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Full text of "Bullettino archeologico napoletano"

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NUOVA SERIE 

PUBBLICATO PER CURA 

DEL P. RAFFAELE GARRUCCI D. C. D. G« 
E DI GIULIO MINERYINI 

te 
ACCADEMICI ERCOLàmSI 



ANNO PRIMO 

DAL 1 LUGLIO 1852 AL 30 CIUGNO 1853. 






NAPOLI 

DALLO STABILIMENTO TUOGBAUtO DI GILSEPPE CATAMÌO 

Strada Venlaylieri M. 71. ì. P. 
i8o3 



PREFAZIONE 



IjiAMO ormai al termine del primo anno del bullettino archeologico napolitano , e 
speriamo di aver corrisposto, per quanto era possibile, alla espettazione de' dotti, 
ed alle nostre promesse (1). 

La relazione de' varii scavi seguiti nel Regno , e segnatamente di quelli di Pom- 
pei , la pubblicazione d' importantissimi monumenti epigrafici , numismatici , e di 
antichità figurata , ci forni argomento di svariate ricerche , ed apri un vasto campo 
di studio a tutti i cultori delle archeologiche e filologiche discipline. 

Noi siamo lieti di vedere estendersi di giorno in giorno il numei'o degli asso- 
ciati regnicoli , perchè con ciò si appalesa non essere spenta tra noi la sacra fiamma 
del classico sapere. Basta una scintilla per ravvivarla ,• ed a noi basta la idea di 
concorrere ad un sì nobile scopo , per non tralasciare 1' intrapreso lavoro (2). 



(1) Riponiamo in nota il programma delfa nuova serie del bul- 
lettino napolitano, siccome fu da noi pubblicato nel mese di mag- 
gio del passalo anno 1852. 

« Da che cessò la pubblicazione del bullettino archeologico napo- 
litano, il quale già vide la luce per cura del non mai abbastanza 
rimpianto Commend. Francesco Maria Avellino, era desiderio di lutti 
i cultori degli archeologici studii, che ricominciasse una regolare 
notizia degli antichi monumenti, i quali sono tratti ogni giorno dal 
feracissimo suolo di queste nostre regioni. 

Noi non mancammo dal canto nostro di far conoscere o con sem* 
plici descrizioni , o con incisioni e fac-simili , i monumenti o di 
arte o di epigralìa, che ci fu dato di osservare : ma convenivamo en- 
trambi nel desiderio dì dar fuori una periodica pubblicazione, nella 
quale si registrassero le nuove scoperte di patrii monumenti, e le 
novelle ricerche su' medesimi istituite da' dotti nazionali o stranieri. 

Ricercando fra noi un vicendevole concorso alle nostre pubbli- 
cazioni , ci avvedemmo di leggieri che sarebbe più utile consiglio 
associarci collo scopo comune , a cui egualmente aspiravamo. Sor- 
ge quindi colle nostre forze riunite il presente bullettino, che noi 
intendiamo sia da riputare un prosieguo dell' antico , a cui tanta 
estimazione procacciò il nome illustre dell' Editore. Se non che noi 
dichiariamo innanzi tratto , che non ci leghiamo a parlar di notizie 



nostre soltanto, ma potranno considerarsi di gradita appendice le no- 
tizie siciliane, e quelle delle grandi scoperte, che interessano somma- 
mente r archeologia , in qualunque punto della terra abbiano luogo. 

Un' altra classe , del tutto estranea all' antico bullettino napolita- 
no , vien costituita dalle antichità cristiane , alle quali è tanto ri- 
volta oggidì r attenzione dei dotti. Noi toccheremo , ove la oppor- 
tunità se ne presenti , le novità di archeologia cristiana de' primi 
secoli, e le discussioni, alle quali esse dar possono la origine. 

Noi abbiamo fiducia che i nostri sforzi per la diffusione delle no- 
vità archeologiche, principalmente del nostro paese, sieno bene 
accetti al collo pubblico in Italia e fuori : e ci attendiamo che con- 
tinueranno a dar lustro alla presente ptibblicazioue que' chiarissimi 
archeologi, i quali già parteciparono alla prima le loro dotte comu- 
nicazioni ed osservazioni. 

Se coli' annunciare continuamente i prodotti della passata civiltì, 
varremo a tener fra noi svegliato 1' amore delle arti e dei classici 
studii, saremo abbastanza compensati nella nostra intrapresa, e cre- 
deremo di ricavare il più bel frutto dalle nostre fatiche ». 

(2) In fine del 2. anno del bullettino sarà dato il catalogo degli 
associali del Regno, i quali ajutando co' loro mezzi una patria pub- 
blicazione concorrono al lustro del proprio paese, e sì mostrano 
vaghi de' gentili studii dell' archeologia. 



A tal pensiero si agglugne il benevolo accoglimento per parte flegli archeologi 
nazionali e stranieri , che venne a coronar la nostra opera. Noi non rammente- 
remo le miiversali congratulazioni, che privatamente ci furon fatte da tutta l'Ita- 
lia , dalla Germania , e dalla Francia : ma non possiamo non esprimere la nostra 
gratitudine per coloro , che manifestarono al pubblico sensi benigni veiso la nuova 
serie del bullettino archeologico napolitano. La cwillà cattolica , il bullettino del- 
l' Istituto di corrispondenza archeologica , la rivista archeologica di Parigi , la gaz- 
zella archeologica di Berlino , ed altri rinomati giornali , compensarono largamente 
di cortesi parole le nostre letterarie fatiche : e noi vogliamo che tutti i fautori del 
nostro halletlino , fra' quaU primeggiano i nomi illustri di un Gerhard , e di un 
Raoul-Rochette , si abbiano una pubblica dichiarazione della nostra riconoscenza. 

S' abbiano altresì i nostri più sinceri ringraziamenti quei dotti , che comincia- 
rono , o continuarono ad arricchire la nuova serie del bullettino colle loro comu- 
nicazioni. 

Ad un altro essenzialissimo dovere mancar non possiamo nel por termine a 
questa nostra prefazione : ed è quello di attestare altamente la protezione al bui- 
lettino accordata nel nostro paese. 

Le numerose associazioni per parte delle diverse amministrazioni dello Stato, 
e la facoltà di pubblicare a quando a quando gl'inediti monumenti del real mu- 
seo Borbonico e di Pompei , sono il risultamento di questa benevola protezione : 
nella quale la Reale Accademia Ercolanese , a cui ci facciamo vanto di apparte- 
nere , ed il eh. sig. Principe di San Giorgio Spinelli , direttore del Real Museo 
Borbonico e Soprautendenle generale degli scavi del Regno, gareggiarono con gli alti 
funzìonarii , da' quali quelle due amministrazioni dipendono. 

Saremmo certamente ingrati , se in queste pagine risuonar non facessimo il 
nome dell' Eccellentissimo sig. Principe di Bisignano , Maggiordomo Maggiore di 
Sua Maestà e Soprantendente generale della Real Casa; e quello del Commendatore 
Francesco Scorza , Direttore del Ministero degli affari ecclesiastici e della istru- 
zione pubblica. 

Noi riputiamo questi due personaggi i principali protettori della presente pub- 
blicazione. E se non siamo disanimati a proseguir T intrapresa col medesimo zelo, 
col quale la cominciammo, egU è perchè nel loro favore noi speriamo il più va- 
lido appoggio , ed il più lusinghiero incoraggiamento. 

Gii Editori 
P. Raffaele Gabrlcci d.c.d.g. 
Ginio MiNEiiviNi. 



BUllETTIXO ARCHEOLOGICO IVAPOlITA^O. 



NUOVA SERIE 



TV." 1. 



Luglio 1852. 



Descrizione di un vaso ruvese del Real Museo Borbonico. — Sulle sigle delle iscrizioni pompeiane dipinte a 
pennello , e sidla difficoltà di ben Ira^'Crivere dalle pareli i caratteri dipinti. 



Descrizione di un vaso ruvese del Real 
Museo Borbonico. 

Tra' vasi di Ruvo conservali nel Real Museo Bor- 
bonico trovasi quello, di cui intendiamo dare in que- 
sti fogli una esalta descrizione: e tanto più siamo spinti 
a farlo sollecitamente , perchè da più tempo è desi- 
derala la notizia di questo monumento da uno de'più 
dotti illustratori dell'antica ceramografia; dir voglio 
dal mio egregio collega ed amico cav. Odoardo Ge- 
rhard. 

È questa ua'idria a tre manichi, di altezza pai. 1 
e 32 centesimi , con figure rosse in fondo nero. Sul 
lembo esterno dell'orlo è l'ornamento di ovoli: sul 
collo altro giro di ovoli più grandi , da' quali pen- 
der si mira nel mezzo un bianco nastro : sulla pan- 
cia è la rappresentazione, sotto la quale è un mean- 
dro, che non si estende al di là della stessa; siccome 
in altri vasi di simil forma non di rado s' incontra. 
Tutta la composizione vien costituita da un doppio 
ordine di figure. Neil' ordine inferiore vedesi nel mez- 
zo un imberbe giovine cinto di bianco diadema, con 
clamide che si affibbia sul petto , e breve tunica fre- 
giata di stelle e di svariati ricami , e co' piedi muniti 
di stivaletti : grandi ali si spiegano dietro a' suoi 
omeri. Questo giovine è quasi di fronte movendosi 
alla corsa , e sollevando in alto il capo. Siede paca- 
tamente sulle sue spalle una femminile figura con 
bianchi radii sul capo , e nastro che ne lega i capel- 
li : ha essa lungo chitone senza maniche : colla de- 
stra si atliene ad un braccio del suo rapitore disteso 
per sostenerla , e colla sinistra tira un lembo di un 



peplo che a lei medesima appartiene , e che mirasi 
in parie svolazzante. A destra del descritto gruppo 
scorgesi un giovine diademato con clamide che si ran- 
noda sul petto , il quale fugge veloce a destra ele- 
vando la dritta, e tenendo colla manca il doppio gia- 
vellotto riverso. Chiude da questo medesimo lato la 
scena Amore diademato e coronato sedente a destra, 
e volgendosi a guardare il fuggitivo giovine. Dall'al- 
tro lato del gruppo, eh' è nel centro, vedesi un gial- 
lo candelabro o timialerio presso l' idolo di una di- 
vinità , che poggia sopra un piedestallo. Sì il piede- 
stallo che r idolo sono bianchi con tratti di giallo. 
L' arcaismo dello xoanon è sufficientemente indicato 
dalle gambe poco elegantemente fra loro ravvicinate: 
[<y-x{\i\(jv{ji'\ji\tir\X'-j\a. ^IxiWer Acginet. pag. 110), e 
dalle braccia simmetricamente elevate d' ambi i Iati 
( x-'P=5 wctpccTSTafXJta/ Diod. 1 , 98 ): il simulacro ha 
sulla testa il polos; un sottile ampeconio ricamato eoa 
una fascia , che lo fregia , ed il rigonfio petto ne ad- 
ditano senza alcun dubbio il sesso muliebre. Presso è 
un albero. Vedesi accorsa all' idolo e genuflessa ab- 
bracciandolo colla sinistra una donna di aspetto gio- 
vanile con ornata slefane , tunica senza maniche , ed 
orlata clamide.Anche da questo lalo termina la com- 
posizione corrispondendo sotto il manico un giovine 
diademato, con clamide, e petaso dietro le spalle, che 
si avanza a destra, tenendo pur colla sinistra il doppio 
giavellotto riverso. 

Neil' ordine superiore sono due sole figure, divise 
dall'ordine inferiore per mezzo di bianche linee tor- 
tuose destinale ad indicare una montagna ( vedi il 
hdllM. ardì, napol. an. VI. pag. 25 , e ciò che di- 

1 



— 2 — 



clamo nella meruoi ia ììluslr. di un vaso ruv. del Real 
Mus. Borì), pag. 4. e 8 ). A sinistra di chi guarda 
scorgesi un giovine diademato e coronato , con cla- 
mide e doppio giavellotto, il quale in precipitosa fuga 
piega il destro ginocchio , e stende la sinistra gamba 
nascosta in parte dalla sinuosità della montagna : lo 
stesso sporge innanzi la destra , volgendosi a guardare 
a sinistra. Dall'altro lato siede a destra sulla sua cla- 
mide volgendosi a s. un giovine coronato, con capelli 
in particolar modo cadenti , il quale tiene con ambe 
le mani una bianca collana, o nastro. 

Non esitiamo a riconoscere nella descritta compo- 
sizione il ratto di Oritia eseguito da Borea , che già 
comparve in altri vascularii dipinti. È stato osservato 
che un tal soggetto non si è veduto Onora sopra al- 
tra classe di monumenti : se n'eccettui la celebre cas- 
sa di Cipselo , ove però vedevasi figurato in modo 
particolare (Pausan. V, 19, 1 : vedi Welcker nelle 
nouv. annal. de V Inslit. tom. II pag. 379). Tra' piìi 
importanti vasi collo stesso soggetto è da ricordare 
la magnifica anfora di Monaco illustrata dal dott. Sig. 
cav. Welcker {nouv. annal. t. cit. p. 358-396, pi. 
22, e 23 e die Giebelgi'uppen in Alle Denkmdler tom. 
1 p. 84 : il mio chiarissimo collega comm. Quaranta 
comunicò alla reale Accademia Ercolanese alcune os- 
servazioni sul medesimo monumento), altri vasi della 
collezione reale di Berlino (Gerhard Elr. undKampan. 
Vasenb. tav. 26 p. 38 , ed Auserl. ì'asenb. Ili , 152 
p. 8-15), un altro di Nola (Gerhard arch. Zeilung. 
an. Ili tav. 31), ed altri monumenti ricordali dal cav. 
Welcker nella citata sua dissertazione; cf.Mùiler Hand- 
buch § 401 p. 632 ed. Welcker. Un altro vaso collo 
stesso soggetto fu pure pubblicalo dal eh. Roulez(&MÌ- 
lel. de Bruxelles VIlI,2p. 131). Vogliamo finalmente 
avvertire che la stoviglia volceiite descritta dal de 
Witte {calai. Durand a. 213) trovasi ora nel museo 
Britannico , ed è descritta da' Signori Birch e New- 
ton neir eccellente catalogo di quel gabinetto da essi 
recentemente pubblicato (a catalogne of the greek and 
etruscan vases in the British Museum voi. 1 . pag. 31 5 
n. 870 ). In tutti gli accennati monumenti la figura 
di Borea vedesi dello stesso modo effigiata come sul 
nostro vaso , colla corta tunica , colle grandi ali , e 



quasi sempre co' calzari : 1' unica differenza è che in 
quelli il volto di Borea è ispido per nera e folta bar- 
ba, mentre nel vaso del real museo l'osserviamo im- 
berbe e giovanile. Ma una tale circostanza , oltre che 
trova il confronto nel Borea della torre de venti ia 
Atene (Stuart ant. di Atene 1, 21, Millin gal. myth. 
tav. LXXVII f. 322), riconosce pure la spiegazione 
in un' altra particolarità , che rende ancor più pre- 
gevole il vaso del real museo. Ne' monumenti finora 
comparsi Borea è nell'atto di raggiugnere Oritia : al- 
lora il vento del Nord è nella più grande agitazione , 
ed offre la più feroce ed orrida fisonomia; ma nel va- 
so, di cui discorriamo, dopo aver conseguito lo scopo, 
dopo essersi impadronito della sua preda, la sua forza 
ed il suo furore si calma, e nell'imberbe aspetto pre- 
senta la tranquilla e piacevole fisonomia di uno sposo. 
E se vogliamo andare alla idea fisica, secondo la spie- 
gazione proposta dal cav.Welcker, il furioso vento del 
Settentrione perseguita la lieve auretta delle montagne, 
e tutti alterisce e spaventa, fintantoché non si congiun- 
ge con essa , e va a disperdere il suo furore equili- 
brando il suo formidabile soffio col tenue spirare di 
quella. Né altrimenti spiegheremmo la fisonomia di 
Borea, anche ritenendo la intelligenza data al mito 
di Oritia dal comm. Quaranta , il quale in essa rico- 
nosce una divinità di natura aquea ( nella citata me- 
moria tuttavia inedita ). In conferma della quale opi- 
nione potrebbe osservarsi che 'Opu'^via. è pure il no- 
me di una Nereide presso Omero {II. % , 48 ) : dal 
che si desume che quella denominazione non discon- 
viene ad un essere , che ha stretta relazione colle ac- 
que. Questo rapporto nella sposa di Borea è poi e- 
spressamente indicato in alcuni monumenti, ne' quali 
apparisce l' idria sfuggire dalle sue mani ( Tischbeia 
111,31 ; Millin galér. mylhol. LXXX, 314; Gerhard 
e Panofka Neapels ant. Bildw. p. 253 n. 1 684 : del 
resto vedi ciò che osserva il Welcker nouv. annal. t. 
II. p. 374). Il Reinesio pubblica la seguente iscrizione: 
HORITHYAE 
L • BARBIVS • L • LIB 

TIIEOPOMPVS 

NAV MERKAT 

V ■ S 



— 3 - 



Egli è di opinione che questo navicularius merkator 
facesse un voto alla Nereide di quel nome ( ci. I n. 
CLXX p. 186). Ma io non so persuadermi che tras- 
curate Io principali marine divinità l'Oceano , Nettu- 
no , Teli ed Anfitritc , si sciogliesse un voto ad una 
particolare Nereide. Io penso che la Orilia della rei- 
nesiana iscrizione sia appunto la figlia di Eretteo , la 
quale bene a ragione invocavasi da uno speculatore 
che esercitava il commercio marittimo , come la spo- 
sa di Borea , del terribile vento , produttore de più 
funesti naufragii. Abbenchè la nostra pittura non tro- 
vi il paragone de' monunienti ; pure è quasi nel prin- 
cipale gruppo descritta da Nonno ( Dion. XXXIX , 
190), allorché questo poeta fa dire da Eretico a Borea 
'IXio'CÓ»' dì yipo(.i(ii yxixotrró'koy , ùnit^i xouprjv 
'ÀT^ioct, cV 'ìrxpoixotriv, àn^pTrccav apTro-yìS a.òpa,i , 
E^OjUivrjV àToaxTGv àxtvTiTuj aùiv ui'jjo. 

Così e non altrimenti osserviamo Orilia sedere 
immobile sul forte omero del suo sposo ; mentre le 
aure la trascinano sulle montagne della Tracia. No- 
tevole è poi lo svolazzante peplo di Oritia, che gonfio 
dal vento fa l'ufficio di vcla,e che perciò confronta con 
la pittura della rapita Europa descritta da AchilleTazio, 
nella quale vedovasi la donzella wffwsp l^luj nJ ttittXm 
Xpouixivr\ (Lib. 1 cap. 1 . Vedi sopra simili panni gon- 
fii dal vento Avellino nel voi. 2° delle memorie della 
reale Accad. Ercoìanese pag. 251 ). Ma di quale di- 
vinità sarà l'idolo, che mirasi presso l'avvenimento, 
ed a cui già si offerivaa profumi : come viene accen- 
nato dal vicino ùmiaterio'i La soluzione di questo pro- 
blema ci vien data da un classico luogo di Piatone messo 
in confronto con un altro di Pausania.Questo periege- 
te, dopo aver parlato dell' Ilisso, e del ratto di Orilia 
avvenuto alla riva di quel fiume, aggiugne che passato 
appena l'ilisso trovavasi un luogo denominato "Aypai, 
ed il santuario della Diana Agrotera (lib. 1 cap. 1 9,5-6). 
Questo santuario appunto e la statua di quella dea io 
riconosco nel nostro vaso : di\inità a cui ben convie- 
ne il po/os, e che essendo uno xoanon nella forma delle 
pili auliche statue, non è strano che veggasi priva di 
altri particolari attributi. Questa , che riputar si po- 
trebbe una probabile conghiettura, acquista tutta la 
forza della certezza da un importantissimo luogo di 



Platone , ove si determina con precisione il silo, ove 
r antichità supponeva succeduto quel fatto. Avverte 
il filosofo che Borea avca rapilo OriUa non già alle 
rive dell' Ilisso, ove trastullarsi solevano le gentili 
donzelle, ma due o tre stadii più abbasso, sulla via che 
menava al tempio della Diana Agrea , la quale non 
è certamente diversa dall' Agrotera : ohx , òO.y.x xa- 
rwòiv , 6'(70)' dv' r\ rplcf. srdòrx , t] Trpós rò tt,; 'A— 
yp'M%s Sj*|3ocA 0,'xsy : e soggiugne che in quel mede- 
simo silo era un altare di Borea ( p. 229 , B ). Non 
poteva il nostro vaso rinvenire un più sicuro confron- 
to : ed il santuario di quella dea è indicato non solo 
dal timialerio che vedesi innanzi al simulacro , ma 
altresì dall' albero destinato ad indicare il sacro bo- 
schetto ( à'Xffos o ri'ixivos ) , che, secondo 1' uso de' re- 
moli tempi, circondava il sacro edifizio. Fralle tradi- 
zioni relative al mito stesso di Orilia avveneuna, che 
mette la figlia di Eretico in rapporto coli' idolo di una 
divinità. Accennar vogliamo a quel che narrava Acu- 
silao , che la donzella, come una canefora, era stata 
mandata a far sagrifizii in sull'Acropoli alla Minerva 
Poliade, quando Corea celatamenterapilla(ap. Schol. 
Odyss. XIV, 533). Ma non ci sembra che nel nostro 
monumento siesi figurato un idolo di Minerva, né ac- 
cennata la esposta tradizione: in fatti manca ad Oritia 
la cesta indizio di una canefora; ed in quanto alla dea, 
osservo che a Minerva mal converrebbe il po/os, men- 
tre dall' altro lato mancano aflalto tutti gli altri sim- 
boli attribuiti sempre alla dea guerriera , anche ne' 
più antichi Palladii (vedi Miiller ^andò. p. 47 ed. 
Welcker). Olirà le additate ragioni, ve ne ha pure un 
altra, la quale appoggia ed illustra la nostra spiegazione. 
I tre giovani che veggonsi sperperati e fuggitivi .essendo 
muniti digiavcllotti, senza dubbio si appalesano per cac- 
ciatori. Essi si danno a precipitosa fuga spaventali dal 
furore del vento aquilonare. Ma certamente quei cac- 
ciatori erano intesi ad onorare il santuario della Diana 
Agrotera, quando fu in quel silo messo da Borea un così 
fiero scompiglio. Sicché, a mio giudizio, non poteva 
l'artista in miglior modo indicare il luogo dell'avve- 
nimento , cioè "'Aypoct , che col figurare la divinità 
protettrice de' cacciatori , ed i cacciatori stessi che 
lasciano a mezzo i cominciati onori del cullo , per 



— 4 — 



fuggir l'impeto del vento. Rimane a dir qualche cosa 
delia figura femmiuile , la quale genuflessa abbraccia 
l'idolo, quasi dimandando soccorso a grave sventu- 
ra. Già nella tradizione di Acusilao si parla di per- 
sone che accompagnavano la figlia di EreKeo ( rovs 
fX/TTOvraS ^«1 ipwXxccovTxj r-ty -A'^ty Scliol. Odyss. 
XIV, 533 ); ma la stessa narrazione riportata da Pla- 
tone (vedi il luogo cit. ) può richiamarsi a confronto 
del nostro vaso. In essa si racconta che Oritia scher- 
zava con Farmacia , allorché fu sorpresa da Borea : 
e Socrate aggiugne che essendo spenta Oritia dalla 
furia del vento fu detto che fosse rapita da Borea. 
Comunque sia di questa spiegazione del filosofo ate- 
niese; non sarà fuor di proposito ravvisare la donzella 
Farmacia , la quale ricorre alla dea locale addolo- 
rala per la perdita della rapilti compagna. Questo ma- 
nifesto dolore della figura del nostro vaso può para- 
gonarsi con la spiegazione di Socrate; e farne riferire 
il soggetto, di che ci occupiamo, a funebre intelligen- 
za , la quale non esclude la fisica idea simboleggiata 
da quel mito. In altri monumenti si vede ancora Ori- 
tia insieme con altre compagne allorché fu rapita : 
così in un vaso del Tischbein ( HI , 31 ) , in altro del 
real museo borbonico ( Gerhard e Panofka Neapels 
aniike Bildwerhe p. 2o3 n. 1684) , in altro del Mil- 
lin [peint. de ras. II pi. 5): per nulla dire de' due 
monumenti pubblicati dal cav. Weicker ne' citati nuo- 
vi annali dell'Istituto, ove Oritia è aggruppata con 
Erse e Pandroso:^: dal che lo stesso dottissimo ar- 
cheologo trae la intelligenza fisica del mito. 

Due altre figure richiamano la nostra attenzione 
nel vaso del real museo. Quella dell' Amore sedente 
trova la piena spiegazione nella scena di senso eroti- 
co e nuziale, acni assiste. Più interessante è l'altra del 
giovine sedente sulla montagna. La sua pacatezza, ed 
i capelli in parlicolar modo cadenti ci danno la cer- 
tezza che sia in esso effigiala la deità locale della mon- 
tagna, o il monte stesso personificalo. Simili genii 
locali furono altrove riconosciuti ( Museo Capitol. t. 
IV, tav. 25:Pio-Clem. IV, 40; V, 10, 2o:Ra- 
oul-Rochelte mon. inéd. pi. 7); ed il monte Partenio 
fu dal eh. Cavedoni credulo figurarsi in un antico 
calamajo di bronzo con lavori di argento, ove da me 



erasi lutt'allro ravvisato (vedi lull. ardi, napol. an. 
II p. 54). Noi ci fermiamo alla medesima idea per la 
figura sedente del nostro vaso : o che creder si vo- 
glia la coUiaa sovrastante airilisso, o piuttosto il mon- 
te Emo della Tracia, ove Borea arresterà il suo volo 
per compire le sue nozze con la rapita donzella (Phe- 
recyd. e Simonid. ap. Schol Apoll. I , 211 ; Apol- 
lon. Rhod. Argon. I, 211-18). La personificazione 
deir£'mo sotto la forma di un giovine cacciatore com- 
parve in monumenti numismatici {mus.Sandem. 27, 
269): nel nostro vaso ci sembra dalla chioma folta e 
cadente a grandi masse indicata la nevosa cima di quella 
montagna: e nella collana o nastro, che tiene la stes- 
sa figura con ambe le mani, riconosco un femminile 
ornamento preparato per cingerne le tempia o la gola 
della novella sposa, qual donativo {xvoixxXuTrrripia.) 
conveniente ad una simile circostanza. 

MlNERVINI. 



Sulle sigle delle iscrizioni pompeiane dipinte apennel- 
lo , e sulla difficolta di ben trascrivere dalle pareti i 
caratteri dipinti. 

Ove le iscrizioni pompeiane dipinte a pennello sulle 
pareti degli edifizì non rinchiudessero altra difficoltà, 
che quella gravissima d' interpretarne le tante sigle , 
sarebbero argomento ben proporzionato a trattazione 
accademica. Lo stesso dottassimo Commendatore Avel- 
Uno, che ha il più gran merito in sludii siffatti, aven- 
done sott" occhio una di esse , che in tre righe non al- 
tro, che una sola voce rappresentava interamente scrit- 
ta, e nel resto non meno di dodici lettere divise da pun- 
ti, e principio ognuna d'esse di nuovo vocabolo, non 
dubitò di asserire, credere se, che al solo Harduino ba- 
sterebbe l' animo di dichiararle. B. N. 1 846 p. 50. Sì 
manifesta e straordinaria difficoltà mi pose di buon' ora 
desiderio di fare alcuna scoperta , e poiché a (al fi- 
ne non v'era altra via, che quella dei confronti, cer- 
cai studiosamente di raccogliere dulie pareti pompe- 
iane quella porzione di leggende non perite ancora, 
lo non aveva in mia mano vcruua collezione anlece- 



— 5 — 



dente, né seppi mai clie altri l'avesse, ed al mìo sco- 
po non avrebbero giovato per fermo le iscrizioni già 
pubblicate in libri diversi, dalie quali non era potu- 
to risultare nulla per gli altri, e forse neppur io avrei 
potuto trovarvi qualche elemento di soluzione. Comin- 
ciai adunque il lavoro da capo, trascrivendo da tutte 
le pareti le leggende fino alle più svanite, e non andò 
guari, che quella intrapresa mi recò in mano il ban- 
dolo da riuscire alla interpretazione anche di quelle, 
che si eran tenute più insolubili. Questo frutto dei miei 
studii sulle leggende parietarie pompeiane non ho vo- 
luto che stesse ozioso più a lungo, e comincio in que- 
sto mio scritto a comunicarne una parte. 

Tutti sanno, che i programmi pompeiani veggonsi 
terminare comunemente o iu tre lettere divise da pun- 
ti • V ■ F , od in una cifra equivalente , ma che fa- 
cilmente si scioglie in esse. Né è men saputo , che la 
prima interpretazione data si trasse dal concetto, che 
queste fossero voci dei clienti agli usci dei loro patro- 
ni, dai quali implorassero protezione, e favore. Laon- 
de spiegaronle Orat , ut faveal. Nacque da ciò , che 
si dessero i nomi alle case , togliendoli dalle esterne 
pareti di esse; onde p. e. si denominò la casa di Cus- 
pio Pausa , la Casa di Sallustio , quella che sulla fac- 
cia esterna mostrava scritto Pansam, o Sallustium. Fu 
ancor più pernicioso , che si tenessero per duumviri, 
e per edili , quegli uomini , i quali forse non lo fu- 
rono che nel desiderio , o nella satira dei loro con- 
cittadini. 

Il vero finalmente apparve , quando si lesse intero 
facialis su di un programma, nel quale si votava per 
Aulo Vettio Fermo , l' edilità , e fu avvertito il senso 
forense dei due verbi faccre e rogare, nelle pubblica- 
zioni antecedenti malamente tradotti prega e fa. 

Pur tuttavia la scoperta non giovò che all' ultima 
cifra, e le due prime se non nella opinione, per cer- 
to col fatto rimasero senza alcun sostegno di confron- 
to. Perocché da coloro, che hanno seguito a dar lo- 
ro il significato di Orat ut , non si allegò mai ve- 
run esempio , che ne rassicurasse ; luttocché il eh. 
Rosini credesse di aver veduto V ut in una delle pri- 
me pareti. Ma quel disegno aggiunto alle disserlalio- 
nes isagogkae riscontrato suU'origiuale risulla alquanto 



scorretto, e lo è segnatamente nel ROG • VT • F, do- 
ve convien leggere ROGANT • Or ne avviene caso 
assai piacevole, e sommamente onorifico ai primi in- 
terpetri , i quali senza verun sussidio di ragguagli era- 
no così addentro penetrati nello spirito di quelle eni- 
gmatiche sigle , che la presente scoperta non dovrà 
recar loro altro che un lieve cambiamento. Percor- 
rendo io la strada che va dal foro ai Teatri lessi già 
su di un pilastro tutta la formola stesa così : 
MMARIVM 
AED • FACI 
ORO • VOS 
Adunque le tre lettere • V • F erano intese in Pom- 
pei ORO • VOS • FACIATIS , e cosi dovranno quin- 
di interpretarsi da noi. In altri dipinti incontro al- 
cuna parte di questa formola, e se ne conferma l'uso 
generale. In un pilastro leggo 
- MA • HERENI 

V3I 

SERICVS • VOS 
in altro 

NEPOTEM IIVM 

ORO 
in un terzo 

M 

VjVmMBORVF 
( gli OR dei programmi pubblicati nel voi. 1 del R. 
Museo Borbonico provengono facilmente dall' aver così 
interpretalo la cifra o monogramma delle tre lettere. ) 
Il terzo vocabolo si à in questo quarto programma. 
N-VEI-"(VE7nort.) 
V • V • B • • V . CO 
AMATOR • VEST 
FACIAT • AED • M 
II quale vcdesi già pubblicalo dal prof. Mommsen 
nel suo Untcrilaìischen Dialecle Taf. XI. 29. f. 4. 
con molta diversità. 

Passando ora più innanzi nella proposta interpreta- 
zione delle sigle , nella seconda linea del programma 
di N. Veio sette lettere V-V-B-0-V-CO dimandano 
un senso. Tra le quali tutlocchè sia spedito darlo to- 
sto al V • B • O • V • di Vìnun. Bomim. Oro. Vos , ri- 
mane nulla dimeno il primo V. e l'ultima sillaba CO, 



6 — 



a cui bisognerà procurarlo. Or quanto al V io gli 
porrò alialo due dipinti, nel primo dei quali io leggo 
XQV I D 

D-V-V DIGNVS EST , 

e nel secondo 

L . AQVT 
DV.V. 

ove 

Nei quali il V. che segue al D- facilmente si spiega 
Duum Virum. Se poi il V, che viene appresso, debba 
o possa interpetrarsi QVINQVIENS , ovvero QVIN- 
QVENNALEM, io non decido: certo la significazione 
appena potrà essere altra cosa dalle due proposte. 

In quest'ultimo dipinto riveggonsi tre sigle O.V.C. 
che vengono opportune al confronto di O • V • CO del 
prirao.Per altro il senso del CO non par meglio definito. 

Cerco io tra le mie schede, e ritrovo NARTIV 

OCOL 

SECUND 

ed inoltre; LVELVRIIVVBOVCOLFDI 

Però propongo i)Orant.YosCOUegae.AMATO^, 
\ESTalis, FACIa««s AEDjVm meritum.2)-Lucium A- 
QVTm»H?DMMm. \irum. Y{quinquennalem) Orat \os 
Co?/e3a.3)-MARTIVm Orat COLlega SECVNDws. 4)- 
Lucium VEL • "VR* •U.'W-Yirum.Bonum'Oral'Yos 

Collega • Facialis DI 

In altri programmi leggesi 
POSTV • • • ID 

IVLIVS POLYBIVS COLLEGA FECIT 
(Guar. Fasti duumv. p. 120.) e 
L. VERANIVM HYPSAEVM 

EDTERTIOQVINQ 
CASELLIVM • MARCELLVM 
AEDOPTIMOSCOLLEGAS (M.B. t. III. p. 7.) 
A compiere la trattazione delle sigle , che accom- 
pagnano i nomi dei cercati alle magistrature dai voti 
dei popolani si vorrebbe certo , che io non dimenti- 
cassi le celebri cinque sigle V • A • S • P • P, intorno al- 
le quali caldamente si disputò dall'Avellino e dal Gua- 
rini. Ma poiché un mio onorevole Collega ha già 
disposto di farlo , io ne rimetto a lui la trattazione , 
contento di essere il secondo. 

Si è già avvertito da altri, che non di rado furono 



scritti in sigle anche i nomi delle persone richieste a 
pubblici offici. 

E questo è verissimo : né può giudicarsi strana co- 
sa , essendo appunto il costume romano di votare pei 
candidati , recandosi ciascuno ai comizii una tavolet- 
ta colle iniziali del candidato. Risulta ciò da un' an- 
tica testimonianza,che si trae da un luogo dell'orazio- 
ne prò domo sua, ove si dimostra come potesse il Pre- 
tore in caso di aver nomi di competitori somiglianti 
nelle iniziali favorire un pretendente , assegnando a 
lui le tavolette di alcun altro. /«, dicesi ivi, ^ostea- 
quam intellexil, posse se, inlerversa aedililate a L.Pisone 
consule Praetorem creari , si modo eadem prima litte- 
ra competitorcm habuisset aliquem ole. Secondo que- 
sta dottrina, non apparirà, io diceva, strano, che anche 
in Pompei i notissimi pretendenti si designino sulle 
pareti colle sole iniziali. Lo furon di fatti segnati co- 
sì un Caio LoUio Firmo, un Publio Paquio Proculo, 
un Aulo Vettio Firmo, un Caio Calvenzio Sittio Ma- 
gno , un Lucio Numisio Raro , un Lucio Cecilio Ca- 
pella , un Marco Cerrinio Vazia , un Lucio Ceio Se- 
condo , un Marco Casellio Marcello , un Marco Sa- 
mellìo Modesto , i quali mi risultano dai confronti , 
che son venuto facendo sulle mie schede fra i nomi 
dissimulati in sigle, e gli interamente scritti. In mez- 
zo ai quali studii potei facilmente comprendere qual 
senso enigmatico si occultasse nelle dodici sigle ricor- 
date di sopra , che fecero diffidare anche l'oculatissi- 
mo Avellino, sino a dichiararle impossibili a spiegar- 
si , sicché , se non all'Harduino a ninno avrebbe po- 
tuto bastar l'animo di riuscirvi.Quella epigrafe invano 
fu cercata da me sulla strada che va tra il tempio di 
Venere, e la basilica, donde si era trascritta nel Bull. 
Napol. 1846. p. 50. Riporterolla dunque da quell'u- 
nico apografo così come ivi si legge. 
PPPAV G-- 
M • E • S • Q • M • • 
SVILIMEA • C 
Sotto in caratteri neri 
O • V • F • SVILIMEA • ROG • CAI • • 

Io vi riconosco due duumviri e due edili da cre- 
arsi, per voto di Suihmea. Chi poi siano questi lo im- 
paro da un altra epigrafe, che dal medesimo Avellino 



— 7 — 



di onoranda memoria (rovo riportata nel secondo vo- 
lume dei suoi aurei opuscoli a p. 225. 

P • PAQVIVM PROCVLVM li • VIR • VIRVM B ■ D • R • O-ft 

AVETTIVM FELICEMIIVIRV BDROit' DIGNI SVNT 

C ■ MAR • VM ••■ MEPIDIVM SABINVMAEDILESVASP PO^ DIGNI 
S • • SIT • ■ • SIVS • DE • ALBATORE • ONESIMO [SVMT 

Questo illustre programma dicesi ivi segnato sul 
muro a sinistra della bella strada pompeiana, che pia- 
ce a' nostri moderni indicatori chiamar di Mercurio. 
Paragonando ora i due dipinti scopresi a bella prima 
l'intera somiglianza delle iniziali, e delle coppie. Che 
se v'è qualche diversità, questa facilmente si compo- 
ne , osservando ; come nel dipinto enigmatico furono 
segnati alcuni punti dai quali si dimostra, che non fu 
creduto intero dal trascrittore. Neanche il secondo 
programma fu tutto letto , e nella seconda, terza , e 
quarta linea veggonsi delle lacune. Così ad A. Vettio 
manca il secondo nome, che dai programmi pompe- 
iani conoscendosi essere stato Caprasio , facilmente 
suppliremo qui AVETTIVM- Caprasium.¥EUCEM, 
ed emenderemo là il lieve scorso del G per C , dopo 
della qual sigla dovea seguire ragionevolmente l' F 
del Felicem. 

Passando alla seconda linea l' M • E • S • Q • M sarà 
M. Epidium Sabinum. e Q. Marium se seguiamo la 
lezione del primo , o C. Marium se del secondo, es- 
sendovi dell' uno e dell* altro riscontri ; ma ninno di 
essi due ha finora cognome sui programmi, onde non 
può sapersi che cosa qui vi dovea essere scritto : la ter- 
za e la quarta linea si leggeranno così: SuHimea Cu- 
pit — Oro vos facialis. Suilimea rogat. Cai... 

Che il C sia ben spiegato Cupil si prova con altro 
programma , ove leggo- • VM MAGNVM AED 
F - - • CVPIO • - V • F 
forse SiltiYM , ed in un secondo pubblicato dall' A- 
' vellino, Opusc. T. II. p. 2-26. 

A - VETTIVM - FIRMVM 
AED - V - B • V - F - FELIX CVPIT 

Non debbo omettere di un singoiar dipinto la for- 
mola inusitata. 

SVETTIVM CERTVM 
CLODIVS NYMPHODOTVS • CVPIDIS 

Ma in quello fatto incidere nelle diss. Isagog. Tab. 



o 



IV. parmi si debba colla correzione di PRISCVM ia 
TREBIVM anche emendare il Melellio /in METELLI- 
CF ossia Cupiunt. Facile. Nel qual ultimo caso se altri 
vuole interpretare Metelli cito faciunl col confronto 
della epigrafe recentissima M • CEIVM II • V • ID 

EPAGATVS CITO 
ROG 
trascritta nelle relazioni di quegli scavi , io non pos- 
so darvi assenso; perocché essa invece va letta 

CEIVM • II VID 
EPAGATUS • GYLO 
ROG- 
( Queir O appartiene a leggenda anteriore; e l'unico 
Ceio che si conosce nei programmi è prenominato 
Lucio. ) 

Della non comune difficoltà di trascriver bene 
anche i dipinti potrei recare in pruova le diversità dei 
pochi, che tuttora possono riscontrarsi colle copie an- 
tecedenti ; perocché il farlo di tulli non è possibile , 
siccome o cancellati alTatto , o periti cogli inlonachi , 
sui quali erano scritti. Basterà qui per altro darne un 
saggio sulla leggenda , che ne avvisa perduta un' ur- 
na di bronzo , trascritta dal Wordsworth e pubbli- 
cata a p. 26 dei suoi fac-simili. 

Legge egli Urna. Aenia. periit de tàberna 

Sei. eam. quis. rctulerit dabuntur 
HS LXV ' sei furem 
dabilur. duplum 
A - Vario 

10 invece ho letto 

VRNA- AENIA • PEREIT DE TABERNA 
SEI • OVEI RETTVLERIT DABVNTVR 
HS LXV • SEI - FVREM 
DABITVNDECVMwm 
lANVARIVS • QVI - hic HA 
bilal • - - 

11 Wordsworth non lascia di richiamare al confronic 
di questo elegante manifesto il luogo di Petronio: i*«er 
in balneo aberrami, si quis eum reddere aut commo- 
slrare volueril , accipiet nummos mille. Con frasi più 
analoghe Properzio nell'elegia 23 del libro 3. 

Ergo tam doclae nohis PERIERE tabellae. 
E dopo alcuni versi 



8 — 



Qim si qi(ù mih! RETTVLERIT donahilur auro. 
Ed è notabile , che un tale avviso egli commette al 
suo servo di proporre su di alcuna colonna. 
I piier , et ciliis liaec aliqua propone columna; 
Et dominum Esquiliis scribe HABITARE tuum. 
Al qual proposito noterò di passaggio essere que- 
sto esempio assai opportuno ad illustrare le cose di- 
sputate dall' onorevole Signor D. Agostino Gervasio 
nella sua memoria sulla iscrizione dei Luccei di Poz- 
zuoli , ove nega la credula classe di persone addette 
a scrivere sulle pubbliche vie programmi, avvisi, voti 
e che so io. 

Parimenti il prof. Mommsen, abile trascrittore, co- 
piò da un pilastro in questa via medesima, che va ai 
teatri, un' osca leggenda, che in altro lavoro io retti- 
ficherò ; ma sopra di essa legge : 

Q N • VAXII XA Taf. XI. 2. 29. f. 
Le quali non parrà affatto credibile a veruno, che 

debbansi leggere 

CNVNIDIIIV- 
Leggo riportato nell'eccellente Bulleltino Archeo- 
logico Napol. T. Ili, p. 2. 

M • HOLCONIVM D • 

OVF 
VERECVNDISSIMVM? 
La qual ultima voce ben a ragione vedesi ivi con- 
trassegnata da un dubitativo? lo che sempre meglio 
dimostra la conosciuta accortezza dell'editore. Peroc- 
ché ivi è scritto 

VERRIVS • SEC^^\DVS • ROG 
I dotti volumi delle antichità di Ercolano danno 
incisa in vignetta la ripografia di strumenti da scrive- 
re ; fra questi è un papiro svolto appena. Il pittore 
si piacque di segnare a caratteri tutta quella parte di 
esso , che rappresentava svolta , e molte righe di ca- 
ratteri di fatti vi ravvisano gli Editori, che definisco- 
no romani da qualche lettera che vi si distingue. Av- 
vertono di poi nella nota soUoposta parer loro, che nel 
primo verso si legga quisquis , nel penultimo maxima. 



e nell'ultimo cura. (Voi. II. pitture p. 328.) ed otti- 
mamente. Ma a volerla legger tutta quella colonna di 
scrittura troverassi con maraviglia un prezioso esem- 
pio d'idiotismo popolare, che con quasi perpetua apo- 
cope toglie alle parole l' ultima lettera consonante , e 
pronunzia p. e. ama, peria, valla, jmrci, restante, vaca. 
Cosi popolarmente il pittore e con caratteri di corsivo 
comune alle iscrizioni graffite , rarissimo alle dipinte, 
va scrivendo due buoni disliei , che verranno a far 
parie delle pochissime poesie lette finora nei graffiti. 
Dice adunque, secondo a me pare, in questa maniera; 
vedi la nostra tav. I, n. 1 . 
Quisquis 
ama valia 
piiria qui p 

arci amare ^) l) (a re in cifra) 

Ristantii pii 
ria quisqu 
is. amarii 

voca 2) 2) ( è dubbio se vaca o vaca deb- 

Fiilicìis ^^ leggersi. Anche il C non è 

adias. lasl chiaro, ma il senso ci manoduce) 

piiri. 3) lo. 3) (leggo perias , e credo le due 

Martia ''"^^ ^^Sni di richiamo ) 

siti. vili, 
diinarii 
maxima 

cura ferii 4) *) ( '«■ ''^ "^o"- > 

e disposti in righe metriche 

Quisquis amaft) valia(t), periaft) qui parci(t) amare . 
BestantefmJ periafij quisquis amare vocaftj. 
Felices adias , perias , o Martia , si te 
Vili fsj denarii maxima cura ferii. 
Nei passati tempi non essendo conosciute le ardue 
difficoltà delle leggende graffile, né le stranissime for- 
me di lettere in esse usate, non si tentò più avanti una 
intera lettura , bastando solo d' aver riconosciuto in 
queir aperto volume contenersi uno scritto in carat- 
teri romani , e corsivi. GARRuccr, 



P. Raffaele Garrucci d.c.d.g. 
GiDLio MiNERviM — Editori. 



Tipografìa di Giuseppe Catàneo. 



BILLETTIIVO ARCHEOLOGICO MPOlITAm 



NUO\A SERIE 



jyo 2. 



Luglio 1852. 



Nuove scoperte in Napoli , con la notizia di una nuova fratria. — Lamina di Amino. — Iscrizioni 
di Capua (S. Maria). — Iscrizione cristiana di Pozzuoli. 



Nuove scoperte in Napoli , con la notizia 
di una nuova fratria. 

Nello scavare le fondamenta delle fabbriche perti- 
nenti al conservatorio di S. Filippo e Giacomo , ad 
oggetto di fortificarle per nuove costruzioni, s'imbat- 
terono gli artefici, a sette palmi sotto il più basso li- 
vello di queir edifizio, ia alcuni ruderi ed in un gran 
piedestallo di marmo. A poca distanza , ed allo stes- 
so livello sopra indicato , incontrossi una strada la- 
stricata di pietra vesuviana, che forse nou apparten- 
ne a' tempi dell' antica Napoli , ma fu per avventura 
rifatta sulla più antica strada in epoca posteriore. 

I ruderi , de' quali sopra ho parlato e che solo in 
parte sono visibili , per essere ingombri dal sopra- 
stante edifizio , sono di opera reticolata : veggonsi 
due muri, che costituiscono un angolo all'estremità 
di qualche particolare edifizio , che più e più si e- 
stendeva. 

Poco lungi da' muri medesimi trovossi , ove tut- 
tora esiste , il piedestallo di marmo , poggiato sopra 
un pavimento di breccia rossa: e questa circostanza 
unita a quella di essersi ancora rinvenute alcune la- 
stre di bianco marmo , che servirono forse di rive- 
stimento a' muri , ne accresce la idea della sontuosi- 
tà dell'antico edifizio. Il piedestallo è ben cinque pal- 
mi di altezza: vi è l' ornamento di una semplice cor- 
nice di elegante stile , che Io fregia nella parte supe- 
riore e nella inferiore; e solo la parte posteriore, che 
dista alcuni palmi dal muro , è perfettamente liscia ; 
nel laterale destro della pietra , circa mezzo palmo 
distante dal muro , che Io costeggia , è scolpito un 

ANNO I. 



piccolo disco patera con umbilico nel mezzo ; l' al- 
tro laterale non è visibile, perchè non per anco sgom- 
bro dalle fabbriche vicine. Nella parte anteriore leg- 
gesi una greca epigrafe, intorno alla quale è 1" orna- 
mento di una gola dritta. La larghezza , e la profon- 
dità della pietra è senza la cornice palmi 2 ed 8 de- 
cimi; colla cornice palmi tre ed un decimo. 

La epigrafe , di caratteri di bella e grandiosa for- 
ma , è la seguente : 

AKAATAION- 
A P P I A N O N 

T n A T O N 

TON • ETEPrETHN 

KPHTONAAI 

I punti sono triangolari, ed è notevole cheoegl'in- 
cavi delle lettere veggonsi in alcuni siti tracce del 
minio , di cui era stata dipinta tutta la iscrizione; dei 
che si ha ricordanza in altre napolitane iscrizioni. 

La prima cosa , e la principale , che a noi si pre- 
senta è la voce Kpr)TovSct(; nella quale parmiindubi- 
tato doversi ravvisare una fratria napolitana, che aoa 
era ancora comparsa. Il finimento della stessa è si- 
mile a quello di moltissimi demi attici (Ross, dieDe- 
men von Attica colle annotazioni del Meier , Halle 
1846 pag. 110 e seg. ) , e di varie altre fratrie già 
note della nostra città. Tra queste ultime sono gli 
Et'/ArjXsiSai , gli Ei/voo-TSfSa/, i IlavyiXsfS'ai , o Uoi.j- 
xXitho^i, e se sono da ammettere i contrastati Eutx-i- 
à«( ; a' quali vanno aggiunti i Siujrrx.'Sv.t , messi fuor 
di dubbio dalla vera lezione assicurata giàdalcomm. 
Avellino sul marmo originale ora nel real museo 

borbonico (v. bullelt. arch. nap. an. I p. 22 eseg. ), 

2 ■«- 



— 10 — 



ed i nostri Kpr-rov^*;. Or siccome di altre fratrie, così 
ancora di questa, non si mostra facile la derivazione: 
il che non dovrà parere raaraviglioso a chi conside- 
ra il numero sterminalo de' demi Attici , fra' quali 
moltissimi ci offrono una ignota origine. I nostri Crc- 
tondae, paragonahili per lo finimento ad altri greci 
nomi X«p6<^>c)*>, 'E-TTry-ixivóy^cts, derivarono per avven- 
tura danno sconosciuto Cretone, (o Cratonc), del quale 
nulla dicono le antiche tradizioni; giacché non saprem- 
mo pensare a' Cretesi , tuttoché siano ben conosciuti i 
loro slabilimenli in Siciha e nell'antica Italia (Hoeckh 
Kreta voi. 2 pag. 372 e segg.). Egli è certo che cia- 
scuna fratria aveva un particolare edifizio , ove riu- 
nivasi pel sacro culto e pe' conviti , principali occu- 
pazioni de fralori : questo edifizio dicevasi appunto 
(Ppr,Tpsrov (Ignarra de Phratriis p. 63 e 170): e senza 
dubbio le diverse memorie messe o ad uomini bene- 
meriti , ovvero a divinità dalle differenti fratrie, col- 
locavansi nell' edifizio proprio di ciascuna , che nelle 
napolitaoe iscrizioni vien chiamato ancora ^parpict. 
Per tal motivo io son di opiuione che l' edifizio , di 
cui rimangono i ruderi intorno alla iscrizione de'Kpr,- 
TCvS«( , sia da riputarsi il (pp-f]rpùov di questa antica 
riunione: e solo ci duole che la difficoltà dello sca- 
vo , ed il pericolo delle fabbriche superiori impedi- 
scano di studiare una costruzione , che potrebbe da- 
re una esalta idea di somiglianti edifizii. 

I Cretondae nella nostra iscrizione onorano un ma- 
sislrafo romano , che dicono loro benefattore. Non è 
improbabile che questo personaggio frequentando 
Napoli , secondo quel che dice in geneiale Slrabone 
de' Romani aff/xsKCi (^tXox,ujpov'yt , xct,] ^wffiv a.ùri>Si 
(lib. V. p. 378 cf. Martorelli de reg. ih. edam. p. 
436 e seg. ), abbia avuta occasione di mostrar la sua 
benevolenza a'componenti di quella fratria. Un esem- 
pio perfettamente simile ci si presenta dal marmo de- 
gli Artemisii che onorano L. Crepereo Proculo TON 
lAlON EYEPI^ETHN; nel quale occorre ilfonfron- 
lo delle medesime espressioni adoperate nel nostro 
marmo (fgnarra de Phratriis p. 1 50). Il console, cer- 
tamente suffetto, M. Claudio Arriano, che dicesi be- 
nefattore de' Cretondae, è perfettamente sconosciuto, 
anche al dottissimo Borghesi , che me ne ha scritto 



ne" seguenti termini » Posso assicurarla che L. Clau- 
dio Arriano è sconosciuto non solo fra i consoli, che 
finora hanno trovato luogo ne' fasti , ma anche fra i 
quasi seicento suffetti, die ho raccolti nelle mie sche- 
de. Ilo praticato pure delle ricerche nelle lapidi e ne- 
gli scrittori , ma indarno : onde ho il dispiacere di 
doverle dire, che né della sua casa, né di lui, né del 
tempo iu cui visse ho alcuna notizia da sommini- 
strarle ». Non abbiamo dunque alcun ajuto per de- 
terminare l'epoca precisa del monumento: nondi- 
meno tenendo conto della eleganza de' caratteri della 
nostra iscrizione , non che delia semplicità dello sti- 
le in cui vedesi concepita , mi fo a conghietturare , 
che il marmo non oltrepassi l' epoca degli Antonini , 
alla quale appartengono altresì quasi lutti gli allri 
marmi napolitani finora conosciuti. 

Noi abbiamo reso conto di questa interessante sco- 
perta in una particolare memoria letta alla reale Ac- 
cademia Ercolanese , nella quale presentammo pure 
alcune ricerche sulle fratrie napolitane. L' Accade- 
mia, a nostra istanza, richiamò su questo importan- 
te monumento di patria aniichilà l'attenzione dell' Ec- 
cellentissimo sig. Principe di Bisignano Soprantenden- 
te generale della Real Casa : e siamo sicuri che il 
piedestallo de' Cretondae si vedrà quanto prima col- 
locato nella raccolta epigrafica del Real Museo Bor-^ 
bonico, della quale dovrà riputarsi uno de'principali 
ornamenti. 

MiNBRVI.M. 



Lamina di Amino. 

PA • VI • PACVIES • MEDIS 
VESVNE DVNOM DED 
CACVMNIOSCETVR 

Se gli antichissimi dialetti italici debbono conchiu- 
dere gli argomenti intorno alle origini primitive de- 
gli Italiani , come è ragionevole , ognun può vedere 
da sé quanto importino gli sforzi, che pongono i dotti 
in ispianare l' intelligenza dei monumenti. Non può 
negarsi che da qualche lustro siasi mollo progredito 



— 11 — 



in questi rccondili sliidii , ma sarebbe ridicolo il so- 
stenere che poco resti ad investigare. Gli stessi mo- 
numenti , dai quali si fa originare quella qualunque 
dottrina , che giuoco forza è necessario concedere ai 
provetti investigatoli , non siam poi sicuri , clie sia- 
no fedelmente trascritti. Spesso le copie discordano 
sia per la forma delle lettere , sia per la verità della 
ortografia , e delle parole, sia per la integrila slessa, 
dovendosi riportare alla diligenza di chi non conob- 
be nò la necessità di dubitare , ne l' importanza di 
certi particolari, che son palesi a coloro, i quali do- 
minano nella scienza delle investigazioni. Quindi vie- 
ne, che vi sia mestieri di ritornar sugli stessi monu- 
menti non a dilucidarli soltanto, che sarebbe conve- 
niente , ma a rettificarne per sino la prava lezione. 
Noi non sappiamo abbastanza raccomandare a coloro, 
ì quali trovandosi sopra luogo desiderano proccurar- 
si la intelligenza delle patrie memorie, di fornirci, per 
quanto è in loro potere, diligentissime copie di (luei 
monumenti , che vengono alla luce , onde non siano 
mal fondate le osservazioni , che pur ci convien fare 
intorno ad essi. Darò qui intanto principio ad una se- 
rie di monumenti italici primitivi , veduti e trascritti 
da me nei viaggi intrapresi da qualche tempo per ogni 
parte del Regno, onde assicurare con esattezza la dif- 
flciìe storia dei tempi antichissimi , le origini dei po- 
poli , e la topografia. 

Il De Sanctis nel suo Amino municipio dei Mar- 
si, e poscia il Romanelli [Topogr. T. III. p. 224) di- 
mostrarono nella moderna Città d'Antino l'antico mu- 
nicipio .4Hn'num Marsorum, ignoto ai precedenti Geo- 
grafi ; onde venne spontanea la correzione di Attina- 
tes in Antinates al luogo di Plinio libro III. II. N. e, 
XM. Il sig. D. Francesco Ferrante di primaria ed 
illustre famiglia, uomo commendevolissimo per dot- 
trina , aveva somministrato al De Sanctis il materiale 
per quel suo lavoro , trascrivendo esattamente le la- 
pidi di Antino , che egli veniva raccogliendo in sua 
casa, onde profittò eziandio il Romanelli, che ne fa, 
come era dovere onorevole memoria. Questo scrit- 
tore mai non andò in Città d' Antino, né dopo di lui 
alcun altro , onde sarò io il primo ad assicurare la 
esattezza del Ferrante veramente maravigliosa a quei 



tempi di trascriver lapidi. Dobbiamo ancora a lui la 
notizia, e le varie copie della celebre lamina, di che 
è parola, posseduta tuttavia dall'onorevole ed eru- 
ditissimo Sig. D. Antonio Ferrante figlio ben degno 
di tal padre , che l' ha giustamente carissima , della 
quale darò il facsimile nella tavola III. 

Degli illustratori diversi , chi più chi meno ha 
progredito nella interpretazione di questa arcaica leg-. 
genda. L'ultimo il prof. Mommsen si arresta al DEI), 
fin dove dice sicura l'intelligenza, più oltre non ten- 
ta. È poi il primo ad assegnare questo monumento 
alla lingua Volsca , nella quale si conosceva finora 
scritto il solo bronzo di Velletri , togliendolo cosi sia 
agli Osci prescelti, come pare, dal p. Secchi {Descriz. 
d' alquanti Etruschi arredi in oro. Roma 1846. p. 
1.^. Bull. Archeol. n. 1. II.), sia ai Marsi , ai quali 
viene comunemente attribuito da altri. La ragione 
potissima di farlo e , di avere stabilito , che ove gli 
Osci aggiungono al prenome e nome proprio il pre- 
nome del padre, per esempio Marcus Pontius Publii 
f fdiusj, ìYohci invece antepongono, dic'egli, il pre- 
nome del padre al nome del figlio, così : Marcus Pu- 
blii ffiliusj Pontius. La quale sua dottrina egli va ap- 
plicando alla lamina di Antino , ove trova Paquius 
Vibii (filius) Paccius , siccome lo aveva trovato pri- 
ma nella lamina di Velletri. Or tutto questo nuovo 
metodo di assegnazione suppone, se non m'inganno, 
come dimostrato , che tanto nella lamina di Velletri 
i nomi Cosulies, Tafames, quanto in questa di Antino 
Pacuies siano indubitatamente nominativi singolari ; 
onde si debba necessariamente conchiudere, che idue 
prenomi non riguardano due persone di uno stesso 
nome , ma una sola , lo che parmi arbitrario. Che 
dovendosi in tali materie procedere per via di con- 
fronti , ed essendo ignorale le desinenze volsche con 
che distinguevano i singolari e i plurali , il più che 
ci si permette è di ragguagliarle ai vicini dialetti del 
Lazio. 

Nei quali gli esempi per fermo dimostrerebbero , 
che le desinenze in lES sono anche, auzi più ordina- 
riamente, delle forme plurali. Lo che posto, egli è ma- 
nifesto, che la teoria dell' uso volsco di preporre il 
prenome del padre al nome della gente, uoa tiene, 



— 12 — 



Certamenle in uno scudetto votivo di bronzo del Chir- 
cheriano leggesi SEX • Q • VESVIES • Q • SEX • F • 
DD , che son ciiiaro i due Vesvii Sesto, e Quinto, fi- 
gliuoli di un Quinto l'uno, e di un Sesto l'altro, che do- 
nano Donum danl quel piccolo busto di Pallade fer- 
mato ivi sopra. Da un' ara trascrisse il dottor Lupac- 
chini quest'altra leggenda, e la regalò all'Aulinori, fra 
le schede del quale la ho trovata con questa indicazio- 
ne, in villa Caesae non longe ab Amiterno in Domo sa- 
cerdods Curali apnd DD De Al forno exscripnt Lupac- 
chini. LP MODIESCFHDDL-M Cioè Lucius Pu- 
llius Modies Cai filli Hcrculi Donum Dederunt Liben- 
tes Merito. Il Borghesi notò nelle Osservazioni nu- 
mismaiiche [iec. VII. p. 200. Giorn. Arcad. Tom. 
12.) il L- C • MEMMIES, Lucius Caius Memmies delle 
monete familiari, e richiamò a tal proposito il Q.M. 
Minucieis Q. F. Rufeis Cognoverunt della tavola dei 
Velurii , e dei Genuati (Grut. 204.) ove mostrasi in- 
tero il dittongo EI invece del semplice E delle pri- 
Bìc. Qui stesso a Massa dei Marsi Ire fratelli Eren- 
tiii diconsi P • T • SEX • IIERENNIEIS ■ SEX • F , ed 
in Sora A -PVEPiTVLEIElS, ambedue egualmente 
fratelli. Ciò posto , chi può vietarmi di leggere PAcvius 
\lbius PACVIES , e nella slessa lamina Veliterna a 
maniera di esempio E<en'ws. SEcùts. COSVTIES , 
MMns. CMus. TAFANIES? Che se a taluno può far 
«iiflicoltà , che neir Aniinate uno dei due si nomine- 
lebbe ripetutamente Paquio, Paquius, Paquius; viea 
presto a rassicurarlo questa lapida marsa , letta già 
in Piscina sul Fucino e trasmessa all' Antinori 
IP • PACCIVS • PAC • F • DEMIO • MONVMENT 
EX • TESTAMENTO FACTVMESTARBITRATV 

LIBERTORVM 
e la venosina Q -OVIVS -OV . F. Lupoli. It. Venus. 
p. 338. 

Conchiudo adunque , che la legge della colloca- 
zione dei prenomi non ha peranco sostegno alcuno 
sicuro. Ai due Paquii dassi l'aggiunto MEDIS nome 
del magistrato presso gli Oschi , i Vokchi etc. che si 
era veduto finora sui monumenti Oschi, Volschi , e 
Lucani come altri hanno osservato prima di me , e 
r ho notato ancor io nella Iscrizione Osca Pompeia- 
C3. Napoli 1851. p. lo. Qui però ha come un solo 



S , così un D, nel che gli fa buon riscontro la forma 
plurale non accorciata Medikeis della citata lapida 
viaria Pompeiana. 

Intorno alla VESVNE , lasciando slare , che alcu- 
ni r bau creduto una novella città marsa , egh non è 
chiaro per me che sia proprio la Dea Feronia, sic- 
me altri vorrebbe. Le desinenze in NA così nelle dee 
Vacuna , e Fortuna, come nel nome della sibilla Al- 
huna non inducono certo allo scambio in NIA, né io 
avrei allro che conghietture da opporre a conghiel- 
lure , onde me ne rimango. 

Vesunae Donum Dederunt è il significato sicuro 
della linea seconda, e lo scambio dell'O in V ricorda 
da un lato FORTONA per Fortuna inciso in un ala 
di bronzo illustrala dall' Avellino. [Bull. Arch. Nap. 
T.Vl.p.90), e l'eolismo della o in v, di chel'Ahrens 
De Dial. Aeol. p. 97. 98. 

La terza linea letta così , come è nell' originale , 
dividesi in tre parole separate da punti CA • CVM- 
NIOS • CETVR, onde il CA a me sembra un preno- 
me , e CVMNIOS il nome proprio Cuminius, o Co- 
minius. Lo stesso prenome in due iniziali occorre! 
nella lamina Veliterna MA • CA • TAFANIES , che: 
ho spiegalo più sopra Maius , Caius, Tafanici (Ta~- 
fanieij,encì pompeiano graffitoCA-RVSTlO-ACVST,, 
di più in piedistallo dei Liguri BebianiC A MARTIO. 
SATVRNINO [Mon. Lig. Baebian. p. 30fol.), inuna 
lapida IserninaALFI A ■ CA • LHILARA [fst'. d' Iser- 
nia p. 161.) in altra pubblicata dal Cupero CA -TI- 
TIVS • SEDVLIVS [Thes. Poi. T. II. col. 250). Su' 
Cumnios non mi trattengo, non facendo mestieri pro- 
vare con esempi lo scambio dell' VS finale con OS 
e mi rivolgo al terzo vocabolo che termina tutta Ve- 
pigrafe , CETVR. Se i due Paquii , Paquio , e Vibi( 
hanno fatto un dono alla Vesuna , sarà questa un 
lamina votiva, essendo dimostrato che Donum oDo 
noDedit siaformola conveniente ai sacri donarli. Ch 
vi farà qui adunque Caius Cominius ? Quello stesso 
che nella votiva di Trasacco Salvio Magio figliuol (f 
Stazio , e Paccio Anaiedio figliuol di Stazio QVEIS 
TORES. L'iscrizione è pubblicata del Mommsen, e 
darò io in altro luogo interpretata. Ora importa 
confronto, che ne viene in vero assai opportuno. P« 



— 13 — 



rocche dopo il VECOS • SVP'N VICTORIE SEINQ 

DONO DEDET che chiude la forinola, seguono i no- 
mi di due magistrali QVEISTOHES. Onde io mi per- 
suado che anche ncU' Aniinale il Caio Cumioio vi stia 
allo stesso modo , e che però convenga nel CETVR 
cercare un significato analogo di magistratura. Che se 
io paragono il CETVR al Ce(!<«n'o, che par si dovesse 
arcaicamente dir CENTVR, siccome per asserzion di 
Pesto conosciamo , che il Decurio dicevasi Decur, e 
tolto la N , CETVR ; trovo , che nel!' antica Roma 
il Centurione era la stessa persona che il Curione , 
dichiaralo da Giovanni Lido essere 6 rùiy li^w iffov- 
TiffTTiS (De Maq. I. q. cf. Gervasio /scr. (/<"< Lucm p. 
86. seg. E senza ciò , non vedo alcuna difficoltà di 
ammettere una magistratura di tal nome in Anlino 
a cui fosse annessa la cura del tempio della Vesuna, 
siccome ai Questori del santuario della Vittoria sul 
Fucino. Sia poi loro commessa solo la cura delle 
cose sacre , o nò, io non decido , né se dehbano ri- 
putarsi eponimi siccome il Fratriarco (cf. Meier Gentil. 
Atl. p. 11). Nei quah due casi non sorprenderà un no- 
minativo specialmente dopo il confronto dei Queisto- 
res , ove si sarebbe aspettalo un ablativo , poiché 
oltre a ciò, v'è anche da citare alcuni frammenti di 
fasti municipali edili dal Pighio 1' uno , (v. Avellino 
Opusc. T. II. p. 2o7), e dalRemondiniTallro, (/s/or. 
Noi. p. 43) , ove i consoli si leggono in nominativo, 
né il Borgesi si rimase perciò dall'opinare nel MCA- 
ESO G A LLIVS graffito su d'un vasellino romano tra 
i molti scoperti a S. Cesario , nomi di consoli , per- 
chè gli risultava una coppia di consoli in Nominati- 



vo. Laonde tutta la leggenda , che io non credo né 
Marsa , né Osca, né Volsca, ma di un latino parlalo 
fra i Marsi in Anlino già Municipio Romano, dovrà 
interpretarsi cosi : 

Paquius Vibius Pacvii Meddices 
Vesunae donum dederunf. 
Caiits Cominius Centuria 

Garrcccj. 



Iscrizioni di Capua fS. Maria). 

Tra le scoperte di gran momento per la storia di 
Capua debbon riporsi due iscrizioni , delle quali una 
copia diligente mi recò l'erudito sig. Abaie D. Santo 
Basliani , ottimo mio amico. S. Prisco è villaggio ben 
accasato due miglia di là da S. Maria di Capua verso 
la Tifata. Ivi alla Croce Santa, e propriamente nel ter- 
ritorio del sig. Bonaventura Natale d' iufra gli avanzi 
di antiche fabbriche sepolte un dieci palmi sotterra fu 
cavato un parallelepipedo di calcarea tenera con leg- 
gende su due lati. Al conladino parve questa troppo 
gran mole , e da suo pari la spezzò iu cinque parti , 
onde trasportarla commodamenle alla sua casa in S. 
Prisco. I pezzi nondimeno facilmente si ricompongo- 
no, con qualche perdila di lettere nei nomi; è peral- 
tro dispiacevole, che se ne sia recentemente smarrito 
uno, onde resta oscuro qual monumento i maestri del 
pago avessero costruito. Eccone la doppia leggenda. 
Dal lato più stretto dice : 



NE- FABER • M • FISIVS C • F • M • VIBIVS r 
SIVS • ST • F • M • BAIBILIVS • L • F • TI HOSTIV 
CuneOS ■ DVOS • IN TEATRO • FACIENDOS • COI 
Dall' altro lato che é il più largo. 

CM- VS • CN • P 

MC/DELIVS • C • F. 

M IIE-CIDIVS • M • F 

L DECVMIVS NF STAR 



ALFIDIVSLFSTRAB 
MPANDIVS ME 
P OCTAVIVS • P • F 
C CORNELIVS C F SAP 

HEISC • MAGISTR . EX • PAGEI • SCITV • IN • SERVOM 

P • CORNELIO • LENTVLO CN AuYimO 



M PONTIVS M L S.\L 
A OCRATIVSMLALEX 
CHOSfIVSMLHERM 
ARVBRIVSAFPRAEC 

IV.NONIS ■ GAVR ■ AB TrVLE//// 

ORESTE • COS M M//// 



u — 



Il consolato di Publio Cornelio Lentulo, ediGneo 
AuQdio Oreste ci determinano l'epoca della seconda 
iscrizione, la quale è posteriore alla prima dicaralte- 
ri più vetusti. Pare anche evidente che della prima sia 
pei venula a noi solo la seconda metà, nella quale leg- 
gansi i nomi di sei Maestri, i quali da tutte le lapide 
dei villaggi posti nel teuimento privato dell'antica Ca- 
pua rileviamo , che furono costantemente dodici. V. 
Borghesi presso il FurlanettoLap.diEstep. 14. Adun- 
que questo frammento di lapida fu già tolto da un 
anteriore edifizio, che ci si dichiara nella iscrizione es- 
sere stalo un teatro, onde essere convertito ad un se- 
condo uso probabilmente sacro , perchè relativo al 
culto di Giunone. Che se la lapida del R. Museo illu- 
strata dal Mazzocchi presso il Daniele (Xum. Capuana 
p. 101. se^g.) ove è parola di una rifazione del porti- 
co appartenente al teatro del j)aO'^'s Hemdaneus , fu 
trovata in Recali , villaggio discosto dalla moderna 
Caserta un miglio e mezzo , egli è manifesto , che il 
teatro di che ci parla questa nuova iscrizione scoperta 
in luogo cosi lontano dal primo, sia diverso da quello. 
Avremo quindi guadagnato di conoscere meglio la 
condizione di questi paghi , ossia villaggi dell' Agro 
Capuano, nei quali tanta mole di fabbriche pubbliche 
aveva trovato luogo nei tempi anche più remoti , e 
propriamente in quei due secoli sesto e settimo di 
Iloma , nei quali si condannavano in Roma i teatri di 
pietra come inulili e perniciosi ai pubblici costumi (Epit. 
Liv. Lib. XLVIII). Così anche gli anfiteatri furono co- 
struiti prima fuori , che dentro Roma , ed in Capua 
slessa r anGleatro , ed il teatro veggiamo essersi tanto 
più rccculi di quello che i teatri pagani. Se non che 
questo medesimo lusso pagano dovea risultare dalle 
severe misure adottate dalla Repubblica Romana in- 
t jrno all' antica Capua dopo la seconda guerra puni- 
ca , quando ne distrussero ogni autonomia, riducen- 
dola a prefettura, (v. Liv. L. XXVI. e. 16), e con- 
servandone gli edifizii ut essel aliqua aralorum sedes ! 
1 uuovi padroni dei campi, non avendo omai più ra- 
gione di preferire tal città, sul terreno loro assegnato 
stabilirono loro dimora, onde in breve sorsero i pa- 
ghi, ed in questi gii edifizii pubblici destinati al culto, 
ed alle feste popolari. Avevamo finora conosciuto un 



nome di pago tolto da Ercole, paguslhrculanem.na 
aldo da Giove , pagus lovius, onde la Venere che vi 
aveva culto traeva il suo appellativo di Venere Giovia. 
(Mominsen Inscr. Neap. 3561); e per questo nuovo 
pago che dà alla Giunone l'aggiunto GAVRana ci fa 
credere, che si chiamasse appunto cosi, pajtfsGoMrus, 
o Gatiranus, nome non nuovo in Campania, ove era 
celebre il nemorosus palmite GawrMS (Slat. L.III. carm. 
1. V. 147). 1 Maestri pagani furono tal volta soli in- 
genui , tal altra liberti, o servi : unico era l'esempio 
delia lapida di S. Severo, ove si leggano sei ingenui, 
e sei liberti, e questi in secondo luogo, siccome fu al- 
trove da me osservalo in proposito di un antica la- 
pida puteolana (nel Bull. Nap. T. V. p. 114). Ma il 
sig. Mommseu ha giudicato falsa questa lapide, o al- 
meno titulum mihi quidem admodum suspeclum , dice 
egli, precipuamente perchè in his nunquam recensenlur 
magistri , nisi aut ingenui, aut libertini omnes, contra 
in hac ingenui sex totidemque libertini. (Momm. I. N. 
3563 ). A toglierlo da tal opinione , viene bene a 
proposilo il mio titolo di S. Prisco con nove ingenui, 
e tre liberti , e questi ancora seguiti da un ingenuo. 
Il Mazzocchi aveva divinato da suo pari che nella Gru- 
teriana XXI , 1 1 la formola EX • SITV • PAGI do- 
vesse emendarsi EX • SCITV . PAGI , dando cosi 
alla legge dal pago Ercolaneo l'appellazione di Pagi- 
scilo: Ex hac vocula SCIVIT, die' egli, vides non ini- 
merito legcm , qua de commentamur, pagiscitum posse 
appellari. In Legera Pag. Pagi Hercul. Comment. p. 
103. ap. Daniele N. Cap. I ; e la nuova lapida ci dà il 
Pagi scito, EX. PAGEI • SCITV, appunto come egli 
aveva opinato. Aggiugne la lapide, che tal pagiscilo 
fu fatto IN. SERVOM • IVNONIS • GAVRI servi 
delle deità pagane eran tenuti in forza della loro con- 
dizione a sostenere le spese dei sacrifizii, e delle feste, 
il quale non fu costume solamente greco (v. Cic. Di- 
vin. in Ver. e. 17, ed ivi Grevio), ma diffuso ancora 
fra popoli Italici. In Latino dicevansi perciò Marlia' 
Ics i ministri publici Martis, ei dea veteribus instilutis 
religionibusque Larinatium comecrati (Cic. prò Cluent. 
e. 15). Può presumersi che un servo giunonio del 
pago Gaurano debba essersi fatto reo di alcuna tra- 
sgressione od omissione , onde ne fosse condannato 



— 15 — 



(lui pago ad un ammenda, e i maestri pagani venisse- 
ro incaricali a spendere quel denaro in fabhriclie di 
giunta o di restauro del lem|)io medesimo. Ed io son 
certo , che ciò avremmo dovuto leggere nell' ultima 
parte di questa linea, se ci fosse conservata. 

Le lettere AR • • • •TVLE e nella seguente i due 
M ••• M daranno luogo a conghictiure , fra le quali 
forse potrebbe pigliar luogo ARAM (Am inmon)Or- 
TVLER EF WOERVM REF. Le due ultime lette- 
re della prima liuea sono logore , e lo spazio che ri- 
mane dopo di questa e della seguente linea potrebbe 
avei- contenuto le lettere , che il supplemento richie- 
de. La formola apparisce più accorciata del solito in 
HEISC in MAGISTR, e ciò non ostante vi fa biso- 
gno di occupare anche lo spazio che rimaneva allato 
al COS. Qui non veggo però alcun richiamo , sicco - 
me gli ho notali il primo in altre lapidi del medesimo 
stile, (Iscriz. di Salerno p, 5.) la quale osservazione 
accetta ora il sig. Mommsen nei suoi corrigenda alle 
Inscr. Neap. p. XXIV. n.3561. 3564. È da avverti- 
re che come il pagiscito imitava il plebiscito roma- 
no , così al Senatus consulto , o al decreto dei decu- 
rioni municipale corrispondeva il decrelum pagano- 
rum pagi , avendo già notato il Borghesi presso il 



Furi. (Lap. di Esle p. 16,17,) che ì pagani pagi sono 
la stessa cosa, che i magi^ilri pagani. Dal consolato di 
P. Cornelio Lenlulo e di Cneo Aufidio Oreste, che ap- 
partiene al 683, risulta, che lo stato dei paghi cam- 
pani si conservò eziandio dopo la guerra sociale nel 
piede di prima , non avendo mutata condizione Ca- 
pua, dopo la seconda punica, né per la colonia Grac- 
cana del 621 che bisogna ammettere col Giovenazzi 
(Aveia p. 83. segg. ), né per la posteriore di Siila. 

Garrucci. 



Iscrizione cristiana di Pozzuoli. 

Da pochi giorni soltanto iia veduta la luce in Poz- 
zuoli la seguente epigrafe cristiana incisa in una la- 
stra di bianco marmo, e rinvenuta presso un sarcofa- 
go anche di marmo. In quanto al silo del ritrovamen- 
to , rilevo dalle notizie fornitemi essere pieno di an- 
tichi sepolcri più o meno nobili ed ornati : la quale 
osservazione potrà dar luce alla migliore intelligenza 
di alcuni punti difficili della iscrizione. Essa dice 
cosi: 



C. NONIVS. FLAVIANVS 

PLVRIMIS ANNIS ORATIOMBVS PETITVS NATVS. VIXIT ANNO VNO 

M. XI. IN CVIVS HONOREM BASILICA IIAEC A PARENTIBVS ADQ VISITA 

CONTECTAQVE EST REQVIEVIT IN PACE. XVIII. KAL lAN. 



Bellissimo ed elegantissimo è il dettato della iscri- 
zione, abbenchè si appalesi, anche per la forma de' ca- 
ratteri , del quarto o quinto secolo. È notevole osser- 
vare il prenome di Cajo attribuito a Nonio Flaviano; 
quantunque non sia nuovo ritrovarci prenomi segna- 
ti nelle iscrizioni di epoca posteriore. Tutta cristiana 
è la frase ORATIONIBVS. PETITVS: essendo trop- 
po noto incontrarsi sovente oratio ed orationes nel si- 
gnificalo di preghiera, nella versione fatta da S. Gi- 
rolamo de' libri Santi. Tra* molti , non sarà fuor di 
proposilo citarne qui alcuni esempli tratti dal Nuovo 
Testamento — Hoc autem genus non ejicitur ni^ per 
orationem d jejunium ( Mallli. e. XVII , 20 ) — ... 



in oralione et jejunio (Marc. e. IX, 28) — Et erat 
pernoclans in oralione Dei [Lue. e. VI , 12) — ... et 
rum flesmj surrexisset ab oralione ( Id. e. XXII , 
45. ) — Elia? oralione oravit. ut nonplueret su- 
per lerram ( B. lacobi ep. Cath. e. V, 17 ) — Hi 
omnes erani persercrantes unanimiler in oralione ( Act. 
A post. 1 , 14 ) — Ed al plurale : Orationes tuae, tt e- 
Icemosynae tuae adscendcrunl in memoriam in con- 

speclu Dei (Act, Apost. e. X , 4) — ut adjuve- 

lis me in orationibtis veslris prò meadDeum(PMÌ. ad 
Roman, ep. e. XV, 30): ed ora^toncs sanc/onm leg- 
giamo nell'Apocalisse (e. V, 8). Né mancano gli e- 
sempli nelle iscrizioni cristiane: cosi: in oralionis (sic) 



— 16 — 



tuis rogei prò nobii è nella epigrafe di Gentiano( Ma- 
rini Arvali p. 362); ed oradonem orate prò me pecca- 
tore io altra iscrizione presso il Muratori (p. MCML- 
XVIII n. 4 ). Segue nella iscrizione di Flaviano - IN 
CVIVS HONOREM BASILICA HAEC A PAREN- 
TiBVS ADQ VISITA CONTECTAQVE EST. Per ben 
coBìprendere il signiCcalo dell' intero senso , bisogna 
determinare la intelligenza della parola BASILICA. 
Non può certamente darsi a questa voce la signiOca- 
zione di un ampio edifizio desliuato al sacro culto: in 
fatti strano sarebbe l'immaginare che una vera Basi- 
lica cristiana fosse in quel luogo edificata in onore del 
piccolo Flaviano, il quale non essendo un martire non 
poteva meritare una simile distinzione. A ciò si ag- 
giunga che la Basilica della nostra iscrizione non di- 
cesi edificala, ma bensi comperata (^adgfiwsiìay) da' geni- 
tori di Flaviano. Non può adimque dinotare un tem- 
pio, che era possibile acquistare per ridurlo a sepol- 
tura di un fanciuUino. 

Ne' cimiteri di Roma è frequente incontrare umili 
tombe di privati , non che grandiosi sarcofaghi con 
bassirilievi e ricchissimi fregi ( vedi Aringhi Roma 
subterranea ) ; e merita una particolare menzione il 
magniCco sarcofago marmoreo di Giunio Basso (Dio- 
nysius vat. Basii, cryp. mon. tab. LXXX ; Aringhi 
Moma subt. lib. 2. e. 10 p. 275; cf Bottari nelle 
spiegazioni t. l p. 35 seg.). Occorre pure nelle iscri- 
zioni memoria di queste sepolture nelle Basiliche.Cosi 
ritrovasi : 

GAVDIOSA DE 

POSITA IN BA 

SlUCA DOMNI 

FELICIS ANNORVN 

(Murator. p. MDCCCLXXVIII n. 8). 

Ed altrove. . . DEPOSITVS IN BASILICA SAN- 

CTOR 

NASARI ET NABORIS ( Id. p. MCMLVI n 6 ). 

Cosi in altra iscrizione del cimiterio di S. Balbina 
leggiamo: (Id. p. MCMLXX n. 2). 



FELIX FASTINIAN 
VSEMIT SIBI ET VX 
ORI SVAE FELICITATI 
FELICI FOSSORI 
IN BALBIMS BASILI 
CA LOCVM SVB TE 
GLATA SE VIVVM 
In questa ultima epigrafe si fa menzione del /bs^or, 
che avea l' ufficio di scavare i loculi per sopellire i 
cadaveri , a pattuita mercede. Vedi altri esempli ia 
Aringhi ( Roma suht. t. II p. 283 ) , in Fabretti ( p. 
739), ed in lacuzio [Bonusae et Mennae Ut. p. 45). 
Nella nostra iscrizione non dicesi acquistato unluogo 
nella basilica, ma la òasiV/ca stessa in onor del defunto. 
Quindi io son di opinione che Bas//jca sin da quel- 
r epoca , in cui la nostra epigrafe fu dettata , indica- 
va un sepolcro o sarcofago appartenente a cimitero 
cristiano. A me sembra che in questo medesimo sen- 
so trovisi adoperala tal voce da S. Girolamo. Il san- 
to Dottore {epist. ad Heliod. XXXV p. 272 t. IV e- 
dit. Paris. MDCCVI ) facendo le lodi di Nepoziano 
monaco e presbitero , dice fra le altre cose , « Baii- 
licas Ecclesiae, et Martyrum conciliabula, diversis flo- 
ribus , et arbormn comis , vitiumque pampinis adum- 
bravil ». Poiché troviamo insieme riuniti i sepolcri 
de' Martiri ( Martyrum conciliabula ) e le Basilicae del- 
la chiesa , potrebbe probabilmente supporsi che S. 
Girolamo alludesse alle tombe annesse alla medesima 
chiesa. Comunque sia di questa nostra conghiettura , 
non sarà fuor di luogo il richiamare che in epoca po- 
steriore la voce medesima trovasi senza dubbio ado- 
perata per edicola sepolcrale: per modo che nella leg- 
ge salica è scritto ....qui twnham aut porticidum su- 
per hominem mortuum expoUaverit ...solicKs 5. Siquis 
vero Basilicam super kominem mortuum expoUaverit , 
30 solidis culpabilis judicabitur (tit. 58 §. 3, 4, 5xf. 
Ducange glossar, med. et inf. latinit, Paris. Didot 
1840 in 4" tom. 1 v. Basilica). 

(continua) MiNERViffi. 



P. Raffaele Garrucci d.c d.g. 
Giulio Minervini — Ediiori. 



Tipografia di Giuseppe Catanbo. 



BUllETTIKO ARCHEOLOGICO MPOIITA^O. 



NUOVA SERIE 



N.o 3. 



Agosto 1852. 



Tre inedite monete di A^apoli. — Tavola aquaria Venafrana. 



Tre inedite monete di Napoli. 

Non fa luogo arrestarsi a magnificare la classica 
scoperta , ed originalissima delle tre monete napoli- 
tane , che qui prendo ad illustrare. Ciascuno ama- 
tore delle antichità , e della storia patria , ciascun 
cultore delle arti imitatrici riconoscerà in questi tre 
elegantissimi gioielli , e della età più fiorente, quanto 
si debba agli studii numismatici , fonte ricchissimo 
di archeologico sapere. Al eh. sig. D. Gennaio Ric- 
cio possessore di questi bei monumenti patrii non 
debbo, che l'occasione di tanta scoperta, e gliene sarò 
sempre perciò riconoscente. Sono tre emioboli d'ar- 
gento , dei quali darò qui la descrizione , e i disegni 
nella tavola aggiunta. 

1. Protome giovanile rivolta a destra, cinta di dia- 
dema , e con corno sporgente sulla fronte, intorno 
JEPE-OOJ 

][ Figura di donna alala , sedente , con ramo nella 
sinistra che rivolgesi indietro guardando in allo : ac- 
canto vedesi un' idria rovesciata sul suolo , intorno è 
scritto [N]EOrOLlTlì[J] v. T. IV. n. I. 

2. Protome simile alla descritta nel n. 1. ed in- 
torno gli avanzi della leggenda JEPEI . . . 

j! Figura di donna sedente non diversamente dalla 
descritta al n. 1. v. Tav. IV. n. 2. 

3. Protome femminile rivolta a destra con accon- 
ciatura di capelli simile a quella, che vedesi su di al- 
tre conosciute monete napolilane, cumane, e terinesi 
intorno NEOIIOAlTHi. 

J Donna alata sedente rivolta a sinistra, v. Tav. IV. 
n. 3. 

Ayifo I. 



Si ha dunque nel dritto delle due prime monete 
una protome di giovane diademato , a cui spunta un 
corno bovino sulla fronte , e la leggenda completa 
JEPElGOJ. Questa risulta dal confronto di ambedue 
le monete, sulla seconda delle quali è JEPEI... man- 
cando il resto , perchè la moneta è priva del campo 
da quella parte , ove l' avrebbe dovuto recare scolpi- 
to, e sulla prima $EnE"0O$ , nella quale manca l'I 
per la medesima ragione. 

Stabilita la leggenda , io non tardo a promulgar 
la scoperta , dich arando che con essa ci si rivela il 
patrio fiume , il Sebeto , e vengo alle prove. Che 
questa leggenda riguardi tm fiume , lo dimostra il 
costume delle città d' Italia , e di Sicilia di figurare 
sulle loro monete le teste dei loro fiumi, o i nomi di 
essi , e talvolta 1' uno e l'altro insieme. Leggesi co- 
sì il nome del Sele e dell' His sulle monete Pestane 
AAI3M, e FlIJ.se ne ravvisa la sola protome su quel- 
le di Pesto, di Cosenza, di Lao , di Caulonia, di Noce- 
ra, di Metaponto; e l'uno e l'allro insieme sulla moneta 
di Crotone, di Catania, di Agirlo, di SeIinunle(Eckhel 
Dod. Mm. T. IV. p.3 15. Avellino Oj)Msc.T.I.p.l08. 
e n.VII. p. 144). Or qualsarà questo fiume sulla mo- 
neta dei Napolitani, se non è il Sebeto? È vero, che 
questo fiumicello non sonò così famoso nell'anlichità, 
e che fu celebrato sol dai Poeti, ed ai tempi romani , 
onde potò ometterlo Strabone, scambiarlo col Clanim 
Licofrone ; ma ciò non impediva all'antica superstizio- 
ne dei nostri avi di consecrargli un tempio, nòdi to- 
glierlo a tipo della monetazione. Perchè dunque si 
trova nominato qui JEfEIGCJ e non SHBHyoS? 
Pronunziarono così questo nome quei primi , che io 



•_18 - 



denominarono , e se è così , quando , e da chi venne 

poi detto sertiQos ? 

Qui io invece di chiamare ad aiuto le lingue india- 
ne, e le colonie fenicie, dando luogo a ben arbitrarie 
congetture , piuttosto confesso di non saperlo ; e mi 
limito solo a dire , che , sembrandomi averlo dovuto 
i Greci nella lingua comune scrivere , e pronunziare 
ÌHBH0O5: , tulio ciò in che dilTerisce il nome ora 
scoperto sulla moneta , sia dovuto a dialetto. Che in 
lingua comune si fosse sciitto e pronunzialo così, par- 
rai poterlo dimostrare dal costante uso dei poeti di al- 
lungarne le sue prime sillabe ( Virgii.VlI. 734. Stat. 
Silv. 1. 263. Columella de Cuìtii Hort. L. 10. 134. 
cet.), e dal consenso dei uiij;liori codici, i quali ado- 
perano il B , ed aspirano il T. A questi consentono 
le copie della celebre lapida di Publio Mevio Eutico, 
il quale AEDICVLAM • RESTITVIT • SEBETIIO 
( Mom. Insct: A'eap. 2443. ove nota , che i soli Fal- 
co, e Giordano riportano SEBETO). Adunque ilsiu- 
golar modo di scriver JEPEOOJ non è inverosimile, 
che provenga da dialetto : la quale opinione acquista 
maggior forza dal considerare, clic anche il nome NEO- 
PoHJ con che comunemente si appella Napoli sulle 
monete è proprio modo del dialetto attico. E ciò non 
ostante si nominò ancora NEAFTf 'HX, polendo solo da 
questo esser derivato il NEHIloUlJ, di ionico dialetto 
della rarissima moneta illustrala dall'Avellino {Bull. 
Nap. II. tav. II. n. 12.). Aggiugni, che tutto questo 
conviene pienamente colla tradizione, dalla quale ap- 
prendiamo , che in Napoli si stabilirono colonie di- 
verse di Calcidesi , di lìretricsi, di Ateniesi , di Pite- 
«•usani ( Slrabone. V. 4. 7. ) , e che ricercando fra i 
dialetti parlati da questi coloni, troviamo di falli uno 
di essi, quello di Eubea, onde vennero le colonie dei 
(Calcidesi , e degli Erelriesi , usare lo scambio del B 
in n , scrivendo Plutarco {Sijmb. VI. 8,1.) MaXicr-rcc 
TTV.'/ yj.Tv roTi A'to'/.zvaiv , àtri rcv B r'o IT Xf'^w'- 
vois, e dell' II in Ei , secondo che lo testificano con- 
cordemente i grammatici ( Ahrens de Dial. Boeot. 
%. 39, 2). Onde che, se il Sebeto era qui realmente 
pronunziato i^UBIK-JOS , avrebbero essi soli potuto 
scambiarlo in StPtiQOS, equivalente per (pici tem- 
pi , in che la vocale H non era dall' alfabeto dei Clo- 



ni passata nella lingua comune,a$EPEI30J; siccome 
NEonoUTEj, a NEOnoUTHS. 

Se quesl' argomento non vale , egli ci sarà tolto di 
ragionare sul vero antico nome e nazionale del Se- 
belo fino a imovi e più efficaci riscontri. Del resto io 
trovo semprepiù ragioni da confortarmi nella ipote- 
si : perocché così mi spiego, in assoluto difetto di co- 
lonie doiiche in Napoli , la desinenza in AS, NEO- 
noAITAi di alcune monete, che è legge di dialetto 
Beotico riconosciuta dall' Ahrens ( Op. cit. §. 44. 2) 
il quale scrive; In declinatione prima in universum 
Dorico more prò vulgari H est A. L' Eckhel ( Sylloge 
p. 2) e l'Avellino {Bull. Nap. 1844. 41), non bene 
Io riferivano a traccia di dorismo, che non trovò luo- 
go mai fra noi. Lasciamo tuli' altro. La novella fra- 
tria dei Cretondae non dovrebbe bastare ella sola a 
fare te^limomo della Colonia di Eubea, edelsuodia- 
lelio? 

il sig. Minervini , che l' ha scoperta ed illustrala 
( V. il n. 2. di questo Bull. ) , mi scusa di mostrare , 
che sia nome di fratria. Ma questa fratria , siachè 
prendesse il nome dal condottiere Kp/iTwv , o KpTj- 
Twvòas, siacliò da alcun eroe nazionale, si sarebbe in 
sostanza dato un nome, che recava l'impronta della 
primiera origine di tal parte di popolo. Or è ben 
cerio , che tali patronimici sono per lo più di tipo 
Beotico , siccome notò Eustazio , scrivendo del nome 
Pagonda: n*yc<^voa.s, CniJi%rtxio rvino Boìwt/w x*- 
tÒl tÒ '"E7r«;x=(iwvSocs , Kp£f'^v^oci ( Proem. Comm. 
Pind. p. 13. Schneidewin ) ; ai quali l' Ahrens ag- 
giugne dalle iscrizioui Beoliche X'xpuivò'jn, 'Asaxp^óy- 
è%;, e forse XoiM)[h]it.5 {de Dial. Boeot. §. 48. I ). 

Bisogna però avvertire , che questo dialetto non 
si trovava puro in Eubea , come in Beozia ; perocché 
quell'isola naturalmente unita alla Beozia, era stata 
due volle occupata , e posseduta dagli Ateniesi , che 
vi avevano dedotte colonie , e precisamente in quelle 
due città Calcide, ed Eretria ; onde si sa essere venuti 
coloni in Napoli. L'essere poi usciti dal nalivo paese 
per collocarsi in terre di altro dialetto, dovea in quei 
primi Icitipi aver generato una ancor maggiore inco- 
stanza di forme grammaticali; onde avviene a noi di 
leggere sulla moneta or NEOllOAlTIIi;, or .\E(J- 



-19*- 



nOAITAS con un misto di Attico , e di Beotico , e 
per la medesima ragione NEOIIOAI J , e NEHIIO- 
HJ. Con questo avviso potrebbe forse sospettarsi nel 
XpriTOY^oii almeno ii T in vece del , ( se l'O per ìì 
è sbagb'o dello scarpellinn), ovvero la II in luogo del- 
l'A ; perchè TpiTrouffi oi "\covii rà. Saff/a ds ■4'(Xà, xa.) 
TX \i/(Xà eìs Sao-/*, dice Favorino (s.v. X(S«n cf. Hort. 
Adoni V. ra.(^ujv, Eustalh. p. 468. L. 3-2.), ed Aristi- 
de ( L. 2. de Musica p. 92 , 93. ) , ri 'làs tò irrspiiv 
vTroffre\Xo(À.ivr\ rov A, xoi.ra.(pspsroi.i Trpòs rò H, non 
potendo il Kprirùjv derivare da allro, se non che da 
Kp(xrcuì , o da Kpr^Qujy. Le quali osservazioni parmi 
debbano vieppiù confermare le tradizioni intorno alle 
origini Attiche et Euboiche della Colonia , rendendo 
non ben fondati i dubbii del Niebhur , il quale ri- 
guardo agli Ateniesi avrebbe voluto commutare colla 
momentanea venuta di Dietimo narrata da Timeo, la 
positiva notizia di Strabene, che pone gli Ateniesi fia 
i coloni di Napoli ( Hist. Romaine trois. ed. T. I. p. 
221. n. 479. Golbery). Slimo adunque , che gli A- 
teniesi vi venissero misti ai Calcidesi ed Eretriesi , sic- 
come lo erano in Calcide ed in Eretria , le quali due 
città avevano ricevuto fra le loro mura colonie da 
Atene. 

Dalla leggenda del dritto entro nella interpretazio- 
ne del tipo. La giovanil figura cinta di diadema , e 
con corno sporgente sulla fronte basterebbe da sé me- 
desima , senza l'iscrizione, per essere slimata imagi- 
ne di un fiume. Ai fiumi che si figuravano barbati , 
od imbeibi, davano gli Antichi l'attributo del corno, 
avopj/w 'rvTri.o fìot'xpocvos (Sophocl. Trachin. 1 1 , 13. 
V. Avellino Opiisc. T. 1. p.l02 segg) è chiamato da 
Sofocle r Acheloo. 

L'ha il Cralhis sulla moneta, che il Fiorelli atlri- 
^buìsce ottimamente a Cosenza [Monete Ani. Ined. p. 1 5 
n. 14), e 1 ha ancora il Sagras, che io stimo rappre- 
sentarsi sulla moneta preziosa di Caulonia pubblicala 
dall' Avellino [Bull. Nap. T. VI. tav. IV. 20 ). li qual 
fiume dovrà riconoscersi nel sì contrastato tipo delle 
monete di questa città , poiché la figura col ramo 
nella destra è parimenti munita di corna [Bull. .\ap. 
T. I. tav. Vili. 21), siccome quella del fiume Hyp- 
sas di Selinunte. Similmente il Laino fu cusi effigialo 



(Bull. Nap. T. I. tav. Vili. 15) e V Aesarus (Carelli, 
Tab. CLXXXV. .*>9), ed il Casuenlus , ed il Sarnus , 
sebbene questi due invece delle corna di loro s'abbia- 
no le arietine, ma l' intenzione è la medesima nei Me- 
tapnntiai, e nei Nucerini. Ai quali viene ora aggiunta 
per la nostra moneta , anche la graziosa effigie del 
Sebeto. 

Con queste vedute speriamo, che siano per l'avve- 
nire meglio intese, e disegnate molle di quelle mone- 
te, che dovrebbero riferire tipi simili a questi. Manca- 
no perù nelle tavole conosciute del corno, che, sebbene 
io sia persuaso essersi talvolta omesso, pure non arri- 
schierò di citarne gli esempii prima di averli riscon- 
trati sugli originali. Così, per citarne alcuni, io sospetto 
l'abbia Y Aesarus della Carelliana tavola CLXXXV . 
58, e forse al Sihr di qualche pestana con questo ri- 
scontro potrebbe assicurarsi. In questo novero non 
fo apparire né Salpi, né la Metapontina del Carelli (Tab. 
CLIX. 190), perocché in ambedue tengo quella pro- 
tome coronata di canna o salcio, e con orecchie e cor- 
na faunine rappresentato il suolo paludoso. 

Grandissime e meravigliose novità siam venuti ri- 
levando nel dritto , ma non minori pregi noteremo 
nel rovescio. Imperocché quivi è rappresentala la ri- 
nomata Sirena Parlenope che aveva in Napoli tutto 
insieme sepolcro, tempio, ed oracolo. Un'altra Sire- 
na vedevasi figurare sulle monete di Velia, la Ligea, 
riconosciuta dall'Avellino [Opuac. T. 1. p. 185 scg.) 

Coloro che gli si opposero anno il torlo di aver 
abbandonala così acconcia spiegazione per tener dietro 
al debole argomento, che loro si creava dalla epigrafe 
NIKA , letta più recentemente su di altra moneta di 
Terina ( Raoul-Rochelle jW^moiV. Numi:im. p. ITti. 
n. 2 ) , dalla quale pareva loro convalidarsi la vecchia 
opinione del Liebe , e del Combe , che definirono 
quella figura una Vittoria. Ma l'Avellino trovò nella 
Sirena Parlenope , un argomento irrepugnabile, rap- 
presentandosi questa su di una preziosa monetina na- 
politaua, appunto come su quella di Terina la Sirena 
Ligea (In Fr. Carellii nura. descr. adnotadonesp. 18, 
19. De attecdoto Neapolilanorum nwno. ) 

11 disegno di quella è simile iu tutto alla terza mo- 
neta , che si pubblica nella noslra tavola quarta : aia 



— 20 — 



la protome , che in quella è di un Ercole nella no- 
stra invece sembra della Sirena Partenope con quella 
acconciatura di capo , che vedesi in altri tipi di mag- 
gior modulo. Nelle altre due scorgesi un' idria rove- 
sciata sul terreno accanto alla Sirena , appunto come 
sulle monete di Terina. La tradizione insegnava, che 
Ligea fu sepolta accanto all' Ocinaro ( Licofr. Alex. 
V. 729 ) , il qual fiume vien simboleggiato dall' urna 
rovescia , e talvolta anche più pienamente dal leonto- 
casma , o bocca aperta del leone , che manda acqua 
nella vasca sottoposta, ove nuota un'oca. Similmente 
i Napolitani posero l' urna accanto a Partenope , di 
cui il sepolcro moslravasi in Napoli , ottov ^iixwra.i 
fxvT,aa Twv Ss'pvw»' l^'y^i napG:)o'7rr,S (Slrab.V.4. 7) 
vicino al Sebeto. 

Da questa dimostrazione nasce, che la maniera te- 
nuta fra noi di effigiar la Sirena, era di figurarla gio- 
vane donna alata , e non un composto mostruoso di 
uccello e di donna. E però quella immagine che a 
lei era dedicata in Napoli ricordata da Snida , h ~ri 
napSrvoTrr,? 'i^puroii %-ifTfOi àyaXfjia (Suida V. 'Siipv), 
dovea essere operala a questo modo , e non come se 
la imaginarono finora i palrii scrittori (v. p. e. il Ca- 
paccio Hist. Nap. 1. e. 5.) 

Per la qual cosa dobbiamo con noi medesimi con- 
gratularci , che ci vediamo si bene levati da una falsa 
credenza , in che ci teneva da una parte la totale 
mancanza di monumenti, e dall'altra l'autorità dei 
nostri scrittori , e saremo anche ammaestrali di qua 
a riconoscere in qualche o bassorilievo , o statua , 
ritratta la Partenope , lo che nou potrà al cerio man- 
care in avvenire. 

Ma non han qui ancor fine le utilità della prege- 
volissima scopiMla. La Sirena sulla moneta del n. 1. 
ha nella sinistra un ramo, il qual simbolo veJesi an- 
cora in mano a Ligea , ed in sua vece uu caduceo , 
una corona. Or sebbene poirebhe sembrare , che vi 
stia a significare i giuochi napolitani , che erano an- 
nui e solennissimi in onore della Partenope (Licofro- 
ne Alex. 732, seg. lahn ad Persii Sai. VL 61-74) 
non dimeno con eguale verosimiglianza terrebbesi , 
• he vi si adoperino come segni di singolari avveni- 
menli pubblici, a che certo deve riferirsi il caduceo, 



il ramo, le bende, e la corona di Ligea. Donde con- 
seguita, che la Partenope prende luogo del Genio 
della città, della Ninfa locale Nympha Sebethis maire 
di Ebaio. Mesma Ninfa della fonte , che le diede il 
nome , e della città, che dalla fonte medesima pren- 
deva r appellazione , non è altrimenti rappresentata 
che Ligea , e Partenope , alata , e con corona nella 
destra (Fiorelli Mon. Ined. Tav. 11. 15. ); e Ligea 
siede talora sul ^('$pos, come appunto il àyjxos di Reg- 
gio , e di Taranto, e giuoca alla palla. Onde che, da 
questo lato parmi assai vero quanto ne ha da suo pa- 
ri discorso il Rochelle [Mem. Namis. p. 236 , ed al- 
trove in quella dissertazione). 

Nelle due prime monete non si vede alcun uso del- 
l' H, essendo scritto NEonoUlTEJ, e SEUEIQOS , 
nella terza è invece NEOIIOAITHS con paleografia 
meno antica. Appare quindi che le due prime prece- 
dono di tempo questa terza. L' alfabeto Ionico , che 
aggiunse alle vocali le due lunghe IL ed O, tuttocchè 
qua e là fosse comincialo a riceversi , ciò non ostan- 
te solo nella Olimpiade 94 (anno di roma 348) , fu 
in Atene adottato nei pubblici monumenti. Qui in I- 
talia le monete di Anassilao,chemorial280diRoma, 
portano scritto RECINON , per PHriNliN, ma le 
monete di Turio fondala al 306 di Roma , e quelle 
di Eraclea, che sorse nel 320, non usano se non l'al- 
fabeto Ionico. E comecché non sia noto quando co- 
minciassero a coniare la loro moneta queste due cit- 
tà , pure non sarebbe verosimile supporre, che se ne 
slessero molte decine di anni senza batterla, avendola 
allora tutte le città vicine, e sotleutrando esse a Siri, 
e Sibari , che la coniarono. 

Laonde le monete napolitane , che ritengono tut- 
tavia l'antico alfabeto, non possono slimarsi molto po- 
steriori all' entrare del quarto secolo di Roma ; nel- 
la qual epoca fioriva da per tutto l'arte del disegno. 

Così da una piccola monetina rilevando la scienza 
numismatica cose tanto recondite , ed interessanti le 
antichità patrie, ne dimostra con novella prova quan- 
to meritantente siasi apprezzata , e coltivata dai lette- 
rati più distinti ; e sempre più ne sprona a proccura- 
re , che non lasciamo disperdere il frutto degli sludii 
filili finora. Certo, che se alcun monumento mai do- 



— 21 — 

vesfe mctior amore di questa scienza , lo dovrebbe Marlorclii, e sua schiera , alla quale non pareva ba- 

accendere la monetina che illustro, donde si son con- slaute la difesa del Vetrano [Sebcthì Vindiciae adv. 

fermale la prima volta le oscure tradizioni patrie delle Marlorellium. N'eap. 1767.), inoltre come rappresen- 

colonie primitive, si è penetrato anche nell'indole del tarono la Partenope, e cento altre utilità sonosi tratte, 

dialetto Calcidico ed Erelriese , abbiamo finalmente che i lettori a lor prò' avranno potuto con noi venir 

assicurata qual era la effigie sotto la quale i Na|)oli- rilevando, 
tani figurarono il piccol Sebeto , il nome con che lo 
chiamarono , francandoci così dai molesti dubbii del Garrccci. 



Tavola aquaria Venafrana. 

DECRETVM • IMP • CAESARIS • AVGVSTI • DE • AQVAE • DVCTV 

COL • COLONIAE • IVLIAE • VENAFRI • IMP • CAESARE • Vili- T • STATILIO TAVRO II COS 
AQVAE RIVOS DVCTVS QVI IN RVRA COLOXORVM LABVNTVR DVVMVIRVM 

IVRI • D • PRAEFECTORVM • COLONIAE • PERMISSV • FLVANT • NE.MINEM COLOXORVM 
5.VENAFRAN0RVM • VEL QVI COLONIAE • MVMCIPES • CADVCAM • DVCERE • PLACET 
II • VIR • QVATVORVIR AQVAR OSTIVM IN AQVAE DVCTV QVI PER MP- IX IN OPPID 
VENAFRANORVM TENDIT APERIANT • COLONIS VENAFRANIS EIVE QVI COLONOR 
VENAFRANORVM NOMINE EROGARI ADTRIBVI ALIOVE QVO MODO DARI NON PLACET 
QVI • RIVI • SPECVSSAEPTAPONTESPVTEILACVSQVEAQVAEDVCENDAEREFICIVNDAE 
lO.CAVSA • SVPRA INFRAVE • LIBRAM • RECTEAEDIFICATISTRVCTI SVXT • SIVE QVOD 
ALIVT • OPVS • EIVS • AQVAE • DVCEXDAEREFICIVXDAE CAVSA SVPRA INFRAVE LIBRAM 
FACTVM • EST VTI QVIDQVIDEARVMRERVM FACTVMEST ITAE8SE HABEREET AQVA.S 
REFICEREREPONERERESTITVFRE • RESARCIRESEMELSAEPIVS FISTVLAS CANALES 
TVBOS • PONtiRE • APERTVRAM • COMMITTERE • SIVE • QVIDALIVTEIVS AQVAE DVCEN 
15.DAE • CAVSA- OPVS ERIT- TACERE EI AGRO DVM QVI LOG VS AGER INF VNDO QVI 



Lezione del prof. Mommsen Bulica, 4840. p. 43 , 63. Inscr. Neapol. n. 460/. 
/, 2. videntur scripù fuisse Ulteris maioribus 



VENAFR 

LWìeralitate imp. Caesaris AuguHi. . 



eaQVE AQVA 

QVI RIVI ER • • ATISIICA 

. facìundae re/iciuNDAe • cAVSA s 

opus quod FACTVM EST II» . usum ciuf AOVae 

lO.REFICERE REPONERE RESTITVERE SARCIRE • SEMEL • SAEPIVS YisltdXS CANALES 
TVBOS PONERE A • C • • V • • mimAlTIERE • SIVE QVID ALIVT EIVS AQVAE DVCEn 
DAE CAVSA OVus eiit . faccre. ius sii liceXtque DVM QVI LOCVS AGER INcie facti 



— 22 — 

SEIGNI L F TER MVLAE DICITVR ET IN FVNDO QVl L • POMPEI M^F TER SVLLAE 
EST ESSEVE DICITVR MACERIA SAEPTVS EST PER QVEM LOCVM SVBVE QVO LOCO 
SPECVS EIVS AQVAE ITER INIT Ni EA MACERIA PARSVE QVAE EIVS MACERIAE 
AT ITER DIRVATVR MOVEATVR QVAM SPECVS REFICIVNDI AVT INSPICIVNDI CAV 

20.SA FAMILIA AQVARIA CAVERIT QVOMINVS EA AQVA IRE FLVERE DVCIVE POSSIT 
QVO VELINT CVIVS REI CAVSA DEXTRA SINISTRAQVE CIRCA EVM RlVOM CIRCAQVE 
EAMMACERIAMQVAE AQVAE DVCENDAE CAVSA FACTASVNT OCTONOS PEDES AGRVM 
VACVVM ESSE PLACET PER QVEM LOCVM VENAFRANIS- EIVE OVI VENAFRANORVM 
COLOXORVM NOMINE ITER FACERE EIVS AQVAE DVCENDAE OPERVMVE EIVS AQVAE 

25.DVCTVS FACIENDORVM REFICIENDORVM QVOD EIVS S • D • M FIAT IVS SIT LICEATQVE 
QVAEQVAE AQVAE EARVMCVIVS FACIENDAE REFICIENDAE CAVSA OPVS ERVNT QVO 
PROXVME POTERITADVEHERE ADFERREADPORTAREQVAEQVE INDE EXEMPTAERVNT 
QVAM MAXIME ARS AGRI DEXTRA SINISTRAQVE P VII! lACERE DVM OB EAS RES DAMNI 
INFECTI IVS • DARE PROMITTATVR EARVMQVE RERVM OMNIVM ITA EI AGENDARVM 

30.IIV1RIS VENAFRANIS IVS POTESTATEMQVE ESSE PLACET DVM NE OB ID OPVS FONS MI 
NVCIORVM CVIVS AGRI LOCIVE PER QVEM AGRVM LOCVMVE EA AQVA IS AQVAE 
DVCTVS SE FERT INVIVS FIAT NEVE Q D M OPVS MINVS EX AGRO SVO IN PARTEM AGRI 
QVAM TRANSIRE TRANSFERRE TRANSVERTERE RECTE POSSIT NE VE QVI EORVM PERQVO 
RVM AGROS EA AQVA DVCITVR EVM AQVAE DVCTVM CORRVMPERE ABDVCERE AVER 

So.TERE FACEREVE QVOMINVS EA AQVA IN OPPIDVM VENAFRANORVM RECTE DVCI 
FLVERE POSSIT LICEAT 

/•ueRINT-DETenores damnum vede saremTVR • Wl INEVNDO QVI L- POMPEI L. f. ter. nAVITAE 
EST ESSEVE Bemt factum est. fiatve ALIL • S • SSE PER QVEM LOCVMSVAVLQVORECTe 

lo. SPECVS EIVS AQVae faclus. est familia pubUc\ CERTA PARSVIe QVacI EIVS familiae ne 
AlIIIr. ad eum locum accedant QVAM SPECVS REFICIVNDI AVT mStaurandi 
causa. Ne quid fiat QVOMINVS E A AQVA IRE FLVERE duci POS 
sii ex utraque parte. DEXTRA SINISTRAQVE CIRCA EVM RivoM quae aQuac 
ducendae causa muri facti specave subter RIS ACTA SVNT OCTONOS PEDES AGRVM 

■ZO.vacuom relinqui placet, ncque ad etim LOCVM VENAFRANIS EIVE QVI VENAFRANORVM 
opiìidum inhabitat adire accedere nisi EIVS AQVAE DVCENDAE OPERVMVE EIVS AQVae 
duclus catisa viarumque faciendarum rf^ClENDARVM QVOD EIVS SDMFIATIVS SIT LICEATQVE 
Quaecumque eius aquae ducendae viacve FACIENDAE REFICIENDAE CAVSA oPVS ERVNTQVAj/i 
rem ita uli s. s. e. facere licehit. ADFERRI ADPOHTARI QVAEQVl INDECVM • LM^)VN!? 

25.QV/S attuìerit tollere ileB. DEXTRA SINISTRA QVE PVIII FACERE DVMOB EAsRtS DAMN 
j/m inìuria ne ComìIITTATVR EARVMQVE RERVM OMNIVM ITA /hf/endARVM 

ius potestatemquc esse placet ... N . . . 

NVC . . Ne CVIVS AGRI LOCiVft peli QVEM AGRVM LOCVMVE EA AQVA it fluit 
DVCtTVIr (fommlVS ITACMIVS OB ID OPVS MINVS EX AGRO SVO IN PARTEM AGRI 

30.QVAM TrANSlRE TRANSFERRE coque uti RECTE POSSIT NEVE CVI EORVM PER QVO 
RVM AGROS EA AQVA DVCITVR EVM AQVAE DVCTVM CORRVMPERE ABDVCERE AVER 
TEBE FACEREVE QVO MINVS EA AQVA IN OPPIDVM VENAFRANORVM RECTE DVCI 
FLVERE POSSIT LICEAT • • • 



— 23 - 

QVAEQVE AQVA IN OPPIDVM VENAFRANORVM IT FLVIT DVCITVR EAM AQVAM 

DISTRIBVERE DISCRIBERE VENDVNDI CAVSA AVT El REI VEGTIGAL IiMPONERE CONSTI 
TVER E II VIRO II VIRlS PRAEFEC PR AEFECTiS EI VS COLONI AE EX M AIORIS P ARTIS DECVRI 

40.ONVM DECRETO QVOD DECRETVM ITA FACTVM ERIT CVM IN DECVRIONIBVS NON 
MINVS QVAM DVAE PARTES DECVRIONVM ADFVERINT LEGEVIQVE EI DICERE EX 
DECRETO DECVRIONVM QVOD ITA VT SVPKA SCRIPTVMEST DEC«ETVM ERIT IVS PO 
TESTATEMQVE ESSE PLACET DVMNE EA AOVAOVAEITADISTRIRVTADISCRIPTADEVEQVA 
ITA DECRETVM ERIT ALITER QVAM FISTVLlS PLVMBEIs D TABRIVO P LDVCATVR NEV 

45.EAEriSTVLAEA\T RlVOS nIsI SVB TERRA QVAE TERRA ITINERIS VIAE PVBLICAELIMI 
TISVE ERIT PONANTVR CONLOCENTVR NEVE EA AQVA PER LOCVM PRIVATVM IN 
VITO EO CVIVS IS LOCVS ERIT DVCATVR QVAMQVE LEGEII EI AQVAE TVENDAE OPc 
RIBVSVE QVAE EIVS AQVAE DVCTVS VSVSVE CAVSA FACTA SVNT ERVNT TVENDIS 
IN DECRETO QVOD ITAVT S S E FACTVM ERIT DIXERIN 

50.ITA • CAVTVM • IVS POTESTATEMQVE ESSE PLACET 

51 — 57. superant vestigia literarum, quibus immorale non iuval 

NVNTIARE • • AB • HVMO TEM 

AGI TVNC ALIVT ITER FACTVM AD EAM AQVAM PRAETER QVAM FACIVNDAE RE 

60.FICIVNDAE CAVSA QVIBVS X VENAFR.\N OKDLNARIOS PATRONOS QVI BONI 

DENT OB QVAS CAVSAS D • T • HS- X- DABVNT IN AER.VRIVM QVAIVOUVIRVM IVDIGIO 
DEQVE XXIl FISTVLlS • AQVAS COLONIS COLONIAE VENAFRANAE VACIVAS AVT CA 
DVCAS QVAS ADDICENT QVOMINVS REIECTIO QVAM COLONO AVT INCOLAE FACERE 
UCEt.fiat.CXM EO QVI EX II AC LEGE ERIT FACTVM ITAVT SVPRAS.E.DVM ERINT APVT QVEM 

Co.AGlTVM DATVM ERIT AGENT EVM QVI INTER CiVIS ET PEUEGRINOSIVSDICETIVDICIVM 



QVAEQVE AQVA IN OPPIDVM VENAFRANORVM IT FLViT DVCITVR EAM AQVAM 

35.DISTRIBVERE DLSCRIBERE VENDVNDI CAVSA AVT EIREI VECTIGAL IMPONERE CONSTI 
TVERE lì VIRO 11 VlRlS PRAEFECFRAEFECTiS EIVS COLONIAE EX MAIORIS PARTIS DECVRI 
ONVM DECRIPTO QVOD DECRETVM ITA FACTVM ERIT CVM IN DECVRIONIBVS NON 
MINVS QVAM DVAE PARTES DECVRIONVM ADFVERINT LEGEMQVE EI DICERE EX 
DECRETO DECVRIONVM OVOD ITA VT SVPRA SCRIPTVM EST DECRETVM ERIT IVS PO 

40.TESTATEM VE ESSE PLACET DVMNE EA AQVA QVAE ITA DISTRIBVTA DISCRIPTA DEVEQVA 
ITA DECRETVM ERIT ALITER QVAM FISTVLlS PLVMBEIS D TABRIVO PLDVGATVR NEVe 
EAE FISTVLAE AVT RlVOS NISI SVB TERRA QVAE TERRA ITiNERlS VIAE PVBLICAE LlMt 
TiSVE ERIT PONANTVR CONLOCENTVR NEVE EA AQVA PER LOCVM PRIVATVM IN 
VITO EO CVIVS IS LOCVS ERIT DVCATVR QVAMQVE LEGEM El AQVAE TVENDAE Ope 

45.R1BVSVE QVAe cius aquac DVCTVS VSVSVE CAVSA FACFA SVNT ERVNT TVENDIS 

ex maiori. parùs dccurionum NDECRETO QVOD ITAVT • S • S • E • FACTVM e,H. -DIXERI.^ 

eam legem rulam finnam q. MOMO • • si. PLACEB- • 

48-6!. qualtuordecim versus prorsus evanidi. 

practorem ad qu^m 

C3./n ias /iunTAGENTcV-M QVI INTER CIVES ET PEREGRINOS IVS DICET iuDlClYm 



— 24 — 

RECIPERATORIVM IN SINGVLAS RES HS X REDDERE TESTEBVS QVI DVMTAXAT XDENVN 
TIANDIS IVDICARI PLACET DVM RECIPERATORVM REIECTIO INTER EVM QVI AGET ET 
EVM OVOCVM AGETVR ITA FIE< uti ex lege QVAE DE IVDICIS PRIVATIS LATA EST 
LICEBIT OPORTEBIT 

reciperatorium noMINE INQVEAS RESHSX REDDERE TESTIBVSQVE DVMTAXAT XDENVN 
tielur facerc PLACET DVM RECIPerATORVM REIECTIO INTER EVM QVI AGIT ET 
60.EVM QVOCVM AGITVR ITA Fiat neminus fiant quNAE DE PVBLICIS PRIVATIS BADIE 
UCEBIT OPORTEBIT 

Descripsi summo labore loco iocommodo ; ncque frustra ilerum conferetur a lectore perito. 



Questo monumento pregevolissimo non viene qui 
a far parte del nostro buliettioo , onde essere come 
merita pienamente illustrato. Lo scopo precipuo della 
nostra pubblicazione è di darne un'esatta ed accurata 
trscrizione, ed una tavola (v. Tav. IL), onde appari- 
scano evidenti le fatiche durale per tornarlo a novella 
vita. Del resto ci atterremo alle leggi del foglio presente, 
il quale non può darluogoa voluminostrillustrazioni. 

Il prof. Mommsen ci dispensa di tessere il catalogo 
delle diverse volte , in che ha egli dato a luce quan- 
do alcun brano , quando tutta insieme la sua lezione 
di questo prezioso decreto. Se ne legga la nota nella 
recente edizione delle Imcriptiones NcapoUlanae lati- 
nae.Lipsiae.'ISo2 p. 2'i3: ma non ci siamo potuti ri- 
fiutare di ripetere la copia di lui, e i suoi supplementi 
ad opportimo confronto, onde non sia mestieri ricor- 
darne le discrepanze nel corso della illustrazione. 

La pietra sulla quale fu fatto scolpire il decreto 
Venafrano è travertino alquanto spugnoso alto pal- 
mi sette, largo quattro. Fu levala di mezzo allerui- 
ne di un'antica terra , S. Maria Vecchia, nel IT'io . 
con altre pietre riquadrate , che dovevano servire 
ù'imbasamento ad un novello abituro digitante Ire so- 
le miglia da Venafro. È da notarsi, che alle falde del 
monte , ove era situato quell' antico villaggio , passa- 
va una volta l'acquidotlo N'cniifiano, e se ne veggono 
tuttavia gli avanzi ove a traforo , ove a costruzione 



per tutta la costa. Non erano quei tempi più felici dei 
nostri , nei quali si fa tanto sperpero di monumenti 
antichi , pure fu conservata, com'era, la parte scrit- 
ta, collocandola sulla faccia del muro, ma a traverso 
e propriamente sul fianco destro; avvenne altresì, che 
ne andasse poca parte di sotto al livello del suolo. 
Questa novella collocazione non deve averle recato 
alcun logoro , poiché le parti consunte suppongono 
il travertino messo nella sua naturai giacitura , onde 
mi par probabile, che ciò avvenisse quando era al s.uo 
posto , dal passargli accanto la via pubblica, ove era 
sicuramente collocato. 

Le prove fatte dal dotto legale sig. D. Cosmo de 
L'Iris di leggerne, e trascriverne una qualunqe parte 
sono note a tutti, ora che il sig. D. Giuseppe Melucci 
ne ha messo a stampa 1' apografo. Il qual mio ottimo 
amico si è troppo gentilmente espresso a mio riguar- 
do, sperando da me i rilievi inosservali della leggen- 
da , lo che , comunque io lo sperassi , certo credetti 
mio dovere rispondere ad invilo di tanta cortesia. 

Tutta la tavola costa di un titolo , e di cinque capì 
di legge. 11 titolo ne insegna , che (jueslo è un de- 
creto dell' Imperator Cesare Augusto intorno all' ac- 
quidollo dei coloni della Colonia Giulia di Venafro , 
emanato l'anno 728 essendo Consoli Cesare l'ottava 
volta , e Tik) SUitilio Tauro la seconda. 

fcontinunj Garrccci. 



P. Raffaele Garrccci n.c.n.r.. 
GiVLio MiNERviM — Editori. 



Tipografa di Giuseppe Cataxeo. 



BULLETTIAO ARCHEOLOGICO XAPOIJTWO. 

N U V A S E R I E 
iV." 4. Agosto 1852. 



Notizia deijli sravi di Pompei jìcr l' anno IS.'iO , e sefjucnti. — Noiizic di alcune IcrveroHe antirltc della collezio- 
ne del defunto Francesco Mongelli in Napoli. — hcrizione cristiana di Pozzuoli, continuazione del u. 2. — 
Tavola aquaria Venafrana: continuazione del man. precedente. 



Notizia degli scavi di Pompei per l'anno 1850 , 
e seguenti. 

Gli scavi , di cui parliamo in questo primo arti- 
colo , si riferiscono alla grande strada che dal qua- 
drivio della strada , che conduce alla porla di Nola , 
discende verso i teatri. Già il Comm. Avellino tenne 
ragionamento di quelli eseguiti da varii anni nella 
medesima strada , dandone notizia nel suo bulleltino 
( an. II p. 1. e seg. an. Ili p. 1. e segg. an. Vp. 32 
segg. an. VI p. 1 . e segg. ). Terminava egli la sua 
relazione colla descrizione non compiuta della raa- 
ravigliosa casa di M. Lucrezio , eh' è essa sola un 
ricco museo de' più interessane dipinti : e già avea 
parlato delle parli scoverle sino al 1847 delle nu- 
merose botteghe , che si aprono sui marciapiedi di 
quella strada. Nel riprendersi le scavazioni pompeja- 
ne nel 1850 , dopo che furono sospese per lo spazio 
di circa un anno e mezzo , si continuò a sgombrar 
dalle terre gii edifizii situati alla parte sinistra della 
strada , e poi altre importanti scoperte si fecero nelle 
botteghe che seguono alla suddetta casa dilM. Lucre- 
zio. Noi ci riserbiamo in altro articolo di rannodare 
queste posteriori scoperte a quelle già note, e di ter- 
' minare nel tempo slesso la descrizione delia casa di 
M. Lucrezio, rimasta incompiuta per la inlerruzione 
del bulleltino napolitano. Cominceremo intanto dal 
dar la descrizione di una bottega con abitazione an- 
nessa , la quale offre due distinte aperture, che sono 
la settima e l'oliava dopo quella dell'androne della 
suddetta casa di M.Lucrezio. Ora è distinta da' numeri 
55 e 56 , per un lodevole costume da poco tempo 

AfOiO I. 



introdotto di denotare con numeri progressivi tutte 
le aperture degli edifizii sulle diflerenli strade di 
Pompei : la qual disposizione è dovuta al eh. signor 
Principe di Sangiorgio Spinelli , attuale Sopranten- 
dente generale degli scavi del Regno. 

La soglia della bollega , di che discorriamo , è di 
pietra vesuviana con incavi per inserirvi le tavole 
della chiusura : appajono pure i segni de' gangheri e 
degli antepagmcnta. Il pavimento della bottega è di la- 
pillo nero battuto. Le mura sono dii)inte a diversi scom- 
parlimenli di rosso, di giallo e di nero con varii fre- 
gi : nella parte inferiore è lo zoccolo nero con orna- 
mento di verdi piante. Ne' due muri laterali sono due 
quadretti conservali, e due quasi interamente perduti: 
in uno a sinistra è un pavone, in altro a destra è un 
uccello, che si prepara a beccare alcune frulla. Nello 
stesso muro è pratticato un piccolo larario. Al diso- 
pra de'descritti scompartimenti continua il muro bian- 
co con fasce di differenti colori, e con rami sospesi. 
In uno de' quadri formati da quelle fasce vedesi un 
vaso, e da presso un piccolo lirso ; in ^Itro un cigno, 
e varii ornamenti, tra' quali due candelabri conglobi 
al di sopra. Più in alto apjiariscono tracce di altro 
muro, ove si veggono dipinti fogliami: ma non osser- 
vandosi tracce di travatura, è molto probabile che vi 
fosse una costruzione tutta di legno, che costituiva un 
ammezzato , a cui si ascendeva per una scala anche 
di legno. 

Dalla bottega per soglia di bianco marmo si entra 
in un'altra piccola stanza. 11 pavimento è di o/)(tóji/</nj- 
num con rozzo musaico di bianche pictruzze nel mezzo. 

Le pareti sono bianche, con scomparlinieutididif- 

4 



-26 - 



ffrenli colori, ornati di rabeschi, maschere, uccelli e 
quadrupedi: miransi poi sospesi a nastri un (impano, 
«na piccola cesta semiaperta, ed altro oggetto incerto. 
Di qua e di là ne' due laterali muri vedesi una figura 
barbala , e con ampia tunica , che con ambe le mani 
tiene sulla testa un vaso della forma del canthatos. 
Nel muro a destra sono effigiati due Amori in parte 
perduti . ed altrettanti nel muro a sinistra uno con 
patera l'altro eoo lira, e tutti con clamide svolazzante: 
siccome altre volte comparve l'Amore con lira ne'di- 
pinti pompejani ( Ercolanesi pillure voi. V. tav. 37 ; 
Avellino bullcd. arch. mpol. an. VI. p. 42 e 43 ). 
Nella parte superiore vi sono residui di ornati di 
stucco composti di una fascia piana con graziosi fo- 
gliami, e di una curva con palmette e caulicoli: nello 
spazio compreso da queste due linee sono dipinti un 
ippocampo e due delfini. Nel muro che divide la bot- 
tega da questa stanzetta o dielrobottega è prallicata 
una piccola finestra per guardare nella bottega me- 
desima; un'altra più larga finestra è pratlicata nel 
muro più interno , sulla quale è una gran lastra di 
bianco marmo , con una giunta di travertino rotta in 
due pezzi: ed in queste pietre appariscono i segni del- 
la chiusura. Allato a questa stanzetta vi è un pic- 
colo andito che la costeggia: non vi ha alcun segno di 
chiusura, il pavimento é di terra battuta; i muri nel- 
la parte inferiore sono coverti di bianco intonico con 
rozzi ornamenti , nella parte superiore sono affatto 
privi d' inlonico e rozzi ; ove finisce l' intonico ad al- 
tezza poco maggiore di un uomo veggonsi molti fori 
rotondi per inserirvi tavole , per servire di armadio. 
Segue un altro grande compreso , che può riputarsi 
r atrio , con pavimento di terra battuta , e muri di 
semplice inlonico bianco. Al suolo sono varii pezzi 
di pietra vesuviana , che costituiscono la bocca di un 
pozzo ; e varii dolii di terracotta , che furono rin- 
venuli ri|:ioni di calce, uno de' quali vedesi fermato 
con fabbrica. Scorgesi ancora più prossimo al muro la- 
terale deslro un pogginolo di fabbrica con la superficie 
superiore coverta di mattoni o pezzi di tegole , ed a 
questo pogginolo si ascende mercè uno scalino di pie- 
tra di Sarno. Certamente su quel rialto era messa una 
scala di legno, che conduceva all'ammezzato supcrio- 



re, di che innanzi dicemmo. In angolo è un piccolo 
giltatojo di fabbrica, ove apparisce il foro per lo scolo 
delle acijne. In questo medesimo muro a destra vi è 
un'apertura , che dà il passaggio in un silo, di cui 
diremo tra poco : e più in alto vedesi un ampio in- 
cavo, con tompagno posteriore; con che si è lasciato 
un finestrino più piccolo di quel eh' era in origine. 
Il descritto compreso fa continuazione a sinistra con 
allra porzione più adorna , senza tracce di chiusura, 
e solo distinta da un dente che fa il pavimento , il 
quale è signino con varii pezzi di marmo a musaico 
per ornamento : i muri sono coverti di bianco in- 
tonico con pochi ornamenti , tra' quali alcuni cigni. 
Noi opiniamo che questa stanza servisse di Iriclinio. 
Dall' atrio , come sopra descritto , si ascende mer- 
cè uno scalino di pietra vesuviana in varii pezzi misti 
ad altri pezzi di travertino, in un pianerottolo ove si 
osserva soglia anche di pieira vesuviana con tracce di 
chiusura. Da uno de'due lati si eleva il muro, dall'al- 
tro non vi è muro affatto ; sicché doveva esservi un 
arniaggio di legno per applicarvi la chiusura. 11 pavi- 
mento di questa piccola stanza è di lapillo battuto eoa 
fregi di varii marmi a musaico. Nel muro a sinistra , 
ove si scorge zoccolo giallo con piante acquatiche , il 
fondo dell' inlonico è bianco , ed in esso scorgesi di- 
pinto un essere virile con ali, coda e gambe di augel- 
lo, che tien colla destra la oenochoe , colla sinistra la 
patera, e dall'altra parte altro simile mostro, che tie- 
ne colla mano la doppia tibia. Già in altre pillure pom- 
pejane fu osservalo la Sirena maschio e l' Androsfinge; 
ed una se ne vede pubblicata nel rea/ museo borbonico 
collo slesso simbolo della doppia tibia (voi. VII tav. .52) 
assai frequente ne' monumenti (vedi mon. ined. dìBa- 
rane t. I tav. XII fig. 2 p. S9 e seg. ). Del resto veg- 
gasi su questi esseii mostruosi ciò che si scrive negli 
annaìi dell' htilulo archeologico TperVàimo 1836. p. 60. 
Da questo medesimo muro per soglia di travertino, 
ove sono tracce di chiusura , si passa in un cubicolo 
con pavimento di lapillo battuto, ed ove sono inca- 
strati per ornamento diversi pezzi di marmo, uno più 
grande rotondo, ed altri più piccoli triangolarlo rom- 
boidali. Lo zoccolo è rosso , su' muri veggonsi nel 
fondo bianco dipinti Grifi, cigni, rabeschi ed altri fre- 



— 27 - 



gi. Tre quadredi ornavano questo cubicolo, uno dei 
quali è inleramente perduto. De' due conservali , il 
primo rappresenta il giovinetto Ganimede volto di 
schiena e nudo sino alle cosce sdrajato sulla sua cla- 
mide, ed immerso nel sonno, poggiandosi sul sinistro 
braccio, e tenendo la destra mano al capo: in allo è 
r aquila , che tiene nel becco il frigio berretto rapilo 
al dormente figlio di Laomedonle. Fra le numerose 
rappresentanze di questo mito, delle quali si vegga il 
Miiller ( Handbuch %. 121 , n. 1 p. !•>(); e § WM 
n. 6. 521. edit. Weicker), e quel che dicemmo noi 
stessi [bullell. arch. nap. an. V p. 17 e seg. ) , non 
trovasi giammai figurato Ganimede immerso nel son- 
no. Due allre pitture di Pompei ci presentarono il 
medesimo soggetto, ma in differente modo ( rea! mus. 
Borì), tom. X (av. 56, e tom. toni. XI tav. 36 ). Può 
credersi che il lascivo scherzo dell'aquila si suppon- 
ga succeduto nell'Olimpo; mentre il già rapito gio- 
vinetto godeva di quel profondo sonno , al quale ac- 
cenna il festevole Luciano (Deor. dial. 4 verso la fi- 
ne ). La posizione presso a poco simile , e l' orna- 
mento della testa , che mollo si avvicina ad un jtilco 
frigio , ci fa riferire anche a Ganimede uii:i jiittura 
pompejana , in cui fu ravvisato l' Ermafrodito ( real 
mus. Bori). I. X. tav. 5.^. ). 

Nell'altro quadretto vedesi Apollo coronalo seden- 
te sopra rossa clamide , ed appoggiandosi ad una 
gialla lira, di cui sono visibili le sette corde: indietro 
è figurata una montagna ed una pianta. In questo cu- 
bicolo si vedono alcune basi o colonnelle di traver- 
tino , che servirono di sostegno a statue o mense , e 
che certamente furono ivi trasportate d'altrove. Riu- 
scendo da questo cubicolo nel pianerottolo innanzi de- 
scritto trovasi una vasca di fonte con pavimenlo di 
opus signinum adorno di rozzo musaico formato da 
' bianche pieiruzze , e da differenti pezzi di marmo. 
Intorno a questa vasca si eleva una costruzione di f;ib- 
brica, che costituisce superiormente un canale desti- 
nato a nutrir dei fiori: il piano di questo canale nella 
parte corrispondente verso l'atrio è rivestilo di lastra 
di bianco marmo infranta in varii pezzi. Nel fondo 
della vasca osservasi un foro per lo scolo delle acque, 
ed altro se ne osserva di lati. Sul fouJo della vasca 



era situato un piccolo phedesfallo di marmo confor- 
malo a tronco di albero , e sullo slesso vedevasi pog- 
giare un alalo Amorino anche di marmo. In conti- 
nuazione di questa vasca vi è un giardinetto con mu- 
ri graziosamente dipiuli, couìc graziose sono le dipin- 
ture, che si veggiono presso la vasca. Da questo giar- 
dino vi è lo scolo delle acque nella vasca medesima, 
mercè un piccolo canale di fabbrica. Lo zoccolo dei 
muri è giallo, e vi sono ripetute varie piante, come 
sembra , di seìmm sempervirens. Il nmro che si eleva 
presso la vasca è incavato ad arco come una nicchia: 
e sotto di questo incavo è il fondo azzurro, e poi tra 
una copiosa piantagione di fiori mirasi effigiala una 
femminile figura (la Ninfa della fontana ) di bianco 
con tratti di giallo nelle parli in ond)ra : questa ha il 
capo coronato di foglie, è nuda sino all'ombelico, e 
poi coverta da bianca tunica , che le discende insino 
a' piedi : tiene con ambe le mani un piccolo cratere 
di fonte , da cui vedesi pollare l'acqua. In direzione 
di questa acqua dipinta vi è un piccolo foro, che pas- 
sa a traverso della descritta figura, e donde sgorgava 
un vero zampillo, che versavasi nella vera vasca sot- 
toposta. Nella parte interna della nicchia sopra descrit- 
ta sono dipinte varie foglie disposte quasi a pergola- 
to , ed altre foglie e piante sono figurate all' esterno 
della medesima nicchia , con varii uccelli che vi svo- 
lazzano. Si appressa alla vasca poggiando su di un 
piedestallo altra figura virile ed imherbe tutta nuda 
dipinta pure di bianco con tratti gialli : una clamide 
gli pende dalle spalle : colla destra tiene una clava 
abbassala , e gli pende alialo un oggetto incerto . da 
cui , come sembra , miransi sgorgare alcuni zampil- 
li di acqua. In questo medesimo muro , eh' è lutto 
rosso nella sua parte inferiore, seguono altri fogliami 
ed uccelli; tra' quali uno ben grande , certamenle e- 
solico , col corpo bleu , le ali rosseggiauti , le gambe 
lunghe e rosse , il becco egualmente rosso , breve e 
adunco. Vedesi poi altra figura . che par di Satiro , 
anche di bianco , con tratti di giallo : essa è barbata 
e coronata: poggiando sopra un piedestallo è nell'at- 
to di camminare a sinistra suonando la dojqiia ti- 
bia. Neil' altro muro in una zona inferiore vedesi 
u!) Tritone giovauxie ed imberbe eoa iscoinposta chio- 



-28 — 

ma e piccole corna sul capo, e con due anlerioii pordmo l'avverdre che tulli questi dipinli di bianco 
branche non dissimih da quelle dell'asmcus, che com- la Ninfa nel mezzo della vasca, l'altra vasca sostenuta 
balle con altro marino mostro a lesta di pantera, vi- dalla SGnge, e le altre campestri divinità furono eflB- 
brando conira di esso il suo arco : e già si veggono giate coli' inlcndimenlo di figurare statue marmoree 
sul corpo del mostro conficcate varie saette. Notiamo erette ad ornamento del giardino. Tanto ci viene in- 
qui di passaggio non esser nuova la particolarità delle dicalo dal colore in tulle uguale , anche negli acces- 
corna attribuite a' Tritoni ; giacché la slessa si osserva sorii , e principalmente dalla vasca sostenuta dalla 
in alcune fi'nire di Tritoni di un' urna di terracotta da Sfinge , che dinota certamente ima scoltura , e dalle 
noi pubblicala ( mon. incd. di Barone tav. XIII e tre difierenti figure , che si appalesano per immagini 
XIV); e non mancammo in (juella occasione di richia- di statue dal poggiar che esse fanno sopra piedestalli. 
mare il Pompeiano dipinto , di che ora ragioniamo : I varii zampilli e le differenti vasche alludono a que- 
vedi la pag. 69. Nella parie superiore del medesimo gli scherzi di acque, le quali formavano uno de' mag- 
muro, il cui fondo è azzurro, sono dipinte molle pian- glori ornamenti delle antiche abitazioni, 
le, e nel mezzo uua vasca di color rosino sostenuta Nell'ordine superiore vedesi inlorno figurata una 
da una Sfinge accovacciala, la quale poggia su di una caccia fra molle piante, ch'escono dal suolo. Una fi- 
piccola base. Presso la vasca, in cui è figurala l'acqua gura di un Erma barbato dinota il luogo selvaggio ; 
zampillante , veggonsi due esotici augelli : e nell'alto veggonsi poi due cervi spaventati fra due orsi ; altri 
sono sospese da un pergolato due maschere coronate cervi feriti e sanguinanti sotto i denti di altri feroci 
con bende pendenti , con ciascuna delle quali vedesi animali , tra' quali parci di ravvisare un leone : altri 
aggruppalo un piccolo pedo. Al suolo veggonsi due cervi inseguiti da pantere : un toro combattente con 
altri più grandi uccelli con lungo becco, e piccolo pen- un leone, ed altre fiere ora in parte perdute, 
uacchio sul ca|)o ; i quali presentano il corpo di color Riuscendo al pianerottolo, che costeggia la vasca, 
violetto e le lunghe e sottili gambe di rosso. La pie- si ha dallo slesso l'ingresso in altro cubicolo; all'en- 
cola vasca dipinta merita di essere confrontala con Irata erano gli antepagmenta, per applicarvi la chiu- 
l'allra marmorea vasca di fonte rinvenuta in Pompei, sura. Il pavimento di questo cubicolo è di lapillo 
sostenuta da Ire Sfingi anche di marmo, poggianti so- battuto, e nel mezzo sono incrustali per ornamento 
pra ornata base (vedi real mus. Borb. vol.V. t. XLI). alcuni pezzi di marmo e di travertino. Lo zoccolo è 
Ci sembra ancora degna di osservazione la vicinanza rosso: i muri sono dipinti a scompartimenti di giallo, 
del Tritone e della Sfinge nel pompejano dipinto da di bianco e di rosso con varii fregi e rabeschi, rami ed 
noi descritto, dalla quale sempre più si conferma il altri ornamenti. Molti piccoli quadrelli erano sparsi nel 
lunare rapporto di entrandii questi esseri milologici, fondo , de' quali sei sono ora visibili, e tutti rappre- 
che non senza una qualche particolare ragione creder sentano alcuni vasi variamente disposti sopra di un 
si possono insieme figurali. Nell'altro muro laterale a piano. Due quadrelli con figure erano nell'intero ctt- 
sinistra è prallicala nel mezzo una grande apertura o Vicolo. Uno di essi in gran parte perduto rappresenta 
finestra senza alcun segno di chiusura, e poi son di- la porzione superiore di un imberbe giovine, col ca- 
pinte piante ed augelli, tra' quali è notevole una ci- pò coverto dell'elmo, e stringendo l'asta , il quale 
vetta che si precipita in basso col capo all' ingiù. In si osserva in concitato movimento a sinistra : presso 
corrispondenza di cpieslo animale è altra satiresca figu- è lo scudo. Potrebbe in questa figura ravvisarsi Achil- 
ra (Pan?) nuda virile ed ind)erbe coronala di canne che le che preparasi a lasciare la regia di Licomede. Il 
lien colla destra forse la siringa, colla sinistra il pedo, figlio di Peleo sembra abbastanza determinato dal- 
ed è in alto di camminare a sinistra, poggiando pure l'impeto con che è tratto alle armi: Is ^ì rry 'ttol- 
su di un piedestallo. Pria di procedere alla descrizione jOTrXi'o.v cpixrpo^ ( Pbilostr. jun. ini. 1 , 112); sic- 
della parie supcriore de'mcdesimi muri; crediamo op- come si riscontra in altri monumenti (Raoul-Ro- 



— 29 — 



chelle mon. ìimi. lav. XII p. G9), e scf;natamon(e 
nell'altro quadro pompejano pubblicato nel rcal mus. 
Borbonico voi. IX. tav. VI. Neil' altro quadretto ò 
dipinta Leda tutta nuda , se non che una {gialla cla- 
mide le si avvolge intorno al destro ginorrbio : ha 
gialli orecchini , i polsi sono adorni di auree arinil- 
le , e le tibie di perisce) idi : un peplo di color vio- 
letto le ricopre il dorso , ed il capo è circondato di 
azzurro nimbo. La sposa di Giove siede sopra un or- 
nato letto ricoperto di azzurro panneggio con alcune 
parti di rosso , e poggia i piedi sopra un suppeda- 
neo. Ella addimostrasi quasi sorpresa osservando il 
bianco cigno , eh' è già nel suo seno. lu un angolo 
del quadro mirasi al suolo un calato rovesciato. Mol- 
ti sono i munumenti rappresentanti 1' avventura di 
Leda col cigno , de' quali , oltre quello clic ne dis- 
sero il Mùller Handhmli §. 3oi n. 4-, ed il >yel- 
cker nella nuova edizione di questa opera p. "320 ; 
è a vedere l'ampio catalogo distesone dal eh. signor 
cav. Bernardo Kòhne nella sua dissertazione die hci- 
den groiimi Silber-Gcfà'ife dcs KaificrUchcn Mìacums 
der Eicmilagc zu Si. Peleisbnr(j impressa in Pietro- 
burgo l'anno 1847. p. 48 e segg. vedi quel che di- 
ce sul mito stesso di Leda p. 3 e segg. La pittura 
Pompejana venuta recentemente alla luce oiTre la par- 
ticolarità del nimbo intorno al capo dell'amala di 
Giove: per tal circostanza va paragonata alla pittura 
scoverta in Gragnano nella quale si osserva la me- 
desima narlicolarità , ed ove è pure un ornato iello 
presso all' avvenimento ( Ercolanesi Pilture voi. IH. 
tav. 10). Avuto riguardo al nimbo , gli Ercolanesi 
furono di opinione che in quel dipinto fosse rappre- 
sentala una divinità, e vi rav\isarouo Nemesi piutto- 
sto che Leda p. 30. Già il sig. Kohne si oppose a 
questa idea nella citata dissertazione p. 7. ; e noi os- 
serviamo che il nimbo poteva ben convenire ad una 
nortale, che per la sua slrettissima relazione col so- 
vrano dell'Olimpo fu falla quasi partecipe dell'apo- 
teosi: vedi sul nimbo le cose raccolte dagli slessi Erco- 
lanesi v. 1. delle pillurc p. 270, e v. II. p. (il eseg. 
cf. Schulz bullcUirw dell'Istituto 1841 p. 102 e seg. 
Ora il nuovo dipinto di Pompei con un'altra partico- 
larità viene a dimostrare che trattisi appunto di Leda, 



e che non saremmo autorizzati a pensare a Nemesi , 
so non quando si trovassero a costei attribuiti simboli 
tali da farla con certezza distinguere (vedi Chr.Walz 
de Nemesi Graeeorum. Tnbingae MDCCCLIIj. In ipie- 
sta nuova pittura vedesi il calalo rovesciato , siccome 
in altra pompejana pittura (/?. mus. lìorb. XII, 3^ ove 
presso all' aureo calatisco veggonsi figurati due fusi. 
In altro dipinto anche di Pompei un Amorino porla 
via il calato con gomitoli e fusi [op. cit. tom. XIII , 
tav. 3). A proposito della prima di queste due pitture 
osserva il Corani. Quaranta farsi allusione a' femmi- 
nili lavori, a' quali Leda era intenta, disturbati dal- 
l' arrivo del Cigno : e potrebbe anche dirsi interrotti 
dalle novelle idee, alle quali si rivolge la mente della 
figliuola di Testio. Or queste femminili occupazioni 
mal converrebbero a Nemesi , ma piuttosto riputarsi 
deggiono proprie di donna mortale. Che se nel nostro 
pompejano quadro Irovansi riunite le due parlieola- 
rilà del nimbo e del calato, sarà necessario il conchiu- 
dere die ci si offra agli sguardi Leda, e non la tre- 
menda dea puuitrice delle umane malvaggità. Sicché 
dir dovremo lo slesso della pillura di Gragnano, nel- 
la quale il nimbo non può avere una differente intel- 
ligenza da quella che presenta nella pittura di Pom- 
pei recentemente scoperta. Ci piace finaliiienle di os- 
servare che anche in questa casa , ove in due sepa- 
rati cubicoli vedonsi eflìgiati gli amori di Giove per 
Ganimede e per Leda, può credersi si faccia allusione 
alla duplex Venus , siccome fu osservato jter questi 
due soggetti riuniti nel [)orlico di Tessalonica (Stuart 
Ani. of. Athens III. oh. 9. pi. 9. II. v. Mueller //anc/- 
hueh%. 128. n. 1.). 

Accanto alla descritta bottega, era 1' entrata per la 
casa che vi si riuniva , con un sistema frcijuenle in 
Pompei , e comune a tutte le botteghe della medesi- 
ma strada; onde non esser coslrelti ad entrare ed usci- 
re dalla casa per un sito addetto al negozio. L'apertu- 
ra esterna verso la strada non mostra alcun indizio di 
chiusura , ed era un vestibolo scoperto , del che vi 
è qualche altro esempio in Pompei. I muri laterali 
sono rossi e senza inlonico per alcuni palmi di altez- 
za : in quello a sinistra vedesi sporgere una porzione 
di pilastro di pietra di Sarno , e uell" altro a destra 



30 — 



appajono molti incavi per travi o tavole : sicché an- 
che qui dovea essere un ammezzato accessibile per via 
di scale. 

Neil' angolo a destra di questo vestibolo compari- 
sce al suolo la bocca di uu pozzo , con puteale , che 
la ricopre. Nel muro di fronte all' entrare scorgesi 
in allo un'apertura all'altezza medesima degl'incavi 
sopra descritti : è quindi probabile che per quella si 
aveva comunicazione Ira gli ammezzali inlerni , e que- 
sto esteriore. Dal vestibolo si ha l' adito ad altro roz- 
zo andito , ove a sinistra vedesi elevato alquanto dal 
suolo un muricciuolo che rinchiude il cesso: allo 
stesso Iato è un' apertura , per la quale penetravasi 
neir atrio della casa. Segue poi in continuazione del 
vestibolo la cucina , ov' è focolajo in gran parte di- 
strutto, ed ove fu ritrovalo un ahenum di bronzo so- 
pra un braciere di ferro ; vedesi finalmente un rialto 
presso ad un piccolo compreso, che serviva probabil- 
menle per dispensa, scorgendosi ne' muri i buchi per 
le tavole delle scansie. 

Nello spazio prossimo alla cucina vedesi al suolo 
una sfogatola de' canali sottoposti , con bocca di tra- 
vertino : nel muro poi di destra entrando nella cu- 
cina vcdonsi incavi precedenti a posteriori tompagni, 
ed i doccioni , che discendono lunghesso il muro nei 
sottoposti condotti. Questa parte della casa era estre- 
mamente rozza, e forse Irovavasi in ricostruzione. 
fcontimiaj Minervim. 



Notizia di alcune terrecotte antiche della collezione 
del defunto Francesco Mon(jelli in Napoli. 

È ben risaputo che il sig. Francesco Mongelii pos- 
sedeva una raccolta non ordinaria di antichi monu- 
luenli , in genere di medaglie , di vasi , di bronzi , e 
di terrecotte. Dopo la sua morte avemmo la oppor- 
tunilà di proccurarci i disegni di alcuni fra' principali 
pezzi di quella collezione: e questi inlendiamo di an- 
dar man mano pubblicando nel presente buUetlino. 
Cominciamo dalle terrecotte, delle quali presentiamo 
incise alcune nella nostra tavola l , fig. 6 , 7 , 8, iu 
grandezza metà dell'originale. 



Nella fig. 6 vedesi ritratto un piatto lavorato a stam- 
pa con molli ornamenti; su'quali appariscono in molli 
punti tracce del bianco, di che erano dipinti. Non è la 
prima volta che mi sia capitalo di osservare simih mo- 
numenti: anzi diedi altrove notizia di due altri piatti af- 
fatto identici a quello, che qui pubblichiamo; uno de' 
quali apparteneva alla raccolta del sig. Giovanni Jatta, 
e l'altro rinvenivasi presso il negoziante di antichità sig. 
Raffaele Barone : vedi il huUell. archeol. nap. an. Ili 
p. 55 e seg. Parvemi allora di scorgere in entrambi 
una prominenza nel mezzo quasi emisferica, ed intor- 
no intorno dodici ovali cavità tramezzate da allrellan- 
te teste con pileo frigio, presso ciascuna delle quali ap- 
pariscono le ali , ed in cui ci parve di ravvisare ap- 
punto il dio Limo , siccome si scorge figuralo in altri 
monumenti (cf. Cavedoni butlell. dell' ist. arch. 1841 
p. 112^, // quale percorre i dodici mesi dell' anno ». 
La maggior conservazione della patera del sig. Mon- 
gelii ci porge il destro di rettificare in parte la rife- 
rita descrizione. In fatti le teste col pileo non sono 
munite di ale ; ma offrono a' due lali due altre più 
piccole teste di profilo , volte alla media , imberbi , 
e senza alcun fregio ovvero ornamento , che le rico- 
pra: certamente la poca conservazione di queste late- 
rali testoline me le fece altra volta scambiar colle ali. 
Ora ho a notare che un simile piatto si osserva fralle 
terrecotte del real museo Borbonico, ed in esso ap- 
pajono pure le (re leste, come in questo che pubbli- 
chiamo. Una tale di^-ersità, lungi dall' escludere la in- 
telligenza lunare, alla quale avevamo pensato , a noi 
sembra che maggiormente la confermi. Veggendosi 
tre leste fra loro aggruppate , e dodici volte ripetu- 
te, tanto più ricorre il pensiero alle (re fasi della Lu- 
na nel giro di un anno. Altrove noi ravvisammo una 
simile relazione delle dodici lune co'serpeggianli cir- 
ri di una testa gorgonica [tnon. ined. di Raff. Barone 
p. 10. lav. Il fig. 2): ed altri, benché differenti, rap- 
porti colle rivoluzioni lunari furono in altri monu- 
menti riconosciuti dal eh. Panofka [nius. Blacas pi. 
10 p. p. 3:3 seg.), e da altri archeologi [Lnynes etud. 
numisin. p. 51 ; Miiiier Orchomenos p.-25G: vedi pu- 
re quel che dicemmo noi slessi ne' citali ìtionum. 
ined. di Barone p. 9 , e 27 ). Nò a questo ordia» 



— 31 — 



d' ilice disconviene la presenza delle ovali cavità , 
quando si consideri la peculiare intelligenza data al- 
l'uovo nelle mistiche ed orfiche dottrine (Plutarch. II. 
symp. Ili, I ,76; Macrob. Salumai, lib. VII, 16 ). 
Per quel che spetta alle due teste di profilo , che co- 
steggiano la media, potrebbe ancora pensarsi alle ani- 
me, le quali si aggirano intorno al globo lunare (ve- 
di bullett. arch. napol. an. V. p. 150). Ma di queste 
ricerche formeremo argomento di più ampia discus- 
sione. 

Fig. 7. In questa figurina osserviamo una donna 
neir alto di percuotere il timpano, che tien solleva- 
lo colla sinistra. Nella medesima collezione Mon- 
gelli serbavasi un' altra simile figurina , ma di più 
piccole dimensioni , poggiante sopra una base , che 
formava continuazione colla figura medesima. Noi 
crediamo che questi monumenti si riferiscano al cul- 
to di Cibele; e traendone argomento dall'altra terra- 
cotta, in cui si scorge la piccola base , siamo di opi- 
nione che venga effigiata la medesima divinità , alla 
quale non disconviene l'attitudine, in che la vedia- 
mo figurata. 

Finalmente nella figura 8 vedesi la parte supe- 
riore di un alato Amore con grappolo , che mostra 
nel volto una particolare espressione ; mentre le pal- 
pebre abbassate ci additano che sia immerso nel son- 
no. É dispiacevole che sia perduto il rimanente di 
questa figura notevole per la sua grandezza. Ignoria- 
mo poi s«^ formasse parte di qualche gruppo, o fosse 
isolatamente lavorata. È forse da ricordare a tal pro- 
posito il cosi detto Genio alato dionisiaco, del quale 
si vegga ciò che scrive il Creuzer {Dionys. p. 164). 
In qualunque modo, il nostro Amore va nella ca- 
tegoria de' bacchici Eroti frequenti negli antichi mo- 
numenti ; e nel sonno che 1' opprime può riconoscer- 
' si per avventura una funebre allusione. 

(continua) ^ Minermni. 

Iscrizione cristiana di Pozzuoli: continuazione 
dell' articolo inserito nel num. 2. 

Or dalla iscrizione di Pozzuoli sembra abbastanza 
comprovalo che la stessa significazioueaver dovette la 



parola basilica in tempi più antichi. Né parrà stra- 
no il modo di adoperar questa voce, quando si consi- 
deri che in monumenti pagani le voci corrispondenti 
aedes, ed acdicula trovansi usate a dinotare una parte 
di un sepolcro, o l'intero monumento 'Reines. ci. VI, 
1 1 2; XI, 109, 1 1 2: adp.46: Orelh n.C;n,i:;08,i512, 
43 13). Né debbo omettere che dassi talvolta alla tomba 
la denominazione di ara: IIOC-SEPVLCRVMSIVE- 
ARA (Reines. ci. XVI, 68 cf. Fabretii, c.II,2:J6ove 
così appellasi un' urna sepolcrale). Da tutte le quali 
cose mi sembra probabile il supporre che siccome le 
tombe pagane prendevano nomi di sacri edifizii , per 
motivo del religioso culto prestalo appo loro a' de- 
funti , così nelle idee de' Cristiani , secondo le quali 
non minore osservanza si accorda alle anime de' morti, 
l'edificio che li contiene prese ancora una religiosa 
denominazione. 

Comunque sia di queste nostre osservazioni, è chia- 
ro che ì'honor, di che è menzione nel nostro marmo, 
è Yhonor sepulturae rammentato sovente nelle iscrizio- 
ni, e che colla semplice parola di lionor ci viene ad- 
ditato in una epigrafe di Roma presso il Fabretti (p. 
1 52, 22 1 , OreUi tom.II p.28i n. 4400). La iscrizione 
di Flaviano si chiude colla ovvia formola REQVIEVIT 
IN PACE, che in molte altre iscrizioni s'incontra. 
È ben conosciuto che la formola IN PACE è tanto co- 
mune ne' monumenti cristiani , che fu ritenuta come 
indizio certo di cristianesimo dal Mabillon {de cuìlu san- 
clorum ignol. §. VI vct. anal. p. 557 , oeuvres post. 
t. 1 p. 232), dal Morcelii [op. epigr. voi. Il p. 77), 
dal eh. Cavedoni [ragg. critico de'uwn. delle arti cri- 
si, primitive. Modena 1840 p. 33 e 34); non ostan- 
te le contrarie osservazioni del eh. sig. Raoul-Ro- 
chette [meni, de l' Acad. des inscr. ci beli. hiir. t. 
XIII p. 196.); ed ultimamente il eh. de Witte la ri- 
guardò pure come formola cristiana in alcune monete 
della imperatrice Salonina, colla epigrafe AVGV^STA 
I.\ PACE [mém. sur l'impér. .Salunine p. 37esegg.); 
della quale opinione torneremo a |)arlare in altra oc- 
casione. Solo notiamo che la formola REQVIEVHT 
diiTerisce nel senso dall'altra REQVIESCIT IN PACE, 
la quale è ancor più frequente. Questa si riferisce al- 
l' attuale stato del defunto , q^tiell' allra al punto didla 



— 32 — 



sua morie: l'una vale riposa nella pace del Sifjnore, 
l'allra si acchetò in pace da'travagli della vita: e cor- 
risponde alle allre formole più coinuui, in pace re- 
censii , in pace decessit , delle quali abbondano tutte le 
raccolte di cpigraG cristiane. Sono anche infiniti gli e- 
seiupli della data del mese, senza che si determini l'an- 
no ( Lupi Severae mari. epil. p. 7G e segg. ove par- 
la pure delle molte date consolari in epigrafi cristia- 
ne ) ; per modo che non accade fermarsi su questo 
particolare. 

La iscrizione , della quale brevemente si é ragio- 
nato , dicesi rin^■enuta in quel silo appunto ove si 
crede fosse aniicanienle edificata la basilica di S. Ste- 
fano. Su questo sacro ediGzio vedi le cose notate dal 
nostro eh. collega sig. Can. Scherillo ( gli alti del 
martirio di S. Gennaro sez. 2 e. VI ; e enciclopedia 
dell' ecclesiastico voi. IV p. 913 e seg. nell' articolo 
Pozzuoli da lui inserito in quella raccolta), il quale 
ne addila l' area e la estensione. La nostra iscrizione 
confermar potrebbe la determinazione di quel sito , 
dovendo senza dubbio riferirsi a cristiano cimitero. 

MlNERVllNI. 



Tavola aquaria Vena frana: continuazione del num. 
precedente. 

Il primo articolo regola l' uso del corso principa- 
le delle acque fuori di città. 11 secondo dei condotti 
subalterni. Nel terzo si dispone della manutenzione , 
e dei lavori da eseguirsi intorno all' acquidoso , ed 
alle fabbriche annesse. Col quarto prescrivesi la nor- 
ma da tenere nelle dispense delle acque dentro la cit- 
tà. Dopo di questo articolo è una lacuna di selle righe 
di lezione disperata ; tuttavia dagli avanzi di questo , 
se non sono piuttosto i resti di un sesio, che cominciava 
un poco più sopra delle righe da me trascritte, rile- 
vasi, che si ordinavano i giudizii di usurpazione, e si 



sanzionavano le mulle ai contravventori. Questi argo- 
menti saranno meglio sviluppati nel commentario; in- 
tanto (a uopo notare come da questa intera lettura 
siasi stabilito il vero senso di quasi tutto il decreto , 
determinandosene , ciò che importava moltissimo , il 
tempo al 728 di Roma. 

Chi si pone solt'occhio la tavola, che abbiam fatto 
disegnare , s'accorgerà presto del metodo seguito dal- 
l' antico scarpelliuo in scolpirla. 11 carattere in tutte le 
parli è augusteo , onde si dileguano i sospetti di chi 
ha creduto essere questa una copia antica posteriore 
a quell'aureo secolo. Generalmente si osserva negli 
antichi monumenti di lunga scrittura , che le ultime 
linee si serrano, il formato delle leltere impicciolisce, 
lo che ne fa arguire ordinariamente poca esaltezza 
neir artefice in disporsi la materia da consegnare alla 
pietra. Questo medesimo vedesi chiaramente avvenu- 
to allo scultore del decreto Venafrano ; se non che i 
due primi articoli non somigliano punto nò al riposo, 
né alla grandezza nò alla buona forma delle leltere , 
che compongono il terzo, uè infine alla giusta distan- 
za delie righe; e quanto allo stare in perpendicolo, i 
capiversi se ne discostano visibilmente , disordinando 
così il regolar andamento , che si vede poi osservato 
in tulio il resto della leggenda. Lo che non polendo 
spiegarsi ragionevolmente colle leggi ordinarie del me- 
todo , che vediamo tenersi dagli artefici in trattare 
queste materie; ci fa forza riconoscervi una correzione 
adottata posteriormcnle, per la quale lo scultore gio- 
vandosi dello spazio , come meglio poteva , non ha 
potuto dare alle lettere , né alle linee una giusta e 
proporzionala disposizione. 



(continua) 



Garuucci. 



Ao/a. — Alla |)Dg. 18 col. 2. lin. 1. corr. SIIRHGOS- alla p. 
21. Tavola aquaria Yenafrana linea 7. leggi NE APERIANT" ed 
alla i>. 23. linea 58. DVCAN'T TEM • ■ • 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g. 
GirLio MiNERviM — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Càtaneo, 



BULIETTINO ARCHEOLOGICO NAPOLITAm 

NUOVA SERIE 



N.o 5. 



Settembre 1852. 



Notizia degli scavi di Pompei per l' anno 1SH0 e seguenti: conlimiazione dell' articolo inserito nel num. prece- 
dente — Osservazioni intorno al nome BASILICA della iscrizione Puleolana di C. Nonio Flaviano Fram- 
mento d' iscrizione presso V antico teatro di Capua : con osservazioni del conte Borghesi. — Tavola aquaria 
Venafrana : continuazione del num. precedente. 



Notizia degli scavi di Pompei per l' anno ISoO e 
seguenti: continuazione dell' articolo inserito nel 
n.° precedente. 

Segue la bottega n. 60. Questa ha soglia di pietra 
vesuviana , con visibili incavi per la chiusura; il pa- 
vimento è signino. Le mura sono ricoperte di bianco 
intonico, e vi si scorgono in giro molti buchi, desti- 
nati forse ad inserirvi le assicelle per sostegno di ar- 
madii. Nel muro di fronte vedesi pratticato un pic- 
colo finestrino , che guarda nella dietrobotlega. 

A questa si ha l' adito da una grande apertura , 
che dovea esser chiusa con tavole , e da un piccolo 
andito a sinistra, ove non apparisce alcuna traccia di 
chiusura. La dietrobottega è ancor essa ricoperta di 
rozzo inlonico bianco : nel muro laterale destro è 
aperto un finestrino sul vestibolo della casa annessa 
alla bottega ; un altro simile finestrino è nel muro 
posteriore , che guarda la parte interna della casa. 
Presso al medesimo muro veggonsi quattro scalini , 
uno dei quali di pietra vesuviana , ed i rimanenti 
di pietra di Sarno; i quali costituivano un insieme con 
una scala di legno, per accedere agli ammezzati su- 
.periori. Nella medesima dietrobottega scorgesi ora un 
grosso vaso di travertino ( una specie di mortaio ), ed 
altri pezzi della medesima pietra: come pure varie 
anfore e grosse tegole , ritrovate forse nello stesso sito. 

Segue alla bottega il veslibolo della casa , che vi 
era unita , sul quale come dicemmo guardasi dalla 
dieirobodega per un finestrino. Questo vestibolo , o 
androBC , ha verso la strada soglia di travertino , in 

ANNO I. 



cui sono le tracce della chiusura. I due laterali muri 
dell'androne sono dipinti a scompartimenti di nero 
con rosse fasce nella parte inferiore, e superiormente 
di bianco con lince anche rosse. L'abitazione che vi 
si unisce non è ancora disotterala, e ne daremo ia 
seguito la descrizione, quando le scavazioni posteriori 
ce ne forniranno il mezzo. Una sola stanza intera- 
mente scoperta è ricchissima di dipinti , e merita di 
essere sollecitamente portata alla notizia de'nostri let- 
tori. 11 fondo di questo cubicolo è giallo , lo zoccolo 
è rosso con piccole fascette verdi , e fregiato di verdi 
fogliami. Ad una certa altezza dal suolo sono orna- 
menti di stucco a bassorilievo. 

Nelle pareti sono alcune bianche fasce con serpeg- 
gianti rami, ch'escono da graziosi vaselli della forma 
del canlharos, alcuni augellelti beccano fra quei ra- 
mi , e presso scorgesi mezza figura virile cou sitala. 
Sotto a ciascuna di queste fasce sono bellissimi qu.i- 
dretli di paesaggio , con edificii , e figurine che vi 
stanno dattorno, in differenti posizioni. 

Nel giallo fondo è effigiato un pergolato con grap- 
poli pendenti, e nel campo sono dipinte varie figure. 
Nel muro di fronte scorgonsi due Amori con clami- 
di svolazzanti; uno ha la patera , l'altro un fascio di 
verdi foglie. Nel mezzo è un quadro notevole pel sog- 
getto. Un giovine , che sembra di mesta fisonomia , 
con azzurra clamide , e calzari , e col capo cinto di 
corona , siede a sinistra poggiando la manca sul suo 
sedile , colla destra tiene il polso di una donna nuda 
fregiata di armille, e di corona radiata, co'capelli svo- 
lazzanti, e con peplo che la ricopre dalle cosce in giù, la 



— 34 — 



quale si allontana a sinistra 11 fondo del quadretto è 
azzurro, e comparisce ncH'indiclro un edifizio. A me 
sembra die ci si offra allo sguardo Achille mesto , 
in coìloiuio colla sua madre che a lui promette le 
armi ( //. S v. 70 e vegg. ) Il giovanile aspetto del 
scdonle eroe, e la tristezza che gli appare nel volto, 
Len si convengono all'amico dell'ucciso Patroclo , e 
ben corri 'pondono al confronto de' monumenti ( ve- 
di Paus. X, 31 , 2: Raoul-Rochelte mon. inéd. pag. 
r.9 e segg. 157 , 277 not. 3,318: Mincrviui bull, 
ardi, napol. anno IV p. 63 e vad Jatta p. 1 1 5). 
Né a questa idea si oppone la corona data all' eroe ; 
giaecliè in una patera canosina , appartenente al sig. 
Raffaele Barone, e da noi pubblicala [bull. arch. nap. 
an. IV. tav.ll.n.1,2) vedesi appunto il flgliuol di Pe- 
h) , attendendo dalla madre le armi, col capo coro- 
nato di foglie, [bull. cìl. p. 64 , e vasi Jatta p. 1 1 8): 
della quale particolarità furono da noi additale varie 
ragioni. L'aspetto della donna, e la sua nudità è ben 
conveniente ad una delle Nereidi , le quali o allatto 
nude, o con piccole clamidi svolazzanti si trovano fl- 
gurate ne'pompejani dipinti (vedi real mus. B«rb. voi. 
VI tav. XXXIV; voi. Vili lav. LV; voi. X lav. VII, 
XIX , XXXIV); e non è neppur nuovo l' ornamento 
delle armille e della corona radiala, che si trova fre- 
quentemente ripetuto nelle Ogure di Nereidi sopra i 
vasi dipinti ( vedi Minervini collezione Jatta p. 106 e 
seg. ; Gerhard apulische Vasenbilder , tav. VII, ed 
altri esempli). Se le due figure possono riferirsi a Te- 
li ed Achille , il modo come sono fra loro aggruppa- 
le ci sembra evidentemente determinarne il soggetto, 
siccome fu da noi ritenuto. In fatti il movimento della 
dea, che è sul punto di rivolgersi alla partenza , di- 
nota che ella fece al giovane eroe una visita ; e l'atto 
del giovane di trattenere la donna, mentre resta tran- 
quillamente seduto, accenna a filiale affezione, e non 
già ad altro affetto , che non potrebbe additarsi dalla 
mesta e riposata attitudine. 

Tulle queste particolarità si spiegano interamente 
rolla omerica narrazione : e pare che il pittore , con 
l'alto del rivolgersi di Teli per allontanarsi dal fi- 
glio , abbia voluto esprimere ciò che si legge in 
Omero : 



"Qs ape. tPtt'vV^cr affa vc/Xiv rpa7r=6'wos k7o (II. X V. 
138), e che maravigliosamente vi sia riuscito. 

Nel muro laterale a sinistra vedesi una donna se- 
minuda con velo svolazzante, la quale tien colla de- 
stra un azzurro piattello , forse di vetro , e colla si- 
nistra solleva una tenia. 

Nella stessa parete scorgesi in un quadrello Endi- 
mione dormente sdrajato sopra di un poggio. Il gio- 
vine cacciatore ha stivaletti e clamide , e tien colla 
destra il doppio giavellotto riverso: presso è un bian- 
co cane latrante verso Diana-Luna, che sopraggiunge 
dall'alto. La dea ha velata tunica rossa , e giallo hima- 
tion svolazzante : le armille a' polsi , e le periscelidi 
compiono il suo vestimento. Sulla di lei lesta è una 
bianca luna crescente , e nel mezzo un bianco astro: 
i capelli ondeggiano dietro la testa : colla destra sol- 
leva alquanto Vhimalion di che è fregiala, e colla si- 
nistra sostiene un piccolo scettro. E ben conosciuto 
che molle sono le rappresentazioni relative a Selene 
che va a trovare Endimione: sulle quali olirà le cose 
dette dal Mùller Handbuch §. 400 not. 2 p. 649 
ed. Welcker, è da vedere una lunga discussione pria- 
cipalmenle su'bassirilievi col medesimo soggetto (Ger- 
hard ani. Bildtverke lav. XXXVI-XL) fatta dal eh. pr. 
Jahn aìxhàol. Beilràge p. 51-73. Ne' quali ultimi 
monumenti è stalo osservato il funebre significato di 
questo mito , siccome quello di Adone con Venere 
Libilina (Gerhard arch. Zeitung 1849 p. 21 5 e 217). 
Questa funebre intelligenza non è punto applicabile 
a'dipinti delle pompeiane case, ne' quali piuttosto può 
credersi quel mito allusivo al sonno, a cui si davano gli 
abitatori de' cubicoli ove si vede figuralo. Fra le pit- 
ture Ercolanesi trovasene pubblicata una rappresen- 
tante Selene con Espero, che visita Endimione (Er- 
colanesi pitture voi. III. tav. 3. ove nelle illustra- 
zioni si parla dislesamente delle varie tradizioni re- 
lative al medesimo mito). E qui osserviamo che ve- 
desi nel canipo una piccola luna falcata , la quale 
tocca quasi la testa di Endimione. Questa notevole 
particolarità vedesi in tulio omessa nella pubbUcazio- 
ne del real museo Borbonico in cui la pittura medesi- 
ma è riprodolla voi. IX tav. 40. Merita dì richiamar- 
si a confronto un altro pompeiano dipinto , che or- 



35- 



nava la parete di un cubicolo : in esso è Endiniionc 
sdrajalo con lagobolos e cane; manca la presenza della 
dea, ma invece vedesi al di sopra una luna falcala 
con astro , che fa certamente allusione ad Artenùs- 
Selene, accompagnata da Hespcros {Bull. ardi. nap. 
an. V p. 4). Due altre pitture trovansi pur pubblica- 
te ncir opera citata del real mus. Borbonico , le quali 
fanno bel confronto a quella di cui diamo ora la de- 
scrizione. Nella prima ( voi. XIV tav. 3 ) comparisce 
Endimione sdrajato con una semplice clamide e col 
doppio giavellotto , mentre la dea si avanza tenendo 
un piccolo flagello , e col capo adorno di nimbo a 
foggia di luna falcala : la precede un alato putto re- 
cando la fiaccola [Hesperos), e presso Endimione è uu 
Cane che volgesi a guardare la dea. 

Il flagello corrisponde al piccolo scettro o rhahdos 
del nuovo dipinto, ed entrambi si trovano convenien- 
temente attribuiti ad una divinità della luce , perchè 
spesso queste deità soo figurale guidando i loro carri, 
o singolari destrieri ( vedi molti esempli in Gerhard 
Lichtgollheilen) (1). 

È ancora più importante per lo confronto della 
nuova pittura l'altro quadro pubblicato nel real mus. 
borbonico voi. XIV tav. XIX. In esso la dea tira pu- 
re alquanto colla sinistra lo svolazzante peplo , con 
un gesto già riconosciuto di femminile civetteria (ve- 
di molli esempli da noi citali vasi di Jalla p. 22 e 
seg.); colla destra invece del rìmbdos tiene una fiacco- 
la (Diana Phospìioros o Selene: vedi i mon. ined. di 
Barone p. 3,4.): vedesi pure sulla di lei testa una lu- 
na falcata e due astri, ne' quali il mio eh. collega cav. 
Finali riconosce giustamente Hesperos e Phosphoros. 
Nel nuovo dipinto osservandosi un solo astro parmi 
indicarsi Hesperos, perché riferibile piuttosto alla not- 
te che al giorno. Finalmente la più notevole coinci- 
'denza de' due dipinti è il cane latrante verso Selene; 
siccome comparisce pure in una tazza chiusina pres- 
so Endimione . che attentamente guarda verso il cielo 
{buUelt. dell'ht. 1840 p. 2). In questo ultimo niODU- 
menlo, sepure non voglia pensarsi ad altro cacciatore 



(I) Così comparisce Diana che scende dal cocchio per vbilare En- 
dimion« : annali dell' Itt li!t49 p. 409. 



amante di Diana-Luna (Vinet rev. arch. an. V p. 469) 
lo star desio di Endimione potrebbe alludere alla tra- 
dizione riferita dallo scoliaste di Apollonio Rodio: che 
Endimione era creduto il primo osservatore de' perio- 
di e de' numeri lunari [Arg. IV, 264 p. 161 Wcl- 
lavcr. vedi bullctt. arch. nap. au. IV p. 121). 11 
latrar del cane verso la Luna ci richiama al pensiero i 
versi di Virgilio: 

.... visaeque canes ululare per itmbras 
Adcenlante Dea (Aen. VI, v. 255). 

Veggansi pure le altre relazioni de'tani con Arie- 
mis-Hecate- Selene da noi notale nelle novelle diluci- 
dazioni sopra un chiodo magico p. 1 1 e seg. 

Nella terza parete , eh' è rimpetto a quella ove è 
Achille e Teli , scorgesi dipinto un Amorino con cla- 
mide svolazzante , che tiene con ambe le mani una 
cesta. 

Finalmente nel muro laterale destro è un quadretto 
col soggetto di Narcisso. Il figliuolo di Cefisso adorno 
di rossa clamide siede a destra guardandosi nella sot- 
toposta fonte , mentre tiene colla sinistra un'asta ri- 
versa. Presso è un Amore che spegne la fiaccola co- 
me Genio della morte. Più in alto è una Ninfa semi- 
nuda sedendo sopra gialla clamide, la quale con ao)- 
be le mani presenta al giovine una funebre corona. 

Non vi è soggetto , che sia più frequentemente ri- 
petuto nelle pitture murali (Ercolanesi pitture V 28- 
31 , real mtis. Borb. I, 4; Wieseler die Nymphe Ecko 
tav. n. 3. mus. Borb. II, 18; XIV, 18): ed e da 
rammentare particolarmente il vaghissimo dipinto di 
Nocera, ove è notevole la presenza di Eco, col 7r\xyiv.i'- 
Xoì, che fu dottamente illustrato dal commen. Avellino 
[bullett. arch. nap. an. Ili pag. 33 e seg ; Jahn iiber 
einigeaufEros und Psyche beziigl. Kunslwerke oc Ber l- 
chte der Kon. Sachs. Gesellsch. der Wissensch. 1851 p. 
1 70 s.). In questa composizione vedesi pure un .\more 
che spegne la sua fiaccola , in funebre senso , ed in 
simile significato una stele con vaso al disopra ; come 
nel dipinto pubblicato nel recU mus. borb. tom. II lav. 
XVIII, ed in altro (Ercolanesi pt«. voi V tav. 28. Sul 
senso funebre del vaso sulla colonna v. Cavedoni 
Spie, numism. p. 50 n. 03, e ciò che dicemmo noi 
stessi nel bull. arch. nap. an. VI. p. 64). Lo stes- 



— 36 — 



so mito fu ravvisato io un vaso dipinto dal medesimo 
Avellino {buìl. nap. an. II tav. Ili pag. 57 e scgg). 
La parficolarità dell' Amore cbe spegne la fiaccola si 
osserva pure ia altra pittura murale (Ercolauosi pitt. 
voi. V tav. 28), e su di ciò si veggano gli Ercola- 
nesi (p. 126 not. h. ). Ma chi sarà mai la donna 
che presenta a Narcisso la funebre corona? Certamen- 
te non può giudicarsi Eco , che in tutl' altra posizio- 
ne comparisce nella pittura di Nocera sopra citata , 
ed in altra del real mas. Borbonico voi. MI tav. IV 
cf. Wieseler. /. e. n. 2. Piuttosto è da paragonarsi con 
questa l'altra figura stante presso Narcisso in questo 
ultimo dipinto, e più ancora la figura sedente con ur- 
na rovesciata, ed Amorino sulla spalla che vcdesi nella 
pittura sopra citata n. 3. del Wieseler : nella quale 
può ravvisarsi la Ninfa della fontana , ove il giovine 
figlio di Liriope va a compire il suo destino. 

MiNERVlM. 



Osservazioni intorno al /lome BASILICA della iscri- 
zione Puteolana di C. Nonio Flaviano 

Il Bingham, e tutti coloro che con lui si sforzano di 
negare l'antichissimo uso cristiano di sepcliir in alcu- 
na parte delle Basiliche i corpi dei confessori non 
martiri ( Orig. Eccles. T. III. L. VIII. e. V. §. 8. 
Halae 1727) facendone erroneamente autori i monaci 
nei secoli di decadenza, citano , ma non interamente, 
il passo di S. Paolino, che chiaramente lo insegna; 
omettono poi le altre autorità , che il Muratori da suo 
pari va dimostrando loro , nel commento ai versi del 
Saalo, 

Cellula demuUis,quaeperlalera undique magnis 
Adposilae leciti, praehenl secura sepullis 
Hospilia. 
(S. Paulin. de S. Felice nalal. XI v. 478 seg. Ve- 
ronae 1736. .Muratori Disscrl. XVII. p. 838-842.). 
Or queste parti interne della Basilica Nolana, che il 
Santo Vescovo di Noia qui chiama Cellulac, ed al v. 
.'i31 Cellae, (cf S. Gregorio di Turs, de Gloria Confes- 
sor, e. evi. Praesume , precamur , ut caro sancla se~ 



pullurae reddatur. Et sic ab ilUs iniunclus, aliare in 
cellula ipsa sacralur ), altrove nella epistola 32. a Seve- 
ro, ove descrive la basilica costruita da se a Fondi in 
onore di S. Felice Nolano, le dice Cubicula (p. 203. 
edMurat.): Tolum extra conchani basilicae spali um, allo, 
et lacunalo culmine, geminis utrinque porticibus dila- 
tatur, quibm duplex per singulos arcus columnarum 
ardo dirigitur. Cubicula intra portlcus quaterna lon- 
gis basilicae lateribus inserta , secrelis orantiitm , vcl 
in lege Domini medilanlium , praeterea memoriis reli- 
giosorum ac familiarium accomodatos ad pacis aeler- 
nac requiem locos praebent. È poi questo il nome or- 
dinario che loro dà Anastasio Bibliotecario , e segna- 
tamente nella vita di Leone terzo (p. 306 ed. Fr. 
Bianchini. Romae. 1718.): Cubicula inlra Ecclesiam 
beati Petri Aposlolorum Principis, quae nimia vetu- 
state marcuerant eliam (leggo et iam) pene ruiluraerant 
isdem egregius Praesul a fundamentis firmissimum po- 
nens aedificium in meliorem erexit statum (cf. Murat. 
not. ad Episl. 32. S. Paulini p. 912, 913. ed. cit. e 
nella Dissert. XVII p. 839.) 
Altra appellazione egualmente solenne in Anastasio è 
quella di 0/a^on'a, come p. e. nella vita di S. Simma- 
co (p. 86 ) racconta , che nella basilica diS. Andrea 
da lui costrutta, fecit oralorium S. Thomac apostoli, ora- 
lorium S. Apollinaris, oralorium S. Sosii, e nella vita 
di S. Ilario (p. 1Qi):Hic fecit oratoria tria inbaplisle- 
rio constantiniano, S. Ioannis Baplislae, et S. Ioannis 
Ecangelistae , et S. Crucis, omnia ex argento et lapi- 
dibus pretiosis. Assai bene il Muratori paragonò que- 
ste Cellulac , o Cubicula , od Oratoria alle moderne 
cappelle delle Chiese Cattòliche. Dopo tutto ciò , è 
ben da maravigliare, come i descrittori delle antiche 
basiliche comunemente abbiano finora omesso di no- 
tare sì rilevante costume di cristiana antichità: e molto 
più , che r uso di seppellire nelle chiese siasi creduto 
di tempi più vicini a noi, e però riprovevole. 

Le autorità gravissime qui prodotte ne insegnano, 
che in molte antiche basiliche fino dal quarto secolo 
furono costruite apposite cappelle destinate a racco- 
gliervi i fedeli in orazione , a cantare i salmi , ed a 
sepoltura di uomini religiosi. Inoltre, che in queste 
medesime cellae, dette oratoria, e cubicula, furono col- 



— 37 - 



locati altari (v. il luogo di S. Gregorio di Turs ad- 
dotto di sopra), e che ebbero il loro titolo da alcun 
santo, le reliquie del quale vi doveaoo avere special 
culto. Rivenendo ora alla insigne lapida di C. Nonio 
Flaviano , in cuius honorem basilica hacc adquisila , 
conlectaquc est , come leggcsi ivi, io son di avviso, 
che la basilica, di che è quivi parola, non sia stata al- 
tra cosa, se non una di queste cellette, o cubicula. Di 
fatti la iscrizione è stata scoperta fra le ruine dell'an- 
tica cattedrale di Pozzuoli , delta Stefania , che non 
si può mai supporre comprala , e ricoperta dai pa- 
renti di Flaviano per consacrarla a sepolcro del te- 
nero corpicciuolo di lui. In quei tempi , nei quali il 
culto dei confessori aveva nella Chiesa qualche raris- 
simo esempio , ed in persone celebri per illustri ed 
eroiche azioni, come S. Martino, comparabili perciò 
agli esempii lasciali dai martiri, sarebbe strano imagi- 
nare, che ci si parli nella lapida del culto di un fan- 
ciullino morto di soli 23 mesi. Anche degli sfessi 
fanciullini in odium Clirisli occtsos sapientissimamente 
giudicò il gran papa Benedetto XIV , non convenir 
canonizzarli per la novità, siccome bene avverte il Can- 
cellieri (D/ssert. epislol. sopra due iscrizioni delle mar- 
tiri Simplicia ed Orsa, pag. 53). Adunque se la Ste- 
fania non fu sacra a Flaviano, e se Flaviano vi fu di 
fallì sepolto, le parole Basilicahaec non potranno giu- 
stamente riferirsi, che ad una parte di essa; ed in que- 
sto caso gli esempii allegati di sopra mi confortano a 
sostenere , che in alcun cubiculo di essa compro , e 
rifatto da' suoi, sia sialo riposto l'innocente corpo di 
Flaviano. Abbiamo letto più sopra , che i cubicoli 
della basilica di S. Pietro nimia velustale marcuerant, 
et iam pene peritura etani, che pare essere il caso della 
nostra basilica, la quale ebbe bisogno di essere coper- 
ta. Chi si conosce delle antiche basiliche, avrà rileva- 
to, che spesso i tetti delle navi, o portici laterali, sono 
più bassi del tetto della nave di mezzo, e però ben in- 
tenderà, come essendo in buono stato tuttavia la Chie- 
sa , potevano alcuni cubicoli aver bisogno, che se ne 
rifacesse quella porzione di letto, che mal li copriva. 
Io preveggo, che a molli dei lettori l' unica diflScoltà 
di ammettere questa spiegazione della voce Basilica 
potrebbe essere la novità dell'uso, onde a questo me- 



desnno porterò riparo, togliendone il riscontro da 
un classico luogo di S. Girolamo, del quale ha fallo uso 
anche il sig. Minervini, (v. la pag. 10. di questo Bul- 
lell. ), che dop„ le cose già delle . pare s' intenda da 
sé assai bene. Egli chiama Basilicas Eccksiae quelle me- 
desime celle , <he S. Paolino ha dello Cubicula , ed 
Anastasio anche Oratoria. 

Il passo è nella leltera sessagesima (ed. Vallarsi. Ve- 
ronae 1734. T. I,p. 338) scritta l'anno 39C, ove loda 
il santo sacerdote Nepoziano della cura squisita, e so- 
lerle posta in mantener nella, ed ornala la sua Chiesa. 
Ivi parlando appunto delle Cappelle, o cubicoli, od 
oratorii di essa , da lui decorali , dà loro il nome di 
Basiliche: Hoc idem possumm et de isto dicere, qui ba- 
silicas Eccksiae, et marlyrumconciliabula, diversis (lo- 
ribusetarborum comis , viliumque pampinis adumbra- 
rit,ut quidquid placebat in Ecclesia, lamdispositione, 
quam visu , Presbiteri laborem et sludium testarelur. 
Adunque i santi parenti di Flaviano comprarono I.. 
basilichetta, e la coprirono, per dare al bealo loro fan- 
ciullino, ottenuto già da Dio con preghiere di lunghi 
anni, e che con umile rassegnazione vedevansi tolto, 
onorala sepoltura. Altra era e diversa l'indole delle 
Basilicac, od Oratoria, fabbricale fuori di ciltà per 
sepoltura (Murai. Anecd. Gr. p. 260, 270. Morcelli. 
Kal. Consl. T. I. p. 18S.), e delle Basilicae, o Ba<i- 
liculae descritte dalCiampini, {Vet. monuw. e. XIX. p. 
183 cf. Zestermann , die Ant. u. d. Chr. Bas. I.eips. 
I847.p.l68,4.)che in sostanza rassomigliavano ad un 
Ciborium, o Con/'ess/o, composte di un altare, o sepol- 
cro, ovvero dell'uno e dell'altro insieme, cioè di un 
altare col sepolcro sottoposto, e coperte da un fastigio 
o cupolino sorretto da quattro colonne, delle quali è 
evidente donde si avessero quel nome che portano, an- 
che nel titolo 58 §. 3,4,5. delle leggi saliche, e che io 
non credo, non essendo questo il caso, dover citare al 
confronio.Cosi nelle iscrizioni pagane trovasi la cella se- 
polcrale detta lalvolia Principiola, Pracloriolum, Tem- 
plum , la qual prima voce vedesi appunto adoperata 
in un frammento di lapida puteolana edila la prima 
volta dal Borghesi, il quale dottissimo com'è, disperò 
poterne determinare il signiticato (v. Sianislao Viola 
Risposta alle osservazioni eie. Roma. 1849. p. 89 ) 



-38 — 



PRINCIPIOLAM. A SOLO. OMNI sua PECVNIA 
FECIT. Queste siogolari appellazioni ebbero origi- 
ne eviden (emente da quella forma esterna di decora- 
zione architettonica, che procacciò anche alle nicchie 
cinerarie il nome di aediculae, e che avrà facilmente 
indotto cosi S. Girolamo, come l'autore della iscrizione 
puteolana, e certo altri a noi ignoti di quei tempi, a 
dare il nome di Basilica ai cubicoli, o cappelle, fab- 
bricati sulle pareti laterali delle Chiese. — Garrucci. 

Frammento d'iscrizione presso l'antico teatro di 
Capua : con osservazioni del Conte Borghesi. 

Non ha molto fu quasi interamente scavato in S. 
Maria un antico teatro , del quale ci proponiamo 
dare un più esteso ragguaglio , e forse ancora il 
disegno, in uno de" prossimi fogli del hulleltino. Tutti 
sanno esser nota al Pellegrino ed al sommo Maz- 
zocchi una porzione di questo magniCco monumen- 
to, la quale sin da quel tempo sventuratamente fu 
in parte distrutta ( vedi Mazzocchi in mut. camp, 
amphit. C. Vili )• Ne parla pure il eh. collega Sig. 
Rucca (Capua Velere p. 1 12): ma sembra che non sicsi 
avuta giammai notizia se non che di una parte de' porti- 
ci, e del recinto esteriore I recenti scavi ci danno una 
più chiara idea di questo nobilissimo edifizio, novello 
argomento della splendidezza dell' antica Capua. Il 
rivestimento di marmo tuttora visibile in alcuni de' 
gradi, frammenti di colonne di marmo cipollino, ed 
alcuni pezzi anche di marmo con ornati e fregi di 
assai fino gusto, sono una valida dimostrazione della 
magnificenza dell'opera. Riserbandoci di discorrerne 
degnamente in altro articolo , vogliamo qui riferire 
un frumento d' iscrizione rinvenuto presso quel me- 
desimo sito , che ci venne comunicato dal nostro 
egregio amico Sig. Giovanni Sideri. Il frammento di- 
ce così : 

M AR • • 

M FIL. N • 

M ■ PRC • • 

FAL PV • • 

vicmio • • • 

M • VICIRIV ■ • • • 
ve FRATR • • • 



£ in una gran pietra di marmo di larghezza pai. 
2 e 3 decimi, di altezza circa parimi tre: i pun- 
ti sono triangolari , e le lettere nella prima linea 
più grandi vanno decrescendo nelle altre , serbandosi 
eguali per ogni due linee. Tutta la iscrizione è cir- 
condata per tre lati da una cornice. Nel lato infe- 
riore la cornice era interrotta da due laterali incavi, 
de' quali ora uno solo è visibile per la frattura del 
marmo. 

Piacerà a' nostri lettori conoscere ciò che mi ha 
scritto solla monca epigrafe il dottissimo Borghesi, 
a cui ne diedi comunicazione. 

« Constando dal titolo Vir Clarissìraus , che se- 
natoria fu la famiglia cui spelta il frammento, potrà 
sospettarsi con qualche fondamento che PVdenti si 
abbia da supplire nel mozzato cognome di quel M. 
Arrio, essendo conosciuto L. Arrio Pudente console 
ordinario con M. Gavio Orfito nel 918, per non 
far conto del Q. Arrius Pudens soldato dei vigili al 
tempo di Caracalla (Kellermann VII. p. 2. 26). Ma 
quest' Arrio ostenta insieme l' altro gentilizio di Vici- 
rio, onde potrebbe nascer dubbio a quale delle due 
case veramente appartenga , se la questione non ve- 
nisse decisa dal fratello , che si chiama apertamente 
M. Vicirius. Per lo che si avrà da dire , che l' altro 
nome di Arrio secondo l'uso famigliare a questi tem- 
pi gli provenisse dalla madre, la quale doveva essere 
anch' essa di nobil legnaggio , se questo o prima o 
dopo ( il che non può giudicarsi se non da chi dalla 
forma delle lettere può argomentare dell'età del fram- 
mento) pervenne al supremo onore dei fasci. Quindi 
se la famiglia materna secondo la mia congettura ado- 
perava il prenome di Lucio, riterrò volentieri , che 
tanto il suo prenome , quanto le note geneologiche 
spettino alla casa del padre, nella quale i! fratello ci 
addimostra usitata la denominazione di Marco. Anche 
la gente Viciria non lasciò desiderare il suo nome ai 
fasti, in quelli delle ferie Latine (Arv. p. 129) segnan- 
dosi un' anno non ancor ben determinato con . . . AE- 
CIO . . . MO, e con . . . VICIRIO . MARTIALICOS, 
che furono sufTefti ai tempi di Vespasiano o poco do- 
po. Egregiamente il Marini supplì nei nomi del pri- 
mo L. MAECIO PostuMO , che fu un' Ar vale men- 



— 39 — 



(ovato nella Tav. XXII dell' anno 831 , sul conio del 
quale si avrebbe ora non poco da aggiungere : ma 
non posso ugualmente applaudirgli , (piando in ri- 
scontro del secondo cita un Q . VICRIVS • Q • L • 
MARTIALIS (p. 140 nota 33 ) maestro di uno dei 
vici di Roma uell' 889 (Grut, p. 290 col. 3, Mu- 
rai. 60i. 1 .) essendo che la gente Vicria fu certamente 
diversa dalla Viciria, come dimostrano le molte lapi- 
di , che della prima ancor ci rimangono. Avremmo 
anche un' altro console Vicerio Alariano collega di 
L. Maecio Postumo , che sarebbe stato surrogato fra 
I'SjI e rSoG, se potesse assicurarsi che la gente Vi- 
ceria conosciuta per altre pietre fosse slata la stessa 
che la Viciria ; e molto più se potesse prestarsi piena 
fede alla lapide Spagnuola, per lo meno scorrettissi- 
ma, da cui proviene, riferita dal Grutero p. 321. 10, 
ed accusata di falsità dal Maffei A. C. L. p. 319, non 
sapendo se basti a difenderla la correzione proposta 
dal Marini (Arv. p. 1G4), mentre resta sempre so- 
spetto il nome dell'Imp. Traiano, il quale non si ve- 
de cosa stia a fare in quel luogo. Del resto può affer- 
marsi che la casa dei Vicini fu propria di codeste re- 
gioni , perchè a riserva di due liloletti insignificanti 
dell' Etruria (Murai. 869. 7, e 1601. 3) quanti altri 
marmi conosco in cui si fa memoria di lei, incomin- 
ciando dalla notissima Viciria Archis madre del Pro- 
console Nonio Balbo , provengono tutti dal regno di 
Napoli, almeno da paesi limitrofi.» 

Ml.NEnVLNI. 



Tavola aquaria Venafrana : continuazione del num. 
precedente. 

Or che è saputo essere questo un decreto dettato 
da Augusto, non avrà più luogo la dimanda, se deb- 
ba tenersi come lavoro dei decurioni di Venafro ; sì 
bene resta di soddisfare ad una ragionevole questio- 
ne , che ci si potrebbe proporre intorno alla natura 
del dettalo , se debba stimarsi originale , o copia di 
alcun altro anteriore, e se trattalo piano e completo, 
ovvero un estratto di articoli da un corpo di leggi. E 



quanto al primo , non ci è permesso ignorare esserci 
molto innanzi dettate leggi in Roma intorno alla con- 
dona e distribuzione delle acque; disposizioni ante- 
riori ricorda ancora Frontino , ma un corpo di le^-^'i 
raccolte dai senafusconsuUi, non vien citato da verjn 
antico scrittore. Anche dopo il 728 bisognando a Ro- 
ma rimettere in vigore , o determinar meglio , e più 
propriamente, le ordinazioni già prescritte , si usò di 
proporre in senato alla sanzione quando una, e quan- 
do un'altra disposizione. Riguardo al secondo que- 
sito, molto ragionevolmente si terrà che questo decreto 
sia un estratto delle migliori leggi romane, e ce ne dà 
argomento un luogo di Frontino , ove assicura , che 
egli non trova costituito alcuna cosa intorno alle ac- 
que dei municipii , ma che di fatto vi si teneva una 
regola uniforme e costante, non altrimenti che se fos- 
sero state fatte le leggi da ciò: De aquainpraediaso- 
cionim data, nihil constitutum inverno; perinde tamen 
obsei-vatur, ac iure cautwn (art. 109). Or questo non 
poteva altrimenti acca dere, che applicandovi le leggi 
romane regolatrici delle acque, e degli acquidolti. 
Però in questa redazione osservasi talvolta un andar 
contorto, e sintassi priva dei convenienti suoi membri, 
e tal altra anche difficile a scusarsi d'errore, siccome 
si farà vedere a suo luogo. 

Eccone intanto la intera trascrizione in carattere 
minuscolo, onde agevolarne la lettura anche a coloro, 
che non hanno uso di ricavarla dall'apografo. 

Decretum Imp. Caesaris Augusti de Aquae duclu 
I Colonorum. Coloniae. luliae. Venafri. Imperatore. 
Caesare. Octavum. Tito. Slatilio. Tauro. ilerv.m. con- 
sulibus. I 

i. Aquae rivos, ductus, qui in rura colonorum la- 
buntur, Duumvirum / iuri dicundo, Praefectoruni Co- 
loniae permissii fluant : ncminem, colonorum / vena- 
franorum, vel qui Coloniae municipes, caducam du- 
cere placet. 

2. Duumviri, Qualuorviri Aquarum , o:,lium in 
aquae duclu, qui per millia paisuum novem in oppi- 
dum vcnafranorum tendii , ne aperiant ; colonis ve- 
na franis, cive qui colonorum/ venafranonm nomine, 
erogari, adtribui, aliove quo modo dari non placet. 

3. Qui rivi , specu$, saepla, fontes, pulci, hcusque, 



— 40 



aquae ducendae, refìcitindae /causa, supra infraveli- 
bram, recle acdificali , structi sunt , sive quod / aliut 
opus eiiis aquae ducendae, reficiundae causa , supra in- 
frave libram, /factum est, uli quidquid carum rerum 
factum est ila esse, hahere, et aquas / rcpcerc, repone- 
re, restiluere, rcsarcire , semel, saepius, /islulas, cana- 
ìes , / (ubos ponere , aperluram commiltcre , sive quid 
aliul eius aquae ducen/ dae causa opus eril facere ei 
agro; dum qui locus ager in fundo, qui / Quinti Sci- 
(jnii Ludi fila Terentina Mulae dicitur , el in fundo, 
qui Ludi Pompdi Manii fiìii Terentina Suììae / est , 
esseve dicitur , maceria saejìlus est , per quem locum , 
subve quo loco / specus eius aquae iter init, ni ea ma- 
ceria, parsve quae eius maceriae / al iter diruatur, mo- 
vealur , quam specus reficiundi, aul inspiciandi cau- j 
sa familia aquaria caverit , quo minus ea aqua ire , 
fluere, ducive possil / quo velini ; cuius rei causa, dex- 
ira , sinistraque circa eum rivom, circaque/ eam ma- 
reriam , quae aquae ducendae causa facta sunt , oclo- 
nos pedes agrum /vacuum esse placet, per quem locum 
venafranis , cive qui venafranorum / col onorum no- 
mine, iter facere eius aquae ducendae, operumque eius 
aquae / ductus fadendorwn , refìcicndorum , quod eius 
sine dolo malo fiat, iui sii, licealque / Quae quae aquae 
earum , cuius facicndae , re/iciendae causa opus erunl , 
quo / proxume poterit , advehere , adferre , adporla- 
ìc, quaeque inde exempla erunl / quam maxime ahs 
agri dextra , sinistraque pedibus odo iacere ; dmn ob 
eas res damni I infecli ius dari promittatur , earum- 
que rerum omnium ita ei agendarum / Duumviris ve- 
nafranis ius poleslaleìnque esse placet ; dum ne ob id 
opus fons Mi I nuciorum, ctiius agri, locive, ])€r quem 
agrum, locumve, ea aqua, is aquae / ductus se feri, in- 
vius fiat , neve quis dolo malo opus minus ex agro suo 
in parlem agri / quam iransire , transferre, Iransvertcre 
recle possit : neve qui eorum , per quo / rum agros ea 
aqua ducitur, eum aquae duclum corrumpere, abducc- 
r? , aver lieve , facereve quoniinus ea aqua in oppidian 
venafranorum rccie duci fluere possit, liceat. 



4. Quaeque aqua in oppidum venafranorum it , 
fluii, ducitur, eam aquam/ distribuere, discribere ven- 
dundi causa, aul ci rei vectigal imponere, consti / tuere 
Duumviro, Duumviris, Praefeclo, Praefeclis eius Co- 
loniae ex maioris parlis decufi/ onum decreto , quod 
decretum ila factum eril, eum in decurionibus non 
I minus quam duae partes decurionum adfuerint , le- 
gemque ei dicere ex/ decreto decurionum, quod ila ut 
supra scriptum est , decretum erit , ius , pò / testatemve 
esse placet ; dum ne ea aqua , quae ita distributa , di- 
scripla, deve qua/ ila decretum eril, aliler quam fislu- 
lis plumbcis dumlaxal ab rivo pedibus quinqttagin- 
ta ducatur ; neve / eae fistulae, aul rivos, nisi sub ter- 
ra , quae terra itineris viae publicae, limi/ tisve erit , 
ponantur, conlocenlur ; neve ea aqua per locum priva- 
tum invito co , cuius is locus eril , ducalur ; quamque 
legem ei aquae tuendae, ope / ribitsve, quae eius aquae 
ductus , ususve causa facta sunt, erunt, luendis, . . . in 
decreto , cpiod ita, ut supra scriptum est , factum erit, 
dixerinl / ila caulum, ius polestalemque esse placet. 

nuntiare . . ab humo ducanl lem . . . / agi , tunc aliut 
iter factum ad eam aquam pruder quam faciundae , 
re / ficiundac causa quibus venafran. ordinarios pa- 
tronos, qui boni / denl : ob quas causas dum taxat se- 
slerlios decem mille dabunt in aerarium, qualuorvirum 
iudicio;/dcque viginli duabus fislulis aquas colonis co- 
loniae venafranae vacivas, aul ca / ducas , quas addi- 
cent, quominus rcieclio, quam colono, aul incolae face- 
re /licei . . . eum eo qui ex hac lege erit, factum ita, ut 
supra scriptum est, dum crini aptit quem) agilum da- 
lum eril , agcnl, eum , qui inter civis et peregrinos ius 
dicet, iudicium I reciperatorium in singulas res sester- 
lios decem mille reddere, testibus , qui dum taxat de- 
cem, dcnun / tiandis, iudicari placet; dum reciperalorum 
reiedio inter eum qui aget, el / eum quoeum agetur ila 
fìeft itti ex lege qjuae de iudiciis privatis lata est/li- 
ccbit, oportebit. 

(continua) Garrucci. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g. 
Giulio Mi>ervini —Editori. 



Tipografa di Giuseppe Càtaneo. 



BllLETTINO ARCHEOLOGICO IVAPOLITWO. 



NUOVA SERIE 



N.o 6. 



Settembre 1852. 



Due Iscrizioni fremane di Pennaluce. — Osservazioni sulle monete di Napoli colla proiome del Sebeto. 

Giunta alle osservazioni sid vaso di Oritia. 



Due Iscrizioni frentane di Pennaluce. 

Il museo del Vaslo formatosi con rara generosità 
di libere e gratuite cessioni dei proprielarii per lode- 
volissimo consiglio del sig. D. Luigi Marcliesani, au- 
tore ben noto di un'accuratissima storia di quella Cit- 
tà , ha di recente avuto in dono due rare tavolette di 
bronzo dalle terre di Pennaluce. Sono scritte ambe- 
due in carattere sannitico, ma di forma non comunis- 
sima, e di dettato importante assai, contenendo quasi 
ogni parola una novità. Ecco la lettura, e la interpre- 
tazione della prima (Tav. III. n. 2), 

DRR>«^liqRVB -^RR)! 

18V«^mTBV.ÌiaHD 

TTBn«(]V^iH3>l 

Calavio Osidio (figliuol di) Gavio 
Vibio Ottavio ffigliuol dì) Ofdio 
Censori anno aperto .... 

Primo pregio di questo bronzo è , che da esso ci 
venga tutto intero l'alfabeto eccetto la W, lo che cer- 
tamente in monumenti di sì piccioia mole non potrà 
. spesso accadere. La paleografia qui è notevole per 
la seconda forma dell" R assai rara , per la maniera 
con che è cavato 1' 8 ed il ^ , per la i non veduta fi- 
nora , e per un secondo esempio dei due li legati a 
traverso H. Il primo Censore chiamasi Caal. Hiisi- 
diis. Altro nome osco che cominci colla sillaba Cai, 
non può aver maggior dritto di Calavio , Caluvìo , e 
Calinio a, compier questa voce. Scelgo Calavio come 

JNNO I. 



più solenne, ed osservo, che in ogni caso, egli è nuo- 
vo r uso che se ne fa qui di nome personale. Nella 
linea seguente vedremo anche Ofdio , star per nome 
proprio del padre di Vibio Ottavio. Laonde si diman- 
derebbe giustamente, se i popoli italici di razza san- 
nitica abbiano universalmente usato veri prenomi , 
come i Romani; cioè nomi distintivi delle persone tra 
di loro di forma, e di uso particolare; o non piutto- 
sto abbiano la più parte portali due nomi, togliendo- 
ne uno dal padre, e l'altro a scella. Gli esempii dei 
creduti prenomi sono ora mulli|)licali in guisa , che 
la vincono quasi al confronto dei nomi, lo che parmi 
segno manifesto da riconoscere l' errore. Confrontisi 
per esempio Pupdiis Slenis ( Mom. die Unter. Dial. 
p. 189), e Stenis Calinis{ìd. p. 193) Z. Ilurliis 
Cm (id. 174) e Cm Babbiis (id. 177), Pc. De. Pe 
(id p. 171.), e De Slatiis {id 173), Dee. Tre (id. 
18.t), Ni. Pupd ( 18'0, e Tanas Niumeriis (173), 
Ocius Calavius (Liv. IX. 26) e ^IDV • A in Pompei 
di mia lettura (il Mom. Taf. XI. 29 e legge 3V«A) 
Percen Gaaviis ( Mom. XV ) e Gaaviis Hùsidiis qui 
medesimo. Quali di questi debbano riputarsi preno- 
mi di lor natura , io non so dirlo. Per lo contrario 
nella Italia primitiva non mancano esempii di questo 
costume , e con due nomi si appellano Metius Fufe- 
tiìis Albano, ed Octavius Maìnilius di Tuscolo , Mo- 
dius Fabidius Sabino di Curi, Tullius HosliUmùìMc 
duUia , Attius Tullius Re Volsco, Mamurius Veturius 
nei carmi Saliari , Gellius Egnatius, e Gellius Staiius 
Sanniti, Pontius Cominius, ed Arcius Navius Roma- 
ni, Laevius Cispius di Anagni, Vavcius Vitruiius Ge- 
nerale di Fondi , e di Piiverno, Vettius Messius \'ol- 



42 — 



SCO , Novim Plauiius forse Latino , Dindia Macoì- 
nia di Palestina, Egnalius Mecennim dei tempi stessi 
di Romolo, e Mammins Velurius di Numa, Dionigi 
d'Alicaruasso ne insegna a riconoscere nei nomi 5e/-- 
vius, Naevius, e Lucius un Trp'-.sriyopixòv t'ycixx, ed in 
TuUius, Auim, e Tarquiiùus im auyysyix'A, x%) ttcì- 
fTfuiwixrAv (Dion.A.R.III 65). Così portava due nomi 
Miui Ascanius ed Egciius Tarquinius figlio di Arum 
Tarqutnhis, così Meltius Curtius.Cìò non ostante, Feste 
notò elle Talus in Latinorum nominibus pracnominis 
loco faisse videlur (FestusQu.XVI. I .ed.Miiller.il quale 
ricorda opportunamente il TctXXos Trpctvvos di Sabina 
compagno di Tazio appresso Dionigi L. II. 46), il Ma- 
mcrcus Ira gli Osci ( L. XII.p. 1 30 Miiller), ed il Manius 
in Ariccia (id. s. v, cf. Jahn ad Persii Sai. VL p. 22o), 
Vanone il Crepuscus di Amiterno (L. L. VI. 7). Pare 
quindi , che si debba star cauli ad ammettere trai 
prenomi, quanti nomi si veggono tenerne il luogo; per- 
chè v' ebbe un altro modo di denominarsi trai popo- 
li italici. Onde parmì questo costume del y.otviv òycix% 
si venisse a poco a poco a distendere , preudendo il 
luogo del TrpoffYiyopixóv più vetusto. 

Questi piccoli schizzi gettati così, come si suole in 
articoli di questa natura , daranno , spero , luogo a 
più mature considerazioni , onde diminuire i pregiu- 
dizii intorno alla regolarità dei nomi e prenomi nella 
Jingua segnatamente Osca, eSannitica. Tornando ora 
alia nostra tavola; il nome Caal leggesi scritto con due 
R, come HnRRn e ill)l)IRRm sulle monete, ^IDRR> 
qui stesso, e nella lapida di Nola (Mom. Unt. Dial. 
p. 178. ). Aggiugnesi poi il secondo nome Hosidio. 
Questa gente elevossi in Roma sol negli ultimi tempi 
della Republica, ricordando Appiano (B.C. p. 613), 
e Diodoro (p. 498. Vessel.) un //osidt»s Ce^a salvato 
dal figlio al tempo delle proscrizioni di Siila , e i fa- 
.sti consolari il Cneus Hosidius Gela all' 801 consorte 
di Lucio Vagellio. Potevasi quindi sospettare la sua 
origine straniera, ed ora ci viene un buon argomento 
da riputarla Sannitica , e Frentana. Il Vasto ci ha 
dato alcuni Osidii , un Q. Hoddio Al. . è nella rac- 
colta del Momm. (/. N. 5268. num. 86.) un C. 
Hosidio C. . . con Ire suoi Uberli ho copiato io me- 
desimo nel musco del Vasto , 



V C HOSIDIO C • • 

veTeran • • 
c hosidivs • c • l- 
patrono • et • sir/ 
etchosidio clisi 

IIOSIDIAE FAVSTae 
In altra lapida ricorre la memoria di un altro C. 
Hosidio a cui una Calavia pone il monumento , 

D 
C • HOSI • • 
CALAVIA • • 
Ed in fine son ricordati in altra pietra (Ilosi)dio Ne- 
pole a cui il figlio Ti. Hosidio Massimo ed Hosidia 
Afiodisia moglie pongono la memoria sepolcrale 
(Momm. /. A'^. num. 5268). Questo Calavio Hosidio 
era figliuolo di Gavio, il qual nome leggesi distesa- 
mente scritto anclie nella lapida di Numsio Erennio 
citata più sopra. I nomi cominciano a significarsi con 
parole tronche, e finalmente con sigle, quando son 
passati neir uso generale a farla da prenomi. 

La mancanza di abbreviazioni, e di sigle dimostra 
generalmente una maggiore antichità del monumento. 
Se la sigla > delle monete di Papio Mutilo debba in- 
terpretarsi, come fa il Mommsen Gavius, io non de- 
finisco. Ben parmi non esser sicuro affatto , che Ca- 
ius o Gaius come si legge nei cenotafii Pisani ( v. le 
osservazioni del Noris T. IL p. 183, 184, MùUerad 
Fcslumi». 95 Osann, cxcurs. /. ad Cic. deRep.)&ia l'e- 
quivalente di Gavius, specialmente se deve tenersi 
maggior conto della interpretazione accennata da Plu- 
tarco [Quacsl. Rom.c.SO), e bene sviluppata dal Furia- 
netto {Lap. d'Eslepa^. 68), che della etimologia poco 
soddisfacente dell'Autore de Nominibus, che tal nome 
deriva a gaudio Parenlum ( L. X. Valerli Maximi ). 

Nella seconda linea è nominato Vibio Ottavio fi- 
ghuol di Ofdio , i quali nomi crescono di mollo la . 
importanza del monumento. Perocché per comincia- 
re da Viibis, chiunque ha letto la nota posta alla pa- 
gina 25, e 26 del primo fascicolo del Tempio di Iside, 
avrà rilevato quindi, che il V passato nella categoria, 
dei prenomi per le città italiche già romane , non 
aveva finora verun confronto, che ne assicurasse del- 
la interpretazione Yihius , o Vibus proposta già dal 



^3 - 



Borghesi [Suovi Fram. dì Fasti parte l.p. 83.). Che 
assai bene siasi apposto quel sommo, forse Io proverà 
questo bronzo : almeno rileveremo, che il ì'iftus del 
prof. Mommsen [Unler. Dial. p. 2G0) non può aver 
luogo fra le conghietture felici. Ma nel ^0H3 gua- 
dagnansi ancora due altre novità. Perocché i due II 
vi son congiunti da una Irasversa appunto come sul- 
la moneta di Alife leggesi AH8HA , e 1' I vedesi 
sormontato da un punto ì , che niuno in altri monu- 
menti aveva sinora fatto rilevare. A determinare il 
valore di tal nuova cifra fa duopo rappresentarsi, che 
naturalmente il nominativo avrebbe dovuto finire in 
^11 , alla qual forma corrispondente all' IVS dei La- 
lini vedesi talvolta sostituito un ^1 , siccome qui in 
Octavis. Quindi può dedursi che doppia ne era la pro- 
nunzia in es, ed in is; e perchè alcuno non stimi que- 
sta ^I un'imperfezione, o varietà ortografica , ricor- 
do , che queste desinenze in ^1 ripetonsi su leggende 
latine , ove non può esser dubbio il suono dell' ^1 
osco. Nella mia Storia d'Isernia a p. 186 feci uso di 
questa osservazione citandone gli esempi dai vasellini 
di S. Cesario trascritti dal Baldini [sag. deU'xicc. Cor- 
ion. T. I. diss. 8), al quale aggiusta fede il Q. CAE- 
CILIS, l'HlMlNIS, il M. SIICTILIS , il T. TVSA- 
NIS del Chircheriano , copiali da me, e prima, seb- 
bene non esattamente, dal Lupi {Epit. S. Severae pa- 
gina 89, 93). 

Quanto all' I , alcuno non ha notato ancora questa 
singolarità paleografica , tultocchè non sia questo il 
primo monumento , che la mostri. La celebre tavola 
di Crecchie ne ha di quelli che somigliano al nostro 
fra i diversi, a cui riunisce un punto in quell'alfabeto 
or da un Iato, or da due, or da una estremità, or da 
ambedue. Nella voce J-nW , in irKEJ, ENEi , in 
VI3A-l-n, in ^3liV|^, se ne veggono le forme non me- 
' no di sei, e sono !• i ! ì* I •!• degne di paragonarsi alle 
dieci forme diverse di Y riconosciute nell'alfabeto Li- 
cio. Né ciò paia strano; peroccliè anche nella pronun- 
zia romana trovavano i Grammatici non meno di sei 
suoni della L Prisciano scrive, (p. 559. Putsch.): /e<r 
vocales quando medìae sunt àlternos inter se sonos vi- 
dentur confundere, teste Donato ut VIR, OPTIMVS. 
Et I quidem quando poH V consonantem loco digam- 



ma fmictam aeoìici ponitur brei'is sequente D , tei M, 
vel R, rei T, rei X, ^onum Y Graecc videlur habere, 

ut VIDEO, 1 /.»/, vinns. yirivM, rix. (cf. 

Vello Longo De Orthogr. 22 IC). Quintiliano distin- 
gue la I lunga, la breve, e la consonante, ai quali cin- 
que suoni aggiunge il suono medio tra la E , e la I , 
quando neque E j>lane , ncque I auditur ( Quint. 
//i,s/. Orai. L. l. cap. IV.). Quello, che non mi so 
spiegare è , come non sia stato osservato questo se- 
gno , non dico già nella scrittura della pietra di 
Crecfhio , dove mancò solo di essere inleso , ma 
nella gran tavola del Giove Libero diFurfone (Moni, 
num. 6011 ), ove non meno di trentasei I veggon- 
si sormontali dai punti ! ben degni perciò di venire 
a confronto del novello bronzo di Penne , non meno 
che della iscrizione di Fiume da tanto tempo trascrit- 
ta e pubblicata dal p. Zaccaria [Instit, Lapid. L. II. 
e. XL p. 281. Venezia.) 

C • LiViO • C • F • SERG. 

CLEMENTI • MiL • COH • Vili 
PR • > • C • MARCI • GEMELLiXi 
LiViVS-OBSEQVESLiB 
VF- 
Al bronzo di Penne fa buon confronto la sannitica 
moneta di Hyrium , ove l' Avellino aveva notato un 
I contrassegTiato dal punto sottoposto [in Carelli tah. 
p. 31. Lipsiae ed. Caved. ), che in un altro esempla- 
re, tenuto da me solt'occhio ora che scrivo , è invece 
notato di sopra AHIQY. Segue al prenome ^iIIH3 il 
nome ^DRTBV con novità di non minore impor- 
tanza. Perocché trovo la prima testimonianza della 
gente Octavia fra i Sanniti Frentani che si sapeva fi- 
nora Volsca in Velletri (Suet. Aug. e. 1. 2), Latina 
in Frascati (Liv. 1. 49 cf. 10, 41), Etrusca in Pe- 
rugia (Vermiglioli. Imcr. Perug. p. 7472, 182, 
267); tra i quali ultimi ricorre collo scambio del >l in 
a, come appunto nella nostra. Lo che veggo tornare 
a buona conferma del ^3IBaRHH , e del ^laiBROFJW 
( Momm. Unt. Dial. Taf. XIII. 47 ) , da me in- 
terpretato Marcius , Marcii ( Osservaz. intorno ad 
una Iscr. Osca. p. 6 , 7). Dopo ì'Octavius sison sal- 
vati gli avanzi del oome paterno , che io credo Of- 
dius , e me ne dà l' unico riscontro la lapida di Col- 



lellara (Giovenazzi Accia XXXIV, 3 Momm. I. N. 
n. 5763 ) , nella quale è L. OFDIVS. L.F. PET.N. 
11 Giovenazzi Io ha paragonato il primo con Ofidius, 
ed Aufulius, e stimo che a ragione riguardo al pri- 
mo. So che altri si allontana da questa opinione, ma 
io leggo nella lapida forse Puteolana del Museo Spi- 
nelli : 

MVINICIVSML- 
GAHA 

MVINCIVSML. 
KAIETTANVS VIXANXV 

MVINCIVSML FELIX 
La copia del Guarini, e quindi del Mommsen ( n. 
3437) malamente trascrive per tutto VINICIVS. Pa- 
ragono il Vestricio di un anello trovato probabil- 
mente in Capri nel 1808, T. VESTRICI APHNI, 
col hVH>ll(]IT^33 del cippo Avellano , poi Obdius 
con OhiJius , Numsius con Numisius , Caldius con 
Calidius, Vtcrius con Vicirius, Decrius con Decirius, 
Cainius (da monumento inedito) con Casinius, e mi 
parvero, che si usava talvolta questa sincope. Qualche 
ripugnanza sol trovo di accomodarmi a creder lo stes- 
so Ofdius ed Ovidius ; tullocchè non ignori lo scam- 
bio della F in 8, che sulla moneta di Nocera è solenne, 
leggendosi ^HVkl(BTR8R^fq , ed WVH(BTmR^R. 
Segue il piccolo bronzo a regalarci nella parola 
QV^lH3)i altre novità rilevantissime. 

Fino alla scoperta della colonnetta di Macchia vi- 
cino ad Agnone [Bull. Nap. IV. 71), il i era occor- 
so solo nelle monete della guerra Sociale , messovi 
però in segno numerico, siccome lo Y, del quale non 
si hanno ancora riscontri d'uso alfabetico. Laonde il 
Mommsen dubitò di ammetterlo nell' alfabeto usuale 
( Bull. Nap. V. p. 44 ) , non bastando a farvelo acco- 
gliere l'uso che ivi se ne fa di sigla prenominale, sic- 
come ai K latino , die' egli , non fu sufficiente servire 
al prenome Kaeso, onde entrasse nei dritti di lettera 
alfabetica Latina. Dunque sicuri finalmente dell'indo- 
le di questo elemento, vediamo di definirne l'uso pri- 
mitivo. Gli alfabeti danno al zeta un valore di sibilan- 
te , ma non di doppia. Questo suono non mancò agli 
Etruschi , non ai Greci italioti , non ai Messapi , e lo 
rilevo ancora nei graffiti sui fondi di vasi dei sepolcri 



Campani , e su di una parete pompeiana , che dici- 
frerò in altro luogo. I Romani, a giudizio dei Gram- 
matici, tardi lo adottarono, ma la testimonianza di 
Vello Longo , che lo aveva trovato nei carmi Salia- 
ri , prova che l' alfabeto con che erano scritti , non 
era ancora Romano. Da questo lato la questione in- 
torno alla origine del ^ non riguarderebbe più la for- 
ma materiale dell'elemento, sibbene l'impiego che se 
ne faceva in quei primi tempi. 

Se Medenùus fu l'antico nome di Mezmtius (Pri- 
scian. L. 1. cap. ult. 551. Putsch.), per lo contrario 
Giove che nell'antica lingua del Lazio fu scritto DIO- 
VE ( Creili n. 1287. Bull. InslH. 18l6. p. 90. Quin- 
til. Inst. Orai. I. e. IV. ) , in un singoiar contrapeso 
di telaro del Chircheriano tuttavia inedito , è ZIOVI. 
Nella lingua Arabica è un suono di dentale sibilante , 
che potrebbe dare qualche idea della pronunzia del 
Zelha primitivo di questi popoli italici ; non è un S 
né un D chiaro, ma un suono medio tra l'uno e l'al- 
tro (dtha). A dir preciso è un D aspirato , al quale 
i Sanniti Frentani aggiungono 1' ^, come i Greci anti- 
chi, dopo inventate le cifre S e Y scrivono X^ e 0^. 
Adunque QV^HB)! è lo stesso che CENZOR, sicco- 
me COJA.eCOZA, MALIES e MALIEZA sulle mo- 
nete. La lingua Sannitica fra i Lucani pronunzia CEN- 
STUR , tuttocchè facciasi grande inpiego del Z per S 
in parecchi vocaboli della tavola Bantina. Ciascuno 
sarebbesi aspettato un plurale in luogo di (lV^lH3)l 
come ^I3)il^3m , nondimeno la forma più frequen- 
te di questo plurale è MEDIJ pel bronzo di Anti- 
no , ^^IR^Sm nella lapida Nolana ( Momm. Unt. 
Dial. p. 178) , MEAAEIS nella Mamertina (Mora. 
op. cit. p. 193.). Dell'ultimo vocabolo di tutta la leg- 
genda ci è rimasta la prima parte nelle quattro lettere 
TTRn. Stando al paragone di ^H3TRn sul cippo no- 
lano, il senso del quale non può esser controverso , e 
di hRHRTRn del bronzo di Agnone , parmi assai 
verosimile, che il nuovo vocabolo debba avere quel 
medesimo senso causativo, corrispondente alla forma 
Hiphil degli Ebrei, e che i Latini diedero appunto alla 
voce Palare { = facere ut quid pateat) , Aperire. Se 
altri coll'esempio di Pelora (=.qualuor=rirofoC) osco 
slima derivarlo dal greco TrorTw ( = 7raWw) figo , 



— 45 — 



troverebbe come conforfar la sua opinione nel dida- 
lorio figere ; ma nei due casi tal vocabolo non dovreb- 
be molto allontanarsi dalla desinenza plurale in ^H3, 
onde a parer mio, l' intera voce sarebbe ^H3TTRn. 



Il frammento di bronzo del u. 3. T. III. scritto da 
ambedue le facce viene dalle stesse terre diPennaiii- 
ce. Le due parole intere , cliè non fa luogo tentare 
le monche, WW>I|-I ed ^3^QV fanno sospettare 
un registro di paghi , o villaggi e forse anche città. 
Acca, Ursae ed Ursenhim, queWa tra gì' Irpini, queste 
nei Brutti] potrebbero giovare al paragone. 

Garricci. 



Osservazioni sulle monete di Napoli colla protome 
del Scbelo. 

È veramente classica la scoperta del mio eh. col- 
lega P. Garrucci , il quale riconobbe per la prima 
volta il nome del Sebeto in due monetine napoletane 
possedute dal signor giudice Riccio , e di cui trovasi 
la descrizione a pag. 17 di questo bulletlino. Nel con- 
gratularmi con lui di sì fortunato incontro, mi sia le- 
cito aggiugnere alcune osservazioni a ciò eh' egli dot- 
tamente ne ha scritto. Il mio collega conghietturando 
che l'originario nome del nostro fiumicello esser dovea 
Sr,(3*]5)os , stima che nella forma del dialetto beotico 
tramutossi in XriirH^os. Opina quindi che debbasi 
quella denominazione così variata alla colonia Euboica 
di Calcidesi e di Eretriesi , di cui parla Slrabone (V, 
4,7.). Comincio dall'osservare con lui, che il nome di 
%ri^r\^o5 non trovasi in alcun greco scrittore; e soltanto 
negli autori latini comparisce quella forma. L' unico 
monumento greco ed arcaico, che ci presenti il nome 
' del Sebeto,è appunto la moneta , di cui un doppio esem- 
plare si possiede dal Sig. Riccio. Sicché non siamo 
autorizzati a supporre una forma differente in tempi 
remoti sol perchè in tempi posteriori trovasi adope- 
rata da scrittori latini. La somiglianza del suono del 
7r e del (3 fu causa talvolta che queste due lettere si 
scambiassero nella pronunzia anche ne' nomi geogra- 
fici , ne' medesimi sili a* quali le denominazioni ap- 



partennero. Ricorderò a tal proposilo le monete di 
Bizanzio, nelle quali il nome della città e indicalo or 
dalle lettere ITT, or dalla iscrizione BTZAXTIiZ.N , 
come derivato dall'eponimo eroe che ITt'^xS e Br^aj 
venne appellato (Bekker anecd. t. IH. p. 1 1 86 ; Chae- 
robosc. in T/icorfos. p. 3fl) (1). Il Sig. Piiuler facendo 
la illustrazione di quelle medaglie (a;i«a/. deli hi. 
1 834 p. 207 seg.), molti altri esempli aggiugne dello 
scambio del /3 col tt, i quali non si riferiscono a parti- 
colari dialetti: p. 310. E volendo citare un altro esem- 
pio numismatico, ricorderò alcune monete di .\mbra- 
cia colla epigrafe .\MriPAKmTA\(Eckliel(/oofr.II, 
162), le quali furono a proposito richiamate dal eh. 
Cavedoni [spicil. numism. p. 38). Né son da tacere 
due altri esempli , che ci fornisce la numismatica de' 
re della Caracene , il primo della epigrafe .VPTAriA... 
per dinotare Artahazo (Visconti icon. gr. voi. Ili p. 
263), ed il secondo EPTAITANOT per Artabano 
(Id. ibid. p. 269). Oltra questa varietà di pronunzia, 
che non è certamente dovuta a dialetto , osservo che 
i latini tramutarono ancora talvolta il ■tt nel loro B 
anche ne' nomi geografici : e citerò il notissimo ITy- 
^oùi , a cui corrisponde il latino Buxcnlum ; ed a 
questo potrebbero ancora aggiugnersi altri non dissi- 
mili esempli. Da tutto ciò vogliamo desumere che non 
può dimostrarsi essere la forma Si^prjSos originaria e 
primitiva del nome del nostro fiume, anzi ci par pro- 
babile r opposto , cioè che Xri'Trsi^os sia la più an- 
tica denominazione. Il motivo , che ci spinge a cosi 
pensare , si è che la voce 5rii3r|.'ìos non offre alcuna 
greca derivazione (2) ; laddove il Xy]7nt!^oi può deri- 
varsi da molte voci , con significazione non isconve- 
niente alle acque (3). Credo utile richiamare a con- 
fronto del vocabolo Xr\-7riiBo5 un' altra parola , che 
leggesi in Esichio : dir voglio SaViSos , che il lessi- 
cografo dice significare un particolar sagrifizio presso 



(I) È conosciuto che l'eroe MtTxfios die nome a' Melaponlini: 
( Eckbel doctr. 1 p. 15G). Di questa varietà di MéVa/Jose ìVh- 
Toaróvriov vedi il Mazzocchi ad lab. Heracl , p. 99. 

[ì) Non debbo intanto tacere che presso Nonno trovasi il nome 
%-nfìihs attribuito ad un Satiro : Dionys. XXXII, v. 22S. 

(3) Non parliamo per ora di queste derivazioni, sulle quali fare- 
mo altrove una particolare discussione. 



— 46 — 



i PaGi. Noi nulla sappiamo di quel sagrifizio (Eugel 
Kyproi t. II p. 163) ; ma ravvisiamo una notevole so- 
miglianza fra quelle due parole, alle quali dee proba- 
bilmente attribuirsi una comune derivazione , ed una 
simile intelligenza. Da questo qualunque siasi confron- 
to potrà desumersi che S-n-^J/^o? sia dovuto a jouica 
o attica forma.piuttosto che a beotica, non altrimenti 
che il NEHnoUlJ di altra rarissima medaglia, ed il 
NEonoUlTEJ di non poche altre monete. In confer- 
ma dell' jonismo o atticismo delle monetine del Sig. 
Riccio parmi appunto la iscrizione del rovescio , ove 
si legge NEonc )HTE[^] : ed avrebbe dovuto trovarsi 
^ EonoUTAS , quante volte fosse stata la moneta 
coniata sotto la influenza del beolico dialetto , sicco- 
me ne avvertono lo stesso Garrucci , ed il Cavedoni ia 
Carelliitah. p. 23 n U-U. 

Sicché le monetine, delle quali discorriamo, sono, 
a mio giudizio, dovute alle Attiche colonie, e si risen- 
tono di puro atticismo, senza mistione di altro diffe- 
rente dialetto. Comunque sia di queste nostre osserva- 
zioni, che sottomettiamo al giudizio dello stesso nostro 
collega , a noi pare che le monetine di Napoli posse- 
dute dal Sig. Riccio diano luce ad un' altra quistione. 
A tutti è noto quanto fu scritto sul toro a volto uma- 
no, che appare sulle medaglie della Campania e della 
Sicilia : altri rapportandolo al Bacco-Sole (Ebone de' 
Napolitani), altri ad Acheloo, o ad altro dio fluviale 
indigeno (Echkel dodr. t. I. p. 129 e segg. ; Avellino 
opuscoli v.I p. 81 e seg., v. II p. 139 segg.; e bullcU, 
napol. an. VI p. oO ; Millingen rccueil de quelq. med. 
gr. inéd. pag. 8 e seg. ; Mùller Gotiing. Gelh. Anzci- 
gen 1829 p. 20oO segg. Handhuch §. 403 not. 2 p. 
6.'i8 ed. Welcker: Slreber negli alti dell' Accademia 
di Monaco t.II; Wieseler in Zeilschrifl der AUerlhumss- 
tviss. 1843 pag. 503 e segg. ; de Witle rev. numism. 
1840 p. 397 segg. Letronne journ. des sav. 1832 p. 
176-177, Cavedoni spicil. numism. p. 25 not. 33, 
Lajard, nelle mcin. de l'Ac. des inscr. et belLlctlr. v.XV 
p. 98 ctc. ). Ora le nostre medaglie, che ci presentano 
le forme del patrio fiume indicato dal suo proprio no- 
me, vengono a distruggere la idea espressa particolar- 
mente dal Mùller , che un dio fluviatile dovessse rav- 
visarsi nel toro androprosopo. 11 Sebeto e non già altro 



fiume trovasi rammemorato nella numismatica napoli- 
tana: e questo è rappresentato come altri fiumi di a- 
spetto giovanile ed imberbe , e con taurine corna , 
non già come toro con volto senile e barbato. La no- 
tevole differenza delle due immagini ci conduce a ri- 
conoscere la diversità delle divinità , che si vollero 
effigiare (v. Avellino opusc. t. II p. 168). E questo 
ci sembra un altro argomento per accedere alla opi- 
nione dell' Eckhel e dell' Avellino , che il Bacco toro 
ravvisarono nel toro androprosopo (l). Se nel ritto 
delle medaglie del Sig. Riccio comparisce seaz' alcun 
dubbio il fiume Sebeto , nel rovescio vedesi effigiata 
la Sirena Partenope, presso un'urna rovesciata. È 
notevole che in alcune monete diTerina vedesi la Si- 
rena Ligea coir idria sulle gambe, ed in rapporto eoa 
un fonte (Avellino opusc. tom. I tav. I n. 6 vedi pag. 
133 segg.). Talvolta è seduta presso un'idria (Carelli 
lab. CLXXV III n. 28 e 30. ). 

Non farà certamente maraviglia la relazione delle 
Sirene colle acque (vedi Ovid. art. amat. Ili , 311 : 
ed i miei mon. ined. di Barone p. 60). Ma tanto più 
si rende notevole, quando si paragoni un classico luo- 
go di Licofrone, che mette in relazione le Sirene Par- 
tenope, Leucosia, e Ligea co'fiumit presso i quali fu- 
rono sepolte [Cassand. v. 712-37). Già il commen- 
datore Avellino vide tutta la importanza di questo pas- 
saggio , richiamandolo a confronto delle medaglie di 
Terina e di Napoli col tipo delle Sirene {adnot. in Ca- 
rell. p. 19). Ora le monete di Napoli del Sig. Riccio 
trovano una più evidente spiegazione ; giacché l'urna 
rovesciata allude al sepolcro della Sirena in vicinan- 
za delle acque ; siccome ha notato il Garrucci : ed 
io aggiungo che la testa del Sebeto ci fa conoscere che 
le sue onde, e non già quelle del Clanio, ne bagnavano 
la tomba; giacché , siccome avverte Slrabone, anche 

(I) Tra'varii luoghi relativi al Bacco toro è notevole la cantile- 
na delle donne Elee presso Plutarco quaest. Graecae, 36 cf. de Isid. 
et Osir. ^'à , sulla quale si vegga ciò che scrive il Sig. Koester 
de canlUenis popul. vet. Graccor. pag. 41 e s. È degno di osser- 
vazione che traile antichità di Ninive comparisce il toro a testa uma- 
na barbata, però senza le taurine corna, ed alato: vedi Layard Kine- 
veh and ils remains C. V nella tavola di fronte alla pag. 127 
del 1. voi. della edizione di Londra del 18t9. In questo non può 
non ravvisarsi una solare divinità ; e ninno penser< bbe ad un dio 
delle acque. 



a' suoi terniìi moslravasi in Napoli il nionumcùlo di 
Partenopc (1. V, 4, 7; vedi Slat. fylv. 1. 5, 3, v. 104 
sog. , e Plinio lib. Ili e. V). Nò valgono le contrarie 
osservazioni del IMarlorelli [ih. Calam. p. C80); giac- 
ché il fiume rXavl?, di cui parla Licofrone, esser do- 
vrebbe presso al sepolcro della Sirena , il che non 
conviene certamente al Cìanio. Sicché, a mio giudi- 
zio , nel rXotvìs di Licofrone dovrà ravvisarsi un al- 
tro nome del Sebelo; nome significativo del pari che 
Xrj'T-iJìos, siccome faremo rilevare in altra occasione. 
Per la occasione, che ce ne porge il dolio articolo 
del Garrucci , vogliamo dire alcuna cosa sugli altri 
fiumi ravvisali nelle medaglie. Pria di ogni altro vo- 
gliamo osservare che 1' MIR riconosciuto in una me- 
daglia di Posidonia (Mionnel $uffl. toni. I. pag. 30G) 
pel nome del fiume "Is (Lycophr. Cms. v. 724) da 
Avellino [hullelt. ardi. nap. an. I. p. 24) , era slato 
già come tale ravvisato dal Barlhélemy {mém. des in- 
scr. et hell. lellr. voi. XLVII p. 179-180). E l'esser- 
si in una medesima opinione incontrati due dottissimi 
numismatici è un grande argomento della probabilità 
della loro conghiettura. Per quanto ci persuade la spie - 
gazione del Garrucci, che ravvisa il 5a(/ras nella testa 
giovanile con piccolo corno di una rarissima mone- 
ta di Caulonia (Avellino huU. Nap. toni. VI tav. IV, 
20 ) : non posso però aderire alla sua conghiettura , 
con che al medesimo vorrebbe riferire il tanto con- 
trastato tipo di quella città , sul quale anche noi pre- 
sentammo una particolare opinione ( bui. arch. nap. 
an. IV. pag. 133: vedi ciò che se ne dice nell'a/c/i. 
Zeit. del Gerhard, gennaio 1848 p. 208). Il nostro 
collega fonda la sua spiegazione sopra una medaglia 
pubblicala nel bulletUno arch. napol. an. I tav. Vili 
n. 21 , ove crede di ravvisar le corna sul capo della 
figura percotente col ramo; ma a noi sembra che sia 
la chioma in parlicolar modo disposta : tanto più che 
in tutte le altre di bellissima conservazione non osta- 
ta mai osservata la particolarità delle corna. Né poi, 
a parer mio, potrebbe rendersi conto delle più com- 
plicate composizioni , nelle quali si trova la figura 
percotente. 

Parimenti non parmi doversi ritenere come effi- 
gie del Sarno la testa con arielinc corna, visibile 



nelle medaglie di Nuceria '. Friedlaender oìÌì. Mun~ 
zen pag. 21 seg. tav. IV . .Alalgrado le osservazioni 
del Millingen {Comùl. p. 198.), noi crediamo che 
sia da preferire la opinione di.Vvellino {atti della soc. 
Pont. v. I. p. 319, Lai. vel. numism. v. I. p. 101. 
opiisc. voi. I. p. 94 , s. ) , seguilo dal eh. Cavedoni 
{bnlletlino dell' hi. 1839 p. 138), avuto riguardo 
al classico luogo di Suetonio (^?e dar. rhetor. IV), 
che non ci sembra soggetto a dubbiezze. Sarebbe in 
fatti nuovo il veder corna di ariete, e non già di toro, 
che sono quelle allribuite a' fiumi da Strabene (X e. 
2 §. 19 t. II p. 300 Cramer), da Pesto (lib. XX. 
qu. XVI, 6 p. 303MiiIlor;, dalMacrobio {Salurn. V, 
IS), da Eustazio [ad Dionys. perieg. 433), e da altri 
(v. il Meursio ad Lycophr, p.81). Per questo medesi- 
mo motivo non credo che sia un fiume effigiato nelle 
medaglie Melapontine. La testa col corno arielino vcdesi 
ora barbala ed ora giovanile ed imberbe (Carelli lab. 
CLIII e CLIX n. 1G9). Non vi ha dubbio che nella 
lesta barbala debbasi riconoscere Giove Ammone (vedi 
Eckhel doctr. t. I. p. 15.}, e Cavedoni nelle tavole di 
Carelli della ediz. di Lipsia p. 81 adn. 90-98): sem- 
bra perciò che debba ravvisarsi nella giovanile ed im- 
berbe lo slesso Ammeuc , o jìiutloslo il di lui figlio 
Dioniso (Diod.III, 72). Questa particolarità della duplice 
tesla barbala ed imberbe con corna arieline riscontrasi 
ancora nella numismatica della Cirenaica; e meritano 
di essere lette a tal proposito le dotte osservazioni del 
eh. Cavedoni mon.ant.della Ciren.p.21 e 31 seg: ove 
però non troviamo rammentale le medaglie di Meta- 
ponto. Un notevole confronto a questi monumenti nu- 
mismatici si ha da due vasellini della collezione del fu 
Giovanni Jalla , de' quali non sarà discaro leggere in 
questi fogli la descrizione. Il primo rappresenta a ri- 
lievo una testa di fosca carnagione con capelli e barba 
nera, ed arietine corna di nero , rosse ne' margini. 
Sopra si eleva un vasetto ad un sol manico , presso 
al quale è l' ornamento di palmelte: nella parte ante- 
riore è dipinto un giovine coronalo con clamide e cal- 
zari, che siede sopra un sasso , tenendo colla destra 
una patera con offerte. Il secondo vasellino rappre- 
senta a rilievo una testa giovanile di bianca carna- 
cione col labbro rosso , e co' contorni degli occhi e 



i8 - 



delle allre membra disUnli da linee di fosco colore: 
i capelli son neri: due corna di ariete anche bianche 
sorgono a'due lati del capo. Sopra si vede il becco di 
una ocnochoe, che compie il vaso. Ecco dunque ripe- 
tuta neir antica ceramografia la duplice forma del 
personaggio a corna di ariete : e non può dubitarsi 
che sia appunto effigiato Giove Ammone , ed il suo 
figlio Dioniso ; delle quali divinila era già penetrato 
il culto nelle nostre regioni. E l' allusione funebre di 
simili vasi non manca di mistica intelligenza, doven- 
do attribuirsi probabilmente a'misterii ed alla reli- 
gione di Rea , che da tempi remoti s' introdusse fra 
quelle popolazioni. Sulle divinità che han relazione con 
l'ariete veggasi un dotto articolo del Cav. Gerhard nel- 
Y archdolog. Zeit. an. Vili. Febbr. e Marzo 1850 p. 
149 e segg., ove parla pure di Ammone. Sulla si- 
gnificazione solare dell'ariete in rapporto ad Ammo- 
ne vedi pure de Guidobaldi Alessandro e Bucefalo p. 
194 e seg. Il sig. Lersch ha parlato di molti greci mo- 
numenti ove è rappresentato Ammone : JarUkh. d. 
Ver. V. Alterthumsfr. in ii/i. voi. IXtav. IVp. 92-96. 

Ml.VERVIM. 



Giunta alle osservazioni sul vaso di Oritia. 



Alla pag. 3 fu da noi riferito a Diana Agrea, piut- 
tosto che a Pallade, quell'idolo arcaico, che scorge- 
si presso il ratto di Oritia nel vaso del real museo da 
noi illustrato. Ora ci piace di dare qualche dilucida- 
zione su quell'antico xoanon , sul quale assai poco 
fermammo la nostra attenzione. Meglio considerando 
io osservo che la particolarità del polos, o modio po- 
trebbe convenire a Pallade, Sono a tal proposito da 
richiamare le cose dette dal Millingen(artc. uned. man. 
ser. 2 p. 13) sulle antiche immagini di Minerva: e 



segnatamente su quella che osservasi in una delle me- 
tope del Partenone (Stuart, Aiit. of Alhens tom. II. 
pi. 15 n. 4), che egli opina essere probabilmente il 
Palladio miracoloso acquistato da Demofonte , e con- 
servato nel tempio di Minerva Poliade suU' Acropoli. 
Ed in quanto all' ornamento della testa , è da citar la 
statua di M nerva Poliade di Erydirae (Pausan. lib. 
VII cap. 5 , 9) , la quale offriva in ambe le mani una 
conocchia, e sul capo un pileo [TtJXov) , che non do- 
vea esser molto dissimile da un polos , o modio : ( Ve- 
di Gerhard prodrom. mylh. Kunslerklàr. p. 120 seg., 
e Minervenidole p. 4 e seg. ). Con la quale immagi- 
ne , per quel che risguarda la conocchia , potrebbe 
confrontarsi la Pallade Iliade delle medaglie (Cavedo- 
ni spicil. numism. p. 152 n. 154): se pure non vo- 
glia riputarsi invece una fiaccola il simbolo da lei te- 
nuto ; siccome parve all' Eckhel ( doclr. (om. II. p. 
484 ) , e ad altri : vedi Zannoni galler. di Firenze t. 
V p. 182: Minervini mon. ined. di Barone p. 7. Va- 
rie figure arcaiche di Minerva Poliade son conosciu- 
te, le quali presentano sulla testa una specie di po/os, 
e nessun altro simbolo che il Gorgoneo sul petto (Ge- 
rhard Minervenid. lav. 1 ). Ma più vicino è il confron- 
to di un vaso della racc<dta Durand ( Raoul-Roehette 
mon. inéd. pi. LX p. 322), ove comparisce il troja- 
no Palladio con un modio sul capo perfettamente si- 
mile a quello dell'idolo, eh' è presso la scena di Ori- 
tia. Comunque sia di questi confronti, noi non abban- 
doniamo la nostra idea sulla significazione dell'idolo, 
non solo per la mancanza di qualunque altro simbolo 
proprio di Pallade , ma ancora per l' insieme della 
composizione. Queste poche cose abbiamo voluto ag- 
giugnere , riserbando alla pubblicazione del monu- 
mento stesso una più ampia discussione , che mal si 
farebbe senza l'ajuto di un disegno. 



Minervini. 



P. Raffaele Garrucci d.c.d.g. 
GiDLio Minervini — Editori. 



Tipografìa di Giuseppe Cataxeo. 



BULLETTIIVO ARCHEOLOGICO IVAPOIITAXO. 



NUOVA SERIE 



N.° 7. 



Ottobre 1852. 



Descrizione di una patera antica dipinta , con due Eroi eponimi delle attiche tribù. — Iscrizione di ì'ena- 
fro. — Dichiarazioni di due monete di Traiano, l'una Latina e l' altra Greca. — Tavola aquaria Vena- 
frana, continuazione del numero 5. 



Descrizione di una patera antica dipinta, con due 
Eroi eponimi delle attiche tribù. 

Appartiene alla insigne collezione Santangelo la 
bellissima patera pubblicata ne' numeri 4 e 5 della 
nostra tavola III ; e noi ne dobbiamo un disegno al- 
l' egregio sig. Cav. D. Michele, che di altri non meno 
preziosi monumenti ci permetterà di arricchire la pre- 
sente pubblicazione. La patera, di che discorriamo , 
proviene da Canosa ; le figure , che ne fregiano sola- 
mente il coverchio, son rosse in fondo nero, ed i ca- 
ratteri sono rossastri. La composizione si divide in 
due parti relative a due Eroi, intorno a' quali si veg- 
gono varie figure femminili. Da un lato è Pandione 
UANAIfiN imberbe coronalo di mirto, con clami- 
de che ne ricopre la metà infeiiore del corpo, seden- 
te a sinistra sopra un rialto, presso al quale si eleva 
la mistica pianta ad elice. L'eroe stende il destro 
braccio, e sull' indice poggia un augelletlo. 

Questo Pandione , che vedesi figurato nella nostra 
patera, non è il padre di Erettco, e capo di quella re- 
gia stirpe (marni. Par. lin. Itela; Apoiiod. lib. 3 
cap. 14), ma sibbene il più recente Pandione figlio 
di Cecrope, e genitore di Progne e Fikuuela ( .\pol- 
lod. lib. 3 cap. 13. marni. Par. lin. 16 e 17), il 
quale die il nome alla tribù Paudionide ( Pausan. 
lib. I. cap. V. 3 e 4. lib. X, e. X, 1). A noi sembra 
ben determinalo dall'augello che gli poggia sull'in- 
dice , che a noi pare un usignuolo , e che fa certa- 
mente allusione alle avventure della sua casa , nella 
quale ebbe luogo la metamorfosi in quell'uccello 
(Roulez nouvcll. annui, t. 11 p. 2G1 segg.). Nel no- 

ANXO I. 



Siro vaso vedesi l' attico principe assistito da tre don- 
ne, le quali sono vestite di doppia tunica , e miransi 
in variate attitudini. La prima col capo ornalo di 
sphendone alle spalle dell' eroe si appressa recando un 
piattello con frutta: l'altra, senz' alcun fregio alla 
testa , è di fronte a Pandione , e curva abjuanlo la 
persona verso di lui sollevando il sinistro piede sopra 
un rialto; fra lei e l'Eroe è al suolo un vaso con co- 
verchio: finalmente la terza adorna di ampyx volge 
la testa a sinistra , recando colla sinistra una casset- 
ta ; tra lei e la compagna è un'ara a foggia di capi- 
tello jonico , su cui arde la fiamma. Veggonsi nel 
campo varie iscrizioni , le quali non corrispondono 
con precisione alla situazione delle figure , presso le 
quali si veggono segnate. Pare che quella che reca la 
cassetta sia denominala KATMEXH l'allra, eh' è di 
fronte a Pandione , non offre alcuna epigrafe che la 
dislingua ; ma sembra che ad essa riferir si dcggia il 
nome EIIIXAPIS KAAH che n'è alquanto discosto: 
in questa ipotesi , alla donna col piattello ripieno di 
frutta spetterebbe la denominazione di XI KOIIO A li. 
É noto che questo ultimo nome di MK< )n()AIS com- 
parve in un' altro vasculario dipinto (Raoul-Rochet- 
te mon. inéd. pag. 11 ) ; ma più volte occorre l'altro 
di K AT>IE\H (v. quel che dicemmo di (piosto nome 
nel bidlcllino arch. nap. an.V p. 27 e 28, p. 81 e seg. , 
e pag. 87 : parleremo poi più ampiamente di un' al- 
tra iinportanlissima patera della medesima collezio- 
ne Santangelo, di cui abbiamo data altrove una sem- 
plice descrizione: mon. ined. di Barone yol.l.p-'H). 
Comuncpie sia delle denominazioni , che si veggono 
sparse nel campo, o che siano da attribuirsi alle fem- 



— -io — 



minili figure presso le quali si veggono segnale, o die 
accennino ad altro ; certa cosa è che quella donna la 
quale reca il piatlello va paragonala alla figura della 
ITANA.AIi. I Adi altro dipinto da noi altrove pubblicalo 
(lìono dell' Accad. Pont, agli scienz. p. 81, seg.),clie 
fu da noi ravvicinala alle divinila delle slagioni. L'ara 
ardente ed il vaso con covercbio accennano per av- 
ventura alla duplice mistica pnrificazione per l'acqua 
e pel fuoco , clie rendono gì' iiu'ziati degni della feli- 
cità dell' Elisio ; giacché nel vaso, che scorgesi pres- 
so Pandione , non saprei ravvisare un' allusione alla 
festa X'-=^ islilnita da quell' attico principe (Arisloph. 
Acharnes 961 , Eqit. 9o ). In questa nostra maniera 
di vedere sarebbe rappresentata l' apoteosi di Pandio- 
ne, vedendosi circondalo da figure e da simboli, che 
valgono ad indicarla. E qni mi piace di osservare che la 
iscrizione EIIIXAPIS KAAII può fare allusione alla 
X«p/s che s'identifica talvolta coli' "Clpx: tanto più se 
dovesse riferirsi alla figura, presso la quale è dipinta. 

È da notar finalmente , per quanto spella a que- 
sta prima rappresentanza, che la figura di RAVMEXE 
sarebbe assai bene appropriala al soggetto, se dovesse 
in essa ravvisarsi Proserpiua , secondo che opinò per 
altro monumento il dottissimo cav. Welcker, osser- 
vando che nel cullo di Ermione il re degl'inferi è 
detto KXt'/xEvos (Paus, II, XXXV, ^):\odì annali del- 
l' ist. 184.") p. 17C e segg. In tale idea la infernale 
mistica divinità si trova quasi fra'duc soggetti, a' quali 
prende una egual parte , trattandosi della beatitudine 
di due aitici Eroi. 

Nella seconda parte della patera vedesi l'Eroe An- 
tioco ANTIoXo? pur coronato di mirto , e con cla- 
mide avvolta al sinistro braccio , che si avvicina alla 
Vittoria NIKII senza le ali , vestita di lunga tunica , 
e clamide , e col capo fregiato di ornata sphcndone , 
la quale siede di fronte all'Ei-oe, stendendo colla de- 
stra la patera , da cui versa il liquore. Presso alla 
Vittoria sorge dal suolo una pianta, come sembra, di 
ulivo. Alle spaile di Antioco è una femminile figura 
la quale si appressa ad un timialerio , quasi nell'alto 
di prenderlo, e colla sinistra tiene abbassata una co- 
rona di ulivo. Presso di lei è scritto MTPPIMSKH 
KAAH. 



Non può esservi alcun dubbio che l'Antioco della 
nostra patera sia il figlio di Ercole e di Meda figliuola 
di Filante (Apollod. lib. 2 cap. 8, 3; Diod. Sic. lib. 
IV. cap. 37 . 1 ; Pausan. lib. I. e. V. ) , il quale va 
tra' dieci eponimi eroi delle attiche tribù ( Paus. /. e. 
e lib. X, e. X, 1.). Il giovane eroe riceve dalla Vit- 
toria la bevanda del trionfo , mentre altra donna si 
appressa a recare una corona , all' aspetto di un ti- 
mialerio indizio di sagrifizio e di apoteosi. Frequente 
è ne'monumcnti la Vittoria senza le ali (Miiller Handb. 
§. 406. noi. 2 pag. 666. s. ed Welcker); ma la no- 
stra ci richiama al pensiero il tempio della ^ixri x- 
TTTipoj , eh' era ne' Propilei sull' Acropoli di Atene 
(Paus. lib. 1 e. XXU. 4). La pianta di ulivo poi è ben 
conveniente all'Attica del pari che alla figura della 
Vittoria. 

Questo nostro monumento riesce importantissimo 
per lo confronto di una delle rappresentanze del ce- 
lebre vaso di ;\Iidias (MiiUn gal. mijlk. XCIV, 383 ; 
Ilankarvill. I, 130 seg.; Gerhard negli atli della Ac- 
cad. di Berlino lcS39). Il vedere due attici Eroi in- 
sieme riuniti con varie simboliche figure , parci con- 
fermare la opinione del sig. doli. Carlo Teodoro Pyl, 
il quale riconobbe in varie figure gli aitici Eroi Ip- 
potoonle , Antioco , dimeno , Oeneo , e Demofoon- 
te ; i quali ben ravvicina alle fatiche di Ercole , ed 
alla permanenza di Medea nell'Attica [de Medeae 
[ab. pari. II pag. 88 e segg. ). Nel vaso di Midias le 
figure degli Eroi si collegano con le avventure di un 
altro eroe, qual'è Egeo, e stanno ad indizio della re- 
gione , non allrimenti che le statue loro vedevansi col- 
locale nel Tlioìos, come racconta Pausania (lib. I. e. 
V ). All'incontro nella patera della collezione Santan- 
gelo Pandione ed Antioco stanno in tali attitudini, che 
accennano alla loro apoteosi ed al culto loro prestato 
dopo la morte. Così di Pandione narra lo stesso Pausa- 
nia l'H'pw ov in Megara, e gli onori renduligli da'Mega- 
resi (1. 1 e. XLI, 6). Vogliamo finalmente notare che, 
se n' eccettui la statua nel Tkolos di cui fa menzione 
Pausania, e l'altra eretta nell'Acropoli, di cui parla lo 
stesso scrittore (1. I e. V), non esistono monumenti che 
ci pongano sotto gli sguardi la figura di Pandione ; 
resta solo il vaso , di cui finora ragionammo , a mo- 



— di- 



strarci il figlio (li Cecropc indicalo dal simbolico au- 
gello ; da cui potrebbe forse desumersi clie la statua 
del Tlwlos fosse della medesima jìarticolarità insigni- 
ta, per distinguerla da quelle degli altri eponimi Eroi. 
Intanto non sarà fuor di luogo l'osservare che la 
patera di Canosa è un novello esempio dell'atticismo 
delle appule contrade, del quale avemmo più volte 
la occasione di parlare , specialmente pe' monumenti 
ceramografici provenienti da Ruvo. 

MlNERVIM. 



Iscrizione di Venafro. 

MAECI • FELICIS VI 

AEOVITATE • MAGNIFICO 
BEVEVOLEXTIA • COLENDO 
ABSTINENTIA • CONTINENTIAQ 
MIRANDO • VIRTVTE • CONS 
TANTIAQVE • CONSPICVO 
MAECIO • FELICI VI 
CIVITATIS • VENAFRANAE • DE 
FENSORI • ORDINIS • P0« SO 
RI • POPVLIQVE • RECTORI 

PROViNCiAE • sa:\inìtivm 

INIVNCTIVAE • VICIS • MERITO 
OR • INSIGNI A • ElVS • IN • |{EM 
PVRLICA3I • BENE • GESTA • 1>;J 
OR • RECORDATIONEM • OMNIVM 
BENEFICIORVM • QVAE • A • IMA 
lORIRVS • ElVS • CI VITATI • SVNT 
SI PRAESTITA • ORDO • SPLENDiDIS sic 
MVS • ET VNIVERSVS • POPVLOS sic 
VRBIS • VENAFRANAE • CONSTI 
TVIT • PATRONO 

Questo importante monumento storico era cognito 
per r unica pubblicazione del eli. Colugno, che ne 
trasse la copia dalle schede del benemerito De Utris. 
Nella mia storia d'isernij , ove facea luogo citarlo, 
m' ingegnai rcllificarne le lezioni , perchè non aveva 



lino allora trovato, ove giacesse il monumento. E fu 
maraviglia , che in quel giorno medesimo , quando 
avutone un sentore dal Ch. sig. Arcidiacono Colugno 
mi recava a dissotterrarlo, nella jiiazzelta della Cia- 
lallella era già in mano di uno scarpellino , che rotta 
la gran base in due pezzi, e fatto già saltare per aria 
lr(! righe della leggenda , l' avrebbe finita tutta. Fu 
fortuna che lo scarpello non fosse ancora scorso là , 
ove era j)iù erronea la lezione precedente ( Cotugno, 
Mem. di Venafro p. 200. Momm. /. N. n. 4620). 
Le righe perite sono la 13. 14. lo. Delle altre righe 
noterò qui gli errori. 

1 . Il Momm. scr. FELICI, e rigetta la lezione del 
de Utris V • I • , ha però ragione il de L'tris in am- 
bedue i luoghi. — 2. A • CIVITATE • il Monun. 
malim DIGNITATE.-4. CONTENENDO, il Momm. 
malim CONTINENTIAQ • ottimamente — 7. FELI- 
CIO — 8 , 9. POSsesSORIS— 1 1 . SAMNH ADIN— 
12. IVNCTIVAE — 18. PRAESTITA — 19. SI- 
MVS . e POPVLVS , ma de L'tris POPVLOS. 
Di questa insigne iscrizione ho detto alcuna cosa nel- 
la storia sopraccennata, ove o|)ino, che Mecio Felice 
forse era uno di quei favoriti da Costanzo , ai quali 
egli distribuiva le provincie arbitrariamente , allar- 
gandone talvolta anche i confini ; lo che è aperta- 
mente detto nelle parole, Provinciae Samnilium iniun~ 
cticae vicis merito. Parvemi poterlo additare in<-quel 
Felice Notarlo , che Giuliano ributtò dalla magistra- 
tura degli ullìzii, a cui lo proponeva Costanzo. Il vo- 
cabolo POS . . . SORIS è pur così scritto, nò in 
mezzo v'è alcun avanzo di lettere, perchè saltata via 
la scheggia , che le conteneva. Rimane quindi , che 
sia questa voce erroneamente scolpita, come altre qui 
slesso, invece di PROVISORIS. La qual voce ha al- 
tri esempi (Minervini Bidl-Sap. a.V. p. 66 agg. Viscr. 
di Rustico presso il Gervasio hcr. di Nap. 51). E ad 
oscitanza del (juadratario debbono attribuirsi il SI del- 
lo SPLENDIDISSIMVS scolpito alla linea superiore 
accanto al PRAESTITA, el POPVLOS per POPV- 
LVS. Dalle parole ob recordationem omnium hene- 
ficiorum , quac a maiorihus eiu^ civilati suiti prae- 
slita, si apprende che il patronato di Venafro era 
antico in famiglia Mecia. Quesf onore, siccome già 



— 32 - 



notò il Reinesio, a Parentlhus in ìiheros elnepotesde- 
rii-alus est. Così i Municipes Clvililani , L. Aradium 
Proculum V. CLiberos, Poslcrosquc cius, Sibi, Pos- 
terisque suis, Patronos cooptaverunt (Reiaes. 412. 39). 



Garrucci. 



Dichiarazioni di due monete di Traiano, luna Latina 
e l' altra Greca. 

Fra' molliplici e bei (ipi delle monete di Traiano 
mi giovi considerarne due, finora non ben dichiarali, 
per quanto io mi sappia ; l' uno de' quali ne melte 
sott' occhio la piìi meravigliosa delle imprese di quel 
valoroso Augusto, e l' altra uno dei gravi difetti che 
ne oscurarono le virtù. 

niP CAES NEUVAE TRAIANO AVG GER 
DAC P M TRP COS V P P , Testa laureata. 

)( S P Q R OP TIMO PRINCIPI , S C , Figura 
virile quasi ignuda con manto svolazzante , che le 
s' inarca sovra la testa , e con pianta palustre nella s. 
che correndo a gran passi ha raggiunto una figura 
feminile pileata fuggente e caduta a terra, e premen- 
dola col d. suo ginocchio in sul femorele stringe conia 
d. la gola. /E I. 

Nel grandioso tipo di questi assai comuni sesterzi 
di Traiano 1' Eckhcl ( T. VI. p. 418) ravvisa il Da- 
nubio , che opprime la Dacia , a riguardo dell' aiuto 
prestato da quel nobilissimo fiume ai Romani nel- 
1' assoggettamento della Dacia , sostenendo la flotta 
Romana, e il ponte costruitovi sopra da Traiano me- 
desimo ; ma cotale ragione parmi veramente un po' 
forzata e tratta troppo di lontano. La vera e sponta- 
nea interpretazione si ha da Plinio giuniore, che esor- 
tando Caninio Rufo a celebrare in versi Greci le me- 
ravigliose geste di Traiano nella guerra Dacica, scri- 
ve {L. Vili, epist. 4): dices immissa terrìs nova 
(lumina. 

Quella grandiosa figura virile pertanto rappresenta 
uno dei fiumi della Dacia , che , costretto dall' opere 
de' Romani a mutar alveo , corre ad opprimere e 
devastare gli accampamenti e le terre de'Daci. E 



questo stratagemma parmi assai chiaramente rappre- 
sentato in quella parte della colonna Traiana [Segm. 
XXI , XXII J , ove veggonsi improvvisamente som- 
mersi e soffocati fanti e cavalli Daci da una impetuo- 
sa e larga corrente d' acqua in luogo montano, e sel- 
voso. Mentre che i Romani stansi in sicuro ed incal- 
zano i nemici , questi in gran parte veggonsi travolti 
dall' onde insieme co' cavalli , greggie ed armenti ; e 
pochi di loro rimasi in salvo tentano inutilmente di 
salvare i compagni , o sono in atto di piangere alla 
vista di tanto sterminio. Nella medaglia la figura del 
Fiume, in atto di stringere la gola alla Dacia fuggen- 
te e prostrata, con tutta proprietà rappresenta al vi- 
vo il caso de' miseri Daci sommersi e soffocati in 
quelle acque. Ella preme col ginocchio il femore della 
Dacia da sé raggiunta; e per simile modo Perseo pre- 
me il fianco di Medusa caduta a terra, in un dipinto 
parietario Ercolanese [Mas. Borbon. T. XII, tav. 48; 
cf. Annali dell' Inst. T. XXllI , p. 770). L'antico ar- 
tefice , neir ideare ed eseguire il sovra descritto bel 
tipo delle monete di Traiano , probabilmente venne 
ispirato anche dai sublimi versi di Omero , ove de- 
scrive il fiume Scaraandro, che impetuoso segue ed 
incalza il fuggente Achille [Iliad. XXI, 24S. segg.). 

ATTOKPNCP TPAIANOC APIC KAlCCCBrCP 
AAK ITAP , Testa laureata. 

][ IOTAlCU)\ TCON KAl AAOAIK€U).V, TSP, 
Testa feminile velata turrita, con grappolo d'uva che le 
pende in suW orecchio e la guancia destra. JE. I 

In altre simili monete di Traiano, impresse in Lao- 
dicea della Siria , manca il titolo ITAP o nAP9 , e 
nel rovescio è segnato l'anno B3P dell'era propria 
di quella città [v. Noris, Epodi. Syromac. p. 2:58, 239. 
Eckhel, T. Ili, p 518). 

Esse spettano agli anni di Roma 807,868; e per- 
ciò ponno sicuramente dirsi impresse allor che Traia- 
no era in quelle contrade intento alla guerra contra 
Cosroe re dei Parti ; ed amante coni' era de' buoni 
vini , non avrà per certo omesso di gustare gli squi- 
siti di Laodicca. 

Nelle monete imperatorie di Laodicea della testa 
del Genio feminile della città non ostenta il simbolo 
di quel grappolo d' uva altro che in quelle di Traia- 



— 53 — 



no , come rilevo da parecchi esemplari del Museo 
Estense, che ho soli' occhio; segno evidenle, che Traia- 
no realmenle dilcllavasi delle uve e de' vini Laoili- 
cei. Non trovo avvertita da altri la notevole parti- 
colarità del giappolo che in queste monete pende in 
sulla guancia della testa di Laodicea e ne copre tutto 
r orecchio ; tranne che in uno dei disegni datine dal 
Noris v' è indizio di una come foglia di vite ( /. e. 
p. 239). 11 territorio di Laodicea della Siria, e spe- 
cialmente il monte ad essa sovrastante , era sì ferace 
di buone vigne, che somministrava il vino agli Ales- 
sandrini per la maggior parte ( Straho, XVI, p. 707. 
7o2 ). Traiano poi era sì amante de' buoni vini , che 
Dione ( Hist. LXVIIl. 1 ) , nel commendarne che fa 
le virtù , non potendo dissimulare cotale suo difetto , 
pure lo scusa dicendo ch'egli non s'inebbriava, ben- 
ché bevesse molto [cf. Sparlian. in Hadrianoo. Vic- 
tor in Cacsarib. 13). Per questa, e per altra vie più 
grave pecca di Traiano , cognominato Ottimo, escu- 
sata dallo stesso Dione , chiaro si pare quanto mai 
difettosa e limitata di per se sia la vantala probità 
naturale. 

Gel. Cavedoi. 

Tavola aquaria Vena frana, continuazione del n. 5. 

DECRETVM. IMP. CAESARIS. AVGVSTI. Non 

sarà questione , se debba darsi a questa tavola nome 
di Senalusconsullo, di Edillo, di Lcx, leggendovisi scrit- 
to Decrclum. Anche il senato dava talvolta i suoi de- 
creti, che Elio Gallo credeva essere una parte, o por- 
zione del senalusconsullo ( Pesto L. XIX. in Senalus 
Decreliim): ma decrelum patrum disse Suetonio la leg- 
ge emanata dal Senato intorno al primo posto da dar- 
si ai Senatori negli spettacoli ( Aug. e. 44 ), e decre- 
tum patrum in vece di Senalus consultum bassi nella 
L. 17. D. ad municipal. dello ancora decreta senalus 
L. 32. §. 24. D. de don. ini. vir. et uxor. Più lardi 
invalse il costume di dar questo nome alle sentenze 
imperiali , e così Paulo iulitolò i suoi tre libri di sen- 
tenze degli Imperatori ìihros dccrctorum, e Teofilo la 
stessa iaterprctazione loro dà trasportando il dccrcfwm 



nel greco, %7ró^x<jii j:«?ji'>.;wi> imtol^u St'o ixipùit tcj.- 
p' 'Minò Sixot^ofAj'iwv \y.'^ii^'j\KÌyt\ ( ad §. 6. Instit. de 
Iure nat. geni, et civ.) 

mi AQVAE • DVCTV. Che nei nu'gliori (empi 
si scrivesse diviso acpiac dal duclus sospellolh il l'o- 
leni (a Frontino p. lo. n. l 't) il quale stimolla or- 
tografia ancora di Frontino; satis credibile fit, noluisse 
Frontinum ex dnahus hisce vocibus aqua et duclus u- 
nam vocem componcrc. Osservò invece , che la sola 
voce aqua gli vale a dinotar l'acquidotto. Io lo incon- 
tro nelle lapidi, ( Grut. 176. 1. Murai. 447. 1.), e 
qui stesso, aquas reficerc , resarcirc, 1. 13. e talvolta 
l'uno e l'altro, secondo lo stile dei legali, ea aqua, ii 
aquae duclus fluii 1. 31. 

COL • COLONIAE ■ IVLIAE • VEXAFRI. Colio 
stesso appellativo di Colonia Giulia vien denominato 
Venafro sul cippo letto da me ai Puzzilli , casale di- 
stante due miglia a settentrione di Venafro. 
TECTIGAI 
COLCOLIV 
VEXAFRI 

Ultimamente il signor Conte Rorghesi ha stabilito 
perciò , e per la testimonianza di Frontino , che dice 
a Venafro essere stata dedotta una colonia dai trium- 
viri (erroneamente Vviri dcduxerunl nelle edizioni), 
che essa fu una delle colonie collocate da Cesare Ot- 
taviano, prima di aver ricevuto l'appellazione di Au- 
gusto , e però dette solo Giulie ( Iscr. Perug. p. 6. ). 
In un frammento pur Venafrano leggesi , 



\MIVLAVG VI 
AIDIAP.SFCID 
CAFACTVM E 



(>) 



(1) 11 Mommson ha supplito Wnafntm, e riferisce l'AM a Colo- 
niMl. A me senibia assai duro P inaudito Wnafrum, e non ve- 
dendo la necessità di tenere, che sì parli della Colonia, propongo 
di supplire un altro edilìzio pubblico in VenalVo , il quale poteva 
avere i medesimi appellativi imperiali, che la Colonia, ed inoltre 
un aggiunto venutogli da alcun nobile e beni'nierito cittadino, il 
quale vi avesse dipoi operato alcun inipoLlaiUe restauro , o rile- 
vanti aggiunzioni ; e non altrimenti che a Napoli la Basilica si 
chiamò AVGus^a ANMA.NA ( Momm. Inscr. Keap. n. -2621), cosi 
quella qualunque l'ubbrica si denominasse in Venafi'o lVL»a AV- 
Gusta Wbiana. Il nome dei Vibii leggesi su di un aluo fram- 
mento Venafrano appartenente ancora a fabbriche pubbliche, e chi 
sa se a questa medesima. 



u — 



il quale, comunque voglio supplirsi, dimostra in ogni 
modo essersi di poi al lilolo di Giulia unito quello di 
Au(jum, ossia, ehe la colonia di Venafro fu rinnovella- 
ta (la Augusto. Ciò per altro deve essere accaduto do- 
po il 728 , nel qual anno Venafro porta ancora il 
solo nome di Giulia, siccome apparisce manifesto dal 
titolo del decreto, che abbiamo sottocchio. Ed invero 
una nuova assegnazione fatta da Augusto polevasi de- 
durre in qualche modo da Frontino, ove scrive, che 
s!(»i»>ia montiumjure templi Iileac ab Augusto sunt cou' 
cessa (così leggo in vece di Dcae creduto dal Momm- 
sen forse Dianac Bull. Instit. 1830. p. 48.) , la qual 
conghieltura Ideae è stala di poi rafTermata dal Lach- 
mann, il quale, come mi scrive il Conte Borghesi, ha 
corretto, appunto così, questo luogo sull'autorità del 
codice Palatino. La nuova edizione del Lachmann non 
.si è avuta ancora fra noi. 

niP. CAES.\RE VIII.T.STATILIO. TAVRO.II. 
COS. Ciascuno vede di quanta importanza sia questa 
scojìerta, che ci fa assegnare il decreto all' anno 728 
di Roma, epoca dalla quale bisognerà partire da ora, 
per corcare le basi dei posteriori scnatusconsul li, rac- 
colti da Frontino , il più antico de' quali rimonta al 
743. Frontino ignorava quali leggi si fossero date 
mai fuori di Roma ai Socii; noi scopriamo nel decre- 
to venafrano di Augusto, che le leggi anteriori citale 
da Frontino eransi già applicale, almeno a questa co- 
lonia. Intendiamo finalmente , perchè non si trovano 
qui tracce dei SCti del 743, nò della legge Quinzia del 
7V!Ì.Iuvcce andreuio in seguilo dimostrando quali ap- 
plicazioni siansi posteriormente venute facendo nelle 
leggi, e SCti mancandoci il corpo di leggi delle quali 
tpiesto decreto sembra essere un estratto. 

Art. 1. Dell' uso de' corsi, e dell'acqua caduca. 
Questo primo articolo prescrive 1' uso delle acque nei 
terreni fuori di città , che con approprialo vocabolo 
diconsi RV'RA dai Giureconsulti , pei quali 1' acjer si 
definisce ; loais ruii sine aedi fido L. 21 1. D. deverb. 
niguif. , ovvero locus sine villa L. 27. 1). eod. tit. 
Perlùchè nelle leggi Toria e I\Iamilia Icggonsi uniti i 
tre vocaboli AGER , LOCVS , AEDIFICIA , e qui 
slesso troveremoLOCVS AGFR che più propriamen- 
te in città dicesi area L.2 11.1). eod. tit. Cominciasi con 



AQVAE. RIVOS. DVCTVS che non è tautologia. Il 
proprio vocabolo , che comprende tulle le maniere di 
condotti d'acqua è RIVVS. il DVCTVS, o DVCTIO 
non significa veruna qualità di coudotli , ma solo il 
convogliare le acque. Perciò Vilruvio sciisse : Ductus 
aquae fiunt generibus tribus : rivis per canales structi- 
les , aut fistulis plumbeis , seu tubulis ficlilibus ( L. 8. 
e. 6. ed. Marini ). Nei SCti recati da Frontino bas- 
si costantemente RIVVS, SPECVS, col qual secondo 
vocabolo si determinavano i rivi coperti o sotterra- 
nei , sospesi sugli archi , o traforanti le montagne, 
non mai DVCTVS, Ciò non ostante in Frontino me- 
desimo, e nei monumenti, il DVCTVS prendesi in si- 
gnificato di ficus, e così ancora nel codice Teodosiano 
XV. Tit. II. L. L. Ove corrisponde precisamente al 
RIVOS della simile legge Auguslea del terreno incol- 
lo a' lali dell' acquidotto. 

Non meno precisa è la maniera d' indicare la su- 
prema magistratura della Colonia , sia la ordinaria 
col proprio nome di Duumviri turi dicundo sia la 
solita surrogarsi in taluni casi col nome di Praefe- 
eli , dalla quale dovevasi avere avuto il permesso , 
che Augusto conferma con questa legge , togliendo 
insieme ai coloni , ed ai municipi di appropriarsi 
l'acqua, che soprabbondava alle erogazioni. Poi quanto 
alle novelle erogazioni , o a[>palli, ordinando, che si 
facessero col decreto dei decurioni , ai quali fossero 
tenuti i duumviri di sottoporre la domanda. Suppone- 
si r acquidotto di già costruito ed in uso prima del 
nuovo decreto , nel (piale vien confermato il dritto 
della dispensa a coloro , che lo avevano già ottenuto 
sia dai duumviri , sia dai Prefetti della Colonia. 

Le parole neminem coloiìorum venafr. vel qui colo- 
niae muniiipes rendono vieppiù sicuro, che dentro le 
slesse mura abitavano cittadini romani di due condizio- 
ni, coloni, e municipi; e però che Venafro era colonia 
e municipio al tempo medesimo. Lo slesso può dirsi 
dei pompeiani e roloìii di Poni])ei, o come dei munici- 
pes, et coloni di Teramo ha di iccenle provato il eh. sig. 
Ilenzen [Uull.IuM. lS."il.p.8'j, 173). ;Vlla legge nemi- 
nem caducain ducere placet fa buon riscontro il caput 
ma»K/a/w«ni riferito da Frontino (.1/7. III.), CADV- 
CA.M NE.M1.\E.M DVCERE VOLO di data posteriore. 



Art. 2. Dei corsi nuovi. II. vìi: Qualuonir. aquar. 
oslium in aquae ducili, qui per m. p. IX in oppidiim 
venafranoruin tendil ne aperìant : colonis venafranis 
sive qui colonorum venafranoruin nomine eroijari al- 
tribui aliove quo modo dari non placet. 

Siccome nella legge precedente erasi data ogni facol- 
tà ai duumviri delia colonia di concedere corsi di ac- 
que, cosi in questa si proibisce di aprire alcuna porta 
ai fìanchi dell' acquidollo per tulio il suo cammino di 
nove miglia , inoltre togliesi ora ogni drillo di dispen- 
sare , a quei che saranno incaricali della cura delle 
acque sia duumviri, sia quallroviri. Ed era veramen- 
te dannoso così 1' uno , come l' altro : ma io credo , 
che questi due articoli siano stali o tolalmenle rifor- 
mati, o modificali in qualche lor parte : mostrandosi 
apertamente gran diversità nella forma calligrafica di 
queste linee, paragonate alle seguenti. Veggonsi quin- 
di i capiversi del primo articolo cominciare irrego- 
larmente fuori del perpendicolo segnato dal primo 
scultore ; le lettere, che dovrebbero essere sul prin- 
cipio meno piccole, che in seguilo, ove l'artefice te- 
mendo non gli bastasse lo spazio le andò impicciolen- 
do , e stringendone gli spazii , invece vi sono né si 
grandi, né si ben formate, e ciò neppur costantemen- 
te , onde bassi un più manifesto argomento di cor- 
rezione. Le (piali abrasioni , o lilure , hanno più in- 
fluito a rendere la lettura di questa parte difficile , e 
dubbia. 

IIVIR. QVATVORVIR. AQVAR. Le vestigie della 
leggenda anteriore appaiono qui, e poi, manifeste. 
Il prof. .Momni. lesse LIB , e difalti le prime tre let- 
tere IIV non se ne discoslano gran fatto , anzi colla 
V assai marcate appariscono le tracce della B ante- 
cedente. Cosi alla R di AQV^\R risponde un M , ed 
alla I di QVATVORVIR un E. Ciò non ostante so- 
, no sicuri i Duumviri e i Quatuorviri aquarii , che 
non credo cariche conlemporaneamenle sostenute , 
ma prevedute solo nella legge, come possibili a sur- 
rogarsi r una a 1' altra. Avevasi già un sentore dei 
Duumviri aquae pcrducendae creati in Roma ex se- 
natusconsullo al 483, per condurre a fine la costru- 
zione di queir acquidollo, che prendeva l'acqua dal- 
l'Auiene vecchio (Front. Art. CO.). Un confronto an- 



che locale si trae dal duumvirato i'rbis Moeniundae, 
carica sostenuta da Lucio Acluzio. 

OSTIV.M. Con (piesto nome venne indicato propria- 
mente lo sbocco dei fiimii in mileriaaquaria, qui ])er 
tanto sembra gli si conservi il generico suo significato 
di porta, e che aperire oslium valga aprire una porta, 
e non altro.Vielasi adunque ai magistrati priimirii delle 
ac(}ue di farlo, ed inoltre d'ingerirsi in «lualunque 
modo alla erogazione e distribuzione di esse sia tra 
coloni , sia a chiunque a nome dei coloni le chiedes- 
se. I duumviri giusdicenti, ovvero i prefelli, nell'arli- 
colo precedente avevano ricevuto questa incuniheuza 
per le acque fluenti nell'alveo dell' acquidollo. Io 
Roma si variò: Inierdum enim ab aedilibua, inlerdum 
a censoribus permissum. invenio dice Eronliiio Art. 915. 
Questa facoltà viene ivi negata agli appallulori , ed 
in questo articolo si vieta ai duumviri o (luallioviri 
addetti alla cura delle acijue di aprir usci sui lati del- 
l' acciuidolto, e in (pialunijiie maniera distribuir l'ac- 
qua. Nell'arliculo (piarlo vedremo richiedersi un de- 
creto dei Decurioui a maggioranza di voti per ogni 
novella concessione. 

COLONIS. eie. Appare anche da questo luogo la 
natura dell' estrallo , che abbiamo solt' occhio , e vi 
avrà forse influito anche la nmlazione introdotta di 
poi, perchè non fosse troppo limpido il senso, né sem- 
pre esatta la corrispondenza dei mendjii. E ben chia- 
ro , che altro andamento si conveniva a legar bene 
questa seconda parte coi membri antecedenti. È proba- 
bile che una volta vi fosse scritto alcun regolamento in- 
torno all'acqua fw^Hca, di che nell'art, l.e nell'ultima 
parte della lapida ricorre la menzir>neL. 02. Una volta 
l'acqua che veniva in Roma per gli acquidotti era de- 
stinata ai publici usi ; quindi si era provislo , che ai 
privati si erogasse l'acqua quae ex lacu liumum acce- 
derei, che sono le parole della legge aulica riferite da 
Frontino art. 91). Quest'acqua però prese il nome di a- 
qua caduca e cosi la chiama VarroneR.R. III. 5. Intor- 
no all'uso di questa leggiamo essersi di poi stabilito, 
che a niuno si erogasse , so non a chi avesse avu- 
to tal concessiun dal Principe: Caducam neminemdu' 
cere volo , ni-i cpti meo beneficio aut priorum princi- 
pum habcnl ;Front. Art. Ili ). La caduca si derivava 



56 — 



colle fistole o tubi , e però dopo assegnate le leggi di 
dispensa intorno all' acqua dei )/i /, o condotti mag- 
giori , dovca regolarnicule prescriversi alcuna cosa 
intorno ai tubi o condotti minori , nella qual legge 
\eniva inclusa anche l'acqua caduca, che dai castelli 
si erogava per mezzo di tubi. 

Art. 3. Manutenzione dell' acquidotto. Qui rivi 
specus saepla fontes pulei lacusque aqme ducendae 
}yfciumìae causa e/c. Trattandosi in questo capo della 
rifazione dell' acquidotto , e di tutte le fabbriche an- 
nesse, non può dubitarsi, che vi debbono essere 
nominate tutte quelle , che appartenevano all' acqui- 
dotto venafrano. Non fa però gran peso non trovarsi 
aporta menzione né dei castelli , né della chiavica ; 
potendosi compensare dal vocabolo lacus, il caslellum 
o botte di dispensa, e dal rivus la chiavica immissaria 
detta incile. E quanto alla sinonimia del lacus e ca- 
slellum viene garante Frontino medesimo , il quale 
nell'art. 94 spiega le parole dell'antica legge ne quis 
privalus aliam ducal, quam quae ex lacu humum ac~ 
cedil, idesl quae ex lacu ahundavil, eam nos caducam 
vocamus: ed all'art. 110. ritornando sulla interpre- 
tazione della voce caduca ha scritto; Aquac quae ca- 
ducae wcantur , idesl quae aul ex castcUis efjluunt 
ani ex manalionihus fislularum: e si ha all' art. III. 
il Mandalum Principis : Caducam neminem ducere 
volo:nam necesse est excaslellis aliquam partemaquae 
effluere. Ma il vero si è che lacus nell'antica legge fu 
detto quel recipiente che Vilruvio ordina si costrui- 
sca castello coniunclum , e cui egli dà nome di rece- 
jUaculum, donde colla solita figura trasportatosi il si- 
gnificalo dal continente al contenuto , caslellum e la- 
cus diventarono sinonimi. Traevasi dal castello per 
i privati col mezzo di tubi quel superfluo di aqua , 
che ex lacu humum accederei. Al lacus poi erano ap- 
plicate le fUtulae , che conducevano l'acqua ai pub- 
blici usi. E forse sotto il solo nome di lacus sarà stala 
conqìresa anche la piscina limaria , che credo indi- 



carsi in un frammento di legge edito dal Marini. Arv. 
p. 70 col nome di lacuna, e che sicuramente è tradotta 
puteus in un luogo di Frontino non osservato. Parla 
ivi dell' acqua che nilùl aul ìninimum pluvia inqui- 
nalur , si pulei exlrucli obiecli sunl. cap. 89. Il Po- 
leni è tutto in darci la definizione del puteo vitruvia- 
no Vili. 7. che è tuli' altra cosa dal significato del 
luogo , che abbiamo davanti. Nel senatusconsulto 
della legge Quintia sono nominati distintamente i ca- 
stella, e i lacus CASTELLA LACVS AQVARVM 
PVBLICARVM QVAE AD VRBEM DVCVNTVR 
Front, pag. 221, e Frontino medesimo scrivendo di 
Agrippa, dice: Habuit et familiam propriam aquarum, 
quae tueretur ductus atque castella et lacus. Art. 94. e 
i lacus vi sono opposti ai tubi concessi a privali; Quid 
aquarum puhlicis operihus , quid privatis daretur, nel 
medesimo senso però in che lo adoperò Plinio ricor- 
dando che Agrippa . . . lacus sepiingenlos fedi H. N. 
XXXVI. 24. , e Vilruvio ove discorre delle fìstulae 
in omnes lacus et salienles. 

E credo perciò che lo stesso senso abbia il senatus- 
consulto riferito da Frontino a p. 119, nel quale son 
nominati i castelli dei privati, ove si accoglievano le 
acque concesse in comune a più persone, onde di- 
stribuirsene di là per mezzo delle fistole la porzio- 
ne competente a ciascuno : CASTELLA PRIVATI 
FACERE POSSENT EX QVIBVS AQ VAM DVCE- 
RENT QVAM EX CASTELLO COMMVNEM AC- 
CEPISSENT. In breve il lacus ebbe fra molti sensi 
alcune spiegazioni proprie nella materia degli acque- 
dotti. E significò un receplaculum , che era nel ca- 
slellum , poi anche il caslellum dei privati , che era 
insieme receplaculum. C antica legge lo intende nel 
proprio senso , Frontino , Vilruvio, Plinio gli fanno 
corrispondere il secondo ; e Ulpiano L. 3. §. 3. D. 
de ri vis: si aqua in unum lacum conducatur, et inde 
per plures ductus ducatur. 

fcoìtlinua) GARnucci, 



P. Raffaele Garrucci d.c.d.g. 
Giulio Mì.neuvim — Editori. 



Tipografia di Giuseppe CATAyEO. 



BILLKTTIIVO ARCHEOLOGICO IVAPOllTAm 



NUOVA SERIE 



N.' 8. 



Ottobre 1852. 



Monela inedita di Napoli, che ì-isolvc la quistione del (oro androprosopo. — Notizia de<jli scavi di Pompei : 
continuazione dell'articolo inserito nel num. 3. — Relazione dei nuovi scavi eseguiti neW Anfiteatro Campa- 
no. — Giunta all' articolo precedente. — Tavola aquaria Vena frana , continuazione del num. precedente. 



Moneta inedita di Napoli , che risolve la quistione del 
toro androprosopo. 

La monetina del Sig. Riccio con la protome del Se- 
Leto ( lav. IV n. 1,2), della quale si è favellalo di 
sopra, (p. 17 segg. e p. 45 segg.), cominciò per da- 
re una prima luce sulla quistione del toro andropro- 
sopo. Veniva quella a diràoslrarc che nel mostro non 
dovesse ravvisarsi im dio fluviale indigeno, come sa- 
rebbe il Sebeto.clie soUo altre forme ci si offriva per 
la prima volla. Noi nel trarre una (ale conclusione 
ne desumemmo un argomento in favore della opi- 
nione, che nel toro a volto umano riconobbe il Bacco 
Ebone de' Napolitani. Ma perchè la influenza di quel 
nuovo fatto archeologico non oscurasse la verità, dando 
appoggio e sostegno a non vera congbietlura , volle 
fortuna che ci capitasse alle mani un'altra unica me- 
daglia napolitana , che scioglie la quistione in favore 
dell' Acheloo ; per modo che non potrà più muover- 
sene alcun dubbio per l'avvenire. Così avremo la 
sorte di aver del tutto chiarita, nelle prime pagine del 
nostro bullettino , la ricerca del toro androprosopo , 
con irrecusabili fatti. 

La nuova medaglia, alta quale accenniamo, è pos- 
seduta dallo stesso sig. giudice Gennaro Riccio, a cui 
appartenevano le monetine del Sebelo , le quali sono 
già andate ad arricchire il gabinetto numismatico del 
real museo Borbonico. Noi non tardammo a ravvi- 
sare tutta la importanza di un si pregevole monumen- 
to: ed il eh. possessore, a nostra richiesta, ce ne per- 
mise la pubblicazione (V. lav. IV. n. 8). 

ANXO I. 



Testa di Apollo laureata a dritta , con una specie 
di zazzera. 

)( Mezzo toro a volto limano nuotante sopra onde 
marine, dalla cui aperta bocca esce un grosf'O zampil- 
lo di acqua : dietro al toro una lira, sopra NEOITO- 
AITE. JE 5. 

Gettando uno sguardo sul tipo del rovescio , sarà 
agevole convincersi che il toro androprosopo nuota 
fra le onde. Prima di tutto osserviamo che le onde 
marine sono conformale in quella guisa che frequen- 
tissimamente s' incontra ne' monumenti di o'mi erne- 
re , siccome avemmo altrove la occasione di notare 
[bullett.arch.nap.an.W p.5o.s. e vasi latta p.83.seg. 
109, 162); ma in modo particolare son da rammen- 
tare le medaglie di Taranto, nelle quali sotto al delfino 
si veggono i marini flutti in simile guisa figurati. La 
posizione poi del toro è evidentemente di un anima- 
le che nuota ; a tanto accennando le gambe piegate 
verso il corpo, e l'attitudine della lesta. Or nella nu- 
mismatica delle nostre regioni è ovvio di ritrovare il 
toro, o il mezzo toro con le anteriori zampe ripiegale 
verso il corpo, e col capo abbassato, ovvero con una 
sola delle zampe anteriori piegate. Tali posizioni ac- 
cennano al nuoto, non potendo riportarsi ne al mo- 
vimento di procumbenle , né a quello di cozzante. 
Sicché anche negli altri numerosi esemplari , ove 
queir atlitudine s' incontra , noi potremo senza diffi- 
coltà riconoscere il toro ;uidr(iproso|i() nuotante : e 
solo si suppongono le onde , che nella monela del 
Siij. Riccio sono chiaramente accennate. Nondimeno 
son traile gambe del toro non poche volte simboli al- 



— o8 — 



lusivi alle acque : talora un delfino , talora altro pe- 
sce , e tal altra un augello acquatico. La effigie del 
toro nella medaglia del Sig. Riccio aggiugoe un'altra 
particolarità , ed è lo zampillo ch'esce dalla sua boc- 
ca. E questa , accoppiala alle onde fra le quali gal- 
leggia , mostrano alla oidenza che siasi voluto indi- 
care una divinità che ha strettissima relazione coU'e- 
lemento dell'acqua. È pure iudubilato che alla intelli- 
genza di questa moneta non giova la particolar nar- 
razione di Nonno {Diouyt. hb. XI, v. 136. segg. ), 
richiamata dall'illustre Avellino in sostegno della sua 
opinione a spiegare le medaglie di Alonliain ( opusc. 
voi. 1. p. 90 segg.). Indipenlenlemente dalla osser- 
vazione che il toro di Nonno non era androprosopo, 
che non era Io stesso Bacco , ma una immagine del- 
l' agricoltura, avvertiamo che esso non nuotava nelle 
onde come nel proprio elemento , ma assetato si ab- 
beverava, e poi spargeva sulla terra il soprabbondan- 
te umore. Il confronto è onninamente dissimile , e 
resterà la medaglia del Signor Riccio nella sua unica 
significazione, senza potersi in conto alcuno ripor- 
tare a Bacco , o ad Eboue. Dall' altra parte è trop- 
po vicino il confronto della medaglia di Napoli con 
quella di Alonzio per giudicare che una medesima 
divinità sia rappresentata in entrambe. Sicché un es- 
sere slretlameute collegato colle acque dovrà rav- 
visarsi nelle monete di Alonzio, come in tutta la nu- 
mismatica della Sicilia. Ciò ritenuto, noi sin da que- 
sto momento annunziamo che non debba ad altro 
pensarsi che all'Acheloo, secondo la opinione di molti 
dotti archeologi, e principalmente dell'Ignarra ((ie Pa- 
ìaestra ) ; siccome faremo notare in una particolare 
memoria , che ci proponiamo di leggere alla reale 
Accademia Ercolanese. 

Vogliamo qui unicamente richiamare un impor- 
tantissimo luogo di Sofocle, già invocato a spiegarle 
monete di Alonzio; nel quale il tragico ci presenta 
r Acheloo che fa sgorgar zampilli dalla sua barba : 
'Ex di d%<jy.hu yzvii'oih'js 
Kpo(/vol 0/£pijX('v:vT0 xpryAioij Tror^ù. 
Trachin. v. 14, 15. 

Nò alcun dubbio potrà muoversi sulla identità del 
personaggio descritto da Sofocle con quello delle mo- 



nete di Alonzio, perchè l'acqua sgorgava da'peli della 
barba, e non dalla bocca (Avellino opusc. t. Ip. 116); 
giacché non giudichiamo necessaria la identità del 
sito, da cui parte l'acqua, quando e 1' uno e l'altro 
ci presentano una medesima significazione. Tornando 
alla medaglia del Sig. Riccio, noi crediamo che l'at- 
titudine di nuotare sia propria dell' Acheloo , che ri- 
conosce una derivazione non dissimile da x^'^'Ì^j, do- 
vendo l'a considerarsi come aumentativo, non già co- 
me privativo : e perciò la Ura X-'^^*^*' > può riputarsi 
ancora aggiunta in allusione al nome della divinità , 
a cui si trova vicino. 

Questo nostro articolo si abbia come un semplice 
annunzio di un fatto importantissimo ; ma tratteremo 
eslesamente tutta la quistione del toro androprosopo 
nella enunciata memoria. In essa discuteremo d'oude 
sia provenuta la forma di quel mostro , che si è fi- 
nanche incontrato fralle antichità assirie di Nioive, e 
che dovrà pure in quelle riportarsi all' elemento del- 
l' acqua , vedendosi ivi altresì il leone alato, che cer- 
tamente figura la ignea natura del sole: al qual du- 
plice fatto non fu da noi messa attenzione , quando 
esponemmo altrove una diversa idea ( vedi sopra p. 
46 not. 1 ). 

. MlNERVINI. 



Notizia degli scavi di Pompei : continuazione 
dell'articolo inserito nel num. 5. 

Alcune altre aperture si sono scoverte in continua- 
zione ; ma non essendosi internato lo scavo da questo 
lato sinistro della strada, ne differiremo la descrizio- 
ne a tempo più opportuno. 

Intanto pria di passare a descrivere gli edificii si- 
tuali al lato destro , non tornerà discaro il veder ri- 
portati i varii programmi, che furono letti sull'ester- 
no de'pilastri di fabbrica esposti tanto a destra quan- 
to a sinistra della medesima strada. 

1. SVETTIVM • CERTVM 
CLODIVS • NYMPIIODOTVS • CVPIDIS 

• • Vr(mon.) 



59 



2. P • VEDrV'M • N\THMIANVM 

AED • HILARIO • CVM • SVA • ROGAI 

3. ALBVCIVM 

4. L ■ C • S • IIVIR 0^ 

.... ILIO 

5. IVSTINVM 

AED 0/> 

6. P • AONIVM 
PROCVLVM 

7. PROCVLE FRONTONI 
TVO • OFFICIVM • COMMODA 

8. CN • HELVIVM • SABINVM 

ROG 
CAPRASIA • FAC 

9. C • CALVENTIVM 

Il • V • I • D ROG 

10. CN • HE • • • • 

11. HOLCONIVM? 
PRISCVM D • R- P • II • • • 

IVVENEM • FRVG 

12. CEIVM II VIR 
HELVIVM • AED 

13. CELSVM 

OVE 

14. SECVNDVM 

AED 

15. PANSAM -AED • 0^> 

Venendo ora alla descrizione degli edificii , clie 
veggonsi al destro lato della strada , comincerò da 
quello , la cui apertura è segnata col num. 45, che 
segue immediatamente alla vasca di pozzo, di cui già 
tenne discorso il commendatore Avellino. Unum. 45 
è una bottega non ancora interamente scoverta : ve- 
desi all' estremo verso la strada un poggiuolo di fab- 
'brica rivestito di marmi bianchi o di varii colori. Se- 
gue altra bottega segnata col num. 47 , le cui pareti 
son rozze, con varii pogginoli di fabbrica, che si ele- 
vano dal suolo. Vien poi altro compreso numero 50 
tuttora ingombro dalle terre , di cui appariscono an- 
cora i rozzi muri. Segue il num. 51 ; cioè bottega 
con abitazione annessa , la quale è interamente sco- 
vcrla ; e perciò ne diamo una minuta descrizione. Al- 



l' ingresso della bottega non appaiiscono tracce della 
chiusura, non vedendosi affatto la soglia; e puòsup- 
porsi che fosse chiusa da un tavolato. Il pavimento è 
di lapillo battuto con ornamento di varie bianche pie- 
truzze. 

Le pareti son bianche con fasce rosse per orna- 
mento , e festoni , che vi s' intrecciano. 

Nel bianco campo si veggono sparsi animali , e 
fruita ; una mozza melagranata presso ad una mela ; 
un piccolo vasetto con ulive e presso un ramoscello 
di ulivo; un cigno; un delfino; una melagranata pres- 
so ad un'arancia; un frutto di fico d'India due noci, 
ed una coppia di fichi secchi [duplex ficus). 

A destra della bottega, e propriamente nell'angolo 
esterno, è un piccolo chiuso di fabbrica , aperto sol- 
tanto dal lato interno che guarda la bottega : entro 
questo chiuso è un rialto con pendenza verso la stra- 
da , che serviva di gittatojo , vedendosi pratticalo un 
foro che menava l' acqua all'esterno sul marciapiede. 
In questa bottega vedesi un piccolo mulino di pietra 
vesuviana , composto della mela e della pila perfetta- 
mente conservate. Dalla descritta bottega si passa alla 
dielrobottega , mercè un' entrata , in cui non appajo- 
no vestigia della chiusura. Il pavimento è parimenti 
di lapillo battuto con bianche pietruzze per ornamen- 
to. Lo zoccolo è rosso con ornato di bianche linee 
verticali , e le pareli son gialle. Nel muro d' ingresso 
è una finestra , che guaida nella bottega; e nell' altro 
muro parallelo è altra finestra più ampia. Nell'ango- 
lo destro ò un incavo , la cui continuazione costituir 
dovea una nicchia , per uno stipo a muro. In questo 
compreso vedesi ora una piccola base rotonda di tra- 
vertino in parte frammentata. A destra della dielro- 
bottega è un andito che introduce nell' interno del- 
l' abitazione , e nel giardinetto che si descriverà : non 
ha traccia di chiusura ; il pavimento è siynino , e le 
laterali pareti sono ornate a fasce verticali allernan- 
tisi di bianco e di nero. 

Questo andito in continuazione s'impiccolisce, for- 
mandosi un dente a sinistra, e sul nuiio a sinistra con- 
tinua lo stesso ornamento di fasce bianche e nere. A 
destra vedesi un giltalojo di fabbrica , ed al di sopra 
s' elevava la scala di legno , che couduceva a qualche 



— eo — 



ammezzato superiore, e di cui si scorge il primo sca- 
liuo (li pietra vesuviana. La porzione di muro corri- 
spondente sotto la scala è di semplice intonico bianco 
senza dipintura ; il rimanente è dipinto a fasce bian- 
che e nere. 

A destra è un'apertura che conduce ad un ampio 
compreso , e che corrisponde alle spalle della dietro- 
bottega , della quale è alquanto maggiore. Il pavi- 
mento è signino, per una metà ornato di bianche pie- 
Iruzze , e per un'altra metà privo di tale ornamento: 
ivi è un (juadrato limitato da' quattro lati da linee di 
bianche pielruzze , ed internamente fregialo da pezzi 
di marmo di vani colori. A destra è nel muro un in- 
cavo , ed altro simile incavo a sinistra quasi doppio 
del primo; entrambi destinali certamente ad inserirvi 
qualche mòbile. Lo zoccolo è rosso , interrotto da 
bianche e gialle linee, e da ornamento di fogliami. Le 
pareti son gialle , con compartimenti di rosso e di 
verde, e con bianchi ornamenti. Nel fondo giallo mi- 
ransi dipinti due pavoni, ed un altro augello, ed una 
pantera corrente. Neil' ordine superiore sono rami 
verdeggianti, ed altri ornali, tra i quali apparisce pu- 
re un Grifo. Due soli quadretti fregiano le pareli , 
l'uno e l'altro rappresentanti pesci , gamberi, ed al- 
tre marine produzioni. 

Da questo compreso si accede ad altro locale , a 
cui si passa ancora dall'andito o corri dojo sopra de- 
scritto. Questo locale è limitato dalla parte posteriore 
del giardino , e dalla parte anteriore del rimanente 
dell' edificio : sembra che fosse interamente coverto ; 
giacché in una porzione di muro, clie si eleva verso 
il giardino , vedesi in alto un fineslrihQ destinato a 
darvi luce. Nel pavimento signino apparisce una pic- 
cola sfogatoja o lume del canale sottoposto , coperta 
da un pezzo di marmo lavoralo , ed un puleale di 
travertino con ornato di cornice e dentelli , coperto 
da un pezzo quadrato di travertino, con residui del- 
l' anello nella parte supcriore. Questo locale esser 
dovea quasi interamente chiuso e privo di luce dalla 
parie del giardino : ove forse elevavasi un tavolato. 
Segue il giardino , che compie 1' cdifizio : è esso co- 
steggialo da due soli lati da un canale di fabbrica , 
nel mezzo di cui ù nel lato anteriore una piccola va- 



schetta con doppio condotto, uno de' quali si dirige 
verso il pozzo. Le pareli che circondano il giardino 
sono di semplice infonico biancastro , e rozze nella 
parte superiore. In un muro leggesi graffito 
VIBIA AMEIA. 

Alla descritta abitazione succede una bottega se- 
gnata col n. 53. Non vi è traccia di chiusura , e le 
pareli son rozze : a destra era una scala di legno, che 
menava a qualche ammezzato superiore; ed ora ve- 
desi tuttora il pogginolo o grado di opus signinum , 
che le dava cominciamenlo. Nell'angolo esterno a si- 
nistra è una costruzione circolare destinata alla custo- 
dia di un canale , che sembra condotto di acqua ; e 
presso sopra un piccolo rialto di fabbrica vedonsi i 
residui di una cassa di ferro di non molto grandi di- 
mensioni , ove forse il padrone della bottega serbava 
il danaro ritratto dalla sua industria. Uscendo dalla 
d 'Scritta bottega sul marciapiede della strada, incon- 
trasi un piccolo poggio di pietra di Sarno addossato 
al pilastro esterno. Segue una importante abitazione, 
il cui ingresso è segnato col n. 57. Ha questo i segni 
della chiusura sulla soglia di pietra vesuviana. Precede 
il solito andito o prolhyron : il pavimento ne è signi- 
no, con ornamento di bianche pielruzze simmetrica- 
mente disposte: lo zoccolo è nero con linee bianche, 
e gialli ornali. Le pareli son gialle , con scomparti- 
menti di nero , e bianchi ornamenti : a sinistra scor- 
gesi nel campo un caprio corrente in parte perduto. 
Da questo andito si passa nell' atrio tuscanico , alla 
cui entrata non si veggono tracce ,di chiusura : le due 
pareti laterali dell'entrata sono adorne di linee bian- 
che , gialle e rosse. 

Il pavimento dell' atrio è di opus signinum , con 
pezzetti di bianco marmo , ed altri più grandi disse- 
minati a maggiori distanze. 

Nel mezzo vi è il compluvio nobilissimo lutto ri< 
vestilo di bianco marmo, con cornice nella parte in- 
terna , ove si vede un foro per lo scolo delle acque. 
Sul suolo del compluvio vedesi una piccola base di 
marmo adorna di grandi foglie di acanto a bassori- 
lievo, sulla quale poggiava una vaschetta di marmo, 
da cui zampillava l' acqua. Nella parie posteriore è 
un pilastrino di fabbrica rivestito di bianco marmo , 



-CI - 



destinalo a racihiuilere un condono di piombo pro- 
veniente dalle vicinanze del peristilio : sul dello pila- 
slrinu sono fabbricale alcune pietre con concliii'lie 
incastrale ; e di mezzo sorge il condotto , cbe versa- 
vasi nella vaschetta innanzi accennala per animarne 
lo zampillo. Presso al compluvio sono due sfogatoje 
de' sottoposti canali, una delle quali è coverta da un 
pezzo di marmo lavorato, l'altra è priva di cover- 
chio. Sul descritto pilastrino poggia un'ampia mensa 
di bianco marmo, cbe è pur sostenuta da due laterali 
sostegni anche di marmo di bellissimo lavorio , con 
scolture. Sì dall'uno cbe dall'altro lato si ripetono 
le medesime scollure , o i medesimi bassorilievi. 

Dalla parte che guarda l'ingresso della casa vedesi 
la metà anteriore di un alato mostro , cbe ha lesta di 
drago con lingua prominente, corna di capra, e zam- 
pe di leone: pare che siesi voluto figurare la Chime- 
ra. Nell'opposto estremo è scolpita la metà anteriore 
di un Grifo. Al lato esterno vedesi a bassorilievo un 
corno dell' abbondanza ripieno di frutta e di altri co- 
mestibili , e presso un grosso globu con due fasce 
che Io cingono fra loro incrociandosi. AH' interno è 
un grazioso ramo con foglie e fiori. Sulla faccia su- 
periore della mensa sono scolpite le cifre numeriche 
LXXIX. Lo zoccolo dell' atrio è nero con ornamenti 
di giallo e di rosso , non che di piante, e di gialle te- 
ste gorgoniche. Le pareti sono gialle con scomparti- 
menti di rosso e di nero. Ne' muri , che sono al dor- 
so dell' ingresso , veggonsi due graziosi candelabri e 
svariati rabeschi. Nel muro di fronte si ripele due 
volte r ornamento di simili candelabri , osservando- 
sene uno più conservato , cbe ci permette di offrir- 
ne la descrizione : su rosso piedistallo si eleva il can- 
delabro di rosso con gialli rabeschi , di mezzo a ca- 
pricciosa architettura dello sfesso giallo colore , sulla 
quale torreggiano due ippocampi parimenti gialli. Al 
di sotto vedesi in un particolare quadretto dipinta a 
chiaroscuro in campo verdino una magnifica testa di 
Medusa , con alette alla fronte. Nel muro laterale si- 
nistro vedonsi in campo nero varii ornamenti di giallo 
di verde e di bianco , e nel mezzo un bellissimo tri- 
pode di giallo , quasi fosse di oro. 

Questo sacro arnese presentasi dalla parte più n d- 



bile destinata ad essere più visibile. Sopra una base , 
ador na di una testa a rilievo , si elevano i tre piedi , 
due de'quali sono formati a foggia di colonne con le 
rispettive basi , ed i corrispondenti capitelli. Quello, 
che vedesi dalla parte anteriore, è conformato a guisa 
di erma , cbe si eleva egualmente sopra una base , e 
termina in lesta di disinilà, che par fenuninile, eoa 
due piccole laleiaii anse a poca distanza dal collo : 
siccome comparisce in altre simili erme. Al di sopra 
del capo di questa erma si scorge un fogliame , da 
cui sorge una rotonda prominenza che va decrescendo 
superiormente ; e nella parte più alta e delicata poi-- 
gia la coppa del tripode fahcnumj. 

È questo ornato di fogliami , di baccellature, e di 
una gorgonica testa ; e più sopra presenta un fregio 
di rosonciai , e di cinque bianche lire , che figurano 
come se fossero di argento. L' apollinea cetra è ben 
conveniente a questo sacro arnese di Apollo. Al di 
sopja della bocca del tripode si elevano tre statuette; 
la media con lunga tunica, e con acconciatura di le- 
sta simile a quella dell'erma sottoposta , afferra con 
ambe le mani due enormi serpenti ravvolti in varie; 
spire; le altre due laterali anche vestite di tuniche par 
che pieghino le ginocchia , e ciascuna di esse alTerri 
con una delle sue mani uno de' serpenti. Due cerchi 
ornati di prominenti fiorellini rinforzano i piedi del 
tripode, ed altro cerchio sostiene le tre figurine spor- 
genti dalla bocca dell'a/tt'Hum, le quali visi attaccano. 
In confronto di questo dipinto tripode son da ricor- 
dare i tripodi descritti da Pausania , che diconsi so- 
stenuti da varie divinità ; tali sono Venere , Artemi- 
nide , e Proserpina con Cerere (lih. IV e. XIV , 2). 
Non può con certezza diffinirsi chi siano quelle tre 
femminili figure che afferrano serpenti ; giacché non 
vorremmo pensare facilmente alle Furie, alle Gorgo- 
ni , ad altri esseri di simil natura : ma ove ci rie- 
sca d' illustrar questa particolarità del tripode pom- 
pejano , non mancheremo di comunicar le nostre ri- 
cerche a' lettori del bulleltino. Sotto al candelabro . 
nel sito corrispondente allo zoccolo , è una gialla ce- 
sta pendente da un nastrorsopra vedesi in campo ver- 
de una bianca pantera punzecchiata di rosso , che si 
ciba di qualche cosa. 



— 62 — 



In uno de' muri dell' atrio vedonsi graffite varie 
lettere , o il principio di un alfabeto 

B A B C D li 
Altrove si legge 

POLICARPVS FVGIT 
In altro sito leggesi anche graffito un fallo, ed alcuni 
segni incerti. 

Ma è più importante la seguente iscrizione tracciata 
col carbone in una parte dello zoccolo , la quale se 
non interamente, si è nella massima parte conservata 
dopo il decorso di circa diciotto secoli : 

POPAM . AED . ORO .V OS .... XXI SALPIO 
Sarebbe stato assai interessante che tutti i caratteri si 
fossero serbati. Non mi è riuscito di leggere oltre l'OS 
di VOS , ed anche il XXI non è scevro da dubbio. 
Tra il V e r OS non mancano lettere ; ma l' antico 
pompejano , che segnò que' caratteri, volle rispettare 
un giallo ornamento , che occupa quel posto nello 
zoccolo nero. Intanto è questo un novello esempio per 
la intelligenza dell' . V . F , che già venne dal col- 
lega Garrucci additata per ORO VOS FACIATIS in- 
vece dell' ORO VT , siccome pria si leggeva : vedi 
pag. 5. 

Nel muro destro dell'atrio è pratticato un piccolo 
finestrino. In questo medesimo muro sono due aper- 
ture, che conducono a due cubicoli. 11 primo ha traccia 
di chiusura , con soglia di pietra vesuviana : il pavi- 
mento è signino , i muri sono di semplice intonico 
senza dipinti. Il secondo cubicolo ha pure soglia di 
pietra vesuviana : il pavimento è signino , con molti 
irregolari pez2Ì di marmo per ornamento. Lo zoccolo 
è rosso , con scompartimenti di verde , e con orna- 
menti di giallo, e verdi fogliami : vedesi pure in esso 
un cigno ed altro capriccioso animale. Le pareti son 
bianche con piccole fasce di rosso , giallo e verde , e 
con ornati e rabeschi. Tra questi è un candelabro, e 
capricciosa architettura sormontata da un mostro alato 
con testa di drago e corna , e zampe di leone , del 
tutto somigliante a quella specie di Chimera scolpita 
nel sostegno della mensa, eh' è presso al compluvio : 
vedesi pure una cesta semiaperta , e nel campo un 
pavone e varii delfini. Finalmente sono nello stesso 
campo dipinti varii Amorini con verdi clamidi svo- 



lazzanti ; il primo reca sulla spalla un vaso o tino : 
degli altri due uno è nella maggior parte mancante , 
neir altro è presso che svanito il colore. Nel muro 
verso il peristilio è una grande finestra. 



(continuaj 



MlNERVIM. 



Relazione dei nuovi scavi eseguiti nell'Anfiteatro 
Campano. 

Il giorno 4 ottobre 1831 cominciarono i lavori 
dell'esterno del monumento a destra dell'ingresso 
principale , per l' ampiezza di numero sei arcate , e 
così inoltrandosi internamente si sono proseguiti fino 
al dì 6 aprile 1832. 

Diversi oggetti abbiamo rinvenuti, cioè frammenti 
architettonici , e di statue in marmo, una moneta di 
oro dell'imperatore Giustino, diverse di bronzo, un 
pezzo di osso lavorato con cerchietti incisi , forse ma- 
nico di gladio, ed una gemma di lapislazuli con la se- 
guente epigrafe : 

Heiceci 
HAieor 

AHU) 

Giunti alla base delle colonne, addossate ai pila- 
stri esterni, nel primo e secondo portico, vi abbiamo 
rinvenuto il pavimento lastricato di grandi pietre di 
travertino di figure regolari , il quale giungendo fino 
all' esterno del monumento , sporge dal plinto delhJ 
basi delle anzidette colonne per pai. 1 , 63 , ove 
termina con un gradino dell' altezza di pai. 0, 90. 
Da tale scalino si discende in un piano , ugualmente 
lastricato , scoverto finora per la larghezza di palmi 
19 dal medesimo gradino , nò può determinarsi fin 
dove giunga, essendo il resto coverto di terra. 

Trovandosi detto pavimento mancante in alcuni 
giti dei massi , fui spinto a voler conoscere la gros- 
sezza delle pietre che lo compongono , ed il suolo 
sottoposto , quindi avendo fatto scavare nel ponte di 



— C3 — 



un masso ni' imbattei in una costruzione laterizia sot- 
toposta al pavimento , perlocliè ordinai ai lavoratori 
di allargare ed approfondire detto scavo, e riconobbi 
esservi un canale di accpia , clie percorre esterna- 
mente l'ellissi dell'Anfitealro sotto il detto pavimento. 
Il detto canale si discosta dal ponte del menzionato 
scalino per palmi 5, è profondo palmi 4, 50, è lar- 
go palmi 2, 75, ed i massi cbe Io coprono sono spes- 
si palmi 2,25. Avendolo io percorso carponi con lu- 
me insieme ad un muratore , giunti alla distanza di 
palmi 50 dall'asse maffgiore trovai un altro canale di 
simile costruzione che lo traversa : di questo secondo 
canale un braccio s'interna nell'Anfiteatro corrispon- 
dente sotto al quarto arco a destra dell'ingresso mag- 
giore , ed un altro braccio si prolunga in linea retta 
del primo fuori dell'Anfiteatro. Il primo braccio s'in- 
noltra per palmi 42 ed il secondo per circa pai. 20 , 
nò mi fu lecito andare oltre, perchè interrato. 

Ritornato nel sito dell' intersecazione dei canali , e 
fattomi di bel nuovo nel primo che cinge l'Anfiteatro, 
lo percorsi per altri pai. 282, ove similmente la terra 
lo aveva colmato. Alla distanza di palmi 230 dall'asse 
maggiore mi sembrò nel masso che covre quel sito 
del canale esservi uno sportello. 

Inoltre è da notare cbe dal piano dei due indicati 
portici esterni si passa negli aditi di comunicazione 
con gli altri corridoi, mercè di uno scalino alto pal- 
mi 0, 90 anche di travertino. In questi aditi , non si 
trova pavimento, forse perchè di marmo, ed in altra 
epoca tolto. 

La scoperta di queste importanti particolarità de- 
vesi tutta agli attuali scavi, perchè niuno finora aveva 
parlato né dello scalino esterno , né dei canali sotto- 
posti , né dell" altro gradino degli aditi. Il solo Maz- 
zocchi alla pagina 138 dell'opera In mulilum Ampli. 
Camp, tilul. dice che egli nulla vide , ma che seppe 
da un lapicida esservi all'intorno del monumento un 
lastricato ed uno scalino. 

A me sembra che questi due canali servissero a 
deviare le acque piòvane. 

Gli scavi attualmente sospesi, saranno quanto pri- 
ma riattivati avendo S. M. il Re N. S. oidinalo di 



darsi le convenienti disposizioni, perchè si nobile mo- 
numento sia interamente scoperto. 

L' Archiletlo 
Ulisse Rizzi. 



Giunta all' articolo precedente. 

Con grandissimo piacere abbiamo riferita la noli- 
zia de' più recenti scavi eseguiti nell'anfiteatro Cam- 
pano sotto la intelligente direzione dell' egregio ar- 
chitetto Sig. Ulisse Rizzi. Noi ci attendiamo che pro- 
seguendo lo scavo, mercè le cure del chiarissimo si". 
Principe di Sangiorgio , tanto impegnato per la con- 
servazione di ogni sorta di antichi monumenti , si 
venga a scoprire quanto prima (piel classico edifizio 
in tutte le sue parli. Sarà allora più opportuno deter- 
minare r uso di quegli acquidotti , che al Sig. Rizzi 
sembrano destinali a deviare le acque piovane, e che 
altri riporterebbe forse ad altra destinazione. Riman- 
dando ad altra epoca una più esatta dichiarazione 
delle novelle scoperte, vogliamo soltanto notare che 
la pietra con la gnostica iscrizione sopra riportata tro- 
vasi già collocata nel real museo Borbonico, ove ab- 
biamo potuto riscontrarue la lezione ; e ci proponia- 
mo di dirne qualche cosa ia altra occasione. 

MlXEUVl.M. 



Tavola aquaria Venafrana continuazione del numero 
precedente. 

Il decreto Venafrano sembra lo abbia nel signifi- 
cato generale di recipiente o castello, o lago, senza di 
cbe dovrebbe ammettersi , o una legge , che tra le 
fabbriche annesse all' acquedotto dimentica di nove- 
rare il castellum , oyvero un acciuidolto , che fosse 
privo di castellum, delle quali due ipotesi non so 
quale sia più assurda. 

Oltre dei lacus, o castella, è necessario ad ogni ac- 
quidotto la sua chiavica immissaria destinata alla prc- 



— 64 - 



sa delle acque. Questa chiavica ebbe nome di incile, 
del quale nò Viiruvio, nò Frontino ha parlalo ; ma 
Ulpiano lo definisce locus depressus ad latus fluminis , 
ex eo diclus quod incidalur; incidìlur enim vel lapis , 
vcl terra, undc primitm aqua ex (lamine agi possit. 

Essendo adunque rivo o fossa ancor esso , onde 
fossas inciles disse Catone (R. R. e. 155), ed Ulpiano 
prima incilia , vel principia fossarum, quibus aquae 
ex flamine vel ex lacu , in jìrinmm rivum pelli solent 
(L. 1. § 8. D. De aqua collidiana), e le glosse Inci- 
les ^ti/jpvyiì, ^luipv^ Emissarium,e ¥eslo, Incilia , fos- 
sae quae in viis fiunt ad deducendam aquam, sive de- 
rivationes de rivo communi faclae; non è maraviglia 
che sotto il general nome di rivi sia compresa. Ulpia- 
no giudicò che nel rivos, specus, saepta nominali nel- 
r editto del Pretore potessero venir intese anche le 
fosse e i pozzi: sed et fossae et palei hoc interdicto con- 
tinentur 1. e. § 2. 

SAEPTA II Vossio ed altri opinarono che miglior 
ortografia fosse scrivere questo vocabolo senza ditton- 
go, dcducendolo da <TÌi,xo?, ove fosse accaduto lo stesso 
scambio del x in p, che in Xvxni e Lupus; gli si op- 
pone la tavola Venafrana, i codici piìi antichi (Osaa. 
in Cic. de Rep. pag. 88.) , e un buon numero di la- 
pidi dei migliori tempi (Noris Cen.Pis. p. 198. T. 1 1). 
Quanto al significato, equivale il sacjjfa alle nostre 
chiuse , e cosi son definiti da Ulpiano : saepta sunt , 
quae ad incile opponuntur aquae dcrivandae compel- 
lendaeee ex flamine causa, sive ea lignea sunt, sive la- 
pidea, sive qualibet alia materia sinl, adconlinendam, 
transmiitcndamque aquam excogitata.E di questi saepta 
nò Vitruvio , nò Frontino hanno parlato. Sotto nome 
di FONTES iulendonsi lo scaturigini di acqua viva (L. 
1 . §. 4. D. de Fonte): questi si restaurano [reficiuntur); 
nisi enim purgare et rcficere fontcm licueril , nullus 
tisiis eius eril scrive Ulpiano. L 1. p. 8. D. De Fonte. 

P\nrEI. All'esito dell'aria sono destinati gli sfiatatoi, 
od aperture, per le quali possa esalar quella porzione 
di essa, che l'acqua trae seco nel corpo, ed ingrossa 



continuamente colla evaporazione. Ma nei rivi , ove 
l'acqua trascorre in condotti di piombo, od in (uhi di 
creta in luogo dello sfiatatoio o puleus, conveniva al- 
zar pilastri o colonne, alle quali univasi e con essee- 
levavasi quella parte di fistula destinata a far sprigio- 
nare l'aria raccolta; e perchè l'altezza della sorgente 
non obbligasse punto a sboccar fuori dalla apertura 
l'acqua, si aveva cura di livellarne le altezze, a secon- 
da dei capi , e della spinta non interrotta nel corso. 
Questa sorte di sfiatatoi avrebbe potuto appellarsi 
columnaria , ma non è sicuro che siano nominati da 
Vitruvio nel luogo, ove i manoscritti, e le stampe pri- 
mitive variano tra il columnaria , e le colliquiaria. Il 
Marini ritiene nel testo colliquiaria, perchè tiene cer- 
to, che nei venlres, o sostruzioni arcuate fra due clivi 
non è possibile aprire uno sfogatoio , donde die' egli 
rifluirebbe tutta l' acqua : aqua aflluerel ex his , cum 
ad punctum , quod libella capids fontis inferius esset, 
se elevavisset (Marini ad Vitr. lib. Vili. e. VI. n. 
22. ). Ma ciò non può avvenire , ove lo sfiatato- 
io, ed anche il pozzo si elevi al livello della sorgente. 
La colliquiaria per lo contrario intese prò quadam 
amplitudine , quae danda est flstulis in ventre (Marini 
L. e n. 20. ). Non veggo come possano vim spiritus 
relaxare non dandogli alcuno sfogo di fuori del con- 
dotto. In Pompei vedesi la forma delle eolumnaria'm 
più luoghi , sui due fianchi delle quali sono aperti i 
canali destinali a ricevere e contenere il tubo di piom- 
bo a smaltimento dell'aria, ed a conservare il livello 
della fonte allitudincm exortus sui; e spesse se ne veg- 
gono , essendosi forse avuto davanti quella massima 
così espressa da Plinio : Si longiore traclu veniet, s«- 
beat crebro, desccndalgue, ìie Ubramcnla pereant, 

I pozzi lumina delti da Plinio , che Vitruvio pre- 
scrive doversi cavare alla disianza di due aclns, putei 
intcr duos sinl aclus (Plin. //. N. L. XXXI. 31.) os- 
sia duecento quaranta piedi, arrivavano fino a fior di 
terra , adoperandosi per i rivi sotterranei cuniculi. 
(continua) Gaurdcci. 



P. Raffaele GAnnrr.ci d.c.d.g. 
GiiLio Mi.>Euvi.M —Editori, 



Tipografia di Giuseppe Càtà^eo, 



BILLETTINO ARCDEOLOGICO AAPOLITAXO. 



NUOVA SERIE 



N° 9. 



Kovemlji-c 18.32. 



Osservazioni numismaticlic. — Dilla Icijjje dei sclUiiiIddne solidi per oyiii libbra — Della Gruma o sia Fer- 
ramenlo agrimensorio , figuralo in un cippo sepolcrale d' Ivrea. — Notizia de' più recenti scavi di Pompei : 
conlinuazione dell' articolo inserito nel num. precedente. 



Osservazioni namismaliche. 



i. Protome giovanile laureala a s., davanli leggen- 
da svanita. 

)(Delfino a s. e clava, sopra al delfino (;W Ij^lHYOYR, 
di sotto ^ll>l>IRF];W) (v. Tav. IV. n. i). 

É celebre questa moneta , per la difficoltà incon- 
trata finora a leggerne le epigrafi in tutti gli esempla- 
ri. PuLldlconne la prima il eli. Comm. Avellino (0- 
pusc.T. II. p. l-27.Tav.V.fig. 6) , e delle tre leggende 
potè appena ricavare due lettere appartenenti alia ter- 
za ^' •• M , onde si rimase da qualunque commento. 
Poscia da altro esemplare riusci a trarre intera questa 
medesima epigrafe , e dandone notizia nel forno III. 
degli Opuscoli (Tav. VII. n. 3, pag. 9'p) scrisse; (/«&- 
hio pia, non rimane, ch'essa erpiicalga in lettere lali~ 
ne alla voceMAKRHS; pensò quindi attribuii la a Mar- 
cina città tirrenica , e poi Sannilica sul golfo di Sa- 
lerno. Dopo dell'Avellino il Mommsen ha dato il suo 
parere intorno a questa leggenda medesima , e dice 
così ; La seconda , come ho rironosciiilo io stesso sugli 
originali, è ZmmRW mom ^lia>IRW (presso il Fiorei- 
li , Ann. di Numism. 1,43). 

, Le nuove cure del sig. Friedlaender intorno alle mo- 
nete osche , lasciano quasi intatto questo cam|)0 [die 
Ofkischen il/unren. p.63). « Due sono le iscrizioni sul 
rovescio di questa moneta l'una di sopra, l'altra al di 
sotto del delfino volto a sinistra, disopra leggcsi xW.W 
od 'ahuru, di sotto 'makdiis' di poi una clava»: cosi il 
Friedlaender. Ma non è da omettere , che su questa mo- 
neta medesima, passala ora nel Real Museo di Berli- 

AM\-0 I. 



no, era slato letto >IHY>IYH, come a|)prendo, dal sig. 
Principe di S. Giorgio. La qunl lezione lascia poco a de- 
siderare al confronto della mia, cheè(?mi )IHY(JYfsI. 
La prima lettera è chiaramente R cosi in (|uesta, co- 
me nella moneta del museo Santangelo , veduta pu- 
re dal Friedlaender, il quale per altro non vi ravvi- 
sa il secondo elemento ivi abbastanza sicuro Y. Nella 
copia del eh. Sig. Principe di S. Giorgio sono tutte 
le linee dell' R, tranne la traversa superiore, ma quel- 
la che va obliipia a congiungere le due verticali in- 
clina a sinistra H , contro l'ordinario andamento; il 
quale sbaglio vedesi ivi ripetuto nell'HH di ^IDI'MRSJnI 
e altrove. L' YR dunque è assicurata per la lettura 
dello Spinelli, e per i due esemplari, il mio, e quel- 
lo del Museo Santangelo. La terza lettera è Q facile a 
scambiarsi col ^, e col >l in una moneta un pò frusta, 
e logora, o mal coniata, nel resto confrontano le due 
lezioni, la mia, e quella del eh. Spinelli, a cui, se 
piace, possono aggiugnersi le due finali HHI, che forse 
non sono del tutto svanite. 

Minor discrepanza è intorno alla lezione del nome 
sottoposto al delfino, ove ricorre la stessa ambiguità, 
e lo scambio medesimo della lettera )l , che altri leg- 
ge ^, altri Q. Nel mio esemplare, che ho tuttavia sol- 
t' occhio, è sicuro un )l, onde legj;o ill>l>IRRW, TR 
è raddoppiato, siccome in HlflRRn, in ^JVHRRT) , 
e parmi assai più analogo ai conosciuti nomi gentili 
degli Osci, fra i quali contansi Paccius, Occiui, Vac- 
cius, Laccius , oStlaccius, inoltre si sa che .V'irras 
era detta un'osca persona, nelle favole Atellaue(Dio- 
med. L. III. e. de gener. poèm.) 

Accordandomi poi agevolmente coi Sigg. Momm- 



— C6 — 



sen e Friediaender a riputar questo vocabolo un no- 
me proprio, forse di un magistrato supremo, dichiaro 
che per me la moneta non è più di dubbia attribuzio- 
ne, ma che ne entrano in pieno possesso gli Aurun- 
ci , i quali battono il metallo in una zecca comune , 
col nome della nazione , siccome i Campani , i Lu- 
cani , i Vestini , i Frenlani , e in qualche modo an- 
che i Safinì o Sanniti ai tempi della guerra Marsica. 
Negli ultimi tempi il territorio di questo popolo Au- 
runco sembra aver avuto per conGne i due fiumi , il 
Liri , ed il Saone fSamJ , almeno aver avuta qui la 
somma di lor signoria , ove contavansi fra le città 
principali Cales , Suessa , Minlurnae , Vescia , Amo- 
fia , od Aurunca. Niebhur intorno alla città Aurun- 
ca, che risulta dal racconto di T. Livio (1. 8. e. 15.) 
ha opinato , che lo storico romano commette lo sba- 
glio di credere una città quella Aurunca, che era la 
nazione Aurunca(//.iJ.L.V.p.234.Golb.).Più appres- 
so nondimeno ammette la città detta Ausona, che con 
Minturna, e con Vescia fu occupata a tradimento dai 
Romani (p.323.cf.LivioL.IX.c.23). Ma una città ^w- 
runca è nominata ancora da Festo fexc. Pauli p. 18. 
Mùller ): A quo f Ausane) condilam fuisse Auruncam ur- 
bem etiam ferunt ; e per lo contrario il medesimo Nie- 
bhur ha sostenuto altrove la sinonimia dei due nomi 
Aurunci ed Ausoni {H. R.L.l.p.QS,99), come di Au~ 
$on , e di Aurun. Sarebbe mai vero , che la città di 
Aurunca fosse di poi detta da Livio ausona.'' Nel qual 
caso l'unica diflìcoltà da superare sarebbe, che Livio 
racconta della prima al 419, moenia antiqua eorum , 
urbemque ab Sidicinis delelam (L. Vili. 1 o) ; quando 
di Ausona al 440 dice , Ausona et Minlurnae et Ve- 
scia Urbes erant (L. IX. e. 23.) Ma fino a qual se- 
gno sogliano esser vere le positive notizie di distru- 
zioni siffatte , lo dimostra un simile racconto intorno 
a Cuulonia distrutta affatto , secondo Diodoro , nel- 
l'anno di Roma 372 (BibUoth. XIV. lOG) , ma che 
nondimeno era in piedi al 38o per Diodoro medesi- 
mo (XV. 14. cf. Pausan.VI, 3, .3), siccome ben os- 
serva il eh. Sig. Raoul-Rochette (Meni. deNumis. no- 
te 2. Paris. 1840). Del resto non par certo se la città 
Aurunra , ovvero la nazione degli Aurunci battesse 
la moneta , di che è parola ; tuttocchè io inclini a cre- 



derla propriamente di Aurunca , quando era città ca- 
pitale della nazione, prima che questa si separasse in 
parziali governi ed indipendenti , e lo era certamente 
divisa al 415 quando Calvi guerreggiava da sé (Nie- 
bhur H.R.I.V. 234, 235 ), siccome me lo fa arguire 
il nome Macciis, che pare il magistrato supremo , ejus 
genlis princeps ( cf. Sthennius Meltius (SamniliumJ gen' 
vis princeps (Festo V. Mamerlini. p. 158. Miill. ). 

Sul rovescio , e dietro la prolome di Apollo il eh. 
Pr. Spinelli leggeva gli avanzi AlN di leggenda , che 
nel mio esemplare vedesi cominciare davanti la me- 
desima prolome , sulla quale non so che dirmi , pe- 
rocché non mi è riuscito assicurarne la lezione. Par- 
mi per altro che cominci con un YM. 

2. Protome di Pallade a d. coperta di elmo attico 
coronato di ulivo , sotto HVR 

)( Toro a volto umano a d. sopra ONAHMAH 
Ira le gambe M , davanti una cicogna ( v. Tav. IV. 
n. 5.). 

3. Protomc femìnile a d. con tenia intrecciata fra 
i capelli )( Toro a volto umano a d. sopra AfTlANO 
(v. Tav. IV. n. 6] , tra le gambe una serpe. 

11 prof. Mommsen , {Iscr. Messap. Roma. 1848. 
p.52.n.), e dietro di lui il Friediaender ( Osk. Miln. 
p. 34 ) hanno citata questa moneta , ed il primo, che 
la vide nel Museo Santangelo , notò che ne aveva par- 
lato r Abeken (MitteliL p. 333, n. 5 ) ; ma il Fried- 
iaender ne dà anciie la leggenda OHAnM.\H. 

I disegni per altro non ne sono molto esatti , pe- 
rocché neir uccello del rovescio, patentemente cico- 
gna, hanno fatto sospettare al eh. Cavedoni uno del- 
la specie dei Falconi, [Medaglie Osche pag. 198. 
Bullett. dell' Inslitul. Roma. 1850). Nell'unica mo- 
neta del Friediaender (Tav. V. n. 2. Campani, op. 
cit. ), che somiglia pienamente alla mia, legge egli 
OHAnMA>: , ed io son sicuro , che la prima lettera , 
meglio osservata troverassi un H. Di sotto alla proto- 
me del dritto il nome HVR pare iniziale di alcun ma- 
gistrato di nazione Campana. Potrei citare a conferma 
Strabone, il quale nei nomi dei demarchi di Napoli di 
origine Campana, trovava un solido argomento della 
dominazione straniera in questa città (V.4.7,), se te- 
nessi che le monete colla epigrafe Rampano siano co- 



— G7 



nialo in Napoli. Fu questa la sentenza dell'Avellino ( 0- 
pwsc.T.II.p. 1C7), che fondava la sua congellnra sulle 
parole di Strabene, dalle quali parevagli potesse dedut- 
si , che i Campani accolti in Napoli vi esercitassero 
in qualche tempo tutta l'influenza , apparendo dai fa- 
sti napolitani , che vi sostennero eziandio ma;;is(ratu- 
re. Allegava quindi il paragone dei Campani in Sici- 
lia , i quali coniarono moneta in Entella col nome lo- 
ro, e della città ENTEAAA5; KAMnA\a\. Qui per 
altro non apparisce veruna traccia di dialetto Osco, e 
però potrebbe taluno rivolgere l'argomento dell'Avel- 
lino contro di lui iu questo modo: Dal fatto sicuro dei 
Campani di Entella , si apprende , che vi usarono in- 
vece della propria, la lingua Greca del paese, e però 
vedendosi nelle monete dei Campani di qua un dia- 
letto osco, deve piuttosto riputarsi, che se le siano co- 
niate fuori ; specialmente perchè non ebber certo in 
Napoli quel dominio , che in Eniella soggiogata da 
loro, dimostrando inoltre i nomi campani tra' ma- 
gistrati, che Strabone cita, essersi dai Campani di Na- 
poli usata lingua greca , e confermandolo la celebre 
iscrizione di Ischia, dei Campani Faccio Nimsio , e 
Maio Pacullo , che è egualmente scritta in greca lin- 
gua. A convalidare da questo lato la opinione del eh. 
numismatico napolitano allegherò il confronto dei Cam- 
pani di Regio,e di Messina, i quali scrivono MEJJANO, 
e RECINO sulla moneta: pei Messinesi propose già il 
Cavedoni [Spie, tiumwn. p. 28.n..38. ), di riconoscer 
i Mamertiui di Sicilia padroni di Messina. La proto- 
me della seconda moneta di questo popolo qui fatta 
incidere parmi potersi ora sicuramente definire col 
confronto della monetina terza, riconoscendovi la Si- 
rena Partenope , come sulle Cumane, donde pare imi- 
tato questo tipo , dovrebbe teneisi ritratta la Sibilla 
di Cuma. Intorno allo scambio nell'Osco del >l in B 
■veggasi la p.43 di questo bullett. Dopo tale mutazione 
non reca maraviglia la mancanza di questa aspirazione, 
che forse può ben paragonarsi al Calor detto "'AXwp 
a KcttAwn'x detta AvXwvix , ove sembra invece, che 
r aspirato siasi convertito in K. Intorno all' M che ve- 
desi tra le gambe del toro , e talvolta scambia il po- 
sto colla cicogna , taluno ha creduto che si dovesse 
congiungere al nome leggendo Campanom. In altri 



tempi avrebbero trovato una spiegazione della Cico- 
gna [TTiXxpyòi), e della serpe ò'-fis riportando il pri- 
mo simbolo alle tradizioni intorno ai Pelasgi , ed il 
secondo agli Opici detti cosi dai serpenti ; Servius. 
Aen.XU.y.l^O. Capuemes antea Opki appellati sunl, 
quod illic plurimi ahnndavere serpenles; ma (jueste 
erudizieni rassomigliano molto a quelle che si rica- 
vavano una volta , e pur tuttavia da alcuni si cavano 
dalle lingue semitiche ed indiane. 

4. Protome femminile coronata , con pendenti , e 
collana , rivolta a s. 

)( Otto guerrieri con le punte delle spade ignudo 
rivolte verso un porchetto, presso al ipiale è un mi- 
nistro occupato, come pare, a tenerlo fermo, nel cam- 
po una insegna , nell' esergo IIIIA. 

La spiegazione , che i dotti hanno finora proposta 
del tipo rappresentato al rovescio di questa moneta , 
è , che quivi otto capi dell' armata sannitica confede- 
rati sacrificano la scrofa dinnanzi all'insegna militare 
( Cavedoni , Bull. Napol. T. VI. p. 74. ). Colle quali 
parole sembra che apertamente alludano al rito foe- 
(ìeris faciundi descrittori da Livio (1 , 24. IX, V>. cf. 
Sveton. in Claud. XXV. ) , e che Virgilio conqiendiò 
in due versi (Vili, 041 , 642): 

Armati Jovis ante aram , paleraaqur lencnla , 
Stabant , et eaesa iunejehant foedera porca. 

Or a chi bene osserva la composizione di questa ra|)- 
presentanza , parrà , se mal non m' appongo , troppo 
diversa da quella delle monete, che si assume d'inter- 
pretare col confronto di essa. Quivi trattasi di un fe- 
ciale , a quo porcus ferialur , qui leges recilel , preca- 
tionem adhibeal ; inoltre il sacrificio preceder dovea 
la confederazione , che facevasi fia i quarti della vit- 
tima immolata. Dei quali riti è evidente , che ninno 
si ravvisa sulla moneta sannitica; onde realmente non 
si può tenere per anco spiegato quel tipo. Forse per 
quanto ne conosciamo degli antichi rili , si rimarrà 
sempre oscuro , e dovremo restar paghi a dire , che 
si tiatti qui di un giuramento sulla vittima, che sarà 
poi sacrificata, davanti all'insegna, e non del rituale 
fnederis feriendi. Alla quale seconda opinione un va- 
levole appoggio par ri presti il celebre passo di Cice- 
rone, citato opportunamente pi ima dall' Eckhel , poi 



- 68 — 



«lai Cavedoni, in cui discorronilo un* alleanza falla dai 
Runiaui coi Sannili , non parla allrinienti di feciale , 
ma solo di iiu giovane che leneva il porchello fde 
Iiìieitlìone ii): In eo foedcre , quoti faclum est quon- 
dam cum SamniUbus, quidam adoìescens nohiìis por- 
cam suilinuil iussu Imperaloris. Si cerca qui da Cice- 
rone , se dalo in mano ai Sannili 1' Imperatore , do- 
A esse il Senato consegnare al nemico ancora il giovane, 
che aveva sostenuto la porchetta. Nel qual caso è in- 
dubitato, che si sarebbe a più ragione dovuto cercare 
del feciale , e di qualunque altro più immediato nii- 
nislro del sacrificio , se questi fossero stati adoperati 
in quella cerimonia. Adunque fa luogo conchiudere, 
the in quel cerimoniale si fé a meno del feciale. Un 
altro lume ci >icne da Servio a vie meglio intendere, 
the r Iniperator Romano fece qui l' alleanza con rito 
non suo , ma proprio dei Sannili. Perocché racconta 
quel grammatico , che l' uso del feciale era instituito 
da Numa, e che in Roma slessa prima di ciòusavasi 
di ferire col ferro: Nani cum ante gladiis con fgeretur, 
a fccialibus inventum , ut silice feriretur ( Aen. Vili. 
V.C VI). Secondo questa tradizione non veggo alcuna 
difiìcollà di inlerpretare la cerimonia rappresentala 
sulla moneta, siccome dimostrazione dell'antico rito, 
con che i capi congiurino. Sarebbero quindi figurati 
i capi dell'esercito Sannitico , che gladiis configunl 
porcam , quam adoìescens nohilis suslinet. A maggior 
conferma della qual interpretazione , osservo , che 
Pitti Cretese in quel suo racconto della guerra tro- 
iana a questo rito medesimo dovea aver 1' occhio , 
quando cosi bene ne disegnò anche i particolari della 
rappresentanza : lasciando scritto , che i Greci , mu- 
cronibus sanguine (porci marisj oblilis, adhibilis etiam 
aUis ad eam rem necessariis, inimicitias sibi cum Pria- 
mo , per reìigioncm conftrmanl (de B. Troiano. L.ij. 



Della legge dei sctlanladue solidi per ogni libbra. 

» Al tempo di Augusto si coniarono con una lib- 
bra d'oro 40 solidi, ma gradatamente in appresso con 
la stessa quantità se ne battè un maggior numero , 
sino che V.\LEMiMA>oI co.y IìNA legge oudinò, cue 



DA UNA LIDBRA d'oRO FOSSERO COMATl "t'I SOLIDI (Cod. 

X, tit. LXXII (LXX), §. 3, dell' a. 307); selle mo- 
nete d' oro di questo imperatore si trovano per 
LA PRIMA VOLTA LE LETTERE OB.» Cosi il Fricdlaen- 
der in un estratto dell'opera die Milnzen Justinians- 
Berlin 18i3, p. 72, tav. VI in 8, dettato qui in Na- 
poli , e tradotto in italiano dal sig. Fiorelli , il quale 
lo ha inserito nei suoi Annali di Numismatica (Voi. 1 . 
p. 78. 1846). Nel terzo fascicolo di questo medesi- 
mo volume primo a pag. 201 comincia una descri- 
zione di pesi antichi del Museo Chirchcriano dettata 
da me (1) , avanti alla quale il sig. Fiorelli ha messo 
un suo articolo intorno ad un exagium solidi deW'im- 
peratore Onorio, che il signor Friedlaender per sba- 
glio mi attribuisce. In questa descrizione a p. 209 , 
210 entra in un mio parere intorno alla proposizione 
del Friedlaender sopraccitata , che si può brevemente 
esporre cosi. 

Se Valentiniano I ordinò il primo, che da una lib- 
bra d'oro fossero coniati 72 solidi, ciò non potè ac- 
cadere , che col diminuirsi il peso gli spezzali della 
libbra antica, ovvero coli' alterarsi di peso di questa , 
restando del medesimo peso gli spezzati della libbra : 
ma ninna delle due cose è accaduta , adunque non 
può esser vero , che Valentiniano I sia l' autore di 
una nuova legge , con che si ordinasse , che da una 
libbra di oro fossero coniati 72 solidi Provasi dipoi la 
minore in questo modo. Che non siansi alterati di peso 
i solidi è manifesto , costando , che dai tempi di Co- 
stantino, a quei di Leone, i solidi d'oro pesano sulle 
bilance grammi quattro, e pochi milligrammi [chi- 
logrammi invece di milligrammi è uno sbaglio) ; che 
non siasi alteralo il peso della libbra costa dal cambione 
di Zemarco ivi pubblicato da me , e nei piombi an- 
tichi ( tav. V. n. 4. p. 60 ) , il quale essendo appunto 
dei tempi di Anastasio, e di Zenone, pesa nondimeno 
gr. 309,50; ai quali se aggiungasi la foglia d'argento, 
che lo rivestiva , ora mancante , avrebbonsi presso a 
poco i 325 , o 327 grammi , peso normale dell' an- 
tica libbra. Adunque stando le cose come prima , non 

(I) Occorrono ivi alcuni errori tipografici, come 'AvoSo^o inve- 
ce (li AvaSo'xos, Cartelli per Castelli, (beri:. Boni.) per (Iscrìz. 
Dom. J , Borfli per Bot'9:/, avyyh per ovyjix- col. 



— 69 — 



può essere sfato Valonfiiiiano l' aulorc di tal legge. 
Ora clic il signor Friwllaciuler ha stabilito, che la 
legge (lei 72 solidi per libbra data sin da Costantino, 
non sarà mestieri disputarne più oltre. Invece mani- 
festerò un mio desiderio. Mio piacere sarebbe, che il 
eh. numismatico tenesse conto ancora dell' altra os- 
servazione mia, intorno al vero senso delle parole «u 
septuaginla duos solido^ libra feratur acceplo fC. Tlieod. 
XII, tit.VI, 13. cf. Cod.X, tit. LXXII, §. 5). Pe- 
rocché siccome in questa disposizione non si fa una 
nuova legge, ma si suppone già fatta, così nella ordi- 
nativa di Costantino del 325 , Si quis soìidos appen- 
dere volueril altri codi, sex (nel cod. septem) soìidos 
qualernorum scripulorum nostris vullibus figiiratos ad- 
jìcndat prò siiigidis unciis etc. (Cod. Theod. XII, tit. 
VII. i.J, evidentemente si parla nella medesima sup- 
posizione. Troverà quindi il eh. numismatico , che 
giustamente ha egli prodotta la moneta di Massimino 
Daza del 312 , col numero LXXII; quando se fosse 
vero , che la legge fu data al 323 , non si potrebbe 
affatto interpretare quel numero LXXII della moneta 
di Daza anteriore di 13 anni al consolato di Paolino 
e Giuliano, che segnano l'epoca dell'ordine emanato 
da Costantino. In tal modo adottata anche questa se- 
conda modifica, non si dovrà, che ammettere piena- 
mente la sua interpretazione , siccome verissima , e 
dargli quel plauso , che ha ben meritato col porsi su 
questa seconda via da noi indicata alla giusta inter- 
pretazione delle sigle OB , che ricevono validissima 
conferma dall'insigne libbra di Zemarco con NOB 
( fiqxt'ctxxrx OB ). 

Gaurccci. 



Della Grama o sia Ferramento agrimensorio , 
figurato in un cippo sepolcrale d' Ivrea. 

L' undecima fra le 3i antiche lapidi Eporediesi di 
recente pubblicale ed illustrale dal eh. sig. cav. Co- 
stanzo Cazzerà (Torino, 18o2) mi parve degna di 
speciale considerazione segnalamenle per riguardo allo 
strumento in essa delineato (1), che senza meno vuol 
(1) Vedi la nostra tav. V. lig 3.-C(i Mitori. 



riferirsi alla professione di L. Ebutio Fausto , che vi 
s'intitola MEXSOH. Essa è come segue: 

Fastigio come di tempietto con parma o sia clipeo 

sovrapposto a due aste decussate aveitli le ca- 

spidi volte al basso 

. . IB • CL AVDIA 
. . AEBVT1V.S • L • L 
AVSTVS • MENSOR 
VI VIR • SIBI • ET 
ARRIAE • Q • L • AVCTAI 
VXORI • ET • SVIS • ET 
ZEPVRE LIBERT 

V F 

Seggio come curule , con suppedaneo sott' efso. 

Due fasci di verghe , forniti ciascuno della sua 
scure. 

Asta piantata verticale In terra, alla qìiaìe </ ad- 
dossa una crociera consiitente di due regoli de- 
cussati , forniti ciascuno verso V estremità sua 
superiore di un perpendicolo o sia archipenzolo, 
formato a guisa di due coni riversi. 

Gli accenti od apici segnali sopra l'V ne' due nomi 
AEBVTIVS e AVCTAI ne danno buon argomenti) a 
credere, che questa epigrafe sepolcrale non sia di mollo 
posteriore a' tempi di Trajano (cf. Marini, Fr. Arv. 
p. 39, 709). Il clipeo congiunto alle due aslicciuoie 
decussale, che orna il timpano del cippo o sia ara se- 
polcrale , mostra che L. Ebulio Fausto , benché li- 
berto di condizione, conseguisse il grado di cavaliere, 
o che avesse da qualche Imperatore l'EQVO PVBLl- 
CO (v. Annali delllnslit. T.XVllI, p. 12ì;. 11 seg- 
gio quasi curule, col suo suppedaneo dis^iunlo, eJ ì 
due fasci fornili di scure appellano a qualche sua ma- 
gistratura coloniale o municipale (cf. Marmi Mod. 
p. 223-227. 3Ia(Tei, Mas. Vcron. p. CXVlI);e se si 
riferiscono al suo ijVtmKo, confortano l'oiiinione, che 

VI . VIHI in (lualclie luogo ed in qualche partiooiar 
circostanza formassero una commissione di sei decu- 
rioni destinali nelle colonie ad una speciale incom- 
benza (v. Bull. arch. 1839, p. 02). 



70 — 



Siccome il seggio ed i fasci probabilmente accen- 
nano al titolo di VI . VIRo , così l'ordegno sculto al 
disotto parrai da riferirsi alla professione di MENSOR, 
che indicala cosi assolutamente suole essere quella di 
aorimensore (v. Gervasio, hertz. Siponl. p. 30 ) , che 
dLvasi anche MENSOR MACHINARIVS, in riguar- 
do agli ordegni dell'arie sua , il principale de' quali 
si era la CROMA , genus machinolae cuiusdam , quo 
regiones agri cuiimute cognosci possunt (Festus s. v.). 
La voce grotna , a parere del eh. Biot {Journal des 
Savants 1849, p. 245), sembra denotare segnata- 
mente la crociera rettangolare formata dalle due linee 
di traguardo del ferramcntum. Essa è di sovente usata 
come sinonima di questo strumento , del quale for- 
mava in effetti la parte precipua. 11 ferramenlum, do- 
vendo determinare il secondo lato di un angolo retto 
orizzontale , dopo che il primo erasi di già tracciato 
in sul terreno da misurare, facea d'uopo ch'esso avesse 
un piano di traguardo , sia continuato o disgiunto , 
quadrato o circolare, avente almeno due regoli o li- 
nee di traguardo intersecantisi ad angoli retti attorno 
ad un centro, ed un sostegno centrale, da conficcarsi 
in sul suolo, che potesse rendersi verticale per mezzo 
del filo a piombo : nel qual caso il piano dello stru- 
mento o si congiungeva con l'asse medesimo per modo 
che potesse girare attorno a sé , oppure si applicava 
e fermava in capo ad esso per mezzo di un foro e di 
una vile (Biot, 1. e. p. 241). Quest'ultimo modo 
pare fosse il più comune ed usato in antico , poiché 
la groma o sia crociera di traguardo, a detto d'Igino, 
era disgiunta dal ferramento ( Furlanelto, Appena, v, 
GROMA) : posilo in eodem loco ferramento, GROMA 
Sìiperponalur, Nel nostro monumento pertanto vedesi 
r asse o sia sostegno del ferramenlum posto ritto , e 
la groìna , o sia piano di traguardo , disgiunta e ap- 
poggiata all'asse medesimo. Questo nell'imo è fornito 
dì due risalii laterali per impedire , che non si pro- 
fondi di troppo e non si smuova nel conficcarla in 
terra ; e nel sommo mostra un pome picciolino , che 
risulta da una superficie piana, e che può tenersi pel 
capo della caviglia o vite, che serviva a fermarvi so- 
pra la crociera di traguardo o sia la groma, che real- 
mente mostra avere un foro centrale fatto per pas- 



sarvi la caviglia. I due perpendicoli, che veggonsi pen- 
dere verso le estremità dei due regoli della crociera, 
servir dovevano a mettere verticale il sostegno ed 
orizzontale il piano della crociera o sia groma, e forse 
anche per traguardo. Tanto sembra indicarsi anche 
in quel ditbcile passo di Frontino ( cf. Journ. des Sa- 
vants, 1849, p. 149, ii^i): Ferramento primo uli, 
et omnia momenla perpemo dirigere , oculo ex omni- 
bus corniculis, extensa ponderibus et inter se comparata 
FILA, seu NERVIAS , ita perspicere donec proxi- 
mam , consumpto alterius visu , solam inlueatur. Non 
saprei ben dire, se le rastreraature, che veggonsi fatte 
nelle parti estreme dei due regoli decussali, sianvi per 
ragione de' traguardi , o per meglio appendervi le 
fila de* due perpendicoli. 

L' antico marmorario avrà probabilmente credulo 
meglio di rappresentare il ferramenlum agrimensorio 
così montato, perchè trovasse troppa diflìcollà nel fi- 
gurarlo montato con la groma a suo posto, la quale 
avrebbe dovuto stare in posizione orizzontale mentre 
che il suo sostegno tiene la verticale. Altri potrebbe 
oppormi, che i due regoli da me creduti costituire la 
groma non s'incrocicchiano ad angoli retti, come pur 
sarebbe di dovere ; ma l' antico scarpellino , vedendo 
che posti essi ad angoli retti sarebbero riesciti di troppo 
accosto ai due fasci de' littori , forse die loro perciò 
un angolo ottuso dalla parte superiore, oppure può 
sospettarsi, che il disegno del Bagnolo in questo par- 
ticolare non sia del tutto fedele al marmo originale 
ora smarrito. Ancora lice supporre, che i due regoli 
della groma fossero congiunti ed impernati per modo 
che potessero accostarsi e congiungersi quasi in uno, 
per vie maggiore comodità di trasporto , e che nel- 
l'alto dell'operazione agrimensoria si situassero l'uno 
perpendicolare all'altro per mezzo di segni fatti a tal 
uopo, e con l'applicazione della squadra rettangolare. 

Il perpendicolo , che pende sospeso per mezzo di 
un filo verso l' estremità di ciascuno de' due regoli , 
può dare ansa a sospettare, che questi servissero per 
l'operazione detta cultcllare ad perpendiculum, sihene 
dichiarata dal eh. Ilase [Journ. des Savants 1849, 
p. laO), conforme al precetto di Frontino : o/^c<a 
ante linea ad capitulum perticae aequalitcr ad perpen-- 



— 71 — 



(Uculum cullellare debemus (p. 33. ed. Lachmann): 
tanlo jiiù che in colale supposto le rastrcmature dei 
due regoli servilo avrebbero a meglio accostarli e con- 
giungerli come in uno colle parti loro estreme. IMa , 
senza dire, che nel monumento del nostro MENSOR 
il perpendicolo è alquanto discosto dal capitulum per- 
ticae , nel detto supposto non vedrebbesi altrimenti 
per qual ragione i due regoli siano così congiimli e 
s' intersechino nel bel mezzo ; e poi in colai caso l'asta 
piantala ritta riraarrebbesi senza significalo. 

Del resto ne" quincunci fusi di Lucerà ricorre una 
crociera assai simile a questa del monumento Epore- 
diese , ma consistente di due regoli assai più larghi , 
pedali a tulle quattro le estremità, che s'intersecano 
ad angoli retti, talora con foro nel centro dell'inter- 
sezione ; e fu detta mola , stella agraria o grama da 
me e da altri (Ragguaglio dell' ed. delle tav. del Ca- 
relli, tav. XV. cf. Journ. des Savanti 1847, p. 531 : 
Riccio , Mon. di Lucerà p. 12). Ora peraltro parmi 
più verisimile, che la crociera ricorrente ne' quincunci 
di Lucerà indichi una fencstra (cf. Bottari, /?ojnasot- 
terr. tav. 34), che dicevasi anche lumen, e che per- 
ciò veniva ad essere tipo allusivo al nome LOVCERI. 

Gel. Cavedoni. 



Notizia de' più recenti scavi di Pompei: continuazio- 
ne dell' articolo inserito nel num. precedente. 

A sinistra dell'androne ed alle spalle dell' atrio so- 
no tre piccole stanzette. Nella prima si ha l'accesso 
dall' atrio stesso per soglia di marmo , ove si scorgo- 
no tracce della chiusura. 11 pavimento è di semplice 
calcina ; le pareti di rozzo intonico bianco con vani 
buchi per inserirvi tavole , e presso l'entrata appari- 
scono macchie di ossido di ferro. Pare che questo stan- 
zino servisse di dispensa. Vicino a questo è altro pic- 
colo compreso , a cui si ha pur l' ingresso dall' atrio 
per mezzo di uno scalino di fabbrica ; il pavimento è 
parimenti di calcina , le pareti di bianco e rozzo in- 
tonico. Sembra che qui fosse-prallicalo il domesti- 
co culto, giacché m' due muri, che formano angolo, 



sono rozzamente dipinti i due soliti serpenti colle te- 
ste convergenti nell'angolo presso una pianta; e sot- 
to di esse vedesi un ii'.c.-ivo per inserirvi una tavola 
onde appoggiarvi le offerte. Non so se sia un fatto ac- 
cidentale , o se a quelle ofTerle si abbia relazione il 
ritrovamento di varii frammenti di gusci di uova nel- 
r incavo sopra accennalo , ove furono da noi veduti 
frammisti alla terra. Dal descritto compreso si passa 
in altro più ampio senza alcuna traccia di soglia , e 
fornito dello stesso rozzo intonico. Molte iscrizioni o 
dipinte o gradile si veggono su' muri di questa stan- 
zetta , che prendca luce da una finestra dalla parte 
della pubblica strada. Quelle che ci è riuscito distu> 
diare sono le seguenti , riserbandoci di riferire in al- 
tra occasione le altre , che meritano maggior consi- 
derazione. 

Le graffile sono 

1. QTHILLANIVS 

lANVARlVS. 

2. APRILIS , e presso un grosso fallo simbolo 
ben conveniente al mese in cui tutta la natura fiorisce 
e tende alla riproduzione. 

Sono poi scritte col pennello di rosso 

1. Ci\F(NF)noH.) 

2. APRIL 

3. NVMMIANO FELICITER. 

É questo probabilmente quel P. VcdioNummiano 
raccomandalo a'sulTragii de' suoi concittadini in un 
programma letto all'esterno delia strada , e da noi 
riferito di sopra p. 59 n. 2. 

Più importante è la seguente iscrizione scritta col 
carbone. 

SII CVNDVS 
RIIGIMOM 
VIIU TIINilT 
llILICrriIR 
In quanto alia paleografia, noteremo il solito uso 
de' due 1 per E (1); ma vi è altresì la particolarità 

(1) È tanlo frequente questo uso ne' graffiti ponipejaui , neHe 
iscrizioni , e nelle medaglie , che non puossi atlribiiire a ^arlico- 
larilii di pronuncia gallica in una iseriziunc di Gallia , siccome ave- 
va sosp'ollalo il eh. Roulez : vet^i il giornale V Inslilut is^l p. 3^ 



— 72 — 



dell" M figurata come quattro aste : della qiial forma 
dovrà ragionare il eh. collega Garriicci, dal quale fu 
])rima ravvisata l' M in questa pompcjana iscrizione. 
Solo qui vogliamo notare che questo alfabeto lineare 
talvolta presentava l' N formata come tre aste III : e 
meritano di essere confrontate le medaglie di Saloni - 
na colla epigrafe SALOXIXA • IN • PACE , in alcu- 
ne delle quali si legge SALONIIHA IIII PACE. Del 
resto nel carbone di Pompei si avverte la duplice for- 
ma deir ]M , e r N è sempre regolarmente figuralo. In 
quanto alla lingua, è pur notevole i\ regimomum, cha 
non dovrà più riportarsi ad epoca bassa , e che in- 
contra r analogia del suo finimento in palrimonium , 
nìatrimonium , vadimonium , ed altre simili voci. 

Riuscendo nell' atrio , alla sinistra vedesi un altro 
rozzo cubicolo con soglia di pipcruo , e tracce della 
cbiusuia di legno colle imposte : il pavimento è di 
calce , e le pareti di rozzo inlonico bi anco senza or- 
namenti. Segue da questo medesimo lato sinistro un 
compreso con grande apertura suU' atrio , da cui vi 
si ascende per mezzo di uno scalino di marmo , sul 
quale non appariscono tracce di chiusura. 11 pavimento 
è signiuo con varie pietruzze di marmo: lo zoccolo è 
nero con verdi piante ed augelli , ed altri ornati : le 
pareti sono a vari! scompartimenti di rosso, di giallo, 
e di bianco; e su di esse sono dipinti gialli candelabri, 
uno de' quali interamente conservalo mostrasi sor- 
montalo da un" alata figura , forse dell' Androsfinge. 

Si osservano pure dipinte sulle pareli medesime fe- 
stoni , uccelli domestici , l' Androsfinge , capricciose 
arcbilelture , e paese. Vi è pralticala una finestra nel 
muro eh' è verso il peristilio. 

Non ci sembra da dubitare che in questo spazio ul- 
timamente accennalo debba riconoscersi un' ala del- 
l' atrio ( Vitruv. de Archìt. VI, 111, 4) , che qui si 
vede unicamente a sinistra , abbenchò in altre case 
pompeiane si scorgano le a/e a' due lati dell'atrio (vedi 
Avciriuo (lese, di una casa pomjìei. 1837 p. 19. Ra- 



oul-Rochette maison da po'éie Iragique p. 9 pi. 1 n. 
6, e nel journ. des sav. 1832 p. 233). 

Tutto l'atrio, compreso l' ingresso del peristilio, 
è dipinto di rosso. Questo ingresso era chiuso da por- 
te di legno che si fermavano sopra due pezzi di bian- 
co marmo , i quali si osservano nelle estremità , ove 
si distendevano le imposte anche di legno : la parte 
media della soglia è simile al suolo dell'atrio, col quale 
fa quasi continuazione. Dalla descritta apertura si pas- 
sa nel peristilio, la cui parte anteriore serviva , forse 
come , di lahlino. Tutto lo spazio che circonda il pe- 
ristilio è pavimentato di opera signina , con orna- 
mento a musaico di quattro bianche pietruzze mes- 
se intorno ad una nera , che ripetendosi a jnccole di- 
stanze lo rendono quasi adorno di fiorellini. Si veg- 
gono quattro colonne di fronte , e tre da' lati : sono 
esse dipinte di giallo e lisce per alcuni palmi dal suo- 
lo , scanalate e rivestite di bianco stucco sino alla som- 
mità : né sì ravvisano tracce di capitello a tutte le al- 
tre colonne , meno che ad una della quale diremo tra 
poco. Presso alla seconda delle colonne di fronte è 
un puteale di travertino. Nel mezzo de! peristilio è il 
solito giardinetto con canale che lo circonda , e colla 
comunicazione al pozzo per mezzo di particolare con- 
dotto. Traile quattro colonne di fronte è un altra aper- 
tura per menare le acque ne' canali sottoposti ; ed il 
canale , che si dirige verso l' atrio è nel suo principio 
ricoverto di un pezzo di ardesia. Alla estremità de- 
stra del giardino , in direzione della colonna laterale 
media è un grande pezzo di tufo , da servir di sedile 
o per sostegno di qualche oggetto. Le pareli del pe- 
ristilio hanno zoccolo nero , con linee bianche che 
l'intersecano , e che miransi dipinte grossolanamente 
a foggia di marmo : sopra offrono varii scomparti- 
menti di nero , di rosso e di giallo , e tra essi scor- 
gonsi non poche interessanti figure. 



fconlinuaj 



MlNERVINI. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g. 
GiCLio MiiNERViM — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Catakeo. 



BllLEimO ARCnEOLOfilCO iWPOLlT VAO. 



NUOVA SERIE 



TV." 10. 



Novembre I8ó2, 



Notizia de p/w recenti scavi di Powpei: continuazione del num. precedente. — Iscrizioni di Scpino, con osser- 
servazioni del conte Bartolomeo Borcjhesi. — Osservazioni intorno a due iscrizioni , ed agli articoli del 
Sebeto di questo BuUettino. — Tavola aquaria Venafrana , continuazione del numero S. 



Notizia de' più recenti scavi di Pompei: continuazio- 
ne del mimerò precedente. 

Nel muro , eh' è alle spalle dell' atrio, vedi una Vit- 
toria alala con scudo ed asta volante a destra , con 
tunica rossocerulea : e dopo un giallo candelabro con 
festoni pendenti , scorgesi una femminile figura con 
verde tunica e corona , poggiante sopra una base; col- 
la destra tiene una gialla tenia , colla sinistra un pa- 
niere con manico superiore , ove si scorgono verdi 
foglie. 

Nel muro a destra del peristilio si osservano varie 
singolari figure. La prima è di un vecchio barbato , 
con pallio e calzari , clie si avanza a destra , tenendo 
fra le mani la lira: è qui figurato certamente un poe- 
ta , che però non ci sembra facile determinare qual 
sia. La seconda figura è conservata nella sua parte in- 
feriore , ed apparisce una donna quasi danzando o vo- 
lando. La terza è una Baccante tutta panneggiata , la 
quale pare intenta pure alla danza portando il tirso. 
La quarta è altresì una donna , con panno che ne ri- 
copre la metà inferiore del corpo , e che fa quasi un 
arco dietro la di lei testa : colla destra tiene un ramo. 
La quinta finalmente è un' alata figura muliebre, che 
sostiene una grande cesta. Anche non pochi dipinti 
adornano il lato sinistro del peristilio. La prima figu- 
ra è virile ed imberbe : tiene colla destra un ramu- 
scello abbassato: un rosso pallio la ricopre. La secon- 
da è di una Vittoria alala, che reca un Echetlon , in 
allusione a vittoria navale. Veggonsi poi due graziosi 
candelabri , uno de' quali è sormontato da un An- 
drosfingc , l' altro da un cigno. 
iiJVJYO /. 



Segue Diana con succinta tunica bianca , e ros- 
so imatio , e adorna di orecchini : la dea comparisce 
di fronte , e prende colla destra una saetta dal tur- 
casso che le sporge dalla spalla , colla sinistra stende 
r arco. Dopo un altro candelabro sormontato da un 
cigno , scorgesi altra femminile divinità , nella quale 
potrebbe ravvisarsi Latona : ha essa una lunga tunica 
rossa, e verde peplo che le discende dal capo, e ch'el- 
la tira alquanto colla destra ; mentre tien colla man- 
ca un lungo scettro. Dopo un altro candelabro sor- 
montato da un Androsfin gè , scorgesi finalmente un' 
altra Vittoria alata con giallo panno svolazzante, clic 
reca la spada. 

Nel muro di fronte è dipinta una Baccante che 
cammina a sinistra : ha lunga tunica gi.illa e scarpi-, 
colla destra tiene una verde tenia , colla sinistra un 
tirso , da cui pende una simile tenia dello stesso co- 
lore. In un ordine superiore ne' due muri laterali del 
peristilio , veggonsi al di sotto di una cornice di stuc- 
co festoni , uccelli , teste gorgoniclie , ceste pendenti 
da nastri , caprii correnti , rabeschi , ed altri orna- 
menti. È notevole che le colonne del peristilio , an- 
che senza i capitelli , si trovano più alle dell' ullinia 
colonna a sinistra che è nell' angolo , e sulla quale si 
appoggia una porzione di muro , ove sono dipinti uc- 
celli, delfini , ed altri ornati diversi. Nell'angolo in- 
terno del destro lato del peristilio è una rozza nicchia 
con Ire scalini , di cui non è agevol cosa determina- 
re la destinazione. In fondo al peristilio sono Ire di- 
stinti compresi , a' quali si ha 1" adito dal peristilio 
stesso. 

Il primo compreso più ampio degli altri due ser- 
io 



7+ — 



\ivn certamente di iriclinio. La soglia è ne'suoi estre- 
mi munita di due pezzi di pietra vesuviana per fer- 
marvi le imposte , nel mezzo è di opera signina con 
bianche pietruzze. Il pavimento è signino con varie 
bianche pietruzze e pezzi di marmo di differenti co- 
lori. Lo zoccolo è rosso con varii ornamenti, fra' quali 
appajono alcuni cigni. Le pareti sono gialle con scom- 
partimenti di nero. Ora si veggono due quadretti tut- 
tavia conservati : in uno è figurato un bacchico car- 
ro tiralo da pantere , e sul quale si veggiono collo- 
cati varii tirsi : nell' altro quadretto vedesi un Amo- 
re stante con clamide , colla destra tiene un bastone 
colla sinistra una lepre ; piìi in là è altro Amore se- 
di ute sulla clamide in atto di accomodarsi la grossa 
calzatura conveniente ad un cacciatore : presso è un 
cane levriero che stende la testa. Non è nuovo il ve- 
dere Amori intenti alla caccia (Mueller/Tajìdò. §. 391 
not. o pag. 624 ed. Welcker), e più volte ce ne han 
fornito rappresentanze le pitture pompejane ed Erco- 
lanesi {pili, di Ercol. t. I tav. 37, II tav. 43, Vtav. 
59) : uè poi è senza un motivo la caccia del lepre in 
rapporto coli' Amore; giacché è ben conosciuto il 
senso erotico ed afrodisiaco di quell' animale. 

Sotto del descritto quadretto sono dipinti varii or- 
namenti , frai quali è pure un caprio. In una bianca 
fascia superiore appajono svariati ornamenti : ora te- 
nie pendenti , ora maschere sceniche: in un segmento 
di cerchio formato da duplice cornice di stucco sono 
varie frutta sopra un rialto , cioè pere e melegra- 
nate , e presso un uccello , forse fiigiano o gallina lur- 
chesca , che si prepara a beccarle. Vedendosi pralti- 
cata una grande finestra verso il peristilio, può a que- 
sta stanza appropriarsi il nome di tridinium fene- 
stratum. 

A destra del triclinio è altra stanza , che può ri- 
putarsi un' exedra o sala di conversazione ; e ad essa 
si entrava pure dal peristilio , ma non offre alcuna 
traccia di chiusura. 

Nel silo corrispondente alla soglia il pavimento è 
di opus sifjnimim con meandro a musaico di bianche 
pietruzze, a' due lati dell'ingresso è il zoccolo colo- 
rilo a foggia di gialla breccia, e poi in rossa cornice un 
tralcio di vigna con foglie e grappoli pendenti, ed au- 



gelli che vi beccano, tra'quali è notevole uno somiglian- 
tissimo al pavone con pennacchio (Xoipob) sul capo, e 
lunghissima coda portando col becco un giallo serpen- 
tello; solo è notevole per la picciolczza del suo cor- 
po per nulla conveniente al pavone, e forse deve at- 
tribuirsi tale particolarità a capriccio dell' artista. Il 
pavimento della stanza è di opera signina con bian- 
che pietruzze , ed altre piìi grandi di marmi di diffe- 
renti colori. Lo zoccolo è nero con varie fasce di ros- 
so e di verde , ove si mirano foglie pendenti . rami, 
ed altri ornali. Vi si osservano varii cigni di giallo, 
maschere sospese , ed una coda di marino mostro, 
forse ippocampo© altro animale , di cui è perduta la 
parie superiore. Il muro laterale destro è in gran parte 
caduto , e mostrasi a scompartimenti di giallo e di 
verde intramezzati da rosse zone. Nel fondo giallo ve- 
desi un disco con protome femminile , presso di cui 
si vede il principio della rossa clamide , ed a cui era 
forse accollala altra protome virile ora quasi intera- 
mente svanita. Nel muro di fronte fra scompartimenti 
di giallo, è capricciosa architettura con rabeschi e 
marini mostri al culmine della slessa : vedesi poi trai- 
le esili colonne da un lato una figura virile coronata 
di foglie , ed altra ne dovea essere simmetricamente 
dall' altro lato , ma ora è perduta , per esser caduto 
l'intonico. 

Nel mezzo di questa parete è un quadretto nel fon- 
do giallo , che fu ritrovato assai deteriorato nell' alto 
dello scavo. Una figura virile giovanile ed imberbe 
siede a sinistra sulla rossa clamide appoggiando alla 
fronte la destra ; questa si volge verso una donna, che 
si appressa dalla parte di dietro. La poca conserva- 
zione di questo dipinto , e la mancanza degli accesso- 
rii ora interamente perduti ci fan sospendere ogni giu- 
dizio sulla interpretazione , che dar se ne potrebbe. 
Intorno al quadrello è una rossa linea che ne costi- 
tuisce quasi la cornice ; siccome non è raro osservare 
ne' pompejani dipinti. 

Nel fondo giallo della parete sono due dischi , cia- 
scuno con doppia prolome femminile e virile insieme 
accollale. Più in alto sono nel medesimo muro figu- 
rali fra capricciosi rabeschi due piccoli candelabri a- 
lali. Nel muro laterale a destra osscrvansi scomparti- 



menti di i^iallo dislinli da rosse (\isce : nel mezzo è ca- 
pricciosa architeltura con colonne spirali a yiiisa di 
foglie ravvolte, verdi linone, e poi una loggia con 
pluteo, come sembra , di legno. Presso diipieslop/a- 
leo vedesi da un lato mi uomo barbalo con bianca cla- 
mide, che spiega con ambe le mani un volume: pres- 
so l'altro cancello , eh' è dall'altro lato , è una fem- 
minile figura coronata di foglie , con rossa tunica sen- 
za maniche, la quale tiene colla sinistra la cetra, col- 
la dritta l'aureo plettro. A noi pare che debba in que- 
sta figura ravvisarsi una Musa. Gioito interessante è 
il soggetto del piccolo quad.'O , eh' è nel mezzo di 
questa parete. Un giovine lutto nudo, ma con clami- 
de rossa cadente fino a' suoi piedi; cogli occhi di fu- 
rore e quasi di mania , stringe colla destra la spa- 
da , colla sinistra il fodero. A' suoi piedi è cadu- 
ta in ginocchio una donna con doppia tunica rossa, 
la quale stende il destro braccio al giovine , quasi per 
allontanare la trista sorte , che la minaccia ; mentre 
pone al petto la manca. Vedonsi al suolo le ombre 
projettate da queste due figure. Indietro è un edifizio 
come le mura di una città , o di una torre , e di su 
la stessa veggonsi sporgere colla metà del corpo tre 
femminili figure che assistono al terribile avvenimento: 
una distende in alto il destro braccio in atto di spa- 
vento , mentre un' altra stende ambe le braccia in 
basso verso l' adirato giovine , in atto di dispera- 
zione e di compianto. È notevole che la fisonomia 
della donna minacciata non è giovanile. Questa par- 
ticolarità ci persuade a riconoscere nel pompeja- 
no quadro Alcmeone, che si prepara ad uccidere la 
sua madre Erifile. Di fatti non può pensarsi al sagri^ 
fizio di Polissena fatto da Neottolemo , giacché man- 
cherebbe una necessaria circostanza , qual' è il sepol- 
cro di Achille. Né ci è del pari lecito volger la men- 
te ad Oreste , che pone a morte la sua genitrice; per- 
ciocché il fatto succeder dovrebbe nella magione di 
Agamennone , e non già sulla pubblica piazza; ed al- 
tri accessorii esser vi dovrebbero, che in altri monu- 
menti appariscono , e che mancano aifalto nel pora- 
pejauo dipinto.All'incontro tutto conviene al sempli- 
ce fatto di Alcmeone uccisore di Erifile dopo la spe- 
dizione degli Epigoni, il quale commise il tremendo de- 



Jido per le persuasioni del tradito padre Anfiarao , e 
per consiglio dell'oracolo (Diod.Sic.lib.IV.c.LXV, e 
LXVI; Apidlod. lib. Ili, 7, ìì. I; Pausan. Vili, 2V. 
ì; Tluic. hUl. II, e. 102; Anacr. od. 31; Suet. in 
Nerone e. 39; Lucian. Nipwv IO; Plaut. capi. act. 3. 
se. 4. v. 30 p. 113-1 1 ì edit. Avellin. Philostr. Apol- 
lon. V. lib. IV, 38, 3, e VII, 2:i: cf. V. Soph. prooem. 
2, ed Iler. XX, 33 (l)).Si raccoglie dalle riferite au- 
torità che Alcmeone da lauti nioti\i sospinto, a' quali 
ApoUodoro aggiunge il sentimento della propria ven- 
detta, commise il matricidio (piasi preso ('a furore; e 
tutti si accordano a notare la insania posteriore, per 
la (]uale venne paragonato al matricida Oreste. Queste 
tradizioni spiegano l'aspetto quasi maniaco del giovi- 
ne tebano , richiesto ancora dalle esigenze dell'arte, 
che non può offrire un matricida se non fuori di sé, 
e con espressione di pazzo furore. 

Questa nostra spiegazione ci sembra confermata dal- 
le grosse mura , dall'alto delle quali gridano spaven- 
tate varie figure , quasi per impedire l'orribile allen- 
talo : sono esse le forti mura, e le torri di Tebe, che 
ben si ratlrovano effigiate , come l' origine della sce- 
na , che ci si offre alla vista ; giacché la presa delia 
città fu causa di quella morte. Se questa nostra spie- 
gazione è fondala , dovrà nel pompejano dipinto ri- 
conoscersi un soggetto tutto nuovo, presentandoci per 
la prima volta uno de'più famosi malricidii de' tempi 
eroici. 

In altri gialli scompartimenti erano di qua e di là 
due altri dischi con duplice testa accollata, uno, cioè 
quello a sinistra, é perduto, conservato è quello a de- 
stra, e \i si scorge una prolomedi Pane con orecchie 
caprine che suona la siringa, e presso la testa di una 
giovine Ninfa coronata di foglie: forse Siringa, o Eco. 

Più in su sono nel campo rami, pavoni, cigni, pan- 
tere, e nel mezzo un' aquila al di sopra di un grosso 
globo. 

fconlinuaj Mi.nervim. 

(1) Sofocle coniposo una irogeilia ìiililolala 'AXx.uai'wv , di cui 
si liaiino pochi fiammcnli , e non si conosce con precisione il sog- 
getto : certamente però si riferiva a fatii posteriori al matricidio, 
ma che però n'erano la conseguenza: vedi il Sig. AhrcusSop/i. 
fr. p. 304 segg. nella edizione del Sig. Didol. 



— 76 — 



Lcrizioni di Sepino, con osservazioni del conte 
Barlolomeo Borghesi. 

G NERATIO F\TI 
DIO PRISCO 
FVFIDI ATTICI 
C V Q DES FIL 
NERATI PRISCI COS 
NEPOTI ACCI IVLIA 
NI COS PRONEPOTI 
MVxNICIPES SAEPI 
NATES 



questo Gaio Neralio Fufidio Prisco non appartenga a 
quella casa direttamente. I nomi del padre Fufidio At- 
tico mettono fuori di questione , che egli era un Fu- 
fidio. Convien dire adunque che come molli altri pren- 
desse la maggior parte dei suoi nomi dalla madre , 
che sarà stata una figlia del console L. Neratio Prisco, 
se questi era suo nonno. Ma quale sarà egli dei due , 
r esistenza dei quali mi è stata manifestata da un'altro 
marmo , che non so se edito ancora , communicato- 
mi dal Mommsen , che me lo descriveva di grandi 
dimensioni con belle lettere , e veduto da lui a Sepi- 
no in casa del Rettore Brinni. 



A questa lapida fa da compagna una seconda del 
tutto simile, se non che vedesi dedicata a L. Ncrazio 
Fufidio Prisco figlio del medesimo Fufidio Attico , e 
però fratello di Caio. Il Mommsen ha inserita soltan- 
to la prima nelle Inscr. Neap. n. 4929. La mia co- 
pia è doì ala all' egregio sig. D. Bonifazio Chiovitti , 
il quale nota nelle due linee 4, e 5 un distacco di let- 
tere , originato facilmente da corrosione di pietra in- 
contrata dallo scarpellino. Trascrive altresì G. il pre- 
nome di Nerazio. 11 eh. Borghesi me ne regalò , to- 
sto che n' ebbe da me comunicazione , una interpre- 
tazione , che io darò qui , ne quid profulurum din 
laleat. Avverto soltanto, che la opinione del eh. sig. 
Conte, che questo Fufidio Prisco abbia tolto il primo 
nome dalla madre ha ricevuta una conferma da altra 
laj)ida pur di Sepino, dalla quale apparisce che C Fu- 
fidio Attico ebbe per moglie una Nerazia Marullina 
(Momm. /. N. n. 4928 ) , di più ci si è confermato , 
che il prenome di Fufidio fu Caio, e che questi, il 
quale nella nostra lapida dichiarasi soltanto questore 
designato , ottenne di poi un consolato , certamente 
sufielto. 

Ecco le osservazioni del eh. Sig. Conte Borghesi. 

» Benché Ella mi si mostrò poco soddisfatta della 
scarsa messe epigrafica, che ha raccolta nella sua e- 
scursione Apula, io però sono abbastanza contento , 
che mi abbia fruttato la lapide consolare di Sepino. 
Da altre iscrizioni avevamo già motivo di arguire che 
la gente Neratia fosse originaria di quel luogo, il che 
ora si conferma dalla nuova, benché mi sembri, che 



L • NERATIVS • L • F • Voi. Priscus. 

PRAEF • AER • SAT ■ COS • Leg.Aug.Pr.Pr.in 

PANNONIA • et 

L • NERATIVS • L • F • VOL • VRiscus • F. Cos. 

VIIVIR • EPVL • LEG • AVG • PR • PR . m • • • 

INFERIORE • ET • PANNONIA 

I supplementi delle due prime righe sono sicuri, per- 
chè tolti di peso da un'altra sua iscrizione onoraria, 
che si trova ad Allilia vicino aSepinu nella masseria 
di Francesco Magliori, pubblicata dal Guarini nell' iter 
vagum p. 31. n. 10. , e dal Mommsen nella disserta- 
zione de appariloribus p. 4. Per determinare l' età di 
costoro io osservo , che il primo Neratio si annunzia 
Legato della Pannonia senza dir quale, il che per certo 
significa, che al suo tempo era ancora una sola. Ora 
è conosciuto , che quella provincia , la quale fu con- 
solare fino dalla sua prima istituzione negli ultimi anni 
di Augusto, non fu divisa in due , cioè in Pannonia 
superiore , ed inferiore se non che in seguito delle 
guerre Daciche di Traiano. Consta per una parte dai 
marmi di Q. Glitio Atilio Agricola (Murat. p. 310), 
ch'ella conservavasi intera , quando fu governata da lui 
durante la prima guerra . in cui meritò i doni mili- 
tari , terminata la quale nell' 856 impariamo dall'un- 
decimo diploma del Cardinali che accompagnò a Roma 
Traiano , da cui nei primi giorni dell' anno seguente 
gli furono concessi i secondi fasci. Dall'altro lato ciò 
testimonio Sparziano (Hadr. e. 3.), che nell' 860 se 
n' erano già formate due provincie , attestandoci che 



/ / 



Adriano comandò la legione I. Mincrvia nella seconda 
spedizione ultimata nell'SoS, che nell' 839 fu fatto 
Pretore, e che nell'anno appresso gli fu data la lega- 
zione della Pannonia inferiore , finché dopo il legale 
intervallo di tre anni dalla pretura ebbe il consolato 
neir 8G2. Per lo che se il più antico dei due Neratii 
ebbe la provincia consolare Cesarea innanzi la divisione 
delle Pannonie, ed anzi prima che la reggessero Ser- 
viano ed Agricola, io terrò per fermo, ch'egli sia il 
celebre giurisconsulto , del cui consolalo ci fa fede 
IPomponio de origine iuris § ultimo , ed a cui Venu- 
eio Saturnino nel digesto L. 48, tit. 8,1. 8, assegna 
per coropaguo Annio Vero. Non ignoro le controversie 
dei giuristi sull'età del senatusconsulto fatto sotto quei 
consoli, che il Gravina volle ritardare fino all'impero 
dlM. Aurelio, e che altri stabilì sotto Nerva, altri in- 
fine sotto Domiziano. La questione è definita dal col- 
lega , il quale non può essere se non che l' avo dell' 
Imp. M. Aurelio, console tre volte, atteso che il bi- 
savo non fu che pretorio, il padre inpraeluradcccssil 
(Capitolino in 3Iarco e. 1). Ora noi sappiamo che l'avo 
fu adscitus inpalriciosaprincipibus y^espasiano el Tito, 
dunque non piìi tardi dell' 832. Dato , che egli fosse 
allora per lo meno senatore , avrà avuta l'età conso- 
lare verso la metà dell' impero di Domiziano, e infatti 
quel principe circa 1' 845 (Dodwell Annalcs Slatiani 
p. 307) proibì che si facessero più eunuchi, il che è 
appunto il soggetto di quel senatusconsulto. Tutto ciò 
pienamente si accorda colle deduzioni, che ricaviamo 
da questa pietra. 

Passando al secondo Neratio innanzi tutto mi con- 
vien prevenire chi nella frattura PR.... invece di PIII- 
scus volesse supplire PHOculus, e quindi confonder- 
lo col L. Neratio Proculo della Gruteriana p. 412. 
4-, il quale da lei apparisce essere stato console sulla 
fine dell'impero di Antonino Pio, se prima daluxlt 
vexillaliones in Syriam oh bellum Parlhicum , che 
sospeso per qualche tempo scoppiò finalmente sotto M. 
Aurelio. Per escludere un tale supposto basta dire, 
che quel marmo esiste tuttavia sulla fontana pubbli- 
ca di Sepino , e che confrontato di nuovo si confer- 
ma che r onorato tì si dichiara Caii Filiiis , ond' è 
per certo un personaggio diverso dal nostro , che si 



confessa nato da un Lucio. Bensì ammetto , che an- 
ch' egli sia stato della stessa famiglia , ed anzi sono 
anche disposto a concedere , che il Caio suo |iaJre 
possa essere stato un'altro figlio AA giureconsulto, 
il quale pel primo abbia introdotto nella casa il co- 
gnome di Proculo. Cosi persuade il nome di Neralia 
Procula o Procilla moglie di C. Hclitio l'iclà e ma- 
dre di C. BetitioPio(Guarini Commeitl. Xll^, la (pia- 
le dal tempo in cui visse risultante da un'altra lapi- 
de di suo figlio (Grut. 441.5), si ha a credere una 
sorella del console Proculo. Ritengo dumpie che il 
nostro Ludi Filius si chiamasse veramente PRiscus, 
e che sia il primogenito del giureconsulto, non sa- 
pendo dare altro senso ai due nominativi di questa pie- 
tra , se non che padre e figlio, come i due Scribonii 
Liboni (De Vita Ani. Ben. p. XX. n. 14), e i due 
Minici Natali (Saggiatore Romano anno 3, quaderno 
V p. 277) abbiano fatta fare qualche opera pubbli- 
ca , onde se non manca una linea successiva , si ab- 
bia almeno da supporre sul fine dell' ultima un FE- 
Cerunt o un F. C. Nella linea superiore si è perduto 
il nome di una delle due provincie , di cui fu Lega- 
lo , non rimanendo se non che la qualifica allribuila- 
le d' inferiore. Tre furono quelle , che cosi si distin- 
sero , cioè la Germania , la Mesia e la Pannonia, ognu- 
na delle quali negli ultimi anni di Traiano era con- 
solare, per cui con piena confidenza ho suppIiloCOS 
nella riga precedente. Quanlunque non abbia altra no- 
tizia di costui , tullavolta dal tempo del consolato del 
padre può dedursi , eh' egli abbia avuta la medesima 
dignità sulla fine dell'impero di Traiano, o sul prin- 
cipio di quello di Adriano, sotto cui avrà poi ammi- 
nistrato le due Provincie , delle quali si fa cenno. Nò 
con ciò viene a suscitarsi difficoltà contro l'altra opi- 
nione esposta qui sopra , che quando fa incisa quel- 
la lapide , vivesse il padre tuttavia , perchè il giure- 
consulto deve esser giunto ad una rispettabile età sa- 
pendosi che fu uno dei giuristi , che l' istesso Adria- 
no in Consilio hnbuit ( Sparziano in Ifadr. e. 18). 

Fra questi due consoli omonimi dovendosi adun- 
que scegliere il nonno di Fulidio Prisco io non esito 
a dichiararmi pel figlio , sembrandomi che la miova 
lapide non possa precedere il regno degli Antonini. 



— 78 — 



Fondo un falò giudizio sullo prclcrizione del prono- 
me in tutti questi personaggi , che prima uon solevasi 
oniuieKere almeno sui marmi , e più sul titolo di C. 
V. dato al padre Fufidio Attico , che soltanto a que- 
sti tempi comincia a comparire, non perchè i senato- 
ri non lo avessero da un pezzo, ma perchè per l' ad- 
dietro reputavasi superfluo l'esprimerlo, restando sot- 
tinteso neir indicazione della carica senatoria da essi 
occupata. Aggiungasi il modo con cui si annunziano 
i dedicanti MVNICIPES SAEPLNATFS , che ricorre 
identico nella lapide di Neralio Proculo, il che som- 
ministra una ragione di piiì per sospettare che queste 
due pietre siano coeve. Infatti supponendo che la mo- 
glie di Attico venisse alla luce sui primi anni di A- 
driano , nel suo lungo impero , e nell' altro più lun- 
go di Antonino Pio siavrà un comodissimo spazio per 
distendervi due generazioni , tanto più che il figlio di 
lei apparisce un giovinetto , che non avesse ancor toc- 
cato gli onori , in lui non lodandosi che la sua nobil- 
tà. La gente Fufidia fu poco diffusa , ed è ancor me- 
no nota , talché non conosco di essa altro magistrato 
se non che L. Fufidio Pollione console ordinario nel 
919, che per la sua eia può benissimo essere stato un 
altro figlio di Fufidio Attico , e C. Cerellio Fufidio 
Pollilliano Questore di M. Aurelio (Grut, p. 379.7), 
in cui però Fufidio è il nome proveniente dalla ma- 
dre , non dubitando ch'egli sia nato dal G. Cerellio 
Sabino Legato della legione XIII Gemina , e da Fufi- 
dia Pollitta memorali in un marmo della Transilva- 
nia. Incerto è poi se Accio Giuliano sia il bisavo pa- 
terno o materno del nostro giovine. Egli mi è del tul- 
io sconosciuto , ed anzi della stessa sua casa nomina- 
tissima al cadere della repubblica non trovo in que- 
sti tempi se non che un Accio Sura , che però vien 
detto di splendidi natali , pel quale Plinio giuniore do- 
mandò la pretura a Traiano (L.9.ep.9) ». 

Gaurucci. 

Osservazioni intorno a due iscrizioni , ed arili articoli 
del Sebeto di questo Bulkltino. 

L'iscrizione di s. Prisco illustrata alla p. 13 , seg. 
di questo bulletliuo , è ora nel R. Musco , ove aven- 



dola riletta mi sono avveduto , che niente manca fra 
IIE ed IDIVS della lin. 3. del pagiscito , né possono 
realmente tenersi per estremità di un C quei che ivi 
sono altrimenti segni, ma non di scarpello. Intorno al- 
l'ultima parte alla linea 5, e 7 leggo più correttamen- 
te. AE •• 2 • • 1TVLE/// M • • e - ' • • '^ X/// onde po- 
trebbe supplirsi AER. LXTVLEiJ MVLTAM. HS. 
X/// Aerano intulerunt mullam sestertiorum decein. . . 
E questo denaro credo prendesse il nome di aes ?nu/- 
taticum, di che si fa menzione nella lamina di Fermo, 
Orelli, n. 3147 e di argentum multae siccome par si 
debba tradurre l' osco aragctud mullas. 

Nella base venafrana edita a p. 51 è occorso per 
crror tipografico un V per N in BENEV^OLENTIA. 
Al V. 9, 10 il POS . . SORIS va ben supplito Possfs- 
soris ed inleso per Tordo possessor, richiamando il luo- 
go ordini, et poisessoribus cuimque civiialis del Dig. 
2. 1. de decr. ab ord. fac. inteso già dal Pancirolo 
de magist. viunic. e. 1 . in questo senso. 

Dopo la stupenda scoperta del collega sig. Minervi- 
ni, colla quale ha fissalo il si controverso tipo del loro 
androprosopo sulle monete, segnatamente patrie, gio- 
verà di avvertire , che oltre alla ragione generale del 
cullo del fiume Acheloo diffusissimo per tutto, tòv 'A- 
XsXwOK fxóvoy dvMTxS ày^^uiiroui GVix[:i\lriXi tih%y 
(Ephor. presso Macrob. Salur. V, 18), due altre ne 
aveva la nostra Partenope. La prima si è, che le co- 
lonie dei Calcidesi prima di passare in Italia dimora- 
rono nella Tesprozia , e nell' Ambracia siccome collo 
Scaligero ha dimostrato l'Ignarra fdcBulhys. p. 24i.), 
ove era solenne quasi come nella vicina Acarnania il 
cullo di Acheloo. La seconda propria dei Partenopei 
è , che Acheloo era padre delle Sirene , dette però 
'Ax^Xwi'Sss da Apollonio [Argon. IV. 893),edaPau- 
sania (IX, 34) 'Ax^Xw^t" St'yctTs'oss. L'accennata di- 
mora degli Euboici in paese dorico potrebbe scusare 
r opinione di coloro , che la desinenza in AX del 
NsOTroX/rctS di alcune monete derivarono da dorico 
dialetto. Perciò ho sostenuto , e tuttavia sostengo, che 
in Napoli non fu mai parlalo il puro Atlico dialetto, 
come slima il mio collega , non essendo mai venuta 
in questa città veruna colonia direttamente da Alene, 
da quelle contrade. Che se fu mollo ardila eoo- 



— 79 — 



gliiolliira il volere che le diversllà della voce SE- 
PEieo^ dal volgare i:HBH0f)S derivassero da Leo- 
tico linguaggio , e se concessi di troppo alla autorità 
dell' Alirens, nulladimeno io non ho mai arrecato , 
come altri dice , questo argomento per pruova , ma 
supposi , anzi dimostrai altronde ben noia la prove- 
nienza beotica delle colonie Calcidesi. Al (piai pro- 
posito facendo io forza sul nuovo nome di fratria , i 
Crctondac, d' indole tutta Beotica, non addussi, che i 
soli esempì allegati dall' Ahrens, ed ora a più valido 
sostegno darò loro una buona giunta ricavandoli dalla 
dotta opera del Keil, il quale vi ba travaglialo intor- 
no. Essi sono : Facrxc^^aS , Aia.y untoti , (■^poiTcuvóct,? , 

rpuivhxi , Uii^JuD^xg, "Xxip^t^y^'j^i , <P%i^u>vh%? , Xou- 
prLy^'xi, tutti Beoti (Keil, Syll. Inscr, Bocot. Nommcl. 
Boeol. p. 205. seg. ). 

Garrccci. 



Tavola aquaria Venafrana , conlinuazione dd n. 8. 

Questa legge vitruviana io riconosco nei cippi noli 
per le pubblicazioni del Grutero, e del Fabretti, ove 
in Glie di ciascuno leggesi P. CCXL. Eccone alcuni. 



VIRG 
TI ■ CLAVDIVS 
DnVSI • F ■ CAESAR 
AVG • GERMANICVS 
PONTIFEX • MaXIMVS 
TRIBVMC.POTESTATIV 
COS IH ■ IMP • vili. P. P 
1. P. Cr.XL 

Grut. 176. 3. Murat. ( Grut. 176. 4 Orelli. 
442. 7. Orelli 3319. 3320.) 



VIRO 
TI • CAESAR • AVG 
PONTIF • MAXIM 
TRIB • POT ■ XXXVllI 
COS • V • IMP • Vili 
I 
P. CCXL 



IVL • TEP • MAR 


• 


IVL TEP MAR 


IMP • CAESAR 






IMP CAESCVR 


DIVI • F 






DIVI F 


AVGVSTVS 






AVGVSTVS 


EX • se 






EX se 


XXV 






IXIII 


PED • cCXL 






P . CCXL 


(Fabretti col. Tr. 


1737.) 





Questi furono per altro diversamcnlc interpretali 
finora. Il Fabretti li tiTine misure del iugcio intro- 
dotte a dinotare la lunghezza degli acquidotli: l'nius 
jitgeii mensura me inducil , ut credam , veteres illos 
aquarum curatores isto modulo loììgitudiiics rivorum 
cuiusque duclits dimeliri w/Z/os fui^H' (Fabretti. op. 
eli. col. 1738.). L' Orelli li definisce, cippi jiKjcralcs 
ììiensurae causa conslituli ( Orelli Insc. Lai. p. 73 ad 
n. 3319. 20.). Recentemente il prof. Mommsen ha 
scritto « lungo gli ac(piidu(li romani ncll'cporu Aii- 
gustea stavano termini , che indicavano il nome del 
condotto dell'acqua, quello dell'imperatore che pose la 
pietra, ed il numero delle jugera pedum CCXL, che 
intercedevano fra il luogo , dove stava il cippo , e 
l'altro, dove l'acqua veniva distribuita. Grut. 176. 
3. 3. 1019, 10. Fabretti inscr. 600, o06 sq. de 
aquis p. III. sq. 28 (Momm. Bull. Insili. 18o0. p. 49. 
n. 2.). Il vero è, che (juesli cip[)i ci stavano ad indi- 
care i pozzi , ed erano segnati |)erciò di doppia nu- 
merazione , l'una progressiva, l'altra costante. Colla 
prima veniva indicato il pozzo , colla seconda i due 
aclus , ossia i dugento quaranta piedi che intercede- 
vano fra l'mi pozzo, e 1" altro. 

SVPRA IXFRAVE LIBRAM. Che la //&ra sia il li- 
vello pelo dell'acqua lo ba dichiarato il Polcni nel- 
le note a Frontino p. 61. Art. 18. , ove dice aquae 
omnes diversa in urbcm libra proveniunt: la frase me- 
desima con che qui si abbraccia ogni fabbrica tanto di 
sopra , quanto di sotto al pelo dell'acqua fluente, leg- 
gesi ripetuta nella linea 11. 

AEDIFICATI STRVCTI SVXT. Poiché il proprio 
scopo di acdlficare è fabbricar di pianta , e solo im- 
propriamente si estende a reslaurare, rcficerc , il (jual 
secondo senso vuole Ulpiano incluso nel sepukruni 
slne dolo malo acdlficare liceat, scri\ endo L. 1 . §. 9. 
D. De mortuo inferendo ci scpulchro aedificando: ^ie- 
diflcare non solum qui novum opus moliturinlclligcn- 
dus est, veruni is cptoque, cptl vidi rcfircrc. Però l'esten- 
sore del decreto Venafrano ad evitar ogni equivoco vi 
aggiugne slrucll, del quale il significato generale è di 
ordinare, comporre, e quindi di reficere, L. l.§. 6. 
D. De rivis. Refìccre est . . . suhslrucre . . aedifca- 
re . . e rispondono cosi i due verbi alle voci duccn- 



— 80 — 



dae, reficiundae assai bene. La legge vicndafaqualclie 
tempo dopo la costruzioue dell' acquidotlo, e quando 
era già in uso, onde si ordina, clie tutte le costruzio- 
ni, e lifazioni fatte nell'acquidotto si tengano per ben 
fatte, non alltinienti che le concessioni dei rivi e con- 
dotti ottenute prima di questa nuova legge dai duum- 
viri e prefetti della Colonia veggiamo essersi sanzio- 
nate da Augusto nel primo articolo di questo decre- 
to. Adunque si ovàìna ([uì, itti quklquid factum est, ila 
esse, halere flìceat, oporlealj. 

Quanto all'avvenire, son decretate parecchie cose 
riguardanti segnatamente gli accomodi occorrenti , la 
somma delle quali è , che sia lecito per la rifazione 
dell' acquidotlo , e delle fabbriche annesse di operare 
sul fondo ove passa l' acquidotlo medesinjo: aquas re- 
fìccre , rcponere , restiluere , resarcire , semel, saepius; 
fistuìas , canales , tuhos ponere, apcrluram commitlere, 
sive quid aliud eìus aquae ducendae causa opus erit 
facere ei agro. Che la maceria costruita sull' acqui- 
dotlo niuno altrimenti rimuova o distrugga se non a 
fine di ossei-vare o restaurare l' acquidotlo , e ancora 
in questi casi ninna cosa si faccia , che disturbi ed 
impedisca il corso delle acque. — Dum qui locus ager 
ìnaccria saeptus eU , per quem locum , siihve quo loco 
specus eius iter inil, ne ea maceria parsue quae eius 
maceriae , aliler (1) diruatur, mocealur, quam specus 
reficiundi, aut inspiciundi causa, etc. Nomina qui 
il decreto due fondi di proprielarii Venafrani , che a- 
vevano la servitù del passaggio dell' acqua , nei qua- 
li a fianco del rivo erano costruite le macerie , che 
ne vietavano l' accesso. In terzo luogo si ordina che 
ad impedire qualunque usurpazione, e per dar com- 
modo al trasporlo dei materiali , ed agio di lavorare 



(1) Il ne ... aliter in luogo di NI — ATITER è una giusta emen- 
dazione propostami dalla perspicacia del sig. Henzen, che io trovo 
ragionevolissima, e l' ammetto pienamente, tiiltocchò niun vestigio 
rimanga sulla lapida che dia luogo alla emendazione, essendo af- 
fatto logore in quei due siti le lineucce trasverse. 



ai manovali , si lascino a destra e a sinistra del rivo 
e della maceria otto piedi senza coltura : Cuius rei 
causa dextra sinistraque circa eum rivom , circaque 
eam maceriam, quae aquae ducendae causa factasunt, 
octonos pedes agrum vacuum esse placet , per quem 
locum venafranis, eique qui venafranorum famuli, iter 
facere, eìus aquae ducendae, operumve eius aquae du- 
ctus faciendorum reficiendorum quod eius sine dolo 
malo fiat , jus sit , liceatque , quaeque rei faciendae 
refictendae causa opus erunt , quo proxume poterit 
advchere adferre adportare quaeque inde exempla erunt 
quam maxime abs agri dextra sinistraque pcdcs Vili 
lacere liceat. E la osservanza di questi ordini viene 
messa in guardia dei Duumviri, i quali prometteran- 
no di tener giudizio de damno infecto. — Dum oh eas 
res damni infecti ius (lari promitlatur , earumquc re- 
rum omnium ita ei agendarum II viris Venafranis ius 
potestatemque esse placet. 

Chiudesi il capo con tre altre avvertenze. La pri- 
ma è , che i lavori permessi intorno all' acquidotlo 
non debbono impedire l'accesso al fonte dei Minucii, 
il quale è collocato in quel fondo ove passa 1' acqui- 
dotlo: Dum ne oh id opus fons Minuciorum cuius agri 
locive per quem agrum locumve ea aqua, is aquae du- 
ctus se fert , invius fiat. 

Che in secondo luogo niuno muli il corso dell'ac- 
quidollo da una parte all' altra del suo fondo , ove 
l'acqua non possa fluire: Neve quìs dolo malo opus ex 
agro suo in partem agri (ubi nihilj minus, quam tran- 
sire fpossitj , transferre, transvertere recte possit. 

Finalmente che niun possessore faccia alcun danno 
all' acquidotlo , o altrove ne devii il corso : Neve qui 
eorum, per quorum agros ea aqua ducilur, eum aquae 
ductum corrumpcre, abducere , avertere facereve quo- 
minus ea aqua in oppidum venafranorum recte duci 
fiacre possit. 



( continua J 



Garrccci. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g. 
GicLio MiNERviM — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Càtaneo. 



BILIETTIÌVO ARCIIEOLOr.ICO !V\rOIJTAIVO. 



NUOVA SERIE 



TV.» 11. 



Dicembre 1852. 



Intorno alla lapida viaria osca di Pompei. — Iscrizioni Etnische graffile sul fondo esterno di due vasi irocali 
in sepolcri campani. — Piombo Siciliano. — Lapide Capuana. 



Intorno alla lapida viaria osca di Pompei, 
nuoce osservazioni. 



Nelle mie osservazioni intorno ad una i^criz. osca 
( Memorie della I(. Acc. Ercol. voi. 7. p. 22 appen- 
dice (1) ), dissi di seguire una lezione diversa da quella , 
che in quel momento di mia lettura si aveva soll'oc- 
chio dagli Accademici. Ma la tavola che accompagna 
le tre dissertazioni (j\Iem. cit. (in.) , fu fatta incidere 
sopra una nuova re\isione, e però come più esatta di- 
scorda in alcune cose dalla prima, del resto neanche 
si conforma alla lezione, che io ritengo nel testo della 
mia illustrazione. Omette per es. alla i. lin. il punto 
dopo WRHR , e lo aggiugne al V di WHRQTTHVn, 
inoltre alla lin. 6. nega 1' h al hfsDl. Or avendo il sig. 
Wentrup pienamente confermata la mia lezione in 
questi ed in altri luoghi controversi (Cu//. /ns^iV. 18.j2 
p. 1 60) , mi sia permesso arrecar qui , a quel primo 
mio esemplare una sola modiflca in cosa non osservata 
ancor da veruno. Un secondo studio intorno alf av- 
vanzo della prima lettera lin. 1., mi ha convinto, che 
ella ha un appendice laterale di altra linea , appunto 
cosi l- ; onde mi par certo , che debba interpretarsi 
m , od H. Prescelgo intanto la W , perchè me lo di- 
manda la regolare allineazione dei capiversi osservata 
in tutta la leggenda , a cui soddisfare non bastereb- 
bero le sole due linee della H. 



(1) Intorno alle tre memorie sulla epìgrafe osca stampate in que- 
slo volume voggaiisi le riviste del eh. signor Henzen inserite nel 
Bull, dell' Instit. di quesf anno a pag. 87. seg. 158. seg. 
ANNO 1. 



Il sig. Wentrup nulla osserva intorno alla tillinia 
lettera della lin. 1. nella (piale io veggo gli avanzi di 
una m appunto così , t-H. L' H poi adottata da altri 
non avrebbe dovuto avere le due prime linee verticali 
sì virine l'una a l'altra. Inoltre ei tace intorno alia 
parola ^H3TTRHHH3(HT parte della (piale finisce la 
linea seconda , e parte vedesi scol()ita nella terza. Or 
io leggo klWBcHT, e non trovo luogo al primo T, se 
non nella linea seguente ^H3TT che iv i ('• forza sup- 
plire, mancandone lo spazio materiale nell'anlece- 
dente. Intcjrno alla H del R>/1-R)i « il signor Wen- 
trup , dice il chiariss. signor Ilenzen (1) esprime la 
sua maraviglia, che il Quaranta nega l'esistenza del- 
l' i in Kaila, mentre quella gli appariva bastantemen- 
te chiara , ed anche la simmetria dei versi indica che 
qui ci deve essere una lettera ». A chi opponesse ve- 
dersi ivi una linea obliqua, che non potrebbe richia- 
marsi in verun modo a formare una H , la rpjale , si 
dice , dovrebbe avere la linea aggiunta orizontale , 
e non obliqua , farei osservare esser tal questione in- 
torno alla obliquità della linea aggimita assai secon- 
daria , apparendo ivi chiaro anche al sig. Wentrup 
la h ; inoltre avvertirei , che queste linee non sono 
sempre orizontali , come par si supponga , essendo 
ajiertamente oblique e rivolte in giti ncUl^kHA/KH 
del R. Museo, nel WHRKT di molle moiielc dfl Tia- 
no Sidicino, nel NBOTHBaS di [yarecchi nummi Fren- 
tani , e persino nel RACE della lapida Terevcniinate 
di Numerio Bairio tuttocchc; scritta con carattere lati- 
no. Quanto poi al trovari^i talora rivolta in su , non 
far mestieri di andarne a cercare esempi altrove, os- 
servandosi in questa medesima lapida viaria anche se- 
ti 



— 82 



conJo la (avola incisa nella linea 8. hHK. Dopo le 
quali osservazioni ripelerò qui la primitiva mia let- 
(iira (li (ulta la iscrizione , prima di passare a dir 
(pialche cosa iatorno alla interpretazione di essa. 



//kH • ^IITHVn //H//W • ^IITTVI^ • ^ 
llv VM3a3T • VMVl • >IR>I3 • ^1 VWl- 
//'8RT^ • mRQTTHVn • THR • ^H3T 
(]3n • TWTRHW3a3T • VhD • WRHF 

a3T • RURiiRnwvn • wi • v^twi- • > 

Vm. • TMR • 111 • >l3a3n • ^H3TTRHm3 
1-3 • ^^R>i3 • ^l-3ll)iUI-3":,W • ^h33Vl • R V 
ROX)!:!^ • VVt • RIDVI • RH • VW • ^^ 

^hBHRiRnwvn • ^i-a>ii-^3W • mia 

l\ • ^H3^W • H35|Rmi?ll>iD3U3^ 
^HdTTRSVOn • ^1 VI51I-R • V5: 



Ora fa luogo di a^iugnere alcune osservazioni in- 
torno alla interpretazione di essa. E primieramente 
credo ancor io , che il MccUceis Pdmpaiianeis debba 
essere qui un genitivo singolare , non tanto per i 
confronti , che lo persuadono , quanto perchè solo 
così mi si toglie il singoiar impiego di magistrali di- 
versi adoperati qual ad apporre i termini , ed appro- 
vare, qual ad eseguire quel qualunijue lavoro, che ci 
si addita nella liu. 10; quando da tutte le lapidi fino- 
ra scoperte rilevasi che i magistrati medesimi, o parte 
di essi son sempre adoperati a presedere al lavoro , 
e quello compiuto ad approvarlo. 

Troverebbesi pertanto in tal caso superfluo V Ai- 
dilis dell' ultima linea , aspettandosi qui il consueto 
iiidum , cddum prùfallens. Ma ancor questo potrebbe 
difendersi col non dissimile esempio di altra lapida 
])ur pompeiana , ove Vinicio dicesi Cuaisldr Pùm- 
paiians, e di qndsla medesima nostra viaria, ove pure 
si aggiugnc al Mediceis il Pilmpaiianés non richiesto 
afleillo in qualunque senso si voglia prendere quel 
passi.i. 

In secondo luogo avvertirò, che il i'mssu della lin. 
4, o imu della 9, e 10, che io interpretava suo /«ss», 
or mi sembra essere ben allr.i co-a. AI qual cangia- 



mento di opinione non può aver certo influito il pa- 
rere del sig. KirchofT, nò l'autorità altrui, più di una 
potentissima ragione , che mi fa avveduto essere la \- 
del V^Vh vocale, opde non posso affatto paragonarlo 
col IVSSV latino d'indole e di radice al lutto diverso, 
lo prendo adunque il him come pronome dimostrati- 
vo plurale eiisu, che tolta l'enclitica u proveniente 
forse da un um, che così intero apparisce nel latino 
antico in Sed-um, in Pcr-um, in Donec-um, mi ri- 
mane ^Vh , facile al paragonare dei plurali in ^V , 
come ^Vn fQueis, Qacs , Quei) , onde i latini anti- 
chi EIS , EI , e poscia 11. Né può far difficoltà la 
mancanza , del punto nel primo V, perocché , può 
esser stalo omesso in questa lapida , ove è tralasciato 
altresì in ^H3^W, ed in VhU. Ammesse queste due 
modifiche avrebbesi una più soddisfacente interpreta- 
zione di tutta la lapida a questo modo. 

M. Sallim . M. f. N. Ponlius . M. f. 
Acdiles , hanc viam lerminavcrunt 
ad ? portam ? slabianam perlicis ? 
X. ii(dcìn([m) vlam pompcianam ter 
minacerunl perlich ? II. ad ? caci 
ìam . lovis . Milichiì . Has vi 
as . el viam . ioviam . et . decuvia 
rem ? magislratns . pompeiani 
ex . silice . stravenmt . li 
fdemquej aediles probaverunt. 

Passo ora ad alcuni particolari. Ancor io la prima 
volta che copiai la lapida credetti ravvisare la linea 
orizontale disotto alla fi di WRaTTHVfl , e l'altra 
che sega per mezzo le due verticali, onde il sig.Wen- 
trup ha espresso il B , ma le seconde cure mi fecero 
invece riconoscere un fi. Comunque ciò sia , parmi 
poter paragonare il Pitoira osco colle formazioni delle 
voci latine intra, extra, ultra, cantra, dira, nelle 
quali la sillaba (ra ha origine dal tcra. L' THR credo 
piuttosto A'r(=AD); e però il punirà sembrami an- 
cora d' inceito significato. 

La |)rima sigla W e la H , mancano tuttavia di e- 
scm[»ii nelle lapidi osche. Lo che dimostra questa iscri- 
zione "iù recente. Ilo detto che la H manca di esera- 



83 - 



pio , porcile la lapida di Tiìm'iiIo aveva scolpilo NI, 
secondo che ho avuto occasione di verificailo sui^li 
avanzi dell' orij^inale. Q limito al W il .l/a/((s, ed il3/<- 
nius , Minalius vi hanno più dritto dv\i\\ altri prono- 
mi , siccome più frequenti. Fa senso che non sia fi- 
nora apparso il Mamcrcus , che i Graiuinatici attesta- 
no essere slato in uso di prenome fra gli Osci. Ilo sti- 
mato alla p. 5, che BHH del Irapezoforo di Pietrah- 
bondante equivalesse a JtJarcm; ora panni più vero, 
che sia il nome Maccim ciie leggesi nelle monete ()- 
sche di Aurunca (1), dopo che ho avuto occasione di 
stahilire 1' uso antico di servirsi di nomi di famiglia 
in luogo di prenomi (v. pag. 41, 42 di(piesto/yi///.). 
Perocché è ora ben sicuro che il )1 si cambiò anche 
dagli osci in B per gli esempi allegali da me a pag. 6. 
delle osservazioni intorno a questa iscrizione , e per 
r^lDFTTBV dell'ultima lamina di Pennaluce , e pel 
confronto certo del 3> QBAHH (tav. I. num. 1. di que- 
sto Bull.) col ^3IB(]RW e col ^OIBAQAHH di due laz- 
ze graffite del suolo Campano, e pel ON.\nM.\H delle 
monete ( v. p. G6. di questo Bull. ). Cosi Paccius fu 
scritto )in, Dccius )\^, e sarebbesi potuto scrivere an- 
cora Bn , e B5|. 

L' iscrizione di Bairio va letta così 



NI • B.\mi • II • M • T • S • T A RAM 
KACE • AMANAFED • ESIDVM 
PROFATED 

Cioè : Nìumeriis Bai) ih Herids Meddix Toulics 
Scnaleis langinud Aram iacc amanafed • esi- 
dum profaled (2). 

Numerio Bairio figliuol di Herio magistrato supre- 



(1) Qiicslc non lianno avuto assegnazione di luogo da altri Nu- 
niismalici; ma io ne ìm pulililicata una alla p.Go,66, di questo Bull, 
ove la leggenda /IH V (JlN niutle in sicuro I' allribuzione clic ne 
ho fatta altra volta ad Aurunca. 

(2) L'interpretazione delle quattro sigle M • T • S • T f u data dal 
sig. Caraba , dal quale ne ebbi la prima copia, e parmi giustissima. 
Egli ancora credette di emendare 1' II in N , che io invece ho ri- 
tenuta col trascrittore. 



mo per decreto del Senato quest'ara ha chiusa in un 
recinto, ed egli medesimo ne iia appro\ato il lavoro. 

La voce ^3(13n è spiegata da me per anali);:iaalla 
perlica romana. « 11 sig. .Viifrecht , dice 1' Ilciizeii . 
non accetta questa spiegazione, se non priclic il senso 
gli sembra richiedere una misura longiltuliiiale , ar- 
bitrariamente chiamandola perlica, e coiifrontando la 
perecu o.sca colla perca umbra delie tavole ("tigulìiiie ». 
[Rull. Inslit. 18:52. p. S!).) Non credo inutile osser- 
vare , come sulla etimologia della voce latina pertica 
nulla si è detto finora di soddisfacente dai grammati- 
ci. Io considero questa voce nella i-elazioiie colla pf/ tu 
umbra , come Pandica con Panda. E se perca può 
essersi detto ancora perla , siccome si disse Marca , 
e Maria , avrebbesi nella voce perca la radice della 
perlica. In tutte le iptjtesi Pcrec è tronco , non meno 
di Per , ed io slimerei che la intera voce con\ enieiite 
a questo luogo sia Perecai<. 

A vie maggiormente escludere la falsa idea di Pcdes, 
gioverà oltre alle ragioni addotte produrre tpiì da tiii 
graffilo osco pompeiano i Pcde^ !M M scritti appiiiilo 
così, 00 00 qn. Questo monogrannno manca dell' E in- 
termedio, forse all'osca, ma certo come il P.D. XXXII 
delle lapidi latine , secondo la giusta interpretazione 
del sig. Minervini {Bull. Nap. lìl. p. 54.1 V. p. l.'J.'i), 
confermata da un' arcaica di Capua tuttavia inedita 
copiata ivi da me , IX ACRO P. II. IN. F. P. I). 
V. Non è ben provala, evvero , la natura dittongica 
della E di Cella , siccome ritenendone la interpn'la- 
zione confessa l'Aufrecht, ma io ipii appello ad un 
fatto, perocché così è realmente scritto sulla lapida. E 
dico inoltre, che ciò trova un sostegno in Pùmpaiian^, 
in Buvaiamid, in Suaei f=SeiJ, del medesimo dialet- 
to. Se la famiglia Decuvia fosse qui indicata, io non 
so dirlo , certo Deccvia come Pacvia equivale a Dec- 
cia, Decia e credo sia la maniera più semplice di in- 
terpretarlo. Degl'iman Ba..anm delle monete diXo- 
cera Alfalcrna non si è per anco inteiprelato, luttoc- 
chè si possa tenere col confionto di Sarninei, che sia- 
no appellativi del municipio. 

La più opportuna occasione a fermare il senso gram- 
maticale di Sercucidimadcn pro\iene parmi da alda 
lapida pompeiana , della quale soli tré frammenti si 



— 84 — 



rinvennero. La vera lezione di questa è, come segue: 

TRW.n 

iqi-R 

j 1 1 iNk W 3a3T 

TRn^vi-n^Haw'" 

Comunque ne sia perita una gran parte , pure ne 
resta tanto da assicurarci, che vi si parla di Edili, che 
questi magistrali hanno segnali i termini, ed un'altra 
cosa hanno fatta indicata dal verbo che determina in 
^H3m. Fermiamone le parli : la prima linea conte- 
neva certo i nomi de' magistrati , che dalla linea se- 
conda dichiaransi Edili , adunque erano due, P. Ma- 

(ììs AUUlis od Aidiléis; dopo la qual voce è 

naturai cosa che venisse nominato l'obbietlo, e questo 
era una strada : perocché nella quarta riga ricorre il 
nominativo Vh3; perchè nella terza si parla di un la- 
voro viario , qual è quello di determinar la larghez- 
za e lunghezza della via ed il suo passaggio. Il voca- 
bolo , del quale rimangono gli avanzi , si supplisce 
cosi facilmente, come sicuramente ^H3TTìslHW3Q3T. 
11 professore IMommsen , che legge teremnai , ( Uni. 
D/a/.p.I82j, non ha veduto, che dopo l'asta dritta del 
preteso h, segue una seconda Unea, egualmente ver- 
ticale , e poi una base d'altra lettera, che manoduce 
alla terza persona plurale del perfetto leremnatlens. 
Dopo la qual lezione egli è facile intravedere , che 
oltre a questo , un altro lavoro fu eseguito dagli E- 
(lili , poiché segue al primo leremnatlens un secon- 
do verbo egualmente di terza persona , e preterito ; 
questo é ^HBHH i ". Alla copia del Mommsen manca- 
no i due avanzi di lettera che precedono il niens. Il 
primo si vede che era I , quindi imens , ed il secondo 
potrebbe essere un 5|. Se mi si concede il N, io sup- 
j)lisco qui Screiicidimens. Chi me lo impedisce? Già 
basta solo imens per dimostrare fuori di via coloro 
che di\ìdono la parola. Se avess-mo avuto intero Se- 
reucidimens tutti mi avrebber conceduta la radice 5c- 
rencidimo ; ora perchè questa voce nella forma Sereu- 
cidimaden (1) è apparsa prima, non parrà forse vc- 

(1) Quand'anche si volosse lenoro TEN preposizione posposta, non 
potrel)bo spicgaiii EN SEREVCIDIMAD VVI'SE.NS JHf-ex} SJ7ìCf /c- 
cerunt ? 



ro, né verisimile, che sia un sol verbo , siccome pu- 
re lo vuole la lapida. Io lascerò ad altri sbranare il 
vocabolo , e supplisco la lapida a modo mio così : 



P. MalifisJ 

Aidilis ' (ecac . viamj. . . . 
teremnallefns . hisu . sereuei) 
dimens . Viu palfled . perec. 



P. Malius 

Aediles . Piane viam) ? . . . . 
terminaverunl, fheisque . silicej 
straverunl. Viapalfelperlicas. .). 

Generalmente in questa . e nella piìi recente epi- 
grafe notasi un andamento al tutto Ialino e dei miglio- 
ri tempi ; lo che dimostra l' indole del dialetto facile a 
pigliar forma migliore su di una lingua affine , che 
contava già autori di stile, e di più ne conferma dello 
studio , che i capi delle orde Sannitiche ponevano in 
imparare , e dell' uso ordinario , che fra loro si face- 
va della lingua latina , secondo la preziosa testimo- 
nianza di Strabone : Iwi àpx^fysras (twv ^xvyirÙoy ) 
\ir\ vokù 'x^rfr%ri^%i rr\ Axrlyt] ^ioìXìxtoj , comun- 
que in mal proposilo cerchi egli servirsene, a prova- 
re l'origine latina della voce 'Priynv (L. VI. e. I. §. 
6. ed. Kramer). 

Gaurucci. 



Iscrizioni Elm^che graffile sul fondo esterno di due vasi 
trovali in sepolcri campani. 

» On ne relrouve pas , en Campanie , la moindre 
trace d'étrusque; les lettres pourraint Iromper, mais, 
sans exception , tous les monuments écrits soni os- 
ques , » cosi il Niebhur secondo la traduzione del 
Golbery (T. 1. St. Rom. p. 109). Ristoratori delle 
tradizioni vetuste sui popoli Etruschi di Campania 
sorgono ora dal fondo dei sepolcri campani quei te- 



- So - 



sdaionii di scriKura , e di lingua invano cercati dal 
profondo scrittore della storia Romana ed Italica, il 
prof. Munimsen primo raccoglitore di giallid etru- 
schi in Campania non o:?òapertauienle contradire alle 
dottrine del Niebhur, ma tenne una via di mezzo, sup- 
ponendo , che appartenessero questi ad Etruschi si , 
ma dedotti qui in colonia dai Romani. Questo non sa- 
rebbe accaduto prima del 518, nel qual annosi resero 
soggetta la Campania. Da questo tempo però franche 
asserzioni di Livio ci assicurano che altri coloni non 
furono dedotti in Campania , che Latini , e Romani ; 
né parmi si possa supporre una deduzione di Etru- 
schi, in forza della quale i Romani padroni avrebbero 
messo in possesso di terreni cosi fecondi gente stra- 
niera , e deditizia. Né il paragone dei Liguri dedotti 
nel Taurasino può aver luogo, troppo diversa essendo 
la condizione di sili montuosi , e tanto salvatici , che 
neppure ai tempi nostri si hanno coloni , che vi vo- 
gliano travagliare attorno a purgarli , e fecondarli. 
Ciò per altro che più ne convince è il vedere , che i 
monumenti etruschi non appartengono ad una sola 
comunanza , come era forza che fosse , supposta la 
colonia , ma sono egualmente diffusi in più luoghi. 
Converrà quindi far ritorno alle antiche tradizioni , 
che si bene si accordano alle recenti scoperte , onde 
resta vendicata l' asserzione tanto positiva di Polibio, 
che gli Etruschi possedettero il tratto di terra che va 
tra Capua e Nola, tv. TT-p] KctTrtTjV xa.) Ìsu/Xr^v ttì^ix 
(Ilht. L. 11. e. 17). 

Cefalone Gergizio (Gergilo era città della Frigia 
posta sul monte Ida), autore assai vetusto TTccXaiòs 
TTcaf, scrive Dionigi (L. 1. Archaeol. e. 72) insegnò, 
che Capua fu edificata da Romo e Romolo , figli di 
Enea ; Oro lo trascrive , e l' autore dell' Etimologico 
da quest'ultimo (p. 490. Sylb. cf. Diou. Alic. 1. 37 ): 
KotTTyr] TroXfS 'Ira>.ia.S, r^v Pwfxof, xcù Pw/xcXcsr/ol 
'Aitiiou (cod. 'Afvitov) ixrtffxy, l'vS (p>]!7( Ks-P'xXtnv ó 
Fipyrfiios. ourous "Hpo?. 

Se Cefiilone ebbe compita la storia dei Frigi al più 
far^i sulla prima metà del secolo quarto di Roma , 
come pare al Niebhur fSt. liom. 1. 2o7. Gr)ll).) , ei 
scriveva sui primordii della invasione Sannitica in 
Campania , adunque non poteva parlare della Capua 



romana. Questa tradizione fu certamente indigena, e 
vetustissima ; perocché i Sanniti medesimi occupata 
Capila , e trasformandola di lingua, e di cosi inno ne 
vollero consecrala la memoria sulla moneta , facen- 
dovi rappresentare Telefo padre di quella Roma, che 
tolta in moglie da Enea, credevasi aver dato il nome 
alla città eterna (l'iul. in llimuloc. 2. Avrlliiio JShIL 
Nap. 1. 12). Cornelio R.ilbo a' tenq)i di (jiiilio lil'e- 
riva al Capi troiano parente di Enea la deduzione di 
Capua , i quali racconti , che riescono tulli a fare di 
Cnpua una colonia Troiana , si riducono ficilmcnle 
a questo senso , che i Tirreni Pelasgi , i (piali abita- 
vano la Frigia, erano della medesima nazione dei Tir- 
reni Pelasgi , che popolarono di loro colonie si gran 
parte d'Italia, e che ahilarono sulle due rive del Te- 
vere. Altri autori letti da Velleio ne confermano l'ori- 
gine tirrenia , riportandone la fondazione a i8 anni 
prima di Roma (Velleio 1 . 7.). Tito Livio, Slrabono, 
ed in generale gli scrillori del secolo di Augusto , la 
dissero fabbricata dagli Etriisci, e datole il nome Vol- 
turno. Questo nome è realmoule di Etrusca origine, 
ed il Vormiglioli Irà le iscrizioni Perugine ha notala la 
gens ANaV0-\3ì (p. 2()2. 203), che come ANmU^Ì 
(Voluìnnius ) cambia l'O in E, e però deve tradursi 
Vollumius. Ma non meno Etrusco apparisce Capys , 
significando in quella lingua il falcone, e coloro, cut 
poìlices pedtun curvi essent, inalar falconis avis ( Fesl. 
43. Mùller , Servius ad Acneid. X. v. l'to. cf. Ca- 
pena etrusca città adiettivo di Capi/s, siccome lo è la 
porla Capena che mette sulla via di Capua; cf. i nomi 
di famiglia Caponia , Capnvanla. Vermiglioli , hcr. 
Perug. IV. 189, 226, 2o3 , 2oo). Anche Antioco 
disse Capua così denominata dai Tirreni (Strab. v. 4. 
3). Laonde questa tradizione dovrà spiegarsi riferen- 
dola alle colonie di Etrusci in varii tempi venute a 
rinforzar Capua , alcuna delle quali le a\ rà eziandio 
cambiato nome , se non é piuttosto vero , che una 
citlà (cf. Strab. v. 4. Ovu/krwpyjs ifxuiwixós Ieri 
Tr7 TTxfo^vriv TToXsi |vP.-;T,?;i:(,u/vr),o castello Voltur- 
no sia stalo edificato poco lontano da Capua, onde si 
scambiasse per alcun tempo il nome Ira loro, siccome 
tra Palaepolis, e NeapoU:^, nelle quali due vìllhpopo- 
lus idem hahilabat. Da ciò risulla , che la prima me- 



86 — 



moria (li Eiriisca colonia, dopo la prima fondazione, 
deve farsi risalire ai 229 , o 233 di Roma , quando 
alcuni dicevano fondata Capua dagli Ehiisci , ed in 
quest'epoca appunto Slrabone parla dej;li Eirusci , 
rome di corsari del mar Tirreno (VI. 1. S), e Dio- 
ni"i racconta di un esercito di Tiireni , di Umbri , e 
di Danni disfatti da Aristodemo (VII. 5. cf. Niebliur. 
II. 3 'io. Golb.). 

La seconda apparterrebbe al 283 , quando gli Stru- 
sci sottomiser Roma, secondo la ingenua confessione 
di Tacito, deiUla urbe [H. III. lì), la qual epoca 
prescelta da Catone , sta colla maggior potenza degli 
Etrusci, i quali al 279 avevano assediata Cuma, che 
se ne salvò cogli aiuti di (jeroiie. 

Nulladimeno colla occupazione sannitica dell'anno 
331 non è a credere che in Capua si spegnesse ogni 
seme di Anniglie Etrusche in Campania, siccome l'in- 
vasione di Cuma accaduta tre anni dopo non valse a 
cambiarle il greco linguaggio conservatosi in fiore si- 
no ai tempi di Slrabone, ed oltre, come dimostrano 
i monumenti i\i trovati posteriori ad Augusto. Inol- 
tre gli Etrusci di Nola pare s'abbiano conservato iloro 
dritti , perocché accresciuti di una colonia Calcidese 
poterono respingere le forze Sanniticlie. Le terre in- 
termedie certo seguitarono ad essere abitate dagli E- 
trusci; in sonnna gli Etrusci si mantennero la loro 
comune , se tanto dopo l' ingresso nei loro domimi 
delle orde Samiiliche , poterono eziandio batter mo- 
neta col loro carattere IDN0H , tuttoccbè alquanto 
fuso coir Osco, siccome lo appalesa 1' H , e forse il 
do[ipii> H conosciuto parimenti nelle monete della 
guerra sociale coniate da Caio Papio Mutilo , con la 
leggenda l-inRm>. 

(jeneralnuiite non può negarsi l'influenza Osca in 
alcuni grulliii dei vasi , che debbono riputarsi appar- 
tenere a Cnniglic Etrusche , siccome in Etruria nie- 
<lesima notarono i dotti e grecismi, e latinismi, e qual- 
che greco elemento apparisce ancor (juì, almeno nella 
leggenda 3 HRaV j^ (Momm. V. D. Taf. XIII. 5. 
ohe sembra //. Ulsinius , siccome parmi evidente il 
y.iO.ixvr, , ( à-)-} frov ZEpofXriov Elym. M. s. V. ) , nella 
voce RNB>W> della epigrafe n. 4. (tav. cit.). Pre- 
luessc queste osservazioni a dichiarazione dell' argo- 



mento, entro a dilucidare il grafiìlo novello della tazza 
Capuana (t.I n. I).Leggesi ivi ll+^^g®3Rll an^XHRW. 
11 \W in carattere più piccolo, e quasi fuor di luogo 
mi dimostra, che la leggenda i\i debba finire, comin- 
cerò dunque da Maerce il commento. 

Né il vocabolo , né il significalo è nuovo in Etru- 
sco. Il suo genitivo Marces ha due esempii fra le iscri- 
zioni perugine; il primo è a n. 184. pag. 2i9. del 
Vermiglioli Hcli. Marces. Nari , il secondo a pag. 
lo4 (2), ma che il dotto Autore non riconobbe, lo'- 
gliendo l' M di Marces. Àlenas. Thuius per iniziale 
di Mi (sono). Nel nuovo graffito leggesi col dittongo 
Maerce , e cosi ancora Prziacles , se qui non è piutto- 
sto un errore , che in tal genere di scrittura non fu 
possibile correggere , e però convenne sovrappor- 
re r una delle due lettere , che fanno gruppo. Il dit- 
tongo ae invece di e , è particolar dialetto degli 0- 
sci,e dei Sanniti, i quali scrivono /*i<myw/a/ìs, e Caila, 
e Suai, e BùvaiaKùd, ma un esempio di acperanoo 
era occorso finora , se non in uno scifo del museo 
Campana con SAIITVRNT POCOLOM, ed in un graf- 
fito trascrii to da me in Pompei Maiius. Al Marce, o 
Maerce fa buon riscontro il Marhies, ed il Maraliieis 
di altre due tazze campane , specialmente ora che è 
ben dimostrato lo scambio del e in h si nell' Etrusco, 
come noli' Osco ( v. le mie Oss. intorno l' iscr. Osca 
di Pompei. Napoli ISIil. , e questo Bull. p. 43.). 

Segue Prziaetcs in genitivo, onde conviene che sia 
il nome del padre di Marcio ; manca poi di una vocale 
tra Vr i}'\ z, certamente secondo il costume etrusco, 
il (piale si riconosce ancora nella moneta campana 
colla leggenda Irnthii e talvolta Irnthd. 11 svi si scri- 
ve qui colla stessa forma, che in un graffito pompe- 
iano lk03BI^Ill5 , ed in quest' altro pur campano , 
che il prof. IMonmisen ha dato a Tav. XIU. n. 4. del- 
l'^'.!). mRRHB>W<»jgTli3q^l3TlR rizleis.Veli' 
teis. Cidcliina. sim. (il Momm. legge Enleis L. e). Al 
Prziaelcs di questa lay/a fa riscontro il Pkelaunales 
di altra tazza del Museo Chircheriano (Tav. 1. n. 4), 
che mi si dice trovala a Bomarzo , ed il OIAPITA , 
Thiapi(a, di una terza proveniente forse dalle mede- 
sime terre , i quali nomi come Phrcnlinnle (Vermi- 
glioli /*(■/■. Perni], p. 319. ) sembranmi aver forma 



— 87- 



patronimica. L' ultimo vocabolo \W è noto per più 
monumenti (v. Lanzi. Saggio de. p. 422, 431,432, 
444 , 445 , 447, 463 ) , e per la spiega/ione datane 
dal Lanzi , che lo paragonò ali" EMI , ELMIfiiecofv. 
Secchi Descrizioìic d' alqiKUili Etruschi Arredi. Ilonia. 
1846. p. 9, 10.). Gli Osci ritennero coi latini ili)/, 
ed io sospetto , die iu Cam[)ania toj^liesscro dal vici- 
no dialetto una simile forma di verbo anche gli Etru- 
sci , che l'abitavano , e lo vorrei riconoscere nel SI M 
di tre graffili campani , ove a più segni si manifesta 
una fusione di alfabeto , e di dialetto. Il primo è 
mi^^^iXVHR)! (Momm. Taf. XIII. n. ±), b-^o io 
Canuliea. Sim, il secondo non dissimile 1-HRI3HITA31, 
Feìlinei. sim, ed il ferzo citato più sopra ì'izleis. Ve- 
lileis. Ctdfcjhua. sim (Momm. n. 4.). 

In quel medesimo sepolcro , ove fu trovato la taz- 
za col graffilo sopraesposto , era nna pcliicc ornata di 
due rappresentanze erotiche, disotlo al piede lessi NVO 
(Tav. I. n. 3. ) , che sarà forse sigla di più lungo vo- 
cabolo , siccome lo CNA in tazza del Chircheriano 
( Tav. I. n. 3 ). È per me incerto se il XVO sia gre- 
co arcaico , o> vero Etrusco , nel qnal caso la terza 
lettera O cfpn'vniicbbe ad im ^/i , ® , la quale si scri- 
ve in (re maniere, anchesullamoneta/niz/uV, or pie- 
namente ®, or ® e finalmente comeinOL\niTA. 



l 



Garrccci. 



Piombo Siciliano. 



L' antica Erice , che riceverà Ira breve un' insigne 
giunta di sue monele dallo studio di due nobili e cul- 
lissimi giovani Eiancesco e Ludovico Iligilifi, ha mes- 
so alla luce un bollo di piombo, assai singolare, per- 
chè segnalo del nome di un proconsole della Sicilia, 
affatto nuovo , e vie maggiormente perchè questi è 
quel Giunio Bleso , nolo negli Annali di Tacito , e 
neir Istoria di Dione. La forma del bollo è nuova an- 
che per me , che ne aveva di già pubblicale tulle le 
varietà a me noie nei Piombi amichi (Tav. III. 13 , 
1 o — 21 , IV, 1 — 11 ). Mostra dunque ad un canalet- 
to , che lo corre iniorno , di essere stato intromesso 



in alctma falda di panno, e quivi conqìresso fra le 
staffe della tanaglia, dalla (piale ha ric(;vuta l'impron- 
ta in rilievo del nome Q. IVNIVS I5LAESVS l'IlO- 
COS. Il carallere è conNcnienlissimo ai Icnijii nei 
quali lioii Giiinio , cioè alla seconda mela del sec(jlo 
settimo di Roma. Dal suo consolalo suITcllo , che si 
pone al 763 (Borghesi, Saggiatore T . 1. p. 331 ), 
j>uò prendersi noihia onde determinare anche l'epoca 
dèi suo proconsolalo di Sicilia. 

Perocché essendo questa carica pretoria , con\ ie- 
ne r abbia conseguila prima del 763 , in che fu suf- 
fetlo. E poiché era legge ai teuq)i di /\u;:uslo, che 
chi era slato pretore sortisse la [iro^inciadopocimpic 
anni , la sua gestione di (piella magisliatura non si 
può credere di molto lontana dall' anno , in che ma- 
neggiò i fasci. Di lui poclu! altre cose si raccontano, 
che era fratello della moglie di Lucio Scio Slrabone 
cavaliere romano , e però zio malcrno del celebre L. 
Elio Sciano (Tacit. Ann. HI. 3o ), e che al 767 go- 
vernava tre legioni in Pannonia , provincia consola- 
re , le quali alla morte di Augusto gli si sollevaro- 
no (Dio, LYII. 4. facit. Ann. I. lo), che dopo fu 
mandato proconsole in Africa, (Tacit. Ann. III. 58) , 
la qual pro>incia, secondo le leggi in vigore sotto Ti- 
berio, si polca conseguire solo dopo dicci anni dall'e- 
sercizio del consolalo. 

Il più antico bollo di epocxi certa , che finora io 
conosceva, appartiene ad Antonino Pio (v. Tav. IV. 
n. 1. ), porla di sopra l'impronta dell' Imperalorc e 
iniorno la leggenda IMP IIADIUAWS AN(oiì//.VS 
PIVS , nella massa del piombo veggonsi aperti i due 
canaletti della cordicella , per la quale era attaccato, 
e che lo trapassava per mezzo. 

Questo è lo stile ordinalo dei bolli , e ne ho altri 
riscontri non meno rari ( v. Tav. IV. n. 2-1 1). Pre- 
ziosissimo poi stimo il bollo malamente letto dal Fi- 
coroni , e clu; dalla sua c<jllezione medesima ora con- 
servala nel museo ^'alicano io ritrassi , iu foiuia di 
tavoletta con ap[)iccaglia , con leggenda da ambedue 
i lati. Xella faccia più nobile è scritto : 



VER 

PIÙ 



COS, sul rovescio OXXXIIX 



— 88 — 



Stimo questa coppia di Consoli si riferisca ad An- 
iiio Vero l'avo di Slarc' Aurelio, ed al giureconsulto 
L. Xerazio Prisco, i quali sufTetli tennero colai ma- 
gislralura circa ]'845. Sulla interpretazione poi delle 
cifre segnale alla parte opposta non so che dirmi. An- 
noterò solo , che dalle pareti Pompeiane furono tra- 
scritte dall' Avellino simili note [Bull. Napoì. T. Ili, 
81 ) , e che tra i miei graffiti pompeiani ho già regi- 
strato questa cifra eXXXHj, accanto alla quale ORI- 
CIAII , voce forse esplicativa dell' O , e che col con- 
fronto di Cauncac (Cic. de Div. 1 1, 40. Plin.H.N. 
XV., 19) , e di Thchakac (Fetr. Sahjr. p. 140, Am- 
stel. 1GC9, cf. Loheck, Paralip. Gr. Gr. p. 316) 
può significare alcun fruito provvenienle da Oricum 
di Epiro. É poi noto il costume di segnar sulle anfore 
la coppia dei consoli, a determinare il tempo, in che 
\i si riponeva dentro il vino , e però l'O della tavo- 
letta mi richiama al pensiero il luogo di Petronio (5a- 
tyr. 1 14, ed. cil.): AUatae sunt amphorae vitreae di- 
liyeììter gypsalae , quorum in ccrvicibtis piltacia erant 
adfxa , cuni hoc Ululo , Falernuvi Opimianum anno~ 
rum cenlum. Altro costume fu di scrivere sui colli 
delle anfore i consolali , e ne ha dato esempio una 
pompeiana col consolato di Vespasiano per la terza 
volta, e del Figlio, che io mi son ingegnato di deter- 
minare alle Calende di Marzo deir824 (Inlorno alla 
leggenda ì'espasiano III. el Filio C-s, Napoli, 1841 
vedine il ragguaglio del eh. sig. Henzen Bull. Inslit. 
1852, p. 95 seg.) , e tolgo questa occasione per dare 
lulla la leggenda , che non era stata ancor veduta da 
me , quando ne scrissi sulla relazione altrui. 

SA?R 

XXI 

VESPASIANO . IH 

ET . FILIO C ^ S 

Altra legg«'nda di epoca piìi vetusta che riferisce i 
(xjnsoli del 778 fu pubblicata dal Guariui (In Cipp. 



Ose. Ahell. p. 56), Cn. Ie»TVLO . M . ASINIO . 
COS . FVNDAN. Riferiscono poi amendue vini fa- 
mosi, il Sorrentino, del quale ha disputato, dopo altri, 
il mio eh. amico sig. Bart. Capasso con pari giudizio 
ed erudizione (Mem. Stor. Arch. della Penis. Sorren- 
mm, Napoli 1846, p. 64, seg. ) , ed il Fundano detto 
ancora Cecubo ( Strab. Ilorat. Mart. cf. Ovid. ex 
Ponto, li. Marlial , XIII. , ep. 115). 

Garrucci. 

Lapide Capuana. 



sig. Henzen ha 



Nel Bullettino dell' Instiluto il eh 
inserito a p. 138. di quesl' anno la iscrizione trovala 
non ha guari in S. Maria di Capua , secondo l' apo- 
grafo al medesimo dotto comunicala dal signor doti. 
F. Wenlrup , che 1' ebbe dal eh. Fiorelli. Questa co- 
pia ha dato luogo ad alcuni dubbii dell' interprete, ai 
quali è duopo soddisfare, pubblicandone qui una co- 
pia corretta di mia lettura. 



In questi due 
luoghi v'è posto 
solo per una let- 
tera, però sup- 
plisco CoS,eVR. 



///sVLFiUUQVlRlNCVALGiU t// 

SEXPOnTiDIOBASSO M IVNIO CELEREir V // 
SEX ■ HELVIO CFP- TITIO • FALERNO ■ AED 

PRAMMIVSPLCIIRESTVS 

NAVIGATOR • I • • M 
Dalla parte opposta 

I • • M 



Il costume di determinar l'epoca, consegnando sui 
marmi il nome dei magistrati municipali , ha pochi 
riscontri , come notò già il Borghesi (pr. il Furlanet- 
to , Lap. d' Este p. 13). É per altro ben antico, sic- 
come ho fatto vedere alla p. 12, 13, di questo Bull, 
ai quali esempii può venirsi ad unire l' ara di Alba 
dedicata ad Ercole , scorretta nel testo adottato dal 
Mommsen (/. N. 5613), nella quale l'eponimo è 
C • SALTORIVS • C • F. 

Garrucci. 



P. Raffaele Garrucci d.c.b.g. 
Giulio Mi.nervim — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Catàneo. 



BILIJIITIXO ARCHEOLOfilCO iWPOLITAXO. 



NUOVA SERIE 



A^.« 12. 



Dicembre I8ò2, 



Nolizia (le più rerciili svaci di Pompei : coitlinuaziune del A'((//t. prtcedeitte. — Deierizione di alcuni rasi 
dipinti del real museo Borbonico. 



Notizia de' pia recenti smr« di Pompei : continuazio- 
ne del numero IO. 

Anche dal peristilio si passa Jn altra stanzetta, cb'è 
l'ultima a sinistra, e che forse avea destinazione po- 
co dissimile dalla precedente: vi si ha l'adito perso- 
glia di piperno, con visibili tracce della chiusura. Il 
pavimento è signino cou pezzetti di marmo dissemi- 
nati fra mezzo al mattone. Lo zoccolo è rosso con ra- 
mi , piante acquatiche , ed altri ornamenti. Le pareti 
sono gialle, e vi si ammirano capricciose architetture 
e graziosi rabeschi. Nel muro laterale destro, l'archi- 
tettura si ripete eguale due volte.Sopra svelte colonne 
epilaslrinisieleva un ediOziocon frontone triangolare 
ottusissimo: sopra è un cornicione dritto, ove poggiano 
agli estremi due Grifi, e nel mezzo è una maschera sce- 
nica femminile. Più su si eleva altro edifizio, e sopra 
iJi cornicione è un delfino. Sotto al descritto edifizio 
è un vaso della forma della oenochoe. La stessa archi- 
tettura , siccome avvertimmo , si ripete una seconda 
volta ; se non che la maschera ofl're uaa specie di 
benda , che ne cinge la fronte. 

A' due lati di questa architettura , sono due dischi 
con protomi ; uno è inferamente perduto , l' altro ci 
presenta una protome imberbe con anelli ad ornamen- 
to delle orecchie , e pileo ricurvo che ne ricovre la 
testa : presso è un piccolo pedo , o bastone ricurvo. 
È forse un Paride , o piuttosto un Ganimede. 

Nel mezzo è un quadretto molto interessante con- 
tornato da iDssa fascia, che ne figiira quasi la cornice. 
Siede a destra sopra ornata sedia , ove apparisce l' or- 
namento di un Amorino , una donna vestita di rossa 
tunica, poggiando i piedi sopra un suppedaneo. Col- 
^.V.YO /. 



la sinistra tiene l'asta, e colla destra è nell'atto di a- 
iiimato gestire , per accom[)agnar «juasi le sue parole. 
Innanzi a lei vedesi un giovine con rossa clamide, che 
muovesi ad andare a destra, mentre si volge alla don- 
na: è notevole che ([ucsla figura apparisce di schit^na. 
Di fronte alla medesima donna è altro giovine pur cou 
rossa clamide e spada al fianco, che tien colla sinistra 
il bastone ; mentre appressa la destra alla bocca in at- 
to di meditazione. 

Le tre figure effigiale nel pompejano dipinto a me 
sembra che si riferiscano ad Oreste e Pilade in Tauri- 
de. I due amici stanno alla presenza d'Ifigenia, che già 
li ha riconosciuti. Non sono essi colle mani legate die- 
tro al dorso, come nella pittura Ercolanese (Ercolan. 
pitture toni. I tav. XII) nel bassorilievo .\lbani (Zoega 
Bassir. II ,LVI}, e nell'interessante vaso della colle- 
zione Santangelo(Raoul-Rochette mon. inèd. pi. XLI 
p. 201 seg. ); perchè ormai ravvisati per (piel che s<j- 
no pensano al modo come sottrarsi al furore di Toan- 
te. Ecco perchè si vedono i due giovani armafi l' uno 
di spada l'altro di asta: e perchè Oreste sta cogitabon- 
do , e munito di bastone, ad indicare le sue numero- 
se peregrinazioni. In quanto alle armi tenute da' due 
giovani amici, merita di essere richiamata in confron- 
to la pittura pompejana ( Real mus. borbonico toni. 
IX tav. XXXIII ) egregiamente si)iegata dal mio dolio 
amico sig. cav. Gerhard [archaeologische Zeitumj 18 59 
tav. VII p. 65 seg. ) per Pilade ed Oreste presso Ifi- 
genia , che si preparano a fuggire , o già fuggiron da 
Tauride recando secoloro il rapilo Palladio ( vedi pu- 
re ciò che dicemmo noi slessi nel voi. IV. parte 1. 
p. 277 segg. delle memorie della reg. accad. Ercola- 
nese). Ora è notevole che entrambi tengono l'asta ri- 

12 



— 90 



versa , ed un solo di essi ha la spada , non altrimenli 
che sul noido dipiulo si osserva. E degno di allenzio- 
ne che la figura d'Ifigenia lien colla destra un'asta: 
una tale particolarilà potrebbe in doppio modo spie- 
garsi ; o supponendo eh' ella tiene l' asta del diletto 
fialellojche difalti ne apparisce privo alla sua presen- 
za ; o piuttosto eh' ella si vegga munita del jeralico 
scettro , non altrimenti che sul vaso Santangelo , di 
cui fu detto di sopra. E l'asta tenuta nel nostro dipin- 
to da Ifigenia non sarà senza allusione alle parole di 
Euripide , per le quali Oreste die l' ultimo segno al- 
la sorella, per esser da lei riconosciuto. Egli rammen- 
ta che l'asta di Peinpp, conservala nelle paterne ca- 
se, era nascosta nella stanza d' Ifigenia ( //j/i. in Tawr. 
823 segg.). Questo rapporto della figliuola di Agamen- 
none ad un' asta , potè farle attribuire quel simbolo : 
senza tradire intanfo il soggetto ; potendo infatti ac- 
cennare o all' armatura di Oreste , o al sacerdotale 
scettro. 

Al di sopra del descritto quadretto fra rabeschi e 
capricciosa architettura vedi un pavone,ed un canlha- 
ros , da cui escono rossi rami. 

Il muro di fronte , anche di giallo , va distinto in 
tre zone , oltre lo zoccolo. Nella zona inferiore sono 
nel fondo giallo a' due estremi due dischi in gran par- 
te perduti : in quello a destra è figurata una protome 
femminile con ornamento alla fronte ; nell' altro a si- 
nistra è protome con ali alla fronte, la cui carnagione 
essendo più fosca si addimostra virile. Chi sa che in 
(juesti due dischi , che possono credersi in rapporto 
fra loro , non dobbiamo ravvisare le teste di Glori e 
di Zeffiro ! Segue capricciosa architettura sormontata 
al solito da Grifi marini , se pure riputar non si vo- 
gliano alati dragoni. Nel muro è un quadretto con- 
tornato da rossa fascia, quasi da piccola cornice. Sie- 
de all' ombra di verde albero sopra bianco sedile un 
giovine con rossa clamide , e volge gli occhi in alto 
a contemplare Diana-Luna, che a lui si appressa dal- 
l' alto con svolazzante tmathion di rosso , sollevan- 
dolo alquanto colla destra sul suo capo fregiato di bi- 
corne luna. La guida un Amorino in parte perdu- 
to , mentre un altro Amorino carezza il cane del cac- 
ciatore accovaccialo ivi presso. Già vedemmo di sopra 



altro quadretto con somigliante soggetto (pag. 34 seg.). 
E notevole nel pompejano dipinto lo star desto dell' a- 
mato cacciatore: il che potrebbe spiegarsi.o col farci 
riportar la figura del giovine ad Orione , o ad altro 
amante della dea; ovvero allo stesso Endimione nella 
sua qualità di astronomo: vedi sopra pag. 35. La 
seconda zona ci presenta nel mezzo come una base a- 
dorna nella parte anteriore nella slessa guisa di alcu- 
ne piccole antefisse rinvenute in Pompei ed altrove , 
che offrono cioè due Grifi volli 1' uno di fronte all'al- 
Iro , e frammezzati da rabeschi somiglianti a tre vasi 
della forma del canlharos. Sopra si eleva un tempiet- 
to, e nel mezzo è figurala la terribile egida come una 
breve pelle di capra sormontata dalla lesta di Medu- 
sa , e circondala nella parte superiore da otto ser- 
penti. Questo simbolo, che campeggia isolato solto al 
tempietto , accenna al cullo dell'egioco Giove, o del- 
l' egidarmata Pallade : essendo conveniente ad ambe 
quelle divinità. A'due lati del tempio è capricciosa ar- 
chitettura intrecciata di ceste con offerte, di timpani eoo 
bende pendenti , di cigni con ali spiegale; e vi si os- 
servano ancora varii quadretti con marini mostri G- 
gurati di bianco. Finalmente la terza zona vien costi- 
tuita da una cornicetta di stucco , e da una porzione 
della parete simicircolare limitata nella sua parte cur- 
va da altra cornicetta dì stucco , e dipinta di giallo a 
foggia di grandi tegole , che costituiscono un tetto in 
pendenza. 

Non è meno interessante il muro lalerale sinistro, 
sul quale si ripetono le pitture come nel destro ; po- 
tendosi in esso considerare una doppia zona , oltre Io 
zoccolo. Nella prima vedesi la stessa architettura co' 
Grifi e le maschere , e col vaso verde, certamente di 
bronzo , sotto l' edifizio. A' due lati erano due [dischi 
con protomi ; una è perduta, perchè caduto l'intoni- 
co ; r altra ha tutti i caratteri di un ritratto, e la co- 
rona di edera ( dodarum hederae praemia frontium ) 
lo addita per qualche famoso poeta dell'antichità. 
Ci proponiamo di darne altrove un' accurata incisio- 
ne, per determinarne, se sarà possibile, l'attribuzione. 
Nel mezzo è un quadretto circondato dalla solita rossa 
cornice. Siede a sinistra sulla rossa clamide , gettata 
sopra un sedile, un giovine imberbe tutto nudo colla 



— 91 - 



spada al fiarK'o.Vedesi a lui daccanto mollemente silra- 
jala ed abbracciandolo sidla sinistra spalla una fem- 
minile Cj^ura adorna del nimbo, con orecchini, e ros- 
so mantello , che le ricopre la parie inferiore del cor- 
po, mentre la superiore sino alle cosce rimane denu- 
data dal giovine, che l'è vicino, il quale ha solleva- 
to alquanto un lembo del mantello. Presso è accovac- 
cialo un cane ; ed in alto sen vien volando un picco- 
Io Amorino, che reca con ambe le mani una fiaccola. 
Indietro sono sassi con tracce di vegetazione. 

Non può esser dubbio che in questo dipinto sia fi- 
gurato il tanto ripetuto soggetto di Marte e Venere , 
che sì di frequente è stato incontrato in Pompei ( Real 
mus. Borb. voi. IX. fav. IX , e X. tav. XL. cf. bul- 
lett. arch. napol. an. II. p. 2 , ove Marte ha la bar- 
ba , ed an. Ili , p. 4 cf. an. IV p. 43. eie. ). E' fre- 
quentissimo incontrar Marte giovine ed imberbe , o 
solo è notevole nel nostro quadro la mancanza della 
panoplia , veggendosi al fianco del dio la sola spada. 
Venero ci si presenta col nimbo , come è stato osser- 
vato altre volte ora azzurro, ora bianco intorno la testa 
della medesima divinità , attesa la sua significazione 
lunare.o in qualunque modo astronomica ( vedi Schulz 
nel bullett. dell' ht. 1841 p. 102, 103 s.). La pre- 
senza del cane trova il suo confronto in altro dipinto 
pur pompejano , molto somigliante a questo che ora 
abbiamo descritto (vedi real mus. Borb. v. I,t.XVlII). 
Noi altra volta sospettammo che questo dipinto , ed 
altri di soggetto presso a poco simile, dovessero rife- 
rirsi agli amori di Alessandro e Boxane ; e pensava- 
mo che il cane figurasse il fido animale del Macedone 
denominato ITsp/ras (Plutarch. Alex. e. 61. in ima 
nostra memoria inedita letta alla reale Accademia Er- 
colanese). Ora però il nimbo dato alla femminile fi- 
gura , che la determina per una dea , ci persuade a 
ritornare alla opinione anticamente seguita , almeno 
per quanto concerne questo ultimo quadro. In tale i- 
dea il cane dovrà riferirsi al dio della guerra ; e così 
pure nella novella pittura, che riproduce la medesima 
scena. Neil' alalo fanciullino, che vien dall'alto coU'ac- 
cesa face ad illuminare gli amplessi della coppia divi- 
na, se poniamo mente al simbolo da lui recato, dire- 
mo che ci si presenti la figura dell'Imeneo, a cui spes- 



so la fiaccola si trova convenientemente attribuita ( A- 
vellino nel voi. Ili delle tnemonc della reg. Accad. Er- 
colanese p. 2o4 segg. cf. Mueller Uandb. §. 392 n. 
1 p. 628 ed. Wi'Ickcr): quantunque non sarebbi' del 
pari disadatta all' Amore , die hi appressa a contem- 
plare il suo trionfo suU' indomabile Marte e sulla sua 
propria genitrice. 

Neil' ordine superiore della parete sono gli slessi 
ornamenti come nel muro di froiilc , ma jiiii conser- 
vati; ed appariscono due tempietti poggianti sopra 
graziosi paesaggi con edifizii ; e sotto i tempietli me- 
desimi sono due vasi delia fomia del cantliaros, con 
rossi rami che ne pendono di fuoii. 

Finalmente nella parete parallela al quadro di Ar- 
lemis-Selene , vedesi del pari capricciosa archilettura 
sormontata da marino mostro , ed nn disco con pro- 
tome femminile , che ha pure i caratteri di ritratto , 
fregiata di orecchini, e di rossa tenia circondata la fron- 
te e la gola. La parte superiore è perfettamente simi- 
le a quella del muro , che l' è di rimpelto , veden- 
dosi la stessa cornicetta di stucco , la dipintura a te- 
gole, e tutti gli altri dipinti descritti di sopra; none- 
scluso il tempietto e l' egida che vi è di sotto. 

E' però notevole che al di sopra del tempio vedesi 
un' aquila sul globo , ornamento che si ripete in alto 
nelle altre pareti : dal che ci è forse dato desumere , 
che anche l'egida vada riferita più a Giove, che a Mi- 
nerva nella stanzetta , di cui abbiamo data la descri- 
zione. 



fconiinuaj 



MlNERMXI. 



Descrizione di alcuni msi dipinti del real 
museo Borbonico. 



Fra le piìi pregevoli cose , che vennero in questi 
ultimi giorni ad arricchire il Real .Musco Borbonico, 
sono da annoverare tre magnifici vasi provenienti dagli 
scavamenti di Canosa; e di questi ci sembra importan- 
te dar sollecilameale notizia nel nostro buUettino. 



92 - 



11 primo vaso è un'anfora a mascheroni di allezza 
palmi 6 circa. I manichi di questa colossale e maravi- 
yliosa stoviglia sono fregiati di capricciosa ramificazio- 
ne con fiori di diverse grandezze , e vanno a termi- 
nar sulla pancia del vaso in nere teste di cigno ; co- 
me non è insolito di osservare ne' vasi dipinti di ap- 
|)ula provenienza. La descritta ramificazione dalla 
parte più nobile del vaso offre nel mezzo due eguali 
teste di fronte prive del colio: la carnagione n è bian- 
ca , gialli i capelli ; dimezzo a' quali spuntano due 
bovine corna di bianco. L'oilo del vaso nella parte 
superiore è rosso; al lembo si osserva una piccola fa- 
scia di nero, più sotto un giro di ovoli, poi un ramo 
con foglie e fiori, e finalmente un bianco meandro ad 
onda. Sul collo comparisce prima un grazioso orna- 
mento di palmette fra loro alternantisi di giallo e di 
rosso in campo nero ; e poi una importante rappre- 
sentazione. A' due lati è la solita ramificazione , che 
tanto frequentemente si vede su' vasi dipinti intorno 
alla simbolica testa: nel mezzo sorger si mira dal suo- 
lo un più ampio fiore , sulla cui aperta corolla è ac- 
covacciala una bianca Sfinge con ali spiegate, ed aven- 
te sul capo l'oinamento di un modio quasi crenato, o 
se vuoisi dir meglio, turrito. A destra è un nudo gio- 
vine colla clamide , che ritenuta sotto la sinistra a- 
scella pende in giù , dietro le spalle ha il bianco pe- 
taso sospeso ad una cordicella : colla sinistra tiene la 
spada tuttavia entro il fodero , e con occhi quasi di 
spavento innalza verso la Sfinge la destra elevando l'in- 
dice ed il medio : ha poi le gambe incrociate in atto 
di riposo. Dall'altro lato della Sfinge è una Furia, che 
pure incrocia le gambe: due bianchi serpentelli le sor- 
gono di mezzo a' capelli , ed ha pure bianchi orec- 
ciiini. Una tunica manicata adorna di neri puntini, ed 
il cui estremo lembo è fiegiato di gialli cigni ; una 
doppia fascia ad armacollo, che s'incrocia sul petto; 
e gli stivaletti compiono il suo vestimento: ella si ap- 
poggia con ambe le mani ad una lunga asta, curvan- 
do alcun poco il corpo in senso opposto al sito , ove 
si rattrova la Sfinge. 

Al cominciar della pancia è un giro di palmette e 
caulicoli , interrotto da' manichi: e poi è un aerogi- 
ro di ovoli. 



Sulla pancia è una interessantissima rappresentan- 
za , composta di tre ordini di figure. Neil' ordine su- 
periore , vedi nel mezzo una tenda sospesa a quattro 
eguali sostegni : sotto scorgesi un letto bianco , con 
fascia amaranto nel lato visibile ; sul letto è disteso 
un materasso , ed alle due estremità si veggono cu- 
scini. Siede sul letto un vecchio con bianco crine, rav- 
volto in ampio pallio , che si appoggia col mento so- 
pra un lungo bastone bianco, ch'è tiene con ambe le 
mani: ha pur le scarpe, e solleva una gamba sull'al- 
tra, tenendo fra esse la sua spada eutro il fodero. Pare 
che questo personaggio rivolga il discorso ad altro 
vecchio canuto pur con pallio e calzari, chesi appog- 
gia col corpo al suo bianco bastone , che tiene sotto 
la sinistra ascella; e stende la destra verso 1' uomo se- 
duto, quasi entrando con lui in animato discorso. Fuo- 
ri della tenda vedi a sinistra una donna con lunga tu- 
nica , che incrocia le gambe : essa ha bianco orna- 
mento fra' capelli, collana, armille, e calzari di bian- 
co: colla destra tira alquanto un peplo, che le discen- 
de dal capo , colla sinistra si attiene ad uno de' soste- 
gni della tenda ; a cui però punto non si rivolge. El- 
la guarda piuttosto a sinistra verso due giovani, de 'quali 
il primo siede sulla sua clamide , ha la spada nel fo- 
dero sospesa ad una tracolla , l' elmo acuminato die- 
tro le spalle; tenendo colla sinistra l'ampio scudo di 
bianco , che poggia al suolo: colla destra si attiene al- 
l' asta. Egli si rivolge verso 1' altro giovine stante" a 
lui da presso con clamide che gli avviluppa il corpo; 
questi colla sinistra tiene lo scudo , che l'artista ha 
figurato dalla parte interna, osservandosi le corregge 
per imbracciarlo, colla destra prende l' asta : al suolo 
è il suo elmo acuminato con correggiuola , ed in al- 
to fra la donna ed il giovine io primo luogo descritto 
scorgesi nel campo un bianco bucranio. Dall' altra la- 
to della tenda sono effigiate tre figure di di\inità. La 
prima è Pallade sedente a destra : la dea ha orecchi- 
ni, collana, e sulla lunga tunica si distende la formi- 
dabile egida: colla destra stringe l'asta, colla sinistra 
il giallo scudo. A lei di fronte sta in piedi Mercurio 
con clamide e calzari: è notevole che i calzari non so- 
no alati , ed il capo del dio non è ricoperto da peta- 
so, ma sil)bene da troppo largo elmo poco convcnieu- 



— 93 — 



■e al suo capo; snrà 1' "'Al'ios xi'\r,, corno allrihuloilel 
(liopsicoponipo: colla sinislra abbassa il bianco cadu- 
ceo , slcnde la deslra colle dila aperte favellando eoa 
Pallade. Cbiude questo primo ordine di figure Pan tul- 
io nudo con piccole corna di bianco sporgenli dal ca- 
po: colla deslra tiene una clava nodosa, sosliluita non 
poche volle al pastorale pedo , colla sinistra hi si- 
ringa ; ed al sinistro braccio è sospesa una pelle di 
fiera. 

Passiamo ora a descrivere le figure effigiate nell'or- 
dine medio di questa classica rapprcsenlanza.Nel mez- 
zo è un bianco monumento poco sollevalo dal suolo, 
sulla parte anteriore del quale è scritto a rossi caratteri 
IIATPOKAOTTAa'OS.Su questa specie di grado ()2à- 
^pcv) si eleva un'alta pira composta di ben dodici fi- 
la di legna regolarmente ammassate, alla cui parte an- 
teriore veggonsi appoggiati due gambali, ed uno scu- 
do con r emblema di una bianca testa di fronte: sullo 
scudo si veggono alcune rosse macchie di versato 
sangue. Sul rogo è un elmo con cresta , e con due 
lunghe penne; più un giallo torace, privo di qualun- 
que ornamento, ed altro più adorno torace con l'eni- 
hleraa di una testa di fronte , che novellamente si ri- 
pete. Presso al rogo un prigioniero frigio è inginoc- 
chialo sul bianco grado colle mani legale dietro al 
dorso. 

Presso di questo giovine prigioniero Achille cogli 
occhi di furore ed in concitalo movimento stringe col- 
la d(>stra la spada , alTerrando colla manca i capelli 
della infelice vittima: il figliuol di Teli ha la clamide, 
ed al fianco il fodero della spada: un'altra spada tut- 
tavia nel fodero , ed un pileo frigio sono giacenti al 
suolo. 

Dal medesimo lato sono tre altri prigionieri frigii 
seduli in diverse posizioni, e colle mani legate dietro 
il dorso. ITan tutti pilei ricurvi, anassiridi con svariati 
ornamenti , corte tuniche , e clamidi , secondo il co- 
stume amazzonico : ed umili col capo chino stanno 
attendendo la loro sorte. Dall'altro lato della pira è al 
suolo poggiata una gialla oenochoe. Si appressa poi al 
rogo un personaggio barbato di maestosa fisonomia 
con elmo adorno di due penne e di cresta ; ha il pet- 
to armato di lorica , la clamide ed i calzari: tien col- 



la sinistra la lunga asta, e colla deslra stende una pa- 
tera quasi facendo libazione sul rogo. Segue una don- 
na con lunga timica stretta alla cintura da una fascia, 
ha orecchini , collana , e duplice arinilla a' polsi: un 
panno le discende dal capo , ed ella lo stringe colla 
destra sotto il mento. Finalniente chiude questo se- 
condo ordine di figure un' altra donna , che reca il 
funebre ventaglio, ed una gialla cesta, ove sono for- 
se ri|»oste le bende , una delle quali è sospesa al de- 
stro braccio. 

Non meno interessante è il ferzo ed inferiore ordi- 
ne di figure , che si riferisce al medesimo soggetto. 
Fa in esso principal mostra la quadriga di Achilie, al- 
la cui parte posteriore è legato il cadavere di Ettore. 
Vedesi ritenere i destrieri già fermati dopo veloce cor- 
so r auriga nel consueto costume; cioè con corto gon- 
nellino ritenuto da due fasce ad armacollo. 

A destra è un giovine guerriero con doppio gia- 
vellotto , ed elmo acuminato dietro le spalle , e coi 
calzari , che siede a destra sulla sua clamide , tenen- 
do colla sinislra lo scudo, e volgendosi all'auriga, 
che pure a lui si rivolge. Dall'altro lato del cocchio, 
e presso le teste de' cavalli, è una donna con lunga 
tunica , armille a' polsi, collana, orecchini, e biancbi 
ornamenti Ira' capelli, la quale versa da un vaso , 
della forma della oenochoe, il liquore in largo cratere 
sostenuto da tre piedi poggianti su di una base. In al- 
to è sospeso nel campo un giallo bucranio , simbolo 
di sagrifizio. Segue allra donna similmente vestila , 
di cui risalta la mesta attitudine , veggendosi poggiar 
sulla destra palma la faccia. Chiude ila questa parte 
la scena un altro frigio prigioniere, vestilo come gli 
altri , se non che non ha le anassiridi; e quasi pur len- 
tamente si muove colle mani legate dietro al dorso. Ai 
suolo è una piccola pianta , e più in fuori un albero, 
a cui è sospeso uno scudo lunato di giallo coli' em- 
blema più volte ripetuto di una testa di fronte. 

Pria di passare alla parte men nobile di questo clas- 
sico monumento, vogliamo presentare sulle rappresen- 
tanze finora descritte alcune brevi osservazioni (I). 

Al primo sguardo non può dubitarsi del soggetto 

che vien figurato in questa prima faccia del vaso : è 

(1) 11 mio eh. collega comm. Quaranla ha Iella una breve no- 



— 9i 



la rappresentanza de' funerali di Patroclo giusta lao- 
merica narrazione (11. * , ed iì). Cominciando dal- 
l'ordine medio di fij,mre, è in esso rappresentata la pira 
di Patroclo , come una catasta di legna tagliate dalle 
selve dell' Ida (11. W, 117). Presso è Achilie che 
scanna uno de prigionieri Trojani ( II. * 20 segg. 175 
segg. ) colle sue proprie mani , mentre altri attendono 
la loro sorte. Questa medesin\a scena vedesi figurata 
sulla cista mistica prencstina pubhiicata dal eh. Sig. 
Raoul-Rochette [mon. inéd. pi. XX pag. 90 segg.). 
In questa la figura di Achille, come sul nostro vaso, 
vedesi colla corta chioma ; che già fatta ne aveva la 
offerta al fiume Sperchio (11 * 140 segg.). Anche il 
numero de' prigionieri preparali al sagrifizio non cor- 
risponde alia omerica narrazione; ma bene ha osserva- 
lo l'archeologo francese che ciò non accenna a diversa 
tradizione , ma è dovuto alle esigenze dell'arte , che 
tene ha diminuito il numero di tante vittime, le quali 
dovcano successivamente essere immolate (/.c.p.92). 
La pira è perfeltamenle simile nella cista a quella del 
vaso di Canosa. Nella tavola iliaca (n.68) vedesi d^ 
forma piramidale, come non è'infrcquente ne' monu- 
menti, segnatamente di origine orientale: e vi si legge 
sotto riATPOKAOT KATSIS.Nel nostro vaso la pira 
si eleva sopra un bianco grado, eh' è indicato dalla iscri- 
zione nATPOKAOT TA*OS. Queste parole fanno 
certamente allusione al sepolcro di Patroclo , che fu 
elevato appunto in quel sito medesimo , ove fu arso il 
suo rogo. Lo dice espressamente lo stesso Omero, al- 
lorché narra che dopo incendiata la pira TGpvwffocvro 
§£ ffTfxa QiixilXioL Ti 7rpc|3aXo>"ro — k\ìJ^i 7rt/pr,v (Il ^. 
V. 2oB). Sicché nel caso supposto dal poeta la pira 
veniva ad identificarsi col sepolcro di Patroclo. 

E forse quel grado, su cui poggiava il rogo, poteva 
appellarsi rx-fos voce dinotante un qualunque fune- 
bre monumento, o che contenesse il corpo del defun- 
to o che noi contenesse. In fatti sembra in non dissi- 
mile àgnificazione adoperata da Euripide ne* versi se- 
guenti , che crediamo opportuno di riferire : 
IloXtV Ti ya'p co» xi(Tfxcv ìv^rfjM toc^uj , 
Socr.^'/~ t' ik%ir,) ccujjLv. (JOY xa.Ta.'jfìiiruj , 

ti7.ia di queslo va^o alla reale AccaJdnia Erculanese, ove sostie- 
ne sulle parlicolariU delfe rapprcseulauza alcune opinioni diverse 
dalle mie. 



S-y^7,s ixiXltjffrf k 'TTupàv jlxkù/ as^SY. 
{Iphig. in Taur. 632. ss.). 
Prima di tulio il tragico distingue il ra^ dalla 
-TTvpcl ; e poi facendo menzione di questa dopo di quel- 
lo par che accenni ad una costruzione non dissimile 
da quella figurala sul vaso , di che discorriamo. Le 
armature offerte sul rogo incontrano un vicino con- 
fronto nella cista prencstina , ove pur si veggono una 
corazza , un elmo e due scudi, in uno de' quali si os- 
serva benanche l' emblema di una gorgonica testa, che 
adorna varie delle armi nel nostro vaso. E qui mi pia- 
ce di osservare che prohabilmenle le armi offerte sul 
rogo appartengono a' vinti nemici ; giacché lo scudo, 
che quasi un trofeo vedesi sospeso ali' albero nell'or- 
dine inferiore, per la sua forma quasi lunata non par 
conveniente a Greci guerrieri ; e su di esso si osserva 
l'emblema della gorgonica testa, come sulla corazia 
e sullo scudo che fregiano il rogo , nel nostro vaso ; 
e come sullo scudo che pure adorna la pira nella ci- 
sta prencstina. Comunque sia di ciò; l'atto di Achil- 
le , che scanna il frigio prigione innanzi al rogo , 
corrisponde alla omerica espressione TrpTrapoi^i Tii- 
fT,s (Il ^. v. 20. segg.). Pria di passare a dir qualche 
cosa delle altre particolarità degne di osservazione 
nel nostro vaso , vogliamo notare che i bucranii , i 
quali compariscono due volle nel campo , possono 
accennare o a' buoi uccisi nel funebre banchetto (II. 
^. V. 30 ) ; o agli altri buoi sagrificati ed imposti al 
rogo stesso di Patroclo (v. 166). La pira tanto nel 
vaso di Canosa quanto nella cista prencstina non arde, 
mentre già vi si era appiccato il fuoco, quando il sa- 
crifizio de' prigionieri avvenne. Questa mancanza della 
fiamma ricorda ciò che narra Omero che Achille fu 
obbligato a pregare i venti a soffiar sulla pira, perchè 
subilo si consumasse (v. 192 segg.). Il cadavere di 
Patroclo non apparisce , né può credersi già consu- 
mato dal fuoco ; questa particolarità , osservata nel- 
la più volte citata cista prencstina , ci darà campo 
di presentare una nostra conghittura sulla rappresen- 
tanza che vedesi sul collo del vaso. Il nobile perso- 
naggio che fa libazioni al rogo dee riputarsi Agamen- 
none , il quale prende sì gran parie in tutta quella 



- 9:ì - 



lunebre cerimonia (Il ■I'. v. 110 segg. ). Il capo de' 
Greci guerrieri fa olTerle in vece di Achille, oii lui si 
accoppia in quel mesto ufficio versando sulla pira il 
vino , dopo averne riempila la palerà dal vaso , che 
poggia al suolo. Le due donne accennano alle fune- 
bri cerimonie già eseguite sul cadavere di Patroclo , 
or col flabello cacciandone le importune mosche (.In- 
nal. ddt'ht. 1 843 i).30, 283 d.jour.dcs Sacanls 1 842 
p. 228) or fregiando il feretro di funeree bende.I molli 
guerrieri sedenti coli' elmo beolico sono certamente i 
Mirmidoni, i quali dopo aver ricevuto da Achille il co- 
mando di armarsi per accompagnar l'escijuie dell' a- 
niico (II. ^. V. 4 e seg. 129 e seg. ) , furono poi li- 
cenziati quando si venne alla erezione della pira (v. 
1 o8 ). Ecco perchè si veggono sedenti e quasi in ri- 
poso , abbenchè rivestiti delle loro armi. Poco lungi 
dal sito dell' avvenimento vedesi un cratere , entro il 
quale una donna fa cadere il liquido umore da un 
Taso ; ed è figurato probabilmente con esso quel gran 
tripode che Agamennone a^ea preparato per far ter- 
gere Achille dalle brutture del nemico sangue ; ma 
che questi toccar non volle pria di mettere Patroclo 
sul rogo (v. 34 segg.). L'altra donna in mesto aggia- 
mento creder si potrebbe Briseide , la quale è quella 
che ci si offre più addolorata e gemente per la ucci- 
sione di Patroclo (ll.T,282 seg.). Si compie il dramma 
col carro di Achille guidato dal fido Automedontc, che 
attende AcJiille, perchè disfoghi il suo sdegno sul morto 
uccisore del suo diletto compagno ; il che di fatti av- 
venne dopo che Patroclo fu sepolto (II. i^). Restano 
finalmente a spiegare i due canuti vecchi, che miransì 
sotto la tenda in discorso. A me sembra che sia quella 
la tenda di Nestore, che io riconosco nel personaggio 
sedente sul letto ; e l' altro personaggio è certamente 
Fenice, l'altro vecchio del campo de'Greci, che tanto 
interesse prende sempre alle avventure di Achille , 
come suo precettore ed amico (II. I, 447 segg, , T , 
311), Anzi non senza particolari ragioni si veggono 
insieme riuniti que' Greci guerrieri, che furono quasi 
cagione della sventura, di cui geme il Pelide. Di fatti 
Agamennone è quegli che eccitando lo sdegno di A- 
chUle fu causa che Patroclo combattesse per lui : Ne- 
store consigliò a Patroclo di prender le armi dell'adi- 



rato compagno, e di porsi f,\U lesta delle sue schiere 
(II. A, 044 segg. ): Fenice pugnava sotto il comando 
di Patroclo (11. II, 190), ed Aulomedonte, l'auriga 
di Achille, fu (piegli che indDs.sù le armi dello stessj 
Patroclo , allorché questi rivestiva quelle dell' amico 
(II. IT, 145 segg.). Sono dunque nel nostro vaso 
ravvicinali qne' personaggi , che piti di ipialunque 
altro, bau rappoilo col defunto, e con chi ne piange 
la morte. 

La tenda di Nestore poi giuslamenle si vede rap- 
presentata perchè fu appunto in essa che Patroclo fu 
persuaso a combattere, per cui incontrò la sua fi:ie. 
La donna che si attiene alla Icnda di Nestore , e che 
perciò si appalesa a lui pertinente , è al cerio la bella 
Ecamede , che die al vecchio il figliuol di Teli dal 
bottino di Tenedo (II. A, 024). Non sono poi di po- 
ca importanza le tre deità, che si scorgono nella parie 
più alta del vaso. La figura di Minerva comparisce 
ancora nella cista prencslina ; ed è al certo con\ e- 
nienle ad una rappresentanza relativa aJ Achille , di 
cui è la protettrice in tutta la Iliade, Della figura di 
Mercurio diremo fra poco. La presenza di Pane, ol- 
irà le sue note relazioni collo stesso Mercurio ( llo- 
mer. hymn. 18), può alludere al suo nome dì xy.ri-Ji 
(Riessling ad Tbeocr. EiJ>jl. \, 14) per accennare al 
sito dell'avvenimento; perchè Achille sul lido ( iV 
ùxrr^s II. ^, 125) aveva ordinata la pira ed il se- 
polcro di Patroclo, 

Dopo queste brevi osservazioni torno all'esame del 
collo del vaso, che a mio giudizio, è la parte più in- 
teressante del nostro magnifico monumento. 

La Sfinge, ed il giovane che l'è vicino, potrebbero 
a prima giunta richiamare il pensiero al mito di Edipo. 
Non ignoro che Edipo vedesi talvolta combattendo 
colla Sfinge, e perciò munito di spada (vedi moìi. 
incd. di Barone p, 45 seg. ) ; ma sul nostro vaso il 
personaggio ch'è presso la Sfinge ha la spada nel fo- 
dero, è mesto nel volto, ed è in quell'atto di riposo, 
che non conviene a chi sta eseguendo una difficile 
operazione. D' altra parte la Sfinge sorge dal simbo- 
lico fiore, e non può figurar certamente la Sfinge te- 
bana, che in modo più semplice vedrebbesi effigiata. 
A ciò si aggiunga la figura della Furia , che non ha 



— 96 — 



upa sufEcieule spiegazione nel nii(o di Eilipo (I). Io 
riconosco nei nostro dipiulo un soggetlo, che dà con- 
ferma alle idee da me più volle annunziale in precedenti 
sciitlure. Prima d' ogni altro avverto che alla Sfinge 
va collcgata una significazione lunare : e non mi di- 
stenderò a ripetere le rngioni addotte a lungo in altra 
occasione(v.6i///.arf/t.nn;}.n.lV.p.l07seg.p.l21seg.). 
Solo richiamerò a confronto il vaso del sig. Barone , 
allora ricordato a p. lOS, nel quale vedesi una simile 
figura di Sfinge con radii sul capo, ch'esce dalla sim- 
holica ramificazione. Le piccole lacinie sulla covertura 
di lesta della Sfinge del nostro vaso corrispondono 
nella intelligenza a' radii della Sfinge , eh' è nel vaso 
di Barone ; la quale essendo sola non può riportarsi 
al mito di Edipo. Or la intelligenza lunare si riferma 
dulie due facce con piccole corna fra' capelli , che si 
trovano quasi allo stesso livello , e possono farci de- 
terminare per regione lunare tutto quello spazio, ove 
il giovine colla spada vedesi effigialo. Ciò posto ; io 
giudico che quel giovine eroe , che si scorge presso 
quella Sfinge, figuri un'anima, che si aggira in quel 
circolo, ove giunse dopo la morie. E stato non poche 
volte osservato che l'incrociar delle gambe è proprio 
delle anime; e la spada nel fodero , che tiene il gio- 
vine colla sinislra , addila la inulililà di quell' arma 
dopo il corso della vita mortale. In questo ordine di 
idee , assai ben si ritrova la Furia quasi custode del- 
l' Orco : così a noi presenta Marone la tremenda Ti- 
sifone , la quale 

Vcstibulum exsomnis servai noctesque diesque. 

( Aen. VI , 533 seg. ) 

E la posizione della Fuiia appoggiata all'asta ben 

si conviene a chi sta alla guardia di un sito qualunque. 

Chi sarà dunque quel guerri«ro, che già è penetrato 

nell'Orco , o attende il momento di penetrarvi? Noi 

(1) Merita non pcrtaiUo di essere qui riconUito un luogo della 
Oilissea, ove si dice ilie Edipo fu lasciato uè' dolori , a lui pro- 
dotti dalle Furie della madie ( \ 279, 280) : ed un altro della Ilia- 
de, ili cui si narra che alcuni greci eroi , die si provarono a" fune- 
)jri' giuochi di ralroclo , eransi pria provati in quelli celebrati in 
onore di Edipo { W, 079 seg ). 



crediamo che sia Io stesso Patroclo, che dopo il rogo 
potrà esser fatto partecipe della felicità dell'Elisio. 
Ecco perchè non apparisce il corpo sul rogo ; men- 
tre si è figurato sul collo del vaso, ed in quello stato 
che l'uomo si attende dopo la morte. Lo slesso Omero 
ha data l'idea all'artista di figurare in quel modo 
l'anima di Pa Iroclo. Racconta il poeta come il Pelide 
crasi addornrcntalo , ed a lui comparisce in sogno 
Patroclo domandando di essere sepolto , per poter 
entrare nell' Orco : Qc/ivri [xi gVt/ Tax'^* , vuXxs 
'A'i^cio ■TTspr^ffuj (II. ^. v. 71), da cui lo tenevan lon- 
tano le anime de' morti. Ecco come vedesi in stret- 
tissima relazione il soggetlo del collo con quello della 
pira. E in seguito di questa che Patroclo è fatto ca- 
pace di entrar nell'Orco, ed ivi godere di quella de- 
stinazione , che alle anime è riserbata. E la presenza 
di Mercurio fialle divinità protettrici de' Greci, ac- 
cenna colla galea plutonica e col caduceo alla sua 
qualità di psicopompo , che tanto è richiesta dal sog- 
getto. Queste nostre idee, che orasemplicemente ac- 
cenniamo , saranno meglio sviluppale , quando sarà 
pubblicalo il monumento stesso; il che ci auguriamo 
che avvenga al più presto , perchè possano più facil- 
mente valutarsi le nostre particolari opinioni. 

Intanto dalle cose dette finora sarà facile cosa il 
convincersi che l' artista , il quale dipinse il vaso di 
Canosa , lo fece sotto la influenza delle omeriche poe- 
sie. Si osservano di falli in esso ritratte le più minu- 
te particolarità , che fanno a que' sublimi versi il più 
interessante confronto. Noi non sappiamo abbastanza 
insistere perchè nella maggior parte de' casi s' istitui- 
sca il paragone tra' monumenti e gli antichi scritto- 
ri : che gli artisti s'imbevano delle narrazioni de' 
poeti ; o che gli artisti ed i poeti attingano alla me- 
desima fonte di popolari tradizioni , è fuor di dubbio 
che le due classi di documenti superstiti si danno un 
vicendevole ajulo. Il vaso di Canosa da noi descritto 
valga per un novello argomento di quanto abbiamo 
asserito. 

fcoìUinuaJ MiNERvi.M. 



P. Raffaele Gariiccci d.c.d.g. 
GicLio MiXERViM — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Cataneo. 



DILLKTTLAO ARCHEOLOGICO MPOlITAm 

NUOVA SERIE 
iV." 13. Gennaio 1853. 



Della leggenda nATPOKA<^)T TA^o^; su di un vano dipinto di Canosa. — // LuDUS Gladi atorivs , ov- 
vero Convitto dei Gladiatori in Pompei. — Dell' arma gladiatoria detta Galervs. 



Della leggenda nATP< )KA()T TA*05; su di un 
taso dipinto di Canosa. 

Darò il mio parere intorno al senso della leggenda 
ITATPOKAOT TA«I><)S dipinta sul taglio di un gran 
plinto , che fa da base alla pira , ove dovrà abbru- 
ciarsi il corpo di Patroclo. Sta a sinistra Agamennone 
preparato a versare dalla tazza il Ti'fji(3ox^'ov x,-'9'^W-'-f 
come con tragico fraseggio chiama Eschilo quella li- 
bazione che solca farsi versando or vino , or olio sul 
corpo del defunto (Aeschyl./s««e a Teòev. 1006. Her- 
mann), e a destra Achille che scanna i prigionieri Tro- 
iani, Tpuiujy fxiyrx^i'ixwy iiixi l'jiòy^ovi xf'-yjito'~ ììr'fóujv 
(Hom. //. Sf. V. 173, 176). Se debbon valere le no- 
tizie che si hanno intorno ai funerali dei Greci a Troia, 
e che ci vengono da Omero , dal quale come da fonte 
perenne si fecondarono di poi le menti dei poeti e 
degli artisti , questa è una rappresentanza , che ante- 
cede la combustione del cadavero di Patroclo. Ecco 
le parole del Poeta : 

Aw6i'yi% oi Tpwtov fxiyx^i'ixuiv t'i;*s IcSXot'S 
XcnXxcj" òriióujY, x'xyjj. §£ iPpsffl iMrfliro ipyx' 
'Ev hi TTupòi ixivoS TiXi ff/oVipsov, otppoc iiii.oiro. 
{II. ^. V. 175 seg. d.Odyss. i^. v. 65 seq. Q. Smirn, 
Parai. IH, v. 175, Virgil. Aen. XI cet). Difatti la 
pira non è accesa , sulla quale se non vedesi elevato 
il cadavere può per altro supporsi nel mezzo del rf/- 
X« Si'X;vov, secondo la poetica frase di Pindaro ( Pith. 
3 , 38 , Bergk ), e sopra il suo letto funebre, >Jxp? 
(//. * V. 171), essendo figurata la pira dal suo mi- 
nor lato. Ciò posto io ragiono così: Quando è evi- 
dente che r artista ci ha rappresentato il funus , egli 

ÀKNO I. 



è ancor certo che la leggenda non può avere altro 
senso diverso da questo : adunque il TA<t02; dovrà 
spiegarsi funus , non sepulcrum. Che poi la voce 
TA<I>Oi^ abbia questo signiGcato , si rileva da più 
luoghi di antichi scrittori , e da Omero medesimo, il 
quale , ciò che è molto considerevole , nel caso pre- 
sente, in questo significato appunto secondo gli anti- 
chi prende il ra^os , scrivendo ( //. ^ v. 619) 

Tri vt'v , xoLi ffot Tof'TO, yspoy, xiiixr,Xir>Y ìcrou , 

na.rprjxXoio t%^ov \Ky^ix\\K\xiM%i' oh yàp ìr' dùròv 

"04'Si Iv 'ApyiloKTi' 
e nell'ultimo verso della Iliade (//. Ci v. 801) 

"Cls oi'-y-s àfxp/iTTOV Ta-Pov "E,xrops 'nr7ro^%noio. 

E stato già notato dai dotti il proprio senso del 
verbo ©aWjiv, onde derivò che fosse adoperato a si- 
gnificare le due maniere di sepellire, obruere humo , 
ed igni cremare, QoiTrruv X'^ov/(Eurip. Suppl. 17), 
S%7rr-:iY ■jrupt ( Plut. in Rom. Filostr. Sen. Imag. II , 
30, Aelian. N. A. X, 22 cet). Di questo secondo si- 
gnificato del verbo S%7rrsiy ha fra gli altri disputato 
r Hemsterhuis nelle note a Senofonte Efesio ( p. 202 
seg. ) , ed il lacobs nell' Antologia Palatina ( p. 44.j 
cf. Filostrato Seniore Imag. p. 100 , 25 , e p. 556, 
Weicker). In conseguenza di che il Creuzer ha os" 
servato, che « cura tam late pateret vocabuli vis , o- 
mnem rilum infuneribustractandis, omnemquemor- 
tuorum curam indicans , factum est , ut corpora di- 
cerentur ©aWfffSxj , sepeliri , in quibus sola crema- 
lio locum habuerat, necdum insecula fuerathumalio, 
aut in hypogaeum aliumve locum condendis reliquiis 
destinatum relalio » (ad Ilerod. V, 8 Baehr). 

Così Erodoto ÌTTScrav ^ìiìxvr'-jvci x'xro(.K%uiT%yri;, 

13 



OS- 



TI a>.XwS yvr xpr^avrss. Allude a questo doppio si- 
gniGcalo a parer mio anche la risposta che dà Ifige- 
nia ad Oreste presso Euripide. Perocché avendo Ore- 
ste dimandato : 

Ta$oS Ss TToToi lliif^i \x , oVav 9«vw ; 
risponde la sorella , che il fuoco del sacriCzio , ed 
una larga fossa saranno il suo ralpoS" 

TTrp Isp&v fv^ov, "XJ^ryixxr' ivpouTroY Tnrp'xs. 
(Eurip. Iph. in Taur. v. 624,625). Dalle quali pre- 
messe spontaneamente si deduce che il rr/Jfos può a- 
vere il significato di xoivrris (I ), ed analogamente anche 
di rogiis ; e così anche le glosse di Filosseno, roipos, 
rogui (2). Io però slimo, che al caso nostro sia da pre- 
ferirsi il senso di funus, che ha più vicini confronti nei 
luoghi addotti di Omero, ed inoltre in quello di Eu- 
ripide già allegato dal eh. collega [Bull. p.95). Nel 
qual luogo distinguendosi apertamente la Tt/pà dal 
TCi^oi, ed aggiungendosi, che molla ricchezza di ar- 
nesi si porrà sul Tovpos, h^riTou rci^oj, non v'ha pili 
dubhio che il Ta'pos non sia, né possa aver significato 
di xoivffH [aclus cremandi), né di rogo, -^ry^cc. Esclu- 
desi ancora il senso di sepolcro, perocché ivi Ifigenia 
soggiugne , lavOf^ r' sXmuj (jmjjlx ffòy xarocfflisffw , 
vuol dire , che il corpo del defonto è ancor entro la 
pira ardente. 

Non rimane quindi altro , che il senso di fumis , 
nel quale vien compreso complessivamente ogni rito 
di sepellire per inumazione, e per combustione. Che 
poi dal senso più largo siasi devenuto talvolta ad un al- 
tro più particolare, lo dimostra il significato di rc/^os 
per epulum ferale, cena funebre ( //. *, 29 Eustath. 
Odyss. T. 309 cf. Feith, Ani. Hom. L. I, e. XV), 
siccome qui Euripide lo toglie pel rogo preparato col 
cadavere sul suo letto , e con tulle le cose preziose 
solite farsi abbruciare col defunto, ed Esthilo pel fu- 

(1) Nella tavola iliaca di falli si legge KAT^IS ITATPOKAOT 
ni la rapprcsenlanza è gran fallo diversa dalla nostra. Del resto in 
ambedue si scoprono differenze dal racconto di Omero, Dia non di- 
rei gib, clic la pira ancor qui è spenta , essendo, a mio giudizio, 
vano r andar nrcando le tracce delle vampe in .soggetto di tal 
natura, e che inoltre ò fatto a dimostrazione, e non per iscopo ar- 
tistico, e dippiii in bassorilievo. 

(2) Il conim. Quaranta logUe io questo senso il TAOOS IIA- 
TPOKAOr. 



nebre apparecchio del cadavero , precedente la inu- 
mazione {I sene a Tebe 1021 , Hermann), come io 
giudico. Adunque io stimo funus sia l'omerico signi- 
ficalo di Tx>Co5 nei luoghi allegati, e segnatamente nel 
H'xrpóx.Xoio roi^ou, che l'artista se non m'inganuo 
sembra aver tolto proprio dallo slesso poeta. 

In questo caso il ro[^oi sarebbe precisamente ado- 
perato per r%^y\, funus , il qual senso gli danno an- 
che gli antichi presso Eustazio al luogo citato ( //. * 
618), e le osservazioni dei dotti lo hanno già da un 
pezzo confermalo (v. Schweighaeuser ad Herodot.V, 
63) ; laonde nATPOKAOT TA<I>OS io inlerpetro il 
funerale di Patroclo. 

Garrccct. 



Il LuDVS GiADiATonius, ovvero Convitto dei Gladia- 
lori in Pompei. 

Un edifizio è in Pompei consistente di un portico 
quadrato , attorno al quale ricorre una doppia fila di 
camerette in due piani, e si va ad esso immediatamente 
da coloro , che entrano in città dalla parte dei teatri, 
È poi facile ravvisarlo , perché su di una parete si 
legge scritto a buone lettere PORTICO DEI TEATRI. 
Questa denominazione pertanto non è universalmente 
tenuta dagU scrittori , trai quali taluni 1' han creduto 
un Forum ( v. Gaetano D' Ancora , Prospetto storico' 
fisico degli scavi di Ercolano e di Pompei, Napoli 1 803 
p. 79) , e questo del tempo degli Etrusci! (Gius. Ga- 
lanti, Napoli e Contorni , NapoU 1838 p. 335), al- 
tri , e sono i più , un quartiere di soldati Castrum , 
(Gli Ercolanesi, Bronzi T. II. p. 416. n. 40, Mazois, 
ed altri). Andò più oltre il dotto Monsign. Rosini , 
opinando , che fosse un quartiere di soldati si, ma di 
marina: In cubiculis circa Porticum Pompeianampo- 
sitis militum contubernium fuisse in dubium revocari 
ncquil , cum ibidem clypeos , ocreas , loricas, galea» , 
gladios , invenerimus. Ea autem arma ad classiario$ 
mililes pertinuisse argumento sunt anchorae , guberna- 
mla , tridentes tum in armis ipsis insculpta , tum in 
porticus columnis graphio passim ab otiantibus deli- 
ncata eie. Igitur Pompeiis stationem classiarii mise' 



— 99 - 



nates halchanl etc. (Dhscrt. hagofj. p.81). Facendo- 
ci alla disamina delle ragioni, che poterono delcrmi- 
nare questi autori a definizioni sì dille reiili , stupire- 
mo a riconoscere , come un molino a grano ed uu 
altro ad olio quivi rinvenuti potessero parere argo- 
mento sulTicienfe a creder questa una piazza o Foro 
nundinario; e come a ravvisarvi un portico dei Tea- 
tri bastasse ad altri il vedere , che la maggior porla 
di uno d' essi gli corrispondeva ( Fr. De Cesare , Le 
più belle ruine di Pompei descriue misurate e disegnale, 
Napoli , 1835 p. 78). Miglior fondamento par si a- 
vessero quelli, l' opinione dei quali è poi prevalsa , 
i quali lo dissero quartiere di soldati : perocché nelle 
stanze che corrono intorno al portico si erano final- 
mente trovati non meno di diciannove elmi di bron- 
zo , di sedici gambali , e poi tre scudi , un parazo- 
nio , una grossa punta di lancia , tre baltei , e due 
braccialetti. Che se ancor essi debbono aver torlo , 
come dimostrerò , pure questo non risulta da altro , 
se non perchè non considerarono la natura di quelle 
armi , donde ne avrebbero facilmente conosciuta la 
diversa destinazione. In questa considerazione volle di 
poi entrare il dotto Rosini , ed ottimamente, ma non 
tenne parmi una giusta via. Perocché in luogo di e- 
saminare qual forma di armi fosse quella , ed a quale 
professione o condizion di persone conveniente , egli 
fé' caso invece delle figure emblematiche, che le ador- 
nano. 

Laonde fa maraviglia , come stando in questi dì- 
scorsi , piuttosto non pensò ad armi di scenico appa- 
ralo , essendo assai più numerose le allusioni al dio 
della comedia , che non son quelle al dio del ma- 
re. In somma , e perchè non potrebbe altri soste- 
nere che siano armi di scenico apparalo quelle, sul- 
le quali son figurati termini priapici , coi sacrifican- 
ti a quel rustico nume , ove maschere di Fauni , e 
Sileno yM%r% 'ttoiÙjy, e la Baccante ederifera, e i tir- 
si colle lor ciste , e pelli di tigre , e bende mistiche ? 
Poi quella ricchezza é profusion di ornati, e la stessa 
mole sfoggiata, che alle rappresentanze teatrali sì mi- 
rabilmente risponde , e fa sì opportunamente risov- 
venire di queir apparalus speclalio descritta da Cice- 
rone nella lellera a IMario : Armatura varia peditalus 



ci cquitatus in aliqua pugna , quac popularem admi- 
ralionem hahuerunl ! [ad fa ni. \\l\. l.). L quanto 
agli strumenti marini rapprescii'ali su di esse , po- 
tiebbesi notare, che ipielle armi sono appena Ire . 
due mezzi scudetti , ove è scolpito uu granchio , un' 
ancora , ed un tridente , ed un elmo , ove due soli 
delfini son figurali ; (piando non meno di selle son 
quelle , che hanno intere bacchiche rappresentanze , 
Sileni, Baccanti, Priapi, Satiri, maschere d'ogni ma- 
niera , tirsi , ciste , nebridi , corone di ellera. Per la 
(jual cosa , se il simbolico rappresentalo delle armi 
dovesse condurci in tal (juislione a ril('var 1' uso di 
esse, io non veggo ragionevole, che si debbano giu- 
dicare piutloslo armi di marini , che di scenico ap- 
paralo , specialmente perchè trovale in edifizio si con- 
tiguo ai due teatri. Alle ragioni che vi ha ornai si pa- 
tenti la scena sacra a Bacco gioverebbe ancora la pro- 
tome di Ercole , che in più d' una d' esse è figurala , 
e la slessa "AIwciS favola non meno tragediabile, di 
quella dell' Eroe tebano. 

Non pertanto chi ammettesse queste osservazioni 
non si troverebbe meno fuori di strada , e forse tanto 
più perniciosamente , quanto una piacevole illusione 
ve lo terrebbe più fermo. 

Perocché a voler ben giudicare delle armi propo- 
ste ad esame, conviene prima di ogni altro tener conio 
della forma di esse, onde propriamente risulta la veri 
loro destinazione. E ciò cheavrebberdovulof;ir tulli 
in questo caso, sarebbe stato, pare a me, il notare, 
che i diciannove elmi trovali qui avevano tulli visiera, 
che i gamberuoli erano lavorali a coppie. E poiché 
gli elmi della romana milizia, per solenne pruova di 
una infinita serie di monumenti figurali, e per la clas- 
sica testimonianza di Arriano , giudice autorevolissi- 
mo , NON EBBERO MAI VISIERA ; Ti xpxvn ri 
ds (Ji^^X*)*' '^-TroiyxiiOi, vpò rrf x'.^'xXr,? xoà róuv 7ra- 
puwY 7rpof:,i'il'kr,r%i /xoW (Arriani Taclica e. 48), ( 1 ); né 

(I) Vedi anche il Lipsie {Mil. Roin. Ili, 5). A lui vanamente si 
oppone 1' autore della nota posta a p. 262 del voi. I. Bronzi (Ani. 
Ercol. ) invocando i commentatori di Silio ( C33 , h. XIV), o i 
monumenti. Perocché né Silio dh celate agli elmi romani in quel 
luogo, nò Stazio, che parla de' Greci, nò il Fabrotti che cita an- 
che erroneamente Masisle Persiano, né il Monlftiucon porta ve- 
rmi monumcnlo , né il Cori veruno. Citano Alcimo Avito, e Clau- 



— 100 - 



i Romani usarono mai più di un solo gamberuolo o 
Trp'jxyxixk, secondo Polibio, maestro non men com- 
petente del primo (Polib. H. R. VI, 469. Amstel. 
1670), faceva forza concbiiidere che alla romana 
milizia né tli mare , nò di terra , quelle armi non ap- 
partennero. 

Lasciando stare adunque 1' argomento dei simboli 
siccome non meno inefficaci a noi di quello che ab- 
biamo dimostralo esserlo ad altri , entriamo piutto- 
sto a definire l'uso dell' edifizio dalla qualità di esse 
armi , che in tanta copia vi fiiron rinvenute , poi da 
altre osservazioni non meno opportune , che ci ven- 
gon somministrate assai ulilmenle dal giornale di que- 
gli scavi. 

Tolta di jiiezzo la romana milizia , per l' invitta te- 
stimonianza di due gravissimi storici Arriano, e Po- 
libio, non resta se non invocare l'autorità dei monu- 
menti , che nella quislione presente abbiam veduto 
essere sì d' accordo cogli scrittori. Monumenti adun- 
que che diano egualmente elmi con le visiere, e dop- 
pio gambale ad una condizione di persone io non co- 
nosco se non i gladiatoria Escludo qui , come ognu- 
no può avvisarsi , l' alta età della Grecia , che non 
può allegarsi per l'epoca dei monumenti di che dispu- 
tiamo, escludo per la ragione medesima la celata, che 
i cavalieri romani usavano negli esercizii loro (Arrian. 
1. e. ). Lungo sarebbe il noverarli tutti , e basterà 
solo richiamare alla memoria le tavole aggiunte al 
dotto suo lavoro dal eh. sig. Henzen {Musaico Bor- 
ghcsiano ) , e le pitture gladiatorie dell' anfiteatro di 
Pompei, e gli stucchi del Sepolcro di Umbricio Scau- 
ro ( Mazois I , tav. 31 , IV. tav. 47 , 48. cf. gli Er- 
colanesi T. Vili. Lucerne tav. 7. ) a' quali posso ag- 
giugnere sin da ora un bassorilievo di molta istru- 
zione , che mi son fatto disegnare in Venafro , sul 
quale il gladiatore Blaslus ha visiera , e gambale dop- 
pio. Laonde da tanto ragionevole confronto risulterà , 

diano. Ma questi scrittori non descrivono i Romani del primo secolo 
di G. C. ; ed io volentieri concedo che venne poscia in uso nella mi- 
lizia romana il (riSr^^cov 'Trcx^ix-rirafffj.oi come lo dice Niceta , il 
quale ne ha lasciala ancora la più esatta descrizione {l,de Àrchi- 
lupano tf. Scheffor ad Arriani Taci. p. 77.) ; e che io anzi ag- 
giungo alle aulorilh arrecate dai contradittori , ai quali aveva pur 
risposto Jo Scbtffer { ad Arriaai lactica p. 113, Upsal, 1604). 



che le armi trovate nell'edfizio pompeiano detto con 
niun fondamento quartiere di Soldati, siano veramen- 
te gladiatorie ; quindi se ne possono dedurre due con- 
seguenze , che io credo di grande rilevanza per la 
scienza , e piij segnatamente per noi ai quali è quasi 
affidata Pompei , e la illustrazione delle cose ivi sco- 
perte. 

La prima è, che il nostro museo possiede una col- 
lezione rarissima , anzi unica di armi gladiatorie di 
bronzo , degna di essere separala dalle greche e ro- 
mane panoplie, colle quali veggonsi per l'antico erro- 
re miste e confuse. 

Ma la seconda anche più notevole , che l* Edifizio 
ove furono scoperte queste armi in tanto numero , e 
distribuite per tutte le stanze intorno , d' ora innanzi 
debba dirsi appartenuto ai gladiatori, ossia un LVDVS 
GLADI ATORIVS. Questo medesimo vero alcuni ave- 
vano pur sospettalo ( v. Bechi , Museo Borb. voi. V, 
XI, De Cesare , le più belle mine di Pompei, p. 79), 
senza efficacia però di persuaderlo , e di farlo comu- 
nemente accettare , onde è perdurato , e perdura tut- 
tavia l'erronea denominazione di Quartiere dei Soldati. 

Del ludus gladiatorius ha parlato da suo pari Giu- 
sto Lipsio [Salurn. I, 1 ), notando segnatamente l'an- 
gustia e lo squallore delle celle con alcuni luoghi di 
Quintiliano , che lo insegnano. Corrisponde di fatti 
la turpior custodia ed il sordidus cellarum situs, cu- 
ius ad comparalioneni ergastidum leve est , alla stret- 
tezza delle stanze del pompeiano ludo. Piacerà quin- 
di di riconoscere ove si preparasse la famosa sagina 
gladiatoria , in quale spazzo erano istruiti dal mae- 
stro di scherma (/a)u's<a, doctor , magistcr) , cose tutte 
che hanno ora il primo riscontro dopo questa note- 
vole scoperta , per la quale formam gladialorii ludi 
consideramus ! 

Quella stanza più larga delle altre, ed affatto aper- 
ta verso il cortile aveva quattro dipinti , che scoperti 
il 14 Febraio 1767 furono fatti disegnare dal Mor- 
ghen , e poscia il 7 Marzo staccati e collocati nel Mu- 
seo: due di essi sono trofei d'armi gladiatorie pre- 
ziosissimi per la grandezza al naturale , e perchè ci 
fanno conoscere alcune speciali forme di tali armatu- 
re , delle quali darò in seguilo una illustrazione. Fa- 



— 101 — 

Cile è ora 1' iii(eiulcrc 1' uso dei coppi capaci di dieci sopra scolpito in rilievo , un limone , un' ancora , un 

persone, e i quattro sclu-lclri essere stali diallrellanti granchio , un tridente con delfino , ed una luni;a te- 

gladialori , tenuti in (|uel ;;asligo. Le molle iscrizio- nia rannodala in mezzo , con estremità a svolazzo. È 

ni si dentro che fuori di cpiesto edilizio , e le armi incisa nelle DUs. hag. Tav. XV'II , al basso , e nel 

graffite sulle pareti e sulle colonne erano quasi tutte Mmco Borb. T. IV. Tav. XXIX (\-. Tav. VII, n. 2\ 

gladiatorie. Non era in quei tempi molta perizia di La seconda fu cavata il 21 Fehraio 17(»7, cfu falla 

copiare le !eg;j;ende parielarie di Pompei , ma se ne poi incidere dal Rosiui [Dhs. Isng. lab. XVII in mez- 

tenne nondimeno più conio di ([nello , che non si zo a due altre di forma diversa , ma u'unlmente so- 

sarebhe opinalo. Certo il giornale di questi scavi ne spese ad una catenella , con tavoletta sulla quale è 

trascrive parecchi, anzi è il primo a copiare graffili, scritto RET /SECVJNI), ha figura quasi di canale 

e ce ne dà fino dal 17G;j,e quando non può riuscir- chiuso da un lato con larga falda intorno fino allo 

vi, ingenuamente se ne scusa. Ora che non manche- sbocco (ivi, n. 3). Fu raccolta la terza di mol'omag- 

rehbe forse a qualcuno l'animo di vincere questa dif- gior grandezza della j)rima il 18 Aprile del medesimo 

ficoltà, glinlonachi son periti, e convien stare a quel- anno, fatta incidere , e pubblicala poi nel volume IV 

le poche notizie , che dal giornale ne vengono com- del Museo Borbonico Tav. XXIX n. 2. In questa son 

municale. figurati tre scudetti , in quel di mezzo si rappresenta 

Passando dalle leggende gladiatorie dii)inte (l)allo un busto di Ercole armalo di dava , nei due laterali 
graffite, egli è evidente che moltissime ne sono perite, due protome puerili di prospetto con alette, che loro 
se può Irarsene giusto argomento dai graffili, chelut- spuntano dal collo (ivi, n. 4). 
torà si conservano in uno dei corridoi di questa fab- Il dotto Rosini osservando che due di esse erano 
brica. La relazione degli sca\i ne avverte, che un al- marinis embkmalis omtsiae , fu d'avviso, che fossero 
Irò corridoio era pur tutto scritto, ma ora l'intonaco servite una volta a soldati di marina. Ecco le sue pa- 
delle pareli di esso è caduto. Rimangono ancora molte role : Esl quoddam armorum genus eruditis adirne i- 
nel primo , in due delle quali son nominali i Curato- gnolum, quod parvae pellac speciem re feri uno in la- 
res, in tre altre leggonsi liste di gladiatori con allato a lerc armaiae , in reli<piis vero rectac, habclquc infe- 
ciascun nome il numero delle pugne. Esse, come in- rius cavilatem , qua brachiis e cubito humerum tenux 
numerevoli altre, sono tuttavia o ignote, o mal trascrit- apiari commode queat, cuius schema marinis emblema- 
te; e perù assai utilmente al proposilo, ed allo scopo tis onuslum nempc cancro, dclphino, tridente, ciuco , 
del presente bullettino credo sarà di pubblicare, oret- et anchora , cum terrestri miliiiae ìnopportunnm sit , 
tifieare le più importanti , lo che per non estender di navali percommodum esse poterai , cum scilicet mili- 
troppo quest'articolo diretto a stabilire il Ludus già- tes pluteo navis protecti bonam corporis parlemeatan- 
diatorius di Pompei, riservo ad allra trattazione. tum armatura indigchant, quae humeros et caput ob- 

Garrccci. ducerei , inlerea dum iaculos et glandes in hosles im- 

millerenl [Diss. hag. p. 81). Ampliò di poi quesla 

Dell' arma gladiatoria detta Gàlervs. attribuzione il Comm. Quaranta, scrivendo : Usavasi 

st fatto scudo non solo dalla gente di terra ma ezian- 

Tra le armi scoperte nella escavazione dell'edifizio, dio da quella di mare , al che alludono il tridente, il 

ohe in altro articolo ho dichiaralo Convitto di Già- delfino, il timone, il granchio e l'ancora che adornano 

diatori , se ne rinvennero tre di forma al tutto sin- il primo. La palma e la corona coi lemnisci di cui è 

gelare. fregialo lo scudetto che pende dalla calenuzza al n. 5, 

La prima fu scoperta il 10 Gennaio 17G7, e porta unitamente alla spada ed al tridente, fan vedere essere 

un offerta votiva navale ( Mus. Borb. voi. IV , tav. 

(I) Queste con altro saranno spiegato da me iu altro articolo. XXIX, pag. I, 2j. 



— 102 - 



Più avanti non so che siasi progredito. Adunque 
gli emblemi e i simboli marini in quest'arma, e sulle 
pareli dell'edifizio pompeiano notate dal Rosini, e dal 
Quaranta , dovranno essere indizio che le armi ap- 
partengono a soldati di marina? Ma e dov'è che i sol- 
dati romani imbraccino quest'arma? eppur gli esem- 
pii in fatto di armati abbondano. Le due colonne la 
Traiana di Roma , e la Teodosiana di Costantinopoli 
basterebbero sole. Si aggiungano i tanti bassorilievi , 
i trofei , le pitture , le statue nelle quali opere tutte 
sì varie chi mi troverà uno scudo somigliante a! no- 
stro? Inoltre di monumenti che rappresentano soldati 
di marina non manchiamo, e dai cippi sepolcrali dei 
Classiarii fino alle intere composizioni di battaglie na- 
vali, di che bastevoli esempii ci vengono dalle pareti 
pompeiane, mai è che siasi veduta una figura di scu- 
do disersa dalla ordinaria della milizia terrestre. I 
soldati classiarii che combattevano sulle mezze coperte 
assai poco potevano esser difesi dal parapetto, sìccot 
me apparisce dal bassorilievo di Palestrina ora nel Va- 
ticano (Visconti, e Winckelmann lo hanno pubblicalo, 
cf. lo SchelTero De M'd. Nav. add. ade. XXXIV, 2), 
e ciò , supposta la battaglia guerreggiata da lontano 
colle fionde, cogli archi, e coi giavellotti, e colle ba- 
lestre , che è scaramuccia. 3Ia quando si viene alle 
prese , s'investe , si arrampigna , e la nave è ferma- 
la, e la battaglia si fa non altrimenti che in terrafer- 
ma , maniera certo ordinaria degli antichi, io chiedo 
qual ragione avrebbe potuto far loro adottare il mezzo 
scudetto sulla spalla sinistra, che non può recarsi da- 
vanti alla difesa del capo, e della vita, che lascia sco- 
perta tulla la persona ai colpi di punta e di taglio. 
Per tutte le quali ragioni, e per l'autorità dei monu- 
menti, se non avessimo altri argomenti positivi ed ef- 
ficacissimi dell' uso di questi scudi , si sarebbe dovuto 
per fermo abbandonar questa tra le conghielture in- 
verisimili. 

Or a\endo io in altro articolo dimostralo, che il 
voluto quartiere dei soldati è un Ludus gladiatorius, 
e ciò dalla natura degli elmi chiusi, e del doppio gam- 
bale, aggiugnerò inoltre anche quest'arma singolare, 
a convalidar la mia dimostrazione, intorno alla quale 
proverò con i monumenti , che è gladiatoria. 



Comincerò dai Pompeiani. Quando l' cscavazione 
dell' anfiteatro pompeiano mise a luce il podio, era 
questo lutto dipinto a bei compartimenti di erme, fra 
le quali erano figurate ben intese coppie di gladiato- 
ri , e di fiere , ora lutto è perito. Restano pertanto i 
disegni tratti allora dal pittore Marsigli con molla ìq- 
lelligenza di arte. l[ Mazois ne ha pubblicata la mag- 
gior parte , ma è pur lulta\ ia inedita una coppia di 
gladiatori, dipinta fra due erme, che ne terminano il 
campo. 

Non so capire perchè l'intelligente autore di quel- 
r opera li volesse omessi , essendo essi i soli fra lutti 
quei gladiatori ivi dipinti , che potevano dar luogo a 
dotte ricerche, ed a rilevanti conclusioni. Figurai» 
due giovani di poca barba , e l' un d' essi con lunga 
chioma , nudi della persona tranne un certo gonnel- 
lino stretto ai fianchi dal balteo. Mostrano inoltre di- 
fendersi la sola parte bassa dello stinco con due giri 
di pelle , dai quali procede una linguetta che sta a 
guardia del dorso del piede, armano la destra di spa- 
da , la sinistra di lancia. Tutto il braccio sinistro di 
amendue è guarnito dalla manica gladiatoria , ed un 
arnese portano adattato suU' omero sinistro , la for- 
ma del quale ninno mi può negare , non sia una mc- 
deshua cosa collo scudo, di che qui io discorro, (Tav. 
VII. n. 5 ). 

Inoltre in una lucerna della raccolta illustrala da- 
gli Ercolanesi (Tav.XI) è figurato un gladiatore arma- 
lo di spada, e di tridente, che sull'omero sinistro porta 
la medesima forma di arnese, che le due figure pom- 
peiane (Tav.VlI n. 10); ed altri quattro gladiatori ar- 
mati parimenti come questo conosco io tra i graffiti; tre 
dei quali ho cavati a dilucido in Pompei, (ivi, n.6.7.8) 
del quarto ho tratta copia in Roma dalle mine degli 
edifizii sottoposti al Palatino, di miglior forma ancora 
dei pompeiani , e con epigrafe sovrapposta , che dice 
ANTIGONVS LIRoo ooCXII(ivi,n.9). Altro esempio 
mi viene da un bronzo del R. Museo, ove è figurato uq 
gladiatore che investe col tridente, anche egli ha ma- 
nica e scudo somigliante, manca però di spada, (ivi, 
n. H). Tolgo il duodecimo da una lapida della colle- 
zione illustrata dal Gori [Inscr.T. III. p. 99), e questo 
ha gladio , e tridente nella sioislra mostrando co Ha 



— 103 — 



destra la rete , ha la manica , e scudo , e di più una 
lunga fune gli parie dall' omero sinistro, e gli si av- 
volge intorno al braccio destro, (ivi, n. 12). Final- 
mente anche il eh. sig. llenzen notò detto arnese nel 
Musaico Borghesiano (p. 44.), e ben ce 1' hanno i re- 
ziarii pubblicati dal Marini [Fi: Arv. p. 163), seb- 
bene assai mal falto. 

Per tutti questi monumenti, ei mi pare omai messo 
fuor di dubbio l'antico uso di quest'arma, e però io 
passo ad una seconda questione intorno al genere di 
gladiatori , che se ne servivano. 

É questa discussione assai diflìcile conoscendo i 
dotti , che le descri^ioni dei varii gladiatori lasciateci 
dai scrittori di rado convengono coi monumenti; pure 
sembra che si possa definire, che forse tulli i monu- 
menti qui recati spettano a quel genere di gladiatori 
che si dissero Retiarii (I). e combattevano colla fioci- 
na, o tridente, usavano ancora del pugnale, siccome il 
Lipsìo ben osservò (2), allegandone iu prova le parole 
di Valerio Massimo : Reliarius Iraieclum gladio Atc- 
ritim inlercmil ( C. I. De somniis) , sebbene Daza ivi 
mostri di affidarsi con riguardo a quell'unico luogo 
di Valerio. Che poi si avesse ragione il Lipsio di pre- 
star fede a quel testo, ce lo assicurava già il musaico 
pubblicato prima dal Winckelmann, e poi dal Marini 
[Fr. Arv. p. 165), ove Calcndione reziario che com- 
batte colla fascina in una seconda scena sovrapposta a 
questa , vedesi invece sedere sul pavimento, ove l' ha 
prosfrato l'avversario, e stringere un pugnale ad estre- 
ma difesa , stando per terra poco discosto il tridente, 
che egli ha perduto nella pugna, ed ora un nuovo so- 
lidissimo argomento ne prestano i monumenti da me 
raccolti. Laonde io immagino che il primo assalto del 
reziario consistesse in avventare la sua rete per pi- 
gliarvi dentro l' avversario ; ciò seguito , egli doveva 
lavorar di tridente per ferirlo, e venendogli meno que- 
sto , stringerglisi addosso col pugnale, e ferirlo.Que- 
st'ultimo caso risulla dalracconlodi Valerio Massimo, 
Retiarius compulso Mirmillone et ahjeclo, dum jaccn- 

(1) Soli due gladiatori (Tav. VII, 5) hanno lance per tridenti, o 
questi io non dclinisco per ora a qual classe appartengano. 

(2) Cf. MaCfei AI. V. p. 125, 4, Vitale, la binai iiiscr, L- Àur. 
Comm aetate iiusilas disscrt. p. 57. 



lem ferire conatur iraieclum gladio Alerium inleremit 
[De Somn. VII, 8). Che poi col tridente ferissero, 
aprendo larghi squarci colle Ire sue punte lo rilevo 
dalle parole di Prudenzio ( in Symm. 1 1 , 404 ) 
Speclant aeratam faciem , quam crebra (ridente 
Impacio quatiant haslilia, saucius et quam 
Vulneribus palulis parlem pcrfindal arenae. 
Ma quando non avessero sapulo inviluppar l' avver- 
sario , egli era giuoco forse che ne schivassero l'im- 
peto colla fuga , e parmi si rilevi da Giovenale ( V . 
13,14) 

Postquam vibrata pendenlia rclia dcxlra 
Nequicquam effudil , nudum ad spcctacida valium 
Erigit et loia fugit agnoscendm arena. 
Tenevasi poi vinto quel reziario, che avesse gettato 
via il tridente; perocché così parmi si debba interpre- 
tare Suetonio, il quale va d' accordo colla rap])resen- 
tanza del musaico 3Iassimi citato di sopra: Retiarii 
tunicati quinque, sine ccrlamine uUo , tolidem secuto- 
ribus succubucranl , cum cecidi iuhcrcnlur, unus, re- 
sumpfa fascina , omnes viclores inlercmil. 

I miei graffili convengono col musaico Massimi, e 
colla lucerna degli Ercolanesi e col bronzo Borgiano 
nella movenza del reziario, e nell'uso della doppia sua 
arma. Egli dovea investire col Itidenle non altrimenti 
che il venator col venabolo la fiera. Colla sinistra colla 
quale reggeva il tridente brandiva inoltre ancora il 
pugnale, della qual arma manca solo il reziario Mas- 
simi , ed il bronzo Borgiano , nel resto pienamente 
convengono. Perocché tulli hanno nudamvullunì,ì>e€ 
galea frontcm abscondunt, secondo le frasi di Giove- 
nale , tutti, tranne solo il musaico Massimi, se è ben 
copiato, s'armano il braccio sinistro di manica, e 
questa , come quell'appendice di essa, che risalta sul- 
r omero sinistro , mostrano tulli egualmente i graf- 
fili , i due dipinti , il musaico , ove è malamente fi- 
gurato dal pittore , e '1 bronzo Borgiano. 

Questo arnese impositus humero gladiatoris ci è a 
suo modo cioè assai rozzamente in(hcato dallo scolia- 
sla di Giovenale , il qtiale del resto ben si appone a 
volercelo far ravvisare nelle parole di (pioilo scritto- 
re , et longo iactelur spira galero [ Sat.XiU. v. 20S). 
Ivi è nolo che il poeta ci desciivc un reziario della 



— 104 — 



specie dei tunicali , poiché solo in questo iiiodo si 
può conciliare queslo luogo con Suetonio ( Cai. 30), 
e coi monumenli, togliendo questi la tunica ai rezia- 
ri! , e parlandone lo storico , siccome di una special 
lilà in quel luogo. 

Non può quindi esser dubbio , che il longm gale- 
na facesse parte della panoplia deireziarii, ed in con- 
seguenza , che questa sia proprio lo scudetto posto 
sull'omero, secondo la interpretazione delio scoliaste, 
jmposilus liumero gladiatoris , e perchè realmente que- 
sto è quasi il solo arnese dei reziarii a cui mancava il 
suo nome. Ho detto quasi , perchè resterebbe a spie- 
gare la spira , che il Satirico unisce in quell' oscuro 
passo al galero (Vili , 207 ,208): 

Credamus lunicae , de faucibus aurea cum se 

Porrigat , et longo iaclclur spira galero. 

La iulerpetrazione che alla spira dava il Lipsie, pas- 
sala poi nel Yossio , Dicilur de fasciis galeri sub men- 
to siringi solitis (Etym. s, v.) , e dal Vossio anche nel 
Porcellini ( Lex. §• 2 ) , non può avere più luogo, ora 
che è dimostrato non essere il galerus un pileo senza 
faida, siccome si giudicava una volta. Le parole dello 
scoliaste, huiusmodi aliquid quo cilius sparsum funem 
vcl iactatum relium colUgal (pag. 302, lahn) , intese 
per la spira da Ottavio Ferrari {Elecl. 11, 16) , ed 
ammesse nello stesso senso ora dal lahn (L. e.) , non 
dichiarano che cosa fosse la spira, ma solo dicono che 
serviva a raccogliere più presto sparsum funem el m- 
clalum relium. Sembra quindi che fosse una tal sorta 
di amcnlum (i^/crXr,) , che i reziarii portavano ac- 
canto al galero fermo , e pendente da un capo. Onde 
si spiegherebbe facilmente perchè il poeta unisca in- 
sieme spira e galero , e perchè dica, che la spira bal- 
zi , si agili , si scola, iaclelur. Dovea quindi servire 
ad attaccarvi la fune della rete , e così s' intende aq- 
cora come giovasse a racco^Mere sparsum funem et ia-* 
clalum relium. Questa spira io ravviserei nella correg- 
gia che si parte dalla spalla sinistra del gladiatore al 
n. 12 della tav. VII, e gli passa attraverso del petto 



congiungondosi di poi alla fune della rete , che egli 
sostiene nella destra. Il reziario nell' atto di lanciar la 
rete doveva avvolgersela intorno al braccio , e cotal 
maniera di servirsi di questa correggia le potò giusta- 
mente far dare il nome di spira. Il reziario Gracco 
postquam vibrata pendentia relia dextra nequicquam 
effudit , fugge per lo spazzo dell' arena , ed in quella 
fuga gli balza la spira pendente dall' omero. 

Dato con questi ragguagli la propria significazione 
anche alla spira dei reziarii resta che entri a disputare 
i simboli dei tre galeri Pompeiani, E già la via è pre- 
parala alla interpretazione, dopocchè gli ho vendicati 
ai reziari , le armi dei quali erano la fiocina ed il gla- 
dio. Codesti simboli si veggono scolpiti sul più piccolo 
di tutti , certamente dono preparato al santuario di 
qualche nume , forse Nettuno , al quale era di vola 
cotal sorta di gladiatori , perchè secondo Isidoro, Ne- 
pluno pugnabal. Inoltre sul prezioso monumentino è 
figurata uua palma, ed una corona, premii ambedue 
solili dispensarsi ai gladiatori (1), dippiù avvi una 
tavoletta sospesa dalla catenuzza medesima, che regge 
lo scudetto , sopra la quale ripetesi la medesima pal- 
ma e la corona , e si aggiugne lo scritto RET SE- 
CVNDI. Questa epigrafe, che ora è facilissimo ed ovvio 
di spiegare RET/ani SECVNDI, cioè ài Secondo Re- 
ziario, aveva già una volta cagionata la spaventevole 
evocazione di Ire maligni cacodemoni Rczio, Relicio, 
e Relinacio , che sarebbero stati nomi gentili del vo- 
tante. Fu quest'arma tenuta così propria del gladiatore 
Reziario , che tal figura trovo aver data gli antichi 
alla stele sepolcrale medesima di un Generoso Rezia- 
rio , dove siccome nella nostra armatura pompeiana 
appaiono scolpiti dai due lati il tridente, ed il pugnale, 
fcontinuaj Garuucci. 

(1) Lipsie non parla se non Ji palma, però la corona lo era al 
pari, onde TerhiUiano (adv. Grmst.), Quantum illi et cruorcs el 
vibiccs negolianlur , intcndis; coronas scilicet, el gloriam etc. 
e Irai monumenli graffiti parecchi esempi! ne ho raccolto. Bi pal- 
me e corone ci parla inoltre una gruteriana ( Grut. CXXXV, 4). 



P. Raffaele Garrccci o.c.n.G. 
GiLLio Mi.NEuvisx — Editori, 



Jipografìa di Giuseppe Cataneo, 



BILIETTIXO ARCHEOLOGICO MPOllTAm 



NUOVA SERIE 



N.o 14. 



Gennaio 1853. 



Monummli ciimani. Scoperte di S. A. R. // Conte di Siracusa.— Monete inedite.— Descrizione di alcuni vasi 
dipinti del real nui^co Jìorhonico. Continuazione del n. 72. 



Monumenti cmnani - Scoperte di S. A. R. il Conte di 
Siracusa. 

S. A.R. il Conte di Siracusa D. Leopoldo di Borbone, 
principe dotato di sommo gusto nelle belle arti, delle 
quali è pure esimio cultore , sul cadere dello scorso 
anno intraprese una ben regolala scavazione nella clas- 
sica terra dell'antica Cuma : la quale eseguila sotto la 
sua intelligente sorveglianza, con quella religiosa cu- 
ra, che simili intraprese domandano, ha dato il risul- 
tamenlo d' interessanti scoperte. La scienza archeolo- 
gica trova già ad esercitarsi sopra nuovi e difficili pro- 
blemi , che richiedono la investigazione de' dotti. Né 
si arrestava l' eccelso Personaggio alla semplice dire- 
zione dello scavamento : che volle anche ne fosse a 
tutti gli amatori della classica antichità communicata 
la notizia, mercè un apposito giornale, del quale affi- 
dava la cura al eh. signor Giuseppe Fiorelli socio cor- 
rispondente della reale Accademia Ercolanese. 

Noi da questa pubblicazione , della quale il primo 
foglio ha già veduta la luce (l),e dalle nostre proprie 
osservazioni, che avemmo il destro di fare sugli ori- 
ginali monumenti , per alto onore a noi compartito 
dall' illustre Possessore, daremo prontamente una bre- 
ve descrizione de' monumenti Onora rinvenuti. E così 
andremo man mano parlando degli altri , de' quali si 
darà dal signor Fiorelli la notizia , o che a noi me- 
desimi sarà conceduto di osservare. Due sono i punti, 
su' quali finora sono stali diretti gli scavi. Il primo è 
poco discosto da' ruderi del cosi detto tempio de' Gi- 
ganti ( tempio di Giove Statore) , ove la culmina- 

(!) Monutnenli antichi posseduti da Sua Altezza Reale il Conte di 
Siracusa — Napoli 1853 in J , presso Alberto Detken editore. 

Ayiio I. 



zione del suolo dava non pochi iudizii di antiche fab- 
briche sepolte dalle terre. Eflettui lo in tal sito un saggio 
di scavazione, è cominciato a comparire un pubblico 
edifizio, fregiato di marmi.e ricco di pregevoli sculture , 
e di architettonici lavori di elegante stile.che noi repu- 
teremmo dell' epoca degli Antonini. Grandi pezzi di 
una cornice di marmo , una lunga serie di colonne 
corintie del più bel marmo cipollino, alcune intatte, 
alcune frammentale o sfasciate , e varie statue anche 
di marmo, delle quali ci proponiamo dir qualche cosa 
in altro nostro articolo, ci danno chiaro indizio della 
esistenza di un edifizio pubblico, di cui però senza 
ulteriori ricerche , non possiamo formarci una idea 
precisa. Lo stato deplorabile, in cui il monumento ci 
è pervenuto, non lascia la speranza di poterlo intera- 
mente restaurare : e la scienza dovrà contentarsi di 
più o meno probabili divinazioni, quando tutto il cir- 
cuito ne sarà messo all'aperto. In due grandi pezzi di 
bianco marmo, parte della cornice, si è letto il prin- 
cipio e la fine di una iscrizione, che riesce di somma 
importanza per indagare la qualità dell'edifizio, a cui 
era sovrapposta. Dice essa così : 

LVCCE ETIS . S . P 

Se , come speriamo , ci sarà dato di ritrovare i pezzi 
iaterraedii , che mancano , sapremo qual fabbrica fu 
costruita o accresciuta da un Lucceio, oda variiLuc- 
cei col proprio danaro; giacche non dubitiamo che 
nelle sigle S . P . debbasi ravvisare la nota formola 
Sua Pecunia. Si è raccolta nello stesso luogo una pic- 
cola lastra marmorea, in cui è scritto 

CN . LVCCEIVS . CN . F . GEMEL 
FRATER 

ed i frammenti di un' altra 

14 



— 106 — 



LVCCEI . . , 

A 

come pure una fis(ula di piombo col marchio 
M . BENNI . RVFI 
Della famiglia Lucccia ia Pozzuoli ha parlato lun- 
gamente il cbiar. signor Gervasio, sostenendo che fu 
essa di origine romana , e forse discendente da quel 
Gneo Lucceio amico di Bruto, di cui parla Cicerone 
[ad Alt. lib. XYl. cpsl. 5): vedi Gervasio m<onio 
alla iscr. jmt. de Luccci nel voi. 7, delle memorie 
della reg. acc. Ercol. pag. 233 e segg. 11 Sig. Fio- 
relli mette in dubbio la idea dello stesso Sig. Gervasio 
che cioè la famiglia dei Luccei da Roma si fosse tras- 
ferita in Pozzuoli op. cil. p. 2 45 ; e bene a ragione 
si avvisa che fosse piuttosto trapiantata in Cuma,.ove 
taute memorie de' Luccei or compariscono , e pub- 
blici edifizii si trovano da essi costruiti. 11 signor Fio- 
relli paragona al M. Bennius Rufus del piombo Cu- 
mano il M. Bennio, che trovasi insieme con Q. Cecilio 
rammentato nel marmo de' Luccei illustrato dal Sig. 
Gervasio. Ammettendo molto interessante questo con- 
fronto, presento alcune osservazioni, facendone rilevare 
la maggiore importanza. È assolutamente impossibile 
che il M. Bennio fosse Console suffelto insieme con Q. 
Cecilio Metello Cretico Silano nell' anno varroniano 
760, e 7 dell'era volgare; imperciocché questo conso- 
lalo sarebbe in Agosto, mentre nello slesso mese di A- 
gosto trovasi nel Calendario Amiternino un altro suf- 
felto , vale a dire Lucilio Longo (Mommsen inscr. r. 
neap. lai. n. 5730). Sicché se que'due magistrati fos- 
sero Consoli , esser dovrebbero entrambi sulTetli di 
un altro anno. Or la scoperta di un M. Bennio Rufo 
ne' piombi di Cuma , dà maggiore appoggio al no- 
stro sospetto che quel Q. Cecilio , e quel M. Bennio 
messi in fronte della iscrizione de' Luccei non fossero 
Consoli , ma duumviri. Né riuscirà nuovo il vedere 
indicala l' epoca in un municipio da magistrati mu- 
nicipali , piuttosto che da' Consoli di Roma. Talvolta 
li troviamo insieme co' Consoli , come nella lapida 
Capuana di P. Rammio Creslo pubblicala in questo 
Bullettino p. 88, ove si ricordano pure gli Edili. Del 
resto ha osservato il dottissimo Borghesi che , quan- 
tunque di rado, trovasi indicata la data da' duumvi- 



ri da' quatuorviri , o da altri magistrati municipali 
(v. Furlanelto lapidi del museo di Este pag. 13). Rie- 
sce adunque probabile che il Q. Cecilio , ed il M. 
Bennio siano duumviri Cumani , ora principalmente 
che uno de' due trova il confronto nel M. Bennio del 
piombo di Cuma(l). Sicché ammessa la idea che que' 
magistrati non fossero Consoli , ma duumviri , resta 
indubitato che quel marmo de' Luccei proviene da Cu- 
ma e non da Pozzuoli (2) , e che va ad accrescere le 
memorie ora venule alla luce per le ricerche di S. A. 
R. il Conte di Siracusa. 

Passo alla seconda classica scoperta , la quale ci 
presenta una novità flnora rimasta senza sufficiente 
spiegazione. In un terreno alquanto discosto dal sito 
dello scavo sopra descritto, si è fatta ricerca di tom- 
be romane. Tralasciando di parlare di poco interes- 
santi ritrovamenti, dirò solo di una fra le suddette tom- 
be, che ha offerto la novità sopra annunziata. La par- 
te superiore di questo sepolcro, quasi tutta di costru- 
zione laterizia , si eleva alquanto fra gli altri ; la in- 
feriore rimane al di sotto del piano della strada cir- 
ca pai. 12 napolitani. Noi ne diamo la descrizione qua- 
si colle parole medesime del signor Fiorelli, ch'ebbe 
tutto r agio di esaminarla. Questa cella , di figura ret- 
tangolare ed a volta con le interne pareti ricoperte di 
semplice intonico bianco ordinario , oltre i soliti lo- 
culi ed una rozza cornice , sovra cui stavano disposti 
diversi unguentarii di argilla , lucerne ed olle ripiene 
di ceneri ed ossa , aveva una picciola ed angusta por- 
ta fabbricata con grosse tegole , che ne vietavano l'in- 
gresso. Inoltre addossati a tre delle pareti slavano a 
guisa di triclinio grandi massi di fabbrica , sovra cia- 
scuno de' quali era sparsa molta cenere o arena sotti- 
lissima , e vi si adagiava un cadavere ; quello a sini- 
stra dell' ingresso ne avea però due. Erano nella tom- 
ba sei vasetti di vetro colorato , un vasetto cilindrico, 
con atramenlo conservato nel fondo, ed altri oggetti, 

(t) Dimostrerò in alira occasione che i nomi segnati su' condot- 
ti di piombo non sono riferibili alle officine , ma sibbene a' padro- 
ni de' differenti canali dì acqua , i cui tronchi percorrevano fondi 
di diversi proprictarii. Ecco perdio vi si leggono i nomi de' più 
ragguardevoli personaggi, ed anche lalvolla degl' Imperatori. 

(-2) Questa ò pure la opinione del sig. Mommsen inscr. r. neap. 
neir indice p. 4C2. 



— 107 — 



de' quali parleremo in appresso. Vi si Irovù pure una 
inouela di bronzo di Diocleziano. Ninno de' (piallro 
sclieleiri aveva il cranio: ma due di essi, quelli giacenti 
a sinistra dello ingresso, avevano le intere leste di cera 
con tutto il collo, gli ocelli di vetro. Non può giudi- 
carsi con certezza, se gli altri scheletri avessero avuto 
simili teste; non essendosene trovata alcuna traccia fra' 
residui di ossa, e di cenere ; abbeneliè in essi mancas- 
se poi totalmente il cranio. 

Sua Altezza Reale , che entrò il primo nella tom- 
ba , ben si avvide che delle due teste l' una fosse vi- 
rile , e l'altra muliebre , e che la prima stesse un po- 
co inchinata verso l' oriente : ma per quanta diligen- 
za si usasse a conservarle entrambe , non fu possibile 
raccoglierne intera che una sola; mentre l'altra ap- 
pena tocca s'infranse in minutissimi pezzi. Invitato 
dall'illustie possessore ebl>i l'agio di fare le mie os- 
servazioni su queste fragili teste scampate alla mano 
distruggitrice di circa sedici secoli. 11 Comm. Qua- 
ranta , mio eh. collega , die sollecitamente notizia di 
si curiosa scoperta alla reale Accademia Ercolanese, 
comunicando le sue conghiellure su questo nuovo 



)( Protome di cavallo a destra con redina sul collo, 
intorno la epigrafe • • lA IH.H lAAIS Ae. Vedi 
la tav. IV. n. 9. 

2. Gli stessi tipi. Dalla parte del leone non appa- 
risce alTatto la epigrafe, dalla parte della protome dr 
cavallo si legge IAA19. La moneta apparisce più pic- 
cola della precedente. Ae. Vedi tav. IV. n. 10. 

3. Altro esemplare delia medesima grandezza. Da 
un lato son tracce della iscrizione • • iAI • • • Dall'al- 
tro si legge lAAia Ae. Tav. IV. n. 11. 

4-. Testa imberbe galeata a destra 

)( Grappolo, a sinistra APPANOY, nel campo XA 
Ae. Tav. IV. n. 12. 

Le tre monete in primo luogo descritte sono evi- 
dentemente le stesse , colla differenza sollanlo della 
maggiore o minore grandezza , proveniente forse dal- 
l'essere nelle due più piccole consumato alquanto il 
giro. Son tutte tre notevoli per la fabbrica rozza e ne- 
gletta , che non crediamo doversi attribuire a greca 
arte , ma sibbene ad arte epicoria di epoca abbastan- 
za remota. La faccia, che a noi offre il leone, in una 
delle tre è contrassegnata dalla epigrafe ITAIT, eh' è 



fatto archeologico. Ed ora mi gode l'animo di annun- certamente retrograda , e ci addita il nome dell' ap- 



ziare che l' eccelso Scopritore bramando che se ne i- 
stiluisse lo studio da tulli gl'investigatori delle anti- 
chità , ha fatto dono delle due teste al Real Museo 
Borbonico, ove già si trovano, ed ove saran Ira poco 
collocale in modo da potersi esaminare da' dotti e da' 
curiosi. Salvo ad entrare in più minuti particolari , 
mi piace per ora di paragonare il costume di queste 
teste di cera coli' uso de' Persiani e degli Sciti, segui- 
to anche talvolta da' Greci, di covrir di cera i cada- 
veri de' loro morti , per renderli più durevoli ( Vedi 
Herod. lib. I, e. 140 , et lib. IV, e. 71 ; Strab. lib. 
XV. p. 735 Gas., Cicer. Tusc. disp. I, 45; Cora, 
Nep. Agesil. in fln. Cf. Brisson. de regno Penar, lib. 
IL e. CCLI). 

(continua) Mimervini. 

Monete inedile. 

1. Leone gradiente a sinistra con lingua di fuori , 
sotto a' piedi una hnea , sopra ITAlT 



pula città di TIATI. È la prima volta che comparisce 
la epigrafe retrograda nelle monete di Tiali ; giacché 
vedesi sempre diritta in quelle finora conosciute (Mion- 
net descr. fom. 1. p. 105 s. ; suppl. tom. 1. p. 218 
seg. ; Friediaender oshischen Milnzen tav. VI e VII; 
CareHi lahulae lab. LXXXVII, 1-18; cf. p. 33 edit. 
Lipsiae ). Questa particolarità potrebbe, a nostro giu- 
dizio , far riportare la medaglia ad epoca più antica: 
ma non crediamo che possa desumersene un argomen- 
to per favorire la opinion di coloro , che attribuiron 
le medaglie colla epigrafe TIATI a Teale de' Marru- 
cini; e noi senza alcun dubbio riteniamo simili mo- 
nete di appula provenienza , secondo la opinione del 
Giovenazzi e dell' Avellino , invano contrastala da al- 
tri ( Vedi la nostra memoria sulle medaglie di Dalvon 
p. 7 not. 1 . Si legga pure il sig. Friediaender oskisch. 
Miinzen p. 47 e scgg. ; ed il eh. Mommsen Vnleri- 
tal. DialelU. p. 301 ). Che se taluno ad osca ortogra- 
fia riferir volesse la iscrizione retrograda , potrebbe 
in ciò trovar qualche appoggio la ingegnosa con jhiel- 



— 108 - 



Inra del Mommsen che alla stessa Teafe Appula at- 
tribuisce origiue Sannilica , non altrimenti die alla 
Teate de'Marrucini, ed a Teano Sidicino (tscr. messo;). 
]). 61 segg. ). Tornando alla nostra medaglia , avver- 
tiamo che il lipo del leone s'è incontrato nella numi- 
smalica di Teate (Carelli tab. LXXXVII num. 9-10; 
Friediaender (ah. VII n. 13); sicché non merita par- 
ticolar considerazione. 

Se la nostra moneta si appalesa importantissima per 
r antica e rozza fabbrica , e per la epigrafe retrogra- 
da , acquista però maggiore interesse , quando se ne 
pone a disamina l' altra faccia. A raggiungere la pie- 
na intelligenza di questo lato della medaglia, sarà ne- 
cessario determinare la lunga leggenda , che visi os- 
serva. Paragonando fra loro i tre esemplari, non può 
dubitarsi che la prima voce va letta BIAAI. Maggiori 
(lifEcollà s' incontrano nella lettura della seconda vo- 
ce , nella quale a me sembra doversi riconoscere il 
nome di un' altra città : e questa dagli elementi tutto- 
ra esistenti altra non potrà essere che HARPAI • ■ • , 
ovvero l-APPANOY frdr.J. Di fatti la distanza , che 
intercede fra l'asta dimezzata, che costituisce il quarto 
elemento di quella parola , e l' A di cui rimangono 
iti seguilo le tracce, è troppo grande per non farci sup- 
j)orre che fosse occupata da un' altra linea , la quale 
non dovea passare la metà della linea precedente. Que- 
ste condizioni ritrovansi nella sola P di arcaica for- 
ma , come da noi venne supplita. Né si dica un osta- 
colo il finimento hARflAI • • • • ; imperciocché noi ri- 
leniamo che il resto del N sia rimaso consunto dal 
tempo , non altrimenti che l'asta esteriore delBèri- 
masa perfettamente disfrutta nel sito corrispondente 
all' altra estremità della epigrafe, ove ognuno legge- 
rebbe IAAIs; , senza il confronto delle altre due me- 
daglie , che ci danno chiaramente BIAAl frelr.J. Ri- 
tenuto dunque che la iscrizione ci fornisca il nome di 
Arpi , se ne spiegano assai bene tutte le particolarità, 
ili rapporto di una tale attribuzione. Prima di tutto 
nel BIAAI noi riconosciamo un nome di magistrato 
in dialetto messapico simile al ITOTAAI di altre ar- 
pane medaglie (Mommsen unleril. Dial. p. 80), che 
in altra moneta fu letto ancora IlTAAAl ( Reynier 
l)ri!d$ iV une coUeclion de medailles p. 2G ). E qui os- 



servo che forse il BIAAl ha una origine non diversa 
dal BllATAJ della iscrizione di Ostuni ( Mommsen 
iscr mess. p. 80 e 86 ; e unleril. Dial. p. 74 ). Non 
vogliamo però richiamare a confrontoii nome BI AIAS 
di una iscrizione di Oria (Mommsen uni. Dial. taf. 
Ili Oria n. 5 ) ; abbeuchè non sappiamo se vada in 
essa letto BIAlAS , per un facilissimo scambio fra il 
A ed il A. 

Non dee poi recar maraviglia quella specie di di- 
gamma premesso al nome di Arpi ; giacché una si- 
mile aspirazione trovasi frequentemente usata da'po- 
poli della Messapia , anche nel mezzo delle parole: 
senza dire che può attribuirsi all' arcaismo della epi- 
grafe ; al che va pur riferita la circostanza della leg- 
genda retrograda , e delja forma del R (1) , cose tut- 
te che occorrono non di rado nella numismatica di 
Arpi ( Avellino opusc. t. Ili tav. 7 fig. 4. p. 98; Mil- 
lingen recueil p. 17 tav. Il fig. 1 ; Fiorelli monche med. 
tav. I n.4 p. 4; Carelli tab. XC, Sedit. Lipsiae; Rey- 
nier précis d'une co/Zect. p.26). Né è da omettere la me- 
daglia con tipi campani, e con la epigrafe SONAH^A 
verificala dal cav. Avellino [opusc. tom. I p. 151,11 
p. 27 ; adnol. in Carell. p. 8 ); checché ne dica altri 
in contrario (Mommsen iscr. messap. p. 52 noi. l,ed 
Annali dell' Insl. tom. XX p. 108). Oltre le cose fi- 
nora esposte , ben si conviene ad Arpi il tipo della 
protome di cavallo , comune con la numismatica di 
Ascoli, avuto riguardo alla sua mitica appellazione di 
"ApyciS (Wfov (Strab. geogr. lib. VI pag. 283 in f.; 
Plin. h. n. hb. Ili eli; Scrv. ad Virg. Aen. lib. 
Vili V. 9 Klausen Aeneas und die Penai. II p. 1 173); a 
cui fa confronto il tipo del cavallo corrente nelle mone- 
te di argento (Eckhel doclr.t. 1 p. 140; num. vel. p. 29; 
Cavedoni spicil. num. p. 15). Se tutte le considera- 
zioni ci portano a determinar per arpana questa fac- 
cia della medaglia , di che sliam ragionando ; altre 
non meno gravi ci vietano di supporre che fosse nel- 
la lunga leggenda un doppio nome di magistrato , e 
che perciò la moneta fosse da attribuire alla sola cit- 
tà di Tiali. In questa ipolesi non potrebbe spiegarsi 



(I) Il Sig. Mommson soi^pt'lta ncconnarsi all' alfabeto mcssopico 
dal U in monde di Arpi: iscr. mess. p. G5. 



— 100 — 



come parole in messapico dialedo s'incontrino in Tea- 
no apulo , nella cui nuniisnialica non ve n è traccia 
finora , ed ove non c'è dalo por argomenti storici di 
riconoscere popoli messapici. Insolito è il veder nonif 
di magistrati nelle medaglie di Teate : insolita è la 
mancanza de' globuli , che costituisce una principale 
particolarità del sistema monetario di quella città. E 
quantunque queste due ultime opposizioni poliebbe- 
ro dileguarsi , supponendo un diverso sistema nella 
monetazione di epoca più aulica, pure resterebbe (piel- 
]a del messapico dialetto , die a noi sembra forlissi- 
ma ; senza dire che l'unica lezione ammes-;il;ile è (juel- 
la da noi proposta, e che non può altra riputarsi pro- 
babile senza un' arbitraria interpretazione. 

Sicché per tutte le ragioni siamo indotti a ricono- 
scere nel bronzo, di che favelliamo, una moneta bat- 
tuta in Arpi , col nome di un Arpano magistrato , e 
destinata a celebrare un'alleanza colla vicina Teale. 
Non potrà certamente destar maraviglia una federa- 
zione fra due popoli vicini , che da epoca antichissi- 
ma aver doveano fra loro strettissima relazione. Ed ■ 
a questo proposito mi piace di ricordare le non poche 
medaglie di Lucerà , nelle quali vedcsi 1' U arcaico 
accoppiato in nesso col T: ed in questa unione già da 
molti anni addietro il mio egregio amico Sig. Onofrio 
Bonghi riconobbe una federazione tra Luceria e Tea- 
te (vedi Reynicr prccis d'une colhct. de medailles p. 
13 n. 3.). Nella quale idea incontrossi non ha guari 
il eh. Fiorelli fmon. ined. dell' hai. ant. p. 2o). sen- 
za che avesse in mente la opinione del sig. Bonghi. 
Anche il Sig. Riccio osserva in appoggio di questa 
attribuzione cli'ei possiede una medaglia di Tiali con 
rU nel campo a dritta della civetta [nion. di Lucei ia 
p. 21 ). Debbo non pertanto avvertire che l' Avelli- 
no, nel. pubblicare simili monetine con TU non pen- 
sa che a Lucerà fsupp. ad hai. vel. niim. p. 2o , e 
real mus. Borh. toni. Ili tav. 32 n. Gj: ed il eh. Ca- 
vedoni fu di parere che quelle due lettere fossero le 
iniziali di iva romano mngisiralo come Lucius Teren- 
ìins , o s'mi!».' fliulkt. ardi. nap. an. IFp. ! 0.3). Con- 
fesso che l'aniìno mio inclina più alla idea della fe- 
derazioBo; ed in tale caso avremmo un altro esem- 
pio di alleanza nella medesima Apulia , abbenchè si 



tratti di epoca posteriore. Noi ignoriamo affatto la sto- 
ria di Arpi e di Teale ne' più remoti tempi , e non 
ne sappiamo , se non rpianto si collega collt? guerre 
sannitichc sostenute da' Roniam". Gli Apuli nel 429 
stringono amistà co' Romani |)er la seconda guerra 
contro i Sanniti : Lucani aUjue Apuli, dice Livio qui- 
bus genlibus nihil ad eam dinn rum Romano poputo 
fuerat , in fidcm vcncrunl (Lib. Vili e. 2!)). E se po- 
steriormente parteggiano pe' Sanniti contro i Romani, 
egli è perchè i Sanniti ne avevano occupate non pD- 
che città , traile quali Teate e Luceria (Id. lib. IX e. 
2 e 13). Questo fu certamente il motivo, che mosse 
gli Arpani ad ajulare i Romani , e rompere ogni al- 
leanza con gli Ajuili : Samnilium magis injuriis et 
odio, quam beneficio ìdlo popidi Romani (lib. IX , e. 
13). Non può dun(|ue dedursi dalla ostilità degli .\r- 
pani contro gli Apuli nel i33 alcun argomento con- 
tro una loro precedente alleanza co' popoli di Apulia, 
e segnatamente con la città di Teate. Se questa fede- 
razione sorge evidente dalla moneta da me pubblica- 
ta , se ne potrà ricavare un novello argomento a so- 
stegno dell'attribuzione a' Teanenscs Apidi delle me- 
daglie colla iscrizione Tiali ; giacché quei di Ar|)i me- 
glio avrebbero fatta allenza con una città della vici- 
na Apulia , che con alira |tiù lontana de' Marrucini. 
Poche parole aggiugniamo sulla monetina di Arpi 
riportata nel n. 12 della nostra tav. IV', che appar- 
tiene al collega (jarrucei. Lo stile n'è bello ; i tipi 
sono già conosciuti; e noi abbiam creduto opportuno 
di riferirla, a causa del nessodiAP nella epigrafe, co- 
me pure pel nuovo nome di magistrato XApix>.r;; , 
XAp(^r,fjios , altro di simile cominclamenlo. 

Ml.NERVIM. 



Descrizione di alcuni vasi dipinli del real muaeo Bor- 
bonico. Continuazione del n. /2. 

Degna di non poca considerazione si mostra pur 
r altra fiiccia di questa stupenda stoviglia. L' orlo è 
fiegiato de' medesimi ornamenti , che miransi dall'al- 
tro la!o ; apparisce egualmente un giro di ovoli , un 



— no - 



ramo con foglie e fiori , ed un altro giro di marine 
onde. Il collo ci presenta nella parte superiore un ra- 
mo di edera con foglie e corimbi , nella parte inferio- 
re una bacchica scena. Vedesi nel mezzo un giallo la- 
bro, a cui si appoggia incrociando le gambe un gio- 
vine Satiro con cavallina coda, e bianca tenia che gli 
circonda il capo : colla destra tiene la patera , da cui 
sorgono due ramoscelli ; colla sinistra un ramo, a cui 
è sospesa una gialla benda. Presso la vasca è a sini- 
stra una donna con lunga tunica , ampyx, e calzari , 
che tien colla destra un tirso con lunga tenia penden- 
te , e colla sinistra un timpano. 

Dall' altro Iato della vasca sono tre figure: un gio- 
vine nudo, con bianca tenia che ne cinge la fronte, 
siede sulla sua clamide, e tenendo colla destra il tir- 
so volgesi indietro a guardare verso una donna vesti- 
ta come la precedentemente descritta , e fregiata di 
femminili ornamenti ; questa cammina a destra, e tien 
colla dritta una lunga tenia , colla sinistra una pate- 
ra da cui escono due ramuscelli. Compie la scena un 
giovine Salirò , con coda , tutto nudo , e pur cinto di 
bianca benda : egli siede a sinistra sopra di un sasso, 
tenendo colla destra un giallo cantharos , colla man- 
ca il tirso. 

Sul cominciar della pancia vedesi un ordine di pal- 
mette e caulicoli , e più in giù un giro di ovoli. Mi- 
rasi poi una complicata rappresentazione , distinta in 
due ordini uno superiore e l' altro inferiore. Nel su- 
periore appare in mezzo un heroon di grandi dimen- 
sioni , e dipinto di bianco misto di giallo ; è questo 
sostenuto da due joniche colonne di sveltissime pro- 
porzioni : sopra è una cornice liscia con fastigio trian- 
golare ornalo ne' tre angoli da gialle palmelte. Nel 
basamento è una linea di meandro ad onda, e poi un 
plinto. Figurano sospese al soffitto dell' heroon due 
gialle ruote , uno scudo rotondo, ed un pileo acumi- 
nato. Presso la edicola sepolcrale sono effigiate tre fi- 
gure : un uomo di fresca vecchiezza , inviluppalo nel 
suo mantello , siede sopra sedia a spalliera, poggian- 
do i piedi sopra un suppedaneo ; egli poggia la sini- 
stra ad un rosso bastone , e stende la destra , con cui 
sostiene una patera. A lui d'innanzi presentasi un 
giovine con clamide , che si attiene ad un' asta e sten- 



de la sinistra verso 1' uomo sedente. Finalmente ve- 
desi un giovinetto di più piccole dimensioni , che re- 
ca la ocnochoe. Tutte queste figure , ed i loro abbi- 
gliamenti, come pure le armi, sono dipinte di bianco; 
siccome frequenlissimamente n'è dato di osservare in 
somiglianti ra|)prcsentazioni, che veggonsi presso le 
edicole sepolcrali ne' vasi dipinti (I). A' due lati del- 
l' /leroon son molte figure con dilferenli simboli. A 
destra è im giovine nudo con gialla tenia al capo se- 
dendo a destra sulla sua clamide , ei tiene un bastone 
e la patera, da cui pende una gialla tenia. A lui din- 
nanzi è una donna con tunica orlala , cui si sovrap- 
pone un imatio , e fregiala di ampyx e di altri fem- 
minili ornamenti , la quale eleva colla destra un'am- 
pia corona , colla sinistra il flabello : sotto è nel cam- 
po una tenia. Più in giù è un' altra donna similmen- 
te vestita , ma la tunica non è orlata : questa siede a 
sinistra volgendosi a destra ; colla manca tiene una 
cassetta aperta , e colla destra il simbolico cleis. Si 
volge costei ad un giovine con clamide e corona, che 
- tien colla destra un festone , colla sinistra il bastone: 
dietro è pur nel campo sospesa una tenia. Dall' altro 
lato dell' heroon son pure quattro figure. Sopra vedi 
una donna con vesti simili alla precedente ; questa, 
tenendo un ramo di vite e cassa , volgesi ad un gio- 
vine nudo con calzari , e tenia che ne circonda la te- 
sta, il quale siede sulla sua clamide tenendo colla si- 
nistra una corona con tenia che ne discende , e colla 
destra il doppio giavellotto. Sotto colle spalle rivolte 
a]l' heroon, a cui è vicino, siede un maestoso vecchio 
con folta chioma e barba, ch'esser doveano in origi- 
ne segnate di bianco ; questi mostra la sola apertura 
delle ciglia appalesandosi cieco , non altrimenti che 
nelle immagini del tebano Tiresia , ed in altre figure, 
di cui si addita la cecità (vedi Raoul-Rochette leltr. 
arch. p, 170: vedi pure un magnifico esempio nel vaso 
di Pisticci da me pubblicalo nel bull. arch. nap. an. 
1 p. 101 lav. V). L'ampio pallio, in cui si ravvolge 
il nostro cieco vegliardo, ne lascia nudo il petto: egli 

(1) Sembra probabile che siasi con questo ùnico colore voluto 
figurare bassirilievi di marmo all'esterno del monuinenlo, piutto- 
sto che immagini dipinte: vedi ciò che dicemmo nel bull, arch- 
nap- an. Il p. 95. 



— HI — 



siede a sinisira incrociando le gambe munite di calza- 
ri, e tien colla destra la lira poggiala sulle ginocchia, 
mentre colla sinisira si attiene ad un lungo bastone. A 
lui si appressa una donna recando con ambe le mani 
un gran vaso a due manichi, con ornamenti di nero. 

Neil' ordine inferiore si scorgono cinque nudi gio- 
vani : il primo siede a destra sulla sua clamide, guar- 
dando a sinistra , si appoggia allo scudo . e tiene il 
doppio giavellotto. Il secondo avvolto nella clamide 
solleva alquanto il destro piede , tenendo il doppio 
giavellotto e l' elmo acuminato : il terzo siede sulla 
clamide appoggiandosi allo scudo , e tiene una cas- 
setta con tenia pendente. Il quarto stringe l' asta ; e 
r ultimo , col capo circondato di gialla benda , tiene 
una corona ed un grappolo. Sotto è in giro un mean- 
dro. Sotto a' manichi sono complicatissime palmette; 
e sul piede tutto nero è un ramo , che par di lam- 
brusca. 

Farmi che tutte le figure , che circondano l' he- 
rooH , non siano già intente a funebri offerte , sicco- 
me generalmente si credono. Esse si veggono mu- 
nite di mistici attributi , quali sono il ramo di vite, 
il grappolo, lo cleis , ]a pyxis ed altrettali; su' quali 
è a vedere ciò che scrive il Millingen negli annali 
dell' Ist. 1843 p. 91 e segg. A che dunque alludono 
tutte quelle figure , non solo nel nostro vaso; ma an- 
che in altri, ove tanto spesso si ripetono intorno alle 
edicole sepolcrali ? A mio giudizio , non possono ge- 
neralmente riputarsi immagini di uomini viventi, ma 
di personaggi trasferiti ad abitare nel regno delle om- 
bre. In fatti i nudi giovani con bastoni or sedenti , ed 
ora incrociando le gambe, le gialle tenie, di cui so- 
vente cingono il capo, menano alla idea di anime pas- 
sate neir Orco, mercè l'onor del sepolcro. Ecco per- 
chè si mirano intorno ad una tomba , che ne addita 
la funebre relazione di quelle figure. Così spesso veg- 
giamo un mitico avvenimento da un lato , e dall' al- 
tro una scena del, mondo inferiore , che più o me- 
no si collega con quello. Nel nostro vaso da un lato 
miri la pira di Patroclo , Achille ed i Mirniidoni , e 
molle donne che assistono a' funebri ufficii ; dall'altro 
lato è una tomba , ed efebi , e donne, e guerrieri, non 
già nelle altitudini di onorare un defualo , ma sibbe- 



ne in altre posizioni tutte particolari , e con tali sim- 
boli , che accennano al riposo della vita dopo le loro 
forti e virtuose operazioni : e non sarà fuor di propo- 
sito immaginare che siensi fìguiali da questo lato nel- 
l'ordine inferiore gli stessi omerici eroi, che figurano 
in parte dall'altro, gli stessi Mirmidoni, che ci pre- 
sentano somiglianti le armature. Ou<'sta idea che trat- 
tisi di eroi imagiuali nell'Orco, dopo la iniziazione 
fatti degni de' godimenti dell' Elisio , si conferma per 
la rappresentanza del collo ; la quale ci offre Satiri in 
unione di Baccanti , facendo dionisiache libazioni , 
presso ad una vasca simbolo notissimo di purificazio- 
ne; cose tutte che evidentemente accennano a'miste- 
rii dionisiaci , tanto divulgati , e de' quali trovansi si- 
cure allusioni ne' vasi di appula provenienza. Fra tutte 
le figure effigiate intorno aWheroon la piìi notevole è 
quella del cieco vegliardo sedente colla sua lira e col 
suo bastone. Io non dubito affatto che debbasi in essa 
ravvisare Omero, il poeta della Iliade, quello stesso, 
che ha cantate le gesta di Patroclo , e di Achille , e 
che ha narrato colla sua sublime poesia i funerali rap- 
presentati nel nostro mirabile monumento. La cecità , 
il bastone , e la lira sufficientemente lo additano pel 
celebre Melesigene. Credo poi che lo star seduto è 
proprio di chi recita versi ; mentre questa circostan- 
za è avvertita in Omero dallo scrittor della sua vita , 
tutte le volte che ce Io presenta nell' alto di profferi- 
re i suoi carmi ( Hom. vii. e. 9 , 12 , 15 , 17 , 19 ). 
Questa osservazione dà luce a quello che fu da altri 
avvertito , che l' attitudine di Omero sedente è solita 
è caratteristica. Così vedesi nel monumento di Arche- 
lao da Priene (Visconti Pio-Clem. tom. 1 tav. B), e 
tale scorgeasi la statua di Omero nel tempio erettogli 
da Tolommeo Filopalore ( Aelian. var. hist. lib. XIII. 
cap. 22 ). Né è da tacere che pur sedente comparisce 
nelle monete di Smirne, di Colofone , diChio, su di 
che leggasi l'Eckhel fdodr. tom. II p. 541 e segg.). 
E citerò da ultimo la pompejana pittura rappresen- 
tante Omero sedente presso una funebre stela , se- 
condo la bella spiegazione del Coni m. Avellino fbidl. 
anh. napol. an. IV p. 96 seg. ) , il quale non trala- 
scia di richiamare altri eseiii])li, osservando rilevarsi 
dalle medaglie che pur sedente fosse la statua del poe- 



— 112 — 



la ncU'Omcroo di Smirne, di cui favella Strabene 
(Lib. XIV p. 646 Casaub. ). E qui mi piace di osser- 
var di passaggio cbe le lettere graffile 3IOH<^)MI pro- 
babilissimamente si riferiscono a quel pompejano di- 
pinto ; essendo agevole il supporre , die qualcbe an- 
tico abitatore di quella casa volle notare il soggetto, 
e rimase a mezzo il suo scritto , che avea cominciato 
a tracciare MOfnitmeiiluniJ HOMl(I)/). Vedi ciò che 
dice della medesima pittura il eh. Cavedoni fbuUelt. 
ardi, napol. an. V p. 57). Tornando al vaso di Cano- 
sa avvertiamo che assai bene si attribuisce al nostro 0- 
mero la lira, come istrumento conveniente ad un poeta 
(Eckhel./.f.). Così nell'Odissea Femio preparandosi a 
cantare, prende in mano la cetra per accompagnar la 
sua voce (Oc/.A v. 1 50 seg.). E lo stesso Omero colla 
lira si mostra altresì nella pittura pompejana sopra ri- 
cordata: abbenchè più sovente abbia in mano il vo- 
lume ; come nel vaso di argento di Ercolano coli' a- 
poteosi di Omero ( Millingen uncd. mon. II tav. XIII 
p. 23), ed in altri monumenti. In quanto al bastone, 
allude alla cecità ed alla vecchiezza del vate, del pari 
che alla sua vita errante e vagabonda: ed è perciò che 
col bastone se ne vede la immagine sulle monete au- 
tonome di Smirne (Eckhel doclr. lom. II p. 539); né 
forse ad altro signiflcato accenna l'asta data ad Ome- 
ro in altre medaglie della medesima città battute nei 
tempi imperiali ( Id. ib. p. 548). 

Ritenuto dunque che nel nostro vaso sia figuralo 
Omero, acquista un pregio grandissimo ; giacché è il 
primo esempio del ritratto del grande epico della Gre- 
cia, che si osservi su" vasi dipinti ; e forse ancora è il più 
antico monumento superstite, che cel presenti. Il ri- 
tratto di Omero, sino da'lempi di Plinio, era riputato 
bn desiderio più che una realtà: pariunlque deskleria 
non traditi vidliis , sicut in Homero evenit ( Hist. nat, 
lib. XXXV § 2). Debbo non pertanto avvertire cbe la 
fisonomia di Omero nel nostro vaso molto si assomi- 
glia a' ritratti omerici riportali dal Visconti [Icon.gr. 
voi, 1 init. ) ; e bisogna conchiudere che vi fosse un 



tipo ideale mollo antico , da cui trassero gli artisti po- 
steriori. E chi sa che non si avvicinasse al nostro per 
le fattezze del volto quell' antichissima immagine, che 
Smicito Ateniese avea dedicala in Olimpia (Pausan. 
V, 20). Vedi pure su' ritratti di Omero Miiller //and- 
hucìi § 420 n. 4 p. 730 Welcker. Se almeno le figu- 
re di giovani guerrieri collocali sotto l' hcroon creder 
si deggiono anime fatte partecipi della immortalità, 
lo stesso dovrà giudicarsi del medesimo Omero, che 
ha raggiunto la sua apoteosi ; e quindi ben si rattro- 
va in compagnia di personaggi che cominciarono una 
novella esistenza nel mondo inferiore, lo sono di opi- 
nione cbe la tomba in forma di edicola, presso la qua- 
le seder si mira il cieco vate, è il monumento di Ome- 
ro ; che molli gliene furono elevali dalle città , che 
disputaronsi la gloria della sua nascita (Fabricio bibl. 
gr. lib. II e. 1 , 5, 7.). Tal si fu tra gli altri il famo- 
so Omereo di Smirne , di cui parla Cicerone [prò 
Archia 8); e più distesamente Strabene , descriven- 
dolo come un portico quadrato col tempio ed il si- 
mulacro di Omero: q'oà rsrpcrywvos ì'x'^'Vffr/, yiM 'O- 
fX7]gof, x%i goxvov (lib. XIV p. 646). Li altro celebre 
sepolcro eretto in los veggasi il Nitsch (/t(S<. Homer. 
fase. 1 pag, 1 26 e segg. ) , e ciò che scrive il dottis- 
simo Weicker [Grab und Schule Homers in los nelle 
sue Kleine Schriften voi. Ili pag. 284 e segg.). Io non 
vo paragonare il tempietto del nostro vaso con questi 
monumenti diversi, de' quali non ci rimane idea pre- 
cisa. Mi sembra però indubitalo che quel monumento 
sia un omerico sepolcro in allusione alla sua apoteo- 
si , e perciò da paragonarsi col pompejano dipinto 
più volte rammentalo di sopra , ove precisamente il 
deificato poeta siede presso al suo monumento. E for- 
se r omereo di Smirne olTrendo un tempio , ed una 
statua , può ragionevolmente supporsi che la slatua 
fosse fuori del tempio, non allrimenti che neduc di- 
pinti , de' quali abbiamo fatta menzione, 



fcontinuaj 



Ml>ERVIXI. 



P. Raffaele Gaurccci d.c.d.g. 
Giulio Mi.neuvim —Editori. 



Tipografìa di Giuseppe Cataneo, 



BlllETTIXO ARCnEOLOGICO IVAPOLITAXO. 



NUOVA SERIE 



N." 15. 



Febbraio 1853. 



Dell' arma gladiatoria detta Galerls. — Di due trofei di armi scoperti in Pompei al 1161 nel Lcdus Gla- 
DiATORics , e della Sica, o falcetta dei Treci. — Nuovi programmi pompeiani appartenenti a spettacoli 
gladiatorii. — Tavola Venafrana , continuazione. 



Dell'arma gladiatoria detta Gaiervs, coni, del n. lo. 

Gioverà riporlarla qui a piacevole confronlo ( Maffei 
Mus. Ver. p. CXXV'. 4), e perchè i contorni deliembo 
vi sono figurali ad angolo redo , appunto come su i 
graffili , nel che discordano dal bronzo borgiano, dai 
tre scudi del R. Museo, e dalla pittura dell'anfiteatro. 





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PVGNAVTVR 

1 



Il Maffei riconobbe le arnae , cultrum nempe et fU' 
seinam, giusta le dottrine del Lipsio : aggiungo io ora 
il galcrus , che qui si mostra della forma medesima , 
che sui monumenti da me prodotti. Cotal sorta di giuo- 
co fu inventata , dicono , da Pittaco , che ne tolse la 
idea dalla pesca, e però il suo arnese fu tutto pesca- 
torio , cxiurj óyjivrixTi , Io chiama Strabone , ed Isi- 
doro per cagione di quello stesso tridente, che Mar- 
ziale beu dice aequoreus (1), fa il giuoco sacro a Nettu- 

(I) Un tal nome AEQVOREVS appare scelto da un reziario di 
PuzzuoU (B. iV. T. II. 97), e certu per la medesima ragione. 
4.Y.Y0 /. 



no, fugnahal Nepluno, trtdentis causa. Perciò sull'elmo 
dell'avversario tratto tratto elevavano a modo di cre- 
sta un pesce , e dicevano che a quello fendeva le in- 
sidie il reziario, e non alMirmillone, con questa can- 
tilena , Non te peto , piscem pelo : quid me fugis. Gal-: 
/e?(l). Quindi ci si apre la intelligenza dei simboli 
marini dell' altro scudo , ove il granchio può anche 
alludere alla tenacità degli inviluppi della rete. Una 
pugna, che abbisognava di grande agilità e prestezza 
a schivare i colpi, e le insidie, onde ad Artemidoro 
era presagio di una donna ^v-^xi, fugace, ^ di Gracco 
reziario scriveva Giovenale tota fugit arena , ne mo- 
stra il significato dei venti scolpili sul terzo scudetto (2), 
Poi quanto all' Ercole, mi basti solo ricordare essere 
a lui sacri i Giuochi Gladiatorii — Vejanius armis — 
Herculis ad postem fìxis, lalel abditus agro (Ilorat.I. 
ep. 1 ) , perchè si conchiuda essersi di già soddisfatto 
all'assunto di pienamente illustrare l' uso di queste 
armi e la specie di gladiatori, che le adoperavano, ed 
il nome che si dava loro dagli antichi. 

GARRCCa, 



(1) Il Murtniilo, sorta di gladiatore, che combatteva col rezia- 
rio, forse lo slesso che il Gatlus {et. Vitale op. di. p. 5<3), prò- 
babiimente si fa derivare dal Mo'^uluXos di Oppiano , dello anche 
Mo'puy§05 (Aldrov. de pisc. L. Il, 19), 

(2) Il Cavedoni (Ragg. arch. degli scavi di Modena p. 27) col 
Visconti ( M. P. C. T. IV, jTai'. agg. B. 1,1) riconosce nei putti 
forniti di due alette sotto la gola genii bacchici, lo che non sa- 
rcbbe qui strano: essendosi notale da me laute rappresentanze re- 
lative a Bacco nelle armi pompeiane gladiatorie, che sarà stala la 
divozione più cara del padroue di alcuna famitia. 

lii 



— 114 — 



JDl due trofei di armi scoperti in Pompei al ^767 nel 
LcDus Gladiatorius , e della Sica , o falcella dei 
Treci. 

Leggo nelle relazioni degli scavi pompeiani, che il 
giorno 14 febraio 1767 furono scoperte due pitture 
nella stanza tutta aperta verso il cortile del così detto 
quartiere dei soldati: onde questa camera fu giudicata 
essere il Corpo di guardia: indi il 7 marzo i due in- 
tonachi furono staccati dalle pareli, e messi nella col- 
lezione reale (v. la nostra Tav. VII, n. 13, 14). 

Codeste pitture sono inedile tuttavia , né deve far 
maraviglia, se eran tenute trofei d'armi militari, sog- 
getto così ripetuto sui monumenti dell' antichità. Egli 
è poi certo , che riconosciute quel che sono , un sin- 
golare ed unico monumento delle armi diverse, ado- 
perate negli spettacoli gladiatorii , non avrebber di- 
morato sì lungamente ignote, ed inosservate. Ma que- 
sta scoperta non poteva esser fatta cosi sola , senza 
che si fosse passato immediatamente a riconoscere 
nelle armi di bronzo scavate in questo ediGzio , armi 
del ludo gladiatorio , e nell' ediGzio medesimo , non 
j)iiì im foro, un portico di teatro, un quartiere di sol- 
dati , ma un ludus gladiatorius; la qual cosa fu per 
me disputata, e conchiusa in un articolo precedente. 
Ora medesimo , e dopo che si è provato qual fosse 
queir arma dei reziarii detta galerus , e se ne è pro- 
dotta la forma , recherà non mediocre diletto il tro- 
varne una nuova ed efficace conferma, apparendo an- 
che in questi trofei congiunto al tridente ed al pugna- 
le il galerus, e ad altre armi evidentemente gladiatorie. 
Fra queste io tolgo ad illustrare una nuova ma- 
niera di curvo pugnale, con che i Treci entravano a 
combattere , che negli scarsissimi monumenti di tal 
sorta gladiatori non si era notato sin ora. La falce , 
od ensis falcatus sul monumento di Prisco ( MafTei 
Mas. Ver. 444,2), e di Antonio Exoco (Grut. 335, 
5 ) , conviene col nome , che le dà Giovenale , ed è 
vera falx, S,i^os ixri o^BóV (Arlcm. Onirocr. II, 33 ), 
delta però thracia, perchè i Traci usavano di lai arma 
6pax(XÒK ^i<^ l'Tnxa.ix'Trii . Di coltelli o spade ricurve 
trovo menzione presso gli scrittori , e confronti sui 
monumenti. La sica usata in Roma era un coltello 



presso a poco come l'acinace dei Persiani, e le copi- 
des degl'Indiani (v. Q.Curzio ^/cd!. Hagae Com. 1708, 
14, 29, e la noia ivi apposta). Anche i Galli usarono 
una spada che eaesim , non punctim ferirei , e perù 
appellata xc/tti's ; ma Dionigi la dice vvipixiyxXT^ ( v. 
Mai, T. IL p. 440 ), onde parmi ravvisarla su quella 
classe delle monete della repubblica senza nome di 
zecchiere , delle quali è conosciuto l' asse , il triente, 
ed il vittorialo, e ne parlò il Capranesi in un suo ar- 
ticolo {Med. Rom. Lied. p. 1,2, Ann. List. 1842, 
Tav. d' agg. N , 1 ). Fra le falcette , copides , piegate 
ad angolo ottuso, pongo quella figurata su di un piom- 
bo , diversa alquanto di curvatura dalle copides de- 
scritte da Curzio gladii leviter curvati, falcibus similes; 
ha impugnatura , e paramanico , manca però di elsa 
(Garrucci, Piombi an/ic/i«,Tav.III, 4). Questo coltello 
assai dappresso rassomiglia le falcette pompeiane , che 
piegano sulla metà della lama, ad angolo retto, né fi- 
niscono in punta, ma in taglio tondeggiante. Queste io 
non scopro solo sui due trofei, ma eziandio sulle pit- 
ture , e sui graffili , onde ne svanisce ogni difficoltà. 
Inoltre grazioso confronto ne viene da una vignetta del 
T.IV dei Bronzil&x.XYl, p.77, (v. la nostra Tav. VII, 
1 6) non intesa cosi dagli Ercolanesi , che credettero i 
due genii combattere con le fiaccole, o con altri strumenti 
(p. 360, n. 51 ). A parer mio, sono ivi figurati due 
genietti che armati da gladiatori si esercitano alla pu- 
gna rudibus , dei quali quello a destra ha la falcetta 
del Trece, quello a sinistra la clava, rudis,e può rap- 
presentare il Mirmillone. É poi colai pittura spiegata 
a maraviglia dal paragone di un classico luogo di Sue- 
tonio , ove narra che Caligola rudibus (1) secum ba- 
tuentem ferrea sica confodil ( Suet. in Cai. 32 ) ; ed i 
Mirmilloni per lo appunto solevano accoppiarsi coi 
Treci. 

Se questi genii fossero Eroti , potrebbero credersi 
messi a rappresentare i primi tentativi di Amore ( de 
Arte, ni): 

Sic ubi praelusit , rudibus puer ille relictis 
Spicula de pharelra promil acuta sua. 

(1) Sudes li dice Giovenale (Sai. VI, 218), secondo alcuni co- 
dici V. Jalin h. 1. Quein (palum) cavat adsiduis sudibus. Scbol. 
hoc est ferulU in medUatione pugnandi. 



— Ilo — 



Da una pnrete pompeiana copiai un graffilo, ove il Tre- 
ce è vinlo e prosdato dall'avversario. Hanno ambe- 
due la lor leggenda sovrapposta ; quello a sinistra 

legge SPICVLVS • NIIU V, quello a destra che è 
TIRO 

Trece APTONETVS P; la Wcella di questo (v.Tav. 

LIBR XVI 
VII, lo) si avvicina d'assai alla forma di quella figurala 
sul piombo citato più innanzi. Altro graffito assai in- 
strutlivo fu pubblicato dairAvellino(3/t'm.(/f/r^cf. Ere. 
T. V. ) ; questo per colpa certo dell' artista , non dà 
alcun arma a Prisco , ma sulla parete rilevasi chiaro 
la falce , ed è ancor questa ad angolo pressocchè ret- 
to. Parimenti sopra di altro intonaco è figurata un' 
ahra coppia di gladiatori , colle sue leggende ... NV^S 
IVLIANVS IV • IS • PRIMIGUNIVS IVLIANVS 

XXIII IM ^^ , e Primigenio ha falcetta ad angolo ret- 
to. Per tutti questi esempii non può cader dubbio che 
r arma dipinta sul trofeo pompeiano del ludus g/a- 
diatorius sia gladiatoria , e però dei Treci , Bpr'xss 
'Trpwroi TV y.%\ov(ii\riV à'p7rr,v si'pov* Icttj oì fx^^x^ipx 
xotfxvóXri (Clem. Alex. Slrom. I, 16); siccome tutte 
le altre ivi dipinte , elmi a visiera , tridenti , galeri , 
e le lance altresì usatissime negli spettacoli , siccome 
anche lo dimostrano non pochi graffiti , ed alcune 
pitture , e lo aveva già insegnato Ovidio , ove nomi' 
na l'asta del gladiatore Velite, scrivendo, [Ibis, v.45) 
Ulque pelit jmmo plenum flavenlis arenae, 
Nondum calfacli Velilis hasla sohtm. 
Questo luogo fu così spiegato dal Salmasio ( de Re 
Uilil. p, 1408. Th. G. tom. X ) molto prima del Maf-- 
fei, il quale in egual modo lo intende. Garrucci. 



A'mouì programmi pompeiani apparlenenli a spettaco- 
li gladiatorii. 

Nelle relazioni degli scavi pompeiani leggonsi al- 
cuni programmi gladiatorii molto rilevanti : gli into- 
nachi sono ora periti , laonde da quelle benemerite 
schede li leverò alla luce. Notasi adunque il 14 feb- 
brjyo 1767 su di uoa colonna del quartiere dei sol- 



dati [ìudiis gladìaloiius v. p. 98, seg. ) essersi letto 
questo graffito 

FAMILIA GLADIATORIA POMPON! 1 AVSTINI 
Il 16 luglio si scoprì la entrala |)tiii(ij).ile di (pisslo 
edilizio , e sulla parte esterna fu letto il giuino li 

MALAET 

TERTIOLE 
poi in caratteri rozzi questo insigne programma : 

AMPLIATI • Il • • • FAMIL • ce lAD • PVGN 
PO RM^IS • VF A iSI ARS • EI • VEI • FR 



aiiato.iesiro TOTIVS ORBIS DESIDERI VM 

era «raflila 

una lioir.ba MVN M . VBIQ. 

h kg^nda! CVM POMPILO . M . FORTVXATO 



Io conosco cincpie famiglie gladiatorie in Pompei. 
La prima di Tib. Claudio Vero [Mas. Borb. T. XIII , 
5; Guarini Fasti Duumv. p. 37.) , la seconda di N. 
Festo Amplialo determinato dall' Avellino (1) (.4»t 
della Soc. Pont. T. Ili , p. 207 ) : la terza di N. Po- 
pidio Rufo nota fino dalla pubblicazione delle Disserf. 
Isagog, p. 62: la quarta di Pomponio Faustino rive- 
lataci dal giornale degli scavi (14 Febr. 1667) , e la 
quinta di A. Suellio Certo. Cerii hanno le relazioni 
inserite nel T, 1 del Mus. Borb. p. 4, ma Certi è la 
vera lezione, e così è scritto sulla nuova via, ove ora 
si scava, nel programma SVETTIVMCERT V3I//CL0- 
DIVS NYMPHODOTVS-CVPIDIS //y fCupidisfsi- 
ine OratJ V(os) FfaciatisJ. Nella famiglia dei Popidii 
è saputo un N. Popidio Ampliato, ma il Popidio che 
ebbe famiglia gladiatoria si denomina Rufo. 

Leggo adunque ed interpetro la prima iscrizione 
così: Ampliati (forse triduo) Familia Gladiatoria Pu- 
gnabit PofmpeisJ K. Mais Venatio, Sparsiones, et Vela 
erunt, le quali ultime parole lesse ottimamente così il 
sig. Fiorelli, dal quale ebbi comunicata la leggenda, 
A conferma richiamo il programma di Ti. Claudio 

(ì) Questo ciotto legge Fcsliut, che io non approvo. Paragonisi 
il pompeiano M. Faustus Silo, e si comprenderà elio son due co- 
gnomi, e vi si tralascia il nome gentile, che dovea essere Aquilio; 
come mi risulta da un graffilo del medesimo corridoio , nel quale 
leggesi M. AQVIL l'AVSTVS, e di sotto vedesi graffila una figura 
rjutagnata, {irobabilmcnte ia luogo del soprannome Silo. 



— 116 - 



Vero .... fMaJrt Pompcis VenfatioJ fÀlhleJlae Spar- 
siones qua dies patimtur erunlfMits. Bo/-6.T.XIII, 4), 
e di Cn. Alleio Nigidio Maio Dcdicalione (ihcrmja- 

rum. Muneris (1) Cn Allei Nigidi Mai Venatio, 

Alhklae, Sparsiones, Vela erunt {M. B. T. Il, 6). 

Segue la leggenda di Ampliato. Tolius Orbis De- 
fiderium, Munfificujm Vbique , Cum Pompilo M. 
(forse Pompilio M. L.) Forlunalo , e par sia perito il 
nome Ampliato , AMPLIATVM , a cui queste ma- 
gnifiche frasi riguardano. Tito fu detto Orbis Amor 
('Auson. Caesar. Il, 2), e ^rfòs uTrayrojy ìqu/S (Suid. 



ed Eutrop. VII. 6. ) , ed Amor ac deliciae generis 
Immani ( Victor in Tito , Suelon. in Tit. e. I. ). 

Il medesimo giornale trascrive dipoi dalla medesima 
parete un altro programma, ove si avvisa che la fami- 
glia gladiatoria di N. Popidio Rufo darà lo spettaco- 
lo di una caccia il giorno 29 di Ottobre. Questo in- 
tonaco fu staccato con altri pur gladiatorii , e si fe- 
cero incidere in una tavola che è la IX delle Disserl. 
Lagog. dal dotto Resini (v. il n. 1, 2, 4, 5,). Ma so- 
pra tutte ha grande importanza questa che io traggo 
dalle relazioni del giornale del 6 Agosto. 



PRO SALVTE (teucre alle un palmo 1 /3) 

CAESARIS • AVGV • • LIFF • AVRVMQVI (aHeon^e 3) 

DEDICATIONEM • ARAE • AMENTIAE • GNEI • NIGIDI MAI 

FLAMI CAESARISAVGVSTIPVGNPOMPEIS SINEVLLA DILATIONE 

IIII • NON • IVL • VENATIO VELA ERVNT 



Cotal leggenda parmi si possa interpretare, e sup- 
plire a questo modo : Pro salute {Imperatoria) Cae- 
saris Augusti Liberorumque feius, et oh) dedicatio- 
nem. arae Amentiae Gnei Nigidi Mai flamifnisj Cae- 
saris Augnili , Pugna (2) Pompeis sine ulta dtlalione, 
mi Nonas lulias, Venatio, Vela erunt. Questa nuo- 
va formola, stne ulla dì7a<ione, richiama naturalmen- 
te al pensiero un' altra non meno singolare del pro- 
gramma di Ti. Claudio Vero , qua dies patienlur. On- 
de parmi il senso sia questo , che essendosi talvolta 
tralasciata alcuna cosa promessa nel programma, con 
dispiacere del popolo, Tiberio Claudio ne avverte che 
•vi saranno le sparsiones , in quanto i giorni lo permet- 
teranno. Qualche altra volta sarà pure accaduto, che 
lo spettacolo stesso si differisse; per la qual cosa Am- 
pliato a conciliarsi più favore ne promette , che lo 

(1) Cosi la relazione , ma forse dovrà interpretarsi Munere S(um' 
mó) col ragguaglio della epigrafe sovrapposta alle scene gladiato- 
rie del sepolcro di Scauro Munere . . . Ampliati. P. F. Summo. II 
P. F. s' interpreta dall' Avellino Q. F. ( Quinti filii ) , ma il Festo 
Amplino ebbe prenome Numerio (V. Avell. negli o«i CiY. p. 207'; 
forse dovrà spiegarsi Pro Funere. 

(2) Manca qui Familia Gladiatoria , onde non pub inlerprelar- 
si Pugnabit siccome in altra simile (Avellino L. e. ). Pugna sarà 
quindi nel subietto presente il sinonimo dello spelLicolo che dava- 
no i gladiatori combattendo fra di loro, come Yenalio è la pugna 
colle Ocre ( Cf. Arlcmid. II. 33 ). 



queste due parole era- 
no scritte in nero ed il» 
forma più piccola 

spettacolo si darà al giorno determinato, sene ulladi- 
lalione. In altro programma edito dall'Avellino (Bii//. 
Inslit. 1831, 12) si legge. PROSALVTE-DOMVS- 
AVGGLPAR • •• QVO TEMPORE HABEBITSEI- 
FEC • • • Ove parmi l'editore prometta le coppie dei 
gladiatori , tostoche le avrà , quo tempore habebit. 

Un flamine di Augusto , quando era egli ancor 
vìvo , siccome non fa maraviglia altrove , così nean- 
che deve recarla in Pompei , ove al 752 M. Holco- 
nio Rufo dicesi Augusti Sacerdos [Mom. I. N. 2231), 
e non molto dopo anche F/amm ^agfMs^i nella epigra- 
fe scolpita su di un gradino del teatro pompeiano più 
grande (/. N. 2232) nel suo quinto duumvirato, che 
fu quinquennale. 

Fuori delle conferme , che ne vengono all'uso gla- 
diatorio di quest' edifizio dalle molle epigrafi di tal 
genere , il programma di Nigidio Maio ci regala una 
novità di culto , la Dea Amentia , alla quale egli de- 
dicò un' ara , sollennizzandone cogli spettacoli gladia- 
torii il giorno. Il poveruomo dovette persuadersi, ap- 
pena guarito da un tal male, che questa divozione gli 
avrebbe tenuto lontano da sua casa quella trista dia- 
volessa , SociVovo. roivrry x^^-^^V roìi sx^-vrt , come 
Luciano lasciò scritto (De Parasito 2J. E sia lodato Id- 
dio , ed il Signor nostro Gesù Cristo , che da così so- 



— 117 — 



Icnni pazzie d'idolatrici culti ci La liberati , e tenia- se e fondamento di Verità: il negarlo iibhidienza sce- 
minoci fermi alla pietra angolare , alla vera Chiesa ba- lus est Idulolalriae ! — Terzo programma. 

cN ALLEI . MG IDI • 

M . QVL\Q GL PAR XX • ET • EOR • SVPP ■ PVGN • POMPEIS • Vili • VII • VI • K • DIO 
VENERIT . MAIO QVINQ FELICITER PAR III 



Questo insigne programma è stalo trascritto da me 
da una parete a destra delia via, che va verso la porta 
detta di Nola , ove è dipinto. Lo Gneo Alleio Nigidio 
Maio di questa epigrafe è quel medesimo , ciie diede 
uno spettacolo il giorno , in che si aprirono le terme 
pompeiane (1) , ed un altro per la salute di Augusto 
e -per la dedicazione dell'ara posta alla Pazzia, come 
sì rileva dal programma iiiuslrato or ora; da questo 
terzo che è tuttavia in Pompei impariamo, cheNigi- 
dio fu creato duumviro quinquennale , e che diede 
perciò altro sontuoso spettacolo al popolo di venti paia 
di gladiatori , coi sostituiti , che combatterono in Pom- 

(I) La fabbricazione di questo Terme precede il 756, nel qua! 
anno furono duumviri M. Staio Rufo , e Cn. Melisseo Apro, 1 quali 
posero il Labrum nella stufa di delta Terme { /. iV. 2217 ), 

Tavola aquaria venafrana , continuazione del n, ^0. 

VTI . . . ITA ESSE HABERE. Oltre ad essere qui 
sottinteso il liceat , che si legge di poi , è da notarsi 
il senso di habere per debere , necesse esse , oportere ; 
di che hannosi esempii anche nel Digesto: vedi p. e. 
Laborare habeth. 13. §. l.ad legem Inliam de adult. 
Mandare habet 1.43. Solut. matr. Operari habenl L. 
10. §. 1. de poen. 

RESARCIRE.In Cicerone è dubbio il resarcire{ad 
Fam. 1. 9.), e Donato a quel luogo di Terenzio (^- 
delph. 1. 2. 40.) Discidil vestem, resarcictur, ne av- 
yerte, che re abundat. Ma la tavola Venafrana assi- 
curerà questa voce anche meglio ai tempi dell' aurea 
latinità. Il Senatusconsulto delia legge Quinzia toglie 
in somigliante formola il re a resarcire, ordinando poi 
così questi verbi: ID OMXE SARCIRE REFICERE 
RESTITVERE AEDIFICARE POXERE DAMNAS 
ESTO ( Front, pag. 222. ) , ma resarcire è in altri 
luoghi del codice Teodosiauo , e nei frammenti del 
Giustinianeo notali dal Dirksen ( Man. lur. s. v. ). 



pei i giorni 23, 24, 23 di Novembre. L' iscrizione si 
deve leggere , ed interprelare cosi: Cn. Allei Nigidii 
Mai Quinquennalis Gladialorum paria viiiinli et eo- 
rum siippositicii pìujnabunt Pompeiis Vili, VII, VI 
K. Dicembres. Veneril , Maio Quinquennali Felicilcr, 
par triduum. Dei gladiatori sostituiti è questo il pri- 
mo monumento, che ci parli; i luoghi degli scrittori 
sono slati già raccolti dal Lipsie, li PAR III parmi 
si debba interpretare par tridimm, e veneril, riturni. 
Venga di nuovo, coi buoni auguriiaMaioQuinfpjen- 
nale , un triduo di spettacoli uguale a questo. Ricor- 
do simile acclamazione Maio Principi Coloniae [elici- 
ter del programma gladiatorio dipinto sulla esterna 
parete delle Terme. 

Garricci. 

APERTVRAMCOMMITTERE. Non sarà certo nò 
resarcire , né reficere il senso della nuova e singoiar 
frase. Io lo ricerco neìY aperire parielem, ianuam.cii 
aperire ricum, donde origina V aperto paride ed il ia- 
nuam aperuil della legge ult. et pen. D. de Servitut. 
praed. urban , e l' operial ricum aperlum , tei cantra 
della L. 1. D. De rivis. §. 11. 11 vocabolo apertura 
era noto finora solo nel fraseggio legale de re testa- 
mentaria : onde avevamo apertura testamenti , tabu- 
larum, codicillorum L.3. § 20 D. des.c. silan. L. 91. 
§ 1. D. de excus. L. 86. §. 1. D. De Legai. 1. etc. : 
e qui il Committere, est proprie insimul mittere ( Pe- 
sti p. 41. Miiller) , secondo Paolo. 

LOCVS AGER. Ponendoci sott' occhio le defini- 
zioni di questi due vocaboli lasciate nei loro scrini da 
Ulpiano , da Modestino , dal Fiorentino , e da altri , 
presto ci accorgeremo quanto sia giusto il linguaggio 
della tavola. Il luogo è una capacità determinabile dal 
localo, e V ager è un terrreiio, che si coltiva. Lascio 
slare le distinzioni di ager, e fundus, di'llo quali con- 
tendono Lorenzo Valla, il Florido, e l'anonimo difen- 



— 118 - 



sore presso il Dukero, credulo da lui Giovanni Capel- 
lo ( de latin, jurisc. vel. pag. 63. segg. ): cerio che 
qui il locus ager ponesi in fundo, onde confermasi la 
sentenza del Dukero p. 78, Falsum esse, quod diclal 
Laureìiliits Vaila fundiim mimis quiddam esse, quam 
agrum, et agro contineri ; lo che il Dukero deduce 
dall' uso promiscuo di ager e fundus. Similmente es- 
sendosi detto EI • AGRO , è chiaro , che il LOCVS 
è poi aggiunto ad AGER, quasi a togliere qualunque 
interpretazione evasiva della legge. Poco appresso no- 
minasi soltanto LOCVS , indicando il sito ove pas- 
sava lo speco , per quem locum , subve quo loco spe- 
cus eius aqiiae iter inìt; e nel cippo nominasi l' AGER 
soltanto. AGER VACVVS RELICTVS EST. Ager, 
Locus è piìj volte ripetuto nei frammenti della legge 
Toria. 

MACERIA SAEPTVS. Che fosse la maceria, e di 
quante maniere si costruisse è noto da un luogo di Var- 
rune {ìì. R. 1. 14. 4.): Quarlum fabrile sepimcntum 
eU notifsimum , maceria ; huius species fere qualuor 
i^nod sit e lapide, ut in agro Tuscidano , quod e lale- 
ì ibus coclilibus , ut in agro Gcdlìco , quod e laleribus 
crudis , ut in agro Sabino , quod e terra et lapillis 
compositis in formis, ut in Hispania et agro Tarentino, 
Le frasi ARBORES MACERIIS INCLVSAE e MA- 
CEKIAE NE DEMOLIRENTVR, e MACERIA TOL- 
LATVR ( Front, p. 227. 229. ) della legge Quinzia 
riguardano le difese dei fondi, e non questa specie di 
maceria, che saepit locum agrum per quem locum, sub- 
ve quo loco , specics aquae iter init ; dalla quale sic- 
come da termine doveasi misurare lo spazio otto pie» 
di incolli lungo il corso dell'acquidotlo: CIRCA EAM 
MACERiAM QVAE AQVAEDVCENDAECAVSA 
FACTA. 

ITER INIT. Si paragoni il constltuers iter della legge, 
Siqua aqua nondum apparel, eius iter ductus constitui 
non potest, (L. 21. D. Si servit. i/nrf/cefMr), e Fron- 
tino art, 122. Iter aquae coarclatur. e e. 65 p. 1 75 
Ductus publici itinera suspendant; e questo luogo della 
lapida di Viterbo pubblicata dal ch.prof.Fr.OHolinel 
Bull, di corr.Arch.an.l.p.l75. ET EMANCIPATIS 
SIBI LOCIS ITINERIBVSQVE EIVS AQVAE A 
POSSESSORIBVS SVI CVIVSQVE FVNDI PER 



QVAE AQVA 5«BDVCTA EST PER LATITVDI- 
NEM STRVCTVRIS PEDES SEX. Anche ai tempi 
di Diocleziano ricorreva la stessa frase , siccoraa si 
legge in lapida romana PERPVRGATIS FONTIVM 
RIVIS ETITINERIBVS EORVMREFECTIS(Grut. 
178,6, cf. De Rossi, Le prime raccolte d'antiche iscri- 
zioni etc. Roma, 1852, estr. dal G. Arcad, tom.127, 
128. p. 143). 

IRE FLVERE DVCI , ed alla linea 35. 36. DV- 
CI FLVERE, poi alla 37, IT FLVITDVCITVR. Si- 
mili locuzioni incontransi nel Se, della legge Quinzia 
IRE CADERE FLVERE PERVENIRE DVCI. La 
differenza legale dei tre verbi sta nel modo con che 
l'acqua percorre uno spazio, nel quale o va natural- 
mente IT , o fluisce , cioè va con moto apparente , 
scorre , FLVIT , o vi è condotta DVCITVR. 

DEXTRA SINISTRAQVE CIRCA EVM RIVOM 
etc. E son le parole , che leggiamo ripetute nei cippi 
venafrani , l' un dei quali ho copiato io medesimo al 
Puzzillo piccolo villaggio , che pare abbia avuto il 
nome dai pozzi dell' acquidollo ; 

IVSSV • IMP • CAESARIS 
AVGVSTI- CIRCA EVM 
RlVOM • QVI • AQVAE 
DVCENDAE • CAVSA 
FACTVS • EST • OCTONOS 
PED ' AGER • DEXTRA 
SINISTRAQ • VACVVS 
RELICTVS EST. 

Il prof. Momm. che dice di averlo trascritto nella 
masseria di Civita nuova , lo stima probabilmente re- 
stituito in tempo posteriore , perchè gli fa maraviglia 
il VACVVS in vece di VACVOS in lapide augustea. 
Ma il carattere è appunto augusteo (p. 50.), e cogli 
stessi I lunghi , che sulla lapide delle leggi : inoltre il 
VACVVS ora si è letto in essa pietra nel VACWM' 
ESSE • PLACET (1. 23.), II lodato prof, Momm. al- 
lega a confronto di questa la legge Quinzia del 743, 
ove per altro prescrivoqsj quindici piedi VTRAQVE 
EX PARTE circa fontes et fornices et muros, ma cin- 
que soltanto incolli circa rivos ^ui sub terra asenl, <t 



— 119 — 



apecus , ttUra urhem , et extra urhem intra continentia 
aedifcia. Questa disposizione dei quìiulici piedi nella 
nuova legge data da Costanlino nei 331 dlG.C.fuc- 
stesa anche ai rivi: Practerea scire pos oporlcl,pcr quo- 
rum praedia ductus commeant, ut dexlra, laevaque de 
ij)sis formis quindecim pedibus intermissis arbores ha- 
heant. 11 prof. Monim. repula legge degli acquidolti 
privati quella che prescrive circa aquam late decempe- 
des(L.30.D.de Servitut. praed. rustie); ma la misura 
medesima trovasi di poi ordinata ancora da Teodosio 
il giovane intorno all' acquidotlo Adriano. Sancimus 
mìcum publicum aquarum mdlis intra dcceni pcdes 
arboribus coarclari , sed ex utroque lalere decempedale 
spatium integrum ilUbalumque servari (L. 5. Cod. de 
Aquaeductu). Così dagli otto piedi dei tempi Augu- 
stei si sarà passato in seguito ad altra più larga misu- 
ra , finché Costantino la determinò ai i o piedi. Non 
ci è rivelato nella tavola il metodo tenuto a procura- 
re Io sgombro di que' sedici piedi ; ma riportandosi 
ai tempi della colonia , è facile intendere qualmente 
reipublicae utilitate ea spatia vindicarenlur ( Frontin. 
§.128.). 

PER QVEM LOCVM etc. A queste disposizioni 
corrisponde un secondo Se. del medesimo anno 743, 
nel quale si provvede alla maniera di rifare , asse- 
gnando r ager vacuus agli artefici aquae ducendae re- 
ficiundae causa , e per trasportarvi i materiali , che 
dovean prendere dal luogo più vicino , QVO PRO- 
XViME POTERI! , dice la tavola venafrana, VNDE 
QVAEQVE EORVM PROXIME POSSINT la legge 
Elia del 743. E ciò tanto a risparmio di spesa, quan- 
to perchè si evitasse l'incoramodo al proprietario del 
fondo; e per lo contrario nel caso esposto da Pompo- 
nio, (L. 11. D.Communia praediorum tam Urb. quam 
Rust. ) colui che ha il dritto di derivar l' acqua vici- 
no al fondo altrui, lo ha ancora di rifare il condotto, 
onde si dispone , ut spalium rclinqual doìninus fundi 
dextra ae sinistra , né però si dice se di dieci piedi , 
o di quanto debba essere detto spazio ; per la qual 
ragione Pomponio scrive, che Si prope tuum fundum 
jus est indù rivo aquam ducere tacita haec iam sequun- 
tur , ut adire , qua proxime jwssim , ad reficiendum 
eum ego, fabrique mei, passim (L. 11. §. 1. D. Com- 



munia praed. Cam Urb. quam rustie. ) Ma niuna re- 
strizione di uso è nella legge Elia, dicendosi in gene- 
rale : PER AtiROS PUIVATOKVM ITLNEHA AC- 
TVS PATEKKNT (Front, p. 212). 

Poiché ho parlato dello spazio colto, e dell'incollo 
accanto al corsi d* acqua , parmi luogo dire alcuna 
cosa intorno all'uso dello spazio colto. Era costume 
romano di dare in appalto le opere pubbliche ai 3/an- 
cipes , o Redemptores, e i dazii vectigaìia ordinati alla 
rifazione , e mantenimento di esse, ed alle paghe de- 
gli uffiziali addetti, e dei servi pubblici (Frontin. art. 
96). Ritraevansi questi dall'affitto dei pascoli e degli 
edifizii appartenenti alla cura delle acqueiEa conslaitt 
ex villis aedificisvc quae sunt circa ductus, aut castella 
aut munera, aut lacus {id. Art. 1 18); che cosi leggo il 
corrotto exolidifficisse del codice cassinese, col Cor- 
radino (Corradin. de Allio Sex. lui. Frontini locade- 
speratissima.Venetiis. 1742. p. 23.). Aggiugne la leg- 
■ge quinzia il diilto di pascere lierbam , fvnum secare 
etc. ap. Front, p. 226. Fransi perciò ordinali i ter- 
mini ut constarei, quae esscnt ad liocvecligal pcrtineii- 
tia loca (Front, p. 204.); due di questi furono già co- 
piati da altri , ed uno ne ho trascritto io medesimo 
ai PuzzilU ( V. il nostro Bull. p. 53 ). 

11 prof. Mommsen che ne dà un' altra lezione trat- 
ta dal mss. de Utris e dal B. Inst. p. 48. , crede, che 
appartenesse a qualche rivo derivante dall' acquidot- 
lo, forse per uso di bagno, e che pagava dazio annuo 
all' erario municipale, e però legge VECtigalis, j). 59. 
Io ritengo Vectigal col confronto della iscrizione di 
Castro, VECTIGAL BALNEARVM, e perché simili 
cippi terminali veggo essersi ordinati da M. Aurelio 
e L. Yero, propter controccrsias, quae inter mercatores 
et mancipes ortae erant, uti fincm dcmonstrarenl v«- 
cligali . . exigundo. Creili 3347. 

ADVEHERE . ADFERRE . Advehi're adportare- 
que ea quae ad rem opus essent, scrisse l]lpiano(L.1. 
§. 6. D. De rivisj ; Quae ad refectionem ulilia essent 
adportanli, sono parole di antica legge riferita da Ve- 
nuleio (L. 4. D. De itin. acluq. prlv.) ; TOLLI-SVMI • 
PORTARI,TOIXERENTVR • S\ MEREXTVR- EX- 
PORTARENTVR sono frasi della legge Elia. 

QVAEQVE INDE EXEMPTA eie. Riguardasi eoa 



120 — 



ciò a non ingombrare altro suolo, che gli otto piedi as* 
segnali già all'acquidollo, e così Pomponio nel caso ri- 
ferito più avanli: Spalium relinquat, quo dextra et si' 
nislra leiram, limum, arenam, calcem iacere possim (L. 
c.).Ouindi il SINE INIVRIA CVIVSQVAM della leg- 
ge Elia, meglio determinasi col giudizio Damn* ni/e- 
cli. Paragona (L.3.§.9.D.De rivis). De damno quoque 
infeclo cavere cum lì ebere , minime dubilari oporlet. 

DVM OB EAS RES DAiMNI INFECTI IVS BA- 
RI PROMlTrATVR eie. Vuole la legge, che i de- 
cemviri attendano, prima di venire ai lavori intorno 
l'acquidotto, che si dia la cauzione de damno in fe- 
do ; ius dari damni infccli. ( Cf. 1' editto del Pretore 
L. 1. §. 38. D. de aqua coltidiana): Quandoque de 
opere faciendo inlerdiclum eril damni in fedi caveriju' 
hebo. Qui il jus dari parmi adoperalo nel senso equi- 
valente ad adionem dare, dare alieni jus h. e. facul-^ 
talem agcndi, conlra me, ex damni in fedi fob dani- 
tium quod limelurj. 

DMI NE OB ID OPVS FONS MINVCIORVM . . 
IXVIVS FIAT eie. I lavori di restauro da eseguirsi all' 
occorrenza, ed il materiale di trasporto, e di esporto 
avrebbe potuto ingombrare sì fattamente il suolo, che 
non riuscisse di passare al fonte dei Minucii; però si 
avverte qui, che lascino il passaggio a coloro, che van- 
no al fonte dei Miuucii. Per quel luogo medesimo , 
ove era il fonte, passava l'acquidotto Venafrano, onde 
ii prescrive qui, che debba prestargli la servitù del li- 
bero passo, I fonti prendevano talvolta nome dai pa-? 
droni; Cali fons, dice Feslo, ex quo aquq petronia in 
Tiberini fluii, didus, quod in agro cujusdam fuerilCali 
(p,4^).Miilll'r). Cosi nella lapida dell'acquidotto diVi- 
twbo illustrala dai ch.sig.prof.Orioli: MVMMIVS-NI- 
GER VALKRiVS VEGETVS COiXSVLAR AQVAM 
SVAM VEGETIANAM QVAE NASCITVR • IN . 
FVNDO ' ANTOMANO MAIORE P • IVLII • VAR- 
ROMS CVM EO LOCO IN QYO IS FONS EST 
E.M ANCIPATVS dXXll eie, FONTE NOVO, e PVR- 
GATO FONTE è nella Lap, di Caracalla,(Orelli, 52, 
cf. De Rossi, le prime raecolle elc.p.35), e IlHriJN 



Bl% TON ArnrON EnoXETETXAS è la frase 
del lesto Greco della lapida Ancirana (C. 1.4040, 19). 

NEVE Q D M • OPVS MINVS etc. Riesce alquanto 
oscura questa parte del secondo divieto. È chiaro , 
che il Iransire non può aggregarsi ai verbi di signifl- 
cato attivo, che gli vengono appresso; però non resta 
altro scampo che di costruire le parti così: Neve quis 
rede possit dolo malo transferre (ransvertere opus ex 
agro suo in parlem agri , minus quam Iransire possit, 
ovvero più semplicemente cosi ; in parlem agri qtiam 
(parlem) minus transire possit. Nel secondo caso sa- 
rebbe il minus posposto al quam, ove nella lapida in- 
vece lo precede. II senso è, parmi, che non è lecito a 
veruno col pretesto di restaurar l'acquidotto condur- 
lo per altra parte del suo agro. Nello stesso modo Ul- 
piano. — Proinde elsi per alium locumvelil ducere, ini' 
puneprohibelur, [cioè rerte, jMrf),(L.l,§l l.D.De rivi). 

NEVE QVI • • CORRVMPERE- ABDVCEREA^ 
VERTERE. Il Corrumpere in materia aquaria è di voi- 
gar uso. CANALES VETVSTATE CORRVPTOS ET 
DISSIPATOS, ha la lapida Reatina dei Larzieni (Mu- 
rai. 478. 1 .). Nel frammento di lapida del museo Discari 
edito dal eh. amico sig. Gervasio, [Iscr. dei Luccei, p. 
16), si parla di MEATV, e CORRVPTIONE onde 
l'acquaFVERAT POLLVTA. Frontino poi all'art. 120, 
Opera veluslale corruHi;)un<ur, ed all'art. 122, Tedoria 
faquaej corrumpunlur (Front, p. 214.) ; e nel Senat. 
Cons. del 743, OPERA PVBLICA CORRVMPVN- 
TVR" ed i'ywy°^S vO'X'rùuv Itsi à.pX.'^térrirosdtxipQx- 
p/cTas è nella lapida Ancirana (C. 1,4040, n. 17). Ma 
nella legge Quinzia : QVICVMQ VE • • FORAVERIT ' 
RVPERIT • PEIOREMVE FECERIT QVOMINVS 
EAE AQVAE eie., e nella costituzione di Costantino 
Ne earum radices fabricae formam corrumpant (L.l. 
6. De aquaed). h'avertere è ripetuto nella legge degli 
Augg, Arcadio ed Onorio dell'anno 401, intorno aU 
r acquidotlo Augusto in Campania : Si quis ntealum 
aquae ausus fueril avertere, 



(continua) 



Gaiirccci. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g, 
GjLLio 3^l^ERVI.^^ —Editori, 



Tipografa di Giuseppe Càtaneo. 



BULIETTINO ARCHEOLOGICO MPOllTAm 



NUOVA SERIE 



TV." 16. 



Febbraio 1853. 



Monumenti atmani. Scoperte di S. A. R. il Conte di Siraai'ia , continuazione del n. H. — Di alcuni antichi 
oggetti diversi provenienti dalla Magna Grecia, dalla Sicilia, e da Roma. Da lettera del eh. ab. D. Cele- 
stino Cavedani al signor Giulio Minervini. — Descrizione di alcuni vasi dipinti del real museo Borbonico. 



Monumenti aintani. Scoperte di S. A. R. il Conte di 
Siracusa — Contin. del n. /4. 

Nella nostra (avola Vili. n. 12 abbiamo creduto 
opportuno presentare una pianta del sepolcro , ove 
ebbe luogo un sì curioso ritrovamento, la quale dob- 
biamo alla cortesia dell' egregio Architetto sig. Fau- 
sto Niccolini. Vcggonsi in essa segnati i diversi cada- 
veri in quel modo appunto come si offrirono agli sguar- 
di di coloro, ch'entrarono nel sepolcro. Lo scheletro, 
che vedesi sul lato opposto alla porta aveva presso la 
persona disposti i sei vasi di vetro, de' quali sopra ho 
accennato: due di questi vasi della forma di una tazza 
sono rossi con moUi fiorellini di colore più chiaro in- 
seriti nella stessa massa del vetro, che vagamente li ador- 
nano; due sono interamente verdi con cerchietti rilevati 
fra loro concentrici, ed appariscono di maravigliosa leg- 
gerezza, e di accuratissimo lavoro; finalmente l'altra 
coppia di vasi, alquanto più profondi de'precedenti, è 
di vetro bianco , e solo internamente adorna di fiori 
dipinti nella massa del vetro, di un genere che non è 
nuovo negli antichi monumenti. Veggasi a tal propo- 
silo il Winckelmann [Slor. dell'arte lib. le. li §. 
24-33, t. 1 p. 75-90 ed. Prato), il Buonarroti [os- 
servaz. istor. sopra ale. medagl. proem. p. XVI e p. 
437, 495 ; e nella prefazione dell'opera oiserv. sopra 
alcuni framm. di vasi ani. di vetro), e principalmen- 
te la dotta discussione del Sig. Raoul-Rocbetle fpeint. 
ani. inéd. p. 379 e segg.), il quale non omette di ri- 
cordare le pitture nel vetro del genere di quelle, che 
si osservano entro le due bianche tazze del nostro cu- 
mano sepolcro (p. 382 e seg. Cf. Schuiz negli annali 

ANSO I. 



dell' Fst. 1839 p. 98). Su questo medesimo cadavere 
fu ritrovala la monetina di bronzo di Diocleziano, della 
quale di sopra facemmo menzione. Presso a'due cada- 
veri dalle teste di cera vedevasi il vasetto ad uso di scri- 
vere ( atramenlarium ) , ed i residui di una cassetta di 
legno con ornamenti di bronzo, contenente varii og- 
getti del mondo muliebre, Ira'quali due aghi crinali 
di osso ; più alcuni pezzetli di terracotta dorata , for- 
se parte di una funebre collana (vedi la nostra osser- 
vazione nel bull. arch. «a^j. an. Vip. 85), e due pic- 
colissimi vasellini di vetro delia forma del cantharo?, 
A compiere la narrazione di quanto ci è riuscito di 
raccogliere sulle circostanze di un tale scavamento, 
avverto che accanto alle due immagini di cera furori 
trovate varie assicelle di osso della lunghezza di un 
palmo all' incirca , ma molto sottili , e senza lavoro 
alcuno. Il Sig. Fiorelli , a cui non è sfuggita una ta- 
le particolarità , crede che servissero già di sostegno 
a tenie , o ville , ed anche a più larghe zone di tela , 
che in qualche modo i volli delle due immagini copri- 
vano ( pag. 4. ). Vengo ora a dir qualche cosa di 
queste medesime immagini , che più di tuli' altro ri- 
chiamano la nostra attenzione. Antichissimo era fra' 
Greci il costume di proccurarsi ritratti di perfetta so- 
miglianza per mezzo d'immagini di cera. Col più 
fucile metodo , che fornisca la plastica , si ricavava 
dalla fisonomia slessa la forma in gesso , e poscia si 
eseguiva in cera il ritratto , correggendone tutte le 
piccole inesattezze , che potcano ritrovarsi nel gesso, 
a discapilo della perfetta similitudine del volto. Ecco 
le parole di Plinio : Huminis autem imaginem gypso 
e facic ipsa primus omnium (Dibutades) expressit, ce- 

10 



— 122 - 



raque in eam formam gypsi infusa emendare insliluit 
Lysislratus Sicyonius, fraler Lysippi, de quo dixlmm 
(Histor. nat. lib. XXXV e. XII segm. 44, voi. V p. 
172 ed. Siliig). E si noti che Plinio non fa alcuna di- 
stinzione ; per nnodo che può credersi adoperato quel 
metodo anche per proccurarsi i ritratti delle persone 
viventi. Di non dissimile lavorio erano le /majmes ce- 
reae de'Romani, le quali custodivansi in armadi! di le- 
gno , nelle ale dell' atrio della casa , donde trasvansi 
fuori o nelle festività , o per accompagnare i funerali 
che avvenivano nella famiglia: anzi ne assicura Polibio, 
elle talora adattavansi al volto di particolari persone, 
le quali seguendo il funebre convoglio davan quasi 
r idea che fossero gli estinti richiamati a novella vita 
per fare al defunto onorevole corteo (Veggansi su tutte 
queste cose Kirchmanno de funer. lib. II cap. 7; Ro- 
sin. aniiq. rom. lib. 1 cap. 19: Raoul-Rochette pem<. 
ant. inéd. p. 335 e seg., 342 e seg.; Visconti prefaz. 
al voi. VI del museo Pio-Ciem.; Avellino descriz. di 
una casa poni. 1837 p. 21 e 22. ; Quatremere de 
Quincy Jupiler Olympien p. 36 e 37 ). Alla medesi- 
ma classe di ritratti appartengono senz' alcun dubbio, 
le due protome di cera del cuniano sepolcro ; delle 
quali il Sig. Fiorelli ha già pubblicata la virile nella 
sua tav. 1 , che noi riprodurremo in più piccole di- 
mensioni in una delle tavole seguenti. Resta però da 
spiegare il fatto isolato della mancanza de' cranii , e 
della sostituzione delle immagini ad essi. Il problema 
sembra di dilTicile soluzione ; ed io mi accingo a dar- 
ne una qualunque siasi dichiarazione (I). 

In alcune quistioni si fanno notevoli passi per la ri- 
cerca del vero, quando si procede eliminando quello 
che non è possibile ; giacché riducendosi il giudizio 
umano fra' limiti di que'soli casi, che non contrasta- 
no con difficoltà insuperabili, si vede tostamente con- 
dotto sulle tracce della verità , la quale talvolta spon- 
taneamente si offre agli sguardi di chi la ricerca. 

Io dunque comincerò dall' esaminar la possibilità 
delle opinioni finora proposte, o che potrebbero pro- 
porsi ; dopo di che metterò in veduta una mia con- 



(1) Questa nostra dichiarazione fu comunicata alla reale accade- 
mia Ercvlanese nella loruala de' IS del coireute. 



ghieltura , della quale lascerò valutare a' dotti la pro- 
babilità. 

Il Sig. Fiorelli, nella citata recente pubblicazione, 
pensò che il fatto non potesse altrimenti spiegarsi che 
supponendo la inesistenza delle teste nel momento, in 
cui tutti quei cadaveri furon sepolti. In conseguenza 
da questa idea sospinto pensò ad una famiglia cristia- 
na, la quale ne' tempi dell'ultima persecuzione meritò 
1 palma del martirio. 

Io non saprei facilmente accostarmi ad una tale in- 
gegnosa opinione ; e me ne allontana principalmente 
la perfetta mancanza di qualunque simbolo , che ri- 
cordi il cristianesimo nella tomba cumana, della qua- 
le ci occupiamo. So molto bene che non poche volte 
ritrovaronsi monete d' imperadori ne' sepolcri de'Cri- 
stiani fino ad un' epoca molto posteriore (Raoul-Ro- 
chelle Irois, mém. sur les anliq. chréi. p. 224 segg. ); 
ma sarebbe strana cosa l' imaginare , che i parenti , 
gli amici, o icorreligionarii de' sepolti volessero ador- 
narne la tomba con una moneta ritraente la effigie di 
quel mostro, che U avea fatti martoriare ed uccidere. 
A ciò si aggiunga, che se le monete e gli altri orna- 
menti furono rinvenuti in sepolcri cristiani , dovreb- 
bero sempre additarsi gli esempli pe' sepolcri de' marr 
tiri. E dall' altro lato sembra impossibile l' imaginare 
che non si fosse messo alcun istrumento di martirio^ 
verun segno di questa notevole onoranza della vita in 
una tomba , ove ben quattro corpi si collocavano di 
confessori della Fede: sembra del pari impossibile a 
credere che raccor si potessero i corpi, e nessuno dei 
cranii ad essi pertinenti. Se verun indizio di cristia- 
nesimo , o di martirio ne facesse distinguere i corpi 
de' generosi campioni della Fede, ben mille volte ne 
disperderemmo all'aria le ceneri, ne getteremmo nel 
fango le sante ossa : e ciò non poteva non essere pre- 
veduto da que' zelanti amici o congiunti, che ebbero 
il pensiero, col proprio pericolo, di seppellirli. É poi 
conosciuto che i particolari prestavano i proprii fondi, 
per la sepoltura de' martiri : recare i cadaveri nella 
necropoli pagana sarebbe stato lo stesso che accrescere 
il pericolo di essere scoperti e perseguitati: sarebbe stato 
lo stesso che esporre i corpi de' martiri alle irriverenze 
de' loro nemici , piuttosto che strapparli dalle loro 



— 123 - 

mani. Che se trovansl talvolta Cristiani sepolti in tombe orecchie della lesta di cera, di che discorriamo, sono 

pagane, questi fatti devonsì riportare almeno al quarto tanto ampli, che può loro ben convenire l'iperbolico 

secolo dell' era volgare , quando già la Chiesa aveva sinonimo di fcneslrae : e pare che dal medesimo luogo 

ricevuta la pace , né più la infestavano le empie per- di Giovenale si ricavi l' uso di più fori ad un solo orec- 

secuzioni. Se pare improbabile la ipotesi del Signor chio, dicendosi in aure fmeurae; la qual cosa potrebbe 

Fiorelli: vediamo se regge ad una sana critica la sup- unicamente convenire ad uomo di orientali costumi; 

posizione che si tratti di condannati a' quali fosse sta- Supposti Persiani o Alessandrini , si spiegherebbe 

ta tronca la testa. Questo supplizio era molto comune ancora la sostituzione delle teste di cera : pe' secondi 

neir antichità, specialmente nel caso di odii di parte, dal rammentare che immaginette di cera , benché 

o di delitto di maestà. Frequentissimi sono gli esempì di diverso genere, furono pur rinvenute in tombe 

raccolti dagli scrittori, fra' quali sene trovano parec- Alessandrine. In quanto a' Persiani , è importante il 

chi, che ci offrono ora teste corrotte e quasi distrutte ricordare essere generale costume di quelle popola- 

su pali , a cui furono alfisse; ora recate finanche in zioni ungere di cera i corpi de' loro cadaveri (v. sopra 

lontani paesi, per esser mostrate a coloro che ne bra- p. 1 07). Se dunque non potettero adoperar questa prat- 

mavano la morte (Vedi Gebhard ad Cornei. Nep. tica, per essere in qualunque modo distrutti o dissipati i 

Alcib. p. 132 not. 7 ed. Lugd. Balav. 1728; e Dem- craniidiquei cadaveri, vi supplirono con teste di quella 

pstero Elruria Reg. lib. II. e. LII. p. 216 seg.). Va- medesima materia formate, che apparir doveaall'ester- 

gheggiando questa idea potrebbe ricordarsi che sotto no: vi aggiunsero gli occhi di vetro a compir laillu- 

Diocleziano imperadore vi fu asprissima guerra contro sione, ricoprendo forse il capo di tiara, ed il corpo di 

i Persiani e contro gli Alessandrini: e quindi non sa- altre vestimenla, delle quali non rimase alcuna traccia 

rebbe strana cosa l'immaginare il supplizio subito da alla tarda posterità. 

una famiglia di quelle regioni domiciliata per avven- Né si dica che la totale mancanza de' cranii all'epoca 
tura in Cuma , per sospetto o per delitto di tentala della sepoltura avrebbe impedito di esprimere la fiso- 
sedizione, nel maggiore accanimento dei Romani con- nomi a di quegli estinti; giacché potevano prendersi 
tio la nazione a cui essa apparteneva. Varie ragioni da busti marmorei precedentemente scolpiti ; o tenersi 
possono afforzare una simile conghiettura, varie op- in casa belli e formati , mentre erano in vita coloro 
posizioni possono dileguarsi. Gli scheletri della tomba che n' erano rappresentati. È facile poi dileguare la 
cumana potevano essere di Alessandrini o di Persiani? opposizione, che trar si potrebbe dal vedere con tutta 
-Osservando diligentemente la testa di cera salvata dalla diligenza sepolti uomini condannati nel capo. Già le 
distruzione, si scorgono ambe le orecchie forate, ab- romane leggi provano, che non dinegavasi loro la se- 
benchè sia virile. Non nego già che gli orecchini fos- poltura. Dice Ulpiano : Corpora eorum qui capile la- 
sero talvolta adoperati anche da' Romani, e da'Greci, mnanlur, cognatis ipsorumneganda non Sìtnt ; e sog^iu- 
ma ritengo che un tale ornamento a tutte due le orec- gne: el nonnumquavi non permillilur , maxime maje- 
chie è più conveniente a popoli asiatici ed orientali ; s(alis causa damnalorum (Dig. lib. XLVIH. tit.XXl V. 
per modo che furono in uso appo di loro si fatlamente, 1. 1 ) : dal che viensi ad indicare che per solita regola 
che da' fori delle orecchie venivano liconosciuii. si permetteva anche a* ribelli l'onor del sepolcro. Né 

Così da entrambe le orecchie forate fu ravvisato diversamente il giureconsulto Paolo ne insegna; cor- 
ner non greco quell'ApoUonide da Agasia presso Se- pora animadversorum quibuslihet petenlibus ad septd~ 
nofonle (àSa|3. lib. I. e. 1, 31). E così pure in epoca ttiram danda sunl (ibid. 1. 2. ). Ma più iniporlanle al 
più recente dicea Giovenale : presente caso è un editto di Diocleziano, e di Massi- 

Natus ad Euphratem, molles quod in aure fcneslrae miano del 290 , col quale venne permessa espressa- 
Arguerinl (Sai. I. v. 104). ' menle la sepoltura ai cundannati : obnoTÌos crimimiìH 

E si noli che i due fori praflicali in ciascuna delle due digno snppìicio siibjectos sepidturae tradì non velamus 



\2\ 



( Cod. lib. Ili , lit. 44 1. 11 ). Per le quali cose non 
dovrà sorprendere affatto , che persone , le quali su- 
birono la pena capitale, anche per delitto di sedizione, 
fossero state tranquillamente seppellite. 

Qualunque sia il valore archeologico della esposta 
conghiettura , non debbo tacere che molte difficoltà 
storiche la rendono meno plausibile. Supposta proba- 
bile la esistenza di una o più famiglie orientali in Cu- 
nia , non altrimenti che nella vicina Pozzuoli ; riesce 
oltremodo strano che da lor si tentasse una sedizione 
nel tempo delle guerre de'Romani in Persia o in Ales- 
sandria , per cui a ben quattro individui s' infliggesse 
nello stesso tempo il supplizio. Non era già una po- 
polazione intera , che sperar potesse la vittoria ; ma 
si trattava di poche persone soggette al potente dominio 
di Roma. E pure in questa ipotesi di un avvenimento 
non provato, ed in certo modo improbabile, sarebbe 
strana cosa la perdita totale de' quattro crani! ; spe- 
cialmente trattandosi di persone di non grande impor- 
tanza, e certamente tali che non richiede vasi la pre- 
sentazione delle loro teste , per assicurarne la morte. 

Se dunque non accontenta pienamente l'umano ra- 
ziocinio la doppia ipotesi Uel martirio subito da Cristia- 
ni, o della condanna inflitta a delinquenti, rimarrà ne- 
cessariamente provalo che i cranii furono tolti a' cada- 
veri per tutt'altra ragione, e probabilmente dopo la loro 
sepoltura. Ma per quale motivo? Ecco quello appunto 
che vengo brevemente a proporre. Fra i delirii della 
gentilità , ve ne fu uno, che è un misto di stoltizia e 
di empietà : dir voglio la magia. Fralle nefande ope- 
razioni di coloro , che dedicavansi a' sortilegi! , eravi 
anche quella di penetrare nelle tombe degli estinti , dì 
tagliare a pezzi i cadaveri, per usarne a prò delle loro 
vane ed irreligiose pratiche. Leggiamo in Apulejo: Sed 
oppido formido caecas et inevitabiles lalebras magicae 
disciplinae. Nani ne mortuorum quidem sepulcra luta 
dicuntur: sed ex bwilis et rogis reliquiae quaedam, et 
cadaverum praesegmina ad exiliahiles viventium for- 
tuiias petunlur. Et cantatrices anus in ipso momento 
choragii funehris praepeti celerilate alienam sepulturam 
anlevortunt. [Melam. lib. II. 33, s.t.I.p.l39a. Oud.). 
Lo stesso Apulejo descrive altrove una magica offici- 
na : e fralle varie parti di cadaveri preparale all'eser- 



cizio di quella superstiziosa follia, rammenta i duri 
teschi d' infelici morti. Prìusque apparatu solilo in- 
slruit feraìem o/Jicinam, omne genus aromatis, et igno- 
rahiliter laminis lilteralis, et iufelìcivm Manivv 
DURÀNTiBus cALVis: defletorum, sepultorum etiam ca~ 
daverum expositis mullis admodum memhris. Hic na- 
res et digiti, iìlic carnosi davi pendentium: alibi truci- 
datorum servatus cruor, et extorta denlibus ferarum 
trunca calvaria (Ibid. 1. III. 34,s.p.20o s. Oud.) (I). 
Racconta Giovanni Salisberiense che in Antiochia si 
trovarono moltissime casse piene di teste umane, ser- 
vite alle infami prattiche del mago Giuliano : In An- 
tiochia quoque arcas in Palatio plurimas humanis ca- 
pilibus plenas invenerunt, et demersa puteis innumera 
corpora morluorum'[nugar. curici, lib. VIII e. XX): 
ed altri esempli di violazione di sepolti cadaveri per 
uso di magia si trovano in S. Girolamo ( in Daniel. 
t. IV f. 497), in Porfirio [de abslin. ab animai, lib. II. 
f. 33.) , in Stazio ( Theb. IV. 510 segg.), e nel citato 
luogo di Lucano , il quale rammenta coloro che aiu- 
tavano le empie operazioni 

.... fidi scelerum, suelique ministri 
Effractos circum tumulos, ac busta vagati eie. 
( Phars. VI, 573 s. ). Queste operazioni tenebrose e 
malvagge della magia danno a nostro giudizio la piùi 
plausibile spiegazione del novello fatto archeologico. 
E per verità una tomba ben vasta, con quattro cada- 
veri, con lavori di vetro di una certa eleganza , non 
contenendo alcun oggetto di valore, ci facea dubitare 
che fosse stata perquisita anticamente da quella classe 
di ladri degli antichi sepolcri, che ruixfiMpvxpi veni- 
vano con greco nome appellati. Ora siamo persuasi 
che altre piìi infami persone insieme colle teste de'se- 
polti, rapirono tutto ciò che di prezioso era nella sup- 
pellettile , o negli ornamenti conservati nel sepolcro. 
Potrebbe immaginarsi , che quella sostituzione di 
protomi di cera fosse stata fatta posteriormente (2), al- 

(1) Noi abbiamo ritenuta la correzione del Lipsio , che ci sem- 
bra la più ragionevole. Del resto il luogo di Apulejo soggetto in 
tutte le sue parti a varie interpretazioni si spiega mirabilmente 
col confronto di Lucano (Phars. VI, 507 segg. ); siccome mostre- 
remo in altra occasione. 

(2) Non ci sembra fondata la osservazione di Winckelmann (pierr. 
de itoseli p. 217 n. 1315) sulle nias<;bt:re deposte ne' sepolcri in- 



— 12:; 



lorchè nel riporre i nuovi cadaveri, si avvidero della 
brutta mutilazione de' due capi. Né dee parere mara- 
viglioso che la medesima mutilazione subissero i nuovi 
sepolti, potendosi esser presa di mira una particolare 
famiglia per particolari superstizioni, le quali noi ri- 
fiutiamo di andare indagando. Ovvero il sepolcro fu 
violato, quando già i quattro cadaveri vi erano stati 
riposti ; e fu scoperto il delitto nel sepellire qualche 
servo, di che può giudicarsi esser le ceneri delle cinque 
olle mortuarie disposte ne* diversi loculi in giro. 

Questa spiegazione vien confermata da un'alira sco- 
perta , ch'ebbe luogo non ha guari in altro cumano 
sepolcro : vo dire di una di quelle laminetle di piombo 
relative a magiche esecrazioni, le quali sotto il nome 
di ;c«raS/ffs/s , e defixiones soa conosciute. Questa è 
posseduta da S. E. il Cav. Tempie in Napoli , e fu 
pubblicata dal Sig. Henzen , f annali dell' hi. 1846. 
pag. 203. seg. ) poi riprodotta dal Franz ; ( nel corp. 
inscr. gr. voi. III. p. 756 e seg.) ed io slesso vi feci 
alcune osservazioni in altra pubblicazione fBall.arch. 
nap. an. VI. p. 66 segg. Di simili laminette di piombo 
ritrovate in sepolcri dell'Attica, vedi Boeckh e. inscr. 
gr. n. 538, 539, e le cose da lui dette; non cheHein- 
sio ad Ovid. amor. III., 7, 29). Da molte ragioni si 
manifesta che questa laminetta di piombo appartiene 
al secondo o terzo secolo dell' era cristiana ( Henzen 
/. e. p. 214 ; Franz. /. e. ) ; cioè intorno a quell'epoca 
appunto, in cui si trova il corrispondente fatto de' rapili 
teschi da un altro cumano sepolcro. E certamente 
questi due fatti del tempo medesimo e nella medesima 
Cuma si danno una scambievole luce. Più antica è una 
laminetta di piombo con imprecazioni ritrovala in que- 
sti ultimi tempi ne' sepolcri romani della via latina ( v. 
il eh. p. Marchi nella Civiltà CatloUcayUl, 243 seg.), 
sulla quale il Sig. Cav. de Rossi ha fatto alcune dotte 
osservazioni [bullett. dell' Ist. 1852 p. 20 e seg.). Or 
questa lamina appartiene al piìi tardi all' ottavo secolo 
di Roma (v. de Rossi Le. e Cavedoni nello stesso bul- 
/f«inop.l35 e seg.). Si pruova quindi che queste ma- 
gie per ra ezzo de'morti già si usavano in Roma in quei 

iieme co' cadaveri. Del resto vedi su di cib il sig. Raoul-Roch«lt« 
( Irois. meni, sur les ani. chr. p. 130 s.). 



tempi. Si trae lo stesso da ciò che racconta Tacito di 
Pisone; nella cui casa furono rinvenute simili incanta- 
gioni : Et reperiebanlur solo ac parielihus erutae hii- 
manorum corporum reliquine , carmina et devotiones , 
et nomen Germanici plumheis tabulis inscuiptum etc. 
(Annal. II. , 69 : cf. Dione Cassio LVII. 18). Note- 
volissimo è questo fatto, perchè non altrimenti che il 
citato passaggio di Apulejo , ravvicina le tavolette di 
piombo , alle violazioni de' sepolcri : come i due ri- 
trovamenti cumani esser denno tra loro ravvicinati. 

Ci sembra importante l' annunzio dato da' chiaris- 
simi P. Secchi e cav. de Rossi del ritrovamento di 
laminette di oro , o di altri men nobili metalli , con 
iscrizioni, nella bocca di teschi di cadaveri, rinchiusi 
in urne di terracotta [bullett. dell' Ist. IS^ì p. 151-s.). 
E ci riserbiamo di farne il confronto co' monumenti 
cumani quando ci sarà dato di averne una pili parti- 
colareggiata notizia. 

Queste poche cose ho creduto di dire sulla singo- 
larità di un fallo così nuovo e curioso. In qiMlun(|ue 
caso, abbiamo sotto gli sguardi il primo esempio dei 
rilratti in cera, delle notissime imaijines ccreae, ed un 
altro argomento delle superstiziose idee degli antichi , 
e di una delle loro empie follie nelle nostre regioni. 



f continua J 



MlNERVIM. 



Di alcuni antichi oggetti diversi provenienti dalla Ma- 
gna Grecia, dalla Sicilia, e da Roma. Da lettera 
del eh. ab. D. Celestino Cavedoni al signor Giulio 
Minervini. 

Non saprei come meglio festeggiare un evento si 
fausto e felice (la comparsa della nuova serie del bui- 
lettino archeologico napolitano ) , che nel darle rag- 
guaglio di alquanti oggetti antichi provenienti di re- 
cente dal sempre ricco emporio del Regno delle due Si- 
cilie, e recali in Modena mia, parte dall' ottimo nostro 
Principe 1' Arciduca Francesco V d' Austria-Este , 
parte da un negoziante di anticaglie, e parte da altri. 
Fra gli oggetti antichi , che S. A. R. riporlo dal 
suo viaggio in codeste felici contrade , le accennerò 



— 126 — 



da prima un bello intaglio in piccola corniola di for- 
ma ovale , rappresentante uno Sparviero posato so- 
pr' esso un ramo di palma , con laurea nel becco , e 
con lo pscent Egizio in sulla testa : sopra l' estremità 
superiore del ramo di palma vedesi posata una far- 
falla. Questa gemma probabilmente proverrà dalle 
parti di Catania, ove suole trovarsi copia singolare 
di antichità Egizie (Eckhel T. I , p. 204). Fra le me- 
daglie riportate da S. A. R. primeggia un bellissimo 
aureo di Cerone II, nel quale mi riesce nuova la spiga 
accompagnata dalla lettera <t di retro alla testa di Pro- 
serpina inghirlandata di due spighe fogliute. La figura, 
che nel riverso guida la biga in tutta corsa , parmi 
vestila di ampia e lunga tunica cinta , non alle reni , 
ma verso il petto (cf. Trésor de num. Rois Gr. PI. I, 9). 
In un didrammo di Velia col simbolo della triquetra, 
posta di mezzo alle lettere ^ I, ciascuno de' tre cal- 
cagni di essa è fornito di ala (cf. Carelli, tab. CXXXIX, 
42). In altro di Metaponto (cf. Carelli, tab. CLVII, 
n. 130) da una parte è la solita spiga, con la scritta 
META , e dall' altra una figura virile ignuda stante 
di prospello, e riguardante a sinistra, con clava nella 
d. inclinala in sull'omero , e con la s. applicata al- 
l'anca , lenendo, come sembra, un arco sctlico. Pare 
adunque così ritratto un simulacro d'Ercole, anzi che 
di Teseo o d'altro eroe (cf. Carelli , op. e. p. 83 : 
Avellino, It. vet. num. T. II , p. 13, n. 21 ). Fra le 
venti monete di rame Sicule, riportate da S. A. R. , 
ve ne avea una piccolina col tipo del Cabiro od Er- 
cole- Pateco Fenicio ripetuto nel riverso , con lettera 
Fenicia che somiglia ad un O ( f. Ain ) ; e ciò mi 
parve notevole perchè il eh. Raoul Rochelte f'A/ercM/e 
A<syr. [>. 365-372) mostra dubitare , che in Sicilia 
Irovinsi di colali monete di sede tullor controversa , 
restando in dubbio se spettino a Cossura , o alle Ra- 
leari o ad Ebuso. V erano pure due assi romani di 
bello stile Greco con la testa di Giano bifronte nel 
litio e con laurea nel riverso , entro la quale a pena 
resta qualche vestigio di lettere. Uno di essi, benché 
logoro , pesa sette grammi , e l' altro oltrepassa di 
poco i sei grammi : lo che torna iu conferma dell'av- 
viso del eh. Borghesi (v. la mia Num. Bibl. p. 131- 
132), che colali assi , del peso di un sicilico o sia 



di un quarto d' oncia, fossero impressi io Sicilia dopo 
r espulsione di Sesto Pompeio. 

Colle monete di bronzo ben si connette una sta- 
tuetta dello stesso metallo, alta otto centimetri, rap- 
presentante ima donna vestita di lunga tunica , che a 
pena le lascia scoverta la punta de' piedi calzali, con 
cintura soll'esso le mammelle, e con manto che d' in 
su l'omero s. le ricade dietro la schiena e la ricinge 
tutta a mezzo la persona, andando coll'allra sua estre- 
mità ad avvolgerle l' avanbraccio s. Ella ha nella 
mano s. alquanto prolesa e supina un pomo , o globo 
che dir si debba , e tiene la d. applicata al fianco in 
alto di riposo o d' impero. Pare Venere vincitrice col 
pomo , ovvero l' Eternità col globo in mano , come 
congetturar si può dal riscontro de' tipi delle donne 
Auguste de' tempi degli Antonini : e l'acconciatura 
della chioma , raccolta in nodo nel vertice del capo, 
assai somiglia a quella di Faustina seniore. 

Fra gli oggetti di terra cotta basti pur ricordare 
una bella testina di donna, alquanto inclinata a s. con 
la chioma raccolta in nodo al di dietro ; ed un ma- 
nico di anfora con la seguente marca impressa nella 
parte sua superiore presso la bocca del vaso, in lettere 
greche di bella forma che sembra appellare a' tempi 
di Agatocle o di Cerone II : 

EPI KAAAIKPA 

TET-S (sic) 

AÀAIOT 

Fra le copiose epigrafi analoghe di figuline Sicule 
riportate nel Corpus Inscr. Gr. (T. Ili, p. 67.O-680) 
non trovo , che in altra si combini il nome del ma- 
gistrato Caìlicrate col mese Daìio o sia Delio. Sarebbe 
tornalo interessante conoscere la località, donde pro- 
viene questo frammento di figulina Sicula; ma chi ac- 
compagnava il Duca nostro nel suo viaggio non seppe 
dirmi allro se non che forse fu acquistata a Pozzuoli. 

Fra diverse anticaglie , che seco recava un certo 
Coltellini di Cortona, proveniente da Napoli, mi par- 
vero degne di qualche considerazione le seguenti. Due 
spirali di filo piallo di bronzo , l' una a venticinque 
giri, benché non integra, e l'altra pur rolla a giri 
più larghi mn di minor numero. Pare che servir po- 
tessero di armatura e riparo alla gamba ed al braccio 



127 — 



di un combattente, e segnatamente di un gladiatore; 
sì che l'una forse dir si potrebbe manica e libialeViìl- 
tra (cf. Henzen , Musiv. Burghes. p. 40, tab. I, IF, 
VII: Marini, Arv. tav. a p, 165: Ercol. e Pompei, 
Bronzi tav. 75 ), Un colatoio , ovvero mestola da 
schiumare con un giro di forellini nella parte sua sco- 
dellata , e con foro più largo nel centro. L'estremità 
del manico , invece di ripiegarsi verso la parte infe- 
riore, come nelle odierne mestole nostre , s' inflette 
da un lato e prende forma come di chenisco. Anche 
essa è di bronzo , o rame misto ad altro metallo (cf. 
Minervini , Mon. ined. Barone , tav. XI : Ercol. e 
Pompei , Bronzi tav. 68 ). 

Ricorderò pure tre pezzetti d'ambra di colore co- 
me di mele (cf. Plin. XXXVII, 12), ma ricoperti 
di un' efflorescenza o tartaro bianchiccio. Uno di essi 
è lavorato a foggia di piccolo clipeo macedonico , or- 
nalo di un globetto di vetro incastrato nel centro; al- 
tro ha figura come di pelta tracica ornata di foglia- 
mi ; e r altro ha forma di piccolo priapo ( xl^oTov ) , 
cui stranamente è congiunto , ed inserto per mezzo 
di un anello, lo scroto fatto di bronzo nerastro. Tutti 
e tre questi pezzetti , e segnatamente l' ultimo , pare 
servissero di amuleto, giacché, a detto di Plinio (H. 
Nat. XXXVII , 12); succinum infaniibus adalligari 
amuleli ratione prodesl ; urinae difficultalibus potum 
adalli gatumque (prodesl). 

Il pezzo più bello , seco recato da Napoli , che si 
avesse il suddetto Coltellini, si è una statuetta fittile, 
\uota neir interno , con foro nella base , e con altro 
nella parte sua posteriore , fatto, come pare, perchè 
meglio riescisse la cottura, e con tracce di colore rosso 
in alcune parti. Essa dicesi trovata nelle vicinanze di 
Pompei, non so con quanta probabilità. Rappresenta 
un putto paffutello , alto circa un palmo, che stassi 
mezzo accosciato, piegando fin quasi a terra il ginoc- 
chio suo sinistro , tenendo un frutto , od altra cosa 
tonda, nella mano sua d. posata sopra il ginocchio pur 
d. ed abbracciando nel tempo stesso caramente colla 
s. un cagnolino pomerano che tutto festoso , con la 
coda attorcigliata, protende il muso verso il petto del 
fantolino come in atto di leccare o succhiare la tenera 
di lui mammelletta. 11 putto, del resto ignudo, ha un 



piccolo manto, che gli ricade dietro le schiene e che 
nelle sue due estremila resta sostenuto dalle braccia 
del putto medesimo. O"fslo ha inoltre la corta chio- 
ma ricinta da tenue tenia , o filo che sia , ed un giro 
di globellini attorno al collo , che creder poirebbesi 
di coralli : tanto più che , a detto di Plinio (II. Nat. 
XXXII. 11), surculi fcuraliij , infantiae adaltiga- 
ti, tulelam hahere creduntiir , ed il corallo nasceva 
pure ante Neapolim Campaniae fibidj. Del resto , 
questa graziosa terracotta forse servì dì trastullo a 
quel fantolino, e come cosa ad esso lui cara fu ripo- 
sta con lui nel sepolcro ; e se fu appositamente fatta 
per lui, può credersi che ne rappresenti le nati\ e 
sembianze. 

Da ultimo , per darle pur anche qualche novità 
epigrafica, le trascrivo due epitafì, che diconsi di re- 
cente scoperti negli scavi della Via Appìa , e che in 
originale mi furono , fuor d' ogni mio merito, recati 
da Roma in dono da mano gentile e cortese. 



1. 



A • IO • 
Z • • • 
10- • 

nAiu) 



•loc 
• oc 

• A 

NOm 



TIIT€IMIU)TAT" 
CT.MBIU) 

KAI CCMMI 

KATA nAN 

€nOIIC€N- 
MNHMIIC XAPIN 
Stela di marmo alta 36 centimetri, larga 22 e pro- 
fonda 9 , con largo foro rotondo verso la sommità , 
fatto per servirsene in altro uso, che ha guastate quasi 
per intero le prime quattro righe. Le lettere sono di 
bello e profondo intaglio , e per la forma sembrano 
da riferirsi a' tempi degli Antonini. Supplendo le let- 
tere perdute pare potersi intendere, che questo umile 
cippo fu da L, lunio o lulìo Zosimo apposto al sepol- 
cro di lunia o lulia Paeonopide , sita onoratissima 
consorte, e in tutto onesta, per tramandarne lamemo- 
ria ai posteri. Le lettere finali ni della i linea e l'H 
finale della 5 , sono assai più piccole delle altre , e 
così pure tutte quelle dell'ultima. In fine della penul- 



— 128 — 



lima è notevole la lineetta orizzontale , che verso la 
estremila sua s'ingrossa un pochino e ripiegasi allo 
ingiù , forse per riempiere un piccolo spazio rimasto 
vuoto ( cf. Franz , El. epigr. Gr. p. 375 ). La scrit- 
tura EnoHCeN per EIIOIHSEN trova riscontri ana- 
loghi in altre iscrizioni Greche di Roma e suoi din- 
torni (v. Corp. I. Gr. n. 6510, 6525, 6562, 6630). 
I molti Giuli! e Giulie d'altri epitafli Greci di Roma 
(Corp. I. Gr. n. 6573-6592) rendon più probabile 
il supplimento IOi;XIOC di quello che l'altro lOuflOC. 
2. 

MESSIAE FELICVLAE 
CONIVGI • R • M 

IVLIVS • lANVARlVS 



Parte superiore di una lapida di marmo, larga cen- 
timetri 30 , ed alta 22 ; che nella sua primiera inte- 
grila poteva essere alta il doppio ed anche più. Se 
questa lapida ci fosse pervenuta integra , chi sa che 
al disotto non ci si vedesse delineata una gattina, FE- 
LICVLA , allusiva al nome della defunta , come in 
quella di Calpurnia FELICLA riportata dal Fabretti 
(Inscr. cap. Ili , n. 423, p. 187)? 

Modena 26 dicembre 1852. C. Cavedoni. 

Descrizione di alcuni vasi dipinti del real museo Bor- 
bonico. Continuazione del n. li. 

Certamente una simile statua di Omero vedeasi nel 
portico alla destra del tempio de' Tolommei , come 
assicura Luciano [Demost. encom. 1, 2); ove presta- 
vasi ad essa un religioso cullo. Le figure, che fregia- 
no la edicola nel vasodiCanosa,e che per esser lulte 
<li bianco riputar si deggiono monocromi , o bassiri- 
Iie> i , non disconvengono ad omerico monumento. In 
fatti il vecchio sedente , sul capo del quale mirasi 
sospeso un conico pileo , riputar si dee Ulisse ; ed il 
giovine , che a lui si presenta con l' asta , giudicar si 



potrebbe lo slesso Achille: i quali essendo i due prin- 
cipali eroi della Iliade e della Odissea valgono suffi- 
cientemente ad indicare que' due famosi poemi. Che 
se alcuno dimandar volesse come mai si ritrovino fra 
loro in rapporto que' due omerici eroi, ricorderò che 
nelle Kt;7rg/« si riporta che Achille dopo la morte di 
Tersile recossi in Lesbo per essere ivi purificalo dal- 
l' Ilacese ( Phot. exc. ex cod. CCXXXIX et Prodi 
Chreslom. ). Un' altra particolarità ci sembra degna 
di considerazione nella omerica tomba; ed è l'orna- 
mento ad onda , che ne fregia la base. Non negherò 
che questo ornato, frequentemente adoperato ne' vasi 
dipinti , aver potrebbe una generale intelligenza ; ma 
nondimeno, a mio giudizio, offre una particolare ap- 
plicazione ad Omero. Probabilmente farà allusione 
al fiume ilfeies, presso del quale diceasi nato Omero, 
e di cui faceasi quasi figliuolo nella mitica leggenda ; 
per lo che venne denominalo Melesigene ( Hom. vita 
cap. 3 ; Pausan. lib. VII e. 5 ; Himer. ed. XIII §. 
3 1 ; Philostr. Vit. Soph. dedic. ; Lucian. Demosth. 
enc. 9 : vedi ciò che scrive su questo nome il Lelrou- 
ne negli annali dell' hi. 1845 pag. 309.). Questo 
medesimo rapporto è varie volle indicato nelle me- 
daglie , sulle quali al rovescio della lesta di Omero è 
il fiume dichiarato dal proprio nome, e recando tal- 
volta in mano la Ura (Eckhel doctr. l.IIp.385 e 560), 
forse non senza allusione al fxsXos , simboleggiato da 
queir istrumento. Per chiudere le nostre osservazioni 
su questo primo vaso, noterò che l' apoteosi di Ome- 
ro diversamente significata ed espressa in altri monu- 
menti, nel nostro vaso di Canosa trovasi indicata al- 
tresì dalla donna che a lui si appressa recando con 
ambe le mani un vaso : o che questa sia intesa ad 
onorare il cieco poeta con vaso da sagrifizio , o piut- 
tosto che a lui presenti la divina bevanda dell'Elisio. 
Comunque voglia interpretarsi questa particolarità, 
ognun vede quale strettissimo rapporto esiste fra l'una 
e l'altra faccia di questo importantissimo vaso. 

MlNERVlNI. 



P. Raffaele GAnnccci n.c.n.e. 
GiDLio MfNEBViNi — Editwi. 



Tipografia di Giuseppe Catàseo. 



BILLKTJ 



N.' 17. 



ARCHEOLOGICO IVAPOLITA^O. 

NUOVA SERIE 

Marzo 18Ò3. 



Monumento di arcliilctlura eintfica in Capila (S. Maria). — Il Peui-oikilu omerico in scpolno rumano. — Sulla 
pretesa coppia di Consoli Q. Cecilio e M. Bennio. — Topografia delle spiagge di Baja graffila sopra due 
vasi di vetro. — Osservazioni sullo slesso argomento. 



Monumento di architcìiura etnisca in Capua 
(S. Maria). 

Il moniimenlo sepolcrale di Capua , dei quale fa 
qui luogo discorrere , è non meno prezioso per inte- 
grila, che maraviglioso di struttura. Sarà cosa di gran 
rilevanza per la scienza, che dopo la scoperta di epi- 
grafi etrusclie nel territorio Campano occupato e do- 
minato dagli Etruschi, possa ora mostrarsi anche un 
monumento di arte , e questo dello stile più arcaico, 
a pienamente distruggere i dubbiì del Niebhur. 

I monumenti che ci diano maggiori notizie del ge- 
nere di architettura impiegata dagli Etruschi nella loro 
Elruria sono i sepolcri , dai quali rilevasi che gli or- 
dini sono i medesimi che presso i Greci. A queste 
nozioni di greco artificio non aggiungono del loro se 
non il comporre senza regola , in che ebbero tardi 
imitatori in qualche modo anche i Romani. Quell'or»- 
dine che nei trattati di architettura dicesi toscano , 
consiste di un dorico greco adattato agli usi ed alle 
condizioni locali , siccome ha benissimo provato i| 
Comm. Canina (Elr. Mariti, p, 133-158), 

Non sono poi scarsi i monunjcnli di dorico stilo , 
ma rarissimi quelli, che possano attribuirsi senza tema 
di errare a maniera ionica , onde nella sua Etruria 
marittima testò citata il Canina appeqa uno ne allega, 
e questo similissimo a greca struttura (p, 105, Tav, 
CIX, 1 ). L'altro , che egli slima piìi recente, io non 
credo ionico, sibbene composito, a più segni, ma par- 
ticolarmente al capitello dell' altezza di due moduli , 
e formato di foglie d' acanto nella parte inferiore , e 
di volute ioniche nella superiore (v. Tav. CIX, 7, 8). 

ANNO l. 



Stando dunque quest' ordine di decorazione così 
povero e sprovvisto di esempi , grandissima impor- 
tanza ne acquista il novello capuano monumento, e 
vieppiù perchè di stile vetustissimo, e nei particolari 
assai corretto. 

Formasi adunque di un imbasamento a due alti 
gradoni , sui quali son collocati in quadrato quattro 
pilastri , che sorreggono immediatamente una cor- 
nice , sulla parte media della quale si eleva un gros- 
so plinto. Il di mezzo ai quattro pilastri è solida pie- 
tra ; sulle otto faccie di questi sono scolpiti a rilie- 
vo depresso le colonne ioniche coi loro capitelli , ed 
abaco, ma senza base; ed il cornicione, o cimasa, co- 
sta di due membri , il primo dei quali è decorato 
di mutoli in piano , il secondo a questo sovrapposto 
vi fa quasi da gocciolatoio, o più veramente vi tiene 
il posto di quello ( v. la Tav. Vili n. 11.). 

Non si conosce finora veruna colonna dorica nean- 
che fra le greche antichissime, che rastremi una metà 
del modulo, che si elevi tre soli moduli, ossia na 
diametro e mezzo in altezza, E nondimeno su questo 
lozzissimo fusto vedesi collocato uà capilello ionico 
di quella maniera elegante che gli adoperati nel pic- 
colo tempio di Minerva in Priene , ed in Atene , nei 
quali con molta venustà l'inferior linea del canaletto, 
che genera di poi le due volute , si curva e fa seno. 
11 sepolcro tarquinlose detto di Tercenna ha pilastri 
sui quali l'ordine dorico è applicalo parte con la pit- 
tura , parte con lavoro di scarpello ( Canina op. cit. 
Tav. LXXXXVII. ) , ed a Cere simili pilastri sono 
scarpellati in forma di colonne con base e capitello 
assai singolare , e di più hanno trabeazione fluita da 

17 



— 130 — 



listelli, e divisa da (riglifi (Canina, ojj.cjV.Tav.LXVIl). 
Buoni confronti ne danno ancora gli ipogei di Egilto, 
e segnatamente a Tebe, e a Camak (Ann.Iìislit. IH37 j 
F. 8). Precedono questi l'invenzione degli ordini, o 
sono ad essi posteriori? Io li credo posteriori. La co- 
lonna addossata al pilastro, ed in generale ad un edi- 
lìzio è per me la ragione potissima della singolarità 



parve che dovesse essere obbietlo di rilevanza. E ri- 
voltomi alSig. Caruso, questi, dissi, dovrebbero esser 
cinque spiedi , che così tutti mi darebbero , ciò che 
io penso, il 7r£fX7ra^)3oXov descritto da Omero. A che, 
ei rispose , cinque appunto sono gli spiedi trovati , e 
gli altri quattro tosto mi recò , poiché così inasprt- 
tatamenle li vedeva indovinati. Questi cinque spiedi 



dei membri, del tozzo presso i popoli antichi, come ora son collocati Ira i monumenti rarissimi del Real 

dello svelto presso i Romani (cf. MùUer, Manuel Museo. Il frutto che ne traggo io da sì bella scoperta, 

d'ArchaeoI. §. 191 ). Il nuovo monumento capuano è di meglio assicurare quella parte che ebber gli Asia- 

ritrae assai evidentemente dai pilastri degli ipogei nella tici nella origine di Cuma. 

scelta dei membri , e nella immediata loro colloca- Quasi tutti gli antichi scrittori che padano della 

zione. Perocché i denti sovrapposti all'abaco, o plinto prima fondazione di questa città la dicono Euboica , 

del capitello figurano i mutoli o panconcelli posti di la dicono Calcidese ; fra questi Tucidide L, VI. kJ- 

lun"o e a traverso a mostra di sostenere la volta in |ay,s , tt,s Ik 'Ottizi'x XxXxi^txrt? ttoXsw?, e Livio L. 

piano , ossia il soffitto. È costume etrusco osservato Vili. Cumani ab Chalcide Euboica originem trahunt, 

anche dal Canina il sovrapporre a monumenti funebri e Dionigi d' Alicarnasso Ki^xriv rr,v h 'O-mxoli 'EX- 

ora un globo , ora un grosso plinto , sul quale tal- Xr;u'c)y. 'irokiy, "E^ir^iùi f-, xx\ XrxXxihli fxT/o-av, e 



volta si eleva un piccolo cono decorato di foglie di 
acanto , di mistico significato ( v. Tav. CIX. fig. 5. cf. 
Vermiglioli, Ani. Iscr. Perug. ed. sec. Voi. I, Tav. VI). 
Qui dal mezzo del finimento che è sorretto dai quat- 
tro pilastri sorge un dado, sul quale alcuna cosa una 
volta doveano aver collocata , che a noi non è dato 



Velleio , L. I. Chalcidenses Cumas in Italia condide- 
runt , e Plinio , L. III. C. V. Cumae Clialcidensium , 
e Solino, C. Vili. Ab Euboeensibus conslilulae Cumae. 
Così Virgilio , Ovidio , Lucano, Marziale, Stazio, ed 
i commentatori loro ( Cluver. Itai antiq. L. IV , p. 
1002 , seg. ). Solo Strabone , per quanto so , aggiu- 



conoscere. Quello che imporla è di avere un monu- gne ai Calcidesi anche i Cumani di Asia ( L. V. C. 4, 
mento Etrusco singolarissimo, e di un tal ionico non Kramer); Kvix-i\ Xoikxt^-'u/Y xcù KvixxtcoY 'Trxkxtórx- 
osservato finora neanche nella Etruria , che si aper- rov xris\xx. A questa tradizione poi si attengono quegli 



tamente imita le parti di una sezione degli ipogei tir- 
reni , e questo nella celebratissima Capua. 

Garrucci. 

Il Peupobolo omerico in sepólcro cumano. 

(V. Tav. Vili, n. 1,2) 

A coloro che studiano nella storia patria dei tempi 
antichi tornerà graditissima una scoperta novissima , 



scrittori, che le danno l'appellativo di Eolica, frai quali 
Marciano di Eraclea è il solo ad asserire, che Trp orj- 
pov V ol XxXxthTs xvM'xKJxYyEir' AhXiTi fPerieg.J. 
Dal passo di Strabone citato qui avanti appar mani- 
festo , che Ippocle non era un Cumano di Asia che 
veniva sul naviglio calcidese a fondar la Euboica Cu- 
ma , ma che con lui dovea navigare una colonia di 
suoi Cumani. Psrocchè altrimenti pel solo Ippocle non 
avrebbe Strabone potuto scrivere, che Cuma era stata 
edificata da Calcidesi, e da Cumani. In tal modo me- 



die tende a diradare le tenebre, in che paiono involte glio s'intende come ad Ippocle fosse ceduto il dritto 

tuttora le prime origini di Cuma, la vetustissima tra di dare il nome alla novella città, essendo a parer mio 

le colonie greche d'Italia. Ofi"riva a' miei sludiiilSig. quest'attribuzione più riputabile, che il capitanare la 

D. Vincenzo Caruso alcune suppellettili antiche tro- spedizione. Da ciò conseguita , che i primi autori della 

vate in quelle rinomate contrade. Era fra quelle uno colonica deduzione debbano riputarsi i Cumani di Asia, 

spiedo di rame: io lo considerava attentamente, si mi che prima di venir qui, fermatisi per alcun tempo in 



— 131 — 



Calcide di Euboa, (rasscro seco anche i Calcidesi , ai 
quali accadde che si allribiiissc di poi la spedizione 
dagli scrittori, i quali considerarono Calcide siccome 
il punto , onde si partì l' intero stuolo, che conduce- 
va in Italia i novelli coloni. 

Questo vero io scorgo anche noli' implicatissimo 
luogo dell'Abbreviatore di Stefano Bizantino, il quale 
pone una Cuma in Eubca, Tr/f^Tr-rr; ty.s Erp^/ct?, cer- 
tamente perchè aveva letto in Stefano, Italicas Cumas 
Euhoicam fChalcidkam) esse caloniam, siccome stima 
il Meincke [Slephani Bizantini, quae super, ex recens, 
Aug. 3Ieinekii, Berolini, 1819, p. 393), senza che 
ivi si fosse narrato alcuna cosa dei Cuniani Euboici. 
La spedizione asiatica in Cuma prende forza anche 
dalla posteriore venuta dei Samii di Asia che si sta- 
bilirono nel porto meridionale cumano detto prima 
Dicaearchia, e di poi Putcoli. A questi gravissimi ar- 
gomenti viene ad unirsi ora la rilevante scoperta del 
Pempoholo , di cui si sa, per una preziosissima tradi- 
zione ed assai antica conservataci dal dotto Euslazio, 
che si fece già uso dai soli Cumani di Asia , mentre 
nel tempo medesimo altrove i Greci adoperavano in- 
vece il triobolo. Ecco le parole di Euslazio : ifctcrlv oJ 
9raXa;ol Mi ol fxiv ^XXoi Tp/crlv s7rs;pov o/32>.or>, o\ X;- 
•yo/vTO av 'rp/£'5(3oX«." \x6\oi o= e/ K.v\xouoi, Aldkiy.òv dì 
ovroi l'Ovos, 'TT-jX'Truj^óXoiS ì^pw^ro. "Kffri di r\ rov 
'7n\x'7fw[t6Xw Xs^is aJoXiPiT,, xarà xal ■yj ;\^pr,(r(j (^//("ad, 
A , p. 258 , Politi ). 

Se il pempobolo fosse tutt'allro, che un sacro stru^. 
mento da sacriGzio, io non insisterei molto su tale ar- 
gomento ; tuttocchè una somiglianza di costume dia 
sempre mai ragionevole fondamento a coloro , che 
disputano le origini dei popoli. Ma un'osservanza di 
rito religioso non propagatasi afTatlo fuori della nazione 
cumana di Asia , che si abbia ora un confronto negli 
unici Cumani d'Italia per antica testimonianza di Stra^- 
bone derivali dai primi, è per mio giudizio uudocu-e 
mento di gran forza, e non indegno dei giudiziosi cul- 
tori della scienza etnografica. 

Era il pempoholo un istrumento composto di cinque 
spiedi, che i pagani adoperavano nei sagrifizii ad ar-. 
rostire le membra della vittima , che destinavansi al 
coqvilo religioso. Invano cercherebbesi negli scoliasti 



di Omero qual forma una tale supellettile si avesse , 
che niuno di loro ne vidde mai veruno. Ne parlano 
quindi i più cauti attenendosi a formole vaghe, e che 
dimostrano quella idea derivarla essi dagli usi dei tem- 
pi, in che scrivono. Chiedetene adEustazio, dirà che 
il pempobolo paro si possa assomigliare ai denti del 
ventilabro, con che si spaglia il grano, ovvero a quei di 
un tridente , nei quali si infilza ciò, che si deve cuo- 
cere. Però generalmente i commentatori credettero 
i cinque spiedi uniti ad un sol manico (Schol. Hom.J 
tt/vT: op/XofS l'xovTcc Ix f;t/ÓcS X«;3t,S x^ccTw^xsvr]? Tp/cn- 
voj/rWs fSrhol. Hom,J ; Tò ziijXTrui^ì'-JKov ^r.Xo? hyx' 
Xiìov ri ixxy iipty.lv s?=vT«oaWyXov , xm , wi y.y ni 
]^iujrivu\xivoi iÌ7ry\ , ztfsvTob'wpXov fEustalh. L. c.J. La 
qual persuasione neanche aveva fondamento nelle tk- 
PXct usate a loro dì , che o di legno , o di ferro non 
furono mai unite ad un manico. Del vera e delle venta 
trovasi menzione negli antichi , e Virgilio imitando 
apertamente Omero scrive: Pinguiaque in ventbus 
torrehimus exta colurnis (Georg. Il, 396J. Laonde 
del prezioso pempobolo cumano intendiamo ora la vera 
figura; e però concludiamo non esser uno strumento 
a cinque punte, né a tre quello che veniva adoperato 
nella cerimonia del sacriGzio , ma essere stato rito 
cumano che gli spiedi a cinque a cinque si recassero 
ad arrostire le carni , ove per altra mistica supersti- 
ziope altri popoli a tre n tre divisi li adoperavano. 

Garrccci. 

Sulla pretesa coppia di Consoli Q. Cecilia e M.Bennio, 

Le prime due linee del frammento di decreto mu^- 
nicipale cumaqo pubblicato dal Marini, che comincia { 

Q • CAECILIO 
M • BENNIO 
a • D ' VI ' EU) ' AVGVST ' IN ' CIIA 
QVOD ' CN ' LVCCEIVS ' FILIVS ' V ' F' 
QVID^DE'EA'REFIERI'PLAGERET eie. 

sono state intese diversamento dai commentatori. Il 
eh, socio Sig. Gervasio Ijeoe certo , che questi siano 



132 — 



i nomi gentillzii soltanto di que' Consoli, che avreb- 
bero dovuto essere notali al principio del decreto 
flscriz. dei Luccei pag- 9/ Ma essendo conosciuta 
la coppia di Consoli, Q. Cecilio Metello e Lucilio 
Longo , che maneggiavano i fasci in Agosto del 760, 
egli si rimette al Borghesi , che chiarisca chi sia co- 
desto M. Bennio Console nominato qui con Q. Cecilio 
Metello, ed in quale anno possa stabilirsi il suo con- 
solato (ivi , p. 12). Inerendo il Sig. Fiorelli alle os- 
servazioni del Gervasio , giudica il M. Bennius del 
decreto , Console al pari di Q. Cecilio , e forse suf- 
fetto , come il Lucilius Longus del Calendario anii- 
ternino; conghiettura quindi, che il suo cognome sia 
Rufus, paragonandolo al M. Bennio Rufo , letto re- 
centemente sopra un tubo di piombo scoperto a Cuma ; 
e lo slima forse lo stesso personaggio consolare notato 
sul decreto di Cuma (Monum. ant. cumani , puntata 
prima , p. 2J. La qual conghiettura il mio collega 
Sig. Miuervini ha giustaraonte dimostrato essere inam- 
missibile (sopra, a p. 106) : perocché agli 8 di Agosto, 
cioè due giorni prima dei dieci dello slesso mese, che 
è l'epoca segnata sul decreto cumano, impariamo dal 
Calendario amilernino , che Cecilio aveva a collega 
Lucilio Longo fi. N. 5750^. Indi dalla scoperta del 
piombo, che riferisce un M. Bennio Rufo , si confer- 
ma nel sospetto che quel 0- Cecilio, e quel M. Ben- 
nio messi in fronte della iscrizione dei Luccei non sia- 
no già Consoli, ma Duumviri. A che oppone il Gerva- 
sio, e l'ho da lui, che i decreti municipali e coloniali 
non mancano mai della data cronologica romana, ossia 
della coppia de' Consoli di quell'anno, in che fu scritto 
il decreto , ai quali tratto tratto veggonsi aggiunti i 
Duumviri, o i Qunltroviri eponimi; e però che qui 
non può assolutamente pensarsi ad altro, che a Consoli. 
Esposti così i pareri alimi fedelmente, entro a pro- 
porre ciò, che ne pare a me. Io stimo non siasi ben 
riflettuto , che v' era una facilissima via di accordo. 
Ha ragione il Sig. Gervasio quando sostiene , che i 
decreti non possono mancare della nota cronologica 
proveniente dai fasti romani : certamente non ne man- 
cano i decreti conosciuti. E certo altresì, che posto Q. 
Cecilio del decreto cumano essere il Q. Cecilio Metello 
eretico Silano Console del 760 , il M. Bennio non 



può in verun modo stimarsi il sufTetlo di quel seme- 
stre, in che sappiamo esserlo stato Lucilio Longo. Non 
resta quindi agli autori di questa sentenza che di pen- 
sare a sufiètli di altro anno ; cioè ad altro Q. Cecilio 
il quale , perchè non possono cercarlo salendo, per 
mancare al Cecilio del 760 la nota della iterazione dei 
fasci , debbono supporre negli anni susseguenti. Alla 
quale arbitraria ipolesi di una nuova coppia di sulTetti, 
non suffraga neanche il M.Bennio, che si palesa aper- 
tamente Cumano, sul piombo, di che ho detto avanti. 
Da tali imbarazzi è agevole uscire , ammettendo 
Q. Cecilio Metello, siccome Console, e rilegando M. 
Bennio ai fasci coloniali. A che ottenere non richie- 
desi altro , che vedere nella prima linea un avanzo 
della data consolare e nella seconda quello dei magi- 
strati coloniali , che nel caso nostro sarebbero i Du- 
umviri cumani. 

É questo anzi l'uso di altri monumenti, gli esempii 
dei (piali è agevolissimo andar cercando nelle comuni 
raccolte epigrafiche. Per esempio, la (avola ceretana 
legge (Orel li, 3787): 

LPVBLILIOCELSO II CCLODIOCRISPINO COS 

MPONTIO CELSO DICTATOREC • SVETONIO CLAVDIANO AEDILB 

Quella di Pozzuoli fL N. 2458; : 

MPVLLIODVOVIR 
MALLIO • CoS • 



N 
P 



FVFIDIONF' 
• RVTILIO • CN 



nella quale precedono i Duumviri , siccome era ri- 
chiesto dall'epoca della colonia, che comincia ivi la 
leggenda. 

Sia la terza la capuana di sei anni anteriore alla 
cumana , la quale ho data corretta a p. 88 di questo 
Bullettiuo : ivi è scritto : 

P • SVLPICIO • QVIRIN • C . VALGIO • CoS 

SEXPONTidIO • BASSO • M • IVNIO • CELERE - U VIR 

Laonde si dovrà supplire nella cumana : 

QCAECILIOMETELLO-LVCILIOLONGOCoS 

M • BENNIO • RVFO • (.jui altro nome) IIVlR/s. 
Che se taluno dubita essere insuflìcientc Io spazio a 



— 133 - 



contenere questi supplementi , lo rassicurerà il con- 
siderare, che nella linea quinta la foruiola si leggeva 
distesa ; QVID • DE • EA • RE • FIERI • PLACEUET 
[ DE • EA • RE • ITA • CEXSVERVNT ] : però tanto 
di luogo rimane , che al consolato e decurionato so- 
vrapposto ne è abhastanza. Non sarà quindi più me- 
stieri cercare luogo nei fasti a nuove paia di sufTctti , 
togliendo Cecilio dal suo, ed elevando M. Bennio cu- 
mano ad una dignità , che mai non sostenne (1). 

Garrucci. 

Topografìa delle spiagge di Baja graffila sopra dm 
vasi di vetro. 

Circa l'anno 1822 dai ruderi d'un antico sepolcro 
presso Piombino poco lungi dalle rovine di Populo- 
nia venne in luce un vasetto di vetro a foggia di ca- 
raffa , sul quale erano tutt' attorno rozzissimamente 
graffite alcune prospettive di edifici , e sopra ciascu- 
no parole che ne indicavano la natura ed il nome, 
cioè STAGNV, OSTRIABIA,PALATIV,RIPA,PI- 
LAE ; presso al collo del vaso era scritto in lettere 
maggiori AMMA FELIX VIVAS. Ne fu tosto pub- 
blicato il disegno dal celebre nostro Sestini fllhislr. 
d'un vas^o antico di vetro ec. Firenze 1812), il quale 
stimò quegli edifici spettare a Populonia , e forse ri- 
tratti in quel vaso perchè destinalo al sepolcro di clii 
gli aveva ristorali od anche costrutti dalie fondamen- 
ta. Il IMiiller [Handbuch ed. 3. p. Vi7) giudicò cli'ivi 
fosse piuttosto accennata una villa marittima, ed infine 
testé il eh. Merklin (De vase vitreo Popidonien:^i bre- 
vis di.<pulatio . Dorjiati 1831 ) tolse a dimostrare che 
quel raro monumento riguarda la nostra Roma e ne 
ritrae la ripa sinistra del Tevere verso l'Aventino ed 
il Palatino. Io ho già dovuto in altro mio scritto [Le 
prime raccolte d' antiche iscrizioni ec. p. 58 e segg. ) 
esaminare una parte soltanto incidente e secondaria 
della dotta diciiiarazione del iMcrklio, ma poicliìr l'ar- 
gomento ivi non mi consentì l' entrar anco nell' esa- 

(1) Questo articolo del Garrucci mi dispensa dal pubblicarne un 
altro, che aveva preparalo sostenendo appunto questa medesima 
opinione; siccome comunicai allo stesso sig. Gcrvasio pochi giorni 
dopo le mie osservazioni su" magistrali ctimani riferite a pag. 100 
di questo buUellino. — ilincrvini. 



me del principale assunto ch'egli tenta di stabilire, 
m'accingo a farlo qui , dove è cosa opportunissima. 
Veramente non si dee negare che alcuni indizi di 
molto vaga e lusinghiera apparenza hanno indotto il 
eh. autore in quella sua persuasione , ma senza toc- 
care delle gravi difllcollà topografiche e monumenta- 
li , che sarebbe facile opporgli, parmi che il vero sen- 
so di que' rozzi disegni possa per altra via essere eoa 
ogni certezza stabilito. Un vasetto similissimo a quello 
di Populonia non solo nella forma ma benanco negli 
ornati di prospettive , che sopra vi sono con pari roz- 
zezza graffile, esiste in Roma nel Museo Borgiauo, ora 
di Propaganda. Prima ch'entrasse in cotesto museo, 
e poco dopo ch'era stato rinvenuto nel suburbano di 
Roma lo die iu luce il Mamachi (.1/t/. Christ. I. p. 
464) , ma e ne' disegni e peggio nelle lettere che \i 
sono scritte , tanto deformalo , che ni allora né poi 
punto nulla se ne potè intendere. Io l'ho allenlamente 
letto e studiato e fatto ritrarrenell'annessatav. sotto il 
num. 1. (v.tav.I.X.n.l). L'iscrizione che corre attorno 
al collo del vaso lo ditnostra consecrato ad uso fune- 
rario, MEMORIAE FELICISSIMAE FILIAE, le pa- 
role scritte sopra gli edifici FAROS, STAGXU NE- 
ronis, OSTRIARIA, STAGXU, SILVA, BAIAE, ci 
avvisano che la prospettiva , se così può chiamarsi, 
ivi effigiala ritrae edifici e luoghi delle famose spiag- 
ge di Baja e di Pozzuoli. L' analogia di questo vaso 
con l'altro, che nella stessa tavola è disegnalo sotto 
il n. 2., salta agli occhi di chiunque si faccia a con- 
fronlaili , tantoché non fa d' uopo parole e ragiona- 
menti per dimostrare che l' uno dall' altro prendono 
luce questi due monumenti topografici, e che in am- 
bedue dobbiamo riconoscere una appena accennata e 
compendiosa immagine d' un qualche lato del golfo 
di Pozztioli. 

Stabilito cosi il vero soggetto di queste due raris- 
sime topografie io potrei tenermi pago di tanto, e la- 
sciare ai dotti napoletani lo studio delle singole par- 
li , e la cura di assegnate a ciascuno di que' nomi ed 
edifici il vero e preciso lor sito. Ma poiché ipiel ipian- 
lunqiie imperfello esame che senz'aver ras])ello dei 
luoghi soli' occhio io jìosso pur fare de'parlieolaridi 
colesti disegui topografici varrà se non a determinare 



— 134 



esatlamenle il sito o la forma dì ciascun edificio , al- 
meno a sempre meglio confermare che veramenle qui 
sono accennale le spiaggie di Baja , non voglio om- 
mellere di tentare ancor questa dichiarazione. 

E cominciando dal vasetto borgiano, a me sembra 
che la serie de' luoghi indicativi sia a rovescio di quel- 
lo che dovrebbe essere se ivi fosse effigiata la spiag- 
gia coi suoi edifici veduta dal mare , laonde se pur 
non è questo un errore dell' artista , errore facilissi- 
mo a concepire in un graffito circolare, dovremo te- 
nere che la scena sia immaginata dal lato di terra; ed 
infatti quelle linee ondulale che costantemente ricor- 
rono non dinanzi ma dietro gli edifici accennano se- 
condo ogni apparenza le acque del mare. Il punto 
certo e dal cjuale conviene partire è Baja , BAIAE, 
presso il qual nome è effigiata una donna sedente leg- 
germente vestita di sottilissima tunica , e nella destra 
stringe due rami che a me sembran d' alloro , colla 
sinistra leva in alto un bicchiere, o come ad altri sem- 
bra un cestellino. Molti vcjrranno che in questa figu- 
ra femminile sia personificata la stessa città di Baja; 
io però inchinerei piuttosto a riconoscere in essa quel- 
la Felicissima alla cui memoria il vasetto è consecra- 
lo. Imperocché uell' altro in lutto similissimo vaso di 
Populonia , il quale però per la sua iscrizione dedi- 
catoria , ANIMA FELIX VIVAS , non pare a bella 
posta creato per alcun uso funerario, non v' è traccia 
d* una siffalta immagine , e questa non solo appare 
soltanto in quello che appunto alla memoria d' una 
defunta è dedicato, ma ne occupa il centro per modo 
the le parole MEMORIAEFELICISSIMAEFILIAE 
precisamente dal capo di quella figura partono ed a 
quella ritornano, quando al contrario il nome BAIAE 
è collocato in guisa che non le appartiene piìi che la 
parola FAROS graffila dal lato opposto. Nò gli attri- 
buti che l'artista ha prescelto ed assegnalo a cotesta 
figura femminile mal si confanuo ad una defonta. Il 
vasello è certamente lavoro di età assai tarda ( fra il 
terzo ed il quarto secolo dell'era nostra) , e ne' mo- 
numenti sepolcrali di questi anni le corone di allo- 
ro , e le immagini de'defonli nell'atto di banchettare 
e di propinare il vino , o qualsivoglia altro liquore , 
levando in allo una tazza o biccliiere , simboli della 



vita beala delle anime pie , giusta le dottrine e de* fi- 
losofi e de' mlsleri, sono cosa tanto ovvia e frequente 
che non fa mestieri citarne gli esempi. 

Movendo da Baja verso Pozzuoli , che questa co- 
me ho accennato mi sembra la direzione che dobbia- 
mo seguire nel tener dietro a questa scena topografi- 
ca , dapprima è indicata una selva , SILVA. Io non 
saprei qui ravvisare altro che la famosa selva virgi- 
liana , la quale otlimameule risponde al luogo che è 
Ira Baja ed il lago Lucrino, e quello d'Averno (V. 
de Iorio Viaggio d'Enea ec. 2. ediz. p. 25, e segg.). 
Vero è che Agrippa fé tagliare quella macchia (Slrab. 
V. 4. 5. ) quando fu edificato il porlo Giulio , ma o 
non tutta fu abbattuta (ed infatti Strabone parla del- 
la selva soltanto che cingeva il lago d' Averno ) od il 
nome le sopravvisse divenuto ogni dì più famoso pel 
virgiliano viaggio d' Enea all' inferno, cui tutti sanno 
quanto alta importanza fu data non solo durante il 
medio evo , ma anche nella età piìi eulta dell'impe- 
ro romano. Dopo la selva viene uno stagno, STAGNU, 
accennalo con la prospettiva d' un edificio del quale 
non saprei veramente ben dichiarare la natura e la 
forma ; seguono immediatamente uno o più vivai dì 
ostriche , OSTRIARIA , quindi un altro stagno effi- 
gialo al tutto come il primo ed avente il nome di 
STAGNU NERONIS. Qui la scena è identica con 
quella del vaso di Populonia, tranne questa sola dif- 
ferenza che l'edificio nel vaso romano chiamato ST.\- 
GNU NERONIS , in quello è appellato PALATIU. 
Degli oslrearia tanto celebrati nelle spiagge di Baja 
e sopratutlo del Lucrino non fa d'uopo ch'io ragio- 
ni, dopoché il Sestini ed il Merklin pienamente han- 
no dichiarato la forma del vivajo e della macchina in 
ambedue ì vasi egualmente effigiata. Gli stagni collo- 
cali ai Iati delle os<rearje, secondo l'uno de' vasi sem- 
brano due diversi, distinti l'uno col nonie di stagnum 
Neronis , l'altro appellato Slagmnn per antonomasia. 
Ma forse é più probabile l'immaginare che un solo 
stagno ornalo luti' attorno dì grandiosi edifici e fa- 
moso pe* suoi vivai di ostriche sia qui indicato ; e 
corre tosto il pensiero allo stesso lago Lucrino , che 
servì di slagno navale sotto Claudio ( Zac. Ann. XII, 
56, ) , e debbe essere stato adornalo di nuovi edifici 



— 133 — 



e palazzi da Nerone , donde il nome di slagmim Ne- 
roìùs, e l'indicazione del palatium ne'due nostri vasi. 

Che se non sembrerà verisimile che al Iago Lucri- 
no sia sialo fino al secolo terzo o quarto data anche 
V appellazione di stagno Neroniano , di die non v' è 
traccia negli antichi scrittori , converrà allora sup- 
porre che Nerone abbia in queste spiagge non solo 
edificato un palazzo , ma eziandio fornilolo d' uno 
stagno naumachia a bella posta creata. Lo che non 
è certo incredibile in un principe clie immenso da- 
naro profuse in fabbriche e pazze imprese tentale ap- 
punto in questi luoghi (Tac. a. XV. il, Svet. in Ne- 
rone 31 ) , e che sopralutto degli slagni arlificiaii era 
sì vago, che in Roma non conlento di quello d'Agrip- 
pa , e della naumachia valicano , de' quali fece lan- 
t' uso , quel famosissimo stagno che da lui ebbe il no- 
me costruì Ira il Celio ed il Viminale marh instai eh - 
cumseptum aedificiis ad urbiuni specieni (Svet. 1. e). 
E forse con questo stagno Neroniano di Baja ha stret- 
ta relazione quella piscina della quale scrive Suelouio 
che, inchoabat [Nero) piscinam a 3Iiseno ad Acernum 
lacum , conteclam, porlicibusque conclusam, quo quid- 
quid (olis Baiis calidanim essel convcrleretur [\. e). 
Delle fabbriche Neroniane nelle spiagge di Baja du- 
ravano ancora le rovine ed il nome ne' primi anni del 
secolo quinlodecimo , quando le vide Ciriaco d' An- 
cona e ne serbò memoria ne' suoi commentarii (Cy- 
riaci Itin. ed. Mehus a p. 23 , Scalamonti Vita Cy- 
riaci ap. Colucci An(. Picene XV. p. xcix ). Ed a 
queste certamente alludono almeno in parte i regii 
palazzi [fMfftXitoi dxrpui) ricordati da Giuseppe Fla- 
vio fra le delizie e le magnificenze di Baja (Ani. 
XVIIL 9. ). 

Non è infine da lasciare inosservata l' appellazione 
Palatium data a questi edifici Neroniani fuori di Ro- 
ma ; che se comunissimi ne sono gli esempi dal se- 
colo quarto in poi, non così se ne troveranno molli 
nell'età precedente. Dove non ometterò di notare 
che già il eh. D. Agostino Gervasìo aveva sospettata 
r esistenza d' un Palatium o nella città o ne' dintorni 
di Pozzuoli ( hcr. di Mawrzio p. 47. ) stimando che 
da questa città sia stata trasferita in Napoli per orna- 
mento di qualche palazzo la base onoraria di Placido 



console del 342, che fa menzione d'una regione pa- 
latina ;n\A veramente l'origine puteolana di questo 
marmo è assai meno probabile di quello che fino ad 
ora generalmente è sembralo agli eruditi (V. Momoi- 
sen L N. 2G18, Minervini Nuove o$s. intorno la vo- 
ce Decalrenses [>. 11. 12). Imperocché questi igno- 
rano che ne' piimi anni del secolo XV, giaceva quel- 
la base in Napoli sotterra nelle fondamenta d'una ca- 
sa privata , in fundamenlis domus Ioannis Acossa, co- 
me attesta un codice Barberiaiano contenente iscri- 
zioni tratte dai libri di Ciriaco e di Benedetto Egio 
Spolelino(f. 3G. V. il cenno che ne ho dato nel Bull, 
dell' Ist. 1852. p. 133). 

Dopo il palazzo e lo slagno neroniano seguono nel 
primo de' vasi il FAROS , nel secondo la RIP.V e le 
PILAE. In quanto al Faro sembra questo cfiigiatoiu 
cpiella quasi porta che sorge assai dentro ac(pia, dove 
forse per l' angustia dello spazio non seppe il rozzo 
artista trovare il modo d'indicare i piani superiori 
della forre eretta ad uso di fanale. Colesto Hiro è fa- 
cilmente quello del porto Giulio del quale veggo se- 
gnato con precisione il sito ed i ruderi nella pianta 
del golfo di Pozzuoli pubblicata dal eh. de Iorio. Le pile 
effigiate nel secondo vaso non sono altro evidentemen- 
te che il molo traforato d'un porto , quali in parec- 
chie antiche pitture e monumenti sonosi già più vol- 
te vedute ; e gli archi e le colonne che l' adornano 
hanno molta somiglianza con quelli che veggonsi in 
un'antica pittura data in luce dal Bellori [Fragni, 
vcstig. vct. Rom. p. 1.), nella quale il eh. Canina 
[Archit. Ant. Sez. III. tav. CLXI) ravvisa non edi- 
ficii della città di Roma , ma il porto e le celebri pile 
di Pozzuoli. Veramente se le iscrizioni che in questa 
pittura accompagnano gli edifici presso che tutte ci 
conducono alla riva sinistra del Tevere sotto l'Aven- 
tino ed il Palatino , la scena effigiatavi è al contrario 
tutta marittima ed assai bene s' addice al porto di Poz- 
zuoli. Io ponendo mente alle iscrizioni assegnai altra 
volta [Le prime raccolte ec. l. e.) col Merkiiu questo 
monumento topografico alla città di Roma , ora poi 
debbo confessare assai più verisimile sembrarmi l'opi- 
nione del eh. Canina, benché strano sembri il vedere 
letteralmente riprodotta fuori di Roma una serie d'in- 



— 136 — 



d icaiioni topografiche spettanti alla regione subaven- 
lina dell' eterna città. 

La somiglianza adunque del porlo effigiato in que- 
sto dipinto con quello del vaso di Populonia potrebbe 
indurci più facilmente a riconoscere in questo il porlo 
ed il celeberrimo opus pilarum di Pozzuoli , e forse 
nell'arco monumentale disegnato all'ingresso del molo 
quello clie Capitolino in Anlonino Pio ci narra esse- 
re stato dedicalo ad Antonino Pio, come sul molo d'An- 
cona fu eretto quello dedicato a Trajano. Ma quel 
molo traforato può convenire non meno al porto ed 
alle pile puteolane che al porto Giulio , il quale ha 
tanto più stretta relazione cogli altri luoghi ed edifici 
accennali ne' nostri vasi; il perchè io non ardisco fer- 
mamente stabilirne il vero sito ed il nome. Anzi poi- 
ché tutta cotesta scena topografica potrebbe per av- 
ventura essere anco inlerpetrata seguendo la direzio- 
ne contraria, partendo cioè daBaja verso Miseno, di 
guisa che lo stagno i vivai ed il palazzo Neroniano 
sieno tra que' due termini , dove notissima è la villa 
che Nerone ebbe in Bauli , ed il faro e porto sieno 
quelli di Miseno ( V. Garrucci CI. Praet. Misen. inscr. 
p. 6. ) io aspetterò dai dotti Napoletani il giudizio che 
assegni una certa e stabile sede agli edifici ed ai luo- 
ghi della marina di Baja ritratti od accennati in que- 
sti due pregevolissimi vetri. 

G, B. DE Rossi. 

Osservazioni intorno all' articolo precedente. 

Ottimamente il eh. collega ed amico Sig. Cav. G. 
B. de Rossi ha riferito al porto di Pozzuoli ed alla 
marina di Baia i due vasi graffiti , di che dispula nel- 
r articolo precedente. Approvo che riconosca nel la- 
go Lucrino lo stagnum Neronis, e stimo che nello 
stagnum seguente dopo sia indicato l' Averno , che 
communieava col Lucrino , e questi due stagni credo 
siano significati in quel passo di Giovenale , ove dice 
(Sat. XII, 79, seg. Jahn): 



Scd trunca puppe magister 
Interiora petit haianae pervia cumbae 
Tati slagna simis. 
Se il Pratilli non fosse ben conosciuto, si potrebbe 
credere a lui , che narra il ritrovamento di un vaso 
simile a quello, che il Marnachi dice (rovaio da Mons. 
Merano : Qaod non ita pridem reperit Jlluslrissimus 
Silcester Meranus fOrig. Clirist. T. l. p. 464 not. ). 
Del resto il Pratilli scrive così ( Via Appia p. 388): 
« In uno di essi sepolcri (presso A rienzo) furono rin- 
venute due carafine di vetro , in una delle quali che 
è intera e serbasi dal dello Sig. Puoti veggonsi varie 
figure di donne nude con tazza in mano sgraffiale alla 
guisa de' cristalli di Boemia e alcune lettere intorno 
sparse in qua e in là e fuor di riga che rendono più 
malagevole il leggerle 

BAIAE ME NTACCVSIAVANT... » 

Il Pratilli pubblicava la sua Via Appia nel 174o , 
e quattro anni dopo veniva alla luce l'opera delle Ori- 
gani e delle Antichità cristiane del Mamachi. Il Pra- 
tilli avrà forse avuto una notizia della carafina di che 
è parola, e per accrescere il numero dei suoi monu- 
menti, inventò probabilmente che si era scoperta sulla 
via di Arienzo. La leggenda non fu potuta rilevare né 
dal Mamachi , né da altri letterali di allora , i quali 
stettero paghi ad un mostro di lettura , che ne rese 
disperata la intelligenza; imperciocché lessero OST* 
AMBIA • S • V- SILVE • RAIAE invece di OSTRIA- 
RIA • STAGNV • SILVA • BAIAE : la qual lezione 
corretta la prima volta si deve all' eruditissimo colle- 
ga sig. De Rossi , col quale ne facciamo perciò i de- 
biti congratulamenti. Non fa quindi maraviglia che 
nella copia del Pratilli se ne storpiasse vieppiù il te- 
nore. In ogni modo sia questa una seconda carafina, 
sia la medesima rinvenuta da Mons. Merani, non può 
la iscrizione tuttoché pratilliana collocarsi perciò né 

tra le sospette né tra le false, siccome ha fatto il Momm- 
6cn(/. N. *561). 

Garrucci. 



Raffaele Garrucci d.c.d.g. 
Giulio Mi>ervini — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Cata^eq. 



BULIETTINO ARCHEOLOGICO MPOllTAXO. 



NUOVA SERIE 



TV.» 18. 



Marzo 1853. 



Scure di bronzo , con greca iscrizione. — Terracotta di Pozzuoli, — Notizia de' più recenti scavi di Pompei : 
continuazione del n. /2. — Descrizione di un frammento di vaso dipinto conservato nel real museo Borbonico. — 
Vaso dipinto con Ulisse akàistuoplex. 



Scure di bronzo , con greca iscrizione. 

Nella nostra tavola V. fig. 2 vcdesi ritratto un ferro 
di scure con greca iscrizione , del peso di un rotolo, 
rinvenuto parecchi anni addietro in alcuni ruderi an- 
tichi presso S. Agata in provincia di Calabria Cite- 
riore. Mi fu comunicata la notizia , ed un disegno di 
questo prezioso monumento dal eh. Sig. Conte U. 
Vito Capialbi di Monteleone , della cui amicizia mi 
pregio. Mi faceva egli conoscere che il metallo è ri- 
vestilo di una patina verde , e che saggiato con la li- 
ma mostrasi internamente di flavo colore , che non si 
assomiglia però a quello dell'oricalco; è forse bronzo 
di particolare composizione. Il taglio è incapace a fen- 
dere , portando la doppiezza di varie linee. Da una 
delle due facce vedesi leggermente grafiSta una greca 
iscrizione in arcaici caratteri, la quale va letta nel se- 
guente modo : 

TAS HEPA^; HIAPO^ 

EMI TAS EN HEAI 

OI ©TNISKO 

5; MEANEOE 

KE OPTAMO 

S Fepion 
AEKATAN 

La forma delle lettere diligentemente considerata si 
trova corrispondente a quella di altre antichissime 
iscrizioni. Si conferma poi dalla nostra epigrafe la os- 
servazione, che nell'alfabeto ove l'I è serpeggiante ed 
angoloso 5, il S è formato come un M, ed il M ha Ta- 
sta «itrema a destra più breve delle allre. Si osservi la 

Àf(NO I. 



doppia forma del Kappa e del Koph , delie quali l.i 
seconda trovasi adoperata innanzi le vocali Oed T, e 
talvolta innanzi alle consonanti ; mentre la prima ve- 
desi preposta a tulle le allre vocali. Non pochi esem- 
pli di questa variabile ortografia furono citali dal cav. 
Avellino a proposito dell'arcaica epigrafe segnala nel 
vasellino cumano di Talaia , ove s'incontra i' uso si- 
multaneo dell'una e dell'altra scrillura {Btdl. arch. 
nap, an, II. pag. 21. segg. ). È anche notevole nella 
scure , di che ragioniamo , 1' uso doli' aspirazione : 
vedesi la densa innanzi ad HEPAS ed HIAPOS 
indicata dal carattere II frequentissimo a comparirò 
ne' più antichi vasi dipinti , e nelle più anliciie iscri- 
zioni ; vedesi poi il digamma eolico innanzi alla sola 
voce FEPK)ÌV, non trovandosi preposto ad altre vo- 
cali non aspirale. Il vedesi nella nostra epigrafe in- 
dicato dal carattere O senza punto o lineetta nel mez- 
zo , siccome è stato talvolta osservato nello antichis- 
sime iscrizioni di Tera ( Corp. insor, gr. nuna. 1-20): 
leggiamo dunque <àuyiffxoi nella terza linea , od ivi- 
^riKi nella 4tto : ove non vi è dubbio che nell' asta 
verticale con due puntini | ; vada ravvisato un K in 
parte consumato e distrutto , ma che lascia veder tut- 
tavia le estremità delle due aste messe ad angolo. Po- 
trebbe dubitarsi se nella quinta linea debba ritener- 
si la lezione OPTAMOS, o cangiarla inOP+AMOS, 
il che porterebbe una notevole diversità nella intelli- 
genza della iscrizione , come faremo tra poco rileva- 
re. Fatte le esposte considerazioni , ci sarà dato di 
leggere tutta la epigrafe nel seguente modo ; 

18 



— 138 — 



Nel quale modo d' inlerprelare sorge il senso che 
quella scure (Trà.ixi>i) era slata consacrata in un tem- 
pio di Giunone da un tale Tinisco capo degli jEnV col 
danaro di una decima di ciò che avea ricavalo da non 
si sa quale raccolta. In una tale spiegazione riman- 
gono però ignoti questi Erii , che esser dovrebbero 
una parlicolare popolazione, della quale non ci è riu- 
scito di rinvenire alcuna memoria. In questa ipotesi 
potrebbe pensarsi che la epigrafe fosse metrica; giac- 
ché considerando esclusa la voce SixoVccy , da tutto 
ciò che precede sorgono due eguali versi con tale cor- 
rispondenza di misura e di quantità , che facilmente 
saremmo tratti a sostenere una simile opinione : al 
che si aggiunga che non è nuovo 1' uso de' versi an- 
che in antichissimi donarli. 

Ove poi ritener si volesse la lezione propria del 
monumento , abbandonando la proposta correzione, 
e ponendo forse da banda la idea di metro, dovrem- 
mo leggere la iscrizione in tal guisa : 

Tàs ''HpaS Tocpos r)fji/ TaS Iv ttìÌIm- 

QuuffxoS fAS àritòrixi 'Oprtxfxws Ip/wv oixxrur. 

E si esprimerebbe che la dedicazione fu fatta da un 
Tinisco figlio di Orlarne ( Oprotfxos , quasi "Oprwfjiw?, 
per 'OpTctfxcrs) ; aggiugnendosi poi con quali danari, 
ìpiouv ^uoiroLY, cioè dalla decima di ciò che si era ri- 
cavato dalle lane, delle quali opportunamente s'in- 
contra menzione nella citeriore Calabria. Comunque 
sia di questa doppia intelligenza , certo si è dal con- 
testo di tutta la iscrizione che si accenna ad un dop- 
pio tempio di Giunone , uno de' quali esser dovea 
nella pianura , ed altro probabilmente nella circo- 
staate collina. Ci proponiamo d' investigare in altra 
occasione a quale antica città corrisponder potesse la 
moderna Sani' Agata ; se pure ci sarà conceduto di 
entrare in qualche probabile conghiellura a così gran- 
de lontananza di tempi. É evidente che la nostra scu- 
re è un sacro donario : di fatti avendo il taglio così 
ottuso , che non potea servire pe' sagritlzii , non po- 
trà riputarsi altra cosa che un analhema. Tanto si 
dinota altresì dalle parole r%s "llpas i'xpos yx) ; colle 
quali meritano di paragonarsi in altri monumenti le 



simili espressioni , dalle quali si addita la loro sacra 
destinazione : così in un caduceo sacro ad Apollo si 
legge lEPON TOT AlIOAAnNOS (Curtius antcd. 
Delph. n. 40 p. 75 ) , ed in un donario di Atene 
APTEMIAO^ lEPON {corp. insc. gr. n. 153 §.6). 
Per lo che ci sembrerebbe assolutamente da seguir 
la opinione del eh. Cavedoni, che nell'HAPON TO 
Ano di una medaglia di Crotone ( Raoul-Rochetle 
mém. de nu>n.p.34.n.l.pl,lll.n. 24. Avellino buìl.arch. 
nap. an.IV p.46) propose di leggere H APON TOy A- 
noiAONOs; {Bull.dl.aLU.Y p.59),se dal confronto di 
un'altra medaglia pur di Crotone, colla epigrafe h»* 
POS OAnoiNos, non ci si fornisse un argomento per 
interpretare HAPON TO A ITOINON anche nella pri- 
ma leggenda (Avellino bull. cit. an. VI pag. 91). 
È conosciuto che spesse volte s' introduce a parlare 
il monumento slesso, come nella scure di cui ragio- 
niamo ; e noi ne citammo altrove non pochi esempli 
( mori. ined. di Barone voi. 1 p. 57 ). Ora mi piace 
di aggiugnereil notissimo TON A0ENE0E\ AOUOPf 
EMI (Boeckh corp. inscr. gr. p. 49 n. 33: cf. ad. et 
corrig. p. 888; Raoul-Rochette nel jour. des sao. 
1825 p.475, e kltr. ò mo«s. 5c/iorftp.63s.sec ediz.), 
e la conosciuta laminetta di argento rinvenuta in Po- 
sidonia, ed or posseduta dal Sig. Conte del Balzo, ove 
si legge la iscrizione TAS eEOTS HAIAOS EMI, 
la quale certamente serviva a distinguere un sacro 
donario (Avellino nel Rheinische Mus. 1833 voi. Ili 
p. 582 ; Welcker ivi p. 584 e Kleine Schriflen voi. 
Ili p. 237 seg. cf. Raoul-Rochelte mém. de l' Acad. 
XIII. p. 576, e Minervini medaglie di Dalvon p. 13 
not.2: ora si trova pubblicata nel corp.inscr.gr. tom. 
Ili p. 713 n. 5778, ove per equivoco si dice la la- 
minetta di oro ). Il nome del dedicante &uYt(Txoi in- 
contra il confronto e la derivazione nel nome ©rvos 
ricordalo da Ippocrate (p. 1238, D), del quale dee 
riputarsi un diminutivo , non altrimenti che il <So- 
ti'ujv rammentato da Diodoro [Exc. p. 495, 17, 19; 
e 496,35). Riconosce pure la medesima formazione 
l'altro nome ©tnccpxos , che occorre in un' Attica iscri- 
zione (Franz ehm. epigr. gr. p. 193). Si conclude, 
come innanzi vedemmo, la epigrafe col notarsi che 
quella offerta erasi fatta col danaro di una sacra de- 



— 139 - 



cima. Frcquenlissime sono noli' aniichilà quelle de- 
cime, le quali impiegavansi all'acquisto di qualsivo- 
glia oggelto inserviente al sacro cullo, ed all'orna- 
mento de' templi : e la nostra scure di bronzo è un'al- 
tro esempio da aggiugnere a quelli o|)portunamcnte 
citati dal Sig. Raoul-Rochette ( qiieslions de l'art p. 
171 e segg. della edizione in 8 ). Sono particolar- 
mente importanti per 1' attuale monumento quegli 
esempli , ne' quali trovasi al genitivo additato quello 
appunto , di che erasi offerta la decima. Così trovia- 
mo presso Pausania che i Corcirei offrirono in Delfo 
un toro di bronzo decima di ciò che aveano ricavato 
da una pesca (r, ^-xo^rrj tt,? aypas — X, 9, 2); ed in 
una antica iscrizione Nicla consacra ad Apollo la de- 
cima del prodotto de' lavori del padre : 'ipywv dv 6 
TTocTTip r,pyoiGxro Tr,v d£xa.'Trjv (Raoul-Rochelte lellr. 
à MI. Schorn p. 371 per comunicazione del Sig. Ross). 
Ora ognun vede quanto sia vicino il confronto col- 
r lp/(f V òsxaVaK della nostra iscrizione. E la epigrafe 
ultimamente citata è di particolare importanza per 
molti punti di somiglianza con quella della scure : di 
fatti è il monumento stesso che parla , si tratta pni e 
di una dedicazione, ed è notevole che il nome del pa- 
dre di >i'icia vien dopo all' àn^^-rixiv, e non segue im- 
mediatamente il nome del figlio. 

11 dialetto della iscrizione finora illustrata si appa- 
lesa per dorico: a ciò persuadendo non solo l'oc ado- 
perato sempre in luogo dell' r,; ma benanche TEMI , 
-/,iu.l , per lìix) , r (ìpT(X|txos per "Oprccfxoò' ( simile al 
ras Aarws del decreto degli AmCzioni corp. inscr. gr. 
n.l688; Ahrens de dial. Jor. append.p.484, che leg- 
ge AaTÒs), e finalmente ì'ixpos per /spos, ch'è frequen- 
tissimo nel dorico (Ahrens Le. p. 1 1 o), come si riscontra 
pure assai spesso nelle iscrizioni beoliche ( Boeckh e. 
inscr.gr.t.l p.720): e già sopra ne vedemmo altri esem- 
])Ii nelle medaglie di Crotone. Questo dorismo è certa- 
mente dovuto alle antichissime colonie doriche, che 
si diffusero nella maggior parte della Magna Grecia; 
e vedesi egualmente adoperato nella numismatica di 
quella regione, e segnatamente da molle città della 
Calabria, della Lucania, e de Brunii. Conchiuderò 
queste brevi osservazioni coli' avvertire che la forma 
delle lettere nella iscrizione finora da noi considerata 



dovendo riferirsi al più antico alfabeto, dimostra che 
ad epoca rimolissima conviene riportare (juesto pre- 
gevole monumento. E pur degno di osservazione che 
molle delle iscrizioni più auliche finora conservate 
trovansi segnate un verso sotto 1' altro , senza che vi 
si vegga adoperata la maniera |3oi;TTpopT,5òy , ovvero 
lo scrivere da dritta a sinistra ( vedi il Franz elem. 
ep. gr. cap. 1 p. 39 e segg.). Quel monumento, clic 
merita di essere maggiormente per l'anlicbilà , e per 
la provenienza, paragonato al nostro ferro di scure si 
è la celebre iscrizione in bronzo ritrovata in Polica- 
slro presso l'antica Petelia , la quale fu riportata ad 
un' epoca che si distende fra la olimpiade quarante- 
sima e la sessantesima (Franz. /. e. p. G2 , s.). Presso 
a poco al medesimo tempo attribuir vogliamo la scure 
dedicata da Tiuisco , la quale in questa ii>otesi dovrà 
riferirsi a sei secoli incirca prima dell' era volgare. 

Ml.NERVlNI. 



Terracotta di Pozzuoli. 

Nella nostra tavola IV fig. 13 vedesi pubblicata 
della grandezza dell' originale un piccolo gruppo in 
terracotta proveniente da Pozzuoli , e posseduto dal 
negoziante di aniichilà sig. Raffaele Gargiulo. Consi- 
derando allenlamenle l'augello, a cui si attiene il ri- 
denle fanciullino, ricorre tosto il pensiero al pavone, 
a cui ben conviene il pennacchio (Xo'^os, apea:'. Ari- 
slot, de iùst. anim. lib. I. cap. I. p. 762 A, elib. II. 
cap. 12. p. 787 A. Duval. , Plin. hist. nal. lib. XI. 
cap. 37. , Aeliau. de animai lib. V. cap, 21 ), e la 
forma del corpo in generale. Manca però del tutto la 
occhiuta coda, la quale non può ravvisarsi certamen- 
te in quei raggi, che veggonsi alle spalle del fanciullo. 
Io credo che debba con questa particolarità confron- 
tarsi una pressoché simile serie di raggi , che forma 
quasi spalliera ad una femminile figura sedente su di 
un capro, messa ad ornamento di un vaso del nmseo 
di Odessa (Gerhard archacol. Zeitung, Oli. IS!)! tav. 
XXXIV, 2 pag. 37.'S) : e sospetto che nella Icrracotla 
puleolana ci si ponga sotto gli sguardi la favolosa Fé- 



— 140 — 



STES (forse figidua) in una latina iscrizione di Fi- 
renze (Gori ima: Eli: t. I. p. C3 n. CLXXVII; cf. 
Raoul -Rochelle lellr. à m. Schorn p. 394 sec. ediz.). 



nice. La descrizione, che ce ne lasciarono gli anliclii, 
conviene perfetlamenle all' augello, di cui favelliamo. 
La grandezza maggiore di quella di un' aquila ; il pen- 
nacchio sul capo , caputque phimeo apice cohoneslante, 

come dice Plinio; e finalmenle il rosso colore, di cui Mi>ERViNf. 

appariscono le tracce , allusivo al nome slesso della 
Fenice, ci traggono ad una tale conclusione (vedi Sal- 

masio ad Solinum p. 385 seg.; Joraard descr. del' È- Notizia de più recenti scavi di Pompei: continmzion* 
gypl. Anliq. tom. L cap. 5, § 6 p. 29-31 ; Creuzer del n. U. 



Symbolik toni. II. p. 1G3. segg. 3. ediz.). Sono poi 
ben convenienti i raggi all' augello del Sole ( Herod. 
lib. II, e. 73); e così di fatti apparisce la Fenice nelle 
medaglie imperiali con un disco pieno di raggi intor- 
no al capo: ( vedi una moneta di Trajano coniala sotto 
Adriano descritta da Eckhel dodr. voi. VI. p. 441 , 
e pubblicata da Creuzer Sijmholik tom. II. tav. Vili, 
num. 27. pag. 323, 3. ediz. ). La Fenice è notissi- 
mo simbolo di eternità , e di apoteosi. Perciò fu so- 
vente adoperata ne'funebri monumenti, anche da' Cri- 
stiani , ad additare la immortalità , e la quasi deifi- 
cazione de' defunti ; nella quale intelligenza conviene 
presso a poco col simbolo dell' aquila e del pavone 
( Raoul-Rochette deux. mf'in. stir les antiq. chretien- 
nes p. 38 e segg. ). Sicché il nostro gruppo puteola- 
no trovato in una tomba sarà destinato a significare 
l'apoteosi di un fanciullo, che rapito innanzi tempo 
alla vita mortale vien condotto ad una novella esisten- 
za dal simbolico augello. Nel che è certamente da 
paragonare alle romane medaglie , nelle quali vedesi 
l'aquila o il pavone colle ali spiegate, e volanti verso 
il cielo, per trasportarvi l'anima degl'imperatori o 
delle imperatrici, e così compirne l'apoteosi. 

La descritta terracotta, pregevole pel soggetto , lo 
è ancora , perchè ci presenta un nuovo nome di ar- 
tefice , che nella parte posteriore della base , ha la- 
sciato di sé memoria colla epigrafe graffila sulla te- 
nera argilla, pria di metterla al fuoco. Non saprei se 
questo artista si appellasse IT^o^cXt,? , nome che più 
volte si ritrova negli scrittori e ne'monumentk(llaoul- 
Rochelte lettr. a m. le due de Luynes p. 31., e lellr. 
à m. Schorn p. 95 sec. ediz. ), ovvero ITpo'xXo; cor- 
rispondente al latino Proatìm. Comunque sia , non 
può dirsi Io stesso Proculo, che è denominalo PLA- 



Riuscendo nel peristilio per un' apertura praticala 
a sinistra si va in altro peristilio meno nobile, di cui 
daremo la descrizione insieme colle altre parli di questa 
casa , quando sarà messa interamente allo scoperto. 
Ora se n'è sospeso per alcun tempo lo scavo, perchè 
si conservassero alcuni tetti rimasti intalti dopo la ca- 
tastrofe pompejana. Sono questi tetti notevolissimi: e 
ne dobbiamo la conservazione al metodo costantemente 
seguito nelle presenti escavazioni, per le cure dell'at- 
tuale Sopran tendente sig. Principe di Sangiorgio , e 
deirarchitello Direttore sig. Gaetano Genovese. Con- 
siste questo nel rimuovere a poco a poco le terre a 
strali orizzontali, e non già a tagli verticali : cosicché 
nulla potrà sfuggire alla osservazione del diligente ri- 
cercatore. Questi tetti così conservati , mentre al di 
sotto é l'edificio ripieno di lapillo, e di altri materiali, 
insieme con altri fatti già prima ed ora piij recente- 
mente raccolti, dar possono grandissima luce alla que- 
stione del modo in cui fu sepolta la città di Pompei. 
Noi rimandiamo ad altro articolo i particolari di una 
tale discussione; ma sin da ora ci piace di annunziare 
che questo novello fatto pruova alla evidenza che una 
tremenda alluvione avvenir dovette ad accrescere i 
danni della eruzione. Questa conclusione fu tratta 
dallo stesso sig. Genovese , il quale ne fé oggetto di 
particolare comunicazione alla reale Accademia delle 
belle arti [\ediiì Rendiconto della r.acc.d. Belle arti an. 
1 p. 67. seg.). Una novella applicazione presentavano a 
fare i tetti pompejani: e questa consisteva in una par- 
ticolare disposizione de'legoli, perché le acque più fa- 
cilmente confluissero negli angoli. Si è colla oculare 
ispezione dimostrato l'uso di alcuni embrici di parti- 
colare forma conservali nel real museo Borbonico: 



— 141 — 



ed il lodalo arcìiitetlo dirodoro, informandone etfual- 
menle 1' Accademia delle Belle arti , indicava l' iili- 
je applicazione di quei tegoli pe'nosdi ledi , e ne fa- 
ceva il primo saggio nel palagio degli Orsini , attual- 
mente in restauro [Reml.cil.\).10). Daremo inseguito 
il disegno de' tetti Pompejani , ed una particolare di- 
chiarazione, perchè ognuno possa piofiltarc della no- 
vella scoperta; confessando ancora una volta la utilità 
di studiar gli antichi nelle arti. A compire la nar- 
razione di ciò che si è finora scoperto nella strada , 
della quale discorriamo, avverto che il seguente n. 58 
è una piccola hottega , di cui non è ancora disotter— 
rato il pavimento: le pareti sono di semplice inlonico, 
senza alcuna dipintura. Al pilastro seguente leggcsi la 
iscrizione P.PAQVIVM.llVlR; che ci persuade forse 
a correggere l' altro programma riferito di sopra P* 
AONIVM. PROCVLVM , in P. PAQVIMI (vedi !a 
p. 59 D. 6). Segue il n. 59 parimenti rozzo compre- 
so senza intonico: all'ingresso vi è uno scalino di fab- 
brica, ed a' Iati alcuni pezzi di ferro per la chiusura. 
N. 61. Ingresso ad un edifizio non ancora disotter- 
rato. N. 63. Rozza bottega, che comunica coli' edi- 
fizio suddetto : vi è un piccolo e rozzo larario. N.6o. 
Bottega anche rozza, con dietrobottega di grossolano 
intonico e rozzamente dipinta. Nel muro di fronte è 
la figura di un Bacco con tirso e canlharos, e presso 
una pantera accovacciata ; a' due lati sono due dipinti 
osceni. 

Tornando al sinistro Iato della strada avvertiamo 
che sul pilastro dopo il n. 43 si legge graffito il nome 
APRILIVS presso ad un fallo parimenti graffilo. Se- 
gue una serie di altre botteghe , cominciando dal n. 
46 in poi, delle quali ci proponghiamo dire con mag- 
giore particolarità , quando ne sarà fatto compiuta- 
mente lo scavo. Avvertiamo per ora che nella bottega 
segnata col n. 49 si veggono varie mete di piperno 
da macinare : su' muri leggonsi graffili varii numeri 
e la iscrizione 

POSTIIRV . NON 
OCTOBRIIS 

In altra bottega, cerlamenle di mi piymcnlailus. 



furono rinvenuti molti oggetti degni di considerazio- 
ne ; e di essi già diede notizia il defunto cav. Guglielmo 
Bechi , il quale ne parla in tal guisa : « Ecco gli og- 
« getti che vi si son rinvenuti. 1. Una quantità di co- 
« lor bianco purissimo, oggi dello bianco di argento. 
« 2. Quattro pezzi di bianco emisferici con iscrizione 
« fatta a stampiglia , impressa su di essi pezzi. Qne- 
« sto bianco da noi dicesi bianco di piombo. 3. Terra 
« gialla chiarissima. 4. Terra gialla chiara. Questa 
« terra gialla si è trovata nel fondo di un' anfora me- 
« scolata con una sostanza resinosa, che altro non può 
« essere che gomma mastice ; il che proverebbe che 
« gli antichi si servivano per glutine delle loro tinte, 
« di questa gomma , come facciamo noi , se non nei 
« quadri, almeno nelle tinture de' legni e masserizie. 
« 5. Terra gialla scura di bellissimo tuono. 6. Smallo 
« bleu. 7. Terra pavonazza chiarissima. 8. Terra pa- 
« vonazza chiara bellissima. 9. Terra pavonazza scura. 
« 10, Nero di fumo. 1 1. Gomma mastice in massa. 
« 12. Gran pezzo di asfalto di oltima qualità. 13. Pece 
« in gran quantità. 14. Una sostanza composta di varii 
« ingredienti nei quali entra la pece e l'asfalto. 15. 
« Una gran massa di luto fullonico. 16. Una quantità 
« di pomici lavorale a forma di una mezza sfera , ima 
« delle quali dentro un manubrio di bronzo. Oltre 
« molti pesi , e varii mortai ad uso di pestare e ma- 
« cinar droghe e colori.» [Vedi Memorie della Regale 
Accademia Ercolanese voi. VII. Appendice p. 43 s. ). 
11 Sig. Bechi non omette in questo luogo di osservare 
quanta cura ponessero gli antichi nelle più piccole 
cose, avvertendo particolarmente come quelle pomici 
si lavoravano , dandosi loro la forma di una mezza sfera 
di uniforme grandezza , proporzionata alla impugna- 
tura della mano, e da ultimo si mettevano in un ma- 
nubrio di bronzo concavo a guisa di piccola tazza , 
affiu di poterle meglio e con più forza maneggiare , 
ottenendo così una pressione eguale, senza il rischio 
di stritolarle, premendole con la mano nuda (I. e. 
p. 44). La iscrizione fatta a stampiglia su' pezzi di 
biacca è .\TTIORVM ; e senza dubbio si riferisce ai 
padroni della bottega, che facevano la industria de'co- 
iori : ed è forse un esempio unico in Pompei della 
precisa determinazione di coloro , che tenevano quel 



142 — 



negoziato. E cosi nella medesima strada abbiamo in- 
contrata una casa, che può certamente denominarsi di 
M. Lucrezio, ed una bottega, che può chiamarsi de- 
gli Adii, dal nome di que fralelli o in qualunque 
altro modo congiunti , che esercitavano in società 
quella industria , contrassegnando la loro merce col 
titolo della fabbrica. 

Dopo il n. 66 si offre l'apertura di un vico in parte 
disotterrato. Sul muro sinistro vedesi un dipinto , ed 
una numerosa serie di programmi, che occupano una 
lunga estensione. La pittura rappresenta due enormi 
dragoni fra piante acquatiche : le loro aperte bocche 
si dirigono verso un incavo eh e pratticato nel mezzo, 
e destinalo a poggiarvi le offerte. Più in giù al di so- 
pra di un ara dipinta vedesi effigiata una cesta con 
varie offerte , fralle quali compariscono due pine , e 
due altri frutti indeterminati. 

Le iscrizioni, alle quali accenuiamo,sono le seguenti: 

i) RVFV3I 
poi in piccoli caratteri 

2) HELVIVM SABINVM AED 

ed in grandi caratteri 

3) POPIDIVM- RVFVMIIVm DR-P'O'V'F 

4) POPIDIVM RVFVM 

b) P . PAQVIVM . PROCVLVM 

UVIR ■ 1 • D INI 

6) Q . MAR1V3I RVFVM aed • r • p • d 

Seguono altre iscrizioni , che quando sarà prose- 
gnito Io scavo, non mancheremo di riferire. 



fconlinuaj 



MlNEnVlNI, 



Descrizione di un frammento di vaso diiunto conser^ 
vaio nel real museo Borbonico. 

Tra'più preziosi monumenti ceramografici del real 
M. Borbonico è certamente da riporre il frammento 
di cratere proveniente daRuvo, rappresentante la Gi- 
gantomacbìa. E però dispiacevole che di questo clas- 



sico pezzo di antichità, tuttavia inedito, non si son date 
finora che inesatte descrizioni. Di fatti non può con- 
siderarsi come tale, che non lasci nulla a desiderare, 
quella fattane dal eh. signor Consigliere Schulz negli 
annali dell' hi. 1842 p. 67 e s. , abbenchè sia la più 
estesa ; non essendo le altre che semplici notizie. Per- 
ciò non tornerà discaro a' lettori del buUettino veder- 
ne rettificata e compiuta la descrizione, alia quale fa- 
remo seguire alcune brevi osservazioni. Le figure di 
questo importante frammento son rosse in fondo ne- 
ro : il disegno è quanto di meglio possa desiderarsi 
in questa classe di monumenti : è da notare partico- 
larmente che varii oggetti, e talvolta altresì le figure, 
offrono le ombre oltre i semplici contorni. Una delle 
due facce del vaso è assai più accuratamente dipinta 
che r altra ; per modo che può ravvisarvisi l' opera 
di due differenti artisti. 

Comparisce da prima un mezzo cerchio, figurante 
la volta celeste. Al di sotto di questa fascia veggon- 
si alcuni de' figli della Terra salire per varie tortuose 
linee graffite , messe ad indicar le montagne sovrap- 
poste le une alle altre per ascendere al Cielo. Comin- 
ciamo a descrivere le varie figure dalla destra de' ri- 
guardanti. La prima è Gaea con doppia tunica sen- 
za maniche e capelli pendenti : ella al solito è ve- 
duta per metà, essendo l'altra mela inferiore profon- 
dala nel suolo : con una mano spinge uno de' suoi fi- 
gli tutto nudo e con pelle di pantera, il quale è nel- 
l'atto di sollevare con grande sforzo un enorme sasso 
al di sopra di quelle graffile tortuosità. Vien poi in 
ordine alquanto superiore , ma più a sinistra, un' al- 
tra figura, che tenendosi colla sinistra ad un petroso 
masso della montagna, colla destra puntella una cor- 
ta asta al sasso spinto dall' altra figura precedente- 
mente descritta. Al di sotto ò un allro Gigante veduto 
di schiena , che in forzalo movimento oppone colla 
manca la pelle di pantera avvolta intorno al suo brac- 
cio, e colla diritta è per vibrar, come sembra, nell'al- 
to una scheggia de! monte: presso di lui è uno scudo 
rovesciato coll'emblema di un Grifo prominente a ri- 
lievo. Segue un altro Gigante pur con pelle di fiera 
che si rannoda sul petto , il quale si curva per solle- 
vare un grande masso. Al di sopra appajono solo in 



— Ii3 — 



parie due altre figure : di una si veggono soltanto le 
gambe, e la mano dritta munita di martello con dop- 
pia punta ; l'altra si mostra dall' ombelico in giù, ed 
è adorna di clamide con fregio di meandro ad onda 
nell'orlo; le braccia e le mani non compariscono af- 
fallo. Nello spazio che rimane voto fra' cinipie perso- 
naggi da noi descritti , giacciono sulla montagna una 
scure , ed una breve picca. 

L'ultima figura a sinistra che vedesi al di sotto del 
cerchio , è Encelado ENKEAAAO^ con imberbe 
volto, e quasi vinto dalla fatica e dalie ferite: egli ha 
la galea, la spada nel fodero pendente al fianco, e Io 
scudo con l'emblema di una lesta di fronte con lingua 
prominente e zanne, e con lunghi raggi sporgenti nella 
parte superiore e nella inferiore. All'interno dello scudo 
è nel giro l'ornamento di un meandro ad onda, e poi 
una pugna fra cinque figure, probabilmente un'altra 
Gigantomachia: sono esse 1 . a destra figura nuda con 
ginocchio al suolo, che tira l' arco (forse Alcide) - 2. 
figura di schiena, e con pelle di fiera, nell'atto di 
vibrare una pietra -3. Comparisce una semplice testa, 
essendo il rimanente del corpo impedito dal braccio 
di Encelado - 4. Figura con clamide caduta al suolo— 
S. Figura virile con elmo e scudo , lanciando l'asta. 

Tornando a destra al di sopra del circolo del cielo, 
vedesi Hettos in un carro tratto a sinistra da quattro 
cavalli, che appajono a metà essendo dal cerchio me- 
desimo interrotti. Il dio ha clamide affibbiata sul petto 
e svolazzante , corazza a squame , con ornamento di 
meandro ad onda e gonnellino: presso la sua testa è 
il disco del Sole bianco con tratti gialli, e circondato 
di bianchi raggi. Al di sopra sono i residui di altra 
quadriga , che va da sinistra a destra. Dal lato oppo- 
sto , ed anche sopra della descritta zona , presso la 
figura di Encelado, scorgesi anche interrotta in parte 
dalla volta del cielo , una figura femminile , che si 
avanza a manca sedente sul cavallo, vestita di tunica 
^enza maniche e clamide. La parte superiore del corpo 
e la testa non si vede, per essere il vaso infranto; ma 
forse dee credersi Hemera, o l'Aurora. A questa me- 
di'sima faccia del vaso sembra appartenere un piccolo 
fiammonio con la testa di Minerva galeala , ed indi- 
cala dalla epigrafe A'-^HNA. 



Passando all'altra faccia, di cui dicemmo esser 
meno accurato, benché non meno franco, il disegno, 
osserviamo vedersi in alto alcune figure in grandissima 
parte mancanti per la frattura del vaso; una con clami- 
de, altra con nebride. Nell'ordine inferiore una femmi- 
nile figura con semplice corona di edera e radii sul ca- 
po, ha lunga tunica con fascia alla vita: colla destra è 
nell'atto di vibrare una pietra; colla sinistra, a cui è so- 
spesa una pelle eleva il tirso: presso la di lei lesta è la 
iscrizione IlAlAlA, che noi prima abbiamo scoperta. 
La precede un Sileno barbato, e con coda: ha questi il 
capo munito di galea crislata e fatta a foggia di squa- 
me ; stende pure il sinistro braccio a cui è sospesa una 
pelle, e colla destra sfiinge una lunga pertica od asta 
contro una figura virile nuda caduta al suolo, della qna- 
le veggonsi le sole gambe,e parte dello scudo che aveva 
a sua difesa. Presso la testa del Sileno b'ggesi EV.... 
Al suolo sorge una pianta con rami , che sembrano 
di vite selvaggia , e pur da questo lato sono tortuose 
linee graffite. Sotto è in giro un meandro. Poggia il 
vaso sopra un piede staccato , che probabilmente vi 
apparteneva. Su di questo è dipinta una murena , o 
qualche marino mostro, non che un altro animale di 
forme somiglianti a quelle del tonno, che tengono 
ciascuno in bocca un piccolo pesciolino : e questa rap- 
presentanza si ripete per ben due volte. Sotto è in i^'iro 
un meandro ad onda. 

Quelle linee ad arco , che limitano superiormente 
la rappresentazione , sono giudicate indicar la volta 
del cielo dal Gerhard fbiiU. dell' hi. 1810 p. 189;, 
e dallo Schulz fbull. cit. 1842 p. 67 j. E noi ne fa- 
cemmo altrove il paragone con una simile particolarità 
osservata nel magnifico vaso di Ruvo , che pubbli- 
cammo nel huUeltino archeologico napolilano (an. II. 
tav. V. eVI. vedi la p. 107) , e che fu poi acquista- 
to dal Sig. Barone di Lotzlìcck. Notevole è la ripeti- 
zione di IMios che guida il suo carro, ed insieme del 
disco del Sole , che comparisce pure nel citato vaso 
di Ruvo. A me sembra che il carro del Sole interrotto 
dalla volta celeste dia a divedere che si trovi dall'altro 
emisfero , verso del quale più si dirige : e dello stesso 
modo potremmo ravvisar nell'altro carro solo in parte 
conservato la quadriga di Selene , che parimeali si 



— 144 



allonlana, mentre fa lo slesso l' Aurora che egual- 
iiienle percorre sul cavallo l'opposlo emisfero. Farebbe 
a ciò bellissimo confronto il luogo di Apollodoro, nel 
quale si riporta che Giove comandò di non recar la 
loro luce all' Aurora , al Sole , ed alia Luna : à.'jru- 
'Trwy (JaAfiv 'Ho? T: xoCi SìXrjir, xoù 'HX/w (lib. Icap. 
, 1 ). La figura di Elio è notevole per la squamosa 
lorica coir ornamento di meandro ad onda: alla pri- 
ma fa confronto Valerio Fiacco, che parla della lorica 
del Soie (Argon. IV. v. 93 , 94J , alla seconda dan 
luce i rapporti dell'astro del giorno colle marine onde, 
e quando sorge dalle acque, e quando in esse si tuffa 
(\edi ciò che dicemmo nel bull. arch. nap. an. V. p. 
79-80 ). Passando alla pugna stessa avvertiamo che 
il sollevar de' grandi massi trova il paragone di altri 
monumenti; uè solo in rapporto de' Giganti, ma al- 
tresì de' Centauri nelle rappresentazioni della loro 
battaglia co'Lapiti, Ingegnosa è la determinazione che 
la ilSig. Schulz delie tre figure che sono a sinistra in 
ordine alquanto superiore , e che sono in gran parlo 
mancanti. La figura da lui spiegata per Marte, che è 
»iuella che puntella un corto giavellotto ad un sasso 
solle>alo da un Gigante, può credersi nell' atto di 
scuoterlo , perchè precipiti al basso. Il personaggio 
col martello a doppia punta può credersi Vulcano , 
secondo la opinione dello stesso eh. Schulz, e l'altro 
con orlala clamide può riputarsi Apollo, al quale non 
altrimenti che al Sole, conviene il fregio del meandro 
ad onda , essendone non diversa la intelligenza. La 
figura di Minerva trovavasi per avventura non mollo 
distante da Encelado , e certamente dal sinistro lato. 
Intanto la epigrafe A0IINA viene a dimostrare che 
non una sola iscrizione vedeasi sul vaso , come cre- 
deva lo Schulz, richiamando l'altro colossale vaso del 
real museo Borbonico con la sola epigrafe APTEMIS 
graffita. Il frammento di Ruvo presenta certamente 
▼arie iscrizioni dall' una e dall' altra faccia , ed altre 
probabilmente se ne vedevano nelle parti mancanti. 
In quanto poi alla voce APTEMIX dell' altro vaso , 



noi abbiamo non lieve sospetto che fosse una moderna 
falsificazione, avuto riguardo alla cattiva forma dello 
lettere , ed alla incertezza de' tratti. 

fconlinmj Minebviri. 



Vaso dipinto con Ulisse AKA.yruoPLEx. 

Il d'Hankarville nella collezione di vasi(t. IL taT. 
29 ediz. di Parigi ) ne pubblicò uno con rappresen- 
tazione di grande importanza. Vedesi dipinta una na- 
ve con entro due personaggi , uno de' quali è inteso 
ad annodar 1 ' ancora , l' altro è appoggiato al remo. 
Al disopra di questo è un augello volante , che ha 
nel rostro un pesce rotondo con lunga coda rivolta 
in giù. Sopra uno scoglio è una donna , che attende 
il naviglio. Questo curioso monumento fu ripubbli- 
calo dall' Inghirami [vasi ^«.t.II.tav.l 16, 1 17).ll ce- 
lebre cav. Welcker vi riconobbe il soggetto di Ulisse 
ucciso dal pesce Tpuyu/v nel giungere al porto , colla 
nota denominazione di Ulisse akanthoplex. I partico- 
lari di una tale spiegazione legger si possono nel bul- 
lellino dell' istituto per l' anno 1 833 pag. 1 i 6 e seg. 
Ora non tornerà discaro di vedere in questi fogli an- 
nunzialo che il vaso , di cui è parola , è tultavia esi- 
stente nella collezione de* signori Porcinari in Napoli. 
Avendo noi avuto occasione di osservarlo , ci siamo 
avveduti che esiste nel campo, al di sotto dell'augel- 
lo una iscrizione, che pare sia sfuggita a' primi edito- 
ri. La epigrafe è la seguente KO I MAPIi^, ku~ 
/xap/j, k >wx*p/s ; giacché non sapremmo difiinire se 
il terzo elemento sia I o M, vedendosi in quel sito una 
piccola frattura. Quale influenza abbia una tale novità 
sulla spiegazione del Welcker , e come debba inter- 
pretarsi non ci è ancora sovvenuto al pensiero: ma 
nel prossimo foglio del bulleltino ne daremo una qua- 
lunque siasi dilucidazione , contenti per ora di rife- 
rire il fatto , senza particolare comenlo. 

MlNERVUri. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.g. 
GicLio MiNERviM — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Càtaheo. 



BriLETTmO ARCHEOLOGICO IVAPOLITA^O. 

NUOVA SERIE 
^' 19. Aprile 1853. 



Epoca in che fu costruito l' Anfiteatro pompeiano. — L' Ambulàtio e i Programmi popolari in Pompei. 



Epoca in che fu costruito V Anfiteatro pompeiano. 

Le fabbriche dejjli Anfilealri vennero in moda assai 
tardi, essendo vecchissimo costume e generale in Ilalia 
di erigere palchi di legno nelle piazze. Tal notizia ci 
viene dal più competente giudice , che potea deside- 
rarsi, io dico da Vilruvio, il quale neppure ci ha la- 
sciato nei suoi dottissimi libri istruzione veruna intorno 
alla costruzione di essi. La qual cosa unita al precetto 
di far le piazze in Italia rettangole , e non quadrate 
per r uso degli spettacoli, ci dimostra evidentemente 
qual ragione egli avesse di non occuparsi di una fah-^ 
brica, l'uso della quale non era divulgato. Dice adun- 
que Vilruvio : In Jtaìiae tirbibiis non eadem est ratione 
faciemìum , ideo qiiod a maioribus consueludo tradita 
est , gladiatoria munera in foro dari. fgllur circum spe- 
ctacida spatioMora inlercohimnia dislribuantur. iMi- 
tudo aulem ita ftniatur , ut ìongitudo in tres partes 
cum divisa fu rit , ex his duae partes ei dentar : ila 
enim erit oblonga eius formalin , et ad spectacidorum 
raliom m utilis dispositio (V. 1 ), 

Un lai uso ricorreva segnatamente in Eiruria, ciA 
che gli Etruscómani non hanno avvertilo , e ce ne è 
nobilissimo documento la pittura di un sepolcro di 
Tarquinia ( Canina , Etr. Marìtt. Tav. LXXX V ) , pa- 
ragonalo con un fatto ancor meno osservalo, ma che 
ne dà non meno solenne conferma. Qual fosse il modo 
di assistere agii spettacoli in Roma, prima della mela 
del secondo secolo , lo descrive Livio, e Dionigi^ Dice 
il primo ; Spectavere furcis duodenos ab terra spectacula 
alta sustinentibus pedes {{ ,^?t): dice il secondo : 'Ec-rri» 
TE? i^icóoovY Ì-k' Ixfii'uiv, Q-.firuiY spXi'vxii C7;tr,v«rs éot- 



xiiixìviov {IH, p. 200, Sylb.). Della quale verilà slo- 
rica ne vien garante la pittura citala di sopra ; nella 
quale il popolo è appunto collocalo su i palchi sosle- 
nuli da cavalietti presso a poco dodici piedi elevali 
dal suolo. Che se la Eiruria , donde veniva a Roma 
Tarquinio , avesse avuto Aniitealri , egli è fuor di 
dubbio , che il vanlalo autore della massima cloaca , 
e del massimo circo avrebbe fallo edificare anche que- 
sta mole nella nuova sua dimora. Intanto i Koniaiii 
seguitarono a costruir Anfiteatri di legno fino a' tenq)i 
di Augusto, 

D'altra parte niun Anfiteatro è in Eiruria che possa 
dirsi di costruzione eirusca : e quei luoghi ove se ne 
riconosce qualcuno lo debbono sicuramente aver ri- 
cevuto sotto il dominio dei Romani. Così Areliiim , 
Luna , Luca , Florentia , e Volalerrae che hanno .\n- 
filealro , furono colonie romane, e lo fu Sulrium al- 
tresì, dell'Anfilealro del quale il Comm. Canina di re- 
cente ha dato il competente giudizio fEir. Murili, p. 
73^, giustamente attribuendolo cogli allri ai Romani. 
Liionde non vale il dire col Sig. Ab. Rucca ( Rcnd. 
della .Snc. J{,Borb.Accad.Ercol.\)."ynj, che queste città 
eran distrulle ai tempi romani , male inlerpretandj 
i luoghi dei Classici, i quali debbono aver accennato 
all' antica condizione eirusca di queste città : peroc- 
ché ai tempi in che essi scrivevano erano in piedi, ed 
in condizione di colonie romane. 

Una tanta costruzione in legno, eseguita inoltre sì 
di frequente , offriva di già un modello esalto a chi 
volesse alzarne qualcuno in pielr.-ì : laonde quando i 
tempi di pace permis<*ro ad Augusto di rivolgersi ad 
abbellir Ruma , ei non mancò di suggerire a Statilio 

19 



146 — 



Tauro il pensiere di fabbricare un Anfiteatro. Niuno 
potrebbe asserire sinora se prima del secolo ottavo 
alcun Anfiteatro di pietra si fosse altrove costruito 
in Italia; che i monumenti superstiti nulla contengo- 
no , affatto nulla , che ci obblighi a sorpassar questo 
limite, lo non entro qui a trattar dell'architettura, né 
della maniera di costruzione, né de' luoghi degli scrit- 
tori, onde qualcuno si è lasciato bellamente trarre in 
inganno : di tutto ciò ho disputato in due memorie 
lette all' Accademia Ercolanese , ed in una disserta- 
zione intorno ai frammenti dulia Iscrizione , che fu 
una volta sulla porta d'ingresso dell'Anfiteatro pu- 
teolano. Basti quindi asserire , che da tutto ciò nulla 
si può dedurre, che ci faccia salire al di là del secolo 
ottavo , ove manchi una testimonianza scritta e con- 
temporanea, che ne determini l'età. Già dimostrai che 
tutte le iscrizioni che parlano della costruzione degli 
Anfiteatri conosciute finora , sia in Italia , sia fuori , 
tutte sono dei tempi dell' Impero. 

Ora dopo di avere avvertito i lettori dello stato in 
che è la questione intorno all' epoca degli Anfiteatri 
in pietra , mi argomenterò per quanto è possibile di 
determinare il tempo , in che fu costruito quello di 
Pompei; e ciò dalla doppia iscrizione trovala su due 
ingressi di esso rivolti a ponente e dalle otto , che si 
leggono sul parapetto del podio ad oriente. Ecco il 
tenore di quella , che è intera ; che all' altra manca 
una piccola parte a sinistra : 

C • QVINCTIVS • C • F • VALGVS 

M • PORCI VS • M • F • DVo • VIR 

QVINQ • COLOXIAI • HONORIS 

CAVSSA • SPFXTACVLA • DE • SVA 

PEO • FAC • COKR • ET • COLOXEIS 

LOCVM • IN • PERPETVOM • DEDER 

Le scolpite sul parapetto del podio a sinistra di chi 
cnira dalia porla settentrionale leggono 
davanti ul primo cuneo : 

•MAO • PAG • AVG • F • S • PRO • LVD • EX DD (!) 

(I) Lpggo: .Hagitlri Pagi Augutti Felicit Suburbani prò Ju- 
dt< ex decreto Decuriunuin. TaluUiu* ( e non T. AlitUiiu sic- 



davanti al secondo : ■ 

TATVLLIVS • C • F • CELER • HV • PRO • LVD • LV CVN F C EX DD 

davanti al terzo : 

LSAGINIVSIIVIRID PRLVLVEX D DCVN 

e si ripete sulla parte interna : 

L • SAGINIVS IIVIDPLLEXDDC 

davanti ai tre cunei seguenti , l' una dopo l' altra : 

N • IST ACIDI VS • N • F • CILIX • II VIRPROLVD- 
LVM • A • AVDIVS • A • F • RVFVS • II • VIR • PRO- 
LVD • P • CAESETIVS • SEX • F • CAPITO • IIVIR- 
PRO • LVD • M • CANTRIVS • M • F- MARCELLVS- 
II VIRPROLVDLVMCVNEOS IIIFC EXDD- 

Non può esser dubbio, cheC. Quinzio e M, Porcio 
siano i primi autori dell'Anfiteatro pompeiano , av- 
visando la iscrizione , che i posti da sedere in gene- 
rale essi gli hanno fatti costruire: Speclacula faciun- 
da coeraverunt (-2). È poi ben naturale , che qui la 
voce SPECTACVLA si abbia da intendere per l' in- 
tero edifizio , il quale consiste appunto di posti da ve- 
dere. Né presso i Greci ©sxrpov, od 'AixpiBixrpov valse 
altra cosa che luogo da guardare ; onde S. Isidoro 
visorium grammaticalmente lo interpretrò. Questi luo- 
ghi, o posti da guardare, son divisi da maggiori e mi- 
nori intramezzi di gradini , i maggiori seguendo la 
forma ellittica dell' edifizio non vanno in linee paral- 
lele , ma convergono dall' alto al basso ; e però i par- 
timenli dei posti fra le due linee presero dalia mate- 
rial figura nome di cunei. Qui M. Porcio e C. Quìu- 



conie ha copiato erroneamente il Mommsen , /. iV. 22b2) Cai fiU 
Celer Duumvir iuri dicundo prò ludorum iuminalìone [lì Momm. 
interpreta, prò ludorum luminibutj cuneum faciundum curavit 
ex decr. Decur. e cosi in seguilo. 

(2) È uno sbaglio del Ziimpt , che la voce speclacula prende 
qui per rappretentanta, quasi avesse trovato tpectacutum dare, 
ovvero edere, « non tpectacula faciunda curare f y. Com.Eptgr. 
p. 107, !«;. 



— 147 



zio non ci dicono già come gli aldi duumviri, o come 
i Maestri del Pago Augusto di aver Aibbriralo uno , 
o più cunei , ma gli spetlacoìi. Dal (jual paragone ri- 
sulta parmi anche più evidente il significalo che si 
deve atlribuire alla voce SPE(]TACVLA. Lo che po- 
sto , né i Duumviri , né i Maestri del Pago Angusto 
potranno contendere loro la pi iorilà ; e però riinan 
provato, che C. Quinzio, e M. Porcio siano i veri e 
primi autori di questo ediGcio. 

Ben parmi sicuro , che se gli altri non hanno il 
merito di aver cominciata la fabbrica , lo abbiano di 
averla aiutata , e condotta con loro a fine. Perocché 
la costruzione dei sei cunei non ha sembianza adatto 
di rifacimento , trovandosi l'un dopo l'altro dal solo 
lato sinistro, ed opposto a quello, sulle due porte del 
quale furono poste le due iscrizioni che dichiarano 
Porcio e Oiù'iz'O autori della mole. Intendo quindi 
la cosa così , che cominciata la fabbrica dai Duum- 
viri lodati, e condotta avanti a proprie spese, corren- 
do tuttavia il quinquennio della loro magistratura , i 
Duumviri loro surrogali nei tre anni seguenti per 
decreto dei decurioni avessero occupato il denaro so- 
lito erogarsi nello entrare in carica in giuochi, e lu- 
minarie, alla costruzione di un cuneo dell'Anfileatro, 
La qual cosa i maestri del pago abbiano imitata fa- 
cendo anch' essi il cuneo loro, secondo che era paruto 
ai Decurioni. 

Or i Maestri del pago Augusto non debbono essere 
anteriori al 747 di Roma : perocché appunto in que- 
st'anno Augusto rimise ai vecchi municipii , ed alle 
colonie quel sussidio di veterani che avevano termi- 
nato gli anni della milizia sotto i suoi auspicii [lUon. 
Ancyr. Ili . 28 ). 

U qual fatto spiega assai bene la formazione di un 
Pago che tolse il nome di Augusto Felice, non poten- 
dosi ammettere , che il cognome Felix fosse origi- 
nario della colonia sjllana ; perocché per le ragioni 
da me esposte altrove , è ora manifesto che né Siila 
diede mai tal appellativo alle sue colonie ( onde ne 
manca Pompei ) , né se ciò fosse, lo dovremmo tro- 
vare in quel secondo luogo , che occupa. 

Altra circostanza concorre egualmente ad aesicu- 
rare meglio tal deduzione : ella è il sapersi per una 



iscrizione pompeiana che appunto in quest'anno 747 
furono creati nel Pago Augusto Felice i Ministri, MI- 

Msim • PAGI • AVO • r i: L • svuvkbam • primi 

( /. iV. 2-293 ) ; e perù anche i Maestri del Pago me- 
desimo , essendo relative queste cariche, ed apparte- 
nenti alla instituzione di un collegio medesimo. Laonde 
si pare che nel collocarsi i veterani accanto al loro 
paese nativo ricchi dei donativi imperiali decidessero 
insieme di dar nome di Augusto al no>ello pago, ed 
il culto vi stabilissero al Genio di Cesare, monumento 
di religione inseparabile dalla riconoscenza pagana , 
e però inqwssibile a supporsi di epoca diversa da 
quella , in che appellavano Augusto il lor pago. 

Che se l'opera del cuneo costruito dai Maestri del 
pago Augusto non può ragionevolmente separarsi dal 
processo della fabbricazione primitiva dell'Anlilealro, 
e questi non furono creali prima del 747 ; adunque 
il coininciamento della fabbrica dell'Anlilealro Pom- 
peiano non potrebbe precedere che di qualche anno 
il 747 di Roma. Ma osservando, che il commodo del 
Teatro coperto dato costruirsi per appallo dai Duumvi- 
ri M. Porcio, e C. Quinzio, e la mole dell' Anfiteatro 
cominciata nell'anno medesimo della loro Quinquen- 
nalità ci obbligano a vedere un gran movimento ope- 
rato in questa colonia , lo che polca solo prodursi 
dalla nuova giunta di ricchi veterani , desiderosi di 
agi , e pieni delle grandiose scene della magnificenza 
romana, noi facilmente ci persuaderemo, che la ere- 
zione di questo edifizio non può preceder l'islesso anno 
quadragesiinosettimo dell'ottavo secolo di Roma. 

Non fo qui verun caso , come di cosa superflua , 
che i Duumviri C. Quinzio , e M, Porcio diconsi 
Quinquennali , carica , che secondo le buone osser- 
vazioni del Zumpt {Comm. Epìgr. pag. 93), non 
essendo anteriore al 725 , ci fa intendere viemeglio , 
che r Anfiteatro di Stalilio Tauro messo in piedi sia 
dal 724 offriva già un tipo ai nuoyi dedotti, e ne ac- 
cendeva loro anche più vivo il desiderio. Inoltre , se 
il nuovo ordinamento di Augusto del 72o aveva sta- 
bilito il nome e gli attributi del Magistrato Quiquen- 
nale, già l' Anfiteatro non avrebbe preceduto quel- 
l'anno, e però sarebbe sempre posteriore al romjuo 
di Statilio, 



— IVS - 



Ad appressarci inolire all'anuo preciso della Quin- 
qiieiMialilà de' Duumviri Quinzio e Porcio non ho 
allro mezzo , che la paleografia ed ortografia della 
isciizione , la quale sapendo dell' arcaico sta meglio 
certo ai tempi di Augusto, che dopo. In questi cono- 
scendosi , che regolarmente il censo ricorreva ogni 
cinque anni, i soli anni di che si può Irar vantaggio, 
sarebhero tra il 730 , e il 770. 

Or avendo sopra dimostrato la ragionevolezza di 
stimar posteriore al 747 la fabbrica dell' Anfiteatro , 
resterà più ristretto Io spazio tra quest' anno , ed il 
770. Nel quale spazio io conosco due sole quinquen- 
nalità certe , la prima del 708, in persona di M. 01- 
conio Celere , e 1' altra del 732 nel duumvirato di 
Aulo Clodio Fiacco , per la pompeiana tra le laser. 
Ncap. n. 2378. Procede la prima dall'osservare, che 
M. Olronio Celere nella prima lapida ove diccsi Duum- 
viro Quinquennale designato aggiugnesi il sacerdozio 
di Augusto ('), e nella seconda ove è detto Duumviro 
Quinquennale è invece denominalo Sacerdote del Divo 
Augusto ( ); lo che certo dimostra che egli era in carica 
dopo il 19 Agosto del 707 , nel qual giorno furono 
decretali ad Augusto gli onori divini. Mcn sicuro è il 
terzo Quinquennale, non essendo conosciuto quale in- 
tervallo legale dovesse passare tra l'una dignità e l'altra 
nei municipiienelle colonie, e con qualileggi vi fosse 
osservato. Solo può giustamente opinarsi, che .A. Clo- 
dio Fiacco Duumviro per la terza volta nel 752 (/. 
iV. 2378) , non guari prima dovesse aver sostenuto il 
suo duumvirato secondo , che fu quinquennale, e 
forse nel 747, al 748, che regolarmente può credersi 
anno del censo. Esclusi adunque questi Ire anni , al 
duumvirato quinquennale di M. Porcio e C. Quinzio 
|iiob;ibilmenle restano le quinquennalità delle secon- 
de metà del 752 , 757 , 762 , al 733 , 738 , 703 ; 
nella qual epoca forza è, che sia stato costruito l'.Xn- 
filealro pompeiano. 

Garrucci. 

(1) m ■ holcomo • celeri 

d • v ■ i • d • qvinq • designato 
avgvsti ■ sac.ekdoti 

(2) M. Jloìcnnio CELERi 
SACERDOn DlVi Augusti 
],V1R • 1 D QVl.NQKcnnaK 



L' Amdvlàtio e i Programmi popolari in Pompeti 

Xeir aringa di Cicerone in difesa di P. Siila è un 
luogo salito in celebrità presso gli scrittori delle cose 
pompeiane , e presso gì' interpreti. Vi fu , dice, tra i 
Pompeiani, e i novellamente dedotti in quella città un 
dissidio, e questo durò molti anni. Essi non si accor- 
davano intorno aW Ambulazione ed ai loro suffragi. 
Pompeianorum colonorumque dissensio quum iam in- 
velernssel , ac mullos annos esset exagitala . . . Pom- 
peiani , qui de ambtilalione et de sulpagiis suis cum 
colonis disscnsennU , [p. Si/Ila, e. 21 ). Qualche cri- 
tico contro alla costante lezione dei codici manoscritti 
pose amhilione per ambulatione , che il Grutero , il 
Grevio, ed il Garaton difendono come vera, seguiti 
dal Lemaire e dall' Orelli nelle recenti loro edizioni. 
Intorno M' Ambuìalio il Lambino dice non saper, che 
sia: Quid silii velil, nescio: ma il Grutero col Gugliel- 
mo la interpretano Portico, e questo senso ritengono 
il Rosini [Diss. Isag. p. 51. n. 20) , il Lemaire (ad 
h. 1.). Lo Zumpt fComm. Epigr. pag. 408), dice ia 
generale: Discordare coepitisc vetcrcs et noms Pompeia- 
nos de pubìico aliquo aedi fido. Io giudicar non saprei 
con loro, che qui sia lite e dissenso di un edifizio pu- 
bìico , di un portico , del quale si disputasse vuoi la 
proprietà vuoi l'uso fra i vecchi e novelli abitatori di'* 
Pompei. La proprietà non poteva disputarsi tra i vin- 
citori e i vinti , e l'uso nemmeno; perocché elevati 
presto i Pompeiani a condizione uguale di cittadinanza, 
in Pompei non erano più due popoli, ma un solo. Di 
poi chi spiegherebbe questo singoiar caso, che la qui- 
slione intorno all' AmbiUatio fosse nata insieme con 
quella de su/fragiis .s»«s, e perdurata con essa mullos 
annos, e poi finita col finir la controversia dei suffra- 
gi, senza che fra l'una e l'altra fosse alcun rapporto. 

Or se la questione dei suffragii richiamava (juella 
dell' Ambulazione , dovrà questa aver un significato 
relativo a quello dei suffragii; e da questo lato la cosa 
par così ragionevole, che io son certo non sia per in- 
contrare difficoltà veruna. Qualche opposizione che 
potrebbe farsi da taluno per la novità del senso, non 
parmi insuperabile a coloro , che sanno non ancora 
essere ben intesi tutti i luoghi di Cicerone, nù' degli al- 



— IW — 



111 Ialini scrillori anche i |)iù li iti e vol;;;jri. Al qiial iolrodolla ivi da Siila. Dico facilmenle perchè i pri- 
proposilo per addurne un esempio io ricorderò che in vali , che ne sono autori , hanno p<Jlulo usare in 
Cicerone stesso i^iorossi il vero significalo del discus quei piimi lempi anche la linj^ua naturale del paese ; 



[de Ora/. II, o , fino a lanto che non venne un passo 
di M. .Aurelio ad insegnarlo [ad Fronton. IV, 6 . Non 
mi rimarrò dunque per questo dal proporre qual in- 
terpretazione io stimi conveniente alla piana e ragio- 
nevole intelligenza di quel luogo. 



e però ancor che sia certo che la lingua osca cessò, 
ciò non impediva , che se ne facesse uso tra i Pom- 
peiani , anzi che vi dominasse , prima che la lingua 
dei coloni non vi fosse ahhaslanzj diffusa. Per lo 
che parmi ancor probabile, che alcuni programmi 



Imperocché io dico che essendo ivi discorso di suf- osclii siano contemporanei a certi latini prìmilÌNÌ , 

fragi , de siilf'ragiis suis , ì'Ambidalio può aver henis- non solo perchè scritti sullo stesso tufo e con carat- 

àmo il senso forense del IlipjVxTOs dei (jreci. Or i lere di ben remota antichità , quanto perchè riferi- 

Greci di Taranto dissero Uìuvxt-à quei luoghi di scono i nomi del medesimo candidato. Addurrò jwr 

riunione, ove il popolo soleva trovarsi e passeg;;i indo esempio cjucsto singolarissimo da un pilastro a sinistra 

discorrere degli affari politici , e brigare e conferire della via che dai teatri s\olta verso il foro ; il latino 

sulle elezioni dei Magistrati Plut. in Pyirho, Mùller, dice : 
Dor. II, p. 398 seg., Lorentz, de Ciiit. Tareitlin.[). 
44 , 4 : non sarebbe strana cosa che i Pompeiani 
trasportando in latino il greco IIi?/irxTo5 avessero 

propriamente detto Ambidalio luoghi somiglianti di accanto al quale in un pilastro seguente dopo si leg- 

riunione politica, che anzi il broglio medesimo, ossia gè in osco 'altrimenti il Mommsen, i'. D. taf. Xr : 



MA • IIEREX • I 
SERICVS VOS 



le parlicoiaii assemblee, ove si formavano i partiti 
pei candidati. Lo che se si ammette, le due quistioni 
de ambuladune , e de suffragiis , si corrispouderanno 
assai bene . risultando che i dissensi Ira i vecchi e i 
novelli abitatori di Pompei erano intorno ai brogli , 
ed ai voli di quelli, perchè senza dubbio cercavano i 
coloni di prevalere. 

Applicando ora questa inlerprelazione della voce 
Amhulalio, cosi ben difesa dall'analogia del senso, e 
dalla ragionevolezza del costume, a quella jarte di 
Pompei finora disolterrata parrà evidente , che in 
luogo di ijortici, e di pubblici edifizii, le ambulazioni 
venivano pralticale sulle maggiori strade. Qui veni- 
va il Colono, ed il Pompeiano, qiii maneggiava il 
candidalo . ijiii il capo di partilo per disporre in fa- 
vore del tale o tal altro gli animi degli elettori. .\ tal 
uopo , e secondo la ragione dei temjii , gli aderenli 
proccuravano insinuare 1' opinion loro, e i desiderii, 
scrivendo sulle pareli i nomi di coloro che essi cer- 
cavano alle maiislralure. Queste dimostrazioni a cui 
prendon parte anche le dorme, e coloro che non han- 
no verun drillo di volare, sono si an'.iche in Pom- 
pei , che facilmente precedono i tempi delia colonia 



VI3-51HÌ-511IIIII 

Che il candidalo qui proposto sia di nazione Pompeiano 
me lo persuade il suo prenome Maio, e forse il pro- 
gramma Ialino deve essere stalo scritto da alcun Osco. 
Sarebbe pressocchè temerario voler indovinare la for- 
mula usala dagli 0?ci , alla quale parmi si riferisca il 
programma recalo qui sopra. Solo può slimarsi a ra- 
;;ione che non dovesse irran fatto discoslarsi dalla ma- 
niera Ialina , se la sigla numerica liii della linea se- 
conda vale Qiindioiriro. 

La formola latina quando è completa propone- il 
nome del candidato, poi la magistratura a cui e cer- 
cato, indi la persona che lo dimanda, e ciò colla frase 
ordinaria Oro Vos Fariaiif, che spes>i>>iin') dissi nu- 
lala mdle tre sigle OVF, o sciolte, od unite iu nioau- 
gramma diedero luogo sino ad ora ad interpretaziuni 
diverse. Tra queste la più falsa, proposta già nel Wie- 
ner J.ihrbùcher XX. 14 , e poscia dall" Ocelli, leg- 
geva: Omni Volunlate Facia.is Orelli, L'oli, ampi. 
Iiìfcr. Latin, n. 3700 . 1 nostri letterati si discostaro- 
no assai meno dal vero , siccome ho dimostrato in 



— 150 — 



altro articolo ( v. Bull. p. 4, segg.), nel quale pro- 
dussi il primo la piena interpretazione di dette sigle. 
I nomi degli aspiranti leggonsi commendati da frasi 
onorevoli , tra le quali primeggia si , che se ne può 
diie ordinario 1" uso , la lode di probità , di verecon- 
dia , di merito verso la patria. 

Fra questi appellativi , il V. B. , ossia Virum Bo- 
num vi è solenne , siccome frase crcd'io solila ado- 
perarsi a determinarne la condizione. Così almeno in 
Roma si costumò, onde Seneca, Omnes candidatos Bo- 
nos Viros dkimus (Ephl.òJ. Diconsi inoltre Dignissmi, 
Probissimi, Verecundissimi, Digni Reipubìicae {^) ; altri 



è lodato luvenis Integer (=) , Innocuus (') , Frugi (*) , 
Egregius. Adulescens (=) , altri Omni bono meritus («) , 
altri Civis bonus ('). Tra i nomi di coloro che si sotto- 
scrivono leggonsi ancora quelli di alcuni corpi, di col- 
legii, osodalizii, de' quali sappiamo, che molti ne era- 
no in Pompei {Tacit.Ann.\lY,n).A. fraglie di artisti 
credo , a classi di braccianti , e di gente di mestiere 
appartengono gli Offeclores («) , il Perfusor {^) , i Pi- 
stores ('») , gli Aurifices (") , i Pomarii ('-) , i Chiparii 
(o CaepariiJ (") , i Lignarii Plostrarii («'*), i Salinien- 
ses C), i Piscicapi ('^) , gli .4g(r*co/ae ('') , i Mulio- 
nes (") , i Culinarii ("), i Saccarii (2»), i FuUones ("), 



(I) e. g. M ■ HOLCONIVM ■ PRISCVM 

VERECVNDISSIMVM .DUPOVF- DIGSISSIMVM 
cioè Dignum. Jiei. Publicae. Oro. Vos. Faciads. Dignùsimum. 

PAQVIVM • ET • CAPRASIVM 

PROBISSIMOS DVIDOVF 
cioè Duum Viros. Iure. Dicundo. Oro. Vos. Facialis. 



(2) 
(3) 

■(*) 
(5) 
(6) 



RVFVM II • VIRVM 

IVVE.NEM INTEGRVM 

L • POPIDIVM • SECV.NDVM 

AED IVVENEM INNOCVM sic AETATIS D • R ■ P 
CERDO FACIT 

PRISCVM D • R • P • Il u 

IVVENEM FRVGt 

POPIDIVM SECVN/// 

EGREGIVM ADVLESCENTEM OVF 

CN ■ HELVIVM SABINVM AEd 

OMNI BONO MERITVM IVVENEM AE 
D • R • P • • V ■ F 
Questo programma (6) è pubblicalo nel R. Museo Borbonico T. I. 
p. 4. tulli gli altri che non hanno indicazione di altri editori, sono 
copiali da me, e si pubblicano qui la prima \ulia. 

(7) MILIVM MAIVM D ■ V ■ I • D 
AVRELIVS CIVEM BONVM FAC 

R. Mus. Borbon. T. I. 22; leggi ; ALLEIVM MAIVM etc. 

(8) POSTYMIVM • PROCVLVM AED 

OFFECIORES • ROG 
B lU. Arch. Napol. T. Il, 6 ; letlo anche da me, 

(9) ///II- VIR OVF wion, 

EVUODE PERFVSOR ■ CVMTICVS/// 
OVF vvm 
?eoondo mia lettura, ma altrimenti nel Bull, Arch. Nap. T. II, 3. 
Ic^go cum Ticus.,. 

(10) C ■ IVLIVM POLVBIVM ■ IIVIR ■ OVF mm 
MVLTVM ■ PISTORES • ROGANT 

Bill. Arch. Kap. T, Ili. 2; letto anche da me, 
(ti) G • CV.Sl'IVM PAiYSAM /«P 

AVRIFIGE.S VMVEI'.SI 
liOG 
Beai Musco Borbonico T. 1, 4; Wien. Jabrl», XX, 12 , Creili I. 



S. 3700 , rimane ancora , e vi si legge chiaro 1' Aurifices. 

(12) M • HOLCONIVM 

PRISCVM • Il • VIR ■ 1 • D ■ POMARI VNIVERSI 
CVM HELVIO VESTALE ROG 
R, M, Borb. T. Ili, 8; l'ho letto ancor io. 

(13) C • IVLIVM • POLVBIVM • li • VIR 

CHIPARI • ROG 
Guarini, Fasti Duumv. pag. 133. pare mollo probabile la corre- 
zione di CHIPARI in CAEPARI. 

(14) MAHCELLVM • AED • LIGNARI 
PLOSTRARl • ROG • LASSI 

CVM FABIO • ET • CRINIO • ET • CALVISIO 
INFANTI05E ■ VBIQVE 
Guarini, Fasti Duum, p. 130 forse CRINIO deve correggersi ia 
LICINIO, CerRINIO. 

(15) M ■ CERRINIVM 
AED • S.^LLMENSES 

ROG 
Diss. Isagog. Tav. VII. 
(IC) POPIDIVM RVFVM AED 

PISCICAPI FAC,// 
Giorn. degli scavi, 1813. Wien. Jahr. XX, 12 indi l'Orelli, Insor. 
Sei. 3700. Il Guarini Fasti Duum- p. 132 discorda dagli autecedenli. 

(17) M • CASELLIVM • MARCELLVM 
AED • AGRICOLAE • ROG 

Guarini, Fasti Duum. p. 150. 

(18) C • CVSPlVM PANSAM 
AED MVLIONES VNIVERSI 

AGATIIO • VAIO 
Diss. Isagog. Tav. VII. 

(19) L • PLOTIVM • ET • SVELLIVM 

IIVIR • D ■ R • P • OVF CVLI.NARI • ROGANT 

(20) A-VETTiVM aed 

SACCARi noe 
n. M. Borb. T. I. 22. 

(21) LPOPDIVM AED 

FVLLO ROG 
Copiata dal sig. Minervini, e riveduta da me. Stimo, che il Fulio qui, 
come il Gladialor, lo Sludio.ms ed il Pitlor abbiano il senso coir 
lenivo, di FuUonet Universi, Studiosi ctfisfores l'ntversi rogant. 



— IBI — 



i Pilicrepi (55) , i Gladialores {^^) ; ai Collcgii i Toie- 
rii (-^) , gì' Isiaci {-^). Inollre dimandano alla magi- 
stratura gli Studiosi (26) , e i Pueri (-') , e i Discen- 
tes (^') , coi maestri loro , e finalmente i Clientes (-'). 
È dubbio qual senso si abbiano i Dormiente^ ('"), egli 
Emptores ("). In tutto questo novero non ho dato luo- 
go al Furnacator , il qual vocabolo l' ha pur trovato 
nei Lessici. Ma non deve recar maraviglia , quando 
si avverte , che la iscrizione non dà verun sostegno 
alla lezione del Rosini , e che invece di FVRNACA- 
TOR io vi leggo altrimenti. 

Gli scrittori dei programmi appongono! nomi loro, 
e talvolta vi figura ancora chi ha preparata la parete, 
imbiancandone quella parte, ove occorreva scrivere i 
nuovi nomi dei candidati. Tutte le formole che ho po- 
tuto raccogliere finora dalle pareli, e dalle pubblicazioni 
anteriori sono ORO VOS FACIATIS (v. la p. 5 del no- 
stro Bull.), ORO VOS, ORO, ROGAI. Roti ANT, 
ROGAMVS, FACIT, FACIVNT, FACITE, FECIT, 
FECERVNT, FAC FACIAS, F AC, ROGAI ET FA- 
CIT , PETVNT , CVPIO , CVPIT . CVPIVM. CV- 
PIENS FECIT, CVPlDIS«me(0)VF, MVLTVM RO- 



GANT , e finalmente EX SENTENTIA, e IVDICIS. 
AVG. 

L'uso di scrivere sulle pareli i programmi non deve 
confondersi col dritto del suffragio , proprio dei soli 
cittadini. Essendo il suffragio riservalo ai comizii , e 
r uso di scrivere pratlicalo a crescere i partiti , ogni 
persona , senza aver voce attiva poteva dimostrare il 
suo desiderio. Laonde finché la elezione alle magistra- 
ture municipali fu in mano al popolo , lo scopo dei 
programmi era di manifestare quali nazioni di perso- 
ne cercassero il tal candidato. Ma quando dai comizii 
passò ai decurioni il dritto di nominare alle magistra- 
ture , questo popolo di Ceriti ai decurioni rivolse le 
sue preghiere , e i voti. Nei quali due casi adoperan- 
dosi indifferentemente da cittadini, e da gente di con- 
dizion servile, o libertina il vocabolo ROGAI, io ne 
deduco, che l' Orelli ( n. 370) mal si appose traspor- 
tandolo, ei suffragium feri, se intendeva come altii 
dopo di lui , che avesse un significato slrellamente fo- 
rense. Non lo ha certo in Fabio Euporo il (juale rogai 
alla carica di Edile M. Cerrinio Valia (Diss. Isag. I. 
XI); poiché in altro programma, ove nomina alla me- 



(22) A ■ VETTIVM FIRMVM 
AEDGVFDRPOVF- PlLlCREPI FACITE 

Diss. Isag. Tav. X : 1' ho riletta nel R. Museo Borb. 

(23) P VEPIMVffi 

CVSA ffLAD 
II • V • I • d 

(24) PAQVIVM DIO 
VENERI • ROGANT 

Diss. Isag. Tav. X. Quivi si legge ROG • VT • F, ma crroiiea- 
menle, come ho avvertito nel Bull. Arch. >"a(). nuova serie, I, p. ii. 

(25) CN ■ HELVIVM 
SABINVM • AED man ISIACI 

VNIVERSI • ROG 
Diss. Isag. Tav. VII, riletta da me. 

(26) C ■ IVLIVM POLYBIVM II VIR STVDIO.SVS ET PISTOR 
Bull. Arch. Nap. T. II. p. 86, riletta da me. 

(27) IVN.VM SIMPLICEM 
AED-VASPPV-BDRP-OVF SEMA 

CVM PVERIS ROG 
Lo ha pubblicato l'Avellino, Opusc. T. Il, p. 22{, e più intero 
la gazzella di Vienna W. J. XX, 12, donde 1' Orelli, 3700. La se- 
conda linea s' interpreta : Aedilem. Votis. Augusti. Susceplis , 
come altri , Solemnibus. Publice. Procurandif. Viritm. Bomim. 
Dignum. Rei- Putilicae. Oro. Yos. Faciali* Sema. Ciim. Pueris. 
Rogai. 



(28) SABINVM ET • RVFVM /ED RP valentisds 

C\M DISCESTES 
SVOS ROG 

R. M. Borb T. I, 4. Leggo /ED mon, poi D • R P: cf. SABI.W'M 
AD DISCE.NTES ROGA.NT, CAPELLAM • D VIDO K VERNA CVM 
D'-SCENTI : il primo riferito nel r.ipporlo del giornale degli scavi 
1813, il secondo nel W. Jahr. e presso T Ordii 3700. Fa duopo 
leggere nel primo AeD. 
(2!>) M CV.SPiVM PANSAM 

POLVBIVS .NATAL'S CL'E.NS ROG 
ed altrove 

P PAQVIVM PROCVLVM 

II IVR I • D • THALAMVS CLIENS 

(30) VATIAM • AED • ROGANT 
MACERIO • DORMIENTES 
VMVERSI • CVM 

L • MArio ROGANT 
Bull. Arch. Nap. T. IV, 4; 1' ho riletto, e vi ho aggiunto anche 
la quarta linea. 

(31) M ■ HOLCON I VM ■ PR ISC VM 
C • GAVIVM • RVFVM II VIR 
PHOEBVS ■ CVM • EMPTORIBVS 

SVIS ■ ROGAT 
Diss. Isag. XIII, W. larhr. XX, 12, Orelli d. 3700, rivisU da 
me nel R. M. Borb. 



— 152 — 



decima magisirahira Cuspio Pansa, si dichiara Prìnceps 
Liberiinortim (ib.T.XII). Tra un sessanta nomi di co- 
loro, the rogant, pochissimi appellansi col nome di fa- 
miglia, come p.e. Terenlius Neo, Calcpius Secai io, HeU 
vius Vestalh, Clodius Nymphodolus, Verrius Sccundus, 
Licinim lìomanus , Numisius lucundus , Julius Poly^ 
bim: tra questi con cognomi grecanici Neo, Ni/mphO" 
dotus, Polybius, Euporus, gli altri col solo cognome, 
greco anch' esso non di rado , Tyirannus , Pliilippm, 
Aslylus, Canthus, Minca, Thalamus, Phoehus , Polhi- 
nm, Poddo, Pelorus, Hermias, Nymphius, Ermlus, Se^ 
ma , Epagatus, Gj//o.Tenendo dietro a questa osserva- 
zione, io intendo come fra i nomi di coloro, che desi- 
derano il tale il tal altro alla magistratura leggansi 
sul serio anche quelli di donne, e dei fanciulli: Sui- 
limea rag, lunia rag. Pallia rogai, Capiaùa rogai, 
Hilario cum sua rogai, Iphigenia facil, Aniinida facit. 
Fortunata cupit.Sema cum pueris, Verna cum discen- 
tibus rogai ; mi spiego altresì lo scambio del rogai , 
coir orai , e col cupit, del faciatis eoi TWeaiis ( Re- 
sini Tab.Xl,Z)iSji./.a(/.cf.LVCI FAVE, Bull.Nap.T.l, 
lOj, vocaboli non forensi, siccome non lo sarebbe in 
questo casolegitlimamenle il rogai. 

Talvolta ai programmi leggonsi aggiunte delle a- 
poslrofi, come p, e, Luci Fave, Uboni Vigula, Novice, 
Cauto Fac; io le stimo indirizzale a coloro, che bro- 
gliavano pei candidati , chiedendone ora il fa\ore, or 
]a vigilanza. Inoltre parmi il Panem bonuin feri, ed il 
Fer tunnum (cosi, credo per Feri Thynnnm), essere 
ragioni che si pongono sotto occliio agli elettori, per-" 
che a riguardo di questi servigi prestali sin a quel 
tempo al pubblico vogliaijo conferire a tale aspirante 
ia EdiUtà, 

Insuperabili difficoltà per lo contrario incontrerei 
a slimar lutti questi programmi provenire da capi di 
parlilo, da elettori, che procaccino anche per questa 
Aia il maggior favore che possono a' loro candidati ; 
elle alla idea di un tal uso non rispondono afiiitto le 
cundi/ioni delle leggende notate qui avanli.Noo i no- 



mi di donne, non i grecanici, non i servili, ne final- 
mente i Culinarii, ì Gladialorcs, per esempio, i quali 
nel caso opposto avrebbero dovuto essere esclusi le- 
galmente. A che poi avrebbe dovuto giovare tanto af- 
fanno di scritture per cittadini, che erano ivi in istra- 
da a contendere a viva voce , a proporre , a persua- 
dere a subornare? In fine la singoiar formola EX 
SENTENTIA SVEDI CLEMENTIS ne insegna, co- 
me T. Suedio Clemente Tribuno incaricato straordi- 
nario di Vespasiano alla verifica dei beni che appar- 
tenevano alla colonia , e di quelli che spettavano ai 
privati (/.Mn. 2314), essendosi limitato a far cono- 
scere il suo parere per programma, non aveva alcun 
dritto alla elezione, e però che non era decurione in 
Pompei. 

Così interpretala la voce Ambulalio meglio po- 
tremo apprezzare il valore della correzione ambilio , 
alla quale inclinava eziandio 1' Ordii , scrivendo : 
Quod neuliquam aspernandum ; mira enim est con~ 
iunciìo nescio cuius ambulalionis et siuffragiorum. Coti' 
tra ex inscrìptionibus nuper Pompeiis effb^m docemur 
etlam paulo ante oppidi ruinam fatai ein maximam de 
duumviratu, de aedilitale fuisse iuter miseros iltos con-> 
cerlationem seu ambilionem (Orelli I. e. orat. prò. 
Sylla). Avendo spiegata la vera natura dei progrom- 
mi popolari, e data delle lor formole piena contezza, 
e quella interpretazione , che mi era possibile , reste- 
rebbe dar qui un Catalogo di tutti i programmi sco- 
perti finora sulle pareti pompeiane, con brevi diluci- 
dazioni, lo che ho fatto qui in parte citandone gli e- 
scmpij opportuni ; il farlo di tutli è lavoro di altra 
mole , e perù conviene rimetterlo ad una collezione 
epigrafica , che intendo dare alla luce quanto prima, 
nella quale avranno luogo le numerose iscrizioni 
graffile, tanto desiderale dai dotti, e ragioqevolmente, 
come vedrassi a suo tempo, 

Garrucci. 



P. Raffaele Oahiiucci n.c.n.o, 
Giulio Mi>ekvi.m — Editori, 



Tipografìa di Giuseppe Càtìheo. 



BUILETTIIVO ARCHEOLOGICO NAPOLITANO. 

NUOVA SERIE 



N° 20. 



Aprile 1853. 



Poche 'fisservazioni sopra ìin vaso della collezione Jatta.— Notizia de' più recenti scavi di Pompei: continua- 
zione del nmn. '18. — Lettera del eh. sig. Agostino Gervasio , al sig. Giulio Minervini.— Una spir()azione. 



Poche osservazioni sopra un vaso della collezione Jatta. 

Nella nostra tavola VI vedesi figurato uu' impor- 
tante vaso della collezione Jatta in Ruvo , del quale 
dobbiamo un lucido alla cortesia del sig. Teodoro 
Avellino. Diflicile ne sembra la interpretazione; e noi 
nel proporne una spiegazione intendiamo di sotto- 
metterla al giudizio de' dotti, attendendone la confer- 
ma, ovvero una più plausibile dicbiarazione. Gettan- 
do uno sguardo alla vascularia rappresentanza, della 
quale ci occupiamo , ed osservando al suolo le armi 
di Ercole , ricorre tosto il pensiero a questo eroe ; e 
certamente il soggetto , che abbiamo sotto gli occhi, 
non può non avere una strettissima relazione col fi- 
gliuolo di Alcmena. Diligentemente considerando tutte 
le figure della nostra composizione, ci sembra evi- 
dente che Alcide appunto debba ravvisarsi nel nudo 
giovine coronato di foglie, e con clamide pendente al 
sinistro braccio , il quale si appoggia colla destra a 
lunga e nodosa clava. Tutte queste particolarità ben 
convengono ad Ercole dopo la sua apoteosi , e si ci- 
tano non pochi monumenti , ne' quali vedesi effigiato 
senza la pelle di leone e con semplice clamide ( Mil- 
lingen vases de Coghill Bari pi. XI , XXV; Gualtani 
mon. ined. 1787 tav, XLVII ; cf. il eh. Braun negli 
annali dell'Ist. 1836 p. lll,e p. 181): nondimeno 
nel nostro vaso l'eroe è meglio determinato dalle sue 
armi difensive ed offensive, che giacer si mirano al 
suolo: vedi la pelle di leone, la formidiibile clava, ed 
ivi presso l'arco ed il turcasso. È poi notevole che la 
pesante e corta clava , di cui già sì avvalse 1' eroe 
nelle sue gloriose imprese , scorgesi nella sua mano 
cangiata in altra meno grave, che dà piuttosto la idea 

/IJVJVO /. 



di un nocchiuto bastone , e che meglio si addice al 
divinizzalo figliuolo di Giove. Alla medesima idea di 
apoteosi concorre la corona , che cinger si mira la 
fronte di questa imberbe figura ; o che ravvisar vo- 
gliamo una corona di alloro, o piuttosto una corona 
di quercia, albero particolarmente ad Ercole consa- 
crato, e sotto del quale acquistò dopo il rogo la im- 
mortalità (Callim. lujmn. in Dian. v. 139. cf. Eckhel 
doctr. num. tom. II, p, 106). La situazione di que- 
sta figura , e lo star tra due guerrieri rivestili di tut- 
te le loro armi in livello più elevato, ci richiama sen- 
za alcun dubbio ad una epiphania di Alcide. Di fatti 
se que' guerrieri si appalesano tuttavia nella mortai 
vita , ed inlesi alle guerresche imprese , e se dall'al- 
tro lato mostrasi Ercole sotto le forme dell'apoteosi, 
non potrassi in altro modo spiegare la riunione dei 
tre personaggi, se non che supponendo un'apparizio- 
ne di chi prima peri a' due superstiti ; una venula 
dall' Orco , per prender parte alle operazioni de' vi- 
venti. A questo ci sembra accennar benanche la Fu- 
ria sedente con serpenti nelle mani , e sulla fronte. 
Essa figura la porta dell'Orco, presso cui sorger dovea 
l'eroe, ancorché godente delle delizie dell'Elisio: e 
mi ricorda quei versi di Virgilio : (Aen. VI, 333) 
Tisiphoneque sedens palla succincta cruenta 
Vestibulum exsomnis servat noctesquc diesfpte: 
a'quali si aggiugne poco dopo. . . torvosquc sinistra 
Intenlans angues ... v. ò7J, s. cf. v. 2S0, s. 
Del resto possono in questa Furia riconoscersi altre 
allusioni ed altra intelligenza, come diremo tra poco. 
Se trattasi senza alcun dubbio di una apparizione 
di Alcide a due guerrieri, come dalla sola analisi ar- 
cheologica del monumento si fa manifesto , chi dire- 

20 



— Ib4 - 



mo che sieno que'diie personaggi, a' quali il figlio di 
Alcmena prende si grande interesse? Sembra che essi 
sieno cLiaramenle dclerminali dal FilolMe di Sofocle. 
Presentasi in questa tragedia il figliuol di Peante abban- 
donalo a Lenno da'Greci, visitalo da Ulisse e da Neotto- 
lemo perchè si recasse con loro in Troja insieme con 
le armi di Ercole fatali per la distruzione di quella cit- 
tà. Dopo molte pratiche dirette ad ottener tale scopo, 
e dopo le querele di Filottete, la minacciala violenza 
di Ulisse , e le persuasioni di Neottolemo apparisce 
Alcide (v. 1409 — 1443), e consigUa a Filottete ed 
a Neottolemo ad unirsi per la rovina di Troja ; quasi 
fosse un uiessaggiero di Gioye: rà Ato? 'm^pr/ffouv fbov- 
'>.iqx%rci (j'.i ( lilo), A questa idea richiama forse 
r aquila col serpente fra gli artigli come animale di 
Giove, valevole pure a simboleggiare il figliuolo dello 
stesso dio , verso del quale dirige il suo volo. Col- 
r ajulo della suddetta tragedia non sarà difficile rav- 
visar nel barbato guerriero vestito in parte delle sue 
armi il valoroso Filoliete , e nel giovine ed imber- 
be Neottolemo figliuolo di x\chille, già munito delle 
armi del suo padre , e molto somigliante allo stesso 
Pelide, come trovasi in altri monumenti effigialo. Os- 
servo soltanto che bene a ragione veggonsi in en- 
trambi le armi per proìepsi indicate, affinchè meglio 
si argomenti il carattere de' personaggi , e lo scopo 
dell' apparizione. 

Che se immaginar vogliamo propriamente la tra- 
gedia di Sofocle aver dato origine al nostro vascula- 
rio dipinto , sarebbe figurato il momento , in cui Er- 
cole volge a Neottolemo queste parole : 

Kaì croi ta-vr' , 'A^'^^ sws tìkvqv , 
IlctpriVjc'. Gt^TS -yàp Cu rovo' olnp a^eviiS 
'EXiìv rò Tpo/its TTiòiov , oi/Q' ovros ffs^sv. ■ 
'AXX'ws y.iOin <jiny<j\x<A) cpi/XaWsTO)' 
OiVcS cs y.'M nv To'ySs' ( 1433, ss. ) 
E a le pur dico queste cose , o figlio 
D' Achille ; a te non mai senza costui 
Prender fia dato la Trojana tèrra, 
Né a lui senza di te ; ma quai feroci 
Leoni insieme alla pastura usciti 
Ajutatevi entrambi. 
É notevole che il tragico fa dirigere unicamente il 



discorso a Neottolemo ed a Filottete , ed in nessun 
conto ad Ulisse , che potrebbe supporsi fosse ritirato 
in disparte nel momento della epiphania. Comunque 
sia, è certamente bene immaginato per la unità del 
soggetto , che si pongano sotto gli sguardi que' due 
soli personaggi , pe' quali il divinizzato eroe prende 
interesse , e che sono da lui dichiarati necessarii alla 
distruzione di Troja. Debbo non pertanto avvertire 
che forse il pittore pose nelle mani di Minerva due a- 
ste , per indicare che una fosse destinata a Filottete , 
e l'altra ad un altro guerriero, che non comparisce, 
ma che non può certamente supporsi differente da 
Ulisse : abbenchè potremmo anche dire , che la dea 
ritiene una della due asle come propria armatura. E 
risaputo che fu non poche volte incontrata la figura 
di Pallade ne'monumenli senza l'elmo, e munita del- 
la semplice egida : e fu osservalo esser questa la più 
antica maniera di effigiare la dea ( vedi Henzen ne- 
gli annali deh' ist. 1842 pag. 92 seg. ) ; sicché non 
dovrà sembrare insolito e maraviglioso il costume di 
Minerva nel monumento ruvese che illustriamo. La 
presenza poi di Pallade ci sembra perfellaraente con- 
veniente al soggetto del vaso : ella è la costante pro- 
tettrice di Ulisse , e di Achille , e perciò ancora del 
suo figliuolo Neottolemo; e per farci più da presso al 
soggetto , è appunto Minerva che impedisce a Filot- 
tete di saettare Ulisse e Diomede presso Quinto Smirneo 
(lib. IX , v. 404) , e che dà loro propizio il vento 
per recarsi da Lenno a Troja con felice navigazione 
( ibid. 436 ). Né è da tralasciare che Minerva era in 
Lenno venerata sotto il nome di Crise (Miiller presso 
Gerhard Annali dell' Ist. 1836 p.291 ): e forse la sta- 
tua della dea in Lenno presentava le forme che offre 
sul nostro vaso , non avea lo scudo , e la testa avea 
adorna di sphendone piuttosto che galeata. Conferma 
questo nostro pensamento la statua eseguita da Fi- 
dia pe' Lennii , la quale esser dovea secondo la par- 
ticolare esigenza di quei popoli , e che certamente 
presentar dovea forme più gentili e graziose che e- 
roiche ; giacché venne appellata col nome di K*X- 
X//xop(pos , epiteto che pur conviene alla Minerva del 
vaso di Ruvo ( Bòttiger Andeutung. p. 85 : Gerhard 
Prodromus p. 147 aot. 21 ). 



— Io5 — 



Noi dicemmo di sopra che la Furia po(ea fare al- 
lusione alia venula di Ercole dal mondo inferiore; 
ma se per alcuno si osservasse che il divinizzalo eroe 
venir dovea dal cielo, giusta le espressioni medesime 
di Sofocle: 

É'^pxS 'Trfokiirun (v. 1413 s. ) 
rìmarrehhe a spiegare la intelligenza di quella figura. 
Osservando che Alcide eccita i due guerrieri alle bat- 
taglie, ed alla vendetta , non è fuor di luogo il sup- 
porre che quella Furia o nella sua generale intelli- 
genza , o come Erh, e Lys^a (Minervini j??o/ì. ined. 
di Barone p. 102) presiede alle future stragi de'Tro- 
jani, ed alle accanite pugne, che avran luogo fra poco, 
ove l'opera di Filottete e di Neoltolemo farà tremende 
pruove. La medesima signilicazione dovrà certamente 
riconoscersi nel gruppo dell'aquila che rapisce ilser- 
pente.Questa simbolica pugna richiamata da' poeti , e 
frequentissima ne'monumenli,specialmente numisma- 
tici ( Eckhel doctr. numor. v. tom. II. p. 87 e 323; 
Raoul-Rochette journal des savants , 1841 p. 636; 
Vinet negli annali dell' hi. 1 843 p. 202 e seg. ; vedi 
ciò che dico io stesso nel hullet. archeol. napol. an. 
III. p. 40) , ne conduce a pensare alla tremenda lot- 
ta che si prepara fra' Greci ed i Trojani , nella quale 
questi erano destinali a soccombere. Se tutte le figu- 
re ed i simboli sono perfeltamenle spiegali nella com- 
posizione finora considerata , riesce oltremodo ditlì- 
cile intendere la presenza del carro , e dell' altra fi- 
gura , che vi è da presso, non che del cagnolino che 
solleva in allo la testa. Non polendo persuadermi co- 
me quel cocchio possa ravvicinarsi a Lenno , ed a 
guerrieri che navigando vi approdarono , non pre- 
senterò la spiegazione di questa parte del vaso che 
allontanandomi dal sito di quel primo avvenimenfa, 
e trasportandomi col pensiero alle pianure di Troja. 
Io penso che il pittore abbia voluto rappresentare il 
compimento delle parole di Alcide, e lo scopo della 
partenza di Filotlcle. II Frigio vestimento della figura 
stante con tromba e giavellotto, ci richiama appun- 
to a Troja ; e potrebbe con probabilità supporsi cbe 
fosse indicata la personificazione di quella medesima 
regione: il che crediamo appoggiato dalla quasi im- 



mobilità che vi scorgi , e dalla mancanza pressoché 
totale di azione. Certamente la figura è femminile; e 
quando non volessimo in essa ravvisare la località , 
dovremmo dire che sia appartenente all' amazzonica 
schiera; e sempre ci troveremmo guidati alla trojana 
terra, ove quelle guerriere donne erano andate a com- 
battere contro de'Greci ( llom. //.r.l84; Q.Smvrn. 
lib. 1, 53 segg. ). E poi da ricordare che il tipo di 
un' Amazzone ricorre nelle monete di moltissime cit- 
tà della Frigia; probabilmente per accennare alla lo- 
ro antichissima venuta in quella regione , a' tempi di 
Priamo re di Troia ( Cavcdoni npicil. num. p. 229 ). 
Comunque sia ; o che si rappresenti il silo , ovvero 
un' Amazzone destinata egualmente ad indicare il 
luogo della scena, la tromba eccitatrice delle battaglie, 
ed il giavellotto palesano la intenzione dell' artista di 
significare i combattimenti , a' quali interverranno i 
due fieri leoni , secondo le espressioni di Sofocle. La 
figura che mirasi nel carro non ci sembra doversi ri- 
putare necessariamente femminile ; e quindi non pa- 
re doversi in lei ravvisare un' Amazzone. Voglio, 
intanto avvertire che l' oggetto da lei tenuto colla 
destra non è già una bacchetta per guidare i caval- 
li , ma sibbene un asta , alla quale non si è segnala 
la punta, non altrimenti che nell'asta di Neoltolemo, 
essendo r estremità superiore interrotta dagli ornali 
del vaso, siccome spesso suole avvenire. Se la figura 
del guerriero, eh' è nel cocchio, non dee necessaria- 
mente riputarsi un' Amazzone , io dirò convenientis- 
sima al soggetto la figura di Paride , che già si muo- 
ve alla pugna , ove incontrar dovrà la morte pel 
braccio di Filotlele. La prima predizione, che fa Er- 
cole al figliuol di Peanle si è appunto quella che uc- 
ciderebbe Paride colle sue saette : 

n'/piv ix-.Y, ó's tw>^'ou"t(oS yyjiX'7jY ìpu, 
To^oKT/ roTi ;!Xo7<ri voff^iiTi |2i'ot^. v, 1 'i26 , s. 
Di questa morte favellano poi l'autore della picco- 
la Iliade (Ilomer. p. 583, edif, Didot.) , Apollodoro 
(III, 12, 6, 3, ), Q. Smirneo (post-hom. X, 235 segg.), 
e Tzelze dopo di lui {po^t-hom. v. 590 segg.). Ed il 
citato Apollodoro ricordando come Filottete fosse uno 
de' pretendenti di Elena (III, 10, 8, 2), vien pure ad 
additare un altro motivo della sua inimicizia con Pa- 



— io6 — 



ride , e quindi della sua vendelta. Ritenuto per Pa- 
ride questo imberbe guerriero , sarebbe assai vicino 
il rapporto colla principale rappresentanza del vaso ; 
sarebbe additato il principio dell' adempimento della 
predizione di Alcide. Paride, clic dalla sua magione 
si muove alla pugna, è già prossimo ad essere ucciso 
da Filollete, per mezzo di quell' arco medesimo, che 
giace sulla terra di Lenno.priadi essere portato a Tro- 
ja. A questa spiegazione trovar possiamo una confer- 
ma in una particolar circostanza, che sembra dovuta 
a speciale intenzione dell' artista. Sull'elmo del guer- 
riero cb'è nel carro vedesi effigiato un serpente che 
sostiene la cresta ; laddove l' elmo di Filottete offre 
r ornamento di due ali. Ravvicinandosi una tale par- 
ticolarità col simbolico gruppo dell'aquila stringente 
fra gli artigli un serpente , parmi additata la vittoria 
del greco eroe , simboleggialo dal volatile , sul gio- 
vine figlio di Laomedonte, simboleggiato dal serpente. 
L'armatura del guerriero, da noi determinato per Pa- 
ride , è convenieutissima ad un frigio combattente. 
Occorre nelle rappresentanze delle omeriche battaglie 
di osserv^ir frequentemente i trojani guerrieri , e lo 
stesso Paride , con armature somiglianti alle greche. 
E per richiamare un confronto più vicino ricordo che 
Omero descrive le armi di Paride presso a poco eguali 
a quelle del nostro vaso : ( II. I' 330 segg. ). È pur 
degno di attenzione che si raccoglie dalla narrazione 
omerica , come fosse sottoposta al torace una tunica 
(ibid. V. 359), non altrimenti che sul vaso di Ruvo , 
di cui stiamo discorrendo. Il cagnolino domestico, che 
trovasi altre volte in compagnia delle donne (Miner- 
vlni ijio». ined. di Barone p. 61 seg.), può accennare 
alla mollezza del figlio di Laomedonte , che lascia le 
delizie della sua casa , per avventurarsi ad una lotta, 
che gli sarà fatale. 

La opposizione, che potrebbe farsi a questa nostra 
spiegazione sorge dalla supposizione di due diverse 
rappresentanze considerate in siti lontani , mentre si 
veggono nel monumento così vicine. 

Questa vicinanza si spiega collo strettissimo rap- 
porto che offrono le due scene fra loro. Così troviamo 
frequentissimamente ne' sarcofagi diverse azioni con- 
secutive messe l'una all'altra YÌcine, senza alcuna 



sensibile distinzione. E per tacere di monumenti già 
conosciuti, richiamiamo un sarcofago con bassirilievi 
relativi al mito di Pclope, rinvenuto da parecchi an- 
ni nelle vicinanze di Cuma , e che ci proponiamo di 
pubblicare ; vi si vedono scolpite in continuazione tre 
diverse azioni , il presentarsi di Pelope ad Enomao , 
la gara con lo stesso , ed il suo matrimonio con Ip- 
podamia indicalo dal bacio. Né diversamente dee cre- 
dersi del vaso di Cauosa colle funebri cerimonie in 
onor di Patroclo, di cui dicemmo a p. 91 e segg. di 
questo hullellino; giacché sono in esse indistintamen- 
te figurati tutti quei riti , che ordinatamente ebbero 
luogo, ed in tempi diversi. Possiamo pure aggiugnere 
che nel nostro vaso di Ruvo la distinzione del suolo 
è chiaramente additata dall' artista; giacché la disabi- 
tata Lenno é figurata senza alcuno indizio di strade , 
laddove il duro suolo di Troja, ossia di una popolosa 
città, è indicato da pietre messe insieme con una certa 
regolarità , ed esattezza ; da dar la idea di un lastri- 
cato qualunque. 

Nulla aggiugniamo sul rovescio del vaso, che ab- 
biamo riportato in piccole dimensioni nel num. 1 della 
tav. VII ; giacché altro non si vede in esso che una 
ovvia bacchica rappresentanza , sulla quale non oc- 
corre di spender parole. Minervim. 

Notizia de più recenli scavi di Pompei: coni, del n. 18. 

Pria di proseguire la narrazione di ciò che novel- 
lamente si è scavato nella medesima strada , non pos- 
so mancar di avvertire che ci è riuscito di studiare 
sotto miglior luce il programma riferito a p. 142 n. 
5, avendone fermata la lezione nel seguente modo: 
P. PAQVIVM. PROCVLVM 

IIVIR. I. D. TH.\L.\ML'S. CLIENS. 

Allo stesso lato sinistro della strada veggonsi altre 
botteghe segnate co'n. 68, 70, 71, e 74. La bottega 
n. 71 presenta all'esterno un banco di fabbrica rive- 
stito di marmi di varii colori con rosoni ed altri gra- 
ziosi disegni , che fanno un bellissimo effetto. Presso 
al pilastro esteriore scorgesi una grande mela da mu- 
lino di piperno , infranta in due pezzi. 

La bottega n. 74 è nell' interno rivestita di rozzo 



— lo7 — 



ìntonico. Nel cantone sinistro vedesi un pogginolo di 
fabbrica , per cui si ascendeva ad una scala, che me- 
nava certamente ad un ammezzalo supcriore. Nel mu- 
ro parallelo all' ingresso , a destra , sono rozzamente 
dipinti due serpenti , che si cibano delle offerte mes- 
se in una cesta egualmente dipinta in mezzo ad essi. 
Da questa cesta sporgeva in fuori un mattone, ora in- 
franto , per appoggiarvi forse la lucerna. Sul mede- 
simo muro è prallicata un'aperlura , che mena ad 
uno stanzino perfettamente chiuso da muri senz' al- 
cuna apertura. Questo stanzino pare fosse destinato 
ad uso di cucina , vedendosi un piccolo rialto , che 
serviva da focolare : in un cantone sono due incavi 
ne' muri , per inserirvi tavole ad uso di armadio. 

Il giorno 13 correnle aprile ebbe luogo uno sca- 
vo nella bottega n. 71 , alla presenza della gentile e 
nobile coppia Duca e Duchessa de Luynes ; in segui- 
to di superiore permesso. Intervenne allo scavo una 
eletta compagnia di nazionali e stranieri particolar- 
mente invitali. Ebbi io pure questo onore da parte del 
lodato sig. Duca de Luynes, che al sapere dell'archeo- 
logo riunisce la cortesia del vero gentiluomo. La sca- 
vazione può riputarsi felice; giacché oltre una grossa 
chiave di bronzo, certamente quella della grande por- 
la della bottega , si rinvennne ancora un vaso di 
bronzo , ed una gran quantità di monete anche di 
bronzo molte delle quali essendo riconoscibili pote- 
rono determinarsi per medaglie di varii imperadori 
del primo secolo dell'era volgare; le altre essendo am- 
massate con ossido , terra , e lapillo, saranno quanto 
prima esaminate , per essere determinale e ricono- 
sciute dal valente numismatico, che siede alla dire- 
zione del real museo borbonico. Sono poi da citare 
particolarmente nove monete di oro appartenenti agli 
imperadori Vespasiano, Tito, e Domiziano. Le descrit- 
te monete, che potranno essere in tutto un migliaio, 
si conservavano in una cassa di legno quasi intera- 
mente carbonizzata, con serratura di bronzo fermala 
con grossi perni : eravi pure una fascia di bronzo , e 
due piccole teste di Medusa dello stesso metallo ne 
fregiavano 1' esterno. 11 vaso di bronzo ricordato di 
sopra racchiudeva una particolare materia , che non 
sapremmo con certezza determinare ; ma che sotto- 



messa all'analisi chimica potrebbe farci indovinare di 
qual genere fosse la industria del padrone della bottega. 
Dal sito , di cui ragioniamo , gli scavi erano stati 
da qualche mese trasportali [)Oco innanzi nella conti- 
nuazione della medesima strada , coli' intendimento 
di toglier poi di mezzo il terreno, e cosi riunire le due 
vicine scavazioni. Nulla dir possiamo per ora degli 
edificii che costeggiano il proseguimento della strada; 
ma ci riserbiamo di parlarne, quando ne sarà più in- 
ternato il disterro. Soltanto non vogliamo tralasciare 
di riferire i numerosi programmi, che insieme col col- 
lega Garrucci abbiamo studiati e letti sull'esterno de 
muri, che sono verso la strada. Sono essi i seguenti. 

1. SECVN 

2. PRISCVM AED ( mon. ) 
D • R • P • O • V F 

3. POPIDI 

AED OVF ( VP mon.) 

4. L • P • S • 

. . . .80^ 

5. POPIDIVM. SECVNM 
EGREGIVMADVLESCENTEMAEDOVF (VF m.) 

6. . . GAVIVM IIOLCONIVM IlVlR 

IVVENES • PROBOS 0/f> 

7. M • CVSPIVM • PAXSAM 

• • • POLYBIVS ■ NATALIS • CLIE.NS • ROG 

8. M • PRISCVM • IlVlR • I • D 

9. • • IDILIM in lettere grandissime. 

10. A • VETTIVM • 
FELICEM • AED • 0^^ 

li. L • P • S • il 

v 

1-2. L • P • S • AED 
Pare che in queste sigle sì contengano i nomi di 
Lucio Popìdio Secondo. 

13. POPIDIVM 

ET CVSPIVM IVVEXES • EGREG ■ • • 
■ ■ OA 

14. L • POPIDIVM • AED 
FVLLO ROG 

lo. CEIVM • lIVlR 
IG. SECVNDVM 

llVlR VASPPO/» 



— 158 — 



Questo programma era stalo già scrìtto di nero , 
poi coverto di bianco, e sul bianco si segnò quest'al- 
tro col rosso , che quasi si compeaetra col primo. 
17. CAPRASIVM 
IIVIR O • V • F 
Nel programma n. 1 6 vi sono le famose sigle V • 
A • S • P * P , che io interpreto IIVIR Vrhis Aedi- 
bus Sacris Privatis ProcuramUs, siccome ho sostenu- 
to in una memoria letta alla reale accademia Ercola- 
nese; e mi propongo di formarne argomento di un 
particolare articolo di questo bulleltino. 

18 CEIVM SECVADVM 

ilVIR 0^ 
19. CVSPIVM SABINVM 
In questa novella scavazione si è raccolta diligen- 
temente la impronta di im' antica porta con varii ri- 
quadri : e già per un felice pensiero dell' architetto 
direttore sig. Genovese se n' è formato il gesso , che 
sarà tra breve collocato nel real museo borbonico, e 
che darà la idea precisa di quella parte dell'antica 
chiusura di legno , che si è potuto conservare. 
(coìUinua) Minervim. • 

Lettera del eh. sig. Agostino Genasio , al sig. Giulio 
Minenini. 



Pregiatissimo collega ed amico 



Aveva io pubblicato , come ella ben conosce , in 
una delle Giunte alle mie Osservazioni sulla iscrizio- 
»w Puleolana dei Luccei p. 79 ( nel toni. VII. degli 
Alti della Reale Accademia Ercolanese p. 311.) l'epi- 
grafe greca, che leggesi sottoposta ad una picciola base 
di basalte Egiziano , esistente nel Real museo, e tro- 
vata molli anni sono negli scavi Pompeiani. La quale 
epigrafe credo utile di ricordare in lettere comuni : 
I'««'oS 'Va'Xios 'H^a;(7T/Woff 

ino? 'ìl^xiffriouv UprxrivG'a.5 

roù 'TroXirit'fX'x.ros rù/y ^pv) wv 

'Av/yr|X; A/i <l)p('y/ov 

\^xZ, Ka./(7apoj (PapfXOt^Sl c-:(3affTr7 
Icj m' ingegnai in quella Giunta dir poche parole per 
illustrare l' epigrafe , e mi fermai ad esaminar bre- 



vemente la data che in fine di essa si legge , e la spie- 
gai per r anno 27 di Cesare nel mese Pharmuthi nella 
giornata Augusta. Su tal giornata esposi l' opinione 
del chiar. filologo Francese il Lctronne, il quale con 
sottile ragionamento illustrando una iscrizione greca 
del tempio di Tenlj ra in Egitto , s' impegnò a mo- 
strare, che l'appellazione di ^iig^ustà alla giornata del 
mese Thoth cui era apposta , indicasse il 27 Settem- 
bre in cui ricadeva il natale di Augusto. Ma io riflet- 
teva, che il calcolo del dotto filologo scbben potesse, 
secondo la sua opinione , convenire alla giornata del 
mese Thoth , che cominciava a' 29 agosto dell' anno 
Romano, non era applicabile alla iscrizione Pompeia- 
na , la quale indicava il mese Pharmuthi, che aveva 
principio a' 27 di marzo. Io quindi sospettava , che 
la giornata Augusta della nostra iscrizione potesse 
corrispondere al sudetto giorno 27 di marzo primo 
del mese Pharmuthi (v. la tavola de'mesi Egizii presso 
il chiar. profess. L. Ideler Lehrhuch dcr chronologie 
p. 182) , nella qual giornata dicevasi nel Calendario 
Mafleiano Caesar Alexandriam recepii. Ma non ripo- 
sando alTalto su quanto aveva scritto , nel far omag- 
gio di un esemplare delle mie Osservazioni all'illu- 
stre professore Augusto Boeckh Segretario perpetuo 
della Reale Accademia di Berlino , nel quale pari 
alla vasta e molta dottrina è la gentilezza , mi feci 
ardito di pregarlo a volermi esser cortese de' suoi 
divisamenti suW r,ixiq^x iisPotc-rr), che come diceva, non 
raramente dopo l' indicazione dell' anno e del mese , 
trovasi apposta nelle iscrizioni greche di Egitto. Si ò 
quell'illustre uomo compiaciuto di accogliere con la 
solita bontà la mia preghiera, scrivendomi in una sua 
umanissima lettera de' 7 novembre 1832 ciò che se- 
gue « Quod scribis de explicalione 'fìnipai Ss/Jacrr,?, 
quae in titulo Pompeiano, qucm in sccunda Commen- 
tatione egregie tractasli , referlur in mensem Pliarmu- 
lìii , dolendum est quod hic lilnlus fagli et Lelronnium 
et Franzium, qui cum in Ilalicis momimenlis (Corp. 
Inscript. Graec. lom. III. ^ omisit. Tua quidem expli- 
calio docla et acuta est, nec tamen relicebo quod mihi 
in jyensilanda Ime re in menlem venit. Elcnim non salis 
demonstralum videlur in lilulo Tenlyris collocalo (Corp. 
Imcr. graec. n. 47JoJ QwvSì SsiSacrrV) esse ad diem 



— 139 — 



XXVI. mensh Thoyih referendum, hoc eU ad natalem 
ipsum Augmli ; midtoquc minus demonslralum esl in 
fronte decreti Tib. luUi Alexandri f Corp. laser. Graec. 
n. 49o7J (Pxtu^ì Z. 'louXrx '^i^xTrr^ siguif care nata- 
lem Iidiae Augustae. Certe milii vidclur dles 'lotO.i'x 
SEpxffTri pari iure aduniversam Iidiorumslirpem Iin- 
peratoriam referri jwsse , et maxime ad Octavianum 
Augiislum ipsum , itaut nihil aliud sii quam simplex 
XspxffTri in aliis tilulis , nisi quod Galha Imperatore, 
Tib. lulio Alexandro Praefeclo, de industriaadditum 
fuit 'lovXioi,, quod lune non iam lulii imperabanl, dies 
vero ille tion Imperatori cuivis , sed luliae stirpis Im- 
peratori dicalus erat. Iam vero in fronte decreti illim, 
quae scripta est dia 'louXrx. '^ijla.irrri , ea est mensis 
Phaophi /.<» ()((/(Z si cujusque mensis TTpu/rr] Augu- 
sto (dico Octavianum , qui et ipse luìius) dicala fue- 
ril ? Sic slaluenli in tilulo Tenlyrile ©wl'^ '%if:ixT'rr\ 
erit mensis Tlioylh dies /.« el in Pompeiano ilidem 
fpocpixov^] Xifjxffr-r] mensis Pharmoulhi diesi. Ita qui- 
dem toìlerelur omnis difficultas. Video Franzium (Corp. 
Inscr. Graec. lom. III. pag. 450. j mensis Tlioyih 
diem /.""* vacare iTrwn'fxov Augusli , prorsus ut nunc 
ipse conieci ; sed ille hoc fedi per incuriam non de in- 
dustria. Nec imdlam tribuo meae conieclurae , sed ex- 
peclandiim censeo dome plura reperienlur monumenta, 
ex quibus fonasse aliquando veruni erui queal ». Or 
r opinione qui espressa dal cliiar. professore, che per 
modestia egli chiama congìtiellura , è si naturale , e 
sì ben appoggiata , che senz* aspettar altri monumenti 
che la confermino, son di credere sarà da oggi innanzi 
ricevuta da' filologi. Ed io specialmente debbo esser 
lieto , che intendendosi la giornata Augusta il primo 
dì di ciascun mese, siccome ha stabilito il sig. Boeckh, 
vien confermato ciò che aveva scritto con esitazione 
esser la giornata iJj/Jairrri segnata nella iscrizione Pom- 
])eiana , il 27 marzo eh' era il primo di del mese Egi- 
zio Pharnuilhi; la qual giornata corrisponde appunto 
giusta la concorde testimonianza de" Cronologi ( £■«- 
ìdiel. D. N. V. toni. 4. pag. 41.) al di del comincia- 
mento dell' Era .\ziaca , stabilita all' anno di Roma 
724 a' 29 agosto , primo del mese Thoyth , quando 
cioè Augusto espugnata Alessandria ridusse 1' Egitto 
a Provincia Romana. E quindi ù ben naturale la in- 



duzione , che da allora in poi ogni primo dì di cia- 
scun mese presso gli Egizii divenisse eponimo, e per 
breviloquenza venisse indicato colla semplice voce X'.- 
^xffrT, Augusta. 

Le sarei molto tenuto , signor collega , se volesse 
aver la bontà d' inserire (jucsta mia lettera nel lìul- 
leltino Archeologico Xapolitano, alla cui compilazione 
ella attende di unita all' altro chiaris. nostro collega 
P. Radacle Garrucci della Compagnia di Gesù , co- 
me una giunta a quanto io dispulai nelle anzidette 
mie Osservazioni sulla iscrizione del Real museo. 

Le rinnovo intanto eie. 
Di Casa li aprile 1833. Agostino Geuvasio. 

Una spiegazione. 

Il dottissimo sig. Cav. Federico Golfi. Welcker , 
uno de' più illustri professori della Germania , e che 
da più anni mi onora di particolare benevolenza, ha 
dato in questi ultimi giorni notizia della napolilana 
medaglia colla certa effigie dell' Acheloo, di cui ho 
parlalo in questo bullellino p. 37. Vedi il bull, dell' hi. 
di Corr.Arch. 1833 p.63 s. Egli dichiara che già gli 
sembrava indubitabile doversi prendere quel mostro 
simbolico non già per Bacco Ebone , ma bensì per 
Acheloo; e che confermossi in tale idea, osservando 
dieci anni or sono due medaglie di Alnniinm , rap- 
presentanti r Acheloo con un zampillo di acijua che 
gli sgorgava dall' aperta bocca. Su di ciò mi piace di 
osservare che la nuova medaglia nnpolitaria ha tutta 
la sua importanza nel dar luce alla tanto dibattuta 
qmstione sul loro androproaopo. Le medaglie di .1- 
lunlium, già conosciute sin dal tempo di Kckliel, ave- 
vano formalo 1' apjìoggio di coloro che tenevano una 
contraria sentenza; ed erano slate più vulle richiamale 
in quella discussione. È appunto la iloppia circostan- 
za dello zampillo che sgorga dalla l)or(;a, e delle on- 
de nelle quali nuota il toro a volto uni. aio , che fer- 
ma la natura di questo simbolico mostro. 

In quanto alla lira , che si mira presso al mezzo 
toro nella medaglia del sig. Riccio, crede il cav. 
Welcker che accenni alle Sirene , figlie di Acheloo, 
del cui numero è la stessa l'artenope; e riprende l'al- 
lusione da me presentala della lira X-^-'^''' e del nu<j- 
tare \;^'-'s-'>' alla figura stessa dell'Acheloo. Dopo di 
che soggiugne queste parole , che da sì gran maestro 
udirei con tutta la rassegnazione se credessi di meri- 
tarle, ma che non lascerò senza spiegazione, perchè 
contengono contro di me una ingiusta accusa : ed io 



— 160 — 



non posso tollerare che l'autorità di unWelckerdia 
uua fulsa idea del mio metodo di studiare. « Mi di- 
» spiace del resto di vedere che ilsig. Minervinico»- 
» liiuia ad imitare un cerio sistema di allusioni e pa- 
» ronomasie fondato su delle etimologie immaginarie 
» e contrarie parimenti al genio della lingua greca 
» ed al buon senso della nazione , un sistema che al 
» solo suo inventore , il quale suole spargere tali ar- 
» guzie in ogni pagina de' numerosi suoi scritti , pa- 
» re che si possa perdonare come una cattiva abi- 
» Indine , non più dipendente dal suo arbitrio, o co- 
» me sarebbe un palpitamenlo di nervi dispiacevo- 
y> le agli occhi d'altrui. Ma dirò con ingenuità quel 
» che credo verissimo, non esservi cioè almeno nel- 
» la mia patria fra cento lilologi e mitologi nemme- 
» no uno che potrebbe approvare i hmis iiigenii di 
» questo genere ». Prima di tutto comincio dal di- 
chiarare che io non fo l'imitatore di alcuno, dis(ruto 
sempre secondo la mia propria coscienza, e secondo 
la mia debole dottrina; sino a contrastar le opinioni 
de' sommi; e lo stesso cav. Weicker non ha sdegna- 
to di entrar meco in archeologiche discussioni. Ma è 
poi vero che io abbia il sistema di proporre queste 
allusioni e paronomasie? Invito lo stesso dottissimo cri- 
tico a svolgere con animo tranquillo le mie numerose 
scritture; e durerà fatica a pescare in esse una decina 
di queste paronomasie per lo più espresse in un sol 
verso (il che pruova che vi attaccava la menoma im- 
portanza ) , le quali voglio sperare che non troverà 
tulle roitirarie al genio della lingua greca ed al buon 
senso della nazione. 

Attendendo una tale dimostrazione mi sia lecito di 
notare che questo uso delle allusioni, e delle etimo- 
logie, non è tanto raro in Germania quanto si potreb- 
be argomentare dalle ultime parole del cav. Weicker. 
Quasi tulli coloro che scrissero degli antichi miti ri- 
corsero ad etimologie , talvolta stranissime , e spesso 
certamente false ; perciocché essendo tra loro dilTe- 
rentissime non possono essere tutte vere al medesi- 
mo tempo. In fatti chi confronti le dotte ricerche dello 
Schwenk e le aggiunte dell'illustre critico, quelle 
del dottissimo Godofredo Hermann, e le altre del eh. 
signor Forchammer, per lacere di non pochi altri li- 
bri, rimarrà maravigliato dell'uso che può farsi della 
fdologia dall'ingegno de' più valenli critici. Le allu- 
sioni poi degli oggetti e simboli particolari a' nomi de' 
personaggi mitici , e storici è tanto comune nell'an- 
tichità , che non vi è archeologo il quale non si sia 



trovato nel caso di ravvisarne. Traile infinite spiega- 
zioni di questo genere proposte dal celebre numisma- 
tico sig. ab. Cavedoni, ve ne sono certamente moltis- 
sime che son da dichiarare evidenti: e la numismatica 
specialmente ne fornisce numerosissimi esempli. Que- 
sti simboli parianti ci offrono ogni sorta di allusioni; 
e lo stesso cav. Weicker proclamò la verità di questo 
archeologico fiitto, quando ridusse la idea dello tr^p/y- 
y-iy al sinfonismo della parola della Sfinge {annali 
dell' Tsl. iSi2 p.214). Fu allora che ne ricordò molti 
esempli già osservati da altri, emolti ancoraneaggiunse. 

Couchiuderò questa mia spiegazione colle gravi 
parole dello slesso cav. Weicker, il quale nel suo 
dottissimo libro Sylloge epigrammatum graecorum p. 
133 nel riportare moltissime di queste allusioni, si 
esprime in tal guisa « Fuit enim hicmos velerumsa- 
» tis frequens, ut pbonetico allegoriae quodam gene- 
» re, sicut in numis variisque aliis arlis operibus ila 
» eliam in monumenlis sepulcralibus, et urbiuni et 
» hominum nomina sub animalium, plantarumetre- 
» rum quarucumque cum illis nomine forte conspi- 
» rantium imaginibus quasi ante oculos ponerent , 
» quo illa melius visus adminiculo memoriae com- 
» mendarent ». 

Io nulla aggiungerò al sin qui detto. Credo però 
di aver chiaramente dimostralo che a torto fui chia- 
mato continuo imitatore dj un SM^cma,* mentre pochis- 
sime volle ne feci l'applicazione. Del resto la mede- 
sima autorità del celebre scrittore, e le sue numerose 
produzioni dimostrano che lutti gli antichi miti sono 
stali sin dall'antichità soggetti ad interpretazioni etimo- 
logiche ; e che questo sistema è principalmente tenu- 
to da'dotti filologi della Germania. In quanto poi alle 
allusioni degli oggetti a' nomi de' personaggi , presso 
i quali si trovano figurati, vale la medesima osserva- 
zione , per confessione dello slesso cav. Weicker. 

Io non voglio indagare quale sia stalo il motivo di 
una critica così severa e cosi poco fondata da parte 
di un uomo tanto rispettabile, che mi onora a quando 
a quando della sua corrispondenza, e verso del quale 
io serbo una specie di culto sin da che ebbi la fortu- 
na di conoscerlo personalmente. Sappia però l'illustre 
critico che questo sentimento non si è per nulla in me 
rafl'reddato : e queste mie brevi |)arole valgano a di- 
mostrarlo , perchè palesano il mio lisentimento nel 
vedermi ini meritamente colpito da tale, da cui meno 
me r attendeva. 

MlNERVlM. 



P. Raffaele Gaiihlcci n.c.n.r,. 
GiL'Lio Mi.NEuviM — Editori, 



Tijwgrafìa di Giuseppe Cataheo. 



BUILETTINO ARCnEOlOGICO MPOLITAXO. 

NUOVA SERIE 



iV.« 21. 



Aprile 18Ó3. 



Scoperte cumane. — Teste di cera. — Vaso con epigrafe osca. Continuazione de' mtmeri 11 e IO. — Tacola aqua- 
ria vena frana, cont. del num. io. — Questioni Pompeiane L del nome Pompei, 2. Topografìa del Vesuvio. 



Scoperte dimane. — Teste di cera. Vaso con epigrafe 
osca. Continuazione de' numeri li e 16. 

Dopo la nostra discussione sulle teste di cera , e 
sugli scheletri acefali ritrovati in una tomba cuniana, 
non pochi lavori sullo stesso soggetto videro quasi con- 
temporaneamente la luce, e l'uno dall'altro indipen- 
dente. II dottissimo archeologo signor Raoul-Rochette 
facendo un estratto di ciò che da me si era detto in 
questo bulleitino, e stando imicsmente alla breve de- 
scrizione inserita nel n. 14, presentò un sospetto che 
quegli scheletri acefali esser potessero confessori della 
Fede, che avesser subito il martirio. L'illustre scrittore 
proponeva una tale opinione, senza conoscere che il 
sig. Fiorelli Io avea preceduto nel sostenerla; e la pro- 
poneva con quella saggia circospezione , che da cosi 
dotto archeologo doveva aspettarsi. Egli richiamava 
principalmente ad un accurato esame degli oggetti , 
che ornavano il sepolcro ; ben conoscendo, e dichia- 
rando le gravi difficoltà che si opponevano a farci 
pensare a martiri decollati. E poiché io aveva annuur- 
ziata la esistenza dell' atramento in un vasetto cilin- 
drico , rinvenuto presso uno de'cadaveri , il signor 
Raoul-Rochette invitava a farne eseguire l'analisi chi- 
mica, per mettere in chiaro, se mai si trattasse di un 
deposito sanguigno (reme archéolog. an. IX p. 770 

Io non ho tardalo ad appagare il giusto desiderio 
del mio illustre amico .• ed avendo pregato il valente 
chimico sig. Luigi del Grosso di sottoporre una por- 
zione di quel deposito all'.analisi chimica, se n'ò otte- 
nuto il risultamento che non è altro che una specie 
A.ym I, 



d' inchiostro. Il sig. del Grosso me ne indicava i com- 
ponenti nel seguente modo: Gallato e tannato di ferro 
sospesi nella viscosità di una allungala soluzione di gom- 
ma arabica; con nero di fumo, che ha dovuto sciogliersi 
nell'alcool. Ora l'analisi di quel deposito si sta ripeten- 
do dal dotto prof. sig. Giovanni Guarini ; e non man- 
cheremo di parteciparla a' nostri lettori , appena sari 
compiuta. Intanto ci piace di avvertire che stando al- 
l' analisi del sig. del Grosso, dovremo far risalire ad 
epoca più antica la introduzione di un inchiostro, as- 
sai simile a quello che si dice inventato nel XII se- 
colo ( Géraud essai sur les livres pag. 48 e s. ). 

Nel tempo medesimo che il sig. Raoul-Rochette, 
occupavasi a dar conto della scoperta cumana il eh. 
sig. ab. D. Celestino Cavedoni. Egli si oppone alla idea 
di martirio, e sostiene trattarsi di semplice decapita-^ 
zione ; secondo la prima delle due opinioni da me 
sviluppate nel num. 16 di questo bulletlino , che 
coincide pure con quella del mio eh. collega ed ami- 
co sig. Commendatore Quaranta, siccome diremo fra 
poco. In una poscritta poi il Cavedoni f\i alcune nuo- 
ve osservazioni in vista del citato mio secondo arti- 
colo , da lui prima non conosciuto ; ed avverte che 
nella uiia ipotesi non torni tanto facile il rendere 
plausibile ragione del fatto della sostituzione delle te- 
ste di cera in luogo de' cranj , che ritiene supporsi da 
me ripetutamente derubali fmessaggiero di Modena 
mim. 372, 14 marzo 18.13). Su di ciò mi piare di 
notar di passaggio che io feci una doppia supposizio- 
ne , o che fossero ripolutamenle derubali i eraiiii per 
particolari superstizioni annesse a quella particolare 
famiglia , o che la violazione fosse in un solo tempo 

21 



— 162 — 



a\-\enu(a , e poscia avverlifa nel riporsi ne' loculi in 
giro le varie olle di terracotta, alcune rivestite da un 
altro recipiente di piombo, contenenti le reliquie e le 
ceneri forse di servi della famiglia. 

Ealrò a trattare la medesima quistione 11 eh. sig. de 
Guidobaldi con una particolare pubblicazione ( /«- 
torno ad una imagine cerea ed alcuni schelelri acefali 
rinvemiti in Cuma, Napoli 1833 pag. 65 in 8), ac- 
compagnandovi una litografia della testa riprodotta 
dalla tavola del sig. Fiorelii, ma in più piccole di- 
mensioni. Tralasciando le ricerche dell' autore sulle 
immagini ceree presso gli antichi, e sull'uso del la ce- 
ra, mi limito ad osservare che egli spiega il fatto della 
mancanza de'cranii dal costume, che va ricavando da 
varii luoghi di antichi scrittori, di staccare da' cada- 
veri un membro , e forse la testa , per purificar la 
famiglia. 

Ultimamente il chiarissimo signor G. B. de Rossi 
ha riferito un annunzio di questo ritrovamento , ed 
ha cercato di darne una spiegazione. Egli ritiene la 
mancanza delle teste provenire da capitale condanna; 
e sol si ferma a dichiarare perchè si sostituirono im- 
magHni di cera alle perdute teste. II sig. de Rossi lo at- 
tribuisce al lito funebre della esposizione del cada- 
vere, per lo quale doveva necessariamente adoperarsi 
una immagine di cera, onde non presentarlo detur- 
pato da quella mutilazione: e ricorda alcuni fatti del- 
1 uso d'immagini ceree rammentato in simili occasioni 
[Bullct. dell' lit. di corr. arch. anno 1833. pag. 60. 

Intanto non posso tacere che sin dal decorso mese 
di febbrajo fu lungamente discusso il problema nella 
reale Accademia Ercolanese ; e nella stessa tornata, 
nella quale comunicai le mie coughielture di sopra 
riferite, il Segretario Perpetuo Commendatore Qua- 
ranta espose le sue in una particolare memoria, svi- 
luppando la ipotesi di semplice decapitazione, la qua- 
le nella stessa adunanza fu da me presentata , ed è 
slata poi ritenuta dal eh. Cavedoni , e dal de Rossi. 
Da quel tempo il Commendatore Quaranta ha fatto 
non poche letture sul medesimo argomento nella 
slessa reale Accademia Ercolanese , prendendo a di- 
saminare — 1. perchè gli schelelri cumaui olbjaao 



la testa di cera — 2. se le teste sieno state recise dai 
vivi o da* cadaveri — 3. perciiè ciò abbia potuto av- 
venire — 4. se le immagini ceree sieno ritratti — 3. ia 
che tempo sieno state eseguite ~0. con qual metodo 
artistico — 7. se i condannati avessero potuto aver 
sepoltura— 8. che tempo fosse passato tra una sentenza 
capitale, e la sua esecuzione—O. finalmente di chi fos- 
sero stati quegli scheletri. I risuUamenti di tutte que- 
ste diverse ricerche si leggono in un opuscolo dello 
slesso eh. nostro collega che ha per titolo : « Gli 
scheletri cerocefali trovati in un antico sepolcro di Cli- 
ma nel dicembre del 1832 — Napoh 1833 in 8. A 
questa pubblicazione va unita una tavola litografica , 
la quale lascia alquanto a desiderare per la parte della 
esecuzione. Posteriormente alla detta pubblicazione il 
eh. collega comunicò all'Accademia altre osservazioni 
so[)ra alcune particolarità di quel ritrovamento. Spie- 
gò la esistenza dell' arena finissima , che fu rinve- 
nuta al suolo, dicendo esser tanto quella che entra- 
va nell'intonaco, e nella fabbrica della volta , quan- 
to quella che era servita alla fabbrica ed all'intonaco 
de' pogginoli , dove furono adagiati i cadaveri. Varie 
conghietture ha presentato intorno quelle assicelle di 
osso, trovate presso le teste di cera ; avvertendo che 
potrebbero essere parte de' flabelli, usati per allonta- 
nar le mosche dal cadavere mentre era esposto, come 
veggonsi le spranghelte de'flabelli ne' vasi dipinti; ov- 
vero essere incastrate per ornamento allo sgabelletto 
che sorreggeva la testa del defunto, o a qualche cas- 
sellina simile a quella depositata nella medesima tom- 
ba: e queste assicelle sarebbero, secondo il dotto col- 
lega, quelle chiamate secjmenta, crustae , le quali noa 
solo erano d'osso e d'avorio, ma anche d'oro e d'ar- 
gento, e persino di cristallo e di gemme. Finalmente 
osserva che i due buchi all' orecchio della immagine 
di cera non sieno fatti appositamente per inserirvi gli 
orecchini, e crede che sieno dipendenti dalle ingiurie 
del tempo. 

Io non ho fatto che riferire sinora le opinioni dei 
dotti, che scrissero sulla scoperta cumana. I loro dif- 
ferenti lavori darebbero luogo ad ampia discussione; 
ma i limiti del presente bullettino non comportano 
che più lungamente ci tratlenghiamo a discuterne. Ci 



163- 



riserbiamo però di occuparcene , quanJo avrà luogo 
la stampa della nostra memoria accademica. 

Da ullinio vogliamo annunziare che la testa di cera 
salvata dalla distruzione è già collocata nel real mu- 
sco Borbonico, e propriamente a destra in una delie 
sale , ove sono esposti i dipinti murali di Pompei ; e 
clic l'Accademia Ercolanese ha diretto istanza allEc- 
cellenlissimo sig. Principe di Bisignano , Maggiordo- 
mo maggiore di S. M., e Soprantendente generale del- 
la Real Casa , perchè dalla Reale Accademia delle 
scienze si eseguisse la più esatta analisi chimica su 
qualcuno de'framnienli dell'altra lesta , per venire in 
chiaro della composizione di quelle immagini; nelle 
quali predomina certamente la cera, ma insieme con 
qualche altra sostanza, che un diligente chimico do- 
vrà scientificamente rintracciare. Questa ricerca po- 
trà illustrare la parte tecnica delle immagini ceree de- 
gli antichi , e farci acquistare una idea precisa di 
quello, che dagli antichi scrittori non fu ricordalo. 

In seguito delle scavazioni precedentemente aiimm- 
ziate , altre ne sono state eseguile con non minore u- 
tililà per la scienza. La necropoli dell' antica Cuma 
presenta varii ordini di sepolcri pertinenti a'tempide' 
Romani, o de'Greci. Importanti monumenti sono ve- 
nuti fuori da queste dilTerenli tombe : vetri , vasi di- 
pinti, ori, bronzi, lavori di osso o di avorio, e final- 
mente iscrizioni. Non mancheremo di dar la descri- 
zione di lutti quelli fra gli enunciati oggetti , che in- 
teressar possono i cultoii della scienza archeologica. 
Per ora cominceremo dal riportare una importantis- 
sima scoperta avvenuta in una tomba, che fu pure da 
noi particolarmente esaminata. Alla profondità di cir- 
ca dodici palmi dal suolo, ed all'altezza di circa al- 
trettanti palmi dal livello del mare, è comparso questo 
sepolcro di greca costruzione, e di forma così detta a 
schiena. La tomba è formata di grandi massi di tufo , 
ed un enorme pezzo della medesima pietra ne richiu- 
deva la entrala. È notevole che questa pietra destinala 
a chiusura vedesi levigata nella parte interna, e rozza 
nella esteriore. Presso all'apertura del sepolcro vedonsi 
tre fasce dipinte ad arco di rosso di bianco e di nero. 
Entrando nel sepolcro vedesi al suolo un rialto che 
l'occupa nella massima parie: le pareli sono dipinte di 



bianco , con zoccolo rosso ; e nel fondo bianco vedesi 
una rossa fascia , ed in continuazione ne' diversi lati 
del sepolcro il meandro ad onda dipinto di nero. Nel 
muro parallelo all'entrata oltre il suddetto meandro, 
la rossa fascia, scorgesi una grande palmella che 
quasi tutto lo ingombra, dipinta di rosso, di giallo, e 
di nero. Sul rialto sopra indicalo erano sparse reli(pn'e 
di bruciale ossa , dal che evidentemente deduce> asi , 
essere slate i\i sepolte dopo il rogo. Uu sol vaso di 
bronzo della forma del prochoos e molto vasellame di 
argilla costituivano 1' ornamento di questo singolare 
sepolcro. Erano le solite stoviglie di greco lavoro con 
buona vernice , ma inferamente nere, e senza alcuna 
dipintura di figure o di fregi : se non che ncH' orlo , 
presso a' manichi , e talvolta nel corpo del vaso scor- 
gonsi graziose e conservalissime dorature , applicale 
ora agli ovoli , ora ad un ramo di vile che circonda 
intorno intorno il corpo del vaso , ed ora ad altri 
svariati ornamenti. Tra questi vasi due ve ne sono 
della medesima forma e della slessa grandezza, a duo 
manichi , con larga bocca , collo esternamente liscio, 
ed il rimanenle, fino ad un piccolo piede, scanalalo. In 
uno de' due vedesi sul collo a grandi lettere doratela 
seguente iscrizione osca , da un lato 



e dall'altro 



^vinv 

:^II8V 



È chiaro che queste due parole van Ielle in con- 
tinuazione 

• ^II8V ^v/inv 

essendo i tre punti destinati ad indicare il finimento 
della iscrizione; se pure non voglian supporsi messi a 
distinzione delle due voci , nella quale ijtotesi legger 
dovremmo ^v/lilV i^lISV. Onesta punteggiatura è 
particolare , e nelle epigrafi osche finora conosciute non 
s' incontra giammai : occorre bensì la divisione delle 
parole distinta da due punti, come può vedersi presso 
il eh. Mommsen funlvr. dial. f. Vili e IX;. I Ire punti 
si veggono nelle poche iscrizioni in dialetto .Sabellico, 
YO dire nella famosa lapida di Crecchio ( .Monunsoa 



— IG4 — 



tav. II), del quale prezioso monumenlo la Maestà del 
Re ha ullimamente arricchilo il real museo Borboni- 
co ; e così pure nella lapida di Cupra Montana (Mom- 
msen tav. XVII ) , ed in quella di S. Omero pubbli- 
cata dal cb. de Guidobaldi [Alessandro e Bucefalo p. 
143 nota). Del resto è noto che i tre puntini a distin- 
zione delle parole si trovano pure nelle epigrafi gre- 
che : e ci asteniamo dal riferirne in questo luogo gli 
esempli. Osservo che nella nostra iscrizione non si ve- 
de alcuna traccia del punto su' due V. È certo che sul 
vaso Cumano è segnato il nome del possessore, o piut- 
tosto di colui che fu messo nel sepolcro , e che viene 
indicato dal prenome Upils , e dal nome Ufiis, o vi- 
ceversa. Questo uso di un doppio nome presso i po- 
poli osci fu chiarito con copiosi esempli dal collega 
Garrucci (vedi sopra p. 41. e seg.), a proposilo delle 
iscrizioni frenlane di Pennaluce da lui pubblicate. Il 
nome Upih a noi pare uno di quelli che cresce al ge- 
nitivo ed al plurale, simile al nome Ji«/(fe, del quale 
la recente lapida osca pompejana ci fece conoscere la 
inflessione Mediceis , o che si voglia credere un geni- 
tivo singolare, come piacque al eh. sig. Aufrecht , o 
jìiuttosfo un nominativo plurale, come sembrò a me 
e ad altri che ne ragionarono ( vedi le osservazioni del 
collega Garrucci in questo bidleltino pag. 82). E cosi 
pure sono da citare Pùmpaiians , che esce in Pùm- 
paiianeis, ed il simigliante Aadirans, che non può in- 
flettersi in modo diverso da Aadiraneis. 

In questa ipotesi il genitivo di Upils sarebbe Vpi- 
leis , e sembra corrispondere al latino Upilius, equi- 
valente ad Opilius , con una ortografia , che trova 
r appoggio ne' migliori codici di Virgilio , ove si leg- 
ge iipilìo invece di opilio (ecl. X, ver. 19), e nel- 
le annotazioni di Servio. Ritenuta dunque la lezione 
senza punto su'dueV, non troviamo diflicoltà in quan- 
to al primo nome: e pare che neppur se ne incontri 
nel secondo ; perciocché il nome Ufiits non è mollo 
dissimile dalla gente Ufclia, che leggesi in una iscri- 
zione presso il Muratori ( p. MXXVII, 7). Osservo 
poi che la stessa famiglia fu ravvisata dagli Ercola- 
nesi nella impronta PVF di alcune lucerne puteolane 
[lucerne p. 183 n. 4) , una delle quali fu pure dame 
altrove pubblicata ( bull. arch. nap. an, II p. 139). 



Ora nella esistenza della osca famiglia Ufìa, trasferita 
in quelle vicinanze, potrebbe riconoscersi un confron- 
to nelle accennate lucerne , ove ninno ci vieterà di 
leggere P. Ufnis. Se per contrario supponiamo o- 
messi per negligenza i punti su' due V , ci troviamo 
colla più comune ortografia della gente Opilia; se pu- 
re dir non si voglia che Upils equivalga al latino Ofi- 
Uus , o O/fillius, che pur tra' prenomi Osci è annove- 
rato da Livio (lib. IX, 7 t. II. p. 834. Drak. ). 

L'altro nome Ufius sarebbe certamente Ofius, fami- 
glia, che troviamo in una latina iscrizione di Aquino 
(Mommsen inscr. regni neap. lai. n. 4346); che cor- 
risponde per avventura al latino Oi/«s ricordato come 
prenome della famiglia Ca/aiva dallo stesso Livio (/.e, 
e l.XI.c.26.).Che poi la pronunzia dell'S fosse presso 
gli Osci alquanto più dolce rilevasi ancora da quelle 
voci nelle quali trovasi adoperata in luogo del B, tanto 
vicino nella pronunzia al V latino: tali sono il Saftnim, 
delle medaglie, e lo Slafianam della iscrizione viaria 
pompejana , che qui particolarmente ricordiamo. 

Abbiamo dunque che un Osco Upilius Ufius , o 
se vuoisi Opilius O/ìus , fu nella Cumana tomba se- 
polto. Intanto non dovrà parere maraviglioso che la 
costruzione e gli ornamenti della tomba fossero se- 
condo le idee de' Greci : e noi faremo brevemente ri- 
levare alcune particolarità che crediamo più impor- 
tanti. Prima d' ogni altro riesce di sommo interesse 
r ornamento del nero meandro ad onda , e della o- 
norme palmetta , che costituiscono l'unico dipinto 
funebre delle interne pareti , per lo confronto che 
sorge spontaneo colle pitture de' vasi greci , ove si 
scorge frequentissimamente il meandro ad onda, eie 
palmelte. Ora il monumento Cumano illustra ed ap- 
poggia il funebre significalo di questi ornamenti; per 
lo che noi crediamo sempre più che dal meandro ad 
onda, non altrimenti che dagli ippocampi e dagli altri 
marini mostri, si faccia allusione al passaggio delle a- 
nime per l'Oceano onde giungere alle isole fortunate 
ove possano godere di una novella esistenza ( Vedi 
mon. ined. di Barone pag. 71. e dono deli' Accad. 
Poni, agli Scienz. p. 81 e seg.). Se pure dir non vo- 
gliamo che colle nere onde si volle nella tomba cu- 
mana accennare all' Averno , ed a' fiumi dell' Orco , 



— 1G3 — 



presso ì quali passar dovevano le anime de* defunti , meno ; ed abbemhè lo vediamo circondalo di oggellt 

secondo le antiche credenze e che supponevansi lan- provenienli dalla greca civiltà , jtiire la dilTerenza del 

to prossimi a qiie' medesimi sili, a'quali la necropoli costume di seppellire le bruciale ossa è yià un fatto 

appartenne. Nulla diciamo perora sul si|^iiilicalo del- guadaj^nalo alla scienza. 



la palmella, che merita forse ulteriore studio; ma do- 
po r attuale scoperta cumana , chi |)otrebbc dubitare 
che la sua intelligenza dee ricavai-si dal medesimo or- 
dine di idee funebri; mentre la veggiamo formar so- 
la l'ornamento di un sepolcro, dipinta di straordina- 
ria grandezza ? Ci riserbiamo di discutere in allra oc- 
casione questo argomento; conlenti per ora di accen- 
nare la importanza della cumana scoperta. 

Riesce pure interessante il vedere le stoviglie in- 
teramente nere, e solo adorne di dorature. Questo 
uso di fregiar di dorature i vasi dipinti fu osservalo 
nell'Altica, e nell'Apulia ; e già molti esemph ne fu- 
rono da noi ricordali [vasi di Jalla p, 34 e segg. ); i 
quali si vanno moltiplicando alla giornata. I novelli 
vasi provenienli dal cumano sepolcro vengono ad au- 
mentar questi esempli, e ne estendono la località; co- 
me poteva agevolmente prevedersi. 



Del resto (piesta circostanza de' greci vasi collocati 
nel sepolcro di un osco, incontra il paragone ne' se- 
polcri di Elruria forniti di greco ^as(■llame. Ma co- 
me dovrà spiegarsi la comparsa di un osco sepolto 
nell'antica Guma, ed a qual epoca attribuirsi un tale 
avvenimento? Oltre il commercio continuo di Cunia 
con popoli osci, per modo che ebbe a dire Vellejo 
Patercolo che la loro vicinanza ne avea cangiati i co- 
stumi, osca mulavil vicinia (lib. 1 .e. 4), si sa che fu Cu- 
ma in molle quistioni co'Campani, finché non ne diven- 
ne la comjuisla. A noi pare die l' epoca del nostro 
sepolcro non debba essere mollo distante dal 33 "i di 
Roma , nel qual anno si trae da Livio che Cuma fu 
presa da' Campani : Eodem anno , dice lo storico , a 
Campanis Cumac , quam Gracci lum urhcm tenebant, 
capiuntur (lib. IV e. 44.). 

E si noli che la nazione de'Campani era surla dopo 



La maggiore importanza slorica di questa scoper- la dominazione de'Sanniti, e che perciò Sanniti furono 

ta , che annunziammo, si è la sepoltura di un osco quei che si impadronirono di Cuma. Non è dunque ila 

personaggio in una tomba di Cuma. Osservo innanzi dubitare che qualche magistrato del popolo vincitore 

tutto che il sepolcro palesandosi della medesima e- essendo venuto a morire verso quel tempo fosse sepolto 

poca che i vicini sepolcri greci, vi si osserva però la nel silo, ove erasi trasferito ad abitare. Chi sa che non 

parlicolarilà che in questo il cadavere era stalo bru- risalga ad epoca anche remota la denominazione di 



ciato, laddove in quelli trovasi nella sua integrità se- 
polto. Uà ciò possiamo desumere essere anche uso 
degli Osci in que' tempi di bruciare i cadaveri de' loro 
estinti. Ed ecco un'altra iuleressanle deduzione tratta 
dalla novella scoperta. Finora non abbiamo rinvenuta 
alcuna tomba , che potesse con certezza attribuirsi a- 
gli Osci. Non sono ancora trovale le necropoli osche 
de' popoli Sannilici : la necropoli osca di Capua non 
è finora comparsa ; e finalmente non si è neppure ri- 



Cumana di una delle porle di Capua , come si legge 
in una latina iscrizione riferita dal Pratilli [via Appia 
p. 300) , che non sappiamo perchè il eli. Mommsea 
ponga traile false o sospette (p. 21 n. .333), se pure 
non è pel solo nome dell' editore. 

Vogliamo chiudere queste brevi osservazioni col- 
r avvertire che d' oggi innanzi si dovranno allen- 
tamcnle studiare i sepolcri di Cuma ; giacché sia- 
mo persuasi che altre scoperte osche venir potranno 



trovata quella dell'osca città di Pompei, che si potrà ad illustrare i costumi, specialmente fuuebii, de'po- 



per avventura ricercare sotto i sepolcri romani , che 
sono verso la porta e la strada Slabiana. Di fatti lui- 
te le iscrizioni osche finora venute alla luce sono sa- 
cre pubbliche; non se ne addita alcuna, che si rife- 
risca a sepolcro. 

Un cerio sepolcro di un osco è un prezioso feno- 



poli sannilici , che per la massima parte ci restano 



Ignoti. 



Ml.MÌRVLM. 



— 166 — 



Tavola aquarìa miafrana , continuazione del n, i5. 

Articolo quarto. Della dispensa delle acque in città. 
EAM AOVA>I DISTRIBVEUE DISCRIBEHE VEN- 
DVNDI CAVSA. Clie senso si abbia il discribere kssi 
cLiaro da Frontino. Parlane egli all' artic. 87. dopo 
aver dello delle luci dei condotti che trasmettevano 
l'acqua in Roma , e del loro numero: Hacc copia a- 
qnarum ad hune modum dcfcribelalur, e nell'art. 98. 
Primus M. Agrippa dcscripsil quid aquamni puhlicis 
operibus, quid lacubus quid privaiisdarelur. Nei quali 
due luoghi seguesi la ortografia, che pare approvarsi 
anco dal Forcellini, ove dice: Discribopro describo scri- 
bi volunt nonnuìli apud Cicer. deSened.c.S.elc.quolies 
dislributionem ac divisionemnotat. Matteo Egizio spie- 
gò il DISMOTA, se. de Bachan. colla inserzione ar- 
caica della S , come in dusmomm in Casmena, in 
Pocsnis etc. Assai più naturalmente parmi si possa 
derivare dalla particella DIS , che tanti verbi com- 
pone, ed a cui io credo debba riferirsi il diicribo della 
tavola Venafrana ripetuto poscia anco in DISCRIPTA 
della lin. 43 ; almeno per ciò che riguarda l' inten- 
zione dello scriltore antico , che lo ha voluto adot- 
tare ; ma nel caso presente , parmi , poter esservi 
luogo all'una ed all'altra opinione. Quello che im- 
I)orta è il vedere qual differenza facessero gli antichi 
Ira le divisioni che esprimono col vocabolo distribiiere, 
e le assegnazioni della grossezza della fistola , e del 
luogo onde traeva l'acqua, che significano colla voce 
di^cribcre. Più tardi descriplio si adoperò a significare 
]a rata dei possessori delle acque per le rifazioni del- 
l' acquidollo (L.7. C. de Aquaed.Ji Nemo eorum qui 
jus aquac possidenl , quamcumque descriplionem su- 
slineat; nam execrahile videlur,domoshuiusalmae ur- 
bis aquam habcre venalcm. Queste divisioni ed asse- 
gnazioni erano comprate dal pubblico, e i compratori 
ne pagavano ogni anno la tassa assegnata. Ego J'uscu- 
ìanis prò aqua Crahra, dice Cicerone, vecligal pen- 
datn (Agr. 3. e. 2. in fin.). Che specie di contratto 
sia questo Io ha dichiarato il prof, Momins. a p.o8,o9, 
ove dimostra qual senso si abbia il ]'endundi seguilo 
dal Vectigal. Era una vendita della ]>iù propriamente 
aflìtlo. La facoltà di distribuire le acque, assegnarne 



la misura , e fissarne il prezzo di affitto è lasciata ai 
Duumviri o Prefetti della Colonia , che ne faranno 
proposta in consiglio , quando saranno uniti i due 
terzi dei decurioni ; ove fisseranno ancora le leggi ge- 
nerali, e particolari della distribuzione, dell'assegna- 
zione , e del dazio , lo che dicesi decernere , 1. 44 , e 
legem dicere, 1. 41. Veggonsi poi adoperati due verbi 
imponcre e consliluere, e non fuori di ragione : peroc- 
ché consliluerc dinoia stabilire quel dazio , che poi si 
impone , onde imponere suppone che siasi già consii- 
tuito (cf. Cic. Agr. 2. 21. Plin. Paneg. 41. 37. Liv. 
XXIX. e. 37. nei quali luoghi aWoslalucre, insliluere 
vedi aggiunto costantemente nomim ). 

UVIRO • IIVIRIS etc. Prevede qui la legge il caso 
che un solo governasse senza collega, lo che accadde 
talvolta in Roma, e lo conoscevamo già avvenuto nei 
municipii; che però in due lapidi di Miniurna si legge 
AEDILl-SOLO (1). Lo stesso polca accadere nel tem- 
po in che governava un prefello , e forse anche nella 
elezione medesima. 

EX MAIORIS eie. Il Mommsen p. S8, ha già ad- 
dotto il confronto dalle leggi del Digesto , ove si ri- 
chiamano queste disposizioni. 

DVM NE EA AQVA etc. Gran dissenso è Ira i 
commentalori di Frontino, il quale nel e. 103 avreb- 
be arrecalo in prova di un suo assunto la legge del 
743 , che, stando ai termini in che ò riportala , non 
solo noi conferma, ma invece gli si oppone. Stabili- 
sce ivi Frontino , che non si permetta a veruno di 
attaccare al bottino una fistula di piombo di maggior 
luce , della erogazione del bollino a se concessa , o 
ciò per tutti i primi cinquanta piedi di sua lunghezza. 
Ciò essersi prescritto dal SC. che egli vi sottopone : 
Ex scnatus consulto quod subiectum est, cavelur. Indi 
noi Senatus, Consulto leggonsi queste parole: si esti- 
malo dover decretare , che a ninno di coloro , che 
avessero concessione di tradursi l'acqua dall' acqui- 
dollo pubblico , fosso lecito Ira i cinquanta piedi di 
distanza dal castello di divisiono apporre una fistula 
più larga della quinaria : NE CVI EORVM QVIBVS 

(I) Il Mommsi^n perslslc ancora opiiiamlo tlio il SOLO possa es- 
sere un novello nuuiiclpio, Oi cui siasi smarriia affallo la traccia 
( /. i>', p. 462 ). 



— 167 — 



AQVA DARETVR PVBLICA IVS ESSET INTRA 
QVINOVAGINTA PEDES EIVS CASTELLI EX 
QVO AQVAM DVCERENT LAXIOREM FISTV- 
LAM SVBIICERE QVAM QVINABLVM. Or se al 

743 dispose il Senato, che ninno oKencsse un fistola 
dì lume maggiore della quinaria, dove è scrillo, die 
i lumi delle fistole non siano maggiori nò minori dei 
lumi di erogazione? lo che volea Frontino confermato 
precisamente con questo SC. Forse il dilllcile proble- 
ma si scioglierebbe , se potesse dimostrarsi , che la 
voce QVINARIA qui non è tolta nel senso di parti- 
colare misura, ma nel generale di unità di dispensa, 
cosicché la Quinaria fosse sinonimo di fistola croga- 
toria , alla quale si desse quel nome , siccome sareb- 
besi potuto dir modulo. Allora QVAM QVIXARL\3I 
sarebbe eguale a QVAM DATAM , ADTRIBVTAM 
QVL\ARIAM, a QVAM DATAM ADTRIBVTAM 
QVIXARIAE MEXSVRAM, a QVAM SVAM QVI- 
NARIAM, e forse il SVAM sarà caduto dal testo per 
somiglianza di cifra col vicino QVAM. Altrove Fron- 
tino r usa : p. e. al e. 27 : Ex Caslcllo singuìi SV VM 
MODVM RECIPIVNT, c.33. Respondcrc MODVLO 
SV'O; e senza ciò, nell'art.So ha egli apertamente in- 
segnato, che il modulus si scambiò di poi coWa fislula 
quinaria: Poslea modulus venit appellalus quinario no- 
mine. Paragoni ciascuno il e. 26. Ulendum csl suhstan- 
tia quinariae, qui modulus d ccrlissinius ci maxime re- 
ceptus est; ove lo slesso Poleui non lascia di annotare: 
Idesl quinaria lanquam communi mcnsura. Or se può 
dirsi , non si faccia il tubo di luce maggiore del suo 
modulo , ossia della luce di erogazione , nulla vieta , 
che, sostituito il vocabolo quinaria al modulo, si dica, 
non si faccia il tubo di luce maggiore di sua quinaria, 
ossia della luce corrispondente. Dopo tale spiegazione 
apparirà la legge Elia del 743 prevenuta come altro 
dal precedente decreto Venafrano, intercedendovi solo 
due varietà : la prima , che nel nuovo S. C. si deter- 
mina , oltre alla distanza di 50 piedi, ancora la uni- 
formità dei due moduli Verogatorius, e ì'acceplorius : 
la seconda che ove nel nostro decreto si scrive AB • 
RIVO , nel S. C. Eliano invece si dica , EIVS • CA- 
STELLI • EX • QVO. La ragione di questa seconda 
diversità ci è data da Frontino medesimo , il quale 



osserva che nel 7'i.l per la prima volta fu detcrmi- 
nato non permettersi di trarre acqua, se non rlai Ca- 
stelli , perchè i rivi , e le fistole non si forassero , e 
lacerassero nel corso tante volte, e. 100. In hoc Sc- 
nalus consulto dignum adnolalionc est , cpiod uquam 
nonnisi ex Caslcllo duci permillil , ne aul rici ani /ì- 
slulac publicae frcqucnler lacercnlur. Il prof. Monnusen 
dice, che « la legge Venafrana ò somigliante, ma noo 
la stessa della romana , se pur non si suppone , che 
fislula del decreto significhi la fislula quiuaria x-xr^ 
ì^oxV » : ma cosi non si spiegherà mai il controverso 
luogo di F'rontino. Dopo i tempi di Frontino cmana- 
ronsi altri decreti intorno al modo di erogazione. Nella 
legge 1 , §. 41 , D. de aqua cottidiaua ; Pcrmittitur 
aquam ex castello , vel ex rivo , vel ex quo alio loco 
puhlico ducere ( Ulpian. ad Edict. ). Nel C. Tcod. de 
aquaed. XV. 1. o. al 389 si restrinse il di\ieto alle 
sole fistole : Aut ex castcllis aul ex ipsis formis iuhe- 
mus elicere, ncque earum fislularum, quas nuilriccsvO' 
card, cursum ac soliditalem allenlare. Il Gotlifrcdo spie- 
ga in altro modo la forma (C.Theod.l.c.).In altra del 
39o si concedono solo i castelli: Quicumquc ex aquac- 
duclu magis quam ex caslellis aquac usum pulaveril dc- 
rivandum, eliam id ctc. (C.Tlieod. de aquaed. XV. 6.). 
Con tali annotazioni ho cercalo dicbiirare alcuni 
luoghi più classici della tavola aqunria ^c^afralla. 
Nou potendo commodamenle soddisfare a lutto ciò , 
che ancora me ne resterebbe a dire nei fogli di que- 
st'anno, ne rimetto la trattazione al secondo volume 
del nostro Bulletlino, quando mi rifuò sopra la le- 
zione medesima di essa, nei luoghi, ove so che ve no 



ha bisogno. 



Garuccci. 



Questioni pompeiane: Significato probabile del nome 
Pompei. 

Coloro che ci deducono POMPEI da 'Trqx.Trùov , 
greco vocabolo, spiegato da loro C))t/)o;-("o, errano gra- 
vemente : perocché la piazza di coiiuncrcio i greci 
dissero 'E/attodìov, e i latini Emporium , il qual voca- 
bolo di solenne anpellazione, non si trova mai scam- 
biato con 'Koix'Triì'-A, Gli Osci scrivono coslantenienle 
RIIRnl+iVn, Pùmpaiia, e i codici di Straboue ll^x- 



168 — 



•Kyl-3., TJyi-rux, e U'MTr/x Tariamenfe 'V. IV, 8. 
Kramer). Qaeslo diliir«>nfe geo^Tafo dice, che Pom- 
pei era un luogo eeolrale di commercio d«rlle cillà vi- 
dae , Ira le qnali Domina segnatamenleXob, Acerra 
e Xocera : onde forse potrebbe probabilmeole dedarsi 
tbe Pompei prima di riee> ere l'appellatilo onorevole 
di città , fosse realmente un luogo di deposito delle 
merci , che sol fiume Samo erano recate , e che m 
BQolti pubblici edifiiii fossero edificati dalle >icine città 
a riceverle , e conservarle. Se ciò par vero, io credo 
assai verosimile , che il nome "K'jx-xìi'jt , debba de- 
dursi dai pubblici edifizii ; trovando , che ToaTaor 
Mgnifica 'Axrjxx x'Ai'Jt Degli antichi glossarii. In senso 
non dissimile Manio Aquilio , o chi altro fu l' autore 
della via che passava per ìiarctllianum, e metteva ad 
eolumnam Bkerjn , nella celebre lapida di Polla, dice 
di aver costruito il forum eie aedes puhlicm, FORVM 
AIDISOVE POPLICAS HEIC FECEl : il qual con- 
fronto rende assjii ragionevole il peasare che i Cam- 
pani dalle ■TryxTT-Tx , aedu publicae, traessero il nome 
della loro Pompei. 

GABBUCa. 

f . Tomografia dd Ve$utio. 

Il Vesuvio a partir dalla sua eima , detta ora di 
S^jmma, andava dichinando verso Pompei che gli se- 
deva all' ultima radice su di una eollinella tufacea 
inclinata ancor essa a mezzodì. >'el vasto cratere, ore 
ora sorge il gran cono fumigante, erano sole vestigia 
di aver arso una volta : però ceneri , e scorie , e po- 
mici da per tulio , si nel concavo del cratere , che 
all' estradosso e sulle più erte pendici. Dipoi comin- 
ciavano i terreni vegetali, e tutto vi appariva vestilo 
di ^ili e di alberi pomiferi, segnatamente di fichi , che 
avevano celebrità. Queste notizie le dobbiamo a Slra- 
booe, a Catone , a Varrone , i luoghi dei quali scrit- 
tori 80O0 stali già allegali da altri. Nel 79 di Gesù 
Cristo questo vulcano già spento , del quale si ave- 
vano s^jIo va^be notizie che avesse arso allra volta, si 



riapri nel cratere antico il condotto alle esalazioni 
gazose , spingendo cosi per aria una massa enorme 
di ceneri , di pietrucce calcinale, di frantumi d' ogni 
maoiera , che elevandosi da quella roragnie a secon- 
da dei venti gagliardissimi , che le spingevano abbon- 
danti piov-vero intomo intomo , sepellcndo di sot- 
to Ercolano, ed Oplunti, e coprendo molta parte noa 
solo di Pompei e di Stabia col seno di mare che en- 
trava tramezzo, ma ancora delle più rimote, Capri e 
Miseno. Quella porzione di cenere, e di materie sco- 
riacee, che ricadeva nel cratere antico, attorno alla 
aperta voragine di esplosione, vi andò formando il co- 
no che seguitò a fumigare, ed a mostrar gli acceodi- 
menti gazosi molto tempo dappoi; scrivendo Minucio 
Felice alla seconda metà del secolo secondo di Roma 
erìstiana del Vesuvio , come dell' Etna : Siati ignet 
Aelnae et Vesutii flagrant , nec erogarUttr (Miouc. io 
OcUv. Lugd. 1709, p. 362 ). 

Non è ancor bene esplorato quanta parie di mare 
fra il Samo, e Stabia restò dalle pomici ingombralo: 
sol si può dire , che il tratto di terra , ove sono sta- 
ti scoperti sinora dodici alberi di nave, è distante dal 
mare circa 230 tese , e tiene incontro Io scoglio di 
Bivigliano , o pelra Herculis ( v. a p. 29 la relazione 
inserita negli Annali civili del regno ) , e che nelle 
campagne sottoposte alle colline di Lettere una con- 
trada si chiama le marine, e che ivi ed altrove si 
trovano conchiglie e reliquie di animali marini. È as- 
sai verosimile, che il mare occupasse in questa parte 
quasi tré moderne miglia ,• perocché Plinio confava a 
suoi tempi nove miglia di distanza Irà Nocera e'I ma- 
re: Ager nucerinm, et Villi milìia paxmum a mari, 
ifiia Nueeria ; che fenno sei miglia e due quinte parti 
della nostra misura ; ed ora , dirollo colle parole del 
Cluverio. « a Scafali oppido ad yoceram deprehendi 
millia passnum VI paolo amplins , et ab eadem Sca- 
fali oppido ad mare et ostiam Sami ferme HI.» (Ital. 
AnL p. 1187). 

Garrtcct. 



P. Raffaele Gabbccci d.cd.g. 
GicLio Mi.vEBvi.M — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Cata-seo. 



BlLlEimO ARCnEOlOGlCO IVAPOLITAXO. 



N° 22. 



NUOVA SERIE 



Ma-do 1SÒ3. 



Meilagìic ìnedile. — Ciiutta all' artiiolo precedente. — VafO Xoìano con la piujna di Ercole contro le Amazzoni. 



Medaglie inedile. 

1. ì'aletiiim. u Ad undici miglia da Brundisium 
« al di là di'l fiume Pastium, cb'è il Paclium di Pli- 
« nio, la tavola poutiiigeriana situa la città di Balenlium 
« chiamala Valentia nell' itinerario gerosoliniilano. 
« Non è da dubitare che questa città non sia la stessa, 
« che il Valetiuni di 31cla, la cui enumerazione pro- 
« cede coir ordine seguente (lib. II e. IV): lani in 
« Calahria lirìindi^ium , Valeliam, Liipiae, IIijdru<. 
« Plinio adottando l'itinerario inverso, dice: Ab llij- 
« drunle .... Liipia , Jìalesium, Caelium, Bnindi- 
« sium. Lai che si può conchiudere che questo Ba/c- 
a sium è identico col )a/e/(i(j« di Mela , che Plinio 
« assai di sovente trascrive », 

Questi dill'erenli testi di antichi scrittori raccolti e 
fra loro confrontati da Cellario nella sua opera sulla 
geografia antica (ed. Lipsiae 1701 pag. 800) forni- 
scono il mezzo di classificar con certezza una meda- 
glia molto interessante della mia collezione , della 
quale ecco la descrizione : 

^A®3AA1. Arione sedente a dritta Sìd delfino, e ve- 
duto di schiena , stende il braccio dritto ed abbassa il 
sinistro; più in yià un piccolo delfino nuotante a dritta. 
^ ^A®3AAì. Luna crescente colle punte dirette ver- 
so il suolo; sotto un ijlobctlo situato giusto nel centro 
della medaglia; più in giù, un delfino nuotante in senso 
inverso della luna. Fra la detta luna ed il delf)H) ìH, 
A^. Didraramo di fabbrica aulica e barbara. ( Tav. 
XI. Dum. 1 ). 

Le collezioni di medaglie ne contenevano già alcune 
di fabbrica tarantina della bella epoca dell'arte di oro 
e di argento , con alcune leggende barbare in carat- 



(eri greci , come sono VNVANIQ , dei quali non si 
era tentata la spiegazione. Sarà forse oggimai più fa- 
cile di raggiungerla, osservando che in epoca remota i 
Mcssapii imitando i didrammi arcaici di Taranto face- 
vano uso de' caratteri greci, ed adottavano il tipo del 
Taras , che sulle medaglie di BrundisiumaìiButan- 
tum , si trasfoiina in Arione tenente la sua lira , se- 
condo la tradizione conservata da Erodoto (lib. I, e. 
23). La leggenda greca FAAE9AI , retrograda, in 
caratteri molto arcaici, essendo ripetuta al ritto ed al 
rovescio non può lasciare alcun dubbio. Vi si osserva 
il digammi, che nell'alfabeto osco-sannitico ha il 
valore del V , del B o dell' F de' Latini. 11 impie- 
gato in luogo del T o del 5! dimostra l' alterazione 
della lingua greca presso i barbari ; e siamo colpi i 
dalla rassomiglianza di queste due leggende con le 
iscrizioni messapiche raccolte e pubblicate da poco , 
sia dal Sig. Monuusen , sia da' dotti collaboratori del 
bullellino archeologico naiwlitano. 

11 nostro didrauuno serve altresì a fissare diversi 
punti di geografia e d' istoria. Esso determina il vero 
nome aulico della citlà, che i geografi latini han chia- 
mato Balenlium, Valentia, ì'aletium, Balesium. Ja- 
letium è il vero nome, già riportalo da ^lela ; ed os- 
servando la legge di permutabilità delle cònsonauli 
della medesima natura. Balcsium sarebbe il nome che 
più vi si accosterebbe. 

ì'aletiuni era una città aulica; l'arcaismo del suo 
tipo e della sua leggenda lo pruovano : il suo com- 
meicio e la sua ricchezza sono egualmenle dimostrali 
dalla esistenza medesima del suo didrauuno , forte 
moneta per un paese che ha battuto pochissimi pezzi 
di questo valore. In quanto al tipo del rovescio , la 

23 



170 — 



luna crcsconle con un delfino richiama le medaglie di 
Zande. La luna comparisce ancora sopra alcune me- 
daglie di bronzo assai più recenti di Lucerla e di La- 
rinum. Non può esser qui , come a Zancle, la pianta 
di un porto in forma di falce, ornato di fortificazioni 
sopra un Lello esemplare del museo britannico. Que- 
sto medesimo simbolo, che s'incontra in Populonia, 
in Tespie , sopra alcune medagliuzze di Atene, e so- 
j)ra un doppio statere di Cizico , ove ricopre la testa 
di Medusa, deve essere allusivo al cullo della Luna- 
Ecate in Messapia sottomessa alla influenza greca. Il 
globetto nel mezzo del rovescio sembra esser non altro 
che il punto centrale del conio, come tanto spesso si 
scorge sulle antiche monete. Qui non può aver cer- 
tamente alcuna significazione relativa al valore del nu- 
merario , che si trovi in un didrammo. 

Non si saprebbe stabilir con precisione il senso delle 
due leKcre siluale nel campo. H serve di aspirazione, 
o di spirilo denso , sulle medaglie e sulle tavole di 
Eraclea , come sopra numerosi vasi italioti. Per for- 
mare un suono con l'aspirazione, bisogna che il di- 
gamma seguente faccia l'uflizio del V latino, cioè a 
dire della consonante V e della vocale U. Novella 
pruova che la medaglia appartiene realmente a' Mes- 
sapii e non già ad una colonia greca. 

2. Sijbarìs. I didrammi di Sibari di stile arcaico ed 
incusi non hanno offerto finora alcuna notevole varie- 
tà. Le sole differenze, che vi si osservano, sono nella 
posizione della leggenda , e nell' ornamento che ac- 
compagna il toro fermo e respicienle indietro. Eckhel 
attribuisce a Sibari un didrammo incuso , senza epi- 
grafe, col tipo del toro , sul cui dorso posa un grillo 
fdoctr. num. vel. p. I vol.Ipag. ÌQIJ; ma un esem- 
plare di questa rara medaglia da me posseduto porta 
per leggenda XM\ ali' esergo, da' due lati. Di ma- 
niera che , senza aver veduto il didrammo descritto 
da Eckhel, si può conghiellurare ch'egli ebbe in ve- 
duta una moneta simile, di cui la leggenda o mancava 
del tutto , non era ben conservata. 

11 didrammo , che noi qui pubblichiamo ( Tav. XI 
n. 2), è di un tipo assai differente. Vi si vede un loro 
cozzante a sinistra e guardando innanzi. La leggenda 



BAP 



y^j comincia all'esergo, e finisce nella parie inferiore 



del campo. Al rovescio non vi è alcuna epigrafe; ma 
il tipo del toro cozzante vi si riproduce in cavo a 
dritta. Questa medaglia fa parte della mia raccolta. 

11 tipo, del quale presentiamo la descrizione, è di 
un lavoro arcaico e grossolano. Non può paragonarsi 
co' conii incusi di Sibari , di stile più antico , la cui 
esecuzione qualche volta assai accurata e delicata pa- 
lesa un'arte pralticata da mani abili. Ma vi si vede la 
transizione fra' medaglioni incusi ed il didrammo a 
doppio rilievo della collezione S. Angelo , nel quale 
si osserva dalle due facce un toro gradiente , di un 
lavoro fermo e semplice al tempo stesso, che fa pre- 
sagire il termine dello stile eginetico. Immediatamente 
dopo questo didrammo , noi dobbiamo classificare 
r altro didrammo della medesima collezione , in cui 
si vede da un Iato Nettuno combattente ed un augello 
volante innanzi a lui, dall'altro lato un toro gradiente, 
assolutamente come sul didrammo di Posidonia del- 
l'epoca intermediaria. Lo stile elegante di questa rara 
medaglia, forse unica, si approssima ancora a quello 
degli Egineli : nondimeno, il suo merito dee far sup- 
porre che fosse del numero delle ultime monete bat- 
tute da' Sibariti pria della distruzione della loro città; 
e dobbiamo egualmente rimanere sorpresi che ad un' 
epoca tanto remola, l'arte d'incidere i conii fosse già 
pervenuta ad un tal grado di perfezione. É inutile di 
ricordare che le piccole medaglie di Sibari col tipo 
della testa di Minerva , ed al rovescio il toro rivol- 
gendosi , o la testa del toro soltanto , appartengono 
alla Sibari fabbricata sulle rive del Crathh, quindi ab- 
bandonala poco prima della fondazione di Turio. 

3. Syracusae. Allela nudo, stante, a sinistra, col 
corpo inclinato in avanti, e servendoti della striglie per 
togliere dalla sua gamba sinislralolio e la polvere della 
palestra. 

I^ 5^TPAK05;iON scritto sul giro di uno scudo ro- 
tondo , convesso, veduto di faccia, ed ornato nel centro 
di una testa di Medusa. A/. Della mia collezione (Tav, 
XI. num. 3). 

Non era slato ancora pubblicalo questo tipo raro e 
curioso : io non ne conosco che due-esemplari. 

La numismatica de' Siracusani è poco antica perle 
monete di oro. Non vi è luogo a credere eh' essa ri- 
salga al di là del tempo di Dionigi il giovine. Sotto il 



— 171 — 



rapporlo epigrafico la nostra dramìTia d' oro sembra 
essere una delle più antiche batlule a Siracusa , poi- 
ché vi si vede ancora Vomici oii invece deli' omega. II 
lavoro della lesla di Medusa nel mezzo dello scudo è 
forse un poco più recente di quello dell' atleta nel 
litio , di cui r attitudine e le forme gracili ricordano 
certe figure della palestra sugli scarabei etruschi : e 
questa osservazione porla a credere che siasi ripro- 
dotta su questa medaglia una statua celebre , proba- 
bilmente di bronzo, lavorata da qualche scultore uscito 
dalla scuola di Egina. L'insieme di questa figura mo- 
stra che la statua, della quale, secondo noi, fu copia, 
era molto più conforme alle vere regole dell' arte che 
l'altra statua di atleta recentemente scoperta in Roma, 
e conservata al Vaticano. Se ne avessi il tempo, e se 
i mezzi di ricerca fossero a mia disposizione , mi sa- 
rebbe probabilmente agevole di ritrovare, o nell'istoria 
o nelle Verrine, qualche passo relativo a questa statua 
Siracusana , di cui la nostra medaglia sembra consa- 
crar la memoria. Non sarebbe impossibile che questa 
figura avesse rappresentato un atleta siracusano vin- 
citore ne' giuochi olimpici, ne' quali le quadrighe di 
Siracusa ottennero sì di sovente il premio, che le loro 
vittorie divennero il soggetto abituale de' rovesci sulle 
monete di questa grande città. 

4 , 5. Due medaglie puniche coniate in Sicilia. 

La prima di queste medaglie è un tetradrammo, che 
faceva parte altra volta della collezione Avellino. Ec- 
cone la descrizione ; 

.... OSION. Testa di donna a dritta, co' capelli 
sollevati e ritenuti da una stephane. 

J^. ì<^ii in caratteri punici. Figura che guida una 
quadriga lenta a dritta: al di sojìra della leggenda ve- 
siigii di una Vittoria , che corona i cavalli; all'esergo, 
un grano d' orzo. (Tav. XI n. 4.). 

Il tipo della seconda eh' è un didrammo , che ora 
siccome la precedente, fa parte della mia collezione, 
è il seguente ; 

y»J£ in caratteri punici. Al disotto e fra' caratteri 
punici KIB. Testa di donna a dritta, co' capelli cadenti 
dietro il collo, e sollevati da un diadema. Intorno, Ire 
delfini. 

I^. Cane levriere a dritta fiutando a terra; al diso- 



pra , teUa di donna a dritta simile a quella del ritto. 
(Tav. XI. n. 5.). 

Questi due pezzi bilingui sono di grandissima im- 
portanza per lo studio della numismatica Cartaginese; 
esse mostrano quale è la diUereuza fondamentale nella 
forma ddV aleph e del tsadc punici, dilTercnza che 
stabilisce d'altronde con evidenza la celebre iscri- 
zione punica di Marsiglia. Esse fan venere , inoltre , 
che le due iscrizioni di tre lettere t{»i< e v'>i; , mal- 
grado la loro grande rassomiglianza , si riferiscono a 
città o a luoghi molto differenti. 

Queste due medaglie sono delle confederazioni , o 
le loro leggende sono traduzioni di nomi greci? Io 
indicherò le difiìcollà di queste due quistioni , senza 
pretendere di risolverle interamente malgrado lo stu- 
dio già antico , al quale mi sono dato per rischiarare 
questo punto della numismatica Siciliaua. 

Il tetradrammo colla leggenda X'X , è il più an- 
tico di questa serie numerosissima, che discende fino 
ad un'epoca, in cui l'arte era divenuta negletta, sino 
alla difformità , probabilmente in seguilo di contraf- 
fazioni africane di questi bei pezzi, siciliani in origine, 
e ne' quali sovente notasi un lavoro eguale , ed in 
tutto somigliante a quello de' belli telradrammi di Si- 
racusa. Qui lo stile della testa è largo , ma freddo e 
severo. La leggenda greca , per quanto può veder- 
si , porla un omicron in luogo dell' omcg'a, ed un N 
paleografico. Al rovescio la quadriga è rapprescn la- 
ta con l'andamento ed il doppio contorno de' cavalli, 
che si riscontra sulle monete arcaiche di Sicilia. La 
fabbrica di questa medaglia non si riporta intanto di- 
rettamente ad alcuno de' telradrammi ordinarii di Si- 
racusa , de' quali la serie arcaica è si numerosa e sì 
ben conosciuta , di maniera che si potrebbe sospetta- 
re che il nostro tetradrammo bilingue sarebbe stalo 
battuto altrove piuttosto che in Siracusa. 

Il mio dotto collega , Sig. de Saulcy, si è sforzalo 
di dimostrare che sopra tutte le medaglie di Sicilia 
colla leggenda 'f^'^^f si dovea leggere yjf Tsits, 
che egli considera come il nome punico di Panormns. 
Io stesso ho emessa la opinione che la leggenda x*t<, 
assai differente secondo me dalla leggenda y^i' dino- 
tava r isola di Sicilia ; ma questa discussione ci trar- 



— 172- 



rebbe troppo lungi ; io la tratterò di nuovo bentosto 
io un lavoro speciale, in cui l'avviso del sig. de Saul- 
cy ed il mio saranno esaminati , senza poter essere 
forse sostenuti. 

II didrammo , che io pubblico , pezzo inedito sic- 
come il tetradrammo , viene in falli a rendere più 
complicata questa difEcoItà , abbencliè vi getti pur 
qualche luce. Il suo tipo è quello di Segesla ; esso 
appartiene a quella confederazìoue di Sicani, civiliz- 
zali da' Greci , i quali accettarono assai per tempo la 
dominazione cartaginese , e le cui monete portavano 
il più sovente un cane al rovescio di una testa di don- 
na , come Molìja , Panonmis , Eryx. Si crede gene- 
ralmente che la testa di donna , su queste medaglie , 
è quella della trojana Egesta , e che il cane rappre- 
senti il fiume Criniso. Io penso che non bisogna ara- 
mettere questa sjùegazione , in tulio ciò eh' essa pre- 
senta di assoluto. In Segesta, la testa di donna è pro- 
babilmente quella di Egesta; in Molya è quella della 
donna , che fé conoscere ad Ercole la grotta , ove i 
suoi buoi ru])ati erano stali nascosti da Erice. 

Questa donna chiamata Molya diede il suo nome 
fenicio alla città opulenta per sì lungo tempo occu- 
pala da' Cartaginesi. In Eryx la testa femminile è 
quella di Venere, eh' è rappresentala cornuta, come 
Aslarte, sopra una piccola medaglia della mia colle- 
zione. Non abbiamo alcuna tradizione mitologica per 
determinare chi fosse la donna rappresentala sulle 
monete greche di Panormus. Il tipo del cane dee avere 
un senso più generale di quello di Criniso tesso com- 
parisce sopra monete siciliane lontane da Segesta e dal 
suo fiume ; qual si è Agyrium, e sopratlullo Adranus, 
la cui divinila eponima era onorala in un tempio cu- 
stodito e difeso da cani. Sopra alcuni medaglioni te- 
Iradrammi di Segesta , due cani accompagnano un 
cacciatore portante un pileo, ed a lui davanti un Ter- 
mine ilifaliico. I didrammi di Segesta e di Molya rap- 
presentano qualche volta un cane chelacera una testa 
di cervo , e queste diverse composizioni sembrano 
collegarsi al milo di Alleone , che si vede riprodotto 
sopra una delle metope di Selinunle. 

La leggenda del didrammo bilingue ofi're un dop- 
pio interesse filologico. In primo luogo, vi si vedeiu 



grossi caratteri punici il nome y»B , che comparisce 
già sopra un obolo bilingue portante , da un lato , 
Nettuno sedente con la leggenda yj{ , e dall' altro 
una figura di efebo nudo , montato sopra un toro a 
volto umano con la leggenda II ANOPMOS. Ma,sul- 
r obolo inciso da un greco le lettere puniche sono 
scrille da sinistra a dritta, mentre che sul nostro di- 
drammo la leggenda è di una correzione assoluta. 

Al disotto de' caratteri punici , e quasi frammista 
con essi, si legge la epigrafe HlB che non è slata giam- 
mai più estesa ; giacché i tre delfini che nuotavano in- 
torno la testa , e la leggenda punica chiudono intera- 
mente il cerchio. Tutti i numismatici conoscono la 
leggenda delle monete di argento di Segesta , che è al 
più spesso, :SErESTAHlB drillo e retrogrado, qual- \ 
che volta i;ErESTAaiA , XErE^TASIE, SE- 
rE2;TA3!I, SErE^TASlBAMI. Quesl' ultima leg- 
genda , della quale Torremuzza diceva : « qui de bi- 
sce lillcris e\p!icationem expectat Sibyllam adeat , 
aut hariohim», è stata ben compresa dal Sig. Raoul- 
Rochetle. Questo mio dotto collega riconosceva nella 
parola AMI il verbo EIMI sum, che si trova in se- 
guito de' nomi proprii, ed esprimente la idea di pos- 
sesso sopra vasi di terra colta , e sopra una piccola 
lamina di argento pubblicala dal defunto Avellino. 

Rimane ancora a spiegare quel che significa SlB. 
Alcuni antiquarii vi hanno veduto una terminazione 
barbara del plurale per SEFESTAIQN ; ma come 
accordare questa terminazione con la leggenda EFE- 
STAION che si trova qualche volta sull' altra faccia 
della stessa medaglia? (Torremuzza t.LXilIn.3): co- 
me ammettere che BlB sia una desinenza graramali- 
cale , quando si ti-ova trasformato in ffilA sul magni- 
fico tetradrammo della collezione di Torremuzza (lav. 
LXII,n.2) , ed in SII e SIE sopra alcuni didrammi 
della collezione di Duane? (Torremuzza lab. LXIII n.7 
e 8). Queste tre lettere, di cui l' ultima varia qualche 
volta, non possono esser segni di numerazione greca, 
poiché due fra essi apparterrebbero alla serie delle uni- 
tà , sulla piupparle delle varianti ; e perché in SU la de- 
cina si troverebbe ripetuta due volle. KIB non può es- 
ser neppure una parola punica , poiché le varianti ler- 
minate da vocali non permettono di supporre la sop- 



— 173 



pressione di una consonante, qTial si è la i, e la per- 
mutazione con una vocale qualunque , anche meno 
con vocali variate A , I , E. Io non ho mai vedute le 
varianti SIA, SIE, SII; ma come Torremuzza le cita 
da esemplari della sua collezione, di quella di Duane, 
e di altre , e non già da Goltzio , o da Paruta , dob- 
biamo credere autentici gli esempli , che ci fornisce, 
insistendo nel suo testo di un modo particolare sulle 
singolarità di queste varianti. 

Per starcene a quelle , che son fia le mani di tutti 
i dotti, possiamo fare osservare che situato fra il no- 
me SEFESTA, ed il verbo x\MI, la parola SlB, che 
non può essere ne una terminazione del genitivo, né 
un numero, deve essere un sostantivo e probabilmente 
un nome proprio : il nostro didrammo bilingue con- 
ferma questa opinione , non portando per tutta leg- 
genda che la voce SlB. Se si considera ora che la 
sillaba Si si trova seguita sovente da De qualche volta 
da A , E, I, queste lettere variabili, corrispondendo 
a lettere numerali , potrebbero indicare una cifra di 
anni , o di valori monetarii , o un numero d'ordine 
qualunque, che sarebbe variabile, come esse ; mentre 
la sillaba Si resterebbe immutabile. Il numero d'or- 
dine per gli anni non è amraessibile, perocché le me- 
daglie più antiche portano SlB, laddove il bel telra- 
drammo contemporaneo di Dionigi II, porta SIA. Che 
sì tratti di numeri esprimenti valori monetarii non può 
essere del pari accettato; mentre medaglie di moduli 
e di pesi assai diversi, didrammi e dramme, portano i 
medesimi caratteri SIB. Di maniera che A, E, I non 
possono essere lettere numerali. Che se si suppone che 
esse si applicano ad una classitìcazione di provincie , 
o piuttosto di città di una confederazione, nella quale 
secondo il suo grado d'influenza, e d'autorità, lacitlà 
chiamata Sì avrebbe occupato un posto indicato dalla 
sua lettera numerale ; A il primo , E il quinto , I il 
decimo , non s' incontrano simili difficoltà. Si cono- 
scono almeno dodici città di Sicilia sottomesse a' Car- 
taginesi , Solus , Ilimera , Thermae , Panormus, Se- 
gesta , Eryx , Motya , Drepanum, Heraclia, Selinus, 
Agrigentum , di cui Torremuzza ha pubblicata una 
medaglia tetradramma bilingue (1) , Lipara , Cepha- 

(1) Torremuzza 1. suppl. lab. 1. n. i. Questo pezzo interessante 



locdium, senza parlare diLilybaeum ultimo asilo de' 
Cartaginesi in Sicilia. 

É dunque per l' ordine nella confederazione che 
dovremo spiegare le lettere numerali, che terminano 
la leggenda abituale di Scgcsta, urlila al nome Si pro- 
babilmente quello di una città. Sarebbe l'orse teme- 
rario di vedere nel SI una contrazione Sicana della 
leggenda punica y»2: , Tsi per Tsils. Intanto sarebbe 
questa la spiegazione pili semplice (piando si ricono- 
scerebbe che le lettere B , A , E , I , sono numerali. 

Io riserberò , tuttavia , questa ricerca per l' esteso 
lavoro , che preparo sulle medaglie i)uni(he , e nel 
quale spero di porre sotto gli occhi de' doKi una serie 
di monumenti numismatici confrontati con le rifles- 
sioni che essi possono suggerire. 

Il Dccv de Lcy.NEs. 



Giunta all' arlicolo preccilcnle. 

Mi sia lecito di aggiugnere alcune osservazioni al 
dotto articolo , che precede , alle quali lo stesso illu- 
stre autore mi ha invitato ; principalmente mancando 
de' libri e del tempo necessario, per istituire alcune 
particolari ricerche, ad arricchir di confroali e di ci- 
tazioni una scrittura dettala negli ultimi giorni della 
sua dimora in Napoli , la quale dimostra tutto il sa- 
pere e le vedute del dotto numismatico. 

Ben si appose il eh. autore nel diflinire permessa- 
pica la leggenda della moneta n. I. Solo avvertiamo 
che fra i caratteri finora conosciuti nelle iscrizioni 
messapiche non si è giammai incontrato l' I angoloso 
ed il carattere S ritiene sempre la forza del % (Monun- 
sen iscr. mes. negli annali dell' Ist. ISiS p. 07. seg. 
ed imter. Dialek. p.47 seg.). Volendo tener presente 
una tale avvertenza, dovremmo legger piuttosto FA- 
AE0AS che FAAEeAI. Del resto la forma insolita 



apparteneva all'arcivescovo di Palermo. Sveniuralaraente la leggenda 
punica situala fra le branche del granchio ò inodiocrenienlc coiiata 
sulla incisione , e non puossi conghii'ttnraro con vcrisiniiglianza ciò 
che doveva significare. Questo leliadraniino dove essere di una 
estrema rarità: io non ne conosco alcuno esemplare. 



— 174 



dfl ® ,e l'esser relrograda <u<(a la iscrizione, doven- 
do farcela riportare ad epoca abbastanza remota, po- 
trebbero appoggiare la lezione dell' autore. Per quel 
che spetta all'attribuzione dell' a. , che riporta la me- 
daglia al Vaìelium di Mela ( lib. II e. IV. ) , noterò 
che nella medesima regione sono ricordate due diffe- 
renti città di nome presso a poco somigliante. Vi è 
una Alelium presso Gallipoli tra Nardo ed Ugento , 
distinta dal Valetium di Mela , altrimenti Valesium, o 
Baleso tra Brindisi e Lecce. Sembra pure dimostrato 
che r 'AXYJr/ov di Tolomnieo , 'AX7]ria di Strabone 
(VI, 3, 6), 5a/e<mm della tavola peutingeriana (Man- 
nert II, SO), corrisponda alia moderna Lizza o Aliz- 
za , ove furono ritrovate non poche iscrizioni mes- 
sapiche(Vedi Cataldi Alelio illustrata 1841 in 8 ; 
Corcia topogr. tom. Ili p. 413 e 451 ; Mommsen 
iscr. vies. nel cit. voi. degli annali 1848 p. 82 e 87; 
e nnler. Dial. p. 57, e 60). Premesse le quali cose, 
a qual delle due città diremo doversi attribuire la me- 
daglia , di cui è parola : all' Alizza , ovvero a Baleso? 
Io incUno a credere che debba piuttosto riportarsi al- 
l' Alizza : e sono varii i molivi , che m' inducono a 
sostenere una tale opinione. Non ignoro che qualche 
messapica iscrizione fu rinvenuta nel sito, ove si cre- 
de avere esistito l' antica Baleso ; ma l' Alizza ha da- 
to fuori un maggior numero di tali epigrafi , il che 
pruova l'uso esteso di quel dialetto in quel luogo: per 
lo che non dovrebbe sembrare strano il vederlo ado- 
perato in una medaglia ad indicare il nome di una 
città. Or nelle iscrizioni di Lizza troviamo appunto 
il digamma della medesima forma che nella interes- 
sante medaglia del signor Duca de Luynes, troviamo 
egualmente la parola retrograda ^ANOAS^AFIAA 
(Mommsen unler.Dial.la\.l\. Lizza b.3); la qualeèla 
sola che veggasi in quella posizione fra tutte le epigrafi 
messapiche finora conosciute : ed ora bisognerà ag- 
giungervi la leggenda della nostra medaglia , la quale 
come avvertimmo di sopra , fa pur guadagnare al- 
l'alfabeto messapico l'elemento ®, che non era anco- 
ra comparso. E qui ci piace di avvertire , quel che fu 
da noi pure altrove osservato, ciocche il dialetto mes- 
sapico risentì immensamente la greca influenza non 
solo per la forma de' caratteri , ma benanche pel fon- 



do della sua grammatica {tnon.ined. di Barone voi. 1 
p. 50, e 58). Noi non dubitiamo che questa verità si 
vedrà di giorno in giorno confermata da nuovi ritro- 
vamenti. La leggenda Az\H0AS, come da noi si ri- 
tiene, è un genitivo, che suppone il nominativo A AH- 
©A: ed è questo, secondo noi, il vero nome messapico 
della città, che fu poi tramutato in 'AXyiri», ed Ale- 
tium, parole che offrono una diversa derivazione. Così 
fu da noi messo in chiaro il vero nome dell'altra mes- 
sapica città di Gnalhia (rv*B/oc), la quale sotto la penna 
degli scrittori di un'epoca posteriore greci o latini, erasi 
cangiala in Gnalia, e finanche in Egnalia, 'Eyvocr/oc. 
(Vedi bull, dell' ht. 1845. p. 44. Cf. Avellino bull 
arch.nap. an.III. p.l29, Minervini mon. /net/, di .Bar. 
tom. I p. 11. ). E si noti che la medesima varietà, e 
lo stesso scambio ebbe luogo fra il T ed il 0. Che se 
riterrassi la lezione AAEB Al proposta dal eh. autore, 
il nome messapico della città dovrà riputarsi AAH- 
&OX, o AAH0ON, e r A AH© AI sarà forse da giu- 
dicarsi un genitivo, secondo la opinione del Mommsen, 
e da paragonarsi al ITOTAAI, o IITAAAI di alcune 
medaglie di Arpi, ed al BIAAI dell'altra medaglia da 
me pubblicata in questo bullettino (p. 1 07.v.t.IV.n. 11). 
Poche parole vogliamo aggiugnere sulle due inte- 
ressanti monete con epigrafi fenicie ; giacché è qual- 
che tempo che stiamo lavorando sulle medesime leg- 
gende , e già proponemmo alcune osservazioni su que- 
sta parte delia numismatica siciliana in una memoria 
letta sin dal passato anno alla reale Accademia Erco- 
lanese e tuttavia inedita, (vedi Gerhard arr/iao/. Anzei' 
ger febr. 1853 p. 293). Cominciamo intanto dall'ap- 
plaudirci che in quanto alla epigrafe SIB, o SIBA- 
MI, senza che l'uno sapesse dell'altro, venimmo alla 
medesima conclusione che si tratti forse di una confe- 
derazione di Segesta con altra città denominata eoa 
voce fenicia. Partendo dalle ricerche del sig. deSaul- 
cy io mi persuasi che V^H fosse il nome punico di 
Panormus , e la stessa iscrizione andai riconoscendo 
in alcune altre monetine di varie collezioni , di cui 
presentava i disegni. Richiamai in quella occasione un 
confronto , che non vidi ricordato da altri nella pre- 
sente discussione. Nei libro secondo de' Paralipomeni 
(cap. XX) parlandosi delle vittorie di Giosafatle eoa- 



1/0 



tro gli Ammoniti , i Moabiti , ed altri popoli clic di- 
consi de' Miiiei , riportasi la profezia di Jahaziel fi- 
glio di Zaccaria. Questi per indicare ove si sarebbero 
trovati i nemici del popolo di Dio, quasi por visione 
li addita accampali sulle allure di Tsits y^i' . La volgala 
dice Sìs , ed il greco AcrcrsiS ; ma allenendoci all' c- 
braico , troveremo una identica denominazione geo- 
grafica propriamente in (|uei sili, ne'tpiali la lingua fe- 
nicia era usata, e nella quale non può non ravvisarsi la 
medesima derivazione che nelle medaglie di Panormus. 
Per tornare alla iscrizione KlB , o SIOA.MI delle 
monete di Segesta , io feci poco conto delle varietà 
notate dal Torrcmuzza , le quali non sono più com- 
parse sotto gli occhi de' numismatici. Quindi veniva 
nella conclusione che la iscrizione SlB era una ma- 
niera abbreviata di dinotare la più lunga ed intera 
SIBAMI. In questa supposizione ho proposta la con- 
ghietlura che tutta la leggenda SiBAMI dinotasse la 
Collina di Tsils, con una elisione della consonante fi- 
nale , che ci sembra aramessibile in una parola com- 
posta, per quanto poco plausibile la crederemmo, ove 
fosse isolata e non dipendente da una voce seguente, 
colla quale si colleghi. Questa nostra conghieltura dà 
un appoggio alla spiegazione proposta dal mio eh. 
collega P. Garrucci di un'altra leggenda fenicia in si- 
cula medaglia, ove e'riconobbe IQ^li) [n^jnso Macha- 
nal Scebam , e lo inlese per la parte dell' aniic» Pa- 
lermo che venne chiamala "Axpx da Zonara [hist.br. 
voi. VII I. 8 p. 29G ed. Ven.) da Polibio vxX%,'% (I, 
38), e da Diodoro àpx'x/a. ( lib. XXIII, p. SOo Ves- 
sel. ) : vedi 3Iinervini mon. iiied. di Barone voi. 1 p. 
96. Nella ipolesi dunque che y>2f fosse il nome puni- 
co di Panoimu^, poteva ben chiamaisi *Q5*ir ì'xxpx 
della città , ed anche più breveminle indicarsi col 
M in una medaglia coniata nel medesimo sito ; per 
lo che non era necessario far precedere il nome di 
tutta la intera città di Panormus. Queste nostre idee 
ci sembrano confermale dalla importantissima meda- 
glia, nella quale al fenicio Tsils si accoppia il SlBin 
lettere greche , e questo in unione co' tipi di Segesta. 
Si tratta forse anche (|ui di una federazione, trovandosi 
r nllra cillà surticienenieule indicala da' tipi che le 
appartengono: se pure non voglia dirsi che sia la mo- 



neta appartenente alla sola Panormus , essendo ben 
conosciuto che il tipo della testa di donna e del cane 
si riscontra in una rara moneta di argento colla iscri- 
zione ITA\()1\VK)ì: Kcklicl ilixir.mim.vct.l. 1 p.2.'}0}. 
Ora che il sig. Duca de Luynes ha messa in chiaro li 
distinzione Ira la epigrafe y>2C d'altra X'X, che leg- 
gesi sopra una cerla moneta di Siracusa , potrà con 
probabilità sostenersi clus il primo nome appartenga 
a Panormus ed il secondo aSyracusae. Ma mi riserbo 
di parlare più ampiamente di tali conghietture ed os- 
servazioni, quando vedrà la luce la suddetta memoria 
accademica. Attenderò le dotte ricerch»? del sig. Duca 
de Lujnes , a cui sono dovule imporlanli pubblica- 
zioni sulla numismatica fenicia , e che è nel caso di 
spargere la più gran luce su questa difficilissima parte 
dell' archeologia. Sull'appoggio di numerosi falli fra 
loro diligenlomonle confrontali si renderà più agevole 
lo studio e la discussione sulle monete puniche delia 
Sicilia : e noi siamo sicuri che lo stesso chiarissimo 
numismatico non mancherà di trarre le più probabili 
conclusioni nell'esteso lavoro, di cui promelle la pub- 
blicazione. MlMiUVlM. 



Vaso Nolano con la pugna di Ercole contro 
le Amazzoni. 

Nella nostra tavola X n. 1,2,3 vedonsi figuralo 
le due facce di un magnifico vaso nolano posseduto 
dal sis. venerale Cella, alla cui cortesia ne dobbiamo 
un lucido. Non può dubitarsi del soggetto della prin- 
cipale rappresentanza. Alcide colla pelle di leone e 
colla clava è alle prese con un'Amazzone, certamen- 
te la regina di quelle donne guerriere, due delle qua- 
li giacciono spente al suolo. É notevole lo scudo del- 
l' Amazzone , che tuttavia combatte, dal quale scen- 
der si mira un' appendice , come ricorre in allri mo- 
numenti (vedi bull. ardi. nap. an. VI p. 23). Le due 
compagne estinte mostrano in varie parti del corpo 
le riportate ferite ; ed una di esse vedesi nell' alto di 
appressar la sinistra mano al petto , da cui s|iiccia 
tuttora il sangue. Non leuleremo delerminare quali 
fossero queste Amazzoni nella mente dell'artista: noi 



176 — 



pensiamo che valgano a dinotar generalmente la 
schiera di quelle comballenli superala e vinta. Ma 
chi sarà quel guerriero , che sta dalla parte delle 
Amazzoni, ed in difesa di colei che ancor sopravvive? 
A noi senil)ra che debba riputarsi Marte, il dio delle 
battaglie, che fu dalle tradizioni de' poeti riconosciu- 
to per padre delle Amazzoni : è poi ben noto che 
!\Iarte comparisce ancora come avversario di Ercole 
per la difesa dell' altro suo figliuolo Cicno ( Gerhard 
Aus. Gr.Vaseììh. tav. CXXII, CXXllI), abbenchèuoa 
valga ad evitarne la morte : vedi pure ciò che dicem- 
mo nel voi. VII delle memorie della regale accad. Er- 
colanese p. 323. 

11 nume della guerra porla sullo scudo la insegna 
di una nera figurina io concitato movimento con ali 
alla testa ed a' piedi. A noi pare doversi in essa rav- 
visare uno di quegli esseri , che convengono a questa 
fiera divinità , di cui erano riputali figliuoli : dir vo- 
glio Dcimos e Phobos gemi muniti di triplicale ali , 
secondo la dotla discussione del Panofka('//»/2)o&or. — 
Rom. Sludicn p. 245-261 : vedi pure Gerhard ge- 
flihjehjc!il.\i.o). Che se si ammelte la osservazione del 
eh. Braun suU' imberbe aspetto del Pliohos (Annali 
dell' Li. 18'i0 p. 1G9 s. ) , questo demone appunto 
sarebbe da ravvisare effigialo nello scudo di Marte. 
Al che vuoisi aggiugnere che Phobos ci si presenta 
da Omero accompagnando il suo padre Marte nelle 
tremende battaglie ( //. N v. 298 seg. ). 

Comunque sia ; l' ajulo del dio della guerra non 
giova alla sua valorosa figliuola ; giacché Ercole è 
quasi nel punto d'impadronirsi del bramato cinto. Di 
fatti l'artista ha con tutta evidenza palesalo l'oggetto 
della contesa col figurare il lebano eroe nell'attitudine 
di avvicinar la sua mano al cinto dell'Amazzone, causa 
di quella guerriera spedizione. Questo gesto signifi- 
cativo mostra le risorse dell'arte aulica, che anche 
trattando un particolare punto dell'avvenimento tifa 
argomentare ciò che precedette, e quello^che ne verrà 
in conseguenza. Fra le particolarità del vaso nolano, 
di cui ragioniamo , vi è anche quella del nuovo no- 



me HinnONIKE , che trovasi dato all' Amazzone , 
invece dell' altro d' 'IwokiJrri. 

Noi parleremo più ampiamente di questa varietà 
nella seconda parte archeologica della nostra mono- 
grafia sulla spedizione di Ercole contro le Amazzoni, 
di cui la prima parie filologica è stata nel passato anno 
presentata alla Reale Accademia Ercolanese (1). In 
essa torneremo a discorrere del nostro monumento 
nolano , del quale peraltro non abbiamo voluto diffe- 
rire la pubblicazione. 

Presso alla figura di Ercole leggonsi le parole XAP- 
MIAES KAAOX , e le medesime si ripetono presso 
una figura di giovine guerriero combattente , che si 
vede rappresentalo nell'allra faccia del vaso. Lo stes- 
so nome si legge sopra un altro vaso anche di Nola 
presso un alato demone in alto di combattere con scu- 
do ed asta, che il eh. Schulz appella Amove fbullelt. 
dell' ist. 1842 p. 13); ma che potrebbe riferirsi egual- 
mente ad uno de' due genii della guerra, di cui sopra 
dicemmo. Non vorrei giudicare se i due vasi possano 
credersi provenienti dallo slesso Nolano sepolcro: nella 
quale ipolesi potrebbe taluno pensare che fossero de- 
stinati ad ornare la tomba del giovine Charmides , la 
cui guerriera attitudine mostra eh' ei fosse addetto al 
mestiere delle armi: e perciò se ne ripete ancora il no- 
me presso la figura di Ercole, a cui si assomiglia per 
la forza del combattere. Non debbo intanto tralasciar 
di notare che queste denominazioni , le quali in di- 
versi monumenti si atlribuiscono a figure di efebi , 
possono talvolta riputarsi allusive alle loro qualità , 
piuttosto che credersi destinale ad indicarne i nomi. 
Così neir attuai circostanza il nome X.'x^ixl^rp , deri- 
vato da Xapfjii^, è allusivo al carattere guerriero delle 
figure, presso le quali si legge : ed in questa signifi- 
cazione non disconviene neppure ad Alcide. 

MlNERVJNI. 



O Vedi Gcrtiard ÀrcMol. Anzeig. Felibr. 1853 p. 293. Di questa 
parte della mia memoria ò inserito un estratto nel rendiconto della 
Reale accad. Ercol. 



P. Raffaele Gariiucci d.c.d.g. 
GiCLio Mi.NEiivi.Ni - Edìlori. 



Tijpografa di Giuseppe Catàneo. 



BILIKTTIIVO ARCHEOLOGICO IVAPOLITA^O. 



NUOVA SERIE 



N.' 23. 



Macffrio 1853. 

CO 



Notizia de più recenli scavi di Pompei: contimtazione del num. W. — Diaspro xanguiijm inci<o. — Sufifjello 
in corniola di un C. Cecilio Metello Caprario. — Iscrizione di Campomarino, masseria del signor Carrera 

in mezzo ad avanzi di villa antica. — Iscrizione Sannilica rinvenuta in S. Maria di Capua. Iscrizione 

dipinta di Ardea , graffiti sui vasellini di S. Cesario, e su lamina di piombo romana. 



Notizia de' più recenti scavi di Pompei: continuazione 
del num. 20. 

Avendo rivcdulc le nostre schede , portiamo una 
notevole «iggiiinzione al programma da noi riferito a 
pag. 157 D. 7. Esso dice in tal modo : 

M . CVSPIVM . PANSAM 

• ■ • POLYBIVSNATALISCLIENSCVM ISIaCIS ROG 

Noi già conosciamo un altro somigliante program- 
ma fatto da^VIsiaci a favore di Cn. Elvio Sabino (v. 
sopra p.l51 n.25). Ora però riesce importante quello 
di M. Cuspio Pansa; perchè trovasi vicinissimo al 
tempio d' Lide , che è di pochi passi lontano dalla 
strada, ove quella iscrizione è segnata. E qui mi piace 
di aggiugncre un altro fatto, che trovasi in corrispon- 
denza col suddelto programma ; ed è che in un edi- 
Gcio situato quasi rimpetto al muro, su cui si leggeva, 
furono rinvenuti due sistri uno di argento , e l' altro 
di bronzo , il che pruova che gli abitanti di quelle 
vicinanze erano dediti alla isiaca religione. 

Noi non possiamo dare una specifii-ala notizia de' 
vani edificii che costeggiano la strada , essendo tut- 
tavia interrati nella loro interna parte. Non manche- 
remo però di riportare al solito i programmi scritti 
di rosso o di nero all'esterno delle mura , che ci è 
riuscito di continuare a raccogliere. 
Sono essi i seguenti ; 

1. ALBVCIVM 

2. IVM • PROCVL 

3. POSTVMIVM 

ANNO I. 



4. SABINVM 

5. M . HOLCONIVM 
PRISCVM • AED • 0^ 

6. A • VETTIVM • FEL'^^" 
AED • 1 1 • • • IVS • ROG 

forse POPI DI VS • ROG • 

7. Sotto questo numero riportiamo il più lungo 

ed interessante , che sia comparso b que- 
sto silo. 

POSTVMIVM . A=° 

SCR . INFAN no . INFRA 

SCRIBENTE . PARENTE . II 

ROG . PAQVIVM . PROCVL VM . d.i.d.d.r.p. 

Questo programma, secondo noi, costa di tre parti : 
nella prima si dice che Infanzione (nome non nuovo 
ne'pompejani programmi: v. sopra pag. laOn. Il) 
scrive il nome di Postumio candidalo per la edilità : 
nella seconda parte si annunzia che il medesimo voto 
facevasi da PARENTE, o che indicar si voglia il padre 
d' Infanzione , ovvero un altro nome proprio : chiù- 
desi finalmente la iscrizione colla petizione di entrambi 
di ottener per duumviro Paquio Proculo. 

In una delle pietre di tufo messe allo scoverlo si 
veggono incavate le cifre XXI . 

Sul muro di una stanza di uno degli edifizii è se- 
gnato col pennello 
P • ROMAN 
e non sappiamo se debba in queste parole riconoscersi 
fatta menzione del popolo Romano. 

In questi ultimi giorni si é scavata una parte di uq 

23 



— 178 — 



edifizio a sinistra della medesima via discendendo verso 
la porla di Stabia. lu uno de'muri esterni è comparso 
un cancello di ferro mollo ossidato, il quale era stato 
anticamente richiuso, e muralo d'ambe le parli con fab- 
brica. In questo ediGzio si è eseguilo lo scavo in una 
specie di atrio , ed in due stanze vicine: l'inlonico è 
mollo rozzo, e non possiamo formarci una chiara idea 
del fabbricalo , se prima non si scopre del tulio. Di- 
remo solo degli oggetti rinvenuti nelle parti scoperte, 
mercè due scavazioni, la prima delle quali fu eseguita 
il giorno 17 del corrente mese di maggio, e l'altra il 
giorno 20 dello stesso mese. 

Nella prima scavazione, alla quale accenniamo, fu- 
rono rilrovali all'altezza di circa sei palmi dal suolo 
alcuni oggetti di bronzo, di vetro, e di lerracotla, 
olire i due sistri, de' quali dicemmo di sopra. In quanto 
agli oggetti di bronzo , olire alcune parli della serra- 
tura , comparvero una grande palina di palmi 2 V, 
di diametro perfettamente conservala e di diligente 
lavóro; una lucerna monolkna con manico fermiualo 
da una delle estremità in testa di animale, come sem- 
bra di cane, e dall'altra in una maschera silenica: un 
manubrio di qualche cassetta che offre la forma di due 
dita (pollici); in allusione al silo ove meller si doveva la 
mano. Ricordo che in altro utensile pompejano ricorre 
una simile allusione ; giacché appunto il manubrio è 
conformato a foggia di due mani : ( vedi Avellino de- 
scr. di una casa pompej. con capii, figurati p. 68 X 
tav. IX n. 9 A; e quel che scrivo io stesso negli an- 
nuii dell' ist. 1842 p. 84). Da ultimo non vo' tacere 
di una moneta molto ossidala , con foro nel centro. 
Una sola caraffina di vetro rotta nel fondo , di altezza 
0,63 di palmo, richiama l'allenzione degli studiosi per 
una materia nera, che vi si contiene, e che converrà 
sottoporre all'analisi chimica. Non parlerò particolar- 
mente di alcuni rozzi arnesi di terracotta; come sareb- 
bero tre piattelli ricoperti di rossa vernice ed in parte 
guasti, alcuni pignaltini a due manichi, uno de' quali 
con coverchio, una tazzolina, ed un vaso della forma 
òeWoleare: e passo subilo a dir qualche cosa della sca- 
vazione seguila il giorno 20 di questo corrente mese 
di maggio. 

Questa ebbe luogo nella circostanza che recavasi a 



visitar Pompei S, M. il Re Massimiliano di Baviera , 
il quale accompagnalo ed assistilo dall' attuale eh. di- 
rettore del Real museo e soprantendente generale de- 
gli scavi del Regno sig. principe di San Giorgio , si 
trattenne per una intera giornata ad ammirare e stu- 
diare le stupende reliquie dell'antica città; procuran- 
dosi altresì al chiaro di luna, ed al fulgor delle Ilici il 
più grandioso ed imponente spettacolo che offrir si 
possa agli occhi de' riguardanti. 

Alla presenza del regio Personaggio fu disterrato 
sino al suolo quel medesimo atrio, e quelle stanze me- 
desime , delle quali già prima erasi scavala la più 
gran parte. Gli oggetti venuti fuora in questa occa- 
sione saranno da noi enumerali colla medesima di- 
stinzione delle varie materie di che sono formali. Fra 
i bronzi comparirono alcune parli della serratura; ma 
tre pezzi richiamarono maggiormente la nostra atten- 
zione: sono essi, 1. un vaso, alto 0, 4j di palmo, 
con bocca larga e ad un sol manico , il cui fondo si 
vede anticamente saldato con piombo : il manico Qni- 
sce inferiormente in una testa silenic-i : 2. una pantera 
(di alt. 0,53 di pai.) con mammelle pendenti, che in- 
nalza la zampa sinistra, e solleva in allo la testa: que- 
sta graziosa statuetta di buon lavoro manca di base , 
e formava forse gruppo con una 3. slaluella di Bac- 
co fanciullo, che solleva un corno potorio , la qua- 
le però ha perduto le sue forme per la ossidazione. 
Gli oggetti di vetro ritrovati nella stanza contigua a 
quel che dicemmo atrio , offrono in sé poca impor- 
tanza, ma meritano secondo noi molla considerazione 
per un particolare motivo. Sono essi una piccola au- 
forina in parte mancante , con entro un materiale 
giallo da analizzarsi, e Ire tazzoline di differente gran- 
dezza : è però notevole che queste sono talmente al- 
terale dal fuoco, che dovettero subire un forte grado 
di calore per ammollirsi, e fondersi in parte. Fra poca 
faremo su questo fatto le nostre osservazioni. Un sol 
fornello di ferro venne fuori in varii pezzi molto os- 
sidati. Di marmo fu rinvenuto un peso di pietra di pa- 
ragone , ed alcuni frammenti di due staluetle, che for- 
mavano forse gruppo Ira loro, una delle quali lulta 
nuda appare femminile, mentre l'altra è virile; anche 
questi pezzi pare subissero la forza del fuoco essendo 



— 179 - 



in gran parte calcinali , e rodi in minuti frammenti , 
che son tra loro fortemente attaccali , per modo die 
non potrebbero se non con grande difflcollà separarsi. 

Traile cose |)iù rare a comparire in Pompei è un 
piccolo vasellino di avorio senza coverchio , di cui 
non sapremmo indicare la destinazione e l'uso. 

Fralle lerrecoUe, oltre alcuni comuni utensili, me- 
ritano di essere ricordate una maschera scenica, una 
lucerna con l'ornamento di un ariete nella faccia su- 
pcriore , e due statuette di rozzo stile; la prima, alta 
0, 35 di palmo, rappresenta una figurina virile mu- 
nita del bardocucullo ; l'altra , alta 0, 45 di palmo, 
ritrae un uomo panneggiato con una specie di toga. 

Finalmente son venuti fuora alcuni di qae' pezzi 
cilindrici di osso forati, e con varii buchi, che Irova- 
ronsi assai spesso in Pompei, ma de'quali non si è si- 
nora conosciuta con certezza la destinazione. 

A tutti i fatti sinora enunciali relalivamente alla 
presenza del fuoco , che si manifesta in varii oggetti 
rinvenuti in quel sito, se ne aggiugne un altro; ed è 
l'annerimento in uno de" muri della stanza, ove que- 
gli oggetti furono raccolti, prodotto certamente dal 
fumo di un incendio. La fusione del vetro, la calci- 
nazione del marmo , e la disorganizzazione di altre 
materie , per effetto della fiamma , è forse dovuto a 
pioggia d' infocato lapillo? Io noi credo: allrimenli 
dovrebbero essere più frequenti le osservazioni di 
simili trasformazioni. Io son dunque di parere che 
questi eflelti sono dovuti a parziale incendio avvenuto 
in quella stanza; e forse non sarebbe strano l'imma- 
ginare che nel momento stesso della pompejana cata- 
strofe, per negligenza , o per qualunque altra causa, 
cominciò ad arder l'incendio in quel compreso, ridu- 
cendo in dissoluzione e consumando una parte degli 



oggetti m esso contenuti. 



MlNERVlNI. 



Diaspro sanguigno inciso. 

Diaspro sanguigno antico con tre teste; la prima a 
destra di Nerone , la seconda di Claudio , la terza di 
Marco Claudio Marcello Console. ( Tav. XI. n. 6. ). 



É scolpilo nei primi anni di Nerone, perocché egli 
vi è rap|)resenlalo ass.ii giovane tra i 17 e i 20 anni, 
quando non aveva tolto di rizzarsi i capelli sulla fronte. 
Un suggello con le impronte di tre personaggi i più 
celebri della famiglia Claudia , non può apparlenerc, 
che alla famiglia medesima ; questa si estingue in Ne- 
rone; adunque questo suggello non può essere stalo 
in altre mani, che in quelle di Nerone. È notabile, che 
le macchie sanguigne tutte cadono sul volto di Ne- 
rone , quasi a funesto presagio del parricidio ! Non è 
l'ultimo pregio di questa pietra, il presentare la prima 
volta un ritratto di Marcello, che finora crasi veduto 
solo sulla moneta di Marcellino suo discendente, ma 
apj)ena traccialo , e mollo incerto. 

Questa è la n)ia opinione intorno a tal singolarissimo 
cimelio, che do qui abbozzata. So bene, che a taluno 
è paruto l'intaglio di epoca più inoltrata ; ma non 
credo dover recedere dal mio primo i;iudi/io, al (juale 
dà tulio il conforto l' autorità di valenti artisti. Tra 
questi io novero con lagione 1' espertissimo Sig. An- 
drea Russo ; e fo notare, che i difetti non sono il ca- 
none delle epoche. 

Garrucci. 



Suggello in corniola di un C.Cecilio MelelìoCaprario. 

Di mano del gentilissimo amico Sig. Carlo Bonichi 
mi proviene il suggello, che dò inriso nella Tav. XI. 
a n. 7. Io lo credo di un C. Cecilio Metello Capra- 
rio , se non del Console al 641, almeno d'altra per- 
sona della medesima famiglia non mollo lontana da 
tal anno. L'arcaismo delia leggenda C. METELl mi 
porla appunto a quest'epoca , e perche io vi su[ipli- 
sca il cognome secondo , me lo dimanda la \;jix*(pa, 
simbolo parlante, come dicono. In simil guisa il cece 
fu messo da M. Tullio in luogo del suo cognome Ci- 
cero, in un'epigrafe votiva ; ed il eh. ab. Cavcdoniha 
notato un ramo di spino essersi aggiunto al suggello 
di Senlio, in riguardo appunto delle spine (^sen/f.<y, 
colle quali ha analogia il nome Serdius. 

Gariiccci. 



_ 180 — 
Iscrizione di Campomarino, tnasseiia del signor Carrera in mezzo ad avanzi di villa antica. 

C • HELVIDIVS PRISGVS ARBITER 

EX • COMPROMISSO • INTER • Q- 
TILLIVM • ERYLLVM • PROC VR ATOREM 
TILLI • SASSI • ET • M • BAQVIVM sic ■ AVLANIVM 
5 ACTOREM • MVNICIPI • HISTO NIENSI VM 
VTRISQVE • PRAESENTIBVS • IVRATVS • SENTENTIAM 
DIXIT • IN • EA • VERSA • Q • INF • S • S • 
CVMLIBELLVSVETVSABACTORIBVSHISTONIENSIBVS 
PROLATVS • SIT • QVEM • DESIDERAVERAT • TILLIVS 

10 SASSIVS • EXHIBERI • ET • IN • EO • SCRIPT VM • FVERIT 
EORVM • LOCORVM • DE • QVIBVS • AGITVR • FA 
CTAM • DEFINITIONEM • PER • Q • COELIVM • GAL 
LVM M • IVNIO SILANO • L • NORBANO • BALBO 
COS • VIII • K • MAIAS • INTER • P • VACCIVM • VITVLVM 

15 AVCTOREM • HISTONIENSIVM • FVNDI • HERIANI 

CI • ET • TITVM • LACCILLVM • PROAVCTOREM • TIL ('*'8^° ^^"''^'^cÌllvm) 
LI • SASSI • FVNDI • VILLANIAE • IN • RE • PRAESENTI (leggo villani AC) 
DE • CONTROVERSIA • FINIVM • ITA • VT • VTRISQVE 
DOMINIS • TVM • FVNDORVM • PRAESENTIBVS 

20 GALLVS • TERMINARET • VT • PRIMVM • PALVM 
ERIGERET • A • QVERCV • PEDES • CIRCA • VNDEC 
IM • ABESSET • AVTEM • PALVS • A • FOSSA • NEQVE 
APPARETQVOT- PEDES SCRIPTIESSENT 
PROPTER VETVSTATEM LIBELLI INTERRVPTI 

25 IN • EA • PARTE • IN QVA • NVMERVS • PEDVM 

SIC SCRITVS • VIDETVR • FVISSE • INTER • FOS 
SAM • AVTEM • ET • PALVM • ITER • COMMVNEM sic 
ESSET • CVIVSPROPRIETASSOLIVACCIVITVLI.ESSET 
EX EO PALO EREGIONE AD FRAXINVMNOTATAM PAL 

30 VMFIXVMESSEAGALLOETAB EOPALOE REGIONEAD 
SVPERCIUVM VLTIMl LACVSSERRANIIN PARTEMSINISTERIO 
. • AB • EODEM • GALLO 

Un monumento epigrafico dei più importanti egual- il Cluverio opinò, che qui una volta fu Clitemia. Hi- 

menlc fra la classe de' legali, e degli agrarii mi arriva slonium, Larinum, e Teanum Apulum sono le città 

or ora dal mio chiarissimo amico Sig. D. Ambrogio antiche confinanti, per quanto finora se ne sa; però 

Caraba : il quale erudito com'è, vi unì alcune sue ffts<onjMm ne dista il doppio delle altre. Farebbe quindi 

osservazioni , di cui terrò conto in seguito. Campo- meraviglia che l' antico territorio istoniese fosse ilo 

marino è terra abitata da circa un migliaio d' anime tant' oltre fino a valicare il Tiferno , che ne avrebbe 

sulle rive dell'adriatico , e poco di qua dal Bifcrao : dovuto essere quasi naturai limile ; se la presenza del- 



— 181 



r actor municipi Histoniensium fosse argomenlo della 
estensione di leiriforio. Ogni municipio potea posse- 
dere qualche spazio di terreno sul territorio munici- 
pale vicino, e lo ha ben notalo Igino fDc Lim. Con- 
slit. p. iSSy); Quidam sunt agri, vel pascua, vel silvae 
in regione a (errilorio coloniae divisa, reipublicae ter- 
ritorio assignali, qui illim reipublicae dicentur, et erunt. 
Di fatti P.Vaccio Vitulo dicesi Auclor Histoniemium, 
che è quanto dire colui, dal quale è passato il dritto 
di proprietà del fondo Eriano agl'Istoniesi, sia per do- 
nazione , sia per vendita. Non si conosce a qual ter- 
ritorio apparteneva il fondo Villano di Tillio Flac- 
cillo, del quale egli aveva passalo il dominio a Tillio 
Sassio, e però dìcesi proauclor, ossia pr'mo dante causa , 
secondo il linguaggio dei giuristi, al presente proprie- 
tario Tillio Sassio. Comunque ciò sia, fu questione fra 
Tillio Sassio ed il municipio Isloniese intorno ai con- 
fini dei due fondi Eriano, e Villano. Tillio Sassio de- 
legò il suo procuratore , il municipio HiUonium il 
suo actor (cf D. SC. Trebell. L. 26 , 27 de procur. 
L. 79 , de pollicit. L. 8) , i quali davanti a C. Elvi- 
dio Prisco arbitro compromissario [cLD. de tutor. L. 
4, de recepì, arbitr. L. 41 cf Suid. v.^coaTrpofxnrapio)' 
(7rpo;cofX((7ap;ot), e le glosse), trattassero di comporre 
le differenze. C. Elvidio Prisco alla presenza del pro- 
curatore e dell' actor dato il giuramento , pronunziò 
la sua sentenza , della quale non si conosce (inora , 
che la prolesi. In questa dice, che essendosi prodotto 
il libello dagli aclores histonienses desiderato da Tillio 
Sassio , e lettosi ivi , che ai 25 aprile 772, Q. Celio 
Gallo pose i termini alla presenza di P. Vaccio Vitulo 
autore del fondo Eriano , e di Tillio Flaccillo proau- 
tore del fondo Villano, sopra luogo fin re praesenlij, 
piantando Gallo il primo palo tramezzo la quercia , 
ed il fosso, cosicché dalla quercia fosse lontano piedi 
, . . ; ma che questo numero di piedi non potea rile- 
varsi dal libello , che si presentava , essenilo logoro 
per vetustà appunto in quella parte ove quel numero 
pareva dovesse essere scritto: che fra la fossa e '1 palo 
correva la via comune ai due padroni , il suolo della 
qual via spettava a Vaccio Vitulo : di più che proce- 
dendo dal primo , Gallo aveva posto il secondo palo 
accanto al frassino marcalo (notalamJ,(ì più avanti ne 



aveva messo un terzo al sopracciglio , cioè alla parte 
elevata di terra , che cingeva 1' ultimo lago Serrano 

sulla sinistra Qui termina il frammento della 

sentenza pronunziata da C. Elvidio Prisco , monu- 
mento al certo pregevolissimo per ogni verso. Le an- 
gustie del foglio non dan luogo a piene dilucidazioni, 
e perù per tutto quello, che si potrebbe dire intorno 
alla maniera tenuta dagli antichi di porre i termini , 
mi basterà ricordare un solo luogo di Siculo Fiacco, 
de cond. agr. ove dice: Jli tamen finiuiitur lerminis, 
et arhoribus nolatis, et antemlssis, et superciliis, et ve- 
pribus, et vii$, et rivis, et /b.ss/s. In quibusdam reyio- 
nibus palos prò lerminis ohservanl (p. 4. agg. 8 , ;j3, 
Auct. de re agr. ed. Goiis). Dopo ciò fa luogo notare 
il vocabolo proauclor , che non è nuovo , ma gene- 
ralmente è stato trascuralo dai lessici. Leggesi la prima 
volta nel papiro ravennate , che è tra i papiri diplo- 
matici del Marini il XCIIl , e fu illustrato dal Malici 
prima dì lui : ma né il Marini ci dice nulla intorno al 
significato di questo vocabolo , se non che : « Sono i 
Proauclori nominati eziandio ncil pap.CXXl» p.29o. 
Or dicendosi ivi ; A me meaque patrotìa auclores et 
proauclores bona oplimo maximo et iuconcwiso iure 
possessum est (corr. aucloribus et proaucloribus); ap- ' 
par manifesto che qui il prò del proauclor non ha 
senso diverso da quello, che dà il prò al proavus, al 
proìocer , al proemptor ( 1 ) ; ed in conseguenza , che 
vien tolto nel medesimo significalo, in che si prende 
nel nostro monumento diCampomarino. 11 C. Elvidio 
Prisco pare al eh. Caraba « forse il genero del celebre 
Trasea Pelo , e celebre anch' egli , che visse sino ai 
tempi di Vespasiano (Tacit. Ann. XII, 10. Ilist. IV, 
1 ). Costui avrà tenuto parentela in questa 4. regione 
d'Italia , se fu sua figlia Helvidia Priscilla moglie di 
Vetlio Marcello procuratore degli Augusti Teatino , 
come dall' inscrizione presso Mommsen [1. N , num. 
5311). Un arbitro in controversia di latifondi, come 
nel caso presente , non poteva esser persona di poco 
nome. Di Vetlio Marcello parla Plinio [H. N. II. S3), 
e come questi era procuratore di Nerone, il figlio lo 

(1) Il Mulini, che nolo il primo la slngolarilà di questa voce, 
prolesla di noji sapere che voglia sigiiUieare ( I papiri dipluina- 
tici, p. 253, tiO)). 



— 182 — 



sarà sialo di Tito e Domiziano, auguslorum della pie- 
tra tealina. Sembra verisimile che Elvidio sia sialo in- 
caricalo di questo arbitramenlo prima de'suoi impieghi 
e disgrazie , poiché per le sue virtìi e studii forse era 
già illustre. Soa tentalo a crederlo di questi luoghi 
nativo , giacché in Vasto abbiamo lapidi della fami- 
glia Ilelvidia , e sarebbe propriamente teatino come 
il genero , se nel lesto corrotto di Tacito invece di 
Helvidius Priscus regione Italiae Tarracinae munici' 
fio potesse leggersi Teatino ». 

Giustamente è avvertito dal eh. mio amico il biso- 
gno di emendare il corrotto passo di Tacito , e ben 
osserva , che ora può farsi , per l'aiuto , che ne dà 
il prezioso monumento di Campo Marino. Leggesi in 
Tacito : Helvidius Priscus, regione Italiae, Terracinae 
municipio, Cluvio patre, qui ordinem primipili duxis- 
sci eie. ( H. IV , 5 ). Molte cose osservano i commen- 
tatori, che ognuno può leggere da se, maio ricordo, 
coi Lipsio, che i codici danno queste principali varianti 
della voce Tarracinae; il valicano legge Tarentium, il 
farnesiano Tarcnlinae , le antiche edizioni J'arenùno. 
Poi osservo col Ciuverio, che i menanti ordinariamente 
corruppero i Frenlani in Ferentani : Genlis (Frenla- 
nae) nomen in plerinque anctorum exemplaribus ex- 
scriplores corrupcrunl in Ferentani; respicientes haud 
dubie Celebris in Lalio opidi vocabulum Ferentinum 
(II. Ant. 1206). Inoltre se Elvidio Prisco era figlio 
di un primopiio , come poteva il padre essersi chia- 
mato eluvio? Adunque anche in questa parte del te- 
sto fa mestieri introdurre una giusta emendazione. 
Me ne dà poi l'agio il municipio Cluviineì Frentani, 
conosciuto per una lapida trascritta da me in Lancia- 
no, e prima anche dal Mommsen (i).iV.o293), ove si 
legge C. Attio Crescente AEDANXANIETCLVVIS; 
sulle quali basi emendo così il passo di Tacito ://e/ot- 
dius Priscus, regione Italiae frentana, municipio Clu- 
viis, patre, qui ordinem pmmipili duxisset. NelWo Mar- 
cello e primis equestris ordinis [PWn. H. N. XVII, 38), 
non era genero indegno ad Elvidio ancor esso di ori- 
gine equestre ; né il dirsi Vellio Procurator Augusto- 
rum ci obbliga a vedere due Augusti regnanti, e però 
a respingerlo dopo il 913 , perché può aver taciuto 
nel marmo teatino i nomi degli imperatori e. g. Divi 



Vespasiani el divi Titi (cf. /. N. 1991), e scritto più 
compendiariamente solo Augustorum ; onde parmi 
vera l'osservazione del eh. Caraba , che la Elvidia 
Priscilla figliuola di Gaio, moglie di Vellio Marcello, 
sia per l'appunto la figlia del celebre Stoico. 

Garrccci. 

Iscrizione Sannitica rinvenuta in S. Maria di Capua. 

Il benemerito Sig. D. Vincenzo Caruso, che mi ha 
dato altre volte gradita occasione di commendamela 
gentilezza verso di me , e l' amore ai buoni studii , 
offre ora un nuovo argomento a comprovare la sin- 
cerità delle Iodi , che gli tributiamo. Ricevo ora da 
lui per inserire nel nostro Bullellioo(tav. XML n.2.) 
il singolarissimo frammento opistografo di terracotta 
proveniente dall'antica Capua, colle leggende 

NOVN III B^VWRq i|| 

VWFJq Ifti ADVN 3.5. 

Il lavoro sicuramente sannilico delle due slampe è 
prezioso pel confronto, che si può fare con altre opere, 
e segnatamente colle monete ; tra le quali una ha il 
cinghiale della forma medesima di questo. La proto- 
me gaieafa a tre fall, e con collana al collo, traente 
dall'etrusco, più che dal greco, ci mette forse davanti 
la figura di alcuna celebre divinila etrusca della quale 
era rimasto il culto in Capua. Considerando il cogno- 
me lovia dato alla Foius di una epigrafe appartenente 
ad un villaggio romano dell'agro di Capua, si direbbe 
che alcun' altra divinità abbia avuto lo slesso cognome, 
o che la Vcnus armata si rappresenti in queslo tipo 
(Laet. 1 , 20 , Quint. II , 4 , Auson. ep. 42 , 43 ). 

A me pare che un Cluazio forse sacerdote 

della Giovia abbia fallo alcun dono al pub- 
blico ( cf. SrjfXOff/ow ,=ó wpsàv Ipya^SffSoK Suid. ). 

Garrucci. 

Iscrizione dipinta di Ardea , graffiti sui vasellitii 
diS. Cesario, e su lamina di piombo romana. 

Presso il Sig. Gio, Ballista Guidi in Boma vidi il 
frammento di vaso scavato ad Ardea, intorno al collo 



— 183 - 



del quale era dipinto a color bianco il frammento di 
iscrizione, che io dò a Tav. IV, nel quale non è mollo 
notabile l'AMIILIAI per Familiae, cosa , che senza 
ricorrere al Ì31-HFJ8 dogli Osci ( Festus , p. 86 , ed. 
Miilier), può spiegarsi coll'uso antico romano , di che 
si è detto molto, e da molli (cf. VEA, MOMÌMEN- 
TVM, NAVEBOS , SOLEDAS, MERETO, SEiMOL, 
SIDE, MEiXERVA, VELLA, VECOS , v. Voss. de 
art. gram. pag. 58) : ma riesce di grande interesse il 
conoscere ora qual fosse la paleografia dei Kutuli. 

Non ho mai approvato la maniera tenuta da altri di 
giudicare di questo genere di scrittura, che io chiamo 
lineare. Da per tutto i popoli italici usano di un alfa- 
beto proprio, diverso d'indole dal quadrato romano; 
se lo diciamo corsivo, dovrassi convenire che i mo- 
numenti italici scritti con esso, siano scritti in corsivo; 
e ciò anche a dispetto del senso medesimo di quel 
vocabolo, che ripugna essere adoperato a definire una 
ben intesa, e regolarissima forma di lettere, ledi cui 
linee conservano perfetta quadratura, punto non infe- 
riore al più elegante quadrato romano. A voler osti- 
narsi nell'errore non resterebbe se non di sostenere, 
che i popoli italici hanno dipoi regolarizzato il corsi- 
vo ; opinione paradossa , che assume ciò , che dovea 
dimostrare , essere cioè ogni carattere non romano 
il corsivo di quello. Se il corsivo di sua natura « tende 
di necessità ad eliminare al possibile gli angoli retti , 
ed a lasciare sospese ed incompiute le curve » , siccome 
ha ottimamente detto il eh. collega Cav. de Rossi (Bull, 
dell' Instit. 1851 , 24) , produrrà quindi linee ton- 
deggianti, ed imperfette, invece delle angolose e per- 
fette; ed è ciò verissimo, confermandosene l'assioma 
colla esperienza tanto sui monumenti orientali, segna- 
tamente fenicii , quanto sui romani medesimi. Così 
avrebbero origine le lettere d, m, v, e, p, r, l, s, evi- 
dentemente corsive; ma la lUI, la III, la II, la I', la li 
dovrebbero avere a parer mio, una origine diversa. Del 
resto non voglio andar molto avanti, e mi arresto alla 
sola II, ritenuta dagli Osci, dai Marsi, dai Veslini, dai 
Marruccinijdai Sanniti, dai Rutuli sui monumenli ro- 
mani di epoca certa, che datano dalla metà del secolo 
quinto, ai quali sono di poco anteriori le monete fuse. 
Prima di quest'epoca si parla dagli scrittori di carattere 



etrusco C di greco , cioè di un alfabeto non proprio 
della nazione romana (cf. le cose dette a p. Vl.diqìie- 
sto bull.).Poco monta, se prima o dopo il terzo secolo 
Roma si creasse il suo alfabeto, che ritenne costante- 
mente di poi ; quello che importa assai è di ricono- 
scere, che colla dominazione romana, il lor costume 
e la loro letteratura andarono essi a poco a poco dif- 
fondendo tra i popoli italici. Ilo fatto già notare altra 
volta sull'autorità di Strabene, lo studio che ponevano 
i capi delle orde sanniticbe nel linguaggio romano. 

Queste cose, che la strettezza dei fogli mi permette 
appena di accennare, coglierò il destro di trattare altra 
volta più dilTusamente. D,i tal preludio però ben può 
rilevarsi fin da ora che cosa io slimi delle leggende , 
che altri tiene corsive romane, ed io corsive sì, quando 
lo sono, ma corsive di un carattere diverso dal roma- 
no, indipendente da esso, e forse anche anteriore. Perciò 
non ripongo affatto fra le corsive le lettere delia leg- 
genda ardeatiua, né quelle dei graffili dei 49 vasellini 
di S. Cesario a tav. XII, ma le credo tutte provenire 
da un primitivo alfabeto italico, che restò in uso pri- 
vato, forse anche presso i I{omani, dopo che vi fu in- 
trodotto pei monumenti il così detto quadralo roma- 
no. L' avanzo della leggenda , credo possa supplirsi ; 
.... DrOMO ■ l'AMIILIAI • 1)0X0 Yrnam dal. 

Intorno poi alla lamina di piombo incisa a t.XlII.n. 
1. su di una copia a lucido, che io medesimo mi son 
cavalo in Roma, per concessione del eh. p. Marchi, 
onde inserirla nel bulleltino a vantaggio degli sludi pr- 
leografici, dirò solo, che non veggo verun errore nei 
quattro nomi, due di uomini, due di donne, che ter- 
minano la leggenda , tranne il popolare idiotismo di 
sopprimere 1' M nei due ultimi; Commendo libi Ven- 
nonia Ilermiona ult odio sit eie. Così sopra: D/iepa/?/' 
Rhodinc tibei commendo ut odio sii M. Licinio Fausto. 
I due nomi di uomini sono messi in caso accusativo , 
come quelli delle donne, raccomandali a Plutone, co- 
me quelle , affinchè mortui sibi essent gli uni e le altre 
a vicenda (cf. Plaut. Cisl. acf. 3. v. 15): onde dimo- 
strasi il senso erotico della formola. L'alfabeto incli- 
na al corsivo italico , ed otiimi coiu''ronti me ne danno 
i graffiti pompeiani, dei quali so desiderarsi da molli 
la pubblicazione : ma non spero poterli dare in questo 



— 184 — 



Builelliuo. Qui invece oltre alla lamina eli piombo, ho 
riputato dover dare alla luce i 49 graffili traili dai va- 
sellini di S. Cesario, secondo mia lellura, disegnati dal 
valente artista romano Silvestro Bossi colla mia dire- 
ziono. Il Baldini e'I Lupi, in mano ai quali pervennero 
quasi tulle queste singolarissime stoviglie, stamparono 
le leggende il primo nelle dissertazioni cortonesi (Tom. 
II, Dissert. 8, p.l55 seg.), il secondo nel celebre suo 
commentario sulla lapida di Santa Severa Martire (p. 
8G s.). Niuno sa quei del Baldini ove sian finiti, tranne 
forse quell'uno, che Clemente Cardinali scrive di aver 
presso di se ( Iscr. Veli terne p. 232 Efem. di Roma 
n. 1 18) , con leggenda VESI'ICIA • PR/ESP, che 
dal Baldini è riferita colla sola difl'erenza di ^P in 
luogo di PR ; gli editi dal nostro p. Lupi erano pres- 
so il Vettori , il Ficoroni , nel Chircheriano , ed al- 
trove. Cinquanta sono quelli che ha tuttavia il museo 
Chircheriano dei quali io pubblico i soli quaranta- 
nove Ialini, omesso il greco, che è nel Lupi a p. 89, 
n. 6. Ecco la mia lezione (1) : 

4. Aimiliai. a. d. II f. non. fé. , 2. Alfeìios. Luei. 
a. d. XII. e. no(v)em., 5. A. Aelei. a. d.VI. non. mar- 
ìias., 4. C. Baioni k. mais., 5. L. Caiidlim. a. d. VI. 
k. quifnjciilis. , 6. Q. Caecilis. a. d. VII. idus. no. , 
7. L. Canlulius. Mamerti. fedi., S. Carlilia. a. d. IX. 
k. mai., 9. M. Cfojeliio. M. L. a. d. II. k.DiicfemJbr., 
40. D. Claudi. M. L. Philocralia. a. d. III. k. nofvejm- 
h[r.], 14. a. d, X. k. ian. Cu. Cor., i%. Dercina IfuJ- 
ranalaria. idibus. novemhr., 43. Demetrim. p.k.iun., 
H. Felix. PelicfiiJ. sfervmj. p. k. fé. M. CaesfoniusJ. 
Ga1[l]us (fedi) , 45. Porlunalia. Martfija. Plolica. , 
46. C. Gali. a. d. XII. k. mar. , 47. G. Genuo. a. d. 
VII. et. iu, , 48. Himinis. TerefnliiJ. a. d. XIII. k. 
majas., 49. Ilira. a. d. XII. k. od., 20. P. H. Cor., 
2i, lunia. C. f. a. d. IX. k. n(o)vem., 22. M. Inni, 
a. d. XI. k. Sep., 23. P. hard C. L. Hil(ari). a. d. 
VII. k. decem. pferiilj XV. kal. , 24. P. lunii. pr. 

(1) La stella, che accompagna alcune leggende della tavola, in- 
lìicì essersi ridotte quelle iscrizioni alla metà dell' originale. 



k. odo., 25. Lic(i)nia. a. d. k. mariias., 26. P. Li' 
gurius. a. d. IV. nonas. apr. , 21. Lida. a. d. VI. 
n. 0., 28. C. Lurius. pr. eid. dee., 29. Lulatia. a. d. 
IV. k. 0. ifnjvan. , 30. C. Lulalio. Q. l. , 51. P. 
Maed. a. d. XVIII. k. fé., 32. A. Minali. A. L. no- 
nis. novfejm., 33. A. Minuci. a. d. IV. eidu., 34. C. 
Pacci. C. L. Salvi, pr. non. ian. , 35. Papiri. a[n]. 
d. iiidus. diiciifmjhris. , 36. Paullae. Sslviae., 37. P. 
Percenni. a. d. Vili. eid. od., 38. [Qjufijn. Poponi, 
a. d. ini. k. mar. , 39. Prolarcus. PubflidiJ. p. k. 
f , 40. P. PublicfiJ M. L. Proliim(i)., 44. M. Siicli- 
lis. a. d. VII. k. n., 42. a. d. IV. iiid. dee. M. Sem- 
proni. L.f. ler(enlina). osi{u'\a.., 43. Tilinia. a. d. VII. 
k, mar. , 44. Q. Tilini. a. d. IX. k. iun. , 45. T. 
Tusanis. a. d. III. e. o. , 46. C. Valeri. C. L. Bar- 
naes. a. d. X. k. dee. , 47. L. Valerim. Spin[l]her. a. 
d. k. II. iun., 48. M. Vergulei. a. d. VI. eid. mar. , 
49. a. d. IIX. k. ap. Vinuleiai. 

Non bastando il foglio ai commenti , che sarebbero 
necessarii , mi limiterò solo a notare , che nel nome 
Porlunalia debbono riconoscersi le feste in onore di 
Portuno , celebrale in Roma ai 17 di agosto; e però 
che questo è il giorno , in che morì Marlia Plotica. 
Nei nomi in IS riconosco un idiotismo, del quale ho 
detto altrove ( cf. la pag. 43 di questo bull. ) ; in al- 
cune voci , come Gali , Hira noto arcaismo della 
consonante semplice , come in altre la e per i , V ai 
per ae, ì'ei per i. In fine avverto essere antichissimo 
l'uso di scrivere li. Kal invece di pr. Kal (n. 9, e 47 
ove è posposto al K ) , contro a ciò , che ha stimato 
il Vaassen fAnimad ad. fast. sacr. p. 228 ) , e dopo 
lui anche il Merkel ( ad Oddii fast. LVIII ) i quali 
reputano caepisse Theodosii aelale , in cuins novellis 
observatus fille mosj est. 

Intorno poi alla paleografia , ed a certi grecismi, 
come CVN nato a parer mio dal Ko'iVros, ne rimet- 
to la trattazione a tempo migliore, 

Garrucci. 



P. Raffaele Garrucci n.c.n.o. 
GiOLio MiSERViNi — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Càtaneq, 



BriLETTIXO ARCHEOLOGICO ÌVAPOIITAIVO. 



NUOVA SERIE 



N° 24. 



Giugno 18Ó3 



Notizia de pia recenli scavi di Pomjici — Tdli pompeiani conservati— Strada e porta Stahiana. Conliniiazione 
del num. precedente. — Teste di cera in sepolcro cumano. Lettera del eh. si(j. Comm. Bernardo Quaranta al 
stg. Giulio Minervini. — Bassorilievo Capuano, ora nel Beai Musco Borbonico. — Patera capuana colla fìijura 
di Pelope. — Morte di .iiace Tdamonio in va^o nolano. — Ossi amichi. Pietra incisa ddsig. ducadl I.ui/nes. 



Notizia de' più recenti scavi di Pompei — Tetti pom- 
pejani conservati — Strada e porta Stahiaìia. Con- 
tinuazione del n. precedente. 

Altri programmi furono da noi trascrilli sui muri 
esterni degli edificii nella medesima strada. Sono essi 
i seguenti — 

1. POSTVMIVM 

AEDO/^ 

2. MAGNYM 

DV fmon.J. 0. D. R. P. 
Questo programma è notevole per la sigia DV in 
monogramma , e per la formola abbreviala oro inve- 
ce dell' altra più comune ed eslesa oro vos faciatis. 

3. GAVIVM 

4. CAPRASIVM 

AED 0^'^ 

5. CEIVM. SECVNDViM IIVIR OA» 

PAPID 0^ 
Dovremo forse qui riconoscere il nome di Papi- 
dius. 

6. M. HOLCONIVM. II. V. I. D 

L. CEIV.M. SECVNDVM II. VIR. 
PASSARATVS. NEC. SL\E. MAENIANO 

ROG. 
Il nome Passaralus quasi Pasaratus sembra di gre- 
ca derivazione. Curioso è l'aggiunto nec sine maenia- 
no, la cui iulelligenza dopo il correre di tanti secoli 
ci è ignota. In fatti non possiamo indovinare a quale 
particolarità di quello sporto o balcone si volle allu- 
dere dallo scrittore del programma. Avvertiamo so- 



lamenle la ortografia MAEMAXO , la quale è un 
novello confronto a quei monumenti epigrafici , che 
ce la presentano : tra questi è da citare la tav. XXIII 
arvale presso il Clarini p. CXXX Cf. Orelli n. 2337, 
ove si ripete più volte la medesima ortografia , ed 
una sola volta MEXIAXO senza il dittongo , forse 
per negligenza del quadratario. De' maeniana esi- 
stenti in Pompei ed Ercolano vedi le cose dette dal- 
l'Avellino nel suo hnllct. ardi, napol. an. 1 . p. 2, e 2 1 . 

Noi parlammo di sopra p. 140 du' tetti pompeiani 
conservati presso il secondo peristilio di una casa, di 
di cui presentammo la descrizione. Ora diamo nella 
nostra tavola XiV il disegno di questi tetti eseguilo 
quando erano meglio conservali , che noi dobbiamo 
alla cortesia dell'egregio ingegnere direttore degli sca- 
vi di Pompei sig. Gaetano Genovese (1). Noi presen- 
tammo alcune osservazioni su questi pompeiani telli 
alla R. Accad. Ercolanese, le quali vedranno quando 
che sia la luce negli alli di quel dotto consesso; ma 
intanto crediamo far cosa grata a' lettori del bullelti- 
no , mellendo sotto i loro sguardi un disegno di quei 
tetti; dal quale apparisce la disposizione de' tegoli con- 
fluenti , per modo che gli uomini dell' arte trar ne 
potranno profitto per applicarli alle moderne costru- 
zioni. 

Abbiamo segnato con lettere le particolarità de' tetti 
pompeiani. Sono esse — 

A. Tegolo rovescio tagliato 

B. Simile più piccolo 



(1) La pane segnala piùlcggermemeoraèinicramentcperduu. 

2+ 



— 186 — 



C. Tegolo confluente 

D. Simile sovrapposto 

E. Coppo con auiefissa. É da osservare che questo non 
fu certamente scello per un particolare ornamento ; 
non trovandosi in silo da fare una conveniente com- 
parsa. 

e. Tegoli simili a quello segnato in A. 
d. Mezzo coppo con antefissa. 

Sotto in. 1,2,3 veggonsi tre particolari tegoli 
con apertura per dar luce a' siti sottoposti i quali non 
sono ancora scoperti. 

Finalmente il num. 4 ci presenta anche sotto una 
scala pili grande un tegolo confluente; perchè meglio 
se ne osservi la conformazione. 

Ci resta a parlare in ultimo luogo di una scavazio- 
ne precedentemente eseguita , e di cui già si diede in 
parte notizia negli atti della regale accademia Ercola- 
nese ( memorie voi. VII. Appendice pag. le 39 , e 
seg.). Noi presentiamo per la prima volta la pianta di 
quello scavo , che ci venne gentilmente fornita dal Cav. 
Guglielmo Bechi , di cui deploriamo la perdita re- 
cente. All'estremo meridionale della città di Pompei, 
e poco più in giù dell' attuale scavo, fu pratticala nel 
1831 una scavazione , ad oggetto di verificare il cir- 
cuito delle mura. Questa ricerca fu coronata dal più 
felice successo ; perciocché venne fuori una porta di 
vetusta costruzione , eh' è quella appunto di cui pre- 
sentiamo il disegno nella tav. Vili. fig. 10. Forti mu- 
ra , composte di grandi massi rettangolari di pietra 
di Sarno, si elevano a' due lati della porta; e fra que- 
ste mura passa una pubhlica via lastricata di pietra 
vesuviana (1) di mediocre ampiezza , con marciapie- 
de da un lato solo. Nella pubblica strada , di cui di- 
cemmo , poco lungi dalla porta scorgesi una vasca di 
pozzo (8) con ornamento di una grande lesta di Me- 
dusa a bassissimo rilievo , con buco pel getto dell'ac- 
qua : i inuricciuoli della fontana , e la suddetta testa 
gorKonica sono di tufo. 

Non parlerò della porzione di strada, che si allarga 
posteriormente alla descritta vasca, e cheèUmitatada 
un muro di opus incerlum , perciochè la scavazione 
non è tanto avanzata da poterne adeguatamente discor- 
rere. Nel n. (3, 3) era l'antica porla, che richiudeva 



da quel lato la entrata della città; nel n. (4, 4) sono 
indicati i cuscinetti di piperno de' grossi cardini , dei 
quali rimangono le tracce. Su' medesimi laterali massi 
di piperno appaiono gì' incavi per inserirvi le grandi 
imposte della porta. Poco dopo la chiusura si allarga 
alquanto la strada , e di qua e di là si veggono le so- 
lite opere di fortificazione, il terrapieno (6, G) limitato 
da doppia muraglia (7,7). Al detto terrapieno si ascen- 
de mercè una scala co' gradini di pietra di Sarno se- 
gnata nella pianta, alla quale conduce una piccola erta 
lastricata di massi di piperno. Il marciapiede (2,2), 
ch'è da un lato solo della strada, è fortificato damassi 
di piperno , e su di esso veggonsi alcune costruzioni 
di fabbrica laterizia , traile quali una bottega con 
banco esteriore adorno di marmi di differenti colori, 
del che altri esempli furono poi riscontrati nel pro- 
lungamento della medesima strada , ove atlualmeute 
si sta scavando. Sopra uno de' pilastri fu letto il pro^ 
gramma , già altrove pubblicato 
PANSAM AED 

^ CEIVM. II. V. I. D 

^ EPAGATVS. GYLO 
ROG 

Sullo stesso marciapiede , prima che la strada si 
restringa novellamente, è nel muro pratticalo un in-"- 
cavo, una specie di edicola rivestita di rozzo intonico. 
Vedcsi in essa graffila leggermente una iscrizione di 
dubbia lettura ; della quale daremo il fac-simile con 
qualche nostra osservazione. 

Una porzione della fabbrica , che costeggia i due 
terrapieni, è di opera incerta , ma tutto il rimanente 
della costruzione si compone di grandi massi rettan- 
golari di pietra di Sarno. Prima di restringersi novel- 
lamente la strada dalla parie opposta al marciapiede 
vedesi impiantata nel suolo una pietra di travertino 
(n.5), ove è scolpita la famosa iscrizione viaria osca, 
sulla quale si fecero particolari ricerche dalla reale ac- 
cademia Ercolanese, e poi da altri stranieri scrittori. 
Vedi l'appendice al voi. VII delle memorie, e ciò che 
fu scritto più sopra dal collega Garrucci pag. 81 , 
e seg. 

La iscrizione è stala già riportata nella pagina 182, a 
difTereuzadi alcune piccolissime varietà di lezione, delle 



— 1S7 — 



quali non è qui il luogo di discorrere : e mi propon- 
go di far su di essa alcune novelle osservazioni, olire 
quello che ne scrissi nella diala appendice de \o\. VII 
delle memorie pag. 1 , e seg. 

Non risulla dalla figura quanlo spazio rimane a ri- 
trovare l'esterno limile delle mura, colle quali finisce 
la porla, essendo sospeso l'ullcriore taglio del terreno. 

Debbo però alla gentilezza dell' attuale ingegnere 
Direttore sig. Genovese la notizia, che essendosi a mia 
richiesta pratticato un cunicolo dal punto oveesislela 
iscrizione osca fiuo all'angolo estremo da quel lato, si 
è ritrovata la lunghezza di pai. 18, 50. Non so quanto 
questa notizia possa influire alla retta intelligenza di 
alcuni luoghi della suddetta iscrizione. 

Qualunque sia la diversità delle opinioni sopra al- 
cuni punii difilcili di questo interessante monumento, 
certo è però che se ne deduce la denominazione di 
Stabiana conveniente alla porla finora descritta, e forse 
ancora quella di via Stabiana alla strada che alla porta 
medesima fa continuazione. 

Di tuli' altro mi riserbo di parlare a tempo più op- 
portuno. 

MlSERVlNI. 

Teste di cera in sepolcro cumano. Lederà del eh. sig. 
Comm. Bernardo Quaranta al sig. Giidio Minervini. 

Chiarissimo amico e collega 

Discorrendo Ella nel pregiatissimo suo Bulletlino 
i miei lavori intorno alla singolare scoperta degH sche- 
letri cumani cerocefali , annunziò essersene da me il 
primo parlato nella reale accademia Ercolanese fin 
dagli 11 del passato gennaio. Indi fecesi ad enumerare 
i varii problemi da me risoluti intorno alle teste di cera 
ad essi scheletri appiccate, e poi aggiungeva come avessi 
sviluppata la decapitazione di quegl'infelici.Per chiarire 
intanto questa espressione e far conoscere ad un tem- 
po ai lettori del suo eruditissimo giornale la mia opi- 
nione qualunque ella siasi , egli è d' uopo che io Le 
ricordi, come in quel giorno io m'intrattenni sul /"ti- 
nu$ imaginarium , sul funus larvatum , e sulle imma- 
gini ceree dc'Romani, mostrando cosa non ancora da 



nissuno avvertita, cioè, che l'origine se ne dovesse ri- 
petere dagli Egizi. E, senza parlar di altri punti clic 
concernevano a quelle ceree leste da me discorsi nelle 
susseguenti tornate , feci in quella de' 1 o febbraio , 
vedere come le teste di cera non potendo essere che 
ornamento de' busti , servir dovettero al pari di ogni 
altra funebre pompa a consolare i vivi nell'onore che 
prestavano a' morti nel tempo della esposizione e del- 
l' esequie, nascondendone la decollazione e togliendo 
agli spettatori l'orrore che loro avrebbero cagionato 
i cadaveri acefali. 

Parvemi dunque che a quei cadaveri probabilmente 
fossero mancate le teste, perchè riconosciuti alle ve- 
sti , e raccolti in un campo di battaglia , dove furon 
tronche e disperse, e che, quivi trovali fossero stati a 
maggiore strazio anche decapitati. Inoltre credelti che 
quei corpi potessero essere stati di condannati odi as- 
sassinali , le cui leste furono portate altrove come in 
trionfo, o inviale all' autore della condanna o duU'as- 
sassinamenlo , che voleva co' propri occhi assicurar- 
sene. Inoltre potettero essere persone , cui si erano a 
tradimento amputate le teste e surrogatevi (juelle di 
cera, perchè collocate sopra alto letto e non vedute da 
vicino si fosse dato a credere, essere quelle vere sem- 
bianze di uomini che si erano da sé stessi avvelenati 
per evitar la mano infame del carnefice, fingendosi sco- 
perto qualche grave delitto di cui dicevansi falsamente 
colpevoli. Viceversa potettero essere uomini , cui si 
erano amputate le teste per opera di chi voleva oc- 
cultare di avergli avvelenali , e fingerli vittime di un 
assassinio, non saputosi né da chi commesso, né come. 
Perciocché sebbene a celare l' avvelenamento bastasse 
d'impiastricciare a quei cadaveri i volti, pure ciò non 
dava al reo sufficiente sicurezza per non temere di es- 
sere scoperto, e riuscivagli piìi sicuro il farli trovare 
decapitati. Ma non credetti per nulla che questi scheletri 
cerocefali potessero essere di Martii i , e ne addussi mol- 
te ragioni, e due soprattutlo che mi |)arvero irrepu- 
gnabili. Primamenle perchè le cumane teste di cera a- 
vevano gli occhi aperti; e se a' cadaveri pagani apri- 
vansi gli occhi prima che divenissero cenere, con gli 
occhi chiusi , a giu'sa di dormienti discendevano nella 
tomba i cadaveri de'cristiani ; perchè per essi la morte 



— 188- 



non era distruzione ma sonno, ed i sepolcri appella- 
vansi cimilori, che è come un dir (/o/'hhVo)(7. Seconda- 
mente perchè in un sepolcro pagano , dove , come in 
quello di Cunia, si conservavano le ceneri degli idola- 
tri , sarebbe stato nefando sacrilegio ne' primi secoli 
della Chiesa , il chiuderv i i corpi de' Santi. E ben lo 
seppe il Vescovo delle Asturie Marziale , che fu depo- 
sto dalla sacra dignità sua per aver consentito che i 
congiunti suoi fossero in genlilesca tomba sotterrati. 
In quanto poi alla condizione di cotesti scheletri , 
io li crcdelli individui della stessa cospicua famiglia ; 
e i due giacenti su lo stesso poggiuolo una coppia 
spenta nel più tenero amore , sia di madre e di figlio, 
sia di sposo e sposa, o se vogliasi di fratello e sorella, 
che i parenti, per usanza sì cara agli antichi, univano 
nella tomba come vivi lo erano stati nell' affetto. Né 
parvemi inverisimile , che nel leggiadro giovane , di 
cui la ceroplaslica ci serbò le sembianze entro il cu- 
mano sepolcro , la bellezza della mente dovesse pa- 
reggiare quella del corpo. 11 calamajo trovatogli vi- 

P!oTA — Per nulla lacere ài quanto fu dello Onora sulle ceree leste, 
di cui è parola nella lettera del eh. Quaranta, mi piace di annun- 
ziare che r allro mio egregio collega sig. cav. Finali in una memoria 
letta nel giorno 2 del corrente mese di giugno alla reale accademia 
Ercolanese , esaminando diligentemenle la testa di cera che si è con- 
servata , ha cercalo di dimostrare che la medesima sia stala gellaia 
sull'uomo vivo , notando la vivacilà delle parli , gli angoli sporgenti , 
i sottosquadri, le narici atteggiate a prolungala aspirazione, e profon- 
damente forate. L' amore ha ricliianialo il nolo luogo di Plinio relativo 
alla introduzione de' ritratti in cera , da noi riportalo a pag. 121 e s. ; 
e paragonando il processo traccialo dal latino scrittore con quello che 
auualmenle si usa nel far le immagini ceree sull' uomo vivo , sostiene 
che non allrimenli sia stata gettala la immagine cerea cuniana. 

Ritenendo poi il cav. Finali che il mi* nnaffì'mtm presso i Romani 
si restringeva alla sola aristocrazia la quale si avvaleva delle ceree leste 
per conservar, come vive , le immagini degli antenati , e per servir- 
sene ne'funeraU onde celare qualunque mutilazione o bruttura; ne 
deduce che tali lesle dovevan seguire la destinazione de' cadaveri 
Slessi sia la combustione sia la tumulazione : il che crede confermato 
dalla presenza delle ceree imagini ritrovale sugli acefali scli<:lelri Cu- 
mani da lui riputali appartenere ad una nobile famiglia. Stima l'autore 

Bassorilievo Capuano, ora nel Real Musco Borbonico. 

Nella nostra tavola V figura 19 vedesi pubblicato 
in piccole dimensioni un bassonlievoinlcrracolla(l), 

(i) Le vere dimensioni di questo moaumento sono le seguenti: ai- 
uzza p. 2, t; e larg. pai. I, 7. 



cino ben ci mostra essersi dedicato alle lettere , dove 
si sarà segnalato qual satirico mordace, si avrà gua- 
dagnato vuoi corona di vate , vuoi palma di oratore, 
fama di filosofo. E forse la squisita dottrina , per cui 
dall' un de' lati mercava il misero gloria immortale , 
dall'altra lo avrà ftitto trasviare dal retto, e cadere in 
capitale delitto di cui ebbe ad espiar la pena; se pure 
non vogliam dire, che del suo splendido ingegno siasi 
servita la nera calunnia per balestrar lui e l' infelice 
famiglia nell* estrema sventura. 

Questa fu la opinione, come Ella e i nostri Colle- 
ghi ben sanno, manifestata da me pubblicamente alla 
accademia Ercolanese, e già messa a stampa, quando 
non per anco nissun giornale Italiano aveva recato 
gli avvisi de' dotti intorno a quella insigne scoperta , 
molli de' quali non hanno disapprovalo le mie con- 
ghietlure. 

Gradisca intanto efc. 

CoMM. Bernardo Qcaranta. 

che i due muniti di ceree teste sicno di un padrone e di una padrona, 
e gli altri di due servi , lutti e quattro dannali nel capo o per abbrac- 
cialo Crislianesimo o per politiche vicende; e che nell'uno e nell'altro 
caso non poteva esservi un mezzo più spedito e sicuro a conservare le 
identiche care sembianze di que' congiunti che si perdevano, se non 
quello di far gitlare le inunagini ceree, mentre essi erano vivi, nelle 
angustie del tempo fra la condanna e la esecuzione : questa ultima 
conghieltura già fu prima manifestala dal comm. Quaranta. 

In questi ultimi giorni ha pur veduta la luce in Napoli un opuscolo 
del eh. sig. ab. Salvadore Pisano-Verdino , intiloìaio sugli scheletri 
cumani ccroccfali scoverti nel cader del 18SS, riflessioni.— JiapoTi 
Ì8S3 pag. 31 in 8. L'autore sostiene che le teste fossero state lolla 
dalla tomba cumana per trasferirsi nel sepolcro gentilizio lontano dal 
silo del primo sepellimenlo, trattandosi di stranieri ; e che perciò si 
sostituirono immagini ceree per formare un fumis imaginarium. 

Del resto l' autore non esclude una seconda spiegazione , cioè il ra- 
pimento de' cranii per uso magico : ed in tal caso giudica essere state 
surrogate le teste per le slesse magiche superstizioni. 

Tulle queste opinioni saranno più ailenlamenle esaminate e discus- 
se, quando vedrà la luce la nostra memoria accademica. 

MlIifRYLM. 

che formava parte della collezione del Sig. giudice 
Gennaro Riccio ( alla cui cortesia ne dovemmo un di- 
segno), ed ora vedesi collocalo nel R. M. Borbonico, 
per lo qualefuconaltreimportantiterrecolte di quella 
raccolta ullimaraenlc acquistato. Questo bassorilievo, 
ed un altro perfettamente simile , di cui non rimaQ> 



isa- 



gono che pochi frammenli, fregiavano due lati di un 
greco sepolcro dell' aulica Capua. Veggonsi iu essi 
tracce di colori, e principalmente nel campo, che os- 
servasi dipinto di verde. Lo stile del monumento è 
arcaico, ma vi si scorge non poco valore di arie e di 
esecuzione. A primo aspetto si riconosce il solicello 
della rappresentazione : ed è Perseo, che recide la te- 
sta alata ed anguicrinila della Gorgone assistito ed 
ajutato dalla proteggitrice Minerva, la quale gU mo- 
stra quel capo riflesso nel luccicante scudo. 

E notevole come Perseo si vegga qui figuralo con 
un semplice diadema e senza la galea ; ed è poi mu- 
nito di clamide e di alali calzari. 11 gesto di stendere 
il braccio a cui si avvolge la clamide , è stato notalo 
come proprio di chi comballe : ed in confronlo di varii 
esempli , che ne furono addotti dal eh. Jahn f Vascii- 
bilder lav. 4. e Penlheus und die Mainaden.]). 9. nof. 
16) , son citali i luoghi di Pacuvio ffr. 16. Herm.) 
Currum liquit , chlamyde contorta astu chipcat Ira- 
chiuni ; e principalmente l' altro di Petronio : Intorto 
àrea brachium pallio , composui ad praeliamhim gm- 
dum (Satyr. 80). È questo appunto il movimento di 
Perseo nella terracotta capuana che illustriamo. Fanno 
poi alla scena ottimo confronto le tradizioni diApol- 
lodoro (lib. II. e. 4. ) , e di Luciano fdial. mar. XIV, 
2.) , che narrano l'ajulo prestato da Minerva all'eroe, 
e parlano dello scudo da lei tenuto perchè guardasse 
la immagine della sua nemica nell'atlo di eseguire la 
pericolosa impresa. Ed in particolar modo il descrit- 
tivo sofista di Samosata in tal guisa si esprime: Mi- 
nerva presentando lo scudo gli mostrò quasi in uno 
specchio a veder la immagine di Medusa. Perseo affer- 
rando colla sinistra la chioma, e guardando la imma- 
gine ( hopwY ^'ìi Tyy ilxórx) , e lenendo colla destra la 
harpe, troncò la di lei testa, e se ne volò via prima che 
le sorelle si destassero. In questa descrizione tutto si 
confronta colla terracotta del Real Museo ; e solo in 
ciò ne differisce che Perseo non afferra i capelli della 
Gorgone, ma usa del suo braccio sinistro a difesa mi 
punto dell' attacco. Quel che ci sembra mollo bene 
inteso dall'artista capuano si è il monmento di Perseo 
neir affìggere attentamente lo sguardo nell'elevato scu- 
do, per riuscire nella esecuzione della difficile impresa. 



Si sa che quoslaparlicolirità dell'avventura di Per- 
seo , e la difesa di .Minerva , e lo scudo in cui si ri- 
fletteva la immagine furono in altri monumenti ritratti 
(Mailer Ilandb. §. 414, n. 3. pag. 70 V. ed. Wel- 
cUer). Non richiamo qui quelle altre rappresentazioni, 
nelle quali o conij)arisce -Aliuerva mostrando a Perseo 
una dipinta immagine di Medusa, ovvero scorgesi lo 
slesso eroe , che fa veder nelle ac(|uc ad Andromeda 
la gorgonica testa: delle quali ebbi già la occasione di 
parlare in due differenti memorie lette alla Reale Ac- 
cademia Ercolanese. 

La parlicolaiità , che nella terracolla Capuana ri- 
chiama maggiormente 1' attenzione dell' archeologo , 
si è la enorme grandezza delia gorgonica lesta , in 
proporzione delle intere due figure di Perseo e di Mi- 
nerva. Questa smisurata grandezza del mostro non 
trova, come a me sembra , un confronlo nelle tradi- 
zioni , o nei monumenti. Volendo darne una spiega- 
zione nella terracotta, di che ci occupiamo, ricordar 
potremmo la lunare intelligenza della Gorgone; per 
lo che potè dall'artista eflìgiarsi in quella ampiezza, 
per dinotare l'apparente estensione di quell'astro. Ov- 
vero ebbe la intenzione di mettere particolarmente in 
veduta la testa di Medusa nella sua lunare sigtiifica- 
zione; mentre le due figure, che la costeggiano, sono 
destinate a richiamare il fatto mitologico , che restar 
fece isolato quel capo, senza che debbano considerarsi 
insieme aggruppate in una giusta ed artistica compo- 
sizione. Questa nostra osservazione è confermata al- 
tresì da due altre : la prima si è cbescAolessero tutte 
le figure considerarsi tra loro in artistico rapporto , 
trattandosi dell' alto medesimo della decapitazione , 
comparir dovrebbe una porzione del corpo di Me- 
dusa ; ma nella terracotta di Capua vedesi il capo iso- 
lato, e già spiccato dal busto che più non appare. La 
seconda è che la testa ripetuta sullo scudo mostrasi 
sfornita delle ali, e mancante di quei superiori orna- 
menti, che compariscono in quella di Medusa : il che 
non vuoisi attribuire a grave negligenza dell' artista ; 
ed altronde sarebbe ricercato il dire che si riferisse al 
grado sotto il quale la luce riflette sullo scudo , che 
fa disperdere in esso una parie dell'oggetto, che vi si 
dipinge. 



190 — 



La più semplice idea è die volle appunto signifi- 
carsi che le figure erano messe in allusione di un fallo 
precedenlemenle succeduto : per lo che non solo ba- 
sta\a, ma era anche richiesto, che la gorgonica testa 
si segnasse in modo alquanto diflerenlc da quella che 
colpiva principalmente la vista, ed alla quale richiamar 
si voleva tutta l'attenzione. Sicché sembra dimostralo 
che le due figure non sono che in mitica relazione col 
gorgoueo : ed è perciò che la loro sproporzionata gran- 
dezza non deve arrestarci, né farci stabilire delle teo- 
rie, alle quali quella circostanza non può dare alcun 
luogo. 

Molto interessante ci sembra il simbolo del fior di 
loto sulla testa di Medusa ; ed a ben comprenderlo noi 
crediamo che debbano richiamarsi due distinte idee: 
la prima si è che il fior di loto è simbolo della natura 
umida v^^oyovtxòv (TrtfJLÙov ; perciò trovasi assegnato 
ad Iside ed a Ganga ( Vedi Creuzer Symbolik t. II. p. 
4i e 229 , 3a ediz.). Or non può dubitarsi che alla 
Luna atlribuivasi appunto la idea della parte umida 
della natura (v. ciò che dicemmo nel buU.arch.nap. an. 
IV. p.l07 s. 121 e s.). Perciò io son di opinione che 
il lolo messo in rapporto colla gorgonica testa valga ad 
esprimerne la lunare intelligenza , non altrimenti che 
nelle figure d' Iside, la quale divinità ha del pari lunare 
significazione. Ma non è questo il luogo opportuno per 
più eslese ricerche, secondo che un tale argomento ci 
sembra di richiedere. 

Chiudiamo queste brevi osservazioni coU'avvertire 
come la triplicata lesta con lingua sporgente, la quale 
scorgesi inferiormente alternata da palmette, può ac- 
cennare alle tre Gorgoni; non senza rapporto alla tri- 
plice fase della Luna. 

Tutte queste lunari allusioni ognun vede come siano 
convenienti all' ornamento di un sepolcro : e noi qui 
non ripeteremo le cose già precedentemente da noi 
sviluppate in altri lavori : solo ci sia lecito di avver- 
tire , che quelle idee veggonsi confermate dal pre- 
sente monumento , nel quale si scorge pure il fiore 
del loto , che siccome fu da altri notalo , simboleggiò 
le speranze dopo la >ila mortale ( Creuzer SymhoUk 
voi. IL p. 4o e 229 , 3a ediz. ). 

MlNERVlM. 



Palerà Capuana colla figura di Pelopc. 

La interessante rappresentazione , che vedesi da 
noi pubblicata al numero 8 della tavola XI, fregiala 
parte interna di una patera rinvenuta in un sepol- 
cro di S. Maria di Cajìua , e che fu da noi osservata 
presso il sig. Rafliiele Barone. Lo stile n' è arcaico , 
e le figure sono nere in fondo giallognolo , co' con- 
torni graffiti, e con varie parti di amaranto, che sono 
nella nostra tavola indicate da macchie. Vedesi un gio- 
vinelto il quale tien per le redini due alati cavalH, uno 
de' quali è maschio e l'altro femmina. In questo gio- 
vine io ravviso Pelope, il quale riceve da Nettuno gli 
alati corsieri per la sua gara con Enomao , giusta la 
classica tradizione di Pindaro {Olymp. I. v. 109 seg. 
Bergk ) : 

y-ioy fps^ov 
e continua 

. . . TÒy ix-y àyxyJkuiY ^ìQS 

'ihojxiv S/ppov ti x.^vdioy Tmplaly r' òi.K%{X'xyr(/S 

Un giovinetto eroe, tale apparendo dalla sua lunga 
chioma , che tiene appunto due alali e saltellanti de- 
strieri sembrami non potersi ad altro riferire che a 
Pelope, il quale pieno di giovanile baldanza preparasi 
ad aspirare alla mano d' Ippodaraia. Due soli sono i 
cavalli e non quattro : e pare che sia secondo il modo 
più antico di trattare un tal soggetto, siccome fu os- 
servato dal Voss {Aatisymhoìik lì. p. 4 iT) e dal Rath- 
geber [Allffem. Encyclop. s. v. Olympieion p. 214). 
Non manca infatti il confronto de' monumenti; per- 
ciocché troviamo ricordato da Pausania che nella cassa 
di Cipselo Pelope contrastar si vedea con Enomao in 
una biga di alali cavalli (Paus. V, 17 , 7 : v. Jahn 
Ardi. Aufs. p. 6-7). Né questo costume fu tralasciato 
dagli artisti di un'epoca posleriore, giacché fra molti 
esempli di quadrighe , troviamo però che con bighe 
succede la contesa nel famoso vaso coi funerali di Ar- 
chemoro, che si conserva nel Real Museo Borbonico : 
vedi pure i nostri mon. ined. di Barone tom. I. p. 32. 
Su' cavalli di Pelope cf. de Wilte ( calai, élr. p. 30 
u. 1 ), Kilschl [annal. dell' hi. 1840 p. 172), Raoul- 
Rochetle ( journ. des sac. 1837 p. 492), e ciò che 
ho scritto nel bull. arch. nap. an. VI p. 58 dell'antica 
serie. Una notevole particolarità , a nostro giudizio , 
si è quella che uno de' cavalli é maschio e l'altro fem- 
mina: il che potrebbe riferirsi ad una tradizione, che 
non ci è pervenuta. Forse si volle con ciò alludere 
all'oggetto della futura corsa, che riguardava un'amo- 
rosa gara ; forse esprimer si volle la maggiore velocità 



— 191 — 



proccurala con una biga di dilTerente sosso. Di simili 
bighe promiscue si ha l'esempio nell' antichità; e mi 
contenterò di citare quella di che fausolMcnelao presso 
Omero, ne' funebri giuochi della corsa in onor di Pa- 
troclo, nella quale congiunse la trojana giumenta Eie 
col suo corridore Podargo(II. 4/29o s.). Il veslimenlo 
del giovine eroe nel nostro vaso conviene perfellanienle 
a Pelope, come quello che si accosta nel coslunie agii 
usi delle asiatiche regioni. Questo nostro vasellino di- 
mostra , se non m'inganno, essere probabile la opi- 
nione contemporaneamente sostenuta da me (Inill. iKip. 
an. VI. p. S-'i-seg. ) , e dal eh. Gargallo [(innal. dell' ls(. 
18i9 p. 145 e segg.), che il giovine con due cavalli 
indicato dall'epiteto ITAEXSinnoS in altra bellis- 
sima patera anche di Capua, valse a figurare lo stesso 
Pelope. Il nuovo confronto , in cui apparisce certa- 
mente Pelope con due alati cavalli , dà un appoggio 
a questa nostra spiegazione , dimostrando men vera 
l'altra del eh. Braun, il quale non volle altro ravvi- 
sarvi, che un semplice soggetto palestrico(a/ì)m/.cì<, 
del 1849 p. 154 segg.). 

MlXERVIM. 

31orle di Aiace Tclamonio in vaso nolano. 

Il bel vasellino nolano a figure rosse in fondo nero, 
di cui presentiamo la incisione a lav. X n. 4 , 5 , G, 
appartiene al sig. RalTaele Barone, che ci permise di 
farne trarre il disegno. Da uno de 'due lati vedi Ajace 
Telamonio, che stando in ginocchio preparasi a darsi 
la morte precipitandosi sul ferro impiantalo col ma- 
nico al suolo: dall'altro lato sono le armi da lui ab- 
bandonate nella sua tenda traile quali è notevole il fo- 
dero della spada, che seco ha recata per valersene ad 
effeltuire il suicidio. 

Il eh. sig. Raoul-Rocbelte nel pubblicare un altro 
vaso col medesimo soggetto , ma di stile etrusco, ri- 
chiamò le varie tradizioni , che fanno confronto a 
queir azione; ed osservò giustamente farsi allusione a 
quelle mitiche narrazioni , che portavano Ajace in- 
vulnerabile in ogni altra parte del corpo eccetto l'ascella 
(Piudar. Islhm. VI, 75; Aesch. Fragni, ex Tlir. 
154, 155 ed. Dubner; cf. Eustath. ad How. 995, 

I ; Schol. Soph. Aj. 824; Lycophr. v. 405). Osserva 
pure che la invenzione degli sgozzati montoni e del 
furore di Ajace appartiene ad epoca posteriore ; per 
lo che non si vede giammai ne' monumenti di alta an- 
tichità , e solo comparisce in alcune pietre incise di 
recente lavoro {Annali dell' Ist. 1834 p. 272 eseg.). 

II vasellino nolano, di cui ora parliamo, è il secondo 
monumento che ci ponga solt' occhio la morte del Sa- 



laminio eroe in quel modo appunto, che era forse in- 
dicato da Eschilo, ma che certamente ritrovasi pres- 
so Sofocle [iwW Ajace). Il sig. Raoul-Rochette richia- 
mò in confronto le parole K'M^'Ai''o:!^xiTy%yro7rip-.Trru- 
Xrp di Sofocle [Aj. 899=882 Lobeck), le quali sono 
di fatti pienamente intese col paragone de'moiunuenti. 
Vot;lio aggiugrier soltanto the ailre espressioni di So- 
focle si riportano alla medesima inlclligenzi; e (piando 
Ajace dice: ó \ùy <rZ'xyivi hrr/^-.s \\ . 815 = 801 Lo- 
beck) ; e ([uando Tecmessa desume dall' aspetto del- 
l' ucciso , che si avea data da se stesso la morte : 

Arròs vp'li ccvrov òr}.ov. 'Ev y%p ol x-'^o;) 

[Aj. 90(J, s.=889, s. Lobeck.) 

A me sembra che i tragici ebbero una grandissima 
influenza in (piesle vascularie pittin-e: e forse non è 
una sicura conclusione che in Eschilo non si mettes- 
se in veduta il furore di Ajace, e la strage da lui fatta 
de' bestiami, sol perchè dall'esame de' monumenti ri- 
sulta non vedersi in essi alcuna allusione allo scannato 
gregge.Imperciocchè ponendoci gliartisli sotto gli occhi 
la morte di Ajace isolata da (piahuKpie altra precedente 
azione, non era punto necessario richiamar la presenza 
dell'ucciso bestiame. Questa considerazione ha maggior 
vaglia in rapporto del nostro monumento, il cui stilo 
non ci offre un remolo arcaismo: e lo stesso dir si 
potrebbe del vaso pubblicato dal signor Raoul-Ro- 
chette; ne' quali due monumenti può credersi ubbia 
avuta influenza la tragedia di Sofocle, come quella che 
pone sotto gli sguardi la morte dell'eroe, laddove 
nelle Thrcssac di Eschilo probabilmente se ne faceva 
un semplice racconto. Paragonando i due vasi fra loro, 
si riconoscerà a primo colpo d'occhio la superiorità 
dell'artista greco del vaso nolano sull'altro del vaso 
pubblicato dal sig. Raoul-Rochelte. Indipendentemente 
dalle forme più accuratamente disegnate, a me sem- 
bra che l'azione stessa sia piìi acconciamente condot- 
ta , presentandoci non già un cadavere trafitto dalla 
sua spada , ma un uomo in tutto l'orgoglio del suo 
spirito , che sta per giltarsi sul preparato ferro. E 
forse lo stesso Sofocle ispirò una simigliante azione. 
Di fatti al veder l'eroe di Salamiaa colle apertebrac- 
cia , chi non direbbe che sia nel momento d' invoca- 
re fieramente e Giove e Mercurio , e le Erinni , il 
Sole , la morte , e le regioni slesse , che furono testi- 
moni della sua vergogna? Chi non rammenterebbe 
le parole , che a lui pone in bocca il tragico ateniese 
iu quella sua sorprendente scena? (v. 8I5-SC5). 

MlSERVrNI. 



— 192 



Ossi aniklti — Pietra incisa del sig. duca 
de Luynes. 

In un sepolcro ciimano di romana costruzione fu- 
rono rinvenutigli oggetti da noi pubblicali, della gran- 
dezza degli originali , ne' numeri 3 , G, 7, 8, 9 della 
nostra tavola Vili. Il n. C comprende Ire pietruzze 
emisferiche di tre differenli colori, cioè bianco, rosso, 
e nero; i rimanenti nimieri ritraggono oggetti di osso. 
Tutte le accennale cose erano collocate sopra una fa- 
scia di tufo sporgente circa un palmo da' muri interni 
della tomba. Delle pietruzze emisfericbe eravi un certo 
numero in ognuno de' tre indicati colori: lutti gli al- 
tri oggetti di osso erano unici , se n'eccettui il n. 3, 
die per ben tre volle si ripeteva. Vedevansi poi nello 
stesso sito due dadi da giuoco fiali) , ed una rettan- 
golare laminelta di osso rotta in varii punti, che non 
abbiamo giudicalo opportuno di pubblicare. Potreb- 
be credersi con molta probabililà che i pezzi di osso 

3, 7, 8 insieme cx)n la laminetla ultimamente accen- 
nata costituissero una piccola cassetta destinata a con- 
tenere oggetti di poca mole : della quale i n. 7 ed 8 
sarebbero i due laterali in parte consumali dal tempo, 
la reitaugolare laminelta il fondo , e la immaginetta 
del n. 3 varrebbe ad ornare e rinforzarci quattro an- 
goli del casseltino, unendosi poi lutti i pezzi a formar 
quell' arnese mercè fogliette di legno , che dal tempo 
€ dalla umidità furono perfeltamcnle distrutte. La con- 
formazione dei pezzi simili al n. 3 sembra prestarsi 
ad una tal conghiettura; giacché veggonsi internamente 
forati , e nella parte posteiiore evvi un incavo pratti- 
calo probabilmente ad oggetto di collegarli fra loro, 
e co' lati della cassetta per mezzo di aslicciuole di le- 
gno. A questa idea conduce 1' altro simigliante pezzo 
di meuo accurato lavoro da noi riportato sotto il num. 

4 , e che è slato egualmente rinvenuto con altri Ire 
della stessa forma e della stessa grandezza in allra 
loml)a romana della medesima località. Riscontran- 
dosi dunque il numero di quattro eguali figuline in- 
sieme ritrovate, può desumersene una dimostrazione 
del probabile uso di esse , cioè di aver servito per 
ornamento a (jualtro angoli di una cassetta, non con- 
servala dopo il correr di secoli, perchè di più fragile 
materia. Non voglio intanto mancar di avvertire che 
simili pezzi si riirovarono in altre tombe romane di 
Cuma; ed uno se ne vede pubblicato dal eh. Fio- 
relli [inon. citmani tav. H. n. 6). Le pietruzze emi- 
sferiche di differenti colori , che veggo pur dallo 



stesso Fiorelli pubblicate (lav. cil. num. o) , e che in 
gran numero ancora vennero fuori da altri sepolcri . 
a me pare siano da riputarsi inservienti al giuoco de* 
calcali o lalrunculi; alla quale idea conduce altresì la 
dilTerenza dei colori , che trovasi notata dagli antichi 
( PoUux on. lib. IX. cap. 7. Ovid. Trist. II , 477 ). 
Cosi Marziale (lib. XIV ep. 17): Calcuìus hic gemino 
discolor hosle perii : e non altrimenti si legge nel poe- 
metto in lode di Risone v. 182: Ut niveus 7iigros,nunc 
et niger aUigel albos. Sidonio Apollinare ricorda tahu- 
lam calcidis stratam bicoloribus {episl.\lU,i2y, ed è 
anche rammentato il bianco ed il rosso: Decertanique 
simul candidus atque rubeus ( Anlh. lat. Ili , 76 ) ; ed 
altrove: A'amgwe ade acquali concurril rimem a/6o(ibid. 
ep. 78: vedi il Wernsdorf al v. 182 del poemetto in 
lode di Pisone nel voi. Hip. 258 de'poelaelat. minor. 
ediz. di Lemaire, e l'excursus IV. nel medesimo voL 
III p. 284 e segg. ). Questa mia conghiettura trovasi 
appoggiala dalla circostanza che questi da me creduli 
lalrunculi erano riuniti a' dadi o tali, e quindi mostra- 
vansi di analoga destinazione. Né ci sembra da omet- 
tere che r oggetto riportato sotto il n. 9 , e rinvenu- 
to con gli altri inservienti a giuochi, mi pareva po- 
tersi riferire a quel vallo, di cui è menzione nel citato 
poemetto in lode di Pisone , v. 90 e segg. 
. ... hic ad nutjora movelur , 
Ut cilus et [racla prorumpat in agmina mandra, 
Clausaque dcjecto populatur moenia vallo. 
Non saprei giudicare quai movimenti si additassero dal 
latino poeta; ma certamente questo i'a//o da lui ricor- 
dato fa interessante confronto coH'osso cumano, perti- 
nente ad un giuoco, che si mostra appunto conformato 
a foggia di merli, o vogliam dire di vallo. Può credersi 
probabilmente che il casseltino fosse destinato a con- 
servare gli oggetti da giuocare,dir voglio i dadi e le pie- 
truzze. Con questa occasione venendoci fatto di osser- 
vare una graziosa incisione in ametista presso il eh. sig. 
duca de Luynes rappresentante due giuocalori ad un 
tavoliere [abacus, tabida Imoria), ottenemmo dalla sua 
cortesia il permesso di pubblicarla ; ed è appunta 
quella che vedesi al n. 5 della citata Tav. Vili. Lo 
spazio mi manca per entrare in una più ampia espo- 
sizione delle cose finora toccale , e specialmente per 
dare una qualche dilucidazione del pregevole intaglio 
del sig. duca di Luynes. Mi è perciò necessario dif- 
ferirne la trattazione al secondo anno del bulletlino. 

MlNERVmi. 



P. Raffaele Garrucci d.c.d.g. 
Giulio Mi.nekvlm — Editori. 



Tipografa di Giuseppe Càtakeo. 



— 193 



INDICE DEGLI ARTICOLI. 



Descrizione di un vaso ruvcse del Rea! Museo 

Borbonico 1 

Sulle sigle delle iscrizioni pompejane dipinte a 
pennello, e sulla difiìcoUà di ben trascrivere 

dalle pareli i caratteri dipinti 4 

Nuove scoperte in Napoli , con la notizia di una 

nuova fratria. . 9 

Lamina di Anlino 10 

Iscrizioni di Capua ( S. Maria ) . . . , . 13 

Iscrizione cristiana di Pozzuoli 15 

Continuazione 31 

Tre inedite monete di Napoli 17 

Tavola aquaria venafrana 21 

Continuazione 32 

Id 39 

Id 53 

Id 63 

Id 79 

Id 117 

Id. 166 

Notizia degli scavi di Pompei per l'anno 1850 

e seguenti 25 

Continuazione 33 

Id 58 

Id. . . 71 

Id 73 

Id 89 

Id 140 

Id 156 

Id 177 

Id 185 

Notizia di alcune lerrecotte anticbe della colle- 
zione del defunto Francesco Mongelli in Nap. . 30 
Osservazioni intorno al nome Basilica della iscri- 
zione puteolana di C. Nonio Flaviano. . . 36 
Frammento d' iscrizione presso 1' antico teatro 
di Capua : con osservazioni del Conte Bor- 
ghesi 38 

Due iscrizioni frentane di Pennaluce. . . . 41 
Osservazioni sulle monete di Napoli colla pro- 



tome del Sebelo 4:; 

Giunta alle osservazioni sul vaso di Oritia . . 48 
Descrizione di una patera antica dipinta, con due 

Eroi eponimi delle attiche tribù .... 49 

Iscrizione di Venafro "il 

Dichiarazioni di due monete di Trajano , 1' una 

Latina e r altra Greca 52 

Moneta incdila di Napoli, che risolve la quistione 

del loro androprosopo 57 

Relazione dei nuovi scavi eseguiti nell' anfitea- 
tro Campano 62 

Giunta all'articolo precedente 63 

Osservazioni numismatiche 65 

Della legge de' setlanladue solidi per ogni libbra. 68 
Della Croma o sia ferramento agrimensorio, fi- 
gurato in un cippo sepolcrale d' Ivrea. . . bis 
Iscrizioni di Sepino, con osservazioni del Conte 

Borghesi 76 

Osservazioni intorno a due iscrizioni, ed agli ar- 
ticoli sul Sehelo di questo bulletlino ... 78 
Intorno alla lapida viaria osca di Pompei, nuove 

osservazioni 81 

Iscrizioni ctrusche graffite sul fondo esterno di 

vasi trovati in sepolcri campani 84 

Piombo Siciliano 87 

Lapide Capuana 88 

Descrizione di alcuni vasi dipinti del Real Mu- 
sco Borbonico 91 

Continuazione 109 

Continuazione 128 

Della leggenda nATPOKAOT TA*OS su di un 

vaso dipinto di Canosa 97 

Il LVDVS GLADIA TORIVS , ovvero convillo 

dei gladiatori in Pompei 98 

Dell'arma gladiatoria detta CALER VS. . .101 

Continuazione 113 

Monumenti Cumani- Scoperte di S.A.R. il Conle 

di Siracusa 105 

Continuazione .121 

Id 161 



— 194 — 



123 

129 
130 



Monete inedite ; .... 107 

Di due Irofei di armi scoperli in Pompei al 1767 
nel htdus gladiatorius, e della Sica o falcetta 

de' Treci 114. 

Nuovi programmi pompejani appartenenti a spet- 
tacoli gladiatori! 115 

Di alcuni antichi oggetti diversi provenienti dalla 
Magna Grecia , dalla Sicilia, e da Roma. Da 
Lettera del eh. ab. D. Celestino Cavedoni al 

Sig. Giulio Minervini 

Monumento di Architettura etrusca in Capua 

(S. Maria) 

Il Pempobolo omerico in sepolcro Cumano . . 
Sulla pretesa coppia di Consoli Q. Cecilio e M. 

Bennio 131 

Topografia delle spiagge diBaja graffila sopra due 

vasi di vetro 133 

Osservazioni intorno all'articolo precedente. . 136 
Scure di bronzo con greca iscrizione . . .137 

Terracotta di Pozzuoli 139 

Descrizione di un frammento di vaso dipinto con- 
servato nel Rea! Museo Borbonico. . , .142 
Vaso dipinto con Ulisse Akanthoplex. . . .144 
Epoca in che fu costruito l'Anfiteatro puteolano. 145 
L'Amhulatio, e i programmi popolari in Pompei. 1 48 
Poche osservazioni sopra un vaso della collezione 

Jatta 153 

Lettera del eh. Sig. Agostino Gervasio al Sig. 



Giulio Minervini 158 

Una spiegazione 159 

Questioni pompejane. 1 . Significato probabile 

del nome Pompei 167 

2. Topografia del Vesuvio 168 

Medaglie inedite 169 

Giunta all' articolo precedente 173 

Vaso nolano con la pugna di Ercole contro le 

Amazzoni 175 

Diaspro sanguigno inciso . 179 

Suggello in corniola di un C. Cecilio Metello 

Caprario 179 

Iscrizione di Campomarino , masseria del Sig. 

Carrera in mezzo ad avanzi di villa antica. . 180 
Iscrizione Sannitica rinvenuta in S. Maria di 

Capua 18*2 

Iscrizione dipinta di Ardea, graffiti sui vasellini 

di S. Cesario e su lamina di piombo romana. 182 
Teste di cera in sepolcro cumano — Lettera del 

eh. sig. Coram. Bernardo Quaranta al signor 

Giulio Minervini . . . . . . . ,187 

Nota di Minervini 188 

Bassorilievo capuano, ora nel real museo Bor- 
bonico 188 

Patera capuana colla figura di Pelope . . .190 
Morte di Ajace Telamonio in vaso nolano . .191 
Ossi antichi - pietra incisa del signor duca di 

Luynes 192 



NOMI DI COLORO CHE HAN FORNITO ARTICOLI AL BULLETTINO. 



Borgheù (conte Bartolommeo ). 38, 76. 

Cavedoni {ah. D. Celes(ino). 52, 69, 125. 

Catruca ( P. Raffaele). 4, 10, 13, 17, 21, 32, 36, 
39, 41, 51, 53, 63, 65, 68, 76, 78, 79, 81, 
84. 87. 88, 97, 98. 101, 113, 114, 115, 117, 
129. 130, 131, 136, 145, 148, 166, 167, 168, 
179. 180, 182. 

Gervasio (Agostino). 158. 



Luynes (il duca di). 169. 

Minervini (Giulio). 1,9, 15, 25, 31, 33, 45, 48, 
49, 57, 58, 63, 71. 73, 89, 91, 105, 107, 109, 
121, 128, 137, 139, 140, 142, 144, 153, 158, 
159, 173, 175, 177, 185, 188,190,191,192. 

Quaranta (Corom. Bernardo). 187. 

/{tzzj (Ulisse). 62. 

de Rossi {Q.B.). iZ3. 



~ I9o — 



INDICE DELLE TAVOLE. 



Tav. I. 



Tav. il 



Tav. ih. 



Tav. IV. 



Tav. V. 



Tav. vi. 



Tav. vii. 



Fig. 1 . Dipinto pompojano, di cui si parla 
a pag. 8. 

Fig. 2, 3, 4., .^. Graffiti sodo il piede di Tav. Vili, 
vasi , di cui si dice a pag. 84 e scgg. 

Fig. 6, 7, 8. Terrecotte , di cui si parla 
a pag. 30 e seg. 

Tavola aquaria venafrana , di cui si ra- 
giona a pag. 21, 32, 39, 53, 63, 79, 
117, 166. 

Fig. 1 . Lamina di Antino , di cui si dice 
a pag. 1 e segg. 

Fig. 2, 3. Iscrizioni di Pennaluce, di cui 
si parla a pag. 41 e segg. 

Fig. 4, 5. Patera dipinta del museo San- 
tangelo spiegata a pag. 49 e segg. 

Fig. 1 , 2, 3. Monete di Napoli illustrate 
a pag. 17 e seg., 45 e seg., 78 e seg. 

Fig. 4, 5, 6, 7. Monete diverse dicliia- Tav. IX. 
rate a pag. 63 e segg. Tav. X. 

Fig. 8. Moneta di Napoli coli' Acheloo , 
di cui si parla a p. 57 e s., 78, e 1 59. 

Fig. 9, 1 0, 1 1 , 12. Monete , di cui si ra- 
giona a pag. 107 e segg. 

Fig. 13, 14. Terracotta di Pozzuoli, di Tav. XI. 
cui si dice a pag. 139. 

Fig. 1 . Bassorilievo in terracotta di Ca- 
pua , di cui si dice a pag. 188. 

Fig. 2. Scure di bronzo con greca iscri- 
zione di cui si parla a pag. 137 e seg. 

Fig. 3. Croma o ferramento agriraenso- 
rio , di cui si dice a pag. 69 e segg. 

Fig. l.Vaso dipinto spiegato a p. 153es. Tav. XIL 

Fig. 2. Frammento d'iscrizione di Ardea, 
di cui si ragiona a pag. 1 83. 

Fig. 1 . Forma e rovescio del vaso dipinto Tav. XIII. 
pubblicato nella Tav. VI. 

Fig. 2, 3, 4, 3, 6, 7, 8, 9, 10, 12, 13, 
14, 15, 16. Dipinti , graffili , e bassi- 
rilievi pompejani , a' quali si accenna Tav. XIV. 
a pag. 98 e segg, e pag. 113 e segg. 



Fig. 1 1 . Statuetta bortriana di bronco, del 
R. M. Borbonico, di cui si ilice a p. 102. 

Fig. 1 , 2. Una delle aste del pcmpobolo 
cumano dichiarato a pag. 1 30 e seg. 

Fig. 3, 4, 7, 8, 9. Ossi lavorati , de' quali 
si parla a pag. 192. 

Fig. 3. Pietra incisa del Sig. Duca de Luy- 
nes , di cui si ragiona a pag. 1 92. 

Fig. 6. Piccoli pezzi di pietra, descritti a 
pag. 192. 

Fig. 1 0. Strada e porta Slabiana di Pom- 
pei , di cui si ragiona a pag. 1 86. 

Fig. 11. Sepolcro etrusco di Capua , di 
cui è detto a pag. 1 29 e seg. 

Fig. 12. Tomba cumana, ove furono ri- 
trovate le teste di cera; v. pag. 106, 
121 e seg., e 161. 

Vasi di vetro istoriati, illustrati a p, 1 33 e s. 

Fig. I, 2, 3. Vaso dipinto di Nola con 
Ercole e le Amazzoni, di cui si parla a 
pag. 125 e seg. 

Fig. 4, 5, 6. Vaso nolano con Ajace , di 
cur si ragiona a pag. 191. 

Fig. 1-5. .Medaglie diverse dichiarate a 
pag. 169 e segg. 

Fig. 6. Diaspro sanguigno intagliato, di cui 
si parla a pag. 179. 

Fig. 7. Suggello in corniola spiegato a pag. 
179. 

Fig. 8. Vaso dipinto con Pelope , di cui 
si ragiona a pag. 1 90. 

Fig. 1-49. Iscrizioni graffite su' vaselliui 
di S. Cesario , di cui si ragiona a pag. 
183 e seg. 

Fig. 1 . Lamina di piombo, cui si accenna 
a pag. 183. 

Fig. 2. Mattone con bassirilicvi, ed iscri- 
zioni Sannitiche a pag. 182. 

Tetti pompejani conservali; v. pag. 140, 
e 183 e seg. 



— 196 — 



ERRATA 



CORRIGE 



Pag. 



2 col. 2 Un. 3o-36 



13 1 

i6 1. 

18 2- 



• 14 
-18 
- 1 



21 tav. aq. ven. 7 

23 ib. S8 

34. 1 17 

39 1 11 

40 2 26 

42 1 r. 3 

58 -1 — -12 

61 2 31-32 

71 2 18 

93 1 14-15 

94 2 40 

95 1 23-24 

123 — 1 39 

124 1 41 

133 2 22 

134 1 31 

138 1 20 

144 2 27-28 

156 1 18e33 

158 2 ultima 

159 1^ 17 

160 2 21 

164 — 2 15 

176 2 23 

184 2 1 

Ib. « 4 

Ib. « 5 

Ib. ^— « 7 



86 seg. 

che era possibile etc, 

JEnElOOJ 

APERIANT 

TEM 

di foglie. 

L. Maecio Postumo 

decem mille 

Mamurins 

Alontium 

Artemioide 

THILLANIVS 

conghittura 

aggiamento 

ava|3. 

p. 1395 Oud. 

FELICISSIMAE 

Idem 

*Hpas 

ko/f;i«p(S , o kouxfxapis 

Laomedonte 

Idem 

quarucumque 

1. XI e. 26 

Xap/XYi 

k. martias 

C. Lulatio 

Mam. a. d. XVTIf 

pr, 



si sopprima — Gerhard e Panofka 

Neapels ant. .Bt7dtc.p.253 0,1684 

86 seg. ). 

che non era possibile etc. 

SHBH©o:S cf. la pag. 32 nota. 

NE APERIANT cf. pag. 32 nota. 

DVCANT TEM cf. pag. 32 nota. 

di foglie ( senza punto ) 

L. Marcio Postumo 

decies mille 

Mamurim, 

Alunlium. 

Artemide. 

THYLLANIVS 

Pa^poK 

conghiettura 

atteggiamento 

àvaj3. 

139, s. Oud. 

FELICISSIME 

Idem. 

"Hpas 

Kouxxfii , o Ko^xccp/S 

Priamo 

Idem 

quarumcumque 
1. IX e. 26. 

k. maritai Vili 

C. Lutali 

Maeci a. d. XVll 



BULLETTINO 



iiIE(SiaiE®IL®(&II(S® KiiIP®ILaffAM® 



BULLITIIiO iRdHGOlOdiy ilPOLITHO 

NUOVA SERIE 

PUBBLICATO PER CURA 

DI GIULIO MINERVINI 

ÀCCàDEUICO EnCOLÀimSE 



SEGRETARIO PERPETUO DELL' ACCADEMIA PONTANIANA ; SOCIO DI ONORE DELLA REALE ACCADEMIA 
DI ARCnEOLOGIA DI MADRID ; CORRISPONDENTE DELL' ISTITUTO DI FRANCIA , ACCADEMIA DELLE 
ISCRIZIONI E BELLE LETTERE; DELLA REALE ACCADEHIA DELLE SCIENZE, E DELLA SOCIETÀ AO- 
CHEOLOGICA DI BERLINO ; DELL' ISTITUTO DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA ; DELLA PONTIFICIA 
ACCADEMIA ROMANA DI ARCHEOLOGIA ; DELLA REALE ACCADEMIA DELLE SCIENZE DI TORINO ; DELLA 
RKALB ACCADEMIA DI BELLE ARTI DELLA SOCIETÀ REALE BORBONICA ; DELLA SOCIETÀ FRANCESE 
FER LA C0NSIÌHVA210NE DE'MONCMENTI ISTORICI: E DI ALTRE SOCIETÀ SCIENTIFICHE E LETTERARIE. 



ANNO SECONDO 

VAL 1 LUGLIO 18S3 AL 30 GIl'GNO Ì8S4. 



NAPOLI 

DALLO STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI GIUSEPPE CATANEO 

Strada Yentaglieri N. 71. S. P. 
1851 



BUllETTINO ARCnEOLOGICO IVAPOLITAXO. 

NUOVA SERIE 



N." 2.3. (1. dell'arinoli.) 



Luglio I8ò.'}. 



Questioni pompeiane. — 3. Topografia del terreno, ove fu la Città di Pompei. — ■'i. Il tribunale della Ifasiiira 
quando, e da chi costruito. — 5. L Angmleum, la euria degli Augustales, il Clialcidicum, V aedcs l'ortunae 
Auguslae 6. I due Teatri. — 7. Dell' edif zio detto Triibiis , e tW/a foce CùniI)enDÌi'is. — 8. Tempio di Mer- 
curio e Maia. — 9. Si è rinvenuto finora alcuna cosa di Cristiana credenza in Pompei? 



5. Topografia del terreno, ove fu la Citili di Pompei. 

E strana cosa il volere , che Pompei fosse una volta 
sulle rive del mare : se Strabene medesimo , clic Ila 
scritto di Ercolano, 'HpoWXsiOv izxnir^iry -'a r\y Oa- 
\f.Tt'x\ òixp'xv iX^*'j •li Pompei per lo contrario ci 
avverte con Plinio che quell' emporio fTr/v.-nv, di No- 
la, di Nocera e di Acerra, era posto accanto al Qume 
Sarno, adluente Sarno amne (Plin. H. N. IH, S), sul 
quale le venivano recale le merci di fuori, ed al quale 
ella affidava le sue; come può slimarsi mai che fosse 
collocata sulle spiagge del mare? vogliamo noi sup- 
porre che i Pompeiani con l'opporlunilà di un porto 
sul mare, volessero invece Iraflìcare sul fiume , che 
non riceveva se non le minori barche , e con quello 
stento che contro corrente? Ricordo che per simil 
caso l'imperalor Claudio fece un porto sul mare ad 
Ostia , che ne era lontana ben tre miglia ( v. gli an- 
notatori all'Ottavio di Minucio Felice p. 15. Lugd. 
Bai. 1709. e Cluverio It. Ant. pag. 871 , segg. ). 
Inollre l'antica via, che da Capua metteva a Nocera, 
le passava davanti; e buone vestigia di antichi edifizii 
diconsi veduti da altri su quel terreno appunto, che 
stranamente si è da taluni detto essere stato mare pri- 
ma dell' ultima ruina di Pompei. Assai bene il Ro- 
sini colloca qui le saline pompeiane ( p. 30 Diss. I- 
sag.), ma non credo lodevole il senso, che ci dà del- 
la voce Maritima, o dei luoghi dei classici, che sera- 
brano collocarla sul mare (ibid. p. 28.). Dopo il Sar- 
no però la maremma face\ a seno, sicché potè scrivere 
Plinio il giovane, che slaudo Plinio suo zio in Stabia, 
era diviso da Pompei per un seno di mare, che vi cor- 



rea tramezzo: Stabiis erat, diremptus sinu medio; nam 
sensim circumactis curvatisquc Utloribus mare infun- 
dilur (L. Vi, ep. 16); e ne fan fede gli spessi alberi 
di nave , che si vanno scavando di trailo in trailo nel 
fondo Mcssigna ( vedi la relazione negli annali ci> ili 
di Napoli anno 1835 , 27. segg. cf. Capasso , Meni. 
Storico-Arch. della penis. Sorrent. p. 6.). II suolo di 
oggi è elevato un trentacinque palmi napolitani sull'an- 
tico più basso , lo che ci fa appena intendere, che es- 
sa era fabbricata una volta al ridosso di una collina , 
e sul pendio in declivio. 

Garrccci. 

4. Il tribunale della Basilica quando, e da chi costruito . 

Dall'opera laboriosa del sig.Mommsen, Inscr. Regni 
Neap. latinae, traggo la iscrizione segnata a n. 2202 
per illustrarla convenientemente alia sua importanza, 
ed alle cose pompeiane. In prima trovo non poche ine- 
sattezze da emendare: dicesi « litl.palm.Rep.Pompcis 
in basilica». Ma ad imaginarne un restauro è sopra 
ogni altro necessario conoscere la vera dimensione del!e 
lettere ; e però non è detto bene di (ulta la leggenda 
che è litteris palmarihus : poiché la piinia linea ha let- 
tere la metà più grandi delle quattro linee seguenti. 
Alla POTEST • T nolo, che i T si elevano sulle altre 
lettere, che l'I non si vede affatto sulla pietra, ove ap- 
pena si scorge il principio della linea trasversale so- 
prapposla. e l'apice della lettera sottoposta, dal quale 
non si può in modo veruno argomentare se la linea che 
manca era verticale od obliqua. Dapo il C.\P del fram- 
meulo seguente non v'ò spazio liscio, ma invece l'in^ 

1 



2 



tero avanzo Ji linea dritta verticale della lettera se- 
guente. ]i P della lin. 4- manca dell' asta sua verti- 
cale. Nell'ultimo frammento 1' 1 dopo SOC è un chia- 
ro L un pò logoro ncU' asta orizzontale , nò SOC è 
scritto, ma SOG. Lascio alcune minuzie, che occor- 
rerebhc notare , ed avverto , che la iscrizione non 
ha cornice afilUto, come ha disegnato il Mommsen , 
e che un altro frammento di questa medesima iscri- 
zione ha egli trascritto senza avvedersene , collocan- 
dolo fra i marmi Originis incerlae , a num. 16 , AV 
IB, PO; altri tre poi ha trascurato affatto. Tra questi 
sono i due che egli cava dalie relazioni manoscritte , 
e che de])hono rcltiCcarsi secondo la lezione, che ne do 
qui; ma il terzo ed ultimo avanzo dei dieci frammen- 
ti di tutta la iscrizione, che ci sono rimasti , e non è 
stato notato neanche dal giornale degli scavi , contiene 
i resti del cVM Suis. Questa uarrazioncina , che io 
ho dovuto stenderò così a minuto pel bisogno che ve 
ne era di giustiflcare i miei supplementi ha anche l'u- 
tilità di far senqM'c meglio intendere quanto si è ancora 
lungi dall' avere una esalta trascrizione delle nostre 
lapidi. 

Stabiliti i pezzi , che ci sono pervenuti della inte- 
ra lapida , e ridotti il più esattamente che si poteva 
alla vera lezione , giovi ora coli' aiuto della scienza 
epigrafica venire a determinarne il senso. Egli è in 
primo luogo indubitato , che tutta la iscrizione con- 
sistette una volta di cinque lince, la prima delle qua- 
li, che ha lettere il doppio più grandi delle altre quat- 
tro ci si appalesa destinata a contenere alcune onore- 
voli appellazioni di Augusto. 

Rilevasi facilmente Aug , e Ponlif; per altro non 
può di qua determinarsi , se questo Pontificato è il 
massimo, lo che dovrebbe risultare dalle potestà tri- 
bunizie, che dal solo avanzo che spetta all'ultima ci- 
fra numerica non può affatto rilevarsi. Essendo a- 
dunque l' uno e l'altro incerto egualmente non resta 
che di rivolgersi alle altre righe della leggenda, e ad 
altri argomenti, cercan.do, se quindi può trarsi alcun 
vantaggio. La terza , e la quarta riga par certo do- 
vessero contenere i nomi di coloro, che avevano spe- 
so a costruire ed ornare quel qualunque edifizio, che 
poscia mi argomenterò di determinare. Questi sono 



evidentemente in caso retto, dimostrandolo l' IDEM , 
e'I contesto intero. Dippiù nei tré frammenti a destra 
veggonsi gli avanzi della S, e però si capisce che tra 
il nome e'I cognome non intercedeva nò la L, nèlaF 
precedute dalla sigla del prenome, a segno della con- 
dizione loro civile, o libertina. Quindi rileviamo, che 
nell'ultima linea dovea essere scritto IDEMQ • CV3I, 
e non IDEMQVE-CVM , con che lo spazio delle due 
linee sovrapposte si allungiicrcbbe di troppo per un 
ordinario nome gentile. Aggiugni che dai confronti 
locali è più che probabile , doversi nella hnoa im- 
mediala supplire CAPRASIVS il CAPI dell' avan- 
zo ; per lo quale lo spazio sarebbe opportuno , e 
supposto IDEMQVE assai più largo e tale da rende- 
re improbabile il supplemento. Da tutto ciò nasce , 
che i frammenti si debbano ravvicinare in modo, che 
ci resti lo spazio da tanfo ragionevoli osservazioni ri- 
chiesto. È ancor necessario far notare che i secondi 
nomi cominciano appunto di sotto alle parole TRIB 
POTEST, le quali non potendo essere segmte, se non 
dal consolato, e alla fine da un P P ( Paler Palriae), 
già ne insegnano ad avvertire, che siamo alla seconda 
metà della epigrafe, e però che quattro soli possono 
essere i nomi di coloro , che questa opera de sua pe- 
cunia fecerunt. Ravvicinati convenientemente alle os- 
servazioni fatte i maggiori frammenti , e considerato 
lo spazio, che richiede la scrittura dei due nomi a si- 
nistra si può in generale esser certi, che 1' enigma 
dell'andamento di tutta l'epigrafe è sciolto , e che le 
parti componenti sono cinque linee di scrittura , nel- 
le due prime delle quali si fa la dedica all'Augusto, 
nelle due seguenti si appongono i nomi dei quattro , 
che neir ultima linea ci insegnano di aver costruito , 
e fornito della suppellettile alcuna cosa, di più resone 
pubblico r uso , che è il senso della voce dedicarunt. 
Ma tutte queste notizie acquisiate alla storia hanno 
ancora vaghi confini cronologici , non potendosi da 
ninna delle operazioni già fatte determinare l'Augu- 
sto, se Ottaviano o Tiberio, nei titoli che gli spettano. 
È vero, che il Mommsen ha definito tulio ciò, asse- 
gnando al monumento il 732/5 ; ma ciò non può 
valere ora , che la esatta lettura della epigrafe ha fat- 
to svanire quella unità, cheegliincaulamealedà,sic- 



corno Ii'Ka e (rascriKa da sl- , POTEST. I. Non può 
poi prcsiiincrsi, che questa unità fusse periti, per dan- 
no sofferto dal marmo ; perocché è ben chiaro dal 
colorito iiiiiforinc di tutto questo lato, che è slata ap- 
jiuiilo così trovata nel primo scavo. Tenterò io dini- 
que una nuova via , cercando di a\ vicinare al possi- 
bile questo monumento al tempo , in che potè essere 
collocato nella Basilica ponqieiana. E primieramente 
fo notare die i quattro autori dell' o])era hanno altri 
confionli nelle lapidi pompeiane che ricordano la\oii 
fatti da ministri di Augusto (cf. I.N. n. 2261, 2-202, 
2200, 2270) e che lo stesso numero ci proviene dalle 
lapidi, ove sono ricordati i ministri del pn;;o Augusto 
Felice (cf. /. N. n. 2293), e i ministri della Fortu- 
na Augusta (cf. /. N. 2223, 2225-, 2220). Inoltre 
che tre di loro vi appariscono apertamente liberti , o 

di condizione libertina Pili S • SOG • L • , 

L • IS • • • , CAPI • • • • S • DIOGI • • • • laon- 
de avuto anche riguardo alle altre tavole, ove sono 
nominati soli liberti , libertini , o servi, assai verosi- 
milmente si faià a conchindcre , che la persona • • • 
TUO fosse della condizione medesima di liberto. Ciò 
posto, è naturai cosa , che io metta a riscontro con 
questo avanzo • • • • THO un nome della stossa de- 
sinenza di allro monumento pompeiano, e ciò , che 
è più, scoperto nella Basilica medesima : questo è P. 
STALLIVS -AGATHO, il quale essendo MINISTER 
al 729 donò non si sa qual cosa, D'D, a questo edifizio. 
Se tutte le probabilità sono a favore di costui , io con- 
chiudo , che è assai ragionevole il riferire ai tempi di 
Augusto questo monumento. Perocché soggiugncn- 
dosi cbe quel lavoro , qualunque si fosse , offerto da 
P. Stallio Agatone al 729 erasi rinnovato al 750 , 
senza che ivi si faccia veruna menzione di lui , uopo 
è dedurne , che egli fosse già morto , che , lui vivo , 
non altri, ma egli medesimo lo avrebbe certamente rin- 
novato. Abbiamo adunque quasi circoscritto il tempo 
della lapida, dippiù escluso il pensiere di alcun figlio 
di lui , che sarebbe slato cittadino , siccome regolar- 
mente richiedevasi , e non di condizione libertina ; 
resta ora che ne diamo il supplemento secondo i tem- 
pi. Supponendo la lapida datare dal 732 al 7.')2 non 
può supplirsi che PONTIFICI , avendo dimostrato 



l'Eckhel, che solo da (piest'anno 7.'J2 Augusto assun- 
se il Pontiticato Massimo (l)oclr. Xum.Vet.Vol.VT.p. 
107): varieranno altresì le acclamazioni imperiali, 
che davanti alle potestà tribuniciedoveano essere scol- 
pite, non anniiettendo altro su|iplemcnto lutto lo spazio 
a sinistra. 15en si avverta pei ò , che per 1' uniti tut- 
tavia esistente davanti al COS non può i\i collocarsi 
altra potestà tribunicia, che quella, il numero di cui 
teimini in unità. So poi auoIsì il moiiiniicnto posle- 
liore al 7.'J2, può allora suloammoltcr.ii dopo iK^OS 
XIII la novella appellazione di Padre della Patria data 
ad Augusto dal Senato e dal p.opolo romano nel detto 
7.">2 ( Kckhel op. cil. p. 1 12). Darò qui a modo di e- 
sempio il mio sujiplemento: 

IMP • CAESARI • D • F • AVO • PONTIFICI 
IMP • Vili • TKID • POTEST • VI • COS • XI. 

L'avanzo della linea trasversale, che vedesi nel fram- 
mento ES/ ne stringe a scriver 1) non DIVI ; colla 
quale voce tutto distesa ci dilungheremmo di molto 
da quello spazio che pel confronto del frammento I • 
COS ragionevolmente possiamo supporre anche fra- 
mezzo al numero delle acclamazioni imperiali, edalla 
voce TRIB • Venendo ora ai supplementi dei nomi , 
pel primo ho già stabilito di riconoscei-e P • STAL- 
LIVS • AGATHO , quanto al secondo , che è pale- 
semente di greca origine, ma volto in nome di fimi- 
glia all'uso romano, siccome L • EV.MACIIiVS I-\- 
SCVS (/. .V. 2270), Q. THVLL.WIVS lAXVA- 
RIVS (il nostro Bull. p. 71), è forse unPIIILOXIVS ; 
il nome del patrono SOG finora non può completarsi 
se non col SOGELLIA • ¥X\Sla della Vonosina '/. 
N. 800) , di lezione non ancora ben assicurata dallo 
stesso editore. 

Seguono gli avanzi LN / )) : il cognome mi par 
NASO , che io leggo in graffilo pompeiano darM a 
Fadio , FADIVS NASSO (così); Intorno all'ultimo 
parmi essermi ben apposto a stimarlo CAPRASIVS • 
DIOGENES • Rimane or solo l'ultima linea, che mi 
comincia da un N , e però io son certo , che il suo 
supplemento è TRIBVN • , avverlendo che questi 
frammenti furono scoperti nella Basilica, ove è il Tri- 



_4 - 



hunal di costruzione assai diversa dallo siile greco e 
puro del gionico e corinzio di tutto l'edifizio, diversa 
ancora pel materiale impiegato, che è marmo, men- 
tre nella Basilica i capitelli sono operali in tufo vul- 
canico , e i fusti in mattone ricoperto di stucco. Ma 
il conoscere l' epoca di una parte così nobile dell' in- 
tero ediflzio, che già da sé dava segni certi di prove- 
nire da altra mano , devesi ornai alla retta interpre- 
tazione della lapida , che si può tenere essersi collo- 
cala una volta sul fregio dell' architrave , che era so- 
])rappos(o alle colonne del rr/òu/ioZ; e dare quindi un 
buon fondamento di restauro a sì gentile edifizio pom- 
peiano. 

I quattro liberti non paghi di avere costruito il tri- 
bunale , r ornarono ancora della suppellettile richie- 
sta dall' uso , e ciò signiGcarono colle voci CVM • 
SVIS • ÒììNamenlis. Ciò premesso , l' intero supple- 
mento immaginato da me , potrebbe esporsi così : 

IMP • CAESARI • D • FAVGPOTsTlFICI 

IMP • YIIII • TRIBPOTESTVi COS ÌX 
P • STaLLIVS • AGAThO PHILONIVS? SOGL-^ 
L?FADIVSL?LNASOCAPRASIVSDIOGENES 
TRIBVN • D • SPFlDEMQCVMSVlS ÙRNDED 

Garrucci. 



5. V Augusteum, la curia degli Augustales, il Cltulci- 
dicum, V aedes Forlunae Augmtae. 



Nò polca mancare un Auguslmmaì Pompeiani, che 
.ul Augusto ancor vivo aveano eretto are , e creato 
Sacerdote, e Flamine. Che fosse cominciato ad ono- 
rarsi Augusto con sacritìzii , e voti prima di costru- 
irsi un tempio, od una cappella, par chiaro ; peroc- 
ché vediamo il culto di lui congiunto a quello di 
Mercurio e di Maia. Così nell'Asia il cullo di Milri- 
date , e di Aitalo , ed in Egitto di Tolomeo si uni a 
quello di Dioniso ( C /. p. 419, e u. 4893). Fuori 



di tal supposizione non è agevole dar ragione dei MI- 
nislri Augusti, Mercurii , Maine, delti prima o so- 
lamente Ministri , o Ministri Mercurii , Maiae sulle 
lapidi pompeiane. Secondo ciò la memoria piìi antica 
che si avrebbe dei Ministri Augusti sale al 732, alla 
qual epoca dovea essere di già costruito V Augusteum. 
Questi ministri erano creali dai decurioni , e messi 
al seguito degli edili , incaricali della solennità dei 
Voti publici per la salute dell' Augusto regnante , dai 
quali venivano ingiunte loro delle spese in opere di 
culto , od anche pubbliche , dopo 1' approvazione del 
consiglio decurionale , siccome e' insegnano le lapidi 
pompeiane. Non avendo trovato monumento poste- 
riore al 752 , nel quale si possano riconoscere mi- 
nistri di Mercurio , e di Maia , siamo condotti a cre- 
dere , che i ministri pubblici tolti dal culto di Mer- 
curio e di Maia fossero destinali a quello di Augusto ; 
altrimenti dovremmo dire, che invece di chiamarsi Mi- 
nistri di Augusto , di Mercurio , e di Maia , amas- 
sero meglio di appellarsi soltanto Ministri di Augusto, 
la quale interpretazione, che pare delsig. Mommsen, 
(/. N. p. 461 col. 3) , poco sodisfa ; non vedendosi 
la ragione di sopprimere costantemente il nome di 
Mercurio e di Maia, che troviamo pur congiunto con 
quel di Augusto almeno una sola volta, se erano essi 
tuttavia deputali ad onorare sì l'uno, che gli altri due 
numi più antichi. 

Verso i tempi medesimi , che ci danno i Ministri 
Augusti, i Saccrdoles, e i Flamines, vediamo costru- 
irsi in Pompei il tempio della Fortuna Augusta , e'I 
grandioso edilizio dedicato alla Pietà della Concordia 
Augusta dalla sacerdotessa Eumachia , ed io lo reco 
tutto al nuovo movimento impresso nella Colonia a 
rabbellirsi dal supplemento dei veterani , che si fab- 
bricarono il pago Augusto Felice Suburbano al 747, 
dalla qual' e[)oca data la costruzione dei due Teatri , 
e dell' Anfiteatro , siccome ho dimostrato più avanti 
(an. I. p. 145 s. ). Pare quindi che siasi accesa una 
gara tra i vecchi e i nuo> i coloni di abbellire la ciltà 
di nuovi e splendidi edifizii, la più parte dei quali por- 
tassero in fronte il nome dell'Imperatore, e fossero 
destinali a crescerne l'idolatrico cullo. Tra questi mo- 
numenti pubblici prese il suo posto anche 1' Augu~ 



— 5 - 



sieum, del quale ho qui intrapreso di mostrare l'esi- 
stenza , e di determinarne la fabbrica. 

Io dico adunque , che l' edifìzio detto finora tem- 
pio di Quirino sia stato invece un Aiigufleiiin : e ne 
prendo le prove dall'ara, che vi è collocata nel mezzo. 
Essa è pubblicata nel voi. VI. a tav. LVII. del R. 
Museo Borbonico; ivi pure se ne legge la interpreta- 
zione data dal eh. sig. Cav. Pinati. Nella fionle si 
vede scolpito un sacrifizio di un loro : e già il sacer- 
dote pone r incenso sul fuoco, ove si consumano le 
offerte , intanto che il ministro col maglio s avanza , 
tenendo per la fune la vittima. Or se un sacrifizio 
hosdae maioris ci potrebbe condurre il pensiero ad un 
Giove (v. il Marini Fr. Arv. p. 4G) , ad un Apollo 
(Plut. IMarcel. cf. Homeri II. 1, -'lO, Virg. Aen. Ili , 
119), ad un Nettuno (Virg.l.c), e che so io: la parte 
opposta dell'ara per buona ventura ci toglie d'imba- 
razzo, determinando ottimamente l'alto personaggio 
a cui si prepara questo sacrifizio. Di chi sia simbolo 
la corona di quercia fra due lauri udiamolo da Ovi- 
dio (Metani. 1, 562), che dice: 

Postibus aitguslis eaclcm fidissima custos 
Ante fores slahis, mediamque lueberc quercum. 

(cf. Ovid. IV Fast, 933, Trist. Ili, 1. 39, Plin. II. 
N. XV, 30): e Dione scrive: xcù yàp toVì TàsSaipvocs 
TTpò rwv fixiTiyjiwY cuvrou TrportQsffS'xi , x%\ rò ròv 
(TTiy'xvoy TÒy opciiov V7r\p oivrwY ctpràcrScti ì^^Ti^iij^y] 
(LUI, 16, Reimar. cf. Mou. Aucyr. C. I. col VI, 
lin. 17. segg. ). E qui il eh. collega Minervini sot- 
tentra opportunamente a dimostrare con altro esem- 
pio essere la vidima maior appunto quella , che gli 
Augustali sacrificavano ad Augusto [Jiaìl. Nap. HI, 
103,); laonde altro non rimane che di riconoscere 
quivi un sacrificio fatto ad Augusto, e per conse- 
guenza un'ara sacra al cullo di lui. In un edifizio 
d'indole già molto apertamente sacra, se io trovo una 
iscrizione, un donarlo, comincio a studiarmi di rile- 
vare quindi, se è possibile, l'antica destinazione del 
santuario : ma quando vi trovo l' ara alla quale si fa 
il sacrifizio , e sopra di essa scolpili gli emblemi che 
mi pongono davanti Augusto, non ho affatto più luo- 
go di dubitare, che esso non sia un ^M^?<stfuȓ, ossia 



una cappella oonsecrata al genio maggiore che adu- 
lassero i pazzi pagani coi loro incensi , e colle loro 
vittime. Sarebbe qui pregio della scoperta di dichia- 
rare la condizione del sacerdote, che offre l'incenso, 
e poi abbrucerà le carni del loro al divo Augusto: è 
egli il Flamen Aiujmti , o il Saccrdos Augusti , o più 
veramente 1' Edile incaricato dei voti publici per la 
salute dell' Inqieratore ? Credo sia invece scolpila la 
cerimonia della consecrazione, e che il sacrifizio vi è 
operato dal Pontifex. Ne prendo argomenti) dal lituo 
augurale, che è scolpito sul lato sinistro col manlele, 
e l'acerra thuris; il quale slrumenlo era essenziale al- 
la cerimonia della scelta e della determinazione di un 
luogo, ove avesse ad erigersi un santuario pagano. A 
tal superstizione riferisco i fuor di squadra nella po- 
sizione di questo edifizio. Se ai Duumviri, e agli E- 
dili erano accordali due littori , come ha dimostrato 
Lipsio ( Elect. 1, 23), non è certo che gii Augusta- 
li nelle funzioni del loro grado ne avessero uno , co- 
me stima il eh. Cavedoni (7)«ss. sui littori, Mem. di 
Relig. Stor. Lett. Modena voi. VI). Altrove mi sono 
argomentato dimostrare il contrario coi momnnenli, 
che portano scolpifi due fasci , o due littori coi loro 
fasci, e sono consecrali alla memoria di alcun seviro 
Augustale (Stor. d'Isernia, p. 124, 12!i). La slessa 
cosa vediamo qui, ove se è vero, come ho opinato , 
che sacrifica il Pontifex la prima volta nel giorno 
della dedicazione, sarà ancora dimostrato, che a que- 
sto capo del sacerdozio municipale si concedevano nelle 
sue funzioni i due Ultori. Polrebbe per allio sembrar 
egualmente probabile, che tal cerimonia fosse aflidala 
ad uno degli Edili V"A-S P-P, Votls Augusto Solem- 
nibus Publice Procurandis. Più lar<li furono creati gli 
Augustaìes, e questi ebbero la loro curia o plwlrium, 
che io sfinio essere quell'edifizio, cheèal fianco deslro 
dell' arco sacro a Nerone ; e ne credo ottimo indizio 
il triclinio destinato alle cpìdae ed alle i-isceroliones. 
In esso venivano onoiati di cullo lutti i personaggi 
della famiglia imperiale, tenendovi però il primo po- 
sto Augusto , al cui lato deslro abbiamo trovata la 
statua di Livia in abito di sncerdolessa di lui , ed al 
sinistro Druso il figlio. Stando alle osservazioni gi.ì 
esposte intorno alle antiche escavazioni pralticate ia 



— 6 — 



Pompei sin dai primi tempi, ed al poco dì materiale, 
che dovea aver ingombrato questa parte elevata del- 
la città , sono persuaso, ciie altre statue doveano es- 
sere collocale sui basamenti , dei quali è rimasta 
qualche traccia, a cui corrispondono di numero an- 
che le dodici camerette , nelle quali doveano essere 
riposte le sacre suppellettili appartenenti al culto. 

molto utile a' suoi interessi credette Eumachia fi- 
gliuola di L. Eumachio , e madre di M. Numistrio 
Frontone , sacerdotessa publica, erigere un Calcidico 
dedicandolo alla Pietà della Concordia Augusta, e si- 
milmente M. Tullio un altro tempio eresse alla For- 
tuna Augusta. M. Numistrio Frontone figlio di Eu- 
machia fu duumviro nel 73o, e M. Tullio aveva retto 
il duumvirato la terza volta , quando costruì il tem- 
pio già detto , al ministero del quale stabili sotto la 
dipendenza del magistrato, e con proprie leggi un col- 
legio , del quale ufficiarono i primi nel 737 , sicco- 
me si ha da una lapide trovata ivi , col consolato dì 
Silio, e di Saturnino (/. N. 2223). 

Gakrccci. 



6. J due Teatri. 

È vero, che da* racconti di Pausania, di Plutarco, 
di Snida, e dalle parole di Vilruvio risulta, che \'0- 
(leum era un t&'ttos ^sccr postar fi coperto da un letto ; 
ma ciò non era poi bastante a dichiarare Odei tutti i 
teatri coperti, come si è fatto finora. Per tanto ninno 
di coloro , che ci descrivono i teatri degli antichi ha 
sapulo trarre ancora fruito da un noto passo dì Ter- 
tulliano, donde, se mi ;.ppongo, può dimostrarsi, che 
l'usanza di costruire i teatri coperti era diflusa pei mu- 
nicipìi e per le colonie, a fine di avere all'inverno, ove 
commodamente assistere alle rappresentanze. Video et 
Thcatra, nec singula satis esse, ncc ìiiida: nams ne vel 
hicme voluplas impudica frigeret, primi Lacedaemonii 
odium pacnulam Itidis eoccogitaverunt (Tertul.^;;o?or/.c. 
VI).I1 qual luogo comunque corrotto in parie (1), pure 

(1) È giocoso il commento di llavercanip M'odiutn pacnulam, 
eh' egli coir aiiloriià di un sol codice corregge odium paenulae , 
imagìnando, che Tertulliano « eleganler odium paenulae dicit prò 



assai chiaramente c'insegna, che fu costume di coprire 
i teatri, ne hieme voluplas impudica frigerel: cioè che 
ai tempi di Settimio Severo si rappresentava sì nei teatri 
coperti , come nei teatri senza tetto , né volte : e che 
questi teatri coperti non erano tenuti per feste di mu- 
sica , né per concerti delle rappresentanze , siccome 
gli Odei presso i Greci (Suid. in Lex. v. 'mÌiTov, Schol. 
Arisloph. in Vesp. v. 1109, ed. Diibner), cui l'in- 
dole stessa delle musicali esercitazioni richiedeva, che 
fossero coperti. Io non negherò per tutto questo che 
i primi teatri coperti siano slati appunto gli Odei, la 
origine dei quali Vilruvio fa risalire a Temistocle, e 
la più parte degli storici a Pericle; ma credo l'uso di 
rappresentarsi d'inverno accennato da Tertulliano as- 
sai più conforme al genio romano , che non mostrò 
mai tanta inclinazione alla musica, come il greco. La 
iscrizione del Teatro scoperto ci dice che M. Artorio 
ne fu l'architelto, e che i due Olconii Rufo, e Celere 
costruirono col loro denaro CRYPTAM, TRIBVNA- 
LIA , TIIEATUVM. 

A coloro che leggono questa lapida nasce sponta- 
neamente desiderio di intendere, che cosa sia la cry- 
pla , e i tribunalia qui ricordati : perocché se queste 
sono parli del medesimo edifizio , siccome dei Iribu- 
nalia s'intende da sé, col semplice confronto di ciò , 
che ne scrive Vilruvio ( L. V, e. VII) , e ì commen- 

paenula odiosa, et quìa gravis materia crassa et pondere, et quia 
nova romanis inoribus (Comment. ad hunc loc.j. A toglier di 
mezzo il ridicolo basta rillellere , che odium in mano ai copisti 
equivale ad Odium ( 'iJhuwv ) Odiorum, Odeorum Risulta quindi 
colla ragionevole interpretazione del passo un confronto ben pre- 
gevole e decisivo alla voce pacnula nel senso di 'ìpt-\,i; mpixXi- 
vris, xai xuTuvr-fig, iixinv xai fxijj.'rifi.a Trjs (JatTiXix^s tfxr/vris 
(Plnlarch. in Pericle, Paus. in Att. 20, 31, Siebelis). Non entro 
qui garante di Tertulliano che attribuisce ai Lacedemoni ciò, che 
altri agli Ateniesi, la prima costruzione degli Odei, più che altri 
non faccia di Vilruvio, che dice Temistocle, e non Pericle il pri- 
mo costruttore di essi; solo dico, che con taln correzione deH'odmn» 
io vedo chiaro il senso di Tertulliano. Non siete paghi, die' egli ai 
pagani , di un solo teatro nelle città vostre , ne fabbricate due , 
UDO nudum, l'altro non nudum, ma tectum: perocché i Lacede- 
moni i primi inventarono i teatri coperti, Odeorum pacnulam lu- 
dis cxcogilaverunl (cf. TECTVM PORTICVS CVM SVIS COLV- 
MNIS ET PAENVL • DVARVS ET ■ OPERE ■ TECTORIO in lapida 
di Aosta, Creili /. Lai. 3284). Stazio colla medesima frase che 
Tertulliano , ha scritto : Et geminam molem nudi tectique Thea- 
tri (Silv. ni, V, 91 ;. 



— 7 

taloii di Siictonio ( in Aiig. -ì 4 ) , e della cnjpla , col 
paragone dei luoghi , ove è lolla nel senso di cryplo- 
jmrlìcus, come in Sucfoiiio stesso (Suet. inCalig. 58), 
e ncU'edifizio di Eumacliia ([ili in Pompei ; so (|ueslc, 
dico , sono parli del medesimo odili/io , perchè non 
era sufficiente il solo vocaholo TIIEATRVM? Vera- 
mente senio anch' io la difficoltà di uu fraseggio tanto 
singolare , osservo per altro , che in un' epigrafe si- 
milmente pompeiana, si legge CIIALCIUICVM, CllY- 
PTAM, PORTIGVS nominarsi insieme, memhra an- 
ch' essi di un solo edifizio. Or quando la fai)brica di 
Eumachia è un Cluilciilicum , e questo composto di 
non allro, che della crypla,e dei j'oilims, che valeva 
il dire, che essa ha fatto costruire la cnjpta e iporii- 
cus col Chalcidicum ? non bastava di aver detto Citai- 
cidicum? Che se si vuole averla qui descritta per ])rtr- 
tes, nominando Clialcidicum, Cnjpiam, Porlicus; non 
si dovrà adunque condannare gli Olconii, i quali pa- 
rimenti hanno scritto, Theatrum, Cnjptam, Trihuna- 
lia. Credo perciò che Tliealrum sia il nome dell' edi- 
fizio, e mi par men male di scusare una verbosilà forse 
non inopportuna a mettere meglio in veduta le utilità 
di fabbriche costruite coi migliori commodi possibili, 
che di slimare con altri il r/(a/c/(/<VHm parie della fab- 
brica. A slimarlo nome di un edilizio concorrono le 
iscrizioni , ove si nomina tra le fabbriche costruile il 
Clialcidicum cwn suis oniameniis ( v. la mia storia d'I- 
sernia p. 91) e Curiam et coniinens ci Chalcidicum 
dell' Index rerum geslarum di Augusto. Garrucci. 

7. Dell' edifizia detto Triibùs, e rfe//a voce Cùmbenniùs. 

I dotti , che quasi imiversalmenle ora convengono 
intorno alla interpretazione delle epigrali osche , non 
hanno determinato ancor nulla del significato delle 
voci Triibùs, e Cùmbenniùs. Dirò quel che me ne 
sembra. Pompei , come il reslo della nazione osca si 
reggeva a Repubblica verso gli ullimi tempi. È da un 
pezzo , che vado osservando Ira gli Osci , e i Greci , 
segnatamente Dori , grandi analogie. Io credo , che 
per loro costituzione il popolo si dividesse in tribìi , 
che queste presedessero alle decisioni successivamente 
nel corso dell' anno. Per conseguenza io scorgo nel 



nome Cilmhcnniù^ il nome della tribù , che decreta 
r impiego del denaro lasciato alla Repubblica da Adi- 
rano , siccome in altro raonuinenlo pur pompeiano 
Tiiinpararrith è a parer mio nome di allra Iribù. Se 
Vcrcia si è bene spiegalo Rcspublica, e Scnatiìs equi- 
vale al Ialino Scnatus, ci non resta allro ripiego, che 
(pieslo per spiegare che cosa sia il Cùmbenniùs, e '1 
Trimbaracciùi^, che decretano in cose piibbliclic. 

La trcbùs osca io credo nome del luogo , ove era 
convocala la tribù , e veggo nel pilastrino di pietra , 
coi gradini collocato rimpello alla porta di questo edi- 
fizio il basamento del pulpito , finito certamente e 
coperto di sopra da opera di legno , ove 1' oratore 
proponeva all'assemblea, che di sotto ai portici Io 
ascollava. GAriRccci. 

8. Tempio di Mercurio e Maia. 

Se Mercurio e Maia ebbero ministri in Pompei, non 
doveva loro mancare un tempio : ma dove lo cerche- 
remo? Ninno per quanto so, vi ha finora pensalo, 
e mollo meno , che il tempio di Mercurio e di Maia 
potesse riputarsi quello , che comunemente credo- 
no di Venere, e che sfa sulla sinistra del foro , dopo 
la basilica. Ma che questo debba stimarsi , me lo fa 
credere un enorme |3aXavGC, che io ritrovo in un an- 
golo della cella a sinistra. Di monumenti antichi che 
ricordino il cullo congiunto di Mercurio e Maia io 
non ne conosco fuori di Pompei cIì(> uno , il Calen- 
dario Venosino. Al "ionio sedici di MaL^^io si Ie"f'e 
XVII • FMERGVR iMAIAE (il Merkel corregge ID- 
M* p.L.); e l'Oielli ha torto di avere interpretato 1/er- 
curii Mariae ffìliij nalalii {Coli, hifcr. Lnt. p.il'i.T. 
II. ) ; né avveri!, che nel mese appunto di Magjzio si 
sacrificò a Mercurio ed a Maia come ne avvisa Ma- 
crobio; Hoc mense mercalores omnes Maiac pariter 
Mercurioqiic sacrifìcant [Sidurn. 1, e. 12. cf. Meikel 
ad Ovid. fast. CLXXXII. ). Dal qual passo diiMacio- 
bio avremo imparalo ancora la ragione potissima di 
un culto cosi singolare in Pompei. 

Che cosa fosse Pompei una volli! prima di meritare 
la denominazione e i dritti di città, 1' ho accennalo fin 
da principio ragionando della probabile significazione 



— 8 — 



del nome sulla scorta di Strabene. Posto adunque, 
ohe questo fosse un luogo centrale di commercio, 
egli è ancora spiegato per l' autorità di Macrobio co- 
me vi fosse celebre il culto di Mercurio e di Maia; 
alle quali due divinità i Mercalores, per lo appunto 
raccomandavano la buona riuscita dei loro trafGchi. 
Della dea Maia non ci parla finora verun monu- 
mento , ma né di Mercurio, se non le iscrizioni, che 
abbiamo dei ministri di ambedue : ma se la dea Maia 
è la stessa cosa, che la Dea Terra, siccome opinava- 
no alcuni con Labeone : A/finnant quidam , quihus 
Cornelìus Laheo consenih , liane Maiam, cui mense 
maio res divina celehralur , (erram esse ; e se le sigle 
T. D. V. S. di una lapida votiva trovata appunto in 
questo tempio molto probabilmente sì spiegano Tel- 
luri Deae, Voto Soluto, avremo un argomento di 
più in conferma, che questo è il tempio di Mercurio, 
e di Maia , Biòóv ffVfxfìoMoov , cioè onorati allo slesso 
altare , e coi medesimi sacrificii. Garrccci. 

9. Si è rinvenuto finora alcuna cosa di cristiana 
credenza in Pompei ? 

A dar una giusta risposta a tal domanda conver- 
rebbe aver atteso a tutto ciò che si è finora disotter- 
rato in Pompei : ma niun può rispondere delie sco- 
perte antecedenti, cioè di tutti i particolari , fino alle 
iscrizioni graffite si numerose in tutte le pareti, la cui 
impoilanza è stata finora con tanto danno quasi del 
tutto inavvertita. Manca l'esame delle suppellettili, delle 
quali molla parte è ammassala nei magazzini, manca 
la lettura del giornale degli scavi , donde si potrebbe 
almeno avere una imperfetta descrizione di essi. Non 
v'ha poi un esalto registro di tutte le leggende parie- 
tarie dipinte a pennello , che non basterebbe neanche 
di aver copiale dai primi intonachi ; costando a me 
per esperienza , che caduti questi , altre epigrafi sot- 
toposte sono venute a luce , non copiate affatto da ve- 
runo prima di me , e lo ha dimostrato anche la sco- 
perta, che vi ho fatta dell'intera leggenda ORO VOS 



FACIATIS , e posso aggiungere , che tutta quasi 
quella via mi ha dato leggende nuove, e di non me- 
diocre utilità , siccome appare da quel frutto che ne 
ho tratto nell'articolo intorno aWAmhulazione di Pom- 
pei. Dopo tale protesta , dico , che io son ben sicuro 
esservi stati Cristiani in Pompei, siccome non poteva 
mancarvi un numero di Ebrei in luogo si centrale di 
commercio. Preveggo ancora, che si potrà avere più 
luce in tale quistione, quando perverrassi alle parti 
della città più ignobili, e verso il Sarno, ove, avreb- 
ber dovuto abitare gU Ebrei, ai quali gli Apostoli re- 
cavano ordinariamente la buona novella, e per loro 
mezzo anche ai proseliti, onde si propagava fra gentili 
la notizia della redenzione. Ilo letto su di una parete 
in lettere greche alcuni nomi evidentemente orientali, 
ed asiatici si, che possono convenire anche ad Ebre', 
come Meroah: ed Ebrei credo indicati nella voce VER- 
PVS , che leggesi in un programma rLOLLIV'M D.. 
VERPVS ROGAI, che confronto ad un'epigrafe di- 
pinta: lAMDOCVI FELICES VEaPI(cf.Iuven. Sat. 
XIV, V. 99, 104 e lo scoliaste. Marziale VII, ep. 8t 
XI, ep. 93. ) ; e paragono al fullo , allo studiosus, al 
pislor, che, come ho detto più avanti, hanno la forza 
di plurale. Attenderemo adunque che gli scavi si ri- 
volgano a quelle ultime parti di Pompei per vedere, 
se questa conghiettura è felice. 

Una lucerna , che gli Ercolanesi dicono scoperta 
in Pompei nel giorno ultimo di gennaio del 1756 
{Antichità di Ercolano p. 2191) e il giornale uffiziale 
agli 11 gennaio di quest'anno ( Fiorelli , Docum. O- 
rigin. degli scavi di Pompei voi. 1 col. 50) , è cri- 
stiana senz' alcun dubbio, ma del quarto secolo; onde 
non fa luogo recarla a soluzione del quesito. Gli Er- 
colanesi , che non si avvidero dell' epoca , diedero 
una dichiarazione poco esatta, fliilluaudo tra* le croci 
cristiane , e le cosi delle croci ansate degli Egiziani , 
colle quali non è da cercarsi confronto in quesie nostre 
terre. Deve esser quindi riposta tra le suppellettili dei 
cavatori del secoloquarto; che siccome abbiamo di so*- 

pra avvertito , in tutti i tempi cercarono Pompei. 

Garkucci. 



P. Raffakle Garrccci d.c.d.g. 
Giuuo MiNEKViM — Editori, 



Tipografia di Giuseppe Cutaneo, 



BULLETimO ARCnEOLOfilCO MPOLITA^O. 



NUOVA SERIE 



iV." 26. (2. dell' anno IL) 



Luglio 1853. 



Notizia de più racemi scavi di Pompei — Sul vaso di 67/sse Acanlhoplex: da lettera del eh. sig. cav. Wtìchcr 
al sig. Giulio Minervini. — Giunta all'articolo precedente. — Delle Monete attribuite a Palatium, o Pala- 
cium della Sabina, o dell' Umbria che dir si voglia. 



Notizia de' pili recenti scavi di Pompei. 

Cominciamo dal riferire i differenli programmi 
scrini all' esterno de' muri degli edifizii esposti alla 
strada , che mena alla porta Slabiana ; ove si prose- 
gue con alacrità la scavazione. 

Sono essi i seguenti : 

1 . P • VED • • • • Forse ha relazione al P. Vedio 
Nummiano, di cui è menzione in altri programmi nella 
medesima strada (v. questo bull. an. I.p. S9 e 71). 

2. PAQVIVM 
. 3. SILLIVM 

MAGNVM II V • I 
D 0^ 
4. HOLCONIVM 

IIV I • D • LIGNARI 



IVVENEM • EGREG 

Non è la prima volta che la corporazione de' Ugnarli 
si vegga raccomandare qualche personaggio al suf- 
fragio degli elettori : così troviamo i lignari plostrari, 
che domandano alla edilità .Varce/Zo in altro program- 
ma da molto tempo conosciuto (cf. questo ballettino 
an. I. p. 150). Il programma di Olconio è segnato 
di nero; ma vedesi frammisto all'altro seguente scritto 
di rosso , ed anche in parte perduto : 

5. POSTVMIVM 

POPIDIVM • AED • CVM 
ROG 

Più importante si è una iscrizione , che leggesi dir 
piota di rosso sulla tegola sottoposta ad uno di quei 
falli di terracotta , che non poche volte ritrovammo 

AANO 11. 



presso le abitazioni pompeiane. Il fallo è abassorilie 
vo dipinto di rosso in campo azzurro. 

La epigrafe è la seguente 

VBI • ME • IVVAT • ASIDO 
Notevole è la ortografìa di quest'ultima voce, nella 
quale io riconosco adoperala una sola sibilante invece 
di due. Certamente lo scrittore pompeiano segnò A- 
SIDO invece di ASSIDO. Non è raro trovar nelle 
iscrizioni una sola consonante in luogo di due ; il che 
dovrà per avventura attribuirsi a particolare pronun- 
zia : e propriamente 1' S incontrasi mancante non una 
volta sola nel nome SVCE.SVS , ed in altre simili 
voci. È stalo notato da' grammatici che il verbo ad- 
sido in se contiene il significato di movimento, quasi 
di correre a trattenersi. Questa intelligenza appunto 
va mollo hene applicata alla pompejana iscrizione, la 
quale, a mio giudizio, messa in raj)porloconunpria- 
pico simbolo, dimostra che si accenni ad una casa di 
dissolutezza; e ci porge un valido argomento per giu- 
dicare il fallo presso alcune delle ponipejane case es- 
sere destinato ad indicare lo sconcio e turpe costume 
di quelle abitazioni. 

Volendosi dalla Direzione degli Scavi pratticareun 
taglio per incanalare le acque a poca distanza dalla 
porta Slabiana , si è incontrata una lava vulcanica. 
Questo strato di lava vesuviana è sottopo.slo all' an- 
tica strada Slabiana circa palmi quattro, i quali sono 
occupati da un masso di terra , sul quale si distende 
il lastricato. Si è finora verificala 1' altezza di questo 
strato vulcanico sino a palmi cinque e mezzo , ma 
non si è pervenuto a misurarne tutta la profondità. 
Sin da molto tempo addietro si ha notizia di simili 



10 — 



strati di pietra nera vetrificata ; ed io mi contenterò 
di citare la notizia comunicata all' architetto Aviano 
da Francesco Antonio Picchiatti, e riportata dal Bian- 
chini ( ist. univ. p. 246 seg. ). Queste tracce di anti- 
che eruzioni , precedenti alla catastrofe pompejana , 
ci additano donde fosse tratto il materiale delie tante 
vie lastricate da pietra vesuviana , della quale in tem- 
pi remoti aver dovettero i Pompejani le cave nel re- 
cioto stesso della città. La eruzione , alla quale è do- 
vuto lo strato di lava novellamente scoperto , prece- 
dette la ricostruzione delia strada di Stabia, alla quale 
si trova immediatamente sottoposta. Non saprei se fosse 
appunto quella la circostanza, in cui fu necessario rifare 
la strada Slabiana, la Pompejana, la Giovia, e quell'al- 
tra che coll'inesplicalo \ocaho\o Dekkviarim viene nella 
famosa lapida viaria osca denominata. La rifazione di 
ben quattro strade non potrà probabilmente attribuirsi 
che ad un particolare avvenimento il quale le abbia 
danneggiate. Tal sarebbe una vulcanica eruzione, con 
tronchi di lava , che rendano le vie impraticabili. In 
questa ipotesi , ove ad alcuno sembrasse plausibile , 
si vedrebbe forse confermata la mia spiegazione deli' 
ultima parte della citata epigrafe osca , in quanto alla 
restaurazione delle strade fdenuupsemj , e non già alla 
primitiva costruzione fuupsemj : alla quale idea fum- 
mo allora condotti , per credere poco probabile la 
formazione di tutto un novello sistema di strade, trac- 
ciato ed eseguito contemporaneamente e sotto i me- 
desimi edili. 

Comunque sia di queste nostre vedute, che abbiamo 
sviluppate in una memoria letta alla Reale Accademia 
Ercolanese sopra queste più recenti scavazioni ; pas- 
siamo a dar la notizia di un più interessante ritrova- 
mento , che ebbe luogo verso gli ultimi giorni dello 
scorso mese di giugno. Proseguendosi il disterro al 
principio di una strada perpendicolare alla Stabiana, e 
che sembra far continuazione con l'altra pubblica via, 
che discende dal Foro civile, furono rinvenuti due pie- 
distalli ad una certa distanza fra loro , ed addossati a 
due pilastri di mattoni, su' quali si veggono le tracce 
de' soliti programmi scritti di rosso. Presso uno di 
essi scorgesi la terra rimossa, per modo che si appa- 
lesa essere stata in quel silo anticamente frugala. Di 



fatti sul piedestallo di fabbrica , spogh'ato delle lastre 
di marmo, che in origine lo rivestivano , non si vede 
la statua , la quale certamente vi poggiava ; e solo si 
è fra le terre raccolta in quelle vicinanze una testa mu- 
liebre di mediocre lavoro che appartenne per avven- 
tura alla statua del piedestallo , già precedentemente 
sottratta. Più interessante è l' altro piedestallo , mo- 
strandosi perfettamente conservato. É questo rivestito 
da lastre di bianco marmo. La parte superiore è co- 
stituita da un più grosso pezzo di marmo con scor- 
niciature : ed a questo si sovrappone un dado egual- 
mente di marmo , ma di più piccole dimensioni, sul 
quale poggiava una statua colossale della medesima 
pietra , alla circa otto palmi, che fu rinvenuta abbat- 
tuta sotto grandi massi di lufodiNocera.La parte an- 
teriore del piedestallo, volta verso il Foro , presenta 
una latina iscrizione, della quale parleremo fra poco. 
La statua , della quale ho detto , è di mollo accu- 
rato lavoro: soltanto la testa, separatamente eseguita 
sin dall'antico, mostra minor sapere artistico, e mi- 
nor diligenza , che lutto il rimanente della scultura ; 
e lo stesso ci sembra delle braccia, delle quali il dritto 
è saldato sulla spalla con perno di ferro , ed il sini- 
stro nel gomito. Una delle gambe è addossata ad un 
forte tronco di albero di marmo, da cui parte un più 
sottile ramo a sostegno altresì dell'altra gamba. Il si- 
nistro braccio è abbassato, e vedesi nella mano al dito 
anulare un grosso anello senza particolare suggello. Il 
destro braccio è sollevato ; manca però la mano, per 
modo che ci lascia nella incrtezza se avesse qualche 
armatura, o altro oggetto qualunque: non disperiamo 
però di veder quanto prima compiuta per questa parte 
la statua , proseguendosi in quel sito lo scavo ; giac- 
che è pur venuto fuori il lobo dell'orecchio sinistro, 
che fu posteriormente ritrovato : se pure non sia av- 
venuto che quella mano fu anticamente ritrovata , 
quando frugossi la terra circostante all' altro piede- 
stallo, siccome innanzi dicemmo. Assai complicalo è 
il vestimento di questo personaggio. Vedesi una tuni- 
ca sottoposta ad una lorica fregiata di svariali orna- 
menti, e finalmente una specie di clamide sospesa ar- 
tisticamente alle braccia : i calzari compiono l' abbi- 
giiamento. 



— 11 



I fregi della lorica sono degni di particolare atten- 
zione : nel sito corrispondente agli omeri è scolpilo a 
bassorilievo un fulmine d'ambi i lati: dalla parte po- 
steriore due lacinie vengono a congiugnersi al torace 
per mezzo di un doppio nastro : uno de' quali è fer- 
mato ad un anello pendente alla lacinia stessa, e l'altro 
ad una lesta di leone sporgente dal torace. Nel mezzo 
del petto è ima grande testa di Medusa con lingua pro- 
minente , e con un nodo di due serpenti die si avvi- 
ticchiano sotto il mento. Più indù veggousi due alati 
mostri (Grifi) con teste di pantera da cui sporgono 
grandi corna, e con corpo di leone, i quali sollevano 
simmetricamente una zampa sopra una specie di can- 
delabretto , che offre in cima una fiammella accesa. 
Sotto è una capricciosa ramificazione , al cui mezzo 
è sottoposta una grande palmetta. AU'esIrcmo infe- 
riore della corazza pender si mira un triplice ordine 
di fimbrie a forma di squame : in ognuna di queste 
scorgonsi diverse scollure a bassorilievo. Nel primo 
ordine appajono fra loro alternate tre leste virili e 
barbate e quattro teste muliebri: le prime sopraslanno 
ad una palmella rovesciata, le cui foglie si mostrano 
concave nella parte superiore, e convesse nella infe- 
riore; le altre, cioè le muliebri, stanno al di sopra pa- 
rimenti di palmette rovesciate, le cui foglie hanno la 
opposta conformazione. Delle due squame estreme , 
che conqjiono il numero di nove , quella a sinistra è 
liscia senza alcuna scoltura, quella a destra presenta 
una testa femminile di fronte. 

Nel secondo ordine costituito egualmenle di nove 
squame, vcggonsi fra loro alternati due diversi orna- 
menti : il primo è formato di due teste di montone 
rivolte ad opposte direzioni , ed al di sotto fra esse 
nna palmetta: questo si ripete tre volte: il secondo si 
compone di due teste di elefante similmente disposte 
in contrarie direzioni , e di una palmetta: questo ri- 
pelesi quattro volte. Le due estreme lacinie non ci 
offrono che una sola testa di montone di più grandi 
dimensioni. 

Il terzo ordine di squame solo in parie visibile non 
presenta che una specie di caulicolo più volle ripe- 
tuto. Dalla premessa descrizione, nella mancanza di un 
esalto disegno , potrà di leggieri rilevarsi la impor- 



tanza della novella statua. Ma di un'altra particolarità 
far deggio menzione ; ed è che in tulio il lavoro veg- 
gonsi tuttavia le tracce de' colori, i quali erano ancor 
più visibili al momento della scoperta: ed è utile ser- 
barne diligente memoria , perchè non islarà mollo e 
si perderà qualunque vestigio di dipintura all' azione 
dell'aria atmosferica. 

La testa mostrasi di un uomo di avanzala età alle 
rughe incavate nel marmo fralle ciglia e presso le 
tempia ; ma oltre a questo lavoro di scultore , se ne 
accresceva lo spicco col colore de' capelli in gran parte 
conservato , dell'iride, e delle ciglia, che si veggon'j 
ancora. Mi è stalo riferito che nel momenlo dello scavo, 
a cui assisteva il eh. signor Principe di San Giorgio, 
era talmente visibile la lìnta della carnagione sul volto, 
nelle braccia, nelle gambe, che dava quasi la idea di 
un uomo vivente [ùultosto che di una statua. La tu- 
nica sottoposta è bianca, ma orlata di un giallo mean- 
dro, con Hneetta ripetuta nel mezzo di ogni suo com- 
partimento dipinta di azzurro: questo meandro è quasi 
interamente distrullo. Poche tracce restano del rosso 
colore che tutta risaltar faceva la clamide ; ma assai 
più della nera tinta de' calzari. Sulla corazza non è 
vestigio alcuno di colori. Il tronco al suolo era dipinto 
di verde , che ora più non appare. 

Sicché la nostra pompejana statua è un altro no- 
tevole esempio della scoltura policroma, che sappiamo 
essersi dagli antichi adoperata. 

Il costume di dipingere le auliche statue fu in tempi 
remoti pratlicato da' Greci. Platone ricorda ol tols 
(xv^fi%\r%ì ypoiJ^OYrsi ( de Rep. IV p. 420 ) : Plutarco 
rammenta essere in Atene iyay^jLxrwY syxcti'ffrai , 
xix] xpfo'"''''^'' •«'*' fiy.'^iìi [de Glor. Aihen. § VI, t. 
Ili , p. 93 ed. Hutlen. ) ; e che la medesima pratlica 
si esercitasse in Roma rilevasi da una greca iscrizione 
di un certo Afrodisio, che vien detto xy %Xix'ji.r ot^oiqs 
iyxrnLiffry,i (Weicker Syll. ep. gr. p. 163). Né diver- 
samente intender si dee dell' opera prestata da Nicla 
alle marmoree statue di Prassitele. 

Non pochi monumenti vennero a confermar questo 
fatto, e già molte discussioni ebbero luogo a tal pro- 
posito ; alle quali presero parte il Winckelmann . il 
Visconti, Quatremère de Quiucy , il Muller , l' Her- 



— là — 



mano, il Raoul-Roclietfe, ed altri sino al sig. Giorgio 
Scharf, che ne ragionò ultimamenle nel Miiseum of 
Qassical Aniiquilks, che vede la luce in Londra per 
le cure del signor Eduardo Falkener. 

Mi piace qui soltanto di osservare che le scavazioni 
di Ercolano e di Pompei ci fornirono i più belli esem- 
pli di un tal costume. La Palladc Promachos di Er- 
colano conserva ancora le tracce della dipintura ; eia 
famosa statua di Diana della medesima provenienza 
offriva agli occhi di Winckelmann e de' suoi contem- 
poranei dorature e colori nella carnagione, nella chio- 
ma, e nelle vesti. Non meno fertili di simili ritrova- 
menti furono le scavazioni pompejane; e siamo sicuri 
che diligentemente esaminandosi gli oggetti al mo- 
mento in cui sono scoperti non tarderanno a molti- 
plicarsi gli esempli della scultura policroma , anche 
nelle statue di marmo. 

La celebre statua d' Iside offre in molti punti le 
tracce di doratura , siccome venne osservato dal no- 
stro collega cav. Finali ; e probabilmente era in ori- 
gine dipinta. Tutti ricordiamo le statuette venute fuori 
nel 1845 dallo scavo pratlicato alla presenza degli 
scienziati italiani : mostravansi esse di marmo di|)into. 
Ora la statua colossale novellamente scoperta è un al- 
tro notevolissimo esempio del costume , a cui accen- 
niamo , neir epoca Augustea. 

Senza fermarmi piìi oltre su di una particolarità , 
che non riesce nuova a' cultori dell' archeologia , ri- 
sponderò ad una domanda che sorge spontanea dopo 
il fin qui detto : chi fu mai il personaggio rappresen- 
tato nella statua pompejana ? 

Basta a darne piena contezza la iscrizione , che si 
legge in fronte al piedistallo , eh' è la seguente 

M . HOLCONIO . M . F . RVFO • 
TRIB . MIL . A . POPVL . IT . VIR . I . D . V 
QVINQ . ITER • 
AVGVSTl . GAESARIS . SACERD • 
PATRONO . COLONIAE 



ladini, costruì insieme con Olconio Celere il teatro sco- 
perto. Nella citata dissertazione da me letta alla Reale 
Accademia Ercolanese, ho raccoltele varie memorie, 
che ci restano di questo benemerito magistrato: e col 
confronto delle varie iscrizioni , nelle quali è nomi- 
nato, ho stabilito che l'epoca in cui fu messa ad DI'-: 
conio la statua, fu di parecchi anni posteriore al 752^ 
e non potè probabilmente oltrepassare il 767. > 

È certamente in allusione al grado militare di 01-: 
conio, che vedesi la sua mimagine rappresent;ita sotto; 
le militari divise, abbenchè in eroica armatura. L'a-; 
nello era forse in origine dipinto ad oro ; giacché è 
risaputo che dalla differenza del più nobile metallo , 
distinguevansi i tribuni dal resto de' soldati (Slewech. 
ad Vegel. 1. 2 cap. 7 p. 77). La ricca corazza, di che 
vedesi adorno il magistrato pompejano , e che offre 
ornamenti molto somiglianti ad altre loriche distaine 
imperatorie, dovrà attribuirsi alle eroiche forme, sotto 
le quali fu Olconio effigiato. E la diversità dello stile, 
osservabilissima fra la testa e le braccia , e tutto il 
rimanente della statua , potrebbe farci pensare che 
fosse stata in onore di Olconio eretta una statua pre- 
cedentemente lavorala da greco scalpello , e rappre- 
sentante un personaggio diverso , forse greco ; a cui 
fu sostituita la testa di colui , che volevasi onorare. 
Ma di queste cose , e delle varie magistrature di Ol- 
conio , e specialmente del titolo (rib. a populo , par- 
leremo nella suddetta memoria accademica ; non es- 
sendo questo il luogo di lunghe discussioni. 

Quello che vogliamo soltanto aggiugnere si è che 
que' grandi massi di tufo diNocera additano aver esi-: 
stilo in quel luogo una particolare costruzione, della 
quale speriamo in seguilo di ulterioii scavazioni poter 
fra breve annunziare Io scoprimento. 

fconiinuaj Mineuvini. 



Sul vaso di Ulisse Acanlhoplex : da lettera del eh. 
Sig. cav. Wclckcr al Sig. Giulio Minervini. 



I punti sono triangolari. 
Abbiamo dunque la statua di quel M. Olconio Rufo, 
A quale fra le altre largizioni prodigale a' suoi concia 



É interessante quel che mi scrive sopra un vaso 
pubblicato già dal d' Hancarville ed ultimamente da 
me nel terzo volume dei miei Monumenti antichi 



13 — 



(p. 489), e credulo da me Irasportato in Ingliilleira 
colla seconda collezione Haniilloiiiana, che lia formalo 
il fondamento di quella , ora dispersa , di Tommaso 
Hope in Londra. Dice che « ora ba vedalo queslo vaso, 
e poiché era lulto ricoverlo di vernice, ne fece togliere 
questo inulile velo ed ha esaminalo diligcnlemcnle il 
dipinto ». Fece poi la scoperta di nomi ascrilli alle (re 
figure, e sono KAJM . . PIX presso il navigante col re- 
mo, che io ho nominato Ulisse Acanthopkx ; presso il 
compagno con l'ancora la epigrafe AAlMOii e final- 
mente presso la donna sullo scoglio nf)\TlA. Quanto 
a quell'oggetto della forma di pastinaca (rpc^wv), os- 
serva « che è costituito di lince graffile in una parti- 
colare maniera e non da tratti di pittura ». Quel che 
m'importa è che la pastinaca esiste sul vaso come nel 
disegno , datone dal d' Ilancarville , ed esiste senza 
dubbio nella bocca di un uccello , volante appunto 
sopra la testa del da me credulo Ulisse , perchè Ella 
ne avrebbe fatta menzione , se fosse allrimenle. La 
pastinaca in bocca di un uccello, sopra la testa di un 
navigante è la cosa caratteristica in questa pittura, da 
cui dipende tutta la spiegazione. Ora che sia fatta col 
pennello o in graffilo , questo non fa dilTerenza , e si 
sarà preferita quest'altra maniera, perchè in linee 
graffile si poteva esprimere più distintamente e più 
durevolmente un oggetto di quella forma e di quella 
piccolezza. Ella vuol sapere da me , se que' nomi 
appoggino la mia spiegazione, e domandala mia opi- 
nione sulle conseguenze di questa novità e sulla spie- 
gazione della scena, messa in rapporto colle iscrizioni. 
Non esito io a dire di si , che il Kcii/.;xofts è lo stesso 
deWAcanlhopkx, e che quel nuovo nome conferma la 
conghietlura fatta da me, venti anni sono. Ma volgendo 
il foglio della Sua lettera , ho veduto che quell' idea 
che mi venne nel leggerne la prima pagina , fu con- 
cepita pure da Lei. Le sue parole sono queste : « I 
nomi delle figure sono significativi , non proprii ; e 
forse il KAMOPIi; quasi KAMMOPIS allude alla 
violenta morte di Ulisse ». Non mi resta dunque altro 
che di aggiugnere parecchi argomenti in conferma di 
questa sua opinione. 

E prima di tuli' allro voglio osservare che KAM- 
MOPIS , eolla liquida doppia in mezzo , si può ri- 



guardare come autentico , in quanto Ella mclle due 
ptmli , rappresentanti due lettere mancanti, KAM..» 
Pli). Kot/x.u'^P'S come sia diventato cognome di Ulisse, 
non è oscuro. Leggiamo nell'Odissea che lo chiamano 
così Telemaco, xìTtoy-ròv x«';i/xopov (II, 3ai), e nel- 
r incontro stesso Calipso, KafA.aop; iAr\ ixoi Ìt'Iy^oC^^ 
St'fio ( V , 1 00 ) , Leucotea , K%ix:xr,[.s , tiVts rot 
wh UoTiiòoLcoY X. r. X (V,339), l'ombra della sua 
madre, ùj ixoi r-xvoy s'j.ór, '!np\ 'Tt'Mrwy x'/txixopi ^w-. 
Twv (XI,.215) , e Minerva, T/Vr' a.ur' lypTjiffj/s , 
'Try.yTcoY ttì;/ zouxiaoùì ^corù/y (XX, 33). Non è dub- 
bia la significazione del composto ;fctTaV<>fo? (.\rcad. 
de accenl. p. 71 ,28) , xv.rix'-.po?, mutalo in xxaix-jpos 
(Hesych. xacrfAopo?, ^u(Trr\yos), contratto in xo/x.'xopos, 
come xxrx ix\y in xà!xix)y nella Odissea (XX, 2). Dalla 
voce ixoTfv., presa in senso buono si fa yjxfxozos, òCixoic,o;, 
privo di fortuna , ed al contrario xxraix'-jf-^s significa 
soggetto alla mala sorte, come xxrxtxsixTrros , xxrcx'- 
f^ox^sf, xxrxi'ijiixo?, o piuttosto infelice, col rinforza- 
mento della preposizione , come in x%rixy^u/Xoi, x(x.~ 
TaX«|3po; , xxriffxyos , xr/nuos , x(».roCìr\koi , xxrx- 
^pvjxoi, e molli altri vocaboli simili: e sbagliano i Gram- 
malici che derivano da x%;£Or, come lo Scoliaste di Ni- 
candro [Alcxijjharm. 41 xxxoj (xo^m iyxifujv usandosi 
il vocabolo in quel luogo in senso attivo), e come pare 
anche lo Scoliaste di Omero [Odys.Y, 1 60), ed Ilesichio 
(v. x-xixix'jQ^i e xxjxixofiMy). L'epiteto Omerico di Ulisse, 
a tulli nolo e presente , per la mutazione dell'ultima sil- 
laba ha preso il carattere di cognome fisso. La termina- 
zione in li , frequentissima nei nomi contraili come 
Avjis, \v<jici.s , Ay/f, 'Ayix?, usitata anche invece di 
4, come ópxs, opK§, e invecedir)?, come in A/avo' ^a- 
qti, "AttìXXh (in una iscrizione di Alene, pubblicala 
dairOsannp. 330), non di rado occorre anche accanto 
a quella in oì. Esempi ne sono MoXttos e MokTrii , 
AxiXTTos e AxixTTii , <I>opxos e <ì>ópixii (il poeta Sira- 
cusano), 'A^x^^afxos e in una medaglia di Mililene 
'Apx/5ocfx;s (Mionnet III p. 200, Denkscbr. derMùu- 
chner Akad. 1813 p. 40). 

Se poi Le sembrasse cosa strana o capriccio singo- 
lare che si sia ricercalo un nuovo nome da commu- 
tarsi col vecchio e comune di Ulisse , dirò che deve 
essere stata piuttosto usanza assaifrequcnlefrai pittori 



— 14 — 



di servirsi , invece dei nomi propri degli Eroi ed Id- 
dìi , di epiteti o cognomi caratteristici , non troppo 
comuni, sempre con rapporto stretto all' atto ed al 
momeuto rappresentato. Ho raccolto degli esempi di 
questo costume, presi tutti da vasi dipinti, nel volume 
già citato dei miei Monumenti antichi p. 331,e sono 
'A'>Jci'iJi7.xos, scritto sopra di Ercole combattente con 
Apolline e sopra di Teseo vincitore di Procruste, K«X- 
"kt'xs e KocXXi^TjO'SL'ì , per indicare le stesso Teseo , 
rinomalo per la sua beltà, Kv.Xmttoì e KaX/vpogct per 
Erifile, U'xyciu^' per Argo, p. 376 "Aygfosper Tideo, 
p. 323 MrjXxoS ed 'AXxos per Marsia ed Apolline. 
Cbe se vuol riflettere adesso sulla pittura in quislione, 
osserverà che 1' epitelo di y.%ixfxops non poteva mai 
essere diretto piìi a posta ad Ulisse che nel momento 
in cui , dopo le ultime sue avventure, arrivato final- 
mente salvo alla sponda dell' isola sua nativa , suc- 
combe, come se fosse al colpo di una punta di strale, 
al pungiglione di un pesce, che lo ferisce nel cascare 
dalla bocca di un uccello altivolante. 

11 secondo nome IIONTIA è chiaramente quello di 
una dea marina qualunque , come Nettuno è detto ó 
nótTios da Pindaro, come il Glauco di Antedone avea 
il cognome di Ponlio. Questa dea deve considerarsi co- 
me la prolettrice dell'eroe; e il motivo di apporla non 
può essere stato altro per l'artista che di far risorgere 
di più la sciagura straordinaria di Ulisse, che salvato 
dai perigli del mare ed avvicinato al lido stesso , è 
destinato a trapassare in un modo inaudito , unico , 
affinchè sia adempito un vetusto oracolo oscuro. Questi 
due nomi essendo chiari ed indubitabili , suppongo 
che anche il terzo nome della terza persona rappre- 
sentala, quello del compagno che getta l'ancora, ab- 
bia la sua significazione. Ma non indovino cosa voglia 
dire AAIMOS , e non sono certo , se queste lettere 
siano veramente da leggersi sul vaso. 

Resta una difiìcollà che non è sfuggita alla Sua at- 
tenzione , una circostanza strana sì, ma che con è di 
natura a travolgere l' insieme della spiegazione. Sono 
imberbi i due naviganti entrambi , forniti per altro 
del 7r/>.(ov , che anch' esso come insegna di Ulisse, è 
tanto raro nei vasi dipinti quanto è frequente in altre 
c)à$»i di monumenti. Quella barba liscia fa una ecce- 



zione più rara ancora e che sorprende più nell'Ulisse 
Acanthoplex che non farebbe in diverse altre scene 
che rappresentano Ulisse. Se sia nascosta in questa 
particolarità qualche intenzione speziale , di questo 
forse si potrebbe giudicare, se ci fosse conservata una 
delle tragedie che trattarono degli ultimi fatti di Ulis- 
se , più romanzeschi dell' antica poesia epica ; o nel 
manco di riflessione dell'artista di un'epoca posteriore, 
che imitava delle pitture di una migliore età. 

Cav. Welcker. 



Giunta all' ariicolo precedente. 



I lettori del buUettino ricordano che il vaso, di cui 
è parola nell' articolo del dottissimo Sig. cav. Wel- 
cker, è lo stesso che dissi ritrovarsi ora in potere dei 
Signori Porcinari in Napoli (vedi bull. areh. nap. an. 
1 p. 144). Allorché ne diedi quella prima notizia, 
non aveva ancora ripulito il vaso dalla vernice , che 
tutto lo ricopriva : perciò non mi venne fatto di leg-i 
gere che una sola delle iscrizioni. Posteriormente ho 
potuto rettificare quella stessa iscrizione, e leggere le 
altre due comparse presso le rimanenti figure: e sono 
appunto tali quali si leggono nell' articolo del cav. 
Welcker. Solo in quanto alla terza AAIM05^ , della 
quale il sommo uomo sembra dubitare, posso accer- 
tare che da me ripetutamente osservala non presenta 
altre forme che quelle sopra riferile. Cbe se vogliamo 
supporre errata la parola AAIMO^ ne' due primi ele- 
menti ( ed è ben conosciuto che simili sbagli non sono 
rari nelle iscrizioni de' vasi dipinti ) può con proba- 
bilità ritenersi che volle a quel mariuajo attribuirsi il 
nome significativo AAlM02v. Così tutte le figure sa- 
rebbero denominate da un epiteto conveniente al sog- 
getto cfligiato nel vaso. Sottopongo questa mia con- 
ghiettura al giudizio dello stesso dottissimo cavalier 
Welcker. 

MlXERVINI. 



— IS — 



Delle Monete attribuile a Palalìtim, o Palachtm della 
Sabina , o dell' Umbria cìie dir si voglia. 

II disegno e la descrizione della monela, clieil Sc- 
slini attribuiva da prima a Palantia della Spagna , e 
poscia col Sanclemente egli restituì a Pahuium delia 
Sabina , ovvero dell' Umbria , e cbe trovasi or ripro- 
dotta nelle tavole del Carelli (lab. XIl, SJ , voglionsi 
rettificare giusta il seguente tratto di una lettera del 
eh. Borgliesi al signor Gennarelli , die la pubblicò 
nella sua dissertazione della Moneta primitiva dell' I- 
talia antica (p. 33-36). 

« La medaglia , cbe ora sì attribuisce al Palacium 
dei Sabini , o degli Umbri cbe sia , è di rame e di 
grandezza 4 '/, della scala del Mionnet , e grossa e 
gruppila , quale suole essere quella cbe il Capranesi 
ha ora restituito a Caiatia f Annali dell' Insl. T. XII, 
tav. agg. P, 5.J. Mostra da un lato la testa di Vulca- 
no rivolta a dritta , coperta del solito pileo , dietro 
cui sporgono le tanaglie , senza leggenda. Campeggia 
dall' altro una maschera di fronte , senza collo , con 
ampia bocca aperta , da ciascun lato della quale na- 
scono due grandi ale , cbe finiscono in un riccio, con 
due tenie serpeggianti, che si annodano sotto il mento. 
L'epigrafe è disposta in giro, ma con lettera dalla 
parte esterna. — La medaglia , cbe io ne ho conser- 
vatissima , mostra apertamente S, PALACINV. Fer- 
matane per tal modo finalmente la lezione , ella ne 
conformerà la fatta aggiudicazione; giacché la termi- 
nazione PALACINV è identica colle vicine AQ VINO, 
AISERNINO , CAIATINO , e simili , salva la sosti- 
tuzione all' O , che gli Umbri non avevano , dell' V 
con cui lo rimpiazzavano » (I). 

Uff anno appresso il lodato signor Conte Borghesi 
mi favoriva la descrizione di un' altra moneta di Pa- 
lacium, posseduta in allora dalla chiara memoria del 
Millingen , con gentile sua lettera in data de' 21 Di- 
cembre del 1843. « La medaglia di Palalium (son 
sue parole) , di cui il Millingen mandommi un zolfo, 
è di rame , e della stessa grandezza dell'altra cono- 

- (1) PALACINV potrebbe anche credersi cos» scritto in vece di 
PALACINVS, siccome aLBINV per ALBINVS ne' denari» di D. Bruto 
fv. Ca\edoni, Sagffio, p. 173, Wìt. 86}, 



scinta , ma un poco meno grossa. Mostra nel diritto, 
senza epigrafe , una testa di donna a destra , cbe di- 
reste di Roma , avendo la stessa fisonomia , lo stesso 
monile di perle , ed essendo anch' essa galcata , se 
troppo diversa non fosse la forma dell' elmo. La vi- 
siera sendira terminare in una lesta di aquila , o di 
altro uccello ; ed il fianco , invece di avere la solita 
ala , è tutto occupato da un grifo accosciato ed alato. 
Nel rovescio entro una corona Icggesi per traverso , 
come neir onciale di Ostilio Tubulo (Morelli, famil. 
Ilosiilia, n. 5.J, chiarissimamente f^AU; e cosi sol- 
tanto vi ha Ietto il Millingen ; ma esanu'uandolo at- 
tentamente con una buona lente , vi trovo lo spazio, 
e come parmi anche le vestigia di due righe, che po- 

trebberò ben dire .iki-.-^- Suppongo che tarderà po- 
co a pubblicarla con altre sue , scrivendomi di aver 
fatto venire da Roma un disegnatore a tal uopo ». 

Lo stesso 31illingen , in data de' G Giugno 1843 , 
scriveami da Firenze : « La mia medaglia di Palantia 
(sic) non ha che le lettere P.AU dentro una corona , 
ma la testa pare essere quella di un animale chimerico, 
del carattere di quella veduta di prospetto sulla mo- 
neta Sestiniana. Questi simboli mostruosi si vedono 
sulle monete di Signia , e sulle consolari e le fami- 
gliari Romane ». Egli inviavami nello stesso tempo 
il disegno , che qui diamo (t. I, fig. 1 .) di quella sua 
rara moneta, segnalo col num. 13, probabilmente 
perchè era quosta la tredicesima delle 30 medaglie 
auliche , eh' egli stava allora preparando per la stam- 
pa; e fin dal di 12 Maggio del detto anno mi avea 
scritto : « sto ora proparando un saggio di circa 30 
monete Greche inedite , ove sono delle cose mollo 
rare ; e che farò stampare a Londra. I rami erano 
già pronti fino dall'anno passato; ma non sono rima- 
sto contento dei torchi di Parigi ». La morte sua, av- 
venuta non mollo dopo, ne privò di quell'ultimo pre- 
gevole suo lavoro ; e chi sa mai che avvenisse delle 
tavole e della illustrazione di quelle insigni 30 sue 
medaglie ? Sembra peraltro, che il dotto numografo 
Inglese negli ubimi anni dell' avanzala sua età avesse 
perduto alcun poco della primiera sua perspicacia e 
accuratezza ; e ch'egli per mero abbaglio, fors' anche 



-16-^ 



della visla affievolita , non riescisse a leggere intera 
l'epigrafe, e confondesse la protome d'augello, ov- 
vero di drago alato , che sovrasta all' elmo della testa 
feminile galeata nel ritto della nuova sua moneta di 
Palaciiiin con la maschera alata del riverso dell'altra 
moneta della città medesima edita un cinquant' anni 
prima dal Sestini. 

Ora mi giovi proporre alcuni riscontri e conghiet- 
ture intorno alle sovra descritte rare e curiose meda- 
glie. Il Sesliui indicò un luogo classico di Dionisio 
d' Alicarnasso fAul. Rom. I, 4-i) , che attenendosi ai 
libri delle antichità di Varrone, pone Palalium, Ua.- 
XoVfOK , fra le città primitive degli Aborigini , verso 
i gioghi degli Apennini , alla distanza di 25 stadii da 
Reale della Sabina. E con lui consuona Varrone stesso 
scrivendo intorno all'origine del colle Palatino di Ro- 
ma (L. L. V, 53): tcrtiae rcgionh (collh) Palalium, 
quod Palanùeis ciini Eaandro venerimi, ani quod Pa- 
latini Aborigines ex agro Reatino , qui appcilatur Pa- 
ìatium , ibi consederunt. Analogo si è il nome di 
VHRiRn di un bronzo osco delle vicinanze di Lan- 
ciano , che a parere del eh. Mommsen fUnlerltal. 
dial. p. 469, taf. VIH, 1 ) parrebbe lo stesso che il 
Pallammi della tavola Peutingeriana, situato Ira An- 
xanum ed Hislonium. 

11 ritto della prima delle due monete di Palacium 
confronta con quello di una rarissima monetuccia di 
rame attribuita dal Seguin alle famiglie Romane Sla- 
tia e Trcbonia fcf. Morelli, fam. Slatia, n. II. J. Il 
tipo della testa del dio del fuoco Vulcano, riferir po- 
trebbesi ai monti Ceraunii della Sabina (Dionys. Ila- 
lic. Ani. Rom. I, H) , ovvero a qualche terreno ar- 
dente di quelle montuose contrade , giacché rcpm/ur 
apud auclorcs, in agro Sabino et Sidicino unctum fla- 
grare lapidem {P\ia. II, 111 ). 

La maschera a bocca spalancala, fornita di tenie , 
e talora con pedo pastorale o tirso al disotto (Sestini, 
Deicr. num. vel. p. ^J , sembra appellare alle feste 
paganiche agresti solile celebrarsi da' prischi abitatori 
di quelle contrade (Virgil. Georg. II, 385): 



Necnon Ausonii, Troia gens missa, coloni 
Versibus incomlis ludunl risuque soluto , 
Oraqiie corticibus sumunt horrenda cavalis , 
Et te. Bacche, vocant, per carmina laela, tibique 
Oscilla ex alla suspendunl mollia pinu. 

La larva della moneta Palacina, di aspetto orrendo , 
forse è fornita di tenie per mostrare che andava so- 
spesa ai rami di un pino o d'altro arbore. La parti- 
colarità poi delle ale attorcigliate all' insù , di che è 
ella fornita , non saprei ben dire , se alluder possa a 
quell'arbore dell'India , la cui foglia alas avium imi^ 
tatur , e che avea nome faìa fPlin. XII. l'i). Né fa- 
rebbe in ciò diflicoltà la distanza grande dell' India 
dalla Sabina , sapendosi come la umile città Caspcrula 
della Sabina dicevasi a Baclris nomina ducens[Sì\ias, 
Vili, 416: cf. Servius ad Aen. Vili. 638J. 

La galea della testa feminile in sul ritto dell' altra 
moneta di Palacium , riguardando al disegno , che 
me ne trasmise il Millingen , mi parve ornata nel 
sommo di una protome di dragone alato , che pro- 
tenda il capo con bocca aperta , in atto di metter ter- 
rore coir irato suo sibilo: e cotale attributo convenir 
potrebbe si a Roma come a Pallade fcf. Eckhel, (.VII. 
p. 320 J. La corona poi di quercia glandifera , con 
entro il nome PAUACINV, probabilmente vuoisi ri- 
ferire alle origini Arcadiche de' prmii abitatori sì del 
Palalium di Roma come dell' agro Realino di simil 
nome fWavro, L. L. V, 53 J ; poiché gli Arcadi pri- 
mitivi in ispccie dicevansi ghiandivori, (i%koi.rr](^xyof 
('Pausan. Vili, 42, 4) , e dal loro Pallanleum cre- 
devasi denominato quello di Roma e della Sabina 
(^Virgil. Aen. Vili , SiJ. QueWa corona peraltro , 
consistente di due rami di quercia forniti delle loro 
ghiande , può tuli' insieme accennare alla fertilità dei 
monti della Sabina , che oltre le uve e le olive da- 
vano grande copia di ghiande , (òctXa.vóy fi ix^iptt 
■TToWV (Strab. V, 228). 

C. Cavudoni. 



P. Raffaele GAnnncci d.c.d.g. 
Giulio Minervim — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Catànbo. 



BILIETTINO ARCHEOLOGICO NAPOLITANO. 



NUOVA SERIE 



iV." 27. (3. deiranno II.) 



Agosto 1853. 



Cullo della Venere in Pompei. — Come fu inlerrala Pompei. — Escamzioni di tempi diversi in Pompei. — // P trsi- 
lypoN di Mezia Edom mi lago Sabatino. — Giunta all'articolo il tribunale della Baailicapompeiana (piando, 
e da chi costruito. — Sul programma pompeiano di Giulia Felice. — Osservazioni all' articolo precedente. 



Culto della Venere in Pompei. 

Se le colonie prendevano talvolta un appellativo 
dalla divinila, che aveva ivi maggior culto, ecosìSa- 
lona denominossi Martia , (Orelli 218), e Squillace 
Minervia (id. 13C); la Venere dovrà dirsi la princi- 
pal dea dei Pompeiani, perocché Pompei prende da 
lei l'appellazione di COLonia VENe?'i« COKnelia. 
Toglie poi il secondo nome dal dittatore, o dal nipo- 
te P. Cornelio Siila, che fu incaricalo da lui della de- 
duzione, come i Ligures trasportati nel territorio tau- 
rasino dai Consoli Cornelio, e Bebio, si denominaro- 
no Ligures Corneliani et Baehiani ( v. le mie monu- 
menta Reip. Lig. Baeb.), e Narbone si soprannominò 
Marcius da L. Marcio Re (Zumpt, Camm. Epigr. 
p. 313). 

Non si può asserire, se questa Venus ottenesse il 
primo culto tra i Pompeiani ancora oschi , o se vi 
fosse consecrata dalla colonia militare di Siila: comun- 
que ciò sia , ella vi fu onorata sotto l'appellativo di 
Venus Phjsica, e così singolare, e tanto celebre, che 
indi ne ottenne il sopranomc di Pompeiana, col qual 
solo distintivo caratteristico vedesi iu Pompei mede- 
sima talvolta indicala , senza l' altro aggiunto. 

Leggesi così detta nella epigrafe a pennello solfo 
un dipinto gladiatorio alle spalle del tempio suo me- 
desimo, ABIAVENERE POMPEIIANAIRATAM- 
QVI • HOC • LAESAERIT pubblicata da altri , ma 
che io qui ripeto sulla mia lezione, ed in una grafTi- 
ta sulla parete a destra della vielta , che è tramezzo ai 
due teatri ed esce sulla strada , che va alla porta sta- 
biana. L' ha pubblicata il sig. Fiorelli nel proemio 
A.syo li. 



alle illustrazioni del giornale degli Scavi di Pompei 
a p. VII , e ne ho data la mia lezione ancor io nelle 
Iscrizioni Antiche di Salerno p. 1 8. Se è cosi , ben 
polca dirsi Pompi-i Veneris sedes, siccome Ercolano, 
locus hcrculeo nomine danis, da IMnrziale (IV, \\). Il 
qual classico luogo non trovo che alcun commenta- 
tore 6nora , nò altro scrittore delle cose pompeiane 
abbia preso in questo suo verissimo senso. Tulli ci di- 
cono, come il Rosini, che quel ]\'neris sedcs è inteso 
da Marziale de tota orientali plaga amocnissimaquam 
Veneris sedem Martialis rite appeUat (Diss.Isag.p.OS); 
ove ciò fosse, Pompei non avrebbe meritato neanche 
un lamento fra le dolorose noie del patetico epigram- 
ma , ove pur si piange Ercolano : 

Hic est pampineis viridis modo Vesvius umbris : 
Presserai ime madidos nobili? uva laeus. 

Haec iuga, quam Nisae colles plus lìncehusamavit: 
Hoc nuper Satyri monte dcdcre choros. 

Haec Veneris sedcs , Lacedaemonc gratior illi ; 
Hic locus Hercuko nomine clarus erat. 

Cuncta iaccnt flnmmis et tristi mersa favilla , 
Nec superi vellenl hoc licuisse sibi. 

Alla Venere Preside di Pompei non polca manca- 
re nò tempio , né sacerdotessa , né devoli consacrati 
al cullo di lei. Il tempio mi par certo sia quello, che 
è a capo del forum , nel luogo più elevalo , e lo ar- 
gomento dal posto medesimo, dove è costruito. Che, 
se ho ben provalo essere la Venere Fisica la prima- 
ria deità fra gì' Iddìi adorati nella pagana Pompei; 
non può ragionevolmenle tenersi che cedesse altrui 
il primo seggio , neanche al padre Giove. A questo 
altri die quel monumento , ma, oltre alle ragioni al- 

3 



— 18 — 



legate , ninno ha rappresentalo finora a se medesi- 
mo , che gli ordini di architettura sono il ionico , ed 
il corinzio , alla maestà di tal nume non appropriali. 
La sacerdotessa poi , ed i Vencrii , e le Veneriac mi 
provengono dalle epigrafi scolpite in marmo, dipinte, 
o grafBle sulle pareli. 

Garrucci. 

Come fu interrala Pompei. 

La narrazione del nuovo incendio di questo Vul- 
cano e le circostanze dell' interrimenlo di quelle cillà, 
che erano poste alloruo alle sue radici dalla parte di 
mezzo giorno, e di ponente, sono note a tulli i lettori 
delle due epistole , la decima sesta, e la vigesima, che 
Plinio scrive a Tacito (libro sesto). Contro di una te- 
stimonianza così autentica, che viene inoltre corrobo- 
rata da tutti gli scrittori, che parlano di questo avve- 
nimento , levossi già Carmine Lippi , ed in un libro 
che divulgò nel 1816 col titolo «fu il fuoco o l'acqua 
che sotterrò Pompei ed Ercolano » sostenne la sco- 
perta, che Pompei era stata sepolta e sotterrala da un' 
alluvione. 

La condanna dell'Accademia, che lo aveva sentilo 
dispulare su tale obiello per sei anni, non tolse, chela 
opinione di Lippi avesse seguaci anche non volgari. Ma 
se le ragioni del Lippi e de' suoi aderenti sono quel- 
le, che allega il eh. sig. prof. Scacchi in una disserta- 
zioncella inserita già dall'Avellino al 1843 nel suo 
Bullellino Archeologico p. 42, segg. , io stupisco col 
sig. professore e della durala , e del seguito ; stupisco 
altresì , che senza nuove ragioni vi abbia ancora chi 
tenga col Lippi. 

Perocché senza essere uè gran geologo, né gran fi- 
sico , ognuno sa distinguere i terreni di alluvione da 
uno strato di lapillo, nella composizione del quale non 
entra aflìilto alcuno di quegli elementi, che sono altri- 
menti indispensabili alla natura degli strati alluvionali. 
Inoltre per qiial legge il lorrenie impetuoso , che si 
finge calato dal Vesuvio, sarebbe salilo sulla collina, 
ove sedeva Pompei , portando avanti a se la materia 
che occorreva a tale effetto , senza dilatarsi , ed em- 
pire i bassi fondi pei quali necessariamente dovea pas- 



sare ? ( Veggasi ciò che osserva il Rosini Diss. Isag. 
p. 71 in fine). 

Tulli sanno distinguere i depositi delle correnti ra- 
pide da quelli , che vengon prodotti dal corso tran- 
quillo ; questi sono sempre orizzontali, per lo contrario 
i primi sogliono avere una struttura di accumoli suc- 
cessivi a maniera di scarpa , originali da rughe tras- 
versali che si van facendo sui fondi, per gli ostacoli 
che oppongono i materiali diversi , che trasporta seco 
la corrente. La doppia stratificazione di lapillo , e di 
cenere addosso alle mura di Pompei , è in posizione 
assai obliqua, ed a seconda dell'andamento della col- 
lina sottoposta : onde si domanda, come un'alluvione 
può recar seco queste due materie, depositandole l'una 
sopra dell' altra senza confonderle , ed impastarle in 
una sola massa fangosa ; nella quale torbiera ogni ra- 
gione dimostra, che le pomici avrebbero dovuto pren- 
dere il posto superiore come disgregale, e galleggianti, 
sapendosi, che anche i sassi di gran mole sono sospe- 
si sui torrenti fangosi. Dipoi , niuna corrente può 
produrre quel grado d' inclinazione che hanno i due 
strati: inoltre , la giacitura dei piani inclinati suppor- 
rebbe la valle , che passa Ira mezzo il Vesuvio , e la 
collinetta di Pompei, sott'acqua , e le ceneri ed il la- 
pillo non più provenieutidal Vesuvio, ma invece dalla 
cima della collinetta pompeiana ; nel qual unico caso 
le materie che si precipitano a piedi dei colli tagliati 
a picco e percossi dalle acque sogliono pigliare una 
superficie inclinata , sebbene con base assai larga. 

Gli avversarli invece suppongono, che un torrente 
rovinosamente calando dal Vesuvio possa passare sul 
piano valletta, che giace tra le radici del monte, e 
la collinetta ove è Pompei ; che possa salire detta col- 
liuella trasportando seco quell'enorme materiale; che 
quivi respinta la corrente impetuosa dall'ostacolo delle 
mura faccia il suo deposito nel senso inclinato della 
collina, e prima di lapillo, poi di cenere sopra di esso; 
mentre il pelo superiore dell'acqua con esso i lapilli 
vincendo l' altezza della muraglia entra ad inondar 
Pompei, e sepellirlo nel lapillo che porta seco; sup- 
posizioni come ognuno vede assai strane e prodigiose, 
siccome tulle affatto contrarie alle leggi le più certe, 
ed immutabili di fisica , di geologia, e di idraulica, e 



— 19 — 

con tanta evidenza , che non fa luogo di spendervi ove era Stabia , non alirinientl clic sogliono le grandi- 

più tempo attorno. ni , e le nevi , su quei (lancili e fra quelle spaccature 

Adunque venendo in quella vece a dimostrare, come si elevarono ad un' altezza smisurata di oltre a ([ua- 

possa essere accaduto tutto ciò, che pur vediamo, ranta piedi; di mano in mano cadendo sopra Stabia, 

fa piacere , che le mie esperienze si abbiano nel rac- e Pompei vi crebbero in modo da accecare le uscite 

conto di Plinio una scorta , e dirò di più , una stoiica dalle stanze negli atrii : Scd area ex qua diacta adì- 

spiegazione. Tutte le piogge cadano verlicalmonle, e balur ita iam cincre viLvlisque pumicibus opiilclasur- 

solo si obliquano dalla forza dei venti : non sarebbe rexerat , ul si lomjior in cubiculo mora esset , exilus 

quindi da cercare nò lapilli nò cenere, nò scorie fuori negaretur (Plin. L. e). Sub dio rursus, quamquam le- 

del perimetro , a che può naturalmente distendersi viitm cresorumque pumicum casus metucbalur, ccrci- 

perdendo la forza d'impulso quel materiale, che dal calia capilibus imposila linicis comtringunl ; idmuni- 

cratere venne spinto in aria in forma di colonna. Nii- mcntum adcersus decidenlia fuil. Le mura di Pompei 

bes oriebalur, dice Plinio, cujus simililudinem et far- ri\olle al Vesuvio, e tutto quel pendio di collina veg- 

mam non alia magis arbor , quam pinus expresserit. gonsi in prima coperte di uno strato obliquo di po- 

Nam longissimo vchu truncoclatainallum,quibmdam mici, portale là a rompere loro contro dalla forza 

ramis difjundcbalur ; credo quia recenti spiritu cvecla, del vento; e però dall'andamento del luOj:o hanno 

deinde senescente co destituta , aut etiam pondere suo preso questa inclinazione. 

vieta, in lalitudincm cvanescebat (ep. XVI). Or nella Alquanto più tardi e dopo levalo il sole di (picslo 
spaventosa eruzione del 79 spirava un vento gagliar- secondo giorno cessala la caduta della pomice , a cui 
dissimo, siccome riferisce Plinio, e il più opportuno andava mista ancora molla cenere: Plin. Iam na- 
a chi da Miseno faceva vela incontro a quella parte vibus cinis inciderai quo propius accederei calidior et 
del nostro cratere, ove un tempo fu Stabia, ora è dcnsior; iam pumiccs etiam, nigrique, et ambusli , et 
Castellamare , contrario poi a chi voleva tenere un fracti igne lapides : la bocca aperta dal vulcano co- 
cammino opposto: (Pomponius) sarcinas contulcral in miuciò ad eruttare immense colonne di cenere che 
naves certus fugae, si conlrarius ventus resedisset , quo trasportate egualmente dal vento elevarono un secon- 
tmcavuncidusmeussecundissimofcratJinveclus{\.c.){l). do strato d'interrimento sopra le città di Pompei e 
Perlocchè quel primo giorno la normale direzione di Stabia , e poiché venivano in nuvoli calde , e pre- 
delle materie eruttate era sopra Pompei e Slabia , e gne di eleltricilà, e di sviluppi gizosi, che Plinio chia- 
sopra il piccolo seno di mare, luoghi tutti posti a maflammacflammarumquepraenunciusodorsulphuris 
mezzodì del monte Vesuvio. (l. e.) , il zio ne fu sulfocalo sul lido di Slabia, ed iu 
Le prime materie sollevate in alto dalla esplosione Pompei si appiccò fuoco alla più parte delle case. K 
del Vulcano furono senza dubbio le pomici; perocché frequentissimo ora !o scoprir segni di abbruciamenlo 
queste come tutte le materie pomicee e scoriacee esi- sulle pareti, ove i mo!)i!i di legno avvampando, vc- 
slevano di già sul cratere, siccome prodotto di fusio- diamo i gialli delle stanze cangiarsi ad altezze diverse, 
ni mollo anteriori, e facilmente sottomarine, ope- ed in figure assai varie, in quel colore appunto, che sj 
rate dal fuoco. Cosi di falli il primo strato che può ottiene ancor da noi dd giallo coli' opera del fuoco, 
riferirsi a questa eruzione è composto tutto di pomici, e che si chiama però nelle officine, giallo abbrucialo. 
di piccoli frammenti di calcarea, di ciottoli trachitici. Le travi , le porle, gli stipili prendono forma di car- 
e di conglobali di materie terrose, escoriacee. Quesli bone abbruciandosi lenlamcule di sotto alla mole del 
immensi ammassi sospinti violenlemcnie in allo, ed;d lapillo , e delle ceneri. 

vento in gran parte diretti verso le roccie opposte, Queste cose accadevano in Pompei ed iu Slabia, e 

quelli che non avevano potuto camparsi colla fugavi 

(I) Malamente si appone U Resini a sliotórlo >cmo meridionale > , . . „,,(![•„.,.,,; ,i,,: „., „ ,K_ 

( Disseri. isag p. 7ì ) furouo spenti dalle cfala/iom solloiaali un ^az, e aa 



20 — 



gli inccndii : ma iu Ercolano che era posta a ponente 
del Vi'suvio pochi sono gli scheletri , perchè il pri- 
irio giorno la più parte dei cittadini potè sottrarsi a 
Innta ruina. I! giorno seguente dopo levalo il sole con- 
vien dire , che mutasse il vento , poiché conta Pli- 
nio , che immensi nuvoli di cenere si avvanzavano 
contro r isola di Capri , e sopra Miseuo : Ab altero 
latore nuhes atra elhorrenda ignei spiritm, tortisvibra- 
ti^que discursibus rupia in longas flammarum figuras 
dchiscebal , fttlguribiis illae el simiks et inaiores erant: 
uec midlo post illa nubcs descendere in terras, operire 
ìnaria ; cinxerat Capreas ci absconderal , Miseni quod 
procnrrit , absttderat. lam cinis, adirne lamen rariis, 
re:<picio , dema caligo lergis imminebal, quae nos , tor- 
rentis modo infusa tcrrae , sequcbatur : nox non qualis 
itiunis et nuhila, sed qualis in locis clausis luminc ex- 
tincto. Pauluhtm illuxit , quod non dies nobis, sed ad- 
ventanlis ignis indicium vidchalur. Et ignis quidem lon- 
gius suhslilit , lenebrae rursus , cinis rursus mullus et 
gravis : lume identidem assurgentes excutiebamus, operli 
alioqui , atque etiam oblisi pondere essemus : tandem 
illa caligo tenuata in fumum nebulamve decessit [ji. 
20 >. Tanta copia di cenere spinta fin sopra Miscno e 
Capri piovve assai più abbondante sopra Ercolano, e 
tutta la sepellì accumulandovi sopra un banco altissi- 
mo di 84 a 120 palmi, dal Teatro verso il mare, ove 
la piccola città dechinava. 

Cogli incendii vulcanici o poco dopo sogliono ca- 
dCTe pioggie copiose di acqua , e l'autunno di questo 
anno declinava ornai all'inverno {Diss. Isag. ep. 67). 
Inoltre il vento di scirocco levatosi il secondo giorno 
ne indurrebbe a crederlo: ma Plinio nulla ne scrive, 
anzi pare che ne persuada del contrario. Perocché 
raccontando della morte del zio dice, che i servi 
trovarono il corpo di lui al giorno lerao della sua 
morte il'Iaesum , opertumque nt fuerat indutus: Ubi 
dies reddilms, is ab eo quem novissime vid'Cral l-erlius, 
corpus inventum esl integrum , illa<;sum , operlwinque 
ut fuerat indutus: habitus corporis quiescenti quam 
defuncto similior (ep, 16); lo che ben s'intende, non 
essendo in quella spiaggia caduta che poca cenere, 
quando sopra Pompei tanto più vicina al luogo della 
esplosione appena cinque palmi ne veggiamo. 

Or supposta una procelia diluviosa, «.-gli è indubi- 



tato, che tanta quantità di pomici disgregate e leggie- 
re , trasportata giù dai luoghi in pendio, avrebbe do- 
vuto tutto involgere e coprire il corpo di Plinio , e 
forse anche trasportarlo, e almeno scomporlo, (pian- 
do invece fu trovato integrum, illaesum, opertumque 
ed habitu corporis quiescenti similior. 

Parmi quindi che quei primi giorni passassero senza 
pioggia ; cosi ebbe agio l' incendio di carbonizzare ii 
legno ove si era appreso , e sopravvenendo la piog- 
gia, sarehbesi per fermo in alcun luogo spento, onde 
ora dovrebbe essere facile il trovare indizii di tal ge- 
nere. Per lo contrario , dovunque si va cavando , di 
sotto al lapillo e fin sopra il pavimento nelle parti più 
basse della città appare carbone. 

Che la più parte dei tetti e delle impalcature fos- 
sero comprese dall'incendio lo dimostrano i segni 
quasi generali del fuoco. Rari di fatti sono quei tetti 
che si trovino tuttavia al loro posto : ma perchè vi 
perdurassero fu mestieri che gli strali di lapillo , e 
di cenere penetrassero nelle case, e si elevassero riem- 
piendo tutto il vuoto fin di sotto al tetto ; e ciò com- 
pirono poscia le piogge. Queste trasportarono qua il 
lapillo , là le ceneri , e l' uno e l' altro insieme con- 
fusi svariatamente , ove , e come loro si apriva l'adi- 
to, e più nelle parti della città situate in declivio, non 
bastando certo nelle parti elevate e poste in piano la 
copia del lapillo nò della cenere caduta ad invadere 
e coprire fino ai tetti le case. Il Rosini riferisce che 
il lapillo in Pompei, certo in quei luoghi che non 
sono in declivio, sale fino ai nove palmi, e sopra del 
lapillo per altri cinque palmi la cenere: ma con 14 
palmi di cenere e di lapillo non si arriva a coprire le 
case neanche di un sol piano. Ben parmi di poi av- 
venuto che rivolgendosi a novella coltivazione tutto 
quei suolo , i coloni venissero demolendo a poco a 
poco gì' ingombri delle pareli sorgenti fuori del pia- 
no; onde accade, che sol tenui avanzi degli apparta- 
menti superiori s' incontrano. 

Garrccci. 

Escavazioni di tempi diversi in Pompei. 

Quanta parte di Pompei , ed in che tempo si ster- 
rò prima del 1748 non può dirsi con sicurezza. Dalle 



— 21 — 



notizie che diligenlemonle ne raccolse il eli. Caslaldi, 
{Della Reale Accademia Ercolanese , p. 2o scg. ) ri- 
sulta , che almeno il forum cogli edilìzii pubblici cir- 
circostanti , e così l'anQteatro e i due (eatri fosse ri- 
masto sempre semisepollo , e perciò ivi gli scavi si 
fossero operali dagl'investigatori di lutti i tempi. Una 
nuova conferma mi proviene dall' aver letto non ha 
guari sul basso di un pilastro di tufo davanti alla ba- 
silica l'anno 1673 dipinto, certo ad indicar l' epoca 
della escavazione eseguita su quel terreno. Il sapersi 
che il canale di Sarno passa poco discosto da questo 
sito non prova uno scavo sopra terra , essendo ivi ri- 
messo in uso un' antico acquidoso , e non fabbricato 
un nuovo. 

I Pompeiani, dei quali io credo che poco numero 
sopravvanzasse all' eccidio della città , essendo man- 
cata loro la via di mare (Plin. ep. XVI, VI), e tro- 
vando difficilissimo Io scampo alle vicine città di Er- 
colano , di Nola , e di Nocera , avranno ancor essi 
tentato qualche scavo sulle privale lor case. Poscia 
altri cavatori veggiamo essersi traforati nei secoli se- 
guenti per cunicoli spesso mal falli , onde vi ebbero 
a lasciar la vita. Questi scheletri bisogna assai ben di- 
stinguere dai morti nel primo interrimento, con le su- 
pellettili trovai* loro accanto : la qual «osa tuttocchè 
assai importante, con^ien dolersi che siasi trascurala 
nei metodi di scavo tenuti fin ora. Di recente videsi 
un mnro di partimento di casa privala foralo, ed uno 
scheleti'o ivi j)resso sepolto col capo in giù , e dopo 
lui altri sei ; i quali furono mauifestamenle cavatoli 
interrati dallo scoscendimento delle disciolte materie. 
Ira le quali si aprivano la cava , e che essi non ebbcr 
r accorgimento di sostenere con tavole. Sembra per 
altro, che gli strati di cenere e di lapillo sconvolti, ed 
ammassali non siano quel sicuro indizio , che altri 
crede, di scavamenti anteriori, sebbene comunemenle 
lo stimi ancor io ; perochè ha da tenersi davanti, ciò 
che ho fatto rilevare più sopra , che alcune case al- 
meno, e delle poste sui piani inclinati possono essere 
state interrale fino al soffitto dulie acque [Movule così 
iÌB quell'inverno medesimo, come nei segueulL 

Gakrdcci. 



// PàvsiLrpos di Mezia Edone mi lago Sabalino. 

Il Fabretli alla pag. 7.')0, n. 573 diede in luce uni 
iscrizione indicante il Pausilijpoii, d' una colai Ml'/Ij 
Edone liberta , e ne accennò il sito colle sole parole 
ad D. Marciaiìi, chiesa clic ninno certo saprebbe in- 
dovinare in qual parte di mondo si stia. Donde av- 
venne che il Furlanelto, tolto quel monumento in conln 
d'epitaffio sepolcrale , stimò die ivi Pausilijpon valesst- 
quanlo luogo di pausa o riposo, cioè sepolcro ; e que- 
sto senso deiraccenuata voce segnò nel suo lessico, al 
preteso epitaffio di Mezia Edone unicamente affidalo. 
Ma il nostro Nibby di eh. memoria lutto percorren- 
do ed indagando l' agro romano s' imbattè nel mar- 
mo di che ragiono, e il vide murato nella fronte della 
chiesa de' SS. Marco, Marciano e Libwato poco oltre 
Bracciano ; e poscia divulgatolo ( Analisi della cart.i 
de' dintorni di Roma , I, 32G ) , senza sapere dell' e- 
dizione del Fabretti, né della interpretazione del Fur- 
lanelto , propose la sua affermando indicare quel ti- 
tolo una villa chiamata col nome di Pausihjpon per 
la singolare amenità del sito ritraente quasi le deliziose 
colline di Posilipo e le sottoposte spiagge del golfo 
Napoletano. La quale verissima interpretazione pia- 
cemi confermare con alcune poche notizie di monu- 
menti a cotesta villa spettanti , donde apprenderemo 
anche l'età in che fu editicata , e sarà sbandilo per 
sempre da' latini lessici il senso non \ ero assegnalo » 
quel nome geografico^ 

Chi trasversata la terra di Bracciano discende verso 
la via che eosteggia l'amcuissimo lago Sabatino, fatto 
appena un miglio vede aprirsi a sinistra UQ augusta 
viottolo il quale serba tuttora visibili in mille parti le 
reliquie dell' antico lastricato , e conduce al sommo 
d' una collina , donde la vista di tutto l'ampio cratere 
del lago rende un'immagine olire ogni credere viva 
e ridente del dolce aspetto de'golfi di Napoli e di Poz- 
zuoli. Quivi sorge la chiesa già da me ricordala, opera 
del secolo nono o decimo dell'era nostra; ed in essa 
e tuli' attorno tanti sono gli avanzi d' antichi niarnii e 
d'edifici, che l'Olstenio ( Adnot. Geogr. p. 4i) volle 
riconoscervi il silo dell' antichissima Sabate città forse 
al tutto scomparsa fin dall' età più remota e lontana. 



— 22 — 



Ma quelle reliquie spellano ad edifici e monumenti 
de'lempi romani ed imperiali, e l' accennata iscrizio- 
ne murala in fronte alla chiesa, che io qui trascriverò 
dalla mia copia più esatta delle precedenti , ci dà un 
avviso non fallace dell' essere stata questa una villa 
della prima età dell' impero. 

P AVSILYPON 
METTIAE • T • L • HEDONÉI 

Ed infatti oltreché la natura del luogo non può me- 
glio rispondere al nome Pausilypon additatoci dalla 
iscrizione , e di per se ci manifesta che quel marmo 
ivi è per così dire in sua casa , non da lontana parte 
a queir altezza trasferito , la bellissima forma delle 
lettere , che anche il Nihby riconobbe propria degli 
anni de' primi Cesari , e la desinenza del nome greco 
HEDONEI coir accento sulla E , nome non mascliile 
come stimò il Nibby ma cognorùc di Mezia posto nella 
desinenza greca del casodalivo, sono tutte circostanze 
che a capello convengono cogli altri avanzi di marmi 
scritti , che in quel luogo medesimo io ho veduto ed 
esauiinalo. Imperocché il maggiore altare é formato 
da un" antica mensa nella quale lungo la fascia della 
grossezza dell' istcsso marmo in bellissime ed alle let- 
tere è scritto : 

GERMANICO • CAESARI ■ TI • AVO • F • 

e nel pavimento della chiesa medesima in altro fram- 
ntenlo di marmo si legge : 

GERManifo • Caesari 
TI • Aug ■ [ilio 
Y)l\i ■ Aug • [[) 

Y. tra i molti frammenti di lastre marmoree similis- 
sime a queste due , che vcggonsi o adoperate nella 
••ostruzione della chiesa e degli adiacenli edifici , o 
sparse qua e là nella \iu;na eh" è attorno all' isìcssa 
chiesa , donde in questi ultimi anni tornarono in luce, 
in lettere di pari forma e bellezza si legge : 

(1) Questo frammento è anchÈ recato dal Nibby 1. e. p. 326, il 
quale perì) nella secoLda liroa cadde in errore scrivendo IVcaes f 



1. 

DRVSO CAESARI • Ti • axig • f 
2 3 



PRI 



TIAC 



Questi titoli similissimi Ira loro anche nella forma e 
mole delle pietre sulle quali sono incisi , e spettanti , 
almeno tre , ai figliuoli di Tiberio Augusto , alcuni 
adoperati fin dal piti remoto medio evo nella fabbrica 
del sacro edificio e tulli adunati sulla cima d'un alto 
colle di difficilissimo accesso ci forzano a riconoscere 
che in quella velia medesima e non altrove ebbero la 
loro sede primitiva . Laonde poiché il titolo del Pau- 
silypon di Mezia Edone non meno all'amenità ed al- 
l' aspetto del deliziosissimo sito, che agli anni dell' im- 
pero de' primi Cesari esattamente risponde, converrà 
stabilire che cotesta villa fu costruita imperante Tibe- 
rio, ed ai figliuoli di lui ivi furono dedicale statue e 
titoli onorarli. Ed infatti quand' anche la nostra E- 
done , liberta facoltosissima , non abbia avuto veruna 
personale dipendenza dalla famiglia e casa de'Cesari, 
non perciò strani o nuovi potranno sembrare gli onori 
nella villa di lei consecrati ai Cesari Druso e Germa- 
nico. Che oltre all' adulazione o spontanea o forzata 
la quale giammai non venne meno verso i Cesari vi- 
venti , qui abbiamo due monumenli dedicati a Ger- 
manico ; nò v' ha chi non ricordi quale e quanto ac- 
ceso fu r amore d' ogni ordine di cittadini verso di 
lui , e quanto singolare il lutto per la sua morte , ed 
il cullo anche con pubblici e privati monumenli at- 
testalo alla memoria ed al nome di lui ( v. Foggini 
Fasti p. 133). Per le quali considerazioni il titolo de- 
dicato a Druso il giuniore polrà sembrare frutto di 
mera adulazione a Tiberio , uffiiiclié al figliuolo na- 
turale di lui non fossero del tulio negati quegli onori 
che con tanta pompa e spontaneità d' affetti erano falli 
all'adoltiso. 

Slabilita così coir aiulo di que le poche lacere epi- 
grafi la vera esistenza e l' età del Pausilypon di Mezia 
Edonc, nuli' altro mi resta ad aggiungere fuorché la 
copia di uu raejchiuissimo brano d'iscrizione di belle 



— 23 — 



e minute ledere , che ho vedalo noli' antico ipogeo 
della chiesa affisso al fondo d'un lociilolto o niccliia 
creata , come sembrami, per collocare una o più lu- 
cerne ; e ne sono visibili soltanto le lettere seguenti ; 
forse l'una o l'altra tuttora superstite è nascosta die- 
tro i marmi coi quali è posta in costruzione. 

ou 

AGELENTLN • •• • 

SASSVLANVS 

SASSVLANVS 

NVNDINESI 

QYIRVS DIEBVS • I • • • • 

Sembra un frammento di latercolo di nomi proprii, 
invero assai strani e forse fino ad ora inauditi , non 
saprei a qual corpo o novero di persone spettante ; e 
non pare che abbia rispetto veruno alla villa , della 
quale ho tolto a ragionare. 

G. B. DE Rossi. 



Giunta all' arlkolo il tribunale della Basilica pompe- 
iana quando, e da chi costruito. 

Siccome in tutto l' articolo , che riguarda il sup- 
plemento ai dieci frammenti della lapida trovata nella 
Basilica pompeiana , non si è data la lezione completa 
di essi , così ho creduto doverlo fare con più profitto 
nel disegno aggiunto alla tav. I. di quest' anno : indi 
risulta, che la prima linea è di caratteri guast la metà 
più grandi di quelli delle due linee seguenti ,"e che 
i pezzi lasciano uno spazio maggiore di quello , che 
non aveva potuto rilevare dal primo disegno. Lasciai 
per altro la cosa in tale condizione , che può ricevere 
ora il suo perfezionamento dall' aggiunta che qui sot- 
topongo ; donde risulla , che il tribunale probabil- 
mente fu costruito sugli ultimi anni di Augusto tra il 
762 e'! 76i. Il PP. che comincia la seconda linea si 
è dispulalo quel posto insolito a cagione della esatta 
disposizione della leggenda ; gli altri supplementi di- 
fendono la loro convenienza , e maggiore probabilità 
quanto basta. 

Garrccci. 



Sid programma pompeiano di Giulia Felice. 

Il programma di locazione di una parte dei predii 
di Giulia Felice , scoperto in Pompei il giorno 8 feb- 
braio 1756 ( Gior. degli scavi toni. I, par. I, col. 41 
■ì-1) , termina con le lettere S. Q. D. L. E. N. C , 
che dal ilosini , rifiutala la interpeirazione del Win- 
ckelmann fSi Quis Dominam Loci Eius Non Co/jno- 
veritj, furono spiegate: Si Quis Domi Lenocinium 
Exerceat Ne Conducito , ovvero Si quis Damnatum 
Lenocinium Exerceat Ne Conducilo [Dissert. isag. parf. 
I, cap. 10, pag. G3-0.j). A me sembra, che per duo 
ragioni debbasi rigettare anche questo supplemento 
del Rosini, nonché la emendazione del Guarini (Fas(( 
duitìnv. p. 199), .S7 Qucm Dcccat Localio Eorum Nos 
Convcnitó, sfornita di autorità classiche e di confronti. 

La prima si è, che parlandosi nel programma della 
locazione di un venerium, non avrebbero dovuto es- 
serne esclusi i lenones, contro i quali sebbene trovisi 
l'epitome di una costituzione dell' imperatore Leone, 
che incomincia Mti^jIs •jropvojJoffzsiVtt; roù Xonrov x. 
r. \. ( Cod. , lib. XI, lit. XLI, § 7), pure non esiste 
alcuna legge più antica , che loro inibisse di locare 
un' abitazione , quando i poeti esponevanli sulle scene 
alla derisione del popolo, al pari de'servi fraudolenti, 
de' padroni avari , de' parassiti, e delle cortigiane. Che 
se la pubblica morale considerava i lenoni , procaci, 
impudenti , e sentina di ogni vizio, slerquiliniumpu- 
blicum {Plàvt. Pers. act. Ili, se. Ili, v. 3 scg. ), 
non è per questo eh' essi non esistessero ; e chi locava 
un grande edifizio ad uso di vcnerio , dovea ben es- 
ser conscio , che abitatori di quel luogo sarebbero 
stati lenoni e meretrici: onde strana riusciva la esclu- 
sione dei primi , se avesse voluto indicarsi colle siglo 
finali del programma. 

Altra ragione valevole ad eliminare la interpeira- 
zione del Rosini si è, che dovendo quelle lettere con- 
tenere una formola giuridica , la quale fosse a tutti 
nota , o di facile intelligenza , <'he seguiva il i)allo 
della locazione quinquennale, ANNOSCOM'iX VOS- 
QVINQVE , essa o dovea rinchiudere la spiegazione 
di tal patto in cui stabilivasi il termine dello affitto, o 
apportarvi una qualsivoglia modifica. Se fosse slalu 



^24-- 



solilo d'indicarsi nella posm/)<to le persone alle quali 
intcrdicevasi dui padrone del fondo la locazione, certo 
che neir altro programma dell' INSVLA • ARRIANA- 
POLLL\.NA [Mazois, Ruin. de Pomp. par. II, pag. 
101 ) , in cui non si esponevano ai pubblico bagni né 
venerii , se ne sarebbe fatta menzione , e con più 
dritto , non trattandosi di luoghi destinati ad ogni ma- 
niera di turpitudini. 

Pei- le quali cose sonora i indotto a supplire quel- 
]' ultimo verso della epigrafe pompeiana : 
Si • Quinquennium • Dccurrerit ■ Locatio • Erit -Nudo- 

[Consensu 
trovando appoggio a questa conghiettura nello spirito 
delle antiche leggi romane , e nelle seguenti parole 
del Digesto : Qui ad certuni (cmpus conducil , finito 
quoque tempore colonus est; inleUigilur enitndominus, 
quum palitur coìomim in fundo esse, ex integro locare; 
et huiusmodi contractus ncque verba, ncque scripturam 
uliquc desideranl , scd NVDO CONSENSV convale- 
scunt (lib.XlX, tit.ll, § 14). Giuseppe Fiorelli. 

Osservazioni intorno all' articolo precedente. 

In un articolo dettato da me iutorno alle sigle delle 
iscrizioni pompeiane dipinte , che si legge a p. 4 seg. 
del primo volume di questo Bulletlino non volli dare 
il parer mio intorno ai due tuttocchè celebri versi V. 
A.S.P.P, e S.Q.D.L.E.N.C rimettendo la trattazione 
del primo al mio collega sig. Minervini , che sapevo 
disposto di farlo, e tacendomi affatto sul secondo, per- 
chè non aveva nulla di certo da dire. Il sig. Fiorelli 
ha ora intrapreso di trattare questo argomento , e ne 
disputa qui avanti ; e poiché è questa una materia 
nella quale sono entrato io, parmi sia desso un invilo 
a dire alcuna cosa sudi questa nuova interpretazione. 

U Rosini era tale ingegno , da ponderar bene le 
materie prese a trattare ; onde non so che altri abbia 
notato in quel suo dotto volume , che lavorò sul ma- 
teriale del Mazzocchi a nome dell' Accademia , osci- 
tanze , giudizi! immaluri. Riuscirebbe ancor più 



sorprendente l'accusa distranezza, con che parmi tac- • 
ciarsi dal sig. Fiorelli l'interpretazione delle sigle 9. 
Q. D. L. E. N. C , per la quale resterebbero a cre- 
der suo esclusi i lenoni dall' affitto del Venerium. Si 
quis domi lenocinium exerceat ne conducilo. Parmi in- 
vece che risulta precisamente il contrario da ciò che il 
Rosini ha scritto in quel luogo accennato dal Fiorelli, 
p. 63 col, a, « Quo iaterdicto lenonibus et meretri- 
eulis velitum erat , ne PRAETER VENERIVM ali- 
qua ex illis tabernis ad ganeas parandas ahulerenlur, 
quas unice venaliliis , mercatoribusque addictas vo- 
lebant. » Non escluse aduncpie i Icnones dalla loca^ 
zione del Venerium ; ma invece intese, comunque sei 
facesse , di escluderli dall' affilio delle soie tabernae , 
pergulae , cenacukt. Pare quindi che la ragione di eli- 
minare la interpretazione del Rosini ci viene piuttosto 
dall'arbitraria separazione, che egli fa dell'affitto del 
balncum , venerium , dall'affitto delle altre abitazioni , 
di che non ha verun motivo neanche per la interpre- 
tazione da lui medesimo proposta. L'altra ragione con 
che il Fiorelli tende ad eliminare la interpretazione del 
Rosini pare a me non meno conghielturale della rosi- 
niana: essendo egualmenle incerto se quelle sigle deb- 
bano contenere una formola giuridica, o altra cosa. Co- 
munque ciò sia, dobbiamo molta lode al sig. Fiorelli, 
che per questa sua nuova interpretazione con assai mi- 
glior senno proposta, da una strana ipotesi c'introduca 
nel campo di una dotta e giudiziosa conghiettura. La 
spiegazione delle sigle inventala dal Winckelmann eb- 
be seguace anche l'OreHi, il quale credette che il pro- 
gramma seguente, che comincia A'SVETTIVM'VE- 
RVM AED scritto di sotto a quello della locazione ne 
fosse un seguito; e così tennesi ad interpretare 1' A. 
di questo, Adeat (4323); nel che per fermo gli avreb- 
be dato un apparente sostegno il programma ora per- 
duto dell' Insula Arriana Polliana , dal quale trasse 
il Guarini l'opinion sua , leggendosi in quello; Con- 
ductor convenilo primum Cn. Allei. Nigidi. Mai. ser: 
il Romanelli ha GN. ALIFI NIGIDI MAI erronea-f 
mente. Garrccci. 



P. Raffaele GAnnucci d.c.d.c. 
Giulio Minervini — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Càtàneo. 



BUILETTI^O ARCHEOLOGICO IVAPOLllMO. 



NUOVA SERIE 



N° 28. (4. deir anno II.) 



Agosto 1853. 



Nolizia de più recenti scavi di Pompei. Conlinuazione del nwn. 26. — Osservazioni sopra un dipinto pompe- 
iano. — Nolizia di alcune iscrizioni messapiche. 



Nolizia de' più recenti scaci di Pompei (I). Conlinua- 
zione del num. 26. 

In questi iillimi giorni si è proseguito lo scavo alla 
parte esterna della porla Stabiana. Noi parleremo di- 
stesamente delle particolarità osservabili in questo 
estremo della cillà di Pompei , quando i lavori di 
scavazione saranno sufficienlemenle progrediti , per 
])Oterne presentare uua distinta idea. Non possiamo 
però tacere sin da ora di una interessantissima scoper- 
ta, che ebbe luogo in quel medesimo sito. Uscendo dalla 
porta di Slabia appare alla sinistra il principio di una 
strada obbliqua , e presso al muro che la limila , e 
che forma parte delle opere circostanti alla suddetta 
porta , vedesi impiantata nel suolo alquanto obbli- 
quamente una lastra di marmo di circa tre palmi di 
altezza. La posizione di questa lapidaèdacontiontare 
precisamente colla lapida viaria osca recentemente 
scoperta , la quale ritrovasi a pochi passi distante. 

Nella parte anteriore di questa novella pietra leg- 
gesi la seguente iscrizione : 

L • AVIANIVS • L • F • MEN • 

FLACCVS • PONTIANVS • 

Q • SPEDIYS • Q • F • MEN • 

FIRMVS • II • VIRI • I • D • VIAM • 

A • MILLIARIO • AD • CiSlARIOS • 

QVA • TeRRIToKIVM • EST • 

POMPEI ANORVM • SVA • 

PEC MVNIERVNT • 



( 1 ) Queste notizie sono state da me comunicate alla reale acca- 
ilcmìa Ercolanese. 

iJVJVO II. 



La prima cosa a notare in questa nuova epigrafe 
pompejana , si è che essa ci presenta i nomi di due 
duumviri finora non conosciuti: sono essi L. Avia- 
nio Fiacco Pontiano , e O Spedio Firmo. Apparten- 
nero entrambi alla tribù Menenia , alla quale , sic- 
come è noto, furono ascritti i Pompcjani. Sappiamo 
poi dalia nuova iscrizione che quei duumviri forti- 
ficarono col proprio danaro la strada che si estendeva 
fuori la cillà di Pompei a milliario ad cisiarios , qua 
territorium esl Pompejanorum. Il tnilliariam di cui 
si parla non è certamente la lastia di marmo novel- 
lamente scoperta; ma una colonna, che ritrovar si 
dovrà al termine della strada, della quale è comparso 
il cominciamento. I cisiarii trovavansi intorno la porta 
di Stabia , pronti ad affittare per pattuita mercede i 
loro carri da trasporto a' passaggieri che il richiedes- 
sero. Noi non parliamo distesamente del cisium; ma 
osserviamo che dulie cose raccolte dallo Schcfler ri- 
levasi essere un veloce cocchio destinalo al trasporlo 
degli uomini da un sito ad un altro fde re Vehic. lib. II. 
cap. XVIII). E poiché questo era principalmente ne- 
cessario per trasferirsi da un paese ad un altro, esser 
dovea consuetudine che questi cocchieri fcisiariij si 
disponessero presso le porte della città , e così pure 
presso la porta di Slabia in Pompei; siccome ci viene 
indicato dalla presente iscrizione. In appoggio di que- 
sta nostra osservazione merita di essere richiamata un' 
altra iscrizione di Calvi, che si conserva nel Real Mu- 
seo Borbonico, ove è menzione de' ye'smri j (sic) /lortae 
Stellalinac ( Mommsen inscr. r. Neap. lai. p. 206 n. 
3953). 

Né riesce meno interessante 1' altra notizia della 

nuova epigrafe pompejana che cioè dalla porla di 

4 



— 26 — 



Stabia , ove si raccoglievano i carrozzieri , sino alla 
colonnella o miUiario, estendevasi il territorio di Pom- 
pei : qua tenilorium est Pompejanorum. E ben cono- 
sciuta la signiflcazione della voce lerrilorium, qua- 
lunque riputar se ne debba la vera etimologia. A noi 
ne fornisce chiara idea il giureconsulto Pomponio : 
Territoìium est universitas agrorum intra fines cujus- 
que civilalis (Dig. lib. L tit. XVI leg. 239 §. 8 ; ove 
si veggano i commentarli de' giureconsulti). Seguen- 
do dunque la traccia della strada nuovamente com- 
parsa potremmo venire a conoscere fin dove si esten- 
deva da questo meridionale lato di Pompei il teni- 
mcnto della città , e quindi ancora la giurisdizione 
de' pompejani magistrali. 

Tornando alle scavazioni della strada stabiana, os- 
servo che la nuova via diretta verso il Foro non po- 
teva essere accessibile che da'seli pedoni; impercioc- 
ché sarebbero stati impediti i carri dal marciapiede , 
che vedesi in conlinuazione e non interrotto nel sito 
ove si apre la strada. Riesce ora possibile cominciare a 
dar di questa una idea, dopo le più recenti scavazioni. 
A' due lati si eleva una serie di pilastii di opera late- 
rizia , che lasciano in mezzo uno spazio lastricato di 
pietra vesuviana , e largo trenta palmi. Questi pila- 
stri lasciano d'ambi i lati una stradella di pochi palmi 
limitata da' muri degUedifizii che la costeggiano. Sono 
linora comparsi quattro degli enunciati pilastri , a 
ciascuno de' quali vedesi addossato un piedestallo di 
fabbrica simile in grandezza a quello della statua di 
Olconio , il quale soltanto è conservato , siccome di- 
cemmo , anche nel suo rivestimento di marmo. Gli 
altri tre sono interamente spogliali, e privi delle sta- 
tue , che in origine dovevano eievarvisi. La slralifi- 
cazione delle terre mostra che il silo non sia stato 
modernamente frugato , ma forse spoglialo dagli an- 
tichi medesimi , o che si trovasse in restaurazione al 
tempo della catastrofe pompcjana. Annunzio intanto 
con piacere che le nostre predizioni si sono verificale, 
essendosi rinvenuti tutti i pezzi mancanti della statua 
di Olconio, non esclusa la mano destra, la quale però 
è priva di un dito. La posizione di questa mano, ed un 
leggiero incavo appositamente pratticalo presso la pal- 
ma , mostrano che Io scultore aveva fralle dita col- 



locata un' asta , o altro oggetto , che non si è però 
finora ritrovato. Noi speriamo di poter dare quando 
che sia un disegno di questo interessantissimo scavo. 
Presso ad uno de' pilastri , e propriamente a quello 
opposto alla statua di Olconio, sono stali rinvenuti tre 
scheletri umani, ed ivi presso quello di un fedel cane, 
che aveva subita la medesima sorte de' suoi infelici 
padroni. Uno degli scheletri aveva due piccoli anelli 
di oro all' ossicciuolo di un dito, de' quali il più grande 
adorno di piccolo smeraldo. 

Un altro scheletro offriva pure l' ornamento di un 
grosso anello di argento , e di altro tutto rivestito di 
ossido di ferro, intorno alla falange di un dito. Vicino 
a quei disgraziati , come sovente si verifica , furono 
rinvenute non poche monete di argento, e di bronzo, 
in parte fra loro ammassate , in parte rese poco ri- 
conoscibili dall' ossidazione : e potrà farsene 1' attri- 
buzione, quando saranno liberate dall'ossido, che le 
ricopre, mercè i melodi conosciuti. Dal veder questa 
famiglia in quel sito ricoverata, potrebbe desumersi 
che quello spazio fosse munito di coverlura ; ma non 
vorremmo su di ciò azzardare alcuna conghiettura , 
priachè il compimento della scavazione non ce ne for- 
nisca l'appoggio. 

Grande è slata in questi ultimi giorni la messe dei 
programmi scritti col pennello su' muri esterni degli 
edifìzii : noi li riporteremo al solito con un numero 
d' ordine progressivo. 



1. PANSAM 

AED • SABINVS • RO • • • 

2. Q • P • P . IVVENEM 
AED • 0<^ D • R • P 
SABINVS • ROG • COPO 

Nelle sigle Q • P • P • è facile ravvisare Qitinlo 
Postumio Proculo, il quale ricorre nel seguente n. 1 1 . 
Notevole è la ortografia della voce COPO , la quale 
ritrovasi pure nella iscrizione d' Isernia edita da .\vel- 
lino {bull. ardi. najì. an. VI tav. I.n.4. v. la p.9l ), 
e sulla quale si vegga ciò che scrive il collega Gar- 
rucci (storia d' Isernia pag. 140. J 



— 27 — 



3. C • IVLIVM 
AED • D • R 

4. SERENVM . AED 

5. KVSTIVM DO 



VOLYbium 
P 



C. Q • POSTVMIVM • MODESTVM 
C . CALVENTIVM • SITTIVM 

VM • ilVlR • 0^ 

Questo programma ci fa comprendere l' altro che se- 
gue, 



ove sono con sigle indicali i medesimi nomi. 



7. C • C • S • M • li VIR • 0<*> 
SABINVS • ROGAI 

E evidente che siano gli stessi Cajo Calvenlto , e 
Sillìo Magno; il quale secondo nome rilevasi dall'al- 
tro programma riportalo di sopra pag. 9 n. 3, ove 
in luogo di Sillium Magnum dee leggersi egualmen- 
te Sitlium. 

8 SABINVM 

9. CAIVM • RVFVM 

TlV • I • D • • V ■ F 

10. C • IVLIVM POLYBIVM • ET • M 
LVCRETIVM • FRONTONEM . . . 

11. Q • POSTVMIVM • PROCVLVM • SCR 

Nuova formola, indicante forse scribite. 

13. CVSPIVM • PANSAM 
AED • LIGNARI • VMVERSI 

Già vedemmo in questa medesima località gli stes- 
si lignarii domandare per duumviro Olconio Prisco 
( vedi sopra pag. 9. n. 4): in quanto alla voce uni- 



versi che segue, s'incontra io altri programmi; così 
auri/ìces universi, pomarii tmiversi, muliones universi, 
Isiaci universi , dormicnles universi. Vedi l' articolo 
del collega Garrucci nel 1. anno di questo bulleuino 
p. 1 50 e seg. E poi da notare che lo slesso Caspio 
Pansa era desiderato da altre corporazioni cioè dagli 
orefici, e da'mulattieri; giacché appunto a lui si rife- 
riscono i programmi, a'quali abbiamo accennato. 

14. PANSAM AED 
O- VF 

15. FAVSTINVM AED 
SABINVS • ROG 

16. FVSCVM AED ( mon. ) OA 

17. Sul fronfc di unedifizio non ancora scava- 
to, che si scorge adorno di una cornice poggiante so- 
pra due pilastrini di pietra di Nocera, si legge in 
grandi lettere scritte di rosso 

P • FVR • li • V • VB fmon.J • • VF fmon.J 

In questo sciogliendo i due nessi VB, VF è facile ri- 
conoscere: P. Furiuin Daimi. virum bonum oro vos 
faciatis. 

18. Abbiamo riserbalo in questo luogo alcuni 
altri interessanti programmi, che leggonsi sopra un 
pilastro di mattoni , che limila il vicolo costeggianle 
lo spazio, ove era la statua di Olconio. 



IIOLCONIVM uv'^Td 



19. Bellissimo è quest'altro che vi si legge più 
sotto, e che equivale ad una durevole iscrizione: 



Dlli'EST. 



M • EPIDIVM • SABINVM • D • I • DIC 
DEFENSOREM • COLONIAE • EX • SENTENTIÀ • SVEDI • CLEMENTIS • SANCTÌ • IVDICIS 
CONSENSV • ORDINIS • OBMERITA ElVS ETPROBITATEMDIGNVMREIPVBLICAEFACIAT 
SABINVS • DISSIGNATOR • CVM • PLAVSV • FACIT 



Questo Epidio Sabino insieme con C. Mario tro- tevole programma pubblicato da Avellino ( opusc. 
vasi richiesto per Edile V. A. S. P. P. in altro no- voi. II p. 225 ). Richiamiamo ralteuzìone de' nostri 



— 28 



lettori sopra i due accenti segnati in fine delle voci 
setitenlia e sancii; i quali con altro esempio dimostra- 
no che sin d'allora se n'era introdotto l'uso. Magnifi- 
cile sono le lodi che si danno ad Epidio; e noi ci ri- 
serbiamo di dir qualche cosa sulle formole , che si 
adoperano ad esprimerle. Ricorre di nuovo la frase 
ex senlenlia seguita dal nome stesso di Suedio Cle- 
mente , siccome in altro programma (vedi questo 6»//. 
ann. I. p. 152). È indubitato che TORDO , di cui 
qui si ragiona, sia Yordo Decitnonum. Non saprei se il 
Faciat credersi deggia abbreviato in luogo di facialis, 
o piuttosto si riferisca all'orcio, che precede, nel qual 
caso si vedrebbe confermata la opinione , che attri- 
buisce al decurionale consesso la nomina de' magi- 
strali. Vedi le cose dette dal collega Garrucci in que- 
sto bullettino (an. 1. pag. 148. e segg. ). Chiudesi il 
programma col sufTragio dello scrittore Sabino , che 
dicesi dissignalor. È chiaro che questo Sabino era un 
dedgnator persona addetta a'ieatri per regolarne l'or- 
dine materiale, e per badare alla disposizione del po- 
polo che vi accorreva. Tunto rilevasi dal giureconsullo 
Uipiano, il quale paragona i dcngnatores a' flpccfisvry.) 
de'Greci, e li annovera fra coloro che esercitavano un 
ministerio (Dig. lib Ili lit. II § l).Vedi gli annotatori 
a questo luogo, non che ad Orazio (ej)?s(.iib.I,7, v.6) 
ed a Plauto [Poeìml. prol. v.19 s.). Da'quali confronti 
si desume essere altresì uno di questi impiegati il rf«s- 
signalor scaenarius della gruleiiana CXXX, G. (cf. 
Fabrelti e. IV. pag. 202, Orelli num. 934); ove è 
da notare la medesima ortografia che si osserva nel 
nostro programma, non altrimenti che nell'altra gru- 
feriana ( DCXXV, 1 1; Orelli n. .3212), ove si parla 
di uno Stalilio ■praeco idem disfignaloi: Sembra che 
da questa ultima iscrizione si ricavi non essere tanto 
nobile l'ijfficio di designa(ore, siccome parve ad alcu- 
no, giacché era esercilalo da un banditore. E se il no- 
stro Sabino è lo stesso che diccsi COPO ncll'allro pro- 
gramma sopra riferito , si conferma tanto piìi la poca 
dignità di un incarico, che poleva affidarsi ad un betto- 
liere.Non è, a nostro giudizio, senza allusione alia scena 
ed alle cose teatrali raj;giuntocw7H/)/aMsudi questo Sa- 
bino , il quale ricorda cerLimente le espressioni che si 
riferivano sovente all'esercizio del suo ministero. 



Tra'varii oggetti di poca importanza rinvenuti io 
varii siti di questi ultimi scavi noteremo particolar- 
mente quattro bronzi , che richiamarono maggior- 
mente la nostra attenzione. 11 primo si è un' ampulla 
olearia mancante del collo , avente a' due lati due 
ane'Ietli sporgenti destinati a ricevere la catenella per 
tenerla sospesa ; e di questa rimane alcuna traccia : 
e poiché vicino ad essa ritrovaronsi alcune slrigili , può 
credersi che una o tulle erano con quella accoppiate, ' 
e pendenti dalla medesima catenella , meritando così 
il nome di xijstrokcylhos. 

Il secondo bronzelto figura un piccolo teschio uma- 
no, colle vertebre , e porzione del busto , ed è note- 
vole che le vertebre si legano con quella parte del 
busto con una specie di cerniera , che ne produce la 
mobilila. Questo piccolo monumentino viene ad ac- 
crescere il numero delle rare rappresentazioni di sche- 
letri umani : e per quella sua mobilità è da parago- 
nare allo scheletro di argento recato nel convito di 
Trimalcione, al riferir di Petronio [Satyr. p. 31 ed. 
Baudelot). 

Finalmente sul marciapiede all'ingresso di una 
bottega , non ancora disollerrata , messa rimpetto al 
pilastro , ove è il riferito interessante programma di 
Epidio Sabino, si sono ritrovate due statuette, la pri- 
ma è alta 25 centesimi di palmo , e rappresenta un 
giovinetto sdrajato , adorno di clamide , nell' atto di 
sollevare la destra mano , colla quale tener dovea 
qualche cosa , che non sapremmo indovinare. 

La seconda statuetta alla 0. 9 di palmo rappresen- 
ta un -Mercurio nudo in atto di camminare ; ha la cla- 
m de congiunta con una fibula presso al petto, e che 
discende dietro le spalle : colla destra tiene In borsa , 
colla sinistra è in atto di stringere qualche simbolo , 
forse il caduceo, che però non si è ritrovato. I piedi 
sono nudi. Dall'alato petaso sorgono due falli, e tre 
altri furono ritrovati vicino, i quali compirono l' or- 
namento di quella divinità: in falli due sorger dovea- 
no dalle tempia , ove sono pratticali due foi i per in- 
trodurveli; non può con certezza determinarsi ove 
fosse collocalo il terzo. A meno che dir non si vo- 
glia che questo Mercurio formasse gruppo con l'ali ra 
staluelta, la quale elevava forse colla destra quelter'^ 



— 29 — 



20 simbolo. Sul corpo del dio è attaccala dall' ossido 
una catenella frammentala , alcuni pezzi della quale 
erano ivi presso distaccali. Altra più grande ed intrec- 
ciata di varii Gli di bronzo pendeva da un grande anel- 
lo , ed altre simili catenelle intrecciale ma più piccole 
partivano da un altro anello di minore diametro. In 
quel medesimo sito furono rinvenuii otto campanelli 
di bronzo, cinque presso a poco simili, e gli altri tre 
di differenti grandezze. Vedendosi alla estremità di 
ciascuno de' falli una prominenza come un anelletlo 
per sospendere qualche cosa, è chiaro che fossero tutte 
destinale a tener sospesi quei cinque campanelli simi- 
li, non volendo determinare da qual parte pendessero 
gli altri tre. A formarsi una idea di questo singolare 
bronzo bisogna richiamare a confronto altri singola- 
rissimi bronzi anticamente ritrovati in Ercolano, Sta- 
bia, e Pompei, i quali trovansi pubblicali ne' volumi 
di Ercolano. E prima di tulio a comprendere il con- 
gegno delle catenuzze, alle quali esser doveva sospesa 
la statua , basta rivolgere Io sguardo alle tavole L , 
LI, LII del volume delle /wccrwc; né meglio potrebbe 
descriversi quella della tav. L di quel che fanno gli 
Ercolanesi; pensile è la seconda (lucerna) per mezzo 
di Ire calenuzze, che Ititle si uniscono per mezzo di un 
anelktlo ; donde se ne diparte una sola lerminanle in 
un più {jrande anello (p. 231). Così e non altrimenti 
immaginar dobbiamo la nostra pensile statuetta. In 
quanlo al soggetto medesimo sono da confrontare le 
tav. XCV e segg. del 2. volume de' Bronzi , ove si 
veggono somiglianti falliche rappresentazioni con 
campanelli pendenti: e principalmente il Mercurio 
della lav. XCVI scavato in Ercolano, il quale peral- 
tro è di mostruose proporzioni; mentre il nuovo Mer- 
curio pompejniio , abbenchè molto ossidato special- 
mente nel viso , dee riputarsi di pregevole lavoro. 
Non entriamo in una più eslesa dichiarazione della 
convenienza del fallo a Mercurio , e della intelligen- 
za ed uso de' campanelli ; sulle quali cose favellaro- 
ne lungamente i dotti Ercolanesi nel citato volume 
de' bronzi pag. 389 e segg. Non vogliamo intanto de- 
cidere se il nostro fallico Mercurio fosse messo ad in- 
dizio di abbdudania e di commercio presso una bot- 
tega , ovvero a sconcio richiamo di dissolutezza : il 



che potremo allora soltanto verificare , quando sarà 
eseguito Io scavo di quel compreso , alla cui entrata 
fu rinvenuta la statuetta. Noi ci attendiamo le più ac- 
curate indagini dalla diligenza dell'attuale ingegnere, 
sig. Genovese, il (piale ci fa ricordare i tempi de' La 
Vega per la cura e Io zelo che adopera nelle pompe- 
Jane scavazioni. A questa diligenza dobbiamo l'aver 
potuto raccogliere due altri programmi, ed altre no- 
tizie , delle quali diremo in altro nostro articolo. Il 
sig. Genovese si avvide che sopra due grandi massi 
di tufo di Nocera pertinenti allo spazio ove fu la sta- 
tua di Olconio erano tracce di lettere, e riserbandoli 
accuratamente m'invitò a Hirne lo studio. Lessi so- 
pra uno 

P • PAQVIVM • D • I • D • 
Sull'altro, seguiva ad un nome illegibile 
FOUEXSliS • ROG • 
E la prima volta che troviamo i foremes richiedere 
qualche personaggio alle magistrature in Pompei. É 
poi notevole che si ritrovi una tale ozione sulla via 
appunto, che mena al Foro: la qnal cosa può con^ 
durre ad altre cousegucnze , delle quali ci proponiamo 
tener ragionamentr» in altra occasione. Non vogliamo 
tralasciare di notare che i descritti due massi presen- 
tano moltiplici strali d' intonico, vedendosi ne' sotto- 
posti tracce di pitture e d'iscrizioni : delle quali dare- 
mo notizia , allorché ci riuscirà di rilevare alcuna 
cosa di certo. 

(continua) Minervini. 

Osservazioni sopra un dipinto pompejano. 

Magnifico e veramente grandioso è il disegno di 
queir importante dipinto, rappresentante un bacchico 
trofeo, il quale fregia tuttora una delle pareti del fn- 
clinio della casa di Marco Lucrezio in Pompei. Ve- 
desi esso precisamente nel muro parallelo a quello , 
ov'era rajipresenlato Sileno col piccolo B.icco datti in 
un carro di buoi , e circondati da allre bacchiche 
figure. 

Il quadro , a cui accenniamo , bene a ragione è 
detto da un celebre aixheolu'^o pezzo capitale dell' an^ 
tica pittura: e solo è da dolere clie non ci sia perve- 



— 30 — 



nulo in quello sta(o di conservazione , che sarebbe 
desiderevole per tulli gli amatori dell'arte antica (1). 

Le figure di questo maraviglioso dipinto sono di 
grandezza naturale: ed è osservabile che nell'eseguire 
questo bellissimo quadro, non si è fatto uso general- 
mente che di due soli colori, diversificati nelle varie 
gradazioni delle loro tinte ; cioè a dire del rosso e 
dell' azzurro : se n' eccettui qualche piccola porzione 
(li verde adoperalo nelle vesti, come pure ad indicare 
Jc foglie , e principalmcnle quelle del tirso. 

Celiando un rapido sguardo sulla scena , che ci si 
presenta , non tarderemo a convincerci che si tratta 
della commemorazione di un baccliico trionfo. 

Vedesi nel mezzo un trofeo , a pie del quale è un 
prigioniero colle mani legate dietro al dorso, il quale 
in mesta fisonomia siede sopra alcune armature. Una 
figura coronata di ellera , e vestila di lunga tunica 
manicata si appressa al trofeo recando con ambe le 
mani uno scudo fregiato nel giro di marine onde, per 
sospenderlo allo slesso. La segue un Satiro coronato 
di canne , e con lunghissimo tirso , a cui è sospesa 
una rossa tenia. 

Dall' altro lato del trofeo è allra figura , che par 
virile , coronata di edera , la quale è nell'alto di so- 

(I) Vogliamo alludere al Sig. naoul-Roclielle, il quale usa di quelle 
espressioni nel journal des Savans 1852 p. 296. Sollanlo non pos- 
siamo trallencrci dall' esaminare alcune troppo severe parole , per le 
quali si altribuisce il deperimento di questo prezioso dipinto alla negli- 
genza di chi lo lasciò sopra luogo, invece di trasportarlo nel real mu- 
seo Borbonico, e questa negligenza si appone ad un uomo la cui me- 
moria mi è cara , ed 6 rispettata da tutti gli ama'.ori della classica an- 
tichità : dir voglio al Commendator Francesco Maria Avellino. Io non 
disconvengo che sia necessario far trasportare sollecitamente nel rcal 
museo Borbonico i dipinti di qualche pregio , i quali rimanendo sopra 
luogo o presto o lardi van soggetti alla distrazione. Osservo solo che 
nel caso attuale , il quadro , di cui 6 parola , poco fu danneggialo 
dalla sua primitiva comparsa. In fatti appena qualche mese dopo, il cav. 
Panofka descrivendo i diversi quadri di quel triclinio, gii annunziava 
che questo del trofeo era il più scolorato di tulli bullett. dell'lst. di 
corr. arch. 1817 p. 135). Ciò serva a liberarci dal rimorso di aver ca- 
gionalo un notevole danno alla nostra pittura, la quale ebbe piuttosto 
a soffrire dalla mano consumatrice de'secoli. Del resto, se Avellino non 
fece trasportare in Napoli le dipinte pareti della casa di M.Lucrezio, fu 
solo perchè non n'ebbe il potere per le circostanze [>articolari di allora, 
il libero esercizio dilla sua carica rimase per alcuni anni sospeso: e 
quando poi sul cader ilell'anno 1 8 19 riprese allivamenle le sue funzioni, 
non fu che por prepararsi alla lìcra morie , la quale ne' primi giorni 
del seguente anno lo colse. 



sfenere uno scudo , sulla cui superficie l'alata Vitto- " 
ria segna qualche cosa in commemorazione del seguito 
trionfo. 

Già varii archeologi parlarono di questo prezioso 
dipinto. Tulli concordemente pensarono Irallarsi di 
una vittoria di Bacco, ma non furono però conformi 
nel determinarla. Gli archeologi napoletani opina- 
rono che ci si ponesse sotto gli sguardi la vittoria in- 
diana di Bacco. (Vedi Panofka nel buUclt. dell' ht. 
arch. 1847. pag. 184 ). Il cav. Panofka, non senza 
toccare la medesima conghiettura , espose da prima 
la idea che dovesse il trofeo riportarsi alla conquista 
di Spagna fatta da Bacco [bullettino cit. 1847. pag. 
135-s.). Posteriormente Io slesso chiarissimo archeo- 
logo rifiutò la sua precedente opinione, e ravvisò nel 
ponipejano dipinto la vittoria di Argeo re di Mace- 
donia su'Taulanlii; per la quale venne alle macedo- 
niche donzelle il nome di Mimalloni, secondo una re- 
condita Iradiz'one riferita da Polieno [slrateg. IV, 1). 
Il Commendatore Avellino, nel dar la descrizione di 
quel triclinio , riportò tutte le diverse spiegazioni , 
senza seguirne direttamente alcuna [bull. arch. nap. 
anno VI. pag. 20). Finalmente il signor Raoul-Ro- 
chelle sostenne brevenienle la medesima spiegazione 
già fra noi rilenuta , vai dire che quel trofeo sia re- 
lativo alla vittoria di Dioniso nelle Indie [journal des 
Savants 1852 p. 296 e seg. ). 

Prima di esporre ciò che a noi sembra di queste 
varie spiegazioni , mi sia lecito di osservare che in 
tutte si suppose essere una Baccanle la figura coro- 
nala di edera, e vestita di lunga tunica. Molte ragioni 
dipartir mi fanno da una tale idea. Ho esaminato più 
volte ncir originale la maestosa e grave fisonomia di 
quella figura : e la espressione particolare del suo 
volto, non che la disposizione de' capelli, che mal 
converrebbe ad una donna , mi fanno assolutamente 
pensare trattarsi di una figura virile. Questa mia per- 
suasione tanto più si conferma , quando si ponga a 
confronto la figura certamente femminile della Vitto- 
ria. La diversità della chioma , e la maggiore biau- 
cliezza della carnagione risaltano troppo al paragone 
per attribuir le due figure al medesimo sesso : né è 
da tralasciare che la Vittoria offre l'ornameulo degli 



— 31 — 

orecchini, nicnlre questo manca alla creduta Menade, proposito mi piace di ricordare alcune monete di Nt- 
Queste ragioni esteriori sono afTorzate da un' altra caea di Bitinia , nelle quali vcdosi appunto la figura 
di maggior rilievo , la quale mette fondamento nelle di Bacco nel medesimo costume, e sotto le medesime 
leggi della buona composizione. Se una vittoria volle forme, che nel quadro, di cui stiamo ragionando: 
nel nostro quadro accennarsi, potrebbe farsi a meno se non che il dio por si vede il piede sopra una testa 
della presenza del vincitore, il quale all'aspetto de' di elefante. Questa parlicolurilà fu egregiamente spie- 
vinti si goda la gloria del trionfo? Io noi credo: o gata dal eh. Cavedoni come allusiva alla fondazione 
perciò son di opinione che quella maestosa figura , stessa della cillà, la quale fu da Bacco medesimo ap- 
certamente virile, benché adorna di femminili vesti- pollata A^/caca dopo la indiana villori.i : 'Iv^ciJi''voyf>ijrà 
menta, e fregiata di bacchici attributi, dinoti lo stesso v/xy,v , al dir di Nonno ( Dioniji^. lib. XVI v. 403 ). Jl 
Dioniso inlento a costruire il trofeo della sua vittoria, poi notevole che anche in alcuna di queste monete fu 
Non dovrà poi risvegliare per la novità maraviglia la figura di Bacco creduta femminile; ed è dovuto al 
una figura di Dioniso in lunga veste : frequenti ne sono citato numismatico di Modena l'averne rettificata l'at- 
gli esempli segnatamente sui vasi dipinti; e non ci tribuzione: (Vedi un dotto articolo del Cavedoni negli 
fermiamo a citarli. Richiamo finalmente l'attenzione annali di numismalica del eh. Fiorelli voi. I p. 86 e 
sopra un'altra particolarità, che sempre più mi per- seg. e la tav. Ili fìg. 9 ). É poi noto che nella mede- 
suade a farmi ritenere per Bacco la pretesa Menade: sima pompej:ina casa di M. Lucrezio comparve un 
ed è che il tirso sostenuto dal Satiro, per la sua spro- altro dipinto ritraente una figura di Bacco somiglian- 
porzionata grandezza mostra non essere appartenente tissima a quelle delle monete di Nicea, colle quali il 
a quella meno elevata figura : deve dunque dineces- eh. Avellino ne fece dipoi il paragone [hidletl. arch. 
sita attribuirsi quel simbolo al maestoso personaggio, nap. an. VI p. 7 e 17). Seinbraci degno di osserva- 
a cui il Satiro fa quasi da ministro. Non possiamo per- zione che nel quadro del trofeo ad indicare il seguito 
ciò supporre che si tratti di una semplice Menade , trionfo vedesi invece della elefantina testa la Vittoria 
ma di fatti dovremo ravvisare lo stesso Dioniso, ser- stessa , la quale può fare allusione al nome di Nicea. 
vito da uno della schiera de suoi seguaci. Che se il possessore della pompejana casa volle al- 
Per mettere fuor di dubbio questa nostra attribu- trove effigiare un Bacco, che comparisce unicamente 
zione aggiungiamo un'ultima considerazione. Lapre- come tipo della città di Nicea, potrà desumersene un 
tesa Baccante è di statura alquanto più grande, messa argomento per supporre relazioni di carica o di com- 
a confronto con tutte le altre figure che la circonda- mercio con quella regione: per lo che poteva Lucre- 
DO. Questa sproporzionata grandezza tanto più con- zio compiacersi di figurare sopra una delle pareti della 
venir non potrebbe ad una donna, quando altro non sua casa la fondazione di quella stessa città. Il eh. Pa- 
fosse che una mortale: ma se in quel personaggio nofka trova difficoltà a credere rappresentata l'indiana 
ravviseremo un dio, sparisce qualunque difficoltà ; vittoria, osservando che nelle armi do' vinti non com- 
essendo cominie canone dell'arte antica di effigiare parisce alcuno indizio d'indiani costumi. Questa osser- 
di più vantaggiose proporzioni le figure divine. vazione ha per me poco appoggio ; perciocché potò 
Ritenuta dunque indubitata la presenza di Bacco l'antico artista, nel formare il trofeo, costituirlo di 
nel pompejano dipinto, cade di per se la seconda quelle armi, che più frequentemente presentavansi ai 
spiegazione del Panofka, contro la quale altre difficoltà suoi sguardi. É poi noto che nello miliche pugne, sì 
furono da altri elevate. Traile vittorie di Bacco io credo nelle relazioni de' poeti che negli antichi monumenti, 
pure debba prescegliersi quella indiana, dopo lepre- non è raro scorgere adoperate da popoli barbari le 
messe osservazioni. A ciò m'induce l'asiatico vesti- medesime armi otTensivc e difensive, che furono in 
mento del nume, e la sua lunga bassaride, la quale uso appo i Greci. E nel caso presente una più certa 
particolarmente conviene all' indico Dioniso. Ed a tal determinazione de' vinti era pure inutile, quando erasi 



— 32- 



fanto bene distinta colle forme dell' indico Bacco la 
fijj'ura del Aincilore. 

In maggiore sostegno della premessa spiegazione 
mi pai- che venga un cognome di Bacco , dir voglio 
quello di tìpi'x,uj2os (TriumphusJ: giacché se ne attri- 
buisce la origine alle spoglie recale da Dioniso dopo 
l'indiana spedizione (Diod. Sic. lib. IV cap. V). Sic- 
ché un trofeo formato dallo stesso Bacco non può ri- 
ferirsi che alle medesime gloriose imprese , per le 
quali si disse introdotto il primo uso del trionfo colle 
spoglie de' vinti nemici. 

Tutte queste ragioni mi fanno credere meno pro- 
babile una coughiellura , che mi era sovvenuti alla 
mente, per rimuovere la difllcollà messa innanzi dal 
eh. Panofka. 

Io aveva pensato alla vittoria di Bacco su' domi- 
natori delle Beotiche città, ed alla fondazione di Eleu- 
tcre: (Diod. Sic. lib. IV cap. II exir. Vedi ciò che 
scrive il dottissimo Lobeckh Aglaophamus p. 661 ed 
il Bolle redi, sur le culle de Bacchus tom. Ili p. 280 
e segg. e 331 e segg. ). Ma queste tradizioni messe 
in rapporto del pompeiano dipinto non trovano quella 
spontanea applicazione , che si richiede per abbrac- 
ciare un' archeologica conghiettura. 

Resterò dunque nella idea che il soggetto sia allu- 
sivo alla indiana vittoria di Bacco, e forse ancora alla 
fondazione di Nicea. 

Mi riserbo di presentare piiì estese ricerche in altro 
mio lavoro ; perciocché la brevità è essenzialmente 
richiesta nella presente pubblicazione. Minervini. 

Notizia di alcune iscrizioni messapiche. 

Debbo alla gentilezza del mio egregio amico sig. 
Ciro Moscbitli (i) la notizia di alcune iscrizioni mes- 

(i) n sig. Meschini è autore di im volgarizzamenlo delle istorie 
romane ài B. G. Nicbuhr , fallo sulla iraduzione fianccse del sig. 
Golbéry ed impresso in Napoli in ire volumi in 8. pe' tipi di Gae- 
tano Nobile 18t6 segg. Noi raccomandiamo a' leiiori del 6ul(c/<»?io 
r acquisto di (juesla versione, nella quale, oltre alcune noie del tra- 
duttore, vedesi pure una caria della Ilalìa antica, la quale nelle e- 
dizioni tedesca e francese manca\ a , mentre si rende utUissinii» per 
I a intelligenza della prima parte dell' opera. 



sapiche , le quali ora più non esistono , ma si leggo- 
no in un antico manoscritto nella casa di D. Vittorio 
Ptioli di Lecce. Non sono in esso riconosciute per e- 
pigraQ messapiche , ma lo scrittore D. Scipione de 
Blonti annunzia averle ritrovate su di un antico muro 
della città di Lecce. Sono esse le seguenti: 

1) AOKIIII KOIII HArARATl 

2) TAKRATAKRnnAIKI 

3] OIKOROIHI RiriAS M()R.')AS 

È risaputo che finora una sola iscrizione di Lecce 
era conosciuta, la quale pur da un antico manoscritto 
trovasi pubblicata dal Mommsen ( Unleril. Dial. pag. 
59. Taf. IV). È importante adunque il vedere arric- 
chita quella medesima località di tre altre iscrizioni. 
Leggiamo la prima dividendo le parole in tal guisa: 
Azxi]rt Kch haTrapotr; , ovvero 
Aoxi\'i KoH l-ayctpaT/ 
giacché rimane per noi dubbioso, se il terzo elemento 
della terza voce deggia riputarsi un F ovvero un P. 

Nessuna di queste voci incontra il paragone in al- 
tre messapiche iscrizioni ; giacché il Kol-i non è da 
confrontare affatto col K>.&1-; della iscrizione di Vaste: 
osservo solo che quella specie di digamma premesso 
alla parola hayapoiT/ non è nuovo nella ortografia dì 
quel dialetto ; siccome ci venne fatto di osservare nel 
primo anno di questo bullellino pag. 108. 

La seconda iscrizione sembra poco esattamente ri- 
copiata , e non sapremmo in qual modo divider si 
debbano i vocaboli , che la compongono. 

Forse potremmo supporre che la decima lettera fos- 
se un IH ; nel qual caso si leggerebbe la iscrizione 
Ta.xpa, To-xpi}-! "ttchixi 

In questa seconda iscrizione , come nella terza , 
neppure abbiamo il confionlo di parole simili nelle 
poche iscrizioni messapiche finora conosciute. La terza 
dice così Oiy.opot\-t piyias fx-opoas 

Non abbiamo ancora elementi bastevoli di confronto 
per venire a probabili conclusioni sulla intelligenza 
di queste novelle epigrafi di Lecce. Saremo perciò 
contenti di riportarle, rimandandone a miglior tempo 
la conghietturale interpretazione. Minervini. 



P. Raffaele Garrccci d.c.d.o. 
Giulio Mi.nekvi.m — Editori, 



Tipografia di Giuseppe Catàkeo. 



BtllETTIKO ARCHEOLOGICO NAPOLITAÌVO. 



NUOVA SERIE 



iV.« 29. (5. deir anno II.) 



Settembre 1853. 



Bollo consolare. — Sugli avanzi di antiche costruzioni orizonlali e poligone , che sono sottoposte alla chiesa 
Cattedrale di Ferentino. — Scrizioni latine. 



Bollo consolare. 

Il sig. Felice Marlclli trovò agli SfafToli , paese dui 
Cicolano posto fra Capradosso 1' antica Clileinia , e 
Fianiignano un Bollo di tegolo con questa leggenda 
circolare 





\ p 


'^. 




cos 











D I 



che nel mio recente viaggio ofieniii di copiare dalla 
gentilezza dei coltissimi figli di lui. La mia divinazione 
fu ì'ICulina (sic) SOSJcniana ^ìarciTErcnlii Orici tis 
VRÌYcrniana. PAKTo COSule (l),che trasmisi al eli. 
sig. Conte Borgliesi, dui (juale ricevo la illustrazione, 
clic io qui sottopongo , a comune vantaggio. 

)i Ella mi era ignota, ma £c fu rinvenuta nel Cico- 
lano ( intendo nel territorio di Cicoli nell' Abruzzo 
ulteriore ) spetterà ad un paese dell'antica Sabina, e 
jiiù lardi della Valeria , non molto lontano per con- 
seguenza da Roma, onde potremo giovarci degli esem- 
pi moltiplici, che ci offrono i bolli Romani. Convengo 
pertanto con lei , che il FIC o FIG SOST indichi il 
nome della fornace da cui deri\i , ch'Ella su|)plisce 
Fltiulina SOSteniana.eSOSTENiiS difalti fu un co- 
gnome libertino, siccome ci mostra ilTAVHlSCVS • 

(1) La linea dio è davanti a PRIF non ha vcrun ratio orlzon- 
lale , ed è aliiuanio curva , onde io la tenni per imo dei segni so- 
lili inconliais' nelle ligurne. 
AXKO 11. 



SOSTENIS- GERMANICI CAESARIS Liberti SER- 

VOS del Muratori p. 922. 42. Qualcuno potrà forse 
osservare, che i nomi delle figuline piuttosto che da 
un cognome provengono per l'ordinario da un gen- 
tilizio , ma poco fastidio per ciò ci prenderemo po- 
tendo facilmente sostituirsi la gente Soslenia cognita 
per un'altra lapide dello slesso Muratori 17'i7. Ij. 
Convengo pure che nelle tre sigle susseguenti M ''E O 
stiano nascosti i nomi del fiondo , o del proprietario 
della fornace, per esempio Maici TEienlii Onesimi, 
fre<juenle essendo di vederli cosi compendiali in al- 
tre terre colle. Tutto il resto appartiene per me al 
consolalo che ne segna la data. La successiva iniziale 
astata, ch'Ella m'indicò come non ben determinala , 
dovrebbe essere un T, ossia il prenome di Tito Pri— 
fcrnio Peto console sufTelto, che quantunque non re- 
gistralo nei fasti , non è tutlavolla sconosciuto. Am- 
metlo anch'io che questa ca=a abbia desunta la sua 
denominazione dell' antica città di Prifernum notata 
v.'A\n tavola Peulingeriana come distante dodici miglia 
da Aniiterno. Due Senatori di questa famiglia sono 
ricordali fra i molli Patroni di certi Corporali , pro- 
babilmente i Lenuncularii Ostiensi , dei quali ci ha 
serbalo l'elenco una gran tavola dell'anno 893 presso 
il Grntero p. 126. L'uno è il padre che per la sua 
anzianità vi è segnalo pel primo, e che si appella T • 
PRIFERNIVS • SEX • FIL • PAETVS • ROSLV WS • 
GEMINVS, di cui torna la ricordanza in tm' altra ta- 
vola del 905 (Grut. 1077. 1). L'altro è il figlio che 
vi è detto parimenti T • PRIFERNIVS -TE- PAE- 
TVS . ROSIANVS . GEMINVS • Filim , di cui pure 
si ba nuova memoria, coli' aggiimla della tribii Qui- 
rina frequentissima ad Amiieruo , in un frammento 



— 34- 



di anno incerto , ma però dell'impero di Antonino Pio, 
riferito dal Doni ci. IX. n. 6, e che io vidi in Roma 
molti anni sono presso il Vescovali. Non dubito cte 
il primo sia il Rosianus Gemìnus Quaestore di Plinio 
nel suo consolato dell' 833 , da cui viene raccoman- 
dalo a Traiano coll'epistola 16 del libro X. Né osta 
se per tal modo nel 903 avrà avuto l'età di 77 anni, 
perchè a quel tempo doveva essere molto vecchio , 
se lino dall' 893 aveva già un figlio per lo meno in 
età senatoria. Quindi non saprei decidere a quale dei 
due spetti il rescritto di Adriano a Rosiano Gemino 
memoralo da Papiniano nel Digesto L. 48. 5. 6. Mag- 
giori notizie si hanno del secondo in grazia di una la- 
pide del suo genero Paclumeio Clemente, scoperta a 
Gostantina nella Numidia fino dal 1841 , di cui in 
Roma si ebbe subito copia, e ch'è poi slata pubblica- 
ta più tardi ne\[' Exploration de l' Algerie ta\ . 133. 
2. Qui la trascrivo per risparmiarle l'incommodo di 
ricercarla. 

P • PAGTVMEIO /^ P £^ F 

QViR CLEMENTI 

X VIRVM STLITIBVS • IVDIGAND 

QVAEST • LEG • ROSIANI ■ GEMINI 

SOCERI • SVI • PROCOS • IN ACHAIA 

TRIB • PEEC • FETIALI • LEGATO • DIVI 

HADRIANI . ATHENIS • THESPIIS 

PLATEIS • ITEM • IN THESSALIA 

PRAETORI • VRBANO • LEGATO 

DIVI HADRIANI . AD RATIONES 

CI VITATI VM • SYRIAE • PVTANDAS 

LEGATO • EIVSDEM • IN CIUCIA 

CONSVLI • LEGATO IN CILICIA 

IMP • ANTONINI • AVG • LEG • ROSIANI 

GEMINI • PROCOS IN AFRICA 

PATRONO • i/auntaNIARViM 
D D P • P 

Non può dubitarsi che questo Proconsole dell'Afri- 
ca sia il figlio Rosiano pel confronto di una base tro- 
vata in un cimitero cristiano di Roma, e riportata dal 
Marangoni negli Atti di S. Vittorino p. 130, dal Mu- 



ratori p. 2026. 5, e dal Marini Arv. p. 799 che at- 
Iribuivala a G. Ducenio Gemino , in cui dicesi Titi 
Filius 

T ' PrlfeimO • T . F 

Quir . Paelo • i?oSIANO • GEMINO 

Cos • Leg • Aug • /'ROCOS 

Prov ' ^FRICAE 

CEIVS 

INVS 

ENTI 

Farà meraviglia a taluno come costoro piuttosto 
che Priferni Peli si chiamassero più volgarmente 
Rosiani Gemini , ma parmi che la ragione ce ne sia 
resa dalla finale di uno di questi nomi , per cui sia 
lecito di supporre che il padre nato da un Sesto Ro- 
sio Gemino fosse adottato da un T. Prifernio Peto , 
e per tal modo addivenisse T. Prifernio Pelo Rosiano 
Gemino. La rarità, o piuttosto la singolarità di que- 
sto gentilizio, la corrispondenza dei tempi, e la vici- 
nanza dei luoghi mi danno argomento di credere che 
r adottante sia nominato in quest'altra iscrizione, 
che io ho più correttamente dalle Schede dell' Ama- 
duzzi, il quale la vide sulla facciata della casa dei si- 
gnori Solidali a Conligliano vicino a Rieti, che si re- 
puta r antica Cutilia. 

T • PRIFERNIO 

P • F • QVI • PAETO 

MEMMIO • APOLLINARI 

mi • iVR • Die • QVINQ • MAG • IV 

PRAEF • con • III • BREVC • TRIB • LEG • X 

GEM • PRAEF • ALAE • I • ASTVRVM . DONIS 

DONATO • EXPED • DAC • AB • IMP 

TRAIANO • BASTA • PVRA • VEXILLO 

CORONA • MVRALI • PROC • PROVINC • 

SICIL • PROC • PROV • LVSITAN 

PROC • XX HER • PROC • PROV • TiRAC 

PROC • PROV • NORICAE 

P • MEMMIVS • P • F • QVI 

APOLLINARIS 

PATRI • PIISSIMO 



— 35 - 



È evidente dai nomi del fi-lioPMEMMIVSPublii Fi- 
lius che anche il genitore si chiamò realmente P.IMeni- 
inio Apollinare, onde resta che il T- PRIFEKNIVS* 
PAETVS gli sia provenuto dalla famiglia della madre. 
Posto tutto ciò, è ora conosciuto generalmente, ed io 
ne ho recalo esempi altre volle, che in simili casi molti 
adottati seguitarono ad essere più comunemente chia- 
mati cogli antichi loro nomi natalizi, mentre negli adi 
solenni come sarebbero i fasti consolari do\eltero u- 
sare i nomi legali ch'erano quelli dell'adottante. Ma se 
il secondo Rosiano fu Proconsule deli' Africa sarà cer- 
tissimo, ch'egli deve aver occupato precedenlcmenle il 
seggio consolare, ed anzi dalla lapide di Costantinase 
ne viene a conoscere presso a poco il tempo. Da essa 
apparisce che Paclumeio era Legato di Adriano nella 
Cilicia, quando anch' egli fu promosso al consolato, 
scaduto dal quale tornò nella stessa Cilicia a compie- 
re la sua legazione sotto Antonino, dopo di che segui 
il suocero come suo Legato nell' Africa. Da ciò si 
comprenderebbe abbastanza, ch'egli deve avere avuto 
i fasci o sull'estremo dell'impero del primo, o sul 
primo principio di quello del successore, ancorché il 
diploma del Vespremio ( Cardinali Dipi. XVII ) non 
ce ne avesse dato l'anno preciso, insegnandoci che in 
compagnia di M. Vindio Vero egli li amministrava 
XVI • K • IVL della TR ■ POT • XXII di Adriano, 
cioè l'anno 891 negli ultimi giorni di quell'Imperatore 
morto |X)co dopo ai 10 di luglio. Chi ha preteso di 
correggere quella data cambiandola in XVII o in XXI 
per la falsa ragione che Adriano non toccò la XXII 
podestà, non ha conosciuta la nuova maniera di con- 
tarle introdotta da quel principe , e seguita dai suc- 
cessori, manifestata dalle nuove scoperte come ho ri- 
petutamente avvertito, ed è stato ultimamente smen- 
tilo dal Cav.de' Rossi (Prime raccolte di antiche iscri- 
zioni n. 33) , provando che indarno si è voluto sol- 
lecitare la lezione TRIB. POT. XXII anche nella sua 
iscrizione sepolcrale all'ingresso della mole Adriana. 
Da quest'ordine delle sue cariche ne consegue , che 
Pactumeio può tutto al più aver tardalo ancora tre 
anni dopo i fasci a recarsi nell' Africa , il che porte- 
rebbe il proconsolato di Rosiano all'^Oi. Dati adun- 
que i soliti dodici tredici anni d'intervallo fra la 



provincia e il consolato ne viene , che questi deve 
averlo conseguito circa l'SSI, poco più, poco meno. 
E questa età è veramente oppnriunissima per essere 
assegnala al nostro bollo , perch;"; fu veramente sotto 
Adriano che si diUuse il cosluine di segnare sulle fi- 
guline la data dell'anno. Del resto non è nuovo di ve- 
der comparire in esse anche i sufTetti, e molto meno 
di trovarvi citato un console solo , ed anzi se questa 
tegola fu fabbricata sui confini della Sabina , e se la 
famiglia di Prifernio fu di quei luoghi, si troverà fa- 
cilmente il motivo , per cui si preferisse di marcarla 
col consolato di un compatriolta. » Borghesi. 

GAnRCCCi. 



Sugli avanzi di auliche coslruzioni orizonlaìi e poli- 
gone , che sono sottoposte alla chiesa Cattedrale di 
Ferentino. 

L' articolo del cav. Bunsen « Antichi Stabilimenti 
italici» Ann. Instit. T. VI, 99-145 merita di essere 
rivocato ad esame in parecchi punti: io toglierò a di- 
sputare un passo, acni non diede equivalente risposta 
il Petit-Radel ivi p. 330 provocato da lui. Comince- 
rò dal riferire le parole del Bunsen come le espone il 
lodalo Pelil-Radel. «Porla Ferenti no testimonio chiaro 
avervi fabbricato i Romani nel tempo della republica 
un muro poligono , che finisce in quadrato dai fon- 
damenti, e non diverso dagli altri saggi di mura che 
ivi si scorgono. Da questo fatto sono lontano di voler 
dedurre essere di questo tempo le mura intere di Fe- 
rentino , ma solamente avere i Romani , anche in 
tempi assai posteriori , adottato in quei paesi siffatlo 
sistema di fabbricare laddove si trattava di reggere UQ 
terrapieno. » A questo fatto delle mura di Ferentino, 
che suol essere un Achille ancor oggi risponde il Pe- 
tit-Radel, concedendo al Bunsen, che il muro del ba- 
stione ove è scolpila l'iscrizione di M. LoUio ed A. 
Irzio è realmente romano, non essendo affatto veruna 
parie di esso lavorata a stile detto ciclopico (p. 352, 
353). La qua! risposta non parmi nò adequala nò vera. 
Perocché r iscrizione è ripetuta su due fianchi; e certo 



— Be- 



ai Iato occidentale il muro sottoposto alla costruzione 
romana non ha disposizione di pietre presso che per- 
fettamente orizontali siccome veggonsi nel lato meri- 
dionale, ma di stile onninamente a poligoni irregolari. 
Inoltre in quella stessa faccia , ove il muro romano 
pianta su questa pietra di struttura quasi orizontale , 
non mancano avanzi di ciclopico a questa sottoposti , 
onde risulta , che la costruzione orizontale è una ri- 
fazione di tempo diverso. Né questo è l' unico esem- 
pio , « fra quei che ne potrei citare piacemi scegliere 
il muro ciclopico di Agnoue che ho recentemente e- 
saminato coi coltissimi signori Cremonese, ove si ri- 



conosce una rifazione posteriore di una parte di esso, 
ricostrutta appunto suU' andamento orizontale, sicco- 
me in quello di Ferentino. 

Veniamo ora alla iscrizione, la quale se ben si esa- 
mini , scioglie la quistione in una maniera onnina- 
mente decisiva. Perocché Aulo Irzio, e Marco Lollio 
dicono in essa di aver alzalo il fondamento , le mura 
e le volte della fabbrica esistente tuttora. Questa leg- 
genda è incisa a bei caratteri in una fascia che corre 
siri due vasti lati dell' intero recinto. Da l' un fianco 
è scritto in una sola linea così : 



AHiriTìVSÀ r M LOLLIVS CF CES FVNDAMENTAMVROSQVEAFSOLO FACIVNDA • COERA- 
VER • EIDEMQVE • PROBAVERE IN TERRAMFVNDAMEXTVMESTPEDESALTVMXXXIII IN- 
TERRAM AD • IDEM • EXEMPLVM • QVOD • SVPRA • TERRAM • SILICI (I) 

leggesi dall' altro fianco : 

AHIRTIVSAF-MLOLLIVSCFCES FVNDAMENTAMVROSQVEAFSOLO FACIVNDA COERA- 
VERE EIDEMQVE PROBAVEREINTERRAMFVNDAMENTVMESTPEDESALTVMXXXIIIIN 
TERRAMADIDEMEXEMPLVMQVODSVPRA TERRA- • -(qui è stata aperta una finestra ad arco, 

che ne ha tolto l'ultima lettera M). 

Inoltre sull' architrave di una porta , che intromette nell' ìmbasamento , si legge : 

M • LOLLIVS • C • F • A • HIRTIVS • A • F • FVNDA 
FACIVNDA COERAVERVNTEIDEMQVEPROBA VERE (2) 

e sull'architrave di altra porta, ma interna, e a destra della precedente 

A • HIRTIVS • A • F • M • LOLLIVS • C • F ■ CES • FVNDAMEI^Ta 
FORNICES • FACIVNDA • COERAVERE • EIDEMQVE 
PROBAVERE (3) 

Per non errare coi precedenti tenni necessario pren- epigrafe costruiti dai censori Irzio e Lollio. Questo 
der le misure dei Irentalre piedi che diconsi nella scandaglio dovea giovare ad escludere la porzione dì 



(1) Apiano p. CLIX, Gml. CLXV, 3 ex libro quodani ms. ante 
annos 70, ivi dallo Smel. Candidi-Dioiiigi, Viaggi pel Lazio, p. li. 
Kunsen , aunali dull' Insiit. voi. VI. p. 14i. Il pi-imo nome manca allo 
Smcl, alla Dionigi, ed al Uiinsen , non però alla mia copia. HIR- 
CIVS ms E .SOLO Smel, Dionigi. AE Buns. COER.VVE Buns. EI- 
DlCMl}- ms. .Smel. INTEKKa ms. EST SCILICET ms. indi il Fuila- 
netlo nel Lessico v. funUamentum, e gli Ercol. nel fascicolo 1. del 
Tempio d'Iside, p. i3, ai quali pare non sia venula in mano la edi- 
/i medella Dionigi, né del Bimsen. Il eh. de Rossi porla opinione, 
cbe dall' apografo del Poggio si propagasse poi nelle copie niaiio- 



scrille il nome del primo Censore, tollocchè mal Ielle HIPPIVS, 
ma ai Icnipi del Gruferò invisibile ; ora per altro è ancor leggibile, 
siccome anche prima di me lo ha provato l'edizione litografica delle 
Iscr. di Ferenliiio dedicala alla sanlilà di Gregorio XVI. p. V. 

(2) Amadiizzi Auccd. Liner, voi. II. 466 n. !■{. Il Bunsen a p. 
ìil del voi VI. Annali dell' In.stit. a iscrizione , credo , non ancora 
pubblicala ». 

(3) Grut. CLXVII , 1 ex sch. Ursini, che dividono male le righe 
1. FV.NDAMENTA 2. FOIINICIS Grut. ET ■ KORiNlCES Buns. COE- 
RAVEUV •■■ Buns. EIDEMQ. Crul, 



— 37 — 



muro di coslruzione diversa. Trovai adunque l' al- 
tezza totale del muro di palmi 62 ed once sette di 
misura napolilana decimale. Cliiaramcnle appariva 
che non fu tutta questa parete alzata dai censori Ir- 
zio e Lollio, perocché essi determinavano il loro la- 
voro a 33 piedi romani , e i treulatre piedi romani 
antichi, secondo i migliori calcoli che si possono isti- 
tuire sul più sicuro campione di antico piede romano 
proposto recentemente dal marchese Marini, danno 
trentasei palmi napolitani decimali ed once tre, e vuol 
dire, elle il piede romano antico esattamente corri- 
sponde alle undici once di misura napolitana. Era 
dunque forza che dai sessaiitadue palmi napolitani ed 
once sette , che avrebhero dato piedi antichi romani 
cinquantasette), se ne sottraessero 2'(, per avere quei 
Ireutatre piedi , di che parlava l' iscrizione. Avendo 
ciò fatto , e calala una corda di treulatre piedi ro- 
mam' , a conlare dalla iscrizione in giù , il piombino 
die appunto su quella paiie del muro , ove finiva la 
costruzione a grossi parallelepipedi, e cominciava l'al- 
tra a piccole pietre di taglio quadrato, che era l'o- 
pera de* Censori. Tale esperienza di fatti, che faceva 
tacere i parliti, ne guidava naturalmente a determinare 
in qual senso si fosse scritto dai Censori FVNDA- 
MENTA MVROSQVE , e poi FVNDAMENTVM 
EST. PEDES. ALTVMXXXllI. Perocché leggendosi 
in queste prime iscrizioni, ed ancora nelle due sovrap- 
poste alle due porle l'interna , e l'esterna, lo slesso 
plurale FVNDAMENTA, deve conchiudersi, che tulio 
r imbasamenlo con questa voce fu indicalo , e per lo 
contrario , che la voce FVNDAMENTVM con la de- 
terminazione dei 33 piedi non riguardi se non 1' unico 
lato meridionale , scandaglialo da me. Non temo poi 
veruna opposizione dalla leggenda medesima ripetuta 
sul fianco occidentale col medesimo numero di piedi, 
sebbene ivi l' imbasamenlo di coslruzione censoria so- 
vrapposto a'poligoni sia di pochi palmi soltanto; peroc- 
ché è evidente, che fu riportala l'iscrizione anche 
su questo lato per renderla presente a coloro che di 
qua salivano, mentre la parte opposta reslava troppo 
in alto, e forse anche in sito non frequentato. Nei due 
architravi si ricordano ancora i FORNICES , ossia 
le volte degli archi tuttora esistenti, che occorrevano 



a livellare il piano superiore, il quale volendosi avere 
su di un'alta cima in scosceso declivio aveva richiesto 
l'opera delle sostruzioni o fondamenti descritti. 

Meditando di più sullo stile severo di questa nobile 
epigrafe possiamo ricavare che la voce TF^^RRA qui 
ripetuta sia posta a significare il pian terreno sul quale 
ergesi il muro. Perocché se il Fuìtdammlitm in ter- 
ram è alto treulatre piedi, e questi finiscono appunto 
al piano ottenuto per le sostruzioni , e se aggiugnesi 
di poi che questa fabbrica sottoposta è della stessa 
pietra che quella la quale é SVPRA TERRAM, evi- 
dentemente questa terra qui indicala dev'esser il ri- 
piano posto tra mezzo alli Irenlalre piedi del Funda- 
mentutn in lerram, e al nuiro che comincerà appunto 
ad elevarsi mpra lerram. La qual circostanza studia- 
tamente aggiunsero i due Censori per far decidere a 
colpo d'occhio qual era la fdibrica da loro costruita 
distinguendola da quell' imbasamento più vetusto, del 
quale non polca dirsi egualiiieiile che fosse formalo 
ad idem cvemplitm del muro, né del fondamento sot- 
toposto. Finalmente la voluta distinzione del funda- 
mcntum in (erra e fundamenlum in lerram , ( Furia- 
netto Less. V. fundamenlum, Ercolanesi, Tempio d'I- 
side pag. 43, noia 2.) ossia del fondamento scoperto 
e del fondamento solterraneo sparisce affatto , ed in- 
vece a questo suo significalo dovremo sostituire le 
frasi in lerram e supra lerram ; e perché in verità la 
epigrafe niente altro c'insogna se non che IN TERRAM 
FV.XDAMENTVM EST PEDES ALTVM XXXIII, 
ciò che abbiam veduto in che maniera si avveri, es- 
sendo onninamente scoperte delle fondazioni per lutti 
i loro trentalre piedi, e perché la fabbrica supra ler- 
ram dicesi fatta della slessa pietra e della medesima 
struttura di quella cheirt<crra?n, ossia del fondamento 
di soslruzione. Onde che la iscrizione mi significa in 
questo modo. Aulo Irzio figliuol di Aulo, Marco Lollio 
figliuol di Caio Censori hanno procuralo si costruissero 
le fondamenta e i muri dal suolo, egli stessi ne hanno 
approvato il lavoro. Il fondamento sottoposto al pian 
terreno è alto trentatre piedi , ed è di pietra e della 
stessa struttura che il sovrapposto al detto pian ter- 
reno. Nello stesso modo convenendo ora fabbricare 
un muro intorno ad una città che sia piantata su di 



— 38 - 



una collina, bisogna che se ne pigli la costruzione su 
pel declivio portandolo a maniera di sostruzione al 
livello richiesto, perchè quindi incominci ad elevarsi 
il muro di cinta. Se anche a noi occorresse descrivere 
un tal lavoro, non altrimenti diremmo di aver elevale 
le fondamenta o sostruzioni sino al pian terreno dal 
quale dovrebbe cominciare la fabbrica del muro, os- 
sia che il fondamento sottoposto a quel terreno o spia- 
nato che si ottiene empiendo il vacuo della soslruzione 
al declivio del colle con cementi , è alto ad esempio 
palmi trenta , e della struttura medesima di quello 
che è sopra detto livello : in terram fundainenlum est 
jyedes altum Irìginla ; in terram ad idem excmplum 
quod siipra lerram silici. Perocché nei due casi la terra 
non può essere altro se non che il luogo ripianato o 
pian terreno , ad ottenere il quale si sono gittate le 
sostruzioni , sulle quali si potesse elevare normal- 
mente il muro richiesto. Avvertirò infine che il fun- 
damenlum non è diverso in sostanza da un muro , 
anzi, che un muro costruito per sostruzione o per ini- 
basamento prende il nome di fundamentum, e che es- 
sendo fabbricato o sulle vecchie costruzioni , o sulla 
pietra viva della roccia, non potrà mai rettamente ap- 
pellarsi sotterraneo , se non è dentro terra. 

Non sarà fuor di luogo, poiché ho assunto di spie- 
gare tutta l'epigrafe, che soggiunga qualche cosa in- 
torno ai due magistrati, che ci si dicono incaricati di 
questo lavoro. Quando con la seconda copia Gruteria- 
na ricavata dalle schede dell'Uràino, ebbesi COS invece 
di CES l'Almeloveen ritenneli per coppia di consoli, 
e ad Aulo Irzio, che non si accordava coli' autorità ir- 
refragabile della iscrizione posta al ponte fabricio, so- 
stituì Q. Lepido figliuol di Manio(l), ma egli non av- 
vertì inoltre che gli occorreva di cambiare non meno 
arbitrariamente il prenome del padre di LoIIio, il quale 
nella epigrafe romana si manifesta figliuol di un Mar- 
co, quando il LoIIio di Ferentino si dice figliuol di un 
Caio. Tutta la difilcollà , che tra i faslografi eccitò le 
contese notate dall'Orelli (Coll.Inscr.Lat.n.589), na- 
sceva dal non trovare i due nomi tra magistrali che 
avessero in Roma sostenuto la censura nel medesimo 

(1) Marco avevano le copie di questa leggenJa fino a noi; ma 
il mio eh. amico Cav. de lìossi no ha dala di recente la vera le- 
zione ( Le prime racculle eie. p. 02 ). 



tempo , siccome dalla parete di Ferentino apprende- « 
vano; ma, per quanto io so, neppure ai di nostri si è 
ancora potuto una tal opinione ragionevolmente pro- 
porre. Non si era mai credulo doversi in Aulo Irzio, 
ed in M. LoIIio riconoscere magistrati municipali, lo 
che era per mio parere il solo modo di trovare una 
soluzione alle difficoltà fortissime che inconlravansi a 
volerli di famiglie romane , e contemporaneamente 
eletti a sostener la censura. La famiglia dei Lollii non 
era a Roma così nuova né sì poco diffusa che non avesse 
da qualche pezzo adottato già un cognome ; e sulla 
moneta conoscesi M. LoUio figlio di un Marco di co- 
gnome Palicano questore al G92, E quando ad Aulo 
Irzio, prima di lui che fti pretore nel 708 non v'ha 
memoria di romana famiglia, onde egli uscisse a reg- 
gere la pretura e poscia il consolato. 

Adunque non conoscendosi alcun M. LoIIio figliuol 
di Caio nella famiglia dei Palicani e dei tempi di Ir- 
zio , né trovandosi di costui memoria tra le fami- 
glie romane , io ho fondato sospetto che siano pro- 
venienti da Municipii , donde in questi ultimi tempi 
della romana repubblica e dopo le guerre sillane non 
mancano memorie d' uomini eziandio saliti alle mag- 
giori cariche di Roma di municipale provenienza. Ho 
recentemente fatto conoscere nella storia d' Isernia 
Marco Nonio Gallo, onorato del titolo d'Imperator su 
di una base iserniua, essere quel desso che soggettò i 
Treviii e quella porzione di Germani che abitavano 
le ripe trasrenane vicine e ne ottenne il trionfo. Il pa- 
dre di lui Caio Nonio fu quatlroviro quinquennale nel 
municipio d' Isernia , e Sesto Appuleio ornato anche 
del titolo diinpeiator che salì in Roma alla mnggior 
curule egualmente da quel municipio ebbe la sua ori- 
gine. Stimo perciò che Aulo Irzio e M. LoIIio dopo 
la censura municipale entrassero in Roma nella car- 
riera degli onori, che ad Aulo Irzio toccasse di ma- 
neggiare i fasci , che il Marco LoIIio di questo mo- 
numento sia il padre del console del 733, al figliuolo 
del quale, siccome ha ben dimostrato il Noris, Orazio 
scrisse le due epistole ove gli ricorda il rus pater-' 
num (I). Grande sostegno intanto riceve la mia opi- 

(1) Il Ziinipt non si accorderebbe con me in tutta questa discus- 
sione, lipiitaiido egli i due Censori di Ferculiao anlcriori alla guer- 
ra inar.ìica Comm. Epigr. p. 77. 



— 39- 



nione della famiglia Irzia in Ferentino nel monumento 
di una Irzia liberta di Aulo, ed è l'unico che ricordi 
questa famiglia nelle vaste raccolte del Grutero(Grut. 
978. 7) e del Muratori (Murat. 1332. 9). 
HIRTIA AL 

AGATHOCLIAE così 

MONVMENTVM 

FECIT SIBI ET 

C EPPIOTF PVB 
VIRO SVVO cosi 
Gravissime difficoltà si sarebbero incontrate in altri 
tempi a concedermi quanto ho premesso, per la men- 
zione della carica di Censori di che veggonsi ornali 
Lollio ed Irzio : ai giorni nostri però la cosa è molto 
ben dimostrala, e più monumenti possono citarsi nei 
quali sono memorati i Censores , i Qainq. Gens. Poi. 
nelle colonie e nei municipi!, (cf. Liv. L. XXIX. e. 
1 5. Cenmm agi ex formula ab Ilomaim cemoribm 
data, refcrmiuc Romam ab iiiralk censoribus colonia- 
ruiJi-c.37. Deffrcììlibm coloniarum censoribus censum). 
Basterà qui ricordare P. Lucilio Gamala IIVIR CEN- 
SORI AE FOT in Ostia (Orelli 3882) e L. Belilieno 
Vaaro che gli Alali ini CENSOREM FECERE BIS 
(Id.3892) , e Decimo Cotlio Fiacco GENS in Avel- 
lino (Id. 389o), e quel L. Laberio Optato ORN.\- 
MEXTIS CENSOR • HONORATVS in Vibone Va- 
lenza in proposito del quale il Conte Borghesi parlò 
di questa carica , e con un' altra pur di Monteleone 
confermonne la dottrina l'Abate Furianetto nella pre- 
fazione alle sue Lapidi patavine (p. XXIV). Anche il 
eh. Jahn nelle note al v. 28 , 29 della Sai. IIL di 
Persio 

Stemmate quod lusco ramum millesime ducis 
Censoremve tuum vel quod trabeale salutes 
ha osservato alludersi qui ai municipiorum quinquen,' 
nales , qui censuram agebanl e censores vocabantur; ed 
opportunamente richiama le cose dette dal Savigny 
dal Rechis, dal Dirksen, e lo avea notato nelle tavole 
di Eraclea anche il Mazzocchi , tuttoché non ci ar- 
rechi in prova altre lapidi che quelle sole in cui è 
memoria del magistrato quinquennale , ottimamente 
per altro da lui paragonato ai Censori di Roma (Tab. 
Ileracl. 40ì>). Ma i più bei confronti alla epigrafe 



CES 



Ferentinate ci vengono da due Lapidi l'una di Tivoli 
edita dal Muratori (7J)1 , 6) ove si nominano 
TVL • TVLLIVS TVL F P • SERTORIVS 
P • F • CENSORES 
e da una seconda , la provenienza della quale è dal 
Gualtieri indicata ove fu Siliari una volta (n. 393. cf. 
Fabr. 241 n. 615 Momm. I. N. G9.); e dice: 
P • MAGIVS • P • F 
Q • MINVCIVS • L • F 
BASILICAM FAC 
CVR • DE • SEN • SENT 
Fu questa intanto dal dotto Morcelli trattala con 
troppa cautela e con aperto timore di chiaramente 
defluirli per Censori municipali « Par istud Censorura 
in Pighii fastis frustra quaesivi; nec Magiam gentcm 
habent nummi Thesauri Morelliani : nolim tamen in- 
scriptionem tamquam commenlitiam reiicias. Magios 
plures apud Grulerum invcnies ut Censores hisiUr- 
banos habes vel ex ignotis vel ex sufTeclis esse potue- 
runt (ad inscr. CCXXIII) (I) ». 

Garrccci. 

Iscrizioni Ialine. 

Ricevo or ora una copia di un' epigrafe di recen- 
te scoverta nel fondo pulcolano della sig. Duchessa 
di Caprigliano , detto Campana , e trascrittami accu- 
ratamente dal coltissimo sig. Abate D. Sante Bastiani. 
È un' ara sepolcrale con gotto al lato sinistro , e pa- 
tera al lato destro , in fronte alla quale con bei ca- 
ratteri si legge : 

1. DM 

IVLIAE • CRISPINAE 

C • C • POMPONII 

PONTVS • VXORI 

OBSEQVENTISSIMAE 

CAPITOLINVS 

MATRI 

PIISSIMAE 

(I) Queste cose furono da me scrino prima che arrivasse fra noi 
il dolio libro del Zuiiipt Comm. t'pigr., ove è la disserlazicne di 
lui de Quinquainalibus dm tratta questo tema. 



— 40 — 

Un lulim CreUpinus erede di Mamonio Basso E- Prael. Mls. monum. Neapolì, 18o2. n. 1 92.) ; qiieslì 
giziano , il quale niililù sulla trireme Polluce, è nella forse ebbe alcun vincolo di parentela con Giulia Cri- 
mia raccolta dei marmi della flotta di]Wiseno(v. C/asszs spina nominala in questa lapida. 

2. vrjiAivo COSMVS • TEST Amcito US • tot 

MACELLVM • EXORNARI • IVSSIT • FISIA • Serena ? wa/er 
SVPPLETA • VICESIMA • CONSVMMAVIT • IDQVc nomine 
FILI • SVI • EXORNATHm • dedicadt 



Questa epìgrafe mi proviene da certe schede , che 
Lo ritrovato nel piccolo museo dei BR. PP. di S. 
Pietro a Cesarano. Non sarebbe facile determinarne 
la patria , ma poiché quelle schede contengono quasi 
sole iscrizioni di^lecZanM»», diC. Delizio Pio (Momm. 
/. -Y. 190) , di C. Nerazio Proculo (Momm. 1 136) , 
di Eggius Felix? (Momm. 1203, nel cognome FÉ VS, 
che le schede mie leggono FELES, riconoscerei FE- 
LIX), e Analmente quella di Rabiria Bebia , della 
quale si ha una copia assai diversa nel Lupoli (Momm. 
1181): 

RABIRIAE • BAE 

BIAE • COMVGI 

TIIESEVS • • • 

COL • AECLANE 
B • IM • P 
può ragionevolmente tenersi , che la lapida di Staio 
appartenga al medesimo municipio. Di falli in Belano 
era già nota la gente Stala per la lapide di Numerius 
Siaius Rcmisms liberto ( /. A^. 1240). Nuova è la 
fiase, ma non nuova la dottrina del cinque per cento 
sui legati e sulle eredità. Ne ha discorso colla solila 
doltiiua il eh. nostro collega sig. Gervasio , il quale 
ottimamente richiama il SIN E DEDVCTIONE VI- 
CESIMAE della lapida Venosina (/«m. Messili, p. 
8 , n. ) ; Fisia però supplì del suo la vigesiina che 
andava per legge al fisco dal legato del figlio , e ter- 
minata la fabbrica della piazza di comeslibili , po- 
scia a nome del figlio JDQVrE • NOMINE •] FILI • 
SVI- EX0RNAT[VMDEDICAV1TJ. (che co^ì leggo 
e supplisco quest'ultima parte della leggenda), fornì 



la piazza delle suppellettili , che le erano necessarie, 
detti oniamcnla , ornadones, '7rp%o<rixr,ao(,rcn. [Mafiei 
Mus. Veron. XL), e l'apri al pubblico. Di questo 
senso della voce ornai»fH/«jH ho detto nella mia storia 
d' Isernìa a p. 94 , in proposilo appunto di un 3Ia~ 
ceìium, che L. Abollio Destro fccil CVM OUNA- 
MENTIS SVIS. Onesti vengono detti AERAMENTA 
in una singoiar lapida di Sepino ( (juarini , II. Vag. 
Mansio 1, 29), e si può confrontare .Mi.crobio, che 
parlando dei tempii dice : Ornamenta sìint clijpci, co- 
ronac, el huiuscemodi donaria, neque enim ornamenia 
dedicanliir eo tempore quo tempia sacrantur fSaturn, 
III, 12, cf. Gronov. allo Pseud. di Plauto, I, 101 , 
109). Laonde anche nel linguaggio gladiatorio oniare 
vale dar la corona , la palma , la rudis al gladiatore. 
Simile faccrc le reputalo, alque illud facitis, uhi eos 
qui beslias strenue inlerfecerinl popolo poslulanle or- 
natis, et manumiititis , scrive Frontone a M. .\urelio 
(II, 1 ). Il senso di exornare è spiegato anche nella 
bella epigrafe salernitana di T. Tettieuo Felice, che 
legò cinquanlaniila sesterzii ad exornandam aedem 
Pomonis, dalla qual somma dieesi ivi: factum est fa- 
sligium inauralum, podium, pavimenta m'irmorea, o- 
pus Ipctorium ( v. le mie lllw^lrazioni di alcune iscr. 
ant. di Salerno, Napoli, 18ij|, p. 17.). Lascio libero 
di supplire N , o V il prenome di Staio , ed ho dato 
il cognome Serena a Fisia , perchè la Fisia Serena è 
famiglia illustre nella vicina Nola (v. Gervasio Iscr, 
di Napoli , p. 56). 



f continua) 



Garruccj. 



P. Raffaele Garrlcci n.c.n.c. 
Giulio Mineuvi.m — Editori. 



Tipografia di Giuseppe Catanbq, 



BULLETTI^O ARCHEOLOGICO MPOLITAI\0. 



NUOVA SERIE 



N.o 30. (G. dell' anno II.) 



Scltenihre I8ò3. 



Brevi osservazioni sopra vn hassorilievo cumano. — Di un denario di Famiglia inccrla, comuncmcnle attribui- 
to a Giulio Cesare , che vuoisi resliluire a L. Cornelio Siila. — Sul Vero ter consule nella epigrafe di 
Urso Togato: lettera del eh. sig. A. Gervasio al sig. Giulio Minervini , con osservazioni del eh. sig. Conte 
B. Borghesi. — Notizia di due iscrizioni messapichc. — Notizia di una iscrizione puleolana. —Descrizione di 
alcuni vasi dipinti del real museo Borbonico. Conlimiazione del n. IG. 



Brevi osservazioni sopra un hassorilievo cumano. 

Nella nostra (avola I di questo secondo anno del 
Bulletlino fig. 2 , abbiamo pubblicato iu piccole di- 
mensioni la faccia anteriore di un antico sarcofago 
scavato parecchi anni fa nel territorio dell'antica Cu- 
ma. Appartiene esso al Signor Eugenio Martorclli 
in Napoli, il quale me ne ha gentilmente permessa la 
pubblicazione. Li grandezza del monumento è palmi 
8 per 2,25: lo stile ed il lavoro è certamente romano, 
come si desume pure dall' architettura che vi si os- 
serva ; ed in varie parti , e principalmente nelle teste 
delle figure, può giudicarsi negletto e trascurato anzi 
che no. La complicata rappresentazione , che adorna 
la parte anteriore del sarcofago, può considerarsi di- 
stinta in tre differenti scene. La prima ci offre agli 
sguardi l'arrivo di Pelope alla magione di Enomao 
per chiedergli di entrare in lizza per lo consegui- 
mento d' Ippodamia. Sono notevoli le due teste so- 
spese in alto ad un arco della casa di Enomao , che 
appare in lontananza. Sono esse destinate ad indicare 
i tronchi capi degli altri giovani infelici , i quali ri- 
cercando prima di Pelope la mano d' Ippodamia fu- 
rono dal padre di costei trucidali ed offerti ad atroce 
spettacolo a chi osasse attentarsi a contrastar con lui 
per l'avvenire. Questa particolarità, che si osserva al- 
tresì in un magnifico vaso pubblicato negh Annali 
dell' Istilulo 1840 tav. d'agg. N-0, fu sufficientemen- 
te illustrala dal dottissimo pr. Rilschl (cit. voi. degli 
Annali p.l8l not. 1.). Nel giovine col pileo ricurvo 

ÀNKO II. 



ed armato di spada dee riconoscersi Pelope , il quale 
non ancora è venuto alla presenza del re. Questa no- 
stra attribuzione si rende sicura dal considerare che 
dello stesso modo armato di spada scorgesi Pelope 
nella seconda scena posteriore della corsa .della quale 
diremo tra poco. L' altro giovine similmente vestito 
è uno de' compagni di Pelope , che reca ad Enomao 
una lettera per parie del giovine figlio diTanlaio, di- 
mandando ospitalità, e forse ancora le nozze d'Ippo- 
damia. In altri monumenti vcggiamo Pelope recarsi 
alla impresa insieme con altri compagni (vedi Bruno 
negli Annali dell' Ist. 1846 p. 177, s.. Man. dell' Isl. 
voi. IV tav. XXX : vedi pure ciò che ho scritto nel 
Ball. Arch. nap. an. VI p. 64 e seg.). Il principe di 
Elide contrassegnato dal regio diadema ascolla con 
fiero viso le proposte di quel messaggiero. É notevole 
che delle figure, le quali assistono il re , una ne ap- 
poggia il pesante scettro, per liberarlo dall'incomodo 
di sostenerlo. 

La seconda scena esprime il momento della puni- 
zione di Enomao , e della vittoria di Pelope. Vedi 
l'auriga Mirtilo cercare di far risorgere i cavalli pre- 
cipitati al suolo per la scossa del rovesciato cocchio , 
mentre il vecchio re di Elide caduto bocconi a terra 
apparisce aver già subito l' estremo fato. Due figure 
una barbata e l'altra imberbe munite di corti giavel- 
lotti mostrano co' loro alti di spavento e di maravi- 
glia di appartenere al seguilo di Enomao. Pelope in- 
tanto , correndo precipitosamente i cavalli, cerca di 

raffrenarli tirando le redini colla sinistra , ed innalza 

6 



42 — 



colla destra la sferza vol-^cnJosi indietro , quasi per 
proclauiare il suo trionfo. Le redini gli cingono il 
corpo , e così pure ad Enomao ; per modo che può 
supporsi che lo scultore accennasse ad una tradizione 
diversa sul modo tenuto da Mirlilo per far precipitare 
il suo padrone ; ed era forse quello di farlo saltar 
fuori del cocchio tirando violentemente le redini da 
cui era cinto : ma valga ciò per semplice conghiettu- 
ra. Chiudono la scena due altre figure cioè un giovine 
che dà fiato alla tromba, ed altro che tiene la palma 
e la corona, prossimo a Pelope quasi nell' alto d'ira- 
porgli sul capo questo ultimo simbolo di vittoria. 
Farmi che queste due figure sieno ancora prese dalle 
idee romane , e più secondo le abitudini del circo , 
che secondo quelle della palestra. Il suono della trom- 
ba è comune nelle rappresentanze di pugne e di con- 
tese. Vedesi nelle pugne amazzoniche il trombettiere, 
o in altre scene di battaglie : e nel citato vaso pub- 
blicato tra' monumenti inediti dell' Isiiluto , uno dei 
compagni di Pelope stesso ha la tromba per animarlo 
col suono nel momento della corsa. Degna di partico- 
lare attenzione è la figura seminuda giacente al suolo, 
e che sembra in mesto atteggiamento. Io riconosco in 
essa il fiume Cladeo sboccante nell' Alfeo ( Mueller 
Dor. II, p. 458segg.), o se piuttosto si vuole l'Istmo, 
che era il termine della corsa, secondo Diodoro (lib. 
IV. cap. 73.), Tzetze (ad Lycophr. v. 15G.), e lo 
Scoliaste di Apollonio Rodio (ad I, 752), il quale 
così si esprime : Tr^o-xiiro %\ a-vroii K>.ao£wS Trora- 
fxòj à:psrr;p/cc, 'l<y'Ùfxòi Sì tÒ ripixoi,. Ecco perchè si 
stabilisce da Pausania il sepolcro di Enomao passato 
il fiume Cladeo (lib. VI cap. 21 ). Ben si comprende 
poi perchè il patrio fiume mostrar si deggia addolo- 
rato per la perdita del dominatore di Elide e di Pisa. 
La terza ed ultima scena ci presenta Pelope che 
abbraccia Ippodamia baciandola nella bocca, simbolo 
di'l suo conjugio. Questo atto è frequente ne' gruppi 
di Amore e Psiche , ne'quali va ravvisata una simile 
intelligenza (Minervini mon. ined. diBarone pag. 13 
e segg.). Or considerando il procedimento di tutte le 
«cene , di che finora dicemmo , troveremo che sono 
io tal guisa fra loro continuate e connesse che ben si 
addicono ad ornameato di un sarcofago. Pelope figura 



la destinazione dell'uomo, il quale nella prima parte 
del sarcofago si prepara alla contesa , nella seconda 
riporta la vittoria simboleggiata dalla palma e dalla 
corona , e finalmente nell' ultima consegue il premio 
del suo trionfo. Queste scene sono in evidente allu- 
sione al corso della mortai vita ed al seguito de' go- 
dimenti dell'Elisio: secondo le grossolane e materiali 
idee dell' antichità. 

Minervini. 



Di un denario di Famiglia incerta , comunemenle al- 
Iribuilo a Giulio Cesare, che vuoisi restiluire a L. 
Cornelio Siila. 

Il Patino aggiunse alla gente Giulia un denario sfug- 
gito a Fulvio Orsino, probabilmente perchè raro anzi 
che no , che è come segue : 

Testa fcminile ornata di stefane gemmata , d' orec- 
chini e di monile , con una ciocca di capelli cadente in 
sulla cervice. 

)( Diceras , o sia cornucopia gemino , avvinto da 
larga benda lemniscata , e fìniente in testa d' animale 
a lunghe orecchie : Q dal lato sinistro Arg. 

Venendo dal Patino fino al eh. Riccio , i nummo- 
grafi lo allogarono nella gente Giulia , e lo credettero 
impresso nel 708 da un Questore di Giulio Cesare ; 
tranne il eh. Borghesi, che nel 1827 lo reputava im- 
presso in Siracusa dai Cesariani Curione e Pollione 
[v. Sestini, Serie cons. Fon<a»ia, p. 64), ma che, dopo 
avere sapulo che non mancò nel ripostino di Frasca- 
rolo , e che perciò mostrasi impresso prima del 682, 
lo riteneva non bene allogato finora, del pari che l'al- 
tro denario col cornucopia semplice, e l'asse semioa- 
ciale corrispondente , non aventi altra epigrafe che 
l'EX S-C (v. Riccio p. 105). Nel 1829 io lo de- 
scrissi fra que' di Famiglie incerte , e troppo legger- 
mente congetturai, che spettar potesse alla Hercnnia 
(Saggio p. 77-78, Ì9SJ. Ora , pel riscontro del se- 
guente insigne aureo del museo di Parigi , e d' altri 
nummi Romani, parmi poterlo allogare decisamente 
nella gente Cornelia. 



— .13 - 



Testa fcmtiiìle ornala di slcfane, di pendenli e di 
monile, con quattro ciocche di capelli pendenli in sulla 
cervice. 

Jf Cornucopia gemino avvinto da larga hendalem- 
niscata, e lettera Q dal lato sinistro Oro. 

II bel primo indizio di qiieslo insigne , e forse u- 
nico , aureo Romano consolare mi venne dal dolio 
Leironne , il quale ragionando degli aurei di L. Siila 
che nel peso loro variano Ira i 201 e 204 grani pa- 
rigini , e che perciò sono nummi da 9 V2 scrupoli , 
soggiunge di averne Irovalo uno nella famiglia Giulia 
f Marcelli lab. J, WIÌJ ; lo che, a parer suo, [irove- 
rebbe che Lucullo non fu il solo che improntasse per 
Siila di colali pezzi da 9 '/. scrupoli ( Conddér. sur 
V évaluat. p. li-J. Egli in ciò prese abbaglio, seguen- 
do la falsa allribuzione de' numografi , ma nel tempo 
slesso ne diede lume sufficiente per metterci nella retta 
via. I cb. Lenormant, padre e figlio, ne diedero poi 
ripetutamente il disegno del sovra lodato aureo (Re- 
vue num. 1839, p. 310-343 : et 18:;2 p. 208 , PI. 
VII, n. -ÌJ , con qualche nuova utile notizia, benché 
entrambi si dilungassero afliitlo dal vero nell' asse- 
gnarne r età e la sede sua propria. 11 jirimo ne atte- 
sta, che il Mionnel ebbe ravvicinato al denario d'ar- 
gento il nuovo medaglioucino d' oro ; che questo è di 
lavoro rimarchevole e di autenticità incontrastabile ; 
e che pesa 203 grani parigini (Revue num. 1839, 
p. 341;. 

L'aureo ed il denario in questione s[)ettano senza 
dubbio ad uno slesso magistrato e ad una medesima 
officina ; poiché la maniera della fabbrica è la stessa 
in tulli e due , ed i tipi sono idenlici, tranne che nell' 
aureo la lesta feminile del ritto mostra tre quattro 
ciocche cadenti in sul collo , laddove nel denario , di 
dimensione assai minore, vedesene espressa una sola. 
Se pertanto ci riesca provare, che l'aureo spelta a L. 
Siila , con ciò stesso sarà dimostrato the ad esso lui 
spetta eziandio il denario finora incerto e non allogalo. 
Che poi l'aureo sia di L. Siila, e non d'altri, ne lo 
persuade segnatamente la ragione del peso, che si dal 
Leironne e si dal Lenormant trovasi determinalo in 
203 grani parigini corrispondenti a 9 V2 scrupoli 
rcmaui antichi ; e d' altra parte consta che gli aurei 



certi di Siila pesano per appunto 9 '/., scrupoli ( Liy 
Ironne l. e), e che riguardo al peso essi Hinno fami- 
glia da sé, per fede anche del eh. Borghesi (v. Me- 
morie numism. Buina, lS'i7, p. 33 j. Anch'io posso 
altustare , che l'auieo di Siila insignito de' tipi di Ve- 
nere Vincitrice con Cupido e del gemino trofeo, che 
è nel r. museo Estense, pesa granuni lO.G.'JO preci- 
si , ossia 9 Vi scrupoli ; laddove l'aureo di Pompeo 
l\Iagno con la quadriga trionfale, del Pontificio museo 
di Bologna, pesa grammi 9.000 precisi, sia 8 scru- 
poli , siccome quello del museo di Parigi (Letronne 
l.c.J. 

Ma per attribuire a Siila l' aureo col doppio cor- 
nucopia , e colla lesta di Venere, e quindi anche il 
corrispondente denario d'argento, vale inoltre l'os- 
servazione , che prima del 082 di Roma non v'ha al- 
tro esempio di aurei di colai peso impressi co' tipi i- 
denlici del corris|)ondente denario d' argento ; e che 
L. Siila ne impresse per Io meno altri due , quello 
cioè in cui s'intitola L. SVLLA IMPER • ITERV.M 
co' tipi di Venere Vitlrice e de' due trofei , e l'allro 
impresso dal suo proqueslore L. Manlio con la testa 
di Roma e con la quadriga trionfale di L. SVLLA • 
IMP, che Irovansi si in oro come in argento (^Riccio, 
Cornelia a. 34-59^. Da ultimo vuoisi osservare, che 
la maniera della fabbrica e dello stile nell'aureo, enei 
denario col doppio cornucopia , a bastante confronta 
con quella dell'aureo e del denario del gemino trofeo; 
tranne che in questi il lavoro appare eseguito in fretta 
e trascurato assai. Del resto il denario col semplice 
cornucopia e l' EX S • C , ricordato di sopra , mo- 
strasi impresso in Roma alquanto prima di quello col 
gemino cornucopia e col Q, che pare improntato iu 
Grecia da un Quaestor di L. Siila. 

C. Cavedoni. 

Sul VEito TER CONSVLE nella epìgrafe di Ubso Toga' 
To : lettera del eh. sig. A. Gervasio al sig. G. Mi- 
nervini, con osservazioni del eh. Conte B. Borghesi. 

Pregiatissimo amico e collega 
Nella mia dissertazione di recente pubblicala , sic- 
come le è nolo , nella parte 2. del voi. IV. p. 293 



— 44 — 



desìi Atti della Reale Accademia Ercolmesc, intorno 
al monumento sepolcrale di Cavia Marciana , uscito 
in luce in Pozzuoli nel 1817 , ho riportata la celebre 
iscrizione metrica di Vrso Togato da molti illustrata 
secondo la copia che parverai più esatta , riferita dal 
Morcelli ( De Styl. latin, inscript, p. 277. ediz. del 
Giunchi). In della iscrizione Urso si dà il vanto di 
aver il primo giuocato con la palla di vetro , e di a- 
vcr superalo in tale giuoco lutt' i suoi predecessori , 
ma dice ch'era slato più vol'.e superalo dal suo patrono 
Vero ter Coìisiile. Senza citare il Velsero ed altri, che 
dap[>rima si occuparono della illustrazione di questa 
iscrizione , dirò soltanto , che 'I Torrigi attribuì quel 
Vero ter Comule all' Imperatore M. Aurelio ; l' Ama- 
duzzi , che pure scrisse sullo stesso monumento nel- 
ì'Ei.isloì.ad Philipp.Valenlium inserita nel voi. XXI. 
della Nuova Raccolta Calogerana , si contentò di no- 
tare gli sbagli cronologici del Torrigi, e tutto si versò 
nella illustrazione del giuoco colia palla di vetro : il 
Morcelli in fine affermò che il Vero nominalo nella 
iscrizione medesima fosse L. Vero console per la terza 
volta neir anno 920 di Roma. Sembrandomi troppo 
arduo il pensare che Urso Togalo volesse alludere 
nel monumento in discorso a L. Vero collega di M. 
Aurelio noli' impero di Roma, tralasciai di parlare 
di questa iiarlicolarità nella mia dissertazione , aven- 
do per allro riportato il monumento medesimo per 
luti' altro oggetto che per illustrarlo compiutamente. 
Volendo non pertanto sapere il netto su di tal punto 
mi rivolsi al eh. sig. Conte B. Borghesi chiedendone 
l'oracolo, ed egli con l'usata cortesia , pregio non 
dubbio de' grandi uomini qual egli è , ha accolte le 
mie premure comunicandomi le sue dotte osservazioni 
sul subbielto , con sua umanissima lettera de' 9 gen- 
naio ultimo. Io prego la di lei bontà a renderle note 
nel Jiulletiiw) Anhcolo'jico , ch'ella con tanta utilità 
di' nostri sludii sta pubblicando di unita al nostro eh. 
collega il P. Raffaele (ìarrucci della C. di G. , essendo 
quelle osservazioni dirette a chiarire il personaggio cui 
allude Urso Togato in({uel suo singolare monumento. 

Ecco le osservazioni del Borghesi. 

» Ella desidera sapere se il Verus ter Comul della 
lapida di Urso Togato sia o non sia l' Imperatore L, 



Vero. Confesso di esser poco in istalo di rispondere 
improvisamente al quesito , sì perchè non ho mai a- 
vuto occasione di studiare di proposito quest' iscri- 
zione, come perchè manco di alcuni degli autori che 
ne hanno trattato , e segnatamente perchè non ho qui 
la dissertazione con cui fu illustrata dall' Amaduzzi 
inserita da prima nel tom. XXI della seconda colle- 
zione Calogerana, e quindi ristampata altre due volle. 
Ciò non ostante non le tacerò confidenzialmente ciò 
che mi sembra poterne pensare su due piedi, a solo 
oggetto di metterla in diffidenza sulle opinioni correnti, 
ed invogliarla a prenderle in maggior considerazione. 
Il Torrigi l'aggiudicò a I\I. xVurclio , e in tale suppo- 
sto converrebbe tenere , che la pietra fosse stala in- 
cisa nei primi due mesi del 914 , in cui ebbe i terzi 
fasci , perchè al principio di Marzo dello stesso anno 
in cui salì al trono cambiò il cognome di Vero in 
quello di Antonino. Sfuggì questa obbiezione al Mor- 
celli, assegnandola invece al suo imperiale collega L. 
Vero. Ma se ho da parlarle sinceramente non mi sod- 
disfa né l'uno né l'altro. Quando mai si è veduto de- 
signarsi un' Augusto col solo numero de' .suoi conso- 
lati , e con un numero di più a cui non era inter- 
detto ad alcun Consolare di giungere? Per me adun- 
que qui non si parla se non che di un privato , di 
cui queir Urso fu liberto. E veramente non manca 
un' altro Vero Console anch' egli ordinario la terza 
volta in compagnia di Eggio Ambibulo nell' 879 , 
cioè il M. Annio Vero avolo dell' Imperatore M. Au- 
relio. Convengo che s'incontrerebbe un ostacolo in- 
sormontabile per pensare a costui, se sussistesse appa- 
rir dalla lapide che quando Urso fu vinto dal suo pa- 
drone, questi già godesse del triplicato onore. In una 
memoria sulla famiglia dei Neratii , che uscirà nel 
prossimo volume degli Annali Archeologici [ì) , ho 
dovuto chiamare ai conti l'età di questo Annio ; e dopo 
aver mostralo coU'aulorilà di Capitolino (in Marc. I.) 
che fu ascritto fra i patrizi! da Vespasiano e da Tito 
non più tardi dell' 827, ho tenuto che giunto all'eia 
Consolare di 32 anni compiti o poco più (2), fosse da 

(1) È siala già ora pubblicata nel voi. XXIV de' cilati annali 1832, 
ove riscontrisi la p. 17. Gervasio. 
{t) Quesl' età fu dulerminala da Augusto Dioa. lib. Lll, 20. 



— 45 — 



prima suffello nell' anno 830 in compagnia di L. Ncra- 
(io Prisco, e che morisse poi quasi nonagenario circa 
1' 891. Stando adunque a questi conti nell' 879 egli 
avrebbe avuto presso a poco 7a anni , olà per certo 
non più conveniente per giocare alla palla. Per me 
però il ter Consul non serve se non die ad identifi- 
car la persona , ne ha alcun rapporto coli' epoca 
della vittoria , il che mi sembra indicarsi dai conte- 
sto. Urso si protesta già vecchio (juando fu incisa la 
lapide. Ora (jual merito sarebbe slato del supposto 
L. Vero , il quale nel 920 aveva 36 anni e mori di 
38, se trovandosi nel maggior vigore della vita avesse 
riportato la palma di un avversario snervato dall'età? 
Altrettanto ricavo dalla sua esposizione di essere al 
popolo in concetto di aver superato tuli' i suoi ante- 
cessori , ma che ora vedendosi vicino al sepolcro vuol 
dire verha vera , confessando che per altro egli era 
stato vinto non una ma più volte dal suo padrone. 
Con ciò il vincitore non viene egli compreso fra gli 
antecessori? Questi certami per altro saranno stati pri- 
vati, se restarono occulti al pubblico e ciò starà bene, 
perchè negl' imperii di Nerva , di Trajano , e di A- 
driano un Consolare non si sarebbe tanto avvilito di 
mischiarsi fra la turba dei giocatori nelle Terme di 
Tito e di Trajano. Ciò posto non sarebbe più impe- 
dito che il Vero di Urso potesse anch' essere il Con- 
sole dell' 879. Ella ne giudicherà, contando pur qual- 
che cosa anche gli apici che abbondano nella lapide, 
e che al tempo degli Augusti fratelli erano ormai pas- 
sati fuori di uso ». 

Fin qui il Borghesi. 
Le rinnovo intanto i sensi della mia sincera stima 
ed amicizia. 



Dice la prima 

TaATOKAJ MfMETEOJ 
Frequenti sono nelle messapiche voci i fmiinenti in 
TOllAJ. Così troviamo 0:oTOj;a> in iscrizioni di Brin- 
disi e di Ostuni , che non dovrà essere diverso dal 
tìiOToppsj di una iscrizione di Ccglie ; né in altra ca- 
tegoria va messo il K'xkxro^y.s del caduceo di Taranto. 
e più vicino perchè identico è il nome IWxr'^yx? in 
epigrafe di Leuca , ed in altra della stessa Ceglie , che 
vedesi ancora declinalo in flXaroppil-i in una iscri- 
zione di Fasano. 
La nostra epigrafe 

IIXaTopcts Mj/-ì«T£CS 
avvicinasi più alla greca declinazione, denotando forse 
il nome del sepolto 

Platoras Mimctac fdim 
Noi già altrove notammo la maggiore o minore in- 
fluenza del greco linguaggio sul messapico dialetto ; 
a proposito della iscrizione 

T«|3apa AccjxccrpaS 
corrispondente al rccfiapcc Aa/x'^rp/a più volle ripetuto. 
La seconda iscrizione di Ceglie tuttavia inedita , 
della quale diamo qui la notizia , consiste di una sola 
parola la prima che s' incontri principiante coli' N nel 
messapico dialetto : 

NEKAJ^IHI 
Sulla quale nulla diremo di preciso , meno che ci 
sembra ancora un nome proprio. Ci si fa sperare la 
comunicazione di non poche altre iscrizioni messa- 
piche ; e noi ci affretteremo di pubblicarle, per age- 
volare Io studio di quel dialetto finora mancante di 
elementi tali , che diano suflìcienle appoggio a severe 
conclusioni. 



Agostino Gervasio. 



MmEBviM. 



Notizia di due iscrizioni messapiche. 
Non spiacerà a' nostri lettori veder qui riportate 



Notizia di una iscrizione puteolana. 



Tra le varie iscrizioni recentemente acquistate pel 
due altre iscrizioni messapiche provenienti da Ceglie, real museo Borbonico , delle quali diremo in un par- 
ie quali mi furono comunicate dal sig. Feliciano A- ticolare articolo , v' è la seguente , la quale è incisa 
dami. in un' ampia lastra di marmo rinvenuta in Pozzuoli 



— 46 — 



sulla via Campana , e che per alcune specialità meri- 
la (li essere pubblicata. 

D • M 

IVLIAE • GEMELLAE • COIVGI 

SANCTISSIMAE • ET • INCOMPARABILI 

QVAE • VIXIT • ANN • XXXII • WES • V 

PEPERIT • XVllI • riIILADELPHVS 

MARITVS M EREMI 

TH\ CHN • SFYXHN • AICON • AAAHCCT 

É notevole cbe questa Giulia Gemella, abbenchè mor- 
ia nella giovine età di Irentadue anni e cinque mesi, 
partorì ben diciotlo volte; della quale maravigliosa 
fecondità volle il marito conservare particolare me- 
moria. A ciò aj)puiilo alluder volle col greco verso, 
cbe chiude la epigrafe 

esprimendo che i secoli futuri parlerebbero di una 
donna cotanto feconda. 

La presente iscrizione ci fornisce uu altro esempio 
delle epigrafl bilingui , le quali di quando in quando 
vengon fuori dalla medesima località , o da altri siti 
della Campania. N"i ne ricordammo alcune nel primo 
anno dell'aulica serie del bidlclliiio napoìitauo \ìa^. io 
provenienti da Napoli ; ed altra di Pozzuoli ne pub- 
blicammo nel 1. \o]ume de monumenliinediti di Ba- 
rone p. 40. e s. lav. IX fig. 3. La greca conclusione 
della epigrafe può farci conghietturare che il marito 
di Gemella fosse greco, al che ci persuade benanche il 
suo nome Pliiladelphus, eh' è pur di greca derivazione. 
E non sarebbe strano l'immaginare che fosse uno di 
quei Tirii, il cui slabilimenlo in Pozzuoli ci viene ad- 
ditato da due iscrizioni , una da me prima pubblica- 
la , e r altra già anticamente conosciuta. (Vedi i miei 
nwn. ined. di Barone t. I. pag. 40 e seg. e appendi- 
ce p. Vii, e seg. ). 

Frequente è la ortografia coiiigi e meaes per con ju- 
gi e menses, colla soppressione dell' n, né ci ferme- 
remo a dirne alcuna cosa. Vogliamo solo in quanto 
al greco, avvertire che è a notare essersi adoperati il 
Ce r 6 lunati , come pure l' U), che si accoppia con 



quei caratteri , i quali appartengono ad epoca non 
troppo remola. Per Io cbe crediamo doversi la no- 
Ira epigrafe riportare almeno al cadere del primo 
secolo dell' era cristiana. 

Ml.NERVl