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Full text of "Bollettino - Deputazione di storia patria per l'Umbria"

^.■ 






Idrobio 

LIBRARY 



^^ 



BOLLETTINO 



DELLA 



SOCIETÀ UMBRA 



DI STORIA PATRIA 



VOLUMK IL 




^ OtJ.fi puoi.... tÒ '£'3vo;.... Tràvu p^'v^ te 
DiON. D" Alicarn. Ant. Rorn. I, 19. 





I-I:ìi{i;i;i.\ 

Aiihiiiio liiiHiioli 

S'-affale 
Fil3 



PERUGIA 

UXIOXE TIPOGRAFICA COOPERATIVA 



1896 



DG 
973"" 

U5-J)^7 



\- 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Aduìiciìiza generale del 9 novcììibre 189ì> 



Oggetti air ordine del giorno 



1. Belnzìone del Presidente intorno ai lavori della Società; 

2. Proposte per la pubblicazione di fonti storici ; 

3. Relazione del prof. Mazzatinti delegato al VI Congresso Storico Ita- 

liano in Roma ; 

4. Resoconto dell' Economo suW andamento finanziario della Società; 

5. Discussione del bilancio preventivo per V anno 1896 ; 

6. Comunicazioni varie. 

Presidenza Fuan. 

Presenti i soci : 

Ansidei conte dott. cav. Alessandro 
Ansidei conte dott. Vincenzo 
Ansidei conte comm. Pericle 
Bartelli dott. Vincenzo 
Bellucci prof. comm. Giuseppe 
Brunelli prof. mons. don Geremia 
CuTURi prof. cav. avv. Torquato 
Fabretti prof. Ferdinando 
Ferrini prof. Oreste 
Fuju comm. Luigi 

GlANNANTONI dott. prof. LuiGI 
LUPATTELLI prof. ANGELO 

Manzoni conte dott. Luigi 
Mazzatinti prof. dott. Giuseppe 
RoMiTELLi dott. mons. arcid. don Marzio 
Rossi-Scotti conte comm. Gio-Battista 



4 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Scalvanti prof, avv. Oscar 

Straccali prof. cav. Alfredo 

Tenneroni prof. dott. Annibale 

Tommasini-Mattiucci dott. Pietro 

Urbini dott. prof. Giulio 

Valenti conte dott. Tommaso 

Vallecchi prof. cav. Ottavio 
Intervengono per invito della presidenza 1' on. Sindaco di Perugia 
cav. dott. Ulisse Rocchi, la signora Quirina Alippi-Fabretti e la si- 
gnorina Luigia Fabretti. 

Si dà lettura di varie lettere e telegrammi dei sei<uenti 
soci che giustificano la loro assenza : 

Barbiellini-Amidei march. Alessandro 

Blasi prof. Angelo 

Cerretti dott. prof. Cesare 

Faloci-Pulignani mons. Michele 

Fangacci don Leonida 

Guardabassi prof. Francesco 

Lanzi prof. Luigi 

Manassei conte cav. uff. Paolano 

Fontani prof. Costantino 

Pardi dott. prof. Giuseppe 

Sensi dott. prof. Filippo 

Tiberi prof. iug. Leopoldo. 

Quindi prende la parola il Presidente e commemora il 
presidente onorario Fabretti rilevando specialmente i suoi 
meriti di studioso ricercatore della Storia umbra e peru- 
gina ; ricorda i soci defunti Ruggero Bonghi e Fran- 
cesco Pag notti. Dopo ciò passa a dare un rapido rias- 
sunto dei lavori eseguiti dai soci e presenta il programma 
ragionato dei lavori già pronti per il secondo volume del Bollet- 
tino, segnalando fra gli altri il Canzoniere umbro preparato 
dal prof. Monaci coli' aiuto del prof. Tenneroni. Per ultimo 
formula tutto un disegno di pubblicazioni per i volumi delle 
Fonti Storiche e sottopone alla considerazione dei soci le se- 
guenti proposte : 



ADUNANZA DEL IX XOVEMnUH MDCCCXCV ;> 

1.^ — a) per un Regesto perugino compilato sopra do- 
cumenti concernenti la legislazione più antica fino al secolo 
XIV, con riguardo speciale a quegli atti che hanno attinenze 
alla costituzione comunale più antica e che precedono le 
compilazioni statutarie; — h) per gli Statuti del 1305 volga- 
rizzati nel lo22, studiandoli a confronto della compilazione 
antecedente del 1279. 

2.'' — per un Regesto di Sassovivo, come quello che 
illustra la maggior parte dei comuni dell' Umbria e di altri 
luoghi finitimi, ed è guida allo studio della legislazione an- 
tecedente agli Statuti municipali, rispecchiando lo stato della 
ricchezza pubblica e di tutte le condizioni sociali avanti quel 
primo assetto economico eh' ebbe principio con 1' assorgere 
del comune umbro. 

Raccomanda poi una raccolta di laudi umbre e la com- 
pilazione della bibliografia storica umbra. Chiude con una 
esortazione ai soci ad intraprendere tale ordine di studi e 
ringrazia le signore F a b r e 1 1 i ed il Sindaco d' essere in- 
tervenuti all' adunanza. 

Posto fine al suo discorso, invita il socio Scalvanti a dar 
lettura della relazione a lui affidata sulla prima proposta. 

§ 1. — Come è noto, il più antico Codice delio Statuto 
perugino è quello del 1279, ma sin da quando dei pre- 
ziosi manoscritti deW Aì'chivio Comunale si occuparono 
gli eruditissimi Bonaini, Polidori e Fabretti (1), apparve 
manifesto che il Codice del 1279 non racchiudeva i primi 
Statuti della cittcà. Si allegarono in appoggio di questa 
opinione documenti di leghe tra Perugia e Foligno e 
altre terre dell' Umbria, ovvero bolle pontificie della 
prima metà del secolo XIII; ma in verità non era me- 
stieri spigolare nei diplomi di archivio per giungere a 
siffatta conchiusioue. Anzitutto la prova dell' antichità 



(1) Ardi. St. Rai., Tomo XVI, Serie I, p. la, Firenze, Vieus- 
seux, 18'0. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 

dei perugini Statuti emergeva chiara e lampante dall'i- 
storia dei secoli XII e XIII. L' org-auizzazione del go- 
verno democratico in Perugia risale all'anno 972; e se 
noi pensiamo alla importanza che il Comune aveva as- 
sunto fino dal secolo XI, alle alleanze che seppe strin- 
gere nel secolo dipoi, alle concessioni ricevute da En- 
rico VI nel 1186, più favorevoli assai di quelle largite 
alle città, lombarde colla pace di Costanza, noi, senza bi- 
sogno di altri sussidi, potremmo persuaderci, che Perugia 
ebbe Statuti propri fin dal secolo XII. 

§ 2. — Ma poi, basta leggere il Codice del 1279 per 
comprendere che esso è una riforma, non il primo getto 
degli Statuti. 

Infatti si nota che nella mag-gior parte delle Ru- 
briche il testo è seguito dalle Addictiones, che incomin- 
ciano colie parole — Additum est hiiic capitulo — o — 
Adiungentes huic capitulo — o — Item duximus adiun- 
gendum, ecc. — È inutile allegare esempi di queste ag- 
giunte, imperocché si incontrino ad ogni pie sospinto. La 
qual cosa non solo ci dimostra 1' antichità dello Statuto, 
ma ci dà l' indice necessario per giudicare della evolu- 
zione degl'istituti politico-giuridici verso la fine del se- 
colo XIII. 

Non mancano poi testi, i quali rammentino capitoli 
anteriormente fatti, e che voglionsi ripristinare. Diamone 
un esempio — « Statuimus, dice la rubrica 51, quod 
ponatur in hoc Statuto capitidum factum tempore Do- 
mini Milancii super filiis Dom: Andree Jacobi de verbo 
ad verbutn totum, cassando omne capitulum, seu capitula, 
que essent contraria huic capitulo » — . Dal che abbiamo 
la prova, che tra il Capitolo allora ripristinato e lo Sta- 
tuto del 1279 era intervenuta un' altra riforma. Simili 
esempi si raccolgono dalla rubrica 37, ove si dice — « hoc 
capitulum valeat et valere intelligatur ab anno Domini 
currente MCCLXXV tempore Dom: Gregorii Pape X » 
— . Lo che significa che questo Capitolo fu fatto prima 
del 1279. 

§ 3. — Ma v' ha di più. È noto che il Bonaini colla pub- 
blicazione di un documento inedito del 7 maggio 1250 
ha dimostrato che in quel mese ed anno esisteva in Pe- 
rugia r ufficio di Capitano del popolo e degli Anziani, 
che formavano il suo Collegio (1). Da questa scoperta 



fi) Arch. St. Ital., Voi. XVI, Parte I, prefazione, pag. XLIII, 
XLIV. 



ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE JfDCCCXCV 7 

derivò un titolo di onore per Perug-ia, la finale nell' isti- 
tuzione di questi uffici avrebbe preceduto Firenze, che 
li ebbe solo nel 20 ottobre 1250 . Yj notisi, che il docu- 
mento riferitoci dal Bonaini non riguarda l'introduzione 
di quel mag-istrato, che già trovavasi stabilito a quel 
tempo. Ad ogni modo tal carica non fu costituita, se- 
condo l'affermazione del Mariotti, nel 1258, o nel 1255 
(come ebbe a scrivere di poi nelle Lett(ive)\ ma risale 
certamente oltre il mag-gio 12r)0. 

Ora dal Codice che esaminiamo risulta non soltanto 
che nel 1279 esistevano più riforme del primitivo Costi- 
tuto; ma che, essendosi da più anni creato il Comujie 
del Pojjolo retto dal Capitano e dag'li Anziani, questo 
pure aveva g-ià i suoi Statuti. — « Addituin est (cosi la 
rubrica 65) quod dictum capitulum cum Statiitin populi 
de preconibus debet concordare » — . Simile richiamo è 
fatto in materia di rappresaglie — « Possint autem ve- 
nire illi quibus per Statutum Populi ad civitatem Perusii 
anditus concessus est » — .E quando si parla alia ru- 
brica 69 della elezione degli Arbitri per dirimere le con- 
troversie, che insorgessero cum nostris vicinantiis^ al ter- 
mine del testo si legge: — « Additum est huic capitulo, 
quod hoc statutum cum Statuto j^opuli debeat concor- 
dari » — . Segno evidente che quel Capitolo era stato 
formato prima che si compilasse lo Statuto del comune 
del popolo; ed è naturale che il Costituto generale lo 
avesse preceduto. 

A nessuno può sfuggire l' importanza grandissima di 
questi ed altri richiami, che per brevità tralasciamo; im- 
perocché ci istruiscano intorno ad una difficile e intri- 
cata questione, e cioè sui rapporti fra il Comune del Po- 
destà e il Comune del Popolo, i quali rappresentavano 
un dualismo pernicioso per la saldezza di quei piccoli 
Stati; ed è prezioso conoscere come e su quali punti i 
savi legislatori cercassero di mettere in pieno accordo 
questi due elementi della vita giuridica della città. 

§ 4. — Detto della antichità, e volendo ora accennare 
all' importanza di questo manoscritto, col quale general- 
mente concorda il Codice dello Statuto volgarizzato nel 
1322, a noi sembra, che da vari punti di vista l'impor- 
tanza di quello Statuto debba venir considerata. 

1.° — Innanzi tutto abbiamo in esso un efficace e 
autorevole testimonio del grado di civiltà, a cui era giunto 
il Comune sul declinare del secolo XIII. Si comprende 
che il costume era severo e che i maneggi, i brogli e in. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 

genere la corruzione non era ancora penetrata nel mo- 
vimento della vita pubblica. Il culto religioso è sincera- 
mente professato, perchè la religione è fondamento della 
giustizia. — « Est a nomine Dei, cosi si esprime il Proe- 
mio, inclìoandum, et voluerit et mine velit legum, tenere 
seiUentiam recto tramite iustitie ambulans universitas Pe- 
rusii » — . 

Un sentimento di fiera indipendenza traspare da ogni 
linea del Proemio e da molte rubriche del testo; è questa 
un popolo che ha coscienza di sé, dei suoi destini, della 
parte grandissima che gli spetta nel movimento demo- 
cratico di quell'età; e a dare impulso al proprio incivi- 
limento attende coli' opera delle leggi, le quali dimostrano 
che la vita di quel!' organismo è già molto complessa 
e varia, seguo infallibile di progresso. 

2.° — Sussidio importantissimo rende poi lo Statuto 
del 1279 al pari di quello del 1305, di cui parleremo in 
appresso, alla grave e spinosa questione dell' Ordinamenta 
dei magistrati in Perugia. Data la enorme specializza- 
zione delle funzioni, era già assai arduo per gli storici 
il ricostruire l'organismo dei pubblici poteri nella re- 
pubblica nostra; ma tali oscurità e incertezze si accreb- 
bero a dismisura, quando per le difficoltà interne, per le 
discordie tra Nobili e Raspanti e per le diuturne contese 
con vicine città si vennero creando altri offici temporanei, 
taluni dei quali diventarono permanenti e invasero cosi 
gli attributi del Collegio, che per Statuto sarebbe stato 
chiamato ad esercitarli. E se era nei dotti vivissimo il 
desiderio di legger chiaro negli ordini de' Magistrati cit- 
tadini, altrettanto risultava impotente a soddisfarlo qua- 
lunque più accurato studio delle fonti e degli storici. Ba- 
sterebbe a provarlo la incertezza, che domina circa le 
vere attribuzioni del Parlamento e del Consiglio generale. 

Or bene, non diciamo che lo Statuto del 1279 sia de- 
stinato a far cessare ogni disputa e a mettere in piena 
luce l'organismo della repubblica; ma è innegabile che 
esso può rendere assai facile il cammino alla mèta desi- 
derata, tanto più se ravvicinato collo Statuto del se- 
colo XIV, dove il disegno sull'ordinamento dei magi- 
strati è completo. Vi è poi nel Costituto del 200 una ten- 
denza a collocare ciascun pubblico ufficiale nel luogo suo, 
né la rete delle diffidenze si é anco distesa suU' orga- 
nismo della repubblica per cagionarvi una confusione,, 
dalla quale non è possibile uscir vittoriosi. Vogliamo ci- 
tarne un esempio. Lo Statuto del 1279 ammette che il 



ADUNANZA DEL IX NOVEMI5KE MDCCCXCV 6 

PoteslA possa essere — de civitate et comitatu Perusii —, 
la quale disposizione inclarno si cercherebbe nelle poste- 
riori rit'ormagioni, <iuaii(lo si andò «ieiieralizzando e im- 
ponendo il costuiue di sceg-liere sempre un podesUV fore- 
stiero. 

Dallo Statuto inoltre si rileva quanto g-rande fosse 
r autorità dei Consig'li. Il Consiglio generale ha compe- 
tenza amplissima; che non solo senza di lui nulla sotie- 
tas tei Conpagna fieri poiest (rubrica óO) ; ma esso si oc- 
cupa ancora di minori affari, come della ordinazione del 
Sindaco, che deve essere costituito — Procuraior in Po 
mana Curia. — E poiché uno Stato fortemente organiz- 
zato non può sussistere senza l'ordine, la pace e una 
buona amministrazione della giustizia, cosi noi troviamo 
essersi a questi fini rivolto l'animo dei legislatori. Alla 
pace pubblica essi consacrano un testo da rubrica 54) 
che noi vorremmo qui riferire interamente perchè si po- 
tesse giudicare del senno di quei politici. Grande è la 
cura per la funzione giudicatrice; e fin d' allora noi tro- 
viamo introdotta e guarentita la pubblicità dei giudizi 
(rubrica 11), e in più luoghi si cerca di dar sicurtà ai 
cittad'ni, che nessuno verrà per qualsivoglia motivo o 
pretesto impedito di presentarsi al Podestà o al Capitano 
per ottenere giustizia (rubriche 11 e 20ì. E le sanzioni per 
g-uarentire ai cittadini il libero accesso ai tribunali e ai 
pubblici ufficiali sono così g-ravi da manifestare nei legi- 
slatori la decisa intenzione dì conseguire l' intento. 

Ma il desiderio di assicurare il trionfo della giustizia 
si scorge anco nelle disposizioni riguardanti le rappresa- 
glie, le quali hanno impronta di tale originalità da po- 
tersi credere che Perugia sia stata tra le prime a disci- 
plinare r uso di quei mezzi violenti, che si invocavano 
per le dovute riparazioni di giiistizia (1). 

3.0 — Lo Statuto ci informa inoltre degli ordini 
amministrativi della città. Notevole tutta la parte finan- 
ziaria, nella quale hanno tratto di originalità i metodi 
per la vendita delle gabelle, per le collette, per la re- 
sponsabilità degli ufficiali contabili di pubblico danaro, 
per le pene cui andavano incontro il Podestà e il Capi- 
tano — qui proposuerint in Consilio de avere comunis 



(1) Su questo argomento si è intrattenuto il giovine Giusti- 
niano Degli Azzi Vitelleschi, studente del nostro Ateneo, in una mo- 
nografia, che presto vedrà la luce negli Annali dell' Università di 
Perugia. 



10 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Perusii alieni dare — . Importautissime poi le rubriche 
31, 32, 33, 35, 58 e 59 sulle attribuzioui amministrative 
che si affidavano al Podestà e al Capitano del Popolo. 
Preziose notizie esso ci dà circa gli stipendi dei pub- 
blici ufficiali. E se è vero (com'è difatti) che gli Sta- 
tuti perugini dei secoli XIV e XV sono fra i più ricchi 
di notizie sugli ordini fiuanziari di quelle età, è altret- 
tanto vero che a conoscere il complicato congegno di essi, 
g-iovauo assaissimo le semplici nozioni, che si incontrano 
nello Statuto del 1279 e in quello del 1305, coi quali può 
essere facilmente completato il disegno di uno stvidio im- 
portante sul regime finanziario della repubblica. 

Vedremo ancora come per tempo e mirabilmente ve- 
nissero organizzandosi i servizi per l' igiene, per il gra- 
tuito ministero dei medici e chirurghi, per la beneficenza, 
pubblica, per l' annona e va dicendo ; come sarà di ca- 
pitale importanza verificare non solo il meccanismo am- 
ministrativo, che presiedeva alla esecuzione delle opere 
pubbliche, ma anco il valore di esse e i modi con cui si 
effettuavano. E tutt' altro che inutile sarà 1' accurata de- 
scrizione dei lavori di sponda compiuti nel Lago Trasi- 
meno, tutto il sistema di polizia di quelle acque (rubri- 
che 246 e segg.), e dei lavori alle mura della città, alle 
chiese, ecc. E dal lato della igiene sarà vantaggioso cono- 
scere le disposizioni riguardanti l'acqua potabile, la costru- 
zione degli acquedotti e delle fonti e la loro manuten- 
zione (rubriche 165 e segg.). Né meno prezioso ci si offre 
il titolo — De malefitiis — interessando alle materie i^oli- 
tiche il verificare i sistemi riguardanti le pene di polizia, 
le carceri e va dicendo ; e alla storia giuridica impor- 
tando assai di conoscere, ad es., i principi dì quella le- 
gislazione sulla duplicità delle pene (rubrica 280), sul 
diritto e magistero della difesa, sulle prove per testimoni, 
sull'arresto, sulla qualifica dei reati, ecc. (rubriche 281, 
282 e segg. e 302 e segg.); sui provvedimenti atti a im- 
pedire la falsa monetazione (rubrica 375) e via di seg'uito. 
4.° — Ma lo studio dello Statuto può servire inoltre 
ad illustrare storiche vicende della città. Nelle leggi 
odierne il legame tra le loro disposizioni e i fatti che vi 
hanno dato luogo, non è mantenuto in modo espresso. 
Cosi non era nelle leggi antiche, nelle quali vediamo 
spesso ricordati fatti storici come motivo dei canoni le- 
gislativi. Molti esempi potrebbero addursi di ciò; ma noi 
ci contentiamo di citare le rubriche sulle rapx>resaglie e 
quelle sulle paci. E a modo di aneddoto storico alle- 



ADUNANZA DKL IX NUVEMBUE MDCCCXCV 11 

ghiaino anche questo. Og'nun sa clic il Cristo, che si vede 
sulhi porta del Duomo verso hi pia/./.a (Ud Comune, vi fu 
trasportato nel ir)40 all'epoca della <iuerra del Sale. Qui 
non faremo la disputa se queir imnia^^ine vi fosse yi;Y o 
se vi fu collocata proprio in quella occasione. E certo che 
il Duomo venne in grau parte demolito nel secolo XIV 
e ricostrutto più <;rande. È naturale quindi che fossero 
distrutti anche gli ornamenti che vi si vedevano negli 
ultimi del 200. Ma nuUaineno non ò egli prezioso il sa- 
pere la ragione, per la quale nel 1540 il popolo si rivolse 
di preferenza a quel simulacro e in quel luogo piuttosto 
che in altro lo collocò? Eppure questa ragione ci vien 
fornita dallo Statuto, da cui apprendiamo l'ordine dato 
al Podestà e Capitano (rubrica 81) — « penitus et pre- 
cise facete fieri et depingi figuravi Criicifixi ad introitum 
ecclesie Sancii Laurentii super hostium ex parte ]}latee 
Comunis, de bonis coloribus, quam pulcrior dieta figura 
benedìcta potuerit ordinari » — . Duntiue in quel luogo 
i perugini avevano sempre venerato 1' effigie di Cristo, 
come simulacro di fede popolare, come cosa propria ; ed ò 
naturale che ad essa si levassero preghiere e voti nel 
terribile cimento, che doveva decidere della libertà di 
Perugia. 

5.° — E poi da segnalare un pregio nella forma 
dello Statuto del 1279, al pari che in quello del 1305, e 
cioè una maggiore parsimonia di dettato senza frequenti 
ripetizioni e senza quelle ridondanze e superfluità, che 
rendono noiosa la lettura di molti altri Codici posteriori. 

6.° — Infine l' importanza del manoscritto è accre- 
sciuta dal fatto che 1' archivio di Perugia possiede larga 
copia di documenti riguardanti 1' età, in cui lo Statuto 
venne riformato. Oltre i libri delle Sovimissioni, di cui 
il Bollettino con molta opportunità ha intrapreso la pub- 
blicazione sotto gli auspici dell' esimio archivista conte 
Ansidei e del prof. Giannantoni, 1' Archivio possiede altri 
documenti dell'epoca, come Bolle poutifi'cie. Atti pubblici, 
Compendi, ecc., e finalmente gli Annali decemvirati. E 
per quanto del secolo XIII non vi sieno che le raccolte 
di soli 16 anni, pure il periodo dal 1208 al 1279 può es- 
sere utilmente stiidiato anche col sussidio degli Annali. 
§ 5. — Premesse queste considerazioni, veniamo ad 
una breve descrizione del manoscritto. Esso è un in folio 
grande in pergamena, che misura centimetri 46 per 29. 
Consta di 72 carte, ossieno 144 facciate, e di 507 rubriche. 
È diviso in quattro parti. 



12 ATTI DELLA SOCIETÀ 

La prima è uu Titolo generale, che abbraccia materie 
svariatissime, ed è contenuto in 84 rubriche. Ivi si tratta 
degli uffici del Podestà e del Capitano, dei loro ufficiali, 
di alcune funzioni amministrative che loro spettano ; (iplla 
amministrazione della giustizia, delle collette, della guerra, 
delle rappresaglie, della concordia e della pace, di molte 
opere pubbliche, degli approvigionamenti, ecc. È insomma 
il titolo, nel quale si raccolgono le materie di ammini- 
strazione e di governo della città. Invano si ricerche- 
rebbe un ordine rigorosamente sistematico nella succes- 
sione dei testi. La stessa materia finanziaria, che il legi- 
slatore si propose trattare in XI Capitula precisa (ru- 
brica 47), si trova poi disseminata qua e là in questa 
titolo e in altri ancora. 

Segue alla rubrica 85 la seconda parte — o titulus 
offìtialiiiTn, qualiter prius salarium statuatur quarti alì- 
quis offltialis eligatur — . Questo titolo contiene la descri- 
zione àelV organismo preposto all' esercizio delle funzioni 
amministrative e di governo. 

Vien poi alla rubrica 280 il — Titulus de ìualefitiis — 
e alla rubrica 302 il titolo — De deportatione armorum. 

§ 6. — Tutto questo abbiamo notato per dimostrare, 
che qualunque studioso si vada occupando dei Fonti le- 
gislativi della gloriosa repubblica, deve tener presente 
questo Codice importantissimo, richiamarne spesso le di- 
sposizioni, farne, direm quasi, il piedistallo dell'opera sua^ 

Ma sarebbe conveniente per la Storia Patria intrapren- 
derne ora una speciale e isolata pubblicazione ? 

Certo, se la Società avrà modo di effettuare anche la 
pubblicazione di questo manoscritto, farà cosa utilissima 
agli studiosi. Ma se il pubblicare questo Statuto dovesse 
di soverchio ritardare la stampa di quello in volgare del 
secolo XIII, noi riterremmo più proficuo attendere alla 
pubblicazione di quest' ultimo confrontato col Codice del 
1279. Ed eccone le ragioni. 

Anzitutto è noto che il nostro compianto presidente 
Ariodante Fabretti ebbe iu animo di pubblicare egli stessa 
lo Statuto del 1279 co' suoi tipi privati; ma la morte troncò 
il suo divisamente, col quale voleva coronare l'opera da 
lungo intrapresa, di dare in luce le più importanti cro- 
nache e documenti di storia perugina. Fra le carte di lui 
si trovarono infatti circa 90 esemplari di 6 fogli di stampa, 
in piccolo formato, eguale a quello che l' insig'ne storica 
adoperò per la stampa delle cronache. Il Fabretti pen- 
sava certamente di far precedere questa pubblicazione da 




ADUNANZA DEL IX X0VEMI5UE MDCCCXCV 13 

un proemio; ma riteneva che il testo nou dovesse essere 
annotato. Invece di adottare anche nella stampa di questo 
importante Codice 1' aureo metodo osservato nella sua 
opera magistrale sulle prammatiche perugine in materia 
di leggi suntuarie, credette poter licenziare al pubblico 
lo Statuto riproducendolo tal quale è, senza commento 
alcuno. E qui ci duole dissentire dall' illustre uomo. Edi 
vero, dal cenno che abbiamo dato del manoscritto appa- 
risce chiara la necessità di qualche nota di raffronto o di 
schiarimento. Basta aprire il volume e gettar gli occhi 
sul breve proemio, per comprendere come esso stesso 
racchiuda una seria difficoltà di interpretazione, che ò 
d' uopo risolvere con una nota. 

Ad ogni modo poi ciò che fece il Fabretti non è che 
una settima parte al più dell' intero compito. Quindi e per 
questa ragione e per il formato e per la scarsità degli 
esemplari, l'opera del Fabretti non potrebbe gran fatto 
giovarci. 

§ 7. — D' altra parte, dal momento che egli intra- 
prese la stampa del lavoro, e a quanto sembra, gli ese- 
cutori delle sue volontà possiedono la trascrizione del- 
l'intero manoscritto, pare a noi che sia il caso di augu- 
rare, che la pubblicazione venga, a cura di essi, com- 
piuta; e siamo certi che non mancherà loro l'appoggio 
ed il plauso dei cultori delle storiche discipline. 

Cosi, senza intralciare l'opera di questi egregi, la So- 
cietà di Storia Patria, tenuto conto del Codice del 1279 
e richiamando le sue disposizioni ad efficace commento 
della vita giuridica dei perugini nel secolo XIII, potrebbe 
dar mano alla pubblicazione del successivo Statuto del 
1305. È noto infatti che lo Statuto del 1279 fu appunto 
in queir anno riformato. Si comprende che non molto 
numerose dovettero essere le correzioni, di g'uisa che il 
dare alle stampe la riforma equivale g, rendere di pubblica 
ragione lo Statuto più antico, con questo segnalato van- 
taggio, che si può seguire lo svolgimento che i principi 
giuridici contenuti nel costituto del 1279 ebbero per opera 
dei savi leg-islatori della prima metà del secolo XIV. 

§ 8. — Riflettasi inoltre che è quello il periodo più 
glorioso della repubblica perugina, e segua quasi il cul- 
mine della sua potenza. È il momento, in cui i Papi non 
che ingiungere ordini ai perugini, usano con loro un 
mite linguag'gio ; è il momento, in cui sembra divenire 
realtà il vasto progetto di una forte confederazione di co- 
muni sotto l'alta supremazia di Perugia: è il momento, 



14 ATTI DELLA SOCIETÀ 

iu cui ueg'li ordini cittadiui si introduce 1' ufficio del Prio- 
rato; è il momento, nel quale molte arti importantissime 
acquistano vita autonomica e statuti propri; è il mo- 
mento, in cui Perugia sembra arbitra della pace tra tutti 
g-li Stati vicini; è il momento infine, in cui essa accresce 
le sue risorse, raddoppia la sua prudenza, moltiplica 
quegli elementi di vita, che le hanno permesso di pro- 
sperare, mentre tante altre repubbliche volgevano a irre- 
parabile e precoce rovina. 

Lo Statuto del 1279 può rappresentare dunque la balda 
g-ioventù del Comune; quello del secolo successivo rap- 
presenta la sua piena e forte virilità, il merig-g-io della 
sua g-loria. Ora con una sola pubblicazione noi possiamo 
illustrare quei due periodi di storia, queir ordinamento dì 
pubblici uffici e quella legislazione, che i)i mezzo a mille 
difficoltà guidarono Perugia fino al tristissimo evento del 
secolo XVI. 

Se non che ognuno di voi sa, che il Codice del 1305 
è perduto, di g-uisa che non ne rimane che il volgariz- 
zamento ordinato nel 1322. Ma se anche il Codice latino 
del 1305 non ci fosse stato invidiato dal tempo, noi fran- 
camente proporremmo la stampa delio Statuto volg'arizzato, 
perchè essendo una scrittura della prima metà del tre- 
cento, ha, oltre il valore storico-giuridico, anche im va- 
lore letterario per lo studio circa lo svolgimento della 
nostra lingua. E ben vero che la lingua usata dai tra- 
duttori è soverchiamente dialettale; ma è altresì indu- 
bitato che il periodo ha la bella semplicità e la conci- 
sione che si ammirano nelle scritture del secolo XIV. E 
per queste considerazioni, che oggi la stampa dei Codici 
è assai più pregiata se condotta sugli esemplari in vol- 
gare, che su quelli di una barbara latinità ; di guisa che 
possiamo esser certi, che auche dal lato economico il suc- 
cesso del nostro lavoro non potrebbe esser dubbio. 

Nulla è da dire sul contenuto del prezioso Codice, poi- 
ché già avvertimmo, che tranne le importanti, ma non 
numerose riforme del 1305, esso riproduce l' antico del 
1279 e ne ha tutti i pregi. 

Purnondiraeno al solo fine di rilevarne l'ampiezza, di- 
remo che esso consta di libri IV; il primo si occupa della 
elezione del Podestà, del Capitano e del Giudice della 
giustizia, insomma dell' ordinamento della repubblica, e 
occupa ben 104 rubriche contenute in 98 carte. Il libro 
II è la legislazione civile, ampiamente trattata in 77 ru- 
briche. Mirabile è inoltre l' abbondanza delle disposi- 



ADUNANZA DEL IX NOVEMIJUE MDCCCXCV 15 

zioni relative al diritto penale, ossia la parte contenuta 
nel 1 bro III e che cousta di 234 rubriche. Com' è natu- 
rale, anche questo Codice ha una parte importantissi- 
ma destinata all'edilizia, materia sulla quale si ag-gira- 
vauo volentieri gli Statuti medioevali. Nello Statuto no- 
stro a questa parte è destinato il IV libro, ed è di 157 
rubriche, contenute in 49 carte. Questo cenno deve ba- 
stare perchè ognuno comprenda la importanza del ma- 
noscritto. 

È per questo che (ove non sia pos^ibile la pubblica- 
zione di entrambi gli Statuti) a noi parrebbe conveniente 
la stampa dello Statuto in volgare, preceduto da un proe- 
mio, che contenesse uu cenno storico dell' epoca, alla 
quale i due Statuti appartengono, e quelle considerazioni 
e raffronti di indole giuridica, che sono indispensabili 
alla piena intelligenza di un testo legislativo. Le note 
pure dovrebbero far rilevare non soltanto le mutazioni 
introdotte nel 1305 allo Statuto del secolo precedente, ma 
accennare brevemente alle disposizioni di qualche altro 
importante Statuto in specie dell' Italia centrale. Cosi l'o- 
pera riuscirebbe di decoro alla città, di incremento alla 
Società nostra e di insigne vantaggio ai cultori delle 
discipline storiche, allo studio dei quali verrebbe offerto 
insieme lo Statuto del secolo XIII e quello del secolo 
successivo. 

§ 9. — E vorremmo ancora, che insieme allo Statuto 
volgarizzato uscisse in luce il Regesto perugino dei do- 
cumenti riferentisi all' epoca dei due Statuti. E un ottimo 
metodo questo adottato dai moderni storici, e che l'illu- 
stre nostro Presidente segui con tanto successo nella mag- 
giore opera sua. La stampa di un Codice legislativo non 
accompagnata da notizie storiche e dalla pubblicazione 
dei documenti dell'epoca, è un'opera incompleta, e che 
condanna gli studiosi ad un lavoro di ricostruzione sto- 
rica, che non possono compiere senza incontrare il di- 
sagio di trattenersi negli archivi, ove i documenti si cu- 
stodiscono. Unendo alla stampa del testo legislativo una 
parte a sé che contenga il Regesto, noi faremmo cosa 
conforme all' odierno e razionale indirizzo degli studi 
storico-giuridici ; e non 1' arida notizia di costumanze e 
di leggi offriremmo all' ardore degli studiosi, ma la di- 
pintura dell' ambiente, di cui leggi e costumanze non 
sono che 1' eloquente espressione. 

Prof. 0. Scalvanti. 



16 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Si dà la parola al socio G-iannantoni per la relazione sul 
Regesto perugino : 

Gli Statuti di Perugia, dei quali si desidera di intra- 
prendere il più sollecitamente possibile la stampa, costitui- 
scono, come è evidente, la prima fonte del nostro diritto 
pubblico interno ; ciò che si riferisce infatti alle magi- 
strature, ai provvedimenti di polizia, tanto importanti 
durante i secoli XIII e XIV, al diritto penale, a tutto 
quanto insomma ha qualche relazione con la vita civile 
e politica di un popolo, ivi è ricordato. 

Ma non per questo devesi credere che tutto sia negli 
Statuti. — Molti e pregevolissimi sono pure gli altri do- 
cumenti che si custodiscono nell' archivio comunale di 
Perugia ; limitandoci per ora a quelli appartenenti al 
secolo XIII, diremo che essi in gran parte possono ser- 
vire di illustrazione e di commento al più antico Statuto 
che tuttora si conservi e che porta la data del 1279. — 
Difatti non pochi di quei documenti anche anteriori a 
quest' epoca pongono in luce gli ordini costituzionali ed 
amministrativi del Comune, e da ciò il loro alto pregio 
e la loro massima importanza ; sono essi soltanto che ci 
porgono molte notizie intorno alle disposizioni che si con- 
tenevano in altri Statuti che senza dubbio precedettero 
quello del 1279. 

Ciò premesso, si comprenderà subito l'opportunità o 
per dir meglio la necessità di raccogliere e pubblicare i 
più importanti di questi documenti per intero, gli altri 
in forma di Regesto. Grave però è il compito. 

Tra le prime cause di difficoltà è da collocarsi, ci 
sembra, il gran numero di Codici che si debbono pren- 
dere ad esaminare, come resulterà dalla breve e somma- 
ria relazione che ora ne daremo. 

Inoltre è necessario stabilire con quale ordine e con 
quali criteri sia più opportuno procedere. 

Per nostro conto osserveremo che, raggruppando tutte 
quelle notizie che portano la stessa data ma che pur si 
trovano in diversi volumi rilegati bene spesso in epoche 
molto posteriori 'senza alcun criterio razionale, si ha il 
vantag'g'io abbastanza considerevole di facilitare allo stu- 
dioso le sue ricerche, di rendere il lavoro anche più or- 
ganico, e, ciò che sommamente importa, di permettere 
a chi si accingerà a fare la storia di Perugia e dell'Um- 
bria l'attento esame del graduale svolgersi della vita 
pubblica e in parte anche privata dei nostri maggiori. 



ADUNANZA DEL IX NOVEMHUE MDCC'CXCV 1 7 

Ci pennettiarno pertanto di in-oporrc la pubblicazione 
in forma di Rpg-esco, se non di tutti, almeno dei più im- 
portanti documenti del secolo XUl : questi varranno a 
rivelare sempre meglio aj^li studiosi le generali condizioni 
storiche dell' epoca, durante la quale gli Statuti furono 
composti e regolarono i rapporti dei cittadini fra loro e 
coi pubblici poteri. — Se il divulgare per le stampe quel 
corpo di leggi farà noto lo stato del diritto .'-i pubblico 
che privato negli antichissimi tempi, il Regesto, del quale 
teniamo parola, servirà a porre in chiaro tutto l' am- 
bieute sociale, in cui quelle manifestazioni giuridiche si 
effettuarono. 

Ed ora un brevissimo ceuuo dei mauoscritti che do- 
vranno esser presi ad esame : ricorderemo prima i più 
antichi volumi con cui incomincia la raccolta delle Ri- 
formagioni e degli Annali decem virali. 

La data più antica si ha nel volume D (11S9-1339) 
ove accanto a molti altri atti di vario genere sono pa- 
recchi documenti riflettenti il Chiugi, un trattato di al- 
leanza fra Arezzo e Perugia, notizie di speciali rapporti 
fra Perugia e Folignio, Perugia e Gubbio. 

Di uou minore importanza è altro Codice, portante il 
titolo « Consilia aarlorinn annorura seculi XIII » . Inco- 
mincia cou r anno 12ófì e termina col 1278 e ci reca fra 
le altre notizie degne di ricordo quella relativa al modo 
cou cui procedevasi alla elezione del Capitano del popolo. 

Il terzo Codice che all'esterno con nou perfetta corri- 
spondenza all' iutero contenuto ha il titolo di « Atti del 
Consiglio maggiore dal 1259 al 1416 » ci indica come si 
procedesse alla compilazione dell' elenco dei sapienti, i 
quali venivano appunto eletti per consilium speciale.... 
ad compositionem statutorum ; ci dice altresì che quei 
consiglieri della città e rettori delle arti che dovevano 
intervenire alla elezione dei consiglieri speciali e gene- 
rali eran tenuti a fare detta elezione a mezzo di schede. 

Il Codice, che è quarto per ordine cronologico, sul dorso 
è seg'nato con vj< ed è intitolato: « Annales variorum an- 
norum, » .• uell' interno porta la indicazione di « Liber 
consiliorum », incomincia con il 18 aprile 1266 e termina 
con il 30 decembre 1269. In esso veggonsi degli speciali 
provvedimenti sulla moneta. A mostrarne subito l'impor- 
tanza basterà citare le prime parole: Congregato Consilio 
speciali et generali et alìoriim bonoìmm virorum civitatis 
Perusij qui per statutum ad coììsilium venire consueve- 
rant in presentia- capitanei populi perusini, etc. 



18 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Quasi eguale per il couteuuto è 1' altro Codice che 
anche secondo l' antico inventario dell' Archivio gli fa 
seg-iiito immediatamente e che è contraddistinto con la 
lettera .4. Sul recto infatti della 1* carta si leg-g-ono presso 
a poco le stesse parole ; la prima data che vi si trova 
scritta è quella del magg-io 1273 e l'ultima è quella del 
gennaio 1276 (e. 170). Sono tutte deliberazioni e riforme 
per la maggior parte importantissime. 

Fauno seguito a questi altri quattro Codici, dei quali 
i primi due seguati con la lettera L e gli ultimi respet- 
tivamente con le lettere 7i e C. 

Il primo dei Codici L comprende il periodo 1276-77 e in- 
comincia con il 2 gennaio 1276 e con le parole seguenti: 
Ista sunt Consilia sapientum de credencia et reformatio- 
nes eorundem facta et facte... in ipso Consilio sapientum^ 

11 secondo abbraccia il breve periodo dal 1° maggio 1276 
al 29 aprile 1277 e contiene le deliberazioni prese dal 
Consiglio generale e speciale di 100 uomini per Porta, dei 
consoli e rettori delle arti precepto Dortiinorum Potestatis 
et Capitanei. 

Più variato è invece il contenuto degli altri due vo- 
lumi di questa collezione. 

Nel volume B ad es. (13 ottobre 1284 — 2 gennaio 
1298), a e. 7* si hanno scripture et instrumenta perti- 
nentia promissioni et summissioni facte Communi Pe- 
nisi] per Commune Fulginei. Dopo la e. 88 si leggono 
sindicatus et reformationes consulian et rectorum artium. 

Nel volume C finalmente (3 novembre 1296 — 10 
aprile 1299) a e. 20' leg'g-esi, a tacere di molti altri 
punti principalissimi : Hi] fuerunt sapientes homines electi 
per consules ai'tium secundum tenorem reformationis con- 
silij x>^puli inde facte ad deliherandum , ordinandam et 
reforrnandum su])er electione novi capitanei. 

Ci sembrano poi degni di particolare attenzione, oltre 
alcune riforme del tempo dei consoli del 1288 e del 1292, 
un piccolo volume del 1277 contenente note di ambascia- 
tori, potestà e capitani del popolo, nonché due fascicoli, 
nel primo dei quali è un elenco dei membri del Consi- 
glio speciale e generale eletti secundum formavi statuti 
comunis et populi... curente MCCLXXVII, e nel secondo, 
dal titolo « Privilegi diversi della Città », son raccolte 
copie di bolle papali e diplomi imperiali e si leggono do- 
cumenti che riguardano i rapporti fra Perugia e paesi a 
lei sottoposti. 

Parecchi altri volumi ed altre carte portano date 



' 



ADUNANZA DEL IX NOVEMBRE MDCCCXCV 19 

varie, ma g-eueralmente vanno dal 127(i al 1-2UC,. Si tratta 
per Io più di asseg-ne, di sentenze, di elenchi di banditi 
e condannati, ed in alcuni Codici si hanno memorie cosi 
dettag-liate e precise sui delitti e sulle pene di quei tempi, 
da poterne senz' altro trarre materiali suflicieiiti per ri- 
costruire tutto quanto un sistema di diritto criminale. 
Oltre a ciò accanto a molti altri frammenti di riforme 
aventi al solito uno speciale valore per la piena intelli- 
genza delle varie rubriche deg-li Statuti perugini, di cui 
formano un complemento logico e forse indispensabile, sono 
meritevoli di menzione otto fasci di sentenze senza data 
ed altre dal 1255 al 1269, numero 66 perg-amene, della 
raccolta « Bolle, Brevi e Diplomi » dal 12 ottobre 122-4 al 
1° febbraio 1296, e numero 669 perg-amene della raccolta 
« Contratti diversi » : la data più antica che vi si legg-e 
è del 5 novembre 1202. 

A studiare tutti i documenti dell'Archivio comunale 
appartenenti al secolo XIII non resta che tener conto dei 
quattro volumi delle Sommissioni, di cui peraltro si è già 
intrapresa nel Bollettino e si va continuando la pubbli- 
cazione. 

Abbiamo sopra accennato al vantaggio che il Regesto 
di questi documenti potrebbe fornire agli studiosi, dando 
loro un' idea il più possibilmente esatta e completa di 
tutta la vita sociale dei tempi, ai quali i documenti stessi 
si riferiscono. — I volumi e le carte che si custodiscono 
neir Archivio del Comune e di cui abbiamo fatto sopra 
parola hanno certo una notevolissima importanza ; sarebbe 
però da ascriversi a somma ventura se potessero esten- 
dersi le ricerche ad archivi di altri enti, seg-nataraeute 
ecclesiastici, la cui origine è anche più remota di quella 
dei Comuni. 

Questo è quanto, incoraggiati anche dalla benevolenza 
del nostro chiarissimo Presidente, esponiamo a lui e agli 
altri egregi nostri colleghi : essi con la ben nota loro va- 
lentia in questi studi, giudicheranno se i documenti di 
Archivio, ai quali abbiamo accennato, siano di tale natura 
da meritare che ne sia compilato un Regesto. 



V. ansidei. 

L. GlANNANTONI. 



20 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Finita la lettura della relazione Ansidei-Giannantoni, si 
legge quella sul Regesto di Sassovivo del socio Monsignor 
Michele FalociPulignani : 

Sassovivo, vetusta Badia Benedettina fra i monti di 
Foligno, possiede inedito un Regesto di qualche migiiaio 
di ijergamene che dalla metà del Secolo XI scendono fino 
al secolo XV. 

Il sottoscritto, per invito ricevutone dall'egregio Pre- 
sidente della nostra Società, ne propone la pubblicazione 
integrale per queste ragioni : 

1.° Perchè i documenti si riferiscono a quasi tutti 
i Comuni dell' Umbria, a molti Comuni delle Marche, 
del Lazio e taluni a Roma stessa. E quasi impossibile 
assicurare che col pubblicarli in sunto non compromettasi 
la esattezza di questo sunto, che in qualche caso può riu- 
scire incompleto in quella parte che 1' editore giudicò di 
poco valore. Spesso un nome, una frase, una parola, de- 
termina la soluzione di un dubbio, chiarisce una questione. 
2.° Perchè manca alla Storia Umbra un complesso 
di antichi documenti che facciano conoscere le forme di 
tanti contratti, vendite, permute, donazioni, enfiteusi, sia 
sotto la legislazione Romana, sia sotto la legislazione 
Longobarda, e questi contratti, specialmente per la parte 
relativa ai Secoli XI e XII essendo largamente rappre- 
sentata nel Regesto di Sassovivo, è necessario pubblicarli 
integri, senza contrazioni o lacune. 

3." Perchè alcuni atti e diplomi Papali che sono i 
più interessanti, per le enumerazioni di nomi, di titoli, 
di confini, di privilegi, sono assolutamente da pubblicarsi 
testualmente. 

4." Una pubblicazione integra presenta meno dif- 
ficoltà tipografiche, per tanti segni che converrebbe sem- 
l)re usare, per diversi tipi che converrebbe adoperare, 
con maggiore spesa e tempo. 

E cosa superflua accennare alla grande importanza di 
questa pubblicazione, la quale, più che comunale, ha im- 
portanza regionale, essendo in maggior numero i docu- 
menti Umbri che quelli solamente Fulginati. 

Un' introduzione di circa 150 pagine dovrebbe prece- 
dere con numerazione separata il Regesto, il quale occu- 
perebbe circa 400 pagine in 4° e dovrebbe incominciare 
con i documenti del secolo XI fino all' anno 1467 in cui 
r Abbazia fu data in Commenda. Dei documenti poste- 



ADUNANZA DEL IX NOVIJMHUE MDCCCXCV 21 

riori si potrebbe dare la sola indica/ione della data e 
della materia. 

Corredo opportuno, non indispeusalMle, dovrel)bcro 
9 essere alcune tavole di sigilli, iscrizioni, monumenti di 

Sassovivo, dei quali tanto più urg-ente apparisce il biso- 
gno di conservarli in caria, (luanto minore è la cura con 
la quale vennero custoditi. 

Un indice alfabetico dei nomi sarebbe la fine di un 
volume, il quale riuscirebbe una miniera sconosciuta per 
la storia, per la tópog-rafia, per la cronolog'ia, per l'arte 
umbra, essendo rappresentati in questo Reg-esto qiiasi 
tutti i Comuni anche i minori della nostra e delle vicine 
regioni. 

Folig-no, 5 novembre 1895. 

D -Michele Faloci-Pulignani. 

Del ultimo si dà lettura della proposta per una raccolta 
delle antiche « Laudi umbre » presentata per lettera alla pre- 
sidenza dal prof. Filippo Sensi : 

La pubblicazione delle più importanti raccolte di 
laudi spirituali è un vecchio desiderio deg'li studiosi ri- 
masto troppo lung-amente insoddisfatto. Mentre i prin- 
cipali nostri antichi canzonieri hanno ormai visto quasi 
tutti la luce, e una bella serie di illustrazioni intorno 
ad essi pone a questo rig-uardo gli studi italiani a li- 
vello dei mig-liori stranieri, i Laudari, dopo le felici 
scoperte di E. Monaci, sono stati ingiustamente trascu- 
rati ; tantoché ultimamente A. D'Ancona ristampando le 
sue « Origini del teatro Italiano » aveva a lamentarsi 
di dover condurre la ristampa potendosi solo g'iovare dei 
materiali, sui quali aveva dato la prima volta mano al suo 
lavoro. 

Nessuno disconosce l' importanza di quelle raccolte ; 
e sarebbe inutile l' insistere ancora nel far notare che 
quell'importanza per la storia generale della coltura è 
massima, sia sotto 1' aspetto letterario, pel quale le no- 
stre vecchie laudi sono un documento fondamentale per 
chi ricerca le origini del teatro europeo, sia sotto l'aspetto 
religioso, rimanendoci esse il principal testimonio del sen- 
timento che avvivò uno dei più notevoli movimenti reli- 
giosi del Medio Evo. Tali ricordi valgano qui solo a far 



22 ATTI DELLA SOCIETÀ 

spiccare il valore storico di quella letteratura, anche se 
si vog'lia iuteudere la parola storia nei suoi più ristretti 
confini e a dare affidamento del favore che una simile 
pubblicazione possa attendersi ovunque siano fa^tfiriti gli 
interessi della cultura. Che poi la pubblicazione sia pro- 
mossa da una Società di storia patria umbra apparirà 
non solo naturale ma quasi necessario a chi, ripensando 
allo stretto legame in cui si congiunsero per cosi lungo 
tempo nella nostra regione la storia civile con la religiosa 
e questa cosi spesso con la letteraria, senta il dovere 
di far si che da nessun' altra parte sia tolta a noi l' ini- 
ziativa della illustrazione di un aspetto cosi spiccata- 
mente proprio della storia nostra. 

La Società storica umbra è pertanto invitata a dar 
parte nella sua collezione di « Fonti » a una « Eaccolta 
delle più importanti collezioni di Laudi umbre ». 

* 
F. Sensi. 

Si passa quindi alla discussione delle varie proposte e 
s' incomincia dalla prima relativa agii Statuti. 

Il prof. Cuturi dimostra la opportunità di rendere com- 
pleta la pubblicazione statutaria facendola precedere dallo 
Statuto del 1279, e ritiene che la Società non debba trovarvi 
difficoltà, essendo cosi vasto il programma delle sue pubbli- 
cazioni. Rileva r importanza e l' interesse che potrà avere 
la stampa integrale di quel testo. Dopo scambio di idee in- 
torno air argomento, si vota sulla prima proposta il seguente 
ordine del giorno : 

« L' Assemblea, udita la relazione del prof. 0. Scalvanti 
sulla preparazione della stampa degli Statuti perugini e il re- 
soconto dei signori Ansidei e Giannantoni intorno ai docu- 
menti della legislazione municipale anteriore alle compila- 
zioni statutarie ; sentite le osservazioni del prof. Cuturi ri- 
guardo al testo del 1279; considerando che conviene dare 
un' esposizione completa di tutto il corpo delle leggi e degli 
ordinamenti statutari fino alla metà del secolo XIV, delibera 
di affidare la preparazione e lo studio della edizione degli 



ADUNANZA DEL IX NOVEMimE MDCCCXCV -ò 

statuti allc'i Presidenza della SocietA e alla Commissione in- 
caricata delle pubblicazioni, seguendo le norme seguenti : 

a) Premettere la raccolta dei documenti integrali che 
in qualunque modo chiariscono la condizione del Comune di 
Perugia, i suoi rapporti fuori della sua giurisdizione e in ge- 
nerale tutti gli atti concernenti la costituzione politica e 
civile del Comune stesso. 

h) Pubblicare integralmente il Codice del 1279 e quello 
del loOf) sul testo volgarizzato nel 1322 preceduti dall'esame 
giuridico, economico e politico desunto dalla suddetta rac- 
colta dei documenti. 

e) Illustrare con brevi ed opportune annotazioni tutto 
ciò che sembrerà più necessario alla storia del giure medie- 
vale, con raffronti sopra gli Statuti editi dei principali Co- 
muni dell' Italia media, e allo svolgimento delle istituzioni 
patrie e delle opere pubbliche. 

d) Far seguire alla edizione un glossario di tutte le 
voci e delle forme dialettali, dichiarandole. 

e) Compiere la pubblicazione con un indice analitico 
generale di nomi, luoghi e cose contenute nella prima e 
nella seconda parte dell'opera. 

f) Accompagnare alla pubblicazione la riproduzione di 
saggi paleografici con facsimili eliotipici. 

g) Consegnare il manoscritto di tutta l' opera completa 
alla fine del triennio della vSocietà, di guisa che non s'abbia 
a intraprenderne la pubblicazione senza la certezza che, 
una volta iniziata, sia portata a compimento. 

h) In omaggio alla memoria dell'illustre prof. A. Fabretti, 
tanto per essere stato il Presidente onorario della Società 
nell'atto della sua costituzione, quanto perchè egli stesso 
aveva già intrapreso la pubblicazione di un volume degli 
Statuti Perugini, sia dedicato questo volume primo di Fonti 
al suo nome venerato e caro ». 

Proseguendo la trattazione della stampa dei Fonti, si di- 



24 ATTI DELLA SOCIETÀ 

scute la proposta per il Regesto di Sassovivo e quindi si 
vota il seguente ordine del giorno : 

« L' Assemblea, considerato che la vetusta Badia Bene- 
dettina di Sassovivo tra i monti di Foligno possiede inedito 
un Regesto di pergamene clie dalla metà del secolo XI 
scendono fino al secolo XV ; che i documenti si riferiscono a 
quasi tutti i Comuni dell' Umbria, a molti Comuni delle Marche 
e del Lazio, e taluni a Roma stessa ; considerando che manca, 
alla storia Umbra un complesso di antichi documenti che 
facciano conoscere le condizioni della regione nei secoli XI 
e XII e che stabiliscano la topografìa di luoghi anche scom- 
parsi ; delibera di commettere alla Presidenza come sopra la 
preparazione di un secondo volume della collezione dei Fonti 
storici che contenga il Regesto di Sassovivo da pubblicarsi 
con i seguenti criteri : 

a) Premettere un' introduzione critica del Regesto, dove 
si tenga conto di tutte le osservazioni di paleografìa e diplo- 
matica, si riassumano i caratteri generali della compilazione 
tanto in riguardo alla storia del diritto come dell' economia 
pubblica, si narrino le vicende dell' Abbazia, discorrendo 
della sua influenza sociale nella regione e fuori e si dia la 
cronologia degli Abati colla riproduzione dei sigilli che a 
ciascun d' essi appartennero. 

h) Riprodurre integralmente tutti i documenti papali 
inediti ed i contratti contenuti nel Regesto, dai più antichi 
fino al secolo XII inclusivo. 

e) Degli altri documenti dal secolo XIII in poi dare un 
Regesto esatto secondo le norme meglio approvate in pubbli- 
cazioni di questo genere, salvo pubblicare per intero quelli 
che sembrassero di suprema importanza. 

d) Far seguire alla raccolta note dichiarative del testo 
e storiche a chiarire luoghi, persone e istituti, nonché una 
illustrazione artistica dello splendido monumento avanzato 
della celebre Abbazia. 



ADUNANZA DEL IX NOVEMIilU: MOCCCXCV 25 

e) Chiudere il volume con facsimili eliotipici, coU'iudico 
onomastico e cronologico e con un i;los.sario di voci non 
comprese nel Du-Cange. 

/') Intraprendere la pubblicazione solamente dopo com- 
piuta la stampa dello Statuto perugino, seguendo le norme 
espresse alla lettera della precedente deliberazione ». 

Finalmente, tenuto conto delle ragioni esposte nella rac- 
comandcizione del Presidente e nella proposta del prof. Sensi, 
per provvedere alla raccolta delle Laudi spirituali e poi alla 
preparazione della Bibliografia storica della regione ; considerato 
in ordine alla prima come il socio prof. Monaci attende di pre- 
sente alla pubblicazione del Canzoniere, si delibera di ufficiarlo, 
come è anco desiderio del socio Sensi, perchè si compiaccia di 
presentare alla Società un disegno per la scelta delle Laudi 
umbre, indicando l'estensione della raccolta per averne ra- 
gione nelle future deliberazioni della Società; e in ordine poi 
alla seconda di invitare la presidenza a fissare in una circolare 
1 termini precisi per una Bibliografia storica generale, asse- 
gnando i confini entro i quali dev' esser compresa e dajido 
il modulo delle schede perchè il lavoro resulti uniforme. 

Esaurita questa parte relativa alla pubblicazione dei Fonti 
storici, il prof. Mazzatinti, delegato a rappresentare la So- 
cietà Umbra al congresso storico di Roma, dà lettura della 
sea'uente relazione : 



A rappresentare la Società nostra al VI Congresso sto- 
rico italiano in Roma furono deleg-ati i soci prof. Leo- 
poldo Tiberi, prof. cav. Torquato Cuturì, conte Vincenzo 
Ansidei, prof. Annibale Tenneroni, prof. Giuseppe Pardi, 
prof. Francesco Pagnotti, prof. Giulio Urbini, marchese 
Giovanni Eroi!, prof. Alessandro Bellucci, prof. Filippo 
Sensi, prof. Oscar Scalvanti, prof. Costantino Fontani, 
prof. Luigi Lanzi; a me fu dato l'incarico, che accettai 
con gratitudine e compiacenza, di riferire al Congresso 
intorno all' opera compiuta dalla Società nel suo primo 



26 ATTI DELLA SOCIETÀ 

auno d' esistenza, ed a quanto è nei suoi voti di com- 
piere per la illustrazione della storia nostra e in adem- 
pimento al cò(npito suo. Neil' aula mag-na della R. Ac- 
cademia dei Lincei il Congresso italiano fu solennemente 
inaug-urato il 21 ottobre, presenti i Reali ed il Principe, 
autorità e rappresentanti degl'Istituti storici e stranieri. 
La g-iusta proposta del prof. Francesco Nevati, che a so- 
stenerla ebbe a compagno il nostro socio prof. Sensi, che 
cioè « nella pubblicazione di antichi documenti sia fe- 
delmente conservato tutto ciò che attiene alla sostanza, 
alla lingua e alla grammatica, e tutti i fatti grafici 
che costituiscono una legge », e che inoltre « la ripro- 
duzione integrale dei testi, cosi latini come volgari, 
sino a tutto il secolo XVI, non sia limitato da distinzioni 
uè di materia uè di scopo, e che per i secoli seguenti si 
restring'a ai casi di evidente necessità » , fu unanimente 
approvata. Giovi ricordare che la prima parte di tale pro- 
posta fu discussa nel quinto Congresso in Genova nel 
1892 (1). Accoglienza favorevole e plauso meritato ottenne 
una erudita relazione del prof. Arturo Galanti sulla con- 
venienza che le trattazioni storiche, « riconosciuto che 
la paletnologia è parte dell'archeologia, tengano ragione 
dei resultati ottenuti da paletnologi coli' indagine della 
civiltà italica preromana ». Dei « provvedimenti da in- 
vocare per la ricognizione dello stato in cui si trovano le 
biblioteche comunali, per promuoverne, ove necessiti, una 
più sicura conservazione e un migliore ordinamento e 
sulla necessità di riordinare e tutelare gli archivi comu- 
nali, degli enti e degl'istituti soppressi, e compilarne gli 
indici», trattarono con singolare competenza e con asso- 
luta opportunità il nostro socio prof. Sensi e il prof. Ora- 
zio Bacci, rappresentante la Società storica della Valdelsa; 
e le proposte loro furono con unanime consenso appro- 
vate. 

G. Mazzatinti, relatore. 

Venendo alla parte dell'ordine del giorno che concerne 
alla gestione finanziaria, un esatto e dettagliato resoconto 
vien presentato all' adunanza dall' Economo signor conte Vin- 
cenzo Ansidei, e procedendosi poi alla nomina di due revi- 



(1) Adunanza del 21 settembre. Cfr. Atti del V Congressso. Genova, 1893, pag. 149 
« segg. 



ADl'XAXZA DEL I\ N(JVEM1JKE Mr>C'CC.\CV 27 

sori del consuntivo^ Lale incarico viene affidato ai soci conte 
comm. G. Battista Rossi-Scotti e i)rof. Ferdinando Fabretti. 

Il Presidente accennando all' articolo dello Statuto che 
concerne le riunioni che periodicamente dovrebbero te- 
nersi in qualche città dell' Umbria, propone che per l' anno 
venturo si designi fin d' ora la città di Spoleto. La proposta 
è accolta all' unanimità e viene stabilito che questa riunione 
debba aver luogo entro il settembre del 1896. 

Tutti gli oggetti all'ordine del giorno sarebbero cosi esau- 
riti, ma prima che l'adunanza si sciolga il socio mons. Ro- 
mitelli domanda la parola: dice che essendosi costituita una 
Società di Storia Patria, sarebbe desiderabile che essa po- 
tesse anche servire di aiuto e di incoraggiamento a quei 
giovani, che si volessero dedicare a questo genere di studi, 
appunto per continuare le tradizioni della scuola del Vermi- 
glioli, del Rossi, del Conestabile e del Fabretti, avviandoli 
allo studio della paleografia e diplomatica. 

Il prof. Scalvanti si dichiara favorevole in massima alla 
proposta del Roraitelli, ma fa d'altro canto osservare che 
essendovi ora in Firenze, a Roma e presso alcuni archivi di 
Stato un corso di paleografia, non è difficile ai giovani volon- 
terosi acquistare nella lettura dei caratteri antichi e nella 
critica diplomatica quella pratica che è indispensabile a 
chi voglia coltivare gli studi storici. Tuttavia è lieto di ri- 
petere quello che già disse al Presidente, avere egli già 
indirizzato su questa via qualcuno dei suoi scolari di Uni- 
versità, e se ne ripromette anche presto qualche buon frutto 
colla valida scorta della dottrina paleografica degli archivisti- 
bibliotecari del Comune. 

Dopo di che il Presidente ringrazia le signore Fabretti e 
r onorevole Sindaco della città di avere onorato di loro pre- 
senza r assemblea, e 1' adunanza è sciolta. 

IL PRESIDENTE 

Il Segretario — L. Giaknantoxi. 



28 ATTI DELLA SOCIETÀ 

SOCIETÀ u:\inRA 

DI 

STORIA PATRIA 



Perugia, 20 novembre 1895. 



Protocollo N. 60 
CIRCOLARE AI SOCI 

Oggetto 

Materiale storico 

(Seconda edizione). 



Illiisfì'issimo Siyuore, 

La Società Umbra di Storia Patria, fondata allo scopo 
di preparare tiua storia critica, certa e severa, non a co- 
modo di parte, ma fatta per rappresentare la vita del 
nostro popolo, pone la base principale dei suoi studi ne- 
gli archivi pubblici e privati della regione. Quindi fin 
dalla prima adunanza del Consiglio direttivo e della Giun- 
ta esecutrice del Bollettino e dei Fonti storici accennava 
ad alcune norme da tenere nella ricerca e nello studio 
della materia storiale, perchè 1' opera comune procedesse 
con metodo uniforme e per via spedita quanto più fosse 
possibile. La qual cosa apparve cosi opportuna, che al- 
cuni soci lontani, tosto che n' ebbero sentore, si affret- 
tarono a dimostrare il desiderio che venisse esposta, in 
una breve circolare a tutti i soci, come una traccia or- 
dinata delle avvertenze da osservarsi per chi intende a 
lavorare sulle fonti. Xè indugio a contentarli, tenendomi 
nei limiti della piìi stretta brevità. 

E perchè non di rado avviene che chi si mette per 
la prima volta a tale onorata impresa incontri un grave 
ostacolo nel disordine in che trova gli archivi, e sgomento, 
come chi non sappia da qual parte rifarsi, si senta forte 
tentato di ritrarsene ; ovvero, superate anche le prime 
difficoltà, metta mano a dare alle carte un assetto, e nel 
corso del lavoro accortosi del poco profitto che ne ricava, 
provando e riprovando, non mai abbastanza soddisfatto, 
perda un tempo prezioso ; così a spianare 1' aspro cam- 
mino, credo utile indicare quella che a me sembra la mi- 
glior guida per un riordinamento razionale e facile degli 
archivi comunali. 



CIRC'OLAUE AI SOCI 



29 



A mio avviso, e per V esperienza eli vari anni negli 
archivi di Stato toscani, prima di dar opera ad un la- 
voro di tal g-euere, è necessaria una cog-ni/.ione della 
storia del Comune o dell' istituto, cui 1' archivio appar- 
tiene. Potendo, dovrebbesi studiare attentamente lo sta- 
tuto, perchè la nozione fosse più sicura. Dag-li statuti si 
apprende la forma del reggimento ptxbblico ; e dove le 
riforme sono copiose e complete, si ha la storia delle di- 
verse trasformazioni del governo nelle nostre piccole re- 
pubbliche. Di qui si vede quanto lume viene per essi alla 
conoscenza delle carte. Inoltre g-li statuti accolgono in 
sé tutta la vita del Comune, e non v' ha istituzione pub- 
blica che ivi non sia accennata, dando essi la chiara e 
precisa designazione della natura ed estensione degli of- 
fici e di tutti i rami della amministrazione che compon- 
gono 1' organismo comunale. E perchè questo organismo 
risulta di tre parti principali, civile o politica, ammini- 
strativa e giudiziaria, vien bene la partizione generale 
delle carte in questi tre grandi gruppi. Difatti è natu- 
rale che chi prende a studiare la storia di un luogo, in- 
tesa che ne abbia 1' antica sua costituzione (Statuti, Ri- 
forme, Carta, Costituto, ecc.^ passi a conoscere il lento 
e graduale svolgimento della sua vita politica nelle de- 
liberazioni del corpo legislativo (Consigli di credenza, 
MINORE, GENERALE^, e negli atti del corpo esecutivo (Con- 
soli, Priori, Anziani, dai quali vengono le Commissioni, 
i Mandati le Legazioni, le Belazìoni interne ed esterne, 
dove entra anche il carteggio) e in quelli di tutti gli 
altri ufficiali dipendenti (di Custodia, di Guerra, di Sa- 
nità, d' Istruzione pubblica e di Lavori pubblici) ; 
quindi venga alle forze produttive (Gabelle, Preste, 
Catasti, e Uffici di entrata e d'uscita); e per ulti- 
mo ricerchi le sue azioni morali negli uffici giudicanti 
in civile e criminale (Potestà, Capitano di popolo, Ca- 
pitano DI GUERRA, Magistrati di giustizia, Corti di 
Assessori, Giudici e Collaterali, ecc.). 

Ognuna di queste grandi divisioni si parte in serie, 
e ogni serie si pone in ordine di dipendenza dall'ufficio 
principale, dando ad ogni codice e ad ogni carta la sua 
collocazione per cronologia rigorosa. 
Questo per i codici e per le carte. 
Per le pergamene si usa una distinzione e una clas- 
sificazione separata. 

Le pergamene si conservino arrotolate, e nel dorso ri- 
producano la data (anno, mese, giorno e indizione). 



30 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Dall' ang-olo destro, in alto della pergamena, si farà 
pendere nn cartellino cucito, che lasci subito scorg-ere la 
data che ivi verrà ripetuta. Si collochino, così arrotolate, 
sopra un piano orizzontale di un armadio o scaffale a 
più ordini di palchetti, e ogni palchetto abbia divisioni, 
di venti o più anni, secolo per secolo, e ivi si dispong-a- 
no per ordine cronolog-ico : così le pergamene saranno, 
ad ogni bisogno, subito a mano. La distinzione che al- 
cuni fanno di bolle pontifìcie, di diplomi imperiali e regi, 
di atti più solenni, è sempre a carico del servizio e del 
concetto razionale dell'archivista, come la classificazione 
che altri fa per materie, per provenienze, per destinazio- 
ni, e per fino (pur troppo ancora si usa!) per autografi. 
Per l'archivista tutte le carte hanno uno stesso valore, 
o che rechino la sottoscrizione di un gran sovrano o di 
un oscuro notaro : — perchè dove uno non è attratto dal- 
l' importanza storica, s'appaga della lingua; e mentre 
uno indaga le ragioni che motivarono i grandi fatti nei 
documenti officiali, un altro desume dalle cifre di un 
obliato registro di dare e d'avere le condizioni stesse di 
un popolo. — Quindi di tutte le carte abbia la stessa cu- 
ra, cioè di conservarle, di inventariarle e di spogliarle. 

Per gli inventari, quello pubblicato per l'Archivio di 
Stato di Lucca può dare un saggio dei migliori che fin 
qui siensi fatti. 

Per gli spogli dei singoli documenti, dei quali è ne- 
cessario avere tutta la sostanza e l'estratto di tutti i no- 
mi dei luog'hi e delle persone nella loro originale lezione, 
si può j^rendere norma dal Eegesto dei Capitoli del Co- 
mune di Firenze compilato dall'illustre comm. Cesare Gua- 
sti, di cara memoria. Per i documenti di corrispondenza 
epistolare, dove la copia sia grande, basterà, per ora, una 
breve notizia di nomi, di luoghi e di date a somiglianza 
della pubblicazione della Soprintendenza degli archivi 
Toscani : Le Carte Strozziane del R. Archivio di Stato in 
Firenze (vedi Archivio storico Italiano, serie IV, disp. 2*, 
dell' 85 e seguenti). 

Finalmente una parola di consiglio circa il metodo 
nella trascrizione e nella stampa dei documenti. Ricordo 
qui come nel Congresso storico di Genova si lamentò che 
in Italia non si fosse ancora raggiunta unità di metodo. 
Notevole fu la trattazione del IV tema sulla uniformità 
da tenersi da tutte le Società e Deputazioni storiche nel 
pubblicare documenti medievali. Il prof. F. Gasparolo di 
Alessandria ne riferì con competenza di scienziato, e il 



ellU'oLAUE AI SOCI .'il 

prof. Paoli, (la ([Uc! valente che ej^li è in tutte le (que- 
stioni (li paleo^Tatìa e diplomatica, concluse ])roponendo 
alla apjirovazione del Con<4resso che urlld jjKhblkdzione 
degli antichi documenti sia conservato fedelmente tutto 
ciò che attiene alla sostanza, alla lingua, alla gramma- 
tica, e tutti i fatti grafici che costituiscono una legge Fer- 
mo (piesto principio g-enerale che risponde alle vere esi- 
g-enze della scienza storica, mi ero già permesso di cou- 
sig-liare più particolarmente, al confronto dei casi a noi 
Umbri più noti, che se è buono per i documenti più an- 
tichi adottare un sistema rigoroso, per i meno antichi 
fosse tollerabile una moderazione nella riproduzione iu- 
teg-rale di tutte le forme grafiche. 

Il nostro compianto Adamo Rossi si attenne sempre 
alla più rigida osservanza, permettendosi appena di scio- 
gliere le sigle e i nessi. Invece il nostro Ariodante Fa- 
bretti, d' illustre e lacrimata memoria, amò spaziare in 
una certa libertà. Faceva distinzione fra V e U, secondo 
il suono richiedeva. Dava le maiuscole ai nomi propri e 
alle parole dopo il pxinto, e della interpunzione moderna 
si serviva per agevolare ai lettori quel retto senso del- 
l' atto che egli prima di juibblicare aveva ripetutamente 
studiato a vantaggio degli studiosi. 

Ma dacché i nostri studi danno un grandissimo sus- 
sidio ad altre scienze e specialmente alla linguistica e 
alla dialettologia, che hanno fatto e fanno tuttodì gran- 
dissimi avanzamenti, il Congresso storico di Eoma ha 
raccomandato a proposta del prof. Novati e del nostro 
prof. Sensi, l'integrale riproduzione della lettera dei testi 
di qualsivoglia specie, in modo che le pubblicazioni jìos- 
sano servire di base sicura ad ogni forma d' indagine 
scientifica. A questo precetto conviene attenerci rigoro- 
samente, per evitare che uno stesso documento si veda 
a i50ca distanza di tempo riprodotto in differente maniera, 
a correggere il capriccio o lo scopo di un solo studioso 
per il punto di vista suo peculiare. 

Ai giovani che chiedessero un avviamento per la let- 
tura dei codici e per acquistare la critica necessaria, ri- 
cordo le pubblicazioni seguenti: 

Archivio paleografico italiano, voi. 1°, Miscellaneo, fasci- 
coli I, II, III, Ftoma, 1882 88, in f.°, voi. IL — Mo- 
numenti paleografici di Roma, fase. I, Roma, 188i, 
in f.° (sotto la direzione dei professori Monaci e Paoli) 
— Eliotipia. 



32 ATTI DELLA SOCIETÀ 

Carini — Sommario di paleografìa — Appunti per la 
scuola Vaticana — Roma, 1888, in 8". 

Gloria — Compendio delle lezioni teorico-pratiche di pa- 
leografia e diplomatica, Padova, 1870, in 8°, con atlante. 

Paoli — Programma scolastico di paleografia latina e 
diplomatica, I ; Paleografia latina (2* edizione), Fi- 
renze, 1888, in 8«. 

Lupi — Manuale di paleografia delle carte, Firenze, in 4°. 

POLiGOTTi — Nozioni di paleografia con tavole illustra- 
tive del carattere notarile dei secoli XIV al XVII, 
Roma, 1892. 

Prou — Manuel de paléograpliie latine et francaise du 
VI^ au X Ville siede sitivi cV un dictionaire des abré- 
viations avec 23 fac-similiés en jyhototypie, Paris. 

Compiuta alla lesta questa sommaria istruzione, altro 
non mi rimane che ringraziare tutti i soci, cui è piaciuto 
darmi prova della loro benevola deferenza. Starò atten- 
dendo dalla loro operosa dottrina quei frutti di maturo 
sapere che ognuno ha diritto di aspettarsi. La viva sod- 
disfazione con che è stato accolto da ogni parte l'an- 
nunzio della nuova Società storica, ci conforti ad intra- 
prendere il grave compito dei lavori con coragg'io, e ci 
animi a proseguirli con costanza. 

L' Umbria, che nella storia politica nazionale del me- 
dio evo ha saputo dare esempi fortissimi e gloriosi, e si 
è acquistato un gran posto nella rinascenza delle arti, 
non deve rimanere seconda nella gara delle altre regioni 
intese ad illustrare il passato. Studiando la forma intima 
delle antiche istituzioni, troveremo il segreto della forza 
del nostro popolo, del valore dei nostri capitani, della 
grazia squisita de' nostri artisti, e affretteremo il com- 
pimento della storia nazionale, che sarà compiacenza e 
insieme ammonizione per i futuri. 

Il Presidente 
LUIGI FUMI. 



CIRCOLARE AI SOCI 33 

SOCIETÀ UM15R.V 

1)1 

STORIA PATRIA 

Perugia, 20 novembre 1805. 
Protocollo N. 61. 
CIRCOLARE AI SOCI 

Oggetto 

Bibliografia storica 



Egretjìo collega, 

Neil' Assemblea generale dei soci riunita in Perugia 
addi 9 corrente, il sottoscritto per dovere dell' ufiBcio af- 
fidatogli si fece a presentare e svolgere partitamente al- 
cune proposte per lavori collettivi da pubblicarsi nei Fonti 
storici, le quali proposte discusse e approvate vanno già 
studiandosi con amore per mandarle quanto prima si 
potrà ad effetto. Per ciò che concerne la compilazione 
della Bibliografia storica regionale, l'Assemblea, non dis- 
simulandosi la gravità e la difficoltà grande di colesta 
compilazione non solo per evitare l'eccesso dei difetti, onde 
siffatte opere non si scompagnano, ma per dare una certa 
uniformità di metodo, invocata generalmente dagli stu- 
diosi, incaricava la presidenza di indicare un sistema di 
compilazione a norma de' soci che vi si volessero appli- 
care. 

Xon tardo a tenere l' invito, persuaso che a por mano 
ad opera grande, come è questa, si richiede lungo spazio 
di tempo e convenga affrettare, senza lasciarci prendere 
dag-li sgomenti che non servono se non a ritardare e 
sciupare i buoni propositi. 

Parlare della utilità di una Bibliografia storica, anzi 
della sua assolvita necessità, torna inutile agli studiosi. 
Bene avvertiva il C a n t ù che se prima di accingersi ad 
un' opera, si conoscessero tutti quelli che già vi si ado- 
perarono, non si vedrebbe sciupare forze, tempo, ingegno, 
spese a rifare il fatto e si terrebbe il proposito di dare 
sempre un passo avanti {Arch. St. Ital., serie IV, t. I, 
p. 141). Molti trattarono della convenienza di compilare 
le Bibliografie storiche regionali, e vari tentativi si fe- 

3 



34 ATTI DELLA SOCIKTÀ 

cero e più poderose opere sono iu corso di stampa. 'L'I- 
stituto storico italiano il 5 aprile 1886 riconosceva infatti 
la grande importanza delle Bibliog-rafie storiche regionali, 
ma rimandava « quell' opera colossale a tempo più op- 
portuno, lasciando per ora alla iniziativa delle Deputa- 
zioni e Società di storia patria il provvedervi coi mezzi 
loro propri, a tanto miglior ragione che già alcuni soci 
di esse vi si posero con grande amore » {Bollettino del- 
l' Ist. stor. ital., IV, I, p. 52). 

Quanto malagevole sia questa impresa ognuno lo com- 
prende. Non si può dire che abbia nemmeno ricevuto fin 
qui una serie dì precetti che soddisfino a tixtti i bisogni, 
appaghino tutte le ricerche e contentino tutte le esigenze. 
Da qual punto ci si abbia a muovere e fino a qual li- 
mire giungere sembra controverso. Qual sistema adot- 
tato nel catalogo, se cioè si debba registrare per crono- 
logia per alfabeto o per materia è ancora discusso. La 
estensione da dare all' opera è certamente il nodo più 
difficile a sciogliere. Certamente il più agevole di tutti i 
sisteini e più spedito è quello di attenersi a catalogare 
le opere che parlano di storia propriamente detta. Ma si 
comincia a dire: di quale storia ? La medievale sola, come 
quella che più direttamente occupa 1' attenzione delle So- 
cietà, secondo i decreti che regolano il fine per ciii fu- 
rono istituite nello studio della storia patria ? vera- 
mente anche l'antica e la moderna? E se queste parti- 
zioni di epoche sono fatte a comodo, se la storia non 
possa conoscersi studiata monca e fatta a brani, ma debba 
abbracciarsi tutta intera, perchè non si avrà a compren- 
dere in tutte e tre le epoche ? E allora, quella scienza 
che precedendo le epoche testimoniate dalle scritture e 
dalle tradizioni orali trova i suoi argomenti e le sue de- 
duzioni nel seno della gran madre, la terra, e l' altra per 
la quale quando non si hanno viventi da esaminare, uè fos- 
sili da scrutare, negli elementi glottologici si vanno investi- 
gando le origini e le agnazioni, i costumi e gli usi dei padri, 
dovranno essere lasciate in disparte ? Se una volta poteva 
immaginarsi una bibliografia storica circoscritta dentro i 
limiti più ristretti della parola, oggi per il nesso che 
tutte le epoche hanno fra loro a partire dalle cosidette 
IDreistoriche, pare conveniente doversi rifare dalla paleoet- 
uolog'ia e dalla linguistica per giungere ai tempi ar- 
cheologici e da questi passare ai medievali e ai successivi. 
I progressi che ha fatto l'etnologia hanno innalzato la 
storia sempre più al grado di scienza, spostando le teorie 



CIUCOLAKK AI SO("I 



dei filosofi della storia, come Vico e Ta-^ano, Schlegel, 
Hegel e Miller, e per cousegueuza essa deve comprendere 
e chiarire tutto il i)assato. Le spiegazioni di tutto il pas- 
sato devono precedere la politica, e poiché ogni fatto è 
storia, la bibliografia non sarà completa se non riassuma 
tutto il movimento degli intelletti in ogni ordine di latti 
a qualunque ramo del sapere sieusi rivolti. Quindi siamo 
condotti ad inventariare tutte le forze vive e morte della 
regione. Epperò giustamente Giovanni Sforza prendeva a 
trattare il tema degli scrittori italiani in un cong-resso 
storico italiano, e precisamente nel V cong-res^o tenuto 
in Genova, svolgendo il suo argomento, otteneva che la 
Commissione incaricata dell'esame preliminare, ne rife- 
risse favorevolmente, e il barone .Mainio « con quella 
chiarezza propria degli uomini che sono competenti ed 
esperti nella materia di cui discorrono », come disse il 
presidente Boselli, proponesse le sue assennate conclusioni 
{Atti del quinto congresso storico italiano, Genova, 1898, 
p. 116, 130 e segg.). 

Per la qual cosa ci sembra dover proporre la Biblio- 
grafia storica e la Biografìa insieme degli scrittori umbri, 
dove si leggano i titoli di tutte le opere a qualunque 
argomento attinenti, cosi alla storia della natura, come 
alla storia degli uomini della nostra regione attuale ; ed 
eziandio di tutti (luelli scrittori che nati, educati o vis- 
suti qui hanno dato opere a stampa, si diano sommarie 
e precise notizie biografiche. 

Con questo avremmo accennato alla estensione del 
nostro vasto disegno. Ora è da dire qualche cosa del me- 
todo 'più opportuno a dargli forma. 

Sarebbe ozioso investigare se convenga compilare tanti 
cataloghi quanti sono Comuni o se invece venga bene 
riunire gli scrittori in un catalogo solo, quando la storia 
d'Italia è di natura sua essenzialmente comunale e le 
regioni sono state solamente di fresco ristrette o allar- 
gate, obbedendo, più che a' criteri storici, ad opportunità 
d' indole amministrativa. La storia avrebbe reclamato per 
r Umbria una più vasta zona di territorio italiano che 
oggi non racchiuda: quindi pare che ogni Comune del- 
l' Umbria attuale meriti un catalogo distinto dei suoi 
scrittori, salvo poi, ad opera compiuta, riunire in vari 
indici gli scrittori con gli opportuni richiami. 

Come si abbiano a collocare, Comune per Comune, 
gli autori, è cosa più ardua. Non si esce dai tre me- 
todi accennati, cronologico, per materie e alfabetico. Ma 



ìiQ ATTI DELLA SOCIETÀ 

nessuno dei tre va immune da difetti. Chi studia un ar- 
g-omeuto vorrà andare alla pesca di ciò che fa per lui in 
un indice dove trovi a fior d'acqua 1' autore che lo tratta: 
ma non sempre è dato ben disting-uere la materia conte- 
nuta in un libro, potendo esso appartenere a più classi- 
ficazioni scientifiche e venire collocato là dove non accada 
trovarlo. Il cronologico non può essere a rigore osser- 
vato ; r alfabetico non è fatto certamente per far guada- 
g'nare tempo a chi avesse fretta di spacciarsi, oltreché 
non tutti i libri vi troverebbero posto per nome di autori, 
dove sieno gli anonimi. Il sistema da preferire sarebbe 
quello che eliminando i difetti di ciascuno, si giovasse 
de' vantaggi che offrono gli altri. L' indice per materie 
è senza dubbio il migliore, perchè permette collocare gli 
autori sotto gli argomenti speciali da loro trattati, e col- 
locarli cronologicamente, senza rinunziare all' ordine al- 
fabetico, che può venire come sussidio ultimo nell'indice 
posto in fine. In tal modo ogni argomento si avrà l'e- 
lenco degli scrittori disposti per ordine di tempo e la bi- 
bliografia sarà storica di per sé stessa per ogni soggetto. 

Venendo alla pratica, la nostra bibliografia sarà ge- 
nerale e particolare, distribuita in tante classi quanti 
sono i gruppi delle materie messe a catalogno. In molti 
casi classificare, frazionare e suddividere torna utile, 
perchè dove il numero delle opere soverchia, lo studioso 
divaga e perde il fine per cui ricorre alla raccolta. Ma 
se questo sistema delle partizioni e delle ripartizioni av- 
vantaggia da una parte, dall' altra scapita e nuoce alla 
economia del tempo e dello spazio. A non molti gruppi 
sarebbe da distendersi, e la suddivisione dei gruppi ri- 
serbata ai casi di una letteratura sovrabbondante. 

Il sistema più comunemente usato dai bibliografi nel 
designare i gruppi, indicato dal Garnier e messo in pra- 
tica dal Martin e dal Barbier, è di dividere gli autori in 
cinque classi : teolog'ia, giurisprudenza, scienze ed arti, 
belle lettere e storia. Il Fortis d' Urban non fece che 
invertire 1' ordine. Ma questo è un sistema più proprio 
delle Bibliografie generali. Per le particolari e regionali 
g'ioverà allarg-are il riparto, e al caso nostro sembrami 
che si potrebbe stabilire nel modo seguente : 

I. — Storia tjencrale l'tnbra. 

1. Topografia ed etnologia. 

2. Dialettolog-ia. 



CIRCOLARE AI SOCI 37 

3. Archeologia : 

a) Monmneuti, 

b) Musei e collezioni. 

4. Agiografia o storia religiosa. 

II. — storili 2>">'tir<)hire ilei Comuni, 

1. Topografia ed etnologia. 

2. Dialettologia. 

3. Archeologia : 

a) Monumenti, 

6) Musei e collezioni. 

4. Agiografia o storia religiosa : 

a) Santi e reliquie, 

b) Chiese e istituti religiosi. 

5. Storia civile : 

a) Storie, 

b) Monografìe, 
e) Guide, 

d) Giornali. 

6. Amministrazione ed economia, 

7. Legislazione — Giustizia. 

8. Industria e commercio. 

9. Arti e mestieri. 

10. Previdenza. 

11. Beneficenza e soccorso. 

12. Istruzione ed educazione. 

13. Ricreazione. 

14. Edilizia. 

15. Arti decorative. 

16. Genealogia e biografia. 

III. — Scritini-i locali ili cose iion. itttiiietiti all'Umbria. 

1. Teologia. 

2. Giurisprudenza. 

3. Scienze. 

4. Arti. 

ó. Letteratura. 
6. Storia. 

Articolo per articolo segnato sotto la sua classe avrà 
il numero d' ordine — il nome dell' autore — il titolo — 
l'editore, l'anno, il formato, il numero delle pagine. Po-_ 
tendo, avrà un cenno brevissimo della biografìa dell' au 



o8 ATTI DELLA SOCIETÀ 

tore. Dove il libro sia miscellaueo o possa considerarsi 
tale, recherà l' indice dei capitoli. L' edizione più antica 
sarà posta in principio e cosi per ordine cronolog-ico tutte 
le altre. Se il libro è anonimo si noterà con due linee =, 
se è pseudonimo con un asterisco, ponendo fra due pa- 
rentesi quadre [ ] il nome accertato. I predicati nobiliari 
e relig-iosi si porranno entro parentesi comuni immedia- 
tamente dopo il cognome, e cosi i cognomi preceduti da 
Di, Da, De, Del, Jm, San. 

Queste le linee generali dell' opera, la quale per es- 
sere di sua natura assai complessa, potrà man mano che 
il lavoro procede incontrare nel suo disegno quelle va- 
riazioni che si riconosceranno più opportune. Stabilire 
precetti sicuri e criteri fìssi in questo caso non si può 
tanto facilmente; e l'illustre barone Manno alla distanza 
dal primo al secondo volume della sua grandiosa opera 
ci avverte che « postosi all'ordinare la Bibliografia locale 
senza mutare i primi criteri, ne allargò i limiti, esten- 
dendo le ricerche, moltiplicando le notizie, ampliando il 
disegno dell' opera e la portata del libro » (Bibliografia 
storica degli stati della Monarchia di Savoia, Torino, 
1891, voi. II, p. 7). 

Del resto, che lavori di questo genere non possano 
avere la pretesa di riuscire mai completi è cosa a tutti 
ben nota, e noi non possiamo pretendere di certo di fare 
tentativi che soddisfino tutti. Quei soci che si sentono 
bene disposti a mettersi a tanta fatica, potranno applicar- 
visi senza indugio, avendo presenti più che queste povere 
parole gli esempi dei Jahresberichte der GeschicMwissen- 
cìiaft, del Merkel per il sag-gio del 1885-91 e sopratutto 
del barone Manno per la Bibliografia storica degli stati 
della Monarchia di Savoia. La presidenza si j^ropone di 
procurare dalla raccolta del conte Mazzucchelli le copie 
di elenchi e di schede conservate nella Vaticana dei sin- 
goli luoghi dell' Umbria. Per ora non occorre che i com- 
pilatori si perdano a collocare gli autori in gruppi di 
materie, essendo questa un' operazione da riserbare per 
ultimo. Quello che di presente si richiede è la compila- 
zione delle schede, distese su fogliolini separati in carta 
ben consistente e con tutti i quattro margini rifilati a 
macchina per aversi più facilmente a mano. La scheda 
conterrà con perfetta precisione le indicazioni, di cui si 
è detto sopra. Compilate che siano le schede in buona 
quantità, saranno trasmesse alla presidenza insieme ad 
una nota delle opere e delle collezioni scientifiche e let- 



CIRCOLARE AI SOCI 



:)D 



terarie consultate per detta compilazione, affinchè quelle 
opere e quelle collezioni che il conipilatore per avventura 
non avesse tutto l'ag-io di avere tra mano possano essere 
esaminate dalla presidenza, che così si assume la revisione 
e la uniformità di ogni singola bibliografia. Nuovamente 
poi i compilatori avranno sotto mano le loro schede, come 
quelli che stando sul luogo sono messi in grado di por- 
tarvi sempre nuovi miglioramenti fino al momento della 
stampa. Esaurita che sia un giorno l'opera di tutti sulle 
parziali biblio-biografìe, e finite di stampare, un volume 
di indici tripartiti le abbraccerà tutte in un sol corpo. I 
supplementi che di anno in anno si potranno pubblicare 
emenderanno gli errori e le omissioni e terranno al giorno 
la bibliografia e ne faranno manifesta la somma utilità. 
Chi sentendo vivissimo 1' amore per la nostra regione 
e per ì nostri studi e a cui sa male che ciò che per al- 
tri fu intrapreso da noi non siasi per anco tentato, si 
consacri a tanto lavoro, continuandolo con costanza e 
con semplicità, nò lo distolga la natura ingrata di esso, 
arida e interminabile. Giova qui ripetere le sapienti 
parole del barone Manno : « La lode, il merito, gli onori, 
le mercedi vadano pure agli autori che disegnano a 
grandi linee e scolpiscono ricordi monumentali : ma non 
disprezziamo la scienza sminuzzata, 1' entomologia della 
storia. La storia togata ama il genio \ se però non 
è sorretta dalla erudizione, rischia d'inciampare nei 
fossi, come 1' astrologo della favola. I prolegomeni, i 
paralipomeni della storia non sono che compito di faticanti 
di criterio, essi però servono a quella perfetta informa- 
zione, senza la quale non si può erigere un monumento 
storico definitivo, che non sia o per malizia o per pas- 
sione per imperizia o per debolezza una perpetua co- 
spirazione contro la verità » . (Manno, op. cit., voi. II, p. 10). 
Non ci sgomenti la difficoltà dell'impresa, se sappiamo 
che il Le Clerc, uno degli uomini più dotti del secolo XVI, 
critico paziente e accurato, potè confessare la sua defi- 
cienza in lavori di tal fatta. Siano ingrati, siano difficili, 
siano lunghi, noi li vorremo intraprendere, perche som- 
mamente necessari ; e la posterità ce ne sarà grata. 

La S. V. si compiaccia di darmi un cenno di risposta 
perchè la presidenza sappia da ehi può attendere inco- 
raggiamento e speranze alla presente collaborazione. 

Il Presidente 
LUIGI FUMI. 



41 



LA VITA 

DI 

ANGELO GER ALDINI 

SCRITTA 

DA 

ANTONIO GEHALDINI 



L'antico manoscritto della vita di Angelo Geraldini che 
ora, finalmente, m' induco a consegnare alle stampe, anche 
in ossequio alle calde e gentili istanze del nostro egregio 
presidente comm. Fumi, restavasi da gran tempo sconosciuto 
e negletto presso un mio parente. Rinvenuto a caso, parve 
pervenire nelle mie mani affinchè, pubblicandolo, fosse riven- 
dicata dall'ingiusto oblio la memoria illustre di quel Ve- 
scovo di Sessa, che come guerriero e come diplomatico, 
tanto s' adoperò per la prosperità della Chiesa e dell' intera 
società, che divenne una delle più belle glorie dell' Umbria. 

Ritrovai dappoi nella Vaticana una copia in tutto con- 
forme a questo medesimo manoscritto, contrassegnata col 
n. 6940, e dopo averne fatta accurata disamina, mi avvidi 
non essere il nostro che una trascrizione fatta su quell'esem- 
plare stesso in miglior forma. Del resto, se questo impor- 
tante codice cadde nella totale dimenticanza del secolo no- 
stro, era però ben cognito ne' tempi andati. Onde Cesare 
Orlandi {Delle città cV Italia, t. II, Perugia, 1772) ragionando 
degli uomini illustri di Amelia, attesta aver dettata Anto- 
nio Geraldini la vita di suo zio Angelo, che trovavasi 
ancora manoscritta. E se attentamente si riscontri (luel 



42 B. GEU ALDINI 

tanto che scrisse l'Ughelli {It. sac, t VI, Venetiis, 1720) 
relativamente al trigesimo vescovo suessano Angelo Ge- 
raldini, si rileverà ben tosto non aver egli fatto che un 
ristretto, abbastanza esteso, di questo stesso manoscritto, 
ritenendone sovente le stesse frasi e le stesse parole. Ma in- 
tanto dall' essere così rimasto dimenticato avvenne che di- 
menticati fossero ancora i fatti in esso narrati, e quindi 
dall'età nostra, proclive anche troppo ad encomiare, Angelo 
non potè riportare i ben meritati onori, ancorché tanti 
titoli avesse all' ammirazione e alle lodi di tutti i tempi 
come quegli che, al dire dello scrittore della sua vita, figura 
fra i più grandi personaggi dell'epoca sua. Pur nondimeno, 
a lode del vero, devo aggiungere, come l' esimio autore delle 
critiche osservazioni sopra i punti controversi nella storia di 
Colombo (Lazzeroni, C. Colombo, osserv. crii., Milano, Treves, 
1893) avuto il destro di ragionare dei due fratelli Geral- 
diui, principali suoi cooperatori all' immortale impresa, e 
scoperte ancora nella Barberiniana memorie inedite sopra 
Angelo loro zio, non potè a meno di non consacrare a tan- 
t' uomo una splendida pagina che si legge nella appendice II 
del libro primo, lasciando a me la ben gradita cura di il- 
lustrare le gesta di lui e degli altri illustri antenati. Mi credo 
quindi in dovere di rendere all' egregio scrittore le più vive 
grazie ed attestargli somma e perenne gratitudine, non 
tanto per la stima, di cui, senza mio merito, si compiacque 
onorarmi, quanto pei solenni e giusti encomi tributati cid 
Angelo, che qual sole risplende nella famiglia Geraldini. 

Del resto, nutro ferma speranza che la presente pubbli- 
cazione;, mentre porrà in chiaro le qualità di Angelo Ge- 
raldini, non lievemente gioverà all'intelligenza della storia 
del secolo decimoquinto, diffondendo molta luce sugli avveni- 
menti, di cui fu gran parte, per essere stato quasi sempre al 
fianco di ben cinque pontefici e per averne compite molte rile- 
vanti e difficili missioni. Godè tutta la fiducia ed intimità degli 
Aragonesi tanto del reame di Sicilia, quanto di Spagna, e di- 



l 



VITA DI ANCIEI.O CKUALDINI 43 

sbrigò, per essi, affari della più alta importanza sempre con 
prospero successo. 

Le cose di lui sono narrate dal nepote Antonio, il quale 
sin dalla più verde età, a quanto lo stesso ci assicura, es- 
sendo stato compagno dello zio ne' suoi viaggi, da lui me- 
desimo ne apprese i particolari e con tutta fedeltà li registrò 
per trasmetterli ai posteri. Senonchè, 1' egregio scrittore, 
cosa veramente deplorevole, riportava gli avvenimenti della 
sua vita sino al 31 genuciio 1470, laddove Angelo se ne mo- 
riva ai 3 d'agosto 1486. Così in questo manoscritto non si 
parla degli ultimi sedici anni del viver suo, il periodo, a 
mio credere, più splendido delle sue imprese. Sembra che 
11 biografo non volesse lasciare incompleto il suo racconto e 
Intendesse di protrarlo sino tiUa morte: per questo si nel codice 
Vaticano, che nel nostro, si vedono in fine tre carte in bianco, 
per registrarvi, forse a suo tempo, il resto; ma impedito da 
tante e gravissime cure presso la corte di Spagna e sorpreso 
dalla morte tre anni appena dopo lo zio, non potè dare ef- 
fetto a quel disegno. 

Ciò non ostante, siamo fortunatamente in grado di col- 
mare questa infausta lacuna. Nel codice XXXII delle Mi- 
scellanee n. 103, p. 119 della Barberiniana si ritrova un pre- 
zioso manoscritto intitolato « De Viris Geraìdinis », ove (men 
diffusamente però che nel nostro) narrasi per intero la vita 
del vescovo Suessano. Quantunque anonimo, pure e dal Ja- 
cobilli {Bibìlotheca Umbria, Fulginae, 1685) e dall'Orlandi ci 
viene assicurato esserne autore Onofrio Geraldini de' Cate- 
nacci quello stesso che pubblicò l' itinerario del suo prozio A- 
lessandro vescovo di S. Domingo; quello stesso che Prospero 
Mandosi nella sua Bihììotheca Romana (Romae, 1682-92), Cent. 
VI, n. 99, chiama oiriim notisslmum, qui totiis in expìicandis anti- 
quitatibus fiiit. Possessore quale si dimostra d'importanti me- 
morie relative alla famiglia Geraldini, senza dubbio pervenute 
in sua casa coli' eredità dì Onofrio del fu Riccardo Geraldini e 
Cecilia Busitani, questo valente scrittore fu certamente in. 



41 B. GER ALDINI 

grado di raccórre tutte le notizie risguardanti la vita dì 
Angelo, suo parente; notizie, a cui senza riserva di poi s'at- 
teneva il medesimo Ughelli nell' opera sopra citata. Quindi 
niun ragionevole dubbio può insorgere sulla veracità di que- 
sto illustre scrittore; e cosi da lui potremo conoscere inte- 
ramente la vita di Angelo, supplendo con ciò a quanto 
manca nel codice nostro. Noi pertanto aggiungeremo gli ul- 
timi sedici anni della vita di lui, togliendone da tale suo 
scritto le notizie che trascriveremo colle parole dello stesso 
biografo. Renderemo anche queste di pubblica ragione, af- 
finchè si possa rilevare il carattere di queir Angelo Geral- 
dini, il quale nella sua morte fu pianto universalmente, a ca- 
gione degli alti suoi meriti, e ritenuto per uno degli uomini 
più eminenti del suo tempo. Lo attesta il Gamurrini nella vita 
di lui (Fam. noh. di Toscana e Umbria, t. Ili, p. 170). Possiamo 
essere indulgenti al nostro Antonio se preso d'entusiasmo 
per il suo antencito, si lasciò andare a quelle enfatiche espres- 
sioni, con le quali chiude il suo scritto, dove certamente non 
fa difetto la retorica : « Debent igitur Geraldini Oliviferi, Ame- 
« rini, Umbrique omnes Angeli nomen celebrare; ad nepo- 
« tum memoriam honoratum sanctumque deducere, ut As- 
« sirii Ciri, Persae Darii, Aegyptus Ptolomaei, Romani Cae- 
« saris nomen servarunt et ut numen coluerunt ». 

Frattanto credo non inopportuno premettere qualche 
notizia sullo scrittore di questa biografia, voglio dire. di Anto- 
nio Geraldini. Quanto saremo per dire lo abbiamo desunto 
anche da Onofrio Geraldini, dal Gamurrini e da altri accre- 
ditati scrittori. Dunque poche parole intorno a lui (1). 

In Amelia, antichissima città dell' Umbria, verso la metà 
del decimoquinto secolo ebbe Antonio i suoi natali da Andrea 



(I) Così Antonio al n. 95 : « Gratiosa maior natu nupsit Andreae Geraldini lo- 
hannis, concivi optimo, ex quo quatuor habuit lìlios, praeter ine ìnìnimum ». Se il 
Gamurrini e 1' Orlandi ed altri liiografì che parlarono di lui avessero avuto sott' oc- 
chio questa sua irrefragabile testimonianza suir origine paterna di se stesso, non a- 
yrebbero al certo detto esser lui liglio di Andrea del Sognale ed in ossequio dello 



VITA DI ANGELO (lEllALIMXI 45 

Geraldini di Giovanni e da Graziosa di Matteo Geraldini (1). Sino 
dai suoi più verdi anni attese con grande profitto alle belle 
lettere sotto Grifone amerino, uomo peritissimo nella lette- 
ratura, onde Antonio lo chiama il Quintiliano del suo tempo. 
Ed ecco un altr' uomo, sconosciuto pe' suoi meriti letterari, 
che onora la propria patria e 1' Umbria. 

Ancor giovanetto venne inviato alla Università di Pe- 
rugia, e quindi a sempre più raffinarsi nelle lettere, si recò 
a Bologna, a Fano ed a Firenze: in una parola frequentò 
1 più illustri studi d'Italia (2). Quale e quanto profitto fa- 
cesse nella letteratura, si può facilmente conoscere da 
que' suoi squisiti versi latini composti nei più difficili metri 
che, non ventenne ancora, dedicava al Pontefice Paolo IL 
In essi tu non sapresti che meglio lodare, se lo stile forbito, 
ovvero i concetti alti e delicati. Per ben quattro secoli e più 
questo primo e leggiadro parto del suo genio poetico rimase 
nascosto nella Vaticana; ma finalmente nella fausta ricor- 
renza del giubileo episcopale di S. S. Leone XIII mi fu 
dato di darlo alle stampe, insieme ad altre sue poesie esi- 
stenti nella stessa biblioteca. Ancorché ci abbia a ridire 
qualcosa sulle frequenti allusioni mitologiche, difetto d' al- 
tronde del classicismo di que'tempi, e si possa tacciare 
come troppo prolissa qualche sua composizione, menda peral- 
tro condonabile alla sua grande facilità poetica, non si può tut- 
tavia contestare a questa sua prima produzione purezza nel 



zio aver adottato il cognome, come più illustre, di sua madre Graziosa. Antonio, in- 
vece, tanto per ragion di padre, che di madre, appartiene ai Geraldini, e propriamente 
al ramo di Lello, che in me si estingue ; donde sì Giovanni, che Andrea derivarono, 
come in seguito vedremo, dal nostro albero genealogico. 

(1) Così apprendiamo da una sua bella elegia, inserita nell'opuscolo da me anni 
or sono pubblicato: Antonii Geraldini specimen carminum (Ameriae, 189:?). 

Tota tener complens non duo lustra puer, 
Tanquam ad palladios l'ueras transmissus Athenas, 

Formandum tellus te P e r u s i n a tenet, 
Hinc es ad Haemiliae populos Fanumque profectus 

Rursus ad Iletruscos inde docendus abis. 

(2) Al num. 6 di questo manoscritto espressamente dice esser lui stato a studiare 
in Firenze. 



46 B. GER ALDINI 

dire latino, classico sapore nel verseg^giare. Tutte queste odi 
risentono dello stile oraziano, ma specialmente la dedica al 
pontefice che incomincia: « Accipit latum gremio Timarum ». 
L' ode seconda al cardinale Bessarione, la ventunesima al car- 
dinale Valentino, l' ode finale sembrano al tutto degne del 
secolo di Augusto, sia per l'eleganza e spigliatezza, sia pure per 
sublimità e in alcune per grazie del tutto anacreontiche (1). 

Il desiderio poi di arricchire la sua mente di nuos^e co- 
gnizioni e sopra ogn' altro d' illustrarsi ancora nella via di- 
plomatica, in cui il suo zio Angelo erasi così segnalato, gli 
fece intraprendere con lui nel marzo del 1469 il viaggio 
della Spagna, nell' occasione che esso veniva colà mandato 



(1) Diamone qualche saggio. Così scrive al Cardinal Valentino ; 

Te natura t'avens placidis amplectitur ulnis, 

Borgia progenies. 
Nascenti vultu riserunt cuncta sereno 

Sydera fausta tibi. 
Sparserunt Charites tua per cunabula flores 

Lilia mixta rosis. 
Effudit nato largissiraa dona soluto 

ALnter amica sinu. 
Accumulantur opes, crescit tibi copia rerum 

Atque operitur humus 
Inque genis gratum roseis dedit alma decorem 

Gratia iuncta Deo, etc. 

Così conclude a Paolo II il liljro : 

lara diu emissae celeres quadrigae 
Finibus prono emicuere cursu 
Carceres spectant sua post relictos 

Terga feroces. 
Fraena laxavit vagabunda collo 
Fortis auriga, et rapidos iugales 
Increpat verbo vocitans anhelo ad 

Verbcra pendet. 
Hi vagos campi rapuere tractus 
Arva pernici spatiosa cursu 
Yix solum tangens quatit acris atram 

Ungula terram. 
Limitem pulsant ])ositum laboris 
Ultimam cursus tetigere metani ; 
lam jugis tempus madidis etjuorum 

Solvere collo, etc. 



VITA DI AN<;EL<) OEKAl.KINI 47 

dal re Ferdinando di Napoli. Ben presto niostruvasi degno di 
tanto maestro, dando prova di straordinario profitto e perizia, 
da meritare ben tosto di andare come legato al re di Bosnia: 
quindi cliiamato alla corte del re Giovanni di Aragona, 
venivagli commesso l' onorifico e delicato officio di segretario 
e consigliere dello stesso sovrano. In nome di questi fu s])edito 
in qualità di ambasciatore a Francesco duca di Brettagna, 
ad Edoardo re d'Inghilterra ed a Carlo duca di Borgo- 
gna. Nelle quali legazioni ottenne sempre il più splendido 
risultato, onde il biografo della Barberiniana soggiunge aver 
talmente prosperate per opera sua le cose di Spagna, da 
esserne ad ogni buon diritto ritenuto come la causa 
della loro solidità. Prosegui ad essere segretario ed intimo 
consigliere, come era stato prima in Sicilia, di re Ferdi- 
nando ed Isabella aragonesi, quando essi adirono il trono di 
Spagna, ed in quella circostanza fu da loro spedito con ispe- 
ciale missione ad Innocenzo Vili, cui tenne un'orazione ma- 
gnifica, r unica che si sappia essere stata licenziata alle 
stampe. Venuto così il sommo pontefice in cognizione della 
ben rara abilità del nostro Antonio, lo faceva suo nunzio 
presso i medesimi reali di Spagna. Di ciò ci porge un docu- 
mento quanto irrefragabile, altrettanto per lui onorifico una 
medaglia di bronzo in onore del Geraldini colà coniata, esi- 
stente ancora ai suoi tempi presso Onofrio Catenacci dei 
Geraldini, nella quale intorno all' effigie di lui si leggeva : 
Aìitonius Geraldinus pontifìcius logotheta, annaìium vates: nel 
rovescio eravi raffigurata la Religione col turibolo in mano e 
imj^ressa la epigrafe: Sancta rellgio. Ora, quel ponti fiàus lo- 
gotlieta ci attesta appunto 1' alta missione che esso riteneva 
in nome del papa presso i reali di Spagna, poiché ìogotlieta 
precisamente significa colui che dà o rende la parola del 
principe; in una parola v' era chiamato nunzio pontifìcio 
ed anche annaìiuni vates per aver lui cantato in versi gli an- 
nali di Alfonso d' Aragona. 

Oltre poi la dignità di legato pontificio, vennero ad 



48 B. GERALDINI 

Antonio conferite altre onorificenze stando in Ispagna, come 
di conte palatino, di protonotario apostolico, di commen- 
datore della Badia di S. Angelo in Brolo di Sicilia (v. Ga- 
ra urrini cit). 

Se non che un' altra quanto mai propizia occasione di 
mostrar l'acume e l'elevatezza del suo ingegno e la grandezza 
dell'animo suo porgevasi ad Antonio al suo ritorno dalla le- 
gazione al pontefice Innocenzo Vili. Come ci viene riferito 
dall' illustre suo fratello mons. Alessandro, che con lui si tro- 
vava alla corte degli Aragonesi, nel celebre suo Itinerarium 
ad Indos Orientales, presentavasi appunto allora a quella 
corte Cristoforo Colombo. E dopo aver presentato indarno 
il grandiosissimo suo disegno ai re di Francia, d' Inghilterra, di 
Portogallo e alla repubblica di Genova sua patria, finalmente 
veniva a proporlo ai reali di Spagna, colla convinzione che 
quando da loro gli fossero forniti i mezzi necessari al- 
l' impresa, avrebbe scoperto e conquistato al loro regno un 
nuovo mondo. 

Si sa bene quale impressione producesse nei cortigiani 
così strana proposta. Neil' universalità ritenuta come una 
vera utopia, un sogno di mente alterata, ed anzi parecchi 
de' più ragguardevoli ecclesiastici giudicatala contraria alla 
Fede, a Colombo sarebbesi senza fallo riserbato l'esito che 
incontrò nelle altre corti. Buoi per lui però, che colà ri- 
trovavasi Antonio Geraldini, la elevatezza della cui mente 
a, marcivigiia li velia vasi con quella del gran genovese. Con 
tutta affabilità lo riceve, con grande attenzione ne ascolta 
le ragioni nella dolce lingua della propria nazione, ed egli 
ben tosto l'apprezza, intuisce la realtà delle sue vedute, di- 
viene propugnatore e difensore dell' illustre ammiraglio e 
adopra tutta l' influenza, che illimitata godeva presso i so- 
vrani, perchè fosse ammesso alla loro udienza e fosse ac- 
cettata la proposta. L' efficacissimo aiuto di lui avrebbe fi- 
nalmente recato ad effetto le dimande di Colombo (onore 
per altro riserbato al suo fratello mons. Alessandro), se a 



AHTA DI AXGELO GEUAl.DINI 49 

tanto patrono nel meglio delle speranze una immatura 
morte, che lo rapiva nell'agosto del 1489 (l), non avesse 
impedito di recare in atto la grande impresa. Attestano ben 
gravi scrittori che all'annunzio di quella morte Colombo non 
potesse trattenere le lagrime, ed il Cancellieri (Disserta- 
zioni su C. Colombo, Roma, 1809), ricorda come esso por- 
tasse lungamente nell'animo sì grande perdita (2). E aveva 
ragione ; poiché con lui veniva a perdere il potente so- 
stegno, anzi il tutto presso la corte; talché al suo morire, a 
quanto ne assicura mons. Alessandro, si vide ben tosto da 
tutti abbandonato e costretto, per non mendicare il vitto, a ri- 
fugiarsi presso i frati della Rabida. L'essersi Antonio cosi 
energicamente adoperato per TAlmirante, nel mentre eh' era 
questi nella corte vilipeso ed osteggiato, non dimostra chia- 
ramente l'elevatezza della di lui mente e la magnanimità 
del suo cuore? Basterebbe questo solo a rendere caro 
il suo nome. 

3Ia quello che rese degno dell' immortalità il nostro 
antenato é la valentia veramente straordinaria nelle let- 
tere. 

Già noi lo vedemmo non ancora ventenne, cioè prima 
del 1469 (essendo poi passato in Ispagna) dedicare a Paolo II 
quelle classiche poesie non indegne del secolo di Augusto : 
ora devo aggiungere che la sua valentìa sopra ogn' altro 
neir arte poetica, quell' estro in verseggiare latino con tanta 
grazia e facilità gli meritarono poco appresso, a soli venti- 
due anni, la poetica corona presso la corte di Spagna. Ecco 



(1) Onofrio Geraldini dei Catenacci, seguito dal lacobilli, pone la sua morte nel 
148S : però dalla lettera di Pietro Martire, di cui ragioneremo in seguito, diretta ad 
Alessandro Geraldini, che ha la data del 23 agosto 14S9, chiaramente rilevasi essere 
appunto in quell'anno e in quel mese trapassato mons. Antonio sui trentanove 
anni e non già di trentadue; perchè in questo manoscritto, ultimato nel 1470, 
dice di essere stato già coronato poeta di ventidue anni; nell'SS non ne avrebbe 
potuto aver trentadue. 

(2) Vedi l'opuscolo illustrato « L'Umbria all' Esercito » all' articolo: Cristoforo Co- 
lombo e l fratelli Geraldini di Amelia, Roma, Tip. del Senato, 1892, p. 36. 



50 B. GER ALDINI 

com'egli stesso parla dell'insigne onore a lui conferito: 
« Avendo io scritto nel primo fiore della mia giovinezza in 
istile bucolico, elegiaco, satirico, lirico ben quattrocento 
ventimila versi (tanto ferace era il suo estro poetico!), 
nonché novantotto orazioni e dugento trenta epistole fami- 
gliari, finalmente giunto nella Spagna inferiore per ordine 
dell' invitto re d' Aragona, da Ferdinando re dell' ulteriore 
Sicilia e figlio di lui primogenito e d'Isabella principessa 
di Sicilia e nuora del medesimo, in un grande convegno di 
nobili, grandi e magnati, fui fregiato con immenso plauso^ 
nel ventiduesimo anno dell'età mia, della laurea. Del qual serta 
meritarono d'esser insigniti solo gl'illustri poeti e capitani 
delle milizie nel loro terrestre trionfo ». 

Delle principali opere sue poetiche, monumento insigne 
del suo ingegno, il medesimo Onofrio dava un elenco nella 
stesso manoscritto della Barberiniana, delle quali opere non. 
furono consegnate alle stampe che dodici elegie « D e vita 
Christi », giudicate molto eccellenti da Apostolo Zeno e 
dagli autori da lui citati, talché egli deplorava che soltanto 
quelle siansi stampate (V. Tieaboschi, St. della leti, ital., t, VI, 
parte 2% XXXV, Milano, 1822-26). Una copia di queste elegie 
fu da me trovata presso la biblioteca Angelica in Roma. Ec- 
cone i titoli riportati dal sopracitato scrittore : 

« De nativitate Domini. — De Regum adoratione. — De 
perquisitione facta a Maria matre Dei et losepho. — De Bap- 
tismate. — De Miraculis. — De institutione Sacramenti Eu- 
charistiae. — De Passione Domini, de Resurrectione, de Ascen- 
sione. — De Spiritus S." missione. — De ultimo judicio. — 
De vita beata. — Volumen alterum cui nomen Epodon seu 
sacrorum libri duo. — Libellus in quo poenitentialis psal- 
modia in Carmen latinum aptissime est versa (Haec apud 
Barberinam reperitur). — Fastorum libri Ferdìnandi Catho- 
lici Hispaniarum regis. — ■ Orationum volumen. — Eius lau- 
rea. — lUustrium virorum sui temporis praeconia. — Par- 



VITA DI ANGELO GEKAI.IUNI .)I 

thenopes. — Ilispania. — Corvus Noianus. — Riventum. — 
Et alia multa variaque carmina ». 

Fin qui il Catenacci. — A queste opere si devono ag- 
giungere : « Paulo II, Liber carminum » che fu fatto da me 
stampare nel libretto che intitolai: « Antonii Geraldini spe- 
cimen carminum », al quale aggiunsi un'egloga sulla famiglia 
Geraldini inserita nel nostro manoscritto ; nonché due elegie, 
in una delle quali finge il poeta che sua madre gravemente si 
lamenti per la sua lunga lontananza, nell' altra risponde 
alle sue querele. Finalmente fra queste opere deve registrarsi 
il manoscritto che noi adesso facciamo di pubblica ragione: 
« De vita R.mi in Christo Patris Angeli Geraldini Episcopi 
Suessani et de totius familiae Geraldinae amplitudine ». 

Avendo suo fratello mons. Alessandro Geraldini dato 
notizia a Pietro Martire d' Anghiera dell" immatura di lui 
morte, questi gli scriveva una lettera di consolazione, la 
quale può considerarsi come l'orazione funebre di tant'uomo, 
come r eco della fama che meritamente erasi acquistata in 
tutta la Spagna. In questa lettera ci è dato altresì di rile- 
vare un altro insigne merito del nostro Antonio, d'essere cioè 
stato in tutto il maestro e la guida al suo- fratello Alessan- 
dro, il quale alla scuola di tal precettore, tanto si segnalò 
anch' esso nella letteratura e nella diplomazia ; a lui, in una 
parola, dobbiamo Alessandro. 

Poiché non è cosi agevole l'aver fra le mani le lettere di 
Pietro Martire, non credo far cosa inutile se qui per intero 
la trascrivo. Questa é la settantesima del libro II delle sue 
lettere e porta la data del 23 agosto 1489, ove appare a ma- 
raviglia la somma stima dell' Angirese pel nostro poeta 
laureato (D' Axghiera Pietro Martire, Opus eppy^ a cura di 
G. Berchet, Roma, 1893). 

« P. M. A. M. — • Alexandre Geraldino praeceptori minorum 
filiarum regiarum de morte Antonii fratris eius Protronotarii. 

« Exutum veste mortali fratrem tuum Antonium Geral- 
dinum Prothonotarium significasti, mi Alexander; te propte- 



52 B. GERALDIXI 

rea vitam fore post hoc acerbam amaramque, dum vixeris, 
acturum dicis extra patriam. In ilio fratre parentem tuae 
peregrinationis callidum ductorem, aetatis tuae moderatorem 
eximium amisisti, fateor, et vitae magistrum. At si felicita- 
tem illius tuumque comodum cura incomodo pensaveris, si 
illuni tu aequa lance viventem observasti, uti decuit, araor- 
que ipsius erga te intimus promerebatur, nihil invenies pro- 
pter quod torquere te debeas, aut prosternere. Sub tutelatu 
illius tanquam veri parentis, agens mollis, blanditiosus tener 
enutriebare adeo ut grandaevus effectus non minus Mare 
tuum fuisset, quani quum mammas peteres infans. Naviga- 
bas tu, ilio tuam navim per fluctus regente securus, profun- 
dum dormiebas, nulla tibi erat de te ipso cura, nulla de fu- 
turo sollecitudO;, inermis ad negotia humana, virique officia, 
deliciosus surgebas. Utilis igitur non incomoda fuit illius tras- 
raigratis. Disces namque per te ipsum vivere, nullo (extra 
te) duce gubernari. Polles ingenio, rerum experientia, si vi- 
tam annos aliquot excolueris in virum evades prudentem. 
Excutit naturam dormientem necessitas, artes invenit, quibus 
homines emergunt. Haec de te multaque alia, quae, ne pro- 
lixus videar, est consilium praeterire. — De ilio autem quid 
est cur doleas, quod ex teterrima valle miserrimoque specu, ad 
splendidas lucidasque, ac summis gaudiis et felicitate oppletis- 
simas aethereas sedes evolaverit f Invidere tuum erit. Creaverat 
Deus heroicam illam animam,, illam doctrina multiplici refertis- 
simam, Tiarmonia coelesti, poetica, oratoriaque vite cultam ut iri 
eam perditam pateretur ? Qualis eratlyricis, quanto pede libero in- 
surgebat? Quis praeterea divini cultus ilio curiosior, qu's Creatoris 
amantior f Cum itaque extra patriam^ idest in hac peregrinatione, 
Deum tota mente coluerit, amaverit, adoraverit ; ipsius Dei iustitia 
liquefieret nisi mine illum in proprio sinu, super choros coelestes, 
gaudentem, beatumque Deus ipse foverit. — Temperato igitur, 
ratione media, quod est ali quando tempus deleturum. Vale. 
Ex meo tentorio X Kalend : sept. MCCCCLXXXIX ». 



63 



ANTONI I GERALDINI 

AMERINI POETAR LAUREATI 

DE VITA Olii IN CHSTO PATBIS ANGELI GEBALDINI 

EPISCOPI SLLiSSAM 
ET DE TOTIUS FAMILIAE GERALDINAE AMPLITIDINE 



«• i- 1. — Dicturi de vita amplissimi Patris Angeli Geraldiui Ame- Proemio, 

riui, Pontificis Suessaui, nou erit si quaedam de Ameriae patriae 
conditore priiis altius reteremus, deinde de antiquitate, ac prae- 
stautia Familiae Geraldiuae, in qua idem priuceps et instaurator 
5 fuit, cum ejus vita conjnncta nonnulla subuectemus, quae pri- 
scorum annalium, quorum ea potissimum causa studiosi indaga- 
tores fuimus, exemplo et auctoritate comprobantur. 

De Ameriae conditore. 



2. — Ameria, Plinio referente Catonis testimonium, condita Amerio fon- 
fuit post nonigentos sexaginta quatuor annos ante bellum Persei, md'i'a.'^avant- 

10 quem debellavit Paulus ^Emilius, teste Eusebio de temporibus, non J^^ (ii"Roraa' 
multo ante septiugentesimum aunum ab Urbe condita. Constat 
itaque Ameriae praedictae erectionem fundatiouem Romae ducentis 
aunis precessisse (1). Illam, ut ait Festus Pompejus, Amerius con- 
ditor a suo nomine sic appellavit. 

15 Habet post terga a septentrione altissimos Umbriae montes, quin- 

decim millibus passuum coutinuis jugis in ea parte se protenden- 
tes. Ipsa in medio ad corum radices sita, in quodam amoenissimo 
colle a laeva a Nare fluvio, a dextera a Tiberi pari quinque mil- 

* e. 0. lium spatio distat. Et ad quintum lapidem * e fronte Nar in Tibe- 



Toiiografia. 



(1) Lo storico Orlandi (op. cit. II, 1) dalla stessa data di Plinio e dal computo fatto da 
Stefano il grammatico deduce, che la fondazione d'Amelia precedesse di circa 3Ó0 anni 
quella di Roma. Anzi soggiunge, come il dottissimo Bernardino Mandosi in una sua dis- 
sertazione, ancor manoscritta, intitolata « De Ameria Civitate antiquissima in Umbria », 
attesti sopra documenti ritrovati in Germania, essere questa settecento anni più antica 
di Koma. Il che a maraviglia confermasi dalle stesse mura, come meglio vedremo in 
apposita appendice. Secondo il citato Mandosi, il fondatore d'Amelia sarebbe stato un 
re degli Aborigeni chiamato Amiro. Nella guerra di Turno contro Enea, avendo 
parteggiato pei Rutuli, la città presa a forza da' Trojani, sarebbe caduta in potere 
degli Etruschi e sotto il loro giogo rimasta sino a Tullio Ostilio. 



54 



B. GER ALDINI 



20 



La rocca 
d'Ilio. 



Le antiche 
mura. 



30 



35 



40 



45 

• e. 3. 



50 



rim deflueus ante ipsam urbera triaiiguli speciem praestat, quam 
oram prisci Sabini, Plinio attestante, iucoliiere. Fuitque omnis ille 
ag-er araerinus, ut patet in oratione Marci Tullii Ciceronis, quam 
prò Sexto Koscio amerino habnit, in qua qnidem asserii Sex : Ro- 
sciura tresdecim latissima praedia juxta Tiberini possedisse. 

3. — Amerius, de quo superius meutionem fecimus, centum 
annos, postquani Albae regnum caeptum est, ex Aeneadum semine 
ortus Ylionem ^Eneae socium inter auctores generis referens, as- 
sequutus est a regibus albanis Umbriae partem, quam diximus 
trianguli similitudinem referre. Dumque in clivo, qui magis regiae 
sedi videbatur aptus, ut urbem fundaret, erexit in ejus vertice 
arcem altissimam, et in exangulam turrim coelo equavit, cujus 
pars major hodie perstat. Arcem vero Ylioneum noncupavit, ut Ylio- 
nei progenitoris sui nomeu apud posteros celebraret. 

Restitìt etiam in hunc usque diem uomen arcis in porta civi- 
tatis, per quam subsidium arci inducebatur. Quae porta Ylionei 
dicitur. 

4. — Remanserunt quoque in haec tempora muri, quibus fun- 
dator ipse et ejus propago urbem cinxit. Quos nisi per summam 
pacis tranquillitatem, quam sibi studiosissime intra et extra regnum 
compararunt, erigere non potuissent. 

Quippe qui nec vetustate labi nec uUo bellorum turbine everti 
potuerunt, sicut impossibile videtur humanis viribus eductos in 
altum fuisse. Sunt enim constructi e saxis durisslmis, vastae molis, 
non rectis lineis coeuntibus, nec quadratis, sed varias linearum 
formas in structura referentibus, ita tamen composita, et conglu- 
tinata * sunt, ut vix eorum juuctura dignoscatur. Nec alia Europae 
urbs nec ipsa quidcm Roma se talibus circumdatam moenibus 
fuisse jactare potest. Neque longe aberraremus si post septem orbis 
mirabilia aedificia, quorum prisci scriptores suis operibus memi- 
nerunt, amerinos muros octavum adnumeraverimus (1). 



(1) L'autore che ciò opina non conosceva al certo le mura monumentali d'A- 
latri, a' suoi tempi in gran parte sepolte, le quali finalmente ai giorni nostri per im- 
pulso specialmente dell' alatrino mio amico signor canonico de Persiis e per l'inde- 
fessa cura del valente archeologo senator Pietro Rosa, che con somma sagacia ne re- 
golò gli scavi a spese dello Stato, rividero la luce e si possono ammirare nella 
^or primitiva costruzione Tra queste stiipende mura ed una cinta delle mura 
amerine appartenenti alla terza epoca intercede tal simiglianza di tecnica, che 
diresti avere esse avuto lo stesso architetto ed 1 medesimi fondatori. Però presso 
di noi esiste altra cerchia che ci attesta la civiltà delle prime epoche, come vedremo 
nell'appendice. 






VITA DI ANGELO OEUALDIXI 5i) 

5. — Tdein Ainerius et oninis ejus proles maxime olivam ar- l-e insegne, 

dai rami 

borem in deliciis habueruut, recordati Yliouein oratorem Jliieae <i' olivo, 
principem, cuni aliis oliva velatis accessisse ad Latinum, et pri- 
mum loqiiiitmn pacem impetrasse, ut ait Maro in septimo, centum 

55 oratores angusta ad moenia regis ire jubet ramis velatos Palladis 
omnes. Et subinde et dieta Ylionei sit voce sequutus : « Rex genus 
eg-res'inm Fauni » et reliqua. Xec non Xuma Pompilius, quern ex 
Curibus parvo priscorum Sabinoruni oppido decimum octavum la- 
pidem ab Ameria, ad romanum regnum post Komuli morteni ac- 

GO citum fiiisse legùmus, pacis studiosus, oliva pacis praenuntia usus 
est, ut idem poeta refert in sexto leneidos: Quls procul Illa au- 
tem ramis Insignis olivae, Sacra ferens nosco crines incanaque 
menta — Begis romani et reliqua, et deinceps : Cui deinde subibit oda, 
qui rumpet. Dixit autem ocia qui rumpet, quia reg-ente Xuma 

65 semper laui limiua fueruut clausa, cum reg-num bello fremente 
I^acavit, Urbem seditionibus vacuam tenuit, cum finitimis pacem " 

* e. 4. habuit; Eg-eriae Nimphae monitu leg'es * et judicia Populo Komano 
coustituit. Quorum sub observantia et timore sub perpetua pace 
quirites couquiescerent. Haud multo post Xumae regnum Amerii 

70 regis et couditoris nepotes, non a majoribus suis uUa uuquara 
in re degeneres in Romam cives adscripti, muneribus et honoribus 
reipublicae perfuncti sunt. Et semper pareutum more pacis et quietis 
studiosi, ut Ylionei, qui praetendens paciferae olivae ramum Lati- 
num yEueae conjunxit. Et tamen sublimis imperii ^Eueadis causa 

'75 fuit, et Amerii ac Xumae, qui regna in pace adservarunt merao- 
riam ad successores proferrent, ut eos per illorum vestigia ad pacis 
mauutentiouem illicereut, oliva prò insigne usi sunt. Addiderunt- 
que tria astra circum oleam piugenda sive ut Jovis, Phoebi et Ve- 
neris clemeutia sydera uotarent. Quae, Jlioneo ad fereudam cum 

80 latinis, et Amerio ac Xumae ad regna in pace conservanda dextero 
aspectu faverent, sive ut tres prefatos qui perinde ac stellae suis sae_ 
culis claruerunt posteris imitandos ad pacis studium persuaderent. 
Interea eadem stirpi non minus Romae quain Ameriae in aviti g 
sedibus sub olivifero cog-nomine floruit. 

85 5. — Usque ad Geraldum insiguem jureconsultum, qui ex ea- Geraldini 

dem progenie originem duxit, ejus progeniti Geraldini Olivifer^ Ohvifen. 
noncupati sunt. Veruni magis celebre illud recentius coguomen 
Geraldinorum apud omnes fuit, praeter quam apud Geraldum Ge- 
raldi nepotem. Qui sub Quinto Flaminio, qui Insubres devicit, mi- 

90 litans Oliviferum cognomen Mediolauum cum familia transtulit' 
et ejus miuores hodie avitum insigne atque coguomen olivarura 



B. GÈ R ALDINI 



GeraUlini 
in Bologna 



GeraUlini 
di Irlanda. 



retinent. Sed proprio uomiue fere omues ejusclem generis alumnt 
Geraldini vocantur. 

• e. 5. H. — Multi '^ dum Bououia in Romanorum colonia deducta est, in 
95 illam urbem penates patrios transtulerunt. Perraanentque adhuc 

foecunda eorum semina. Ex illorum quoque stipite deductus est 
uobilissimus ille Clirisogonus, Sexti Roseli Amerini inimicus, de 
quo Cicero in rosciana oratione memiuit, qui deinde sub Svila di- 
ctatore militavit. Et debellatis Fesulis cum aliis militibus syllanis- 
e in Firenze. 100 iuxta Arnum fìuvium consedens, inter Florentiae conditores recen- 
sentur, ac perpetua sui generis pignora illic propagavit. Quae, in 
liane nsque aetatem Geraldinum coguomen tenuerunt. Atque ego 
dum Florentiae studerem, illorum annales vidi, qui mihi latinam. 
banc historiam extendendam iter aperuerunt. 

105 7. — Eiusdem propagiuis palmites iu Hyberniam iisque per- 

ducti snnt, patriamque appellationem adhuc servant. Cum euinx 
Cajus Caesar, superatis Gallis Renum transisset, delude victis Ger- 
manis ad Britandos tetendisset, posuissetque Oceano jugum, Ge- 
raldiuos coeptorura socios in praemium tot bellorum, quos secuiu 

110 gesserat, Hibernia insula donavit. In qua etiam uostris tempo- 
ribus principatum teneut, ac saepe numero ad Angelum, de quo- 
inferius dicendum proposuimus, literas dederunt, tanquam ad con- 
sanguinitate conjunctum, eodem cognomine subscriptas (1). 

8. — Hujus vero familiae, quam tanquam altissimam et feracis- 

115 simam arborem inter tot orbis regiones ramos et brachia proten- 
disse non contemneudis scriptorum testimoniis comprobavimus^ 

• e. 6". ■» praecipui truuci radices et verae originis pignora iu avitis Ame- 
riae sedibus recto tracto subuluerunt. Ejus foetus sublimis in ex- 
timatione summoque in praecio permulta saecula semper consti- 

120 terunt. Verum deinde fortunae turbine oppressa arescere coepit^ 
et paullatim, deficiente robore, humo aequari (2). Donec tempestate- 



Genitori 

di Angelo. 



(1) Checché ne sia di questo ramo della famiglia Geraldini emigrato in Irlanda, è- 
fuor di controversia la sua esistenza in quelle regioni, sotto il nome (a quanto as- 
serisce Mons. Rocco Cocchia « Cristoforo Colombo, e le sue ceneri » p. 77) di Fitz Ge- 
rald. Ai tempi di Elisabetta figlia d'Arrigo Vili ancora ritenevano i Geraldini il prin- 
cipato d' Irlanda, ed eroicamente contro lei combattei'ono per la fede, come estesa- 
mente racconta il Gamurrini nella storia dei Gherardini di Firenze. Egli li ritiene come 
consanguinei ai Geraldini di Amelia, sebben li creda derivati da Firenze. Ciò non 
concorda punto con quanto attesta Mons. Antonio, assai meglio di lui informato.. 
Tutti i rami della stirpe Geraldina, a suo dire, originarono d'Amelia, donde poi este- 
sero le loro propagini nelle altre contrade, come in Firenze, Cento, Bologna, Milano 
ed anche in Irlanda. 

(2) Nel ms. Aquari. 



VITA DI ANGELO GERALDINI 



57 



nostra Matheus Geraldinus, tauquam revirescens oleastri 
stipes nova domui Geraldinae germiua emisit. Et unum praecipue 
sub cujus umbra polulantes alii surculi mirabiliter foti in coelum 

125 usiue cacuinina substulerunt. Is luit prudens et optimus oiniiiuiu, 
qui sua aetate vixerint, Elisabettaiu Geraldam non minoris i)ru- 
dentiae nec dissimilem moribas uxorem duxit, christianae reliyio- 
nis divinique cultus non miuus, quam ipse observautissimani, quae 
in line noui mensis post conceptionem g-ravesceret, seque nixibus 

130 prepararci, anxia prae desiderio pariendi marem prò se quaindam 
fatidicam probaeque vitae mulierem exoravit, Deo preces et sup- 
plicia ut fuuderet quo voti compos fieret. Ipsa, ut reor, spiritu 
afflata, vigilaus, vidit in ea domo ubi genitrix paritura degebat, 
spleudidissimuin palatium sumptuoso opere extemplo mirifice ere- 

135 ptum, cujus in aula aeria fixa erat cathedra, in qua sacerdos pon- 
tificalibus ornamentis indutus et mitram in vertice g-erens residebat. 
Ad eam visum cum praesagio retulit. 

•e. 7. 9. — Mater vero per quietem vidit iu hortulo suo domui - cou- 
tig'uo oleara nasci ex quodam trunco, cujus e corticc g-ermen erupit 

140 foecundum, quod postea stelligerum olympura vertice contiug'ere 
visum est, extendens ramos et brachia late, circumdabatque so 
lum, quod viridi umbra tegebat: deinde albaria nitidis flammis 
illustrabat et ausonium g-enus foecuudabat fructu olivi, cui omnia 
balsama cedebant. 

145 Sequenti luce quarta bora ante solis occasum anno a christiano 

natali millesimo quadrig-entesimo vig-esimo secundo (1), quarto ka- 
lendas Apriles enixa est puerum, existente love in medio caelo 
et Phoebi sydus amice vultu intuente. Ex quarum convenientia, et 
sapientiam et principatus sub eorum afflata orieutibus influuut (2). 

150 10. — Primogenitura filium pientissimi parentes, postquam sacri 

Baptismatis rore perfusus est, Ang-elum nominaruut, unice coluerunt. 
Et desterà indulgentia summoque affectu, quibus poterant, in de- 
liciis ipsum infantem educarunt, ac probis moribus instruxerunt; 
dehiuc pueriles ingressum annos, Magistro de Claravalle, viro do- 



Visione 
rifi'rita alla 
madre par- 
toriente. 



Altra 
visione. 



Nascita 
di Angel».- 



Sua prima 
educazions^ 



(1) Invece, attenendoci noi con più ragione alla lapide sepolcrale di Mons. An- 
gelo, nella quale si dice esser egli morto ai 3 agosto 148G dopo aver vissuto anoj 
settantaquattro, mesi quattro e giorni 5, lo dovrem dire nato ai 29 marzo del \4\2 ; 
e quindi per una svista del biografoj o non piuttosto deli' ammanuense si pose la sua 
nascita al 1422, cioè dieci anni dopo. 

(2) Lo scrittore in questo passo ed anche in qualche altro non si mostra de' 
tutto libero dai volgari pregiudizi de' suoi tempi. 



58 



B. GERALDINI 



Segue 
il capitano 
Alessandro 

Sforza. 



170 



Intraprende 
gli studi 
letterari. 175 



Va alla 

scuola 

-del Filelfo 

in Siena. 



155 ctissimo et in primis moralissimo in iug-euuas artes erudiendum 
tradiderunt. At vero ciim et animi et corporis vigore, et eloquentia 
ultra quam credibile est, coetaueis praestaret, et illis iu pueri- 
libus praeliis dux esset, praecipiie in certamine lapidum et can- 
narum ludo, a quibiis vix poterat a praeceptore cohiberi. 

160 11. — Miliciae studiosus, cum Alexander * Sfortia militum dux prae- 

* e. cS. ter moenia urbis cum exercitu transiret, parentibus insciis, eis se puer 

addixit ipsiusque castra sequutxis est ad camere cultum receptus. 
Post sex mensibus a parentibus revocatus, cum post reditum e mili- 
tia videret se ab aequalibus literarum eruditione superatum, ferra 

165 non potens, Perusium recta conteudit. Ubi Guidus ex quadam parva 
insula Trasimeni lacus in Etruria oriundus, latinas tunc literas 
edocebat. Dumque Tuderti per iter in diversorio quietera sumeret, 
sopitus vidit iu laboribus (?) patriis altissimas aedes, quae, laquea- 
ria et culmina haberent aurea sibi quidem erectas. Ita tamen an- 
gusti eraut primi gradus, per quos erat asceudendum, ut vix siae 
praecipiti lapsu superari possent, et quo altiores erant minus arcti 
videbantur, per quos omnis dum magna cum difficultate passim 
obrepebat, obuitens tandem ad latiores gradus se multa vi ferebat, 
et sudans demum ad fastigium aedium evexit. Quod dificultatem 
primorum studiorum significare videbatur. Eventam tamen toti 
generi fertilem et gloriosissìmum fore (1) pertendit. Experge- 
factus ante lucem iter sequutus, Guidumque praeceptorem adivit. 
Nec multo postea, ubi se profecisse non parum cognosceret, cupi- 
dissimus gloriae, quae virtutis est stimulus, ea potissimum causa 

180 patriam revisit, ut literatura se superiorem coevis ostenderet. 

12. — Verum adolescens ipse virtutis amore naturali, ac potius 

* e. 9. supernae ispirationis impulsu * iucensus flagrabat, non diu Inter 

parentum complexus consistere potuit. Sed mox cum celebre 
Francisci Philelphi, facundissimi oratoris, gravissimique philosophi 
uomen audisset, qui ea tempestate forte Senis latiuae literaturae 
185 volumiua explanabat, ad eum properavic, ut ejusdem sub disciplina 
literis operam daret. Audivit ab eo nonnulla ex poesis oraroriaeque 
facundiae praeceptis et racionibus. 

(Continua). 



(1) Il ms. ha fere. 






59 



UN'OPINIONE DEL BARTOLO 

SULLA LIBERTÀ PERUGINA 



I 



§ 1. — Il Bartolo, che amò ricordare così di frequente la sua pa- 
tria di adozione, lasciò scritto un giudizio sulla condizione politico- 
giuridica di Perugia, che merita di essere conosciuto. Fra gli 
storici della città tenne conto di quésta sentenza il Bonazzi, cui 
l'additava il nostro erudito conte prof. Gian Francesco Cipriani. 
Ma, a parer mio, l'apprezzamento che il geniale scrittore ne fece 
nel volume I della sua Storia jjevufjina non risponde al concetto 
dell'insigne giurista. 

In altro scritto verificammo quali idee e quali sentimenti nu- 
trisse il grande da Sassoferrato circa le forme di governo in ge- 
nere e in specie circa gli ordini politici di Perugia (1). A queste 
idee e a questi sentimenti, informati a spirito di vera libertà, egli 
fece omaggio in ogni parte della sua gigantesca opera; talché ri- 
spetto alle Costituzioni LXI e LXII del titolo De decurionibus, ecc. 
(Cod. Lib. X, Tit. XXXI) egli scrive: 

Facit haec lex, quod Civitas Perusina non subsit Ecclesiae nec 
Imperio. Et si dicas, quicquid non subest Imperio, est sub Ec- 
clesicij concedo; nisi Civitns aliqua non subsit Ecclesiae ex pri- 
vilegio concesso, sed Perusina est hujusmodi, nam Imperator 
donaint cani Ecclesiae, seu permutacit cum ea, et ex privilegio 
Ecclesia liberavit eam (2). 

Il Bonazzi, dopo aver riferito, non molto esaltamente, in nota 
il passo del Bartolo, cosi ne ragiona nel testo — « I giuristi d'al- 



(1) Scalvanti, Consideraziotìi sul io libro degli Statuti, ecc., Perugia, 1895. 

(2) Opera Omnia, Tomo Vili. 



60 O. SCALVANTI 

lora avevano per aforisma, che ciò che non è soggetto all'Impero 
è soggetto alla Chiesa, senza sospettare che fra questi due enti 
ve ne fosse un altro di mezzo. Bartolo, per altro, pagando il suo 
tributo al pregiudizio scientifico, faceva per la sua patria adottiva 
una distinzione sostenendo che Perugia era stala data o permu- 
tata dall'Imperatore alla Chiesa, e dalla Chiesa, mediante privi- 
legio, restituita a sé stessa; ma Baldo, nobile e devoto, pare che 
non riconoscesse questo incomodo privilegio ». 

§ 2. — Anzitutto perchè chiamare pregiudizio scientifico\a. mas- 
sima del diritto pubblico di quel tempo, che ciò che non era sog- 
getto all'Impero era soggetto alla Chiesa? Altro che pregiudizio! 
Quel principio era rigorosamente scientifico, perchè acconcio alle 
condizioni del tempo, in cui le due costanti tendenze dei popoli a 
organizzarsi con possente vincolo unitario su vasto territorio, o a 
comporsi in piccoli organismi godenti di libertà interna, erano rap- 
presentate dal ghibellinismo e dal guelfismo, veri partiti politici 
e non fazioni, come piacque a taluno chiamarli. Cotale dottrina 
aveva tutto il rigore scientifico di fronte all'età, nella quale venne 
formandosi, ed è errore chiamarla pregiudizio quasi fosse stata 
architettata dagli artifici di cavillosi ingegni. E oscura poi e fuor 
di proposito la menzione, che il Bonazzi fa del Baldo, che per 
essere nobile e devoto avrebbe riconosciuto incomodo il privilegio 
concesso dai Papi alla Repubblica. 

§ 3. — Noi pensiamo pertanto, che a comprendere interamente 
il profondo significato di quel passo del Bartolo, occorra riflettere,, 
che per il diritto pubblico medio-evale vi era una sola forza orga- 
nizzatrice di Stati, r Impero. In esso si concentrava ogni dominio 
in temjìoralibus ; e tutti gli attributi di potere sovrano che si ve- 
devano, a cagione delle immunità e dei privilegi, trasferiti in prin- 
cipi, città, vescovi e abbati si ricollegavano sempre alla podestà 
imperiale, come quella che aveva espressamente o tacitamente ab- 
bandonato nelle loro mani l'esercizio di qualche parte della sovra- 
nità. Ma il dominio eminente dell'Impero non si cancella mai; 
è inalienabile; né privilegio o concessione vale a distruggerlo. 
La storia è là per provarlo, imperocché di fronte agli stessi li- 
beri reggimenti delle città, 1' Impero vantò sempre diritti, affermò 
privilegi, e si arrogò la facoltà di dettare ordini e di imporre 
condizioni di sudditanza. Tutto questo perchè, per il sistema giù- 



un' OPIXIOXH del IJAUTOLO sulla LIHEHTÀ l'ERUCHXA fil 

ridico-pollìico del tempo, ogni oulorità leinporale derivava da Dio, 
ma risiedeva nell' Impero. Né si può rimproverare, senza mani- 
festa ingiustizia, ai giuristi di quell'epoca, se si acquietarono a 
■questo assioma; come non sono da riprendere i quattro dottori di 
Bologna e i venlotto judices per aver risposto al quesito di Fede- 
rigo l sulle regalie imperiali — che tutto quello che non appa- 
riva manifestamente e legalmente ceduto alle città doveva inten- 
dersi appartenente all' Impero. — Per la qual cosa non vi era, 
né vi poteva essere governo legittimo che quello dell'imperatore 
o di chi lo tenesse direttamente da lui. 

§ 4. — Comesi sia pervenuti a stabilire questo principio di di- 
ritto pubblico è facile comprendere, quando si pensi alla virtù del 
principio bandito dal cristianesimo — date a Cesare quel che è di 
Cesare, date a Dio quel che è di Dio — Nessuna confusione può 
avvenire pei veri interpreti del Vangelo, fra podestà temporale e 
podestà spirituale. La cupidigia degli uomini, l'impero di circo- 
stanze sloriche faranno sì che a quando a quando il potere poli- 
tico si trovi congiunto al maestrato sacro; ma, dato il principio 
cristiano, essi dovranno di bel nuovo separarsi; perchè una volta 
pronunziato, quel principio così nuovo, cosi atto ad elevare e no- 
bilitare il sacerdozio, doveva operare per virtù propria nei secoli, 
e impedire la costante riunione delle due podestà aventi fini così 
diversi. Era impossibile quindi che il Papato si facesse centro di 
dominio politico nel mondo, in modo che come a tutti sovrastava 
per il suo carattere sacerdotale, fosse superiore a tutti anche nel- 
l'autorità temporale. Furono sibbene i papi principi di uno stato, ma 
in virtù di donazione per parte dell' Impero, e al solo effetto che al 
lustro della podestà sacra si unisse un qualche ufficio di tempo- 
rale sovranità. Infatti questo stesso potere era limitato e soggetto 
a condizioni tali da escludere il carattere giuridico di pieno ed 
esclusivo dominio. 

Vediamolo brevemente col mezzo di ricordi storici, che vanno 
dalle prime ed autentiche concessioni fino all'epoca, in cui vi- 
veva il Bartolo; e così potremo meglio comprendere la mente del 
sommo giurista e il valore della sua sentenza, 

§ 5. — Prima ancora che Carlo Magno fosse coronato Impe- 
ratore, fu costituito a favore di lui, nell'ordine giuridico-politico 
di Roma, il patriziato, in cui si riassumeva l'alto dominio della 



62 O. SCALVANTI 

cillà. Ma questo palrizialo era un ufficio puramente onorario ? 
Stando a molli e gravi scrittori, fra i quali 1' Eccardo (1), parrebbe 
di no. Egli infatti così si esprime: — « Patriciatum romanum cum 
urbe Roma regibus Francorum integre subjectum fuisse, neque 
pontifices sibi quidquam in eo jurisdictionis, aut ditionis arro- 
gasse ». — Vero è che non sono mancati altri scrittori, i quali 
hanno sostenuto il contrario; e cioè, che onorario fosse il palri- 
zialo dei re, ma ciò non si accorda coli' idea che si aveva allora 
di questa funzione. Il patrizio di Ravenna e il patrizio della Si- 
cilia, ad es., non erano uffici onorari, ma effettivi ; e giustamente 
opina il Muratori, che diverso non doveva essere il concetto del 
patriziato romano riconosciuto da Adriano I in Carlo Magno nel 
774, quando ricevendolo in Roma gli usò quegli onori, dice Ana- 
stasio (2), sicut mos est ad exarchiun aut patricium suscipien- 
dum. In questa opinione mi conferma un altro argomento sfug- 
gito al Muratori. Difatli la parola — patriziato — tanto signifi- 
cava effettivo potere, che lo stesso Adriano I volle rivendicarne 
una parte a sé. — « Quia ut fati estis (scrive il Pontefice a Carlo 
Magno) honor patriciatus vestri a nobis irrefragabililer conser- 
vatur, simili modo ipse Patriciatus Beati Petri fauloris vestri, 
lam a Sanctae recordalione Dorano Pipino, magno rege, genitori 
vestro, in scriptis in integro confirmatus, irrefragabili jure jjer- 
rnaneat (3) — ». Doveva quindi il patriziato di S. Pietro spettare 
al Papa. Così aveva principio quella condizione di cose, che fruttò 
col tempo l'acerba lotta fra Chiesa e Impero; da un lato l'Impero, 
consapevole della sua alta podestà temporale; dall'altro lato la 
Chiesa che cerca di avocare a sé non l'universale potere, ma una 
parte di esso in Roma e in alcune provincie d'Italia. Questo ibri- 
dismo di due poteri riuniti sopra lo stesso territorio si ebbe a ve- 
dere quasi costantemente; e n' è, fra moltissimi, esempio l'auto- 
rità, che anche in fatto di ordinamenti monastici seppe esercitare 
nel 939 Alberigo principe di Roma, essendo pontefice Stefano Vili. 



(1) Eccardo, Eer. frane. 1. 25, e. 38. 

(2) Vita Haclriani I. 

(3) Circa il carattere di effettivo potere, che ebbe il Patriziato romano si può 
ricordare, cbe lo stesso Odoacre nel 476, secondo ci narra Malco {Hist. Byz. Tomo J), 
si appagò di quel titolo; e difatti per quanto egli fosse appellato Re, pure Cassiodoro 
ci dice che non usò mai la porpora né altre insegne regie, e non battè moneta colla 
sua effigie. 



un' opinione del cartolo sulla LIIìEKTÀ l'EKUGINA 63 

§ 6. — Vernili alla restaurazione dell' impero di occideiile per 
opera di Carlo Magno, nel dirillo pubblico si slabilisce la massima, 
che lo stesso popolo romano deve prestare giuramento di fedeltà 
all'Imperatore, onde Stefano IV, al tempo di Lodovico il l'io — 
« slalim postquam ponlificalum siiscepit, jussit omnem populum ro- 
manum fidelitatem cum juramento promittere Ludovico (1) ». — E 
tanto era penetrala nella coscienza universale questa massima, 
che la stessa Roma dovesse mantenersi ligia all' Impero, che gli 
imperatori vollero ingerirsi ancora nella nomina dei pontefici. 
Così, quando nell' 827 Gregorio IV fu eletto papa, narra Eginardo, 

— « non prius ordinalus est, quam legatus im|ieraloris Romam ve- 
nit, et electionem populi qualis esset examinavit ». — Col quale 
scrittore si accorda l'Astronomo nella — Vita di Lodovico il Pio 

— ove è detto, che — « dilata consecratione ejus usque ad consul- 
tum imperatoris, quo annuente et electionem cleri et populi pro- 
bante, ordinatus est in loco prioris ». — Anche quest'altro canone 
di gius pubblico penetrò addentro nella coscienza dei popoli e nella 
consuetudine politica del tempo, di maniera che nell' 848, per 
quanto urgesse la elezione del pontefice, a causa dell' invasione 
dei Saraceni, i Romani — « quoque novi electione pontificis (Leone 
IV) congaudentes, coeperunt iterum non mediocriter contristari eo 
quod sine imperiali non audebant auctoritate fulurum consecrare 
pontificem, periculumque romanae urbis maxime metuebant, ne 
iterum, ut olim, aliis ab hostibus fuisset obsessa (2) ». — E se la 
consacrazione avvenne, ciò non fu se non dopo aver pronunziato le 
più solenni proleste di non voler menomare i diritti dell' Impero. 
La Chiesa anco ne' suoi Concili sanzionò poi il ritus canonicus 
della consacrazione, che non poteva farsi senza l' intervento del- 
l' imperatore o de' suoi legati (3). Su questo punto, a cui la Chiesa 



(1) Tegaxo, De gestis Lud. Pii, n. 16. Su qiiesto proposito si ha ancora la t'orraula 
del giuramento, che nell' 824 papa Eugenio II avrebbe imposto al clero e popolo ro- 
mano verso Lotario imperatore. Ma sebbene essa ci sia stata riferita da Paolo Diacono 
(MURAT., Rer. ital., P. II, T. I) ci sembra non essere documento autentico, per le ra- 
gioni addotte dal Mcratori, {Ann., a. 824). 

(2) Anastasio, Vita di Leone IV. 

(3) Concilio di Ravenna dell'anno 898 sotto il pontificato di Giovanni IX. — « Quia 
sancta romana ecclesia, cui auctore Deo praesidemus, a pluribus patitur violentias, 
pontifice obeunte, quae ob hoc inferuntur quia absque imperiali notitia pontilicis Ut 
consecratio, nec canonico ritu et consuetudine ab imperatore directi intersunt nuncii, 
qui scandala Aeri vetent. Volumus, ut quum instituendus est pontifex, convenienti- 



64 O. SCALVANTI 

cercò limitare i diritti dell' Impero, non fu discorde nemmeno il 
fìerissimo pontefice Gregorio VII (1). L'autorità imperiale seppe 
dunque così fortemente stabilirsi, che, anche quando per cagione 
di discordie fra i pretendenti al trono, o per la ignavia degl'im- 
peratori, l'istituto decadde, i pontefici, in cambio di distruggere 
un tal potere, cercarono conservarlo. Ciò si vide anche nel 915, 
quando Giovanni X, considerato che nulla poteva sperarsi dal 
cieco imperatore Lodovico, s'indusse a cingere delia corona am- 
bita il Re Berengario: e l'autorità imperiale era così pregiata, 
che l'anonimo poeta termina il suo panegirico con questo verso : 

Et post imperli diadema resumite laudes. 

Adunque tutto il temporale dominio accentravasi nell'Impero (2); 
né nel diritto pubblico del tempo mancavano principi, in virtù 
dei quali l' imperatore poteva più o meno ingerirsi anco negli 
affari propri della Chiesa. E che tutto il temporale dominio derivasse 
dall' Impero si dimostra in ogni pagina delle istorie italiane ; ma 
n' è segno evidente il fatto avvenuto al tempo di Giovanni XII e di 
Ottone. Dolse al pontefice vedere l'imperatore in armi contro Mon- 
tefeltro, che stimava esser terra soggetta alla Chiesa; e Ottone gli ri- 
spose: — « Omnem terram Sancii Pelri, quae nostrae polestali subie- 



bus episcopis et universo clero, eligatur praesente senatu et populo, qui ordinandus 
est. Et sic ah omnibus electus, praesentibus legatis iraperialibus consecretur. Nullu- 
sque sine periculo sui, juramenta vel proraissiones aliquas nova adiventione audeat 
extorquere; nisi quae antiqua exigit consuetudo, ne Ecclesia scandalizetur et impe- 
rialis onoriflcentia minuatur ». — Questo documento, secondo il Muratori, non è da at- 
tribuii-e a Stefano VI, che lo avrebbe emanato nell' 89(5, perchè in effetto si legge nel 
Concilio di Ravenna dell' 89S; ma a me sembra possa bene attribuirsi a quel pontefice, 
nulla vietando che del Decreto di lui siasi fatto poi un canone nel Concilio tenuto da 
Giovanni IX. 

(1) Appena eletto (1073), Gregorio scrisse della propria elezione ad Arrigo VII, il 
quale inviò a Roma Eberardo conte per verificare se si era proceduto alla consacra- 
zione del pontefice, nel qual caso gli diede podestà di dichiarare nulla la elezione. 
Ma Eberardo trovò che la solennità della consacrazione non era avvenuta, di che l'Im- 
peratore si mostrò soddisfatto. — « Et statim Gregorium VeruUensem episcopum Italici 
regni cancellarium ad urbem trasmisit, quatenus auctoritate regia electionem ipsani 
confirmavit, et consecrationi ejus interesse studeret ». (Ml'rat. Ann., a. 1073). 

(2) Sono infinite le investiture date a Vescovi e Abbati dagl'imperatoi-i; ma ri- 
cordiamo in special modo quella fatta da Arrigo IV nel 10P3 a Cenone o Corrado ve- 
scovo di Mantova (Muratori, Diss. (37), revocata poi da Lotario III nel 113(5, quando 
venne in Italia dopo la dieta di Wirtzburg. Di molte investiture poi è traccia nello 
stesso testo della pace di Costanza. 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 65 

<;la est, promisimus reddere ; alque id rei est, quod ex hoc mu- 
nilione Berengarium cum onini familia expellere nitimur. Quo 
enim pacto terram hanc ei reddere possumus, si non prius eam 
ex violenloruni manibus ereclam potestati nostrae subdimus ì" ». — 
Qui apparisce evidente, che le terre dovute alla Chiesa, venivano 
come nuovamente concesse dall' Impero, quando tornavano a lui 
soggette. Non erano le armi imperiali ai servigi della Chiesa ; ma 
al servizio dell' Impero, il quale poi delle terre riacquistate faceva 
novellamente dono al pontefice. E talvolta era lo stesso pontefice, 
che esortava i popoli a farsi vassalli dell' Impero, ancorché fos- 
sero soggetti a Roma ; e ricordiamo il fatto dei Tiburtini, che nel 
1001 per una contesa avuta coi Romani, decisero di dichiararsi 
soggetti imperiali jure (1), e vi furono incoraggiati dal Papa Sil- 
vestro II. 

§ 7. — L'Impero tenne poi grandemente a stabilire, che tutto 
quello che la Chiesa o altri possedevano emanava da lui ; e fu 
sempre vivo negl'imperatori di occidente il desiderio di rendere 
irrita e di niun effetto giuridico la vantata donazione di Costan- 
tino; perchè con ciò si sarebbe ammessa una tradizione di tem- 
porale autorità a favore dei Papi anteriore alla restaurazione 
dell' Impero di Occidente. E chi legge e scruta le istorie ne vede 
moltissimi esempi, Ira i quali degno di essere segnalato quello 
di Arrigo II, per le proteste fatte contro le opinioni manifestate 
da Leone IX e da Niccolò li (2). E se i Papi volevano con- 
ferire autorità temporale ai principi, l' Impero se ne lagnava, 
così che quando nel 1134 Ingilberto marchese fu investito da In- 
nocenzo II del Governo della Toscana, l'imperatore gii fece com- 
prendere, che non dal Papa, ma da lui doveva ripetere la sua 
autorità (3). E lo stesso Muratori, sulla scorta dei cronisti del 



(1) Pier Damiano, Vita S. Rom. 

(2) Quando nel 1059 Niccolò II diede l'investitura del reame di Napoli ai Nor- 
manni, sebbene in quel tempo e cioè nel 1053 Leone IX scrivendo a Michele Cerulario, 
patriarca di Costantinopoli, riferisse un brano dell'apocrifa donazione di Costantino, 
e in generale tutti a quel tempo la riconoscessero per autentica, pure l' Impero se ne 
adontò, e Pier Damiano ci narra, che l'Imperatore Arrigo IV fece cassare omnia quae 
ab eo (Niccolò II) fuerunt statuta (Vedi Pier Damiani, Opus. 4). 

(3) Si legge negli Ann. pis: (Murat., Rer. italic, voi. VI) che — « III Kalendas.junii 
Pisis est celebratum concilium per Papam Innocentium II et alios praelatos. In quo 
concilio Ingilbertus de marchia Tusciae investitus est. Qui postea defensus a Pisanis 



66 O. SCALVANTI 

tempo, conviene che non poteva il Papa conferire ad altri le Pro- 
vincie dell'Impero, escluse dalla eredità della contessa Matilde; 
mentre sta in fatto, che l' Impero dispose invece di molti beni 
compresi in quella eredità a favore delle repubbliche o dei prin- 
cipi italiani (1) ; segno certo, che V Impero riteneva non essere 
estranea la sua alta autorità a veruna parte del territorio sog- 
getto alla podestà imperiale. 

E noto poi che tra Innocenzo II e Lotario III le dispute fu- 
rono violentissime. Basti, che quando l' imperatore venne nel 1137 
in Italia e si trasferi a Roma, papa Innocenzo volle di sua mano 
investire il Conte Rainolfo a Duca di Puglia. Ma poiché per il 
diritto pubblico allora vigente ogni concessione di temporale do- 
minio doveva emanare dall'imperatore, Lotario III pretese di fare 
egli l'investitura. La contesa, secondo ci narrano gli storici, durò 
trenta giorni, e finalmente fu convenuto, che il papa e l'impera- 
tore tenessero entrambi il gonfalone da consegnarsi a Rainolfo. 
Lo stesso accadde per l'investitura dell'abate di Monlecassino, 
monastero che si considerava Camelea dell'impero. Anche qui la 
disputa fu lunga ed aspra, ma prevalse la volontà del pontefice. 

§ 8. — Ma dove meglio apparisce l'effettiva autorità imperiale 
negli stati della Chiesa e in Roma stessa è nella materia giurisdi- 
zionale, che nel diritto pubblico d'ogni nazione ha una parte im- 
portante, come quella che racchiude un elemento sostanzialissimo 
di sovranità. E niun dubbio, che in Roma gl'imperatori tenessero 
funzionari e giudici per vigilare sul governo della città e ammini- 
strare giustizia. Già ne]r823 pel fatto della uccisione di Teodoro- 
primicerio e di Leone nomenclatore sorsero dispute fra l'impera- 
tore e papa Pasquale; e sotto il successore di lui, Eugenio II, 
l'Impero ebbe a vantare notevoli facoltà al dirimpetto della Curia 
romana. Di ciò ci fa ricordo il biografo di Lodovico il Pio, il 
quale narra che — « tantae querelae adversus Romanorum ponti- 



et a Lucensibus ubique offensus et victus a])U(i Ficecchium in campo, Pisas cum la- 
crj-rais fugiens, a Pisanis vindicatus est». — Resulta poi che nel 1137 l'imperatore mandò 
al marchese Ingilberto, come a suo vassallo, buon nerbo di armati sotto il comando 
del Duca Arrigo suo genero, perchè i toscani non volevano un principe, che re- 
gnasse a nome dell' imperatore. Lo che dimostra che Lotario III aveva resa nulla 
l'investitura fatta dal pontefice Innocenzo II. 

(1) Scalvanti, Considerazioni sul primo libro degli Statuti perugini. Parte I» 
Perugia, 1895, Tip. Boncompagni. 






un' opinione del I5ARTOLO SIXLA LIIìERTÀ l'ERlCINA fJT 

fìces judicesque sonarent, qiiod quorumdam ponlificiun vel igno- 
ranlia vel desidia, sed et judicmn coeca el inexplobili cupidilale, 
multorum praedia injusle fuerinl confiscala. Ideoqiio reddendo 
qiiae injusle fuerunt sublala, Lolharius rnagnain populo romano 
creavil laeliliam. Slalutum esl eliam, Juxta antiquuin niorcin, ut 
ex ledere imperatoris millerenlur qui Judiciariam exercentes pote- 
statem, jusliliam omni populo facerenl, el lempore quo visum foret 
imperatori aequalance penderenl (1) ». — Da pochi anni è risorto 
l'impero occidentale, e già è ricevuto come canone di osservata 
consuetudine, che ex ledere impercdorìs seggano in Roma magi- 
strali, che amministrino — justitiam omni pejpulo — . Vero è, che 
il più delle volte questi tribunali si costituivano d' iinfirovviso, 
sotto r influsso di circostanze speciali; ma è indubitalo che l'Im- 
pero non cessò mai di usare lutti i mezzi per mantenere questa 
sua prerogativa di sovranità. Si ha memoria neir829 dell'invio 
a Roma di Giuseppe Vescovo e di Leone Conte per conoscere di 
una vertenza insorta fra Ingoaldo, abbate del monastero di Farfa, 
e la Curia romana. E notisi, che si trattava di grave accusa, im- 
perocché alcuni papi si sarebbero resi colpevoli di denegata giu- 
stizia (2). Il papa Gregorio IV non volle accettare la sentenza dei 
giudici imperiali ; ma, si osservi bene, l'unica pretesa che avanzò, 
fu quella di volere interpellare direttamente l'imperatore. Talvolta 
poi è lo stesso pontefice, che chiede giudici straordinari alla corte 
imperiale, come avvenne ai tempi di Adriano II (3) e di Gio- 
vanni Vili (4). Un tribunale imperiale trovasi stabilito in Roma 



(1) Astronomo, Vit. Luci. Pii. 

(2) Ingoaldo, secondo il Pagi, dolevasi che — « unde tempore Stephani, Pascbalis 
et Eugeni! sempei- reclamavimus et justitiam minime invenire potuimus ». — 

(3) Adriano II nell' 868 chiese all' Imperatore dei magistrati per giudicare in Roma 
Eleuterio, reo di ratto della figlia del papa e della uccisione di lei e della madre Ste- 
fania. I cronisti narrano : — « Hadrianus papa apud Imperatorem missos obtinuit, qui 
praefatum Eleutherium secvmdum legera romanam judicarent ». — I giudici imperiali 
andarono a Roma, e pronunciarono la condanna di Eleuterio (Pagi Ad Ann. Bai-. — ). 

(4) Papa Giovanni Vili neU'SSOcosi scrive a Carlo il Grosso: — « Pro justitiis autem 
faciendis sanctae romanae ecclesiae, ut idoneos et fldeles viros e latere ve-itro nobis 
de praesenti dirigatis, obnixe deposcimus, qui nobis pariter cum missis nostris proli- 
ciscentibus, de omnibus justitiam plenissimam faciant, et vestra regali auctoritatc male 
agentes corrigant et emendent » — . È a notare, che lo stesso Giovanni VIII nell'anno 
dipoi (881) chiese nuovi messi impellali, ma in appresso non sembrò disposto ad ac- 
cettarli per dirimere alcune controversie in Ravenna. 



68 O. SCALVANTI 

al tempo di Lodovico III (1). E quando nel 967 \\ praefectus urbis 
e i consules di Roma si resero responsabili di gravi offese verso 
papa Giovanni XIII, fu per opera dell'imperatore, secondo ci narra 
Liutprando, che i colpevoli e loro seguaci furono assoggettati a 
severissime pene (2). Al tempo di Ottone III si ha altro esempio 
della giurisdizione imperiale in Roma. Ugo abbate di Farfa com- 
parisce dinanzi all'imperatore nel palazzo imperiale di Roma, e 
Ottone III insieme al collegio dei giudici risolve la disputa, per 
la quale l'abbate querelavasi, e intima la pena di 100 libbre d'oro 
puro ai contravventori, da applicarsi — « medietatem (notisi bene) 
camerae imperatoris, et medietatem praefato monasterio Sanctae 
Mariae in Pharpha (3) ». — 

§ 9. — Ma oltre questa funzione giudicatrice, che esplicavasi col 
mezzo di un tribunale ordinario in Roma tenuto da giudici ex lettere 
imperatoris, era ricevuto anche un altro canone di pubblico diritto, 
quello dell'ultimo appello dei romani all'imperatore. Tale principio 
fu solennemente ammesso nell'898 nel concilio di Ravenna, es- 
sendo papa Giovanni IX e Imperatore Lamberto (4). 

Aggiungasi che in Roma noi troviamo in varie epoche sta- 
bilito un magistrato imperiale, il praefectus urbis (5), il quale 



(1) Si raccoglie tale notizia da una sentenza riferitaci dal Fiorentino, e che in- 
comincia colle seguenti parole : — « Dura Domnus Ludovicus serenissimus imperator 
augustus a regale dignitate Romam ad summura imperialis culminis apicem, ecc. ». — 

(2) « Romanorum alios gladio, aiios suspendio interemit, oculis aliosprivavit, exsilio 
alios relegavit ». — Di tale efferratezza, tutt' altro che giustificata per vendicare il mini- 
stro di un Dio che perdonava a' suoi crocifissori, Liutprando cerca scagionare Ottone 
presso Niceforo Foca, imperatore di Costantinopoli (Vedi Liut. in Legai.). 

(3) Cronic. Farf. in Murat. Rer. ital., Voi. I, P. IL 

(4) « Si quis romanus, cujuscumque sii ordinis, sive de clero, sive de senatu, seu 
de quocumque ordine, gratis ad nostram imperialera majestatem venire voluei'it, aut 
necessitate compulsus ad nos voluerit proclamare, nuUus eis contradicere praesumat ; 
et neque eorum res quisquam invadere vel depraedari, aut eorum personas in eundo 
et redeundo vel morando inquietare praesumat ; donec liceat imperatoriae potestati 
eorum causas aut personas, aut per nos aut per missos nostros deliberare. Qui autem 
eos inquietare eundo, vel redeundo, vel morando tentaverit, vel eorum quidpiam re- 
rum auferre, postquara nostram misericordiam proclamaverint imperialis ultionis in- 
dignationem incurrat ». 

(5) « Si osserva che nel 1015 in Roma — grandiora urbis et orbis negotia longe su- 

perexcedunt eorum judicia, spectantque ad romanum pontiflcem, sive illius vicarios 

itemque ad roìnanum imperatoreni, sive illius vicarium praefectum urbis, qui 
de sua dignitate respicit utrumque, videlicet domnum papam et doranum imperato- 
rem, a quo accipit suae xjotestatis insigne, scilicet exertum gladium, ecc. » (Baluzio, 
Mise, Lib. V, pag. 64). 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 09 

aveva vere funzioni di governo, e teneva nelle sue mani la 
direzione della polizia (1). Ma {)iù di ogni altro riscontro del- 
l'autorità imperiale in Roma, dopo le note concessioni fatte ai 
pontefici, valga quello della facoltà concessa agl'imperatori di 
emendare le stesse leggi, che i papi davano ai loro soggetti. I*. 
Benedetto III, che nell'SSS scrive a Lotario e Lodovico una let- 
tera riferitaci da Graziano, e così concepita : — « Nos si in- 
competenter aliquid egimus, et subdilis juslae legis tramiiem 
non conservavimus^ veslro ac missorum veslrorum cuncta volu- 
mus emendare judicio. Inde magnitudinis vestrae magnopere Clc- 
mentiam imploramus, ut tales ad haec quae diximus, perquirendo 
missos in his partibus dirigatis, qui Deum per omnia timeant, et 
cuncta diligenter exqnirant. Et non tantum liaec soia, quae su- 
perius diximus, quaerimus ut examussim exagilent, sed sive minora, 
ecc. (2) ». — E quando neir<S98 si volle reprimere il pessimo costume 
di invadere, alla morte di un papa, il palazzo apostolico e sotto- 
porlo a saccheggio, la legge a tal fine emanata terminava con 
queste parole: — « Quodqui facere praesumpserit, non solum eccle- 
siastica censura, sed etiam imperiali indignatione feriatur ». — Per- 
tanto in questi tempi così favorevoli all'ampliamento dei diritti im- 
periali, è naturale si venisse formando un gius pubblico, che ri- 
spetto al dominio temporale tenesse soggetta la Chiesa all'Impero. 
E perciò quando l'Impero donava una terra ai papi, essa passava 
alla soggezione della Chiesa"; ma se questa le avesse accordato 
libertà, non era che una libertas semipiena. E ben vero che per 
privilegio la città donata dall'imperatore era divenuta patrimonio 
ecclesiastico; ma poteva la Chiesa concederle in perpetuo libero 



(1) Fra i molti esempi circa l'intervento del praefectus urbis si può citare il 
fatto avvenuto nel 1086, quando i Romani elessero a forza papa Desiderio abbate di 
Montecassino, che si nominò Vittore 111. Essi non avevano voluto piegarsi ad eleggere 
ottone vescovo di Ostia, e il prefetto imperiale, lasciato in libertà dal duca Ruggiero, 
tornò in Roma, ed esercitando la sua autorità in Campidoglio, perseguitò i Vescovi 
aflinchè non avvenisse la consacrazione di Vittore III. Il quale, in quei frangenti, 
volle tornarsene a Montecassino, donde poi si trasferi nuovamente a Roma chiamatovi 
dal clero e dai cittadini. Ma bastò che giungesse in Roma un messo imperiale, che an- 
nunziasse la prossima vendetta dell'antipapa Guiberto, perché i romani abbandonas- 
sero tosto Vittore, sebbene universalmente amato. E se la elezione di Urbano II (a. ,088> 
non sollevò minacele per parte dell' Imperatore, ciò fu per essere egli impegnato nelle^ 
gravi e sanguinose fazioni, che desolavano la Germania. 

(2) Gratiax, c. 9, Dist: 10 et e. 1-il, 2. 



70 O. SCALVANTI 

reggimento, creando così un nuovo tipo di sovranità, che il diritto 
pubblico di quei tempi era ben lontano dall' ammettere? Che l'Im- 
pero, per benevolenza verso la Chiesa, si spogliasse di una parte 
del suo dominio, si comprende; giacché la Chiesa era in continui 
rapporti coli' Impero, ed esso stesso metteva capo all'alta autorità 
dei pontefici. Ma non poteva la Chiesa, mediante concessioni di 
privilegi, rinunziare al ricevuto dominio e in virtù di tale rinunzia 
creare slati indipendenti da lei e dall' Impero. Noi vediamo che 
anche quando era lo stesso imperatore, che accordava privilegi 
alle città, e riconosceva i loro liberi reggimenti e le loro consue- 
tudini, qualche cosa riservava a sé, come impronta di dominio, ora 
sotto forma di giurisdizione in grado di appello, ora per mezzo di 
un funzionario imperiale residente nelle città, ora col sottoporre i 
comuni al pagamento del fodro e va dicendo. Questa recognizione 
di dominio poteva essere di lieve peso per le città, ma costituiva 
l'affermazione di un diritto, che alla prima occasione si faceva 
valere. Ora se la cessione alla Chiesa fosse stata incondizionata, 
e se coi privilegi concessi dai papi, le città si fossero trovate li- 
bere e affrancate da ogni vincolo verso l'Impero, ne veniva di 
conseguenza, che esse avrebbero ricevuto, coli' intermediario della 
Chiesa, più di quello che l' Impero sarebbe stato disposto a con- 
cedere direttamente. Vi era dunque nell'Impero un titolo di sovra- 
nità, che tornava a rivivere tutte le volte che la Chiesa donataria 
rinunziava alla concessione imperiale; perché questa doveva inten- 
dersi fatta a esclusivo vantaggio di lei e non a vantaggio dei popoli. 
E che le cessioni fatte dall'autorità dei papi o dei vescovi non 
avessero efficacia di fronte all' Impero, fu sostenuto anco al tempo 
della lotta fra l'Hohenstaufen e le città lombarde. Anche qui tratta- 
vasi di regalie, le quali erano, per la massima parte, passate dalle 
mani dei vescovi in quelle dei comuni, che ne affidavano l'esercizio 
ai consoli da loro eletti. Ora, scrive giustamente l'Hegel, si voleva 
costringere le città a riconoscere che tutti i diritti sovrani e gover- 
nativi erano, giusta l'antica loro origine, diritti spettanti al re, e 
che solo per U investitura o conferma da parte del re stesso po- 
tevano legittimamente passare nelle loro mani (1). — A nulla 



(1) storia delle Cast. ìiiun , Gap. IV. 



UN OPINIONE DEL HAUTOLO SL'LLA I.IREHTA l'EUUGINA ( 1 

valeva che il vescovo avesse ler/ìttimamente e cioè per imperiale 
privilegio esercitato quei diritti sovrani; essi non |Jolevano venire 
legittimamente trasferiti nei nuovi governanti, .se non per conces- 
sione imperiale diretta. Dunque il diritto dell'Impero non era 
estinto; solo se ne era ceduto l'esercizio ai vescovi, i quali non 
avevano potestà di trasmetterlo in altri. 

§ 10. — Tutto questo siamo venuti notando per dimostrare che i 
canoni di diritto imperiale stabiliti nella stessa Roma erano i se- 
guenti: — L'oche ogni concessione di temporale dominio doveva de- 
rivare dall'Impero — 2.° Che l'Impero doveva per rito canonico 
intervenire nella consacrazione dei pontefici — 3.° Che rimaneva 
integro il diritto nell'Impero di avere anche in Roma un rafipre- 
senlante, munito di larga ingerenza nel governo della città — 
4.° Che vi si mantenevano giurisdizioni imperiali, e si faceva 
luogo in ogni caso al ricorso dinanzi al tribunale supremo del- 
l'imperatore. 

Di qui la difficoltà di avere un governo, che non fosse soggetto 
•né all'Impero ne alla Chiesa; perchè la donazione fatta dagl'im- 
peratori ai papi era accompagnata da una tacila condizione, e 
quasi diremmo, limitala dalla causa slessa che vi aveva dato luogo; 
^ perciò il privilegio di libertà che si concedeva dalla Chiesa fa- 
ceva stato di fronte a lei, ma non aveva valore di fronte all' Im- 
pero, che poteva sempre far rivivere ed esercitare i suoi diritti 
di alla sovranità. Bisognava dunque ampliare e modificare il di- 
ritto pubblico del tempo, trovare il titolo giuridico della legitti- 
mità e perpetuità dei governi autonomi, e porre a guardia di questa 
•conquista scientifica le supreme ragioni di giustizia. 

Intanto è da notare che il Bartolo, parlando della sua Perugia, 
accortamente riconnelte il dominio papale a quello dell'Impero; 
•con che mira a stabilire la legittimità di quel dominio nella Chiesa 
concedente; legittimità che derivava dalla imperiale concessione. 
Ma come pensò poi il Bartolo, che di fronte a Perugia fosse ve- 
nuto ad estinguersi ogni diritto dell'Impero, mentre sembra che 
ogni cessione che egli faceva, dovesse sempre intendersi fatta (e 
ne abbiamo visti esempi) salvo in omnibus Jure imperiali? Stabi- 
lito il titolo di legittimità nel potere dei papi, occorreva investi- 
gare in qual modo la Chiesa, liberando la città, ossia restituen- 
dola a libero reggimento, fosse venuta ad estinguere non solo le 



72 O, SCALVANTI 

prerogative della sovranità propria, ma quelle ancora della sovra- 
nità imperiale, che, per una folla di esempi storici, sembravano- 
essere inalienabili e imprescrittibili. 

V'erano ragioni storiche, su cui poter fondare questa ardila 
teoria ? 

§ 11. — Intanto su questo punto essenzialissimo di ricerche è 
d'uopo premettere, che sebbene» alta fosse l'autorità imperiale, 
pure di fronte a lei sorgeva la podestà dei papi, e già abbiamo ac- 
cennato come questa si affaticasse a conquistare un qualche tem- 
porale dominio sulle città italiane. "Va bene, che chi poteva legit- 
timamente investire la Chiesa di questa sovranità era l'Impero;, 
e fu veduto ancora che, nonostante le concessioni imperiali ai 
pontefici, l'autorità degl' imperatori si conservò certamente in jure 
e spesso in facto fin nella stessa Roma. E se avessimo d'uopo 
di aggiungere altri fatti a quelli già riferiti, vorremmo ricordare- 
la parte presa dagl'imperatori nel combattere in Roma le fazioni,. 
che miravano ad affrancare la città dal giogo imperiale ; onde le 
fiere contese al tempo di Ottone I, il consolato di Crescenzio e 
le sanguinose repressioni di Ottone III. 

Ma se la Chiesa, ora in modo occulto, ora in modo palese, fin 
dalla restaurazione dell' Impero aveva cercato di accrescere la sua 
potenza non solo in spivitualibus, ma anche in temporalibus, quale 
era ai tempi del Bartolo lo stato della disputa fra la Chiesa e 
r Impero ? 

Abbiamo osservato, che la Chiesa volle riconosciuto negl'impe- 
ratori soltanto il diritto di presenziare la consacrazione dei papi;, 
ma pure non scarseggiano nell' istoria esempi di protesta anche 
contro questo rito canonico. Da documenti, di cui invano si re- 
voca in dubbio l'aulenticilà, perchè provati sinceri alla stregua 
dei raffronti storici, risulla che Adriano III nell' 884 volle ces- 
sata la ingerenza imperiale nella elezione dei papi (1). E tanta 
novità vi fu allora in questa parte del diritto pubblico della 
Chiesa e dell'Impero, che Stefano V fu consacrato senza l'im- 
periale intervento ; onde le ire di Carlo il Grosso, perchè — « eo 
inconsulto illum ordinare praesumerunt (2) ». — Al qual fatto ri- 



(1) SiGONio, De regno ita!., lib. V. e Ptolom: Lue. Hist. ecc., t. XI, Rcr: it. 

(2) L.vMBECio, Ann. frane, in Murat., Rer. Hai., P. II, T. II. 



un'opinione del HAKTOLO sulla LIllKUTÀ l'ERUC.INA 73 

sponde quello verificatosi nel lOGl quando fu elello, per le cure 
di Ildebrando, il pontefice Anselmo da Budugio, che prese il 
nome di Alessandro li. K vero che in Roma vi era un parlila 
diretto dai conti di Tuscolo, che voleva rispettale le prerogative 
imperiali ; ma vi era pure, e prevalente, il |)artilo che istigava 
a non osservarle. E così, mentre Arrigo li volle che i romani 
non potessero eleggere il papa senza suo consenso, e Niccolò II 
volle rispettato il costume antico, che riconosceva nell'impera- 
tore il diritto di verificare la elezione e assistere alla ordina- 
zione pontificia; nel caso, da noi accennato, si volle sopjiresso 
anche quest'ultimo resto delle imperiali prerogative. Inoltre 
abbiamo già visto, che lo stesso Giovanni VIII in alcune sue 
Epistole protesta contro i messi imperiali, inviati a Roma per 
amministrare giustizia. Né meno fiere sono le denegazioni di 
Adriano IV nel 1159, quando insorge contro Federico I, che aveva 
mandato in Roma dei magistrali per dirimere controversie, senza 
l'assenso del pontefice. Ma più d'ogni altro documento serve a 
dimostrare la resistenza che i Papi fecero contro la giurisdizione 
imperiale, un testo delle Clementine, dove il pontefice, a proposito 
di alcune sentenze ernanate da un tribunale imperiale in certe 
questioni tra Arrigo e Roberto re di Sicilia, dichiara irriti e cani 
cotesti giudicati, allegando che il re, sebbene citato regolarmente, 
non era presente al giudizio (1). Oltre a ciò cercano i papi di 
scuotere il giogo dei re, sollomeltendosi solo agl'imperatori, la 
cui consacrazione slava nelle loro mani; talché quando Arrigo III, 
che non aveva assunto ancora la corona imperiale, fece deporre 
nel Concilio di Sutri i tre papi Benedetto IX, Silvestro III e Gre- 
gorio VI, e il Baronio dice, che fu detestanda prosunzione del- 
l' imperatore, dovuta al fatto che Gregorio VI era stato eletto- 



(1) Il Muratori cita l' Epistola di papa Clemente col titolo — Pastoralem — mentre 
incomincia colla parola — Pastomlls — e si legge nel Corjìus Juris canonici, Wj. II, 
Clement., Tit. XI, Gap. II. Ivi è detto; — « Nos tam ex av.qierioritate quam ad Impe- 
rium non est dubium nos habere, guani ex potesiate, in qua (vacante imperio) 
Imperatori succedimus, et nihilominus ex illius plenitudine potestatis, quam Christus 
Rex Regum et Dominus dominantiura nobis, licet immeritis in persona Beati Petri 

concessit, sententiam et processus omnes praedictos, et quicquid ex eis securum est 

declaramus fuisse ac esse omnino irritos et inanes Praehabitis per Imperatorem 

eumdem quibusdam processibus contila eum (Regem) absentem tamen, quamvis legi- 
time (juxta Imperatoris assertionem) citatum, ecc. ». 



74 O. SCALVANTI 

senza suo consenso, molli e gravi storici osservano, che di ciò 
non poteva Arrigo dolersi, in quanto che, non essendo impera- 
tore, nessun diritto aveva sulla città di Roma. 

E cenno poi, sotto alcuni pontefici, del loro governo su Roma 
etìam in temporalibas, come fu al tempo di Giovanni XII (1). Se 
nonché le tristi condizioni della Chiesa non permisero a quel 
pontefice e ai suoi successori di affrancarsi dall'impero. Anzi lo 
stesso Giovanni XII, stretto da Berengario II e da Adalberto, 
dovette ricorrere all' istituto giuridico deWadvocatia ecclesiae, in- 
viando Giovanni diacono e Azo scrinarlo a Ottone per chiamarlo 
a difesa della curia romana. 

§ 12. — Ma ancorché a quando a quando la Chiesa si trovi nella 
necessità di ricorrere all' Impero, ormai noi dobbiamo verificare un 
continuo progresso nelle condizioni di lei. Lo stesso Ottone con- 
viene di dover largheggiare colla Chiesa, ed è a questo proposito 
preziosissimo il documento conservatoci da Graziano e che leg- 
gasi anco nel Baronio (2). E una lettera, che Ottone indirizza da 
Pavia a Giovanni XII, e dove dice : — « Si permittente Domino, 
Romam venero, sanctam romanam Ecclesiam et te rectorem ipsius 
exaltabo secundum posse meum ; et nunquam vitam aut membra 
et ipsum honorem, quem habes, mea voluntate, aut meo Consilio, 
aut meo consensu, aut mea exhortatione perdes. VA in romana 
urbe nullum placilum, aut ordinationem faciam de omnibus, quae 
ad te aut ad Romanos perlinent, sine tuo Consilio. Et quidquid 
in nostrani potestatem de terra S. Petri pervenerit, tibi reddem. 
Et cuicumque regnum italicum commisero, jurare faciam illum, 
ut adjutor tibi sit ad defendendam terram Sancti Petri secundum 
suum posse ». — E noto come queste. concessioni non approdas- 
sero al fine di mantenere pacifici rapporti tra le due potestà. Le 
lotte fra Gregorio VII e il quarto Arrigo, l'umiliazione sofferta 
dall'autorità impei'iale a Canossa, la conciliazione avvenuta nel 
1111 fra Pasquale li e Arrigo V, poco stante revocata (3), le ri- 



li) MuKAT. Ann.^ voi. XXXIII, pag. 23. 

(2) Annali Ecclesiastici all' an. 690, e Graziax. Dist. 63, e. 33. TU. Domln. 

(3) Il papa aveva proposto, che egli rinunzierebbe a tutti gli stati e regalie, che 
gli ecclesiastici avevano avuto e riconoscevano dall' Impero e dai regni di Carlo Magno, 
Lodovico il Pio e Arrigo I, specificando città, ducati, comitati, zecche, gabelle, mer- 
cati, avvocazie, corti, castella, ecc.; e il Re alla sua volta rinunzierebbe all' uso di in- 



un'opinione del iìautolo sulla libertà I>E1U(;iNA 75 

sorgenti contese fra Innocenzo II e Lotario III e tra Federigo I 
e Adriano IV, le proteste degli Ottoni, i trionfi delia politica di 
Federigo II e le sue discordie con Innocenzo III e Gregorio IX, 
son tutti avvenimenti, su cui si intessono più secoli di storia ila- 
liana. E ove ripensiamo alla stessa lotta delle investiture, se da 
un lato ci apparisce manifesto l'accanimento, col quale T Impero 
difese non solo le prerogative della sua temporale autorità, ma 
ben anco il titolo della sua ingerenza nella nomina dei dignitari 
ecclesiastici ; dall'altro si apprende che la Chiesa ormai riusciva 
ad aver ragione dell' Im[)ero. Infatti col trattalo di Worms l' Im- 
pero dovette cedere rispetto alla elezione dei prelati e alla inve- 
stitura coli' anello e col pastorale; e solo gli restò il diritto della 
temporale investitura collo scettro e della precedenza di questa, 
al di là delle Alpi, alla investitura spirituale. Onde non ha torlo 
l'Hegel, quando dice che in quel trattato, l'imperatore perdette 
la causa sul punto telale, di cui trattavasi, e cioè che la Chiesa 
■voleva possedere jure proprio le regalie anticamente concesse 
agli ecclesiastici dall' Impero (1). E vero che la Chiesa non riuscì 
colla dieta di Worms a vedere accolti i principi del Dictatus 
papae di Gregorio VII ; ma tuttavia conseguì gran parte del suo 
scopo, di rendersi cioè assai più indipendente dall'Impero. Ma 
vediamo con ordine di ciò, che avvenne al tempo del Barbarossa. 
Federico I, bene accorgendosi della influenza sempre maggiore 
dei papi, non piegò ai voleri del pontefice, che non volle ac- 
cogliere gl'inviati imperiali per amministrare giustizia in Roma; 
parendogli, dicono gli storici, di diventare un imperatore dei Ro- 
mani dì solo nome e da scena, quando se gli volesse levare ogni 
potere e dominio in Roma (2). Né potevano piacere a Federico 
tali propositi della curia romana, dal momento che nel 1154 gli ave- 
A'ano offerto il dominio — « legati de omnibus civitatibus Tusciae, 



vestire i vescovi e gli abati. AiTigo V andò sulle furie, e fece prigione Pasquale II. 
Poi nel 1111, stabilito un accordo, Arrigo fu consacrato imperatore; ma in parte per 
il mal volere di lui e in parte per l'opposizione dei vescovi, l'accordo venne a ces- 
sare col Concilio latei'anense tenuto nel 1116. I vescovi disapprovarono che il papa 
non avesse voluto riconoscere la possibilità di investiture a favore di religiosi per parte 
di laici. 

(1) Hegel, Storia cleUa Cast., Gap. VI. 

(2) MuRAT, Ann. — ad an. 1159. 



76 O. SCALVAMTI 

nec non ex omnibus civitatibus Spoleti, munera condigna offeren- 
tes, et subjectionem voluntariam promitlenles (1) ». 

Pur tuttavia egli ebbe l'animo disposto a rispettare quei pri- 
vilegi, che nel campo del temporale dominio gli ecclesiastici ave- 
vano ricevuto dagl'imperatori. E ne è documento infallibile la Pa- 
ce di Costanza, ove si legge: — « In civitate illa, in qua Episcopus 
per privilegium Imperatoris vel regis comitatum habet, si consules 
per ipsum episcopum consulatum recipere solent, ab ipso reci- 
piant (2) ». — Con la quale disposizione Federigo confermava i pri- 
vilegi antichi, e poiché l'investitura dei consoli era una facoltà 
che riservava a sé (« alioqui unaquaeque civitasanobis consula- 
tum recipiant »), riconoscendola in caso di privilegio nei vescovi,, 
veniva quasi a crearli vicari imperiali. 

§ 13. — Ma sebbene l'Impero manifesti di sovente e in termini 
vivaci il desiderio di riconquistare intera la sua indipendenza, pure 
dagli ultimi del secolo XII e nel secolo seguente, penetrano nel gius 
pubblico delle massime e dei principi atti a liberare la Chiesa 
dalla supremazia degl'Imperatori. A ciò diedero occasione le lun- 
ghe e frequenti vacanze del trono imperiale; imperocché è noto 
che dal 1251 al 1273 non si ebbe nessun imperatore o re dei ro- 
mani. Nel 1273 fu re dei romani Ridolfo, che cercò invano di re- 
staurare i diritti dell'Impero, onde inviò il figlio in Italia per com- 
piervi una invasione nelle terre della Savoja. Nel 1292 succede a 
lui Adolfo di Nassau, come re dei romani fino al 1298, anno nel 
quale cotal titolo è assunto da Alberto tedesco. L'impero ritorna 
nel 1312 con Arrigo VII, che si fa coronare imperatore a Roma, 
mentre il papa è in Provenza. Ma dopo due anni la sedia imperiale 
vaca di bel nuovo, e cioè dal 1314 al 1346, quando é incoronato 
imperatore Carlo IV, quello stesso a cui il Bartolo fu inviato am- 
basciatore (3). Questo stalo di cose determinò una corrente favo- 
revole alla Chiesa, di cui il Bartolo, vissuto proprio al tempo nel 
quale le lunghe vacanze dell'Impero avevano reso più facile il 
lavorio di indipendenza della Chiesa roniana, dovette tener conto 
nella costruzione della sua teorica. 



(1) Weingart, Chronic apud Leibmtium, t. I. , 

(2) De lìace Constantiae, § Privilegia omnia, ecc. 

(3) Scalvanti, Cons. sul prino libro degli Statuti perugini. Parte I, Pe- 
rugia, 1895. 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERU(iINA 77 

Anzi, lulla la storia registra in più occasioni il diritto che la 
Chiesa volle rivendicare sul regno di Sicilia, e per citare un fatto 
solo, perchè si collega a' due grandi nomi di Innocenzo III e di 
Federigo II, ricorderemo le dichiarazioni, che il pontefice ebbe a 
fare nel 1215 a Federigo, e cioè che se veniva esaltato come im- 
peratore, doveva cedere immediatamente il regno di Sicilia al figlio 
suo, che tal dominio riconoscerebbe dalla Santa sede. 

§ 14. — Ma i tre istituti che la Chiesa, profittando di favore- 
voli circostanze, cercò introdurre nel diritto pubblico del tempo 
furono i seguenti : 

1.° Che l'Impero era dato dal Papa in feudo agl'imperatori. 

2.° Che nella vacanza dell' Impero, il vicariato di esso spet- 
tava al Papa. 

3.° Che come il Papa dava ai He l'Impero in feudo, cosi po- 
teva tal concessione revocare. 

1. — 11 primo cenno di concessione quasi feudale dell'impero 
si ebbe nelle lotte fra Federigo I e Adriano IV. Fu nel 1157, 
che quel pontefice mandò suoi ambasciatori a Besanzone, dove 
trovavasi l'imperatore, per fargli rimostranze di non avere punito 
ancora quei tedeschi, che avevano fatto prigione Esquilo arcive- 
scovo di Lunden. E per stimolarlo a compiere quello che il papa 
credeva stretto dovere dell'imperatore, Adriano IV ricordava nelle 
sue lettere a Federico I, di avergli conferito la corona, di che, 
aggiungeva, non avrebbe avuto mai pentimento, quando anche 
— majora beneficia excellentia tua de manu nostra suscepisset — . 
In specie quella parola — beneficia — , di cui Federigo, così vago 
di definizioni legali, comprendeva certo il significato, spiacque 
a lui e a' suoi fautori, perchè parve volesse il papa sostenere, 
che Federigo teneva l'Impero da lui come in feudo. Nella quale 
opinione lo confermava una scritta, veduta in Roma, e che leg- 
gevasi nel palazzo lateranense sotto una pittura rappresentante 
l'imperatore Lotario a' piedi del papa; la quale scritta era così 
concepita ; 

Eex venit ante fores, jurans x>rius urbis honores, 
Post homo fit papae, sumit quo dante coronam (1). 



(1) Ml'rat, Annali, ad an. 1157. 



■ 



78 O. SCALVANTI 

E per verità il senso dell'intera scritta, e in specie quella pa- 
rola — homo — ricevuta in significato di vassallo^ non poteva 
riuscire gradita al carattere imperioso di F^ederico. E poiché egli 
ebbe a lagnarsene cogli ambasciatori del papa, uno di essi per 
chiarire il concetto del suo signore, uscì in questa frase: — .4 quo 
ergo habet si a domino papa non habei impteriumf — L'ira che 
sollevarono tali parole fu tanta, che Ottone conte palatino di Ba- 
viera poco mancò non uccidesse il legato pontifìcio (1). 

2. — Ma ormai il principio era posto, e non mancava che trar- 
ne le conseguenze; prima delle quali doveva esser questa, che 
nella vacanza dell'Impero, l'alta autorità imperiale apparteneva a 
titolo di vicariato al papa. La quale teoria andò formandosi negli 
ultimi del secolo XIII e ai principii del XIV. La troviamo infatti 
ricordata nel testo — Pastoralis — di Clemente altrove citato, là 
dove si dice: — « Nos... a potestà te, in qua (vacante imperio) Im- 
peratori succedimus ». — E lo stesso si afferma nel 1322 al tempo 
di Giovanni XXII, quando a proposito dei diritti pontifici su Pia- 
cenza, si nota che questa città — « immediate subjecta est et fuerit 
ab antiquo Sanctae Romanae Ecclesiae » — e gli storici sostengono 
che certo tal signoria doveva aver luogo nella vacanza deW im- 
pero, come era avvenuto per Parma e Modena (2). 

3. — E se fin dal tempo di Federigo si era affacciala l' idea, 
che l'Impero fosse feudo della Chiesa, nessuno potrà meravigliarsi 
che poco tempo dopo, e cioè nel pontificato di Celestino III (1191- 
1198) si introducesse l'altro principio, che il papa poteva revo- 
care la podestà concessa infeudo agl'imperatori (3). In tal modo 



(1) Sebbene quest' idea del feudo sia sorta più tardi, piire un cenno di simiglianti 
pretese s'incontra lino dall' 823. Infatti quando papa Pasquale invitò Lotario a Roma 
per procedere alla coronazione imperiale, lo avvertì, che, senza tale solennità, egli non 
poteva esercitare atti propri di un imperatore; e quindi era mestieri venisse in Italia 
a cingere la corona, non al solo effetto della sanliflcazione, ma a quello eziandio 
del potere — non taìii sancii ftcatione guani potestate et nomine — (Pascasius Ra- 
TBERTUS in Vita Vallae ab. apud Mab.). 

(2) Vedi fra gli altri Muratori, Ann. d'Italia. 

(3) L'IIovedeno ne' suoi Annali narra che quando Celestino III diede la corona 
imperiale ad Arrigo VI — « percussit cum pede suo coronam imperatoris, et dejecit 
eam in terram, significans quod ipse potestatem ejiciendi eum ab imperio habet, si 
ille demeruerit. Sed Cardinales statim arripientes coronam, imposuerunt eam capiti 
imperatoris » — . Il cardinal Baronie accettò il racconto dell' Ilovedeno; ma, ad ogni 
modo, posto che il fatto non siasi verificato proprio nel modo che narra 1' annalista, 
è certo che qualche cosa di simigliante deve essere avvenuto per autorizzare il giudi- 
zio degli storici. 



un' opinione del BARTOLO SILLA LIltERTÀ l'ERl'GINA 79 

questo pontefice andava preparando il terreno alle altre conquiste 
che Innocenzo, suo successore, doveva intraprendere a favore della 
Chiesa. Né deve stupire, che dopo essersi introdotta la teoria 
dell'impero /eMO?o della Chiesa e del vicariato di essa, Bonifacio 
Vili (a. 1294-1303) si proclamasse egli stesso — solus impvra- 
tor — (1). Con questa corrente di idee si apriva il secolo XIV, 
nel quale il Bartolo visse e insegnò. 

§ 15. — Al suo tempo dunque nessun principio pacifico erasi sta- 
bilito per sistemare in modo definitivo la posizione giuridica dell'Im- 
pero nei suoi rapporti coll'Italia e in specie colla Chiesa; ma eviden- 
temente questa andava ogni dì più guadagnando terreno. II grande 
giurista, come abbiamo avvertito, volle innanzi tutto ricongiun- 
gere lo stato di Perugia agli antichi diritti imperiali, uniforman- 
dosi alle massime invalse nei secoli precedenti, ed a ciò che di 
quando in quando l'Impero affermava anche al tempo suo. Non 
bisogna infatti dimenticare l'Editto di Lodovico il Bavaro dell'an- 
no 1339, col quale si vuole rendere affatto indipendente l'autorità 
imperiale dalla ingerenza della Chiesa e stabilire che l'imperatore 
per la sola elezione — « est rex verus et imperator Romanorum 
censendus et nominandus » — senza bisogno di conferma o con- 
senso della Sedia apostolica (2). A questa dichiarazione doveva 
tener dietro tutto un sistema di restaurazione dei diritti impe- 
riali ; talché, col voto di Uberto da Lampugnano e di Marsilio 
da Padova, fu sancito, che dai tribunali ecclesiastici fosse dato 
appello alla Corte imperiale ; che all'imperatore spettasse di inter- 
venire per la convocazione dei concilii, per stabilire feste e di- 
giuni, il numero dei templi e dei sacerdoti, e infine che a lui 
spettasse la nomina a molte dignità ecclesiastiche, non esclusa 



(1) Narrasi che Bonifacio, ricevuti gli ambasciatori di Re Alberto, dichiarasse che 
il loro signore non era degno di rivestire l'imperiale autorità, essendosi ribellato al 
Re Adolfo. E poiché i legati cercavano persuadere il pontefice a più ragionevole con- 
siglio, narra Benvenuto da Imola (Hist. August) che Bonifacio, assiso sul trono e 
tenendo la corona in capo con una spada a lato, bruscamente esclamò: — « /o sono 
Cesare, io Vim2}eratore! » — 

(2) « Declaramus quod imperialis potestas et dignitas est immediate a solo Beo, 
et quod de jure imperii et consuetudine antiquitus approbata, postquam aliquis eligitur 
in imperatorem ab electoribus, statim, ex sola electione, est rex verus et imperator 
Romanorum censendus et nominandus, nec papae, sive sedis apostolicae confìrmatione 
indiget vel consensu ». — (Fertile, Storia del Diritto italiano, voi. I). La quale teoria 
Lodovico il Bavaro pose ad effetto facendosi eleggere dal popolo e incoronare da SciaiTa 
Colonna. 



so O. SCALVANTI 

la ingerenza nella elezione del pontefice e la podestà di deporlo. 
La stessa esagerazione che si nota in questo disegno di Lodovico 
il Bavaro, ci dinaostra com'egli agisse per un forte spirito di rea- 
zione contro le pretese papali ; ma tale teorica non durò nemme- 
no la vita di lui, imperocché sia noto che, lui vivente, venne esal- 
tato al trono imperiale Carlo IV (1). 

D'altronde lo stesso Carlo IV pareva risoluto a rivendicare i 
diritti dell' Impero, onde Clemente VI nel 1348 prima ancora che 
Carlo divenisse imperatore (2), lo sollecitò a cedergli tutte le ra- 
gioni imperiali sulla città di Avignone; il che conseguì in forma 
solenne col diploma riferitoci dal Leibnitz (3). E poiché Giovanni 
Visconti molestava le città italiane e i papi erano lontani da Roma, 
molti comuni, tra i quali Firenze, Perugia e Siena, andarono sol- 
lecitando Carlo IV a scendere in Italia, e la slessa Lega di Lom- 
bardia del 1354 rinnovò tali pratiche, che raggiunsero l'effetto de- 
siderato, imperocché in quell' anno Carlo IV si dispose a venire 
nella penisola. Ove giunto, non si ristette dell'affermare qua e 
colà i diritti dell' Impero, e ne è prova la mutazione introdotta 
nel governo di Siena, di cui mise a capo Niccolò patriarca di 
Aquileja, suo fratello naturale, poco dipoi deposto e cacciato. 

§ 16. — Bisognava dunque aver sempre riguardo al diritto impe- 
riale, e ricollegare a questa suprema fonte di temporale dominio 
l'autorità della Chiesa su Perugia; e bisognava poi profittare della 
evoluzione fatta dal diritto pubblico nei rapporti fra la Chiesa e 
Impero, per giungere alla dichiarazione della libertà perugina (4). 



(1) La venuta in Italia di Arrigo VII fu cagione che la parte ghibellina trionfasse 
quasi dovunque, e poiché contro essa insorsero il papa e il Re di Napoli, i signori 
ghibellini invocarono l'intervento di Lodovico il Bavaro. E notisi che questo prin- 
cipe, tra per le contese avute in Germania con Federigo duca d' Austria e per la guerra 
civile durata otto anni, quando scese in Italia non potè farsi accompagnare da buon 
nerbo di armati, e la sua incoronazione a Roma, compiuta contro il volere del papa, 
che lo scomunicò, non potè insignirlo legittimamente del titolo e dell'autorità impe- 
riale. Mezzo disfatto a Roma, partì dall' Italia odiato e disprezzato da tutti i partiti. 

(2) Il Muratori ritiene che Carlo IV fosse imperatore nel 1346, ma mi sembra 
inesatto. In quell'anno egli ebbe il titolo di Re dei Romani. Ma la cerimonia avve- 
nuta in Bonn nel 25 novembre 13 i6 non poteva conferire al nuovo signore la dignità 
« la corona imperiale, che consegui a Roma nel 5 aprile 1355 per le mani del cardinale 
Pietro di Bertrando, vescovo d'Ostia, deputato a ciò dal pontefice Innocenzo VI. 

(3) Cod. jur. geni., t. I, n. 93. 

(4) Tanto più poi era necessario tener conto della imperiale concessione, quanto 
che l'Impero qualche regalia pareva voler conservare anche sulle città afirancate 
dalla Chiesa (Vedi Scalvanti, op. cit., Parte I}. 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 81 

Il Bartolo mirò a questo fine così ragionando. Egli ammise che 
tutto quello che non è sottoposto all'Impero soggiace alla Chiesa. 
E ci sembra che nello stabilire questo punto, il Bartolo abbia 
avuto presente la invalsa dottrina, che, cacante imperio, era il 
pontefice che rappresentava l'alta autorità imperiale da darsi poi 
al Re eletto quasi in ragione di feudo. Ma la proposizione aveva 
il suo rovescio; di guisa che bisognava aggiungere — che tutto 
quello che alla Chiesa non apparteneva, era di spettanza dell'Im- 
pero. — Ora se avveniva che la podestà imperiale avesse, mediante 
privilegio, concesso alla Chiesa la sovranità sopra un territorio, 
e la Chiesa vi avesse rinunziato a favore dei popoli soggetti, la 
città non ricadeva sotto l'alto dominio imperiale, perchè il papa 
era quasi signore del feudo e certamente vicario imperiale, e se 
alla concessione di quella città aveva l'imperatore rinunziato, ne 
veniva che il papa avesse legittima potestà di conferire ad altri 
la sovranità di quella terra. Dunque, se coli' antica concessione 
alla Chiesa mantenevasi un gius imperiale; attesi gli attributi 
dalla Chiesa stessa posteriormente acquistali, quel diritto veniva 
ad estinguersi. A tale affermazione giunge il Bartolo esaminando 
nelle Fonti l'efficacia dei privilegi rispetto all'ordine dei decu- 
rioni, ove si nota che, ad esempio, alcuni dignitari, come i con- 
soli, i patrizi, il prefetto del pretorio, il maestro dei militi e i loro 
figli venivano esonerati dall'ordine dei curiali, e tale privilegio 
durava anche dopo la cessazione dell'ufficio. 

Nello stesso modo il privilegio della franchigia dall'Impero 
accordata a favore della Chiesa nuova sovrana, doveva continuare 
anche dopo che era cessato nella Chiesa slessa l'esercizio del di- 
ritto, che aveva formato oggetto del privilegio imperiale. E come 
il privilegio del padre, anche dopo la cessazione dell'ufficio, gio- 
vava ai figli, così il privilegio di sovranità accordato alla Chiesa 
giovava ai popoli, anche quando era venuto a mancare il diritto 
sovrano dei papi. Questo pensiamo fosse il concello del Bartolo; 
e per quanto l'analogia fra i casi contemplati nelle Cosi. 61, 64, 
65 e 66 Cod : De decurionibus et flliis, ecc. non apparisca corretta 
di fronte alla tesi sostenuta dal celebre giurista per giungere alla 
proclamazione della libertà perugina, è un fatto che si volle so- 
stenere, che la conservazione di prerogative imperiali era incom- 

6 



82 O. SCALVANTI 

patibile colla sovranità della Chiesa, alla quale conchiusione pre- 
stavasi il diritto pubblico del tempo. 

Ecco perchè Perugia non suhest Ecclesiae nec Imperio; lo che 
è quanto dire che tra l'autorità imperiale da un lato e la podestà 
papale dall'altro sorge una terza e legittima forma di sovranità, 
quella delle repubbliche italiane. Poco importava al Bartolo, vi- 
vente nel secolo XIV, che si trovasse la sua città a godere di 
libero governo anco per franchigie concesse direttamente da im- 
peratori, ad es. da Arrigo VI ; poco gì' importava che la sua slessa 
teorica trovasse qualche restrizione nelle vicende de' secoli XII 
e XIII ; a lui premeva di stabilire scientificamente, che Perugia non 
poteva più appartenere né all'Impero né alla Chiesa, e a ciò gli 
servivano i materiali storici circa i recenti rapporti fra le due po- 
destà. A far poi che i fatti rispondessero alla teorica il meglio 
possibile, dovevano adoperarsi con industre ingegno i governanti, 
come egli stesso vi si adoperò nel soddisfare ai pubblici uffici, 
cui lo chiamavano i suoi concittadini. E se taluno ritenesse assai 
specioso il mezzo escogitato dal Bartolo, e non gli paresse infor- 
mato a larghi criteri di libertà, egli si abbandonerebbe al più fu- 
nesto errore di uno storico, quello cioè di imprestare a lontane 
età sentimenti e principi, che solo il tempo ha saputo risve- 
gliare e maturare per la felicità dei popoli e la perfezione dei 
governi. E l'affermazione del Bartolo potè molto anche sull'animo 
dei dotti, che fiorirono nei secoli appresso; e noi vediamo, ad 
es. Alberigo Gentile citare con certo orgoglio Perugia, come — 
una in non multis Italiae, qaae libera a Papa et ab Imperio 
est — (1). Ciò prova che la teorica del Bartolo non solo era stata 
accolta dai giuristi del suo tempo, ma oltre due secoli e mezzo 
dopo veniva citata da uomini insigni, come la formula più esatta 
a significare la libertà perugina, ormai, ai tempi di Alberigo, ir- 
reparabilmente perduta. 

§ 17. — Ma a quali atti di donazione imperiale può essersi rife- 
rito il Bartolo? Se noi volessimo tener conto di tutti gli atti in- 
terceduti fra il Papato e l' Impero, non finiremmo più questa nota 
al passo del Bartolo; ma a noi sembra che il grande giurecon- 



(I) Laudes Academiae Perusinae et Oxoniensix, Hanovia MDGV. 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA -S:j 

sullo non abbia pensalo esclusivamente ad un solo diploma per- 
chè r espressione che adopera è incerla : — nani Imperator do- 
navit eam (Perusiam) Ecclesiae seu permutacit cum ea — . Ora 
altro è donazione, altro è permuta; l'una esclude l'altra, né po- 
teva cadere in equivoco il dolio giurista. 

Pur nondimeno è probabile egli si riferisse alla celebre con- 
ferma dei privilegi riguardanti l'Umbria fatta da Lodovico il Pio 
nel!' 818 al pontefice Pasquale. Si tratta del documento, chetante 
ed erudite discussioni ha sollevato. Vuoisi infatti che il diploma 
non sia sincero, ma finto; e il Pagi e il Muratori son giunti a 
tale evidenza di dimostrazione da rendere presso che oziose al- 
tre indagini. E di vero a far ritenere insincero quel documento 
basta il trailo, nel quale l' imperatore cede alla Chiesta — insu- 
Las Corsicam, Sardiniam et Siciliani sub integritate cura omni- 
bus adiacentibus et territoriis maritimis — . Dato l'accordo e la 
pace esistente tra Roma e 1' Impero greco, era egli possibile, che 
Lodovico facesse al papa cessione di terre, che erano sempre 
soggette all'imperatóre di Oriente? E tanto più dobbiamo confer- 
marci in questa opinione^ quanto che nel diploma non occorre ve- 
runa di quelle frasi restrittive, che si incontrano in allri docu- 
menti di data posteriore. Potevano cedersi infatti territori, di cui 
non si aveva a quel momento l'impero; ma si notava ciò con ap- 
propriate espressioni, ad es. — patvimonium Siciliae, si Deus 
nùstris illud tradiderit manibus — , la quale espressione o una 
consimile non occorre nel testo in esame. Ma è duopo osservare 
d'altro canto che lo stesso Muratori nella Diss: XXXIV (1) e 
negli Annali non dichiara in modo assoluto che quel diploma è 
finto; bensì avanza il dubbio che possa essere stato interpolato. 
E questo è il vero; anzi a noi pare evidentissimo, che tutta la 
prima parte del diploma sia vera ed autentica, mentre tra questa 
parte e la chiusa v' è un passo interpolalo, che riguarda dona- 
zioni inverosimili in altre parti d'Italia. 

Abbiamo più sopra notato, che rispetto alla menzione della 
Sicilia, Corsica e Sardegna non si incontra nel testo alcuna ri- 
serva, la quale faccia intendere che V Impero non aveva in quel 



(\) Voi. II, pag. 300 e seg. 



84 O. SCALVANTI 

tempo il dominio delle isole. Ebbene se noi poniamo a raffronto 
il fatto della donazione della Sicilia, ecc. colla formula, che usa 
l'Imperatore verso la Chiesa, abbiamo la prova evidente della in- 
terpolazione. — « Ceterum ut diximus omnia superior nominata^ 
ita ad veslram partem per hoc noslrae confirmalionis decretum 
roboramus ut in vestro, vestvoranique successorum permaneant jure 
principatu atque ditione, ut neque a nobis ncque a fìliis noslris per 
quodlibet argumenlum sive machinationem in quacumque parte mi- 
nuatur vestra potestas, ecc. » — . Ognuno comprende che una formula, 
in cui si conferma il privilegio, pel quale un territorio deve ri- 
manere in principato alla Chiesa, non può riferirsi che a stati, città 
e castelli che si trovavano di già soggetti alla medesima. E qui 
invece abbiamo, che non solo non erano soggetti alla Chiesa, ma 
in quel tempo non si trovavano nemmeno sotto il dominio del- 
l' Impero, d'Occidente. Il quale concetto si incontra anche nel prin- 
cipio del diploma, ove parlandosi della conferma data da Lodovico 
il Pio si dice, che i Papi avevano fino allora in podestà le terre, 
cui il privilegio si riferisce. 

Pertanto la parte del documento, che riteniamo autentica, è la 
seguente : 

Ego Ludovicus Imperator Augustus statuo et concedo per hoc 
pactum confirmationis tibi B. Petro Principi Apostolorum et prò 
te Vicario tuo Dompno Paschali summo Pontifici et universali 
Papae et successoribus ejus in perpeluum sicul a praedecessoribus 
vestris usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et di- 
sposuistis civitatem Romanam cum ducatu suo et suburbanis atque 
viculis omnibus et territoriis ejus monlanis ac marilimis, littori- 
bus ac portubus seu cunctis civitatibus, caslellis, oppidis ac vicu- 
lis. In Tusciae partibus idest Portum, Centumcellas, Chere, Ble- 
dam, Marluranum, Sutrium, Nepe, Castellum, Gallisem, Hortem, 
Polimartium, Armeriam, Tode, Perusiam cum tribus insulis suis, 
idest majorem et minorem, Pulvensim,, Narniam, Utriculum cum 
omnibus finibus ad supradictas civitates pertinenlibus. Simili modo 
in partibus Campaniae Signam, Anagniam, Ferentinum, Alatrum, 
Patricum, Frisilimam, cum omnibus finibus Campaniae. 

Nec non Exarchatum Ravennatem sub integritate cum urbi-* 
bus, civitatibus, oppidis et castellis quae piae recordationis Dom- 



un' opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA 85 

pnus Pipinus rex ac bonae memoriae genilor noster Karolus Im- 
peralor Beato Pelro Apostolo et predecessoribus veslris jamdudum 
per donalionis paginam restituerunt, hoc est civitalein Havennam 
et Emiliani, Bobium, Caesenam, Forum p. p. Forum Livii, Fa- 
ventiam, Immolam, Bononiam, Ferrariam, Comiacclum . . . Simul- 
que et Penlapolim videlicet Ariminum, Pisaurum, Fanum, Sene- 
galliam, Anconam, Hausimum, Humanam, Hesim, Forum Sem- 
pronii, Montem F'eretri, Ulbinum et territoriuin Valvense, Kallem 
Luciolis, Egubium cum omnibus finibus ac terris ad easdem civi- 
tates pertinenlibus (1) 

■ \- • • ■ : _ (2j. 

Ceterum ut diximus omnia superius nominata ita ad veslrum 
partem per hoc nostrae confirmationis decretum roboramus ut in 
vestro, vestrorumque successorum permaneant jure principatu at- 
que ditione, ut neque a nobis neque a fìliis nostris per quodiibet 
argumentum sive machinationem in quacumque parte ininualur 
vestra potestas, aut vobis de soprascriptis omnibus vel successo- 
ribus vestris in aliquid sublrahatur de suprascriptis videlicet pro- 
vinciis, urbibus, ecc. 



(1) stimiamo utile dare le variazioni subite dai nomi di alcune città e castella 
indicate nel testo. Portum — Portus Augusti, Porto (presso Fiumicino sul braccio 
nord del Tevere): Centincellas -r- Civitavecchia; Chere — Caere, oggi Cerveleri 
(circondario di Civitavecchia); Bledam — Bleram oggi Biecla (al sud di Vetralla); 
Marturanum — Manturanum — Canale 3Ionterano (mandamento di Bracciano); 
SiTRiUM — Sutri; Nepe — iXepi; Castellum — Castro dei Volsci; (mandamento di 
Vallecorsa circondario di Prosinone); Gallisem — Gallese; HoRTEM-Horta oggi urte; 
PoLiMARTiCM — Bomarzo (circondario di Viterbo); Armeri.vm — Ameriam, oggi a melia; 
ToDE — Tuderte appellato attualmente Todi; insulam Majorem, Minorem, Pulvensim 
— Isola Maggiore, Minore o Isoletta e Polvese nel Lago Trasimeno ; Narniam — Nomi; 
Utriculum — Ocriculum oggi Otricoli; Signam — Segni; A's aosi au — Ana giti; Fe- 
RENTiNU.vi — Ferentino presso Anagni — Alatrum — Alatri — Patricum — Patrica 
(circondario di Prosinone); Frisilimann — Frisilunam oggi Fresinone ; Bobium o piut- 
tosto Buidam, oggi Buda (sullo scalo Rondone, che mette nel canale di Medicina e 
di là nel drizzagno del Reno), o anche Butriu.m, oggi Ponte di Budrio (sulla Rigotta 
fra Cesena e Savignano di Romagna); Forcm p. p. — Forum Popilii oggi Fo ri imjìo polii 
Forum Livii — Forlì; Faventiam — Faenza; Immolam — /»ìo;a,-.CoMiACLUM — 
Comacchio; Ariminum — Rimini; Pisaurum — Pesaro; Fanum — Fanum Portunae 
oggi Fano; Senegalliam — Sinigaglia o Senigallia ; Hausimum — Auximum oggi 
Osimo; Humanam — Humanum oggi Sumana (nell'Adriatico a sud-est di Ancona); 
Hesim — Jesi; Forum Sempronii — Fossomhrone; Montem Feretri — Macerata 
Feltria; Ulbinum — Urbinum, oggi Urbino; territorium Valvense — Vadense, oggi 
S. Angelo in Vado (Guado sul Metauro); Kallem Luciolis — Cagli; Egubium — 
Iguvium oggi Gubbio. 

(2) In questo luogo è il passo interpolato, ove si tratta della cessione di Corsica, 
Sardegna, Sicilia, ecc. 



86 O. SCALVANTI 

Ego Lodovicus misericordia Dei Imp. subscripsi. Et subscrip- 
serunt III filii ejus et Episcopi X et Abbates Vili et Gomites XV 
et Bibliothecarius unus et Mansionariiis unus et Ostiarius unus (1). 

§ 18. — Il tratto che nel Baronio si legge in tutto lo spazio 
punteggiato è, secondo noi, l'interpolazione, che vi fu fatta con 
molta probabilità nel secolo XI al tempo delle lotte fra la Chiesa 
e r Impero (2). 

Con questo o altro diploma pervenne nella Chiesa, secondo il 
Bartolo, la sovranità su Perugia e le isole del Trasimeno. La 
Chiesa poi — ex privilegio liheravit Ulani — ; ed io ritengo che 
V insigne giurista si riferisse qui alla Bolla del 1198 di Inno- 
cenzo III. Infatti cotesto documento non sottopone la concessione 
delle franchigie ad altre restrizioni, che non fossero imposte dal 
bisogno di proteggere l'ecclesiastica libertà e quel patrimonio di 
esenzioni, di cui il clero godeva dovunque (3). il pontefice prende 
la città sotto la sua protezione, ma, previa 1' approvazione delle 
consuetudini antiche e di quelle nuovamente stabilite, le accorda 
libera elezione di consoli e ampia giurisdizione anche in grado di 
appello: — « Consulatum autem cum jurisdictione sua, vobis, au- 
ctoritate Apostolica, confirmamus ; concedentes ut hiis, qui sunt 
ipsms jurisdictioni subiecti, liberum sit ad Potestatem vel Consu- 
les, qui prò tempore fuerint, legilime appellare ; consuetudines 
vestras antiquos quoque et novas rationabiles (4) et communiter 



(1) Baronio, Annali, a. 818 in f., tomo XIV, pag. 627. 

(2) In ciò ci sembra concordare lo stesso Muratori, il quale dice che nel 1059 
vennero pubblicandosi le asserte concessioni di Costantino, e con delle aggiunte i di- 
plomi di Lodovico il Pio, di Ottone I e di Arrigo I (Ann., anno 1059). 

'3i A confermare poi l'opinione nostra, che il Bartolo si riferisse al documento 
di Innocenzo III, basti il riflettere alla parte grandissima, che ebbe quel pontefice nella 
restaurazione dei diritti della Chiesa. Già vedemmo quali pretese affacciò con Fede- 
rigo II rispetto all'investitura del reame di Sicilia: ed ora ricordiamo, che nel 1198, e 
cioè nell'atto della sua elezione, egli dichiarò che la cai-ica di ìiraefectus urbis non 
dipendeva più dagl' imperatori. — « Petrum urbis praefectum ad ligiam lìdelitatem 
recepii, et per mantum quod illi donavit, de praefectura eum publice investivit, qui 
usque ad id tempus juramento fidelitatis imperatori fuerit obligatus, et ab eo praefe- 
cturae tenebat honorem ». — Dopo questi atti Innocenzo III potè riconquistare la Marca 
d'Ancona, il Ducato di Spoleto, Assisi, Foligno, Nocera, ecc. 

(4) Rationabiles perchè, per l'insegnamento del Diritto Romano — Consuetu- 
dinis, ususque longaevi non vilis auctoritas est; verum non usque adeo sui valitura 
momento, ut aut rationem vincat aut legem. {Cosi, di Costant., Cod. Lib. Vili, Tit. 52-2) 



un'opinione del BARTOLO SULLA LIBERTÀ PERUGINA S7 

observalas, duximus approbandas, salva in omnibus Aposlolicae 
sedis auctoritale, pariter et justiliae et Ecclesiaslicorum omnimoda 
liberiate ». — Ora se si confronta questo documento col diploma di 
Arrigo VI del 7 agosto 1186 è facile rilevare che al solo privile- 
gio concesso da Innocenzo III può applicarsi la frase del Bartolo 
— liberacit illam — ; perocché nessun riservo di sovranità è fatto 
dal Pontefice, mentre nel diploma imperiale si legge : — « Salvo 
jvre appellationum que fiunt de rebus valentibus vigintiquinque 
libras, ecc. « — le quali appellazioni 1' imperatore riserva al pro- 
prio tribunale. 

Il documento dell' 818 fu divulgato certamente al tempo delle 
avvenute interpolazioni, e, come abbiamo visto, secondo ogni proba- 
bilità nel secolo XI. D'allora in poi vi deve essere stata occasione 
di ricordarlo, per modo che al Bartolo non potè essere sconosciuto. 
Noto del pari dovette essergli il diploma di Innocenzo III di data 
più recente, e che costituiva la base del diritto pubblico di quel- 
l'età nei rapporti fra Perugia e la Chiesa. E v' ha di più. Nella 

bolla pontificia occorrono queste altre espressioni — « Cicitatem 

sub Beati Petri et nostra protectione suscipimus eam vero nun- 

quanx alienabimus, sed semper ad manus nostras curabimus re- 
tinere ». — In altro nostro scritto dimostrammo che la parola — 
eam — deve essere riferita a protectionem e non già a — ci- 
vitatem — , come voleva il Bonaini (1). Perciò il papa obbliga- 
vasi a ritenere sempre presso di sé il protettorato della città. Ciò 
era cosa di gran momento, imperocché la protezione di una città 
non andava disgiunta da alcuni oneri per lei. Or bene in questa 
dichiarazione del pontefice si legge l'obbligo, che egli assumeva di 
non cedere ad altri il protettorato della città; non all'Impero f^i- 
rettamente, perchè la repubblica non voleva abbracciare la parte 
ghibellina, e non ad altri principi o signorie, perchè con ciò in- 
direttamente si sarebbero fatti rivivere i diritti dell' Impero. Tutto 
ciò dimostra la tendenza dei perugini a schivare in quel tempo e 
sopra ogni altra cosa l'autorità imperiale. 

Riassumendo la esposta materia al dirimpetto della formula 



(1) B3N.VINI, Arch. st. it., T. XVI, Pref. pag. XXXII, e Scalvanti, op. cit., 
Cap. Ili, § 23. 



88 O. SCALVANTI 

del Bartolo, dobbiamo dire che l'antico principio, che ogni pode- 
stà deriva dall'Impero, il quale può cedere ad altri tale dominio 

— salvo in omnibus imperiali jure — spiega la parte della formula: 

— Imperator donavit eam (Perusiam) Ecclesiae — ; e che le mas- 
sime nuovamente introdotte nel gius pubblico fra la Chiesa e l' Im- 
pero, giustificano l'altra parte della formula — Cicitas perusina. 
non suhsit Ecclesiae nec Imperio — . A questa affermazione il 
Bartolo pervenne considerando, che ormai il diritto imperiale era 
divenuto più onorario che effettivo, e ad ogni modo aveva ces- 
sato di esistere là dove era una espressa concessione alla Chiesa, 
autorità divenuta capace di temporale dominio, e perciò capace 
di trasferirlo liberamente e perpetuamente in altri con pienezza 
di sovranità. 

Perugia, dicembre 1895, 

Prof. Oscar Scalvanti. 



89 



DOCUMENTI ILLUSTRATI 



LE TRE FAMIGLIE OHSIM 

DI MONTEROTONDO, DI MARINO E DI MANOPPELLQ 



§ 1. — Una deliberazione del Comune di Orvieto. 

La deliberazione, che mi dà occasione di spiegare un'altra 
volta, in questo periodico, la fin qui confusa genealogia degli Or- 
sini, è quella che i sette capi del governo in Orvieto presero, il 
dì 6 maggio 1333, di mandare a Narni due ambasciatori col se- 
guito di otto cavalli, affine di condolersi col Legalo Giovanni car- 
dinal diacono di S. Teodoro per lo sgraziato caso sopravvenuta 
ai due suoi nipoti Bertoldo Orsini ed il conte Francesco dell'An- 
guillara, i quali pochi giorni prima erano stati crudehnente uccisi 
di spada da Stefanuccio di Stefano Colonna e dai suoi. 

« Die sexta mensis Maii.... elegerunt jì^udentes viros Memmum 
Jacobi Raynerìi Guillelmi et Muccioluvi Cintii de Vaschiensibus cives 
urbevetanos ambaxiatores et in ambaxiatores ituros et qui ire debent et 
débeant ad civitatem Narnie cum octo equis inter ambos, super am- 
baxiata exponendi prò pa?*<e dicti Communis Rev : Patri et D. D. 
Johanni S. Theod. diac. Card. Apost. Sedis Legato, maxime ad condo- 
lendum cum eo de sinistro casu nuper advenienti contra Brectulduin de 
filiis Ursi et Comitem Franciscum de Anguillaria nepotes dicti domini 
Legati, qui hiis diebus fuerunt per StepJianutium dni Stephani de Co- 
luTnpna et ejus gentem gladio crudeliter interfecti » (1). 

Il cardinale Giovanni, che nel 1333 esercitava in Italia l'uf- 
ficio di Legato apostolico, è quello stesso Giovanni Gaetano Or- 
sini, che, secondo il Ciacconio, fu creato cardinale diacono del ti- 
tolo di S Teodoro nel 1316, cioè nella prima creazione di cardi- 



(1) Archivio comunale di Oi'vieto. Rif. XXXIV, e. 19 r. 



90 F. SAVIO 

nali, fatta dal papa Giovanni XXII. Di chi egli fosse figlio il Ciac- 
conio non dice, né dalle memorie finora edite punto si ricava con 
certezza, se non fosse che il Villani, nel libro IX, capo 341 della 
Cronaca, parlando della sua nomina a Legato, accaduta, secondo 
lui, ai 17 aprile del 1326, lo chiama « il/esser Gianni Guatarli 
delli Orsini dal Monte ». Ma con questa designazione quale del 
ramo degli Orsini era indicato? Era forse, come alcuni supposero, 
il ramo degli Orsini di Marino, che a quei tempi sembra posse- 
desse pure delle case al Monte Giordano in Roma; oppure il 
ramo degli Orsini signori di Monlerondo? 

A sciogliere questa difficoltà ed a trovare gli ascendenti del 
cardinal Giovanni gioverà primieramente la notizia del grado di 
parentela, che era tra lui e Bertoldo. 

Bertoldo dalla deliberazione municipale d'Orvieto è detto ni- 
pote del cardinale Legato, vale a dire (trattandosi qui di due in- 
dividui consanguinei, come indica V identità del cognome Orsini) 
figlio di un fratello. 

Chi fosse questo fratello del Cardinale è dichiarato in una 
lettera di papa Giovanni XXll, del dì 17 giugno 1330, al medesimo 
Legalo, con cui lo incarica di esortare alla pace Bertholdum Pon- 
■celli nepotem suum (1). Bertoldo pertanto era figlio di Poncello, e 
Poncello e Giovanni Gaetano cardinale erano fratelli germani. 

§ 2. — Alcune dichiarazioni sulla genealogia degli Orsini. 

Come già ho detto altrove, il nome di Poncello era certa- 
mente un'abbreviazione di Napoleone, quasi Napoleoncello. 

Ne reco due prove indubitale. Nel 1320 Bertoldo figlio di Orso, 
che fu poi arcivescovo di Napoli e che era allora priore di S. Ni- 
cola di Bari, lasciò erede Pietro suo nipote, figlio di suo fratello 
Poncello. Che Bertoldo e Poncello fossero della discendenza di 
Gentile Orsini è indubitato dalla menzione, che il suddetto Ber- 
toldo fa nel suo testamento del cardinal Matteo Rosso, come di 
suo zio paterno, pairui sui (2). 



(1) Vatihanischen Akten zur deutschen Geschichte in der ZeU Kaiser Ludivigs 
<les Bayern, Innsbruck, Wagner, 1891, pag. 463. 

(i) Il sunto di questo testamento fu da me dato nel Bollettino della Società Um- 
bra di Storia Patria, voi. I, pag. 536. 



LE TUE FAMKILIE ORSINI, ECC. 91 

Ora, di questo medesimo Ponoello si ha altresì il lestamento, 
in data 4 dicembre 1335, ed in esso egli si chiama Napoleone. 

Un'altra prova si ha in un accordo, che il di 4 maggio 1275 
fecero i due fratelli Matteo Orso e Giacomo, della linea di Vico- 
varo e Campo di Fiore. 

Di questo accordo si slesero dal notaio vari atti, tutti nello 
slesso giorno. In uno, Matteo Orso promette di osservare T ac- 
•cordo anche a nome de' tre suoi figli minori d' età, cioè Napo- 
leoncello, Tebalduccio e Giannuccio (1). In un altro Matteo Orso 
fa la medesima promessa, ed il notaio non chiama più il primo 
<Jei figli minori col nome Xapoleoncello, ma sebbene col nome 
■di Poncello (2). Quindi commise un errore il Litla, allorché nella 
tavola XIII degli Orsini, diede per figli ad Orso un Napoleone 
ed un Poncello, mentre questi sono soltanto due nomi diversi di 
una stessa persona, o, per dir meglio, due variazioni dello stesso 
nome. 

Del resto, i nomi di Napoleone o Poncello, di Bertoldo, di Orso, 
<]i Matteo sono tanto spesso ripetuti, al principio del secolo XIV, 
nei vari rami della famiglia Orsini, che di qui è venuta la diffi- 
coltà principale, che impedi fin ora di stenderne una chiara ed 
esatta genealogia. Più di tulli poi genera confusione il nome di 
Napoleone, pel vezzo che allora avevasi di usare promiscuamente 
o il nome intero o le sue abbreviazioni di Poncello e Poncelletlo. 
Prendasi per esempio questa notizia del Gregorovius : « Nel 1312 
i cardinali scrissero lettere urgentissime ai seguenti Orsini, cioè 
Gentile, Romano, Poncello, Francesco e Poncelletlo del Monte » (3). 



(1) « Nos Matheus Ursus filius quond. domini Nepoleonis lohannis Gaietani, et 
nos Ursus et lacobus ftlii eiusdem, dni Mathei, ipso patre nostro presente et consen- 
tiente nobis et auctoritatem suam prestante in omnibus et singiilis infrascriptis, no- 
mine nostro proprio et nomine Nepoleoncelli, et Thebalducij et lanucij flliorum no- 
stri Mathei donamiis et titulo donationis ìnter vicos damus et concedimus, cedimus 
et ìnandanius vobis domino lacobo fratri nostri Mathei, et Nepoìeoni, Fortibrachie 
et Francisco flliis vestris omnia scilicet iura et actiones que 7iobis Matheo et dictis 
filiis nostris et cuilibet nostrorum com,petiint et competere 2^ossunt aut poterunt mine 
■et in futuro in castro quod dicitur de Porcili et suo tenimento » (Archivio Oi'sini, li, 
A, II, 3'. 

(2) Matteo Orso promette di fare che « PonceUus et Thebalduccius flUi sui et olini 
Mete uxoris sue (cioè della sua prima moglie Oddolina) statim quod pervenient ad 
■etatem XIIIl annorum, » daranno il loro consenso (Ardi. Orsini, II, A, II, 5). 

(3) Gregorovius, VI, 60. Qui si aggiunga la notizia, dataci da Ferreto Vicentino, 
■che Gentile era allora ammalato per una ferita alla gamba (i?. I. S., IX, 1102). 



92 F. SAVIO 

Quanto a Gentile e Romano non v' è pericolo di confusione; il 
primo era figlio di Bertoldo che fu rettore di Romagna al tempo 
di Niccolò III nel 1278, il secondo era figlio di Gentile, e sì l'uno 
che l'altro appartenevano alla linea di Soana e Pitigliano. 

Ma il Poncello e il Poncelletto indicati in ultimo chi saranno? 

Cercando nei vari rami della famiglia Orsini noi troviamo al- 
meno sei individui, che portavano il nome di Poncello, e di essi con- 
sta con certezza, o almeno con molta probabilità, che vivevano 
nel 1312, cioè: 1.° Napoleone o Poncello della linea di Soriano, 
figlio di Orso e fratello di Bertoldo arcivescovo di Napoli, di cui 
abbiamo parlato sopra ; 2.° Un Poncello figlio di Matteo della 
linea di Marino. Egli è nominato nel testamento di suo padre- 
nel 1305, e non è niente improbabile, che fosse ancor vivO' 
nel 1312 (1) ; 3.° Napoleone, cardinale di S. Adriano figlio di 
Rinaldo, anch' egli della linea di Marino ; 4.° Poncello figlio di 
Matteo Rosso della linea di Monte Rotondo, che fu vicario regia 
in Roma nel 1323 (2) ; 5.o Un Poncello figlio di Fortebraccio della 
linea di Vicovaro e Campo di Fiore ; 0.° Il Napoleoncello figlio di 
Matteo Orso, della stessa linea di Vicovaro e Campo di Fiore, di 
cui abbiamo parlato; 7." Un Poncello, figlio di Orso figlio primo- 
genito di Matteo Orso suddetto. 

Vero è che a quei tempi, per evitare la confusione che neces- 
sariamente doveva recare questa ripetizione di nomi, si soleva 
aggiungere non solamente il nome del padre, ma ancora quella 
dell'avo, per es., Matthens Ursus filius quondam Napoleonis lo- 
hannis Gaietani (3), Isabella uxor nobilis viri dom. Nepoleoni» 
domini lacohi Nepoleonis de flliis Ursi (4), e persino del bisa- 
volo, come in un breve di Niccolò IV, il quale è indirizzato a 
Riccardo nato nobilis viri Fortibrachie lacobi Nepoleonis (5). 

Ma siffatta nomenclatura (la quale usavasi solo negli alti no- 
tarili) non fu sempre conservata esaltamente nelle traduzioni di 



(1) Questo testamento mi fu indicato dal eli.™» Furai con altre carte Orsine, 
esistenti nell'archivio Caetani in Roma. V. n. IX, delV Appendice, che è la lista delle carte, 
quale da lui mi fu gentilmente trasmessa. Faccio però delle riserve suU' autenticità 
di qualcuna, per es. della prima. 

(2) Gkegorovius, vi, 124. 

(3) Neil' accordo col fratello Giacomo del 4 maggio 1275 già da me citato sopra, 
pag. 47. 

(4) Testamento di Isabella nel 1270, marzo 9 {Archivio Orsini, II, A, I, 46). 
(.5) Archivio Orsini, II, A, II, 32. 



LE TRE FAMIGLIE OKSINI, ECC. 93 

quei nomi in vc^lgare, poiché in queste non si tenne sempre conto 
del caso genitivo e si tradussero quei vari nomi come se lutti 
fossero nel caso retto ed appartenessero ad un solo individuo. 

§ 3. — Differenza tra gli Orsini di Monterotondo 
e gli Orsini di Marino. 

Venendo ora a ricercare chi fosse il Poncello fratello del car- 
dinal Gian Gaetano di S. Teodoro, un primo e forte indizio per 
collocarlo debitamente al suo posto nell'albero genealogico degli 
Orsini si trova nell'indicazione dataci dal Villani, che il Legato 
era degli Orsini del Monte. Che con questa indicazione s' inten- 
desse il ramo degli Orsini, discendente da Matteo Rosso, fratello 
ultimo genito di Niccolò III, ne è prova eziandio il necrologio 
della basilica vaticana, composto nella seconda metà del secolo 
XIV, dove il medesimo Poncello, del quale discorriamo, è detto 
figlio di Matteo Rosso del Monte : « Idibus iMaii. Ohiit magni- 
ficus tir Poncellus domini Mathei Ruhei de Monte ». 

Il Litta (tavola V) ammise bensì che il suddetto Matteo Rosso 
ed i suoi figli e nipoti si chiamassero del Monte; ma credette 
cosi significato il Monte Giordano di Roma. I documenti, che or 
andrò citando, convincono che col nome di Monte si deve inten- 
dere Monte Rotondo, principale possedimento di Matteo Rosso e 
de' suoi discendenti ; e che perciò il Litta si sbagliò ancora dando 
il nome di signori di Monterotondo ai discendenti di Rinaldo, al- 
tro fratello di Niccolò III (tavola VII). Un terzo errore commise 
il Lilla, nella stessa tavola VII, attribuendo a Giordano discen- 
dente dal medesimo Rinaldo, i figli di un altro Giordano discen- 
dente da Matteo Rosso, confondendo quindi stranamente le due 
discendenze. Ma vediamo i documenti. 

11 primo per ordine di tempo e, direi pure, d' importanza, è 
l'atto di divisione di beni, che si compi nel 1286, maggio 21), tra 
Matteo Rosso da una parte ed i figli di Rinaldo, defunto fratello 
di Matteo Rosso dall'altra. L'atto si conserva originale tra le carte 
dello Spedale di S. Spirito in Sassia, ora nell' archivio di Stato 
in Roma, dov' io lo vidi, e fu pubblicato nelle sue parti sostan- 
ziali dal Coppi nel tomo XV delle Dissertazioni della Pontificia 
Accademia Romana di Archeologia, 1846, pag. 264 e seg. Quindi 
mi basterà darne il sunto. 



94 F, SAVIO 

Alla presenza di Giordano cardinal diacono di S. Eustachio 
(fratello di Niccolò III e di Matteo Rosso), i figli del fu Rinaldo, 
cioè Napoleone e Matteo in proprio nome, ed in nome di Orso 
e Giovanni ancora pupilli, come pure Ocilenna madre e lulrice di 
costoro, volendo procedere alla divisione dei beni, che possede- 
vano in comune fuori della città di Roma insieme con Matteo 
Rosso loro zio, diedero a costui la terza parte del castello di Monte 
Rotondo con tutto il suo tenimento congiunta per indiviso colla 
terza parte appartenente a Matteo Rosso e colla terza parte ap- 
partenente al cardinal Giordano. 

Di più la terza parte del castello e del tenimento di Formello 
in diocesi di Nepi, e tutti i diritti che potevano avere sul castello, 
sulla rocca, e sul tenimento di Galeria, e sul castello, rocca, ecc. 
di Mugnano, in diocesi di Bagnorea. 

Alla sua volta Matteo Rosso diede a' suoi nipoti la terza parte 
del castello di Marino e suo tenimento, posti nella diocesi d'Al- 
bano, la terza parte del castello di Aliano nella diocesi di Orte, 
come pure tutti i suoi diritti sul castello di Foglia in Sabina. 

Dopo questa divisione di beni, uno dei possedimenti princi- 
pali di Matteo Rosso divenne Monterotondo, dove da quel mo- 
mento egli ebbe due terze parli dei diritti di sua famiglia, e forse, 
quando morì il cardinale Giordano, acquistò pure la terza parte 
restante. 

Al contrario, uno dei possedimenti principali dei figli di Ri- 
naldo rimase Marino, dove, oltre alla loro terza parte, ebbero, 
pel citato alto, la parte di Matteo Rosso. 

Sembra inoltre che l'abitazione principale in Roma degli Or- 
sini di Monterotondo fosse sul Monte, che prima si diceva di 
Giovanni Roncione e poi si disse Monte Giordano, prendendo 
forse il nome da Giordano, nipote abiatico di Matteo Rosso sud- 
detto. Questo io deduco da un atto del 1367 che dicesi fatto in 
Monte magnifici viri Francisci Jordani de filiis Ursi (1). 



(1) Ecco intero il sunto dell'atto, come si trova riportato dal Galletti nel cod. vat. 
7931, pag. 49: « 1367, IndtcUone V, decem. 27. Nobilis vir lohannes Cinthii Cancellar. 
Urbis, procurator magnif. viror. Domin. Raynaldi et lordarli de Ursinis militum 
tradidit hospitali S. Spiritus in Saxia integrum castrum Fabrice cum perline ntiis in 
Collinea districtus Urbis. Ab 1 latere tenimentuni Castri Corchiani, ab alio tenirnen. 
castri Castilgionis, ab alio tenimen. Castri Carbognani, ab alio tenirnen. Castri Valle- 
rani, ab alio teniinentuni Fallari. Item integrum Castrum Castilgionis in Collinea 



LE TRE FAMKiLIE ORSINI, ECC. 95 

Darò ora la genealogia degli Orsini di Murino, per [)Oler po- 
scia discorrere più chiaramente del ramo di Monlerolondo. 

§ 4. — Degli Orsini di Marino. 

Dal citalo atto della divisione di beni impariamo quali erano 
i figli di Rinaldo, divenuti possessori principali di Mai-ino, cioè 
Napoleone, Matteo, Orso e Giovanni. 

Napoleone era allora ecclesiastico, ed è il medesimo che poi 
da Niccolò IV venne creato cardinal diacono di S. Adriano nel 
1288. 

Nel codicillo del suo testamento fatto nel 1341 egli stabilisce delle 
messe « prò animahus dni Rainaldi patris et domine Octilende 
matris nostrorum ». Elegge tra i suoi esecutori testamentari « Bay- 
naldv.m de Ursinis niilitern nepotem. nostrum et eciam Jordanum 
ipsius Raynaldi militis fratrem, si in loco quo decedemus, prae- 
sens fuerit ». Fa pure un legato « sorori Thomasiae moniali mo- 
nasterii Sancii Silvestri de capite nepoti nostrae » (1). 

Matteo nel 1292 fu senatore di Roma, siccome risulta da 
un atto del 4 aprile (2) e da un altro del 10 maggio di quell'anno. 
In quest'ultimo egli sottoscrisse insieme con Stefano Colonna suo 
collega nel senatorato la pace per Corneto (8). Fu di nuovo sena- 
tore nel 1302, come da atto del 2 giugno (4). 

Egli fece testamento nel 1305, istituendo suoi eredi i figli Or- 
sello, Giannuccio e Poncello (5). 

Di Orso non sappiamo altro se non che egli fu marito di 
Margherita Aldobrandesca e che già era passalo di questa vita 
nel 1297, siccome scorgesi da un atto del cardinal Napoleone suo 



predicta: ab I latere tenimentwn Corchiani, ab alio tenimentuìn Fabrice, ab alio 
tenimen. Castri Maxene, ab alio tenimen. Fallavi, ab alio tenimen. castri Aliani. Iure 
permutationis quia hospitale dedit et cessit supradictis de Ursinis medietateni Castri 
Asture cu/m adiectione quinque inilium florenorum aun. Actutn Rome in Monte 
magnifici viri Francisci lordani de flliis Tirsi ». 

(1) Codice vaticano 7930, pag. 154. 

(2) Pflugk-Harttcxg, Iter Italicum, 623. 

(3) Gregorovius, Storia di Roma, traci. Manzato, v, 5S4, e cita la copia della Jl/ar- 
garita Cornetana, che è nel codice vaticano 7931, pag. 174. 

(4) Pflugk-Harttung, Iter; Gregorovius, V, 584. 

(5) V. infra Appendice, n. IX. 



S6 F. sA^^o 

fratello (1). Non sappiamo se sia egli o Giovanni, ultimo dei figli 
dì Rinaldo, quel fratello del cardinale Napoleone, che mori im- 
provvisamente durante il lungo e deplorevole conclave del 1292-94. 
Da questa morte prese occasione lo zelante cardinal Latino Ma- 
labranca per rimproverare a' suoi colleghi il disastroso rilardo 
che frapponevano alla elezione del Papa, e per proporre la can- 
didatura dell'eremita di Morone (2). 

Rinaldo e Giordano, che vedemmo citati dal cardinal Napo- 
leone nelle ultime sue disposizioni testamentarie, erano suoi pro- 
nipoti, cioè figli di Oliscilo, figlio di Matteo. Quindi nei loro atti 
essi si chiamano figli di Orso di Matteo di Rinaldo (3). Essi fu- 
rono avversari di Cola di Rienzo. Questi in una lettera, in data 
del 15 agosto 1350, chiama Rinaldo suo capital nemico (4). E pur 
noto che egli andò ad assediar Giordano nel suo castello di Ma- 
rino (5). 

Dopo il 1375 non trovansi più memorie di Rinaldo. Forse 
egli morì in questo tempo, e probabilmente senza figli; poiché 
d'ora innanzi vedesi Giordano disporre da solo del patrimonio di 
sua famiglia, fino a vendere Marino ed altre terre ad Onoralo 
Caelani conte di Fondi. 

Cito qui alcuni dei documenti, che, relativamente numerosi, 
si hanno di lui (6). 

Del 1375 esiste una lettera di Gregorio XI diretta a Jordano 
de Ui^sinis de Marena (7). Avendo egli poscia aderito all'antipapa 
Clemente VII, questi in data del 2 dicembre 1378, gli concedette 
o riconobbe vari castelli, casali e possessioni, tra' quali il castel 



(1) Appendice, n. VITI. 

(2) Muratori, Ann. d' Ital ad an. 1294. 

(3) Vedasi il mio articolo Delle origini e dell'antica nobiltà degli (h^sini, nel pe- 
riodico La Civiltà Cattolica, fascicolo del 3» sabato di giugno 1895, pag. 669. 

(4) Gabrielli, Epistolario di Cola di Rienzo, Roma, Forzani, 1S90, pag. 170. 

(5) Theiner, III, 187. 

(6) Dal Gamurrini, Istoria genealogica delle famiglie toscane ed umir e, Firenze, 
1671, voi. II, pag. 41, è citata una carta del 1375 come esistente nell'archivio di Brac- 
ciano, segnata col n. 8 tra le scritture di Giov. Paolo Orsini di Yicovaro. In essa Nic- 
colò conte di Nola a nome suo e de' suoi nipoti Guido e Bertoldo, ed in nome di Ri- 
naldo e Giordano signori di Marino, di Giovanni conte di Manoppello e di Ugolino 
suo fratello, e di altri Orsini, cede, in riguardo del card. Giacomo della linea di Li- 
cenza, ai fratelli di questo Cardinale la quarta parte della metà del governo di Roma. 
Resta ora a vedere che cosa s' intenda per governo di Roma. 

(7; Theiner, op. cit., II, 569. 



LE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. '•( 

S. Elia, quei di Neini, di Genzano, di Ardea e parecchie posses- 
sioni presso a Nepi del reddito annuo di 100 fiorini d'oro (1). 

Il Gregorovius poi cita alcuni altri documenti, esistenti nel- 
l'archivio Colonna, tra cui uno singolarissimo, in data del 13 feb- 
braio 1383, col quale Giordano dichiara che Giacomo Orsini non 
è suo figlio, avendolo sua moglie Anastasia sostituito nel parto. 

Ai IG febbraio dello stesso anno il medesimo si confessa de- 
bitore a suo nipote Onorato dei conti di Fondi di 60,U00 fiorini, 
e due giorni dopo gli vendette Nepi, Monlalto, Marino, Aslura, 
Campagnano ed altri beni. 

Finalmente ai 19 giugno del 1384 fece il suo testamento in 
Bassano d' Orte (2). 

Come vedesi dalla carta XV citala neWAppendice infra, Mon- 
talto di Castro nel 1309 si era data a Napoleone Orsini cardinale 
e ad Orso suo nipote. 

Questo possesso fu occasione di varie liti con Manfredi dei 
Prefetti di Vico, il quale vi pretendeva. In fine si convenne che 
gli Orsini e Manfredi lo possederebbero per metà. Ma, essendo 
stato Manfredi scomunicato, la Chiesa succedette a lui nella sua 
metà. Nel 1359 Montalto spettava per metà ai fratelli Rinaldo e 
Giordano Orsini (di Marino), eredi del cardinale Napoleone (3). 

Nonostante il citato allo del 13 febbraio 1383, in danno di 
Giacomo Orsini, sembra ch'egli venisse sempre riconosciuto come 
figlio di Giordano. 

Nella sentenza di scomunica lanciata nel 1406 da Innocenzo 
A''II contro i partecipi della congiura di Ladislao, è nominalo Gia- 
como Orsini del fu Giordano, usurpatore, come dice il Papa, del 
castello di Marino e di S. Pietro in Formiis (4). 

(1) « Castrum S. Helie et Casale S. Pecappe (sic) cum Casali Portiani, que spe- 
dare dicuntur ad Motiasterium S. Spiritus de Urbe et que situata sunt prope Civi- 
tatem Sepesinam, quorum fructus, redditus et proventus centum ftoreìiorum auri 
valorem annuum, ut asseritur, non excedunt, necnon Casalis Valliscagie, etdePe- 
stedera et Pescarella, posita in districtu urbis, et que inhabitabilia esse dicuntur, et ad 
dictum Monasterium S. Spiritus pertinere. Item Castra Nemi et Genciano Alban. Diec. 
cum Casali, quod Montangiano vulgariter nuncupatur, ad Monasterium S. Anastasia 
extra muros urbis pertinentia; et insuper Castrum. Ardie, et Casale Florani, quod 
positum esse dicitur in terìHtorio dicti tui Castri Mareni, que etiani spedare dicuntur 
ad Monasterium S. Pauli extra muros urbis predicte, ad Nos et Rom. Ecclesiam pre- 
fatam lìleno jure spectantia » (Ratti, Storia di Gemano, pag. 105). 

(2) Gregorovius, VI, 617. 

(3) Theiner, op. cit., II, 26, 365, 3S1 e 401. 

(4) R.UNALDi, Annali Eccl., anno 1406. 



98 



F. SAVIO 



In un altro documento del 1428, ossia in un lascilo fatto da 
sua figlia Orsina alla basilica di S. Pietro, egli è chiamato si- 
gnore della città di Nepi (1). 

Ecco ora l'albero di questo ramo degli Orsini. 

Albero degli Orsini di Marino. 



I 







sp 


RINALDO 
ià f 1286 
. Ocilenda 

1 




1 

Napoleone 

-'r 1342 

1280 chierico 

12SS card. 

diacono di 

S. Adriano 


1 

-Mal 

sena 

1292 € 

teste 


teo Giovanna 
tore 

1302 

liOò 


1 1 
Orso Alessandra 
nel 1286 
impubere 
già f 1297 

sposa 

Margherita 

Aldobrandesca 


1 

Giovanni 

impubere 

nel 1286 


Orsello 

vivo 1305 

e 1316 

1 


1 
Giovanni 


Pencolio 




Rinaldo 

1341, 

1368 

sig. di 

Marino 




1 
Giordano 
1341,1378 
1383,1384 
sig. di :Marino 
sposa 
Anastasia 

1 

Giacomo 
già T 1428 




1 

Giacoma 

sp. Niccolò II 

conte di Fondi 

1 

Onorato 

Gaetani 




1 

Orsina 

viva 

1428 




1 

Antonio 

già "i" nel 

1428 




1 

Anastasia 

già T- nel 

1428 





(1) « Septimo hai. iunii. In nomine Domini, Amen. Anno Domini Millesimo qua- 
dringentesimo vicesimo octavo, mense et die presentibus. Magnifica domina domina 
Ursina filia cotidam lacobi de Ursinis olim domini civilatis Nepesine donavit sponte 
Capitulo in Sacristia inaiavi in pecunia numerata dwo mttlia florenorum conver- 
tenda in possessionibus emendls jjro augmento dicini cultiis et voluit quod omni anno 
in perpetuum fleret anniversariwn prò anima prefati Magnifici viri lacobi de Ur- 
sinis patris diete Ursine, videlicet die VII Septembris in capella sancti Martialis que 
constructa et erecta est iier suos antecessores, in quo anniversario e.vpendantur de 
pecunia camere manualiter jloreni auri quatuor. Etiam voluit quod die XII mensis 
Novembris fleret anniversariìom in dieta capella sancti Martialis prò anima Magni- 
flce Domine Domine Vannotie de Sabellis matris prenominate domine Ursine, in quo 
similiter manualiter floreni quatuor expendantur. Etiam, voluit quod ultra dieta an- 
niversaria flerent viginti quatuor anniversaria quolibet anno, scilicet duo mense 
Quolibet, videlicet unum die XVI et aliud die XXI cuiuslibet mensis prò animabus 
prefatorum Magnifici domini lacobi de Ursis patris et domine Vannotie de Sabelli- 
matris diete domine Ursine, ac Antonii de Ursinis fratris et Anastasie sororis eius 
sdem ». (Necrologio della basilica vaticana, e. 73). 

La menzione della signoria di Nepi e del sepolcro nella cappella di S. Marziale, 
dove era pure sepolto il card. Napoleone, non lasciano dubbio che (lui si tratta di Or- 
sini della linea di Marino, e di Giacomo figlio di Giordano. 



LE TUE FAMIGLIE OUSINl, ECC. 1)9 

§ r>. — Gli Orsini di Monterotondo. 

Rilornanrlo ora a parlare degli Orsini di Monlerolondo, noi ab- 
biamo di PoNCEi.LO, figlio di Matleo Rosso, le seguenti nolizie. 

Egli era senza dubbio il Poncellello del Monte, nominalo 
nella lettera dei Cardinali del 1312, della quale ho dello sopra. 

Nel 1314, maggio 2"), Domenico dell'AnguilIara vendette Mu- 
gliano a Poncello di Matteo Rosso (1). 

Nel 1323 Poncellus Mathei Ruhei era senatore (o vicario re- 
gio) insieme con Giovanni Colonna e confermò lo statuto dei Mer- 
canti (2). Kgli m(jri prima del 1328, poiché il 17 marzo di que- 
st'anno il Papa scrisse da Avignone a vari romani, lodandoli della 
lero fedeltà, e tra essi a « Bertholdo quondam Poncelli Matthei : 
lacobo .\apoleonis : Ricardo Fortebrachi : Andree de filiis Irsi 
de Campo Fior. Eodem die nob. viris Francisco militi et Pon- 
cello germanis de jìliis Frsi de Campo Florum » (3). 

Francesco, altro figlio di Matteo Rosso, venne fatto sena- 
tore con Sciarra Colonna, subito dopo la partenza di Enrico VII 
imperatore (4). 

Nel 1325, in giugno, alcuni vollero per senatore Matteo di 
Francesco del Monte, ma gli altri Orsini lo ricusarono (5). Può 
essere che Francesco in quel tempo fosse ancora vivo; è certo 
però che egli morì prima del 1337. 



(1) TOMASSETTI, Caìnpagna Romana, I, 2iS, 456. 

(2) GREGOROVirS, VI, 124. 

(3) Vatikanische/i Akten zur deutschen Geschìchte in der Zeit Kaiser Ludicigs 
des Bayern, Innsbruck, Wngner, 1891, pag. 368. 

Dò qui intera la menzione che di Poncello si trova nel necrologio della basilica 
vaticana, pag 68: « Idibus Maii: Obiit magnificus tir Poncellus domini Matthei Rubei 
de Monte de filiis Ursi, qui reliquit Basilice nostre quingentos fiorenos auri, qui con- 
versi fuerunt in em,ptia/ie quarti casalis domini Andree de Buccamatiis ; prò cuius 
anima dicatur una missa in die cum, precedentibus vigiliis, perpetuis temjjoribiis, in 
cappella sua S. Blasii, quain idem in ipsa basilica construi fecit: expendantur prò 
anniversario suo floreni auri duo ». 

(4) Gregorovius, vi, 86. Egli dice Francesco di Montegiordano, ma è un errore ; 
doveva dire di Monterotondo. 

(5j Id. VI, 12-4. Il Vitale dice che fu egli che non accettò. Nei Regesti Angioini 
pxibblicati dal Minieri Riccio sotto il titolo di Genealogia di tarlo II d'Angiò nclFAr- 
chivio Storico Napoletano, 18S2, v' é la nomina a vicario regio di Matteui-cio di Fran 
Cesco Orsini del Monte nel di 14 maggio 1325, e la notizia che egli rinunziò. 



100 F. SAVIO 

Terzo figlio di Matteo Rosso fu Giacomo, il quale nel 1295, 
stando in Monlerotondo delegò due canonici di Roma ed un certo 
Federico di Manerio di Monlerotondo a prender possesso di un 
canonicato di Chartres, che gli era stato conferito da Bonifacio 
Vili (1). Egli fu pure canonico di S. Pietro, e di lui si fa me- 
moria nel necrologio valicano sotto il di 7 gennaio (2). 

Finalmente l'ultimo dei figli di Matteo Rosso, dei quali sia 
a noi pervenuta memoria, è il cardinale Gian Gaetano, mandalo 
nel 1326 legato apostolico in Italia. Egli morì nel 1335 in Avignone, 
ma il suo corpo fu trasferito in S. Pietro nella cappella di 
S. Maria del Parlo (3). 

§ 6 — Segue degli Orsini di Monterotondo. 

Vengo ora a parlare della discendenza dei due suddetti figli 
di Matteo Rosso, cioè di Poncello, che pare essere slato il pri- 
mogenito, e di Francesco. Dirò prima della famiglia di quest'ul- 
timo, poiché i documenti relativi alla medesima servono eziandio 
per stabilire quali fossero i figli di Poncello. 

Oltre Matteo, che già ho nominato sopra, Francesco ebbe 
Gentile ed altri figli, indicati come natos quondam Francisci de 



(1) « 1290, indici. Vili. Mail sexta. Nob. vir lacobus natus magnifici viri dni. 
Matthei Rubei de flliis Tirsi de Urbe canonicus camotensis xiì'ocuratores constituit 
ìnagistrwn Angelmn canonicum ecclesie ò'S. Laurenti et Damasi, Paulum. canon, ec- 
clesie SS. C'elsi et luliani de Urbe et Fredericum doni. lohannis de Manerio eiusdem 
terre etc. Actuni in castro Montis rotundi magnifici viri domini Matthei Rubei. Mat- 
theus de Morris notar. » (Carta dell'archivio di S. Spirito in Sassia compendiata nel 
codice vaticano 7997, e. 9). 

(2) « VII Idiis lannarii obiit veìierabilis vir lacobus domìni Matthei Rubei de 
Filiis Ursi concanonicus noster, qui reìiquit nostre Basilice C. florenos auri, qui con- 
versi fuerunt in eìnptione domus cum. signo sudarti, site in porticu et domus cum 
signo mustelle site iu.vta portam, viridariam; expendatur prò anniversario suo 
pensio dictarum duarum domorum. » (Ivi, e. 4). 

(3) « Tertio Ka.lenrlas Sept. — Anno Dni. MCCC tricesimo quinto tertle indlctionis 
mense Augusti. Obiit Reverendis.nius in C. pater et dominus dominus lohannes Gay- 
tanus de domo Ursinorum sancti Theodori diaconi Cardinalis concanonicus noster, 
cuius corpus requiescit apud suam cappellam sancte Marie pregnantis silarn in Bar- 
silica nostra, qui in vita sua donavit nostre basilice prò redemjìtione animaruìn pa- 
tris, ìnatris, fratrmn, nepotis et sua terras vinearum, Suverete et totum tenim.entun% 
ipsius » (Ivi, e. 121). Il nipote, del quale qui si parla, è senza dubbio Bertoldo di Pon- 
cello, ucciso nel 1333. 



LE TRE rAMI(;LlE OUSINI, ECC. 101 

Monte in un l)revG di Benedetto XII, in data del 5 agosto \'X.V7, 
col quale confermò le tregue tra gli Orsini ed i (Colonna (1). 

Matteo era già morto nel 1338, poiché non si trova più men- 
zione di lui in vari alti, che abbiamo, relativi all'ercdii;! di ^no 
fratello Gentile. 

Costui era ecclesiastico e godeva di un canonicato a Gam- 
brai. Nel 1337 fece testamento, lasciando erede Giovanni suo fra- 
tello od i figli maschi nascituri. Ma lo slesso anno 1337, Giovanni 
mori e tre mesi appresso, forse nel gennaio del 1338, Gentile lo 
seguì nella tomba. 

Sorse allora grande discordia tra gli Orsini, poiché Giordano 
figlio di Poncello, anch' egli del ramo di Monterotondo, occupò 
l'eredità dei due defunti, alla quale pretendevano pure, non si sa 
con qual diritto, Rinaldo e Giordano della linea di Marino. 

Si presero le armi e la città si divise in due fazioni, stando 
con Giordano di Poncello il conte Bertoldo degli Orsini di Soana 
e Giordano Savelli, mentre coi due di Marino stava Stefano Co- 
lonna. 

Nell'ottobre di quel medesimo 1338, per opera specialmente di 
Giovanni arcivescovo di Napoli, fratello di Giordano di Poncello, 
si venne ad un accordo. Tutto questo si ricava da una lellera (2) 



(1) Theiner, Cod. iVpl., II, 22: gli Orsini sono cosi nominati: « yobiles viros 
Matfieum et Bertholdum, natos quondam yeapoleonis niilitis, ac lorclanum quondam 
Ponceìli de Monte, et lohannem eiusque fratres natos quondam Francisci de Monte, 
ac Robertum yolanum et Bertholdum et Guulonem Comites Palatinos principales, 
et lohannem comitem Anouìllane, ceterosque de domo Ursinorum ». Quanto a Matteo 
e Bertoldo, essi sono certamente della linea di Castel S. Angelo. La qualilica di Conti 
palatini principali data a Roberto, Bertoldo e Guido li designa assai chiaramente come 
appartenenti alla linea dei conti di Soana e Pitigliano, un ramo dei quali ebbe; pure 
la signoria di Xola. 

(2) Sebbene la lettera scritta dai Senatori di Roma a Benedetto XII, non porti la 
data dell' anno, tuttavia dal breve del Papa, di cui parliamo nella nota seguente, si 
ricava che fu scritta tra il 17-21 gennaio 1339. In essa si legge: « Rem cum discor- 
dia, e.vorta novissime de mense Augusti seu Septeìnbris inter nobiles viros domi- 
■nos Raynaìdum et lordanum milites, nex>otes domini yeapoleonis cardinalis ex 
una parte et lordanum quondaìn PoncelV. de flUis Ursi ex altera, occasione succes- 
sionis Gentilis quondam Francisci de eadem domo dissensionem niaximam et scan- 
dalo in Urbe parasset et predica milites adcersus eundem lordanum^ comitem Ber- 
tuldum et lacobum de Sabello, domino Stephano de Columpna et eius flliis publice 
adhesissent, ipseque partes, sicut manifeste nocimus, hinc inde se pararent ad guer- 

ram, dictas partes citari fecimus Die 20 octobris Rev. Pater dom. Io. archiepi- 

scopits yeapolitaìius lordanum germanum suum, comitem Bertulduin et la- 

cobwn de Gabello ad reverentiam et obedientiam, V. Sanctitatis induxit » (V. Vati- 

hanischen Akten, pag. 691). 



102 F. SAVIO 

dei senatori di Roma al papa Benedetto XII e da due brevi del 
medesimo Papa (1). 

Nel secondo breve, in data del 13 agosto 1338, essendosi già 
verificato che di Giovanni non eran nati figli maschi, il Papa 
ordina che siano eseguiti certi legati fatti da Gentile, quale ora 
doveva considerarsi come succeduto in tutti i diritti di suo fratello 
Giovanni, morto senza figli e premorto a lui. Ivi è notevole che 
il Papa dà a Gentile il titolo di nipote del cardinal Napoleone. 
Siccome Gentile non era figlio di nessun fratello di Napoleone, 
resta che egli sia stato o suo nipote per sorella, oppure nipote, 
come si dice, alla maniera di Brettagna, essendo in realtà solo 
cugino del Cardinale, ma inferiore a lui per età e per dignità (2). 

§ 7. — Ancora degli Orsini di Monterotondo. 

Come vedemmo, i figli di Francesco, tutti morirono senza le- 
gittima prole. Al contrario, dei figli di Poncello, cioè Bertoldo, 
Giordano, Giovanni arcivescovo di Napoli, e Napoleone, due, cioè 
quest'ultimo e Giordano ebbero una lunga serie di discendenti, tra 
figli e nipoti. 



(1) Il primo breve di Benedetto XII, in data 19 febbraio, anno IV del pontificato, 
ossia 1338, dice: « Prìdem dilecto fllio nosù-o Neapoleone sancii Adriani diacono Car- 
dinale executore testamenti quondam Gentilis clerici, fllii et haeredis quondaìn Fran- 
cisci Mathei Rubei de fìliis Tirsi de Urbe, nobis exponente jìercepinius, quod praefatus 
Gentilis condens de bonis siiis in sua ultima voluntate testamentum., quondam lo- 
hannem fratrem suuin et ventrem, seu postumiiìn nasciturum ex dilecta in Christo 
fllia nobili muliere Massia, tunc uxore, nunc relieta dicti lohannis vidua Romana 
pregnante, si esset mMsculus, heredem in bonis instituerat antedictis, quodque licei 
Massia, prout idem Cardinalis certiflcatum se fore dic'ebat, lohanne primo et deinde 
Gentili prefatis viatn unicersae carnis ingressis, tempore obitus dicti lohannis de qua- 
tuor vel circa de ipso lohanne ìJregnans remansisset, et tunc de septem ìuensibus tei 
circa pregnans existeret, ac hereditas dicti Gentilis pro2')terea nomine ventris seu po- 
stumi nascituri predicti custodiri deberet et etiam possideri, tamen nobilis vir lorda- 
nus Poncelli de Urbe una cum fratribus suis hereditatem ac bona prefata post ipso- 
ru)n lohannis ac Gentilis obitum in iniuria dicti ventris temeritate propria occuparat » 
(Theiner, op. cit., 34). 

Comanda il Papa che si custodisca l' eredità a nome della prole nascitura e se- 
condo che questa sarà maschile o femminile, si faccia secondo il decreto del testatore. 
Di qui si vede che quando il Papa scriveva, Massia era ancora gravida, quindi affinchè 
la morte di Gentile coincida al settimo mese di sua gravidanza, la si deve supporre 
avvenuta nel dicembre 1337 o nel gennaio 1338. Le discordie perciò, delle quali parlano 
i .Senatori (vedi nota antecedente) avvennero nel corso del 1338: e la loro lettera, che 
ha la data di gennaio tra il 17 e 21, deve credersi scritta nel gennaio del 1339. 

(2) Theiner, 11, 37. 



LE TUE l'AMKlLIK OKSINl, VAl\ 10.\ 

Bertoldo, quegli che fu poi ucciso nel 1333 da Slefjinuccio 
Colonna, era già sialo vicario regio di Roma pel re Hoberlo prima 
nel 1323, secondo il Gregorovius, poi nel 1329-1330(1). In quesla 
carica era senza dubbio il 15 febbraio del 1330, come vedesi da 
una bolla di Giovanni XXII (2). Secondo il Fflugk-llarllung, nel 
132H, giugno 8, sarebbe sialo senatore (o vicario regio) liertol- 
dits quondam Poncelli Ursini (3j, die sarebbe il nostro. Quindi 
si dovrebbe in parie correggere quanto racconta il Gregorovius 
che il 4 agosto 1328, appena partito Lodovico il Bavaro ed en- 
trato in Roma Bertoldo Orsini, nipole del cardinal Legalo Giov. 
Gaetano, egli fu fallo senatore insieme con Stefano Colonna (4). 
Forse allora prese possesso della sua carica, alla quale già 
era stalo designato prima. Ancora teneva quell'ufficio il 7 settem- 
bre 1328, sebbene già fossero designati i successori, Guglielmo 
di Eboli ed il conte Novello di Monlescaglioso (5). 

Nel febbraio del 1329, il popolo insorse (non so per qual ra- 
gione) contro i due Orsini e nominò (od accettò) per successori 
Napoleone Orsini e Stefano Colonna. 

Di Giordano di Poncello fanno ricordo molli documenti. Nel 
1337, novembre 11, Giovanni abate di San Saba rinnovò a lui, a 
Giovanni arcivescovo ed a Napoleone suoi fratelli « locationem 
triam partium castri Rocche et Burgi Galerie.... quas anno 1276 
locaverat Bertoldo et Rainaldo » (6), cioè a Bertoldo come rap- 



(1) Gregorovius, VI, 124 e 206, dice che agli 8 giugno 1329 il re Roberto scrisse 
a Napoleone Orsini ed a Stefano Colonna, annunziando d'aver nominati come loro 
successori Bertoldo del fu Romano, conte di Nola e Bertoldo di Poncello. Onde deve 
correggersi il Vitale, I, 240. 

(2) Accettando l'abiura, che i Romani fecero dello scisma, Giovanni XXII parla 
<iegli ambasciatori nominati per autorità del Consiglio « nec non dilectovum flliofuni 
nobUium virorum Bertuldi Comitis Palatini et Bertuldi Poncelli quondam Matthei 
<ìe flliis Ursi, vicarioruni carissimi in Christo fllii nostri Roberti Regis Siciliae illustris, 
■vice nostra Urbis Henatoris predictae » Theiner, I, 570. 

(3) Iter Italicum. 

(4i Gregorovius, VI, 196. 

(5) VI, 206. 

(6) Nota del Galletti nel suo ras. che forma il cod. vaticano 7997; fol. 9. Riguardo 
a Galeria aggiungerò, che forse il suddetto atto d'investitura o locazione, conceduta 
dall'abate di S. Saba a Bertoldo e Rinaldo (e fors' anche a Matteo Rosso) nel 1276 do- 
vette compiersi dopo la morte di Napoleone altro figlio di Matteo Rosso di Gian Gae- 
tano; poiché é certo che egli nel 1267 possedeva la quarta parte di Galeria, quartam 
partem totius Rocce et Castri Galerie. Questa, il 30 giugno di queir anno, egli ce 
■dette al card. Giovanni (il futuro Niccolò HI). L'atto di cessione fu pubblicato dal Coppi, 
nelle Dissertazioni della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, Roma, 1S64, 
tomo XV, pag. 253. 



104: . F. SAVIO 

presentante di Gentile primo genito, ed a Rainaldo altro figlio di Mat- 
teo Rosso : come pur figlio di costui era Matteo Rosso avo dei 
tre suddetti che ricevettero l'investitura di Galeria. 

Si osservi che dei figli di Matteo Rosso di G. Gaetano solo- 
Gentile, Rinaldo e Matteo Rosso ebbero discendenza. 

Dal 1351 almeno (1) fino al 1" dicembre 1364 Giordano fu ret- 
tore a nome del Papa del Patrimonio di S. Pietro (2). Nel 1351 
fu eziandio senatore di Roma. Probabilmente egli morì nel corsO' 
del 1365 (3). 

Figli di Giordano furono : 

Francesco. Egli ebbe delle gravi contestazioni coi Prefetti 
di Vico, le quali Urbano V s'argomentò di sedare con sue lettere^ 
di cui una in data del 10 settembre 1368 parla appunto della pace- 
tra i De Vico et Franciscum quondam lordarti de Ursinis militem- 
ac Bucivm eius fralrem domicellura Romanum (4). Le discordie 
ripresero o continuarono, poiché alcun tempo dopo Francesco dei 
Prefetti e Francesco Orsini si sfidarono a duello. 11 Papa di nuova 
cercò di metter pace, con lettera del 19 aprile 1370, e d' impedire 
il duello (5). Forse riesci nel suo intento, poiché in altra lettera 
del 22 agosto 1370 egli ricorda certe tregue, alle quali obbligò i 
due suddetti ed i loro consorti (6). Pegno della pace probabilmente 
fu il matrimonio, che nel medesimo 1370 o nel ^72 si patteggiò tra 
Francesco dei Prefetti del fu Giovanni (consenziente suo fratello 
Battista) e Perna sorella di Francesco Orsini, figli del fu Gior- 
dano Orsini de regione Pontis. Il V'ico obbligò tutto il castello di 
Bieda (7). 

Qualche tempo appresso Francesco morì, poiché in un trat- 
tato di matrimonio tra sua sorella Giovanna e Giovanni figlio del 
fu Censo (alias Cesso o Processo) Capoccia dei Capoccini, com- 



(1) Theiner, II, 373. Secondo la Cronaca d" Orvieto \nR. I. S., XV, 651, egli era 
già rettore nel 1347, quando procurò la pace tra gli orvietani e quei del Patrimonio. 

(2) Il lo dicembre del 136-1 v' è una lettera a lui di Urbano V, da me veduta nei 
Regesti manoscritti di questo Papa, tomo 247, fol. CLXXXIIIa. 

(3) Nei medesimi Regesti di Urbano V, nel tomo XIV dei Regesti avignonesi,. 
trovasi, in data del 10 marzo 1366, la dispensa a Bucio del fu Giordano, giMndam 
lordani de Monte, di sposare Caterina del fu Giovanni di Supino. 

(4) Theixer, op. cit. II, 459. 

(5) Ih., pag. 474. 

(6) Ib., pag. 477. 

(7) Archivio Storico della Società Romana di st. pat., del 1S87, pag. 528. 



LE TUE KAMICLIE OUSIXI, ECC. 105 

piiUosi il di 7 febbraio 1374 in Monlerotondo, ebbe parlo il solo 
Bucio, altro figlio di Giordano (1). 

Bugio, giù nominalo, mori prima del 1389, agoslo 4, couìe ri- 
levasi da un documenlo che parla di un suo figlio di nome Rai- 
naldo (2). Quegli sposò Lodovica Savelli ed ebl)e per figlio Orso. 
Mori prima del 1409, maggio 10 (3). 

Francesco nel 1347 aveva conlrallo malrimonio con (Gostanza 
figlia (li Niccolò degli Annibaldi, ed ebbe per figli Giov;inni, Pon- 
cello e Paola, o Paoluccia, o, volgarmente, Palozia (4). 

Giovanni e Poncello, domicelli romani, da Innocenzo VII rice- 
vettero il di 11 novembre del 1405 (anno 1) la conferma delle 
bolle colle quali Urbano V e Gregorio XI avevano conceduto a 
Francesco loro padre e a Bucio del fu Giordano e a ciascuno di 
loro, in modo che uno potesse succedere all'altro, e mancando i 
maschi succedere le femmine, i castelli di Torre, S. Paolo, Col- 
levecchio, Stimigliano, Selce e Monl'Arsoli (5). 



(1) « Magnipcus Bucius natxs quondam lordani Poncelli de flliis Ursiproinittit 
magnifìcam doniìnam dominam lohannanigernianam suam sororem in leyitimain 
uxorem magnifici viri lohannìs quondam Censi Capuccie de Coupoccinis cuni dote 
duoìttìn millium quingentorum florenorum boni auri ». Giovanni obhlifra alla sposa 
metà del castello di Mentana «prò indiviso cum alia medietate ijisius lohannis » eia. 
metii del castello di Gentile (Dalle carte del notaio Antonio de Scambiis, raccolte dal 
Galletti nel cod. vat. 7930, pag. 74). Giovanna Orsini era già vedova il 15 gennaio 1380, 
con tre Agli, Processo, Luigi (Aloysius) e Leila (Ib., pag. 137). 

(2) « Magniflcus v r Raynaldus fiìius et haeres quondam Buccii lordani de 
Ursinis de Urbe » (Ibid). 

(3) 1409, maggio 10: « Magniflcus vir Vrsus de Ursis dontinus Castri Montis 

Rotundi debitor reparationis ven. monasterii S. Pauli in ducentis florenis cur- 

rentibus ad ratlonem XLVII soV.d.prov. v.gore legati facV per magniflcam dominam 
dom. Ludovicauì de SabeUis vidiiam quondam Raynaldi de Ursinis matrem dicti 
Ursi » (Dalle carte del notaio Lorenzo Impoccia raccolte dal Galletti nel cod. vati- 
cano 7930, pag. 133). 

(4) « Anno 1347 Franciscus vocatus Ceccolus fllius lordani de Ursinis con- 
traxit matrirnoniutn cum dna Constantia f. quond. Nicolai de Aniballis cum 
dote flor. 6250 auri. — Nob. Vir Franciscus quond. lordani de f. Ursi miles olim 
■vocatus Ceccolus, pater et leaitimus administrator Ioannis, Poncelli et Paxile sive 
Palotie flliorum suorum et Dne Constantie fllie q. Mccolai Ralli de Aniballis 
Dni Castri S. Petri in formis. — Nicolaus de Aniballis heredem constituit Colam 
eius fiiium et si decederet sine flliis ei substituit Cappellani S. lacchi in Ecclesia 
Lateranensi; qui Cola postea decessit in ptipillari etite sine flliis ». (Indicazioni 
compendiarie di carte esistenti nell' archivio della basilica vaticana, nel codice barbe- 
riniano XXXIII, 29, pag. 33). 

Nel 1392, agosto 22, in un atto sono nominati « Magniflri viri lohannes et 
Poncellus germani fratres fllii quondam ìuayniflci viri dni Francisci de Ursinis 
militis ». (Nelle carte di Antonio de .Scambiis indicate nel codice vaticano 7930, pag. 109 b). 

(5) Codice vat. 7928, pag. 260, dai Regesti, fol. 75. 



106 



F, SAVIO 



Nel 1388, settembre 24, giurando fedeltà ad Urbano VI, i mede- 
simi avevano ottenuto i suddetti castelli, e di più la città di Narni (1). 

Di Orso furono figli Giacomo e Lorenzo, ai quali nel 1448 
Niccolò V concedette il vicariato del castello di Cisignano (2). Orso 
viveva ancora nel 1421, poiché in quell'anno egli e suo figlio Gia- 
como furono chiamati eredi da Semidea Orsini (3) 

Raccogliamo ora nel seguente albero le notizie che ci fu dato 
rinvenire sulle generazioni di questa linea degli Orsini, riman- 
dando ad uno speciale paragrafo il parlare dell'ultimo dei figli 
■di Poncello, cioè di Napoleone e de' conti di Manoppello, di cui egli 
fu stipite. 

Albero degli Orsini di Monterotondo. 

MATTEO ROSSO 
vivo 1295 



I 
' Poncello 

1323 vicario 
regio a Roma 
T 15 maggio 
tra 1325 e 1328 



Giov. Gaetano 

card, nel 1316, 

nel 1326 Legato 

in Italia 

-]- 1335 e sepolto 

nella cappella di 

S. Maria del Parto 



Giacomo 
canonico 



Francesco 
già + 1337 



I I I I 

Bertoldo Giordano Giovanni Napoleone 

T 1333 già -}- 1366 arcivescovo stipite 

marzo 10. di Napoli degli Orsini 

Rettore del 1328-1358 di 

Patrimonio Manoppello 
da 1351 a 
1364 65 
I 



Matteo 


Giovanni 


Gentile 


1325 


i 1337 


chierico 




sp. Massia 


i 1337 




romana 


o 1338 



Francesco 


1 
Perna 


1 
Giovanna 


1 
Bacio 




T tra 1370 


nel 1372 


nel 1374 


vivo 1374 




e 1374: 


sp. Francesco 


sp. Giovanni 


già 'l' 1389 




nel 1317 sposa 


dei Pi-efetti 


Capocci 


sp. Caterina 




Costanza di 


di Vico 


dei Capoccini 


da Supino 




Niccolò Ralli 






viva 1400 




degli Annibaldi 






Rin< 


lido 




Giovanni 


Poncello 


1 
Paola 




1392. 


1392. 





vivo 1389 




1402. 


1402. 


Palozia 

nel 1369 

sp. Adenolfo 

Conti 


già i 1409 

sp. Ludovica 

Savelli 

1 

Orso 

1409.1421 

1 






1 
Giacomo 




1 
Lorenzo 






1448 






1448 



(1) CONTELORi, Genealogiae Familiae Comitum Roìnanoì^um, 'Roma.,\6ì>0,pa.g. 18. 

(2) Cod. vat. 7930, pag. 164. 

(3i « 1421. Dna Semidea de Ursinis de Regione Pontls fecit testamentam et 
Heredes instituit Mar/. Viruin Ursuin quond. Mag. Viri Rainaldi Bucii de Ursinis 



LE TKK FAMIGLIE OUSIN'I, ECC. 107 



§ 8. — Degli Orsini di Manoppello. 

Napoleone, ulliino dei figli fli Poncello di Matteo Rosso sposò 
Maria figlia di Giovanni Rosso da Siiliaco (Sully) e di Totna- 
sina di Sangro, erede dei feudi di Manopfìello e di Guardiagrele. 
Questo matrimonio si fece prima del 1338 o del 1343, poiché nel- 
l'uno o nell'altro di questi due anni, ai 7 agosto, Napoleone fece 
trasportare da Prata a Guardiagrele il corpo di S. Niccolò. In 
quell'occasione un fra Giacomo dei Rosso, francescano di Guar- 
diagrele, compose un inno, dal quale si ricavano varie notizie re- 
lative alla famiglia di Napoleone, per es., che a quel tempo egli 
non aveva ancora figli maschi, ma solo due figlie, Antonia ed Or- 
sina. Vi si parla pure con lode di Giovanni arcivescovo di Napoli, 
(fratello di Napoleone), al quale il rozzo poeta augura il Papato (1). 

Quest' augurio non si adempiè ; ma in compenso si verificò 
l'altro, fatto a Napoleone, d'aver figli maschi. Quattro n' ebbe, Gio- 
vanni, Tommaso, Ugo od Ugolino e Francesco. Quest'ultimo era 
ancor vivo nel 1365 agii 8 dicembre (2), ma passò di vita prima 
della morte del padre, la quale avvenne nel 1369. Di ciò ne istrui- 



re Jacobum eiuf fllium et omnes fllios nascituros ex dicto Urso. Legavit Magnif. 
Dne Due Baptiste de Ursinis Comitisse Anguillarie Castrum Nucigliani j)osituìn 
extra portam Castelli toto tempore vite sue, et post eius mortem reliquit dicturn 
Castrum Basilice S. Petri, Ecclesie Lateranensi et Monasterio S. Pauli extra 
Muros urbis » (Codice barberiniano XXXIII, 29, pag. 79). 

(1) « O lux splendor radiorum— Dux candorme ritoruni — Domum serva 
Ursi7iorum — Pro infinita saecula. Amen. — lohanneni 2}''iniuni praesitlem. — 
NeapoUtanum principem — Vitadoctrina celebrem — Fac Papam in Ecclesia. Amen. 

— pater sancte plebium — NeajJolionem inclitum — In vita fac longissimum 

— Per cuncta semper saecula. Amen. — Mariam caelso diligas — Ferventi amore 
dirigas — Et virili prole iinpleas — Qui jubila sit in patria. Amen. — Antonel- 
luni primuni auge. — Ursinellam pulchra^n valde. Et germanis multis junge — 
Qui de stirpe sint Ursina. Amen. — Nicolae fac benigne — Dominam conserva 
digne — Thomasiani sanctis junge — Et semper sint in gratia. Amen. — (Pansa, 
Gli Orsini signori d' Abruzzo, Lanciano, Rocco Carabba, editore, 1 892). Questi crede 
«he il matrimonio di Napoleone si compiesse nel 1330 o nel 1331 (pag. 37). 

(2) Urbano V, ai VI id. decembris, anno quarto, concedette facoltà di eleggersi 
il confessore e varie altre facoltcà a Giovanni, « Nob. viro lohanni primogenito .... 
nobilis viri Neapoleonis de fll. Tirsi, Comitis- Manupelli et logothete regni Sicilie y». 
Altre facoltà concede ad Ugo e Francesco fratelli di Giovanni, a Napoleone suo padre 
ed a Roasia di Marzano sua moglie. (Tomo XIV dei Regesti avignonesi di Urbano V, 
nell'archivio vaticano, fol. 173). 



108 F. SAVIO 

sce una lettera, che da Viterbo il 30 settembre 1369, Coluccio 
Salutati scrisse ad Ugolino per consolarlo della morte del padre. 
Parlando della diligenza, che questi aveva usato nell' educazione 
dei figli, esclama: « quales autem filios fecit! majorem natie 
praefecit regimini subditorum ; iiiedium Deo ohtulit ; tertium, 
quantum in eo fuit, ita ut caeteros, omni morum elegantia exor- 
navit » (1). 

Il secondo, Tommaso, fu creato cardinale. 

Napoleone da Giovanna I regina di Napoli venne creato lo- 
goteta e protonotario del regno di Sicilia, nei quali uffici egli già 
figura, secondo il Pausa, fin dal 1362 ; ma la data della sua no- 
mina si deve molto anticipare. Avvi una lettera di Innocenzo VI 
nel 1355, nella quale si dice che gli abitanti di Rieti, indotti dal 
timore della regina Giovanna e di Luigi suo marito, avevano con- 
sentito, in mano di Napoleone conte di Manoppello, protonotario 
e logoteta del regno, a tenerlo per loro potestà a vita (2). 

Napoleone rimase sempre fedele alla causa di Giovanna, la 
quale ne lo ricompensò, dandogli, oltre le cariche predette, anche 
il feudo di Larino. 

Egli ebbe, d'accordo con Niccolò, conte di Nola suo cugino,, 
intenzione di fondare a Roma, presso le antiche terme di Diocle- 
ziano un monastero pei Certosini, e ne ottenne facoltà da Urbano V^ 
con breve del 1363, gennaio 5 (3); ma, prevenuto dalla morte, non 
potè attuare il suo disegno. Vi attese Niccolò di Nola, al quale 
Urbano V il dì 23 luglio 1370 scrisse un breve su questo argo- 
mento (4). 

Per le notizie finora esposte puossi meglio comprendere ed 
in parte correggere quanto scrisse il Montemarle intorno a certi 
fatti del 1386 (5). Egli narra che il cardinal di Manoppello, nomi- 



fi) Epistolario di Coluccio Salutati, ed. Novati, in Fonti per la Storia d'Italia, 
Roma, 1891, pag. 107. 

(2) Theiner, II, 290. 

(3) Regesti di Urbano V, tomo 261, fol. 21. a 

(4) Riportato dal Be.sozzi, Storia di S. Croce in GerMsa7ewi?«e, Roma, Salomoni,. 
1750, pag. 186. Qui si deve correggere V Adinolfi, II, 265, che crede Napoleone morto 
nel 1366, e fratello del conte di Nola. 

(.5) Cronaca inedita di Orvieto, pubt)licata dal Gualterio, Torino, Starap. Reale» 
1846, pag. 56 e seg. Lo stesso errore di chiamar Cola fratello del Cardinale fu com- 
messo dal Pellini, Historia di Perugia, Venezia, 1664, I, 1355. 



hE TRE FAMIGLIE ORSINI, ECC. 



lOD 



nato vicario del Patrimonio da Urbano VI, fu assai maltrattalo 
a Narni da Baciolo di messer Giordano, il quale era suo zio. Ciò 
si deve intendere di Bucio, il quale è detto zio del cardinale, per 
ragione dell'età assai maggiore, poiché in verità egli doveva dirsi 
cugino germano. Poi aggiunge che il cardinale mandò al papa 
Cola suo fratello. Qui vi è certo errore o nel nome di Cola in 
luogo di Ugolino, o nella indicazione di fratello data a Cola, il 
quale sarebbe stalo nipote, e non fratello, del cardinale. Infine 
dice che nel 1387 fu preso a Narni prigioniero dal cardinale un 
Poncello, nipote carnale di Baciolo e fratello cugino del cardinale. 
Queste affermazioni son vere, trattandosi qui di Poncello figlio 
del primogenito di Bucio, cioè di Francesco. 

Di Giovanni, primogenito di Napoleone, nacque certamente 
un altro Napoleone, il quale al par dell'avo, ebbe la contea di Ma- 
noppello ed il titolo di logotela del regno. Egli nel 1390 fu man- 
dato ambasciatore dal re Ladislao al papa Bonifacio IX (Theiner). 

Albero degli Orsini di Manoppello. 

PONCELLO 

Napoleone 

lo conte di Manoppello 

-i- 1369 



Giovanni 

già -j- 1383 

sp. Roasia 

di Marzano 

I 



Napoleone 
1390 



I 

Tommaso 



Nicola 



Ugolino 



I 

Francesco 
vivo 1365 
già T 1369 



Torino, dicembre 1895. 



Fedele Savio. 



110 F. SAVIO 



APPENDICE 



CARTE RELATIVE AGLI ORSINI 

nell' archivio di casa caetani a roma 



I. 1235 — Certificato estratto dai registri di Federico II che Costanza 

Caetaui era nepote di Teodoro Orsini signore del castello dì 
S. Marco, Terra Saracena ed altri. 54, 58. 

II. 1266, dicembre 16 — Matteo card, di S. M. in P. vende a Gior- 

dano, Rinaldo e Matteo Orsini figli del q. Matteo la metà del ca- 
stello di Marino per 6,500 lire di provisini del Senato, delle quali 
2,000 in denaro, e per il resto gli fu dato in solutum il castello 
di Tivera, il casale di Palmarolo e 1' orto del Torrone. 48, 6. 

III. 1278 — Breve di Niccolò III per comandare all' Abate e ai monaci 

di Terra Mag'giore che nella questione col vescovo di Trivento 
stiano alla concordia stabilita da Lucio suo predecessore ed obbe- 
discano al comando della sede apostolica (usa del proprio nome 
di battesimo). 31, 49. 

IV. 1286 — Metto (Matteo ?) Eosso de filiis Ursi vende a Napoleone, 

Matteo ed Orso Orsini suoi nepoti per 12,500 fiorini d' oro le sue 
ragioni sopra la Castelluccia ed altre terre nelle vicinanze di Al- 
bano. 48, 11. 

V. 1291, aprile 12 — Matteo signore di Scarpa avendo già venduto al 

card. Napoleone Orsini una metà del castello di Scarpa, gli con- 
cede la prelazione nell' acquisto dell' altra metà. 47, 61. 

VI. 1292, gennaio 31 — Il card. Napoleone Orsini dà procura a Ber- 

toldo Labro per fare delle convenzioni con Margherita contessa 
palatina. 48, 22. 

VII. 1293, marzo 23 — Il Consiglio di Montalto di Castro delibera di 

eleggere per un anno a potestà e protettore il card. Napoleone 
Orsini. 47, 57. 

Vili. 1297 — Il card. Napoleone Orsini rinunzia alla tutela ed esecuzione 
del testamento di Orso Orsini marito di Margherita contessa pa- 
latina. 47, 54. 



I 



LE TUE FAMIGLIE ORSINI, ECC. Ili 

IX. 1305 — Testamento di Matteo di Rinaldo Orsini, col quale (luesti 

iustituisce eredi Orsello, Jannucoio e Poueelio suoi fi<;iiuoii ecc. 

48, 31. 

X. 1305, gennaio 22 — Marg'lieiita Aldol)randesea contessa palatina di 

Soana dona il castello di Pian Castagnaio al card. Napoleone 
Orsini. 47, 55. 

XI. 1307, agosto 15 — Guido e Jacoljucco q. Francesco del castello di 

Galera vendono al card. Napoleone Orsini il castello di Foglia iu 
Sabina per 200 fiorini d' oro. 48, 3. 

XII. 1307 — Transazione fra il card. Napoleone Orsini e il Comune di 

Montalto di Castro che promette di pag'are in risarcimento dei 
danni fatti 2,000 fiorini d' oro. 47, 53. 

XIII. 1308 — Manfredo di Vico prefetto di Roma vende il castello di 
Fabbrica al card. Napoleone Orsini per 3,000 fiorini d' oro. 48, 5. 

XIV. 1308, ag'osto 22 — L' Abate di S. Salvatore di M. Amiata concede 
iu enfiteusi perpetua al card. Napoleone Orsini il castello di Pian 
Castag'uaio per il canone annuo di soldi 5 di denari cortonesi. 

48, 4. 

XV. 1309 — Procura fatta dall'Università di Montalto di stare 10 anni sotto 

il reg-ime del card, (orsini Napoleone e di Orso Orsini. 47, 5G. 

XVI. 1316, ottobre 1 — Orso Orsini cede la metà di Montalto a Man- 
fredo, prefetto di Vico. 47, 64. 48, 29, 

XVII. 1316, settembre 15 — Transazione fra il card. Napoleone ed Orso 
di Matteo di Rinaldo Orsini da una parte e la comunità di M. 
Alto dall' altra, la quale a soddisfazione di una multa di 60,000 
marchi d' arg-ento cede il dominio e la proprietà de' beni feudali e 
allodiali. 47, 48. 

XVIII. 1316, settembre 10 — Sulla stessa materia. 47, 62. 

XIX. 1316 — Giov. detto vende al card. Orsini il casale Alborucci con 
sua torre in distretto di Roma per 5,500 fiorini d' oro. " 48, 23. 

XX. 1318, mag-gio — Orso de filiis Ursi fa, procura a Gio. Bobbone per 

comparire innanzi a Napoleone card. Orsini, e dichiarare che eg-li 
voleva obbedire ai suoi ordini e donarg-li come a lui piaceva tutte^ 
parte delle terre e casali da esso Orso posseduti (si nominano). 

34, 662. 

XXI. 1318, dicembre 12 — Giacomo e Stefano Conti vendono al card. 
Napoleone Orsini il casale Bonricovero e la torre di Bravis nella 
parrocchia di S. Antonio per 2,000 fiorini d' oro. 

XXII. 1321. — Nicola di Matteo di Ang-elo mercante del rione Campi- 
telli vende a Orso Orsini per 1,500' fiorini d'oro vari palazzi, colon- 
nati, case e botteg'he nel rione Campitelli. 48, 28. 

XXIII. 1329, settembre 14 — Il card. Napoleone Orsini dichiara di avere 
acquistato da Francesco Gavellato diversi fondi, trai quali il castello 
di Guardia di Orlando, e si obbliga a restituire il castello qualora 
in tre anni gli si pag'hi la metà del prezzo. 47, 69. 



112 F. 8AVIO 

XXIV. 1334, magg'io 20 — Istruzioni date dal card. Napoleone Orsini a 
Matteuccio di Pog-g-io suo vicario nelle parti romane per ben am- 
ministrare le terre e i beni che eg-li vi possedeva. 48, 18. 

XXV. 1336, lug'lio 16 — Sentenza del Rettore del patrimonio in Tuscia, 
colla quale restituisce al card. Napoleone Orsini la metà del ter- 
ritorio di Castelluccio eh' eg'li godeva in passato prò indiviso colla 
S. R. Chiesa. 47, 59. 

XXVI. 1337, ottobre 5 — Bolla di Benedetto XII che ad istanza del card. 
Napoleone Orsini ordina al Rettore del Patrimonio che lo informi 
delle vessazioni fatte ag-li Orsini nell' esercizio della giurisdizione 
sopra la metà del castello di Montalto. 48, 17. 

XXVII. 1350, luglio 16 — Protesta fatta da Giacoma Orsini ved. di Ni- 
cola Caetani contessa di Fondi a nome anche di Onorato e Gia- 
como Caetani suoi fig'li contro la scomunica lanciata dal card. Le- 
gato Anibaldo per aver essi occupato la terra di Sezze. 41, 24. 

XXVIII. 1352 — Copia di lettera d' Innocenzo VI al vicario di Roma che 
verifichi i beni e diritti posseduti da Giordano e Rinaldo Orsini 
nel territorio di Montalto. 47, 58. 

XXIX. 1363, settembre 12 — Paolo e Bartolomeo Anibaldeschi vendono 
a Rainaldo Orsini per 8,000 fiorini d'oro le loro ragioni sul castello 
di Campagnano. 48, 27. 

XXX. 1364, agosto 17 — Giov. Caetani conte palatino vende Cerretello di 
Ninfa a Rainaldo Ursi de if. Ursi di Marino per 300 fiorini d'oro. 

28, 51. 

XXXI. 1366, settembre 30 — Paolo q. Angelo Malabranca vende a Ri- 
naldo e a Giordano Orsini la quarta parte della rocca d' Astura 
per 3,900 fiorini d' oro. 34, 63. 

XXXII. 1367, maggio 20 — Id. della 4* parte della Villa S. Giorgio al 
detto Orsini per 400 fiorini d' oro. 2, 25. 

XXXIII. 1368, maggio 14 — Id. della i^ parte della rocca d' Astura al 
detto Giordano Orsini per 6,000 fiorini d'oro. 34, 60. 

XXXIV. 1378, dicembre 2 — Bolla di Clemente VII (antip.) che concede 
in enfiteusi a 3^ generazione a Giordano Orsini la metà di Mon- 
talto e il castello di Lariauo per 30 fiorini annui. 50, 31. 

XXXV. 1379, febbraio — Capitoli fra i fratelli Giordano Orsini del Monte 
e Niccolò di Brusco Orsini da una parte e il popolo romano dal- 
l' altra. ' 47, 51. 



113 



DI ALCUNI ATTI 

DEL NOTAIO 

GIO: CESIDIO DA GAVIGNANO 



Il prolocollo (1) del notano Gio : Cesidio di Ser Giovanni da 
Gavignano che abbiamo ritrovalo nell'archivio notarile di Calvi, 
è un codicetto in 4° di carie 92 non numerale, ricoperto di 
una pergamena che contiene un frammento del catasto di Ta- 
rano in caratteri del XIV secolo e sulla quale si era scritto re- 
centemente: Incognito di notare e di anno. Reca pure in testa 
alla prima pagina questa semplicissima intestazione: « In nomine 
domini Amen. Hic est liber Instrumentorum ad que rogatus fui 
ego lohannes Cesidius Ser lohannis de castro Gabiniani sabi- 
nensis diocesis publicus imperiali auctoritale notarius et iudex 
ordinarius cum signo quo consuevi annis, indiclionibus mensi- 
busque diebus infrascriplis ><. 

Esso comprende gli atti dal 5 novembre 1485 al 10 gennaio 
1488, e parecchi ci sembra possano interessare alla storia, spe- 
cialmente quelli che richiamano falli di mollo anteriori all'epoca 
del notaio. Esso infatti avendo assistito nel 1486 e '87 il signor 
Lorenzo di Gio : Francesco de' Cerroni, del rione de' monti in 
Roma, dottore in legge, delegato da papa Innocenzo Vili a de- 
finire varie vertenze esistenti Ira alcune comunità e signori della 
Sabina, ci ha tramandato nei suoi alti le composizioni eseguite e 
le sentenze pronunciale dal detto commissario, dalle quali si rac- 
colgono notizie non solo della Sabina e di molti suoi castelli, ora 



(1) Abbiamo ragione di credere che questo sia il secondo protocollo di Gio: 
Cesidio. Sulla copertina del libro delle Rif. del Coni. a. 152S-30 abbiamo trovato infatti 
questa nota: « A primo protocollo notarli pubblici Io. Cesidii de Gabiniano Instrum. 

« terminationis anno 1473 et ab altero Instrum. ecclesie malori Sabinae anno 11S7 

« annot. per me notarium Io. Bart. ». 

8 



114: D. BENUCCI 

distrutti, nel medio evo, ma indirettamente anche de' baroni ro- 
mani che in Sabina ebbero più o meno contrastalo dominio a 
quel tempo. 

Molte notizie su questo soggetto raccolse sul finire del secolo 
scorso il canonico Sperandio (1), e benché di alcuni suoi docu- 
menti sia dubbia l'autenticità ed egli stesso sovente sia stato 
troppo ardito nelle congetture, l'opera sua non manca per questo 
d'esser notevole. Ci è parso quindi opportuno di tenerla presente, 
né abbiamo lasciato di richiamarla, specialmente ove i nostri do- 
cumenti vengono a correggere o ad illustrare quanto da esso fu 
esposto. 

Si trova negli atti di Giovan Cesidio la sentenza emanata dal 
commissario pontificio Lorenzo de'Cerroni in data 27 luglio 148S 
sopra la questione sorta tra il comune di Rocca Ranieri e quello 
di Concerviano intorno ai confini del tenimento del diruto castello 
di Antignano, già incorporato a Rocca Ranieri. Gli abitanti di 
questo castello volevano avere assoluta giurisdizione fino al Rio 
di Fonte Pasquale che mette nel Salto, mentre que.lli di Concer- 
viano affacciavano il diritto di pascolo oltre a questo confine e 
verso il Rio di Monte Piombarolo. A sostegno dei suoi diritti 
Rocca Ranieri adduce: l'istromento di incorporazione di Anti- 
gnano per mano di ser Nizio da Conligliano, « antiquitate fere 
consumptus » e di cui l'anno, consunto del tutto, « infertur ab an- 
tecedentibus annis quibus alia instrumenla fuerunt stipulata », e 
cioè gli anni 1285, 1286 e 1287 ; una vendita di pascolo dal Rio 
di Fonte Pasquale al Piombarolo fatta dal comune di Rocca Ra- 
nieri ad uno di Concerviano; la tradizione conservala « ab eorum 
maioribus et a senioribus in seniores » che il loro castello fosse 
edificato « a comite Raynerio nobilissitno viro de Ravenna » e da 
lui appellalo. In prova di ciò « ostendunt supra ianuam turris 
ipsorum vetuslissimam tabulam marmoris albi huiusmodi lenoris 
sex versiculorum, videlicet: Cuniarius Raynerius liane fórtem 
erigit arcem | vìncens destruit Antignanum et Castra lohannis \ 
Resistit pugnanti forti manu imperatori Germani fratres Ray- 
nerius atque Johannes [ Imperio dioiso amplectuntur ubique \ 



(1) Sabina sagra e lìrofana, Roma, Giovanni Zempel, MDCCXC. 



DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO GIO : CESIDIO DA GAVIGNANO UT» 

Semper et Arx hec deincle iniacta remansit ì>. Mancano, aggiunge 
r islromenlo di Gio: Cesidio, i documenti per stabilire il tempo 
di questo avvenimento, ma resta memoria della guerra, m"; si nega 
dalla parte contraria che esiste nel monte contermino di delta 
Rocca un luogo chiamato ancora « platea imperatoris ». 

Ora se questo imperatore fu, come ci sembra ragionevole. Fede- 
rico II, che, venuto a Rieti nel luglio del 1241 « feam] sibi rt^si- 
stentem invenit », e tosto si affrettò, chiamato dal cardinal Gio- 
vanni Colonna, a Roma (1), questo conte Ranieri è lo stesso dei 
Dog. I e LXXVI dello Sperandio. Quest'ultimo noi abbiamo rive- 
duto sull'originale, che si conserva nell'archivio comunale di Calvi. 
È un verbale della Cerna di Calvi del 10 ottobre 1491, nella quale 
è fatta menzione d'un antico istromenlo, dove il conte Ranieri 
del fu Ranieri colla moglie Maria de Dompnigallia ed i figli Lam- 
berto, Nicola, Bailardino, Adalberto, Lodovico e Guidone recessero 
alla chiesa di Sabina i castelli di Altaino e Striano che da antico loro 
appartenevano. Non vi si fa menzione è vero dell'anno, ma che 
non si sia lontani dall'epoca da noi supposta, ci conferma questo passo 
del Doc. I dello Sperandio che si riferisce alle vendite di ghianda 
fatte dagli antichi vicedomini di Sabina : « Et anno 1251 illustri 
comili d. Raynerio et illustri comitissae dominae Mariae de Dom- 
pnigallia coniugibus prò eorum vaxallis de Gabiniano, ut habetur 
ex Rofrido de Faida scriniario Episcopien. » 

Su questo documento fu bensì gettato il sospetto di falso, ma 
da parte interessata a volerlo tale (2). Noi troviamo questa indi- 
cazione corrispondere così esattamente agli altri nostri due docu- 
menti che ad ogni modo ci pare di non dover più mettere in dubbio 
l'esistenza di questo Ranieri di Conio in Sabina verso la metà 
del secolo XIII. E, poiché questo conte era anche signore di Ga- 
vignano, ci sorse spontaneo il dubbio se non appartenesse alla sua 
discendenza un certo Giorgio, nominato appunto in Gavignano, 



(1) Chron. Riccardi Sangermanensis, ap. Mur.ìtori, R. I. S., t. VII. Federico 
fu a Rieti anche nel 1233 a ricuperare ciò che i Reatini avevano conquistato del suo 
regno. 

(2) Questo documento é una sentenza di restituzione in pristinura della chiesa 
di Sabina, lata nel 1431. Fu impugnato nel 1767 dalla Comunità di Torri contro il Pro- 
curatore fiscale di Sabina specialmente per essere stato ritrovato neir archivio di Cer- 
chiara da un tal Seratini famoso falsario. 



116 D. BENUCCI 

in un allo del noslro notaio. E anzi il primo che egli stenda come 
cancelliere del Commissario pontificio (1), venuto a Gavignano 
« depulalus et eleclus cum omnimoda facultale et poleslate dero- 
gandi et validandi quicquid olim a domino Pelro Angelo de Ursi- 
nis (2) factum fuit de hereditate et bonis hereditariis condam 
domini comitis Georgii positis in perlinentia castri Gabiniani sa- 
binensis diocesis », e che in tal qualità od a nome anche degli Orsini 
transige cogli eredi del detto conte il 2 giugno 1486. 

Per quanto però noi non siamo ripugnanti dal crederlo, non 
abbiamo certo prove sufficienti per riconoscere nel conte Giorgio 
un Coniario. Lo Sperandio (3) lo dà senz'altro per tale, ma come 
figlio di Alberico da Barbiano, restauratore, secondo lui, di que- 
sta famiglia dispersa. Al suo tronco, di conseguenza, egli attacca 
anche gli eredi del detto conte, i fratelli Niccolò Sante e Pietro 
Saraceno, i quali, insieme con tutti i loro figli maschi, nell'istro- 
mento da noi citato, accettano in nome e da parte degli Orsini 
ciascuno la somma di lire cento provisine che loro paga il Com- 
missario d'Innocenzo Vili, e rinunziano con ciò, in favore degli 
Orsini slessi, tutti i loro diritti su quella eredità, obbligando in 
caso contrario tutti i beni ad essi pertinenti « ex iure proprieta- 
lis in tenuta Collemonis seu lenimento diruti castri Tribuci et in 
perlinentia castri Catini ». 

Abbiamo riportato questo passo, perchè ci indica i possedi- 
menti di questi due signori proprio in que' luoghi che lo Speran- 
dio ha fatto centro dei possessi de' Coniarli in Sabina (4). Ma un 
altro atto ci dimostra ancor più l'importanza di questi personaggi. 



(1) È chiamalo in quest' atto Lodovicus, ma il trovare scritto in tutti i succes- 
sivi Laurentius, colla stessa paternità e nella stessa qualità, ci fa dubitare d' una svista 
del notaio. 

(2) Del ramo di Castel S. Angelo (Vedi Bollett., voi. I, F. Savio, Simeotto Orsini 
e gli Orsini di Castel S. Angelo). 

(3) Egli pubblica sotto il n.o XXIII due documenti estratti dall' archivio di Poggio 
S. Loi'enzo, dai quali si rileva come, ancora nel 1525, i Agli di Niccolò Sante e Pietro 
.Saraceno affacciassero pretese sui beni del fu conte Giorgio comitis C'unii. — Nella se- 
conda meta del secolo scorso (1762) un tal Ignazio Seraiini intitolatosi Conte di Cuneo» 
intentò lite alla casa Olgiati, subentrata nei possessi degli Orsini, per la restituzione 
dell'eredità di questo conte Giorgio, presentando un inventario dei suoi beni deiranno 
1426. Fu scoperto eh' egli lo aveva falsificato servendosi di antiche pergamene da cui 
aveva grattato i primitivi caratteri. La conoscenza del nostro documento avrebbe reso 
vana la falsificazione. 

(1) Egli infatti pone in Catino la sede principale de' conti di Conio in Sabina. 



DI ALCUNI ATTI HEL NOTAIO GIO: CKSIDIO DA OAVIGNANO UT 

Esso è la sentenza emanala da Lorenzo de'Cfrroni addì 2^ ngoslo 
1487 Ira Niccolò Sanie e Pietro Saraceno da una [larle e la co- 
munita di Poggioperusino dall'altra, la quale negava ai detti fra- 
telli il diritto di pascolo nel proprio territorio. I due signori 
producono i patti stipulati col cardinal Baldassarre Cossa, leg.tlo 
pontificio, nel 1410, riconosciuti e confermati per placito di Mar- 
tino V nel 1425, ne' quali ai loro predecessori e a tutta la loro 
discendenza mascolina in perpetuo si accordava il privilegio di 
essere « ubique locorum tainquam cives illorum exstimandos », 
in compenso della cessione fatta alla Chiesa di molli loro domini (1). 
Ora benché in questo atto si legga la paternità dei due fra- 
telli, figli di un tal Domenico Sante da Catino, né sapremmo come, 
se lo Sperandio ne avesse avuto contezza, lo avrebbe fatto deri- 
vare da Alberico da Barbiano (2), ci sembra evidente tuttavia che 
costoro fossero eredi di una polente famiglia. Parentela avevano 



(1) « Laurentius de Cerronibus.... cuin.... bene perspexerit pactiones faclas curii 
« condam domino Cardinali Raldassarro Cossa legato Bononie per apostolicam sanctam 
« sedem Romanara anno domini Millesimo CCCCX, ac bene cog-noverit placilum apo- 
« stolicum olira sanctissirai domini Martini pape quinti felicis recordationis remmo- 
« rantis (sic) anno domini Millesimo CCCCXXV dictas pactiones per quas patet apo- 
« stolica romana acquisitio plurium locorum datorum et concessorum jìer dictas pa- 
« ctiones apostolice sanate sedi Komanc placitum fuit compensare predeccssores 
« dictorum germanorum fratrum ipsorumque successores masculos usque quod per- 
« duiMverit eorum generatio masculorum ex eo quia eisdem datum et concessuni fuit 
« ubique locorum taraquam cives illorum exstimandos fore et esse qulbuscunique non 
« obstantibus et propterea eosdem habere tenere et possidere omnia et singula iura 
« quo pertinent ad predictos cives oppidanos atque terrigenas in universo dominio 
« temporali prefate apostolice sancte sedis Romane, nec non etiam cognoverit statuta 
« et leges dictorum liominum et Communis Podii predicti, se mature cum Consilio 
« plurium iuris peritorum prefata apostolica auctoritate facultate et potestate deter- 
« minavit ad hanc diffinitivam sententiam et decretum tenoris. videlicet. Xristi no- 
« mine invocato nos Laurentius de CerroDÌI)US etc. dicimus pronunciamus ac diftini- 
« tive sententiamus et decernimus licitum fuisse et esse prefatos gcrmanos fratres 
« Nicolaum Sanctem et dominum Petrum Saracenum ipsorumque successores masculos 
« ducere duxisse ac ducturos fore et esse per se vel per alios nomine ipsoinim pro- 
« prias capellas oves et alia animalia que sint et fuerint de iure proprietatis eorum 
« ad pascendum in Montibus pertinentibus ad Commune et homines Castri Podii pe- 
« rusini simul cum eisdem tamen hominibus usque quod eorum protenditur tenimen- 
« tum iuxta confìnes designatos per olim dominos Bertuldum et Robertum de liliis 
« Ursi ». 

12) Lo Sperandio sostiene anche che tutte le principali famiglie romane. Or- 
sini, Savelli, S. Eustacchio, etc, avessero comune l'origine coi Coniari. Ora nel nostro 

istromento trovava questo passo « Bertuldum et Robertum de tìliis Ursi eiusdem 

« generis cuius sunt prefati germani fratres.... ». La sentenza é emanata « in domo 
olim predictorum dominorum Bertuldi et Roberti de filiis Ursi et nunc civitatis Rea- 
tine vel eius Communis » posta in Poggio Perusino. 



118 D. BENUCCI 

anche coi conti di Marerio, giacché loro pro-ava era slata l' illu- 
strissima signora Filippa, figlia del conte Nicola di Marerio, 
come si rileva dal testamento di un conte Nicola di Marerio giu- 
niore, contenuto nel nostro protocollo. Questi, anzi, appunto 
perciò, lascia ai due fratelli e a tulli i loro discendenti maschi 
in infinito venti rubbia di terreno nel lenimento del diruto 
castello di « Vulghe recte » (presso Ascrea e Castelvecchio) 
oltre al possesso in comune e <« prò indiviso » coi suoi figli dell'in- 
tero lenimento di esso castello, « proul habilum fuil a venerabili 
Monaslerio farfensi » (1). 

Era però ormai finito il tempo delle signorie particolari e già 
dagli alti menzionati appare come tulli questi nobili, ne' luoghi di 
cui i loro predecessori avevano il dominio, si contentassero di 
restare cittadini doviziosi. Più grosse e potenti famiglie ormai li 
soverchiavano, e tra queste vediemo spandersi per Sabina, ove 
avevan sempre tenuto un piede, gli Orsini, ora col favore ora a 
dispetto de' pontefici. 

Già vedemmo come Pier Angelo avesse occupato i beni del 
conte Giorgio in Gavignano ed agli eredi di costui fosse parso 
conveniente accettare un' indennità in danaro ; un altro atto di 
Giovan Cesidio ci mostrerà come si comportasse Paolo Orsini in 
Calino (2), di cui s'era fatto signore. I catinesi gli avevano ven- 
duto nel 1480 per 1,600 fiorini d'oro le legna dei loro boschi, e 
non vedendo arrivare ancora il pagamento, avevano ricorso al 
pontefice. Lorenzo de' Cerroni è il commissario che viene a giu- 



d) II testamento é fatto in Calvi ove il conte Nicola giaceva infermo in casa di 
ser Marco Mattei [de' MarescottiJ il 10 marzo li87. Egli lascia, tra gli altri legati, 
due cavalli per ciascuno a Troilo Orsini, Pietro Colonna e Pandolfuccio Savelli, no- 
mina i due primi suoi esecutori e fldecommissari e riparte in tal modo l'eredità tra 

I suoi cinque maschi: i possessi di Castelvecchio, Vallecupola ed Ascrea a Francesco; 
quelli di Corbario e Villa a Griovanni e Filippo; quelli di Castel Colle, Borgo, Casaprota 
•e Rocca Sinibalda a Tommaso e Gentile. Tutti loro istituisce eredi universali nella 
contea di Marerio e ne' castelli del contado equicolano secondo il placito del Re Carlo 
di Sicilia del li giugno 1265. All« due liglie stabilisce cinquanta florini d'oro di dote. 

(2) È lo stesso che fini miseramente per le mani del Borgia (Barbiellini AMmEi, 

II barone Ferreoli). Noi abl)iamo trovato nell'archivio notarile di Calvi, ne;;li atti di Mat- 
teo de' Marescotti, un biglietto di Gio. Paolo Orsini, conte d' Atripalda, scelto arbitro tra 
Organtino Orsini come Signore di Monistero e Vacone, e la L'niversità di Conflgni, 
dato da Poggio Catino il 18 gennaio 1487. É senza dubbio lo stesso personaggio, figlio 
del cardinale Latino. Apparteneva al ramo dei conti di Tagliacozzo, i quali ebbero 
anche la contea d' Anguillara. 



DI ALCUNI ATTI DEL NOTAIO OIO : CESIDIO DA GAVIGNANO IID 

dicare anche di questa vertenza, ed alla sua presenza, il giorno 
25 agosto 14S6, Troilo Orsini riunisce appunto perciò, nelle f(jrme 
•consuete, il consiglio di Catino (1). Ivi, dopo aver dichiarato che 
ognuno era libero di dire il suo parere, si lagna che i catinesi 
abbiano ricorso al papa per esser pagati dal signor Paolo, suo zio, 
■quando questi e il cardinal Battista, abbate commendatario di 
Farfa, tanto li avevano aiutati contro il comune di Poggio Mir- 
teto, ed oltre a ciò avevano già pagato 200 fiorini d'oro al co- 
mune di Poggio Catino (2) : esser perciò « liberam ipsorum gra- 
titudinem et debitum, amor amore pacandus [sic] ». 

Il consigliere ser Antonio Marezzi risponde mostrando le ne- 
■cessilà di Calino, ed ottiene che i signori Orsini paghino almeno 
■500 fiorini d'oro, che il signor Troilo versa immediatamente nelle 
mani del camerario del Comune. Nel discorso di ser Antonio 
sono riassunte le vicende di Catino nel XIV secolo (3). Il passo 



(1) Si noti che il primo dei consitrlieri nominati è Ser Pietro Saraceno. 

(•2) « Xotandum est quia non fuit ah ipsis hominibus et Commune Catini expres- 
< sum quod anno MCCCCLXXXI et sequentihus annis tam prefatus d. Paulus quam 
« Reverendissimus d. Baptista diaoonus Cardinali» de Ursinis Commendatarius Abbas 
« Monasterii Farfensis multum auxilium et operam dederunt predictis hominibus et 
« Communi Castri Catini in litibus, causis, questionibus et controversiis inter eosdem 
« et inter homines et Commune Castri Podii Mirteti sopra terminationem pro])rietatis 
-» Montium : nec etiam espressum fuit quod jìrefatus dominus Paulus dedisset bis ccntum 
« rtorenos auri Communi et hominibus Castri Podii de Catino etc. ». 

(3) « Quibus omnibus et singulis l)ene auditis et intellectis, surrexit in pedo reve- 
« rentia qua decet Ser Anthonius Marotii et suum consilium ad omnium libitum et 
« ar1)itrium proponendo dixit: Non ignorari nec negari beneticia et patroclnium tam 
« domini Pauli de Ursinis quam domini Cardinalis Baptiste ac decere futuros esse gra- 
« tos, sed rememorandum est omnibus quod nostri predecessores homines de Catino 
« usque quo » (Sembra veramente il segno del quia. A noi pare di dover leggere: usque 
a q'to. Intatti nel doc. prima citato ove vuol intendere: fino a che, é scritto chiara- 
mente: usque quod) « se ipsos dederunt et subposuerunt apostolice sancte sedi Ro 
« mane nimiam diminutionem et dampna sustulerunt a malo in peius etiam ad esse 
« subpositos domino Theobaldo de sancto Kustachio facto proprio vicario apostolico 
« temporali Castri Catini et ipsius hominum, qui per patrocinium et potentiam do- 
« mini imperatoris Heynrici voluit minuere vires et actionem et auctoritatem predi- 
« ctorum hominum de Catino cum fecisset et obptinuisset homines Podii de Catino 
« fore et esse Commune separatum et distinctum a nostro Communi et univcrsitate 
« prout est et fuit hoc pluries assertum et probatum contigisse anno domini mille- 
« Simo CCCXij, ob quod ipsi predecessores nostri ut assueti ex origine ad imperium 
■« supra omnia Castra que erant in antiquo territorio illorum non substulerunt se 
« ipsos subponere perpetuo vicai'io apostolico temjjorali et dicto domino Theol)aldo, 
« cum (jUG pacilìcati fuerunt per opus germanorum frati'um dominorum lohannis et 
« Sciarre de Columpna: non minorem diminutionem et atflictionem attulerunt bella 
« seu guerre que fuerunt inter Guclfos et Ghibellinos, et nunc etiam fertur non esse 
« pacatos de* agabello et venditione lignorum in montibus iuris nostre Communis prò- 



120 D. BEXUCCI 

principale è quello che si riferisce a Teobaldo di S. Eustachio. 
Costui, ottenuto il titolo di vicario perpetuo di Catino (forse 
dal primo de' pontefici che prese stanza in Avignone), favorendo 
gli imperatori, intese a farsene addirittura un possesso. Perciò,, 
dopo aver sminuito i privilegi de' catinesi, coli' intento d'indebolirli, 
ottenne da Enrico VII che Poggio Calino, che prima da loro di- 
pendeva, formasse un comune distinto. A questo punto non resse 
la pazienza de' catinesi, i quali più non sostennero d'esser sot- 
toposti al prepolente barone; ma egli, come ghibellino, molto pro- 
babilmente anche prima che la venula di Lodovico il Bavaro a 
Roma desse baldanza al suo partito (1), per mezzo di Giovanni 
e Sciarra Colonna (2), fu rappacificato coi catinesi. 

Nel 1477 tornò Catino alla S. Sede (e Sisto IV lo vendè a 
Rieti) essendosi colla morte di Luigi estinta la discendenza dei 
S. Eustachio. Essi possederono in Sabina anche il diruto ca- 
stello del Monte de' figli d' Ugone (Monte Fido), che Giovanni ed 
Agapito fratelli, sulla fine del secolo XIV, donarono ai preti mi- 
nori di Aspra con atto di ser Sabba di Cola Barberi di Monte 
Santa Maria, scriba del monastero farfense. Ciò sappiamo da un 
altro istromenlo di Giovan Cesidio, in data 14 settembre 1487,. 
ove è detto come, estinta la discendenza dei S. Eustachio, papa 
Innocenzo Vili, « ob defectum dictorum presbyterorum », nomi- 
nasse amministratore apostolico del castello del Monte de' figlr 
d' Ugone Giacomo di Battista Savelli, signore di Palombara Sabina, e 
come il suo procuratore, Accursio « condam domini Arnoldi » dì 



« pi'ietatis nec nostrum Commune et iiniversitas habet et possidet nunc aliud bonum- 
« a quo possit habere Iructura et utile quod habet et habuit in solis dictis montibusr 
« nec minus ob reverentiam et ob gratitudinem beneflciorum receptorura et ob plu- 
« res etiara obtentas gratias apud sanctissimum dorainum nostrum papam videtui* esse- 
« bonum omnes predictos soeios liomines congregatos et coadunatos ut supra vocaiT. 
« se contentos et integre pacatos dummodo statini dentur et tradantur nostro Com- 
« munì Catini quinque centum florenos auri ad rationem .1. sollidorum prò quolibet. 
« floreno, cura sint omnes constituti in magna necessitate propter expensas in litihus 
« retroactis et ob penuriam et mala tempora ». 

(1) Teltaldo fu tra i baroni che addestrarono il Bavaro neir entrare a Roma (Giov. 
Villani, X, 541. Non ostante questa ribellione de' Catinesi, i successori di Teobaldo 
fecero anche di peggio: specialmente Troilo, finché non fu ucciso da un ministro 
(Vedi MoROM, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica). 

(2) Sciarra Colonna fece nel 1314 la ])ace tra Terni e Narni. Egli ebbe in questo 
secolo molta parte nelle vicende dell'Umbria (Vedi Bollett., voi. I, G. Pardi: Dìie paci 
tra Terni e Narni etc. e Relazioni d'Amelia col Coni, di Roma etc). . 



DI ALCUNI ATTI DEI- NOTAIO GIO : CESIDIO DA C.AVIGNANO 121 

Canlaliipo, agabellasse a Nicolò de' Buccamazi di Scandriglia Tl'I*- 
balico di dello castello, del quale sono designati i confini. 

Un altro documento interessa specialmente la storia del mo- 
nastero di Fiii'fa, ed è mollo curiosa la notizia che si lui nel li- 
bello supplice degli abitanti di Castelnuovo, circa la fondazione, 
forse leggendaria, di questo castello, falla da nomini coniJolli dal- 
l'oriente e convertiti alla fede cristiana dal monaco Kaniero (1). 

Già da gran tempo il monastero aveva perduto il suo antico 
luslro per opera specialmente di Bonifacio IX papa, che spogliati 
i monaci delle loro terre ne aveva investito col titolo di abbate coin- 
niendalario il suo nipole ex sorore Francesco Carbone dotto an- 
che Carbonacci o Tomacelli. Oramai fin dal 1420 l'abbazia non 
aveva fatto che passare d'uno in un altro Orsini, quasi fosse un 
loro feudo, e come si comportasse il cardinal Battista, f|uinto 
abbate di questa casa, si può vedere dal nostro documento in data 
13 settembre 1487 (2). A noi nel pubblicarlo parve quasi di compiere 



(1) « In primis tenor predirti supplicis libelli prout apparet talis est videlicet: 
« Universitas et horaines Castri novi de abhatia farfensi, maxima humilitate et ea 
« summa qua decet reverentia supplices, consnltis ipsorum senioril)us prudcntihiis 
« viris, die nona currentis Mensis Martii hoc anno domini Millesimo CCCCXXX, per 
« manura Ser Johannis Anthonii pnhiici notarli de Podio sanati Laurentii, precantur 
« omncs et singulos venerabiles et Rclipiosos viros dominos Monachos et Conventum 
« venerabilis Monasterii farfensis, ut ipsi memores sint predecessorum sevi primorum 
« honiinum Castri novi, qui ex orie: te ad sanctissimam Xristi fidem conversi per no- 
« bilissimuni farfensera Monachum Kayneriura et ducti in hanc farfensem ])artem. 
« habuerunt et rcceperunt a pietate Monachorum predecessorum tenimenta dirutorum 
« Castrorum Agelli et Caballarie ad se sustentandum laboritiis, velint nunc omnes pre- 
« dicti venerabiles domini Monachi, quovis titulo, dare et concedere predictis univer- 
« sitati et hominibus quicquid maius videtur oportunum ad nccessitatem pascendi 
« propria animalia a Petris lixis usque ad Rianara, promictentes quicquid eisdem do- 
« minis Monachis placuerit lieri habere prò gratia quam Deus ipsis inspiret etc. ». 

(2) « In nomine domini Amen. Anno domini Millesimo CCCClxxxvij indictiono 
« quinta pontilìcatu sanctissimi in Xristo patris et domini nostri domini Innocenti! 
« divina providentia pape octavi Mense septembre die decima tertia. In presentia mei 
« notarii et testium subscriptorura ad liec specialiter rogatorum venerabilis et Relifrio- 
« sus vir dominus frater Dionisius de Francia cellerarius Monasterii farfensis sancte Marie 
« non vi coactus nec dolo vel errore et aliqua deceptione ductus sed ex eius certa 
« scientia lilìeroque arbitrio et propria spontanea voluntate tam nomine suo quam 
« vice et nomine omnium Monachorum dicti Monasterii farfensis ipsiusque Conventus 
« absentium tamquam presentium ex ipsorum vive vocis oraculo ad perpetuam rei 
« memoriam traditur factum et facta predictorum Monachorum et Conventus Mona- 
« sterii farfensis ne in posterum successores in dicto Monasterio malori colludio et 
« dolo sufferant dampna et preiudicia ob magnam dolosam dirainutionem et conver- 
« sionem antiqui Manualis seu territorii diruti Castri Acutiani in tenimentum et per- 
« tinentiam dirutorum Castrorum Agelli et Caballarie quicquid a Riana versus leni- 
« menta dictorum dirutorum Castrorum Agelli et Caballarie erat et fuerat semper per- 



122 D. BEN UCCI 

la volontà di que' monaci, che della loro protesta contro gli atti 
del prepotente abbate vollero lasciar memoria per mano di ser 
Giovanni Cesidio, quasi un ultimo grido levato contro il cardinal 
Battista, che poco di poi li spogliava anche del castello di Sali- 
sano, ultimo rimasto alla mensa de' poveri frati (1). 

Chiudiamo lo spoglio del protocollo di Giovanni Cesidio da 
Gavignano facendo qui appresso breve menzione di alcuni altri 
istromenti che contengono qualche notizia utile alla storia parti- 
colare de' luoghi della Sabina. 



■« tinentia seu manualis et tenimentum dicti Monasterii farfensis proxima usque tem- 
« pora retroacta; iuravit ad sancta dei eangelia (sic) corporaliter habens in suis ma- 
« nibiis scripturas oranes et singulos Monachos dicti Monasterii farfensis fuisse et eése 
« violenter inductos atque coactos ab auctoritate et potestate Reverendissimi domini 
« Cardinalis diaconi Baptiste de Ursinis Coramendatarii abbatis Monasterii farfensis 
« ad dandum et prestandum eorum consensum instromento quo manu Ser Jacobi pu- 
« blici notarii de Podio Mirteto die octava proxima preterita nomine falso tenimen- 
« torum (sic) Agelli et Caballarie incorporata fuere et locata ad centum annos nniver- 
« sitati et hominibus Castri novi sabinensis diocesis de abbatia farfensi, cum [non] es- 
« set eisdem Monacis nec prò omni oorum iure permissum se ipsos apposituros fora 
« et esse reservationes in diete instromento appositas ad servandum in integrum pro- 
« pria iura predicti Monasterii, prout melius patet a presentibus duobus testibus ad 
« perpetuam rei memoriam examinandis in hoc instromento . videlicet . nobili et sa- 
« pienti viro domino Accursio condam domini Arnoldi de Castro Cantalu])i sabinensis 
« diocesis eximio legum doctore et nobili viro domino Xicolao condam domini lohannis 
« de Bucchamatiis de Scandrilia. Quorum examinatus ad perpetuam rei memoriam 
« dictus dominus Accursius an ipse sciat quicquid proxima preterita die octava 
« Mense septembre contigisset Inter Reverendissum dominum Cardinalem Baptistam 
« ex parte una et inter Monachos Monasterii farfensis ex parte altera, iuravit ad sancta 
« Dei evangelia corporaliter tactis scripturis noluisse prefatum dominum Cardinalem 
« Baptistam admictere dictis Monachis quod in istromento nove locationis et incor- 
« porationis teniraentorum Agelli et Caballarie raentionem aliquara Aeri esset de quo- 
« dam supplici libello quo Universitas et homines Castri novi anno domini Millesimo 
* CCCCXXX, consultis ipsorum hominibus postularunt eisdem concedendum fore et 
« esse ius pascendi quolibet titulo Monachis placuisset ultra Perras lixas usque ad 
« Rianam; nec etiam instromentura inseri quo patet nova affixio Fixarum Petrarum 
« avulsarura facta anno domini Millesimo CCCClxxvij : sed omnino inopinanter et sta- 
« tim prcdictos Monachos facere locationem novam dictorum tenimentorum hominibus 
« et universitati Castri novi ad placitum et iuxta voluntatem prefati domini Cardi- 
« nalis sic omnino volentis iubentis et suam auctoritatem et potestà tem contra predictos 
« Monachos iactantem iactantis ». Nell'atto di reaffissione di termini del 1477 é ricor- 
data la terminazione eseguita nel 1315, quando lo stesso tenimento era stato locato 
all'Università di Castelnovo dal monaco Arnaldo, amministratore del Monastero. 

(1) Il Castello di Salisano fu ceduto all'abbate Commendatario con Bolla di Ales- 
sandro VI del 29 agosto 1492, ed i monaci ricevettero in compenso S. Maria in Canneto 
«olle sue dipendenze (Barbiellini-Amidei, Op. cit.). 



DI ALCUNI ATTI UKI. NOTAIO GIO: CESIDIO DA (iAVlGNANO 1215 

1486, 12 febbraio. — Affitto del pascolo di Rocca Teobaldesca del- 
l'Abbazia farfeus?. Vi souo descritti i confini del teniniento e si eccet- 
tuano i seminati del Monastero e degli uomini di Castelnuovo. Atto in 
Bocca Teobaldesca. 

1486, 7 mag'gio. — Testamento di iiu certo Corasio del la Ayghio, 
armeno, malato nell'ospizio di Farla, che lascia gemme e tesori al Mo- 
nastero ed ai poveri. 

1486, 8 luglio. — Transazione tra frate P\isticardo dell'ordine di 
S. Agostino economo del Convento della Santissima Trinità, ora di S. Ma- 
ria, iu Ponticelli, e i compratori delle ghiande del bosco lasciato al con- 
vento dal conte Giannicola Virrocco. Costoro non avevano mai pagato 
per negligenza dei famigliari dell'illustrissimo signor Francesco di Rai- 
mondo degli Orsini che era stato lasciato amministratore dal conte Vir- 
rocco. Atto in Offeio. Assiste come testimonio Lorenzo de' Cerroni. 

1486, 22 luglio. — Sentenza del commissario Lorenzo de' Cerroni 
nella questione vertente tra i Comuni di Castelvecchio, Mirandella ed 
Ascrea. Gli uomini di Castelvecchio esibiscono un lodo di Giovanni di 
Fara, arbitro tra l'Abbate del Monastero di S. Salvatore maggiore e i 
signori Braccio e Filippo coi loro nipoti Nicolò e Francesco di Marerio 
nell'anno lol2 ; il Comune di Mirandella un lodo del 1289 fatto da Ni- 
colò di Gianni Cola Colelle da Rieti tra esso Comune e il Monastero d^ 
S. Salvatore suo padrone da una parte, e il Comune d' Ascrea e i si- 
gnori Oddone ed Andrea fratelli suoi padroni dall'altra; il Comune 
d' Ascrea presenta lo stesso lodo e l' istromento in cui fu confermato 
nel 1315 da Poncello de Buccamazi di Scandriglia. 

La sentenza entra ne' più minuti particolari circa ai confini e alla 
giurisdizione dei tre Comuni. Atto presso l'eremo di S. Angelo nel Monte 
Namnea. 

1486, 11 agosto. — Sentenza dello stesso (come commissario del re 
di Sicilia) tra i Comuni di Gergenti e S. Angelo in Equicolis per que- 
stione di confini. Si richiamano le regie lettere di re Carlo del 22 giu- 
gno 1265 per mano del cancelliere Stefano di Roano, da cui si rileva 
la sentenza lata e la terminazione fatta in quel tempo da Tommaso di 
Marerio. Atto in plano Mandrilium. 

1487, 25 gennaio. — Componimento di Orso di Giovanni Orsini, si- 
gnore di Striano, pel pascolo di questo castello venduto ai Calvesi. Atto 
iu Calvi. 

1487, 1° settembre. — Don Farolfo del fu Ser Giovanni Cole Futii 
da Toflia, canonico di S. Sabina, apostolico economo ed amministratore 
della chiesa Forouovana, eletto e deputato da Innocenzo Vili alla rifor- 
mazione e restituzione della detta chiesa, elegge suo legittimo procura- 



124 D. BEXUCCI 

tore il uobil nomo Roberto del fu Laudone Lotti da Toffia, « ad obbligau- 
dum et agendum ut omues universi tates Commuuia et homiues Castrorum. 
oppidorum et locorum qui et que existuut et suut a flumine Tyberis 
usqxie ad flumeu seu Rivum vel lagiam Kalendiui et usque ad culmina, 
Montium ut aqua peudet versus diocesim sabinensem et tenimentum ca- 
stri Tancie in integrura oblig-entur omui meliori modo ad illa antiqua 
regalia et imperialia qnibus antiquitus ad dationes prestationes pensio- 
nes et responsiones in quolibet anno tenebantur et adhuc usque etiam 
aliqui tenentur et communiter vocitautur de comitatu sabinensis ecclesie 
inaioris esse (1) », non che a riscuotere locazioni, censi, frutti, decime, ecc. 
spettanti alla chiesa, ai suoi canonici e dignità come spettava aulica- 
mente alia detta chiesa ; « cuius veneratio et devotio ab antiquis tempori- 
bus memoranda ad nostra usque tempora manet apostoli sancti Petri in 
Ursaciana domo Foronovano episcopio », ed a sostenerne il reg'ime con mera 
e. misto imperio « supra et intra et extra Podium episcopii ». Atto iu 
Tarano. 

Calvi dell' Umbria, dicembre '95. 

D. Benucci. 



(1) Anche ((uesto passo concorda pienamente col Doc. I dello Sperandio più volte 
citato e ribatte anzi alcune delle accuse sulla sua falsità. 



nsr o T .^ 



Licenziavamo le bozze, quando ci é pervenuto II Comune di Nur-ni nel se e. XIII 
del prof. Terrenzi (Terni, Alterocca, 1895). L' istronaento di cessione del castello di 
Striano, fatta al Comune di N'arai nel 1238 da Pietro de Capite, pubblicato dall'A., non 
sembra in accordo col documento di cui si ha memoria nella Cerna di Calvi del 1491^ 
da noi citata, o per lo meno colla data a cui son riferiti il conte Ranieri e Maria Don- 
nigallia nel documento dello Sperandio. Xon mancheremo di fare ricerche in proposito. 



125 



POMPEO PELLINI 

AMBASCIATORE DELLA CITTA DI PERUGIA A PAPA GREGORIO XIII 



Antico e non mai spento desiderio degli studiosi è quello di 
potere un giorno ritrovare di Pompeo Pellini, di questo erudito 
« coscienzioso narratore della storia di Perugia, quella parte delle 
sue istorie che per alcune vicende tipografiche e in mezzo ai casi 
domestici dei suoi discendenti, andò miseramente smarrita. E se 
mai da qualche vetusto e abbandonato armadio delle nostre antiche 
famiglie patrizie, se da qualche ripostiglio non bene esplorato di 
biblioteche o di archivi nostri, potranno uscire alla luce dispersi 
o non conosciuti frammenti della antica storia e letteratura peru- 
gina, pochi al certo sarebbero cosi pregiati e giungerebbero tanto 
desiderali, quanto quelli che ci permettessero di riempire la consi- 
derevole lacuna lamentata nella storia del nostro cinquecenlista (1). 

Ed è facile comprendere la vivezza di tal desiderio quando si 
noti che non v'ha storica narrazione più veritiera e diligente 
della sua : né, chi vuole addentrarsi nello studio e nella ricerca 
della storia locale, potrebbe avere guida più coscienziosa e si- 
cura. Non spetta certo al Pellini, per l'acume politico o per lo 
splendore della forma, uno dei primi posti fra gli storici del cin- 
quecento, ma niuno forse fu così esatto e minuto e scrupoloso ri- 
tessitore della storia della propria città sulle fonti antiche, sulle 
carte e sui libri giacenti nei patri archivi. 

Ebbi anch' io più volte l'occasione di verificare la indefettibile 
precisione delle sue parole, confrontandole col testo degli antichi 
statuti o delle riformanze. Ricordo fra le altre, che il compianto 
Ariodante Fabretti nelle sue ricerche di documenti per la storia 
degli ebrei e della prostituzione e sulle tariffe doganali dell'antico 



(1) « Dell' Historia di Perugia di, Pompeo Pellini (parte I, II, III) nella quale si 
contengono oltre V origine e i fatti della città li principali successi d' Italia per il 
corso d' anni 3525. In Venetia MDCLXIV appresso Gio. Giacomo Hertz ». 



126 A. BELLUCCI 

slato perugino, studi che ei riprendeva dopo i suoi monumentali 
lavori sulle nostre antichità italiche come dicersorium di una vita 
mirabilmente operosa : ricordo dico, che il venerando vecchio per 
lo più procedeva nella ricerca contronolando sulle storie del Pel- 
lini tutte le menzioni, tutti i fuggevoli accenni relativi all'argo- 
mento che studiava. Ebbene: neppure una delle citazioni tratte 
dal Pellini fu trovata non rispondente al lesto degli statuti o- 
delle riformanze, nell'anno e nei giorni indicati da lui (1). 

Del Pellini quindi, più che ritessere la biografia sarebbe im- 
portante ritrovare la parte smarrita delle sue istorie. 

Giova per altro ricordarlo in qualche fatto memorabile della 
vita sua, specialmente quando si consideri che ninno ancora si ac- 
cinse a scriverne con larghezza. 

Dell'incarico di governare Cascia, fecero menzione fra gli 
altri e il Mariotti (2) e il Fabretti (3). lo ora rendo nota so- 
lamente una lettera della Camera Apostolica di Roma al vice- 
tesoriere di Perugia, ove si accenna a questo ufficio affidatogli dai 
Reggitori del Comune. 

Dai libri dell'archivio della Camera Apostolica di Perugia. 
Lib. XIV, fol. 29. 

Al mag-uifico amico carissimo raesser Aldieri della Casa vicetheso- 
riere di Perugia, 

Mag-niflco amico carissimo. Come dovete sapere, del mese di Marza 
1564 fu scritto da mons. lUmo et Revermo signor mio il cad. Borromeo,, 
et audio da me di volontà di N. S., che si dovessero pagare agli oflfitiali 
di cotesta Prouiutia quelle medesime prouisioni che soleuano auere auauti 
che se leuassero le legatioui. Hora pretendendo messer Pompeo Pellini, 
quale alhora si trouaua al gouerno di Cascia, di restare creditore di qua- 
ranta cinque scudi in circa, per compimento della sua prouisioue del 
tempo che egli dimorò in quel gouerno, non ho potuto mancare di dirui 
come faccio con questa, che uogliate riuedere bene il conto d'esso messer 
Pompeo; et trouando che egli resti ueramente creditore, dobbiate sodisfarlo 



(1) AuiODANTE Fabretti « Cronache della Città di Perugia » volumi quattro, 
1887-'92, tipi dell'editore; e « Documenti di storia perugina » volumi due. 

(2; « Saggio di memorie istoriche, civili ed ecclesiastiche di Perugia e suo con- 
tado. — Opera postuma di Annibale Mariotti, Perugia, Baduel, 1S06>. (Vedi la dis- 
sertazione proemiale). 

(3) « Archivio Storico Italiano. Prima serie. Voi. XVI, parte II ». 



POMPEO PELLIXI AMItASCIATOIlE, ECC. 127 

di quanto g-iiistamente se g-li deue, con pigliarne le debite g-iustificationi» 
con le quali ui sarà tatto tutto buono : et a voi mi raccomando. Di Roma 
il di 21 d'Ag-osto 15G5. 

Ma di ben maggiore importanza fu l'ufficio di ambasciatore 
dei Perugini a Gregorio Xlll, commessogli dai Dieci Priori che 
nel gennaio del 1575 reggevano i! Comune: e mostra in qual conto 
di uomo prudente, di accorto ed esperto negoziatore, fosse il Pel- 
lini avuto dai concittadini (1). 

Non trovando che di questa ambasceria abbiano fallo ri- 
cordo né il Mariolli, nò il Fabrelti, nò altri, io rendo ora di 
pubblica ragione, come tratto inedito e non conosciuto della bio- 
grafia di Pompeo Pellini, le istruzioni a lui date, per ordine dei 
Priori, dal loro cancelliere, da quel Sante Pellicciari cioè, ricor- 
dato nella « Bibliografia » di G. B. Vermiglioli, come autore di 
una cronaca di Perugia, esistente manoscritta presso il Mariotli (2). 

Ma siffatto documento merita attenzione anche sotto altri 
aspetti. 

Chi volesse prendersi il gusto di conoscere di che natura e di 
che forma fossero le relazioni, nella seconda metà del secolo XVI, 
fra la Curia Apostolica e le città assoggettate e omai facenti parte 
dello Slato della Chiesa ; chi volesse vedere fino a qual punto 
l'antico Comune perugino fosse omai asservito a Roma; non 
avrebbe che a gettar gli occhi sopra documenti simili a questo. 
La riottosa Perugia, la pervicace difendilrice delle proprie franchigie 



(1) Altre notizie biografiche intorno a P. Pellixi, si trovano nello stesso volume 
degli Annali. Dalla e. 65 t. si trae che ebbe 20 scudi di indennità, e dalla e. 75 t. 
altri 5, per le spese della ambascei-ia. Dalle e. 66, 67 e passim si apprende che fu 
Priore: e dalla e. 76 t., che egli come Procuratore e Sindaco della città, per prov- 
vedere a certe indigenze, pose sui beni della città posti in Monte Malbo un censo an- 
nuo di 225 scudi. 

Dall'Archivio della Congregazione di S. Martino, sotto l'anno 1579, nel libro che 
ha per titolo : « Libro delle adunanze della compagnia degli inferrai miserabili di 
Perugia dal 1576 al 1643 > si ha che il Pellini fu nominato Vicepriore della compagnia. 

(2) Vedi fra i mss. del Nuovo Fondo del mio « Inventario dei mss. della Comu- 
nale di Perugia ». La Cronaca del Pellicciaki venne poi, probabilmente colle carte 
Mariotti, alla Comunale. Reca questo titolo : « Memorie di cose successe in I^erugia ». 
Sono per lo più brevi notizie sulle feste e sui funerali più solenni. A questa prima 
scrittura ne tien dietro un' altra : « Ordine et modo di procedere dei signori Priori 
di Santi Pellicciari Cancelliere ». La sua Cronaca comincia e finisce cosi : < Morto 
dell' lUiiia signora Giovanna Bagliona della Corgna Marchesa di Castiglion Chugino, 
1571, a di viij di Gennaro | quando li M. S. P. staranno ». y,ei Libri submissionum 



128 A. HELUCCI 

e delle proprie autonomie, ornai sia per addormentarsi nell'igna- 
via del sei e del settecento: la Guerra del Sale, episodio epico 
nella storia di questo popolo, è slata l'ultima manifestazione di 
gagliardia, l'ultimo scalto di fiera indipendenza contro il dominio 
dei Pontefici: ornai sul frontale del Forte Paolino, di quel bello 
e gigantesco arnese di guerra eretto dal Sangallo per ordine di 
papa Paolo ili, si legge la memoranda epigrafe: Ad reprimendam 
Pernsinoriim audaciam. 

Come vien fatto di ripensare a tutto ciò, mentre, scorrendo 
coH'occhio il documento che viene appresso, si vede in che stretti 
lacci di dipendenza, anche nelle più minute occorrenze del vivere 
civile, omai Perugia e le altre terre della Chiesa si trovassero 
per rispetto a Roma ! I dieci Priori, i Decemviri, come i cronisti 
romanamente li appellano, la magistratura sovrana dell'antico 
stalo perugino, domanda con diplomatica unzione l'assentimento 
del Pontefice, sotto forma di brevi, per avere il permesso della 
esportazione dell'olio, di abolire uno dei quattro Auditori di Ruota 
(magistratura giudiziaria imposta dal Pontefice, ma pagata dalla 
città); di aumentare fino a 100 some la messa, o, come diremmo 
noi, la importazione, del pesce del lago durante la quaresima ecc. 

Contribuirebbe non poco ad illustrare questo documento, una 
notizia modesta, ma sicura, intorno alla entità, al meccanismo e 
alla distribuzione di alcune gravezze imposte alla città di Peru- 
gia ; come per es. : quelle dell'uno e dell'altro quattrino della 



dell' antico archivio del Comune di Perugia, nel volume di esse segnato C, trovasi 
che le carte 45 t., 46, 47, lasciate in bianco dallo scriba più antico, furono poi riem- 
pite da Sante Pellicciari che vi copiò un documento importante del quale mi ac- 
cingo a porgere ai lettori una succinta notizia. 

C. 45 t. < Turris Ranche. — Laudura Inter conmune Perusij et conmune Assisij. 
Ilec est copia cuiusdara laudi lati Inter magnilìcum conmune Perusij et conmune As- 
sisi.), repertum per me santem Pelliciarum, notarium publicura et vicecancellarium 
perusinum, in capsa magna existente (sic) in Archivio publico diete civitatis, in pre- 
sentia magnifici domini etc. laudum scriptum et publicatum manu ser Xicolai Silve- 
stri Andree de Perusio porte solis, tramsumptive tamen ab exemplo ser Bernardi ser 
Francisci de Perusio, qui pariter copiaverat ab originale (sic) ser Ranutij olim Ilde- 
brandini notarij et scribe Reformationura comunis Perusij etc. ». — La copia di ser Ber- 
nardo leggesi negli Annali, anno 1385, 18 ottobre, carta 2)0. Il documento rogato da 
.ser Ranuccio è del 1321. Arbitro di questa sommissione è Caute dei Gabrielli da Gub 
bio, allora, « capitaneus guerre et Priorum Artium civitatis perusij ». Il patto di que- 
sta sommissione consisté nel ribandire 1 favoreggiatori della Chiesa e nel cedere al 
comune di Perugia il castello di Torre Ranca. —Vedi altra sommissione negli .\nnali, 
sotto la data 13 decembre 1559. 



POMPEO PELLIN'I AMBASCIATORE, ECC. 129 

carne, dei cavalli morii e vivi, del sussidio triennale, del porlo e 
fortificazione d'Ancona. Ma dal complesso del documento ci è 
però dato di rilevare come nel 1575 la città avesse ottenuto di 
permutare tutte le altre gravezze in una specie di imposta del 
macinato, la quale gettava annualmente undicimila e quattrocen- 
todieci scudi : di modochè mancavano all'erario perugino altri due- 
mila novecentocinquantatre scudi, per cavare dalla nuova imposta 
la somma di quattordicimila trecentosessantatre scudi, cioè l' in- 
tero ammontare delle sue gravezze annue. La qual somma, se- 
condo i computi comparativi dei valori antichi della moneta coi no- 
stri, stante a quello che in generale ne dicono il Cibrario, il Leber _ 
ed altri nei loro libri, era certamente peso ingente per una non 
grande città, in un tempo in cui il valore della moneta si può in 
qualche maniera dedurre anche dal costo dell'olio. Né la Camera 
Apostolica peccava in longanimità e remissività quando si trattava 
di tributi che andavano a lei direttamente. Sullo scadere dei ter- 
mini dei pagamenti, inviava (saremmo tentati di dire : sguinza- 
gliava), certi speciali esattori con pieni poteri, chiamati Commis- 
sarii e anche Commissarii Cavalcanti (1), i quali o in uno o in 
un altro modo dovevano celermente tornare alla Camera Aposto- 
lica colle intere somme che erano stati inviati a riscuotere. 

Se del resto questa varia e antica e gradata soppressione delle 
libertà, delle franchigie e delle autonomie locali nel Lazio, nella 
Campagna, nella Marittima, nella Sabina, nell'Umbria, nelle Mar- 
che, nelle Romagne, per dare compattezza e salda struttura al nuovo 
stato che si era venuto formando: allo Stato della Chiesa ; merita 
quel compianto cui invita il venir meno della libertà ; contemplata 
da altro canto, sotto un rispetto non sentimentale, ma storico e 
politico, vedremo che essa, obbedendo ad un intimo svolgimento 
storico e sociale, era in fondo, come in Toscana, nella Lombar- 
dia e nel Veneto, lenta preparazione a quella unità più larga 
e più organica che si veniva giovando dell'estinzione dello spi- 
rito particolarista e della fusione delle troppe varietà della vita 
italiana : per quanto il regime che Roma impose alle varie parti 
del dominio, fosse spesso improvvidamente assorbente o cieca- 



(1) Neil' antico archivio dei Comune di Rieti vi sono appunto libri intitolati dal 
nome di cotesti esattoi'i: Commissarii Cavalcanti. 



130 A. BELLUCCI 

mente prepotente, e molli atti di esso non possano meritare nep- 
pure l'approvazione o la lode dei contemporanei. 

Si suol dire fra noi e forse troppo spesso ripetere, che le isti- 
tuzioni nostre politiche, militari, giudiziarie, ed anco le civili e le 
amministrative sieno una cattiva copia di altrettali istituzioni fran- 
cesi. Il lamento è in gran parte vero : ma per giudicare fino a 
qual punto l'accusa sia meritata, bisognerebbe vedere se e quanto 
è vero che la rivoluzione francese e il turbine napoleonico ab- 
biano spazzato via completamente tutto il nostro passato nelle sue 
consuetudini, nella sua intima vita civile 

Ad ogni modo, per conoscere e studiare il diritto, e meglio 
ancora l'andamento amministrativo nell'antico stato della Chiesa,^ 
documenti del genere di questo possono essere non inutili contri- 
buti. 

E infine curioso il vedere come le terre assoggettate si ribellina 
contro il prepotere della Dominante, e più tardi si studino in più 
maniere di opporsi alle soverchie ingerenze, ai troppo gravi o irra- 
gionevoli tributi ; allo stesso modo che oggi, quasi un vivace moto di 
ribellione delle membra contro il capo, agita i comuni e le provinci e 
contro il così detto accentramento dello stalo nella capitale. Non 
è privo di insegnamento il fatto che di questo aspetto dell'attuale 
movimento interno, secondo il quale si cerca di ridare alle parti^ 
senza danneggiare la compagine e la inlima unità del corpo na- 
zionale, quelle attribuzioni del governo che è più utile e più le- 
gittimo dare a loro ; non è senza insegnamento, dico, che proprio 
negli antichi stati della Chiesa si sieno rivelate le prime manife- 
stazioni. Non è ignoto a nessuno che questo moto si deve in gran 
parte all'intuito, alla cultura, alla iniziativa di un giovane polilico,^ 
dell'on. Fazi : ma è degno di nota, ripeto, che questa sana ten- 
denza si sia proprio dall'Umbria allargata a gran parte d'Italia. 

Siffatti documenti adunque non dovrebbero passare inosser- 
vati neppure per coloro che si occupano più di studi politici che 
di patrie memorie. 

Doti. Alessandro Bellucci. 



131 

INVENTARI E REGESTI 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI 

AL COMUNE DI PERUGIA 

(Continuazione del Codice lo segnato ^ — Vedi Volume I, pag. 130-15 :ì). 



Xin. — 1217, Decembre 31. — P., nella piazza del C, a 
piedi del Campanile di S. Lorenzo. — Confirmatio facta 
])ro parte Eugubinorum ac datio contentorum in dicto laudo 
Comuni Perusij, e. 9 t. 



« In presentia Suppolini Ugolini presbiteri investitoris et 
Mincij Bonibaronis, lohannis Hanerij, Guidulij Munaldi Uguilio- 
nis, Ugolini Coppoli, Uguilionis Ugonis, Fortis Brachie de Ghis- 
lerio, Ranerij Christofani et Benserviti Slephani, Bernardi Rivaldi 
et Armanni Comitis testium », il Potestà di Gubbio Ugolino « de 
Sancto Paulo », presenti e consenzienti Pietro « de Serra », 
Bernardino « Uguitionis » e maestro Bianco cittadini di Gubbio, 
concede a Bonifazio « Coppoli » Camerario e sindaco del C. di 
P. (1) ogni diritto ed azione reale e personale utile e diretta 
spettante al C. di Gubbio su tutto il territorio che rimane al 
C. di P. e di cui si fa cenno nel lodo precedente. Similmente 
gli Eugubini fanno ai Perugini ed ai loro alleati cioè ai Todini, 
Spoletini, Spellani, Bettonesi, Cortonesi, Nocerini, Gualdesi ed 
altri « finem perpetuam et refutationem irrevocabilem » per tutti 
i danni arrecati al C. di Gubbio « prò facto guerre » (2). 



(1) V. :Mariotti, Catalogo dei Potestà etc, pag. 197. 

(2) Su detta guerra V. Pellini, Storia di P., parte I, lib. 4o, pag. 237, e Bo. 
NAZzi, Storia di P., voi. 1, pag. 271. — Questo atto e i due precedenti {XI e XII) si 
leggono anche da e. 48 r. a e. 50 t. dello stesso Codice. Della penale fissata in 1000 
libbre di oro purissimo e ricordata nel documento a e. 50 t. non si fa qui menzione 
per evidente errore dell'amanuense. — V. anche Bartoli, St. di P., pag. 324. 



132 ANSIDEI E GIANNANTONI 

XIV. — 1218, Giugno. — Divisione per Porte e per Parroc- 
chie del terreno lavorativo spettante al C. di P., fatta da 
dieci cittadini (due per ogni Porta) eletti dal Potestà, 
e. 58 t. 

Due cittadini per ciascuna delle cinque Porte, cioè Boninse- 
gna « de Polo » e Piero « Tendini » per P. S. S., Uffreduzio « Ugui- 
tionis » e Fabiano « Gualfredi » per P. S. P., il sig. Bonaventura 
« Ranaldi » e Piero « Bernardoli Fabri » per P. E., il sig. Ar- 
manno « Montanari] » e Orlandino per P. S. e il sig. Cristoforo 
« Guiducij » e Aldobrandino per P. S. A. sono eletti dal sig. Andrea 
Potestà di P. (1) « ad invenienduin et dividendunn per Portas et 
consequenter per Parrochias totum terrenum laboraticium Comunis 
Perusii ubicumque esset ». 

La maggior parte di queste terre è nei pressi del Lago Tra- 
simeno. 

Riccomanno not. — "Benvenuto not. 



XV. — 1218, Agosto 20. — Cagli. — Slndicafus CalUj, 
e. 108 r. 



Il Potestà di Cagli, Raniero « Gappei », consenziente il gene- 
rale Consiglio di detta città, promette di ratificare tutto ciò che a 
nome e nell'interesse di Cagli sarà per fare Bartolo « Bernardoli » 
che è « sindicus sive yconomus sive actor » di detto C, per tutto 
il tempo del suo regime. 

Allo stesso sindaco sono concessi pieni poteri per tutti i negozi 
in nome di Cagli conchiusi e da concludersi, nonché per ogni pro- 
messa da farsi e da riceversi, per tutti i patti e transazioni, e 
infine « ad omnia facienda et recipienda contra omnem hominem 
et a quolibel homine nomine diete civitatis ». 

Test. — Ugo « Berardi », Morico « Salvatici », Gentile « Si- 



(1) Il Mariotti {Catalogo cit., pagf. 197) afferma essere questo Podestà Andrea 
di Giacomo della famiglia dei Monteraelini e conte di Monte Gualandro. 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMIXE DI PERl'CilA l.'W 

nibalfli Forestici », Giovanni, il sig. Lazzaro, Ugolino « Doini- 
nici », Giovanni « Litnzi » od altri. 
Giovanni not. — 'Matteo noi. (1). 

XVI. — 1219, 3ra^'gio 30. — P., nel palazzo del C. — Giu- 
gno 5. — Cagli, nella Chiesa di S. Geronzio. — Callij 
suhmissio, e. 108 t. 

Bartolo « Bernardoli » sindaco della città di Cagli sottomette 
questa città medesima e lutto il suo distretto al C. di P. rappre- 
sentalo da Bombarone (2), promettendo di dargli aiuto contro lutti 
i suoi nemici « ad preceplum et voluntalem poteslalis seu con- 
sulum ». 

Si obbliga parimente di aiutare con tulle le forze i Romani 
ed i Perugini e di non far pagare agli uni e agli altri « nec pe- 
dagium nec guidam », L'aiuto di Cagli è promesso ai Perugini 
specialmente contro gli Eugubini e i Castellani e nei limili del 
contado di Nocera dall'Appennino alla Marca: che se i Perugini 
faranno guerra al di là di questi confini, i Cagliesi daranno loro 
soccorso soltanto di cavalieri e d'arcieri. 

Ogni anno i magistrali di Cagli entro un mese dalla loro no- 
mina si recheranno in P. per giurare obbedienza a quelli Peru- 
gini, ed ogni anno daranno ancora per la festa di S. Ercolano 
quattro marche di buono e puro argento. 

Cagli non farà tregua o pace con i nemici di P. senza il con- 
senso di questa, a meno che i nemici non fossero il Papa e l'Im- 
peratore. 

Il Sindaco di Cagli s'impegna a fare ratificare questi patti 
anche dal Vescovo di Cagli, e la penale stabilita è di 1000 mar- 
che « boni argenti », il rettore o rettori della città di Cagli « prò 
tempore » giureranno nell' assumere il loro officio l'osservanza 
dei palli conchiusi. I Perugini dal canto loro promettono di di- 
fendere i Cagliesi sopralutlo contro Gubbio e Città di Castello ; 
i Cagliesi nel territorio perugino non dovranno pagare « peda- 
gium neque guidam ». 



(1) V. Sommissioni .\, 62 r. e C. 50 r., Bartoli, St. di P., pag. 32.5. 

(2) Y. Mariotti, Catalogo etc, pag. 197. 



134 ANSIDEI E GIANNANTONI 

Test. — 11 signor Tommaso, giudice del C. di P., Ugolino 
« Salomonis », Suppolino, « Ugolini presbiteri », Saraceno « Vi- 
veni Herri », Ranuccio « Bebulci », Bucarello « Rainaldi Ma- 
riani », Bartolo « domine Giare », Crispolto « Deotesalvi Boccavi- 
telli », Monaldo « Guastaferri », Matteo « Ugonis Marcovaldi » etc. 

A questo atto fa seguilo la ratifica per parte del Podestà di 
Cagli Raniero « Capoccij » di tutto ciò che il Sindaco di Cagli 
promise a quello del G. di P., e per parte di quest'ultimo di tutto 
ciò che era stato promesso dal Podestà di P. La ratifica porta la 
data del 5 giugno 1219 e fu stipulata nella città di Cagli e nella 
Chiesa di S. Geronzio alla presenza dei testimoni Donadeo ca- 
merlengo di Cagli, Bruno « de Cantieto », Guido « Galgani » e 
Dante « Accomandi ». 

D. Alberto vescovo di Cagli e Raniero abbate di S. Geronzio 
consentirono a tutte le promesse fatte da parte di Cagli. 

Ranulius not. — "Matteo noi. (1). 



XVII. — 1234, Marzo 7. — P. nel Palazzo del C. — Do- 
natio facta a Comune Perusij hospitali de Colle, e. 81 r. 



Avendo il C. di P. costruito l'Ospedale di Colle nella diocesi 
Perugina « ad leprosos et infirmos et pauperes sustenlandos » (2), 
ed essendo onesto « circa illa eidem hospitali misericorditer pro- 



ci) V. Sommissioni A. 61 r. e C. 49 r., Pellini, St. di P., parte I, pag. 240. —Il 
Bartoli St. di P., a pag. 327 e segg. riporta l' intero documento. Il Bonazzi, St. di P., 
voi. I, pag. 272 rileva, l' importanza di quest'atto che resta, così egli afferma, fra i 
nostri documenti come modello di perfetta sommissione. 

(2) Nelle Memorie mss. sui castelli perugini è detto che « antichissima è la fon- 
dazione dell' Ospedale di S. Lazzaro de' Leprosi di Colle » ed il Maru)tti vi aggiunge 
che essa « forse é da fissarsi circa il 1100, cioè da poi che per la conquista fatta di 
Terra Santa da Goffredo Buglione nel 1099 la vera lebbra endemia di detto paese fu 
portata da' pellegrini in Europa al loro ritorno ». 

Nell'Archivio Decemvirale di P., conservasi una Bolla di Gregorio IX data presso 
Orvieto l'anno II del suo Pontificato e diretta al Priore e ai fratelli « hospitalis le- 
prosorura de Colle ad romanara ecclesiam nullo medio pertinentis ». Con questa Bolla 
il Papa conferma a favore dell' Ospedale tutte le immunità e tutti i privilegi che al 
medesimo erano stati concessi dai Papi, nonché dai Re e Principi cristiani. — Il Papa 
ancora minaccia « indignationem omnipotentis Dey et beatorum Petri et Pauli aposto- 
Jorum » contro chiunque tenti di violare queste disposizioni. 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 13i> 

•videre per qtie possil eornm necessitalibus subveniri », il Potestà 
Ramberlo « de Gisleriis » Bolognese (1) con l'approvazione del 
Consiglio speciale e generale dà e concede per donazione « inler 
vivos » a dementino « Bontadis » rettore dell'ospedale dei lebbrosi 
lutto il terreno lavorativo, silvalo e non silvato e che trovasi tra 
a seguenti confini, cioè « a pila que est prope agruiu Boneore de 
Agello usque ad viain que venit de Agello et pilam Sancii Ru- 
iìni et a pila predicta usque ad pilam Collis Montis Bolli (2) et usque 
ad stratam que vadit ad capud plani Anguillarie et usque ad pi- 
lam hospitalis leprosorum et ab ipsa pila usque ad pilam Collis 
■et ab eadem pila ante Castilionem et ab ipso Castilione ab alia 
parte usque ad pilam que est desuptus Castilione et ab ipsa pila 
usque ad viain que venit de Agello ». La penale promessa dal 
C di P. è di 500 marche di puro argento. 

L'istrumento si chiude con le seguenti parole che addimo- 
strano quale importanza dessero i contraenti all'atto che avevano 
posto in essere: « Quicumque aulem prediclam donationem in loto 
■vel parte infringere presunserit vel in aliquo contra venire tem- 
ptaverit illam eandern maledictionem habeat et eiusdem pene ac 
danpnalionis supplicio condenpnetur quam Dominus noster Jehsus 
Christus dedit Nalham et .Abiron et lam ipse quam eius liberi et 
heredes et res ipsorum in exterminium convertantur et condenpna- 
tionis penam similem consequantur quam Dominus dedit Sodome 
•et Gomorre. Amen, amen, amen ». 

Test. — I signori Lazzarino e Bulgarino giudici del Potestà, 
Luinardo notaro dello stesso Potestà, Maestro Selvatico notaro, 
8 signori Bucarello e Matteo giudici, Bartolomeo « Benedicti Ba- 
runtij », Bongiovanni « Rainerij Acetanlis », Cenelia ed altri. 

Bonaccorso « Guidonis Arpinelli » Bolognese not. (3). 



Il e. di P. sembra aver avuto qualche inprerenza neiraraministrazione di questo 
■Ospedale, risultando da un documento del 27 ajrosto 1399 che i Priori ne nominavano 
il notaro, sentito prima su detta nomina il parere del Priore dell' Ospedale medesimo 
(Rifortnagioni 98 e. 32 r.). 

(1) V. Mariotti, Catalogo etc, pag. 202, ove è ricordato che il nome di questo 
Potestà si legge in una lapide (petra justitiae) tuttora esistente in una facciata del 
nostro Duomo. 

(2) Località poco distante da Pascilupo, nel conflne fra l'Umbria e le Marche. 

(3) V. A. 65 r. e C. 53 r., Pellini, St. di P., p. I, pag. 249. — Anche il Bartoli, 
St. di P., pag. 357, accenna all'importanza di quest'atto, e ne riferisce l'ultima parte 
contenente le terribili imprecazioni, che i donanti facevano, secondo l'uso, dei divini 
iiagelli contro chiunque avesse violato la donazione. 



13o " ANSIDEI E Gì ANN ANTONI 

XVIII. — 1238, Novembre 24. — « In burgo castri Valiane^ 
in domo quam inhabitat Peccorellus » . — Domini Andrea 
Jacobi emptio tertie partis Vaìicme, e. 73 r. 

Guido ed Uguccione, figli « q. Uguitionis Marchionis » (1) ven- 
dono ad Andrea, figlio « q. Jacobi Francisci », la terza parte a pro- 
indiviso » del Castello di Valiana e della sua curia e distretto,, 
cioè fra questi confini: « a Porticiolo intus et mictit per Carrariam 
ad fossatum Caminate et a Caminala secundum quod mictit per- 
Carrariam ad capud Gorgonis et a capite Gorgonis secundum 
quod mictit per viam traversam et mictit ad campum ohm Britij 
qui est ad combrabiam de Mollano et ab ispsa combrabia secun- 
dum quod mictit visum per fossatum qui est ab ista parte Gab- 
biani et mictit in fossatum Vallis Floris et mictit in Clanibu& 
ad portum de la Fracta ». 

Di questa terza parte i venditori si obbligano a trasferire al 
compratore il libero possesso ad eccezione di quelle terre che at- 
tualmente possiede Manno, figlio del fu Ugolino di Pietro, sulla 
quali terre pur tuttavia trasmettono al compratore « omne ius et 
actiones utiles et directas reales et personales » che loro spettavano. 
I venditori dichiarano di aver ricevuto da Andrea di Giacomo « in 
veritale iusto pretio liberationem, quietationem et absolutionem et 
paclum de non ulterius petendo de quinque milia quingentis sex- 
tariis frumenti » che i venditori slessi avrebbero dovuto dargli 
per vendita a lui fatta dal padre loro, nonché di tutti i debiti ed 
obbligazioni da cui fossero in qualsiasi modo vincolati essi o it 
padre loro e segnatamente « de sexcentis libris » che eran te- 
nuti a pagare secondo risultava da pubblici istrumenti annullati 
tutti, ad eccezione di quello per cui il padre dei venditori mede- 
simi aveva venduto ad Andrea di Giacomo Monte Gualandro (2). 
La penale a cui si sottomettono i venditori in caso d'inosservanza 



(1) V. documento n. V, ove sono nominati Uguccione e Guido Marchesi figli 
« q. Kaneri.i Marchionis ». 

(2) È probabile che questo Andrea di Giacomo sia il potestà menzionato nel do- 
cumento n. XIV. 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMINE DI PERUGIA 137 

dei palli è il doppio del prezzo patinilo e la rifazione di lulti i 
danni e spese derivanti al compratore da tale inosservanza. 

Test. — I sigg. Manno « oliin Ugolini Petri », Raniero « Ma- 
nentis » e Girardino « q. Plantinelli », Paolo « oliin filins domini 
Acerbi », Saraceno « olim Vivoli », Rainaldo « Maestri », Aliolto 
« Giberti » ed altri. 

Clarello noi. — *MonaIdo « Uarolini » noi. 



XIX. -:r- 1239, Febbraio 4. — Valiana « ante domum Ra- 
naldi de Pece ». — Domini Andree Jacobl emptio tertie 
partis Val lane, e. 75 r. 



Avendo Guido ed Uguccione « filii olim Uguilionis marchionis 
de Valiana » venduto la terza parte del Castello di Valiana al 
sig. Andrea « Jacobi », si obbligano a pagare 100 marche di 
buono e puro argento in caso di inosservanza dei palli sopra sta- 
biliti. 

Test. — Raniero « Manentis », Guido « Bescie » e i signori 
Crispollo, Manno « Ugolini », Gualterolo e Girardino. 

Ranuzio noi. — *Niccola noi. (1). 



XX. — 1244, Dicembre 30. — Chiusi, casa del sig. Mar- 
tino « Bernardi » . — Domini Manni domini Ugolini em- 
ptio cuiusdam poteris siti in Villa Vallane, e. 76 r. 



Guido ed Uguccione marchesi di Valiana, figli « olim domini 
Uguilionis marchionis » liberamente e irrevocabilmente a titolo di 
donazione danno e concedono a Manno del fu Ugolino (2) di 
Pietro ogni diritto di proprietà ed ogni azione reale e personale, 
utile e diretta o mista sulla metà di tutto il podere che detta 



(1) Di questo e dell'atto precedente si ha copia in una pergamena che esiste nella 
collezione dei contratti dell'Archivio Decemvii'ale di P. e che è contraddistinta con la 
segnatura AA. n. 14. 

(2) Manno di Ugolino tigura come testimonio anche nell'atto precedente. 



138 ANSIDEI E GIANNANTONI 

Manno o altri per lui aveva « tempore discordie orte inter ipsura 
dominum Mannum etdictos Marchiones de diclo podere » e che ora 
Manno od altri per lui ha in Valiana « cum accessibus et egres- 
sibus usque in vias publicas ». L'altra metà di detto podere il 
sig. Manno aveva in feudo dai ricordati Marchesi. 

E tale donazione e cessione questi fecero a Manno « propter 
bonum meritum et juslum benefitium que fuerunt confessi se ab 
€0 habuisse et recepisse ». La penale è fissata nella somma di 
100 libbre « honorum denariorum senensium et pisanorura mi- 
nutorum ». 

Test. — I sigg. Aghineto giudice, Martino « Guelfutij », Ge- 
rardino « Plantanelli », Griffolino Filippo « Jacobi », Nericone « Vi- 
telli », Aringerio « Pisane » e Pietro « Guinizelli ». 

Giannino figlio q. Finiguerre not. 



XXI. — 1244, Dicembre 2. — Chiusi, casa del signor Mar- 
tino «Bernardi ». — Confessio facta a domino Manlio do- 
mini Ugolini se hàbere et tenere medietatem unius poteris 
siti in Valiana ad feudum prò domino Guidone Marchio- 
num, e. 77 t. 



Il sig. Manno « olim domini Ugolini Petri » per sé e suoi figli 
ed eredi confessa di aver ricevuto e di tenere « titulo feudi seu 
jure feudi et ad rectum feudum » da Guidone (1) ed Uguccione 
Marchesi di Valiana figli del fu Uguccione la metà « prò indiviso » 
di tutto il podere situato in Valiana, che lo stesso Manno posse- 
deva al tempo della discordia sorta a proposito del podere stesso 
fra Manno e i ricordali Marchesi; giura inoltre fedeltà « prò dieta 
medietate dictis Marchionibus secundum bonum usum et consue- 
tudinem contrade » e promette di « non stare in dictis neque fa- 
ctis nec dare aliquam operam vel sludium seu consilium quod 
dicti marchiones vel eorum filii et heredes perdant vitam nec mera- 
brum nec aliquid de jure eorum »; s'impegna a denunziare qua- 



(1) Guido Marchese e de Valiana » fu presente come testimonio alla sommissione 
<ii Castello della Pieve a Perugia del 13 maggio 1250. 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI l'EUlOIA 139 

lunque allentato alle loro persone e ai loro dirilli, non appena ne 
abbia cognizione, a difenderli, e a non mantenere qualunque giu- 
ramento avesse fatto a lor danno. Alla volta loro i Marchesi con- 
fermano Manno nel possesso di questa metà e nel diritto di fare 
tutto ciò che è conforme all'indole del contralto; le parti poi vi- 
cendevolmente si promettono a titolo di penale il pagamento di cento 
libbre « honorum denariorum senensium, lucensium et pisanorum 
minutorum ». Dopo di che i Marchesi Guido ed Uguccione con- 
cedono in feudo le terre menzionate al detto Manno « graliose 
et liberaliter » e lo mettono solennemente al possesso « per por- 
reclionem et corporalem investiluram eorum manuum ». 

Test. — I sigg. Aghinetto giudice, Martino « Guelfulij », Ge- 
raldino « Plantanelli », Griffolino Filippo « Jacobi », Nercone « Vi- 
telli », Aringerio « Pisane » e Pietro « Guinizelli ». 

Giannino figlio q. Finiguerre not. (1). 



XXII. — 1251, Gennaio 29. — Gualdo, Palazzo del Comune. 
— Sindicatus terre Gualdi ad submictendum eam Comuni 
PerusiJ, e. 82 r. 



Il sig. Benvenuto di Borgo S. Sepolcro giudice del C. di Gualdo 
-e gli uomini dello stesso C. congregati in gran quantità « ad aren- 
gam sono campane et voce preconis in platea dicli Comunis nul- 
loque adslantium contradicenle sed omnino clamantibus fiat fiat » 
creano maestro Bartolo da Sigillo loro sindaco * ad faciendum 
mandata et precepta nobilis civitatis Perusij, ad deferendum claves 
portarum dicti castri Gualdi et ad submictendum dictum castrum ». 
Inoltre danno facoltà a Bartolo di fare al sindaco di P. ogni pro- 
messa da questa città domandata « que pertineret ad honorem et 
reverentiam civitatis Perusij et comodum comunis Gualdi. 

Test. — I sigg. Bartolo « de Foresta », Oddone « Gilij » e Ba- 
iigano. 

« Franconus » not. (2). 



(1) Il documento è interessante per le formole che contiene risguardanti la conces- 
sione di terre fatta « titulo feudi ». 

(2) V. Sommissioni A. 145 r., C. 19 t. 



140 ANSLDEl E GIANNANTONI 

XXIII. — 1251, Febbraio 1. — P. — Gualdi submissio Ci- 
vitati Perusij cum traditione clamum, e. 83 r. 



« Convocato Consilio speciali et generali (centum boni homi- 
nes per quamlibet portam, rectores artium et bailitores sotietatum 
civilatis Perusij) », avanti a detto consiglio si presentano maestra 
Bartolo di Sigillo Sindaco e procuratore del Castello di Gualda 
ed altri uomini di detto castello a ricevere gli ordini di Raniero 
« Bulgarelli » (1) Potestà di P., giurano sia a nome del Comune 
di Gualdo sia a nome dei privati in detta terra dimoranti di pre- 
stare obbedienza al C. di P. sempre che e comunque vengano 
loro gli ordini di questo comunicati, e a testimonianza che si pon- 
gono sotto la protezione e difesa di P. consegnano in presenza 
del Consiglio al Potestà le chiavi di Gualdo. Queste son poi re- 
stituite dal Potestà allo slesso Sindaco Bartolo perchè custodisca 
il castello di Gualdo « ad honorem Comunis Civitatis Perusij » 
come in qualità di Sindaco aveva promesso. 

Test. — I sigg. Almerico giudice del C. di P., Tancredi « de 
Roscano », « Mazico de Aspello », Tudino « Coppoli », Giovanni 
« Coppoli », Ermanno « Suppolini », Jacopo « Petrutij », a Pas- 
solo Taurelli », Gualfreduccio « Tebaldi » ed altri. 

Bongiovanni « Retri Marescocti » di Orvieto not. 

Ecco l'elenco dei nomi di Gualdesi « qui juraverunt in Con- 
silio secundum tenorem Sacramenti scriptum per Boniohannem 
notarium Comunis Perusij ». 

I sigg. Raniero « Rogerij », Tommaso o de Compresseto », Leo- 
nardo « de dogano », Gualtiero « Ugolini », Baligano « Per- 
fecli », Ildebrandino « domini Ranerij >>, Rolando « Bertraimi »,. 
Oddo « Gilij », Bonamaza « Johannis », Ranaldo « Consulis »,. 
Bartuccio « domini Petri », Trasmondo « Bonoscagne », maestro 
Speranza notaro, Tommaso « de Insula », Montanaro « Bugati », Ja- 
copuccio « Fortis », Mercalello « Petri », Bartolo « Transmundi »^ 



(1) V. Mariotti « Catalogo dei Potestà, pagg. 207 e 208 », ove affermasi che Raniero 
è della famiglia dei Conti di Marsciano. Egli era Potestà anche nel 1250, come risulta 
dagli atti riflettenti la sommissione del Castello della Pieve e i contrasti di questo 
con P. (Sommis. A. e. 125 r. e C, e. 17 r. e segg.). 



I CODICI DEI.LE SOMMISSIONI Al. COMUNE I>I PERUGIA 141 

Pietro « Vinlure », Borgognone « Benvenuti », Uguccionello « de 
Comprexeto », Genliluccio « domini Johannis » e Ventura « Jen- 
nuarij » (1). 

XXIV. — 1251, Febbraio 13. — Castello di Gualdo. — Peronis 
de Podio Nucerij juramentum de ohediendo mandati.s Co- 
munis PerusiJ, e. 84 r. 

« Peronus Ranerij Guelfi de Podio » del contado di Nocera, 
alla presenza di Raniero « Bulgarelli » Potestà di P. (2) « sponle 
juravil sequilatnentuin et mandata ipsius Potestatis et Comunis 
Perusij » obbligandosi anche in nome di suo fratello e degli altri 
uomini del castello a considerare respettivamente come amici e 
nemici quelli che son tali per P. e in modo speciale i Fulignati « Dei 
et ecclesie et comunis Perusij proditores » e a recar loro offesa 
« per se et suos juxta posse ». 

Test. — I sigg. Tancredi « de Roscano », Raniero « Cri- 
stofani », Ranuccio e Sensuccio « Domini Tancredi » ed altri. 

Bongiovanni « Petri Marescoti » not. (3). 

XXV. — 1251, Marzo 17. — GubbiO;, Chiesa della Canonica 
« in loco quod dicitur paradisus ». — Venditio castri 
Fossati facta Comuni Eugid)ij, e. 21 r. 

Raniero e Bernardino « Bulgarelli », donna Aiguiria moglie 
del detto Bernardino, Jacopo, Ugolinuccio e Trasmunduccio figli 



(1) V. Sommis. A. e. 126 t., C. e. 20 r., le Storie di P. del Pellini (parte I, pag. 260), 
del Bartoli (pagr. 407) e del Boxazzi (voi. I, pag. 295), nonché il Ciatti [Perugia pon- 
tificia, lib. X, pag. 351). 

(2) Questo Raniero é lo stesso ricordato nel documento precedente ed era, cre- 
diamo, della medesima famiglia, alla quale appartenevano Bernardino (V. Doc. n. Ili) 
€ Bolgarello (V. Doc. n. XI). 

(3) Della sommissione di Poggio di Xocera é ricordo anche nel Pei.lini, op. cit., 
parte I, lib. 4o, pag. 260, e nel Bartoli, op. cit., voi. I, pagg. 407 e 408, dove son tra- 
dotte le Aere parole contro i Folignati. — Il C. di Foligno aveva nel 16 novembre 1237 
fatto lega con P., Todi, Gubbio e Spoleto « ad honorem laudera et reverentiam onni- 

potentis Dei sacrosante romane Ecclesie matris nostre ac summi pontificis domini 

Gregorij Pape noni etc. » (Sommissioni C, e. 28 t.), e successivamente aveva abbrac- 
ciato le parti dell'imperatore Federico: di qui la guerra con P. rimasta fedele alla 
Chiesa. — V. anche il Cod. Frammenti diversi del sec. XIII n. 28 a e. 11 t., e Bonazzi, 
op. cit., voi. I, pagg. 298 e 299. 



142 ANSIDEI E GIANNANTONI 

del detto signor Raniero, Raniero e Bulgaruccio e Favarone figli 
del detto signor Bernardino (1) vendono a Benincasa « Benlivol- 
lij » sindaco del C. di Gubbio il Castello di Fossato con tutte le 
sue pertinenze e con lutti i diritti ed azioni loro spettanti sugli 
uomini e sui possessi del castello medesimo. Segue un elenco dei 
nomi di questi uomini, dopo il quale si leggono le parole « et omnes 
alios homines quos ipsi vel alii prò eis habent et possident in dicto 
castro et curia Fossati ». La vendita è fatta per il prezzo da di- 
chiararsi dai seguenti arbitri : I sigg. Pietro « Jacobi », « Saxone 
Ranerij », Saxone Liazari », Ranuccio « de Serra », Jacopo « Ma- 
riani » Armanno « Lazari », Bongiovanni « Benincase », Bonac- 
corso « Petri », Recolo « Bonajuncte », Raniero « Graliani »^ 
Palmiere « Orlandoli » e Ventura « Blasij ». 

Il prezzo dichiarato è di 4000 libbre; che se il valore delle 
cose vendute sia per caso superiore, i venditori intendono fare 
del di più donazione al G. di Gubbio. I venditori stessi rinun- 
ziano al beneficio « nove constitutionis epistole Divi Adriani » 
e la moglie di uno di essi al beneficio del senatusconsulto Vel- 
lejano : sono poi ricordatele mogli degli altri venditori (Donna Val- 
severina moglie del signor Raniero « Bolgarelli », Donna « San- 
tesis » moglie di Raniero « domini Bernardini », Donna Isabella 
moglie di Bulgaruccio « domini Bernardini », Donna « Schynka » 
moglie di Ugolinuccio « domini Ranerij ») le quali rinunziano ai di- 
ritti loro spettanti a garanzia delle doti respettive sulle cose ven- 
dute « sub pena dupli ab ipsis dominabus ipsi syndico solem- 
pniter promissa ». 

Test. — 1 sigg. Tiverio « domini Ugonis » e Ugo « Ranulij », Pe- 
truccio « domini Gabrielis », Guido « Salvoli », « Deotacurra Ra- 
nerij X, Sabatino « Bernardi », il sig. Alberto « Guidonis » ed altri. 

Ventura « Blasij » noi. — *Piero « Bonifatij » noi. (2). 



(1) Notizie interessanti per la genealogia del Conti di Marsciano. 

(2) Lo stesso atto è ripetuto a e. 31 t. di questo Cod., senza però il nome del no- 
tare autenticante la copia. — Di esso è cenno pure nelle Memorie dei Castelli peru- 
gini compilate da Giuseppe Belforti e ampliate e corredate di note da Annibale 
Mariotti, il quale in una di queste scrive quanto appresso: « Fin dal 11S7 si ha me- 
moria che questo castello apparteneva alla famiglia dei Conti di Marsciano e si crede 
che in detto anno essi lo concedessero alla città di Gubbio ». Soggiunge poi che detti 
Conti nel 1208 lo sottoposero al C. di P. ; ed in vero nel Cod. A Sommiss. a ce. 70 r. e 
95 r. si hanno due copie di questa sottomissione fatta nel 4 sett. 1208 « per Bulgarel- 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNE DI PERUGIA 143 

XXVI. — 1251, Giugno 11. — Nocera, nel Palazzo della 
Canonica. — IShidicatus Niicerij siibmlssioìiis, e. 97 r. 



Bonacoltus « Michaelis » Poleslà di Nocera ed il Consiglio 
della stessa città, fra i membri del quale sono specialmente ri- 
cordali Paolo « domini Leonardi », Giovanni « Aducti », Maffeo 
« Portine », Massarone « Benvegnatis », Giovanni « Scangni -•>, 
Jacopo « Venture », Ventura « Parisi] », « Incalzolo Berardutij », 
Aportolo « Adamoli », Ajuto notaro, Bevignate « Bernardi », Pe- 
Iruccio « Egidij », « Varcolo Diamantis », Jacopo « Blasij », An- 
sovino « Capece », Benvenuto « Junte », « Judone Johannis », il 
sig. Murico giudice e Maffeo « domini Jacobi » camerlengo, creano 
procuratore del C. di Nocera Raniero « domine Savie » a rinnovare 
e convalidare il trattato già conchiuso fra i Perugini e i Nocerini 
annullandolo soltanto in due capitoli, « quae capitula loquebantur 
de non juvando nucerinos contra heugubinos et contra homines 
Reali perusini. Tale rinnovazione doveva esser fatta innanzi a 
Rufino « domini Robbacontis de Mandello » Potestà e al Sindaco 
di P. (1). 

Test. — Ventura « Bartholi » Magalotto « Brunatij », Guido 
« Fiori » e Gualfreduccio « Pezzij » (2). 



XXVn. — 1251, Luglio 11. — P., Palazzo del C. — Nucerij 

submiss io, e. 97 t. 

L'atto comincia col riferire la sottomissione di Nocera a P. 



lum de Bulgarellis de Fossato insimul cum filiis Rainerio et Bernard no presentibus 
et consentientibus ». Dell'atto del 1251 esistono nella raccolta delle Bolle e Contratti 
(AA. n. 26 a. e 26 b.) due copie autentiche, in una delle quali si legge la data del 
18 marzo. 

(1) V. Mariotti, op. cit., voi. II, pag. 20S, in cui « Ruflnus domini Robbacontis » 
è chiamato « de Mondello ». Nel doc. seg. lo stesso Potestà dicesi « de Bandello >. 

(2) L'atto è ripetuto a e. 137 r. del Cod. A. 



144 AXSIDEI E GIANNANTONI 

portante la data del 12 dicembre 1202 (1). — Bonaccolto Potestà di 
Nocera e Raniero Sindaco e Procuratore dello stesso C. pro- 
mettono a Rufino « de Randello » Potestà di P. e al Sindaco 
Andrea « Negozzoli » di osservare fedelmente tutti i patti stabiliti 
nel riferito istromento del 1202, eccettuato il capitolo in cui si 
stabiliva che i Nocerini non dovessero fare coi Perugini « guer- 
ram et pacem et ostem contra homines de castro Reali quod 
quidem capitulum in totum tollatur ». 

Promettono altresì di trattare e definire innanzi alla curia 
perugina « et coram ofitialibus eiusdem curie omnes et singulas 
causas litis vel placiti appellationis a viginli libris supra ». 

Si obbligano altresì a che il Potestà o il Console o il Rettore 
della città di Nocera sia eletto o chiamato da P. ogni qual volta 
non fosse eletto o chiamalo dalla stessa città di Nocera. 

Nocera non chiederà né permetterà che altri chieda per lei 
alcuna parte « de aliqua collecta, colta seu data », che i magi- 
strati di P. imponessero al C. di Gualdo o alla sua giurisdizione 
« non obstante capitulo quod loquitur quicumque Consul vel Do- 
minus vel Rector Perusij fecerit generalem coltam per comitalum 
Perusij faciet similiter per comitatum nticerinum et medietatem 
colte facte per comitatum nucerinum habebit comunantia nucerina 
et meditatem perusina ». 

Alla lor volta il Potestà e il Sindaco di P. promettono la os- 
servanza di tutti i patti sanciti nella precedente sommissione ec- 
cettuato il capitolo « quod loquitur quod Comune Perusij non te- 
neatur Comune nucerinum juvare contra Eugubinos », il qual 
capitolo vogliono che sia totalmente annullato, intendendo anzi 
far guerra contro gli Elugubini stessi. 

I banditi dal C. di Nocera saranno considerati tali anche dal 
C. di P., e chiunque dia loro ricetto ed aiuto, « substineat illam 
penam seu solvat illud bannum que vel quod in capitulis civitatis 
Perusij statutum de exbannitis continetur ». Sono eccettuati da 
questa disposizione il C. di Gualdo e tutti i castelli, ville, corpora- 
zioni e persone che sottostanno al C. di P. o sono con questo in 



(1) V. doc. n. VI, del quale si ha un'altra copia in questo Cod. medesimo a e. 117 r., 
e dove leggesi che Nocera si obbliga a seguire P. in guerra ed in pace, fatta ecce- 
zione per gli uomini « de Castro Reali » e che P. alla sua volta promette di aiutare 
i Nocerini contro qualsiasi loro nemico, ma non contro gli Eugubini. 



I CODICI DELLE SOMMISSIONI AL COMUNK DI l'EKCCJIA 145 

legiì e che, se non siano sottoposti al bando col consenso del C. 
di P., non sono tenuti « ad solvendiini ipsuin Ijaiiniiin vel pcnain ». 

Test. — I sigg. Guglielmo « Felri » cavaliere, Ingilfredo e 
Guidalotto giudici, Giovanni « Coppoli », Luizeto notaro del Po- 
testà e Piero" « Johannis Aldrovandini ». 

Martino « Siginolfi » not. — 'Bartholus not. (1). 



XXVIII. — 1257, Maggio 23. — Somaregio « ante portam 
et juxta fossum castri ». — Castri Somaregij, Castri Glo- 
giane, Rocche sancte Lucie, Podij sub Rifa, Castilionis, 
Brescie, Laurini submissio, e. 59 t. 



Il sig. Bartolo « Munaldi », Monalduccio e Jacopuccio « do- 
mini Hainerij » del Castello di Somaregio, il sig. Raniero e Ca- 
valca « domini Rogerij » della Rocca di S. Lucia, il sig. Bulga- 
rello, il sig. Leonardo « domini Stefani », Ugolinuccio « domini 
Petri » del castello di Glogiana e Rigacelo « domini Ranaldi de 
Mucia » promettono a Ristoro « Bonaspene » Capitano nella valle 
di Somaregio per il C. di P. stipulante ed accettante nell'inte- 
resse del C. stesso di custodire bene e diligentemente secondo 
lor possa a servizio e in onore del C. di P. « caslrum Somaregij, 
castrum Glogiane, Roccam S. Lucie, Podium sub Rifa, Castiglio- 
nem, Bresciam et Laurinum et eorum jurisdictionem et districtus », 
e di tenere questi castelli sotto la prolezione e il dominio di P. 
Si impegnano, a far pace e guerra secondo che piacerà a P., a 
fare in modo che i delti Castelli rimangan sempre sotto la pro- 
tezione di P. e a denunziare al detto Ristoro o a qualunque altro 
Capitano « qui lune temporis preessel ibidem » chiunque violasse 
tali palli. 

Test. — Piero « Ranerij », Jacopello « Falij cetadino de Came- 
rino » notaro, Salimbene « Boni » ed altri. 

Perugino not. (2). 



(1) V. Bartoli, op. cit., voi. I, pag. 408. Anche di questo atto collegato al pre- 
cedente si ha un'altra copia nel Cod. A, e. 137 t. 

(2) V. Pellini, op. cit., p. I, lib. 40, pag. 264, e Bartoli, op. cit., voi. I, pag. 470; 
nelle Memorie dei Castelli loerugini già menzionate si ha qualche incordo del Castello 

10 



146 ANSIDEI E GIANNANTONI 

XXIX. — 1257, Agosto 29. — P. nella piazza del C. — 
Castri Compresseti, castri Frecci submissio, e. 84 t. 

Il sig. Tommaso « Munaldi » e Andreolo di luì nepole da 
Compresselo (1) e Ivanuccio « domini Barlholi » di Frecce sot- 
tomettono ad Aldrebando de Riva Potestà di P. (2)^ al sig. Ber- 
nardo « Benincase » priore, ai sigg. Sinibaldo « magislri Mathei »,. 
Tomagino « magislri Brunatij » giudici, a Raniero « Giiidonis », 
Giovanni « domini Rainaldi Munaldi », Benvenuto « Peri Yse », 
Jacopo « domine Vite », « Perusio Guerroli » e Jacopo « Ben- 
cevenne » anziani « popoli Perusini » stipulanti pel C. di P. i 
castelli di Compresselo, e di Frecco nonché gli uomini di detti 
castelli e le loro giurisdizioni. Promettono pure di tenere i castelli 
medesimi « ad honorem et statum comunis Perusij », di non con- 
cedere su questi alcun potere a chicchessia e di far guerra e pace 
« ad mandatum Comunis Perusij ». Il C. di P. alla sua volta prende 
sotto la sua protezione i detti Castelli. Le parti contraenti si ob- 
bligano inoltre a vicenda a pagare in caso di inosservanza dei 
patti cento marche « boni et legalis argenti », ed impegnano re- 
spellivamente i loro beni. 

Test. — I sigg. Ermanno « domini Suppolini », Guiduccio 
« Peri Paganelli », Jacopino « Jacobi », Tancredi « domini An- 
dree Crispolili », Uguccione « Ranucini », Angelo « domini To- 
rnassi », Mafeo « Centurarie » e Bonaccorso. 

Brocardo not. (3). (Continua). 



del Poggio di sotto, il quale, così afferma il Mariotti, apparteneva al territorio di 
Assisi e nel 29 aprile l'i96 si sottopose al C. di P. 

Infatti nel voi. degli Annali decemvirali di detto anno a e. 27 t. è rammentato il 
« dorainium castri Podij prioris olira comitatus Assisij prò comuni Perusij » e a 
e. 28 r. seguono in volgare i sei capitoli « con il castello del Poggio di sotto ». 

(1) Un Tommaso di Compresselo figura anche nella sommissione di Gualdo, fra 
gli uomini di quella terra che giurarono fedeltà a P. (Cod. iji e. 83 t.). 

(2) Il Mariotti, Catalogo etc, pag. 210, afferma che il nome di questo Potestà è 
« Aldobrandus de Ricca », ma ricorda che il Pei. lini, op. cit., parte I, pag. 264, lo 
dice « Aldobrando de Riva ». Il nome che leggesi nel documento é « Aldrebandus de 
Riva ». 

(3) Pieve di Compresseto e Frecco, castelli fra Casacastalda e Gualdo Tadino, il 
primo a nord e il secondo a sud di Schifano.] a. Di Compresseto è ricordo nelle citate 
Memorie dei Castelli perugini, ove parlasi della signoria che di questo castello ebbero 
i Monaldi e dove si rammenta anche « Mascius Monaldutij comes de Compresseto » 
notato fra i nobili nel Libro Rosso del 1333. 



117 

COMUNICATI 



PER LA PALEOGRAFIA UMBRICA 

A PROPOSITO DELL'ARCHIVIÒ PALEOGRAFICO ITALIANO 
(voi. I, fase. VII) diretto da E. Monaci. 



In questo largo e svariato campo d'indagini e raffronti con- 
ducenti a fissar le divergenze dalle paleografie contermini, quasi 
nulla o troppo poco si è notato. Scarsissimi e rari sono i fac- 
simili editi a corredo di qualche pubblicazione, sebbene ognun di 
noi ammetta il non lieve vantaggio che da quelli può conferirsi 
alla critica dei testi, e riconosca il bisogno di ordinare il mate- 
riale necessario alla storia della scrittura in Italia ; la quale, non 
altrimenti che la politica e la letteraria, vuoisi proceda di paese 
in paese, di regione in regione. Ex libro lux, e non solo dal con- 
tenuto, ma dalla sua grafia, dalla materia ond' è composto, dalla 
legatura che lo riveste. Se non che oggi viene offerto a tal ge- 
nere di studi,, e ne giunge quasi stimolo a ricerche ordinale e me- 
todiche, un primo ed assai notevole contributo daWArclùvio Pa- 
leografico Italiano (fase. VII, voi. I) che si pubblica in Roma 
dall' ing. Augusto Martelli, sotto la direzione dell' illustre prof. Er- 
nesto Monaci. E noto come questa raccolta, unita alle altre dei 
Facsimili di ant. mss. per uso delle scuole e dei Monumenti pa- 
leogra/ici di Roma, allo stesso professore egualmente dovute, 
intenda pure assai efficacemente, per mezzo degli esercizi pra- 
tici, ad ammaestrare nella scienza delle antiche scritture. La ri- 
produzione eliotipica dei monumenti grafici vi accoppia alla fe- 
deltà fotografica la durata della stampa, ottenendo, in molti casi, 
un rilievo completo di segni nell'originale inafferrabili perchè 
soltanto calcati o del tutto svaniti, ed una studiata perfezione, 
da non temere confronti con i Facsim,iles of rnanuscripts and 
inscriptions del Bond e del Thompson, con i Monumenta gra~ 



148 A. TENNERONI 

pitica mecUi aeci del Sickel, con la Collezione fiorentina dei 
proff. Paoli e Vitelli, con gli Exempla di Zangemeisler e Wat- 
lenbach, e con la Paleogvaphie des Classiques latins diretta dallo 
Chalelain. Sapiente vi è la scella e il ravvicinamento per iscuole 
e regioni in ogni secolo dei documenti datati o che si lascian 
con sicurezza datare; così che, dopo bei saggi della capitale 
quadrata e rustica, si delineanS sott' occhio i diversi tipi, lo 
svolgimento della corsiva e minuscola notarile, della libraria, della 
commerciale e della letteraria. Vi soccorrono precise le noie sto- 
riche e bibliografiche coi debili rinvìi alle opere ove leggesi tra- 
scritto il testo del fac-simile. Di questo novissimo fascicolo, in fo- 
lio grande, ricco di 12 tavole tirate su carta grave di lino, le prime 
due contengono un Volgarizzamento, ritenuto non posteriore al 1228, 
dell'arte Xotaria di Rainerio da Perugia, primiis cjuem constet 
Bononiae Notariam puhlice docuisse (1). Non meno di sette fu- 
rono destinale a cospicui saggi caratteristici della scrittura libraria 
nell'Umbria durante i secoli XiV e XV. E sono le tavole 77, 78, 79 
riproducenti le Laudes creaturarum o Cantico del sole, dal famoso 
codice 338 della Comunale di Assisi, su cui si agita la questione 
dell'autenticità del Cantico, la quale crediamo possa ancor meglio 
definirsi, mercè un asame minuzioso delle diverse mani vergatrici 
del codice, e dell'ordine e del collegamento dei quaderni. Nume- 
rosi e più retti raffronti grafici concorreranno, senza dubbio, ad 
accertarci se quel magnifico ritmo, o prosa assonanzata, sia real- 
mente il più antico documento pervenutoci della nostra poesia 
religiosa. Frattanto l'esame delle tre tavole c'induce a confer- 
mare alla lettera del codice la data del secolo decimoquarto. E 
ne sarebbero particolari argomenti, la superfluità e maniera di 
qualche tratto e segno diacritico, il prolungarsi di alcune aste 
fuori del rigo, il distaccamento delle parole, la non frequente fu- 
sione di lettere, la promiscuità delle due forme minuscole della 
r e della s, se bene v'abbia costantemente la k per eh. Vero si 
è che il noto erudito Faloci-Pulignani, pur ammettendo la data del 
XIV inc.j dimostra (2) come il suddetto miscellaneo 338 sia una 
copia sincera di un testo indubbiamente anteriore al 1255; ma non 



(1) Veggasi A. Gaudenzi, 7 suoni, le forme della città di Boloyna, ivi, 1S89. 

(2; Misceli. Frane, voi. VI, fol. 2. 



l'ER I.A rALKOGUAlIA IMIililCA 149 

sappiamo ancora se in tutto, ovvero soltanto nella parie contenente il 
ritmo. Certo egli ó che si continuerà dai più a credei-Jo imcora (Iellato 
da S. Francesco, non ostante le sottili obiezioni messe in campo 
dal prof. Della Giovanna (1), le quali vedemmo come infrangersi (2) 
non solo avanti l'autorità del suddetto apografo, bensì alla nuova 
dello Specidum perfectionis, asseritagli dal prof. Giulio Salvatori (3), 
e a quella delle Conformilates, sancita dall'Ordine nel 1390. 

La tav. 80 ci offre un saggio degli Statuti dei Disciplinati 
di S. Caterina in Città di Castello, tratto dal codice unico giudi- 
cato della lo metà del XIV'; le 81 e 82, due pagine degli Statuti dei 
Disciplinati di S Antonio nella slessa città, da altro codice unico 
recante le date: 1386 e 1397, ambedue usufruiti dall'avvocato B. 
Bianchi nel pregiato suo studio sopra // Dialetto e la Etnogra- 
fia di Città di Castello (ivi, 1888). E così ai Disciplinati, sino a 
pochi anni or sono presso che dimentichi o ritenuti inferiori alla 
critica, si vanno oggi sempre pii'i rannodando insieme con gli 
studi sull'antica poesia religiosa, quelli della lingua e dei dialetti 
italiani. Le laude, di liriche ed epiche trasformate in drammatiche 
dai Disciplinati di Perugia, di Assisi e di Gubbio, per lungo tempo 
apparse, in confronto alla poesia aulica, senza respiri poetici e, 
se ricche di rime, prive però d'ogni lor leggiadria, non che di 
eletti suoni, rideste ora sull'autorevole esempio del Monaci a nuova 
e ben diversa vita, par che nobilmente si vendichino dell'ingiusto 
silenzio patito, manifestandosi non più altrici o compagne di lu- 
gubri pianti e battiture, ma di studi fecondi per la letteratura che 
il popolo volle far sua. 

La tav. 80 comprende due ce. la 23*^ e la 24* , della Regola 
delle suore di S. Chiara di Assisi^ quale si legge in un codicetto 
membranaceo mandatoci in esame dalle Clarisse del monastero 
di S. Pace in Norcia, edificato nel 1518. 

Per esser questo sconosciuto e di duplice importanza, al vol- 
gare di fondo toscano e alla paleografia della nostra regione, gio- 
verà qui darne particolare notizia. 

E un membranaceo in 8° della metà del secolo XV, di carte 
44 scritte in grossa lettera gotica con iniziali onciali filogranate in 



(1) Giom. stor. d. leti, ital , voi. XXV, f'ol. 73. 

(2) MisceU., cit. 

(3) Innova Antologia, febbraio, 1895. 



150 A. TENNERONI 

rosso e in turchino, ntìaiuscolelle quadrate tocche di giallo, rubriche 
rosse dei XXVI capitoli onde consta la Regola. Assai mediocremente 
dipinta da mano posteriore v' è nel primo risguardo S. Chiara 
con una palma nella destra e un libro nella sinistra, profferente 
a una suora dinanzi lei genuflessa: Filia mei si eris fidelis dabo 
tibi palmam victoriae. 

Precede una lettera circolare del cardinal prolettore dell'Ordine, 
colla quale trasmette ai monasteri delle Religiose Clarisse la seconda 
Regola, ovvero mitigazione di Urbano IV alla prima, data da 
S. Francesco alle medesime e già approvata da Innocenzo IV. 
« Johanni per divina gratin diacono cardinale di sancto Xicolo 
in carcere tidiano [Giovanni Orsini, poi Nicolò Ili]. Alle dilecte 
in Christo figliole, a tutte le abbadesse et suore incluse del Or- 
dine di sancta Chiara ecc. ». A e. 5^ « Nel nome del signore 
Incomen(;a la regola de le suore de sancta Chiara : Capitulo pri- 
mo. Tucte quelle donne le quale abandotiata la vanità del mondo 
corranno intrare in questa nostra religione et perseverare in essa 
è convenevole e necessaria cosa debbiano observare questa legge 
de vita ed ordine in li loro costumi cioè vivendo In obedientia. 
Sensa proprio et in castità et etiam sotto clausura ». 

Termina a e. 40 col capitolo XXVI. « Che la regola non si 
desprerata da le suore | Et acioche voi in questa regola 
overo formula di vivere possiate resguardare come in uno spechio 
ne per scordamento alcuna cosa veniate a despreg(^are ve sia 

leda per spatio de omne quindici di una volta Ad niuno 

adunqna homo sia licito rompere o guastare questa script ura de 
la nostra constitutione, concessione, conformatione et absolutione 
€um temerario et prosuntuoso ardire andarli cantra. Ma si al- 
cuno questa cosa presumera de attentare et fare sappia che in- 
correrà la indignatione de /' omnipotente Dio et de li beati apo- 
stoli Pietro e Paolo. \ Data ad Orvieto a di diciasette de Octo- 
bre nel terQO anno del nostro pontificato [1263]. Deo gratias » 

Seguono da e. 41'^ 44'^ , copiale dalla slessa mano, « certe 
ordinatiorie facte et ordinate nel monasterio de Monteluce [presso 
Perugia](1). ^cz'ocAe meglio observiamo la nostra prefessione et stato 



(ì) » Sed cura is conventus, qui sanctissimae Mariae raontis Lucis sacratus eva- 
« sit, a recto Religionis tramite aliquantulura deflexisset, a beato .Joanne Capistrano, 
« tunc univcrsae Cismontanae Famiiiae Generali Vicario, cum alijs plurimis, anno 



li 



PER LA PALEOGRAFIA IMIìUICA lól 

religioso, le quale non obbligano ad peccato mortale ma solo a 
le peniteiitie taxate ecc. ». E queste a noi danno lume sull'antica 
provenienza e luogo di scrittura del libro. 

11 volgarizzamento risulta per tanto uno de' più antichi fra i vari 
•conosciuti della Regola, si per l'età da attribuirsi al manoscritto, 
si perchè la sua lezione, che ponemmo in più passi a raffronto con 
quella di un codice del quattrocento, esistente nella Comunale di 
Siena, ed ivi messo a stampa nel 1853, ne appare assai sposso più 
primitiva ed originale, spiegatene pure alcune differenze dal non 
-aver l'editore conservato la lezione con quella rigorosa fedeltà, 
cui dobbiamo oggi attenerci Ben si distinguono nel nostro codice 
dall' italiano comune letterario alcune peculiarità fonetiche del 
vernacolo umbro, tanto che la sua ortografia latineggianle ci sem- 
bra più tosto consigliata al traduttore dal lesto Ialino, che dall'uso 
invalsone, ed ancor meno introdottavi dalla saccenteria del copista. 
1 nessi, le abbreviazioni vi s' incontrano meno spesso, ed è a sup- 
porsi in grazie all'uso cui era il libro destinato. La sua scrittura, 
identica sempre al fac-simile deir.4rc/?. paleografico, è in lettera 
gotica minuscola di scuola, grossa, diritta, passante in modo ri- 
gido, uniforme da' suoi grossi tratti ai sottili. Più volte avvertimmo 
lo stesso tipo di lettera, quasi modello d'officina scrittoria umbra, 
in altri codici del trecento, scritti in città prossime a Perugia, 
maggior centro di cultura, quali ad es. il Laudario Frondiniano 
di Assisi (già Manzoniano 8, ora Vitt. Eman. 478), V Inventario 
di Sacri arredi nel cod. 184 della Comunale di Todi. 

Chiudono il fascicolo due saggi di scrittura del laudario ap- 
partenuto a un sodalizio laico di Sansepolcro, descrittoci dal Co- 
razzini ne' suoi Appunti storici e filologici su la Valle Tiberina 
superiore, dove segnandosi il confine umbro-toscano, le proprietà 
grafiche dell'uno e dell'altro versante nella stessa guisa che le 
dialettali si abbracciano e si confondono. La mano che vi copiò 
!e laude sino alla e. 19 (.v. tav. 83) si volle dal signor Enrico 
Betlazzi (1) circoscrivere agli ultimi del dugento o, lutt'al più, ai 



-« Domini 14ì8, sub Nicolao V Pontifìce reforraatus, atque sub secunda beatae virgi- 
-« nis Clarae Regula redactus est, sub qua et usque in praesens maxima cum laude 
« eius sorores vixerunt » (Gonzaga Fr. De Origine Seraptcae Religionis. Roniae, 15S7, 
voi. I, pag. 173). 

(1) Giorn. stor. della letteratura ital., Torino 1891, Voi. XVIII, pagg. 25?-254. 



152 A. TEXNERONI 

primi del trecento, per poterne dedurre che la Toscana vantasse- 
la sua fiorila di laudi volgari sin da quando Jacopone peregrinava 
nell'Umbria. E le prove"? L'aspetto generale del carattere, il quale 
invece ad ogni occhio discreto non appar differente che per certo 
andamento mal sicuro dalla grossa minuscola gotica scolastica di 
molli codici umbri e toscani con date della metà del secolo XIV 
e per sino del 1492, come, non senza meraviglia, abbiamo testé 
notalo nello Statuto dei Sarti di Todi, presso quella Congre- 
gazione di Carità. L'uso inoltre del K per eh e e, quantunque 
esso da solo non possa ritenersi certo confine d'età, specie poi 
se, come in quel lesto, figuri insieme al eh: l'antichità del metro, 
quando v' è precisamente il prediletto da Jacopone nella lauda- 
ballata, od altro (1) più spesso ricorrente nei laudari dramma- 
tici di Assisi, di Orvieto e della provincia di Roma. Né, dob- 
biamo credere, valsero evidenti imitazioni, e ricordi di frasi e 
modi Jacoponici a distoglierlo dell'arrischiare un'opinione tendente,, 
non diremo a minuire una gloria della letteratura umbra, cui del 
resto s' intese sempre affermare soltanto la priorità della lauda 
drammatica, ma a spostare un centro d' irradiazione poetica re- 
ligiosa, conlradicendo a giudizi su fatti sottoposti a rigoroso esame. 
Che poi le forme, arcomperare, arvenire, argine, ariehate, fra- 
gello e tamanto, ecc. testimoni ino proprio dell'esservi in quei 25- 
carmi, de' quali tre ben conoscevansi per una Nota del prof. Mo- 
naci all'Accademia dei Lincei (Roma, 1889), alcuni aretini, nes- 
suno un po' cognito dei volgari di Perugia e di Todi potrà con- 
sentirgli. 

Ma torniamo al nostro argomento che porge occasione d'in- 
vitar gli studiosi a voler segnalare al Bollettino i codici con data 
certa dei secoli ^'III-XV, a preferenza tra questi i volgari, scritti 
nella nostra regione, dandone qualche cenno sulla loro grafia. F*o- 
tremo in tal guisa concorrere a determinare in breve le modalità 
della lettera e de' suoi ornati, la sua nomenclatura islessa ancor 
vaga e conlradetta, le varie maniere dei nessi e delle abbrevia- 
zioni nella paleografia umbrica ; le quali per quanto si vogliano 
e si credano, alla prima, simili e comuni ad altre regioni, pur sem- 



(1) a b a bb ce d | e f e ff gg d. 



TER LA l'ALEOGRAFIA UMIÌUIOA 153 

pre ritengono tanto d'indole e forma propria da rivelare a un oc- 
chio attento il grado d' influsso su di esse esercitato dalle scuole 
limitrofe, specie dalla toscana. 

Che se notevoli differenze naturalmente esistono anche in ciò 
fra regione e regione italiana, ognuno imagina quanto maggiori 
se ne abbiano colle altre nazioni. Non minore ò (juindi il bi- 
sogno che si ha d'un lessico di abbreviature italiane, le quali se 
non formaronsi a caso, evidente ne è il duplice vantaggio che 
ne seguirebbe agli studi filologici sugli antichi testi volgari. (3ve 
si eccettuino le poche abbreviature latine raccolte dal Gloria e 
dal Lupi, classificate in 5 specie dal Paoli (Firenze, 1891 in 8) 
e dal Volta (Milano, 1892) che si studiò di coordinarle alle 
note tironiane e alle sigle romane con dichiarazioni in tav. lito- 
grafiche non certo perspicue, siamo ancora tributarii, in punto a 
dizionari o larghe trattazioni di esse, ai tedeschi Baringius (1), 
Walter (2), Kopp (3) e più comunemente ai francesi Batlheney (4), 
Chassant (5) e Prou (6), i quali però, come il Du Gange nel Le- 
xicon niediae et infimae Latinitatis, rappresentano a noi il gran di- 
fetto di non aver tratto esempi che scarsissimamente dai nostri 
testi medievali. 

Roma, dicembre '95. 

A. Tenneroni. 



(1) Clavis diplomatica, Hanoverae, 1754. 

(2) Lexicon diìAomaticum , ahbreviationes syllabaruiyi etvocumin diploma- 
tibus et codd. a saec. Vili ad XVII usque occurrentes exponens. Gottingae, 1747. 

(3) Palaeo(jraphia critica, Mannhemii, 1817-1829. 

(4) L'Archiviste frangois, au methodepour... déchiffrer les anciens e'critures. 
Paris, 1775. 

(5) Paléographie des chartes et des mss. Paris, 1S84. 

(6) Manuel de pale'ographie latine et francaise... suivi d'un dictionnaire des 
abbreviations. Paris, ed. A. Picard. 



155 



SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE 



DI CRONACA PERUGINA 



Utilissime all'istoria patria e in specie a quella dell'Umbria 
sono tutte le ricerche, che mirano a stabilire in quali rapporti si 
trovassero le città guelfe colia Curia Romana. E questa una ma- 
teria di studio, la quale non ha solo il pregio della erudizione, 
ma quello altresì di ricostruire la verità storica in un punto del 
Diritto pubblico italiano, dove l'impero delle passioni ha troppo 
spesso fuorviato le menti degli scrittori. Per ciò deve essere re- 
putata grande fortuna il ritrovamento di quelle scritture antiche, 
•che, con la più schietta ingenuità, ci narrano le vicende delle re- 
pubbliche guelfe negli anni, in cui si fecero più intime le loro re- 
lazioni col papato. 

E giacché appunto in questi giorni ci è toccato in sorte di 
scoprire in un Archivio privato un prezioso manoscritto di cro- 
naca perugina, che colma deplorate lacune di altri Codici proprio 
nel tempo, in cui la Repubblica ebbe più stretti rapporti colla 
Chiesa, così non sarà discaro ai lettori, che di questa scoperta 
teniamo loro parola. 

Quando nel 1850 i compilatori deWArchicio storico italiano 
vollero dar mano alla pubblicazione delle Cronache e Storie ine- 
dite della città di Perugia, assegnarono al primo dei volumi l'opera 
poetica di Bonifazio da V^erona dal titolo — De rebus a perurji- 
nis" gestis. Ann. MCL-MCC XCIII — tratta dal poema — Euli- 
stea ; collocarono quindi gli Annali di Perugia dal H94 sino al 
1352 ricavati da un Codice della biblioteca comunale per opera 
del Fabretti ; e in ultimo diedero il luogo al Diario o Cronaca del 
Oraziani, stimato, tra gli antichi lavori storici sulla città, il mi- 



156 O. SCALVANTI 

gliore, il più completo, il più esleso (1). Che fosse opera di u» 
Graziarli non è accertato, imperocché l'unico indizio che si ha 
sulla persona deiFaulore è l'enunciazione di quel nome nell'esterno 
dei libro, e il fatto di averlo il Vermiglioli ritrovato nel 1837 in 
Torgiano nella biblioteca di casa Oraziani. Ma se non si può ac- 
certare il nome dello scrittore, questo è indubitabile, che il cro- 
nista fu uomo di raro acume storico, accuratissimo nelle ricer- 
che ed esattamente informato dei casi della sua patria. Alla quale 
non limita le sue diligenti investigazioni, ma volendo tener di- 
scorso delle vicende di altre città^ ricorre alle cronache del Della 
Tuccia e di Giovanni di Juzzo speziale per Viterbo e per le cose 
di Roma al Diario dell' Infessùra e va dicendo. 

Sino al 1837 l'esistenza di questo Codice fu ignorata, e ne 
dobbiamo il ritrovamento al dottissimo Vermiglioli. II manoscritto 
si conserva nella Comunale di Perugia ; è un volume in forma di 
ottavo, guasto dall'età, e, scriveva il Bonaini, difettoso di varie 
carte. La scrittura dalle linee corrette e massiccie, è certamente 
del secolo XVI alquanto inoltrato, e si legge con facilità. Questa 
manoscritto fu pubblicato dal Fabretti neW Archivio storico italiano^ 
e vi ferero noie eruditissime il Fabretti stesso, il Bonaini e il Po- 
lidori. Ma poiché il Diario era privo di molte carte, il Fabretti 
ebbe l'accortezza di colmare le lacune del manoscritto introducen- 
dovi dei supplementi ricavati da altre cronache, che poi diede in 
luce nei due volumi pubblicati nel 1887-88 col titolo — Cronachedella 
città di Perugia. — Il quale espediente é degno di lode, in spe- 



(1) Gli eruditi di storia perugina sono unanimi nel riconoscere il pregio di questa 
scrittui'a, dichiarata la migliore di tutte quelle, dello stesso genere, che ci informano 
degli avvenimenti di Perugia fino al secolo XVI. Ma io vado più in là, e dico, che la 
Cronaca del Oraziani é documento superiore anco ai lavori dei secoli XVI e XVII ; 
e non sappiamo in verità come Adamo Rossi, potesse dire — « che di tutti i cronisti pe- 
rugini non é chi meriti di essere conosciuto più di Giulio di Costantino, sia per la 
condizione cui appartienp, sia pel sentimento, di che mostrasi pieno, sia per la cono- 
scenza de' fatti, sia pel modo come li racconta » — (Vedi Ricordi di Giulio di Costantino 
cUM ìól~ al l.'ióO pubblicati con Note di Adamo Rossi — Perugia, 1S68). Anzi tutto que- 
sto popolano dà a divedere molta ignoranza della storia e scrive nel più sgramnftitico 
dialetto, e poi, quanto al sentimento, di die mostrasi pieno, ci sembra essere tutt' altro 
che elevato. E basti la introduzione alla Cronaca: — « In prima dirò che da poie che 
io conobbe el male dal biene (quale io naque nell' anno 1503 o circa) e per insino a 
r anno 1517, fu un vivere tanto bono e abundante de tutte i bene, die non se pode- 
ria aquiperare » — . Il lettore rifletta al tempo a cui si riferiscono le lodi del cronista, 
e giudichi poi il sentimento di lui. 



SIL lUTRUVA.MKNTO IH IN CODICI; DI ( KoNACA l'KUrdlNA l.)( 

•eie perchè adottalo con buon lume <li critica. Tutluvia por quanto 
accurata riuscisse l'opera del P'abretti, non v'iia studioso di mate- 
rie storiche dell'Umbria, il quale non abbia lamentato le troppo 
frequenti lacune del manoscritto rinvenuto dal Vermiglioli, tanto 
più se si rifletta che questo Diario non potè essere consultato nella 
sua integrità nemmeno dal maggiore storico di Perugia, e sieno 
quindi innumerevoli le notizie dateci dal Oraziani, e di cui non 
è cenno nell'opera magistrale del Pellini (1). 

11 diario incomincia coll'onno 130i), e prosegue fino al 1:^20, 
ove è una prima interruzione fino al 1327, supplita dalla Cronaca 
dell'Anonimo (2). Riprende da quell'anno, e giunge al 1350, ov'è 
la lacuna di un anno colmala da un brano di Codice appartenuto 
al Vermigliùli. La narrazione ricomincia coU'agosto del 13r)0 fino 
al 1368 col vuoto dell'anno 13n9, e in parte del G8, al che sup- 
plisce sempre la cronachetta dieW Anonimo. Mancano poi gli anni 
dal 1370 al 1388, intorno ai quali si danno notizie alliiito a di- 
versi cronisti. Continua il Diario dal 1388 al 1391 con una nuova 
interruzione di 7 anni, e cioè fino al 1398 dalle stesse fonti ripa- 
rala. 11 medesimo si osserva dal 1400 al 1424, dove pur troppo 
l'intervalhj non si è potuto colmare, perchè del periodo della do- 
minazione di re Ladislao nulla raccontano le altre cronache. Il 
Diario riprende col 1424 e seguilo, con poche interruzioni di mi- 
nor conto, fino al 1450, ov' è una lacuna di ben 37 anni, supplita 



(1) Per limitarmi a pochi raffronti, quali ho potuto fare (ino ad ora tra la istoria 
del Pellini e il manoscritto da me ritrovato, dirò che molti avvenimenti dell'anno 1451) 
dal Codice registrati, non si trovano nell" opera dell' illustre storico. Questo ho ri- 
ncontrato pel fatto della morte di Teodoi'ina moglie di Braccio, avvenuta a Bastia, 
<■ della sepoltura della salma di lei in S. Maria degli Angeli. Citerò inoltre la narra- 
zione dei tumulti di Perugia nel 1482, la quale è assai incompleta nel Pellini, mentre 
è accuratissima nel manoscritto. Ad es. il Pellini non ci racconta — « che Averardo 
de M. Sperelio insieme alli Ranieri se fecero forte in capo de la piaza tutti d'accordo; 
e lì stettero saldi per lino a tanto che la scaramuccia fo staccata, la quale durò circa 
2 ore e fu una terribile cosa a vedere, perocché andavano 1' uno contro 1' altro come 
cani arrabbiati; e se non fusse clie Filippo de Ansideo venne giù con tutti li frati del 
Monte con un Chroceflsso grande, li quali se cacciarono in mezzo gridando — Mise- 
ricordia, ìniseriGurdia, pace, pace —, ce sarien morti moltissimi da una parte e 1' al- 
tra, et similmente et vescovo di Asese se operò fortemente per fino a tanto che la cosa 
fo relassata; onde che il Magnifico Guido de li Baglione essendo li a cavallo andò a 
abbraciare il detto Chroceflsso, e disse — Sionor mio — ecc. — (Cte 631 e 632 del ms.) ». 
— Di tutto ciò non è un cenno in verun altro cronista, e nemmeno nello storico Pel- 
lini, il quale si limita a riferire la parte, che ebbe nella pacificazione il vescovo di 
Assisi e il Tesoriere apostolico. 

(2) Pubblicata dal Fabretti nel Voi. I delle Cronache Perug., 1S87, pag. 10 e segg. 



158 O. SCALVANTI 

colla Cronaca del Veghi e dei Villani, e finisce col tratto da| 
1487 al 16 luglio 1491. Mancano quindi più di 100 anni di cronistoria^ 
e, quel che è peggio, mancano tratti di narrazione, che sarebbe 
slato utilissimo conoscere, come quello dal 1450 al 1487, il periodo 
di Serissima lotta tra Perugia e la Curia romana. 

Quanto all'epoca, in cui venne compilata la cronaca, ha ben 
ragione il Bonaini di affermare, che ciò dovette avvenire verso 
la metà del secolo XVI. Di quest'opera, al tempo in cui venne 
pubblicata neW Archivio storico, si conoscevano due soli esemplari,, 
uno rinvenuto nella biblioteca Oraziani, e l'altro già posseduto dai 
Minori Osservanti o del Monte, e che nel 1850 era nelle mani 
del prof. Luigi Bartoli. Niun altro esemplare ricordano gli erudi- 
tissimi compilatori, i quali ci attestano che il Codice Bartoli non 
era che la copia di quello più antico appartenuto a casa Oraziani. 
Di guisa che può dirsi che il ritrovamento dell'altro esemplare 
presso il Bartoli nessun sussidio rese a colmare le deplorale la- 
cune del Codice scritto nel secolo XVI. 

E duopo però riconoscere che un altro e ben prezioso esem- 
plare sfuggì alle ricerche di quegli eruditi, ed è quello da noi rin- 
venuto, in occasione di altre ricerche, nell'Archivio di una egre- 
gia famiglia di questa città (1), e sul quale vogliamo brevemente 
intrattenere i lettori. 

11 manoscritto consta di 813 pagine in folio, ed è ben con- 
servato. Fu scritto poco dopo la metà del secolo XVI (2), e si 



(1) La famiglia Angelini-Paroli, nel cui Archivio abbiamo ritrovato altri impor- 
tanti manoscritti (Vedi il nostro lavoro dal titolo — Alcune notizie su Benedetto Barzi, 
giureconsulto perugino del sec. XV — Perugia, 1895). 

(2) Dapprincipio dubitammo di ciò, perché la scrittura non ha quella nitidezza 
e quelle linee severe, che si ammirano nei Codici del 500. Ma oltre a considerare, che 
nella seconda metà di quel secolo, il carattere andò assumendo minore semplicità di 
forme, noi ci troviamo dinanzi a un riscontro, che non ammette dubbio di sorta. In 
fatti neir ultima pagina del Codice si leggono queste parole — Rendesi detto quader- 
nuccio adì 10 de luglio i562, Cojiia 5. a — Ora é ben vero che il numero 5 è formato in 
guisa da potersi scambiare per un 6; ma d' altronde noi abbiamo intercalate nel testo 
alcune bizzarre annotazioni di un Pompeo Barzi, che appartengono al 1655, e che evi- 
dentemente ci furono introdotte, dopo che il Diario era stato copiato. Perciò la data 
di questa copia non può riferirsi al 1662, che sarebbe posteriore a quella delle note 
marginali di quello strano personaggio. Né si obbietti, che una parte del manoscritto 
poteva essere stata approntata fino dal 1655, quando il Barzi ci scriveva quelle sue 
bizzarrie o allu(-inazioni, che dir si voglia ; prima perché è evidente essere la scrittura 
diluì di molto posteriore a quella del Oraziani; e poi perché la copia ha tale unifor- 
mità da escludere che possa essere stata V opera di molti anni, quanti ne corsero dal 
1655 al 1662. Osserviamo poi, che quelle annotazioni nulla hanno che fare col testo 
(Vedi il nostro lavoro sul Giureconsulto Barzi, Perugia, 1895). 



SUL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CRONACA PEKUCilNA 159 

legge facilmente, sebbene la scrillura non sia così nitida come 
quella del Codice della Comunale. K legato in pergamena ; e si 
nota che una pagina del 145J1 fu dal legatore trasportata al prin- 
cipio tra l'anno 1327 e il 1328. Tranne questa trasposizione, il 
manoscritto non presenta altre irregolarità nel modo, col quale è 
stato formalo in volume. Nemmeno qui è traccia del nome del- 
l'autore. In varie pagine rimaste in bianco un Pompeo di Pompeo 
di Fabrizio Barzi, possessore del manoscritto, vissuto alla metà del 
secolo XVI I , inseriva le più stravaganti cose del mondo. Dapprincipio, 
vedendo che egli parlava spesso del libro, su cui scriveva, dicen- 
dolo di sua proprietà, sperammo che vi avesse almeno una volta re- 
gistrato il nome dell'autore; ma la nostra speranza fu completa- 
mente dehisa (1). Il manoscritto non ha frontespizio, e al pari 
dell'allro presenta molle lacune, le quali però sono bene spesso 
colmate dal Diario a slampa. I vuoti che esso contiene vanno dal 
1309 al 1313, tratto che è completo nella Cronaca stampata ; dal 
1314 al 1324, di cui l'intervallo dal 1313 al 1320 è riparato dal 
Diario inserito noWAchivio storico, che avendo alla sua volta una 
lacuna dal 1320 al 1327 trova nell'odierno manoscritto completati 
gli anni 1325 e 26. Il Codice manca degli Annali dal 1366 al 1389; 
e la Cronaca già conosciuta non ci dà di questo intervallo che la 
sola narrazione dal 1366 al 1368 e 1370, e dal 1388 al 1389. Qui 
rimane adunque una profonda lacuna. All'altra, che si riscontra 
nel manoscritto, dal 1389 al 1442, ripara soltanto in parte il Dia- 
rio stampato, perchè ancor questo manca del tratto dal 1391 al 
1398 e dal 1400 al 1424. Fino a questo punto i due Codici non si 
completano interamente; ma il manoscritto non presenta altri 
mancamenti dal 1422 in poi ; e perciò gli anni dal 1422 al 1424 
(che non si trovano nello stampato), e il lungo tratto di 37 anni 
(1450-1487) mancante pure nel Diario edito dal Fabrelti sono piena- 
mente reintegrati dal Codice ora scoperto, il quale ha ancora l'ul- 



ti) Né miglior fortuna avemmo scorrendo le pagine del Codice segnato di lett. F. 
e da noi pure ritrovato nell' Archivio Angelini. Anche in questo manoscritto il Barzi 
scrisse molte stranezze, e richiamò quelle registrate nelle pagine bianche della cro- 
naca. « Il ricordo della supplica che io feci di essi miei cento volte novecento milioni 
di Mondi appare scritta per mano mia in un altro mio Libro segnato Croce a carte 
86 seconda facciata e a carte 87 prima e seconda facciata ». — Il Libro cui accenna 
è il Ms. della Cronaca, ma anche in questo richiamo nulla ci dice del nome dell' autore. 



160 O. SCALVANTI 

timo tratto dal 1491 al 1494, di cui è privo il Diario a stampa (1). 
Ora sebbene nel volume si osservi qua e là qualche lacerazione 
di carte, pure io ritengo che quei vuoti sussistessero al tempo, in 
cui venne raccolto e legato. Questo Codice non apparisce essere 
stato molto consultalo, giacché non vi sono annotazioni in mar- 
gine, come si vede per lo più nelle carte di quel tempo, in specie 
nelFaltro esemplare della Cronaca. Non crediamo ingannarci as- 
serendo che questo manoscritto dovette essere esaminato dal conte 
Girolamo Bigazzini, valentissimo genealogista, perchè in qualche 
margine si veggono notati i nomi di alcuni nobili, di cui si nar- 
rano i fatti nel testo ; e varie di queste annotazioni sono indub- 
biamente di mano di quello scrittore. In complesso dunque il ma- 
noscritto presenta una lacuna minore dell'altro, cioè 69 anni di 
cronaca, mentre il Codice della Comunale ha un vuoto di oltre 
un secolo. Non è poi difficile congetturare se la copia da noi rin- 
venuta sia slata oppur no condotta sull'originale edito dal Fa- 



fi) Rispetto a questo periodo della cronaca dobbiamo far menzione di un breve 
scritto di A. Rossi, edito per le nozze Fumi-Cambi nel 27 aprile 1879. Il Rossi publ)licò 
in quella occasione un brano della Cronaca di Oraziani dal 16 luglio 1491 al 2 set- 
tembre 1493. Esso si riconnette al Diario pubblicato neir Archivio storico, ed è parte 
del manoscritto scoperto dal Verraiglioli. Come il Rossi potè ritrovarlo lo accenna egli 
stesso nella pubblicazione di quel Quadernuccio. Egli lo vide tra le mani di un salu- 
maio, che era in procinto di lacerarlo. Lo volle sott'occhio, e conosciuto il pregio 
di quella scrittura, ne fece acquisto per l'Archivio di Perugia. Ma il salumaio ne 
aveva già stralciate alcune pagine, incominciando dall' ultima, ed ecco perché 
il Quadernuccio non prosegue alla pari del nostro fino al 1494. Noi abbiamo con 
fi'ontato r edizione del Rossi col manoscritto odierno, e poche sono le varianti. 
L' egregio scrittore afferma, che il Oraziani intendeva continuare la sua Cronaca 
lino al 1541 ; e noi non lo impugnarne. È certo però o molto verosimile almeno, che la 
Cronaca non si prolungasse al di là del 1494, perchè il manoscritto da noi rinvenuto 
non è tronco per lacei'azione di carte o lasciato in bianco per mancanza di originale, 
ma termina con la già riferita annotazione del copista, che ha tutta 1' aria di essere 
il terrjine dell' opera. Ora, per quanto preziosa scoperta facesse Adamo Rossi, essa 
non è sufficiente a ristabilire nemmeno un breve tratto di cronaca. Ad es. nei punto 
dove la sua pubblicazione cessa, il nostro manoscritto continua per informarci di un 
fatto di molta rilevanza, ed è, che fra Bernardino da Montefeltro, il quale predicava 
sulla piazza del Duomo, nell' 8 settembre 1493 lasciò improvvisamente Perugia — . « Et 
-molto (fra Bernardino) confortava quelli a li quali apartiene el governo e che si non 
se repara cascherà, el giudizio contro di loro, e poi se voltò al popolo e disse — eh" ogni 
persona governasse la casa sua e chi non poie fare altro guardi sé medesimo e facci 
bene, altrimenti el giudizio di Dio caschei'à sopra di loro. Et cosi confortava ogni per- 
sona a far bene, e molto disse che si non se mutava modo al vivere de la cita che noi 
dovemo aver peggio, che non avemo auto e presto. E questa fu la 7a predica che lui 
facesse. A dì 8 detto se partì detto fra Bernardino la matina per tempo e in piaza se 
aspettava che lui venisse a predicare però che era sonata la campana de S. Lorenzo 



SIL RITROVAMENTO DI UN CODICE DI CROXACA l'ICRUCUXA IGl 

brelli. Deve ritenersi infalli, che entrambe furono eseguile sopra 
esemplari diversi ; perchè lanlo nell'una copia che nell'allra le la- 
cune non sono soltanto determinale da lacerazione di carie, ma 
anco dalla deficienza del lesto che si copiava, talché gli ama- 
nuensi hanno lascialo in bianco molte pagine nella speranza di 
ritrovare le parti mancanti del manoscritto die avevano sott' oc- 
chio. E che il nostro Codice non sia copia dell'altro custodito nella 
Comunale è agevole a provarsi con molti esempi ; ma due soli 
ne scelgo per brevità. Noi risconlriamoche il copista del manoscritto 
inedito ha lascialo in bianco una pagina antecedente all'anno 13^9, 
io che significa che nell'esemplare che copiava, esisteva una la- 
cuna. Se non che quando egli attende a copiare i fatti di quel- 
l'anno, non incomincia dal 3 gennaio, come si legge nel Diario a 
stampa, ma sibbene dal 14 di marzo. Ora se la copia fosse stata 
condotta sull'esemplare ritrovalo dal Vermiglioli, perchè il copista 
avrebbe tralascialo di riferire ciò che occupava in quel volume 



a predica, et esso non aveva domandato licentia, et gran popolo era venuto alla pre- 
dica come el consueto a 7 prediche che esso aveva fatto in piaza, onde che intenden- 
dosi lui esser partito senza licentia et pensando la brigata alle cose, quale esso aveva 
preditto, molto ciascuno rimase di malavoglia ». — Non é egli strano che questo 
frat-" da Montefeltro, che presso il popolo aveva fama di profeta \ et più volte ce recordò 
quelle cose le quale ce aveva aaunciate et preditte in qualche sua predica del 
glassato, quale ce sonno advenute) lasciasse la città, proprio mentre la campana di 
S. Lorenzo suonava a raccogliere i fedeli alla sua predica? Egli aveva avuto parole 
di fuoco contro il mal vivere dei cittadini, contro 1 potenti, contro gli ambiziosi: e si 
rileva anco dal passo inedito riguardante la 7a predica, dianzi riferito; e ci sembra 
non arduo a immaginarsi, che appunto per opera di qualche potente fosse fatto uscire 
di notte tempo dalla città. E poiché i raffronti sono il maggior sussidio, che abbia la 
mente umana per intendere i fatti della storia, ricordei'erao, che in Perugia era 
allora preponderante la fazione dei nobili, e doveva essere presso di loro sospetta 
la propaganda di fra Bernardino, cosi strenuo propugnatore di libertà, di giustizia e 
di popolare governo. Ricordisi inoltre che fra Girolamo Savonarola a Firenze, colla sua 
predicazione per più anni continui (scrive il Guicciardini narrando i fatti del 1495) sì 
era vindicato fama e credito di profeta, e aveva accennato ancora qualche cosa della 
rautazione dello stato; e detestando iJubblicamente la forma deliberata nel Parla- 
mento, affermava la volontà di Dio essere che s' ordinasse un governo assolutamente 
popolare (Storia d' Italia, Lib. II, cap. I). L' accesa eloquenza del frate produsse due 
anni dopo quello, in cui Bernardino si parti improvvisamente da Perugia, la costitu- 
zione di quel Consiglio, che doveva attendere alla riforma dello stato fiorentino. Adun- 
que erano tempi in cui rinfiammato zelo di religiosi si manifestava anco nelle poli- 
tiche faccende, e non è meraviglia che a Perugia gli ambiziosi e potenti capi delle 
fazioni nobiliari, paventando gli effetti delle prediche di fra Bernardino, procurassero 
la partenza di lui, imperocché da più anni nella vicina Firenze un simile apostolato 
esercitava il Savonarola, ed era prossimo il giorno, in cui se ne dovevano cogliere i 
frutti. 

II 



162 O. SCALVANTI 

varie pagine di scrittura ? Inoltre noi vediamo che il manoscritto 
della Comunale all'anno 1445, registrali i fatti del 15 aprile, ha 
un foglio bianco, dopo il quale manca per lacerazione altro foglio. 
Ammettendo pure che il foglio straccialo fosse scritto, è certo che 
l'amanuense trovò nell'esemplare una lacuna, la quale dovrebbe 
riscontrarsi anco nel manoscritto inedito. Per contrario, mentre il 
Codice della Comunale termina colle parole — A di 17 .... — e 
riprende colle parole — e Mariotto dei Baglione et retornaro ; — 
il nostro manoscritto continua spedito per altre due pagine dalle 
parole — A di 17 de aprile — fino a ritrovare le parole — Ma- 
riotto dei Baglione, ecc. — che appartengono alla cronaca del 9- 
di luglio dell'anno 1445. 

Noi crediamo che questa breve descrizione del Codice, oggi 
ritrovato, sia sufficiente a provarne la grande importanza. Pure ci 
sembra opportuno venire ad una più ampia dimostrazione di ciò. 
Si rifletta prima di ogni altra cosa, che col nuovo manoscritto 
vien riparandosi al tratto di 37 anni, mancante nel Diario a stampa. 
E se ciò possa interessare grandemente gli studiosi di storia ita- 
liana e massime umbra, facilmente si prova colle seguenti consi- 
derazioni : 

l.o — Anzi tutto bisogna, osservare alla importanza del pe- 
riodo storico dal 1450 al 1487. In questa parte degli Annali oltre 
la diligente e minuta esposizione delle frequenti contese fra la 
Repubblica e il Papa noi abbiamo descritti i tumulti di Perugia^ 
di Viterbo, le discordie sorte in Firenze nel 1466, la liberazione 
di Orvieto e la sua pacificazione nel 1468, la lega fra il conte Fe- 
derigo da Montefeltro e il conte Carlo Forlebracci, le gesta del 
Piccinino, di Nello Baglioni e di altri altissimi personaggi, le im- 
prese di re Alfonso, le discordie fra Carlo Fortebracci e Carlo Ba- 
glioni, le difficoltà insorte fra Siena e Perugia pel furto dell'Anello 
della Vergine, la guerra fra i Senesi e il Piccinino, tra Perugia 
e Firenze, la pestilenza del 1476, molte e gravi controversie colla 
Curia Romana, quella in specie per il pagamento delle decime 
nel 1483 e altre narrazioni interessanti la storia generale d'Italia 
e di Europa. Aggiungansi le notizie più preziose circa i provve- 
dimenti intesi a riformare lo stato all' interno, a soccorrere i po- 
veri, mediante leggi speciali e fondazioni di Opere Pie, a dare 
incremento alle arti della lana e della seta, a diminuire il lusso 



SUL RITROVAMENTO 1)1 UN CODICE DI CRONACA PERUGIA Kj:} 

dei costumi, ad abbellire la città, a provvedere alla pacificazione 
degli animi, a riordinare la zecca e va dicendo. 

2 ° — Tutto questo periodo storico così fecondo, cosi ricco 
di avvenimenti è nel manoscritto distesamente narralo senza ve- 
runa interruzione. Esso è contenuto in 350 pagine di fitta scrit- 
tura, poco meno della metà dell' intero Codice. È dunque la parte 
più estesa, più accurata, che fa fede di minutissime indagini, di 
pazienti ricerche e di infaticabile zelo nel valente cronista. Si ha 
poi la fortuna che il tratto offertoci dall'odierno manoscritto è il 
sicuro addentellato del Diario a stampa (1). 

3.° — Si deve considerare inoltre, che questa e le al tre aggiunte 
ricavate dal manoscritto, suppliscono veramente ai vuoti della Cro- 
naca, perchè son la Cronaca stessa ; mentre non è a dire il medesimo 
dei supplementi introdottivi dal Fabrelti. Poco sopra riconoscem- 
mo il grande servigio reso dall' illustre uomo nel volere annessi 
quei supplementi al Diario Oraziani; ma non appena si gettino 
gli occhi sul manoscritto, ognuno comprende a quale distanza si 
trovino le cronache del Veghi, dei Villani e dell'Anonimo da quella 
del Oraziani. Per non distenderci in troppi esempi, avvertiremo 
che mentre dal Diario del Veghi e dai lavori di Villano e Ciancio 
Villani non è stalo possibile trarre veruna notizia riguardante 
l'anno 1453 onde supplire alla lacuna della Cronaca Oraziani, 
il manoscritto nostro contiene ben 5 pagine relative a quell'anno, 
e in esse si raccontano le visite imperiali a Siena, Viterbo e Roma, 
i casi di Firenze, le scorrerie delle soldatesche del Re d'Aragona, 
i danni che esse arrecarono al contado perugino, la venuta del 
conte Federigo d'Urbino, la lega fra Firenze e Perugia e più 
altre cose interessanti la storia d'Italia e quella della nostra re- 



(1) Infatti il Diario edito dal Fabretti (pag. 628) termina con queste parole — 
« A quisti di se disse che el conte Francesco era stato fatto duca de Milano. A dì 26 de 

luglio ». — E il nostro manoscritto, dopo queste parole, continua — « A di 26 

de luglio morì Cola de Restoro, che la mattina stette a la messa a S. Filippo, ecc. >. — 
Né meno sicura è la ripresa al termine dell' intenallo dei 37 anni. Il manoscritto 
giunge colla narrazione al 4 agosto 1487 e così dice — « A dì 4 de agosto Giovagnie 
del Gentiluomo degli Arcipreti retolse Carlo famiglio de Piero de Raniere da le mani 
dei birri e ferì 2 delti ditti birri in capo alla piazza — A dì detto Giovagne del genti- 
lomo, fu messo per rebello, ecc. ». — Col corsivo riprendesi il testo del Diario a 
stampa. Per tal modo il tratto che .si legge nel nostro Codice viene ad incastonarsi 
nella Cronaca stampata, senza pur 1' ombra di interruzione o d" incertezza. 



164 O. SCALVANTI 

pubblica. Di tulio ciò non è verbo in alcuna delle cronache, da 
cui dovettero allingersi i materiali per supplire ai mancamenti 
del testo allora conosciuto. E quando pure queste cronache con- 
tengono una narrazione, essa è insufficiente a darci notizia ade- 
guata delle vicende della città. Ad es. nell'anno 1453, per il Sup- 
plemento sesto al Diario Oraziani non vi sarebbe stato di note- 
vole che il dono fallo dal padre Angelo del Toscano, generale 
deirOrdine di S. Francesco, alla comunità di un ognia di Gri- 
fone, la quale li era stata donata dal Re di Francia, e alli 20 
di agosto mori e fu sepolto in S. Francesco. Ma invece a queslo 
medesimo anno 1453 il manoscritto contiene preziose notizie su 
Carlo di Braccio, sul Gentile, capitano della signoria di Venezia, 
sui progressi delle armi turchesche in Costantinopoli e sui matri- 
moni e morti di illustri cittadini. E come nell'anno appresso gli 
altri cronisti si limitano a registrare la morte di Agamennone 
degli Arcipreti e l'entrata in monastero di Berardo da Corgnia ; 
il codice inedito ci parla, in mezzo a molle altre cose, del Breve 
di Nicolò V sul pagamento delle decime dei benefizi, di cui erano 
investiti gli abati e altri dignitari della Chiesa; continua la nar- 
razione dei casi di Costantinopoli, della pace tra Venezia, il Duca 
di Milano e i fiorentini; del passaggio di molte genti d'arme da 
Perugia ; della richiesta di Carlo di Braccio condottiero dei vene- 
ziani per avere messi perugini da inviare al pontefice; del con- 
vegno degli ambasciatori di varie città in Perugia; della con- 
ferma della pace tra il Comune nostro e Firenze; delle forze mi- 
litari di Carlo Gonzaga; delle giostre tenute in Perugia nel de- 
cembre 1454 e promosse da Braccio de' Baglioni e da Giapeco 
degli Arcipreti, dove si fa memoria del nome dei giostratori, ecc. 
Noi vorremmo proseguire nel raffronto tra il pochissimo che of- 
frono le cronache Veghi e Villani e il mollissimo che s'ap- 
prende da questo Diario inedito del Graziani; ma di un altro solo 
saggio dovremo appagarci per non riuscire infiniti. L'anno 1455 
della Cronaca Veghi col sussidio delle altre scritture ci porge 
novella della pena del rogo inflitta ad una fattucchiera, dei tor- 
menti che si diedero alla moglie di Carlo de' Graziani e del sacco 
di Celona compiuto da Giacomo di Nicolò Piccinino. Or bene, no' 
non possiamo nemmeno per sommi capi accennare alla pingue 
materia contenuta nel Codice inedito sotto quest'anno 1455. Basti 



SIL RITROVAMENTO DI IN CODICE DI CRONACA l'ERUCUNA 1(J5 

il sapere clie la nnrruzione occupa venliciruiue pagine dell' in-folio, 
perch<> non v'c'' mese, il quale non abl)ia dato occasione a nume- 
rosi ricordi, che sono in lutto del numero di ottanta^ menlit> le 
cronache del supplemento ne recano tre soltanto, insomma lad- 
dove lutto il supplemento dal 1450 al 1487 è contenuto in 28 pa- 
gine di testo con copiose note, il tratto del manoscrillo inedito è 
di carte 350, senza conlare che nello slesso supplemento mancano 
interi anni, come il 1472, che occupa 5 carte del manoscrillo, e 
il 1480, che diede materia al cronista Oraziani di registrare 30 av- 
venimenti di primaria importanza. Né sembrino al lettore trojipo 
minuziose queste nostre indagini; perchè ad altro non miriamo 
che a dimostrare vie più il pregio singolarissimo del Diario del 
Oraziani, il quale si discosta dai lavori precedentemente compi- 
lali, per la ragione che l'autore intese a raccogliere da molle cro- 
nache e storie ogni interessante notizia. E naturale quindi die il 
suo lavoro riuscisse più completo degli altri, da cui si tolsero i 
supplementi. 

Se poi ci siamo particolarmente intrattenuti sul tratto di sto- 
ria dal 1450 al 1487, e se diciamo che eguale importanza ha la 
narrazione degli anni dal 1491 al 1494 (1), affermiamo essere il 
medesimo per le lacune meno eslese, e che il manoscrillo può 
completamente colmare. Così mentre nell'anno 1361 la Cronaca 
stampala ci narra solo della congiura ordita a favore di Alessan- 
dro di Pellolo de' Vincioli per farlo signore della città, il mano- 
scrillo ci racconta con maggiore particolarità il fatto e le sue con- 
seguenze, e ci informa poi della compilazione dei Libri del Cata- 
sto. Similmente nel 1360 al vuoto del Diario ripara il manoscritto, 
il quale dà notizia non solo dei falli, che l'illustre Fabrelti ha ri- 
cordalo in nota (2), ma anco dei moti di Assisi, della riforma sta- 
tutaria, delle ambascerie al Papa, del passaggio delle compagnie 
bianche, della presa del castel di Siena, dell'arrivo alla Fratta di 
300 tedeschi, dell'occupazione dei borghi di quella città, e ci fa 
ricordo di importanti deliberazioni del Consiglio dei 500 sulla 
guerra, molle delle quali circo.-tanze furono ignorate dallo stesso 
diligenlissimo Pellini. 



(1) Vedi la nota a pag. 160. 

(2) Cronaca del Oraziani, pag. 202. 



166 O. SCALVANTI 

4.0 — E olire a darci presso che completo il Diario Ora- 
ziani, il manoscritto è preziosissimo sussidio a correggere qualche 
inesattezza inseparabile da ogni lavoro di simil genere, nella quale 
caddero i compilatori deWAr'chivio storico. Verbigrazia, abbiamo 
riscontrato che essi talvolta riportarono nel testo delle annota- 
zioni marginali evidentemente di mano diversa dello scrit- 
tore della cronaca, e che nel Codice odierno non si veggono. 
La qual cosa può generare difficoltà, oscurità e incertezza nel ri- 
levare un fatto o una data storica (1). I raffronti col manoscritto 
gioveranno inoltre a correggere alcune trasposizioni di testo, che, 
per errore di copia, si incontrano nel Diario a stampa (2). In- 
somma se Adamo Rossi nella dedicatoria a Luigi F'umi del la- 
voro altrove ricordato, collocava poche pagine della Cronaca Ora- 
ziani dal 1491 al 1493 tra le più preziose scritture del genere 
prediletto agli studiosi; con quanto maggior ragione possiamo noi 
rallegrarci della scoperta di un manoscritto, nel quale si ha circa 
un secolo di storia perugina inedita ampiamente narrata. Ed è 
perciò che ci siamo affrettati a informarne i lettori per utilità de- 
gli studi storici riguardanti l'Italia e in special modo l'Umbria. 

Perugia, novembre del '95. 

0. Scalvanti. 



(1) Vedi il nostro lavoro — Benedetto Barzl giurecons. del secolo XV — Perugia, 
IJoncompagni, 1895. 

(2) All'anno 1342 nel Codice stampato si trova una lacuna dopo il passo che 
segue — « Del mese di settembre nel dicto millesimo, essendo raesser Ottaviano de 
gli Begliforte signore di Volterra per modo de tiranno, el dicto meser Ottaviano et 
gli suoi consorti dettero et sottomisero la dieta cita de Volteri'a el suo destretto a 
messer Gualtiere Duca de Attena a vita, el quale era signore generale a vita de la 
cita de Fiorenza e de suo destretto, benché dicto meser Otaviano remase pure Io mag- 
giore de la dieta cita Et se partirò glie ditte loro conductore italiane, et non 

volsei-n entrare nel contado de Peroscia con la dieta compagnia ». — Orbene, questo 
ultimo passo in corsivo deve essere collocato innanzi al primo, al termine di un hmgo 
periodo, che é contenuto solo in parte nel Diario a stampa. Il tratto poi prima della 
lacuna viene di seguito al passo riferito in corsivo, e il manoscintto lo completa con 
questa notizia, che manca nel Codice della Comunale: — « Di dicto millesimo il Co- 
muno de Arezzo con volontà del Comuno de Fiorenza si sottomise e diede la detta 
cita e destretto al sopradetto duca di Atene, fecero la detta sommissione in casa del 
detto duca di .\tene, et li predetti casi furono del mese di settembre ». 



i;7 



A PROPOSITO DI UN ARTICOLO 



DI 



MASSIMO KOVALEVSKY 



sulle conseguenze econoiniclie della Peste ini talia 



Il KovALEvsKY, Studiando la legislazione niedioevale concer- 
nenle il lavoro e la mercede, si è domandato quale influenza abbia 
avuta la grande mortalità della peste del 1348 sulla elevazione 
■della mercede medesima. Tale ricerca era già stata fatta, per ciò 
che concerne l'Inghilterra, dal Rogers '{Histort/ of Agriculture 
and Prices), dal Seebohm {The Black Death) e dal Gasquet 
i^Black Death in England); ma nessuno di essi aveva pensato a 
paragonare la legislazione inglese con le siiniglianti e contempo- 
ranee norme legislative della Francia, dell'Italia, della Germania 
e della Spagna. Specialmente forse le repubbliche italiane del me- 
dioevo possono fornire interessanti notizie intorno a siffatto argo- 
mento. 

Il KovALEvsKY pertanto fece a tale proposito delle ricerche 
negli archivi di Firenze, Siena, Perugia, Orvieto e Venezia, e ne 
espose le conclusioni in una comunicazione fatta ad Oxford nella 
sezione F del Congresso dell'associazione inglese per il progresso 
della scienza : relazione che, tradotta in tedesco dal Redlich, è 
comparsa recentemente nella Zeitschrift fìir Social-und \Mrth- 
schaftsgeschichte, voi. Ili, fase. 3° e 4°, pag. 406-23. 

1 dati intorno al decrescere della popolazione nelle città ita- 
liche per cagion della peste sono stati talvolta esagerati dai Cro- 
nisti; sarebbe pertanto necessario poterli controllare. Ma ciò non 
é agevole fare per le grandi città, come Milano e Genova, i cui 
archivi furono ripetutamente bruciati e distrutti. Invece piccole 
città, quali Orvieto, Todi e San Gemignano, conservano nei loro 



1G8 G. PARDI 

archivi ricco materiale per la storia economica. Né quanto alla 
prima città sono stati pubblicali i più notevoli documenti di tal 
genere nella poderosa raccolta fatta dal Fumi dei più antichi do- 
cumenti risguardanti la storia orvietana (Cod. JDip. d'Orvieto per 
L. Flmi). Giacciono pertanto inedili nei respetlivi archivi, ed il 
KovALEvsKY li ha esaminati accuratamente. Una delle conseguenze 
economiche della peste fu che il prezzo della mano d'opera crebbe 
molto. Dice a questo proposito Matteo Villani (I, 5): « E il la- 
vorio e le manifatture d'ogni arie e mestiero montò oltre al doppio 
consueto ». 

Dopo aver esposto le notizie e i dati concernenti le mercedi 
rinvenuti negli statuti di Mantova e di Bologna e nelle Provvi- 
sioni del Maggior Consiglio di Firenze degli anni 1348-52, l'A. os- 
serva come, nello stesso modo che a Firenze, non fosse fissato un 
massimo delle mercedi negli statuti di Perugia, xuia città, la quale 
era retta dal Priori delle arti sotto la superiorità più o meno 
nominale del Papa e del suo Legato. Era questi allora il celebre 
Egidio Albornoz, che dava opera a riformare gli ordinamenti di 
Perugia quando scoppiò la peste del '48. Ora negli statuti perugini^ 
riveduti sotto la sua direzione ed apparsi nel 1349, si rinvengono 
disposizioni somiglianti a quelle fiorentine. Poiché infatti i la- 
voratori del contado e del distretto di Perugia lasciavano i fondi,, 
che avevano in affitto, per prenderne altri concessi loro volen- 
tieri a migliori condizioni per cagione della grande mortalità^ 
per tal modo la coltura dei campi era in vari luoghi abbando- 
nata e le vettovaglie salivano ad un prezzo molto alto. Perciò 
fu stabilito che nessuno affittuario potesse abbandonare i fondi 
presi in affitto prima del termine di tre anni {Ann. decemv. di 
Perugia, a. 1351, e. 59). Ma questa legge, olire a non conse- 
seguire l'intento propostosi dai reggitori del Comune {Ann. de- 
cemv., a. 1347) non determinava il massimo della mercede: e ciò- 
in repubbliche di artigiani, quali Firenze e Perugia, mentre in- 
vece repubbliche più aristocratiche , come Pisa ed Orvieto, fissa- 
vano il massimo della mercede per i lavoratori della città e dei 
contado. Così lo statuto pisano del 1350. Cosi le deliberazioni del 
Maggior Consiglio d'Orvieto del 1349 (nella Zeitscrift f. S. u TI'. 
G. è stampato erroneamente 1359), per le quali fu imposto che 
ogni due mesi si scegliessero due commissari, i quali determi- 



A PROPOSITO DI UN ARTICOL(J DI MASSIMO KOVALKVSKY, ECC. 1(51) 

nassero il prezzo delle singole cose e del lavoro. Troviamo pure 
nelle Riformante degli anni susseguenti le tariffe delle varie in- 
dustrie e dei vari lavori. 

Per tal modo Orvieto, grazie all'accurata monografia del 
chiaro A., appare quale una delle città italiche, che più saggia- 
mente e praticamente portarono rimedio al crescere del prezzo 
delle cose vendibili e della mano d'opera — cagionalo dnlla grande 
mortalità del '48 — fissandone il massimo. 

Stimo pertanto non inopportuno esporre con una certa lar- 
ghezza i provvedimenti economici presi dal Comune orvietano in 
quella terribile calamità, provvedimenti sconosciuti fin qui, e ri- 
portare per intero la tariffa del massimo delle mercedi stabilita 
nel 1350, essendo quest'ultimo un documento non dispregievole 
di sapienza economica, che porge occasione a fare alcune rifles- 
sioni. 

La peste del '48 non fu ad Orvieto meno tremenda che al- 
trove: è stato detto che su 10 persone morissero 9. La città era 
inoltre in quel tempo travagliata da guerre intestine. I figli del 
morto Signore di Orvieto, Ermanno Monaldeschi, e più ancora li 
crudele e potente Bonconte della Vipera, volendo maggioreggiare 
in patria e trovando resistenza nel forte amore dei cittadini per 
la libertà, li molestavano e danneggiavano continuamente per 
mezzo dei numerosi loro sgherri e seguaci. 

E bello il vedere, tra l'infuriare del morbo, che sentiménti 
alti e liberi nutrissero gli Orvietani. Non abbattuti dalle calamità 
della peste e della guerra, il 19 settembre 1348 si riformarono a 
popolo e a libertà, « cum ipsa urbevetana civilas cum suo comi- 
tatù et districlu a diu iugiter fuerit atrocibus guerris et sevis 
angustiis et oppressionibus conquassata et sub tirampnorum pro- 
tervia peditata et conculcata, et nunc, Deo propitio, in pacis dul- 
cedine requiescat » (1). Sembra quasi che la pace e la libertà re- 
casse loro tanta gioia quanto dolore non aveva apportato la mor- 
talità; ed è manifesto che il fiore delle libere istituzioni sboccia 
anche tramezzo agli orrori della desolazione e della morte. 

E doveva esser proprio pietoso lo spettacolo di Orvieto in 



(1) Ardi. coni. d'Orv. Riformante, voi. LXVI, e. 35. 



170 G. PARDI 

quel tempo, quasi vuota di abitanti e con le case mezzo abbattute 
a cagion delle guerre intestine. Infatti il 18 ottobre "48 fu delibe- 
rato dal Maggior Consiglio che fossero severamente punite le di- 
struzioni di case, « quapropter dissensiones et scanda[la], que 
atrociter^ hoste humani generis operante, in ci vitate urbevetana 
viguerunt, nonnulle domus^ hedificia, menia et alia casamenta pa- 
tent circumquaque diruta » (1). 

Uno dei primi atti del nuovo Consiglio popolare riguarda il 
prezzo delle mercedi. Considerando infatti che gli operai ed i ven- 
ditori « propter sevam et inauditam pestem mortiferam, qué nuper 
undique in humano genero est diffusa, pretium adeo carum tollant 
quod cives et alii cuncti conqueruntur merito et, nisi provideatur 
celeriter, non possunt facere facta sua, ex quo detrimentum non 
modicum rei publice exoritur et iactura, ne igitur huiusmodi ap- 
petitus noxius et nefandus usus in Urbisveteris civitate diutius 
nec ulLerius vigeat et res predicte in congrua dispositione persi- 
stant » (2); il Consiglio medesimo stabilì, il giorno 31 settembre, 
che quanto alle cose da vendere ed alle opere personali non si 
potesse richiedere se non il quarto di più di quello che si soleva 
far pagare innanzi alla peste. Questo provvedimento, senza disco- 
noscere le giuste ragioni dei rivenditori e degli operai per accre- 
scere alquanto il prezzo delle cose e dei lavori, impediva loro 
molto praticamente di portarli ad un prezzo troppo allo: accon- 
tentava essi da un lato e da un altro tutti i cittadini. Vedremo 
poi che questo criterio, di un quarto di più di quanto si soleva 
prender prima, sia mantenuto anche nelle tariffe posteriori. Il che 
prova come il Comune orvietano avesse trovato il giusto mezzo 
per non disgustare né i lavoratori né i compratori. 

Oltre alla difficoltà di concordare equamente il prezzo delle 
mercedi, il Consiglio della repubblica si trovava in grande imba- 
razzo perchè era stretto del bisogno di danaro, ma i pochi ed im- 
miseriti abitanti dei pivieri del contado si rifiutavano di pagare 
le imposte. Perciò il 18 febbraio del 1349 fu fatta una proposta 
« super conservatione et reparatione pleberiorum comilatus, quo- 
rum nonnulla iam defecerut in totum propter mortiferam pestem 



(1) Ardi. com. d' Orv. Rif. LXVI, e. 4S r. 

(2) Rif. LXVI, e. 44 r. 



A PROPOSITO DI IN ARTICOLO DI MASSIMO ROVAI, KVSKV, KCC. 171 

per orbem diffusam et gravia onera ipsis pleben'is per urbevela- 

nuin Comune imposila ob que ipsa pleberia sunt vacuala ho- 

minibus el poderia el bona in eisdem exislenlia prò maiori parie 
incullivala persislunl » (1). Considerando laii Irisli condizioni delle 
campagne i consiglieri preferirono che i loro abitatori continuas- 
sero a lavorare i fondi senza pagare imposizioni, e determinarono 
che nessuno li potesse molestare per cagione di gabelle o di taglie. 
Gli abitatori della città, dove dimorava la parte più ricca flella 
popolazione, si trovavano in condizioni differenti perchi' molli eran 
divenuti doviziosi anche di poveri od avevano accresciuti i pos- 
c^essi per mezzo di eredità. Quindi essi erano in grado di pagare, 
ed a loro non furon risparmiale imposizioni e taglie: qualora man- 
cassero, anche lassando questi, i denari necessari al Comune, si 
ricorreva ad imprestili con Ebrei. 

Tuttavia alcuni dei cittadini erano rimasti in misero stalo e 
non potevano pagare. Perciò il 16 settembre del '49 fu deciso che 
nessun popolano potesse venire molestalo od imprigionato per de- 
biti sino al 1° gennaio del 1350. Fu concessa una dilazione al pa- 
gamento delle imposte « ad hoc ut urbevetana civitas civibus re- 
plealur, que occasione peslis et morlis generalis est quasi lotaliter 
civibus vacuala » (2). Gli animi infatti, aggiunge la deliberazione, 
per i terribili segni, che continuamente appariscono, debbono esser 
volli piuttosto alla misericordia che- non alla severità. Un'altra 
prova di misericordia fu quella di liberare i prigionieri: con il 
che si veniva ad avere un risparmio nel mantenimento loro e 
nella paga dei carcerieri, e nello stesso tempo si realizzò un 
utile facendo far loro un'offerta in danaro. Fu inoltre proibito ai 
cittadini di offendere, molestare o trarre alcuno in giudizio per 
delti o fatti o cagioni di qualsiasi specie. 

Un barbaro uso di quel tempo si era di vendicarsi dei nemici 
non colpendoli nelle persone, ma nelle cose, distruggendo cioè le 
vigne, guastando le messi, ecc. 11 che in quel frangente sarebbe 
stato maggiormente pericoloso e dannoso per tutta la cittadinanza. 
Perciò il Consiglio orvietano, il 29 novembre del '49, raddoppiò le 
pene stabilite per i danni inferii ai fondi e specialmente alle vigne. 



(1) Rif. LXVn, e. 17 r. 

(2) Rif. I-XVII, e. 67 t. 



172 G. PARDI 

Per riparare allo spopolamento delle città i reggitori di queste 
pensarono di concedere gli slessi diritti e privilegi dei cittadini 
ai forestieri che venissero a stabilirvisi. Così fu fatto a Siena e 
specialmente a Venezia ed in tutto lo stalo veneto. E così fu de- 
liberato si facesse pure ad Orvieto, dove vediamo, ad esempio, un 
tal Francesco di Soana venirsi a stabilire con diritti di piena cit- 
tadinanza nel maggio del '49. E già il 18 ottobre del '48, « quia 
urbevetana civitas propter scandala, guerras et angustias ac mor- 
tiferam peslem nimium suis civibus sit vacuala » (1), era stalo- 
deliberalo che chiunque venisse ad abitare in Orvieto avesse immu- 
nità per 10 anni. 

Un altro inconveniente della grande mortalità si fu uno stra- 
ordinario numero di pupilli e di pupille, sopra i cui possessi i 
tutori o le tulrici potevano commettere abusi o frodi. Perciò il 6 
ottobre 1349 furono imposte pene ai tutori che facessero ciò e venne 
deliberato che ciascuno di essi dovesse render ragione del suo- 
operato a due persone dabbene del rione in cui abitavano. E ciò 
almeno una volta Tanno e sempre quando ne fossero richiesti. Fi- 
nalmente il 6 decembre vennero eletti due buoni uomini per ogni 
rione cittadino, i quali, assieme al giudice del podestà o del ca- 
pitano di popolo, rivedessero i conti dei tutori e delle tulrici 

Altre disposizioni d'indole economica furono: che i macellai 
dessero il peso giusto della 'carne e non vendessero una specie 
di carne per un'altra (presa il 21 agosto 1348); che i panettieri 
dessero il peso giusto del pane e si eleggessero due buoni uo- 
mini per istabilirlo ai panettieri medesimi (presa il 6 novembre 
1348) ; che il fiorino valesse 4 lire cortonesi e non più (presa il 
3 febbraio 1349); che nessuno potesse vendere il vino ai fore- 
stieri (presa il 15 settembre 1349); e che finalmente nessuno si re- 
casse a lavorare fuori del contado orvietano. 

E furono sagge norme anche queste. La carne ed il pane 
sono gli elementi più essenziali per la vita e quindi si doveva 
aver cura che i macellai ed i panettieri dessero il peso giusto e 
che la carne fosse di buona qualità ed il pane ben colto. Essendo 
molto instabile il prezzo del fiorino, poteva venirne esageralo il 
valore : occorreva quindi determinarlo precisamente. 



(1) Rif. LXVI, e. 48 t. 



A PROPOSITO DI UN AUTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKV, ECC. 173 

Una delle cure maggiori dei reggitori dei (Comuni era di evi- 
tare la carestia ; in quel tempo pertanto, in cui molti campi ri- 
manevano incoltivati, era utile impedire che elementi di prima ne- 
■cessilà conie il grano (di cui in tutti i tempi mediovali fu proi- 
bita od ostacolata ad Orvieto l'esportazione) ed il vino rimanes- 
sero in città, e non fossero venduti a forestieri. 

In quel frangente, in cui v'era bisogno di braccia per lavo- 
rare i campi, è naturale si cercasse impedire che uomini validi 
per il lavoro si recassero altrove e che si confiscassero quindi i 
loro beni, quando si partissero dalla città e dal contado. 

Ma la prova più chiara di sapienza economica fu data dal 
Comune orvietano con il determinare il massimo delle mercedi. 
Noi crediamo non far cosa disutile riportando qui appresso inte- 
gralmente le tariffe delle singole arti, le quali ci suggeriscono le 
seguenti considerazioni : 

1.° — Abbiamo già detto che il criterio di un quarto di più 
•di quanto si soleva far pagare una cosa od un lavoro prima della 
peste del '48, è mantenuto in queste tariffe. Vediamo infalli che 
ai calzolai per il cuoio e per l'opera loro è imposto di non ri- 
chiedere « pretium quarti pluris illius quod accipiebant ante morta- 
litatem que fuit anno .M.CCC.XLVllI. ». Cosi i tessitori e le tes- 
sitrici di pannilani « accipiant et accipere possint quarlum plus 
eo quod accipiebant ante mortalità lem ». Così i fabbri ed i ma- 
nescalchi. 

1 muratori ed i legnaiuoli potevano esigere la paga di lire 4,80 
al giorno. Ora troviamo nel Cibrario (1) che il salario di un le- 
gnaiuolo era di lire 3,44 al dì. Elevando al massimo di prezzo la 
giornata di tale ar-ligiano sulla base di lire 3,44, abbiamo presso 
a poco tre quarti della giornata di un falegname orvietano nel 
1350, cioè di lire 4,80. Il che ci conferma nell'idea che le tariffe 
stabilite dai consiglieri orvietani in quell'anno fossero ispirate al 
criterio di un quarto di più di quello che si pagava prima del '48. 

Invece ai giurali di alcune arti, che procacciavano un lauto 
guadagno, quali i giudici, i notari^ i macellai, i tavernieri e gli 
albergatori, fu ordinalo di rispettare gli statuti delle respettive 



(1) Bella Ec. poi. del M. E., Ili, 349. 



174 G. PARDI 

arti : il che significava, s'io non erro, di non farsi pagare di più 
di quello che erano soliti per l' innanzi. 

2.° — F'er alcune arti, per le quali era agevole determi- 
nare il prezzo massimo di ogni cosa e di ogni lavoro, questo fu 
stabilito precisamente. Per altre poi, per le quali non era agevole 
far ciò, furono elette due o più persone oneste ed intelligenti di 
quella speciale arte, le quali tassassero coscienziosamente i ge- 
neri di vendita e le mercedi dei lavori. Sopra di questi inoltre 
erano dei tassatori generali, i quali, tenendo per norma la tariffa 
stabilita dal Comune o fatta dai tassatori speciali, dovevano di 
mese in mese confermare i prezzi o, se occorresse, modificarli, 
poiché (come è osservato con pratica saggezza nella deliberazione) 
« res cariores et minus care in unius mensis spatio et prò tempore 
esse solent ». Eravi finalmente un esecutore con salario conve- 
niente e sufficienti famigli per farsi rispettare e far osservare la ta- 
riffa determinata dai tassatori generali, punendo i trasgressori 
con una pena già fissata o, se non la vi fosse, imponendo egli 
stesso a suo arbitrio una multa, che poteva giungere sino a 100 
soldi di denari cortonesi (lire it. 43,65). 

3.0 — Le disposizioni risguardanti le singole arti e l'enu- 
merazione delle varie opere degli artisti danno un' idea della vita 
e dei costumi del tempo, degli utensili allora adoperati, delle ve- 
sti usate più comunemente. 

É interessante a questo proposito la tariffa dei sarti, in cui 
son dichiarate le diverse specie di indumenti usuali per uomo e 
per donna. Vediamo, ad esempio, come uno degli oggetti più fini 
di vestiario femminile fosse il mantello di saia d'Irlanda foderato 
di drappo. 

Dalla tariffa dei barbieri apprendiamo che essi solevano fare 
la barba nella loro bottega o nelle case degli avventori (extra), 
prendendo in questo caso il doppio di mercede : vale a dire in 
bottega 4 denari cortonesi (lire it. 0,14) e fuori 8 (lire it. 0,29). 
Al contrario, prima della pestilenza non potevano chiedere più di 
2 denari (lire il. 0,07) (1). 

I mugnai continuavano ad avere la stessa mercede, cioè la 



(1) Arch. com. d'Orv. Statuti della Colletta, Cod. n. 2 (deiranno 1334), § CXLI 



A PROPOSITO DI UN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC. 175 

ventesima parie delle biade macinale, come eran solili fare anche 
nel 1334 (1). 

1 calcinai dovean dare calcina ben colla e con giusla misura 
e cambiare quella non colta bene. 

E degna di nota, riguardo ai lavoratori di campagna, la di- 
stinzione tra i vari lavori che compievano (mietitura, battitura del 
grano, ecc.) e la ricompensa più o meno grande secondo la mag- 
giore o minor fatica dell'opera loro. 

4.0 — Tutte le tariffe stabilite nel 1350 risguardano cose di 
prima necessità e di uso comune e non oggetti di lusso o adope- 
rali da pochi. Infatti ai reggitori della repubblica stava a cuore 
che si avessero relativamente a buon mercato le cose di uso più 
comune. Quanto poi agli oggetti di lusso chi volesse procacciar- 
seli doveva pagarli quanto piaceva al venditore od alTarlista. Ed 
è naturale. Perchè chi voleva acquistare di tali cose superflue era 
certamente ricco ed in grado quindi di rimunerare generosamente 
l'operaio. Vediamo, ad esempio, che nella tariffa dei lavori da 
sarto è dichiarato il prezzo dei soli indumenti semplici; quanto a 
vesti più complicate di cucitura o ad abiti di ecclesiastici la mer- 
cede è lasciata all'arbitrio dell'artista. 

5.0 — I salari dei lavoratori orvietani nel 1350 completano 
la lista inserita dal Cibrario nel 3° volume dell'-È'conomia politica 
del Medio Evo, dando i prezzi di opere, di cui non si ha ivi al- 
cun esempio. Riportandola pertanto qui appresso stimiamo dover 
mettere a fronte delle mercedi in denari cortonesi (allora adope- 
rati ad Orvieto) il valore correspettivo in lire italiane, accettando 
il calcolo fatto dal Cibrario medesimo che ogni denaro cortonese 
valesse quanto lire 0,0364 di nostra moneta. 



(1) statuti della Colletta, Cod. n. 2, § LXXIII. Quod molendinarii non accipiant 
nisi de viginti partibus unam. 



A PUOI'OSITO DI IN AirriCOLO DI MASSIMO Ki » VAIJOVSK V, ECC. 



177 



Ordo artium, artificuui, latioratorum, rerum veodendarum el tiuiusmodi. 



Arte dei giudici 
■e dei notari. 



Tariffa dei ci- 
matori di panni. 



Tariffa dei cal- 
zettai. 



Tariffa dei tes- 
sitori e degli al- 
tri operai dell'ar- 
te della lana. 



Tariffa dei cal- 
zolari. 



Tassatori dei 
calzolari e dei 
loro s?arzoni. 



Omnes et siuguli de arte iudicum et no- 
tariorum teueautur et debeant observare sta- 
tutuui diete artis ad peuam .XXV. libraruni 
deiiarloruin, et minus, ut officiali et executori 
videbitur, cousiderata qualitate delieti. 

Clmatores accipiaut, de cimatura panni fio- 
rentini et ultramontani et hniusraodi, pretii 
octo libr. [proj '? kanna vel ab inde supra bis 
bene cimati .X. den. prò brachio, si semel pan- 
nus ipse ciraabitur .VI. den. de aliis autem pan- 
nis .VI, den. prò brachio. 

Calligarii prò sutura de pari calliyarum 
accipiaut duos soldos et sic de capputeo unius 
brachii, ab inde supra et infra prò rata, et in- 
tellig-atur de capputeo non lavorato nisi sutura 
simplici tantum. 

Testores artis lane accipiaut de tela 
.XXXIII. postarum .IIII. libr, den. . . . 
de tela .XXXVI. postarum .V. libr. den. , 
de tela ,XL, postarum .VI. libr. den. . . 
de tela .XLV. postarum .VII. libr. den. 

de tela .L. postarum .Vili, libr 

de sag-is mesculatis et liscis ultra .XLV. postas 
.Xll. libr 

Laboratoribus aliis ipsius artis lane ponau- 
tur taxatores artis. 

Calzolari! de calciamentis coiaminis et co- 
iamine et de ipsorum laboritio possint accipere 
pretium quarti pluris illius quod accipiebant 
antemortalitatem que fuitanno .M.CCC.XLVIII. 
et non ultra, et sic faciant pueri de laboritio 
eoruin, quorum calzolariorum et puerorum 

Cola Larii \ 

Vannutius Ciutii / . 

TI ^ o • . } sint taxatores. 

Petrus Scei et l 

Ciucciarellus Petri Federici ; 



Lire Soldi 

Denari 
corlonesi 



12 



10 
6 
6 



Lire 
italiane 



30 
24 
24 



85 



34 95 
43 68 
52 41 
61 14 
69 90 

104*83 



12 



178 



G. PARDI 



Tariffa degli 
orefici. 



Arte dei fabbri 
e dei manescal- 
chi e loro tassa- 
tori. 



Aurifices accipiant de laboratura argenti 
albi .X. sold. prò lincia, aurati autem siciit 
solebant. 

Fabri accipiant de cunctis ferris et labori- 
tiis qiiartum plus eo qiiod accipiebant ante 
mortalitatem et non ultra, et sic faciant mari- 
scalei, quorum 
Ceccarellus lacobelli Rustici 
Mag-ister lannes Petri faber et sinttaxatores. 
Tadeus Guidutii ) 



Arte dei pellic- 
ciai e loro tas- 
satore. 



Pelliparii de sutura ut supra quartum plus 
accipere possuut de sutura, quorum Martinus 
Vellis sartor sit taxator. 



Tariffa dei cu- Sutores de sutura robbe fornite et bene 

^'■^o^^- sute, scilicet gonnella cum manicis de avan- 

tagio, guarnacbia et mantello .XX. sold. den. 



Cucitura di indu- 
menti semplici. 



de mantello .V. sold 

de guarnacbia .VI. sold 

de gonnella .VI. sold 

de manicis de avantagio .III. sold. . . 

de fodero guarnachie .V. sold 

de farsitio schiecto vel mediato ad .XXIIII," 

rigas .XXVII. sold. 

de indumentis et pannis mulierum a .XII. au- 

nis supra medietas plus. 

de pueris .XII. aunorum masculis et fernmiuis 

et ab inde infra tertium miuus. 

de mantello mulierum sarge Jrlande foderato 

drappo .XX. sold 

de mantello lane panni alterius .XII. sold. 
de guarnello hominis .VI. sold 



Cucitura di ve- hec vero locum habeant de indumentis mediatis 

sti non semplici ^gj simplicibus et non in aliis, nec in indumen- 

o per Ecclesia- ^ ' 

Etici. tis ecclesiasticarum personarum, de quibus 

accipiant sicut est convenieus et labor exposcit. 



Lire Soldi 

Denari 
cortonesi 



10 — 



20 — 

5' — 
6 - 
6 — 
3 — 

5; — 



27 



Lire 
italiane 



20 

12 

6 



4l 36- 



73 

18 
61 
61 
30 
18 

77 



7a 
22 

61 



A PROPOSITO DI IX ARTICOLO DI MASSIMO KOVALEVSKY, ECC. 



179 



Arti dei macel- 
lai, procaccianti, 
tavernieri, ecc. 



Macellari i 

Procacciantes 

Taberuarii 

Pizicaioli 

Salai oli 

Fuuarii 

Albergatores 

Camagn aioli 

Maciuarii 



Tariffa dei mu- Muratores mag-istri et 

ratori e dei le- . 

gnaiuoli. Magistri liguaramis 



et quilibet eonim servare de- 
beut statiita, leges et ordiua- 
menta artium et civitatis Ur- 
bisveteris. 



de ipsonim mag-isterio 
accipiant prò die .XI. 
sold. prò quolibet, et 
non ultra. Manuales 
antera .VII. sold. 



Tariffa dei mu- Molendinarii prò molitura biadi accipiant 
r gnai- (jg .XX. partibns imam, et non ultra. 



Tariffa dei bar- 
bieri. 



Tariffa dei cal- 
cinari. 



Tariffa dei va- 
sai e loro tas- 
tatore. 



Tariffa dei te- 
gol ai. 



Barberi! prò barba in apotheca .IIII. den. 
extra .VIII. den. de coppa et heobottomia 
.VIII. den. prò quolibet, extra duplum. . . 

Calcinarii deut calcinam bene cottam ad 
mensuram Comunis iustam et formatam prò 
.X. sold. raserinm, et calcinam non bene cot- 
tam carabire debeant. 

Vascellarii de vasis, videlicet panata pititti 
.X. den. accipiant, de panatella media pititti 

.VI. den 

de vascello pititti .XII. den. 

de urceo .Villi, pitittorum .III 

de ciotola pietà .IIII. den. . 

de ciotola alba .III. den. . . 

quorum Xerutius dni Vannis sit taxator 

Tebularii accipiant de tebulis bene cottis 
ad mensuram Comunis factis de centinario .L. 
sold. 

de centenario planellarum .X. sold 

de centinario mactonum .XX. sold 



sold 



Lire Soldi 

Denari 
cortonesi 



Lire 
italiane 



11 — 



3 U.i 



10 



4 3G 



10 
12 

4 

I 

3 



50 — 



21 

4 

8 



180 



G. PARDI 



TarifTa dei vet- 
turali. 



Tariffa dei la- 
voratori campa- 
ij'nuoli: mietitori, 
battitori di gra- 
no, ecc. 



Pene per chi 
vada a lavorare 
fuori del contado 
orvietano. 



Pene per chi 
vada ad abitare 
fuori della città 
e del contado or- 
vietano. 



Victurales accipiaut de victuris et carregio 
prope civitatem, per duo miliaria de quolibet 
miliare dtios sold. ab inde supra .XVIII. den. 
prò miliare. 

Laboratores extivo tempore ed metendum 
et vacteudum ad plus prò die acci pere possint 

prò quolibet .X. sold 

et expensas, in aliis laboritiis .Vili. sold. cum 
uno medio pititto aquatitii tantum, et hoc a 
kalendis aprilis usque ad kalendas novembris. 
AUis vero temporibus .VI. sold. tantum cum 
aquatitio, et siquis eorumdem laboratorum ali- 
quo quesito colore plus acciperet vel peteret 
aut accipi vel peti faceret, solvat nomine pene 
qualibet vice .C. sold. den. et quilibet possit 
accusare et denumptiare delinquentem et ha- 
beat medietatem pene et teneatur sibi creden- 
tia. Et siquis laborator extra civitatem et co- 
mitatum Urbisveteris causa Iaborandi accede- 
rei, solvat lìomine pene prò qualibet vice .X. 
libr. den. et si moraretur dieta de causa ultra 
octo dies, ex tunc de octo in octo penam .X. 
libr. solvere teneatur, ita quod ultra primam 
vicem tot sint pene .X. libr. quot erunt sum- 
me .Vili, dierum. Siquis autem vellet ire ad 
laborandum extra coinitatum Urbisveteris, ha- 
bita licentia dnorum Priorum populi, iuxta 
ipsam licentiam ire possit et stare libere sine 
pena. Qui vero causa habitandi ob dictam cau- 
sam se abseutaret a civitate et comitatu et ac- 
cederei alio, inde ad .XV. dies reddire debeat, 
aliter dicto elapso termino, ex tunc prout ex 
nunc et ex nunc prout ex tunc, idem talis sit 
ipso facto de civitate et comitatu Urbisveteris 
exbanuitus et condempnatus iu centum libr. 
den. et omnia bona sua sint applicata et con- 
fiscata Comuni Urbisveteris. Et quilibet in quo- 
libet dictorum casuum accusare et denumptiare 
possit et teneatur sibi credentia et habeat me- 
dietatem pene, que possit et debeat auferri de 
facto et summarie sine strepi cu et figura iudicii 
et absque prolatione sententie. 



Lire Soldi 

Denari 
cortonesi 



10 



18 



100 



100 



Lire 


italiane 




85 
61 


4 


36 


3 


50 


' 


61 


43 


65 


87 


36 



87 



873 



A PROPOSITO DI IN ARTICOLO DI MASSIMO KOVALKVSKY, ECC. 



181 



Tariffa dei for- 
nari. 



Tariffa dei tes- 
sitori di panni. 



Furuaiii suis liguis et sino foniatico et ab- 
sque noccialis de raserio pauis bene cotti ac- 
cipiaut ad plus .V. sold. deu 



Textores et textrices pannorum liui, teva- 
gliarum et huiusmodi de ipsorum laboritio ac- 
cipiaut et acci pere possint qiiartum plus eo 
quod accipiebant ante mortalitatem et uou ul- 
tra, et siquis predictorum extra coniitatum et 
civitatein accederei, iu illam peuam cadat si- 
cut supra coutiuetiir de laboratoribus, et sinii- 
lis modus erg-a deliuqueutem servetur et ser- 
vari debeat 



Tariffa delle Alumpue, bavle et iiutrices in civitate mo- 

balie e nutrici, rantes suis expeusis in anno ad plus accipiant 

.XVI. libr. den. Ille de comitatu libr .XIIII. 

den. de bavlatico 



Tariffa delle 



Tariffa dei ser- 
vitori. 



Famule et servitrices suis calciamentis et 
indumentis accipiant expeusis dui .XV. libr. in 
anno. Ille autem que haberent expensas, indù- 
menta et calciamenta cong-rua habeant quinque 
libras et uou ultra 



Famuli et servitores extra civitatem labo- 
rantes cum expeusis dui habeant et accipiant 
in anno .XXX. libr. den. et non ultra. Et si 
haberent expensas et indumenta et calciamenta 
solita et decentia, prò suo salario habeant in 
anno florenos quatuor. Et si non haberent a 
duo expensas, uec iudumeuta, nec calciamenta 
et morareutur omnibus suis expeusis, habeant 
quinquag-inta libr. den. prò quolibet .... 



Lavoratrici e Laboratrices et curatores accipiant de ip- 
curaton. sorxim labore quartum plus eo quod accipie- 

bant ante mortalitatem. 



Lire Soldi 1 

Denari 
cortonesi | 


16 


5 


1 


14 


" 




' 15 
5 


— 


— 


i 
i 

30 

1 


— 


— 


50 


— 


— 



Lire 
italiane 



18 



139 
122 



131 



43 



262 



77 
32 



03 



65 



06 



437 



10 



182 



G. PARDI 



Tassatori di 
varie cose ven- 
dibili. 



Tassatori gè 
nerali. 



Ufficiale ese- 
cutore. 



Quo vendautur prò duobus den. unum . . 

\ siut supersti- 



Cecchiuus Nutii Macthey Sal- 
vatici 
Bartucciolus Vanuis Davini 
Guicciarellus Petri Federici 
Lutius Bartolomutil 



tes et taxato- 
res super 11- 
guis, paleis, 
caseo, pullis, 
anseribus, er- 
ba et huius- 
/ modi. 



- Ceccarellus dui Niui 
Contutius Yanuis Audrie 
Paulutus lacobelli Magalocti 
Uffolinus Nalli Cini 



generales ta- 
xatores super 
omnibus et 
sing'ulis arti- 
bus et artifici- 
bus et omni- 
bus aliis, quo- 
1 rum taxatloni 
/ cum cousensu 
dnorum Priorum popull stari et pareri debet, 
et devlse In mensem taxationem per Ipsos 
fieudam roborare nel reuovare debent, quia res 
cariores et minus care In unius mensis spatio 
et prò tempore esse solent, quorum taxatorum 
officlum durare debet .VI. mejislbus et non 
ultra. 

Et super predictis et quolibet predictorum 
slt et esse debeat unus officialis et executor 
cum Ilio officio et salario et familia sicut per 
Consilium fuerlt stabllitum. Qui officialis iuxta 
elus discretionem, In omni casu in quo non 
esset pena imposita, posset penam impouere 
et auferre usque ceutum sold. den. prout ipsi 
vldebitur et placebit, et tam In predictis quam 
in aliis penam et penas de facto exig-ere et au- 
ferre summarie, slue strepltu et fig-ura iudicil 
et ab.-que prolatione sententie. 



Orvieto, decembre 1895. 



Lire Soldi 

Denari 
cortonesi 



Lire 
italiane 



G. Pardi. 



IHli 



ANALECTA UMBRA 



A prova della diffusione e della popolarità nelT Umbria dei uomi 
dell'antica epopea, furono raccolti alcuni di questi nel fase. II, a. I del 
presente Bollettino, \)cig. 4o2. Ag'giunoiamo, dedottili dal catalog-o dei 
condannati eugubini dal 1240 al 44, che conservasi nell'Archivio storico 
di Gubbio, questi altri : Jaunuarius Sibiline (fol. 1), Blancus Marsiliae 
(fol. 3), Alisaute e Pag'anellus (ivi), Pag'anellus Bene e Pag-anellus Boni 
(ivi), Juntolus Pag'anelli, Fraucus Gratiae, Januarius Viviani (ivi), Agura 
OQannae (fol. 5 e seg.), Flore Paganelli (fol. 6), uxor Petri de Franco 
(fol. 7), Jacobus Viviani, Vivianus Ade (ivi), Johannes Sibiliae (fol. 8), 
Francolus Jaunis (fol. 9), Marsilia uxor domini Uguicionis (fol. 10), An- 
drae Oliverii (13\ 

Com' abbiam fatto pel soggetto precedente, apriamo una rubrica per 
la raccolta dei Fonti di Storia Umbra nelle biblioteche straniere. A Dresda 
(cfr. Katalog der Handschriften der Kiinigl. óffentlichen Bibliotek zu Dre- 
sden di Franz Schnorr von Carolsfed ; Leipzig, Teubner) trovansi, rela- 
tivi alla storia nostra, i ms. seguenti : 

Cod. F. 185. Coustitutiones domus Sapientiae Perusinae. Documenti 
del secolo XIV ; copie del secolo XVI, in 4" di ff. 67. 

Cod. F. 191. Iter Penisinuni, an. 1643 [di L. Holsteuio?], secolo XVII, 
in 8^ di ff. 18. 

Cod. F. 70. « Severii Minervii de gestis Spoletinoruin » : precede 
l'epigramma di Niccolò Scevola (fol. 2-38). — ' « Hic est liber in se con- 
tlnens omues labores, omnia onera et quae ego Thomas Martauus miles 
imperialis de Spoleto passus sum toto tempore vitae meae », 1429-1440 
{fol. 40-51). — « Vitae sanctorum qui apud Spoletum claruerunt », di 
Giov. Battista Bracceschi dell' ord. di s. Domenico (fol. 51-77). — « Vi- 
tae sauctorum Concordi! et Seutiae quae reperiuntur in quodam libello 
ms., in pagina pergamena apud mouiales ss. Triuitatis civitatis Spole- 
tinae » (fol. 78-80). — Vita Poutiani extracta ex libro pergara. vetustiss. 



1S4: ANA1.ECTA UMBRA 

ms. etiam cum figuris passiouis elicti saucti » (fol. 81-83). — [Simonis 
de Raiuis parmeusis'?] vitae potestatum Spoleti, 1274-1278 (fol. 84-87). 
— Cronaca Spoletina, 1305-1424. De uobilibus de Spoleto, 1378-1419 e 
1347-1417 (fol. 88-135), Secolo XVII, di ff. 135. Fu comprato a Roma nel 
1739. 

E testé uscito un bel volume di documenti su la Signoria di Fran- 
cesco Sforza nella Marca (Recanati, Simboli) raccolti nell' archivio di Re- 
canati da Michele Rosi : sta in bella compag'uia con le altre memorie 
pubblicate su codesto argomento dal prof. Gianandrea, dal Valeri e dal 
Benadduci. Tra gli uomini d' arme vi è ricordato Antonello da Narni ; 
tra gli uffiziali pubblici, Angelo da Perugia, Giovanni da Terni, Lotto 
de' Sardi vescovo di Spoleto e commissario pontificio, ser Antonio da Spo- 
leto e un Tommaso (da Rieti?) commisi^ario dello Sforza; trai presentati 
ma non eletti alla Potesteria di Recanati, Angelo delli Jocusi da Terni,. 
Antonio de Crisolinis di Amelia, un ignoto da Narni, Pieramico di Ar- 
cangelo pitr d'Amelia, e ser Beninteso di Giacomo da Foligno. 

Tra le spigolature di erudizione e di critica del prof. Francesco Fla- 
mini (Pisa, Mariotti, 1895 ; edizione di 70 esemplari), un articolo è re- 
lativo a Giovannautonio Campano, di cui il prof. Lesca die un saggio 
biografico e critico (Pontedera, Ristori, 1892). Il Campano fu dal 1472 
al 74 governatore per la Chiesa a Todi, a Foligno, ad Assisi e a Città 
di Castello : dal 52 al 59 era vissuto a Perugia dove nel 55 ottenne la 
cattedra di eloquenza. Il Flamini ne dà una succosa biografia. E a pag. 64 
e seguenti descrive il ms. XIII, C, 32 della Nazionale di Napoli, che 
contiene 1' Altro Marte di Lorenzo Spirito, non trascurando di menzio- 
nare l'altro cod. eh' è nella Bodleiana di Oxford, ital. 41. 

Dalla collezione di monete urbiche, posseduta dal prof. Bellucci, la. 
sig.^ Ada sua figlia ha dedotto brevi ma sicure Notizie sulla zecca di 
Gubbio (Perugia, Boncompagni), ch'ebbe vita dal tempo della signoria 
di Guidautouio da Montefeltro sino al 1799. Di coloro che principalmente 
illustrarono le monete eugubine, 1' autrice ricorda lo Zanetti, il Saverio- 
e il Cinagii. E Rinaldo Reposati'?: e pure è autore notissimo Della zec- 
ca di Gubbio in due grossi volumi (Bologna, Lelio dalla Volpe, 1772-73, 
di pp. 448 e 499). I documenti che riguardano Paolo Emilio, Giuseppe, 
Antonio e Giovanfrancesco Galeotti, zecchieri durante i pontificati da 
Innocenzo X a Benedetto XIII, sono posseduti dal prof. G. Mazzatinti 
che li acquistò da un rivenditore di carte da macero e sui quali può ri- 
tessersi con pienezza la storia della zecca eugubina in quel periodo. Le 



ANALECTA UMBRA 185 

monete studiate in quest'opuscolo dalla sig-.* Bellucci, l'iirono inviate^ alla 
recente Esposizione di Città di Castello, della quale In pubblicato (C. di 
C, Lapi), per ciò che rig-uarda l'arte antica, il Catalogo per cura, cre- 
diamo, del cav. Mag'herini Oraziani. Giacché finora in questo Bollettino 
non se u'è fatta parola, crediamo opportuno di additare (jnalcuno dei 
molti ogg'etti d'arte umbra, decoro di quella Mostra stiuisita. K, innanzi 
tutto, la tavola, rappresentativi la vergine seduta in trono col bam- 
bino, ed ai lati s. Caterina e s. Pietro Martire: in alto, sopra le due 
colonne del trono, due angeli veduti in iscorcio. Nel Catalogo (juest' o- 
pera bellissima è attribuita a Giovanni Santi : invece, è di Andrea .Man- 
tegna. I tre possessori d'allora (adesso è stata venduta) l'acquistarono 
in Urbino, dov'era collocata su l'altare della cappella del Palazzo du- 
cale e poi, da qui remossa, era stata nascosta in un soffitto del Palazzo 
stesso. Tale provenienza, la figura di s. Caterina che può giiulicarsi un 
ritratto, se non d'una duchessa, d'una gentildonna della corte, le ini- 
ziali A. M. (fu detto che indicavano Ave Maria anziché il nome del 
pittore), la tecnica del quadro e tante altre circostanze importanti per 
la sua storia esterna, non furono tenute in nessun conto dai possessori 
inesperti e troppo creduli ai g-iudizi di piìi inesperti nella pittura, sì che 
da essi fu recentemente venduta per un mitissimo prezzo. Chi l'acquistò 
l'ha già rivenduta come una delle cospicue opere di Andrea Mantegna, 
Ojtre a questa, notiamo: parecchie tavole d' ig'noti scolari del Perugino 
e di seguaci della maniera di Ottaviano di Martino e della scuola um- 
bra; il gonfalone di Benedetto Bonfigli in s. Francesco di Montone; pit- 
ture di Francesco da Castello, di Sante di Tito e di Bernardino di Ma- 
riotto; intagli in leg-no del Maffei da Gubbio; maioliche eugubine del 
secolo XVI; un piatto e una tazza a riverbero di maestro Giorg-io; si- 
g'illi medioevali di Castello e di Montone; bronzi umbri; il celebre pi- 
viale della Cattedrale di Gubbio; i mig-liori paramenti sacri, og-g-etti ar- 
tistici e documenti onde son ricchi il tesoro e l'archivio della Cattedrale 
Castellana. 



Nel numero 40 della Cronique des arts P. Durrieu ha stampato un 
articolo dal titolo Le jyrimitif italien du Musée de Lisieux. Trattasi d'una 
pittura che proviene da Perug-ia, ed ora è nel Museo di Lisieux in Nor- 
mandia. Rappresenta la Verg-ine col bambino ed é firmata da « Mastro 
Antonio de Calvis » . 

Il Supplemento XIV alla ZeitscJirift fftr romaniftche philologie di Gu- 
stavo Gruber contiene la bibliografia delle pubblicazioni del 1889 (Halle, 



186 ANALECTA UMBRA 

Niemeyer, 1894) clie può consultarsi cou frutto per la storia letteraria 
<iella nostra regùoue. 

Due belle raccolte di Canti popolari romagnoli e marchigiani rac- 
colti a Fossombrone (Forlì, Bordaudiui, 1894: Pesaro, Nobili, 1895) sou 
veuute ad arricchire la letteratura folkloristica mercè g-Ii studi e le cure 
dei professori B. Perg-oli e D. Rondiui. Ai nostri studiosi giovi qui darne 
l'annunzio per ciò che moltissimi canti di quelle due regioni son comuni 
alla nostra: naturalmente g"li accurati annotatori hanno sempre avvertita 
quella comunanza, ed è talvolta identità, di sentimento e di forma. 

Nelle Cronache forlivesi di Andrea Bernardi, il più vero e mag- 
gior cronista di Romagna, delle quali il volume I è stato ora pubblicato 
su l'autografo da G. Mazzatiuti, auspice la R. Deputazione di Storia 
Patria per le provincie romagnole, due capitoli trattano di storia nostra: 
« La Cita de Castello tolta da M. Nicolò dai Vitello », e « La Cita di 
Peruxa tolta alii Ode per li Baiune » . Non particolarità nuove : ma 
semplice ed utile conferma di quanto su quei due avvenimenti ci era 
noto. Il Cronista ha narrati con larghezza i due fatti, secondo che g-liene 
giunse « per el devolghe » il racconto : e questa, in generale, è la fonte 
delle sue cronache, le quali vanno dal 1476 al 1517. 

Nel Catalogo della B. Pinacoteca di Milano [Palazzo Brera] (Milano, 
Civelli) sono notate varie opere umbre. Due tavole di scuola umbra 
(pag. 29) e un' altra della scuola del Perugino (pag. 30) appartennero 
alla galleria Oggiani (Sala F). Una tavola di Nicolò di Liberatore (Sala II, 
num. 180) è firmata ed ha l'anno 1465: proviene dalla chiesa dei Con- 
ventuali di Cagli. Costituiva la parte centrale di un'ancona di quattor- 
dici tavole, undici delle quali esistono nella stessa Pinacoteca sotto i 
numeri 160, 161, 163, 165, 165 A-C, 180, 183,' 200, 276 e 278. Due scom- 
parti, rappresentativi S. Michele e S. Gerunzio, furono ceduti per cam- 
bio dall'Accademia a Filippo Benucci : un altro, in cui è raffigurato 
S. Sebastiano, è nella galleria Oggioui, num. 602. Il Frenfanelli Cibo, 
Nicolò Alunno (Roma, Barbèra, 1872, pag. 117), descrive questa tavola, 
accennando soltanto a tre di quelli scompartimenti. 

Nella 5* edizione del Katalog der gem.dldesammlung der Kgl. àlteren 
Pinakotek in Miinchen sono descritti sotto i numeri 1034, 1035. 1036 
tre belli dipinti di Pietro Perugino (Sala Vili, numeri 561, 550, 590). 
Ne discorsero anche il Crowe e Cavalcasene, Geschichte, ecc., IV, 267 
e 592. 



ANALECTA UMBRA 187 

Del nostro Presidente onorario i)rof. Ari<)(liiiit(! Fahrctli, il « ben vis- 
suto sag'g'io », come lochiamo un suo coll('<;vi, ha tessuto una dilij^cntis- 
sima biografia il prof. P>nianno Ferrerò e l'ha inserita nell' ^l/j////a/-/o 
della R. Università di Torino (a. 1894-95). Delle sue opere è qui data 
la bibliografia, dalle vite dei Capitani di ventura, pubblicate dal '42 al 
'46, ai documenti per la storia di Perugia, de' quali gli ultimi videro 
la luce nel '92. 

Come fu annunziato nel precedente numero di (juesto Bollettino, 
nella Miscellanea storica della Valdelsa (a. ITI, num. 2) è stato pubbli- 
cato dal sig-uor U. Xomi-Veuerosi-Pesciolini 1' accurato studio sul (juadro 
di Bernardino Betti (il Pinturicchio) esistente nella Pinacoteca Comunale 
di San Gimig-nano. Fu fatto eseguire dai monaci di Monteoliveto : rap- 
presenta la Vergine assunta, adorata da un papa (S. Greg-orio) e da un 
santo abate (Bernardo da Chiaravalle). Il documento dell'allog-azione del 
dipinto è qui prodotto, ed esiste nell'Archivio di Stato in Firenze: se 
ne deduce che 1' opera era finita il 9 febbraio del 1512. Illustra il bel- 
l'articolo la riproduzione fototipica del meraviglioso dipinto. 

Angelo Lupattelli ha dato alle stampe oltre alla storia della jntt ara 
in Perugia e delle arti ad essa affini dal risorgimento sino ai nostri 
giorni (Foligno, Campitelli, 1895), come era stato annunziato nel nostro 
Bollettino, I, 179, anche la Petit-Guide de Pérouse (Paris, Pedone Libraire 
edit. 13, rue SoufRet, 1895); e l'Accademia delle Belle arti di Perugia 
il discorso del colonnello Claudio Cherubini per la premiazione ed espo- 
sizione dell'anno scolastico 1894-95 (Perugia, Santucci, 1895). 

L'annuario dell'Accademia di Spoleto per il 1894 (Spoleto, Bassoni, 
1895) reca una Nota sullo statuto inedito di Collestatte e Torreorsina. Fu- 
rono due comunità delle diocesi di Spoleto rette con giurisdizione feudale 
tino alla restaurazione del Governo pontificio dopo l'epoca napoleonica. 
Il conte Paolano Manassei, autore della Nota, ricorda il privilegio di Be- 
nedetto III del maggio 856, la costituzione del 1218 di Onorio III e gli 
atti di Innocenzo IV, la soggezione agli Orsini e ai Manassei, i quali 
ultimi tennero la giurisdizione feudale di Collestatte infino al 1799. 
L'egregio conte Manassei si domanda: Quale ordinamento ebbero gli 
istituti feudali nello Stato Ecclesiastico? A risolver questo e molti altri 
quesiti che egli pone innanzi, osserva giustamente che « molto ha gio- 
vato o gioverà l'esame e lo studio degli statuti che si conservano delle 
Università feudali, statuti in cui la storia e la vita di esse si rispecchia ». 
E così cerca di dare un' idea dello statuto di Collestatte e Torreorsina, 



188 ANALECTA UMBRA 

redatto uel 1663 (epoca, veramente, insufificieute a dare un lume) e dì- 
viso nei soliti cinque libri. 

Annunziamo con vivo piacere la pubblicazione deW Annuario della 
Accademia Spoletina degli Othisi 1893-94 (Spoleto, tip. Bassoni, 1895) 
che contiene: Avvertimento — CampeUo, Notizie storiche dell'Acca- 
demia — Anfjelini C, Commemorazione Fontana e Sansi — Arcan- 
geli D., Per una g-nida di Spoleto — Angelini G. F., L' ag-ricoltura a 
Spoleto — Piergili G., Linfa fluente — Pomjnlj G., Pochi pensieri di 
scienza medica — Caetani-Andreani M., A. Monteluco — Gori F., Pro- 
posta di compilare una guida di Spoleto — Pizotta F., La letteratura 
classica agraria — Campello., Tornata del 25 ag-osto 1894; relazione — 
Campello, Commemorazione del canonico Bonaccia — Angelini G. F.f 
Le attuali condizioni della musica italiana — Caetani-Andreani il/., In 
morte di T. Gnoli Gualandi — Angelini C, Di un aifresco di Giovann 
Spagna — Pomjnlj G., Il parroco Kueipp — Gherghi B., Cenni biblio 
grafici e bibliologici delle opere di tre autori spol etini — JSIavai-sei P. 
Nota sullo Statuto inedito di Collestatte e Torreorsina — Commemorazioni 
dei soci De Eossi, Fabretti, Carini e Cantù — Avvertenza — Appendice 
— Elenco dei soci — Magistratura novemvirale. Come Appendice al- 
l' annuario 1893-94 sono pubblicati g"li atti della tornata 6 ottobre 1895, 
dove dopo le parole del presidente Paolo Campello della Spina si dà il 
discorso del socio sen. Gaspare Finali intitolato: Umbria nella Divina 
Commedia. 

Il nostro egreg-io socio Giuseppe Terrenzi nei suoi ajypiinti e note 
storiche parla del Comune di Xarni durante il secolo XIII^ in un libretto 
di pag'ine 77-XXII (Terni, Alterocca, 1895), prendendo le mosse dalla 
sog-gezione in cui passò il Comune dall'Impero alla Chiesa, soggezione 
che si riduceva al pagamento di sussidi, alla confeima degli statuti e 
all' arbitrato da accettare dalla S. Sede. Narra gli avvenimenti di quel 
secolo, le tendenze alle eresie patarine, lo spirito di rappresag-lia, l'in- 
fluenza di S. Francesco, l'azione di Innocenzo III, di Onorio III, di Gre- 
gorio IX, di Innocenzo IV, di Alessandro IV, l' alleanza di Narni con 
Spoleto e Todi (1259), la costituzione interna del Comune, per la quale 
si mantenne gagliardo nelle sue libertà, entrando a far parte di quella 
lega umbra con Perugia, Todi, Spoleto e Assisi che Bonifacio Vili di- 
sciolse, chiamandola cosa nefanda. La narrazione benissimo condotta 
sulla storia generale, e scritta con cuore caldo, termina con un manipolo 
di documenti, dodici in tutti, che si completano con la pubblicazione 
del Pardi fatta nel l volume del nostro Bollettino: Due paci fra Tern^ 



i 



AXALECTA UMI5UA 189 

■e Xarni, ecc., dove si produssero i documenti l-27)S decembre 1, dati 
neirVIII e IX dal Terreuzi nucora. 

Negli Atti della TI. Accademia delle Scienze di Torino, voi. X.XIX, 
si contiene una nota del prof. Federico Paletta : Apjninfi da un viano- 
scritto della Capitolare di Perugia, che contiene i franiinenti del vangelo 
di S. Luca editi nel secolo scorso dal Bianchini (Evangeliarum tjuadru- 
2)lej\ parte 2*, voi. 2", p. D e XI e seguenti) e da lui giudicati del prin- 
cipio del secolo VI e di cui vedi Blume, Iter dal., 10, 249, Bellucci in 
Mazzatinti, Inventario dei manoscritti delle Biblioteche d' Italia, Bettmanu, 
Archivio di Pertz, XII, óló. L'egregio professore esamina con buona cri- 
tica il manoscritto, esclude che vi sieno traccie di lettere in oro, uè pur- 
puree, specialmente per avere osservato in un manoscritto di numero 29 
del secolo XI nella parte interna di una delle assicelle della legatura 
« traccie evidenti di un foglio e mezzo di pergamena bianchissima, scritta 
a due colonne per pagina in antica e bella onciale. Le membrane forte- 
mente incollate al legno furono malamente strappate, di modo che ri- 
masero aderenti alla fodera brani di pergamena e l' inchiostro delle let- 
tere, che ora appaiono naturalmente voltate in senso contrario ». Egli 
colTassistenza del reverendissimo Romitelli vi ravvisò frammenti del van- 
gelo di S. Giovanni appartenenti senza alcun dubbio allo stesso evange- 
liario, di cui facevano parte i frammenti pubblicati dal Bianchini. Al- 
l'altra assicella della legatura dello stesso manoscritto numero 2) era in- 
collata una carta originale disgraziatamente mancante a sinistra, che 
riproduce, emeudaudo il Bethniauu che l'ascrive al secolo IX, mentre 
deve ritenersi del principio dell' XI. 

In nn opuscolo intitolato Vita di S. Eraclio martire e descrizione 
della sua chiesa nel castello di questo nome (Foligno, Artigian. di S. Carlo, 
1895), monsignor Faloci Pulignani ristampa quanto di S. Eraclio, di 
S. Giusto e di S. Mauro scrisse il Jacobilli nel 1G28 a pagine 131 134 
delle vite dei santi e beati di Foligno con varie annotazioni e giunte. 
Racconta poi brevemente le notizie della chiesa del secolo XI e delle sue 
pitture del secolo XV fino a questi ultimi anni, in cui ridotta a teatro 
ed altri usi, nel '95 fu ristabilita al culto, dopo lunghe contese, e col 
concorso del Governo restaurata. Si danno in JBue vari cenni sopra al- 
cuni che sortirono i natali in Sant' Eraclio. 

Fra le recensioni del libro del prof. Turbini Giulio su la patria di 
Properzio, aggiungiamo quelle accolte nei seguenti periodici : La lette- 
ratura, IV, 19 (recensione favorevole di C. Antona Traversi) ; Revue 



190 ANALECTA UMBRA 

critique iV liistoire et de litterature, numero 46 (recensione favorevole di 
Felice Ramorino) ; il Bibliofilo, X, 9-10 (favorevole) ; Berliner Philolo- 
gische Worchenschift, X, 22, (ì9(S-700. Ivi il signor Ugo Magnas dice 
che il libro « prova una scienza profonda ed un'ampia conoscenza della 
letteratura speciale dell'argomento, da raccomandarsi anche in Germania 
a tutti coloro che vogliono approfondire la questione ». 

Pubblicazioni nuziali. — Il dotfc. Ugo Patrizi ha stampato per le 
nozze Paci-Tommasi (Città di Castello, Lapi) due sonetti di Nerio Mo- 
scoli, di cui e d'altri poeti umbri darà presto la vita e le rime il pro- 
fessore Pietro Tommasini. I due sonetti com. : « Lor eh' io porsi la mano 
en ver le rose » e « Do lo robaste, di, donna leg-giadra ». Il Mescoli, è 
detto nella lettera dedicatoria, è di Castello e « vissuto tra lo scorcio del 
1200 e 1 primi del 300 » : egli « conferma la tradizione che die' agli 
umbri un alto posto nella vita del pensiero e nella forza dell' immagi- 
nazione e del sentimento ». — Il prof. G. Donati ha tratto dal ms. H^ 
fi! della Comunale di Perugia un sonetto ( « Qual donna si puoy dar quel 
vero vanto ») di Lorenzo Spirito e 1' ha pubblicato per le nozze Cone- 
stabile Della Staffa-Moceuigo Soranzo (Perugia, Boncompagni), riprodu- 
cendo con istrettissimo, e forse soverchio, rigore diplomatico la lezione 
del codice. — Lo stesso prof, ha dato in luce per altre nozze illustri 
(Pavxlucci de' Calboli-Lazari) il sonetto del Petrarca « Benedetto sia '1 
giorno, ecc. » qual' è nel ms. C. 43 della biblioteca perugina. — Per 
nozze Meniconi Bracceschi-Taticchi il conte Alessandro Ansidei ha ripub- 
blicata (Perugia, Boncompagni) l'ode « Dolce mi suona ancora » d'Ip- 
polito Pindemonte (edita già a Perugia nel 1780 per nozze Meniconi- 
Oddi), che fu amico ed estimatore di Reginaldo Ansidei. — Su II ca- 
stello dì SanV Elena ha raccolte notizie sconosciute il medesimo Conte e 
le ha dedicate al prof. V. Sereni nel dì delle nozze di sua figlia Giuditta 
con Francesco Bologna (Perugia, Santucci). Di questo, come dei tanti 
altri castelli del territorio perugino, Giuseppe Belforti cercò e mise as- 
sieme le memorie storiche, le quali Annibale Mariotti ampliò ed illustrò 
di note eruditissime. Il conte Ansidei ha ritessuta la storia del castello 
antico, di cui rimangono ancora gli avanzi severi e le mura, su quelle 
memorie e su altre che dedusse dai privati archivi delle famiglie Ugo- 
lini e Sansoni. 

Nel Separatabdruct aics « Zeitsclirift fUr handelsrech » (Band. XLI) 
trovasi una recensione del Goldschmidt ad una lettera del perugino Bal- 
do degli Ubaldi pubblicata dal dott. Federico Patetta. Questa lettera di 
Baldo (1327? — 1400), il quale fu una delle più salde colonne della giù- 



ANALECTA l MllKA 191 

risprudeuza medievale dopo la morte del suo grande iiiacstro Bartolo, 
riguarda negozi cambiari, ed è perciò iuteressautissima ])ercliè non si 
aveva fiu qui alcuna notizia che Baldo avesse egli stesso preso jìarte ad 
affari commerciali e di cambio. La lettera edita dal Patetta trovasi nella 
Vallicelliana di Roma (IIs. I). 24) ed il Goidsclunidt opina giustamente 
appartenga agli ultimi anni della vita di Baldo, l'orse nel 1399, in cui 
fu chiamato da Pavia, dove era insegnante, a Piacenza, al qual fatto 
sembra riferirsi un passo della lettera medesima. 

F. Meili nel suo scritto intitolato Die theoretischen Abhandlungen 
von Bartolus iind Baldus uber </a.s' internationale Privat-iind Strafrccht 
rusammengestellt (Leipzig, Duncker u. Ilumblot 1894, p. 64, in 8 — Ver- 
mehrter Sondetabdruck aus der Zeitsch. filr internationale Privat u. 
Strafrecht IV) trascrive le trattazioni di Bartolo e di Baldo relative al 
diritto privato internazionale e con ampia dottrina le illustra, provando 
che con Bartolo si inaugura un'epoca nuova per il diritto privato e pe- 
nale internazionale e Baldo partecipa con lui all'onore del principato di 
questa scienza. 

Un bel discorso è quello che il Pardi ha pronunziato nella solennità 
della distribuzione dei premi delle scuole Liceali, Ginnasiali, Tecniche 
e Elementari di Orvieto il 20 novembre del 1895. Egli ha parlato della 
storia e della sua importanza nell'insegnamento con parola elevata e 
brillante. « Xella storia all' indagine paziente e minuziosa dei fatti si ac- 
coppiano stiipendameute l'impeto della eloquenza, l'ardore ed i colori 
smaglianti della poesia, la profondità di considerazioni della filosofia ». 
E qui dà a grandi linee i sommi insegnamenti che si ritraggono dalla 
suprema maestra della vita, abbracciando a larghi tratti la storia delle 
popolazioni asiatiche, dove fu la culla della civiltà, la storia del popolo 
romano, dalla unità del cui impero si dilatarono rapidamente dovunque 
e senza ostacoli le belle massime del cristianesimo, la storia d'Italia, che 
« sede una volta di un potentissimo impero, fiorente d' agricoltura anche 
dove regna or la malaria, ricca di commerci «e d'industrie, invasa poscia 
da stranieri di og-ui specie — gli uni meno barbari degli altri, ma cru- 
deli i secondi più dei primi — divisa, sminuzzata, lacerata, vide a 

poco a poco crescere con tanti e sicuri progressi da umili principi quella 
cavalleresca casa di Savoia che doveva finalmente coronare il sogno dei 
patrioti e dei martiri, l'indipendenza e l'unità della patria ». Il di- 
scorso splendido offerto a S. M. la Reg-ina Margherita, ha incontrato dal- 
l' Augusta Donna, che personifica la bontà e la cultura italiana, il più 
sincero gradimento, e il giovane autore ha ricevuto dall'alta Signora i 



192 ANALECTA UMBRA 

più lusiughieri rallegramenti, felicitandosi coli' eg-regio professore, che 
dalla cattedra eleva i giovani ai più nobili ideali del bello e della patria. 
Il discorso è stato elegantemente stampato dalla Tipografia Boncompagni 
di Perugia. 

Il nostro socio prof. Carmelo Cali in xin opuscolo intitolato: « Pacifico 
Massimi e l' Hecatelegium » discorre della lunga e agitata vita del poeta 
Ascolano, dà la bibliografia delle opere di lui che « fu il creatore dì 
quel genere di poesia a doppio senso che ha nome da Francesco Berni, 
precorse in un certo qual modo Pietro Aretino e fu in polemica con An- 
giolo Poliziano », rammenta l'opinione che di questo umanista ebbero i 
contemporanei ed i posteri e conclude con l'affermare che il Massimi ha 
lasciato nell'arte tracce indelebili. — L'opuscolo pregevole per la pro- 
fonda ed estesa cultura, della quale il prof. Cali vi dà saggio, ha per 
noi uno speciale interesse, poiché il Massimi visse in Perugia dal 1459 
fino al 1467 per lo meno, fu protetto dai Baglioni e particolarmente da 
Braccio II e ricordò in molte sue poesie uomini e cose di Perugia. 

Un mazzetto di leggende Sublacensi illustrate, è una vera fioritui'a 
di erudizione del signor Carlo Merkel che con questo titolo ha pubblicato 
un libretto (Roma, Forzani e C.) di 40 pagine, di utile e gratissima let- 
tura. Esse leggende hanno un valore storico notevole veramente, « Pro- 
vano per quali robuste fila avvenimenti e racconti antichissimi si siano 
conservati nella memoria del popolo... Queste leg'g'ende e questi usi che lo 
scetticismo moderno non ha potuto soffocare ci fanno rivivere nei tempi 
antichi, in cui l'Alighieri immaginò la Divina Commedia, ci rappresen- 
tano ancora quel popolo pio ed immaginoso, dal quale per secoli usci- 
rono tanti artisti maravigliosi ». I titoli sono questi: 1. Leggende di 
S. Benedetto. 2. Santa Chelidonia. 3. Il Santuario della SS. Trinità. 

Negli Atti deW Accademia Properziana del Subasio in Assisi (decem- 
bre 1895, numero 3) il canonico Giuseppe Elisei egregiamente illustra 
un sarcofago gentilesco, che trovasi nel sotterraneo dell'antica Chiesa 
Ugoniana sotto la presente cattedrale di S. Rufino, e pubblica delle 
memorie storiche sul coro grande della stessa Cattedrale, opera splendida 
di maestro Giovanni da Sanseverino. — Le sculture del sarcofago sou 
riprodotte in una tavola in fondo a questo fascicolo degli Atti della be- 
nemerita Accademia Assisana. 



1!>3 



SPOGLIO DI PERIODICI (1891-92) 



Archivio storico dell'arte (Roma). 

1891, fase. 1. Fumi L., Ricordi d'un Oratorio del secolo XV nel 
Duomo di Orvieto. Alle dilig-entissime notizie storiche seg-uouo 26 docu- 
menti inediti, tratti dall'Archivio dell'Opera, dal 1402 al 1493. La cap- 
pella venne demolita : « alcuni frammenti di marmo scolpito a busti di 
santi e stemmi dell' Opera, rinvenuti dopo demoliti gli altari nel luogo 
ove era stata la cappella, hanno indotto a crederli avanzi degli ornati 
di essa. Ma nulla di certo ; e nuli' altro rimane di questa opera che il 
ricordo pervenutoci dai documenti » . — Compimento del palazzo Marino 
in Milano di Galeazzo Alessi : notizia. 

Fase. 2. Fritz Harck, quadri di maestri italiani nelle Gallerie ]ìri- 
vate di Germania. Nella Galleria Weber di Amburgo la scuola umbra 
è rappresentata da una lunetta attribuita al Perugino, ma da ascriversi 
piuttosto alla sua scuola. Due altre tavole pone l' Harck in compagnia 
di quest'opera umbra : ma esse sono di Marco Palmezzano che è forli- 
vese ! — Corrado Ricci, Fioravante Fioravanti e V architettura bolognese 
nella prima m,età del secolo XV. Toccasi del F. in Perug-ia, dove « fe- 
de lo chastello di Braccio » Fortebraccio a Montone, coni' è dichiarato 
In una lettera di Jacopo della Quercia a un operaio del Duomo di Siena. 
A Montone fu nel 1418 : questa data è stabilita dal R. mercè un docu- 
mento deir Archivio criminale di Bologna. Anche si determina che i la- 
vori dell'emissario perugino del Trasimeno sono suoi, malgrado l'asserto 
di Annibale Mariotti che li attribuisce ad Aristotile Fioravanti ; e pur 
suoi son quelli eseguiti al Velino presso la caduta delle Marmore. — E. 
A., La remozione del coro della chiesa suiìeriore di s. Francesco d'Assisi. 
L'a. esprime il proprio parere dichiarando che plaude alla remozione, 
« poiché si riparò in tal modo ad un grave errore artistico compiuto nel 
1500, l'errore d' ingombrare un tempio che artisticamente può dirsi il più. 

13 



194 SPOGLIO DI PERIODICI 

bello e perfetto della cristianità » . La ragione del suo plauso sta uel fatto 
che il coro del Sanseverinate « copriva parte delle pitture di Giunta e 
di Cimabue, stuouava pure colle linee perfettamente euritmiche del mo- 
numento, ed impediva che 1' altare potesse essere ricollocato uel mezzo 
della crociera, suo posto originario ». Conclude: « meglio quindi che la 
remozione sia avvenuta ». 

Fase. 3. N. B[aldoria], Recensione dell' opuscolo di Luca Beltrami, 
Andrea Orcagna sarebbe autore d'un disegno per il pulpito del Duomo 
di Orvieto? Gli pare che il Beltrami «abbia colto nel segno attribuendo 
quel prezioso frammento ad Andrea Orcagna, il quale, come si sa, prese 
parte ai lavori del Duomo, sia come architetto, sia come mosaicista dal 
1358 al 1361, dopo cioè aver terminato a Firenze il celebre tabernacolo 
di Or San Michele ». Nuove e minute osservazioni del Baldpria confer- 
mano e raiforzano questo giudizio. — Tiberi L., Adamo Rossi : necro- 
logia e bibliografia de' suoi scritti editi sulla storia e di critica artistica,, 
e degl' inediti. Fra questi sono da notarsi alcune memorie su la Catte- 
drale di Perugia, su la fontana e 1' acquedotto, su la pittura dal seco- 
lo XIII al XVI, il catalogo descrittivo della Pinacoteca Vannucci, vari 
studi su Raffaello e un discorso su gli architetti fra Bevignate, Barto- 
lomeo Mattioli e Galeazzo Alessi. 

Fase. 5. A. Nardini Despotti Mospignotti, Lorenzo del Maitano e la 
facciata del Duomo di Orvieto. Monografia ampia e diligentissima. 

Fase. 6. E. Miintz, L'architettura a Roma durante il pontificato di 
Innocenzo Vili: Nuovi documenti. Uno di questi, del 31 marzo 1485, 
riguarda « magistro Gasparrino civi perugino architectori » . 

1892, fase. 1. V è data la riproduzione del quadro di Fiorenzo di 
Lorenzo, posseduto dalla Galleria Borghese, rappresentante il crocifisso 
coi santi Girolamo e Cristoforo. « Da alcuni attribuito alla giovinezza 
del Pinturicchio, splende come se fosse tutto incastonato di gemme, ha 
la freschezza d'un'opera appena uscita dalle mani del suo autore ». 

Fase. 2. Kristeller P., La xilografia veneziana. V è riprodotto il fron- 
tespizio della « Spiritualis vitae compendiosa regula » di fra Cherubino 
da Spoleto, in grandezza originale (Venezia, s. a., in 4). E v' è ricor- 
data la rara edizione dei Fioretti (Venezia, 1490) di cui un esemplare è 
nel Museo Correr G., 13 : a fol. 1 è incisa la figura del santo che riceve 
le stigmate (cfr. la Bibliographie des livres à figures vénitiens del Duca 
di Rivoli, pag. 85 e 170). 

Fase. 3. A. Venturi, Disegno per il pulpito del Duomo di Orvieto. 
E nel gabinetto delle stampe a Berlino e qui vien riprodotto (vedi l'ar- 
ticolo del Beltrami sopra citato). Il prof. V. nota che « lo stile delle fl- 
gurette del disegno di Berlino, stile più distinto che nelle altre di Or- 



SPOGLIO DI l'ERIODICI 195 

vieto, ha caratteri spiccatamente senesi, tanto che non sarciumo alieni di 
credere che il diseg'uo apparteng-a a Lorenzo Maitani ». 

Fase. 5. Boni G., Il Leone di s. Marco. S'accenna al Toro in bronzo 
della Cattedrale di Orvieto e se ne dà la fototipia. K di Lorenzo Mai- 
tani. — Nella Miscellanea si dà la notizia del liicollocainento del coro 
in s. Francesco d'Assisi. Il Cavalcasene, che quel ricollocaniento com- 
battè col Sacconi, col Cantalamessa e col Sacconi, torna a riaffermare il \ìto- 
prio giudizio sulla giustizia della rimozione del coro (cfr. il rapporto del 
Sacconi in Bollettino ufficiale, uum. 23 ; 30 dicembre e 4 maggio 1S!)2), 
cui definisce « macchinoso mobile », pur riconoscendo (meno male !) eh' è 
« non privo di pregi » . 

Archivio della R. Società romana di storia patria (Roma). 

1891, fase. 1-2. L. Fumi, Carteggio del Comune di Orvieto degli anni 
1511 e 1512. Sono 28 lettere importanti per la storia delle imprese di 
Giulio IL 

1892, fase. 1-2. C. Calisse, Costituzione del patrimonio di S. Pietro 
in Tuscia nel sec. XV. Ne fecero parte la contea di Sabina, compren- 
dente i distretti di Narni, Terni, Rieti, Amelia e il territorio fra Spoleto 
e la Nera. Anche vi sono studiati i diritti di Orvieto su vari Comuni. 

Archiv fììr literatur und Kirchengeschiciite (Friburgo). 

1891, fase. 1. Ehrle Fr., Die dltesten Hedactionen der Generalcon- 
stitutionen des Franziskanerordens. In questa dotta trattazione sono pub- 
blicati estratti di decisioni di Capitoli, fra i quali di quelli di Assisi. Fra 
i manoscritti delle antiche costituzioni è studiato quello della Comunale 
di Todi. 

ARCin\ao storico italiano (Firenze). 

1891, disp. 3. Necrologia del barone A. Sausi. Comprende un esame 
accurato delle opere sue illustranti la storia di Spoleto. 

Disp. 4. Favorevole recensione della Storia di Città di Castello del 
Magheriui Graziani. — Nello stesso fase. E. Miiutz prende in esame i 
lavori e le pubblicazioni sulla storia dell'arte italiana. 

Fra le altre opere è notata quella dell' lieiss, Médailleurs de la Re- 
naissance in mezzo ai quali è Ludovico da Foligno. Ed è pur ricordato 
che in uno dei volumi del catalogo della Collezione Spitzer appare il 
pastorale di Benci Aldobrandini vescovo di Gubbio (1331) e un bassori- 
lievo magnifico dei Della Robbia, rappresentante l'Ascensione e prove- 
niente da Città di Castello. 



196 SPOGLIO DI PERIODICI 

Arte e storia (Firenze). 

1891, Bonucci I., Un'opera di Bernardino Pinturicchio. Crede sia 
suo il- quadro dell'Assunta eh' è nel Museo di Napoli. — Faloci-Pulig-uani 
M., La Maestà bella x>resso Foligno. È l' immagine a fresco d'una ma- 
donna, dipinta nel sec. XV in un' edicola fuori della città da Pietro Moz- 
zasti. Cfr. Tja Bondinella, strenua umbra, Spoleto, 1843, pag. 5 e seg*. 
— Notizie di Spoleto sui restauri nel Duomo, e sulla scoperta del teatro 
romano e della rocca. 

1892, Miintz E., Gli architetti Cola di Caprarola e Antonio da san 
Gallo il vecchio a Nepi. Cola fu illustrato con documenti da A. Rossi iu 
Giorn. di erudiz. artistica, I, 3 e seg"., 343 e seg". Lavorò a Todi e a 
Foligno. 

Atti della R. deputazione ferrarese di storia patria (Ferrara). 

1892, fase. 1. Venturini 0., Belgradi accademici conferiti dallo stii- 
dio di Ferrara nel primo secolo di sua istituzione. L' 8 magg'io 1488 fa 
conferito il « doctoratus in medicina » ad « Autonius de Vitellensibus 
de Fulig-no » . Un « dominus Bandinus de Fulig-no » era tra i commissari 
pei conferimenti delle cattedre nel 1402. 

Axxuali dell'Università di Perugia (Perug-ia). 

1892, 1. Scalvanti 0., Il Mons pietatis di Perugia con qualche no- 
tizia sul Monte di Gubbio: con documenti. 

Atti dell'accadeiiia la Nuova Fenice (Orvieto). 

Rapporti delle tornate 1890-91, BuUettino 2-4. Il socio G. Cozza Luzi 
lesse il discorso // Duomo d' Orvieto e Raffaello Sanzio nel trionfo eu- 
caristico ; il socio Zampi trattò della pianta, e il socio L. Fumi delle de- 
corazioni a stucco nelle cappelle del Duomo stesso e delle pitture che 
qui furono eseguite dal 1337 iu poi ; il socio Onori della vita e delle ope- 
re di Gentile da Fabriano che dipinse anche a Perugia, a Città di Ca- 
stello ed in Orvieto, dove nel 1425 compiè in una cappella del Duomo 
\?i, X>ulcerrima maiestas ; il socio Fumi discorse dei Moualdi e Filippeschi 
a proposito de.' noti versi del canto IV del Purg. di Dante. Anche si 
die conto del Diario Orvietano di ser Tommaso di Silvestro, di cui la 
stampa è affidata alle cure amorose e sapienti del socio Fumi, e dell'Al- 
bum poliglotto che fu da lui raccolto e pubblicato pel sesto centenario 
del Duomo. Notevolissima in questo splendido volume la introduzione 
storica del socio Rondoni, eh' è un felice riepilogo della storia medio- 
evale orvietana, fatto sul Codice Diplomatico della città, messo assieme e 
dato in luce nel 1884 dallo stesso socio L. Fumi. Sono altresì da segna- 



SPOGLIO DI PERIODICI 197 

larsi gli articoli del Lisiiii sui pareri di T^ori'iizo Maitaui e il Duomo di 
Sieua ; del Gaudiui sulle tappezzerie dipinte nel J)uonio, con riprodu- 
zioni eroniolitografìche ; del Beltrauii ohe indaga se Andrea Orcagiia lu 
autore d'un disegno pel pulpito del Duomo; del Leonori su le più in- 
signi cattedrali del secolo XIII; del Nardiui Despotti su i (|uadri a mo- 
saico nella tacciata del Duomo. Il socio Cerretti vi pubblicò la lìappre- 
sentazione del miracolo di Bolsena, prezioso documento per la storia del 
teatro: cfr. Torraca, Il teatro Hai. (Firenze, Sansoni, 1885), pag-. VI. 

Rapporti delle Tornate 1891-92. Il socio Fumi trattò di l'aolo 111 in 
Orvieto uel 1536, secondo le notizie tramandate dalle Riforme e da lui 
ilhistrate con note. Nella seduta del 15 giugno fu approvata la stampa 
d' un opuscolo dal titolo Eapporti fra Genova ed Orvieto nel secolo XIV, 
dimostrati da nove documenti ^^1300-1390) tratti dall'arch. coni, orvietano 
e dal socio Fumi pubblicati in omag-g-io al quinto Cong'resso storico di 
Genova. Questo numero del Bollettino è illustrato da un diseg-no di fram- 
mento di tazza etrusca, che conservasi nel museo Faina, e da due piante 
del Duomo. 

Xum. 5-6. Il socio Cardella die larg-a notizia ' delle pitture di una 
tomba etrusca a camera, scoperta presso Orvieto; die resoconto degli 
scavi d'una necropoli il socio Mancini; dell'architetto militare e civile 
Ascauio Vitozzi discorse il socio L. Furai e lesse una memoria che può 
servire d' introduzione al Diario della guerra di Castro dal 1641 al 43 
che conservasi ms. nell'archivio storico d'Orvieto: di Ugolino di Mon- 
temarte, luogotenente dell'Albornoz, trattò il socio Tommaso Onori; del 
materiale raccolto dal Fontanieri per una storia della diocesi orvietana^ 
11 socio Palazzetti ; della costruzione del Duomo e degli artisti che vi 
operarono, il socio Zampi ; e da ultimo della vita di Gentile da Fabria- 
no, ricordandone i dipinti in PeriTgia ed Orvieto, il socio conte Fabri 
Stelluti. 

COJIPTES-RENDU DES SÉAXCES DE l/ACADÉMIE DES InSCRIPTIONS (Parigi). 

1892, gennaio-febbraio. Casati C, Note sur la nécropjole étrusque dé- 
couvert en 1891 à Castiglione del Lago. E del sec. Ili a C. 

Deutsche litteratiti zeiting (Berlino). 

1892, num. 4:4. Frey C, Il Duomo d' Orvieto e i suoi restauri di L. 
Fumi: recensione favorevolissima. 

HiSTORiscHE ZEiTSCHRiFT (Monaco - Lipsia). 

1892, fase. 1. Recensione de II Castello di Campetto di P. Campello. 
Notasi che l'a. divaga dall'argomento. 



198 SPOGLIO DI PERIODICI 

Gazzetta letteraria (Torino). 

1892, niim. 2. Del Cerro E., Attraverso V Umbria verde: Assisi. 
Niim. 41. Del Cerro E., Perugia. 

Giornale storico della letteratura itamana (Torino). 

Voi. XVIII, fase. 1-2. R. Sabbadini, Briciole umanistiche. Vi si tratta 
di Tommaso Fontano che il Lancellotti identificò con il Seneca da Ca- 
merino, e il Biondo, da questi disting'uendolo, lo disse di Perugia. Il 
Sabbadini non sa dov' egli fosse nel 1444, « ma probabilmente in qualche 
paese dell'Umbria, giacché pare che egli abbia trascorso nell'Umbria 
l'ultima parte della sua vita, come insegnante e come magistrato ». In 
fatti alcune sue lettere, contenute nel cod. Vaticano Ottoboniano 1677, 
•sono datate da Perugia e Foligno. 

Voi. XIX, fase. 1. F. Novati, Le poesie sulla natura delle frutta e 
i Canterini del Comune di Fii'enze nel Trecento. Naturalmente l'a. ricor- 
da anche Benuccio da Orvieto e, pubblicata di sul cod. Redìano-Lauren- 
ziauo 184 la sua canzone « be' signior, poi che maug-iato avete », si 
prova di stabilire le relazioni che corrono fra questo componimento e il 
capitolo di Pietro Cantarini da Siena « Chari signor, po' che cenato ave- 
te », e conclude che Benuccio, forse inconsciamente, modellò la canzone 
sul capitolo del senese. 

Fase. 2-3. Cesareo G. A., Su V ordinamento delle poesie volgari di 
F. Petrarca. Riferisce la canz. « Spirto g'entil » a Bosone da Gubbio, 
riportandola agli ultimi del 1337. E largamente detto per quali ragioni 
la canzone non possa convenire ad altri, ma si bene al Raifaelli. Cfr. 
Domenica del Fracassa, II, num. 2 e 8; Fan fidla della Domenica, 1886, 
num. del 2 maggio. 

Voi. XX, fase. 1-2. E. Lamma, Il cod. di rime antiche di G. G. Ama- 
dei. Il L. dà la tavola di tre codici bolognesi, ne' quali si leggono anche 
il sonetto di Bosone da Gubbio in risposta a Cino da Pistoia, i noti so- 
netti di Andrea da Perugia al Petrarca, e la canzone « Cruda selvag- 
gia, ecc. » di Bartolomeo da Castel della Pieve. — Recensione de La pro- 
jìhetia fratria Mudi de Perusio pubblicata da R. Filippini sopra un cod. 
napoletano (Fabriano, 1892). Umbro ne è l'autore; ma l' identificare ser 
Mucio o Stramazzo con frate Mucio è cosa malsicura. 

Il Muratori (Roma). 

1892, fase. 1. Palmieri G., Seine degli abbati di Farfa in continua- 
zione al Muratori. E ricavata da una storia di un Gregorio romano che 
va dal 1101 al 1640. Continuaz. nei fase, successivi. 

Fase. 2. Ballerini F., Le feste di Gubbio per la nascita di Federico 



J 



SPOGLIO DI PERIODICI 199 

Ubaldo dei Duchi d' Urbino. Relazione dall'archivio Vaticano, Arni. LX, 
1. Coutinuaz. nei fase, successivi. 

L' Arcadia (Roma). 

Ili, 6. Bartolini A., Dante in Gubbio. 

La biblioteca delle scuole italiane (Modena-Veronaì. 

1892, num. 3. F. Gabotto, Altri documenti su Tommaso I\[arroni da 
Mieti. Cfr. questo Bollettino, I, 174 e 445. 

MlTTHEILlTs'GEN DER KAISERLICHEN DEUTSCHEN ARCIIAEOLOfUSCIIEN IN- 

STiTcTTS (Roma). 

1891, fase. 2. Il Petersou dà conto di scoperte a Spoleto. 

IsuovA Antologia (Roma). 

1891, fase. 6. Recensione delle Cronache di Perugia, voi. III, edite 
da A. Fabretti. Favorevole. 

Fase. 14. Recensione de II duomo di Orvieto e i suoi restauri di L. 
Fumi. Favorevole. 

Notizie degli scavi d'antichità (Roma). 

1892, gennaio. Scavi della necropoli di Todi e rinvenimento di og- 
getti del sec. III-II a C. 

Febbraio. Altri scavi a Todi. 

Marzo. Altri scavi nella necropoli citata. 

Ottobre. Notizia di un bollo figulinario scoperto a Perugia. 

Nuova Rivista Misbna (Arcevia). 

1891, num. 2. Anselmi A., Necrologia di Adamo Rossi. 

Num. 6. E. Luzi, L'Università degli studi in Ascoli Piceno. Vi è 
asserito che nel sec. X i monaci, emigrati da Farfa, fondarono in Ascoli 
■e nel suo distretto i principali monasteri. 

Xum. 7. Necrologia di A. Angelucci di Montecastrilli. 

Num. 8. P. Tedeschi, Di Luciano da Lovrana. E l'architetto anche del 
palazzo ducale di Gubbio. Qui se ne ritesse un'accurata biografia. 

Num. 11. V. E. Aleandri, Bernardino di Mariotto da Perugia pit- 
tore del sec. XVI e la sua dimora in S. Severino dal 1502 al 1521. 
Notizie documentate di pitture da lui eseguite a S. Severino in quegli 
■anni. 

1892, num. 1. Anselmi A., Monumenti ed oggetti d'arte in Albacina. 



200 SPOGLIO DI PERIODICI 

Nella parete della casa Merloni Sautoui è un affresco di Orlando Merlini^ 
pittore perugino (sec, XV-XVI). 

Nnm. 2. Id., id., in Arcevia. Due pilastrini d'una tavola del Siguo- 
relli in S. Medardo sono della maniera di Niccolò di Liberatore : nella 
sagrestia è una croce processionale d' argento di Cesariuo del Koscetto, 
orafo perugino, fatta dal 1524 al 26. Nella chiesa di S. Maria degli Ere- 
mitani di S. Agostino è una statua di S. Autouio abate, scolpita in le- 
gno, di scuola umbra del sec. XV. 

Num. 6. Id., id. in Sassoferrato. Nella chiesa di S. Pietro e S. Chiara 
è una tavola da attribuirsi a Orlando Merlini che nel 1478 abitava in 
Sassoferrato. Nella sagrestia è un frammento d'affresco, rappresentante 
l'Annunziata, di pittore umbro del sec. XV. In S. Croce è il trittico di 
Antonio da Fabriano, creduto finora opera di Nicolò di Liberatore. Nella 
chiesa parrocchiale di Col della Noce esiste un trittico di Matteo da Gualdo 
con la data del 1471. 

Num. 10. Fra le Notizie e Varietà è dato breve cenno di una grande 
tavola di Pietro Perugino, esistente nell' ex-monastero di S. Maria delle 
Grazie in Senigaglia, e dei restauri eseguitivi a cura del Ministero di P. L 



Kevue critique d' histoire et littérature (Paris). 

1891, fase. 20. Recensione molto favorevole della Storia di Città dì 
Castello del cav. Magheriui Graziani. 

Eepertoriuji FiJR KuNSTWissENSCHAFT (Berlino). 

1891, XII. Schmarsow A., Antonio Federighi. A questo scultore se- 
nese attribuisce una pila d'acqua santa nel Duomo di Orvieto. 

XIII. Thode, Sin uns Werke von Cimàbile erhalten ? Risposta al 
Wickoff. Vi si tratta naturalmente della Madonna in S. Francesco e dei 
Crocifisso in S. Chiara di Assisi. 



Rendiconti della R. Accademia dei Lincei (Roma). 

1892, voi. I, fase. 2 della Classe di Scienze morali, stor. e filol. E.. 
Monaci, Aneddoti per la storia letteraria dei Laudesi, dei Disciplinati e 
dei Bianchi nel medio evo. Laude della provincia di Roìna. Da un cod^ 
del dott. Pietro Tommasini Matteucci di Città di Castello. La seconda 
(« sopra ogni lingua, amore ») è di Jacopone ; la sesta (« Yhesù fac^o- 
lamento ») gli è attribuita. Nella prima e quarta « si trovano pure delle 
forme che sono dell'Umbria e non della Toscana»; ma è da concludere 
che di queste laude « il fondo primitivo sia romanesco : sieno esse di 



SPOGLIO DI PERIODICI 201 

Roma, sleno di Nepi, intanto non par dubbio che alla provincia romana 
appartengano ». 

Rivista italiana di Nlmismatica (Milano). 

1891, fase. 1-2. Milani L. A., Aes rude rinvenìifn alla Bruna jn-esao 
Spoleto. — ]\Iarig-uoli F., Zecchino di j^apa l'io II attribuito a Foligno. 

Rivista storica italiana (Torino). 

1891, fase. 1., G. Mazzatinti, Recensione di II Castello di Campello 
di Paolo Campello. Sfavorevole. 

Fase. i. A. Melani, Recensione delle monografie storiche di L. Fumi 
Il Duomo d'Orvieto e i suoi restauri. Il volume è giudicato « un eccel- 
lente contributo storico agli studi architettonici italiani ». 

1892, fase. 1. G. Mazzatinti, Recensione dei Costumi e superstizioni 
dell' Ajypennino marchigiano di Caterina Pigorini Beri. Vi è notato che 
il cauto di Fiorino è diffuso nell'Umbria, per esempio a Nocera ed a 
Gubbio, e che con 1' Umbria hanno comuni le Marche molti cauti popolari. 

Revue des deux Mondes (Parigi). 

1891, fase. 15 giugno. Arvéde-Barine, S. Francois d'Assise. Ne ri- 
tesse la vita e tratta dell' opera e della influenza sua. 

Revue historique (Parigi). 

1891, fase. 1. Nel Bullettino delle opere di storia italiana il prof. 
C. Cipolla tien conto della Lirica religiosa nell'Umbria di G. Chiarini e 
delle notizie su S. Bernardino da Siena in Orvieto e in Forano di L. Fumi. 

1892, fase, maggio-giugno. C. Cipolla, Bullettin historique. Italie. Mo- 
yen-àge. Tra le opere uscite in luce dall"88 al 91 e qui prese in rasseg-na, 
alcune riferisconsi all' Umbria. Continuazione nel fascicolo successivo. 

Studi e Documenti di Storia e Diritto (Roma). 

1891, fase. 1. L. Fumi, Statuti e regesti dell' opera di S. Maria dì 
Orvieto: continuazione. 

Tue American Journal of Archaelogy (Boston). 

1891, fase. 4. Relazione di scavi a Castiglion del Lago ed a Todi. 

ZeITSCIIRIFT FiJR KiRCHENGESCHICHTE (Gota). 

1892, fase. 2-3. Lempp E., Anfiinge des Clarissenordens. La vita di 



SPOGLIO DI PERIODICI 



202 



S. Chiara, ritessuta con diligenza sulla scorta della leggenda più antica, 
comprende lo studio su le regole e le vicende loro. 

Zbitschrift FiJR Ethnologie (Berlino). 

1891, 1. Undset J., Archaeologische Aufsatze ìlber sudeuropciische 
FundstUcke. Vi si prendono in esame i monumenti dei Musei di Rieti, 
Chiusi e Perugia. 



203 



RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 



Argii. Antonio Ganesthelli. — U Abbazia di S. Galgano, monogra- 
fia storico-artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni. — 
Firenze, Fratelli Alinari editori, 1896, in 4° g-. di pag-. 15G. 

Delle molte illustrazioni di monumenti pubblicatesi negli ultimi anni 
in Italia, questa dell' Abbazia di S. Galgano, se non la prima, deve an- 
noverarsi senza dubbio fra le migliori. Fino ad oggi quei ruderi vene- 
randi, dove 1' edera verde s' abbarbica tra i filari alternati di mattoni e 
di travertino, dove l'umile fiore del pruuo biancheggia sui roveti nel 
pavimento, quei piloni ridotti a sosteg'uo di pochi valichi qua e là nelle 
navate, e g'ii occhi e le belle bifore aperte tuttora nelle cadenti mura- 
g'iie, erano tutte preziose reliquie ig-norate dai più, prima che fosse alla 
portata degli artisti la bella e dotta illustrazione del Canestrelli. Nel 
leg'g'ere il suo libro si prova più vivo quel mistico sentimento che si 
sveglia in noi alla vista di un ediflzio religioso del medioevo. Se poi si 
rifletta che di quel monumento lasciato da più secoli in balìa del tempo 
e degli uomini, non rimangono che rovine, la venerazione si converte 
in tristezza, e dobbiamo esser grati a queir anima gentile di donna che 
< ora è soltanto una mesta e santa memoria » per avere con sentimento 
squisito dell' arte, inspirato all' egregio A. suo compagno, lo studio del- 
l'Abbazia di S. Galgano e all' illustre Direttore regionale per la conser- 
vazione dei momimenti della Toscana che lo incoraggiava a pubblicarlo. 

L' illustrazione è divisa in due parti, storica e artistica, coli' appen- 
dice di quaranta documenti. 

Dall'anno 1180, in cui Galg-ano Guidotti di Chiusdino nell'antico 
Stato Senese, infisse la sua spada a guisa di croce nelle fenditure di un 
masso sul Monte Siepi, e quivi vissuto romito fino al 3 dicembre del- 
l' anno appresso, meritò per la santità della vita di essere canonizzato 
nel 1188, noi per la lunga serie di sei secoli assistiamo quasi anno per 
anno alle liete e tristi vicende della celebre Abbazia. La quale in mo- 
deste proporzioni costruita in principio sulla vetta del monte, si com- 



204 RECENSIONI 15IBLIOGRAFICHE 

poueva di iiua piccola cappella di pianta circolare, tuttora esistente, 
(fig. 1, pag-. 2) e di un piccolo cenobio dove presero stanza alcuni mo- 
naci Cistercensi. Alla nascente Abbazia non mancarono donazioni e la- 
sciti testamentari. E da privati e dal Vescovo Ildebrando della vicina 
Volterra furono regalati i monaci di vasti terreni, con facoltà di costruire 
un acquedotto per i mulini del monastero, e si arricchiva la piccola chiesa 
con doni di preziosi arredi sacri e di ricche suppellettili (Gap. I). 

Poi cresciuto il numero dei monaci si riconobbe necessaria la costru- 
zione di una nuova Abbazia a pie' del monte nel piano della Merse (^1224), 
intanto che alcuni di essi si trasferivano alla Badia di S. Salvatore presso 
Firenze e ad altre Abbazie filiali, fra le quali è notata quella di S. Giu- 
liana presso Perugia (Gap. II). 

Né mancarono privilegi per parte di imperatori e di papi. Fu concessa 
l'immunità ai monaci e protezione ad essi e ai loro beni. Nessuna città 
o comune, nessun console o potestà poteva molestare il monastero né 
imporgli gabelle od altre gravezze. Innocenzo III lo esonera dal paga- 
mento delle decime ; Gregorio IX ordina ai vescovi e prelati della To- 
scana di proteggere i monaci di S. Galgano, con facoltà di scomunicare 
chi volesse loro imporre decime od estorcere largizioni di vitto ; lo stesso 
papa conferma nel modo il più solenne la proprietà dei loro beni nelle 
diocesi Senese, Grossetana ed Aretina ; Innocenzo IV li esenta dal pa- 
gamento dei pedaggi per il trasporto delle provviste occorrenti alle ne- 
cessità dei monaci, dà loro facoltà di officiare le chiese a porte chiuse 
in tempo di generale interdetto, privilegi tutti confermati successiva- 
mente da più pontefici fino a Bonifacio Vili che li ratificava da Roma 
nel 1302. 

Vollero alcuni che l'Abbazia di S. Galgano avesse facoltà di batter mo- 
neta, e l'A. per fedeltà storica riproduce un quarteruolo di quel monastero 
colla spada sul trimonte da un lato, una mano che tiene un pastorale dal- 
l'altro (fig. 3, pag. 12), ma escluso per mancanza di documenti quel privi- 
legio, ammette che il quarteruolo di S. Galgano non é moneta vera e pro- 
pria, ma una semplice Tessera mercantile (Gap. III). Ad ogni modo dalle 
citate facoltà e privilegi si rileva l'importanza morale e materiale dell'Ab- 
bazia cui, con Brevi e Bolle pontificie furono unite nel 1398 e nel 144T 
altri monasteri del territorio Senese, ed era capace di dare asilo a più 
che cinquanta monaci (Gap. IV). Ad essi ricorrevano papi e vescovi, co- 
muni e privati per pronunziare lodi e dirimere differenze e liti. Spesse 
volte li vediamo fungere da giudici e da notari pubblici. Si fa parola 
nei documenti di un frate Giacomo medico fiscale, di frate Ugolino me- 
dico chirurgo, dell'abbate Ranieri fisico e di altri molti versati nelle arti 
e, nelle idrauliche discipline o col titolo dà operarli o di magister operis 



RECEX.SIOXI HIlUJOlìliAI'ICMB 205 

lapidum, fra i (juali j)iace di ricordare il monaco Giiolo, cui fu dato in- 
carico di studiare se l'acqua del fiume Merse si potesse derivare e con- 
durre fino a Sieua (Gap. V). La Repubblica Senese accordò all'Abbazia 
di S. Galg-auo protezione e tutela, adoperò quei monaci o come teso- 
rieri del pubblico erario o come operai del Duomo, e allorché le com- 
pafi'nie di ventura (1380) fecero « del monastero di San Ghaljiliano loro 
« ricepto, et la robba delle villate et poderarii della corte di Fruosini 
■a ridussero al detto Monastero per loro vivare » il concistoro della Re- 
pubblica accordò somme per sopperire ai bisog-ni dei monaci, mai ces- 
sando anche in seguito di aver cura delle loro proprietà e dei loro beni 
(Gap. VI). Questi si componevano di vastissime possessioni di terreni, 
case e moìini, di gualchiere e ferriere poste nelle varie corti e contadi 
dell'antico stato di Siena e del Grossetano. Ebbero in Siena più case, e 
la Ghiesa e lo Spedale di S. ^Maria Maddalena ed un palazzo, ora di pro- 
prietà del conservatorio del Refug-io che già fu detto dei monaci di S. 
■Galgano (Gap. VII). 

La mala sorte toccata a tante illustri Abbazie italiane di cadere sog- 
gette al dominio degli abbati commendatari, cioè di monsignori e cardi- 
nali di S. Ghiesa, colpì la nostra Abbazia nei primi anni del secolo XVI. 
La Balia Senese fa di tutto perchè l'Abbazia di S. Galgano non « tran- 
seat in commeudam » ma una Bolla di Giulio II (lóOo) diretta al capi- 
tano di popolo e ai priori di quel Gomune annunzia loro la nomina del- 
l'abbate commendatario il cardinale Federigo Sauseveriuo. Alle opposi- 
zioni del Gomune si risponde colla minaccia di un interdetto generale ; 
cosi da un anno all'altro al succedersi dei commendatari vi fu sempre 
contrasto fra essi, e il comiine di Siena, che nel 1513 inviò speciali am- 
basciatori al pontefice per chiedere che l'Abbazia dì S. Galgano non 
« vadat in commendam, quia est maxime importautie tam civitatis quam 
civium et quod a c'.vibus fuit dotata », ma il cardinale abbate, cui pure 
si presentarono gli ambasciatori, irritato rispose loro « Vos Senenses, qui 
nihil potestis, audetis abbatiam nostram impedire nobis ?» È inutile di- 
lungarsi nel ricordare le difficoltà, le lotte e gì' intrig-hi che ad ogni suc- 
cessione sorgevano per la elezione dei nuovi commendatari, fra questi e 
le famiglie degli antecessori ; solo ci fermeremo su quel mons. Giovanni 
Andrea Vitelli dei Ghiandaroni eletto nel 1538. Questi, il cattivo genio 
dell'Abbazia, « tutto il tempo che la tenne in mano attese alla distrut- 
<■ tione di essa, lasciando usurpare molti beni, cadere i poderi, alienare, 
■8 impegnare ciò che v' era di buono, et quel eh' è peggio vendere il 
■« piombo che copriva tutta la cupola della chiesa stessa e della cappella 
< del miracolo di S. Galgano » . È ricordato (1576) che nella chiesa sfor- 
nita di arredi sacri non vi si teneva nemmeno il SS. Sacramento, per- 



206 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 

che il frate che vi era « valde pannosus et ig-uarns litterarum » non 
aveva da comprar l'olio per la lampada. Involto il Vitelli in citazioni e 
catture, ora è nominato « huomo da bene che non ha luogo più dove 
« possa stare », ora si parla della « mala natura di quell' abbataccio » 
il quale contro un compenso di 600 scudi all'anno rinunziò finalmente 
l'Abbazia al cardinale Alessandro Farnese che ne ottenne il possesso nel 
1576. Da quest'anno al 1724 in cui fu nominato commendatario mons, Giu- 
seppe Maria Feroui, lunga è la serie dei più o meno savi amministra- 
tori dell' illustre Abbazia. Il Peroni nel 1727 ottiene l'enfiteusi fino alla 
terza g'enerazione a favore dei discendenti di un suo fratello, poi che 
otto religiosi Minori Osservanti andassero a stare a S. Galgano per of- 
ficiarvi la chiesa. Nel 1735 gli fu concessa una maggiore e più estesa 
durata del livello, la riduzione del canone, e finalmente nel 1757 l'enfi- 
teusi perpetua col canone che in principio era di scudi 1500, poi ridotto 
a soli scudi 584. L'ultimo commendatario nominato da Pio VI (1787) fu 
mons. Ranieri Finocchietti, La proprietà dei beni dell'Abbazia dalla fa- 
miglia Feroni che ne affrancava 1' enfiteusi passò nel 1884 in proprietà 
del marchese Ippolito Nicolini, attuale possessore della tenuta di Frosini, 
nella quale è posto il tempio monumentale. 

In si lunga serie d'anni il tempio e il monastero furono sempre la- 
sciati in deplorevole abbandono. Nel 1666 pioveva nella chiesa da tutte 
le parti : non si ha più cura di serrare ed aprire la porta ; così il gran 
tempio « alcuna volta è ricetto di bestiami grossi e minuti ». È riferito 
nel 1724 che la gran chiesa è « di continuo sottoposta ad imminente ro- 
vina » (Cap. IX). 

Rovinò il campanile ai 22 gennaio del 1786, e dopo tre mesi dal 
granduca Pietro Leopoldo esonerata la famiglia Feroni dalla manuten- 
zione del tempio, questo fu sconsacrato il 10 agosto 1789. Oggi caduto 
il tetto, le volte e parte dei muri, non restano del bellissimo monumento 
che macerie e rovine. 

Tali notizie da noi riassunte sommariamente furono ricavate dai do- 
cumenti originali di tre Caleffi ossia Instrumentari provenienti dall'Ab- 
bazia di S. Galgano ora nell'archivio di Stato di Siena. Si g-iovò pure 
l'A. di alcune pergamene dei Cistercensi conservate nell'Archivio di Stato 
di Firenze e di altri documenti degli archivi mediceo e Feroni. Delle 
notizie riportate da altri scrittori e cronisti tenne poco o nessun conto, 
riferendole nei soli casi che in confronto ai documenti autentici gli det- 
tero argomento di crìtica e dì profonda discussione. 

Dalla storia del monumento passiamo all'esame della parte artistica. 
L'A, nel suo studio si rivela cultore sincero dell'arte medievale e pro- 
fondo conoscitore della sua storia. Al giorno d'oggi un monumento di 



RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 207 

quell'epoca si analizza, si studia in se stesso, non jìIù in relaziono ad 
altri che pure riscosserol 'animi razione generale nell'aurea epoca dell'arte 
Greca e Romana, e nei secoli vicini a noi nel periodo dell'arte del Rina- 
scimento. È ora dimostrato che la sesta medievale ebbe uno stile tutto 
proprio, che se in qualche sua parte ci fa ricordare i più essenziali ele- 
menti organici dell'arte antica, vediamo questi modificarsi e trasformarsi 
radicalmente, man mano che l'arte più che colla civiltà del tempo pro- 
grediva di pari passo col sentimento religioso che l'ispirava. Quegli ele- 
menti che noi troviamo nelle prime basiliche cristiane e successivamente 
nelle chiese della primitiva forma lombarda scompaiono può dirsi del 
tutto dall'organismo degli ediflzi religiosi di stile ogivale, sia d'oltrenioute 
che italiani. Diverso è l'ideale che ispira l'architetto del medioevo. 
Nelle chiese cristiane non è più il solo sacerdote che entrar nella cella 
mentre il popolo distratto e confuso rimane adunato nei vestiboli del 
tempio ; il sacrifizio cristiano non ò pel popolo un mistero, che perciò si 
unisce alle preghiere dei sacerdoti e sta con essi devotamente affollato 
intorno al santuario. Ben diverso è pertanto il principio che dovette ani- 
mare gli artisti delle due scuole pagana e cristiana. Nel tempio pagano 
la cella colla statua del nume è il solo elemento essenziale. La camera 
del tesoro, il doppio vestibolo, le ali in giro, la cripta sotto la cella ove 
si ascondono i congegni necessari alle trasformazioni ed apparizioni di 
rito, le gallerie superiori dei tempi ipetri dove facevano bella mostra, 
come ora nei nostri musei, le statue degli altri numi, questi ed altri 
erano elementi secondari ; tutto è materialismo. Invece il tempio cri- 
stiano più che ai sensi parla allo spirito. E quando da un valico all'altro 
delle sue navate si ripercuote solenne l'invito del sacerdote « in alto i 
cuori », allora si che il popolo si solleva coll'anima al di là di quelle 
volte e di quelle mura, e secondando coU'occhio e colla mente lo spin- 
gersi su su delle sveltissime colonnine che formano fascio intorno ai pi- 
loni, e r incontrarsi su in alto dei costoloni delle crociere, e le curve 
arditissime delle arcate e le strette e le lunghe finestre, le cuspidi e i 
pinacoli delle facciate e quegli archi rampanti che par si vogliano spin- 
gere sempre a maggiore altezza, tutto in quel momento commuove l'ar- 
tista cristiano che ama e che sente, tutto gli parla di Dio. 

Pertanto non è più il caso di proseguire nel vezzo di dare l'appel- 
lativo di barbaro a tutto ciò che sente di medioevo. E con vera compia- 
cenza vediamo illustri scrittori darsi allo studio di quell' arte e di quei 
monumenti, ricercarne la storia, e l'artefice che l'ideava, e il tempo di 
loro costruzione con analisi critica del loro stile, mettendoci sott' occhio 
coi migliori metodi delle arti grafiche i particolari tutti della loro pla- 
nimetria ed ortografia, nonché i profili e l' insieme di tutte le più mi- 



208 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 

uute decorazioni. L'Illustrazione del Cane-itrelli è un modello del g-enere, 
e ci sia permesso a sua lode di far parola sommaria dei suoi particolari. 

L'indicazione precisa della costruzione della nuova Abbazia e del 
tempio monumentale non è dato conoscerla dai documenti. Da questi è 
solo possibile rilevare il periodo di tempo in cui si svolse la grandiosa 
opera del monastero, ed in modo anche più incompleto quella del tempio. 

Del monastero sappiamo che nel 1224 ai 10 febbraio rogavasi un 
istrumento apud abbatiam novam. Nel 1229 è già ricordata la cloìnus 
ojyere ed il luogo ubi actantur lapides operis : perciò non crediamo di tener 
conto di altri documenti citati dall'A., perchè la citazione delle infer- 
merie, del parlatorio e della porteria si possono è vero riferire ai detti 
locali nell'Abbazia nuova, ma più probabilmente riguardano quelli del 
vecchio monastero sul monte. Ad ogni modo è fuor di dubbio che il 
nuovo monastero nel piano della Merse si cominciò a costruire nel primo 
quarto del secolo XIII. 

Anche più incerta è l'indicazione del tempo della costruzione della 
chiesa. Piace all'A. di ammetterla contemporanea a quella dell'Abbazia 
sulla fede di un atto rogato ai 24 di aprile del 1227 Jiixta Ecclesiam 
superiorem Sancii Galgani. Dubita egli stesso che tale indicazione si ri- 
ferisca alla piccola chiesa rotonda sul monte Siepi, e quel dubbio si fa 
in noi certezza, perchè la citazione della chiesa superiore si associa è 
vero all' idea di una chiesa inferiore, è però più naturale il supporre che 
i monaci di S. Galgano trovandosi a disagio nel piccolo cenobio sul monte, 
più che alla nuova chiesa abbiano prima provveduto alla costruzione 
nella pianura di un monastero più ampio e più comodo, avendo già la 
piccola chiesa superiore. Ci avrebbe offerto indizio ben più sicuro la ci- 
tazione suddetta, se invece della chiesa superiore vi fosse nominata la 
chiesa vecchia, che in tal caso era indiscutibile il fatto di una chiesa 
nuova. Perciò non siamo lontani dal convenire coll'asserzione dei cronisti, 
che riportano la costruzione del tempio al 1246. Da quell'anno non man- 
cano sicure memorie dell'opera grandiosa che nel 1288 se non era del 
tutto ultimata, certo è che la nuova chiesa era già uffiziata dai monaci 
almeno in parte, essendo ricordato in quell'anno un istrumento rogato 
« in ecclesia nova ante altare conventus ipsius mouasterii ». 

Chi fosse il primo architetto del tempio e monastero di S. Galgano 
non è il caso di ricercarlo. Nessuna memoria certa di documenti, né si 
può prestar fede a quanto racconta il Libanori nella vita di Davide Dan- 
dini di una contesa insorta fra i maestri e muratori della chiesa di S. Gal- 
gano, dove è nominato il disegno o modello che in carta aveva formato 
l'architetto chiamato Curzio nativo di Chiusi; ma da quali documenti 
traesse il Libanori tali notizie, non è sicuro. L'A. pertanto dopo aver ri- 



RECENSIONI lìinLIOfiUAFiriIH 209 

cordate le scuole monastiche dei secoli XI, XII e XIII e i monaci ar- 
chitetti che vi fiorirono, non dubita di affermare che ad essi è pure do- 
vuta la chiesa ed Abbazia di S. Gal<i'ano, avendosi meinoria di (|ualche 
monaco nominato operarlo, e fra questi di un Frate lI>;olino di Maffeo 
chiamato nei Calefìi « mag-ister lapidum.... mag-ister operis.... operarius 
opere ». Egli però non può essere ritenuto il primo architetto, non aven- 
dosi di lui memoria prima del 1275 (Cap. I). 

La chiesa ha la pianta a croce latina, è divisa a tre navi con sette 
valichi a sesto acuto con doppio archivolto a spigoli netti in ciascuna 
parte del braccio anteriore. Il transetto ha il collaterale dal lato delle 
navate e due cappelle per parte dal lato opposto di fianco all'abside o 
tribuna che è quadrata. Nella pianta ed alzato del tempio si hanno i 
seguenti elementi di stile oltramontano. Tutte le volte si proiettano su 
pianta rettangolare più o meno allungata, ad eccezione di quella della 
tribuna, in cui gli archi diagonali si staccano dagli angoli del quadrato, 
ma vengono sostenuti alla chiave da un sottarco trasversale, secondo il 
costume di alcune chiese francesi. Sono bipartiti i contrafforti negli an- 
goli esterni della tribuna e del transetto, e profilati a più riseghe si spin- 
gono in altezza al disopra delle navi laterali. La sacrestia attigua alla 
.sala capitolare non fa parte dell'organismo icuogTafico della chiesa. I pi- 
loni delle navate sono a fascio su pianta crociforme con una colonna in- 
castrata a due terzi in ciascuna faccia, però a differenza della scuola ita- 
liana la colonna che prospetta sulla nave di mezzo si stacca non dalla 
base, ma a più metri da terra, secondo le consuetudini della scuola bor- 
gognona. I muri esterni non hanno archettatura, ma la cornice di fini- 
mento non è sormontata da parapetto a traforo. L'altezza di tutta la 
chiesa corrisponde al lato del quadrato, alla larghezza cioè dalla chiesa 
stessa misurata da parete a parete esterna dei muri estremi laterali. E 
soppressa finalmente la galleria sulle volte delle navi laterali e fu sosti- 
tuito ad essa il triforio, che però, come ben dice l'A., può chiamarsi un 
triforio atrofizzato, apparendo nella nave mediana in forma di piccole fi- 
nestre rispondenti nello spazio sotto il tetto delle navi laterali. 

Se però si considera che nel tempio di S. Galgano, prevale in tutte le 
altre parti l'elemento proto-ogivale italiano, quello specialmente del pi- 
lone a fascio, che, al dire del Nardini-Despotti, ha nella sua compagine 
organica di elemento sostenente il germe della compagine organica del 
sostenuto, cioè delle volte, cosicché i piloni e le volte « sono tra loro in 
« intima correlazione e sono preordinati, coordinati e connessi tra loro», 
dovremo conchiudere coli 'A. che lo stile della chiesa di S. Galgano è 
uno stile di transizione inspirato ai principi fondamentali della basilica 
lombarda a volta ogivale, modificato in alcune disposizioni icnografiche 



210 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 

e Statiche da im'iuflueuza architettonica borgog-nona e in varie forme 
decorative ed ornamentali prima da questa medesima influenza poi dal 
sentimento artistico e dalle tradizioni locali. 

Bello e profondo si fa lo studio dell'A. dopo che stabilito siffatto 
principio riguardo allo stile del momimeuto da lui illustrato, ci dimostra 
che non potendosi mettere in dubbio essere stati i monaci Cistercensi i 
primi e soli architetti dell'Abbazia di S. Galgano, quella e non altra era 
per essi la maniera di architettare, benché non avessero uno stile proprio 
ed originale. 

Dacché sullo scorcio del secolo XI dall'eremo di Solesme in Borgogna, 
S. Roberto e i suoi monaci, contuttoché denunziati quai novatori fana- 
tici, si trasferirono a Cistercio (Citeaux), poi pel crescere del loro nu- 
mero a Pontignì e nel 1115 sotto la guida di S. Bernardo a Chiaravalle, 
l'austerità originaria della regola di S. Benedetto fu rimessa in vigore 
e si escluse dalle chiese e monasteri dell'ordine qualsiasi traccia di lusso 
e di ornamento superfluo. Nelle chiese dei Cistercensi (in Italia le Ab- 
bazie di Casamari e Fossanova), più che la decorazione, figura la sem- 
plicità dell'organismo. S. Bernardo nella sua epistola riportata in parte 
dall'A. (pag. 7(i, nota) condanna « l' inutile ampiezza delle navate, i ric- 
chi materiali resi lucidi con tanta cura » , non vuole pavimenti istoriati, 
perchè « il tallone dei passanti non colpisca il volto di un santo.... », 
non mostri...., non quadrupedi a coda di serpente....; non pesci a coda 
di quadrupedi « ed altre simili bellezze deformi e belle deformità ». 
Perciò i suoi monaci nel costruire le loro chiese si attennero alla mas- 
sima semplicità ; più che regole e leggi di stile, osservarono alcune forme 
generali, per cui le loro costruzioni assumono « un carattere di famiglia 
che le fa riconoscere facilmente » . 

Le chiese Cistercensi sono quasi sempre precedute da portico. Di 
fianco alla tribuna, per lo più quadrata, alcune volte semicircolare, stanno 
due cappelle per parte anch'esse o quadrate o a sesto di circolo. Il tran- 
setto può dirsi elemento essenziale, però manca alle volte del collaterale. 
I piloni sono a fascio o a base quadrata, mai monocilindrici. Nella ele- 
vazione, lo stile e ^-li ornamenti assumono, secondo le varie regioni, ca- 
rattere diverso col variare delle tradizioni artistiche locali. Ciò apparisce 
evidente dallo studio comparato di alcune piante di Abbazie Cistercensi 
che l'A. (forse in eccedenza al bisogno) riporta nella sua illustrazione 
(pag. 80.... 84), quali le Abbazie di Thoronet, di Silvacaue, di Senanque, 
di Fontenay, di Chiaravalle e di altre da esso semplicemente descritte, 
della Germania. 

E queste regole e norme consuetudinarie le vediamo osservate nel- 
l'Abbazia di S. Galg'ano, che ha decisa somiglianza con quella costruita 



RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 211 

pochi anni avauti in Casamari (fig. 14, pag-. 77). Lo stesso organismo, 
la stessa maniera di semplicissima decorazioue, solo discostandosi da essa 
in quelle parti, dove potè influire la tradizione artistica della regione, 
che nel tempio di S. Galgano appare manifesta, specialmente nelle liue- 
stre sopra i valichi delie navate, che nella tribuna, nel transetto o sul 
primo valico della nave mediana sono piccole, ad una luce, con occhio 
circolare nella lunetta dei mezzarchi, secondo i caratteri della scuola bor- 
gognona, mentre le ultime sei verso la porta, mancanti dell'occhio supe- 
riore, sono bifore con colonnina e traforo eguali in tutto alle finestre 
della scuola senese. 

Dall'insieme del monumento l'A. passa a descrivere i piloni, i va- 
lichi e le volte, le porte, le finestre, le cornici interne ed esterne, i ro- 
soni delle volte, particolari tutti da esso studiati con vero criterio arti- 
stico, descrivendoli non solo, ma più specialmente facendovi risaltare 
dove la decorazione subì l'influenza d'oltremonti e dove si mantenne 
schiettamente italiana. In tutte predomina la semplicità, la sobrietà del- 
l'ornato; trafori di finestre che a prim' occhio lasciano travedere il trac- 
ciato geometrico delle loro figure, belle cornici, costoloni a profilo ar- 
chiacuto, capitelli e rosoni, dai quali fu esclusa la fauna di animali mo- 
struosi, od almeno fu ridotta a qualche testa qua e là d'uomo e di leone, 
e ad eccezione di qualcuno di essi, dove fa capo qualche nastro a forme 
geometriche, sono tntti trattati a foglie profilate e piegate quasi sempre 
air italiana. 

Del monastero poco è a dirsi. Come nelle altre Abbazie Cistercensi, 
esso fiancheggia la chiesa alla sua destra. Il chiostro era ad arcate so- 
stenute da piedritti di quattro colonnine a giorno, di cui avanzano soli 
quattro capitelli (fig. oO). Alla sala capitolare si accedeva dal Iato est del 
chiostro, al refettorio dallo stesso lato, e questo era diviso dalla sala per 
r interposizione del parlatorio e della scala che couduceva al piano su- 
periore di detto braccio, dove si aveva il dormitorio, le camere dell 'abate 
ed una cappella colla sacrestia. Queste parti di fabbricato sono ancora 
in piedi, ma nulla rimane delle corti, delle infermerie e dell'ospizio. Del 
cimitero, alla sinistra del tempio, esistono tuttora un tratto di muro di 
cinta e la cappella. Da notarsi è la bifora della sala capitolare (fig. 29) 
che si distacca in ogni sua parte dallo stile e decorazione della chiesa. 

Gli oggetti d'arte che ancora rimangono di quel tempio ricchissimo 
sono: il gradino dell'altare con formelle a storiette dipinte, la bella an- 
cona a più figure conservata, come il gradino, nell'Istituto di belle arti 
in Siena. Il reliquiario della testa di S. Galgano è venerato nel mona- 
stero del Santuccio di quella città, altro reliquiario di argento e rame 
dorato con smalti nella villa di Frosini. Nel museo dell'opera di Siena 



212 RECENSIONI BIBLIOGRAFICHE 

può vedersi il pastorale in rame dorato, nel cui riccio sta la figura di 
S. Galgano. 

Rimane a dirsi della struttura del tempio e del monastero. Di essa 
l'A. ci dice soltanto dei materiali adoperati nella costruzione del tempio. 
Questi furono il travertino, il sasso accapezzato, il mattone. Il para- 
mento esterno in alcune parti è tutto a filari di travertino, in altre sono 
questi alternati con filari di sasso accapezzato, e l'opera è dove più dove 
meno regolare. Neil' interno per la massima parte la struttura dei muri 
è di sasso o di mattoni. Il paramento di travertino figura in tutti i pi- 
loni e nelle fronti di alcuni valichi, e della stessa pietra sono i cunei 
dei sottarchi delle navi miiiori e i rosoni nel centro delle volte. I sot- 
tarchi della nave mediana hanno una costruzione mista di materiale la- 
terizio e di cunei di travertino. I costoloni e la maggior parte delle volte 
erano di mattoni. Oltre a tali notizie avremmo ritenute opportune quelle 
relative alla stabilità delle varie parti del monumento. Noi sappiamo che 
il tempio antichissimo rimase dopo più secoli in completo abbandono e 
che prima che il tetto e le volte rovinassero già le muraglie avevano 
« aperture per tutto ». Ci è noto altresì che il cardinale Commendone 
(1577) fece restaurare la chiesa di S. Galgano, e tutta l' incatenò « con 
spesa almeno dì due milla scudi ». Si potè per la malizia degli uomini 
e aver levato ferrate, guasti cori antichissimi per cavarne chiodi, levato 
pestìi e bandelle d' usci et il tutto venduto » a proprio vantaggio ; po- 
terono i monaci in causa delle scarse loro rendite ricusarsi alle ripara- 
zioni urgenti al tetto della chiesa e al campanile, supplicando a farli 
(1624) il commendatario « camminando le cose a manifesta rovina » (pag. 
56) : ma il rifiuto, sempre riprovevole, opposto dall' abbate, e l' incuria 
di questi potè essere la sola causa della rovina del monumento ? Ci na- 
sce spontaneo il dubbio che forse al peso delle volte e della tettoia non 
fosse adequata la resistenza dei sostegni ; che quei contrafforti esterni 
della nave centrale così sporgenti i:>osati in falso sopra i sottarchi delle 
navate laterali, abbiano influito col loro peso alla rovina degli archi e 
delle volte, molto più che su queste per ì guasti della tettoia pioveva 
per tutto. Lo stesso A. fa cenno di tale difetto (pag. 9) che riscontrato 
.su altri monumenti dì quello stile, l'Enlart attribuisce all' imperizia dei 
maestri italiani. Inoltre vi fu forse difetto nella stessa struttura o per 
la qualità delle malte o dei materiali adoperati, dove in specie sì co- 
struirono i muri di semplice sasso, benché acconciato e ridotto in forma 
regolare. E ci domandiamo : Come mai potè rovinare il campanile che 
ricoperto o da guglia o da tettoia, con poche volte o solai nei ripiani, 
era sollecitato ad ogni modo da poche forze orizzontali o di spinta? E come 
spiegarci quella speciale struttura nella facciata, dove figura fra le due 



RECENSIONI ItIltLU>t;i:Al-I(IIK 2i:{ 

finestre un grosso pilone die «gravita sul vano della porta centrale e si 
protende su in alto quasi a far sostegno alla chiave del niezzarco di fondo 
della nave mediana V (.^uaie il parere dell'egregio autore? 

Diremo in ultimo che le tavole e i disegni illustrativi della bella mo- 
uog'rafia nulla lasciano a desiderare. Sono in parte vedute pittoriche 
dell' interno e dell'esterno del monumento, in parte riproduzioni di dise- 
gni ricavati dalla cartella di studi dell'A. Nelle testate e a pie' dei ca- 
pitoli, nelle loro iniziali abbiamo particolari artistici messi \k con tutta 
la civetteria dell'arte. E porte ed archi e valichi, pila e lavabo, porta- 
torcie e campanelle di ferro, formelle, capitelli e mensole, freg-i e cor- 
nici, il tutto è cosi bene scelto e riprodotto con tanto lusso e finezza da 
esserne grati ai fratelli Alinari, veri paladini dell'arte fotografica. Essi 
non contenti di avere arricchito i nostri studi della piii bella raccolta di 
tanti tesori artistici, ora si fanno editori, e la splendida Illustrazione del- 
l'Abbazia di S. Galgano, otfertaci qual primo saggio, ci promette una 
lunga non interrotta serie d'illustrazioni di altri monumenti italiani. Il 
libro testé venuto alla luce è di quelli che si fa leggere e studiare, ci 
solleva e ingentilisce, e dopo finito, non sazii di tante bellezze, si vor- 
rebbe che durasse ancora di più. 

P. Z. 

FoRTis Etruria. — Deuxièine partie. Eléments du Droit Etrusque — Ex- 
trait de Vouvrage « Jus Antiquum » , par C. Charles Casati de Ca- 
SATis, Paris, 1895. 

Fin dal 1888 l'egregio giureconsulto e dotto archeologo francese, il 
cons. Carlo Casati de Casatis pubblicò con il titolo Fortis Etruria, la 
prima parte di un interessantissimo lavoro sulle origini etrusche del Di- 
ritto romano, promettendo fin d'allora una seconda parte che compren- 
desse più speciali nozioni sulla famig'lia, sulla proprietà, sulla procedura 
ecc., ricercando così tutto che valesse a dimostrare come il Diritto ro- 
mano non sia che il portato del Diritto etrusco, rivendicando all'incivi- 
limento etrusco la parte d'influenza che gli spetta purauco nelle poste- 
riori civiltà. 

Il soggetto preso a trattare dal Casati è aifatto nuovo, nessuno es- 
sendosi occupato prima di lui di Diritto Etrusco, e tal soggetto fu dal 
Casati medesimo trattato con amore tutto speciale, con larghezza di ri- 
cerche e con esattezza di giudizio degne del più grande encomio, ogni 
asserzione documentando ed ogni fatto provando, in base alle analisi le 
più accurate delle iscrizioni e dei monumenti. 

Nella prima parte dell'opera erasi occupato a dimostrare l'incivili- 



214 RECENSIONI lUBLlOtlAFlCHE 

mento etrusco cou la scorta dei niouumeuti, l'orig-ine tutta etrusca dei 
nomi di famiglia e della Gente romana; in questa seconda parte un ca- 
pitolo è cousecrato al frammento del testo della Ninfa etrusca Lasa Veka, 
uno dei rarissimi saggi del Diritto primitivo e sacerdotale; e gli altri 
trattano del Diritto personale, del matrimonio etrusco, del divorzio, della 
successione, della proprietà, del Diritto amministrativo, penale, ecc. ecc., 
il tutto accompagnato da copiose ed erudite note complementari. 

Più di 3000 iscrizioni etrusche funerarie hanno pòrto il mezzo al Ca- 
sati di stabilire la costituzione, o meglio l'organamento della famiglia 
etrusca, la quale denota già un alto grado di civilizzazione per il posto 
riservato alla madre di famiglia, allora appunto che le altre civiltà pri- 
mitive lasciavano alla donna una parte assai umile ed oscura, quando 
non la consideravano come un animale domestico e nulla più. 

Particolare interesse ha per noi siffatta pubblicazione, poiché è nei 
nostri monumenti locali che il dotto autore ha trovato mèsse abbondan- 
tissima di documenti e di raffronti per rendere ai nostri progenitori quella 
giustizia che fino ad ora era stata loro contrastata, per sostenere il suo 
asserto così enunciato nella prima parte dell'opera: 

« Il me parait établì par les textes et par les mouuineuts, coutrai- 
rement à la thése du célèbre historien M. Mommseu, que la civilisation 
romaine est néc de la civilisation ètrusque. Si Rome a subì l' iufluence 
de la Grece, si la civilisation romaine est deveuue grecque, e' est a une 
epoque postérieure; lorsque les Romaius eurent assujetté les Grecs par 
les armes, les Grecs a leur tour firent passer les Romains sous le joug* 
de leur genie litteraire et artistique, et alors l' enfliieuce ètrusque, ju- 
sque-là toute puissante dans les moeurs et daus les arts, s' eflf'a(ja peuà peu 
au poiut d'étre oubliè et niée, sans cependant riellement disparaìtre ». 

L' interessante ed accurato lavoro del Casati merita di esser cono- 
sciuto in Italia, e particolarmente in Perugia ove le scienze giuridiche 
hanno antiche e splendide tradizioni, conservate tali fino ai nostri giorni; 
e noi, discendenti dall' Etrusca gente, da questo popolo nobilissimo che 
ebbe la forza dell' ordine, la virtù del sacrificio e la onesta serietà della 
vita, siamo sicuri compiere opera buona ed eminentemente patriottica 
annunziandolo e raccomandandolo con le parole ìstesse con le quali l'e- 
gregio redattore in capo della Gazette des Tribunaux de Paris (14 no- 
vembre 1894) chiudeva una sua elaborata recensione su l'opera grandiosa 
Jus antiquum, di cui il volume in discorso é un estratto : 

« Il convient de mettre en relief les travaux comme celui de M. Ca- 
« sati et de féliciter leurs auteurs. Ils rendent d'éminents services a l'hi- 
« stoire et a la science du droit » . 

A. LUPATELLI. 



215 



NECROLOGIO 



Ruggero Bonghi, socio onomrio, mori il 22 ottobre 1895 
in Torre del Greco, riinpianto da tutti quanti amano la pa- 
tria e gli studi. La nostra Società serberà la più venerata 
memoria di lui che essendo in Perugia nei giorni in che si 
fondava questa istituzione umbra, ebbe per essa parole cor- 
tesi e incoraggiamenti lusinghieri, né saprà mai dimenticare 
hi parte che egli ebbe per la erezione del Collegio di Assisi. 
Fra le moltissime sue pubblicazioni noi dobbiamo ricordare 
in modo particolare il suo studio su S. Francesco;, che fra 
tutti gli scritti di lui « cotesto è stato il più e meglio letto 
(lo dice egli stesso), appunto per questo: perchè spiega e 
non turba, perchè risponde a una realità di sentimento e non 
a una superbia di speculazione, perchè tocca affetti che sono 
stati e saranno sinceri nell' uomo, e non ne lusinga di falsi 
e corrotti; perchè rasenta i problemi più ansiosi dell'umana 
lìatura e non li scaccia via o dileggia: giacché, è vano il 
negarlo, l' uomo repugna al falso, ed è falso, checché una 
supposta scienza pretende, il disconoscere la natura e pre- 
tendere che la metà o la minor parte, ne sia il tutto ». 



Francesco Pagnotti, nato il 17 ottobre 1869 in Montefalco, 
morto il 22 ottobre 1895 in Roma, era nostro socio collabo- 
ratore. Nel 1891 si era laureato in storia moderna con tesi 
dichiarata degna di stampa sull'umanista Giannozzo Manetti, 
del quale ricostrusse criticamente la vita da lui scritta di 
Mccolò V. Ottenne uno dei due posti di studio di perfezio- 



216 L. FUMI 

namento per la storia moderna istituiti in quei giorni dal 
Villari, e intanto frequentava il corso di giurisprudenza nella 
Università di Roma, in cui si laureò nel '94. Frequentò il 
corso di Paleografìa e Diplomatica presso il R. Archivio di 
Stato, dando ottime prove di profitto e di attitudine alle di- 
scipline storiche e paleografiche. Nominato lo scorso anno 
professore nel ginnasio superiore Terenzio Mamiani, ascritta 
alla R. Società Romana di storia patria, alla Società Geogra- 
fica italiana e alla nostra Società Umbra, dedicò con grande 
amore tutto il suo tempo alla scuola e alle ricerche storiche. 
Di lavori a stampa non ne lasciò che due; uno studio pre- 
paratorio alla nuova edizione critica della vita di Niccolò V 
del Manetti pubblicato dalla Società Romana (1891) e la rela- 
zione di una nunziatura in Savoia scritta da Bernardino Cam- 
pello uditore del Nunzio di Torino (1624 27) inserita nell'Ar- 
chivio della detta Società (1893). Da due anni e più lavorava 
intorno alla vita di Innocenzo III scritta da Niccolò da Gurbio 
(Niccolò da Calvi nell' Umbria), e ne aveva già bella e pronta 
l'edizione, con un'ampia prefazione, dove accennava al sua 
proposito di studiare tutte le vite de' pontefici del secolo XIIU 
In buona parte aveva già trascritto un manoscritto Vaticana 
di storia Umbra e segnatamente di Trevi, compilato nei primi 
del secolo XVI da un Podestà di Trevi. Questa storia del 
tutto sconosciuta e autografa non limita le notizie alla città 
sua patria, ma ne dà anche delle altre città dell'Umbria^ 
dove fu parimente chiamato all'ufficio di Podestà, né manca, 
di interessare alla storia di Roma, specialmente là dove ri- 
ferisce le voci che correvano sulla vita privata di Alessan- 
dro VI. La nostra redazione aveva accettato di inserirla nel 
Bollettino, e senti con piacere fin dalla metà di aprile del 1895,. 
che egli avesse condotto il lavoro già a due terzi e inten- 
desse raffrontare la cronaca col Diario di Ser Tommaso di 
Silvestro che si viene pubblicando a fascicoli dal Fumi, e il- 
lustrarla con ricerche negli Archivi Umbri e con qualche 
breve osservazione sul dialetto umbro, essendovi non poche 



NECROLOGIO 217 

forme peculiari che possono interessare anche il filologo. La 
Società ha fatto vive premure alla desolata famiglia del va- 
lente giovane per ottenere questo suo studio, affinchè non 
restino inutili tutte le sue nobili fatiche e la sua memoria 
resti vieppiù cara fra noi per quanto è sinceramente com- 
pianta. 



Il nostro amatissimo amico e collega prof. Giuseppe Maz- 
zatinti ha avuto il dolore di perdere il suo padre diletto, e 
la sventura che ha ferito il suo cuore di figlio ha colpito 
tutti i suoi amici ed ammiratori che pubblicamente, a nostro 
mezzo, gii esprimono la loro condoglianza profonda in queste 
pagine illustrate dalla sua erudizione eletta e curate dal suo 
costante amore. 

La Redazione. 



219 



PERIODICI IX CMO IN DONO - OJIACillO DI PtDDLlC.lZIOXI 



Bullettino dell' Istituto Storico Italiano (Numeri 14 e Ifi). — Sommario del 
n.° 16. — Le « Vitae pontificiim mediolanensium » ed uua « syl- 
loge » epigrafica del secolo X, per L. A. Ferrai. — Al critico deg-li 
« Aualecta Bollaadiaua » per L. A. Ferrai. — Documenti terracl- 
nesi per I. Giorgi. — Studio sul « Prochiron legum » per F. Buan- 

DILEONE. 

Archivio Storico Italiano (Dispeuse 3* e 4* del 1895). — Sommario della 
dispensa 4.* — Memorie e documenti. — Una bolla inedita e scono- 
sciuta di Celestino V., F. Carabellese. — La cong-iura di Gerolamo 
Gentile, M. Rosi. — Di alcune leg-g-i suntuarie pistoiesi dal XIV al 
XVI secolo, A. Zanelli. — Nuovi documenti sforzeschi fabrianesi, 
A. Giaxaxdrea. — La Società Colombaria di Firenze nell'anno ac- 
cademico 1894-95, A. Alfani. — Archivi e Biblioteche. — Aneddoti 
e varietà. — Corrispondenze. — Rasseg-na bibliog-rafica. — Necro- 
log'ia. — Notizie. 

E. Accademia delle Scienze di Torino. — Memorie. — (Serie II, Tomo XLIV, 
Anno MDCCCXCIV). — Classe di Scienze morali, storiche e filolo- 
g-iche. — Indice. — Le più recenti indàg-ini statistiche sug-li scio- 
peri, S. CoGNETTi De Martiis. — Di alcuni manoscritti copti che 
si conservano nella Biblioteca Nazionale di Torino, F. Rossi. — L'an- 
tica Biblioteca Novaliciense e il frammento di un Codice delle Ome- 
lie di S. Cesario, C. Cipolla. — Alfonso Corradi ricordato nei suoi 
lavori scientifici in relazione alla Storia, G. Claretta. — Appunti 
dal Codice Novaliciense del « Martyrologium Adonis » , C. Cipolla. 
— L'ultima colonna della iscrizione etrusca della Mummia, E. Lat- 
tes. — Notizia di alcuni codici dell'antica Biblioteca Novaliciense, 
C. Cipolla. — Antichi inventari del Monastero della Novalesa con 
la serie degli Abbati e dei Priori del medesimo, C. Cipolla. — Atti 
(Voi. XXX, Dispense 1^ a 12% Anno 1894-95). 

Archivio della R. Società Bomana di Storia Patria (Voi. XVIII, Fasci- 
coli l"-2° e 3°-4°. — Sommario del Fascicolo 3''-4". — P. Savignoni, 
L'Archivio Storico del Comune di Viterbo. — D. Oraxo, Il diario di 



220 PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO — OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 

Marcello Alberini. — V. Capobianchi, Appunti per servire all'ordl- 
namento delle monete coniate dal Senato Romano dal 1184 al liSS- 
e degli stemmi primitivi del Comune di Roma. — Varietà. — Ne- 
crologia. — Atti della Società Bibliografia. — Notizie. — Periodici. 
Archivio Storico Lombardo (Serie III, Fascicoli 7° e 8"). — Sommaria 
del Fascicolo 8'\ — Memorie. — Un giuramento di fedeltà a Bea- 
trice di Tenda duchessa di Milano e signora di Pontecurone ed altri 
atti del segretario ducale Cristiani, Z. Volta. — Notai milanesi del 
trecento (Primo spoglio dell'Archivio notarile di Milano), E. Motta. 

— Varietà. — Storia ed arte. 

Archivio Storico per le provincie napoletane (Anno XX, Fascicoli III e 
IV). — Sommario del Fascicolo IV. — Mastrojanni 0., Sommaria 
degli atti della cancelleria di Carlo Vili a Napoli. — Cerasoli F.^ 
Urbano V e Giovanna I di Napoli (Documenti inediti dell'Archivia 
segreto Vaticano. — Croce B., Intorno al comunismo di Tommasa 
Campanella. — Gabotto F., La Chiesa di Bisceglie dal Vescovo Bi- 
sanzio al Vescovo Nicolò. — X., Aneddoti di Storia napoletana. — 
Sogliano a.. Miscellanea epigrafica napoletana. — Contributo alla 
storia e topografia antica di Napoli. — Necrologia. 

Archivio Storico per le x>rovincie jmrmensi (Voi. I, 1892) — Agnelli G.» 
Archivio della Collegiata di Castel San Giovanni di Olubra. — Car- 
RERi F. C, Antiche memorie della Pieve di Castellarquato nel Pia- 
centino. — Passerini G., Appunti storici di notari parmigiani (Ales- 
sandro Malgari, Lodovico Sacchi). — Restori A., La battaglia del 
29 giugno 1734 e i primi documenti del dialetto urbano di Parma. — 
Appendice: Sag'gio di bibliog-rafia dialettale parmense. — Tononi 
A. G., Gl'inventari delle due chiese maggiori Santo Antonino e Cat- 
tedrale di Piacenza dei secoli XII e XIV. — Capasso G., Il prima 
viaggio di Pier Luigi Farnese Gonfaloniere della Chiesa negli Stati 
Pontifici (1537) — « Lamento » per la morte di Pier Luigi Farnese. 

— Passarini G., La Giureprudenza del Foro notarile parmense nel 
secolo XVI sulla validità dei rogiti imperfetti. 

Mivista eli Storia, Arte, Archeologia della Provincia di Alessandria 
(Anno IV, Fascicoli 11" e 12"). — Sommario del Fascicolo 12°. — 
Parte I. — Studi (Casale Monferrato) — Documenti storici del Mon- 
ferrato (VII) — Relazione (seconda) esatta e sincera di ciò che è 
passato nella resa di Casale alle armi imperiali nell'anno 1706. — 
Studi (Alessandria) — Un episodio della Storia di Alessandria al fi- 
nire del secolo XIV, G. Pittaluga. — Studi (Casale Monferrato) — 
Il Moncalvo — Notizie su documenti, F, Negri. — Memorie e no- 
tizie. — Bibliografia della Provincia. — Parte II. — Documenti. — 



l'ERIODICI IN CAMBIO O IK DONO -• OMAdGlO DI ITlìHMCAZIONI 221 

Documenti ed estratti di docuinoiiti \n'v la Storia di (iavi, C. Dk 
Si MONI. 

Atti e memovie della lì. Deputazione di Storia Patria per le provincie 
modenesi (Voi. VII della vserie IV pubblicato a celebrare il primo 
centenario dalla nascita di Mons. C. Cavedoni). — Indice. — Mons. 
Celestino Cavedoni), Discorso del dott. B. Golfi. — Scritti arclieo- 
loy-ici sulla Lunigiaua di Mons. C. Cavedoni raccolti ed annotati 
dal cav. G. Sforza. — Tombe Li-'uri di IMassa Lunense dell' avv. 
A. Crespet.lani. — Corrispondenza archeologica fra C. Cavp:doni, 
A. Crespellani e G. Vandklli. — Lettere inedite di C. Cavedoni 
a G. Paltrinieri pubblicate dal Sac. F. Ceretti. 

Ecole Francaise de Rome — Mélanges d' Archeologie et d'IIistoire (XV 
Année, Fase. 1 et 2-3). — Aug-uste Geffroy par L. D. — L'é- 
pitaphe d'Abercius par L. Duciiesne. — Un dessin d'après l'an- 
tique par S. Reinacii. — Notes sur l' itiuéraire du Pape Calixte II 
de 1121 a 1123 par P. Fabre. — Notes sur quelques voies romai- 
nes de l'Afrique proconsulaije par J. Toutain. — La dominatioa 
francaise à Pise par C. de la Roncière. — Les inscriptions chré- 
tiennes de l'Asie mineure par F. Cumont. — Chronique archéolo- 
g-ique Africaine par S. G.sell. 

Atti della Società di Archeologìa e Belle Arti per la provincia di Torino 
(Voi. VI). — Indice. — I sepolcreti di Ornavasso, E. Bianchetti. 

Bollettino della Società di Storia Patria Anton Lodovico Antìnori negli 
Abruzzi (Anno VIII, Puntata XV). — Documenti inediti dell'Archi- 
vio municipale dell'Aquila, I. Ludovisi. — Cenni g-eog-rafici e sto- 
rici del Castello di Assergi, V. Moscardi. — Cenni biografici del 
celebre archiatro napoletano Antonio Villari (lettera del Dott. Li'iGi 
Villari al Prof. E. Casti). — Ricordi storici riguardanti g'ii Abruzzi 
nella Rivoluzione del 1820, L. Palatini. — Giudizio di due dotti 
tedeschi sull'Abruzzo, E. Del Re. 

Bulletin de la societé d' histoire Vaudoise (n. 12) — Table des matières 
— Déclaratiou de S. A. Sér. Mouseigneur Ernest Louis Landgrave 
de Hesse en' faveur des Vaudois. — Histoire des persécutions endu- 
rées par les Vaudois du Dauphiné aux XIII, XIV et XV siècles. 

jB. Accademia dei Rozzi — Bullettino senese di Storia Patria (Anno II, 
Fascicoli S"-!"). — Memorie originali. — I. Del Lungo, Il Savo- 
narola e i Senesi. — G. Pardi, Della vita e degli scritti di G. Co- 
lombini. — G. Rondoni, Il mistero di S. Caterina in un codice della 
Biblioteca Comunale Senese. — Varietà. — Archivi. — Rassegna 
bibliografica. 

Studi e documenti di Storia e Diritto (Anno XVI, Fascicolo 4°). — Note 



222 PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO - OMAGGIO DI PUBBLICAZIONI 

iutorno alla dottrina dei leg-ati, E. Carusi. — SuH' interpretazione 
di nn passo di Tibullo iu rapporto ad antiche vie, A. Rocchi. — 
Lettere e rime inedite di I. Frugoni, G. Zannoni. 

Miscellanea Storica della Valdelsa (Anno III, Fascicoli 2" e 3°). — Som- 
mario del Fascicolo 3°. — G. Carocci, Castelfiorentino, Ricordi 
e notizie. — A. Neri, Castello e Badìa di Pog-g-io Marturi presso 
Pog'gibonsi. — Varietà e Aneddoti. — Comunicazioni e quesiti. 

Società Storica Comense. — Raccolta storica. — Atti della visita pasto- 
rale diocesana (1589-1593) di A. Feliciano Ninguarda, Vescovo di 
Como (Voi. Ili, Dispensa 2»). 

Bollettino della Società Africana d'Italia (Anno XIV, Fascicoli l°-8°, e 
9''-10''). 

Nuova Rivista Misena diretta dal Prof. Anselmo Anselmi (Anno VIII^ 
numeri 7-10). 

Miscellanea Storica Senese (Anno III, numeri 8 e 9). 

Bullettino della Società Dantesca italiana (Voi. Ili, Fascicoli 1" e 2°). 

La Critica, Rivista settimanale di arte diretta da G. Monaldi (Anno III^ 
numeri 1-4). 

R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere. — Rendiconti (Serie II, Vo- 
lume XXVIII, Fascicoli 16-20). 

R. Accademia dei Lincei (Classe di Scienze morali, storiche e filologiche) 
— Rendiconti (Serie V, Voi. IV, Fascicoli 6-11). 

Commissione Municipale di Storia Patria e Belle Arti di Carpi. — Me- 
morie storiche e documenti su Carpi (Voi. VI). 

Erudizione e Belle J.?'^iV Miscellanea diretta dal Prof. Francesco Rava- 
GLi (Anno II, Fascicoli 11" e 12°). 

Accademia di Scienze^ Lettere e Arti degli zelanti e PP. dello Studio di 
Acireale. — Atti e rendiconti (Nuova serie, Voi. VI). 

Rivista di Storia antica e Scienze affini diretta dal Dott. Giacomo Tropea 
(Anno I, Fascicoli 2° e 3°). 

n Rinascimento, Rassegna di Scienze, Lettere ed Arti (Anno I, Fasci- 
colo 8"). 

L'Educazione popolare, Rivista mensile diretta da Giuseppe Neri (An- 
no II, Fascicoli 8° e 9°). 

R. Accademia Lucchese di Scienze, Lettere ed Arti. — Atti (Tomo 28°). 



Pu^n L. — L' Inventario dei beni di Giovanni di Maguavia Vescovo di 
Orvieto e Vicario di Roma. — Roma, Tip. Poliglotta della S. C. di 
P. F., 1895. 



PERIODICI IN CAMBIO O IN DONO - OMAGGIO DI PUnBLICAZIONI 223 

Cn'OLLA C. — Cesare Cautù ed Enrico vou Sybel. — Cenni commemora- 
tivi. — Torino, C. Clausen, 1895. 

Charitas. — Pubblicazione per cura di G. Sannucci. — Assisi, Tip. Me- 
tastasio, 1895. 

Manassei P. — Nota sullo Statuto inedito di Collestatte e Torreorsiua, 
comunità della Diocesi di Spoleto rette con giurisdizione feudale fino 
alla restaurazione del g-overno pontificio dopo 1' epoca napoleonica. 
— Spoleto, Tip. Bassoni, 1895. 

Broussolle J. C. — La Rocca d'Assise, Pèlerinag-e aux pays des vicux 
paintres ombriens. — Paris, Letouzey et Ané, Editeurs, 1895. 



A 



225 




IL CATASTO D' ORVIETO 



DELL' ANNO 1292 



i.ii',!ii:i 


1 \ 


Aiiliiiiiii 


ìilllIKl 


S'-affah- 




Fila 




Nunu'i'o 





Il Canestrini, nella sua opera magistrale « La scienza e l'arte 
di Siato desunta dagli aiti ufficiali della repubblica fiorentina e 
dei Medici », parlando degli statisti di Firenze, città che egli dice 
aver dimostrata — come dimostrò realmente — una sapienza gran- 
dissima negli ordinamenti economici, si esprime a questa ma- 
niera (I, 7) : 

« Ed in vero i nostri statisti ponendo ogni studio nel cercare 
e conoscere esattamente tutta la ricchezza privala, tutta la mate- 
ria imponibile, e nel procurare nello stesso tempo l'eguaglianza 
contributiva non solo per ragione di giustizia ma ben anche per 
accrescere sempre più la rendita dello Stato, e sostenere la po- 
tenza e la riputazione dentro e fuori d' Italia della repubblica fio- 
rentina, non si contentarono della proporzione approssimativa o 
presuntiva nel riparto delle imposte, ma fecondi come erano d'in- 
gegnosi ritrovati, e per la grande pratica degli affari e dei cal- 
coli mercantili espertissimi nell'aritmetica politica, aiutati forse 
anche dalle tradizioni della repubblica d'Alene, si applicarono ad 
accertare con vari modi di calcolo la facoltà contributiva di ciascun 
cittadino, a perfezionare sempre più la forma e il modo d' imposta 
e della sua distribuzione, per cui divennero sempre più esalti e 
severi ricercatori della ricchezza privala e delle risorse d'ognuno ». 

Ma, ad onta di tutto ciò, la repubblica fiorentina, nelle impo- 
sizioni sopra la ricchezza immobile, non fu così perfetta come 
altre città della Toscana, avendo fino ai primi decenni del se- 
colo XV adoperato V eslimo, avendo cioè presa per norma del- 

15 



226 G. PARDI 

l'imposte la stima delle sostanze di ciascun cittadino, fatta a se- 
conda della denuncia loro od arbitrariamente da ufficiali a ciò 
deputati. Di qui una grande incertezza, instabilità, ineguaglianza 
ed ingiustizia nel riparto delle imposte medesime, ingiustizia age- 
volata dalle passioni politiche, poiché il partito dominatore si stu- 
diava di aggravare, quanto più era possibile, gli avversari e di 
sgravare al contrario i propri fautori (1). Ed il Canestrini stesso 
(pag. 104) confessa Timperfezione deW estimo e ne nota i due 
principali difetti: « il primo, che la gravezza veniva distribuita sul 
numero dei cittadini e non propriamente sulla qualità e quantità 
della ricchezza; il secondo, che nell' imporre e distribuire i pesi^ 
non sempre la legge, ma più spesso l'arbitrio degli uomini pre- 
valeva; laonde le frodi, gli abusi, le parzialità ». 

In questo adunque, vale a dire nella ricerca più certa e più 
esatta della facoltà contribuitiva dei cittadini, furono, per così dire, 
maestre a Firenze anche due cittadelle non poste nella Toscana 
culla degli ordinamenti economici : Macerala ed Orvieto, le quali 
con i catasti, del 1268 l'una (2) e del 1292 l'altra, stabilirono una 
norma sicura per l' imposizioni sulla ricchezza immobile. 

E cito Macerata ed Orvieto soltanto, perchè sul catasto del- 
l'una è stato pubblicato un accurato studio dell'avv. Foglietti, e 
perchè quello dell'altra è appunto materia del presente scritto. Ma 
potrei ricordare catasti antichi di altre città, come quelli di Iesi 
della metà del secolo XIII, di Amandola del 1328, di Ascoli del 
1381 (3), e di Amelia mollo anteriore al 1357 (4). 

Ho creduto degno d'esser reso di pubblica ragione un esame del 
catasto d'Orvieto del 1292, monumento della sapienza politica ed eco- 
nomica di questo Comune, compiuto lo stesso anno in cui si poneva 
la prima pietra di un meraviglioso monumento d'arte, della calte- 



li) La provisione dei catasto fiorentino comincia con questa dolorosa esposizione 
dei danni arrecati dall'estimo; 

« Quelli, quanti e quali cittadini la inegualità delle gravezze pubbliche abbia dei 
beni spogliati, della patria pi'ivati, lo esterminio delle sostanze a disperazione quasi 
abbia condotti, il desiderio di molti che desideravano ritornare alla patria abbia ri- 
tratto, di quanti mali abbia dato cagione, spauriti e dubbiosi di suo stato abbia te- 
nuti, con scrittura ovvero lingua dire non si potrebbe ». 

(2) R. Foglietti, Il catasto di Macerata nell'anno 136S, Macerata, 1SS6. 

(3) A. Crivellucci, L'antico catasto di Ascoli (Studi storici di A. Crivellucci ed 
E. Pais, voi, II, pag. 493-522). 

(4) Arch. coni. d'Amelia, pergamena del 1357, gennaio 7. 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 227 

drale di S. Maria (1): duo avvenimenti notevoli, che attestano la 
floridezza e grandezza della repubblica orvietana sulla fine del 
secolo XIII. 

Compatiscano pertanto gli amanti di queste ricerche chi, de- 
sideroso di fare, si avvolge, errando forse, per i labirinti di un 
intricato argomento, procurando di uscirne dopo aver acquistala 
qualche cognizione giovevole, studiandosi cioè di giungere a qual- 
che conclusione nuova e non inutile. 

§ 1. — Descrizione paleografica dei due codici contenenti 
il catasto della città e del contado d'Orvieto del 1292. 

Il catasto della città è contenuto in un grosso codice mem- 
branaceo, di carie 608, con varie lacune. Nel quartiere di Santa 
Pace mancano le e. 51-2, 57-9, 08-89; nel quartiere di Posteria 
mancano le e. 128-137 e non si legge la numerazione da e. 207 
a e. 211, perchè il margine superiore è corroso; nel quartiere 
Serancia mancano le e. 3-18. 

Ogni e. è lunga 0,52, larga 0,28. Il margine superiore mi- 
sura 0,04 e l'inferiore 0,10; nel margine sinistro sono scritti i 
nomi dei possessori dei terreni ed i capiversi delle pagine, nel 
destro le stime dei possessi. La somma della stima dei possessi 
di ciascuno e le intestazioni dei quartieri sono in rosso. 

Comincia in tal modo: 

IN NOMINE DOMINI AMEN. 

Ad Honorem et Reverentiam Omnipotentis dei Beate Marie semper 
Virgiuis et Beatorum Apostolorum Petri et Pauli et omnium sanctorum 
et sanctarum dei. Et ad honorem et reverentiam sacre sante romane Ec- 



(1) Tra questi due fatti v' é alcuna relazione? Il Manente (Historie, pag. 157), 
dopo aver narrato come per costruire il duomo d'Orvieto furono abbattute le due 
chiese di S. Costanzo e di S. Maria Prisca, aggiunge che il pontefice permise si spendes- 
sero nella fabbrica le offerte presentate al Corporale, e che inoltre « fu fatto et ordinato 
il Catasto generale et sontuoso come al presente si vede per tal fabrica, et tutti Ba- 
roni et cittadini volentiermente pagarono gran quantità di danari per la fabrica di tal 
tempio ». Le parole del Manente, false per riguardo a molti fatti della storia orvie- 
tana, sono state messe in dubbio anche a questo proposito; ma io reputo sien qui ve- 
ritiere, perchè la concordanza della data tra l'istituzione del catasto e la fondazione 
della cattedrale conforta l'asserzione del cronista. 



228 Ct. pardi 

elesie et Ad statura Pacificum et Quietum Civitatis Urbis Veteris Eius- 
que Comitatus et districtus Civitatis prefate. Hic est Liber Appassatus 
sive mensurationis Terrarum et Possessionura Hominum Civitatis et Co- 
mitatus Civitatis prefate. Ac etiam Extimatiouis. Factus et conpositus 
per Discretos Viros Mag'istrum Transmundum Egidii de Fabriano, Pal- 
merutium Eius Filium, Bernardum Hermanni et Bonansegnam Bartholi 
de Fulgiueo Agrimensores Terrarum. Et scriptus per me Jacobum Massei 
de Fulgineo notarium, Sub Anno dni M.CC. LXXXXII. ludictione Quinta, 
Tempore dni Niccolay pape Quarti, Et Tempore Potestarie Nobilis et 
Egregii Militis dni Fiorii de Mediolano Honorabilis Potestatis et Capita- 
nei Civitatis Eiusdem: Que quidem possessiones Extimate fuerunt per Re- 
ligiosos Viros, Fratres ordinis Sancti Guilielmi. 

Dopo questo titolo principia il catasto del quartiere di Santa 
Pace, diviso nelle seguenti regioni: 

De Rigoue saucte Pacis da e. 1 a e. 32 

De Rigone sancti Christofani . . . 
De Rigone Vallis Placte .... 
De Rigone Ripe Ulmi 

Dopo il catasto del quartiere di Santa Pace segue quello del 
quartiere di Postierla intestato in tal guisa: 

IN DEI NOMINE AMEN. 

Ad Honorem et Reverentiam Omnipotentis dei et Gloriose Beate Marie 
semper Virginis, Beatorum Apostolorum Petri et Pauli, Beati Constantii 
Martiris et Omnium sauctorum et sanctarum dei. Ad honorem et Reve- 
rentiam sacrosancte Romane Ecclesie. Et ad bonum et pacificum statura 
Civitatis et Comitatus Urbis Veteris. Hic est liber appassatus et mensu- 
rationis terrarum Viuearum et aliarum possessionum hominum et perso- 
narura diete Civitatis, Videlicet de quarterio Pusterule cura extimatione 
Ipsarum possessionum. Factus et conpositus per discretos Viros Tran- 
smundmu Egidii de Fabriano, Palmerutium eius filium, Berardum Har- 
manni et Bonansegnam Bartholoni de Fulgineo agrimensores, scriptus 
per me Venturam Jacobi de Spello notarium usque ad Regionem sancti 
Angeli et inde antea per Angelum Thorae de Fulgiueo notariiim. 

Il quartiere di Postierla è diviso nelle seguenti regioni: 



33 


» 


42 


43 


» 


50 


53 


» 


125 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 229 

Inprimis de Regione saucte Marie . da e. 1 a e. 32 

De Regione sancti Salvatoiis . . » 33 » 46 

De Regione sancti Constautii . . > 47 » 80 

De Regione sancti Blaxii .... » 81 » 100 

De Regione sancti Egidii .... » 101 » 106 

De Regione sancti Leonardi ... » 107 » 128 

De Regione sancti Angeli ... » 137 » 202 

De Regione sancti Stephani ... » 203 » 221 
[Manca il rione di san ^Martino] 

Segue il catasto del quartiere di San Glocanni e San Gio- 
venale, scritto dal notaro Martino di Pietro da Fabriano: 

De qiiarterio sancti Jiivenalis et santi Johaunis. 

De Rigone sancti Juvenalis . . . da e. 1 a e. 72 
De Rigone sancti Matthey .... » 73 » 80 
De Rigone sancti Fustini .... » 81 » 90 
De Rigone sancti Johannis ... » 91 » 128 

Segue il catasto del quartiere Serancia, di cui non è indi- 
cato da qual notaro sia stalo scritto: 

De Regione Seraucis da e. 1 a e. 47 

De Regione Sancti Angeli sub Ripa » 48 » 54 

De Regione Sancti Laurentii ... » 55 » 67 

De Regione Sancti Apostoli ... » 68 » 106 

É infine la stima dei beni di persone, di cui non si sapeva 
di che regione fossero o se appartenessero alla città od al con- 
tado : 

In nomine domini amen. Infrascripti snnt homines et persone recepti 
cum Infrascriptis possessionibns, qui non fuerunt Noti de qua Regione es- 
sent per Homines Regionum positos per Comune Civitatis Urbis Veteris, 
Nec agnosci potueruut per aliquos homines requisitos ad hoc qui essent 
et au essent de Civitate an de Comitatu.... da e. 120 a e. 134. 

Il catasto del contado d'Orvieto è contenuto in un grosso codice 
membranaceo, di e. 717, presso a poco delle stesse dimensioni 
delle e. del catasto della città e con margini eguali. Non v' è nes- 
suna lacuna. La somma della stima dei possessi di ciascuno è 



230 G. PARDI 

scritta, al solilo, in rosso, come pure le intestazioni dei paesi del 
contado. 

Comincia in questo modo : 

IX DEI NOMINE AMEN. 

Ad Honorem et Reverentiam Omnipoteutis dei et Beate Marie semper 
Virg'inis, et Beatorum Apostolorum Petri et Pauli et Omuiiim sanctorum 
et sauctarum dei et Ad honorem et Reverentiam sacre saucte Romane 
Ecclesie et Ad statum Pacificum et Quietum Civitatis Urbis Veteris eius- 
que Cornitatus. Hic est liber Appassatus et Meusurationis Terrarum et 
Possessiouum hominnm et personarum Totius Comitatus et Districtiis, 
Castrorum, Pleberiorum et Yillarum Civitatis Urbis Veteris Cum Extima- 
tioue dictarum possessionum facta per Religiosos Viros fratres de Ordine 
sancti Guilielmi. Factus et Compositus per discretos viros Magistnim Trau- 
smundum Egidii de Fabriano et Paimerutium eius Filium de Eodem 
Loco, Berardum Herraauui et Bonanseg'nam Bartholoui de Fulgineo Agri- 
mensores Terrarum, Tempore potestarie Nobilis et Egreg'ii Militis dni 
Fiorii de Mediolano Honorabilis Potestatis et Capitanei Civitatis prefate. 
Sub Anno dui Millesimo Ducentesimo Nouagesimo Secundo. ludictione 
Quinque (sic) Tempore dni Niccolay pape Quarti. 

Il catasto del contado è diviso nella maniera seguente: 

Pleberium FicuUi e. 1 — 68 

Castrum Fabri e. 69 — 96 

Pleberium sanate Marie in Forzano, e. 97 — 100 

Castrum Campursilvuli e. 101 — 142 

Castrum Alglaui ....... e. 143 — 146 

Pleberium Aleronis e. 147 — 171 

Castrum Rubialgli e. 172 — 174 

Castrum Paterni e. 175 — 178 

Pleberium Sancti Fortunati . . . e. 179 — 193 

Pleberium Bardani e. 194 — 198 

Pleberinm sancti Donati e. 199 — 238 

Pleberium Mimiani e. 239 — 252 

Pleberium sancti Abundi .... e. 253 — 260 

Pleberium Sucani e. 261 — 292 

Castrum Lubriani e. 293 — 312 

Castrum Civitelle As'liani .... e. 313 — 332 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 231 

Pleberiiim sancti Johannis .... e. 333 — 340 

Castrum Fichiui e. 341 — 388 

Plebcrium sancte Marie Stiole. . . e. 38U — 397 

Castrum Mentis Guabionis .... e. 398 — 458 

Pleberium Monti Long-i e. 459 — 477 

Pleberium sancte Marie de Rosa. . e. 475 — 522 

Pleberium sancti Felicis e. 522 — 538 

Pleberium sancte Marie in silva. . e. 539 — 582 r. 

Pleberium sacti Petri e. 582 t. — 584 

Pleberium Moutis Jovis e. 585 — 596 

Pleberium Montis Leonis .... e. 597 — 648 

Pleberium Caruaiole e. 649 — 658 

Pleberium Stennaui ...... e. 659 — 678 

Pleberium Morraui e. 679 — 709 

Castrum Turris e. 710 — 717 

In questi due calasti non sono registrati se non i- possessi 
consistenti in terreni. Di ogni singolo pezzo di terra è indicalo in 
quale contrada si trova, se è coltivato, sodo, a vigna, ad orlo, a 
prato, a bosco e ne sono espressi i confini, l'estensione e la slima. 
Eccone un esempio: - 

Dnus Spinellus Rayuutii Transmundi. Ha- 
bet viueam in coutrata Tinaie iuxta Lunar- 
dum Jacobi Terze d. II 1. [de duobus lateri- 
bus] et viam. Que est unus mezalis et vigiuti 

sex tabule. Estimata Trencencis uonaginta una 

1. [libra] CXXII s. [sol- 
dis]. 

Item habet terram [fei'ra coltivata] in po- 
dio Mariani iuxta Nerium Saraceni, Nerium 
Ug'izonis et fossam. Que est tres mezales. 
Extiraata Vigintiquatuor 1. 

Item habet terram in Plano Luce iuxta 
Petrum Pecore d. II 1. et Nerium Ugizonis. 
Que est unus mezalis et medius. Extimata . Duodecim 1. 

Item habet pratum in Parrano iuxta ec- 
clesiam sancti Johannis, dnum Ciptam et viam. 
Que (sic) est unus mezalis et medius et decem 
tabule. Extimata. ' . Quinquag-inta sex 1. 



232 G. PARDI 

Item habet unum tenimentum iu vocabulo 
Vallis Canuaui et Fraucag-uauo iuxta heredes 
Petri Ciptadini, iossam d. IL 1. et viam. Que 

(sic) est duodecim tabule. Estimata. . . . Quatuorcentis quadra- 

g'inta 1. 

Item habet infra dictos confìues vineam. 
Que est quinque mezales. Extimata. . . . Ducentisquinquaginta 1. 

Item habet sodum infra dieta latera. Quod 
est sex mezales. Extimatum Decem et octo 1. 

Item habet unum ertale in dicto loco iuxta 
heredes Petri dni Ciptadini et viam d. II. 1. 
Quod est vig-intiquatuor tabule. Extimatum Novem 1. et XI s. 

Item habet silvam infra dieta latera. Que 
est unus mezalis. Extimata Tribus 1. (1). 



(') Non sarà inopportuno accennare qui brevemente alle misure dei terreni ado- 
perate in quel tempo. In Orvieto usavansi allora più comunemente la tavola ed il 
messale. Quanto alla tavola è misura assai nota. Il Rezasco nel suo Disionario del 
linguaggio italiano storico e amministrativo, scrive a questa parola: Misura delle terre, 
che, in alcune lìarti della Toscana, corrispondeva a metri 3,S6: nel Genovese a 144 
piedi quadrati, e nel Reggiano a quattro pertiche quadrate, computata la pertica a 
sei braccia, ed il braccio a dodici onde. Ora, poiché la tavola corrispondeva a me- 
tri 3,86 nella vicina Siena (Banchi, Statuti Senesi, II, 363), con la quale Orvieto ebbe 
tante e svariate relazioni e da cui apprese alcuni ordinamenti economici (ad esem- 
pio, quelli delle gabelle), non sarà irragionevole credere che fosse computata egual- 
mente in quest'ultima città. Quanto poi al tnezsale non mi è avvenuto di poterne 
trovar menzione o notizia in alcun libro da me consultato; per la qual cosa è da 
supporre fosse una misura locale. Non riuscendo pertanto a stabilire quanto venisse 
computato il m.e2zale, ho creduto poterlo dedurre dal confronto con la tavola, o me- 
glio, dal ragguaglio della stima di terreni misurati con la tavola, con quella di altri 
che si trovassero nelle medesime condizioni, misurati con il mezzale. Ecco un esem- 
pio, il quale mi sembra dia un risultato abbastanza soddisfacente ( Catasto del con- 
tado, e. 157 r.): 

Rem habet sodum cmn quercubus, quod est quadraginta tabule, extimatum, — 
duodecim s. 

Item habet sodum cum quercubus.... quod est decem tabule, extim,atum — tri- 
bus s. 

Item habet sodum cum quercubus... quod est tres mediales, extimatum, quatuor^ 
l. et decem, s. 

Un terreno sodo con querci della misura di 10 tavole era adunque stimato 3 soldi. 
Un altro terreno nelle medesime condizioni, della misura di 40 tavole era stimato 
12 soldi, cioè, al solito, 3 soldi ogni 10 tavole. Quindi un altro simigliante appezza- 
mento di terreno, di 100 favole di misura, dovrebbe essei-e stato stimato 30 soldi. Tro- 
viamo ora che un pezzo di terra, nelle medesime condizioni dei primi due, della mi- 
sura di 3 meszali, è stimato 4 lire e 10 soldi, equivalenti a 90 soldi, vale a dire 30 soldi 
ogni mezzale, il che fa precisamente la stima di 100 tavole di un siffatto tei'reno. Non 
è pertanto senza fondamento l'opinione nostra che il ìnezzale fosse computato ICQ ta- 
vole, ossieno 3S6 metri. 

Finalmente, quanto al valore delle monete allora adoperate in Orvieto, ho osser- 
vato altrove che quivi era usata come unità la liì^a cortonese, corrispondente a li- 
re 8.736 di nostra moneta. 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



233 



§ 2. — In qual modo erano divise le possessioni 
ad Orvieto nel 12U2. 

11 frazionamento della proprietà ò certo una delle coi-e più 
interessanti a conoscersi nello studio della vila economica degli 
Slati. 11 catasto orvietano del 1292 non registra se non i possessi 
in terreni, non tenendo conto delle case, dei molini, della ric- 
chezza mobile, ecc. A quelli adunque dobbiamo restringere le no- 
stre ricerche. E poiché i maggiori proprietari vivevano in città, 
dove si accentrava la ricchezza, mentre nel conlado la proprietà 
era frazionatissima, cominciamo dall'esaminare il catasto cittadino, 
quartiere per quartiere e regione per regione. 



I. QUARTIERE Di S. PACE. 

1. Rione di S. Pace. 

In questo rione abitavano 146 proprietari di terreni. Nel 
seguente prospetto li ho riparliti secondo il valore dei loro pos- 
sessi. 

Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


5- 


9 


9 


46 


21 


28 


28 



Coloro che possedevano più di 2000 lire erano certo le per- 
sone più ragguardevoli della città. Perciò reputo utile riferire qui 
i loro nomi (nell'ordine in cui li troviamo nel catasto) con la stima 
dei loro terreni in lire cortonesi e con appresso il valore corri- 
spondente in lire italiane: 

Aldrevauninus Scag-ui 1. 2796 uguali a 24425,85 1. 

Angelus Rainutii Trausmundi .... I. 3055 » 26678,48 1. 

Heredes Bouiohanuis de Miccinellis (1) 1. 5734 » 50092,22 1. 



(1) Si noti che, per avere il valore reale dei possedimenti, biso;jna ancora mol- 
tiplicare per 3 la somma ottenuta con la riduzione delle lire cortonesi in lire italiane. 
Cosi, ad esempio, gli eredi di Dongiovanni dei Miccinelli, che avevano fondi stimati 
lire cortonesi 5734, ossieno 50092,22 lire italiane, possedevano effettivamente 150276,66 1. i. 



234 



G. PARDI 



Heredes Bartholi Petri Guidulie . 

Celle Micciuelli 

Cauis Moualdi 

Foft'us Acconraanui 

Giiidus Gilii Berti 

Intende Cremoueusis de Optimellis 
Luuardus lacobi Terze .... 

Montanarius Berardi 

'/^ Miiualdutiiis Catalani 

Masseiis Rainntii 

Missciuns Petri Guidilitie . . . 
Org-esins Comes de Scitoua . . . 
Petrucius Ricci Miccinelli . . . 

Rayuerius Terze 

Raynaldus Gentilis 

Raynerius lohannis 

Spinellus Raynntii Transmiindi . 

Spinutius lallachyni 

Uguliuus Uguliui Grece. . . . 
Rayuuzzeptus lacobi Tasce. . . 

Vauues Ugulini 

Vannes Manentis 

Vanues Gerardi Arezzani , . . 

Petrus Beucevenne 

Andreas Guillelmi de Bardano 



4250 uguali 

4775 

2587 

2732 » 

3974 

4859 » 

3035 
10438 

2527 

3367 

2306 » 

3768 

3043 
12613 

2336 

2984 

9703 

6385 » 

2678 

3139 

3358 

4376 

3737 

2271 » 

7819 



a 37128,00 1. 
41714,40 1. 
22600,03 I. 

23866.75 1. 

34716.86 1. 
42444,22 1. 

26513.76 1. 
91186,48 1. 

22075.87 1. 
29413,.S1 1. 
20145,21 1. 
32917,24 1. 
26883,64 1. 

110187,16 1. 

20417.21 I. 

26068.22 1. 
84765,40 1. 
55779,36 1. 
23395,00 1. 
27422,30 1. 
29334,68 1. 
38228,73 I. 
32646,43 1. 
19839,03 1. 
68306,68 1. 



2. Rione di S. Cristoforo. 
Possessori di terreni slimati 



.>^otto 10 1. Da 10 a 50 Da 50 a 100 Da 100 a 500 



13 



24 



Da 
500 a 1000 



11 



Da 

1000 a 2000 



Sopra 2000 



Amideus Guidi Marci . . . 
Egidius et Philippus Simonis 
Heredes lacobi Ranaldi . . 

lannes Morici 

Niccola Farolfi Scarpette 
Loctus et Vannes Cambii . 



3868 uguali a 33790,84 1. 



2526 


s 


22067,13 1 


2621 


» 


22897,05 1 


3318 


» 


28986,04 1 


2969 


» 


25063,58 1 


4245 


t> 


37084,32 1 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



235 



3. I-liONE DI Valle PL\riA. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. Da 10 a 50 



Da 50 a lOODa lOOa 50o| ^.^^^^ \ looOa^oOO 



10 



31 



11 



Sopra 2000 



Bracliyixs Brachyi Rayuutii. 
Osiccus Micciaelli . . . . 



1. 3948 uguali a 34489,72 I. i. 
1. 4996 » 43645,05 1. i. 



3. Rione di Ripa dell' Olmo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 



Da 10 a 50 Da 50 a 100 



Da 100 a 500 



15 



47 



Da 

500 a 1000 



Da 

1000 a 2000 



34 



42 



Sopra 2000 



41 



Heredes Andrée Scancati 

Andreas Castaldi 

Audrioctus et Berardinus Adbiduti . 

Filii Alexandri Bernardi 

Frater Berardinus 

Bouiohannes Bonag-iunte 

Bicchutius Raynaldi 

Heredes Andrutii Boniohannis Bonaccursi 

Berardinus Albonecti 

Borgarutius lacobi 

Ciceus et Monaldutius Guilelmi , . . 
Dna Clara uxor quondam Neri Bercii . 

Conte lacobi 

Henricutius Bauli Zampi . . . . . 
lannes Sperandei Sallamare .... 

lohannes Ugizonis 

lacobus Xiecole 

lacobus Albonecti 

lacobus Raynutii Ug'onis 

Heredes lacobutii Castaldi 



2251 ug^uali 

3646 

5003 » 

2218 

3928 

2296 

6669 

7679 

6300 

3081 

74.30 

2098 

4432 

2522 » 

3540 r> 

2377 

2461 » 

5215 » 

2450 » 

3966 



a 19664,73 1. 
31851,45 1. 
43706,20 1. 
19376,44 1. 
34315,00 1. 
20057,85 1. 
58260,38 1. 
67083,74 1. 
550.36,80 1. 
28915,61 1. 
64908,40 I. 
18328,12 1. 
38717,95 1. 

22032.19 1. 
30925,44 1. 
20765,47 1. 
21499,29 1. 
45.5.58,24 1. 

21403.20 1. 
34646,97 I. 



236 



G. PARDI 



Meus Guilelmì 1. 4407 uguali a 38499,55 1. 

Nerius Romani 1. 3397 » . 29676,19 1. 

Nerius Petri Sallamare 1. 2623 » 22914,52 1. 

Filli Nini Guidecti Capitauei .... 1. 2854 » 24932,54 1. 

Nerius Alexandri 1. 2044 » 17856,38 1. 

Nerius Pepi 1. 2800 » 24460,80 1. 

Petrus Forti Brazze 1. 4350 » 38001,60 1. 

Picchius Rayuerii 1. 2624 » 22923,26 1. 

Rayuuzzittus Ardizzoni 1. 5105 » 44597,28 1. 

Senebaldus Ardizoni 1. 4978 » 43437,80 1. 

Heredes Sallamare 1. 13372 » 116817,79 1. 

Siuibaldas Petri 1. 2421 » 21149,85 1. 

Stephauus lordani Stephani .... 1. 7844 » 68525,18 1. 

Vannes Rabertutii Raynutii Philipp! . 1. 3628 » 31694,20 1. 

Heredes Vannis Andree Rubei ... 1. 19178 » 167539,00 1. 

Zanuis Petri 1. 4395 » 38394,72 1. 

Zutius Paganelli 1. 3241 » 28313,37 1. 

Francbus lacobi Franchi 1. 4547 » 39722,59 1. 

Petrus lacobi 1. 2965 » 25902,24 1. 

Petrus Castaldi 1. 2318 » 20250,04 1. 

Petrus Mathei Toncelle 1. 2127 » 18581,47 1. 

II. QUARTIERE DI POSTIERLA. 

1. Rione S. Maria. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


12 


45 


53 


78 


23 


14 


10 



Angelus Guidi 

Bartus Petri Gani 

Capozzarius Gu.lielmtitii et fratres . 

Predo lacobi 

Putius, Lig-o et Perutius Guidi Peri 

Gottofredus Raynutii 

Massucceptus Raynutii 

Nerius Berardi ...*.... 

Raynaldus Petri Gani 

Eaynuccepttis lacobi de Civitella. . 



6234 ug-uali a 54460,22 1. 



2489 
2854 
2623 
2673 
3206 
4023 
2125 
3967 
2451 



21743,90 1. 
24932,54 1. 
22914,52 1. 
23351,32 1. 
28007,61 1. 

35144.92 1. 
18564,60 1. 
34585,71 1. 

21411.93 1. 



IL CATASTO D OU VIETO, ECC. 



237 



2. Rione di S. Salvatore. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 l. 



Da 10 a 50 



Da 50 a 100 



Da 100 a 500 



24 



Da 
500 a 1000 



10 



Da 
1000 a 20OO 



Sopra 2000 



lacobus Ursi Ragolìni I. 3797 uguali a 33170,59 1. i. 

lacobinus Guasta 1. 4311 » 37660,89 1. i. 

3. Rione di S. Costanzo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. Da 10 a 50 , Da 30 a lOODa 100 a 500 



10 



23 



69 



Da 
500 a 1000 



Da 
1000 a 2000 



19 



Sopra 2000 



19 



Abbiduttis Benencase 

Bouaveuture Benencase Abbiduti. . . 
Bartutius Thederici Frederici Telonag-i 

Cipta Herraanni 

Cipta Giiidouis 

Hermanmis Cittadini 

Galienus, Berardinus et Viviauus magi- 

stri Scagni Medici 

Heredes Maynecti Boniohannis . . . 

lacobus Guidi Trausmuudi 

Heredes lannis Bartholi Benedictionis . 

Matheus Boniohannis Olive 

Mannus Trausmundi 

Nerius Benencase Abbiduti 

Frater Oddo Audree Heremiti .... 
Heredes Petri Guidi Pecore .... 
Tonus et Carloctus Raynutii Guìcto- 

uis 

Zutius Trasmundi 

Heredes Zarfagle Cittadini . . . • . 
Heredes Petri Cittadini 



3246 uguali 
3490 
2430 
4550 

5706 » 
6952 » 



2138 
2260 
4783 
2978 
2690 
3264 
5923 
2472 
4747 

2291 

2740 

13929 

2161 



a 28356,05 1. 
30488,44 1. 

21228.48 1. 
39748,80 1. 
49847,61 1. 
60822,67 1. 

18677,56 1. 
19743,36 1. 
41784,28 1. 
25015,80 1. 
23499,84 1. 
28514,30 1. 
51743,32 1. 
21595,39 1. 

41461.16 1. 

20014.17 1. 
23936,44 1. 

121683,74 1. 

18878.49 1. 



238 



G. PARDI 



4. Regione di S. Biagio. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


10 


31 


20 


47 


8 


2 


4 



Alioctus lacobi Quintavallis .... 1. 2418 uguali a 21123,64 1. i. 



Leo, Farolfus, Petrus et nepotes eorum, 

Comites de Monte Marti .... 1. 33925 

Pandolfus Frederici 1. 3848 

Thomasiuus lacobi Quintavallis ... 1. 4502 

5. Regione di S. Egidio. 
Possessori di terreni stimati 



296368,80 1. 
33616,12 1. 
39329,47 1. 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 

500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


2 


12 


6 


13 


4 


2 3 



Aldrebandinus Pelle 1. 2517 uguali a 21988,51 1. 

Heredes Bartholi Bucciconi 1. 2140 » 18695,04 1. 

lanues Egidii Morichelli 1. 4336 * 37878,49 1. 

6. Regione di S. Leonardo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 I. 



Da 10 a 50 



13 



Da 50 a 100 Da 100 a 300 



11 



42 



Da 
500 a 1000 



13 



Da 

1000 a 2000 



10 



Sopra 2000 



Aldrebandinus Manuppelli sive Grece . 1. 2538 uguali a 22171,96 1. 

Heredes Berzi Petri Fabri 1. 2995 » 26164,32 1. 

Franciscus Uguizionis sive Grece. . . 1. 3164 » 27640,70 1. 
Benencasa, Bartutius, lacovutius, Nutus 

et heredes Petri lohannis Fallantie 1. 2079 » 18162,14 1. i 

Munaldus Aldrebandutii Niccole ... 1. 18306 » 159921,21 1. 1 



IL CATASTO n' ORVIETO, ECC. 



23!» 



Mathiutius et Girardutius Girardini Bel- 

lanprati 1. 2312 uguali a 20197,63 1. i. 

Petrus Aldrebaudutii Niccolo .... 1. 13219 » lir)481,18 1. i. 
Raj-nucceptus Aklrebaudìui Manuppelli Grece [Mancano qui alcuni fogli]. 



7. Rione di S. Angklo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


5 


59 


82 


150 


31 


19 


17 



Heredes Andrea Fallastate de Munaldischis I. 2375 uguali 

Heredes Aldrevauuiui Ainodei Lupizzini 1. 2871 » 

Berardus Fordevolie de Castro Civitelle 1. 7596 » 

Cinus filius olim Raynucii Provenzani . 1. 7972 » 

Meus filius olim Rayuucii Provenzani . 1. 7129 » 

Ceccus Bouasii 1. 2165 » 

Philippus Fidantie 1. 3318 » 

Ofredutius Oddonis de Corbario . . .1. 2991 » 

Heredes Lupiziui Scag-ni Petri . . . .1. 2241 » 

Heredes Nini Amedei 1. 7192 » 

Nerius Uguizionis Grece 1. 5254 » 

Proveuzanus Amodei 1. 7215 » 

Senebaldus Petri Senebaldi 1. 4101 » 

Heredes Gemi Tabernarii 1. 2002 » 

Therius Bouasii 1. 3970 » 

Heredes Todini de Fordevolie de Civitella 1. 6387 » 

Vannes Paganucii 1. 2534 » 

8. Rione di S. Stefano. 

Possessori di terreni stimati 



a 20748,00 1. 
25081,05 1. 
66358,65 1. 
69643,39 1. 
62278,94 1. 
18913,44 1. 
28986,04 1. 
26129,37 1. 
19577,37 1. 
62829,31 1. 
45898,94 1. 
63030,24 1. 
35826,33 1. 
17489,47 1. 
34681,92 I. 
55796,83 1. 
22137,02 1. 



Sotto 10 1, 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


4 


41 


24 


47 


16 


4 


2 



Giliutius Aldrebandini de Paterno 
Petrus Andree 



3507 uguali a 30637,15 1. i. 
3083 » 26933,08 1. i. 



240 



G. PARDI 



III. QUARTIERE DEI SS. GIOVANNI E GIOVENALE. 

1. Rione di S. Giovenale. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 



Da 10 a 50 ; Da 50 a 100 



40 



46 



Da 100 a 500 



130 



Da 

500 a 1000 



52 



Da 



1000 a 2000 sopra 2000 



41 



32 



Augclutius lacobi 1. 3591 uguali a 31370,97 1. 

Angelus Alexandri 1. 4004 » 34978,94 1. 

Teus et Lutius filli Arloctl 1. 4635 » 40491,36 1. 

Andrioctus Castellani 1. 2515 » 21971,04 1. 

Niuus Andree Galisi 1. 2976 » 25998,33 1. 

Buccolus Guidonis Azzare 1. 3747 » 32733,79 1. 

Hugolinus Boniohannis 1. 2669 » 23316,38 1. 

Beraldus Petri de Sciano 1. 2298 » 20075,32 1. 

Berzus Aldrevandini 1. 6402 » 55927,87 1. 

Dominicus Francisci 1. 3150 » 27518,40 1. 

Forzore Bundi 1. 2049 » 17900,06 1. 

Gerardus sive Grifus Ugolini .... 1. 2178 » 19027,00 1. 

Johannes Cinfonis 1. 2884 » 25194,62 1. 

Heredes Mathej' lohannis Citadini . . 1. 3690 » 32235,84 1. 

Matheus Guidi medicus 1. 3047 » 26880,67 1. 

Massius Ugolini 1. 3216 » 28094,97 1. 

N. N 1. 2170 » 18957,62 1. 

Nallus Vallonchi 1. 2175 » 19000,80 1. 

Nerius Salimbene 1. 2039 » 17812,70 1. 

Kutius Ugolini 1. 3224 » 28173,60 1. 

Oddutuis Andrutii 1, 2236 » 19533,69 1. 

Petrus Rainerii Rudigerii 1. 17458 » 152513.08 1. 

Petrus Aldrovandini Sforzaterre ... 1. 5855 » 51149,28 1. 

Petrus Sforzaterre 1. 9790 » 85525,44 1. 

Filippus Bartutii 1. 3350 » 29265,60 1. 

Petrus Muualdi Rainerii Stefani ... 1. 16960 » 148162,56 1. 

Petrus Cappecta 1. 6634 » 57954,62 1. 

Rainerius Munaldi 1. 15522 » 135600,19 1. 

Tebaldutius Dominici Falsacappe. . . 1. 2060 » 17996,16 1. 



IL CATASTO D ORVIETO, ICCC. 



■2\l 



Heredcs Tutii Bernardini 1. 2!i21 n<>uali a 2')'y\l,(M', 1. 

Vaunutius Rainerii Vallonclii .... 1. 2332 » 20372,35 1. 

Ug-olinus Aldrovaudini 1. 6182 » r)400:),!t5 1. 



2. liioNE Di S. Matteo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 



Da 10 a 50 



19 



Da 50 a 100 



13 



Da 100 a 500 



33 



Da Da 

500 a 1000 1000 a 2000 



Sopra 2003 



Severius Domiaichelli Fiorentini ... 1. 2101 uguali a 18354,33 1. i. 

3. Rione di S. Faustino. 
Possessori di terreni stimati 



sotto 10 1. 



Da 10 a 50 Da 50 a 100 Da 100 a 500 



31 



24 



31 



Da 

500 a 1000 



Da 

1000 a 2000 



Sopra 2000 



Angelus et Vannes et Zannes Rugerii 

Mongnay 1. 2335 uguali a 20388,56 1. i. 

4. Rione di S. Giovanni. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 

500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


2 


24 


18 


57 


21 


8 


11 



Berardimis Rainerii Comes . . . 
Ugolinus Bulgarutii de Marsiano 
Franciscus Andree Andree . . . 
Nerius Bulgarutii Comes . . . 
Neri Munaldi Rayuerii . . . . 
Xardus Bulgarutii Comes . . . 
Petrutius Boniohannis . . . . 
Ventura Malavere 



21939 uguali a 191659,10 1 



2698 


» 


23569,72 1 


6777 


» 


59203,87 1 


9694 


» 


84686,78 1 


4238 


» 


37023,16 1 


7879 


» 


68830,94 1. 


2413 


» 


21079,96 1 


4399 


» 


38429,66 1 

10 



24-2 G. PARDI 

Simon Raynerii Guidonis .".... 1. 30836 ixg-uali a 269383,29 1. 

Vaunes Audree Bele 1. 2824 » 24758,54 1, 

Zelingixs UguizoniS' 1. 3150 » 27618,40 1. 



IV. QUARTIERE DI SERANCIA. 



1. Rione di Serancia. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2300 


3 


9 


18 


38 


39 


17 


24 



Aldrovaudinus Aldrovaudiui .... 

Areugutius Arengherii 

Barthutius Pandolj^hi Gurancie , . . 

lacobutius Biechi Bernardi 

lacobus Eainerii Guillelmi 

Guido Euberti de Mezzano 

Lucius Berardini • 

Ninus lacobi Patri Caromi 

Oddo de Medicis 

Petrus Aldrovandutii Xerconi .... 
Petrus lohannis de Albricis .... 
Biccutius, Pangnus, Steplianutius et ne- 

potes Philippi Riccomanui. . . . 
Pellus et Xerius Guidi Francisci . . . 
Petrutius et Massius Raynaldi Coltray . 

Puctius Melior;s 

Petrus Bernardini Bartholomeì . . . 
Heredes Petri lacobi Petri Caromi . . 

Raynaldus Aldrovandini 

Rubertus Albizi 

Munaldutius, Dominicus et Putius Ste- 

phaui 

Vannes Forzoris de Albricis .... 
Vannes Bartholi Bernardini Lucie . . 

Ugolinus Lupicini 

Heredes Magalocti Petri Uguizonis cum 

nepte (sic) 



2199 uguali a 19120,46 1. 



4678 
4740 
16444 
3952 
2330 
3953 
4967 
2592 
3327 
3393 

13183 
4183 
2734 
2670 
3646 
4076 
4725 

11044 



1. 5065 
1. 3139 
1. 3759 
1. 15629 



1. 3431 



40867,00 1. 

41408,64 1. 

143654,78 1. 
34524,67.1. 

20354,88 1. 

34533,40 1. 

43391,71 1. 

22643,71 1. 

29064.67 1. 
29641,24 1. 

115166,68 1. 

36542.68 1. 
23884,04 1. 
23325,12 1. 
31851,45 1. 
35607,93 1. 
41277,60 1. 
96480,38 1. 

44247,84 1. 

27423.20 1. 
32738,62 1. 

136534,94 1. 

29937.21 1. i. 



IL CATASTO I> ORVIETO, ECC. 



243 



2. Rione di S. Angelo sub Ripa. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 L 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


5 


15 


14 


19 


5 


4 


1 



Frater Marcus Arlocti. 1. 2506 uguali a 21892,41 1. i. 

3. Rione di S. Lorenzo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a lOO 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


1 


15 


11 


41 


12 


10 


1 



Corradus Armauui 1. 14095 uguali a 123133, !i2 I. i. 

4. Rione di S. Apostolo. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


3 


8 


20 


43 


30 


14 


12 



Barthutius Eaynaldi Presbiteri ... 1. 2726 uguali a 23812,-33 1 

FutiusGismuudicumlmudutioeiusnepote 1. 2219 » 19385,18 1 

Meus et Vannes magistri Guidi ... 1. 3342 » 29195,71 1 

Gibellinus Munaldi lordani 1. 3257 » 28453,15 1 

lordanellus Beccoli 1. 2019 » 17637,98 1 

Xerius Massei 1. 7298 » 63755,32 1 

Petrus Novellus Munaldi 1. 9323 » 81445,72 1 

Vivianus Marinotii I. 2907 » 25395,55 1 

Ugolinus Boncontis 1. 11241 » 98201,37 1 

Yangnes Massei 1. 7309 » 63851,43 1 

Ugoliuus loliaunis Rubei cum nepote . 1. 4828 » 42267,40 1 

Petrus lohauuis Adbruuamontis ... 1. 2004 » 17506,94 1 



244 



G. PARDI 



V. Persone di cui non si potè sapere di qual Rione fossero 
o SE appartenessero alla città o al contado. 

Posseditrici di terrerd stimati 



sotto 10 1. I Da 10 a 50 Da 50 a 100 Da 100 a 500 5ooS%00 1000^^000 ^^P^^ ^000 



10 



34 



21 



21 



Dalle cifre sopra riportale dei possessori di terreni di ciascun 
quartiere orvietano e della stima dei loro possessi si ottengono, 
quanto ai vari quarieri, i seguenti risultati: 

I. QUARTIERE DI S. PACE. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 \. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 

500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


7 


44 


31 


148 


77 


80 


77 



II. QUARTIERE DI POSTIERLA. 

Possessori di terreni stimati 



sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 

500 a 1000 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 200O 


33 


216 


226 


470 


124 


63 


65 



III. QUARTIERE DEI SS. GIOVANNI E GIOVENALE. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 

500 a 1000 


Da 
1000 a 2000 


Sopra 2000 


12 


114 


101 


251 


81 


55 


45 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



21: 



IV. QL'AKTIEllE DI SERANCIA. 
Possessori di terreni stimati 



Sotto 10 1. 



12 



Da 10 a 50 



4G 



Da 50 a 103 



63 



Da 



Da 100 a 500 590 a 1003 



1000 



Da 



a 2000 sopra 2000 



141 



8(5 



45 



38 



Infine, tirando la somma delle cifre riportale per i quartieri 
orvietani, si giunge al risultato seguente: 

ABITANTI DI ORVIETO 

Possessori di terreni stimati 



sotto 10 1. 


Da 10 a 50 


Da 50 a 100 


Da 100 a 500 


Da 
500 a 1000 

3G8 


Da 

1000 a 2000 


Sopra 2000 


64 


420 


421 


1010 


243 


205 



Ma poiché adoperavasi allora in Orvieto la lira cortonese, 
equivalente a 240 denari cortonesi, ognuno dei quali aveva il va- 
lore di 0,0364 della lira moderna, secondo un calcolo fatto dal 
Cibrario: riducendo perciò in lire italiane le cortonesi (uguali a li- 
re 8.736) si ha che nel 1292 vi erano in Orvieto i seguenti ca- 
pita di terreni slimati quanto appresso: 



Sotto 1.87,36 



64 



Da 1. 87,36 Da 1. 436,80 
a 1. 436,80 1 a 1. 873,60 



420 



421 



Da 1. 873,60 
a 1. 4368 



1010 



Da 1. 4368 j Da 1. 8736 '«_„_„ 1 ,-,-., 
al. 8736 al. 17472 /^opra 1. 1/4/2 



368 



243 



205 



Inoltre, perocché nell'estimo dei terreni non si dà il valore 
effettivo di questi, ma si ottiene, approssimativamente, il capitale 
vero moltiplicando l'estimo per 3, facendo pertanto una tale ope- 
razione si ha il risultato che ad Orvieto nel 12!)2 vi erano i se- 
guenti capita di terreni, i quali avevano ciascuno il valore qui 
sotto indicato : 



246 



Sotto 
1. 262,08 


Da 1. 262,08 
a 1. 1310,40 


Da 1. 1310,40 
a 1. 2620,80 

421 


Da 1. 2620,80 
al. 13104,00 


Da 
1. i3iai,oo 

a 1. 26208,00 


Da 
1. 26208,00 
a 1. 52416 

248 


Sopra 
1. 52416 


64 420 


1010 


368 


205 



Dalle cifre sopra riportale si può abbastanza agevolmente de- 
durre che in quel tempo la proprietà in Orvieto era molto fra- 
zionata ; il che, io credo, doveva conferire non poco al benessere 
degli abitanti di questa città (1). Infatti, per quanto una volta si 
considerasse come dannoso ai popoli un eccessivo frazionamento 
della terra (2), ì moderni studi economici e sociali hanno condotto 
gli uomini a riguardare con occhio più benevolo le piccole proprietà. 



(1) Sebbene il frazionamento delle proprietà fondiarie sia stato da taluni consi- 
derato come dannoso all'agricoltura ed alla ricchezza delle nazioni, non mancano in- 
signi economisti, che 1' hanno ritenuto vantaggioso per la produzione favorevole al 
benessere dei popoli. Citerò qualche esempio : 

H. Baudrillart, Economie politique populaire, Paris, 1869, p. 103. « La petite 
proprieté.... est trés-productive par l'énergique travail qu' elle developpe. Elle forme 
des milions de familles attachées au sol ». 

G. Filangieri, Delle leggi politiche ed economiche (Biblioteca dell'Economista, 
.s. I, v. VI, p. 763). « Senza una buona ripartizione le ricchezze, invece di fare la feli- 
cità della nazione, ne accelerano la rovina ». 

G. S. EisDEL, Trattato sulV industria delle nazioni (Bibl. dell' Ec, s. I, v. Vili, 
p. 320). « Una disuguaglianza eccessiva nella proprietà del suolo é più dannosa di una 
disuguaglianza eccessiva nella distribuzione di ogni altra specie di proprietà ». 

G. Droz, Economia politica o Principi della scienza delle ricchezze (Bibl. del- 
l'Ec, s. I, v. VI, p. 993). « Senza enunciare idee scipite e false, si possono far valere talune 
considerazioni in favore delle piccole proprietà ». 

DcpLYNODE, Della proprietà territoriale in Francia (Bibl. dell' Ec, s. II, v. Il, 
p. 123 segg.). « Se consideriamo gli effetti della piccola proprietà sotto rapporti divei'si 
da quello dell'aumento della ricchezza, possiamo abbastanza congratularci a vedere il 
suolo della Francia diviso fra un gran numero di mani. Col sentimento della proprietà, 

e sopratutto della proprietà territoriale, sorgono i pensieri più alti e più nobili 

Non solamente l'appropriazione del suolo da parte dei contadini é un fatto eminente- 
mente civilizzatore, ma é ])ure una guarentigia di tutto il corpo sociale: giacché per 
mezzo di esso si trovano nelle classi lavoratrici milioni di uomini prudenti, economi, 
amanti dell' ordine stabilito e della libertà. Questa condizione di cose mi sembra tal- 
mente importante, che io non saprei comprendere una libera democrazia, nella quale 
esista qualche sicurezza per l'ordine sociale, senza immaginarci una grande divisione 

di proprietà La divisione del territorio è ancora, e precipuamente, un beneficio 

di primo ordine, in quanto permette ad un gran numero di persone di prender parte 
ai godimenti della fortuna ». 

(2) A questo concetto sono ispirate la legge prussiana del 4 settembre 1865, la 
quale ordinava che tutte le pertinenze di una tenuta state alienate dovessero far ri- 
torno a quella; la legge pel Nassau del 1700 determinante che la estensione di terre 
necessaria pel mantenimento di una famiglia fosse di 6 morghen di campo e 4 lj2 
di terreno erboso ; la legge boema del 1790 vietante di ridurre le terre ad appez- 
zamenti troppo piccoli, ecc. ecc. (Vedi X. Meitzen, Agricoltura, Bibl. dell' Ec, s. Ili, 
V. XI-XII, p. 284 segg.). 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 247 

Non v'ò tuttavia clii non convenga elio le proprietà troppo 
piccole arrechino qualche inconveniente economico. Un fondo, il 
quale non abbia estensione sufficiente per mantenere una famiglia, 
fa andare talvolta perduta la forza di lavoro eccedente i bisogni 
del fondo medesimo. Inoltre l'essere il lavoratore legalo al suo 
campicello, insufficiente a sostentare la propria famiglia, [miò an- 
che costringerlo a lavorare ad un salario troppo basso. 

Ma queste considerazioni non mi sembra valgano per la di- 
visione del territorio orvietano nel 1292; dove la proprietà non 
era tutta accentrata nelle mani di pochi (come avveniva allora 
frequentemente e come accade ora pure) e dove, d'altra parte, i 
fondi troppo piccoli non erano in grande quantità. Vediamo di- 
fatti che la maggior parte dei capita descritti nell'antico catasto 
orvietano valevano da 2020 lire a 13104 ed erano pertanto suffi- 
cienti al mantenimento di una famiglia. 

Confrontando infine l'antico catasto con quello odierno, dob- 
biamo constatare che i possessi in terreni sono maggiormente ac- 
centrati adesso che non nel 1292. Infatti, per quanto la popola- 
zione sia diminuita considerevolmente (per riguardo alla città, 
dove abitano le persone più facoltose) ed il territorio del circon- 
dario orvietano sia alquanto minore di quello della repubblica me- 
dievale, nondimeno i grandi proprietari sono sempre numerosi e 
più ricchi di quelli antichi, possedendo taluno più di un milione 
di soli fondi e superando non pochi le 300,000 e 400,000 lire di 
possedimenti in terreni. 

§ 3. — Artisti possidenti d'Orvieto neW anno 1292. 

Un altro fatto, il quale ci conforta nell'opinione che in quel 
tempo la proprietà fosse maggiormente frazionata che non ora, 
si è il rinvenire un numero non insignificante di persone appar- 
tenenti alle arti minori aventi dei possessi; mentre adesso non si 
troverebbero certamente in Orvieto 17 calzolai, 15 legnaiuoli, 13 pie- 
traiuoli ed 11 fabbri possidenti, come v'erano nel 1292. Per di più 
si tenga presente che nell'antico catasto orvietano non sono regi- 
strate se non le proprietà fondiarie. 

L'arte, che più rendeva in quel tempo, sembra fosse la me- 
dicina: i tre maggiori possidenti, tra i giurati delle arti, cioè 



2-Ì8 G. TARDI 

quelli che possedevano più di 2000 lire corlonesi (lire italiane 52,416)^ 
sono due medici ed un taverniere. Tra i possidenti da 1000 a 200O 
lire corlonesi (cioè da 26,208 a 52,416 lire it.) troviamo un fortu- 
nato calzolaio, un medico, uno scrivano, un sensale, uno spadaro 
ed un usciere del Papa. Tra i nomi dei possidenti da 500 a 1000 
lire cortonesi (vale a dire da 13,104 a 26,208 lire it.), leggiamo 
quelli di tre sarti, di due funai, di due vasellai, di un barbiere, 
di un muratore, ecc. E da notarsi anche tra questi il nome di un 
faher serrator : il che dimostra come esso dovesse avere un gua- 
dagno maggiore de' suoi compagni d'arte, perchè nessuno dei nu- 
merosi fabbri (11) giunge a possedere 500 lire cortonesi. 

I possessi più numerosi sono, al solito, quelli da 100 a 500 
lire corlonesi (cioè, da 2G20 a 13,104 lire il.). Che abbiano poi 
proprietà fondiarie stimale da 50 a 100 lire corlonesi (vale a dire 
da 1310 a 2G20 lire il.) ve ne sono pure parecchi. Tra i posses- 
sori di terreni slimali da 10 a 50 lire cortonesi (cioè da 2G2 a 1310 
lire it.) troviamo 6 pielraiuoli, 5 legnaiuoli, 5 mugnai, 2 calzolai, 
l'ortolano dei frali minori, ecc. Quei pochi, che possedevano meno 
di 10 lire corlonesi, sono due legnaiuoli, un banditore, un brac- 
ciante, un fornaio, un pietraiuolo, un salsettaro ed un sarto. 

Tulio questo si potrà facilmente riscontrare nei quadri seguenti,, 
da cui si scorgerà pure quali arti erano allora più esercitale in 
Orvieto: come cioè vi fossero poco o niente esercitale le arti di 
lusso, quali quelle della seta e della lana, e molto invece le arti 
più direttamente utili alla vita pratica, come quelle dei calzolai,, 
legnaiuoli, pielraiuoli e fabbri. 



IL CATASTO D OUYIETO, ECC. 



24;> 



I. QUARTIERE DI S. PACE. 
1. Rione di S. Pace. 







POSSESSI 




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ARTE 


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O «2 


lacobus 


Mungnaius 






— 










Dorainicus Albcrtini 


Merzantis 






- 










Mag-ister Johannes 


Petraiolus 








- 








Ugolinus 


Cappellarius 








— 









2. Rione di S. Cristoforo. 



Andriottus Bevetutti Scagavire 


Calcinarius 
















Boniohannes Parentis 


Procazzantis 










— 






Frcdericus Barthi 
lacobus 


Tentor 
Pellizzarius 








— 








Propicius 


Tinctor 




— 












Laurentius 


Calcinarius 








- 








Raynaldus None 


loculator 






- 










Egidius Berardini 


Calcinarius 








- 









3. Rione di Valle Piatta. 



Bartholomeus 


Scopaius 








— 








Guillelmus Bartholi 


Barberius 
















Micchael 


Ortaiolus 




- 












Paulus Bonagratie 


Macellarius 








- 








Franciscus loliannis Vindemie 


Curatore 








- 








Vannes lobannis Astigane 


Curator 








— 









250 



G. PARDI 



4. Rione di Ripa dell'Olmo. 





ARTE 


POSSESSI 


NOME 


o 
o 


o 

IO 
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Q 




O 

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Aldrebandinus 


Bastai'ius 








— 








Bonvenutus Rogerii 


Clavarius 










- 






Magister Girardinus 


Calzolarius 








- 








Guilielmxitius 


Sellarius 




- 












Rainutiiis 


Pettenarius 






- 










Nutus 


Pellizzarius 




- 












Ninus Palmerii 


Notarius 








- 








Hubertus 


Faber cervellarius 








- 








Christofanus 


Funarius 








- 








Ventura 


Scrivanus 












- 





II. QUARTIERE DI POSTIERLA. 

1. Rione di S. Maria. 



Amodeus Vengnatis 


Magister Lingnorum 






— 










Aldrebandutius 


Faber 


- 














lohaimes d'Aynese 


Petraiolus 




- 












Appressus 


Laborator 




- 












Baronus Petri 


Magister Lingnorum 




- 












Boccolus Petri 


Magister Lingnorum 






- 










Brunatius et lacobus 


Sergentes dni Pape 








- 








Blancus 


Usscerius dni Pape 












- 




Magister Bosius magistri loliannis 


Faber 

















Bombaronus Sembianze 


Magister Lignorum 




— 












Bartholus Venzi 


Procazzantis 






- 










Biasius • 


Mugnaius 




- 












lohannes 


Spadarius 






- 










Compagnus 


Murator 








- 








Ciccus lacobi 


Renaiolus 




— 













I 



IL CATASTO 1) (tUVIBTO, ECC. 



251 



(Continua) 1. Rioni-; ni S. Mahia. 





ARTE 


POSSESSI 




NOME 


o 
o 


o 




ira 

2 


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1 


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o 
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Daynesc 


Petraiolus 






— 










Magister Deotallevi 


Murator 






- 










Iloni'icus 


Taberuarius 




- 












Aldrebaudutius 


Pilizarius 








- 








Giliutius Tliomassi 


Petraiolus 




— 












lacobus 


Tigularius 








— 








lacobus 


Petraiolus 








- 








lacobus Ugolini 


Sellarius 








— 








lacobus Bilacque 


Pillizzarius 








- 








lacobus Mariani 


Mugnarius 




- 












Matheutius 


Tigularius 




- 












Matheus Thome 


Sartor 








- 








Masseus 


Piscator 




- 












Masseus 


Coltraius 




- 












lacobus 


Renaiolus 






- 










Ninus dne Azze 


Spadarius 












- 




Niccolecta 


:Mugnarius 








- 








Petrus 


Pescaiolus 








- 








Paganellus 


Mugnarius 




- 












Pepe Raynerii 


Asinarius 










- 






Petruzolus Benciveni 


Magister Lingnorum 




— 












Rusticliellus CTUillelnii 


Pellizzarius 








- 








Raynerius Divitie 


Sartor 










- 






Nutius Mazze 


Cartarius 








- 








Restorus 


Barberius 








- 








Raynerius Berardinì 


Borsarius 




— 












Rubertus Benamate 


Calzolarius 
















tSymoncellus 


Mungnai'ius 






- 










Vannes 


Renaiolus 






- 










Vannes Petri Gratiani 


Renaiolus 

















252 



G. PARDI 



(Continua) 1. Rione di S. Maria. 





ARTE 




I' 


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NOME 


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O 

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Vannes 


Spadarius 








— 








Vannes Massei 


Tigillarius 








- 








Orvetanus Rodolli 


Mercator 








— 








Zacus de Florentia 


Tabernarius 




— 




— 








Zonus Venture 


Petraiolus 

















2. Rione di S. Salvatore. 



Aldobrandiaus RoUandi 


Clavarius 








— 








Bartolus Boldroni 


Negoziantis 








- 








Berardinutius Hommodei 


Cartulai'ius 




- 












Mammillinus Andriocti 


Pinctor 




- 












Coradus 


Cartarius 






— 










Filippellus 


Conzatore 








- 








Gonnella 


Celonarius 






— 










lacobus Egidii 


Oliarius 










- 






lannes Longus 


Calzolarius 








- 








Aldi'ebandutius 


ISIagister Lingnorum 


- 














Putius Orvetani 


Coltellarius 
















Rubertus Bonomi 


Medicus 












- 




Thomas lohannis 


Oliarius 








— 








Vannes 


Salaiolus 








- 









3. Rione di S. Costanzo. 



Angelus lohannis Morici 


Salsettarius 




— 












Angelutius 


Pillizzarius 








- 








Bartutius Bar ti 


Negosiantis 








- 








Benavere Rencordati 


Faber 




- 












Magister Xiccolaus 


Barberius et Sartor 








- 









IL CATASTO D OKVIKTO, ECC. 



253 



(ContinuaJ 3. I^ionk di S. Costanzo. 





A R T E 


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Filippus Riccarbcne 

Fredei-icus Petri Cepparelli 

Magister Scangnus 

Giacobellus Raynerii 

lacovutius Conteri 

Johannes Volte 

Lapus 

«iuidus 

Nicola et Florentinus Blasii 

Prianus Compagni 

Palmerius 

Petrutius Darti 

Entendi Benentendi Rubens 

Raynerius 

Raynaldutius 

Thodinus 

Ventura lacchi 


Clavarius 

Sartor 

Medicus 

Negosiantis 

Calzolarius 

Pecorarius 

Procurator 

Barberius 

Salaioli et Oliarli 

Cappellarius 

Panicoculus 

Negosiantis 

Celonarius 

Negosiantis 

Vendi tor panni vecchi 

Procurator 

Ortolanus fratrum min. 




- 




- 









4. Rione di S. Biagio. 



Angelutius Ventm'e 

Alexandrutius 

Corvenzinus 

Defendi 

lohaniies 

lacobus Andree 

lacobus 

Johannes 

lacobellus Angelicti 

lacobus 



Murator 

Murator 

LaV)orator 

Pecorarius 

Magister Lingnorum 

Sartor 

Faber 

Petraiolus 

Banditor 

Sartor 



254 



G. PARDI 



(Continua) 4. Rione di S. Biagio. 





ARTE 


POSSESSI 


NOME 


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Matlieus lacobi 


Murator 




— 












Preianus 


Petraiolus 






- 










Petrutius stefanie 


Ortulanus 








- 








Stefanus 


Pilizzarius 






- 










Raynerius 


Mugnaius 


- 














Vito Aldrebandutii 


Laborator 








- 








Zolus Bone 


Fornarius 


— 















5. Rione di S. Egidio. 



Andreas Aspecte 


Funarius 










— 






Dominicus Tebaldi 


Magister Lingnorum 




- 












Franciscus Rosone 


Petraiolus 








- 








Guido Simonis 


Vascellarius 










- 






Johannes Lochesis 


Funariiis 




- 













6. Rione di S. Leonardo. 



Bolonginus Raynaldi 


Funarius 










— 






Bartholomeus Girardi 


Lanaiolus 








- 








Bartus , 


Caldararius 










- 






Cola Toste 


Ortolanus 




- 












Ciccus Scelenguati 


Sartor 








- 








Conpagny Massei Centelezze 


Oliarius 






- 










Guillielmus 


Pomaiolus 








- 








Magister Petrus 


Faber serrator 










- 






lacobellus 


Magister Lingnorum 








- 








Bergaminus 


Marescalcus 




- 












Petrus Michaelis 


Calzolarius 








- 








Andreas 


Magister Lingnorum 




- 












Petrutius Mathei 


Calzolarius 








- 









IL CATASTO d' OKVIETO, ECC. 



7. Rione di S. Angelo. 





ARTE 


POSSESSI 


— 


N M E 


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Aldrevandinellus Amate 


I.aborator 




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Allevutius 


Fa ber 








- 








Angelus Allevi 


Sartor 


- 














Vannes Sometani 


Tabernarius 








- 








Herardinellus Rustichelli 


Laborator 




- 












Butius Ranaldi 


Cartari US 








- 








Compag'nolus Guidonis 


Laborator lilati 
















Damianus 


Calzolarius 






- 










Dominicus Francisci 


Pilizarius 








- 








Franciscus 


Calzolarius 








- 








Fahrutius Guillelmi 


Notarius 








- 








Guilielmus Guercius 


Ortolanus 








- 








Guilielmus Pepi 


Setaiolus 








- 








Egidius Racchi 


Sartor 






- 










lannes lanuarii 


Calzolarius 












- 




lacobus Leonardi 


Merzante 


- 






- 








lohannellus Fonte 


Petraiolus 
















lacobiis Sciacte 


Funarius 








- 








lannuzolus Petri Pape 


Salsettarius 


- 














Johannes Deotallevi 


Faber 






- 










lacobutius Raynaldi 


Sartor grassus 








- 








Lucas Bartholomei 


F"aber 








- 








Manderius lannis 


Tinctor 










- 






Munaldutuis Raynerii 


Magnanus 






- 










Michael Symoais 


Conzatore 






- 










Nepolionus 


Procazzante 








- 








Nicolaus Petri 


Barberius 








- 








Magister Orvetanus 


Medicus 








- 








Petrus Deotallevi 


Conzadore 








- 








Philippus 


Texetore 






— 











256 



G. PARDI 



(Continua) 7. Rione di S. Angelo. 





ARTE 


POSSESSI 


NOME 


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Krater Pace 


Calmagnaiolus [sic) 






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Petrus Boniohannis 


Sensali s 












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Poltratius Faxie 


Notarius 








— 








Franciscus olìm de Aretio 


Tinctor 
















Scagnus Deotesalvi 


Salsectarius 




— 












Traselgardus 


Laborator 






- 










Ternus 


Tahernarius 














- 


Thomasellus 


]Mugnarius 




- 












Nutius Mazze 


Cartarius 








- 








Vannes Peri 


Funarius 








- 









8. Rione di S. Stefano 



Andreas 


Magister Lignorum 






— 










Berardinus 


Cappellarius 










- 






Bivianus 


Magister Lignorum 








- 








lacobus Pliilippi 


Calzolarius 








- 








Pleneria 


Negoziantis 
















Tliomas Darti 


Faber 








- 








Ugolinus 


Magister Lignorum 






- 











III. QUARTIERE DEI SS. GIOVANNI E GIOVENALE. 
1. Rione di S. Giovenale. 



Guidarcllus 


Pretaiolus (sic) 






— 










losephus Rubeus 


Notarius 




- 












Magister Guillielmus 


Medicus 








- 








Magister Matbeus 


Medicus 














— 



IL CATASTO D OU VIETO, ECC. 



257 



(Continua) 1. Rionh ni S. Giovenale. 



NOME 



ARTE 



POSSESSI 



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Kestorus 
Tanus Vive 
Vannes Berardini 
Uffolinus Pedonus 



Petraiolus 
Calzolarius 
Pretaiolus {sic) 
Murator 



2. Rione di S. Matteo. 



Deotalleve 
Johannes Massarie 
Oddarellus 
laconectus 
Aentiu'a 



Calzolarius 

Calzolarius 

Calzolarius 

Pecoraius 

Faber 






3. Rione di S. Faustino. 



Bartus Fortis 


Pecorarius 








— 








Bencevenue 


Faber 

















Johannes Guidi 


Sartor 








— 








Zinbardus Deotalleve 


Barberius 










- 







4. Rione di S. Giovanni. 



Berrectinus 
Petrus Guidi 
Sensus 
Gherardlnus 



Petraiolus 
Molendinarius 
Laborator 
i Pecorarius 



17 



258 



G. PARDI 



IV. QUARTIERE DI SERANCIA. 

1. Rione di Serancia. 





ARTE 


POSSESSI 


NOME 


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Angelutius 

Blaxius 

Morandus 

Zubus 

Spinellus 


Camangnaiolus 

Aurifex 

Pillizzarius 

Pesciaiolus 

Faber 






- 


- 









2. Rione di S. Angelo sub Ripa. 



Guidectus Benvenuti 
Johannes 



Vascellarius 
]Magister lignaminis 



3. Rione 


DI S. Lorenzo. 
















Boniohannes 


Pissiaiolus (sic) 




— 












Barontius 


Murator 










- 






Bartliutius 


Vascellarius 






- 










Bentevengna 


Pomaiolus 




- 












Durante 


Pelliparius 










- 






Guillelmus 


Sensalis 








- 








lacobus 


Pictor 








- 








lacobus 


Vascellarius 








- 








Nicola 


Vascellarius 








- 








Nicolaus 


Vascellarius 








- 








Petrus 


Vascellarius 








- 








Romanutius 


Calzolarius 






- 










Benvenutus 


Calzolarius 








— 











4. 


Rione di 


S. Apostolo. 
















Mactheus 






Magister lignaminis 








— 








Mactheus 






Medicus 






- 










Tomaronus 






Sartor 




- 












Petrus 






Ortaiolus 








— 









IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



2'oU 



Per far vedere più chiaramenle quali arti fossero di prefe- 
renza esercitate in Orvieto, porrò qui sotto in ordine alfabetico i 
nomi di tutti i mestieri, con accanto il numero delle persone, che 
li esercitavano, da noi rintracciate nel vetusto catasto orvietano. 
Soltanto non possiamo aver la lista completa dei componenti le 
arti, perchè non tutti certamente saranno slati proprietari di ter- 
reni : 



Asinariiis 1 

Aurifex 1 

Bauditor 1 

Barbeiiiis 6 

Bastarius 1 

Borsarius 1 

Calciuarius 1 

Caldararius 1 

Calzolaiius 17 

Cainaug-uaiolus 2 

Cappellarius 4 

Cartariiis 3 

Cartiilarius 1 

Celonarius 2 

Clavarius 3 

Coltellarius 1 

Coltraius 1 

Conzadore 3 

Curator 2 

Faber 11 

Faber cervellariiis 1 

Faber serrator 1 

Fornarius 1 

Fuuarius 6 

lociilator 1 

Laborator 6 

Laborator filati 1 

Lauaiolus 1 

Macellarius 1 

]\Iagister lignorum 15 

!Mag'uaniis 2 

Mariscalcus 1 

Mediciis 7 

Merciantis 3 

Moleudiuarius 1 

Mugnaius 7 



Murator 7 

Negosiantis 1 

Xotarius 3 

Ortulauus (i 

(Jliarius 4 

Pauicoculus 1 

Pecorarius 5 

Pellizarius 10 

Petraioliis 13 

Pettenarius 1 

Pinctor 2 

Piscator 2 

Pisciaiohis 2 

Pomaioliis 2 

Procazautis 3 

Procurator 2 

Eeuaiolus 4 

Salaiolus 3 

Salsettarius 2 

Sartor 11 

Sartor grassus 2 

Scopaius 1 

Scrivanus . 1 

Sellariiis 2 

Sensalis 3 

Sergeus domini Pape .... 2 

Spadarius 3 

Tabernarius 3 

Tegularius 2 

Texetore 1 

Tigillarius 1 

Tinctor 3 

Usscerius domini Pape ... 1 

Vascellarius 7 

Veuditor panni vecchi. ... 1 



260 G. PARDI 

§ 4. — Forestieri possidenti in Orvieto nel 1292. 

Di una specie di forestieri, diffusa in quasi tutte le<5Ìttà d'Ita- 
lia, dov'essi vivevano in condizioni men dure che non in altri 
paesi d'Europa, vale a dire degli Ebrei, non ne troviamo neanche 
uno menzionalo nel catasto orvietano. E ciò è facilmente spiega- 
bile, perchè gli Ebrei non impiegavano le loro ricchezze nella com- 
pera di terreni, ritraendone un fruttato maggiore con il darli ad 
usura. S'aggiunga poi che nella maggior parte dei luoghi non ave- 
vano il diritto di posseder beni immobili (1). Nondimeno è certo 
che degli Ebrei alcuno ve ne doveva essere in Orvieto. Ne tro- 
viamo ricordati più d'uno negli atti dei podestà d'Orvieto degli 
anni 1277 e seguenti. Inoltre sappiamo che, una ventina d'anni 
dopo la compilazione del catasto, nel 1312, il Comune orvietano 
accordò ad essi speciali condizioni, avendo bisogno da loro del- 
l'imprestilo di una forte somma per far togliere l'interdetto^ il 
quale da vari anni gravava sopra Orvieto. 

Degli altri forestieri, venuti generalmente da città e borgate 
vicine, troviamo in maggior numero Perugini, Cremonesi, Luc- 
chesi, Senesi e Viterbesi. La maggior parte, al solilo, avevano 
possessi da 100 a 500 lire cortonesi, uno appena ha più di 2000 
lire di proprietà fondiaria, tre soltanto meno di 10 lire. Abitavano 
i più nel quartiere di Postierla. 

La condizione di questi forestieri, lavoratori o commercianti, 
non doveva esser differente da quella degli altri cittadini. 

« 1 forestieri (dice il Cibrario, I, 263) che voleano fare perpe- 
tua o temporaria dimora in una terra doveano farsene accettar 
borghesi, comprar casa d'un certo valore e soddisfare agli altri 
obblighi della borghesia La borghesia si concedeva dal Con- 
siglio del Comune a tempo od in perpetuo. Quando veniva a ren- 
dersi cittadino alcuno dei grandi baroni, gli si concedeva per l'or- 
dinario dispensa dall' obbligo di residenza e da qualche servizio 
personale ». 



(1) Cfr. in Fertile, Storia del diritto italiano, III, 184. Avevano nondimeno il 
diritto di possedere immobili in Ascoli (Cfr. Crivellucci, L'antico catasto di Ascoli, 
p. 518). 



IL. CATASTO 1) ORVIETO, ECC. 



261 



« Chi non poteva o non volea rendersi borghese, usava met- 
tersi in guardia del Principe o del Comune; e per tu! protezione 
gli rispondeva un annuo censo d'un fiorino o d'un obolo d'oro, 
o di poche libbre di cera, di pepe, di cannella, o di tali altre 
derrate ». 

Nel seguente quadro sono enumerati lutti i forestieri possidenti 
in Orvieto con i relativi possedimenti: 

Forestieri dimoranti in ORvir;To: 

QUARTIERI DOVE ABITAVANO E POSSESSI LORO. 



LUOGHI 

DI 

PROVENIENZA 





QUARTIERI 
















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Acquapendente 
Amelia .... 
Arezzo .... 
Bagnorea . . . 
Bologna . . . 
Bolsena . . . 
Camerino . . . 
Casale . . . . 
Città di Pieve . 
Cremona . . . 
Fermo . . . . 
Firenze. . . . 
Genova . . . . 
Gubbio. . . . 
Lucca . . . . 
Milano . . . . 
Montefalco . . 
Montepulciano . 
Parma . . . . 
Perugia . . . 
Pistoia . . . . 



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262 



G. PARDI 



LUOGHI 

DI 

PROVENIENZA 





QUARTIERI 








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Puglia . . 
Santa fiora. 
S. Gemini. 
Siena . . 
Todi . . . 
Viterbo. . 



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5. — Possessi di comunità ecclesiastiche e di pie istituzioni. 



Grandissima era nel medio evo la potenza delle idee religiose, 
le quali, per quanto non venissero facilmente comprese né di fre- 
quente messe in opera dai rozzi guerrieri, eccitavano nondimeno 
la loro fantasia, ispirando ad essi piuttosto superstizione che non 
religione vera. I principi ed i baroni di quel tempo, reputando 
di scontare le colpe, i fatti di sangue con il far doni ai monasteri 
ed alle chiese, largheggiarono con gli ecclesiastici. La paura 
millenaria, inoltre, fece moltiplicare senza fine le donazioni ai mo- 
nasteri ed alle chiese, cagionando così l'accrescersi vie più della 
potenza dei prelati, che vennero ad acquistare, oltre al potere spiri- 
tuale, fortissimo allora, un potere temporale e numerosi privilegi. 

Ma questi furono infrenati dai Comuni. Rimase tuttavia per 
molto tempo ancora il privilegio, che dei beni delle comunità ec- 
clesiastiche non fosse pagata l'imposta fondiaria. Ed infatti ve- 
diamo che nel catasto orvietano non sono registrati i possessi di 
tal genere. Eppure questi non erano poco numerosi, a giudicare 
soltanto da quelli, che a caso si trovano ivi ricordati nel deter- 
minarsi i confini dell'una o dell'altra proprietà. Ad esempio, l'ab- 
bazia del Monte Orvietano aveva, come si capisce facilmente dal 
■catasto del 1292, possessi addirittura sterminati. Così il monastero 
di san Severo, i canonici di san Costanzo, ecc. 



IL CATASTO L>' ORVIETO, ECC. 263 

Scorrendo soltanto il catasto della città, mi ò venuto fallo di 
notare varie pie istituzioni e comunità ecclesiastiche posseditrici 
di terreni, che io riporto qui appresso in quell'ordine, in cui si 
rinvengono nel catasto medesimo. Nò credo che la lista sia per 
riuscire completa, perchè alcune potranno non esservi ricordate 
ed altre essermi per avventura sfuggile. 

1. Hospitale [sancte Marie], Catasto della città{Quartiere di S. Pace), e. 1 r. 

2. Ecclesia sancii Sani, ivi. 

3. Plebs Stempuani, e. 2 r. 

4. Ecclesia sancii lohaunis, ivi. 

5. Ecclesia saucti Silvestri, ivi. 

6. Hospilale sancii Lazari, e. 2 t. 

7. Cauouici sancii Conslanlii, e. 31 t. 

8. Ecclesia saucte Crucis, ivi. 

9. Ecclesia saucle Marie de Bethelem, ivi. 

10. Abbatia Moatis Orvelane, e. 4 r. 

11. Ecclesia sancte ÌMarie, ivi. 

12. Ecclesia sancii Conslanlii, e. 4 t. 

13. Episcopatus, h. 5 r. 

14. Ecclesia saucle Trinitatis, e. 5 t. 

15. Ecclesia sancii Martini, ivi. 

16. Ecclesia sancii Petri, e. 8 r. 

17. [Ecclesia ?] sancte Mustiole, e. 8 t. 

18. Ecclesia saucti luvenalis, e. 9 r. 

19. Ecclesia sancii Valentani, e. 11 t. 

20. Ecclesia sancii Felicis, e. 13 r. 

21. Ecclesia sancii Blaxii, e. 14 t. 

22. Ecclesia sancii Sepiilcrì, e. 16 t. 

23. Ecclesia sancii Spirili, e. 17 t. 

24. Ecclesia saucti Pauli, e. 20 t. 

25. Hospitale sancii lacobi, e. 22 t. 

26. Ecclesia sancii Egidii, e. 23 t. 

27. Ecclesia saucti Abuudi, e. 21 t. 

28. Ecclesia sancii Donati, e. 31 t. 

29. Ecclesia sancii Marci, e. 32 r. 

30. Ecclesia sancii Andree, e. 32 t. 

31. Ecclesia sancii Christophani, e. 34 r. 

32. Ecclesia sancii Dominici, e. 35 r. 

33. Ecclesia sancii Benedicli, e. 35 t. 

34. Ecclesia sancii Bartholomei, e. 39 r. 



2G4 G. PARDI 

35. Ecclesia sancti Fustini, e. 40 r. 

36. Ecclesia sancti Angeli, e. 41 r. 

37. [Ecclesia?] sancte Augustiole, e. 41 t. 

38. Mouasterium sancti Guilielmi, ivi. 

39. Monasterium sancte Marie, ivi. 

40. Mouasterium sancti Pauli, e. 54 r. 

41. Plebs de Ficullo, e. 57 r. 

42. Ecclesia sancti Laurentii, e. 55 t. 

43. Ecclesia sancti Viti, e. ^<9 r. 

44. Ecclesia sancti Antonii, e. ()i ?'. 

45. Ecclesia sancte Lucie, e. 65 t. 

46. Ecclesia sancti Fortunati, e. i(?0 r. 

47. Ecclesia sancti Leonardi (Quartiere di Postierla), e. 8S r. 

48. Ecclesia sancti lorg-ii, e. 34 r. 

49. Ecclesia sancti Nicolai, e. 79 r. 

50. Monasterium sancti Severi, e. iS5 r. 

51. Ecclesia sancti Severi, e. 202 r. 

52. [Ecclesia?] sancti Sebastiani, ivi. 

53. Ecclesìa sancte Anastasio, e. 204 <. 

54. Ecclesia sancti Stephani, e. 205 r. 

55. Monasterium Mentis Aralis (Quartiere dei SS. Giovanni e Gioveìiale), 

e. 96 r. 

L'abbazia di san Niccolò del Monte Orvietano è, s'io non erro, 
la comunità religiosa che aveva «laggiori possedimenti (1). 

Un'altra abbazia, della quale son ricordate varie proprietà 
nel catasto del contado, è quella di san Pietro di Acqualta, che 
nel 1358 fece lega con i conti di Montemarte (2). 

Numerose proprietà fondiarie avevano pure i canonici di 
san Costanzo. Il più antico vescovo orvietano ricordato nei docu- 
menti, Sigifredo, concesse loro nel 1209 molte chiese e molte terre. 
Divenuti pertanto ricchi e potenti, osarono perfino proclamare un 
vescovo colpevole di disonestà. 

La chiesa di san Costanzo era la più ragguardevole della città,, 



(1) Sorgeva presso il castello di Fienile. Neil' archivio comunale di questo paese 
si conserva un inventario dei beni di tale monastero Benedettino, del tempo in cui fu- 
rono ceduti in enliteusi perpetua al Comune licullese dai canonici di S. Maria Mag- 
giore di Roma (anno 16^11). 

(2) Tutte, o quasi tutte, le notizie storiche riportate appresso son tolte dal Codice 
diplomatico d'Orvieto del Fumi, che io credo inutile citare volta per volta. 



IL CATASTO IJ' ORVIETO, ECC. 265 

l'antica calledrale, e sorgeva nell'area di quella odierna. Ma nel 12S4, 
avendo il vescovo Francesco in ariiuio di edificare una nuova chiesa, 
unì la parrocchia di san Costanzo con quella della vicina siinta Maria 
Prisca e dei redditi riuniti delle due chiese costituì la rendila della no- 
vella cattedrale, che cominciò a sorgere bellissima pochi anni dopo. 

Delle altre chiese sopra menzionate quella di sant'Andrea 
esiste ancora con lo stesso nome. Anlicaniente vi si stipularono 
anche alti del Comune. Nel 1203 il podestà Parenzo concordò ivi 
le condizioni della pace tra i Senesi ed il conte Aldobrandino. 

Le chiesuole di san Bartolomeo, di santa Anastasia, di san Giu- 
Ifano, di san Lorenzo e di san Matteo erano poco ragguardevoli 
ed appartenevano tutte al capitolo di san Costanzo, a cui furono 
confermate da un privilegio di Adriano IV. 

Le chiese di san Biagio, di sant'Angelo, di sant'Egidio, di 
san Leonardo, di san Martino, di san Salvatore e di santo Ste- 
fano dovevan sorgere, evidentemente, nei rioni omonimi del quar- 
tiere di Postierla. Così nel rione dello stesso nome del quartiere 
di santa Pace la chiesetta di san Cristoforo ed in quelli corri- 
spondenti del quartiere dei santi Giovanni e Giovenale le chie- 
suole suburbane di san Matteo e di san Faustino. 

La chiesa di san Giovanni (quartiere e rione omonimi) era 
l'archivio del Comune e vi si riponevano il bossolo degli ufficiali 
e vari altri atti e scritture. L'antichissima chiesa di san Giove- 
nale (quartiere e rione omonimi), basilica pagana un tempo, è 
giunta sino a noi cangiata solo in parte. È menzionata in un atto 
del 1198 (lodo tra Orvieto ed Acquapendente). 

La chiesetta di san Lorenzo era situata nel quartiere di Se- 
rancia, ed in quello di santa Pace sorgeva il tempio di san Do- 
menico, in cui, poco prima del 1292, Arnolfo di Lapo erigeva un 
bellissimo monumento al cardinal di Bray. 

Delle chiese del contado ricorderemo quelle di sant'Abbondio, di 
san Felice, di san Pietro, di san Severo, da cui prendevano la deno- 
minazione gli omonimi pivieri o ville. Viceversa le ville di Acqualta 
(nel piviere di Monte Giove) e di Monte Orvietano (nel piviere di 
Fienile) davano la denominazione alle due abbazie situate nel loro 
territorio. 

Oltre ai beni delle chiese sopra nominate erano numerosissimi 
quelli appartenenti ai vari monasteri ed all'episcopato, perchè i 



266 G. PARDI 

vescovi furono, sul principiar dei Comuni, quasi principi o baroni 
ed ebbero molta potenza e ricchezza. 

I monasteri poi raccoglievano generalmente intorno a loro grandi 
quantità di terreni donali da signorotti e da baroni. Ed in tali dona- 
zioni si eccedeva forse un poco per il vivissimo sentimento religioso ; 
ma per lo più tali beni donati erano pascoli, selve, sterpaglie, 
luoghi deserti, che i monaci, quasi soli allora ad esercitare amorosa- 
mente l'agricoltura, sapevano trasformare in belli e floridi possessi. 

Tra i monasteri orvietani son degni di ricordo quello intito- 
lato al fondatore del monacismo occidentale, san Benedetto, di cui 
sopra vediamo menzionata la chiesa; quello di santa Croce, cHe 
sorgeva nell'area della Piazza del popolo e fu abbattuto nel 1281 
per costruir questa; il monastero di san Domenico sorgente presso 
la chiesa dello stesso nome, nel cui capitolo gli inquisitori pro- 
nunciavano le terribili sentenze contro gli eretici; quello della 
santa Trinità di Spineta (luogo vicino ad Orvieto); quello di san Gu- 
glielmo, divenuto ricchissimo quando Gregorio IX gli concesse 
l'altro monastero orvietano di santa Maria di Massapalo; quello 
di san Severo, di cui rimangono ancora in piedi una bella torre 
decagona ed un elegante loggiato nell' interno ; quelli di santa Maria, 
di san Paolo, di san Vito, ecc. 

Anche le pievi avevano dei possedimenti, molti dei quali son 
menzionati nel catasto del contado. 

In quello della città troviamo soventi volte la espressione: 
iuxta terram -plehis, senz'altro. 

Molto ricca era certo la pieve di Stennano ricordata come 
confinante a numerosi appezzamenti di terreno. Molte proprietà 
fondiarie aveva pure la pieve di Ficulle 

Tra le pie istituzioni una delle più altamente umanitarie son 
gli ospedali. Mentre i governi comunali non si curavano di fondare 
di tali filantropici istituti, lo spirito di carità religiosa, come dice il 
Cibrario, ne faceva sorgere dovunque : lungo i fiumi e i torrenti, nei 
passi difficili e nelle gole dei monti e sulle vette del san Bernardo 
e del Moncenisio, nelle campagne e nelle città. Quasi ogni cat- 
tedrale e ogni ricco monastero aveva un ospedale, o per i pelle- 
grini (xenodochiumj , o per i vecchi (gerontocomium), o per gli or- 
fani (ovphanotrophium) , o per i mendicanti (ptocotrophiumj, o per 
i malati (nosocomium), o per i fanciulli poveri (brephotrophium) . 



IL CATASTO 1>' ORVIETO, ECC. 267 

L'ospedale più nolcvole d'Orvieto Tappellato nel catasto 
Hoapitale semplicemente od Hospitale sanate Marie) fu quello 
di sunta Maria della Stella. Nel 1292 ne era rettore frate Gio- 
vanni da Firenze, il quale nel 1288 aveva ottenuto da Niccolò IV 
che accordasse a' suoi frati la regola dell'ospedale di san Gia- 
como d' Allopascio. Lo stesso pontefice, trovandosi a dimorare in 
Orvieto nel 1291, concesse vari privilegi all'ospedale. 11 Comune 
lo prese sotto la sua protezione nel 1310, gli accordò non pochi 
favori e privilegi e per esso stanziò 873 lire annue di nostra mo- 
neta. Nel § 41 della Carta del popolo al podestà ed al capitano 
di popolo è prescritto di difendere e mantenere i beni e i diritti 
di quell'ospedale. 

Altri ospedali, annessi ad una chiesa o ad un monastero, 
v'erano allora in Orvieto. Ad esempio un privilegio, concesso dal 
marchese Ranieri nel 1113 alla chiesa di santa Maria di Massa- 
palo, ricorda l'ospedale di questa. Un ospedale era congiunto pure 
alle chiese di san Giuliano e di san Matteo. E nominato nel ca- 
tasto anche un ospedale di san Giacomo; ma non so se sia lo 
stesso che quello di santa Maria della Stella, avendo i frali di 
questo abbracciata la regola di san Giacomo d' Allopascio e dedi- 
cala al medesimo una cappella. 

Mentre tali comunità religiose e pii istituti aveano l'esenzione 
dal pagare l'imposta fondiaria, non ne erano esenti gli ecclesia- 
stici come possidenti privati. Non troviamo tuttavia numerosi chie- 
rici proprietari di terreni. Pertanto, od essi amavano impiegare 
altrimenti che non in possessi fondiari il loro danaro, di cui al- 
lora l'interesse era altissimo, o non erano mollo ricchi privata- 
mente. La prima opinione ci sembra più probabile. 

Altri Comuni concessero esenzioni agli ecclesiastici medesimi, 
od ai medici, ai notari e agli avvocati, od ai forestieri invitati ad 
esercitare qualche mestiere sul loro territorio. Ma dal catasto del 
1292 non risulta che il Comune di Orvieto accordasse ad alcuno 
tali esenzioni, poiché vi vediamo registrale proprietà di medici, 
di nolari, di ecclesiastici, di forestieri. 

§ 5. — Popolazione censita della città nel 1292. 

Mentre l'Italia era andata decrescendo di popolazione a co- 
minciare dall'anarchia militare del III e IV secolo dell'impero 



268 G. PARDI 

romano fino al sorgere dei Comuni, all'epoca di questi si ha in- 
vece un rapido incremento di popolazione, prodotto ed indizio 
certo delle condizioni migliorale. Si calcola infatti che Cremona 
avesse, nel 1300, circa 80,000 abitanti, Firenze ne aveva a un di- 
presso 100,000 nel 1336 e quasi 100,000 Siena nel 1348. In Or- 
vieto nel 1292 erano più di 14,000 abitanti possessori di terreni; 
dal che si può argomentare che la popolazione vera della città 
fosse molto maggiore, quasi di 30,000 persone, come dedurremo 
più innanzi dal confronto con i catasti e i focolari degli anni 
seguenti. 

Ad ogni modo, ammettendo pure che la proprietà fosse oltre- 
modo frazionata, la popolazione d'Orvieto in quel tempo sarebbe 
stala sempre più del doppio di quella d'oggi, che non giunge ad 
8,000 abitanti secondo l'ultimo censimento. 

La popolazione delle campagne, al contrario, dev'essersi sempre 
accresciuta per ragioni facili a comprendersi. I Comuni del medio 
evo, che avevano rinvenuta una fonte di prosperità e di grandezza 
nella libertà concessa agli artisti, non estesero tale beneficio alle 
campagne. Inoltre nuocevano alla floridezza dell'agricoltura le 
guerre incessanti, per le quali i campi venivano devastati dalle 
scorrerie dei nemici, ed improvvide leggi, che punivano talvolta 
i colpevoli piuttosto nei beni che nella persona, ordinando si ta- 
gliassero le biade dei loro campi e le viti delle loro vigne. Con- 
tribuiva sopratutto all'affollarsi delle genti nelle città la poca si- 
curezza dei luoghi non chiusi quando succedeva qualche guerra. 
E queste disgraziatamente non erano molto infrequenti ! 

La popolazione della città dev'esser andata sempre crescendo 
sino al fatale anno 1313, nel quale, dopo una lunga e feroce lotta, 
furon cacciati d'Orvieto tutti i ghibellini e vennero distrutte le loro 
case. Per tal modo gli abitanti di essa si riducevano quasi alla 
metà. E vero che a non pochi fu concesso di ritornare in patria, 
ma molti preferirono esulare. 

La popolazione abbiente d'Orvieto è descritta nel quadro se- 
guente, in cui ogni fuoco è calcolato 5 teste, quantunque^ come 
dice il Foglietti a proposito di Macerata, si potrebbe forse portare 
anche a 6 o 7 teste ogni fuoco, vale a dir quelle persone che ac- 
cendevano un sol fuoco, che formavano una sola famiglia. 



II. CATASTO D ORVIETO, ECC. 



269 



Popolazioni-: censita ni Oiwieto nell'anno 1292. 







FUOCHI 


TESTE 


FUOCHI 


TESTE 


QUARTIERI 


RIO N l 


per ogni 


per ogni 


per ogni 


per ogni 






Rione 


Rione 


Quartiere 


Quartiere 




S. Pace .... 


116 


730 






S. Pace 


S. Cristofano. . 
Valle Piatta . . 


66 
65 


330 
325 


464 


2320 




Ripa fieli' Olmo 


1S7 


935 








S. Maria . . . 


223 


1125 








S. Salvatore . . 


53 


265 








S. Costanzo . . 


147 


733 






Postierla 


S. Biagio . . . 
S. Egidio . . . 


122 
42 


610 
210 


1181 


5905 




S. Leonardo . . 


97 


485 








S. Angelo . . . 


363 


1815 








S. Stefano . . . 


132 


660 






SS. Giovanni 

e 

Giovenale 


S. Giovenale . . 
S. Matteo . . . 
S. Faustino . . 
S. Giovanni . . 


348 
74 
96 

141 


1740 
370 
480 
705 


639 


3295 




Serancia . . . 


148 


740 






Serancia 


S. Angelo sub Ripa 
S. Lorenzo . . 


63 
91 


315 

455 


432 


2160 




S. Apostolo . . 


130 


650 






Fuochi (teste corr 


spendenti) non iser 


itti in nessun quartiere 


80 


400 




Somma tota 


le . . . 


2816 


14080 



§ 6. — Quartieri e rioni d'Orvieto: 
nomi loro e delie persone che li abitavano. 



Orvieto nel 1292 era divisa in quartieri, suddivisi alla lor volta 
in un numero maggiore o minore di rioni, nella maniera seguente: 



270 G. PARDI 



I. QUARTIEKE DI S. PaCE. 

1, Rione di S. Pace. 3. Rione di Valle Piatta. 

2. Rione di S. Cristofano. 4. Rione di Ripa dell' Olmo. 

II. Quartiere di Postierla. 

1. Rione di S. Maria. 6. Rione di S. Leonardo. 

2. Rione di S. Salvatore. 7. Rione di S. Angelo. 

3. Rione di S. Costanzo. 8. Rione di S. Stefano. 

4. Rione di S. Biag-io. 9. Rione di S. Martino. 

5. Rione di S. Egidio. 

III. Quartiere dei SS. Giovanni e Giovenale. 

1. Rione dì S. Giovenale. 3. Rione di S. Faustino. 

2. Rione di S. Matteo. 4. Rione di S. Giovanni. 

IV. Quartiere di Serancia. 

1. Rione di Serancia. 3. Rione di S. Lorenzo. 

2. Rione di S. Angelo sub Ripa. 4. Rione dei SS. Apostoli. 

Il quartiere più vasto e popoloso d'Orvieto era quello di Po- 
stierla (denominazione corrotta modernamente in Pistrella), così 
chiamato perchè terminava alla Posterula (Porta Postierla), 
delta poi Porta Soliana (porta solisj. Anche il quartiere fu ap- 
pellato soliano e quindi della Stella; ma la regione così denomi- 
nata non comprende se non una parte dell'antica. 

La chiesa di santa Maria, da cui s'intitola un rione, fu ab- 
battuta (assieme a quella di san Costanzo) per edificare sulla me- 
desima area, notevolmente ingrandita, la cattedrale, che conservò 
l'identica denominazione (santa Maria nuova o novella). Non esi- 
stono più nemmeno la chiesa parrocchiale di san Salvatore, riu- 
nita alla cattedrale, vicino alla quale sorgeva; né la chiesa di 
san Biagio, riunita alla prossima parrocchia di santo Stefano dal 
cardinale Girolamo Simoncelli nel 1605; né quelle di sant'Egidio, 
di san Leonardo e di san Martino. 

Sant'Egidio s'innalzava presso il monastero di san Pietro, 



IL CATASTO I)' OKVIIOTO, KCC. 271 

proprietà un tempo di monache domenicane, ora ridotto ad uso 
di carceri giudiziarie. Nel 111'.' il vescovo d'Orvieto Guglielmo con- 
cesse la chiesa ai monaci di Santa Croce di Sassovivo di Foligno, da 
cui passò alle monache sopra menzionate. Recentemente, cioè nel 
18(iO, la parrocchia di sant'Egidio ò stala per decreto vescovile 
trasferita nella vicina chiesa di san Domenico. 

San Leonardo era una parrocchia notev(jle perchè vi fu riu- 
nita anche quella di san Cristoforo. Sorgeva sul Corso (la via prin- 
cipale della città) dicontro al palazzo Febei-Piccolomini. Venne 
demolita nel 1802 e la parrocchia di san Leonardo fu trasferita 
prima nella chiesa della Madonna di Loreto e poscia in quella 
di san Bernardo. 

S. Martino era prossima alla Porsia Postierla e fu abbattuta 
poco dopo il 1359 per ordine del cardinale Egidio Albornoz, che 
nelle vicinanze fece costruire la celebre Rocca, detta appunto di 
san Martino, pressoché spianata interamente dai Beffati (fazione 
cittadina) nel 1395, ricostruita più bella per cura dei pontefici Bo- 
nifacio IX, Martino V e Nicolò V, compiuta da Paolo II e Ur- 
bano Vili e restaurata pure da Alessandro VII. La parrocchia 
di san Martino venne riunita alla chiesa ancora esistente di 
santa Maria Nuova dell'Ordine dei Servi. 

Delle antiche chiese, da cui s'intitolavano i rioni del quar- 
tiere di Postierla, non rimangono in piedi se non sant'Angelo e 
santo Stefano. 

Il tempio sacrato al culto di san Michele Arcangelo esisteva 
fin dal secolo VI. V'era annesso un ospedale e l'officiavano tre 
parrochi. Ciò indica la grandezza della parrocchia molto eslesa e 
che annoverava più di duemila abitanti. 

Non cosi antica come sant'Angelo era la chiesa di santo Ste- 
fano, né tanto eslesa era la sua parrocchia. Nondimeno se ne hanno 
notizie fino dal secolo XII, nel quale venne assoggettata al capi- 
tolo e al clero di santa Maria della Stella. 

Molto vasto e popoloso era pure il quartiere dei santi Gio- 
vanni e Giovenale. I rioni di esso prendevano la denominazione 
dalle chiese di questi due santi e da quelle di san Matteo e di 
san Faustino. 

Il tempio di san Giovanni Evangelista, detto de platea, fu edi- 
ficato nel 916 da Giovanni X, ampliato e restaurato nel 1003 da 



2(2 G. PARDI 

Giovanni XVII, demolilo nel 1697. Sopra l'area di esso sorse la 
chiesa moderna, più ristretta e del tutto nuova. 

La chiesa di san Giovenale è notevolissima perchè conser- 
vata in parte nella sua primitiva forma architettonica. Fu edifi- 
cata nel 1004 a spese di sette nobili famiglie, tra le quali i Mo- 
naldeschi ed i conti di Marsciano. 

Le chiesuole di san Matteo e di san Faustino sorgevano pro- 
babilmente nei suburbi della città, ora disabitati, presso Porta 
Romana. Infatti tracce di abitazioni furono rinvenute nel fare l'at- 
tuale Campo della fiera ed altre eran lì presso, dove i muri tu- 
facei della città scaricandosi hanno reso pericoloso il luogo. 

Il quartiere ed il rione di santa Pace furono così denominati 
dalla chiesa di santa Maria della Face, costruita, assieme al 
grandioso convento domenicano, nel 1233. Avvenuta la canoniz- 
zazione di san Domenico, fu a lui dedicala. 

Il cardinale Anibaldeschi ampliò il convento e la chiesa, che 
eresse forse a tre navate. Vi stette come lettore di teologia, in- 
torno al 1263, san Tommaso e vi compose, a delta di molti, l'uf- 
ficio della festa del Corpus domini, allora istituita per solennizzare 
il noto miracolo di Bolsena. In san Domenico sono la cattedra 
del gran teologo e l'elegante monumento eretto da Arnolfo di Lapo 
al cardinal Gugliemo di Braj, morto in Orvieto nel 1282. 

La chiesa di san Cristoforo, da cui prende la denominazione 
un altro dei rioni del quartiere di santa Pace, fu abbattuta innanzi 
a quella di san Leonardo, in cui dapprima era stata trasferita 
la parrocchia di san Cristoforo, corrispondente ad un dipresso 
alla parrocchia attuale della Madonna di Loreto. 

11 rione di Valle Pialla terminava ad oriente il quartiere di 
santa Pace confinando con quello di Postierla : era così chiamato 
perchè comprendeva un'ampia ed aprica valletta ben coltivala e 
poco abitata, a nord-est della città. 

Il rione di Ripa dell'Olmo corrisponde in parie all'odierno 
luogo detto Ripa degli uomini : si estendeva per una lunga e stretta 
striscia rasente alle ripe della città, a settentrione del quartiere 
di santa Pace. 

11 quartiere di Serancia non si sa perchè venisse così chia- 
mato, forse perchè vi facevano la corsa del Saracino (giuoco della 
quintana). Corrisponde al moderno Serancia per buona parte. 



IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. 273 

Il rione di sant'Angelo fnib Ripa fu denominato fluiln chiesa 
omonima, che doveva trovarsi nei suburbi meridionali della città 
nel luogo appellato ora Surripa. 

Quello di san Lorenzo similmente s'intitolò dalla chiesa del 
medesimo nome, detta volgarmente san Lorenzo de Arari, forse 
perchè non venisse confusa con san Lorenzo in Vineis sorgente 
sur un colle di faccia ad Orvieto. Esisteva già nel 1028, al tempo 
del vescovo Sigifredo, nel luogo ove ora è l'orto de' frati minori. 
Poiché recava incomodo a questi il salmodiare dei preti, che of- 
ficiavano in san Lorenzo, nel 1291 i Francescani ottennero che 
fosse distrutta la chiesa. Nicolò IV lo concesse loro a patto che 
ne edificassero un'altra, alla distanza di 40 canne. Sorse cos\ 
l'attuale san Lorenzo costruita dal vescovo Francesco Monaldeschi. 

Il rione di sant'Apostolo prendeva il nome dalla chiesa dei 
santi apostoli Filippo e Giacomo, eretta nel 1007 e dotata da varie 
nobili famiglie orvietane. Fu una delle sette principali parrocchie an- 
tiche. È ora proprietà del Seminario orvietano, a cui sorge accanto. 

Il più popoloso quartiere della città era, come si è accennato 
innanzi, quello di Postierla, che occupava circa un terzo dell'area 
di Orvieto ed in cui abitavano più di 5,000 persone appartenenti 
a famiglie posseditrici di terreni. Infatti gli antichi quartieri erano 
divisi in modo differente dai moderni, i quali occupano quattro aree 
presso a poco uguali e simmetriche, spartite da due linee quasi 
rette, che s'incontrano nel centro della città nel crocevia della Torre 
del Moro. Invece in antico i quartieri cittadini eran formati molto 
più irregolarmente. Il quartiere di Postierla comprendeva tutto il 
moderno rione della Stella e parte di quello della Corsica. Il quartiere 
di santa Pace abbracciava parte dell'attuale rione della Corsica e 
di quello dell'Olmo. 11 quartiere di Serancia era formato solo da una 
parte del rione omonimo attuale. Finalmente il quartiere dei santi 
Giovanni e Giovenale comprendeva, nella parte estrema della città, 
contrapposto a quello di Postierla, una parte dei rioni dell'Olmo e 
di Serancia. Talché questi due quartieri, con due lunghe striscio tra- 
sversali, si spingevano da una parte all'altra d'Orvieto. Anche le 
divisioni delle antiche regioni non corrispondono certo alle moderne 
vie, ma seguivano piuttosto le delimitazioni delle parrocchie, conser- 
vatesi senza grandi variazioni sino ai nostri giorni. Cosicché non 
sarebbe difficile ricostruire la pianta topografica d'Orvieto nel 1292. 

18 



274 G. PARDI 

Ritornando al quartiere di Postierla, osserviamo quali note- 
voli personaggi dimorassero nel 1292 nei rioni di questo. 

11 più ricco tra gli abitanti del rione di santa Maria era un 
Angelo di Guido probabilmente dei Filippeschi. 

Nel rione di san Salvatore dimorava Giacomino di Guasta 
padre di quel Guasta di Giacomino, che nel 1316 fu con il capi- 
tano di popolo, Poncello Orsini, all' assedio del castello di Bisenzo (1). 

Nella vasta, popolosa e ricca regione di san Costanzo abita- 
vano Avveduto, Bonaventura e Neri di Benincasa della nobile 
famiglia degli Avveduti, favorita poscia dal re Ladislao di Napoli 
quando s'impadronì di Orvieto; Cittadino di Ermanno Monaldeschi, 
che prestò fideiussione per Orsello Orsini quando giurò fedeltà 
al Comune d'Orvieto; il padre di lui, Ermanno di Cittadino, morto 
poco dopo ; Giacomo di Guido di Trasmondo e gli eredi di Ciarfaglia 
e di Pietro di Cittadino, appartenenti essi pure ai Monaldeschi. 

Non è giusto pertanto l'asserire, come è stato fatto, che il 
quartiere di Postierla fosse tutto di Ghibellini e di Filippeschi (2), 
mentre nel rione di san Costanzo avevano la loro dimora i guel- 
fissimi Monaldeschi. E di fatto, se il quartiere di Postierla fosse 
stato tutto abitato dai Filippeschi, essi avrebbero formata quasi 
la metà della popolazione cittadina. 

Nel rione di san Biagio abitavano Leone, Farolfo e Pietro 
della nobile famiglia dei conti di Montemarte con i nepoti loro. 

I Montemarte furono cosi detti dal castello omonimo. 
Andrea di Farolfo di Montemarte ricevette dai Todini, sulle 

cui terre eran posti i maggiori suoi possessi, un'ingiuria atroce, 
che l'attaccò grandemente agli Orvietani. Andrea ebbe cinque figli: 
Leone, Oddo, Farolfo, Pietro e Landò. Oddo e Landò morirono 
assai presto; ed il primo soltano lasciò discendenza, che non giunse 
tuttavia alla seconda generazione. Leone, vivente ancora nel 1292, 
non ebbe prole. Da Farolfo discesero i conti di Titignano, da Pietro 
quelli di Corbara. 

II conte Pietro fu tra i condottieri orvietani alla battaglia di 



(1) Chr. Urbevetana (Arch. St. it., anno 18S9, p. 33). 

(2) Questa falsa opinione é nata per le parole del cronista Planante, il quale al- 
l'anno 1313 narra che furono abbattute 400 case di Filippeschi nel quartiere di Postierla. 
Realmente molti Filippeschi abitavano lungo la via denominata ora soUana, ma questa 
non era tutto il quartiere di Postierla, molto più vasto, come s' è detto, dell' odierno 
rione della Stella. 



IL CATASTO d' OKVIKTO, ECC. 275 

Montaperli, ed il figlio Pielruccio uno dei mossimi sostenitori 
della causa guelfa in Orvieto (1). 

I figli di Pelruccio, Ugolino e Francesco (2), abbracciarono il 
mestiere delle armi, che concedeva ai nobili d'allora, dopo il Ira- 
mutamento dei Comuni in Signorie, di acquistare gloria ed una 
maggiore indipendenza ; e tanto essi quanto i loro discendenti si 
segnalarono in quell'avventurosa carriera. 

Nel rione di san Leonardo abitavano numerose famiglie ap- 
partenenti alla nobile casata Della Greca: Aldobrandino di Ma- 
nuppello, Francesco di Uguccione e Rinuccetto di Aldobrandino 
di Manuppello. Furono probabilmente dei Della Greca Monaldo e 
Pietro di Aldobranduccio di Niccola, dei quali troviamo ricordati 
i possedimenti nel rione di san Leonardo. 

Ma il più notevole personaggio della casata Della Greca abi- 
tava nel rione di sant'Angelo. 

Ranieri o Neri di Uguccione (più comunemente detto di Ugo- 
lino) ebbe in patria la carica più ambita dei nostri Comuni me- 
dievali, quella di capitano di popolo, in cui fu riconfermato due 
volte. Egli di guelfo si fece ghibellino per fierezza di sentimento 
e per affetto alla città natale. Mentre infatti esercitava la capitanìa, 
venne in Orvieto papa Martino IV, raggiuntovi da Carlo d'Angiò. 
I soldati francesi di questo spadroneggiavano la città, la quale si 
levò a rumore e gridò: morte ai Francesi! Neri, che avrebbe 
dovuto consigliare la calma, incoraggiava invece la sommossa, 
rivelandosi ghibellino di sentimenti. Più tardi fece nominare 
un podestà ghibellino, il conte dell' Anguillura, e tentò far pri- 
meggiare il proprio partito nelle cose cittadine. Non vi riuscì 
perchè i Guelfi, capitanali dai Monaldeschi, eran troppo numerosi e 
potenti. Nondimeno Neri Della Greca resta una delle più fiere, 
nobili ed ardimentose figure della storia medievale d'Orvieto. 

Dimoravano pure nel rione di sant'Angelo gli eredi di Andrea 
di Fallastata Monaldeschi; gli eredi d' Aldevrandino, figlio di quel- 
l'Amedeo Lupicini, che fu tanta parte delle cose cittadine (era 



(1) Veggasi intorno a lui la Cronaca inedita degli avvenimenti d'Orvieto e d'altre 
parti d'Italia dall'anno 1333 all'anno 1400 di Francesco Montemarte Conte ui Cor- 
bara (Pubblicata da A. F. Glalterio, Torino, 1S46). 

(2) È questi lo scrittore della Cronaca menzionata sopra. 



276 G. PARDI 

rettore di Orvieto nel 1266 come risulta da un atto del 29 giugno) 
e venne dichiarato eretico e scomunicato assieme alla moglie Ste- 
fania ed alla sorella Pacifica; gli eredi di quel Nino di Amedeo 
(dei Lupicini anch'esso) morto nel 1289 nella battaglia, in cui fu- 
rono sconfitti i Ghibellini di Arezzo (1) ; alcuni della nobile fami- 
glia dei Provenzali, ossieno Gino e Meo di Rinuccio di Provenzano 
e Provenzano di Amedeo (il cui avo, dello stesso nome, era stato 
console ed anziano della città ed era morto paterino); Sinibaldo 
di Pietro di Sinibaldo della ragguardevole famiglia degli Ardic- 
cioni, ecc. 

Nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale, nel rione di 
san Giovenale, abitavano Angelo di Alessandro, probabilmente dei 
Filippeschi, Filippo di Bartuccio Filippeschi, Ranieri di Monaldo 
e Pietro di Ranieri di Redigerlo Della Terza (2), altra illustre 
casata orvietana, Ugolino di Aldobrandino Della Greca, ecc. 

Nel rione di san Giovanni erano i palazzi dei conti di Mar- 
sciano: Bernardino di Ranieri, Nardo, Neri ed Ugolino di Bul- 
garuccio. 

I conti di Marsciano traggono origine — a quanto narra 
rUghelli (3) — da un conte Cadolo di stirpe longobarda, ricor- 
dalo in una donazione del figlio suo Lotario, che aveva ampi pos- 
sessi in quel di Lucca e di Firenze; e presero il nome dal forte 
castello di Marsciano, nome da èssi conservato anche dopo di aver 
venduto Marsciano ai Perugini nel 1281 (4). I discendenti di Lo- 
tario acquistarono vasti possedimenti nel territorio di Chiusi e 
d'Orvieto e verso la Maremma, e specialmente con Orvieto ebbero 
relazioni. Nel 1118 il conte Bernardino di Bulgarello fece alto di 
sommissione e di vassallaggio al vescovo di Orvieto per il ca- 
stello di Parrano, da lui posseduto e situato nella diocesi orvie- 
tana (5): allo rinnovalo dal conte Bulgarello al vescovo Giovanni 
il 17 novembre 1211, 



(1) Fumi, Cod. dipi. d'Orvieto, p. 338. 

(2) Il padre di Pietro, Ranieri Della Terza, abitava già tra la Piazza del popolo 
e la Torre del Papa, ma nel 1281 (febbraio 16) aveva vendute le case da lui ivi posse- 
dute al Comune, che le acquistò per fare la Piazza del popolo. Che uomo risoluto ed 
audace fosse Pietro di Ranieri dimostra un fatto narrato nella Chr. Urb., p. 20. 

(Z) F. UoiiELLi, Albero et Historia della famìglia de' Conti di Marsciano, Roma, 
10G7. 

(4) Ivi, p. 3 

(5) Ivi, p. 21. Da Bernardino di Bulgarello discesero i conti di Parrano. 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 277 

Il conte Bernardino di Ranieri, che aveva stanza in Oi'vielo 
nel rione di san Giovanni nel 1292, era figlio di cpiel Ranieri, 
stalo podestà di Firenze nel 1250 (1) e che conquistò Gualdo per 
il Comune di Perugia l'anno appresso; e fratello di Bulgaruccio 
o Bulgarello (di cui si conserva nell'archivio arcivescovile d'Or- 
vieto il sigillo con l'arma, la più antica sin qui conosciuta de' Mar- 
sciano, Ire gigli d'oro in campo rosso), che nel 1259 fu podestà 
a Città di Castello e conseguì nel medesimo anno, assieme al fra- 
tello Bernardino, la cilladinanza orvietana, o non solila — dice 
rUghelli (2) — a conferirsi a' Baroni, e Signori di Feudo ». 

Bulgaruccio morì prima del 1292 lasciando i tre figli Bernardo 
o Nardo, Ugolino e Neri, che vediamo appunto abitare in Orvieto 
nel 1292, dove viveva pure lo zio Bernardino. Assieme al quale 
nel 1276 avevano avuto controversia con il Comune di Poggio 
Aquilone a loro soggetto, e nel 1281 avevano venduto Marsciano 
al Comune di Perugia per cinquemila lire. Erano così ricchi che, 
sebbene (come appare dal catasto del 1292) avessero vastissimi 
possedimenti in Orvieto, pure erano allirali per non meno che in 
questa città nei registri del Comune di Perugia, sul territorio del 
quale avevano castella e proprietà fondiarie in gran numero (3). 

Nardo, il più potente dei fratelli, fu nel 1282 podestà d'Or- 
vieto, « offitio — son parole dell' Ughelli (4) — solito allhora darsi 
dalla Republica a Huomini di cospicui natali, e di valore emi- 
nente ». 

Dimoravano nel rione di san Giovanni anche i Ranieri, fami- 
glia venuta in fama per Neri di Zaccaria, che, essendo nel 1315 
podestà di Firenze, condannò per la terza volta all'esilio Dante Ali- 
ghieri (5); e per Leonardo di Simone, che vendicò l'uccisione di 
suo zio Guido e liberò la patria dalla tirannia di Matteo Orsini 
nel 1345. 

Nel 1292 vivevano Neri di Monaldo di Ranieri e Simone di 



(1) Pellini, HistoìHa di Perugia, p. I, e. 260. 

(2) Ughelli, op. cit., p. 25. 

(3) Ivi, ivi, p. 26. 
(I) Ivi, ivi, p. 27. 

(5) Fu anche podestà d'Orvieto nel 1316 (G. Pardi, Serie dei supremi magistrati 
e reggitori d'Orvieto dal principio delle libertà comunali all'anno i500, Perugia, 1895, 
p. 51). 



278 G. PARDI 

Ranieri di Guido, uno dei più ricchi cittadini d'Orvieto, stato po- 
destà nel 1265-6 e nel 1285 (1). 

Nel rione di Serancia del quartiere omonimo avevano l'abi- 
tazione Giacomuccio di Ranieri di Guglielmo, de' Ranieri anch' egli; 
Oddone della famiglia dei Medici (i cui antenati avean ceduto al 
Comune orvietano il castello di Bisenzio), il quale era stato sin- 
daco del Comune nel 1270; Pietro di Giovanni e Vanne di For- 
zore degli Alberici, che divennero poscia una delle più notevoli 
famiglie della città; Roberto degli Albizi, di un ramo forse della 
illustre casata fiorentina trapiantatosi in Orvieto; Ugolino di Lu- 
picino Lupicini, uno dei Dodici eletti a far lega col Comune di 
Perugia nel 1315 (atto del 3 ottobre di quest'anno) e sindaco nel 
1330 del Comune orvietano per cingere la spada al novello cava- 
liere Bicello de' Baglioni perugino. 

Nel rione di san Lorenzo, presso le ripe della città, aveva 
l'abitazione Corrado di Ermanno Monaldeschi, visconte del ca- 
stello di san Venanzo, capitano di popolo in Firenze nel 1299, 
eletto da papa Bonifacio Vili a presiedere alla fabbrica di santa Ma- 
ria e alla difesa e al governo di Valdilago e di Acquapendente, e 
morto nel 1300 in battaglia presso Radicofani. Egli accrebbe gran- 
demente la potenza della propria famiglia sposando Latina dei vi- 
sconti di Campiglia ed agevolò al figlio Ermanno l'acquisto della 
signoria della patria (2). 

Nella regione di sant'Apostolo dimoravano Neri di Masseo 
(Monaldeschi?); Vanne di Masseo Monaldeschi, giudice e lettore 
di leggi nello studio orvietano, uomo molto stimato per senno e 
dottrina, uno degli otto sapienti scelti a trattare con la Curia ro- 
mana la quistione dell'interdetto scagliato contro il Comune, sin- 
daco e procuratore di questo per rinnovar la lega con Perugia (3), 
uno dei Signori Cinque nel 1315 (4); Pietro Novello di Monaldo 
Monaldeschi, ambasciatore al papa nel 1300, uno di Cinque, ca- 
pitano di parte guelfa e capitano dell'esercito mandato in soccorso 
di Firenze nel 1315 (5); Ugolino di Bonconte Monaldeschi, il cui 



(1) G. Pardi, op. cit., p. 41 e 44. 

(2) G. Pardi, La signoria di Ennanno Monaldeschi in Orvieto, Roma, 1S95, p. 12. 

(3) Ivi, ivi, p. 10. 

(4) G. Pardi, Il Governo dei Signori Cinque in Orvieto, ivi, 1894, p. 21 e 23. 

(5) Cfr. le due op. qui sopra cit., l'una a p. 11 e l'altra a p. 24. 



IL CATASTO I)' ORVIETO, ECC. 27!) 

padre fu due volte podestà d'Orvieto (nel 1241 e nel 1256), avo 
dell'altro Ugolino di Bonconte, che aiutò Ermanno Monaldeschi 
ad impadronirsi della signoria della patria e dapprima divise con 
lui il potere. 

Nel rione di santa Pace del quartiere dello slesso nome erano 
le case di Angelo di Ranuccio di Trasmondo Monaldeschi, di Don- 
giovanni, di Celle e di Pelruccio di Riccio dei Miscinelli (1), po- 
tente famiglia ghibellina mandata a confine nel 1315 (2); di Cane 
di Monaldo Monaldeschi; di Intende di Cremonese degli Ottimelli; 
di Lunardo di Giacomo e di Ranieri della Terza; di Montanaro 
di Berardo, di Monalduccio di Catalano, di Spinello di l^anuccio 
di Trasmondo e di Spinuccio di lallachino Monaldeschi; di Orge- 
sio dei conti di Cetona (grosso castello dipendente dapprima da 
Siena, poscia da Chiusi e finalmente venduto ad Orvieto dal 
conte Aldobrandino); e di Ugolino di Ugolino della Greca, fratello 
del famoso Neri capitano di popolo. 

Nel rione di san Cristoforo abitavano Amedeo di Guido di 
Marco ed Egidio e Filippo di Simone, probabilmente appartenenti 
alla famiglia dei Ranieri, e Lotto e Vanne di Cambio dei Miscinelli. 

Un altro dei Miscinelli, Osicco, aveva dimora nel vicino rione 
di Valle piatta. 

In quello di Ripa dell'Olmo eran le case di Andrea di Ca- 
staldo, probabilmente dei Filippeschi, di Andriotto e di Bernar- 
dino Avveduti; di Alessandro di Bernardo Filippeschi; di An- 
druccio di Pietruccio di Bongiovanni della famiglia Bonaccorsi ; 
di Giovanni di Sperandio e di Neri di Pietro Sallamare; di Neri 
di Alessandro e di Stefano di Giordano di Stefano Filippeschi 
e di Rinuccetto e di Sinibaldo degli Ardiccioni, famiglia ghibel- 
lina molto potente (3). 

Tali adunque i principali personaggi abitanti nei vari rioni 
dei quartieri cittadini. La storia potrà forse acquistare dalla co- 
noscenza delle loro ricchezze qualche lume — essendo la ricchezza 
mezzo precipuo per venire in potenza ed in fama — ; e non lieve 



(1) Petruccio di Riccio Miscinelli fu condannato come eretico nel 1268. 

(2) Fui'on posti i Miscinelli nella prima cerna dei confinati composta de' più 
ardenti ghibellini. 

(3) Monaldo degli Ardiccioni fu capitano di popolo nel 1285. Una sorella di Ri- 
nuccetto e di Sinibaldo, donna Imilga, nel 1268 (settembre 28) era stata condannata 
come paterina. 



280 



G. PARDI 



vantaggio ne ritrarrà la topografia dell'antica Orvieto, che aveva 
allora una divisione molto diversa dall'odierna e da nessuno sin 
qui conosciuta. Le vie di essa si popoleranno inoltre delle figure 
di un'epoca gloriosa, rammentale a noi dagli avanzi dei palazzi 
e delle torri dei Monaldeschi, dei Filippeschi, dei Della Greca, 
dei Ranieri, dei Della Terza, dei Miscinelli. Infine si avrà quasi 
la fisonomia della città, dove alcuni rioni (come quelli di san Matteo,, 
di san Faustino, di sant'Angelo sub Ripa, di Valle piatta) non 
erano abitali che da povera gente e non popolali che da basse 
e miserabili case di tufo; mentre in altri (come quelli di san Gio- 
venale, di san Giovanni, di san Costanzo, di Serancia, di santa Pace) 
dimoravano i più ragguardevoli personaggi e si ergevano superbe 
le caselorri merlate e si aprivano le botteghe dei grassi artigiani. 

Per mezzo dell'esame, da noi intrapreso, dei nomi iscritti 
nel catasto orvietano del 1292, oltre a rintracciare gli uomini più 
notevoli del tempo, potremo pure farci un'idea dell'origine dei 
nostri nomi, cognomi e soprannomi, che nella primitiva forma 
latina medioevale faranno trasparire abbastanza chiaramente, come 
attraverso un tenue velo, il loro significato. Avremo, inoltre, in 
essi le più antiche tracce del dialetto orvietano. 

Ecco adunque la più parte dei nomi adoperali nella città 
d'Orvieto nel 1292, disposti in ordine alfabetico: 



NOMI MASCHILI. 



Accomandettus 
Accoamannus 
Accursutius 
Actavianus . 
Adelmus. , 
Admannitus 
Albertus 
Albouectus . 
Aldrevauuinus 
Aldoviuus . . 
Aldoviuutius . 
Alexander . 
Alexius . . . 
AUevatus . 
Amadore. 
Amoddeus . , 
Amoractus . . 



1 r. 

3 r. 

100 t. 

116 t. 

1 t. 

3 t. 

44 t. 



II, 106 t. Andreas I, 

I, 8 r. Audrutius 

43 r. Audrioctus 

56 r. Anglutius 

39 r. Ang-nelus (e Angelus) . 

43 r. Auguelutius .... 

54 t. Ansengna 

59 t. Appressus II, 7 r. 

1 r. Apollouius 108 r. 

43 t. Argumeutus .... Ili, 5 r. 

43 t. Arloctus 13 r. 

1 r. Azzoliuus IV, 34 r. 

56 t. Baldese Ili, 16 t. 

Ili, 5 t. Baldus I, 92 t. 

I, 42 t. Bambarouus .... II, 9 r. 

II, 106 t. Barota 9 r. 

I, 56 r. Baroncellus 138 r. 



IL. CATASTO d' ORVIETO, ECC. 



281 



Barnabutius .... 

Bartholus 

Bartholomeus .... 

Bartus 

Beccarius 

Becutìus 

Benveiiutus 

Bcrardus (e Beruardus) 

Berardellus 

Berardiuus (e Bernar- 

dimis 

Berarditius (e Beruar- 

ditiiis) 

Berrezoctus 

Bertus 

Berzus : 

Bezocus (e Bizocus). . 

Biccutius 

Bindus 

Bindatius 

Blancus 

Blaxiiis 

Blaxiolus 

Bonaccursus .... 

Bonencasa 

Bouifatiiis 

Bouiohaunes .... 
Borgarutius . . . . 

Branchius 

Bucculus 

Bticciilutius . . . . 

Bxindus 

Cauappus 

Cang-uus (e Cagnus) . 

Caug-nolus 

Caute 

Cantutius 

Castaldus 

Castellanus 

Catalaaus 

Ceccus 

Celle 

Christophanus .... 

Cinus 

Cipta 



I, 93 t. 
44 t. 
33 t. 

1 r. 

II, 204 r. 
I, 58 r. 
Ili, 15 t. 
I, 12 r. 

32 r. 

3 r. 

4 r. 
Ili, 23 r. 

I, 8 t. 
Ili, 22 r. 

II, 106 t. 
IV, 38 r. 

5 r. 
20 r. 

t. 
t. 



I, 



15 

20 

II, 138 



I, 



III, 



n, 
I, 
n, 
I, 



n, 



59 
61 

5 
56 
61 
44 
16 
24 
28 
25 
62 
25 

6 

6 
53 

7 
12 

6 

5 
20 

7 
51 



Ciptus Ili, 2r. r. 

Citanus 25 r. 

Clarante I, 113 t. 

Clottus 7 r. 

Cola 34 t. 

Comes Ili, 17 t. 

Compiug'uiizolus ... Il, 9 t. 

Copazoims 10 t. 

Corvellus I, 62 r. 

Damiauus II, 158 r. 

Dayuese 10 t. 

Deodatus 10 t. 

Dominicus I, 45 t. 

Domiuichellus. . . . III, 20 r. 

Dompuadeus . . . . II, l.^iS r. 

Dorauuus I, 37 t. 

Eg'idiu.s 34 t. 

Ermannus 15 t. 

Farolfus 38 t. 

Fassciolus 8 r. 

Fllipputius 62 r. 

Fortutius Ili, 17 r. 

Forzore 28 r. 

Franchus 126 t. 

Francutius II, 12 t. 

Franciscus I, 32 r. 

Francischellus . . . . III, 27 r. 

Fredericus II, 21 t. 

Frederig-ellus .... 12 t. 

Galganiis 45 t. 

Galismiis I, 55 

Gentilis II, 9 

Gerardus 3 

Gerardutlus .... 9 

Gerì 5 

Ghilius II, 8 

Giliutius I, 14 

Giottus II, 44 

Gismundus IV, 74 

Goctofredus .... I, 101 



Colante II, 17 

Gratiosiis 15 

Grimutius III, 18 t. 

Guasta II, 37 r. 

Guastutuis Ili, 31 t. 



^82 



G. PARDI 



Oualfredus II, 46 t. 

Giialterius 66 r. 

Giierrerius 103 r. 

Ouidus (e Guido) . . 8 r. 

Guidarellus 9 t. 

Guidarotius .... 65 r. 

Guidectus 8 r. 

Giiilbertus 27 r. 

Guilimutuis .... 66 t. 

Guillelmus 37 r. 

Guillelmutius .... 31 t. 

Guiscardvis Ili, 61 r. 

Henricus I, 26 r. 

Hermanuiis . . . . I, 97 r. 

Hermauuellus .... 158 r. 

Hermitatius .... 64 t. 

Hug-uliuus 14 t. 

lacobus (e lacovus ed 

lacomus) .... 3 t. 

lacovutius 11 r. 

laanes 5 t. 

lillachynus (e lalachy- 

nus) 24 t. 

lughilbertixs .... IV, 73 t. 

Intende I, 10 r. 

lohanues 10 t. 

lohanuellus 50 r. 

lohannutius .... 10 t. 

lordanus IV, 76 t. 

loseppus 73 r. 

lulianus I, 8 r. 

Lambertutius .... 22 r. 

Laxirentius 37 r. 

Leo ....... II, 91 r. 

•Leorsus (e Liorsus) . . I, 12 r. 

Ligo II, 14 r. 

liiorsellns I, 12 r. 

Lippus II, 13 t. 

Loctus ...... I, 42 t. 

Loderius (e Locterius) . IV, 77 t. 

Lunardus I, 11 r. 

Macteus 6 r. 

Mactutius .,..'. 93 r. 

Maynente 6 t. 

Manfrcdus 13 t. 



Mannutius ..... I, 

Marcus 

Marcutius 

Marcellus 

Marianus 

Martinus ..... 

Masseus 

Massucceptus .... II, 

Meliore IV, 

Meus I, 

Micchele 

Moutanarius .... 

Munaldus 

Nallus 

Namoratus 

Nardus 

Nepoleone IV, 

Neri I, 

Niccola I, 

Ninus 

Nisius 

Nutius 

Occinellus 

Oddus 

.Oddarellus 

Offredus 

Oraugnellus .... 

Orgesius 

Origone 

Orrige 

Osiccus 

Orvetanus 

Paganellus 

Pandolfus IV, 

Paulus I, 

Paulutius 

Pellus IV, 

Pepus (e Pepo) ... I, 

Peregrinus 

Perus II, 

Perutius 

Petrus I, 

Petrutius 

Petruzzolus 

Philippu.s 



38 t 
5 r 

52 

44 

96 

47 

13 

22 

32 

92 

46 

12 
3 

13 

97 

97 t. 



36 
14 
11 
97 
123 
47 
99 
16 
22 



36 t. 

64 r. 

15 r. 

36 t. 

54 t. 

45 r. 

47 r. 

118 t. 

39 t. 
39 
48 
30 
46 
30 
17 

17 r. 

4 r. 

15 t. 

16 r. 
20 r. 



IL CATASTO 1>" «JllVIICTO, ECC. 



283 



Picchiiis. 

Polcrius . 

Polli tiiis . 

Prodeiitiiis 

Propicius 

Putius . 

Puzzolus 

Ranaldus 

Raydiyerius 

Rayueruis . 

Raymizziuus 

Rayuuzziptus 

Kicchus . 

Riccobaldus 

Rodolfus. 

Rollandus 

Rollandinus 

Romauus 

Rubertus 

Riiffiuus . 

Rug'erius 

Rusticus . 

Sabbatiuus 

Salomon . 

Salvarelhis 

Sascauellns , 

Savi u US . 

Seuebaldus 

Serali uiis 

Severiis . 

Sfforza . 



I, 106 t. 
10 r. 

■lui t. 

39 r. 
32 t. 

39 t. 
101 t. 

30 r. 

Ili, 43 r. 

I, 7 t. 

1 t. 

20 t. 

I, 40 r. 
44 t 

103 t. 
32 r. 
16 t. 
28 r. 

40 r. 
16 r. 
49 t. 
32 r. 

1 r. 

30 r. 

Ili, 59 r. 

II, 64 r. 
Ili, 29 r. 

I, 22 r. 
24 t. 

II, 30 r. 
Ili, 27 r. 



Soloinia 

Spiiiellus .... 
Spinutiiis .... 
Stephaniis .... 

Symon 

.Syinoncellu.s . . . 
Syribollus .... 

Taldiis 

Taucredus .... 

Tauiis 

Tebaldus .... 

Teinpus 

Thoniassus .... 

Tinus 

Transiniiudus . . . 
Ufredutius .... 

Ug-us ...... 

Vang-nes (e Vannes) 
Vaug'uutius. 
Veraldiis .... 

Verzilliis .... 

Zaccaria 

Zart'aglia (e Zarfag-la) 

Zarrus 

Zeliugus 

Zeus 

Zouus 

Zoltus 

Zuccus 

Zumbus . . . . . 
Ziitius 



I, 
II, 
I, 



II, 07 t. 
1, 2> t. 

24 t. 

22 t. 

34 t. 

30 r. 
11--^ t. 
Ili r. 

I, 25 t. 
HI, 00 r. 
I, 92 t. 

94 r. 

2() r. 

26 t. 
1 t. 

43 r. 
Ili, 26 t. 
I, 20 r. 

31 r. 
31 t. 
40 t. 

116 t. 
76 r. 
116 t. 
111,126 t. 

I, 117 t. 

II, 33 t. 
46 r. 

Ili, 25 r. 
IV, 28 r. 
I, 117 t. 



I, 



n, 

I, 



NOMI FEMMINILI 



Abbeduta . 
Alamanua . 
Aldruda . . 
Alegranza . 
Altedemaua 
Amata . . 
Audriiitia . 
Ang-ela . . 
Angelica 
Armanna . 
Azza . . . 



II, 7 r. 

I, 9 r. 
Ili, 27 r. 

II, 47 t. 
1 t. 

62 t. 
27 
82 
85 
104 
II, 22 t. 



I, 

n, 

IV, 



Barnabea 
Bellabruua 
Bellaveui 
Benamata 
Benvenuta 
Berta . . 
Bianca . 
Blancitiore 
Biatrice . 
Bona . . 
Boutade . 



I, 


33 t. 


n, 


9 t. 


III, 


17 r. 


n, 


29 t. 




7 t. 




7 t. 


III, 


28 r. 


II, 


48 r. 




9 r. 




84 r. 


I, 


60 r. 



284 



G. PARDI 



Bosa I, 40 r. 

Calandra II, 12 r. 

Caradonna 13 t. 

Chiavoneria . . . . IV, 73 t. 

Clara I, 34 t. 

Diamante 49 r. 

Dieta II, 85 r. 

Divitia 158 r. 

Domenag'olata. . . . Ili, 107 r 

Drusta I, 41 t. 

Encisa II, 16 t. 

Fabressa 106 t. 

Fiorentina II, 57 r. 

Fontana Ili, 48 t. 

Foresetana II, 109 r. 

Francisca I, 35 t. 

Galitiana 32 r. 

Gemma 45 t. 

Giiigiia 14 t. 

Gradilitia 6 r. 

Gratia II, 127 r. 

Gudilitìa I, 12 t. 

Guidocta IV, 74 t. 



Guidulla I, 4 r. 

lacoba 53 r. 

luliana Ili, 31 t. 

lunchetana I, 7 r. 

Margarita IV, 106 r. 

Marzia II, 109 r. 

Mathea 4 r. 

Micchilocta 108 r. 

Odolina I, 37 r. 

Oliva II, 12 t. 

Pisana 97 r. 

Plana I, 25 r. 

Riccadonna Ili, 44 t. 

Riccha 97 r. 

Rosana 125 t. 

Sabbatina I, 45 t. 

Sebjlia Ili, 59 r. 

Spadutia 59 r. 

Stefania Il, 17 r. 

Verde IV, 41 t. 

Verdenevella .... 41 r. 

Verdiana 76 r. 



COGNOMI E SOPRANNOMI. 



Adbiduti (Cfr. Avveduti) I, 53 t. 
Advauzati (Cfr. Avvan- 

zati 9 r. 

Albese 44 t. 

Alteneve 48 t. 

Amoddei (Cfr. Amìdei) 49 t. 

Aroui 11 r. 

Ardizzari 14 r. 

Arezzari 28 r. 

Avaritie 30 r. 

Baroni •■.... 16 r. 

Bastantie Ili, 57 t. 

Beccari I, 58 r. 

Beccaromi 97 t. 

Becchi IV, 85 r. 

Becuneranti .... 72 r. 

Belcortese Ili, 91 t. 

Beldie II, 16 t. 

Benassagi I, Ut. 



Benefacti .... II, 67 r. 

Bencevenne .... I, 4 t. 

Bentevengne .... III, 81 t. 

Bevetutti I, 33 t. 

Bilacqua (Cfr. Bevilac- 
qua) II, 16 t. 

Boccabone I, 136 r. 

Boccafrictelle .... IV, 131 t. 

Boccalepre II, 16 r. 

Boccalete Ili, 97 r. 

Boccanera (Cfr. Bocca- 
negra) I, 107 t. 

Beccarle 40 r. 

Bocatius dictits (Cfr. Boc- 
caccio) II, 67 r. 

Bonafede II, 89 t. 

Bonaiuutis (Cfr. Bonag- 

giunta) I, 10 r. 

Bonaguide 49 t. 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



285 



Bonavenere II, 49 t. 

Bona/J (Cfr. Bonazzi) . I, 102 r. 

Bonfils-li (Cfr. Donfigli) II, 7 r. 
Boniusengna (Cfr. Bo- 

7ì insegna) . . . . I, 12 t. 

Bonostis II, 47 r. 

Bouscg-noris (Cfr. Bon- 

signorl) 19 r. 

Borscette (Cfr. Borsetta) I, 32 r. 

Bramandi(Cfr.J5r«7na?i<t!) I, 14 r. 
Braiulalg:le(Cfr./ira«(Zrt^Zm) 103 r. 

Brixnazzotti III, 62 t. 

Bucciconi II, 102 t. 

Bucti (Cfr. Butti) . . I, 26 t. 

Busse II, 100 t. 

Butrichelli I, 107 r. 

Cacabassi Ili, 20 t. 

Cag'ao:olpe(= cacacoZ^^e) 25 t. 

Cambii (Cfr. Cambi) . I, 42 r. 

Capraceche II, 47 r. 

Cardinalis qui dicitur 

(Cfr. Cardinali) . . III, 2 r. 

Carebone 132 t. 

Carmangne (Cfr. Car- 

ìnagna) II, 102 r. 

Carteblance* .... 88 t. 

Casati I, 59 t. 

Cavaldolo II, 38 t. 

Cavalieri (Cfr. Cava- 

glieri) I, 7 t. 

Ceutucose Ili, .36 r. 

Cicerle IV, 76 r. 

Civenne II, 10 r. 

Clazzarnesi (= schiac- 

ciarnesif) .... IV, 80 t. 

Cocce 33 t. 

Compangui (Cfr. Com- 
pagni) II, 25 t. 

Cornacchia 178 r. 

Crudelis (Cfr. Crudeli). 119 t. 

De Albricis {Alberici) . I, 31 r. 

De Claratenuta . . . 103 r. 
DeFilippischis(^^^^7)^esc^^■) 54 t. 

De Grecha (De^Za Greca) 26 t. 

De Miccinellis (il/iscmcZ^z) 9 t. 



DcMonaldischi.s(ilfonaWesc/</) 10 r. 

DeOptiinellis(0<</7ne^/j) 11 r. 

De Spada (Cfr. Spaila) III, 68 t. 

De Tertia {Della Terza) I, 29 r. 

De Turri {Della Torre) 215 t. 

De caruodevale (^= di 

carnevale) .... II, 167 r. 

Deoceviva 66 t. 

Deotallevi (Cfr. Diotal- 

levi) 10 r. 

Deotesalvi (Cfr. Dioti- 

salvi) 109 r. 

Fassce I, 39 t. 

Faranfutii II, 6 t. 

Ferraloca Ili, 50 t. 

Flaccalussu (= fiacca- 
lusso) Il, 107 r. 

Fiorite (= fiorita) . . III, 21 r. 

Fogalassci IV, 5 r. 

Fortibrazze (Cfr. Forte- 
braccio) I, 66 t. 

Fortisguerre (Cfr. For- 

teguerra) .... IV, 20 t. 

Fragavire I, 33 t. 

Frascanbocche. . . . 100 t. 

Gentilezze II, 109 r. 

Ghise I, 59 t. 

Gibellinus dictus. . . Ili, 75 t. 

Godete I, 30 t. 

Grani II, 101 r. 

Gra.ssci (Cfr. Grassi) . III, 60 r. 

Grassilli (Cfr. Grasselli) 6 t. 

Guance rossce {^^^ guance 

rosse) 144 r. 

Lazzarulli I, 10 r. 

Leccardi II, 39 r. 

Lomauge I, 63 t. 

Maccari 66 t. 

Madonne I, 94 r. 

Malabranca II, 146 r. 

Mancie 204 t. 

Mancini I, 38 t. 

Manzafoccaza (= man- 
gia focaccia) . . . III, 56 t. 

Marcabrini 31 t. 



286 



G. PARDI 



Marconi I, 42 t. 

Meldrude II, 30 t. 

Mezzabanie I, 104 r. 

Micci II, 97 r. 

Monnezza (=imìnotidezza)l, 118 t. 

Mucafave IV, 38 t. 

Nasiis 66 t. 

Nobilis (Cfr. Nobili). . I, 12 t. 

None {Della Noìia) . . 40 r. 

Occiili bovis .... Ir. 

Orbene 97 t. 

Pacipti (Cfr. Pacetti) . 10 t. 

Pauaccattati .... II, 26 r. 

Papilloni IV, 78 r. 

Pazzus Ili, 24 r. 

Pectorutius II, 25 t. 

Pellis II, 13 r. 

Penze I, 43 t. 

Pessine (Cfr. Pessina) . Ut. 

Pig-ulotti Ut. 

Pilosus II, 196 t. 

Pleueri I, 16 t. 

Raffe 105 t. 

Riccomondi II, 44 r. 

Eig-alis I, 8 r. 

Robbavilla ..... Ili, 67 r. 

Eouciglioni Il, 20 t. 

Rovai 15 r. 

Rubens 15 t. 

Saceutis IV, 21 t. 

Salimbene Ili, 41 r. 

Sallamare 96 t. 

Scambii I, 44 r. 



n, 

III, 

I, 



90 t. 
10 t. 
16 t. 
40 r. 
30 t. 
Ili, 12 r. 
33 r. 



IV, 
II, 
I, 



Scancati I, 53 r. 

Scangni 8 r. 

Scarcamurus .... II, 58 r. 

Scarpette I, 93 t. 

Scelenguatus (= scilin- 
guato) .... 

Schiacte 

Scolari 

Seg-ni 

Servidei 

Settembrine 

Siccadenari 

Sig'ilbocti 

Sordonus 

Sperandei {Cf r.Sperandio) 
Squinzacannelle . . . 

Stabilis 

Strambus 

Taborie 

Tartalg-li (Cfr. Tarta- 
glia) 50 

Tignosi 41 

Truffe 116 

Tundus 2 

Vaccondei 30 

Verdepalme 85 r 

Vespe. ...... 3 t 

Vidi 60 t 

Villani 14 t 

Viudemie 45 t 

Zanforgrani .... 7 t 

Zanforgnige .... 40 t 

Zifere Ili, 40 r 



40 r. 

10 r. 

67 r. 

13 t. 

104 r. 

Ili, 12 t. 

I, 26 t. 



§ 7, — Pivieri^ castelli, ville e contrade: 
nomi loro e delle persone che li abitavano. 

A quel modo che la città parlivasi in quartieri (altrove in 
sestieri, ecc.) ripartiti in rioni; così il contado dividevasi in pi- 
vieri, ville e castelli. 

Nel 1278, per ordine di Bertoldo Orsini, podestà d'Orvieto, 
furono dichiarati i confini dei pivieri e delle terre del contado 
orvietano (1). Ed i pivieri erano allora denominati in tal modo: 



(1) Fumi, Cod. dipi., p. 320. 



IL CATASTO U ORVIETO, ECC. 



287 



I. 


Rculle. 




II. 


Carnaiola. 




III. 


Moutelcoue. 




IV. 


Fabro. 




V. 


Fichiuo. 




VI. 


Casteir orvietano. 




VII. 


Castel vecchio. 




vili. 


Camposelvoli. 




IX. 


Cetona. 




X. 


San Giovanni di Monte Pagliano. 




XI. 


San Donato. 




XII. 


Sant'Abbondio. 




XIII. 


Bardano. 




XIV. 


Sugano. 




XV. 


Petroio. 




XVI. 


Petramata o San Pietro in veteri. 




XVII. 


San Fortunato. 




XVIII. 


Santa Maria in Forzano. 




XIX. 


Agliano. 




XX. 


Vaiano. 




XXI. 


Castel dell'abbazia di santa Maria 


di Vaiano 


XXII. 


Morrano. 




XXIII. 


Santa Maria di Stiolo. 




XXIV. 


San Felice. 




XXV. 


Santa Maria in Selva. 




XXVI. 


Rasi. 




XXVII. 


Stennano. 




XXVIII. 


Mimiano. 




XXIX. 


San Giovanni de Selvule. 




XXX. 


Monte Lungo. 




XXXI 


Monte Giove. 





Nel catasto d'Orvieto del 1292 troviamo una completa indi- 
zione di tutti i pivieri, i castelli e le ville del contado, che noi 
riportiamo qui appresso. Noteremo qualche differenza tra la prima 
e la seconda lista. Ad esempio il castello di Celona non è più iscritto 
fra i pivieri, essendo piuttosto una terra dipendente dal Comune 
d'Orvieto che non un piviere di questo. Viceversa vediamo ag- 
giunti i pivieri di Alierona e di Montegabbione ed i castelli della 
Torre, di Monterubbiaio, di Paterno, ecc. 



288 



G. PARDI 



I. Pleberium Fienili. 

II. Villa Abbatie Mentis Orvetani. 

III. Villa Uzelle. 

IV. Villa Rotansilve. 

V. Villa Mealle. 

VI. Villa Mentis Nibi. 

VII. Villa Sancti Venantii. 

VIII. Villa Vesscani. 

IX. Villa Sale. 

X. Villa Corvini. 

XI. Villa Grilg-lani. 

XII. Villa Zelle. 

XIII. Villa Torselle. 

XIV. Villa Porsene. 

XV. Villa Carrarie. 

XVI. Castrum Fabri. 

XVII. Castrum Urbevetanura. 

XVIII. Pleberium Saucte Marie in Forzano. 

XIX. Castrum Campursilvuli. 

XX. Castrum Alg-lani. 

XXI. Pleberium Aleronis. 

XXII. Villa Meane. 

XXIII. Castrum Rubialgli. 

XXIV. Castrum Paterni. 

XXV. Pleberium Sancti Fortunati. 
XXVI Villa Podii. 

XXVII. Villa Canalis. 

XXVIII. Pleberium Bardani. 

XXIX. Villa Pagani. 

XXX. Pleberium Sancti Donati. 

XXXI. Villa Sancti Cleuci. 

XXXII. Villa Auriaua. 

XXXIII. Villa Vallonchi. 

XXXIV. Villa Alviani. 

XXXV. Pleberium Mimiani. 

XXXVI. Villa Campilglolis. 

XXXVII. Villa Fracte. 

XXXVIII. Villa Podii 

XXXIX. Castrum Suffii. 

XL. Villa Sancti Abundi. 

XLI. Villa Podii Ravnerii. 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



289 



XLII. rieberium Sucaiii. 

XLIII. Villa Mentis Seraldi. 

XLIV. Villa rosolie. 

XLV. Castruin Lubriaui. 

XLVI. Castrum Civitelle Ag-liani. 

XLVII. Pleberiuin Sancti lohannis iu Silvolis. 

XLVIII. Villa Grisung-nani. 

XLIX. Villa Francang'nani. 

L. Villa Patrig'uoiii. 

LI. Villa Seiaui. 

LII Villa Capite. 

LUI. Castnim Fichini. 

LIV, Pleberium Saucte Marie Stiole. 

LV. Castrum Moutis Guabiouis. 

LVI. Villa Dalliane. 

LVII. Pleberium Moutis Long'i. 

LVIII. Villa Nervani. 

LIX. Villa Spantis. 

LX. Pleberium Saucte ]\Iarie de Rasa. 

LXI. Castrum Vetus. 

LXII. Pleberium Sancti Felicis. 

LXIII. Villa Militis. 

LXIV. Pleberium Sancte Marie in Silva. 

LXV. Villa Siccaui. 

LXVI. Villa Sancti Severi. 

LXVII. Villa Cezzani. 

LXVIII. Castrum Rote Castelli. 

LXVIX. Villa Collis Longi. 

LXX. Pleberium Sancti Petri in Vetere. 

LXXI. Villa Petrorii. 

LXXII. Pleberium Moutis lovis. 

LXXIII. Villa Civitelle. 

LXXIV. Castrum Montis lovis de Moutanis. 

LXXV. Villa Abbatie Aque Alte. 

LXXVI. Pleberium Montis Leonis. 

LXXVII. Pleberium Caraiole. 

LXXVIII. Pleberium Stennani. 

LXXIX. Villa Cannarli. 

LXXX. Villa Sancti Augustalis. 

LXXXI. Castrum Guani. 

LXXXII. Pleberium Morrani. 



19 



290 G. PARDI 

LXXXIII. Villa Morrani. 
LXXXIV. Villa Sancti Fustini. 
LXXXV. Castrum Mucaronis. 
LXXXVI. Villa Mouazzaui. 
LXXXVII. Villa Sancti Petri. 
LXXXVIII. Villa Fulglaui. 
LXXXIX. Villa Balnei. 
XC. Villa Cerreti. 

XCI. Villa Montonis. 

XCII. Villa Aucaraui. 

XCIII. Castrum Turris. 

Questi i nomi dei pivieri, delle ville e dei castelli orvietani 
nel 1292. Ogni piviere poi e villa e caslello aveva varie contrade 
con differenti nomi. Reputando inutile riportare i nomi di ogni 
contrada, riferiremo soltanto quelli del piviere di Fienile, nell'or- 
dine in cui si presentano nel catasto del contado: 

Contrata fontane, cerri grossi, case longe, ragni, zeppeci, runilgloli, 
caccoli, larciriani, sancti lohannis, casaline, mercati, fontis fébraie, sancti 
Cristojyhani, rote, rijye, scojoite, cerreti, canalis, sancti Quirici, de bussolis, 
scandilarii, revellate, vivolgle, ecc. Altre deuominazioui locali erano le 
seguenti : iìi valle, in costis fontane, in elcito, in valle piada, in carbo- 
naria, in valle vecchia, in plano, in plano montis, in fontanellis, in or- 
talihus, in costa pantani, in podio donato, in strepalglis [sterpaglis], in 
podio furcariim, in fornacibus, ecc. 

Fienile, donde s'intitola il grosso piviere di tal nome, è ora 
capoluogo di mandamento nel circondario di Orvieto. Fu il nerbo 
della potenza dei Filippeschi; vi nacque il giureconsulto Serafino, 
podeslrà di Orvieto nel 1200. 

11 caslello dell'abbazia di san Niccolò del Monlorvietano sor- 
geva a poca distanza da Fienile. Infatti l'abbazia con le case at- 
torno era cinta di mura a guisa di fortilizio o castello. 

Al mandamento di Ficulle appartengono Rotanselva, Mealla, 
Montenibbio, Verciano e l'antico castello della Sala. Quest'ultimo, 
situalo a sud-ovest di Ficulle, fu sottoposto alla giurisdizione del 
Comune di Orvieto nel 1222, fu proprietà di Gentile Monaldeschi, 
tiranno di questa città nel 1437 — egli dal caslello prese il so- 
prannome di Gentile della Sala — e venne distrutto pochi anni 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 21)1 

dopo. San Venanzo ò ora Comune a so nel inandainenlo d'Or- 
vieto. Le terre di Zelle, Torselle e Porselle potrebbero forse ve- 
nire identificale con i paesi odierni di Celle, Torsollino, e Po- 
celle. Carrara, castello ora distrutto, sorgeva presso Ficullo. Vi 
nacque, pare, il monaco Graziano. 

Fabro, capoluogo di Comune nel mandamento di Ficulle, ap- 
partenne ai Monaldeschi della \'ipera, al famoso Bonconte, cru- 
dele tiranno d'Orvieto nel secolo XIV. 

È sparita la denominazione di Caslellorvietano. Santa Maria 
in Forzano corrisponde probabilmente al luogo detto Santa Maria 
vicino a Fabro. 

Camporsevoli o Camposelvoli è stato conteso tra gli Orvietani 
ed i Senesi, si sottomise ai primi nel 1288, ma fu occupato sta- 
bilmente dai secondi nel 1433. E ancora in quel di Siena. 

Agliano appartiene ora al mandamento di Bagnorea nella pro- 
vincia di Roma. 

Allerona, grossa terra presso al Paglia, forma Comune nel 
mandamento di Ficulle. Ad ovest di Allerona era la villa di Meana. 

Castel Rubiaglio corrisponde all'odierno Monterubbiaio, paese 
del Comune di Castel Viscardo nel circondario d'Orvieto. 

Paterno denominasi ora Poggio Paterno e sorge non lungi 
da Castiglion Teverina e da Baschi, con cui fu in lotta, riceven- 
done una tremenda sconfitta, tanto che si diceva: chi vuol veder 
Paterno vada a Baschi (imitazione di un altro più noto motto po- 
polare). Nel 1348 sembra si fosse ribellato ad Orvieto. Infatti Mo- 
naldo di Ermanno Monaldeschi chiese di poter tenere pedoni e 
fanti nella Teverina « ad resistentiam illorum de Paterno et 
Roccha Sberni ». 

San Fortunato, piviere orvietano una volta, è frazione del Co- 
mune di Marsciano nel circondario di Perugia. 

La villa di Poggio corrisponde probabilmente a Poggio Aqui- 
lone, che sta nel Comune di san Vito in monte (mandamento 
d'Orvieto). 

Canale è a sud e Bardano a nord di Orvieto, non lungi dalla città. 

San Donato, piviere un tempo, è ora un podere della con- 
tessa Piccolomini non lungi da Castel Giorgio (mandamento d'Or- 
vieto); vi sono gli avanzi d' un'antica abbazia. Villa auriana, 
Vallonchio e san Clencio eran località del piviere di san Donato. 



292 G. PARDI 

Alviano, castello del mandamento di Amelia nel circondario 
di Terni, ò noto per i suoi signori, che furono valentissimi nelle 
armi. Basterà ricordare tra essi Ugolino d' Alviano, capitano di 
popolo d'Orvieto nel 1313, e Bartolomeo d' Alviano, che ebbe nome 
non oscuro tra i condottieri del suo tempo. Presso Alviano, il 
21 marzo 1214, furono stipulali i capitoli di amicizia e di alleanza 
tra Narni ed Orvieto. 

Il castello di Campiglia, ora in quel di Siena, fu sottomesso 
ad Orvieto da Visconte di Gentile il 10 settembre del 1215. I vi- 
sconti di Campiglia erano molto potenti e contribuirono alla gran- 
dezza di Ermanno Monaldeschi, nato da una donna di quella fa- 
miglia. Nella guerra tra Firenze e Siena, stettero con Orvieto, 
alleata dei Fiorentini, contro i Senesi. 

La Fratta si può forse identificare con Fratta todina (man- 
damento di Todi, circondario di Perugia); e Castel Soffio potrebbe 
aver qualche relazione con Castel Sozio, che stava a mezzogiorno 
di Civitella d'Agliano. 

Sant'Abbondio e Poggio Ranieri son due località del Comune 
di Allerona. 

Sugano, castello ad ovest di Orvieto, appartenne a Corrado 
di Berardo Monaldeschi e fu occupato e bruciato nel 1413 dal- 
l'esercito di re Ladislao: Monte Seraldo e Posolle erano località 
del piviere di Sugano. 

Il Castel di Fichino, a mezzodì della montagna di Cetona, non 
lontano da Camporsevoli, fu contrastato mollo tra Orvietani e Se- 
nesi : lo tennero gli uni per molti anni, finché agli altri fu con- 
cesso da Pio II verso la metà del secolo XV. 

Lubriano e Civitella d'Agliano sono ora nel mandamento di 
Bagnorea (provincia di Roma). Lubriano appartenne ai Monal- 
deschi del Cervo (vicino ad esso sorgeva il castello della Cervara) 
e vi fu sepolto Benedetto di Ermanno. Civitella era uno dei pos- 
sessi di Corrado e Luca di Berardo Monaldeschi. Venne distrutta 
nel 1322 perchè ribellatasi più volte ad Orvieto, ma poco dopo 
ricostruita. 

Montegabbione è Comune nel mandamento di FicuUe. 

Montelungo e Nervano sono poco lontani da Spante, frazione 
del Comune di san Vito in monte. 

Castelvecchio era verso Toscanella : nell'atto di concordia tra 



IL CATASTO d' ORVIKTO, ECC. 293 

i Comuni di Orvieto e di Toscunelln è stabilito che la rocchetla 
di Castelvecchio non danneggerà quei di Toscanelia (1283 niag- 
gio 23). 

Villa Militis forse Rocca di Meleto sul Tevere non lungi da 
Baschi, nella provincia romana. 

Gezzano è il moderno Genzano (circondario d'Orvieto). 

San Severo, il paese dove sorgeva l'abbazia dei santi Severo 
e Martirio, è nel mandamento d'Orvieto: vi si conserva un bel 
palazzo del cardinale Girolamo Simoncelli, erettogli forse da Si- 
mone Mosca, con entro affreschi dei fratelli Zuccheri. 

Rotacastelio ò nel Comune di san Venanzo nel mandamento 
d'Orvieto. I suoi conti molestarono san Vito e furono perciò posti 
al bando dal Comune orvietano e scomunicati dal vescovo. 

Collelungo pure è nel Comune di san Venanzo. 

San Pietro in teiere denominasi anche oggi san Pietro: sta 
nel Comune di Fabro. 

Monte Giove è nel mandamento di Ficulle: appartenne un 
tempo alla famiglia Mazzocchi : fu posto a fuoco nel 1325 dai Vi- 
terbesi capitanali da Silvestro di fianieri Gatti. 

La villa di Civitella corrisponde a Civitella de' Pazzi, comune 
di Baschi, mandamento di Todi, dove sorgeva pure un tempo la 
celebre abbazia di san Pietro di Acqualta, luogo oggi detto 
Abbadia. 

Monleleone è Comune del mandamento di Città della Pieve 
nel circondario di Orvieto, Carnaiola sta nel mandamento di Ficulle. 

La denominazione di Stennano non esiste più; ma il luogo 
così detto era situato tra Morrano e Spante, ad est di Orvieto. 
A settentrione di Stennano è san Faustino (mandamento d'Orvieto). 

Villa Cannarla non ha certo nulla che fare con Cannare del 
mandamento di Bevagna nel circondario di Spoleto,, ma piuttosto 
forse con il paese di tal nome situato nel circondario di Perugia. 

Onano è nella provincia di Roma, mandamento di Acquapen- 
dente. Apparteneva ai visconti di Campiglia, che lo dettero in pegno 
al Comune di Orvieto. Fu poi feudo dei Farnese, contea di Corrado 
e Luca di Berardo Monaldeschi, possesso di Luca della Cervara. 

Morrano è a nord-est di Orvieto e trovasi nel di lei manda- 
mento. Non è da confondersi con il paese dello stesso nome, che 
fece parte un tempo del Contado aldobrandesco (in Maremma); ed i 



294 G. PARDI 

cui signori furono quasi sempre in pacifiche ed amichevoli relazioni 
con gli Orvietani e vennero assoldali da Ermanno Monaldeschi 
nella guerra da lui intrapresa contro gli Orsini. 

Mucarone è una piccola località non lungi da Morrano (ora 
più comunemente detta Maccarone) ; così Monazano (ora Molazano); 
così Bagni e Montone (ora Poggio Montone) ed Ancaiano, tutti 
luoghi del mandamento di Orvieto. E sparita la denominazione di 
Cerreto, ma questa località doveva esser presso Morrano essa 
pare. Non sappiamo se Fugliano si possa identificare con Fuli- 
gnano, terra del Comune di san Vito in monte. 

11 castello della Torre può corrispondere od a Torre Sanse- 
vero od a Torre Alfina. Ma già abbiamo veduto che la prima era 
denominata Sansevero semplicemente. Torre Alfina venne occu- 
pala dall'esercito di re Ladislao quando assediò Orvieto; uomini 
ragguardevoli furono Neri e Pandolfo della Torre, il primo dei 
quali ebbe parte notevole negli avvenimenti politici d'Orvieto, 
il secondo podestà di Orte. Torre Alfina appartenne ai conti di 
Corbara (Francesco e suoi eredi). Ricostruita dai marchesi Cahen, 
di cui è proprietà, sorge in vicinanza di Castel Viscardo (man- 
damento d'Orvieto). 

Da quanto abbiamo esposto sopra possiamo dedurre, che il 
territorio dell'antica repubblica orvietana del 1292 comprendeva 
tutto il moderno circondario d'Orvieto, si distendeva in quello di 
Perugia dalla parte di Todi, penetrava nella Toscana dal lato di 
Siena, invadeva la provincia di Roma in più punti, dilagando con 
il Tevere nella valle da questo denominata. 

Dipendevano inoltre da Orvieto in quel tempo molte terre e 
castella, sulle quali, per riguardo alle recenti sottomissioni, non 
si ponevano tasse uguali a quelle del territorio orvietano vero e 
proprio, e per le quali quindi non era stato fatto il catasto: Acqua- 
pendente (sottomessasi il 5 marzo 1251); Proceno, il contado di 
Montorio, Piancastagnaio ed il castello di Saturnia (1251, luglio 

11, 12, 14 e 16); Bisenzio, Castel Pero, Valentano (1257, giugno 

12, 13 e 15); i forti castelli di Cetona e di Sarteano (1260, giugno 
11 e 1265, settembre 7) la Terra guiniccesca sottomessa dal conte 
Aldobrandino e di nuovo da Guido da Monforte (1285, giugno 2), ecc. 

La repubblica orvietana aveva dunque i seguenti confini. A 
settentrione il Montamiata e la montagna di Cetona, oltre la quale, 



IL CATASTO I)' ORVrETO, ECC. 295 

con i castelli di Celona e di Sarteano da essa dipendenti indi- 
rettamente, si spingeva fino a Chiusi ed a Chianciano, che poi 
occupò, venendo a confinare con la repubblica senese presso a 
Montepulciano. Ma Chiusi fu ceduta ai Perugini da Ermanno Mo- 
naldeschi, e la repubblica senese invase a poco a poco e tenne 
per sé Chianciano, Sarteano, Celona, Piancastagnaio, Camposel- 
voli e Fichino. 

Ad oriente il corso del Tevere, confine valicalo in qualche 
punto con l'occupazione, ad esempio, di Alviano in quel di Amelia. 

A mezzogiorno presso a poco i moderni confini con cui tocca 
la provincia di Roma, eccettuata una buona parte dell'attuale 
mandamento di Bagnorea. 

Inoltre appartenevano indirettamente ad Orvieto le terre della 
valle del lago di Bolsena, di cui, dopo lunga lolla con la santa 
Sede (per la quale incorse perfino nella scomunica), ebbe confermalo 
il possesso da Bonifacio Vili, sulla fine del secolo XIII. 

Ad occidente la montagna di Sanlafiore, il monte Penna e il 
lago di Bolsena, oltrepassalo con le terre indirettamente dipen- 
denti di Bisenzo, di Capodimonte e di Valentano. 

Esaminali così i nomi dei pivieri, delle ville e dei castelli 
del contado orvietano, veniamo ad osservare i nomi delle persone 
di questo, i quali differiscono alcun poco da quelli cittadini. Nella 
lista seguente son riportati nomi, cognomi e soprannomi non ri- 
scontrali nel catasto della città, disposti per ordine alfabetico: 

N M I MASCHILI. 

Acteuarte 651 t. Boccius 13 r. 

Advoltrone 574 t. Bouadeus 696 t. 

Aleviitiiis 70 t. Bonamente 519 t. 

Allegiiri 590 t. Bondemanmis 106 t. 

Alliutius 248 t. Bontadusus 630 r. 

Altujuvnus f^ altogiorno) 325 t. Brazolus 76 r. 

Anibaldus 139 r. Bucarutius 502 t. 

Appulglesis f= pugliese) . 230 r. Buschiptus ('= boschetto) . 658 r. 

Arrecabeue 562 t. Casella 296 t. 

Asellus 154 r. Cenne .... ... 82 r. 

Ballutius 258 t. Conversanus 93 t. 

Barrutius 92 t. Crissus 484 t. 

Berzellus 95 t. Cursus (=. Còrso) . . . 533 r. 



29 G 



G. PARDI 



Datus 509 t. 

Douus 560 r. 

Donictulus 561 t. 

Erculamis 10 r. 

Eveuelhis 621 t. 

Fatius 57 t. 

Flaviamis 659 r. 

Flore 88 t. 

Forzatns 236 r. 

Freug-uellus (= fringuello) 501 t. 

Friulinus 502 t. 

Fusarellus 322 r. 

Geutilescus 96 r. 

Guarnatiis 591 t. 

Guelcus ....... 618 r. 

Giierziiis ....... 255 t. 

Guezzus 525 r. 

lelcouus 555 t. 

Lamontixis 32 

Lanuus 3 r. 

Lapus 76 t. 

Maunatore (= wiayidatore) . 525 t. 

Mauuatiis (= mandato) . 510 t. 

Marnabiitius 630 t. 

Masscius 142 r. 

Melglorictus 6 t. 

Naldus 1 t. 

Odiatus 549 t. 

PaltouTis 406 t. 

Paltonutius 508 r. 

Pannolfus 312 r. 

Parronus 313 t. 



Quintarellus 632 r. 

Ricchardus 50 t. 

Rig-us 301 t. 

Sambuis 100 r. 

Savarinus 59 t. 

Scaug'noltis 141 t. 

Sensus Ut. 

Servictus (= servetta) . . 312 t. 

Silvester 50 r. 

Staotalus 622 t. 

Sutius 93 r. 

Symus 145 r. 

Syfredus 179 t. 

Taccaldinus 80 t. 

Tacdeus 2 t. 

T aìentvLcms {=^ talentuccio) 112 t. 

Trincolus 577 r. 

Turrese 714 t. 

Vegnate 443 t. 

Veng-nus 96 r. 

Veuutillus 411 t. 

Veuutouus 525 t. 

Vianus 54 t. 

Vìug-nalus 314 t. 

Volante 160 r. 

Volantellus 577 r. 

Yo\glsi{= voglia) presbiter/ 579 r. 

Zacheus 82 t. 

Zanni 72 t. 

Zardauellus 715 r. 

Zovannes (^= Giovanili) . 73 t. 

Zovannellus (= Giovannello) 72 t. 



NOMI FEMMINILI. 



I 



Adalasca 121 t. 

Abbandonata 35 t. 

Addensata 27 t. 

Advennata 627 t. 

Agurella 79 t. 

Albasia 634 t. 

Alta 668 r. 

Altadouna 274 r. 

Altaviva 13 t. 

Alturisu 74 r. 



Alviva 41 

Ang-ese 686 

Armellina 298 

Asina 668 

Benag-ia 271 

Bereza 133 

Bonaccursa 273 

Bonademani 251 

Bonafemina 253 

Bonora 668 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



297 



Ceccola 578 t. 

Chieineiitiua 133 t. 

Coutadiua 097 

Diluvia 714 

Douuessa 121 

Encasa 34 

Florutia 79 

Geutclecta 330 

Gerarda 44 t. 

Gilliaua 605 t. 

Grifa 327 t. 

Hermmaunutia 858 t. 

Holiua 117 t. 

lontula 056 t. 

Imi Ida 75 t. 

Isocta 677 t. 

Mactiitia 87 r. 

Masolata 220 t. 

Meldina 382 r. 



Mignarda 134 t. 

Oliseli «gliela 501 t. 

Oriiiamia 34 t. 

Orvc'taua ;*)34 t. 

Paula 60 t. 

Perusiua 685 r. 

Pocubella 502 r. 

Proveutaua 84 r. 

Rag-oldaua 377 t. 

Rosa 512 r. 

Sabina 690 t. 

Santa 576 t. 

Santiitia 07 r. 

ScAuegìante (^ somigliante) 371 t. 

Sibiliota 310 r. 

Theodora. • 10 r. 

Ysabella 583 t. 

Ventorutia 215 t. 

Viridis 658 t. 



COGNOMI E SOPt^ANNOMI. 



Acceptantis 160 t. 

Adiuti 102 r. 

Admaniti (Cfr. Ammaniti) . 69 t. 

Alticelli 87 t. 

Altinoris 659 t. 

Ammirate 106 r. 

Arregnati 75 t. 

Artiuisci 10 r. 

Bavosus 293 t. 

Befulci 506 t. 

Bellabrazzi 115 t. 

Bellafonte 116 r. 

Bellamadonne 630 r. 

Bellamprae 384 r. 

Bellautucte 622 t. 

Bellassai 212 r. 

Bencevenissi 371 t. 

Beutezunga (== ben ti giunga) 221 t. 

Besscotus 81 t. 

Beste 85 r. 

Bonadprehensi 501 t. 

Bonagure 31 t. 

Bonaparte 535 r. 



Bonappressi 528 t. 

Brime 76 t. 

Brouzardi 7 r. 

Bucchinus 243 r. 

Buiani 56 r. 

Burguuguoni (Cfr. Borgo- 
gnoni) 222 t. 

Caledule 49 t. 

Calvuli 19 r. 

Camaronis 

Cammereui 

Capigonis 

Caputosti 

Cavatoste 

Cazaguerre (^^ caccia guerra) 

Cimini 

Claranibaldi 

Congnoscentis 

Consilii 

Corvolutii 115 r. 

Corvuli 116 r. 

Crudi 95 r. 

De boero 97 r. 



294 

78 

126 

374 

120 

175 

46 

331 

677 

43 



298 



G. PARDI 



De urso 689 t. 

Demandi 634 t. 

Deotaccommandi .... 25 t. 

Deotasservi 217 r. 

Deotavive 21 i. 

Deuteface 91 t. 

Deiitefece 92 r. 

Dilectissime 677 t. 

Domestici ..... 590 r. 

Dulcedompue 591 r. 

Encresceutie 8 t. 

Fabelle 547 t. 

Falcouis 143 t. 

Fasaui 711 t. 

Feroci 373 t. 

Finocchi Ut. 

Fortinerie 45 r. 

Frisce 16 t. 

Frngerii 710 t. 

Fascini 691 r. 

lastimati 212 r. 

Incontri 74 r. 

Inforzati 256 t. 

Tonte 46 r. 

Iucche 153 t. 

Lemosina 571 t. 

Lepore . 95 r. 

Lig-ere 81 r. 

Lingue folle 254 r. 

Luraay 71 t. 

Luugus 89 t. 

Mag-nafabe (eManzafava) 88 r. e 90 r. 

Mantuani 41 t. 

Manzarelli 522 t. 

Mazzacape 35 r. 

Mazzagalli 3.59 r. 

Mazzi 19 r. 

Melloritie 715 r. 

Menabone 529 t. 

Morandi 384 t. 

Nurmerg-lini Ut. 

Orlaudini 301 r. 

Parriue 65 t. 

Pasce 86 t. 

Pedeconis 68 r. 



Perfidi 655 t. 

Porcaug'ni 93 r. 

Pregadei 48 r. 

Quintavallis 273 r. 

Reguardi 69 r. 

Robbe 180 t. 

Rocchi (e De Rocchi) . . 43 r. 

Rocole 590 t. 

Ruibocti 3 t. 

Rubbe 183 r. 

Salaque 640 t. 

Saldine 617 t. 

Salladini 553 t, 

Saporelli . 215 r. 

Sauzaguerra. ..... 14 t. 

Satulli 69 t. 

Scambiolus 683 t. 

Schifate 318 r. 

Scor gnsLV acca, (^^scornavacca) 91 r. 

Sculglatus 295 t. 

Siuguine 104 r. 

Solaradie 139 t. 

Soldaneru 331 r. 

Sommay 306 t. 

Spene 39 r. 

Sybone 588 t. 

Submerge 273 r. 

Talg-Iamilgli {== tagliamiglió) 271 r. 

Talledite (= tagliadita) . 289 t. 

Tardoneri 288 r. 

Thodesche 549 t. 

Those (Cfr. Della Tosa) . 106 t. 

Tornabene 482 t. 

Torsi 55 r. 

Torti 94 r. 

Toscasi 341 t. 

Trabucchicti (= trabocchetto) 89 t. 

Tramandati 81 t. 

Tranquillus 383 r. 

Tribator 2 r. 

Triccaduri 633 t. 

Trovaldie 341 t. 

Turzanus 75 t. 

Urmeg-lini 6 r. 

Valentini 669 r. 



IL CATASTO D ORVIETO, ECC. 



2^)1) 



Veni 50 r. 

Verderose 082 t. 

Venuli 75 t. 

Viveune 714 t. 

Virmilg'li f-^ i'erini(/lio) . 126 r. 

Vizzii \ . . 199 t. 



Varaclii 159 t 



Zopparolli 
Zoiitaronus 
Zordungni 
Zuce . . 



204 r. 

331 r. 

COI r. 

18 t. 



§ 8. — Esame dei catasti 
conservati neW arcl/irio comunale antico d' ^)rrieto. 

Mancano documenti, che rischiarino la storia dell'imposta fon- 
diaria in Orvieto prima del 1292, nel quale anno il Comune or- 
vietano deliberò la istituzione del catasto generale delle posses- 
sioni in terreni della città e del contado. Che non sia registrala 
in questo la ricchezza mobile non fa meraviglia, perchè su di essa 
i reggitori degli stati portarono in epoca alquanto più larda la loro 
attenzione; ma desia invece sorpresa il non vedervi segnali i 
possessi in fabbricali ed in molini, dei quali è già fatta menzione 
nel catasto di Macerala del 1268. Può essere pertanto che le case 
ed i molini non fossero sottoposti alla r/abella sulle jìossessioni 
(come allora veniva chiamala l'imposta sulla ricchezza immobile) ; 
o che le proprietà di tal genere fossero registrate in un libro ap- 
posito, il quale sia andato per avventura smarrito. 

Il catasto del 1292 è intitolato « liber appassatus terrarum 
et possessionum cicitatis et comitatus » : è, vale a dire, un in- 
ventario dei possessi fondiari. I quali vennero misurati dagli agri- 
mensori Trasmondo di Egidio da Fabriano e Palmeruccio di lui 
figlio, Bernardo di Ermanno e Boninsegna di Bartolo da Foligno. 
Alla misura è unita la slima dei terreni fatta dai frati del mona- 
stero orvietano di san Guglielmo. 

Ma, sebbene fosse stalo compiuto questo primo e regolare 
catasto, non si creda andasse in disuso V estimo o lira, che fino 
a quel tempo aveva probabilmente servilo per istabilire T imposta 
sulla ricchezza immobile; poiché l'istituzione della lira risale ai 
primi tempi delle libertà comunali e fu forse suggerita « ai cit- 
tadini de' Comuni, che venivano francandosi a libertà, dalle tradi- 
zioni del censo romano, non perdutesi affatto durante i lunghi 
anni dell'oppressione barbarica (1) ». Anzi talune leggi lango- 



(1) G. Bacchi, Gli ordinamenti economici de' Comuni toscani nel inedia evo e 
Jiegnatamente del Coìiiune di Siena, ivi, 1879, p. 15. 



300 G. PARDI 

barde sembrano accennare all'esistenza di un estimo, più o meno 
imperfetto, dei beni immobili almeno; che, senza una forma em- 
brionale di estimo, si sarebbero diffìcilmente eseguite le leggi di 
Liutprando, in virtù delle quali l'obbligo del servizio militare va- 
riava a seconda del valore dei possessi delle singole persone (1). 

Comunque sia di ciò, è certo che Pisa fin dal 1162 avea per- 
fettamente stabilito restimo, come si capisce dal Breve dei Con- 
soli di quell'anno, pubblicato dal Bonaini tra gli Statuti pisani. 
E nel 1198 cominciò siffatta istituzione in Siena, come attesta, a 
quell'anno, il cronista Angelo di Tura. Nel secolo XIII era cer- 
tamente adoperato l' estimo in Lucca, quantunque i Lucchesi 
prendessero specialmente a base delle loro imposte le gabelle, la 
più notevole delle quali era quella sull'entrata ed uscita delle merci. 
Nel 1266 V estimo era stabilito a Firenze, poiché ce ne fa menzione, 
a quell'anno, Giovanni Villani. 

Sebbene adunque V estimo siasi introdotto nelle varie città in 
tempi diversi, quasi dovunque ne troviamo accenni anteriori al 
secolo XIV. E consentaneo a ciò argomentare che Orvieto pure 
l'adoperasse prima del 1292; anche per la ragione eh' è quasi 
impossibile sia il catasto di quell'anno la prima forma d'imposi- 
zione fondiaria. 

In tutte le cose umane si va per gradi e non si giunge d'un 
tratto alla perfezione. Ed in Orvieto, come altrove, V estimo per- 
durò per molto tempo dopo il 1292, servendo a completare il ca- 
tasto. Infatti i reggitori della repubblica avevano in questo una 
guida sicura per conoscere i possessi dei singoli individui; ma 
per i cangiamenti di proprietà, che succedevano naturalmente di 
anno in anno, adoperavano ancora V estimo, per non sostenere 
troppo di frequente la spesa — non insignificante certo — della 
compilazione d'un nuovo catasto. 

Nelle necessità del Comune imponevasi la lira, imposizione 
non annuale o da pagarsi a determinati intervalli, ma straordi- 
naria in questo caso e posta, quando stringeva il bisogno, sui 
beni ragguagliati alla lira, unità di misura monetaria. 

Fin nel primo volume delle Riformanze del Comune orvietano, 
a noi pervenute, troviamo accenni di siffatta imposta. Il 2 otto- 



(1) ScHUPHER, Ist. 1)01. lang., p. 379. 



IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. 301 

bre 1295 il capitano di popolo, UbaKlo degli Antelminelli di laicca, 
propose nel Consiglio dei Consoli delle arti e degli anlerioni del 
Comune e del popolo « si placet quod quadrtiginla solidi denario- 
ruin [soldi di denari cortonesi] in civitale et comitalu colliganlur 
prò singulo centenario per libram correclam, prò solvendis debi- 
tis Comunis, sicut alias pluries reformatum est ». 

Propose inoltre che la medesima /ira si esigesse nelle terre di 
Val di Lago (terre poste in vicinanza del lago di Bolsena dipen- 
denti da Orvieto); altrimenti si sarebbe dovuta levare una somma 
maggiore dalla città e dal contado. 

Ora la frase contenuta nella proposta del capitano Ubaldo, 
come molte altre volte è stato deliberato dal Consiglio delle Ri- 
formanze (reformatum est), fa capire che non era infrequente 
una imposizione di tal genere, di cui numerosissimi esempi rin- 
veniamo nei tempi posteriori. 

In questo caso adunque lira equivale all'imposta medesima; 
mentre generalmente lira od estimo significava la stima delle so- 
stanze dei cittadini. 

Il 24 decembre 1304 il Consiglio delle Riformanze deliberò 
che fosse rifatto V estimo in tal modo: che venissero eletti 12 uo- 
mini per ciascun rione della città, i quali, quattro per volta, com- 
putassero la lira di tutto il rione. Le lire fatte dalle tre quaderne 
di persone eran poscia divise per tre ed i resti ottenuti, sommali 
assieme, formavan la lira reale, cioè la slima della sostanza dei 
cittadini. Così per ogni rione. 

I Dodici fli ciascuno di questi erano eletti, di tra le persone 
più oneste e specchiate, dai sette Consoli delle arti maggiori. 

Invece il 16 febbraio del 1316 fu deciso che la lira venisse 
fatta a seconda della denuncia spontanea dei singoli proprietari 
di beni, a cominciare dai più ricchi sino a quelli che possedes- 
sero per una somma di 500 lire. Eleggevansi poscia un giudice 
e notari forestieri per indagare se le denuncie fossero fatte co- 
scienziosamente e per punire chi avesse detto il falso. 

II metodo della denuncia era usato comunemente, come si de- 
sume dagli ordinamenti del Comune fiorentino esposti dal Cane- 
strini. Tale denuncia poteva farsi od oralmente (come sembra 
fosse quella del 1316) o per iscritto (come fu nel 1350). 

Infatti nel 1316 venne stabilito che si chiamassero nel Con- 



302 G. PARDI 

sigilo generale del Comune 25 nobili e 25 popolani alia volta, a 
cominciare dai più ricchi; e che nel Consiglio medesimo essi fa- 
cessero la lira dei propri beni. Non si capisce perchè l'avrebbero 
dovuta fare nel Consiglio generale, qualora fosse stala per iscritto 
e non una denuncia orale, che era probabilmente registrata dai 
notari del Comune. 

Scritta, al contrario, era la denuncia ordinata nel 1350. Con- 
siderando infatti in quell'anno il Consiglio delle Riformagioni (1) 
come molti, con astuzie e frodi, fossero riusciti a non farsi alli- 
rare, deliberò che entro un mese tutti gli abitanti della città e 
del contado dovessero assegnare in iscritto i loro beni, per vo- 
caboli e confini e con la stima del valore di essi. 

Mi son diffuso un poco a parlar della lira, perchè, come è 
stato osservato innanzi, si collega strettamente al catasto, al quale 
serviva di complemento in quell'epoca. 

Nell'archivio comunale d'Orvieto (parte II, serie I) son con- 
servati i seguenti catasti, estimi ed assegne : 

I. e II. Catasti della città e del contado dell'anno 12'.)2, dei 
quali abbiamo ormai diffusamente parlato. 

III. Beni del Comune appartenuti ai ribelli ghibellini (Bona 
Communis olim rehellium. — in busta, e. 40). 

Nel 1313, essendo stati i Ghibellini vinti dai Guelfi dopo una 
lotta tremenda, furon mandati in esilio ed ebber distrutte le case 
e le torri. Fu inoltre stabilito dai vincitori che dessi non potes- 
sero più né vendere, né comprare, né possedere cosa alcuna ; e 
che i loro beni divenissero proprietà di tutti, vale a dire del Co- 
mune, il quale se ne valeva per il pubblico interesse. Ma non 
fruttando questi beni, per quanto numerosi, ciò che avrebber do- 
vuto fruttare, o per appropriazioni indebite o per paura della ven- 
detta degli esuli, il Comune, l'il ottobre del 1314, decise di ven- 
derli. Furono infatti posti all'incanto sotto la vigilanza di un giu- 
dice. Ma poiché parte di questi non potè esser venduta, venne 
data in affìtto o coltivata per parte del Comune stesso (2). Ne fu 
fatto pertanto un inventario, probabilmente tra il 1314 ed il '15, 
che è quello conservato ancora nell'archivio comunale. Disgra- 



(1) Rif. ad an., e. 36 t. 

(2) G. Pardi, Il Governo dei Signori Cinque in Orvieto, p. 15-7. 



IL CATASTO d' OUVIKTO, ECC. 30iJ 

zialamenle non vi Irovioino regislruli i possessi di tulli gli esuli 
ghibellini, essendo stali oramai venduti [ter la massima parte; 
altrimenti da tale inventario avremmo potuto trarre copiose notizie 
sul numero dei Ghibellini e sulle loro ricchezze. 

Ecco i nomi dei più notevoli Ghibellini ivi ricordati: 

Tiles Kayuerii, e. 1 t. Lenunus dui Petri, e. 2 t. Petrus dui Castaldi, 
i possessi mag-g'iori del quale erano iu Salci, dove aveva uu palazzo ed 
una torre, e. 3 r. Andriiitius dai Castaldi, e. 4 r. Pippus Optimclli, e. 5 r. 
Luzzius Mei de Philippischis, e. 5 t. Filii lordani de Philippiscliis, e. ò t. 
lauus dni Petri, e. 6 r. Heredes Albertutii de Mizziuellis, e. 7 r. Petrus 
Cellis de Mizziuellis, e. 7 7\ Teste de INIizzinellis, e. 7 t. Celle de Miz- 
ziuellis, e. 7 t. Vauues Greche, e. 9 r, Stephauellus lordaui de Philip- 
pischis, e. 9 r. 

Troviamo adunque tra i ribelli uno degli Ottimelli, tre Filip- 
peschi, quattro dei Miscinelli ed uno della famiglia Della Greca, 
guelfa dapprima e divenuta ghibellina al tempo di Neri di Ugo- 
lino, quando videro i Francesi spadroneggiare la città sotto la pro- 
tezione di Martino IV. 

IV. Catasto del contado della prima metà del secolo XIV 
(e. 1-97 ed 1-41, in busta). 

È mollo guasto ed incompleto e non v'è menzionata veruna 
persona ragguardevole. Non ne possiamo adunque ricavare alcuna 
notizia degna di considerazione. 

V. Addizioni al catasto della città e del contado (della prima 
metà del secolo XIV, intorno al 1330 — voi. legato in pergamena, 
guasto in principio, di e. 3-50, 1-57, 1-45). 

Le più ragguardevoli persone, di cui sien registrati i beni, 
appartengono alla famiglia dei Monaldeschi: Pietro Novello, che 
nel solo paese di Castiglione (vicino ad Orvieto e nel quale si 
veggono ancora tracce della dominazione dei Monaldeschi, come 
un bel battistero nella chiesa con l'arme di questa famiglia) pos- 
sedeva più 100,000 lire di terreni (De castro Castilionis, e. 1-6J ; 
Bonconte di Ugolino, il quale vi aveva possedimenti ancor più 
estesi (lei, e. 8-loJ ; Ciuccio di Nericcia, e. 16-8 ; Monakluccio 
di Ciarfaglia, e. 28 ; e Monaldo di Ugolino « aliter dictus Arclii- 
presbiter », e. 47-8. 

VI e VII. Denuncie di possessi fatte l'anno 1360 e catasto 



304 G. PARDI 

del rione cittadino di santa Maria probabilmente dello stesso anno 
(voi. legato in pergamena, di e. 1-18 ed 1-140). 

Ecco un esempio delle denuncia, che i forestieri possidenti 
sul territorio orvietano (poiché questo volume contiene quasi sol- 
tanto denuncie di possessi di forestieri) dovevan fare innanzi ai 
signori Sette: 

Piperozzus Cole Bucciarelli de Bulseno venit coram dictis dnis Sep- 
tem et asingnavit et asseniit se habere in civitate urbevetana, regione 
saucti Gostantii, uuam donium intra viam et res filiorum Pepi dni Petri 
et Angeli Tini etc. Que omnia asseruit et confessus fuit esse tributaria 
dicti Comunis [Urbisveteris] e prò ipsis promisit prout in ordinamento 
coutinetur, et prò quo fideiussit ser Simon Ciecchi promictens et reuun- 
ptiaus etc. (e. 1 t.J. 

Donde si capisce che i forestieri possidenti in Orvieto dove- 
vano dare un cittadino orvietano per fideiussore, il quale guaren- 
tisse il pagamento dei dazi, delle taglie, ecc. 

Infatti donna Frattuccia di Bartolone di Baschi promette, per 
un suo possesso posto nel castel di Paterno, di pagare « datia, 
tallias, collectas et onera secundum formam ordinamenti loquentis 
de ista materia ». 

I forestieri adunque, possessori di terreni o di case posti sul 
territorio orvietano, dovevan presentarsi in persona dinanzi ai 
Sette, sotto pena di perdere ogni loro possedimento situato come 
sopra. Qualora non potessero venire in persona, nominavano un 
procuratore. Così fecero « Hermannus dni Raynerii de Viterbio » 
e il nobile uomo « Tadeus dni lldribandini ». 

YIII. Catasto dei rioni di sant'Angelo sub Ripa, san Lorenzo 
e santi Apostoli (grosso volume, di carte non numerate, legato 
in pergamena). 

Questo nuovo catasto, o meglio estimo, di cui son rimasti 
alcuni volumi, fu fatto l'anno 1363, nel tempo in cui era ufficiale 
incaricato del rinnovamento dell'eskimo Righetto di Armanno de- 
gli Altafesti di Gubbio. Ciò si capisce dal principio del volume, 
che è il seguente : 

lu nomine dni. Amen. Hic est liber sive quaternus coutinens in se 
omues et singulas possessiones et res in mobiles positas in civitate et co- 
mitatu Urbisveteris homiuum et personarum rionum santi Angeli de 



IL CATASTO 1>' (MiVIETO, ECC. 305 

subripa, santi Laiirentii et santorum Apostolorum diete civitatis, factus, 
editus et conpositus tempore sapieutis et discreti viri dui Righetti Arniani 
deAltafestis de Euj^ubio honoral)iIis oHicialis diete civitatis super coustruc- 
tioue et coupositione nove libre ipsius civitatis et couiitatus ciusdeiu etc. 

Di persone degne eli ricordo non vi sono menzionali i beni se 
non di « Petrus Ursinus filius quondtiui Benedicli dni lionconlis 
.de Monaldeschis ». 

Benedetto di Bonconle, dello più comunemenle Benedello 
della Vipera — e di vipera ebbe, olire cbe l'arine ed il sopran- 
nome, anche l'astuta ferocia — tiranneggiò per vari anni Orvieto 
dopo la merle di Ermanno Monaldeschi. Avendo egli condotta in 
moglie Violante degli Orsini, Matteo di questa famiglia, eletlo Con- 
rervatove dello stato pacifico della città (che, se prima non era 
in pace, lo fu ancor meno sotto il di lui governo) si associò nel 
potere, l'anno 1445, il cognato Benedetto, che divenne il più crudele 
tiranno orvietano. Il figlio di Benedetto, Pietro, soprannominalo 
Orsino a cagion della madre, fu dei capi della fazione melcoriiia, 
che travagliò la città lottando con quella dei Muffali. 

IX. Catasto dei rioni di sant'Egidio e di santo Stefano del- 
l'anno 1363 (grosso volume e. s). 

Non v'è menzionala alcuna persona ragguardevole. 

X. Catasto del rione di san Giovanni dell'anno 1363 (voi. le- 
galo in pergamena, di e, 1-190). 

Nel rione di san Giovanni nel 1363 abitavano : Pietro 
di Cola di Sinibaldo degli Ardiccioni, i cui possedimenti son ri- 
portati a e. 755; Vanne di Monalduccio di Neri della Torre, il 
qual Neri fu ricco e potente cittadino vissuto nella seconda metà 
del secolo XIII (e. 95); e molli dei conti di Marsciano, vale a 
dire « Borgarus, Lodovichus et Ugolinus quondam Tiberuccii 
Lamberti comilis de Marsciano » (e. 13), Bandino, Bulgaruccio 
e Corrado di Neri (e. 21, 28^ 57), Lodovico di Bindo (e. 107) 
e Nollo di Giacomo (e. 107). 

Abbiamo detto innanzi di Nardo di Bulgaruccio conte di Par- 
rano, podestà orvietano nel 1282. Egli mori nel 1320 lasciando 
un solo figlio di nome Neri, padre di Bandino, di Bulgaruccio e 
di Corrado, che nel 1336 avevano l'abitazione loro in Orvieto nel 
rione di san Giovanni. Un altro figlio di Neri, Pelruccio conte di 
Migliano, aveva stanza in Perugia nella parrocchia di sant'Anto- 

20 



306 G. PARDI 

nino, dov'era alliralo per lire 3538. E perciò che non Io troviamo 
ricordato nel catasto orvietano, avendo ereditati i possedimenti 
del padre posti su quel di Perugia. 

Bulgaro, Lodovico ed Ugolino eran figli di Tiberuccio dei 
conti di Parrano, cugino di Neri di Nardo di Bulgaruccio. Furon 
alcun tempo in lotta con il Comune di Orvieto, terminala con una 
transazione, per la quale Bulgaro si obbligò a pagar 1000 fiorini, 
lasciando per sicurtà ostaggio il fratello Ugolino. 

Lodovico di Bindo apparteneva probabilmente alla stirpe dei 
conti di Marsciano signori di Monte Giove, essendosi in quel 
tempo divisa la nobile famiglia nei tre rami di Marsciano, di Par- 
rano e di Monte Giove. 

Della stirpe dei conti di Monte Giove era Notto di Giacomo, 
che fu fratello della beata Angelina Marsciana, fondatrice del terzo 
ordine delle suore di san Francesco. Egli ebbe in moglie una Mo- 
naldeschi di Orvieto, Angela di Nericcia di Ciuccio di Nericcia 
dei Monaldeschi dell'Aquila. 

XI. Catasto dei rioni di san Biagio, san Martino e sant'An- 
gelo dell'anno 1363 (voi. legato in pergamena con carte in di- 
sordine). 

Non v'è menzionala alcuna persona ragguardevole. Tuttavia, 
confrontando questo con il catasto del 1292, si può trarne la con- 
clusione che il numero dei possessori d'immobili nel popoloso 
quartiere di Postierla era notevolmente diminuito nel 1363 : indizio 
forse del minore frazionamento della proprietà e prova certa della 
diminuzione della popolazione della Postierla, decimata in parte 
dalle pesti ed in parie mandata in esilio, perchè per buona parte 
ghibellina, dopo la vittoria dei Guelfi nel 1313. 

Per mezzo del catasto del 1363, se disgraziatamente non fosse 
giunto a noi incompleto, avremmo potuto istituire un esalto con- 
fronto con quello più antico del 1292, studiare la differenza di po- 
polazione tra l'una e l'altra epoca, l'accentramento maggiore o 
minore della proprietà, dedurne la floridezza più o meno grande 
di questa o di quell'arie. 

Ci dobbiamo invece accontentare di poter constatare che la 
popolazione nel 1363 era certo alquanto scemata, ma, sebbene 
decimata dalla terribile pestilenza del 1348, non si era ridotta ad 
un numero cosi esiguo come vedremo avvenire negli anni se- 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 307 

guenli. Il che potremo arguire dalle cifre poi?le qui appresso, le 
sole che ci sia concesso riferire con sicurezza ; notando tuttavia 
che nel catasto del 1363 son registrati anche i proprietari di case, 
mentre non lo erano in quello del 1292. Ma il raffronto non è 
meno sicuro, essendo pochissimi i possessori di soli fabbricati 
iscritti nel catasto del 1363. 

Il rione di san Lorenzo aveva, nel 1292, 91 fuochi corrispon- 
denti a 455 leste; e ne ebbe, nel 1303, 67 corrispondenti a 335 leste. 

11 rione dei santi Apostoli aveva, nel 1292, 130 fuochi, cioè 
650 teste; e ne ebbe, nel 1363, 91 cioè 455 teste. 

Il rione di san Giovanni aveva, nel 1292, 141 fuochi, vale a 
dire 705 leste; ed ebbe, nel 1263, 124 fuochi, ossieno 620 teste. 

Di un maggiore accentramento della proprietà parrebbe des- 
sero prova le ricchezze dei discendenti di alcune famiglie registrate 
nel catasto del 1292; ma non possiamo affermare nulla di sicuro 
riguardo a ciò. 

Quanto alle arti sembrano meno esercitate o meno fruttuose 
di prima, poiché nei rioni di san Lorenzo e dei santi Apostoli non 
troviamo ricordato, tra i possessori d'immobili, alcun giuralo delle 
arti; nel rione poi di san Giovanni vediamo nominati un notaro, 
e. 10, un sarto, e. 126 r., un legnaiuolo, e. 129 r., 3 calzolai, 
e. 131 r. e srjg. 1 taverniere, e. 151 t.j un manescalco, e. 175 t. 
ed un mugnaio, e. 186 t. 

XII. Catasto di Civilella d'Agliano della 2» metà del sec. XIV 
(voi. legalo in pergamena, di e. numerale soltanto sino alla Boa). 

Il castello di Civilella d'Agliano, situalo ora nel mandamento 
di Bagnorea, appartenne, fin dalla costituzione del Comune or- 
vietano, a questo; ma sulla fine del sec. XIV, nel 1391, Bonifa- 
cio IX lo concedette ai Monaldeschi, i quali avevano molto con- 
tribuito a far ritornare Orvieto sotto la dipendenza della Chiesa 
dopo la morte di Biordo Michelolli. E nel 1404 Innocenzo VII 
confermava a Qorrado ed a Luca di Berardo Monaldeschi e loro 
eredi « castrum Civitelle Agliani, diocesis balneoregensis, comi- 
latus tum et districtus civitalis nostre urbevetane cum roccha 
existenle in dicto castro et cum loto eius lenimento et dislriclu 
ac omni dominio et quasi potestale, auctorilale, imperio et iurisdic- 
tione, quod et quas populus prefate civitalis nostre urbevetane 
habuerunl vel habebant de iure vel de facto seu consueludinibus 



308 G. PARDI 

quibuscunque el cum omni iure gabellarum el pedagii et omni 
alio iure » ecc. 

XIII. Catasto del 1372 (di e. 188, legato in pergamena e molto 
guasto). 

XIV. Frammenti di assegne catastali degli anni 1399-1402 
(in busta, di e. 40, segnati con i numeri XV, XVI e XVII). 

XV. Frammenti di catasti delle ville della prima metà del se- 
colo XV (in busta, segnati con i numeri XVIII, XIX, XX e XXI). 

XVI-XXI. Catasti e focolari degli anni 1402, 1404, 1411 e 
1412, (in busta, segnati con i numeri XXII, XXIII, XXIV, XXV, 
XXVI, XXVII, XXVIII e XXIX). 

Morto Biordo Michelolli, che aveva signoreggiato su di Or- 
vieto dal 1395 al 1398 con i titoli di governatore, difensore, irihuno 
e signore generale, la città tornò sotto la Chiesa. Allora Bonifa- 
cio IX nominava, nel 1398 medesimo, suo fratello, Giovanni Toma- 
cello, rettore e capitano generale del Patrimonio e del ducato spo- 
letino, facendo poi in modo che venisse chiamato per signore ad 
Orvieto. Gli Orvietani, prima di darsi a lui, gli fecero promettere, 
che non gli avrebbe molestati con gravezze per 10 anni almeno. 
Ed il Tomacello, pur di avere la città in sua mano, promise. 

Ma nel 1400 dovettero gli Orvietani pagare certa somma per 
soddisfare Paolo Orsini spedito a soccorrer la Marca. E nel 1402 
era imposta loro una tassa per dar la paga ad un tal capitano 
Mostarda preso al soldo. 

La somma a ciò necessaria (480 fiorini?) fu esatta in tre volte. 

É stato smarrito il libro, che conteneva V allirato degli abi- 
tanti della città e del contado per pagare la prima rata: quello 
fatto per la seconda rata è tra i calasti della busta XVI-XIX e 
porta il numero XXIV (di e. 76 in parte bianche). Comincia in 
tal modo : 

« lu nomine domini, amen. Hic est liber sive quateruus allibratus 
homiuum et personarum civitatis et comitatus Urbisveteris debentes sol- 
vere eorum libram ad rationem trium librarum denariorum prò quolibet 
miliario prò secunda terzaria solvenda Mustarde Capitaneo etc. sub anno 
domini millesimo quatriuceutesimo secundo ». 

Da questo registro della lira imposta nel 1402 possiamo rica- 
vare le seguenti cifre, che ci danno la popolazione censita d'Or- 
vieto in quell'anno : 



IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. 



309 



QUARTIKRI 



R 1 O N I 



FUOCHI 

dei 

Rioni 



TKSTE 



FUOCHI 

dei 
Quartieri 



TKSTE 



S. Pace 



Postierla 



S. Pace . 
Ripa dell'Olmo 
Valle IMatU 
S. Cristoforo 

S. Costanzo 
S. Maria . 
S. Salvatore 
S. Leonardo 
S. Anpelo . 
S. Stelano . 
S. Hiajjfio . 
S. Martino 
S. Egidio . 



58 

102 

4 

43^ 

""54" 
37 

28 
71 
183 
90 
47 
35 
35 



200 

510 

20 

215 

"260^ 
185 
140 
355 
915 
450 
235 
175 
175 



207 



578 



1035 



2890 



55. Giovanni 
e Giovenale 



s. Giovanni 
S. Giovenale 



124 
244 



Serancia 



Serancia . 
SS. A])Ostoli 
S. Lorenzo 



123 

67 
36 



620 
1220 

~615" 
335 
180 



Somma totale 



368 I 18<0 



226 1130 



6895 



Confrontando questo quadro della popolazione censita d'Or- 
vieto nel 1402 con quello dell'anno 1292 da noi innanzi riporlatOj 
ci accorgeremo : 

1.0 Che erano spariti, nel quartiere di Serancia, il rione di 
sant'Angelo sub Ripa ed in quello dei santi Giovanni e Giovenale 
i rioni di san Matteo e di san Faustino: la qual cosa prova, a 
mio credere, come nel tempo, in cui la popolazione ridondava nella 
città, si fosse sparsa anche nei suburbi (eran rioni suburbani 
sant'Angelo sub Ripa, san Matteo e san Faustino); donde si ri- 
trasse tra le forti mura cittadine, dove non era pericolo di sor- 
prese nemiche, quando le case furono rese semivuote dalle pesti- 
lenze e dalle guerre intestine. 

2.0 Che si erano quasi spopolati i rioni, popolosissimi un 
tempo, di santa Maria e di santa Pace, mentre avevano ancora 
un buon numero di abitanti i rioni di san Giovenale, di san Gio- 
vanni, di Ripa dell'Olmo e di Serancia: indizio forse dell'esser 
venuta meno nei rioni interni, un tempo affollati e pieni di vita 
e di commercio, quella schiatta vigorosa d'artisti, che avea formata 
la grandezza dei Comuni medioevali; laddove i contadini, soprav- 
venuti, dalle loro tane scavate nelle rocce, ad occupare più comode 
abitazioni in città, aveano invaso i quartieri attorno alle mura, dove 
s'istallarono ed abitano ancora assieme ad animali domestici. 



310 a. PARDI 

3.0 Che il numero dei possidenti (e non di soli terreni, ma 
anche di fabbricati e di case) si era ristretto nel 1402 a meno 
della metà di quello del 1292: prova certa della grande diminu- 
zione di popolazione, che, se non fosse stata addirittura straordi- 
naria, non avrebbe potuto far scemare così notevolmente il nu- 
mero dei proprietari. A decimare gli abitanti delle città medioevali 
in generale e di Orvieto in particolare concorsero varie cause, 
quali furono la cessazione della libertà (con il tramutarsi dei Co- 
muni in Signorie), che portò con sé anche il decadimento della 
vita rigogliosa economica e commerciale, agevolata un tempo dal 
sentimento patrio e dalla semplicità maggiore dei costumi; più 
ancora le guerre intestine, le quali fecero distruggere nel 1313, 
come si è visto, popolosi rioni; e sopratutto le pestilenze, morbo 
antico ricomparso più terribile verso la metà del sec. XIV, in cui 
stese quasi un velo di morte sull'Europa e sul mondo, che in po- 
chi anni disertò spietatamente. Nella pestilenza del 1348 narrano 
antichi cronisti che ad Orvieto ed a Siena su dieci persone ne 
morissero nove: cifra certamente esagerata, ma che fa nondimeno 
capire la terribilità della malattia. 

E dal 1348 al 1402 la peste infierì di frequente in Orvieto. 
S'aggiunga che nel 1389 la città fu travagliata dalla guerra, da 
un lungo assedio e dalla pestilenza. Aveva l'antipapa Clemente VII 
ottenuta la signoria della terra e la manteneva con l'aiuto di Luca 
e Corrado di Berardo Monaldeschi, a cui si può dire l'avesse in- 
feudata. Il pontefice Urbano VI la volle rivendicare alla Chiesa. 
Orvieto fu stretta da duro assedio, sostenuto vigorosamente dai 
due potenti Monaldeschi e dai Muffati, seguaci dell'antipapa, 
mentre la fazione dei Mercorini parteggiava per il pontefice romano. 

Narra adunque il Manente all'anno 1389 che i Muffati asse- 
diati « erano ridutti in gran calamità per il lungho assedio, es- 
sendo nella città grandissima carestia d^ogni cosa, dove si beveva 
acqua, e si mangiava carne de cani, gatti, cavalli et uccelli delle 
torre et herbe, et molli moriron di fame, et il quarlengho del grano 
si vendeva X. fiorini d'oro, et oltra la grande, et estrema carestia 
vi fu la peste, et questa guerra, et assedio fu l'ultima ruina, e 
destruttione d'Orvieto, e suo territorio, et morirono di ferro in 
tal guerra più di 500 huomini fra dentro, e fuora, e per far fuoco, 
•et altri bisogni quei di dentro guastaron molte case, e Chiese, 



IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. 311 

che non si vidde mai obsidione tuie, che più presto volevan mo- 
rire delia fame che rendersi a lor nemici ». 

Così diminuita adunque, per le ragioni sopra esposte, era la 
popolazione d'Orvieto nel 1-402. Noi abbiamo potuto rintracciare 
il numero dei proprietari d'immobili, ma quale era quelb» dei 
nullatenenti'^ A rispondere a questa domanda ci aiuta il volumetto 
catastale n. XXIII ; nel quale è contenuto V allirato dei cittadini 
orvietani, dimoranti nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale, 
che dovean pagare, al solito, tre lire di denari per ogni migliaio, 
per la terza rata del soldo da darsi al Capitano Mostarda (prò 
ultima ierzaria). Nel medesimo libro, da e. 28 in poi, si trovano 
i focolari degli abitanti del medesimo quartiere e di quel di Se- 
rancia: « Infrascripta sunt focularia hominesque ipsa facientes 
civitalis Urbisveteris, videlicet quarteriorum sancti luvenalis et 
Serancis civilatis prefale, quorum quidem nomina et prenomina 
inferius describuntur. Kt primo qui quidem infrascripti solvere de- 
bent quatuor soldos denariorum prò quolibet foculari ». 

Il nome di focolare ci riporta all'imposta detta focatico ed 
anche focaggio, da pagarsi da coloro, che accendevano un mede- 
simo fuoco e vivevan quindi sotto lo stesso tetto. I focolari delle 
città medioevali sono i mezzi più sicuri per conoscerne la popo- 
lazione. Disgraziatamente noi non abbiamo per Orvieto la descri- 
zione completa di tutti i fuochi, ma soltanto di quelli, i cui com- 
ponenti dovevan nel 1402 pagare 4 soldi di denari. 

E già stato osservato che i possidenti (anche quelli allirati 
per piccole somme come 12, 14, 20 lire) eran tassati a ragione 
di 3 lire ogni migliaio. E pertanto naturale argomentare che le 
famiglie, tassate di soli 4 soldi ciascuna fossero nullatenenti. Ac- 
cettando questa ipotesi (confortata da un passo delle Riformanze 
dell'anno 1452), si avrebbe che nel 1402 vi erano ad Orvieto i se- 
guenti fuochi di persone non possidenti immobili, appartenenti ai 
quartieri dei santi Giovanni e Giovenale e di Serancia : 

Rione di san Giovanni — 119 fuochi corrispondenti a 595 teste 
» di san Giovenale — 210 » 1050 » 

» di Serancia — 116 » 580 » 

» dei santi Apostoli — 64 » 320 » 

» dì san Lorenzo — 43 » 215 » 



312 G. PARDI 

Essendo pertanto quasi uguale la cifra dei fuochi dei nulla- 
lenenti a quella dei possidenti, si potrebbe inferirne che Orvieto 
aveva nel 1402 una popolazione di circa 12,000 persone. Accet- 
tando lo stesso calcolo per la popolazione del 1292 avremmo che 
in quest'anno in Orvieto eravi ad un dipresso una popolazione 
di 30,000 persone: l'una e l'altra cifra non mi sembrano molto 
distanti dal vero. 

Nel catasto del 1402 troviamo i nobili orvietani registrali a 
parte. Leggiamo infatti a e. 62 del n. XXIII ed a e. 25 del nu- 
mero XXIV: « Libra nobilium civium Urbisveteris et quantitates 
quas solvere debent ». Di qui possiamo ricavar la ricchezza dei 
più notevoli cittadini del tempo. 

I figliuoli dello storico e guerriero conte di Corbara, Fran- 
sco di Monlemarte, sono allirati per 18000 lire. Eran dessi i conti 
Ridolfo ed Ugolino ricercali d'amicizia dal cardinale Baldassare 
Cossa, che, salito sul trono pontificio, li ebbe carissimi, Ridolfo 
fu capitano di 400 lance del papa ed il fratello Ugolino era così 
potente, che da solo stringeva una lega con Siena nel 1443. 

1 conti di Tilignano (altro ramo dei Montemarte non meno 
glorioso di quello di Corbara) Bernardino e fratelli, che troviamo 
ricordati nella pace tra i Muffati ed i Melcorini del 1385 giu- 
gno 13, son allirati per 1. 3500. Altro conte di Titignamo, Farolfo^ 
(forse quello stesso che era stato nel 1345 cavallerizzo maggiore 
e capitano di Luigi di Taranto re di Napoli?) è allirato con i fra- 
telli per 1. 3500. 

Dei Mon al deschi troviamo registrati Francesco di Bonconte^ 
e Monaldo di Bonconte, due polenti capi dei Mercorini inter- 
venuti alla tregua del 1385 (allirati per 1. 400 ciascuno); Pie- 
tro Antonio (1. 1500) e Pietro Novello di Monaldo (1. 1500); e 
Corrado e Luca di Berardo, potentissimi Ira i Monaldeschi^ 
(l. 8000). Furono questi ultimi due capi dei Muffali e dall'antipapa 
Clemente VII ebbero infeudala la città. Corrado fu visconte di 
Lubriano, Sermognano, Civilella d'Agliano e Onano, e vicario di 
Bolsena per Bonifacio IX; Luca conte di Bolsena, di Sugano, 
di Meana, di Cervara, di Fichino e di Onano. Attorno a loro si 
raggruppa tutta la storia di Orvieto in quel tempo. 

Olire la taglia del 1402, un'altra fu imposta ad Orvieto nel 1404 
per pagare certa somma al signore della città, Giovanni Tomacello, 



IL CATASTO D' ORVIETO, ECC. 



313 



come si ricava dal volumello catastale n. XW'I. Il quale lia la 
seguente intestazione: 

« In nomine domini, amen. Infrascripli suut cives et inchole 
urbevetani debentes solvere eorum fochuiaria ad ralionem quinque 
librarum argenti valentium XII soldos antediclorum denariorunr» 
prò quolibet fochulare etc. impositas civitati et coinitatui prefatis 
ex deliberatione civium civitalis eiusdem prò exigendis et solven- 
dis trecenlis florenis in auro magnifico et excellenli dno dno 
lohannello Tomacello milite (sic) neapolilano prò sancla romana Ec- 
clesia Patrimonii et Ducati et ex speliali conmissione diete civi- 
talis Urbisveteris Hectori et Gubernatori generali, occasione con- 
pensationis et conpositionis facte cum dicto dno prò parte Comunis 
diete civilatis ne irelur per comunilalem diete civitalis et eius co- 
milalus proul ipsa coraunitas receperat in mandatis a dno preli- 
balo in occasione castri Suriani [luogo del Contado aldobrandescol 
rebellis sancle malris Ecclesie etc. sub anno dni M. IIH.^ quarto 
indiclione XII, tempore dni Bonifalii pape noni die ultima mensis 
iunii ». 

1 focolari, sopra i quali era messa l'imposta di 5 lire d'ar- 
gento — focolari certo di persone possidenti — danno la seguente 
popolazione censita d'Orvieto nel 1404, diminuita, sembrerebbe, 
dal 1402 in poi : 



QUARTIERI 


RIONI 


FUOCHI 

dei 

Rioni 


TESTE 


FUOCHI 

dei 
Quartieri 


TESTE 


5. Pace 


S. Pace. . 
Ripa dell' Olr 
Valle Piatta 
S. Cristoforo 


no 




52 

78 

5 

38 


260 

390 

25 

190 


163 


865 


Postierla 


S. Costanzo 
S. Maria . 
S. Salvatore 
S. Leonardo 
S. Angelo . 
S. Stetano. 
S. Biagio . 
S. Martino. 
S. Egidio . 






63 

96 
28 
58 
129 
65 
47 
28 
45 


315 
480 
MO 
290 
645 
325 
235 
140 
225 


557 


2795 


SS. Giovanni | S. Giovanni 
e Giovenale | S. Giovenale 






IDI 

188 


505 
940 


289 


1445 


Serancia . 
Serancia SS. Apostoli 
S. Lorenzo 




103 
51 
22 


515 

255 176 

110 


880 












Somma totf 


de . . . 


5985 



314 G. PARDI 

XXII. Catasto dei rioni di san Salvatore, di san Leonardo e 
di sant'Angelo (assegne dall'anno 1410 al 1445 circa — cod. cari, 
frammentario, senza numerazione di pagine). 

Troviamo, nel quartiere di san Leonardo, i figli ed eredi del 
conte Francesco di Corbara : Ranuccio allirato per 1. 11340 ed 
Ugolino per 1. 1867. 

XXIII. Catasto dei beni immobili posti nel contado di Fienile 
dell'anno 1427 (cod. cart. senza numerazione di pagine e non ri- 
legato: v'è aggiunto un bastardello). 

XXIV. Catasto della città, ossia assegne degli anni 1445-6 
(cod. cari, framm. senza num. di pag. e non rilegato). 

Tra le persone, quivi ricordate, è da menzionare Monaldo di 
Berardo Monaldeschi allirato per 1. 3600, mentre nel catasto del 
1402 lo era soltanto per 1. 400. 

XXV-XXVII. Catasto della città, ossieno assegne fatte proba- 
bilmente intorno all'anno 1447. (Tre grossi codici cartacei, scritti 
con chiarezza ed eleganza, con larghi margini, rilegati bellamente 
con tavolette di legno. Il n. XXV è di e. 100, il n. XXVI di e. 145, 
il n. XXVII di e. 250: il primo contiene le assegne del quartiere 
di san Giovanni e Giovenale, il secondo di santa Pace ed il terzo 
di Postierla). 

Le persone più ragguardevoli abitanti in questo tempo in Or- 
vieto sono : 

Nel rione di san Giovanni « dnus lacobus de Vitaleschis de 
Cornelo », allirato per 1. 1500 (e. 30 r.J ; « Le Rede di Manno di 
Piergiuvanny dy Conty da Marsciano », allirati per 1. 2000 fc. 45 t.J 
e Borgaro di Conte di Ugolino da Marsciano per I. 1500 fc. 66 r). 

Giacomo, della potente famiglia dei Vitelleschi di Cornelo, era 
conte del castello di Benano presso Orvieto. Infatti Eugenio IV, 
con un Breve del 1432, gli concesse lo sgravio per i suoi castel- 
lani di Benano dell'onere di 30 fiorini, perchè fossero impiegati 
nella riparazione delle mura del castello. 

Figlio ed erede di Manno di Piergiovanni da Marsciano fu 
il conte Carlo di Parrano, che nel 1473 prestò giuramento al ve- 
scovo d'Orvieto per il feudo di questo castello. Egli ebbe in isposa 
Imperia figlia dell' orvietano Buccio Monaldeschi, capo dei Muf- 
fali, ucciso la notte dell' 11 settembre 1437 dai Mercorini entrati 
a mano armata in Orvieto. 



I 



IL CATASTO d' ORVIETO, ECC. 315 

Nel quartiere di santa Pace abitavano il figlio di Buccio, Achille 
Monaldeschi, che prese in moglie Tradita di Giov. Andrea Colonna 
(allirato per 1. r»2G — e. 40 tj ; Pat)lo Pietro Moiialdeschi, che 
sposò pure una della famiglia Colonna, donna Aurelia, e fu capi- 
tano di milizie della Chiesa ed acquistò fama nella battaglia d'Aquila, 
in cui peri Braccio da Montone (allirato per 1. 500 — e. 6^ rj; 
Gentile e Luigi di Luca Monaldeschi (allirati l'uno per 1. 2745 e 
l'altro per I. 664 — e. 55-57); Ugolino signore del castello di 
Alviano (allirato per I. 2000 — e. 58 r) ; Cecco signore del ca- 
stello di Baschi (allirato per I. 1200, ridotte a 1000 " per determina- 
zione del Consiglio generale » il 2 aprile 1456 — e. (ÌO t). 

Nel quartiere di Postierla avevan dimora Ranuccio ed Ugo- 
lino conti di Corbara (allirati l'uno per I. 5038 e l'altro per 1. 1000 
— e. 121 r), ed i conti di Titignano (allirati per 1. 6000 — e. 121 t). 

Fra le altre assegne troviamo degne di esser ricordate quella 
dei Consoli dell'arte della lana (« duo tiratoria cum aliquantulo 
orto », stimati 1. 100 — e. 113 t. del quartiere dei santi Giovanni 
e Giovenale); e quella di due Ebrei, « Abraham et Consilius Da- 
ctali hebrey », per 1. 127 di terreni (ivi, e. 120). 

Nel catasto del 1292 non troviamo ricordata alcuna persona 
appartenente all'arte della lana: indizio certo che in quel tempo 
non era in onore ad Orvieto, dove fu introdotta dalla vicina città 
di Siena e dove divenne ben presto l'arte più ragguardevole e 
ricca; tanto che nel 1451 due dei signori Nove erano eletti di tra 
i giurati dell'arte della lana. 

Quanto agli Ebrei, abbiamo osservalo come nel 1292 nessuno 
di essi fosse possidente in Orvieto; ma nel 1313 fu stabilito che 
alcuni Ebrei, i quali avean fatto un prestito al Comune d'Orvieto, 
fossero, con i loro discendenti, considerati come veri e propri cit- 
tadini orvietani; ed inoltre che potessero pignorare o prender pos- 
sesso dei beni dei debitori e fideiussori e loro eredi, avanti e 
dopo la condanna, venderli, ecc. Ecco perchè nel 1447 troviamo 
degli Ebrei possessori di terreni in Orvieto. 

Il catasto del 1447 ci fa conoscere come il dialetto orvietano 
si fosse maggiormente accentuato ed avesse presa qualche diffe- 
rente caratteristica. Ciò si potrà capire dai nomi e soprannomi 
delle persone registrale nel catasto medesimo, i quali pure sono 
molto cangiali dal 1292 a questo tempo. 



316 G. PARDI 

Ecco la lista dei nomi più comuni usali in quel tempo, tra- 
scritti fedelmente dalle assegne del quartiere dei santi Giovanni 
e Giovenale (n. XXV): 

Alberti! e. 2 r. Catalnccio e. 3 r. Ag-nìhi e. 4 t. Fxxcciu e. 5 r. Ar- 
chileo e. 5 r. Biancardo e. 6 t. Dariu e. 7 r. Bartolomeiu e. 7 r. Giu- 
vani e. 7 t. Mascio e. 7 ^. Buoufante (dicto) e. S r. Petrucciu e. S <. 
Petrocco e. 5 <. Pietrupaulu e. 10 t. Fecatella (dicto) e. 12 r. Mancino 
e. y/ r. Perazza (dicto) e. i2 t. Coluzzu e. i5 ^. Cacartino (dicto) e. i3 ^. 
Pieruantoniu e. i4 ?'. Punta e. iJ ^. Spetiale (dicto) e. i5 ?•. Puzzarella 
e. 16 r. Picchio (dicto) e. 16 t. Pampaluua e. 18 r. El perù (dicto) e. 19 r. 
Morbida e. i5 t. Gattivello e. i9 ^. Britio e. 19 t. Malacosa (dicto) e. 19 t. 
Giliu e. 19 t. Cianfrog-na e. 20 r. Del Tostu e. 20 r. Del Morrone e. SO t. 
Giuvampiero e. 2i t. Trombecta e. 2-? ^. Delamassaia e 22 r. Mechii 
e. 22 ?'. Pugliarella e. 22 t. Che mai non suda (dicto) e. 25 ?\ Tomeiu 
e. 2(> r. Formicchy e, 25 ^. De la sibia e. 58 r. Piato e. 5.9 r. Sensu e. 40 r. 
Lucciarello e. 4/ t. Corso e. ^i <. Baunoccyo e. 42 r. Di cacioppa (dicto) 
e. 45 ?'. Del Bello e. 44 ?*. Leale e. 45 ?\ Lollaiu e. 47 ^. Liicautouiii 
e. 48 r. Biricchone (dicto) e. 54 t. Jacho e. 5(> r. Luccio e. 57 r. Torce 
feccia (dicto) e. ffi t. Toroue e. 65 ^. Borgaro e. 55 r. Savino e. 57 ?•. 
Pallocta e. 68 r. Mag-ag-niuo (dicto) e. 78 t. Narducciu e. 58 t. Caccione 
(dicto) e. 78 t. Ciacciu e. 55 ?\ Cappellecto e. 55 r. Meccuccio e. 55 <. 
Al fresco e. 70 ?'. Ferrancciu e. 70 r. Mqjo c. 7(? t. Del Villano e. 7i r. 
Simoucellu e. 74 ^. Guasparino e. 75 ?% Ciuflfulacto e. 75 r. Guerriere 
e. 75 t. Paternostro e. 75 t. Ciopag'no e. 77 r. Barone (dicto) e. 77 <. 
Tucto bianco e. 78 <. Della mità e. 75 r. Porchettaio e. 8<9 ^ Abichiere 
e. 8i ^. Del Malestro e. 84 r. Del Gierciu (dicto) e. 84 ^. Schiau e. 50 r. 
Vechio (dicto) e 50 <. De la paia e. 91 t. Petricha e. 93 t. Bozzo (dicto) 
e. 93 t. Vastellaiu e. 94 r. Tortorino e. 94. 

XXVIII-XXIX. Allirato e focolari dell'anno 1449 (cod. cart. 
senza rilegatura e senza numerazione di pagine). 

Comincia in tal modo: 

« In nomine dni, amen. Anno dni millesimo quatrincentesimo qua- 
dragesimo nono etc. Hic est liber in quo scribuntur omnes cives urbe- 
vetani et etiam alie persone habentcs eorum possessiones in territorio 
urbevetano allibratas et accatastatas in allibratu et catastu civitatis Ur- 
bisveteris, qui et que solvere debent eorum libram et eorum focularia. 
Que libra et focularia imposita fuit tempore magnificorum dnorum Con- 



IL CATASTO I>' ORVIETO, ECC. 



317 



servatorum etc. <\\v,\m libram exig-i debet ad rationcm dccem soldorum 
prò quolil)et ceuteuario allil)ratus et prò qiiolibet foculari » . 



Peusone allirate nel 1440 







FUOCHI 




FUOCHI 




QUARTIERI 


K IONI 


dei 
Rioni 


TESTE 


dei 
Quartieri 


TICSTE 




S. Pace .... 


46 


230 






& Pace 


S. Cristoforo. . 


24 


120 


HO 


550 




Ripa dell'Olmo. 


40 


200 








S. Costanzo . . 


48 


240 








S. Maria . . . 


58 


200 








S. Salvatore . . 


33 


105 








S. Leonardo . . 


71 


355 






Postierla 


s. Anj,'-elo . . . 


161 


820 


514 


2570 




S. Egidio . . . 


31 


170 








S. Stefano . . . 


58 


2'.)0 








S. Kiagio . . . 


27 


135 








S. Martino . . 


21 


105 






SS. Giovanni 


S. (liovanni . . 


60 


300 


160 


800 


e Giovenale 


S. Giovenale . . 


100 


500 




Serancia . . . 


98 


490 






Serancia 


SS. Apostoli . . 


46 


230 


173 


865 




S. Lorenzo . . 


29 


145 
Somma totr 


Ile . . . 






4785 



Focolari del 1449: 





S. Pace .... 


34 


170 








S. Pace 


S. Cristoforo. . 
Ripa dell" Olmo 


18 
36 


90 
180 




88 


440 




S. Costanzo . • 


27 


135 










S. Maria . . . 


38 


190 










S. Salvatore . . 


20 


100 










S. Leonardo . . 


40 


200 








Postierla 


S. Angelo . . . 
S. Egidio . . . 
S. Stefano . . . 
S. Martino . . 
S. Biagio . . . 


107 
18 
46 
21 
2-1 


535 
90 
230 
105 
120 




341 


1705 


SS. Giovanni 


S. Giovanni . . 


38 


190 


115 




e Giovenale 


S. Giovenale . . 


77 


385 






Serancia . . . 


62 


310 








Serancia 


SS. Apostoli . . 
S. Lorenzo . . 


34 
19 


170 
95 




115 


575 




Somma tota 


de 


3295 



Come si vede pertanto dalle cifre sopra riportate, la popola- 
zione d'Orvieto sembrerebbe notevolmente diminuita anche dal 
1404 al 1447. 

XXX. Focolari della città dell'anno 1456 (cod. cart. senza 
numerazione di pagine e senza rilegatura). 

11 numero dei focolari del 1456 non è molto differente da 
quello dei focolari del 1447. Perciò crediamo inutile riportarlo. 



318 G. PARDI 

XXXI-XXXV. Assegne dell'anno 1470. (Codici cari, ben scritti 
con larghi margini ed elegantemente rilegati con tavolette di legno, 
eccetto l'ultimo. Il n. XXXI, con e. non numerate, contiene ras- 
segne del quartiere dei santi Giovanni e Giovenale; il n. XXXIII, 
di e. 44-144, del quartiere di santa Pace; ed il n. XXXV, con e. 
non numerale, di Castel Rubello e di Forano). 

Nel quartiere dei santi Giovanni e Giovenale troviamo ras- 
segne di Riccardo di Conte e di Polidoro di Riccardo degli Al- 
berici (1. 186 e 1. 325); di Giannotto dei Simoncelli, da cui uscì 
un cardinale papabile, Girolamo, vescovo di Orvieto e protettore 
degli artisti, per il quale lavorarono mollo i fratelli Zuccheri (al- 
liralo per 1. 1402); di Ugolino di Borgaro dei conti di Parrano 
(1. 2925) e del « magnifico conte Antonio da Marsciano » (1. 500). 

Quest'ultimo fu « de' più segnalati della sua famiglia nell'arte 
militare, la quale esercitò per la Repubblica di Venelia fin dai 
primi anni, per la inlrodutlione, che gli diedero al servigio di 
quella i meriti di Guerriero di Marsciano zio di suo padre, di Gen- 
tile suo zio materno e di Gatlamelata (da NarniJ suo suocero » (1). 
Antonio intorno all'anno 1459 venne elello uno dei tre governa- 
tori delle lance spezzale di san Marco. Fu all'assedio di Trieste 
nel 1463 con 1400 cavalli, si segnalò poscia nella guerra Ira i 
Veneziani ed il Duca di Ferrara, ed era dal 1483 capitano gene- 
rale dei Fiorentini, quando mori al loro servizio di un colpo di 
bombarda. Di lui parlarono con lode gli storici. 

Nel quartiere di Serancia abitavano nel 1470 Pirro e Oliviero, 
Marco del Pazzello, Francesco d'Alberico e Guerriero di Marco, 
tutti degli Alberici (allirati per 1. 855, 472, 313, 339); Oliviero 
d'Azzo dei conti di Titignano (1. 205); Gentil Pandolfo di messer 
Luigi della nobile famiglia Magalotti (1. 632) ed Achille Monal- 
deschi (1. 580). 

Nel quartiere di Postierla leggiamo l' assegne del conte Ni- 
colao del fu Ugolino di Corbara (1. 1100); dei conti Lionetto, Ga- 
leotto, Carletto e Radulfo di Corbara (1. 5100); del conte Antonio 
da Marsciano (1. 1300); di Ranieri, di Pietro di Giovanni e di 
Anselmo di Paolo dei nobili di Baschi (1. 800, 300 e 300). 

Con questi volumi catastali giungiamo alla fine del secolo XV. 



(1) UciiiELLi, op. cit., p. 32. 



IL CATASTO d' OHVIKTO, ECC. 319 

Gli altri codici conservali nell'archivio comunale antico di Orvieto, 
non hanno per noi se non pochissimo interesse, contenendo o 
qualche frammento di assegne di quartieri cittadini, o assegno di 
luoghi del contado, come il n. XXXVII di Civilella, il n. XXXVIIl 
di Kipalvella, il n. XXXIX di Collelongo, il n. XL di Luhriano, 
i numeri XLI-XLIV di Fienile, ecc. 

Dal 1292 sin dopo la metà del sec. XVI non ebbe Orvieto 
un catasto fatto in modo perfetto come quello più antico, che re- 
sta quale monumento della sapienza economica di quegli uomini, 
da cui fu cominciata l'opera grandiosa d'innalzare la cattedrale 
di santa Maria. Solo nel 1563, quasi dopo tre secoli, fu fatto per 
Orvieto un catasto, non più per mezzo di denunzie o d'assegna, 
ma con la misura e la stima esatta dei possessi, per opera del 
Commissario apostolico Ferrante Ferri. 

Uno dei numerosi volumi catastali del 1563 (n. LX) ha questa 
intestazione: « Liber sive quinternus catasti magnifice civitatis 
Urbisveteris eiusque comitatus et districtus, conlinens in se 
omnium civium nomina, focularia, bona slabilia, mensurata et 
extimata per agrimensores et extimatores respectivos magnifici 
dni Ferrante Ferri asculani, Commissarii apostolici eie. quod ca- 
taslum Ferrum appellari voluit ». 

I catasti Ferri, grandi volumi con carte non numerate, scritti 
con chiarezza ed eleganza, sono i seguenti : 

LX. Quartiere di santa Maria. 

LXI. Idem. 

LXII. Quartiere di Serancia. 

LXIII. Quartiere di Corsica. 

LXIV. Quartiere dell'Olmo. 

LXV. Idem. 

Seguono alcuni volumi del catasto del contado. 

Orvieto nel 1563, come risulta chiaramente da questi codici, 
doveva avere una fisonomia alquanto differente da quella che pre- 
sentava nel 1292. Non più gli antichi quartieri, divisi irregolar- 
mente, di santa Pace, di Postierla, di Serancia e dei santi Gio- 
vanni e Giovenale; ma quelli di Corsica, di santa Maria (detto 
poi della Stella), di Serancia e dell'Olmo, spartiti regolarmente, 
con linee quasi rette, dalla via principale del Corso e da altre 
strade, le quali con questa s'incontrano al crocevia della Torre 



320 G. PARDI 

del Moro. Non più gli antichi rioni, denominati una volta da chiese 
in gran parte abbattute. Non più gli antichi cognomi, rievocanti 
le lotti medioevali, dei Monaldeschi, dei Filippeschi, dei Della Greca, 
dei Della Terza — rimanevano solo, per giungere fino a noi, gli 
Alberici, forse perchè meno degli altri avevan presa parte alla 
vita libera, variata e violenta del Comune, e potevano quindi abi- 
tuarsi alla esistenza nuova — ; ma una nobiltà meno belligera e 
gloriosa era succeduta, della quale non ultimi furono i Gualterio, 
da cui doveva uscire il marchese Filippo Antonio, uomo di stato, 
patriota e storico, i Simoncelli, a cui apparteneva il cardinale Gi- 
rolamo, ed i Manente, resi chiari dal buon Cipriano, che scrisse 
amorosamente la storia della propria città. 

Orvieto nel 1563 aveva perduto affatto ogni vestigio medioe- 
vale ed erasi rinnovellata all'alito potente di vita moderna, che 
da un secolo ornai soffiava sull'Europa e la trasmutava. 

Orvieto, 1896. 

G. Pardi. 



321 



IL CARDINALE ALDOBRAM)!?^! 

E IL TRATTATO DI LIONE 



Si è tanto scritto intorno alla vertenza fra le corti di Savoia 
e di Francia a cagione del Marchesato di Saluzzo, che ormai po- 
trebbe, per avventura, sembrare ozioso farne argomento di nuova 
trattazione. Recentemente l'egregio prof. Carlo Manfroni nella Ri- 
vista Storica (anno 8°, fascicolo 2°) e poi neWArcliivio della re- 
gia Società Romana di Storia Patria (voi. 13, fascicoli ì° e 2°) 
tornava sopra all'avvenimento narrato dapprima dal cardinal Ben- 
tivoglio nelle sue Memorie, a cui attinsero, come a fonte origi- 
nale, tutti gli scrittori fino al Ricotti e al Carutti, che nella Storia 
della Diplomazia della Corte di Savoia più ampiamente e più 
maestrevolmente ne ha discorso. Lo stesso prof. Manfroni sul- 
V Archivio ridetto annunziava molti nuovi documenti venutigli 
alle mani dall'Archivio della Santa Sede, e specialmente: 

1." un Diario del viaggio fatto dal cardinal Pietro Aldo- 
brandino neW andar fegato a Fiorenza per la celebrazione dello 
Sposalizio della Regina di Francia, e dopo in Francia per la pace; 

2.° due grossi Registri di lettere del Negoziato della Pace 
conclusa in Lione dal cardinal Pietro Aldobrandini sopra le dif- 
ferenze del Marchesato di Saluzzo. 

Preziosa è certamente l'una e l'altra di queste nuove fonti. 
Il Diario, scritto da un tal Agucchia, Segretario o Maggiordomo 
del Cardinale, « che seguì l'Aldobrandino in tutto il suo viaggio 
e tenne per lungo tempo la corrispondenza in cifra colla Cancel- 
leria Pontificia », dà conto dei particolari dell'andata, nota le vi- 
cende della Legazione e descrive lo stato delle cose fra le due 

21 



322 L. FUMI 

Corti. Le lellere del Cardinale legalo, del Re di Spagna, del Papa, 
del Cardinal di San Giorgio, del Nunzio di Savoia, del Duca e 
dei Ministri spagnoli tracciano la parte politica della Legazione, 
mettendo in evidenza (come dice il Manfroni) le ambizioni, le pre- 
tese, gli infingimenti e le doppiezze dei due Principi e dei loro 
Ministri; le male arti di quelli che, come il Cardinale Dossat, vo- 
levano ad ogni costo che la pace non avvenisse, le irresolutezze 
della Corte di Spagna e de' suoi rappresentanti in Italia, e nar- 
randoci ad uno ad uno i generosi tentativi fatti dal Legato per im- 
pedire che nel cozzo di tanto opposti interessi si riaccendesse 
una guerra che allora sarebbe stata perniciosissima all'intera 
Europa. 

Ma qui il signor Manfroni lamenta la mancanza della Rela- 
zione dell'Aldobrandino, la quale non ostante le più minute ri- 
cerche sue e dell'Abate Palmieri, allora custode dell'Archivio 
Segreto del Vaticano, è riuscito impossibile ritrovare. 

Ora, mi è venuto fatto trovare l'ampia scrittura del Cardi- 
nale in un Codice orvietano del tempo, che porta in fronte il titolo: 
— Legaiione in Francia del Cardinal Pietro Aldobrandino. — 
Il Codice orvietano proviene dalla libreria di un erudito del se- 
colo XVII che fu archivista dell'Archivio Apostolico delia Santa 
Sede collocato allora in Castel S. Angelo. Altra copia esiste ne' mss. 
della Vittorio Emanuele di Roma in un codice distinto con nu- 
mero 538, proveniente dalla Biblioteca dei Gesuiti che Io ebbero 
dalla eredità di G. B. Barsotti (1). Ma è mancante della lettera di 
Prefazione, per cui non appare da quello che ne sia autore il 
cardinale Aldobrandino, e reca varianti qua e là da giudicarla 
interpolata per adattarla a uso di storia. 

Non è la relazione officiale ricercata dal Manfroni; che io 
credo codesta relazione non essere stata scritta mai. E piuttosto 
qualche cosa di più e di meglio di un documento officiale, in cui il 
Legato dirigendosi al Pontefice non avrebbe mai avuto bisogno di 
spiegare, così per filo e per segno come fa qui, tutti gli anda- 
menti del negoziato, di cui era stato via via messo a parte per 
lettere frequenti e lunghe, e in conversazioni intime, attesa la qua- 



(1) Il suo titolo é questo: Relatione in forma di Historia della pace di Saluzzo 
et suoi negotiati precedenti. 



IL CARDINALI-: ALDOItKANltIM E IL TRATTATO DI LIONE 'S2'.i 

lilà e i rapporti del personaggio, V amatissimo suo Cardinal ne- 
jjote primo. E questa una completa ed accurata monografia storica 
dettata dallo stesso Legalo, che è il soggetto, fru tutti gli nitri, 
più importante, per l'altezza della missione sua non pure, ma 
per il carattere e per !•' avvedutezza politica che vi seppe spiegare. 
Dal parallelo che si faccia con le Memorie del lienticofjlio si vede 
chiaramente non essere altro che questo il documento, ov' ei 
fondò la sua minuta narrativa, la quale procede con la stessa di- 
sposizione di fatti, con lo stesso ordine di idee e, talvolta, perfino 
con una certa conformità di espressioni, anche dove non sarebbe 
stato necessario per nulla l' attenervisi : per modo che oggi si 
può asserire essere la storia del Benlivoglio una compendiata espo- 
sizione della liela^ione dell'Aldobrandino. La quale nonpertanto 
cessa di avere per noi carattere di originalità, poiché, a parte il 
dettaglio dei vari negoziati, a cui lo scrittore si trovò in mezzo e 
di cui fu l'anima, rivela, con molta chiarezza e precisione, la 
somma tolleranza e destrezza politica di questo diplomatico pon- 
tificio, degno di essere conosciuto in tutto il suo valore. 

Messo alla prova dal temporeggiare del Duca, dagli infingi- 
menti degli Spagnoli e dalle avventatezze dei Francesi, egli si 
comporta sempre con mirabile correttezza di modi : previene i 
colpi delle astuzie cortigiane con abilità e prontezza, al bisogno 
si fa valere con dignità e nei casi disperati s'impone, sempre si- 
curo del fatto suo. 

Per questo rapporto, non meno che per la geniale narrazione 
di ogni più particolare incidente delle lunghe e intricale trattative 
che precedettero il concordato di Lione, ritengo di grande inte- 
resse per la storia la pubblicazione di questa Legazione. 

Premesse le generalità, vengo a dare una rapida e sommaria 
indicazione della Relazione^, perchè si veda l'ordine della narra- 
tiva e risaltino le cose ivi discorse con acume di osservazione 
dal valente politico italiano in un affare che fu di tanto momento 
per la penisola e per l'Europa. 

Precede una lettera del Cardinale Aldobrandino al signor 
Omero Tortora, scrittore della Storia Universale di Francia, dove 
si scusa del ritardo da lui messo a fargli vedere i « Registri et 
altre scritture della sua lec^atione di Francia ». Ciò fu cagione 



324 L. FUMI 

che quell'autore scrivesse la sua Storia, dicendo « poco, e quello 
non in tutto aggiustato col fatto ». Ma quel libro se era slato 
stampato, non però era pubblicato (1); e però egli vedendo i Re- 
gistri del Cardinale, aggiunse molte cose e altre variò, mutando 
e ristampando gli ultimi fogli. « Il che Be bene aggiustò quel 

poco , non è che sia la cosa mollo mozza e manchevole ». A 

facilitare la ristampa di quell'opera (2), il Cardinale si indusse a 
fare « un racconto, overo una minuta narrativa di tutto quello 

che successe in quella Legatione e gli manda il netto, intiero, 

minuto e verissimo con le cause che di ciò s'andava operando ». 

La narrativa è scritta 19 anni dopo l'avvenimento nel ponti- 
ficato di Paolo V. Muove dalle prime origini della conlesa fra 
Savoia e Francia. Celebra Clemente Vili, che animato da uno 
spirilo retto, e infervoralo della pace e dello zelo per la estirpa- 
zione delle eresie, assolse a tal fine dalle censure Enrico IV e si 
adoprò alla pace fra lui e Filippo II di Spagna, conclusa col trat- 
tato di Vervins nel 1598. In essa non venne fatto di poter com- 
prendere il duca di Savoia, « come colui che haveva portato l'armi 
contro Henrico, nel tempo dell' interregno e della turbolenza di 
Francia, e con titolo di aderire alla lega, si era internato nella 
Provenza et occupato alcune piazze in quella provincia e nei con- 
fini del suo Stato, ma più d'ogni altra cosa lo havevano in quelle 
guerre tenuto interessalo l'haver egli negli ultimi anni di Hen- 
rico III occupato il Marchesato di Saluzzo che all'hora dal re di 
Francia pacificamente si possedeva ». 

Non fu possibile l'accordo per la restituzione di Saluzzo. Il 
duca di Savoia diceva averlo ricuperato di diritto, come feudo ri- 
cadutogli per esenzione della linea legittima di quei marchesi : 
Francia allegava il pacifico possesso di molti anni. Qui il Cardi- 
nale espone minutamente le pretese della Francia e il diritto di 
Savoia, e rifa la storia del Marchesato a partire dal 1210 per la 
recognizione in feudo fatta da una Adelaide contessa di Piemonte 



(1) Tortora. Omer,o, Historia di Francia di Homero Tortona da Pesaro, divisa in 
libri ventidue, nella quale si contengono le cose avvenute sotto Francesco Secondo, 
Carlo Nono, Enrico Terzo ed Enrico Quarto — Venezia, Gio. Batta Ciotti, 1619, voi. 3 in 4o. 

(2) Sebbene di quest'opera vi abbiano esemplari stampati a Venezia dal Ciotti 
coiranno 1719, tuttavia sono la stessa edizione sopra ricordata. 

Perciò la Relazione presente del cardinale Aldobrandino rimane sempre docu- 
mento nuovo, degno di essere studiato. 



IL CARDINALE ALDOIìRANIUNI E IL TRATTATO DI LIUNE 325 

a favore di Guiccione Delfino di Vienna, zio di lei, e proseguendo 
nel 121G, quando Tommaso di Savoia rilascia alla medesima una 
quietanza d'ogni sua pretensione; onde i Francesi deducevano 
« che i Conti di Savoia non bevessero che fare nel Marchesato 
o che per questo atto vi havessero renuncialo ». Si allegava un 
atto del 1290 e successivamente altri alti del 1295, del Ì'M'Ò, del 
1354, e del 1390 a favore del Delfino, fino a Lodovico Marchese 
di Saluzzo che si soggettò a Carlo Vili. Savoia per contrario co- 
minciava a portare la ragione del trattato di Vervins che lasciava 
un anno di tempo a terminare le questioni e frattanto le cose do- 
vessero rimaner nello stato quo. Dicevasi non essere stata spogliata 
Casa Savoia del Marchesato se non nel 1490; doversi non dividere 
il possesso dal dominio in diritto; farsi luogo alla ragione col- 
l'esame delle scritture che cominciano dal 11G9 con un lodo di 
Bonifazio Marchese di Monferrato, per il quale il conte Amedeo 
di Savoia dà in feudo perpetuo a Manfredo Marchese di Saluzzo 
lutto il Marchesato per 60,000 fiorini d'oro e quattro terre in Pie- 
monte, e continuano con alti del 1363, 1364, 1365, 1372, 1375, 
1390 fino al 1490, ecc. 

Qui si riportano le allegazioni di diritto da ambe le parti e 
le contestazioni reciproche. 

ft L'uno e l'altro, al mio credere, dice il Cardinale, abbrac- 
ciavano volontieri la strada del giuditio ; poiché le loro ragioni 
facevano apparire, che i Marchesi di Saluzzo riconoscessero per 
supremi signori quando i Delfini di Vienna e Re di Francia, e 
quando i Conti e Casa Savoia, secondo che la forza e la necessità li 
costringeva per andarsi mantenendo. Colali sono i fondamenti, per 
lo più, de' principati, i quali se dalla maggior parte si andassero 
scuoprendo, si trovarebbero più deboli e più fiacchi che altri non 
si creda ; ma il tempo e la forza il tutto ricuopre ». 

Fu prorogato il compromesso di Vervins di 4 mesi. Al Papa 
sembrò troppo breve, e ne chiese una proroga più lunga. Questa 
domanda del Papa insospettì il He contro il Duca e gli Spagnoli; 
di che il Papa si scagionò, senza farne persuaso l'animo di En- 
rico, il quale propose di depositare il Marchesato in mano del 
Papa. La proposta allarmò il Duca e gli fece credere che fosse 
diretta a far cadere quello Stato nella persona del nepote e nella 
casa sua, « calunnia uscita dalla solila malignità della Corte di 



326 L. FUMI 

Roma, dove la passione et invidia massimamente contro un Papa 
glorioso fa ritrovar false invenlioni senza haver l'occhio alla ve- 
risimilitudine ». 

Il iiepote sfata questa diceria con buone ragioni. 

Intanto il Duca prende la risoluzione di recarsi personalmente 
in Francia dal He, e la ragione della sua andata (ce lo assicura 
il Cardinale) fu appunto quel sospetto; ma non tace di tutte le 
dicerie che correvano per questa gita, non ultima quella della 
congiura del maresciallo di Birone contro la vita del Re; a pro- 
posilo della quale congiura rammenta tutto quello che era perve- 
nuto ai suoi orecchi. Discorre minutamente intorno alle trattative 
intercedute fra il Re e il Duca fino alla sottoscrizione del capito- 
lato di Parigi del 27 febbraio 1600, col quale il Duca si obbligava 
a restituire il Marchesato col cambio della Bressa. 

« Ma partito il Duca, non si tardò molto a conoscere eh' egli 
non haveva punto di voglia di eseguire il Capitolo, et a dubitare 
dell'esito della cosa, et il Nuntio di Savoia prattico dell' humore 
di lui, avvisò il Papa, che non obstante la sottoscrittione de' Ca- 
pitoli et ogni solennità, non tenesse la cosa per sicura, se di Spa- 
gna non veniva chiara e reiterata commissione di eseguirla ». Do- 
menico Belli, cancelliere ducale^, è spedito in Ispagna, sotto co- 
lore di iscusare con quel Re la sua gita in Francia, di dargli 
parte del negoziato ecc. ecc., ma veramente « per scusare la gita 
<jon l'istanza et autorità del Papa, et con gli invili di Francia et 
esortationi del Patriarca che biasimasse l'uno e l'altro dei partiti, 
come nocivi non meno al Duca che pericolosi agli interessi del 
Re di Spagna; e che l'haverli promessi e sottoscritti i Capitoli 
oltre le strette preghiere e comandamenti del Pontefice, si attri- 
buisse al trovarsi in gran pericolo in mezzo le forze del Re, dalle 
quali per uscire non haveva trovato miglior rimedio: haver sco- 
perto l'animo del Re di Francia essere di muovere l'armi contro 
di Sua Maestà et in particolare in Italia ecc. ecc. ». — La ri- 
sposta del Re di Spagna fu che se il Duca « non giudicava do- 
vere stare all'accordato in Parigi, il Re non haverebbe mancalo 
di aiutarlo; che non desse occassione al Re di Francia di muo- 
vergli guerra, anzi usasse nel rimanente seco ogni buon termine; 
ma quando Henrico l'havesse assalito. Sua Maestà Thaverebbe 
■difeso; che si procurasse col Papa che ripigliasse il trattato per 



IL CARDINALE ALDOUIIAXDIN'I K IL TUATTATO DI LIONE 327 

moderalione de' parliti, di che si haverebbe falli fare caldissimi 
officii con Sua Sanlità ». 

Difalli, nel lampo slesso che rafforzava lo Stalo di Milano e 
vi inviava il Conte di Fuenles, instò presso il Papa per la revi- 
sione del trattato. 

11 Papa se ne schermì abilmente. Intanto decorreva il termine 
de' Capitoli senza che il Duca vi desse effetto, e passavano an- 
che due altri mesi; oltre i quali il He si determinò alla guerra. 

11 Cardinale dà qui luogo alla seconda parte della sua storia, 
sebbene non abbia partizione apparente di alcuna sorte. Dice, come 
il Papa, rammaricalo all'annunzio della guerra, perchè non si sa- 
rebbe fermala fra i monti, a né rimasta fra gli angusti confini 
della Savoia, ma haverebbe bentosto avvampata l'Italia e tutta 
la Cristianità », adunò il Concistoro, vi espose lo stalo delle cose 
per il Marchesato di Saluzzo, die conto di quanto egli aveva fallo 
per impedire la guerra e del suo proposito di non abbandonare 
il negozio, anzi adoperarsi con più calore ad ovviare maggiori 
mali; e a tal fine domandava l'avviso del Sacro Collegio. Scrisse 
ai due Re di Francia e di Spagna e al Duca di Savoia; e qui il 
Cardinale dà il contenuto di ciascuna lettera. Commetteva al Nunzio 
di Spagna di informare minutamenle il Re delle pratiche falle 
dal Papa in lutto questo affare, dei pericoli, a cui si andava in- 
contro con la guerra, e di insistere presso il Re e presso il Duca 
di Lerma per la pace. Speciali istruzioni sono date ai Nunzi di 
Savoia e di Francia e specialmente al Patriarca Coslantinopolitano, 
proponendogli un convegno in un luogo terzo per venire ad un 
trattato comune. Il Papa mirava ad assicurare gli Spagnoli del- 
l'animo del Re di Francia, « che non volesse turbar le cose dopo 
la restituzione del Marchesato » ; mirava ad assicurare i Francesi 
dell'osservanza di ciò che loro si promelle. 

« E perchè col lasciar la prolezione di Ginevra, il Re haverebbe 
permesso che l'armi del Duca e de' Spagnoli si fussero voltate a 
quella parte », volle il Papa che dal Patriarca si tentasse anche 
questo. Proponeva di più che il Re si contentasse del Marchesato 
di là de' monti, senza curarsi di Pinerolo o altra piazza di qua, 
« parendogli che ciò dovesse togliergli a' Spagnoli ogni sospetto ». 
Chiedeva intanto la sospensione degli armamenti: e perchè la 



328 L. FUMI 

guerra si faceva sempre più vicina, sì per i progressi dei Fran- 
cesi, come per la venula del Conte di Fuentes e de' soldati spa- 
gnoli in Italia, deputò suo negoziatore principale Erminio Valenti, 
stalo già Segretaj*io del Cardinal Aldobrandino, con incarico di 
proporre una transazione finale fra le parti. Di questa transazione- 
sono tracciate tutte le linee principali, tanto per la missione sua 
a Milano e a Torino, quanto e più specialmente a Parigi, dove 
apprese le buone disposizioni di Spagna, minacciava il Cristianis- 
simo unire le forze della Chiesa con quelle del Cattolico per te- 
nere le armi lontane dall'Italia e faceva sentire la disposizione 
del Papa di inviare un Cardinale legato a latere, « cosi per ri- 
chiederlo l'importanza della cosa verso il Papa, come per dar sod- 
disfatione alli Spagnoli et all'ambasciator di Savoia che ne face- 
vano instanza, in maggior pretesto al Re di Francia di poter cessar 
da Tarmi con sua reputatione ». Riportiamo i passi della Rela- 
zione che concernono l'incarico dato a questo diplomatico umbro : 

11 Papa Ma non contento di tutto ciò il Poutefice, vedendo tuttavia il fuoco 

spedisce Er- 
minio Va- più accendersi, e forse mag-g-iore il pericolo, e difficultarsi il rimedio, si 

per li prog-ressi de' Francesi, come per la veuuta del Conte di Fueutes,. 
e de' soldati spagnuoli in Italia, si risolse pochi giorui appresso di man- 
dar a trattar questo negotio Ermiuio Valenti. Questi haueudo dal pren- 
cipio del Pontificato seruito nella Segretaria del Cardinal Aldobrandino, 
era da lui stato tirato al primo luogo di Segretario di Stato, essendosi 
portato auanti nella gratia del Padrone con la fedeltà e diligenza nel 
suo ministero, e con una naturai piaceuolezza et affabilità, che lo ren- 
devano amabile et al Superiore et alla Corte et insieme in opinione di 
singoiar bontà e sincerità. Onde amandolo il Cardinale, e disegnando 
à portarlo à maggior grado, come fece, haueudolo poi, a suo tempo, 
fatto far Cardinale, pensò d' incaminarlo à ciò con darli occasione di es- 
sere adoperato dal zio in negotio di sì importante qualità, e nel quale 
tanto il Pontefice premeua. 

A due fiui riguardaua la missione del Valenti, à mostrare à quei 
Preucipi la premura del Papa grande in accommodare queste differenze^ 
e stabilire la pace, e l'affetto che ui haueua dentro, mentre metteua 
mano à persona tanto confidente e tanto necessaria al seruitio per la 
qualità dell'officio suo, che l'allontanarla non poteua recare se non di- 
sagio: l'altro era di proporre nuouo partito e nuoua negotiatione. Fa- 
ceuasi ciò col professare il Pontefice di voler accommodare il negotio af- 
fatto senza che ui rimanesse attacco veruno, che potesse per tal cagione 



lenti. 



IL CARDINALE ALDOHRANDINI E IL TUATTA IO DI LIONE 329 

turbar mai più la ChristianiUi. Onde voloua, che si venisse ad vua tran- 
satione finale senza, che ili hauesse à rimaner più lite ò compromesso, 
o nascere altra sentenza. 

Fu commesso dunque al Valenti di andar prima à Milano h trattar . " yalenti 

incaricato d» 

col Conte di Fuentes quiui di poco arriuato, e doppo essersi rallegrato recarsi a Mi- 
seco del suo arriuo in Italia in nome del Pontefice, lo persuadesse a 
voler essere Ministro di pace, non solo con quelle rat-ioni, che al suo 
Rè stauano bene, ma per la partlcolar consideratione della sua persona, 
per ciò che essendo egli soldato vecchio, e di molta riputatione, acqui- 
stata col suo valore e con diuersi felici successi, non doueua facilmente 
cimentarsi à nuove imprese, et arrischiar ad vn bora ciò che con tante 
fatiche e tempo procurato s'hauea, potendosi far glorioso ancora con la 
pace in quell'età, meritando molto appresso la Christianità per liuuerla 
quietata in tempo di tanto pericolo. 

Douea darle conto di tutto il successo del negotio e della necessità, 
nella quale il Duca si era posto di restituire il Marchesato per le tante 
promesse di ciò fatte; onde in far che il Conte principalmente appro- 
uasse la restitutione, douea premere prima d' ogn' altra cosa; ma ciò fatto, 
insinuar poi, che egli proporrebbe al Rè di Francia, che si contentasse 
di ripigliar tutta la ricompensa di là da' Monti, credendo il Papa, che 
ciò piacesse molto al Rè di Spagna et à suoi Ministri, tog'lieudo via i 
sospetti concepiti, ma perchè non era sicuro che il Rè di Francia ha- 
uesse abbracciato vn tal partito, bisognaua star saldo nel proposito di 
restituir il Marchesato per finir la guerra. E per ciò fare ui era di me- 
stieri, che il Conte non imbarcasse il Duca con le speranze di g-randi 
aiuti e nuòue imprese e progressi di guerra, al che egli era pur troppo 
inclinato, per ciò che imbarcato nelle sopra dette cose, si renderebbe dif- 
ficile à lasciarsi gouernare et ad esseguire ciò che si negotiasse. Era 
insieme necessario, che Sua Eccellentia si contenesse à non far atti 
hostili contro il Rè di Francia, e non lo prouocare, nò desse occasione 
à rottura maggiore anche con la Corona di Spagna, ma andando in ciò 
trattenuto, desse luogo alla negotiatione. 

Spedito dal Conte di Fuentes, doueua andare dal Duca di Savoia, e l' medesimo 

incaricato di 

seco trattar solo di fare, che restituisse il Marchesato liberamente e di recarsi in 
maniera, che più dì questo parlar non si dotiesse, facendogli di ciò le 
promesse rinouare, e per scrittura, non uolendo il Pontefice, che se li 
desse speranza di nuovi partiti, ma si stesse stretto à quello della resti- 
tutione. Voleua bene, che fatto tutto ciò si lasciasse intendere, quasi 
come per cosa di veruna speranza, che se li venisse fatto, non lascia- 
rebbe di parlare al Rè, anche del cambio di là da' Monti, ma che non 
si uoleva in ciò ingolfare, hauendola per cosa irriuscibile, ma che per 



330 L. FUMI 

og-ui caso che potesse occorrere dì haver à trattar di ciò, Sua Altezza si 
disponesse à dar cambio vantag-gioso, talmente che potesse persuadere 
al Rè di torlo, e finire la g'uerra, tanto più essendo vn tal partito per 
og-ni rispetto al Duca molto coramodo et vtile. 
a i^^Yaièntì ^^^ *^^*^ l'arte e tutta la forza della sua neg-otiatione si douea porre 

Si^^Francia^^ in opra col Rè di Francia per persuaderlo à ritirarsi dall'armi con ho- 
neste conditioui, come che n'era maggior bisog-uo, e perciò con la let- 
tera, che accompagnava il Valenti, g'ii diceva il Papa, che non si mera- 
uigliasse Sua Maestà, se og-ni g-iorno hauerebbe lettere, o Messi, ò huo- 
mini espressi da lui fin tanto, che quel nuouo fuoco non si esting-uesse, 
non potendo se non uiuere tra tanto in continuo tormento per li mali, 
che alla Christianità soprastauano. Per ciò le mandaua non pure il più 
intimo Seg-retario, ma vno de più confidentie e fedeli seruitori che ha- 
uesse, che era cousapeuole di tutto l'animo suo, et acciò la Maestà Sua 
potesse non solo saper da lui og-ni suo pensiero, ma aprirsi seco libera- 
mente. 

Con tale introduttione doueua il Valenti insinuarsi col Rè, e procu- 
rar di persuaderlo che haueudo eg-li fatto dire al Papa, che non faceua 
la g-uerra se non per forza, che rihauendo il suo, e saluando la riputa- 
tione cessarebbe volentieri da essa. Sua Santità g-li mandaua vn partito 
nuouo, vtile, di riputatione, e sicuro ad esseguirsi, et era la ricompensa 
tutta di là da' Monti per uia di vna transattione generale di non hauer 
più à disputare né in possessorio, né in petitorio. Che facendosi per 
questo capo con 1' autorità del Papa si poteva dire cosa nuova, non es- 
sendosi più in vna tal forma trattato. Sarebbe stato vtile, perchè la ricom- 
pensa sarebbe stata molto maggiore, aggiungendosi a ciò, che fu capi- 
tolato in Parigi quello che si douesse dare di più in cambio di Pinarolo. 
Il che farebbe scemare la necessità de' presidij e con essi la spesa, es- 
sendo le piazze, che le toccassero, come incorporate col resto del suo 
Regno. La reputatioue sarebbe totalmente salva, anzi si accrescerebbe, 
poi che pigliandosi dal Rè la ricompensa per il possesso e per il dominio, 
e pigliandosi assoluta, ciò non uoleva dir altro, che haver hauuta la sen- 
tenza in favore, senza che la mossa dell' armi hauesse tutto intorno à 
tal punto ciò assicurato. La sicurezza dell 'essecuzione dipendeua in gran 
parte dal far tutto con sodisfattione del Rè di Spagna, il quale non si 
doueua lasciare di chiamare in tal negotatione per i grandi interessi, 
che ui haueua fatto in quella di Parigi. L'esito haver mostrato che non 
haueua fatto bene. 

A questi punti, et al filo della sua negotiatione doueua il Valenti 
aggiungere le preghiere del Pontefice, e la rappresentatione del suo tra- 
uaglio e del suo ardente desiderio, et il fine di quietare, e far bene a Sua 



1 



IL CARDINALE ALI»OBUAXI>INI E IL TRATTATO I»I LIOXE 331 

Maest;\, et anche ;V tutta la Fraucia; e eoa quest'occasione uoleua, che 
le facesse vn discorso di (juanto per quel Refluo e per Sua Maestà la 
pace fusse necessaria. 

Gli fu commesso che tutto trattasse di concerto col Patriarca et uni- 
tamente seco, come piìi prattico delle persone e de g'I' humori di essi, 
e che in tutto si ualesse di lui, che douea rimanere al resto del filo del 
negotio, non essendo la sua gita, che per portare al Rè l'affetto del Papa, 
mediante vna persona cosi intrinseca e confidente, a far le sue proposte, 
et incominciar il trattato e tornarsene. 

Al fine aggiunse il Papa, che potendo essere che si risolvesse à 
inandare vn Cardinale con vna legatioue solenne, parendo che la qua- 
lità del negotio il richiedesse, scuoprisse paese col Rè e con gli altri 
personaggi nel negotio interessati, come tal risolutione sarebbe sentita, 
et anco come la sentirebbono i Nuntij medesimi del Pontefice, solendo 
auuenire, che parendo loro, che di questa maniera si tolga il negotio di 
mano di essi, et il frutto delle fatiche fatte e la gloria della buona riu- 
scita, coir attrauersare il Legato et la sua uegotiatioue, antepongono la 
propria passione al publico seruitio. 

Ma perchè « la negoliatione del Patriarca, che sempre era 
stata viva, andava languendo, facendosi le pretensioni maggiori 
et il trattar più duro, quella del Valenti non hehbe miglior for- 
tuna ». — L'abilità del Sessa e dell'ambasciatore di Savoia era 
tale che il Papa soleva dire: « In cambio di far la guerra al Re 
di Francia, la facevano a lui con le continue molestie ». 

La narrazione procede con riferire il modo onde venne sug- 
gerita al Papa la scelta del nepote Aldobrandino. La legazione si 
mostrava oUremodo difficile, dopo le dichiarazioni di Enrico IV 
di non volere sospendere le armi, né parlar di tregua o di altro 
partilo. Il che fa esclamare il Cardinale Aldobrandino : « Così la 
felicità delle vittorie mula la volontà dei Principi e difficulta i trat- 
tati ». Agevolò la via la richiesta falla dal Re al Papa della per- 
sona di lui per benedire e solennizzare le regali nozze con Maria 
de' Medici in Firenze. Premessi gli avvisi ai Principi, il Cardi- 
nale, con un accompagnamento di più di mille persone, si parti di 
Roma il 2G settembre 1600, diretto alla sua prima legazione, « dove 
seppe valersi dell'autorità sua non a pompa della propria persona, 
ma per far risplendere più chiaramente la maestà ed il decoro 
Ecclesiastico ». 



332 L. FUMI 

Pochi giorni si trattenne dopo le nozze, « chiamandolo altrove 
il negozio che andava sempre, per i progressi dei Francesi, peggio- 
rando ». Ritenne un numero limitato del seguito, di cui fa tulli i nomi. 

Partì per Milano. Conferi il 18 ottobre -a Stradella col Conte 
di Fuentes ; e a cagion della stanza angusta, di lì si recarono a 
Voghera. 

a Due disegni haveva il Legato per se medesimo: il primo di 
far la pace per servilio pubblico e reputazione del Papa e propria, 
in ogni modo non si curando che costasse più ad una parte che 
all'altra. Il secondo era di finire ogni cosa di sorte, che togliesse 
affatto di briga il Zio, non volendo che gli rimanesse più il tra- 
vaglio del deposilo o del giuditio, se fusse possibile; nel rima- 
nente sempre che havesse potuto giovare alle parli e far loro 
piacere, l'averebbe volentieri fatto ». 

Non vi erano che due partili : la restituzione libera del Mar- 
chesato e la ricompensa di là da' monti. Il secondo partito aveva 
tre difficoltà molto grandi : 1.° il cambio di Pinerolo, a tenore del 
trattato di Parigi ; 2.° la cessione di Contale, De Monte, Rocca 
Sparviere e Castel Delfino, che dava ai Francesi un piede in Pie- 
monte, senza il Marchesato ; 3.° il dubbio che il Re si contentasse 
di un cambio proporzionato, nello stalo in cui erano allora le cose 
in Savoia. Chiese liberamente l'opinione del Conte intorno alla 
questione del cambio e fin dove voleva e poteva arrivare. Ma il 
Conte e su questo e sulla restituzione non osava pronunciarsi da 
solo. Lasciava travedere il suo desiderio per commettere il depo- 
silo al Papa col giudizio in capo a tre anni. « E qui si conobbe 
(dice il Legato) che la durezza di restituire il Marchesato non era 
solo del Duca di Savoia, ma insieme de' Spagnoli, quali havereb- 
bero voluto avanzar tempo e valersi della autorità del Pontefice ». 

Convennero insieme di abboccarsi col Duca, « persuadendosi 
di poterne cavar utile non poco intorno alla sicurezza dell' esse- 
cutione di ciò che si appuntasse, togliendosi di questa maniera 
a' Spagnoli et al Duca il rifugio di scusarsi un sopra l'altro, né po- 
tendo negare di esseguire quel che insieme havessero promesso ». 
L'indomani a Tortona ebbe luogo l'abboccamento. Il Duca insieme 
col Fuentes e col Ministro di Spagna tendevano coi loro discorsi 
a piegare il Legato ad una lega fra il Pontefice, Spagna, Venezia, 
Savoia e altri potentati d' Italia, o a depositare il Marchesato in 



IL CARDINALE ALDOUUAXDIXI K IL TRATTATO DI LIONK 333 

man rlel Papa per Ire anni, o il Papa sentenziasse; e il compenso 
riguardare tulio il territorio di là de' Monti, sostituito a Pinerolo 
il bialiaggio di Gex. Se non si potesse far la lega, il Pupa pro- 
mettesse al Re di Spagna di prendere l'armi e unirsi seco contro 
i Francesi, in caso che col Marchesato infestassero il Duca overo 
tentassero novità in Italia ». 

Il Legato si sentì pungere di rimprovero, come se il Papa 
avesse volte le armi di Fiandra e portatele in Italia, « e che cam- 
minasse con troppo rispetto verso i Francesi ». Schivò egli il 
colpo con destrezza, dimostrando con quanto zelo il Papa si fosse 
adoperalo per la pace generale e a vantaggio di Spagna : l'unione 
col Re cattolico non era cosa da trattarsi col Re di Francia, come 
il negozio della pace, per la quale era stato inviato ; ma piuttosto 
da agitarsi fra il Papa e Spagna : intanto della pace si parlasse 
e non di altro : per la lega esservi sempre tempo, desiderando, 
il Papa di star sempre unito col Re Cattolico, come fin dal prin- 
cipio del Pontificalo lo era stalo, dopo la lega di Francia e la 
guerra di Ferrara. 

(Juesto primo congresso non approdò a nulla : anzi finì, dopo 
che si fu ritirato il Legalo, con un po' di bisticcio fra il Duca e 
il Conte. Il Duca non avrebbe voluto parlare di restituzione, se 
non dietro ordine scritto a nome del Re di Spagna : il Conte non 
ne volle sapere, per non fare della persona del Re il protagonista 
del dramma. 

Di poi anche il Legato si unì nella idea del Fuenles. Per non 
disgustare interamente il Duca, si venne alla conclusione di fargli 
scrivere dal ministro di Spagna, che sua maestà approverebbe 
sempre la restituzione, e di fare scrivere una dichiarazione al Duca 
pei'' cedere Saluzzo, ad intuito del Papa, quando dal canto di 
Francia si venisse alla restituzione delle terre ducali. Questi due 
atti sono del 25 ottobre. 

Stabilito così il punto della restituzione, si venne a quello 
della ricompensa. Il Legato promise di fare ogni sforzo per con- 
chiudere più col cambio che con la restituzione, « havendo in ciò 
premuto gli Spagnoli » ; e si fece promettere dal Duca, il quale 
in cambio di Pinerolo non aveva offerto se non il Baliaggio di 
Gex posseduto da Ginevra, che avrebbe pensato a qualche altra 
cosa di cui si parlerebbe a Torino. 



334 L. FUMI 

L' importanza di questo congresso di Tortona ci appare in 
questa Relazione assai maggiore di quella che per la storia fin 
qui si sappia. Il Cardinale minacciò di non voler proseguire più 
oltre il suo viaggio, se quivi non si gettassero le fondamenta so- 
lide della pace. Il Duca che fino allora aveva ondeggiato nella 
indecisione, partì poco soddisfatto per Torino. L'abboccamento di 
Tortona dimostrò (dice il Legato) « quanto poco fondamento si fusse 
possuto fare nelle promesse di esso prima seguite, e quanto fusse 
stato necessario per incamminar bene questa negotiatione ». 

Date le notizie del ritrovo di Torino, della guerra, del viag- 
gio fino a Chambéry, delle accoglienze ricevute dal Re, passa a 
dire delle trattative primamente intercedute, nelle quali, messo da 
parte il trattato di Parigi, esclusa la tregua, furono invitali i De- 
•putati di Savoia all'unico scopo di negoziare la pace. Essi furono 
il signor Di Salisme presidente della Camera (Alimes) e France- 
sco Arconati. Da parte del Re, Sillery (Brulard) e Jeannin. 

Ai 30 decembre posto mano al trattato, si agitò del compenso: 
« ma le offerte delli Savoiardi furono così basse e poco propor- 
zionate all' ingordigia de' Francesi, che operorono poco buono ef- 
fetto. Offerirono solamente la Bressa Alta e Bassa fino alla Ri- 
viera di Enne, purché si desse e promettesse il passo per la gente 
di guerra al Re di Spagna, per andare e tornare in Fiandra e 
contado di Borgogna: offerirono di più il Baliaggio di Cesse, la 
Volle di Barcellonetta interamente e quella di Stura, e con questo, 
con rimanere al Duca Pinarolo et oltre al Marchesato di Saluzzo, 
Centale, Demonte, Castel Delfino e Rocca Sparviera; ma perchè 
queste cose erano le medesime tante volte offerte e ricusate, molto 
presto li deputati di Francia mostrorono che non gradiva loro tale 
offerta ». I Francesi poi erano eccessivi nelle loro pretese: libero 
il Marchesato e come si trovava quando l'occupò il Duca con tutte 
le munizioni e i forti, durante il tempo che fu in suo potere; le 
spese di guerra: la risoluzione di tutte le differenze con Casa Sa- 
voia : Momigliano in garanzia : non voler domandare ricompensa 
né curarsene, ma aspettare un'offerta accettabile. 

« Andavano li deputati di Francia con molto artificio, et oltre 
le dimande esorbitanti, trattavano con superiorità et avantaggio... 
duri nelle loro pretenzioni, ma nelle scritture che davano, pareva 



IL CARDINALE ALDOURAN'DIXI E IL TU AITATO DI LIONE 335 

che accrescessero sempre qualche circostanza più difficile, per 
tirar t,'li altri a credere che per questa via fusse impo.^sibile con- 
cludere la pace o che non si concluderebbe senza condizioni svan- 
taggiose e poco honorevoli per loro... Cosi andò un pezzo cami- 
nando questo trattato, guidato da' Francesi con artificio per scoprir 
l'animo della parie avversa, più che per dargli fine, riservandosi 
all'ultimo di cavar fuori le loro vere pretenzioni, per volerle a viva 
forza conseguire, dandone loro le nuove felicità tuttavia occa- 
sione.... ». Il Legalo si accorgeva delle loro arti e se ne ramuìa- 
ricava: « ma poco muoveva né i padroni, né i ministri ». 

La capitolazione del forte di S. Caterina, l'andata del He a 
Lione, seguito dal Legato, la solenne entrata in quella città, la 
pompa delle nozze reali, il ritorno ai negoziati di pace, ma in con- 
dizioni sempre più sfavorevoli, distruggendo a Lione quanto prima 
si era fatto a Chambéry con sempre nuove esigenze, onde si vide 
al punto di ripassare le Alpi, sono tutte cose raccontate giorno 
per giorno con la diligenza e la precisione di particolari di chi 
vi ha avuta la prima parte. 

Finalmente, scopertosi il Re inclinato al cambio di Saluzzo, nò 
i Savoiardi mostratisene malcontenti, lo sforzo del Legato fu tutto 
in migliorare le condizioni di questo cambio, che dopo lunghi con- 
trasti fu stabilito nel modo ben noto per le storie. 

In virtù del nuovo accordo, la Savoia doveva restituirsi al 
Duca in quel modo e nelle stesse condizioni, nelle quali i Fran- 
cesi nell'occuparla l'avevano trovata. 

Premeva al Legato che il forte di S. Caterina non si sman- 
tellasse e ne aveva molto innanzi già tenuto proposito dopo che 
il Re lo aveva occupato. 

Quel forte, demolito, avrebbe lasciato più facile il passo ai 
calvinisti di Ginevra. Ma la notte stessa di quel giorno della con- 
clusione del trattato, ecco il Re ordinare di abbattere il forte di 
S. Caterina. 

Era un mancar di parola, e il Legato, adontatosene fortemente, 
mandava a dirgli: « Che egli non pure non credeva di essere 
obbligato di servar la sua o farla servare alli Deputali di Savoia, 
ma per procedere più cavallerescamente che poteva, havendo ri- 
guardo più al suo nascimento et alle sue qualità che al merito 
del caso, levava espressamente la parola al Re, e si dichiarava 



33G L. Foii 

libero, pretendendo che dalla parie di Sua Maestà si fusse man- 
cato e di dover ricevere soddisfatione ». 11 contegno dignitoso e 
autorevole dell' Aldobrandino onora altamente il carattere della 
diplomazia italiana, ed è degno di essere notato in tempi, in cui 
la prudenza politica e la ragion di Stalo sembrano consigliare una 
grande moderazione nel risentimento per le offese al decoro na- 
zionale. Egli pose in iscritto le sue dichiarazioni, non contento 
di avere si alto levato la voce, e spedì la scrittura al Re. Vivo e 
presente è il ricordo che il Cardinale, diciannove anni dopo, fa 
di questo incidente, dove narra come ottenesse la dovuta ripara- 
zione dai Ministri e dal Re e il compenso per Casa di Savoia. 

Profittò il Legalo di questa soddisfazione per stringere i panni 
agli Ambasciatori del Duca. Da loro ottenne la dichiarazione 
scritta V8 gennaio 1601, senza della quale ben si vede per la Be- 
lazione del Legato come la pace non si sarebbe effettuata mai più; 
perchè il Duca, che scrisse ai suoi Ambasciatori di non più sot- 
toscrivere i Capitoli della pace, certamente era entrato in nuove 
speranze per i raggiri degli Spagnoli e per le mene del Mare- 
sciallo di Biron. 

Ma ricevuta questa lettera da loro, se ne andarono subito 
dal Legato, e conferitogli l'ordine che tenevano, si scusarono di 
non poter sottoscrivere i Capitoli. Il Legato, benché spesso s'in- 
fastidisse di sì spessi accidenti e ne prendesse gran travaglio; 
non di meno, fatto coraggio, e pensando quanto più erano spessi 
gli accidenti e maggiori, più fusse da stringere i Deputati a sot- 
toscrivere, altrimenti non si farebbe mai niente, disse loro: Avver- 
tissero bene quel che facevano; che il negar di sottoscrivere, 
era un porre il mondo sottosopra e tirare una colpa grande so- 
pra di loro medesimi e sopra il loro padrone: la parola era già 
data et il non sottoscrivere era mancamento che si faceva non 
solo ai Francesi, ma a lui che 1' haveva data per loro et a loro 
istanza : il Re se ne terrebbe offeso e pensarebbe che fusse un 
fargli un tiro per vendicarsi dell'accidente del forte di S. Cate- 
rina e si piccarebbe di sorte che non farebbe più la pace : e sì 
come si erano tutti doluti del Re, che, dopo la parola data, ha- 
vesse innovato, così si potrebbe ciascuno doler di loro e del 
Duca, che, dopo la parola data, non volesse passare innanzi. 



IL CAUDIXAI.E ALDOBKANDINI E IL TRATTATO I>I MONE 337 

Quell'ordine del Duca non e^^ser arrivato a tempo, né haver 
Irovalo la cosa da farsi, ma fatta; onde non esser da osservare; 
perché non poteva il Duca, quando scrisse quella lettera, sapere 
in che slato il Negozio fusse ; né ciò voler dir altro, senonchè 
non facessero la pace, quando non fusse falla; mentre era data 
la parola: che la scrittura si fa, perchè ne rimanga la prova; 
ma la parola conclude i negotii : e pure anche la scrittura si po- 
teva dar falla, poiché era stata rivista et appuntata e slabilila di 
comun consenso ». 

Concluse, che voleva si osservasse la parola e sottoscrives- 
sero i Capitoli. Ma i Deputati ricusavano; che ne andava loro la 
testa. In questo contrasto, pensarono di pigliar il parere dell'Am- 
basciator di Spagna. Piacque al Legato che mandò il Patriarca 
subilo ad informarlo; ma pregò lutti che si tenesse la cosa segreta, 
dubitando che venendo all'orecchie del Re, s'insospettisse e non 
volesse che i suoi Deputati sottoscrivessero. 

« Arrivati dall'Ambasciatore i Deputati di Savoia e trovatovi 
già il Patriarca, dopo haver parlato alquanto con l'Ambasciatore 
medesimo, fecero un congresso tutti insieme, e si dispulò la cosa 
lungamente; et i Deputali sfoderorno gli ordini loro per poterli 
essaminare; e si vidde che il Duca aveva comandato che si fa- 
cesse la pace e si sottoscrivesse non solo prima dell'accidente 
del forte di S. Caterina, ma dopo ancora ». Così l'Aldobrandino. 

Alle esortazioni del Legato si aggiunse il parere del Tassi, 
e gli Ambasciatori del Duca accettarono dal Cardinale la scrittura 
dell' li gennaio 1601 e firmarono i Capitoli. 

Con che, non ha termine la Relazione, la quale si diffonde 
ancora lungamente per riportare tutte le pratiche fatte per tirare 
il Duca alla ratifica della pace entro il mese prescritto. Qui il Le- 
gato spiegò una meravigliosa attività e un fine tatto di Diploma- 
tico provello; poiché riusci a stornare i Francesi di ritornare alle 
armi, quando finito il primo mese, ottenne la proroga di un altro 
e più; sollecitò un colloquio col Duca e col Conte di Fuentes, 
spedì e rispedì al Nunzio di Spagna, e risolse di partire per 
r Italia egli stesso. 

Tutte queste pratiche, di una difficoltà somma, non sono rac- 
contale dal Bentivoglio, e quindi non sono note agli storici. Non 
slimo di doverle riassumere sulle 20 pagine ultime della Rela- 

22 



338 L. FUMI 

zione, perchè saranno più gradile leggerle a stampa insieme e 
non disgiunte da tutta la importante scrittura. La quale è non 
solo una testimonianza singolare della abilità diplomatica dell'Al- 
dobrandino, e il documento fondamentale della storia del trattato 
di Lione, ma altresì un nuovo libro per la letteratura del secolo 
XVI e dei primi del XVI 1, in cui la chiarezza, l'ordine e la forma^ 
tuttoché soverchiamente prolissa, danno all'Aldobrandino un po- 
sto di poco inferiore al Bentivoglio. 

Dice il senatore Carutti : « Nelle memorie del Cardinal Ben- 
tivoglio i discorsi e gli uffici del Cardinale Aldobrandini con Carlo 
Emanuele, col Conte di Fuentes e con Enrico IV sono diffusa- 
mente riportati.... Chi ha vaghezza nell'arte del negoziare e vo- 
glia leggerli intieri, se ne diletterà e per lo stile e per certa ma- 
niera propria dei Nunzi Romani ». 

Che se dopo questa nuova pubblicazione Carlo Emanuele I 
ne uscirà in opinione al disotto a quella che per le storie si ha 
di lui, non per questo è scemalo il vantaggio che venne al Pie- 
monte e all' Italia dal trattato di Lione, di cui può ormai dirsi 
senza dubbio autore il Cardinale Pietro Aldobrandino. 

Orvieto, 20 maggio 1896. 

L. Fumi. 



33*) 



SULLE FONTI 



DEI 



FIORETTI DI S. FRANCESCO 



Pochi libri son cosi universalmente conosciuti di nome come 
i Fioretti di s. Francesco : pure pochi anche son quelli che li 
abbiano letti interi. 1 più si fermano a frale Lupo, e quelli che 
hanno il senso delle cose spirituali tengono il segnale, se pos- 
siedono il libro, al capitolo della perfetta letizia. Difalli quelli son 
due capitoli caralteristici ; perchè l'uno ci dà s. Francesco com'è 
vivo nella memoria del popolo, l'altro, com'era inteso e ricordalo 
dai suoi più fedeli seguaci : ma in questi due capitoli non son 
tutti i Fioretti. Leggendoli ordinatamente, altre figure ad una ad 
una attirano la nostra attenzione per alcuni tratti caratteristici, 
che ce le danno non interamente disegnale e colorile, ma vive. 
Sono i primi compagni di lui, quelli che ebbero per eccellenza il 
nome di sodi: frate Bernardo « che si scalzò primo » e dette 
tutti i suoi beni ai poveri per seguire s. Francesco, e di lui non 
si dimentica la benedizione che ebbe come « primogenito » dalla 
mano destra del Padre in contrapposto di frate Elia, vicario di 
lui, ma non erede del suo spirito. Viene poi frate Leone « pe- 
corella di Dio w, che ci si manifesta in tutta la sua semplicità 
coi due colloqui della perfetta letizia e del novo mattutino degl'im- 
properi mutati in lodi. Poi frale Masseo, che vediamo ancora come 
s. Francesco lo fece aggirare intorno più volle nel Irebbio, per 
sapere quale via dovessero prendere, e la refezione del pane ac- 
cattalo con s. Francesco alla mensa della pietra così bella e della 
fonte così chiara. Poi santa Chiara e il desinare di santa Maria 



MO G. STADERINI 

degli Angeli, dove la prima vivanda fu « il parlare di Dio si dol- 
cemente, sì altamente, sì meravigliosamente, che tutti furono ra- 
piti in Dio ». Altri capitoli parlano direttamente di s. Francesco, 
la predica agli uccelli, il capitolo delle stuoie, la vigna del prete 
da Rieti, il lupo di Gubbio, le tortore selvatiche. Poi tornano, 
senz'ordine, frate Rufino con le sue tentazioni e ancora gli altri 
già nominati, e frate Egidio col colloquio silenzioso avuto con 
s. Luigi re di Francia. Vengono poi i santi delle seguenti genera- 
zioni : sant'Antonio, Corrado da Offida, Giovanni della Penna, Ia- 
copo della Massa, Giovanni della Verna e Iacopo da Fallerona ; 
sant'Antonio coi suoi stupendi miracoli, gli altri con le estasi e 
le visioni, che ci fanno qualche volta ricordare esser loro con- 
temporanei di Dante. Finalmente abbiamo un'operetta a sé : « le 
considerazioni delle sacre sante Istimate di s. "Francesco » e, nelle 
edizioni a stampa dopo quella del Cesari, la vita di frate Ginepro 
e quella di frate Egidio con la sua dottrina e i suoi detti. 

Lasciando per ora i vari capitoli inediti o recentemente pub- 
blicati come tali, prendo a esaminare questa raccolta, come è data 
da quel codice Manelli, la cui superiorità su tutti gli altri è stata 
giustamente messa in luce da L. Manzoni. 

Chi legge per la prima volta i Fioretti ne riceve un' impres- 
sione indistinta così pura e soave, che si stenta a forzar la mente 
all'analisi : pure, poiché si tratta di fiori di varia natura, merita 
conto fermarci un momento, per vedere quali son quelli veramente 
vivi, onde sentiamo la freschezza e il profumo. Vedremo difatti 
che un esame particolareggiato di questa raccolta ci conduce a 
studiare e riconoscere il pregio di alcune tra le più antiche me- 
morie francescane, e che d'altra parte il valore di queste più vi- 
cine ai fatti che narrano, dà a certe parti di questo libro pregiate 
finora solo per la loro bellezza, anche un'autorità storica non tra- 
scurabile. 

Ora il primo desiderio che viene a una persona mediocre- 
mente colta e che sappia come i Fioretti sono una traduzione, è 
d'andar a vedere l'originale. Quale fosse quest'originale s'è molto 
cercato. La storia di queste ricerche fatta già dall'Alvisi (1) e dal 



(1) In MoRANDi, Antol. critica, ed. 8a, pagine 300-2. 



SULLE FONTI DEI FIORETTI 341 

Manzoni (1) riassinno qui, solo accennandola, nei punii più es- 
senziali. 

Naluralmente, quelli che più degli altri avevano uno stitnolo 
o solo un'occasione a tali ricerche, e nell'abbondanza dei mezzi, 
più probabilità di scoperta, erano i Francescani ; e appunto un 
Francescano, il Wadding (2), ò il primo che rovistando i tanti 
scritti del suo ordine indica un Floretum, testo latino dei Fio- 
retti ; ma per un pezzo senz'eco. L'Affò (3) riscontra nei Fioretti 
capitoli fedelmente tradotti dalle CrunacJie dei AXIV Generali: 
gli Accademici della Crusca (4) li registrano come volgarizza- 
mento di una parte delle Conformitates ^s•. Francisci di fra Bar- 
tolomeo degli Albizzi (che invece, come fu poi notato, è poste- 
riore (5)). Il Barbieri (0) indica lo Speculum vitae b. Francisci 
et sociorum eius. L'Alvisi nel convento di s, Isidoro a Roma 
trova il codice, a cui alludeva il Wadding, col titolo di Actus 
s. Francisci et sociorum eius, e lo segnala agli studiosi come testo 
latino dei Fioretti. 

Relazione tra i « Fioretti » e gli « Actus ». 

La rispondenza dei Fioretti agli Actus è come di traduzione 
fedele ad originale ; ma un semplice confronto dei due indici ci 
mostra divergenze che non si possono trascurare. Perchè negli 
Actus di s. Isidoro noi abbiamo diciassette capitoli che non han 
riscontro nei Fioretti e viceversa otto capitoli di questi, oltre 
quasi tutta l'operetta delle Considerazioni sulle Stimmate, non han 
rispondenti nel testo latino di quel codice. Sicché non possiamo 
dire che i Fioretti, quali li abbiamo nel cod. Manelli, derivino 
direttamente dalla raccolta rappresentata a noi dal cod. di s. Isi- 
doro : piuttosto da una simile, dove, con la libertà usata ordina- 
riamente dai raccoglitori delle memorie Francescane, come di 



(1) In Misceli. Frane, 1889, voi. Ili, fase. IV e seguenti. 

{2} Script, ord. Min., pag. 179. 

(3) Cantici volgari di S. Fr., Guastalla, 1777, p. CI. 

(-1) Voc., Va Impress., 1843. 

(5) \: Opus conformitatum fu presentato al capitolo gcn. dell'ordine il 1399, e 
vi sono codici dei Fioretti anteriori; per esempio il codice Manelli (della Nazionale di 
Firenze, Race, palat.. E, ">, 9, 84) è del 1396. 

(6; Fioretti; Parma, 18.V.), p. VII. 



342 G. STADERINI 

esempi a scopo d'edificazione, erano stali probabilmente aggiunti 
altri capitoli, gli altri capitoli che abbiam notato mancanti nel 
cod. di s. Isidoro : ed è notevole che, tranne due derivanti da 
altre fonti più antiche, gli altri hanno tutti evidentemente un'ori- 
gine locale, essendo lutti di cose appartenenti alla provincia della 
Marca. Sicché per il nostro scopo noi possiamo per ora metter 
da parte i Fioretti e prendere in esame direttamente gli Actus. 

Ricerca delle Fonti. 

Come già s' è detto parlando dei Fioretti, che in questa parte 
corrispondono perfettamente agli Actus, noi troviamo prima ca- 
pitoli riguardanti non s. Francesco, ma alcuni dei primi socii, 
Bernardo, Leone, Masseo, Rufino, Egidio, e inoltre tre capitoli 
che parlano di santa Chiara. Ora gli stessi capitoli noi troviamo 
in un'altra opera assai importante, perchè è quasi un'enciclopedia 
storica dei primi due secoli dell'ordine, che porta volgarmente il 
nome di Cronache dei XXIV Generali. Senza dubbio esse son 
posteriori alla compilazione degli Actus, risultando chiara la loro 
data dall'ultimo Generale (1), di cui danno la storia: ma questi 
racconti riguardanti i primi socii, che in esse sono in gruppi re- 
cisamente staccati, come tante vite a sé, ciascuna col suo Incipit e 
quasi tutte con una introduzione, più ricche di fatti che negli 
Actus, queste vite donde le ha tratte il compilatore delle Crona- 
che? Esistevano già in quella forma? 11 proemio stesso di quella 
compilazione può sembrar che le additi (2) : quaedam notabilia, quae 
in aliquihus legendis, tractatibus, processibus, cronicis dispersa 
repperi... nec non de vitis sanctorum fratrum inspecta quantum 
potai... recollegi; ma quest'ultima frase, oltreché può essere che 
si riferisca solo alle vite dei santi frali posteriori, di molti dei 
quali si parla nelle Cronache e che le notizie sui primi socii siano 
attinte da qualcuna delle altre categorie di fonti indicate, non ri- 
sponde poi nemmeno con sicuro significato alla nostra domanda. 
Una risposta sicura danno le Cronache solo per la vita di frate 
Egidio, composta, come dice nel suo proemio l'autore, di cose che 
egli ha vedute e udite dal santo stesso o udite da suoi intimi 



(1) Eletto nel 1373. 

(2) Dal bellissimo cod. dell'Angelica di Roma, Fondo Novelli, 1752. 



SULLE FONTI DEI l'IOUETTI 343 

compagni, e un di questi v' è in un lungo nominalo fr. Paulus 
de Prato. Per altra via che le Cronache conosciamo poi le vite 
o leggende di santa Chiara e di s. Antonio scritte, la prima cer- 
tamente, probabilmente la seconda, da Tommaso da Celano, da un 
contemporaneo dunque ; e son le vite stesse che danno le Cro- 
nache. Finalmente non mi par trascurabile, se si mette insieme 
con questi dati, quel passo di Tommaso nella 2» Vita, interrom- 
pendo il suo elogio su frate Bernardo: sed huius liernardi laudes 
■aliis narrandaa relinquimus. 

K da notare però che in queste vile dateci dalle Cronache 
mancano due capitoli, uno di frate Masseo e uno di frate Leone, 
che si ritrovano nelle edizioni a stampa dei Fioretti. Dell'ultimo 
dei due specialmente fa impressione la mancanza : è il capitolo 
della perfetta letizia, quello che ci rivela più serena e profonda 
J'anima di s. Francesco. Si potrebbe pensare che questi apparte- 
nessero (per la forma, s'intende) al compilatore degli ^4c^ms ; ma 
negli Actus possiamo determinare per eliminazione i capitoli che, 
a notizia nostra, non risalgono a fonti anteriori, e ad essi manca 
appunto quel carattere di semplice fedeltà al vero, quel candore 
incomparabile che è proprio specialmente del colloquio sulla per- 
fetta letizia ; e d'altra parte, per ammettere che ne fosse lui l'au- 
tore, bisognerebbe riconoscergli una natura d'artista, quale tutta 
l'opera sua, dove si può creder veramente sua, non ci lascia nem- 
meno supporre. L'unica conclusione che si può trarre da questa 
mancanza è che le Cronache non ci conservano queste vite in- 
tere : né questo fa meraviglia in un'opera, che, sebbene accurata 
quanto soglion essere le più accurate opere francescane, vuol rac- 
cogliere però troppe cose, perchè non ne vada smarrita qualcuna. 

Alle Cronache dunque dobbiamo ricorrere per aver un'idea 
di queste vite, fino a che qualche fortunata scoperta non ci dia 
intera anche questa parte preziosa dell'antica letteratura france- 
scana. Il dialogo di Crescenzio da Iesi con le sue attraenti parole 
iniziali : Venerabilium gesta patrum, per quel che se ne può ar- 
gomentare dagli estratti che ne danno le Cronache slesse e dalla 
stessa forma dialogica, non soddisferebbe probabilmente molto, se 
si fosse conservato, questo nostro desiderio. 

Assai più facile a determinare è la provenienza delle parti 
che riguardano la Verna e la Porziuncola. La Verna dalle Slira- 



344 G. STADERINI 

male, la Porziuncola dal Perdono erano slate consacrale come i 
due santuari francescani : era ben naturale che conservassero 
anche in iscritto il ricordo di privilegi, di grazie divine, onde ve- 
niva la vita loro spirituale e materiale. 

Per la Verna, il primo racconto che ci si presenta, quello 
appunto de incentione montis alvernae, porta chiara la testimo- 
nianza della sua origine nelle famose parole, con cui esso finisce : 
Hanc ystoriam habuit fratev iacohus de massa ab ore fratria 
leonis et frater agolinus de monte fS.J Marie ab ore dicti fra- 
tris iacobi et ego qui scriba ab ore fratris Ugolini viri fide digni 
et boni. A proposito delle quali è da notarsi, come già è stalo 
notato da altri, che il nome di frate Ugolino del Monte S. Maria 
appare un'altra volta nei Fioretti come nome d'autore, nel capi- 
tolo che racconta di fra Giovanni della Penna (XIV) ; dimo- 
doché queste due indicazioni ci mettono sulla via per ritrovare 
la provenienza di alcune parti di questa raccolta non derivanti da 
fonti già note. 

Quanto poi alla Porziuncola, appunto nell'opuscolo sulle sue 
prerogative e sul Perdono, che compilò, com'è nolo, nella 1» metà 
del sec. XIV fra Bartolo d'Assisi, si trovano i capitoli ad essa 
relativi degli Actus di s. Isidoro. Può essere che in questo mano- 
scritto quel piccolo gruppo di racconti e d'attestazione sull'Indul- 
genza non sia che un estratto del libro di fra Bartolo ; e allora 
bisognerebbe pensare a un'interpolazione posteriore, perchè diffi- 
cilmente si può ammettere, dato eh' esso servì all'autore della rac- 
colta avignonese (1), che il libro degli Actus sia posteriore alla 
compilazione del liber sacrce indulgentice : ma poiché fra Bar- 
tolo stesso cita come materiali raccolti in questo i racconti e le 
attestazioni delle leggende antiche e delle nuove e gli altri detti 
dei socii intorno al luogo della Porziuncola e alla singolare sua 
santità e tutto quello che potè trovare riguardo all' indulgenza e i 
miracoli relativi ad essa, può essere che a queste stesse fonti abbia 
attinto direttamente il compilatore degli Actus. A questi capitoli 
due altri si trovano innestali, più brevi, pure relativi alla Por- 
ziuncola, ma d' indole diversa, trascritti fedelmente dalla 2" Vita 



(1) Adotto la denominazione che al Salvadori (v. più giù, pag. 362) pare più chiara 
dell'altra « Antif/ua legenda », per indicare la raccolta di memorie francescane con- 
.servataci nel cod. vat. <1354. 



SULLE FONTI DEI KlOUETTI 345 

d'i Tommaso da Celano. Un dubbio può sorgere dal capitolo che 
è primo in questo gruppo e che racconta l'acquisto della chiesa 
di Santa Maria degli Angeli. Esso si trova nella stessa forma 
in un'altra opera francescana, sul cui valore recentemente s'è 
molto parlato, ma che ancora merita tutta la nostra attenzione ; 
lo SpecuLiuìc perj'ect ionia: si ritrova anzi in quella parte dell'opera 
che è sembrata più sospetta ed è invece quella che, se mai, ne 
assicura meglio l'autenticità. A quest'opera stessa ci riporta un 
altro racconto degli Actus, quello della tentazione de' topi e del 
miracolo della vigna, in cui già il Della Giovanna (1) riconobbe 
« un rimaneggiamento di due capitoli éeWo SptcìtLum »; rimaneg- 
giamento in cui, osservo subito, è soppressa la parte che narra 
l'origine del Cantico del Sole. 

Altri capitoli sono negli Actus riguardanti s. Francesco, che 
non appaiono o non nella stessa forma in altra delle fonti fran- 
cescane an-teriori che io conosco. Basta leggerli attentamente, per 
osservare un carattere speciale che nella loro varietà è loro co- 
mune : son lutti miracoli o fatti slraordinarii, e quelli che d'altra 
fonte vi si trovano hanno qui trasformazioni o aggiunte, in cui si 
può riconoscere lo stesso carattere, d'un meraviglioso, cioè, im- 
prontato d'un realismo un po' grossolano. Tra questi notevole è il 
miracolo del lupo di Gubbio, dove s. Francesco inteso solo come 
poteva essere dal popolo, conserva pure la sua geniale, arguta e 
amabile semplicità. Non si creda dall'esser questo racconto tra i 
capitoli che abbiamo cosi caratterizzati, che esso sia pura invenzione : 
già Tommaso da Celano parla di lupi addomesticati da s. Fran- 
cesco, e anche questo è un esempio del reciproco amore tanto 
notato dai contemporanei Ira il Santo e tutte le creature sue so- 
relle. Questo spiega forse come al racconto del lupo segua quello, 
che non pare punto meraviglioso, delle tortole selvatiche ; stando 
insieme altrove, non è improbabile che anche qui il lupo diventato 
fratello si sia tirato dietro le sorelle tortole. Dico, non è impro- 
babile : ma, chi osservi la chiusa del racconto, e come tutto il 
sugo d'esso pare raccolto li, in quel fanciullo, che per le tor- 
tole date a s. Francesco « factus est postea fr. Minor », più 
naturalmente, mi pare, va riconnesso cogli esempi di conversioni 



(1) S. Frane, d' A. giullare, in Giorn. st. della lett. it., fase. 73. 



346 G. STADERINI 

o di salutari operazioni della Provvidenza antecedenti e susse- 
guenti a questo nella stessa raccolta. 

Un'altra serie di capitoli troviamo negli Actus di s. Isidoro 
riguardanti la vita di Corrado da Offida, Pietro da Monlecchio, 
Giovanni della Verna, Giovanni della Penna, tutti marchegiani. 
Evidentemente essi hanno origine da vite di questi santi frati, 
(quella di Giovanni della Verna, che è la più lunga, ci è data di 
fatto dalle Cronache). Delle quali un esempio bellissimo ci è dato 
nei due capitoli degli Actus che raccontano dei due studenti bo- 
lognesi Pellegrino e Richieri, che negli Actus di s. Isidoro tro- 
viamo invertiti, ma mantengono il loro ordine nello Speculum 
vitae (da e. 148 v. a e. 150 v.) ; sono una breve e intera leggenda 
antica francescana nata nel luogo stesso^ dove colui di cui si nar- 
rava era morto e col carattere di ricordo utile all'occasione per i 
processi. 

Con questi capitoli degli Actus vanno, e per il posto che oc- 
cupano e per la materia, quelli dei Fioretti che gli Actus di s. Isi- 
doro non hanno e che han comune con essi l'origine dalla pro- 
vincia della Marca : è evidente, dalla stessa fonte chi ha attinto 
più, chi meno. Restano i capitoli che han per carattere 1' ostilità 
contro frale Elia : dei quali il primo ci appare quasi fin dal prin- 
cipio degli Actus a proposito di Bernardo, che anche altre me- 
morie ci rappresentano come suo contrario. Chi raffronti questi 
capitoli con quelli dello Speculum vitae da e. 167 a e. 172 come 
un'interpolazione nella vita di frate Egidio, vedrà che v'era tutta 
una piccola letteratura contraria ad Elia, proveniente dalla parte 
spirituale dell'Ordine (1); e non farebbe meraviglia che anche que- 
sta si trovasse raccolta in un libello contro il prepotente Generale. 

Sicché le fonti degli Actus sono : 

1.0 Le vile dei socii più insigni scritte probabilmente da 
altri socii ; quella di santa Chiara certamente, e probabilmente 
quella di s. Antonio scritta da Tommaso da Celano: e quelle, dif- 
ferenti d'età e di carattere, dei Minori di santa vita appartenenti 
alla 2° e alla 3» generazione francescana. 

2.° Opuscoli locali riguardanti la Porziuncola e l'Indulgenza 



(1) Lo dimostrano anche gli accenni delle Vite e l' opuscoìx> di SaUmbene che si 
intitola II prelato. 



Sl'LLE FONTI DKl l'IOKIOTTI 347 

del Perdono, la Verna e le Slitnmale ; che ancora, non imporla 
se in altre redazioni, sono giunti tino a noi. 

3.° Lo Speculum perfectionis. 

4.0 Un probabile Liher ìniraculurnìii perduto. 

5.0 Scritti polemici contro frate Elia. 
I capitoli dei Fioretti che non hanno riscontro negli Actua 
di s. Isidoro risalgono anch'essi a queste medesime fonti, fuorché 
le considerazioni sulle Stimmate, la cui fonte è in massima parte 
s. Bonaventura — Vita s. Francisci, cap. XIII, De Stigmatibus 
sacris — con ampliamenti e interpolazioni varie, che vedremo in 
un esame più particolare. 

Analisi particolare. 

Le Cronache dei XXIV Generali hanno sotto il titolo di Mia 
Jratris Bernardi tutti i capitoli che sono negli Actus più uno sulla 
missione a Firenze tolto dalla leggenda dei tre socii e, nel capitolo 
della benedizione data in morte cancellatis manibus da s. Fran- 
cesco, il racconto d'un' altra benedizione precedente, che si ri- 
trova neWo Speculum perfectionis e che pare un duplicato di quella, 
sostituito a Elia, per contrapposto di Bernardo, Egidio (è proba- 
bile invece che la sostituzione sia slata l'inversa): e ancora, man- 
cano negli Actus alcuni altri tratti più brevi, come quello di Ber- 
nardo, che dietro Elia cavalcante un cavallo nimis altus et grossufi 
J'ortiter insufflabat et percutiebat (jroppam; o dell'acqua rosacea 
rifiutata da lui infermo perchè impedimento al meditare. Son come 
disgregati ricordi, e a chi si debbano non possiamo determinare 
con precisione; possiamo dir solo quel che dice il proemio della 
raccolta avignonese, che queste notizie dei socii si debbono ad altri 
socii: scripta socioruni exprimentia' titani et gesta <^ 6*/-' ^ 
sociorumque eius. 

Con un carattere più evidente di vita ci appare nelle stesse 
Cronache quella di Leone; è una serie di capitoli ben concate- 
nata, che ci dà tutte le notizie che abbiamo di lui nelle memorie 
francescane a noi note fino alla sua morte e sepoltura, con una 
introduzione ricca d'immagini, quasi come un ornato ingresso, che 
somiglia molto a quella della vita di Rufino: Quasi vas auri so- 
liduni onxni lapide precioso pignientoruni suavitate confertuni inter 



348 G. STADERINI 

beati Francisci socios resplenduit frater leo eius secretarius et 
confessor, quia virtutum quasi gemmar uni varietale tenendo vitam 
activam modo mirabili adunatam, tandem fuit in vite contempla- 
tive (sic) in ortum aromatum et regis cellam vinariam introdu- 
ctus. Così introdotti nella vita di « frate pecorella », non si resta 
un po' sorpresi a guardare questo gemmato stile? perchè la nar- 
razione di quella vita è veramente tutta, come la vita ch'essa ri- 
specchia, d'una « semplicità colombina », e quel proemio è lumi- 
noso invece come l'aureola d'un santo. Chi può averlo scritto? 
Espongo una congettura, così come m'è venuta, l.o stesso con- 
trasto col proemio, che colpisce qui come nella vita di Rufino, 
avevo notato leggendo il pi'ologo lutto sfolgorante d'immagini che 
è in fronte all'umile Leggenda dei Tre Socii. Ora questo veramente 
poetico prologo ha una singolare evidente somiglianza con quel 
tratto di Tommaso da Celano nella 1» vita che è, si direbbe, uno 
splendido saluto della poesia all'apparir di Francesco. Più che 
imitazione, pare riproduzione; e poiché imitazione qui molto dif- 
ficilmente si può ammettere, è molto probabile che l'autore sia 
appunto Tommaso. 11 latino della Leggenda stessa dei Tre Socii, 
se si confronta col latino dello Speculum perfeclionis, che, come 
vedremo, ci conserva nella loro forma più genuina i ricordi tra 
gli altri, dei tre socii, non pare un po' meno rozzo di questo, un 
po' più ripulito? non si direbbe ricorretto? Cosi dicendo, ho 
espresso una congettura sull'intervento di Tommaso nella Leggenda 
dei Tre Socii: non mi pare improbabile che egli stesso abbia vo- 
luto o accettato di presentare, quasi, con la sua parola ornata le 
due umili vite di Leone e di Rufino, di cui sentiva bene, per 
usare una sua espressione, « la gloriosa semplicità ». 

Tornando dunque agli Actus, tutti i capitoli che essi danno su 
fra Leone si riscontrano in questa vita che si legge, molto proba- 
bilmente intera e nella sua forma primitiva, nelle Cronache dei 
XXIV Generali. Del capitolo sulla perfetta letizia che vi manca, 
s'è già detto nell'introduzione. 

Anche per frate Leone gli Actus ci danno, com'è naturale^ 
una scelta. Due tra gli altri non ne riportano, che si trovano nello 
Speculum perfectionis : l'uno, le famose parole scritte da Leone a 
Corrado da Offida e depositate da questo a s. Damiano, così im- 
portanti, come vedremo, per la storia dello Speculum; l'altro per 



SULLE FONTI OKI FIORETTI 349 

il quale pure è fonie Leone slesso, la visione in cui Crislo si la- 
menta con lui dei vizi de' frali. 

Mancano negli Actus di s. Isidoro: un suo dubbio sulla ver- 
ginità di s. Francesco che si trova incastrato in una delle con- 
siderazioni sulle Stimmate; tre visioni, di s. Francesco apparente 
con ali ed unghie, dei frati arrampicantisi nel giudizio divino su 
per le due scale vermiglia e bianca, dei frali che passano il gran 
fiume od annegano, se liberi o coi fardelli, le quali si trovano qua 
e là in qualche codice dei Fioretti. Né dagli Actus, né da alcun 
codice, che io sappia, dei Fioretti, non son riportati : il capitolo 
de zelo ad ecangelicam paupertatem, che narra della conca mar- 
morea eretta da Elia nel tempio d'Assisi e spezzata da Leone, il 
gratum miraculum quo impetravit lac cetulae ad parculum na- 
triendum, e finalmente una visione annunzianle la morte di Rufino. 

Notevole è il capitolo primo di questa vita che corrisponde 
alla 2a metà del capitolo degli Actus, De incentione montis alcer- 
nae, il noto racconto di cui come prima fonte è indicato negli 
Actus, non nel testo delle Cronaclie, frate Leone. 

La vita di Masseo, ben diversamente da quella di Leone, ha 
un esordio che parrebbe tolto a un'opera di carattere più gene- 
rale: somiglia agli esordi che hanno certi capitoli degli Actus: 
Pastor sanctissimus beatus pater Franciscus grerjem suum gene- 
raliter sollicite cvstodiens et gubernans singulari tamen super 
sotiorum suorum custodia diligentius vigilabai. Et ideo pvudenter 
considerans quod frater Masseus de virtute cresceret in virtutem... 
gli assegna « l'ufficio della porta, della limosina e della cucina ». 
Ma i capitoli di questa vita hanno lutti ben chiara quell'impronta 
stessa d'ingenua fedeltà al vero, che han le vite di Leone o di 
Rufino: alcuni anzi sono tra i più freschi, i più belli dei Fioretti. 
Anche qui, come per Bernardo resta ignoto l'autore, ma difficil- 
mente si può ammettere ch'esso non sia uno dei primi minori o 
uno che abbia avuto tali racconti da uno di loro (1). 



(1) Notevole questo passo che non si trova negli Actus: « Iste fi*. Masseus fuit 

cum beato Francisco, quando indulgentiam plenariam in sancta Maria de Portiuncula 
Perusii a dno papa impetravit », che mi ricorda il passo degli Actus (cod. di s. Isidoro, 
e. 22 v.) « sicut recitavit fr. iacobus de massa, sanctus homo, qui omnia supradicta 



350 G. STADERIXI 

Come per fra Leone manca il caratteristico capitolo della per- 
fetta letizia, per frale Masseo manca quello anche così vivace de- 
gli Actus con quell'interrogazione improvvisa: Unde tihif Unde 
tibif Unde Uhi? 

Non son riportali negli Actus Ire brevi capitoli: de eius or-a- 
iione et abundantia lacrymarum, d'un singoiar turbamento nella 
sua faccia naturallter semper iocunda, e un terzo, quantum sihì 
murmura dislicehant. I capitoli riportati dagli Actus hanno al 
solito un preambolo più o meno lungo, pieno d'unzione. 

La vita di Rufino l'abbiamo già messa accanto per il suo 
proemio con quella di Leone e anch'essa, come questa, pare, 
qual'è nelle Cronache, una vita intera. Vi si riscontrano precisa- 
mente tutti i capitoli, che leggiamo, con qualche aggiunta e qual- 
che omissione, negli Actus: aggiunte ed omissioni che servono a 
spiegarci meglio che scopo avesse questa compilazione. E comin- 
ciamo dal proemio com'è nelle Cronache. Quasi arcus refulgens 
inter divine contempiationis nebulas varietate virtutum picturatus 
in civitate Assisii a pii (sic) exemplari vita resplenduit et inter 
alias beati Francisci discipuLos caritatis rubare Lilia (sic: lilii?) 
pmritatis candore enituit ac generalis fragravit redalentia san- 
ctitatis Negli Actus il capitolo corrispondente al primo di questa 
vita non ha più quest'introduzione: al suo luogo ce n'è un'altra, 
sulla penetrazione che avea s. Francesco, « tamquam bonus pa- 
stor », dei segreti dei suoi; e Rufino è citalo come l'esempio più 
opportuno (« ut unum de multis commemorem ») e finito l'esempio, 
ripiglia difatti il discorso di prima (« sicut bonus pastor aves suas 
noverai » etc.) e cita ancora altri esempi (fr. Helias, fr. Johannes 
de Gapella, fr. cuius guttur tenebat diabolus, etc). Lo slesso si 
vede nel cap. Qualiter vidit plagam lateris s. Francisci, dove, a 
differenza dal testo delle Cronache^ il soggetto principale è sem- 
pre s. Francesco. Due capitoli mancano negli Actus. L'uno è una 
visione: Rufino e Leone son gravemente infermi alla Porziuncola: 



habuit ab ore fratris massei, qui in iUo miraculo (la predica agli uccelli) fuit socius 
sancti patris Francisci ». 

I Sodi in tanto hanno importanza, in genere, in quanto testimoni della sua vita 
e della sua parola. Il nos qui cum iìiso fuimus non é che il suggello necessario e na- 
tui'ale d'ogni loro testimonianza. 



SULLE KONTI DEI FIOUKTTI 351 

Leone vede in sogno una processione di Minori, Ira cui con oc- 
chi raggianti Bernardo nnorlo prima, che vengono a prendere 
un'anima morihonda; ed egli crede di sé, ma Rufino lo trae d'm- 
ganno: clarissinie vigilando ha veduto egli venire a sé con lulla 
quella turba Francesco e d'un bacio di lui dolcissimo la bocca 
sua esala ancora tutta fragrante d'un odore meraviglioso. L'altro, 
prout fr. Conrardiifi de ()//ida persanctissinms (^sic : vir sanctis- 
simusi?) recitavit, narra d'una tremenda tentazione del demonio 
in forma d'angelo a lasciar Francesco, per ritirarsi in solitudine, 
ed ha una gran somiglianza con l'altro ad esso seguente nelle 
Cronache, riportato dagli Acius, dove il demonio appare in forma 
di Cristo: dei due racconti simili in quello che ha scelto il com- 
pilatore (se l'ha scelto) ha molto maggior parte s. Francesco, ed 
è notevole quella prolissità che amano in genere i libri devoti. 

Con frate Egidio si fa un po' più di luce, grazie, come s'è 
detto, al proemio della vita sua che si legge nelle Cronache: « ... ad 
dei honorem et ad audientium utilitalem aliqua cerha domini et ma- 
gnifica opera que in beatissimo patre nostro fratre Egidio ope- 
ratus est spiritica sanctus prout a suis sotiis intellexi et ah eodem 
viro sancto cui familiaris fui experientia didici licet indignus 
script are commendavi ». 

1 tre socii nella lettera con cui presentano a Crescenzio da 
Jesi la loro leggenda, ricordano tra le persone che han consultato 
per essa « fratrem Johannem socium venerahilis pairis fratris 
Egida, qui plura de his habuit ab eodem fratre Egidio et san- 
ctae memoriae fratre Bernardo; e nn frate Giovanni compagno 
del detto frate Egidio » è ricordalo in un capitolo dei Fioretti 
(XLVIII) che narra di frate Jacopo della Massa. I quattro capi- 
toli che di Egidio danno gli Actus hanno in questa raccolta la 
stessa forma che nelle Cronache, senz' altra aggiunta che quella 
semplicissima chiusa caratteristica della maggior parte dei suoi 
capitoli: ad laudem domini nostri Jesu Christi. 

Restano degli Actus le vile di santa Chiara e di s. Antonio, 
per le quali non abbiamo più bisogno d'un confronto con le Cro- 
nache, essendo già note, s'è detto, come vile o leggende a sé. 
Per la prima, la leggenda di santa Chiara, non fo che trarre le 
notizie che mi paiono più opportune dal recente scritto di G. Cozza 



352 G. STADERINI 

Luzi « II codice Magliabechiano della storia di santa Chiara » 
(15 marzo 1895, inserito nel Bollettino della Società Umbra di 
Storia Patria, voi. I). 

Dal prologo ad essa dunque (che è nel cod. Magliabechiano, 
XXXVIII, n. 135) risulta scritta da Tommaso da Celano per or- 
dine di papa Alessandro IV; e notevole è la lettera (riportata 
pure in quel codice) con cui egli la presenta al papa, la quale ci 
può dire in che modo lo storiografo ufficiale dell'Ordine procedesse in 
queste sue compilazioni: « .... Reputando non essere cosa sicura 
procedere a questa opera per le informatione, le quali trovavo 
defettuose, mi disposi di havere di queste colloquio con gli com- 
pagni di s. Francesco et col venerabile collegio delle sante ver- 
gini compagne di essa beatissima Clara... Et havendo io havuto 
piena iiìformatione della santa et laudabile vita della gloriosa 
vergine Clara, dagli compagni di sancto Francesco e dal sacro 
collegio delle suore, mi disposi di procedere all'opera... et perchè 
comunemente la brevità a tutti è piacere (sic) et grata delle molte 
cose raccogliendone poche, con pieno (piano ?J et facile stile et 
simplice ordine mi sono sforzato di scriverle ». E dal prologo 
risulla come furono fatti i processi, i quali pure ebbe certamente 

in mano fr. Tommaso: « ... Bartolommeo vescovo di Spoleto 

per comandamento del beat.'>^o Innocentio papa Quarto insieme 
con M. Jacobo arciprete di Traevi et gli frati san.^i cioè frate 
Leone et frate Angelo da Rieti compagni di santo Fran.<^<^ et 
frate Marco frate m.inore et ser Martino notaio personalmente 
andò al monastero di Santo Damiano et con giuramento astrinse 
a dire la verità alquante suore di antichità et santità fam.ose 
di quello che sapevano circa la vita et conversione et miracoli 
di questa vergine Clara. Le quali cose intese diligentemente 
esaminate et fedelmente inscritte per il pubblico notaio al .so- 
prad. sommo pontefice furono destinate ». Tutto questo ho vo- 
luto trascrivere, perchè può esser utile ricordarlo anche per un'al- 
tra parte di questo studio. Di questa vita tre capitoli soli son ri- 
prodotti negli Actus tali e quali. 

Che allo stesso Tommaso da Celano si debba anche la leg- 
genda di s. Antonio è un'opinione, non so se già espressa da 
altri, certo dal P. Ilario da Parigi in una lettera del 4 marzo 1895 
allo stesso ab. Cozza-Luzi (v. in nota allo scritto stesso di quest'ul- 



SULLK FONTI DEI FIORETTI 353 

timo). Anche a me pare che a chi conosce il suo stile, il suo 
nome debba venir in mente spontaneo nel leggerla: ma, per conto 
mio, sento che ho bisogno di studiare ancora la questione, prima 
di poter dire qualche cosa di concludente in proposilo. Certo quella 
exquisila eloqiientia che tutti riconoscevano a Tommaso, come 
gli riconoscono ora i suoi lettori, era più adatta n rispecchiare la 
vita piena di meraviglie di s. Antonio, che la grande ma sem- 
plice vita di santa Chiara. Certo tra queste due vite, quella di 
s. Antonio specialmente, e le altre vite dei socii che leggiamo 
nelle Cronache, salta vivo agli occhi quel contrasto che appare 
ogni tanto a chi studia queste prime memorie francescane, tra lo 
spirilo di pura semplicità che nulla nasconde e lo spirito scola- 
stico, tra il francescano e il letterato: un letterato, sì, Tommaso, 
che era francescano e poeta, e quando, come non di rado avviene, 
lo spirito di s. Francesco e il suo istinto di poeta cospirano in- 
sieme, vibra il suo stile non frasi concettose, ma fulgori: ma per 
quanto abbia fitti gli occhi in colui « qui semper locutiotmm vita- 
vit aenigmaia et verborum faleras ignoravit n, alla relorica che 
gli ha infcjrmato la mente e che al suo tempo appariva quasi lul- 
t'uno con l'arte, egli rinunzierebbe malvolentieri: pure umiliando 
il suo stile a quella « referentium simpliciiatem », egli guarda 
quasi istintivamente i dotti, quasi perchè s'accorgano che è lui che 
vuole umiliarlo. Invece nelle vile di Bernardo, di Rufino, di Mas- 
seo, di Leone, d' Egidio, di Ginepro, con quello stile sempre di- 
messo e piano, come di chi non scrive, ma parla e parla sem- 
plicemente, è ben riconoscibile l'umile linguaggio dei socii, quella 
vera parola francescana che ci attrae leggendo lo specchio di per- 
fezione e la leggenda dei tre socii: quei tratti anzi di quello e di 
questa che abbiam visto nella vita di Bernardo e in quella di 
Leone, hanno un' impronta così uniforme al resto, che non si nota 
la differenza. 

Capitoli riguardanti la Porziuncola e la Verna. 

Qui è una differenza notevole tra la compilazione degli Actus 
e i Fioretti. Per la Porziuncola, come per la Verna, gli Actus 
ci rappresentano ancora come vaganti i racconti relativi ai due 
celebri luoghi francescani: per l'una e per l'altra ci danno il primo 

23 



354: G. STADERINI 

nucleo con alcuni altri elementi che poi s'andrà ingrossando di 
attestazioni e di racconti fino al liber sacrae indulgentiae di fra 
Bartolo d'Assisi e alle Considerazioni sulle Stimmate, dei Fioretti. 

Intorno al luogo della Porziuncola noi abbiamo quel che ne 
ha scritto Tommaso da Celano nel cap. XII della 2» Vita. Qui è 
come il germe di tutti gli ampliamenti posteriori: il primo nucleo^ 
che però non esclude che qualche cosa di originale dimenticato 
da lui ci sia nel racconto dello Speculum. Nello Speculum ab- 
biamo il racconto che è riportato negli Actus e in qualche codice 
dei Fioretti, come s. Francesco ebbe questo luogo dai Benedet- 
tini del Subasio, e come ne volesse solo l'uso, riconoscendone la 
signoria dai monaci con l'offerta annua di una fiscinula piena pi- 
sciculis qui vocantur lasce, offerta a cui i monaci rispondevano 
con un vaso d'olio. A s. Francesco premeva che vi fosse un luogo 
che servisse come d'esempio, Speculum, a tutti gli altri della re- 
ligione, la Porziuncola, e lasciò detto anche nel testamento come 
si dovesse custodire: e, come la ragione che gli aveva fatto la- 
sciare Rigotorto era stata una scortese distrazione dal silenzio 
della contemplazione e della preghiera, volle, che qui il silenzio 
si osservasse particolarmente. Abbiamo anzi una speciale costi- 
tuzione a questo proposito contra verba inuiilia et ociosa, che an- 
ch'essa fece poi parte degli opuscoli illustrativi della Porziuncola. 

Ma la principale delle prerogative era l'indulgenza del Per- 
dono. Essa è già designata da Tommaso nella 2^ Vita con la vi- 
sione della moltitudine dei ciechi che un frate vide affollata at- 
torno a questo luogo « pregar per pace e per misericordia ». 

La più antica testimonianza risale a fr. Masseo, che, a quanto 
pare, fu compagno di s. Francesco in questa andata al papa a 
Perugia per ottenerla, e l'estensore sarebbe stato Marino nipote 
di Masseo, da cui più volte l'aveva inteso, che morì nel 1308 
« plenus dierum et sanctitatis ». 

Del fatto abbiamo testimonianze, sempre derivanti dalla stessa 
fonte di Masseo, di Benedetto d'.Arezzo, che fu uno dei socii e di 
Ranieri anch'esso aretino, compagno di fr. Benedetto: testimo- 
nianze di compagni ed amici degni di fede, che risalgono ad un 
uomo titae probatissimae e quindi anch'egli buon testimone. Ma 
Teobaldoj vescovo d'Assisi, nel privilegio scritto nei primi anni 
del trecento cita anche una testimonianza di frale Leone: « fr. 



SrLLE FONTI DEI FIORETTI iìófi 

Leo unus de sociìs eius tir jjrobatissimae ciiae [relulit] sicut ah 
ore s. Francisci [ac]ceperat n. Dov'è questa testimonianza ? Nella 
raccolta avignonese, in una parte che conserva un gruppo di no- 
tizie prese, sembra, dalle prime fonti perdute, abbiamo un rac- 
conto semplice e breve, che ha un'impronta di verità superiore 
a quella di tutti gli altri. Il Sabatier, che aveva infirmato la ve- 
rità dell'indulgenza, davanti a questo racconto si ricredè. 

Vat. 4354, e. 108 r. 

Cum autem b. Fr. ecclesiam de Porchiucola dedicare vellet, ibat cum 
socio prò iudulgentia ad summum Poutiticem, qui Urne erat Perusii. Cura- 
tine ab ilio indulgentiam ad dictam ecclesiam humiliter petivisset, papa 
numerum certura assig-uans ait: Vis tu tot dies? Et Frauciscus : Non — Vis 
tu tot aunos? — Franciscus: Non Quid vis ergoV ait pontifex. Kt Franci.scus : 
Domiue, remissionem volo omnium peccatorum. Et ille : Grandem rem patisti. 

Et cum b. Fr., non minus velie' papa sencieus eum virum domino 
plenum dedit sibi per octo dies remissionem omnium peccatorum. Car- 
dinales vero hoc audieutes indig-nati dicebaut summo pontifici quod per 
hoc curia vilificaretur, quia nullus curatur ilhic venire. Quod saltem sic 
mitigaret quod hec iudulg'entia per diem naturalem duraret. Sicque fa- 
ctum est quod b. Fr. cum gratiarum actione Ictus recessit. Dumque per 
viam incederet, subito vis somnii irruit in eum dixitque ad socium: Ora, 
frater, quia me oportet parumper quiescere. Cumque se inclinasset post 
paululum surrexit iocundus et g-audens. Quod advertens socius quesivit 
de quo g-auderet et dixit : Revelatum est mihi, frater, quia quod papa fe- 
cit in terris Christus coufirmavit in celis. Sicque exultans spiritu domum 
rediit. 

Può esser quello il racconto di fra Leone? La congettura, già 
probabile, diventa certezza, se si confronta con un'altra attestazione 
sull'Indulgenza dataci dagli Acius (almeno dal cod. di s. Isidoro) 
e riprodotta a e. 13 del suo libar da fra Bartolo d'Assisi, che la 
trovò, egli dice « in Sacristia Perusii scriptum vianu propria re- 
verendi patris fratris Angeli de Perusio ». Se s'ha da credere 
dunque a fr. Angelo, a lui ha riferito D. lacohus Coppali de Pe- 
rusio questo racconto, così come glielo raccontava, da lui richie- 
sto, frate Leone coram uxore sua (di Iacopo) et quadam alia do- 
Tìxina et lacohutio (sic). 

E il racconto, solo lievemente alteralo dal discorso indiretto, 



356 G. STADERINI 

è lo stesso che ci dà la raccolta avignonese: sicché, se qui ab- 
biamo un « dixit fr. Leo », vien da sé che là supponiamo un 
fr. Leo scripsit ». 

Il nome di fra Leone ci riporta naturalmente alla Verna. Egli 
infatti, come s'è visto, é indicalo in fine del capitolo De incentione 
montis Alcernae, come fonte di quel racconto, probabilmente per 
la sua ultima parte soltanto, dov'egli appunto appare compagno 
di s. Francesco nella Quaresima di s. Michele: e mentre di que- 
sto è documento scritto indiscutibile l'autografo di Leone che è 
nel Sacro Convento d'Assisi, neppure della veracità di quell'indi- 
cazione non vedo ragione di dubitare: é tutto d'una semplicità e 
d'una verosimiglianza evidenti. 

Della prima parte, che più propriamente risponde al titolo 
del capitolo, ignoro la fonte. Della realtà del fatto narratovi attesta 
V instrumentum donationis montis alvernae, che si conserva nel- 
l'archivio di Borgo San Sepolcro, con cui il 9 luglio 1274 il figlio 
del conte Orlando di Chiusi autentica la donazione fatta a voce 
dal padre VS maggio 1213: e ha bene un'impronta di verità an- 
che nei suoi particolari il racconto che ne danno gli ActuSj dalla 
a magna solemnitas milicie nove » alla grandissima festa e alle- 
grezza delle sorores avicide, insolita, ma tanto lì naturale. 

Questo per la Verna : del miracolo delle Stimmate gli Actus 
di s. Isidoro danno solo una narrazione tarda, secondo una rive- 
lazione avuta da un frate nel 1282, e altri due racconti, d'una 
visione e d'un miracolo, tardi anch'essi, che si leggono anche nel- 
r ultima Considerazione dei Fioretti. 

Quest'operetta delle Considerazioni h nata molto probabilmente 
dal capitolo sulle Stimmate di s. Bonaventura (XIII). 

É quello che ha dato non solo l'ordine dei racconti, ma il 
fondo principale, che, preceduto, com'era naturale, dal racconto 
de inventione montis ALvernae, abbellito qua e là di tutti quei par- 
ticolari che parvero più opportuni e arricchito di nuovi miracoli, 
fu diviso, poiché le Stimmate « furono cinque secondo le piaghe 
del N. S. G. C. », in cinque considerazioni. E ora, per trattarne 
un po' più particolarmente: la 1» e la 2* considerazione son com- 
poste essenzialmente del racconto de inventione m. A., aggiuntovi 
il racconto di fra Leone, con interpolazioni a ogni passo tolte da 
più luoghi di Bonaventura : le parole ai demoni per esempio, i 



SULLE FONTI DEI KKmETTI 307 

colloqui con Dio, la fonte scaturita improvvisa per dissetare il vil- 
lano, la cortesia del falco: la melodia dell'angelica viola, che se- 
condo Bonaventura egli udì gravemente infermo, a Rieti come ag- 
giunge Tommaso, suona qui anch'essa, non si sa come, quasi a 
prepar l'animo con la sua « intollerabile dolcezza » al doloroso e 
dolce mistero. Nella 3» considerazione all'ultima parte del cap. 
De inventione m. A. segue il racconto come in Bonaventura, 
fuorché nella « cisitazione preparativa » dell'angelo, tratta da 
quella slessa larda rivelazione narrata più sotto, da cui son ripor- 
tate anche le parole di Cristo, segue, come in Bonaventura, fino 
alla discesa dalla Verna che pare un sunto di quella lettera di 
fra Masseo così semplice e bella, con quei dolcissimi addii di 
S. Francesco, che non pare possano esser d'altri che d'un testi- 
monio del vero. 

La 4» è invece un mosaico alla meglio connesso di racconti 
attinti a varie fonti ; a Bonaventura specialmente e allo Specalum 
perfectionis o ad uno dei suoi elementi. 

Anche più disgregala è la 5» : come appare dai vari litoli, è 
una serie di visioni e di miracoli deposti in vari conventi dei Mi- 
nori ; e sono indubbiamente la parte più tarda di tutta la raccolta 
dei Fioretti. 



Speculum perfectionis. 

Nella ricerca delle fonti abbiamo già visto che, direttamente 
o no, deriva dallo Speculum perfectionis quel capitolo degli Actus 
che dà fusi insieme il racconto della tentazione dei topi col mira- 
colo della vigna del prete di Rieti; ma s'è potuto vedere già per 
le parecchie citazioni fatte e lo vedremo meglio dopo, lo Speculum 
perfectionis è una fonte importante anche per gli Actus: a ogni 
modo la questione sulla sua autorità è così vitale per la primitiva 
storia francescana, che non mi sembra fuor di luogo fermarcisi 
un po' particolarmente anche in uno studio sulle fonti dei Fioretti 
di s. Francesco. 

Una semplice lettura dello Speculum può bastare ad attestarne 
la sincerità, così come per il capitolo sulla perfetta letizia o la let- 
tera di Masseo narrante l'addio di s. Francesco alla Verna; con- 



3Ó8 G. STADERINI 

tuttociò, siccome c'è chi n'ha dubitato (1), bisogna addurne le 
prove. 

Le più famose testimonianze intorno a quest'opera le abbiamo 
da Ubertino da Casale, noto specialmente per i versi di Dante 
(ver. XII, 124) in cui è opposto come eccessivo zelatore della po- 
vertà a Matteo d' Acquasparta : 

ma non tia da Casal né d' Acquasparta, 
là onde veg-nou tali alla scrittura, 
che l'uu la fug'g'e e l'altro la coarta. 

Egli dunque nel libro V del suo Arbor citae crucifixae, opera 
del 1305, più passi cita testualmente, letteralmente corrispondenti 
ad altri passi dello Speculnm, siccome: « In dictis et in scriptis 
sancti viri et socii sui (di s. Fr.) fratris Leonis reperilur ex- 
presse », « sicut sanctus pater socius beati Francisci multum 
continuus fr. Leo manu sua conscripsit » ed altre espressioni 
simili. 

La più notevole citazione è questa: 

Quoad testimoulum celicum quod ista regala habuit a duo Ihu Xpo: .... 
quod sequi tur a saucto fratre Conrado predicto.... et viva voce audivit a 
sancto fratre Leone qui praeseus erat et reg'ulam scripsit. Et hoc ipsum 
in quibusdam rotulis manu sua couscriptis, quos commendavit in moua- 
sterio sauctae Clarae custodiendos ad futurorum memoriam dicitur conti- 
neri. In illis autem multa scripsit, sicut ex ore patris audiverat, in factis 
suis viderat ; in quibus mag-nalia contiuentur de stupendis sancti et de 
futura corruptioue regulae et de futura renovatioue ipsius et de magna- 
liis circa regnlae insti tutionem et renovationem a deo : et de intentione 
h. fr. super observantiam reg'ulae.... cum multo dolore audivi illos rotulos 
fuisse distractos et forsitau perditos, maxime quosdam ex eis ». 

Sicché dalle attestazioni di Ubertino neW Arbor si raccoglie 
che fra Leone ha scritto di propria mano dei ricordi di s. Fran- 
cesco e che altri ricordi di lui riferì a viva voce specialmente a 



(1) V. Dki.i.a Oiovanna, S. Frane. d'A. giullare, nel Giorn. stor. dellalett., fase. 73^ 



SULLE FONTI DEI FIORETTI 3^9 

Corrado da Offida, il quale visse per mollo tempo con fra Leone. 
Questi ricordi Corrado li avrebbe poi deposti ad Assisi nel mona- 
stero di santa Chiara, come nel sacro depositario delle memorie 
dell'Ordine (1). Ubertino non avrebbe visto l'originale di Corrado, 
bensì o gli autografi di Leone o delle copie. 

In un'altra solenne occasione udiamo la testimonianza di Uber- 
tino, in mezzo a quel gran processo dibattutosi nel principio del se- 
colo XIV ad Avignone, con tanto commovimento d'animi e di li- 
belli. Ira gli Spirituali, di cui egli appunto era il rappresentante, e 
i Conventuali, Ira chi coartava la regola e chi la fuggiva. Come 
naturale, Ubertino ha più volte occasione, invocando l'aiitorità di 
s. Francesco, di citare gli scritti di Leone. Nb cita infatti e ricita 
con insistenza parecchi passi perfettamente corrispondenti anche 
questi ad altri passi dello i^pecidum : « Sicut patet in dictis fra 
tris Leonis manu sua conscriptis, sicut ab ore s. patris audivit », 
« sicut in cedulis sanctae memoriae fralris Leonis legi manu sua 
conscriptis »: ed altre espressioni simili; ma una tra le altre è 
notevole : 

« Omnia {circa V intenzione di s. Fr, sulla povertà) patent por sua 
verba expressa quae per sanctum virum Leonem eius socium tam de 
mandato s. patris quani de devotioue eius fueruut solemniter conscripta 
in libro qui habetur in armario fratrum de Assisio et in rotulis eius quos 
apud me habeo manu eiusdem fr. Leonis conscripta ». 

Dalle parole dunque d'Ubertino nel processo risulta ch'egli 
aveva letto e possedeva tuttora dei ricordi di s. Francesco in ce- 
dole o rotoli autografi di fr. Leone; che potrebbero anche essere 
quegli stessi scritti di Leone, di cui, come abbiam visto, nel 1305 
trascriveva dei passi nel suo Arhor vitae crucifixae: ad ogni 
modo, non v'è certo contraddizione in questo tra le due testimo- 
nianze. E non v'è nel fatto che \\e,\V Arbor parla di rotoli deposi- 
tati nel monastero di santa Chiara che con dolore ha inteso es- 



ci) Cfr. Spec. perf. fnel Cod. Vat. 43S4, paragr. XLII); « Infrascripta verba fr. Leo 
socius et confessor s. f rancisci scripsit fratri Chonrado de Ofììda dicens liabuisse ab 
ore b.i fr.i que idem fr. Chonradus retulit apud sanctum Daraianura prope .\ssisium ». 



360 G, STADBRINI 

sere stati portati via e forse perduti, e nel processo parla d'un 
libro qui habetur in armario fratrum de Assisto. 

Che le memorie conservate ad Assisi lì sian chiamale rotvli 
e qui libery non può destar sospetto, posto che quando scriveva 
VArbor non le aveva viste e forse faceva confusione. E le parole 
di Ubertino son confermate, come nota anche il Della Giovanna 
che a lui non crede (e in tutta questa questione sullo Speculum 
mi par troppo deliberato di non voler credere a nulla), dalla testi- 
monianza veramente notevole che il nolo rappresentanle degli Spi- 
rituali Giovanni Olivi fa nella sua Expositio regulaes. Fr , cap. 10: 
« cedulas fratris Leonis quas de his quae de Paire nostro, tam- 
quani eius singularis socius, viderat et audierat, conscripsit », at- 
testazione probabilmente anteriore al 1292, anno della sua ultima 
condanna; e da quella, importante anch'essa, del B. Francesco 
da Fabriano morto nel 1322, che nella sua Cronaca dice: « Fratrem, 
Leonem ego vidi et scripta eius legi quae recollegit de diciis et 
vita sanctissimi Patris nostri Francisci ». Può essere che que- 
st'ultima si riferisca alla Legenda triiim sociorum, ma l'espres- 
sione dictis et vita è ripetuta più volte per designare i ricordi che 
abbiam nello Speculum, mentre nella Leggenda dei tre socii non 
abbiamo altro che i discorsi falli nei capitoli. 

« Ad ogni modo, dice il Della Giovanna, [questi rotali] non 
sarebbero mai da confondersi con lo Speculum pjerfectionis, che 
non può essere opera di fra Leone, perchè in esso egli è ricor- 
dalo con parole d'encomio, come già ebbe a notare l'Affò ». Ora 
anch'io ho studiato il codice bolognese studiato dal Della Gio- 
vanna, che « è proprio quello slesso nel quale l'Affò ha trovato il 
volgarizzamento dello Speculum, corrispondenlissimo all'incorrotta 
codice bussetano », e in quel testo non ne ho trovale punto: le 
rare volte che Leone è nominato, è nominato semplicemente 
frate Leone. Ad ogni modo, se anche in altri codici si trovassero 
capitoli dello Speculum nominanti Leone con parole d'encomio, ciò 
non contrasterebbe per nulla con l'idea che ci facciamo dello Spe- 
culum. dal suo proemio slesso: « La quale opera è compilata e 
composta per modo di leggenda di alquante antiche, le quale in 
diversi luoghi scrissono e fecono scrivere o vero riferirono i com- 
pagni del Beato Francesco ». 



SULLE FONTI DEI FIORETTI 



3(il 



Ma la prova decisfva della sincerila dello Speculiim è, secondo 
me, il confronto con la 2» Vita di Tommaso, quello appunto che il 
Della Giovanna invoca come prova del contrario. Alcuni capitoli 
dello Speculum son tratti evidentemente di lì, e col proemio dello 
Speculum non c'ò contraddizione. Altri, e son la maggior parte, 
riferiscono fatti e discorsi riferiti anche da Tommaso, ma in forma 
diversa e molti portano quel famoso suggello dei compagni del 
santo « Xos qui cum ipso fuimus ». Dò qui un saggio di questi 
capitoli corrispondenti: 



Spec. perf. (1). 



Tom. 2", 2» Vild, III, e. CI. 



Fratri etiam qui faciebat 

et operabatur Ugna dicebat ut mm- 
quara totum arborem incideret, sed 
incideret taliter arbores quod sem- 
per aliqua pars remaueret integra 
amore illius qui salutem nostrani 
in lig'no crucis voluit operari. Si- 
militer fratri qui faciebat hortum 
dicebat ut non totani terram cole- 
ret nisi prò herbis comestibilibus, 
sed aliquam partem terre diraitteret 
ut produceret herbas vireutes que 
temporibus suis producere[«<] fra- 
tribus flores amore illius qui dicitur 
flos campi et lilium convallium. 



Lig'na cedentes fratres pro- 

hibet totam succidere arborem ut 
spera habeat iterum puliulaudi ; iu- 
bet hortolanum indefos.sos limiteK 
circa hortum dimittere ut suis tem- 
poribus herbarum viror et tiorum 
venustas praedicent speciosum re- 
rum omnium patrem. 



Tommaso, con quel suo quasi sallustiano studio di brevità, 
ci dà in forma tutta succinta il racconto che nello Speculum <"* 
in una forma più naturalmente piana ed aperta, come è proprio 
della viva voce: è evidente che quello dei due è l'originale, che 
dà la materia, per dirla con l'autore della leggenda in versi di 
S. Chiara, « luce sua cestita », quello che penetra « veri dulce- 
dine mentem ». 

Ma necessariamente poi Tommaso per tutti i fatti avvenuti 



(1) Lo dò nel testo latino della Race. Avign.. perfettamente corrispondente alla 
Spec. Bolognese, cap. 117. 



o()2 G. STADERINI 

durante la sua assenza e per molli altri probabilmente anche 
quando era in Italia dovette ricorrere ai socii di S. Francesco e 
più specialmente ai suoi più famigliari. 

Difatti, mentre per la 1» Vita egli dichiara d'aver attinto an- 
che alle testimonianze dei sodi: ea quae ex ipsius ore anelivi tei 
a fidelibas et probatis intellexi; la 2^ Vita è presentata nel proe- 
mio generale come lavoro collettivo dei socii, di quelli quibiis ex 
assidua conversatione illius plus ceteris diutinis experimentis 
innotuis. 

La composizione di queste due vile, per cui egli è come il 
biografo ufficiale dell'ordine, è analoga molto probabilmente, molto 
naturalmente alla composizione che della Vita di santa Chiara ci 
è attestala dal prologo ad essa riportato più sopra. 

Un'altra prova, e molto importante, dell'autorità dello Specu- 
lum traggo senz'altro da appunti delle lezioni su s. Francesco e 
la prima letteratura francescana fatte quest'anno nell'Università 
di Roma dal prof. G. Salvadori, a cui devo anche il suggerimento 
di questo mio lavoro: 

n Noi abbiamo una testimonianza a questo proposilo, il cui 
« valore non è slato ancora abbastanza considerato, cioè il proe- 
« mio della Raccolta d'antiche memorie del Santo conservala nel 
« cod. valicano 4354 e tradotta nel vaticano oltoboniano 681, che 
« contiene, come il Della Giovanna ha notato, buona parte dello 
« Specularli perfectionis . Or bene, il compilatore di quella raccolta 
« si dà a conoscere per un Minore il quale nella prima metà del 
« Trecento, parte altrove, parte in Avignone, volle mettere assieme 
« un supplemento alla Legenda nova di s. Bonaventura, racco- 
« gliendo più cose notabili ed utili di due specie. Primo, intorno 
« allo zelo della carità, dell'umiltà, della povertà, e all'intenzione 
« di s. Francesco circa l'osservanza di queste virtù e della Re- 
« gola, e queste egli dice d'aver tolte dalla slessa Legenda vetus, 
« alla quale aveva attinto frale Bonaventura, che è nome dato 
« dopo il 1260 alle due vite di Tommaso da Celano; e poi dai 
« Detti dei socii scritti da uomini approvati dell'Ordine. Poi i fatti 
« straordinari o i miracoli, che egli tolse, prima da un libro di 
« un Federigo arcivescovo di Riga, che quasi senza dubbio è il 
« francescano Federico Barone morto nel 1340; poi ancora dalla 
« Legenda vetus di Tommaso; poi dagli scritti dei socii che dicono 



SII.I.E FONTI DEI FIOUETTI 3().'ì 

« la vita e le gesta di alcuni dei più ricordali Ira i [»riini Minori; 
« poi alcune cose di s. Antonio, del b. Giovanni della Verna e 
* di altri. Ora, credo si possa supporre con fondamento che il 
« libro di P'ederico arcivescovo di Riga era, sebbene solo in parte, 
« quello degli Actus sancii Francisci che possediamo anche noi. 
« Questo libro conteneva, come contengono gli Aclus, il racconto 
« dei fatti più straordinari e dei miracoli e le tradizioni riguar- 
« danti la Porziuncola e la Verna, e in esso abbiamo quindi in 
« parte il Testo latino dei Fioretti. Quali sono dunque le fonti 
« che rimangono della Race, avignonese? 

« La 2» Le<jenda di Tommaso; le notizie intorno alle virtù 
« di Fr. date dai suoi Compagni e scritte da uomini approvati 
« dell'Ordine; le Legende scritte dai Compagni stessi di Fran- 
« Cesco e da alcuni tra i primi Minori ; le Legende di S. Antonio, 
« del b. Giovanni della Verna, di Corrado da Offida, di Giovanni 
« della Penna. Ora, se andiamo per eliminazione, alla parte della 
« Raccolta avignonese corrispondente aWo Speculum perfectionis, 
« vediamo che corrispondono i nomi di Tommaso e dei Tre Socii : 
« e, se ne togliamo i paragrafi di Tommaso che si possono ri- 
« scontrare, noi abbiamo che secondo il compilatore le notizie 
« dello Speculum perfectionis, o sono scritte dai Tre Socii, o sono 
« date da loro e scritte da uomini approvati dall'Ordine ». 

Liher rìiiraculorunif 

Ora, lasciando di cercare quali fossero precisamente i limiti 
del libro di Federico Barone, posto che noi abbiamo una serie 
di falli, la quale non risale ad alcuna delle fonti note, dobbiamo 
supporre che ve ne sia una ignota, e dal suo contenuto le con- 
verrebbe bene il titolo di liher miraculorum o exemplorum. 

Ed è possibile che il libro di Federico Barone, se non era 
una cosa con gli Actiis, avesse appunto questo titolo. 

Nella prima parte di questo studio ho già detto che i capi- 
toli riguardanti i santi Minori della 2^ e della 3» generazione son 
presi da vite che prima correvano separale (1). Di autori non co- 
nosciamo dai Fioretti che quello della vita di Giovanni della Verna, 



(1) Questo appare chiaramente da un confronto tra gli Actus e i Fioretti. 



364 G. STADERINI 

Ugolino del Monte santa Maria (f 1322). Ugolino resta autore 
diretto di questi capitoli (1) e indiretto del cap. De inventione 
montis Alcernae: non d'altro. Il compilatore vero degli Actus ri- 
mane ignoto, e del resto alla materia raccolta non aggiunse molto 
del suo: e quasi piace che il primo autore dell'opera nella quale 
s. Francesco è apparso al popolo sempre vivo, rimanga oscurata 
nella sua luce. 

Roma, 14 ottobre 1895. 

Giuseppe Staderini. 



(1) Dal pi'oemio degli Actus parrebbe che tutti quei capitoli dei santi della Marca 
non entrassero nel piano della compilazione: 

Sunt quaedam notabilia de b.o f.o et sociis eius et quidam actus eorum mirabi- 
les, qui ifi legenda eius praetermissa fuerunt : una conferma potrebbe essere il fatto 
che la chiusa caratteristica degli altri capitoli : ad laudem domini nostri lesu Christì 
manca in questi ; i due primi soltanto hanno Dea gratias. Ma e su questo e su al- 
tri punti del presente lavoro ritornerò ancora. 



365 



RICERCHE SULLA ANTICA CITTA DI REGILLO 



Tito Livio, nel secondo libro delle sue Istorie, all'anno 247 
di Roma, così si esprime : 

« Erano consoli Marco Valerio e Publio Postumio. In quel- 
« l'anno, fu ben pugnato contro i Sabini. I Consoli trionfarono. 
« Quindi i Sabini si apparecchiavano alla guerra con maggiore 
« accanimento. Contro essi, e perchè non nascesse insieme qual- 
« che pericolo repentino da parte del Tuscolo, con cui sebbene 
« non vi fosse aperta guerra, vi era però sospetta, furono eletti 
« consoli, Publio Valerio per la quarta volta, e Tito Lucrezio per 
« la seconda. 

« Una sedizione sorta nei Sabini, tra quelli che amavano la 
« guerra, e quelli che preferivano la pace; aumentò alquanto le 
« forze dei Romani. Imperciocché, Azio Clauso, a cui poscia fu dato 
« il nome di Appio Claudio in Roma; mentre, essendo egli fau- 
ci tore della pace, veniva perseguitato dai partigiani della guerra; 
« né si trovava in forze sufficienti da tener testa all' oppoeta fa- 
« zione; dal vico Regillo, con grande seguito di amici e clienti 
« si ritirò a Roma. Ad essi fu tosto data la romana cittadinanza, 
« ed assegnati i campi che sono al di là dell' Aniene: e fu questa 
« chiamata l'antica tribù Claudia, aggiuntivi poscia quelli che pro- 
« venissero da quell'agro. Appio, ascritto tra i Padri, non andò 
« molto, che pervenne alla più alta riputazione. 

« I Consoli, con nemico esercito, partiti per l'Agro Sabino, 
« quando ebbero, colla devastazione e la guerra, ridotte a tale le 
« forze del nemici, che per lungo tempo non avessero più a te- 
« merne alcuna ribellione, tornarono a Roma trionfanti. Publio Va- 



366 A. BARBIELLINI-AMIDEI 

« lerio, che a giudizio di tutti era riguardato per il principe nelle 
« arti della guerra e della pace, l'anno dopo, morì, sotto il conso- 
« lato di Menenio Agrippa e Publio Posturnio, con gloria inn- 
« mensa, e con beni di fortuna così esigui, da mancare il denaro 
« per il funere. Fu questo fatto a spese del pubblico. Le matrone 
« lo piansero come Bruto » (l). 

Questo fatto saliente della storia romana, che Livio, coll'usato 
suo laconismo, ha tratteggiato con poche parole, mi ha fatto na- 
scere il desiderio di ricercare le circostanze ed i dettagli che ac- 
compagnarono questa grande decisione di Appio Claudio e dei 
suoi seguaci, e di rintracciare il sito dove sorse Regillo. 

Atta o Azio Clauso, detto poi Appio Claudio in Roma, fu primario 
cittadino di Regillo, e quasi onnipotente in Sabina per il suo sapere, 
per le sue ricchezze e per il largo seguito dei suoi amici e fautori. 
Riaccesasi contestazione e discordia tra i Sabini ed i Romani, opinò 
che si dovesse preferire la pace alla guerra coi medesimi. 

Il partito avverso alla pace, sparse malignamente la voce che 
Clauso amava la pace coi Romani, per potere coli' aiuto dei me- 
desimi divenire signore e tiranno dei Sabini. Questo ingiusto so- 
spetto gli lacerò l'anima; e siccome era fiero ed indomito, nel 247 
di Roma^ 505 anni avanti Cristo, abbandonò la sua patria, a ciò 
incoraggiato anche dal romano Valerio Publicola suo amico; e si 
condusse a Roma con 7,000 famiglie sabine, nelle quali erano 5,000 
uomini atti alle armi. 

I Romani accolsero lui ed i suoi festosamente: li ascrissero 
ad una delle prime tribù istituite dai Re, che più lardi fu chia- 
mata Vetus Claudia Trihus, come dicono Livio e Virgilio (2); 
dettero loro la cittadinanza romana e le terre che erano tra Fi- 
culea e Fidene, oggi Monte Gentile e Castel Giubileo. 

Claudio fu subito ascritto al Senato, e tra le famiglie patrizie. 

La guerra seguita tra i Sabini ed i Romani, dopo l'emigra- 
zione di Appio, fu subito perduta dai Sabini. Claudio divenne il 



(1) TiT. Liv., Hist., Lib. II, e. 16. 

(2) TiT. Liv., Hist., Lib. II. 

Ecce Sabinorura prisco de sanguine magnani 

Agraen agens Clausus, magnique ipse agminis instar, 

Claudia nunc a quo diffunditur et trihus et gens 

Per Latium, postquam data Roma Sabinis. Virg., Aeneid., VII. 



RICERCHE SULLA ANTICA CIITÀ IH KEdlLLO otJT 

signore di Roma ed il direttore della politica romana. Fu con- 
sole, fu l'ispiratore della creazione della terribile dignità dillalo- 
riale, che incusse spavento ai contemporanei ; ma insofferente di 
carattere, e soverchiamente severo, si creò dei nemici che lo chia- 
marono a render conto di tanti atti di giustizia eccessivamente 
crudeli. 

Piuttosto che giustificarsi, si uccise nel 470 avanti Cristo, 
convinto di essere stato giusto e di non avere mai mancato al 
suo dovere. Fu tanta la sua potenza, che, durante la sua vita ed 
il suo apogeo, fu detto: data Roma Sabinis-, perchè egli era tutto. 

Fondò la celebre famiglia Claudia romana, e l'imperatore 
Claudio, si vantava di essere suo discendente. Tacito, al LibrdXI 
degli Annali, gli fa dire: Majores mei, quorum antiquissimus CLau- 
ses, origine Sabina, simul in Ciciiaiem Romanam., et in J'amiUas 
Patriciorum adscitus est. 

Questa famiglia nobilissima si divise in cinque grandi rami, 
da cui uscirono vari imperatori ed un numero infinito di uomini 
illustri e di consoli. Dal ramo dello dei Fulcri uscì Appio Clau- 
dio il cieco, il fondatore della Regina omnium ciarum, la famosa 
Via Appia, che da Roma conduceva a Brindisi. 

I Claudi proseguirono a possedere in Sabina, anche dopo la 
loro emigrazione in Roma : ed il suggello di un mattone, trovato 
presso delle rovine antiche nel secolo passalo, nel territorio di 
Montopoli, prova che avevano una villa in quei pressi, anche dopo 
-vari secoli dal loro trasferimento a Roma : 

PAET. ET- APRON- COSS- 
EX. PR- 
T. CLAVD- QVARTI 

II quale suggello ci dà due notizie utili ad un tempo. La prima, 
che Tito Claudio Quarto, della famosa famiglia dei Claudi, vi avea 
una villa, come si desume da quel ex praedio ; e che questa villa fu, 
per ciò che riguarda i fabbricali, o adornata con nuovi edifizì, o 
restaurata negli esistenti, nell'anno 168 dell'era volgare, sotto gli 
imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero. La seconda, ed è utilis- 
simo per la storia, ci fa vedere, che vi fu un console sostituito 
in quell'anno; e che questo fu quel Peto qui nominato insieme ad 



368 A. BARBIELLINI-AMIDEI 

Apponiano. Giacché, dai Fasli Consolari, risultano consoli a quel- 
l'anno solamente Aproniano e Lucio Vegio Paolo. 

Ma ora che la storia di questa grande famiglia Regillense 
ci ha tanto interessato viene naturale la domanda : dove era Re- 
gillo? 

Molli hanno fantasticalo sulla sua posizione: e nel secolo 
decimosettimo, vi fu perfino un distinto prelato, Monsignor Pier 
Francesco De Rossi, che senza alcun antico avanzo, senza alcun 
documento, acciecalo dall'amore che portava ad un piccolo feudo 
in Sabina, volle vederlo nel microscopico Poggio Sommavilla. 

Dionisio d'Alicarnasso lo pone a 160 stadi da Roma; Svetonio 
e Stefano geografo ne fanno menzione, senza precisarne il silo; 
Plinio ed Olstenio non ne parlano. 

Strabene, che nacque in Amasia 54 anni avanti Cristo, e morì 
21 anni dopo Cristo, e visse perciò sotto Augusto e Tiberio, non 
nomina Regillo; e cosi si esprime delle città Sabine a suo tempo : 

>< I Sabini hanno poche città, e quelle rovinate 

« dalle continue guerre, come Amilerno, Rieti, a cui è vicino il 
« castello di Antrodoco, eie. 

« Vi sono anche i Foruli dei Sabini, scogli più atti a fare 
« rivoluzione, che ad abitarvi. Curi ora è un villaggetto, etc. (1). 
« Inoltre Trebula, Ereto ed altre residenze di tal genere, sono 
« piuttosto da annoverarsi tra i villaggi, che tra le città » (2). 

Cluverio, nella sua Italia antiqua, parla molto superficial- 
mente di Regillo, e la mette a caso tra Curi e Farfa, senza pre- 
cisare alcun posto. 

Ma Plauto ci dice che Regillo era così chiamalo, quasi pic- 
cola Regia e villa reale della città di Curi, regia della Sabina (3). 

E che Regillo non fosse lontano da Curi, capitale dei Sabini, 
lo prova il fatto che Clauso, nobile Regillense, era al giorno di 
tutte le trame che si ordivano in Curi per avversare il suo piano 



(1) Eppure Curi ebbe un miglio e mezzo di diametro. 

(2) Sabini urbes liabent paucas, easque continentibus bellis attritas, .\miter- 

num, Reale cui vicinum est oppidum Interocrea, etc. Sunt et Foruli Sabinorum, saxa 

ad rebellionem quam habitationem aptiora. Cures nunc viculus est, etc Praeterea 

Trebula, Eretum et alia Id genus domicilia, pagis potius quam urbibus adnumeranda. 
Strab., GeograiìMcoì^uin, Lib. Y, p. 228, B. 

(3) Plaut. in Epit. 



RICERCHE Sri.LA AN'HCA CITTÀ DI REdlLLO ;{()!» 

di pace e conciliazione coi Romani, e muovere invece di nuovo 
guerra ai suddetti. 

Dunque, data la distanza da Roma, stabilita da Dionisio, lo 
scopo di villeggiatura dei Re Curensi, a cui dovea il suo nome, 
come dice Plauto, la presenza d'interessanti ruine che n'attestano 
l'esistenza, lutto concorre a farla stabilire nella contrada Maja- 
lino nel territorio di Mompeo, che oltre di racchiudere lulli que- 
sti estremi, è bagnala alle falde dal fiumicello Riana, che nei 
documenti Farfensi è chiamato Regiano, quasi fiumicello Regio 
o di Regillo. 

Descriveremo per poco la località. Forse due chilometri fla 
Mompeo verso Rieti, si erge un bel monte, tutto esposto a mez- 
zogiorno, che dolcemente declina fino al fiumicello Riana. Sulle 
falde di quel monte vaghissimo, dei ruderi esistenti attestano 
l'antico vico Regillense. 

Una parete di questi muri, fino a non molli anni fa, si ergeva 
a circa trenta metri di altezza, come persone ancora viventi as- 
seriscono; e questa gente di campagna chiamava la torre. Molte 
rovine si trovano nei pressi ; ed anche alla parte opposta del 
monte di Majalino, al di qua del fiumicello Riana. Anzi sulla col- 
lina a nord-est di Majalino, e quasi incontro al medesimo, si tro- 
vano, oltre avanzi antichi informi, delle pietre tagliale e lavorale; 
e due di esse, lunghe due metri e larghe centimetri ottanta con 
degl'incassi nel centro, rivelano che forse servirono di basi osti- 
pili di porta. Muri e pietre lavorate si trovano per ogni verso; 
ed una grande conserva di acqua, divisa a più stagni, che oggi 
volgarmente chiamano Grotta Ciollina, dimostra che questa ser- 
viva o agli usi di Regillo, cavalcando con apposite opere di arte 
e condutture il fiumicello Riana, o serviva ai fabbricali che erano 
nella parte opposta di Regillo. Molte incrostazioni calcaree deno- 
tano il pelo dove giungeva l'acqua. 

Anche in questi ultimi tempi, dei terrazzieri, lavorando a caso, 
vi hanno trovalo delle tombe con vasi della più remola antichità, 
contenenti ossa umane. 

La presenza di queste interessanti ruine in una località in- 
cantevole, e che naturalmente invitava ad abitarvi o villeggiarvi, 
ha fatto vedere al chiaro archeologo signor Chaupy, in quel silo, 
l'antica Regillo; ed il signor D'Anville, seguendo la fondala opi- 



370 A. BARBIELLINI-AMIDEI 

Dione del suddetto antiquario, nella Tavola premessa al Tomo I 
della Storia Romana di Rollin, metteva nel territorio di Mompeo 
la città di Regillo, come Curi in quello delia Fara. 

Calindri mette pure Regillo nel territorio di Mompeo, e dice 
che altri credono che le rovine di Regillo contribuissero alla edi- 
ficazione di Mompeo. 

Ma di questo parleremo più tardi. 

Il dotto Cluverio, nella sua Italia antiqua, non precisava cosi 
esattamente la località, ma pure in qualche modo l'accennava, 
quando credeva che fosse esistita tra Curi ed il fiume Farfa. 

Anche la presenza della Villa dei Claudi, del secondo secolo 
dell' impero, nel territorio di Montopoli, mentre esclude Regillo 
dalla casa rurale dei medesimi, fa supporre che la vecchia città 
non fosse molto lontana da quella. 

Guattani nei suoi « Monumenti Sabini » sostiene che Mom- 
peo, prima che fosse acquistato da Pompeo, era Regillo ; ma noi 
mostreremo che sebbene la famosa Villa del Magno Pompeo, da 
cui Mompeo prende il suo nome, non era lungi da Regillo, non 
per questo era la medesima cosa, e due buoni chilometri sepa- 
ravano l'uno dall'altro. 

Le rovine che si trovano nella località, chiamata Majalino, 
sono della più remota antichità e del tempo dei Re, e per nulla 
accennano all'epoca di Pompeo; perciò più atte ad indicare la 
città di Regillo di antichissima origine e che come tutte le città 
Sabine decadde, quando fu stabilita definitiva pace e concordia 
tra il popolo romano e sabino. Giacché, ammessi i Sabini alla 
cittadinanza ed a tutti gli onori di Roma, fino ad avere un quar- 
tiere nobilissimo loro designato, l'attuale Quirinale, che da loro 
prese il nome, finirono per stabilirsi in Roma quanti avevano de- 
naro o potere, abbandonando le loro città natie. 

Da questo loro installamento nella città di Roma provenne 
l'abbandono e decadenza quasi totale delle loro città, talmente che 
Strabone e Dionisio di Alicarnasso trovarono, a loro tempo, ri- 
dotte a modesti villaggi città che furono nobilissime. Strabone ci 
fa sapere, che la regia città di Curi (da cui è venuto il nome di 
Quirino, Quiriti e Quirinale) che nei tempi felici aveva avuto un 
diametro di un miglio e mezzo di abitazioni, a suo tempo era 
ridotta ad un villaggetto, viculus. E così deve essere avvenuto 



RICERCHE SILLA ANTICA CITTÀ DI KKMI.I.O 'MI 

anche di Regillo, che pian piano disparve in guisa da non la- 
sciare quasi traccia di so al principiar dell' impero. 

Però da lutti gli argomenti addotti superiormente, e dalle ro- 
vine tuttora esistenti, si può con tutta sicurezza stabilire che 
Regillo esistesse nella bella falda meridionale che scende dalla 
montagna di Majalino nel territorio dell'attuale Mompeo. 

Ma siccome, nel mondo, le cose piuttosto che a sparire del 
tutto, sono destinate a modificarsi ed a trasformarsi ; così dalla 
vicina Regillo, quasi sparita al cader della Repubblica ed al co- 
minciar dell'Impero, surse la grandiosa Villa del Magno Pompeo, 
che i più interessanti monumenti, ancora esistenti, ci ricordano. 

Cadde, perciò, in errore il Guattani, quando scrisse che 
Mompeo, prima che fosse acquistato da Pompeo, era Regillo ; 
perchè se è vero che erano vicini, non erano però la medesima 
cosa, passando una bella distanza tra loro, ed essendo del tutto 
diversi i monumenti che ricordano Regillo e la Villa Pompejana. 

Già prima del grande rivale di Cesare, un'altra villa era 
sorta in quei pressi. 

Fabio, detto Massimo, anch' egli volle trovare riposo alle sue 
cure politiche nei freschi recessi della Sabina : e nella loca- 
lità, anche oggi corrottamente chiamata Villa Marsa nel terri- 
torio di Mompeo, ebbe egli la sua casa campestre. La ricordò 
anche Cicerone nelle sue opere, scrivendo : Villa Fabii Maximi 
in Agro Sabino. 

Ma questa dovea essere eclissata da quella, che per opera 
del Magno Pompeo, dovea sorgere nel posto più eminente di quella 
vaga contrada. 

La bellezza del monte, su cui sorge Mompeo, ridente per la 
feracità del terreno, l'abbondanza delle acque, e più per gl'incan- 
tevoli panorami che vi si godono per ogni verso, dovette invitare 
quel grande ad edificarvi la sua dimora campestre, che ancora 
tanti avanzi antichi ricordano e fanno vedere quanto dovette es- 
sere grande e magnifica. 

Il suo grande amico ed ammiratore, Marco Tullio Cicerone, 
dovette andarvi qualche volta a vederlo, come appare dalle sue 
lettere (1). 

(1) In Pompejanum statim cogito, sed faciam te certiorem. Cic, Epist. 4, Lib. VII. 



oT2 A. BARBIELLlNI-A>nDEI 

Cerio, il nucleo dell'antica villa dovette essere dove oggi sorge 
il palazzo baronale, che per le varie edificazioni e raffazzonamenti 
che ha subiti, ha fatto quasi sparire le più antiche costruzioni. 

Ma delle sue dipendenze restano ragguardevolissimi monu- 
menti, specialmente nella parie del monte che discende verso la 
strada che conduce a Salisano, e verso una piccola chiesa, detta 
la Madonna del Mattone. Ivi veggonsi ruderi di antichi bagni, 
avanzi di sepolcri magnifici, quali quelli della Via Appia a Roma, 
pavimenti in musaico, e muri antichi, di cui alcuni reticolati, per 
una larga estensione, dimostranti quanto grande e bella dovesse 
essere quella villa. 

La semplicità e l'ignoranza dei passali abitatori ha disperso 
gli ornamenti e le lapidi che ornavano quei magnifici sepolcri, ed 
appena una ne fu letta al posto dal Marocco (1) salvala dai rovi 
e da una moltitudine di rami di quella pianta chiamata Ficus In- 
dica che copriva e cingeva quasi del tutto quel venerabile monu- 
mento, come esso dice. Io però non sono riuscito a vederla. Que- 
sto bellissimo monumento, oggi chiamalo la Palombara, ha una 
bella camera sepolcrale a volta, ridotta a stalla, e l' iscrizione che 
vi lesse il Marocco, moslra che fu innalzato ad onore di una li- 
berta di Pompeo, di nome Pasidiena, e ad una figlia di questa. 
Ecco r iscrizione : 

PASIDIENAE 

P. L. CLIMENAE ET MEGISTAE FILIAE 

FECIT HIMER- 

P. L. vuol dire Pompei Lihertae. 

Le altre lapidi che doveano designare i bei monumenti se- 
polcrali, esistenti lungo quella via, sono state disgraziatamente 
disperse. Una ne ho letta murata nel palazzo baronale, e dice : 

PETILIA T. ET 

P. ATRL L. ETHERA 

P. ATRIVP. E. 

L. SYNEROS 

CONLIBERTAE ET SIBI 



(1) Marocco, Monwnenti dello Stato Pontìftoio, Tom. II, p. 75. 



RICBRCIIK SILI,A ANTICA CITTÀ DI REOILLC) 373 

Dall'insieme si veiJe che questi monumenti sepolcrali, sebbene 
grandiosissimi, erano dei liberti dei signori del luogo, i quali 
avevano in custodia la villa e le sue vaste dipendenze. 

E giacché, per fa vicinanza di Regillo, abbiamo fallo parola 
<lella sontuosa villa di Pompeo, rappresentata oggi dal cnstello di 
Moinpeo ; a diletto dei nostri lettori, faremo la storia, per quanto 
ci I' dato dai documenti, di questo simpatico villaggio. 

La maggior parte degli antichi avanzi, di cui abbiamo fatto 
parola, sono del periodo imperiale, e certamente del primo e se- 
condo secolo: e ciò dimostra evidentemente che anche dopo la 
caduta e la morte in Egitto del grande Pompeo, i suoi successori 
seguitarono ad usare come luogo di delizia quel luogo, e certo 
almeno per due secoli dopo la sua morte, come quei monumenti 
rivelano. 

Di là comincia il bujo della storia, che aumentato per la 
guerra civile in permanenza nella seconda metà del terzo secolo 
per l'ambizione di tutti quei generali o tiranni che aspiravano al- 
l'impero, e nel quarto, quinto e sesto secolo per le irruzioni bar- 
bariche, ci fa perdere ogni traccia di Mompeo fino ai tempi di 
Adriano I (772-795), in cui per la prima volta lo ritroviamo no- 
minato sotto il modesto nome di Fundus Pomjjejanus. 

Trovasi così scritto in una lapide di quel Papa, che è nell'alto 
del Portico di S. Pietro ; ed è ricordato come quello, che sommi- 
nistrava l'olio per le lampade che ardevano sulla tomba dell'Apo- 
stolo nella Basilica Vaticana. 

In una iscrizione del secolo ottavo, esistente nella Chiesa di 
S. Maria in Cosmedin, trovasi scritto, Fundus Pompejanus. Nella 
Collezione Deusdedit, trovasi egualmente Fundus Pompejanus. 

Nell'anno 816, Papa Stefano IV, tra gli altri fondi, conferma 
all'Abate di Farfa, Ingoaldo, sotto Ludovico Pio, nel terzo anno 
del suo impero, Fundum Pompejanum (1). 

Nel Diploma dell'imperatore Lotario (820-849), riportato nei 
Codici Farfensi, si trova richiamato il Fundum Pompejanum (2). 

Dai surriferiti documenti, si vede bene, che l'antico fondo di 
Pompeo era divenuto proprietà della famosa Abbazia di Farfa. 



(1) Reg. Farf. 

(2) Reg-. Farf., pag. 74. 



374 A. BARBIELLINI-AMIDEI 

Infatti, neir 875, l'Abate Giovanni dà in enfiteusi Mompeo 
{Pompeje) ad un tal Francone, e tra i confini è designato un rivo 
che scende dalla Bocca di Azzone. 

E due anni dopo, neir877, il nnedesimo Abate Giovanni per- 
mette a Francone di edificarvi un castello. 

Ecco il principio e la fondazione dell'attuale Mompeo, il quale 
dalla decadenza dell' impero fino a quest^anno '877, non era stato 
altro che una tenuta, chiamata ora Pompejanum, ora Praedium 
Pompejanum, ora Fundus Pompejanus. 

Da ora in poi, non è più la squallida tenuta che si presenta; 
ma il Castrum Pompei coi suoi fortilizi ed i suoi abitatori. 

Si vede che la linea feudataria di Francone dovette estin- 
guersi, oppure che per demeriti fosse spogliata dall'Abate Far- 
fense del feudo; perchè all'anno 956, sotto il Papa Giovanni XII, 
troviamo che l'Abate Adamo dà in enfiteusi a terza generazione, 
il che vuol dire in investitura, ai fratelli Gaiderisio ed Ottaviano, 
figli di Buza, il castello di Mompeo, chiamato in quell'atto Pom- 
peje (1). 

Dai documenti Farfensi parrebbe che non tutte le terre di 
quel territorio fossero comprese nell'investitura feudale, perchè, 
nel 998, l'Abate Ugo che succedette ad Alberico nel 997, dà in 
enfiteusi un terreno a Mompeo, chiamato Bove gelato (2). 

Dall'investitura di Gaiderisio ed Ottaviano di sopra nominati, 
non sappiamo se ve ne siano state altre, prima che il feudo pas- 
sasse nella casa degli Orsini, discendenti di Simeotto Orsini, si- 
gnori di Castel S. Angelo in Roma. 

Un'antica arma di questa famiglia, molto tozza nella forma, 
con due orsi per supporti, ho veduto murata in un portico o cor- 
tile del palazzo baronale, la quale, rivelando una grande antichità, 
mi fa supporre che già circa il duodecimo secolo, gli Orsini di 
Castel S. Angelo fossero padroni del luogo. 



(1) Codex 2, Lib. Largitox'ius. 

(2) Quest'Abate comprò con denaro la sua dignità da Gregorio V, papa accessi- 
Inle air oro, e meritò il rimprovero di Ottone III imperatore, nel Placito del 998, dove 
dice: Qui sibi hnperialis Abbatiae (l'Abbazia di Farfa, era detta Imperiale, perchè 
dipendeva direttamente dagli Imperatori Germanici) absqìie nostro asseristi regimen 
usurpaverat, et quod deterius est, pretto enierat a Romano Ponti/Ice. Chronic. 
Farf., 492. 



I 



RICERCIIK Sl'LLA ANTICA CITTÀ NI KIOfill.KO 375 

Anzi io credo che debbano allribuirsi a loro parlo del recinto 
fortificalo e due torrette rimaste a memoria dell'antico castello, 
quasi interamente distrutto, e raffazzonato nella forma di palozzc) 
baronale dai Marchesi Naro, ultimi signori del luogo. 

Addurremo ora quei documenti, che a questa famiglia si ri- 
feriscono, come signori di Mompeo. 

Ai 2G di aprile del 1423, Bertoldo di Troilo Orsini, nomina 
dei procuratori per ricevere dagli eredi degli Anguillara e degli 
Alberteschi quanto gli spetta in Castiglione ed altrove, secondo 
l'arbitrato del Cardinale Giovanni vescovo di Albano, e di Pon- 
cello Orsini, zio del Cardinale, ed a ricevere quietanza a favore 
delie comunità di Foglia, Pompegio e Gravignano (1). 

Nel 1448, il magnifico Pier Angelo Orsino, signor di Mom- 
peo, donò al Priore, monaci e Monastero di santa Maria di Farfa, 
il castello di Montefalcone, che era nei pressi di Mompeo, con 
tutto il suo territorio, ragioni, azioni, e gius padronato ecclesia- 
stico sopra le sue chiese, e segnatamente su quella di s. Luca. 

Ora è intieramente sparito tale castello (2). 

Dal testamento del suddetto Pier Angelo Orsini, in data 
29 marzo 1476, per gli atti del notaio Egidio Micaronio, si viene 
a conoscere, che a quel tempo, uno dei figli del testatore, di 
nome Troilo, era già morto. Perciò egli lasciò erede il figlio 
superstite, Pier Francesco, in tutti i suoi castelli, terre, rocche, 
eie, nominatamente in castro Aloni is Pompei, etc. (3). 

E da questo nome di Monte di Pompeo, è certamente deri- 
vato il nome di Mompeo, più naturalmente di quello che molli 
scrittori vogliono dire, che invece provenisse dal cambiamento 
della lettera P in M. 

Nel 1559, il feudo apparteneva ancora ai discendenti di Si- 



(1) Arch. Stor. Rom., anno 1887, voi. X, p. 252. 

(2) In tal donazione, sono cosi enunciati i confini : A serina montis MaJoUni ver- 
sus dictum Castruììi montis Falconis, et versus Castrwni Salisani, et ab alio latere 
est rivus Andrianus et alias fines. Actum, in Castro Potnpei in domibus seu palatio 
solita^ habitatìonis praefati D. Petri Angeli, Mattheus magistri Cicchi de Tio^'i, nO' 
tarius et jiidex ordinar ius. 

Quinterno n. 12, Arch. Reat. 

Ed in Marocco, tona. Ili, pag. 23. 

(3) Arch. Vatic. Cod. Collectanea ad Ursinos. 



376 A. BAUBIELLINI-AMIDEI 

meotlo, come risulla dalla lapide esistente sulla porta della chiesa 
parrocchiale, dedicata alla Natività, dalla quale risulta che il po- 
polo del castello di Mompeo, restaurò, in quell'anno, questo lem- 
pio, mentre erano signori del luogo Alessandro e Virginia Orsini, 
e sedeva sulla cattedra di Pietro, il santo Pontefice Pio V. Ecco 
l'iscrizione : 

HOC TEMPLVM FVIT RESTAVRATVM A POPVLO 

C. MOMPEI SVB DOMINATIONE ALEXANDRI 

ET VIRGINIAE VRS. ET SVB PONTIFICATV 

DOMINI NOSTRI PII PP. V. PONT. MAX. 

A. D. MDLIX. 

Ma, gli Orsini, riempitisi di debiti, furono presto obbligati a 
disfarsi dei loro possessi in Sabina; ed in tale circostanza, ven- 
derono il castello di Mompeo ai marchesi Capponi di Firenze. 

Questi alla lor volta, lo venderono alla nobile famiglia Naro ro- 
mana, che l'ha posseduto fino al primo quarto di questo secolo. 

Questa famiglia, ora estinta, fu la vera provvidenza di questo 
luogo, e fece del tutto per riportarlo all'antica grandezza. 

Il marchese Bernardino Naro, vero signore dall'animo grande 
e generoso, volle far risorgere la villa di Pompeo, là dove da 
tanto tempo era disparita. 

Disfece quasi per intero il castello ed i fortilizii dei passati 
signori e degli Orsini, lasciandone solo due torri a ricordo. Sul- 
l'area di quello, edificò un bel palazzo baronale, che sebbene ab- 
bandonato e negletto dai presenti possessori, fa ancora arguire 
dal suo stalo fatiscente la primitiva grandezza e magnificenza. 

Circondò questo di giardini, fontane e deliziosissimi viali, che 
il Piazza, testimonio oculare, lo fa credere il castello incantato di 
Armida, esclamando che per quel luogo erano tornali i bei tempi 
del grande Pompeo (1). 

Il suddetto marchese Bernardino Naro, all'ingresso della terra, 
costruì un maestoso portone in travertino al di fuori, da cui si 
gode il vago prospello della Sabina, della Tuscia Romana e di 
Roma stessa. 



(1) Piazza, Gerarchia Cardinalizia, pag. 188. 



KICERCHB SILLA ANTICA CITTÀ DI KKfUI.I.O 377 

Apri e lastric(') slrade, Ira cui una, che da quelito portone, 
conducesse direttamente al suo palazzo. 

Volle anche lasciar ricordo della sua pietà a quei buoni ter- 
razzani. 

Riedificò perciò dai fondamenti la Chiesa parrocchiale nel ìCAY.i, 
non essendo stali sufficienti i restauri fattovi dal popolo di Monipeo 
nel 155U. Ed a dimostrare V affezione sua particolare a questo 
luogo, vi edificò una cappella, gentilizia, dove dispose, che dopo 
la sua morte vi fosse deposto il suo cuore ; costume, che osser- 
varono i suoi discendenti fino a tutto il secolo decimosettimo, 
come risulta dalle lapidi ivi esistenti. 

Così, mentre seppellivano i loro corpi nella bella chiesa della 
Minerva in Roma, ove avevano una splendida cappella, manda- 
vano a deporre i loro cuori nel loro amato Mompeo. 

Il medesimo Bernardino Naro provvide con lascili ai poveri, 
alle ragazze da marito, ed al restauro e dotazione di altre piccole 
chiese campestri. 

n figlio Fabrizio se non assomigliò il padre nella magnifi- 
cenza, non gli fu secondo nella pietà. 

Arricchì il tempio paterno con ricchi reliquarii ed insigni re- 
liquie ; trasportò da una chiesa campestre, nella cappella genti- 
lizia dal suo padre edificata, un antichissimo crocifisso intagliato 
in legno, grande forse più del naturale, che per la sua rara per- 
fezione artistica, commuove il cuore al vederlo, e desta nello slesso 
tempo venerazione ed ammirazione. 

Piazza ha descritto pateticamente con particolari dettagli que- 
sta Traslazione, che dovette essere un vero avvenimento per quel 
villaggio. 

Ottenuta, Fabrizio Naro, da Papa Clemente X l'indulgenza a 
forma di giubileo per tulli gli astanti, invitò a questa festa tutta 
l'aristocrazia Romana, facendo coniare medaglie di argento comme- 
morative, che distribuì agl'intervenuti. Tutta la Sabina vi accorse. 

Era il 17 maggio 1674: deposto il Cristo sopra un talamo, 
sontuosamente ornato di stoffe preziose, fu questo portato da do- 
dici poveri vestiti di panno paonazzo, con i sandali all'apostolica, 
mentre dei nobili romani sostenevano un ricchissimo baldacchino 
che lo ricopriva, ed il Vescovo di Sabina e gli altri personaggi 
chiudevano il corteo. 

25 



378 A. BARBIELLINI-AMIDEI 

Furono dotate, in memoria, tulle le ragazze povere, e fatte 
larghe elemosine a storpii ed indigenti (1). 

Ma, con i Naro, fini ogni grandezza di questo luogo ; ed ora, 
tolte le bellezze della natura, che vi spira ridente per ogni verso,, 
nulla più vi rimane, all' infuori delle memorie da noi accennate. 

Sono però ancor celebri i frutti del suo territorio, che fanno 
ricordare l'antico adagio romano su loro: Omnia mala, mala, 
praeter Appia Pompejana. Che è un calembour, o giuoco di pa- 
role bello e buono. Giacché, in latino, la parola malum, signifi- 
cando egualmente male e melo^ l'adagio voleva dire: che tulli i 
mali erano mali, all' infuori delle mele appiè di Mompeo. 

In mezzo a tutte le vicende e traversie passate, è grato a 
quei buoni terrazzani conservar memoria della loro origine. Così, 
il suggello del Comune porta la scritta: Communitas Pompejana; 
sul Granajo di proprietà del Comune, leggesi la sigla P. C. P. 
che vuol dire Pubblicae Commoditati Pompei; e sulla facciata 
della Chiesa di S. Carlo, edificata dal popolo di Mompeo nel 1620, 
è scritto : 

PIETATIS STUDIO POPVLI A POMPEJO SABINI. 

I lettori vorranno, nella loro gentilezza, scusarci, se ricer- 
cando la città di Regillo, abbiamo sorvolato le memorie di Mom- 
peo; perchè Regillo trovasi nell'attuale territorio di questo, e 
perchè ci pareva che valesse la pena d'illustrare un luogo, che fu 
deliziosa dimora di quel grande, che per poco non supplantò Ce- 
sare nella signoria del mondo. 

Roma, maggio 1896. 

Alessandro Barbiellini-Amidei. 



(1) Piazza, Sabina, p. 188. 



I 



•MU 



L'AMMINISTRAZIONE ECONOMICA 

DELL'ANTICO COMUNE DI PERUGIA 



La saggezza negli ordinamenti finanziari e nei processi del 
pubblico riscontro economico è certamente da riguardarsi come una 
delle cagioni onde Perugia si alzasse tra mezzo alla barbarie e 
si ingrandisse tanto da poter essere annoverala fra le cospicue e 
libere città d'Italia. E riesce veramente incresciosa la mancanza 
di lavori, che facciano conoscere con certezza i servizi dell'entrata 
e della spesa, le varie scritture ed i conti di questo antico co- 
mune, che, per lungo tempo e attraverso fortunose vicende, seppe 
mantenere intatta la sua autonomia. 

Di questo mi era forza parlare fin dalle prime, non per vana 
compiacenza nel mostrare ch'io intendo colmare una lacuna, ma 
per il desiderio vivo di sapere che presto altri compierà un la- 
voro tanto utile, con quella pienezza di ricerche e con quella pro- 
fondità di considerazioni, per le quali io non ho né mente né lena 
bastevoli. 

La legge del minimo mezzo va rigorosamente applicata alle 
pubbliche amministrazioni, nelle quali, purtroppo, come nei tempi 
che corrono, la intralcialura dei regolamenti, prodotta dalle nu- 
merose variazioni successivamente apportale al verificarsi di ogni 
bisogno, senza riordinare mai le disposizioni già prese, e talvolta 
anche la facilità nel concedere cariche ai numerosi petenti, hanno 
promossa T eccessiva estensione di una burocrazia troppo onerosa 
per l'azienda. Ma l'applicazione di tale legge suppone unità e 



o80 V. ALFIERI 

armonia di movimenti e perciò una sapiente istituzione di organi 
amministrativi e una sapiente distribuzione di funzioni, alle quali 
si può giungere soltanto col trarre le norme amministrative dalla 
considerazione larga e coscienziosa dei fatti, ricercando il passato 
con grande amore e lungo studio, applicando, in somma, alle di- 
scipline amministrative, specialmente alla ragioneria, che si rife- 
risce al controllo economico, quel metodo sperimentale, a cui 
molte scienze debbono il loro continuo incremento. 

E deve riescire molto profittevole l'esame accurato degli or- 
dinamenti governativi nella antica Perugia, per sapere come, col 
sorgere e l'aggrandirsi delle libertà cittadine, si tendesse a creare, 
sviluppare e coordinare gli organi amministrativi, ad adattare alle 
nuove esigenze quelli già esistenti, a regolare i singoli servizi in 
guisa da segnare ad ogni magistrato la via da percorrere e da 
raltenerlo costantemente in essa, onde avesse l'intiera ammini- 
strazione comunale a foggiarsi in modo da permettere alle parti 
sue di compiere azioni legate sempre da mutua dipendenza. Ma 
non si creda che questo esame debba partire esclusivamente dalla 
convinzione di trovare negli antichi documenti amministrativi tutte 
le disposizioni necessarie e sufficienti al reggimento delle odierne 
aziende. Sono considerabili le evoluzioni subite dal pubblico con- 
trollo economico, vuoi per il progresso nella produzione e nella 
circolazione della ricchezza, vuoi per il perfezionamento nei mezzi 
e nei processi finanziari, vuoi per i mutamenti di tendenze della 
vita sociale e per lo sviluppo del reggime rappresentativo, vuoi 
per l'accrescimento dei bisogni comuni e quindi perla sopravve- 
gnenza di nuove spese e l'ottenimento di nuove entrate pubbliche, 
vuoi infine per la integrazione e la conseguente differenzazione 
degli organisiTii politici. Del resto, il controllo economico si svi- 
luppa a mano a mano che cresce la ricchezza, specialmente quella 
mobiliare, perchè l'importanza sua è in ragione composta della 
quantità dei beni economici e della rapidità delle loro mutazioni; 
e tale controllo aumenta in estensione e intensità a misura che 
il lavoro amministrativo diventa più complesso e si fa più grande 
la divisione sua, perchè, crescendo la differenzazione amministrativa, 
crescono eziandio le forze dissolventi, onde l'integrità dell'orga- 
nismo non può essere serbata lungamente senza un efficace con- 
trollo, che renda perfetta la coesione delle parti. Se, qualche se- 



l'amministrazione economica, ecc. '^Hl 

colo addietro, quando le pubbliche aziende non erano inolio com- 
plesse, si poteva sostenere che l'arte del controllo non era ardua, 
ora devesi pur convenire che le funzioni di ragioneria e gli or- 
gani a cui sono deputate prendono una parte ben grande nella 
compagine amministrativa. Bisogna rilevare e studiare lutto il la- 
voro economico nelle sue cause e nei suoi effetti, stimolarlo e vin- 
colarlo in guisa che abbia sempre a procedere convenientemente. 
La valutazione degli elementi patrimoniali e dei loro mutamenti, 
gli inventari, le previsioni, la costrizione dei fatti amministrativi, 
le registrature analitiche e sintetiche, i rendiconti e le revisioni 
loro sono ora funzioni di controllo, che, nelle pubbliche aziende, 
si manifestano piene e convincenti più che in passato. 

Negli scorsi secoli vi furono ordini veramente buoni, ma tal- 
volta contrastavano al fine ultimo per cui erano emanati, avendo 
in sé troppa rigida severità. Ora i debitori del fìsco non temono 
più la sospensione dei diritti politici, l'esclusione da tulli gli onori, 
offici e benefici dello stalo, la confisca dei beni, l'esilio, la distru- 
zione delle loro case. E questa mitezza di mezzi del controllo 
economico moderno ne attesta di certo la superioranza rispello a 
quello antico. Ora la qualità di ministro delle finanze non attira 
più l'odio popolare, i pubblici tesorieri non ritardano più a loro 
talento i pagamenti, i pubblicani non possono più conseguire lucri 
favolosi, non si affida più il denaro pubblico ai frati camerlenghi 
o Chiavari o massari, perchè il conlrollo moderno tende a forzare 
ognuno, che lavora nell'azienda, ad essere, anche malgrado suo, 
onesto ; a differenza del controllo antico, che spesso si fondava 
troppo sulla rettitudine e sul sentimento religioso. 

E rimoto il tempo in cui i tributi e le lasse si corrispondevano 
in natura ; perciocché i reggitori delle pubbliche finanze cercarono di 
ridurre a denaro tutte le rendite e per conseguenza anche le spese, 
onde riuscisse meno intralciala la gestione e più efficace il suo ri- 
scontro. Aumentando l'iinporlanza relativa del denaro nelle funzioni 
dell'entrata e dell' uscita, divenne cura precipua dei governanti 
l'accogliere in tempo nelle casse i fondi necessari. Per semplificare 
il processo dell'entrata e per rendere pronte e sicure le riscos- 
sioni, si indussero anche a dare ad appallo le gabelle; talvolta 
anzi ricorsero purtroppo a un metodo più sbrigativo, cedendo 
temporalmente ai creditori dello statr) i proventi delle imposte e 



o82 V. ALFIERI 

delle tasse. Volendo regolare il servizio del tesoro, gli slatisli non 
seppero da prima escogitare altro espediente che quello di affidare 
à speciali magistrati tante casse quanti erano i cespiti delle en- 
trate e delle spese. La molteplicità delle casse e l'imputazione 
dei fondi provenienti da determinate rendite all'eseguimento di 
■'e spese sono, per avventura, le caratteristiche che ebbe, negli 
stati nostri medioevali, il servizio del tesoro. Nella veneta repub- 
lica, pressoché tutti i magistrati avevano casse proprie e gene- 
ralmente più d'una, ove custadivasi il denaro secondo le fonti da 
cui proveniva e l'impiego che doveva farsene, ed a cui attendevano 
speciali cassieri e speciali scontri, obbligati a tenere giornali e 
quaderni separali (1). La limitazione delle varie categorie di spesa 
si faceva prima dal consiglio dei dieci, poi, dopo la sua riforma, 
dal senato; uno speciale magistrato, i provveditori alla scansazione, 
vigilava perchè non si uscisse dalle limitazioni fatte; la distribu- 
zione del pubblico denaro ai vari magistrati si faceva con regola- 
zioni di casse generali o parziali, avuto riguardo a ciò che dove- 
vasi spendere nell'anno e procurando di deputare a ogni ufficio 
o reggimento le intere rendite di uno o più dazi, o di una o più 
camere (2). Anche a Firenze si applicò il metodo di assegnare a 
ciascuna categoria di spesa i fondi provenienti da determinate 
rendite o tasse, e di custodire simili fondi in casse separate; 
avendo cura di vincolare alle uscite più importanti le entrate 
più sicure, alle spese relative a un dato luogo i proventi ivi otte- 
nuti, e comminando pene severe a chi erogasse le somme riscosse 
in modo diverso da quello prefisso. Così il camarlingo del Monte 
aveva assegnamento a carico delle gabelle più sicure, cioè quelle 
del sale, delle porte, del vino al minuto, in una somma stabilita 
annualmente o mensilmeHte; quando si istituì la decima, venne 
destinato il prodotto di essa a redimere il debito pubblico, per il 
che fu detta anche tassa di redenzione; nel 1351 fu deliberato dai 
consigli che tutto il denaro riscosso per il comune nella terra, 
corte o distretto di Prato, per la gabella del vino al minuto, si 
spendesse nel condurre a termine il cassero di Prato e che il ca- 



(1) F. Besta, La Ragioneria, Vroìxi^ìone letta, nella solenne apertura dejrli studi, 
per l'anno scolastico 1880-81, alla R. Scuola superiore di comraei'cio in Venezia, pag. 52. 

(2) V. Besta, op. cit., pag. 53. 



I 



l'ammixisth AZIONE ECONOMICA, ECC. :>>^:i 

inarlingo dei governanti di della gabella dovesse pagarlo ai sopra- 
stanti alla costruzione del cassero stesso, sotto pena di lire cin- 
quecento (1). 

Ma tali ordinamenti del servizio di cassa, sebbene valessero 
a separare nettamente le previsioni di cassa e la ripartizione dei 
fondi dalle autorizzazioni delle entrale e delle uscite ed a stabil- 
mente fissare le rendite e limitare le spese, non erano tuttavia 
scevri da inconvenienti, poiché rendevano numerose le scritture, 
complicali i riscontri, troppo grandi le somme, che dovevano ri- 
manere nelle diverse casse, necessari gli storni da cassa a cassa, 
quando tardava l'entrala dei fondi deputati alle singole spese, e 
difficile il disporre con sollecitudine del pubblico denaro secondo 
le occorrenze. Laonde, in progresso di tempo, si cercò di ridurre 
il numero delle casse, lasciando ai diversi magistrati, non il ma- 
neggio, ma la sola disposizione del denaro; di separare la facoltà 
■di accertare le entrale e le uscite da quella di custodire il denaro 
e di curare gli incassi e i pagamenti; ed in questo modo si venne 
all'unità del tesoro, vale a dire all'unità del magistrato, che deve 
presiedere alla custodia del denaro e alla distribuzione sua nei 
vari luoghi dove si manifestano interessi da soddisfare. L'unità 
del tesoro eliminò necessariamente la molteplicità dei fabbisogni 
di cassa; i dati di questi si riunirono in un solo bilancio; e allora 
le previsioni relative alle entrate e alle uscite di un determinalo 
periodo amministrativo si considerarono, nei governi parlamentari, 
come autorizzazioni definite, le quali segnavano, specialmente per 
la spesa, limiti fermi. 

Nei secoli andati, il controllo pubblico si rivolgeva piuttosto 
a reprimere e punire anziché a prevenire e frenare ; era in gran 
parte susseguente e non antecedente e concomitante al lavoro am- 
ministrativo. Non si definivano previamente in ogni loro fase gli 
affari o i negozi, nei quali svolgevasi la pubblica gestione ; non 
sempre si astringevano efficacemente i funzionari, con la vigi- 
lanza, l'opposizione d'interessi, gli ordini e le ricevute per iscritto, 
alla esatta osservanza del loro mandato. Non di meno la costri- 
zione dei fatti amministrativi, nei liberi nostri comuni, ebbe mani- 



ci) P. RiGOBON, La Contabilità di stato nella repubblica di Firenze e nel Gran- 
ducato di Toscana, pag. S4. 



384 V. ALFIERI 

festazioni imporlanli. A Firenze i camarlinghi addetti alle diverse 
gabelle, i notari e gli scrivani di entrata dovevano registrare quo- 
tidianamente gli introiti, sotto pena di lire cento ; i governatori 
delle singole gabelle dovevano tutti i giorni, meno i solenni e i 
festivi, notificare ai regolatori dell'entrata e della spesa l'ammon- 
tare dell' introito della giornata precedente a mezzo di cedola scritta 
dal camarlingo e sottoscritta dal notaio postogli accanto ; per gli 
ordinamenti di camera del 1289, i camarlinghi non potevano am- 
mettere ordini di pagamento dei signori, che non fossero sotto- 
scritti da cinque di loro (1). A Venezia si faceva obbligo ai ma- 
gistrati di registrare il fatto amministrativo in presenza della parte 
interessata odi un suo rappresentante; si consentivano ai singoli 
uffici, cui eransi deputate somme, per la diretta esazione, dalle 
camere o dai magistrati dei dazi, l'autorità di avvogadori fiscali^ 
ponendosi cosi saggiamente in giuoco opposti interessi ; il sinda- 
cato sui ministri subalterni e sui magistrali era assiduo ed era 
quasi costantemente efficace l'attrito di opposte tendenze fra essi (2). 
Più sviluppato era, per avventura, in quei tempi, il controllo 
consuntivo ; poiché si era scrupolosi nel confrontare il fatto col 
diritto, nel prescrivere la conservazione dei documenti di prova e 
la registrazione delle operazioni effettuate ed obbligare ciascuno, 
che aveva il maneggio del pubblico soldo, a rendere ragione del 
suo operato. L'ordinamento amministrativo dei liberi nostri co- 
muni non permetteva, forse, la compilazione e la resa di conti 
per dimostrare lo stato della pubblica fortuna ed i risultamenti 
generali del governo in un dato periodo di tempo. Nulladimeno 
si obbligavano gli officiali aventi maneggio di denaro a render 
conto dell'azione loro, specialmente quando essi uscivano di ca- 
rica ; ma, invece di riassumere e ordinare in acconci prospetti i 
dati relativi alla gestione, presentavano i libri da essi tenuti e 
dai quali avrebbero dovuto ricavare quei dati. A Venezia i diversi 
cassieri dovevano saldare essi stessi ogni mese i loro registri,, 
portare i loro libri così saldati e contare il residuo ai camarlinghi 
del comune ; a Firenze i libri dei camarlinghi erano saldali e 
chiusi dai magistrati revisori, i quali determinavano la situazione 



(ì) P. RiGOBOX, op. cit., pag. 88, 89. 
[ti) F. Desta, op. eit., pag. 53, 78. 



L' AMMIXISTKAZION'B ECONOinCA, KCC. 3H5 

finale ed il resto, che avrebbe dovuto essere versato (1). Si lia 
tuttavia qualche esempio di documenti, che accennano alle gene- 
rali entrate e spese delio stato ; tali sono, per esempio, due ca- 
pitoli della cronaca di Giovanni Villani risguardanti le rendite as- 
sise e le spese ferme del comune di Firenze nel 133H, e i brani 
della cronaca Alberegna, che ricordano le rendite e le spese di 
Venezia nel 146!). (ìiova però osservare che non si compilavano 
bilanci fondati sui risultamenti reali della gestione in \\n determi- 
nato spazio di tempo, sibbene prospetti, che non erano né pre- 
ventivi ne consuntivi, ma piuttosto conti d' avviso, tendenti a di- 
mostrare a quanto sarebbero montate annualmente le rendite e le 
spese dello stato, ove questo si fosse mantenuto nelle condizioni 
normali (2). Solamente più tardi si pensò a ottenere dati compen- 
diosi intorno alla gestione di ogni anno decorso ed a presentare 
veri conti per la dimostrazione dell'intiera opera amministrativa. 
Benché non fosse ordinata la compilazione periodica di consun- 
tivi, poteva non di meno essere stabilita la tenuta e richiesta la 
presentazione dei libri, nei quali fosse ricordato l'avvenimento di 
ogni annua entrata e uscita pubblica. Infatti, a Firenze, con deli- 
berazione, di poco anteriore al 1384, si stabilì che i priori ordinas- 
sero, usando dei mezzi più opportuni, che si calcolasse e annual- 
mente si rivedesse con diligenza la ragione integra di tutte le en- 
trate e di tutte le uscite del comune, in modo da poter vedere 
ogni anno chiaramente il montare delle rendite e delle spese av- 
venute in quello decorso ; e la sopraintendenza alla compilazione di 
tali scritture venne affidala ai provveditori della camera (3). Ma 
se la compilazione delle scritture complesse trovava non lievi in- 
ciampi nell'organismo amministrativo e nei processi finanziari dei 
nostri comuni, le registrature elementari avevano per controverso 
largo sviluppo. E riuscivano eziandio laboriose, perchè molle erano 
le magistrature richieste dalla molteplicità e moltiformilà dei pub- 
blici bisogni e volute specialmente da un principio fondamentale 
di governo, per cui, anziché aumentare le attribuzioni ai magi- 
strati esistenti, se ne dovevano istituire altri, acciocché fosse li- 



ei) P. RiGOBON, op. cit., pag. 12-1. 

(2) F. Besta, op. cit., pag. 02, 63. 

(3) P. RiGOHON, op. cit., pag. 102, 103. 



386 V. ALFIERI 

mitato sempre il loro potere. Per una disposizione contenuta ne- 
gli statuti fiorentini, riordinati nel 1415, il notaro e il cannarlingo 
erano obbligati a presentare i loro libri allo scrivano o ragioniere 
dei regolatori, entro un mese dopo discesi di carica ; e, se gli 
uffici del notaro e del camarlingo cominciavano in tempi diversi, 
li primo doveva tenere un libro per ogni camarlingo e il secondo 
doveva tenere un libro per ogni notaro. Le provvisioni della ca- 
mera, prese a Firenze nel 1289, prescrissero che giornalmente 
venissero registrate da uno dei numeratori del denaro le singole 
entrate e dall'altro le singole uscite, e che i notai di camera re- 
gistrassero in due distinti quaderni le entrate e le uscite^, divise 
in capitoli. E, dopo la riforma della camera, avvenuta nel 1458, 
il cassiere doveva segnare, in un solo libro, da una parte le ri- 
scossioni e dall'altra i pagamenti, ma sempre alla presenza dei 
notaio e dello scrivano ; il notaio, per chiarezza e per riscontro, 
doveva tenere un altro libro delle entrate e delle uscite; e lo scri- 
vano doveva tenere, secondo l'ordine dei massai della camera, un 
libro grande, per la trascrizione e la classificazione dei pagamenti 
€ delle riscossioni, il quale libro confrontavasi dai ragionieri or- 
dinari col registro del cassiere, quando il cassiere o lo scrivano 
scadevano di carica (1). A Venezia, con decreto del senato, in 
data 1° febbraio 1515 (more veneto), venne stabilito che a comin- 
ciare dal 1° marzo 1516 si tenesse all'ufficio dei camarlinghi un 
libro ordinario nuovo con un giornale nuovo per notare gior- 
nalmente i fatti nel modo seguilo dai banchi di scritta, ossia in 
partila doppia (2). 

A disegno mi sono fermato sulle principali condizioni del go- 
verno economico nei liberi comuni medioevali d'Italia, per facili- 
tare il giudicio dei pubblici ordinamenti amministrativi, in parte 
almeno veramente originali, che Perugia seppe darsi nel tempo 
della maggiore sua gloria. 

Reputo espediente trattare prima dell'organismo amministra- 
tivo, poi delle funzioni di direzione, di gestione e di controllo, e 
disporre le notizie nel modo indicato dal seguente sommario: 



(1) P. RiGOiiON, oj). cit., pag. 98, 99, 112, 113. 

[2) F. Besta, op. cit., paj?. 79. 



Jl 



l'ammixistkazionk economica, ecc. 387 

Gli organi ((iinninistrativi. 

i. I coni«jli — il pot('!itn — il capitfino del popolo — / priori. 

2. Il consifjlio dei priori — il con,sif/li(j dei priori e dei came- 
rari delle arti — il consi(/lio dell'adunanza (jenerale — il con- 
siglio dell'aringo — il consiglio generale — il consiglio mag- 
giore — il consiglio del popolo. 

3. / direttori delle imposte — gli officiali collettori — il ca- 
merlengo. 

4. / massari — i conservatori delle monete — gli officiali del- 
l'abbondanza. 

5. / magistrati deputati a sercizi speciali — gli agenti minori 
— i castellani. 

6. / notari — i computisti — i cancellieri e gli abbreviatori 
delle riformagioni — gli officiali delVarmario. 

7. / sindaci degli officiali superiori — il maggior sindaco. 

Le funzioni aimninistrative. 

8. // .servizio di cassa — l'autorizzazione delle entrate e la li- 
mitazione delle uscite. 

9. L' introito della camera dei massari — /' introito della ca- 
mera dei conservatori delle monete — /' introito della camera 
dell'abbondanza. 

10. L'esito della camera dei massari — l'esito della camera dei 
conservatori delle monete — l'esito della camera dell'abbon- 
danza. 

11. La riscossione delle rendite e il pagamento delle spese — / 
mutui pubblici. 

12. La vendita dei frutti di beni comunali e dei proventi delle 
gabelle. 

13. // catasto. 

14. / libri dell'armario — i libri della cancelleria — i libri dei 
massari — i libri dei conservatori delle monete — i libri degli 
officiali dell'abbondanza — i libri dei sindaci e dei castellani. 

Svolgerò questa materia alla buona, da ragioniere, non da 
giurista, ed ometterò le osservazioni comparative, perchè a me 



388 V. ALFIERI 

non sembra agevole istituire confronti fra gli ordinamenti antichi, 
che sono prova luminosa di senno pratico, ed i moderni, che si 
dicono frutto di indagine scientifica, e perchè il lettore, non an- 
noiato dagli eccessivi ragionamenti, potrà così afferrare certi fatti 
essenziali,, annodarli, definirne la natura, le relazioni, le leggi,, 
raccogliere da sé in un punto le cose più disparate e lontane e 
dedurne le idee generali. 

Gli organi amministrativi. 

Il pubblico governo economico nell'antica Perugia, dovette 
certamente adattarsi allo spirito di associazione, alle tendenze indu- 
striali, forse anche al sentimento religioso, che informarono le 
varie corporazioni artigiane, e sopratutto ebbe a subire l'influenza 
del genio democratico, che presiedette all'organizzazione comunale 
e l'incitò a svolgersi con speciale indirizzo e notabile energia. 

L'aiuto pei'sonale, la protezione giuridica furono i primi fini 
delle compagnie artigiane; poi, divenuto il popolo ricco e potente,. 
la classe media trovò in esse appoggio per mantenere lo stato; 
le arti entrarono nel comune come corporazioni fortemente costi- 
tuite, coordinale tra loro, partecipi del governo, si manifestarono 
operose per fini economici, politici, amministrativi e religiosi, e 
parte del diritto pubblico e privato apparve nei loro statuti (1). 
Anche a Perugia, città non semplicemente commerciale, ma traf- 
ficante, con proprie industrie, le arti ebbero grande azione poli- 
tica, e si può credere che, trovandosi il comune intimamente le- 
gato alle corporazioni locali, conformasse, in parte almeno, il suo 
riscontro economico a quello che in esse veniva esercitato. 

Perugia, al pari di altre gloriose repubbliche italiane, ebbe 
un'operosa democrazia, che andò assumendo sempre maggiore 
importanza, che recò in grembo le sorti di novelle istituzioni, vo- 
lute dal popolo desideroso ognora di far valere i suoi diritti, che, 
sino dal cadere del secolo X, rese autonoma l'amministrazione 
pubblica e seppe mantenerla incolume fra l'imperversare degli av- 
venimenti politici ed a fronte ancora dell'autorità papale, a cui 



(li T. CriTKi, Le corporazioni delle arti nel Comune di Viterbo, pag. 90, 1. 



L' AMMIXISTRAZIOXK KCONliMICA, KCC. :ìH9 

potè chiedere protezione, come ebbe u callivarsi l'appoggio degli 
imperatori, ma non lasciò sottometterla fino al 15:5!). I perugini 
si mostrarono costantemente alieni dal concedere ai vescovi un 
governo temporale nella città e si adoprarono sempre in modo che 
il clero non intralciasse le faccende comunali; considerarono la 
qualità di ministro del culto incompatibile coH'esercizio degli offici 
civili e non ammisero perciò ecclesiastici al disimpegno di pub- 
bliche funzioni, fuorché in casi ben radi e specialmente quando 
giudicavasi espediente, per il buon esito dei negozi, l'intervento 
della chiesa (1). 

Per conoscere bene l'indole del pubblico riscontro ecojiomico 
svoltosi anticamente in Perugia, occorre badare alla organizza- 
zione amministrativa del comune ed esaminare le molle disposi- 
zioni statutarie, che ad essa si riferiscono. Ma tale esame pre- 
senta difficoltà non lievi, perciocché nei comuni la ragione pub- 
blica si alzò a tal punto che non si rivolse solamente a qualche 
parte del diritto, ma abbracciò l'intiera legislazione, ad indicare 
forse i principi di quell'ordine, che doveva col tempo in tutta la 
sua pienezza essere stabilito (2). E dagli statuti comunali, neces- 
sariamente complessi, lo studioso non può sempre con sicurezza 
trarre tutte le notizie, che vorrebbe convenientemente classificare 
ed esporre con chiara sintesi. Di più, è bene ricordare che, nelle 
amministrazioni pubbliche, non è sempre possibile una differen- 
zazione netta e piena tra gli organi, che hanno funzioni eco- 
nomiche e quegli altri, a cui sono deputate funzioni, le quali mi- 
rano direttamente a conseguire i fini dell'azienda; talché vi pos- 
sono essere bensì, e, per poco che l'organismo sia complesso, vi 
sono in fatto organi, che hanno solamente funzioni economiche, 
ma vi hanno funzioni economiche, anche importanti, che vengono 
compiute da organi istituiti per altre capitali funzioni (3). Questa 
circostanza emerge purtroppo dagli statuti perugini, nei quali, al 
dire del moderno storico di Perugia, si vede frequentemente at- 



(1) L. BoxAzzi, istoria di Perugia, voi. I, pag. 326, 337. — O. Scalvanti, Consi- 
derazioni sul 2irimo libro degli Statuti 2)erug ini, {Bollettino della Società umbra di 
storia iMtria, voi. I, fase. II, pag. 234). 

(2) L. Ciccoxi, Origine e progresso della civiltà europea, voi. Ili, pag. 20. 

(3) F. Besta, Corso di Ragioneria pì'ofessato alla classe di magistero nella, 
R. Scuola Superiore di Commercio in Venezia, voi. I, pag. 165. 



390 V. ALFIERI 

tribuita, in casi disparalissimi, a tulli quanli gli ufficiali del go- 
verno (quocumque nomine nuncupenlur) la esecuzione d'uno slesso 
decrelo e uno scambio di uffici non corrispondente al titolo degli 
ufficiali (1). E perciò riesce ardua, forse vana, la classificazione 
di tulli gli antichi magistrati comunali rispello alle loro attribu- 
zioni di direzione, di gestione e di controllo. 

Perugia reggevasi con proprio statuto anche prima che si 
compilasse quello del 1279: se ne ha prova in un documento 
del 1201 relativo alla lega coi Folignati, nell'atto di sommissione 
dei Monlonesi del 1210 e ancora in una lettera di Innocenzo Ili 
nel 1215 (2). Ma gli statuti, secondo i mutali bisogni, di tempo in 
tempo si rinnovellavano : così si ha notizia di riforme ad essi ap- 
portate nel 1305, nel 1366 e nel 1415 (3). E questo fatto aumenta 
ancora la necessità delle indagini estese e profonde, per chi vo- 
lesse, con piena sicurezza, ricostruire idealmente l'intiera ammini- 
strazione economica dell' antico comune perugino. Nondimeno, 
senza avere la pretesa di accingermi a lavoro si arduo, debbo ac- 
cennare alle principali magistrature perugine risguardanti il ser- 
vizio dell'entrata e della spesa comunale affinchè possano riescire 
chiare le notizie del pubblico riscontro economico, che, nel se- 
guilo di questo scritto, andrò esponendo. 

Perugia, simile in questo a molte altre città italiane, alternò 
per assai tempo il governo dei consoli a quello del potestà, il nu- 
mero 'tlei consoli variava secondo le locali circostanze od i momen- 
tanei bisogni: dieci erano i consoli alla dedizione dell'Isola Pol- 
vese del 1130 ; sei dinanzi ad Arrigo VI, quando il cancelliere 
imperiale suggellava al campo di Gubbio la concessione del 1185; 
sedici, con a capo il camerario, nella sommissione di Castel della 
Pieve del 1188 (4). Forse la numerosità dei consoli fu talvolta 
cagione di interne fazioni e anche di impedimento all'unità e im- 



(1) L. BoxAzzi, op. cit., voi. I, pag. 553. 

(2) F. BONAiNi, Prefazione al tomo sedicesimo dell'Archivio storico italiano, 
pag. XXXI] I. 

(3) La più antica raccolta di statuti perugini che tuttora si conserva è del 1279, 
in latino, su membrana. Esiste anche una raccolta in vernacolo con la data del 1343, 
e un'altra in latino e a stampa del 1527. Vedasi il Compendium. iuris municipalis ci- 
vitatis Perusiae, pag. 249 e segg., di Bartolomeo Giliano. 

(4) F. BONAINI, op. cit., pag. XXXI. 



l'amministrazione economica, ecc. :{;H 

parzialità di governo ; laiche si pensò di deputare la s(jiiuiia di- 
rezione del comune al potestà. Nel liT-i il potestà di l'cingia era 
in Venezia con altri che tenevano la stessa carica e coi consoli 
di cospicue città d'Italia, per corteggiare Federico I e papa Ales- 
sandro ili. Ma la carica di potestà, sino alla fine del XIl secolo, 
non fu che straordinaria, presso a poco come dittatura, per Ih 
quale il consolato restava momentaneamente abolito, sinch<"', dopo 
i primi anni del XIII secolo, apparve come regolare e ordinaria 
autorità suprema dei municipi. Questo alto magistrato venne poi 
sopraccaricalo di uffici ; doveva essere nobile, forasliero, dotto in 
legge; doveva durare per un solo anno e, più tardi, per sei mesi 
soltanto ed essere sindacato all'uscir di carica; doveva portar 
seco tre aiutanti (socios), sette giudici, dei quali uno almeno fosse 
barbiere (1). 

Consoli e popolo solamente ci presentano gli antichi comuni ; 
ma, scemata poi la confidenza popolare, sorsero accanto ai con- 
soli i consigli, dei quali si ha notizia anche nella storia perugina, 
fin dall'accordo del 1200 con Montone. Il consiglio minore era 
composto dei personaggi più cospicui, specialmente per dottrina; 
venne istituito a fine di non trattare col popolo, adunato in piazza, 
affari delicati, che richiedevano molla circospezione, e fu anteriore 
al consiglio generale, scelto fra persone d'ogni condizione e isti- 
tuito dagli stessi consoli per diminuire la propria responsabilità, 
fra gli impedimenti che loro opponevano il feudalismo, il papato 
e l'impero. L'istituzione del potestà, fornito di grandi poteri, non 
poteva andare disgiunta da quella di un consiglio sorvegliante, 
che, a Perugia, nel secolo XIII, era costituito da cinque consoli 
delle arti, scelti uno per porta (2). 

Il capitano del popolo, già esistente e giudicante in Perugia 
verso il 1255, aveva comune col potestà il giuramento e comuni 
sovente anche le incumbenze, ma specialmente era investito del 
potere militare e di una parte del potere giudiziario, mentre il 
potestà continuava ad essere il rappresentante politico del co- 



(1) L. BoNAZzi, op. cit., voi I, pag. 331. 

(2) L. BONAZZI, op. cit., voi. I, pag. 331, 333. 



392 V. ALFIERI 

inune (1). Ambedue poi erano tenuti a mantenere la dignità della 
loro carica e ad osservare l'imparzialità del loro ufficio, evitando 
specialmente la domestichezza coi cittadini (2). L'istituzione del 
capitano del popolo sarebbe stata nulla se non avesse trovato ap- 
poggio in un nuovo consiglio, che fu detto degli anziani e com- 
posto di dieci membri. L'ufficio di capitano del popolo talora fu 
congiunto in Perugia a quello di potestà, il che seguì pure ri- 
spetto alle cariche del potestà e del capitano di guerra; al capitano 
del popolo si aggiunse poi il capitano di parte guelfa, che, fra i 
magistrali, fu l'ultimo a morire, perchè non fece mai niente (3); 
a questo si aggiunsero ancora il giudice di giustizia e il sindaco 
maggiore, per aiuto e sorveglianza ; e, osserva il moderno storico 
perugino (4), quasiché i consigli non bastassero, si crearono, nel 
1290, i savi del ritocco, per la trattazione di negozi delicati e se- 
veri. Fin dal 1259 Perugia aveva, fra i primi magistrati della re- 
pubblica, un priore delle arti, che teneva assai del carattere del 
proconsole in Firenze; quarantaquattro anni dopo, essendosi sop- 
pressi i consoli delle arti, vennero istituiti i priori. Erano dieci; 
due dovevano appartenere al collegio della mercanzia, e il primo 
dei due era capo, uno al collegio del cambio, gli altri toccavano 
in sorte a sette delle arti, che rimanevano delle quarantaquattro 
allora esistenti. Dovevano essere popolari e perugini, possedere 
un censo di cento lire, che poi fu ridotto a cinquanta, e non avere 
mai esercitato professione servile. Da principio, oltre il vitto, eb- 



(1) Teneatur potestas et capitaneus et maior sindicus et quilibet eorum scilicet 
potestas suam potestariam et otìicium et capitaneus suam capitaneriam et maior .sin- 
dicus eius officium bene legaliter et fldeliter exercere et iura communis Perusie de- 
l'endere et gubernare et prò ispsis inveniendis et habendis investigare omni solicitu- 
dine qua poterunt ampliori: Et observare et observari lacere iuxta eorum posse tam 
ipsi quam eorum et cuiuslibet eorum iudices et officiales et cuiuslibet eorum omnia 
ordinamenta artium et artis cuiuslibet. Stai. Perus., voi. I, rub. 2. — Xos potestas et 
capitaneus communis. et populi perusini et quilibet nostrum iuramus corporali ter ad 
sancta dei evangelia tacto libro toto posse salvare defendere et manu tenere in pace uni- 
tate et bono statu totum commune et populum civitatis et comitatus Perusie... Rub. 3. 

(2) Nec habeant ispi potestas et capitaneus nec aliquis de eorum famiglia con- 
servationem seu familiaritatem cum aliquo perusino. Et non possint ipsi nec alter 
eorum commendere nec libere cum aliquo perusino vel habitatore ipsius civitatis cle- 
rico vel laico in civitate bui'gis vel suburgis perusie. Stat. Perus., voi. I, rub. 2. 

(3) L. BoxAZzi, op. cit., voi. I, pag. 552. Vedasi la inconcludente rubrica 473 del 
volume primo degli statuti. 

(4) L. BONAZZI, op. cit., voi. I, pag. 340. 



l' AMMIXISTRAZIOXK ECONOMICA, FX'C. 393 

bere Io stipendio di dieci soldi al giorno; più lardi la paga venne 
cresciuta, ma questa fu senìpre in ragione inversa del potere, di 
maniera che linirono col percepire un fiorino d'oro (1) al giorno 
quando la democrazia non aveva più importanza. L' autorità loro 
risguardava la politica e l'economia, non la giustizia, giacché la 
facoltà di sentenziare nelle materie criminali e civili spettava, se- 
condo i casi, al potestà, al capitano del popolo e loro corti, e in 
quelle delle arti; da priiria non fu piena, ma, a partire dal 1313, 
venne accresciuta. L'elezione loro fu da principio falla a scrutinio 
segreto dai rettori e cittadini d'arte, divisi per porta; poi dai due 
priori della mercanzia e dai rettori delle arti, che erano tenuti a 
nominare due individui, non già della propria porta, ma dell'altra 
susseguente alla propria; quindi da diciassette arti, scelte dai 
priori, otto per bimestre, compreso sempre il camerlengo della 
mercanzia; e così incominciò l'uso delle borse annue contenenti 
i nomi degli eletti (2). Finalmente, nel 1313, fu stabilito che i priori 



(1) L. CiBR.vRio {Dell'economia politica nel medio evo, voi. II, lib. Ili, pag. 16^) 
e segg.) determinò il valore di moltissime monete, che ebbero corso in Europa dal 1257 
al 1587, fondandosi sui cambi diretti o indiretti accertati nei vari tempi tra esse mo- 
nete e il liorino d'oro di Firenze, che serbò sempre il peso originario d'una dramma 
f. la suprema purezza a ventiquattro carati e al quale riconobbe il valore di lire ita- 
liane 12,3655; ma, osserva F. Besta {Corso di Ragioneria, voi. I, pag. 471), non tenne 
cosi verun conto delle variazioni avvenute nei rapporti tra i valori dell'oro e dell'ar- 
gento. Il valore della moneta è indubbiamente la sua ragione di scambio con le altre 
merci, e, se i prezzi delle merci variassero tutti nella stessa proporzione, sarebbe fa- 
cile inferirne le variazioni nel valore della moneta, che li rappresenta. Ma il rapporto 
fra i prezzi delle diverse merci non è sempre costante e le ricerche sul valore nor- 
male delle antiche monete possono condurre soltanto a risultamenti approssimativi. 
Il numero delle lire, dei soldi, dei denari e dei piccioli, che entravano in un fiorino, 
andò sempre crescendo, talché questo, che in principio valeva lire 3,02, come attesta 
(Giovanni Villani, più tardi, secondo il Bonazzi, valse in Perugia lire 4 1/2 e poi lire 5. 
Il Bonazzi dice che, sul principio del secolo XV, l'antico fiorino, l'idotto al piede di 
cento ogni libra d'oro, si chiamò a Perugia ducato di camera. Per la mala fede degli 
zecchieri toscani, chiamati a Perugia, la moneta scapitò tanto che si dovette j)oi ag- 
giungere un articolo allo statuto affinché i cambisti accettassero il fiorino al giusto 
valore {Stat. Perus.. voi. IV, rub. 118, 120). Si cei'cò, al dire di Vermigligli {zecca z>e- 
ragina, pag. 13, 17), di coniar monete d'oro e d'argento nel 1259; ma forse non si 
improntarono fiorini, giulii e bolognini avanti il 1395. Da prima si batterono sola- 
mente piccole monete di basso titolo, come denari, quattrini e sestini. Del resto, la 
zecca perugina esisteva già nel 1240. I rettori del cambio, prima detti consoli e poi 
auditori, erano deputati a curare ciò che fosse della zecca e, nella udienza dell'arte 
loro, ad imprimere il suggello sulle monete d'oro di cui si volesse guarentito il valore. 

(2) L. BoxAZZi, op. cit., voi. I, pag. 379. 

26 



394 V. ALFIERI 

fra tutte le arti eleggessero per ogni bimestre d'un anno intero 
dodici probi cittadini, e i dieci estratti fossero i nuovi priori (1). 
Per consueto venivano eletti nella città, ma non mancò occasione 
che fossero trascelti anche fuori, come accadde nel 1311, quando 
si nominarono nel contado di Todi (2). La durata ordinaria della 
carica priorale era di due mesi, ma nel 1494 cominciò ad essere 
di tre. I priori prendevano parte a lutti i consigli pubblici, e, an- 
che in assenza di alcuno di essi, i rimanenti deliberavano (3). 
Erano capi del potere esecutivo, avevano seco cancellieri e notari, 
presiedevano direttamente all'annona, al catasto, alia custodia della 
città, all'osservanza degli statuti (4); ma legislatore e sovrano era 
sempre il consiglio generale composto di cinquecento cittadini 
d'arte coi loro camerlenghi e rettori, oppure l' arengo ossia il par- 
lamento convocato, nei casi più gravi, in piazza S. Lorenzo. Sette 
erano però i consigli ordinati a trattare la cosa pubblica in Peru- 



(1) Pro salubri statu et conservatione populi Perusini et eius manutentione pa- 
cifica, cum sine capite ordinata ad regendum et gubernandum ipsum populum stare 
et observari non posset: provvida deliberatione statuimus et ordinamiis : quod in Con- 
silio popiili perusini more solito congregato semper de duobus mensibus in duos 
inenses extrahantur de sacculis communis perusie decera boni et legales sufficientes 
et idonei homines de populo et de artibus civitatis et burgorum perusie, duo de qua- 
lihet porta, qui sint et appellentur priores populi et artium civitatis perusij : de quibus 
decem prioribus, semper duo sint de arte mercantie: ita que singulis duobus mensi- 
bus duo priores sint de arte et collegio mercantie : unus de arte campsorura ; Alij 
vero semptem priores sint et esse debeant de alijs artibus et de collegio aliarum ar- 
tium Stat. Perus., voi. 1, rub. 65. 

(2) F. Bjnaini, op. cit., pag. LV. 

(3) F. BONAINI, op. cit., pag. LVI. 

(4) Et studeant ad bonum et pacilicum et tranquillum statura coramunis et 

populi Perusini et eius districtus. Et ad iura et ad iurisdictiones et lionores commu- 
nis et populi Perusini promovere, conservare manutenere et augere prò posse. Dare 
insuper prò viribus studium quod populus et artes et artiflces diete artis insolita 
et vera libertate et flrmitate persistant Pecuniam avere res et bona communis Pe- 
rusie diligenter facei-e costudiri et ipsara non expendere nec expendi facere inuliter 
nec contra forraam statutorum et ordinamentorum communis et populi Perusini. Stat. 
Perus., voi. I, rub. 66. Itera quod dicti priores liabeant et habere intelligantur arbi- 
triura, bailiara et auctoritatem super ))ladis et aliam victualium habundantia liabenda 
et facienda in civitate Perusie et occasione habundantie habende expensis et de pe- 
cunia communis Perusie faciendi et ordinandi et debitum leneratitium sive non fene- 

ratitium contrahendi et bladum emendi et prò minori pretio revendendi faciendi 

Stat. Perus., voi. 1, rub. 67. Vedasi anche la rub. 71 del voi. I, relativa alla osser- 
vanza degli statuti e degli ordinamenti. 



l'amministrazione economica, ecc. ;3*(5 

gia(l); nei quali, o non potevano aver luogo se non irulividui 
ascritti a qualche collegio, o, se anche i colleggiati eranvi aiutnessi, 
la maggioranza costituivasi tli artefici giurati. Nulla <• a dire ri- 
guardo al consiglio dei cinque o dei dieci dell'arbitrio, a cui spesso 
accennano gli annalisti municipali, temporaneamente istituito in 
aiuto dei priori e che talvolta, a somiglianza delle balie fiorcmlino, 
ebbe poteri dittatoriali. 

Dopo questo cenno sopra i sommi magistrati direttivi, debbo 
ricordare gli officiali comunali deputati alle singole faccende, e 
che, per verità, furono in Perugia abbastanza numerosi. Torna 
utile qui il dire che gli impieghi erano pressoché tutti tempora- 
nei, duravano ordinariamente sei mesi o un anno, e che si di- 
stribuivano per porta (2). Così, osserva argutamente il moderno 
storico perugino, niuno artigiano abbandonava l'arte sua per l'im- 
piego, le cui facili funzioni esercitava senza la burbanza dei nostri 
burocratici (3). Kd a quei tempi, diversi in questo dai nostri, vo- 
levano le saggie leggi municipali che gli uffici assegnabili dagli 
stessi magistrali non dipendessero da nessuna raccomandigia o 
da attenenze di parentela (4). 



(1) Ad hoc ut nostra respublica beate et recte regatur et gubernetur : Statuimus 
quoti Consilia civitatis perusie et nostre reipublice .sint ista videlicet consiliura domi- 
norum prioruni artiura civitatis perusie sit primum qui debeant esse deccm : consi- 
liiim doniinorum priorum et canierariorum artiura ipsius civitatis quorum caraera- 
riorum numerus totus est quadx'aginta octo sit secundum. Itera consiliura adimantic 
generalis ((uingentorum seu trecentorum artilicum de artihus diete civitatis: Qui 
etiara scripti sint in matriculis ipsaruni artiura sit tertiura consiliura. — Itera consi- 
liura maximum arenglie seu arenglii et parlamenti sit quartum. — Itera consiliura 
generale sit quintum. — Itera consiliura raaius sit sextura. — Itera consiliura populi 
sit septimura. Stat. Perus., voi. I, rub. 222. 

(2; Ad hoc ut officia sint omnia et non singularibus personis applicanda: Statui- 
mus et ordinamus presenti capitulo aliquo alio non obstante: quod omnia officia po- 
testatura sindicorum et vicariorum danda per coramune Perusie ad brevia per formani 
alicuius statuti vel ordinamenti communis Perusie debeant eligi et fieri per portas et 
Illa porta in que fuerit electus in aliquo dictorura otficiorum vel alicuius eorum 
non possit vocari nec eligi aliquis in aliquo dictorum offìciorura donec in ali.js portis 
non fuerint electi et vocali et ipsa officia exercuerint et finitis illis portis ad priraani 
porta electio supradicto devoluatur et liat modo et ordine supradicto et sic de poi'ta 
in portara liat electio predictorura aliquo capitulo precedente vel sequente non ob- 
stante et sit precisura salvis scraper sacchettis et ordinibus sacchetti et per hoc ca- 
pitulura in nullo derogatur. Stat. Perus., voi. I, rub. 103. 

(3) L. BON.vzzi, op. cit., voi. I, pag. 55^). 

(-1) Nec etiara possint dicti doraini priores eligcre ad allquod ofticiura cura sa- 
lario percipiendo a comrauià vel ad aliquara anibasiatara niittere ali(iuem eorura vel 



396 V. ALFIERI 

Fra i magistrali più importanti preposti alla pubblica gestione, 
ricordo i direttori, che venivano eletti di sei mesi in sei mesi, con 
un esperto notaio, e che dovevano sollecitare tutte le esazioni (1), 
esercitare assidua vigilanza sopra gli officiali deputati alla riscos- 
sione e alla custodia del denaro (2), in modo che fossero sempre 
tutelati gli interessi del comune e rispettati pienamente i diritti 
dei contribuenti (3). Avevano adunque attribuzioni di riscontro 
finanziario, ma eziandio facoltà giudiziali, poiché erano chiamati 
a definire liti e controversie relative alle esazioni (4). La rubrica 
degli statuti, che determina l'ufficio dei direttori, è ben rilevante 
nei riscjuardi del governo economico e dovrebbe essere considerata 



alicuius eorum consag-uineum usque in tertium graduili inclusive nec eorum notarium. 
Stat. Perus., voi. I, rub. 6Q. — Nec possint (massarij) eligere aliquem ex dictis mas- 
sarijs actinentera ex linea ascendenti vel discendenti nec aliquem stantem cum eis 
ad unum panem et unum vinura. Rub. 351. 

(1) Statuimus et ordinamus per hanc legem auream inviolabiliter observari: 
Quod decetero eligantur et debeant eligi de sex mensibus in sex menses tres boni ho- 
mines de populo Perusino qui vocentup directores et unum expertum notarium qui 
sint et esse debeant officiales comraunis Perusie ad sollicitandum omnes et singulas 
exactiones fiendas per comraune Perusie de omnibus et singulis que deberentui' ipsi 
communi et cuicumquara causam dicti communis hahenti tam conservatorum monete 
quam etiam massariorum dicti coraraunis quam etiara officialium carapionis biadi vel 
cuiuscumquam alterius camere dicti communis: et dieta debito cum effectu exigi et 
exequi faciendum per ofticialem et exactorem communis Perusie ad liec specialiter 
deputatum. Stat. Perus., voi. I, rub. 7. 

(2) Qui boni horaines et officiales et notarius eorum ex debito sui offici.j tenean- 
fur et debeant perquirere et investigare a dominis conservatoribus monete massarijs 
et quibuscumque alijs offlcialibus communis Perusie de omnibus et singulis debitis et 
exactionibus que deberentur per quoscumque causa ipsi communi Perusie et ipsis ca- 
meris et cuilibet eorum quorum eorum notarius de predictis debitis registrum facere 
teneantur. Stat. Perus., voi. I, rub. 7. 

(3) Volumus etiam statuentes quod predicti tres boni liomines et officiales sic 
eligendi sint et esse intelligantur officiales super indebitis et immoderatis gravami- 

nibus que quotidie inferuntur civibus et comitatensibus perusinis Stat. Perus., 

voi. I, rub. 7. 

(4) Habeant etiam cognitionem et iurisdictionem dicti directores de et super 
omnibus litibus et controversi.) s vertentibus et que verterentur Inter emptores qua- 
rumcumque communantiarum comraunis Perusie et Inter fancellos ipsorum et etiam 
inter quascumque personas nomine et occasione gabellarum Et etiara habeant co- 
gnitionem et iurisdictionera quarumcumque exactionum et executionura (^ue fierent 
vel fieri deberent prò dicto communi vel prò alijs personis vel commitatibus prò dicto 
communi vel occasione dicti communis. Et dictas lites videndi diffiniendi et termi- 
nandi summarie et de plano sine strepitu et figura indicij et .sine solutione alicuius 
decimi. Stat. Perus., voi. I, rub. 7. 



l'ammini.stuazi«»xe economica, kcc. 397 

nella sua interezza, senza tralasciare neppure la relativa ad- 
dici io {Y), da chi volesse trattare largamente dell'organizzùzitjne 
amministrativa nell'antico comune di Perugia. 

Degli officiali collettori, ossia degli agenti di riscossione, poco 
dicono gli statuti; e solo incidentemente accennasi ad essi in 
qualche rubrica (2). La ragione di questa circostanza va cercata, 
come dimostrerò in seguilo, nella consuetudine di appallare le 
rendile di beni comunali ed i proventi delle gabelle. 

La cura del pubblico tesoro veniva affidala al camerario o 
camerlengo (3), che fu magistrato di gran momento nella costi- 
tuzione perugina, quando l'ufficio suo era congiunto a quello di 
console (-4) e anche dopo che il comune passò al reggimento del 
potestà (5). E tanta era in quei tempi l'importanza attribuita al 
titolo di camerario, che i camerari delle corporazioni artigiane, 
l'ufficio dei quali veniva dagli statuti dichiarato grave e ponderoso 
(est grave officium et ponderosum prò comuni et populi Perusino), 
costituivano uno dei selle consigli direttivi del comune ((!). Forse, 



(1) Nell'edizione a stampa del 152G, le disposizioni del secolo XVI sono distinte 
dalle precedenti sotto forma di addictiones. — Vedasi il Coìnpendmm iuris ìnunici- 
palis Civitatis Pei'usiae, pag. 249 e sepg. 

(2) conservatores monete possint teneantur ed debeant exarainare 

rationes introituum et exituum quorumcumque omnium et singulorum offlcialium col- 
lectorum fancellorum et notariorum presentium et Cuturorum deputatoruni et dopu- 
tandorum ad exigendum gabellas seu communantias Stat. Perus., voi. I, rub. 3i7. 

(3) Si disse anche massario, poiché nel mandato dei 1230, rilasciato a line di con- 
trarre accordo con Città di Castello, viene espresso che ciò si fa dal potestà per fa- 
colUi del comune una cura Massarijs et Consiliis specialibus et (jeneraìibus. \edasi la 
prefazione del Bonaini al tomo sedicesimo deir,4rc7i. Stor. Ital., pag. 4. Del resto tale 
magistrato ebbe nomi diversi nei diversi stati e nelle varie corporazioni medioevali, 
e si nominò: camarlingo, camerario, clavario, massario, borsiere, chiavaro, chivigero, 
depositario, cassiere, tesoriere, ecc. Vedasi il Dizionario del linguaggio storico e ara- 
ministrativo di G. Rezzasco. 

(4) Nell'atto del IISS, relativo alla sommissione di Castel della Pieve, il camera- 
rio flgui'a il primo fra i consoli notati: nel trattato del 1200 con Gualdo é invece l'ul- 
timo di essi. 

(5) Nel trattato con Montone, stipulato in Perugia, si obbligavano solo pel co- 
mune il potestà e con esso lui il camerario, senza che intervenissero di persona i 
membri del consiglio generale e speciale, che pure nell'atto vengono nominati come 
coloro dalla cui volontà l'accordo derivava. Vedasi la prefazione al tomo sedicesima 
éaWAi'Ch. i>tOì\ Ital., pag. 1. 

(6) Stat. Perus., voi. I, rub. ìjO, 224. 



")98 V. ALFIERI 

nell'anlico comune di Perugia, l'erario non si affidò regolarmente 
a religiosi, come avvenne in altri stati medioevali, per la convin- 
zione che così fosse più sicura la custodia del denaro e più onesto 
il suo maneggio (1). Furono dal comune adoperati i frali in pa- 
recchi uffici, probabilmente fin dal secolo XIII e di certo nel se- 
colo seguente, ma erano becchetti o padri della penitenza, beghini 
o pinzocheri professanti il lerz' ordine di s. Francesco (2). 

L'ufficio dei massari, che dagli statuti consideravasi ponde- 
roso (3), risguardava l'introito e l'esito del comune (4). I massari 
erano due, duravano in carica un semestre (5), avevano presso 
di sé un aiutante o ragioniere e un notaio per eseguire e regi- 
strare i riscuotimenli, un altro aiutante o ragioniere e un altro 
notaio per eseguire e registrare i pagamenti (6), di più un mes- 
saggiere o commesso (7). Si stabilì poi che, prima di entrare in 



(1) A Firenze non radamente i camarlinghi del comune erano frati. Nel 1267, se- 
condo l'asserzione di Giovanni Viltani, si fecero camarlinghi della pecunia i frali della 
Badia di Settimo e d'Ognissanti. Verso il 1289 i camarlinghi fiorentini erano quattro, 
uno dei quali religioso, col salario di lire cento e rimanente in carica sei mesi, gli altri 
.secolari, da rinnovai'si ogni due mesi ed eletti da dodici probi uomini, chiamati dai 
priori insieme ai consoli delle arti. (P. Riuobon, op. cit., pag. 48). 

(2) L. BoNAZzi, op. cit., voi. I, pag. 328, 379. 

(3) Officium massariorum communis perusie est offlcium ponderosum et ipsura 
officium. hucusque fuerit gestum et ministratum et factum per massarios communis 
perusie circa pagaraenta et alia plurima plus ex arbitrio quam ex ordine sufficienti 
]jro factis communis perusie et privatorum negociorum expenditione. Stai. Perus., 
voi. I, rub. 351. 

(4) (;}uorum massariorum sit et esse debeat officium et intelligatur super introi- 
tibus et exitibus dicti communis perusie eisdem debitis et permissis per formani sta- 
tutorura communis perusie. Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(5) Statuimus quod in civitate perusie sint et esse debeant et eligi duo boni \n'\i- 
dentes et legales homines de populo perusino qui sint massarij dicti communis per 
semestre tempus: et eligaatur et insacchulentur per bonos homines qui deputabuntur 
ad faciendum sacchectura officialium dicti communis et publicentur de sacchulo de 
^sex mensibus in sex menses. stat. Perus , voi. I, rub. 351. 

(6) Et habeant dicti massarij per expeditione dicti eorum officij prò adiutoribus 
eorum duos fancellos unum qui scribat introitus et alium qui scribat et scribere te- 
neatur exitus et pagamenta et ipsos fancellos dicti massarij eligere possint et debeant 

prout videbitur. Et habeant et habere debeant secum duos notarios una cum eis 

insacchulandos et publicandos quorum notariorum sit et esse debeat videlicet unus ad 
scribendum introitus alter vero ad scribendum exitus et solutiones fiendas per ipsos 
massarios. Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(7) Et habeant etiam et eligant et eligere iiossint dicti massai-ij prò exi)edientihus 
ad officium eorum unum i uuciuin Stat. Perus., voi. I, l'ul). 351. 



l/ AMMINISTRAZIONE ECONOMICA, ECC. 39!) 

carica, i massari, i loro notai e i loro ragionieri o conipiilisli do- 
vessero prestar giuramento davanti ai priori (I), e che i massari 
non potessero rinunziare al loro ufficio (2). Lo stipendio dei mas- 
sari venne fissalo dagli statuti a quindici tiorini d'oro, quidlo dei 
loro notari a quindici pure, quello dei ragionieri a dodici e quello 
del messaggiere a sei per semestre (3). Gli statuti stabilivano che 
ogni provento, non assegnato ad altre camere o ad altri luoghi, 
dovesse pervenire ai massari (4) e vietavano a tutti i magistrali 
di depositare o far depositare somme di denaro in nessuna camera 
o tavola fuorché in quella dei massari (5). Ed anche ordinavano 
ai massari, ai loro notai e ai loro ragionieri o compulisti (fancelli 
ratiocinalores sive calculatores) di rimanere tutta la gi(jrnala (de 
mane tempestive usque ad noctem) nella camera comunale (in ca- 
mera comunis Perusie uhi sunt solili morari alij massarij") e cu- 
rare assiduamente le entrale e le uscite di denaro o le allre fac- 
cende alle quali venivano deputali. I massari dovevano badare, 
nei riscuolimenti di denaro, al giusto valore delle monete d'oro 
e d'argento (6), non potevano volgere ad altre casse le riscossioni 
ad essi assegnate (7), avevano facoltà di spendere le somme de- 
positate nella loro camera, anche se l'erogazione non riguardava 



(1) Quod massari.j et eonnn notarij et fancellus debeant iurare (H)rura ofticiiim 
ci)rara dorainis prioriijus. utat. Perus., voi. I, rub. 101. 

(2) Qnod massari.j communis non pcssint l'enunciare ofticium vel cessare ab ad- 
uiinistratione officij. Stat. Perus., voi. I, rub. 463. 

(3) Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(4) Iteni perveniant et pervenire debeant ad manus dictorura niassarioruni et ad 
ipsos raassarios omnis alia pecunia et res alie dicti communis que non essent depu- 
tate in alia camera vel loco et que non deberent pervenire ad alios otticiales dicti co- 
munis Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(5) Item quod potestas et capitaneus vel maior sindicus et index iusticie vel 
priores artium seu aliquls offìcialis communis Perusie nuUam pecunie quantitatem in 
niagnam quantitatem vel parvam de eo quod debet pervenire in communi, ut ordi- 

natum est, possint deponere vel deponi Tacere in aliqua tabula vel camera stat. 

Pe>-us., vul. I, rub. 351. 

(6) Et ipsi massari.j bonam pecuniam ad usum civitatis Perusie recipere tenean- 
tur: Et quod tlorenos aureos et raonetam arjrenteam teneantur recipere prò eo precio 
et quantitate quod valebit et determinata erit in camera ubi stat et teneatur pondus 
communis Perusie et non ultra Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(7) Et teneantur et debeant tamen ad cameram communis Perusie in qua mo- 
rantur ad oflicium esercendum lacere debentibus recipere pagamenta et non ad ta- 
bulam vel cameram alicuius. Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 



400 V. ALFIERI 

il deposilo (1), erano obbligati a reslituire il denaro ai depositanti 
ed a consegnare ai nuovi massari il fondo di cassa, considerando 
la specie e il valore delle monete ricevute ed esistenti (2), resta- 
vano infine responsabili dell'eccedenza dei pagamenti sui riscuo- 
timenli da essi effettuati e dei debiti assunti nel loro officio senza 
valido motivo (3). Altre disposizioni vennero emanate per la proroga 
dei versamenti (4), per la stipulazione dei prestili con interesse (5)^ 
per la consegna dei residui di cassa (6), per la regolarità delle 
esazioni (7), ecc. Ed acciocché fosse maggiormente saggia e sicura 



(1) Et possint raassarij communis Perusie et debeant depositum aliquod factum 
eis vel alteri eorum vel ali.j persone recipienti pi'o aliquo facto prò communi in in- 
troitibus communis perusie ponere et tale depositura expendere non obstante quod 
sententia lata non fuerit super eo prò quo factum fuerit depositum. Stat. Perus.y 
voi. I, rub. 351. 

(2) Et teneantur idem massarij eandem monetam restituere tara deponentibus- 
quam massarijs communis Perusie qui succederent loco sui ei in eadem specie 
et per eodem valore prò quo reciperint: quod si massarij non observarent in C libra- 
rum denariorum vice qualibet conderanetur. Stat. Perus., voi. I, rub. 351. 

(3) Preterea dicti massarij taliter debeant suura ofticium exercere quod in fine 
sui officij communi Perusie debitum aliquod non assignent per ipsos massarios con- 
tractura modo aliquo sine causa. — Et si debitum quod ipsi fecerint assignarent sibi 
tantum debeant imputari ed de suo ipsum debitorem solvere et satisfacere teneantur. 
Stat. Perus., voi. I. rub. 351. 

(4) Quod liceat massarijs proi'ogare terminum solventi ante tempus determinatum. 
Stat. Perus., voi. I, rub. 361. 

(5) Quod non liceat massarijs accipere pecuniam mutuo sub provisione vel fe- 
nore sine deliberatione dominorum priorum et camerariorum. Stat. Perus., voi. I, 
rub. 363. 

(6) statuimus quod massarij communis perusie teneantur et debeant infra unum 
mensem post fìnem eorum officij immediate sequentem dare et consignare et effectua- 
liter restituere eorum successoribus omnem quantitatem tlorenorum et pecunie seu 
cuiuscumque alterius rei que quomodolibet superfuisset eis asumptibus et expensis 
et pagaraentis factis tempore eorum officij sub pena C C C C C librarum denariomm 

prò quolibet et restitutionis dupli quantitatis que quomodolibet superfuisset Stat. 

Perus., voi. I, rub. 366. 

(7) Cura mala consuetudine sit inductum in perniciem substantie et haveris rei- 
publice perusine quod pagamenta lìant per emptores seu exactores communantiarum 
seu gabellarum seu per debitores dicti communis vel alios extra cameram massario- 
rum et non per massarios vel sic quod utilitas publica non modicum fraudatur ne talia 
fieri possint imposterum presenti capitulo duximus statuendum : Quod decetero nul- 
lius emptor .seu exactor alicuius communantie seu gabelle dicti communis seu debitoi- 
vel alius quicuraque possit vel debeat quoquo modo de introitibus et pecunijs debitis 
vel debendis camere massariorum aliquam solutionem facere vigore alicuius ordina- 
menti vel statuti vel provisionis quod seu que imposterum fieret quoquo modo etiara 
per habentes arbitriura ab adunantia generali alieni persone corpori collegio vel uni- 



l'amministrazione economica, ecc. 401 

l'opera dei massari, si stabilì ancora che un consulente avesse 
ad assisterli nel disbrigo delle faccende più difficili (1). Le entrale 
e le uscite ordinarie o permanenti della camera dei massari ven- 
nero dagli statuti comunali diligenlemenle considerate nell'indole 
loro. Quelle dipendevano in gran parte da gabelle e da beni de- 
maniali, queste si riferivano alla pubblica beneficenza, al cullo e 
alle pompe, agli stipendi e alle mercedi spellanti a parecchi offi- 
ciali comunali; e per le spese non stanziale dagli statuti occorreva 
la deliberazione dei competenti consigli (2). Ma delle entrale e 
delle uscite, al pari delle relative registrature, dirò nel successivo 
capitolo. 

Simile a quella dei massari era la magistratura dei conser- 
vatori delle monete (3). ! conservatori delle monete erano tre, 
duravano in carica un semestre (4), avevano presso di sé un 
computista e un notaio per l'esecuzione e la registrazione dei 
riscuotimenli, un altro computista e un altro notaio per l'esecu- 
zione e la registrazione dei pagamenti (5), inoltre potevano eleg- 



versitati nisi massarijs vel eorum fancello. Stat. Perus., voi. I, ruh. 375. — nias- 

sarijs communis Perusie nulla ratione vel modo sit licitura vel permissuiii quovis 
iure causa seu tbniia (luomodocumque et qualitercunniue j)er se vel aliuni seu alio.s 
dlrecte vel indirecte post flnem eorum offìci.j esigere seu exigi facere ab aliquo com- 
muni universitate vel singulari persona ali(iuam quantitatem rtorenorum seu pecunie 
vel aliquid aliud que vel quod deheretur communi perusie quoquo modo causa seu 
forraam: sed talera exactionem facere possint durataxat et (ter unum mensem post 
finitura offtciura. Rub. 365. 

(1) raassarij communis Perusie possint et eis liceat super quiijuscumque 

casibus opportunis et qui quomodolibet eraergerent seu dubitationem afferrent in 
vel super casibus provisis per formam statutorum camere ipsorum quomodocumque 
aut qualitercumque consulere consultorem una cum eis publicandum de sacculis: et 
si non publicaretur eligendum per eos Stat. Perus., voi. I, rub. 367. 

(2) Quod ultra exitus in presenti statutorum volumine contentos massarij com- 
munis Peinisie niliil possint expendere sine deliberatione consilij opportuni. Stat. Pe- 
rus., voi. I, rub. 471. 

(3) L'autorità dei massari fu poi trasferita nei conservatori delle monete: Bulla 
Non. Regini. in 5 regist. Cancell. Comm., pag. 32. Vedasi il Compendium iuris muni- 
cipalis Perusiae, pag. 191 e 96. 

(4) presenti capitulo valituro perpetuo duximus statuendura : Quod eli- 

gantur et eligi debeant tres boni prudentes et legales cives perusini : Ita quod distri- 
butio electionis ipsorum per portas equaliter observetur et insacchulari debeant in 
conservatores et prò conservatoribus monete communis perusie: Quorum officiura du- 
ret et durare debeat tantum sex mensibus Stat. Perus., voi. I, rub. 229. 

(5) Et prò expeditionc eorum offìci.j et executione habeant et habere debeant 
duos bonos fideles et expertos fancellos super quibuscumque introitibus et expensis 



402 V. ALFIERI 

gere un officiale sopra dei pignoramenti (1). Conservatori, notari 
e computisti, all'inizio del loro officio, dovevano giurare, in pre- 
senza dei priori, di osservare gli statuti coscienziosamente (2). La 
custodia del pubblico denaro, il servizio di cassa per determinate 
entrate e uscite, l'effettuazione degli ingaggi (3) e, più tardi, la 
vendita del pesce del lago Trasimeno e la locazione dei beni co- 
munali (4) erano le principali attribuzioni dei conservatori delle 
monete. Disposizioni varie regolavano la rielezione dei conservatori 
e dei loro impiegati (5), l'intervento dei conservatori all'ufficio (6), 
la proroga dei pagamenti (7), la riscossione dei proventi (8), l'as- 
sunzione di prestiti con interesse (9), la consegna del fondo di 
cassa ai successori (10), ecc. Nell'intento di rendere più oculata 



ot exitibus eorundem : habeant insuper iluos expertos et sufficientes et lideles notarios 
quorum unus ad scribendum introitus alter ad scribendum exitus et expensa per 
diotos conservatores faciendas Stat. Perus., voi. I, rub. 229. 

(1) Statuimus et ordinamus quod conservatores monete possint et valeant elig'ere 
et deputare unum fancellum super pignoribus conservandis : Et quod pignora vendi 
possint tempore debito et permisso. Stat. Perus., voi. I, rub. 350. 

(2) Quod conservatores massarij ofificiales abundantie et eorum notarij et fan- 
celli debeant eorum iurare offlcium corani dominis prioribus. Stat. Perus., voi. I, 
rub. 327. 

(3) ad quorum manus perveniant et pervenire debeant omnes et singuli in- 
troitus redditus et provenctus infra scripti et prout inferius continetur: qui conser- 
vatores sint et esse ifitelligantur oflflciales communis peru-sie ad exigendum et reci- 
piendum infra scriptos introitus redditus et provenctus: Et de ipsis nomine communis 
perusie liniendum et refutandum : Necnon ad concedendum stipendiarios equestres et 
pedestres ad stipendiura vel provisionem communis perusie et stipendio vel provi- 
sione solvendum et solvere promittendum secundum forraam presentium statuto- 
rum Stat. Perus., voi. I, rub. 229. 

(4) Vedasi il Compendium iiiris municlpalis Civitatis Perusie, pag. 97. 

(5) Quod quilibet conservator ab officio conservatoratus vacasse debeat per tres 
annos notarij et fancellus per duos. Stat. Perus., voi. I, rub. 256. 

(6) Quod suffìciant due ex conservatoribus monete ad officium excrcendum. 
Stat. Perus., voi. I, rub. 257. 

(7) Quod liceat conservatoribus prorogai'e terminum solventi pecuniam ante 
tempus. Stat. Perus., voi. I, rub. 270. 

(8) Quod de provenctibus camere conservatorum nulla soluti© Aeri possit per 
alios nise per conservatores seu fancellum. Stat. Perus., voi. I, rub. 2S7. 

(9) Quod non liceat conservatoribus acci pere pecuniam mutuo sub provisione 
vel fenore sine deliberatione dominorum priorum et camerariorum. Stat. Perus., 
voi. I, rub. 272. 

(10) Statuimus quod conservatores monet et massari.) ofilciales abundantie et alij 
«luicumquo ofilciales cives perusini quois officio fungerentur, teneantiu", et debeant 
infra unum mensem post flnem eorum et cuiusque eorum officij immediate sequen- 



l' AMMIXISTKAZIONK KCOXOMll'A, KCC. . 403 

l'aziono dei conservalcjri si [jermise poi che eleggessero h loro 
consulente un cilladino espei'lo e dolio in dirillo (I). Secondo gli 
staluti, le enlrale ordinarie della camera dei conservalori delle 
incmete dipendevano da gabelle e da beni demaniali, e le uscite 
ordinarie riferivansi a censi ecclesiaslici, paghe agli armigeri, 
sli|)endi dei magistrali, oggetti di cancelleria, costruzioni pubbli- 
che, ecc. La limitazione delle uscite era ordinata con bastevole 
rigore, poiché vietavasi ai conservatori di face spese in misura 
maggiore di quella degli introiti e non determinale nell'indole 
loro dagli statuti (2). Cercherò di spiegare nel successivo capitolo 
l'esecuzione e la registrazione di queste entrate e uscite. 

Magistratura di gran momento era eziandio quella che con- 
cerneva l'annona. Gli officiali deputati all'annona (officiales abun- 
danlie et campionis biadi, officiales biadi clusij) erano tre, quattro, 



tem dare consignare et effectualiter restitucre eorum et ciiiusque eoruin successoribus 
omncm quantitatem florenorum pecunie, grani, biadi et alterius cuiuscumque rei 
•lue quomodolibet superCui.^set eis a sumptibus expensis et pa}.'amenti Cactis tempore 

(^oruni vel alicuius coruni sub pena C C C C C libraruni denariorum Stat. Perus., 

voi. I, rub. 275. 

(1) conservatores monete po.ssint et eis liceat super casibus opportunis qui 

<luomodolibet eraergerent seu dubitationem att'errent in vel super casibus provisis per 
J'ormam statutorum camere ipsorum quomodocumque aut qualitercumque eligere 
unum consultorem civera lidelem et expertum et doctura in iure quem voluerint qui 
possit et debeat quotiens fuerit requisitus verbo vel inscriptis consulere ipsis conser- 
vatoribus super premissis fldeliter. Stat. Perus., voi. I, rub. 278. 

(2) Statuimus quod nulli officio conservatoratus sit licitum vel permissum modo 
aliquo seu forma de introitibus proventui"is ad cameram conservatorum tempore of- 
ticij conservatoratus successoris cxpendere seu exjìendi tacere directe vel indirecte 
quomodocunKiue aut (jualitercumque aliquam florenorum seu pecunie quantitatem. 

sine expressa deliberatione dorainorum priorum et camerariorum Stat. Perus., 

voi. I, rub. 325. — Quoniam imraoderati seu inordinati exitus non solum privatorum 
su)>stantiam sed cuiuslibet ojiijulentissime reipublice dissipant et evertunt: presenti 
salutari capitulo duximus statuendura quod conservatores monete eonimunis perusie 
non possint nec debeant quoquo modo iure causa seu forma directe vel indirecte per 
se vel alium quomodocumque aut qualitercumque ultra exitus contentos in presenti 
voluraine statutorum editorum presenti anno millesimo quadringentesimo et publi- 
catorum die ultimo marti) de quibus cxitibus in precedentibus capitulis et presenti 
volumine mentio factam extitit. aliquid pagamentum seu solutionem aliquam facere 
vel aliquod aliud dare de bonis aut pecunia seu rebus, communis perusie que quo- 
modocumque aut qualitercumque perveiierint ad eorum manus contra seu preter for- 
mara seu exigentia precedentium statorum in presenti volumine contentorum et si 
secus vel alter facerent quod factum fueriti non teneant ipso iure , rub. 32G. 



404; . V. ALFIERI 

cinque e talvolta anche più; duravano in carica forse un anno (1); 
avevano presso di se un computista e un notaio per effettuare e 
notare l' introito, un altro computista e un altro notaio per effet- 
tuare e notare l'esito della loro camera (2), tre misuratori al più 
e due serventi (3). Gli officiali, i notari e i compulisti applicati 
alla camera dell'abbondanza erano obbligati a giurare innanzi ai 
priori di adoperarsi fedelmente nel loro ministero (4). Era studio 
precipuo di questi officiali d'impedire e di prevenire la scarsezza 
delle vettovaglie; nulla dovevano trascurare affinchè le sostanze 
alimentari si spacciassero in giusta misura, a buon prezzo e ben 
condizionale sotto l'aspetto igienico; dovevano fare incetta e som- 
ministrazione di derrate; ad essi spettava il riscuotimento dei pro- 
venti di non pochi appalti (communantie) e il pagamento di varie 
spese, e però, come i massari e i conservatori, avevano cassa 
propria (5). Si statuì in appresso che i magistrati preposti alla 



(1) Quod eligantur ed eligi debeant duo tres vel quatuor vel quinque fldelissimi 
cives perusini officiales et prò offlcialibus super abundantia et campione biadi dicti 
communis prò ilio tempore sicut cognoverint prò utilitate publica commodius expe- 

dire Stat. Perus., voi. I, rub. 475. — Ad refrenandum supertluos exitus dicti com 

munis et camere abundantie et etiam moltitudinem officialium que moltitudo conf'u- 
sionera generat ut plurimum ubiscumque: presenti capitulo duximus statuendum: 
Quod olìicialibus noviter eligendis et etiam qui eligerentur iraposterum seu publica- 
rentur de sacculis non possit nec debeat fieri additio officialium : et si fieret non va- 
leat ispo iure. Rub. 476. 

(2) Et prò expeditione eorum offici,] et esecutione habeant et habere debeant 
duos et expertos fideles et sufficientes notarios quorum alter sit ad scribendum introi- 
tus alter ad scribendum exitus et expensas per dictos officiales faciendas occasione 
eorum officij: Necnon ad scribendum varias et diversas scripturas prò -expeditione 
dicti officij quoiTiodolibet opportunas lial)eant etiam duos fanccllos expertos et fideles 
cives Perusinos, quorum unus sit et esse debeaut super introitibus pecunie et super 
introitu grani et biadi et cuiuscumque alterius rei, alter vero super exitibus et expen- 
sis : Qui quidam notarij et fancelli eligantur et eligi possint et debeant per ipsos offi- 
ciales, et eligendorum conflrmatio per dictos officiales tam notariorum quam fancello- 
rum spectet ad dominos priores et camerarios ai'tium civitatis Perusie. Stat. Perus., 
voi. I, rub. 475. 

(3) Habeant etiam dicti officiales et habere possint prò executione eorum officij 
usque in tres raensuratores et habeant etiam et habere possint duos famulos quos raen- 
suratores et famulos sibi possint eligere quos expertos et fideles esse cognoverint. 
Stat. Petrus., voi. I, rub. 475. 

e») Quod officiales abundantie et eorum notarij et fancelli debeant eorum iurarc 
offirium coram dominis prioribus. Stat. Perus., voi. I, rub. 546. 

(j) sint et esse intclligantur officiales super abundantia grani, Iliadi et 

onmium ves_^cil)iliuiii procuranda habenda et conservanda abundantia in civitate et co- 



l'a.mmimstrazionk kco.nomica, ecc, 405 

camera dell'abbondanza non potessero ricusare il loro mandalo o 
cessare dalla loro amministrazione (1), che non dovessero slipii- 
lare mutui a interesse, vendere o far eslrarre biade senza deli- 
berazione o licenza dei priori e dei camerari (2), che avessero fa- 
coltà di prorogare i pagamenti delle biade, di costringere alla da- 
zione delle derrate i renitenti e di multare i trasgressori dei loro 
ordini (3), che inoltre fossero obbligati a consegnare ai successori 



mitatu perusie: Kt ctiani super campione }?rani et biadi dicti coiuinunis; Kt siiit et. 
<^sse intelligantui' oflicialcs communis prodicti ad exigendum et recipiendum fru- 
ctus redditus et proventus postarura clusi.j Perusini venditarum et vendendarum im- 
posterum et omnium et singularum communantiarum dicti communis eorum camere 
«luomodolibet deputatarum seU imposterum deputandarum et etiam ad exigendum et 
recipiendum iiuoscumque fructus redditus et proventus et precia queque quomodolibet 
])roventura ex ^rano biado farina seu pane venditis qiioijuo modo vel ex alijs (juibuscum- 
<1U(' bonis seu rel)us ad dictani caraeram pcrtinentibus sive spectantibus quo((UO modo: 
Kt de ipsis omnibus et quoiibet eorundem nomine dicti communis lìniendum et refu- 
tandum quotiens et prout noverint convenire. — Sint etiam et esse inteliigantur of- 
lìciales communis Perusie super exitibus expensis et pagamentis quibuslibet facien- 
dis prò dicto communi occasione eorum oflicij iuxta et secundum exigentia infrascri- 
l)torum capitulorum. Stat. Perus., voi. I, rub. 475. 

(1) Statuimus quod nullus qui ad olììcium abundantie quomodolibet eligeretur 
vel de sacculis publicaretur vel quomodolilìet surrogaretur possit audeat vel presu- 
mat renunciare dicto ofticio vel quomodolil)et cessare ab administratione vel cura 

dicto officij sul) pena et ad penam mille librarum denariorum Stat. Perus., voi. I, 

rub. 477. 

(2) Quod non liceat ofticialis abundantie acquirere pecuniam mutuo sub provi- 
sione vel fenore sine deliberatione dominorum priorum et camerariorum. Stat. Perus., 
voi. I, rub. 493. — Et etiam salvo et expresse reservato quod officiales abundantie non 
possint nec debeant vendere nec vendi tacere nec mutuare de grano seu granum dicti 
communis sine expressa licentia dominorum priorum et camerariorum artiura qui prò 
tempore fuerint. Kub. 478. — Nulli officio abundantie vel alijs offlcialibus communis 
lìeriisie vel alteri cuicumque persone sit licitum vel perraissum alieni concedere 
licentiam portandi seu portari faciendi extra comitatum perusie aut extrabendi gra- 
num seu farinam vel aliud genus biadi contra seu preter formam presentium statu- 
torum sine espressa licentia el deliberatione dominorum priorum et camerariorum 
artium civitatis perusie. Rub. 502. 

(3) officiales abundantie communis perusie possint et eis liceat cuilibet 

communi corpori seu universitati vel singulari persone quod vel que eis solverei 
aliquam quantitatem pecunie vel aliquam quantitatem grani vel biadi ante debitum 
et pretìxum tempus et terminum solutionis ipsius quantitatis tali solventi prorogare 
terrainum ad solvendum quod deberet solvere eisdem offlcialibus de tantumde tem- 
poris et quantitatis pecunie vel grani seu biadi ante terminum solute per eum. 
Stat. Perus., voi. I, rub. 492. — Pro conservatione abundantie statuimus quod ofli- 
ciales abundantie possint et eis liceat quotiens venerit opportunura comi)ellere et 
compelli facere de facto omnes et singulos tam cives quam comitatenses quam etiam 
forenses et alias quascumque personas cuiuscumque gradus habitus seu dignitatis 



406 V. ALFIERI 

i fondi di cassa e di magazzino entro quindici giorni dalla fine 
del loro officio e ad otninelLere ogni esazione un mese dopo aver 
lascialo la carica (1). Anche agli officiali dell'abbondanza si as- 
segnò un consulente, che avesse ad assisterli nella osservanza 
delle disposizioni statutarie risguardanti il loro ministero (2). 
Della effettuazione e della registrazione delle entrale e delle uscite 
di beni economici, risguardanti la camera dell'abbondanza, trat- 
terò nel successivo capitolo: basti ora ricordare che a tale camera 
venivano dagli statuti assegnati le rendite di determinate località 
(poste seu communantie clusij perusini) ed accollale diverse spese 
fisse relative a salari, a oggetti di cancelleria e specialmente a 
somministrazioni di vettovaglie, e che, per le erogazioni non con- 



existant ad assignanduni ipsis ofiicialibus vel deputandis ab eis per mensui'atoreni 
omnem quantitatem grani biadi seu farine quara in civitate vel comitatu Perugie 
\el alio quocumque haberent loco. Rub. 501. — Ad hoc ut ofliciales ipsi possint effi- 
catius eorum officium exercere et oranes pareant eis circa concernentiam offici.j 
ipsorum : statuimus quod ipsis ofiicialibus sit licitum et permissum posse quemlibet 
inobedientem seu non observantem eorum mandata seu eorum offlcialiura vel com- 
missariorum de facto mulctare prò eorum arbitrio voluntatis in V florenos de auro 
si fuerit civis vel comitatensis perusie: Si aut fuerit forensis punire et mulctare de 
facto possint in X florenos de auro, et si fuerit castrum vel universitas alicuius castri 

in L florenos de auro, et si fuerit villa vel ville universitas in XXV florenos de auro 

Rub. 479. 

(1) Statuimus quod ofliciales abundantie communis perusie teneantur et debeant 
infi'a XA' dies post linem eorum et cuiusque eorum oflicij immediate sequentes dare 
consignare et eff'ectualiter restituere eorum et cuiusque eorum sucessoribus omnem 
quantitatem florenorura pecunie grani seu biadi et alterius cuiuscumque i-ei que quo- 
modolibet super fuisset eis a sumptibus et expensis et pagamenti» factis tempore eo- 
rum vel alicuius eorum oflicij sub pena C C C C C librarum denariorum Stat. Perus., 

voi. I, rub. 494. — offlciales abundantie communis perusie nulla ratione vel modo 

sit licitum vel pei'missum quovis iure causa seu forma quomodocumque aut qualiter- 
cumque per se vel alium seu alios dircele vel indirecte nisi per unum mensem post 
linem eorum offlcij exigere seu exigi lacere ab aliquo communi universitate vel sin- 
gulari persona aliquam quantitatem grani biadi et alterius generis victualium vel flo- 
renos vel pecunie vel aliquod aliud que vel quod deberet diete camere abundantie 
quoquo iure causa seu forma. Sed talem exactionem facere possint dumtaxat infra 
terapus offlcij ipsorum et de inde infra mensem. Rub. 545. 

(2) Ut cuncta sub libra procedant iusticie presenti capitulo duximus stntuendum: 
Quod offlciales abundantie communis perusie possint et eis liceat sub casibus oppor- 
tunis qui quomodolibet emer^-erent seu dubitationem afferrent in vel super casibus 
provisis per formam statutorum camere ipsorum quomodocumque et qualitercumque 
eligere unum consultorem civem fidelem et expertum et doctum in iure videlicet il- 
lum quem conservatores monete in eorum camera eligerint qui possit ed debeat quo- 
tiens fuerit requisitus verbo vel in scriptis consulere ipsis oflioialibus super premis- 
sis fldeliter. Stat. Perus., voi. I, nib. l'Jó. 



l'ammixi.stra/.ioxk econo.mk'a, ecc. 407 

tempiale dalle leggi, era necesi?ai'io l'assenso dei priori e dei ca- 
merari (1). 

Bastevolinenle numerosi erano gli officiali delegali a servizi 
pei quali non occorrevano speciali casse. Tali officiali non ave- 
vano sempre, per verità, dirella allenenza col governo economico, 
ma io repulo espedienle ricordarli qui succinlamenle, affinchè sia 
meno incompiuto questo cenno intorno all'oi'ganismo amminisira- 
tivo dell'antico comune di Perugia. 

Della vigilanza sopra slrade, fonti e ponti erano incaiicati 
cinque cittadini, eletti uno per porta, i quali avevano con sé un 
notaio, per le debite scritture, e ritnanevano in carica un anno (2). 
L'edilità e l' igiene pubblica erano affidate a un cittadino coadiu- 
vato da un notaio e da un ministro del potestà e del capitano del 
popolo (3). La preslatura di bestie da cavalcare o da someggiare 
a prezzo stabilito era regolata da un cittadino e da un notaio, che 
rimanevano in officio sei mesi ed avevano per salario venti soldi 
di denari (4). 



(1) Quod ultra exitus in presenti statutorum voluraine contentos odiciales almn- 
dantie niliil posslnt expendere sine deliberatione dominorum priorum et camerario- 
rum. Stat. Perus., voi. I, rub. 549. 

(2) quod deinceps eligantur quinque boni horaines de populo perusino vi- 

delicet unus per porta : quorum officium durare debeat uno anno de quiijus liat sac- 
cliectus et trahantur de anno in annum quorum quilibet sit prò sua porta: Qui te- 
neantur et debeant saltem semel in singulis duobu.s raensibus ire in comitatu et in- 
spicere et providere vias maxime principales et publicas pontes, fontes et similia et 
ubi defectum in talibus invenirent quod eo casu adiacentibus locis portiones talis 

operis assignet per castra et villas prout miserit ut qualitas negoci.j suadebit, 

que omnia scribantur in publicam formani et per publiciim notarium quem quilibet 
dictorum officialium ducere et habere debeat et ad sacchectura eligi una cum oflicia- 
libus supradictis et eo modo Stat. Perus., voi. I, rub. 217. 

(3) Statuimus et ordinamus quod eligatur et eligi debeat unus providus et ido- 
neus civis qui sit et esse debeat ac iurisdictionem liabeat super tabernarijs, pizica- 
rellis, panacoculis, fornarijs et super fontibus i-eactandis, murandis et meliorandis et 
purgandis ubi fuerit opportunum cum quo sit unus ex notarijs potestatis cum socio 
potestatis cum socio vero capitanei sit unus ex notarijs capitanei. — Debeat insuper 
dictus civis cum dictis notarijs ac socijs super esse porcis qui vadunt ad stratum 
per civitatem et burgos et palloctantibus et balistarijs et possit et debet ex eius of- 
licio inquirere de omnibus eis coramissis et accusari et condemnari possit contrafa- 
cientes in predictis et quolibet predictorum. Stat. Perus., voi. 1, rub. io. 

(4) Insacculetur unus bonus homo et unus notarius cum eo quorum offìciuni 
duret sex raenses et habeat quilibet eorum prò suo salario a communi prò dictis sex 
mensibus XX solidorum denariorum. Qui ofllciales teneantur facere banniri per toiam 
civitatem et burgos semel omni mense quod omnes habentes equos seu niulos causa 



408 V. ALFIERI 

Ai guasti e alle espropriazioni di beni dislrelluali erano de- 
legali per sei mesi un officiale ed un notaio, che, pel ministero 
loro, potevano condurre seco un misuratore (1). Per la concessione 
di rappresaglie erano eletti di sei mesi in sei mesi cinque uomini 
di arte, uno per porta (2). Un cittadino ascritto alla mercanzia e 
un notaio, eletti dai consoli dei mercanti per sei mesi, curavano 
le riprese e le vendile di cose dipendenti da. staggimenti o rap- 
pressaglie (3). Due officiali nominati per un anno, con lo stipendio 



dandi ad vecturam compareant coram eis cum ipsis equis et mulis infra octo dies a 
tempore banniraenti assignandis ipsis officialiljus et ipsos equos et mulos qui occa- 
sione dandi ad vecturam coram eis fuerint assignati et omnia signa et maculas et ma- 
gagnas eorum scribi faciant et postea eos bonaflde sine fraude debeant extimare ita 
quod illi quorum fuerint extimationes scire non valeant. Stat. Perus., voi. I, rub. 170. 

(1) unus bonus homo et officialis et notarius qui eligetur et eligi debeat 

ad sacchectum et de sacculo extrahi et publicari de sex mensibus in sex raenses 
et cogantur ipsi officiales et notarius et intelligatur ipse officialis esse et sint com- 
munis perusie ad recipiendum portionem bonorom devastandorum vel etiara publi- 
candorum prò communi et secum ducat tempore quo ibit ad destructiories faciendas 
seu ad accipiendum partem )jonorum publicatorum prò communi suum notarium et 
unum mensuratorem quem secum ducere voluerit et sit etiam sindicus ad vendendum 
dieta guasta et ad recipiendum precium et ad dividendum Inter commune pei'usie et 
speciales personas. Stat. Perus., voi. I, rab. 16P. 

(2) Statuimus quod super represali.js concedendis officiales extracti de sacculis 
et in futurum extrahendi qui sint et esse debeant de artibus scilicet unus prò qua- 
libet porta que electio dictorum quinque bonorum hominum fiat et fieri debeat et 
insacculetur per officiales positos ad sacculos componendum et sic ad electionem et 
publicationem dictorum oflicialium de sex mensibus in sex menses procedatur. — Qui 
boni homines et officiales habeant plenam potestatem concedendi represalias cui de 
iui'e cognoverint concedendas et concessas tollendi scilicet que prò debito de quo non 
appareret instrumentum confessionatum vel guarentigiatum concesse essent cui cre- 
diderint concessa non fore de iure. atat. Perus., voi. I, rub. 171. 

(3) Eligantur etiam unus bonus homo de mercantia et unus notarius cum eo 
super rebus que reprehendentur quibus vel alicui eorum quicumque aliquid repre- 
lienderit debeat illud assignare et etiam officiali de cuius licentia i-eprehenderit infra 
tertiam diem a die reprehensionis ad penam C C C C C lilirarum denariorum. Et nihi- 
lominus cadat a iure suo in rebus reprehendis ipso iure quam contrafaciens solvere 
teneatur et possit etiam de robbaria niliilominus accusari qui officialis esse debeat 
cum militibus sive socijs potestatis et capitanei et ipsas ras reprehensas tacere banniri 
quotiens eis et dictis militibus videbitur convenire. Et factis bannimentis ipse res ven- 
dantur prò insto et convenienti precio per dictum bonum hominem de mercantia et 
predictos milites potestatis et capitanei dum tanto illas res non debeant concedere 
illi qui eas reprehendisset seu reprehendi fecisset vel alicui alij quod ad ipsam valeat 
pervenire et quando fient bannimenta predictam ille qui fecerit represaliam vel alius 
prò eo non intersit et illud precium quod liaberetui* ex venditione dictarum rerum 



L' AM.MINISTKAZIONK ICCOSOMICA, ECC. 403 

ili Irenta fiorini d'oro, baduvuno al campione di-Ile carni (1). Ac- 
ciocché fosse conservala e migliorala la pescagione, venivano 
elelli, di anno in anno, un officiale e un notaio, che, in cerle 
tipoche, dovevano far mettere nel lago Trasimeno, dagli appalta- 
tori, lina determinala quantità di anguille (2). Altri magistrati (in- 
cora si trovavano in Perugia con attribuzioni di varia indole: per 
esempio, alle scarcerazioni da effettuarsi in alcune festività ve- 
nivano deputati due cittadini con un notaio, eletti per un seme- 
stre dai priori e dai camerari (3) ; olire al potestà, al capitano e 
ai conser-vatori delle monete si delegavano anche alle mostre mi- 
litari e alle riviste delle munizioni da guerra speciali officiali e un 
notaio (4). Dai priori e dai camerari, riuniti in consiglio, si elegge- 



r('l>rehcnsai"uin (lehfat silii (lari Quo ek'ftio (lieti boni hominis et notarij liat et 

lieri debeat de sex mensil)us in sex menses per dictos consules mercatorum sub pena 
<: C C C C libraruni denariorum prò quilibet consule contrafaciente vel neglif,fente. Stat. 
Perus., voi. I, rub. 172. 

(1) Item dare et solvere teneantur et debeant diiobiis oi'licialibus campionis car- 
nium communis pei'usie solum visa eorum electione seu publicatione prò anno (pio- 
libet tlorenos XXX de auro prò utro()ue eorum. Stat. Perus., voi. I, rub. 418. 

(2) Itera ut lacus predictus anguillis uberius abundet: Et ut quantitas anguilla- 
rum in lacu predicto mittenda non possit aliiiualiter defraudari; statuiuius et ordi- 
mus quod eligantur et eligi debeant per viam sacchetti continue unus bonus homo 
et unus notarius quorum oflicium duret per unum annum integrum qui bonus homo 
sit et esse intelligatur onicialis communis perusie ad recipiendum anguillas inmittendas 
in dictum lacum que sit et esse debeat numero XV milia anguillarum vivarum qua- 
rum emptores fructuura aque dicti lacus quinque milia inmittere teneantur: reliquie 
vero X milia per piscatores dicti lacus inmitti debeant secundum distributione et de- 
claratione taciendara per dictum oftìcialem i)er postas dicti lacus. Stat. Perus., voi. I, 
rul). 218. 

(3) Item statuimus et ordinamus quod prò tempore futuro eligi debeant duo 
lioni homines per priores et camei'arios novos vel per maiorera partern ipsorum in 
({ua electione adesse debeant ad minus septera ex priorlbus presentes in concordia 
et de camerarijs ad minus triginta presentes et viginti in concordia de sex mcnsibus 
in sex menses et unus notarius cum eis que electio fieri debeat per sex mensibus pro- 
xime futuris incipiendis in Kalende .JanuariJ proxime venturi infra tempus X dierum 
ante principium introilus eorum ofiicij et simili modo fiat per priores et camerarios 
(jui extraverentur de mense .Junij et sic fiat quibuslibet sex mensibus de anno in 
annum. Qui officiales habeant potestatera et bailiam ad excarcerandum captivos de 
«■arcex'ibus dicti communis in festivitatibus infrascriptis modo et ordine infra scri- 
lito stat. Perus., voi. I, rub. 187. 

(4) Ut stipendiarij tam equites quam pedites serviant communi perusie debite 
sicut decet cum eorum personis et etiam cum equis : Statuimus et ordinamus quod 
<Iecetero civis et notarius i)ublicandos de sacchulis perusinis sint et esse intelligantur 
super monstris gentium armigerarum equitum et peditum quorumcumque : Kt etiam 



410 V. ALFIERI 

vano i custodi di rocche, fortezze, bastite, castella (castellani, arx et 
arcis custos) ; i quali avevano diritto a stipendio e dovevano, dopo 
sei mesi, lasciare la loro carica, fare inventario e dare ragione 
delle diverse cose avute in consegna (1). 

Nel libro, che contiene le disposizioni relative all'organismo 
amministrativo dell'antica Perugia (Magistratuum ordines et Au- 
ctorilatem), sono anche distintamente considerati i particolari agenti 
del comune, per esempio, i cursori (2), i lubatori (3), i campa- 



oranium et singulorura castellanorum et aliarum quorumlibet habentiura custodiam ali- 
cuius cassari fortilitij et bastie comitatus perusie seu civitatum terrarum ca.stroruru 
et locorum quorumlibet que recomendatorum vel quomodolibet summissorum com- 
muni perusie: Et etiam omnium et singularura faraulorum eorum et cuiuscumque 
eorura. Et etiam omnium et singularum raunitionum quas castellani liabere et tenere, 

debent secundum formam statutorum Stat. Perus., voi. I, rub. 244. — Statuimus 

quod monstre gentium armigerarum tam equitum quam peditum quomodolibet mili- 
tantium ad stipendium seu provisionem communis perusie possint et debeant bene 
diligenter et sollicite sepe sepius revideri tam in civitate perusie quam alibi ubicum- 
que fuerint tales gentes quomodolibet deputate ad minus una vice mense «(uolibet 
per conservatores monete seu alium civem deputatum per ipsos conservatores, seu 
sit marescalcus vel non et per ofRciales de sacclmlis publicand s. Rub. 245. 

(I) Quod quotienscumque necessitas fiagitaret domini priores et camerarij artium 
civitatis perusie obtento tantum premitus partito super unaquaque electione castellani 
ad bussolas et fabas albas et nigras per omnes priores concorditer vel ad minus per no- 
vem et per omnes camerarios concorditer vel ad minus triginta quinque possint et eis 
liceat eligere et deputare in castellanum seu castellanos illos quos putaverint convenire 
et mittere ad illa loca prout et sicut putaverint opportunum. Salvo quoii nerainem pos- 
sint eligere qui esset debitor communis perusie vel condemnatus seu exbannitus modo 

aliquo seu forma Decernentes quod massarij communis perusie possint teneantur 

et debeant visa tali electione facta iuxta exigentiam premissorum seu facienda tales 
castellanos et eorum famulos conducere et scribi tacere debeant per pila et signa si- 
cut sit de gentibus armigeris et de quecumque pecunia dicti communis et sine alio 
precepto vel mandato solvere et solvi facei'e ad rationem duorum florenorum cum 
dimidio prò qualibet paga retinendo tantum debitam gabellam ad rationem II solido- 
rum Stat. Perus., voi. I, rub. 450 duxiraus statuendum quod iraposterum 

nullus castellanus alicuius, cassari fortilitij vel bastie comitatus perusie seu civita- 
tum teri'arum castrorum vel locorura communi perusie recommissorum seu recom- 
mittendorum imposterum possit audeat vel presumat per se vel alium directe vel in- 
directe vel quovis coloro quesito quoquo modo iure causa seu forma retinere seu facere 

retineri cassarum vel bastiara seu fortilitium aliquod ultra tempus sex mensium 

Rub. 180. — Quod castellani quaruradam roccliarum reddant rationem et inventarium 
faciant de rebus existentibus in eis. Rubr. 192. 

(2) De baiulis et ofificio baiulorum. Rub. 181. 

(3) De tubatoribus communis Perusie et eorum officio et salario. Rub. 183. 



l'amministrazione economica, ecc. in 

nari (1), i nuirutori (2), i medici ('A), i luaniscalchi (4), i custodi 
delle masserizie, del palazzo de' priori e delle forili (5), gli spaz- 
zini (6), i carcerieri (7), i donzelli e i birri (8), ecc. E tulli ave- 
vano salario : i donzelli del comune (doinicelli), il cappellano, il 
lubatore, il cuoco dei priori avevano due fiorini al mese, e si 
scendeva a un fiorino pel sotto cuoco (quactero), pei custodi delle 
porle, per gli uscieri, pel chitarrista, che allietava la mensa dei 
priori, e pel naccherino, che accompagnava le trombe dei bandi- 
tori a cavallo (9). Ma di tulli questi impiegati non è necessario 
eh' io discorra. Piuttosto è bene che, prima di chiudere il capitolo, 
io dica brevemente ancora degli officiali delegali alla compilazione 
e alla custodia delle scritture risguardanti il governo economico, 
e eh' io accenni eziandio ai magistrati sindacatori, tanto iinpor- 
tanli per la compagine amministrativa della antica repubblica pe- 
rugina. 

La molliplicilà delle magistrature e la necessità di sindacare 
ogni officiale rendevano molto importante la registrazione dei sin- 
goli falli anmiinislralivi. Non credo di essere remolo dal vero af- 
fermando che più di cinquanta erano in Perugia gli impiegali, 
che dovevano compilare o custodire le scritture riguardanti la ge- 
stione comunale. Ho già dovuto accennare ai notari del potestà, 
del capitano e dei priori, dei direttori, dei massari, dei conserva- 
tori delle monete, degli officiali dell'abbondanza, dei magistrali 
sopra strade, fonti e ponti, sull'edilità e sulla pulitezza, sulle vet- 
ture, sopra guasti ed espropriazioni, sulla concessione di rap- 
presaglie, sulle scarcerazioni, sulle mostre militari. E si è pure 



(1) De campanaris et corani officio et salario. Rub. ls-1. 

(2) De muratoribus et eonim garsonis et salarijs eorum. Rub. 5Ì'5. 

(3) Quoti medici salariati a communi non recedant sine licentia doniinorum prio- 
rum et camerariorum. Rub. 5S1. 

(4) De electione duorum marescalcorum qui declarent signa et iiilos eiiuorum. 
Rub. 253. 

(5) De quantitate grani dandi custodibus t'ontis platee. Rub. 539. Vedansi anche 
le rubriche 422 e 208. 

(6) De salario dando mundatori platee. Rub. 447. 

(7) De custodia et custodibus carcenim communis i^erusie. Rub. 185. 

(8) De forma iuramenli iudicum sociorum domicellorum et Ijerruariorum pote- 
statis et capitanei. Rub. 5. 

(9) L. BoNAZzi, op. cit., voi. I, pag. 554. 



412 V. ALFIERI 

visto che talvolta slavano con i notari i fancelli raziocinatori, ossia 
i ragionieri, specialmente se la magistratura concerneva entrate 
e uscite di denaro. L'elezione dei notari doveva essere fatta a 
sorte fra i matricolati ed in guisa che agli offici più rilevanti si 
potessero assegnare le persone più idonee (1). La matricola ve- 
niva formata dai tre priori del consorzio notariale insieme a venti 
notari buoni ed esperti, da essi trascelli in numero di quattro per 
ciascuna porta (2). Perchè i notari attendessero con assiduità al- 
l'impiego, vietavasi ad essi l'assunzione di qualsiasi mandato non 
risguardante il loro officio (3). Si dovette anche, per utilità pub- 
blica e comodità dei cittadini, proibire che i notari esigessero o 
accettassero somme oltre quelle ad essi spettanti per salario o 



(1) Volumus statuentes quod de omnibus offlcijs que inferiiis declarantur et qiie 
dantur per commune perusie notarijs de civitate perusie et que in futurum dabuntur 
eisdem lìant sacchuli et ad ipsa officia notarij per viam et modum sacchetti eligantur 
et extrabantur et publicentur in maiori et generali Consilio civitatis perusie ad hoc 
ut boni notarij et experti ad bona et magna officia ponantur mediocres ad mediocria 
et parvi seu minores ad minora officia assumraantur: Et liant et fieri debeant dicti 
sacchuli sive saccliecti per officiales qui eligerentur ad refectionem sacchulorum 
omnium officialium civitatis et comitatus perusie dummodo omnes notarij scripti et 
sci'ibendi in matricula notariorum civitatis et burgos perusie et consortij notariorum 
eiusdem civitatis ponantur et mittantur in ipsis sacchulis et scribantur ipsa officia 

inter eos secundum modum predictum Officia vero ad que poni et mitti debent 

ipsi notarij in dictis sacchulis sunt infrascripta videlicet. — Officium notariatus In 
armario communis perusie et notariorum qui sunt in dicto armario ad copiandum. — 
Officium notariatus cum officialibus biadi clusij. — Officium notariatus cum officia- 
libus massarie et aconciminis palatiorum communis Perusie. — Officium notariatus 
cum officiali vel priore de Colle. — Officium notariatus ad copiandum in curia sin- 
dici et iudicis iusticie. — Officium notarius cum sindicatoribus potestatis et capitane! 
et aliorura rectorum communis Perusie. òtat. Perus., voi. I, rub. 207. 

(2) Volumus ordinantes quod priores notariorum civitatis et burgorum perusie 
una cum XX bonis et expertis notarijs eligendis per ipsos priores notariorum quatuor 
per portam premisso sacramento teneantur si viderint opus esse esaminare et inve- 
stigare de condictione et qualitate omnium notariorum civitatis et comitatus perusie 
sub pena C C C C C librarum denariorum prò quolibet eorum et quos invenerint esse 
legales et sufficientes faciant eorutn nomina et pronoraina et loca unde fuerint de- 
scribi in matricula de verbo ad verbum ponantur in statuto populi perusini scilicet 
l)OSt ipsum volumen per notarium qui statuta scribet. Stat. Perus., voi. I, rub. 209. 

(3) Et ad hoc ut quilibet notarius intendant melius et haliilius ad suum officium 
exercendum ad quod deputabitur: Volumus quod talis notarius durante ilio officio 
ad aliud officium a communi perusie habere vel exercere non possit nisi aliud per 
commune perusie fuerit provisum vel de sacchulis communis perusie extraberetur : 
contrafaciens vero puniatur in I> librarum denariorum. Stat. Perus.. voi. I, rub. 207. 



l'amministrazione economica, ecc. 41:j 

provvigione (1). Heileralamenle si ordinò oi nolari di mostrarsi 
ed essere valenti, onesti e diligenti nel loro officio, iiarticoUir- 
menle nella tenuta dei libri relativi a entrale e uscite di beni ; e, 
se riconoscevansi incapaci o negligenti, venivano sostituiti da altri 
notari nominati ilai priori e dai camerari (2). Ordinarono i legi- 
slatori che alla registrazione degli introiti delle camere dei mas- 
sari e dell'abbondanza si deputasse un notaro veramente esperto 
e dotto; e dagli statuti risulta che, nel 1389, fu eletto a ttile of- 
ficio, per tre anni, couiinciun<lo dal primo di luglio, e con stipen- 
dio annuo di trenta fiorini d'oro, ser Niccolò di Giglio, notaro pe- 
rugino di porta S. Susanna (3). Anche i libri di entrata e uscita 



(1) Utilitati publice et coiiunodo civiuni et comitatensiuin intendentes : Statuimu.s 
•juod nullii^ notarius qui liaberet officium cum salario a communi perusic super ;,m- 
hellis macinatus buccarum et salaria pedagij vel alicuius earura vel alterius cuiu- 
scumque persone dicti comniunis : non possit seu debeat (iuo({UO modo ab aliquo coin- 
iiiuni corpore collofi-io seu singulari persona occasione vel causa talis odici.j prò re- 
lutationem vel alia quacumque causa aliquam suscipcre quantitatem, nisi dumtaxat 
salariuni debitum et taxatum, sub pena C C C C C librarum denariorum prò quolibet 
et vice (iualibet: Ed idem iutellig-atur de notarlo custodie civitis perusie : Salvo quod 
solum possit notarius accii)ere prò una litera in sex monses facienda de castellantia 
per se et famulo duos anconitano* et non ultra. Stat. Penìa., voi. i, rub. 332. Vedasi 
anche la rubrica 5G7. 

r2) teneantur et debeant parere efficaciter eorum officialibus circa admini- 

strationem eorum officij et in eorum offlcium concernentibus debitis et honcstis et 
assidua vigilantia excubare circa exercitium et gestionem officij et libros ordinate 
componere et assidue tam introitus quam exitus et alia quecumque emergentia in eo- 
rum vel alicuius eorum officio mittere et seriose describere prout decet et omnia et 
.singula facere ad que tenentur seu quomodoliljct tenerentur circa tale officium ad 
quod esset quomodolibet aliquis electus i:)ublicatus vel surrogatus omni negligentia 
l)rocul pulsa. — Et si negligentiam aliquam conimitterent in premissis vel aliquo eo- 
rum vel non parerent ipsi vel aliquis. eorum : Quod domini priores et camerari.j ar- 
tium diete civitatis perusie ad requisitionera officialium talium rotariorum seu no- 
tarij negligentium vel remissorum seu negligentis aut remissi possint teneantur et 
debeant alios vel alium loco inobedientum seu inobedientis vel remissi idoneos aut 
idoneum surrogare et eligere omni vice vacationem aliquam non habentem per for- 
mam aliquorum statutorum communis predicti. Stat. Perus., voi. I, rub. 331. — Ve- 
dansi anche le rubriche 46;) e 548 perfettamente uguali alla rubrica 331. 

(3) Cum prò ordinatione introituum caraerarum massariorum et alìundantie 
communis perusie sit non solum utile sed summe necessarium providere ut depute- 
tur unus diligens et expertus et fidelis notarius super registris prò utraque camera 
cum officio et potestate prout est et habet notarius camere con.servatorum ad hoc ut 
introitus utriusque camere sub debita ordinatione procedant: presenti capitulo duxi- 
raus statuendum quod decetero semper sit et esse debeat et deputari unus notarius 
lidelis expertus et diligens civis perusinus super registris camere massariorum et 
camere officialium abundantic et utriusque cum oflicio et potestate prout lialx't et 



414 V. ALKIERI 

delia camera dei conservatori delle monete furono affidali a no- 
tari : si può leggere negli statuti che le registrature dovevano es- 
sere compilate secondo le forme usate da ser Benedetto di Pietro, 
notaro dal tempo di Rolando del Sulino, e che valente erasi di- 
mostrato nell'ufficio suo ser Giovanni di Angelo del Cerqueto (1). 
Spettava ai priori ed ai camerari, e non ad altri, l'elezione dei 
cancellieri e degli abbreviatori delle riformagioni (2). Importante 
era la magistratura dell'armario, per la quale venivano semestral- 
mente eletti due cittmiini buoni ed idonei e due notari. Gli officiali 
dell'armario dovevano custodire e inventariare i documenti e con- 
segnare le carte e le chiavi dell'armario ai successori entro otto 
giorni dal termine dell'officio (3). I notari potevano fare addizioni 



cxei'cere possit notarius super registris camere conservatorum cura salario XXX flo- 
renos de auro in anno sine aliqua solutione vel retentione gabelle cuius quidem sa- 
lari.j dimidia solvatur et solvi debeat sine alio precepto vel mandato solura visa eius 
electioiie per massarios communis perusie et alia dimidia solvatur et solvi debeat per 

ofliciales al)undantie FA. quod tale offlcium requiritpersonam fldelem doclam pa- 

riter et expertam considerantes fidei diligentiam et sufflcientiam ser Nicolai gilij no- 
tari j de perusio porte s. Suxanne ipsum tenore presentis capituli ad dictura offlcium 
l)ro tempore trium annorum incipiendorum in Kalendis iulij proxime de presenti 
anno MCCCLXXXVIIII cura dicto salario et alijs muneribus in dicto officio duximus 
eligendum et eligimus aliquo non obstante. Stat. Perus., voi. I, rub. 459. 

(1) Item ut in camera conservatorum et massariorum communis perusie appa- 
l'eant exitus et introitus ordinate et cuncta modo recto et ordine procedant: duximus 
statuendum quod in camera conservatorum monete dicti communis fieri debeat unum 
registrum et unum in camera massariorum dicti communis in cartis edinis in quibus 
registris scribi et registrari debeant omnes introitus et exitus dicti communis per 
notariurn super dictis registris deputandum qui notarius sequi debeat in dietis re- 
gistris formam consuetam et usitatam olim per ser benedictum ser petri notarium pe- 
rusinum tempore domini rolandi de sulino, qui notarius non scribat ncque scribere 
de))eat in dictis registris creditorera sine debitore nec econverso debitorem sine cre- 
ditore super quibus registris eligatur et eligi debeat unus notarius valens e^ legalis- 
siraus sicut olira fuit ser ioannes ser angeli de cerqueto per dominos priores et ca- 
merarios cum salario per ipsos declarando et sibi solvendo per conservatores monete 
videlicet prò medietate et prò alia medietate per massarios dicti communis. Stat. Pe- 
rus., voi. I, rul). 5G0. 

(2i Item statuimus quod electio cancellarij communis Perusie et abreviatoris re- 
formationura dicti communis spectet et pertineat et spedare et pertinere debeat ad 
dominos priores et camerarios et non ad alium quovis modo et si secus fleret non te- 
neat ipso iure et nihilominus pena C C C C librarum astanti et prioribus et alijs 
aliter acceptantibus quoquo modo. Stat. Perus., voi. I, rub. 79. 

(3) Statuimus et ordinamus (juod deinceps ad custodiara dictorum liliroruni et 
scripturarum ponantur et eligantur et eligi debeant duo boni idonei et legales viri 
de civitate Perusie de ])0])ulo Perusino ad sacchectuin et i)er formam sacchecti et de- 
sacculo fxtrabanfur et ])ul)lic('atui- et cxtrahi et pulilicari delìcant in Consilio populi 



L' AMMINISTKAZIONK ECONOMICA, ECC. 41') 

o correzioni ai libi'i posli neirarinnrio, ma non |iot(n'aMo comporre 
registralure dopo di aver deposta la carica (I). Precipua incmn- 
benza di (piesli magistrati era, come meglio si vedrà nel capitolo 
seguente, la formazione e la rettificazione del catasto, e perciò 
anche la tenuta dei libri dell'estimo (2). Non era permesso di ca- 
var fuori i libri dell'armario, ma, in seguito a richiesta degli in- 
teressali, si faceva copia delle scritture (3). La copiatura delle 
scritture esistenti nell'armario era deputata a cinque notari eletti 
<ji sei mesi in sei mesi e retribuiti in ragione di due soldi e sei 



de sex niensilms in sex inenses : (|ui lìoni homines teneantur et debeant restituere 
libros et clavcs dicti arniarij et ea que ad eos pervenerunt ratione dicti oflieij succes- 
soribus eorum infra odo dies iiroximos post linitura eorum ofliciura cum inventario 
<iuod fecerint ut infra dicetur: Kt quod domini priores et camerari.) artium civitatis 
pcrusie qui jìro tempore fuerint quotiens eis placuerit habeant auctoritatem arbi- 
trium et bailiam eligendi unum vel duos bonos et legales viros et etiam duos notarios 
qui notarij sint esperti et consueti esse in dicto armario (jui debeant facere et scribere 
inventarium de omnibus libris et scripturis ligatis et condemnationum et absolutio- 
num factarum et latarum per quoscumque ofliciales communis Perusie a sexaginta 
<innis cifra: qui et que reperirentur in dicto armario: quod inventarium debeant 
l)refecisse infra tempus eis dandum per priores et camerarios in cartis membranis et 
auctenlicare quod inventarium semper debeat ibi remanere. Stat. Perus., voi. I, 
rub. 97. 

(1) Iteni ((uod quilibet ex notarijs doputatis vel dcputandis ad scribendum ad- 
ii ictiones dirainutiones errorum correctiones permuta tiones et alias scripturas ad 
eorum oliicium spectantes causa oflieij predicti in dicto armario et catrasto com- 
munis i)erusie possit et sibi liceat impune et sine pena predictam omnia et scripturas 
quacumque ad eorum ofiicium spectantes scribere, cassare, addere et minuere in liln'is 
quibuscumque et manu cuiuscumque notarij scriptis publicis vel non publicis: non 
ol)stante quod manu ipsorum notariorum armarij scripti non apparerent vel essent 

Stat. Perus., voi. I, rub. lOC. — Item volentes modum salubrem et ordinem dare 

offlcialibus armarij librorum communis perusie et eorum notarijs statuimus et ordi- 
naraus quod officiales et notarij principales ipsius armarij debeant sindicari de gestis 
in eorum ofiicio et quod Unito eorum ofiìcio nihil ])Ossint scribere in libris dicti 
armarij Rub. 561. 

(2i officiales armari) communis perusie presentes et futuri et eorum notarij 

de mandato ipsorum offlcialium possint et eis liceat teneantur et debeant lacere 11- 
bram ij)sis non habentibus libram in civitate vel comitatu scilicet civibus in civitate 

vel Ijurgis et forensibus in civitate inter forenses tantum si in civitate al)itarent 

Stat. Perus., voi. I, rub. 128. — Item quod officiales predicti vinculo iuramenti et ad 
l)enam C librarum denariorura prò quolibet eorum teneantur facere summam sum- 
marum librarum hominum et personarum alliliratus in ipso catrasto reducendo quod- 
libet miliare ad minutam ad centinarium. Riib. 113. 

(3) officiales et notarij armarij teneantur et debeant omni die in quo non 

<isset aliquod solemne festum non obstante quod essent ferie de se copiam facere in 
<licto armario et de mane et de sero omnibus petentibus. Stat. Perus., voi. 1, rub. 123. 



41(5 V. ALFIERI 

denari al più per ogni caria (1). Per riordinare i documenti esi- 
stenti nell'armario, si dovette poi nominare un indoneo cittadino,, 
al quale si assegnò l' incarico di esaminare, insieme agli officiali 
dell'armario, le diverse scritture, di appartare quelle inutili e di 
far posto alle nuove (2). 

Dall'esame delle disposizioni sulle antiche magistrature pe- 
rugine si trae questo concetto, che alia amministrazione comunale 
dovevano prendere parte molte persone, non solo per la molte- 
plicità delle faccende e quindi per la opportuna divisione del la- 
voro, ma eziandio perchè i legislatori forse opinavano che l'ef- 
ficacia del controllo suole essere in ragione diretta del numero 
degli agenti. I molti con più difficoltà si corrompono o si colle- 
gano : ecco la giustificazione di non pochi ordinamenti ammini- 
strativi dell'antica Perugia. E, per aumentare il riscontro econo- 
mico, si cercava ancora di evitare l'immediato contatto e la troppa 
dimestichezza fra officiali, col proibire le elezioni di quelli che 
fossero parenti od anche semplicemente amici dei magistrali dai 
quali avrebbero dovuto dipendere. Forse non erano sempre de- 
terminali esattamente e irrevocabilmente i particolari offici, forse 
non erano sempre definite previamente tulle le mosse ammini- 
strative, forse non era incitala e vigilala sempre l'azione di ognuno 
mentre si compieva ; ma^ senza dubbio, non lasciavasi mai insin- 
dacata l'opera dei singoli magistrati. 

Il potestà, il capitano, il maggior sindaco, il giudice di giu- 
stizia e gli officiali loro, venivano sindacati da tre cittadini, che 
eleggevansi a sorte nel giorno della restituzione dei libri ed ai 



(1) in dicto armario esse debeant quinque notarij singulis sex mensibus ad 

copiandum et exemplandum scripturas in dicto armario existentes et copiam exem- 
piandum petentibus. — Qui V notarij insacculentur deinceps et de sacculis extraban- 
tur scilicet unus per porta et semel tantum Et recipere debeant prò eorum mer- 
cede et salario prò scriptura cuiuslibet carte duos solidos et sex denarios ad plus 

Slat. Perus., voi. I, rub. 97. 

(2) domini priores artium civitatis perusie possint teneantur et debeant eli- 

gere et deputare unum bonum et expertum civem perusinura qui una cum officiali- 
bus armarij librorura comraunis videat provideat et examinet scripturas et libros inu- 
tiles in armario existentes que iam sunt in quinquaginta annis vel ultra ex quo fuc- 
runt in dicto armario presentate et remisse que ad presens requiruntur et possint 
teneantur et debeant ipsas scripturas et libros prout ei dictis ofticialibus armarij vi- 
debitur alia loca ipsius armarij restringendo reducere et seorsum ponere ita quod 
novis et supervenientibus detur locus Stat. Perus., voi. I, rub. 142. 



l'amministka/.ione economica, ecc. ut 

quali era data ampia facollA di inquisire e giuilicare. Questi scin- 
daci riscuotevano per salario tre fiorini d'oro dai niassar'i ed ave- 
vano presso di se un notaio per la copiatura in pubblica forma 
delle sentenze e un giudice del fóro per gli opportuni consigli (1). 
Gli statuti regolavano scrupolosamente questo alto sindacalo, in cui 
manifestavasi di certo nella pienezza sua l'autorità democratica : 
ne consideravano partitamente gli obbietti, prescrivevano i modi 
di effettuarlo secondo le circostanze, minacciavano pene ai tra- 
sgressori; e si deve credere che il popolo, geloso dei suoi diritti, 
non lasciasse insindacala l'azione dei principali magistrati comu- 
nali (2). V^i furono certamente irregolarità amministrative, infra- 



lì) Statuiiims et ordinanms quoti ad sindicanduin potestatem et capitaneiim et 
forum lamiliani eligrantui* et deputentur tres l)oni liomines de populo l'erusino ad 
sacchectum et de sacculo tara facto quain fiondo qui sacchcctus Jieri debeat tempore 
quo sacchecti liunt Priorura et aliorum oflìcialium communis Perusie per illos bonos 
liomines et extrabantur de dicto sacculo die restitutionis librorum dictorum oHicia- 
lium prò cuius sindicatu traberentur et eius officialium et lainilie f|ui lial)ent et lia- 
bere del)eant secum unum iudicem forensem (jui eligetur per ottieiales ad lieo depu- 
t^tos vel deputandos a quo possint recipere consiliura et informationem super dicto 
sindicatu et testes et eorum dieta recipiant et examinent cui examinationi etiam 
adesse possint dicti sindici. Et dictis sindicis consilijs dare de iure tara super proces- 
sibus factis per potestatem vel capitaneum quam etiam super his qui fient coram di- 
ctis sindicis. Et etiam habere debeant unum notarium qui de sacculo una cum dictis 

sindicis cxtrabatur et habeant et habere debeant dicti tres boni homines iurisdictio- 

nem et arbilrium auctoritatera et liailiam in cog'noscendo jjrocedendo et sentcntiando 
quod et quam liabent et habere ])ossent quicnnique ad sindicandum eligercntur per to- 
tum populum Perusie. Et eorum processus et sententie valeant et teneant et execu- 
tioni mandentur tamquam valerent iudicum ordinariorura quorumcumque... Item quod 
dicti boni homines et eorum notarius habeant et habere et percipere possint et de- 
beant prò eorum salario a Massari.js communis Perusie tres florenos auri ])ro quolibet 
eorum et notarios duos lìorenos auri visa solum eorum elcctione et publicationt^ de 
sacchetto et sine alia apodissa precepto vel mandato quod salariura dicti Massarij 
eisdem bonis hominibus et notano dare et solvere teneantur. Stat. Perus., voi. I, rub. 14. 

(2) Potestas et capitaneus et maior sindicus et index iusticie et offlcialis damno- 
rum datorum et quilibet alius ofRcialis et quilibet eorum : Et qui temporibus futuri» 
erunt vel cum altero eorum steterit in civitate perusie finito suo officio et regimine 
debeat examinari et sindicari per sindicos ad hec deputatos vel deputandos super eo 
quod dicti domini potestas, capitaneus, maior sindicus index iusticie et quilibet alius 
officialis vel socij vel iudices vel notarius eorum vel alicjuis eorum reperirentur de- 
fraudasse de avere communis Perusie vel alicuius specialis persone furtum vel rob- 
bariam commississe vel barattariam in quatruplum quantitatis defraudate et subtracte 

vel derobbate vel per barattariam habite debeant condemnari Et priores et came- 

rarij non possint ordinare nec reformare nec etiam priores proponero noe etiam no- 
tarius scribere nec aliquis arengare quod ante tempus a su])radicto statuto ordiuaiuni 



418 V. ALFIERI 

zioni alle leggi del riscontro economico, ma ordinariamente si 
cercò di punire gli incapaci ed i disonesti, di onorare i saggi ed 
i leali (1). Nel 1390, si « elessero huomini a vedere tulle l'intrate 
« e uscite della citlàj, con facultà di poter vedere i Conti a lutti 
« gli officiali, che havevano in fino allhora maneggialo danari 
« public!, a tulli i gabbellieri e appaltatori di Lago, di Salara, di 
« Macinato, e di tutti gli altri luoghi, onde entravano danari in 
« comune. Et ordinarono poi che per l'assenza del Capitano del 
« popolo, a cui apparteneva di rivedere le punlalure, e l'altioni 
« de' Priori doppo la fine dell'officio loro, e ben vedute e discorse, 
« ò di ammetterle ò di riprovarle, che il Podestà in sua vece do- 
« vesse vederle per l'avenire, e particolarmente a i due Magi- 
« strali, che poco avanti erano usciti d'officio; il che non habbiam 
« voluto tacere, perchè i moderni sappiano, che quello officio, 
« ch'era il primo della (^illà, stava anch' egli a sindacalo, e an- 
« corche havesse la briglia dell' amminislralione del governo in 
« mano, erano però tali quegli antichi nostri padri, che per raf- 
« frenare la baldanza de' Magistrati, volevano, che l'altioni loro 
« stessero al giudicio del Capitano del popolo, e de' Camerlenghi, 



absoluatur ita quod ad sindicandum non stet ; Et si priores vel aliquis de predictis 
contrafecerit puniantur pena C C librarum denariorum prò quolibet de quo expresse 
debeant sindicari per eoruin sindacatores dicti priores camerari) et notarins et alie 
singulares persone per potestatem et capitaneum et maiorera sindicnm in dieta pena 
debeant condemnari facta probatione quod arrengaverint per duos testes de auditu 
et accusator vel denunciator habeat tcrtiam partem banni a massarijs comrannis Pe- 
rusie sine aliqua appodissa precepto vel mandato eius quod venerit in communi. Stat. 
Perus., voi. I, rub. 15. 

(1) Nel 1359, i peruji-ini vollero che si chiamassero a sindacato coloro che avevano 
amministrato i denari per la guerra, e però fu chiamato per sindacatore Geri de' Pazzi 
liorentino. Non avendo potuto questi eseguire le sue sentenze contra i condannati, se 
ne parti. Se ne chiamò un altro, ma questo fu messo prigione, ed ivi fini i suoi 
giorni. — Fu soppresso per parecchi anni T officio del maggior sindaco e fu poi ri- 
messo nel 1408. — Nel Ì33S, al potestà (Xobilis et potens Miles Dominus .Joannes Do- 
mini Vinciguerre de Panciaticis Pistoriensis Potestas Perusie) fu dai priori donata una 
corona d' oro, che gli fu messa in cipo in presenza di una gran moltitudine di gente, 
e ciò pel suo buon governo e per la sua giustizia ed equità. Nel 137S, fu concesso al 
potestà (Nobilis et potens Miles Dominus Errigus Malaspina de Obizis Lucensis Po- 
testas Perusie), per la buona sua amministrazione, di aggiungere alla sua arme il 
griffone, insegna di Perugia. — Veggasi il Saggio di memorie Istoriche civili ed eccle- 
siastiche della Città di Perugia e suo contado — opera postuma di Annib.\le Ma- 
KiuTTi. Torno I, parto II, i)agg. 2^3, 315, 200, 296. 



f 



l/ AMMIXISTKAZIONK KC'f )NO.MICA, ECC. 419 

« per le mani iJe' qvi.ili si rivedevano iniiintis^iinaiiieiile gli alti 
« loro, de' quali spesso n'erano re|)r'ovali nmlli » (1). Leggendo 
gli slaluli di Perugia si vede allrihuila, in ^asi disparalissiini, a 
diversi officiali del governo la esecuzione di uno stesso decreto, 
e si rileva uno scambio di incumbenze non sempre giustificalo 
dal titolo dell'officiale. Già ho dovuto accennare a questa circo- 
stanza, che può indurre a giudicare non sempre ordinata razio- 
nalmente l'amministrazione comunale. Per esempio, il maggior 
sindaco appare occupato di strade, di delitti, di birri, di carceri, 
di (Ianni dati, di arredi (2), ecc. Ma, fra le attribuzioni proprie 
del maggior sindaco, si devono ricordare la vigilanza sopra le 
elezioni, e specialmente il sindacalo dei priori delle arti, dei mas- 
sari, dei conservatori delle monete, degli officiali dell'abbondanza, 
e di tulli gli altri impiegati comunali (3). I magistrati del comune 



(1) P. Pei.lini. — Bell' Ili-storia di l'eruyia, parte seconda, libro decimo, pa- 
jjrina 1-1. — Già dal 1315 erasi staliilito che i priori dovessero sottostare al sindacato 
<lel capitano del popolo e del giudice di giustizia. (P. Pelmni, op. cit., parte prima, 
libro (luinto, pag. 410). 

(2) Teneatur et debeat dictus maior .sindicus et index iusticie ex debito sui of- 
licij : Et ad eius spectet ofiicium facere lieri aptari et explanari et sterni vias comi- 

fatus et districtus Perusie a portis burgorura civitatis extra Stat. Petrus., voi. I, 

rub. 16. — Statuimus et ordinamus quod dictus maior sindicus et ludex iusticie sit 
et esse debeat offlcialis super omnibus et singulis damnis datis et (jue darentur in 
comi tatù Perusie toto tempore sui offici.j et uno mense ante per quacumque personas 
et in Civitate vel burgis vel suburgis Perusie et de damnis datis de (|uibus penderei 

processus Rub. 22. — Item statuimus quod dictus maior sindicus potestas et 

capitaneus et ([uilibet eorum sit et esse intelligatur ot'licialis sujjer arrcdijs et vijs 

Rub. 26. 

(3| Statuimus et ordinamus quod maior sindicus et iudex iusticie teneatur et 
dolìeat ex otficio in([uirere contra omnes et singulos qui eligerentur ad aliqua officia 
per commiine Perusie et contra eligentem et insacculatos et contra insacculatores: Kt 
si invenerint aliquem esse electura vel elegisse vel insacculasse vel insacculatus esset 
<;ontra vel preter formam statutorum et ordinamentorum seu rel'ormationum civitatis 
Perusie debeat electionem cassare et annullare et electum et eligentem insacculatum 
et insacculantem condemnare in penis contentis in statutis et ordinamentis civitatis 
perusie. stat. Perus., voi. I, rub. 16. — Ad officium autem dicti iudicis iusticie et 
sindici pertineant sindicare, exarainare, punire et absolvere et condemnare dominos 
jiriores artium et omnes et singulos alios ofliciales homines et personas contenta.s 
in presenti capitulo qui fuerint in oftìcio vel qui aliquid commiserint contra formam 
statutorum civitatis i)erusie in tempore vel infra tempus sex raensium precedentium 
proxime initium sui ofticij quorum ofiicium expiravit ante initiura sui oflici.j. Rub. 20. 
— Item quod massarij communis Perusie eorum notari.j fancellus et nuncius et qui- 
libet ipsorum et omnia et singula per eos et quelibet eorum gesta et administrata 
t(Mni)ore eorum oHlciJ quoqxio modo possint et debeant diligentissime sindicari et 



420 V. ALFIERI 

non potevano essere assolti prima della fine del loro officio, e 
nemmeno potevano essere rieletti immediatamente, fosse pure fa- 
vorevole il giudizio dei sindaci (1). Anche gli officiali forensi do- 
vevano essere sindacati al termine della loro carica, e, se il sin- 
dacamento compievasi prima, i conservatori delle monete erano 
obbligati a sospendere i pagamenti dei salari (2). Dei sindaci di 
castelli e ville (Sindici Castrorum vel Villarum Comitatus), ricor- 
dati nel primo e nel terzo libro degli statuti, e che, fra le prin- 
cipali loro incumbenze, avevano la denuncia dei misfatti e dei 
danni avvenuti nella loro giurisdizione (3), non reputo espediente 



examinari per raaiorem siiidicum civitatis Perusie secundum formam statutorum 

Rub. 462. — Statuimus quod conservatores monete eorum notarij, fancelli, nuncij et 
marescalchi et quilibet ipsorum omnia et singula per eos et quelibet eorum gesta et 
administrata tempore eorum offlcij quoquo modo possint et debeant diligentissime 
examinari et sindicari per maiorem sindicum civitatis secundum formam statuto- 
rum Rub. 328. — Statuimus quod offlciales abundantie eorum notarij fancelli 

mensuratores et famuli et quilibet ipsorum et omnia et singula per eos et quelibet 
eorum gesta et administrata tempore offlcij quoquo modo possint et debeant diligen- 
tissime examinari et sindicari per maiorem sindicum civitatis perusie secundum for- 
mam statutorum Rub. 547. — Item sindicet omnes et singulos offlciales et supre- 

stites alicuius vie fontis vel pontis vel alterius laborerij communis Perusie ad quo- 
rum manus pervenisset aliqua pecunia vel aliquid aliud a communi Perusie vel ab 
aliqua universitate vel speciali persona occasione talis officij aliquo non obstante per 
totum tempus eorum offlcij Rub. 21. 

(1) Pro statu raeliori communis perusie et populi statuimus et ordinamus quod 
non possint nec debeant domini potestas et capitaneus et index maior iusticie com- 
munis perusie nec aliquis offlcialis communis perusie seu eorum offlciales absolui 
anteciuam suum regiraen et offlcium finiatur vel ante tempus sindicationis flende de 
eis vel aliquo eorum per commune perusie nec possint vel debeant alieni eorum para- 
bole seu licentie dari ad aliquod eundi regimen vel offlcium suo durante officio extra 
comitatum perusie antequam sit lata sententia super examinatione sui offlcij per 
eorum sindicatorcs. — Et nullus de predictis officialibus communis perusie iurisdi- 
ctionem habentibus possit in offlcio refìrmari vel conflrmari seu eligi nec in eodem 
officio vel in alio communis perusie eligi vel assummi a die depositi officij ad octa 

annos tunc proxime accessuros salva tamen forma infra scripta Stat. Pei^us., 

voi. r, rub. 204. 

(2) XuUus offlcialis forensis communis perusie aliquo modo iure cavisa seu forma 
vigore alicuius statuti vel ordinamenti communis perusie possit vel debeat sindicari 
vel quomodoliliet absolui seu eidem sindicatus remitti infra tempus sui offlcij vel 
eius durante officio quoquo modo vel aliquid provideri seu fieri possit quo minus 
iuxta formam statutorum communis perusie et exigentiam electionis stare debeat ad 

sindicatum Et quod conservatores monete vel alij officiales communis perusie 

tali contra dictam formam sindicato vel absoluto non possint nec debeant ullo modo 
iure causa seu forma solvere ultimam pagam sui salarij. Stat. Perus., voi I, rub. 270. 

(3) Vedansi le rubriche 513 e 503 del primo libro e le rubriche 3, 172 e 173 del 
libro terzo. 



L' AMMINISTIJAZIONE ECONOMICA, ECC. 421 

discorrere. Cosi termino questo cenno sull'organisino annninislra- 
tivo dell'antico comune di Perugia ; ed ora mi accingo a Irallare 
brevemente delle funzioni amministrative. 

Le funzioni amministrative. 

Le azioni, in cui si manifesta l'amministrazione economica, 
mirano direttamente o indirettamente a rendere la ricchezza dell'a- 
zienda nella massima misura efficace. Quelle, che tendono diretta- 
mente a tale scopo, costituiscono la gestione; quelle, che tendono 
indirettamente a tale scopo, costituiscono la direzione, se sono ri- 
volte a coordinare e dirigere le prime, e costituiscono il controllo, 
se sono rivolte a rilevare, ricordare, stimolare e frenare il lavoro 
economico (1). 

La gestione comprende l'effettiva accumulazione di beni eco- 
nomici, la trasmissione loro e il loro dispendio o impiego al con- 
seguimento dei fini per cui l'azienda esiste. Le entrale e le uscite 
di beni economici sono fenomeni della gestione e possono dipen- 
dere da falli amministrativi di varia indole: da compere, da pro- 
duzioni, da riscossioni, ecc., oppure da vendile, da consumi, da 
pagamenti, ecc. Sono suscettibili di essere considerate in vari 
aspetti : riguardo ai fatti da cui derivano, riguardo agli elementi 
patrimoniali, che vengono aumentali o diminuiti, riguardo all' im- 
portanza loro, riguardo alle condizioni dell'azienda, ecc. Non è 
quindi né facile né breve lo studio delle entrale e delle uscite di 
un'azienda, specialmente se questa è pubblica e complessa e di 
più remola e spenta. Ma giova osservare che certe entrale e certe 
uscite sono intimamente legate ad altre uscite e ad altre entrale, 
e che perciò, considerando quelle, si considerano implicitamente 
anche queste. Fra gli elementi patrimoniali, i cui accrescimenti ed 
i cui scemamenli sono legali a sceraamenli e ad accrescimenti di 
molli altri elementi patrimoniali, v'è il denaro, che, per i suoi 
movimenti, ha grande rilevanza nei fatti di gestione. Nelle aziende 
pubbliche, particolarmente in quelle di corporazioni, nelle quali 
la ricchezza si raccoglie proporzionalmente al numero e all' inten- 



ti) F. Besta, op. cit., voi. I, paj?. 29. 



422 V. ALFIERI 

sita dei bisogni da soddisfare e deriva da contribuzioni delle per- 
sone cui l'azienda giova, la maggior parte delle entrale è a 
denaro e per conseguenza anche le uscite sono in gran parie a 
denaro. Adunque io credo di non lasciare grave lacuna se mi re- 
stringo qui a considerare, entrate e uscite a denaro e se delle 
olire entrale e uscite mi occupo incidentemente soltanto. 

Anche a Perugia, come nelle libere città greche (1) ed in pres- 
soché tutte le repubbliche medioevali, era parso che il modo mi- 
gliore di effettuare a tempo le erogazioni necessarie per la di- 
gnità, l'onore e il benessere del comune, dovesse consistere nel 
vincolare a ciascuna spesa ordinaria o permanente i fondi prove- 
nienti da determinate rendite o lasse, e nel fare eziandio custodire 
il denaro in casse separale presso distinti magistrali. Così depu- 
tavansi alle spese più importanti le rendile più sicure ed alle spese 
meno rilevanti le rendite meno certe; così facevasi fronte alle 
spese ordinarie con rendile ordinarie e alle spese straordinarie 
con rendite straordinarie; così ollenevasi la fissazione delle en- 
trale e la limitazione delle uscite. Le rendile si determinavano, 
nell'indole loro, nella loro misura, nei modi di ottenerle, con atti 
solenni e per tempi non brevi, da coloro che esercitavano l'auto- 
rità eminente. La facoltà e insieme il dovere di esigerle si as- 
segnavano con gli slessi alti a magistrati speciali. Parimenti le 
spese si decretavano per tempi determinali o finché durava la 
loro ragione di essere, ed i relativi pagamenti si accollavano ai 
singoli consegnatari del pubblico soldo. Perchè agli officiali non 
mancassero i fondi necessari per i pagamenti, assegnavansi a cia- 
scuno di essi determinale riscossioni; e, nell'intento di evitare i 
possibili storni fra le diverse erogazioni, ordinavasi per l'appunto 
che si dovesse custodire il denaro in particolari casse, e all'uopo 
comminavansi anche pene pecuniarie. 

Talvolta, nell' imputazione dei fondi, si collegavano, non solo 
gruppi di rendile con gruppi di spese, ma anche rendile singole 



(1) Ricorda Aristotile che i magistrati maneggiavano quasi tutti pulìblico de- 
naro; e Demostene, nell'orazione contro Androzione, narra che una volta il senato 
ateniese non potè far eseguire la legge di Temistocle, la quale imponeva la fabbrica- 
zione di venti navi all'anno, perché il cassiere del magistrato, a cui incumbeva tale 
ufficio, era fuggito portando seco due talenti e mezzo. Veggasi la prolusione di F. De- 
sta: La Ragioneria, pag. 51. 



l'am.mixistkazioxk KCO.NO.MICA, iocc. 42H 

con singole spese. Negli stallili pci'n^ini, alla nilifica 12:^ il.'l 
primo libro, r dello che i provenli ilella gabella dei posli-iholi siano 
erogali nella niannlonzione de' palazzi e delle masserizie comu- 
nali; e, nella rubrica 42:) dello slesso libro, A dello ancora che le 
rendile della gabella delle emine siano impiegale nella manuten- 
zione delle campane e nell'acconcime degli ammallonali. Si hanno 
anche antichissimi esempi di queste destinazioni di speciali rendile 
a speciali spese. Nella riformanza del 15 luglio 1276, è dello che 
«< militihus (jui debent ire Spoleturn in succursu ipaius commitnis 
deheret satisficri et solri de eorum stipendisi de denariis montia 
MalìA » (1). 

A Perugia, adunque, l'erario era diviso; ma il sistema della 
molteplicità di casse non ebbe certamente grande sviluppo, come 
a Venezia, e ciò forse per la minore importanza dei bisogni pub- 
blici e dei mezzi economici (2). Vi furono casse transitorie, istituite 
in vista di speciali servizi e di mutabili circostanze, special- 
menle nel primordio del comune, quando cioè l'organismo ammi- 
nistrativo non era ancora formato e rassodato in modo convene- 
vole (3). Perugia, alle volte imitatrice di Firenze, forse non ebbe casse 
generali e speciali ordinate in guisa che a determinate epoche 1 
resti di queste si versassero in quelle (4). Le casse principali e 



(1) Ebbi quest'ultima notizia dall'egregio bibliotecario conte Vincenzo Ansidei. 
Debbo ringraziare il conte Ansidei, il professore Torquato Cuturi e il professore Luigi 
(Jiannaiatoni dei consigli, che, per agevolare questo mio lavoro, benevolentemente mi 
diedero. 

(2) Nel 1738, a Venezia, erano quattro soli i magistrati, per cui si sostenevano 
spese, che non avessero cassa propria. — Nella scrittura de' Dep. ed Agg. alla prov. 
del den., del luglio 1720, si legge, a proposito di studi fatti per tentare una riduzione 
di casse : « fu di mestieri far un'anatomia generale di 54 magistrati che regirano 
soldo pubblico e distinguer in la diramazione di 21S casse, de' quali 101 principali 
vengono registrate in libri separati, ed il rimanente che sono casse 112 subalterne si 
unisce nel registro a' libri delle principali sopradette ». — Veggasi l'opera già citata 
di F. Besta, pag. 52. 

(3) Dalla riformanza, poc'anzi citata, si trae che, nel 1276, esisteva un « cameria- 
rius raontis Malbi », il quale, è detto nella stessa riformanza, non voleva pagare i de- 
nari nel termine stabilito. — Del resto, si può rilevare dagli statuti, clie talvolta ma- 
neggiavano denaro, non solamente i massari, i conservatori ed i magistrati dell'abbon- 
danza, ma eziandio gli officiali delle masserizie, gli officiali sui guasti, ecc. 

(4) A Firenze, le casse d' uscita, oltre ad avere assegJiamenti sulle casse speciali 
d'entrata, ne avevano spesso su quella generale della camera, oppure ricevevano 
somme da essa, quando qualcuna delle casse d' entrata, sulla quale stavano assegna- 



424 V. ALFIERI 

permanenti erano tre: la cassa dei massari, la cassa dei conser- 
vatori delle monete e la cassa degli officiali dell'abbondanza. A 
ciascuna di queste casse erano assegnate speciali rendile ed ac- 
collate speciali spese dagli stessi statuti comunali. Per tal modo 
si otteneva stabilità nella fissazione delle rendite permanenti o as- 
sise e nella limitazione delle spese ferme. Ma, per avventura, si 
aumentavano inutilmente le scritture ed i riscontri col passaggio 
del denaro da cassa a cassa, si lasciavano inoperose somme di 
denaro relativamente troppo grandi, si rendeva difficile la pronta 
e conveniente erogazione dei fondi al soddisfacimento dei bisogni 
più urgenti. Di qui la ragione di alcune incongruenze, forse me- 
ramente apparenti, che si crede di rilevare, esaminando le dispo- 
sizioni statutarie e le diverse riformagioni di quei tempi. 

Per dimostrare chiaramente il servizio del tesoro nell'antico 
comune di Perugia, reputo espediente di epilogare qui le diverse 
disposizioni statutarie relative all' introito e all'esito delle tre pre- 
cipue casse: 

Introito della camera dei massari. 

1. Gabella liguorum, palearum et herbarum, 

2. Gabella pignorum, 

3. Gabella bestiarum quadrupedum que veudiiutur iu civitate burgis et 
suburgis Perusie, 

4. Gabella accusatiouum coucordiarum laudorum sententiarum et deci- 
morum, 

5. Gabella Buccarum, 

6. Gabella meusurarum civitatis et comitatus perusie qiie deputata est 
per aconcimiue foutinra et cetera, 

7. Communautie pasture clusij Perusini (1), 

8. Communautia pedatarum et pasture montis malbe (2), 

9. Commuuatie montis malbe liguaminis et calcinarioriiTm, 



menti, non era in grado di contribuire colla somma stabilita. Le casse della camera, 
specialmente quella generale, oltre alle poche rendite, che vi dovevano affluire dai 
contribuenti, ricevevano dalle diverse casse i loro resti o fondi di cassa ad epoche 
determinate. Così é scritto neir opera già citata di P. Rigobon, pag. 85. 

(1) Dei Chiugi perugino. 

(2) Monte Malbe è a nord-ovest di Perugia. 



l/ A.MMINISTKAZKJXE ECONOMICA, EC<'. 425 

10. Comnuuiantia quiuque crtiiieniriiin sitanun in sii|naiiiiinnii in donii- 
bus cainpiouis (1), 

11. Condemuatioues que liuut per dominos potestatein et capitaneuiu iiia- 
ioreni sindiciun et per quoscuinqne alios officiales foreuses civitatis 
perusie : Et etiam conservatorein iusticie coniitatus perusic : Kt etiam 
piM- officiales abuudautie et salarle, 

12. Punctature castellanorum et alioruin officialluin solveiule in dieta 
camera seciiudiiin tbrniam statutorum camere couservatorum de mou- 
stris revideudis et puuctaturis solveudis, 

13. Commuuautia postriboli (|ue solvi debet otìicialil)Us massariarum com- 
inniiis Perusie, 

11. lutroitus ceusuum et paliorum qui et que anuualiter presentautur 

commuui Perusie iu lesto saucti Herculani, 
1."). Gabella duorum solidorum prò qualibet libra oiniiiuin (|iiantitatum 

que solvi debeut in camera massariorum que deputata est jier ma- 

uutentione fontis aque ductus et cetera (2). 

Esito della camera dei massari. 

1 in perpetuum et anno quolibet iu lesto decolatiouis glo- 
riosissimi raartyiis Herculani liat et fieri possit et debeat annua eli- 
mosina de triginta tribus vestimentis et esse debeant quadraginta 
septem canne panni bigij ad rationem uuius lioreni prò qualibet 
canua et etiam quod dicto die domini priores artium qui prò tem- 
pore luerint teneantur et debeant trigintatribus pauperibus ob Chri- 
sti reverentiam iu eorum palatio commestionem dari facere : Et quod 
prò tali expeusa babere possint et debeant a camera massariorum 
auuo quolibet iu dicto testo tres ttorenos auri (3). 



(1) Sulla piazza del Sopraniuro pranvi casamenti per i pubblici granai. 

(2) Itera perveniant et pervenire debeant ad manus dictorura massariorum et ad 
ipsos massarios omnis alia pecunia et res alle dicti communis que non essent depu- 
tate in alia camera vel loco et que non deberent pervenire ad alios oflicialcs dicti com- 
munis secundura formam statutorum et ordinamentorum communis predicti. Stat. 
Perus., voi. I, rub. 351. 

(3; Stat. Perus., voi. I, rub. 37S. — Dice il Pollini che, nel 1389, « i nuovi Priori, 
« capo de quali fu M. Alberto di Nino de Guidalotti, per non mostrar di essere meno 
« religiosi de gli altri, tra le prime cose, che facessero dopò V bavere il dì di Santo 
< Herculano ricevuti i debiti Pali ordinarono per avvertimento di un Reverendo Padre 
* dell' Ordine Osservante di S. Francesco, che si vestissero tredici Poveri, e si desse loro 
« la Domenica prossima da desinare in palazzo, ad imitatione dei Salvatore, quando il 
« giorno innanzi la sua morte volse nell'ultima Cena lavare i piedi a Discepoli » (op. 
cit. parte prima, libro nono, pag. 136S - 1369). 

28 



426 V. ALFIERI 

2 possint" teneautur et debeaut siue aliquo alio precepto vel 

mandato de quacixmque pecunia dicti communis expeudere prò cera 
emenda prò faculis et candelis et cereis emendis et dandis et distri- 
buendis (1). 

3 teneautur et debeant fieri facere unum calicem argeuteum 

deauratura in quo suut sculta arma communis perusie valoris et 
precij X fioreuorum quem calicem dicti massarij de quacumque pe- 
cunia dicti communis emere teneautur et expendere dictam sum- 
mam et offerre in die festivitatis s. Ambrosij ecclesie saucte Marie 
nove de perusio anno quolibet sub pena CCCCC librarum deua- 
riorum (2). 

4 dent et soluaut anno quolibet camerario pictorum prò pi- 

ctura imaginis herculani X librarum deuariorum siue solutione gla- 
belle (3). 

5 teneautur possint et debeant dare et solvere siue alio pre- 
cepto vel mandato hastiludentibiis equestribus in platea communis 
Perusie ad anulum in festivitatibus sancti Herculani et omnium san- 
ctorum cuilibet lucranti anulum in utroque festo prout extitit con- 
suetum decem libras deuariorum (4). 

6 possint et debeant dicti massarij expendere de pecunia di- 
cti communis prò fulcimeutis braviorum : ad que curritur in fe- 
stivitatibus sancti Herculani et omniiam sanctorum et prò thauro, 
porchetta, pane, aucipitre et hastis frangentibus in diebus ordinati» 
tisque in quantitatem LX florenorum de auro in totum ad declara- 
tionem dominorum priorum et camerariorum diete civitatis (5). 

7 possint teneatur et debeaut dare et solvere de quacumque 

pecunia dicti communis que pervenit seu perveniet ad eorum ma- 
nus siue alio precepto vel mandato prò elemosina anno quolibet vi- 
delicet in Kalende Aug'usti cuiuslibet anni — Fratribus sancti Frau- 
cisci — Fratribus sancti Dominici — Fratribus saucte Marie nove 
— Fratribus sancti Agustini — Pro quolibet conventu dictorum 



(1) Nelle successive rubriche 3S0, 381, 382, 383, 384, 385, 380, 387, 388, 389, 390, 391, 
392,393, 394, 393, 396, 397, 398, 399, 400, 401, 402, 403, 404, 405, 406, 407, 408, 410, sono pe- 
culiarmente fissati il numero e il peso delle candele e delle torcie di cera da sommini- 
strarsi, per processioni, luminarie, funzioni ecclesiastiche, ai singoli magistrati del 
comune, a chiese, badie e conventi, sopratutto nelle feste di S. Costanzo) di S. Erco- 
lano e di S. Lorenzo. 

(2) Rub. 409. 

(3) Rub. 412. 

(4) Rub. 413. 

(5) Rub. 414. 



L" A.M.MINISTUAZIONE ECONOMICA, KCC. 127 

qxxatuor coiiveutiium libras L denaiiorum videlicet in totuiii lil)ias 
tlucentas — Itcìii monasterìo sancte Marie de moute lucido anno 
(luolibet libras XXV deuarioruni — Item fratribus saucte Marie ser- 
vorum libras XXV denarioniin — Item nionasterio saucte Marie Mad- 
dalene libras vigintiquinque denarioruni — Item dicto monasterio 
dent et solvant C libras denarioriini anno quolibet videlicet qiiiu- 
quaginta in lesto uativitatis et alias (luinqueginta in festo ])ascatis 
dominice resurectiouis — Item de decennio iu deceuuium dent et 
solvant xinum palium de offerendis coniiuuuis Perusie (1. 

8 dent et solvant et dare et solvere teueantur et debeant 

gubernatori seu rectori saucte Marie maiestatis de volta prò oleo emendo 
prò lanipadibiis accensis retinendis in dieta maestate ad eius revo- 
rentiam mense quolibet unum fiorenum de auro si et inquantiim 
oleum quod recoligitur seu recolligeretur iu bonis diete niaestatis 
non sufficeret : quo casu dictam <|uantitatem solvere teneatur et alter 
vel alio modo non sed solum solvere debeant iu defectum dicti olei, 
prout opus fuerit ad ratiouem uuius floreui prò qualibet mense (2). 

9 cum societas sani in festivitate gloriosissimi martyris Her- 

culani iu ferendo imag-inem dicti martyris iu ludis celebrandis iu 
dieta festivitate se preteritis exercuerit, et preteritis temporibus a 
massarijs communis periisie iu dieta festivitate habere consueverit 
sex tlorenos de auro et XX libras denariorum ut ad decorem diete fe- 
stivitatis valeaut excitare : duximus statueudum quod massari.]' com- 
mixuis possi ut teneatur et debeant anuo quolibet iu dicto festo dare 
diete societati saxi dictam qxiantitatem sex florenos de auro et XX 
libras denariorum siue aliquo alio precepto vel mandato aliquo non 
obstaute — Item societatis montis lucidi prò ludo et festo faciendis 
apud modum predictum libras L denariorum auno quolibet (3). 

10 deut et solvant de quacumque pecunia dicti communis qua 

perveuient ad eorurn manus capellano sancii Laureutij (jui pulsat 



(1) Rub. 4 5. — Ricorda il Pellini che, intorno al 14(5S, fui'ono donati « cento fio- 
« rini doro, e altre somme in diversi tempi alli Reverendi padri di Santa Maria degli 
« Angeli di Perugia fuor delle mura in porta san Pietro Canonici Regolari di san Sal- 
« valore detti delli Scopetini per risarcimento della loro Chiesa, altri quattrocento lio- 
« rini alla Chiesa di san Francesco in porta Sansanne, alla cui fabrica s'era largamente 
« dalla Città sovenuto, e altri mille dugento ne diede alla fabrica, che la pia casa della 
« Misericordia faceva nella piazza minore, dove lioggi è lo studio, e il Monte della 
« Pietà » (op. cit., parte seconda, libro decimoterzo, |)ag. 697). 

(2) Rub. 416. 

(3) Rub. 417. 



428 V. ALFIERI 

campanam prò scholaribus anuo (]Uolibet libras decein denarionim 
siue alio precepto vel mandato (1). 

11 anno qaolibct in Kalende ianuarij teueantur et debeant dare 

et solvere sine alio precepto vel mandato capellauo sacristie palati.) 
dominorum prìorum prò oleo emendo et prò lanteruis manntenendis 
per ipsum capellauum cum lumina de nocte in scalis palati,) domi- 
norum priorum floreuos deeem de aviro sub pena CCCCC librarum 
deuariorum prò quolibet coutrafaciente — Item massari.] presentes 
vel futuri teneantur et debeant sub dieta pena dare et solvere officia- 
libus massaritiarum prò dictis lanteruis emendis et ordiuandis in 
scalis dicti palati,! : ad boc ut lumem de nocte continue habeatur, 
prò honore dicti palatij et etiam commodum ascendeutium seu de- 
scendentium per scalas dicti palatij floreuos X de auro (2). 

12 teneantur et debeant omnem quantitatem floreuorum seii pe- 
cunie perventure ad eorum manus tempore eorum offici,] ex g-abella, 
que solvitur et solvi debet in dieta camera ex quautitatibus floreno- 
rum seu pecuniarum per massarios solvendis sine alio precepto vel 
mandato prò manntentioue foutis platee et eius aqueductus et cister- 
uis, dare et solvere officialibus massaritiarum communis perusie (3). 

33 possint teneantur et debeant siue alio precepto vel mandato 

solvere et solvi facere officialibus massariarum dicti communis prò 
mauutentione palatiorum et massariarum dicti communis et prò ali]s 
circa eorum officium opportunis omnem quantitatem florenorum aiiri 

et pecunie percipieude ex gabella postribuli anno quolibet ad 

eorum introitus poni et reg'istrari facere (4). 

14 teneantur et debeant sine alio precepto vel mandato dare 

et solvere officialibus massariarum communis perusie prò manuten- 
tione campanarum et horolog-i,] et earum pulsatioue et prò aconcimine 
matonatus civitatis et btirg-orum portarum et suburgorum perusie 
omnem quantitatem floreuorum seu pecunie que quomodolibet per- 
veniet ex gabella eniinarum et mensurarum civitatis predicte bur- 
goiiim et suburgorum (5). 

15 possint teneantur et debeant sine alio precepto vel man- 
dato dare et solvere septem domicellis deputatis seu deputandis per 



(1) Ruh. 419. 

(2) Rub. 120. 

(3) Rub. 421. 
(4; Rub. 422. 
(5) Rub. 423. 



l'amministrazione economica, ecc. 421» 

(lomiaos priores et camerarios iu palatio liabitationis dominoruni prio- 
ruin artium civitatis perusie yl). 

IG dent et solvant et dare et solvere teneaiitur et debeaut 

prò septem raubis septem domicellorum deputatorum seu deputan- 
dorum ad servitia domiuorum priorum prò (luolil)et anno iu lesto 
beati Constantij ad rationem X tiorenorum de auro prò (|ualil)et rauba 
iu totiiin prò quolibet anno Horenos LXX sine ali(|ua sohitioue j;a- 
belle (2). 

17 dare et solvere teueantur et debeaut dicti massari)' sine 

aliquo alio precepto vel maudato solimi visa eorum electioue prò iu- 
dumeutis uuucij domiuorum priorum et prò duodecim raubis famu- 
lorum et portiuarij et eorum notarij ad rationem IIII fiorenoriim 
auri prò qualibet rauba dictorum tamiilorum et portiuarij et prò in- 
dumentis nuucij sexdecim tloreuorum de duobos mensibus iu duos 
meuses iu totum Horeuos LXIIII de auro cum debita tamen reten- 
tioue gabelle sub pena CCCC libraruin denariorum prò (|Uolibct cou- 
trafacieute et vice qualibet (3). 

18 dent et solvant et dare et solvere teneautur et debeaut de 

mense quolibet sacristie capelle domiuorum priorum vel eius succes- 
sori prò suo salario duos Horenos de auro sine alicuius retentioue 
gabelle sub pena cento librarum denariorum (4:). 

19 deut et solvant et dare et solvere teneautur et debeaut 

uni coquo eligendo per dominos priores prò toto tempore officij prio- 
ratus duorum meusium Horenos quatuor de auro — Itcìii uui gua- 
.etaro et qui verrat palatium domiuorum priorum eligeudo per dictos 
dominos priores prò tempore duorum meusium iu totum duos iiore- 
uos de auro — Item uni qui hauriat aquam eligendo per dictos do- 
minos priores tempore otticij prioratus et ferat ad coquinam et ad 
salam iu totum fioreuos III de auro: et quod dictas quantitaies sol- 
vere teneautur et debeant solum visa eorum electioue sine alicjuo 
precepto vel maudato cum debita retentioue gabelle sub pena C li- 
brarum denariorum (5). 

20 solvant et solvere teneautur et debeaut notarlo domiuorum 

priorum prò salario scripturarum et libri restituendi in cancellarla 
commuuis perusie per eum in forma publica de eis de quibus roga- 



(1) Rub. 42 i. 

(2) Rub. -J25. 

(3) Rub. 426. 

(4) Rub. 427. 

(5) Rub. 428. 



430 V. ALFIERI 

tus fiierit prò tempore cuiii.slibet prioratus tiorenos X de auro cum 
debita retentioue g-abelle (1). 

21 deiit et solvant et dare et solvere teneautur et debeaut can- 

cellario coiiimuuis peru^ie per eius quotidiano victu temporibus et 
sub peua prout iu eius electioue exprimitur ad rationem XX solido- 
rum denariorum prò quolibet die sine alia solutioue vel retentioue 
gabelle prò anno (|Uolibet in totum libras CCCLXVI denariorum — 
Item eideni prò lumiue liabendo in cancellarla communis Perusie 
mense (|Uolibet duas libras candelarum cere sine aliqua solutione g-a- 
J)elle — Item eidem anno (luolibct in subsidium expeusarum ultra 
dictas quantitates tiorenos (luindecim de auro sine aliqua solutione 
gabelle — Item eidem prò pensione domus anno quolibet XX Hore- 
nos de auro (2). 

22 possint teneantur et debeant dare et solvere abreviatori re- 

formationum communis Perusie temporibus et sub pena in eius ele- 
ctione contenta prò sublevatione expensarum anno quolibet florenos 
quindecim de auro sine aliqua solutione vel retentioue g-abelle (3). 

23 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant 

duobus nuncijs g-onfaloneriorum prò duabus robbis et duobus caputeis 
anno quolibet florenos vig-inti de auro et libras decem (4). 

24. Item dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant prò sep- 
tem robbis, tubatorum et unius naccbarini ad rationem X florenorum 
prò qualibet robba solum visa eorum electioue florenos LXX de auro 
retinendo g-abellam ad rationem XII denariorum prò qualibet li- 
bram (ó). 

25 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant prò 

salario dictorum tubatorum et unius naccbarini cum uno equo prò quo- 
libet eorum ad rationem V florenorum auri quolibet mense et quo- 
libet eorum si ronzinum retineverint : et si ronzinum non retineve- 
rint ad rationem trium florenorum prò quolibet mense et quolibet 
eorum de quo quidem ronzino monstram et assig-nam tacere te- 
neautur (6). 

2(5 volumus et mandamus quod capitulum et fratres s. Marie 

servorum curam habeant capello s. Honofrij in doinibus carcerum 



(1) Rub. 429. 

(2) Rub. 430. 

(3) Ruh. 431. — Il salario il(';j:li alilireviatori delle rif'oriiiagioni era pagato, come 
si vedrà ia .seguito, dai conservatori delie monete. 

(4) Rub. 43:2. 

(5) Rub. 433. 

(6) Rub. 434. 



h'AMMlNI.STllAZlOXIi KCOXOMICA, KCC. 4.'51 

site habeaiit a inassarijs comumiiis penisie anno quolibot unum 

ceiuin cere poiuieris \'l liliraruiii et liljras VI caiidclaruiii (^1). 

27 deut et solvaut et dare et solvere teueantur et dcbeant (juincjue 

custodibus carcorum ooininunis perusie prò tempore duorum mensium 
ad ratiouem XII solidoruin denariormn prò quolibet eorum et <|U0- 
libet die solum visa eorum electioue seu publicatione de duobus meu- 
sibus iu duos menses libras CLXXX denariorum. Et si plus minus 
ve capereut dies prò bimestrali tempore solvere debeaut ad rationem 
XII sulidorum denariorum prò quolibet die ut cai)ieut (2). 

2.S deut et solvaut et dare et solvere teneautur et debeant sine 

precepto vel mandato custodibus carcerum coramunis Perusie solum 
visa eorum electioue seu i)ublicatione prò oleo liabeudo prò lumiue 
tenendo iu dictis carceribus et etiam prò aqua habenda prò carceratis 
florenos duos de auro de duobus mensibus iu duos menses (3). 

2!) dare et solvere teneantiir bouo homini et uotario dictorum 

carcerum prò eorum salario de duobus mensibus in duos menses li- 
bras X denariorum solum visa eorum electioue seu publicatione (4). 

30 teneautur et debeaut dare et solvere sindicatoribus officia- 

liuui foreusium communis perusie solum visa eorum electioue seu pu- 
blicatione prò eorum salario florenos tres de auro prò quolibet eorum 
et notarlo ipsorum sindicatorum solum visa eius electioue florenos II 
prò quolibet officio sindicatus (5). 

ol massari.)' possint teneautur et debeant sub peua C librarum 

denariorum prò (juolibet et vice qualibet us()ue iu niuiierum duode- 
cim baiulorum taui electorum quam eligcndorum prò dominos prio- 
rem artium ad ratiouem II tloreuorum prò (juolibet eorum et (|Uoli- 
bet mense solum visa eorum electioue et habita fide ad officialibus 
quibus suut yel erunt deputati depeuso servitio de tempore in tem- 
pus ad hoc ut illis debeat satisfleri qui servieut, prout decet (6). 

*{)2 dent et solvaut et dare et solvere teneautur officialibus ar- 

niarij librorum communis Perusie prò (jUolibet eorum prò tempore 
semestrali ad rationem XII florenorum de auro prò (juolibet eorum 
in totum florenos XXIIII de auro solum visa eorum electioue seu 
publicatione (7). 



(1) Rub. 435. 

(2) Rub. '436. 

(3) Rub. 437. 

(4) Rub. i3S. 

(5) Rub. 43'.). 
(0) Rub. 410. 
(7) Rub. 411. 



432 V. ALFIERI 

33 dare et solvere teueautur et debeant uui uotario officialium 

custodie solum visa eius electione seu publicatioue de sex mensibus 
in sex menses in totum prò tempore semestrali liorenos VI de auro 
cum debita retentione g-abelle : Et uui famulo ad rationem unius fio- 
reni de auro mense quolibet videlicet unum iiorenum prò quolibet 
eoruni et quolibet mense et famulus vacare debeat sex menses (1). 

34 dare et solvere teneantur sine alio precepto vel mandato prò 

peunonibus tubarum et eorum fulcimentis dandis tubatoribus com- 
munis perusie anno quolibet tempore consueto et expendere perperea 
de quacumque pecunia commuuis perusie quolibet anno usque in sum- 
mam LV tìorenorum de auro prò bis omnibus (2). 

35 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant prò 

iustitia facienda cuilibet malapezze et vice qualibet ad bullectenum 
oflficialium forensium qui iusticiam fieri fecerint libras duas dena- 
riorum perusinorum et prò alijs causis opportunis perperea secundum 

bollectenum talium officialum omnem quantitatem opportunam 

Et quod per massarios communis perusie debeant solvi alimenta et 
vestimenta condecentia dictis duobus malapezzis videlicet prò quo- 
libet malapezza XV fiorenos auri in anno (3). 

36 dare et solvere teneantur et debeant heredibus occisi vel occi- 

dendi sine alio precepto vel mandato tertiam partem totius condem- 
nationis que solveretur communis Perusie (l). 

37 dicti Massarij possint teneantur et debeant sine alio precepto 

vel mandato dare et solvere omnibus et singulis oflficialibus forensi- 
bus prò inveutiouibus armorum ludi et invenctis de nocte et pun- 
ctaturis castellanorum et famulorum et potestatum et rectorum co- 
mitatus et civitatis et terrarum suppositarum communis Perusie. Et 
de invenctis coutra devetum et in salarium fraudem, committentibus : 
Et de alijs que venire fecerint in communi omnes quantitas fìoreuo- 
rum et pecuniarxim eis debitas per formam statutoruin dicti com- 
munis (5). 

38 possint teueautur et debeJint sine alio precepto vel 

mandato dare et solvere mundatori platee communis perusie anno 
quolibet visa solum publicatioue seu electione libras L denariorum (6). 



(1) Rub. -142. 

(2) Rul). 443. 

(3) Rub. 444. — Qui è stabilita la paga ai carnefici. 

(4) Rub. 415. 
(.5) Rub. 446. 
(6) Rub. 447. 



I.' AM.MINISTKAZIONE ECONOMICA, KCC. 433 

39 dare et solvere teucantur et debcant duol)us oHicialilms cain- 

pioiiis caruiuiii coimnunis perusie .soliiin visa eoriim elcctioiie seu pu- 
blicatione prò auuo quolibet florenos XXX de auro prò iitro(iue eo- 
nim {V). 

40 possiiit teneantiir et debeant dare et solvere prò salario 

advocati vel sindici communis perusie (piotiens prò d(!leiisa iuriuiu 
comuiunis in aUijiia lite controversia vel causa mota vel uioveuda 
coutra conmmne perusie eli<i"eretur per doininos priores artiuin ad 
mandatuni dictoruiii doniinoruni et canierarioruni anno (|U(jlil)('t iis(|Ue 
in quautitateni X tìorenoroni de auro prò quolibet eoruni (2). 

41 possiut teueantur et debeant visa electione facta 

castellauos et eorum famulos de (|uacuni(|ue pecunia dicti coni- 

niuuis et sine alio precepto vel mandato solvere et solvi lacere ad 
rationem duorum llorenorum cum dimidio prò qualibet paga retiueudo 
tanien debitam gabellam ad rationem II solidorum prò qualibet libra 
de quibus quidem castellanis et eorum famulis revideri possit et de- 
beat moustra prout et sicut revideri debet de alijs castellanis et eo- 
rum lamulis et punctari et puniri prout et sicut debent alij castel- 
lani (3). 

42 deut et solvaut rectori vel ambasiatori cuius fuerit equus 

ronziuus vel mulus mortuus vel iuutilis eff'ectus emenda ipsius equi 
ronzini vel muli secundum extimationem de ipso factam per couser- 
vatores monete communis perusie seu per dominos priores artium ci- 
vitatis perusie (4). 

43 duximus statuendum quod decelero quotienscumque ad do- 
minos priores artium civitatis perusie venerit aliquis nuntius cuia 
aliqua victoriosa palma vel alicjua felicia seu importautia nova re- 
portaverit et videretur esse deceus prò honore communis ipsum nun- 
cium seu nuucios quocumque fuerit honorare in vestimentorum lar- 
g'itionibus seu pecuniarum sicut personarum seu l'acti qualitas po- 
stulare! massari communis perusie possint teneantur et debeaut 

dare et solvere otìicialibus massaritiarum communis perusie omnem 

quantitatem de quacumque pecunia dicti communis que pervenit 

seu perveuient ad eorum mauus : quam quantitatem dicti officiales 
massaritiarum teneantur et debeant expeudere in bonorandis talibus 
uimcijs (5). 



(I) Rub. 448. 

{2} Rub. 449. 

(3) Rub. in). 

(4) Rub. 151. 

(5) Rub. 452. 



■434: V. ALFIERI 

-44 Statuimiis quod de cetero domini priores artiuin qui i^ro 

tempore fueriiit possiut teueantur et debeant iu pascate nativitatis 
dominice resurrectiouis et peutecostem quolibet die trium dierum 
cuiuslibet pascatis domiuum potestatem, capitaneum popoli, maiorem 
siudicum, et eorum collateiales, caucellarium, abreviatorem refor- 
mationem, capitaueum, custodie et notarium deputatum seu depu- 
taudum ad Consilia congreg-anda iu dicto palatio et quemlibet eorum 
honorabiliter convenire sicut prò houore et magniflcentia dicti com- 
niuuis et honore oflKcij fuerit oportuuam : Et quod prò quolibet quo 
dictos officiales convivaverit iu qualibet festivitate pascali prout su- 
perius est expressum, ipsi domini priores habeant et habere debeant 
sine precepto vel mandato solum habita fide de tali convivatione fa- 
cta a massarijs communis Perusie florenos tresdecim de auro et unum 
tertium alterius floreui indequacumque pecunia dicti commuuis que 
perveniet ad eorum mauus (1). 

45. Ad reverentiam g-loriosissimi martiris Hercolani et mag-uiflcentiam 

et honorem commuuis et populi perusini duximus statueudum 

quod domini priores artium civitatis Perusie qui prò tempore fuerint 
possiut teneantur et debeant in dicto die festivitatis convivare hono- 
ritìce sicut decet officiales forenses in precedenti capitulo declaratos 
omnes et sing'oios ambasiatores seu siudicos civitatum terrarura et 
locorum et dominorum communi Perusie suppositorum seu reccomen- 
datorum qui ad dictam civitatem Perusie veuerint ad preseutandum 
bravia seu alia quecumque censualia in tali testo dictis dominis prio- 
ribus prò communi Perusie recipientibus : et quod prò tali convivio 
dicti domini priores habeant et habere possiut et debeant sine alio 
precepto vel mandato a massarijs communis perusie fiorenos triginta 
de auro de quacunKiue pecunia dicti communis que pervenit seu 
perveniet ad eorum mauus (2). 

-46. Cum sepe contingat ad dominos priores artium civitatis Perusie di- 
rigi nuncios a diversis partibus et persouis Statuimus quod mas- 

sarij commuuis Perusie precedente tamen deliberatione dominorum 
priorum et camerariorum et obteuto partito ad bussolam et fabas albas 
et nigras ad minus per duas partes possiut teneantur et debeant visa 
solum tali deliberatione sine alio precepto vel mandato de quacumque 
pecunia dicti communis que pervenit seu perveniet ad eorum manus 
dare et solvere dictis dominis prioribus usque in vigiutiquinque li- 
bras denariorum tempore cuiuslibet prioratus et non ultra (3). 



(1) Rub. 453. 

(2) Rub. 454. 

(3) Rub. -ióS. 



L' A.MMINIsrUAZION'IO ICCOXo.MU'A, ECO. 435 

47 possiat et eis liceat precedente taineu deliberatione domino- 
rum ])riorum et camerariorum ex pendere de pecunia dicti com- 

iiiunis que perveniet ad corum manus seu pervenire deberet ex jtre- 
ci.js camerarum dicti communis deputatarum camere massarioruui 
prò reparatione tectorum hostiorum et fenestrarum quantitatem op- 
portuuam in ea summa prout et sicut per dominos priores et came- 
rarios extiterit declaratum (1). 

4S possint sino alio precepto vel mandato ex pendere et solvere 

de quacumque pecunia dicti communis que pervenit seu perveniet 
ad corum manus prò cartis bombicinis, pecudinis, cera rul)ea, ver- 
nice, attramcuto prò li^-aturis et copertis lil)rnrnm et prò alijs simi- 
libus opportunis prò cancellaria communis jx'rusie notaro dominorum 
priorum, oflicialibus super custodia, olHciali super bullectino, otHcia- 
libus super unione siudicatoribus officialium tbrensium prò camera 
dictorum massariorum et cuiusque eonnii tempore officij cuiuslibet 
massariatus prò tempore semestrali in totum usque in quantitatem 
septuag-inta tiorenorum auri (2). 

49 possint et debeant siue alio precepto vel mandato de ipia- 

cnmqvie pecunia dicti communis solvere anno quolibet ratiocinatoribus 
maioris sindici prò salario eorum et cuiuslibet ipsoruin solum visa 
eorum electione seu publicatione tìoreuos octo de auro alitino non 
obstante (3). 

50 possint et debeant quotieus casus emerserit aliquem medi- 

cum terre iudicium iu aliquo casu membri debilitati vel cicatricis vel 

alter solvere cuilibet medico quantitatem debitam et cousue- 

tam (4). 

ól possint teneautur et debeant de quibuscumqu.e iutroitibus pro- 

veuturis ex montemalbe vel de alia quacumque pecunia que perve- 
nit seu perveniet qiaomodolibet ad eorum manus expendere dare et 
solvere officialibus ma^isaritiariiim communis perusie totiens quotiens 
opus fuerit prò aptandis et mamitenendis campanis existentibus in 
turri palati)' dominorum priorum et reparatione diete turris et etiam 
prò horolog'io construeudo in dieta turri (5). 

ó2 Statuimus quod quotiens casus emerserit, mas>^arij communis 

Perusie ad mandatum dominorum priorum et camerariorum artium 



(1) Rllli. 457. 
;2) Rub. 438. 

(3) Rub. 464. 

(4) Rul). 465. 

(5) Rul). 466. 



436 V. ALFIERI 

civitatis penisie qui prò tempore fueriut possiut et debeaut expen- 
dere de quaciiraque pecunia commuuis Perusie vel solvere prò houo- 
rando fuuus cuiuseumqiie prioris qui decederet in posteruni eius du- 
rante officio (1) 

53. Pro nutrimento populi Perusini : Statuimus quod massarij commu- 
nis Perusie ad mandatum seu declarationem dominorum priorum et 
camerariorum artium civitatis Penisie qui prò tempore fueriut omni 
vice possiut et debeaut prò abuudantia facienda in civitate et comi- 
tatù perusie omuem quantitatem florenorum et pecunie ad eorum 
manus perveuturam solvere officialibus abuudantie (2). 

Introito della camera dei conservatori delle ìnonete. 

1. Comuuautia fructuum reddituum et proveuctuum aque lacus elusi.] 
perusini et gabelle piscium, 

2. Gabella salmarum grossarum et pedagij de pede platee, 

3. Gabella salarle, 

4. Gabella contractuum, 

5. Gabella vini et bestiarum et mercatorum comitatus Perusie, 

6. Introitus et proventus collectarum et prestautiarum prò preterito per 
commune Perusie, 

7. Gabella II solidorum prò libra qualibet retineuda per ipsos couser- 
vatores seu ipsis conservatoribus solvenda de omnibus et sing-ulis 
solutionibus et pagaraentis faciendis per ipsos conservatores vel la 
camera ipsorum conservatorum quibuscumque personis quomodocum- 
que et qualitercumque non obstante quod caveatur quod ipsas solu- 
tiones vel aliquam earum facere possent vel deberent sine reteutione 
vel solutiones alicuius gabelle preter in casibus iu presenti volumiue 
statutorum specialiter exceptviatis, 

8. Omnes et singule puuctature faciende de stipendiarijs communis pe- 
rusie equestribus et pedestribus secundum formam pactorum com- 
munis perusie: Et etiam pene quas ipsi stipendiarij incurrerint prò 
inobservantia et inobedientia secundum formam pactorum : et etiam 
punctature que fient de castellanis, 

9. Omnes punctature que fient de officialibus forensibus et eorum familijs 
secundum formam statutorum et ordinamentorum communis Perusie, 

10. Omne residuum quod restabit et super erit cuicumque officiali com- 



(1) Rub. 468. 

(2) Hub. 46). — Qui si la cenno dei probabili storni, ossia delle probalìili trasmis- 
sioni di (ondi da cassa a cassa. 



LAM.MIXI.STUA/.IOXE ECONOMICA, ECC. 437 

inuiiis perusie ab executione sui officij, exceptis ina.ssari.js et officiali- 
Inis super g^uasto : Et etiam exceptis otticialibus al)uudantie et biadi 
et etiam campiouis carnium et ofiicialibus super niassaritijs, 

11. Omuis utilitas et omne melioranientunì percipienduni per ipsos con- 
servatores et eorum faucellos de bavere et pecunia comuiunis perusio 
ad eorum maiius perveuta seu perveuieuda tempore eorum offici.j, 

12. Omnis quautitas Horenorum et pecunie qui et que communi perusie 
solvi debefet per commautiam terranim subiectam seu recommenda- 
tarum ipsi communi seu per alias quascumque sing'ulares personas 
et prò honore censu et seu pacto ipsi communi Perusie prestando 
prò nuuc vel in tuturum. 

13. Commuuantia omnium et siugularum camerarum sitarum in palatio 
populì habitationis domini capitanel civitatis perusie quarum fructus 
vendi cousueverunt quod palatium nunc habitat dominus potestas 
civitatis Perusie, 

14. Communautia camerarum sitarum iu palatio habitationis domini po- 
testatis civitatis perusie et iuxta et prope locum maestatis iuxta di- 
ctum palatium et domorum seu voltamenti zecche quarum fructus 
vendi consueveruut, 

15. Communautia camerarum sitarum in domibus campiouis biadi qua- 
rum friictus vendi constieverunt, 

16. Communautia miuus orti qui olim fuit ecclesie saucti Fiorenti.), 

17. Commuuantia mentis tetij (l». 

18. Communautia honorum olim Bertaconis, 

19. Communautia faldi, 

20. Communautia uuius tenimenti terrarum posita vecchia clusij Periisini, 
'21. Communautia portus et poteris olim fratonis panzi (2), 

"22. Commuuantia pedatarum aque lacus communis perusie (8), 

23. Communautia uuius tenimenti terrarum positi in clusio perugino 
prope campum stundece et possessioues rivi maioris que vocantur le 
macchie. 

24. Communautia unius tenimenti et domus et vim positarum iu perti- 
uentijs laviaui, 



(1) Monte Tezio, a nord di Perugia. 

(2) Rispetto l'antica ortografia, e però scrivo anclie i nomi con l'iniziale mi- 
nuscola. 

(3) Sotto la voce pedate, sono intese tutte quelle terre, che sono intorno al lago 
Trasimeno, dalla riva di esso insino alle strade. Cosi dice il Pellini (op. cit., parte se- 
conda, libro decimo, pag. 110). 



438 V. ALFIERI 

25. Commuuautia bouorum olim areugutij et ix^-oliui iiositorum in loco 
qui dicitur caioucole, saltichie et paciano, 

26. Comuuautia de casa Castalda, 

27. Commuuautia duarum bubulchariarum que olim fuerunt Renerij 
Giialterij, 

28. Commuuautia honorum olim mutij domini Fraucisci, 

29. Commuuautia saucte Saviue i^l), 
i30. Commuuautia Collis, 

31. Commuuautia duarum bubulchiariarum positarum in colcello, 

32. Commuuautia molendiuorum poutis novi, 

33. Commuuautia moutis aieri cuius quidem precium redditus et pro- 
veutus debeut oftìcialibus massari tiarum commuuis nostri per acou- 
cimue viarum civitatis burg-orum et suburgorum perusie anno quo- 
libet prout capieut et sumraabuut, 

34. Commuuantia bubulcharie castri Alghesis, 

35. Commuuautia castri fossati, 

36. Communantia quatuor bubulchariarum terreni posititi in clusio Inter 
lacum et clauas (2), 

37. Communantia Colcelli, 

38. Communantia arboreti olim lippoli tilis (3). 

Esito della camera dei conservatori delle monete. 

1 quod couservatores monete qui prò tempore fuerint possint 

teneautur et debeaut solvere et solvi tacere sanctissimo in Christo 
patri et domino domino Bonifacio digua die providentia pape nono vel 
eius successori canonice intranti vel cui prefatus summus poutifex 
vel eius successor mandabit, quautitatem debitam et debendam dicto 
domino summo pontifici et Romane ecclesie prò ceusu secundum 
formam capitulorum pacis editorum inter dictum summum pontificem 
et dictam romauam ecclesiam experte una, et dictum commune pe- 
rusie experte altera (4). 



(1) Terreni presso Ellera, ora detti i Sodi di S. Saliina. 

(2) Il torrente Caina ; 

(3) Itera omnes et singule alie communantie seu gabelle et introitus ipsarum 
quarum redditus et provenctus nec debentur vel in futurum deberentur camere ii)so- 
rum conservatorum : Et omnes communantie et gabelle et introitus quicumque et que 

.massarijs vel alijs officialibus dicti communis deputati non essent veniant et venire 
debeant et solvi camere ipsorum conservatorum monete et ad ipsos conservatores jiei'- 
veniant. Stat. Perus., voi. I, rub. 23(). 

(4) Stat. Perus., voi. J, rub. 290. La pace di Genova, nel 1392, fra il papa e i 
Visconti é firmata anche dai Perugini, come alleati di Galeazzo. I Perugini spediscono 



i/amministkazioniì economica, kcc. 439 

2 possiut ipsi conservatores et debeant secunduiii putta et con- 

ventiones firmata et firniatas seu liniiaiida cium (iuihusi-uiii(|iu' p-n- 
tibus armigeris equitibus seii peditibtis (|UOcuiii<nie modo vel torma 

conductis seu iuposterum conduceiidis solvere et solvi tacere de 

quacumque pecunia dicti coiiiiimnis qiie ad eorum iiianus pervenit 
seu perveniet (1). 

3 dent et solvant et dare et solvere teueantiir ilomiuis priori- 
bus artium civitatis perusie qui prò tempore fueriut videlicet prò 
quolibet prioratus diiorum mensium in totum prò eis et eorum no- 
tario prò salario eorum et previsione fiorenos quiug-entos septuagiuta 
duos de auro libras IIII et solidos VI deuariorum perusiuorum sine 
aliqua solutione vel reteutione g-abelle (2). 

4 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant do- 

niinis Camerarijs artium vel eorum procuratori prò toto tempore se- 
mestrali ducentos fiorenos de auro sine aliqua solutione gabelle (3). 

5 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant do- 
mino potestati civitatis perusie prò suo et eius officialium et famu- 

lorum salario prò tempore semestrali duo milia fiorenos de auro 

cum solutione gabelle (4). 

6 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant do- 
mino Capitaueo populi maiori «indico indici iusticie prò suo et offì- 



poi ambasceria a Bonifazio IX per offrirgli l'assoluto dominio della città, a condizione 
che vi venisse a risiedere, e che, quando ne stesse assente per più d'un anno, o ne 
partisse con animo deliberato di non tornarvi, allora ritornasse al comune il vicariato 
di S. Chiesa, secondo i patti stabiliti con Urbano VI. Il Papa accetta e viene in Pe- 
rugia, la quale consacra 2iOO fiorini d'oro alle feste ufficiali, non ostante l'impoverito 
tesoro. Ritornano i Raspanti. Pandolfo Baglioni insorge. Ma i popolani vincono ed 
esiliano i nobili. Biordo Michelotti entra in Perugia. Si fa guerra a Bonifacio IX e si 
conchiude la pace nel 139G. — Vedasi la Storia di Petnigia per L. Bon.vzzi, voi. I, 
pag. 513 e segg. 

(1) Rub. 291. 

(2) Rub. .292. — Lo stipendio de' priori venne mutato parecchie volte. Da prin- 
cipio fu di dieci soldi al giorno, oltre il vitto : poi di un fiorino al giorno. Vedasi il 
capitolo precedente. — Alla rubrica 299 é scritto ancora: Item dent et solvant et dare 
et solvere teneantur et debeant ser Antonio alleutij de piro et ser Christoforo vagnutij 
de gualdo deputatis ad servitium dominorum priorura (come notari) prò eorum et fa- 
mulorum salario mense quolibet quantitatem contenta in eorum conducta et famu- 

lorum seu reflrma tam facta quam facienda Et similiter solvere debeant usque in 

dictara summam cuilibet alteri officiali post depositum ofiicium seu refirmam dictorum. 

(3) Rub. 293. 
(•4) Rub. 29J. 



440 V. ALFIERI 

cialiiim et famulorum salario prò tempore semestrali florenos mille 

quadringentos de auro ciim debita tameu solutione gabelle (1). 

7 dent et soliiant et dare et solvere teueantur et debeaut can- 
cellarlo communis Perusie prò eius salario prò auuo quolibet florenos 

ducentos viginti octo sine solutione gabelle (2). 

8 deut et solvant et dare et solvere teueantur et debeant abre- 

viatori reformationum communis Perusie prò eius salario anno quo- 
libet florenos ceutum septuaginta de auro sine aliqua solutione vel 

reteutione gabelle (3). 

9 dare et solvere teueantur et debeant capitaneo custodie pa- 
lati,]' domiuorum priorum prò tempore semestrali florenos CCCL de 
auro cum debita solutione gabelle (4). 

10 dent et solvant electionarijs videlicet domini potestatis do- 
mini capitanei populi et majoris sindici ad mandatum faciendum 
prò dominos priores artium diete civitatis prò triginta diebus sala- 
rium consuetum : videlicet in totum Inter electionarios notarium et 
sindicum florenos centura viginti de auro prò quolibet officio electio- 
nariorum potestatis et capitanei cum debita solutione glabelle (5). 

11 dent et solvant electiouario notarlo et siudico ad eligeudum 

capitaneum custodie palatij dominorum priorum prò XV diebus In- 
ter omnes XXXVII florenos cum dimidio de auro cum debita solu- 
tione gabelle (6). 

12 dént et solvant et dare et solvere teueantur cuilibet consultori 

forensi eligendo ad consuleudum sindicatoribus potestatis vel capi- 
tanei maioris sindici usque in quantitatem quadraginta floreno- 

rum prò quolibet cum debita reteutione gabelle (7). 



(1) Rub. 295. — Nel Vi]2, il capitano del popolo aveva di stipendio, per tutto il 
semestre, 800 fiorini d'oro. Cosi scrisse il ■SIariotti (op. cit., tom. I, parte II, pag. 344). 
Ma il Pelijxi (op. cit., parte I, pagg. 385, 386) disse che, nel 1311, dal primo magistrato 
di detto anno fu accresciuta la paga del capitano lino a 1800 fiorini d'oro il semestre. — 
Nel 1388, fu stabilito da un general consiglio che al potestà e al capitano del popolo 
fossero dati, per l'avvenire ed in perpetuo, 1700 lìorini per semestre e 50 corbe di spelta 
per ciascuno. Nel 1397, fu stabilito che il capitano del popolo, che per qualche anno 
non vi era stato, avesse per sua provisione 1300 fiorini d'oro per semestre e il potestà 
1.500 (Peli.ini, parte II, pag. 86). 

(2) Rub. 296. 

(3) Rub. 297. 

(4) Rub. 298. 

(5) Rub. 300. 

(6) Rub. 301. 
(7; Rub. 302. 



L' AM.MIN'ISTKAZIOXK IX'ONOMICA, ECC. 441 

13 dcnit et solvaut uni consultori civi (iiiciii coiisciNatores eleg'o- 

riut prò suo salario prò tempore semestri in totum tlorciios (|uiii- 

(|ue de auro siue alio precepto vel mandato (1). 

14 dicti conservatores possint prò se ipsis et eoruni salario ro- 

tiuere de quacuinque pecunia dicti coiniiiunis prò tempore semestrali 

libere licite et impune tioreuos XV de auro prò (luolibct eorum 

Item dent et solvaut et dare et solvere teueautur ed deljeant si ne 
precepto vel mandato duobus notarijs eorum camere prò eorum et 
cuiusque eorum salario prò tempore semestrali tloreiios XX de auro.... 
duobus fancellis dumtaxat super introitibus et exitibus ])er ipsos eli- 
gendis prò tempore semestrali usque in (juantitatem XL fiorenos de 
auro uni nuncio p(!r ipsos conservatores elicendo prò suo sa- 
lario uiiiun tiorenum prò (luolibet mense uni vel duobus maru- 

finis (2) elig'endis prout ipsis conservatoribns oportunum vide- 

bitur usque in quantitatem trium liorenorum prò quolibet eorum et 
mense quolibet (3). 

1» dent et solvant et dare et solvere teueantur et debeant sine 

alio precepto vel mandato notarijs diete camere super reg'istris 

deputatis et imposterum deputandis prò eorum salario ad rationem 

XL florenorum de auro prò quolibet anno sine ali(iua retcntione 

gabelle (4). 

16 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant offi- 
ciali super bollectino sine alio precepto vel mandato prò se et alijs 
suis officialibus ad rationem octo florenorum de auro prò quolibet 
mense inter omues (5). 

17 dent et solvant et dare teneantur et debeant fratribus sancti 

Dominici anno quolibet in festo corporis Christi siue alio precepto 
vel mandato libras L denariorum prò elimosina facienda dictis fra- 
tribus (6). 

18 dent et solvant et dare et solvere teneantur et debeant offi- 
ciali et notarlo revisionis monstrarum cassarorum et fortilitiorum 
coramuuis perusie prò eorum salario prò quolibet die quo equitave- 



(1) Rub. 303. 

(2) Marrufflni o ministri di arte di lana e di seta. 

(3) Rub. 304. 
(i) Rub. 305. 

(5) Rub. 306. 

(6) Rub. 307. — Si ila (jui un esempio di irregolare assegnamento delle spese, 
poiché le erogazioni relative alla beneficenza e al culto spettavano per l'ordinario ai 
massari. 

29 



442 V. ALFIERI 

riut prò eorum officio exerceudo XXX solidos denarionim prò quo- 
libet equo videlicet officiali prò duos equis et notarlo prò uuo 
equo (1). 

19 dent et solvaut et dare et solvere teueantur et debeant 

pulsatori quitarre iu refectorio dominorum priorum prò anno quo- 

libet XII fioreuos de auro item in festo sancti Constantij prò una 

veste decem florenos de auro (2). 

20 possiut et eis liceat prò opportunitatibus dicti communis con- 
ducere ad stipeudiurn seu salarium dicti communis usque in quatuor 
cabalarios et usque in quinque cursores cives districtuales seu fo- 
renses: Et ipsis caballarijs de quacumque pecunia dicti communis sine 
alio precepto vel mandato dare et solvere prò quolibet et quolibet 
mense usque in Villi florenos. Et cursoribus prò quolibet eorum 
et quolibet mense usque in quinque florenos (3). 

21 possint et eis liceat deputai-e et eligere super moustris fa- 

ciendis et de g'entibus armig'eris unum civem in officium ire deben- 
tem cum officialibus publicaudis ad revidendum monstras gentium 
armig-erarum.... et tali officiali solvere prò suo et equi salario prò die 
quolibet ad rationem XXX solidorum prò quolibet die (4). 

22 possiut teneautur et debeant sine alio precepto vel mandato 

dare et solvere officialibus super monstris gentium armigerarum ca- 
stellauorum potestatum et aliorum quorumlibet officialium foren- 

siura quartam partem omnium et siugvilarum punctaturarum sci- 

licet quantitatum que remanserint propterea in communi seu in com- 
raune venerint quoquo modo (5). 

23 dent et solvaut et dare et solvere teneautur et debeant cu- 

stodibus portarum civitatis burgorum et suburgorum perusie prò eo- 
rum et cuiusque eorum salario prò mense quolibet sine alio precepto 
vel mandato florenum unum de auro et solidos XL (6). 

24 possint teneautur et debeant ad maudatum et provisioue fa- 

ciendam prò domiuos priores et camerarios artium civitatis perusie 
de tempore in tempus, prout uecessitas postulabit dare solvere vel 
numerare officialibus abundantie dicti communis prò grano emendo 



(1) Rub. 308. 

(2) Rub. 309. 

(3) Rub. 310. 

(4) Rub. 311. 

(5) Rub. 312. 

(6) Rub. 313. 



l' AMMINISTKAZIONE ECONOMICA, ECC. 41:5 

aiit emi faeiemlo ile (|uaeuiiitiuc pecunia (lieti eoniiimiiis i|ue porvc- 
nit seu perveuiet ad eornm iiianns occasione eonim oflici.j (1). 

25 possint teneantur et debeant de (|iiacuin(|U(r jH-cuiiia sol- 
vere et uiunerare emptoribus campionis carniiiin dicti coiiiiimiiis onnii 
vice qua dietimi campione venderctiir et prò ipso faciendo et con- 
servando de tempore in tempns secundiim deliberationeni laciendam 
per dominos priores et camerarios ([Ui prò tempore luerint uscpu! in 
summam duorum milium Horenoruni [2). 

26 dent et solvant et dare et solvere teneautur et del>eaut de 

<iuacuinque pecunia ad declarationem et maudatuin diuntaxat 

domiuoriuii priorum et camerarioruin per aconcimine, lortitìca- 

tioue e