume Senio, a quattro miglia a monte di Riolo, 
gli strati del gesso profondamente solcati dal corso del fiume 
presentano un taglio naturale, nel quale trovasi V ingresso alla 
caverna detta del Be Tiberio. 

La sezione presenta di basso in alto questa successione di 
strati : marne sabbiose (miocene medio) ; strati a gesso (miocene 
superiore) per entro i quali resta aperta la caverna; marne plio- 
ceniche. La bocca della caverna trovasi a circa 90 metri al di- 
sopra del livello del fiume, e misura 3", 20 di larghezza per 
2", 75 di altezza. La forma assai regolare dell' apertura, alcune 
sporgenze a guisa di gradini sul davanti di essa ed alcuni in- 
cavi nella parete destra, forse per riporvi utensili domestici, di- 



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— 210 — 

mostrano a sufficienza che ivi Tuomo esercitò T opera sua. L'an- 
damento della caverna è serpeggiante e la direzione media di 
essa coincide con quella degli strati. Ha la lunghezza di 70 metri 
circa, e verso la fine presenta un improvviso allargamento in 
forma quasi di cupola gotica con un diametro di 15 metri ed 
un' altezza assai considerevole. Alcune sorgenti d' acqua che si 
manifestano in molti punti dell' ampia cavità, si perdono poi in 
profondi crepacci dando luogo a forti corrosioni. Un deposito 
di ciottoli calcarei di aspetto fluviatile trovasi alla base della 
parete sinistra della caverna. Queste ed altre considerazioni 
fanno sospettare che V orìgine della cavità terminale sia do- 
vuta alle acque scorrenti entro a fenditure avvenute negli strati 
del gesso; ma per il tratto vicino all'imbocco e quasi rettan- 
golare è impossibile non riconoscervi ad evidenza la mano del- 
l' uomo. 

Le prime ricerche in questa caverna furono eseguite dal 
Tassinari, quindi dallo Zauli, e furono poscia proseguite dal sena- 
tore G. Scarabelli, il quale fece scavare in essa un pozzo di 
circa 3 metri di diametro e 4°*, 96 di profondità; a questo punto 
trovossi lo strato di gesso che formava il piano primitivo della 
caverna. Lo strato di terriccio attraversato conteneva, oltre il 
detrito della roccia circostante, carboni, ceneri e guano di pi- 
pistrelli. Però r uniformità di questo terriccio era interrotta per 
quattro volte da straterelli di solo carbone e cenere,, il primo 
dei quali alla profondità di 1", 75 dalla superficie del suolo, il 
secondo succedeva alla distanza di 1°", 1 6, il terzo più basso del 
secondo di 0", 35 ed il quarto inferiore al terzo di 1"", 44. 

In ciascuno di questi piani di terriccio alternati con carboni, 
la presenza dell' uomo si scorge luminosamente, e la natura e la 
forma degli avanzi umani che vi si riscontrano alle diverse pro- 
fondità sta in perfetta armonia colla civiltà degli abitatori. In- 
fatti a 0", 26 dal fondo della escavazione, venendo in alto, furon 
trovate solo ossa umane ; a 1"*, 70, oggetti in terra cruda o poco 
cotta non torniti ; a 2", 05, cocci di vasi in terra cotta non tor- 
niti; a 3", 20, ossa lavorate, mandibole di animali, cocci di 
terra cotta torniti, neri; a 4"", 95, frammenti di vasi di maio- 
lica e residui di fusione, frammenti di bronzo, rame e ferro. 

L' esame dei resti umani rinvenuti in questa caverna accenna 



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— 211 - 

ad un progressivo avanzamento di civiltà negli uomini che l'abi- 
tarono successivamente; e lo spessore del detrito in cui si tro- 
vano attesta il lungo lasso di tempo per il quale essa dette ri- 
covero air uomo. I residui di fusione che trovansi nel piano più 
elevato provano che questa caverna servì un tempo di officina 
metallurgica. Però troppo limitate sono state fino ad oggi le ri- 
cerche nella caverna del Re Tiberio^ e indubbiamente potrebbe 
avvantaggiarsi la scienza se queste si estendessero a tutta la 
sua superficie. 



VII. 

Di alcuni nuovi uccelli fossili scoperti recentemente 
nel Nord-America. 

rEstratto da una nota del prof. Marsh, inserita noìV American Journal^ New Haven, 187?.) 

È poco tempo che nel Kansas Occidentale si rinvenne nel cre- 
taceo superiore, gran parte dello scheletro di un grande uccello 
fossile di circa 1"',50 di altezza. Questo importante esemplare, ben- 
ché sia un vero uccello (come è chiaramente mostrato dalle vertebre 
e varie altre parti dello scheletro) differisce evidentemente da al- 
cune delle forme conosciute attuali od estinte di tal classe, e 
presenta un bell'esempio di tipo comprensivo; le ossa sono be- 
nissimo conservate, il femore è molto corto, ma l' altra porzione 
delle gambe è allungata: le ossa del metatarso sembrano essere 
state separate. Venne chiamato Hesperornis regalia. Altre specie 
furono rinvenute nello stesso terreno e sono abbastanza interes- 
santi come quelle che aggiungono nuove forme alla limitata fauna 
degli uccelli finora ritrovati nei giacimenti cretacei delle coste 
dell' Atlantico. 

Hesperornis regcdis, Maesh. — I resti finora conosciuti consi- 
stono in una porzione di scheletro includente quasi interamente 
le membra posteriori, dal femore alle falangi terminali, parte 
della pelvi, parecchie vertebre cervicali e caudali e numerose 
costole, il tutto eccellentemente conservato. 

H femore è straordinariamente corto e robusto, molto ap- 
piattito dall' avanti all' indietro; esso rassomiglia nella forma al 



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- 212 — 

femore del Cólymbus torquaius, Brun., ma il gran trocantere è 
proporzionalmente molto meno sviluppato dall' avanti all' indietro 
e l'asta è molto più appiattita: la tibia è diritta ed allungata, 
e porta al suo termine un prolungamento moderatamente svi- 
luppato con un apice ottuso. La cresta epi-cnemiale è promi- 
nenie e seguita fino a metà lunghezza del fusto. La estremità 
distale della tibia ha nella sua faccia anteriore un rialzo sopra- 
tendinale non ossificato, differendo per questo rapporto da tutti 
gli uccelli aquatici conosciuti. La fibula è bene sviluppata e ras- 
somiglia quella dello Smergo (Diver). 

L' osso tarso-metatarsale è transversalmente molto compresso 
e rassomiglia quello del Cólymbus : ha nella sua faccia anteriore 
un solco profondo fra il terzo ed il quarto elemento metatarsale, 
terminato al suo orlo esterno da una cresta prominente ed arro- 
tondata che continua fino all' articolazione del quarto metatar- 
sale. Questa estremità articolare si prolunga al di là delle altre 
due essendo di grossezza doppia, mostrando così una marcata 
differenza dai tipi di uccelli conosciuti recenti o fossili. È in essa 
un solco poco profondo compreso fra il secondo ed il terzo me- 
tatarsale in relazione con uno più profondo. Il secondo metatar- 
sale è molto più corto del terzo o quarto, e la sua parte ter- 
minale somiglia in forma e grandezza quella del primo. L' esi- 
stenza di un' alluce è indicata da un' addentellatura ovale allun- 
gata sul margine interno della faccia articolare del secondo 
metatarsale; le estremità libere del metatarsale hanno la stessa 
disposizione obliqua particolare alle Cólymhidce per facilitare il 
movimento del piede nell'acqua. Mancano sì canali che solchi 
per i tendini nella faccia posteriore della estremità prossimale 
come negli Smerghi e molti altri uccelli : ma sotto questa è una 
depressione larga e poco profonda che si estende fino a più della 
metà della estremità distale. 

Le falangi del dito grosso sono affatto speciali, benché un rav- 
vicinamento a questa struttura si noti nel genere Podiceps; nel 
margine inferiore esterno infatti esse sono profondamente inca- 
vate. La prima, seconda e terza hanno alla loro estremità distale 
una faccia articolare obliqua sulla metà interna della estremità, 
e la parte esterna è prodotta da un prolungamento ottuso che 
entra nella corrispondente cavità della falange seguente. 



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- 213 — 

Questa particolare articolazione non permette la flessione che 
in una direzione e accresce grandemente la rigidezza delle giun- 
ture; la falange terminale di questo dito è molto compressa. Il 
dito medio o terzo è di molto inferiore in grandezza al quarto 
ed ha le falangi compresse essenzialmente simili a quelle del 
moderno Smergo. Mancano in questo esemplare le falangi del 
primo e secondo dito. 

Parti della pelvi trovate cogli arti posteriori in tre esem- 
plari, mostrano che l'illio non era fermamente saldato alle ver- 
tebre sacre; l'acetabolo era coperto da un grosso strato di 
cartilagini come nello Apterix e nel suo margine superiore i 
prolungamenti anteriore e posteriore dell' illio erano sconnessi, 
se esistevano ambedue, od inossificati alla loro unione. Le ver- 
tebre caudali sono numerose, ma non molto più numerose che 
negli uccelli moderni: disgraziatamente non si è trovata alcuna 
traccia del cranio : il femore e la tibia hanno pareti spesse e 
compatte. 

Dimensioni 

Lunghezza del femore diritto Millim. 98, 

Diametro transversale della estremità prossimale ..... 53, 

Id. del capo articolare 18, 5 

Id. transversale dell' asta al mezzo 22, 

Id. antero-posteriore 19, 2 

Id. transversale della estremità distale 53, 5 

Lunghezza della tibia diritta 316,0 

Diametro transversale dell' articolazione prossimale. ... 38, 

Lunghezza del prolungamento cnemiale 22,0 

Diametro transversale del fusto al mezzo 29, 

Id. della estremità distale 32,0 

Estensione dall' avanti all' indietro del condilo estemo. . 32,0 

Id. id. del condilo interno . . 22, 

Lunghezza del tarso metatarsale diritto 137, 

Id. alla estremità distale del terzo metatarsale. . 130,0 

Id. id. del secondo metatarsale. 116,0 

Diametro transversale dell' articolazione prossimale .... 36, 

Minimo diametro transversale dell'asta 15,0 

Diametro transversale della estremità distale del quarto 

metatarsale 16, 



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— 214 — 

Dimensioni 

Diametro transversale del terzo metatarsale. . . Millim. 8, 5 

Id. del secondo metatarsale 8,0 

Lunghezza della falange prossimale del quarto dito ... 45,0 

Id. della seconda falange 39, 5 

Id. della terza falange 40,0 

Id. della falange prossimale del terzo dito. ... 41,0 

Preso come termine di comparazione il grande Smergo del 
Nord (Colymbus torquatus, Brun.) per le porzioni mancanti, lo 
scheletro dell' Hesperornis regcdis misurerebbe circa 1", 80 dalla 
punta del becco fino air estremità delle dita. Benché molto af- 
fine alle Colymbidce, esso differisce da tal gruppo per la strut- 
tura della pelvi e degli arti posteriori, e vuol esser messo in una 
famiglia separata che fu chiamata delle HesperomicUe. 

Tutti i resti di questa specie vennero trovati nel cretaceo 
superiore, presso Smoky Hill River nel Kansas Occidentale. 

GractUavus velox^ Marsh. — Fra i resti di vertebrati del Museo 
Yale, provenienti dalle sabbie verdi del cretaceo di New-Jersey, 
vi sono alcuni frammenti degli scheletri di due uccelli aquatici 
appartenenti in apparenza allo stesso genere ma a specie di- 
stinte. Ambedue differiscono da alcuni uccelli attuali ma sono 
evidentemente molto affini ai Cormorani. Il più grosso di questi 
uccelli, cui fu dato il nome specifico suindicato, è rappresentato 
dalla metà prossimale dell' omero sinistro in perfetta conserva- 
zione. Nelle sue forme generali quest' omero somiglia quello del 
Cormorano comune (Gractdus carho, Linn.). Il processo articolare 
è molto più compresso transversalmente, la sua punta è più pro- 
minente, e il suo margine anconiale è fortemente inflesso. La 
cresta mediana, sul lato anconiale sotto il capo, è arrotondata, 
e la cresta ulnare è molto meno prolungata. 

Dimensioni 

Mass. diam. della estremità prossimale dell' omero . Millim. 23, 8 

Diametro verticale del capo articolare 13,0 

Id. transversale 6,0 

Estensione prossimale del capo al di là della cresta ulnare. 4, 6 
Minimo diametro dell'asta sotto l'estremità prossimale . 6,0 

Gli esemplari di questa specie furono trovati nel New-Jersey, 
a Hornerstown nelle sabbie verdi del cretaceo superiore. 



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- 215 — 

Graculavus pumUus, Mabsh. — La specie presente, di forse un 
terzo maggiore in grandezza della precedente, è rappresentata 
dalla estremità prossimale di un omero e da altri avanzi carat- 
teristici, n capo articolare in questo esemplare è equabilmente 
compresso e mostra là stessa punta prominente, ma è privo di 
deflessione anconiale che distingue le specie maggiori. La metà 
inferiore del capo è stretta transversalmente e separata dal tro- 
cantere interno da una larga intaccatura. La cresta mediana, 
inoltre, sulla faccia anconiale è molto più acuta. 

Dimensioni 

Mass. diam. della estremità prossimale dell'omero . Millim. 13, 2 

Diametro verticale del capo articolare 8, 

Id. transversale 4, 

Minimo diametro dell' asta sotto la estremità prossimale . 3, 1 

Massimo diametro del metacarpale alla estremità distale. 5, 5 

Minimo diametro id. id. 3,8 

Questi resti provengono dalla stessa località e dallo stesso 
orizzonte geologico dei precedenti. 

Graadavtis anceps, Marsh. — Gli unici resti di questo uccello 
fossile consistono nella estremità distale del metacarpale sinistro, 
parte benissimo conservata e caratteristica dello scheletro, e che 
fa riguardare tale uccello come prossimamente affine ai Cormo- 
rani. L' esemplare indica una specie della grandezza del Cormo- 
rano verde-violetto (Graculus violaceus, Grat) delle coste del 
Pacifico, ed è un poco più grande del Graculavus vdox sopra 
descritto. DiflFerisce essenzialmente dal metacarpale di questo, 
avendo la faccia articolare estema più larga ed appiattita e la 
faccia interna considerevolmente più piccola e di contomo ovale 
con un tubercolo molto più prominente. 

Dimensioni 

Massimo diametro della estremità distale Millim. 6, 8 

Minimo diametro id. 5,0 

Diametro transversale della faccia articolare esterna. ... 5, 
Id. verticale 2, 2 

Questo esemplare fu rinvenuto nel cretaceo superiore del 
Kansas Occidentale. 



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— 216 — 

Palaeotringa vagans^ Marsh. — È^ questo un nuovo uccello 
aquatico scoperto nelle sabbie verdi di New-Jersey. L' esemplare 
consta della maggior parte dell'asta ed estremità distale della tibia 
sinistra, alquanto deteriorata, ma con le porzioni caratteristiche 
ancora conservate. Essa indica un uccello un poco più piccolo del 
Palaeotringa lUtoràlis; il presente esemplare si distingue dalla tibia 
di detta specie per il canale tendinale proporzionalmente più 
stretto e schiacciato sulla faccia anteriore della fine distale, e 
per un rialzo sopratendinale più depresso. La superficie trocleare 
inoltre sui fianchi posteriori si restringe più rapidamente, ed al 
suo margine superiore si confonde direttamente e dolcemente 
coir asta. 

Dimensioni 

Lunghezza della porzione conservata Millim. 62,0 

Larghezza approssimata dei condili, di fronte 8,0 

Id. del rialzo al centro 2, 2 

Diametro transversale dell' apertura inferiore 1, 5 

Id. del fusto dove è rotto 5, 

Diametro antero-posteriore 4,0 

Fu ritrovato questo unico esemplare a Homerstown, New- 
Jersey. 

Aquila Dananus, Marsh. — Non se ne conosce che la parte 
distale della tibia sinistra : V esemplare mostra all' estremità un 
particolare schiacciamento dall' avanti all' indietro. Si distingue 
agevolmente dall'agamia CanadensiSy Gay, per le superficie tro- 
cleari posteriori-inferiori meno concave e per un più prominente 
tubercolo al centro della superficie ento-condiloide. Fu scoperta 
nel pliocene del Loup Fork River. 

DimensioDÌ 

Ampiezza dei condili di fronte Millim. 18,0 

Diametro antero-posteriore del condilo intemo 11,6 

Id. fra i condili 7,3 

Estensione transversale dell'uscita del canale dopo il rialzo. 4, 5 

Meleagris antiquus, Marsh. — Questo grande uccello gallinaceo 
appartiene ai depositi lacustri miocenici all' Est delle Montagne 
Rocciose: fra i resti di esso vi è una terminazione distale del- 
l' omero destro, che coincide in qualche parte con quello del Me- 



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— 217 — 

ìeagris gàllopavo, Linn., mancandovi però la larga cresta longi- 
tadinaie alla superficie intema della estremità distale opposta 
al condilo radiale. 

Dimensioni 

Massimo diametro dell^ omero alla estremità distale. Millim. 26, 4 

Diametro transversale del condilo ulnare 7, 5 

Id. verticale del medesimo 9,0 

Id. transversale del condilo radiale 9,4 

È stato trovato nelP argilla miocenica del Colorado del Nord. 

Bubo leptostetis, Marsh. — È stato determinato dalla metà di- 
stale di una tibia sinistra e mostra che questa, intera, constava 
di un osso sottile e diritto molto compresso nella direzione an- 
tere-posteriore alla estremità distale, e con proporzioni simili a 
quelle della famiglia delle Strigidte. Questo fossile era in gran- 
dezza circa i due terzi del Bubo Virginiantis, BoN., e fu ritro- 
Tato presso il forte Bridger nel Wyoming. 

Dimensioni 

Lunghezza della parte di tibia conservata .... Millim. 33. 9 

Ampiezza dei condili in fronte 14. 3 

Diametro transversale anteriore del condilo intemo .... 5. 5 

Id. id. del condilo estemo .... 3. 9 



NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE. 



A. D' AcfflARDi. — Mineralogia della Toscana. 
Voi. L — Pisa, 1872. 

L' egregio Autore di quest' opera, già noto per molti inte- 
ressanti lavori che riguardano specialmente la Toscana, si è pro- 
posto di riempire una lacuna esìstente su questo argomento ; ed 
il volume testé pubblicato è il risultato dei suoi lunghi e pa- 
zienti studii diretti alla conoscenza, sotto ogni aspetto completa, 
delle principali specie minerali della Toscana. 

Argomento essenziale del suo lavoro furono i minerali delle 
Provincie di Arezzo, Firenze, Grosseto, Livorno, Lucca, Massa- 
Ducale, Pisa e Siena, posseduti dal Museo di Pisa. 

15 



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— 218 — 

Le forme cristalline furono dall'egregio Autore determinate 
con tal cura da essere in grado di rettificare inesattezze ed er- 
rori in cui antecedenti osservatori erano caduti : quanto alla 
notazione cristallografica, ha prescelto il sistema del Miller e del 
Whewell seguito anche in Italia dal Sella e dallo Sti*uver. 

Quanto all' ordine sistematico della parte descrittiva del suo 
lavoro, si è V Autore attenuto agP msegnamenti della Chimica 
moderna, tenendo grandissimo conto dell'equivalenza atomica: 
in ciò che riguarda le formule, egli ha per ciascuna fatto il com- 
puto delle varie analisi, senza, come si fa di ordinario, ritenere 
per esatto tutto ciò che viene dagli altri asserito, e la sua clas- 
sazione è fondata sulla maggiore o minore elettronegatività dei 
corpi componenti i minerali. 

I gruppi in cui è divisa la serie dei minerali di Toscana 
sono due : Corpi semplici, divisi a loro volta in Metalloidi e Me- 
talli, e Corpi composti, suddivisi in Minerali a elemento elettro- 
negativo monoatomico, come Cloruri e Fluoruri, e ^Cnerali a ele- 
mento elettronegativo biatomico, come Ossidi ed Ossisali. 

Fra le accuratissime determinazioni goniometriche delle forme 
cristalline basti fra le altre citare quelle dei cristalli di Quarzo 
del Bottino, presso Serravezza, quelle del Quarzo dell' Elba, le 
40 forme cristalline del Quarzo di Carrara in cui i valori degli 
angoli direttamente misurati dall'Autore sono confrontati con 
quelli calcolati da Des-Cloizeaux ; la determinazione dei cristalli 
di Ematite dell'Elba, ec. 

In una parola, questa importantissima opera contribuisce ef- 
ficacemente a dare una conoscenza il più che si possa completa 
della ricchezza mineraria di Toscana, e desideriamo per l'inte- 
resse della scienza che l' egregio Dottore di Pisa possa portare 
sollecitamente a compimento il suo lavoro, augurandoci che egli 
abbia a trovare in Italia molti imitatori. 



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— 219 — 

^osarie fossili nd terreno siibapennino italiano e vi- 
di nei mari d' Italia. Monografia del Prof. Orazio 
Silvestri. — Catania, 1872. 

Con questa pubblicazione, sulla quale richiamiamo V atten- 
zione dei lettori del nostro Bollettino e più particolarmente 
quella dei cultori della paleontologia italiana, il prof. Silvestri 
intende di dar principio ad una serie di monografie che com- 
prendano la illustrazione dei vari generi che compongono la 
intera classe dei Rizopodi. In questa maniera, mercè gli studii 
del prof. Silvestri, gli Italiani continueranno ad avere il merito 
di aver recato il maggior contributo alla conoscen^ja di esseri 
tanto belli, tanto copiosi e tanto interessanti come sono i Ri- 
zopodi, che abbondantemente ritrovansi nelle formazioni dei pe- 
riodi geologici passati e nei mari attuali. Infatti cominciando 
dal principio del secolo scorso, allorché il dotto fisico bolognese 
Jacobo Beccari, pel primo scuoprì nelle sabbie gialle del terreno 
subapennino presso Bologna, e fece conoscere ai naturalisti, quei 
minuti ed eleganti organismi, noi vediamo la serie continuarsi 
coi nomi di Jano Fianco (Giovanni Bianchi), di Gualtieri, di 
Guianni, di Bartalini, di Soldani, di Michelotti, di Sismonda, di 
Costa, di Seguenza, ai quali va aggiunto ora quello del Silvestri, 
che giovandosi degli studii dei suoi predecessori e completando 
le pubblicazioni a cui ha posto mano, farà chiara testimonianza 
di quanto geologia e paleontologia debbano ai naturalisti Italiani. 

La Monografia delle Nodosarie fossili nel terreno subapen- 
nino Italiano, e vìventi nei mari d'Italia, inserita dal Silvestri 
negli Atti della Accademia Giomiia di Sciente Naturali, e stam- 
pata a parte coi tipi nitidi ed eleganti del Galatola di Catania, 
contiene in 108 pagine di testo ed in 11 bellissime tavole lito- 
grafiche, la descrizione di 23 specie di Nodosaria, delle quali 
11 tuttora viventi. È da notarsi che tutte le specie viventi fu- 
rono rinvenute fossili, mentre 12 specie fossili finora non si 
incontrarono allo stato vivente. Le fossili studiate con ogni cura 
dal Silvestri provengono dalle formazioni plioceniche dei duu 
fianchi dell' Apennino e della Sicilia: le viventi dai fanghi e 
dai minuti detriti dell' Adriatico, del Tirreno e dell' Jonjo. 



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- 220 — 

Quanta confusione regnasse intorno a questo soggetto, con 
quanta poca critica i paleontologi avessero esaminato gli avanzi 
dei Rizopodi, lo si rileverà dall' apprendere che delle numero- 
sissime specie di Nodosaria ammesse fin qui come esistenti nel 
terreno subapennino italiano, a detta del Silvestri 45 debbono 
sparire dai cataloghi, essendo determinazioni male fondate, men- 
tre delle 23 specie ascritte al genere dal dotto Professore, 14 ven- 
gono per la prima volta descritte e disegnate come nuove. 

Le nuove specie sono le seguenti : N. acute-costata, N, mar- 
ginuloides, N. proxima^ N. pupoides, N. gemina, N. palliata^ 
N, fusiformis^ N. irUerrupta, N, monilis, N. aspera^ N. papil- 
losa^ N. calamus, N. incerta, N. simplex. 

Il lavoro di epurazione, lo studio coscienzioso intrapreso 
dal prof. Silvestri per il genere Nodosaria, saranno in breve 
estesi, vogliamo sperarlo, anche agli altri generi di cui è ricca 
la classe dei Rizopodi, e ci auguriamo neir interesse della scienza 
e pel decoro del nome Italiano di poter ben presto annunziare 
la comparsa di altre iiaonografie le quali, ne abbiam fede, con- 
fermeranno la bella fama che già si è acquistato il dotto pro- 
fessore di Catania. 



j 



Studii di Paleontologia Iconografica del Modenese 
pél prof. Francesco Coppi. — Parte Prim>a. — Modena, 1872. 

Benemerito della paleontologia Italiana è il prof. Francesco 
Coppi, infaticabile indagatore dei fossili pliocenici e miocenici 
delle colline terziarie modenesi, celebri ormai per la loro dovi- 
zia iu avanzi dei molluschi che vivevano nei mari delle più re- 
centi età geologiche. 

Al Catalogo dei moUuschi fossili miocenici e pliocenici dd 
Modenese, pubblicato nel 1869, e nel quale figurano più di 600 
specie, il prof. Coppi ha fatto ora succedere gli studii dei quali 
accenniamo qui sopra il titolo, e che non sono altro che un 
saggio descrittivo ed iconografico dei modelli intemi dei mol- 
luschi da lui raccolti nella suddetta località. 

Questo saggio si limita per ora alla sola classe dei Gaste- 
ropodi, dei quali vengono descritte e figurate 83 specie, ma noi 



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— 221 — 

vogliamo sperare che rAutore sarà in grado sollecitamente di 
compire V opera sua, che riuscirà gradita a tutti i cultori della 
scienza paleontologica, i quali ben sanno quanta differenza esi- 
sta fra la forma estema di una conchiglia ed il suo modello 
intemo. 

Le descrizioni e le osservazioni critiche sono redatte con 
molta esattezza, e rivelano nelP autore una speciale attitudine 
allo studio che ha intrapreso. Ci duole non poter pronunziare 
consimili elogi per le tavole litografiche, le quali avrebbero do- 
vuto costituire la parte più curata di questo saggio. Mentre i 
disegni sono, meno poche eccezioni, lodevoli per esattezza e ve- 
rità di contorni, la tiratura e la stampa di essi è così male 
eseguita, da toglier loro ogni pregio e renderli quasi inutili. 



A. Delesse. — Les oscUlations des cótes de France. 
Paris 1872. 

È cosa ormai ammessa da tutti che le coste sono soggette 
ad oscillazioni lente e molto complesse, per cui esse ora tendono 
ad emergere ed ora ad inabissarsi nel mare. Tali oscillazioni che 
ora sono affatto locali, ora sì estendono su di una grande su- 
perficie, possono essere facilmente constatate. Allorché le coste 
s'innalzano, appariscono naturalmente i depositi marini attuali, 
(ammassi di conchiglie, tufi, sabbie ec), quando invece esse si 
abbassano, le acque marine vengono a coprire i depositi terre- 
stri e lacustri e talora anche edifizii che una volta sorgevano in 
riva al mare. 

Talvolta riesce cosa difficile il distinguere se V inabissamento 
avvenne per semplice erosione del mare o per un vero abbassa- 
mento delle coste. 

Ecco quali sono le oscillazioni meglio constatate sulle coste 
della Francia. 

InnaUafnenti. — Fra le coste della Francia che emersero dopo 
r epoca attuale, si può citare nel Mediterraneo : Grimaldi presso 
Mentone, dove si trovano le perforazioni delle foladi a più di 
25 metri sul livello del mare; Monaco e la penisola del Santo 



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— 222 - 

Ospizio presso Nizza, ove banchi d'arenaria marina, contenenti 
molluschi ancora viventi attualmente, furono sollevati a 20 metri ; 
Fréjus ed Aigues-Mortes, in altri tempi collocate sulla spiaggia, 
ne sono attualmente allontanate; il golfo di Fos, sulla spiaggia 
del quale si trovano degli antichi cordoni littorali. A tale innal- 
zamento è dovuta certo la decadenza di Narbonne, tanto florida 
neir epoca romana, poiché ad esso viene attribuito V interrimento 
del porto che Narbonne possedeva sulla riva d' un gran lago al- 
lora in comunicazione col Mediterraneo. 

AUMsola dello Stagno di Diana (all'Est della Corsica) un 
banco d'ostriche emerge per 2 metri dal mare. 

Sulle coste bagnate dall' Oceano si vedono a Saint-Michel-en- 
Lherm delle accumulazioni confuse d' ostriche e di molluschi ma- 
rini d' origine assai problematica, che sono alte 10 metri sul 
mare e distanti 6 chilometri dalla riva. Si verificano pure no- 
tevoli innalzamenti all'Est di Marans, tra La Rochelle, Angoulin, 
Chatelaillon e Fouras : e sulla Manica a Boulogne, a Dunkerque, 
a Gravelines ecc. 

Abbassamenti. — Molte depressioni furono osservate in diversi 
punti del littorale di Francia. 

Presso Biarritz depositi di legno con argilla si prolungano 
sotto r Oceano ed accusano un abbassamento della riva e de' suoi 
dintorni. Al sud del bacino d' Arcachon, tronchi d' alberi ancora 
in posto furono osservati sotto il livello del mare. Una foresta 
sotto-marina si estende nella baia di Fresnaye. Ne esistono an- 
che nell'ansa di Saint-Anne, a Saint-Pierre-Quilbignon, al Nord 
di Lesneven, a Rodeven, a Dol, Saint-Malo, su tutta la costa 
occidentale del Cotentin e su diversi punti della bassa Normandia. 

La storia e l'archeologia possono anche fornirci prove delle 
oscillazioni e specialmente delle depressioni delle coste francesi. 

Formazione del passo di Calais. — Si cercò di spiegare per 
mezzo delle oscillazioni lenti delle coste la rottura dell' istmo, 
che altra volta univa la Francia air Inghilterra. Difatti le foreste 
sottomarine che si riscontrano sulle rive della Manica, accusano 
delle depressioni avvenute sul fondo di questo mare. Pare però 
che la scomparsa dell' istmo sia dovuta a terremoti, a dislocamenti 
subitanei, o meglio ancora all' erosione del mare, le cui acque in 
quelle località hanno soventi una straordinaria forza distruttiva. 



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— 223 — 

Cause delle osciUa^ionL — Se si considera V insieme delle coste 
della Francia si vede che dopo l' epoca attuale esse provano delle 
oscillazioni assai complesse, tanto che, mentre si innalzano nel 
Mediterraneo e nel Nord del Golfo di Guascogna, s' abbassano 
invece nella Manica e nel Mare del Nord. 

Queste lente oscillazioni delle coste, sono attribuite ai movi- 
menti che la scorza terrestre subisce sotto V influenza del calore 
intemo. Difatti i terremoti e in genere la vulcanicità produce 
spesso dei veri dislivelli. Queste elevazioni e depressioni sono 
piuttosto locali che generali, e spesso si succedono sopra una 
stessa spiaggia a brevi distanze: e però sembrerebbe più con- 
sentaneo air Autore di attribuirne la causa all' accumulazione dei 
sedimenti e sovratutto all' erosione del mare sulle coste stesse. 
Difatti coir accumularsi dei sedimenti sul fondo del mare s'au- 
menta la (^ompressione sul fondo medesimo, ed è naturale che 
esso tenda ad abbassarsi: e questo effetto sarà tanto più mar- 
cato, quando il fondo sarà formato di rocce più plastiche e so- 
pratutto di rocce argillose. E siccome i sedimenti sono ripartiti 
inegualmente, così la depressione in un punto può essere accom- 
pagnata dall'innalzamento in un punto vicino. 

Di più, per r erosione l' acqua penetra dentro le coste, ne im- 
pregna le rocce, epperciò ne aumenta il volume e ne disturba 
naturalmente l' equilibrio. 

L' Autore ha corredato la sua breve memoria d' una impor- 
tantissima Carta alla scala di Vt.ooo.ooo nella quale ha indicate tutte 
le oscillazioni meglio constatate sulle coste della Francia. La Carta 
fa pure conoscere a colpo d' occhio, a mezzo di tinte graduate, 
la distribuzione delle pioggie sul continente francese; dà il ri- 
lievo col metodo delle curve orizzontali del fondo del mare che 
bagna la Francia, e ci offre la ripartizione degli animali inver- 
tebrati (ostriche, echinodermi, foraminiferi, briozoari ec.) che 
popolano il fondo marino. 

Da ultimo questa Carta indica approssimativamente la propor- 
zione di carbonato di calce esistente nei depositi littorali, pro- 
porzione che dipende sovratutto da quella degli invertebrati 
marini viventi nelle vicinanze. 



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— 224 — 



NOTIZIE DIVERSE. 



Sulla yariazlone della grarità In Bussia. — Essendo stato 
misurato in Russia con tutta la precisione dei metodi moderni un 
grande arco di meridiano, è interessante T esaminare le yariazioni 
della intensità della gravità nelle regioni da quest^arco traver- 
sate, e paragonare il processo di queste variazioni con quelle os- 
servate nella direzione in parecchie stazioni con operazioni geo- 
detiche ed astronomiche. L'Accademia delle Scienze di Pietro- 
burgo ha disposto un quadro delle osservazioni del pendolo fatte 
fra Tornea in Finlandia e Ismail in Moldavia, scegliendo solo 
quei punti la cui posizione geografica ed altitudine furono de- 
terminate nella misura del grand' arco di meridiafto. Le os- 
servazioni fra Tornea e Pietroburgo furono fatte nell'estate 
del 1865, e quelle fra Pietroburgo e Ismail nel 1866 e 1868. 

A Pietroburgo la lunghezza del pendolo a secondi data dal- 
l' osservazione diretta è di 994,8012 millimetri, essendo la lati- 
tudine 59^ 56', 30": calcolando la stessa lunghezza con adatte 
formule si è invece trovato 994""*, 9769. 

Analogamente operando si è trovata coli' osservazione diretta 
e col calcolo la lunghezza del pendolo per le altre località, e si 
sono ottenuti risultati molto prossimi in ambedue i modi, aven- 
dosi per somma degli errori positivi 4- 0"°*, 0992, e per quella 
degli errori negativi — 0°"", 0954. Riguardo ai singoli errori, essi 
dipendono sì da errori d'osservazione che da anomalie nell'in- 
tensità della gravità terrestre, ma è ben difficile scuoprìre tali 
anomalie le cause locali che le producono. 

Nella determinazione dell'arco di meridiano fra il Danubio 
e il Mare Artico, le differenze fra le latitudini dedotte da osser- 
vazioni astronomiche e quelle date dalla geodesia, non sono che 
di :^ 1", 75; però tali differenze non sono così grandi come quelle 
trovate in altre contrade. 

Per q^uesto riguardo interessantissime sono le differenze nella 
latitudine osservate nella triangolazione intomo a Mosca eseguita 
per cura dello Stato Maggiore Russo. Fu in questa triangolazione 



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- 225 — 

fissata la latitudine della torre di Iwan Weliki neir interno di 
Mosca a 55*, 44', 51", 56, e furono astronomicamente determi- 
nate le latitudini di altri 7 punti; da queste fu possibile, per 
mezzo dei triangoli e delle formule relative agli elementi dello 
sferoide terrestre, dedurre altrettanti valori per la latitudine di 
Mosca; ma invece di trovare la coincidenza fra la latitudine 
astronomica di questo punto e quelle dedotte geodeticamente dai 
sette punti suddetti, fu trovata una differenza quasi costante che 
oscilla attorno a 11", 30. Tal differenza è così grande che non 
può attribuirsi ad errori d' osservazione, ma che accenna a er- 
rori nella triangolazione od a qualche causa ignota perturbatrice. 

Shnili risultati si trovarono per punti appartenenti ad altre 
triangolazioni come quella di Twer e Xowogorod: da tre punti 
di questa si deduce, con processo analogo a quello usato per , 
Mosca, una latitudine geodetica maggiore in media di 10", 1 della 
astronomica! Tale differenza in più si osservò anche per latitudini 
dello stesso luogo dedotte da quelle di altri punti, come Smo- 
lensk e Pietroburgo. Sono degne di attenzione la costanza e la 
grandezza del valore di tali differenze, specialmente di quelle 
date dai sette punti attorno a Mosca già indicati; esse mostrano 
che, qualunque sia la causa che per Mosca produce tali anomalie, 
essa cessa di agire per i sette punti suddetti. Si è provato non 
dipendere ciò da errori d' osservazione, quindi la causa va ri- 
cercata altrove, ed è d' uopo ricorrere prima air esistenza di una 
forte attrazione locale, fenomeno strano e singolare in un paese 
piano e poco accidentato come quello in questione: dai risultati 
delle esatte osservazioni dirette allo studio di tal fatto, fu de- 
dotto esistere una zona, che fu chiamata zona centrale, nella 
qoale le differenze fra la latitudine astronomica e la geodetica 
sono nulle: a N. di questa zona tutte le differenze sono posi- 
tive, a S. sono negative. A partire dalla zona centrale le diffe- 
renze crescono rapidamente nei due casi fino a 8", raggiunto il 
qual limite il valore assoluto di queste differenze decresce a N. 
per diventar nullo a 40 chilometri circa dalla zona suddetta. 

I luoghi del massimo positivo hanno in media una latitudine 
di 55% 45', 0"; quelli del massimo negativo di 55% 31', 0: e poi- 
ché il massimo delle deviazioni è a N. di -h 7", 5, e a S. di 
— 9", 8, così per un arco meridiano di 786" si ha una devia- 



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— 226 - 

zione totale straordinaria del filo a piombo dalla normale di 
circa 17". La sede della causa di questa deviazione va natural- 
mente cercata nella zona intermedia fra quelle dei massimi po- 
sitivi e dei negativi sotto il meridiano di Mosca a 55% 38', 4" 
lat.: però questo paese non presenta alla superficie grandi ele- 
vazioni né grandi depressioni di terreno che possano darci ra- 
gione del fatto; quindi la causa deve esistere negli strati sot- 
toposti, e di più consistere in un eccesso o difetto di massa nel- 
l'interno della terra. 

Quantunque siasi concluso che la causa perturbatrice derivi 
da difetto di massa, pure la questione non può dirsi interamente 
risoluta. 

I fenomeni suesposti hanno grande analogia coi fatti osser- 
vati fra Milano e Parma, i quali dovrebbero essere nello stesso 
modo studiati, osservando però che colle sole ricerche geodeti- 
che ed astronomiche non si giungerà alla soluzione del problema, 
ove questo non sì studii anche sotto il punto di vista geologico. 

Altre amomalie furono osservate pure vicino a Mosca nella 
direzione dell'ago magnetico, anomalie che forse, bene studiate, 
varranno ad illuminare il problema così complesso delle attra- 
zioni locali. 

Le Correnti marine. — Fu già espressa V opinione che le 
correnti marine, il Gulf-Stream compreso, fossero dovute al- 
l' azione dei venti alisei; però scandagli profondi mostrarono che 
r oceano è solcato da tali correnti fino presso il suo fondo e se 
ne concluse che T azione superficiale dei venti non era causa ade- 
guata a tal movimento. Togliamo da un' elaborata memoria del 
dottor Charpenter' le seguenti conclusioni. 

Una circolazione verticale è mantenuta nello stretto di Gi- 
bilterra (ioiV eccesso di evaporazione nel Mediterraneo sopra la 
quantità dell' acqua dolce che immette nel suo bacino, che allo 
stesso tempo abbassa di livello e cresce di densità. Cosicché 
la correìite superficiale diretta all' interno di acqua salata che 
ristabilisce la uguaglianza di livello (eccedendo per la quantità 
di sale che contiene il peso di acqua dolce scomparsa per 

* On the Gibraltar Current, the Gulf-Stream and the general Oceanie 
Circulation, 



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— 227 — 

evaporazione) disturba V equilibrio e produce una corrente pro- 
fonda aXP esterno^ che alla sua volta abbassa il livello del Medi- 
terraneo. Lo stesso caso può considerarsi accadere nello stretto 
di Bab-el-Mandeb in riguardo al Mar Rosso. 

Una circolazione verticale è mantenuta nel Sound del Baltico 
da un eccesso nelV afflusso délV acqua dolce entro detto mare : 
esso allo stesso tempo ne inalza il livello e ne diminuisce la 
(fe»i5^i^ó, talché produce una corrente superficiale diretta aJV esterno; 
ma essendo il Baltico meno denso del mare esterno, una pro- 
fonda corrente alV indentro viene a ristabilire V equilibrio. Lo 
stesso caso accade anche per il Bosforo e per i Dardanelli. 

Una circolazione verticale può, secondo gli stessi principi!, 
esser mantenuta fra le acque equatoriali e polari per la diffe- 
renza delle loro temperature, venendo il livello delle acque po- 
lari diminuito, ed aumentata la loro densità, pel freddo super- 
ficiale cui esse sono sottoposte, il che produce un moto d' alto, 
in basso impartito ad ogni strato successivamente ad esso espo- 
sto; essendo il livello delle acque equatoriali inalzato e diiiii- 
nuita la loro densità pel calore superficiale cui sono esposte (la 
prima di queste azioni è di gran lunga la più potente, esten- 
dendo la sua influenza alla intera profondità dell'acqua, mentre 
la seconda si limita allo strado superficiale). Così un movimento 
sarebbe impartito allo strato superiore dell' acque oceaniche dal- 
l' equatore verso i poli, mentre un movimento inverso viene dato 
allo strato più profondo dai poli verso l'equatore. 

Da tal circolazione verticale nella massa delle acque oceani- 
che evidentemente si scorge, da un dato movimento, verso il Nord 
dello strato superiore, di parecchie centinaia di metri di pro- 
fondita, che reca la temperatura delle zone più calde nelle re- 
gioni Artiche ; d' altra parte è evidente esistere presso il fondo 
del mare una temperatura di pochi gradi superiore a quella del- 
l'acqua che si congela, il che non può spiegarsi che per l' azione 
di una corrente dai poli verso l' equatore. Quindi, sotto circo- 
stanze speciali, una gran quantità di freddo è portata dalle cor- 
renti glaciali nella zona temperata. 

Segue dalle cose precedenti, che la circolazione oceanica ver- 
ticale è di un grande effetto nel moderare 1' estremo freddo delle 
regioni artiche ; l' acqua che vi è diretta non è portata dal 



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— 228 — 

Gtdf-Stream, essendo che lo spazio in cui agisce questa cor- 
rente è di una temperatura media poco superiore alla nonnaie: 
d'altra parte il Gulf-Stream forma parte di una circolazione 
superficiale od orizzontale nel Nord dell'Atlantico, di cui i venti 
alisei sono il primo movente e gran parte di questa corrente 
torna direttamente nella Corrente equatoriale. 

Però, secondo teorie da lungo tempo ammesse, il Qulf-Stream 
e tutte le altre correnti^ fanno parte di un sistema generale 
modificato dalla prossimità dei continenti, e l'azione dei venti 
etesii in ogni caso non dà loro origine, benché possa servire 
come mezzo di accelerazione. D' altra parte le conclusioni 
del dottor Charpenter sono sostenute da fatti relativi alla tem- 
peratura dell' Oceano osservata nel corso delle spedizioni d' esplo- 
razione, e da altri fatti di varia natura esposti in una Carta 
isotermica preparata allo scopo di illustrare la distribuzione geo- 
grafica della vita nelle acque marine. 

Analisi di alcune rocce ed altri materiali pescati nel 
Oolf-Stream. — Le sostanze analizzate consistono in alcuni 
esemplari di ossa, rocce, fanghi e coralli raccolti nel letto del 
Guìf'Stream fra la Florida e Cuba. L'osso fu riconosciuto per compa- 
razione come un pezzo di costola di un Lamantino, e fu analizzato 
pel primo ; era esso di colore molto cupo, e quasi del tutto privo 
di materia organica, benché mostrasse distintamente tracce di strut- 
tura fibrosa. Era molto più duro e più denso di un osso recente. 
Fu pescato il 9 maggio 1868 a circa 200 metri di profondità. 

A lato dell' analisi di questo è collocata l' analisi di un osso 
recente, calcolata anche come se questo fosse privo di sostanze 
organiche. 

Osso antico. Osso recente. Id. prìTo di 
1 Bost org. 

Peso specifico 2, 83 2, 07 

Fosfato di calce 62, 40 58, 16 92, 79 

Fosfato di ferro 7, 60 

Carbonato di calce .... 26, 47 i 4, 52 7, 21 

Silice 0, 34 

Acqua e sost. organiche . 2,67 36,69 .... 

99, 48 99, 37 100, 00 



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- 229 — 

Il secondo esemplare era uria dura roccia colorata in bruno 
pescata a Sand-Key (Florida) a circa 100 metri, essa pure quasi 
libera da sostanze organiche. 

n terzo esemplare conteneva più del precedente di materia 
organica, era frammischiato a conchiglie e coralli in frammenti, 
e sembrava di più recente formazione: venne pescato a circa 
230 metri. Consisteva il quarto in una roccia sciolta di fram- 
menti di corallo apparentemente cementati dal carbonato di calce: 
era quasi bianca e conteneva poca materia organica e solo tracce 
di ferro: fu raccolta alla profondità di circa 360 metri. Il fango 
somiglia nei caratteri esterni a quello dell' Atlantico, ma ne dif- 
ferisce essendo quasi privo di silice e di ossido di ferro. 





2 


8 


4 


Fango 


Peso specifico 


2,81 


2,79 


2,61 




Carbonato di calce . . 


36,50 


47,11 


96,96 


85,62 


Fosfato di calce . . . . 


35,54 


13,15 


1,20 


0,18 


SiUce 


0,49 


1,92 


2,12 


1,52 


Sesquioss. di ferro. . . 


14,77 


20,23 


.... 


0,31 


Carbonato di magnesia. 


10,56 


12,39 


.... 


4,26 


Acqua e sost. organiche 


1,46 


5,89 


. . • • 


8,15 



99, 32 100, 69 100, 28 100, 04 

Queste analisi sono interessanti sotto parecchi punti di vista : 
nel caso deir osso si osserva la sostituzione del carbonato di 
calce al fosfato: l'ammontare della quantità di calce è diminuito, 
mentre il ferro che esisteva solo in tracce nell'osso originale, 
vi si trova in quantità considerevole. La sostituzione suddetta 
potrebbe spiegarsi per l'azione del carbonato ammonico che si 
forma nella decomposizione della gelatina dell' osso ; esso decom- 
pone il fosfato calcico più o meno completamente dando luogo 
al carbonato di calce. Riguardo alla quantità di ferro, è difficile 
dime la provenienza non avendo dati sull'ammontare di questa 
sostanza nelle acque del Golfo del Messico e del Gulf-Stream. 

V analisi della roccia N. 2 dà pure un esempio di tal sosti- 
tuzione essendo la quantità d'acido fosforico molto ridotta per 
l'azione dissolvente della materia organica e del carbonato 
ammonico. 

La roccia N. 3 ha in alcune parti la stessa composizione 



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- 230 — 

della precedente, e deriva da frammenti d' ossa, di conchiglie e 
coralli. Il ferro sembra in quésto caso avere in gran parte ser- 
vito come cemento. Il N. 4 è più recente e consta quasi inte- 
ramente di frammenti di conchiglie e coralli ; la magnesia dei 
N. 2 e 3 deriva evidentemente dalle acque del mare e sosti- 
tuisce parte della calce. 

Tutti questi esemplari vennero scelti fra un gran numero, 
come i più caratteristici dei dififerenti depositi messi in luce con 
gli scandagli, e possono avere relazione molto stretta coi giaci- 
menti ossiferi della Carolina del Sud. 

Ferri meteorici trovati in Groenlandia ed in Ainericii. 

— Una spedizione scientifica svedese, tornando V anno passato 
dalle coste della Groenlandia, ha portato seco una quantità 
di ammassi di ferro meteorico trovati alla superficie del suolo. 
Queste masse sono di diverse grandezze: la più grossa dicesi 
pesare 25 tonnellate. Anche la spedizione di quest'anno ha por- 
tati seco più di venti esemplari, due fra i quali di enorme 
grandezza; il più grosso che pesa circa 21,000 chilogrammi, 
colla sezione massima di circa 4. 50 metri quadrati, è ora col- 
locato presso la Reale Accademia di Stocolma; mentre l'altro 
è stato presentato al Museo di Copenaghen. Parecchi di tali 
esemplari furono sottoposti all' analisi chimica che vi trovò circa 
il 5 7o di nichelio, con 1 a 2 7o di carbonio, dimostrandoli così 
identici per composizione con parecchi aeroliti di nota origine 
meteorica. Levigando e bagnando con un acido uno di tali 
pezzi, la superficie di queste masse di ferro metallico mostra i 
ben conosciuti segni ordinariamente considerati come caratteri- 
stici del ferro nativo meteorico. Le masse stesse furono scoperte 
giacenti in prossimità del lido e riposanti immediatamente su 
rocce basaltiche (probabilmente mioceniche), in cui esse sembrano 
essere state in origine incassate; e non solo frammenti di simil 
ferro sono stati trovati riuniti nel basalto, ma il basalto stesso 
si è trovato contenere minute particelle di ferro metallico, iden- 
tico in composizione chimica con quello delle grandi masse 
medesime, alcune delle quali racchiudono anche frammenti di 
basalto. Siccome la composizione chimica e i caratteri minera- 
logici di queste masse di ferro nativo differiscono essenzialmente 



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— 231 — 

da quelli dei ferri d' origine terrestre, e sono d' altronde identici 
con quelli del ferro indubbiamente meteorico, furono esse riguar- 
date come aeroliti, e si spiegò la loro presenza nel basalto sup- 
ponendo che esse provenissero da uno sfacelo delle meteoriti ca- 
dute e incastratesi in detta roccia durante un'eruzione del periodo 
miocenico. Nonostante che tali masse di ferro meteorico sieno 
state trovate sul lido esposte al flusso e riflusso della marea, si 
è provato dopo il loro trasporto a Stocolma, che esse deperiscono 
con straordinaria rapidità, stritolandosi e cadendo presto in finis- 
sima polvere. L'espediente di cuoprirle con uno strato di ver- 
nice venne trovato insufficiente a preservarle ed ora si pensa a 
conservarle immergendole in una vasca di alcool. Anche il Museo 
Britannico già possedeva un esemplare di questo ferro nativo, 
e fu attribuita la sua pronta distruzione all' assorbimento di 
cloruri di origine terrestre promuoventi la formazione del cloruro 
di ferro : questo fu particolamente osservato nel caso della gran 
meteorite di Melbourne, conservata nel Museo Britannico, la 
quale venne protetta col rivestirla esternamente, previo dolce 
riscaldamento, di una vernice composta di resina disciolta in 
alcool quasi assoluto. 

Un' altra massa di simile ferro meteorico è stata ultimamente 
trovata nella contea di El Dorado in California; questa massa 
viene descritta come avente la forma e la grossezza di una te- 
sta d' uomo. Essa venne trovata in un campo e, come di solito, 
venne da principio portata in una bottega di maniscalco dove 
fu trovata difficile a lavorarsi e cadde, fortunatamente, in seguito 
nelle mani di uno scienziato : la sua superficie possiede le in- 
taccature particolari a simili corpi e la crosta è parzialmente 
ossidata. Essa pesa 29 chilogrammi circa ed ha un peso specifico 
poco minore di 7. 80; i frammenti esaminati sono scevri da qual- 
siasi traccia di solfo ed un' analisi sopra un grammo di materia 
ha fornito i seguenti risultati: 

Ferro 88. 02 

Nichelio 8. 88 

Parte insolubile, consistente in un miscuglio di Fe'O' 

ed FeO con minute particelle di argento 3. 50 

100. 40 



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— 232 — 

La quantità esaminata era troppo piccola per potervi ricer- 
care gli altri metalli ordinariamente contenuti nei ferri me- 
teorici. 

Alcune considerevoli masse di ferro meteorico del Messico 
sono note ai viaggiatori da diversi anni; non si è però fino 
al 1854 avuta alcuna precisa informazione sopra di esse. Una 
di queste è ora nello Smithsonian Museum a Washington (Stati 
Uniti), pesa circa 114 chilogrammi ed è descritta neW Amer, 
Journ. of Scien.y aprile 1854. Esistevano nel Nord del Messico 
altre due meteoriti ; la prima chiamata Meteorite Tucson è adesso 
nell'Istituto Smithsoniano e pesa qualche migliaio di chilogrammi ; 
la seconda è chiamata Ferro di Chihuahtuiy ed è ancora alla 
Hacienda de Conception^ ove fu scopèrta. Altre otto masse simili, 
provenienti dalla stessa regione del Messico, sono ora a Fila- 
delfia e variano in peso da 135 a 360 chilogranmii circa. Una 
meteorite più grande di tutte le precedenti è quella detta Ferro 
Meteorico di San Gregorio; questa immensa massa è situata al 
lato occidentale del Deserto messicano : essa raggiunge 2 metri 
nella sua maggior lunghezza, 1." 60 di altezza e 1." 20 di gros- 
sezza alla base; in una parte della sua superficie è incisa, in- 
sieme a una iscrizione, la data 1821; giace vicino ad una hacienda 
ed ha servito per lungo tempo come ferro da fucina. Credesi 
che sia caduta proprio vicino al luogo ove si trova attuahnente, 
perchè, pel suo peso di circa 5000 chilogranmii non era agevole 
il trasportarlo lontano. 

L'analisi ha fornito la seguente composizione: 

Ferro 95. 01 

Nichelio 4. 22 

Cobalto 0. 51 

Rame piccole tracce 

Fosforo 0. 08 

Oltre il ferro di San Gregorio, diverse altre masse furono 
descritte nel giornale succitato ed in altri, tutte provenienti dal 
Deserto messicano (o Bolson de Mapinì) che occupa la parte oc- 
cidentale della provincia di Cohahuila e l'orientale di quella di 
Chihuahua, limitate al Nord dal fiume Rio Grande. 

Sorge naturalmente la questione : qual può essere la causa 



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— 233 — 

di UD tal numero di masse meteoriche in una regione circoscrìtta, 
e se ognuna di esse è caduta separatamente. 

Stndii su tale soggetto hanno portato a concludere che esse 
sono il resultato di due cadute; alcune, che si accordano sia 
nella composizione che negli altri caratteri, sembrano provenire 
daUa caduta di una unica meteorite con direzione dal Nord-Est 
al Sud-Ovest. 

Tre masse di ferro meteorico della Virginia presentano la 
stessa apparenza generale : esse avevano una forma irregolare 
a guisa di pera ; la più grossa era più massiccia e arrotondata 
che le altre, la intermedia più schiacciata. Le dimensioni delle 
tre masse erano le seguenti : 

1 2 8 

Massima lunghezza 28 centim. 27 11 

Id. largh. alla parte più grossa 21 10 9 

9 alla parte più piccola 17 19 5 

Spessore alla parte più grossa. ... 13 13 8 

Id. alla parte più piccola. ... 11 5 3 

I pesi esatti, avanti che fossero tagliate, erano : 

N« 1 N« 2 NO 8 

chilog. 25,429 16,441 1,644. 

La loro superficie era rugosa ed irregolare: in alcuni punti 
che furono sfregati, il ferro presenta il suo splendore metallico 
e tracce di struttura cristallina ; ma quasi tutta la superficie è 
coperta di una crosta bruna di ossido di ferro idrato di spes- 
sore variabile, dura ed aderente. Le meteoriti mostrano chiara- 
mente una debole potenza magnetica con poli multipli. 

La gravità specifica a 15" C. era: 

NO 1 N» 2 No 8 

7,853 7,855 7,839. 

La struttura intema era compatta ed eminentemente cristal- 
lina con sottili fessure traverso parecchie parti della massa. La 
generale apparenza è grandemente concordante con quella del 
ferro di Lenarto in Ungheria e cogli esemplari messicani. 

16 



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— 234 - 



Il metallo irrugginisce con 


gran prestezza sulle superficie 


tagliate. Seguono i resultati delle analisi chimiche : 


N» 1 


N» 2 


N» 8 


Ferro .... 88,706 


88,365 


89,007 


Nichelio. . , 10,163 


10,242 


9,964 


Cobalto . . . 0,396 


0,428 


0,387 


Bame .... 0,003 


0,004 


0,003 


Stagno . . . 0,002 


0,002 


0,003 


Manganese . tracce 


• .... 


tracce 


Fosforo . . . 0,341 


0,362 


0,375 


Solfo .... 0,019 


0,008 


0,026 


Cloro .... 0,003 


0,002 


0,004 


Carbonio . . 0,172 


0,185 


0,122 


Silice .... 0,067 


0,061 


0,056 



99,872 99,659 99,947 

Le località ove le meteoriti suddette furono rinvenute sono 
le seguenti : 

N** 1. A circa 8 chilometri al N. di Staunton a 38^ 14 lat. N. 
e 79* 01 long. 0. 

N^ 2. A 2 chilometri circa al S.E. della località precedente. 

N** 3. Sulla linea che va da N.O. a S.E. traverso i due 
punti suindicati. 

I giacimenti petroleiferi del Nord-America. — Fu già 

espressa P opinione che il petrolio fosse un prodotto veramente 
indigeno delle formazioni calcaree del Comifero e del Trenton, 
mentre altri geologi sostennero che la presenza del petrolio in 
tali calcari fosse dovuta air infiltrazione, e che la sua origine 
dovesse attribuirsi ad un non ancora spiegato processo di distil- 
lazione degli scisti bituminosi o piroscisti. 

Questi si presentano in tre distinti orizzonti nel sistema di 
New- York, e son noti col nome di scisti d'Utica, immediata- 
mente superiori al calcare di Trenton, e scisti di Marcello e 6e- 
nesee disposti sopra e sotto gli scisti di Hamilton; questi ultimi 
essendo separati dal sopradetto calcare Comifero per gli scisti di 
Marcello. 

Però in primo luogo questi diversi piroscisti non conten- 



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— 235 — 

gono, eccetto in qualche rara circostanza, né petrolio né altra 
forma di bitume : la loro proprietà di sviluppare ad alte tempe- 
rature per distillazione degli idrocarburi liquidi analoghi al pe- 
trolio è da essi posseduta m comune col legno, torba, lignite, 
litantrace e molte sostanze di orìgine organica, ed è quella che 
li ha fotti chiamare scisti bituminosi, benché non lo siano nel 
Vero senso della parola, non essendo essi altro che rocce argil- 
lose contenenti allo stato di miscuglio una materia brunastra, 
infusibile ed insolubile idrocarbonacea, analoga alla lignite o al 
litantrace. 

In secondo luogo i piroscisti delle suddette formazioni, sia 
superficiali che profonde, non mostrano di aver subito la distil- 
lazione, conservando essi il loro colore brunastro e dando luogo 
a sviluppo di idrocarburi volatili quando sieno sottoposti a suf- 
ficiente calore. 

D'altra parte la condizione sotto cui il petrolio si presenta 
nei calcari, esclude l' idea che vi sia stato introdotto per distil- 
lazione ; il processo di distillazione dovrebbe essere avvenuto dal 
basso in alto, e così il petrolio del Silurico superiore e del De- 
?onico inferiore dovrebbe provenire dagli scisti d'Utica sotto- 
posti, rocce queste che si rinvengono inalterate, mentre poi gli 
scisti ed arenarie intermedie sono privi di petrolio che dovrebbe, 
in questa ipotesi, esservi passato a traverso per andare a con- 
densarsi nei calcari Comifero e del Niagara. Inoltre le rocce 
petroleifere sono non solo separate le une dalle altre da grande 
spessore di strati pofosi privi di petrolio, ma la distribuzione 
di questa sostanza é localizzata. 

Da tutti questi fatti sembrerebbe potersi asserire con ragione 
che il petrolio, o piuttosto le sostanze da cui ebbe origine, esi- 
stessero in queste rocce calcari fino dall' epoca della loro depo- 
sizione, e si è supposto che il petrolio e simili bitumi proven- 
gano da una particolare trasformazione di sostanze vegetabili o in 
qualche caso di tessuti animali analoghi ad esse in composizione. 

Il calcare petroleifero di Chicago, che si estrae vicino a que- 
sta città, è talmente imbevuto di questa sostanza, che pezzi di 
esso usati per fabbricare si sono scolorati per le trasudazioni, 
che poi miste colla polvere formano un intonaco bituminoso sulle 
superficie esposte. La potenza dei giacimenti oleiferi, che sono 



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- 236 — 

massicci ed orizzontali è di 11 a 13 metri, ed occupano una 
posizione nel mezzo della formazione del Niagara che ha in que- 
ste località una potenza di 60 a 75 metri. Tutta la roccia sem- 
bra uniformemente saturata di petrolio che trasuda dai piani di 
giunzione e dalle superficie fratturate, e racchiude piccole sor- 
genti d'acqua nelle depressioni della cava: questa roccia benché 
porosa e scolorata dal petrolio, quando venga liberata da questa* 
sostanza, consta di una dolomite purissima, quasi bianca, granu- 
lare e cristallina, contenente il 54. 6 per 7o di carbonato di 
calce. Ridotti in polvere in un mortaio di ferro varii frammenti 
di tal roccia oleifera, fu la polvere disciolta a caldo in acido 
cloridrico diluito; la parte insolubile fu trattata coli' etere, in 
cui si sciolse lasciando un piccolo residuo: questo fu di 0.40 
per 7o di cui 0. 13 si volatilizzarono pel calore producendo un 
vapore combustibile di odore bituminoso: il rimanente era silice: la 
soluzione bruna nell' etere evaporata, e liberata dall' acqua pe- 
sava 1. 537 per 7o di roccia, e consisteva in un olio viscido rosso 
bruno, che quantunque privo delle sue parti più volatili, conser- 
vava ancora alquanto odore di petrolio: il peso specifico a 16" C. 
era di 0. 935, e calcolando il peso specifico della dolomite a 2. 600, 
il volume del petrolio equivarrebbe a 4. 26 per 7o della roccia: 
però questo numero è troppo basso, sia perchè la roccia analizzata 
aveva già perduto una parte d' olio, sia perchè le parti più vola- 
tili si sono evaporate nella distillazione. 

Considerando un'estensione di questa dolomite di un miglio 
quadrato e 30 centimetri di altezza, essa conterrebbe secondo i 
dati precedenti 1,184,832 piedi cubici di petrolio eguali a 221,247 
barili di 40 galloni, di litri 151. 40 ognuno, ossia un totale di 
litri 33,497,511. Prendendo come spessore minimo 11°*, noi ab- 
biamo in ogni miglio quadrato di roccia oleifera circa 7,743,745 
barili, ovvero litri 1,169,205,993. La total produzione della gran 
regione oleifera di Pensilvania è calcolata dal 1860 al 1870 a 
28 milioni di barili di petrolio, ossia meno di quel che sia conte- 
nuto in quattro miglia quadrate del calcare a petrolio di Chicago. 

Dietro simili fatti sembra potersi dichiarare infondata l' ipotesi 
di cercare altrove che nelle rocce suddette l' origine del petrolio 
facendolo provenire per un incognito processo da roccie che 
sono affatto prive di tale sostanza. 



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-- 237 — 

Il petrolio dell' Isola di San Domingo. — Pochi al certo 
conosceranno una località petrolifera, una delle poche esistenti 
nelle Indie Occidentali, situata nella Repubblica di San Domingo, 
a tre miglia circa al Nord della città di Azua, presso una cor- 
rente chiamata « El agua hediente » (acqua puzzolente). La lo- 
calità richiama singolarmente alla memoria le sorgenti di petrolio 
della California, non tanto per V esistenza dell' olio, bitume e gaz, 
quanto per gli avanzi giacenti confusamente all' intorno di mac- 
chine a vapore e ordigni per i pozzi artesiani. La sorgente ha 
una apparenza quasi stagnante, e trasuda lentamente traverso 
un deposito ghiaioso. Un piccolissimo spazio circonvicino e co- 
perto di incrostazioni di bitume; per un mezzo miglio lungo il 
letto di un torrente quasi perennemente asciutto, la ghiaia e la 
sabbia sono più o meno cementate da un impuro bitume, tal- 
volta plastico, spesso duro come V asfalto. Le sorgenti e le esca- 
vazioni all' intorno contengono dell' acqua resa bruna per il con- 
tatto coir olio, ed avente alla superficie una leggiera pellicola 
di petrolio liquido, verde bruniccio per riflessione e rossastro 
scuro per trasparenza. Strofinandone una gocciola nel palmo della 
mano, essa non svanisce così prontamente come 1' olio della Ca- 
lifornia e l'odore ne è piuttosto fetido. 

Un tentativo di perforamento fu fatto durante il 1865 e 1866, 
nell'epoca appunto in cui questa industria eria in grandissima 
voga. Gli strumenti ordinarli furono portati sul luogo ed even- 
tualmente abbandonati; nel pezzo di tubo rimasto fino ad oggi 
si osserva una piccola accumulazione di olio traverso la quale 
gorgoglia un gaz inodoro e non infiammabile. A distanza di pochi 
metri vi è una depressione, dove si manifestano parecchi sviluppi 
di gaz e dove non esiste traccia di vegetazione. Questa località 
vien considerata come specialmente interessante, perchè in tutta 
la repubblica di San Domingo è l' unico sito ove si trovino pro- 
dotti bituminosi e perchè ha somiglianza sotto molti punti di 
vista colle località analoghe di California non solo, ma eziandio 
per la sua apparenza e modi di presentarsi colle sorgenti del- 
l' Isola della Trinità. 

Scoperta di nna foresta fossile nel terreno terziario di 
California. — Durante un' escursione scientifica lungo le coste del 



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— 238 — 

Pacifico, fu visitata da alcuni membri della spedizione una loca- 
lità non lungi dalla strada fra San Francisco e i Geyser^ in 
in cui erano di recente stati scoperti parecchi tronchi d'alberi 
fossili. La località è situata su un'alta cresta rocciosa nella 
contea di Napa (California) a cinque miglia a S.O. delle sor- 
genti calde di Calistoga e a forse dieci miglia al Sud della cima 
del Monte Sant' Elena. La cresta che forma la divisione fra le 
vallate di Napa e di Santa Rosa ha circa 700 metri di elevazione, 
ed è composta di rocce metamorfiche cretacee ricoperte irregolar- 
mente dagli strati terziari consistenti in rozze arenarie e letti 
di ceneri vulcaniche stratificate. Un accurato esame della località 
ove furono scoperti i primi tronchi d' alberi, mostrò evidentemente 
che essi sorgevano tutti al di sopra del tufo vulcanico ed are- 
narie formanti la sommità di questa parte della cresta. Esten- 
dendo le ricerche ai luoghi montuosi per varie miglia all'intorno, 
si rinvennero in molti altri punti dei tronchi fossili, il che mostra 
che questi depositi terziari contengono i resti di un' estesa fore- 
sta di grandissimi alberi, probabilmente rovesciati e ricoperti da 
qualche eruzione vulcanica. I tronchi estratti dal tufo vulcanico 
erano di considerevole grossezza ed apparentemente in stretta 
connessione con alcuni alberi delle attuali foreste delle coste del 
Pacifico, specialmente colle gigantesche Conifere. La parte acces- 
sibile di uno di questi misurava 22 metri di lunghezza, e benché 
privo di scorza e molto deteriorato, aveva più di 2*°, 20 di dia- 
metro all' estremità più piccola. Sopra un' alta cima a circa 
mezzo miglio ad Est del precedente, furono trovati altri due 
grandi tronchi, fra cui uno di circa 1°", 60 di diametro disposto 
da Est a Ovest con 10" di lunghezza alla superficie. I frammenti 
dell'altro mostrano che esso non aveva meno di 4"* di diame- 
tro. Apparentemente questi non caddero lontano dal luogo ove 
sono ora, essendone la corteccia ben conservata ed avendo vicino 
numerosi frammenti di rami più piccoli. 

Tutti gli alberi scoperti erano distesi, e molti dopo la loro 
petrificazione furono rotti trasversalmente, in apparenza per il 
dislocamento degli strati che li racchiudevano. La maggior parte 
hanno direzione da Nord a Sud, probabilmente pel corso della 
corrente che li cuoprì con materiali vulcanici: tutti i legni fos- 
sili osservati erano silicizzati, il che forse accadde per mezzo di 



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— 239 — 

acque ad alta temperatura, alcaline e contenenti silice in solu- 
zione. 

Questi alberi sembrano tutti essere stati Conifere, e pei loro 
caratteri estemi somigliano alla flora che vegeta tuttora in quelle 
regioni. Accurate osservazioni microscopiche mostrano non esservi 
differenza fra la struttura dei legni fossili e quella delle conifere 
del genere Sequoia. I letti includenti tali tronchi sembrano non con- 
tenere altri fossili eccetto qua e là piccoli frammenti di carbone, 
e quindi la loro età è alquanto dubbiosa; siccome però essi giac- 
ciono confusamente su strati contorti e metamorfici del cretaceo, 
[Mure che sieno probabilmente del Pliocene. È probabile anche 
che r azione sia provenuta dal Monte Sant' Elena, la cima vul- 
canica più prossima. 

Scoperta del Diamante nella Xantoflllite. — Nella Xanto- 
fillite* delle Montagne di Schischìmskian, presso Statoust, negli 
Urali, sono stati recentemente osservati diamanti di varia gros- 
sezza irregolarmente distribuiti traverso alle lamine del minerale. 
Coli' ingrandimento di 30 diametri sono facilmente riconoscibili, 
ed a 200 diametri si vede che la loro forma cristallina è quella 
di un esatetraedro combinato col tetraedro, essendo le faccio del 
primo solido distintamente convesse, quelle dell' ultimo piane 
(Vedi Dana, Miner,^ pag. 21, fig. 59). Molti di questi cristalli 
sono incolori ed affatto trasparenti ; alcuni hanno una debole 
tinta bruna. Essi sono simmetricamente disposti nella matrice, 
essendo i loro assi trigonali intermedii normali alla sfaldatura 
della Xantofillite. Le lamine di questo minerale, più vicine alle 
masse arrotondate di talcoscisto e serpentino, racchiudono, non 
però ordinariamente, gran numero di diamanti, i quali parimente 
si trovano nelle due rocce ora mentovate. 



* Xantofillite — Alluminosilicato idrato di iDagnesia e calce, in lamine di colore 
bruno rossastro di splendore madreperlaceo. Il clivaggio conduce a un prisma 
regolare a 6 faccie, ha uii peso specifico di 3, 16 e si riga colla punta d* acciaio 
e debolmente coli* apatite. Infusibile al cannello e appena attaccato dall' acido 
cloridrico bollente. La sua formula è 

2 (Ca, Mg) Al -+- (Mg, Ca) sT -4- HO 
oTe la silice e V allumina agiscono come acidi. 



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- 240 - 

Sulla mineralogia dell' Eozoon Canadense. — H dottor R. 
Hoffmann di Praga sottopose al? investigazione chimica e mine- 
ralogica TEozoon Canadense trovato a Raspenau in Boemia. 
Esso ha una superficiale somiglianza con quello del Canada, e 
si mostra in zone ondulate o concentriche, sotto forma ovale. 
Nella porzione ovale striata il guscio dell' Eozoon, di calcite para 
e finamente granulare, può esser separato dal minerale I, riguar- 
dato da HoSmann come l'impronta delle parti molli deirEozoon, 
formate per mezzo di infiltrazione di soluzioni acquose o durante 
lo sviluppo immediatamente dopo la morte dell' animale. È 
desso un silicato particolare, finamente granulare, bianco grigia- 
stro ed alquanto traslucido. È associata con questo una dolomite 
granulare, priva di ogni traccia di struttura organica, che talvolta 
appare come centro o punto d'attacco dell' Eozoon crescente. 
Questi materiali sono associati ad altri due silicati minerali; uno 
di questi analogo alla falunite, ha un peso specifico di 2,687, è 
di colore bruno-grigiastro o nero-verdastro talvolta lucente e 
quasi opaco: la sua analisi è al N. II. Esso forma strie quasi 
parallele nella parte centrale del gruppo dell' Eozoon: è in alcuni 
punti in lamine commiste a quelle di altro minerale lucido, verde, 
trasparente, con una lucentezza alquanto vitrea e densità di 2,56. 
È quest' ultimo un silicato idrato (III) analogo al picrosmino 
ed è più meno compenetrato dalla magnesite: 

I. II. III. 

Silice 53. 388 36. 425 52. 677 

Allumina 10.521 32.944 1.260 

Ossido di ferro. . . 10.091 20.140 1.011 

Magnesia 11. 127 30. 414 

Calce 1. 048 0. 678 

Potassa 1. 378 2. 721 1. 900 

Soda 2.094 0. 233 ' 

Acqua 10.991 7.092 11.865 

100. 638 100. 000 99. 360 

La zona di rocce ad Eozoon giace a Haspenau fra rocce 
silicee scistose al di sopra, e ricopre letti di calcare granulare 
bianco-grigiastro, talvolta nerastro per miscuglio di materie car- 
bonacee. Uno di questi calcari dette all'analisi 1.100 di car- 



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— 241 - 

bone, 2.332 di materie insolubili, 4.708 di carbonato di magne- 
sia, essendo il restante carbonato di calce. 

La composizione del guscio dell' Eozoon è data al N. IV, 
quella della dolomite al V, e quella della magnesite che com- 
penetra il silicato in al N. VI. 

IV. 

Carbonato di calce . . 97.711 
Carbonato di magnesia, tracce 
Carbonato di ferro . . 1. 660 

Allumina 0. 629 

Parte insolubile . (tracce di fosforo) 

100. 000 95. 495 100. 000 



V. 


VI. 


53. 815 


5. 581 


40. 420 


84.651 


.... 


1.001 


.... 


8.767 


1.260 


. . . . 



Rettificazione. 



Nella nota che ha per titolo : StdV attraziùne ddle montagne, 
inserita nel fascicolo del marzo e aprile di questo Bollettino 
Geologico^ feci rimarcare che le due attrazioni di una calotta 
sferica, una sul centro della base l'altra sul suo vertice, sono 
fra loro differenti, basandomi per tale fine sulle formule date 
da Plana nella sua opera : Sur la distribution de Véléctricité à 
la sufface de deux sphères conductrices\ estratto dalle Memorie 
dell'Accademia di Torino, 1846. Devo però osservare, che la se- 
conda formula (pag. 103 del citato BoUettmo) è da modificarsi 
in questo modo : 

p.=2„hr(l-4^-j^) 

L'origine di questa modificazione consiste in ciò, che la for- 
mula di Plana, su cui mi appoggiai, contiene una piccola inesat- 
tezza. Tale formula è la (17) a pag. 25 della citata opera di Plana, 

la quale equazione da P'=27rH (l — -«- "y—-) deve can- 



giarsi 



nella P'=2wH(i — -g- 



Veggasi del resto su questo punto la Nota comunicata da me 
alla R. Accademia dei Lincei nella sesta sessione di quest' anno. 



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— 242 — 

Calcolando pertanto T attrazione del Monte Cenisio nelP ipo- 
tesi di Carlini, mediante la formula indicata di sopra si ottiene 
per l'attrazione di questo monte sul suo vertice il seguente 
valore : 

F=102,49r 

e confrontando questo numero col valore di P riportato a pag. 103 
del Bollettino il quale si riferisce sul centro della base, si rile- 
va, che la differenza di questi due valori è tale da non poterla 
trascurare in pratica. Rimane quindi confermato quanto espo- 
nevo nel § 3 della mia nota, cioè che, generalmente parlando, 
non si possono confondere le due attrazioni di un monte, una 
sulla sua sommità, V altra sul punto della base verticalmente al 
di sotto. 

F. Keller. 



CATALOGO DELLA BDUOTECA Da R. GOIITATO GEOLOGICO. 

(Continaazione.) 

Stiir (D.). Bericht uber die geologische TJehersichts-Aufnahme im 
mittteren TheUe Croatiens amgefuhrt im Sommer 1862. Wien, 1864. 
Un fase. in-4". Dono dell'Autore. 

(Id.) Bie geologische Karte der nordostlichen -4^^. Wien, 1865. 
Un fase. in'4". Dono idem. 

(Id.) FossUien aus den neogenen Ahlagerungen voti Eolubiea 
bei Pieniàky, siidlich von Brody im òstlichen Galizien,W\%VL^ 1865. 
Un fase. in-4^. Dono idem. 

(Id.) Vorkomnen ober-sUurischer Betrefacte am Erzberg wnd 
in dessert Umgébungen bei Eisenerz in SteiermarJc, Wien, 1865. 
Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Bine Excursion in die Backschieferbriiche Mahrens und 
ScMesiens und in die Schalsteinhiigel ewischen Bennisch und Barn, 
Wien, 1866. un fase, in-4^ Dono idem.. 

(Id.) Fossile Pflaneenreste aus dem Schiefergébirge von Ter- 
gove in Croatien. Wien, 1867. Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Beitràge eur Kenntniss der geologischen Verhàltnisse der 
Umgegend van Raibl und Kcdtwasser. Wien, 1868. Un fase. in4' 
con tavole. Dono idem. 



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— 243 — 

Stup (D.). Bericht uber die gcologische Aufnahme im oheren 
Waag-^nd Oran-Thale. Wien, 1868. Un fase, m-4^ Dono del- 
l' Autore. 

(Id.) Etne Excursion in die Umgegend von St. Cassian. 
Wien, 1868. Un fase, in-4* con tavole. Dono idem. 

(Id.) Die geólogische Beschaffenheit der Herrschafl Halmdgy 
im Zaninder ComitcUe im Vngam. Wien, 1868. Un fase, in-4" 
con Carta geologica. Dono idem. 

(Id.) Bericht Uber die geólogische A'ufnahme der Umgébimgen 
von Schmotlnite und Gollnitz, Wien, 1869. Un fase. in-4*. 
Dono idem. 

(ld.)Die Braunkohlen — VorJcommntsse im Gébiete der Herrschaft 
Budafa in Ungam. Wien, 1869. Un fase, in-4'* con tavola. 
Dono idem. 

(Id.) Die Bodenbeschaffenheit der Gegenden siidòsflich lei 
Wien, Wien, 1869. Un fase, in-4^ Dono idem. 

(Id.) JJéber die Verhdltnisse der Wasserfiihrenden Schichten 
im OstgeMnge des Tafelberges bei Olmiitz. Wien, 1869. Un 
fase, in-4** con tavola. Dono idem. 

(Id.) TJéber zwei neue Tame at«5 den Sotzka-Schickten von 
Mottnig in Krain. Wien 1869. Un fase. ìn-4* con tavole. Dono idem. 

(Id.) Beitràge zur Kenntniss der Dyas-und SteinJcoJden — for- 
mation im Banate. Wien 1870. Un fase. in-4*. Dono idem. 

(Id.) Beitràge zur Kenntniss der Stratigraphischen Verhalt- 
nisse der marinen Stufen des Wiener Beckens. Wien, 1870. Un 
fase, in-4** Dono idem. 

Suokow (G.). Tabelle tìber die mineràlischen KrystaUformen. 
Jena, 1866. Una tavola. 

Suess (Ed.). Sur le Waldheimia Stoppami des pétrifications 
d'Esina. Wienne, 1859. Un foglio con tavola. Dono dell'autore. 

(Id.) Einige BemerJctmgen Uber die secundaren Brachiopoden 
PortugaJs. Wien, 1860. Un fascicolo con tavola. Dono idem. 

(Id.) Note sur le gisement des térebratules du groupe de la 
Diphya dans V Empire d'Autriche. Wien, 1861. Un fase, in-4^ 
Dono idem. 

(Id.) Beferat der Wasserversorgungs-Commission in der Sitzung 
des Gemeinderathes der Stadi Wien. Wien, 1864. Un opuscolo. 
Dono idem. 



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— 244 - 

Suess (Ed.). Bemerkungen iìber dieLagerung des Salsgeòirges bei 
Wielicska. Wien, 1868. Un fascicolo con tavola. Dono dell'Autore. 

(Id.) Urne Reste von Squdlodon aus Line. Wien, 1868. Un 
fascicolo con tavola. Dono idem. 

(Id.) Sur la strudure des d^òts tertiaires du Vicentin. Mi- 
lan, 1868. Un opuscolo. Dono idem. 

(Id.) SuUa struttura dei sedimenti terjsiarii del Vicentino, Vi- 
cenza, 1868. Un opus. in-8*. Dono idem. 

(Id.) Ueher die Aequivalente des Rothliegenden in den SOd- 
cUpen. Wien, 1868. Due fase, in-8* con tavole. Dono idem. 

(Id.) TJéber das RotMiegende im Val Trompia. Wien, 1869. 
Un fascicolo con tavole. Dono idem. 

Suess (Ed.) und Hojsisovios (Ed. von). Shidien tìber die Glie- 
derung der Trias-und Jurabildungen in den ostlichen Jlpen, 
Wien, 1868. Due fase, in-8* con tavole. Dono idem. 

Saadrowsky (H.), Ooaa (J.), Theobald (G.) und Am Stein (G.). 
Excursion der Section Ehatia auf die Sulefluh im Bhatikongdnrge. 
Chur, 1865. Un voi. in-8* con tavole. Dono della Società di 
scienze naturali dei Origioni. 

Tabani (G.). Del terremoto accaduto in Toscana U li ago- 
sto 1846. Pisa, 1846. Un voi. in-8*. 

Taramelli (T.). Cenni geologici sul Friuli. Udine, 1867. Ma- 
noscritto con Carta geologica. 

(Id.) Sopra alcuni echinidi cretacei e terziarii del Friuli Ve- 
nezia, 1869. Un fase, in-8* con tavola. Dono delP Autore. 

(Id.) Sulla formajsfione eocenica del Friuli. Udine, 1870. Un 
fase, in-8'* con tavola. Dono idem. 

(Id.) Sugli antichi ghiacciai della Brava, della Sava e dd- 
V Isonzo. Milano, 1870. Un fase. in-8*. Dono idem. 

(Id.) Osservazioni stratigrafiche sulle valli del Bui e dd Chiara 
in Gamia. Udine, 1870. Un fase, in-8'* con tavola. Dono idem. 

(Id.) Una passeggiata geologica da Belluno a ConegKano. 
Belluno, 1871. Un fase. in-8*. Dono idem. 

(Id.) BelV esistenza di una alluvione preglaciale nd versami 
meridioncde delle Alpi, in rékusione coi bacini lacustri e della ori- 
gine dei terrazzi alluvionali. Venezia, 1871. Un voi. in-S* con 
tavole. Dono idem. 



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— 245 — 

Targioni Tozzetti (A.). Delle sostanze alimentari. Relazione 
della Esposizione di Londra del 1862. Firenze, 1867. Un voi. in-8*. 
Dono del Ministro di. agricoltura, industria ec. 

Targioni Tozzetti (J.). Voyage minéralogique, philosophique et 
historique en Toscane. Paris, 1792. Due voi. in-8*. 

Tata (D.). Catàlogo di una raccolta di pietre dure native di 
Sicilia. Napoli, 1772. Un voi. in-8^. 

Tohihatcheff (P. de). Coup d'ceil sur la constitution géólo- 
gi(pie des provinces méridionales du Boyaume de Naples. Ber- 
lin, 1842. Un voi. in-8'* con Carta geologica. 

(Id.) Voyage scientifique dans VAltaì Orientai. Paris, 1845. 
Due voi. in-é** e atlante. 

(Id.) Description pTiysique de VAsie Mineure. Paris, 1866. Un 
Yol. in-4'* e atlante. 

Tenore (G.). Osservazioni geologiche da servire di dichiara- 
mne oda Carta geologica della catena dei monti compresa tra 
Montecassino ed il fiume Mélfa in provincia di Terra di Lavoro. 
Napoli, 1852. Opuscolo con tavola. Dono dell'Autore. 

(Id.) Bagguaglio sulle Miniere di ferro nel distretto di Sora 
e sui lavori della commissione destinata a ricercarle. Napoli, 1863. 
Un fase. in-8. Dono idem. . 

(Id.) Carta geologica della Terra di Lavoro. Colorata a mano 
con foglio separato di spaccati, 1867. 

Tenore (M.). Viaggio in alcuni luoghi della Basilicoita e della 
Calabria Citeriore. Napoli, 1827. Un voi. in-8^ 

(Id.) Bdaisione d! un viaggio neW Abruzzo Citeriore. Na- 
poli, 1832. Un voi. in-8* con Carta. 

(Id.) Mineralogia sopra quattro sostanze fossili della Majélla. 
Napoli, 1838. Un fase, in-8^ 

Terquem (0.). Paleontologie du système du Lias inférieur du 
Grand'Duché du Luxemhurg et de Hettange du département de 
la Mo&elle. Paris, 1855. Un voi. in-4* con tavole. 

Terquem (0.) et Jourdy (E.). Monographie de Vétage Batho- 
nien dans le département de la Moselle. Paris, 1869. Un voi. in-4'* 
con tavole. 

Terquem (0.) et Flette (Ed.). Le Lia^ inférieur de VEst de 
la France. Paris, 1868. Un voi. in-4* con tavole. 

Terzaghi (C). DeW uomo preistorico An Europa; ddV ori- 



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— 246 — 

gine e del progresso della stia indiistria. Brescia 1869. Un fase. 
m-8^ 

Theobald (G.). Geologische Beschreibung der nordósiiidìen 
Gébirge von Graubiinden. Neuenburg, 1863. Un voi. in-4** con ta- 
vole e Carta geologica. 

(Id.) Geologische Beschreibung der in Blatt XX des.eidg. 
AilcLSses enthcUtenen Gébirge von GraubUnden, Bem, 1866. Un 
voi. in-é"* con tavole e Carta geologica. 

Theobald (G.) und Weilenmann (J. J.). Die Bader von Bor- 
mio und die sie umgebende Gébirgswelt — Erster TheU. Chur., 1869. 
Un voi. in-8**. Dono della Società di Scienze Naturali dei Grigùm. 

Thermes Qes) de Bormio dans la VoMdline Supérieure. Stras- 
bourg, 1870. Un fase. iu-S** Dono idem. 

Thorent. Mémoire sur la consfitution géólogique de la paHie 
nord du département de VAisne touchant au Boyaume de la Bei- 
gique, et de Vestrétnité sud du département du Nord. Paris, 1839. 
Un fase, in-4'* con tavole. 

(Id.) Mémoire sur la constitution géólogique des environs de 
Bayonne. Paris, 1845. Un fascicolo in-4'* con tavole. 

Tietze (E.). U^er die devonischen Schichten von Ebersdorf 
univeit Neurode in der Grafschaft Glatz. Cassel, 1870. Un vo- 
lume in-4* con tavole. Dono dell' Autore. 

(Id.) Geologische Notizen aus dem nordòsflichen SerbietL 
Wien, 1870. Un fase, in-4^ Dono idem. 

(Id.) Beitràge zur Kenntniss der àlteren SchichtgébUde Kàm- 
thens. Wien, 1870. Un fase. in-4**. Dono idem. 

(Id.) Zur Erinnerung an Urban Schloehbach. Wien, 1871. Un 
fase, in-4^ Dono idem. 

(Id.) Geologische und pàlàontologische Mitthetlungen aus dem 
siidlichen Theil des Banater Gebirgsstockes. Wien, 1872. Un 
voi. in-4** con tavole. Dono idem. 

(Id.) Das Gébirgsland sildlich Glina in Croatien. Wien, 1872. 
Un fase. in-4*. Dono idem. 

Torre (G. M. della). Storia e fenomeni del Vesuvio, Na- 
poli, 1855. Un voi. in-4' con tavole. 

Torre (N. della). Gruida del Viaggiatore alla cava deUe La- 
vagne. Chiavari, 1840. Un voi. in-8*. 

(Continua,) 



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FnUUoilì M B. COITATO SSOLOeiCO. 



Bollettino GeolOgieo per l'anno 1870. — Uri volume in-S'. 
» » PER l'anno 1871. » 

lemorie per serrlre alla descrizione della Carta Geologica 
d* Italia. — Volume P; 404 pagine in-4* con 23 tavole, due 
Carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introdujsione — Sttidii geologici stdle Alpi occidentali di 
B. Gastaldl — Cenni sui graniti massicci delle Alpi Piemon- 
tesi e sui minerali delle valli di Lanjso di G. Strììver. — 
Sulla formazione terziaria nella zona sólfifera della Sidliay 
di S. MoTTURA. — Descrizione geologica deW Isola d^ Mba^ 
di I. Cocchi. — Malacologia pliocenica italiarut, Parte I*, 
Gasteropodi sifonostomi^ di C. D' Ancona. 

Prezzo dell'intero Volumet Lire 85. 

Brevi Cenni sni principali Istituti e Comitati Geologici e 
sul B,. Comitato Geologico d'Italia, di I. Coccm. — 
Pag. 34 in-4* L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell' Isola d' Elba, 

di I. Cocchi L. 3. 50 

I Bollettini arretrati si vendono al prezzo di » 12. — 

n presente Bollettino per gli associati nel Regno . . » 8. — 

Per gli associati all' Estero » 10. — 

Un fascicolo separato » 2. 00 



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Annunzi di pubblicazioni 



A. Stoppani — Corso di Geologia; Milano. — L' opera si com- 
porrà di tre grossi volumi in-8* con numerose incisioni in- 
tercalate nel testo, e viene distribuita a fascicoli di 64 pa- 
gine. — È uscito il fascicolo 20. — (In corso di stampa.) 

L. BoMBiGCi — Corso di Mineralogia; Bologna. — Seconda edi- 
zione grandemente variata ed accresciuta con molte figure 
intercalate nel testo e tavole. (In corso di stampa). 

G. 0. Gemmellaro — Studii paleontologici sulla fauna del ed- 
eare a Terebbatula janitob del Nord'di Sicilia; Palermo.— 
È pubblicato: Parte 1' (Pesci^ Crostacei^ Molluschi Cefalo- 
podi) fase. 1% 2% 3% 4* e 5**; Parte 2* (Molluschi Gasterc^i) 
fase. 1% 2% 3% 4* e 5**; Parte 3' (Molluschi Brochuri) 
fase, r e 2*. — Ogni parte forma un volume in-4* con tavole. 

G. Ponzi — Del Bacino di Roma e sna natnra^ per servire 
d' iUustrazione alla Carta Geologica dell'Acro Romano; 
Roma 1872. r- Pag. 50 in-8* con Carta Geologica del Bacino 
di Roma. % 

G. Capellini — Snl Felsinoterio, sirenoide halicoreforme dei 
depositi littorali pliocenici dell'antico bacino del le* 
diterraneo e del Mar Nero; Bologna 1872.— Pag. 50 in-4' 
con otto tavole. 

0. Silvestri — Le Nodosarie fossili del terreno snbapennino 
italiano e viventi nei mari d'Italia; Catania 1872. 

Fb. Coppi — Stndii di Paleontologia iconografica del Mode- 
nese. — Parte P; Modena 1872. 

G. Negri. — Descrizione dei terreni componenti il snoto 
d'Italia; Milano (incorso di stampa.) — È uscita la 5* di- 
spensa. 

A. D' AcHiARDi — Mineralogia della Toscana. — Pisa 1872. — 

Voi. r, pag. 276 in-8^ 
H. Gerlach — Das sfldwestliche Wallis mit den angrenzenden 
Landestheilen von Savoien nnd Piemont. — Bem 1872.— 
Pag. 176 in-4** con due tavole di sezioni in nero, una 
terza idem colorata ed un foglio in cromolitografia della 
Carta geologica svizzera. 

B. Studer — Index der Petrographie nnd Stratigraphie der 

Schweiz nnd ihrer TJmgebnngen; Bern 1872. — Un vo- 
lume in-8* di pag. 272. 
Delesse et De Lapparent — Bevne de Geologie ponr les an- 
nées 1869 et 1870; Paris 1872. — Un volume in-8' di 
pag. 188. 



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.^..-^^t^ 



W,v-è' 



R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA 



Bollettino N° 9 e IO. 



Settembre e Ottobre 1872. 



FIEENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 



1872. 



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MiCH del l COIITATO UOSICO. 



Bollettino Geologico per l' anno 1870. — Un volume iii-8'. 
» » PER l'anno 1871. » 

Memorie per seryire alla descrizione della Carta Geologica 
d' Italia. — Volume P; 404 pagine in-4* con 23 tavole, due 
Carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione — Studii geologici svXle Alpi occidentali di 
B. Gastaldi. — Cenni sui graniti massicci delle Alpi Pietnon- 
tesi e sui minerali delle valli di Lanzo di G. Strìjver. — 
Sulla formazione terziaria nella zona sólfifera della Sicilia^ 
di S. MoTTURA. — nescrizione geologica deW Isola d* Elba, 
di I. Cocchi. — Malacologia pliocenica italiana, Parte I', 
Gasteropodi sifonostomi, di C. D' Ancona. 

Prezzo dell' intero Volume, Lire 86. 

Brevi Cenni sui principali Istituti e Comitati Geologici e 
sul R. Comitato Geologico d' Italia, di I. Cocchi. — 
Pag. 34 in-4'* L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell' Isola d' Elba, 
di I. Cocchi , L. 3. 50 

I Bollettini arretrati si vendono al prezzo di » 12. — 

II presente Bollettino per gli associati nel Regno . . » 8. — 

Per gli associati all' Estero » 10. — 

Un fascicolo separato » 2. 00 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 

N^ 9 e IO. — Sellembre e Ollobre 1878. 



SOMMARIO. 

Note geologiche. — 1. Costituzione geologica della Campagna romana, del 
prof. G. Ponzi (estratto). — II. Osservazioni geologiche fatte in Camia (Alpi 
venete), del prof. T. Taramelli (estratto). — III. Sulla geologia del distretto 
di Agordo nel Veneto, dell' ing. Pellati (estratti)). — IV. Di alcuni Rettili 
e Mammiferi fossili recentemente scoperti nel Nord-America) del prof. Marsh 
(estratto). 

Note mineralogiche. — !• Sopra alcuni minerali dell* Isola d' Elba non ancora 
descritti o accennati, dell' ing. G. Grattarola. — II. I combustibili fossili 
della Toscana, del dott. A. D'Acuiardi (estratto). 

Notizie bibliografiche. — L. Palmieri, Relazione dell' incendio vesuviano 
del 26 aprile i872; Lipsia 1872. ~ A. Scacchi, Conlribuzioni mineralogiche 
per servire alla storia dell'incendio vesuviano del mese di aprile i872; 
Napoli 4872. — F. Keller, Ricerche sull'attrazione delle montagne, con 
applicazioni numeriche: parte I* ; Roma 1872. — B. Studer, Index der Petro» 
graphie und Stratigraphie der Schweiz und ihret* Umgebungen; Bern 1872. 

Notizie diverse. — Composizione delle lave del Vesuvio.— L'Ambra siciliana. 
— L' uomo preistorico in Italia. — 11 Troglodite di Mentone. 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 



NOTE GEOLOGICHE. 



Costituzione geologica della Campagna romana. 

(Estratto da uno scritto del Prof. 6. Ponzi, 
ioseiito negli Annali del Minittero di AgricolturOf InduHria e Commercio. Roma, 1872) 

La Campagna romana o Agro romano è situata sul versante 
tirreno dell'Italia centrale fra i gradi iV e 42* di latitudine 
boreale e sotto il 10** di longitudine dal meridiano di Parigi. I 
monti che la circondano e che gli danno il carattere di un vero 
bacino, sono di natura e forma variata ed appartengono a diverse 



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— 252 — 

epoche geologiche ; si distinguono in tre gruppi, uno di fronte 
alle coste del Tirreno, gli altri due occupanti gli spazi laterali 
fra il primo e il mare. Ad oriente di Roma si trova il gruppo più 
alto che è una massa avanzata degli Apennini centrali divisa 
in due dalP Anione. 

n primo a destra dell' Aniene porta il nome di Monti Lucani e 
ne è punto culminante il Monte Gennaro (3907" sul livellodel mare). 
La montagna è dirupata dalla parte della Campagna romana e 
verso le sue basi sorgono tre isolette, dette dagli antichi Monti 
Cornicolani su cui posano i paesetti di Monticelli e di Sant'An- 
gelo. A Sud si trovano il Monte Andrea, la Morra presso San Polo 
dei Cavalieri, il Peschiavatore e il Catillo sopra Tivoli attorno 
cui gira r Aniene che segna i confini dell' intero gruppo. Al Nord 
sorgono il Monte Flavio e Montorio romano, che per la monta- 
gna di Stazzano declinano fino a Nerola, ove sembrano arrestarsi 
per ricomparire nei monti della Fara che servono di antemurale 
alla catena di Sabina; dal lato di tramontana s'inalza il Soratte 
Monte Sant' Oreste che domina l' ingresso del Tevere nel ba- 
cino di Roma. 

Il gruppo a sinistra dell' Aniene costituisce le giogaie Pre- 
nestine ed offre una cresta rilevata che gira a modo di una 
curva aperta ad Ovest e si compone del Monte' Pagliaro che 
si inalza colla punta Vulturella o Mentorella sino a metri 3752 
sul mare ; poi la cresta declina col Monte Scalandrone e termina 
coi colli di Castel San Pietro e Rocca di Cave. 

Dietro queste due masse si stende un' altra catena apen- 
ninica pure divisa in due dall' Aniene ; la parte settentrionale è 
separata dalla massa del Monte Qennaro dal fiumicello Licenza 
(ant. Digentià) che per la valle Ustica sbocca nell'Amene. La 
parte meridionale è separata dai Monti Prenestini per la valle 
di Cerano ; sono punti culminanti il Monte Ruffo o la Costa (3803") 
e la punta di Civitella di Subiaco (2506"*). 

Al N.O. di Roma il bacino è fiancheggiato dal largo cono 
Sabatino che forma un rilievo posto tra l' estremità Nord degli 
Apennini e il mare. È di natura vulcanica e molto depresso, e 
sulla sua cima si apre il lago di Bracciano o Sabatino dominato 
a Ovest dalla eminenza trachitica del Monte Virginio, a Nord da 
quella di Rocca Romana; nei monti con questo collegati si trovano 



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— 253 — 

vari crateri del tutto spenti e fra questi quelli che contengono i 
laghetti di Marignano e di Stracciacappe. I versanti Est e Sud del 
gran cono mettono nel Tevere, e quelli Ovest vanno sino al mare. 
A settentrione il bacino è chiuso dalla catena del Sasso, propag- 
gine dei Monti Ceriti o della Tolfa. 

A S.E. di Roma è un altro gran cono depresso fra i Monti 
Prenestini e il mare ; questo abbraccia tutta la regione del La- 
zio, nelle cui parti più eminenti s'incontrano i laghi Nemorense, 
di Albano e di Giulianello. I pioventi del cono latino si stendono 
parte nelP Anione, parte nel Tevere, mentre altri si conducono 
al mare, fondendosi colle piaiiure littorali e chiudendo così il 
baemo romano. Il Tevere e V Anione dividono il suolo circoscritto 
largamente ondulato in tre parti corrispondenti alle masse mon- 
tane suddette. 

n Tevere girato attorno al Soratte, entra nel bacino e con- 
torna il cono Sabatino, ricevendo a destra le acque di questo, a 
sinistra quelle del Monte Gennaro. L' Anione invece in direzione 
opposta dopo il salto tiburtìno circoscrive a sinistra il cono 
latino, a destra i colli Tiburtini e la MoiTa, e vicino a Roma 
scarica le sue acque nel Tevere, che traversata Roma passa tra 
i due coni vulcanici Sabatino e Laziale, raggiunge il Tirreno e 
vi si scarica per doppia foce. Sì V uno che V altro fiume sono 
compresi in un immenso alveo quaternario. 

Delle tre parti integrali del bacino di Roma, una sola appar- 
tiene alla formazione degli Apennini ed è quella di fronte al 
mar Tirreno ; le altre sono comprese nelle depresse gibbosità dei 
subapennini. Le rocce della prima parte constano di stratifica- 
zioni non più orizzontali ma dovunque spostate, inclinate e ritorte ; 
differiscono per tale aspetto dai depositi subapennini che con- 
servano la loro orizzontalità con sole piccole soluzioni di conti- 
nuità prodotte da semplici oscillazioni del suolo. 

Le masse dei Monti Lucani e le sommità Prenestine appar- 
tengono a due diverse formazioni, sollevate in tempi successivi 
e distinti ; la prima è giurese, V altra cretacea, quindi i Monti 
Lucani devono aver rappresentata un' isola in quel lungo arcipe- 
lago che diede il primo abbozzo della nostra penisola. 

La composizione sì del gruppo del Monte Gennaro che dei 
Monti Cornicolani che gli sorgono a' piedi, risulta di una serie 



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— 254 — 

numerosissima di strati, mentre i fossili indicano an passaggio di 
climi diversi in quei remotissimi tempi che dominarono nelP epo- 
che del Lias, della oolite e del neocomiano ; il suo sollevamento 
successe immediatamente alla sua deposizione a cui neir epoca 
della Creta, tenne dietro una tregua in cui le acque depositarono 
i sedimenti che si riferiscono a questa ultima parte del perìodo 
secondario. 

Queste rocce pure per un secondo sollevamento vennero frat- 
turate e i loro brani emersero dalle acque dando origine ai 
Monti Prenestini a fianco dei Lucani, quindi le rocce dei Monti 
Prenestini devono considerarsi come più giovani di quelle dei 
Lucani, e portano tutti i caratteri e fossili distintivi del periodo 
cretaceo. 

Compito il secondo sollevamento successe un periodo di tre- 
gua, mentre incominciava l'epoca terziaria e il mare deponeva i 
sedimenti eocenici ; ma sul declinare delP epoca eocenica un terzo 
sollevamento fece inalzare nuove montagne che formano la catena 
estesa dietro ai Monti Lucani e con essa i monti del Sasso e 
della Tolfa ; quindi le rocce di questo gruppo sono di una data 
più recente e i fossili le dimostrano eoceniche. 

Dopo ciò ebbe luogo un altro ordine di fenomeni precisamente 
nelP epoca in cui si manifestò nelP Italia centrale e meridionale 
quel gran vulcanismo che tanto ne alterò la forma geografica, e 
che dura tuttavia. 

Dopo P ultima comparsa degli Apennini nelle epoche mioce- 
nica e pliocenica, le acque ricuoprendo le estensioni subapennine 
rendevano ancora sommerse le campagne romane, e cosi forma- 
vano le stratificazioni marine di cui constano le più dolci colline; 
se oggi troviamo a questi sedimenti sovrapposti quelli dei fiumi 
e dei laghi è chiaro che nelP epoca subapennina vi fu un altro 
sollevamento che messe allo scoperto fra gli altri il bacino 
romano. 

Ciò fa distinguere la storia subapennina in due sezioni : una 
anteriore in cui si compirono i sedimenti marini, P altra in cui le 
acque dolci dominarono i terreni scoperti dal sollevamento; tal 
sollevamento fu lento e prolungato, il che è dimostrato dalla 
orizzontalità dei depositi, solo interrotti in alcuni punti da spac- 
cature di origine sismica, che servono a far conoscere l'ordine 



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- 255 — 

di sovrapposizione degli strati come si osserva nei monti Mario, 
Vaticano e Gianicolo, ma particolarmente nel primo. 

La scala sottomarina del subapennino si arresta coi depositi 
di tufi vulcanici le cui assise costituiscono il soprasuolo delle 
campagne romane e viterbesi. Da questo momento le acque dolci 
presero una preponderanza sul suolo emerso ; il Tevere si pro- 
lungò e PAniene corse ad incontrarlo mentre, spenta l'attività 
vulcanica, i vasti crateri cimini si riempirono d'acque come al 
lago di Bracciano ;. si vede che i moderni fiumi non sono che 
miseri avanzi di quelli che già passarono per gli alvei immensi, 
che danno tutti i segni di essere stati scavati da gigantesche 
correnti; ciò è mostrato altresì dai loro stessi depositi, distesi 
m lunghi banchi di conglomerati di trasporto e dai larghi ad- 
dossamenti alle sponde di travertini che segnano l'antico livello 
delle acque. Tanto materiale trasportato in mare veniva intanto 
gettato sulle coste e disteso in banchi sulle emerse formazioni 
sabapennine per rappresentare l'epoca quaternaria. 

In questa l'attività vulcanica si trasferì nel Lazio già emerso, 
spiegandovi tre periodi distinti eruttivi e forse quattro. Spetta 
al primo la formazione del gran cono depresso, sulla cui som- 
mità si apre l' immenso cratere disegnato dall' Artemisio, dai 
monti di Rocca Priora e del Tuscolo abbraccianti i piani della 
Molara. Attorno a questo immenso bacino si distribuirono le 
bocche di Nemi, Vallericcia, Laghetto ec. che colle lave, scorie, 
lapilli e ceneri da loro eruttate inalzarono tutta la contrada ; 
queste rocce hanno tutte la particolarità di essere augitiche o 
pirosseniche. Dopo un certo tempo di tregua si riaccese il gran 
cratere centrale e a questo secondo periodo è da attribuirsi 
l'elevazione del Monte Cavo che rappresenta un sistema vulca- 
nico più piccolo compreso nel principale. Le lave di questo pe- 
riodo sono leucitiche, contenendo esse sovrabbondante quantità 
di anfigeno. 

Dopo una seconda tregua tornò a mostrarsi l'attività vulca- 
lica coir apertura del cratere del Lago Albano che sembra non 
avere eruttato che ceneri, accompagnatate però da grandi ura- 
gani vulcanici che impastandole coli' acqua fecero scorrere in 
basso vaste correnti di fango vulcanico, formanti quegli strati di 
peperini litoidi diffusi intorno alla bocca del cratere albano ; 



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— 2JG — 

sembra che a quei tempi esistesse già la città di Alba Longa, 
e che il Lazio fosse abitato dai prischi Latini. 

Si attribuisce ad una quarta manifestazione vulcanica il cra- 
tere del Monte Pila, a cui sembra doversi ascrivere la lunga 
corrente della lava di Capo di Bove su cui corre la via Appia, 
e quelle di Acquacetosa e Vallerano che si mostrano più recenti 
di tutte. 

Il periodo glaciale, la cui causa è tuttora dibattuta fra i geo- 
logi, è mostrato con chiarezza dalla scala stratigrafica delle nostre 
rocce: il graduato passaggio da una temperatura tropicale indi- 
cata dai fossili delle marne inferiori mioceniche, ad una più 
fredda e rigorosa mostrata da quelli delle sabbie gialle plioce- 
niche, è bastantemente dimostrato. Al di sopra delle sabbie gialle 
si stendono banchi di ghiaie e breccie accennanti a tempi bur- 
rascosi distinti col nome di periodo diluviale; giunto il fine del 
periodo glaciale la temperie cominciò ad elevarsi, principiarono 
le funzioni delle nevi e dei ghiacci e le acque scorsero impe- 
tuose sulle pianure, originando quella enorme quantità di conglo- 
merati che le ricuopre. 

Passando a parlate delle terre vegetali e prodotti naturali 
del suolo romano, si offrono prime le rocce dei Monti Lucanie 
Prenestini per la più parte calcari, benché ve ne sieno delle si- 
licee ed argillose tutte miste a ferro idrato: i loro detriti det- 
tero origine a una terra vegetale composta principalmente di 
silice, allumina, calce e ossidi di ferro e manganese. 

Tolto il lato N.E. occupato dalle succitate catene suba- 
pennine, tutto il resto può dirsi vulcanico, perchè ricoperto 
di tufi e pozzolane uscite dai vulcani sottomarini Sabatini, e di 
lave, ceneri e scorie vomitate dai vulcani del Lazio; i minerali 
che entrano nella composizione di tali rocce sono: Albite, Leu- 
cite, Augite, Mica, Olivina, Melanite, WoUastonite, Idocrasio, 
Auina e Lazulite. 

Le grandi vallate in cui serpeggiano il Tevere e l'Aniene 
hanno raccolti nel loro fondo detriti d' ogni specie, specialmente 
i ciottoli delle calcarle apenniniche rimescolati dalle acque e le 
terre vegetali contengono in proporzione maggiore delle prece- 
denti calce ed allumina. 

* Ricchissimo è il paese di materiali da costruzione, come 



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calci, pozzolane, argille per terre cotte, pietre da taglio e da 
intaglio, breccie, sabbie e marmi decorativi. La calce ordinaria 
si fabbrica colla pietra dei Monti Tiburtini, che appartiene al 
Lias; la calce idraulica proviene dalla formazione eocenica di 
Castel Madama nella Valle degli Arci, sopra Tivoli: la sua ana- 
lisi ha dato sopra 576 parti in peso ; 

Allumina 180.00 

Carbonato di calce 178. 24 

Carbon. di ferro e manganese . 1. 76 

Silice 110.00 

Acqua 106. 00 

576. 00 

I materiali per le terre cotte sono fomiti dalle marne su- 
bt^nnine, le pietre da taglio sono i tufi vulcanici lapidei dei 
vulcani Cimini e i travertini che provengono dai depositi del- 
l' Aniene e del Tevere presso Monte Rotondo e Fiano. Per sel- 
ciare le strade si adoperano le lave vulcaniche ; si trovano pure 
diversi marmi ornamentali come quelli di Monticelli, il marmo 
maiolica, quello di Rocca di Cave ec. 

Indizi! di gesso vengono dati dai cristalli di selenite sparsi 
nelle marne subapennine e lo stesso può dirsi delle ligniti che 
8i incontrano di discreta qualità nella Valle di Gerano. 

Concludiamo col dare la serie dei terreni e rocce costi- 
tuenti Pagro romano dai più antichi ai più recenti. 

L— Terreni Apenninlcl. 

Epoca liassica. Calcarle inferiori del gruppo dei monti Lu- 
cani e Comicolani. (Ammonitiche.) 

1. Calcarla cristallina bianca, compatta, saccaroide, con arnioni 
di pietra focaia ferruginosa. 

Ammoniti, Bdemniti, Terébratide^ Spiriferi^ ec. 

2. Calcarla grigio-giallastra o rossastra con venature spati- 
che, a frattura scagliosa o concoide. 

Ammoniti, Terébratule, Binconetle, Pettini, ec. 



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— 258 — 

3. Calcane argillose con letti di argille scistose rosse di 
mattone, talvolta giallastre o bigie (calcare rosso ammoni- 
tifero). 

NautUi, Ammoniti, Trococere, BdemniH, ec. 
Per la prima volta compaiono PholadomiCy Cidariti, denH 
di pesci placoidi^ ec. 

Epoca oolitica. Calcarle superiori del gruppo suddetto. 

4. Arenarie calcaree, bigio-scure, giallastre con macchie nere 
ferruginose, a straterelli tabulari. 

Ammoniti, AUid^ pesci, insetti e crostacei. 

5. Calcarle cristalline giallastre con venature spatiche e mac- 
chie lineari gialle serpeggianti, associate a calcarle verdastre, 
granulari compatte a frattura scagliosa, con pietre focaie. 

Belemniti, Terebrattde, Attici, Echini, Encriniti, ec. 

6. Calcane compatte bianche latte a frattura concoide in pic- 
coli strati, con focaie e breccie policrome (marmo maiòlica). 

Ammoniti^ Belemniti, Terebrattde, un dente di Sauriano. 
Epoca • cretacea. Calcarle de' monti Prenestini e Lepini 
(ippuritiche). 

7. Una serie di stratificazioni composte di calcarie bianche, 
piò meno cristalline, tenaci e compatte. 

8. Calcarie bianche, dure, cristalline, in grossi banchi, talvolta 
colorate in rosso e passanti a calcarie argillose. 

Ippuriti, Radioliti, Caprotine, Nerinee^ ec. 

9. Scisti argillosi intercalati da calcarie argillose a frattura 
scagliosa, bigie o rossastre per manganese. 

Fucoidi, Nemertilit% pesci cicloidi, ec. 
Epoca eocenica. Calcarie argillose dei Monti Simbruim. 
(Nunmiulitiche.) 

10. Calcarie grossolane, a frattura scagliosa, variabili, granu- 
lari, tenaci, cristalline, bianche, grigie, brune o di colore palom- 
bino (alberese). 

Nummuliti, Pettini, altre conchiglie e eoofiti. 

11. Scisti argillosi bruni. 
Fucoidi. 

12. Potenti letti di arenarie compatte, bigie e giallastre, al- 
ternanti con grossi letti di marne indurite. Non vi si conoscono 
fossili. 



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13. Arenarie bigie, verdastre o giallastre, intercalate da letti 
di argille scistose (Molasse) luccicanti per laminette di mica 
argentina. 

Ligniti con impressioni di, foglie, tronchi e frutti. 

II. — Terreni Subapennini. 

Epoca miocei^ica. Marne dei monti Mario e Vaticano (Tor- 
toniane). 

14. Potenti letti di marne bigio-turchine, o i primi sedimenti 
subapennini (Mattaione). 

ArgonatUi, Pettini, Ostriche, Flabèlli^ ec. 
Epoca pliocenica. Macco di Capo d'Anzio, Palo ec. (Astiano) 
e sabbie gialle subapennine (Piacentino). 

15. Calcarle grossolane bianche o giallastre, compatte, tal- 
volta incoerenti e farinose (Macco). 

Buccini, Pettini, Cardii, Ostriche, Bàlani, ec. 

16. Sabbie gialle siliceo-calcaree risultanti da fini detriti 
delle rocce apenniniche, sciolti o conglutinati in massa di arenarie 
di forma variabilissima. 

Buccini, Mactra, Corhtda, ossa elefantine, ec. 
Epoca diluviale. Breccie marine sovrapposte alle sabbie 
gialle. 

17. Breccie e ciottoli siliceo-calcarei in banchi più potenti 
quanto più vicini ai monti da cui provennero. 

Ossa di grandi mammiferi e vestigia umane. 
Epoca glacule. Tufi sottomarini dei vulcani Sabatini del- 
l' Agro romano. 

18. Tufi vulcanici compatti e litoidi, risultanti da un impasto 
di materie eruttate dai vulcani Cimini con pomici, formato dalle 
acque marine. 

Legni e foglie di piante terrestri. 
Epoca alluvionale. Breccie e travertini dei grandi alvei e 
del littorale. 

19. Sabbie e breccie fluviali formate da detriti di tutte le 
rocce precedenti ristrette in banchi lungo il fondo dei grandi alvei. 

Ossa di pachidermi, uccèlli, rettili, ec. 



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20. Travertini in grossi banchi depositati lungo le sponde 
dei fiumi. 

Resti di vegetali terrestri e lacustri, con qualche sélce tagliata. 

21. Sabbie e ghiaie marine, con ciottoli di ferro idrato lungo 
i littorali. 

Besti di conchiglie quasi tutte viventi nel Tirreno, 

22. 1* periodo eruttivo: Scorie, lapilli, ceneri e lave piros- 
seniche del gran cono Laziale. 

23. 2"* periodo: Scorie, lapilli, ceneri e lave anfigeniche del 
sistema del Monte Cavo. 

24. 3* periodo: Peperini alternanti con ceneri e pozzolane, 
eruttate dal cratere di Albano. 

Resti di vegetali terrestri, ossa di mammiferi e reliquie 
umane. 

25. 4" periodo : Scorie, ceneri e lave eruttate dal Monte Pila 
nelle epoche storiche. 

26. 5* periodo lacustre : Depositi di acque dolci raccolte entro 
i crateri spenti. 

Fossili lacustri. 
Epoca moderna. Depositi in via di formazione. 

27. Sabbie e ghiaie dei moderni fiumi, composte di detriti di 
tutte le rocce precedenti miste ad argille, limo, torbe e sabbie 
calcaree. 

Resti di animali e piante terrestri e d'acqtui dolce. 

28. Sabbie marine delle spiaggie sottili, in via di continuato 
deposito dei rigetti del mare, risultanti dai materiali recatigli 
dai fiumi, costituenti i tumuleti e il delta del Tevere. 

Pesci, conchiglie, eoofiti, piante marine. 

29. Emanazioni gassose, residui degli estinti vulcani: solfo- 
rose e di acido carbonico. 

30. Acque termali e minerali, solfuree, acide, saline, magne- 
siache, ferruginose, ec, sparse in sorgenti distinte. 



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— 261 — 



n. 



Osservazioni geologiche fatte in Gamia (Alpi venete). 

(Estratto da duo Note del prof. T. Tarivilli inserite negli Annali del /?. htituto 
Ttatieo di Udine, anno Y, e nel BoUettino del Club Alpino Italiano, fase. Y, pag. 18.) 

Chi per recarsi in Gamia volesse risalire da Pinzano alla 
destra del Tagliamento (OYe s' incontrano le prime colline more- 
niche e terziarie) per la valle dell' Arzino, aYrebbe agio di fare 
ano dei più interessanti studii sulla stratigrafia che qui presenta 
il Friuli. — E dapprima se, anziché internarsi nella stretta gola 
tra il Sasso Zuccolo e Lanionte, prende la strada che conduce a 
Vito d' Asio e da questo, valicando il Monte Forchia o girandolo 
a ponente, discende ancora pel canale di Vito Yerso l' Arzino, 
avrà campo di fare le seguenti osservazioni. Il dosso del Monte 
Forchia appartiene al calcare turoniano (cretaceo medio). Il Sasso 
Zuccolo ne forma la continuazione benché separatone dal torrente 
Arzino; esso si appoggia alla massa dolomitica di Monte Corno e a 
S.O. si estende sino sopra Orton. Emerge di 300 metri dai ter- 
reni eocenici che formano V altipiano di Vito e Clauzetto, nonché 
il bacino idrografico del torrente Cosa. Questi terreni si fanno 
strada anche nel canale di Vito, ma qui si appoggiano alla Do- 
lomia triassica dei monti Rossa, Fajet e Flagello. Dessi resul- 
tano d' arenarie a elementi quarzosi, calcari marnosi a fucoidi e 
banchi nummulitici con copiosi frantumi di echinodermi. Sono 
concordanti colle rocce mioceniche e discordano invece dalla Do- 
lomia triassica e dal turoniano. Ciò si scorge tanto al rio 
Barquet quanto al rio Zuita ed in diversi affioramenti cretacei 
che si mostrano tra gli avanzi della formazione eocenica nella 
valle del Cosa. In questa come nel canale di Vito, tale discor- 
danza si manifesta ad onta della presenza della marna o scaglia 
rossa che per tale circostanza sarebbe da ritenersi eocenica an- 
ziché cretacea. 

La precedenza del calcare turoniano rispetto ai terreni eo- 
cenici é comprovata dal fatto che il lembo eocenico si adagia, 
nel canale di Vito, indififerentemente sulle testate della Dolomia 
triassica come su quelle del calcare cretaceo. 



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— 262 — 

È pure importante osservare che quivi il calcare turoniano 
è discordante, anzi oppostamente inclinato, rispetto alla Dolomia 
triassica. Tale discordanza è evidente lungo la gola di Saettola, 
come pure nella discesa- da Lamento al canale di Vito e da 
questo salendo al colle di Rep. 

Nel versante Sud del Forchia, alle origini del torrente Bar- 
quet, sgorga una fonte solforosa tra le macerie del cretaceo che 
copre il contatto discordante delle marne eoceniche col calcare 
turoniano. L'essere questa stata trovata dietro analisi chimica 
più ricca di salì magnesiaci che non quella di Arta, indurrebbe 
a credere che questa fonte derivasse dalla Dolomia triassica che 
forma il versante opposto del Monte Forchia. 

Varcato il ponte sulPArzino si entra per la via che conduce 
alle Pozzis nella regione della dolomite. Quivi si ha perciò poca 
varietà di fenomeni e di formazione : gli strati prima volgenti a 
tramontana si fanno gradatamente verticali, indi inclinano a Sud. 

Più oltre a Fiore di Verzegnis ed alla breve salita alla sella 
del Chiampon, la dolomite si fa di nuovo incurvata in una stretta 
sinclinale, e al disopra delle Pozzis s' incontrano strati infralias- 
sici a grosse bivalvi. Al passo del Chiampon (743") si osserva 
sulla Dolomia triassica riposare discordante la massa calcarea che 
forma la vetta del Monte Verzegnis, con una stratificazione quasi 
orizzontale. Poco al disotto della sella del Chiampon s' incontrano 
massi di granito e di Verrucano che caratterizzano le morene più 
elevate dell' antico ghiacciaio del Tagliamento, deposte allora che 
questo comunicava con quello del Piave per la culmina della Mau- 
ria (1308"). Quindi si vede la dolomite posare su strati carboniosi 
finamente stratificati. Più sotto presso Preone si attraversa una 
morena appoggiata ad un lembo di alluvione terziaria, e rappre- 
sentante nel suo complesso V antico fondo alluvionale della valle 
di Socchieve o del Tagliamento, elevato da 90 a 60 metri sul 
fondo attuale. 

L' orografia della valle di Socchieve o del Tagliamento è assai 
accidentata. Ripida, tortuosa ed alpestre dalla sua origine (972") 
al Ponte di Poasso sino al Preone, si fa più larga, retta e meno 
acclive da questa località sino allo sbocco del Fella (245"). 

In complesso è una valle formata dall' erosione della serie 
arenaceo-marnosa del Keuper che sta tra la Dolomia principale 



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— 263 - 

ed il calcare infraraibliano che scorre quasi senza interruzione 
dallo Strabut sopra Tolmezzo, sino al Clapsavon ed al Tierzine. 
Ma il rovesciamento del calcare stesso tra lo sbocco del torrente 
Bùt sino al Passo della Morte ed il consecutivo isolamento delle 
masse montuose del Giancul e del Pelois, hanno alterata la forma 
tipica della valle e resane complicatissima la stratigrafia. Le 
forme bizzarre ed irregolari di stratificazione nella formazione 
di questa valle, ora a sinclinali, ora a ventaglio ed ora a vallone, 
sono dovute alla diversa erodibilità che la serie Keuperiana pre- 
senta nei suoi varii membri, risultando essa di marne, di arena- 
rie gessifere, di dolomiti cariate, di calcari marnosi e di calcari 
compatti. Tali irregolarità vennero fatte minori dalle vaste allu- 
vioni del periodo postglaciale e dalle morene sviluppatissime 
specialmente presso la Mauria ed alla sella di Pignarossa. Non 
è gran tempo anzi che ivi esisteva un laghetto morenico. 

Il Monte Amariana ad oriente di Tolmezzo, che visto da 
Socchieve sembra chiudere la valle del Tagliamento, si eleva a 
piramide sugli enormi tàlus di Amaro e del Rio di Tolmezzo : la 
sua massa è totalmente dolomitica, non però tutta triassica, poi- 
ché gli strati superiori meno magnesiaci e di un bianco più can- 
dido contengono dei voluminosi Conchodon. La sua massa consta 
essenzialmente di una cresta dolomitica assai inclinata a Sud, e 
appoggia sopra un contorcimento di strati un poco più antichi 
inclmati a N.E.. La cresta è stranamente scoscesa verso Tolmezzo ; 
di guisa che agli strati inclinati a Sud se ne appoggiano altri 
che ne rappresentano la continuazione inclinati a N.N.O. con 
pari anzi maggiore pendenza : tra le due creste si sprofonda un 
burrone ove ha origine il Rio Tolmezzo. Quivi le frane coprono 
una tenue zona di raibliano che separa la dolomite principale 
della base del monte dal calcare infraraibliano dello Strabut. 
Il paese di Tolmezzo si appoggia alle falde occidentali e me- 
ridionali di questo monte. 

Dalla base delPAmariana la Dolomia principale passa il Ta- 
gliamento, formando delle collinette tra il letto del fiume ed il 
lago di Gavazzo. Forma pure V ossatura dell' altipiano di Ver- 
zegnis che nel resto è miocenico. Sono pure dolomitici alla loro 
base il Monte Festa, il Faroppo, il Bottai ed il Verzegnis; essi de- 
vono però contenere strati più recenti. Continua la Dolomia prin- 



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— 264 - 

cipale verso ponente nei monti Resto, Najarda, Premaggiore 
(2477°") e MonfalconQ sino nel Cadore, sempre inclinata forte- 
mente a mezzogiorno. 

Alla sua base la Dolomia ricopre strati pure dolomitici ma 
assai sottili e coloriti ora in giallognolo per marna, ora in bruno 
nero per sostanze carboniose e bituminose. Questi sono ultimi 
avanzi della formazione calcareo-mamosa del raibliano, la quale 
scorre essa pure da levante a ponente lungo la valle di Socchieve. 
Come nella valle dell' Aupa e nel versante sinistro del canale d'In- 
carojo, essa è di tenue potenza ed appena si distingue dalle forma- 
zioni calcaree inferiori che la separano dalle arenarie porfiroidi 
contemporanee alle emersioni di Valbruna e di Kaltwasser. Manca 
affatto da Raveo al Passo della Morte sul versante settentrionale 
della valle ; forma parte dei monti Ciancul e Pelois sul versante 
destro. Si ripiglia più a monte presso Forni di sopra e ne affiora 
qualche lembo fra la morena del passo della Mauria, Si trova 
presso Santigo con qualche bivalva poco conservata, ma dessa è 
più continua e regolare sulla sponda destra del canale di Soc- 
chieve. La presenza del Raibliano venne constatata anche nel 
Cadore presso la sella Forada. 

Le arenarie che si alternano e sostengono la serie raibliana 
nella valle di Socchieve, si alternano anche cogli strati del cal- 
care infraraibliano e sono in tal caso generalmente gessifere. 
Da Esemon alla Mauria il gesso affiora in molte località; ivi 
sono frequenti anche le acque solforose, tra le quali più note 
sono quelle di R. Pieria, di R. Grasia e di R. Chiarais sulla 
destra del Tagliamento. 

Il calcare infraraibliano che come le altre formazioni va 
da levante a ponente, non accorda perfettamente colle formazioni 
Keuperiane, specialmente nelle sue masse più compatte. I fos- 
sili che si rinvengono in questo calcare sono Ammonites, Halobia 
(fl. Mous$oni)y dei Trochoceras sp. VOrthoceras alveolare, la Tere- • 
hratula vtdgaris ed il CercUites nodosus. 

La catena che va dal M. Tiersine al Veltri, costituita dalla 
cresta del calcare infraraibliano, alta quasi 2500", separa la 
valle di Socchieve da quella di Sauris che è percorsa dal tor- 
rente Lumìei confluente della valle principale. Il bacino idro- 
grafico della parte superiore della valle di Sauris, è generalmente 



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— 265 — 

scavato nelle arenarie variegate e nella sottoposta formazione ges- 
sifera del Servino. È percorso da due torrenti, il Chialada ed il 
Lumiei, che si riuniscono poscia formando un' incisione triangolare 
nel calcare infraraibliano che limita la vallata a mezzodì. Il 
torrente poi unito sotto il nome di Lumiei percorre una gola 
incisa quasi a perpendicolo nella massa calcarea. 

Lo spartiacque tra la valle del Lumiei e le valli finitime del 
Piova, della Pesarina e del Degano è. formato di arenarie varie- 
gate. Il passaggio da Sauris in Comelico si fa per il colle di 
Razzo a 1676", nella Pesarina pel Morgenleit a 1853", e nel 
canal di Gorto per Losa e per Valinia alquanto più elevati. Per 
andare a Forni di sopra conviene passare il varco di Mediana 
a 1917". Questo è tagliato in alcuni calcescisti micacei e mar- 
nosi che passano tosto alle sottoposte arenarie micacee a No- 
ticeUa costata, 

A tale formazione appartiene il Monte Priva tra il Clapsa- 
von ed il Tinizza; quivi le arenarie affiorano per V erosione del 
calcare infraraibliano che compone quelle due montagne. I fos- 
sili caratteristici di questa formazione si raccolgono nelle allu- 
vioni del torrente Anza che origina dal Monte Priva, e sono pure 
comunissimi alla salita sul Morgenleit, sul Pieltinis, sul Losa e 
al colle di Razzo. Le arenarie micacee ricoperte dalle masse 
calcaree si alternano con calcoscisti micacei e cloritici, e si ap- 
poggiano a banchi di dolomite cariata che quivi come in tutta 
la Carnia comprende la formazione gessifera del Servino. Questa 
formazione nella valle di Sauris ha una potenza di circa 200 metri 
e riposa sopra arenarie rosse e verdi alternate con marne varie- 
gate e tenue deposito di gesso, analoghe a quelle del Keuper. 

La puddinga quarzoso-micacea del Verrucano non si trova in 
posto nella valle di Sauris o nel canale di Socchieve. Affiora 
invece più ad Ovest nella valle del Piova e nel Comelico ed a 
N.E. nell'alto canale di Gorto, e sempre discordante dalla sot- 
toposta serie permica. 

Alle origini del Rio Telempechte nella formazione gessifera 
del Servino, si trovano geodi di zolfo associato col gesso e con 
un calcare nero bianco-venato. 

Non si trovano in questa regione giacimenti minerarii tali da 
meritare una regolare coltivazione; non mancano però filoncelli 

18 



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— 266 — 

di galena nel calcare infraraibliano vicino a Forni di sotto. Am- 
massi e banchi di ematite s'incontrano nel contatto del calcare 
suddetto colle arenarie Eeuperiane. 

Passando ora ai terreni paleozoici delle Alpi camiche, Y au- 
tore parla brevemente di quelli che si trovano dalP Anziei fino alla 
sella di Camporosso. 

Le Alpi camiche si possono distinguere in triassiche ed in pa- 
leozoiche tanto geologicamente che orograficamente : le triassiche 
si allineano con diramazioni molteplici a Sud delle paleozoiche. 
Queste più elevate costituiscono lo spartiacque tra. la valle del 
Gail e i tributarii del Piave e del Tagliamento. Le regioni 
triassiche sono coronate da guglie dolomitiche, mentre le masse 
calcaree torreggiano sui terreni arenacei e scistosi del paleozoico. 

Pel massimo decorso delle Camiche si presenta alla base 
del Trias una formazione più o meno potente di argillo-scisti rossi, 
micacei, associati quasi ovunque a puddinghe quarzose e separati 
dagli scisti di Werfen (Trias inferiore) per una zona ora calcarea, 
ora dolomitica, ma più spesso di marne e di dolomiti cariate 
gessifere. In questa roccia è tagliata una serie di combe e di 
culmine paralella alla direzione della catena, che rende più visi- 
bile il distacco tra la regione triassica e la paleozoica. Gli 
scisti mamo-micacei del Trias inferiore associati colla formazione 
gessifera della Carnia, e riuniti per concordanza stratigrafica aHe 
arenarie, agli argillo-scisti e alle puddinghe quarzose del Servino^ 
segnano col loro affioramento il limite meridionale dell' area in cui 
si sviluppano i terreni paleozoici delle Alpi camiche. 

Le formazioni triassiche più basse seguono una linea che 
dalle falde del Sasso Lungherino in Comelico si dirige alla base 
meridionale del Paralba; si ripiega poscia a Sud fino a Come- 
glians nel canale di Gorto, continua verso oriente per Cercivento, 
Paluzza, Costa Robbia, Force di Pizzul e va sino a Tarvis pa- 
rallelamente alla valle del Fella superiore. A monte di questa 
linea, eccettuatone un limitatissimo deposito di Servino a Me- 
ledis di Paularo, tutta la catena delle camiche è paleozoica. H 
tratto in parte mesozoico che resta tra il fiume Gail e la Drava 
da Sillian a Villacco, appartiene piuttosto alle Alpi noriche. 

Numerose specie di fossili si trovano nelle diverse località 
fossilifere o sulle vette dello spartiacque o sul versante Nord. 



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— 267 — 

Presentano in complesso molta analogia colla fauna devonica, ma 
un Ecomphalus^ le Fusuline, i Conocardium e le specie vegetali 
appartengono al periodo subcarbonifero: rari ed incompleti si 
trovano i pigidi di trilobite che accennano al genere Asaphus. 
Tali fossili si raccolgono in una zona di argillo-scisti micacei 
ed ocracei, di arenarie e di puddinghe quarzose, e di calcescisti 
micacei passanti gradatamente ad un calcare rosso ad Orthoceras 
e quindi ad una massa talora potentissima di calcare roseo* o 
grigio che costituisce le vette principali. 

Dai dati stratigrafici parrebbe si dovesse riferire la zona fossi- 
lifera al Devonico superiore; le puddinghe quarzose, le arenarie e 
gli scisti sottoposti al Devonico inferiore; ed al Silurico i cal- 
cari saccaroidi, i calcescisti, le grauvacche e anche più sicuramente 
i micascisti che sopportano V intiera formazione paleozoica della 
potenza di " duemila metri almeno. 

La formazione calcarea che ricopre la zona fossilifera com- 
prendente i calcari rossi ad Orthoceras^ ha una potenza assai ir- 
regolare, ed è piuttosto come un intreccio di formazioni lentico- 
lari di calcari che separano la zona fossilifera dagli Scisti di 
Casanna sviluppati più a Sud. 

La serie inferiore alla zona fossilifera tutta si dispiega quasi 
esclusivamente nel versante Nord. La formazione calcarea che la 
ricopre forma le vette principali dello spartiacque. Alcune di 
queste costituiscono una cresta dovuta all' affioramento della for- 
mazione, inclinata fortemente a mezzogiorno; tali sono il Qua- 
terna (2402 metri), il Konigswaud (2449), il Monte Palumbino 
(2383), il Monte Antola (2631), il Monte Paralba (2690), il Creda 
Bianca (2260), il Cogliaus, il Monte Croce (2405), il Pizzo di 
Timau (2325) ed il Pizzo Avostano. Altre invece, che sono calca- 
ree generalmente scistose, coronano gli spartiacque tra i confluenti 
di destra del Gail; tra le principali abbiamo: il Sonnenstein (2282J, 
ilGemshofel (2124), l'Hoheck, lo Stallenkofel, il Pleugo (2368), 
l'Alpe di Mantheu (1775), il Polling (2325), lo ZoUnerhohe (1924), 
rHohertrieb (2194), TOchwipfel (2182), il Gartnerkefel (2190), il 
Pohidnig (1995), V Osternik (2027) ed il Monte di Goriach (1587). 

I valichi più praticabili che dal Comelico mettono al Tirolo 
e dal Friuli nella Carinzia, furono stabiliti là ove la formazione 
calcarea venne ad infrangersi o fu erosa sì che i terreni scistosi 



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— 268 — 

poterono affiorare. Tali sono il passo di Padola (1634), il Giogo 
Evler (2200), il Giogo Veranis (229?), i passi difficili della Vo- 
laja e dello Indenkefel (aperti a circa 2300), il passo di Monte- 
croce di Timau (1322), il passo di Primosio (1835), il Pecol di 
Chiaula (1776), il Lodicut (1953), ilNassfeld (1534), il Canal- 
alpe Kernitza (1394) ed il passo di Uggebach (1419). 

Il più basso di questo, il Timau, fu scelto dagli antichi ro- 
màni per passare in Germania da Aquileja. 

n passaggio attraverso questi vari punti presenta una certa 
uniformità di formazioni, per essere la direzione dei terreni ge- 
neralmente normale alle selle ed alle valli che si percorrono; 
ond' è che uno di questi passaggi rappresenta in modo sintetico 
le condizioni stratigrafiche di tutta la regione paleozoica delle 
Alpi camiche. 

Dal limite delle più basse formazioni triassiche poc'anzi in- 
dicate movendo verso tramontana, si percorre un tratto più o 
meno lungo in una regione scistosa formata da rocce più recenti 
delle masse calcaree allineate alle creste dello spartiacque. Sono 
scisti argillo-micacei, arenarie e quarzoscisti, attraversati ed al- 
ternati con dicche e colate di diabasi, di dioriti, di iperiti e di 
porfidi quarzosi. Non hawi traccia di fossili; ma dalle relazioni 
stratigrafiche, anche senza le caratteristiche emersioni di por- 
fido quarzoso nei dintorni di Paluzza, si può riconoscere la as- 
soluta indipendenza di questa serie da quella che comprende la 
zona fossilifera e la sua equivalenza al Permico inferiore. Attra- 
versata nel risalire questa prima serie di scisti e di arenarie si 
incontra la cresta calcarea del carbonifero al di cui contatto colle 
rocce scistose si allinea la formazione metallifera delle Alpi car- 
niche, colle vene di cinabro di Valle Visdende e del Paralba, coi 
filoni di fahlerZf di galena e di calcopirite di Monte Avanza, con 
quelli di fcMerjs e di siderose a Sissanis e cogli ultimi affiora- 
menti di solfuri cupriferi ed argentiferi dei dintorni di Timau. 

Traversando per uno dei valichi summentovati, che incidono 
a distanze quasi eguali la cresta calcare, si discende sul versante 
Nord. In questo, discendendo le valli confluenti del Gail o attra- 
versando le montuosità che le dividono, si attraversano gli scisti 
del subcarbonifero e del devonico. Si trovano di nuovo i calcari 
carboniferi e finalmente i micascisti, le grauvacche ed i calcari sac- 



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- 269 — 

caroidi del silurico entro a profondi burroni. Abbandonando queste 
rocce a circa 400 metri sul fondo della valle del Gail, si ponno 
attraversare i magnifici terrazzi morenici che sono le vestigia del 
ritirarsi dell' antico ghiacciaio che occupò un tempo la vallata. 
Traccie di questo si scorgono specialmente nel tratto da Wald- 
schich ad Amoldstein, ove si scorgono le testate del calcare sac- 
caroide silurico meravigliosamente arrotondate o striate. Le de- 
pressioni longitudinali dovute air erosione degli scisti, accolgono 
una grande varietà di massi erratici che danno la litologia di 
tutta la serie paleozoica del versante meridionale della valle del 
Gail. Le formazioni scistose sono prevalenti nella parte superiore 
della vallata detta valle di Lessech, abbondano i calcari nella 
parte inferiore, ma si conservano sempre le condizioni stratigrafi- 
che menzionate. 

La formazione permica pare si arresti alla valle pontebbana, 
lasciando luogo più ad oriente alle formazioni triassiche che con 
potente sviluppo si continuano nelle Alpi giulie. Il permico ricom- 
pare poscia, nelle Caravanche che rappresentano geologicamente 
la continuazione delle Alpi carniche. Ad occidente della Gamia 
e del Comelico V ultima epoca del paleozoico sembra rappresen- 
tata dalla formazione porfirico-metallifera di Agordo e della 
valle del Gismone. 



m. 

Sulla geologia del distretto di Agordo nel Veneto. 

(Estr&tto da una nota dell* ing. Pillati, inserita nel BoU, del Club Àlp.<, N. 18.) 

n gruppo di montagne del distretto alpino di Agordo è com- 
preso in un triangolo rettangolo isoscele, di cui un cateto è co- 
stituito dalla valle dell' Adige da Verona a Bolzano e dalla valle 
dell' Eisach da Bolzano a Mìihlbach; l'altro cateto è formato 
dalla valle della Pusteria da MUhlbach a Sillian e dalla valle del 
Gail da Sillian a Yìllaco. L' ipotenusa di questo triangolo passa 
per Tarvis e la valle del Fella, e prosegue in linea ondulata pel 
confine dei monti colle pianure friulana, trevigiana e vicentina. 



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— 270 — 

Una curva leggermente convessa verso V angolo retto del 
triangolo, avente una delle estremità alla Cima di Posta sopra 
Recoaro e V altra alla Peralba, forma lo spartiacque fra i bacini 
del Piave, del Tagliamento e del Brenta, e quelli dell' Eisach, 
dell' Adige, del Gail e della Brava. Su questa linea si trovano 
di conseguenza le più alte elevazioni, quali sono la Cima d' Asta, 
il Cimon della Pala, la Marmolata, la Tofana, il Cristallo, la 
Silvella, il KoUingkofel, e costituisce presso a poco il confine 
fra il Veneto e il Tirolo italiano e tedesco. La Civetta, il Pelmo, 
l'Antelao, l'Agner, le Marmarole e la Gridola dalla parte ita- 
liana, il Rosengarten, il Langkofel, lo Schlem, il Gaisl, il Drei- 
schusterspitz e il Burken dallA parte tedesca, sono altrettante 
elevazioni considerevoli di questa regione. La Marmolata rag- 
giunge in altezza 3380 metri, il Cimon della Pala 3320"*, la 
Creda Malcora 3291", l'Antelao 3255°, il Cristallo 3244", la 
Civetta 3188°, il Pelmo 3163% il Dreischusterspitz 3162°, il 
Pordoi 3154°, la Creda Rossa 3130°, il Rosengarten 3100°. 

Dei 13,000 chilometri quadrati che misurano l' area del trian- 
golo in discorso, quasi 3000 sono ricoperti di rocce eruttive e 
specialmente di porfidi quarziferi ed augitiferi, 2000 constano 
di arenarie e scisti di varia natura ed età, e gli altri 8000 di 
calcari più o meno magnesiaci, triassici e giuresi. 

Andando in linea retta da Primiero a Trento, si attraversa 
una importante massa granitica che si projetta orizzontalmente 
in una ellisse allungata, coli' asse maggiore nella direzione anzi- 
detta fra Cauria e Borgo di Valsugana avente 22 chilometri 
in lunghezza e l'asse minore circa 8 chilometri. Verso N.E. 
tale massa si solleva ad un' altezza di circa 2800° formando la 
Cima d'Asta. Oltre questa massa di granito, che è la più im- 
portante in questa regione, un' altra assai considerevole si mostra 
sulle pendici della destra del Rienz da Brunecco a MUhlbach e 
dilatandosi prosegue verso Ovest fino alla sponda destra del- 
l' Eisach. Non compresa in questo campo, ma meritevole di esser 
menzionata, è la massa granitica di Merano a circa 40 chilometri 
a O.S.O. da Miihlbach. Queste masse per la loro orientazione 
e per analoghi caratteri mostrano avere stretta relazione colla 
grande formazione dell' Adamello e colle altre minori delle Alpi 
lombarde. 



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— 271 — 

Larghe zone di scisti antichi micacei, argillosi, talcosi o 
cloritici avvolgono più o meno completamente le citate masse 
granitiche. La zona che si addossa alla Cima d' Asta si estende 
specialmente nel senso delP asse maggiore delP olisse e giunge 
fino alla valle del Cimone : una striscia prosegue verso Est fino 
ad Agordo, la cui miniera è incassata appunto in tale terreno, 
e Terso Ovest arriva fino alle vicinanze di Trento. Una vasta for- 
mazione di micascisti e scisti argillosi, si addossa pure ai gra- 
niti di Mlìhlbach e si estende verso Sud nel nostro triangolo da 
Waidbruck fino a San Candido. Lo spazio compreso fra queste 
due zone di micascisti è coperto da una grande massa di por- 
fido rosso quarzifero, forse la più vasta di tutta T Europa. 

I primi depositi sedimentari che si trovano sui porfidi appar- 
tengono al Trias inferiore. Alle prime eruzioni porfiriche, che la 
natura della roccia dimostra essere state subaeree, succedette un 
periodo di calma e di depressione durante il quale si deposita- 
rono: 1* le arenarie rosso-chiare non fossilifere che si riscon- 
trano nel Colle di Foglia presso Agordo ; 2"* le arenarie grigie 
a posidonie, le arenarie bianche e grigie e le marne a naticelle 
{MuschdkcùJc) che trovansi sugli scisti argillosi in Valle Impe- 
nna e sotto le dolomiti triassiche sulla strada da Agordo a Ca- 
prile; 3* i calcari neri bituminosi a terebratule, le dolomiti bian- 
che e grìgie, cristalline e cellulari con ammoniti e crinoidi che 
si riscontrano nella valle di San Lucano nelle vicinanze di Pont. 
Dopo la deposizione di queste rocce sulla destra della valle 
di Fassa fra Penia e Vigo, una potente eruzione di porfidi augi- 
tiferi scoppiò nel fondo del mare che allora ricuopriva tutta la 
parte meridionale della regione dolomitica, aprendosi il passag- 
gio fra le citate rocce sedimentari. Quasi contemporaneamente 
altre eruzioni simili incominciarono a Nord e a Sud della prece- 
dente. Queste eruzioni continuarono per lunghissimo tempo con 
intervalli di calma ed il mare che, malgrado i notevoli solleva- 
menti conseguiti, continuava ad occupare la maggior parte della 
zona di eruzione, servì a trasportare le ceneri vulcaniche e rico- 
prire di tufi ed arenarie doleritiche quella grande superficie che 
costituisce il così detto altipiano tufaceo, che si estende fino alla 
base del Monte Tofana sotto cui scompare e, passando sotto il 
Monte Civetta, giunge fino ai piedi dell' Antelao. Nelle vicinanze 



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1 



— 272 - 

di Caprile, e segnatamente al Colle di Santa Lucia, questi tufi 
assumono una struttura sferoidale che valse loro T impropria 
denominazione di palle basàltine. 

Contemporaneamente a queste eruzioni^ si depositarono nel 
mare calcari con noduli di silice, conglomerati di calcare e di 
ceneri vulcaniche, calcari fetidi con coralli, encrini e terebratule, 
calcari marnosi grigi ed oolitici. Questi depositi si ravvisano 
incorporati o connessi coi tufi nei dintorni di Caprile. Sugli ul- 
timi depositi citati stavano formandosi le dolomiti dello Schiera 
quando ebbero principio le eruzioni subaeree nei dintorni di Pre- 
dazzo, che cominciarono dal rigettare una specie di sienite che 
si dilatò sugli strati circostanti del Trias inferiore. Più tardi 
produssero un granito tormalinifero, poi un porfido uralitifero, 
quindi un melafiro bruno, e finalmente un porfido sienitico con 
grandi cristalli di ortose. Si chiusero in questa regione le vio- 
lenti manifestazioni plutoniche con una grande eruzione di sienite 
intersecata da iperstene nella località detta i Monzoni fra Pre- 
dazzo e il Monte Bufaure. 

Cessate le eruzioni cominciò un periodo di lenta depressione 
del terreno, durante il quale si formarono le grandi masse dolo- 
mitiche che furono ricoperte da altre dolomiti di carattere di- 
verso che formano gli strati di Raibl coi quali si chiude V epoca 
triassica. Lo Schlem, il Langkofel, il Guardenazza, il Monte 
Sella, la Marmolata e i monti fra Caprile, San Cassiano e Cor- 
tina d' Ampezzo sono tutti dolomitici. Così pure i monti fra il 
canale di Socchieve ed il Comelico. 

Sopra gli strati di Raibl si trovano altre dolomiti liasiche 
poco diverse dalle precedenti, che formano la parte superiore del 
Monte Sella, del Guardenazza, dello Schlem e i monti di San 
Martino, il Civetta, TAntelao, il Pelmo, quelli dal Peron fino 
alla Valle Impenna e. quelli delle valli d'Ampezzo e di Socchieve. 

Più tardi si depositarono, specialmente su di una zona intema 
alla ipotenusa del nostro triangolo, i terreni più recenti, cioè il 
giurese superiore, il cretaceo e V eocenico, senza nessuna mani- 
festazione vulcanica. Fu solo nel periodo miocenico che questo 
sistema orografico fu completato mediante le eruzioni trachitiche 
degli Euganei e le b^altiche del vicentino e del veronese. 

Oltre i terreni sopracitati devesi far menzione del terreno 



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- 273 - 

carbonifero che occupa considerevole estensione parallelamente 
alla valle del Oail da Tarvis fin presso Sillian. Esso comprende 
tanto la formazione del Calcare di montagna quanto quella degli 
Scisti carboniferi, n^a non contiene che scarsi depositi di com- 
bustibile. 



IV. 

Di alcuni Rettili e Mammiferi fossili recentemente scoperti 
nel Nord-America. 

(Estratto da Tari articoli inseriti nellMm^r. Joum, of Seien. and Aru, 
New-HaTon. 1871.) 

Rettili. 

Fra i Rettili fossili scoperti durante un' esplorazione del Crreen 
Eiver nel bacino terziario ad occidente delle Montagne Rocciose, 
si annoverano i resti di parecchie specie di serpenti interessanti 
specialmente per essere i primi Ofidiani estinti, ritrovati nel- 
r intemo del continente americano, e gli unici rappresentanti del- 
l' ordine in questa contrada. 

Consistono tali resti in varie vertebre di grandezze diverse, 
alcune più o meno deteriorate, ma in generale colle parti carat- 
teristiche ben conservate. Quasi tutti gli esemplari appartengono 
evidentemente a serpenti costrittori, che si collegano ai moderni 
Boa del Sud-America, benché considerevolmente più piccoli e 
genericamente distinti. 

Paragonando le vertebre fossili, specialmente quelle prossime 
al mezzo del tronco, colle corrispondenti dei Boa viventi, si trova 
una notevole somiglianza nei più importanti caratteri; special- 
mente nel contorno ellittico della coppa e processo articolare, 
nella ottusa elevazione laterale estendentesi dalle diapofisi fino 
al processo articolare, e nel rialzo prolungato sulla superficie 
inferiore del centro. Le differenze fra essi sono tuttavia impor- 
tanti, ed indicano chiaramente che gli esemplari fossili rappre- 
sentano un genere a parte per cui fu proposto il nome di Boa- 
vu$^ allusivo alla non improbabile relazione fra i due tipi. Nel 



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— 274 — 

genere estinto il processo articolare e la coppa sono più prossi- 
mamente verticali, e il loro contomo forma un' ellisse più schiac- 
ciata. L' arco nevrale è proporzionalmente più elevato, ed ha da 
ogni lato un rialzo che si estende dalla f^ia articolare del 
zigosfeno fino alle cavità zigantrali. Queste ultime sono più pro- 
fondamente scavate che nel Boa. La spina dorsale è più corta. 
La elevazione laterale estesa dalle diapofisi fino air articolazione, 
è nel JBoavus più bassa e meno arrotondata; la cresta ipapofi- 
siale è più affilata, e si estende più vicino all' orlo inferiore del- 
l' articolazione. 

Le vertebre del Boavus somigliano quelle dei Pàlaeophis e 
DinophiSy e differiscono da quelle del Boa, CrotaLus ed altri ser- 
penti moderni, per avere i lati del canale nevrale estesi vicino 
all'orlo della cavità articolare. 

Boavus occidentàlis, Marsh. Questa specie è determinata da 
otto vertebre quasi tutte verso il mezzo della regione dorsale. 
Esse appartengono evidentemente a parecchi individui, differiscono 
fra loro in grandezza, e furono trovate in tre differenti località : 
indicano serpenti constrìttori fra sei ed otto piedi di lunghezza: 
r arco nevrale è in questa specie elevato e massiccio ; la spina 
nevrale è breve e triangolare alla base. Il zigosfeno è conv^so 
superiormente, leggermente scavato di fronte e privo di tuber- 
colo mediano. Il canale nevrale ha nel suo corso una distinta 
ipapofisi mediana, e le acute creste laterali gli danno un con- 
torno sub-trifoliato. L' ipapofisi è una cresta acuta che comincia 
al margine della coppa e termina estendendosi fino al processo 
in un prolungamento ottuso. 

he dimensioni principali di una delle più grandi vertebre di 
questa specie sono le seguenti: 

Lunghezza di centro dall' orlo della coppa alla convessità 
del processo Millim. 10. 1 

Diametro trasversale della coppa 6.2 

Id. verticale id. id 5.6 

Id. trasversale del zigosfeno alla base 7.9 

Distanza dal vertice del zigosfeno al margine inferiore 
della coppa 11.2 



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— 275 — 

Diametro verticale del processo articolare .... Millim. 5. 2 

Larghezza del canale nevrale in fronte 4. 5 

Altezza del canale nevrale in fronte 2. 4 

L'orizzonte geologico è probabilmente l'Eocene. 

Boavus agUis, Marsh. — Questa specie, della stessa lunghezza 
della precedente, benché apparentemente molto più svelta, è rap- 
presentata da cinque vertebre, tutte della regione dorsale e appar- 
tenenti a due più individui. Si distinguono agevolmente dalle 
corrispondenti vertebre del B. ocddentàlis per il centro in pro- 
porzione più allungato; per la coppa più rotonda e più inclinata; 
e per la cresta ipapofisiale che è più ottusa, e nella sua por- 
zione anteriore si espande rapidamente fino a confondersi col 
margine della coppa. La più gran vertebra di questa serie ha le 
seguenti dimensioni: 

Lunghezza del centro dall' orlo della coppa alla convessità 
del processo . . . • ' Millim. 9. 2 

Diametro trasversale della coppa articolare 5. 6 

Id. verticale id. id. id 5. 4 

Id. verticale del processo 5. 1 

Larghezza di fronte del canale nevrale 4. 5 

I resti di questa specie furono trovati presso Forte Bridger 
nella stessa formazione del suddescritto. 

Boavus irevis, Marsh. — I rappresentativi di questa specie 
sono considerevolmente più piccoli dei suddescritti ed evidente- 
mente molto più brevi in proporzione alla loro grossezza, essendo 
lunghi non più di 4 o 5 piedi. Gli unici avanzi trovati consi- 
stono in tre vertebre dorsali, in buono stato di conservazione ed 
evidentemente appartenenti a due diversi individui. Queste ver- 
tebre hanno il centro insolitamente corto, e la sua estensione 
misurata alla svperficie inferiore di poco eccede il diametro tra- 
sversale del zigosfeno. L' arco nevrale è basso, e sopporta poste- 
riormente per due terzi della sua lunghezza la spina nevrale 
che è breve e troncata. H zigosfeno è meno massiccio che nelle 
specie precedenti, e porta un leggiero rigonfiamento mediano nel 
margine anteriore della sua base. 



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— 276 — 

Le dimensioni della più perfetta di queste vertebre sono le 
seguenti : 
Lunghezza del centro dall' orlo della coppa alla convessità 

del processo Millim. 4.9 

Diametro trasversale della coppa articolare 3. 6 

Id. verticale id. id. id 2.8 

Id. trasversale del zigosfeno alla base 4. 2 

Distanza dal vertice del zigosfeno air orlo più basso 

della coppa 6. 3 

Larghezza di fronte del canale nevrale 2.3 

Altezza del canale nevrale in fronte 2. 

Furono trovati tali resti vicino alla località dei precedenti. 

Lithophis Sargenti, Maesh. — Questo genere e specie sono 
rappresentati da tre vertebre del tronco, una delle quali è ba- 
stantemente conservata per mostrare tutti i caratteri principali: 
gli esemplari indicano un piccolo serpente di circa quattro piedi 
di lunghezza e probabilmente riferentesi, come i precedenti, ai 
costrittori: si distinguono agevolmente dalle vertebre del Boa- 
vus ec, per il centro più compresso e specialmente per la coppa 
e processo articolare, che sono circolari nella sezione trasversale 
come neir Eryx. Le zigapofisi anteriori sono più estese, e le loro 
faccie articolari hanno una più grande espansione antero-posteriore 
che nelle specie sopra descritte. Le diapofisi hanno le loro superficie 
articolari separate da una scanalatura orizzontale, avente superior- 
mente un tubercolo arrotondato. Mancano poi di creste laterali esten- 
dentesi dalle diapofisi all' articolazione, come nel Boa e nel Boams, 
essendo i lati convergenti del centro quasi piatti. Le ipapofisi sono 
ridotte a un rialzo cuneiforme estendentesi per V intera lunghezza 
del centro ed avente le sue sommità taglienti sotto il margine 
inferiore della coppa: lungo il canale nevrale si osserva un'ottusa 
prominenza mediana, ma le creste laterali non sono apparenti. 

Le principali dimensioni della vertebra meglio conservata sono 
le seguenti: 

Lunghezza del centro dall' orlo della coppa alla convessità 

del processo Millim. 6.3 

Diametro trasversale della coppa 3.0 



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- 277 — 

Diametro verticale della coppa Millim. 3. 

Id. verticale del processo 2. 9 

Lunghezza di fronte del canale nevrale 2. 

Distanza dal termine della zigapofisi anteriore alla ipapofisi. 6. 8 

Distanza fra i termini delle zigapofisi anteriori 10. 1 

Venne scoperto nell'Eocene presso il Forte Bridger. 

Limnophis Crassus, Marsh. — Uno dei più interessanti avanzi 
di Ofidiani rinvenuti nel Wyoming è una vertebra dorsale ante- 
riore benissimo conservata ed affatto dissimile dalle finora de- 
scritte: essa indica un serpente constrittore di moderata gros- 
sezza, di circa sei piedi di lunghezza. Paragonandola colle 
corrispondenti vertebre del JBoavus e del LUophis, si osserva una 
notevole differenza nelle dimensioni della coppa articolare, che 
eccede considerevolmente in larghezza il diametro parallelo della 
base del zigosfeno ; struttura solo osservata fin qui in pochi ser- 
penti fossili deir eocene, ed affatto incognita nelle specie mo- 
derne. La coppa e processo hanno una sezione subtriangolare, 
ovata; esse sono inoltre collocate quasi ad angolo retto sugli 
assi del centro : un' altra singolarità di questa vertebra è un' in- 
solita estensione posteriore delle nevroapofisi, che si prolungano 
a una certa distanza al di là della prominenza articolare. La 
spina nevrale non si è disgraziatamente conservata, ma essa era 
evidentemente breve e limitata ai due terzi posteriori dell' arco 
nevrale. Le zigapofisi anteriori hanno solo una moderata espan- 
sione; le diapofisi portano all'attacco della costola un tubercolo 
arrotondato e prominente coi suoi orli inferiori al di sotto del 
margine della coppa: neppure in questo si osserva la cresta estesa 
dalle diapofisi al processo articolare. La ipapofisi consta di un 
unico tubercolo compresso ed ottuso, la cui base occupa più della 
metà della linea mediana. 

Le più importanti dimensioni sono: 

Lunghezza del centro dal margine della coppa alla con- 
vessità del processo Millim. 7. 1 

Diametro trasversale della coppa 5. 1 

Id. verticale id. id 4. 1 

Id. verticale del processo articolare 3. 7 



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_ 278 — 

Distanza dalla sommità posteriore delle nevrapofisì al 
margine inferiore del processo Millim. 7. 8 

Lunghezza delPipapofisi sotto il margine inferiore della 
coppa 2.0 

Questa interessante vertebra per le sue singolarità giustifica 
di aver dato origine a un genere a parte, che fu chiamato Limno- 
phis (serpente del lago); la specie venne chiamata Limtwphis 
crassus per le probabili proporzioni dell' estinto serpente sopra 
descritto. Fu ritrovato nei depositi eocenici presso Marsh's Fork 
a quindici miglia dal Forte Bridger nel Wyoming. 

I resti ch^ verremo a descrivere, furono raccolti parimenti in 
una esplorazione della regione delle Montagne Rocciose: alcuni di 
essi appartengono all' epoca terziaria ed altri alla cretacea; questi 
ultimi sono di un grande interesse, mostrando essi il considere- 
vole sviluppo in questa contrada dei Bettili Mososauroidi che 
sembrano essere stati comparativamente rari nelle altre parti del 
globo. Inoltre, e fortunatamente, alcuni di questi resti servono a 
dar luce a parecchi punti oscuri della struttura di questi rettih, 
e provano che essi avevano un bene sviluppato arco pelvico ed 
arti posteriori. I fossili del terziario sono anche di importanza, 
mostrando che tipi di rettili quasi incogniti fin qui in questa for- 
mazione, erano in uno degli antichi bacini lacustri, almeno, abbon- 
dantemente rappresentati durante quel periodo. 

Rettili cretacei. 

Edestosaurus dispar, Marsh. — Questo genere, che per quanto 
ora si conosce, non include che due specie di piccoli Mososau- 
roidi, è specialmente distinto dal Clidastes, suo più prossimo 
alleato, per l' inserzione dei denti pterigoidi che sono pleurodonti 
nella metà anteriore della serie, e nella porzione posteriore hanno 
un margine dentale esterno protetto da un basso parapetto osseo: 
questo genere differisce dal Platecarptis per V articolazione zigo- 
sfene delle vertebre : V arco pelvico e le membra posteriori sono 
bene sviluppate. 

La presente specie è determinata dalle più importanti parti 
dello scheletro, quali sono la maggior parte del cranio, ambedue 



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— 279 — 

i quadrati, circa settanta vertebre, parte degli archi scapolare e 
pelvico e frammenti degli arti: sembrano appartenere a un ret- 
tile mososauroide di circa 10 metri di lunghezza, e della gros- 
sezza del Clidastes iguanavus, Cope. Le vertebre possiedono la 
completa articolazione del zigosfeno. Nelle cervicali e dorsali an- 
teriori la coppa e il processo articolare sono alquanto inclinati; un 
poco meno nelle posteriori dorsali e lombari, e nelle caudali an- 
teriori sono prossimamente ma non del tutto verticali. Le faccie 
articolari nelle vertebre cervicali sono larghe, ovali, trasversali, 
debolmente smarginate al di sotto per il canale nevrale. Nelle dor- 
sali e lombari la coppa continua ad essere transversa e T emar- 
ginazione è più profonda, ma nelle caudali anteriori il contorno 
diviene un' ovale verticale. Le lombari posteriori 'hanno le faccie 
esagonali coi due bordi superiore ed inferiore scavati. Il cerchio 
del processo articolare è cirxiondato da un distinto ma non pro- 
fondo doppio solco. 

Il quadrato ha la stessa forma generale che nel Clidastes 
propython, ma V angolo esterno è situato più indietro ed ha una 
tacca nel suo margine posteriore. I prolungamenti postero-supe- 
riori sono più brevi, con una terminazione schiacciata. I denti 
sono curvi e alquanto compressi con uno smalto liscio che mostra 
indizii di larghe faccette alla metà basale: si osservano tredici 
denti mandibolari con alveoli per altri due. Lo spleniale si estende 
dall' estemo della base del settimo dente fino alla fronte. Le ossa 
pterigoidi sono separate, eccetto forse al loro margine anteriore 
intemo. Vi erano almeno quindici denti pterigoidi : le corone sono 
lisce con distinti orli posteriori taglienti. 

Si osserva una rimarchevole differenza di grandezza fra le 
vertelft-e cervicali e quelle della regione lombare, dove i centri 
raggiungono il loro massimo. 

La scapola e le ossa coracoidi sono simili a quelle del Moso- 
saurus: il coracoide è traversato da un foro presso il suo mar- 
gme anteriore. L'arco pelvico somiglia a quello dell'Ittiosauro, 
e come in questo genere è considerevolmente più piccolo che 
r arco anteriore. L' acetabolo somiglia a quello del Trymiix : esso 
è formato dalla unione dell' ilio, pube ed ischio, dando il primo 
la più grande, l' ultimo la più piccola porzione della superficie 
articolare, n corpo dell' ìlio è considerevolmente sottile, e la ter- 



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— 280 — 

minazione prossimale era probabilmente attaccata alla vertebra 
mediante una cartilagine. La estremità distale è molto espansa, 
sub-rombica di contomo, ed ha tre faccette quasi eguali suUa 
sua superficie articolare. La estremità prossimale del pube è più 
compressa di quella dello ilio, ed ha tre faccette articolari cor- 
rispondenti, essendo V acetabolare quasi piatta e le altre concaye. 
La parte inferiore è schiacciata, ed ha un foro presso il suo mar- 
gine anteriore. La terminazione prossimale dell' ischio è triedrale 
e qualche poco più piccola di quella del pube. Le superficie arti- 
colari di tutti questi ossi erano coperte di spesse cartilagini: le 
poche falangi trovate con questi resti sono depresse e molto 
ristrette al mezzo: le terminazioni sono transversali, e furono 
già coperte con cartilagini. 

DimeoBÌoDi 

Lunghezza dell' asse .* Millim. 58, 7 

Id. * dell'asse col prolungamento odontoide. ... 72,0 

Larghezza fra le diapofisi 60, 2 

Id. del processo articolare. 25,4 

Altezza del processo articolare 20,9 

Lunghezza dall'orlo della coppa alla fine del processo 

nella ir vertebra 56,4 

Larghezza del processo 31,6 

Altezza id. id 27, 1 

Lunghezza del primo caudale alla superficie inferiore. . 36, 1 

Larghezza della coppa articolare 32,8 

Profondità id. id 33,9 

Lunghezza del quadrato 69,2 

Estensione trasversale della estremità distale 42, 1 

Lunghezza del pterigoide portante i 5 denti anteriori. . j75, 6 

Id. della porzione coi 5 denti posteriori 51,9 

Diametro antero-posteriore della estremità distale dell' ilio. 32, 8 

Id. trasversale 25,4 

Id. dell'asta \ . 10,6 

Massimo diametro della estremità prossimale del pube. 36, 6 

Diametro trasversale 22,6 

Massimo diametro della terminazione prossimale dell' ischio. 31,6 

Diametro trasversale 20,3 

Fu trovato negli scisti cretacei presso Smoky River nel Kansas. 



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— 281 — 

Edestosaurus vélox, Marsh. — Questa specie è molto simile alla 
precedente e la sua grandezza raggiunge circa i due terzi di 
essa. È adesso rappresentata da una serie di esemplari includenti 
la maggior parte del cranio, coi quadrati e parecchie vertebre : 
si hanno anche alcune vertebre anteriori dorsali, trovate nella 
stessa località. 

n muso termina in punta ottusa. Il premascellare è semplice 
ed unito ai mascellari con una sutura differente da quella delle 
specie conosciute del Clidastes: vi sono quattro denti premascel- 
lari lisci e subcompressi. Le ossa pterigoidi sono molto simili a 
quelle della specie precedente. Il quadrato ha la stessa foima 
generale, ma presenta diverse differenze ben marcate. La gran- 
de ala è meno curvata verticalmente ed è concava su ambedue 
le superficie. Il processo alare ha la sua superficie articolare 
molto stretta: manca l'intaccatura nel margine posteriore del- 
l'angolo estemo. Sulla cresta che sta sotto questo angolo vi è 
una rugosità prominente, che è rudimentaria o manca affatto 
nelle specie più grandi. Nelle vertebre cervicali e dorsali le fac- 
cìe articolari sono trasversali, colla emarginazione superiore più 
profonda che nelle specie precedenti. Nella regione anteriore dor- 
sale le vertebre hanno la cavità e il capo articolare più in 
traverso. 

Dimensioni 

Lunghezza della vertebra anteriore dorsale dal margine 

della coppa alla terminazione del processo . . Millim. 49, 5 

Larghezza del processo 27, 

Altezza id. id 22, 5 

Lunghezza del pterigoide portante cinque denti anteriori. 56, 2 

Id. del pterigoide coi cinque denti posteriori. . . 42, 7 

Id. del quadrato 61, 1 

Diametro trasversale della estremità inferiore 31,6 

Questa specie è circa della grandezza del Clidastes interme- 
dius, Leidy, ma facilmente se ne distingue per i suoi denti lisci 
e per le faccio articolari delle vertebre più vicine alla verticale. 
Proviene dal Kansas occidentale. 

Clidastes Wymani, Marsh. — I resti coi quali fu determinata 
questa specie consistono in una serie di vertebre cervicali e 

10 



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— 282 — 

dorsali anteriori, con porzioni del cranio e quadrati dello stesso 
individuo, includendo quasi completa la serie vertebrale dalle 
lombari posteriori all' estremità della coda. Indicano tali avanzi 
un piccolo rettile di grandezza molto prossima a quella del Cli- 
dastes propython, ma da questa specie per varie particolarità 
differente. Una delle principali è la forma del muso che è corto 
ed ottuso, n basioccipitale ha il condilo verticalmente profondo 
e sólo un poco profondo solco nella sua faccia superiore per il 
canale nevrale. Il quadrato ha alla sua estremità più bassa una 
prominenza rugosa, che ha sotto una profonda cavità incomin- 
ciante dal bordo estemo. 

I centri delle anteriori dorsali sono prolungati e molto ristretti 
dietro le diapofisi, la cavità è larga e V emarginazione profonda. 
Nelle caudali anteriori le faccie articolari hanno un' ovale larga 
e verticale: le vertebre hanno in questa regione fianchi profon- 
damente concavi. Nella ventesimaquinta caudale, dove P ultimo 
rudimento di diapofisi è scomparso, i diametri trasversale e ver- 
ticale della cavità e la lunghezza del centro sono prossimamente 
eguali. 

Nelle vertebre caudali mediane i centri divengono compressi, 
la cavità molto poco sentita; le caudali posteriori sono molto 
compresse colla coppa molto profonda, la spina nevrale inclinata: 
le vertebre terminali hanno meno di ^/i2 di pollice di diametro 
trasversale. La specie di cui è parola, raggiungeva probabilmente 
circa sei metri di lunghezza. 

Dimensioni 

Lunghezza delP asse col prolungamento odontoide. Millim. 22, 5 

Larghezza fra le diapofisi 37,4 

Id. del processo articolare 17,6 

Altezza id. id. 15,4 

Lunghezza del centro colle ipapofisi attaccate 22,7 

Id. della sesta cervicale senza processo 28,6 

Id. dell'arco nevrale 22,5 

Larghezza al punto meno profondo 14,3 

Id. della cavità 20,3 

Distanza dalla fine del muso al centro del primo dente. 12, 1 
Lunghezza della caudale su cui prima scompaiono le 

diapofisi 20,4 



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— 283 — 

Larghezza della cavità Millim. 20, 3 

Sua profondità .....' 20, 3 

Lunghezza della caudale probabilmente contigua al- 
l' ultima 3, 1 

Suo diametro trasversale 2,0 

Questi avanzi sono stati scoperti negli scisti grigi cretacei 
del Kansas occidentale. 

Clidastes pumUus, Marsh. — Questo piccolissimo rettile Mo- 
sosauroide è determinato dalla parte anteriore dello scheletro, che 
si riferisce prossimamente alle specie precedentemente descritte. 
Però oltre la grandezza scemata vi sono altre ben caratteristi- 
che differenze. Nella specie presente il terzo intemo della super- 
ficie articolare distale del quadrato, è molto più largo e meno 
separato per restringimento dalla superficie condilare. Il cotilo 
deir osso articolare ha una larghezza relativamente maggiore. Il 
nocciolo rugoso presso la fine distale del quadrato è simile a 
quello della specie precedente, ma non ha incavo sotto di sé. Il 
basioccipitale è più lungo, profondamente scavato per il canale 
nevrale e il suo condilo è molto meno elevato. I denti sono 
quasi rotondi alla base, alcun poco curvati e con smalto liscio. 
Le faccio articolari delle vertebre cervicali sono quasi verticali, 
e hanno una larga sezione trasversale ovale con un' emargina- 
zione superiore. Le ipapofisi libere finora conservate sono corte 
e hanno sezione triangolare. 

Dimensioni 

Lunghezza dell'asse senza prolungam. odontoide. Millim. 26, 6 

Larghezza del processo articolare • • • • 16,2 

Sua altezza 12, 7 

Estens. trasversale della estremità distale del quadrato. 22, 5 

Lunghezza del basioccipitale 29, 6 

Questa specie raggiunse probabilmente circa 4 metri di lun- 
ghezza, e proviene dal calcare giallo cretaceo del Kansas occi- 
dentale. (Continua.) 



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— 284 — 
MOTE IIMERAL06ICHE. 



I. 

I^ote mineralogiche délV ing. Giuseppe Grattarola, aitdo 
del Professore di geologia e mineralogia nel B. Museo 
di Storia Natmale di Firenze. 



L — Sopra alcuni minerali delF isola d' Elba non ancora 
descritti o accennati. 

La questione della origine dei graniti e delle rocce affini ha 
pvolto le menti dei geologi e de' mineralogisti allo studio ac- 
curato e minuzioso di tutto quanto avesse colle rocce granitiche 
una qualche relazione o dipendenza. È in questo modo che in- 
sieme alle ricerche istituite sulP andamento generale di queste 
masse e sulle loro modificazioni parziali, sulle azioni esercitate, 
non esercitate, sulle rocce di contatto, sulla mancanza o sulla 
presenza della stratificazione, sul loro passaggio immediato o 
graduato alle altre rocce indubbiamente d'origine sedimentaria, 
come gli gneiss, i micascisti, gli argilloscisti, ec, nacque e pre- 
sto fiorì lo studio dei filoni granitici, e più specialmente lo stu- 
dio accurato dei diversi minerali che in quei filoni si ritrovavano. 

Vasto campo a questo studio non potevano a meno di ofiWre 
le Alpi e le loro dipendenze : e se abbondanti mèssi furono da 
molti, in diverse località e in diversi tempi, raccolte, l' immensa 
ricchezza nascosta nelle viscere di quelle montagne non fu esau- 
sta, né lo sarà per molto tempo ancora. 

Ma una località speciale e veramente classica ebbe il merito 
e la fortuna di attrarre sopra di sé gli sguardi degli studiosi: 
risola dell'Elba. Lasciando ogni altra considerazione che sarebbe 
qui affatto fuor di proposito, mi limiterò soltanto ad accennare 
quanto sia divenuta interessante la formazione granitica, che si 
trova più specialmente nella parte occidentale di queir isola, do- 
poché fu illustrata dai lavori del Savi, del Delanoue, dello Studer, 
del Cocchi, del v. Rath, del D' Achiardi e degli altri. Quella 



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— 285 — 

regione fu studiata in ogni senso, e fu allora che nelle oramai 
celebri druse o filoni che si ritrovano in quel granito, e più spe- 
cialmente in prossimità di San Piero in Campo, insieme alle ma- 
gnifiche cristallizzazioni dei minerali già tanto noti del granito 
elbano, si andarono man mano trovando, studiando e illustrando 
dei nuovi e importantissimi minerali, quali sono la Magnetite, 
la Titanite, la Braunite e il Granato Spessartina, nonché la Ca- 
storite e la Pollucite, la quale ultima forma finora una specia- 
Utà propria ed esclusiva delP isola dell' Elba. 

Quest'ultimo minerale, il quale, quantunque classato fra i 
siUcati anidri, pure contiene sempre quantità variabili di acqua,' 
faceva anche sospettare che successive e più accurate ricerche 
avrebbero condotto al ritrovamento di minerali decisamente idrati. 

Infatti il dott. A. D'Achiardi del Museo di Pisa, in un 
suo opuscolo di quest' anno accennava alla scoperta di alcune 
sostanze nuove per il menzionato giacimento, cha confermavano 
le sopraddette razionali supposizioni. Le sostanze di cui P egre- 
gio Autore accennava la presenza sono tre: tutte e tre appar- 
tenenti alla famiglia dei silicati idrati; e più particolarmente, 
due di queste facienti parte della sezione delle zeoliti e la 
terza di quella delle margarofiUiti. 

. Una sola di queste sostanze fu con precisione determinata, 
dappoiché lo permetteva la forma cristallina ben distinta; essa 
era la Eetdandite (sezione delle Zeoliti, genere della Stitbité) ; 
delle altre due rimanenti, una si dovrebbe pure ascrivere, se- 
condo il citato Autore, alla specie o almeno al genere Stilbite ; 
l'altra dovrebbe riferirsi alla specie Cookeite che fa parte del 
genere MargarodUe. Di queste due ultime sostanze il sullodato 
dott. D'Achiardi promette una più estesa descrizione, appena 
il prof. Bechi, incaricato dell' analisi chimica delle medesime, 
avrà pósto fine al suo lavoro. 

* L'anaUsi del Plattner {Annalen der Physik und Chemie, editi da I. C. 
Poggendorf, Leipzig, LXIX, 443) portava: 

SiO» = 46,20; AIH)»= 16,39; Fe«0« = 0,86; KO (prima deUa scopèrta del 
cesio) =rl6,51 ; NaO (con poco LiO) = 10,43; HO = 2,32: totale 92,75. 

Qaella del Pisani {Compi, Rmd,, LVIII, 714) dava: 

SiO» = 44,03; Al"0* = 15,97; Fe*O» = 0,68; CaO = 0,68; CsO = 3*,07; 
NaO ■+• LiO = 3,88 ; HO = 2,40 : totale = 104,71. 



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- 286 — 

Per quanto io ricercassi fra i molti campioni, che possiede il 
Museo, di minerali provenienti da quel giacimento, pure non mi 
venne fatto di trovarvi traccio di nessuno di quei nuovi mine- 
rali di cui il dott. D'Achiardi aveva fatta menzione. 

In questi ultimi tempi, questo R. Museo di Fisica e Storia 
Naturale acquistava dal Cap. cav. G. Pisani (il cui nome è col- 
legato alla scoperta di molte specie e bellissime cristallizzazioni 
di minerali in quelle località) una preziosissima collezione di mi- 
nerali appartenenti a quel giacimento. In essa insieme alle so- 
lite, ma sempre ricercate Tormaline rosee, alla ricercatissima 
Pollucite (di cui il Museo possiede ora esemplari veramente sor- 
prendenti), framezzo a una quantità notevole di Gastorite, insieme 
a magnifici Berilli leggermente rosei o incolori, spiccavano per 
la loro originalità alcuni minerali che al primo sguardo si ma- 
nifestavano come ben nuovi in quel posto all' osservatore abi- 
tuato ai colorì e alle forme dei soliti minerali di quella giaci- 
tura. Mia prima cura si fu di vedere se quelle nuove sostanze 
corrispondessero a quelle che erano già state segnalate dall'egre- 
gio D' Achiardi ; ma se mi fu facile il riscontrare quella sostanza 
globuliforme riferita dal citato mineralogista a una specie del 
genere della StUbite^^ non mi fu possibile di ritrovarvi né la Hew- 
landite, né la CookeUe (quest'ultima almeno dubitativamente). 
Ma questo esame mi portò alla scoperta e alla determinazione 
di altre specie minerali non mai state finora segnalate in questo 
giacimento, nonché di una specie mineralogica affatto nuova. La 
maggior parte di queste specie sono silicati idrati, e il loro ri- 
trovamento si collega manifestamente con quello delle specie citate 
dal mineralogista di Pisa; delle altre però una, la Apatite, ha 
una grande importanza, essendo esso il primo minerale della sua 
classe che venga rinvenuto in questo giacimento^, l'altra invece, 
(Calcite) quantunque nuova nel giacimento, non offre nulla di 

* L'esame mineralogico di questa sostanza porta realmente a credere 
che essa debba appartenere al genere (se non alla specie) Stilbite, La sua forma 
globulare, talvolta stalattitica ; la poca durezza; la lucentezza (intema) perlacea 
sericea, la struttura flbroso-radiata ; la quantità notevole d' acqua che svolge 
quando scaldata pel tubo chiuso; il suo sfogliarsi e il suo ridursi in forme ver- 
micolari quando venga sottoposta alla fiamma del cannello; il suo fondersi in 
uno smalto bianco; il residiw gelatinoso che dà cogli cLcidi, sono infatti 
caratteri che accennano alla specie StiWite e più particolarmente a quella va- 
rietà di SlUbite che Beudant ha denominato Spherostiìbite, 



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-- 287 - 

notevole: e parrebbe anzi strano che non sia stata finora mai 
trovata e accennata. 

Di tatti questi nuovi minerali darò un breve cenno, sperando 
d' altronde che la lista de' minerali di quel celebre giacimento, 
che ben a ragione si potrebbe chiamare a Gabinetto Mineralo- 
gico, B non sia in alcun modo per chiudersi col nome di questi.* 

Natrolite. 
Sist. crist. — Trimetrico. 



Formola: (l[|H-+-|Na]-4-4-Al,ySi' 



La Natrolite si ritrova nella solita pasta quasi infracidita che 
caratterizza tanto bene il giacimento della Pollucite, Gastorìte, 
Lepidolite e Tormalina rosea. I due esemplari che possiede il 
Museo, e che portano questa zeolite, la presentano in due di- 
versi modi: in uno sotto forma di una masserella sferoidale a 
struttura fibro-bacillare, radiata, con superficie molto scabrosa, 
e formata da un infinito numero di faccette piane che non sono 
che le basi de' bastoncelli costituenti la massa; nelP altro sotto 
forma di piccoli peli diritti, sottilissimi, riuniti in modo da dare 
V idea di pìccoli e delicati pennelli, talvolta bene isolati, tal al- 
tra intersecantisi V uno coir altro sotto angoli diversi. 

La durezza di questa sostanza è di 5. 5 (scala di Mohs) circa, 
perchè riga facilmente V Apatite, ed è con eguale facilità rigata 
dall'Ortoclasio: la sua lucentezza è vitreo-perlacea; è subtraspa- 
rente translucida; il colore è bianco, e bianche sono pure la 
polvere e la scalfittura. 

Scaldata nel tubo chiuso, anche a non troppo elevata tem- 
peratura, svolge una quantità notevole di acqua e diventa opaca. 
Fonde al calore della fiamma d' una stearica, e al cannello fonde 
facilissimamente in un vetro limpido e incoloro, colorando nello 
stesso tempo la fiamma in giallo intenso. Bagnata colla soluzione 
di nitrato roseo di cobalto, e scaldata quindi ad elevata tempe- 

' I minerali stati finora trovati in questi filoni sono: Ortoclasio^ Albite, 
Lepidolite, Biotite, Quarzo, Tormalina (rosea, incolora, policroma, nera ec.)} 
Granato, Eerillo, Cassiterite, Magnetite, Braunite, Pollucite, Petalite (Gastorìte), 
Pyrrhite; e ultimamente: Heulandite, Stilbite e Gastorìte. 



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— 288 — 

ratara, si colora intensamente in azzurro. È solubile nel sai bo- 
race, meno facilmente e completamente nel sale di fosforo. 

Nell'acido cloridrico si scioglie con facilità, e lascia un re- 
siduo gelatinoso. La soluzione acida trattata coi soliti reagenti 
offre una molto sensibile prova della presenza del ferro. 

La poca quantità che di questa sostanza possiede il Museo, 
non mi permette di fame la desiderabile analisi chimica; i ca- 
ratteri fisici e chimici sono nuUameno tali che non lasciano dub- 
bio sulla specie mineralogica a cui devesi riferire questa sostanza. 

Cabasite. 
Sist. crist. — Bomboedìico. 

Formola: (j [|Ca-4.}Na]-H| au)sìV4h 

Anche questa specie di zeolite mi fu dato di ritrovare fra- 
mezzo ai minerali di questo giacimento. 

Essa si presenta ad occhio nudo sotto forma di una incro- 
stazione confusamente cristallina, ma sotto un potente microsco- 
pio rivela ben presto la forma cristallina propria della specie, 
cioè il romboedro 100 che a prima giunta si distingue difficil- 
mente da un cubo perfetto, tanto i suoi angoli diedri sono vi- 
cini al retto (100 A 010 = 94" 46'). Malgrado la piccolezza dei 
cristalli è pure abbastanza visibile V emitropfa comune ne' cri- 
stalli di questa sostanza, quella cioè in cui il piano di gemina- 
zione è parallelo alla faccia 111. 

La durezza di questi cristalli è di circa 4, 5 (scala di Mohs); 
la densità loro non si potè determinare stante la poca quantità 
che teneva a mia disposizione. Hanno uno splendore vitreo, un 
colore bianco; sono translucidi in genere e trasparenti solo 
negli spigoli. 

Scaldati in tubo chiuso, perdono molta acqua; al cannello 
fondono facilmente in un vetro incoloro,* bolloso. La fiamma 

* I Trattati di mineralogia, specificando il modo con cui si comporta al can- 
nello la Cabasite, dicono che essa fonde in un vetro bolloso, qiMsi opaco. 
L' averlo io ottenuto trasparente potrebbe quindi autorizzare un dubbio sollt 
retta determinazione di questa sostanza, se io non mi aflrettassi ad avvertire il 



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— 289 — 

acquista durante T operazione un colore giallo intenso. Bagnati 
colla soluzione del nitrato roseo di cobalto acquistano dopo es- 
sere riscaldati un bellissimo colore azzurro. 

L'acido clorìdrico ne scioglie la polvere e lascia un residuo 
di silice gelatinosa. 

Al seguito dei due precedenti silicati idrati conviene pure fare 
un cenno di un'altra sostanza degna di osservazione, sostanza che 
secondo tutte le probabilità rappresenta una nuova specie mine- 
rale proveniente dalP alterazione della Castorìte. 

Essa si ritrova nel giacimento cibano quasi dovunque riscon- 
triamo la Castorìte. Si presenta in masserelle terrose, quasi fa- 
rinose, con una struttura finamente fibro-radiata, di un colore 
bianchissimo, di una lucentezza perlacea o sericea o terrosa. Queste 
masserelle terrose, perfettamente opache, contengono qua e là 
disseminati nel loro intemo bellissimi crìstalli di Castorìte, i 
quali per altro sono divisi dalla massa farinosa da piccole pareti 
di una sostanza più consistente, di colore carnicino air estemo, 
ma manifestante nella frattura la stessa struttura, colore e splen- 
dore della massa farinosa alla quale fa presto passaggio. 

È un minerale molto leggiero: scaldato nel tubo chiuso svolge 
una notevole quantità d'acqua; al cannello fonde non tanto fa- 
cihneate in uno smalto bianco appena translucido. Bagnato col 
nitrato roseo di cobalto e scaldato fortemente acquista una tinta 
azzurra molto carica. Il colore della fiamma dà indizio della pre- 
senza della soda e della litina. 

Trattato coli' acido cloridrìco si discioglie non completamente 
producendo silice gelatinosa. La soluzione, filtrata e trattata col 
carbonato di potassa, si intorbida per un bianco precipitato che 

lettore che questa differenza si deve con ogni probabilità attribuire ad una 
modificazione da me adottata pel cannello ferruminatorio e anche alla qualità 
del combustibile ; cose queste che mi permettono di ottenere una temperatura 
più elevata che non le comuni ottenute. Notisi per altro che io qui parlo 
di risultati ottenuti col soffio della bocca e con combustibile che si può avere 
con sé dappertutto, e non già con fiamme di gas idrogeno o di gas illumi- 
nante, alimentate da getti di aria od ossigeno puro ottenuti con mezzi mec- 
canici; condizioni queste, come ognun vede, non sempre possibili ad aversi in 
ogni luogo; Della modificazione del cannello e della qualità del combustibile 
dirò qualchecosa quando avrò condotto a termine le esperienze a cui V una e 1* altra 
ho sottoposto. 



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— 290 — 

si produce; precipitato parzialmente solubile in un eccesso 
d'acqua (litina). Il ferro-cianuro di potassio dà un debolissimo 
.indizio della presenza del ferro. 

La ristrettezza del tempo non mi permette per ora di ricr- 
eare la composizione quantitativa di questo nuovo silicato idrato: 
mi riservo per altro di dame una più completa descrizione, quando 
potrò corredarla di questi dati indispensabili per una nuova specie 
mineralogica. 

Apatite. 

Sist. crist. — Romboedrico (esagonale). 

Formola: 3CaT + Ca(Cl,F) 

Ho potuto osservare questa specie mineralogica in tre distinti 
esemplari, ed in ognuno di questi essa si presentava in diverso 
modo. In uno erano cristalli, i quali, per quanto piccolissimi 
(non sorpassando in media il millimetro o il millimetro e mezzoX 
pure essendo bene staccati V uno dair altro, si potevano benis- 
simo riconoscere e determinare. Neil' altro i cristalli erano ad- 
dossati l'uno all'altro in modo da formare delle masserelle tutte 
ricoperte da lucentissimi punti. Nel terzo finalmente i cristalli 
ancora meno distinti, formavano delle masserelle bacillari, molto 
friabili e a struttura radiata. In tutti e tre gli esemplari, la 
Apatite era accompagnata da quei rari minerali che hanno reso 
importanti questi filoni. 

La estrema piccolezza e fragilità dei cristalli meglio definiti, 
e il grande numero delle faccie laterali del prisma (di guisa che 
i cristalli paiono piuttosto striati longitudinalmente che non for- 
mati da semplici faccie) non mi permisero di prenderne le esatte 
misure col goniometro a rìflessione, e mi dovetti quindi limitare 
ad osservarli aderenti alla roccia. Sono assai visibili e distinte 
le faccie delle seguenti forme semplici fra loro combinate: 

Prisma esagono diretto 211; 
Prisma esagono inverso loT; 
Romboedro diretto 100; 
Romboedro inverso 221; 
Base pinakoide 111 



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— 291 - 
per cui il cristallo sarebbe rappresentato dalle forme: 

100, 22T, 211, lor. 111. 

La sfaldatura è molto indistinta e si manifesta in due sensi ; 
doè secondo il pinakoide 111, e secondo le faccio del prisma 
esagono 211. 

In quasi tutti i cristalli è bene distinta la solita geminazione 
della Apatite, quella cioè in cui la faccia di geminazione è pa- 
rallela ad una delle faccio del prisma esagono 2Ì1. 

La durezza è molto differente, secondochè la si esperimenta 
alla superficie dei cristalli, oppure su una superficie di fresca 
frattura. In questo ultimo caso la durezza è quella comune del- 
l' Apatite, cioè di 5 (scala di Mohs); nel primo caso invece la 
durezza è di molto minore, ed è compresa fra il 2, 5 e il 3. Que- 
sta differenza dipende da un principio di alterazione che si ma- 
nifesta sopra questi cristalli. Questo poi è reso anche evidente 
dalla diversità d' aspetto che hanno i cristalli quando vengono os- 
servati alla superficie e neir intemo : V interno è formato da una 
sostanza lucente, vetrosa, con tutti insomma gli estemi caratteri 
dell' Apatite; avvicinandoci alla superficie, sparisce la lucentezza 
vitrea e sottentra, per una grossezza di qualche decimo di mil- 
limetro, una sostanza con aspetto di smalto, opaca legger- 
mente translucida, la quale forma come una specie di camicia al 
nucleo vetroso intemo. 

n colore dei cristalli è un roseo leggermente tendente al 
violetto; la lucentezza è vitreo-resinosa, la scalfittura è bianca, 
trasparente, fragile. 

Al cannello fonde con bastante facilità e colora la fiamma in 
giallo rossiccio : — bagnato coir acido solforico e scaldato, colora 
rapidamente la fiamma in azzurro-verdastro: il cloro, se pure vi 
si ritrova, deve trovarvisi in quantità molto tenue, giacché non 
mi fu possibile ^ottenerne la reazione col sale di fosforo e col- 
r ossido di rame. Medesimamente non potei ottenere la reazione 
del fluorio. 

È solubile nell'acido cloridrico; coir acido solforico un poco 
allungato produce un precipitato bianco di solfato di calcio. — 
D ferro vi è presente in piccola quantità. 



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— 292 — 

Calcite. 

Sist. crist. — Romboedrico. 

Forinola: CaC 

Solo dubitativamente aggiungo alle specie nuove neir accen- 
nato giacimento cibano questo minerale, stantechè io Tho ri- 
scontrato soltanto in un cristallo isolato senza alcun indizio di 
roccia che mi provasse il suo vero giacimento, né ancora ho ri- 
cevuto le informazioni che ho richieste. 

Riservandomi quindi di levare dalla lista questo minerale, 
qualora ulteriori informazioni me lo imponessero, oppure di ag- 
giungere altri particolari quando mi capitassero fra mani altri 
e più sicuri esemplari, darò intanto i seguenti cenni: 

La forma cristallina di questo pezzo isolato è il romboedro, 
le cui facce sono parallele al romboedro di sfaldatura 100: è 
pure visibile una faccia, della quale, per non essere né lucente 
né piana, non ho potuto misurare gli angoli con un'altra faccia, 
e solo dubitativamente ho determinato come 211. Una delle cop- 
pie di facce parallele del romboedro è striata in due sensi pa- 
rallelamente ai lati del rombo ; una seconda coppia ha tre si- 
stemi di strie, due dei quali paralleli ai lati del rombo e il 
terzo parallelo alla diagonale maggiore del rombo. La terza cop- 
pia di faccie del romboedro non è visibile. La faccia visibile del 
supposto prisma esagono è pure essa striata parallelamente alla 
diagonale della faccia rombica adiacente. 

L' osservazione al goniometro di riflessione ha dato per mi- 
sura deir angolo di due faccie del romboedro di sfaldatura (an- 
golo delle normali) V angolo 105* 2', molto vicino al 105" 5' che 
è l'angolo della Calcite tipo. 

Tutti gli altri caratteri di durezza, densi^, colore, splen- 
dore, ec, il modo di comportarsi al cannello e sotto razione 
degli acidi, corrispondono in tutto e per tutto ai caratteri spe- 
cifici della Calcite. 

Delle accennate sostanze sarebbe desiderabile una analisi chi- 
mica quantitativa. Né io V avrei ommessa, se la quantità che di 



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— 293 - 

dascuna era a mia disposizione me lo avesse permesso. A que- 
sta lacuna cercherò di rimediare, quando avrò di ciascuna ra- 
duDate quantità sufficienti a questa operazione. 

(Continua.) 



n. 

I combustibili fossili della Toscana. 

(Estratto dall* opera del doti. D* Aohiàboi: Mineralogia deUa Toteana, parte 1>.) 

La Torba^ la più recente varietà dei combustibili fossili, esi- 
ste in Toscana solo nel disseccato padule di Bientina e nelle vi- 
cinanze di Pisa e di Viareggio. Niun' altra località torbifera si 
conosce in Toscana, se pure non vogliasi aggiungere a questa 
varietà anche il PUigno che consiste in legno appena carboniz- 
zato, e che trovasi nei terreni moderni dal pliocene fino allo at- 
toale. Esso partecipa della lignite, e può ritenersi come la sua 
varietà più recente. Forma depositi assai estesi, nei quali i tron- 
chi dei vegetali conservano tuttora la struttura e il colore. In 
Toscana merita particolare menzione il deposito di Val d' Amo 
superiore, ove forma un grande strato che affiora e si escava 
in più luoghi, e che in alcuni punti raggiunge la potenza di 
18 metri. La quantità di combustibile di questo deposito è stata 
calcolata a 800,000,000 di metri cubi. Le seguenti analisi di al- 
cuni piligni della Toscana ne mostrano la composizione. La I del 
piligno di Pian-franzese in Val d' Amo superiore, la II di Val 
Ferino m Val di Castello, la lU di Barberino di Mugello, la 
IV di Pomarance, la V di Volterra : 

I n III IV V 

Carbone 55,36. 53,59. 57,27. 50,18. 50,23 

Idrogeno 5,66. 5,77. 5,23. 4,27. 5,68 

Ossigeno 30,83 ) ^^^^ 32,15. 17,13 | g^ .3 

Azoto 2,15 ) 2,15. 2,32 ) 

Ceneri 6,00. 12,40. 3,20. 26,10. 11,1» 

100,00. 100,00. 100,00. 100,00. 100,00 
Potere calorifico . 5,093. 5,101. 5,047. 4,788. 4,427 
Peso specifico. . . — — — — 1,36 



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— 294 — 

In ordine alla età geologica, e per conseguenza alla mag- 
giore carbonizzazione, dopo i piligni trovansi le Ligniti propria- 
mente dette, che in Toscana appartengono tutte al periodo mio- 
cenico. È questa per ora la sola specie di combustibili fossili 
dalla quale possano avvantaggiarsi le nostre industrie. Esistono 
in Toscana depositi di lignite, nella provincia di Massa, a Ga- 
niparola, Luscignano, Sarzanello, Gastelnuovo presso Sarzana e 
in altri punti della bassa Val di Magra. Ecco V analisi delle li- 
gniti di Caniparola I e Sarzanello II: 

I n 

Carbonio 61,62 63,54 

Idrogeno 5,87 5,16 

Ossigeno 26,41 25,75 

Azoto 2,40 2,40 

Cenere 3,70 3,15 

100,00 100,00 

Potere calorifico . • . . 5,864 5,802 

Peso specifico — 1,29 

Nella provincia di Lucca esiste la lignite di Monte Gragno, 
vicino a Barga. 

Nella provincia di Pisa, a Monte Bufoli, a Laiatico, a Quer- 
ceto, ec., trovansi ligniti eccellenti. 

Per le ligniti di Monte Bufoli I e di Querceto n, è stata 

trovata la seguente composizione: 

I n 

Carbonio 57,16 65,50 

Idrogeno 5,01 5,07 

O^^^S^'^^ 1 26,68 . 28,38 

Azoto. . ) 

Cenere 11,15 1,05 

100,00 100,00 

Potere calorifico. . . . 5,196 5,784 

Peso specifico 1,35. — 

Molte altre località di questa provincia sono citate come 
lignitifere. 



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— 295 — 

Nella provincia di Grosseto il vasto bacino lignitifero della 
Bnrna offre una lignite di ottima qualità che viene escavata presso 
Casteani e Montemassi; altra lignite trovasi pure a Pitigliano. 
Ecco r analisi della lignite di Montemassi I e di quella di 
Pitigliano n: 

I n 

Carbònio 60,10 69,54 

Idrogeno 5,23 5,07 

^^^S^^^ I 26,62 23,80 

Azoto . . ) 

Ceneri 8,05 1,59 

100,00 100,00 

Potere calorifico .... 5,514 6,347 

La miniera abbandonata di Montebamboli produceva una li- 
gnite anche migliore della precedente. La Marsiliana, PeroUa, 
Campagnatico, Paganico, Pietra, ec, sono altre località ligniti- 
fere di questa provincia. 

Nella provincia di Siena esistono depositi di lignite, presso 
Casole, Berignone, Spannocchia, Castelnuovo dell' Abate, Fronti- 
gnano, ec. La lignite di Castelnuovo I e di Frontignano II hanno 
dato all'analisi: 

I n 

Carbonio 61,56 69,34 

Idrogeno 5,55 5,51 

Ossigeno 30,62 J g^ gg 

Azoto 1,00 ) ' 

Ceneri 1,27 3,13 

100,00 100,00 

Potere calorifico. . . . 5,570 6,328 

Peso specifico 1,40. — 

Nella medesima provincia abbiamo ancora la miniera di Murlo, 
posta a 20 chilometri da Siena. L'analisi di questa lignite 
ha dato: 



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- 296 — 

Carbonio \ 
Idrogeno) 

r\ » > o4,lU 

Ossigeno ( ' 

Azoto. . / 

Acqua 10,60 

Cenere 5,30 

100,00 
Potere calorifico 4,453. 

Nella provincia d' Arezzo, a Paterno, e in quella di Firenze, 
presso Spicchiaiola, poco lungi da Volterra, trovasi la lignite; 
e di quest'ultima abbiamo la seguente analisi: 

Carbonio ; . . . . 54,20 

Idrogeno 4,80 

Ossigeno e Azoto 29,40 

Ceneri 11,60 

100,00 

La varietà più antica della lignite è conosciuta col nome di 
Stipite; trovasi sotto forma di tronchi carbonizzati nel ma- 
cigno, ed appartiene quindi al periodo eocenico. Trovasi presso 
Stia nel Casentino, nella Falterona, a Carnaggio presso Prato, 
ad Antignano presso Livorno, ma sempre in piccolissima quantità. 

n migliore fra i combustibili fossili, il Litantrace, che trovasi 
generalmente nelle formazioni paleozoiche e specialmente nel pe- 
riodo carbonifero, manca aflfatto in Toscana. Per le proprietà fisi- 
che e chimiche della lignite di Montebamboli in provincia di 
Grosseto, quasi identiche a quelle dei litantraci paleozoici Inglesi 
e Americani, fu ritenuto da molti doversi ascrivere questo com- 
bustibile fra i litantraci; in ogni modo l'abbandono della mi- 
niera farebbe credere che questo deposito non sia di grande im- 
portanza. L'ultima analisi di questo combustibile ha dato: 

Carbonio 73, 44 

Idrogeno 6, 15 

Azoto 2; 11 

Ossigeno 13, 20 

Cenere 5, 10 

100, 00 



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— 297 — 

Però se nei pochi lembi di terreno paleozoico che esistono 
in Toscana manca il litantrace, così abbondante in altri paesi, 
si trova in sua vece V Antracite che non è altro che un litan- 
trace distillato per azioni metamorfiche. Essa trovasi a Jano presso 
Volterra sul Monte Torri. Ha un aspetto quasi metallico e una 
frattura cristallina. Gli scisti antracitiferi che la contengono con- 
servano le impronte di piante del periodo carbonifero, ciò che 
dimostra che questa antracite ha la stessa età dei litantraci 
d' Inghilterra e d' America. Straterelli d' antracite sono stati tro- 
vati anche nelle rocce paleozoiche dell'Elba. 

Come ultimo grado di metamorfismo dei combustibili fossili 
citeremo anche la Grafite la quale trovasi nei Monti Pisani, nel 
Monte Amiata, a Castel del Piano e in altre località toscane, 
ove affiorano i terreni paleozoici. Essa consiste in una massa car- 
boniosa, compatta, che brucia con molta difficoltà ed incomple- 
tamente. Al Monte Amiata si citano le località di Arcidosso, Pian 
Castagnaio, Abbadia di San Salvadore e Santa Fiora. Grafitiferi 
sono pure gli scisti antichi di Levigliani in provincia di Lucca, 
di Asciano nei Monti Pisani, di Jano presso Volterra e di Rio 
nell'Elba. 



NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE. 



L. Palmieri. — Relazione dell' incendio vesuviano 
del 26 Aprile J<S7^. — Lipsia, 1872. 

n paziente e coraggioso osservatore del Vesuvio, prof. Luigi 
Palmieri, ha data alla luce una relazione sulP incendio vesuviano 
deir aprile 1872. In essa dopo avere espressa la opinione che 
la conflagrazione del 1872 non sia stata che il termine di un 
periodo d'incendio cominciato nel gennaio 1871, l'illustre Au- 
tore passa in rassegna i fenomeni presentatisi in quella grande 
eruzione, dando in seguito particolari preziosi sulla natura delle 
lave e sul singolare fenomeno delle grandi fumarole eruttive for- 
matesi nelle correnti di lava; fumarole che furono visibili anche da 
Napoli e che facevano credere all' apertura di nuovi coni in eru- 
zione. Parla in appresso della natura e struttura dei proietti 

20 



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— 298 — 

del vulcano e della elettricità del fumo e della cenere, dando la 
descrizione e la teorìa degli apparecchi elettrometrici da esso 
adoperati. Le conclusioni tratte dalP egregio professore sono in 
breve le seguenti: 1' che lo studio attento del cratere e degli 
apparecchi di variazioni e del sismografo possono palesare i segni 
precursori delle eruzioni; 2"* che le fumarole delle lave sono 
comunicazioni fra la superficie estema fredda e V intema fusa; 
3* che dalla lava fluente non emanano vapori acidi e nemmeno 
dalle fumarole di breve durata ; 4** apparisce prima V acido clo- 
ridrico, poi il solforoso, quindi V idrogeno solforato ; 5"* nelle lave 
vigorose si possono aver fumarole eruttive; 6** le sublimazioni 
si succedono con un ordine determinato; 7** gli acidi reagendo 
sulle scorie possono produrre cloruri e solfati; 8* il ferro oli- 
gisto è scarsissimo sulle lave se non vi sia trasportato da' cra- 
teri ; 9"* il clomro di ferro, così ovvio sulle fumarole delle grandi 
lave, nelle piccole eruzioni figura solo presso le bocche ; 10* nelle 
lave delle grandi eruzioni la frequenza del cloruro di ferro ma- 
schera spesso r ordine di successione degli altri prodotti; ir al- 
cune fumarole sulla cima del Vesuvio danno acido carbonico o 
pure vapore acqueo; 12** il piombo scoperto dall'Autore sulle 
fumarole delle lave del 1855 è prodotto costante delle fumarole 
di una certa durata; IS"" anche 1' ossido di rame è un prodotto 
costante delle fumarole, e il cloruro e il solfato di rame deri- 
rivano da esso composto; 14^*11 cloruro di calcio probabilmente 
si trasforma in solfato; 15"* il sale ammoniaco copioso e ben 
cristallizzato non si ha che sulle fumarole delle lave che hanno 
coperti terreni coltivati o boscosi; 16"* la scarsezza dell'ossigeno 
neir aria delle fumarole deriva forse dalla formazione degli 
ossidi; 17** le lave, ancorché coperte di fumo, danno spettro 
continuo guardate con lo spettroscopio a visione diretta di Hoff- 
mann; 18"* il fumo dà forte elettricità positiva e la cenere cadente 
elettricità negativa. 

La Memoria in discorso forma un bel volumetto in-8* ed è 
accompagnata da 7 tavole, che mostrano tanto lo stato del vul- 
cano avanti l'emzione del 1872, quanto questa eruzione vista 
da diversi punti e in diversi periodi, come pure la disposizione 
degli apparecchi usati dall' illustre professore per le sue deter- 
minazioni. 



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— 299 — 

A. Scacchi. — Contribuzioni mineralogiche per servire alla 
storia dell'incendio vesuviano del mese di aprile 187 JS, 
— Napoli, 1872. 

Un'altra Memoria della più alta importanza per la storia della 
ultima eruzione del Vesuvio si è quella del chiarissimo Arcangelo 
Scacchi, professore di mineralogia nella R. Università di Napoli: 
viene in essa data la descrizione di svariati esemplari di proietti o 
bombe vulcaniche venuti fuori nelP ultima eruzione : questi proietti, 
fa notare V Autore essere per molti caratteri analoghi a quelli 
della eruzione del 1822, e consistono quasi tutti in augitofiri o 
leucitofiri alcuni dei quali incrostati di lava per essere stati 
esposti air azione delle lave liquide neir intemo del cratere, tutti 
poi trasportati a più o men grande distanza sul dorso delle cor- 
renti di lava. Le sostanze in essi riconosciute dal dotto minera- 
logo sono il pirosseno, V anfibolo, il granato, V idocrase, il feldi- 
spato vitreo, la leucite, la sodalite, la cavoliivite, la microsommite 
e la mica, nonché altre specie che, sia per il loro stato di im- 
perfetta cristallizzazione, sia per la loro piccola quantità, non 
poterono esser pienamente determinate. 

Importanti e sagaci sono le osservazioni sul metamorfismo 
dei cristalli di leucite e di altre sostanze, e di un interesse 
affatto particolare sono le nuove ricerche sulla polisimmetria tra 
i cristalli di pirosseno e quelli di anfibolo e su quella dei cri- 
stalli di leucite. 

Questa Memoria, in una parola, mentre contribuisce alla co- 
noscenza più esatta del Vesuvio, onora grandemente il suo Au- 
tore ben noto alla scienza per numerosi e non meno importanti 
lavori. 



Ricerche suW attrazione delle montagne con applicazioni 
numeriche^ per Filippo Keller assistente di fisica 
alla R. Università di Roma. Prima Parte, con 2 ta- 
vole. — Roma, 1872. 

È questo il titolo di una Memoria recentemente pubblicata 
dal distinto assistente di Fisica nella Università di Roma, già 



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— 300 — 

favorevolmente noto ai lettori del Bollettino per uno scritto in 
questo periodico inserito, nel quale poneva i primi fondamenti 
della teoria ora svolta con la più gran cura. Fino dalle prime 
pagine il lettore può rimarcare la importanza grandissima cui 
possono giungere gli studii dal? egregio Autore con tanto suc- 
cesso professati. 

Newton per il primo fece la riflessione che la direzione di 
un pendolo in equilibrio, ovvero di un filo a piombo, dev' essere 
deviata per l'influenza di una montagna che gli stia vicina: gli 
mancavano però i dati più importanti per una profonda ricerca 
su questo argomento, e fra questi principalmente la cognizione 
della densità media del globo terrestre. Tale elemento determi- 
nato per la prima volta da Maskelyne e Hutton al M. Shehallien 
in Scozia, si conosce ora dopo le ricerche di Cavendish, Carlini, 
Baily, Reich ed Airy con maggiore esattezza : ed essendo la co- 
gnizione della deviazione del filo a piombo, detta anche attra- 
zione locale, di somma importanza per la geodesia, vari autori 
si applicarono a determinarla in diverse località. 

Considerati tali studi sotto il punto di vista geologico, ognuno 
può immaginare il profitto che la geologia potrà trame un 
giorno, perchè essendo V attrazione locale in prossimità di una 
montagna determinata dietro esatte osservazioni astronomiche e 
geodetiche, questa può giovare alla cognizione della densità delle 
rocce di cui è composto V interno del monte e quindi alla co- 
noscenza della natura e condizioni generali di queste rocce. 

La pregevole Memoria in questione ha per oggetto lo svi- 
luppo di varie formule e considerazioni che si riferiscono alla 
determinazione dell' attrazione locale, le quali vengono in seguito 
applicate a casi particolari. Per non interrompere il corso della 
Memoria con ragionamenti e lunghi sviluppi analitici, l' Autore 
stabilisce a ragione alcune formule fondamentali e generali su 
cui si basa nel seguito della Memoria. Sono anche inserite pa- 
recchie formule che non trovano la loro immediata applicazione 
nelle attrazioni locali, ma le quali essendo strettamente collegate 
colle altre presentano qualche interesse per la teorica delle attra- 
zioni in genere. 

Un metodo ottimo ed una chiarezza grandissima presiedono 
all'andumento del lavoro: d' altra, parte l'importanza naturale 



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— 301 — 

di simili studii, di cui si è più sopra tentato dare un cenno, e 
la bontà dei risultati cui è giunto il distinto Autore, mentre 
hanno procurato nel mondo scientifico un gran favore alla prima 
parte della sua Memoria, fanno sì che la seconda parte di essa 
sia attesa con ben giustificata impazienza. 



B. Studer. — Index der Petrographie und Stratigraphie 
der Schweiz und ihrer TJmgébungen. — Bern, 1872. 

Troppo noto è ormai a tutti i cultori delle scienze naturali, 
in particolare della Geologia, il nome del benemerito professore 
svizzero al quale deve la scienza la pubblicazione di cui è pa- 
rola, per non supporre in essa a prima vista una importanza 
grandissima sotto tutti i rapporti. L'Autore dichiara nella pre- 
fazione al suo lavoro che venti anni dopo la pubblicazione della 
sua Geologie der Schweiz non sarebbe inopportuno un nuovo la- 
voro sulla geologia di quel paese. Le Alpi svizzere sono infatti 
il gran centro delle Alpi Occidentali ed Orientali, diramantisi le 
prime all' Apennino ed al Giura, le seconde ai Carpazi ed ai 
monti che si dirigono verso la Turchia : mentre venti anni addietro 
erano limitate le cognizioni sugli Apennini e sul resto dell' Italia, 
né ancora erano venuti i lavori di Lory e di Favre a gettar 
luce sulla costituzione delle Alpi Occidentali; mentre lo studio 
del sistema giurassico non aveva ancora ricevuto una sistema- 
zione basata sulla paleontologia per parte di Oppel, mentre 
appena si parlava dello Istituto geologico di Vienna, né le esplo- 
razioni dei suoi membri in Baviera ed in Lombardia erano note, 
(esplorazioni che fecero intravedere nelle Alpi Orientali una ric- 
chissima fauna, che le differenzia affatto dalle montagne al Nord 
ed all' Ovest d' Europa), si comprenderà facilmente come quella 
prima pubblicazione, la quale oltre che della geologia della Sviz- 
zera parlava ancora delle montagne dei paesi limitrofi connesse 
colle Alpi, avesse bisogno di aggiunte e di varianti. 

Nò peranco possono dirsi compiuti gli studii delle montagne 
svizzere, mentre sono tuttora in via di pubblicazione i lavori 
paleontologici di Heer, Pictet, De Loriol, Desor, Ooster, ec. Lo 
prova pure la pubblicazione ancora in corso dei fogli geologici 



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— 302 — 

pubblicati nell'Atlante di Dufour, di cui sono usciti 9 sopra 23, 
occorrendo ancora molti anni al compimento dell'Atlante. Dei 
9 fogli pubblicati, 4 sono relativi a terreni privi di fossili, ossia 
primitivi, 5 al Giura, il decimo foglio rappresentando la Molassa; 
rimanendo quindi a pubblicare ciò che riguarda le Alpi cal- 
caree (Kàlkàlpen) le cui formazioni sono molto complicata, essen- 
dovi rari e talvolta assenti i fossili che potrebbero determi- 
narne r età. 

Però chi si occupa della geologia svizzera, sì alpina che giu- 
rese, sente la necessità di conoscere lo stato attuale delle co- 
gnizioni su tale argomento, ed è a tal uopo adatta una esposi- 
zione aforistica per ordine alfabetico, quale è quella presentata 
dal chiaro Autore nel suo dotto lavoro. 

D' altra parte la sinonimia litologica e stratigrafica si fa 
ogni giorno più complicata e confusa e tale anche da impedire 
il progresso della scienza e la diffusione di essa nel pubblico. 
Le formazioni e le rocce si denominano da luoghi sconosciuti 
che invano si cercherebbero anche sulle migliori carte, od anche 
da fossili solo noti a pochi specialisti; ed esistendo la stessa 
roccia formazione sotto diversi aspetti in luoghi diversi, ha 
ricevute tante denominazioni quante erano le apparenze da esse 
mostrate: di tali nomi deve la significazione ricercarsi in volu- 
minosi periodici, annuari e simili opere, non alla portata di tutti, 
conseguendone spreco di tempo e di lavoro. 

Anche a tale inconveniente ovvia il lavoro del professore 
Studer, che ci presenta un indice alfabetico delle suddette deno- 
minazioni colla concisa indicazione del loro significato e delle 
fonti a cui si deve ricorrere in proposito, aggiungendovi delle 
succinte notizie su tal particolare: però in quello che riguarda 
la Svizzera si entra in più ampli dettagli e dilucidazioni, cer- 
cando di esporre lo stato attuale delle nozioni su quel paese. 

Se ora si pensi alla vastissima quantità di opere da consul- 
tarsi per un lavoro di questo genere, se si pensi all' infaticabile 
studio e pazienza da mettere in opera a quest' uopo, la scienza 
non può che professare gratitudine pel celebre professore sviz- 
zero che l'ha arricchita di un lavoro, che sotto ogni aspetto 
risponde completamente al fine propostosi dall'Autore. 



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— 303 



NOTIZIE DIVERSE. 



Composizione delle lave del Vesuvio. — Riassumendo le nu- 
merose esperienze fatte sulle lave del Vesuvio, si giunse ai risul- 
tati compresi nel quadro seguente che contiene i massimi e i 
minimi, non che le medie, degli elementi principali che le com- 
pongono : al di sotto dei massimi e dei minimi sono indicati nel 
quadro gli anni corrispondenti, cioè quelli in cui ebbero luogo 
le eruzioni: 





9IO' 


A1«0» 


Fe«o% 
Feo 


€aO 


USO 


KO 


= 
Mao 


Qaozieite 
d' «sùf eia 


' Massimi. , . . 

Anni 

1 Minimi .... 

Anni 

; Media 

1 


50.17 
1760 

46.11 
1631 


22.95 
1731 

16.16 
1754 


14.01 
17^57 
7.87 
1731 


11.54 
1861 
7.23 
1779 


6.01 
1861 
2.26 
1760 


7.27 
1754 
3.25 
1866 


5.10 
1036 
1.48 
1861 


0.773 
1848 

0.628 
1834 


48.2U 


19.55 


10.94 


9.38 


4.13 


5.26 


3.29 


0.701 



La composizione media delle lave del Vesuvio nel periodo 
compreso dal 1036 fino ad oggi, è presso a poco quella delle lave 
eruttate nel 1737, come pure nel 1786, 1806 e 1779. La loro 
densità varia fra 2, 70 e 2, 87. 

Però, se la composizione chimica di queste lave resta quasi 
sempre la stessa, là composizione mineralogica è invece assai va- 
riata: esse appartengono alle lave dette basaltiche e contengono 
essenzialmente anfigenite, augite e magnetite, essendovi accessori 
il peridoto, la mica ferro-magnesiaca, V omiblenda, il granato me- 
lanite, la nefelinite, la sodalite, V ortose sanidina, V apatite e la 
hauyna. 

Però può domandarsi se la lava originaria ci è conosciuta di 
fatto, poiché si capisce che avanti il solidificamento essa ha do- 
vuto subire modificazioni chimiche più o meno profonde. Si pensa 
che i grossi cristalli di anfigeno e di augite contenuti nelle lave 
del Vesuvio, sieno anteriori alla loro colata e sieno stati modi- 
ficati dal calore delle lave incandescenti : quanto ai cristalli mi- 



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— 304 — 

croscopici nella pasta della lava, avrebbero avuto origine nel- 
r ultimo periodo del consolidamento. 

In ogni caso, quando le lave furono eruttate, la loro tempe- 
ratura non era più abbastanza alta per fondere Tanfigeno. 

Si pensa infine che non vi sia un ordine determinato nella for- 
mazione dei differenti minerali delle lave, poiché uno stesso mi- 
nerale sembra essersi cristallizzato in differenti periodi; pure 
r anfigeno deve essersi cristallizzato avanti gli altri minerali, in- 
fatti non se ne trova mai nelle druse, nelle fessure o nelle cel- 
lule, come succede della nefelinite, dell' augite, del feldispato, ec 
anzi questi ultimi minerali hanno visibilmente continuato a for- 
marsi anche dopo che la lava era già in parte consolidata. 

Si constata al microscopio che V anfigeno può essere invilup- 
pato dalla augite e viceversa; d' altra parte V anfigeno inviluppa 
la nefelinite che si ritrova nelle fessure della lava: sembra quindi 
che non esista un ordine costante nella successione dei minerali 
che costituiscono le lave del Vesuvio. 

L'Ambra siciliana* — È strano che i Komani i quali tenevano 
in altissimo pregio l'ambra e se la procuravano da paesi lon- 
tanissimi e dalle coste della Prussia, non avessero cognizione della 
sua esistenza in Sicilia. Chi fosse il primo a scoprirvela, se un 
italiano od uno straniero, non puossi affermare. Per la prima 
volta se ne trovò fatta menzione nel Trattato delle pietre pre- 
jHose di Brard pubblicato in Parigi nel 1808. In Germania questi 
giacimenti succiniferi di Sicilia erano allora ancora sì sconosciuti, 
che John, un monografista valentissimo della succinite, nel 1812 
non avevano ancora notizia. Brard riferisce che se ne trovò di 
gran pezzi alla foce della Giaretta presso Catania, come pure a 
Licata, a Girgenti, Capo d' Orso e Terranuova. Secondo Fede- 
rico Hoffmann (1839) il succino vi si troverebbe misto a grani 
di quarzo della grossezza dei piselli, ad argilla e con legno ligni- 
tifoime, entro un'arenaria grigio-bruna che, secondo l' Hoffmann, 
sarebbe cretacea: dagli strati di essa, la Giaretta o fiume di 
San Paolo, esporterebbe il succino fluitandolo fino al mare verso 
Catania che poi lo rigetterebbe in prossimità della foce. Da ciò 
sarebbero cagionati quelli indizi di rotolamento che sempre offer- 
sero i pezzi d' ambra siciliana. Il suo aspetto estemo sarebbe ab- 



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— 305 — 

bastanza concordante col succino del Baltico, se si fa eccezione 
di certi colori, come quello dello zaffiro (a quest' ultimo del 
tutto straniero), e quelli della crisolite e del giacinto, che da noi 
sono rarissimi. Più tardi se n' occuparono anche Carlo Gemmellaro 
e Maravigna, allora professori a Catania, e indicarono come ter- 
ziario il terreno succinifero. Come corpi inchiusi essi non trova- 
ronvi che insetti, i quali, per quanto la incompleta loro conser- 
vazione permettesse di vedere, concorderebbero nei generi ma 
non nelle specie degli insetti attuali. Il dottore Hagen ebbe oc- 
casione di vedere 30 pezzi di succino di Sicilia conservati nel 
Museo di Oxford, e in essi trovò delle Termiti che nel succino 
di Prussia sarebbero rarissime, al punto che in 15,000 pezzi egli ne 
avrebbe trovate solo 150 : da ciò conchiuderebbe V esistenza d' una 
fauna diversa e la provenienza da altre specie di piante, ciò che 
non pare affatto inverosimile se si tenga conto della grande di- 
stanza delle due località. 

Molti frammenti di piante sono contenuti nei succini di Si- 
cilia, e fra questi citeremo un magnifico esemplare che appar- 
tiene alla Collezione Mineralogica della Regia Università di Pa- 
lermo. Limpido, di color rosso-granato chiaro, di forma allungata, 
contiene una foglia a contomo integro, di una consistenza abba- 
stanza rilevante e perciò a nervature appena visibili. 

Nelle ambre di Prussia non furono peranco osservate simili 
foglie ; sarebbe una pianta analoga al Laurus tristaniafólia^ Web. 
che si trova anche nella formazione lignitica del Reno, specie che 
i signori Menge e Zaddach trovarono poscia anche nel succino 
di Prussia presso Rixhoft. In seguito a ciò il professor Goppert 
di Breslavia, nel marzo 1871, studiato nuovamente questo inte- 
ressante fossile assegnavale il nome di Laums Gemellariana, in 
onore dell' illustre geologo siciliano. 

L'Uomo preistorico in Italia. — .Gli Ariani non comincia- 
rono a penetrare nelle nostre contrade che sul finire dell' epoca 
Neolitica e sono essi che per i primi vi introdussero V uso dei me- 
talli: trovarono in Europa una razza di uomini di cui la tradi- 
zione e la storia hanno conservata la memoria, e che gli antichi 
autori designano sotto il nome di Autoctoni o Aborigeni. 

Le prime traccio della presenza dell' Uomo nell' Italia cen- 



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- 306 - 

trale sono contenute nei terreni di trasporto riferite da qualcuno 
al pliocene, ma più probabilmente appartenenti al primo periodo 
del quaternario. Sono queste le numerose selci delle antiche al- 
luvioni del Tevere, dell' Inviolatella e delle grotte di Sicilia, che 
non possono lasciar dubbio sulP esistenza deir uomo in Italia fin 
dai primordi della epoca glaciale. Se ne sono trovati avanzi anche 
presso il Po fra Voghera e Pavia, nei travertini d' Orvieto, nella 
Val dell'Olmo, presso Arezzo e nelP isola di Livi. La capacità 
intema dei crani di quest'epoca, che sono indistintamente bra- 
chicefali e dolicocefali, è limitatissima; le ossa sono spesse, grosse 
e pesanti; la forma del cranio quasi sempre ogivale molto allar- 
gata alla parte posteriore; la fronte bassa, stretta, quasi sempre 
fuggente, le arcate sopracigliari più o meno prominenti e ravvi- 
cinate in guisa da confondersi sulla linea mediana. Un rudimento 
di cresta s' inalza al mezzo della fronte prolungandosi fino alla 
metà della sutura sagittale, ove termina con una forte depres- 
sione circolare di 0°*,02 a 0°*,03 di diametro; una scanalatura 
corrisponde internamente a questa cresta esterna. Il foro occipi- 
tale è sempre più all' indietro che nei crani italiani dell' epoche 
posteriori. A giudicarne dai crani, la statura di tali uomini doveva 
esser bassa, ma considerevole doveva esseme la potenza muscolare. 

All' epoca della pietra polita s' incontrano già delle modifica- 
zioni: si è trovato l' uomo di questa età in una cripta sepolcrale 
a Cantalupo Mandela, presso Roma. La fronte è larga, elevata, 
meno fuggente : le metà anteriori e le posteriori meglio propor- 
zionate fra loro: la regione temporale più ampia, la testa più 
particolarmente curvata, il foro occipitale più centrale, le ossa 
meno tozze e meno spesse : aumenta la capacità intema del cranio 
e cresce la statura; vi sono sempre dei brachicefali e dei doli- 
cocefali e si osserva un leggero prognatismo mascellare corretto 
dall'impianto verticale d^ip^enti. 

Neil' età del bronzo la testa continua il suo sviluppo in ogni 
parte: la fronte è ampia ed elevata; la proporzione fra le due 
metà ben stabilita; lo spessore delle ossa e la capacità della ca- 
vità craniense normale. All' epoca del ferro il tipo del cranio è 
fissato nelle diverse provincie italiane e le variazioni subite in 
seguito non possono attribuirsi che all'immigrazione di popoli 
stranieri. 



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- 307 — 

I crani brachicefali s' incontrarono in Piemonte, nel Modenese, 
nell'Isola d'Elba ed in una delle cripte di Cantalupo; i dolico- 
cefali alla Isola d' Elba, nelP Umbria, a Cantalupo, all' Isola di 
Livi. Ora le popolazioni dell' Italia superiore sono ancora oggi 
brachicefalo, quelle della Meridionale dolicocefale, quelle dell' Elba, 
della Umbria e della provincia di Roma sono miste. Si conclude 
da tutto ciò che l' uomo ha subito in Italia uno sviluppo gra- 
duale, fisico e intellettuale, a partire dall' epoca quaternaria fino 
ai tempi storici. 

Il Troglodite di Mentone. — Le grotte di Montone, cono- 
sciute per r innanzi in numero di quattro di forma e dimen- 
sioni presso a poco eguali, sono escavazioni a guisa di finestre 
gotiche diritte o inclinate, che si aprono ad una ventina di 
metri le une dalle altre presso i Sassi Bossi non molto lungi dal 
Ponte San Luigi, che segna la frontiera attuale fra l' Italia e la 
Francia. La nuova strada ferrata ligure è incassata in una 
breccia calcarea, ossifera, che, a partire dal suolo di queste grotte 
sino al livello del mare, si è formata per la riunione di pietre 
franate e successivamente legate da un cemento ocraceo. La 
strada ferrata passa a circa 10 metri al disotto del piano delle 
grotte e 20 metri sopra il mare, per entrare immediatamente 
in una galleria scavata nella parte inferiore di una massa cal- 
careo-dolomitica urgoniana, la quale si eleva per 4000 piedi sul 
Uvello del mare formando la sommità del Berceau, avente nella 
sua parte esteriore alcuni strati del cretaceo superiore, e di un 
calcare marnoso nummulitico e terziario che costituiscono il ter- 
ritorio mentonese. 

Queste caverne furono esplorate fino dal 1853 e tutte rac- 
chiudevano selci lavorate, ossa di animali e conchiglie che ser- 
virono di nutrimento all' uomo. Ultimamente ne fu scoperta una 
quinta, l' ingresso della quale era occupato da una fornace a 
calce, aperta sulla scarpa della breccia ossifera. Furon trovate 
in questa caverna ossa lavorate e punte di freccia in selce gialla 
rossastra, proveniente dai ciottoli di una puddinga di due metri 
di spessore, isolata in mezzo alla grande formazione del calcare 
grigio nummulitico, che corre parallelamente al cretaceo inferiore 
compatto. È fra queste due formazioni che trovasi l'arenaria 



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— 308 — 

verde a fossili piritosi e la potente formazione della creta mar- 
nosa sulla quale vegetano gli olivi e le vigne che formano la 
ricchezza del paese. 

Alla profondità di circa 2",50 al disotto del suolo di questa 
grotta fu scoperto il noto scheletro umano che con somma pre- 
cauzione fu messo a nudo e fu estratto con uno zoccolo di ter- 
reno di 25 centimetri di spessore senza che nessun osso ne sia stato 
spostato. Esso era orientato da Nord a Sud, parallelamente al- 
l' asse della escavazione, e riposava sul fianco sinistro nelV atti- 
tudine di un dormiente ; le coscio erano leggermente piegate sul 
bacino e le gambe sulle coscio; le braccia erano appoggiate al 
fianco e gli avambracci incrociati sul petto; la testa riposava su 
di una pietra. Tutto lo scheletro, che è del colore d' ocra gialla, 
è perfettamente conservato, eccetto il torace che è sfondato. Le 
porzioni spugnose delle vertebre lombari, il sacro e le ossa ilia- 
che sono leggermente erose, i due avambracci hanno i due loro 
ossi rotti nella parte media; è rotto parimente uno degli omeri, 
ma osservandovi meglio, si vede che queste fratture, di cui una 
sembra presentare dei contorni callosi, sono anteriori alla inu- 
mazione. 

Il cranio è conformato perfettamente, dolicocefalo, coperto 
ancora da uno strato ocraceo che impasta delle piccole conchi- 
glie della grossezza di un pisello, perforate da un buco e che 
servirono evidentemente di ornamento alla testa del morto. Una 
punta d' osso lunga sette pollici, piatta, coi bordi taglienti, 
trovata appoggiata alla fronte, dovevano aver traversato la capi- 
gliatura : un poco di perossido di manganese trovato accanto alla 
bocca, sembrava essere stato racchiuso dentro un sacco che più 
non esisteva e forse destinato al tatuaggio. Infine, cosa vera- 
mente strana, un astragalo di cervo perfettamente conservato, 
riposava sulle vertebre lombari e doveva essere stato deposto 
a fianco del morto prima della inumazione. Le mascelle avevano 
tutti i loro denti, ma logorati fino al bordo alveolare e il ma- 
scellare inferiore presentava un ramo orizzontale di grande di- 
mensione riunito ad angolo retto ad un ramo verticale molto 
largo. La lunghezza dello scheletro era di 1",60, ciò che di- 
mostra una statura superiore alla media. 

L' antichità di questo scheletro deve essere straordinariamente 



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— 309 — 

grande, se si pensa che fu trovato a quasi tre metri al disotto 
del suolo attuale della caverna, e che in tutto lo spessore del 
detrito furon trovate selci rozzamente lavorate e ossa di ani- 
mali ormai spariti dal paese, fra i quali probabilmente Torso 
delle caverne. Quanto alla sua antichità in secoli, le condizioni 
di giacimento non son tali da fare sperare un poco di luce su 
di una questione tanto controversa quanto interessante. 

L' analisi della terra che forma il suolo della grotta, la sua 
secchezza e friabilità, fanno credere che essa abbia avuto orì- 
gine dall'accumulazione e trasformazione in cenere dei licheni 
che tappezzano l'interno della grotta. Da ciò si può arguire 
qual grande lasso di tempo sarà occorso perchè col processo 
suaccennato venisse formandosi quell'ingente massa di detrito. 

L'antichità veramente graiide del Troglodite di Mentono 
prova ancora una volta che il perìodo umano ha una durata im- 
mensamente più grande di quello che si era creduto fin qui, e 
che i perfezionamenti del tipo umano, al punto di vista dello 
sviluppo del cranio, già completo in questo Troglodite, risalgono 
ad un' epoca di già eccessivamente lontana. 

U signor Rivière (autore di questa importante scoperta) si 
propone di pubblicare un lavoro illustrativo di essa, ornato di 
fotografie prese sul posto: questa pubblicazione ci fornirà senza 
dubbio dei dati preziosi intorno alla forma e dimensione del cranio 
di questo Troglodite, e permetteranno di ascriverne la razza a 
qualcuno dei tipi conosciuti. 



CATALOGO DELLA BIBUOTECA DEL R. COIITATO GEOLOGICO. 

(Continuazione.) 

Toscani (C). Bisposta cJV opuscolo di Campani e Gabrielli 
suUa pioggia avvenuta in Siena nel dicembre 1860. Siena, 1861. 
Un fase. in-8'. 

Toulmouche. Note explicative de la planche VI de la carte 
géólogique dU département d'Ile-et-Vilaine. Parìs, 1835. Un fasci- 
colo con Carta geologica. 

Touristen Karie der Ostrhaetischen Kurorte insbesondere der 
Boeder von Bormio : scala §0^. Dono del Club Alpino Italiano, 
Sede di Firenze. 



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— 310 - 

Toumal. ObservcUions sur les roches vólcaniques des Corbières. 
Paris, 1833. Un fase, in-4" con tavola. 

Tramontani (L.). Storia naturale del Casentim. Firenze, 1800. 
Due voi. in-8*. 

Trautsohold (H.). Zur Fauna des russischen Jura. Moskau, 1866. 
Un fase, in-8* eon tavola. 

(Id.) Der ersten Naturforscherversammlung in Russland — JEX- 
nige Crinoiden und andere Thierreste des jUngeren Bergkalks in 
Gouvemement Moshau, Moskau, 1867. Un fase. ^-8*" eon tavole. 

(Id.) Der siiddstliche Theil des Gouvemement Moskau. Pe- 
tersburg, 1867. Un fase, in-8* eon Carta geologica. 

(Id.) Uéber saékulare Hébungen und Senhungen der Erdóber- 
flàche. Moskau, 1869. Un fase, in-8^ 

Trenkner (W.). Pàlàontologische Novitàten von nordwestlicheii 
Harze, Halle, 1867-68. Due fase, in-4** eon tavole. 

Troost (G.). Description d'un nouveau genre de fossiles, Pa- 
ris, 1838. Un fase, in-4* eon tavole. 

Tsehermak (G.). Die Forphyrgesteine Oesterreichs aus der mit- 
tleren geologischen Epoche. Wien, 1869. Un voi. in-8* eon tavole. 

(Id.) MineràlogiscJie MittheUungen. Wien, 1871-72. Tre fase 
in-4'* eon tavole (opera in eorso). Dono dell'Autore. 

Tschudi (Iw.). Savoyen und das angrenzende Piemont und 
Dauphiné. S. Gallen, 1871. Un voi. in-16* eon tavole. 

Uccelli (G.). Sergio suUe Terme RoséUane. Firenze, 1826. 
Un voi. in-8^ 

Veith (H.). Deutsches Bergworterhuch mit Bdegeti. Bres- 
lau, 1870-71. Due voi. in-8^ 

Venturi (G.). Memoria intomo ad alcuni fenomeni geologiei. 
Pavia, 1867. Un voi. in-4*. 

Venturoli (M.). U Uomo preistorico. Bologna, 1872. Un 
voi. in-8^ 

Verein nòrdlioh der Elbe zur Verbreitung naturwissenschaf- 
tlicher Eenntnisse. Mittheilungen. Eiel, 1867-72. Quattordici 
fase, in-8* eon tavole. Dono della Società. 

Vemeuil (E. de). Mémoire géologique sur la Crimée. Pa- 
ris, 1838. Un fase. in-4. (Continua.) 



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Mlllìcazilì lei l COITATO EfEOWICO. 

{In Corso di Stampa.) 



V — Volume U delle Memorie per serrire alla descrizione 
della Carta Geologica d'Italia. — Questo volume verrà 
pubblicato in due parti, di formato, carta e stampa del 
tutto simili al volume l^ 

La prima parte comprenderà: 

Monografia geologica deW Isola di' Ischia^ con la Carta 
geologica della medesima in fol. e incisioni nel testo, del 
professor C. W. C. Fuchs. — Esame geologico della catena al- 
pina dd San Gottardo, che deve essere attraversata dalla 
grande Galleria della Ferrovia ItcAo-Elvetica, con una Carta 
geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., dell'in- 
gegnere F. Giordano. — Appendice àUa Memoria stdla for- 
mansione terziaria nella zona solfifera della Sicilia, con una 
tavola, deir ingegnere S. Mottxjra. — Màlacologia pliocenica 
italiana, fascicolo 2*, con N* 7 tavole di C. D'Ancona. 

La parte seconda conterrà: 

La Geologia delle Alpi Apuane, con incisioni nel testo 
e una tavola, di L Cocchi. 



È inìiitii la liicÉOM ili! Me W 



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A Timi Ti zi di pubblicazionL 



G. 6. Gemmellàbo — Stndii paleontologici sulla fanna del cal- 
care a Terebratula janitor del Nord di Sicilia; Palermo.— 
È pubblicato: t^arte r (Pesd^ Crostacei^ Molluschi Gefdo- 
podi) fase. 1% 2% 3% 4** e 5% Parte 2* {Molluschi Gasteropodi) 
fase. 1% 2% 3% 4** e 5**; Parte r (Molluschi Brachiopodi) 
fase. 1** e 2*". — Ogni parte forma un volume in-4'* con tavole. 

6. Ponzi — Del Bacino di Roma e sna natura, per servire 
d' illnstr azione alla Carta Geologica dell'Agro Romano; 
Roma 1872. — Pag. 50 in-S*' con Carta Geologica del Bacino 
di Roma. 

G. Capellini — Sul Felsinoterio, sirenoide halicoreforme dei 
depositi littorali pliocenici dell'antico bacino del le- 
diterraneo e del Mar Nero; Bologna 1872. — Pag. 50 in4' 
con otto tavole. 

0. Silvestri — Le Nodosarie fossili del terreno snbapennino 
italiano e viventi nei mari d'Italia; Catania 1872. 

Fr. Coppi — Studii di Paleontologia iconografica del Mode- 
nese. — Parte I'; Modena 1872. 

G. Negri. — Descrizione dei terroni componenti il suolo 
d'Italia; Milano (incorso di stampa). — È uscita la 5' di- 
spensa. 

A. D'AcHiARDi — Mineralogia della Toscana. — Volume T; 
Pisa 1872. — Pag. 276 in-8^ 

L. Palmieri — L'incendio vesuviano del 26 aprile 1872; 
Lipsia 1872. — Pag. 52 in-8*' con sette tavole. 

A. Scacchi — Contribuzioni mineralogiche per servire alla 
storia dell' incendio vesuviano del mese di aprile 1872; 
Napoli 1872. — Pag. 36 in-4** con una tavola. 

G. CuRioNi — Ricerche geologiche sulP epoca dell' emissione 
delle rocce sienitiche della catena dei monti dell'Ada- 
mello nella provincia di Brescia; Milano 1872. — 
Pag. 20 in-4°. 

C. Marinoni — Nuovi materiali di paleootnologia Lombarda; 
Milano 1872. — Pag. 8 in-4'* con una tavola. 

F. Seller — Ricerche suU' attrazione delle montagne, con 
applicazioni numeriche. — Parte 1* ; Roma 1872. — 
Pag. 88 in-8'* con due tavole. 



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,/^...^^ 



R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 
Bollettino N!" li e 12. 



Novembre e Dicembre 1872. 



FIKENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 
1872. 



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FiiiiUcaM M i coiTATo missm. 



o;^o 



Bollettino Geologico per il 1870. — Un voi. m-8* di pag. 32i. 
» 1) PER IL 1871. — Un voi. in-S'di pag. 296. 

» » PER IL 1872. — Un voi. in-8* di pag. 376. 

Prezzo di ciascun volume L. 10. 

n prezzo di associazione del Bollettino 1873, franco di 
porto, è di L. 8 per il Regno e di L. 10 per l'Estero; i 
fascicoli separati si vendono al prezzo di L. 2 ciascuno. 

Memorie per servire alla descrizione della Carta Geologica 
d' Italia. — Volume P; 404 pagine in-4* con 23 tavole, due 
Carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione — Studii geologici suUe Alpi occidentali di 
B. Gastaldi, con cinque tavole ed una Carta geologica. — 
Cenni sui graniti massicci delle Alpi Piemontesi e sui mine- 
rali delle valli di Lanzo di G. Struver. — SuUa formazione 
terziaria ndla zona solfifera della Siciliaf di S. Mottuba, 
con quattro tavole. — Descrizione geologica deW Isola d'Elba, 
di I. Cocchi, con sette tavole ed una Carta geologica.— 
Malctcologia pliocenica italiana, Parte T, Gasteropodi sifo- 
nostomi, di C. D'Ancona; fascicolo 1*, con sette tavole. 

Prezzo dell'intero Volume, Lire 35. 

Brevi Cenni sni principali Istituti e Comitati Geologici e 
sul B. Comitato Geologico d' Italia, di I. Cocchi. — 
Pag. 34 in-4*' L. 1. 50 

Carta Geologica della parte Orientale dell'Isola d'EIbs, 

nella scala di 1 per 50,000, di I. Coccm. — Un foglio in 
cromolitografia L. 3. 00 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D'ITALIA. 

S* li e 12. — Novembre e Dicembre 1871 



SOMMARIO. 

Iffote geologiche. — 1. Paragone della Montagnola Senese con gli altri monti 
della Catena Metallifera della Toscana, del dott. A. D'Achiardi. — II. Sulla 
probabile esistenza di avanzi di antichissime industrie umane nella così detta 
Terra gialla di Siena, del dott. A. D'Achiardi. — III. Osservazioni geolo- 
giche fatte nel Carso, nel territorio di Monfalcone ed alle foci dell'Isonzo, 
del prof. T. Taramelli (estratto). — IV. Di alcuni Rettili e Mammiferi fossili 
recentemente scoperti nel Nord-America, del prof. Marsh (estratto). Con- 
tinuazione e fine. — V. I giacimenti di rame nativo del Lago Superiore (Nord- 
America), del sig. R. PuMPELLY (estratto). 

Kothde bibliografiche. — C. Marinoni, Ntuwi materiali di paleoetnologia 
lombarda; Milano 1872. — T. Taramelli, Panorama geologico del Friuli d^ 
Uoruszo; Udine 1872. 

Iffotizie diverse. — Composizione della lava vesuviana del 1872. — Le solfatare 

del Mar Rosso. — Il pozzo più profondo. 
Avviso. — Associazione al ¥ Volume del Bollettino (1873).— Pubblicazione del 

Voi. 2« (Parte I*) delle Memorie, 
Indioe delle materie contenute nel Bollettino del 1872. 



MOTE GEOLOGICHE. 



L 

"Paragone ddla Montagnola Senese con gli altri monti 
delia Catena MetaUifera della Toscana. — Nota di Antonio 
D' AcmARDi. 

Nei N.* 3 e 4 del Bollettino del nostro Comitato Geologico di 
questo medesimo anno (1872) il prof. Meneghini pubblicava, pre- 
ceduta da una sua lettera e volgarizzata in italiano, una comu- 
nicazione del prof. Edoardo Suess fatta all'Accademia delle 
Scienze di Vienna nella seduta del 21 marzo 1872. Brevi quanto 
chiare, concise quanto importanti sono le parole del Suess, che 



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— 316 — 

dalle Alpi occidentali fino ai monti di Reggio e Messina vede i 
resti di un antico asse orografico di questa nostra penisola, resti 
che ci appariscono nelle disgiunte anella dei Monti della Spezia, 
delle Alpi Apuane, dei Monti Pisani, delle isole dell' Arcipelago 
toscano e giù giù lungo il lido e in mare e in terra fino agli 
estrerai Monti Peloritani. E brevi quanto vere, concise quanto 
giuste sono le parole del Meneghini, che tendono a porre in 
armonia le teorie del Savi e del Suess, le quali, come egli dice, 
si completano a vicenda senza che Tuna scemi pregio all'altra. 

Le parole del Suess e del Meneghini mi richiamarono alla 
mente il dubbio, se tutte le sparse membra della così detta dal 
Savi Catena Metallifera possano nel loro stato attuale, e consi- 
derate orograficamente, comprendersi fra i resti dell' antico asse 
montuoso d'Italia, quale si suppone nella memoria del dotto geo- 
logo viennese; e su ciò intendo appunto discorrere brevemente. 

È noto come in generale si comprendano nella Catena Me- 
tallifera della Toscana le Alpi Apuane, i Monti Pisani, quelli di 
Campiglia, di Montepescali e Batignano, della Bella Marsilia, 
d' Ansedonia e altri che costeggiano il lido tirreno o s' alzano 
bruscamente dalla pianura maremmana, non che il Monte Ar- 
gentario e le isole di Monte Cristo, del Giglio e dell'Elba; ed 
è pur noto che come parti di questa stessa catena montuosa si 
comprendono la Montagnola Senese e i monti di Jano, di Cetona 
e altri analoghi. Difatti le stesse rocce costituiscono questi di- 
versi monti, salvo che talora ne manca alcuna delle più antiche; 
ma calcarle dolomitiche e marmoree, quarziti, anageniti e schi- 
sti profondamente metamorfici si trovano non solo nelle Alpi 
Apuane, nei Monti Pisani e all'Elba, ma sì bene nei monti gros- 
setani, che fra la Bruna e il Chiarone seguono la costa tirrena 
allontanandosene più o meno, compresovi il Monte Argentario di 
recente illustrato dal Cocchi, cui pur si debbono importantissime 
considerazioni sulla struttura orografica della Toscana nei tempi 
terziari ; ^ e si trovano pure nella Montagnola Senese, della quale 
intendo più particolarmente occuparmi. Anche a Jano sono gli 
schisti paleozoici, e per la illustrazione fattane dal Savi e dal 



« Sulla Geologia dell'Alta Val di Magra^ 18G6.— L' Uomo fossile neW Ita- 
lia Ceti frale, 4867. 



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— 317 — 

Meneghini* ne sono noti gli strati antracitici e le impronte ve- 
getali dei tempi carboniferi in essi scolpite dalla natura; a Ce- 
tona si hanno calcarle ceroidi ammonitifere ; e qua e là compari- 
scono lembi di questi terreni, che hanno loro corrispondenti nei 
più distinti monti della Catena Metallifera. La fìsonomia litica 
è la stessa; e bene a ragione fra tutte queste sparse membra 
intravide il Savi così stretto legame, da poterle comprendere 
tutte con un sol nome ; né si può mettere in dubbio che per la 
natura delle rocce, onde sono costituiti, tutti questi monti non 
abbiano avuto a comune non solo V origine e la metamorfosi di 
quelle rocce, ma sì bene gran parte della loro istoria. 

Ma alla parola Catena Metaniera, con cui si denomina tutto 
questo insieme, qual significato si deve dare, litologico, geolo- 
gico od orografico? Fu o non fu sempre a comune l'istoria loro 
per tutti questi monti che si comprendono con quel nome solo? 
Ecco in più precisi termini la questione, che io mi sono propo- 
sto, se non di risolvere, almeno di accennare. 

L' isole deir Elba, del Giglio, di Monte Cristo, e si aggiunga 
pure anche V Argentario, che come cime di monti sommersi, si 
alzano dall' onde marine ; le Alpi Apuane, i Monti Pisani, i monti 
di Campiglia e gli altri summentovati della provincia grossetana, 
che ora non sono separati dal mare se non per breve tratto di 
spiaggia, sorgono da pianure alluviali, recenti queste e quella ; 
ma che un tempo essi pure scoscendevano al Mediterraneo dalla 
parte d' occidente ; tutti, sia nella loro generale direzione, sia 
e più specialmente in quella delle formazioni diverse ci mo- 
strano un allineamento nel verso dell' antico asse orografico d' Ita- 
lia supposto dal Suess. E notisi tosto che io parlo sulle gene- 
rati senza negare che non si possa avere nelle singole parti una 
qualche eccezione per cagioni locali. Or bene, collegando l' un 
fatto all'altro, cioè la direzione e la natura dei monti da una 
parte, la postura loro dall' altra, il Savi giunse alla conclusione 
che tutte queste parti della così detta da lui Catena Metallifera 
altro non fossero che resti di maggiori montagne,' conclusione 



* Considerazioni sulla Geologia stratigrafica della Toscana^ 1851. 

* Sui vari sollevaìnenti ed abbassameììti, che han dato alla Toscana la 
9M attuale configurazione, — Nuovo Giornale dei Letterati, — Pisa 1837. 



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- 318 — 

confermata anche dagli studi del Cocchi, e che apri la via alle 
più generali che dopo trentacinque anni dedusse il Suess per 
tutta Italia. 

In questi monti, marittimi o litorani, eccettuata la Val di 
Magra, non un lembo di terreno marino più recente delP eocene 
appare sollevato, né dall'eocene in poi altro terreno più antico 
dell'alluvione postpliocenica si accosta loro ai fianchi diruti; non 
colline, non rialti, se non le dune, fra essi e il mare; i, terreni 
miocenici e pliocenici sollevati sì, ma a più o meno grande di- 
stanza, e sempre indipendenti. £ se air Elba alcuni recentissimi 
conglomerati si veggono sulla costa a considerevole altezza, come 
li descrive il Cocchi,* conviene riflettere che in questa classica 
isola le cose sono, o almeno appariscono, più complesse che al- 
trove. In ogni modo non hawi eccezione per i terreni miocenici, 
e tanto meno per i pliocenici. 

À bene studiar ciò conviene guardare a occidente dei monti 
litorani, dalla parte cioè che guarda il mare, che dalla parte di 
terra le cose appariscono meno semplici per l'intervento del- 
TApennino e della Catena Ofiolitica, ma ciò non per tanto con- 
siderando l'insieme di questi monti che costituiscono la Catena 
Metallifera, ci sembra logica la deduzione che quest' ultima catena 
debba avere avuto per il passato maggiore altezza che adesso; 
e senza pregiudicare la questione se nei primi tempi terziari o 
piuttosto nei secondarj ella raggiungesse la massima elevazione 
e avesse la sua più spiccata individualità di catena assiale; fatto 
è che negli ultimi tempi eocenici deve pure avere avuto, almeno 
per quelle parti sulle quali appariscono sollevati i terreni eoce- 
nici, un massimo di elevazione di fronte a quella che attual- 
mente conserva. £ fa pure mestieri ammettere un abbassamento 
successivo alla massima sua elevazione, abbassamento che dette 
luogo alla formazione dei terreni miocenici e pliocenici, che sol- 
levati poscia in colline, ora ci appariscono fra l' uno e l' altro 
membro di questa catena, là dove un tempo dovettero essere le 
sue porzioni scomparse. Il Savi voleva che l' inabissamento della 
Catena Metallifera fosse avvenuto dopo al pliocene e forse contem- 
poraneamente al sollevarsi delle colline subapenniniche; ma am- 



• Descrizione geologica delV isola d'Elba^ 1871. 



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— 319 — 

messa P esistenza dell' antica catena occidentale d' Italia, come 
sostiene il Suess, e come fa credere, lo ripeto, V allineamento uni- 
fonne dei monti litorani summenzionati, o meglio delle formazioni 
loro, conviene ammettere anche che queir inabissamento comin- 
ciasse assai prima, certo prima del miocene, senza per questo 
negare V ultima fase post-pliocenica così bene studiata dal Savi. 
Sono anzi incontrastabili gli argomenti addotti da lui a prova 
del doppio movimento, o d' altalena, com' egli lo chiama, per il 
quale da una parte s' abbassavano le Alpi Apuane e i Monti Pi- 
sani e dair altra si sollevavano le colline subapenniniche ; e di- 
scorrendo le ghiaie delle Colline Pisane in una nota stampata 
in qu^to stesso Bollettino,^ addussi io pure i risultati di questo 
stadio come conferma alla bella teorica del Savi. Ma se tutto 
ciò prova che più alti e insieme anche più estesi d'oggi furono 
nei tempi pliocenici i Monti Pisani e le Alpi Apuane, e che si 
inabissarono, almeno dalla parte del mare, al sollevarsi delle 
colline plioceniche, onde si formò il baratro ripieno poi dalle 
alluvioni dell' Amo e del Serchio ; con ciò non si vien per nulla 
a contradire gli abbassamenti anteriori, senza di che non s' in- 
tenderebbe come si fossera potuti formare entro alle acque ma- 
rine i depositi miocenici e pliocenici, che oggi appariscono sol- 
levati fra gli sparsi resti di quel!' antica catena. Contemporanea- 
mente a questo grande ed ultimo (fino ad ora) abbassamento 
della Catena Metallifera, certo dopo la deposizione di tutto il 
pliocene o della maggior parte di esso, si sollevarono gli Apen- 
nini all'altezza attuale, mentre essendo pure emersi per lo 
innanzi nella loro parte occidentale formavano un contrafforte 
alla grande catena assiale, oggi in gran parte sommersa, con- 
traffotte allora di lei meno alto, e divenuto oggi, orograficamente 
considerato, la catena principale. Per questo sollevamento post- 
pliocenico dell' Apennino, del quale fanno fede i terreni terziari 
recenti sollevati a grande altezza sul suo fianco adriatico, e per 
r abbassamento occidentale della Catena Metallifera, da una parte 
s' inalzarono le sorgenti, dall' altra si ravvicinarono loro le foci 
dei fiumi, ond'essi vi scavarono i loro letti, pieni, di depositi 
torrenziali o diluviali che sieno, come fra gli altri ne porge bel- 

• Bollettino del Comitato geologico d' Italia. 1872. 



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— 320 — 

lissima testimonianza la Lima; se pare non cambiarono corso 
da oriente a occidente, come per alcuni sembra che accadesse 
allora o prima; essendoché la natura di certi terreni che si 
veggono al di là dell' Apennino ce ne mostri la proveni^iza 
dalle rocce che stanno al di qua (vedi Cocchi, Mem, cit e 
Lez. or., pag. 24 e 98); né i frammenti di queste vi potessero 
arrivare se fosse allora esistito quel serraglio naturale. 

Due deduzioni emergono dunque da questo studio: 

1° Che i cambiamenti di livello non furono sincroni fra i 
monti litorani della Catena Metallifera e TApennino, il quale 
da catena secondaria che prima era, é divenuto oggi la princi- 
pale dell'Italia peninsulare; anzi ei pare fuori di dubbio che 
procedessero in senso inverso negli ultimi tempi terziari. 

2* Che per quei monti litorani e altri insulari della stessa 
natura, salvo eccezioni locali e di niun valore in uno studio ge- 
nerale, una volta cominciato l' abbassamento andò mano a mano 
progredendo, onde ora non si veggono che i resti delle loro più 
elevate cime. La loro istoria procede in una sola direzione dal 
finire dell'eocene fino all'.attualità. 

Resta ora a istituire il paragone con gli altri monti della 
Catena Metallifera che si trovano assai dentro terra e segnata- 
mente con la Montagnola Senese. 

Osservando la carta geologica della provincia di Siena, che 
fu pubblicata dal Campani nel 1865, nel vedere come a diffe- 
renza delle Alpi Apuane, Monti Pisani, Monte Argentario, ec, 
si appoggino alla Montagnola Senese le sabbie e le argille plio- 
ceniche, e nel vedere com' essa resti compresa nell' asse, o per 
lo meno nel campo, del sollevamento subapenninico, che dai 
Monti Livornesi (senza contare la Meloria e altre piccole isole 
che quali sentinelle avanzate s'alzano dal mare vicino) si pro- 
tende per Volterra e per la stessa Montagnola fino alla vaile 
della Chiana, mi era subito fatta la domanda: ma questa Mon- 
tagnola Senese, quale ora ci apparisce, fa parte della Catena 
Metallifera o delle colline subapenniniche ? E la mia risposta 
inclinava sempre a questa ultima conclusione, alla quale m' in- 
duceva anche un taglio geologico preso dal prof. Capellini nella 
Montagnola suddetta, nel qual taglio sulla calcarla cavernosa di 
Monte Luco apparisce un deposito pliocenico, prova evidente 



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- 321 - 

della sommersione di questa catena durante i tempi pliocenici e 
del suo successivo sollevamento. 

Una visita fatta alla Montagnola Senese, o per dir meglio 
un colpo d'occhio gettato su lei, mi confermarono viepiù nel- 
r opinione, che la storia ultima di questa montagna fosse ben 
diversa da quella di altre parti della Catena Metallifera. 

Di fatti, già dissi, come su lei si adagino i sedimenti plioce- 
nici sollevati, ed ecco una prima e sostanziale di£ferenza. Il mare 
non la raggiunge da nessun lato, e se in taluni punti essa sem- 
bra scoscendere al piano in ben altri e per grande estensione si 
congiunge alle colline subapenniniche. Delle quali ha pur V an- 
damento e le dolci pendenze, che in lei non ci è più dato ve- 
dere r aspetto alpino dei Monti Apuani; non le cime alte ed 
acute, non i fianchi ripidi e talvolta scoscesi dei Monti Pisani, 
deir Argentario, ec; non T allineamento delle valli, non quello 
delle formazioni, che sono invece in mille guise rotte e scon- 
volte, onde suolsi dire dai paesani che il monte è rintronato. 
Sui monti litorani della Catena Metallifera ti sembra vedere la 
impronta della vecchiezza nelle cime flagellate dalla denudazione ; 
nella Montagnola Senese invece V aspetto è di giovane montagna 
sollevata con dolci curve, quali si hanno in tutte le colline suba- 
penniniche. Inoltre, siccome mi fu assicurato, che le ghiaie della 
formazione subapenninica, almeno in generale, sono di Alberese, 
Macigno e di altre rocce, ma non di Quarzo, Anagenite, Quar- 
zite com' è di quelle delle nostre colline pisane, così si avrebbe 
in ciò anche un nuovo argomento a conferma della di£ferenza fra 
la Montagnola Senese e i Monti Pisani, le Alpi Apuane, ec. Lo 
stadio delle ghiaie subapenniniche è interessantissimo sotto questo 
aspetto, e chi ricercasse con ogni diligenza la natura e la pro- 
venienza di quelle delle colline senesi potrebbe risolvere defini- 
tivamente la questione. 

Altro argomento importante a sostegno della mia tesi mi è 
dato dai travertini, che secondo il Campani ' si trovano a Fro- 
sini, al Poggio della Rosa e in vari altri siti sopra e attorno 
alla Montagnola Senese. Di fatti ove si mostrano i travertini? 
Là dove si hanno gli effetti di recenti sollevamenti, producen- 

• Sxdla Ckstituzione geologica della provincia di Sienay 1865. 



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- 322 — 

dosi appunto mercè delle acque calcarifere, che si fanno strada 
per le fessure prodottesi nei movimenti del suolo. Negli abbas- 
samenti e nei sollevamenti si hanno interruzioni di continuità, 
ma per i primi le parti sconnesse inabissandosi non possono che 
in rari casi offiire adito verso la superficie emersa alle acque 
circolanti nella terra; per i secondi invece, cioè per i solleva- 
menti, le parti rotte, discontinue, sollevate offrono tutta l'op- 
portunità al prodursi delle sorgenti, che se calcarifere danno 
origine ai travertini; la di cui produzione va poi mano a mano 
diminuendo a misura che per le incrostazioni calcari si ostrui- 
scono le vie aperte nelle rocce dal loro sollevamento. 

Tale è V istoria di tutti i nostri travertini che si trovano là 
appunto, ove ne è dato intenderne la origine nel modo da me 
indicato. Nelle regioni vulcaniche, ove le fessure si producono 
frequentemente, e nelle due catene montuose apenninica e ofio- 
litica di recente sollevate ne abbiamo numerosissimi esempi. Sa 
quel di Pitigliano, ove abbondano i tufi vulcanici, li cita il Savi; 
nei terreni ofiolitico-subapenninici s' incontrano a Casciana, nelle 
vicinanze di Volterra, a Colle di Val d'Elsa, presso Poggihonsi, 
alle Galleraje, nei dintorni di Montepulciano e in tanti altri 
luoghi, che lungo sarebbe l'annoverare; nell'Apennino a Monte 
Catini di Val di Nievole ec; e da per tutto la produzione del 
travertino, se non sia cessata, è oggi ben piccola di fronte al 
passato per le ragioni soprallegate, che apertesi le vie sotter- 
ranee per il sollevamento postpliocenico andarono e vanno grado 
a grado ostruendosi. 

I travertini ci offrono pertanto il mezzo di determinare la 
cronologia dei sollevamenti montuosi e pel caso nostro della 
Montagnola Senese ci svelano viemmaggiormente come essa abbia 
oggi più stretti legami orografici con i colli subapenninici che con 
le Alpi Apuane, i Monti Pisani, il Monte Argentario e altri monti 
litorani della così detta Catena Metallifera ; nei quali per quanto 
io sappia, non esistono travertini. Che se a Monsummano si tro- 
vano, e se il monte di questo nome è generahnente considerato 
come una piega, come un lembo esteriore dei Monti Pisani; io 
credo piuttosto che così quale ora ci apparisce connettasi invece 
all'Apennino e abbia con esso nella storia dei sollevamenti la stessa 
correlazione che la Montagnola Senese ha coi colli subapenninici. 



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- 323 - 

L'eccezione dunque non è che apparente, rientra anzi essa 
pare nella regola generale; onde appar manifesto che i traver- 
tini, dandoci un mezzo per riconoscere quali dei monti delP an- 
tica Catena Metallifera siano stati risollevati dopo il pliocene e 
quali no, ci porgono nuova conferma alla conclusione da me de- 
dotta per la Montagnola Senese da altri e non meno validi 
argomenti.* 

Panni dunque si possa ritenere con ogni verosimiglianza 
che la Montagnola Senese dopo aver seguito le altre catene 
sorelle nelle loro fasi prima di emersione, indi di abbassa- 
mento, sopravvenuto il sollevamento postpliocenico nuovamente 
si risollevasse, mentre quelle continuavano a discendere. Per 
lo che, mentre le Alpi Apuane, i Monti Pisani, l'Argenta- 
rio, ec, tanto orograficamente che geologicamente non sono che 
resti di quell'antico asse montuoso d'Italia anmiesso dal Suess; 
la Montagnola Senese invece, quale ora ci apparisce e consi- 
derata orograficamente, appartiene alle colline di sabbia e d'ar- 
gilla comprese com'essa nella zona del sollevamento subapen- 
ninico. Con le altre montagne testé citate della Catena Metallifera 
non ha a comune, lo ripeto, che la storia antipliocenica; come 
catena montuosa è giovane, mentre quelle son vecchie. 

* Nei monti litorani della Catena Metallifera, se non esistono travertini, s* in- 
contrano bensì le calcarle cavernose, che compariscono pure nella Montagnola 
Senese, a Massa Marittima ec. ; e mi piace far qui menzione di si fatta roccia 
perchè se vero è che in molti casi almeno le calcarie cavernose si debbano consi- 
derare come travertini antichi metamorfosati, lo studio loro ci apre un utile 
campo d* investigazione. Se tali esse sieno, come fa anche credere il loro modo 
di presentarsi ora in forma di diga (che ci rappresenta T antica via delle acque 
calcarifere otturata da esse medesime), ora di masse più o meno irregolari, più 
o meno grandi, spesso isolate e ripetute a breve distanza sulla china del monte ; 
se tali esse sieno, Io ripeto, conviene studiarle diligentemente in correlazione 
si alle altre rocce, ma in special modo alle discordanze loro. Esse non occupano, 
né possono occupare (e ciò s* intende facilmente ripensando air origine loro) un 
posto ben definito nella serie stratigrafica essendosi formate sopra V una o T altra, 
dentro questa o quella delle rocce che le precedettero; ma possono e debbono 
bensì essersi prodotte a seconda dei casi in uno o più tempi ben distinti, e 
darci lume a rintracciare la cronologia geologica. 

In tal modo considerate le calcarie cavernose se non si possono adunque 
ritenere come un termine della serie stratigrafica dei terreni, ci guiderebbero per 
altro a riconoscere le varie fasi di movimento delle catene montuose e al pari 
dei travertini ci porgerebbero un valido aiuto a stabilire la cronologia dei 
sollevamenti. 



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— 324 — 

Ma queste mie parole non debbono ritenersi come sentenze 
inappellabili; lungi da me anche il pensiero. Con esse piuttosto 
che aver la pretesa di definire sì fatta questione, ho inteso di 
richiamarvi su l'attenzione dei geologi, e in special modo se- 
nesi; e sarò ben lieto, anche a costo di venir contraddetto, se 
pur fossi riuscito a fare studiare diligentemente questo gruppo 
di monti, che a ninno è secondo per V importanza e varietà dei 
problemi geologici che e' invita a risolvere. 

Né a questa sola catena di monti converrebbe limitare lo 
studio e il paragone, che forse anche in altri ci sarebbe facile 
trovare conferma alle idee sopra enunciate. A Cotona sono cal- 
carle liassiche, e se ne trovano anche altrove su quel di Siena; 
nelle vicinanze di Massa-Marittima compariscono in alcuni punti e 
calcarle cavernose e altre rocce proprie della Catena Metallifera; a 
Jano, presso Volterra si veggono a giorno e in mezzo alle ofioliti 
e ai terreni terziari strati di pietre antiche, e perfino di schisti 
antracitosi dei tempi carboniferi; e qui mi piace notare come 
il Meneghini,' parlando di quest'ultimo luogo, dicesse: a La pre- 
senza delle rocce ofiolitiche esservi anche connessa al sollevamento 
dei terreni secondari più antichi e dei paleozoici. » E questi 
monti di Jano, di Massa-Marittima, di Cotona e altri sparsi qua 
e là nel campo del sollevamento postpliocenico, e sui quali si 
hanno pure travertini più o meno copiosi, ci danno in piccolo V im- 
magine della Montagnola Senese; ei paiono lembi, brani delF an- 
tica Catena Metallifera inabissata risollevati, e questo solo dubbio 
basta a mostrare l'importanza d'istituire il paragone su dati 
certi e numerosi, senza trascurare lo studio dei terremoti, che 
anche in questi ultimi anni sono stati così frequenti appunto in 
questa zona di sollevamento, il cui asse passa per i monti di Livorno, 
Orciano, Castellina, Riparbella, Volterra, Montagnola Senese, 
Siena, ec, luoghi tutti tormentati sovente dal terribile flagello. 



* Della presenza del ferro Oligisto nei giacimenti ofiolitid di Toscana, 
Nuovo Cimento. Pisa, genn.-febbr. 1860, pag. 8. 



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— 325 — 



IL 



SuUu probaMe esistenza di avanzi di antichissime industrie 
umane nella cosi detta Terra gialla di Siena. — Cenni di 
Antonio D'Achiardi, 

Agli ultimi del decorso settembre, in occasione del Congresso 
dei Naturalisti italiani visitando le cave della così detta Terra 
gialla di Siena, situate presso al paese di Castel del Piano al 
luogo denominato Le Mazzardle, nel ripensare alla modernità 
del deposito limonitico e nel vedere come da cima a fondo sia 
tutto messo allo scoperto per levarne la terra suddetta, mi venne 
in mente che là dentro potessero rinvenirsi oggetti di antiche 
industrie. Difatti il deposito ocraceo è di origine recente, efifet- 
tuatosi in un bacino ristretto e in seno alle acque, e perciò in 
condizioni opportune per accogliere e conservare gli oggetti che 
in tempi antichi potevano esservi caduti dentro. Inoltre la terra 
che si mette in commercio si scava per taglio e si leva tutta, 
onde ripensava fra me, che se giacimenti di oggetti preistorici 
dell'industria umana vi abbiano in favorevoli condizioni per lo 
studio, ninno certo avrebbe potuto uguagliare o per lo meno 
superare questo delle Mazzarelle. Domandai pertanto a uno che 
mi stava vicino ed era del luogo, se fossero state mai rinvenute 
pietre focaie, punte di saette o altri oggetti dentro alla Terra 
gialla, e mi fu risposto di sì; anzi di lì a poco venne e mi 
portò un frammento di coltello o raschiatoio in piromaca, che 
mi disse aver ritrovato In quella stessa cava, ove allora ci tro- 
vavamo. Altro non potei raccapezzare per il momento, ma ritor- 
nato a Castel del Piano e visitando la pubblica mostra che ci 
avevano preparata dei prodotti naturali del paese circostante, fra 
gli altri oggetti fermarono la mia attenzione alcune rozze scheg- 
gie di selce e diaspro, delle frecce meglio fatte in piromaca e 
degli oggetti in bronzo o in rame (che ben non ricordo), l'uno 
dei quali raffigurava una bestia e forse erano idoli. 

Domandai tosto di dove provenissero e da più d'uno mi fu 
risposto dalle cave delle Mazzarelle, e domandato ancora se in- 
sieme confusi separati vi si rinvenissero questi oggetti sì di- 



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— 326 — 

versi fra loro, mi fu risposto che gP idoletti di metallo erano 
stati trovati nella parte più superficiale del deposito limonitico, 
quelli in selce nella inferiore, lo che appunto sarebbe in armo- 
nia con la durata lunghissima e grande lentezza della deposi- 
zioo^e limonitica e conseguente diversità nelP età dei suoi strati 
Io non ebbi la fortuna nel poco tempo che passai nella cava 
di rinvenire alcuno degli oggetti sia in selce, sia in metallo, né 
ciò era facile non avendovi fatte speciali ricerche; per lo che 
delle cose dette nuir altra malleverìa posso dare che la fede 
nelle persone che me le asserirono. Ciò non pertanto, non sa- 
pendo che da altri ne sia stata fatta menzione, ho creduto bene 
di notare questi fatti, affinchè s' intraprendano più diligenti ricer- 
che e per invitare i padroni delle cave, o chi le ha in affitto, 
a tener contò degli oggetti che ritrovassero per l'avvenire, no- 
tando scrupolosamente la profondità a cui giacciono e le reci- 
proche correlazioni di posizione ; poiché, lo ripeto, se la presenza 
degli oggetti summentovati sia vera, come mi venne asserito, 
nessun luogo meglio delle Mazzarelle potrebbe offrire le condi- 
zioni le più opportune per gli studi paleoetnologici. Là a simi- 
litudine delle Terreraare il deposito si cava tutto da cima a fondo, 
e cavandosi per taglio tutte le varie età vi si possono vedere 
rappresentate al loro posto senza che vi sia il caso, com' è di 
alcune caverne, che gli oggetti testimoni di quelle diverse età 
siano stati confusi fra loro. 



IH. 

Osservazioni geologiche fatte nel Carso, nel territorio 
di Monfalcone ed alle foci dell' Isonzo. 

. (Estratto da una nota del prof. T. Tabamilli, 
inserita negli Annali dei R. htituto Tecnico di Udine, Anno V.) 

La regione che prendiamo ad esaminare presenta i caratteri 
orografici più spiccati delle formazioni che ivi si manifestano. 
Ad oriente un altipiano calcareo limitato a mezzogiorno ed a Nord 
da due lembi di terreni arenaceo-marnosi, si mostra di contorni 



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— 327 — 

tondeggianti, cosparso di aspri macigni, corroso dalle acque e 
quasi nudo d'ogni vegetazione. Ad occidente una pianura leg- 
gennente inclinata verso il mare, che in parte la ricopre, si di- 
spiega a ventaglio ed è costituita dalle alluvioni postglaciali ed 
antropozoiche delP Isonzo. Dessa ha nella sua parte sommersa una 
pendenza media del 2,5 per mille. L' altipiano calcareo è costi- 
toito da una massa principale che ha un'altezza massima dì 
270 metri al Monte San Michele a N.E. di Sagrado, ma in me- 
dia oscilla alla sua superficie fra 100 e 150 metri sul livello del 
mare. Da questa massa si stacca a Nord di Redipuglia un promon- 
torio che si eleva di 20 metri sul piano circostante. Un altro 
sprone calcareo si protende verso N.O. dal piccolo lago di Pie- 
trarossa, e si perde nelle alluvioni a Ronchi, comprendendo nelle 
falde deir altipiano la valletta di Sels : questa che or sono po- 
chi anni era occupata dal laghetto Mucille, ora non presenta che 
un campo d' ocra rossa, che s' incontra nelle depressioni del Carso 
fra i detriti ond'è ingombra la superficie dell'altipiano. Lo 
stesso altipiano presenta due depressioni le più profonde, occu- 
pate dai due laghetti di Pietrarossa (11"*,2) e di Debordò (13"). 
Dal primo esce il torrente Locavaz che si perde nelle paludi del 
Lissert: il secondo non presenta né scaricatori né affluenti vi- 
sibili : da aprile a giugno desso ha una profondità di cinque 
metri ed una lunghezza di quasi un chilometro, ma al finire della 
estate si riduce ad un fosso serpeggiante tra canneti e giunchi 
che vengono poi sonunersi al nuovo anno. 

Due collinette calcaree, V una detta Sant' Antonio, V altra La 
Punta, sporgono presso Monfalcone dalle recenti alluvioni del 
limavo e del Locavaz. Erano ancora due isolette al secolo VII 
dell'era volgare, prima che fossero circondate dalle alluvioni 
suddette; a' tempi di Plinio dalla prima collina zampillavano le 
acque termali monfalconesi. La regione del Carso è limitata ad 
oriente dalla depressione detta II Vallone, che scorre per 9 chi- 
lometri verso N.E. dalla svolta della strada sotto Jamiano sino 
alla valle del Vipacco scavata nelle rocce eoceniche arenaceo- 
mamose. A ponente è questo lembo del Carso limitato dall' Isonzo 
e dalle sue alluvioni. L' Isonzo taglia la formazione eocenica che 
ricompare sulla destra formando le colline di Farra e le minori 
eminenze che affiorano dalle alluvioni terrazzate fra il Versa e 



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- 328 — 

il Jadrìo a Monticello, a Longoris ed a N.O. di Borgnano. Questi 
affioramenti di rocce arenacee danno idea della cresta di strati 
eocenici, ora quasi erosa e sepolta dai tàlus posterziarii, che 
si appoggia sopra una continuazione verso ponente dell' alti- 
piano cretaceo rappresentata dal colle di Medea* A Sistiana, 
posta al S.O. di Monfalcone, s' incontra V altro lembo di terreni 
eocenici che corre verso Trieste e limita a mezzodì V altipiano 
cretaceo. 

La serie dei terreni costituenti T altipiano si studia assai 
bene percorrendo attentamente i versanti del Vallone e delle 
altre depressioni. Alla forma dell' altipiano che contraddistingue 
qui come nel Friuli e nelle Alpi Giulie la formazione cretacea, 
corrisponde una stratificazione leggermente ondulata. In gene- 
rale, r inclinazione è assai debole ed ognora distinta e regolare; 
la potenza degli strati assai varia, più grande nei superiori 
che negr inferiori. 

La base di questa porzione del Carso consta di calcari sot- 
tilmente stratificati, alcun poco arenacei, talora brecciati e di- 
stinti da una tinta più o meno oscura per materie bituminose. 
La presenza del bitume è sempre manifestata da forte odor di 
petrolio che manda il calcare percosso; esso si raccoglie talora 
nelle fratture della roccia. Questi strati bituminosi affiorano dal 
Vallone ai laghi Doberdò e di Pietrarossa, passano dietro la col- 
lina di Monfalcone e seguono le falde dell' altipiano cretaceo fino 
a Vermeano. Lo spessore di queste rocce e le relazioni strati- 
grafiche coi piani ad esse sottostanti, non si possono rilevare 
giacché questa è la formazione più antica del Carso. Se ne può 
però, per i caratteri litologici, assegnarle un orizzonte corri- 
spondente a quello degli strati di Comen come lo indica la Carta 
geologica dell' Impero Austriaco. 

In questi strati bituminosi non fu possibile rinvenire gli it- 
tioliti di cui parla il Berini in una sua Memoria pubblicata 
nel 1826. Non si trovarono a questo livello altri fossili che dei 
piccoli e numerosi gasteropodi (Nerinee) sul versante occiden- 
tale della Punta di Castellazzo. Sono però così mal conservate, 
da non permetterne una sicura determinazione specifica ed ap- 
poggiare r ipotesi che gli strati di Comen, per la loro presenza, 
corrispondano al Cenomaniano. Lo stesso genere di fossili è pure 



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— 329 — 

assai comune alla base della formazione cretacea del Monte Ca- 
vallo, al lembo occidentale del Friuli. 

Sagli strati bituminosi s' innalza la formazione più caratteri- 
stica del Carso, cioè la Creta a Budiste^ con una potenza di 
circa 170 metri. La fauna di questo terreno fu pubblicata quasi 
per intero dal prof, Pirona allorché illustrò la fauna di Medea. 

Le specie comuni alla fauna di Medea trovate nel tratto tra 
Duino e Sagrado sono: 

SphBnUites Ponsiana. D'Arch. 
B Meneghiniana. Pir. 

» Visianica. Pir. 

» Pasiniana. Pir. 

Badiolites Zignotma. Pir. 

» lumbriccdis. D' Orb. 

Altre due specie che sembrano nuove furono rinvenute. Una 
di SpJkjerulites, provenienti dalle cave di Sdrausina, di Sagrado 
e di Fogliano ; V altra di Badiolites elegantissima, comune assai 
nei colli di Soleschiano e di Vermeano. 

Alle numerose ippuritidi che costituiscono talora quasi per 
intero la roccia, aggiungonsi delle foraminifere politalamiche 
analoghe a quelle della creta svizzera, studiate dal prof. Heer. 
Desse si raccolgono per lo più in un deposito ocraceo di 5 o 6 
metri di potenza, addossato alle falde settentrionali del colle 
verso Borgnano. Quest' ocra rossa talora compatta e stratificata, 
presenta una composizione chimica tanto diversa da quella del 
calcare a Radioliti^ che non si può ritenere che essa sia il pro- 
dotto dell' erosione di questo. Essa ricopre tanto il calcare cre- 
taceo a Rudiste che il calcare eocenico ad Alveoline di Santa Fosca, 
che vi si adagia sopra alquanto discordante. Essa fu quindi de- 
posta negli ultimi periodi dell' eocene. 

Nel tratto da Gabria a Devitaki e da San Martino a Do- 
berdò, si osservano sezioni di Hippurites in roccia analoga a 
quella di Nabresina. A Miceli di Vallone, sopra gli strati bitumi- 
nosi furono raccolti diversi esemplari di un' Ostrea a coste ra- 
mificate eguali a quelle rinvenute nel calcare cretaceo di Toppo 
(Friuli occidentale). 

La formazione a Rudiste del Carso appartiene in complesso 
ai più antichi periodi della Creta Superiore. 

22 



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— 330 — 

Nel Carso manca la scaglia rossa^ e resta quindi più palese 
e costante la discordanza tra il calcare a Rudiste e le forma- 
zioni eoceniche. Risulta dunque dallo studio di questa regione, 
che le rocce cretacee furono infrante e spostate prima del sedi- 
mentarsi delle rocce eoceniche. Lo conferma V indole lacustre di 
una gran parte dei depositi dell' Eocene inferiore della penisola 
Istriana. 

Queste rocce formano la continuazione della^ serie eocenica 
cotanto sviluppata nelle colline tra il Tagliamento e Y Isonzo. 
Sono nella maggior parte arenacee, come nelle colline di Bai- 
trio, di Rosazzo, di Cormons e di Grorizia ; ma negli strati più 
profondi sono calcaree, e solo distinguibili dal cretaceo per la di- 
scordanza e per la stratificazione più accidentata. Le arenarie 
con fucoidi cosparse di avanzi carboniosi, si alternano con letti 
marnosi e sono fortemente contorte. 

Gli strati inferiori, che ancor più da vicino circondano gli 
affioramenti del calcare cretaceo, sono ancor più a questo so- 
miglianti. Ad immediato contatto degli strati a rudiste presen- 
tansi gli strati ad Alveolina^ che si scavano a Sistiana e che 
ricompaiono a Mema, a Gabria, a Rubia, a Pitiano ed a Santa, 
Fosca (Borgnano). 

A Sistiana si raccolsero begli esemplari di una Lucina: a 
Santa Fosca alle falde N.E. delP altipiano di Gradisca, frammenti 
di Echinidi. Si presentano quindi strati nummolitici meno conti- 
nui di un calcare oscuro più del precedente, affioranti nel tratto 
da Mema a Sagrado. 

Queste rocce non si osservano in alcun luogo del Friuli alla 
base della formazione arenacea, che è separata dal calcare a 
Rudiste per i conglomerati pseudo-cretacei. Le escursioni quindi 
nei dintorni di Gradisca e di Monfalcone permettono di stabi- 
lire le transizioni per le quali la serie eocenica friulana si con- 
nette alla serie isocrona dell'Istria. 

La struttura litologica e la composizione dei calcari eocenici 
diversificano poco da quelle del calcare cretaceo : la vegetazione 
però è più robusta e rigogliosa su quelli. Da ciò dipende l'a- 
spetto che presenta la regione di colline che si stende dalla 
valle del Vipacco fino al mare : ivi si osserva un lembo di folte 
boscaglie e di coltivi recingere un petroso deserto, che presenta 



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— 331 — 

solo qua e là qualche cespuglio e qualche forra di carpino o dì 
quercia. Nelle depressioni ove si raccolse maggior quantità di 
ocra ferruginosa eocenica, si vede una più ricca verdura: tali 
depressioni imbutiformi, che gli Slavi chiamano Doline^ imboc- 
cano in sotterranei condotti, col tempo interratisi. Taluni di 
questi presentano al centro delle aperture che si spingono a pro- 
fondità notevoli. Celebre assai è la Grotta del Carso, nella quale 
scompaiono dopo un corso più o meno breve i torrenti, e si rac- 
colgono le acque pluviali assorbite dalle fenditure degli strati, 
per poi ricomparire alla base dell' altipiano presso il mare. Tanto 
questa che le sorgenti del Timavo e le Doline^ che conservano 
tuttora il loro condotto, attestano il passaggio di corpi d' acqua 
assai più con^derevoli che gli attuali, e dimostrano la forza 
erosiva, sia chimica che meccanica, delle acque, esercitata per 
lungo volger di secoli nel formare, o per lo meno nell' allargare 
tali cavità ; non che V azione della chimica ricomposizione colla 
presenza di enormi stalagmiti che tendono ad otturarle. 

Le accennate soluzioni di continuità si spiegano colla pre- 
senza costante in quelle acque circolanti deir acido carbonico, in 
una proporzione molto maggiore delP attuale, ciò che non poteva 
accadere che nel caso che P acqua stessa si trovasse sottoposta 
a pressione di molte atmosfere : poiché è noto che tanta è mag- 
giore la quantità d'acido carbonico che l'acqua può tenere in 
dissoluzione, e quindi la sua facoltà a sciogliere i carbonati cal- 
carei, quanto maggiore è la pressione a cui essa è sottoposta. 
Ora tutto ciò non poteva avvenire che a condizione che l'alti- 
piano cretaceo-eocenico fosse tuttora sommerso a considerevoli 
profondità sotto il livello marino. La formazione quindi e l' am- 
pliamento delle grotte perforanti l'altipiano, avvenne durante 
l'ultimo periodo della sua sommersione o durante la sua emer- 
sione dal mare. 

Venute le acque circolanti in più diretta comunicazione con 
l'atmosfera, in condizioni quindi favorevoli all' evaporazione 
e alla decomposizione dei carbonati, si ebbero i fenomeni d' in- 
crostazione delle grotte, il riempimento delle geodi del Carso, 
non che l' esaurimento od impoverimento delle sorgenti. La fase 
d' incrostazione cominciata coli' emersione dell' altipiano cretaceo- 
eocenico, continuò nei periodi più recenti e perdura nell' epoca 



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— 332 — 

attuale. La selva di gigantesche stalattiti colonnari e le stalag- 
miti della Grotta di Adelsberg rappresentano un lungo periodo 
di secoli, ed una prova se ne ha negli avanzi della fauna plio- 
stocenica che sono in quella grotta quasi superficiali. 

Ultimo avanzo della circolazione dissolvente delle acque nel 
distretto ora esaminato è la termale di Monfalcone, che sgorga 
a pochi decimetri sul livello marino, e da cui la salsedine e la 
temperatura variano colle maree. Il suo potere dissolvente è 
mantenuto per la grande profondità da cui sgorga (per lo meno 
due chilometri), mentre si è da tempo perduto dalle acque dr- 
colanti per la Grotta del Carso, provenienti in generale dalla su- 
perficie. Ciò spiega r esaurimento di alcune sorgenti esistenti in 
tempi storici nelle falde del Carso da Duino a Sels ; la poca 
ricchezza calcarea dell' acqua del lago di Debordò, del Timavo e 
dei pozzi scavati nella roccia cretacea ; ed infine V ostruzione 
della massima parte delle bocche del Timavo descritte dagli 
antichi. 

Oltre la molta minore quantità d' acqua sgorgante dalle boc- 
che del Timavo, è pure osservabile la diminuita altezza di ca- 
duta, che imponente e fragorosa diciannove secoli fa, ora sbocca 
umile e quieta a due metri sul livello medio del mare. Tale 
differenza potrebbe spiegarsi col fatto della formazione del bre- 
vissimo tratto di alluvioni che il fiume si è creato alla foce, 
alluvioni che nelle più alte maree rimangono quasi totaUnente 
sommerse ; ma ancora meglio dall' abbassamento cui andò sog- 
getto in epoca storica il Carso come tutto il littorale dell' Istria 
e della Dalmazia. 

Tale abbassamento è da ritenersi come la continuazione di 
quello iniziato per lo meno sino dall' epoca postpliocenica, estesosi, 
probabilmente all'intera massa delle Alpi orientali e ad una 
gran parte del litorale adriatico italiano. 

A complemento dello studio della regione, veniamo a parlare 
delle alluvioni postglaciali dell'Isonzo. 

Percorrendo il tratto da Sagrado a Gabria, si osservano delle 
masse di conglomerato terziario compatto, franato alla media at- 
terra di 35 metri sul livello del vicino Isonzo, il che prova che la re- 
gione emerse sino dall' aurora del Miocene. La stessa alluvione 
osservasi sulla sponda opposta del fiume alle falde della collina 



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— 333 — 

di Farra e, nel tratto tra il torrente Torre ed il Carso, sotto le 
alluvioni incoerenti e più superficiali, trovasi sempre un conglo- 
merato più meno profondamente inciso dal Natisene, dal Como 
e dal Judrio, e che può pure ritenersi del periodo pliocenico. 
Le alluvioni pliostoceniche formatesi nella prima fase dell'epoca 
posterziaria, e terrazzate nella seconda che continua tuttora, di- 
scendono dalle falde dei monti di Gorizia e dai colli di Cormons 
e di Copriva, con una media pendenza del 7 per mille, sino al 
Umile meridionale dei terrazzi. Tali terrazzi distinti e numerosi, 
accompagnano il corso dei torrenti suaccennati, allontanandosene 
man mano per confondersi colla superficie dei talus postglaciali, 
umestati nelle incisioni fatte nei talus post- terziaria Dessi conti- 
nuano lungo r Isonzo sino allo sbocco di questo nella pianura 
presso a Salcano, sino a Romans ed alla foce del Vipacco, che 
è pure incassato, al suo confluente, in terrazzi di circa 20 metri 
di altezza. Un alluvione ad elementi più minuti, passante ad un 
terreno sabbioso ed argilloso, scende con dolce declivio dal li- 
mite dei terrazzi e ricopre la base del talus glaciale. Tale al- 
luvione costituisce il territorio di Monfalcone ed il tratto 4i 
pianura da Romans al mare. 

Su questo conoide di deiezione postglaciale si disegna il ri- 
lievo dell' alveo dell' Isonzo, che va man mano innalzandosi ri- 
spetto alle circostanti alluvioni da San Pietro al mare, dove si 
projetta colla Punta della Sdobba. 

Dalle osservazioni fatte sulla superficie del talus postglaciale 
dell'Isonzo, e da quelle sulla varia natura del suolo e sotto- 
suolo monfalconese, si può rilevare che questo fiume ha subito 
nel suo decorso diversi cambiamenti di letto. Nei primordi del 
periodo postglaciale, quando ricco d' acque più del presente, ter- 
razzava le alluvioni del periodo precedente, il suo letto scen- 
deva diritto dallo sprone calcareo di Sant' Elia sino a Begliano 
e San Canciano, come lo indica la grossezza dell' alluvione che 
in tale direzione si osserva. Poi, fattesi le acque meno copiose, 
il fiume diramavasi a ponente ed a levante di questo corso, lam- 
bendo da una parte il Carso e dall'altra preparandosi l'at- 
tuale letto. 

Proseguendo la diminuzione delle acque, il fiume si stabilì 
gradatamente in un letto unico. La più certa ed ultima muta- 



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- 334 — 

zione avvenuta più a valle, fu quando il fiume abbandonato il 
decorso delP Isonzatto tenuto nel medio evo, si gettò nel letto 
della Sdobba. Prima che il fiume avesse V attuale decorso per 
la Sdobba, deviando presso Fiumicello, corrispondeva all' at- 
tuale Isonzatto, limite tra le paludi bonificate dell' Isola Mo- 
rosina e le paludi e le barene del delta. Ora, dalF osservare 
che r Isonzatto va col suo corso sino a poca distanza dalla 
foce attuale, ne resulta che da quando si stabilì V attuale 
corso, la sua bocca si avanzò assai lentamente, e ritenendo 
vera V epoca in cui il fiume prese il decorso per la Sdob- 
ba (1490), si avrebbe un avanzamento annuale di 7 metri. Il delta 
deir Isonzo si modificò air epoca dei terrazzi; si espanse alquanto 
dai lati, ma si avanzò di ben poco, come lo dimostra la posi- 
zione deir antico cordone litorale di Grado, anteriore all'epoca 
storica ed un tempo assai più esteso che al presente. 

È probabile che il canale Cemole, la roggia di San Canciano, 
il fiume Cavana e gli scoli della palude di Monfalcone fossero 
gli avanzi di decorsi antichi dei varii rami di questo fiume. 

Mentre V Isonzo creava il vasto apparato di alluvioni postgla- 
ciali che ricopre da Fiumicello alle falde del Carso le alluviom 
glaciali, il torrente Locavaz ed il Timavo formavano indipenden- 
temente da quello un breve tratto di depositi limacciosi finissimi 
che costituisce la palude del Lisert. Le alluvioni postglaciali ora 
esaminate, estese assai in superficie, sono poco profonde, special- 
mente a valle di Perteole, di San Canciano, di Steranzano e di 
Monfalcone, ove comunica la zona acquitrinosa. In fatti quivi la 
sonda si arresta a l'~,50 di profondità contro una sabbia s^glo- 
merata da cemento argilloso, impermeabile alle acque d' infiltra- 
zione che impregnano l'alluvione superiore. Anche i pozzi del 
territorio monfalconese scendono nelle alluvioni suddette a poca 
profondità, variabile da monte a valle da 8 a 3 metri: analoga- 
mente sotto un non potente strato di limo nel porto di Mon- 
falcone, si estrae una fanghiglia argillosa, contenente ciottoli vo- 
luminosi ; tale alluvione ritiensi del periodo glaciale. Questi fatti 
collegati col ritrovamento d'un grosso masso porfirico sull'alti- 
piano calcareo a 50 metri suU' alluvione dell' Isonzo, farebbero 
ritenere che la formazione del sottostrato suddescritto non fosse 
estranea al trasporto d' un ghiacciaio quivi scendente sino al 



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— 335 - 

mare. L' apparato litorale formatosi dopo il periodo di massima 
espansione dei ghiacciai e prima del periodo dei terrazzi, pro- 
sata degli avanzi nelle collinette arenacee e sabbiose di Belve- 
dere, di Centenara, di Isola Domine, di Villanova e di Volperà, 
elevate sino a 7 metri sulla bassa marea. H cordone di Grado, 
come quelli di tutto il litorale Adriatico sino' a Venezia, appar- 
tiene al periodo dei terrazzi. Al Sud di Aquileja, poco lungi 
dalla laguna, fu trovata una freccia di selce, che dimostra che 
la terraferma ha guadagnato in complesso pochissimo nel lasso 
di tempo decorso dalP età della pietra in sino a noi. 

Dair osservazione di un periodo di 20 anni, il fiume depositò 
alla Cona 32 centim. di limo ; da ciò si potrebbe dedurre che le 
accumulazioni delle dejezioni del fiume in 380 anni da che P Isonzo 
scorre nella Sdobba, dovrebbero raggiungere un'altezza di 4 a 
5 metri sul livello marino : invece non si ha che una media al- 
tezza di Ij'^SO, il che indicherebbe un abbassamento secolare delle 
alluvioni più recenti di circa 78 centim. Ma questi dati sarebbero 
per sé insufficienti a dar ragione d' un fenomeno che può dipen- 
dere da cause molteplici e di varia indole. Accenneremo piuttosto 
ad alcuni fatti che comprovano V abbassamento avvenuto in epoca 
storica di questa parte del litorale adriatico. 

Gli scavi fatti ad Aquileja dimostrano che il suolo della città 
romana trovasi a 3°',50 sotto il piano attuale, che è a 4 metri 
sol livello del mare. Ai tempi di Strabone era invece una città 
salubre, circondata da fertili campagne, e vi si arrivava dal mare 
rimontando per quasi 10 chil. il Natisone ; né soffriva danni dalle 
maree, né era infestata da miasmi paludosi che desolarono ne- 
gli ultimi secoli quella regione. 

Alcuni scavi eseguiti lungo il fiume Ansa hanno fatto scoprire 
uno strato torboso con tronchi lavorati, armi di ferro e bronzo, 
e comi di cervo, a 2 metri sotto V attuale marea. A memoria 
d'uomo, tra Aquileja e Grado, esisteva una comunicazione per 
terraferma. 

I canali serpeggianti fra le barene e nelle lagune, imboccano 
direttamente i corsi d'acqua discendenti da terraferma, si da 
far credere essere quelli i letti antichi delle correnti stesse incisi 
in un'alluvione che prima emergeva normalmente dall'alta marea. 

La strada romana da Aitino a Concordia e da Concordia ad 



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— 336 — 

Aquileja, se diretta, come si costruiva da' Romani, doveva scor- 
rere fra le paludi dei due delta dell' Isonzo e del Tagliamento, 
mentre, secondo i geografi antichi, attraversava folte boscaglie 
crescenti in terra ferma. 

L* alluvione dell'Isonzo rappresenta naturalmente la sintesi 
della litologia del bacino in cui si raccolsero le acque, e donde 
scesero i ghiacciai che ne trasportarono i materiali. Sono pre- 
valenti gli elementi calcarei per lo sviluppo grandissimo delle 
rocce calcaree dall' infralias all' eocene medio. L' analisi chimica 
svela nella sabbia del lido una quantità di magnesia doppia della 
massima contenuta nelle dette rocce : tale fatto corrisponde allo 
sviluppo non meno grande delle dolomiti triassiche nella Gori- 
tenza, nella Trenta e nel Bio Bianco di Uccea, non che alle 
prime origini del Torre, del Comappo e del Natisene. Non mao- 
cano le rocce argillose e micacee, le quali provengono dai limi- 
tati affioramenti degli scisti argillosi del Permiano inferiore della 
valle di Idria e delle arenarie micacee del Trias inferiore che 
vi sono associate. Le marne meno compatte, cosi comuni nelle 
regioni eoceniche, sono scarsissime nell' alluvione per essere state 
sciolte, dilavate e condotte al mare, disperse dalle correnti ma- 
rine. I ciottoli quarzosi assai frequenti nelle alluvioni sabbiose 
e ghiaiose, provengono dalle puddinghe quarzose dell' eocene medio 
e dagli arnioni e straterelli silicei, frequenti nel Neocomiano dei 
dintorni di Tolmino e della zona giurese attraversante la valle 
dell' Isonzo sopra Caporetto, e che si ripete nella vallata del- 
l' Idria. Essi prevalgono nelle più minute alluvioni per la loro mi- 
nore tenacità e minor peso specifico degli elementi silicei, e per 
essere esportati dalle correnti in dimensioni assai piccole. 

Non sono infrequenti nelle alluvioni glaciali e postglaciali ì 
ciottoli porfirici, i quali vennero dispersi dal ghiacciaio del- 
l' Isonzo quando era in relazione con quello della valle di Baibl; 
alla stessa guisa che quello del Piave disperse nel Bellunese e 
nel Trevigiano i graniti del Tirolo. 

La grossezza degli elementi alluvionali diminuisce general- 
mente colla pendenza dell' alluvione da monte a valle. Si osser- 
vano però qua e là delle strisele ad elementi più grossi e delle 
aree sabbiose ed argillose. Confrontando poi le alluvioni del suolo 
con quelle del sottosuolo, si scorge che questo, in generale, è 



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— 337 — 

più ricco di terra sciolta. Ciò non si verifica però a Fogliano ed 
a Canciano: la prima è un'area esposta alle più frequenti in- 
nondazioni del fiume, la seconda corrisponde alla zona di minor 
spessore delle alluvioni postglaciali. Le sabbie prevalgono nel 
suolo, le fanghiglie nel sottosuolo: ciò potrebbe dipendere dal 
lavaggio subito dalle alluvioni superficiali per le acque di piog- 
gia. Carattere generale delle alluvioni è la prevalenza dei car- 
bonati e della silice, e la deficienza dei silicati alcalini tanto nel 
suolo che nel sottosuolo. 

Dal complesso dei fatti qui sopra enunciati, e dalle conside- 
razioni che ne derivano, si deducono queste conclusioni : 

1"* L'altipiano del Carso, di Gradisca e di Monfalcone, è 
formato di calcari cretacei (prevalentemente del Turoniano) con 
due striscio di calcare a Borélis e Nummulites (Eocene inferiore): 
con queste si allineano due lembi di arenaria dell' eocene medio, 
che coprono la continuazione verso ponente dell' altipiano calcareo 
che affiora al colle di Medea. 

V Mancano assolutamente i terreni miocenici affioranti nel 
resto del Friuli a ponente del torrente Torre: l'ultimo deposito 
marino ivi lasciato è 1' ocra rossa contemporanea all' emersione 
posteocenica. Il pliocene è rappresentato da un' alluvione cemen- 
tata, quasi sempre sepolta sotto le alluvioni pliostoceniche di- 
stinte per elementi litologici in quella mancanti. 

$• La formazione e successiva ostruzione delle caverne e 
r esaurimento della idrografia sotterranea dell' altipiano calcareo, 
concordano perfettamente coli' idea di una lenta emersione po- 
steocenica della regione. A questa è probabile abbia susseguito 
un abbassamento cominciato nell' epoca pliostocenica e continuato 
neir epoca storica, analogo a quello dell' Istria e della Dalmazia. 

4* L' alluvione glaciale dell' Isonzo è distintamente terraz- 
zata, quantunque la regione corrispondente non si sia innalzata 
sul livello marino nell' epoca postglaciale, n masso porfirico rin- 
Tenuto sulle falde del Carso, indica che il ghiacciaio dell'Isonzo, 
come quello del Piave e forse del Tagliamento, si estendeva 
sino al mare in un' epoca di massima espansione. 

S"" L' alluvione postglaciale non terrazzata del fiume Isonzo 
è prevalentemente calcarea se ghiajosa, più ricca di silice se sab- 
biosa, scarsa di principii argillosi. Sul tàliés di questa alluvione 



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— 338 - 

il fiume andò gradatamente raccogliendosi in uno stabile alveo 
durante T epoca storica. 

6"" Per la scarsità deUe torbide nelle acque di rinascimento, 
per la corrente adriatica e per il progressivo abbassamento del 
delta, questo si è dopo P epoca archeolitica di poco avanzata 
colla sua fronte litorale: si è avanzata invece la punta della Sdobba 
con una progressione di 7 metri air anno. La formazione degli 
attuali cordoni litorali rimonta al perìodo dei terrazzi, e sono 
visibili gli avanzi del cordone litorale delP epoca glaciale.* 



IV. 

Di alcuni BettUi e Mammiferi fossili recentemente scoperti 
nel NordrAmerica. 

(Estratto da Tari articoli inseriti nelVAmer. Jowm, of Sete», and Art», 
New-Haven. 1871.) — Continuazione e fine. 

Rettili tekzurii. 

Crocodtlus jBfiphodon^ Marsh. — Questa nuova specie di pic- 
cole dimensioni, presenta caratteri che la separano da quelle dei 
Crocodiliani conosciuti viventi od estinti. Tratti molto marcati si 
osservano nei denti che somigliano quelli di alcuni Dinosauri. Le 
corone sono molto compresse, alquanto incurvate specialmente 
nella parte anteriore della serie. I lati sono lisci, i margini molto 
taglienti con belle seghettature dalla base air apice; il cranio è 
rugoso e in qualche punto profondamente scavato. H quadrato è 
robusto con la faccia inferiore liscia e coli' estremità distale a 
sezione triangolare. H dorso di questo rettile era coperto di 
spesse scaglie strettamente unite con suture e profondamente sol- 
cate. Il suo orizzonte geologico è T Eocene superiore. 

DimensioBi 

Lunghezza della corona del dente Millim. 17,6 

Diametro transversale alla base 5, 7 

Id. antero-posteriore alla base 10, 4 

Id. trasversale della estremità distale del quadrato. 34, 8 

Id. verticale sulla linea mediana 17, 

Fu ritrovato questo animale a Grizzly Buttes, presso Forte 
Bridger nel Wyoming. 



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— 339 — 

Crocodilus liodon, Mabsh. — Una seconda piccola specie di 
Coccodrillo è indicata dalle più importanti parti dello scheletro 
provenienti, come le precedenti, dai depositi terziari]. I denti 
sono lisci, quasi rotondi alla base, allungati con punti compressi. 
I margini taglienti sono prominenti ed affilati, ma non seghet- 
tati: le mascelle sono prolungate. Il quadrato è corto, concavo 
alla superficie superiore e molto piatto alla fine distale. L' ordi- 
nario foro pneumatico sul margine superiore intemo, è mancante 
rudimentale : sulla superficie inferiore esiste una larga eleva- 
zione longitudinale: il basioccipitale è robusto e uniformemente 
convesso nel senso trasversale. Le ipapofisi delle cervicali sono 
semplici, compresse ed allungate; nelle cervicali anteriori, esse 
sono dirette all'esterno, ma nella undicesima vertebra questo 
prolungamento è verticale; la cavità articolare ha una sezione 
ovale molto larga. Le scaglie dorsali erano articolate: 

Dimensioni 

Diametro trasver. del quadrato alla estremità distale. Millim. 31,6 

Diametro verticale sulla linea mediana 8, 6 

Lunghezza dell'asse col processo odontoide 48,9 

Lunghezza delF undecima vertebra dal margine della coppa 

air estremità del processo articolare 35, 2 

Larghezza della cavità 19,8 

Sua profondità .^ 18, 9 

Lunghezza delF ipapofisi 11,0 

Fu scoperta presso Forte Bridger nel Wyoming. 

Crocodilus afjfinis, Marsh. — I Coccodrilli fossili molto co- 
muni nei sedimenti terziarii del Wyoming occidentale, sono 
grandi rettili, con denti rugosi, conici, a margini taglienti e pro- 
minenti, ma un poco ottusi. In questa specie i premascellari sono 
nella proporzione approssimata di uno a quattro. La sinfisi è 
molto corta ed al margine posteriore superiore è incontrata dalla 
estremità anteriore dello spleniale: le ossa nasali guardano in- 
fuori e formano un setto nella narice estema come nelP Alligatore. 
Le vertebre cervicali hanno ipapofisi che somigliano quelle di 
questo genere. 

n quadrato inoltre è molto ristretto alla sua terminazione ar- 



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— 340 — 

ticolare distale: la sua superficie più bassa è concava con ima 
cresta longitudinale tagliente esternamente alla linea mediana. 

Dimensioni 

Lunghezza del cranio alla superficie superiore. . Millim. 344,8 

Lunghezza dei premascellari 88,2 

Diametro trasversale del quadrato, alla estremità distale. 48, 5 

Diametro verticale sulla linea mediana 15,4 

CrocodUus Chinnélli, Mabsh. — Questa specie, che era di me- 
dia grandezza, somiglia strettamente alla precedente per la forma 
e proporzioni del quadrato, ma ne dififerisce per le mascelle più 
allungate e per i denti più compressi, appuntati e solcati. La 
sinfisi è altresì più lunga e lo spleniale non la incontra. Il ba- 
sioccipitale è transverso ed allungato con un profondo solco ver- 
ticale sulla linea mediana. L' asse è sottile ed ha due solchi al- 
lungati e profondi da ogni lato del canale nevrale, e due meno 
profondi e più distanti sulla superficie superiore del prolunga- 
mento odontoide. Tutte le vertebre hanno strie sui margini delle 
faccie articolari. Le scaglie erano libere e con poche intaccature: 

Dimensioni 

Lunghezza della sinfisi Millim. 70,0 

Massima profondità. 20,3 

Diametro trasversale del quadrato alla estremità distale. 3,6 

Diametro verticale sulla linea mediana 11,0 

Lunghezza dell'asse col prolungamento odontoide 47,9 

CrocodUus brevicoUis, Marsh. — Fra le particolarità di questa 
specie è la relativa cortezza dell' atlante e prolungamento odon- 
toide con esso collegato, e la presenza presso la linea mediana 
della superficie inferiore in tutte le vertebre conservate dì una 
incavatura lunga e profonda, avente tendenza nel suo prolunga- 
mento estemo a produrre le ipapofisi spaccate. L' undicesima ver- 
tebra ha il suo prolungamento così diviso. Le sue diapofisi sono 
inoltre molto allungate, e stanno totalmente sotto la* linea della 
sutura deir arco nevrale. Le faccie articolari hanno forma di una 
larga ovale : 

Dimensioni 

Lunghezza del? asse con prolungamento odontoide. Millim. 45, 
Altezza del prolungamento odontoide 20,7 



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- 341 — 

Soa lunghezza Millim. 13,8 

Lunghezza della undecima vertebra dal margine della coppa 

alla terminazione del processo articolare 35,7 

Massima distanza fra le diapofisi 46,3 

Glyptosaurus sylvestris, Marsh. — Gli esemplari scoperti rap- 
presentano un genere particolare di lucertola di forma affatto 
differente dalle ora conosciute, fossili o viventi. La testa è difesa 
da larghe piastre ossee, sinmietricamente disposte, simili a quelle 
del moderno Heloderma. Anche altre parti, specialmente la regione 
ventrale, erano protette da piastre rettangolari, ornate, unite Tuna 
all' altra con suture. I denti sono pleurodonti, rotondi con punte 
ottuse. I frontali mostrano, specialmente in fronte, una sutura 
mediana distinta formante un angolo un poco ottuso col loro 
margine posteriore. Le ossa articolari sporgono dietro il cotilo 
all' indietro ed in basso come nel Varanus NUoticus. Le vertebre 
dorsali e caudali hanno la stessa forma generale che nel Varar 
fm, ma mostrano traccio di un' articolazione zigosfene, special- 
mente nelle loro rudimentali cavità zigantrali. La coda era lunga 
e in apparenza rotonda. Le specie ora conosciute di questo ge- 
nere si distinguono dal Saniva ensidens, Leidy, per i denti, che 
ndl' ultimo sono compressi, puntati, con margini taglienti affilati. 
La specie di cui è parola può esser caratterizzata dall' avere sui 
frontali in mezzo alle orbite delle scaglie ossee di moderato spes- 
sore, poco elevate, essendo quelle della fila mediana su ogni fron- 
tale più larghe che lunghe. Ogni scaglia è coperta da piccoli e 
nnmerosi tubercoli lisci senza disposizione determinata: 

Dimensioni 

Larghezza di un frontale, al margine posteriore. Millim. 17, 2 

Id. di un frontale, fra le orbite 11, 7 

Lunghezza di cinque scaglie posteriori sulla linea me- 
diana del frontale 19, 8 

Id. di un franunento di mascella portante tre denti. 9, 
Id. delle scaglie ventrali, probabilmente apparte- 
nente a questa specie 19, 

Ampiezza delle medesime 10, 5 

Proviene dal Wyoming, negli stessi depositi dove furono ri- 
trovati gli avanzi di Coccodrilli. 



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— 342 — 

Ghfptosaurus nodostts, Marsh. — In questa specie, alquanto 
più piccola della precedente, i frontali sono più spessi alla sutora 
mediana, e le scaglie fra le orbite molto convesse. La linea me- 
diana di ogni frontale ha le scaglie più lunghe che larghe e quasi 
esagonali. I tubercoli sulle scaglie sono altresì proporzionalmente 
più larghi. Ogni scaglia ha la stessa ornamentazione di quelle 
del cranio. La specie raggiungeva circa 1°* di lunghezza: 

DimensioBi 

Ampiezza di un frontale, fra le orbite Millim. 9,9 

Lunghezza di quattro scaglie sul mezzo del frontale . . 19, 5 

Id. delle scaglie ventrali 15,6 

Larghezza id. id 7,5 

Lunghezza della vertebra dorsale 12,3 

Larghezza della coppa articolare 8,2 

Sua profondità 4,3 

Espansione delle zigapofisi posteriori 12,3 

Glyptosaurm oceUatus, Marsh. — La presente specie è facil- 
mente distinguibile dalle due precedenti per il modo di orna- 
mentazione sulle scaglie craniensi, che sono molto spesse, unite 
con suture, ed hanno i tubercoli disposti in serie concentriche. 
La fila estema dei tubercoli è la più grossa e le due o tre con- 
tigue successivamente più piccole: il centro poi è occupato da 
un gruppo di piccolissime escrescenze senza disposizione definita. 
L* effetto di ciò è di produrre un simulacro di occhio m ogni 
piastra, il che ha suggerito il nome specifico. 

Glyptosaurus anceps, Marsh. — Una piccola specie di lucer- 
tola affatto distinta dalle suddescritte, è indicata da numero^ 
resti trovati in frammenti negli stessi depositi delle precedenti 

Le vertebre hanno cavità e capo articolare transversali come 
quelle delle specie precedenti, ma sono molto meno indinate 
rispetto alla verticale. L* arco nevrale è inoltre meno elevato, e 
r intera vertebra più depressa. I denti sono pleurodonti: la specie 
raggiungeva una lunghezza di circa ©"^jOG. 

DimensioDi 

Lunghezza della vertebra posteriore dorsale dal margine 

della coppa all' estremità del processo articol. Millim. 6, 2 
Ampiezza della cavità 4, 5 



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— 343 — 

Sua profondità. Millim. 2, 2 

Espansione delle zigapofisi anteriori 9,5 

Gli avanzi provengono dal Wyoming. 

Tterodadylus Oweni, Màbsh. — Nella formazione del Cretaceo 
superiore, nel Kansas occidentale, furono pure ritrovati avanzi 
di un immenso rettile volante, in apparenza del genere Piero- 
iadylus. I resti appartengono a due o più individui, sono fram- 
mentarii, ma affatto caratteristici. Le estremità distali di due 
lunghe ossa somiglianti alle tibie di un uccello, sono evidente- 
mente porzioni del metacarpale particolare del dito dell'ala. 
I condili sono bene sviluppati ed hanno un' estensione di due 
terzi di circolo. Il fusto, dove è rotto, ha forma quasi triedrale 
colla faccia posteriore concava. Le lunghe ossa sono pneumatiche, 
i denti lisci e compressi. La lunghezza del metacarpale colla 
parte conservata del fusto è di circa 0",20: l'estensione ante- 
riore e posteriore dei condili 0'',032 ; V estensione trasversale 
circa 0",029, ciò indicherebbe un'apertura d'ali di più di 6 metri. 

Hadrosaurus sp. — Questa specie è inferiore in grandezza bì- 
YHadrosaums minor, Marsh di New Jersey; è di proporzioni 
più svelte colla coda più lunga. Le vertebre cervicali sono più 
corte che nell' E. Fofdkei^ e le caudali sono più compresse. Al- 
cune delle distali caudali, hanno una cresta longitudinale sulla 
superficie laterale. H sacro composto di 6 vertebre confluenti è 
lungo 414"*"; la prima vertebra caudale è lunga 62"^; i piedi 
sono più sottili che ^elli delle altre specie. Il terzo metatarsale 
è lungo 235"*" ed ha 77"" di diametro trasversale alla estremità 
distale. 

Mammiferi. 

Insieme ai precedenti rettili fossili vennero anche scoperti 
resti di Mammiferi, di cui segue la descrizione: 

TUanotJierium? anceps, Marsh. — I resti scoperti non inclu- 
dono un sufficiente numero di denti ben conservati per stabilire i 
caratteri generali: essi appartengono a tre distinti individui, e 
constano di parecchie vertebre dorsali, della estremità distale 
dell' omero, della massima parte della tibia e di alcune piccole ossa 



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— 344 — 

delle estremità, ed indicano un pachidermo. Le vertebre dorsali 
anteriori hanno ambe le faccio leggermente concave. La tibia alla 
sua terminazione prossimale, ha le superficie articolari femorali 
contigue senza prominenza fra loro, e simile sotto questo aspetto 
a quella dei Proboscidiani. 

Dimensioni 

Lunghezza della vertebra anferiore dorsale sulla super- 
ficie inferiore Millim. 54,5 

Ampiezza della fascia posteriore fra le cavità costali. . 75,0 

Altezza della faccia posteriore 61,3 

Diametro trasversale della tibia alla estremità prossimale. 123, 5 

Id. antero-posteriore 107,7 

Id. trasversale alla estremità distale 99,0 

Id. antero-posteriore 7Ì,7 

Proviene dai depositi Miocenici inferiori, forse Eocenici, del 
Wyoming occidentale. 

Pal(Bosyops minor, Marsh. — Questa specie è indicata da no 
dente molare della mascella inferiore destra e probabilmente da 
altri resti meno caratteristici. Il dente che è verso il mezzo 
della serie, è del tipo del Pàkeotherium, e rassomiglia pei suoi 
caratteri al corrispondente molare del TcHtBosyops: la corona è 
composta di due lobi riuniti, dalP avanti all' indietro con sommità 
a mezzaluna: il lobo anteriore è più elevato e il posteriore ha 
maggiore estensione dair avanti air indietro. Questo animale sem- 
bra avere avuta la grandezza del Tapiro del Sud-America, e una 
metà meno del Palceosyops paludosa, Leidy, degli stessi gia- 
cimenti. 

Dimensiom 

Diametro antero-posteriore del molare più basso. Millim. 22, 6 
Id. trasversale del lobo frontale alla sommità. . . 11,3 
Id. id. del lobo posteriore alla sommità. . 12, 4 

Fu trovato negli stessi depositi delle specie precedenti, 

Lophiodon Bairdianus^ Marsh. — Gli avanzi di questa specie 
consistono in porzioni di diversi scheletri, con numerosi denti 
considerevolmente differenti in grandezza. Si distingue dal Lo- 
phiodon modestus, Leidy, di cui è più grande per lo smalto dei 



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— 345 — 

denti, quasi liscio o molto leggermente rigato con strie irre- 
golari. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella superiore includente 

tre molari Millim. 56, 2 

Diametro antero-posteriore dell' ultimo molare superiore. 20, 3 

Id. trasversale del medesimo 22, 8 

Lunghezza di un frammento della mascella inferiore con 

tre molari posteriori 56,0 

I resti provengono daUe vicinanze di Forte Bridger e di 
White River nell' Utah orientale. 

Lophiodon a/finis, Marsh. — È questa specie, minore della 
precedente, indicata da varii frammenti includenti parecchi denti 
molari. Si osserva coi precedenti una notevole differenza, spe- 
cialmente nel contomo della corona, che ha una profonda tacca 
nel margine posteriore estemo della base fra i tubercoli estemi 
a cui terminano le creste trasversali. Nelle specie ora descritte 
il margine è quasi diritto: qui invece esso ha il piccolo tuber- 
colo anteriore estemo molto prominente e meno strettamente 
connesso colla cresta estema. Lo smalto è simile a quello delle 
specie precedenti. ^ 

Dimensioni 

Diametro antero-posteriore delP ultimo molare supe- 
riore Millim. 15, 8 

Sno diametro trasversale 18, 6 

Diametro antero-post. del penultimo molare superiore. 18,0 

Suo diametro trasversale 18, 

Proviene dal Wyoming. 

Lophiodon nanus, Maesh. — Il più caratteristico degli esem- 
plari che vi si riferiscono è una mascella superiore destra con- 
tenente quattro premolari e tre molari, e parte della mascella 
sinistra con parecchi denti. I molari differiscono essenzialmente 
da quelli delle specie precedenti, per avere V infossatura fra le due 
creste trasversali molto meno profonda, e per avere una cresta 

28 



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— 346 — 

basale robusta al lato posteriore esterno della corona. Lo smalto 
è molto liscio : la grandezza circa i 2/3 di quella del L. moie^. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella superiore contenente 

7 denti posteriori Millim. 57,2 

Lunghezza id. contenente i tre ultimi molari. 30,1 

Diametro antero-posteriore delP ultimo molare superiore. 11,3 

Id. trasversale del medesimo 11,8 

Lophiodon pumilus^ Marsh. — È indicato da diversi esem- 
plari includenti franunenti della mascella superiore sinistra con 
tre premolari e due molari successivi. La specie si distingue fe- 
cilmente per la presenza nel contomo del dente superiore, di 
una cresta basale robusta e continua, ma irregolare, che all'an- 
golo esterno della corona sostituisce V elevato tubercolo presente 
in tutti i molari delle specie precedenti. 

Bimensìoiii 

Lunghezza di porzione della mascella superiore, con tre 

premolari e due molari Millim. 30, 8 

Diametro antero-posteriore del penultimo molare super. 7,3 

Id. trasversale del medesimo 9,0 

Fu rinvenuto nel Wyoming occidentale. 

Anchitherium gracUis, Marsh. — Si sono rinvenuti fra gli 
avanzi di questa specie tre mascelle inferiori coi denti in buona 
conservazione. Rappresentano un animale metà più piccolo del- 
l' Anchitherium Bairdiy Leidy, e apparentemente dello stesso g^ 
nere. Si hanno sette denti premolari e molari: il primo premo- 
lare, non ha che una radice e fra esso e le sinfisi non vi sono 
denti. Sulla faccia intema di ogni ramo, vi è una poco profonda 
impressione a mo' di falce, colla punta diretta all' infuori e ter- 
minante sotto il primo premolare. Furono scoperti questi avanzi 
presso White River, nell' Utah occidentale : appartengono al- 
l' Eocene superiore o forse al Miocene. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella inferiore con sei 

denti posteriori Millim. 51, 9 

Sua lunghezza con tre denti posteriori. . . . 27,6 

Diametro antero-posteriore del molare inferiore 11,3 

Suo diametro trasversale 4,5 



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— 347 - 

Lophiofherium BoUardi, Marsh. — Un piccolo pachidermo, 
apparentemente del genere Lophiotherium è indicato da un fram- 
mento della mascella inferiore destra, coi due ultimi molari e 
pochi meno importanti avanzi. I denti hanno la stessa forma di 
quelli del Lophiotherium silvaticum. Lo smalto, specialmente sui 
lati della corona è molto rugoso. Si è trovato nel Wyoming 
occidentale. 

Dimensioni 

Diametro antero-post. deirultimo molare inferiore. Millim. 9, 7 

Id. trasversale del medesimo 4, 6 

Id. antero-posteriore del penultimo molare inferiore. 6, 9 

Suo diametro trasversale 5, 1 

Elotherium lentus^ Maesh. — È rappresentato da un fram- 
mento della mascella inferiore sinistra coir ultimo molare, indica 
esso un individuo di circa metà grandezza dello Elotherium Mor- 
tonij Leidy. La superficie superiore di questo molare è composta 
di due paia trasversali di lobi conici, con uno posteriore sulla 
linea mediana. Il cono anteriore intemo è più grande dei se- 
guenti ed ha una punta bifide. Nel paio vicino che è molto meno 
elevato, il lobo estemo è maggiore: il cono posteriore è basso 
e mostra tendenza a suddividersi; vi è in fronte una cresta ba- 
sale e indizii della sua continuazione sul bordo esterno. Lo smalto 
è finamente corrugato. Vi è un tubercolo mgoso permanente 
sul margine superiore interno della mascella inferiore. 

Dimensioni 

Diametro antero-post. dell'ultimo molare infer. Millim. 20,3 

Massimo diametro trasversale del medesimo 11,3 

Diametro trasvers. fra il primo e il secondo pàio di coni. 10, 1 . 

PkUygonus Ziegleri, Marsh. — Resti di un animale suino, 
grosso come il mo*demo Sus scrofa^ furono trovati nei depositi 
terziarii colle specie precedenti. Sono questi un certo numero 
di denti superiori premolari e molari riferentisi al genere Pia- 
iygomtó. Un carattere saliente di questi denti, specialmente 
degli anteriori, è una robusta cresta basale. Le corone di tutti 
i premolari superiori sono composte di un unico paio trasversale 
di coni strettamente uniti. Il secondo premolare in questo esem- 



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- 348 - 

piare ha un diametro antero-posteriore maggiore del terzo. Lo 
smalto di tutti i denti è rugoso come nei moderni Peccarì. 

Dimensioni 

Lunghezza di un frammento di mascella superiore con- 
tenente i 3 premolari Millim. 40,7 

Diametro antero-posteriore del primo premolare superiore. 13, 5 

Suo diametro trasversale. ^ 13, 5 

Diametro antero-posteriore del 2» premolare superiore. 14,6 

Id. trasversale del medesimo 15, 1 

Id. antero-posteriore del 3* premolare superiore. 13,8 

Proviene dal Wyoming. 

Platygonus stricUus, Marsh. — Un' altra specie della stessa 
grandezza dell' ultima è indicata da due porzioni di mascelle in- 
feriori con pochi denti anteriori, raccolti negli strati pliocenici 
del Nebraska settentrionale. La cresta posteriore basale è espansa 
in due tubercoli rudimentali ; lo smalto è rigato da strie irrego- 
lari e delicate parallelamente alla base della corona. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella inferiore sinistra con 

quattro denti Millim. 55,0 

Sua lunghezza coi primi tre denti 37, 4 

Diametro antero-post. del secondo premolare inferiore. 13,8 

Suo diametro trasversale 12,4 

Platygonus? Condoni, Marsh. — Questa specie è fondata su 
parte di una mascella superiore destra con tre molari posteriori. 
Una marcata differenza colle specie note consiste nelle inusitate 
proporzioni dall' avanti all' indietro dell' ultimo molare superiore, 
che ha col diametro del penultimo dente la proporzione di tre a 
due. La corona del molare posteriore è composta di due paia 
trasversali di coni principali, e d' un lobo posteriore diviso in tre 
tubercoli. Lo smalto è liscio e manca la cresta basale sui lati 
del dente conservato. È stato trovato nei depositi pliocenici del- 
l' Oregon. 

, Dimensioni 

Lunghezza della mascella contenente i tre ultimi molari 
superiori Millim. 59,4 



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— 349 - 

Estensione antero-posteriore dell' ultimo molare. Millim. 26, 4 
Diametro trasversale del medesimo pei lobi anteriori. . 15,8 
Estensione antero-posteriore del penultimo molare. ... 18, 1 

Dicotyles Hesperius, Marsh. — È rappresentato da una por- 
zione della mascella superiore destra coli' ultimo premolare e i 
tre successivi molari. Le corone dei molari hanno un contomo 
rombico ed una incavatura fra il paio anteriore e posteriore dei 
coni. L'ultimo premolare superiore differisce da quello dei Pec- 
cari moderni. La serie dei denti superiori è curvata un po' al- 
l' infuori. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella superiore con tre denti 

posteriori Millim. 41, 8 

Lunghezza della medesima con tre molari 33, 4 

Diametro antero-posteriore dell' ultimo molare superiore. 12, 5 

Estensione trasversale del medesimo 9,0 

Diametro antero-post. del penultimo molare superiore. . 12, 3 

Hipsodus gracilis, Marsh. — Si distingue facilmente AblÌ" 
V Eyosodus paulus^ Leidy, pel primo molare della mascella ìnfe- 
liore che è relativamente più stretto di fronte e più largo al suo 
margine posteriore. Vi è anche su questo dente una robusta cresta 
estema e nell'angolo anteriore interno un aggetto sentito che 
manca nell'jH. paulus. La mascella inferiore è inoltre più stretta 
e compressa nella regione dei premolari. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella inferiore contenente 

il r molare e due premolari Millim. 11,3 

Diametro antero-posteriore del primo molare inferiore. . 4, 5 

Id. trasversale traverso il lobo posteriore 3, 5 

Id. antero-post. dell'ultimo premolare inferiore. . 3,5 

LimnotJierium tyrannus, Marsh. — Questo pachidermo più 
grande dei due precedenti, è rappresentato dalle porzioni ante- 
riori delle due mascelle inferiori con parecchi denti e pochi altri 
avanzi frammentarli. I denti delle mascelle inferiori sono venti, 
e formano una serie continua così divisa: incisivi 2-2; canini 1-1; 
premolari 4-4; molari 3-3: gli incisivi sono piccoli e fitti; i ca- 



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— 350 -- 

nini grandi, quasi rotondi alla base e formanti evidentemente 
delle anni potenti: il primo e secondo premolare hanno mia sola 
radice: i due molari anteriori hanno le corone composte di quat- 
tro coni principali: ogni molare ha un doppio tubercolo rudi- 
mentale sul margine anteriore, e una moderata cresta basale, 
eccetto dal lato intemo. Appartiene tale animale probabilmente 
all'Eocene superiore. 

DìmensioDi 

Lunghezza della serie dentale della mascella infer. Millim. 39, 6 

Estensione antero-posteriore di tre molari 16,5 

Id. trasversale di quattro incisivi 6,8 

Lunghezza della sinfisi 18,7 

Profondità della mascella inferiore dopo V ultimo molare. 11, 3 

Id. id. dopo r ultimo premolare. 13, 5 

Estensione antero-posteriore del primo molare inferiore. 5,5 

Diametro trasversale del medesimo 4,5 

Limnotherium elegans, Marsh. — Questo piccolo mammifero è 
rappresentato da parte di due mascelle inferiori, con parecchi 
denti colla disposizione dei precedenti. NelF ultimo molare i due 
coni anteriori formano un paio trasversale e non sono obliqui 
come nelle specie maggiori. Il paio posteriore di tubercoli è quasi 
su d' una linea trasversale. Proviene dal Wyoming. 

Dimensiooi 

Lunghezza di frammento di mascella inferiore col primo 

premolare e tre molari Millim. 16, 5 

Diametro antero-posteriore del 2** molare inferiore. . . 4,5 

Id. trasversale del medesimo 3, 5 

Arctomys vetuSj Marsh. — I resti di Rosicanti sono molto rari 
nel bacino terziario del Fiume Verde. Ne fu scoperta una pic- 
cola specie del genere Ardomys, rappresentata da una mascella 
inferiore quasi completa ; i denti molari vi hanno la stessa forma 
generale che nelle specie più grandi. 

Dimensioni 

Lunghezza della mascella inferiore dal condilo alla base 

degP incisivi Millim. 39, 

Estensione antero-posteriore di quattro molari inferiori. 14, 3 

Altezza della mascella dietro il primo molare 9, 9 



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- 351 — 

Geomys bisulcatus, Marsh. — Gli incisivi dèlia mascella, infe- 
riore hanno in questa specie la faccia anteriore larga e piatta ' 
coirangolo ^sterno acuto. Sulla faccia anteriore vi è un solco 
arrotondato e presso V angolo intemo di ogni incisivo ve n' è un 
altro molto distinto ed acuto. L' angolo esterno è arrotondato 
e la faccia laterale debolmente convessa: la sutura premascellare 
forma esternamente un angolo ottuso. 

Dimensioni 

Diametro trasversale degl' incisivi superiori. . . Millim. 3, 5 

Estensione antero-posteriore 4, 5 

Profondità del cranio alla sutura premascellare 13, 5 

Lunghezza dell'incisivo inferiore 33, 

Diametro trasversale all'apice 3, 3 

Profondità della mascella inferiore dietro il primo molare. 12, 3 

Estensione antero-poster. dei primi tre molari inferiori. 7, 7 

Questi avanzi sono stati trovati nel Pliocene presso il fiume 
Loup Fork. 

Sciuravus nitidus, Marsh. — È indicato da una mascella su- 
periore sinistra coi tre ultimi molari, che rassomigliano a quelli 
delle SciuridtB. I molari superiori constano essenzialmente di due 
paia di tubercoli con un piccolo cono intermedio al margine 
estemo. Fu scoperto nel Wyoming. 

Dimensioni 

Lunghezza di una parte di mascella superiore con tre 

molari posteriori Millim. 7, 5 

Estensione antero-poster. del penultimo molare superiore. 2, 2 

Sua estensione trasversale 2, 2 

Sciuravtis undans, Marsh. — Il fossile è rappresentato da parte 
della mascella inferiore destra cogli incisivi e i primi tre mo- 
lari: l'incisivo si estende sotto IJ intera serie molare: la sua 
superficie anteriore è liscia e alquanto convessa, e la faccia interna 
è inarcata da una serie di delicate impressioni ondulate. I tuber- 
coli dei molari sono più prominenti che quelli dell' ultima specie. 

Dimensioni 

Lunghezza di una parte di mascella inferiore coi primi 

tre molari. Millim. 7, 7 

Diametro trasversale del terzo molare inferiore 2, 2 

Id. trasversale dell'incisivo inferiore 1,4 



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— 352 — 

Triacodon faUax^ Marsh. — È indicato da un dente premo- 
lare e da altri avanzi raccolti nei depositi terziarii del Wyoming. 
Sembra l'ultimo premolare della mascella superiore destra. La 
corona è triangolare alla base, essendo il lato estemo alquanto 
convesso e gli altri due quasi piani. La superficie superiore è 
composta di tre tubercoli triangolari, uno ad ogni angolo. La spe- 
cie presente raggiungeva probabilmente la metà della grandezza 
dell' Oposso del Nord America. 

DimoDsiooi 

Diametro antero-poster. del premolare inferiore. Millim. 4, 9 

Id. trasversale del medesimo 4,3 

Altezza del tubercolo anteriore 6,2 

Id. del tubercolo posteriore 3,5 

Id. del tubercolo intemo 3,7 

Canis montantis, Marsh. — È rappresentato da un ultimo 
dente premolare superiore, da un canino e da varie ossa dello 
scheletro. Questi svariati avanzi indicano un animale più grande 
del Canis occidentalis. L'ultimo premolare superiore è robusto 
ed ha una corona corta e compressa: la cuspide principale è 
verticale, con margini quasi acuti. Dietro tal cuspide sta un gran 
tubercolo triangolare. Nel dente canino la base della corona forma 
una ovale più larga che nelle recenti Ganidce. 

Dimensioiii 

Diametro antero-posteriore dell'ultimo premolare supe- 
riore Millim. 20,3 

Suo diametro trasversale massimo 9, 2 

Altezza della cuspide mediana 13,5 

Id. del tubercolo posteriore 8, 2 

Diametro antero-poster. del canino alla base della corona. 15, 8 

Id. trasversale del medesimo 11,2 

Vìdpavus pdtistris, Marsh. — Un carnivoro molto più pic- 
colo del precedente è indicato da varii denti superiori molari 
ed altri avanzi frammentarli. Uno dei denti meglio conservati è 
il molare superiore secondo e destro che ha molta analogìa con 
quello della attuale Volpe rossa (Vulpis fulvus^ Desm.), ma ne 
differisce pel contorno della corona che ha il lato posteriore più 



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— 353 - 

lungo, indicando così una maggiore espansione nella corrispon- 
dente parte del cranio. 

Dimensioni 

Lunghezza della parte di mascella contenente i tre mo<> 

lari superiori Millim. 23, 1 

Diametro antero-posteriore del secondo molare superiore. 5, 1 

Id. trasversale del medesimo 9, 

Amphicyon angustidens, Maesh. — Un altro carnivoro estinto, 
che forse si riferisce al gruppo del precedente, è rappresentato 
da parte 'di una mascella inferiore destra contenente i tre ultimi 
premolari ed un canino: i premolari sono bassi e straordinaria- 
mente compressi. Hanno tutti un distinto tubercolo in fronte alla 
cuspide mediana, ed il terzo e quarto hanno il margine poste- 
riore trìfide. Raggiungeva in grandezza V Amphicyon gradlis, 
Leid](, ma V ultimo premolare è meno elevato, più compresso ed 
ha un tubercolo mediano sulP orlo posteriore molto meno svi- 
luppato che in quella specie. 

Dimensioni 

Lunghezza di parte della mascella inferiore contenente 

quattro premolari. . . . t Millim. 20, 9 

Lunghezza della mascella dopo T ultimo premolare. . . 11,2 

Ampiezza id. id. id. ... 4, 7 

Diametro antero-poster. dell' ultimo premolare inferiore. 6, 7 

Id. trasversale del medesimo 2, 8 

Altezza della corona 3, 9 

Proviene dagli scisti miocenici di Nebraska. 

Bathmodan, N. qbn. — Questo genere ha una lontana affinità 
col Pàlaeosyops e col Titanotherium ; però i caratteri dei denti 
molari indicano appartenere esso a una nuova famìglia. Due specie 
ne furono descritte, B. radians e B. semicindus^ e proviene dai 
depositi terziarii del grappo di Wahsatch presso Evanston Del- 
l' Utah. 



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— S54 - 



V, 



I giacimenti di rame nativo del Lago Superiore 
{Nord- America). 

(Estratto da dne note del signor R. Pukpellt, 
inserite néH* Àmeriean Journal, New Haven, 1871-72.) 

Nelle vicinanze immediate del Lago Superiore la •serie dei 
terreni contenenti i giacimenti di rame nativo è limitata da un 
deciso piano di demarcazione, generalmente verticale, che separa 
gli strati ramiferi molto inclinati ad O.S.O. dalle arenarie con 
debole pendenza verso S.E. Queste arenarie sono considerate co- 
me equivalenti del terreno di Potsdam (Cambriano inferiore) e 
sono regolarmente sovrapposte alla cosiddetta serie ^roppica/Que- 
st' ultima è composta di letti di melafiro di potenza fra 7" e 33', 
essendo i medesimi delimitati per un carattere amigdaloide o 
epidotico della parte superiore di ogni strato : ad intervalli si 
intercalano nella serie letti di conglomerato. Questo carattere si 
mantiene per una distanza di circa tre miglia, e al di là verso 
O.N.O. le rocce sembrano principalmente composte di arenarie e 
conglomerati. 

La struttura delle rocce trappiche del Lago Superiore è se- 
condo i casi compatta o porfirica, ovvero finamente granulare sub- 
cristallina terrosa, ossia anche grossamente granulare e distin- 
tamente cristallina : il verde di varie gradazioni ne è il colore 
dominante, e dopo questo vengono il bruno e il rosso sporco : co- 
lori usuali sono il verde scuro lucido macchiato di bruno, il verde 
sporco bruniccio, il grigio rossiccio e il verde cupo, quasi nero : 
appena scavate si lasciano queste rocce facilmente rigare dal 
coltello, ma sono tenacissime sotto il martello avendo frattura 
in generale disuguale o concoidale, e tramandano odore terroso : 
alcune varietà contengono del ferro magnetico. I componenti vi- 
sibili sotto la lente, e comuni in apparenza a tutte le varietà, 
sono un feldispato verde triclino lucente, che sembra labradorite, 
e un minerale cloritico di differenti gradazioni di verde, benché la 
calamita riveli differenti proporzioni di ferro magnetico : talvolta 



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- 355 - 

vi si vedono cristalli di augite od orneblenda. I minerali acces- 
sori sono: 

Un minerale rosso foliaceo simile al rubellano, il ferro spe- 
culare in minute scaglie, la calcite in vene o noccioli, l'epi- 
doto raramente cristallizzato, la prenite in amigdale e vene, un 
minerale tenero, compatto, amorfo, simile alla clorito, la co- 
siddetta terra verde, la laumontite e leonardite in noccioli e 
venule, l'analcite in noccioli, l'ortoclasio in piccoli cristalli, il 
rame nativo talvolta in fine impregnazioni nella roccia granulare 
in noccioli e masse talvolta associato con argento nativo ; final- 
mente la datolite massiccia nella parte amigdaloide di ogni 
letto, e talvolta in piccole aggregazioni e cristalli microscopici. 

Una varietà di questa roccia grossamente granulare che for- 
ma letti di qualche centinaio di metri di potenza è principal- 
mente composta di un minerale clorìtico, i cui grani raggiungono 
m diametro fino a 6™; la calamita attrae dalla sua polvere 
piccole quantità di magnetite ; la densità è = 2,83 ; quando que- 
sta fu trattata con acido nitrico e poi con una soluzione di po- 
tassa caustica, se ne disciolse una quantità di 46,36 7o9 che 
aveva la seguente composizione : 

Silice * 14,73 

Allumina 7,17 

Sesquiossido di ferro 14,87 

Calce 4,47 

Magnesia 2,03 

Acqua 3,09 

46,36 

Il residuo indecomposto trattato con acido cloridrico e con 
debole soluzione di potassa perde ancora 10,6 7oi che consiste- 
vano in 

Silice 3,48 

Allumina •. 3,03 

Sesquiossido di ferro 1,98 

Calce. ., 1,76 

Magnesia 0,35 

10,60 



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- 356 - 

La composizione del minerale cloritico calcolata per 100 
parti, sarebbe: 

Silice 31,78 

Allumina 15,47 

Protossido di ferro 28,87 

Calce 9,64 

Magnesia 4,37 

Acqua 9,87 

100,00 

La roccia sarebbe mineralogicamente composta nel seguente 
modo : 

Delessite 46,36 

Labradorite 47,43 

Pirosseno od omeblenda . . 5,26 
Magnetite 0,95 

100,00 

Si è anche trovato che le rocce sottoposte ai giacimenti cu- 
prìferi della miniera Quincy consistono in 

Delessite in noccioli e grani 38,00 
Labradorite 62,00 

100,00 

Esaminate le rocce ricoprenti i conglomerati di Albany e Be- 
ton alla miniera dello stesso nome, furono riconosciute essere 
nineralogicamente composte di 

Delessite 40,00 

Mica 20,00 

Labradorite 40,00 

100,00 

Esse possiedono una densità di 2,81 e solo piccolissima parte 
[eUa loro polvere è attratta dalla calamita. 

Le rocce cui si riferiscono le precedenti analisi rappresen- 
ano i tre principali tipi del trappo del Lago Superiore : le os- 
ervazioni dimostrano sempre che il costituente normale ed es- 
enziale è un feldispato triclino, probabilmente labradorite ed una 



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— 357 — 

clorite ferruginosa strettamente analoga alla delessite. Quindi 
sono queste rocce da classificarsi fra i melafiri tipici, e tutte le 
rocce trappiche ed amigdaloidi associate del Lago Superiore sono 
varietà di melafiro : le principali varietà di melafiro al Lago Su- 
periore sono: 

1* La grossamente granulare, coi cristalli di feldispato e i 
grani di delessite più o meno distinti, color grigio verdiccio; 
contiene un poco di magnetite o di ematite. 

2"* La finamente granulare, coi componenti di rado distingui- 
bili, di colore verde-bruniccio ; contiene talvolta del rubellano : 
talora, come nei letti cuprìferi ad Est dell' Isola Reale, la roccia 
è subcristallina, di un brillante verde-cupo e. qualche volta por- 
porina: contiene molta magnetite. 

3* n melafiro porfirico, verde-cupo, spesso quasi nero ; com- 
patto con perfetta frattura concoidale ; molto duro ; contiene mi- 
nuti cristalli di feldispato triclino. 

Le amigdaloidi al Lago Superiore formano la parte superiore 
dei letti di trappo in cui esse si confondono con transizione più 
meno graduata : raramente si trova uno strato di trappo che 
non contenga minerali secondari come delessite e spesso calcite, 
laumontite, quarzo, prenife occupanti cavità spesso sferiche od 
ovoidali, altravolta irregolari. Vi si riconobbero le varietà seguenti : 

Melafiro amigdaloide. S' incontrano qua e là nella pasta della 
roccia mandorle di delessite, calcite o quarzo coperto di deles- 
site e talora epidoto. In qualche letto la roccia è caratterizzata 
dalla presenza della laumontite in mandorle e vene sottili. Nella 
formazione occupante più di 330"' da ogni lato dei giacimenti 
cupriferi d' Isola Reale, alcuni letti contengono verso la sommità 
mandorle di delessite e di un minerale verde translucido simile 
al crisopraso, ricoperto di delessite: dopo queste, più sopra stanno 
mandorle ovoidali, lenticolari od irregolari di prenite bianca ver- 
dastra talvolta debolmente impregnata di rame nativo : tali va- 
rietà formano le 

Amigdaloidi propriamente dette, che non sono che la forma più 
profondamente alterata di melafiro : i colori della matrice sono 
differenti gradazioni di bruno o rosso e di verde : la tessitura 
vana dalla finamente granulare alla compatta, e la sua durezza 
sta fra quelle del calcare e del quarzo. Due differenti varietà di 



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- 358 - 

amìgdaloide si presentano al Lago Superiore : la bruna, dì strut- 
tura finamente granulare o subcrìstallina, che contiene minuti 
cristalli rossicci di feldispato, e fonde agevolmente in un vetro 
verde cupo talvolta magnetico; ha le mandorle in generale 
sferiche, consistenti in laumontite, leonardite, calcite, quarzo, de- 
lessite, rame nativo, epidoto, prenite, analcite, ortoclasio ; e la 
verde da finamente granulare a compatta, molto dura, e che 
scintilla sotto V acciarino : contiene molta silice libera e un mi- 
nerale verde molto disseminato, forse epidoto ; in piccoli pezzi 
fonde agevolmente sui margini in uno smalto cupo che divien 
gelatina negli acidi : le cavità vi sono meno regolari che nella 
specie bruna, e racchiudono quarzo, epidoto, calcite, delessite, 
prenite, laumontite, clorito, analcite, rame nativo, ortoclasio. Am- 
bedue le varietà si presentano spesso insieme senza marcate li- 
nee di separazione. 

Conglomerati. I conglomerati del Lago Superiore differiscono, 
benché poco, da tutti gli altri per i loro caratteri litologici: i 
ciottoli variano in grossezza da un pisello a 30 o più centhne- 
tri di diametro, oaggiungendo i depositi qualche centinaio di 
metri di potenza: i ciottoli consistono quasi tutti di porfido 
non quarzifero, e vi predominano due varietà. Una ha an 
colore cioccolatte cupo, è subcristallina o compatta, quasi vi- 
trea ; r altra, più rara, dello stesso colore, è compatta o fina- 
mente cristallina, e vi si trovano cristalli di feldispato triclino 
rosso lunghi da 3"" a 13"". In parecchi letti appaiono ciottoli 
di feldispato granulare con un minerale nero, indeterminato : oc- 
corrono anche ciottoli di melafiro compatto od amigdaloide. H 
cemento ordinario è un' arenaria finamente granulare, spesso in 
poca quantità, toccandosi i ciottoli V un V altro, mentre altre 
volte r arenaria forma letti di più metri di spessore : in qualche 
punto r arena è associata con ossido di ferro, clorito, un mine- 
rale bianco che sembra talco, carbonato di calce, od è mtera- 
mente sostituita da calcite, clorito, epidoto o rame nativo : è da 
notarsi che questi conglomerati sono scevri di ciottoli di porfido 
quarzifero. 

Le rocce del Lago Superiore sono fomite di caratteri litolo- 
gici distintivi che servono a classificarle in diversi orizzonti: 
così a 300" circa ad Est della vena d' Isola Beale, vi è una ten- 



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- 359 — 

denza fra i diversi trappi a una tessitura finamente granulare 
con colore verde cupo quasi nero : la frattura è brillante e con- 
tiene abbastanza magnetite da produrre l'aderenza di pezzetti 
di roccia colla calamita. 

Di qui, inoltrandosi 500" verso Est la parte superiore di ogni 
letto ha cavità amigdaloidi con prenite che forma il 10 a 40 7» 
della roccia. 

In seguito per più di 700" i trappi hanno filoncelli di feldi- 
spato triclino, delessite, prenite e ferro speculare, paralleli od 
obliqui al piano di stratificazione : altrove i letti tendono a strut- 
tura rozzamente granulare, cristallina che dà in distanza alla 
roccia un' apparenza di granito cloritico ; e talvolta le amigda- 
loidi brune presentano spesso una apparenza scoriacea affatto 
caratteristica. 

Queste apparenze sono ben distinte per qujilche miglio nelle 
zone in cui si presentano ; così V amigdaloide prenitica della se- 
rie dell' Isola Reale s' incontra nel prolungamento N.E. di questa 
zona a 7 miglia dal Lago Superiore: il melafiro rozzamente 
granulare di Dacotah è estesamente sviluppato nella continua- 
zione della stessa zona verso South-Pewabic. Le amigdaloidi 
brune di South-Side riappaiono colla loro struttura scoriacea nei 
letti di South-Pewabic e Ilancoks, e furono considerate come 
equivalenti a quelle degli strati di Ash della contea di Eeweenaw, 
coi esse somigliano. 

I minerali che nelle diverse vene cuprifere di tali regioni 
si riscontrano associati col rame sono in generale : 

Laumontite, Calcite, Epidoto, Ankerite,' Prenite, Quarzo, De- 
lessite, Clorite, Analcite, ApofiUite, Datolite, Ortoclase, Feldi- 
spato e Argilla, ed il rame si presenta sia allo stato nativo, sia 
in quello di bornite o calcosite : lo si incontra in pellicole tra- 
verso la prenite, in filamenti cristallizzati, in grani, o cristalliz- 
zato colle forme della laumontite, conservandone spesso l' acu- 
tezza degli spigoli e la levigatezza delle faccio, in brillanti 
pellicole sulla calcite, o in pezzi cavernosi portanti in qualche 
punto l'impronta dei cristalli di calcite. 

Quando si trovano cristalli di calcite includenti del rame, è 

* Varietà di dolomite. 



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— 360 - 

talvolta impossibile il distinguere le età relative dei due mine- 
rali ; ma si è provato che è allora avvenuto uno dei seguenti 
casi : r il rame era presente quando la calcite cominciò a for- 
marsi e restò incluso nel cristallo in via d' incremento ; 2* il 
cristallo di calcite era parzialmente formato quando venne in- 
crostato dal rame, e fu terminato da una nuova aggiunta di 
calcite sopra la pellicola metallica; 3° il rame entrò nel cri- 
stallo di calcite fin da quando il suo incremento era terminato. 
Tutte e tre queste ipotesi sono confermate da fatti che si rive- 
lano neir attento studio dei diversi cristalli di calcite includenti 
del rame. 

Nei depositi del Lago Superiore si presenta talora il rame 
in intimo contatto coir argento senza che i due metalli formino 
una lega, ma nulla finora si può dire sulP età relativa dei due 
metalli. 

In alcuni luoghi è degno di nota il fatto che le amigdaloidi 
traversate dalle vene metallifere non contengono che rame na- 
tivo ; ma quando si passa nel conglomerato, il rame è combinato 
collo zolfo dando origine a purissima calcosite: in altri luoghi 
si riscontrano combinazioni coir arsenico^ e la presenza dei sol- 
furi ed arseniuri isolati o in vene traversanti rocce più o meno 
impregnate di rame metallico, mostra una diversità di origine 
fra i solfuri e arseniuri da un lato e il rame nativo dall'altro. 

La clorito nel melafiro, e quindi il carattere distintivo della 
roccia, è dovuta alla alterazione della orneblenda o pirosseno ; la 
laumontite sembra formata o contemporaneamente alla clorito o 
come un secondo stadio nella formazione del melafiro : altro sta- 
dio sembra essere stata la separazione nelle cavità amigdaloidi 
dei silicati non alcalini, come laumontite, prenite ed epidoto. 
In seguito ebbe luogo la deposizione del quarzo nelle stesse ca- 
vità. Sembra inoltre certo che la concentrazione del rame nelle 
cavità non fosse ancor cominciata dopo la formazione del quarzo. 

I silicati alcalini rappresenterebbero il periodo di decompo- 
sizione della labradorite ingrediente della roccia originale; l'acido 
carbonico, che originò la calcite, fu generalmente presente du- 
rante r intero periodo di metamorfismo, e sembra uno dei prin- 
cipali agenti del processo^ benché non in quantità sufficiente da 
prevenire la formazione dei silicati. La sostituzione del quarzo 



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— 361 — 

e del porfido quarzoso in Inogo della clorite nei ciottoli del con- 
glomerato, marca un importante argomento di studio per la chi- 
mica geologica, poiché sembra che V alterazione dei ciottoli sia 
avvenuta o per mezzo della clorite o per un cambiamento in 
caolino. 

n rame, ogni volta che lo si scorge ad occhio nudo, è già 
passato traverso una parziale concentrazione : il rame è più con- 
centrato nella parte più amigdaloide delle rocce, ossia in quei 
ponti ove il cambiamento chimico è stato maggiore. Sempre però 
si trova che la deposizione del rame avvenne posteriormente 
alla deposizione della laumontite, epidoto, prenite e quarzo, dove 
tali mmerali lo accompagnano: è pure evidente la trasforma- 
zione di una soluzione acquosa di qualche sale di rame, e la 
concentrazione del metallo depositantesi nei luoghi ove già esi- 
steva un agente per precipitarlo. 

Il gruppo di Quebec, cui appartengono le rocce in discorso, 
è nettamente caratterizzato dalla presenza del rame, e la difiu- 
s},ne di questo metallo nelle svariate rocce, parla in favore 
della sua origine marina in tali trappi. Si è molto discusso se 
i trappi da cui si originarono i melafiri siano una formazione 
eruttiva o puramente metamorfica: se è eruttiva sarebbe sorta 
dal fondo dei mari in letti di una gran regolarità e ad inter- 
valli occupati dalla deposizione dei letti di conglomerato e arenarie. 

Riguardo all' età della terra-verde e della varietà di clorite 
delessite, intimamente associata col rame, si può dire che esse 
gli sono contemporanee, e possono esser originate sotto V in- 
fluenza della riduzione del rame dai suoi solfuri. Nei conglome- 
rati il rame è stabilito nel cemento, ed anzi in qualche caso lo 
sostituisce interamente formando esso il 20 a 50 7o ^^ P^so 
della roccia. 

L'assenza di minerali di piombo, zinco, nichelio ec. nei de- 
positi della serie trappica, minerali che pur si presentano in 
altre rocce meno metamorfosate del gruppo di Quebec, può at- 
tribuirsi alla maggiore intensità dell'azione chimica cui i mela- 
firi andarono soggetti. 

Per ciò che riguarda l'età geologica delle rocce cuprifere 
del Lago Superiore, le osservazioni fatte nelle parti S.O. della 
penisola superiore del Michigan mostrarono una gran differenza 

24 



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- 362 - 

di età fra le sene cuprifere di arenarie, conglomerati e mela- 
firi da un lato, e V arenaria del Siluriano inferiore, di cui forono 
già giudicate contemporanee. Nella costa meridionale del Lago 
Superiore si osserva : una serie di arenarie rosse e scisti gia- 
centi quasi orizzontalmente, che limitano la spiaggia del Michigan 
fra Saulte Saint-Mary e la baja Béte-Grise sopra la punta di 
Eeweenaw; da quest'ultimo punto sino all'Ovest delP Isola Grande 
questa arenaria vien ricoperta verso il Sud da altre rocce silu- 
rìche, e fra questa Isola e Marquette V intera serie si volge a 
S.O., per formare da questa parte il margine occidentale come 
poc' anzi formava il settentrionale del gran bacino del Michigan. 
Dove incomincia questa piegatura verso S.O. la zona delle are- 
narie si divide, e da Marquette verso Ovest si trovano con brevi 
interruzioni i letti d'arenarie fiancheggienti le falde settentrio- 
nali della catena montuosa dell' Huron, e pendenti leggermente 
da S"" a 15*" verso il bacino del Lago Superiore. Alla punta Ee- 
weenaw si osserva ancora una eminenza formata dai resti del 
calcare di Trenton : il bacino, occupato in parte dalla baja di 
Eeweenaw, ha ad Ovest i depositi di arenaria del Siluriano infe- 
riore, e ad occidente s'incontra la serie cuprifera di melafiro e 
conglomerato che pende in senso opposto alle arenarie di W a 
60"". Riguardo a quest' ultima si è concluso : 

I. — La serie cuprifera fu formata avanti la deposizione dei 
letti Huroniani, su cui essa riposa uniformemente e conseguen- 
temente avanti il sollevamento della gran catena azoica, la cui 
esistenza durante il periodo di Potsdam determinava la forma- 
zione dei bacini silurici del Michigan e del Lago Superiore. 

II. — Dopo il sollevamento di queste rocce e dopo che esse 
ebbero assunti i loro caratteri litologici, venne la deposizione 
delle arenarie e scisti che le accompagnano, contenenti fossili 
che le mostrano appartenenti al Siluriano inferiore, benché sia 
incerto se debbano riferirsi al Potsdam od al Calcifero. 

Non è ancora risoluta la questione se la serie cuprifera sia, 
rapporto al tempo, più prossima all' Huroniano che al Siluriano. 
Le osservazioni mostrano una mancanza di conformità fra il 
Laurenziano e l' Huroniano in molti punti della penisola supe- 
riore, mentre in altri luoghi vi si riscontra una decisa con- 
cordanza. 



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— 363 — 

I componenti della serie cuprifera si formarono, come si è già 
visto, avanti V elevazione delle rocce Huroniane. La deposizione 
delle rocce siloriche sul Lago Superiore parrebbe aver avuto 
laogo nel progresso di una graduale depressione, che fece sì che 
la costa di quella parte del mar silurìco fosse rappresentata 
dalle ardite rupi dell' intemo della regione azoica. 

È probabilmente a questo processo di deposizione dell' are- 
naria silurìca sopra un' area, che dopo aver subito un' enorme 
erosione, andava gradatamente sommergendosi, che deve attri- 
buirsi r assenza di punte salienti della serie cuprifera al di so- 
pra dell'arenaria come in molte località della spiaggia meridionale. 



HOTIZIE BIBLIOGRiFICHE. 



C. Marinoni. — Ntum materiali di paleoetnologia lombarda. 
Milano, 1872. 

Questa pubblicazione è destinata alla illustrazione di alcuni 
oggetti preistorici appartenenti ad un' interessante collezione di 
armi di selce che provengono dalle Fornaci, località situata nel 
comune di San Nazaro a qualche chilometro verso S.O. da Bre- 
scia sulla sponda ministra del Mella. 

La scoperta delle armi in pietra presso Brescia e precisa- 
mente nella località indicata, non è un fatto nuovo: alcune cu- 
spidi di freccieche furono rinvenute in diverse epoche, sono già 
state descritte dal professor Gastaldi ; a queste se ne aggiun- 
gono oggi delle nuove che tutte ritraggono per forma le altre 
già note. 

Tutti cotesti oggetti in pietra si trovarono rimovendo le ar- 
gille da mattoni che in detta località formano uno strato dello 
spessore di circa 4 metri, e che assai si estende all'intorno. 
Sotto questo è un letto di marna calcarea friabile, giallastra per 
traccie di ferro disseminatovi, e le selci lavorate si trovano nella 
parte inferiore delle argille o in qualche caso sulle marne stesse. 
I depositi silicei poi che fornirono il materiale, forse potrebbero 
essere stati quelli delle ghiaje sparse di diaspri e di calcedonie 



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- 364 — 

che si riscontrano in posto sui colli cretacei di Urago, Mella ec 
prossimi a Brescia, ma più verso settentrione. Si ritiene che la 
località delle Fornaci sia un deposito alluvionale, ed infatti il 
fiume Mella quando è gonfio anche al presente qualche volta la 
inonda. 

Benché le selci illustrate dair Autore non presentino nulla di 
specialmente nuovo, pure potranno essere di grande utilità quando 
venga il tempo di fare un po' di sintesi di tutto ciò che si è 
detto sulle età preistoriche in Lombardia. Esse sono per la mag- 
gior parte punte di freccia del tipo triangolare, acuminate, mu- 
nite di pedicello e con alette ben spiccate ; il più bel pezzo è 
una punta di lancia di selce variegata in bianco giallastro sporco, 
finissimamente ritoccata e con gran maestrìa. Tali pietre furono 
finora riferite all'epoca archeolitica della età della pietra, ma la 
finezza con cui son lavorate accennerebbe piuttosto ad una in- 
dustria tutt' altro che bambina e forse anche ai più bei tempi 
del periodo neolitico ; ma i dati sono ancor troppo scarsi per 
poter fondare un giudizio in proposito. 

Altra e non meno interessante notizia è quella fornita dal- 
l' Autore intorno alla scoperta recentissima di traccio dell' uomo 
nella caverna di Levrange, detta il Buco deW eremita^ che si 
apre un po' prima e sotto il paese dello stesso nome, quasi alla 
imboccatura della valle del Dignone, piccolo confluente del Chiese 
sulla destra della Val Sabbia : intomo a questa grotta e ai suoi 
depositi scrisse;ro i professori Stoppani e Cornalia; nello scorso 
giugno il dottor Forsyth Major trasse dal suolo di detta grotta 
buon numero di ossa aventi evidenti traccio della mano del- 
l' uomo. 

Lo scritto è corredato di una tavola accuratamente dise- 
gnata che mostra le forme degli strumenti in selce illustrati dal 
r Autore. 

Panorama geologico dd Friuli da Moruzzo, dipinto dal 
dott. T. Taramelli professore nel R. Istituto tecnico 
di Udine. — Udine 1872. 

n prof. Taramelli, ben noto ai cultori delle scienze geologiche 
per varii ed importanti scritti da lui pubblicati sulla geologia 



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- ass- 
idei Friuli, ha testé dato alla luce un interessantissimo lavoro sotto 
il titolo di Panorama geologico del Friuli veduto da Moruzzo: i 
mezzi nuovi ed ingegnosi con cui l'Autore è riuscito a porre in 
rilievo le differenze di terreni e di formazioni e la conoscenza 
profonda del territorio da lui illustrato, meritarono a questa 
pubblicazione vari sinceri elogi, sì in Italia che all' Estero e par- 
ticolarmente in Germania. 

D castello di Moruzzo ha un'altitudine di 246 metri; si- 
tuato nel cuore del Friuli, presenta il punto di vista più oppor- 
tuno per scorgere le varie regioni geologiche in cui può divi- 
dersi quella provincia ed è per tal ragione che esso venne scelto 
dall' Autore. Le formazioni predominanti nel Friuli sono per or- 
dine di antichità la dolomitica (formazione retica), la calcarea 
(giurassica e cretacea), la calcareo-mamosa (eocenica), quella della 
Melassa (miocenica), la pliocenica antica, la morenica e le allu- 
vioni terrazzate (epoca glaciale), e le alluvioni postglaciali. 

Tutte queste formazioni vennero rappresentate dall' Autore 
con segni e tinte convenzionali che le rendono perfettamente di- 
stinte all'occhio dello. spettatore. 

La formazione dolomitica occupa lo sfondo del paesaggio, 
elevandosi a un' altezza media di 2200 metri con molte vette ap- 
partenenti tutte al Trias superiore e all' Infralias. 

n Monte Cavallo, verso ponente, si erge maestoso sull'alti- 
piano dei monti cretacei di Polcenigo ed è esso pure costituito 
da calcari cretacei. 

I dorsi giuresi del San Simeone e del Quaman e l' altipiano 
della Foresta dei Peri si confondono orograficamente colla re- 
gione cretacea che sporge con dorsi ed altipiani dove furono 
esportati gli strati terziarii. Nel Friuli orientale si sviluppano 
esclusivamente i terreni eocenici, mentre ad occidente le rocce 
eoceniche hanno uno sviluppo assai più limitato : fra il Taglia- 
mento e la Meduna si stende la regione miocenica i cui punti 
culminanti si elevano fino ai 600 metri e sono in continuo 
sfacelo. L'alluvione terziaria è rappresentata dalle colline di 
Pinzano, di Ragogna, di Susans e di Udine mentre il davanti 
del paesaggio è costituito dalle colline moreniche formate dai de- 
triti abbandonati dallo scomparso ghiacciaio del Tagliamento. 

Questa pubblicazione, sia per la scienza con cui venne con- 



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- 366 — 

dotta a termine, sia per la eleganza e nitidezza del paesaggio 
geologico, sia infine per la chiarezza della illustrazione che ac- 
compagna la tavola e da cui abbiamo tolti i pochi cenni che 
sopra, mostra quanto degnamente il suo Autore occupi il posto 
che egli si è conquistato fra i cultori della scienza geolo^ca. 



HOTIZIE DIVERSE. 



Composizione della lara Tesaviaiia dell'Aprile 1872. - 

Sopra le lave precedentemente eruttate dal Vesuvio nel settem- 
bre 1871 e nel marzo 1872 si versava la più recente lava del- 
l' aprile 1872, la quale sì per P aspetto estemo che per Tesarne 
microscopico della sua struttura intema si distingue facilmente 
da tutte le altre lave. Essa è di color grìgio cinereo oscuro, 
poco porosa e somiglia moltissimo al basalto comune, somiglianza 
che viene poi giustificata dalla sua chimica composizione. Col- 
r iguto della lente la lava appare come una massa omogenea in 
cui si può distinguere gran numero di cristalli di augite verde- 
scura, come pure piccole masse sparse di olivina; in mmore 
quantità cristalli di leucite e assai raramente piccole lamelle di 
mica magnesiaca. 

n minerale predominante è la Leucite che vi si trova inca- 
stonata in piccoli e numerosi pezzi sì rotondi che angolosi, cia- 
scuno dei quali contiene una quantità di masse vitree di colore 
bruno nerastro. Quest' ultima sostanza trovasi nella pasta leud- 
tica per lo più in ammassi regolari talvolta radiati o circolari, 
oppure isolata in noduli regolarissimi. Insieme a questa si no- 
tano assai di rado masse vitree incolore, d'ordinario assai piccole. 

La BeUnUe appare in queste leuciti in piccoli cristalli pri- 
smatici di colore scuro, disposti regolarmente presso i margini 
delle masse leucitiche. 

L' Augite si presenta in grosse masse e forma talvolta dei 
cristalli completi, sparsi però in singoli punti della i^ta: que-, 
sti cristalli hanno in generale delle spaccature e cavità le quali 
sono ripiene sovente dal suddetto vetro di color bruno. 



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- 367 - 

L' Olivina trovasi soltanto in grossi grani, talvolta arrotondati, 
tal'altra angolosi, i quali risaltano molto bene sul fondo della massa. 

Sotto il microscopio possono osservarsi molti frammenti, e 
sovente cristalli ben formati, di un minerale incoloro che dallo 
aspetto può giudicarsi per Sanidina: associati con quest'ultima 
e in tenue quantità si trovano anche dei cristalli incolori di 
forma prismatica non ben determinati, appartenenti probabilmente 
a Fddispato tricUno. 

La Mica s' incontra assai raramente e non si distingue che 
per forte ingrandimento. 

La Magnetite è inclusa in gran copia in tutta la massa della lava 
e spesso sta anche racchiusa entro i noduli di augite: si presenta di 
ordinario in granelli neri senza forma cristallina ben determinata. 

La pasta fondamentale di questa lava è talmente ripiena di 
augite e magnetite che si esige un notevole ingrandimento per 
distìnguervi le piccole masse vitree incolore. 

Dair esame dei piccoli cristalli sparsi nella massa, resulta 
gran differenza di composizione dalle lave precedenti e special- 
mente da quelle del 1868, 1871 e marzo 1872 molto analoghe 
fra loro. Così nella lava del 1868 si trova in gran quantità la 
mica magnesiaca e la nefelina, mentre neir ultima lava è scarsa 
la mica e totalmente assente la nefelina. Questa poi si distingue 
molto facilmente, dalle tre precedenti per V aspetto estemo, so- 
migliando essa molto più alle lave vesuviane antiche e ad alcuni 
basalti che alle suddette. Da ultimo grande analogia di struttura in- 
tima si nota con quella del 1767 e coi leucitofiri del Monte Somma. 

Le Solfatare del Mar Bosso* — Si conoscono attualmente 
sulle due coste del Mar Rosso tre giacimenti di solfo nativo, che 
hanno in questi ultimi tempi interessata la geologia e Tindustria. 
Sono: 

1** il più considerevole, sulla costa africana in faccia a Tor, 
alle falde del SinaY, si trova a 27%15 lat. N. e 3r,15 long. E. 

2"" il secondo si trova sulla stessa costa, a 35 chilometri 
al N. delle rovine dell' antica Berenice ossia a 24^,18 lat. N. 
e 33' long. E. 

3'' sulla costa orientale si trova il terzo a 27%50 lat. N. 
e 32*,35 long. E. all'ingresso del porto di Akaba. 



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- 368 — 

Altre traccie di solfo poco importanti si incontrano lungo 
le coste. 

n primo giacimento coltivato a più riprese fino al principio 
di questo secolo ha fornito al governo egiziano abbastanza solfo 
per i bisogni dello Stato. Queste solfatare si trovano in un am- 
masso di rocce eruttive situato in mare a tre chilometri dalla 
costa e congiunto a questa per mezzo di una lingua di terra. Que- 
sta massa, conosciuta sotto il nome di Montagna di Djemseh, è 
divisa in tre gruppi perfettamente distinti e fra di loro separati 
da una specie di burrone di 500"* di larghezza. Due di questi 
gruppi sono bagnati dal mare ad Est e ad Ovest e corrono da 
N.O. a S.E. : il terzo li ricongiunge verso il punto culminante di 
essi, cioè al Sud e sembra essere stato il principale focolare 
d' eruzione. 

La penisola di Djemseh appartiene come le altre isole del- 
l' arcipelago di Jubal, a^ terreni terziarii medi: l'altezza sul 
mare è in media di 170°; la roccia costituente è un calcare 
talvolta giallo e duro, tal' altra bianco e friabile come la creta. 

I primi strati di solfo si trovano già al livello del mare in- 
sieme con pozzi di petrolio molto ricchi scoperti nel 1868 a mezzo 
di scandagli eseguiti dietro deduzioni geologiche. H primo filone 
ha in certi punti più d' un metro di altezza e scende a più di 
30"* al di sotto del suo affioramento con direzione da N.E. a S.O. 

n secondo è a più di 30"^ al di sopra in un terreno duro, 
giallastro e talvolta nerastro; esso aveva un' altezza di 10" e si 
dovè scavarlo a gradini. Gli altri si trovano al culmine della 
montagna e nel piccolo burrone che divide la massa come sopra 
si disse, e sono misti a del calcare bianco. 

Neil' estrarre il minerale dagli strati posti presso le sorgenti 
di petrolio, si sono trovate in una grotta intema delle stalattiti 
mirabili di color nero-fumo, seminate di cristalli ottaedrìci di un 
bel giallo, mentre in altri punti gli scavi hanno messo in luce 
delle concrezioni, dei fossili screziati e dei blocchi di sale misti 
a del calcare di un bianco perfetto. 

Gli strati più belli sono quelli che consistono in una crosta 
di gocciole compatte, giallo-paglia, aventi talvolta fino a 0,"20 di 
altezza: esse dettero fino a 75 per cento di solfo puro, ma s'in- 
contrano in poca quantità. 



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— 369 — 

Per i lavori d' estrazione non s'ebbe bisogno che di poche gal- 
lerie sotterranee, e la fusione del minerale si operava per mezzo 
di forni simili a quelli adoperati in Sicilia. Ma oggi il giachnento 
di Cjemseh non possiede più abbastanza solfo per rendere van- 
taggiosa una coltivazione industriale. 

D secondo giacimento situato a Banga si trova nelle smesse 
condizioni geologiche. Fu nella prima catena di montagne, a un chi- 
lometro dalla costa e a 100"" sul livello del mare, che si scuo- 
prirono i primi affioramenti. 

I terreni sono gli stessi, ma la posizione non promette una 
gran ricchezza di minerale ; e la lontananza da ogni centro abi- 
tato ne ha ritardata la coltivazione. 

U pozzo più profondo* — È questo pozzo situato nelle vici- 
nanze di San Luigi nel Missouri (Stati Uniti) e raggiunge una 
profondità di circa 1230 metri. Fu perforato air oggetto di ricer- 
care dell' acqua, ma questa non si eleva che a 31 metri air incirca 
sotto la bocca del pozzo, n f6ro comincia negli strati della for- 
mazione carbonifera, traversa il calcare di San Luigi, quindi i 
depositi di arenarie e di dolomiti del Silurico per raggiungere 
alla profondità di 1152 metri le rocce cristalline, nelle quali 
continua per tutto il rimanente tratto. 

L' acqua è fresca e pura sino ad una profondità di 480 me- 
tri, ma dopo questo punto aumenta in essa la proporzione dei 
sali disciolti che raggiunge il suo massimo a 1078 metri circa 
dove misura 4"" B. : a maggiori profondità diminuisce tal pro- 
porzione e non è che di l"" B. a 1095 metri. A questo ultimo 
ponto s'incontrano per la prima volta acque contenenti acido 
carbonico e solforoso e la temperatura vi fu trovata di 41^,7 C. ; 
tenendo a calcolo la temperatura media annua locale che è di 
13* C, r inalzamento di temperatura è di 1* per ogni 37"*,70 
di aumento di profondità. Il diametro del fóro alla bocca è di 
253 millimetri, e fino a 320 metri di profondità è rivestito di 
tubo : dopo questo punto non ha che 100 millimetri di diametro, 
n lavoro di perforazione ha durato circa tre anni senza che 
avvenisse alcun inconveniente ad interromperlo e l'opera costò 
circa la somma di 300,000 franchi. 



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— 370 — 



AVVISO. 



Bollettino del B. Comitato Oeologieo per il 1878 (Anno 4*). 
— É aperta V associazione al nostro Bollettino per Tanno 1873, 
al prezzo solito di L. 8 per il Regno e L. 10 per V estero 
franco di porto. Esso si pubblica in fascicoli bimestrali di 3 
a 4 fogli di stampa di pagine 16 ciascuno, per modo che la 
intiera annata viene a formare un volume di almeno 20 fogli, 
corredato da incisioni intercalate nel testo e da tavole in lito- 
grafia, n frontespizio e la copertina del volume saranno dati 
gratuitamente ai signori Associati. 

Nel primo fascicolo del Bollettino 1873, che sarà pubblicato 
fra breve, si incomincierà la stampa di un importante lavoro 
originale dell' egregio Prol G. Sequenza, intitolato : La forma- 
eione pliocenica nélF ItàUa Meridionale. Questo lavoro, corredato 
da tàvole con sezioni geologiche, verrà poscia continuato rego- 
larmente nei successivi fascicoli. 



Si raccomanda ai signori Associati di rinnovare al più pre- 
sto il loro abbonamento, onde evitare ritardo nella spedizione 
del periodico, ed a quelli che non hanno pagato ancora il prezzo 
di abbonamento per il 1871, di volerlo fare con sollecitudine. 



È uscito il Voi. n, (Parte P) delle Memorie del 
K Comitato Geologico*— Vedasi la S*" pagina 
della copertina del presente fascicolo. 



Per le associazioni e per le commissioni, rivolgersi al 
Segretario del B. Comitato Geologico d' Italia, in Firenze, 
Yia della Scala, N. 22, p. piano. 



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INDICE 

DELLE MATERIE CONTENUTE NEL BOLLETTINO DEL 1872 
(Tolnme Terzo). 



NOTE GEOLOGICHE. 

A. ly AchiardL — Sulle ghiaie delle Colline Pisane e sulla prove- 
nienza loro e delle sabbie, che insieme costituiscono la parte 
superiore dei terreni pliocenici della Toscana. Pag. 5 

B, GagMdi» — Cenni sulla costituzione geologica del Piemonte ... 14 

F. Bayan. — Intorno ai terreni terziarii del Vicentino (estratto) • . 33 
I Cocchi. — Su di due Scimmie fossili italiane 59 

G. Meneghini. — Su di un lavoro di E. Subss 72 

B, Ga8t(Mi. — p Cenni sulla costituzione geologica del Piemonte (con- 
tinuazione e fine) 77 

r. TarameUi. — Cenni geologici sull'Alto Trevigiano e sulla Valle di 
Belluno nel Veneto (estratto) 96 

A, DéUsse. — Cenni intomo alla Orografia ed alla Litologia del Me- 
diterraneo » ..,...•• 123 

r. Skrry JStmt. — Osservazioni intomo alla geologia del grappo del 
Monte Bianco (estratto) 131 

Fou^ e Oorceix. — Intorno ai gaz infiammabili degli Apennini e 
dei Lagoni di Toscana (estratto) 140 

L Coechi. — Del terreno glaciale delle Alpi Apuane 187 

JBolt^er. — Cenni intomo alla geologia del grappo dell' Adamello 
(estratto) , 197 

7. Taramdli. — Cenni geologici sulle valli di Baccolana, di Degna e 
di Malborghetto nell'Alto FriuH (estratto) 201 

M. BairetH. — Cenno orografico sul grappo della Roche d' Ambin 
(Alpi Cozie. — Versante Italiano) (estratto) 203 

K Sawoage, — Il giacimento a pesci di Licata (estratto) 206 

Q. SearabéOi. — Su di una Cavema con avanzi preistorici dell' Apen- 
nino di Romagna (Circondario di Faenza) (estratto) 209 

0. C. Marsh, — Di alcuni nuovi uccelli fossili scoperti recentemente 
nel Nord-America (estratto) 211 

GF. Fonzi. — Costituzione geologica della Campagna romana (estratto). 251 



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- 372 - 

T. ToramcBt. — Osservazioni geologiche fatte in Gamia (Alpi venete) 
(estratto) * Pag. 261 

N. Pelkrtt. — Sulla geologia del distretto di Agordo nel Veneto 
(estratto) 269 

0. C. MàrsK — Di alcuni rettili e mammiferi fossili recentemente sco- 
perti nel Nord- America (estratto) 273 

A. D'^Aiard». — Paragone della Montagnola Senese con gli altri 
monti della Catena Metallifera della Toscana 315 

Idem, — Sulla probabile esistenza di avanzi di antichissime industrie 
umane nella cosi detta Tsrra giaUa di Siena. 325 

T. TarameUi, — Osservazioni geologiche fatte nel Carso, nel territo- 
rio di Monfalcone ed alle foci dell* Isonzo (estratto) 326 

0, 0. Marsh. — Di alcuni rettili e mammiferi fossili recentemente sco- 
perti nel Nord- America (estratto) (continuazione e fine) 338 

B. PumpèUy. — I giacimenti di rame nativo del Lago Superiore (Nord- 
America) (estratto) 354 



NOTE DI FISICA TERRESTRE. 
F, Keller. — SuU* attrazione delle montagne 

NOTE MINERALOGICHE. 



— Elenco di specie minerali recentemente trovate 157 

G, Orattarola — Sopra alcuni minerali dell'Isola d*Elba non ancora 

descritti o accennati 284 

A. lyAc^iardù^l combustibili fossili della Toscana (estratto). • . 293 

NOTIZIE BIBLIOGRAFICHE. 

G. Capellini. — Sul Felsinoterio, sirenoide halicoreforme dei depositi 
lacustri pliocenici dell' antico bacine del Mediterraneo e del Mar 
Nero. —Bologna, 187« 163 

A. Bdesse. — Lithologie du fond des Mers. — Paris 164 

F. Ufoury. — Geografia fisica del mare e sua meteorologia; prima 
versione italiana di L, GaUa. — Torino, 1872 166 

A. IV-Ac^tafd». — Mineralogia della Toscana; Voi. L— Pisa, 1872. 217 

0. Sihestri, — Le Nodosarie fossili nel terreno subapennino italiano 
e viventi nei mari d' Italia. — Catania, 1872 219 

F. Coppi. — Studii di Paleontologia Iconografica del Modenese ; 
Parte Prima. —Modena, 1872 220 

A, Ddeaae.-^heB oscillations des còtes de Franco. — Paris, 1872 . . 221 



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— 373 - 

X. Palmieri. — Relazione dell' incendio vesuviano del 26 Aprile 1872. 
- Lipsia, 1872 Pag. 297 

A. Scacchi, — Contribuzioni mineralogfbhe per servire alla storia 
dell' incendio vesuviano del mese di Aprile 1872. — Napoli, 1872. 2d9 

F. Keller. -^ Bioerche sull' attrazione delle montagne con applicazioni 
numeriche. — Roma, 1872 299 

B. Studer. ^ Index der Petrographie und Stratigraphie der Schweiz 
und ihrer Umgebungen. — Bern, 1872 301 

C. Ifannoni. — Nuovi materiali di paleoetnologia lombarda. — Mi- 
lano, 1872 363 

T. TaranUUi. — Panorama geologico del Friuli da Moruzzo. — 
Udine, 1872 364 

NOTIZIE DIVERSE. 

Pubblicazione di una Appendice alla Memoria dell' Ing. Sibastiano 
MoTTUBA : Sulla formazione terziaria nella zona 8Ólfif^<^ <2^^ Si' 

cQia ; Firenze, 1871 45 

Concorso per posti di Geologo-Operatore. 48 

Analisi di prodotti vulcanici 110 

I prodotti dell' ultima eruzione del Vesuvio 112 

Lavori eseguiti dal R. Corpo di Stato Maggiore nell'anno 1871 . . 167 

Pioggia di sabbia rossa in Sicilia 169 

Ultime ricerche sulla temperatura e la salsedine delle acque del- 
l' Atlantico e del Mediterraneo 172 

Scoperte preistoriche fatte recentemente in Europa e in America. . 175 

Le sorgenti petroleifere dell'Indiana (Stati Uniti) 176 

Sulla variazione della gravità in Russia. 224 

Le correnti marine 226 

Analisi di alcune rocce ed altri materiali pescati nel OtUf-Stream. . 228 

Ferri meteorici trovati in Groenlandia ed in America 230 

I giacimenti petroleiferì del Nord-America. 234 

n petrolio dell* Isola di San Domingo 237 

Scoperta di una foresta fossile nel terreno terziario di California, ivi 

Scoperta del Diamante nella XantofiUite 239 

Sulla mineralogia àeìT Eozoon ùmadenee 240 

Composizione delle lave del Vesuvio 303 

L'ambra siciliana 304 

L'Uomo preistorico in Italia 305 

n Troglodite di Montone 307 

Composizione della lava vesuviana dell' Aprile 1872 366 

Le Solfatare del Mar Rosso 367 

n p^zo più profondo 369 

Rettificazione 241 



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- 374 — 

Catalogo della Biblioteca del B. Gomitato Geologico Pag. 50 

Idem. (Continuazione) 113 

Idem. » . . : 178 

Idem. » 242 

Idem. » 809 

TAVOLE ED INCISIONI. 

Sezione di terreni con depositi di ghiaie nelle colline Pisane (fig. 1*) 6 
Idem. Idem. (fig. 2*) 7 

Idem. Idenu (fig. 3*) 9 

Idem. Idem. (fig. 4*) ìtì 

Figura schematica (Kbllsb, Attrazione détte montagne) 101 

Tavola che accompagna la nota Cocchi, 8u di due Scimmie fossiU 
italiane 120 

Indice delle Materie contenute nel Bollettino del 1872. 371 



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l 



DI mite iilcazliiiiiL 



lemorie per serrire alla descrizione della Caria Geologica 
d'Italia. — Volume n, Parte 1'; 272 pagine iii-4' con 11 ta- 
vole, due Carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introdujsione. — Monografia geologica dédP Isola cFIschiaj 
con la Carta geologica della medesima in fol. e incisioni nel 
testo, del professor C. W. C. Fuchs. — Esame geologico della 
catena alpina dd San Gottardo, che deve essere attraversata 
dalla grande OàUeria détta Ferrovia Italo-Elvetica, con una 
Carta geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., dell' in- 
gegnere F. Giordano. — Appendice atta Memoria suitta for- 
magione terziaria nétta zona solfifera detta Sicilia, con una 
tavola, dell' ingegnere S. Mottuea. — Màlacologia pliocenica 
italiana, Parte I', Gasteropodi sifonostomi ; fascicolo 2**, con 
otto tavole di C. D'Ancona. 

Freaso dell'intero Volume, liire 26. 

NB. — Nei prezzi delle Memorie non sono comprese 
le spese di porto che restano a carico del compratore. 

Chi prenderà contemporaneamente i due volumi delle 
lùmorie finora pubblicati avrà un ribasso del 10 per 100 
sul prezzo complessivo. 

Curta Geologica del San Gottardo, nella scala di 
1 per 50,000, di F. Giordano. — Un foglio in cromo- 
litografia L. 5. — 

Girta Geologica dell'Isola d'Ischia, nella scala di 
1 per 25,000, di C. W. C. Fuchs. — Un foglio in 
cromolitografia L. 3. — 



Per le commissioni dirigersi al Segretario del B. Comitato 
Geologico, in Firenze, Tia della Scala, N^ 82, F" P% 



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Annunzi di pubblicazioni 



L. BoMBiGCi. — Corso di Mineralogia (seconda edizione grande- 
mente variata ed accresciuta); voi. P, Bologna 1873.— 
Pag. 564 in-8' con 4 tavole e molte incisioni intercalate 
nel testo. 

0. Silvestri. — Sopra due sorgenti di acqna minerale salino- 
soUtarea idrocarbonata dette di Santa Tenera alla base 
orientale dell'Etna; Catania 1872. — Pag. 101 in-4'' COD 
due tavole. 

0. Silvestri — Le Nodosarie fossili del terreno snbapennino 
italiano e viventi nei mari d'Italia; Catania 1872. 

Fr. Coppi — Stndii di Paleontologia iconografica del Mode- 
nese. — Parte I*; Modena 1872. 

G. Ponzi — Del Bacino di Roma e sna natura, per servire 
d' illustrazione alla Carta Geologica dell'Agro Romano; 

Koma 1872. — Pag. 50 in-8** con Carta Geologica del Bacino 
di Eoma. 

L. Palmieri — L' incendio vesuviano del 26 aprile 1872; 

Lipsia 1872. — Pag. 52 in-8** con sette tavole. 
À. Scacchi — Contribuzioni mineraloglclie per servire alla 
storia dell' incendio vesuviano del mese di aprile 1872; 

Napoli 1872. — Pag. 36 in-4** con una tavola. 

G. CuRioNi — Bicerche geologiche sull' epoca dell' emissione 
delle rocce sienitiche della catena dei monti dell'Ada- 
meUo nella provincia di Brescia; Milano 1872. — 
Pag. 20 in-4^ 

C. Marinoni. — Bapport sur les travaux préUstoriqnes en 
Italie depuis le congrès de Bologne; Toulouse 1872.— 
Pag. 12 in-8^ 

C. Marinoni — Nuovi materiali di paleoetnologia Lombarda ; 

Milano 1872. — Pag. 8 in-4* con una tavola. 
T. Taramelli. — Panorama geologico del Friuli da Moruzzo; 

Udine 1872. — Un foglio in cromolitografia. 



<^*: 



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BOLLETTINO 



DEL 



R. COMITATO GEOLOGICO D'ITALIA 



1873. - Anno IV. 



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1873. - Anno IV. 



BOLLETTINO 



DEL 



R. COMITATO GEOLOG 

D* ITALIA. 



Volume Quarto. 
N. 1 a 13. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI tì. BARBÈRA. 



1873. 



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R. COMITATO GEOLOGICO 

F ITALIA. 



Bollettino N!* I e 2. 



Gennaio e Febbraio 1873. 



FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 

1873. 



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MiCIIZlii Ubi B. GOITATO GEOLOeiGO. 



oJ©«> 



Bollettino Geologico peb il 1870. — Un voi. in-8' di pag. 324. 
» » PER IL 1871. — Un voi. in-8* di pag. 296. 

» » PER IL 1872. — Un voi. in-8* di.pag. 376. 

Prezzo di ciascun volume L. 10. 

H prezzo di associazione del Bollettino 1873, franco di 
porto, è di L. 8 per il Regno e di L. 10 per T Estero; i 
fascicoli Separati si vendono al prezzo di L. 2 ciascuno. 

Memorie per servire alla descrizione della Carta Geologiet 
d' Italia. — Volume P; 404 pagine in-4* con 23 tavole, due 
Carte geologiche e varie incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introdujsione — Studii geologici stdle Alpi Occidentoii, di 
B. Gastaldi, con cinque tavole ed una Carta geologica. — 
Cenni sui graniti massicci delle Alpi Piemontesi e sui mi- 
rali delle vaUi di Lanzo, di G. Strìjver. — Suda formojsim 
terziaria nella jsona solfifera della Sicilia, di S. Mottuba, 
con quattro tavole. — Bescrieione geologica déìC Isola d^Elk, 
di I. Cocchi, con sette tavole ed una Carta geologica.— 
Mcdacologia pliocenica italiana, Parte I*, Oasterqpodi sifo- 
nostomi, di C. D'Ancona; fascicolo 1% con sette tavole. 

Prezzo del Voi. r» Lire 86. 

Brevi cenni sui principali Istituti e Comitati Geologie! e 
sol B. Comitato Geologico d' Italia, di I. Cocom. — 
Pag. 34 in-4* L. 1. 50 

Carta Geologica della parte orientale dell' Isola d' Elba, 

nella scala di 1 per 50,000, di I. Cocchi. — Un foglio ìd 
cromolitografia L. 3. 00 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 
NM e 1 — Gennaio e Febbraio 1873. 



SOMMARIO. 

Kote geologiche. — 1. II Monte Titano (territorio della Repubblica di San Ma- 
rino), i suoi fossili, la sua età ed il suo modo d* origine, per A. Manzoni. — 
II. Studi! stratigrafici sulla formazione pliocenica dell* Italia Meridionale, per 
G. Sequenza. — III. Cenni sulla geologia delle Alpi Cozie, di B. Gastaldi 
(estratti)). — IV. Di qualche corallo paleozoico delle Madonie (Sicilia), per 
G. Sequenza. 

Kotisie bibliografiche. — L. Bombicci, Corso di Mineralogia; 2* edizione. 
Voi. 1; Bologna 1873. 

Kotisie diverse. — Resti di Sirenoidi trovati nel Veneto. — Il lago d* Ansanto. 
— Nuovi fossili rimarchevoli. — I Diamanti del Sud-Africa. 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 

Tavole ed Incisioni. ~ Tavola di sezioni naturali delle provincie di Paler- 
mo e di Messina. — Sezione presso Campofelice in provincia di Palermo, ' 
a pag. 44. 



NOTE GEOLOGICHE. 



L 

H Mante Titano (territorio della Repubblica di San Ma- 
rino), i stwi fossili^ la sua età ed U suo modo d' ori- 
gine, per A. Manzoni. 

Molte e pazienti ricerche istituite nell' anno scorso nella roc- 
rìa del Monte Titano coir assistenza del mio caro cugino il conte 
Bartolomeo Borghesi, cittadino samnarìnese, mi hanno fruttata 
la scoperta di una serie di fossili che io ritengo importantissima 
e degna d^ illustrazione. 

Chiamo scoperta il rinvenimento di detti fossili, per la sem- 
plice ragione che io non so che altri prima di me ne abbia mai 



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— 4 - 

raccolti e menzionati altrettanti, e molto meno poi ne abbia ti- 
rato quel partito che valga a determinare la cronologia ed il 
modo di formazione della roccia in cui si contengono. 

Ed in questo proposito, a titolo di storia di quanto è stato 
scritto intomo alla paleontologia e geologia del Monte Titano, 
mi conviene brevemente accennare che il senatore conte G. Sca- 
rabelli da Imola ha molto tempo prima di me esplorato questa 
località ; ma, meno di me fortunato nelle sue ricerche, ha scritto 
che « rari piuttosto sono i fossili » che vi si annidano {Siudi 
geologici std territorio della Be^tibhlica di San Marino, per G. 
Scarabelli, 1851, pag. 9). 

Né io son qua per far le meraviglie di questo ; giacché a 
me stesso è avvenuto di passar molti giorni in escursione su per 
il monte e nel mezzo delle sue frane, senza rinvenire nemmanco 
il principio di quella serie di fossili che presentemente mi troTo 
in caso di pubblicare. L' esperienza mia quindi non tanto altera 
r asserzione che i fossili sieno rari .e scarsi nella roccia del 
Monte Titano, quanto piuttosto la modifica in questo senso, che, 
essendovi detti fossili mal conservati e di laboriosa estrazione, è 
Bopratutto difficile il riconoscerli ed il fame raccolta, e poi il 
determiname la specie. 

I fossili raccolti dal senatore Scarabelli nella roccia del Monte 
Titano si trovano così enumerati : fin Studi geologici, ec, pag. 9 
e 10 : in Sur la formafion miocène du versant Nord-Est de TApen- 
wiw, de Bologne à Sinigaglia, par G. Scarabelli ; BuUet. Soc, Géd. 
de France, Tome 8, 2. Sér., 1850-51, pag. 238) : 

Lamna contortidens, Agass. 

Oxyrhina isocélica, E. Sism. 
» xiphodon, Agass. 

Carcharodon megàlodon, Agass. 
Denti di l " crassidens, E. Sism. 

^ » polygyrus, Agass. 

Sph(Brodus cindus, Agass. 

Èchinolampas Laurillardi, Agass. 

Ltmna transversa^ Bronn. 
\ Frammenti di Pecten: 

E evidente che nessuno singolarmente preso, e nemmeno lo 
scarso insieme di questi fossili, serve a caratterizzare una qual- 



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siasi formazione nella serie dei terreni terziari medii; e non 
deve recar sorpresa se, sulla scorta di così limitate ed insigni- 
ficanti indicazioni paleontologiche, potè accadere al senatore Sca- 
rabelli di riportare allora la formazione del Monte Titano al così 
detto miocene medio, e di ammettere che i fossili di questa ac- 
cennassero, con quelli delle sabbie e delle ligniti di Sogliano al 
Rabicone, un periodo istesso. (V. Scarabelli, op. dt.) 

n senatore Scarabelli ha di poi perfettamente rettificate le 
proprie idee su questo proposito, e gli scienziati potranno convin- 
cersene non appena sia comparsa la Carta e Descrizione geologica 
Mia Provincia di Forlìj la quale è d' imminente pubblicazione. 

Alla mia volta io facevo conoscere alcuni anni addietro V in- 
sieme dei fossili della località di Sogliano (Della Fauna di 
due lembi miocenici deW Alta Italia^ per A. Manzoni ; aus dem 
II. Bde. d. Sitjsb. d. h. ATcad. d. Wìssensch.; 1. Abth., Od. Heft. 
Jahrg, 1869, Wien\ ne stabilivo la corrispondenza con quelli del 
Monte Gibio nel Modanese, di Yigoleno nel Piacentino, di San« 
t' Agata nel Tortonese, di Asolo presso Bassano, e ne riportavo 
per età e posizione stratigrafica il deposito al miocene superiore 
Tortonese. Mentre oggi io mi credo in caso di poter stabilire 
una consimile rettificazione cronologica per la formazione del 
Monte Titano, facendone conoscere la Fauna e mettendone in 
luce la vera natura e significazione paleontologica, e dimostran- 
done r importanza nel meccanismo d'origine della formazione 



Segue r enumerazione dei fossili del Monte Titano per ordine 
di gerarchia zoologica ; ad ognuno di questi facendo seguito il 
Smero degli esemplari da me posseduti, e P indicazione delle 
oi^e località in Italia e fuori in cui sia stato raccolto. Ciò allo 
scopo di far conoscere il grado di frequenza di ogni fossile nella 
roccia del Monte Titano, e V estensione della sua distribuzione 
;eografica al di fuori di questa località. 



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PROSPETTO dei fossil 



CLASSIFICAZIONE. 



SPECIFICAZIONE. 



lil 



a 1 . 

g :| ^ Gei. SfhMredot. ^ Sphaerodus cinctas, Agass 

o 






Delti a Barfiii C Carcharodon megalodon, Agass 
sesbetUti. ( 



° - 

n \ 2 



/ Oxyrhina isocelica, E. Siam. 



I 

li 

ai 

c2 



Oxyrhina Desorii, Agass 



Delti a ■arfiii . 
lisd. \ 



Lamna contortidens, Agass. 
Lamna cuspidata, Agass . . 



Lamna sp ? Il 



H 
O 
m 

O 

S 



Q 
O 
0. 

o 
« 

H 

H 



HelostoBitì. 



SjpkoiesteBati. 



LAMELLraRAKCHI. 



Natica sp? (N. perusta, Bronn 

Rissoina 

Conus 

Cassis 

Fosus? episomus, Micht 

Venus 

Cardita 

Cardiom difficile, Micht 

Pecten Haverì, Micht 

Pecten Michelotti, D* Arcbìac 

Pecten miocenicus, Micht 

Pecten forma nova: valva infema maxime 
dtluvii'e^ similitudinem ; superna planiuscok 
laxe costatis ; articulis expansis : Long. I 
Lat. 43 -«. ^ 

Pecten forma nova : maxima, Tridacnaefarmù, 
expansa, umbone valde arcuata, costis 4, 
ad apicem nodosis. ad marginem planatis, 
Long. 120 »". — Lat 140 ■»" 



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mazione del Monte Titano. 



ALTRE LOCALITÀ. 



Bacino di Vienna (Agass.) — Coli, di Torino (Micht, E. Sism.) - 
Astigiano (E. Sism.) — Arenarie terziarie, Sicilia ((}emmeL) 



Molassa di Svizzera^ terr. terz. medii di Stiria, di Malta, di Dax 
(Agass.]) — Monferrato, Gassino (E. Sism.) — Cassinelle, Vicen- 
tino, mioc. infer., Collina di Tonno, Sciolze, mioc.^ medio, Tor- 
tona, Sassuolo^ Sicilia, mioc. super. (MichtJ — Sicilia nel Faln- 
niano della Frov. di Siracusa e di Noto ((ìemmeL) 

Argilla miocenica di Gbuisino, Coli, di Torino (E. Sism.) 

Molassa di Svizzera (Agass.) — Argille mioceniche di Gassino (E. 
Sism.) — Carcare e Mioglia, mioc. infer., Chussino, mioc. medio, 
Sicilia, mica super., Piacentino, plioc. (Micht.) ~ Molassa di 
MHitello in Proy. di Catania (GemmeL) — Lecce e Cerisano, Ca- 
labrie (Costa.) 

Molassa dì Svizzera e di Flonheim nella Valle del Beno (Agass.) — 
Argille mioceniche (E. Sism.) — Cerisano nelle Provmce Napo- 
letane (Costa.) — Caltagirone, Prov. di Catania; Pachino, Prov. 
di Noto, Sicilia (Gemmel.) 

Molassa di Svizzera e di Flonheim nella Valle del Reno (Agass.)— 
Collina di Torino (E. Sism.) — Dego, Mioglia, Vicentino, mioc. 
infer.. Collina di Torino, mioc. medio, Albenga, mioc. super. 
(Micht.) 

Calcare terziario di Val di Noto in Sicilia (Gemmel.) 



r. infer. 



Ronca (Brongniart, Bronn, Deshayes.) 



Miocene inferiore, località non citata (Micht.) 



Monteutrio (Micht.) mioc. infer. 

Collina di Torino e Serralunga nel Monferrato (Micht.) 

Biarritz (D'Arch.) 

Dego, Momese, Pareto, mioc. infer. (Micht.) 



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CLASSIFICAZIONE. 



SPECIPICAZIONK 



H 
O 
m 

O 



Lamellibranchi. 



< 



Pecten forma nova: rotondata, depressa, cosds 4 
alte nodosis, instmcta ; Long. 68 ■". — Lat t « 

Pecten deletns, Micbt ^ 

Pecten forma incertae sp .« 

Pecten forma incertae sp 

Pecten forma incertae sp .^ 

Pecten forma incertae sp ^ 

lanira forma nova: maxima, valde arcuata^ rotai 
Lat. Long. 75 "*°* 



Lima forma incertae sp : maxima, laze costata. LoDg.1 
— Lat. 60 «»~ 



Brachiopodi. 



\ Spondilos? 

I Terebratnla bisinuata, Lamk 



O 

o 

PI 

m 



Chilostomati 
non articolati. 



Membranipora sp ? • . . . 

Lepralia sp? 

Retepora vibicata, Ooldf . 
Eschara nndnlata, Reoss . 



— anbcbartacea, D'Archiac. 



Ctclostomati 

NON articolati. 



Vincolarla sp ? 

Discosparsa sp ? 

Radiopora sp ? 

Homera sp? 

— trabecnlaris, Reoss. . . . 
Myriozoon troncatom, Ehrenberg. 



s 

P 
O 

H 

H 
o 



Endocyclici. 



Rabdocidaris 

Cidaris 

Gidaris 

Cidaris Avenionensis, Desmool. 



Gì 



Gidaris calamos, Laobe . 



Rabdocidaris . • 

Gidaris 

Psammechinos parvos, Miobt . , 
Glypeaster scotom, Laobe . . . 
Echinanthos ? scotella? Lamk. 



Echinanthus ? Sopitianos ? D* Archiac . 



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ALTRE LOCALITÀ. 



Degù, mioc. infer. (Micht.) 



Bolca, Veronese (Collez. del Museo di Pisa.) 



Collina di Torino, mioc. medio. — Momese, mioc. infer. (Micht.) 

Tufi di Sangonini, Vicentino (Renss), Bacino di Vienna, miocene 
(Reoss.) 

Rocher da Ctoolet, Falaise da Phare, presso Biarritz (D'Archiac) 
— Val di Lonte, Vicentino (Reass.) 



Biarritz (D' Archiac.) — Val di Lonte, Vicentino (Reass.) 

Depositi fossiliferi pliocenici e quaternari italiani (Manzoni.) — 
Vivente nel Mar Kosso (Ehrenberg.) e nell' Adriatico (Heller), 
fondi nulliporici. ^ 



Molassa di Francia e di Svizzera: Angles presso Avignon, Saint- 
Paul, trois Chàteaux, Départ. Sarthe. — Chauz de Fond, Sviz- 
zera (Agass. Desor.) 

Castel Cucco presso Asolo, Colline di S.* Orso ad oriente di Schio 
(Laube.) 



Collina di Torino, mioc. medio (Micht., Desor.) 

CoDalto di Monfhmo, Vicentipo (Laube.) 

Su'ego, Mossane, Lione, Scaranto nel Vicentino (LaubeO — S.* Mar- 
tory, Fréchet, Haute Garonne, eocene (Cotteau.) — Nizza, Monte 
Baldo nel Veronese, Malo presso Schio nel Veronese (Cotteau e 
Desor)— nelle -sabbie terziarie di Hereford (Groldf.) in Westfedia. 

Rocher du Goulet, presso Biarritz (D'Archiac, Desor, Cotteau), Vi- 
centino CE)esor.) 



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CLASSIFICAZIONE. 



SPECIFICAZIONK 



tu 

Q 
O 

M 

H 
o 



Endocyclici 



Echinanthos? Wrighti, Cotteaa 






EchinanthuB ? Beggiattoi ? Laabe. . . 
Echinolampas hemisphaerìcus, Lamk 



Echinolampas Laorillardi, Agass. 



EIcHinolampas dìscus, Desor . 
Echinolampas similis, Agass. 



Conoclypus plagicNSonms, Agass. 



Echinocyamos Studeri, E. Sism. 
Periaster? Heberti? Cotteau . . 



Periaster? scarabeos? Laabe. 
Pericosmus latos, Agass . . . . 



Pericosmos? aequalis? Desor. 
Lintbia? cruciata? Desor . . . 



ESOCYCLICI 



Macropnenstes Meneghinii, Desor . 
{ Macropneustes ? brissoides? Leske. 



Macropnenstes ? pnlvinatns ? Agass 
Eupatagus omatus, Defr 



Spatangns ocellatus? Defr. 




[ €ar]tf hiUiéea | Trochocyatos elegans, Micht 
' Stylocoenia sp? 



Porites ramosa, Catullo sp. 



T^TTTgs fìPO-nT ) NuMBnjLi- 1 Nummulites planulata, D'Orb. var. minor, D'AU 



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■pian. 



conserv. 



conserv. 
consenr. 



eonsenr. 
conserv. 



conserv. 



nte 
conserv. 

conserv. 
conserv. 

conserv. 
conserv. 

1 conserv. 
. conserv. 

I conserv. 

I conserv. 

'conserv. 



I conserv. 
I conserv. 



lereroli 



ente 



ALTRE LOCALITÀ. 



Gran Croee di S. Giovanni Ularione, Vicentino (Laube.) — Alaric, 
Ande, eocene (Gotteau.) 

Castione^ Vicentino (Lanbe.) 

Faluns bleus de Morozze, Dep. Landes, mioc. (Grat., Cotteaa) — 
S.* Jean de Royans, S.* Paul troia Chàteaux. Dep. Drome; Gap 
Couronne, Le Martigues, Den. Bonches da Rhone (Gotteau, De- 
sor.) — He de Gypre (Graudry.) — Leitha-conglomerat, Ealksburg 
presso Vienna : Èrunn, Gròssnoflein presso óedenburg ; Tétény, 
presso Ofen, Ungheria (Lanbe.) 

Gauderndorf, Ritzing in Austria; Dego, Gassinelle in Italia, Bor- 
deaux in Francia (Laube.) 

Vicentino, terr. numm. (Desor.) 

Val Laverda, Zovencedo, S.» Orso nel Vicentino (Laube.) — Col- 
lina di Torino (E. Sism., Micht.) — Carcare, mioc. infer. (Micht.) 

Gròsshofleìn, Zirknitz in Ungheria ed Austria (Laube) — dalla mo- 
lassa miocenica del Gap Gouronne presso Martigues (Desor) ~ 
da Al'cante (Deluc) — da Balistro in Gorsica (Laube) — dal- 
l' Isola di Malta (Wright) — e dal deserto di Faredjah e di 
Santarieh all'Ovest dall'Egitto (Desor.) 

Golline di Torino, mioc. medio (E. Sism., Micht.) 

Biarritz^ Rocher du Goulet, eocene, gruppo nummnlitico (Gotteau.) 

— Giuppio, Gran Groce. 

Gran Groce di S. Giovanni Ularione, Vicentino (Laube.) 

Miocene di Bonifacio, Gorsica, dell'Isola di Malta, della GoUina di 
Torino (Desor.) 

Miocene infer. di Dego (Desor, Micht.) 

Miocene di Gaprera e del Monte Balistro nel Golfo di Santa Manza 
(Desor ) 

Monte SpiadO; Monte Carriole, Monte Viale, Vicentino (Laube, Desor.) 

Montfort, Dép. Landes, eocene, gruppo numm. (Gotteau, Desor) — 
GaBtione, Vicentino (Laube.) 

Biarritz, Rocher du Goulet ; Bai^z. Dép. Landes (Desor, Gotteau.) 

— Gran Groce di S. Giovanm Ularione, Vicentino (Laube.) 

Biarritz, Préchac, Dép. Landes; Montserrat, Prov. de Barcelone: 
S.» Michel-du-Tay, Vich, Catalogne (Gotteau.) — Barnuffi, Val 
Laverda, Val Rovina, Vicentino (Laube.) 

Molasse de S.* Paul trois Ghàteaux, Ghaux-de*Fonds, Ganton de 
Neuchàtel (Desor.) — Sasso Bolognese, Prov. di Bologna (Col- 
lez. Museo Paleont. di Bologna.) 



Dego, Sassello, mioc. infer. (Micht.) 

Grosara, Cast^lgomberto, Creazzo, Monte Grumi, Brendola, Tufi 
sujper. di Sanffonini, Ponte presso Lugo, Monte Castellaro, Monte 
Rivoni nel Vicentino (Reuss.) — Oberburg nella Stiria (Reuss.) 
— Collina di Torino, Dego e Belforte (Micht.) — Monte Viale, 
Monte Bastia, ecc. Vicentino (D'Achiardi.) 

Grosara, Gastel^omberto (Reuss); Castelgomberto, Montecchio mag- 
giore (D'Achiardi.) 



Falaise de Biarritz ; Lebaritz ; Mont Alaric, Ande, ecc. ecc. 
(D'Archiac.) 



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- 12 — 

Annotazioni zoologiche intorno ai fossili dd Monte Titano, 

Pesci. 

Lamna sp ? 

Tre dischi vertebrali, i quali misurano in altezza da 10"" a 
17™, e in diametro da 30"" a 32"" ; la profondità complessiva di 
escavazione delle due faccie articolari è di 14"" nel disco verte- 
brale a 17"" di altezza. Questi tre dischi mostrano una grande 
analogia con quelli descritti e figurati dal Gemmellaro in Descr. 
Pesci foss. Sicilia, pag. 16, Tav. I, fig. 4 a-g. 

Mollnschi. 

Natica perusta, Bronn. 

È questa la N. perusta, Bronn, piuttostochè la N. depressa, 
Desh. di Ronca. Modello intemo completo, che misura in mas- 
sima lunghezza 60"", e 53"" in massima ampiezza. 

GassiSn 

Modello intemo di una colossale conchiglia; che per avere 
r ultimo anfratto enormemente ventricoso con una corona di 22 
ben distinti tubercoli sull'angolo spirale ed altra di tubercoli 
meno prominenti al quarto superiore della sua altezza e sulla 
linea di massima ventricosità, e per mostrare la ^ spira assai de- 
pressa ed il canale corto, deve essersi formato dentro una Gas- 
sis. Questo nucleo misura circa 100"" in altezza, 85"" in massima 
ventricosità, 95"" in lunghezza di apertura e 28"" in massima 
ampiezza della medesima. Questo ponderoso nucleo non può per 
ragioni di. forma, di dimensioni e di omamentazione aver appar- 
tenuto alla Cassis BeUardii, Michelotti, della Collina di Torino, 
di Dego e di Momese, e nemmeno ad alcuna delle Cassis del 
Vicentino descritte dall' amico mio Teodoro Fuchs. Io credo che 
provenga da una forma di Cassis al tutto nuova, gigantesca fra 
i (Gasteropodi canaliferi della formazione del Monte Titano, 
come lo fu l' Ovula BeUardiij Desh. fra quelli della Palarea, e 



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- 13 - 

YOvtda gigantea^ Munster, fra quelli delle sabbie di Kressem- 
berg e di Priabona. 

Fusus? episomus, Micht. : Etudes mioc. infér. Italie septentr., pag. 160, 
Tav. XVI, fig. 5. 

Modello interno che misura 97"** in lunghezza e 73™ sul 
massimo diametro dell' ultimo anfratto, col canale e la spira demo- 
lita. Questo modello interno mostra grandi analogie collo Strom- 
bus irregtdariSf Fuchs, degli strati di Castelgomberto, {Beitrag eur 
Kenntniss der Concliylienfauna des vicentinischeti TertiàrgébirgeSy 
pag. 149, Tav. II e III, fig. 1). È notevole che il Michelotti 
trova un certo ravvicinamento fra il suo Fusus ? ^pisomas ed il 
Fusus longtBwSj Lam. ; mentre il Fuchs sostiene che il Fusus 
hngcevus, Lam. di Gaas e Lesbarritz, fatto conoscere da Grate- 
loup, « scheint mit der in Rede stehenden Stromòus-Art ident 
zu sein. y> 

Cardium difficile, Micht. : Etad. mioc. infér. ec, pag. 73, Tav. Ym, 
fig. 18, 19. 

Per quanto io non abbia raccolta che una sola valva, pure 
la forma sua fortemente cannata e trigonale e le sue dimen- 
sioni mi accertano intorno air identità di questa col fossile di 
Monteutrio. 

Fecten Ha/otri, Micht. : Descrìpt. foss. terr. mioc. super. Italie sep- 
tentr., pag. 88, Tav. HI, fig. 13. 

Una valva inferiore benissimo conservata, la quale misura 
75™ in larghezza, 71™ in lunghezza, le appendici auricolari es- 
sendo pressoché eguali fra loro e sviluppate per una lunghezza 
complessiva di 43™. 

PecUn Michéhtii, W Archiac : Foss. nammul. de Bayonne et de Dax. 
— in Mém. Soc. Géol. France, 2. Sér., Tom. Ili, 2. part., pag. 435, 
Tav. Xn, fig. 20 a, b, 21 a, b. 

Alcune valve ben conservate, perfettamente corrispondenti al 
fossile di Biarritz. 

Fecten miocenicus, Micht.: Etud. mioc infér. ec, pag. 77, Tav. Vili, 
fig. 23, 24. 

Alcune valve ben conservate : valve le quali corrispondono in 
tutto e per tutto alle indicazioni specifiche fornite dal Michelotti. 



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— 14 - • 

Pecten deletus, Micht. : Etud. mioc. infér. ec, pag. 77, Tav. IX, 
fig. 1, 2, 3. 

Una valva inferiore corrispondente in tutto alle indicazioni 
specifiche fomite dal Michelotti. 

Delle tre nuove forme di Tecten, che io ho succintamente 
descritte nel Prospetto, e delle alquante ?ltre forme di Tee- 
ten a specificazione non determinata quivi pure enumerate, non 
farò ulteriore parola, non potendo in questo mio lavoro esi- 
bire le figure delle prime od annunziare T identificazione delle 
seconde. Queste ragioni valgano anche per farmi momentanea- 
mente passar sopra alla grossa Janira e Lima che trovansi enu- 
merate nel Prospetto. 

Terébratula hisinuata, Lamk., in Davidson : Ital^an tertiary Brachio- 
poda (Geol. Magaz.), Voi. VH, N. 74, 76, 76, pag. 366, Tav. XYH 
fig. 1. 2. 

I due esemplari da me raccolti nelle marne calcari degli 
strati superiori del Monte Titano corrispondono esattamente 
colle figure riferite di Davidson e cogli esemplari tipici conser- 
vati nelle collezioni del Museo di Storia Naturale di Pisa, in- 
scritti sotto il nome di T. hisinuata, Lamk. e provenienti dal 
Monte Dolca. 

Bryozoi. 

Betepora vibicata, Goldf , in Michelotti: Etud. mioc. infér. ec, pag. 51. 

Molti e grandi pezzi del polizoario imbutiforme e foliaceo 
proprio alle Eetepore^ ma tutti erosi e senza riconoscibile strut- 
tura cellulare sulla loro faccia intema o superiore. La determi- 
nazione specifica che io ne esibisco si potrebbe giustamente chia- 
mar infondata, (vedi quanto io ho già scritto in proposito in : 
Manzoni, Bryoz. foss. Ital,, 4 contrib., pag. 20), se coli' adot- 
tare il nome di R. vìbicata non avessi voluto che semplicemente 
significare, che gli esemplari erosi mal conservati del Monte Ti- 
tano si rassomigliano completamente a quelli non meno obsoleti 
ed erosi di Momese e della Collina di Torino, ai quali il signor 
Michelotti ha creduto di appropriare il nome di U. vìbicata, Goldf. 



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— 15 — 

Eschara undviata, Reuss: Pal&ont. Studien ùber die alteren Ter- 
tiarschìchten der Alpen, pag. 231, Tav. XXXTT, fig. 6. — E. Abth. 

Abbondantissimi s'incontrano i fasti nastriformi e dicotomi 
di questa Eschara negli strati marnosi superiori del Monte Ti- 
tano. La conservazione loro lascia però in regola molto a desi- 
derare, tanto che solo in rarissimi esemplari mi è stato possi- 
bile riscontrare V identità strutturale fra questi e quelli originali 
figurati dal prof. Reuss del bacino di Vienna e dei tufi di San- 
gonini. 

Eschara subchartacea , D^Archiac: Foss. nummuL de Dax, — in 
Mem. Soc. GóoL France, 2. Sér.; Tom. IH, 2. Part., pag. 410, 
Tav. IX, fig. 2, a. — Reuss, op. eU, (Bryoz. Schichten des Val di 
Lonte), pag. 269, Tav. XXXII, fig. 4. 

La eccellente conservazione del polizoario ad espansioni fo- 
liacee raccolto in larghi frammenti negli strati marnosi a Bryo- 
zoi del Monte Titano, mi permette di riconoscervi tutti i carat- 
teri più minuti di struttura di questa Eschara recentemente 
descritta e figurata a novo dal prof. Reuss. 

Homera trahecularis , Reuss, op. cit. (Bryoz. Scluchten des Val di 
Lonte), pag. 284, Tav. XXXV, fig. 7. — H. h^olithus, D'Archiac. 

Per eccezione rarissima ho trovati alcuni tronchi abbastanza 
ben conservati per potere con sicurezza riportarli a questa spe- 
cie ; la quale rimane così ascritta a tre ben distinte località : 
Biarritz, Val di Lonte, Monte Titano. 

Myriozoon i/nmcaJtum, Donati, in Heller: Bryoz. des Adrìat. Meeres, 
pag. 50. 

Sarebbe questo l'unico esempio nella Fauna del Monte Ti- 
tano dì un organismo tuttora vivente nel Mediterraneo. Il My- 
riozooìi truncatum vive nell'Adriatico, nel Mediterraneo e nel 
Mar Rosso sui fondi nuUiporici. Fossile s' incontra nei depositi 
pUocenici e quaternari in dipendenza del bacino mediterraneo. 

Echinidi. 

Babdocidaris, (Guscio e Radìoli). 

Due completi e ben conservati segmenti di guscio, compren- 
denti ciascuno due aree interambulacrali e le rispettive zone am- 



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— 16 — 

bulacralì, e misuranti in altezza 49"^; più molte altre placche 
distaccate, ed inoltre alquanti radioli trovati in contiguità. Nes- 
sun dubbio sulla natura generica di Babdocidaris di questi esem- 
plari, qualora si ammetta con Cotteau (Echin. foss. Fyr.^ pag. U), 
che questo genere sia a caractérisé surtout par la structure de 
ses pores ambulacraires : pores simples, ovales, unis par un sil- 
lon subflexueux. » La Babdocidaris del Monte Titano coi suoi 
radioli corrisponde per T altezza del guscio, per il numero e 
struttura dei grossi tubercoli^ per la forma schiacciata dei cer- 
cini scrobiculari (Warzenhofe) e per le dimensioni e struttura 
de' suoi radioli alla Cidaris Itala, Laube (VicenHnische Echino- 
dermen, pag. 9, Tav. I, fig. 3). Se non che questa identificazione 
non può esser completata, non essendo conosciuta la struttura 
delle zone porifere e delle zone interporifere della specie del 
Laube creata su di un frammento che mostrasi mancante di que- 
ste parti. Negli esemplari del Monte Titano i pori delle zone 
ambulacrali mostrano quel distintivo di struttura caratteristico 
delle Babdocidaris secondo Cotteau, e portano tre ordini di pa- 
pille (Warzchen) da ogni parte, essendo le papille dei due or- 
dini esterni più grandi e quelle dei quattro ordini intemi assai 
più piccole. 

OidofiSi (Guscio e Radioli). 

Un frammento benissimo conservato di guscio comprendente 
quattro segmenti del corpo intero (cioè due aree interambula- 
crali complete ed un ambulacro), e misurante in altezza 20". 
Questa Cidaris del Monte Titano ha, fra tutte quelle conosciute 
dei terreni terziari, massima relazione colla C. Sabaratensis^ Cotteau 
(V. op. cit., pag. 74, Tav. Vili, fig. 8, 9), proveniente da Mon- 
tardit (Ariége), groupe numtnulitique. Dalla quale solamente si 
distingue per non presentare quel piccolo granulo o tubercolo 
che nella C. Sabaratensis si trova interposto ai pori delle zone 
porifere, e per avere i cercini scrobiculari e V area d' impianto 
dei grossi tubercoli ed il colletto e la testa di questi palese- 
mente schiacciati dall' alto in basso e di contomo ovale. In forza 
di questa condizione di struttura io attribuisco a questa Cidaris 
alcuni colossali radioli, trovati a piccola distanza del guscio, mi- 
suranti in lunghezza non meno di 100"^, e dei quali il capo ar- 



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- 17 — 

ticolare presenta all' altezza del suo anello una sezione trasver- 
sale palesemente schiacciata con 9 Vj""" ài diametro maggiore, e 
8"" di diametro minore. Questi colossali radioli sono leggermente 
claviformi e coperti di spine e di tubercoli sopra tutto il loro 
fusto, e s' incontrano frequenti negli strati superiori arenacei del 
Monte Titano, di dove proviene il frammento di Oidaris descritta. 

ddaris, (Grnscio). 

Un esemplare consumato ed eroso tanto da non esser più 
riconoscibile nella sua struttura ; questo misura 12°"" in altezza 
e 26"^ in diametro. 

Cidaris Avenionensis, (Radioli), Desmoul., in Desor : Sjnopsis Echio, 
foss., pag. 17, Tav. Yìl, fig. 7, 8. 

Due radioli raccolti negli strati arenacei superiori del Monte 
Titano, identici a quelli della Molassa di Francia e di Svizzera 
descritti e figurati dall' Agassiz e dal Desor (Agassiz, Echin. 
Suiss., 2. part., pag. 75, Tav. XXI bis, fig. é\ — non fig. 4% C. 
Siemmacanthà). La singolare conformazione imbutiforme, campa- 
nulata, con aggiunta di una corona di digitazioni (da 10 a 14), 
propria alla testa articolare di questi radioli, accettata come 
normale e di valore specifico dall' Agassiz e dal Desor, è per 
contrario da me considerata come accidentale, e dirò quasi, pa- 
tologica. Piuttosto che conformazione io amo meglio chiamar 
questa una deformazione^ causata da un processo anchilotico ed 
esostosico sviluppatosi nel capo articolare di un radiolo di una 
Oidaris qualunque. 

ddaris ccdamus, (Radioli), Laube: Yicentiiiische Echinodermen, 
pag. 11, Tav. n, fig. 1. 

Un radiolo colossale di oltre 100"^ in lunghezza, a sezione 
trasversale leggermente schiacciata, armato di spine mediocri 
sulla linea del maggior diametro di sezione, e di granulazioni 
sulle faccie depresse del fusto. Questo radiolo, alla guisa di 
quello figurato dal Laube col nome di C. càlamus, presenta il 
capo articolare alquanto dilatato e percorso da 8 a 12 creste 
ben rilevate, le quali da un lato si continuano sul colletto e si 
trasmutano sul fusto nelle serie di spine e granulazioni che lo 
adomano, e dall' altro lato si prolungano sulP orlo della super- 



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— 18 — 

fide articolare dilatata in forma di leggere digitazioni. Questo 
ripetersi della stessa deformazione mi fa riportare il radiolo in 
discorso a quello di 0. coHamuSj non ostante che quest'ultimo 
abbia dimensioni di un terzo minori di quello del Monte Titano. 

Psammechinua parvwy Micht.: Descrìpt. foBs. mioc. ec., pag. 68, 
Tav. n, fig. 19, 20. 

Frequente negli strati marnosi superficiali del Monte Titano. 
Esemplari mediocremente conservati, misuranti 6"" di diametro 
ant-posteriore e 3™ di altezza. 

ClypeoBter scutum, Laube: Yicentiniache Echinodermen, pag. 18, 
Tav. m, fig. 2. 

Fra i molti ed in genere mal conservati e deformati esem- 
plari di Clypeaster da me raccolti su tutta la serie degli strati 
del Monte Titano, mi è riuscito isolame uno che si sovrappone 
esattamente alla figura del Laube, e vi corrisponde per tutti i 
suoi caratteri. Altri esemplari mostrano forme e dimensioni dif- 
ferenti da questo riportato al C, scutum, lo che io ho voluto 
attribuire air età ed alla deformazione subita, piuttosto che ac- 
cettare come differenze così dette specifiche. 

JEchinanthua ? scuteUa ? Lamk. (Y. op. cU. Desor, Cottean, Laabe). 

Un esemplare che misura in lunghezza 90™, in larghezza 78"", 
e circa 40"" in altezza, e del quale la cattiva conservazione, spe- 
cialmente sulla faccia inferiore, e la deformazione subita rendono 
incerta la determinazione generica e specifica. 

Echinantus? Sapitianus? D'Archiac: Pose, enyirons de Bayonne; 
Ména. Soc Géol. de France, 2. Sér., Tom. E, pag. 203, Tav. VI, 
fig. 6, b\ 

Quanto ho detto sopra posso ripetere qui per Punico esem- 
plare da me raccolto negli strati inferiori del Monte Titano, il 
quale misura 90™ in lunghezza, 82™ in larghezza e 40™ circa 
in altezza. 

EchinanthuB ? WrigUi, Cotteau : Echin. foss. Pyr., pag. 90, Tav. V, 
fig. 4-7. 

L' esemplare che riferisco a questa specie, proviene dagli strati 
inferiori del Monte Titano, e corrisponde bene colle dimensioni 



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— 19 — 

date da Cotteau (14™ alt., 21"~ larg., 25™ lungh.) ; inoltre 
mostra il periprocto per forma e posizione come nella specie ori- 
ginale ; solo ha il peristoma otturato dalla roccia, lo che ne la- 
scia incerta la determinazione. 

Echinanthus ? Beggiattoi? Laube: VicentinischeEkìhinodermen, pag. 22. 
Tav. IV, fig. 3. 

Egualmente debbo dire di alcuni mal conservati esemplari 
provenienti dagli strati inferiori del Monte Titano, che dubbia- 
mente riferisco a questa specie del Laube. 

Echinolampas hemispharicìis, Lamk., in Laube: Echlnoiden der Oe- 
sterr. — ung. oberer Tertiarablagerungen, pag. 11, Tav. XVIII, 
fig. 3 ; varietas Litikii, Gbldf. 

Tutti gli esemplari da me raccolti provengono dagli strati 
inferiori del Monte Titano, ed il più grande fra questi misura 
112™ di diametro ant-posteriore, 102™ di diametro trasverso, e 
circa 45™ di altezza. 

Echinolampas Laurmardi, Agass., in Laube : Echin. der Oesterr.— 
ung. eo., pag. 12, Tav. XVIII, fig. 1. 

Desor e Laube concordano nel convenire che fra 1'^. Lau- 
riUardi e l' E. hetnisphcericus passi molta analogia di tipo, tanto 
da esser stati confusi fra loro. Io per parte mia ritengo che le 
differenze addotte da questi autori fra queste due forme assai 
affini di Echinolampas siano in gran parte riferibili all'età ed 
al diverso grado di sviluppo degli esemplari. Infatti io non sa- 
prei render ragione perchè io non consideri come giovani esem- 
plari di E. hemisphjericus questi che classifico col nome di E. 
Laurittardi. 

Echinolampas discns, Desor n. sp. — Synopsis, ec., pag. 307. 

Questo nella serie degli Echinolampas discoide! enumerata da 
Desor è quello a petali più stretti ; ed a questo ho riportati alquanti 
esemplari discoidei, conici, misuranti in diametro ant-posteriore 
70™, in diametro trasverso 68™, ed in altezza circa 40™, e 5 */•"" 
in ampiezza massima dei petali. Desor cita V E. discus nel 
terreno nummulitico del Vicentino ; Laube non lo ricorda nem- 
meno, ed invece, come forma discoidea e decisamente conica. 



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^ 



- 20 



descrive a nuovo l' E. conieus, al quale gli esemplari più conici, 
fra quelli da me chiamati E. discus, somigliano assai. 

Echinólampas simUis , Agass. — E. Sismonda : Monograf. Echìn. del 
Piemonte, pag. 34, Tav. II, fig. 5, 6. 

n più grande dei molti esemplari da me riportati a questa 
specie, misura 60"" in lunghezza, 51"" in larghezza, e circa IG"" 
in altezza; e queste dimensioni corrispondono con quelle date 
dal Sismonda (non con quelle desunte dalle figure). 

Canoclypus plagiosomua , Agass. (teste Wrìght) in Laube : Oesterr. 
— ung. Echin. ec, pag. 67, Tav. XIX, fig, 3. 

È questo l' Echinide il più frequente nel Monte Titano, ed 
è quasi esclusivamente limitato ai suoi strati superiori. H più 
grande ed adulto fra gli esemplari raccolti misura 65"" in al- 
tezza, 108"" in larghezza e 112"" in lunghezza; mentre il più 
piccolo, e nello stesso tempo il più giovane, misura 32"" in al- 
tezza, 54"" in larghezza, 60"" in lunghezza. 

Echinocyamus Studeri, E. Sism. in Micht. : Descrìpt Foss. mioc. 
super, ec., pag. 64, Tav. Il, fig. 17, 18. 

Frequente in compagnia del Psammechinus parvus negli strati 
marnosi superficiali del Monte Titano. In media gli esemplari 
misurano 5"" in lunghezza e 3 7i"^ "i larghezza, alla guisa di 
quelli della Collina di Torino. 

Periaster? HéberH ? Cottau : Echìn. foss. Pyr., pag. 124, Tav. IX, fig. 4. 

La cattiva conservazione e la deformazione degli esemplari 

è causa deir incertezza con cui presento questa determinazione. 

Periaster ? searàbeua? Laube : Vicentinische Echin., pag. 29, Tav. VE, 
fig. 3. 

Lo stesso debbo dire per questo caso. 

Pericosmus latus, Agass., in E. Sism. : Echin. foss. Nizza ; Menu Accad. 
Torino, Ser. 2, Voi. 4, pag. 369, Tav. I, fig. 13. — Echin. foss. Pie- 
monte; Mem. Accad. Torino, Ser. 2, Voi. 4, pag. 26, Tav. Il, 
fig. 1, 2. 
L' esemplare meglio conservato e che mi ha servito alla de- 
terminazione misura 92"" in diametro ant-posteriore, 80"" in dia- 
metro trasverso, e circa 40"" in altezza. 



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- 21 — 

Pericosmus? aqucdis ? Desor, in Micht.: Etud. mioc infér. ec, pag. 22, 
Tav. I, fig. 19, 20, 21. 

Riferisco, con tutta V incertezza che mi lascia la cattiva con- 
servazione e la deformazione, alquanti esemplari a questo Echi- 
nide di Dego ; tanto più che le dimensioni di questi esemplari 
superano di quasi il doppio quelle attribuite al P. eequàlis del 
Michelottì. 

Lìnthla? cruciata? Desor: Synopsis ec., pag. 395. 

Esemplari mal conservati e deformati provenienti dagli strati 
superiori arenacei del Monte Titano ; i quali esemplari misurano 
in media 100™ in lunghezza, 85™ in larghezza e 30" a 40"° 
in altezza, e portano petali stretti, profondi e lunghissimi e ret- 
tilinei, come, ad esempio, nel Macropneustes Pellati, Cotteau, 
{Echin. Foss. Pyr., Tav. Vili, fig. 1). Non mi meraviglierei che 
esemplari meglio conservati e meno deformati mi mostrassero 
trattarsi di un Macropneustes in luogo della L. cruciata^ od 
anche della L. insignis, Merian, del terreno nummulitico di 
Blangg presso Yberg. (V. Desor, pag. 395, Tav. XLIII, fig. 9). 

Macropneustes Meneghina, Desor, in Laube : Vicentin. Echin., pag. 32, 
Tav. VII, fig. 1. 

Alquanti esemplari, che per quanto alterati nella forma, ho 
creduto di poter riferire con sicurezza a questo Macropneustes 
caratteristico nei terreni del Vicentino. Questo Echino sembra 
abbondare su tutta la serie degli strati del Monte Titano, pre- 
vale però nei suoi strati marnosi superficiali. 

Macropneustes ? hrissoides ? Leske, in Laube : Vicent. Echin., pag. 33, 
Tav. Vn, fig. 2. 

La deformazione ed imperfetta conservazione degli esemplari 
mi lascia assai incerto su questa determinazione. 

Macropneustes? puMnatus? Agass., in D'Archiac : Foss. de Bayonne*, 
Mém. Soc. Góol. de France, 2. Sér., Voi. 2, pag. 201, Tav. VI, fig. 1. 

Lo stesso debbo dire per gli esemplari che ho dubbiosa- 
mente riferiti a questa specie. Questi hanno delle dimensioni 
alquanto maggiori di quelle presentate dall' esemplare che ori- 
ginariamente servì al D' Archiac per fondare la specie. Cotteau 
assicura che questo esemplare era un giovane individuo, e che 



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-22- 

negli individui adulti le dimensioni proporzionalmente si osser- 
vano aumentate. 

Eupatagua omatue, Defr., in Desor : SynoiSsis, pag. 413, Tav. XUV» 
fig. 6, 7. 

Un esemplare ben conservato e non alterato di forma, rac- 
colto negli strati marnosi superiori del Monte Titano, misu- 
rante 115"^ in lunghezza e 100™ in larghezza. 

Spatangus oceUatHS ? Defr., in Desor : Synopsis, pag. 422. 

Alcuni frammenti e altri mal conservati esemplari, che perciò 
colla massima incertezza riferisco a questa specie ; la quale nel 
Bolognese s' incontra nelle marne mioceniche inferiori, che per ca- 
rattere litologico ed età corrispondono con tutta probabilità agli 
strati marnosi superficiali del Monte Titano, dove esclusivamente 
ho raccolto i frammenti e gli esemplari riferiti allo S. ocdlatm. 

CoralU. 

Drochocyatua ékgans, Micht, : Etud. mioc. infér. ec., pag. 29, Tav. U, 
fig. 14 a 16. 

Un unico esemplare proveniente dagli strati arenacei supe- 
riori del Monte Titano ; al quale la descrizione del Michelotti 
del T. degans, (dove non si tien alcun conto della struttura del 
calice) corrisponde perfettamente, appunto perchè nel detto esem- 
plare detta struttura è demolita ed irreconoscibile. 

Siyloccsnia sp ? 

Frammenti indeterminabili come specie, in causa della im- 
perfetta conservazione della struttura interna dei calici. Proven- 
gono dagli strati marnosi superficiali del Monte Titano. 

Poritea ramosa, Catullo, in Bensa; Pal&ont. Stnd. ùber die àlte- 
ren Tertiàrschichten der Alpen, pag. 260, Tav. XXVI, fig. 1^ 
Tav. XXVn, fig. 1. — n Abth. 

È questo il fossile più importante e caratteristico della forma- 
zione del Monte Titano ; del quale fossile i tronchi si trovano rotti 
ed impastati nel calcare negli strati inferiori della formazione, 
mentre si trovano pressoché interi ed isolati negli strati mar- 



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- 23 — 

nosi più superficiali. Quanto alla quantità di questi frammenti e 
tronchi interi di Porites ramosa nel Monte Titano, posso ripe- 
tere col prof. Reuss : a P. ramosa ist (in manchen Schichten von 
Crosara) in solcher Menge zusammengeh'auft, dass dieselben bei- 
nahe ausschliesslich daraus zu bestehen scheinen. o I tronchi da 
me raccolti negli strati marnosi del Monte Titano, sono anche 
più grandi e voluminosi di quelli di Crosara figurati dal pro- 
fessor Beuss. 

NumnmlitL 

Numtnidites pìaniUata, D'Orb. {var. minor) in D'Archiac et Haime : 
Monograph. d. Nummulites, pag. 142, Tav. IX, fig. 10, a, b. e. 

Gli esemplari che si scuoprono nella roccia del Monte Ti- 
tano misurano in media 1°^ di diametro, e sotto un forte ingran- 
dhnento riproducono in sezione trasversale il contomo e la strut- 
tura interna rappresentata nelle fig. 6**, 6' e 7', 7' della Tav. IX 
della citata Monografia. Credo che si debba attribuire alle mi- 
nime dimensioni di questa Nummulite, se prima d' ora non è 
stata scoperta nei terreni terziari inferiori d'Italia. 

Considerazioni paleontologielie. 

Uno sguardo air insieme della Fauna del Monte Titano fa 
immediatamente comprendere che in essa prevalgono gli Echino- 
dermi per varietà di forme e abbondanza di individui. Fra que- 
sti i rappresentanti dei generi CHdaris e Babdoddaris, EchUr 
nanthusy Periaster, Macropneustes, Efupatagus (per quanto alcuni 
d' incerta determinazione), fanno ricorrere subito col pensiero ai 
depositi tanto ricchi in Echinodermi del Vicentino in Italia ed a 
quelli congeneri di Biarritz, Le Goulet, Sopite, nel dipartimento 
dei Bassi Pirenei in Francia. Mentre invece quelli rappresentanti 
i generi PsammechinuSy EchinolampaSj Conocìyptis, Echinocyamus^ 
Perkosmiiis, ricordano depositi più recenti ed a Fauna echinolo- 
gica meno ricca e meno caratteristica, come la Collina di Torino, 
le molasse mioceniche di Francia e di Svizzera, i terreni egual- 
mente miocenici dell' Isola di Malta, Corsica, dell' Austria e del- 
l' Ungheria, ec. fino ai depositi di Dego, Carcare, ec. nel valle 



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-. 24 — 

di Bormida in Piemonte. — In altri termini, una metà degli 
Echinidi del Monte Titano sembra trovar posto nella Fauna dei 
depositi dell' eocene superiore, V altra metà in quelli del miocene 
medio ed inferiore. 

Per intendere e spiegare questa singolare circostanza si po- 
trebbe credere che la prima metà dei detti Echinidi avesse 
vissuto durante la formazione degli strati profondi e più antichi 
del Monte Titano, e la seconda metà negli strati superficiali e 
più moderni. Ma nessuna osservazione interviene a corroborare 
questo supposto. Anzi al contrario, per far valere un esempio, 
V Eupatagus ornatus è stato da me raccolto negli strati super- 
ficiali marnosi del Monte, e l' Echinólampas hemisphaericus esclu- 
sivamente negli strati inferiori ; contrariamente a quello che por- 
terebbe la differente cronologia che viene attribuita a questi 
due Echinodermi. Non aggiimgerò per brevità altri esempi ; i 
quali però a me hanno fornita la persuasione, che, se vi è ma 
legge o rególa di distribuzione della Fauna complessiva néUa 
serie verticale della formazione del Monte Titano, questa regola 
non dipenda dalla differenza di età, ma bensì da quella di co- 
stituzione meccanica di fondo e di condizioni di habitat per i 
diversi strati della formazione del Monte Titano, e per i fossili 
che coìitengono. Così la ragione di esclusiva esistenza dei Mol- 
luschi Gasteropodi negli strati inferiori a struttura essenzial- 
mente di conglomerato madreporico ed a processo formativo di 
vera scogliera madreporica appena sommersa e flagellata dai ma- 
rosi (come svilupperò più avanti), e la prevalenza dei Lamelli- 
branchi negli strati superiori arenacei, mi è stata suggerita dal 
riprodursi di questo stesso caso nei mari attuali, come il Dana 
afferma nel testo che qui sotto riporto.* 

I pochi ma colossali Gasteropodi, di cui sfortunatamente non 
rimane che il modello intemo, si trovano, come ho detto, limi- 
tati agli strati più profondi e antichi della formazione, ed hanno 
tutti insieme l' impronta di rappresentare in piccolo (per numero 

* James Dana, L. S. D., Corale and Goral Islanda. London, 1872, pag. 360: 
« Large banks of bivalves seldom occur in regions of corals, the species there 
being to a great extent univalves. There is reason for this in the fact that tbese 
bivalves that grow in large banks live in beds of ordinary sand or mud, such 
as reef-regions do not generaUy supply. » 



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— 25 - 

d'individui ma non per dimensioni) la ricca Fauna a poderosi 
Gasteropodi, di Gomberto, di Laverda, di Sangonini nell'oriz- 
zonte superiore dei sedimenti vicentini. 

D'altra parte le poche, ma sicuramente ben determinate, 
specie di Bryozoi da me enumerate {Eschara undulata, E, sub- 
ckartacea, Homera tràbecula/ris) provengono dagli strati marnosi 
superficiali e meno antichi della formazione del Mont€ Titano 
e trovano i loro fac-slmili nei tufi di Sangonini, in Val di Lonte 
nel Vicentino, e presso Biarritz al Rocher du Goulet, Falaise du 
Phare in Francia. Questi due esempi ho voluto mettere avanti 
di animali esclusivamente vissuti negli estremi tempi e strati 
della formazione del Monte Titano, e che non per questo mo- 
strano di aver assunto altrove un valore cronologico differente, 
per assistere con un' altra prova il corollario sopra enunciato, 
cioè : che la distribuzione della Fauna nella serie verticale della 
formazione del Monte Titano, piuttosto che esser il prodotto del- 
V influenza dd trascorrere del tempo, mostra^ invece di esser quello 
della confacienza del fondo marino e deUe condizioni su di esso 
prevedenti alV habitat degli animali. 

Una controprova di questo principio può esser, a mio cre- 
dere, desunta dal modo di distribuzione dei resti di Pesci (denti 
e vertebre) nella serie verticale della formazione del Monte Ti- 
tano. Il senatore Scarabelli ha scritto (vedi Studi Geologici ec), 
che i denti di Pesci si rinvenivano esclusivamente negli strati 
arenacei superiori del Monte. Invece le mie ricerche mi hanno 
provato che questi resti di Pesci si trovano, più o meno fre- 
quenti su tutta la serie verticale degli strati, e che anche in 
questa formazione si tratta sempre di quel solito Sphaerodus, 
Megàlodon, Oxyrhina, Lamna che si rinvengono sempre gli stessi 
in tutta la lunga serie dei terreni terziari, senza che perciò si 
possa accordare a questi resti un valore cronologico e strati- 
grafico ben definito e speciale. Se si pensa infatti al modo di vita di 
questi animali, ai loro costumi ed alla sorprendente adattabilità 
che hanno di dimorare indifferentemente ora nelle piccole ora 
nelle grandi profondità dei mari,* facilmente si comprenderà come 

* Si ricordino in questo proposito le ricerche sulla Fauna delle grandi pro- 
fondità dell'Atlantico, al di fuori delle coste del Portogallo, istituite alcuni 
anni or sono dal prof. Wyville Thompson. 



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- 26 - 

la disseminazione dei loro avanzi non si assoggetti ad alcuna 
regola sia di ordine stratigrafico, sia di ordine cronologico. 

Quanto ai Coralli che s' incontrano nella formazione del Monte 
Titano, è certamente cosa notevolissima che questi si trovino 
presso che esclusivamente rappresentati dalla Pòrites ramosa. In 
fatti un solo esemplare di Corallo semplice (ArUhoji^oa simplicia) 
del genere Trochocyatus, pochi altri frammenti riferibili al genere 
Stylocoenia {Anthozoa conglobata)^ tengono insignificante compa- 
gnia alla predominante Forites. Questa è la ripetizione identica 
di quella che principalmente costituisce i banchi corallini di 
Crosara nel Vicentino/ Ma io non saprei indicare la ragione suf- 
ficiente per la quale altrove la Porites ramosa si accompagni ad 
una numerosa e variata serie di Anthozoi confluenti, conglobati 
e poritidei, e nel Monte Titano se ne tenga invece disgiunta. 
Quivi infatti da sé sola rappresenta quella serie di coralli che 
formano banchi e scogliere * (« reef-making corals » degli autori in- 
glesi); al primo dei quali modi di formazione madreporica (ban- 
chi appena sommersi), deve esser riferita la formazione del Monte 
Titano, come il prof. Capellini prima di me ebbe ad annunziare, 
e come io dopo di lui verrò dimostrando. 

Considerazioni stratigraflche e eronologiclie. 

Primo ad intravedere la vera natura della formazione del 
Monte Titano ed a stabilirne l'età relativa, è stato, come ho 
già accennato, il prof. Capellini. In due pubblicazioni comparse 
negli anni 1868 e 69, egli dichiarava di prender data per la 
scoperta di Scogliere madreporiche nel Forlivese (località di Scor- 
ticata, Pietracuta, Uffogliano, Doccia, Rompetrella, Verrucchio), 
da riferirsi al piano nummulitico.' 

* Vedi: Reuss, Palàont. Studien ùber ec.yllAbtheilung,psLg.l: «Diehào- 
figste aller Species aber dùrfte wohl Porites ramosa, Cat. sein die, durch ihre 
umfangreichen stunipf und gabelastigen Rasen, roanchen lebenden Pùrites-krlaii 
2. B. der P. furcata, Lara, (anche P. mordax, P, Usvis, Dana) sehr nahe 
kòmmt. » 

* Questa serie di coraUi che funzionalmente si distingue per formare banchi e 
scogliere anatomicamente si caratterizza per la presenza pressoché invariabile del 
coenenchytna cellulare, 

* Capellini, Cenni geologici sulle Valli delV Ufita, del Calore e del Cer- 
varo, pag. 19; Bologna, 1869. — Giacimenti Petroleiferi di Valacchia, e loro 
rapporti coi terreni terziari deW Italia centrale, pag. 36-37; Bologna, 1868. 



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— 27 — 

Io, riconoscendo la priorità di questa scoperta e determina- 
zione cronologica, non mi attribuisco altra parte che quella di 
aggiQDgervi le mie osservazioni per vie meglio render conosciuta 
e r una e r altra. 

La roccia del Monte Titano si osserva riposare sulle argille 
scagliose, e tutt' all' intorno della formazione queste si mostrano 
colla loro struttura ed aspetto caratteristico. Sulle spalle del 
Monte Titano s'incontrano sviluppatissìmi dei letti pudingoidi 
formati da grossi ciottoli conglutinati e qualche volta fra loro 
improntati. Al di sopra di questi letti pudingoidi s'incontrano 
qaa e là dei depositi di sabbie fini e marne giallastre e grigie, 
sprovviste di fossili ben conservati e formanti un insieme paleon- 
tologicamente significativo. Non ostante la mancanza di fossili 
io credo di poter fondatamente ammettere, sulla scorta del cri- 
terio litologico e di sovrapposizione, che le sabbie e marne so- 
vrapposte ai letti di ciottoli sulla schiena della formazione del 
Monte Titano siano la riproduzione di quelle di Sogliano al Ru- 
bicone, contenenti i fossili da me descritti ed egualmente sovrap- 
poste a dei letti di ciottoli improntati.^ 

Se questa disposizione stratigrafica è accettabile come esatta 
e corrispondente al vero, ne consegue che la posizione della for- 
mazione del Monte Titano rimane compresa fra duo* orizzonti 
estremi per età e posizione stratigrafica ben riconosciuta, cioè : 
Le argille scagliose in basso — cretaceo — e le sàbbie fossilifere 
di Sogliano in alto — tortonese o miocene superiore. — I letti o 
banchi di ciottoli sovrapposti alla formazione del Monte Titano 
e sottoposti alle sabbie fossilifere di Sogliano rappresenterebbero 
il miocene medio e comsponderebbero, più o meno, ai consimili 
depositi di ciottoli così frequenti nei terreni miocenici ed oligo- 
cenici deir Alta Italia. 

Graficamente espressa questa successione di terreni si pre- 
senterebbe come segue: 

1. Sabbie fossilifere di Sogliano. — Miocene superiore o 
Tortoniano. 

2. Pudinghe di Sogliano e del Monte Titano. — Miocene 
medio ed intervallo. 

* Vedi: Manzoni, Della Fauna di due lembi miocenici, ec— Parte Prima. 
Lembo miocenico presso Sogliano al Rubicone. 



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— 28 — 

3. Formazione del Monte Titano. — Miocene inferiore ed 
eocene superiore. 

4. Calcare alberese ed Argille scagliose. — Eocene inferiore 
e cretaceo. 

Ho già dimostrato che la Fauna del Monte Titano tiene in 
parte del miocene inferiore ed in altra parte dell' eocene supe- 
riore gruppo superiore del piano nummulitico. Il dottor 
D'Achiardi (vedi Studio Comparativo fra i Coralli dei terreni 
terziari dd Piemonte e delle Alpi Venete. Pisa, 1868, pag. 56.) 
mi offre un gruppo di località dentro le quali la Fauna del 
Monte Titano si trova, a mio credere, perfettamente compresa; 
e questo gruppo di località corre come segue: 

Sassello, Dego, Momese, Carcare, Belforte ec. (mioc. inf. 

di Michelotti). 
Castel Gomberto, Montecchio Maggiore, Monte Viale, ec 
Sangomini di Lugo (tufi superiori). 
Salcedo. 

Crosara, Laverda, Colvene ec. 
A questo gruppo di strati (Obereocen^ Oligocen dei Geologi 
Tedeschi) altri ne aggiunge posti fuori d'Italia il mio amico 
Th. Fuchs (vedi op. cit.) e sono: 
a 1. In Norddeutschland und Belgien: Das gesammte Oligocen 
(Beyr.) ; Syst. Tongrien und Ruppelien (Dumont). 

2. In England : Die Headon-Series, Osborn Series, den Bem- 
bridge-Kalksteine und Mergel, und die Hempstead-Series. 

3. Im Becken der Scine: Die Sables de Fontainebleau. 

4. In der Umgebung von Bordeaux : Die Molasse de Fronsa- 

dais und den Asterien — Kalkstein. 

5. Am Nordrande der Pyrenàen: Die Mergel von Gaas und 

Lesbarritz. 

6. Im Bereiche der Alpen: Die Nummulitenbildungen von 
Gap, Faudon, Entrevernes, St. Bonnet, Diablerets (terr. 
numm. super. Héb. et Renev.) ; die Schichten von Haring 
und Reit im Winkel, und die Schichten von Polschitza 
und Oberburg in Steiermark und Krain. » 

Rimane per tal modo stabilita Petà della formazione del 
Monte Titano. {Continua) 



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- 29 - 



n. 



Stiidii stratigrafici sulla Formazione pliocenica 
deW Italia Meridionale^ per G. Sequenza. 

Prolegomeni. 

Mentre lo studio accurato e diligente della stratigrafia, so- 
lidamente appoggiato dalle ricerche paleontologiche di tutti gli 
strati, va sempre meglio determinando i limiti ed i rapporti e 
le partizioni di ciascun piano, la più recente delle formazioni 
terziarie, quella che sovrastando a tutte le altre meglio si presta 
allo studio minuzioso ed esatto che la moderna scienza inmian- 
cabilmente richiede, quella che è stata forse la più studiata e 
che credesi la meglio conosciuta, la formazione pliocenica ci pre- 
senta in realtà un incredibile spettacolo. Incerti sono tuttavia i 
suoi confini, assai dubbii i limiti stratigrafici, indeterminate le 
sue divisioni, che variano a norma degli scrittori perchè d' or- 
dinario s' inspirano nelle condizioni stratigrafiche di un luogo. Si 
ricerchino infatti i limiti del pliocene nelle varie pubblicazioni 
e si troveranno discordanze innumerevoli; chi vuole annettervi 
zone molto recenti, e chi vuole circoscriverlo a strati più anti- 
chi, chi vi assegna il limite inferiore troppo elevato impinguando 
il miocene con strati più recenti, e chi invece vuole più svi- 
luppata la pliocenica formazione e vi annette variate e nume- 
rose zone. Taluno dice plausibile riuscire la distinzione del plio- 
ceno dal miocene, ma di veruna utilità la partizione in più zone; 
altri invece in due, e chi in tre, in quattro o in cinque zone la 
vogliono ripartita, e così tante opinioni diverse che si urtano, che 
si contradicono, che si escludono a vicenda, è proprio una matassa 
inestricabile, un laberinto da dove l'uscita sarà difficile troppo. 

Io pienamente assentendo alle vedute di coloro che ricono- 
scono un concatenamento tra gli strati successivi di un periodo 
qualunque, e benanco tra un periodo e V altro, dappoiché nume- 
rosi ktti e sempre crescenti ci attestano oggigiorno ad evidenza 
un passaggio graduale tra una formazione e V altra, non posso 
però accordarmi nell' idea che per questo si debba schivare di 



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— 30 — 

distìnguere diverse zone in un medesimo perìodo, sieno pare sol- 
tanto locali. 

Avviene infatti della serie stratigrafica ciò che ci offre la serie 
organica. Forse per le transizioni tra i diversi gruppi, che le cre- 
scenti scoperte aumentano sempre più, ci asterremo dal distingaere 
e dal classificare? Ma quale utilità? Invece inestricabile confa- 
sione là dove non è ordinamento. 

È ben chiaro d' altronde che le transizioni stratigrafiche e 
paleontologiche conducono a distinzioni che traducono più tosto 
i fatti locali anziché le condizioni generali della stratigrafia, e 
da qui originano le discordanze tra i varii scrittori nei limiti da 
assegnare a ciascuna formazione, nelle partizioni in cui essa deve 
andar divisa; limiti e partizioni che per essere accettate dalla 
generalità devono ispirarsi non nelle condizioni locali di un ter- 
reno, ma bensì nel mettere in armonioso accordo tutti ì fatti di 
già acquistati per gli studii esatti e ben condotti di lontane e du- 
merose contrade. 

Io non mi credo da tanto da poter fare una luce qualunque 
in un buio sì scuro, quale sembrami esistere tuttavia nella de- 
limitazione e nella partizione del plioceno, né ho visitato tanti 
luoghi da permettermi i dovuti confronti su larga scala, né pos- 
siedo perciò tale copia di fatti da poter valere molto nella so- 
luzione di problemi si complicati; ma pure le abituali ricerche 
fatte in molti luoghi dell'Italia meridionale sugli strati ultimi 
del terziario, mi fanno ardito a dire anch' io qualche cosa del 
plioceno, dopo varie note paleontologiche e stratigrafiche speciali 
che ho dato alla luce. 

Esporre dunque la stratigrafia e la paleontologia del plioceno 
di vari luoghi delP Italia meridionale da me esplorati, comparare 
tra loro queste serie stratigrafiche, e dai caratteri comuni che 
presentano trame delle conclusioni sui limiti superiore ed infe- 
riore della formazione, e sul modo di ripartirla; ecco ciò che mi 
propongo specialmente; estendendo poi il mio paragone alle altre 
parti d' Italia mi proverò, coi dati paleontologici, di sincronizzare 
le zone diverse dell' Italia meridionale cogli strati di taluni luo- 
ghi dell' Italia media e settentrionale. 

Possano i miei studii riuscire utili alla vera conoscenza della 
stratigrafia pliocenica. 



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31 - 



Capitolo Primo. 

Esame stratigrafico del plioceno nelle proTlncie meridionali 
d'Italia. 

§ 1. — Erronee conclusioni siratigrafiche dedotte 
dai caratteri paleontologici e litologici. 

Dair uno air altro capo della penisola italiana i depositi plio- 
cenici formano una zona che cinge dappertutto gli Appennini, 
sovrastando alla serie variatissima di strati più o meno anti- 
chi recenti di cui quella catena e i suoi contrafforti sono co- 
stituiti. 

Le abbondantissime spoglie dei viventi che popolarono i mari 
pliocenici, lo stato di perfettissima conservazione in cui d'ordina- 
rio mcontransi in quei depositi hanno reso giustamente celebre e 
tipica la formazione pliocenica d'Italia, ed hanno richiamato P at- 
tenzione dei dotti, che sin da epoche abbastanza antiche li hanno 
raccolto, studiato, descrìtto, illustrato. E fu sopratutto il Brocchi 
che colla sua celebre opera * fece rivivere la fauna malacologica 
di quel periodo, ultimo tra i terziarii. Dopo di lui non pochi zoo- 
logi e paleontologi si occuparono dello studio di tali fossili, e 
kvorì variissimi videro la luce nei quali la fauna pliocenica delle 
diverse provincie e contrade italiane è stata più o meno bene 
illustrata. Sgraziatamente d* ordinario in questi lavori trovasi pre- 
dommante la parte zoologica, e trascurata più o meno la strati- 
grafica; dimodoché confusi insieme i fossili dei diversi strati in 
unico catalogo, veruna utile applicazione può trarsi dal loro esame, 
venm giovamento nella partizione geologica del terreno in va- 
rie zone, e quinci nessuna applicazione nella ricognizione loro. 

I geologi dal loro canto non studiando a fondo V elemento 
paleontologico, in questo, siccome in molti casi, sembrami si sieno 
lasciati troppo trascinare dal carattere litologico, e dal trovare 
sovente la formazione pliocenica costituita qua e là di sabbie 
gialle e di argille blu, hanno creduto queste due nature di 
strati fossero 1 prototipi del plioceno italiano, e tutte le volte 

* Conchiologia fossile subappennina d'Italia. 



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- 32 - 

che sabbie plioceniche s' incontrano o che si vedono argille del 
medesimo periodo, credesì bentosto che le prime riferir si de- 
vono alla zona superiore ed alla inferiore le seconde. 

Riesce agevolissimo comprovare come non pochi lavori di 
paleontologia pliocenica sieno stati condotti con trascuranza 
completa della stratigrafia; si hanno poi documenti irrefragabili 
ed abbondanti per dimostrare come d'ordinario avendo troppo 
fede alla classica divisione del plioceno in sabbie gialle superiori 
ed in argille sottostanti, si sono disconosciuti dei fatti importan- 
tissimi che inducono a distinzioni rimarchevoli tra le zone varie 
di cui questo periodo è formato, si è sovente incorso in errori 
gravi di sincronizzazione riferendo alla medesima zona strati a 
faune diversissime,* solo perchè identica ne è la litologica co- 
stituzione. Ma quante rocce calcaree identicissime nell'aspetto, 
pel colorito, per la struttura e per ogni altro carattere non ci 
oflfre r Italia nostra e la Sicilia specialmente, le quali in istratì 
sovrapposti e concordanti, ovvero in lembi isolati e distinti, bi- 
sogna ora riferire al medesimo perìodo geologico, e sovente a 
perìodi distintissimi della lunga età secondaria, che faune ben 
diverse le caratterizzano? 

Per non dilungarmi di troppo nell' esame di lavori paleonto- 
logici scevri del criterio stratigrafico, e non volendo discorrere 
se non di fatti che risultano evidentissimi, io ricorrerò all'opera 
del Philippi, ^ ricordando quanto ho detto in un mio opuscolo, 
(ed a quello rinvio il lettore *) in riguardo ai cataloghi dei mol- 
luschi fossili dell'Italia meridionale, nella sua opera giusta- 
mente accreditata per la parte zoologica, ma che arrecò tanto 
ritardo al progresso delle conoscenze stratigrafiche dei terreni 
terziarii dell'Italia meridionale. Infatti taluni cataloghi racchiu- 
dono i fossili di una sola zona, invece la maggior parte com- 
prende insieme quelli di zone diverse, secondochè la contrada 
esaminata un solo strato o più strati presenta; e per addurre 
esempii che ho potuto esaminare io stesso con cura, riferisco 
alla prima categoria i cataloghi che egli dà della contrada Car- 
rubbare, e di Terreti e Nasiti presso Reggio, dove strati sab- 

* Enumeratio molluscorum Sicilice^ voi. II. 

• Sulla formazione miocenica di Sicilia, Ricerche e considerazioni; pag. 2 
e seguenti. 



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-33- 

biosi spettanti a due ben distinti periodi del pliocene, e ricchi 
di fossili trovansi quasi isolati e disgiunti da ogni altra zona 
fossilifera; devonsi poi riferire alla seconda categoria i cataloghi 
dei terreni di Milazzo e di Messina; in questo luogo ultimo una 
serie variatissima di strati sovrapposti rappresenta il pliocene, 
che sovrasta agli strati fossiliferi del miocene superiore, che si 
concatena per graduati passaggi alla formazione quaternaria. 
Ciascuna zona del pliocene messinese, come ho dimostrato in non 
poche pubblicazioni, ^ racchiude diversissima fauna e assai di- 
versa proporzione di specie estinte, che permettono ben distinta 
la ripartizione in periodi diversi, eppure nel catalogo del Phi- 
Uppi i molluschi di tutti gli strati, e forse anco taluni del mio- 
cene vi sono insieme confusi. In Milazzo la serie pliocenica non 
è completa, ma varie zone diversissime la rappresentano, ed il 
Philippi dà un catalogo complessivo. 

Valgano questi quattro esempii a dimostrare come le conclu- 
sioni che il Philippi ha tratto dai suoi studii sui molluschi fos- 
sili, e che hanno ricevuto tanto credito presso i geologi, e che 
hanno apportato tante erronee vedute sugli strati del terziario 
superiore di Sicilia, non sono legittime, e quindi non hanno ra- 
gione di esistere, perchè fondate sopra fatti malamente osservati, 
meglio malamente apprezzati, interpretati ed esposti, perchè 
il Philippi vuol conchiudere per conto della stratigrafia, mentre 
la disconosce nelle premesse, mentre non V interroga nello studio 
dei fatti. 

V esame delle due contrade messinesi in rapporto ai catalo- 
ghi del PhiUppi bastano pei moltissimi che potrei addurre, e 
valgono a mettere in chiaro ed evidentissima la cagione, per cui 

* Vedi : Notizie succinte intomo alla costituzione geologica dei terreni ter- 
ziarii del distretto di Messina, 1862. 

Paleontologia malacologica dei terreni terziarii del distretto di Messina 
Famìglia — Fissurellidi. 1862 
Glasse — Brachiopodi. 1865. 
» Pteropodi. 1867. 

^ Eteropodi. 1867. 

Disquisizioni paleontologiche intomo ai corallarii fossili delle rocce ter- 
ziarie del distretto di Messina, 1864. 

La formatian Zancléenne, ou recherches sur une nouvelle formation 
tertiaire {BuU, de la Société géologique)^ 1868. 
/ Cirripedi terziarii dell* Italia Meridionale. 

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- 34 — 

dai cataloghi per contrade pubblicati dal Philippi risulterebbe 
diversa proporzione di specie estinte per ogni luogo, e quindi 
diversa età delle rocce a norma delle diverse contrade; conclu- 
sione assurda oltre ogni dire, dappoiché non è possibile di con- 
cepire come terreni esattamente coetanei non debbano incon- 
trarsi in luoghi vicini o lontani che sieno. Non è il criterio deih 
proporzione di specie estinte in ciascun deposito che conduce sì 
malamente il Philippi, invece è la mala applicazione di questo 
criterio nel formare i cataloghi per contrade ; infatti se a guida 
deir applicazione di esso non si prende la topografica distribuì 
zione delle rocce, ma invece la stratigrafica successione delle 
faune, ed ecco che la guida sarà sicura; se invece di comparare 
complessivamente i fossili tutti di una contrada con quelli di 
un' altra, si opererà lo smembramento stratigrafico, ed il con- 
fronto si farà tra strato e strato, le conclusioni saranno ben dif- 
ferenti ; e ben tosto si dovrà conchiudere che ogni contrada pre- 
senta i suoi diversi strati ; che analoghi o identici che sieno a 
quelli di altre contrade, trovano qua e là i loro coetanei ed 
esattamente coetanei ; si riconoscerà agevolmente che il plioceno 
siciliano dividesi naturalmente in varie zone ben distinte, carat- 
terizzate da faune ben diverse, zone che rappresentano nelP Ita- 
lia meridionale le varie che cingono i monti dell' Italia media 
e settentrionale; si riconoscerà in fine che la Sicilia non è di- 
versa dal resto del continente italiano; che gli strati ultimi del 
terziario non sono più recenti di altri che incontransi in varii 
luoghi della terraferma, ma che invece la serie terziaria di tutta 
Italia, si presenta esattamente rappresentata in Sicilia, tostocbè 
s' istituisce uno studio stratigrafico comparativo accurato tra i 
terreni delle diverse contrade. La Sicilia non presenta delle ano- 
malie, delle eccezioni come si è voluto far credere; ma essa è 
costuita al medesimo modo del resto della scorza terrestre, e i 
recenti lavori tendono a comprovare sempre meglio questo vero. 
Numerosissimi sono i lavori di paleontologia pliocenica af- 
fatto disgiunti da ogni nozione stratigrafica, e V esempio dei ca- 
taloghi del Philippi vale pei mille che potrei addurre. Cionon- 
pertanto non mancano, tra i tanti, taluni lavori nei quali lo stadio 
dei fossili trovasi sposato all' esame stratigrafico, e quindi rie- 
scono commendevolissimi pel geologo ; di tali lavori appunto, e 



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- 35 — 

di questi soltanto, mi sono giovato con grande profitto nelle 
deduzioni stratigrafiche che mi propongo presentare in questo 
scritto. Così ad esempio il catalogo dei fossili di Monte Mario 
dei signori Ponzi, Reyneval e Vandenecke, le ricerche stratigrafiche 
quanto semplici altrettanto accurate del compianto Caterini, pub- 
blicate dal signor Appelius, il catalogo dei fossili pliocenici del 
Bolognese del signor Foresti, l'elenco dei fossili miocenici e 
pliocenici del Modenese del professor Coppi, il saggio di mala- 
cologia subappennina del Manzoni, il quale pienamente d'accordo 
colle mie idee dice: Détta prodigiosa quantità di conchiglie^ che 
rien^no i depositi tereiarU e specialmente pliocenici delle nostre 
colline subappennine, buona parte per opera di alcuni valenti 
venne fatta conoscere; le opere di questi però furono ptw tosto 
inlese ad illustrare le singole forme, di quello che a mettere in 
chiaro il modo di loro distribuzione neW ordine del tempo ed in 
quello dello spajrìo; — a mio parere^ si è piuttosto spigolato fin 
qui per uso della zoologia^ di quello che per ordine della pa- 
leontologia comparata si sia raccolto. 

Il secondo fatto che io trovo di ostacolo alla progressiva co- 
noscenza della stratigrafia pliocenica è senza dubbio Taver dato 
troppo valore al carattere litologico, alle tradizionali sabbie gialle 
ed argille blu. 

Basterebbe infatti a smentire tutto questo il pliocene di 
Messina, che dagli strati più antichi ai penultimi è costituito 
di rocce calcaree, alcune delle quali soltanto marnose, e siffatti 
strati hanno i loro sincronici nei dintorni di Reggio, costituiti 
in gran parte di pure e sciolte sabbie bianche quarzose. Ma tra- 
lascio per il momento questo caso, che mi sarà d'uopo svilup- 
pare estesamente più innanzi, e mi faccio ad offrire talune con- 
siderazioni sopra fatti già pubblicati e quindi già noti al mondo 
scientifico. E primieramente se ci facciamo a comparare la fauna 
delle sabbie gialle di Valle Biaia e di Monte Mario, pubblicate 
dal Manzoni ^ e dal Cionti, ' con quella delle sabbie delle colline 
Bolognesi pubblicata dal signor Foresti, ' ci accorgeremo a prima 

* Saggio di conchiologia fossile subappennina^ Imola 1868. 
■ Il Monte Mario ed i suoi fossili subappennini, Ferrara 1871. 
' Catalogo dei molluschi fossili pliocenici delle colline bolognesi, Bolo- 
gna 1868. 



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- 36 - 

giunta quanto diverse esse sieno. E primieramente la propor- 
zione delle specie estinte in queste due faune è sì diversa che 
può dirsi a buon diritto, che nel Bolognese la maggior parte delle 
specie è estinta mentre a Valle Biaia ed a Monte Mario la mag- 
gior parte delle specie è vivente. Nella fauna delle sabbie del 
Bolognese sono numerose specie di quelle grandi PleuroUme che 
mancano affatto alle altre due località, siccome le numerose Cm- 
ceUarie, Terébre, Coni, sconosciuti in quest'ultimi depositi, e poi 
le diversissime ed estinte specie di tutti gli altri generi ne fanno 
dei fossili delle sabbie bolognesi una fauna sì diversa dalle altre 
due, che certamente non v' ha chi disconosca un tal fatto im- 
portantissimo. 

Questo esempio brillantissimo pel mio assunto non ammette 
replica, dappoiché dimostra colla più chiara evidenza, che dne 
depositi di sabbie gialle racchiudono faune affatto diverse da 
quella di un terzo, con proporzione diversissima di specie estinte, 
fatti che non possono trovare ragione nella diversa costituzione 
del fondo marino, che V uniformità del deposito invece V annun- 
cia identico, non nella diversa profondità del mare, che invece 
la natura delle rocce e V insieme delle faune annunciano chiara- 
mente lieve profondità, non nella breve distanza dei luoghi, quindi 
solamente la diversa età dei depositi può dare spiegazione di 
tanta differenza, ed ecco che gli strati sabbiosi di Valle Bìm e 
di Monte Mario spettano a zona diversissima da quella cui ap- 
partengono le sabbie del Bolognese. 

Non sarebbe invero più necessario moltiplicare gli esempii, 
dappoiché il mio assunto dalle pubblicazioni odierne riceve am- 
plissima dimostrazione,' ma indicare taluni altri casi assai rimar- 
chevoli credo sia cosa utilissima. 

E dapprima mi faccio a considerare che mentre tanta diversità 
esiste tra le sabbie del Bolognese e quelle di Monte Mario e di 
Valle Biaia, la più grande somiglianza v' ha tra la fauna delle 
argille bolognesi e quella delle soprastanti sabbie, anzi é la me- 
desima fauna con lievissime differenze, dimanierachè le argille e 
le sabbie di quel distretto sono evidentemente due strati d' una 
medesima zona, che non possono rappresentare due membri di- 
versi e distinti del pliocene. 

Se mi farò a comparare poi la fauna delle colline bolognesi 



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- 37 — 

con quella delle argille di Ficarazzi presso Palermo, recentemente 
studiata dal marchese di Monterosato, ^ la troverò differentissima 
nella sua costituzione^ e diversissima nella proporzione di specie 
estinte, ed invece le argille di Ficarazzi presentano la più grande 
analogia colle sabbie di Valle Biaia per la natura della fauna 
che racchiudono; mentre d' altro canto i fossili bolognesi trovano 
i loro identici nelle sabbie e nelle argille della contrada Altavilla 
presso Palermo, che sono stati illustrati dal Calcara,* dal Bru- 
gnone,' dal Libassi^ e datanti altri. Ivi infatti le numerose specie 
di grandi Pleurotome^ di GancéUarie^ di Goni^ di Terehre, ivi una 
serie di specie comuni colle sabbie ed argille bolognesi, ed una 
proporzione tale di specie estinte, che a prima giunta riesce facile 
a chicchessia di vedere nelle due collezioni la medesima fauna 
e quindi la medesima zona pliocenica. E per ricordare ancora un 
luogo assai lontano dalle nostre contrade, richiamo alla mente 
del lettore la fauna pliocenica di Biot presso Antibes (Alpi Ma- 
rittime) che è stata illustrata dal signor Bell,' la quale in tutto 
identica a quella delle rocce bolognesi e di Altavilla presso Pa- 
lermo, ci addita la medesima zona in quella contrada francese 
sì lontana dalle nostre.' 

In queste poche comparazioni, che bastano per le moltissime 
che potrei addurre, ne abbiamo d' avanzo per riconoscer vero il 
mio assunto, per avere lucidissima dimostrazione da un canto che 
né le sabbie, né le argille sono caratteristiche per dati periodi 
del plioceno, e d' altro canto che il pliocene forma distinte zone, 
che caratterizzano faune diversissime, identiche pel medesimo 

• Notizie intomo alle conchiglie fossili del Morate Pellegrino e Ficarazzi, 
Palermo 1872. 

• Memoria sopra alcune conchiglie fossili rinvenute nella contrada d* Alta- 
villa. Palermo 1841. 

Cenno sui molluschi vivetiti e fossili della Sicilia. Palermo 1845. 

• Memoria sopra alcuni pleurotomi fossili dei dintorni di Palermo. Pa- 
lermo 1862. 

' Sopra alcune conchiglie fossili dei dintorni di Palermo. Palermo 1850. 

• Catalogue des Mollusques fossiles des mames bleus de Biut. {Journal de 
Conchyliologiei juillet 1870.) 

• Già pronto per la pubblicazione il presente lavoro, ho ricevuto dall* egregio 
prof. Capellini la sua Monografia Sul Felsinoterio, nella quale V autore discor- 
rendo della posizione stratigrafica di questo sirenoide, emette tali idee suUe 
cognizioni stratigrafiche del plioceno, e specialmente sui dati litologici delle varie 
zone, che sono in perfetto accordo con quanto ho esposto e dimostrato. 



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livello anco a grandi distanze, e che perciò dalla natura stessa 
ben distinte, e non bisogna quindi confonderle. 

E qui è d^ uopo richiamare V attenzione di coloro che vor- 
rebbero riferire alla diversa profondità delle acque la diversità 
delle faune siccome delle rocce plioceniche, perchè dai pochi bril- 
lantissimi esempii addotti si convincano, che a questa sola causa 
non possono attribuirsi le differenze delle faune qui sopra esa- 
minate, differenze che sono più o meno indipendenti, come ab- 
biamo veduto, dalle rocce che tali fossili racchiudono, e che perdo 
è assolutamente necessario ripeterle dalla differenza di livello 
geologico. 

Non mancano dei casi, e molti ne vedremo nel corso di questo 
lavoro, nei quali la diversità della fauna ha origine dalla varia 
profondità delle acque in cui lo strato si depositava, ed allora,^ 
siccome avviene nei mari attuali, le une saranno costituite da 
specie littorali, da specie submarine le altre. Lo stadio strati- 
grafico e paleontologico insieme se sarà ben condotto saprà di- 
stinguere r un caso dall' altro. Il pliocene dell' Italia meridionale 
ci offre i più istruttivi esempii di zone ben distinte, e di depo- 
siti del medesimo perìodo a varie profondità. 

Presso Messina le diverse zone con faune distinte si vedono 
sovrapposte, presso Reggio, le sabbie di Terreti che formano gli 
strati più antichi, le sabbie di Valanidi, di Bovetto, di Carrub- 
bare che spettano a zone superiori, sono tutte con faune distmte. 

A coloro che nel pliocene dunque credono di vedere un tutto 
quasi uniforme, che presenta lievi differenze nei suoi diversi 
strati, perchè specchiansi in quelle località dove realmente è 
così, perchè non tutta la serie pliocenica vi s'incontra, e cre- 
dono di trovarvi i diversi piani nelle diverse nature litologiche^ 
diremo, che tolgano dalle loro menti questo grave ostacolo, im- 
posto dal pregiudizio troppo invalso del carattere litologico sic- 
come distintivo dei diversi periodi, e che si facciano quindi ad 
esaminare quei lavori e quei fatti brillantissimi nei quali sta 
compendiata la storia del pliocene, e dei suoi diversi periodi. 
L' Italia meridionale porge brillanti esempii, ma dappertutto se 
ne possono studiare. Si guardi il Monte Mario e i suoi strati 
marnosi, sabbiosi, ghiaiosi, e i loro diversi fossili; si esaminino 
le diverse zone studiate dal Caterini presso Livorno e le diver- 



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— 39 — 

aissime fàune che racchiudono ; si ponga mente ai varii lembi del 
plioceno toscano, e si vedrà che in tutti questi fatti la verità 
traspare evidentissima. 

A quei geologi poi cui sembra affatto superflua la distinzione 
del plioceno in varie zone io ripeterò ; Ferchè confondere ciò che 
la natura ha distinto , e ben distinto ? Ed aggiungerò: Mdius est 
distinguere quam confondere. Con ciò io non intendo occultare 
quel vero che la moderna scienza va sempre meglio comprovando, 
cioè che tra le diverse zone di un medesimo orizzonte geologico 
bisogna ammettere una transizione graduale, che se dappertutto 
non si manifesta per interruzioni o disturbi locali, da varie ca- 
gioni operati, non è perciò men vera, e 1' esame dei medesimi 
terreni in molte contrade finisce per attestarlo decisamente, con- 
fermando sempre meglio che un rimutarsi lento e continuo delle 
terre, dei mari, delle flore e delle faune, è il compendio della 
fita del globo che abitiamo. 

Ma si aboliranno perciò le divisioni in periodi dei lunghis- 
simi tempi geologici ? Certamente no. Perciò sin dove la natura 
stessa ci dà suMcienti elementi alla distinzione, bisogna che nei 
pure distinguiamo ; e come no, mentre tanta diversità ci presen- 
tano le faune degli strati superiori del plioceno, da quelle delle 
più antiche zone, e non soltanto in un luogo, in una regione, ma 
dappertutto ? 

Domando compatimento in fine se io mi sia un po' troppo 
dilungato in queste generalità, essendoché ho creduto indispen- 
sabile pel mio assunto d' intrattenermivi, dacché sembrami ormai 
generalmente ritenute verissime talune proposizioni pegli strati 
di tutte le epoche, e ricusate le vedo poi da dotti ed accurati 
scrittori attuali alla formazione pliocenica. H carattere litologico 
si proclama da tutti insufficiente alla distinzione stratigrafica, e 
i moderni fatti sempre meglio ce lo attestano, e poi si divide il 
plioceno ad occhi chiusi in sabbie gialle ed argille blu. 

Tutti i piani geologici si dividono e suddividono in zone, e 
poi si crede da taluni che verun utile arreca tale divisione al- 
lorché si applica alle formazioni terziarie ; sono queste diversità 
di apprezzamenti che io ho voluto fare risaltare, e credo che i 
pochi fatti esposti debbano valere a togliere queste anomalie; 
d' altronde i fatti che esporrò più estesamente in questo mio 



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- 40 — 

scrìtto sono di certo tali che varranno meglio assai a mettere in 
chiaro ciò che ho voluto qui esporre. 

§ 2. — La farmcufiane pliocenica nella provincia di PaHertM. 

Chi muove da Palermo verso Termine-imerese traversa per 
intiero tutta quanta la formazione pliocenica di quel territorio 
pria di giungere a Trabia. La prima sezione che io dò (Vedi 
Tav. i, Fig. 1) è tracciata lungo questa linea; in essa ho trascu- 
rato di rappresentare V alluvione quaternaria che in varìi luoghi 
si sovrappone al pliocene. 

Agli strati quatemarii delle falde di Monte Pellegrino, delle 
numerose caverne ossifere tanto bene illustrate e conosciute, ed 
al travertino di Monreale a magnifiche e numerose impronte di 
vegetali ' sottostà un calcare bianchiccio o gialliccio, tenero, più 
meno friabile e ricco di numerose spoglie di molluschi, che 
viene adoprato come pietra da costruzione dapertutto nel terri- 
torio di Palermo. 

Questa roccia calcarea si estende dovunque nella pianura che 
cinge Palermo, formandone il sottosuolo e contornando le falde 
di quelle colline secondarie che fanno corona alla città. La fauna 
che esso racchiude è ben recente, ma non poche specie estinte 
ed altre nordiche essa contiene. H signor marchese di Mon- 
terosato pubblicò non ha guari un catalogo prezioso dei mollu- 
schi di questo strato,* nel quale ne enumera 342 specie di coi 
30 non conosciute viventi, ed undici conosciute soltanto nei mari 
del Nord. 

Traversata la pianura dei dintorni di Palermo dal lato d* oriente 
presso Ficarazzi, vedesi il calcare sovrapporsi ad un deposito ar- 
gilloso, che si estende all' aperto sin presso la stazione ferroviaria 
di Bagheria, dove ricoperto di nuovo dal calcare ricomparisce 
presso la stazione di Gasteldaccia. Questo terreno argilloso rac- 
chiude una fauna molto somigliante a quella del calcare sopra- 
stante per le numerose specie identiche alle viventi; infatti il 

* Devo alla cortesia del prof. G. 6. Gemmellaro la conoscenza di qaests 
roccia con impronte di foglie varie. 

• NoHiie intomo alle conchiglie fosHli di Monte Pellegrino e di Fiearazsi, 
Palermo 1872. 



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— 41 - 

Monterosato nel lavoro citato qui sopra, enumera 224 specie, di 
cai, oltre alcune indeterminate, 18 non si conoscono viventi, e 
ventuno sono nei mari attuali esclusivamente nordiche. 

La formazione argillosa presso la stazione di Casteldaccia si 
sovrappone a strati sabbiosi che sono assai ricchi di foraminiferì, 
il cui studio sarà senza dubbio molto importante; questi strati 
alla loro volta sovrastano a strati di ghiaie e di sabbie cemen- 
tate più meno dal calcare, quest* ultime prendono un grande 
sviluppo e formano tutte le colline tra la stazione suddetta e la 
fiumara di San Giovanni, dove sulla sinistra divengono eminente- 
mente fossilifere, ma sul destro lato di quel torrente sopportano 
strati sabbiosi ed argillosi eminentemente fossiliferi anch'essi, i 
quali formano quelle collinette su cui giace Altavilla, estenden- 
dosi fino al fiume San Michele. Sono questi gli strati, che racchiu- 
dono la fauna distintissima, che somministra le ricche collezioni 
di fossili d' Altavilla, della quale per dame un^ idea ricordo qui 
talune poche specie ed importanti : Bissoina decussata Mtg. ; BiS" 
soa cimicoides Forb. ; B. Testae Arad. e Magg. ; Odostomia Hum- 
loldtii Risso ; FyramideUa plicosa Bronn ; TurrUélla subangtdata 
Br. ; T. vermictdaris Br. ; Halia hdicoides Br. ; Scalaria lameUosa 
Br. ; JSstean semistriatus Fer. ; Eingictda bucdnea Br. ; Solarium 
mmegranum Lk. ; Cypnea sphaericulata Lk. ; Stronibus coronatus 
Defr ; Conus antedUuvianus Brug. ; C. ponderosus Br. ; MargineUa 
auris'leparis Br. ; Mitra fusiformis Br. ; M, scróbiculata Br. ; Mu- 
rex Hornesii D' Anc. ; M. conglóbatus Mich. ; M. flessicauda Bronn ; 
BaneUa marginata Lk. ; Tritanium apenninicum Sassi ; T. distar- 
tum Br.; Fusus longirostris Br.; F. Etruscus Tecch.; Fasciólaria 
fimbriata Br. ; Fynda intermedia Sism. ; GaineeUoma calcarata Br . ; 
C. contorta Bast. ; C. hirta Br. ; C. umbUicaris Br. ; C. varicosa Br. ; 
Heurotoma cataphracta Br.; P. turricuHa Br.; P. dimidiata Br.; 
P. rotata Br. ; P. intermedia Bronn; P. intorta Br. ; P. Brocchii 
Bell.; P. asperuiata Lk. ; Gassidaria echinophora L. ; Dolium den- 
ticulatum Desh. ; Cassis saburon Lk. ; CólumòeUa nassoides Bell. ; 
C. subìdata Bell. ; Nassa dathrata Br.; N. prismatica Br. ; N. pu- 
silla Phil.; N. serraticosta Bronn; N. turrita Borson; N, cangio- 
buta Br. ; Terebra Basteroti Nyst ; Cerithium vulgatum Brug. ; C. ere- 
natum Br. ; C. pusUlum Jefir. ; Bimula radiata Lib. ; Cadulus sub- 
fusìformis Sars.; DentaLium Jani Hoem.; Beni, sexangulare Lk.; 



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— 42 — 

Btdla utrictdus Br. ; Cylichna cylindracea Pennant ; C. acmdnak 
Phil. ; Ltdraria rugosa Lin. ; Macera triangtda Ben. ; Corbtda gibba 
Olivi ; Thrada pretennis Mtg. ; Gastrochena duòia Penn. ; Tellina 
vnflata Br. ; Venus ovata Penn. ; V. scaiaris Bronn ; Cardmrn Mans 
Br. ; C, hirstdum Bronn ; Lucina boreàlis Lin. ; L. Bronm Mayer ; 
Dosinia orlicularis k%.\ Circe minima Mtg.; Astarte fusca Poli; 
Cczrdft^a intermedia Brocchi; Arca dUuvii Lk. ; A pectunctdoides 
Se. ; Pectunculus pHosus Lin. ; 2/ìmop^ Aradasii Testa ; J^ttctt^a 
jpZoc^ina Lk.; Xeda cJavo^a Cale. ; Let^a concat;a Bronn ; J^c^ 
opercularis Lin. ; P. cris^o^us Br. ; Chama gryphoides L. ; G. dissi- 
miZis Bronn; Plycatula mgtUinaVìni; Anemia striata Bt.\ Ostrea 
lameUosa Br. ; Argiope decollata Chenin. ; Terébrattda ampuUa Br. ; 
T. minor Phil. ; Terébrattdina caput-serpeniis Lin. 

Io non Anbito che uno studio accurato degli strati di Alta- 
villa, che racchiudo;ìo sì ricca fauna, condurrà ad uno smem- 
bramento, ad una divisione in porzione superiore e livello infe- 
riore, quantunque, sia per i fossili dei varii livelli spettanti ad 
una faima littorale, sia ancora per lo studio poco minuzioso che 
ho potuto fame, non mi riesce possibile una tale distinzione. 

Ciononostante è ben sicuro che la fauna di tali strati con- 
viene esattissimamente con quella di Orciano in Toscana, delle 
colline Bolognesi, di Biot in Francia ec. ec. 

La roccia sottostante che abbiamo seguito sino sul lato sini- 
stro del torrente di San Giovanni ricomparisce sul lato destro del 
torrente di San Michele, con forte inclinazione degli strati, che 
pendono verso l' alveo del torrente, formando una sinclinale con 
quelli del torrente San Giovanni che pendono anch'essi verso 
r alveo. 

La roccia, come già dissi, varia molto per la tenacità, siccome 
per la quantità di calcare che la costituisce, e per la grossezza 
dei granelli di quarzo che cementa. Alla Chiesazza gli strati 
superiori sono delle sabbie gialle a Brachiopodi più o meno ce- 
mentate, in basso ed estendendosi verso oriente diviene bian- 
chiccia rossiccia, ed il calcare vi è molto abbondante. 

I balani, i pettini, le ostree e i brachiopodi sono i fossili 
che vi abbondano. 

Tra i foraminiferi le Amphistegine sono quelle che trovansi 
sparse con profusione, ed in alcuni luoghi esse formano quasi p^ 



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-- 43 - 

intiero la roccia, che sembra proprio a piccole nummoliti. Uno 
strato abbastanza spesso così costituito trovasi in alto di questa 
zona poco lungi dalla statua di San Giovanni. 
I fossili più importanti sono: 

Bdarms ttdipifarmis Ellis. ; B. concavus Bronn ; B. perforatus 
Brug.; Var. AltavUlensis Seg.; B. spongicóla Bronn; var. plioc€' 
nica Seg. ; B. stellaris Brocchi ; Thracia ventricosa Phil. ; Arca Noè 
Lin.; Lima inflata Chemn.; Lima solida Calcara; SpondyliAS cras- 
sicosta Lk.; Pecten latissimus Brocchi; P. flàbeUiformis Br.; P. 
Alessii Phil. ; P. scabréllus Lk. ; P. varius Lin. ; P. iacóbeus Lin. ; 
R medius Lk.; Ostrea plicatida 6m.; 0. laméRosa Br.; Hinnites 
Cortesii Defr. ; Clypeaster aìtus Lk. ; ' Cydaris tessurata Menegh. ; 
Amphistegina vtdgaris D'Orb. ; ec. ec. 

Questa roccia acquista uno spessore assai considerevole che 
credo raggiunga l'altezza di cento metri; essa dalla valle di 
San Michele si estende verso oriente costituendo tutte le colline 
che si frappongono tra tale valle e il Telegrafo, poggiando in 
vani luoghi direttamente sul calcare titonico. Oltre il promon 
torio del Telegrafo formato dalla roccia secondaria, essa ricom- 
parisce per breve tratto, e poggia sopra strati di marna bianca, 
che racchiudono enorme quantità di foraminiferi, e si estendono 
per buon tratto poggiando alla loro volta sul calcare titonico. 
Le specie più comuni di foraminiferi delle marne sono:' 
EUipsoidina ellipsoides Seg. ; Nodosaria raphanistrum Lin. ; 
N. raphanus Lin. ; N. scalaris D'Orb. ; N. aspera Silv. ; N. papil- 
losa Silv.; N. hispida D'Orb.; N. antennula Costa; N. subegtwlis 
Costa; N. simplex Silv.; N. palliata Silv.; N. fusiformis Silv.; 
N. interrupta Silv. ; DentaUna inomata D'Orb. ; D. strigosa Costa ; 
Vaginulina legumen D'Orb. ; F. sidcaia Costa ; Margintdina re- 
gularis D'Orb. ; M. cristeUarioides Czizek ; Frondictdaria com- 

* Questa specie fu ritrovata ad Àltayilla dal Calcara (vedi Memoria sulle Con» 
chiglie fossili d'Altavilla\ fu riconosciuta dal prof. Aradas (vedi Monografia degli 
Echinodermi viventi e fossili della Sicilia), Trovasi nelle collezioni di Altavilla, 
neUa Biblioteca di Termine-Imerese, e in quella dell* abate Brugnone. Io stesso 
ne raccoglieva taluni frammenti nello scorso settembre nello strato di cui discorro. 

• Nelle marne bianche dei vari luoghi della provincia di Palermo le specie 
sono numerosissime: io ne accenno ben poche che ho potuto riconoscere in uh 
esame superficiale che ho fatto per difetto di tempo, e come nel Messinese ed 
altrove sono le Orbuline e le Olobigerine che abbondano sopratutto. 



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— 44 — 

pressa Costa ; F. lanceolata Costa ; F. angustata Costa ; Cristd- 
laria cassia Lk. ; Boìmlina cuUrata D' Orb. ; B. simUis D'Orb. ; 
B. echinata D'Orb. ; B. inomata D'Orb. ; PólystomeUa crispa Lk ; 
OrhtUina universa D'Orb.; Globigerina quatrUohata D'Orb.; ff. 
buUoides D'Orb. ; ff. bOobata D'Orb. ; Trfmcaiulin<il6baJttda D'Orb. ; 
Clawlina communis D' Orb. 

Allorché da Termine-imerese si va verso Campofelice s' in- 
contrano varii lembi di marne bianche che mostrano esattamente 
gli stessi caratteri e 1 medesimi fossili di quelli delle colline 
presso Altavilla. 

Presso Campofelice poi esse poggiano sopra argille con massi 
di gesso cristallino come rappresenta la sezione della fig. 1. 




a Marne bianche a foraminiferi. 
b Argille con ammassi di gesso. 
e Molasse o argille sabbiose, fossilifere, alternanti con 
strati di arenaria. 

Gli strati molassici racchiudono i seguenti fossili: 

Chenopus pesgr acuii Bronn; Turritella Archimedis Brogn. Va- 
rietà. ; BentcHium Jani Hoem. ; Naiica mUlepunctata Lk. ; Corhula 
gibba Olivi; Venus multUameXta Lk.; Arca neglecta Mich.; Tedm 
aduncus Eichw.; Ostrea digitalina Dub. 

Così la serie degli strati terziarii superiori di Palermo viene 
completata da questa importante addizione, cioè dagli strati ar- 
gillosi a gesso e molassici sottostanti alle marne bianche. 

L' unica sezione che io ho voluto presentare da Ficarazzi ad 
Altavilla prolungandola sino oltre il promontorio del Telegrafo 
rappresenta benissimo la serie tutta dei terreni terziarii supe- 
riori della Provincia di Palermo. 1 Calcare titonìco su cui pog- 
giano gli strati più bassi. 2 iSlame bianche a foraminiferi. 
3 Arenaria con cemento calcareo con Balani, Pettini, Brachio- 
podi ec. 4 Sabbie gialle a Foraminiferi, 5 Sabbie ed argille coè 

» 9 ottobre 4869. 



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— 45 — 

una ricca fauna di Gasteropodi e Lamellibranchi. 6 Argille di 
Ficarazzi con poche specie estinte ed altre nordiche. 7 Calcare 
della pianura di Palermo con poche specie estinte ed alcune 
nordiche. 

La piccola sezione della fig. 1 presso Campofelice. completa 
la grande, facendo conoscere quali strati in ordine cronologico 
sottostanno alle marne bianche, e le argille con gesso, e le mo- 
lasse fossilifere sono realmente le rocce che precedono immedia- 
tamente le marne. (Continua.) 



ni. 

Cenni sulla geologia deUe Alpi Cozie. 

(Estratto dalla nota Deux moU tur la geologie de» Alpe» Cothienneet 
par B. Gastaldi. Tnrin 1872.) 

À chi percorre la valle della Dora Bìparia vien fatto di in- 
contrare spesso la seguente serie di terreni : calcescisti alla base, 
in alto serpentina, eufotide o variolite, quindi gesso, carniole, 
calcare dolomitico, quarzite, e al disopra scisti lucenti sostituiti 
in qualche punto dai calcari di Briangon. Per dare la lista dei 
principali punti della vallata in cui sMncontra simile serie, comin- 
ciamo dalla parte superiore di essa, cioè dal passo di Sestriè- 
res, giungendo a questo punto per la valle del Ghisone. 

A Pinerolo s' incontrano i micascisti e gli gneis che sono il 
prolungamento di quelli trovati nella parte inferiore della valle 
di Susa e in quella del Sangone : risalendo il Ghisone si tagliano 
ancora gli gneis alle cave del Malannaggio e fino a Perosa : fra 
quest'ultimo paese e il forte di Fenestrelle si traversa la zona 
serpentinosa, eufotica con varioliti che è altresì un prolungamento 
di quella della vallata del Sangone. A Boure si incontra il mi- 
casdsto, e il forte di Fenestrelle è fabbricato su un banco di 
roccia dioritica intercalato fra due letti di calcare. Gontinuando 
a risalire la vallata, si trova a poca distanza da Fenestrelle un 
altro banco di roccia dioritica riposante sul micascisto e si os- 
serva in seguito che dalla Fraissa fino a Villar-d'Amont e di là 
al passo di Sestrières la strada è sempre tagliata nei calcescisti. 



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- 46 - 

ÀI Malannaggio, presso Pinerolo, il gneìs mostra la direzione 
N. 135** E. e una inclinazione di 60* verso il Sud; aPerosa, a 
Fenestrelle, e più in su, i banchi calcarei, dioritici ec. sono 
inclinati verso V Ovest e il Sud-Ovest, come si vedrà meglio in 
seguito. 

Dair altipiano del passo di Sestrières, si gode una bella ce- 
duta della massa della Rognosa, donde scende in un profondo 
vallone il Clusaret tributario del Ghisone: verso la cima di qndla 
montagna si scorge benissimo il serpentino ricoperto dalla roc- 
cia calcarea. 

La strada dal passo suddetto fino a Cesanna non abbandona 
il contrafforte che separa il Ghisone dalla Dora, e questo con- 
trafforte dalla Rognosa fino a Oulx da un lato e fino alla Fraissa 
dalP altro è completamente formato di calcescisto, eccettuato un 
debole ammasso di serpentina e di eufotide varìolitica che si in- 
contra a poca distanza da Cesanna. Esiste un passaggio gra- 
duato fra il calcescisto e la serpentina variolitica che sopporta 
a sua volta un grosso banco di ftanite di un bel rosso ematoide; 
questa roccia è intimamente collegata colla serpentina e la si 
incontra nelle stesse condizioni di giacimento sugli Apennini. 

Discendendo dal passo di Sestrières verso Cesanna si ha a 
sinistra la Vallata di Chauze di Cesanna da cui discende la Dora 
Riparia e in seguito la vallata di Thures ; anche questo paese è 
fabbricato sul calcescisto su cui verso TEst e il Sud-Est riposa 
una potente formazione di gesso, di camiola e di calcare quasi 
compatto. Questa formazione gessosa e calcarea traversa obliqua- 
mente la vallata inclinandosi verso il S.O. e producendo al Turras 
un pittoresco burrone; traversata tale zona si incontrano fra i 
detriti alcuni frammenti di serpentina, roccia che vi deve affio- 
rare in piccolissima massa, non essendosi essa potuta rinvenire. 
Tutta la parte superiore della vallata di Thures fino al passo di 
Turras è scavata negli scisti lucenti. 

L' inclinazione generale dell' insieme di tutti i giacimenti sud- 
descritti compresi fra Fenestrelle e Cesanna, è distintamente vi- 
sibile sia in dettaglio che in grande, esercitando essa un' influenza 
caratteristica sulla orografia del paese. La valle del Chisone, il 
vallone del Clusaret, la vallata di Chauze, di Cesanna, come qudla 
di Thures, descrivono degli archi concentrici volti verso il N.E., 



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— 47 - 

cioè verso la massa di gneis centrale o granitico di Borgone, 
Vayez, Giaveno ec. : si osserva in tutte queste vallate che la pa- 
rete destra è a fianchi regolari e poco inclinati, mentre al con- 
trario la sinistra è dirupata e tagliata a picco; pare quindi 
evidente che si abbiano su questa ultima parete le testate, sul- 
r altra i dorsi degli strati inclinati verso il S.O. 

A Cesanna, sul fianco orientale dql Ghaberton si ha ancora 
alla base della montagna del calcescisto passante gradualmente 
alla serpentina che ha qui la forma di una larga massa lenti- 
colare, tagliata sul margine dalla strada per il colle del Mont- 
Genèvre. H più grande spessore della gran lente si trova in alto 
alla punta di Sisnière: là in contatto colla serpentina si trova 
di nuovo il gesso, ma non è ben certo se sia sovrapposto o 
subordinato. 

Salendo al colle di Ghaberton si tagliano grossi banchi di 
camiola e di calcare riposanti sulla serpentina e sul gesso: più 
in alto e a livello del colle, a circa 2800 metri, si vede il cal- 
care che si chiama del Brian^onnais dirìgersi in pareti dirupate 
e in istrati piegati e ripiegati su loro stessi verso il colle di 
Déserts. Da questi strati proviene probabilmente un grosso blocco 
di polipaio trovato a circa 200 metri al di sopra del Caillet al 
piede deir erta che bisogna salire per arrivare al colle del Gha- 
berton. Tal masso giaceva al fondo del burrone ed ha dovuto 
cadervi dalle scoscese pareti che lo fiancheggiano. In alcuni pezzi 
di questo polipaio è ancora visibile la traccia della stella, ma in 
g^erale i rami del polipaio stesso si son trasformati in calcare 
cristallino. La massa calcarea del polipaio, ha la stessa struttura, 
il suo colore è grigio nerastro, mentre quello dei rami è bianco 
latteo. Dopo il pulimento la roccia lascia vedere un gran nu- 
mero di piccole linee irregolari gialle che le danno T aspetto 
del marmo porterò e che sono dovute al riempimento fangoso- 
ocraceo di fessure traversanti in ogni senso la massa. 

Un altro fossile proveniente dalla punta del Ghinivert, situata 
nella valle del Chisone al S.O. di Fenestrelle, è un polipaio 
la cui roccia è identica a quella del precedente, dove però il 
calcare dei rami è completamente cambiato in spato e non lascia 
più scorger traccia della stella. 

Questi fossili, quantunque non di tal natura da porre fuori 



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— 48 - 

di discussione Tetà dei terreni ai quali appartengono, hanno 
tuttavia una facies paleozoica. 

Ascendendo air altipiano del Mont-Genèvre si vede a suiistra 
il calcare del Briangonnais riposante direttamente sulla serp^- 
tina, r eufotide e la varìolite ; qui non esiste più la zona inter- 
mediaria di gesso e di camiola. Si trovano quindi nei dintorni 
di Clavières dei grossi blocchi erratici di arenarie antracitifere 
che devono esser venuti dal vallonei della Piccola Dora racchiuso 
dai confini francesi, benché le sUe acque si versino nella Dora- 
Hiparia. Si hanno dunque nella massa del Mont-Genèvre, e par- 
tendo dal basso: calcescisti e serpentina, camiola e gesso, cal- 
care del Briangonnais e arenaria antracitifera, cioè presso a poco 
la stessa successione che s' incontra nella galleria del Fréjns; il 
calcare a polipai del Chaberton e del Chinivert sarebbe dunqoe 
inferiore all' arenaria antracitifera, vale a dire a una roccia pa- 
leozoica. 

Si riscontra questo stesso calcare del Chaberton o del Brian- 
gonnais enormemente sviluppato al passo del Piccolo Moncenisio 
sul versante francese dove pure ricuopre il gesso e la eamiola: 
lo si ritrova anche al Séguret in faccia ad Oulx. Questo calcare 
del Briangonnais presenta una grande analogia di posizione, di 
struttura e di colore coi calcari di Rivara, di Levone, di Les- 
solo, di Montaldo Dora ec. che orlano i piedi delle Alpi in Pie- 
monte, e che furono classificati nel terreno paleozoico. Ora, ve- 
dendo questo calcare delle alte sommità terminare bruscamente 
al passo del Piccolo Moncenisio e al Chaberton con una inclina- 
zione ben marcata verso l' Ovest, e dalla nostra parte questa 
stessa roccia confinata alla base delle Alpi, qua e là sovrapposta 
alla serpentina o alle rocce che la ricuoprono, può domandarsi 
se queste due serie di strati calcarei non sieno i piedritti 
di una gran vòlta, della quale i calcari della punta della Ro- 
gnosa e quelli della punta di Chinivert sarebbero i frammenti. 
Se cosi fosse, noi dovremmo vedere nel gneis antico o ghiandone^ 
la roccia che pel suo movimento di basso in alto ha sollevata 
la massa delle Alpi e nell' erosione V agente che le ha frasta- 
gliate. 

Passiamo ora nel vallone della Novalesa e al Monte Cenisio. 
Sul versante meridionale del Rocciamelone a mezza strada fra 



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— 49 — 

Susa e la cima (3536"°) di questa montagna, si incontra un 
grosso banco di camicia racchiuso nel calcescisto ; questo banco 
è sovrapposto a una gran massa lenticolare di serpentina e su- 
bordinato a un letto estesissimo di roccia dioritica e serpenti- 
nosa. Sulla scoscesa parete che dal Rocciamelone si estende fino 
alla punta del Lamet, dirimpetto alla Gran Croce, e di là sulla 
parete sinistra dell' altipiano, fino al passo del Piccolo Monceni- 
sio si può seguire quasi senza interruzione e su una lunghezza 
di più che 10 chilometri un banco di camicia, di gesso e di quar- 
zite sovrapposto al calcescisto del Genisio. È noto che questo 
calcescisto in taluni punti, come alla base del ghiacciajo di Bard, 
sul piano S. Niccola ec. si trasforma in micascisto racchiudendo 
qualche volta delle grosse lenti di calcare dolomitico cristallino, 
come si può vedere alle Échelles. Piccole lenti di serpentino 
spuntano fra il gesso e la camicia sul pendìo del Lan^t dietro 
r Ospizio e nella parete destra del Pian delle Cavalle al di sotto 
della Benché. Gesso, camicia, calcare dolomitico sono quivi come 
al Ohaberton, a Thures, alla Rognosa sovrapposti al calcescisto. 
In tutte queste località è a queste roccie associata la serpen- 
tma in grosse e piccole lenti ed è essa sì intimamente legata 
al calcescisto subordinato che si scorge un passaggio graduato e 
insensibile fra la roccia calcarea e la roccia serpentinosa, eufo- 
tica variolitica. 

Questo dimostra che vi è una gran regolarità di sovrappo- 
sizione dei letti di micascisto, calcescisto, gesso, serpentina, car- 
niola, calcare dolomitico ec, sulP arco di montagne compreso fra 
il Rocciamelone e la Rognosa, arco la cui corda misura 35 chi- 
lometri; probabilmente la regolarità di sovrapposizione di cui 
sopra si trova distrutta nella parte di arco compresa fra Susa e 
il Pont-Ventoux, in seguito ad un abbassamento, ma non è per- 
ciò men vero che essa è costante per una grande estensione. 

Nelle Alpi lombarde la zona dei terreni cristallini è diretta 
da Est ad Ovest con una leggera tendenza verso Sud: questa 
tendenza si mostra manifestamente e di mano in mano più mar- 
cata nelle Alpi occidentali. Così il gneis antico, il ghiandone^ 
forma da prima il gmppo del S. Gottardo, poi quello del Monte 
Rosa, in seguito quello del Gran Paradiso, e finalmente ne forma 
un ultimo che occupa la vallata del Sangone e la parte infe- 



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- 50 — 

riore della valle di Susa. Quest' ultima massa è ben più vicina 
alla pianura che le precedenti, e vi è per conseguenza fra essa 
e la cima delle Alpi Gozie abbastanza spazio, perchè i terreni 
cristallini superiori, zona delle pietre verdi^ possano svilupparsi 
e permettere a dei terreni più recenti (zona dei gessi, camicie, 
quarziti, calcari compatti, fossiliferi, ec), di affiorare in masse 
molto più imponenti che nelle Alpi Graje. 

Ad eccezione dei blocchi di arenaria antracitifera incontrati 
sull' altipiano del Mont Genèvre e nella morena frontale della 
valle di Susa, non fu sinora rinvenuta traccia di questo terreno 
sul nostro versante delle Alpi, dalla valle di Cogne fino a queUa 
di Thures per una estensione di 85 chilometri. Vedendo d'altra 
parte la zona dei gessi, camiole e calcari dolomitici formare un 
orizzonte ben definito che, sempre sovrapposto ai calcescisti, oc- 
cupa, con poche eccezioni, la parte superiore delle nostre mon- 
tagne, si è condotti a credere che questa zona è inferiore al- 
l' arenaria antracitifera, come si osserva nella Galleria del Fréjos. 

L'ultimo limite delle roccie serpentinose che caratterizzano 
per noi la zona delle pietre verdi è alla parte superiore del calce- 
scisto in contatto coi gessi e le camiole. H calcescisto è dun- 
que ancora compreso in questa zona, che appartiene ai terreni 
antichissimi, come l'Huroniano, il Cambriano, ec. La zona dei 
gessi, delle carniole, calcari dolomitici, quarziti; quella d^ 
scisti lucenti o calcescisti superiori, che ricuopre la precedente 
in diverse località ; quella dei calcari compatti detti del Brian- 
gonnais e delle arenarie antracitifere che le sono sovrapposte, 
devono essere classificate nei terreni paleozoici antichi. 



IV. 

Di qualche corallo paleozoico delle Madonie (Sicilia) 
per G. Seguenza. 

La regiona delle Madonie in Sicilia fomisce non pochi Co- 
rallarii, dei quali parte provengono dagli ultimi strati del giu- 
rassico, ivi abbastanza sviluppati, e parte dalle diverse zone di 



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— 51 - 

Tarie epoche terziarie, le cui rocce sono estese sopra larga scala 
in tutta quella regione. 

Sin da molto tempo sono andato raccogliendo dei fatti ri- 
guardanti lo studio specifico e stratigrafico di tali fossili a fine 
di pubblicarne a suo luogo i risultamenti importantissimi per la 
stratigrafia siciliana, e devo alla gentilezza di vani amici la co- 
municazione di esemplari e di collezioni preziose per tale studio. 

Non ha guari V egregio professor Gemmellaro cortesemente 
permetteami lo studio dei vani polipai delle Madonie esistenti 
nel gabinetto geologico dell' Università di Palermo, e ben tosto 
fai sorpreso nel vedere, tra le diverse specie tutte proprie di 
varie epoche terziarie, un corallo astreiforme dagli altri diver- 
sissimo per l'aspetto, e che a prima giunta riconobbi apparte- 
nere al sottordine dei Zoantarii rugosi, coralli che vissero nelle 
prime epoche dell' animalizzazione sul globo, e che sono esclu- 
sivi e perciò caratteristici delle varie epoche paleozoiche. In una 
piccola frattura verticale esistente nel corallo, e che mi riuscì 
di levigare, potei osservare benissimo la struttura dei polipe- 
rìti, confermare con dati più certi il primo mio giudizio, e quindi 
determinarne con precisione la specie. È questo infatti un di- 
stintissimo e ben conservato esemplare dello Stylidophyllum fio- 
riforme Fromentel,* che corrisponde all' Asftea florida Defrance,* 
al Lithostrofion floriforme Fleminy' ed alla Lousdàlia floriformis 
Edv^ards e Haime* specie caratteristica della formazione carbo- 
nifera di Bristol e Whitehaven in Inghilterra, e di Borovitchi 
presso Valdoi in Bussia. L' esemplare è magnifico, pressoché cir- 
colare, del diametro di oltre 12 centimetri, alto circa 8, coi 
calici ben conservati, molto disuguali e profondi, colla columella 
bene sviluppata e prominente, con circa 48 tramezzi di cui metà 
alternativamente sono meno sporgenti. La muraglia esterna è 
prismatica irregolare, e la riunione dei poliperiti è segnata da 
un leggiero solco, la muraglia interna circolare è poco spor- 



* E. De Fromentel, Introduction a V elude des Polypiers fosailes ; pag. 316. 

* Dictìonnaire des Sciences naturelles, t. XLII, p. 383. 1826. 
» BHth, anim., p. 508. 1828. 

* Edwards et Haibie, British fossil corals, pag. 205, tav. 43, fig. 1. — 
Hisloire nat. des Córalliaires, tom. Ili, p. 444. 



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— 52 - 

gente e forma un anello air esterno del quale la cavità è poco 
incavata, laddove neir interno è assai profonda. 

n polipaio che esamino è sparso di alquanta argilla sopra- 
tutto neir intemo 'dei calici, ma un esame più attento fa ben 
credere che esso giacque in roccia calcarea; infatti sonviqaae 
là dei piccoli corpi poliedrici a frattura spatica, che spettano 
senza dubbio a crinoidi, sebbene indeterminabili genericamente, 
i quali aderiscono sì fortemente al corallo che riesce più age- 
vole romperli che staccarli; questa loro aderenza è dovuta ad 
una certa quantità di roccia calcarea che in parte li avvolge, e 
forma un cemento che li lega al polipaio. 

Un altro corallo somigliante a quello descritto, proveniente 
anch' esso dalle Madonie, trovasi nella ricca collezione dell' Abate 
Brugnone: esso è molto più piccolo ed a prima giunta rìcono- 
scesi genericamente identico al primo, ma i suoi calici meno pro- 
fondati, la columella meno sporgente, buon numero di poliperitì 
quadrangolari mi fanno credere doversi riferire alla seconda specie 
conosciuta del genere StylidophyUum^ cioè lo S. papiUatum From.* 
anch'essa propria della formazione carbonifera rinvenuta a Petscho- 
ra, Iver, Valdaì*, Derbyshire, Miatchkova. 

L' esemplare di cui parlo è piccolo, circa di cinque centimetri 
in larghezza, ed è fisso sopra altro polipaio mal conservato ; ma 
che probabilmente deesi rapportare aWAlveólUes depressa Edw. 
e Haim. (Favqsites Fleming) proprio anch' esso della formazione 
carbonifera. 

Sarebbero così tre corallarii dell' età carbonifera provenienti 
dalle Madonie. 

È questa una piccola scoperta che apre vasto campo alle 
ricerche ; facciamo voti che presto le Madonie sieno esplorate e 
bene dal lato stratigrafico, e si riconosca il giacimento dei po- 
lipai che ho esaminato, e si possa indagare 1' estensione del 
terreno carbonifero, esplorarne la fauna e fare uno studio com- 
pleto di tale formazione. 

' Vedi opera citata. 



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- 53 



NOTIZIE BIBLIOGRiFICIE. 



L. BOMBICCI. — Corso di Mineralogia ; seconda edizione 
grandemente variata ed accresciuta. — Voi. P ; Bolo- 
gna, 1873. 

Non può cader dubbio sul fatto che in Italia esiste una 
grande sproporzione fra le sue ricchezze minerali conosciute o 
DO e il numero dei cultori di quel ramo di scienze naturali che 
è lo studio dei minerali. Cominciando da queir emporio minera- 
logico che sono le Alpi tutte, scendendo giù alle Alpi Apuane, e 
a tutta la Catena Metallifera, nonché lungo tutto V Apennino 
fino air estrema sua punta, ed infine nella Sicilia e nella Sarde- 
gna, il naturalista non fa altro che passare da un giacimento 
mineralogico ad un altro sempre nuovo, sempre più ricco, sem- 
pre più importante. Corrisponde a tanta copia di materiale il 
numero di quelli che in particolar modo lo debbono studiare? 
La risposta, pur troppo, è sconsolante; perchè, eccettuate alcune 
somme individualità, il cui nome è affatto superfluo il ricordare, 
e a numerare le quali bastano e sono di troppo le dita delle 
due mani, niun' altro se ne occupa. 

Non è tanto facile il rintracciare le cause di questo deplo- 
revole fatto : e in realtà se le cose dovessero andare come la 
logica comanda, noi Italiani ci dovremmo trovare in condizioni 
prosperissime sotto questo punto di vista. Avremmo a nostro 
vantaggio la tradizione d'una non interrotta catena d'illustri 
uomini che a grande profitto della scienza mineralogica vi rivol- 
sero il loro potente ingegno ; abbiamo anche attualmente dei 
grandi maestri, pochi sì, ma valenti, che dovrebbero bastare a 
dare il buon esempio e ad avviare le menti della giovane ge- 
nerazione a riconoscere e ad apprezzare le recondite bellezze dei 
minerali ; abbiamo per noi una sufficiente attitudine alle pa- 
zienti ricerche immensamente, corroborata da una speciale facoltà 
di penetrazione, di paragone, di concepimento ; e con tutto que- 
sto a che punto siamo in confronto delle altre nazioni ? 



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— 54 - 

Giova ripetere che le cause di questo fatto non sono tanto 
ovvie : senza dubbio d' altra parte sono complesse. Fra queste 
cause, che ora non è il caso di ricercare e discutere, non tiene 
r ultimo posto r insegnamento della Mineralogia. 

Lasciando da parte gli studi pratici, che devono sempre ac- 
compagnare gli studi teorici delle scienze naturali, in quale con- 
dizione si trovano in Italia i due mezzi con cui lo studioso può 
apprendere la Mineralogia, i trattati cioè e P insegnamento? 

In quanto ai trattati bisogna anzi tutto convenire che i soU 
che vengono dapprima in mano alla gioventù studiosa sono quelli 
scritti nella lingua nazionale, e come regola generale sta che gli 
elementi della scienza nessun Italiano li impara nei trattati te- 
deschi inglesi francesi : siccome d' altra parte le traduzioni 
dei libri di Mineralogia non sono fatte da alcuno, così ne viene 
che noi Italiani siamo ridotti ai nostri soli libri italiani. — E 
quali sono fino ad ora i trattati italiani che si riferiscono alla 
Mineralogia ? Due, e non più. Il Corso di Mineralogia del Bom- 
bicci (1862) e le Lezioni di Cristallografia del SeUa. In tutti gli 
altri libri, che pur si chiamano trattati, le cognizioni di mine- 
ralogia, sono svolte come sussidiarie alle scienze affini, oppure 
fanno parte e rientrano in un tutto generale quale è la Storia 
Naturale, immensa congerie di roba che pure deve essere trat- 
tata in un libro di piccola mole e, come questo non bastasse, su- 
bordinatamente ad un programma il quale, appunto perchè esteso 
a tutti i rami, tanto differenti, della scienza, non può a meno 
di riuscire difettoso. In tutti e due i casi (parlando naturalmente 
dei libri buoni e non di quelli che sono addirittura spropositati) 
quelle cognizioni non sono sufficienti, e oltre di ciò non possono 
avere un carattere scientifico, ma bensì puramente empirico o indu- 
striale altro qualsiasi. — Ora non v' è bisogno di aver fatta 
lunga carriera scientifica per essere profondamente convinti che 
queste cognizioni date cosi e così imparate, non servono ad altro 
che a far credere allo studioso che egli tutto sappia, quando 
sa ciò che gli hanno insegnato, e il risultato ultimo sarà quello 
che gli studiosi avranno tutto disappreso quando avranno dimen- 
ticato quelle cose che furono affidate alla sola memoria senza 
nessun nesso fra loro e senza alcuna relazione con principi ge- 
nerali, che debbono essere la base di tutto il sistema. — Ben si 



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— 55 — 

sa invece come V insegnamento scientifico sia il solo che possa 
riuscire fecondo di buoni risultati anche nel campo della pratica 
e dell' industria. 

In quanto air insegnamento della Mineralogia, che s'impar- 
tisce nelle scuole, lasciando di parlare di quello delle scuole 
tecniche e liceali (per le quali siamo nello stesso caso dei trat- 
tati di Storia Naturale ad uso dei Licei), e tenendo solo conto 
deir insegnamento 'umversitario, quali ne sono le condizioni? 
Eccettuate le università di Bologna e, Napoli, in tutte le 
altre troviamo affidato o a dire meglio addossato ad una 
sola persona T insegnamento della Mineralogia, della Geologia, 
e per giunta della Paleontologia ; il che è quanto dire che, per 
quanto attivo sia il professore, egli è obbligato di scegliere fra 
questi diversi rami quello a cui crede di dare un maggiore e 
migliore sviluppo e qt^esto trattarlo ex-professo; degli altri poi, 
sebbene non trascurati, insegnare solo quel tanto che è stretta- 
mente necessario. — E quale sia poi quel ramo di scienza a cui 
il professore più specialmente dedica il suo corso e il suo tempo, 
lo si può agevolmente vedere da quello a cui si dedicano più 
specialmente gli allievi : pullulano, relativamente, i geologi, scar- 
seggiano immensamente i mineralogisti. E tutto questo succede 
anche per quell'altro motivo, che i professori titolari non po- 
tendo occuparsi di questo studio e portarvi il tributo del pro- 
vetto e potente loro ingegno, lo studio stesso resta naturalmente 
affidato alle cure dell'assistente alla cattedra, il quale a sua 
volta, per quanto animato da buona volontà, pure, attirato da 
una parte dalle più seducenti attrattive della geologia, e soprac- 
carico d' altra parte delle cure che la sua posizione gli impone, 
non può dedicarvi che una piccolissima parte del tempo suo, con 
grave detrimento della scienza e delle collezioni, le quali ne deb- 
bono necessariamente soffrire. 

Accennate queste cause del male, il rimedio non può essere 
dabbio. E ogni disposizione governativa che tenda a dividere le 
cattedre di mineralogia e geologia nelle Università, non potrà 
che fare un grandissimo^ bene alla scienza dapprima e all'inse- 
gnamento dappoi : ^ e ogni traduzione di buoni trattati di mine- 

• Abbiamo avuto a questo proposito il piacere di leggere in uno degli 
aitimi numeri della Gazzetta Ufficiale, come, con Decreto 26 gennaio 1873, 



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— 56 — 

ralogìa stranieri, e più che tutto ogni buon trattato di mine- 
ralogia, italiano per concetto e per indole ed essenzialniente 
scientifico per sua natura, dovranno essere e sempre saranno i 
benvenuti fra di noi. E per questo motivo noi dobbiamo essere 
gratissimi e prodigare ogni lode al chiarissimo professore Bom- 
bicci di Bologna, il quale in questi tempi, in verità molto cala- 
mitosi per le pubblicazioni scientifiche, non dubitò menomamente 
di sobbarcarsi ad ogni genere di disagi per 'regalare agli stu- 
diosi della Mineralogia il suo Carso di Mineralogia di cui non è 
edito finora che il 1*" volume contenente le generalità sullo sta- 
dio dei minerali. 

Si sa quello che può contenere un libro di Mineralogia: d'al- 
tronde il sommario delle materie contenute nel libro del Bom- 
bicci, reperibile dai principali librai d'Italia, lo dice estesa- 
mente. Non è dunque il caso di dare qui un riassunto né della 
materia né dell' ordine con cui fu svòlta : l' accennato sommario 
ne dispensa ; gli stretti limiti di questo periodico lo vietano. Ma 
un libro come questo, così raro oggidì, merita qualche cosa più 
che un semplice annunzio bibliografico : lo merita ancora più 
per le nuove teorie di cui l'Autore s' è fatto campione e che ri- 
guardano più specialmente il modo di formazione dei minerali 
composti, e la possibilità che i sei sistemi cristallini da tutti 
ammessi teoricamente e praticamente, non siano in realtà tutti 
così distinti fra di loro da non ammettere che alcuni non 
siano che casi particolari di un altro. — Si può consentire o 
dissentire in riguardo alle ultime conclusioni a cui la teorìa 
conduce, ma non si può a meno di ammirare l'aggiustatezza 
delle osservazioni e il numero veramente grande dei dati con 
cui fu corroborata la sua* teoria della Assodaeione pciigenica 
dei corpi minerali ; la quale riducendo al loro vero valore le teo- 
rie del polimorfismo, dell'isomorfismo, dell' omeomorfismo, del- 
l' eteromorfismo, e difendendole dalle arbitrarie e fino temerarie 
esagerazioni teoriche di alcuni moderni mineralogisti, . aggruppa 
insieme tutte queste teorie e dirige allo scopo di dimostrarci 
quale sia in realtà il modo abbastanza semplice di cui si serve 
natura per la formazione dei minerali. 

venga separata anche nella Università di Roma la cattedra di Mineralogia da 
quella di Geologia. 



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— 57 — 

A questo riguardo sono specialmente da raccomandarsi allo 
stadio i capitoli S"", 4% ec, fino al IO"", nonché le pubblicazioni 
separate dello stesso Autore relative alla associazione polige- 
nica dei composti minerali.* 

Sono pure degni di speciale menzione il capitolo 14'' sulla 
produzione artificiale dei minerali cristallizzati, e il capitolo IO"" 
sulla classazione adottata nelP òpera stessa. 

La seconda parte delP opera contenente la descrizione dei mi- 
nerali, speriamo non tarderà molto a vedere la luce; e speria- 
mo pure che, conformemente alle promesse fatte, questa parte 
descrittiva, nel mentre che darà alle specie italiane il posto di 
onore, non vorrà lasciare le altre in un posto troppo inferiore ; 
in questo modo il trattato potrà, a somiglianza dei migliori trat- 
tati stranieri, servir di manuale non solo agli Italiani, ma agli 
studiosi di tutte le altre colte nazioni. 



NOTIZIE DIVERSE. 



Resti di Slrenoidl trovati nel Veneto. — Il barone Achille 
De Zigno in una lettera diretta al signor De Hauer, dà alcuni 
cenni sopra i resti di sirenoidi che furono ultimamente trovati 
nel Veneto. 

Di cotali fossili, la scoperta dei quali risale al principio del 
secolo nostro, esistono alcuni avanzi nel Museo delP Università 
di Padova. Dessi consistono in 14 costole entro due blocchi di 
calcare grossolano e presentano i caratteri del genere HàUtherium, 
al quale pure appartengono quelli raccolti dallo stesso signor 
De Zigno negli strati miocenici di Treviso. Quelli però di mag- 
giore importanza furono ultimamente scoperti nelle provincie di 
Verona e di Belluno e di questi appunto si fa cenno nella let- 

' Sulla assoc. polig, appi, alla class, dei solf. min. Bologna 1867. 
La Compos, chim, e la strutt. dei min. secondo la teoria dell* Assoc. 
polig. Bologna 1867. 

La teoria dell' Assoc. polig. appi, allo studio dei silicati ec. Modena 1868. 
I silicati min. secondo la teoria dell' Assoc. polig. Bologna 1868. 
I fosfati e arseniati minerali. Bologna 1870. 



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— as- 
terà suddetta. Le ossa trovate nel Monte Zuello presso MonteccMo 
nel Veronese sono certamente le più antiche, poiché giacciono in 
un calcare appartenente alla parte inferiore della zona a Serptda 
spmdcea, e quindi nella formazione eocenica ; esse vi si trovano 
insieme a frammenti di guscio di tartaruga, a denti e a vertebre 
di coccodrillo e sono: l"" Un cranio mancante della mascella in- 
feriore, nel quale però si riconosce Tosso parietale, il frontale, 
gP intermascellari, le cavità nasali, Tapofisi zigomatica, Parco 
zigomatico, cinque denti molari superiori di sinistra e solamente 
tre di destra. 2"" Trentuna costole fra le quali le due anteriori e 
tre delle maggiori, 3** Ventisette vertebre e moltissimi altri fram- 
menti ossei indeterminabili. Gli altri resti di HalUherium ven- 
nero trovati nel calcare glauconiano del bacino di Belluno nella 
località detta Cavarzona presso Valle delle Guglie non lungi da 
Belluno e sono: l"" Un franunento di mascella inferiore con tre 
molari. 2"" Altro franunento con due molari, y Un osso inter- 
mascellare con i suoi alveoli conici, é"" Le due apofisi zigoma- 
tiche degli ossi temporali. S"" Due pezzi degli archi zigomatici. 
&" La metà di una delle grandi costole. T Quattordici costole 
più piccole rotte. 8* Cinque vertebre. Il calcare ove furono rin- 
venuti questi ultimi resti fu ritenuto fin qui come eocenico per 
la sua posizione sotto la melassa: ma ì fossili miocenici, come 
Clypeaster placenta, Des. e ScutèUa mhrotwida^ Lam. ed altri che 
ivi trovò il signor Taramelli, dimostrano che esso calcare assiane 
alla melassa forma un solo tutto appartenente al miocene. 

Questi fossili trovati nelle due località sovraindicate appar- 
tengono a due specie distinte, entrambe diverse dalle specie fin 
qui conosciute. 

Il lago d'Ansante. — È questo un piccolo stagno crateri- 
forme che giace a pochi chilometri al Sud di Frigento in cir- 
condario di Sant'Angelo dei Lombardi (provincia di Avellino), 
sulla linea della frattura vulcanica che unisce il Vesuvio al 
Vulture attraverso ai terreni cretacei ed eocenici di quella 
parte deir Apennino. 

n lago d'Ansante Qacus Amsancti degli antichi) è una mifda 
che sorge da un'arenaria bianca quarzosa racchiudente grossi 
noduli di quarzo e rognoni di argilla sopra la quale si distende 



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— 59 — 

una massa di fango indurita che ha l'apparenza di tufo vulca- 
nico con numerose sublimazioni di gesso e solfo. Questa massa 
fangosa non è che il risultato delle materie emesse dal lago, il 
quale in tempi di pioggia si dilata tutto air intomo e riempie le 
spaccature delP arenaria. Le esalazioni gassose si compongono di 
acido carbonico, e probabilmente anche d'idrogeno che si spri- 
giona con molta violenza e forma grosse bolle fangose. In 
tempo di acque basse il gas esce con grande strepito anche da 
numerose fenditure del suolo rimasto asciutto. In prossimità di 
queste si estende una sabbia quarzosa che proviene dalle circo- 
stanti roccie, mescolata con molti frammenti di cristalli di augite, 
di olivina e di sanidina derivanti probabilmente dalle roccie plu- 
toniche che si trovano a profondità e vengono fuori trasportati 
dalla corrente gasosa. 

Le parti basse dell'atmosfera sono in questa località assai 
ricche in acido carbonico, di guisa che a mezzo metro circa dal 
suolo r aria cessa di essere respirabile, per cui vi si rinvengono 
molte spoglie di animali morti per asfissia. 

Sembra che un tempo questo fenomeno delle esalazioni gasose 
fosse assai più diffuso in quei dintorni di quanto ora non sia, 
giacché i primi abitanti di quelle regioni evitarono le parti più 
depresse della valle e si stabilirono sulle circostanti alture, dove 
tuttora esiste il villaggio di San Pancrazio di antichissima fon- 
dazione. 

La massa di fango indurita presenta nelle fessure molte su- 
blimazioni di una sostanza di color bianco, la quale analizzata 
diede i risultati seguenti: 

Ossido di ferro 10,23 

Allumina 17,47 

Soda 2,50 

Acido solforico 53,00 

Acido fosforico traccie 

Acqua 18,66 

Totale 101,86 

Nuovi fossili rimarchevoli. — Una delle recenti scoperte 
più interessanti per la paleontologia è quella dello scheletro di 
un uccello fossile trovato negli scisti del cretaceo superiore del 
Kansas negli Stati Uniti. Gli avanzi indicano un uccello aquatico 



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-- 60 — 

grande presso a poco quanto un piccione e differente affatto da 
tutti gli uccelli conosciuti, avendo le vertebre biconcave ; infatti 
tutte le vertebre cervicali, dorsali e caudali mostrano questo ca- 
rattere, le terminazioni dei centri somigliando quelle del Plesiosau- 
rus. Il resto dello scheletro non presenta una distinta deviazione 
dal tipo comune : le ali sono relativamente grandi alle estremità 
posteriori, V omero è lungo 58,6 millimetri ed ha la cresta radiale 
robustamente sviluppata; il femore è piccolo ed ha T estremità 
prossimale trasversalmente compressa, e la tibia è allungata e mi- 
sura 44,5 millimetri, avendo la estremità distale incurvata come 
negli uccelli aquatici ma priva di rialzo sopratendinale. Questa 
specie venne chiamata Ichthyomis dispar^ Marsh. 

Nello stesso terreno e nello stesso paese venne fatta poco 
dopo r interessante scoperta di un piccolissimo Sauriano che dif- 
ferisce grandemente da quelli ora conosciuti. Si trovarono solo 
due mascelle inferiori con diversi denti ben conservati ; esse 
somigliano nella forma generale a quelle dei rettili Mososauraidij 
ma presentano, oltre la piccolezza, altre differenze da queste. I 
denti sono impiantati in distinti alveoli e sono obliquamente di- 
retti air indietro ; vi erano apparentemente in ogni mascella venti 
denti, tutti compressi e con sommità molto acute. I rami erano 
uniti dinanzi solo da una cartilagine e non vi è nella superficie 
intema quel distinto solco che si osserva nei Mososauroidi. La 
parte dentigera delle mascelle è lunga 41 millimetri, la sua pro- 
fondità presso r ultimo dente essendo 5 millimetri e sotto il 
primo 3 millimetri. 

L' esemplare indica un nuovo genere che può chiamarsi Cólo- 
nosaurus e la specie fu detta G. Mudgei in onore del prof. B. 
F. Mudge che ne scuoprì gli avanzi. 

I diamanti del Snd-Affrica. — Nell'agosto 1871 si scuo- 
priva il quarzo aurifero e V oro d' alluvione nel distretto di 
Zontpan nella repubblica di Transvaal, nei monti Murchison, e 
in seguito nella parte N.O. di questa repubblica si scuoprivano 
campi diamantiferi. Alcuni di questi si estendono nella regione 
situata fra il Transvaal e lo Stato di Oranje nell'Affrica meri- 
dionale. La regione del Vaal, ora famosa per i suoi diamanti, 
contiene sienite ed altre roccie cristalline, quarziti, arenarie 



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— 61 — 

micacee e argillo-scisti con trappi, basalti e conglomerato trap- 
pico: i diamanti si trovano nelle ghiaje alluvionali che conten- 
gono ciottoli di quarzite, granito, argillo-scisto, granato, torma- 
lina, spinello, topazo, agata, piriti di ferro, tutti lisciati e rime- 
scolati dall'acqua e incassati in un'argilla untuosa bruniccia. I 
diamanti si trovarono a due ore di distanza da Potchefstroom e 
la serie diamantifera si estende almeno per 500 miglia. Si pensa 
che 1 diamanti sieno provenuti da una roccia che può ora esser 
distrutta ma che prima esisteva per la intera regione. Gli at- 
tuali cercatori preferiscono per i loro lavaggi le località più 
elevate, dove la ghiaja è molto estesa e non ha subita V influenza 
del fiume: tali sommità sono formate dal basalto. 

Nella regione situata fra il Transvaal e lo Stato di Oranje, 
si trovano già 10,000 Europei occupati alla ricerca del diamante 
nella valle del fiume Yaal, parte più importante di tutta la re- 
gione diamantifera, che fu denominata Adamantia. Il suolo consta 
di un conglomerato calcareo e i diamanti non si rinvengono che 
alla superficie. Fra i più bei diamanti finora trovati se ne cita 
uno del valore di 30,000 sterline ed uno del peso di 30 é carati 
avente la forma di un ottaedro regolarissimo. 

I diamanti provenienti da altri giacimenti del Sud-Affrica 
durante gli ultimi due anni furono i seguenti. Imbarcati nel 1869, 
141 diamanti, valutati a 7,405 lire sterline; durante il 1870, 
5661 diamanti valutati a 124,910 lire sterline. A questi va ag- 
giunto il diamante « Stélla del Sud-Affrica, » ed altri mandati 
privatamente in Europa e valutati a 15,000 lire sterline; gran 
quantità di questi diamanti sono di qualità inferiore, e non ve 
n' è alcuno paragonabile alle antiche gemme di Golconda. 



CATALOGO DELLA BIBLIOTECA DEL R. COMITATO GEOLOGICO. 

(Continoazìone.) 

Vemeuil (E. de) et Collomb (E.). Carte géologique de VEspa- 
gne et du Portugal à Véchelle de 1 a 1,500,000. Paris, 1868. 
Un foglio in cromolitografia. 

(Id.) Explication sommaire de la Carte géologique de V Espa- 
gne. Paris, 1869. Un fase, in-8^ 



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— 62 — 

Vezian (A.). Brodrome de Geologie. Paris, 1863-66. Tre 
voi. in-8^ 

Villa Antonio. Intorno alla malattia delle viti. Milano. 1855. 
Un fase, in-8^ Dono dell' Autore. 

(Id.) Sfitta Monografia del bombice dd gelso del dottor EmUio 
Cornàlia. Milano, .1857. Un fase. in-8". Dono idem. 

(Id.) Intorno agli Studii geologici e paleontologici sulla Lom- 
bardia del sacerdote prof. Antonio Stoppani. Milano, 1858. Un 
fase. in-8*'. Dono idem. 

(Id.) Notizie di sdenee naturali ed agronomia. Milano, 1860. 
Un foglio. Dono idem. 

(Id.) Straordinaria apparizione di insetti carnivori. Mila- 
no, 1860. Un foglio. Dono idem. 

(Id.) Apparizione periodica detta Carruga comune o melotonta. 
Milano, 1863. Un foglio. Dono idem. 

(Id.) cute mcdacologiche e geologiche nétta Briunza e nei din- 
torni di Lecco e particolarmente alla nuova miniera di piombo 
argentifero netta Valsassina. Milano, 1863. Un faseicolo in-8'. 
Dono idem. 

(Id.) Relazione del Congresso dei Naturalisti svizzeri inSamaden 
ndr agosto 1863. Milano, 1864. Un fase, in-8^ Dono idem. 

(Id.) Frima riunione straordinaria ddla Società Italiana di 
Scienze Naturali tenutasi in Biétta nel settembre 1864. Milano, 1864. 
Un fase. in-8'*. Dono idem. 

(Id.) Le farfatte. Milano, 1865. Dono idem. 

(Id.) Di alcuni marmi e rocde détta Valtéttina. Milano, 1866. 
Un foglio. Dono idem. 

Villa (G. B.). Osservazioni geognostiche e geologiche fatte in 
una gita sopra alcuni cotti dd Bresciano e del Bergamasco. Mi- 
lano, 1857. Un fase. in-8". Dono dell' Autore. 

(Id.) Notizie suMe torbe détta Brianza. Milano, 1864. Un fo- 
glio. Dono idem. 

(Id.) Le rocde dei dintorni di Morbegno. Milano, 1866. Un 
fase. in-8*. Dono idem. 

(Id.) Altre osservazioni sulle roccie dei dintorni di Morbegno. 
Milano, 1866. Un foglio. Dono idem. (Continua.) 



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DI mite inMcne. 



lemorie per servire alla descrizione della Carta Geologica 

I d'Italia. — Volume n, Parte!'; 272 pagine in-4* con 11 ta- 

j vole, due Carte geologiche ed incisioni intercalate nel testo. 

I Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione. — Monografia geologica délV Isola d'Ischia, 

I con la Carta geologica della medesima in fol. e incisioni nel 

testo, del professor C. W. C. Fuchs. — Esame geologico della 

catena alpina del San Gottardo, che deve essere attraversata 

dalla grande Galleria della Ferrovia Itàlo-Elvetica, con una 

Carta geologica in fol. e due tavole di Sezioni in fol., delP in- 

i gegnere F. Giobdano. — Appendice alla Memoria stdla for- 

j masione terziaria nétta zona solfifera détta Sicilia, con una 

f tavola, deir ingegnere S. Mottura. — Malacologia pliocenica 

italiana, Parte P, Gasteropodi s^onostomi ; fascicolo 2"*, con 

otto tavole, di C. D'Ancona. 

Prezzo del Voi. IT (Parte T), Lire 25. 

NB. — Nei prezzi delle Memorie non sono comprese 
le spese di porto che restano a carico del compratore. 

Chi prenderà contemporaneamente i due volumi delle 
Memorie finora pubblicati avrà un ribasso del 10 per 100 
sul prezzo complessivo. 

Carta Geologica del San Gottardo, nella scala di 
1 per 50,000, di F. Giordano. — Un foglio in cromo- 
I litografia L. 5. — 

Carta Geologica dell'Isola d'Ischia, nella scala di 
1 per 25,000, di C. W. C. Fuchs. — Uq foglio in 
cromolitografia L. 3. — 



Per le commissioni dirigersi al Segretario del B. Comitato 
Geologieo, in Firenze, Tia deUa Scala, N' 22, P' V\ 



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Annunzi di pubblicazioni 



L. BoMBicci — Corso di Hineralof^la (seconda edizione grande- 
mente variata ed accresciuta); voi. P, Bologna 1873.— 
Pag. 564 in-S"" con 4 tavole e molte incisioni intercalate 
nel testo. 

A. Stoppani — Corso di Geologia; Milano (in corso di stanca). 
V opera si comporrà di tre grossi volumi in-S** con nume- 
rose incisioni intercalate nel testo, e viene distribuita a 
fascicoli di 64 pag. — È pubblicato il fascicolo 24, 

P. DoDEBLEiN — Note lllustrative della carta geologica del 
Modenese e del Reggiano. Memoria 3^ ; Modena 1872.— 
Pag. 76 in-4^ 

A. De Zigno — Flora fossilis formationis oolithic». Voi. 2', 
puntata 1% Padova 1873. — Pag. 48 in-4^ con 4 tavole. 

0. Silvestri — Sopra dne sorgenti di acqna minerale salino- 
solforea idrocarbonata dette di Santa Tenera alla base 
orientale dell'Etna; Catania 1872. — Pag. 101 in-4* con 
due tavole. 

0. Silvestri — Le Nodosarie fossili del terreno snbapennlno 
italiano e viventi nei mari d'Italia; Catania 1872. 

Fr. Coppi — Stndii di Paleontologia iconografica del Mode- 
nese. — Parte I*; Modena 1872. 

A. Scacchi — Contribnzioni mineralogiche per servire alla 
storia dell'incendio vesuviano del mese di aprile 1872; 

Napoli 1872. — Pag. 36 in-4" con una tavola. 

G. CuRioNi — Bicerclie geologiche snll' epoca dell' emissione 

delle rocce sienitiche della catena dei monti dell' Ada- 

mello nella provincia di Brescia; Milano 1872. — 

Pag. 20 in-4^ 
C. Marinoni — Bapport sur les travanx préhistorlqnes en 

Italie depuis le congrès de Bologne; Toulouse 1872.— 

Pag. 12 in-8*. 
T. Taramelli — Panorama geologico del Frinii da Momzzo; 

Udine 1872. — Un foglio in cromolitografia. 
Th. Fuchs — Oeologische Stndien in den Terti&rbildungen 

Sfld-Italiens; Wien 1872. — Pag. 44 in-8'* con 7 tavole. 



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"^fC^^^e^fyx^^. — Pliocene dell' 



^JtijtCU\X»^A 




SeziGiL& culla 





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n. 



COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 



I Bollettino N? 3 e 4. 



Marzo k Aprile 1873. 






FIRENZE, 

TIPOGRAFIA DI G. BARBÈRA 



1873. 

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1 



nmmw u fi. comitato geologi 



Bollettino Geologico per il 1870. — Un voi. in-8* di pag. 324. 
» » PER IL 1871. — Un voi. in-8' dì pag. 296. 

» » PER IL 1872. — Un voi. ìn-8* di pag. 376. 

Prezzo di ciascun volume L. 10. 

Il prezzo di associazione del Bollettino 1873, franco di 
porto, è di L. 8 per il Regno e di L. 10 per l'Estero; i 
fascicoli separati si vendono al prezzo di L. 2 ciascuno. 

Memorie per servire alla deserizione della Carta Geologica 
d* Italia. — Volume P; 404 pagine in-4* con 23 tavole, due 
Carte geologiche e varie incisioni intercalate nel testo. 

Comprende le seguenti Memorie: 

Introduzione — Studii geologici suUe Alpi Occidentali^ di 
B. Gastaldi, con cinque tavole ed una Carta geologica. — 
Cenni sui graniti massicci détte Alpi Piemontesi e sui mine- 
rali delle valli di Lanso, di G. Strììver. — Sulla formazione 
terziaria nella zona solfifera della Sicilia, di S. Mottuba, 
con quattro tavole. — Descrizione geologica deW Isola d'Elba, 
di I. Cocchi, con sette tavole ed una Carta geologica.— 
Malacologia pliocenica italiana (Parte T, Gasteropodi sifo- 
nostomi) di C. D' Ancona ; fascicolo 1", con sette tavole. 

Prezzo del Voi. T, Lire 85. 

Brevi cenni sui prineipali Istituti e Comitati Geologici e 
snl B. Comitato Geologico d' Italia» di I. Cocchi. — 
Pag. 34 in-4* L. 1. 50 

Carta Geologica della parte orientale delF Isola d'Elba^ 

nella scala di 1 per 50,000, di I. Cocchi. — Un foglio in 
cromolitografia L. 3. 00 



I 



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BOLLETTINO DEL R. COMITATO GEOLOGICO 

D' ITALIA. 
S^ 3 e 4. — Marzo e Aprile 1X73. 



SOMMARIO. 

Note geologiche. — 1. Il Monte Titano (territorio della Repubblica di San Ma- 
rino), i suoi fossili, la sua età ed il suo modo d' origine, per A. Manzoni. 
(Continuazione e fine.) — II. Studii stratigrafici sulla formazione pliocenica 
dell' Italia Meridionale, per G. Sequenza. (Continuazione.) — III. Ricerche 
geologiche sufle rocce sienitiche (tonalite) della catena dell'Adamello (pro- 
vincia di Brescia), per G. Curioni (estratto). — IV. L' asfalto di Colle della 
Pece nella provincia romana (circ. di Fresinone), per F. Foetterle (estratto). 

Notizie bibliografiche. —A. D'AcHiARDi,Af inera/ogta dc//a Toscana; Voi. II. 
Pisa 1873. — C. Sciuto-Patti, Carta geologica della città di Catania e din- 
torni; un atlante in-folio. Palermo. 

Notizie diverse. — Composizione delle ceneri del Vesuvio. — L' ortite e V oli- 
goclasio nelle lave del Vesuvio. — I terreni paleozoici nelle Alpi. — Scoperte 
paleontologiche .del prof. Marsh. — Kjoekkenmoeddings delF America del 
Nord. — Un nuovo vulcano nel Chili. 

Catalogo della Biblioteca del B. Comitato. — (Continuazione.) 

Tavole ed Incisioni. — Veduta prospettica del Monte Titano (sarà data col 
prossimo fascicolo). — Tavola di sezioni naturali delle Provincie di Messina, 
di Reggio e di Siracusa. 



NOTE GEOLOGICHE. 



I. 

E Monte Titano {territorio deUa Repuhblica di San Ma- 
rino), i stm fossili, la sua età ed U suo modo d'ori- 
gine, per A. Manzoni. 

(Continuazione e fine. — Tedi N» 1 e 2.) 

Teorica dell' origine del Monte Titano. 

Avendo già enunciato che la roccia calcarea del Monte Titano 
si presenta come un conglomerato frammentario corallino e come 
una arenaria a detrito più o meno minuto di corallo, di conchi- 



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- 68 - 

glie, di Echinodermi, di Briozoi e di Rizopodi nommalitici, e che 
in corso di formazione consisteva principalmente in un banco 
di Porites ramosa : — ecco come io mi figuro che procedessero 
le cose. 

L' area attualmente occupata dalla formazione del Monte Ti- 
tano mostra d' esser formata da un rialto delle argille scagliose. 
Al tempo d' origine di detta formazione questo rialto deve aver 
formato un basso fondo isolato e quasi superficiale in mezzo ad 
un mare di considerevole profondità tutt' all' intomo. La sommer- 
sione profondità di questo basso fondo non deve aver superato 
da un lato il limite inferiore d' azione delle onde, dair altro non 
deve aver oltrepassato quello solamente compatibile collo svilup- 
parsi della Porites ramosa^ che nel caso nostro rappresenta da 
sola i coralli che formano i banchi e le scogliere madreporiche 
(a rerf'buUding coràls » degli autori inglesi) nei mari a tempe- 
ratura tropicale. Inoltre il livello di questo banco sottomarino 
deve essersi venuto gradatamente sprofondando per far sì che la 
superficie della formazione calcareo-corallina, che sopra vi si è ac- 
cumulata per una potenza di oltre 100 metri, si mantenesse sem- 
pre dentro la zona di azione ondosa del mare e dentro la pro- 
fondità compatibile air esistenza del corallo formante scogliera. 
Si aggiunga infine che la temperatura media superficiale di questo 
mare deve essersi mantenuta, come si suol dire, tropicale; e che 
la qualità, che chiamerò meccanica del basso fondo immaginato, 
deve esser stata tale da permettere, assieme alla poca profon- 
dità e tropicale temperatura delle acque sovrastanti, V impiantarsi 
delle prime colonie di Porites ramosa, 

V importanza, e più che V importanza, la necessità di tutte 
queste condizioni fisiche per intendere V origine e lo sviluppo della 
formazione del Monte Titano mi viene suggerita dalla conoscenza 
delle circostanze che nella vita attuale presiedono air impianto e 
sviluppo dei banchi coralligeni e dalla natura della roccia che 
ne deriva, quale si trova perfettamente riprodotta nella forma- 
zione del Monte Titano. 

Prenderò in esame ad una ad una le dette condizioni fisiche, 
e comincierò dallo stabilire induttivamente la natura del fondo 
marino su cui s' impiantarono le prime colonie di Porites ramosa. 

Questo fondo non può in origine esser stato sabbioso e molto 



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— 69 - 

meno melmoso ; e ciò per la semplice ragione che sui fondi sab- 
biosi melmosi non attaccano i coralli madreporici o formanti 
banchi e scogliere, e nemmeno si mantengono dove correnti o flu- 
viali marine accumulino materiali di tale natura. Per dare un 
saggio delle osservazioni che supportano questa tesi riporto qui 
sotto alcune citazioni tratte dalla menzionata opera del Dana.* 
— In vece il fondo di mare su cui possono solamente impian- 
tarsi le prime colonie di un banco coralligeno dovendo esser più 
meno roccioso, si dimanda come questo siasi verificato nel caso 
della formazione del Monte Titano, la quale per quanto è estesa 
mostra di sedere sulle argille scagliose. — Ecco come io ritengo 
debba esser spiegata la cosa. 

Le argille cretacee, che col tempo e col metamorfismo assun- 
sero qualità ed apparenze da esser chiamate scagliose^ non sono 
mai state e non sarebbero, a mio credere, di natura da formare 
un fondo marino roccioso, aspro ed ineguale, se frequentemente 
non contenessero nel loro seno in queste nostre regioni subapen- 
nine ammassi di blocchi di calcare alberese qua e là traslocati 
e per denudazione scoperti. Ora questa circostanza deve essersi 
appunto verificata nel rialto o basso fondo su cui si venne svi- 
luppando la formazione del Monte Titano ; e le prime colonie di 
Porites ramosa devono essersi impiantate su dei blocchi e dei 
sassi di calcare alberese distribuiti su di una eminenza formata 
dalle argille cretacee, denudata di queste e continuamente spaz- 
zata dair azione delle onde. E la conferma di questo mio modo 
di pensare mi è stata direttamente offerta dal rinvenire negli 
strati inferiori del Monte Titano frammenti di calcare alberese. 
Similmente è avvenuto al senatore Scarabelli; ed anzi esistono 
nella sua collezione dei saggi di roccia raccolti da altre località 
dove la formazione si trova riprodotta, nei quali la sezione ti- 

* Dana, op. cit. pag. 121 : e Wherever streams or carrents are moving or 
transporting sediment, there no coral grow, and for the same reason we find 
few living zoóphytes upon sandy or muddy shores. » ~ Altrove, pag. 312, par- 
lando del limitato sviluppo delle scogliere madreporiche lungo le isole dell' Arci- 
pelago delle Indie Orientali, mentre la loro situazione è tropicale e le acque 
del mare caldissime, l'Autore ritiene, che quanto alla porzione meridionale 
della costa orientale di Sumatra, la ragione di assenza di scogliere madreporiche 
consista in questa che e this coast is low and sandy or muddy, and thus affords 
the most unfavorable place for zoóphytes. » 



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- 70 — 

rata a pulimento mostra il frammento di calcare alberese attorno 
al quale si è sviluppata la Pariies ramosa colla sua elegante e 
porosa struttura. 

Una volta trovato il fondo favorevole per V impianto dei co- 
ralli madreporici, il banco o la scogliera progrediscono di per 
sé indefinitamente in estensione ed altezza, sempre che la sua su- 
perficie porzione vivente si mantenga nelle volute condizioni 
di profondità e di temperatura. L'azione ondosa del mare inter- 
viene pure come condizione necessaria per dar luogo alla natura 
frammentaria e detritica dei conglomerati corallini, dei quali quello 
del Monte Titano è un chiarissimo esempio. 

La profondità dentro la quale si sviluppano e si mantengono 
in vita i coralli madreporici porosi o formanti banchi e scogliere, 
non supera mai al massimo i 40 metri. Questa cifra di limite mas- 
simo nella distribuzione in profondità dei coralli madreporici, ha 
un valore assoluto per essere il resultato di innumerevoli ed accu- 
ratissime osservazioni istituite da naturalisti ed esploratori re- 
putatissimi come Quoy, Gaimard, Ehrenberg, Darwin, Moresby, 
Agassiz, Pourtalés, Jukes, Dana, ec. Su questo proposito mi li- 
mito a riportare qui sotto le conclusioni con cui il Dana riassume 
il fatto.' 

La ragione principale che limita la distribuzione in profon- 
dità dei coralli madreporici è per certo la temperatura delle ac- 
que marine, senza però esserne V unica ; gi^tcchè questo grado di 
temperatura richiesto per V esistenza dei detti coralli non manca 
certo nei mari tropicali attuali al disotto della profondità di 40 
metri, come Dana ed altri naturalisti hanno osservato.*^ 

* Dana, op. cit., pag. 114 a 118 : e There is hence little room to doubt that 
20 fathoms may be received as the ordinary limit in depth of rcef corals in the 
tropics. It may however be much less possibly not over half this, on the colder 
bordes of the coral-reef seas, for example at the Hawaian Islands and the AtoUs 
northwest of that group. It is naturai that regions so little favorable for corals 
on account of the temperature should differ in this respect from those in the 
warmer tropics. > 

• Rimane questo un problema da risolvere : tanto è vero, che fra le istruzioni 
e gli ordini per ricerche scientifiche rilasciate al Challenger ^ partito in spedizione 
scientifica cogli ultimi giorni dello scorso anno 1872, si trova scritto in tale 
proposito : < In connection with the limitation of the area and depth of the 
reef-building corals, it will be very important to ascertain the rate of reduction of 
temperature from the surface downwards in the region of their greatest actirity ; 



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- 71 — 

Invece la distribuzione in latitudine dei coralli madreporici 
è unicamente regolata dalla temperatura, che si può chiamare 
superficiale perchè variabile colle stagioni. Il minimo di que- 
sta temperatura compatibile colla presenza dei coralli madre- 
porici è di 68* F. (20^00 cent.), mentre il massimo è di 85* F. 
(29^44 cent.) nel Pacifico, e di 83*^ F. (28%33 cent.), nell'Atlan- 
tico. Questo minimo di 68*^ F. (20^00 cent.), non oltrepassato 
nemmeno nel massimo freddo invernale, costituisce una linea, detta 
isocryma^ che limita nettamente la presenza dei coralli madre- 
porici e scorre attraverso gli oceani attuali al disopra ed al di- 
sotto dell' equatore comprendendo dentro di sé la zona delle sco- 
gliere madreporiche. Tale è V intima e necessaria connessione fra 
questo minimo (68*^ F.) di temperatura e la esistenza dei coralli 
madreporici, che dalla presenza di questi ultimi si può fondata- 
mente indurre all'esistenza del primo. Tanto che non è punto 
arbitrario l' ammettere nel caso nostro, che il banco coralligeno 
a Porites ramosa del Monte Titano godesse di una temperatura 
subacquea non inferiore a quel grado. Così sarebbe accaduto in 
quei tempi che la linea isocryma di 68* F. (attualmente decor- 
rente in media posizione fra i paralleli 2V e 28*' attraverso il 
Pacifico e l'Atlantico, e spinta dalla corrente del Golfo (Gnlf-Stream) 
al disopra delle isole Bermude fino al parallelo 38' Nord) avrebbe 
comprese latitudini ancora più settentrionali includendo nella 
zona dei mari tropicali anche il bacino mediterraneo. Del resto 
volendo parlare più propriamente nell' applicare lo spostamento 
di questa linea isocryma ai banchi madreporici dei terreni terziarii 
inferiori nell' Italia settentrionale, della formazione cretacea, oolir 
tica (giurassico medio) nel continente europeo ed in Inghilterra, 
conviene ammettere che questa linea isocryma sia venuta discen- 
dendo verso r equatore a partire dai paralleli 52* e 55*^ Lat. Nord 
(raggiunti in Inghilterra durante il periodo colitico) fino a toccare, 
nel seno dell'Atlantico e nei tempi attuali, la sua più extra- 
tropicale posizione in 30*^ Lat. Nord al disopra delle isole Bermude.* 

as it has been saggested that the limitation of living reef-building corals to 20 
fathoms may be a Uiermal one. » The scientific orders ofthe Challenger: Nature, 
Jan. 9, 1873, pag. 191. 

*■ Per tutte le indicazioni che riguardano la distribuzione in latitudine delle 
scogliere o banchi madreporici, e della temperatura tropicale dei mari, vedi 
Dana, op. cit, pag. 108 a 114 e pag. 362 a 364. 



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— 12 — 

Fissata cosi la natura del fondo, la temperatura e la profoi^ 
dita iniziale e persistente del bsuico a Porites ramosa del Monte 
Titano, mi conviene parlare di due altre condizioni necessarie ad 
ammettersi per interpretare la natura frammentaria e detrìtica 
del conglomerato corallino del Monte Titano ed il suo colossale 
sviluppo in potenza. Queste due condizioni sono, V azione ondosa 
del mare ed il graduale abbassamento del fondo. 

Nella vita attuale si riscontrano due differenti maniere di 
origine delle formazioni calcareo-coralline: 1^ per indisturbato 
sviluppo dei coralli madreporici con aggiunta di materiali minu- 
tissimi (sabbie o melme) per riempirne gl'intervalli; 2* per frat- 
tura e triturazione dei coralli e degli altri materiali 'di Fauna, 
Conchiglie, Echinodermi, Nullipore, ec, per mezzo deir azione 
delle onde, suscitata ora dalle maree ora dalle burrasche. Questo 
secondo modo di formazione è, rispettivamente al primo, più sol- 
lecito; si verifica nelle scogliere madreporiche marginali (omkr 
reefsy reef-harriers)^ esposte ai frangenti suscitati dalle maree e 
dalle burrasche o nei banchi corallini sommersi a piccola pro- 
fondità, e dà luogo al conglomerato corallino e conchigliare, ed 
al calcare compatto a finissimo detrito corallino; mentre invece 
il primo modo di formazione, escludendo più o meno razione 
delle onde, riesce molto più lento e si verifica nelle scogliere 
madreporiche non esposte all'azione del mare ed ai frangenti 
delle maree {inner reefs, fringing reefs) o nei banchi corallini 
sommersi a piccola profondità in una ristretta regione protetta 
dall' azione ondosa del mare, dando luogo ad una arenaria o 
marna calcare includente i gruppi di coralli madreporici ben con- 
servati ed intatti e gli altri animali testacei con questi.^ 

Ora questi due modi di formazione si sono, a mio credere, 
verificati per il banco a TorUes ramosa del Monte Titano; il 
primo per tutto quel tempo e quel tratto inferiore di formazione 
in cui intervenne l' azione delle onde, il secondo per gli strati 
più superficiali della medesima e durante tutto quel perìodo di 
tempo in cui la formazione per graduale e continuato abbassa- 



* Per tutte le indicazioni riguardanti il modo di formazione dei calcari coral- 
lini, secondo che influenzati o no dall'azione ondosa del mare, vedi Dana, op. cit.. 
pag. 348 e 349. 



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- 73 - 

mento si trovò mantenuta al limite più basso della zona di azione 
ondosa di quel mare. 

La quale azione ondosa, ecco come va intesa nel caso nostro 
quanto alla sua intensità e modo d' azione. 

L' azione ondosa del mare è suscitata negli oceani dalle bur- 
rasche e dalle maree, mentre queste si risolvono in frangenti in 
contatto dei bassi fondi, delle coste e delle scogliere madrepo- 
riche avanzate. La profondità ed intensità d'azione delle onde 
è regolata da una quantità di circostanze variabili da luogo a 
luogo, da tempo a tempo, come sarebbero : V intensità e durata 
dei venti, V estensione a seconda che oceanica o medit^ranea, 
la natura di mare libero e profondo o per contrario ostrutto da 
isole da banchi sottomarini, la configurazione delle coste, la 
presenza od assenza delle correnti e delle maree. Questa profon- 
dità ed intensità d' azione delle onde varia quindi dentro dei 
limiti abbastanza distanti, ma sempre assume il valore di un 
elemento di massima importanza per intendere il meccanismo 
d'origine delle formazioni comprese dentro la sfera d'azione 
ondosa del mare. Si tratta appunto di determinare il quanto di 
profondità ed intensità d' azione ondosa del mare in cui sorgeva 
il banco a Porites ramosa. 

Conviene anzi t^to premettere che questa regione marina 
faceva anche a quei tempi parte di un mare intemo (Mediter- 
raneo) comunicante, se si vuole, ad occidente coir Atlantico, a 
mezzogiorno col Mar Indiano, e più esteso nel suo bacino di quel 
che non sia attualmente, ma pur sempre intercettato fra i con- 
tinenti e chiuso air accesso delle correnti oceaniche e delle maree. 
In questo mare intemo a temperatura tropicale, senza correnti 
generali, senza maree di considerevole elevazione, V azione delle 
onde suscitata dall' infuriare dei venti j?redominanti, doveva esser 
runico agente meccanico e rimaneggiatore che si esercitasse 
sulle coste e sui banchi sottomarini. 

^ Ora, in ragione della differenza non radicale certo di condi- 
zioni idrografiche fra il bacino mediterraneo di quei tempi e 
quello del tempo attuale, si può con verisimiglianza ammettere 
che la profondità ed intensità di azione delle onde d' allora, di 
non molto eccedesse quella dei giomi nostri. E siccome questa 
per r attuale mare Adriatico non supera nelle più favorevoli ed 



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— 74 — 

esposte regioni i 30 ai 40 metri in profondità, così è che, accor- 
dando una maggior latitudine alle condizioni dei tempi passati, 
si può ammettere che l'azione ondosa del mare non si facesse 
sentire con effetto detritico e rìmaneggiatore al disotto dei 50 me* 
tri laddove esisteva il banco sottomarino del Monte Titano. 

Stabiliti i limiti dentro i quali, per ragione di temperatura 
e di azione delle onde, dovette mantenersi la superficie del banco 
coralligeno, conviene studiare in qual modo questa abbia potato 
verificarsi nel mentre che la potenza di questo banco saliva ad 
oltre i 100 metri. 

Per quanto lentissimo sia il processo di formazione dei bandi 
e delle scogliere madreporiche, pure questo è incessante ed in- 
definito nel senso verticale tuttavolta che. non rimanga oltrepas- 
sata in alto od in basso la zona di richiesta profondità. Si com- 
prende da ciò che la spessezza o potenza di una crescente 
scogliera o banco madreporico non potrebbe mai eccedere i 40 me- 
tri, se contemporaneamente non si verificasse un lento e graduale 
abbassamento del banco stesso. Non verificandosi questo graduale 
abbassamento del banco o della scogliera madreporica, ambedue 
queste caratteristiche formazioni non avrebbero che un ben limi- 
tato campo di sviluppo nel senso della loro spessezza o potenza, 
ed al più potrebbero dilatarsi ed estendersi, qualora le profon- 
dità circostanti fossero tali da permetterlo. È questa la storia 
delle scogliere madreporiche dei mari tropicali attuali; è questa 
anche necessariamente quella delle formazioni coralline dei caldi 
mari degli antichi periodi geologici/ compresavi questa del Monte 
Titano. 

Ammesso come necessario lo sprofondarsi lento e graduale 
di una qualunque regione sottomarina, la quale serva d' imbasa- 
mento ad una scogliera o ad un banco madreporico, per inten- 
dere il colossale sviluppo di queste formazioni, fa d' uopo oltre a 
ciò riflettere che fra V un movimento di sprofondamento del fondo 
e r altro di accrescimento in elevazione della scogliera, deve esi- 
stere un certo accordo, una certa corrispondenza di misura, senza 
di che lo sviluppo della formazione corallina viene ritardato 

* Vedi per tutte le indicazioni che riguardano tale argomento l' opera citata di 
Dana, pag. 253, 350 e 351 ed i Capitoli relativi. 



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— 75 - 

completamente soppresso. Questi due casi si verificano tutto 
giorno nelle scogliere madreporiche delle isole coralline e degli 
(UcUi e dei banchi corallini, e spiegano come lo sviluppo e la 
formazione loro possa mostrarsi o ritardata in causa di una difet- 
tiva misura di sprofondamento, o in ultimo anche completamente 
sospesa qualora per contrario questa misura di sprofondamento 
sia eccessiva e trascini la formazione madreporica al disotto 
della zona di profondità richiesta per la sua vitalità. 

Questo ultimo caso si è appunto verificato, a mio credere, 
per il banco a Forites ramosa del Monte Titano, durante gli 
ultimi tempi di sua formazione e per tutto quel tratto di strati 
più superficiali in cui la costituzione di conglomerato corallino 
detritico viene a cessare, per succedervi quello delle sabbie e 
finalmente quello delle marne calcari sempre a detrito fossilifero, 
ma coi tronchi di Forites e coi gusci di Echinodermi, Conchi- 
glie ec, abbastanza intatti e ben conservati. 

Quanto alla misura di accrescimento della formazione coral- 
lina del Monte Titano, nulla si può dire di preciso, in quanto che 
questa misura, per le ragioni esposte, dovette dipender sempre da 
quella di sprofondamento del fondo marino; la quale alla sua 
volta non si presta ad una valutazione assoluta nemmeno appros- 
simativa. In genere si ammette che, andhe nelle più favorevoli 
circostanze, lo sviluppo in altezza delle formazioni madreporiche 
sia lentissimo e non superi Vie di pollice per anno ; lo che por- 
terebbe a ritenere che per V aggiunta di ogni piede di forma- 
zidne si richiedesse lo spazio di 190 anni, e per quella di 5 piedi 
quello di 1000 anni.^ Si deduca dal calcolo di questo dato, per 
quanto solo approssimativo e fondato su di una media di circo- 
stanze favorevoli allo sviluppo delle roccie madreporiche, quale 
enormità di tempo debba esser trascorso dair iniziarsi al chiu- 
dersi della formazione del Monte Titano, la quale presenta una 
potenza di oltre 100 metri! 

Quanto al processo di cementazione e consolidamento dei 
diversi materiali che s'incontrano nella formazione del Monte 
Titano, cioè. Coralli, Conchiglie, Echinodermi, Briozoi, Nummuliti, 
frammentati od interi, sabbie e melme interposte, bisogna sapere 

* Vedi Dana, op. cit., pag. 249 a 25i. 

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- Te- 
che questo dovette procedere di pari passo con quello di accre- 
scimento della roccia madreporica. Matti il cemento di natara 
esclusivamente calcare è il pro(lotto incessante della azione del- 
l' acido carbonico contenuto nelle acque marine. Questo addo, 
derivato dall' atmosfera per mezzo delle pioggie, dalla respira- 
zione di tutti gli animali marini e dalla decomposizione dei loro 
tessuti organici, rende l'acqua capace di sciogliere una certa 
quantità di carbonato di calce, il quale alla sua volta per forza 
di intima attrazione si deposita e s' infiltra framezzo ai mate- 
riali che compongono una scogliera od un banco corallino, e assieme 
potentemente li cementa. Questo è l'ordinario processo di ce- 
mentazione delle formazioni madreporiche dai conglomerati ai 
calcari corallini finamente detritici, dal caso in cui il cemento 
calcare s'infiltra uniformemente e sottilmente nella roccia, a 
quello in cui ne riempie le cavità sotto forma di nuclei essen- 
zialmente calcarei.* 

È da sapere inoltre che questo processo di cementazione per 
via del carbonato calcare disciolto in via ordinaria nelle acque 
marine (senza bisogno di ammettere l'intervento di emanazioni 
sotterranee locali di acido carbonico), è tanto più attivo sopra di 
una data superficie sottomarina quanto più questa è battuta dalle 
onde e dai frangenti. In altri termini questo processo di cemen- 
tazione si sviluppa in massimo grado di attività dentro la zona 
di azione ondosa del mare, cioè dentro quella zona in cui per 
effetto fisiologico e detrìtico, le formazioni sottomarine trovano il 
loro più esteso ed attivo sviluppo. 

Dopo aver preso cosi in esame tutte quelle condizioni fisico- 
chimiche e meccaniche, le quali presiedono in modo necessario 
all' origine ed allo sviluppo di una formazione madreporica, e dopo 
averne fatta applicazione a quella a PorUes ramosa del Monte 
Titano, ecco come in modo complessivo la mia mente retrospet- 
tiva si rappresenta la scena di origine e di sviluppo di questa 
formazione. 

Ai tempi dell'ultimo tratto di periodo eocenico, allorquando 
il bacino del Mediterraneo era più esteso dell'attuale, e le sue 



* Vedi per tutte le indicazioni concernenti tale processo V opera citata di 
Dana, pag. 154 e 354, 355. 



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— 77 — 

acque erano mantenute alla temperatura di mare tropicale, una 
eminenza formata dalle argille cretacee, contenente blocchi di cal- 
care alberese, si trovò per effetto di graduale sprofondamento ad 
essere appena sommersa. Immediatamente intervenne V azione delle 
onde a denudare dalle argille questa superficie e a mettere a 
scoperto i blocchi di calcare alberese, sui quali s'impiantarono 
le prime colonie di Porites ramosa. Egualmente razione delle onde, 
che è stimolo potente allo sviluppo dei coralli, cooperò alla dif- 
fusione di queste colonie, tanto che tutta la superficie sommersa 
ne rimase coperta; e così ebbe orìgine la prima fase di un banco 
coralligeno. Tutto il mare alP intomo essendo aperto e disposto 
a considerevoli profondità, vien fatto di pensare che le onde so- 
spinte dalP infuriare dei venti predominanti venissero ad urtare 
ed a rompersi spumeggianti e fragorose al di sopra deir area oc- 
cupata dal banco corallino in questione. In mezzo alle piantagioni 
di Porites ramosa^ vivevamo numerosissimi e predominanti gli 
Echinodermi; vi si annidavano pure quei pochi, ma colossali mol- 
luschi gasteropodi che io ho enumerati, e quelle due grandi forme 
di Pecten a coste massime, potentemente robuste e nodose, P uno 
dei quali numnenta le Tridacne delle scogliere madreporiche at- 
tuali, e r altro i Pecten a guscio solidissimo, a coste geniculate e 
nodose delle odierne regioni tropicali. Erano pure frequenti i 
Brìozoi a polizoarìo imbutiforme e fogliaceo, rappresentati dalle 
Betepore, ed i Rizopodi nummulitidei, rappresentati dalla va- 
rietà a minime dimensioni della NìMnmulites plantdata. L' azione 
ondosa del mare, che allora si faceva sentire colla massima in- 
tensità sulla superficie del banco corallino, rompeva le ramifica- 
zioni digitiformi dei tronchi di Porites, le travolgeva assieme ai 
gusci dei morti Echinodermi e molluschi, e li distribuiva come 
materiale frammentario e detritico nei vani e nelle depressioni 
delle piantagioni a Porites. Le acque del mare, continuamente 
mosse su questa superficie d' incessante sviluppo e distruzione, 
consolidarono questi materiali deponendo negli interstizi loro il 
cemento calcare sotto forma di sottile infiltrazione o di noduli esclu- 
sivamente calcari. Tempi lunghissimi, che verosimilmente potreb- 
bero venir solo calcolati per centinaia di secoli, presiedettero im- 
mutati a questa operazione, la quale diede per prodotto tutta 
quella potenza di strati a struttura litologica essenzialmente 



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- 78 - 

frammentaria e nodulosa i quali formano la base della fonna- 
zione del Monte Titano. 

Per un graduale accelerarsi della misura di sprofondamento 
del banco corallino, avvenne di poi che la superficie di questo si 
trovasse portata insensibilmente in una profondità alquanto mag- 
giore, e che su di essa le onde agissero quindi meno energica- 
mente. Le piantagioni a PorUes crebbero da quel tempo meno 
soggette ad essere infrante; ed il materiale detritico che ne colmò 
i vani e disgiunse i gruppi, si compose principalmente di sabbie 
a detrito minutissimo di corallo, di gusci di Echini, di Conchiglie, 
di tronchi di Briozoi macinati ed erosi. Di qui la costituzione 
principalmente arenacea che assunsero gli strati che in questo 
secondo periodo si vennero formando. Di qui la scomparsa dei 
colossali molluschi gasteropodi, rinvenuti negli strati inferiori e 
caratterizzanti la Fauna moUuscoide dimorante nelle sinuosità delle 
scogliere madreporiche a corallo vivo, come V attualità mostra; 
e la comparsa invece dei bivalvi, del genere Pecten^ specialmente 
amanti delle sabbie per la loro insidenza. 

Finalmente per un accelerarsi anche maggiore della misura 
di sprofondamento del banco corallino in questione, la superfide 
di questo venne a trovarsi quasi sul limite di sfera d' azione delle 
onde marine. Le piantagioni di PorUes crebbero allora secondo 
quel modo che io ho già descritto, cioè, per indisturbato sviluppo 
con semplice aggiunta di materiali detrìtici assai minuti per riem- 
pime gP intervalli. In altri termini, essendo ormai venuto meno 
r agente meccanico delle onde, si vennero depositando quelle 
marne, che consolidate da cemento calcare, formano gli strati ul- 
timi e più superficiali del Monte Titano. In questo ultimo tratto 
di formazione prevalsero i Briozoi rappresentati dalle Esckare, 
dalle Betepare, dalle Homere, dalle Vincrdarie; e se lo stato di 
loro conservazione me lo avesse permesso, credo che di questi 
due ultimi generi di Briozoi ciclostomati, io ne avrei potuto enu- 
merare tante e cosi svariate forme quante ne ha descritti il pro- 
fessor Heuss di Crosara, di Val di Lente, ec. nel Vicentino. Egual- 
mente vissero numerosi in questi ultimi depositi marnosi del Monte 
Titano gli Echinodermi, i molluschi bivalvi del genere Pectei^ e 
comparvero, benché scarsi, i brachiopodi rappresentati da una 
TerébraMaai guscio profondamente biplicato. I tronchi di Portìa- 



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— To- 
gli Echìnidi, le Conchiglie, e tutti i fossili in genere si rinvengono 
in questi ultimi strati di calcare marnoso intatti e molto meglio 
conservati di quello che negli strati sottoposti della formazione : 
questa circostanza concordando coir altra desunta dalla natura 
marnosa del calcare per indurre a ritenere, che questi ultimi 
strati si deponessero allorquando la superficie del banco poco più 
risentiva V azione ondosa del mare e veniva discendendo in mag- 
giori profondità. 

Coli' oltrepassare questo limite di profondità, valutato per le 
ragioni esposte in un mcucimum di 50 metri, ebbero termine le 
fasi evolutive della formazione del Monte Titano, e si chiuse la 
scena di ben lontani tempi, che la mia mente ha tentato di 
riprodurre sulla scorta delP induzione scientifica. 

Quale fosse il deposito contemporaneo nelle grandi profondità 
circostanti al banco coralligeno del Monte Titano, e da qual for- 
mazione si trovi rappresentato nella serie di quelle che attual- 
mente si osservano in queste regioni emerse, io non saprei dire. 
La scienza per ora non possiede giusti criteri per assegnare in 
ordine di contemporaneità la vera corrispondenza fra un deposito 
littorale o superficiale (« StrandbUdung d) ed un altro oceanico 
e di grandi profondità (« Tiefseehildung »). Il criterio paleonto- 
logico d'identità od analogia delle forme organiche, non può 
esser chiamato in soccorso per dimostrare che ad un dato de- 
posito littorale si sviluppava contemporaneo altro oceanico o 
profondamente situato; in quanto che le condizioni fisico-chi- 
miche sotto le quali questi depositi si formano nello stesso 
tempo sono talmente differenti da rendere le loro rispettive co- 
stituzioni litologiche, le loro faune, e la misura in tempo di loro 
accrescimento, essenzialmente dissimili. Concludo ancora col dire, 
che io non so quale fosse la formazione che si deponesse con- 
temporaneamente a quella superficiale del Monte Titano nelle pro- 
fondità marine circostanti.^ 

' U poter coordinare fra loro i depositi marini littorali e superficiali con 
quelli coevi deUe grandi profondità è il problema più importante che si presenti 
oggigiorno alla mente del geologo e del paleontologo. Dacché infatti sono state 
istituite ricerche intomo alla composizione ed alla Fauna degli abissi marini per 
opera recentissima dei Naturalisti inglesi ed americani, si è compreso imraedia- 
tamente quale importante e radicale riforma si sarebbe potuto introdurre nella 
sistematica e seriale disposizione dei terreni fin qui adottata. Il mio amico Teo- 



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- 80 — 

Egualmente, nulla mi sento in caso di precisare quanto al 
tempo ed al movimento che successivamente fece emergere la 
formazione del Monte Titano, della quale si osservano gli strati 
presso che raddrizzati nella fronte dirupata e scoscesa che sporge 
verso la costa adriatica. Il senatore Scarabelli espresse l'opi- 
nione (vedi op. cit. Studi geól. ec, pag, 26) che V emersione ed 
il raddrizzamento della formazione del Monte Titano fosse do- 
vuta alla eruzione delle roccie serpentinose sparse sul versante di 
queste regioni apenniniche prima dell' iniziarsi del periodo plioce- 
nico. É questa, a mio credere, una semplice congettura, in favore 
od in opposizione alla quale io non ho argomenti da addurre. Per 
parte mia, lascio dunque tale questione completamente da parte. 

Se niente ho saputo dire in proposito dei fondi marini depo- 
sitati in grandi profondità coevalmente al banco coralligeno del 
Monte Titano e nel seno dello stesso mare, molto invece mi 
resta ad accennare intomo a tanti altri depositi littorali o su- 
perficiali che sono P identica riproduzione di quello del Monte 
Titano, e che anzi con questo formano come un arcipelago di 
sommità montuose nelle Provincie di Forlì e di Pesaro. Io enu- 
mererò tutte queste località sulla fede del senatore Scarabelli, 
del professor Capellini e del dottor C. D'Ancona che attenta- 
mente hanno potuto studiarle. 

A partire dal vertice dell' Apennino e scendendo il corso a 
monte della Marecchia, che sbocca nell'Adriatico in contatto della 
città di Rimini, s' incontrano sulla sinistra a più o meno distanza, 
il Monte delle Balze, del Fumaiolo, della Cella, Rompetrella, 
Monte di Ufifogliano, Montbello e Scorticata; sulla destra il 
Sasso di Simone e Simoncello, il Monte Antiata nell'Urbinate, 
Pennabilli, Coppiolo, Monte San Marco, San Leo, Tausano, Pie- 
tracuta, il Monte Titano nel territorio della Repubblica di San 
Marino, e Verucchio.* 

doro Fuchs ha saputo dare un beU' esempio di questa eminentemente naturale 
e scientifica riforma, dimostrando che il cosi chiamato terreno Zancleano dal 
Prof. Seguenza non è altro che il coevo deposito in profondità del terreno Asti- 
giano considerato come prodotto littorale. Questa conclusione è la più notevole 
parte del lavoro del Signor Fuchs, pubblicato in questi ultimi giorni col titolo 
f GeologUche Studien in den Tertiàrbildungen Sùd-Italiens, » 

* A queste località debbo aggiungere il Monte della Vernia posto nel versante 
toscano dell* Apennino. 



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— 81 - 

Senza che io abbia direttamente esplorate tutte queste loca- 
lità, ne ho però visti i saggi litologici raccolti dal senatore Sca- 
rabelli, dal professore Capellini e dal professore Bianconi ; ed ho 
riconosciuti in questi V essenziale presenza dei frammenti di Fo- 
rUes ramosa, e V identica riproduzione del conglomerato poritico 
del Monte Titano. Ho pensato quindi che per queste località si 
fosse ripetuta la scena di evoluzione da me rappresentata. Ma 
intanto mi son chiesto se era più verosimile l'ammettere che 
questi diversi tratti di una stessa formazione fossero disgiunti 
gli uni dagli altri ed isolati fra loro, come ho in modo teore- 
tico supposto esser stato il caso del Monte Titano, ossivero che 
si trovassero fra loro riuniti e formassero cosi, invece di un 
arcipelago di banchi corallini, un banco solo, del quale gli attuali 
avanzi, disposti sulle eminenze più salienti della regione, non 
fossero che i lembi risparmiati dalle erosioni nel formarsi delle 
vallate. 

Questa ultima maniera di vedere credo che del resto sia la 
più accettabile e verosimile; non per considerazione della unità 
riscontrabile nella Fauna dei nominati lembi di formazione co- 
rallina, né della omogeneità della struttura sua, ma semplice- 
mente per la grande prossimità in cui alcuni si trovano fra loro. 

Ad ogni modo T accettare che questi disgiunti tratti della 
stessa formazione fossero in origine isolati o connessi fra loro, 
e che formassero o tutto un gran banco od un gruppo di piccoli 
banchi, è questione che semplicemente riguarda il rilievo possi- 
bile del fondo marino di quella regione ai tempi eocenici più 
recenti, e che non modifica in nessuna maniera la teorica del loro 
impianto e sviluppo, quale da me concepita. 

Per lo studio della configurazione delle coste e della esten- 
sione del mare a quei tempi è importante il considerare invece 
che alcuni di questi tratti di formazione madreporica si trovano 
posti quasi a cavallo dello spartiacqua dell' Apennino all' origine 
del Tevere e dei torrenti Savio e Marecchia; e questi due tratti 
costituiscono il Monte Fumaiolo nel versante adriatico, ed il 
Monte della Vernia nel versante mediterraneo. Ora questa distri- 
buzione induce a ritenere che in. questa regione dell' Italia cen- 
trale esistesse un' ampia, per quanto poco profonda, comunicazione 
fra l'Adriatico ed il Mediterraneo; l'asse attuale dell' Apennino 



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- 82 — 

trovandosi ancora sommerso o tutt' al più accennato da qualche 
sporgenza insulare in seno al mare degli ultimi tempi del pe- 
riodo eocenico. 

Lo sviluppo della Porites ramosa in forma di piantagioni o 
t)anchi si trova ripetuto nella serie dei terreni eocenici superiori 
del Vicentino e precisamente nella ben nota località di Crosara. 
Quivi pure si trova in un banco corallino con sedimento inter- 
posto di natura marnosa che il professor Suess chiama una « 2o- 
cale BUdung » e nella quale predominano i tronchi non fram- 
mentati di Forites immersi in una roccia marnosa. L' idea che 
mi son fatta dei fondi marini e dei succedentisi sedimenti ora 
ricchi di Coralli, ora di Briozoi, ora di molluschi nel Vicentino, 
studiando i lavori di D' Achiardi, di Reuss, di Suess, di Fudis, 
di Laube mi suggerisce la seguente spiegazione intomo alP ori- 
gine e sviluppo del banco a Porites ramosa delle marne di Cro- 
sara. Questo banco coralligeno a prevalenza di PorUes si deve 
^sser originariamente impiantato su di un fondo tufaceo (come 
dicono i geologi tedeschi), o di breccie vulcaniche (come più 
propriamente dice il D' Achiardi), e così deve aver trovato una 
natura di fondo marino favorevole al suo impianto. Inoltre questo 
banco si deve esser trovato al coperto dell' azione ondosa diretta 
e rimaneggiatrice del mare, ed i coralli devono esser cresciuti 
in modo lentissimo e non disturbato coir addizione di un mate- 
riale fino e marnoso che ne abbia riempiti gP intervalli. In altri 
termini si deve esser verificato per la locale formazione coral- 
ligena di Crosara presso a poco quello che si è verificato per 
gli strati più superficiali della formazione poritica del Monte Ti- 
tano. Lo stesso può dirsi, a mio credere, dei banchi corallini 
dei dintorni di Oberburg nella Stiria, nei quali la Porites mm- 
mulitica, Reuss, sta a rappresentare, con piccolissima e contestata 
dissimilianza, la Porites ramosa di Crosara, di Castdgomberto e 
del Monte Titano. 

Blassimto. 

Cosa s' intenda per Monte Titano nel territoria della Repub- 
blica di San Marino lo fa conoscere la veduta prospettica annessa 
al presente lavoro. 



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— 83 - 

Quanto alla potenza della formazione, che sulla linea di mas- 
simo raddrizzamento degli strati forma la cresta del monte, ho 
già detto che supera i 100 metri. 

Quanto alla estensione io non mi son dato pena di fame pa- 
rola, non essendo per la mia dimostrazione di alcuna importanza 
che la estensione misuri un chilometro più od un chilometro 
meno in superficie quadrata. 

Quanto alla natura litologica di detta formazione ho mostrato 
esser essenzialmente e per dovunque calcarea; colla differenza che, 
per riguardo delle diverse fasi di origine, questa formazione si 
risolve in un conglomerato porUico negli strati inferiori, in un 
calcare arenaceo detritico negli strati di mezzo, ed in un calcare 
marnoso egualmente detritico negli strati superficiali. 

Quanto alla Fauna ho detto che vi si incontra come elemento 
fondamentale di origine e di prevalente costituzione la Porites 
ramosa; di qui il concetto di un banco corallino a piantagioni 
lussuriose di questa sola specie di corallo con assenza notevolis- 
shna di altre ; di qui il valore di orizzonte paleontologico (Oriz- 
zonte a Porites ramosa) per stabilire la sincronia di tutte quelle 
formazioni in cui questo corallo si rinviene. Inoltre quanto alla 
Fauna ho notato la grande abbondanza degli Echinodermi, dei 
molluschi bivalvi del genere Peden e dei Briozoi, e per tutti 
indistintamente ho lamentato che la cattiva conservazione non mi 
abbia permesso di specificarne esattamente la natura. Ho infine 
indicata la presenza di una Nummulites a minime dimensioni. 

Quanto alla distribuzione di questa Fauna nella serie verti- 
cale degli strati della formazione in discorso, ho trovato spie- 
gazione di alcune particolarità nel diverso modo d' origine mec- 
canica degli strati stessi. Cosi è che ho messa d' accordo V esclusiva 
presenza di molluschi gasteropodi colossali col modo d' origine 
e colla costituzione litologica degli strati inferiori della forma- 
zione, e la prevalenza dei Pecten con quella degli strati medii, 
e quella dei Briozoi negli strati marnosi; e ciò sulla guida di 
fatti osservati nei tempi attuali, di analogie rinvenute nei depo- 
siti coevi di altre località, e nelP intento eminentemente scienti- 
fico di intendere le condizioni àeW habitat di questi animali. 

Ho preso quindi a considerare il valore cronologico dell'in- 
sieme di questa Fauna desumendolo dalla posizione stratigrafica 



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— 84 — 

generalmente attribuita ad altre formazioni in cui i singoli membri 
di questa Fauna si trovano ripetuti. Ho associato e messo in 
accordo questo valore cronologico con quello della posizione nella 
serie stratigrafica della formazione del Monte Titano, e così credo 
di averne precisata V età relativa. 

Ho esposta la teorica di origine e di sviluppo della stessa for- 
mazione considerata la sua natura di banco corallino. 

Ho fatto conoscere tutte le condizioni fisiche, chimiche e mec- 
caniche che in diverse fasi devono aver presieduto a questo im- 
ponente processo formativo. 

Ho cercata la conferma di questa mia teorica e ne ho fatta 
applicazione al modo di presentarsi di molti altri lembi del grande 
orizzonte a Porites ramosa all'intorno del Monte Titano, ed a 
distanza da questo; e così credo di avere svolta e trattata a 
fondo la tesi della Fauna, età ed origine del Monte Titano. 

Bologna, febbraio del 1873. 



n. 

Studii stratigrafici suUa Formazimie pliocenica 
deW Italia Meridionale , per G. Seguenza. 

(Continuazione. — Vedi N. 1 e 2.) 

§ 3. — B plioceno nel Messinese. 

La formazione pliocenica nel Messinese forma dei lembi po- 
chissimo estesi, sovente isolatissimi, che costituiscono o più sovente 
coronano talune colline che stanno assai presso al littorale dal 
lato d'oriente, o che volge a settentrione; dappoiché appena 
e' inoltriamo, allontanandoci un paio di chilometri dalla spiaggia, 
e raramente poco più, eccezionalmente il doppio, e sovente assai 
di meno, e' imbattiamo in terreni di più antica data e di varia- 
tissime epoche, i quali costituendo per intiero il suolo della pro- 
vincia di Messina si estendono qua e là insino al mare senza che 
sieno ricoperti dagli strati pliocenici. Il luogo dove il plioceno 



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— 85 — 

prende maggiore sviluppo è nei dintorni di Messina; ivi esso co- 
stituisce in gran parte le colline che con lieve pendìo si elevano 
dal Faro verso Bianchi, Masse, Castanea, e distendendosi senza 
interruzione verso la città, corona le colline che la cingono ad 
occidente e s'inoltra sino a Lardaria. 

Qualunque delle piccole valli di erosione, che stanno ad occi- 
dente della città, mostra più o meno completamente la serie degli 
strati che costituiscono il terziàrio superiore, ma d' ordinario in 
ogni sezione naturale che quelle valli presentano, manca alcuno 
varii dei membri che costituiscono la serie completa, dimanie- 
rachè uno studio comparativo accurato delle diverse sezioni è 
quello che induce alla completa conoscenza di tutti gli strati e 
della loro successione cronologica. 

Per tale ragione sono stato indotto a presentare qui una serie 
di sezioni naturali, che nel loro insieme offrono la serie completa. 

È da notarsi ancora che taluni strati cambiano la loro natura 
litologica sul versante settentrionale dei monti peloritani, perciò 
mi farò a discorrere prima, di tutta la serie considerata nei din- 
torni di Messina, e quindi accennerò in breve le modificazioni 
che presenta in altri luoghi della provincia. 

Un Ihno rosso-bruno, che fa transizione ad un alluvione più 
meno grossolana quaternaria, corona le vette delle colline anco 
bastantemente elevate, ed in taluni luoghi acquista considerevole 
potenza. In questa roccia verso la contrada Trapani si sono rac- 
colte delle ossa di mammiferi, tra le quali una piccola mascella 
di ruminante. 

Una roccia sabbiosa marina d' ordinario sciolta e talvolta ce- 
mentata, spesso ghiaiosa, ovvero sotto forma di conglomerato, 
sottostà in intima relazione all' alluvione antica, ed è sviluppa- 
tissima verso il lato Nord della città, costituendo quasi per in- 
tiero quella serie di colline che costeggiano la spiaggia sino al 
Faro, e da li alla contrada Mortelle. Dal lato meridionale varie 
basse colline sono anch' esse formate di tali sabbie, come quella 
su cui si erge il nuo^o cimitero, talune presso Mili e tra Ali e 
Capo Sant'Alessio. D'ordinario questa roccia è priva intiera- 
mente di fossili, ovvero contiene dei soli frammenti ; in qualche 
luogo soltanto vi s'incontrano poche specie di molluschi, come 
presso la contrada Mortelle, dove in alcuni piccoli strati marnosi 



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— 86 — 

interposti alle sabbie raccogliesi il Cardium edule Lin. , e nelle 
sabbie V Ostrea edtdis Lin. ed il MytUtis edtdis Lin. var. 

Nel discavo del bacino di carenaggio presso Messina, sotto 
uno strato fangoso con alghe in cui si trovarono le spoglie di 
una fauna in tutto identica alla vivente del circostante mare, 
s' incontrò una ghiaia cementata dal calcare in tutto identica alla 
roccia dt cui ho parlato qui sopra; i fossili che vi ho potuto 
raccogliere si riferiscono alle seguenti specie : Fw5M5 cometa Lin.; 
Capsa fragilis Lin. ; Venus Casina Lin. varietà ; F. fasciala Don. ; 
Dosinia exóletaLm.; Gardiujm edtde Lin. ; Cardila sulcata Bnig.; 
Chama gtyphoides Lin. ; Pectuncultis irmìbricus Brocc. ; Balano- 
phyUia verrucaria Pallas.' 

S' interponevano a questa roccia degli strati sabbioso-mamosi, 
nei quali abbondavano grandemente dei piccoli fossili, di cui posso 
ricordare pel momento : Cypris gibba Ramd. ; Bairdia subdeUoidea 
Jones ; Cerithium conicum Blainv. ; Hydróbia ventrosa Mtg. ec. 

Alla roccia di cui ho parlato sinora, sottostanno altre sabbie 
sciolte cementate da calcare, fine o grossolane, e talvolta co- 
stituite da grossi ciottoli, misti ad elementi più fini, che sono 
dappertutto fossilifere. Esse sono molto sviluppate nelle colline 
che sovrastano alla città, e talvolta assumono uno spessore con- 
siderevole che raggiunge, credo, i cinquanta metri o più in ta- 
luni luoghi speciali. 

La fauna di questa zona differisce considerevolmente da quella 
della precedente, perchè racchiude delle specie non conosciute 
viventi, siccome varie altre che non vivono più nei prossimi mari, 
e talune tra queste, proprie del Nord. Trascurando le nu- 
merose specie identiche alle viventi, ecco quelle che più non 
vivono nel prossimo mare e le estinte più importanti: Verruca 
dilatata Seg. ; Nassa pusiUa Phil.; Cólutnbélla Halieti Jeffr.; 
Murex multUamellosus Phil. ; Buccinimi Humphreysianum Kien. ; 
SólariMm hemisphericum Seg. ; Trochus filosus Phil. ; T. semi' 
granularis Cantr. ; Heìdon péllucidum Lin. ; Emargintda crassa 
Sow. ; E, reticuìata Sow. ; Puncturdla noachina Lin. ; Arca aspera 
Phil. ; Pecten maximus Lin. ; P. septemradiatus Muli. ; Limi 
excavata Fabr. 

* Questa specie vive nei mari di Sicilia. 



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— 87 — 

Gli strati più bassi di questa zona racchiudono maggior quan- 
tità di calcare, ed insieme maggior quantità di specie estinte; cosi 
la Brocchia sinuosa Bronn ; la Nassa mtmva Brocchi ; la Co- 
IttmbeUa Greci Phil. ; la Plycattda mytilina Phil. ; la Pleurotoma 
Incerati Se. ; la P. nodifera Phil. 

Questi strati finiscono in basso d^ ordinario con uno strato costi- 
tuito quasi per intiero dalle valve del Pachylasma giganteum Phil. 

A queste rocce sabbiose sottostà un calcare a brachiopodi, 
ordinariamente bianco, e costituito dalP accumulo d' immensa 
quantità di spoglie di questi molluschi; esso ha subito senza 
dubbio una grande denudazione pria che le sabbie di cui ho par- 
lato si fossero depositate, dappoiché si presenta qua e là in piccoli 
lembi che in rari luoghi sporgono di sotto le sabbie, ed acquista 
maggiore sviluppo ed estensione a mezzogiorno della città, alle 
contrade Camaro, San Pantaleo, San Filippo ec. 

Gli strati superiori di questa roccia fanno sovente passaggio 
alle sabbie, gli strati inferiori invece sono d' ordinario marnosi 
e racchiudono una grande terebratula che è stata sinora confusa 
colla T. grandis e colla T. ampuUa, e che ora ho distinto col 
nome di T. ScHUb. ' Questa specie ben distinta tra le grandi 
terebratule va associata negli strati inferiori con qualche raro 
individuo della Terébratdla septata Phil. e della SdUcélepas 
cannetta Phil.* 

In questa zona le specie estinte sono ancora più numerose 
proporzionalmente, di quelle che s'incontrano nella zona prece- 
dente, e vi si trovano profusissime talune specie che oggi sono 
confinate e rare nei mari settentrionali. Ricorderò per il mo- 
mento le seguenti specie assai importanti : * Lamna crassidens 
Agass. ; Oxyrina isocélica Sismonda; PoUicipes ccmnatus Phil.; 
Bumnum Humphreysia/num Kien. ; Trochus bttUatus Phil. ; T. Saya- 
nus Seg. n. sp. ; T. marginulatus Phil. ; T. filostis Phil. ; Fos- 
sarus depresstés Seg. n. sp. : Solarium hemisphericum Seg. n. sp. ; 
Emarginula cancellata Sow. ; E. crassa Sow. ; E. granulosa Seg. ; 

* Monografia dei Brachiopodi terziarii delV Italia MeridiuncUe (Bullettino 
mcUacvlogicu italiano). 

* Vedi Monografia dei Cirripedi terziarii della Provincia di Messina, 

* Vedi Sull'antica distribuzione geografica di talune specie malacologiche 
viventi {Bollettino malacologico italiano^ anno III, 1870). 



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- 88 — 

E. clàthrateformis Eichw. ; E. compressa Cantr. ; E. confusa Seg. 

SpiriaUs globtdosus Seg. ; Vetms n. sp. ; Japes edulis Lin. 

Arca pectunctdoides Scacchi ; A. aspera Phil. ; A. obliqua Phil 
Lima elliptica Jeflfr. ; L. Loscombii Sow. ; L. Sarsii Lov. ; Pecten 
septemradiatus Muli. ; Terébratula vitrea Boni. ; T. minor Phil. ; 
T. ScUlce Seg. ; Terehratulina caputserpentis Lin. ; WaiàMmia 
cranium Muli. ; W. septigera Lov. ; W. Dam&soniana Seg. ; Te- 
rébrateUa septata Phil. ; Megerlia truncata Gm. ; M. monstrmsa 
Se. ; Morrisia anomioides Se. ; Argiope decollata Chemn. ; Grama 
lamellosa Seg. ; Isis melitensis Goldf. ; Paterocyathas infiatm 
Seg. ; Flabellum siciliense Ed. e H. ; LophoheUa Defrancei Ed. 
e H. ; Stephanophyllia imperiaUs Mich. ; DendrophyUia cornigera 
Blainv. ; Coenopsammia Scillce Seg. 

La natura della roccia e della fauna che racchiude, fanno 
argomentare ad evidenza come questa zona del terziario messi- 
nese, si è deposta in mare profondo, a differenza della prece- 
dente, che dimostra in tutto poca profondità delle acque incoi 
ebbe origine. 

Succedono al deposito calcare delle marne più o meno sab- 
biose di color grigiastro o giallastro, che sono ricchissime delle 
spoglie di foraminiferi, che non di rado costituiscono la roccia 
quasi per intiero. Questo strato s' incontra dappertutto nelle col- 
line messinesi, e talvolta prende considerevole sviluppo, siccoìne 
alle contrade Scoppo, Gravitelli, Trapani ec. , esso racchiude una 
fauna distintissima, che poco tempo fa reputavasi quasi per la 
maggior parte estinta, ma che oggi fu sollevata in gran parte 
vivente dalle profondità dei mari per le ricerche accurate del 
Jefireys, e del Carpenter sul Porcupine. Pesci e crostacei variati, 
cirripedi sessili e peduncolati di forme affatto nuove, gastero- 
podi specialissimi di forme in gran parte esclusive di questi luo- 
ghi, lamellibranchi in cui abbondano molto le Arche, le Limopsis, 
le Nucule, le Lede e i piccoli pettini, brachiopodi abbondanti, di- 
stintissimi e caratteristici, corallarii numerosi, variati, specialis- 
simi, foraminiferi d' infinite forme caratterizzano la &una di 
queste marne, che per la loro costituzione, e più ancora per i 
fossili, si annunciano come depositi dei mari profondi, e nelle 
profondità del Mediterraneo e delP Oceano buon numero di tali 
molluschi e taluni coralli furono di recente pescati vivi. 



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Per dare un' idea della fauna importantissima di cui discorro, 
voglio qui accennare talune specie più comuni: Carcharodon 
productus Agass. ; Oxyrhina Desori Agass. ; 0. isocdica Sis- 
monda ; Lamna crassidens Agass. ; Odontaspis dvibia Agass. ; 
0. contortidens Agass. ; Bairdia subdéltoidea Jones ; B. arcuata 
Boquet ; Bcdanus mylensis Seg. ; Acasta muricata Seg. ; Pyrgoma 
costatimi Seg. ; Coronida fiifida Bronn ; Pachyla^sma giganteum 
Phil. ; Verruca Stromia MuUer ; F. I^omettensis Seg. ; F. Zan- 
elea Seg. ; F. dilatata Seg. ; F. crébicosta Seg. ; Scalpellum 
Zandeanum Seg. ; S. Michélottianum Seg. ; ScUlailepas carinata 
Phil. ; S. ornata Seg. ; Bissoa cimicoides Forbes ; Scdtaria lan- 
ceolata Br. ; S. torulosa Br. ; Odostomia SdUcB Phil. ; Trochus se- 
migranularis Cantr. ; T. margimdatus Phil. ; T. Ottoi Phil. ; 
T. gemmulatus Phil. ; T. clathratus Arad. ; Turbo fUosm Phil. ; 
Béla teneUa leflf. ; Solarium- pseudoperspectivum Br. ; Graspedo- 
ttis Tinei Cale. ; Murex muitUamellosus Phil. ; M. vaginatus 
Jan; BaneUa gigantea Lamk. ; Pleurotoma noduliferum Phil.; 
ColumbeUa Halieti JefiEr. ; Buccinum Bumfreysianum Kiener; 
Nassa semistriata Brocchi ; N. spinviosa Phil. ; CerUhium per- 
versum Lk. ; Emarginula crassa Sow. ; E. fissura Lin. ; E. com- 
pressa. Gojitr»] Bimula radiata Libassi; iJ. granulata Seg.; 
Puncturella noachina Lin. ; Fissurétla tenuiclathrata Seg. ; Pro- 
pUidium ancyloides Forbes ; Dentàlvum elephantinum L. ; D. in- 
certum Phil. (non Desh.) ; Siphonodmtalium tetragonum Br. ; 
S. triquetrum Br. ; Gadus suhfusiformis Sars.; Cadulus ovulum 
Ph. ; Cylichìia cylindracea Penn. ; G. ovata Turt. ; Hyalea peraf- 
finis Seg. ; H. trispinosa Les. ; Cleodora lanceolata Per. e L. ; 
Spirialis retroversus Fleming ; S. globulosus Seg. ; Poromia 
granulata Nyst; Neera rostrata Spengler; N. costellata Phil.; 
Syndosmiq longicallis Se; Verticordia acuticostata Phil.; J.rca 
c^2>era Phil.; A. obliqua Phil; -4. pectunculoides Scacchi; lAmo- 
psis aurita Brocchi ; L. minuta Phil. ; L. Beinwardtii Cantr. ; 
L. pygmea Phil. ; Nucula sulcata Bronn; N. glabra Phil. ; N. tennis 
Mtg. ; Leda pygmea Munst.; L. acuminata Jeflfr.; L. pusio Phil.; 
L. exdsa Phil. ; L. cuspidata Phil. ; L. dilatata Phil. ; L. lucida 
Loven; L. concava Bronn; Modiola phaseolina Phil.; lAma esca- 
vata Fabricius; Lìmea Sarsii Loven; Pecten cristatus Bronn; 
P. vitreus Chemn. ; P. fenestrata Forbes; P HosJcynsii Forbes: 



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— 90 — 

P. aratiis Gm. ; P. septemradiaius Muller ; P. islandicm Mul- 
ler; Spondylm Gussonii Costa; Ostrea cocJdear Poli yar.; Am- 
mia ephippium Lin. var. ; Terèbratula vitrea Born. ; T. mm 
PhiL; T. spAewowfca PhiL; T. Meneghiniana Seg. ; T. Mick- 
lottiana Seg.; Tere6ra/wZina capt^-5e^en^Ì5 Lin.; T. Gwiscordtana 
Seg. ;' Waldheimia septigera Loven ; TT. cranium Muller ; Tcre- 
gratella septata Phil ; Megerlia truncata Lin. ; Jformia a»»- 
mioides Se; Argiope decollata Chemn. ; Stirechmus SciUae Desor.; 
Pen^ocnnws Zawcfeanw^ Seg.; Burgheticrinus itaUcus Mng. ; Jufir 
cella antiqua Seg.; Ì5ts mditensis Gold.; J. PeZorif ano Seg.; 
Caryophyllia clavata Seg. ; C Peloritana Seg. ; St^phanocyoi^ 
elegans Seg. ; 5. variabUis Seg. ; 5. ZawcZe««5 Seg. ; Ceratocyatìm 
communis Seg. ; (7. simplex Seg. ; C maocimus Seg. ; C. fiWBoe 
Seg.; C. ponderosus Seg.; (7. pólytnorphus Seg.; C conultts Seg.; 
C cowpre55W5 Seg. ; C. omatus Seg. ; G. actdicostatus Seg. ; C. 
pólyedrus Seg. ; BesmophyUum costatum Ed. e H. ; Oowo^wiw 
^ypw5 Seg.; Flabellum extensum Mich. ; F. Messcmense S^. 
Lophohélia Defrancei Ed. e H. ; Diplohélia refkxa Ed. e E 
BalanophyUia irregularis Seg.; Bendrophyllia cormgera Blain 
Coenopsammia SciUae Seg. ; e numerose foraminifere che trala- 
scio per ora di accennare. 

Dappertutto dove le marne s'incontrano, sono sempre ricdie 
di una fauna distintissima, di cui ho dato qui un'idea enoine- 
randone talune specie più comuni e più importanti. 

A questo strato succedono dei calcari a polipai, che formano 
un vero banco madreporico molto esteso, interrotto qua e là dalle 
valli di erosione, che intersecano questi depositi e ne danno se- 
zioni assai istruttive. 

Questa roccia si riparte più o meno distintamente in tre strati 
di cui il superiore è sempre molto poroso per V alterazione o la 
distruzione completa dei coralli che racchiude, il medio è alquanto 
marnoso ed è scarso di fossili, l' inferiore è assai compatto e 
molto fossilifero. 

La fauna che tali strati racchiudono è poco diversa da quella 
delle marne soprastanti, e può dirsi che la differenza sia spe- 
cialmente compendiata nelP immenso sviluppo dei polipai, i qu^ 
costituiscono quasi interamente la roccia, e propriamente si è la 
Lophohélia Defrancei Ed. e H. che probabilmente dee riguardarsi 



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— 91 — 

siccome una varietà della L. prolifera Pallas, la quale coi suoi 
intralciati rami costituendo gigantesco corallo, invade quasi dap- 
pertutto la roccia. Nello strato superiore i coralli d'ordinario 
trovansi completamente distrutti, avendovi lasciato l'impronta 
esteriore e sovente il modello interno della cavità calicinale e 
delle concamerazioni ; altri fossili in questo strato vi sono ben 
rari, e anch' essi più spesso allo stato di modello. Lo strato in- 
feriore abbonda di polipai semplici dei generi CaryophylUa e 
BesmophyUum, e racchiude variati fossili^ tra i quali special- 
mente cirripedi di grande mole e brachiopodi numerosi. Come 
specie più comuni in questi calcari, posso citare le seguenti: 

Carcharodon megàlodon Ag.; G. productus Ag.; Lamna eros- 
sidefis Ag.; Odontaspis dulia Ag.; 0. contortidens Ag.; Pachy- 
lasma giganteum Ph.; ScàlpeUum zandeanum Seg. ; SciUadepas 
carifuUa Phil. ; Trocfms buUattts Phil. ; Solarium (varie specie 
nuove) ; Murex imòricatus Br. ; M. lamellost^ Jan ; Ranella gi- 
gantea Lk.; Triton nodiferum Lk. ; Bucànum Humphreysianum 
Bronn; Cleodora lanceolata P. e L.; SpiriaUs globulosus Seg.; 
Poromya granulata Nyst; Arca àspera Phil.; Lima excavata Fa- 
bric. ; Pecten vitreus Chemn. ; Terébratula vitrea Born. ; T. sphe- 
noidea Phil. ; T. Michélottiana Seg. ; T. Meneghiniana Seg. ; Te- 
rebra;tulina caput'Serpentis Ij.\ Waldheimia septigeraLoY.\ W.cra- 
nium Muli. ; Terehratélla septata Phil. ; Stirechinus ScUlae Desor ; 
Isis mélitensis Gold. ; CaryophyUia GemmeUariana Seg.; 0. gè- 
niculata Seg.; C. Zandea Seg.; G. comiculata Seg.; G. pedun- 
culata Seg. ; (7. elegans Seg. ; G. Aradasiana Seg. ; C duodeci- 
mangulata Seg. ed altre specie; BesmophyUum crassum Seg.; 
D. maooimum Seg.; D. elegans Seg.; D. affine Seg.; D. sulcatum 
Seg. ; D. compressum Seg. ; D. anUquatum Seg. ; D. davatum Seg. ; 
D. Ehrenbergianum Seg. ; D. fungiaeforme Seg. ; D. costatum 
Ed. e H. ; D. pedfwncuictówm Seg.; 2). gracile Seg. ed altre specie; 
FlabéUum crassicostatum Seg.; F. o^enMcrfww Seg.; Lophohelia 
Defrancei Ed. e H. ; L. Stoppaniana Seg. ; i. gracHis Seg. ; 
AmphiheUa miocenica Seg. ; -4.. scwZpto Seg. ; Diplohélia reflexa 
Ed. e H. ; DendrophyUia cornigera Bl. ; Goenqpsammia SctUae Seg. 
La natura di queste rocce e la fauna che racchiudono, an- 
nunciano chiaramente un deposito di mare profondo, soprattutto 
per l'abbondanza dei coralli e dei brachiopodi. 



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— 92 - 

Succedono quindi, in ordine sottostante, delle marne bianche 
più meno sabbiose, che alternano con strati di sabbie mica- 
cee, le quali mancano in molti luoghi. Questa zona del terziario 
messinese è oltremodo irregolare nel suo sviluppo; anco a breve 
distanza essa presentasi di uno spessore estremamente diverso, 
variando da oltre 150 metri a qualche metro solamente, siccome 
diversa nella costituzione, ora tutta marnosa, ora con strati di 
sabbie sciolte interposte. 

Questi strati acquistano la massima potenza verso il lato 
Nord-Est della provincia, ed alle contrade Masse, Castanea, Sa- 
lice, assumono il massimo sviluppo. 

Gli strati marnosi sono costantemente assai ricchi di forami- 
niferi varissimi, tra i quali le Nodosarie, le Dentaline, le Cristal- 
larie, le Orbuline e le Globigerine abbondano soprattutto, altri 
fossili invece vi sono assai rari. Nelle sabbie i foraminiferi sono 
poco comuni, ed invece vi si raccolgono dei cirripedi, dei la- 
mellibranchi, dei brachiopodi, sovente frantumati. 

I foraminiferi più comuni delle marne sono assai numerosi; 
per dame un'idea cenno le seguenti specie: 

Mlipsoidina dlipsoides Seg.; Nodosaria raphanistrum Lin.; 
N. raphanus Lin.; N. tnargintUoides Silv.; N. sccdaris D'Orb.; 
N. longicauda D'Orb.; N.pupoides Silv.; JV. inonUis Silv. ; N. aspera 
Silv.; N. papillosa Silv.; N^ hispida D'Orb. ; N. atitennfda Costa; K sth 
hequalis Costa ; N. simplex Silvestri ; N. palliata Silv. ; N. fusifortm 
Silv. ; N. interrupta Silv. ; Dentalina inomata D' Orb. ; D. élegam 
D'Orb. ;D.JBòweawaD'Orb.;D. VerneulliWOxh, ;D.an^e«ntt?aD'Orb.; 
D. urmda D'Orb.; D. elegantissima D'Orb.; D. strigosa Cosi^; 
Vagintdina legumen D' Orb. ; V. hadenensis D' Orb. ; F. ^«fcato 
Costa; V. davata Costa; Margintdina regtdaris D'Orb.; M, cri- 
steUarioides Czizek; Lingulina muUicostata Costa; Frondictdam 
denticulata Costa; F. acuminata Costa; F. compressa Costa; F. 
lancetdata Costa; F. angustata Costa; F. subfalcata Costa; JP. si- 
licula Costa; Cristellaria cassis Lk.; Robtdina Arimvnensis D'Orb.; 
B. cultrata D'Orb.; R. similis D'Orb.; JB. ornata D'Orb.; B. 
calcar D'Orb.; JR. echinata D'Orb.; R. clypeiformis D'Orb.; 
B. inornala D' Orb. ; B, simplex D' Orb. ; B. ImperalorajyQxh:, 
PolystomeUa crispa Lk.; Botalina Partschiana D'Orb.; JR. Eai- 
dingeri D'Orb.; B. Soldanii D'Orb.; Orbtdina universa D'Orb.; 



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— 93 — 

Globigerina quairilóbata D'Orb.; G. bulloides D'Orb.; O. bilo- 
bata D' Orb. ; Truncatulina lóbattda D' Orb. ; Bosalina Caìdbra 
Costa; Clavulina communis D'Orb. 

I fossili più importanti delle sabbie sono : 
Balanus tuMpiformis Ellis ; B. perforatus Brug. ; B. spon- 
gicóla Bro¥ni var.; B. concavus Bronn; B. stellaris Brocchi; 
B. mylensis Seg. ; Pecten iacobeus Lin.; P. medim Lk.; P. in- 
flexus Poli; P. scabreUus Lk.; P. 4lessii Phil; P. flabeUiformis 
Brocchi; Spondylus crassicosta Lk.; Ostrea cocJdear L.; 0. più 
catida Gm.; Anoniia epMppium L.; -4. striata Br.; Terebratula 
ampulla Br.; T. Eegnolii Mng.; T. Philippi Seg.; T. PhUippi var. 
Seg.; T. Càlabra Seg.; T. sinuosa Brocchi; Terébratulina captCt- 
serpenHs L. ; T. nuova specie; Megerlia truncata L. ; Jlf. eustida 
Phil. ; Argiope decollata Chemn. ; Bhynchonélla bipartita Br. ; 
Cidaris tessurata Mng.; Amphistegina vtdgaris D'Orb. 

Alla formazione testé descritta succede un gruppo di strati 
calcarei, marnosi, sabbiosi, che presentano sovente alternanza e 
grande irregolarità di sviluppo. 

Alla parte superiore è un calcare concrezionato, privo affatto 
d' ogni indizio di residuo organico, il quale si presenta con una 
sorprendente irregolarità di sviluppo e di conformazione, in modo 
che sembra formare banchi irregolarissimi più tosto che strati 
continui. È questo senza dubbio un deposito chimico or com- 
patto e sovente friabile, che sparso d' ordinario d' irregolari ca- 
vità, racchiude in esse dei cristallini calcarei e talvolta di ce- 
lestina. Dalla grande irregolarità di questo deposito dipende 
r irregolare sviluppo della zona soprastante, dappoiché le marne 
e le sabbie di cui ho parlato andarono riempiendo le variate 
depressioni lasciate dal calcare precedentemente depositatosi. 

Nella parte inferiore il calcare presenta straterelli di marna 
bianchiccia, la quale più o meno sabbiosa, più o meno colorata, 
forma un deposito abbastanza potente, ohe è ripieno di abbon- 
dantissimi foraminiferi e d' altri fossili, e fa graduato passaggio 
a sabbie sciolte. 

Succede quindi un calcare marnoso a polipai con grande ab- 
bondanza di Scillaélepas cannata^ e di Stirechinus ScUlae e di 
talune Lejoddaris. Questa roccia negli strati superiori alterna 
colle marne ed entrambe sono molto fossilifere. Succede final- 



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mente un calcare compatto, d'ordinario rossastro senza 

il quale poggia alla sua volta sopra strati di marna bianchiccia. 

Questa zona composta di rocce si variate, racchiude nelle 
marne soprattutto numerosissime le spoglie delle medesime specie 
di foraminiferi, che raccolgonsi nelle marne degli strati prece- 
denti, e soprattutto vi abbondano come in quelle le Orbuline, le 
Globigerine, ec. Le altre classi di fossili vi sono poco abbon- 
danti in numero di specie, meno talune di cui ecco le più im- 
portanti : 

SdUaelepas carinata Phil.; 8. ornata Seg.; Pachylasma gì- 
ganteum Phil.; Trochtis btiUatus Phil.; Tdlina tumida Br.; U- 
fìtbpsis Beinwardtii Gwàirry Arca aspera Phil.; LUhodomus . . . .; 
Peden vUreus Gm.; P. Bmei Payr; Spondilus Gussonu Co- 
sta; Anomia ; Terébrattda minar Phil.; T. vitrea Bora.; 

T, sphenoidea Phil.; Terébrattdina caput-serpentis Lin. ; Cidaris 

sp.; Leioddaris histrix Lk. ; L sp. ; Stirechinus Scillae De- 

sor ; Isis mélitensis Goldf. ; Diplohdia reflexa Ed. e H. ; Lùph- 
helia sp. ; Coempsammia SdUae Seg. 

In questa serie di strati marnosi e sabbiosi coir interposi- 
zione irregolarissima di banchi e di strati calcarei, unitamente alle 
marne precedenti si rimarcano vari fatti importantissimi ; e pri- 
mieramente le marne si ripetono in tutta la serie sempre coi me- 
desimi caratteri e coi medesimi fossili, e mutansi nel medesimo 
strato graduatamente per V introduzione di sabbie sino a far 
passaggio a breve distanza a sabbie perfettamente sciolte, ed io 
questo caso racchiudono come vedemmo una fauna di Balani, di 
pettini, di brachiopodi che è a loro speciale, e che si alterna le 
molte volte colla fauna dei foraminiferi, allorché le marne alter- 
nano colle sabbie, come vedesi nel burrone di Amodio presso 
Gravitelli, e sopra grande scala alle Masse. 

In secondo luogo le marne e le sabbie che sovrastano imme- 
diatamente al calcare concrezionato, sono talvolta enormemente 
sviluppate là dove il calcare manca e pochissimo spésse sa di 
esso ; dimanierachè a me sembra che quel calcare per la sua na- 
tura concrezionata, perchè privo affatto di fossili, per la sua dì- 
sposizione in forma di ammassi irregolarissimi, non che per la 
correlazione che esso presenta colle marne stesse, coetaneo an- 
ziché precedente la formazione delle marne bisogna che sia ri- 



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— 95 — 

guardato, e prodotto da sorgenti minerali che emanando da vari 
luoghi ne formarono grandi ammassi locali ed irregolarissimi. 

Terzo, infine, è rimarchevolissimo, come in basso della serie 
descritta v' ha uno strato calcareo-mamoso a SciUaélepas cannata^ 
che dalle colline di Gravitelli si estende sino agli Scirpi, il quale 
contiene una fauna di polipai, di cirripedi ed altro, che per tutta 
la serie soprastante sino alle ultime marne bianche non si ma- 
nifesta più, ed invece viene sostituita da una serie di specie di- 
versissime spettanti anco alle medesime classi; mentre poi nei 
calcari che succedono, quest' ultime in gran parte e per sempre 
scompariscono intieramente e molti strati successivi vedonsi in- 
vece popolati dalle specie dello strato calcareo-marnoso riunite 
a molte altre che fanno allora la prima comparsa. 

Fuori dei dintorni di Messina lo strato inferiore a ScUlae- 
lepas e coralli non vedesi giammai, gli strati superiori invece 
colla medesima &una incontransi in vari luoghi delle Provincie 
di Messina e di Reggio, e gli strati inferiori racchiudono dap- 
pertutto una &una di Balani, di pettini e di brachiopodi che 
risponde a capello a quella che dicemmo trovarsi nelle sabbie. 

Dunque questo strato limitatissimo per estensione, che manca 
altrove, interposto in una serie di strati che hanno ben altra 
fauna, ricorda precisamente il &tto delle colonie sì accurata- 
mente studiate e descritte dal Barrande nel siluriano di Boemia; 
infatti le specie che quello strato racchiude più tardi ricompa- 
riscono, propagandosi ed estendendosi dappertutto. Non saprei 
spiegare altrimenti il fatto testé descritto, dappoiché Pidéa di 
rovesciamenti o di spostamenti é assolutamente contradetta dal- 
l' osservazione locale, che ripetute volte ed accuratamente ho 
praticata ; ma V idea di una colonia nel senso del Barrande ha 
bisogno di accuratissime e reiterate ricerche pria che venga de- 
finitivamente ammessa, e da ora innanzi studierò dappertutto gli 
strati in esame, per ricercare nei fatti la spiegazione di questa 
curiosa apparente anomalia. 

Tutta la serie testé descritta poggia sopra potente deposito 
di sabbie sciolte che alternano con strati d' argilla, i quali di- 
vengono più spessi alla base, e talvolta in luoghi speciali rac- 
chiudono dei fossili, specialmente negli strati più bassi. Le specie 
più importanti sono le seguenti : 



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Oxyvina hastalis Agass.; Lamna crassidens Agass.; OMIhs 
Sfdcatus Sism.; ScdpeUum vulgate Leach; AnciUaria obsoleta 
Br. var.; Bingkula striata Phil.; Pleurotoma caiaphracta Br. 
var.; P. harptUa Br.; ColumbeUa subtdata Bell.; Nassa prima- 
tica Brocchi ; N. semistriata Brocc. ; N, incrassata Dujard. ; Che- 
noptis Uttingeri Risso; Naitica Josephina Risso; N. hdidna Broc- 
chi ; JV. sordida Swain. ; N. millepunctata Lk. var. ; Turritétta 
Brocchii Bronn; T. turris Bast. var.; T. Rieppélii Eichw.; Dew- 
talium aprinum L. ; Corbuìa gibba Olivi; Thracia pretenuis Pult; 
Pandora in€equivàlvis L.; Cj/therearudisVoU; Venus multUamdk 
Lk.; Circe minima Mtg.; Cardila rudista Lk. ; L«*cìwa spingerà 
Mtg.; -Irca neglecta Mich.; ^t^cwZa May eri Hoern.; Modida 
Brocchii Maycr; Pecten cristatm Brocchi; P. dtiodecim-lamétlatus 
(joldf.; O^^r^a digitalina Dub. 

Ed insieme a questa fauna importantissima alla contrada Gra- 
vitelli fu trovato uno scheletro di gigantesco cetaceo, che fa 
impossibile estrarre dalla roccia se non in piccoli frantumi, per- 
chè immerso in tenacissima arenaria, i quali pazientemente con- 
nessi insieme vennero a ricostituire talune vertebre più o meno 
incomplete, che misurano la lunghezza di circa 17 centimetri, e 
la larghezza dagli estremi delle inccnnplete apofisi di oltre 30 
centimetri. 

A questo deposito marino ne succede uno di acqua dolce an- 
ch' esso argilloso, che racchiude strati di lignite che in qualche 
luogo raggiungono la potenza di oltre due metri, numerosi oper- 
culi di paludine trovansi sparsi nella roccia e nel combustibile, 
ma le- conchiglie vi sono d' ordinario compresse o schiacciate 
dalla fossilizzazione. In questo deposito trovansi talvolta gli avanzi 
della flora di cui la lignite venne costituita, ma il cattivo stato 
di conservazione rende assai difficile la ricognizione specifica di 
tali vegetabili. Ciononostante credo avervi riconosciuto VAcer trUo- 
bum, Heer, che è una delle specie più comuni, e della quale in- 
sieme alle foglie si raccolgono i fiori ed i frutti, siccome VBh 
caliptus oceanica, Hung. 

In questo deposito furono raccolti ancora i molari di un 2Jiy- 
noceros e quelli del Sus cheroides Pomel, e vi è profusissima 
una diatomea che V amico Prof. N. Pedicino ha intitolato Echi- 
nocyclus Segueiizce, 



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Questi strati giacciono in perfetta discordanza su di un potente 
conglomerato di ciottoli cristallini, che alterna sovente con strati 
di grès, e poggia sopra grande deposito di argille che alternano 
anch' esse con straterelli di grès e giacciono sulle rocce cristalline. 
Questo conglomerato e queste argille, che sono i più antichi 
strati terziari dei dintorni di Messina, mancano di fossili e co- 
stituiscono una formazione distintissima dalle zone precedenti 
perchè elevandosi in colline distinte disposte in due serie paral- 
lele alla piccola catena peloritana, V una presso il centro cristal- 
lino, poco lungi dalla spiaggia V altra, si segrega da tutti quanti 
gli strati soprastanti. Questa particolare disposizione ha origine 
dal ripiegamento degli strati in forma di fondo di battello, che 
devono perciò sporgere le loro testate verso il centro cristallino 
e verso la spiaggia; e questa conformazione acquistata senza dubbio 
pria che si fossero depositati gli strati soprastanti, diede origine 
così ad un bacino nel quale si depositarono le argille a ligniti, 
che più tardi aperte delle comunicazioni col mare ha ricevuto 
nei successivi periodi gli strati variatissimi che di volo ho de- 
scritto precedentemente. 

Le cinque sezioni dalla seconda alla sesta (Vedi Tav. I) mostrano 
ben distinta, quantunque in ciascuna incompleta, la serie che ho 
descritto. Nella sezione 2^ soltanto vedesi la porzione inferiore ; (2) 
argille con grès, (3) conglomerato, che poggiano sullo gneis rap- 
presentato con (1) ; (4) argille lacustri con lignite, (5) sabbie ed 
argille marine, che nella sezione 4* sono rappresentate con (1), 
(6) marne bianche schistose, (7) calcare, che nella sezione 3* è 
rappresentato in (1), (8) calcare marnoso a polipai e SdUaélepas^ 
che vedesi in (2) nella sezione* 3* ; (9) marne varie, (3) nella 
sezione 3*; (10) calcare concrezionato senza fossili, che trovasi 
in (4) sezione 3*, in (3) sezione 4*, in (2) sezione 5*. Nella se- 
zione 2^ la serie stratigrafica è interrotta a questo punto, men- 
tre essa si continua completa in altre sezioni. Così nella 3^ suc- 
cedono al calcare concrezionato le marne bianche e sabbiose (5), 
che nella 4* sono rappresentate con (4), e con (3) nella 5*; viene 
poi un calcare a polipai che nella 3* è (6), nella 4* è ripartito 
in (5) calcare compatto a brachiopodi, (6) calcare marnoso, (7) 
calcare a polipai alterati, nella 5* è rappresentato da (4) ; suc- 
cedono poi delle marne più o meno sabbiose con Scàlpéttum ean- 



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- 98 — 

deanum Seg., Slephanocyaihus e Geratocyathus, (7) nella sezione 3\ 
(8) nella 4*, (5) nella 5*; è ben limitato d'ordinario il calcare 
a brachiopodi soprastante, che vedesi in piccoli lembi (8) nella 
sezione 3% manca nella 4^, ed è invece molto sviluppato presso 
S. Filippo e S. Pantaleo, come rappresentano la sezione 5* in (6), 
la 6* in (2) e (3), dappoiché in S. Filippo gli strati inferiori di 
questo calcare si mostrano distinti per una grande quantità di 
Terebraitda ScUlae, e per altre specie. Altre sabbie succedono 
più meno cementate e grossolane, che si prestano più o meno, 
secondo i diversi luoghi, a suddivisioni stratigrafiche ; nella sezio- 
ne 2* sono indicate con (11), nella 3* con (9), nella 4* con (9) 
e (10). Gli ultimi strati marini rappresentati da ghiaie e con- 
glomerati vedonsi nella sezione 3* in (10), nella 4* in (11);" e 
questo strato sopporta sovente il fango o conglomerato alluviale 
come nella sezione 3* in (11). 

Così variata presentasi la serie stratigrafica del terziario su- 
periore nei dintorni di Messina, ma office in altri luoghi della 
provincia considerevoli modificazioni, che andrò accennando di 
volo. E primieramente gli strati (6) (7) (8) (9) e (10) della se- 
zione 2^ non sono rappresentati d' ordinario che da solo calcare 
concrezionato, il quale sottostà dappertutto a marne bianche ric- 
chissime di foraminiferi, (5) della sezione 3*, e sovente alter- 
nanti con sabbie fossilifere, così alle Masse, alla Gastanea, al Sa- 
li(ie, al Gesso, a Bauso, Calvaruso, Rometta, Barcellona, Patti ec. 
Queste rocce sovrastano a Rometta, Monforte, Sampiero, ad ar- 
gille e molasse che racchiudono una fauna molto ricca di specie 
ed ammassi di gesso. I fossili più comuni sono : 

Rissoa Lachesis Bast.; B. àby$sicola Forbes; Turritéla archi' 
media Dub.; T. turris Bast. var.; Odostomia gracUis D'Orb.; 
0. pygmea Grat. ; EtUina stabulata Don. ; Ringiada costata Eichw.; 
Natica millepimctata Lk. var. ; N. sordida Swains. ; Trochus rotei' 
laris Mich. ; Chempus Uttingeri Risso ; Gonus ventricostis Bronn ; 
C. Berghausii Mich.; Mitra Borsonii Bell.; Murex sublavdus 
Bast.; M. plicaim Brocchi; CanceUaria inibricata Hoern.; C. va- 
ricosa Brocc. ; Pleurotoma ramosa Bast. ; P. cafaphracta Br. ; 
P. càlcarata Grat.; P. Agassim BeW.; Colufnbélla stibìdata Bài'', 
Voluta rarispina Bast.; Purpura exilis Partsch; Cassis saburon 
L.; Nassa semistriata Brocchi; N. Dujardini Desh.; N. prisma- 



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tica Br. ; Cerithium minutum M. de Ser. ; C. pUcatum Lk. ; C. 
subthiara D' Orb. ; G. conicum De Blain. ; C. spina Partsch ; Ben- 
tdium inaequale Bronn; D. Jani Hoern.; Panopea JRudólphi Eichw.; 
Corbula gihba Olivi ; C. cannata Dujard. ; Tellina planata Lk. ; 
Venus islandicoides Lk. ; F. Dujardini Hoern. ; F. plicata Gm. ; 
F. muUilanwTla Lk.; F. ovaia Penn.; Cytherea rudis Poli; Do- 
mia orbicularis Agass.; Circe minima Mtg. ; Cardium hians 
Br.; Isocardia cor L.; Ghama gryphoides L. ; Cardita rudisfa 
Lk. ; G. Jotéanneti Desh.; I/ucvna columheUa Lk. ; L. spinifera 
Mtg. ; If. incrassata Dub. ; L. dentata Bast. ; L. tumida Mich. ; 
L. Bronni Mayer ; -Arca neglecta Mich. ; ^. JNòe L. ; ^. lactea 
Lk.; ^wcM?a Mayeri Hoern.; Pecten substriatus D'Orb.; P. cri- 
statìis Br.; P. Besseri Andr.; Ostrea cochlear Lin. var. ; 0. di- 
gitalina Dub.; 0. Bóblayi Desh.; 0. cra55Ì5^wa Lk. ; flfeKosfr^a 
iìotiKm Ed. e H. ; Plesiastrea Desmoulinsii Ed. e H. ; Gladocora 
Beussii From. 

A Patti il calcare concrezionato e le marne bianche poggiano 
sopra argille ricche di Ostrea crassissima, Gerithittm subthiara 
D' Orb,, G. conicum, Nassa semistriata Br., N. Dujardini, Pleur 
rotoma càlcarata, P. Agassizii, Turritdla Archimedis ed altre 
specie. 

Tra S. Stefano e Tusa, alla Torre Muzza sono soltanto delle 
marne bianche a foraminiferì che poggiano sopra argille con 
gesso e vari fossili, come Ostrea digitalina, Nassa Dujardini, Gè- 
rithium conicum^ G. subthiara, Pleurotoma càlcarata^ P. Agassim, 
TurriteUa Archimedis^ ec. ec. 

Gli strati argillosi e molassici che racchiudono in molti luo- 
ghi la medesima fauna, siccome abbiamo veduto, vengono carat- 
terizzati in altre contrade dove mancano di fossili da grandi de- 
positi di gesso ora cristallino, talvolta compatto ovvero strati- 
ficato. Al Gesso, a Fondaco nuovo, a S. Filippo presso S. Lucia, 
a Saponara, a Bafia, a Torre Muzza, ec. ec, il calcare concre- 
zionato e le marne bianche giacciono sopra argille gessifere. 

Presso Giardini sono delle sabbie ad Amphistegina, che rap- 
presentano il calcare e le marne e racchiudono fossili identici 
a quelli che a Gravitelli, a Masse ec, sono contenuti nelle sab- 
bie alternanti con marne a foraminiferi. In mezzo a questi strati 
sabbiosi non mancano degli strati marnosi ricchi di foramini- 



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feri, e le sabbie siccome ad Altavilla e dappertutto in questa 
zona si caricano più o meno di calcare, facendo passaggio gra- 
duale ad arenarie, ovvero a calcari più o meno teneri. Le spe- 
cie di fossili più comuni sono: 

Bcdatius conc(wu8 Br. ; B. spangicóla Brown.; B. steUaris Br.; 
B, tulipiformis EUis; Pecten Alessii Ph.; P. flabdUformis Br.; 
P. scàbreUus Lk.; P. inflesstis Poli; P. iacóbeus L.; P. vUrem 
Gm.; P. latissimum Br.; Spondylus crassicosta Lk.; Ostrea ah 
cMear L. ; 0. lameUosa Br.; Terebrattda ampuUa Br.; T. 5e- 
^rnoKi Menegh.; T. «iwuosa Br.; T. PhUippii Seg.; TTaZefteimia 
septigera Loven; BhynchoneUa bipartita Br.; Amphistegina vul- 
garis D' Orb. 

Questi strati poggiano sopra sabbie ed argille che racchio- 
dono cristalli ed ammassi di gesso stratificati senza fossili. 

Un' altra modificazione subisce d' ordinario la serie stratigra- 
fica, esaminata in molti luoghi della provincia. 

Lo strato a polipai (6) della sezione 3% (5) (6) (7) della se- 
zione 4*", (4) della sezione 5% presenta sovente un graduato pas- 
saggio alle marne sabbiose soprastanti, dimanierachè spesso riesce 
malagevole trovare i limiti di questi due strati. Allontanandoci 
dai dintorni di Messina poi è caso veramente eccezionale quello 
di trovare il calcare a polipai, dappoiché quasi dappertutto sono 
soltanto le marne più o meno grossolane che rappresentano que- 
sti due strati, ed in tal caso gli strati inferiori che tengono il 
posto del calcare a polipai sono di aspetto diverso più grosso- 
lano, e più ricchi di brachiopodi. 

Le seziotd 8* e 9* (Vedi Tav. II*) rappresentano assai bene 
le modificazioni che la serie stratigrafica subisce sul versante 
settentrionale della provincia. 

La sezione 8* è presa dai dintorni di Rometta dove quasi 
tutti gli strati sono ricchi di fossili; in essa (1) rappresenta con- 
glomerato alternante con strati di grès, (2) argille e molasse 
ricche dei fossili che ho enumerato, (3) calcare concrezionato, 
(4) marne bianche a foraminiferi, (5) marne sabbiose con lede, 
Limopsis^ Cerathocyathus^ Stephanocyathus ec, (6) calcare a Tere- 
brattila ScUlaef (7) arenaria molto calcarifera con molti pettini di 
specie vivente ; (a) roccia dei terreni cristallini sui quali questa 
serie di strati giace. 



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— 101 - 

La sezione 9* è sulla destra del torrente S. Lucia, in essa 
(2) rappresenta strati argillosi con strati di gesso compatto, (3) 
calcare concrezionato, (4) marne bianche a foraminiferi, (5) marne 
grigiastre con deodara lanceolata^ NucuAa sulcata, Leda dilatata, 
Leda lucida Lov., Limopsis minuta ec, (6) conglomerato alluvionale. 

La serie dei dintorni di Messina subisce ancora altra modi- 
ficazione negli strati calcarei a Terébratula SciUae ed altri bra- 
chiopodi, che costituiscono chiaramente un deposito di mare pro- 
fondo, rappresentato da (8) nella sezione 3*, da (6) nella 5*. 
Sul lato settentrionale questa zona conserva in taluni luoghi i 
medesimi caratteri dei dintorni di Messina, come a Gesso, a Ro- 
metta ec, siccome vedesi nella sezione 8* (6), ma in altri luo- 
ghi mutasi la roccia e con essa la fauna contenutavi, dimanie- 
rachè acquista in generale i caratteri d' una fauna littorale. Cosi 
presso Barcellona questa zona viene rappresentata* da strati ar- 
gillosi e sabbiosi più o meno calcarei, i quali in taluni luoghi 
racchiudono ancora molti brachiopodi di quelli che costituiscono 
la roccia calcarea presso Messina, così vi si raccolgono la T, vi- 
trea, la T. minor j la Wàldheimia septigera, la T. septata, e so- 
pratutto vi abbonda la grande T. SciUae. 

Ma la fauna littorale come dissi è quella che abbonda sopra- 
tutto in questi strati, siccome in un lembo argilloso e sabbioso 
coetaneo, che trovasi isolatissimo sulla vetta d' una collina presso 
Naso. Le specie più comuni e più importanti sono: 

Cylichina ovìdata Brocchi; Ringicula striata Phil.; Mitra py- 
ramiddla Brocchi; Fleurotoma Columnce Scacchi; P. torqtuUum 
Phil; P. harptda Brocchi; P. carinola Biv. ; P. hispiduìa Jan; 
ColunibeUa subulata Bell. ; Nassa semistriata Br. ; N* clathrata 
Br.; N. musiva Br.; N. pusilla Phil.; Cassidaria echinophora L.; 
C. Thyrrena Chemn. ; Murex conglóbatus Micht. ; M. pseudo- 
hrandaris D' Anc. ; M. squamulatus Brocchi; M.fllexicauda Brocc; 
M. vaginatus Jan ; Fusì4S rostratus Olivi ; F. lameUosus Bors. ; 
F, crispus Bors. ; Bandla reticularis Lamk. ; Tritonium corru- 
gatum Lk. ; Buccinum Humpìireysianum Kien. ; B. undatum Lin.; 
Cerithium varicosum Br. ; C. scabrum Olivi; Chenopus Huttingeri 
Risso; CanceUaria nodtdosa Lk.; Xenophora crtspa Kon.; Sola- 
rium stramineum L.\ Natica sordida Swain. ; N. miUepunctata Phil. 
var. ; N. Montacuti Forbes ; N. Alderi Forbes ; N. catena Da Costa; 



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— 102 — 

Eulima subulata Don.; Eulimdla SciUae Se; Odostomia com- 
dea Br. ; PyramideUa plicosa Bronn; MathUda quadricariìuàa 
Br.; Sccdaria frandicula Wood.; S. foliacea Wood.; TurriU^ co- 
munis Risso; T. tricarinaba Brocchi; T. tornata Br. ; T. subm" 
gulata Brocc; Coecum glàbrum Mont. ; Rissoa reticulata Mtg.; 
Turbo rugosus L. ; Craspedotus Timi Cale. ; Trochus convius Lin. ; 
T. mUlegrarms Phil.; T. filostis Phil; Fissurdla costaria Bast; 
Capulus Hungaricus L. ; Calyptrea chinensis Lin. ; Emargimda 
reticulata Sow.; Brocchia sinuosa Br.; JB. Seguentùe Biondi; B. 
Icevis Brocchi; Dentalium PhUippii Mts. ; D. mutàbile Dod.; Ga- 
dus gadus Mont.; Panopea Faujasii Men.; Veìms multUaìndla 
Lk.; V. Casina Lin.; V. n. sp.; F. ovctóa Penn.; V. gallina L; 
F. fasciata Don. ; Topes cdwZis Lin. ; Cytherea rudis Poli ; Dosinia 
exoleta Lk. ; Gyprina islandica Lin. ; Astarte fusca Poli ; -4. soì- 
cata Da Costa; Cardium echinatum L.; (7. fMftercuictówf» L.; C 
papillosum Poli ; (7. Norvegicum Spengi. ; Lucina horealis L.; 
L. spinifera Mtg.; TFoodia digitaria L. ; Cardila aculeata Poli; 
-4rca pec^wncttZoides Se; J.. (wpera Phil. ; A. obliqua Phil ; A, Noe 
Lin.; ^. tetragona Poli; ^. diluvii Lamk.; Pectunculus pUosìtó 
L.; P. glycimeris L.; P. tiWMÒricws Br.; Nucula stdcaia Bronn; 
JV. piacentina Lk.; Litnopst^ pymea Ph.; L. minuta Ph.; L. ali- 
nea Br. ; ieda acuto Jefifr. ; L. peUa Lin. ; Pecfen septemradiatus 
Muli. ; P. 5ÌmiZis Lask.; P. t?anw5 L.; P. ^i$rrinu$ Muli. ; P. toco- 
&é«is Lin. ; Anomia striata Br.; A. costata Br.; J.. orbiculata Br.; 
J.. é^%ìj}2>ium L.; O^frea cocMear L.; 0. lamellosa Brocchi. 

Presso il Capo Schisò si sono raccolte nelle argille dei fos- 
sili, che devono probabilmente spettare alla medesima zona. Essi 
riferisconsi alle seguenti specie: Nassa clathrata Br.; Murex 
conglobati^ Micht. ; M. pseudobrandaris D' Anc. ; Cerithium mi- 
gatum Brug. ; C. varicosum Brocchi ; C. crenatum Brocchi ; C. tri- 
cinctum Brocchi; Turritélla vermicularis Brocchi; T. BroccMi 
Bronn; T. communis Risso; Vermetus intortus Lk.; F. arenarias 
Lin.; Cardium tuberculatum Lin.; C, edule Lin.; Cardila in^- 
media Br.; Arca pedinata Brocchi. 

Finalmente gli strati sabbiosi (11) della sezione 2% (9) della 
3* ec. divengono d' ordinario molto calcarei, e sovente dei veri 
grès sul versante settentrionale della provincia, cosi verso Ro- 
metta, Castroreale, ec. 



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— 103 — 

Anco r alluvione quaternaria, che presso Messina ed in molti 
altri luoghi consta di ciottoli cristallini, verso S. Agata di Mili- 
tello è formata di grossi ciottoli di arenaria eocenica, tanto svi- 
luppata in quei monti. Si presenta inoltre molto potente ed as- 
sai regolarmente stratificata, e nella parte inferiore alterna con 
argille a Gardium edule, facendo così passaggio agli strati ma- 
rini, che altrove sono assai ben distinti dall* alluvione. Spettano 
alla medesima zona i depositi della caverna di S. Teodoro, ad 
Acque dolci presso S. Agata, nella quale fu scoperta dal ba- 
rone Anca una fauna di mammiferi quaternari di unita ai resti 
delV Elephas africanus. (Continua.) 



in. 

Ricerche geologiche sulle rocce sienitiche (tonalité) 
della catena dell' Adamello (provincia di Brescia). 

(Estratto da una Memoria del Comm. Giuuo Cubioni, 
inserita nelle Memorie del R, IttittUo Loinbardo, TOl. XII). 

Questa Memoria serve di complemento alle osservazioni fatte 
nella valle del Caffaro nel 1869, e registrate nello scritto inti- 
tolato: Osservazioni geologiche sulla Val Trompia, pubblicato 
nel 1870. 

Gli scisti neri permiani alla fontana di Fregila, lungo il Caf- 
faro, formano una piega anticlinale il cui braccio settentrionale 
sembra accennare ad insinuarsi sotto le arenarie verdi del ponte 
d' Assa, occupando un posto uguale a quello occupato dalle stesse 
roccie alle Colombine a Nord-Ovest di CoUio ; però ulteriori in- 
dagini hanno mostrato che le arenarie verdi lungo V anzidetto 
fiume sono decisamente sottoposte agli scisti neri di Fregila, come 
viene mostrato anche a Nord delle cascine La Valle ove le are- 
narie verdi occupano la parte inferiore lungo la salita per V al- 
tipiano di Compra, e sono coperte alle falde del monte Misa da 
scisti analoghi a quelli di Fregila. Queste due rocce formano 
probabilmente nel loro complesso la chiusura del permiano. Pas- 
sato il piano delle suddette cascine s' incontra a mano manca del 



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fiume la valle Scaglia in cui si notano grandi ammassi di detriti 
degli scisti calcareo-argillosi detti servini che cuoprono le arenarie 
triassiche: questi servini s' incontrano interrottamente lungo tutta 
la linea occupata sulle alture dalle arenarie precedenti; a mezza 
strada tra le fucine di Valle Scaglia e V Alpe Grisa si incontra 
una diga di roccia in apparenza diorite ed una di porfido rosso, 
alternanti colle arenarie associate ai servini che sono spesso sal- 
tuariamente coperti dal calcare farinoso» L' arenaria rossa trias- 
sica, oltrepassata V Alpe Compras, cessa per breve tratto, veden- 
dosi ivi un' altra arenaria coperta da rocce scistose in cui farono 
trovati anni sono tronchi di piante. Dessa potrebbe essere un 
lembo del terreno permiano stato denudato per V azione del Caf- 
faro ; infatti si osserva una certa somiglianza tra le rocce scistose 
di Compras e quelle che si inalzano sulla arenaria verde, alle 
falde del monte Bromino presso il ponte d'Assa. 

Continuando la strada verso il Nord si trova che il Ca&ro 
si è aperto il varco fra le sieniti all' ingresso del pittoresco al- 
tipiano ove trovansi le cascine di Gaver, attraversato con placido 
corso dal detto fiume. I monti che circondano questo altipiano 
sono alla loro base sienitici e sostengono lembi di una parte del 
Trias, cioè di servino, con fossili caratteristici, non che calcari 
farinosi e calcari neri in istrati sottili appartenenti probabihnente 
al Trias superiore. Traversando all' estremità settentrionale di 
quésta pianura il CaflTaro, al suo sbocco da un'angusta gola, sì 
giunge alla cascina di Blumone di Sotto, che è contigua ad una 
roccia di calcare farinoso i cui banchi si appoggiano contro uno 
sprone di sienite diramatosi dal Monte Bruffione. Prendendo poi 
la via che conduce alle cascine superiori per raggiungere le sor- 
genti del Cafiaro, si arriva in un punto non lungi dalla cascina 
di Blumone Superiore in cui la strada si trova incassata tra rocce 
sienitiche, e abbandonate queste è scavata fra rocce di diversa 
natura, fra cui una roccia ferruginosa associata a scisti neri e 
rubiginosi di un aspetto particolare in banchi verticali. Tra le 
sieniti della cima di Blumone, si osserva pure un banco di roccia 
scistosa nera quasi verticale che si può giudicare di una potenza 
di 150": al di là di questo punto il territorio era affatto scono- 
sciuto ai geologi e poco noto ai geografi. Per giungere al passo 
del termine di confine tra la valle del Caffaro lombardo e quella 



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del Leno nel Tirolo italiano, a 2675 metri sul livello del mare, 
è d'uopo passare ai fianchi di detta roccia compatta alle parti 
inferiori e avente un aspetto scistoso in quelle più esposte al- 
l' intemperie. Discendendo nella valle del Leno può osservarsi che 
la suddetta roccia, quasi verticale, è incastonata nella sienite sino 
a notevole profondità, ma non la taglia poiché la sienite si mo- 
stra al di sotto compatta, e forma un corpo solo colla roccia 
eruttiva dei dintorni. Ai fianchi di questa roccia nera incastonata 
nella sienite, a poca distanza dal passo suddetto, si presenta una 
roccia simile interposta alla sienite a forma di mezza luna. 

Dalla costiera del passo del Termine si diramano due serie 
di montagne; una si dirige a Nord-Est e forma la cima suddetta 
di Blumone, le appendici del monte Seroden, il monte Boazol fino 
allo sbocco del fiume Leno nel Chiese ove si anmiira una stupenda 
cascata di circa 100 metri di altezza : V altra catena si dirige a 
Nord e forma le frastagliate cime di monte Listino, della Ros- 
sola, di Cessola, di Craper ec. Queste due catene di monti cir- 
coscrivono il corso del Leno che ha la principale sorgente sotto 
la costiera del Tonnine. Anche in questa valle, la sienite forma 
la ossatura di tutti questi monti, e non si trovano intercalate 
rocce sedimentarie che possano far supporre eruzioni successive 
della roccia cristallina. Alla Rossola si rìnnuova il fatto osservato 
a Blumone Superiore, trovansi cioè fra le sieniti rocce erette, in 
esse incastonate, costituite da scisti neri con piriti e da roccia 
di granato massiccia, sotto cui la roccia eruttiva continua a for- 
mare una massa unica : recandosi più oltre nella valle di Campo, 
passando per le cascine di Nudole si trova un giacimento di 
grandi cristalli tabulari di ortose. 

Un poco a Nord di Nudole si ammira la cascata del Chiese, 
detta il Salto del Diavolo, dove il fiume dopo un breve corso 
tranquillo, si precipita in una spaventosa gora aperta nelle sie- 
niti ove le acque rimbalzando da una parte all' altra della diru- 
pata spaccatura producono un fragore continuo ed imponente: le 
acque così agitate spumeggiano e si inalzano in goccie e in mi- 
nutissimi spruzzi somiglianti a fumo, per un' altezza verticale di 
circa 100 metri al di sopra della voragine. La cascata è a 1480 
metri di altitudine ed ha un aspetto veramente grandioso. A poca 
altezza ai fianchi della cascata, la sienite si presenta con super- 



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fide arrotondata in vario senso, ed è in questo punto che con- 
tiene le vene di ortosio e da cui procedono i massi di sienite 
attraversati da vene di feldispato a Nudole. 

Lungo la via pel lago di Campo, presso la cascina Campo di 
Sotto, si osserva a lOO"" di distanza da questa un calcare sacca- 
roide, candido, in banchi molto dritti con direzione Sud-Ovest: 
si vede quindi fra le sieniti un deposito di rocce verticahnente 
disposte, costituite da granato grosatdaria in magnifici gruppi di 
cristalli interposti ad una specie di tremolite; vi si vedono inoltre 
quarziti di vario colore, e scisti neri con piriti, che si osservano 
anche al di sopra del lago di Campo verso Ovest. Queste rocce 
sono, come si vide per quelle di Blumone e della Rossola, inca- 
stonate nelle rocce eruttive e non interstratificate, poiché sotto 
le cascine di Campo la roccia sienitica forma un solo corpo con 
quelle dei dintorni. Il lago di Campo ha piccola estensione; è di 
forma irregolare che si accosta air ellittica coir asse madore 
diretto prossimamente da Est ad Ovest, ed ha un'altitudine di 2082": 
esso trovasi presso a poco sulla medesima linea da Est ad Ovest 
del lago di Chiudisem da un lato e del lago d^ Arno dall' altro; 
questi tre laghi, o sono interamente scavati nella roccia eruttiva 
come quello di Chiudisem, o nelle rocce non eruttive racchinse 
però tra roccie eruttive, come quello di Campo, o in parte nelle 
roccie eruttive e in parte nelle roccie non eruttive come quello 
d' Arno, il che farebbe vedere non essere essi il risultato di ostru- 
zioni nella valle operate da massi erratici. 

Prendendo le mosse dalla cascata del Salto del Diavolo, pre- 
cedentemente descritta, si verifica presso di essa che le rocce non 
eruttive osservate in questa salita presso la cascina di Campo, 
cessano al basso all' incontro delle sieniti, e che queste rocce im 
hanno alcuna connessione fra loro, cioè le rocce sienitiche non 
hanno in alcun modo concorso a fornire materiali per le rocce 
interposte : nella valle poi del Chiese si ripetono in direzione più 
ad Est tutte le rocce in posto nella valle del Cafiaro. 

La roccia eruttiva che costituisce l'ossatura della catena 
montuosa che dal Monte Frerone sopra Breno si estende al Mont£ 
Pisganna, piegando a Nord-Ovest sotto il passo del Tonale, e che 
ricompare nella Valtellina, ove occupa estesi spazii, come nel 
finitimo Piemonte è costituita da una miscela di feldispatì tri- 



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clini ed ortoclasici, di orniblenda, di biotite e di quarzo ; que- 
st' ultimo vi è contenuto in minor proporzione che nei graniti 
comuni. I risultati delle analisi della roccia al lago d'Avio, fe- 
cero credere che essa sia un' intermediaria fra i graniti e le sie- 
niti ; questo fatto unito alla presenza delP ortite come minerale 
accessorio, fece distinguere la roccia col nome di tonàUte. Ai 
minerali accessorii vanno uniti i granati piropi, la mica nera, e 
qualche volta V idrossido di ferro. La roccia non è di composi- 
zione uniforme, ora predominandovi, ora scarseggiandovi la mica. 
Però pei suoi caratteri essenziali si può dire aver essa una com- 
posizione ben definita, non presentando mai alcun passaggio al 
granito comune, non incontrandovisi mai la moscovite caratteri- 
stica di quest'ultimo. 

Alcuni eminenti geologi considerano questa roccia eruttiva 
come più moderna del granito primitivo e più antica della dio- 
rite ; secondo il professor Phillips, da quanto si conosce circa la 
costituzione della crosta terrestre, si trarrebbe per conseguenza 
esser questa di forza disuguale a resistere ai cambiamenti di 
forma delle diverse parti. La parte più debole deve cedere, e se 
per locale debolezza, anche di piccola area, la generale pres- 
sione deve esser sodisfatta, possono accadere spostamenti gran- 
dissimi, e le rocce devono ivi risultare piegate ad archi od 
anche rotte, producendo delle faglie che diedero origine alle 
montagne. Ricorda Phillips, che i silicati feldispatici sono in ge- 
nerale meno fusibili delle rocce omiblendiche, e suppone che 
siansi cristallizzati nella massa liquida in raffreddamento e se- 
parati dalle parti più fusibili, poiché questi silicati feldispatici sono 
più leggieri delle rocce omiblendiche nella proporzione di 2, 6 
a 3, 2. Essendo divenute in seguito le omiblendiche solide, si 
saranno inalzate nel liquido ancora più pesante, ed avranno eser- 
citata una pressione verso V esterno della terra. Dietro tali ar- 
gomentazioni si suppone che galleggiando la sienite col cri- 
stallizzarsi sopra una sostanza ancor liquida e più pesante* e 
sospinta dalla generale pressione della corteccia fratturata del 
globo, esercitata sopra alcuni punti soltanto, siasi fatta strada 
traverso una fessura grandissima per noi, ma ancora quasi insi- 
gnificante avuto riguardo alla superficie del globo. Questa roccia 
eruttiva, col consolidarsi sotto il mare, avrà potuto dar ricetto 



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a depositi che si saranno' formati subito dopo. La differenza fra 
le idee di Phillips e le ora esposte, sta in questo: che mentre il 
primo suppone che siansi formate pieghe sottomarine, che diedero 
ricetto a nuovi depositi, qui invece si immagina che la roccia 
eruttiva galleggiando su un liquido più denso è sospinta dalla 
detta pressione generale, e poi consolidatasi sotto il mare abbia 
potuto sostenere essa direttamente le roccie sedimentarie di epoca 
posteriore alla sua comparsa. 

Venendo all' argomento dell' epoca cui tal fenomono debba at- 
tribuirsi, due criteri possono aversi per risolvere il quesito. Uno 
è basato sull'esame delle rocce appoggiate direttamente sulle 
sieniti, diverse da quelle gnesiache, siluriche e devoniche appog- 
giate sui graniti antichi. Queste rocce fratturatesi lasciarono 
molti interstizi pei quali s' inalzarono abbondanti esalazioni me- 
talliche, dando origine ai numerosi filoni che s'incontrano nelle 
regioni costituite dai detti terreni, mentre quelle appoggiate alle 
sieniti non contengono d'ordinario che traccie di minerali me- 
tallici inconcludenti per le industrie. 

L' altro criterio è basato sulla osservazione che i terreni stra- 
tificati sovrapposti direttamente alle sieniti trovansi, come osservò 
Vom Rath nella Valle dell' Avio, nell' alta Valle Camonica, per 
r estensione di 2000 piedi in perfetta concordanza colla roccia 
eruttiva. 

Occupandoci del primo criterio, si osservi come le rocce so- 
vrapposte alle sieniti, sieno costituite essenzialmente da depositi 
quarzosi in parte granulari, contenenti melme micacee, spe- 
cialmente sulle faccie di sfaldatura, con interposti dei banchi si- 
liceo-argillosi con antracite assai terrosa molto diversi dagli 
gneiss e dalle rocce antiche paleozoiche, che sono in generale 
assai contorte ed accartocciate, conservando per notevole spes- 
sore questo aspetto. I terreni silurici e devonici si distinguono 
per la grande quantità di squarciature, talvolta est