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THEGETTYCENl'ER LIBRARE'
BULLETriNQ
DELL' INSTITUTO
DI CORRISrONDENZA APiCllEOLOGlCA
PER L'ANNO 1884
BULLETIN
DE L'INSTITUT
DE CORRESPONDANGE ARCHÉOLOGIQUE
POUR L'AN 1884
--^ll^'i^-^
ROMA
COI TIPI DEL SALVIUCCI
BERLINO
IK COMMISSIONE TRESSO A. ASHER E C
1884
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARGHP]OLOGIOA
N.° I, II DI Gennaio e Febbraio (2 fogli)
Adunanze dei 14. 21. 28 Decembre 1883, 4. 11. 18. 25 Gennaio 1884 -
Scavi di Corneto e di Pompei. — Castra pengrinorum e frumen-
tarii. — Veiulonia.
I. ADUNANZE DELL'INSTITUTO
Decembre 14, 1883: Adunanza solenne intitolata al na-
tale di Winckelmann : G. B. de Rossi : frammenti di fasti
dell'antica Capena (cf. Ann. 1883). — Helbig: osservazioni
sullo sviluppo dell'arte greca da tipi orientali (sunto delle
idee esposte nel libro sotto torchio « das honierisclie Epos
aus den DenkmiUcrn erldutert » p. 24 segg.).
Pubblichiamo in questa occasione le novelle ascri-
zioni, a cui si è dato luogo in ricorrenza del natale di
Winckelmann. E furono nominati soci corrispondenti i
sigg. barone Adolfo Klitsche de la Grange, Allumiere
{prov. di Givitavecchia); prof. Luigi Viola, Taranto;
prof. Ettore Pais , Cagliari; prof. Ludovico. Hauser,
Vienna ; prof. Francesco Bulic' , direttore del ginnasio e
del museo, Spoleto.
Decembre 21: Lanciani: scoperta dell'a^rrnm Vcstae
avvenuta sul foro romano, e dei piedistalli con iscrizioni
onorario ritrovati nel suo peristilio. Parlò de' privilegi,
dei doveri, dell'abbigliamento delle vergini Vestali, e fa-
cendo notare la mancanza dei fasti del sacerdozio in ge-
nerale, e di quelli del massimato in particolare, si provò
di ricomporli per mezzo dei nomi e delle date fornite
dagli scrittori e dai marmi. Il seguito e la fine del suo ragio-
namento furono rimandati alla ventura seduta. — Helbig :
4 I. ADUNANZE
propose la metJi sinistra (alt. m, 0,25, massima larghezza
0,11) d'im bassorilievo in argilla che mostra un giovane
Satiro in piedi (verso d.), ignudo salvo la nebride cadente
lungo il dorso, nell'atto di suonare le doppie tibie. Si di-
stingue mediante la buona conservazione della policromia :
il fondo è celeste, la nebride bruna scura, i capelli bruni
chiari. — Presentò quindi un' arcaica figurina etrusca di
bronzo (alta 0,07), rappresentante una giovinetta vestita
di chitone ed epiblema, che fa un gran passo, tenendo in
ogni mano protesa lungo i fianchi un piccolo oggetto tondo.
Il rif., rigettando la spiegazione di chi in essa ha voluto
vedere Atalante co' pomi di Milauione, vi riconobbe una
semplice giuocatrice di palle.
Decembre 28 : Lanciani : continuò il suo ragionamento
suir atrio di Vesta, ed avendo nominato il clivo della
Vittoria, a proposito della topografia generale della con-
trada abitata dalle Vestali, ne trasse argomento per dichia-
rare : 1 °, che il tempio della Vittoria fu scoperto in buono
stato di conservazione circa l'anno 1728; 2°, che conser-
vava ancora in quell'epoca le proprie iscrizioni monumen-
tali tanto della rep'ublica quanto dell'impero. — Parlò
quindi del « locus Vesta e » del tempio, della Eegia, del-
l'atrio, del boschetto, dimostrando: P, che il boschetto
appartiene alla topografia antichissima della città, dimo-
doché invano se ne cercherebbero le tracce nel periodo
imperiale'; 2°, che la Kegia, già ceduta da Augusto alle
Vestali, cessò di esistere - come edifizio a parte - o con
l'incendio neroniano, o col coramodiano; 3", che Giulia
Domna fu l'ultima ricostruttrice dell'atrio e del tempietto.
Descrisse quindi l'architettura e la disposizione dell'atrio
e del tempietto : i monumenti scritti e figurati che essi
contenevano ; descrisse le fasi dell'ultima lotta fra il poli-
teismo ed il cristianesimo, la catastrofe del 394, e le
vicende della fabbrica, a partire dalla soppressione del
sodalizio fino agli scavi odierni. — Propose quindi una pre-
gevole iscrizione dedicata a Vulcacio Rufino, avunculo di
Giuliano Apostata, nel vestibolo della sua casa urbana,
DELL ÌNSTITUTO 5
iscrizione scoperta nelle fondamente! del Ministero della
guerra. Dimostrò, come la casa di Vulcacio confinasse a N.
con la casa di Valerio Vegezio, ad E. con quella di Num-
mio Albino, a S. col vicus longus, ad 0. con certe horrea
Scvcriana. Rimandò infine gli adunati all'ampia memoria
relativa che vedrà la luce nelle Notizie degli Scavi di
antichità del senatore Fiorelli. — Helbig: fotografia del sar-
cofago romano posseduto dal sig. conte A. Ouwaroff (cf. Bull.
1880 p. 27-31).
Gennaio 4, 1884: Lanciani: aggiunse alle notizie da
lui date nell'adunanza precedente sulle recenti scoperte
del foro romano, d'aver rinvenuto la spiegazione del fatto,
che molte delle statue e delle basi testé scavate trovavansi
ammucchiate in un sol punto. Disse, eh' esse erano acca-
tastate colla pili grande regolarità in modo da formar una
massa cubica, le cui lacune s'erano riempite di frammenti
minori, il che, secondo lui, era conseguenza dell'essersi
esse preparate per esser vendute al proprietario della cal-
cara scoperta in prossimità del luogo medesimo. — Gr. B.
DE Rossi : facendo seguito alle comunicazioni del Lanciani,
ragionò della casa delle Vestali e di tutto il tratto da
s. Maria Liberatrice fino ad oltre l'arco di Tito, lungo la
destra della via Sacra, dal secolo in circa 6'' al 10°. Illu-
strò il sigillo greco di età bizantina chiuso entro cartella
securiclata : 4* ICJANN, impresso sopra due tegole trovate
negli odierni scavi. Ed accennatane la singolarità, dimostrò
che quelle tegole debbono spettare ai restauri fatti segna-
tamente nella parte del Palatino, che sovrastava al tempio
di Vesta, da Platone illustre comandante di milizie man-
dato da Bizanzio a Roma alla cura palata nella seconda
metà del secolo 7°. Figlio di lui fu il papa Giovanni VII;
il quale, allevato nel Palatino, quivi fondò un episcopium
sopra s. Maria antiqua, oggi uova, alla destra cioè della
via Sacra, sotto le pendici del colle, ove poi fu il mona-
stero di s. Maria in Palladio. Nei secoli 11" e seguenti
quel luogo era considerato come tutissimus qui Curiac
cedit. Quivi la torre Cartularia, che die' il nome ad un
6 1. ADUNANZE
ramo dei Frangipani, e ila molli è creduta opera loro:
ma dalla collezione dei canoni del cardinal Deusdedit,
compilata ai tempi di Gregorio VII, il disserente dimo-
strò che quella torre era Farcliivio pontificio, e conteneva
parte dei regesti papali, in papiro; dei secoli 8" e seguenti.
In somma dai tempi di Giovanni VII la descritta parte
della via Sacra sotto il Palatino cominciò ad essere occu-
pata dalla Curia pontificia, la quale estese quivi le sue
fabbriche e dimore nei secoli seguenti. — Questi storici
e topografici preliminari servirono al disserente per illu-
strare la scoperta ora avvenuta neirestrema parte dell'atrio
di Vesta d' un tesoro di 835 monete quasi tutte dei re
anglo-sassoni, del periodo di tempo dall'anno circa 900
all'anno 040, nascoste insieme con una doppia fibula in-
signita, a lettere di niello d'argento, col nome donino
Marino papa. Il disserente dimostrò la relazione di questa
fibula col tesoro monetale, che è parte del denarins sci
Petri mandato dall'Inghilterra; e tutto ciò è ampiamente
descritto in una Memoria ora sotto i torchi , che sarà
jiubblicata in appendice alla dissertazione del Lanciani nelle
Notizie degli scavi di antichità del comm. Fiorelli. —
Henzen: lapide ritr. noìVoM'ium Vcstae; osservazioni sui
frumentarii e sul princeps peregrinorum ( vd. Bull.
p. 21-29).
Gennaio 11: Gamurrini : asta di stadera {iugum) in
bronzo, che fu rinvenuta in fondo a un pozzo di etrusca
costruzione presso Chiusi. È di forma a quadrello con tre
punti difterenti di lèva nella sua estremità: tre lati ri-
spondenti ai detti punti di appoggio sono incisi in numeri
romani progredienti da destra a sinistra: che il primo lato
comincia colle due libbre e termina alle trenta e mezzo,
il secondo dalle venti alle ottantotto, e il terzo dalle set-
tanta alle ceutottantadue. Il cento è della forma di un
cerchio punteggiato. Pensando che Chiusi non era dive-
nuta colonia romana, e in ogni modo palesarsi la bilan-
cia anteriore all'impero, concepì il sospetto che quella
non fosse servita per il peso romano, ma per l'etrusco.
DELL ÌNSTITUTO 7
Dopo ripetute esperienze era riuscito felicemente a sco-
prire il vero peso eguale delle libre contrasegnatc, il
quale corrispondeva infatti all'etrusco. Giacche trovò che
la libbra era di grammi 212,20, alquanto meno di due
terzi della romana. Faceva conoscere che ciò bene si com-
bina colle monete dell'at^s grave etrusco ed umbro, dove,
salve ima o due eccezioni, nessun asse supera quel peso :
da questo poi ben s' intende il sistema della riduzione dello
stesso aes grave fino alla sua cessazione verso la fine del
terzo secolo av. Cr. Osservava però che, mentre questo è
il peso dell'Etruria centrale e dell' Umbria, le altre città
etrusche prossime a Roma tenevano quello latino, come si
desume dall' aes grave tarquiniese e dalla stipe di Vica-
rello. Essere infine molto probabile, che nell'Umbria e
nella Val di Chiana si conservasse il vetustissimo sistema
italico, svelatoci oggi dalla bilancia di Chiusi. — Pigorini :
richiamò alla memoria degli adunati le stoviglie, gli og-
getti di legno ecc. decorati con borchiette di bronzo, che
furono usati in Italia innanzi alla vera e propria civiltà
etrusca. I più antichi monumenti italiani con siffatta de-
corazione li abbiamo, a quanto pare, nella necropoli della
terramara di Casinalbo nel Modenese {BidL di paletn. Hai.
VI p. 189) ; ma l'arte che i monumenti stessi rivelano, è
fino a qui principalmente rappresentata nei sepolcreti di
due centri assai importanti della prima età del ferro, cioè
ad Este sui Colli euganei e a Corneto-Tarquinia. Il rif.
inclina a ritenere che la decorazione di borchiette di
bronzo sopra oggetti non metallici sia stata importata in
Italia dall'Oriente insieme cogli altri elementi che nella
penisola produssero la civiltà della prima età del ferro.
Uno degli argomenti per avvalorare simile opinione lo
trovò nella circostanza che uscirono oggetti di legno e di
cuoio, decorati con borchiette di bronzo, anche dalla ce-
lebre tomba fenicia di Palestrina, la suppellettile della
quale esiste nel Museo Kircheriano. — Helbig : nuova eti-
mologia della parola pontifcar. Se le palafitte scoperte nella
pianura del Po erano le prime stazioni che gli Italici fon-
g I, ADUNANZE
darono dopo la loro immigrazione nella penisola, sembra
probabile, che pontifecc originariamente significasse la per-
sona che dirigeva la costruzione del tavolato, ossia pons,
sul quale si fabbricavano le capanne. E chiaro, che tale
persona in quell'epoca primitiva doveva godere di un' au-
toritìi cospicua e che le funzioni di essa dovevano aver
un carattere nel medesimo tempo religioso e giuridico.
Le attribuzioni del pontifex chiaramente accennano ad
una base simile. Che i pontifìces anticamente siano stati
iujregneri , risulta dal fatto che la tradizione attribuiva
ad essi la costruzione del jjons sublicius e che anche
nell'epoca storica erano incaricati di conservare questo
ponte. Essi non sono i sacerdoti di certe divinità, ma sorve-
gliano l'intero culto. Il pontifex maximus sta in stretta
relazione col più antico santuario, il quale con perfetta sicu-
rezza può supporsi già nei villaggi greco-italici, cioè col focus
publicus. Se poi quello che dirigeva la costruzione di una
palafitta, doveva tener conto di questioni relative alla pro-
prietà pubblica e privata, al sacrum ed al profanum, ì
pontifìces erano i più antichi iurisconsuUi; e le più antiche
leggi romane, cioè le leges regiae, formarono parte inte-
grante dei libri pontificales. Siccome finalmente la piatta-
forma delle palafitte era orientata, cosi chi la costruì do-
veva aver certe conoscenze astronomiche. Ed i pontifìces
stabilivano il calendario e sorvegliavano l'osservanza dei
giorni festivi. — I ragionamenti del sig. Helbig provoca-
rono alcune osservazioni tanto del sig. comm. G. B. de Bossi,
quanto del sig. Henzex, i quali chiedevano come fonda-
mento di simili ricerche uno studio esatto delle lapidi
municipali italiche, onde stabilire, se veramente i pon-
tifìces siano una istituzione antica italica, e non piuttosto
introdotti da' Komani. — Chigi: due magnifici orecchini
del tipo detto « a baule » {Mus. Gregor. I tav. LXXII,
1 e 2 fila, tav. LXXIV, infima fila) trovati presso Sar-
teano. La loro volta è ornata con globetti coperti di gra-
nelli d'oro, il quale ornato forse ha da raffrontarsi all'epi-
teto tuntótviu dato nell'epos omerico agli orecchini. —
dell'instituto • 9
Le Blant: una lucerna cristiana ornata d'una scena mitolo-
gica, cioè di Leda assalita dal cigno. — Mkier: magnifica
tazza capuana (alt. 0,12; diam. - senza i manichi - 0,52)
a figure rosse, deducendo dallo stile e dalle rappresen-
tanze, ch'essa debba attribuirsi al pittore Brijgos (cf. Bidl.
p. 29-32).
Gennaio 18: Palchi: monete di-Vetulonia (v. Bull.
in appresso). — Gamurrini: saggi di vasi fittili ritrovati
di recente entro k città di Arezzo dalla parte occiden-
tale fuori della cinta primitiva. Sono prodotti di arte greco-
romana nel suo splendore, la . cui esecuzione è ispirata
sopra modelli greci finissimi , i quali probabilmente si
traevano dalle tazze di argento. La forma speciale è il
vaso da bere decorato di bassirilievi coi nomi dei fab-
bricanti. Alla famiglia Perennia appartengono in special
modo le forme originali e i frammenti in abbondanza rin-
venuti, i cui migliori lavoranti appariscono Tigrane, Cerdo
e Niceforo. Opinò il riferente che questa fabbrica fiorisse ai
tempi di Siila, ma che fosse istituita anche prima, e che
in ogni modo non sì possa pensare ad un tempo posteriore.
Pertanto l'arte e il commercio grande, che si faceva allora
di questi vasi, ci palesano, quale fosse il sentimento e il
gusto che vigevano in Italia e specialmente a Eoma, e quali
greche opere erano in maggiore estimazione. Fra i saggi
presentati fece particolare menzione della danza degli sche-
letri, della quale il più antico monumento era la pittura
d'un sepolcro cumano. Il concetto di questa danza è colle-
gato nella tazza da bere col ciclo dionisiaco: infatti gli
scheletri recano i lemnisci, e uno un piatto colle pigne,
che erano in cima al tirso.
Gennaio 25 : Helbig : tomba scoperta nella contrada
Matrensa (6 chilometri a sud da Siracusa) e pubblicata nei
nostri Ann. 1877 tav. d'agg. /i", p. 56-58, la quale tanto per
il tipo, quanto per il contenuto diversifica dai sepolcri greci
clie conosciamo nella Sicilia e nell'Italia, ma trova molte
analogie nelle necropoli anteriori alla migrazione dorica, sco-
perte nelle isole del mare egeo e nella Grecia orientale.
10 I. ADUNANZE
La camera incavata nel masso ha la forma d' un alveare
ed ò accessibile mediante un corridoio ossia dromos,
anch'esso tagliato nella roccia. Corrisponde adunque perfet-
tamente alle tombe a cupola scoperte presso Micene, Nau.-
}dia e Menidi. Dentro la camera furono trovati due vasi
d'argilla con ornati brunastri , nella parte inferiore con
zone parallele, nella superiore con arabeschi dipinti sopra
fondo giallastro. Si raft'rontano tanto nella forma, quanto
nella tecnica e nella decorazione, a stoviglie provenienti
dai sepolcri di Micene, d'iah'sos è da altri simili (Furt-
wiingler e Luschcke mykenisclie Thongefcisse t. Ili 9-11;
Dumont et Chaplain le<! céramiques de la Grece propre
I pi. Ili 12, 18). E lo stesso vale per due vasi d'argilla nera-
stra trovati nella medesima camera, i quali, secondo comu-
nicazione del Loschcke , anch' essi mostrano stretta paren-
tela colla ceramica di Micene. Se dunque il sepolcro di
Matrensa offre un insieme che accenna a tempi anteriori
alla migrazione dorica, riesce difficile d'attribuirlo ai co-
loni- corinzii che nell'anno 734 a. Cr. fondavano Siracusa.
Sembra piuttosto ch'essa tomba rimonti ad un periodo più
antico. Ora sappiamo che prima dell'arrivo degli EUeni
i Fenicii avevano occupato diverse delle penisole facili a di-
fendersi che sporgono dalla spiaggia siciliana, nonché al-
cune delle vicine isolette, per far commercio cogli indi-
geni e per pescare la murice (Thucyd. VI 2, G; Movers
ilie PhOnizier li 2 p. .309 ss.; Olshausen nel fìlieiniscfies
Mìiseum Vili, 1853, p. 328), e vi sono chiare tracce
che essi avevano una stazione anche ad Ortigia (Movers
1. e. II 2 p. 325-328). Sorge dunque la domanda, se la
tomba non debba mettersi in relazione coi Fenicii stabiliti
in quell'isola prima dell'arrivo dei Corinzii. — Henzen:
disegno d'uno specchio orvietano posseduto dal sig. Bour-
guignon di Napoli, rappresentante un giovane ignudo, che
colla sinistra all'erra pei capelli la testa barbata d'un
Gigante sdraiato per terra, mentre nella destra tiene la
spada sguainata, pronto ad ucciderlo. La strana rappresen-
tanza, che nel ])rimo momento fece pensare a Davide e
DKLl/lNSTlTUTO 11
Goliatli, avca eccitato de' sospetti sulla gonuinitìi del mo-
numentino : ma oltre le perizie di autiquarii romani e
napoletani anche quella del sig. dott. Drcssel, che di
recente Tesaminò presso lo stesso sig. Bourguignon, ne
garantiscono l'antichitìi, e notò bene lo stesso sig. Dressel,
come le strane fattezze del Gigante, che fecero pensare
a tipo semitico, trovano ottimo riscontro nella figura del
Caronte etrusco; — laminetta enea ritrovata nel Tevere
e copiata da lui sull'originale comunicatogli dalla eh. m.
del P. Bruzza, rimarchevole a cagione del nome di Geta Ce-
sare non cancellato :
P • SEPTIMIO
GETAE
NOBILISSIMO
C A E S
PLCVREGXI
Notò il rif. restargli oscure le sigle dell'ultima riga, nella
quale non sono chiare che le ultime recj{ionìs undecimae), se.
iirbis Romac: — tessera gladiatoria della collezione Tys-
kiewicz, copiata dal sig. Helbig da un' impronta, ed osser-
vazioni tanto su quei monumentini in generale, quanto su
questo nuovo:
GALLIO
PEDICAE
SP • K • SEP
LIVLCFIG
I consoli dell'ultima riga sono quei dell' a. 64 av. Cr.,
con tutti i nomi appellati L. Julius L. f. L. n. Cacsar
(cf. Drumann Gesch. fioins 3 p. 120 seg.) e C. Marcius
C. f. C. n. Fkjuìus Thcrmus. Nel v. 2 pare dover inten-
dersi mentovato un Pedius Cae{sianus? cilianus cet.); —
calco di lapide marmorea (alta e larga e. 30 incirca) esi-
stente a Livorno presso il sig. Federigo Castelli, mandalo
dal sig. prof. Astorre Pellegrini, che la pubblicò di recente
nella mziune 1883 u. 295:
12 II. SCAVI
DMMAVRELIVS
A VGG • LIB ■ EVEMER
TABVL • SACRARVM • PE
C VNI ARVM • PRO VIN
CIAE CRETAE • CVM • PAC
CIA • ZOSIME ■ VXORE
M-AVRELIVM PISTVM
ALVMNVM • SVVM • BENE
MERENTEM • ANNIS • NA
TVM • XXTl HIC • CONDIDERVISr
11 rif. notò l'importanza di questo titolo a motivo del
fabularius sacrarum pecuniarum provinciae Crdac, ri-
ferito da lui alPamministrazione del patrimonio imperiale
in quella provincia, confrontando quanto fu esposto dal
Mommsen sul tahidarium esistente nella provincia d'Africa
XìQÌVEpìi. epigr. 5 p. 105 seg.
IL SCAVI
a. Scavi (li Corneto.
(Lettera del sig. cav. Basti a W. Helbig).
Il 23 Gennaio, proseguendosi gli scavi nella necro-
poli di Tarquinia per conto di questo municipio, si fece
una nuova importante scoperta. La escavazione ha luogo
attualiuente in un rialzo del terreno a destra di chi, pro-
venendo dagli avanzi della città di Tarquinia, entra nella
stessa necropoli per l'antico passaggio chiamato le Arca-
telle. A circa cento metri da quel passaggio, nella dire-
zione di ponente, si rinveime un deposito mortuario alla
profondità di metri 2,50 dalla superficie del suolo. Esso
trovavasi in uno strato cretaceo non molto duro, e quindi
facile a perforarsi, e consisteva in un dolium di terra-
cotta di colore rossastro, dell'altezza di cent. 60, e dia-
metro di egual misura alla bocca. Il dolium era coperto
da una lastra di iienfro bigio, del diametro di m. 0,80,
che ne chiudeva la bocca ermeticamente.
DI COHNETO
Ì3(
Tolta dagli scavatori la pietra, videro dentro il dolium
un sepolcro intatto, coperto intieramente da un tessuto
color castagno, a guisa di lenzuolo funebre. Il contatto
immediato dell'aria produsse l'istantanea sparizione del
tessuto, che si ridusse in polvere, o minuti frammenti.
Alcuni di questi sono rimasti attaccati al vaso, e sono
tuttora visibili. Allora apparvero gli interessanti oggetti,
elle erano sotto di esso, e si riconobbero subito come appar-
tenenti al genere primitivo, e somiglianti a tanti altri gi^
ritrovati nei due anni precedenti 1882-83. Non v'ha quindi
alcun dubbio che il deposito appartenga al sepolcreto anti-
chissimo, di cui Lei ed il sig. Ghirardini scrissero già
dotte relazioni.
Gli oggetti erano collocati dentro il dolium nell'or-
dine seguente :
Nel centro vi era ritto in piedi un vaso cenerario di
bronzo, alto m. 0,40, largo alla bocca m. 0,23, nella circon-
ferenza, dove è maggiore l'ampiezza del corpo, m. 1,04.
Esso vaso ha la forma molto sviluppata nella parte
inferiore, clie poggia sopra un sol piede rotondo, largo
alla base m. 0,12 ; ha il collo allungato che si stringe
verso la bocca, dove la sua circonferenza non è maggiore
di m. 0,12; ha purè due sottili manichi laterali piegati
in alto; in alcuni punti del collo è perfettamente visibile
l'antica doratura. Il circolo maggiore del corpo è fregiato
di 30 piccoli chiodi di metallo sporgenti, e solidamente
ribattuti.
Kidotto in minuti pezzi per cremazione, il cadavere
era stato collocato dentro il vaso, ma col tempo e colla
sua gravità, o forse anche per la umidità o altre cause,
ne aveva rotto il fondo, e si era riversato nella base del
drAium, per lo clie il piede distaccatosi giaceva tra alcuni
frammenti di bronzo ed i resti del cadavere. Sulla bocca
del vaso era collocata una ciotola, di bronzo anch' essa,
del diametro di m. 0,25 alla bocca, e 0,08 di altezza.
Dentro la ciotola erano situati con ordine : una punta di
lancia di bronzo alquanto logora, lunga 0,12 ; una lama
di coltello di ferro, lunga 0,17; due fibule, una delle quali
lunga 0,07, e di forma molto elegante, con segni di antica
doratura ; un manico di legno, lungo 0,08 di strana forma:
un rasoio di bronzo a forma di mezza luna, ancora in
parte dorato, lungo 0,095 ; un grosso anello di bronzo del
H II. SCAVI
diametro di 0,05, adornato di cerchietti di ambra. Tutti
questi oggetti erano uell'iuteruo della ciotola sovrapposti
ad uua specie di piatto di legno, ovvero di un tessuto di
piante filamentose. Sotto gli oggetti esiste altresì uno
strato di terriccio, clie essendo molto grasso si può ri-
tenere sia composto delle ceneri del defunto.
Oltre gli oggetti compresi dentro il cenerario, se ne
trovarono molti altri, che erano situati intorno ad esso,
sempre neiriuterno del doUum. Essi erano quelli che qui
appresso si descrivono:
1. Una tazza di terracotta ad un solo manico di pic-
cola dimensione e rilevato sull'orlo della medesima; il
diametro della bocca è di m. 0,15, l'altezza di 0,06; intorno
all'orlo del vaso si vedono due punte sporgenti e tre linee
sottili di graziosa ornamentazione graffita; nell'interno vi
sono depositati sei grossi frammenti rotondi di legno, che
hanno in media lo spessore di m. 0,02 e la lunghezza di 0,07.
Sembra chiaro che quei frammenti faccian parte di un
mobile appartenuto al defunto ed infranto nel giorno del
suo seppellimento.
2. Una conca di metallo del diametro di m. 0,20 alla
bocca ed alta 0,08; è assai solida, ma priva di qualsiasi
ornato ; nel suo interno contiene quattro grossi frammenti
di una tazza di legno molto filamentoso ; i detti frammenti
sono in più punti muniti di piccoli chiodi di metallo infissi
sugli orli sporgenti della tazza, la quale, a giudicarne
dagli avanzi, non doveva avere meno di m. 0,14 di dia-
metro alla l)occa. La qualità, del legno di questa tazza,
confrontata con quella dei manichi rotti di cui si è trat-
tato sopra al num. 1, induce a credere come molto pro-
babile che i citati manichi appartengano ad essa.
3. Tazza di bronzo con manico largo 0,04, rilevato
in alto; il diametro alla bocca è di 0,15; è basata sopra
un solo piede; l'altezza sino alla bocca è di 0,10, col ma-
nico 0,15. Nell'interno vi sono gli avanzi di un tessuto
molto filamentoso, che contiene tre frammenti di bronzo,
uno dei quali sembra avere la rozza forma di un idolo
ammantato ; inoltre un anello di bronzo molto grossolano
e corroso, del diam 'tro di 0,045, ed un piccolo piatto di
legno contenente diverse materie stemperate, e non defi-
nibili. Tutti questi oggetti posano sopra una quantità di
terriccio assai grasso» che indica per lo meno esservi miste
DI CORNETO 16
le ceneri del morto. La tazza ha pure sogni di antica
doratura ed è ben conservata.
4. Un piatto di bronzo con piede. Il suo diametro,
è di 0,18, l'altezza 0,07. È traforato a piccoli triangoli
in tutto il suo giro presso l'orlo, e se ne contano 13;
fra i triangoli e l'orlo vi è una linea di piccole capocchie
fatte a sbalzo.
Anche questo piatto contiene uno strato di terriccio
grasso, su cui posano due altri piccoli piatti, uno del solito
tessuto filamentoso, e l'altro di ferro ossidato, che con-
tiene materie anche queste stemperate di varie specie e
colori che non è lieve cosa definire. Su questo piatto vi
è pure un braccialetto di bronzo del diametro di 0,07, e
tutto foderato di altri anelletti d'ambra, che si contano
nel numero di 34.
5. Un vasetto di terracotta con piccoli ornati ver-
ticali nel corpo; alt. m. 0,08, diametro alla bocca 0,065; è
privo di manico, del quale si vede solo l'impronta.
6. Tazza di terracotta a due manichi raddoppiati e
contorti ciascuno, l segni verticali rilevati nel corpo e
due sporgenze laterali, a guisa di mammelle, danno a que-
st' oggetto tutta l'impronta delle terrecotte antichissime.
Si vede che essa fu coperta un giorno di rozzo impasto.
7. Un grosso e pesante gruppo di ferro ossidato, che
contiene due solidi morsi da cavalli coi relativi anelli, e
qualche altro oggetto, di cui poco si comprende l'uso.
Tutti i detti oggetti sono insieme confusi e stretti in
una sola massa.
8. Un piccolo paalstab di ferro per lavori campestri,
molto corroso, lungo m. 0,14 e largo 0,10 nella punta.
9. Una fiasca di bronzo alta m. 0,'23 nel corpo, e 0,32,
compresa la bocca di forma rotonda, che le sovrasta fra
i due manichi mobili. La forma di essa fiasca è piana nel
suo lato anteriore ricco di eleganti ornamentazioni a sbalzo.
Esse consistono in due linee circolari a piccoli bottoni
rilevati, divise da altra linea di piccole righe oblique;
segue altro circolo di maggiore larghezza con righe ver-
ticali convergenti al centro; questo è chiuso da quattro
circoli concentrici fregiati di piccoli bottoni a sbalzo ; nel
punto medio sorge la forma di un bottone in grandezza
sestupla di tutti gli altri. Il lato posteriore è alquanto
curvo, ma sempre piatto, e nell'insieme molto elegante.
16 II. SCAVI
Si vede che un tempo la fiasca fu dorata: è molto dan-
neggiata nel lato anteriore, ma essendosi trovati diversi
frammenti si spera di restaurarla.
10. Un pettorale di metallo dorato leggermente curvo,
e adorno nella parte esterna di graziosi ornati a sbalzo.
La forma è quadrangolare con m. 0,155 in altezza e
0,18 in largliezza. Lungo ciascuno dei lati rincorrono
due linee di puntine rilevate ; vi sono inoltre cinque grup-
petti di circoli concentrici a tre giri rilevati, dal centro
dei quali sporge una piccola borchia ; il circolo centrale
ò adornato da un cerchio dei medesimi puntini rilevati,
che si dirama e si congiunge agli altri quattro circoli
situati negli angoli. Nel pettorale si veggono pure sei
fori rotondi, col mezzo dei quali esso doveva essere soli-
damente attaccato sul petto del guerriero, o personaggio
che fosse.
b. Scavi di Pompei
(continuazione : cf. Bull. 1883)
N. 37 (cf. Notizie 1882 p. 437 sgg.).
È notevole che negli angoli e negli stipiti delle porte
di questa casa si alternano regolarmente due mattoni con
una pietra tagliata in forma analoga: modo di costruire
molto in voga nell'ultima epoca di Pompei, piuttosto raro
nei tempi più antichi (cf. Mau Wandmalerei in Pompe ji
pag. 286. 445). Nondimeno la casa in discorso è abba-
stanza antica, e rimonta di certo all'epoca repubblicana;
ciò si rileva dal fatto che essa è evidentemente anteriore
alle costruzioni conservate nell'angolo SO dell'area di cui
or ora abbiamo parlato e che portano pitture fatte nel
secondo stile.
La casa può dirsi regolare, inquantochè ha l'atrio, il
tablino ed il giardino dietro di questo; manca però la fauce
(fra la strada e l'atrio). Fa l'impressione di appartenere
ad un uomo d'una certa agiatezza, ma di poca coltura: è
commoda abbastanza e spaziosa, e contiene tutto ciò che
serve ai bisogni materiali, ma pochissimo si è fatto per
abbellirla : nessun pavimento di musaico, due sole camere
con pitture. Nel timpano del larario son dipinte arme
gladiatorie: sembra probabile dunque che la casa appar-
tenesse ad un gladiatore in ritiro.
DI POMPEI 17
L'atrio (m, 0,80 X 0,02) ha il pavimento di npu<; Si-
rjmnum con file di pezzetti di marmo bianco distanti fra
loro m. 0,3. Dello stesso opus Signi num è rivestito anche
l'impluvio (2,57 X 2,15, profondo 0,2), nel quale imbocca,
nel centro del lato posteriore, un canaletto che viene dal
giardino mentre un altro canaletto dall' angolo anteriore
a d. portava l'acqua sulla strada. Manca un condotto che
la portasse nella cisterna, la quale però esiste ed ha presso
l'angolo NE dell'atrio un'apertura munita d'un puteale
di travertino, scanalato con fregio a triglifi, mentre a d.
del larario sta un puteale più antico di terracotta della
stessa forma.
A d. dell' atrio sta il larario. Sopra un basamento
murato (0,91 X 0,73, alto 1,01, compreso il basso gra-
dino, a. 0,12, che scorre appiè di tutta la parete d., e la
cornice superiore, a. 0,06, gialla con semplice ornamento
bianco) stanno due colonnette di tufo (a. 0,70) rivestite di
stucco e dipinte a guisa di marmo giallo, senza scanala-
ture, che sorreggono la travatura dell' edicola fatta in
uno stile simile a quello della casa di Epidio Sabino (IX
1,22; riprodotta p. cs. Overbeck ^ p. 26S). Il timpano,
piccolo per la grossezza della travatura tanto orizzontale
che obliqua, e bianco, meno un largo margine rosso. Vi
son rappresentate in piccole proporzioni arme gladiatorie
dorate : nel centro l'elmo con cresta verde, a sin. i gam-
bali, a. d. lo scudo e sopra di esso la sica. Sulla parete
posteriore dell' edicola stessa evvi su fondo giallo la pit-
tura lararia : nel mezzo il genio famigliare (v. sin.), colla
toga bianca tirata sulla testa, in atto di libare sopra l'al-
tare con frutta; ai lati i due Lari in tunica verde nel
solito atteggiamento con rhyton e situici. Sul basamento
son dipinti su fondo rosso scuro i due serpenti, che fra
piante si slanciano verso 1' altare dipinto nel mezzo del
lato anteriore, sul quale si vedono due uova e la pigna.
Il fondo rosso del basamento si stende a guisa di zoc-
colo sul muro fra le due porte adiacenti, mentre del
resto le pareti dell' atrio non hanno che intonaco grezzo.
Nell'edicola si trovarono disposte in" giro sei statuette di
bronzo, cioè i due Lari, Apollo, Esculapio, Ercole, Mer-
curio, alte colle basi 0,22-0,29, meno l'Ercole che ha sol-
tanto 0,145; di più una lucerna di bronzo col manico ad
anello sormontato da luna falcata. Le statuette sono esat-
18 II. SCAVI
tamento descritte nelle Notizie ^1S82 p. 420 (Giorn. dei
soprastanti) e 437 (Sogliano). È rimarchevole quella di
Esculapio, che non ha il solito tipo ; « è imberbe, ha gli
occhi di argento ed è vestito di clamide affibbiata sulla
spalla dr. ; nella mano dr. porta una borsa, mentre con
l'altra mano reggeva im grosso bastone di avorio, poggiante
a sua volta su di una basetta di argento e attorno il quale
si ravvolge il serpente ». Cosi la descrive il prof. Sogliano,
il quale sospetta che qui una statuetta di Mercurio sia
stata trasformata in quella di Esculapio : sospetto che l'e-
same della statuetta stessa conferma pienamente. Si noti
peraltro che le statuette non sono compagne. Quelle di
Apollo di Esculapio sono più grandi delle altre (m. 0,27
e 0,29), e di buonissimo lavoro ; si potrebbero dire com-
pagne, se non fossero differenti le basi : quella dell'Apollo
è tonda, l'altra ettagona. Anche le rimanenti non sono uguali
fra loro, ma tutte piìi piccole e senza valore artistico ; il
Mercurio è migliore delle altre.
Furono trovati considerevoli avanzi della porta di
gtrada; cioè 47 borchie coniche di bronzo, un' altra imper-
niata con un anello e colla piastrina della bocchetta della
chiave i due cardini e frammenti della serratura. In mezzo poi
all'atrio si raccolsero altri oggetti {i^ot. 1882 p. 377. 4 sgg.) :
un paio d'orecchini d'oro « a spicchio d'aglio » ; frammenti
di un piattino ottagono e di un manico di specchio, am-
bedue d'argento; una corniola elittica con incisovi « un
genio alato che colle mani si solleva un piede » a, 0,013;
un diaspro con incisovi un Satiro (diam. mass. 0,012);
un' ametista circolare (diam. 0,008) senza incisioni ; di
bronzo : uno scudo di serratura ; un paraocchi e una fibula
da cavallo ; una lanterna tonda, con catena per portarla so-
spesa; cinque vasi di diverse forme e due misure; uno spec-
chio; una pinzetta; sette campanelle (a. una 0,058, le altre
un poco più piccole); una campana per bestiame: di vetro;
cinque bottiglie e tre pezzi dittici (0,01) forse per anello;
di terracotta : due lucerne e due scodelle ; tre anfore con
iscrizioni; di ferro; una martellina a due tagli, lunga 0,17;
un'accetta; una zai)pa; una piccola chiave; di osso: un
dado; di marmo: un delfino, cui manca la coda, serviva
per un getto d'acqua (lungo 0,19); un mortaio.
Le porte delle camere laterali sono alte m. 2,36-2,48,
larghe ad. 1,15-1,18, a sin. 1,2G. Quelle a sin. stanno
DI POMPEI 19
al livello del pavimento dell'atrio, quelle a d. uu po' piti
in alto.
a: cucina con focolare e cesso, e al muro opposto
le tracce della scala di legno che conduceva al piano di
sopra. Vi si trovarono tre caldai, una conca e un oleare
di bronzo, nell'angolo fra la porta ed il focolare una spe-
cie di tegghia posta sopra un trepiede di ferro; la teg-
ghia essendo rotta nel centro gli anticlii vi avevano messo
un coperchio di terracotta capovolto ; e sospettano i sopra-
stanti (A'o^ p. 422) che fosse stata adoperata come bra-
ciere. Vi furono trovati inoltre 5 vasi di terracotta di
forme diverse, e alcune anfore con iscrizioni '.
1 (forma Vili) in rosso 3 (forma VII)
COR I\.V\.\\V
e con carbone Àiiiia
Hini Lxxx
2 (forma XI): clavdiipiacap6ti elpe*ebi
ANN — 4 (urceo, forma VI), porta
e in lettere corsive tre volte ripetuta la nota iscri^
DE sn R-- •' zione:
LIQVAMEN
oPTiMvjw (una volta optvmmvm)
A-VMBRICI SCAVRI
Al disopra del focolare sulla strada evvi una finestra
abbastanza grande ; un' altra, molto piìi piccola, dà sul
giardino n. 38.
h : camera piuttosto spaziosa, che potrebb' essere un
grande cubicolo o un piccolo triclinio, con grande finestra
(a. 1,55, 1. 1,45, discosta dal pavimento 2,15) sul giar-
dino n. 38. La camera era alta m. 3,68. Le pareti son
dipinte nell'ultimo stile, a fondo rosso per le intere pa-
reti. Lo zoccolo, la parte media e quella superiore son
divise fra loro per stretti membri architettonici gialli ; la
parte media sopra ognuna parete (meno quella dell'ingresso)
è divisa in tre scompartimenti, separati sulle pareti laterali
da rade e sottili architetture e rabeschi, sul muro di fondo
da rabeschi soli; gli scompartimenti sono contorniati da
' Riporto qui anche i nn. 1 e 2, che trovai ancora sul luog'o
nella cucina stessa: pare che le iscrizioni non siano st.ito osservate.
Riferisco del resto i ritiovaraenti delle anfore secondo il Giornale
de' soprastanti , confrontandolo colle dato che si segnano sulle anfore
stesse; nelle Noi. 1882 p. 438 pare che si tratti d'un malinteso.
20 TI. SCAVI
piante avviticchianti. Tutta la decorazione può contarsi fra
le migliori dell' ultima epoca. Vi si trovano le seguenti
rappresentanze :
1, nel centro del muro sin., a. 0,35, 1. 0,37; disegno
presso r Instituto : Un uomo di forme colossali, nudo e
coronato di foglie, sta seduto sopra un masso (v. sin.); fra
le sue gambe sta inginocchiata una donna, nuda meno un
manto verde, che lo abbraccia; al suo sedile è appoggiata
la si/rÌ7ìx, a sin. sta appoggiata una clava. Così si avrà
a pensare a Polifemo e Galatea, benché 1' occhio sin. sia
chiaramente espresso al suo posto; cf. Helbig n. 1052;
Sogliano n. 474. 475.
2, dirimpetto ad 1; a. 0,35; disegno presso l' Insti-
tuto: Marte e Venere. Si siedono accanto. Marte a d. ,
guardandosi vicendevolmente. Egli veste un gran manto
grigiastro, che lascia nuda la parte d. del petto colla spalla
ed il braccio. Ella, con veste rossastra, il cui margine ha
il medesimo colore del manto di lui e che non cuopre
che le gambe e l'avambraccio sin., appoggia questo stesso
avambraccio sulla coscia d. di Marte ; il piede sin., munito
di sandalo, è steso in avanti e riposa sopra uno sgabello.
Egli colla d. stesa verso sin. le allontana la veste dalla
parte superiore del corpo, mentre con la sin. le afferra il
braccio sin. A d. di lui sta un Amore che prende il suo
braccio sin. quasi per ritenerlo. Ella colla solita mossa
alza la mano d. sopra la testa, e dietro questa tira in su,
come pare, una catena d' oro. Avanti al gruppo descritto
sta per terra, nel bel mezzo del primo piano, l'elmo dorato
con cresta rossa ; a sin. e più indietro lo scudo, al quale
è appoggiato il gladio.
3, nel centro del muro di fondo; a. 0,34, 1. 0,36;
disegno presso l' Instituto : Frisse, di forme grasse, le
gambe coperte d'una veste paonazza con margine turchino-
chiaro, siede tranquillamente sull'ariete che galoppa verso
sin. Gli passa la mano d. per il corno sin., mentre la sin.
poggia sulla coscia corrispondente, e guarda in su verso
sin. Di Elle non v'è traccia, benché la parete relativa sia
ben conservata.
4, nella parte superiore della parte sin., sopra 1 ;
a. 0,28 : Giunone, veduta quasi di faccia, un poco da sin.,
seduta sopra una sedia coperta di panno turchino, appog-
gia i piedi sopra uno sgabello a 8 piedi. Ha in testa il
DI POMPEI 21
diadema; una veste gialla con margine e fodera turchini
le cuopre soltanto le gambe e l'avambraccio sin., che regge
lo scettro; guarda a d. Le sta a d. un calato.
5, sopra 2; a. 0,32: Apollo, veduto di faccia, siede
nudo sopra una sedia coperta di panno turchino, appog-
giando i piedi sopra uno sgabello. Suona la cetra e guarda
a sin. La testa dai ricci scuri è circondata da un grande
nimbo turchino.
{sarà continuato) A. Mau
in. OSSERVAZIONI
a. Le castra peregrìnorum ed i frumentarii.
Sono oramai più di trentanni che in una delle nostre
adunanze ragionai intorno un argomento allora non ancor
trattato, della relazione cioè che passa fra le castra pere-
grinorum situate sul monte Celio ed i militi frumentarii
non di rado mentovati ne' monumenti urbani (cf. Bull. 1851
p. 113 segg.). Se m'accingo di nuovo ad intrattenerne i
soci dell'Istituto, me ne danno il buon destro alcuni mo-
numenti posteriormente venuti alla luce ed assai impor-
tanti per la conoscenza di quella milizia.
Prima peraltro di parlar di quei frumentarii stazio-
nati nella città di Roma, mi sia lecito di premettere poche
parole intorno il loro ufiìzio in generale. E quali ne siano
state le originarie funzioni, l'indica lo stesso loro nome:
erano cioè soldati mandati a raccogliere provigioni per
l'esercito ; e che quella loro destinazione sia rimasta in vi-
gore anche in tempi più recenti, risulta dalla lapide non
anteriore alla seconda metà del secolo secondo , di un
frumentarius [ad] frum[e]ntarias \res curàndas], ascritto
alla seconda legione italica {C. I. L 6, 3340). Oltracciò
servivano per iscopi totalmente diversi : mandavansi come
corrieri e vengono quindi paragonati a' veredarii o agentes
in rebus (Hieron. in Abdiam e. 1 ; cf. Capitol. Max. et
Balb. 10), mentre la lapide d'uno d'essi lo dice aver
22 ni. OSSERVAZIONI
corso {cucurhse) durante anni quaranta (C. I. L 3, 2063).
Erano altresì agenti di pubblica sicurezza, eseguivano
arresti (cf. Marquardt /?. A. V p. 477), aveano la custo-
dia delle prigioni: un frumentario agens curam carceris
viene mentovato in una lapide efesina {C. 1. L. 3, 433). In
ispecie se ne serviva la polizia segreta per sorvegliar
persone sospette al governo (cf. Spart. Hadr. 11) e per
iscoprir malfattori (Capitol. Macrin. 12).
Soldati di tal nome formavano nelle legioni distacca-
menti separati: indi il numcrus frum{entariorum) le*
fj{io7iis lì li Flavìae {C. I. L 6, 3341) ed i ce7ilurioneS
'frumentarii {C. I. L 2, 428; 8, 2825; C. I. Gr. 2802)
oppure frumentariorum {C. I. L. 8, 1322) ' che li coman-
davano. Questi, similmente agli altri centurioni legionarii,
deputavausi talvolta a comandi speciali, come in una la-
pide salonitana vessillazioni di due legioni diconsi riunite
sotto gli ordini d' un centurione frumentario d'una di esse
(C. /. L 3, 1980).
Ora è un fatto assai rimarchevole che del gran nu-
mero di frumentarii, le cui iscrizioni furono, poco fa, rac^
colte dal eh, Cauer nell' Ephemeris epigraphica IV p. 455
segg.), poco meno di due terzi spettano alla città di Koma;
ed appartengono tutti questi alla milizia legionaria, mentre i
vari corpi della guarnigione urbana non contano alcun
frumentario nelle loro file. Dall'altro canto, havvi un nu-
mero esorbitante di frumentarii anche nelle lapidi di militi
legionarii defunti nella cittìi di Koma, ed in queste non sola-
mente riscontriamo un frumentario della prima legione
Minervia, al quale altro della legione trigesima Ulpia vit-
trice pone il monumento {C. I. L 6, 3334), ma chiamano
colleglli (6, 3332) ed eziandio contubernales (3, 433) fru-
mentarii della legione prima adiutrice altri della decima
gemina. Questi fatti, vuo' dir da un lato la gran maggio-
' Sono più frequenti le menzioni di simili centurioni, ma l'ab-
breviazione della loro qualifica non permette di decidere, se si dicono
ffumenlarii oppure fruincnlnriurum.
CASTRA PEREGRI NORVM 23
ranza de' frumentarii seppelliti in Eoma paragonata al
numero esiguo tanto degli altri legionarii ivi depositati,
quanto de' frumentarii ricorrenti nelle province ; e dal-
l' altro canto lo stretto legame che pare abbia riunito
fra loro i frumentarii urbani, malgrado la diversità delle
legioni a cui spettavano, - questi fatti, dissi, non spiegansi
se non supponendo una ragione speciale del loro agglome-
ramento nella capitale. Debbono, cioè, avervi formato un
numero ossia corpo particolare, comandato da centurioni
e composto di militi scelti da legioni diversissime, i quali
rimanevano ascritti agli originarli loro corpi e forse non
deputavansi che temporariamente al servizio urbano, il
quale, giudicando da quanto abbiamo esposto riguardo
agli impieghi loro, deve essere stato esclusivamente po-
litico. Ed, infatti, pare cosa assai probabile che in Eoma
siasi stabilito un corpo di soldati politici, già esercitati
nelle province e nelle singole legioni ivi acquartierate.
Queste poi, eccettuate quelle stanziate nella Britanuia,
erano quasi tutte ' truppe delle Germanie, delle Pannonie,
delle Mesie, del Noricum, di quelle stesse province cioè,
dalle quali solevano reclutarsi le guardie equestri note
sotto il nome di equites singulares '.
Suir organizzazione del corpo urbano de' frumentarii
non sappiamo che quel poco rivelatoci dalle lapidi. Queste
ci rendono noti due loro centurioni detti vice agentes
principis peregrinorum (C. I. L 6, 428. 3326): altri
qualificansi come suhprincipes de'medesimi (G-rut. 347,1
= Or. 6747) ; un optio peregrinorum è nello stesso tempo
exercitator militum frumentariorum {C. I. L. 8, 1322).
Se poi s' aggiunga che un subprinceps peregrinorum ri-
staurò a spese sue una stazione de' frumentarii al terzo
miglio della via Appia {l. e. 6, 3329); che due frumen-
tarii eressero un monumento al genio kastrorum peregri-
)
' Ne fa eccezione un frumentario della legione III Augusta na-
tivo di Cartagine {G. U L. 6, 232).
' Ann. 1850 p. 5 segg., cf. Mommsen Hermes XV p. 458 seg.
24 in. OSSERVAZIONI
norum {Notizie 1881 p. IIG), tutti questi fatti, a parer
mio, non permettono alcun dubbio sulla stretta relazione,
piuttosto suir identità de' fruraentarii urbani co' pere-
grini. Poco chiaro si è però, come quest'ultimo nome ad
essi si sia potuto attribuire. Imperocché sembra egli rife-
rirsi alla condizione loro politica, contrapponendo i pere-
grini tanto a' cittadini romani che formavano le coorti
"pretorie ed urbane, quanto a' Latini, ai quali il Mommsen
{Hermes XVI p. 467 segg.) ha creduto appartenessero gli
equiti singolari ed i militi classiarii. 1 frumentarii peral-
tro, tutti ascritti a legioni, e per conseguenza cittadini
romani, non possono aver ricevuto il nome di peregrini
dalla loro condizione politica; ne resta altro se non sup-
porre, essersi essi chiamati peregrini non già a motivo
dell'ordine loro politico, ma a cagione del fatto che, tratti
da truppe stanziauti nelle province, erano veramente pe-
regrini alla capitale, la cui guarnigione, prescindendo dalle
poche guardie di corpo e da' classiarii, componevasi esclu-
sivamente di abitanti d'Italia e delle regioni finitime.
Quella denominazione poi, in origine forse non ufficiale,
dalla bocca del volgo sarà passata in uso generale, in tal
guisa però che non se ne solessero indicare i singoli
militi, ma l'intiero corpo. Imperocché non troviamo nelle
lapidi né militi né centurioni peregrini, ma ne rinveniamo
bensì il princeps e le castra, nonché Voptio peregrinorum
{C. I. L G, 3324, 3328).
Dopo avere stabilito in questo modo 1' esistenza in
Koma d' un corpo di frumentarii complessivamente desi-
gnato col nome di peregrini, resta a veder, se quel che
di esso si conosce in relazione colla capitale, corrisponde a
quanto abbiamo prima esposto sui servizii, a'quali adopra-
vansi i frumentarii in generi;. Ed in primo luogo sappiamo
che le castra peregrino, giusta il Curiosum e la Notitia
situate nella regione seconda, ossia celimontana, dove le
scoperte epigrafiche ne hanno attestato l'esistenza in vici-
nanza immediata di S. Stefano rotondo e della villa già
Mattei, - che siffatte castra, dissi, servissero da prigione
CASTRA PEUEGRTNORYM 25
di stato fin nel quarto secolo; giacché nota Ammiano
16, 12, GC)), esser in esse morto Cnodomaro re degli
Alemanni fatto prigioniero da Giuliano Cesare. Faccio os-
servare di poi che, simili alle stazioni o cxcubitoria
de' vigili, delle quali una trovavasi in ogni regione della
città, i frumentarii urbani aveano anch' essi le loro sta-
zioni in vari luoghi di essa : ce ne offre pruova una
lapide de' tempi dell' imperator Severo Alessandro rinve-
nuta nella vigna Capranica a destra della via Appia
{C. I. L 6, 230) che ricorda una stazione fatta a' loro
colleghi da due frumentarii di legioni diverse: e tale
stazione dall'invocazione del genius kastrorum peregrino-
rum vien confermato abbia appartenuto a quella stessa
milizia. Alla medesima stazione, con congettura abbastanza
probabile, ho riferito una lapide mutila rinvenuta insieme
alla sopr^ citata e posta a memoria del ristauro fatto
a' frumentarii da un subprinceps peregrinorum al terzo
miglio della via Appia (6, 3329). .Sembra adunque che
stazioni de' frumentarii fossero collocate nelle vicinanze di
Roma, onde tutelar la sicurezza de' suoi dintorni, che non
è chi ignori quanto in ogni tempo sia stata minacciata
da malandrini. A stazioni simili dovrà forse pensarsi, se
leggiamo presso Suetonio {Aug. 32) che Cesare Augusto
grassaturas dispositls per opportuna loca stationibus
inhibuU; se di Tiberio si narra (Suet. Tib. 37) che sta-
liones mUitum per Italiam solilo frequenliores dìsposuil;
se sotto Severo si fa menzione d' un centurione deputato
a combattere il brigantaggio (Dio 76, 10), considerando
che prima dell'impero di quest' ultimo non eranvi legioni
in Italia, mentre le coorti pretorie ed urbane formavano
la guarnigione della sola capitale. Ma comunque siasi di
ciò, certo è che, come i vigili di Roma avevano distac-
camenti stanziati in Ostia e Porto per guardarle contro
gli incendii , così anche i frumentarii vi avevano una sta-
zione fino dall' età almeno di Severo Alessandro ; ciò ri-
sulta da un monumento dedicato a queir imperatore ed
alla sua madre Giulia Mammea dalla stntio n{umeri) fru-
26 !"■ OSSEKVAZIONl
meritar iorum in \m luogo assegnato dal procurator portus
utriusque e da' centurioni dell' annona e delle opere pub-
bliche (Or. Henzen 6523). Quei frumentarii poi non erano
un corpo distinto e separato da quello della capitale, ma
come un distaccamento di quest' ultimo riconosconsi da
un monumento rinvenuto in Ostia, che al genio delle
kastra peregrina vi eressero due fratelli frumentarii
{Notizie 1881 p. 116). Inoltre fu giustamente notato dal
Cauer (1. e. p. 459), aver sussistito una qualche relazione
de' frumentarii co' vigili urbani ; essendoché , mentre i
molti monumenti di questi provano chiaramente non esser
stati frumentarii ascritti alle loro coorti, nondimeno /rw-
mentarii sono mentovati in due monumenti di vigili {C. I. L
G, 1063. 3052). Di questi 1' uno non è che un semplice
graffito sulla parete dell' escubitorio della settima coorte:
l'altro però è un elenco di vigili e classiarii che aveano
contribuito a ludi scenici. Premettono i nomi del prefetto
e del sottoprefetto de'vigili, ed a questi fanno seguire due
centurioni frumentarii, che perciò anch'essi debbono aver
fatto parte di questa vessillazione.
L'istituzione delle castra peregrinorum si è voluta
attribuire a Settimio Severo (cf. Marquardt /?. A. V p. 475),
il quale , cambiando il carattere della guarnigione di
Roma, introdusse militi legionarii e mezzo barbari nelle
coorti e stanziò una legione nelle stesse vicinanze della
città. E pare confermarsi quella supposizione dalle lapidi
conservateci di principes e subprincipes peregrinorum^
tutti del terzo secolo, ed in ispecie del tempo di Severo
Alessandro. Ma sembra dall' altro lato che la ricorrenza
di parecchi Giulii, Flavii, Ulpii, Elii tra' frumentarii e la
menzione non rara della tribù e del nome paterno, nonché
la testimonianza degli autori (cf. Spart. Hadr. 11), atte-
stino r esistenza di siffatta truppa in Roma fino almeno
dal secolo secondo.
Riesce adunque probabile che un distaccamento di
frumentarii tratti dalle legioni sia stato nella capitale fin
da tempi molto anteriori, ma che il concentrameuto d'essi
CASTRA PEREGRINORVM 27
nelle castra percgrinorum non siasi fatto che nel secolo
terzo
Alle poche notìzie che finora avevamo intomo alle
castra peregrinorum ed ia loro comandanti, recentemente
si è aggiunto un bel monumento, con tanti altri venuto
fuori dagli scavi fertilissimi per ordine di S. E. il sig;
ministro Baccelli istituiti neìVatrium Vastae sul foro ro-
mano, È un masso quadrato di marmo, che a lettere ab-
bastanza buone dell'epoca mostra quest'epigrafe, comuni-
catami gentilmente dal sig. comm. R. Lauciani e da lui
pubblicata nelle Notizie degli scavi 1883;
PRO SALVIE • DOMINI
NOSTRI • IMPERATOR *
SEVERI • ALEXANDRI • PlI
AVGVSf Ì^-'eT "
IVLIAE • MAE3AE • ET •
IVLIAE""-"AV'rfAE •
MAMEAE • SANCTISSIMARVM
AVGVSTARVM •
GENIO • SANCTO • CASTROR
PEREGRINORVM •
T • FLAVIVS DOMITIANVS
DOMO • NICOMEDIA_ QVOD
SPECVLATOR • LEG • Ilì • PARTH
SEVERIANAE • VOVIT • HAS
TATVS • LEG • X • FRETENSIS •
PRINCEPS • PEREGRINORVM
REDDEDIT • sic
La lapide posta per la salute di Severo Alessandro, di
Mesa sua nonna e di Mamea sua madre (i cui nomi abrasi,
ma in parte leggibili sono notati di punti sottoposti), è
importante per varie ragioni; giacche non solamente no-
mina insieme con Mamea madre d' Alessandro la nonna
Mesa, che finora in monumenti epigrafici non conoscevasi
se non riunita a Soemiade, l'altra sua figlia, madre d'Eia-*-
28 111. OSSEKYAZIUNI
gabalo (cf. C. L L. 8, 25G4. 2715), ma attribuisce pn-
ranelie alla ridetta Mamea il primo cognome dMt'<7a, che,
finora datole in un unico monumento di Cartagena {C. 1.
L. 2, 3413), si spiega però dal nome del suo padre, che
risulta dal confronto di Dione 78, 30 e 79, 16, essere
stato Giulio Avito (cf. Eckhel 7 p. 245).
Venne dedicato il monumento in adempimento d' un
voto concepito da T. Flavio Domiziano, quando era spe-
culatore nella legione III partica, che era di guarnigione
nella Mesopotamia ; e lo sciolse, allorché promosso al grado
di centurione astato nella legione X fretense sosteneva la
carica di princeps peregrinorum. Ora la legione ridetta
avea i suoi quartieri nella Palestina, mentre il principato
de' peregrini richiedeva la presenza in Roma; e siccome
secondo le regole epigrafiche T uffizio d' astato in quella a
quest' ultimo deve essere stato contemporaneo, così non
può dubitarsi che Domiziano non 1' abbia coperto come
centurione legionario, deputato a prestar servizio nella
capitale. Questo fatto da un lato ci dà pregevoli schia-
rimenti sul grado occupato dal princeps peregrinorum;
il quale quindi era del rango di centurione, e dall' altro
sembra confermar puranche ciò che abbiamo prima espo-
sto su' frumentarii e sulla loro relazione co' peregrini :
giacché combina bene che un corpo militare componevasi
di soldati mandati nella capitale, senza uscire dalle legioni
loro proprie, e che il loro comandante anch' esso rimaneva
ascritto alla legione nella quale serviva come astato.
La nuova lapide, per quanto m' asserisce il collega
Lanciani, è l'unica rinvenuta nell'a^rrnm Vestae che non
spetti alle Vestali oppure al culto delle medesime. Perciò
riesce difficile a credere ch'essa vi sia stata portata da luogo
lontano, quale sarebbero le castra peregrinorum; e benché
molte delle statue e delle lapidi ivi rinvenute, e fra esse
quella di Flavio Domiziano, si siano riscontrate regolar-
mente accatastate come per vendersi all' intraprendente
della calcara vicina, nondimeno sembrano provenir tutte
d^Ue stesse vicinanze AaWatrium Vestae. Il che essendo.
YETVLONIA 285
e visto che il numero dei frumentarii urbani avea, come
abbiamo veduto, stazioni ossiano corpi di guardia in vari
luoghi anche fuori di Roma, mi sembra probabile che una
simile stazione sia stata eziandio in prossimità degli edi-
fizii delle Vestali alle falde del Palatino, onde in tempi
posteriori sarebbe precipitato il monumento del quale ra-
gioniamo. Se ciò fosse, questo acquisterebbe anche una
certa importanza topografica.
G. Henzen
b. Vetubnia e le sue monete confrontate con le monete di Popidonia e di Roma,
coìuiderazioni sulla riduzione delVaase.
La situazione di Vetulonia non è più una incertezza; è strano
anzi, come i suoi splendidi avanzi sfuggissero ai tanti illustri suoi ri-
cercatori. Essa posava sul poggio di Colonna nel Grossetano sull'antico
lago Prilc , ove mura ciclopiche , sepolcri primitivi a pozzo in gran
numero, simili a quelli di Tarquinia e di Villanova, e cuccumelle di
gigantesca mole, e oggetti preziosissimi ricordano l'esistenza di vasta e
potente città. Che essa fosse Vetulonia, lo provano le sue monete in
gran numero con la iscrizione Vatl^ e due documenti medioevali che
chiamavano quel poggio di Vetulonia e Vetulonio il castello che esisteva
sulla sua cima, anche nel 1200.
Le monete da me rinvenute a Colonna sono in parte conosciute,
come i suoi comuni sestanti , che io già posseggo in numero di 170,
divisi in 12 varietà, ma tutti con una testa a destra da un lato, e il
tridente coi delfini dall'altro, quasi tutte con la epigrafe vati, del peso di
gr. 8 a 16; in parte sconosciute affatto, come due once molto arcaiche
a rovescio, liscio, con la solita iscrizione, del peso di gr. 7. 8, e il
quadrante con testa a destra coperta di delfino, e dietro un'ancora
con tre puntini (ne esiste un esemplare nel Museo Britannico) ; in parte
riconquistate, come le monete d'argento anepigrafi tutte a rovescio
liscio , che fin qui erano rimaste confuse con quelle di Populonia, ed
è di queste che parlerò nel modo il più conciso.
Esse si compongono del didramma molto arcaico con la Gorgone
senza la lingua fuori, con due XX, e due punti simili a due zeri, del
peso di gr. 8; della dramma pure con la Gorgone senza la lingua fuori,
segnata X, del peso di gr. 4; della mezzadramma con testa a destra
munita di baffi, e in altro esemplare con un Mercurio segnato > del
peso di gr. 2; del 4" della dramma assai comune con testa a destra
e dietro 1 1 f] i due e mezzo: e per ultimo un'altra monetina molto arcaica
segnata chiaramente e certamente II, cioè due, del peso di centigr. 80.
30 111. OS&ERVAZIDNI
Tali pesi sono così bene accertati, che riuniti insieme i due quarti di
dramma pesano esattamente qua.nto una mezzadrarama; e questa riu-
nita a quelli, e l'una e gli altri riuniti insieme pesano con precisione
quanto una dramma, quanto -un didramma. Esse dunque non circo-
lavano come merco, ma erano a rigore pesate. Chiunque anche per
poco ponga l'attenzione su queste monete, riloA'erà facilmente che
l'unità principale, o statere, era divisa in 10 parti o decimi, di centigr.40;
infatti la più piccola segnata II pesa centigr. 80, siccome il quarto e
la metà pesano respettivamente quanto due decimi e mezzo, e cinque.
Dunque lo statere era la draauma, checché se ne dica in contrario, e il
didramma col doppio segno XX e due zeri, doppio statere. Certo è
parimente che questa dramma era uguale alla dramma attica o euhoica,
e che gli Etruschi l'ebbero dalla Grecia.
Troppo lungo sarebbe dimostrare che esse appartengono a Vetu-
lonia: mi riserbo di farlo con una pubblicazione che vedrà la luce
al piìi presto. Dirò solamente che esse sono più arcaiche di quelle di
Populonia, che non esistono che a Colonna; rappresentano un solo e
medesimo sistema, che è il più antico ; hanno i segni del valore mar-
cati nel modo più arcaico corrispondenti esattamente al loro peso
rcspcttivo ; sono le uniche che si trovano a Colonna ; e perciò non
mescolate, come a Populonia, con sistemi diversi e posteriori. Ma sic-
come la Gorgone è il tipo più costante dei didrammi di Populonia,
dove esiste pure la stessa divisione , ma dove non esistono avanzi di
sorta di grande antichità, è da ritenersi che la città di Vetulonia, ben
presto decaduta dal suo splendore, si trasfondesse in Populonia dopo
aver esistito, per poco tempo bensì, contemporaneamente ad essa. In-
fatti nessuna moneta, neppure uno dei comuni sestanti di Populouia,
è stata trovata a Colonna, e viceversa nessuna delle tante monete di
bronzo di Vetulonia è stata trovata a Populonia. Dunque i titoli di
anzianità che Virgilio attribuisce a Populonia, si debbono invece a
Vetulonia, che fu veramente madre e maestra di civiltà ai Romani.
E la moneta di Vetulonia è con certezza assai anteriore al de-
naro proprio di Roma, onde la convenienza di uno studio comparativo.
La dramma di Vetulonia e il denaro di Roma con tutte le sue
divisioni sono perfettamente identici. L'una e l'altro sono del peso di
gr. 4, l'ima e l'altro sono divise per metà e quarti e portano gli stessi
medesimi segni del valore, con la differenza che, mentre Roma usa nel
sesterzio il segno US o HS , Vetulonia TI > , cioè due e mezzo. Ma
Vetulonia possiede anche il doppio decimo, segno certo di maggiore
antichità, che Roma forse non coniò", perchè reso inutile dall' allegge-
rimento dell'asse; il quale doppio decimo ci palesa la divisione deci-
male, per cui ad esso si spetta più il nome di denaro, e i Romani lo
ebbero con tutta probabilità da Vetulonia.
Con questo rimane inutile dimostrare che la moneta di bronzo
aveva lo stesso peso sì in Roma che in Etruria; e siccome il denaro
MONETE DI VETULONIA 31
valeva dieci assi, rimano con tutta evidenza accertato x;he ogni asse
valeva centigr. 40 d' argento.
Noi non faremo la questione dell'epoca, in cui Tasse o pondo o
libbra di bronzo venne introdotto o segnato, e quanto pesasse, lo che
non altera le considerazioni cui ci accingiamo; peraltro accogliendo
la opinione dei più, per comodo di dimostrazione, e cioè che l'asse
pesasse grammi 325, il rapporto in peso fra l'argento e il bronzo romano
etrusco apparisce come 1 : 800, mentre oggi lo abbiamo come 1 : 20.
Tale immensa sproporzione desterà le più grandi meraviglie; ma esse
cesseranno ben presto , se si consideri che l' asse del peso primitivo
discese ben presto al peso di mezz'oncia.
Ed eccoci alla gran questione della riduzione dell'asse, la quale
attende tuttora una spiegazione.
Tal fatto non è da alcuno contestato: l'asse, pondo, o moneta,
prima fusa, poi coniata, al tempo della prima guerra punica era ri-
dotto al peso di due once ; a un' oncia al tempo della guerra di Anni-
bale ; a mezz'oncia nel 586 di Roma. Qual ne fu la ragione?
Plinio dice chiaramente, per pagare i debiti e far fronte alle spese
della guerra , quindi il lucro. Mommsen accetta la interpretazione di
Plinio , ma solamente per la seconda e terza riduzione , che chiama
bancarotta e fallimento. Di questa opinione si son contentati quasi
tutti i numismatici, solamente il Gamurrini estende a tutte le riduzioni
la spiegazione che Mommsen dà per la prima, consistente soltanto in
un cambiamento dei segni del valore nelle monete d'argento, ed esclude
il lucro. Io non presumo di avere indovinato la vera ragione, tuttavia
ardisco emettere la mia opinione, la quale ha la sua radice nel fatto
che la moneta d'argento non subì sensibili diminuzioni in peso, mentre
l'asse. dal peso d'una libbra discese a mezz'oncia.
Sarò brevissimo. La dramma euboica, accolta da Solone nel 160
di Roma, fu pure accolta in Etruria, e quindi da Roma stessa; essa
si mantenne sempre del peso di gr. 4 fino all'impero. Dire che rincarò
r argento , per cui una dramma in Etruria prese il valore di un di-
dramma, è in opposizione con quel fatto incontrovertibile. All'opposto
l'asse diminuì sempre di peso, dunque non poteasi spacciare del peso
primitivo per la stessa quantità d'argento; ma se l'asse diminuiva di
peso, perchè di un peso uguale avrebbe richiesto una maggior quantità
d'argento, quale ne sarà la ragione, se non il rincaro del bronzo in
commercio, sia che il bronzo si fosse fatto più raro, o sia che se no
consumasse in maggior quantità? Lo stesso potrebbe accadere anche
domani , se le miniere del rame minacciassero esaurimento : il rame
moneta verrebbe a costare meno del rame rude e sparirebbe dalla cir-
colazione. In egual modo deve essere accaduto alla repubblica romana,
per cui aumentato il valore del bronzo in commercio, il bronzo moneta,
addivenuto più vile del bronzo commerciale, veniva a preferenza con-
sumato negli usi domestici, costringendo lo stato a riparare al difetto
32 HI. OSSEIIYAZIONI ECC.
del contante con la coniazione di nuovi pezzi sempre più leggeri, mo-
dellati nel peso sul valore del bronzo in mercato.
Ma qui osta un fatto, ed è che l'asse romano passò d'un tratto
del peso di una libbra a quello di 2 o 3 once, e non si può ammet-
tere che il valore di una merce subisca d' un sol colpo un sì vistoso
rincaro: per altro a noi sembra che anche questo fatto meglio degli
altri stia in armonia con la storia della moneta. Imperocché non era
assolutamente necessario che dietro il rincaro del bronzo in commercio
l'asse diminuisse di volume, purché per altro portasse seco l'aumento
del suo valore intrinseco. Dunque in due modi poteva Tasse subire le
vicende del bronzo in commercio : poteva cioè mantenere lo stesso
peso, e in questo caso dovea aumentare di valore ; o diminuiva di peso
in proporzione del rincaro del bronzo, e in questo caso manteneva lo
stesso valore. Nel primo caso era il valore incostante del bronzo che
si modificava sul peso costante della moneta; nel secondo era il peso
della moneta che si modellava sul valore incostante del metallo. Ed
ecco il fatto in armonia con la storia. La moneta di bronzo fusa cir-
colò come merce fino che non si introdusse il conio (senza escludere
affatto che alcune città introducessero questa riforma anche con la
fusione), e la moneta stessa, siccome un altro pezzo informe di metallo
di peso determinato, aumentò di valore-, venne per altro un tempo,
in cui il peso incomodo della moneta fusa, la sua difficile circolazione,
la nessuna sua utilità reclamarono provvedimenti ; e questo deve essere
accaduto circa la metà del 5° secolo di Roma. Allora si vide che tanto
ora lasciare all'asse il suo peso primitivo con un valore sempre cre-
scente, tanto era diminuirlo di peso a seconda del prezzo del bronzo.
Questo secondo espediente fu preferito come quello che rendeva più
comoda la circolazione della moneta. Ma che ne avvenne? Ne risultò
precisamente quello che si riscontra nel fatto, e ciò che tutti concor-
dano, e cioè che un asse leggero, quattro o cinque volte minore in
peso, si trovò a contatto di un asse grave, a far credere nello spezza-
mento dell'asse stesso e nel lucro.
Di tutto ciò sarà parlato con maggior diffusione in una mono-
grafia che presto sarà data alle stampe dall'autore.
I. Falchi.
Pubblicato il di Z9 Febbraio 1«H4.
BULLETTINO
DELLÌNSTITUTO
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N.° III DI Marzo
Adunanze dei 1. 8. 15 Febbraio. — Sopra alcune tazze di Brygos. —
Osservazioni al IX voi. del Corpus Inscr. Latinarum, ^^^_,ii loii
• ■ . — - '■ ' ■ lyy- "
I. ADUNANZE DELL' INSTITUTO
Febbraio 1 : G. B. DE Kossi : ragionò della cancellazione
del nome di una Vestale massima nella base testé rinve-
nuta dedicata l'anno 364. L'abrasione del nome indica o
condanna o apostasia della Vestale. Il sig. 0. Marucchi
ha proposto la seconda ipotesi, allegando i noti versi di
Prudenzio, che parlano di una Claudia Vestale divenuta
cristiana. Il riferente chiamò l'attenzione sopra la lettera
di Simmaco lib. IX ep. 108 (edizione del Pareo), diretta
ad una Vestale, il cui nome è perito. Simmaco le scrive:
diceris ante annos legibus definitos Vestali secreto velie
decadere. E prosegue domandandole che dichiari la verità
la falsità del rumore. Adunque sotto il governo degli
imperatori cristiani potevano impunemente le Vestali ab-
bandonare il sacerdozio ante annos legibus definitos. È
probabile che ciò talvolta avvenisse per mutamento di reli-
gione: laonde la congettura proposta dal Marucchi deve
essere confrontata con la predetta lettera di Simmaco. Ma
anche l'ipotesi della condanna di una Vestale dopo il 3G4
non è al tutto impossibile , e le lettere del medesimo Sim-
maco ce ne danno la prova. È noto che in esse (libro cit.
ep. 128 e 129) si parla della condanna dì una vergine
Vestale albana: se ciò avvenne (come si è creduto) nel 392
393, gli avvenimenti storici di quegli anni spieghereb-
3
34 I. ADUNANZE
bero pienamente la cosa. Allora Flaviano, ribellatosi a
Teodosio, tentò la restauraziono del paganesimo nell'impero
occidentale e specialmente in Roma. Ma le citate lettere
non alludono a quel fatto come a cosa senza esempio nel
secolo IV : anzi, espressamente Simmaco dice, che al pre-
fetto di Roma de proximi temporis exemplo e secundum
pro.rimae aetatis exempla dal collegio dei pontefici era
deferito il pronunciar la sentenza contro i rei del faci-
nus cunctis ad hunc usque diem saeculis severissime
vindicatum. Adunque nel secolo IV il collegio dei ponte-
fici non poteva esso medesimo giudicare e condannare le
Vestali, ma doveva invocare contro esse la giurisdizione
del prefetto di Roma. Il riferente accennò le ragioni sto-
riche e giuridiche di questo mutamento nella procedura
e nelle leggi romane. — Le Blant, direttore della scuola
francese, presentò il facsimile di sette pergamene merovingi-
che, quali si suolevano attaccare a reliquie, che fra poco ve-
dranno la luce nella pubblicazione di quella scuola per
opera del sig. Delisle. — Lanciani: propose due note-
voli frammenti di iscrizioni scoperti negli scavi dell'atrio
di Vesta. Il primo è un frammento di fasti sacerdotali
che il riferente riconobbe appartenere al collegio degli
auguri, essendo identico, e nella forma e nella misura
delle lettere e nella dicitura, al frammento dei fasti me-
desimi scoperto dal Fea l'anno 1811 a breve distanza dal
sito che si viene ora esplorando. Il nuovo brano ricorda
le cooptazioni di M. Aurelio Scauro e di L. Cornelio Sci-
pione Asiagene, avvenute la prima nell'anno 631, la seconda
nell'anno 6G6. Il secondo marmo proposto dal Lanciani
ricorda un donativo fatto a Giove capitolino da uno degli
Ariobarzani re de' Medi. — Stevenson : frammento d'iscri-
zione latina da lui attribuito a Giove ottimo dolicheno e
messo in relazione colla nota iscrizione ora capitolina,
dedicata per la salute dell' imperator Commodo, il cui
nome poscia fu cambiato con quello di Settimio Severo
{C. I. L VI 414 = Or. Henzen 6753): monumento dal
sig. comm. de Rossi riferito alla stazione della seconda
pell'instituto 35
coorte de' vigili [Ann. 1858 p. 281 segg.)- L'opinione del
sig. Stevenson venne confermata dal sig. Henzen, che fece
osservare, come tanto il dedicante, quanto uno de' sacer-
doti, mentovati in fine quasi come eponimi del collegio,
sono ugualmente nominati nell'epigrafe capitolina, e deve
quindi la nuova lapide restaurarsi ad un dipresso in que-
sta maniera:
I • (1> d
imp. l. aur. commodo ant. p. f. aug
lius. m. f. iul rufus concord.
in cyr{eiiaicae) ex corn(iculario)praef. vig
US
SALVO,
SCHOLAM CVMC
ORN AT>
M • C A E C I •••
> • L E G .
SACERDOTIB
FLAVIO • MARINJo
CHRYSATE • THY^o
Siccome la lapide capitolina segna i consoli dell'a. 191,
così resta fissata ad un dipresso l'epoca anche della nuova
iscrizione, la quale per grazioso dono di Monsig. de Waal,
rettore del campo santo tedesco al Vaticano, passò nel
possesso del nostro Instituto.
Febbraio 8: Mau: disegni di alcune pitture di una
casa pompeiana, scavata nell'estate passata, le quali del
resto ripetono composizioni già note da altri esemplari ,
mentre una rappresenta un soggetto nuovo nella pittura
murale campana, cioè Licurgo, che credendo di distrug-
gere le viti, uccide a colpi di scure sua moglie e suo
figlio. Il rif. dimostrò col confronto di altri monumenti,
un rilievo in marmo e pitture vascolari, che nella figura
a d. del gruppo principale , fra i cui piedi si vede una
pantera, si deve ravvisare non Bacco, ma Lissa, la per-
sonificazione del furore da cui è spinto Licurgo, la quale,
armata del xs'vtqov gira intorno al gruppo principale. Fra
le altre pitture il rif. rilevò una rappresentanza di Giove
e Danae, nella quale Giove è imberbe e coronato di foglie
-che sembrano dì lauro. Ed osservò il sig. Helbig, che
36 I. ADUNANZE
<■•
Giove imberbe forse potrà, supporsi un tipo locale, essendo
imberbe anche il Giove della nota pittura dei dodici iddii,
esistente sul muro esterno d'una casa pompeiana. —
Helbig: Disegno dello skyphos trovato a Vico equense
e descritto nel Bull. 1881 p. 148 n. 2, e d'im cratere a
figure rosse recentemente rinvenuto presso S. Maria di
Capua (alt. 0,035; diam. delPorificio 0,035), le cui pit-
ture mostrano lo stile dell'Italia meridionale. Vi è rap-
presentata ima dea che dentro un antro sorte dalla ter-
ra, guardando in sii ed alzando ambedue le mani. Attorno
air antro sono raggruppati Dioniso, Amore che suona
le doppie tibie , Pane e due Satiri. Dioniso, nella d. il
tirso, è seduto a s., guardando verso d.; sotto di lui si
scorge Amore anch'esso assiso (verso d,). Avanti a Dio-
niso Pane barbato (con corna e gambe caprine) guarda
in giù verso la dea, colla d. alzata esprimendo la sua ma-
raviglia. A d. della grotta finalmente si vedono due Sa-
tiri barbati (con code di cavallo) gesticolanti vivacemente
ed in maniera quasi burlesca, colpiti dallo strano spet-
tacolo della dea che sorte dalla terra (verso s.). R. Tre
figure ammantate. Le pitture tanto dello skupìws quanto
del cratere furono spiegate dal riferente sulle tracce del
Fròhner Choix de vases p. 24 ss. per Vavoóog di Kore; —
due oggetti in bronzo trovati insieme presso Bettona
(prov. di Perugia). L'uno (alto 0,12) è un bastoncino
vuoto con sopra un capitello composto di fiori e fogliami,
l'altro (alto 0,15) una figurina di pugillatore (alta 0,15)
ignudo, in piedi. Siccome tre teste di chiodi di ferro fis-
sati nella base di quella figurina combaciano cogli avanzi
di tre chiodi visibili sulle foglie ripiegate del capitello,"
cosi è chiaro che la figura anticamente era imposta in
quel capitello. Il pugillatore ha ambedue le mani munite
del cesto; le orecchia sono da pancratiasta ; il membro è
legato in sii. Il volto ricorda quello di Ercole barbato,
ma mostra forme alquanto più individuali. Il pugillatore
guarda innanzi con im' espressione alquanto affannata e
tiene nella s. alzata fino al petto una spugna, mentre il
dell'instituto ^i
braccio d. stancamente pende lungo il fianco. Fuor di
dubbio egli è occupato a lavare il sudore ed il sangue
sortitogli in seguito della precedente lotta. L'esecuzione
molto diligente e circostanziata non mostra traccia dì
stile etrusco; piuttosto l'analogia collo stile di monete
capuane e di Atella (p. e. Carelli Num. It. vet. t. LXX
9, 10-12) sembra accennare all'arte campana. S'intende
che nel bastoncino vuoto attaccato al capitello era inserito
un fusto munito di piedistallo e che probabilmente serviva
per attaccare strigili, lekythoi, spugne ed altri oggetti
necessari nella palestra. Inoltre propose due bicchieri
lavorati in bronzo battuto gentilmente favoriti dal sig.
principe Don Griovauni Kuspoli, trovati nella tomba ver-
gine ceretana scoperta nell'a. 1881, descritti nel nostro
Bull, del medesimo anno p. 163 n. 12 e 13. Il recipiente
in ambedue è retto da un piedistallo, che consiste d'un
tubo di bronzo, il quale si ristringe alquanto verso la
sommità, fiancheggiato da appoggi verticali lavorati in
strisce di bronzo. L' esemplare maggiore (alt. 0,33) ha
due di così fatti appoggi, ognuno dei quali è ornato con
un serpe, mentre quello minore (alto 0,28) ne mostra tre,
distinti mediante puntini impressi nel bronzo. Il rif. espose,
come questi vasi di bronzo appartengono ai prototipi me-
tallotecnici, secondo i quali sono stati formati i ben cono-
sciuti bicchieri di bucchero nero che offrono un tipo
analogo. Oltre a ciò tutti questi bicchieri di bronzo o
d'argilla, insieme coli' esemplare d'oro scoperto a Micene
(Schliemann Mykenae p. 272 n. 346) sono importanti per
ricostruire il bicchiere di Nestore {11. XI 632-637). Se
cioè il poeta, descrivendo questo bicchiere, dice óvo ó' ina
TTv^fiéveg rcav, tali Ttvd^fjisvsg non possono essere stati
altro che appoggi simili a quelli coi quali sono muniti
gli esemplari etruschi e l'analogo miceneo. La quale sup-
posizione trova conferma Jl. XVIII 375, dove nvd-fiévsg
significa gli appoggi del tripode. I serpi poi che ador-
nano gli appoggi nell'uno dei bicchieri ceretani, si raf-
frontano ad \m altro passo dell'epos, cioè alla descrizione
39 1- ADUNANZE
Jella corazza e del TeXafim' d'Agamennone {II. XI 24).
Sulla corazza si ammiravano xvureoi de ÓQaxorrsg ó^^é-
yctto jTQoil ó'fiQì'ì' I i^tìg èxartoO-\ iQidaiv t'oixÓTeg, sul
isXafiOìv xvca'tug èXéXixio ÒQaxuìv, K€(paXcd óè ot r^aav \
TQslg àfÀ(fiotQ£<fkfg, èròg avy^bvog éxTiecpvvTai.
Febbraio 15: Armellini: due tessere d'osso circolari
trovate da parecchi anni nelle adiacenze di villa Altieri
nella regione lateranense, ma rimaste dimenticate nel-
r oscurità d' una domestica raccolta. Dimostrata la rarità
in genere di questi monumentini, accennando alle due
suddette, disse non cader dubbio appartenere queste alla
classe delle tessere teatrali, siccome risulta dal confronto
di quelle già pubblicate dal Caylus, dal Fabretti, dal
Labus, dal Morcelli etc. . . Fece notare l' importanza spe-
ciale delle due tessere in proposito, nell'una delle quali si
legge nel rovescio tra le cifre IIII e A la parola GAGYCGIN.
Disse che questa parola significa certamente eA£i^asiv{ia)^
cioè i giuochi che in preparazione dei solenni misteri si
celebravano in Grecia e nelle città della Magna Grecia.
Dimostrò inoltre, come questa tessera dia ragione al sup-
plemento, proposto già dal sig. Henzen, d' una simile tes-
sera frammentata, esistente nel Museo nazionale di Na-
poli, dove restano le lettere '
• • • GYCIN.
Essendo certa la provenienza romana di questi due cimelii,
ne viene dai medesimi il sospetto che anche in Roma si
sieno celebrati i giuochi e le feste eleusinie. Di che finora
noH avevasi sentore. Disse infine che veramente le due
tessere in proposito hanno rappresentanze che si riferi-
scono all' indole dei giuochi e non immagini o parole indi-
canti le figure e le epigrafi del cuneo dell' anfiteatro, come
accade talvolta, siccome ha notato l' Henzen. — Meier:
sul!' armatura de' gladiatori provocatori e secutori (v. Bull.
in appresso). — Helbig : ragionò intorno al piìi antico docu-
' Annali dell' fmtit. 1848, p. 273.
dell'instituto 89
mento letterario riferibile all'Italia, cioè i versi nella
Tkeogonia di Esiodo 1011:
K(qxrj ó\ 'HeXiov ^vyàtriq "^ YTtSQiovióao,
«inif y«tVai' ^Odvddrjog raXaaicpQovog sv (fbkÓTrjti
^'Ayqiov ì]óè Aatlvov àfivfiovcc ts xQureQÓv is.
01 ó^rJTOi fiala trjXs (XV%(^ vr^acav Uqatov
nàdiv TvQdTjVotaiv ciyaxXsLToTaiv avacdov.
Sembra chiaro, che "Ayqiov è corrotto e deve sostituirsi
un nome etnico, il quale, essendo menzionati i Latini,
avrà determinato gli Etruschi. E se questo popolo doveva
personificarsi mediante un nome ben distìnto, il primo
pensiero correrà all' eroe eponimo della città di Tarquinia,
la quale dagli Etruschi stessi era riguardata come la me-
tropoli delle dodici lucomonie e centro delle loro istituì
zioni politiche e religiose (Mtiller-Deecke die Etrusker I
p. 67). I Latini lo chiamavano Tarchon, gli autori greci
superstiti TaQxcov o Tàq^wv. Ma la forma etrusca più
semplice ci è conservata nel prenome tor/i, e ne' derivati
{tarxn-, tarcn-, 'tar%{u)nt-, *tarx{u)n^ ecc. (Muller-
Deecke I p. 470-471), la quale forma dai Greci non po-
teva essere resa che per Tàq^ioq. Se dunque fosse lecito
il tentativo di emendare una corruzione antichissima e
senza dubbio già anteriore all' età alessandrina, si potrebbe
proporre la lezione:
Tdqxt'OV ì]àè Autìvov dfivfiovd Te xQatsqóv ze.
Il rif. propose quindi una pasta di vetro , larga 0,029,
alta 0,025 (colore d'ambra), nella quale si vedono Amo-
rini neir atto di trecciare ghirlande; rappresentanza che si
raffronta a due dipinti campani (Helbig n. 799. 800) : nel
fondo si vede un bastone orizzontale, dal quale a d. ed
a s. pendono ghirlande, mentre più verso il mezzo è attac-
cato un oggetto poco riconoscibile, ma che potrebbe essere
un fallo. Al di sotto due Amorini seduti attorno ad una
tavola sono occupati a trecciare ognuno una ghirlanda,
mentre a s. di loro un terzo (verso s.) è in piedi, alzando
ambedue le mani e guardando in su. A d. del gruppo
i© II. OséTEFivX^iòiin
centrale un quarto Amorino procede (verso s.), tenendo
nella s. protesa una ghirlanda e nella d. un lungo bastone
in guisa di stampella, il quale senza dubbio serviva per
attaccare e staccare le ghirlande. Egli discorre con una
figurina (Amorino o Psiche), della quale si è conservata
soltanto la testa, essendo rotta la parte inferiore della
pasta. Le due ghirlande, attorno allo quali sono occupati
gli Amorini seduti, mediante un lungo filo sono attaccate
al bastone orizzontale descritto in principio. Finalmentie
propose una magnifica figurina di bronzo (alta 0,065),
acquistata a Napoli, la quale anticamente sembra aver
servito da manico ad un coperchio. Rappresenta un gallo,
la cui testa è quella d'un uomo vecchio, ma il naso e la
bocca sono rimpiazzati dal becco e sul cranio calvo s' inalza
ima cresta. L'espressione comparabile a simili tipi di Kaul-
bach rivela un miscuglio di pedanteria e svogliatezza. Il
lavoro accenna all'arte campana del IV secolo a. Cr.
-lalliJM) . JL OSSERVAZIONI
"Oq non ios-iP hh buvkA 'Asni\j i-OVè'.q I 93(099(1
■);^rooI 9880^ ^iìà'f^Sopra' alcuna tazze di Brygos. '^79.^
'xjcriuo wiiJ ;l3 ib 3i I'
^lii La tazza capuana a "fiìrwre "fo.sse su fondo fiero ' che fu pre-
sentata e brevemente discus-a noirudunanza dell' Istituto TU Gen-
naio 1884 % rappresenta nell'interno e airesterno le conseguenze
di, un xwfios:, 'Éel quadro centrale sta un ,uojiio barbato rivolto a
destra; cèe ha gettato sulle spalle sul dorso il' suo mantello ripie-
gato^ '"ha stivali e poggia l'ascella sinistra ad un bastone. Egli avevii,
con visibile risultato, introdotto nella bocca le due dita tese della mano
sinistra ' per liberarsi del vino bevuto in troppa quantità; uu fan-
i,'j .b n c,\v,fm ■ ini ebsv h obrio't
• Fu vendtita alla collezione di vasi dell'Eremitaggip di S. Pie-
troburgo
iicy ' La tazza misura, non compresi i manichi, un diametro di
ni. 0,325 ed è alta m. 0,125. È ricomposta di tutti i suoi pezzi e nei
combaciamenti è dipinta seguendo strettamente l'antica rappresenta-
zione-', ' l'.M. ,
' Cf. la tazza 102 del Musco Gregoriano (II tav, 81,1) che
però nell'originale non fa l'effetto di essere stata dipinta da Brj-gos,
come pensava Ivlcin, Vusen mit Meislersignaturen p. 73. jn; m;..
TAZZE DI BRYCtOS 4Ì
ciullo nudo di mezzana età ìò soccorre in tale operazione: esso gli sta
innanzi e gli sorregge la testa adoma di un nastro, con ambedue le
mani alzato '. La parte maggioro dei lunghi capelli del fanciullo,
parimenti adorni di uu nastro, è indicata con linee bruno-scure eseguite
sul colore del fondo, cho dalla sommità della testa scendono per tutte
lo parti. Lo spazio vuoto in giro è riempito a destra da un canestro
appeso , come ricorre spesso in rappresentazioni di orgie ' , a sini-
stra da una fodera di flauto e più sopra dalle parole HO RAIS
KAU05; intorno al quadro e sul margine della tazza corre una striscia
di meandro.
Altre conseguenze della orgia eccessiva sono rappresentate sui
due lati esterni: fra i compagni del xdfios si è suscitata una barufiFa
accanita. No è stata causa la lotta per il possesso di una donna
(la S'' figura contando da sinistra) la quale ò posta nel centro di una
delle rappresentanze (I). Essa tiene nella sinistra le doppie tibie ed
è vestita di un chitone la cui parte superiore fino alla cintura è in-
dicata con tratti di colore rossastro ; un iraation pende a guisa di
scialle sopra ambedue le spalle. Essa cerca di fuggire in fretta verso
sinistra e stende spaventata il braccio destro , mentre la sua testa è
rivolta verso i persecutori (tutti barbati), dei quali i primi due (fig. 4
e 5) procurano di fermarla per i lembi del suo mantello. L'atteggiamento
di queste due persone ò quasi identico: il braccio sinistro teso in avanti,
il destro piegato in alto per colpire, la loro schiena rivolta allo spet-
tatore (del primo uomo la gamba destra distesa è disegnata pure dal
di dietro) ; finalmente ambedue sono nudi ; solo la prima figura ha alti
stivali, la seconda scarpe basse allacciate e nei capelli un lungo nastro
di colore rosso-bruno che finisce in frangie. Con lo stesso colore è in-
dicato il sangue che gli scorre dal naso e da una ferita sulla guancia.
Sono inseguiti da un uomo (fig. 6) che corre con impeto tenendo sul
braccio sinistro, disteso in avanti, un panno, e nella mano destra un
nodoso bastone abbassato. La massa principale della sua chioma ornata
di una fascia è dipinta con la solita vernice nera alquanto verdastra,
i singoli capelli lunghi però, svolazzanti in dietro, sono indicati eoa
tratti scuro-bruni. È pure rimarchevole che la barba di questa figura
è prima abbozzata in nero e quindi dipinta in scuro-bruno ; finalmente
i peli della barba sono disegnati con la medesima vernice nera, ma più
' Innanzi il nastro è munito di due fiori a guisa di stella, nella
medesima maniera come p. e. sulla tazza di Brygos esistente a Wiirz-
burg. Quest'ornamento ricorre sulla tazza capuana anche nelle figure
I, 1.6; II, .4. 5.
' Pr' e. sulla tazza di Wùrzburg di Brygos proveniente dalla
collezione Feoli, pubblicata da Urlichs, Ver Vasenmaler Brygos, VII
Progr. d. Wagnerischen Kunstinslitiites, Wùrzburg 1875; Gonze Vor-
legeblàtter Vili tav. 5. ■ "• '-' ^^
431 II. OSSERVAZIONI
grassa , la quale è pure adoperata per le linee del contorno. A sini-
stra della scena descritta un uomo barbato (fig. 2), che sanguina forte-
mente nel viso, veduto di faccia, cerca di liberarsi dalle braccia del suo
avversario e di correre a destra. Dal suo braccio sinistro cade l'imation,
il destro è sollevato in atto di colpire. Il suo avversario però (fig. 1
in profilo verso la destra) lo avviticchia alla vita con ambedue le
braccia e lo colpisce col ginocchio sinistro sollevato. Il suo membro
ò infibulato; sulla spalla destra gli svolazza in dietro un panneggia-
mento: i capelli ornati pure di una fascia sono disegnati con tratti
bruni alquanto più chiari, la barba è precisamente trattata come
quella della figura 6.
Anche più accanita è la zuffa sull'altra parte del vaso (II), la
quale probabilmente è la continuazione della parte opposta '. Se ve-
ramente è così, abbiamo qui che fare con le due persone (itifalliche ),
fra le quali principalmente è nata la contesa per la senatrice di flauto,
mentre gli altri compagni del xcòfiog sono solo persone secondarie. Uno
dei due avversari (contando da sinistra fig. 4, in profilo verso sinistra)
vestito solo di clamide (affibbiata sulla spalla destra) giace a metà sul
suolo ch'egli tocca con le due punte dei piedi, col ginocchio destro e
con la mano sinistra molto distesa in avanti '; con la destra però
egli ha afferrato il membro della figura 3, contro la quale vuol ven-
dicarsi per la ricevuta sconfitta e per le ferite sanguinanti del viso.
Questa figura 3 però sembra di essere tuttora vincitrice, avendo affer-
rato l'avversario per la nuca; e così facendo gli ha tolto la fascia dal
capo e sta per dargli un colpo veemente con un sandalo '. Essa non
è vestita , solo porta , come la fig. 5 del quadro corrispondente, una
lunga fascia attorno alla testa. I mustacci di questa figura, che ha un
viso ebraico molto pronunziato, e le rade bassetto consistono nella stessa
maniera, come i peli del pube in alcune figure, di finissimi tratti
Si potrebbe anche pensare che il giovanetto all'estremità
destra della rappresentazione sia stato causa della questione, sicché qui
in contraposto all'avverso si tratterebbe di una scena pederastica, come
nella tazza di Brygos in Firenze fcf. Klein 1. e. p. 75 n. 6 e Heydemann
MittheiL aus den Antikensamml. Ober-und MitlelUaliens, ITI Hallisches
Wmckelmannsprogramm p. 94) e quella di Wiirzburg. Il ragazzo però
sarebbe_^ trattato nella rappresentanza troppo secondariamente.
'La figura somiglia assai a quella del Terpon sulla tazza dei
Satiri di Brygos, Gonze Vorlegebl. VIII tav. 6.
' Questo uso del sandalo ricorre più spesso nelle rappresen-
taaom pederastiche; così sulla tazza fiorentina di Brygos e sul rove-
scio di un cratere bolognese presso Zannoni Scavi della Certosa di Bo-
t(^na tav. LXXIX. Lo stesso si trova sopra un vaso a figure nere
(Heydemann 1. e. tav. I) e sul bel vaso dei Satiri nel Museo Grego-
riano (n. 149, pubi. II tav. 80, 1, ma poco esattamente; il soggetto
m questione è sicuramente un sandalo).
TAZZE DI BRTGOS 48
brunii '; sulle bassotte poi sono eseguiti dei tratti con vernice nera.
Da sinistra viene in fretta verso il centro della scena un uomo nudo
munito solo di stivali (fig. 2), con le due braccia disteso in avanti, la
testa barbata rivolta in dietro per scambiare ancora qualche parola
con la figura 1 ' del tutto nuda, che sta per correre in fretta verso
sinistra e che parimenti stende le braccia e rivolgo la testa. La me-
desima sembra come volesse correre dietro i tre compagni sul quadro
corrispondente, per impedire anch'essa la fuga della hetaera. A destra
delle due persone principali si trova un uomo rivolto a sinistra con
la fascia nei capelli e con la clamide sul braccio sinistro, che afferra
con la sinistra il dorso della persona caduta sul suolo e con la destra
brandisce un grosso e nodoso bastone. Con la sua gamba destra tira
calci in dietro, non apparisce bene se con l'intenzione di colpire il
fanciullo (fig. 6), il quale chiude a destra la rappresentazione. Quest'ul-
timo tiene nella sinistra distesa in avanti un canestro appeso ad un
nastro e vuole con la destra alzata lanciare un sasso ; sul suo braccio
sinistro pende la clamide e dietro di lui sorge un albero di mirto.
Nella figura 5 è da rimarcarsi ancora che la massa principale dei
capelli è accennata prima con uno strato bruno appena visibile, sul
quale singoli capelli al disopra del nastro sono disegnati con tratti
bruni, quelli al disotto con tratti neri. Le bassotte molto rade .sono
eseguite a tratti bruni. Sulla parte opposta stanno un'altra volta le
parole HO PIAIS KAUOS- Per tutte le figure (meno la donna) deve
ancora osservarsi che i muscoli più fini sono riprodotti in gran numero
a color chiaro-giallo e spesso poco riconoscibile.
La tazza descritta ha diritto ad una speciale considerazione,
non tanto per la rappresentazione stessa, quanto per la sua esecuzione.
Poiché tutte le figure dimostrano con le loro movenze, quasi del tutto
naturali, e con i loro bei contorni un'alta maestria. Innanzi tutto però
è da rimarcarsi che la tazza è unica, in quanto che io potrei, al più,
addurre alcune teste della tazza di Euriste di Euphronios (Gonze Vor-
IcgeblàUer V tav. 7) e della vecchia sulla tazza di Hieron (Benndorf
Vorlegeblàtter C tav. 2), come un impiego tanto ben riuscito di tratti
del volto così pronunciati. Poiché l' impronta individuale che ricorre
in altre teste sopra tazze di quel tempo, è tipica ed ideale fino ad un
certo punto; qui invece è stato fatto il tentativo con un disegno va-
riato nel contorno, nei capelli della testa e nei peli della barba, come
anche adoperando varietà di colori, di riprodurre persone contempora-
' Cf. anche i capelli sul petto di diverse figure sulla tazza dì
Wùrzburg.
' I capelli delle figure II 1 e 2 e I 4 terminano di sopra in
contomo ondulato e di sotto in tratti ; il contorno è eseguito mediante
punti, i quali superano per la metà la linea della testa e consistono
di una vernice più densa.
44 II. OSSERVAZIONI
nee e determinate, conosciute dal pittore. Esse veramente non proven-
gono da una classe distinta, ma furono volti ordinari e rozzi che ecci-
tarono il pittore a riprodurli e che gli sono maravigliosamente riu-
sciti. Del resto l 'impronta del ritratto si vede sul primo lato solo nelle
figure 1 e 6, sull'altro nelle figure 3, 4 e 5.
Il pittore della tazza non si è rivelato . può peraltro essere
riconosciuto a mio avviso con grande verisimiglianza. É fuori di ogni
dubbio che fu uno dei più valenti pittori vascolari attici, col quale solo
Euphronios poteva gareggiare: ora già il soggetto della rappresenta-
zione fa supporre che sia opera di Brygos. La coppa di Wurzburg del
medesùno artista presenta la più prossima analogia, mostrando essa
pure un xdjuog '. Il quadro interno è quasi identico, solo qui una
donna regge la testa di un uomo imberbe. Sulla parte esterna
poi è rappresentata due volte la scena d'un uomo che tenta togliere
ad un altro una ragazza '. Ma alcuni segni particolari sono decisivi
per la determinazione della tazza di Capua, e nel loro insieme sono
prove irrefragabili. I nastri lunghi svolazzanti, la disposizione di nastri
e fiori nei capelli, l'impiego del bruno e nero nei capelli delle singole
figure ' si trovano sulla tazza di Capua come su quella di Wurzburg,
e quest'impiego di colori si osserva pure nell'Iliupersis del Louvre *.
Quest'ultima tazza poi presenta un'analogia lampante per la maniera
come la hetaera è vestita. Poiché qui come là si trova più volte, nella
regione del ventre, quel seno del panneggiamento indicato con pieghe
trasversali ed il colore rosso adoperato in parte per le pieghe delle
vesti. Si aggiunge a ciò che il disegno delle forme del corpo sotto
la veste sottile, come lo vediamo nella hetaera (qui cioè è soltanto
indicata la linea anteriore della gamba sinistra posta indietro) ricorre
quasi su tutte le tazze di Brygos , mentre questa particolarità non si
trova nei vasi di altri pittori conosciuti. Brygos si servì di questa raa-
Una delle scene di questa tazza mi sembra che non sia giu-
stamente interpretata da Urlichs. La figura 2 contando da destra (iti-
fallica) si offre manifestamente all'efebo che le corre innanzi e che senza
rivolgersi fa un gesto negativo con la sinistra. Qualche cosa di simile
ha luogo anche nel secondo gruppo, ma qui l'efebo rivoltosi gli soffia
nell'orecchio e, si vede, con succe.sso. Le variazioni che si trovano qui
e sul (juadro corrispondente in soggetti simili, non si possono abba-
stanza lodare , se si paragonano le noiose rappresentazioni congeneri
specialmente di Hieron e di Duris.
Possiamo anche rammentare la tazza drastica dei Satiri e
la tazza fiorentina molto oscena del medesimo maestro.
Si trova nelle tre donne ed il giovane con la cetra.
'La barba è così indicata nel così detto Andromaco (vedi
più sotto), i capelli in tutte le donne (meno in quella che fugge), e
nell'Astianatte fuggente. L'esecuzione dei capelli della figura I della
tazza capuana ricorre nel morto Astianatte.
TAZZE DI BRYGOS 45
uiera solo dove gli sembrò assolutamente necessaria per render più vi-
sibili le movenze o gli atteggiamenti delle gambe. Per lo più si con-
tentò, come nella helaera, d'una sola linea; però se le gambe si
incrociavano in un modo qualunque , come nella Briseide dell' lliu-
persis e delle due helaere sopra una delle parti esterne della tazza di
Wurzburg, allora le indicazioni sono più abbondanti, però quasi mai
eseguì un disegno completo delle parti trasparenti. Se si aggiunge
ancora che lo stile della tazza capuana è molto affine almeno a quello
della tazza di Wurzburg, allora la sopra supposta paternità di Brygos
per questo vaso potrà valere come molto probabile '.
La tazza di Wurzburg e quella di Capua appartengono all'epoca
posteriore di Brygos, e quest' ultima deve essere portata alla fine della
serio delle tazze dipinte da lui. Assolutamente a torto, a mio credere,
Klein 1. e. p. "3 ha tentato di stabilire la tazza di Wurzburg come
l'opera la più antica di questo maestro. Per tali determinazioni non
hanno un valore decisivo alcune particolarità, come l'impiego dell'oro,
e il genere del soggetto, ma bensì i segni stilistici; e qui, a mio av-
viso, non cade dubbio che le due tazze 1 e 3 presso Klein (Gonze Vili
2. 3), le quali non dimostrano nò l'abilità di composizione nò la fran-
chezza nelle movenze dei corpi come in altre rappresentazioni di Bry-
gos, debbono portarsi al principio della serie. La Iliupersis del Louvre
potrà valere come rappresentante di un periodo intermedio.
Con la medesima certezza si può ascrivere a Brygos il fram-
mento di tazza di una Iliupersis presso Luynes Vases peinls tav, 17.
Escludendo un pezzo non pubblicato con la uccisione di Priamo, sono
qui rappresentati due Greci, i quali l'uno verso destra, l'altro verso
sinistra, inseguono ognuno una donna che volge la testa al suo per-
secutore. Il primo, completamente armato, afferra colla sinistra il braccio
destro della donna e regge nell'altra mano la daga sguainata coll'inten-
zione manifesta di ucciderla. Il rapporto di questa scena con la rappre-
sentazione deiriliupersis, la daga nuda, e sopra tutto il modo come la
donna veste l'imation ',ci dà, malgrado la contradizione di Jahn {archaeol.
Deitr. p. 36 nota 95), il diritto di ritenere quelle figure per Menelao
ed Elena. Alla loro destra stava senza dubbio Afrodite come protet-
trice di Elena. L'altro guerriero all'opposto, in corto chitone^ clamide
' Anche le indicazioni che abbiamo avuto occasione di fare
sopra rappresentazioni di Brygos, come p. 41, 2; 42, 2. 3; 43, 1 possono
tenersi a calcolo. La tazza dei Satiri di Brygos, n. 8 Klein, Gonze Vili 6,
proviene parimenti da Capua. L'iscrizione apposta xaXòg 6 ntàg si trova
nell'interno e forse sopra una scena esterna nella tazza di Brygos di
Tarquinia, n. 7 Klein, Benndorf 7, 2.
' L' imation pende solo sopra una spalla, sopra l'altra spalla
ò sostenuto dalla mano. Lo stesso vediamo in identica rappresentanza
sul vaso di Makron (Benndorf Vorkgebl. C\) Q sul cratere bolognese
(descritto da Heydemann Mitlheil. p. 63).
46 li. OSSERVAZIONI
e petaso che gli pende dalla nuca, mette la sinistra sulla spalla della
donna del tutto vestita, la quale egli chiaramente vuol far prigioniera :
cf. la posizione della lancia. Potremo forse chiamar questa figura Ulisse,
che, secondo Omero (Odiss. Vili 517 e seg.), entra insieme con Me-
nelao nella casa dì Deifobo, ed anche recandosi in luogo nemico (cf
le rappresentazioni di Dolono (Overbeck Heroische Galler. tav. XVI.
XVn, e principalmente Ann. dell" Inst. 1875 tav. Q. R.) è senza elmo
e senza armatura '.
Per la supposizione che Brygos abbia dipinto anche questa pa-
tera, milita pure il modo di disegnare le parti trasparenti di Elena ed
inoltre i singoli ricci che le scendono per le spalle (cf. Iliupersis), le
vesti riccamente punteggiate e l'armatura di Menelao, la quale nelle'
parti essenziali (cf. specialmente la forma ondulata delle scapule e la
mancanza di un ornamento alla vita) rammenta quella del giovanetto
vincitore dell'Iliupersis. Lo stile anche in altre cose somiglia in genere
a quello dell' Iliupersis ; per il profilo alquanto arcaico della donna a
sinistra si può paragonare la donna seduta (che Robert chiama Polis-
sena) sulla tazza di Brygos Gonze Vili 3. Brygos ha chiaramente pre-
diletto le scene dell'Iliupersis, nelle quali poteva impiegare figure con
mosse vivaci, specialmente però l'inseguimento di Elena, il quale ricorre
ancora due volte (tazza 2 e 7 presso Klein 1. e. p. 74 e seg.). ' Anche
questa circostanza è favorevole alla mia opinione.
P. I. Meier.
' Solo più tardi, in luogo del petaso ch'egli porta regolarmente
nelle rappresentazioni della ngea^eia, gli si dà il pileo. Le iscrizioni
del frammento sono illeggibili, significano però probabilmente xaXòg
6 nalg.
' L'interpretazione dei frammenti di questa tazza data da Zlein
è del tutto falsa. La mano sul pezzo 2 a è manifestamente sinistra,
appartiene dunque, come già fu rimarcato arch. Zeit. 1883 colonna 5,
ad una figura posta a sinistra della donna alata, probabilmente ad un
uomo con lancia. Il frammento 2 b, col Poseidon, all'incontro è parte
d'un lato estemo, o non apparteneva, se è veramente una rappresen-
tazione interna, alla medesima tazza del pezzo 2 a. Non so neppure,
perchè su 2 e sia rappresentato un Eros seduto del tutto vestito (!). Ha
forse Klein ritenuto il lembo della veste che passa sopra il fondo della
sedia per l'avanzo di un'ala?
AL VOT,. TX DEL C. I. L. &
■rT r. f. rronfif.rrf f/"]!,
b. Alcune osservazioni al voi. IX del Corpus inscriptionum
Latinarv/m.
1) Pag. 308 ad n. 3248 si legge: « basis quadrata lit-
teris vetustioribus. Raiani in aedibus Johannis de Angelis.
SALVIA • OBELLIA
L • HEL • Q_
Dressel descripsit »; e nel supplemento al detto volume,
sulla pag. 679, si dice : « n. 3248 edidit idem [A. de Nino]
apud eundem [Fiorellium Notizie degli scavi] 1879 p. 182
male sic: SALVIA • OBEL • OV ». Qui il dotto editore del
Corpus fa torto al sig. A. de Nino; prende cioè per una
sola due iscrizioni diverse ed appartenenti a diversi luoghi.
La prima, copiata dal dott. Dressel e pubblicata nel Cor-
pus, fu scoperta in Raiano ed ivi si conserva in casa di
Giovanni de Angelis, mentre l'altra, trovata dal sig. de Nino
e pubblicata nelle Notizie degli scavi, fu scoperta in Pen-
tima nell'anno 1879, come chiaramente si vede dal rap-
porto del de Nino, Notiz. 1. cit,, e si trova presentemente nel
Museo corfiniese, dove io il 4 di Luglio 1880 la copiai,
e ne feci un calco in carta. Ne pubblicherò una copia a fac-
simile nella mia opera in corso di stampa : Sylloge inscri-
ptionum Italicarum.
2) Pag. 679 sub w si legge : « reperta prope Fonte
d^ Abate alla Vicenna sotto l'ara presso la Badia Morronese.
V " LOVCIIIS - OH " F
Misit A. de Nino. Edidit Fiorelli Notiz. degli scavi
1879 p. 147 sic : | / UOVCIIIS • S . A ». Qui pure si scam-
biano due iscrizioni diverse, trovate dal sig. A. de Nino
nelle vicinanze di Sulmona, presso la Badia Morronese,
48 II OSSERVAZIONI ECC.
nel medesimo luogo ma in tempo diverso : Tuna nel mese di
Maggio e l'altra nel Dicembre 1879. Da principio fu scoperto
un grosso lastrone frammentato, lungo met. 0,76 , largo
met. 0,83, alto met. 0,23 colla iscrizione : \I • UOVCI US •
SA. Così, credo, bisogna leggere, e non /UOVCI US •
S • A , come è stampato nelle Notizie 1. e., giacché dopo la
parte frammentata della prima lettera, clie dev'essere presa,
mi pare, per un V, è visibile un punto. Circa S • A
dell'originale dirò che il punto dopo S non è che una lesione
casuale della lastra, e perciò S A è la nota del nome
del padre di questo Lucio, forse = Salvii (f). - L'altra
iscrizione V " UOVCI US >< OB >< F, parimente intagliata
in un grosso lastrone lungo m. 0,83, largo m. 0,85, alto
m. 0,12, è stata trovata dal sig. A. de Nino e fedelis-
simamente pubblicata dal Fiorelli nelle Notizie 1879
p. 335. Il rapporto ufficiale del sig. de Nino evidentemente
è sfuggito all'attenzione del compilatore del Corpus, e ciò
spiega il suo sospetto della erroneità, della pubblicazione
del testo. Ambedue queste iscrizioni addi 4 Luglio 1880
furono da me copiate coli' aiuto del sig. de Nino, fra la
Badia Morronese ed il Bagnature, nel campo dove sono
state trovate. Ne saranno pubblicati i fac-simili nella mia
Sylloge.
3) Alcune iscrizioni sepolcrali, pubblicate a pag. 679
del Corpus, diconsi trovate in Raiano: h) V • ANIAES •
V • CALA; k) ARGHILLVS | SALAVATVR; l) ST • APV-
NIES • T • L; q) MIN • RVFRIES ■ OV • L • Qui è sbagliata
r indicazione del luogo : furono tutte scoperte in Pentima ;
cf. Notiz. 1880 p. 382-386. Anche l' iscrizione latina n. 6325
erroneamente si attribuisce a Raiano, mentre fu trovata
presso Pentima; vd. il rapporto del de Nino intorno agli
scavi da lui fatti. Notizie 1880 p. 389.
GlOV. ZVETAIEFF
Piilililitato il dà :fl MIarxo 1^84.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N.'' IV DI Aprile 1884 (2 fogli)
Adunanze dei 29 Febbraio, 1 e 14 Marzo. — Antichità Pontine. —
Iscrizione d' Olimpia.
I. ADUNANZE DELL'INSTITUTO
Febbraio 29: GtAMURRini: Alla esposizione fatta nel-
l'adunanza del 18 Gennaio sul ritrovamento di molti avanzi
di figuline aretine in Arezzo, aggiunse altre osservazioni
intorno alla storia, al commercio e alla tecnica di questi
vasi. Presentò come prova che gli originali dovevano pro-
venire da greci modelli, e il più delle volto da tazze
greche d'argento, due bellissimi frammenti , 1' uno colla
rappresentanza bacchica di Fauni che recano e pestano
r uva, con tralci e grappoli che all' intorno si aggirano ;
e l'altro col soggetto di Teti sopra il cavallo marino che
reca le armi ad Achille. Ma sopra ogni altra una tazza
non integra, che viene adornata in giro dalle Muse con
i loro nomi greci presso ciascuna, mentre il sigillo del
fabbricante è in lettere latine : — CERDO • M • PERENNI •
Mostrò la grande importanza di questo nuovo monumento
del primo secolo av. Cr., in quanto che le Muse, distinte
dal nome e dai loro attributi, sono accompagnate da PJrcole
Musagete — HPAKAHC MOCwN — che involto nella tunica
si appoggia alla clava ed attentamente le ascolta. Qui si
rilevano le celebri statue , che , trasportate da Ambracia
in Eoma da Fulvio Nobiliorc, si conservavano nella aedes
Musa-rum al portico di Filii)po. Paragonò quelle alle stesse
Muse, con cui M. Pomponio volle ornare le sue monete,
ed alle quali il Borghesi aveva applicato 1 loro nomi :
attribuzione che, stimata la più probabile fin qui, verrà ora
a correggersi per la tazza aretina, la quale è incirca allo
stesso tempo di quelle monete. In quanto che la Musa
50 I. ADUNANZE
Ejiudicata Polinnia dal Borghesi reca invece innanzi a se il
nume di KAHu) — la Tersicore lui il nome di GYTGPnH —
e la Clio deve appellarsi MGAFlOMGNH- Cosi abbiamo
questa stessa Melpomene in un frammento di vaso aretino
nella raccolta Cruardabassi di Perugia. — Duemmler : ter-
r ecotte ritrovate a Taranto (vedi Ann. 1883 p. 192 segg.,
Mon. voi. XI tavv. LV. LVI, tavv. d'agg. 0. P,) — Hen-
ZEN : tazza calena umbilicata ritr. a Norcia, che esibisce
scene di combattimento fra eroi ignudi, impresse a stampo,
ed a lettere rilevate il nome del fabbricatore indicato in
questo modo:
U • CANOUEIVS • U • F • FECIT
Kimandando gli uditori all'Menco di simili epigrafi recen-
temente pubblicato dal Mommsen {C. I. L. 10, 8054, 1),
ragionò brevemente intorno alle varie famiglie calene che
s' occuparono di quelle manifatture, vuo' dire degli Atilii,
Gabiuii e Canolei, e notò sulle orme dello stesso Momm-
sen, che i ridetti vasi debbono appartenere incirca al secolo
decorso fra gli anni 420, anno della deduzione della colo-
nia calena, e 520, epoca a cui comincia ad adoperarsi la
lettera V in luogo dell' O piìi antica (cf. Eitschl P. L M.
p. 123 e opusc. IV p. 220). — Leblant, direttore della
scuola francese, propose due pietre incise appartenenti
all'importante collezione del sig, Maxwell Sommerville.
Sono due amuleti, 1' uno di iaspide rosso, l'altro di nero,
materiale spesso adoperato per oggetti di quella specie. La
pili grande di tali pietre rappresenta la faccia di Medusa alata
e circondata di serpenti. Nel rovescio porta una leggenda
gnostica che principia col nome della Gorgone e finisce
con quello di Chnoubis :
ropro)
NAXIAA
6YCOAAI
OTOYTAYP
OYrOYAIC6
CINAA:t:ICO
MHTICT€Y€
CBCOCAN
XNOYBI
dell'instituto 51
Sull'altra havvi l' immagine di due divinità che gli antichi
invocavano per rimuovere i mali (AA6HIKAKOI, Bull.
1862 p. 35), Serapi cioè rivolto verso un busto d'Iside
posto per terra. Tiene nella s. una palma e colla d. pro-
tende un sistro verso il busto, al disopra del quale sono
incise le parole
€nA
TAGU)
acclamazione non rincontrata mai dal rif. in pietre incise.
Una terza pietra della stessa collezione è un cammeo che
mostra quattro tali sotto quattro facciate diverse, rappre-
sentanza già nota su gemme di quel genere. Ricordò il
rif. eh' essa si vede sopra una grande àncora di piombo
scoperta negli scavi di Marsiglia, dove si conserva nel
museo Borelli.
Marzo 7 : Lumbroso : emise il sospetto che la domus
lìomula di un gruppo di epitaffi africani {C. l. L Vili
u. 9966 sgg.) sia stata un semplice sinonimo locale di
domus aeterna^ adduceudo come argomenti: 1) l'uso comu-
nissimo ed universale uell' antichità di dare alla voce domus,
in senso di sepolcro, gli epiteti aeterna, aeternalis, peren-
nis, sempiterna, perpetua, alconog ecc. , che quasi ci co-
stringe per spinta analogica a ravvisare a priori in un
epiteto nuovo e sconosciuto un equivalente a quelle espres-
sioni ; 2) la probabilità storica e psicologica che il nome
della città eterna abbia dato origine, in qualche dialetto
della lingua poetica, enfatica, cimiteriale, ad un aggettivo
di quel valore e significato : 3) il fatto e documento a
noi pervenuto nell' apostrofe di Eutilio Namaziano {porrige
victuras Romana in saecula leges), che l'aggettivo Roma-
nus fu veramente adoperato nel senso di aeternus. Il rif.
accennò in ultimo rispettosamente alle congetture del Renan
{Miss, de Phcn. 1864, p. 852), del Promis {Vocah. lai.
di archi t. 1875, p. 72) e del De Rossi {Roma sott. 3, 1877,
p. 156; Piante icnogr. 1879, p. 7) in proposito. —
Henzen : Base rinvenuta di recente nelle vicinanze del-
Vatrium Vestae sul foro romano ed ora esposta nel me-
52 I. ADUNANZE
desimo, dedicata iieir a. 214 all'imperatore Caracalla dai
mancipes et iunctores mmentarii d'alcune vie d' Italia '.
MAGNO • ET • INVICTO-
AC SVPER • OMNES • PRIN
CIPES • FORTISSIMO-
FELICISSIMOQJ/E •
ImP • CAES • M • AVRELLIO
ANTONINO • PIO • PEL • AVG
PARTH • MAX • BRIT • MAX
GERMAN • MAX • PONT • MAX
TRIB • POTEST_ • XVII • IMP • TTl
cos • nn • p • p •
MANCIPES • ET • IVNCTORES •
IVMENTARlI • VIARVM-
APPIAE • TRAIANAE • ItEM •
ANNIAE • CVM • RAMVLIS • DIVINA
PRO VI DENT I A '''^^ REF OTI • AGENTES •
SVB CVRA • CL • SEVERIANI • MAMILI • SVPERSTITIS
MODI • TERVENTINI • PRAEFFF • VEHICVLORVM
nel lato destro del monumento \
LOC • ADSIGN • AB • CAECILIO • ARIS»
C • V • CVR • OPER • PVBL -ET- MAX)
PAVLINO ■ C • V • CVR • AED • SAClk
DEDICVNON-IVL-j
L • VALERIO MESSALLA • C • SVETfno-
SABINO • CÒS /
Avendo in primo luogo notato che la mancanza del pro-
consolato fra' titoli dati a quel principe ci permette forse
di crederlo presente in Roma, allorquando gli venne eretta
la base di cui si tratta (cf. Mommsen Staatsrecht 2^ p. 763),
egli aggiunse che infatti Caracalla dopo la guerra germa-
nica dell'a. 213 (cf. acta Arval. a. 213) rientrò nella capi-
tale ijrima di partir per l'oriente. I mancipes, messi qui
in compagnia co' iunctores , al parer suo, sono gli appal-
' Fu intanto pubblicata dal eh. Lanciani nelle Not. d. Scavi del
senatore FiorcUi Die. 1883 p. 457.
dell'instituto 53
tatori dello manslones neWe vie relative, i quali fornivano
i cavalli e muli alla posta imperiale, a cui servivano di
stallini i iunctores, finora non conosciuti , come sembra,
che da mi passo del Digesto (50, 16, 203 ; cf. Marini
Arv. p. 824). Quei della nuova lapide appartengono alle
vie Appio ^ Traiana ed Anni a cum ramulis. Di queste
non avendo bisogno d' illustrazione nò la prima, nò la
seconda (giacche pare esser indicata la continuazione del-
l'Appia da Benevento a Brundisiura), il rif. si restrinse
a poche osservazioni intorno all'Annia mentovata non di
rado in documenti epigrafici insieme colla Clodia, Cassia,
Cimina, nova Traiana (oppure con tres Traianae Or. 3306)
chiamate puranche viae Clodia et cohaerentes (Or. 3143).
Notò che, staccatasi dalla Cassia, passò per Nepi e S. Maria
di Faleri ad Ameria, emise a confronto àe' ramuli attri-
buitile quelle lapidi faleriensi che fanno menzione d'una
via Àuguita che la congiungeva con quella città (Or. 1303,
3310). Avendo poi brevemente ragionato sulla posta isti-
tuita fin da' tempi di Cesare Augusto, ed i prapfecti vehì-
cnloruni, nel secolo terzo preposti non più all' intiera ammi-
nistrazione, ma a distretti particolari formati dalle singole
vie (cf. Hirschfeld, Verivallungsg. p. 98 segg.), notò che
quei magistrati sembrano aver avuto una stazione in quelle
vicinanze ; e passò a discorrere dell'epigrafe laterale, rile-
vandone r importanza, in quanto che i curatori che avevano
assegnato il luogo al monumento, qui sembrano aver di-
viso le incombenze del loro uffizio, mentre contro 1' uso
ordinario uno si chiama curator operum publicorum,
l'altro curator aedium sacrarum. Notò il rif. , come que-
sta divisione sembra potersi confrontare co' tempi poste-
riori a Diocleziano, quando vi furono ancora due curato-
res operum, l'uno designato come curator operum maxi-
morum , l'altro come curator operum publicorum (cf.
Moramseu Staatsrecht 2- p. 1002,2). Non meno impor-
tante riesce la nota del consolato, che ci palesa come un
/>. Valerius il Messalla, da' recenti fastografi ritenuto per
un Silius, mentre la nomenclatura completa dell'altro si
64 I. ADUNANZE
è C. Octavius Appius Suelrius Sabinus (cf. Or. Henzen
6482 et Eph. epigr. I p. luO). — Henzen: presentò la grande
opera per ordine del R. Ministero della Istruzione pub-
blica recentemente data alla luce da'sigg. professori F. S.
Cavallari ed A. Holm , e dall' ingegnere sig. C. Cavallari
sulla topografia di Siracusa ', ringraziando S. E. il sig. Mi-
nistro Baccelli del dono fatto alla biblioteca dell' Instituto
d'un esemplare di essa. I ridetti autori sonosi diviso il
lavoro in modo che nel primo capitolo lo Holm dà un
elenco de' lavori più notevoli pubblicati sulla topografia
di Siracusa ne' tempi moderni (p. 1-14), mentre nel capi-
tolo quinto (p. 143-330) svolge la storia dello sviluppo
topografico di essa e delle sue vicende dalla sua origine
fino al medio evo. I sigg. Cavallari all' incontro esibiscono
nel e. secondo (p. 15-80) la descrizione topografica della
città e de' suoi dintorni, e nel terzo (p. 81-93) la spie-
gazione delle 15 tavole in folio massimo che formano
l'atlante che accompagna l'opera. Aggiungono nel e. quarto
(p. 95-139) ricerche sulla provenienza delle acque potabili
e sulla distribuzione di esse nell'antica città, mentre nel-
l'ultimo (p. 331-412) espongono vari particolari de'monu-
menti antichi , tanto de' sepolcri delle diverse epoche ,
quanto delle fortificazioni e de' principali edifizi. — Esibì
inoltre il sig. Henzen due carte topografiche di Micene
e de' dintorni, disegnate e pubblicate coli' autorità della
Direzione dell'Istituto dal sig. Steffen, capitano d'artiglie-
ria prussiano'. Nel testo del quale le accompagna, l'a.
tratta il suo argomento principalmente dal punto di vista
militare, considerando in primo luogo la posizione stra-
' Topografia archeologica di Siracusa eseguita per ordine del Mini-
stero della pubblica istruzione dai professori dott. F. Saverio Cavallari
e dott. Adolfo Holm, e dall'ingegnere Cristoforo Cavallari. Pa-
lermo 1883, 4, con atlante di tavv. 15 eseguite da' sigg. Cavallari.
' Karten von Mykenai, auf Veranlassung des Kaiserl. Dcutschen
archàologischen Instiluts aufgenommen vnd mit erìàulcrndem Text
herausgcgehcn von Steffen IJaupimann ceL, nehst einem Anhatige iiber
die Konloporeia und das Mykenisch-Korinthische fìergland von Or. H.
LoLLKNG. Iierlin 18ò4 {Dietrich lieimer).
ANTICHITÀ PONTINE 57
Essa offre interesse per vari punti. Già i versi per
r epoca bassa non mancano di una certa facilità di forma,
cosa se non rarissima in quel!' epoca , certamente degna
di nota prima del vicino tramonto della coltura antica.
Poi anche i caratteri sono incisi o per meglio diro graf-
fiati con qualche cura ; ed è curioso il vedere nella parte
seconda, quella che contiene i titoli del defunto , alcune
trascuratezze di scrittura, che nei primi versi non ci sono,
segno anche questo che non sapevano soltanto ancora fare
dei versi, ma che ponevano anche maggior attenzione nel
trascrivere questi che non altro. Ora per passare ad
alcuni particolari più rimarchevoli, l' indicazione dei con-
soli dn. Archadio et FI. Bautone ve. ci dà, pare, la prima
volta il nome gentilizio di Bautone. Il che del resto
non deve recar meraviglia. Era Transrenano, della nazione
dei Franchi, e per le sue virtù militari salito ai più grandi
onori dell' impero; onde egli pure prese il nome di Flavio in
segno di nobiltà Romana, come tutti i barbari che ottennero
dignità pubbliche facevano già da molto tempo e continua-
rono a fare per secoli ancora. Se poi altre volte si dice scor-
rettamente (Id. nn. Arcadia et Bautoni conss. ' o l'anno
si indica nel Marzo ancora coi consoli del 384, mentre il
primo Gennaio s. Agostino fece a Milano il panegirico del
nuovo console Bautone *, questi in confronto colla nostra
iscrizione sono segni manifesti di trascuratezza e d' igno-
ranza.
Visse Kamenio — che con questo nome era solito
chiamarsi — dal 22 Febbraio 343 al 4 Settembre 385, e
oltre alcune cariche politiche, di cui parlerò dopo, sostenne
un gran numero di dignità nei diversi culti pagani di quel
' Ricordo l'iscrizione di Capra raarittima C. I. L. IX 5300:...
VICARIVS AFRICE CONIVGI DVLCISSIMO - CASTORIO QVI VIXIT •
ANN • XXXV M Vili D XV-RECESSIT • HI • IDVS • DEC • DEPOSITVS •
IDIBVS-DEC • DD NN • ARCADIO ET BAVTONI CONSS ; lìUCr. Chrisl.
11. 354.
* Veggasi De Rossi, Inscr, Chr. \\ XXX. Augustinus conlra ìit-
teras Pdiliani III 30.
55 II. MONUMENTI
tempo. Era secondo ogni apparenza uno dei piii tenaci e
zelanti nel professare il paganesimo, poiché lo vediamo som-
mo pontefice di Mitra e ascritto ai culti di Ecate, Bacco,
Cibele, insomma quasi a tutti i riti mistici e sincretistici
orientali della decaduta religione pagana che erano in
voga in quei tempi. Però è uno degli ultimi sacerdoti
defeusori dell' antica fede. Perchè è V epoca in cui il
paganesimo fa gli estremi suoi sforzi. Gracco prefetto di
Roma nel 377 spezzò i simulacri mitriaci e distrusse lo
speleo ; ma nondimeno pochi anni dopo si fondò ancora un
nuovo sacrario di Mitra, dove è la piazza di s. Silvestro in
Capite (v. C. I. L. VI 754) '. Ma mentre finora le leggi
dirette ad abolire l' idolatria in Roma furono sempre poco
nulla eseguite, nel 382 l'editto di Graziano rimosse l'ara
della Vittoria dalla curia e tolse le rendite ai templi, quan-
tunque quella parte del senato che si componeva per lo
pili di famiglie nobili antiche, capitanata da Simmaco, si
ostinasse a continuare il culto pagano in nome pubblico
ed a spese del popolo romano. Quest' editto di Graziano,
mantenuto dal suo successore, colpì mortalmente il paga-
nesimo, e infine nel 391 il decreto di Milano e la vittoria
di Teodosio sopra Eugenio nel 394 lo abolirono del tutto.
Dobbiamo dunque immaginarci che anche Kamenio, orna-
mentum magni senatus - di quel senato che rappresentava
la millenaria grandezza di Roma - avesse la sua parte nelle
vicende di quegli anni e nella lotta finale dell' idolatria
col cristianesimo.
Però non ci erano sconosciuti ne il nome di Kamenio
nò i suoi onori, benché a torto fosse riferito ad un' epoca
molto anteriore. Un' iscrizione che sta nel palazzo Barbe-
rini [C. I. L. VI 1G75), dice precisamente così :
' Per i fa.sti dei diversi culti pagani in questi anni fino al 391
si veggano C. I. L VI 497-504. 510-512. 7'3G.
DELL INSTITUTO 65
tegica di Micene e delle varie strade ivi convergenti,
delle quali studia esattamente la costruzione. Passa poi
a descrivere la natura tattica della posizione di Micene e
le fortificazioni che si trovano in vari punti delle vici-
nanze, confrontando quindi le mura e le gallerie dell'arce
di Micene con quelle di Tiryns. Avendo dopo brevemente
toccato del terreno, in cui lo Schliemann fece i celebri
suoi scavi, nonché delle abitazioni ciclopiche del terrazzo
inferiore, tratta del muro che cingeva la detta città , e
di questa medesima, de' sepolcri a cupola e di altri sepol-
creti vicini, e finisce descrivendo VHeraion ed i suoi din-
torni. S'aggiunge un'appendice del sig. Lolling sulla re-
gione montagnosa tra Micene e Corinto.
Marzo 14 : Gr. B. de Bossi : osservazioni su quanto il
sig. prof. Lumbroso aveva esposto nell'ultima adunanza
riguardo al significato della denominazione di domus Ro-
mula , in certe iscrizioni africane data a monumenti sepol-
crali. Egli mantenne come più probabile la spiegazione
datane una volta da lui stesso, riferendola alla nota casa
palatina di Eomolo, e rilevando contro il sig. Lumbroso
il fatto che non si trova mai la parola Romulus adoprata
invece di Romanus. Fece osservare inoltre che 1' uso
dell' espressione in discorso si ristringe al solo numerus
Syrorum, il che, al parer suo, potrebbe forse dar qualche
verosimiglianza alla derivazione da radice orientale propo-
sta dal Renan. — Elter : iscrizioni ritrovate a Fogliano
nelle paludi pontine, ed osservazioni sulla storia di queste
(v. Ridi. p. 56 segg.) — Helbig : orcietto d' argilla rossastra
lavorato al tornio (alto m. 0,11 ; manca però la bocca), tro-
vato nello scavare un pozzo nel cortile di una casa di via
delle Quattro Fontane. Il recipiente è decorato con ornati
in rilievo appiccati sull' argilla umida, cioè con gruppi di
puntini e con bozze che sono riunite mediante linee in
guisa di fili. In ognuna delle bozze è rinchiuso un pezzetto
di vetro o di smalto, che serve da centro ad esso. Il rif.
dichiarò, che tale genere di stoviglie, che nell'Italia si
trova piuttosto raramente, secondo lo stilo debba attribuirsi
56 JI. MONUMENTI
al basso impero, ed aggiunse aver egli rinvenuto alcuni
frammenti di simili vasi nella parte più recente della
necrojioli vulcente, dove erano sparse monete romane da
Settimio Severo fino a Diocleziano. Il sig. (>. IJ. de Rossi
si dichiarò d'accordo con questa determinazione, accennando,
che la tecnica di quei vasi si spieghi dall'imitazione dei
vasa gemmata dell'epoca imperiale.
IL MONUMENTI
a. Antichità Pontine.
Il 20 Gennaro 1884 si scoprì in un luogo detto San
Donato presso Fogliano nelle paludi Pontine una grande
iscrizione sepolcrale, la quale fu poi da me copiata e che
ora presento accompagnandola di alcune osservazioni. È
l' iscrizione che, commossa da profondo dolore ed affetto, la
moglie pose ad Alfenio Ceionio Juliauo Kamenio v. e. ,
sacerdote di vari culti pagani, consolare della provincia
di Numidia e vicario dell'Africa, morto nell'anno 385
dell'era nostra, e dice quanto segue:
-y . Viv\ INTERAVOSPROAVOSQVETVOSSANCTVMQVEPARENTEM-
VIRTVTVMMERITISET HONORIBVSEMICVISTI •
^ ORNAMENTVMINGENSGENERISMAGNIQVESENATVS •
H^ SEDRAPTVSPROPERELIQVISTISANCTEKAMENI • '
AETERNOSFLETVSOBIENSIVVE N^L IBVSANNIS- \ A
TEDVLCISCONIVNXLACRIMISNOCTESQ^VEDIESCLyE • /A-^'
CVMPARVISDEFLETNATISS OLACIAVITAE- '
AMISISSEDOIENSCASTOVIDVATA C V B I L I •
QVAETAMENEXTREMVMMVNVSSO L ACIALVCTVS-
OMNIBVSOBSEQVIISORNATDECORATQVESEPVL C R V M •
ALFenIO ■ CEIONIO • IvLlANO • KAMENIO • VC • QVAESTORICANDIDATO •
PRETORI • TRIVmFaLI • VII • VIRO • EPVLONVM • PATRI ■ SACRORVM ■ SVMMI •
i n vi ctimitrehierofante • aecataearcibvcvlodelllberi-xv-viro
s-F-tavroboliato-devm-matriS'POntiFici-maiori-consvLari-
NVMIDIAE • ET • VICARIO • AFRICAE • C^IVIXIT-ANNOS-xLlI fti ■ VI •?> • XIII •
RECIINONAS-SEPTEMfl DN-ARCHADIO-ET FlBAVTONE • VC • CONSS
1^12— —tlA
ANTICHITÀ PONTINE 59
KAMENII
ALFENIO CEIONIO IVLI/VNO
KAMENIOVCCL:KPRAETORI TRI
VMF-VIIVIRO EPVLONVM • MAG
P se • SVMMI INVICTI MITRAI lERo
FANTE AECATE ARCE DEI LIB • XV
VIROS E TAVROBOLIATO • D M-
PONTIFICI MA I O RICONSVLA
RI PROVINCIAE NVMIDIAE
IVSTITIAE EIVS PROVISIONI
BVSQ_-CONFOTIS OMNIBVS
DIOCESEOS
. . . GENTlLlS • P . M • RESTVTVS CORNICV
LARIVS CVM CARTVLARIS OFFICII STATVAM
IN DOMO SVBAERE POSVERVNTt*
Vi è dunque tutto, e nello stesso ordine, probabilmente
cronologico, come nella lapide sepolcrale ', meno il VICA-
RIO AFRICAE, cioè Kamenio era soltanto consularis
proviìiciae Numìdiae, quando impiegati del suo ufficio gii
posero una statua in bronzo nella sua casa in Koma. L' iscri-
zione fu trovata nel giardino del palazzo Barberini sul Qui-
rinale *, ove quindi è da supporsi che fosse la casa di Kame-
nio. Tuttavia è strano che, non essendo ancora Kamenio
vicario dell'Africa, l' iscrizione Barberini parli di meriti di
Kamenio verso quella diocesi, la quale, com' è noto, formata
da cinque province, stava sotto il governo del vicario.
La qual cosa forse si spiega così, che Kamenio anche dopo
esser uscito dalla carica di consularis provinciae Numi"
' Adesso si vede anche che quel mag p se infatti non è diffe-
rente dal semplice patri sacrorvm. (ossia patri palrum) né. mhìQxì
di Mitra, come già aveva supposto il Mommsen confrontando un'iscri-
zione posta al dio Arimanio, cho dice magister et pater palrwn, cioè
preside nel più alto dei sette gradi mitriaci.
' Cf. Oderici disscrlalion. p. 172, e più particolarmente la dedica
premessa dal tipografo G. Salomoni all'edizioDe separata della disser-
tazione relativa (Roma 1756).
60 II. MONUMENTI
(liae si trattenne in Africa , e che allora rese benefizi
a tutta la diocesi. Quando poi sia stato consolare di Numi-
dia, non si sa, ma era vicario d'Africa nel 381, come risulta
da un rescritto del codice Teodosiano {XI I 1,84) sulle
elezioni agii onori municipali indirizzato ad Camcnium
vicarium Africae, nel Febbraio di quell'anno.
Del resto poco sappiamo della sua vita. Quando aveva
25 anni, gli successe un fatto strano si, ma purtroppo non
tanto raro per quei tempi. In un periodo di superstizioni
e di decadenza generale dei costumi , vediamo numerosi
processi e inquisizioni per reati di magia, i quali ci rive-
lano piuttosto, come tutta quanta la società d' allora fosse
infetta di simili errori, che non la seria intenzione di cor-
reggerli. Sotto Valentiniauo specialmente un certo Massi mi-
no, vicario di Roma, infuriò con siffatti processi contro tutti
e particolarmente contro pareccliie famiglie senatorie. Ed
era appunto nel 368 che, come dice Ammiano (XXVIII 1,27),
super his etiarn Tarracius Bassus, posteci urbi praefectus et
frater eius Camenius et Marcianus quidam et Eusaphius^
omnes clarissimì, arcessiti in crimen^ quod eiusdem con-
scii venefica aurigam fuvere dicebanlur Auchenium ', docu-
mentù etiam tum ambiguis suffragante absoluli sunt Victo-
rino, ut dispersus prodidit rumor, qui erat amicus Maxi-
mino iunctissimus.
Era, come dice anche l' iscrizione stessa, di famiglia
nobilissima, noverandosi quella dei Ceionii tra le prime
famiglie di Eoma dalla fine del secondo secolo; quae fami-
lia hodie quoque^ Constantine maxime^ nobilissima est et
per te aucta et augenda, quae per Gallienum et Gordianos
plurimum crevit, come dice Giulio Capitolino nella vita
di Clodio Albino (e. 4), che a sua volta era Hadrumetinus
oriundo^ sed nobilis apud suos et nriginem a Romani s fa-
Auckenii y Anicius Auchenius Bassus era prefetto di Roma, nel
382 ed era cristiano come tutta la famiglia dei Bassi (v. Seeck
Si/iiììii'ichi op. p. xeni). Era forse un loro parente, ma certo non
identico col prefetto dol 382 il Tarracius Bassus de' Ceionii .luliani,
il quale poi quando sia stato prefetto lui, non si sa. Un suo editto
molto singolare fu descritto dal Do Rossi DuìlMino d. Insl. 1853 p. 37.
ANTICHITÀ PONTINE 61
9/uim trahens, Postumiorum scilicet et Albinorum et Ceio-
niorum. Nel quarto secolo i Ceionii contano una lunga scric
di nomi illustri \ e anche fuori di Eoma si trovano parecchi
Ceionii alti dignitari, specialmente in Africa, come quel Pu-
hlilius Ceionius Caecina Albinus vir darissimus consularis
sexfascalis provinciae Numidiae circa 1' anno 366 , che
arricchì la provincia di sì gran numero di fabbriche (v. C.1.L
Vili p. 1064), e un Cacionus lulianus ampUssimus pro-
consul d'Africa (371-373? in una lapide africana comuni-
catami dal sig.prof. Giov. Schmidt; v. Ephem. epigr. V p.350).
Nella famiglia dei Ceionii Rufi, ramo a quel che pare
anziano dei Ceionii, si usava di dare alternativamente al
padre e al figlio il nome di Volusiano e di Albino. Ora
nella linea dei Ceionii Juliani si osserva la stessa consuetu-
dine, inquantocchè presso il cronografo dell'anno 354 trovia-
mo un Ceionius Julianus Camenius, senza dubbio il nonno
del nostro Cameuio, come prefetto di Roma nel 343 '. E del-
l' educatore di questo, come sembra, Maecilius Hylas, fu
rinvenuta l' iscrizione sepolcrale nel cimitero di Priscilla
neir interno di una macerie (v. BuU. di archeol. crisi. 1882
p. 93) che qui ripeto secondo il calco gentilmente favo-
ritomi dal sig. Stevenson :
MAECILIOHYLATIDV amatori
LCISSIMONVIRITORICAE- bonoqvioìw
NESSVOSAM
lONIORVMFVSCIANECF abitcaris
ETCAMENICVQVIVIXITAAIN • ^'^^
LXXVMENXFECIT MAE
C I L I A ROGATADOMINOP A
TRIDVLCISSIMO^'_EI-LITO
Se questa iscrizione, come pare"", è veramente cristiana ,
sarebbe un documento molto singolare delle relazioni fra
' L'albero genealogico di una gran parte di essi e composto
dal Seeck, Sijmmachi op. p. CLXXV.
■ Sembra dunque che il nipote assumesse il gentilizio Alfenio
«lalla madre.
02 li. MONUMENTI
cristiaai e pagani prima dell'epoca di Gostautiiio; purché
Camenio stesso non fosse stato cristiano anche lui , e il
nipote all' incontro fattosi propugnatore della religione
pagana '.
Questo è quanto sulle gesto di Kameuio e sui fasti
della sua famiglia mi è riuscito di raccogliere, e con esso
pare esaurito, quanto si può dire sul!' importanza della bella
lapide di Fogliano. Ma la sua importanza vera , e molto
maggiore di quel che sembra, sta in un altro rispetto ,
di cui non ho parlato finora, in questo cioè che si è ri-
trovata in un punto lontano e quasi sconosciuto delle paludi
Pontine. Essa ci fa vedere che nel quarto secolo in quel
luogo deserto presso i laghi di Fogliano esisteva la villa
di un gran signore di Roma, che il luogo era non solo
abitabile e in commiicazione con Roma, ma altresì deli-
zioso e preferito soggiorno , giacché là precisamente la
moglie seppellì il marito; vediamo di più che una gran
parte delle paludi era di proprietà di Kamenio, anzi che
tra Anzio, il Circeo e la via Appia esisteva un gran lati-
fondo posseduto nel quarto secolo dalla famiglia dei Ce-
ionii Juliani. Ma per meglio provare ciò che a prima vista
può sembrare esagerato, converrà epilogare brevemente le
vicende delle paludi Pontine, parte anch'essa dell'Italia
ne la meno bella ed interessante, né priva di memorie
antiche '.
' So bene che il Seeck crede ed ha tentato con molta sagacità
di dimostrare (Symmachi op. p. CLXXVII) che è da questo Julianus che
discese l'imperatore Giuliano l'apostata (nato nel 331), nel qual caso
il Kamenius sepolto a Fogliano sarebbe stato un suo cugino e forse
un figlio di quel Julianus, comes Orientisi zio dell'imperatore, il quale
insieme con quest'ultimo cambiata fede fu poi accanito avversario
dei cristiani, e morì nel 362 in mezzo ad atroci tormenti, come rac-
contano gli scrittori ecclesiastici. Però la cosa è troppo incerta.
' Faccio voti che presto venga fuori il libro annunziato del De
la Blanchère, La Via Appia ci les Terres Ponlines, il quale autore, come
e garanzia il suo libro su Terracina, ci darà molti insegnamenti nuovi
ed importanti sulle paludi Pontine. Frattanto Nicolai , De bonifica-
menli delle Terre Pontine^ 1800, e Prony, Descriplion des Marais
Ponlines, 1822, sono le più rimarchevoli pubblicazioni sulle dette terre.
ANTICHITÀ PONTINE <33
Stando sulle vette dei monti Veliterni, o dei Lepiui,
che in lunga fila costeggiano le paludi Pontine fino a Ter-
racina, a Norma per esempio o a Sermoneta o a Sezze
pendula Pumptinos quae special Setia campos
(Marziale XIEI ep. 112), o sulla cima del Circeo, si scuo-
pre una immensa pianura immersa in un silenzio di cimi-
tero, seminata di mille canali e dopo le piogge inondata
da vaste piscine, coi suoi sterminati campi oltremodo fer-
tili sotto i monti Volsci, con immensi pascoli nel mezzo
e colla maestosa foresta vergine di querce secolari lungo
tutta la spiaggia del mare. Una linea dritta passa in mezzo,
quae Pomptinas via dividit uda paludes
(Lucano III 85), la via Appia, piuttosto frequentata, ma il
resto è popolato solo da mandre di puledri e da greggi
di vaccine e di altro bestiame, con della gente che sparsa
per quella beata solitudine della macchia mena una vita
da selvaggi. Ora guardando giìi su questa grande pianura,
che tale è, sconosciuta quasi ma reputata fin dai tempi
antichi nient' altro che stagni e miasmi, e dandosi intiero
alle bellezze di questo paesaggio singolare , uno sente
nascere spontaneo il desiderio di sapere qualche cosa della
sua storia e di veder risorgere i villaggi ridenti di cui
parla antica fama '. Ma scarse sono le memorie e pur
troppo spesso negano schiarimenti nuovi alla mente in-
dagatrice.
Stavano sott' acqua un tempo e il monte Circeo era
un' isola, come adesso si presenta a chi lo vede sollevarsi
sulla lunga macchia ; poi si alzarono e si colmarono colle
acque che in quel bacino si versano. Tracce di storia
primitiva ne abbiamo nella favola di Circe ; poi nel nome
di Astura, città certamente stabilita da Fenici e in tempi
ove forse a levante era ancora un golfo ' ed a tramon-
' Ed anche di sbarazzarsi di quell'intreccio di confusioni creato
da una serie di scrittori sulle paludi Pontine, i quali senza conoscere i
luoghi, colle loro fantasie e mescolando quelle degli altri coi documenti
autentici, riescono a produrre sempre nuove mostruosità.
' V. De la Blanchère, Mélanges de recale frane. 1882, p. 212.
64 li. MONUMENTI
tana sulle pendici dei monti Veliterni, che scendono lì
presso, abitava una popolazione operosa; ed inoltre il
nome di Terraciua sembra il nome etrusco della città che gli
indij^eui chiamavano Anxur. Dominavano nell'a^^ro Pontino i
Volsci, e bene si ricordavano gli antichi di paesi potenti
in epoca remota. Ma il solo avanzo di quella coltura pre-
sto estinta, che il suolo abbia conservato, è precisamente
sulle falde dei monti Veliterni fino a Conca un sistema di cuni-
coli, cioè fossi sotterranei che da cratere in cratere, di cui in
origine era piena quella terra vulcanica, portavano via le
acque e rendevano coltivabile la terra e sana l'aria, lavoro
talmente esteso, sistematico e colossale che si deve attri-
buire alla stessa epoca dei piccoli regni Volsci, i quali
sulle alture costruirono le maravigliose mura ciclopiche '.
Ma presto sopravvennero i Romani che da questa parte
cominciarono ad estendere i confini del loro territorio. Tar-
quinio Superbo assedia nel principio delle guerre Volsche
la « misteriosa » Suessa Pometia, ricca capitale dei Po-
menlini o Pomptini. Caduta questa, lo stesso Tarquinio,
raccontarono gli antichi, era in grado di mettere una co-
lonia sul Circeo sotto Arunte suo figlio, seguo che nello
spazio fra Suessa e Circeo, e dall' altra parte tra Anzio
e le ancor potentissime città dei monti Volsci non incon-
trarono resistenza seria. Certo non vi doveano essere molti
paesi importanti, e quei coloni Romani presero probabil-
mente la loro strada per i boschi e per la spiaggia di
Fogliano ^
' V. De la Blanchère, op. cil. \>. 94 e 207.
^ In ogni caso è certo che Circei era colonia più antica dì
Anzio di Terracina. — Un sentimento di responsabilità verso la
tradizione di tanti secoli mi obbliga di rammentare anche qui che
Plinio liist. nat. Ili 9 dice di aver letto in un certo Muziauo che
un tempo esisterono 24 città nella palude Pontina. Ma sarà vero ? o non
si tratta piuttosto di una curiosità soltanto, di una lista forse di
denominazioni locali raccolte chi sa come e dove? Certo è che le
paluili erano dove più, dove meno popolate secondo la natura dei
terreni, ma non credo che su queste 24 città si debba fare un calcolo
statistico.
ANTICHITÀ PONTINE 65
Più di duecento anni durò la guerra accanita contro
i Volsci e contro i loro castelli, e fini solo colla presa di
Terracina e la conquista di Piperno nel quarto secolo a. C,
ma finì anche colla decadenza rapida del territorio Pon-
tino. Molte volte l'agro Pontino nel frattempo aveva for-
nito viveri ai Romani, e se adesso, dopo vinti i Volsci,
del loro dominio si formano due nuove tribìi e si danno a
queste non i nomi delle città, soggiogate, ma quelli di Pom-
ptina (358) e all'agro di Piperno quello di Oufcntina (318),
questo ci dà chiaro indizio di quel che formava il principal va-
lore del territorio conquistato. Ma quando nel 312 si costruì
la via Appia, quella strada ammirabile che sovrana attraversa
la pianura Pontina, questa non era piìi l'agro fertile ove
sotto la protezione delle forti città sulle colline confinanti
il lavoro paziente e assiduo di secoli e secoli avea potuto
regolare i corsi d'acqua, coltivare la terra e così anche
rendere salubre un terreno basso e umido. Perchè per le
guerre ogni cosa si trascura, le acque invadono dapertutto,
il paese si trasforma, si spopola; e la via Appia già è un
primo gran lavoro di bonificazione di una terra che gli
stessi Romani avevano ridotta a quello stato. Da quel-
l'epoca in poi le « paludi » Pontine hanno poco cambiato
aspetto; caddero anche spesse volte in abbandono, onde la
lunga serie di progetti e di lavori di bonifica dalla repub-
blica Romana e da Cesare fino a Pio Sesto ed a Napoleone:
in generale però furono più o meno quel che sono oggi '.
' Le osservazioni di Strabene p. e. sullo stato fisico delle Pon-
tine sono abbastanza esatte ancbe oggi. Del resto non è compito mio
di trattare qui in particolare delle vicende Pontine. Solo rammento
che i tentativi fatti nell'antichità non meno che nei tempi dei papi
per bonificare le paludi sono stati molte volte parziali soltanto e che
perciò non si devono intendere troppo largamente le notizie che ne par-
lano. Si dice per esempio nell'epitome del 1. XLVI di Livio: Pomp-
Unae paludes a Cornelio Gdhego consuìe cui ea provincia evenerat
siccatae cujerque ex iis faclus (nel 160). Ma certo si accenna prin-
cipalmente a un ristauro della via Àppia, con bonificazione s'intende
delle parti circostanti, e la prova ne è questa. Demetrio, figlio di Se-
leuco, che si trova in Roma come ostaggio, fugge (nel 162) e per
5
06 II. MONUMENTI
Ora è naturale che in un vasto territorio come le
paludi Pontine, esposto per la natura della sua superficie
a continue inondazioni e mancante di una popolazione densa
e stabile, piccoli proprietari non potessero più sussistere.
Qui i latifondi sono soli in grado di rendere un frutto
da un suolo paludoso, ed è dunque per questo che dissi
essere stato il Kamenio non solo possessore di una villa
in mezzo a quel deserto, ma proprietario certamente di
una gran parte delle paludi. Di più quei possedimenti con
difficoltà mutano padrone e così a buon diritto credo si
possa affermare che per molto tempo i Ceionii Juliani
avessero grandi tenute nelle Pontine, come dal 1297 ad
oggi senza interruzione quelle stesse terre si trovano nel
possesso dei Caetani.
La lapide dunque che in Fogliano tornò improvvisa-
mente alla luce, e' insegna che anche quindici secoli fa
alcune parti delle paludi Pontine erano in alcuni mesi
abitabili non solo ed abitate, ma eziandio erano luogo di
villeggiatura forse tranquilla, ma forse anche non meno
deliziosa del presente Fogliano. Era bensì sconosciuto il
luogo agli antichi, come lo è adesso, perchè i Romani anda-
vano a villeggiare presso Anzio e sul Circeo, e quando
dopo la morte di Tullia Cicerone si ritirò per qualche
tempo ad Astura, già si credeva perduto nella solitudine:
Est hic qui.dem locus amoenus et in mari ipso, qui et
Antio et Circeiis aspici possit. - in hac solitudine carco
nascondere la fuga finge di andare al Circeo alla caccia del cinghiale :
èxeì y(CQ èntfxeXws eìuid^si xvvrjysrelv ròv vv f | ov xal xrjg ngòg ròv
Ilo'Av^iov ccvTM avytjd^eucg rì]v xccraQjfìjy yEvéaS^ai avvéneffe. dice Po-
libio (v. rei. 1. XXXI 12 e 19-"2'3), ma manda avanti i servitori con
cani e bagaglio non per la via Appia, che dunque era impraticabile,
ma per Anagni : éSérre^tl^ey et'g rài 'Ayttyi'siag, awrci^ug Xa^óvrag ttl
X(ya x(d rovg xvyag ùrxuyjày énl rò KtQxcaoy. . . ori avuiui^ovaiy tcvroìs
xutà rrjy èniovauy tnì zùy 7TQO£tQ)]fÀéyoy rónoy. Si supponeva che
Demetrio stesso coi suoi compagni si sarebbe recato colà diretta-
mente, ma forse neanche lui andò per la via Appia; evasione del
resto molto somigliante a quella del pretendente Carlo Edoardo duca
d'Albany che finse di andare a caccia a Fogliano.
ANTICHITÀ PONTINE &1
omnium colloquio^ cumque mane me in silvam abstrusi
densam et aspcram^ non exeo inde ante vespemm. se-
cundum te nihil est mihi amicius solitudine, ineamihi
omnis sermo est cum iitteris ; eum tamen interpellai
fletus ecc. - si quis requirit cur Romae non sim: quia
discessus est; cur non sim in iis meis praediolis quae
sunt huius temporis: quia frequentiam illam non facile
ferrem. ibi sicm igitur ubi is qui optimas Baias ìiabehat
quotannìs hoc tempus consumere solebat - così scrive
ad Attico nel Marzo e nel Maggio del 45 *. È una soli-
tudine divina, la ciii influenza tanto subì Cicerone e
subisce chi oggi ha la fortuna di andare a Fogliano e di
passare alcuni giorni là nell'immensità della silenziosa
foresta, presso i magnifici laghi e sulla spiaggia del mare.
Non vide mai questa contrada grandi avvenimenti storici,
ma era lungo la sua difiìcile spiaggia che Cicerone, e dopo
altri tredici secoli Corradino di Svevia imbarcatisi ad Astura,
sperarono di sfuggire alla morte. Qui dunque stava la villa
di Kamenio, le cui tracce esistono tuttora uel luogo dove
fu scoperta la sua tomba e che subito mi farò a descri-
vere in poche parole. Qui suppongo, reduce dall'Africa,
passava Tinverno con sua moglie e coi suoi piccoli figli,
quando a Eoma ferveva la lotta religiosa e quando a Ter-
racina, sede del consolare della provincia di Campania,
Aviano Viudiciano avea testé adornato la città di statue e
ristaurato le terme (v. C. I. L X 6313. 6312), e quando
sulla via Appia ancora carri da Terracina trasportavano a
Roma lavacris publicis Ugna et caloem reparandis moe-
nibus (v. Simmaco, relaz. XL).
Presso la porcareccia di S. Donato, vicino al lago dei
Monaci, veggonsi sepolti sotto alberi secolari e sotto spine
' Ep. ad Atl. XII 19. 15. 40 e veggasi poi anche pn* la vita in q^uei
luoghi, qutinto alcuni anni prima scrive da Anzio : sic sum compla-
xus olium, ut ab co divelli ìwn queam; ilaque aut libris nw delecto
quorum liabco Aneti fcstivam copiam, aul ftuctus numero - wwi ad la-
cerlas captaiulas lempeslaks non sunt idoneac : a scribejulo prorsu^
abhoiret animus {ad Alt. II 6).
08 n, MONUMENTI
impenetrabili dei ruderi antichi che si stendono per cen-
tinaia di metri. Un secolo fa stavano ancora in piedi gli
Archi di S. Donato; oggi quasi tutto quanto era sopra
terra, è sparito, e dal laberinto dei muri che qua e là
si scoprirono, riesce difficile dì farsi un' idea chiara di
quel che anticamente essi fossero. Ma, quantunque sia im-
possibile di ritrovare e ricostruire la villa com'era p. e.
ai tempi di Kamenio, pur tuttavia bastano gli avanzi che
si vedono per dare almeno uno schizzo generale della
storia di questo luogo. Le prime opere sono antichissime.
Sono muri di bellissimo opus retinulatum in pietra cal-
care del Circeo, i quali in lunghi rettilinei con annessi
scompartimenti occupano tutti e due i lati di un pro-
fondo cavo detto Kio Martino, che ivi presso sbocca nei
laghi. Sullo scopo loro primitivo non può esservi dub-
bio. Stanno in relazione coi laghi e sono lavori idraulici,
destinati ad una raffinata piscicoltura in questi, come avrò
a spiegare piìi diffusamente in appresso. Altri grandi muri
vanno più addentro nella macchia, costruiti di pietre più
grosse. Lo stabilimento venne continuamente allargato con
nuovi materiali di diverso genere, ma conservò sempre il
suo scopo antico ; lo si vede dalle identiche costruzioni
di mura e di musaici che si trovavano e si trovano ancora
pure dall'altra parte dei laghi, cioè sotto il cosidetto tum-
moleto ossia sotto la duna che separa i laghi dal mare,
e simili costruzioni esistevano nel lago stesso di Capro-
lace, che oggi è un pantano orribile. Nel medesimo tempo
il luogo serviva di dimora al suo proprietario, amico sup-
pongo anch'esso della solitudine, giacché vi si osservano
non fabbriche isolate, come converrebbero ad un villaggio,
bensì, tra costruzioni tutte connesse, per esempio stanze
sontuose e rimarchevoli bagni. E in uno scompartimento
precisamente di questo genere si rinvenne una iistula di
piombo coir iscrizione che ci fornisce anche il nome di
uno dei primi proprietari di S. Donato. L'iscrizione {C\
I. L X 8296) dice:
SILANAE • M • F
ANTICHITÀ PONTINI-; 09
intorno alla quale giova ripetere che dagli scrittori è ram-
mentata una Silana soltanto, cioè la Junia Silana di cui
parla Tacito, insignis genere fwna lascivia, ricca, mari-
tata con C. Silio e nel 47 d. C. da lui separata, prima
amica di Agrippina, che poi odiò, perchè Sextium Afri-
canum nobilcm iuvenem a nuptiis Silanae deterruerat
impudicam et vergenteni annis dictitans , poi nel 56
mandata in esilio e morta a Taranto prima del 59. Infatti
parrebbe che la Silana di S. Donato fosse la stessa.
Dei bolli di mattoni che tra i ruderi si raccolgono,
il più antico sembra essere quello che da più esempi
benché rotti o imperfetti si riconosce identico coli' altro
del C. I. L. X 8042,36 (Pompei, Capua, Ostia) :
TI CLAVDI • AVG • L • POTISCI • X V ■ 2^
col quale si deve confrontare il bollo 8043,76 POTISCI • ^ ^cum
AVG • L trovato presso Treponti. Poi ancora del primo
secolo 8043,52 (Fondi, simili a Velletri, Sermoneta, Pisci-
nara) :
APOLLONI • DOMITI - LVPI Z '^ Lf
scritto in circolo e perciò le lettere che stanno nel cen-
tro cioè: ^f> ^ colla L sopra I • D, lette male sul mat-
tone di Fondi. Un terzo fu descritto e attribuito al prin-
cipio del secondo secolo dal De la Blanchère (v. C. I. L. X CCC^
Addii: ad 8043,67; Velletri, Anzio) :
STAT • MARCms - DEMETRIVs fec. (
Di epoca buona ancora il frammento : sNfflT I e in ultimo
un bollo in caratteri più recenti, scritto in circolo, colle
lettere rivolte verso il centro e colla M nel mezzo:
M-IVCVNDI X'^'
Veniamo al terzo secolo. Una strada regolare che pas- C<Xt^*A/U.
sasse per S. Donato, dovea essere di incalcolabile valore ' a
per tutte le paludi da quelle parti ; e ne fu fatta una da
Anzio a Terracina, quando Settimio Severo completò la linea
littorale del Lazio e della Campania ; ma oggi soltanto
70 II. MONUMENTI
qualche raro pezzo di selce s'incontra sparso per la macchia.
Durante tutto questo periodo e per il tempo che segue
ancora, i successivi padroni di S. Donato non tralasciarono
niente per abbellire questo loro soggiorno. Ne fan fede
fra altre cose, come musaici, pavimenti in opus spìcatum,
stucchi e via discorrendo, una quantità inaudita di marmi
preziosissimi di cui il suolo è pieno dapertutto, di ogni
specie e di ogni forma, in parte pure con ornamenti sot-
tilissimi. Anche in epoca bassa portarono a S. Donato con
molta fatica e non minore spesa quanto sembrava poter
aumentare lo splendore di quella dimora, perchè abbon-
dano marmi a spessore disuguale: come pure l'iscrizione
di Kamenio da un lato ha lo spessore doppio che dall'altro
(m. 0,04G e 0,023). Ma ben presto cominciò man mano
la decadenza dei vasti edifizi. Sia che non servissero più
tutti al loro uso primitivo, sia che altri bisogni o desideri
cagionassero nuovi lavori, le antiche fabbriche si demoli-
rono per le nuove costruzioni ; l'assoluta mancanza di ma-
teriale nel territorio Pontino e la difficoltà di portarlo sul
luogo d'altrove, fin d' allora nel corso dei tempi fecero
sparire quasi interamente in tutte le paludi ogni traccia
di antichità.
La stessa tomba di Kamenio offre un notevole esempio
di questo deperimento. La lapide, una bella lastra di marmo
(m. 2,75 X 1,21) con due buchi tondi alla parte sinistra ',
stava, come dagli operai fu scoperta, a fior di terra, in pia-
no, colle linee parallele al lato lungo della cassa e rivolta
verso il mare; riposava su della terra, e siccome questa non
erapiva tutto il vuoto sotto di essa, la lapide in alcune
parti a sinistra si era spezzata. Ma per fare la tomba, che
è cavata nel suolo vivo, aveano dovuto rompere (circa
mezzo metro sotto il piano dell'iscrizione) un pavimento
di bellissimi marmi, il qual pavimento a sua volta era
' I due buchi stanno iù mozzo al rettangolo (m. 0,85 X 1,21)
rimasto libero a sinistra dell'iscrizione ed erano destinati forse poi-
libazioni funebri. La prima riga è lunga m. l,5fi, l'altezza dello let^
tore è di m. 0.0 1- n O.O-^O.
ANTICHITÀ PONTINE H
fatto con materiale impiegato prima per altro uso, giacché
vi erano delle lastre con ornamenti sulla parte i-ovesciata
e perfino segmenti di colonne. Avevano poi sfondato un
altro pavimento di calcinaccio (circa m. 0,56 più sotto e
m. 0,30 sopra la cassa stessa) che con pilastrini di mat-
toni reggeva il pavimento superiore. Finalmente la cassa
(m. 2,03 X 0,62 X 0,45), chiusa di sopra parte con marmo
parte con tegoloni coperti di calcinaccio, era composta di
lastre di marmo di inegual forma e grandezza, raccolte
sul luogo e in parte lavorate, ed incastrate in un calci-
naccio ora durissimo, senza neanche tagliare quanto oltrepas-
sava la misura (p. e. m. 1,30 X 0,45 invece di 0,62 X 0,45).
Degno del resto di special menzione è che la lastra di
fondo (m. 1,71 X 0,60 X 0,05) era una bellissima tavola
coi cavi pel giuoco delle pallottole, come se ne vedono tante
al foro Romano, ma tagliata apposta e scolpita con tal
cura che certo è di molto anteriore ai tempi di Kamenio ' .
D' ora in poi la distruzione dì S. Donato fa rapidi
progressi. Dacché i primi possessori con immense spese
aveano fatto l'impianto di quelle sontuose fabbriche e
accumulato nel bel mezzo della palude monti di materiale,
i secoli seguenti con tutto il commodo loro se ne servi-
' La riproduco qui perchè di pubblicazioni di cotali tavole la-
sorie conosco soltanto quella del compianto P, Bruzza negli Annali
d. I. 1877 iav. d'agg. FG n. 26, dove all'ultimo buco è apposta la
sigla F, ma mancano le solite due righe a capo. Eccola dunque:
Una cosa però che non mi spiego si è che questa tavola non era
rovesciata, ma il corpo del defunto riposava sulla parte scolpita di
essa.
73 11. MONUMENTI
rono, e specialmente per le nuove fabbriche di S. Donato
stesso. Quindi anche quella immensa confusione di demo-
lizioni e di costruzioni di diverse epoche, che desta nel-
l'anima un sentimento di profonda malinconia, quando in
quel paesaggio deserto e ridente si guarda il continuo de-
perire e rinascere dalle antiche rovine '. L'ultimo segno
di vita a S. Donato, e nello stesso tempo il primo monumento
cristiano in quelle contrade lontane, è la rappresentanza
di una croce con sopra due uccelli che mangiano V uva,
scolpita in rilievo sulla metà inferiore della superficie ot-
tenuta col tagliare di sbieco una bella colonna. Il eh. De
Rossi in essa riconobbe l'impronta dell' ottavo secolo, e a
giudicare dalla striscia sporgente nel mezzo pare che, ve-
nendo fuori orizzontalmente da un muro, abbia servito come
leggio. Poscia le pareti rovinarono una dopo l'altra, si staccò
pietra sopra pietra e si frammischiò colla terra; grandi
incendi, dì cui si vedono dapertutto le tracce nelle pietre
corrose e nell'arena vetrificata, distrussero il resto, e
così le antichità Pontine, condannate a lenta mina come la
bella Ninfa, non ebbero miglior sorte che le antichità di
altre parti. E quando in una bolla di Gregorio VII una
linea di confine si dice passare ad Riguum Martinuin et
per Flumicellum S. Donati usque ad Fucem fullani, cer-
tamente vi erano soli operosi pescatori nei laghi di Fo-
gliano, e gli Archi o il Castello di S. Donato, come dicono
' È naturale che in questo stato laberintico dei ruderi sia inu-
tile di esaminare e descriverne qualche tratto più particolarmente,
finché non sieno fatti degli scavi più regolari e presane la pianta;
come anche non mi tratterrò qui a parlare dei piccoli oggetti che in
numero pur troppo scarso si rinvennero. Né mi fermerò sulle anti-
chità di altri punti delle paludi Pontine di cui in ogni caso gran
parte è da presumersi che abbia avuto relazioni col centro del lati-
fondo di S. Donato; forse un'altra volta avrò l'occasione di trattarne
più esattamente. Aggiungo intanto solo il bollo scritto in circolo di
un bel mattone del primo secolo, proveniente da Piscinara, parte ora
delle più paludose e meno abitabili, il quale dice: CN • pompi • iflRM •
L'istesso bollo esiste nel museo di Parigi (comprato a Roma), come
mi indicò il eh. Dressel.
t//,V ^
ANTICHITÀ PONTINE 73
antichi documenti , erano ricovero di alcuni pastori sel-
vaggi nascondiglio di briganti ', e solo ogni tanto depre-
dati di materiale per far la calce, per fabbricare un tu-
gurio per adattare una strada.
Kesta ancora a spiegare un monumento di straordi-
naria importanza e che, dagli ultimi anni della storia di
S. Donato riconducendoci ai suoi primordi, finalmente pare
ci riveli anche in modo autentico il nome antico del luogo.
Non lungi dal sepolcro di Kamenio, sulla stessa piccola
altura a destra del Kio Martino si rinvenne nel medesimo
tempo quest'altra iscrizione o piuttosto frammento d' iscri-
zione, rotto in due pezzi già, da molto tempo e che gia-
ceva tra terra, pietre e frantumi d'ogni specie * : ^
j L ■ PHAEjNI PP VS • Ij
LVDENTIVM -^^T-SVBSTRVCI
I DESVAPEQJ^AG|CVR j <y^ •(
I magnifici caratteri ricordano subito i primi tempi
dell'epoca imperiale, il testo poi dimostra che si tratta di
opera pubblica. Ma Fenippo era libertus e per conse-
guenza i lavori li fece in nome di qualche municipio, eoe
decreto decurionum. E siccome dopo il nome di P/iaenippus
nella rottura si riconosce ancora la metà di un I, cosa che
non può essere che il resto di un titolo, potrassi supplire
con probabilità: IIIIII-VIR-AVG. Ma che saranno state queste
opere che egli, liberto, fece non per sé, pare, né certamente
' Anni fa vi furono trovate una quarantina di monete d'oro,
le pili colla leggenda Joana et Karolus-SicU- Hispaniarum fìeges. Con
questo fatto punto sorprendente si confronti ciò che dice Giovenale,
sat. Ili 305 : iiUerduin (a Roma) et ferro subiius grassator agii rem,
armato quoties tutae custode tenentur
et Pomplina palus et Gallinaria phius,
sic inde huc omnes tamqiiam ad vivaria currunt.
' La lastra (m. 0,'7UXO,30) colla faccia rovesciata fyrraa un ret-
tangolo perfetto, mentre sa quella che contiene l'iscrizione, è assot-
tigliata intorno, di maniera che anche qualche pezzo di lettera è sal-
tato via; onde deduco abhia , col resto ancora perduto, sei'vito da
lastra di pavimento. Le lettere sono alte m. 0,085. 0,04'7< 0.043.
/4 11. MONUMENTI
pel SUO antico padrone ? In ogni caso non già edifizi, come
ne fabbricò la munificenza di ricchi personaggi nei piccoli
paesi, non templi, terme, portici o macello, neanche cam-
pum ubei Ivdunt. Invece la natura del luogo mostra evi-
dentemente che gli interessi di un municipio — e i più
vicini sono quelli sulle montagne Volsche — in un punto
così lontano ed isolato erano interessi di bonificamento.
Il fatto non è singolare : Sermoneta p. e., dacché le acque
torbide del sottostante circondario di Piscinara per paura
di colmatura dei canali furono escluse dall'ultima boni-
ficazione Pontina e perciò obbligate a stagnarsi, da quel
paese di deliziosa villeggiatura che fu per i secoli addietro,
è decaduta in rapida rovina e adesso ridotta a qualche cen-
tinaio di abitanti: nella statistica della popolazione Ser-
moneta è ora l'ultima città in tutta l'Italia. Difatti da
quando Cesare pensò di deviare addirittura il Tevere verso
Terra cina e farne il canale raccoglitore delle acque Pon-
tine ( V. Plutarco vita Caes. 58 ), le paludi che richieg-
gono incessantemente correzione dei corsi d'acqua, rimasero
trascurate ossia, come le descrive Vitruvio (I 4,12), stando
putrescunt et humores graves et pestilentes emittunt. Si
tratta dunque di lavori di bonifica, di correzione di acque
che a S. Donato sboccavano : e tali lavori infatti esistono
ancora. Precisamente a S. Donato, venendo dal centro delle
paludi termina un canale, lavoro antichissimo e grandioso,
ed è il Rio Martino. « Comincia dal Passo di S. Donato (in
un punto che sta 7 m. incirca sul livello del mare), recide
per lunghissimo tratto la collina (che si eleva quasi a
20 metri), e giungendo sino alla pianura, o valle contigua
dei laghi de' Monaci, Fogliano ecc. va al mare. Il primo
piano di questo cavo che forma il fondo del canale, è largo
dove 50, dove 60, e dove 70 palmi ; avvenne che per sca-
varlo fino alle mura di S. Donato stesso facesse d'uopo
cavare gran quantità di terra, la quale servì per fare al
medesimo una forte arginatura ; . . gli argini sono alti sopra
il piano della campagna dove più, dove meno palmi 25, e
nel mezzo della recisione della collina la profondità del
ANTICHITÀ PONTINK 75
cavo dal ciglio degli argini è di palmi 70 incirca », come
lo descrive nel 1759 il geometra Sani (nel Ragionamento
istorico sul Rio Martino di Innocenzo Fazj, 1771, che
tra tante carte relative alle Pontine ritrovai nell'archivio
Caetaui). Questo canale dunque sembra fatto apposta per
finii-la una bella volta con quelle acque funeste e condurle
direttamente al mare, ove adesso s'avviano pigramente giù
verso il Circeo e Terracina girando attraverso tutta l'im-
mensa pianura. Eppure a quest'uso il Eio Martino non ha
servito mai. Colla sua forte pendenza tre volte maggiore
di quella del presente fiume Sisto, e costretto di attra-
versare^ un terreno tutto arenoso, avrebbe presto interrato i
laghi dove sbocca, o ostrutto il proprio cammino. Tant' è vero
che per questi riguardi tutti i grandi lavori di bonifica
lianuo lasciato da parte questo emissario già esistente, per
non distruggere i laghi e danneggiarne la lucrosa pesca. Ma
per giudicare meglio a che cosa mai servisse il Rio Mar-
tino, occorre aggiungere qualche notizia sulla configura-
zione del suolo Pontino fino al primo secolo. Da quando esi-
steva la via Appia, essa fu sempre l'antemurale d'appoggio
per i collettori delle acque sparse ; onde pel Decennovium
(v. C. l. L. X 683 seg.\ per il tratto cioè di XIX miglia
tra Poro Appio a Terracina, dove veramente si dovea com-
battere per vincere la palude, già fin dai primi tempi un
canale lungo la via Appia raccoglieva le acque per ver-
sarle nel mare insieme coll'Ufente. Restavano però le
acque superiori del fosso di Cistemn, della Teppia e del
fiume Ninfa, le quali anticamente avoano il loro sbocco da
un'altra parte. Lo dice Plinio [hisl. nat. Ili 9), ove se-
guitando per la costa del Lazio enumera Antium colonia.
Astura flumen et insula^ fluviufi Nj./mphàeus^ Giostra Ro-
mana, Circeii, vale a dire che nei dintorni di Fogliano
quei fiumi si versarono nel mare sotto il nome comune
di fiume Ninfa. Tanto più dunque si ripresenta la do-
manda, a che cosa servisse allora l'alveo artefatto del Rio
Martino e sino a qual punto si potesse dire un'opera di
l)onifica. Era un nuovo letto scavato per i fiumi supe-
70 li. MONUMENTI
riori? Ingegneri perfetti come gli antichi Komani non
avrebbero impreso quell'immenso sterro per poi abbando-
narlo a causa delle acque torbide che formano la maggior
parte dei detti torrenti. E se p$r conseguenza vi incana-
larono solo le acque chiare, quelle cioè del fiume Ninfa
propriamente detto, le cui sorgenti limpide sono nella città
di Ninfa, perchè allora scelsero un progetto che si limitò
a regolare le acque chiare soltanto ? Inoltre come già dissi
più sopra, le più antiche costruzioni di S. Donato hanno
tutto l'aspetto di lavori idraulici. Numerosi avanzi di muri
in opus reticulat.um coetanee alla iscrizione circondano il
Rio Martino e lo ricevono dove uscendo dalle colline si
perde nella sabbia e nella paludosa valle tra i laghi dei
Monaci e di Caprolace. Perciò nessun dubbio che il Rio Mar-
tino e i muri non stiano in relazione l'uno cogli altri e che
ambedue non fossero fatti allo stesso scopo. E altresì queste
costruzioni sono in relazione coi laghi che a loro volta sono
attorniati da costruzioni consimili. Trattasi dunque di opere
ad uso di grandi piscine di lusso, essendo la coltura del
pesce uno dei maggiori divertimenti che gli antichi si co-
noscessero. Sappiamo molti particolari di questa passione
e quanto si fece per il perfezionamento di detta coltura
nei laghi della Campania, ove dei laghi Pontini non è da
meravigliarsi, se gli antichi ne sanno tanto poco quanto i
moderni '. Prima di tutto occorreva la comunicazione
coll'acqua salata del mare, perchè le piscine dolci si sti-
' Leggasi per esempio presso Varroue [de re rusl. Ili 17) la
ilescrizione delle piscine di Ortensio al quale non minor cura erat d<;
aegrotis piscibus quam da minus valentibus scrvis. Ci spesero somme
enormi: potius marsupium domini exinaniunt quam impknl. Loculi
distinti separavano le diverse specie. Ortensio poi aveva grande atten-
zione che non frigidam aquain bibereni sui pisces^ elenini hac incuria
laborare aiebat M. Lucullum et piscinas eius despicicbat, quod aestivaria
idonea non ìiaberet ac residem aquam in locis pestilenlibus liabitareni
pisces eius. Gettava salsammla nelle sue piscine cum mare turbarci.
Delle costruzioni che circondavano questi laghi, se ne osservano an-
cora grandissimo numero al lago di Paola, dove tra le altre cose c'è
pure una foce murata.
ANTlCniTÀ PONTINE il
mavauo plebee. A tal uso servì e serve anche oggi in
tutti i laghi del littorale una foce clic traversa la duna e
che in tempo di piena nei laglii versa l'acqua nel mare e
per la quale a vicenda anche il mare può entrare. Di una tale
foco murata pure alla Torre di Fogliano si vede sotto la
sabbia qualche scarso indizio. Aveano perfino pensato certe
cateratte qicae reciproce jlucremt , per regolare il flusso ed
il riflusso da questi laghi, come ancora in bassi tempi al
lago di Paola sotto il Circeo (v. C. I. L X 6428):
L • FABERIVS • C • F • POM • MVRENA
AVGVR • mi • VIR • AED •
AQVA-QVAE-FLVEBAT-EX-LACV-CONLEGIT-ET-SALIENTEM-IN LACV REDEGIT
D • S • P • F • C
Di questo genero adunque sono i ruderi a S. Donato
e ai laghi. Stabilito questo fatto, il Rio Martino colle sue
acque limpide del fiume Ninfa trova anch' esso piena spie-
gazione. Affinchè nella stagione asciutta non r esidem aquam
in locis pestilentibus habitarent pisces, ci volevano le aestl-
varia idonea, cioè una conserva d'acqua dolce e chiara, e fu
d'uopo aprirvi un canale che, munito di adatti meccanismi
alla presa e allo sbocco, potesse fornire i laghi dell' acqua
fresca che pel mantenimento di essi bisognava. Adesso,
come è noto, il Eio Martino è abbandonato ' e ne fa le
veci il fiume Astura, che nell'estate si chiude con un argine
e si obbliga a mandare la sua acqua nel lago di Fogliano
pel fosso detto di Mastro Pietro.
Ma vediamo che cosa abbia di comune la nostra iscri-
zione coi lavori che, come abbiamo trovato, alla natura dei luo-
ghi si addicono. Se era Fenippo che per introdurre un corso
d'acqua fresca nei laghi di Fogliano aveva raccolto le acque
provenienti dalle sorgenti di Ninfa e asciugando cosi i
campi del suo municipio avea chiuse le acque tra le sponde
del cavo traforato attraverso le colline, allora è manifesto
che le lettere -VDENTIVM dell' iscrizione non sono
•
' Non so, quando abbia cessato di funzionare e sia divenuto
secco. Certo è stata una grande impresa, forse di Traiano, ad imita-
zione del progetto di Cesare, quella che raccolse e diresse versi» la
spiaggia tra Terracina ed il Circeo anche lo acque superiori, di gui-
suchè adesso passano trasversalmente sopra il Rio Martino e il fluvius
Nymphaevx non esiste più.
78 li. MOXUMENl'I
altro che il resto di CLVDENTIVM e che presso a poco
avrà detto: MOLEM- AGGERVM • FLVMEN- CLVDENTIVM,
cioè frenanti l'acqua, come longus in angustum clauditur
Hellespontus secondo Ovidio '. È la parola SVBSTRVC la ri-
ferisco a quell'altra parte dei lavori, i quali gli uni e gli
altri si completano vicendevolmente, cioè alle sostruzioni
degli stabilimenti intorno al lago e ai lavori, di cateratte alla
foce, e con certezza supplisco almeno : SVBSTRVCTIONES.
Ed eccoci dunque giunti ad avere spiegato in qualche ma-
niera questa mutila iscrizione o ad aver dato piuttosto una
idea generale dei lavori che essa secondo l'esame dei luoghi
sembra ricordasse *.
Però qui non finisce l'importanza dell'iscrizione : essa
risolve definitivamente una questione di topografia Pontina.
Dal passo surriferito di Plinio si vede che tra l'antico letto
del fiume Ninfa ed il Circeo vi era ancora un luogo chia-
mato Giostra Romana, il quale come stazione della via Se-
veriana si dice sem]>lÌGemente Closlra negli Itinerari. Ora
è evidente che dai giganteschi lavori di Fenippo, che primo
fece di quella regione la sontuosa dimora di tanti secoli,
il luogo abbia preso anche il suo nome e si sia chiamato
Cìostra dalle aquis coUectis addita daustra, per variare
il verso di Virgilio.
E notevole però e richiama speciale attenzione l'es-
sersi detto fin da principio espressamente Clostra Roma n a.
Almeno è un fatto del tutto singolare che allora tal deno-
minazione si desse a qualsiasi genere di opere. Prima di
tutto questa circostanza mi spinge a credere che Fe-
nippo, quantunque per i suoi possedimenti appartenente
ad un municipio ed ivi ornato della dignità di seviro augu-
stale, pur tuttavia fosse d'origine llomana, fosse qualche
personaggio ricco di Roma. Certo dovea essere ricco assai
per poter fare eseguire opere di tal misura ed estensione.
Allora viene spontaneo il sospetto, sia stato addirittura un
Augusti libertus in quell'epoca di prepotenza e di inau-
dita ricchezza di liberti imperiali ; e se è permesso di pro-
' Si confronti ancora C. I. L. IX 3351: aquan Venlinain exs. e.
cluderuìarn . . . curarunt.
' Un alveo somigliante molto al Rio Martino è il Fosso di Gor-
golicino, il quale forse nello stesso tempo scaricava lo acque torbido
superiori; ma per ragionare con esattezza di siffatti lavori ci vuole
uno speciale esame tecnico.
ANTICniTÀ PONTINE 79
seguire ad arrischiarsi in congetture, che sia stato liberto
di Claudio ', imperocché di Ti. Claudi Aug. l. Polisci è il
pili antico bollo di mattone fra i ruderi di S. Donato; e
poi padrone anche egli dei laghi e dei dintorni, poiché coi
lavori d' utile pubblico unisce interessi privati di delizia
e di lucro, forse donato del latifondo dallo stesso liberale
imperatore Claudio. Dall'altra parte anche la maniera di
costruire può aver contribuito a dare il nome di Romana
alle Giostra, che con tanto dispendio sorsero in una cam-
pagna prima deserta e tranquilla. L'opus reticulatum è in
tutto somigliante a quello della capitale ', ed è cosa cono-
sciuta l'influenza che il gusto di Roma ha avuta nelle fab-
briche della provincia proprio in quel breve "periodo che
durò la forma semplice del reticolato.
Tanto basti per illustrare alcun poco anche la bella
lapide che un giorno fregiò qualche parte eminente dei
vasti e lussuriosi edifizi che col Rio Martino, se piace.
Ti. Claudius Aug. l. Phaenippus iiiiiivir Aug. aveva fatti
de sua pequnia, a benefizio del suo municipio e per proprio
commodo e piacere. Molto ancora saremmo curiosi dì sa-
pere, qual era p. es. la sua relazione con Silana, che tro-
viamo nel possesso delle Giostra quasi nel medesimo tempo;
e come dopo passò in altre mani e venne ad essere di
Kamenio. Ma troppo già mi diffusi e mi smarrii in cose
abbastanza conosciute o troppo oscure, pel grande affetto
alle vicende di una terra incantevole ed ai suoi attuali
possessori.
A. Elter.
' Noto che anche lo spazio rimasto avanti la L (cni. 2) sembra indi-
care una lettera aperta che abbia rinchiuso il punto che precedeva
la L, e che il supplemento ti • clavdivs • avg • darebbe una lun-
ghezza della parte sinistra mancante uguale alla lastra conservata;
che finalmente col supplirò inni • via • avg • la terza riga, che pare
completa, occuperebbe il centro preciso.
' Ecco come è in alcune teste di muro sporgenti dalle fonda-
menta della porcareccia e ben conservate: piccoli i coni , di pietra
calcare, i cantoni di tufo rossiccio tagliato a forma di grossi mattoni,
nell'interno op?w funim con molto tufo e calcinaccio di arena di
fiume, senza pozzolana pare, le pareti con tracce di arricciatura.
80 II. MONUMENTI ECC.
b. Iscrizione d'Olimpia.
Il sig. dott. Purgold ci ha comunicato un' epigrafe
incisa in un masso di pietra calcarea, appartenuto, come
ne fa credere la forma, alla base d'una statua equestre,
alto m. 0,83, largo nella parte inferiore m. 0,74. Fu recen-
temente ritrovato in Olimpia, inserito nel pavimento d'un
apside bizantina al nord del Leonidaion. L'iscrizione ono-
raria leggesi in parte con difficoltà, in ispecie nella seconda
metà del verso primo, riscritta in una rasura che pare
cominciare dopo \ixaib)V e finisce nel v. 2 con Giocttayór.
Da ciò spiegasi la piccolezza della scrittura e la forma
del Z diversa da quella adoprata nel resto dell' epigrafe.
Nota il sig. Purgold che un' origine più tarda, alla quale
potrebbero far credere certe particolarità paleografiche
(w insieme con n, E ed £ insieme con Z ed E) sembra
venga esclusa dall'ortografia Maàoxioc, che secondo lui
non si trova più dopo la metà del secolo secondo avanti
a Cristo. L'iscrizione è così concepita:
TOKOINONTWNA + AI WNxo ntonmaapkionaoykioy
♦ i A 5 n noNZTP.-TAroNYnATONPnMAIWNAPETACe
NGKeNKAIKAAOKArAeiACTACElCAY
TOYCKAITOYCAAAOYCEAAANAC
ANAPEAZKAIAPIZTOMAXOZAPrEIOI
EnOIHZAN
L' epigrafe che contiene i nomi d'artisti, è scritta da mano
diversa, e crede il Purgold non trattarsi del noto Andrea
mentovato da Pausania (VI, 16,7). — Filippo fu console
nell'a. 568 = 186, e di nuovo nell'a. 585 = 169, quando
comandò l' esercito romano contro Perseo. — Sul titolo di
aTQccrayóq imaroc impiegato per designare il console ro-
mano e tradotto dall'antichissimo praetor maximus, cf.
Mommsen Eph. cpigr. I p. 223.
G. H.
Ptilihiioafo II dà »0 Aprile 1HH4.
BULLETTINO
DELLÌNSTITUTO
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N.*» V DI Maggio 1884 (2 fogli)
Adunanze dd 21 e 2fi Marzo, 4, 18, 2ò Aprile. — Atrio di Vesta, discorso
del prof. Jordan. — Scavi di Pompei e delle Allumiere.
I. ADUNANZE DELL' INSTITUTO.
Marzo 21: Perry: fotografie di bassorilievi dì terra-
cotta ritr. in Alessandria ed ora conservate nel museo di
Bulaq, interessanti perchè per la piìi gran parte riproducono
composizioni ricorrenti piti o meno esattamente in rilievi
di marmo, eziandio di sarcofaghi romani. — Kroker: testa
di Centauro esposta nella nuova sala del museo Capitolino,
riferita al gruppo di Chirone ed Achille (v. Monumenti ed
Annali 1884). — Helbig : due ovali con testa di profilo
in rilievo, l'uno lavorato in palombino, l'altro in marmo
lunense. L'esemplare di palombino rappresenta una testa
imberbe (verso d.) d'espressione energica; l'occhio vi è
rappresentato di faccia; i corti ricci hanno la forma di tondi
in rilievo, i quali nel mezzo sono distinti mediante un
buco lavorato col trapano ed attorno di cerchi concentrici;
essi sono circondati da una strana corona di foglie trian-
golari, chiusa nella parte inferiore mediante un anello, dal
quale sorte una benda lunga e larga. Aveva esaminato
questo monumento insieme con due colleghi, l'uno dei
quali l'attribuì all'epoca dei diadochi, l'altro a quella di
Costantino, mentre egli era disposto a riconoscervi un
lavoro del cinquecento avanzato. Non e' è esempio sicuro
che gli antichi abbiano inserito ovali nella decorazione
delle pareti, mentre ciò usavasi spesso nel cinque- e sei-
cento. Disdice parimente alla supposizione d' un' origine
6
82 I. ADUNANZE
antica la strana conformazione della corona. Confessò del
resto il rif. di non conoscere nell' arte del rinascimento
un' analoga espressione dei ricci ed invitò gli adunati a far
ricerche a tal proposito, — L'altro rilievo, quello di marmo
lunense, che mostra una testa barbata e teniata (verso d.),
nella quale le rughe sono espresse in maniera molto esa-
gerata, da tutti gli adunati fu riconosciuto per un lavoro
del seicento. — Alla fine propose il frammento di un tondo
lavorato in palombino, sul quale si vede scolpita una testa
giovanile, (verso d.). Le forme di essa si raffrontano a
quella di Mercurio, quale è rappresentato sui conosciuti
rilievi d'Orfeo ed Euridice, ma mostrano parecchie diver-
sità d'espressione stilistica. Nell'occhio cioè rappresentato
di faccia la pupilla è accennata mediante un incavo tondo;
i centri dei ricci sono rilevati col trapano. Dichiarò di
non saper decidere, a quale epoca debba attribuirsi tale
strano monumento, ed aggiunse , che nel caso che esso
fosse lavoro moderno, dovrebbe pensarsi ad uno scultore
del nostro secolo; giacché gli artisti che prima si sono
ispirati all'arte classica, non avevano una conoscenza tanto
perfetta delle forme attiche del 5 secolo a. Cr.
Marzo 28: Elter: nuovo frammento di lapide ritr. a
Fogliano (v. Bull. p. 73). — Zdekauer: invitato dal sig.
Helbig, lesse agli adunati il « capitolo delle vasa antiche »
che trovasi nell'opera astronomica « della composizione del
mondo » (1. Vili e. IV) di Kistoro d'Arezzo (1282). Lo
conoscevano di già Gori (difesa dell'alfabeto etrusco) e
Lanzi (storia pittorica), ma nello stato in cui allora tro-
vavasi la conoscenza de' vasi antichi, non lo stimavano,
come lo merita, ed ad onta che lo pubblicò Enrico Nar-
ducci nell'a. 1859, cadde nondimeno in dimenticanza. È
una delle prime menzioni di vasi antichi nel medio evo,
e prova di nuovo che l'arte antica non era ignota al secolo
decimoterzo. I frammenti de' vasi rinvenuti negli scavi
erano nelle mani degli artisti ed eccitavano il piìi vivo
loro interesse, della qual cosa porta testimonianza più
valevole Ristoro d'Arezzo, giacché sappiamo esser anch'egli
DELL INSTITUTO 88
sitato disognatorc, pittore ed orefice. — Huelsen: fram-
mento d' iscrizione greco-latiua conservato nel Museo Va-
ticano e riferibile alla famiglia degli Atropatidi, rè della
Media nell'età d'Augusto (v. Bull, in appresso).
Aprile 4: Gr. B. de Kossi: gruppo d'iscrizioni sepol-
crali trovate in Albano nell'orto già appellato BoloQnn,
ora dei sigg. Belardinelli : appartengono quasi tutte a militi
della legione II Partica ed alle loro famiglie, e per la
cattiva paleografia ed altri indizi sembrano essere in parte
della fine del secolo terzo e degli ultimi tempi della di-
mora di quella legione in Albano. La piti notabile ò quella
d'un Aur. Alexander rozzamente effigiato a rilievo sulla
pietra sepolcrale con clamide affibbiata sull'omero destro,
cintura, e senz'arma, stringendo colla sinistra un volume
fascetto di codicilli. Ciò è dichiarato dall'epigrafe, nella
quale il riferente supplì il vocabolo lihKkKl : l' intero
testo è del tenore seguente :
M
D
. . .auKK
imago
IcxaN'DK
militis
i libKARl
^c GII -PAR
n'CAETER
GIIIIASTPO
S QVI VIXI
T • ANNOS
XXXI IMI!
Dis Manibus Aurelii Alexandri librari leqionis II Par-
tkicae Aeternae centurionis (coliorte) IIII hastati poste-
rioris etc. È strano, che un centurione sìa divenuto libra-
rius, ovvero abbia mantenuto quell'officio nel centurio-
nato: imperocché la figura coli' insegna dei codicilli e la
menzione dell'officio di librarius in primo luogo sembrano
indicare, che il defonto avea quell'ufficio quando mori. Il
lif. non seppe sciogliere !questo nodo: essendo certo che
84 T. ADUNANZE
i liì>rnrir furono nolla milizia officiali d" infimo ordine,
dal quale erano promossi al grado di centurioni. Il rif.
parlò poi della legione II Partica e delle sue castra in
Albano, paragonandol'3 colle dottrine del Mommsen circa
le città e cannabae presso gli accampamenti delle legioni
romane , e coll'esempio luminoso dell' accampamento e
della città di Lambese nell'Africa. Restituì il vero nome
al tempio rotondo creduto comunemente di Minerva, e
che provò essere stato denominato Solis et Lunae; rias-
sunse la storia (già da lui esposta nel Bull, di arch. christ.)
della trasformazione del castro della legione II Partica e
delle sue sceneca {cannabae) in cÀvitas Albancnsis per
opera di Costantino, che trasferì la legione in Oriente. —
Gamurrini : presentò un calco favoritogli dal sig. Naville
della lapide migliare ritr. a Tell-el-Maschuta e da questo
pubblicata ueW Academy n. 565 (1883) p. 157, onde la
trasse il Mommsen (Eph. cpigr.Y]). 17, 18). Fece vedere che
nell'ultima riga invece di MI Vlill P havvi piuttosto tì\ Villi H.
e ragionò ampiamente sulla distanza tra i luoghi Ero o
Eroonpolis e Clusrna, collocato a ragione, pare, nel luogo
dell'attuale Suez: la quale distanza peraltro essendo di
miglia romane 68 egli non seppe mettere in relazione
col numero Villi posto in line della lapide. Confessò inol-
tre di non esser riuscito ad intendere le sigle relative, le
quali al sig. Henzen, per quanto sia poco comune la for-
ma B in luogo di O, nondimeno parevano non esser altro
che l'indicazione del numero Villi tanto in greco quanto
in latino, mentro la lettera (V\ con apice in mezzo sarebbe
la nota delle miglia. Come peraltro un tal numero si possa
conciliare colle vere distanze de' luoghi, è quistione da
studiarsi da' geografi. 11 rif. promise di trattarne in appo-
sito articolo.
Aprile 18; F. M. Nichols: sugli avanzi della grecostasi
e dei rostri nel Foro Romano; Mentovata la memoria di Jor-
dan e Fabricius sui rostri {Annali 1883 p. 23) fece osservare
che nella facciata di questo monumento ad un livello sopra
le doppie paia di buchi finora descritte, si trovano le traccie
nEU/lNSTITIlTO 85
di una seconda serie di simili buchi. Supponendo che se-
gnino i buchi la posizione di rostri navali, questa dispo-
sizione di essi concordare colla rappresentazione dei rostri
nel rilievo di Traiano, e rendere meno necessaria la spie-
gazione di Jordan, che i rostri vi possano essere figurati
d'una maniera convenzionale (Topographie I 2 p. 240).
Notò che i buchi si fecero tutti collo stesso strumento, e
che sono traforati attraverso la parete di tufo, ed anche
in qualche caso attraverso il pilastro di travertino posto
dietro ad essa: dunque i legami degli ornamenti erano
incatenati nell' interno. Che, la fronte del monumento (lo
zoccolo non compreso) essendo lunga precisamente 80 piedi
romani, gli ornamenti stettero ad una distanza di 4 piedi,
ventuno nella linea superiore e venti nella linea inferiore.
Accennando all'analisi degli avanzi fatta da Fabricius {An'
nali 1883), argomentò che la fila di piloni di travertino,
considerata da lui come il limite posteriore della tribuna,
corrispondesse piuttosto sotto la parte media di essa, e
che stesse più indietro, parallela al muro di fronte, una
parete non meno solida di questo. Indicò qualche traccia
della posizione di una tal parete ad una distanza di 20
piedi romani da quella di fronte, ed appunto nella linea
dove la mancanza assoluta di resti antichi attesta il fatto
che vi furono tolte materie da costruzione. Notò l'esi-
stenza di un pavimento antico di mattoncelli, che si
stende all'indietro dei piloni, come testimonio dell'esten-
sione dello spazio coperto dalla tribuna. Quindi richia-
mò l'attenzione ad un muro antichissimo di mattoni vicino
al così detto emiciclo, come ad un importante fram-
mento finora trascurato, e suggerì che questo muro, il
quale corre parallelo alla fronte della tribuna dal fianco
sud sino alla metà, dell' edifizio, abbia relazione alla scala
di esso. Ivi fece osservare le tracce della porta, che pre-
tese aver trovate nel fianco verso la curia. Queste tracce
consistere in un piccolo resto della soglia, sporgente da un
pezzo del plinto di marmo; in una depressione nel fonda-
mento di travertino, segnando il letto di im pilastro al
86 I. ADUNANZE
lato della porta ; e nella disposizione delle strisce verticali
sul muro esterno di questo fianco a distanze differenti da
(|uelle sull'altro. Passando agli avanzi di dietro, stabilì da
prima, elio tutte le strutture di mattoni verso tramontana
sono un'aggiunta airemiciclo fatta come pare, dopo l'arco di
Severo. Notò di poi che nell'emiciclo stesso non vi si trovano
mattoni né nella cortina né nell'opera a sacco del nucleo.
11 rivestimento consistere in un basamento di marmo pa-
rio riposante sopra un podio leggiero di travertino, e di
una cortina di portasanta con pilastrelli della medesima
materia, sopra la quale dovevano stare un fregio ed una
cornice, di cui non si trova nessun avanzo. Aggiunse che
se questo monumento era il grecostadio, vi dovesse pure
stare di sopra un portico, perchè i ripetuti restauri del
grecostadio non potevano farsi alla facciata del terrazzo.
Riguardo all' età dell' emiciclo, creduto sino dalla prima
scoperta prodotto d' un'epoca tarda, sentenziato dal Bunsen
come « de la plus mauvaise epoque », e dal Jordan giu-
dicato fabricato dopo Adriano, lo dichiarò costruito prima
dei rostri, i quali si riconoscono per un'opera del tempo
dì Cesare. Per provare questa tesi , accennò prima alla
improbabilità che si costruisse un monumento così de-
corato dietro ed a contatto di un altro edifizio quasi della
stessa altezza ; poi descrisse le particolarità della giuntura
dei due edifizi, le quali a parer suo dimostrano la prio-
rità dell'editìzio di dietro. Commentando i motivi che hanno
fatto supporre il contrario, notò che 1' opera laterizia, da
lui stimata un' aggiunta all' emiciclo del terzo secolo, è
slata creduta parte originaria di esso; e che Jordan nel
giudizio che ha portato sull'età dell'emiciclo, desume le
sue ragioni così dall'opera laterizia, come dalla facciata
ili portasanta e dal gusto policromo della decorazione.
Combattè le ragioni fondate sulla specie di marmo e sui
colori variati del disegno, i quali disse trovarsi anche nelle
opere del tempo di Augusto ' : e insistette che le mate-
La soglia stupenda della cella del tempio di Concordia, la
quale a stento si crederebbe più tarda della ricostruzione augustea, è di
marino di Portasanta. La cella è decorata con marmi di diversi colori.
dell'instituto 87
rie dell'intero monumento, la mancanza di mattoni, la scar-
sezza del travertino, il marmo greco del basamento, ed il
disegno singolare della membratura di esso, la quale non
trovò malamente profilata, come è stata giudicata da al-
tri, accennano ad un'epoca abbastanza antica. Dichiarò, che
l'essere l'emiciclo fabbricato prima della tribuna non pre-
giudica all'idea già concepita dell'identità, di esso colla
grecostasi: bisogna bensì supporre che anche questo mo-
numento si ricostruisse negli ultimi tempi della republica.
Se gli amici di Cesare, collocando i nuovi rostri innanzi
ad esso, ne nascosero ed in parte forse ne distrussero la
facciata, non vi hanno mostrato meno riguardo che alla
curia principiata da'loro avversari politici. — Bormann : sul
cosidetto monumento ancirano e sulla nuova edizione
d'esso pubblicata dal prof. Mommsen (v. Bull, in appresso).
Aprile 25 : adunanza solenne in memoria della fon-
dazione di Roma : Jordan : atrio di Vesta (v. Bull. p. 88-
103). — Stevenson: rappresentazioni di Koma e di mo-
numenti urbani in pitture del medio evo e del rinasci-
mento (discorso letto in assenza dell' a. dal sig. avv. Gatti).
Pubblichiamo in questa occasione le novelle ascri-
zioni, a cui si è dato luogo in ricorrenza dell'anniversa-
rio della fondazione di Koma. E furono nominati:
Membri ordinarli: i sigg. dott. 0. Puchstein, Berlino;
dott. W. Klein, Vienna; A. Héron de Villefosse e
Th. Homolle , Parigi ; I. P. SIX, Amsterdam ; G. Maspéro,
direttore del museo, Cairo: dott. P. H. Mordtmann, Costan-
tinopoli ; W, M. Ramsay, Smirne.
Soci corrispondenti : sigg. dott. F. Duemmler, E.
Kroker, P. J. Meier, Roma; prof. E. Piccolomini, Pisa :
rettore B. Arnold, Kempten; prof. P. Ohlenschlager, Mo-
naco; ab. L. Duchesne, Parigi; I. P. Bladé, Agen; prof. R.
Cagnat, Douay; I. Sacaze, 5^ Gaudent (Hte Garonne) :
R. de la Blanchère, Algeria: ab. A. L. Delattre, Cartagine;
A. PouLLE, Constantine; prof. R. C. Iebb, Glasgow ; T. Hodg-
KiN, Newcastle; prof. Adolfo Colho, Lissabon ; José Ramon
Melida, Madrid; D. Korolkovv, Orel; I. Thacher ClarkEj
88 J. ADUNANZE
Hoston; I. R. Sterkett, Lexinglon fU. S. A.J: sig.* Lucy
MiTCHELL, I\'eit-york: Nikephokos Gltkìs, arcivescovo di
Methymne, Lesbos; Epaminondas Stamatiadis, Samos : Aei-
STOTELES FoNTKiEK, Smirne.
U Atrio di Vesta.
Discorso Iella dal sig. prof. H. Jordan nell'adunanza solenne
del 25 Aprile.
Xeir occasione della festa del natalizio di Koma, che
stiamo oggi celebrando, non sarà sconveniente il richiamar
i pensieri degli adunati a quella grandiosissima scoperta,
avvenuta dall' Ottobre dell' anno scorso al Marzo del
corrente, e che grandemente ha eccitato lo studio e l' in-
teresse de' cultori della romana storia ed archeologia
tanto indigeni quanto forestieri. E appena, o signori,
fa d'uopo dirlo espressamente che parlo dell'inaspettato
litrovamento dell'Atrio di Vesta sulla sacra via. Ebbe
origine cotal santuario, allorquando nacque questa città,
0, per meglio dir, la città de' sette colli. Imperocché il
culto della pul)blica Vesta e quello de' pubblici Lari e
Penati, raggruppati tutti e tre attorno alla sacra via, non
solamente secondo le opinioni degli antichi, ma anche
secondo la scientifica analisi de' moderni formano un siste-
ma di credenze religiose, il quale non si potrebbe stac-
care dal primo sviluppo e dall' originario complesso degli
elementi del romano reame. Kinchiudono cotesti culti da una
parte l'area del foro romano, come la chiudono dall'altra
gli antichissimi culti di Saturno e di Volcano, né potrebbe
immaginarsi un tempo della storia di Eoma, nel quale o
l'uno l'altro gruppo non avesse esistito. Dunque, mentre
osserviamo l'edifizio testé scoperto, rimontiamo coli' ima-
ginazione allo stesso natalizio della città: ma nello stesso
tempo doblìiamo ricordarci che l'epoca della sua costru-
zione, cioè come vedremo in appresso l'epoca di Adriano,
è immensamente discosta dall'epoca della fondazione. Ed
è questa una delle gravissime difficoltà per noi, se vogliam
tìell'institutu 80
formarci una idea precisa dell'uso dell' edifizio e delle sin-
gole sue parti, iu parte ben conservate, in parte mise-
ramente distrutte. Non sono il primo a dirlo. L'hanno
esposto quei che fin adesso con studi piti o meno ampii
hanno cercato a far risorgere dalle rovine il vero ed
originario ritratto dell' edifizio: il eh. signor Orazio Ma-
rucchi in un suo articolo inserito nell'efemeride « Gli
studi in Italia » , il eh. signor Costantino Maes nella guida
popolare intitolata « Vesta e Vestali », finalmente il mio
illustre amico e collega sig. Lanciani ed il sommo de Rossi
nei lavori intitolati « l'Atrio di Vesta », i quali congiunti
si sono pubblicati nelle Notizie degli scavi del Dicembro
dell'anno passato. Tutti questi signori sono concordi sul
vero nome dell'edifizio in quistione, cioè atrium Veslac,
ed io, anni dietro , allorquando sì scoperse 1' entrata di
esso coi gradini e l'edicula al lato di questi, dissi e feci
stampare ', che andando più avanti cogli scavi facilmente
si troverebbe la regia cogli edifizi ad essa aderenti, in
primo luogo Valrnun Vestae. E veramente è stato trovato
quest' ultimo, mentre sul sito e sull' esistenza del primo
le opinioni anch' adesso diversificano e non potranno esser
riconciliate in modo soddisfacente prima che non si demo-
lirà la chiesa di s. Maria Liberatrice. Che ciò avvenga,
faccio voti oggi anch'io, festeggiando non solo la fonda-
zione della città eterna , ma puranche il risorgimento dei
suoi venerabili avanzi.
Del vero nome dell'edifizio non occorre parlare a lun-
go, stantechè una casa divisa in epistilio, stanza grande
e celle moltissime, nella quale si è ritrovata una numero-
sissima schiera di statue di vergini vestali assieme colle
basi, contenenti le epigrafi onorarie dedicate ad esse da
vari personaggi, una tal casa dissi non potrebbe stimarsi
altro se non che la casa di abitazione delle medesime ,
chiamata atrium Vcstap. È ormai certissimo per ognuno,
come l'è stato sempre per me, che le tombe delle vergini
' Topogr. I 2, 303 s.
90 I. ADUNANZE
vestali non stavano ne in città , ne vicine al tempio ed al-
l'atrio di Vesta; per conseguenza è evidente quel che ho
siornificato nel mio libro ', esser cioè una bugia non sem-
}»lice ma molteplice dell'ignorante interprete dell'Eneide
(li 20G) , che tanto gli imperatori quanto le vergini Vestali
abbiano i loro sepolcri in città quia legibus non tenentw:
né ignora oggi veruno che le ultime erano soggette a leggi
severissime dello stato. Ma rimangono delle quistioni assai
difficili e sono principalmente due, le quali spero di poter
sciogliere almeno in parte, vuo'dir la quistione del tempo
della costruzione e la quistione dell' uso delle singole parti
dell' edifizio testé scoperto. In primo luogo mi rivolgo alla
quistione del tempo.
Allorquando, due anni fa, nel mese di Aprile, fu sco-
perta l'edicola accanto a quei gradini, che adesso ci por-
tano neir interno dell' atrio , abbiamo riconosciuto ben
presto , che a questa edicola appartenevano i due fregi
marmorei, de' quali l'uno porta l'insigne iscrizione sena-
lus popolusque romanu[s] \ pecunia publica faciendam
curavit * ; questo fregio stava su di due colonne marmo-
ree nella fronte dell'edicola, mentre l'altro fregio vi si
congiungeva dalla parte laterale dell'est e probabilmente
riposava su di una mezzacolonna marmorea addossata al
muro di dietro, della quale tuttora conservasi un pezzo
del fusto. Questa ipotesi, la quale si destava spontanea-
mente a chi vedeva uscire dall'infimo strato di terra i
fregi avanti all' edicola , difatti non potrebb' esser messa
in dubbio, perchè le dimensioni della fronte dell'edicola,
compresa l'incrostatura di marmo in parte conservata, di
ra. 3,44, e quella del lato, compresa la stessa incrostatura,
di m. 2,47 colle misure dei fregi, che sono di 3,08 sulla
fronte e di 2,26 sul lato, combinano in un modo tanto
stringente, che calcolata la sporgenza, che dovea aver il
' Topogr. I 2, 294 ann. 122.
* V. Topogr. I 2, 289 ss.; le misure qui sopra riportate sono
prese da me e sono più esatte di quelle che diedi nel mio libro. Ivi
non calcolai l'incrostatura in parte ancor oggi superstite.
dell'instituto 91
basamento sopra il fregio, non resta il minimo dnl)bio
suir originario posto dei fregi. Il carattere paleografico
dell' iscrizione V abbiamo allora più volte preso in esame
ed in questi ultimi giorni l'abbiam di nuovo sottoposto ad
un' analisi accurata. Abbiam trovato che l' iscrizione può
appartenere al tempo di Trajano, ma che facilmente po-
trebb' esser stata incisa anche sotto Adriano, non più tardi.
E siccome l'edicola, della quale ragioniamo, forma una
parte essenziale dell'edifizio dell' atrio, cioè sporge di fuori
dalla parte ovest del peristilio, così siamo stati costretti
ad ammettere, che il detto edifizio sia stato costrutto
a' tempi o di Trajano o di Adriano,
Ma contro queste conchiusioni stringenti opponevasi
l'opinione esternata dal eh. signor Lanciani prima nello
lettere, che ripetutamente esso mi diresse durante gli
scavi, ed ora nel suo lavoro nelle Notizie che cioè « la
casa e l'atrio delle Vestali » siano « ricostruiti da Severo
e da Giulia Domna sulle vestigia di un grande edificio
pubblico del secolo Vili di Roma » , il quale crede egli
esser la regia distrutta o nell' incendio neroniano o in
quello commodiano '. Cosa far dunque dell'iscrizione o
trajanea o adrianea dell' edicola sporgente dallo stesso
edifizio ? Sarebbe mai possibile l'ammettere , che rico-
struendo l'atrio Severo si sia servito di un fregio più an-
tico innalzato non da un antecessore ma dal senato, invece
di innalzarne egli stesso uno nuovo colla solita e tante
volte da lui ripetuta glorificazione dei propri! fatti ? Per
chiarir quella quistione mi rivolsi piuttosto ad un esame
particolareggiato dell' edifizio per decidere, se l'epoca del-
l' iscrizione e quella dell'edifizio possano in un certo modo
conciliarsi fra di loro. Sarà l'opera di altri lo sviluppare
ampiamente il sistema costruttivo dell' immenso edifizio.
Ma credo di aver trovato anch' io qualche cosa di certo,
che possa servir allo scopo da me accennato. Tutto l'edi-
' Lanciani l'alrio di Vesta p. 48 s. cf. p. 39; Maes Vesta e
Vestali p. lo2, il quale aggiunge ; « come risulta anche dai bolli «li
mattoni e dallo stile della fabbrica ».
'.»L* 1. ADUNANZE
tìzio nelle linee per cosi dir fondamentali pare sia opera
di uno stesso tempo. È caratteristico l'uso degli archi
ciechi, dei quali l'architetto si è servito per tutte le parti.
I mattoni e la calce dappertutto sono i medesimi ed i
ristauri adoperati qua e là tanto nelle mura, quanto nei
pavimenti si distinguono facilmente e mostrano per lo piti
una rozzezza stravagante di materiale e di costruzione.
Consiste l'edifizio in un peristilio di forma oblunga, in un
salone ossia tablino postogli dietro sulla parte est fian-
cheggiato da sei camere ossia celle di abitazioni con altre
superiori nel piano secondo, finalmente in una lunga serie
di altre celle, che si aprono sul fianco sud del peristilio,
e che direi celle di lavoro sagro e di conserva. Ora es-
sendo tutte quelle parti costruite in buonissima opera late-
rizia, ho cercato di ritrovarvi dei bolli di mattoni ancor
esistenti in situ e riuscii a trovarli, accompagnato ed
aiutato dal eh. signor dottor Dressel, il quale li copiò per
inserirli nella sua collezione, che fa parte del Corpus in-
scriptio7nivì, e mi favorì una succinta indicazione della
cronologia di essi bolli, di cui mi servo per le seguenti
osservazioni '. La cosa più importante si è, che nello sti-
pite di porta nella cella seconda contando dal pistrino
allato del peristilio abbiamo trovato in opera un mattone
portante il bollo dei due Domita Lucanus et Tullus che
deve assegnarsi agli anni 59 a 95; nelle scale, le quali
dalla parte della nova via montano al secondo piano del
tablino, non meno di tre mattoni anch'essi in opera por-
tanti il bollo di Cn. Domitius Clemens, liberto di uno dei
nominati Domitii, il quale deve registrarsi fra gli anni 111
e 123; finalmente in una delle camere del piano secondo
due bolli al posto, i quali ricordano la figulina Rrutiana
Lupi esercitata fra gli anni 110-122. Ma vi è di più;
anche tutti gli altri bolli che abbiam rinvenuti al posto,
per esempio quei di un Q. Oppius Verecundus e di un
Ti. Claudius Quinquatralis, i quali si trovano l'uno nella
' V. l'Appendico.
DELl/lNsTITUTO 93
volta di una specie di cantina , nella camera che sta al
sud del tablino, l'altro nel fondo della vasca ivi esistente,
appartengono tutti , meno una sola eccezione, della quale
ragionerò in appresso , ai tempi di Adriano , nessuno ai
tempo di Severo. Le parti dell' edilizio, nei quali i bolli
si son trovati, sono membri originari del gran sistema di
costruzione. È dunque un fatto positivo che tutta la casa
delle Vestali è opera dei tempi di Adriano, e così si spiega
in modo del tutto soddisfacente, come l'edicola che sporge
a lato della porta della stessa casa, portava un architrave
inciso al più tardi ai tempi di questo imperatore.
È certo però che in tempi posteriori si son fatti molti
ristauri , e non sarebbe da maravigliarsi , se fra i bolli
numerosissimi, che adesso si conservano in una delle sei
camere di abitazione, vi si trovassero anche dei bolli del
secolo terzo o quarto '. Non abbiamo potuto fin adesso
esaminarli ampiamente, ma sono del parere, che il risul-
tato di un tal esame non potrebbe rovesciare quel che
fin ad ora abbiam fissato mediante i bolli in situ. Eagio-
nerò qui dell'unico dei bolli trovato al suo posto che è
di epoca più recente che l'adriauea. E questo ragionamento
mi conduce alla quistione seconda , quella cioè dell' uso
delle singole parti dell' atrio.
Anche qui lascio da parte le cose non dubbie e solo
rammento quel che ho detto prima, che cioè le parti della
casa essenzialmente fra loro diverse sono il peristilio, il
tablino, le celle di abitazione e quelle di lavoro o di con-
serva. Chiunque esamina il peristilio, si maraviglierà assai
della grandezza di questo immenso porticato, il qual con
m. 68 X 20 si avvicina alla grandezza delle sale grandi
delle basiliche pubbliche. Si maraviglerà ugualmente della
forma bislunga della proporzione di 5 su 17, la quale,
mentre si discosta dalle misure dei peristilii di edifici
privati, si avvicina a quelle delle ridette sale pubbliche.
Ma quell'anomalia di costruzione ben strana, se si consi-
' Si confrontino le parole del Maes p. 1)1 net. I.
94 1. ADUNANZE
dera che il uumero delle Vestali, abitauli questa casa era
soltanto di sei o al più di sette ne' tempi posteriori , si
spiega fin ad un certo punto, se si avverte, che l'area del
jteristilio era divisa in due parti uguali per mezzo di un
fabbricato, del quale non rimangono che tracce assai logore.
Imperocché consiste di un gran cerchio composto di tego-
loni quadrati col lato solito di 59 a 61 centimetri, e da
questo cerchio sporgono attorno a guisa di raggi otto mura
di mattoni, i quali sono chiusi al di fuori da muri iden-
tici in forma di ottagono. Di siffatti muri non rimano altro
che lo strato intimo dei mattoni. L' epoca della costruzione
posso fissarla per mezzo dei bolli improntati nei mattoni e
nei tegoloni: nelle mura a guisa di raggi si è trovato tre
volte il bollo del tempo della prima edificazione dell'edi-
tìzio: nei tegoloni due volte un bollo che secondo il signor
dottor Dressel deve leggersi o[f{icina) Doìnil,{iana) Ricfi{m),
e questo, benché fin'adesso fosse del tutto sconosciuto, nò
possa fissarsi ad un anno certo , uulladimeno secondo la
forma delle lettere ed altri indizi certi deve stimarsi almeno
piti recente di Diocleziano, al quale potrebbe ben essere
posteriore di un secolo e piìi. Appartiene dunque tutta la
costruzione all'epoca di Adriano, ma è stata ristaurata o
completata all'epoca costantiniana o piìi tardi, epoca nella
quale molti altri ristauri si son fatti, come lo dissi d'avanti.
Ma considerando poi l'uso di questa costruzione, si vede
bene che il ristauro dovrà stimarsi una qualsiasi ripeti-
zione di una costruzione somigliante andata in perdita per
ragioni a noi non piìi riconoscibili. Lascio da parte la sup-
posizione di un dotto illustratore della casa \ che cioè
il cerchio di tegoloni sia forse il residuo del penus Vestae :
giacché questo santuario nell'unico testo che se ne occupa,
in quello di Festo (p. 250), si dice il tocus intimus in
AEDE Veslae^ e non in atrio. Invece, siccome i tasti fatti,
secondo le communicazioni del eh. senatore Fiorclli, in
punti diversi all'area rinchiusa dal cerchio dei tegoloni,
• V. 0. Mai-ucchi p. 12 dell'estratto.
DELL'lNSTITUTO 95
non hanno incontrato il menomo pezzettino di costruzioni
di acquedotti o di qualunque altro genere di fondamento,
il quale dovrebbe trovarvisi , se vi fosse stato un pavi-
mento di sopra, ma invece hanno segnalato in ogni punto
la terra vergine del suolo declive , che dalla nuova via
scende alla sagra via , così ritengo per certo , che quel
cerchio abbia rinchiuso un piantato di alberi e di fiori, e
che il cerchio di tegoloni non abbia sostenuto altro che
un marciapiede marmoreo, sul quale si andava in giro a
quel boschetto. Le mura poi che partivano da quel cerchio
in forma di raggi ed erano terminate da un ottagono, non
saranno state altro che un sistema di sedie o di plutea,
come lo son quei muri che occupavano gli intercolunnii
del peristilio, e forse vi eran piantate delle statuette e
busti degli imperatori, i quali in gran numero si son tro-
vati dentro all'atrio ed ora si conservano in una delle sei
camere attorno al grande tabliuo. E adesso , o signori,
vogliamo rammentarci delle condizioni di vita delle vergini
Vestali nell'epoca a cui appartiene 1' edifizio. L'ha osser-
vato benissimo il eh. signor Lanciani ' che in quei tempi
il bosco di Vesta , che prima e fin' ai tempi di Cicerone
dall' abitazione delle Vestali si stendeva al Palatino, non
esisteva piìi. Tutt'attoruo alla nuova via non v'era altro
che un cumulo immenso di pietre e di costruzioni ; anche
sul Palatino, periti gli antichi boschetti sagri, non rima-
neva altro nel mezzo ai palazzi imperiali che un giardino
all'uso della corte imperiale. Ora si consideri che le ver-
gini vestali uscite dalle nobilissime famiglie di Roma doveano
star l'anno intero fra quest' accumulazione di pietre, senza
poter far altro che farsi portar in passeggiata fuori le
porte ed ivi spirar l'aria fresca per un paio di ore. Sem-
bra assai evidente, perchè il costruttore della casa abbia
cercato a favorir alle Vestali almeno un vastissimo peri-
stilio contenente oltre l'ombra, che davano i portici, anche
un boschetto di alberi rinfrescante l'aria dell'edifizio ed
' Lanciani, l'atrium di \'esla p. 42 e s.
90 I. ADUNANZE
adatto a conservar la salute delle povere donne, le quali
non aveano la licenza di ritirarsi ne'tempi de'grandi calori
nelle ville situate o nelle montagne o sulla spiaggia del
mare, dove non soltanto la corte imperiale, ma anche la
società nobile e bene stante ne' mesi estivi od autunnali
cercava a salvarsi dalle miserie del clima. Dov'è un bo-
schetto, ci vorrebbe anche una fonte o una fontana. Ed
infatti vicina al tablino vi si trova un vasto lacus somi-
gliante in parte ai laghi delle case di Pompei, ma in
qualche particolarità da esse assai diverso. È questo una
vasca di forma rettangolare misurante nel senso della pic-
cola asse del peristilio m. 4,10, nel senso della grande
m. 4,40. È circondato al di sopra da un muro alto 65
centimetri; tanto la vasca quanto il muro erano coperti da
una lastra di marmo grigio di uno spessore di 9 millim.
Ma le particolarità interessanti e caratteristiche di questo
fabbricato sono le seguenti .•
!' Nelle case di Pompei, nelle quali ultimamente ho potuto
far almeno in fretta un esame dei ìncus, si trova sempre vici-
no nel mezzo del lago una fontana proveniente dagli acque-
dotti della città che vi versava l'acqua. Poi la più parte dei
fondi dei laghi è costruita orizzontalmente ; in pochissimi
ho trovato una pendenza piccolissima di uno o due millime-
tri. Invece attorno e dentro della gran vasca delle Vestali
non si trova la menoma traccia di una fontana che do-
vrebbe versarvi l'acqua; il fondo di essa ha l'enorme pen-
denza di dieci centimetri incirca tanto nella direzione della
piccola asse, quanto in quella della grande, verso il Pa-
latino e verso il mezzo del peristilio. Vi si conserva inol-
tre il condotto di piombo, che sul fondo nella parte bassa
verso il mezzo del peristilio trapassa in una buca sotterra-
nea, la quale anclie adesso trasporta le acque piovane nella
direzione diagonale del peristilio del Palatino alla sagra
via. Questa cloaca si apre vicino alla vasca sul itavimento
del peristilio in un buco da chiudersi per mezzo di un
coperchio ora perduto. Finalmente dalla parte del tablino
si poteva scendere al fondo della vasca per mezzo di tre
dell'instituto 07
quattro piccoli gradini, la cui marmorea incrostatura,
alta centimetri 58 e larga soli centimetri 36, si è con-
servata, mentre dei gradini non ne rimane altro che al-
cuni avanzi dei mattoni anteriormente anch'essi incrostati
con marmo.
Chi esamina lo scopo di una tal costruzione e mas-
simamente la strana mancanza di una grandiosa fontana
da alimentarsi dagli acquedotti ricchissimi, che attorno la
casa spendevano i loro tesori in ogni senso, si ricorderà
subito delle religiosi leggi, le quali vietavano alle Vestali
l'uso dell'acqua artificialmente condotta e lor concedevano
soltanto l'uso dell'acqua delle fonti e del cielo '. Ora sic-
come questa vasca aperta non può aver servito a racco-
gliere le acque piovane in modo delle cisterne, così secondo
me non rimane altro che supporre che la numerosa schiera
di servi pubblici assegnata al servizio delle Vestali ogni
mattina abbia versato in questa vasca grandissima l'acqua
delle fonti, per esempio quella dell'acqua delle Camene, e
che la pendenza del fondo assieme col buco, che dava
nella cloaca, permetteva di farla svanire man mano du-
rante le 24 ore della giornata. È evidente che i piccoli
gradini non servivano ad altro che a far discendere i servi
di servizio per nettare ed asciugare il fondo, ed è impos-
sibile l'ammettere che le vergini vi abbiano preso i bagni,
ai quali pare fossero destinate le stanze del piano supe-
riore. Cosi si spiega l'uso e la decorazione del gran peri-
stilio in modo conforme non solamente alla salute delle
Vestali, ma anche alle leggi, cui era soggetta la vita loro.
Non parlo della destinazione delle altre parti della casa.
Soltanto rammento che la camera dalla parte sud e confi-
nante col grande tablino, non che collo stupendo pistrino otti-
mamente conservato, dovrà di certo chiamarsi la celia pe-
' Le vergini vestali nel far la mitries - secondo Feste \). 158.
IHO - aquam iuijem vel quamlibel praetcrquam qiiac per [islulas oenil
addunl alque ea deniuìu iti sacrificiis ulimtur. Altri passi anch'essi
riferibili a questa legge sacra si hanno per esempio nella Hestia- Ve-
sta del Preuner )». 'J03 s.
7
•>8 1. ADUNANZE
■noria della casa. Ivi oltre ad una vasca ornata nella parte
superiore di cinque grandi nicchie, le quali forse avran
sostenute le statuette di Vesta, dei Lari e dei Penati,
trovasi una grotta voltata grandissima la quale sarà stata
chiusa da un cancello di bronzo. In questa si conserva-
vano al parer mio i numerosi strumenti sagri, tanto quelli
che servivano a far la mola salsa, quanto i vasi sagri de-
stinati al trasporto dell'acqua delle fontane.
E adesso volgendo addietro i pensieri e apprezzando
il valore del rinvenimento dell'epoca in cui fu costruito
Valrium Vestae, debbo rammentare, che nello stesso tempo
fu fabbricata la lunga serie di edilìzi al lato sud della
sagra via '. Che potrebbe mai essere stata la cagione di
una tanto vasta edificazione ? Io lio ultimamente esternata
la congettura ', che il riordinamento della sagra via sia
avvenuto in conseguenza dell' innalzamento del tempio di
Venere e Koma sulla sunima sacra via, che avea inco-
minciato poco prima. Adesso questa congettura mi pare
anche piìi verosimigliante. L'architetto costruttore di quel
grandioso santuario voleva senza dubbio dar un prospetto
magnifico a questo suo capolavoro e lo fece innalzando
un quartiere del tutto nuovo regolato sopra una rete ret-
tangolare di strade.
Chiudo il mio discorso coli' accennare la quistione
tutt'ora da sciogliersi, quella cioè della regia. Si è detto
ripetutamente che quell' editìzio sia stato abbandonato ai
tempi di Augusto e forse sia stato distrutto in uno dei
grandi incendi, e che esista il resto di esso sotto gli edi-
fizi della sagra via. Io invece anch'oggi sostengo che la
regia si nomini come esistente alla fine del secolo secondo
nel principio del terzo, ma non vorrei parlarne diste-
samente prima che non sia demolita la chiesa di s. Maria
Liberatrice. Un' altra volta faccio voti sinceri che ciò sia
fatto, e spero che l'idea del benemerito signor prof. Bac-
celli, bentosto avrà un bel compimento sotto gli auspizi
" Top. I, 2, 281.
' Top. I. 2, 429.
dell'instituto 99
dell' illustre suo successore, 1' eccellentissimo signor mi-
nistro Coppino.
Appendice.
Ho qui riunito le copie favoritemi dal di. Dressel dei bolli dii
noi trovati in posto nei giorni 23, 24 di Aprile. Ma fortunatamente
Ilo potuto riempire la lacuna accennata di sopra. Imperocché il eh.
mio amico Laudani, appena informato del risultato da me ottenuto,
colla solita sua gentilezza, mise a mia disposizione tutti i bolli da
lui stesso rinvenuti durante le escavazioni, i quali, consultatone il
Dressel, furono da me inseriti fra quei da noi raccolti. Per distinguerli
da questi, furono notati d' asterisco.
1, Rinvenuto con altri due bolli fuori di posto, ma frtt, i ruderi
dell'atrio nella parte verso s. Maria Liberatrice:
CU e * AVTRONI .
'^°n°' sotad;es *
ed accanto quest'altra impronta :
1^ CN • CN • DOM lamus
sive
LVC • ET • TVL arbuscnla
Della prima impronta si è trovato un altro esemplare nello
stesso sito. — Lucanus e Tullus sono i figli adottivi di Cn. iJoìnilius
Afer ci* 59) ; il primo morì nell'a. 95 incirca, il secondo nel HO o 111.
2, Rinv. nello stesso sito fuori di posto (3 esemplari) :
O T • CAMIDIE ■ ATIJVET • DOL
EX • PR PL • ATG
pare che abbia da riferirsi incirca alfa. 123, a cui appartiene questo ;
EX PRAED PL AVG LICINI PVDEN CCC.
3, Nello stipite di porta della seconda cella dal pistriuo verso
occidente, al posto :
CU FALERNIDVO
D O lA I T I O R ^
LVCANI ET TV.LI S
sull'epoca v. la nota al n. 1.
4, Nel pavimento della penultima cella verso occidente : '
O ex prADlS ANTObJAE MANI.
p . raivs ryt
FEC
di epoca non certa, ma incirca dell' adrianea.
5, Nella cella confinante al tablino dalla parte della nova via,
nella volta di una grandissima grotta 2 esemplari), nella scala la
quale conduce al secondo piano del tablino (v. n. 8.) , ed * « in una
parete con archi caduta sul piedi.stiUlo di Flavia Publicia n. XIIT »:
O Q_ OPPI AfRECVNDI
100 1. ADUNANZE
ili epoca iiioeria. ma i bolli ad molti Q. Oiìiiii, che esistono, paro
siano tutti del tempo dell'unico, il cui tempo è cortj; (J. Oppius lu-
slus a. 123 e 126.
6, Nella sfessa grotta fuori di posto:
O '/ • arliculei PAEt ^
safiiltas F
di epoca incerta: pare però che sia il console dell' a. 123 Q. ArCicu-
leius Paelinus (ovvero Paetus, il padre del console ?).
"i, Nel pavimento della vasca nella stessa cella :
O EX PR DOM LVCiLLi?. OP DOL
TI CL QVINQVX
un servo di questo Ti. Claudius Quinquatralis. di cognome Epagathits
lavorava nel 134; è forse lo stesso Claudius Quinquatralis. il cui nome
ricorre sui bolli di Lucilla Veri negli anni 145 e 154.
8, Nei gradini della scala, la quale ascende lungo la nova via
al piano superiore del lablino (3 esemplari):
O CN DOMITI CLEMENTIS
è un liberto d'uno dei Domilii Lucanus ci Tullus mentovati al n. 1,
e l'epoca sua potrà fissarsi fra gli anni 111 e 123. Nella stessa scala
si trova il bollo di Oppius Verecuìidus (v. n. Sj.
9, Nel muro lungo la scala suddetta (1 esemplare) e nella cella
penultima del suddetto secondo piano (2 esemplari):
O '"' BRVTIANA
LVPl
la figulina Drvtìana appartenne a M. Rutilius Lupus, ed esercitavasi
negli anni 110-122 incirca.
10, Nell'ambulacro il quale congiunge le celle del piano secondo;
O \ L CELLI • PRVJENTI • EX • P ■ S /
cepional
ramnsculi duo decassati
di epoca non certa; esercitava però questo L. Gellius Prudens le figline
di Plolia Isaurica. la quale con ogni verosoniiglianza può assegnarsi
al principio dell'impero di Adriano,
11, Nel muro di una vasca nell'ambulacro mentovato a n. 10:
O mcomachi domil /vciL
nux jiinea inter duos raraos
ed * « in una parete con archi caduta sul piedistallo di Flavia Pu-
blicia n. XIII » (6 esemplari):
NICOJWACHI DOMIT LVCIL
* « nel gabinetto a a sinistra del tablino, in opera » :
NICOMACHI DOMIT LVC'
Un poco più recente dell'anno 111, quando Nicomaco passò dal servizio
di Domilius Tullus a quello della figlia adottiva ed crede di questo
Uomiiia Lucilla.
dell'instituto 101
12, Neirarco della porta di una cella del secondo piano, ohe
sta dietro al bagno :
O EX • PR L lAemmì rvfi i
di epoca non certa, ma probabilmente non più recente d' Adriano.
13, In un muro moderno alla scala più volte mentovata:
O e calpelam iaraet d ex fig cn
paelino -£ apronian
cos
dell' a. 123.
14, In mezzo al peristilio nell'ottagono laterizio dalla parte
del Palatino 12 esemplari) ed uno nei muri, i quali a guisa di raggi
congiungono l'ottagono col cerchio posto nel mezzo di esso (v. n. 15):
COS AMB SVL lettere incavate
di epoca non certa, ma probabilmente di quella di Adriano.
15, Nel cerchio summentovato (v. 14) composto di tegoloni
(2 esemplari) :
O OFF • DOMIT • RVFI-
cioè ofl\icina) Domit[lana) Rufi{ni) di epoca più recente di quella di
Diocleziano. Si confronti il bollo della stessa epoca TiMOa miHva • hho.
16, In una cella fuori del peristilio, ma confinante con esso, a
sinistra dell'ingresso per chi entra, fuori di posto:
O C.T f asin qudd ode nvn fort
severo et stloga
cos
capnt bovis
dell' a. 141.
17-19, Ultimamente in una delle celle riguardanti il peristilio
si sono trovati fuori di posto , ma provenienti dalle mura di essa i
bolli seguenti :
l'7 O COSMI M HER POL ' SER
di epoca incerta, ma non più recente dì Adriano.
1^ O DOL • AN-EROT -SE^ER • CAES
dell' a. 123. Lo stesso, colla variante di C/S.S, (8 esemplari) « demo-
lendosi pezzi di muro caduti ».
1^ O NICOMACHl DOmii lucil
una pigna fra dae rumi
dell' .a. incirca 111 o poco più tardi.
20, * In una « parete con ardii » (v. n. 5).
CN DOMITI EW.ESTI
corona fra d\ie palme
dello stesso tempo che il n. 7.
102 1. ADUNANZE
21, • Ivi:
L LVRIVS PROCV.VS
^ FEC /
di epoca incerta, ma spettunto quasi di certo ali'adrianea.
22, * « Bolli in opera nell' arco o piattabanda fra la 4* e la 5*
camera sotto la nova via, demolita 2t) febbraio 1884 fi esemplari) »:
O M- CALPV<NI • PFROhJM
di epoca incerta, ma non più recente di Adriano.
23, • Ivi (2 copie):
^ M • CALPV<N1
PHRONIMI
V. al n. 22.
24, " « Nel gabinetto a a sinistra del tablino »
Q_ ASINI MARCELLI
esistono bolli con questo nome dogli anni 123 e 134.
25 ' Ivi (2 esemplari) :
CN DOMITI CRHYSERO'
dello stesso tempo che il n. 8.
26, * Trovato « demolendosi muri caduti (2 esemplari) p :
CAELI
IVLIANI
cv
DE • FIGVLINIS • SAENIANW
in epoca incerta.
27, * ivi:
EX FIG PROCLAE OD I/>V.IANAE
IW • ANTONIN ET VERO
COS
dell' a. 140?
28, * Nella volta di un ipocausto: vicciana etc. »
di epoca incerta, ma non più recente di Adriano.
Abbiamo dunque nell'atrio di Vesta 59 bolli in opera, o certa-
mente provenienti da esso : fra questi bolli ve n' è un solo di opera
molto più recente di Adriano (n. 15), e questo appartiene ad un ri-
stauro dell'area del peristilio, due altri, che ne sono poco più antichi
fn. 1 3). Tutti gli altri sono o di certo dell'epoca di Adriano
possono con ogni probabilità assegnarsi ad essa. È dunque un fatto
positivo che sotto l'impero di Adriano è stato fabbricato l'atrio di Vesta.
Aggiunta all' articolo precedente.
Due giorni prima cho questo fascicolo fosse impaginato, sono
venuto a conoscere un ulteriore gruppo di bolli provenienti dalla casa
delle Vestali. Esistono in un luogo ove ninno gli avrebbe mai sup-
ni-Uj/lNSTITUTO 108
posti — allo terme di Caracalla, fra un mucchio di tetjolozza che sul
l)rincii)io dell'anno vi si foce trasportare dagli scavi che allora si
eseguivano nel sito dell'atrio di Vesta.
a) Due esemplari dell'impronta sopra riportata al n. 5.
b) Due osemjdari àA bollo riportato al n. 9.
e) Due csoni})lari dell'impronta riportata al n. 11.
d] Un esemplare del bollo riportato al n. 18.
e) O EX • FIG • ASir^ MARCELLI
C ASTTI COMICI
È lo stesso Q. Asinio Marcello nominato nel bollo n. 24.
/■) O opit dol epagATHV clavdi
quinqvA se/'
pipna
Si veggano le osservazioni fatte al n. 7.
g) Q e milasi CVPIU
pigna fra due palmette
Sembra essere dei primi tempi dell' impero di Adriano.
h) O TORQ_n ET LiBon cos ex pr q. se
R PVDEN< dir lied
YN scr
dell'anno 128.
i) CD L • \olusi
?HASÌS
di epoca incerta, ma sicuramente non posteriore ad Adriano.
k) CZl /. r. 505IAE
come il precedente
l) M • VLP success
s V L p iciani
È incirca dell' anno 123 , trovandosi spesso insieme a bolli di
quest' anno.
Questi bolli provenienti dalle mura crollate dall' atrio di Vesta
stannno dunque in perfetto accordo con quelli tuttora esistenti in
opera nel medesimo edifizio.
E. Dressel
IL SCAVI
a. Scavi di Pompei
(continuazione; cf. pag. 16 sgg.)
6-13, negli scompartimenti laterali delle tre pareti
interne e nei due scompartimenti del muro d'ingresso;
a. 0,15 all'ine: Gruppi composti ognuno di una figura
104 11. SOAVI
virile e uu' altra femminile, che avranno a chiamarsi Satiri,
e Baccanti, ma sono alati e ora più ora meno chiaramente
caratterizzati da vari attributi. Sono evidentemente eseguiti
da diverse mani e perciò di valore assai difterente.
G, a sin. dell'ingresso: l'uomo (a d.), veduto quasi
di faccia, porta con ambedue le mani, stese verso d., un
vaso, partendo dal quale una ghirlanda gira intorno la sua
testa e passa da sin. avanti alle gambe ; pare che si muove
in passo dì ballo. La donna con mossa brutta scende verso
d. e verso lo spettatore: ha le ali singolarmente dentate.
7, muro sin. a sin.; pare della, stessa mano: ella in
mossa rapida, e come pare in passo di ballo, s'avanza
verso d. ; porta sulla d. un vaso, nella sin. abbassata una
ghirlanda, dalla quale ella è circondata in modo non del
tutto chiaro. Egli, in mossa più tranquilla, regge con
ambedue le mani un cornucopia.
8, muro sin. a d.-, di alti-a mano, e molto superiore:
volano giù verso sin., 1' uomo a d. (per lo spettatore); sono
ignudi, meno un' ampia veste turchina che svolazza intorno
ad ambedue, e coronati di foglie. Egli porta sulla sin.
alzata uu piatto e mette la d. sulla spalla di lei, che colla
sin. lo abbraccia alla vita, mentre alza la d. sopra la
testa.
9, muro di fondo a sin.; pare della stessa mano del
n. 8: l'uomo, veduto quasi di faccia, s'avanza verso lo
spettatore, portando nella sin. abbassata una situla; una
veste turchina gli svolazza dietro e poggia sulla spalla sin.
La donna con rapida mossa si slancia verso d., volgendo
però la testa a lui, dimodocchè questa si vede da dietro.
Una veste turchina le svolazza attorno, lasciando scoperto
tutto il fianco d., rivolto allo spettatore, con la spalla ed
il braccio. Kegge nella d., protesa verso d., una falce.
10, muro di fondo a d. ; d'altra mano, e inferiore
a 8 e 9; mal conservato: volano giù verso sin.; l'uomo,
cui una veste azzurrognola o verdastra svolazza attorno
le spalle , precede e con un gran passo mette avanti il
piede sin., rivolgendosi verso la compagna, cui mette la
DI POMPEI 105
sin. sulla spalla, mentre con la d. la afferra sotto il petto.
Ella, dal viso non bello (il naso è soverchiamente lungo),
con veste chiara attorno le gambe, vola tranquillamente
reggendo nella sin., insieme ad un lembo della veste, uno
scettro.
11, muro sin. a sin.; forse della stessa mano di 10;
poco conservato : volano tranquillamente verso d., la donna
alla d. dell'uomo (a sin. per lo spettatore, e dalla parte
di esso). Ella colla d. alzata regge un lembo della veste,
egli colla sin. un pedum.
12, muro sin. a d. ; la stessa mano di e 7: volano
tranquillamente giìi verso sin. L'uomo, che colla sin. regge
la d. della compagna, ha le forme snelle ed asciutte dei
Satiri; è privo d'attributi. Una veste chiara, azzurrognola
gli svolazza dietro, ma non si vede dove sia sorretta. Ella
ha intorno alle gambe una veste gialla con margine tur-
chino, e pare che nella sin. regga un bastone. Pare che
ambedue abbiano le ali dentate di 6 e 7.
13, Muro d'ingresso a d. ; la stessa mano di 12;
di proporzioni minori dei precedenti: volano orizzontal-
mente verso d. Egli pare che non abbia attributi; ella
nella d. porta un lungo scettro. Ambedue hanno una veste
chiara azzurrognola, che a lui lascia libera tutta la parte
anteriore, mentre a lei cuopre le gambe. La donna (non
l'uomo) ha quelle ali dentate. i
La camera e è del tutto somigliante a b; anch'essa
ha una finestra (a. 0,8; 1. 0,92, discosta dal suolo 2,6) sul
giardino 38. Il pavimento è di rozzo opus Signinum, senza
ornamento alcuno; la pittura delle pareti, qui pure fatta
neir ultimo stile, è molto meno conservata, e anche meno
bella di quella di b. Sopra uno zoccolo nero ciascuna
parete ha tre grandi scompartimenti rosso-scuri, divisi fra
loro iu prospetti architettonici a fondo bianco, che nella
parte inferiore sembrano chiusi con una tavola verde. L'or-
namento degli ovoli divide la parte media da quella supe-
riore, che ha su fondo nero i soliti concetti : semplicissime
architetture, strisce ornamentali, ghirlande ecc. Gli scom-.
ll)() IL SCAVI
partimenti gi'aiidi son contorniati da rabeschi e contengono
(|ue'medii ciascuno un quadro, i laterali una figura volante.
14-16, quadri nei centri delle pareti.
14, sul muro sin. ; a. 0,35; 1. 0,37; poco conservato;
disegno presso l' Instituto : supplizio di Marsia. Quasi nel
mezzo, un poco a d., sta in piedi Marsia, legato all'albero
con le mani addietro, veduto di faccia, di carnagione ab-
bronzita, di forme snelle e asciutte. A sin. sta accovac-
ciato per terra lo Scita occupato ad affilare il coltello ; la
sua testa è irriconoscibile ; a sin. son conservate le parti
inferiori delle due tibie. Lo sfondo a sin. pare formato di
rocce, a d. non è conservato.
15, sul muro d. ; a. 0,34; 1. 0,34; disegno presso l'In-
stituto: Apollo citaredo. Il dio siede sopra un sedile di
marmo bianco, i cui piedi hanno la forma di zampe di
lione, in una camera con larga finestra nel muro di fondo.
Egli è grande , di forme carnose , nudo meno im manto
rosso che cuopre le gambe e di cui un lembo poggia sul
l)raccio sin.; ha i piedi muniti di sandali; la gamba d. è
stesa avanti, la sin. ritirata. I capelli scuri pare che siano
circondati da una tenia, ma ciò non è del tutto chiaro.
Ha suonato la grande cetra: essa sta sulla sua coscia sin,,
ed egli la regge colla sin., mentre la d. (non è abbastanza
chiaro se regga il plettro ) riposa sulla testa. Il viso è
molto danneggiato. A d. sta una grande tavola bianca, e
su di essa un' oenochoe ed un ramo (d'alloro ?). Dietro la
tavola sta seduta un'altra figura (femminile ? ) vestita in
bianco e coronata di foglie, che guarda Apollo ; è poco con-
servata, ma pare che la sua fisionomia esprima ammira-
zione e sorpresa. Si potrebbe dubitare, se la persona prin-
cipale rappresenti Apollo, ma il riscontro del n. 14 non
lascia dubbio su di ciò.
16, sul muro di fondo; a. 0,37; 1. 0,33; disegno
presso rinstituto: Narcisso sta seduto sopra una roccia,
veduto di faccia, i piedi a sin. La gamba d., coperta del
manto rosso, è ritirata, la sin., nuda, è stesa. La parte
superiore del corpo è nuda; il braccio sin. è appoggiato
DI POMPEI 107
verticalmente, la mano d. regge la lancia poggiata alla
spalla. La testa è rivolta un poco a d.; la direzione dello
sguardo non è ben visibile, pare però che sia orizzontale.
Ha la testa cinta di foglie ; i ricci scuri gli cadono sulle
spalle. A d. è visibile l'imagine nell'acqua; un Amore si
è accovacciato appresso, che colla sin, addita l'imagine,
alzando lo sguardo a Narcisso, mentre colla d. spegne la
tìaccola nell'acqua.
17-23, negli scompartimenti laterali, rivolti sempre
verso il centro della parete, a. 0,14-0,21.
17. 18, sul muro sin.; 17 a sin.: Baccante, cui una veste
gialla cuopre le parti inferiori; porta nella d, abbassata
indietro un tamburino, nella sin. un oggetto irriconosci-
bile. 18. a d.: Satiro; beve dal rhyton che sorregge
colla d.
10. 20, sul muro di fondo; 19 a sin.: Amore che
sulla sin. porta un piatto, nella d. stesa indietro la situla.
20 a d. : Amore che nella d. protesa porta una fiaccola,
sulla sin. un piatto con bastoncini.
21, 22, sul muro d.; 21 a sin.: Baccante, che nella
sin. porta la situla, nella d. protesa una ghirlanda che
s' inarca sopra la testa. 22 a d. : Satiro con veste affibbiata
sulla spalla sin. (nebride?); ha nella sin. il pedum, e beve
dal rhyton, che alza, colla d.
21 e 22 si distinguono da 17 e 18 per le mosse piìi
tranquille.
23, sul muro d'ingreso a d. : albero sacro accanto a
due colonne congiunte per un epistilio.
In e fu trovata una lucerna di bronzo che ha sul
manico la mezzaluna col busto di Giove coli' aquila, e una
rasoia ' di ferro.
e tablino ; le pareti , qui come in d e f (passaggi al
giardino) son coperte d'intonaco grezzo; il pavimento è
come quello dell'atrio. Il tablino ha il solito ingresso largo
' Nelle Notizie (20 Ott. 1882) si parla per errore di un rasoio.
Sì tratta d'uno strumento di ferro per raschiare non si sa bene quale
materia, forse il muro; rasoi non si trovano a Pompei.
108 li. SCAVI
dall'atrio, che nella pianta per errore non è indicato, e una
larga finestra sul giardino.
i cubicolo con pareti d'intonaco grezzo e pavimento
di opus Sigììimiin; il posto del letto è un po' inalzato
sopra il resto della camera. Sopra la porta evvi una pic-
cola finestra.
k camera del tutto simile, meno il posto elevato del
letto; destinazione incerta.
l e m non vidi completamente sgombrate. In l vedesi
presso la porta e addosso al muro di strada una pietra di
Sarno, che pare sia il primo gradino d'una scala, il cui
seguito doveva essere di legno. Nell'angolo posteriore a
d. di l sta un' anfora. Senza dubbio il locale serviva ad
usi domestici.
Passiamo ora alla parte posteriore della casa, aggrup-
pata intorno al giardino. Il giardino stesso, p, è molto
piccolo, circondato da uiu doccia in opus Si gninum, dalla
quale un canaletto coperto conduceva l'acqua piovana nel-
r impluvio. Ha soltanto a d. una specie di portico sor-
retto da una colonna e due mezze colonne (bianche e lisce),
diviso dal giardino per mezzo di un basso podio. Nelle
pareti bianche si vedono le tracce di tre scansie ; vi stanno
per terra due grandi pesi di pietra e suppongo che vi
siano stati trovati. Fra il tablino q, il giardino appena
rimane un piccolo spazio; a sin. lo strettissimo andito
probabilmente era coperto dal tetto sporgente di n e o;
la mezza colonna a sin. dietro il tablino non può avere
avuto altra funzione che quella d' una decorazione. Nel
giardino fu trovata una statuetta in marmo, d'un giovane
Satiro, priva delle braccia e delle gambe, che erano state
riportate con ferri tuttora visibili ; un altro pezzo di ferro,
dietro la spalla d., pare che servisse per addossar la statua
al muro ; di più una testina ad erma di Serapide, un pic-
colo leone accovacciato e una testina di tigre, ambedue
per getto d'acqua.
Dietro il portico a d. sta il grande triclinio r, di forma
irregolare ; ha il pavimento di opus Signinum con file
DI POMPEI 109
di pezzi irregolari di marmo, le pareti coperte d'intonaco
grezzo; stante il carattere della sala bisogna ritener per
certo che dovessero ricevere un'altra decorazione.
Vi fu trovato (Nat. 1883 p. 93) « un annaffiatoio di
bronzo col manico dissaldato che inferiormente porta ad
alto rilievo un Amorino in piedi, colle braccia piegate e
con un' anfora in terra presso i suoi piedi ; alto col manico
0,203 »; di più una patera col manico a testa d'ariete.
g oltre che per il passaggio poteva essere adoperato
per il servizio, quando si pranzava in r ; h era una dispensa
con finestra sulP area n. 36 ; vi erano delle scansie alle
pareti e addosso al muro sin. stava una grande tavola.
camera con finestra sul giardino ; può essere stata
in origine un piccolo triclinio estivo, ma negli ultimi
tempi serviva da dispensa; perchè nella parete N si ve-
dono i buchi per una scansia. La decorazione delle pareti
è semplice : il fondo bianco è diviso in linee rosse e
nere a rettangoli orizzontali e verticali ; pare che decora-
zioni simili fossero in uso ai tempi del terzo stile. Abbiamo
dunque qui una decorazione più antica di quelle conservate
in 6 e e, mentre, come abbiamo veduto sopra {Bull. 1883
p. 197), le camere n e o sono più recenti del resto della casa.
Probabilmente quando la camera o fu costruita e dipinta, le
altre parti avevano ancora decorazioni nel secondo stile.
Quando poi queste ultime, per essere troppo logore, furono
tolte dai muri, quella di o era ancora ben conservata e
fu lasciata.
n camera con intonaco grezzo , con piccola finestra
sul giardino n. 38; pare che servisse da passaggio per
andare in o. Ha due porte , e bisogna supporre che una
di esse conducesse ad una scala; è vero che nella parete
sin. non ve n'è traccia; che però fosse così, risulta anche
dal modo come n era coperta : una trave stava parallela
al muro S, e sopra di essa poggiavano travi più piccole che
coll'altra estremità orano incastrate nel muro N, dimodo-
ché la parte S della camera rimaneva scoperta.
In 71 non fu trovato altro che una bottiglia di vetro.
no 1. SCAVI
in quattro basi di bronzo ognuna con una rotella disotto,
destinate come pare a esser messe sotto i piedi di una
sedia o di qualche altro mobile; una moneta di bronzo;
un'accetta a martello di ferro; ima lucerna e tre piatti
di terracotta; un dado di osso.
Due iscrizioni graffite (cf. Not. 1882 p. 437) leggonsi
sul lato sin. della base del larario, cioè:
1, CALIX (?) ; avanti l'A e attaccata ad essa evvi
ancora un'asta; l'ultima lettera non è chiara: sembra che
un' A e un V siano intrecciate fra loro.
2. PHOIIBVS.
Sulla facciata della casa si vedono a d. e a sin. del-
l' ingresso le seguenti due iscrizioni dipinte (cf. h'ot.l.c.
p. 436 )
1, a sin. : LAELIVM • FVSCVM
D • V • I • D • FABI • ROG
2, a d. : I V N I A N V M • Il VIR
D-RPFABI • ROG
Torse i Fabii erano i proprietarii della casa fin qui
descritta.
{sarà continuato) A. M.vu
b Ritrovameìito di tombe arcaiche
nel territm'io delle Allumiere.
Nella contrada della Pozza, località bastantemente
nota in questo territorio per il ritrovamento di tombe
della prima età del ferro, furono non lia guari rinvenute
altre cinque sepolture. Tale rinvenimento non potrebbesi
dire del tutto fortuito , imperocché avvertito io che in
quella contrada erasi messo mano al dissodamento di larga
zona di suolo vergine , e nel supposto che quivi potesse
trovarsi qualche gruppo di tombe , fu mia cura interes-
sare il proprietario del terreno, onde in caso apparissero
indizi di antiche tumulazioni , mi si desse immantinenti
avviso. Posso quindi parlare de visu intorno a tale ritro-
vamento.
PFJiLE ALLUMIERE 111
La prima tomba, rinvenuta alla profondità di cent. 80,
era composta di scljieggioui naturali di roccia calcare, dis^
posti in modo da formare come un piccolo cassettone
rettangolare, largo internamente circa cent. 35 e lungo 40.
Siffatta costruzione, informe, rozzissima, racchiudeva un
de'soliti ossuari fittili a patina nerastra, foggiato a doppio
tronco di cono raccordato sulle grandi basi, ed ornato al-
l'iugiro del collo e del ventre da una duplice zona di
graffiti a dente di lupo. Una rozza ciotola non graffita ser-
viva di coperchio a questo vaso , e sulle ossa calcinate ,
ond'era colmo sin quasi all'orificio, stava un piccolo rasoio
lunato di bronzo, pressoché interamente disfatto dall'ossido
metallico.
A circa due metri di distanza da questa prima tomba
altra se ne rinvenne del tutto simile ed a pari profondità.
11 vaso ossuario perfettamente identico a quello teste de-
scrittto conteneva sulle ossa una fibuletta di bronzo , la
quale, per quanto fosse anch' essa disfatta per completa
ossidazione, lasciava purtuttavia riconoscere elegantissimo
tipo. Era questa formata di lamina piatta, che incurvan-
dosi ad arco rovescio e gradatamente ristringendosi verso
gli estremi assottigliavasi sino a diventare un piccol filo
cilindrico. Cotesto filo d'ambo i lati rattorcendosi a doppio
spirale, raddrizzavasi poi dall'una parte, onde formare l'ar-
diglione, mentre dall'altra ripiegavasi verso l'esterno del-
l'arco, facendo le veci di staila, e terminava raggirandosi
a spira. Conservo nella mia collezione altra fibula simile
parimenti rinvenuta in una tomba della Pozza.
Poco più oltre alla distanza di men di un metro
ed alla profondità di 70 centimetri comparve una terza
tomba similmente a foggia di cassettone contenente il solito
vaso ossuario. Bensì era questo alquanto più piccolo che
non quelli che stavano' nelle precedenti sepolture, e solo
vi si rinvenne tra le ossa una fusaiola ovoidale di terra
cotta.
A più cospicuo defunto per sicuro appartenne la
quarta tomba, trovata alla distanza di circa tre metri dopo
112 II. SCAVI
l'iiltiraa descritta. Costava questa di due calotte emisfe-
riche di nenfro, ossia tufo vulcanico, l'una all'altra sovrap-
posta in modo da formare insieme un perfetto sferoide ,
ed egualmente incavate anche al di dentro onde contenere
il vaso con le ossa '. Siffatta urna giaceva entro buca o
j)ozzetto scavato nella roccia trachitica alla profondità di
metri 1,40. Bellissimo era il vaso ossuario internamente
contenuto, graffito dal ventre in sopra a triangoli ed a
spina di pesce e ricoperto da ciotola ansata, graffita alla
stessa guisa intorno all'orlo. Di bronzi, solo racchiudeva
tra le ossa una fibula a sanguisuga interamente convertita
in ossido.
Quasi di contatto alla precedente era una tomba a
pozzo, ossia fossetta circolare scavata nella roccia alla
I»rofondità di centi ra. 65. Una calotta emisferica di tufo,
incavata pure al disotto e capovolta a guisa di coperchio,
poggiava in fondo a cotesta fossa. Due ciotole di terra
cotta a rovescio l'ima sopra l'altra in modo da contenere
e ricoprire le ceneri del defunto, fungevano in luogo e
vece di vaso ossuario, occupando il cavo della sovrapposta
calotta. Tra le ossa non si rinvennero oggetti di sorta:
bensì di lato alle ciotole stavano tre vasetti accessori :
due orcioli ed un guttus.
Proseguendosi i lavori di dissodamento ritengo ]ìoi
probabilissimi altri ritrovamenti . per lo che mi riservo
tenerne parola quando che sia.
A. KliTSCHE de la GrrANGE
' .\ltra tuiiiba ognalo fu ^\\\. da me ritrovali!, noi dintorni del
Campacelo: Klitsche do la Grani,'e Intorno ali'iini sc;ial''rcii arcaici
rinvenuti nei monti dell'Allumiere. Roma 1880. •
Pul»li1ii'a<o il (lì 31 lIa(e«io 1HH4.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N." VI DI Giugno 1884 (2 fogli) r
Scavi dei lìosiri del foro romano, di Cornelo e di Pompei. — lUposliylio
di Ascoli- Piceno. — OgtjcUi d'arte figurala esislenli in Teramo.
I. SCAVI
a Scavo ai Rostri del foro romano.
L'analisi di'i Eostri data da Fabricius e da Jordan
iieir ultimo volume degli Annali (1888 pag. 23 e seg.
Monumenti voi. XI , tav. XL Villi) pecca di due errori
di non poco rilievo. Prima di tutto essa è incompleta.
La profondità dei Kostri importa, come mostrano ancora
le mura laterali conservate, almeno 13 m. ; l'analisi di
Fabricius si occupa esclusivamente della parte posta vicino
alla fronte anteriore, di 4 m. di profondità, cioè esamina
appena un terzo di tutta la costruzione. Mentre così si
costituisce una stretta striscia di circa 23 m. di lungliezza
e 3 di larghezza come piattaforma dei Rostri , rimane
uno spazio della larghezza per lo meno di 9 m. e della
lunghezza di 23, del quale nessuno può rendersi conto.
Un secondo errore è l'esame insufficiente fatto degli avanzi.
Si riconosce a prima vista che nelle parti genuine dei
Rostri sono state inserite altre costruzioni piti recenti ;
ma Fabricius è andato troppo innanzi escludendo tutte
le costruzioni di mattoni ad eccezione della fila di archi
fra i pilastri di travertino, ed ha indicato nella sua pianta
come « costruzioni posteriori :> mura che non lo sono af-
fatto Decisivo specialmente e fatale pisr la ricostruzione
8
114 1. SCAVI
dei Eostri si è il non aver sottomesso ad un più minuto
esame il muro di mattoni che corre circa 9 m. dietro la
fronte di essi parallelo alla medesima '. Esso si unisce
immediatamente ai quadri di tufo del muro laterale sud
e continua poi, diroccato ed interrotto, per circa 10 m. per
poi sparire. La sua profondità diffìcilmente può giudicarsi ;
l'interno consiste di opera a sacco in parte distrutta, in
parte artificiosamente scarpellata. Molto sorprendente trovai
in questo muro, primieramente la stretta connessione in
cui esso sta con i quadri di tufo della fronte laterale:,
questi non sono nella parte interna scarpellati, manifesta-
mente per produrre una piìi solida unione con le opere di
mattoni e di opera a sacco, con le quali confinano ; in secon-
do luogo Teccellente materiale e l'esattezza straordinaria
nella esecuzione della superficie anteriore. Esso è costruito
di mattoni triangolari di circa m. 0,225 di lunghezza
e 0,04 di altezza; lo strato della calce importa appena
m. 0,004. Il muro era inoltre anticamente rivestito di
stucco, come risulta dai numerosi perni di metallo che si
trovano in esso a distanze regolari.
Occupato in un lavoro sulla ricostruzione dei Rostri,
riconobbi non essermi possibile giungere ad un risultato
sulla forma di questa veneranda costruzione, se prima non
mi fossi completamente accertato sopra questo muro. Il
muro in questione cioè mi ha fatto supporre , anche per
altre ragioni che sarebbe troppo lungo qui addurre, ch'esso
anticamente abbia camminato dal nord al sud lungo tutta la
larghezza dei Rostri, insomma che anticamente abbia
formato la chiusura posteriore dei Rostri. Mi sono
perciò indirizzato al sig. comm. Fiorelli, pregandolo di vo-
lermi permettere l'esecuzione di uno scavo a questo scopo.
Il lodato signore ha avuto la bontà di riconoscere la giu-
stezza della mia osservazione e mi accordò il domandato
permesso. I tasti ora fatti, in presenza del sig. dottor
Dressel, portarono alla luce un risultato assai sorpren-
' Nichuls lini!, d. ìiist. 1884 pag. 85 riconosce la sua vecchiezza.
DEI ROSTRI UT)
dente, che cioè il muro non soltanto, come supponeva,!
continuava fino al muro confinante verso nord dei Rostri,
ma che i fondamenti di ambedue i muri late-
rali dei Kostri riposavano sopra questo muro
di mattone. Per due volte il muro non finiva sotto
i fondamenti, ma era troncato, di modo che non v'era
dubbio che fosse più antico dell'attuale costruzione dei
Rostri. Questa scoperta m' indusse a fare un tasto anche
al sud della parte meridionale dei Rostri, per vedere se
il muro continuasse anche di là. Questo però non era il
caso. Il muro ora è stato tolto accuratamente nella sua
metà verso nord circa per 12 m., sicché rimane un piano
liscio. A questo muro aderisce, all' altezza del piano liscio
verso la fronte dei Rostri, un pavimento di tegoloni ( di
m. 0,59 in ogni lato); il medesimo pavimento non è attac-
cato immediatamente al muro : un solco largo m. 0,04 fu
operato fra l'uno e l'altro; esso è riempiuto di calce (in
alcuni luoghi mischiata con pezzi di mattoni). I tegoloni
sono coperti di uno spesso strato di cemento ; manifesta-
mente ivi esisteva sovrapposto un altro pavimento. Tutto
questo suolo di tegoloni però è piìi recente del muro ,
il fondamento del quale si trova m. 0,28 più basso ; il
quale inalzamento del suolo fu operato per mezzo di uno
strato di macerie , nella quale si trovano mischiati pezzi di
travertino , di tegoloni e d'altro. La spessezza del muro
non si potè misurare; esso si estende da per tutto fino
allo zoccolo dell' emiciclio situato al di dietro; anche que-
sto zoccolo poggia sopra i fondamenti del muro.
A questa scoperta si legava la questione, se la parte
meridionale del muro, restata in piedi certo non a caso,
abbia avuto una nuova chiusura dopo la demolizione della
parte nord, e se forse un muro traversale sia stato eretto
verso la fronte dei Rostri. I tasti fatti in questa direzione
però nulla posero in chiaro, al contrario essi condussero
ad un altro risultato molto gradito.
Circa m. 1,20 dietro la fila degli archi, che Fabri-
cius ritiene per la chiusura posteriore della base dei
116 1. SCAVI
Rostri, e parallelo ad essa corre, principiando dal muro
laterale meridionale , un muro di epoca di decadenza.
Esso termina al quarto pilastro di travertino e si volta
■in angolo retto continuando per mezzo di un piccolo resi-
duo di muro ( lungo m. 0,80 e largo 0,62 ) verso l'emi-
ciclio nella linea precisa formata dal quarto paio dei
pilastri di travertino. All'estremità occidentale di questo
pezzo di muro feci fare un tasto. In luogo di un muro
di mattoni venne alla luce alla profondità di circa m. 0,30
un blocco di travertino rettangolare eccellentemente con-
servato, largo m. 0,78 ed alto 0,40. Esso sporgeva oriz-
zontalmente m. 0,62 sotto il residuo del muro teste de-
scritto, continuava però sotto il medesimo, il quale molto
superficialmente vi era collocato sopra.
Senza dubbio noi abbiamo qui incontrato il fondamento,
sul quale poggiavano i pilastri di travertino dei Rostri.
Ciò divenne certezza mediante una ulteriore osservazione.
L'estremità sporgente del blocco cioè mostrò quattro buchi
formanti un quadrato, profondi circa 3 cent, e larghi da
4 a 5 ; i quali non possono aver servito ad altro, che a
fermare un pilastro eretto su questo punto ed ora sparito.
La distanza di questo pilastro da quello di travertino
nella fila delle arcate è precisamente la medesima di
quella fra questo ed il pilastro di fronte. Non v'ha
dunque alcim dubbio che qui fu scoperta la terza
fila di pilastri, la quale aumenta la larghezza della
piattaforma dei Rostri appunto del doppio, e così la rende
proporzionata. Una quarta fila di pilastri non esiste. Il
blocco di travertino termina senza presentare tracce di
aver continuato; a m. 0,10 sotto la sua superficie venne
alla luce il medesimo pavimento di tegoloni , di cui ab-
biamo sopra parlato. In base di queste scoperte la rico-
struzione dei Rostri dovrebbe prendere forma essenzial-
mente diversa da quella tentata da Fabricius e Jordan.
Otto Richter
DI CORNETO 117
b. Scavi di Corneto
La mia descrizione degli scavi eseguiti ultimamente
per cura del municipio di Corneto-Tarquinia è questa volta
piìi corta del solito; poiché sopra una delle principali
tombe scoperte il eh, Dasti ha già pubblicato una rela-
zione circostanziata ', e debbo inoltre passare sotto silenzio
parecchie tombe , sopra le quali i processi verbali non
danno informazioni abbastanza precise , essendo mia opi-
nione, che neir interesse della scienza in tali rapporti siano
comunicati soltanto fatti sicuramente stabiliti.
Q-li scavi furono incominciati il 3 Novembre 1883
suir altipiano che sorge dietro le Arcatelle. Sull'orlo occi-
dentale di questo altipiano venne alla luce una tomba
dipinta lunga m. 8, larga 5, la cui porta spetta verso po-
nente. La camera ha tre panchine, due delle quali, cioè
le laterali , sono tronche. Le pitture, eseguite con grande
accuratezza sopra intonaco bianco, mostrano lo stile proprio
al più antico gruppo degli affreschi sepolcrali tarquiniesi.
Nel mezzo delle due pareti laterali e di quella di fronte
è dipinta con colore rosso cupo una porta , il cui orlo
inferiore si trova in immediato contatto colla sottoposta
panchina. Sulla cornice di ognuna delle porte che ador-
nano le pareti laterali , sono coricati due liopardi rivol-
gentisi il dorso, colle teste di faccia, mentre la porta di
fronte mostra sul medesimo posto due lioni coricati colle
teste in profilo. Due lioni correnti, l'uno dirimpetto all'al-
tro, adornano il frontone della parete dell'entrata, due lio-
pardi quello della parete di fronte, i quali ultimi sono
raggruppati attorno il ben conosciuto ornato in forma d'al-
tare. Tutti questi animali appariscono dipinti di colore
grigio-rossastro, mentre diverse particolarità, come le cri-
niere, sono rilevate con verde; nere sono le macchie dei
liopardi. Gira attorno le pareti un fregio composto di
' nuli. deU'InsL 1884 p. 12-16.
118 1. SCAVI
strisce rosse e nere. Nel soffitto la trave maestra è accen-
nata mediante una larga striscia rossa. Entro la camera
già anticamente spogliata non fu trovato altro che i fram-
menti d'un unguentario d'alabastro.
Ad occidente di questa camera ed in distanza d'in-
circa 25 metri da essa fu scoperta una tomba a camera
colla volta a tetto di schiena. Anche essa era già stata
spogliata e non conteneva altro che un' anfora attica a
figure nere (alta 0,45), anticamente ristaurata mediante
fili di piombo. Le pitture accuratamente eseguite rappre-
sentano in un lato la lotta d'Ercole contro le Amazzoni,
nell'altro la partenza di due guerrieri. Ercole (verso d.),
barbato e vestito d'uno stretto chitone e della pelle di
lione che gli cuopre l'occipite ed il petto, è nell'atto di
vibrare colla spada un colpo contro un' Amazzone , la
quale appoggiata sul ginocchio d. si trova avanti all'eroe
(verso d.), rivolgendo verso di lui la testa. Essa, munita
di chitone stretto, corazza, spada ed elmo ad alta cresta,
si difende debolmente, protendendo lo scudo (insegna:
maschera barbata) e calando l'asta, mentre Ercole l'af-
ferra al bastoncino che regge la cresta dell'elmo. Dalla
destra si avvicina un' altra Amazzone (verso s. ) , pie-
namente armata, che protende lo scudo e tiene il brac-
cio d. privo d'arma steso lungo il fianco. Una terza, che
veste uno stretto chitone ed un berretto scitico, si vede
dietro Ercole nell'atto di andarsene (verso s.), ma rivol-
gendo la testa (verso d.); essa tocca colla s. la faretra che
le pende sul dorso. li. Nel mezzo è in piedi una donna
completamente vestita (verso d.), che tira colla d. il man-
tello avanti alla guancia. Guarda un oplita barbato che
se ne va (verso d.), lo scudo nella s., nella d. l'asta, rivol-
gendo la testa (verso s.), mentre accanto a lui si trova un
cane mastino che malinconicamente inchina la testa. Un
altro oplita (verso s.) è in piedi dietro la donna, rivol-
gendo verso di lei il capo, nella s. lo scudo (insegna: tri-
pode l)ianco), nella d. l'asta. Esso è accompagnato da una
cagna che tiene il muso in alto.
DI CORNETO 119
Dopo questi saggi intrapresi sull'altipiano situato die-
tro le Arcatelle gli scavi furono rivolti sull'altipiano vicino,
dove avevano avuto luogo nella primavera dell'anno 1883.
Essi precedettero dall'oriente verso l'occidente , e la mia
relazione seguirà strettamente questo loro andamento.
Alla distanza di pressoché 45 metri dalle Arcatelle ed
alla profondità di m. 0,80 vi si rinvenne una tomba a
fossa che conteneva una cassa di nenfro. Entro la cassa
oltre alle ossa d'un cadavere incombusto furono trovati i
seguenti oggetti;
1) Una tazza di bronzo battuto (alta - col manico -
0,16; diametro della bocca 0,16) con denti di lupo graffiti
attorno l'orlo esterno della bocca ; il manico è fissato con
otto chiodi. In tale tazza erano posti due semplici anelli
(diam. 0,03 ; 0,04) , parecchie catenelle ed una fibula di
bronzo, la quale mostra un tipo simile a quello pubblicato
da Montelius Spiinncn frcln Dronsàdern I p. 65 fig. 83,
colla differenza però che il filo di bronzo che scende verso
il canale, è munito di tre bastoncini trasversali.
2) Un rasoio semilunare di bronzo, lungo 0,108.
3) Una punta di lancia di ferro, lunga 0,33.
4) Un coltello di ferro, lungo 0,15; manca però un
pezzo dell' anima del manico.
Oltre a ciò furono rinvenuti tre vasi d'argilla, di cui
l'uno, cioè
5) un orcio d'argilla bruuastra intonacata di nero
(alt. 0,16; la bocca in forma di foglia d'ellera) mostra la
medesima tecnica delle stoviglie che sogliono trovarsi
nelle tombe a pozzo, mentre gli altri due tanto per la
preparazione della pasta quanto per il lustro dell'intonaco
si ravvicinano già alle stoviglie di bucchero nero. Questi
vasi più perfetti sono due tazze:
6) alta col manico 0,06 ; diam. della bocca 0,062.
Essa è priva di piedistallo e trova riscontro in tre esem-
plari trovati nella tomba detta del guerriero {Mon. del-
l' InsL X tav. X" 16; Ann. 1874 p. 262 n. 16).
7) Ha due manichi verticali attortigliati e sul reci-
120 I. SCAVI
piente baccellature e rialzi in guisa di spina; alt. 0,06;
diam. della bocca 0,065.
A pochi passi dal sepolcro a fossa fu trovata la
tomba a pozzo descritta dal eh. Dasti nel nostro Bullet-
thìo 1884 p. 12-16.
Le faceva seguito una tomba a fossa (lunga 2 ; larga
1,20; profonda 3,50) che non era coperta, come al soli-'
to, d'una lastra di pietra, ma semplicemente di terra '.'
Già anticamente visitata, essa non conteneva altro che
un tripode in bronzo, una tazzetta simile al numero 6
della tomba a fossa teste descritta ed un orcietto di vetro,
alto 0,65. Il tripode appartiene agli oggetti più curiosi
rinvenuti in questa parte della necropoli tarquiniese. Il
piedistallo, alto 0,13, ha tre appoggi piegati in guisa di
ginocchio ed alla parte orizzontale di ognuno di essi è
imposta una figura di cavaliere. Tutte e tre le figure sono
lavorate in maniera molto gotta e manca eziandio l'espres-
sione delle braccia. Le loro teste sono coperte di oggetti
triangolari , coi quali V artista, a quel che pare, voleva
ritrarre elmi crestati simili a quelli trovati in alcune
tombe a pozzo '. L'orcietto di vetro fa un' impressione molto
primitiva. Sembra cioè non sofiìato ma fuso in una forma.
Il fondo mostra un colore bruno con splendore metallico
ed è distinto con strisce bianche ondulate \
Alla distanza di 15 metri venne alla luce una tomba
vergine a camera ( lunga , larga , ed alta m. 2 ) col sof-
fitto piano e munita di tre panchine. Sulla panchina di
fronte fu trovato lo scheletro (incombusto) d'un bambino,
e sotto la medesima panchina uno di quegli oggetti di
travertino che generalmente si rinvengono fuori o attorno
alle tombe. L'oggetto in discorso consiste in una lastra
oblunga (lunga 0,34; larga 0,12; alta 0,07), sulla cui fac-
ciata è scolpita r epigrafe ^è)MFl^ • >JflO<lfl>l , mentre sul
' Lo stesso metodo ò già stato osservato in duo altre tombe del
medesimo tipo •• Unii. 1SS3 p. 122.
' Cf. Ann. (IcWInH. 1883 p. 202;!.
■" È affatto si!iiil-^ allVsemplave descritto noi fìvll. lf^S2 p. 101.
DI CORNETO 121
piano superiore si scorgono gli avanzi di cliif coni rotti
e smarriti nello scavare la tomba.
Sopra ognuna delle panchine laterali era posta una
rozza cassa di tufo con entro uno scheletro di persona
adulta. Eiguardo poi gli oggetti che accompagnavano i
cadaveri, questa tomba mostrò un fatto del tutto eccezio-
nale. Tali oggetti cioè non erano deposti entro le casse,
ma sopra i coperchi. Sopra la cassa a d. furono trovati:
1) uli orcio di bronzo, alto 0,145 (diam. della bocca
tonda 0,105); il manico ha alla base un ornato a foglia-
me, mentre il semicerchio, col quale si attacca all' orificio,
tìnisce in due teste di cigni ; 2) mi unguentario d' argilla
grezza rossastra con alcune zone nere attorno il reci-
piente, alt. 0,27 (forma: Stephani Vasensamml. d. Ermi-
tage tav. I 32) ; 3) un' olla d'argilla simile (alt. 0,09) ; 4)
un trions (peso: grammi 18); 5) un quadrans (grammi 20);
ambedue le monete della repubblica romana.
Gli oggetti posti sulla cassa a s. erano i seguenti:
G) un piatto liscio di bronzo, alto 0,04 (diam. della bocca
0,10); 7) im gutUcs in forma di colomba, lavorato in ar-
gilla rossastra con intonaco bianco (lungo 0,13; alt. 0,09)
8) un unguentario simile a quello trovato sulla cassa dirim-
petto; 9) un'olla d'argilla grezza rossastra (alta 0,16; diam.
della bocca 0,12); 10) un piatto coperto di cattiva vernice
nera, simile ai prodotti delle ben conosciute fabbriche
calene (alt. 0,035; diam. 0,19); 11) un triens (grammi 20);
12, 13) due as, uno di gr. 30, l'altro di 29; ambedue coll'epi-
grafe ROMA. Merita attenzione il fatto che tutte le mo-
nete trovate in questa tomba sono abbastanza ben conser-
vate, mentre generalmente gli esemplari deposti nei sepol-
cri appariscono molto sciupati o anche rovinati a bella
posta '.
Accanto alla camera testé descritta fu trovata un'altra
di simile costruzione. La sola difterenza consiste in ciò
che le panchine non sono semplici, ma doppie ossia a
' nuli. 1870 p. 50; 1876 p. 14; 1882 p. 77.
122 I. SCAVI
gradinata. Ed anche il contenuto offre tanta analogia con
quello della tomba vicina, che ambedue le tombe debbono
attribuirsi alla medesima epoca.
Sulle panchine a s. furono trovati tre scheletri (incom-
busti), cioè uno sulla panchina superiore, due sull' infe-
riore. Ma gli oggetti che accompagnavano questi cadaveri,
erano sparsi confusamente sul suolo della tomba - segno
chiaro che la tomba già anticamente era stata visitata.
Tali oggetti sono i seguenti: 1,2) due orcii di bronzo
simili air esemplare n. 1 proveniente dalla tomba vicina,
l'uno alto 0,17, l'altro 0,18; il manico in ambedue al
di sopra è munito di due teste di cigni , mentre l'or-
nato della base consiste nell'uno in un fogliame, nell'al-
tro in una maschera donnesca; 2, 3) due unguentarii d'ar-
gilla rossastra, simili a quelli n. 2 e 8 trovati nella tomba
vicina; 4) un piatto basso e piano (diam. 0,145) dipinto
con buona vernice nera che ha un leggiero splendore me-
tallico ; sembra un prodotto campano o un' imitazione ben
riuscita di tali prodotti; 5-8) quattro piatti simili (diam.
0,14), ma di una tecnica inferiore; 9-13) cinque piatti
d'argilla giallastra coperta di vernice rossa, che rassomi-
gliano alle stoviglie arrotine. L'uno è ombelicato (diam.
0,12); due (diam. 0,13) hanno nel mezzo il bollo (in
rilievo) 8UP1, due (diam. 0,14) quello FÌ>I8.
Faceva seguito alla distanza di quasi 10 metri una
tomba vergine colla volta a botte, munita d'una bassa pan-
china alla parete sinistra. Sulla panchina era steso uno
scheletro (incombusto) attorniato dai seguenti oggetti: 1) una
punta di lancia in ferro (lunga 0,26); 2, 3) due orcii
(alt. 0, 27) di una fabbrica simile alla corinzia; i recipienti
sono dipinti con zone rosse più strette ed altre brune piìi
larghe e quest' ultime ornate di squame incise ; attorno
il manico due dischi sporgenti; 4) una tazzina (diam. 0,12;
alt. 0,04) con zone e strisce di puntini brunastre sopra
fondo giallastro, affatto simile all' esemplare riprodotto nei
nostri Ann. 1878 tav. d'agg. R 8; 5-8) quattro piccoli
alabastri (forma: Ann. dell' Inst. 1877 tav. d'agg. AB 18)
T)l CORNETO 123
che per la tecnica e per gli ornati accenuauo alla mede-
sima fabbrica del n. 4; 9) im' olla a due manichi (alt. 0,07 ;
diam, della bocca 0,11) coperta di buona vernice nera; il
recipiente molto gonfio è circondato di zone rosse; 10) un
vaso in forma di calice con zone rosse e brune sopra fondo
giallastro (alt. 0,09; diam. esterno del recipiente 0,14);
siccome l'orificio è circondato da un largo orlo sporgente,
così questo vaso non può aver servito per bere, ma piutto-
sto da thijmiaterion o da saliera; 11-15) cinque vasi in
bucchero nero lavorati al tornio, cioè due kanlharoi, cin-
que tazze senza ed una ad 1 manico; 16) una piccola
coppa con manici orizzontali, corti e grossi che fu tro-
vata aderente alla punta di lancia n. 1 ; ne manca il piedi-
stallo.Tale vaso fatto a mano è interessante, perchè oc-
cupa un posto di mezzo fra le stoviglie locali che si
rinvengono nelle tombe a pozzo ed a fossa, e quelle piti
recenti lavorate in bucchero nero. Esso cioè corrisponde
colle prime per la soverchia grossezza delle pareti ed il
tipo dei manici, colle seconde per la qualità dell' impasto
nero. - Vicino alla porta del sepolcro trovaronsi due grandi
olle grezze e prive di manico (alt. 0,44 ; diam. della bocca
0,22), lavorate al tornio in argilla rossastra.
Il 27 Febbraio finalmente fu scoperta una tomba a
camera (lunga m. 2,10, larga 1,60) col soffitto a guisa
di tetto a schiena e con due panchine laterali, sopra
ognuna delle quali era posto uno scheletro , mentre sul
suolo della tomba tra le panchine trovaronsi i seguenti
oggetti :
1) Una punta di lancia in ferro, mancante nella parte
inferiore, lunga - in quanto è conservata - 0,38.
2-4) Tre piattini ombelicati d'argilla (alt. 0,04; diam.
0,125). Il fondo apparisce giallastro, mentre l'ombelico e
le figure di cigni che lo circondano, sono dipinti con colore
brunastro. I cigni sono eseguiti col pennello largo e senza
contorni interni. Vi s'aggiungono sei vasi corinzii (n. 5-10)
cioè :
5, 6) due orcii , l'uno alto - compreso il manico -^
124 I. SCAVI
m. 0,39, l'altro 0,41, ognuno dipinto con tre strisce d'ani-
mali e munito di due dischi sporgenti attorno il manico.
7-9) Tre tazzette (forma: Stepliani tav. IV 181), alte
0,85; 0,09; 0,103; diam. 0,155; 0,15; 0,158. Tutte e tre
hanno in ogni lato del recipiente tra i manici una stri-
scia giallastra, sulla quale sono dipinti i soliti animali ed
ornati in guisa di rosette. Tutto il resto è coperto di ver-
nice brunastra.
10) Un grande alabastron (forma: Stephani tav. Ili
146), alt. 0,29, con tre zone d'animali.
11) Un piatto (alto 0,08; diam. 0,265) lavorato al
tornio in un'argilla giallastra piuttosto grossolana. Ha le
pareti sovercliiauiente spesse ed attorno l'orlo esteriore
ed interiore dell' orificio una striscia nero-brunastra.
12, 13) Due saliere (forma: Stephani tav. I 17), alte
0,056 (diam. della bocca 0,08), lavorate al tornio in argilla
rosso-giallastra. Alla fine vi erano anche tre vasi in buc-
chero nero, lavorati al tornio, cioè:
14) Un kantharos alto - compresi i manici - 0,12;
diametro della bocca 0,125.
15) Un calice, alto 0,08; diam. della bocca 0,14.
16) Un orcio, alto - compreso il manico r- 0,15; diam.
della bocca 0,07.
Alla distanza di pressoché 40 centimetri dal gruppo
d'oggetti or ora descritto ed immediatamente presso l'en-
trata del sepolcro fu trovata un'anfora attica (alta 0,395),
piena di cenere e di ossa combuste '. Le pitture accennano
allo stadio, nel quale i figuli attici stavano ancora sotto
l'influenza dello stile corinzio. Il disegno è caratteristico
e vigoroso. Oltre al nero-brunastro ed al bianco il pittore
ha impiegato con sovrabbondanza il colore rosso-violaceo.
Sul lato nobile è raffigurata la lotta d'Ercole e di Tela-
mone contro le Amazzoni : a quel che pare, la più antica
rappresentanza di questo mito tra tutte quelle finora cono-
' L'oso di servirsi dei vasi dipinti per ossuarii è già stato osser-
vato nella necropoli coinetana : cf. p. e. Bull. 1^78 p. 177-180, 1880
p. 50-51.
DI CORNETO 125
sciute. Nel mezzo si scorge Ercole (B ^ f A K U ^ 5), il quale
dirige un colpo di spada contro l'Amazzone Andromaca
(3fAMoqAH^ ), afferrandola ad una treccia dei capelli che
sporge sotto l'elmo. L'eroe (verso d.) è barbato e vestito
d'un chitone stretto e della pelle di lione, la quale, senza
coprire il capo, gli circonda il petto ; la faretra pende al
fianco sinistro. Andromaca (verso s.) pienamente armata
sembra di vacillare , mentre protende lo scudo e debol-
mente vibra l'asta; essa rivolge la testa verso il lato op-
posto (verso d.), quasi volesse sottrarsi con questo mo-
vimento al pugno di Ercole che l'afferra' ai capelli. A d.
di cosiffatto gruppo centrale vediamo un oplita barbato
(verso d.), cioè Telamone ( l/!oMA>l3T) , che ha raggiunto
un'Amazzone (3>IVA>I)' fuggente (verso d.), ma che rivolge
la testa verso di lui. Egli l'afferra colla sinistra, priva dello
scudo, all'appoggio della cresta dell'elmo e gl'inficca la spada
nel petto; l'Amazzone sta per cascare, tenendo colla d.
l'asta in direzione obliqua e colla s. abbassata lo scudo
tondo. All' incontro il gruppo rappresentato dietro Ercole
ci mostra l'Amazzone Ifito (l0iTO) ' nell'atto di uccidere
un guerriero greco, il quale, gettato in terra, cerca di
appoggiarsi colla s. che tiene lo scudo, mentre alza la d.
quasi supplicando. L'Amazzone (verso s.) afferra colla s.
la tenia che gli circonda la testa priva d'elmo, e vibra
colla d. l'asta per dargli il colpo micidiale. Il Greco non
ha baffi, ma una lunga barba aguzza, ed è armato di una
corazza squamata e di cnemidi. L'Amazzone veste un chi-
tone decorato con ornati in guisa di stelle ; il capo è privo
d'elmo e munito d'un krob'/los, il quale tanto nell'estre-
mità superiore quanto nell' inferiore sembra fissato me-
diante un anello. Merita attenzione la maniera colla
quale il pittore ha espresso l'occhio del guerriero ferito.
Quest' occhio cioè non ha il solito tipo tondo, ma appa-
risce ovale, e la pupilla è accennata immediatamente sotto
' Questo nome ?ar;i una forma particolare per r'Àavxt'j.
■ 'l(piT(ó è il feminino dol nome "Icpirog. Cf. Lobeck ótjfiartxóy
p. 312 ss.
126 I. .SCAVI
il contorno superiore, la quale maniera entro i limiti dello
stile arcaico caratterizza molto bene il venir meno dello
sguardo.
Suir altro lato dell' anfora è rappresentata la caccia
calidonia. Il cignale si slancia innanzi (verso s.) sopra il
corpo d'un cacciatore ferito, che sotto di lui giace sul
ventre, contro Castore (KAStOP) e Peleo (P^U^V^), che
gli vanno incontro (verso d,), vibrando ognuno una lancia,
mentre dietro il cignale procede Melanione (HOr\!A>|3M),
alzando la lancia con ambedue le mani (verso s.). Un cane
(AOPAO^) è saltato sul dorso del cignale; un altro lo
morsica nella parte di dietro. Tutti i cacciatori sono bar-
bati e vestiti di stretti chitoni e, prescindendo dal ferito,
muniti di spada, Castore ha una tenia attorno il capo.
L'occliio del ferito mostra un disegno simile a quello
della figura analoga rappresentata sulla parte nobile del vaso.
Sulla panchina a s. di chi entra tra le ossa del cada-
vere depostovi fu trovato un piccolo disco (diam. 0,012)
di pastiglia celeste , aderente ad un frammento di ferro.
Sul tondo sono incisi simboli poco chiari, che potrebbero
essere segni geroglifici malintesi.
Del resto il caporale degli scavi mi disse, che se-
condo la sua impressione la tomba non fosse stata tro-
vata intatta, ma avesse già subito una visita superficiale.
Tali sono i principali risultati degli scavi tarquiniesi
dal 3 Novembre 1883 sino al 1 Marzo 1884.
W. Helbig
e. Scavi di Pompei
(continuazione; cf. pag. 16 sgg. 103 segg.) ^
N. [89]
Piccola ma graziosamente disposta è la casa che segue.
La strada che da questo lato fiancheggia l'isola, è molto
trascurata; il marciapiede del lato S è distrutto; avanti alla
porta stanno nella strada stessa invece delle solite pietre
di lava, per poter traversare, due lastre di pietra calcare.
DI POMPEI 127
In questa strada fu trovato all'altezza di ni. 4 dal selciato
lo scheletro di una donna e quello di un fanciullo; di
quest' ultimo fu cavato il gesso , e apparse di 12 anni
air incirca e d'aspetto malaticcio. Vi si trovarono assieme
due braccialetti e due anelli d'oro; di questi ultimi uno
ha la cornucopia incisa in uno smeraldo, l'altro un Mer-
curio sedente in ametisto. Di più vi si trovò di bronzo un
vasetto di misura, un ago saccaie e una moneta.
La casa di cui stiamo per parlare è tutta dell'epoca
romana; non vi è anzi alcun motivo per supporre che
essa, nella sua forma attuale, sia più antica dell' ultima
epòca di Pompei. Le pitture son tutte fatte nell'ultimo stile.
A sin. della porta evvi un sedile di materiale. A cia-
scun lato poi di essa leggonsi due programmi elettorali
(pubblicati Not. 1882 p. 280), dipinti entro tabelle ansate
sui mattoni dealbati. Vi è scritto cioè a d.:
1. ROMANVM
O-V-F D-R-P
2 (sotto 1). FAVSTINVM
O • V F • D ■ R- P
EVHODIA ROG
e a sin.
3. M • L I C I N I V M
AED • V • A • S • P • P
4 (sotto 3). M . L I e I N I V M
AED • V • A- S • P • P
ACCEPTVS ROG
È possibilissimo che Acceptus ed Euhodia fossero i
proprietarii della casa in discorso. La quale è priva di
atrio. Si entra subito dalla strada in una specie di por-
tico a sorretto da due colonne, accanto al quale sta il
piccolo viridario b. - a doveva essere coperto orizzontal-
mente e sorreggere una terrazza, perchè altrimenti non
potevano essere accessibili le camere superiori al di sopra
di (7, e, k, f ed /, che sono perfettamente riconoscibili ed
erano prive di comunicazioni fra loro. La scala per salire
sulla terrazza non poteva essere altrove che in A, ove le
128 1. SCAYJ
pareti son bianche; essa poteva star libera, senza essere
appoggiata al muro, ove non se ne vedono tracce. Il mar-
gine della terrazza era ornato di antefisse : se ne raccol-
sero quattro con protomi muliebri sormontate da palmette
(Nat. 1882 p. 278).
Le due colonne son congiunte per mezzo di un basso
podio, interrotto da un passaggio, nel quale due lastre di
marmo di diversi colori formano una specie di ponte sulla
doccia; da quest'ultima l'acqua piovana poteva scolare o
sulla strada o nella cisterna, che ha un'apertura in «, - Nel
giardino sta un triclinio murato rivestito di stucco giallo di
sopra, rosso sulle superficie verticali. La tavola è coperta in
modo non del tutto regolare di lastrette di marmo di vari
colori. In a stava nell'angolo a sin. di chi entra, e, un arma-
dio, le cui pareti interne erano formate dai muri rivestiti di
stucco bianco, nel quale si vedono tuttora le tracce di due
scansie. Ed è probabile che qui si raccogliessero i seguenti
oggetti, trovati il 22 aprile 1882 sul lato sin. di a.: cin-
que vasi, una forma di pasticceria, due vasetti a misura,
un piede e maniglia di mobile , tutto di bronzo ; poi di
vetro : una bottiglia , due tazze , tre piatti, tre bicchieri,
43 globetti forati ; di marmo un piccolo mortaio; di ter-
racotta una scodella, una tazza con lavoro a stampa, un
vasetto contenente colore bianco; di osso uno spillo con
cruna. Vi si raccolse pure un frammento di tegola col
bollo L • EVMACHI { IS'ot. 1882 p. 241). - Nell'angolo a
d. di chi entra sta un piccolo focolare a due fornelli ,
destinato evidentemente a tener e ilde le vivande per quelli
che pranzavano sul triclinio murato in b.
Sulle pareti di (( son conservate le pitture seguenti:
1, fra d e k: capro corrente v. d.
2, fra k Q f: pantera seduta v. sin; alza la zampa
anteriore a d. e guarda indietro (v. d.) a una base; fra
ambedue un albero.
3, fra fé q: Pegaso che galoppa v. sin.
4, a sin. della finestra di i: grande cigno volante,
veduto di faccia.
DI POMPEI 129
Fra k e f: sta l'iscrizione graffita LATINVS; vi sono
graffite inoltre due teste virili clisetrnate malamente.
a
11 viridario h era ornato di piccole sculture in modo
simile a quello della nota casa di M. Lucrezio (Overbeck *
pag. 318). Vi si trovarono cinque testine per erma di carat-
tere bacchico : Sileno, « pastoforo barbato col capo coperto
di berretto rigato e col fiore di loto sulla fronte », tre
Bacchi indiani: uno coronato d'edera (rosso antico), due
con diadema (grechetto). Vi furono trovati inoltre una ma-
schera tragica, un rospo, una testudine, due mensolette, un
monopodio scanalato coli' iscrizione CAPAniriNOS incisa
in quel tondo che doveva reggere la tavola, tutto di mar-
mo. Di più due basette cilindriche d'alabastro e cinque
idoli (fra cui due bifronti) di terracotta, di quel genere
di cui tratta il Dressel Ann. 1882 p. 5 segg. , descritti
Not. 1882 pag. 360. Fu raccolto in a (1. e. p. 360) un
frammento di statuetta muliebre in alaì)astro; forse però
anch'essa faceva parte dell'ornato del viridario.
Delle località a sin. di a la prima, d, è un cubicolo
dipinto non senza diligenza nell' ultimo stile a fondo giallo.
Nel centro d'ognun compartimento della parete di fondo
è dipinto un grifone clie salta verso il centro della parete.
I compartimenti laterali della parete d'ingresso conten-
gono ognuno un cigno volante ; nel centro d'ognuna delle
pareti laterali è dipinta una testa di Medusa. Tutto questo
è eseguito in modo da non dover essere guardato troppo
da vicino. Il pavimento è composto di pezzetti di traver-
tino con file di pezzetti di marmo nero; il centro vien
formato da un esagono composto graziosamente di marmo
nero e verde.
Nel corridoio /r, che conduce al cesso l e alla cucina
e, furono trovati tre scheletri umani e con essi tre paia di
orecchini d'oro e un anello d'oro con pietra di lapislazuli ,
un amuleto di corallo in forma di phallus, una pietra con-
cava-convessa di smeraldo (larga m. 0,011), 27 monete
d'argento e 5 di bronzo, un piombino di bronzo in forma
di coppa e una cazzeruola anch' essa di bronzo.
130 I. SCAVI
La cucina e (che non vidi sgombrata) ha a sin. di
chi entra il focolare, nell'angolo posteriore a d. un altro
rialzo di materiale. Sul muro di fondo, sotto una finestrina
sul vico, è ben conservata la pittura seguente :
5, a. 0,59; 1. 0,70 ; disegno presso l'Instituto : Fortuna
in piedi, coronata di foglie e col fiore di loto sulla fronte ;
i capelli scuri cadono sulle spalle. È vestita d'un lungo
chitone giallo e d'una veste turchina a guisa di scialle.
Regge nella sin. la cornucopia, nella d. uu timone giallo,
appoggiato coir estremità inferiore sul globo. A d. e a sin.
una grande pianta con fiori rossi; di sopra tenie rosse e
gialle.
f è un triclinio , tutto , come pare , coperto di volta
decorativa; riceveva luce per una finestra quadrangolare
(1,18X0,93) dal giardino g. I compartimenti gialli delle
pareti sono intermediati da architetture fantastiche su fondo
bianco, il ciuale, con architetture simili, occupa anche la
parte superiore delle pareti. Vi sono le rappresentanze
seguenti :
6. 7: i compartimenti medii delle pareti laterali, e i
due compartimenti della parete di fondo contenevano
ognuno una testa rinchiusa a guisa di medaglione in una
ghirlanda di foglie ; diametro 0,34 ; sono conservate sol-
tanto sul compartimento d. del muro di fondo e sul
muro sin.
6, sul muro di fondo a sin, : testa muliebre che guarda
in su con espressione devota.
7, sul muro sin. : altra testa muliebre ma di espres-
sione tutta mondana; i capelli scuri, cinti da un nastro
chiaro, cadono in piccoli ricci sulla fronte.
Le due teste ricordano due altre conservate nella casa
di L. Cecilio Giocondo {Bull. 1876 pag. 167 n. 15. 16) di
espressione analoga, ma di grandezza maggiore ed esecu-
zione molto pili perfetta.
8, 9 sul muro d'ingresso; disegni presso l'Instituto.
8 a d. : un sorcio sta sopra un canestro tondo e pare che
cerchi di eutrarvi; uu fanciullo vestito di tunica gli si
DI POMPEI 131
avvicina da dietro ( v, d.) , col corpo chinato avanti e le
mani protese, come per acchiapparlo.
9, Dal medesimo canestro, senza coperchio, che vi
sta appogsiiato a sin., esce il sorcio v. d. Il fanciullo gli
sta incontro (v. sin.) colle mani aperte in atto di sorpresa.
10-12, nei compartimenti laterali delle pareti late-
rali : Amori volanti verso il centro della parete, nudi meno
una veste svolazzante a guisa di scialle.
10, nel primo compartimento della parete sin. : porta
sulla sin. un piatto, mentre ha la d. abbassata in dietro,
come per gittar qualche cosa che può aver presa dal piatto.
11, nel 2° comp. della parete sin.: sulla sin. il piatto,
nella d. un lembo della veste.
12, nel P comp. della parte d. : nella d. il pedum,
nella sin. un lembo della veste.
13-17: altri Amori fra le architetture della parte
superiore della parete , nudi anch' essi meno una veste
svolazzante a guisa di scialle.
13-14, parete sin., da sin. ; 13, veduto di faccia: nella
sin. il pedum, nella d. abbassata un grappolo d'uva. 14, v.
sin.: nella d. il pedum, la sin. alzata sorregge un canestro
con fiori posto sulla spalla.
15, parete di fondo, a d. : figura alata poco ricono-
scibile ; porta nella sin. un tirso, nella d. un oggetto non
riconoscibile (cantaro ?).
16.17, par. d., da d.; 16, v. sin.: nella d. il cantaro,
nella sin. nient' altro, come pare, che un lembo della veste.
17, V. d.: nella sin. il pedum, nella d. stesa indietro (a
sin.) una patera.
In questa sala si trovò a 2 m. dal pavimento, pro-
veniente dunque dal piano superiore, una vasca circolare
di marmo (diam. 0,82), nel mezzo della quale è scolpita
ad alto rilievo la mezza figura di un fanciullo che stringe
sul petto un'ampolla ed abbassa la testa sulla spalla d. -
Vi si raccolsero inoltre i seguenti OL'o-etti di bronzo : un
gutturnium, una lucerna, due strigili e un piombino {[\'ot.
1882 p. 377 ).
132 I. SCAVI
g era im giardino ; appiè de' muri ima striscia di ter-
reno larga 0,55 è rialzata un poco ; solo dalla parte di /"
è un po' pili bassa: probabilmente qui si coltivavano piante,
mentre lo spazio medio, ove si vedono avanzi d'un pavi-
mento, serviva per passeggiarvi, g dà luce a /", al vano
della scala /?, e alla camera i del n. 2.
i è una piccola camera, la cui finestra (1,23 X 1,04)
corrisponde alla fila delle colonne ; pare che fosse un cubi-
colo per due letti, di cui uno stava sotto la finestra, l'al-
tro dirimpetto. Le pareti son dipinte non senza diligenza
neir ultimo stile. Sopra uno zoccolo nero i grandi compar-
timenti rossi sono intermediati da stretti compartimenti
neri che contengono ognuno un candelabro giallo ; la parte
superiore mostra architetture fantastiche su fondo bianco.
Sui compartimenti medii delle pareti son dipinti gruppi
di vasi, su quelli laterali cigni volanti e grifoni.
Le località, superiori corrispondevano esattamente a
quelle del piano terreno. Delle loro pitture nulla è con-
servato.
Keg. Vili ins. 7.
N. 1^1. 2], sotterranei della casa [7-9]: vd. in appresso
N. [3] (NotiziL' 1883 p. 51).
Casa piccola e, come pare, povera; i muri son fatti
nella maniera degli ultimi tempi, e le pitture mostrano
lo stile della stessa epoca. - a fauces; avevano immedia-
tamente alla strada la porta a due partite, a. m. 3,19, 1.1,36,
fermata con due catenacci. 11 pavimento è di opus Signi-
num in tutta la casa. Nell'atrio b si vedono gli avanzi di
muri sottili (circa m. 0,20), indicati nella pianta con linee
punteggiate, per i quali erano divisi alcuni piccoli com-
presi, le cui pareti per lo più son rozze, quelle della
camera nell'angolo SE e di quella incontro all'ingresso
dipinte moUo semplicemente a fondo giallo e nero. In
(luesf ultima camera ovvi un' apertura della cisterna.
Essa riceve\a acqua dall' area adiacente a S, dalla quale
vi fu portata per un tubo di terracotta. Un canaletto co-
perto, che proviene da quella medesima area, passa sotto
DI POMPEI 133
l'atrio ed ha uno sfogatoio presso il margine posteriore
del compartimento medio. - Nell'angolo anteriore a sin.
stava un armadio; si ò fatto il gesso di que'lati del me-
desimo, che stavano addosso al muro. Neil' angolo ante-
riore a d. sta tuttora al posto un piccolo dolio, a. 0,60 m.,
un' aretta di travertino, a. 0,27 m., che in soli due lati
lia cornice e termine, ed era perciò evidentemente desti-
nata a stare nell' angolo. - e e d sono due cubicoli quasi
uguali, alti m. 3,24, dipinti semplicemente a fondo bianco
sopra zoccolo giallo in e, rosso in ci, ognuno con una fine-
stra quadrangolare sul vico. Mancano le soglie, che deb-
bono supporsi di legno, e così anche nella cucina p, an-
ch' essa con finestra quadrangolare sul vico. Addosso al
muro sin. sta il focolare, che ha presso la sua estremità
d. un rialzo di materiale a guisa di ferro di cavallo, de-
stinato a farvi fuoco sotto un vaso. Addosso poi al muro
di strada sta il cesso, e nell'angolo a sin, il condotto,
composto di tubi di creta, del cesso del piano superiore,
che ivi è visibile in forma di nicchia. Vi erano dunque
locali superiori ; non è visibile alcuna traccia di una scala,
ma bisogna supporre che fosse nell'atrio. - Nell'angolo
S E evvi un compreso del tutto rozzo ; invece del pavi-
mento pare che non vi fosse altro che terra.
In a si raccolsero {Not. 1882 p. 422) tre anelli d'oro,
fra cui uno, sul cui castone è incisa una figurina, uno
di metallo in filo a due teste di serpenti che si toccano,
il terzo di metallo in filo che si unisce ammagliato, di
pili una fibula per cavallo in bronzo, sulla quale è figu-
rata una testa di vecchio barbato, e 6 monete di bronzo.
Vari oggetti furono trovati nelle stanzette formate
nell'atrio con tramezzi sottili. Si trovarono il 7 Decem-
l)re 1882 in una camera a sin. due vasi di bronzo e una
tazza di vetro, ed il 19 Decembre nella stanzetta nell'an-
golo SO un caldaio di bronzo , un'accetta a martello di
ferro, e un fascette di strumenti anche di ferro (lungo
m. 0,51) che si credono di quelli che s'adoperano dai ma-
nescalchi {Not. 1882 p. 440). - In una camera a d. del-
134 I. SCAVI
l'atrio si trovò im vaso di misura in bronzo , il cui ma-
nico fluisce inferiormente in protome bacchica ; una piccola
protome bacchica , anche di bronzo , con avanzo di ferro
nella parte posteriore, che si crede un ornamento di mo-
bile; 4 monete di bronzo; 5 lucerne di terracotta, fra
cui uua a G lumi, le altre ad uno, due con teste sormon-
tate da mezzaluna; figura giacente di Sileno in terracotta,
che sdraiato sopra un masso coperto d'una pelle di fieiu
s'appoggia col gomito sin. sopra un otre, nudo meno ima
clamide, che dalla spalla sin. scende sulle cosce ; è lunga
m. 0,265, manca la testa, il braccio d., la gamba d. e
l'avambraccio sin. (cf. Noi. 1883 p. 51); due statuette
muliebri di alabastro assai danneggiate, una in piedi, l'al-
tra seduta, a. m. 0,12 e 0,13.
N. [4] {Not. 1883 p. 51; la porta che sulla nostra
pianta apparisce fra 3 e 4 è anticamente murata).
Stabilimento di un ortolano. Tutta la parte E del-
l'isola, benché ne sia scavata soltanto una piccola parte,
pare certo però che sia occupata da un orto, senza altri
edifizi all'infuori della stanzetta a sin. dell'ingresso ; evi-
dentemente però questa stanzetta ed il piccolo corridoio
sono l'avanzo d'un atrio demolito forse dopo il terremoto
dell' a. 63 d. C. Il corridoio (fmwes), largo 1,45, aveva
immediatamente alla strada la porta alta 2,40; il pavimento
(quella nota specie di Signinum con lava frantumata,
ornato di stellette composte di pietruzze bianche) s'innalza
fortemente verso l'interno ; un pavimentoidentico era anche
nell'antico atrio ed è conservato avanti all'ingresso della
camera. Quest'ultima ha due finestre quadrangolari, una
verso E, a. 1,0, 1. 0,9, discosta dal suolo 0,9, l'altra verso
S, a. 0,9, 1. 077, dal suolo 0,95. I muri E e S, con
queste finestre, sono d'origine posteriore, fatti quando fu
demolita la casa e istituito il giardino; sulle pareti N e
è conservata la decorazione latta nel terzo stilo a fondo
rosso, con rappresentanze poco conservate.
1, nel centro del muro N, senza cornice: a d. una
figura sedente con lunga veste e tirso (così pare: presso
DI POMPEI 135
l'estremità superiore il fiocco d'un nastro), verso sin., a.
col tirso 0,34; le sta incontro un'altra figura con lunga
veste, in piedi, del tutto irriconoscibile.
2. i compartimenti laterali contengono ognuno un
paesaggio (a. 0,36 ; 1. 0,30); quello a sin. ò irriconoscibile.
A d. sotto una tenda di vari colori si vedono persone
unite a convito. Nel primo piano una figura seduta per
terra suona le doppie tibie; da sin. arrivano due, una
dietro l'altra, che portano qualche cosa sulle spalle.
Nel giardino, scavato soltanto in piccola parte, si vede
chiaramente, a d. dell'ingresso, la terra lavorata. Nell'an-
golo NO è una vasca, la quale raccoglieva l'acqua piovana
dal vico. In quel punto cioè è stato messo nel vico un masso
di pietra calcarea, per poter passare in tempo di pioggia da
un marciapiede all'altro. L'interstizio fra questo masso ed
il marciapiede S è chiuso con un muricciuolo, per arrestare
l'acqua, che seguendo la pendenza del vico correva verso E;
ed in quel punto stesso un canaletto, passando sotto il
marciapiede ed il muro, portava l'acqua nella vasca suddetta.
I ritrovamenti fatti in questo locale sono in parte
conformi al carattere del medesimo. Vi si raccolse nei
giorni 10, 15, 17, 21 del Gennaio 1883 di ferro: un ra-
strello, un ronciglio, una zappetta, uno spuntone ; di bronzo:
un'olla, un caldaio, un ago saccaie, 26 monete, di più una
moneta d' argento ; di vetro : tre piccole bottiglie e una
tazza verde. Vi si trovò il 10 Genn. un frammento di
rilievo in terracotta di lavoro rozzo (largo 0,145) rappre-
sentante un uomo coricato sul fianco sin., con uno scudo
che gli cuopre le spalle. Nel giardino stesso si trovò il
28 Dee. 1882 lo scheletro di un uomo caduto supino, di
cui fu ricavato il gesso; vicino a lui furono trovate due
piccole chiavi di ferro.
N. [5]
Area risultata dalla demolizione di edifizi, probabil-
mente dopo il 63 d. C; non si era cominciato a rifab-
bricare. Dei muri indicati nella pianta presso 1' entrata
pochissimo è conservato. Anche delle colonne non restano
136 I. SCAVI
che le fondameuta ; erano di mattoni e stavano intorno un
piccolo viridario sopra uno stilobate d'opera incerta co-
perto di opus Signimcyn. All' incontro gli avanzi presso
Tanuolo NO sono conservati fino all'altezza che siamo so-
liti a trovare negli edifìzi di Pompei ; si noti che la porta
indicata nella pianta non esiste ma fu murata anticamente,
al pari dell'altra fra le due camere, nelle quali facilmente
riconosciamo l'avanzo di una casa colla porta di strada.
Segue verso un'area, la quale anch'essa dopo il
terremoto dell'a. 63 d. C. era stata sgombrata dagli edi-
fìzi antichi (di cui sul solo lato sono rimasti alcuni
avanzi), sulla quale però non si era ancora cominciato a
rifabbricare; non è chiaro neanche, dove fosse l'ingresso
{i\utizic 1883 p. 51). Nell'angolo NE degli avanzi sud-
detti è murata una colonna non scanalata di tufo. In &,
sul muro 0, è conservata in parte la pittura lararia: vi
si vedono - da sin. - i piedi del genio famigliare, quindi un
Lare con tunica rossa e turchina e stivali verdi, finalmente
un lungo bastone posto obliquamente, cui sono attaccati
certi oggetti rossi ricurvi, dipinti troppo rozzamente per
poter dire che cosa rappresentino (salsicce?); sotto il genio
famigliare sporge dal muro una lastra di mattone per le
offerte. Nella zona inferiore vedesi un serpe, verso d.,
nero, con ventre giallo e cresta rossa, il quale si dirige,
colla lingua protesa, verso un altra piccolo serpente nero,
che a d. sta avvolto intorno ad un oìiiphalos bruno co-
perto di rete verde, che poggia sopra una base quadran-
golare. In (7, sotto la scala murata , sta il focolare ; e
pare che fosse il cesso, a forse una dispensa. In un pic-
colo vano accessibile da cZ e e evvi un pozzo in parte
coperto , abolito , come pare , dagli antichi stessi ; egli
contiene, a testimonianza del prof. Sogliano (Nat. 1883
p. 51 ) , acqua sorgiva , e sarebbe questo il terzo pozzo
di tal genere scoperto in Pompei; gli altri due si tro-
vano nelle case di C. Vibio e di Popidio Prisco (VII 2,
18 e 20). Accanto al pozzo è murato nel muro un vaso
di piombo. Il vano ad E di a, accanto alla strada, contiene
DI POMPEI 137
un podio a guisa di bottega, la cui superficie è ornata di
pezzi di marmo; f è l'avanzo d'una camera dipinta nel terzo
stile. Il quadro clie forma il centro del muro di fondo è
mal conservato : rappresenta un sacello con una statua di
Pane simile a quella del quadro Sogliano 197, Mon. ti.
hìst. X tav. 36, e figure di adoranti.
Pare che in una di queste località fosse trovata il
28 Febr. 1882 una tibia di bronzo colla canna interna di
legno {m. 1882 p. 83).
N. [6]. {Not. 1882 p. 281 sg.).
Grande area circondata su due lati, e S, da por-
tici. Qui però tutto era in costruzione, ne si può dire, a
quale uso dovesse servire l'area stessa ed i portici. Pare
che non fosse ancora fatto il tetto dei portici; almeno
non se ne vede traccia alcuna all' estremità N del lato
0, ove il muro è conservato in altezza bastante ; né havvi
ne' portici traccia di pavimento. Anche le pareti son prive
di decorazione ; quel che se ne vede sono avanzi di loca-
lità esistite qui in antecedenza e demolite per creare
quest'area. Così all'estremità N del lato E è conservata
una gran parte della decorazione, fatta nell'ultimo stile,
di una camera situata in un livello piìi basso dell'area
attuale, e similmente dirimpetto sul lato 0. Verso la metà
del lato E, ove è un angolo , si vedono avanzi d' una
decorazione nel terzo stile, e poco distante dall'estremità
S del lato quelli d'una volta che copriva una camera.
Il portiiio doveva essere sorretto da pilastri di tufo giallo
tagliato a guisa di mattoni; però sul lato S son rimaste
tre antiche colonne di tufo, provenienti evidentemente da
un edifizio anteriore. Sul lato S, accanto al portico, è stata
murata una porta; da essa o si doveva ascendere per
mezzo dì gradini, o dava accesso a locali situati in un
livello più basso dell'area attuale; era larga m. 1,75.
N. [7-9j
Tutto il lato occidentale dell'isola è occupato da una
casa di grandezza media, appartenuta ad un fornaio. Avremo
ad occuparci di tre parti di essa, cioè:
138 I. SCAVI
1. Il pistrinoa-, che occupa il posto dell'atrio, colle
località destinate all'esercizio del mestiere.
2. Il peristilio coll'abitazioue del proprietario.
3. Il sotterraneo che si stende sotto la parte N
del peristilio.
La casa è stata fabbricata in tempi romani, e pro-
babilmente all' epoca del terzo stile decorativo (e. 1-50
d. C.) utilizzando però alcuni avanzi dell'epoca sannitica,
visibili accanto al pistrino. Pitture del terzo stile son con-
servate in in e ??, ove esse presuppongono costruzioni di
tufo giallo tagliato a guisa di mattoni, in parte solo, in
parte in alternazione regolare con mattoni. E ciò prova
una volta di piìi, che tale pietra non fu adoperata sol-
tanto, com'è stato detto, ' negli ultimi tempi di Pompei.
Per la fauce, che ha la porta immediatamente alla stra-
da, s'entra nel pistrinum{I^otizie 1882 ^àg. 281), ove tro-
viamo le sostruzioni per quattro mulini, e intorno ad esse il
selciato per i muli. Le pareti son dipinte semplicemente nel-
l'ultimo stile, con compartimenti rossi e gialli. Addosso al
muro N sta una pietra quadra di tufo che serviva probabil-
mente da tavola. Una tavola più grande stava addosso al
muro sin. (0), fra le due porte, ed era sorretta da due piedi di
legno, mentre l'altro lato era con due travi fissato nel muro.
Così presentemente la tavola non si riconosce che dai buchi
di queste due travi (a. 0,75, distanti fra loro 2,10) e da
due buchi corrispondenti nel pavimento, (distanti dal muro
0,80), ove stavano i piedi di legno. Una tavola simile ma
più piccola (m. 1) stava addosso alla stessa parete fra
la porta di /" e l'angolo anteriore. - a è il forno (tondo,
non ellittico, come sembra nella pianta); avanti ad esso
sta a sin. un vaso per acqua murato nel suolo, e accanto
a sin. im gran dolium.
6 è il panificiura; addosso al muro E sta un piede
murato della grande tavola : l'altro piede dev'essere stato
di legno. Nelle pareti, rivestite d'intonaco grezzo, si ve-
' Nissen Pomp. Slud. p. 15 ; cf. Mau ìwmp. Dcilr. p. 17 sgg.
DI POMPBI n139
dono i buchi dei mutui! per tre scansie. Il pavimento è
formato di opus Sìgniìium variato da pietruzze bianche
disposte irregolarmente. - e è ima camera senz' altra deco-
razione che uno zoccolo di stucco rossastro per l'aggiunta
di polvere di mattoni ; qui stanno, nei posti segnati sulla
pianta, due macine, e sopra ognuna di esse un basso bacile di
creta, che ne sorregge un altro di forma simile di piombo
(diam. m. 1) ; ognuno dei due bacili di creta porta il bollo
^ l/lOHTHìD ^
U Un4HVTA2y
Xel muro rf, che è privo d' intonaco, si vedono i buchi
dei mutuli per una scansia ; nel muro di fondo, ov'è con-
servato l'intonaco, tali buchi sono stati chiusi anticamente.
e ha semplicissime pitture a fondo bianco e un pa-
vimento di opus Sif/ninum; al muro d e di fondo era
attaccata una scansia. È ignota del pari la destinazione
di /■, senz'altra decorazione che uno zoccolo come quello
di ^; ha un ingresso separato dal vico occidentale, entrando
per il quale si aveva a d. una scala (due gradini di pietra,
il resto di legno) per località superiori, a sin. il cesso,
mentre per giungere in f bisogna scendere m. 0,60. Un'al-
tra scala stava addosso alla parete verso il pistrino, e
doveva passare sopra la porta e avanti ad im angolo di essa.
^ è la cucina ; entrando dal pistrino si ha a sin. il foco-
lare ; nell'angolo interiore a sin. sta il cesso, e a d., diviso e
nascosto per un muro piegato ad angolo retto, un fusorium.
Le porte di tutte le località menzionate erano munite
di antepagmenta di legno ed hanno soglie di lava, meno
quella della cucina, che pare avesse la soglia di legno.
Sono insignificanti i ritrovamenti fatti nel pistrino e nelle
località adiacenti. Nel pistrino si trovò un caldaio , una
pentola , una strigile e una fibula per cavallo di bronzo,
un trepiede da cucina di ferro, e una lucerna di terra-
cotta ; in f un cassonetto di serratura di bronzo, una boc-
cettina di vetro, un'anfora, 4 anforette, un oleare ed un
urceolo di terracotta.
{sarà continuato) A. ìIau
140 , II. MONUMENTI
IL MONUMENTI
RiposUglìo di Ascoli- Piceno.
Lotterà del sig. conte A. Silyeri-Gentiloni a W. Helbig.
Con piacere le faccio conoscere che nelle vicinanze di
Ascoli-Piceno, pochi mesi indietro, fu scoperto un tesoretto
di monete della Campania coll'epigrafe di Roma o Romano
e di alcuni esemplari greci.
Non posso indicare la località precisa della scoperta ;
però, da quanto mi fu riferito, sembra che siano state tro-
vate nelle colline prossime ad Ascoli lungo la valle del
Tronto. Esse erano conservate in un piccolo vaso d'argilla
che ha la forma d' un fiasco cilindrico colla bocca bassa
e stretta.
Tale vasetto, che ora trovasi nelle mie mani, conte-
neva 87 monete, delle quali 25 furono da me acquistate
e 62 andarono disperse; perchè furono vendute a diverse
persone. Avendo però avuto in mano l' intero ripostiglio
posso darle esatto ragguaglio di tutte.
Le monete da me possedute e che si conserveranno nella
mia raccolta sono:
1. Testa imberbe bifronte. /?. Roma incusso ; quadriga
veloce; forma grande: Carelli tav. 70 n. 3. . Esemplari 3
2. Simile, forma piccola: tav. 70 n. 2 . . » 1
3. Simile id. con Roma rilevato . » 1
4. Testa imberbe con casco. Roma. R. Cavallo
sopra clava: Riccio tav. 71 n. C » 1
5. Testa di Apollo laureata. Romano. R. Ca-
vallo senza freno sopra stella: Riccio tav. 7 1 n, 7. » 1
G. Testa dì Marte con casco. R. /?onia; busto
di cavallo: Riccio tav. 71 n, 4 » 1
7. Testa di Ercole giovane R. Romano; lupa
che allatta Romolo e Remo : Riccio tav. G7 u. 3. » 4
8. Testa imberbe con casco, R. Romano; Vit-
toria con corona in mano accanto ad un ramo.
di palma: Riccio tav. 67 n. 10 » 3
RIPOSTIGLIO DI ASCOLI-PICENO 141
9. Neapolis. — Testa di donna. /?. Bove con
faccia umana barbata sopra Vittoria volante che
l'incorona: Cavedoni tav. 77 e 78. Lettere va-
riate A • E • 1^ • Kl » 5
10. Cales. — Testa di Pallade galeata. R. Ga-
leno. Vittoria in biga: Cavedoni tav. 67 n. 2. . » 3
11. Tarentum. — Testa giovanile H. Lettere
variate TA o TAP; adolescente nudo a cavallo,
sotto delfino: Cavedoni tav. 108 n. 87 e 96. . » 2
Totale ^~2b
Moìiete disperse e vendute a varie persone.
Neapolis. — Tipo simile a quello sopra
descritto con lettere e numeri variati. . . Esemplari 16
Cales. — Simile alla sopra descritta ...» 1
Tarentum. — Simili come sopra: Cavedoni
tav. 108 n. 93 e 95 ...» 2
Campania. — Boma incusso con quadriga,
forma grande sopra indicata » 24
Idem, forma piccola già descritta. ...» 19
Totale ~62"
Così in tutte sono n. 87 monete.
Tale scoperta la credo importantissima e per l'ottima
conservazione dei nummi e perchè si acquista un nuovo
documento per stabilire che fra il Piceno e l'antica Cam-
pania e Taranto vi furono sempre relazioni commerciali.
b. Oggetti diarie figurata esistenti in Teramo.
Nelle tre provincie degli Abruzzi, alcuni anni indietro
da me visitate per ricerche epigrafiche, non esistono at-
tualmente che ben pochi antichi monumenti d' arte figu-
rata: né la marruciua Teate, né il suolo della valorosa
Corfinio, nò 1' antica Amiterno resero negli ultimi anni
marmi di qualche importanza, sia perchè non si fecero
escavazioni su vasta scala, sia perchè i pochi oggetti
142 li. MONUMENTI
casualmente rinveuuti passarono presto nelle mani di ne-
gozianti. Dei pochissimi frammenti riuniti nel piccolo
museo di Chieti e di alcuni bassorilievi ed avanzi di
statue esistenti in Aquila e suoi dintorni mi riservo par-
lare in altra occasione ; in Teramo all' incontro liavvi un
gruppo di oggetti d'arte figurata, che, sebbene anch' esso
meschino, merita tuttavia per le circostanze accennate di
esser segnalato con una breve descrizione.
La maggior parte degli oggetti proviene indubitata-
mente dalla nobile casa Delfico, in cui una volta trova-
vansi riuniti marmi figurati ed iscrizioni raccolte nel ter-
ritorio teramano ; una piccola parte dei marmi però fu
trovata durante gli ultimi anni in diversi punti dell'abi-
tato, e cosi pure le terrecotte, le quali si rinvennero nello
spianato delle Grazie fuori Porta Keale. La piccola rac-
colta è riunita nella Pinacoteca di Teramo ; e quantunque
non sia né ordinata né ben collocata, trovasi almeno al sicuro.
Marmi.
1. Erma bicipite: testa virile diademata e coro-
nata di edera e grappoli di frutti ederacei, con barba
piuttosto lunga. L'altra testa rappresenta un giovane dalle
forme tarchiate con poca barba lanuginosa ed i capelli
ricciuti (tipo simile ad Ercole, ma ancor meno ideale) ;
ha le orecchie alquanto staccate, il capo cinto da corona
di pampini e forse anche di foglie di quercia. Lavoro
decorativo, ilia sufficentemente buono.
2. Testa di statuetta che rappresentava forseCibele:
ha il capo velato cinto da corona murale a tre merli. Il
manto scende dalla corona sull'occipite. Lavoro mediocre.
3. Torso di statuetta di Igia, come sembra, con
avanzo del serpe sull'avambraccio sinistro.
4. 5. Statuetta alta 0,Go di buona esecuzione. Sopra
una roccia ricoperta d'una pelle d'animale (pantera?) siede un
giovinetto ignudo, mancante della testa e del braccio destro ;
anclie il braccio sinistro manca in parte e troncate sono pure
ambedue le gambe. La figura è rivolta un poco a sinistra
di chi guarda. (Jon la mano sinistra ancora superstite il
giovane stringe un otre che si trova aderente alla roccia.
OGGETTI d'arte IN TERAMO 143
Di questa figura esiste nel medesimo luogo una re-
plica quasi identica, più mutilata però e meno ben con-
servata. Differisce nell'otre che è disposto in modo un
poco differente. Le due figuro potrebbero aver servito ad
ornamento di una fontana, quantunque la bocca dell'otre
non sia forata né si scorga altrove alcuna traccia del so-
lito canaletto pel passaggio dell'acqua.
6. Bustino dell'imperatore Adriano (alto 0,22) con
la corazza ornata dalla testa di Medusa.
7. Busto grande al vero di Faustina seniore
colla solita ricca acconciatura de' capelli ; lavoro buono.
8. Busto poco più grande del vero, con suo cartello
e piede (alt. 0,78) ; oltre il petto si è rappresentata pure
la parte superiore delle braccia. Si può dire di perfetta
conservazione, altro non mancando che la metà del naso;
il marmo ba conservato ancora 1' antico pulimento. Rap-
presenta un uomo di giovine età, barbato, con i capelli
disposti a piccole masse egregiamente lavorate che si av-
vicinano ai ricciolini ; le sopraciglia e le pupille sono ac-
cennate. Si potrebbe pensare ad un Commodo giovine ; il
tipo certo è quello degli Antonini.
9. Testa di una giovane (ritratto) mancante del naso,
con acconciatura dei capelli simile a quella usata all'epoca
di Crispina. Anche in questa testa furono espresse le
pupille e le sopraciglia.
, 10. Testa di uomo attempato scolpita in pietra locale,
probabilmente un ritratto appartenuto ad una tomba. Il
lavoro non è fino, ma molto energico.
11. Diverse teste e busti acefali di ninna importanza
ed alcuni capitelli.
12. Vaso tondo di pietra locale mancante del fondo,
ornato di quattro teste d'ariete, dalle corna dei quali pen-
dono festoni. Nel margine supe/iore del vaso esiste un
canaletto per versare il liquido.
Terrecotte
Provengono, come già dissi, dallo spianato delle Grazie
fuori Porta Keale non pochi frammenti di terrecotte, appar-
tenenti tutti a tavole figurate del genere di quelle che fu-
rono già della collezione Campana. Siffatti fregi di terra-
cotta, comuni in Roma e nei suoi dintorni, non si trovano
•l^ft li. MONUMENTI
che assai raramente nelle provincie. e perciò gli esempi
scavati in Teramo meritano attenzione.
I fregi teramani spettano ad una stessa serie di rap-
presentanze, i cui soggetti si riferiscono al teatro ; non
trovano un perfetto riscontro fra le tavole finora conosciute
pubblicate (coli. Campana, Londra ecc.), ma hanno stretta
attinenza con un fregio della collezione Campana {antiche
opere in plastica tav. XCVIII) rappresentante una scena
di teatro comico. In quasi tutti questi frammenti riman-
gono le tracce dell'antica dipintura, specialmente di colore
rosso, né mancano i buchi rotondi per i chiodi, per mezzo
dei quali queste lastre si fermavano nelle pareti.
13. A destra di una metà di pilastro corinzio è rap-
presentata una donna avvolta in un manto : con la mano
del braccio sin. pendente sorregge una piega del manto,
il braccio destro avviluppato nel panneggio essa lo porta
al petto. La donna è rivolta a destra verso una porta soc-
chiusa; il rimanente, in cui dovrà supporsi essere stata
una seconda figura rivolta verso la prima, è ora perduto.
Sopra e sotto la lastra aveva la solita incorniciatura ar-
chitettonica: nella parte superiore correva un fregio di
bucranii, come sembra, e di rosette che si alternavano;
in quella inferiore un ornato « a merletto ».
Di questa terracotta ne esistono frammenti di quattro
esemplari.
14. Frammento d' una tavola, che in tutte le parti
accessorie corrisponde alla precedente, meno che la porta
è chiusa e che in luogo della donna vi è raffigurato un
istrione rivolto un poco a destra di chi guarda, con le mani
incrociate sul ventre. La sua faccia è coperta dalla maschera
comica ; veste un corto chitone cinto, ha le gambe ignude,
ma sembra che sia calzato con stivali piuttosto alti.
15. Frammenti minuti di altre lastre nelle parti se-
condarie del tutto simili alle precedenti, con avanzi di
figure maschili o femminili,
Enrico Dressel
Piii>P»!ÌORto il «lì :iO fjliisno IHH4.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOaiOA
N.° VII DI Luglio 1884.
SuWAtrium Vcstao. — iscrizione di Fossombronc. — Iscrizione di un
Hyranologus Matris Doum -, ed altra di un anUco ponto presso
Viterbo. — Dei monumenti rappresentmti gladiatori.
I. SCAVI
a. SuW Atrmm Veslae.
Al professore Enrico Jordan, lettera di Rodolfo Lanciani.
Carissimo amico,
Voi conoscete, per lunga prova, quanto poco tenace io
sia delle mie opinioni archeologico-topografiche : sapete
pure che, quando persone della vostra forza e della vostra
autorità mi dicono di avere sbagliato, ho l'abitudine di
chinare il capo e di mettere l'animo in pace. Nel vostro
ragionamento sulP Atrio di Vesta, letto nell' adunanza
solenne dell'Istituto del 25 aprile, e stampato nel fasci-
colo di maggio p. 88 e seguenti, voi dichiarate, come io sia
caduto in errore attribuendo ai tempi di Settimio Severo
la ricostruzione dell'Atrio , mentre deve essere attribuita
senza meno ai tempi di Adriano. Debbo anche questa volta
fare atto di contrizione? Alieno come sono dalla contro-
versia ed abituato a rispettare in voi il maestro della
scienza, lo farei ben volentieri, se si trattasse di uno
.scritto assolutamente mio : ma siccome la Kelazioue sulla
scoperta dell'Atrio è lavoro fatto per conto e per ordine
del Ministero, non vorrei, si credesse averlo io dettato
con negligenza, aver voluto vendere lucciole per lanterne.
Permettetemi dunque di esporre le ragioni che mi hanno
consigliato ad attribuire quella fabbrica ai tempi severiani :
10
\
k
146 I. SCAVI
e se, dopo averle prese in esame, voi confermerole la
vostra sentenza a danno mio, non rimarrà altro a fare che
ringraziarvi delPaiuto che ci porgete per iscoprirc la verità,.
Per determinare l'epoca controversa di una fabbrica,
i topografi si valgono di molti canoni, dedotti dalla qua-
lità e- dalla misura del materiale di costruzione , dalla
qualità e grossezza degli strati di cemento, e da cento
altre caratteristiche le quali, prese ognuna da se, dicono
poco nulla , prese e studiate in complesso dicono mol-
tissimo. Conviene pur tuttavia procedere col piede di
piombo neir applicazione dei canoni generali al caso spe-
ciale. Nel secolo d'oro si trovano cattive cortine e cattivi
reticolati, come si trovano eccellenti cortine nei secoli pivi
tardi. Vi sovviene del nostro povero Parker , e della sua
martingale relativa alle grossezze dei cementi? Contando
1 millimetri e i decimi di millimetro, egli sapeva distin-
guere una parete costruita nel febbraio dell'anno 52 dal-
l'altra costruita nell'autunno inoltrato del 217, e sbagliava
prodigiosamente nell'uno e nell'altro caso. Il sistema del
quale io mi valgo, è così semplice che non saprei come
spiegarlo. Ho studiato per venti anni gli edifici di data
sicura: ne ho analizzato la struttura: gli ho paragonati
gli uni con gli altri : e con questo esercizio prattico ho
formato 1' occhio alla cronologia architettonica , e giudico
di prima impressione. Quando si incominciarono a sco-
prire le pareti dell' Atrio di Vesta, le giudicai ad un tratto
e senza tante cerimonie come appartenenti ai tempi seve-
riani. Voi naturalmente dimandate il perchè ! A questa
dimanda, ripeto, è difficile rispondere. Le giudicai tali,
perchè così mi assicurava l'occhio addestrato dalla ven-
tenne esperienza. Vediamo, se mi sono ingannato.
In che modo si può distinguere una fabbrica adria-
nea da una fabbrica severiana? In molti modi senza dub-
bio: ma il più evidente e sicuro è quello di paragonare
la costruzione dell'edificio controverso con la grande massa
degli altri edifici certamente adrianei o certamente scve-
riani, e vedere, a quale tipo si avvicini di piìi.
sull' atrium vestae 147
Adriano h.i sempre costruito in reticolato con
legamenti e spigoli laterizi: Severo ed i suoi figli in
cortina: l'Atrio di Vesta e di cortina, dunque non è opera
di Adriano. Da questo argomento non s'esce, se non pro-
vando che Adriano ha costruito ordinariamente in cortina :
e credo assai difficile di provarlo.
La villa tiburtina è tutta di reticolato: di reticolato
sono i grandi docks di Ostia: il palazzo imperiale di Porto:
quello di Anzio: la villa detta di Settobassi, e cosi via
discorrendo. Trasportate con l' immaginazione l'Atrio di
Vesta nel bel mezzo di villa adriana e ditemi, se ò pos-
sibile che le due opere sieno sincrono, che sieno creazione
dell' istesso imperatore-architetto, che sieno state murate
dagli stessi artefici !
Come ho dichiarato di sopra, io attribuiva, nella mia
memoria sull'Atrio, a Severo l'edificio da noi ritrovato, per
puro istinto, e non solamente senza addurre le prove, ma
senza nemmeno averle meditate. Ma ora che voi mi chia-
mate a cortese tenzone, mi si affollano alla mente tante
ragioni che non so donde incominciare e come procedere
per ordine.
In primo luogo io dichiaro che - ammessa pure l'ipo-
tesi di una ricostruzione adriauea - la fabbrica di Adriano
non può essere quella giunta fimo a noi e da noi scoperta,
perchè vi è di mezzo l'incendio commodiano che la di-
strusse, e che dette luogo ad una nuova ricostruzione. La
violenza di cotesto incendio fu tale che le vergini riusci-
rono a stento a salvare il Palladio, e non si curarono nem-
meno di nasconderlo agli occhi profani, fuggendo di casa
e riducendosi a salvamento nel palazzo imperiale. Tutto ciò
è chiaramente certificato da Erodiano I 14, 4. Se dunque
PAtrio fu incenerito o danneggiato nell'incendio del 191,
non può non essere stato ricostruito da Settimio Severo,
il quale sappiamo avere ricostruita tutta la regione deva-
stata dal fuoco.
Voi avete inanifestato l'avviso che tutta la contrada
della sacra via sia stata riordinata da Adriano « in con-
148 I. SCAVJ
« seguenza dell' innalzamento del tempio di Venere e Koma
« sulla summa sacra via ». Al vostro piano regolatore di
Adriano, fondato sopra semplici congetture, io posso op-
porre il piano regolatore di Severo, certissimo ed indi-
scutibile. Tutto l'angolo delle fabbriche palatine rivolto
al foro è opera di Severo : il suo nome e quello del figlio
sono incisi nella pianta marmorea capitolina a pochi passi
dall' Atrio di Vesta. Passando dall' altro lato della sacra
via incontriamo l'edifizio dei ss. Cosma e Damiano rifotto
dagli stessi Augusti.
È egli possibile che l'Atrio di Vesta, distrutto o dan-
neggiato dal medesimo incendio, sia stato dimenticato nella
riedificazione di tutto il quartiere ? E notate , carissimo
amico, che nella ricca messe epigrafica raccolta negli scavi
della Nova via e dell'Atrio, il nome di Severo e di Cara-
calla è stato ritrovato ben cinque volte, inciso in fram-
menti di lapidi monumentali , mentre quello del vostro
Adriano brilla, come dicono , per la sua assenza : notate
pure che fra i busti imperiali ricuperati nell'Atrio si ritrova
bensì quello di Caracalla e di sua madre , ma non v' è
traccia d'un Adriano. Tutto ciò può essere effetto del caso,
ma è un caso degno di considerazione.
Aggiungete a questa serie di argomenti il medaglione
di Giulia Domna, Cohen III, 333 ; la identità delle cortine
dell'Atrio con le cortine severiane; aggiungete pure una
ultima caratteristica tecnica che vale tant'oro per me; ed
è quella degli strati di tegoloni bipedali frapposti agli
strati di tegolozza e di mattoncini a triangolo nella ossa-
tura dei muri. Questi filari di tegoloni distano l'uno dal-
l'altro m. 2,41 (talvolta m. 1,20). In tutti gli edifici seve-
riano - antoniniani si riscontra l' istessa caratteristica.
Ed ora permettetemi di prendere in esame gli argo-
menti da voi addotti per dimostrare la vostra tesi.
I. L'iscrizione senatus populusque romanu{s) pe-
cunia publica faciendam curavit , incisa sull'epistilio
della edicola a destra dei gradini che ascendono all'Atrio,
è del tempo di Traiano : in ogni caso non ò posteriore ad
SULL' ATRIUM VESTAE 149
Adriano. « E siccome l'edicola forma una parte essen-
« zi al e dell' edificio dell' Atrio, cioè sporge di fuori dalla
« parie ovest (corr. nord-est) del peristilio, così noi siamo
« costretti ad ammettere che il detto edifizio sia stato
« costrutto a' tempi di Traiano o di Adriano ». Nego
innanzi tutto clie l'edicola formi parte essenziale dell'edi-
fizio. L'edicola tocca semplicemente la parete orientale
dell'Atrio, ma non è d'un solo getto con la parete. I suoi
mattoni sono grossi 6 millimetri più dei mattoni dell'Atrio :
i suoi strati di calce sono grossi 7 millimetri meno degli
strati nell'Atrio. I filari dei mattoni del suo basamento
non infilano con i filari della parete dell'Atrio.
Ma si ammetta pure, per largheggiare, che l'edicola
formi parte integrante dell'Atrio, e che sia stata rico-
struita da chi ha ricostruito l'Atrio. Io non veggo nulla
di strano, nulla di ripugnante nel fatto che il ricostrut-
tore , chiunque esso sia, abbia nuovamente collocato in
opera il vetusto epistilio risparmiato dalle fiamme. Egli
è indubitato che taluni marmi andarono illesi nel disastro
del 191 : andò illeso fra gli altri il piedistallo della ve-
stale massima Pretestata, figlia di Crasso e di Sulpicia,
dedicatole in sullo scorcio del secolo primo. Il ricostrut-
tore della fabbrica e della edicola può benissimo aver
lasciato memoria dei nuovi lavori in una lapide incisa
sulla fronte del basamento, mancando ogni spazio nell' epi-
stilio. Quando Severo e Caracalla restaurarono la fabbrica
dei ss. Cosma e Damiano, il tempio della Fortuna muliebre,
il Pantheon otc, hanno forse cancellato i nomi di Vespa-
siano, di Livia, di Agrippa? Vi prego anche a voler osser-
vare che lo stile e la perfezione di quell'architrave scritto,
nulla hanno di comune con la trascuratezza di tutti gli
altri membri architettonici della edicola.
E poiché ho mentovato il piedistallo di Pretestata,
permettetemi di addurre un altro argomento formidabile,
dedotto appunto dalla cronologia di quei marmi onorari
scoperti a profusione nell'Atrio.
Lasciando dunque in disparte la base di Pretestata,
150 I. SCAVI
unica e singolare reliquia dei buoni tempi , voi avrete
senza dubbio osservato che la serie dei piedistalli inco-
mincia dall'anno 201 con Numisia Massimilla, e continua
quasi senza interruzione sino alla soppressione dell'ordine
avvenuta nel 394. Ora spiegatemi di grazia, perchè non
s'abbiano a ritrovare marmi del secondo secolo dell'im-
pero, a partire dal regno di Adi-iano fino al regno di Se-
vero ! Forsechè non esisteva di già la moda di onorare le
vestali massime con quei simulacri e con quelle iscri-
zioni? Esisteva almeno fino dal massimato della figlia di
Crasso. Dunque se la serie dei piedistalli incomincia dai
tempi di Severo , è segno che egli , egli solo, ha rico-
struito l'Atrio, dopo una distruzione quasi completa della
fabbrica e dei marmi che conteneva.
Una ultima osservazione a proposito dell' epistilio
dell'edicola. Voi esitate ad attribuirla piuttosto a Traiano
che ad Adriano; mi sembra che propendiate per il primo,
ed avete ragione. Traiano, come Severo Alessandro, fu
grande ricostruttore di edicole compitali (della qual cosa
fanno fede le iscrizioni C. L L. VI, 450, 451, 452 etc), men-
tre non apparisce che Adriano abbia presa la minima cura
di cotesti monumenti.
Ora, fra i due, dovendosi ragionevolmente dare la
preferenza a Traiano, vedete come voi stesso siate co-
stretto ad ammettere che Adriano, ricostruendo e l'Atrio
e r edicola, abbia fatto uso di un epistilio non suo. Se
ammettete l'eccezione per Adriano, potete ammetterla per
Severo.
II; Vengo ora all' argomento dei bolli impressi sui
mattoni . Tutti i bolli, voi dite, letti sia in opera sia nelle
macerie della fabbrica appartengono ai tempi di Adriano,
nessuno ai tempi di Severo. « È dunque un fatto posi-
« tivo che tutta la casa delle Vestali è opera dei tempi
« di Adriano ».
Io ho avuto in animo da qualche tempo di scrivere una
memoria « Sulla inutilità dei bolli figulini come mezzo
per determinare l'epoca d'un edificio». S'intende come re-
SULL* ATRIUM VESTAE 151
gola generale, perchè ogni regola porta le sue eccezioni.
Se si dovesse prestare cieca fede a quei sigilli, tutta Roma,
tutto il Lazio sarebbero stati costruiti nell'anno 123 del-
l'era volgare. In tutti gli scavi eseguiti da che mi occupo
di anticaglie, e in vent'anni ne ho visto eseguire parec-
chie centinaia (per usare una frase modesta), sempre sono
saltati fuori dai tegoli i nomi dei famigerati Petino ed
Aproniano. E quando gli abborriti eponimi non si presen-
tano di persona, si presentano in loro vece figuli i quali
hanno lavorato o nel 123 o in quel torno. Voi sapete
come lo stesso Marini, colpito dalla stranezza e dalla
pertinacia del fenomeno, abbia invano tentato di spie-
garlo. Nelle postille al numero 308 delle sue iscrizioni
doliari (p. 129 dell'edizione de Rossi in corso di stampa)
egli dice: « Siamo all'anno 123 ricchissimo di tegole
« differentemente sigillate con i consoli di esso Petino
« ed Aproniano, che è cosa ben singolare e degna di os-
« servazione, trovandosene sì poche con i nomi de'consoli
« degli altri anni : conviene credere che in quelle preci-
« samente il genio fabbricatore di Adriano fosse cagione
« che si moltiplicassero in Roma le officine doliari, e vi
« si lavorassero più mattoni che prima e dopo, por uso
« principalmente delle immense e molte fabbriche eh' ei
« meditava e che fece ». La spiegazione non tiene. Severo
e Caracalla hanno fabbricato dieci volte piìi che Adriano,
e quanti mattoni sono improntati coi loro nomi, o con
nomi di figuli vissuti in sulla fine del secolo secondo?
nemmeno la centesima parte di quelli improntati con nomi
di figuli di consoli adrianei. Io sono convinto che il fe-
nomeno non possa spiegarsi se non ammettendo che i for-
naciai abbiano continuato a usare le impronte apparecchiate
per il 123 per molti e molti anni di seguito: in ogni caso
egli è certo che, se anche tutta la popolazione urbana si
fosse data a cuocere mattoni in quell'anno memorabile,
non sarebbe riuscita a produrre il numero enorme, incre-
dibile, prodigioso che ne porta là data.
Ho detto poc' anzi che la regola generale porta ecce-
152 I. SCAVI
zioni. Queste eccezioui sono rarissime. Io conosco soltanto
per esperienza quelle offerte dalla villa adriana , dal pa-
lazzo imperiale di Porto, dalle terme di Caracalla, di Dio-
cleziano, di Costantino, nei quali casi si tratta veramente
di fabbriche costruite con materiali ordinati espressamente
a questa ed a quella officina : dimodoché quelle sterminate
pareti contengono una piccolissima varietà di sigilli.
Per ciò che concerne il nostro Atrio di Vesta, io vi
assicuro che se i bolli ritrovati appartenessero a una, a
due, a poche officine dei tempi di Adriano, forse io non
esiterei ad accettare i vostri criteri cronologici, a dispetto
degli argomenti contrari addotti di sopra.
Ma che assegnamento potete fare su quella moltitu-
dine di nomi, di fornaci, di predi, che variano, si può dire,
da mattone a mattone?
Nel catalogo dei sigilli da voi pubblicato (il quale
contiene soltanto tre quinti dei bolli dell'Atrio) si ritro-
vano diecinove nomi di proprietari di figuline, e ven-
tisette nomi di fornaciai. Ora, sia che la fabbrica sia
stata costruita direttamente per conto di Cesare, sia che
l'abbia fatta un appaltatore, è egli ragionevole il supporre
che il fisco 1' appaltatore si sieno rivolti a trenta o
quaranta diversi fornitori di materiale ? Ciò è contrario ad
ogni legge di probabilità.
Ma v'è di più. Alla p. 93 del vostro ragionamento voi
asserite che « le parti dell'edifizio, nelle quali i bolli si
« son trovati, sono membri originari del gran si-
« stema di costruzione ». Ora abbiamo i bolli 1, 3 Col
nome di Domizio Lucano il quale morì nell'anno 95 circa:
il bollo 27 con la data dell'anno 140: il bollo 16 con la
data dell' anno 141 : il bollo 7 con la data del decennio
145-154. Dovremmo dunque credere che, nell' epoca più
fiorente, più ricca, più tranquilla dell' impero romano, si
sieno sciupati sessant'anni per rifabbricare la casa delle
Vestali? che si sieno andati mendicando di fornace in
fornace i rifiuti, i vecchiumi con ribasso di prezzo? No
certamente. Accogliendo invece la mia opinione, attri-
sull' atkium yestae 153
biienclo a Severo la ricostruzione della casa, tutto si spiega
con facilità e verosimiglianza. Quando si pose mano a ri-
fabbricare, secondo il nuovo piano regolatore, il quartiere
più meno seriamente danneggiato dal fuoco, si demoli-
rono innanzi tutto le pareti rimaste in piedi. I materiali
delle demolizioni si accumularono qua e là in disparte
(come stiamo facendo ora in via Nazionale ed in via del
Tritone); e finalmente se ne fece novello uso negli edifici
ricostruiti da Severo. Può darsi anche che la produzione
delle fornaci nel secolo secondo abbia superato la richiesta,
e che, al principio del secolo terzo, fosse ancora disponibile
una copiosa riserva. Gli architetti romani, come ben sapete,
preferivano il materiale « stagionato », specialmente per
le piattabande.
Osservo in ultimo luogo che uno dei bolli più fre-
quenti nell'Atrio è quello che porta il nome di Caelius
Julianus c(larissimus) v[ìy). Questo bollo ha tutta l'aria
di appartenere ai tempi severiaui.
b. Iscrizione di Fossombrone.
Lettera del skj. prof. A. Veknakkcci a G. llcnzen.
Facendosi testé alcuni lavori campestri in un fondo della
nobile casa Albani, situato nella parrocchia di S. Martino
e precisamente nell'area dell'antico Forum Sempronii (a
poco piti che un miglio di distanza dall'attuale Fossombrone),
si è rinvenuta una tomba formata di tegole , sotto cui era
adoperata come sostrato la seguente iscrizione:
M • OPELLIO
ANTONINO
DIADVMENIANO
CAES
PRINCIPI
IVVENTVT
DEC • DEC •
PVBLIC
154 II. MONUMENTI
Fuori della tomba sonosi trovate alcune monete di
bronzo (del 2° secolo dell'impero), due anelli parimenti di
bronzo , frammenti di vasi di terracotta , di vetro , di
tegole, ec. L' iscrizione surriferita è in marmo : alta centi-
metri 81, larga 57. Altro non ho a dirle, non essendosi prose-
guiti gli scavi più di quanto occorreva pe' lavori campestri.
IL MONUMENTI
a. Iscrizione di un Hymnologus Matris Deum.
Dobbiamo alla gentilezza del eh. prof. Laubmann,
prefetto della K. biblioteca di Stato a Monaco, la notizia
di un piccolo codice epigrafico, nascosto prima in quella
biblioteca fra varie carte senza valore, ma recentemente
rimesso in luce e segnato col n. 27313. Il codice è scritto
dalla mano di Hartmann Scbedel, di cui nella stessa bi-
blioteca già da molto tempo è ben conosciuto agli studiosi
un altro codice più esteso ', il n. 716 Lat. , pregevole
per i frammenti che contiene del diario ciriacano e per
la silloge epigrafica di Lorenzo Behem '. Esaminando il
nuovo codice, al primo aspetto mi sembrò di pochissimo
valore, non trovandovi quasi altro che iscrizioni volgari
nelle collezioni epigrafiche del secolo XV, e queste in copie
molto deteriorate, inoltre qualche rozzissimo disegno archi-
tettonico. In mezzo però a tutta questa roba volgare restai
sorpreso nel trovare una iscrizione non soltanto inedita,
ma né anche rinvenuta, quant'io sappia, in ninno dei tanti
codici epigrafici che sono stati esaminati per il Corims In-
scriptio7ium Lalinarum. Eccone il testo (cod. cit. f. 276) ^:
' Se non il nuovo codice è forse un frammento di quest'altro.
' Cf. De Rossi, Nuove Memorie dell' Ist.i). 503 scgg; C. I. L. VI
p. XLII, n. VI.
' La nuova iscrizione occupa il primo posto su questo foglio,
ISCRIZIONE DI UN HYMNOLOGUS MATRIS DEUM 155
TI-CLAVDIO • VELOCI
HYMNOLOGO PRIMO
M • D • I • E^ ATTI/iIS P VELICO
AMERIMNVS • LIB
PATRONOOPTIMO
H-M-D-M- A
Fo osservare che nel codice l'iscrizione in gran parte
è scritta in caratteri minuscoli e senza distinzione di linee;
inoltre che alla 1. 2 sta scritto hymnologio invece di
HYMNOLOGO, ed alla 1. 3 M • DIEATTILIS.
L' iscrizione è pregevole per il titolo nuovo nelP epi-
grafia di hymnologus primus Matris deum Idaeac et Attinis
publicus. Del culto puìoblico della Mnter magna a Roma —
e che a questo, non a qualche culto municipale o privato si
riferisca il titolo di Ti. Claudio Veloce, lo prova l'attributo
publicus — non si conosceva finora altro sacerdote che
Varcliigalius Matris deum mognae Liaeae et Attis populi
ììomani (Orelli 2320 = C. I. L VI, 2183). Ora sappiamo
che oltre l'archigallo si avevano non uno, ma diversi
h]im.nologi Matris deum, addetti senza dubbio alla reci-
tazione, e forse anche alla composizione degli inni sacri in
lingua greca, che richiedeva il culto di questa dea ' ; e di tali
ìiìjinnologi una volta il nostro Tiberio Claudio Veloce era
stato l'anziano {primus). Pare che ad h>j)unologi di questo
genere si riferiscano le parole di Giulio Firmico Materno
il pagano {Matlwscos lib. 3, 6): ìnjmnologos et qui deoruno
laudes cum iactantia et ostentatione decantenl ; mentre
queir hymnologus, del quale abbiamo la memoria sepol-
crale nel Corpus Inscr. Lat. VI, 9475 = Orell. 2G17 [Ti.
non porta indicazione di Iuoo;o; segue, egnalmoiite senza indicazione,
riscrizione romana di Flavia 0. l- Z/rt^m^ pubblicata dal Muratori 1536,8
dalle /?crorrfa^'o?ia manoscritte di Nic. Pacediano, e che si trova inoltre
nelle compilazioni epigrafiche di And. Alciato e dì Ciio. Clioler.
' Servius ad Vergil. Georg. 2, 394: hymni vero Matris deum
ubili ne propriam i. e. Graccum linguam reqìiiriint.
15G II. MONUMENTI
Claudio Glyplo, hymnologo de campo Caelemoìitano), se era
sacerdote, certameute uou era addetto al culto pubblico
della Mater dcum.
H. Dessau.
h. Iscrizione d'un antico ponte presso Viterbo.
Nel tratto della via Cassia sul territorio di Viterbo, a circa
tre chilometri dalla città stessa, ò un ponte romano, detto di s. Ni-
colao dal notne della contrada. È un ijoute di un solo arco, e cavalca
un fosso. Metà della volta è rovinata, s'ignora in qual'epoca, ma non
lontana; ed è stata ricostruita con opera moderna per mantenere il
transito, non però in tutta l'antica larghezza. Molti dei grandi paral-
lelepipedi di travertino di un fianco del ponte, e dei massi della volta,
giacciono ancora lungo il fianco del ponte stesso in parte rovinato, e
nel letto del fosso.
Era memoria che una lapide esistesse sul parapetto del ponte,
indicante che questo era stato costruito dall'imp. Tiberio e restaurato
da Vespasiano. Il P. Feliciano Bussi, nella sua Storia di Viterbo edita
nel 1742 (e fortunatamente una sola volta), lasciò scritto che a quel-
l'epoca la lapide stava ancora sul ponte, e ne die' il testo, ora però rico-
nosciuto inesattissimo. Forse egli neppure la vide, e si contentò di ciò
che qualcuno gliene riferì a sproposito tanto circa la disposizione, quanto
circa il tenore della medesima.
Opinavasi quindi che, caduta la volta dopo quell'eiioca, la lapide
fosse caduta con essa e giacesse sotto il letto del fosso. Ivi infatti più
volte erano stati, anche da me, esaminati i massi; e leceutemente io
mi proponevo di far qualche scavo nel letto, nella speranza di trovarvi
la lapide sepolta.
Non son molti giorni, fui avvertito essersi veduta poco lungi
dal ponte una pietra incisa ; e sospettando fosse quella ricercata, corsi
sul luogo. Era meco il sig. Bonifacio Falcioni, che mi fu guida, e che
primo avevanc avuta la notizia, intelligeutissirao e zelante raccoglitore
di antichità, e corrispondente di cotesto Imp. Istituto. Non tardammo
a riconoscere esser quella precisamente la lapide ricercata, sebbene il
testo fosse diverso da quello, che avevamo sott'occhio, del P. Bussi.
Non giaceva sotto il ponte, bensì circa 20 metri lungi da quello,
ed in un punto più elevato, entro una vigna , e presso la siepe che
flancheggia la strada; ciò che indica che, quando fu tolta dal luogo,
si cercò di trasportarla, forse in Viterbo, ma pel peso enorme (la cu-
bicità fa calcolare circa duemila chilogrammi) e per la cattiva condi-
zione della strada se ne abbandonò il tentativo, e la lapide fu rove-
sciata nel fondo adiacente. Stava a fior di terra, in mezzo a filari di
viti, ed in parte scoperta nel lato scolpito: per cui fa meraviglia che
nessuno vi avesse mai fatto attenzione.
Anziché nel centro del parapetto, come sospettavasi, la sua mole
fa ritenere che dovesse stare nella testa del medesimo, col prospetto
verso la direzione della .«trada.
ISCRIZIONE d'un antico PONTE PRESSO VITERBO 157
Sebbene la superficie sia molto corrosa, tuttavia lo scritto si
leggo, con qualche attenzione, ancor sufficientemente; come segue:
TICL \auDlVS
CAEJ JsARAvG
FECIT
IMP CaESARAvg
VE5PASIANVS
P ONTIFEXM A X
TRIBVNIC POTESTÀ!
IMP XVIII PP COS
Vili CENSOR RESTITVIT a. p. C. 77 78
alt. m. 0,60
La pietra è scabra e difettosissima : un cattivo travertino ; la su-
perficie ha subito, a motivo dell'umido contatto della terra, una disgre-
gazione tale che all'incisione delle lettere è rimasta una tenuissima pro-
fondità. L'assenza di qualsiasi benché leggerissima traccia di punti, e
la estrema compattezza delle parole in alcune linee danno ragion di
credere che nessun punto esistesse tra le parole, neppur dopo quelle
abbreviate. La lesione che vi si vede, doveva esistere già nella cava,
sia perchè non va piìi a fondo di 20 centim., sia perchè la distanza
fra le lettere nelle prime due linee indica che il quadratario trovò già
un difetto (successivamente fattosi maggiore per la poca compattezza
di materie eterogenee), e lo saltò.
La disposizione delle linee e delle lettere è quale sta riportata,
col margine al principio delle linee, coU'ultima lettera dell'ultima linea
appena tracciata nell'angolo del rilievo della cornice per mancanza di
spazio. Anche l'irregolarità della forma quadrangolare è quale appa-
risce nel disegno; larghezza maggiore in cima, minore in fondo.
La lapide è stata trasportata nel museo municipale.
G. Oddi
III. OSSERVAZIONI
Dei monumenti rappresentanti gladiatori.
L'unico monumento che, secondo l'iscrizione che l'accompagna,
rappresenta senza alcun dubbio un gladiatore del genere dei provoca-
lores, è quello del provocator Anicetuf, che si trova murato nel museo
Capitolino.
Ecco l'iscrizione {C. I. L VI 10183 :
DM
ANICETO PROV-SP *
A-EL-MARCION-DO
CTOR-ET-PRiMvs (sc. palìis provocalorum) b-m
' Le lettere SP sono spiegate dal Garrucci nel nostro Bullet-
tino dell'anno 18G5 p. 78 spatarivs , perchè un'altra iscrizione esi-
158 III. OSSERVAZIONI
Sappliimo che ì provocatore-i esistevano già noi tempi di Cicerone,
che nella sua orazione Sestiana § 1:34 dice di Publio Vatinio; Cun v:ro
{Valiniui) ne de venaiibus quideoi homincs elccloò,scdex crfiasluUs em-
plos ìiominibits gladialoriis ornavit et sortilo alias Samni Ics, alias pro-
vacatorcs feceril, tanta liccnlia, tanta Irgum camtcmptio nonne qiicin ha-
bitura sii exitinn pcrlioxescit.
Secondo Cicerone dunf^uo i provocalorcs erano del tutto diversi
dai S'i*ìiniles. I pravocatorcs poi sono citati principalmente daArtemi-
doro Oairocr. II 32, il quale insegna che un provocalor indica una
mojjlie bella e piacevole, ma temeraria e ardente.
Da queste parole e dal nome stesso dei provocatori risulta cer-
tamente, che essi erano nei combattimenti dell'arena la ])arte agtjrcs-
siva e provocante, e per ciò sembra pure, che appartenessero alle ar-
mature leggere. Ma quest'ultima conclusione è impossibile, visto il mo-
numento del nostro provocatore Aniceto. Egli mostra cioè chiaramente
un gladiatore, il quale ò munito di elmo adatto che cuopre pure
la parte superiore del collo, mancante però della tesa; di uno scudo
bislungo, curvo e nel suo mezzo un po' prominente, d'una spada corta
e diritta, d'una manica, un grembiale con cintura e sopra tutto alla
gamba sinistra di una grande cerea ' che oltrepassa il ginocchio,
mentre della gamba destra soltanto una piccola parte è cinta da
fascie. Una tale aerea si trova in genere solo presso i Tliracces che
hanno ambedue le gambe difese in questa maniera: ma esistono pure
almeno due monumenti di gladiatori Sanniti che portano questo riparo
alla gamba sinistra, l'uno proveniente da Dyrrhachium (Heuzey-Daumet
Mìssion archcalog. de Mackloinc p. 30), l'altro da Srayrna ed ora esi-
stente nel museo di Berlino (cf. archaeol. Zeli. 1882 tav. 6,3). Ora
noi abbiamo un terzo esemplare di questa armatura; poiché non può
esservi alcun dubbio, che anche l'Aniceto abbia l'armatura sannitica.
Egli però si chiama provocalor. il quale secondo Cicerone è tutto di-
verso dal Sannite. Si potrebbe immaginare che l'artefice abbia sbagliato
nell'iscrizione o nel rilievo, ma la conoscenza delle armature di
gladiatori era così grande e diifusa presso gli antichi Romani, che
quella congettura non e verisimile. Dunque resta soltanto la possibi-
lità seguente :
Vediamo cioè nei monumenti tre diversi generi di Sanniti. Gli uni si
battevano coi reziari e si chiamavano seculores; gli altri si battevano coi
Thraeces ed avevano probabilmente il nome oplomuchì (cf. Meier de gla-
dlat. Roìnana p. 22 sgg.): invoce il terzo genere soleva comporsi con
bestie; per esempio nel musaico di Reims oltre numerose altre lotte vi è
disegnato ancora il combattimento di un Sannite con un orso (cf. Lo-
stente nella vigna Randanini [C. I. L. VI, 7659) dice: ..... prou.
spat. \ . . . ng . q . u. a . XlIX | . . . . niis ■ prou | lud . mag . s \ . m . f.
Ma neppure le parole prov spat mi sembra possano essere inter-
pretate provocalor spatarius. cioè provocatore munito di una grande
spada, poiché non conosco alcuna specie di gladiatori, che abbia un
nome composto in tal manierr.. Perciò vorrei accettare la congettura
del Wilmanns [Exempla 2600) che fosse scritto spat invece di spect ,
cioè spcctalus.
' Anche quel provocatore nella vigna Randanini porta alla gamba
sinistra un'ocrca.
DEI MONUMENTI KAPPR. (RADIATORI 159
riquet Mosaiqiies de Rhdms ])1. 7) ed ò verosimile, clic questo gladia-
tore sia un provocalor. Se tale congettura ò giusta, si spiega benis-
simo, perrhò puro gladiatori di armatura grave potevano chiamarsi
provDcalures ; poichò noi cuml)a1timcnti con bestte l'uomo doveva seraitre
provocare ed incitare queste, fosse armato leggermente o gravomcntc.
Però non doblnamo fare uso di questo nome provocalor esclusivamente
pei bestiari! sannitici, perchè anche gli altri generi di gladiatori pro-
priamente detti si battevano con bestie; ])er esempio un bestiario tra-
cico lottante con un orso è rappresentato sopra un monimento esistente
in Chàlons «/S. (cf. Mém. de la Socièlé d'hisloirc do Chdlom 'jS. IV
pi. 1) ed un eques, il quale caccia un cervo, è pubblicato dal Garrucci
nei GralJlti di Pompei (tav. XIV 5).
Poi si vedono alcuni hestiarii gravemente armati sopra terre -
cotte del museo Campana (tav. 93) e del museo Kircheriano, i quali
hanno una grande somiglianza con i Thrances e i Saìiiniles, ma non sono
identici coi medesimi ; poiché quello che sembra essere un Thracx, ha
soltanto un gambale , e quei con scudo e spada dei Samniles non
hanno una sinistra ocrea , ma soltanto fascio ad ambedue le gambe.
E la stessa cosa si vede nel celebre rilievo di Torlonia (Man. d. iiisl. HI
tav. 38), sopra il quale si trova pure un hcsUarius con armatura partica.
E molto probabile, che tutti questi giostratori abbiano avuto
fra loro un nome comune, ma diverso dal nome degli altri bestiario
Quindi il Friedliinder {Sillem/cschichtn IV p. 323) crede, che si chia-
massero vonalores^ mentre che il nome hcsllarii si riferisca ai giostratori
armati leggermente, per lo più con una lancia e con fascie. Ma ognuno
mi concederà, che il nome di venatorcs non convenga a questi gladia-
tori, i quali differiscono essenzialmente, mi pare, dai cacciatori. Invece
sappiamo, che vere caccio, siccome si usavano presso diverse nazioni ,
erano mille volte imitate nell'anfiteatro, e sembra dunque assai verosi-
mile, che fossero chiamati venalores quei bestiarii, che facevano uso di
brache ed erano muniti completamente d'arnesi da caccia. Questa con-
gettura è confermata benissimo da una testimonianza di Giovenale, che
dice IV 99: « profuit ergo nihii misero, quod cominus ursos fìgebat
Numidas Albana nudus arena venator ».
L'Acilius si chiama nudus, perchè manca dell'elmo e dello scudo,
ma però è un venator.
Che questi venatores., benché leggermente armati, fos=!ero molto
differenti dai volgari bestiarii condannati a morte, e si onorassero nella
stessa maniera dei veri gladiatori, lo mostrauo due monumenti fune-
rari. L'uno è un rilievo in Parma, pubblicato da Lama, laser, ant.
n. XXII p. G9, e l'altro un bel sarcofago del palazzo Lepri-Gallo,
pubblicato da Kalkmann nella archaeologischc Zeiliinrj 1883, tav. 8. A
destra si vede Ippolito a caccia, a sinistra è rappresentata Diana presso
un venalur munito di tunica, una specie di sopracalze, un panno ed
una lancia da caccia.
Ambedue le persone hanno fattezze individuali e per ciò è
chiaro, che questo sarcofago sia stato scolpito espressamente anche per il
venator ma tale circostanza non potrebbe spiegarsi in nessuna maniera,
se quest'uomo leggermente armato fosse stato un di quei bestiarii con-
dannati. — Vediamo dunque, che il nome di vmatores non si può ri-
ferire ai bestiarii con gravo armatura. Ora se noi cerchiamo un altro
nome per questi giostratori, non ne troveremmo, mi pare, uno miglioro
di quello di provocalor cs., ed io almeno sono convinto, ch'eglino fossero
160 111. OSSERVAZIONI ECC.
chiamati veramente così. Una cosa soltant) sembra opporsi a quest'idea ;
poiché sappiamo, che i provocatorcs non appartenevano in Roma al htdus
matulinus, come »li altri bestiarii, ma al Ituius mariniis\ cf. G. I. L VI
7659. Però la loro armtltiira e la loro istruzione dai doclorcs sono così
differenti da quelle dei vcnalores e così simili a quelle dei veri gladia-
tori, che non può sorprendere la loro pertinenza al liidus magiius.
Congetturai nella mia dissertazione Quaestiones selectae de gla-
diaiata Romana, Bonn 1881 p. 19 sgg. che i scculores avessero avuto
un'armatura sannitica e appartenessero ai gladiatori gravemente armati.
L'esame esatto dell'originale di Urbicwi seculor a Milano e special-
mente quello del gesso mi diede la certezza che questa opinione fosse giu-
sta '. La pubblicazione presso Rosmini, Storia di Milano II, pag. 277 (cf.
anche Labus ibid. IV, pag. 435 e segg.), la quale e sufficientemente accu-
rata, oifre la migliore riproduzione del rilievo ed è assai preziosa in specie
per la ragione che l'originale oggi non mostra più chiaramente, come pri-
ma, alcune particolarità dell'armatura; per esempio ora una rottura va dal
piede destro del gladiatore al ginocchio sinistro in linea diretta sulla
tavola del rilievo, in conseguenza di che l'attaccatura del gambale sotto
il ginocchio è sparita. La figura tiene nella mano destra una piccola spada
dritta, nella sinistra Io scudo grosso curvo munito di una prominenza,
il quale appartiene all'armatura sannitica. Delle fascie del braccio de-
stro sono conservate chiare tracce soltanto alla spalla e sotto di essa ';
un nastro passa da qui attraverso il petto al lato sinistro (cf. su ciò
d. glad. lìom. p. 21; Westdeulschc Zeilschrift 1882 p. 169 n. 22, e i gla-
diatori presso Henzen, Mus. Borghes. tav. VII, 1. Bull, napolel. IV
tav. 1 fig. 6). Nel resto il petto è scoperto ; all'incontro il grembiale
si estende un poco al disopra della larga cintura. Il piede destro porta
uno stivale che è aperto sul davanti forse tino all'estremità .superiore,
dove Rosmini ha falsamente indicato un nastro che corre attorno la
gamba. La figura porta al di sotto del ginocchio un nastro sottile (non
indicato dal Rosmini) ; del gambale della gamba sinistra, della cui esi-
stenza il disegno di Rosmini dà sicura testimonianza, si veggono an-
cora le tracce; esse consistono in tre tratti che corrono paralleli sulla
parte posteriore della gamba, i quali debbono rappresentare le strisce
con le quali era fermato il gambale ; dello lince a zig-zag presso Ro-
smini oggi nulla rimane. L'elmo munito di cresta e della visiera col
buco, il quale, come spesso ricorre, è sospeso sopra un palo \ corri-
sponde perfettamente a quello che sui n-onumenti sogliono portare gli
avversari dei rdiarii: cf. de glad. Rom. pag. 25.
P. I. Mkiee
' La descrizione presso Diitschke Antike Bildwerkc in Ober-
italien V, 1018 è insufficiente.
' Su tale calzatura dei gladiatori sannitici cf. d. glad. Rom. p. 16.
^ Cf. la figura del Bato presso Fabretti Columna Traiani pag. 256,
di Antonius Exochus, ibid. p. 258.
Pii9)t>Ii(ato il dà 31 l.ufflio 1884.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N.° Vili Agosto e IX di Settembre '1884.
Scavi di Videi. — Magazzeni di Villa Borghese..
I. SCAVI
Scavi di Vulci.
Gli scavi di Vulci, per cagione della lunga malattia
del signor Principe Don Alessandro Torlonia, quest'anno
sono stati incominciati molto tardi, cioè soltanto il 2 Aprile.
E, siccome non poteva sperarsi che l'escavazione della Cuc-
cumella sarebbe stata condotta a termine fino al tempo in
cui comincia la malaria, cosi il direttore degli scavi, signor
Francesco Marcelliani , si è limitato a far alcuni saggi in
diverse parti della necropoli.
Nella tenuta detta «Doganella del ponte della Badia»,
che sì estende lungo la sponda destra della Fiora, sono
state scavate tre tombe a fossa e sette a cassone. Tutte e
dieci le tombe già anticamente erano state visitate, e gli
antichi visitatori generalmente avevano rotto e gettato per
terra gli oggetti in esse contenuti. In tali circostanze è
molto difficile di determinare esattamente i tipi di parec-
chi di questi oggetti. Vi si aggiunge, che la sola descri-
zione non basta per dare un' idea precisa di molte stoviglie
ordinarie trovate nelle tombe a cassone, il quale genere di
monumenti finora pur troppo è stato trascurato nelle pub-
blicazioni archeologiche. Per queste ragioni mi vedo costretto
ad abbandonare il metodo generalmente da me seguito, di
descrivere cioè tomba per tomba ed il contenuto di ognuna.
11
1(52 1. iìCAYl
Mi contenterò invece di esporre i fatti principali che risul-
tarono tanto dairesame degli oggetti ritrovati, quanto ancora
dalle notizie prese innanzi allo scavo dal signor Marcelliani.
Farò eccezione soltanto di due tombe a cassone, che furono
aperte alla mia presenza.
In primo* luogo mi sembra degna di nota una circo-
stanza osservata nelle anzidette tre tombe a fossa. Mentre
cioè le tombe cornetane di questo tipo, prescindendo da
una ultimamente scoperta ' , contengono esclusivamente
cadaveri incombusti, nelle vulcenti furono trovati vasi pieni
di ossa combuste. L' esemplare rinvenuto in una di queste
tombe è lavorato in bronzo battuto e corrisponde a quello
pubblicato nei nostri Monumenti XI tav. LIX 1, che pro-
viene da una tomba cornetana a pozzo. Le altre due tombe
all' incontro contenevano ognuna due vasi ossuari d'argilla,
i quali sono interessanti, giacché fanno riconoscere chia-
ramente il passaggio dalla primitiva ceramica, caratteristica
per le tombe a pozzo, a quella più progredita dei buccheri
neri. Eiguardo alla forma tutti e quattro i vasi ' rassomi-
gliano al tipo inciso presso Stephani die Vasensammlunrj
der Ermitage T. I 42. Ma ognuno ha due manichi oriz-
zontali e leggere baccellature attorno la parte superiore
del recipiente. Essi vasi sono lavorati se non col tornio,
almeno con un primitivo istrumento che precedette l'in-
troduzione di questo \ La grigia pasta grossolana corri-
sponde ancora con quella delle stoviglie, che si rinvengono
nelle tombe a pozzo, mentre il nero che cuopre la super-
tìcie è già molto simile a quello dei buccheri. Il tipo par-
ticolare di quest' ultimi apparisce pienamente sviluppato
' Gli scavatori cornetani che interrogai a tale uopo m'assicu-
ravano, in una tomba a fossa descritta nel Bull. 1883 p. 122-123
(quella cioè che conteneva il cinturone e la tartaruga in bronzo) essere
stato trovato un vaso d'argilla pieno di ossa combuste ; ma tale vaso
essersi rotto immediatamente dopo l'escavazione ed essersene smarriti
i frammenti.
' La loro altezza varia tra m. 0,42 e 0,44.
' Cf. Helbig die ItaUkcv in der Poebene p. 87.
DI VULCI 163
soltanto nelle tombe a cassone, le quali nel medesimo
tempo ci fanno riconoscere il successivo progresso nella
decorazione dei buccheri. Le più antiche tra le tombe a
cassone sono quelle, nelle quali la ceramica greca è rap-
presentata esclusivamente dai ben conosciuti esemplari
dipinti con semplici zone, o con zone e quadrupedi in corsa.
E secondo le osservazioni fatte tinora, nessuno dei buccheri
trovati in queste tombe mostra un ornato a figure in rilievo.
Invece i primi tentativi di cosìfatta decorazione si osser-
vano soltanto in esemplari che provengono da tombe a
cassone, le quali contengono già vasi corinzi e perciò deb-
bono attribuirsi ad un tempo alquanto più recente. Ma la
decorazione di questi buccheri è ancora molto scarsa, si limita
cioè a mascherette goffe espresse sui manichi dei vasi '.
Esemplari con una decorazione in rilievo più ricca,"vale a dire
con zone figurative attorno il recipiente, e con figure intere
espresse sui manichi o sulle strisce che reggono il recipiente
medesimo, non si presentano prima che in tombe, le quali
contengono già vasi attici a figure nere e rosse '. A Vulci
dunque tali vasi più riccamente decorati vennero in uso sol-
tanto verso la fine del sesto secolo a. Cr. A bella posta
limito questo risultato a Vulci, giacché più si estende la
nostra conoscenza della statistica monumentale, più si rico-
nosce, che lo sviluppo civile ed industriale nelle singole
città etrusche fu abbastanza diverso, e che esso nelle città
situate sul littorale procedette più presto che in quelle
dell' Etruria interna. Ho già accennato una volta, che il
primitivo tipo della tomba a pozzo dai Vulcenti fu con-
servato più lungo tempo che dai Tarquiniesi \ Ed i recenti
scavi hanno provato, che lo stesso vale per il tipo susse-
guente, cioè per la tomba a fossa. Secondo le osservazioni
fatte finora, vasi dipinti che con perfetta sicurezza possano
attribuirsi a fabbriche greche, nelle tombe cornetane a fossa
' Tra le tombe scavate anteriormente vi deve annoverarsi quella
descritta nel nostro Bull. 1883 p. 39-40.
'■ Cf. Bull. 1883 p. 162, 164-166, 167-168.
' Bull. 1883 p. 168-170.
164
1. SCAVI
si trovano raramente. Esse souo per lo più lekythoi dipinte
con zone o con zone e quadrupedi in corsa. Conosciamo
finora soltanto due casi, che in una di tali tombe sia stato
trovato un vaso corinzio *. Invece negli analoghi sepolcri
vulcenti abbonda tanto il primo quanto il secondo genere
di stoviglie. L'una delle tombe a fossa recentemente sca-
vate conteneva quattro lekythoi dipinte con zone, simili
all' esemplare pubblicato nei nostri Annali 1877 tav.
d'agg. (/F4 e due alabastri corinzi (forma: Ann. 1862 tav.
d'agg. A ) con animali. Finalmente merita attenzione la
lunga durata, eh' ebbe a Vulci la fabbrica delle primitive
stoviglie locali. Un sepolcro a cassone recentemente scavato i
ne ha fornito una prova evidente. Imperocché in esso, ricco
di lekythoi greche dipinte con zone e quadrupedi in corsa,
fu rinvenuta una tazza priva di piedistallo e munita d'un
manico verticale, la quale, lavorata senza tornio e coperta,
d'un intonaco brunastro , mostra la piti stretta analogia
con esemplari provenienti da tombe a pozzo. L'miica dif-
ferenza consiste in ciò, che la parte inferiore del recipiente
è circondata da baccellature in rilievo, il quale ornato
sembra determinato da simili tazze di bronzo.
Fig. 1.
Sezione sulla linea A B
' DuU. 1882 p. 10.
Scala d'^ .ii.^ii . ; -
Metri
DI VULCl
Fig. 2.
1G5
Sezione sidla linea A B
Scala di 9.
4 .Veiri
Profìtto di quest'occasione per aggiungere qualche
parola sopra l'origine della tomba a cassone (fig. 2), tipo
tanto spesso menzionato nelle mie relazioni sopra gli scavi
vulcenti '. Tale tipo, per quanto conosco le necropoli etru-
sche, è esclusivamente proprio a Vulci e vi era il più usi-
tato durante la seconda metà del sesto ed il quinto secolo
a. Cr. *. Le rispettive tombe sono costruite nella maniera
seguente: nella roccia è incavata una fossa oblunga (fig. 2b) o,
come la chiamano gli scavatori , un cassone, accessibile me-
' Per far meglio capire queste osservazioni, aggiungo le piante
e le sezioni di una tomba a fussa (fig. 1) e di una tomba a cassone
(fig. 2), scoperte ambedue in quella parte della necropoli vulcente che
si trova sulla spianata di Cavalupo.
' La più recente tomba a cassone che conosco è quella descritta
nel Bull. 1883 p. 40-12, entro la quale fu trovata un'anfora attica
dell'epoca periclea.
166 1. SCAVI
diaute uno stradale, che imbocca in uno dei lati lunghi (fig.2a);
da questa fossa o da questo cassone si entra nella camera
(fig. 2c) nelle camere sepolcrali, le quali, prescindendo da
rare eccezioni, sono incavate in quel lato della fossa che si
trova dirimpetto allo stradale. L'origine di questa strana
costruzione mi sembra chiara. La tomba a cassone, cioè, è
derivata dall'antecedente tipo a fossa (fig. Ij '. Si è conservata
la fossa; essa però non serve più per le deposizioni , ma
soltanto come atrio, dal quale si entra nelle camere
sepolcrali. Ed anche l'aggiunta dello stradale apparisce
preparata nelle tombe a fossa, mentre alcune tombe di que-
sto tipo hanno in un lato uno scalino tagliato nella roccia.
Ora passo alla descrizione delle due tombe a cassone
aperte in mia presenza.
L'una si trova alla distanza di circa 200 passi a
nord-est dal ponte della Badia; l'entrata è diretta verso
nord; la camera incavata dietro il cassone ha lungo la
parete d. (di chi entra) una panchina molto bassa, sulla
quale era disteso uno scheletro (incombusto). Accanto allo
scheletro e sulla medesima panchina furono trovate due
lekythoi greche (alte 0,10) dipinte con zone brunastre, del
tutto simili all'esemplare chiusino pubblicato nei nostri
Annali 1878 tav. d'agg. B 2, quattro vasi di bucchero nero
privi d' ornato, cioè due orci e due kantharoi, un valium
in ferro ', ed una piccola fibula in bronzo (1. 0,025) ad
' La nostra fig. 1 riproduce il tipo più comune , nel quale la
fossa a pressoché due terzi della profondità si ristringe, in maniera
che la toraha consiste di due compartimenti quadrilunghi, cioè uno
superiore alquanto più spazioso {a) ed un altro inferiore più ristretto (/;),
sul suolo del quale è deposto il cadavere o l'urna ceneraria cogli og-
getti d'accompagno. Il compartimento inferiore per lo più è chiuso
con una lastra di pietra [e, e) che garantisce il deposito sepolcrale
e sopra la quale si è gettata della terra che riempisce l'intero com-
partimento superiore. Ma vi sono anche tombe che consistono d'un
solo compartimento, non hanno la sopra mentovata lastra, e nelle
quali la terra di riempimento è gettata immediatamente sopra il
deposito sepolcrale.
- Cf. lìull. 1880 p. 21.0-214.
DI VULCI 167
arco semplice. Sul suolo poi della camera stava un vaso
corinzio in forma di cratere (alto 0,25). La decorazione
del recipiente si divide in due strisce. La striscia inferiore
è riempita con figure d'animali, cioè caproni, capriuoli,
pantere ed un tQaytXa(fog ' ; sopra quella superiore si
vedono da un lato sei uomini barbati, vestiti di stretti
chitoni, uno con un corno potorio nella s., che gesticolano
in maniera burlesca ed in parte sembrano ballare, mentre
dall'altro lato è dipinto un uccello che si libra nell'aria
tra due sfingi alate. L'orlo che circonda l'orificio è molto
largo, ed i manichi sono formati da piani quadrangolari
si)orgenti dall'orlo e retti da un doppio appoggio. Sopra
ognuno dei piani quadrangolari è dipinto un uccello (co-
lomba?) che rivolge la testa; lo spazio finalmente tra gli
appoggi dei manichi in ogni lato apparisce riempito me-
diante la figura d'un delfino. Oltre a ciò furono trovate
sul suolo della tomba tre grandi anfore puntute col reci-
piente ampio, lavorate in argilla grezza giallastra, e due
ziri d'argilla brunastra, muniti di due manichi e baccella ti
attorno al recipiente. Nel soffitto della camera si vede un
buco, per il quale erano entrati gli antichi visitatori.
Ad un tempo alquanto più recente accenna l'altra
tomba a cassone, che si trova a nord-ovest dal ponte
della Badia ed in distanza di pressoché 180 passi da que-
sto: l'entrata è diretta verso nord; la camera ha pan-
chine basse tanto lungo la parete di fronte, quanto lungo
le laterali. Sulla panchina d. erano le ossa d'uno sche-
letro (incombusto) confuse dagli antichi visitatori, un ral-
him di ferro, una lekythus d'argilla simile a quelle rinvenute
nella tomba or ora descritta, ma di forma alquanto più snella,
e cinque vasi lisci di bucchero nero, cioè due orci e tre
kantharoi; mentre sul suolo della camera stavano am-
mucchiati tre vasi 'dipinti greci e sette anfore d'argilla
giallastra che rassomigliano a quelle trovate nella tomba
' Cf. Stephani Comptcrenilu 187G p. \iC> not. 2.
168 I. SCAVI
tomba precedentemente descritta. Tra i vasi greci primeggia
un'anfora (alt. 0,31) a figure nere con molto rosso e bianco
sovrapposto. La tecnica ed il disegno sono accuratissimi;
nelle figure le cosce grosse formano un contrasto molto
spiccante colle estremità sottili. In ogni lato si vedono dipinti
tre gruppi composti di Sileni e di Baccanti. Tutti i Sileni
sono barbati, itifallici e muniti di coda di cavallo ; le loro
compagne, ad eccezione di una che si presenta ignuda,
vestono chitone e nebride ed hanno tenie rosse attorno il
capo. Da un lato vediamo nel mezzo un Sileno (verso d.),
il quale, alzando la d., discorre vivacemente con una Bac-
cante, che se ne va (verso d.), rivolgendo però la testa
(verso s.) ; essa alza la s. quasi per respingere il Sileno;
nella d. tiene una corona. Il gruppo a d. (di chi guarda)
mostra un Sileno (verso d.), che si trova dirimpetto ad
una Baccante (verso s.), stringendo colla d. il proprio
fallo, mentre la Baccante alza la d. in maniera burlesca.
A s. finalmente è rappresentato un Sileno che procede
(verso d.), suonando le doppie tibie, verso una Baccante
che balla (verso d.). Dai falli dei tre Sileni spruzza fuori
lo sperma. Sull'altro lato dell'anfora vediamo nel mezzo un
Silenopappo (verso d.) che alza con ambedue le mani una
Baccante ignuda (verso d.), in maniera che le gambe di essa
s'appoggiano sulla spalla d'un altro Silenopappo che le
sta dinanzi ed avvince la donna con ambedue le braccia
attorno alla vita. Merita attenzione la maniera colla quale
sono espresse le gambe del Silenopappo che alza la Bac-
cante. Mentre cioè tutti gli altri Sileni rappresentati in
questo vaso hanno gambe umane, quelle dell' anzidetto
Silenopappo sono di cavallo. Il gruppo a d. mostra un
Silenopappo che balla (verso s.), rivolgendo la testa ed
alzando le mani, ed avanti a lui una Baccante in piedi
(verso s.) che suona le doppie tibie; tra le due figure si
trova stante sul suolo un gallo. A s. finalmente vediamo
una Baccante e dietro ad essa un Silenopappo, il quale
spruzza lo sperma dal fallo; ambedue, gesticolando in
maniera burlesca, procedono verso il gruppo centrale.
DI VULCI 169
Il secondo vaso greco trovato in questa camera sì è
una tazza attica a figure nere accuratamente dipinte (alta
0,10; diam. - senza i manichi - 0,145; forma: Stepliani
Vasensammlung d. Ermitage T. Ili 159). Sopra una stri-
scia di color d' argilla che si stende tra i manichi è ripe-
tuta in ogni lato la medesima rappresentanza, un efebo
cioè che corre (verso d.) circondato da due compagni am-
mantati in piedi. Lo spazio attorno ai manichi è decorato
con rabeschi.
Vi s' aggiunge un' olla a due manichi (alt. 0,07; diam.
dell'orificio 0,10) d'argilla molto fina e leggera '. Essa
generalmente è dipinta con finissima vernice nera, ma
tanto neir interno quanto sulla parte esterna ha parecchie
zone rosse e bianche ed una del colore dell'argilla.
Ho inoltre assistito all' apertura di due tombe a cas-
sone situate sulla spianata di Cavalupo, le quali ambe-
due già anticamente erano state visitate in maniera molto
brutale. L'una si trova alla distanza di pressoché 100
passi dalla sponda s, della Fiora; l'entrata guarda verso
nord-ovest; la camera ha una panchina bassa lungo la
parete destra. Sul suolo della camera si trovarono ammuc-
chiate le ossa di uno scheletro (incombusto), molti fram-
menti d'anfore puntute d'argilla giallastra e di orci e di
kantharoi lisci di bucchero nero. Oltre a ciò vi erano
quattro vasi greci, cioè una leki/tlios (alt. 0,078) con zone
brune sopra fondo giallo, due orci (alt. 0,22) simili ai
corinzi con zone rosse e brunastre, le quali ultime zone
sono distinte con squame incise, ed un'anfora corinzia
(alt. 0,38) che mostra in ogni lato la protome d' un cavallo
bardato, dipinta in nero, eccettuata la criniera, eh' è rilevata
con colore rosso cupo '. La sopradetta lekytlws ha il fondo
piano ed il recipiente di forma conica.
' Nella forma rassomiglia al tipo presso Jahn Vasensamml. Kònig
Liidwigs tav. I 24, ma ha un basso piedistallo.
' Tale anfora corrisponde perfettamente con quella trovata a
Corinto e pubblicata ne' nostri Mon. IV tav. XL 1 (cf. Ann. 1847
p. 234-235).
170 I. SCAVI
Oltre alle stoviglie vi furono trovati un unguentario
d'alabastro in forma di dolium (alt. 0,045; diam. della
bocca 0,045), una piccola spirale in oro destinata a strin-
gere un riccio o una treccia (diam. 0,012) ed un manico
di bronzo (larg. 0,12), il quale finisce al di sotto in una
lastra oblunga circondata in ogni lato da un collo di serpe
e decorata nel mezzo da una maschera umana di faccia,
mentre una maschera simile serve da centro al semicer-
chio di sopra.
Entro lo stradale che conduce al cassone di questa
tomba fu scavato uno scheletro (incombusto) attorniato e
coperto di lastre di travertino. Accanto alle ossa si tro-
varono un orcio e due kantharoi privi d'ornato, lavorati
in bucchero nero, ed una lastretta oblunga di vetro verda-
stro trasparente (0,026 X 0,018), sul quale è incisa una
testa di donna in profilo, ornata di collana di perle. Sic-
come la lastretta è perforata nel senso della lunghezza, cosi
sembra, che essa anticamente era infilata in un cordoncino
in un manichette di metallo. Per la capigliatura della testa
muliebre è specialmente caratteristico un piccolo ciuffo
legato suir occipite. La circostanza , che il cadavere era
deposto entro lo ^stradale della tomba, non fornisce altro
criterio cronologico fuori della probabilità, che tale depo-
sizione abbia avuto luogo dopo quelle fatte nella camera.
Dall' altro canto i vasi di bucchero trovati accanto allo
scheletro difficilmente possono riportarsi oltre i primi de-
cennii del quarto secolo a. Cr. Ed al passaggio dal 5" al 4"
secolo accenna anche lo stile greco della testa muliebre,
la cui capigliatura mostra un trattamento piuttosto severo,
mentre il disegno energico del mento voluminoso ricorda
i tipi del 5° secolo. Tale lavoro in vetro però, a mio
sapere, nell' industria greca di quei tempi sarebbe senz'ana-
logia. Sorge dunque la domanda, se esso non debba piut-
tosto attribuirsi ad una fabbrica punica, che lavorava nello
stile greco - ciò che poteva accadere facilmente a Panormo
in altra città, siciliana , che si trovava sotto il dominio
cartaginese. Ed infatti l'incisione del vetro offre qual-
DI VULCl 171
che analogia stilistica colle monete puniche coniate in
Sicilia '.
L' altra fomba a cassone scoperta a Cavalupo si trova
a 150 passi dalla sponda s. della Fiora ed ha l'entrata
diretta verso mezzogiorno. La camera lungo la parete d.
ha una bassa panchina, sulla quale erano sparse le ossa
d' uno scheletro (incombusto), i frammenti di uno o due
alabastri dipinti con zone brune sopra fondo giallastro, il
solito ralhon ed ima punta di lancia in feiro. Sul suolo
della camera furono trovati i frammenti di una grande idria
attica a figure nere, altri di una tazza di Tleson - sopra
uno dei frammenti lessi r ÀE50N HONEAPXOEPOIESEN -
ed oltre a ciò quattro delle solite anfore d'argilla gialla-
stra. Lo stile dell' idria accenna ad uno stadio molto an-
tico della pittura a figure nere. Il descrivere la rappre-
sentanza innanzi ai frammenti in parte molto piccoli, mi
sembrava impossibile. Si riconosce però, che vi erano dipinti
opliti combattenti attorno guerrieri caduti, e che tale rap-
presentanza al di sopra ed al disotto era rinchiusa da una
striscia d'animali.
Oltre agli scavi intrapresi nella Doganella del ponte
della Badia ed a Cavalupo, il sig. Marcelliani ha fatto
alcuni saggi nel;; terreno che si stende sotto la falda set-
tentrionale della montagna di Canino , cioè nella tenuta
vocabolo « Doganella del Monte ». È indubitabile, che
all'epoca imperiale sul pendio settentrionale di quella mon-
tagna esisteva un cospicuo abitato. Vi si trovano daper-
tutto sparsi nella campagna frammenti di stucchi dipinti
e d'incrostazioni di marmo e di serpentino, pietruzze di
musaici, pezzi di vetro. Oltre a ciò vi si osservano parecclii
alzamenti di terreno , che sembrano cagionati da sotto-
' V. p. e. Poole Cat. of. the greek coins in the Br. Mus., Sicily
p. 247 n. 8. Una simile analogia peraltro si osserva pure tra la testa
del vetro e quella di Nike raffigurata sopra monete di Terina [Numi-
smalìc Chroniclc ser. Ili voi. Ili, 1883; pi. XI 3-6), la cui capigliatura
perfettamente corriisponde con quella espressa sul vetro.
172 1. SCAVI
poste rovine d'edifici. Nella vicina pianura poi si stende
una necropoli, la quale sembra essersi sviluppata da oriente
verso occidente. Nella parte orientale v' ha una serie di
tumuli, ed attorno a questi giacciono parecchi cippi di tra-
vertino, i profili dei quali accennano al primo o al secondo
secolo d. Cr. Questi cippi offrono un fenomeno molto ein-
goiare. Sono cioè quasi tutti spaccati e privi della parte
che conteneva l'epigrafe. Ne trovai soltanto uno, nel quale
tale mutilazione non aveva avuto luogo, ma disgraziata-
mente esso è molto corroso, di maniera che non ho po-
tuto deciferare altro che le seguenti parole:
I N A N ni A
MVSA FECIT
|DOMI|LIB
|||M E R I T O
Siccome questa parte della necropoli offriva chiari contras-
segni di essere stata brutalmente devastata, cosi il sig. Mar-
celliani rinunciò ad esplorarla, e diresse lo scavo sulla
parte occidentale, ove fece scoprire otto tombe situate in un
luogo che si trova alla distanza di pressoché 500 passi
a nord dal fontanile della Doganella. Tali tombe per la
costruzione si raffrontano a quelle scoperte nell'anno 1882
presso Fienile '. Consistono cioè di fosse scavate nella
roccia e foderate e coperte o di tegole o di lastre di marmo
incalcinate. Cinque delle tombe avevano tra le pareti delle
fosse e la fodera di tegole o di marmo un grosso strato
di calcestruzzo. Ogni fossa conteneva uno scheletro (incom-
busto), una lucerna d'argilla ed una moneta di bronzo. Le
lucerne colle loro forme goffe accennano ad epoca molto
bassa; e con ciò corrispondono le monete ritrovate, che
• Bull. 18tì2 p. 129-131.
DI VULCI 173
sono di Costanzio Cloro, Massenzio, Costantino Magno e
Costanzio. Neil' una delle tombe tra le tegole, colle quali
erano foderate lo pareti della fossa, era inserita una lastra
di marmo, sulla quale ora si legge:
v.
rAlvrv"^A'Rl\
XIT • ANN • P ^\
MVRRHIACONI
CVM QVO • VIXIT ■ ANIST)
V
Le parti mancanti dell'iscrizione sono state smarrite. Le
lettere accennano ad una bassissima epoca.
I lettori perdoneranno, se mi sono dilungato sopra
una scoperta, la quale per sé ha poca entità. Ma credetti
dover accennarla , perchè sappiamo pochissimo sopra la
storia dell' agro vulcente all'epoca imperiale. Sembra del
resto, che l'abitato romano , le cui tracce sono visibili
sulla falda settentrionale della montagna di Canino, stia
in relazione colle grandiose rovine eh' esistono sul lato
occidentale della medesima montagna e sono conosciute
ai campagnuoli sotto il nome delle cento camere. Ho visi-
tato queste rovine durante il mio ultimo soggiorno a Ca-
nino. Ma non arrischio di pronunciarmi sopra gli edifizì,
di cui sono avanzo, giacché i folti cespugli, che cuoprono
la maggiore parte di quei ruderi, rendono impossibile un
minuto esame delle singole parti.
Disgraziatamente una scoperta, la quale forse sarebbe
stata molto utile per istruirci sopra la storia dell' agro
vulcente nell' epoca romana, è andata perduta per la
scienza. Como cioè mi comunicò il sig. Marcelliani , nel-
l'anno 1880 presso Cellere furono rinvenute 13 iscrizioni,
174 ' i. SCAVI
nelle quali erano menzionati magistri pagi. Ma esse ira-
mediataraente dopo la loro scoperta furono barbaramente
distrutte. Di una soltanto per gentile mediazione dello
stesso sig. Marcelliani mi è riuscito di trovare una copia
tra le carte del defunto Don Vincenzo Laurenti, sacerdote
di Toscanella. Tale copia dice così :
Ine • REGINA
jTONI ■ P • F • L • VIRGINI • T • F
MAO • PAG
Il Laurenti ha aggiunto alla copia la notizia, che le lettere
sono della bassa epoca ; il che peraltro sembra non accor-
darsi colla mancanza del cognome ne' due pagi magisti-i,
che riporta piuttosto la lapide a' tempi della repubblica.
Se poi la rozzezza de' caratteri potesse derivarsi dall' età
antica dell' iscrizione o dal materiale, sul quale essa era
scolpita, potremmo forse vedervi una dedica a Giunone
regina, prendendo quel ne per la forma vetusta del dativo.
Chiudo questo rapporto colla descrizione di tre oggetti,
che il mio compagno di viaggio, sig. Aldenhoven, acquistò
da un campagnolo di Cellere, il quale disse di averli tro-
vati in una piccola tomba a camera per caso da lui sco-
perta tra Pianiano e la montagna di Canino. Il più inte-
ressante tra essi è una tazza (alta 0,058 ; diam. dell'ori-
ftcio 0,15), le cui pitture sono eseguite con colori sovrap-
posti alla vernice nera. Nel mezzo dell'interno si vede
un Amorino, che sta in piedi sul dorso d'un cane lupetto
bardato, tenendo colla s. le briglie ed alzando colla d. un
frustino. La pittura è tirata via col pennello largo. Tanto
l'Amorino quanto il cane generalmente sono dipinti con
colore bianco, ma mostrano alcuni contorni interni ed alcuni
chiaroscuri eseguiti con una tinta giallastra. Sopra tale
gruppo si legge l'arcaica epigrafe latina espressa con colore
bianco
IVNONENE; PcCcUoM
m vuLCi 175
hmonenes fuor di dubbio ò scritto per isbaglio invece di
lunones, cioè lunonis. Il tondo centrale vien circondato da
una zona rossa e da una ghirlanda di foglie bianche d'ol-
iera e di fiori gialli, la quale ultima gira immodiataiucntc
sotto l'orlo intorno dell' orificio.
Il secondo oggetto è \mgullus d'argilla (alto 0,17, lungo
0,12) che ha la forma d'un Sileno, il quale si trova a cavallo
sopra un caprone inginocchiato, tenendone con ambedue le
mani le corna. Il tubetto destinato ad empire il vaso è impo-
sto al capo del (japrone; mentre il buco, dal quale si versava
il liquido, si trova nella bocca dell'animale. Sileno appa-
risce ignudo, salvo una specie di hunation, il quale, affib-
biato sul petto, gli discende lungo il dorso. Il corpo di lui
mostra tracce d'un rosso sovrimposto. Tale guttus tanto
nello stile quanto nella tecnica ricorda le maschere di ter-
racotta policroma trovate in tombe cornetane e vulcenti,
che accennano al terzo secolo a. Cr. '. E, se queste ma-
schere, come pare, provengono da fabbriche campane, lo
stesso vale anche per il vaso in discorso.
Vi s'aggiunge un imguentario snello e sottile (lungo
m. 0,12) di vetro, adornato con strisce bianche, gialle e
celesti sopra fondo di color d'ambra. Non occorre entrare
nei meriti dei tre oggetti, giacché essi nei nostri Annali
dell'anno corrente saranno pubblicati sulle tavole d'ag-
giunta A e B con illustrazione del collega Jordan.
W. Helbig
' P. e. Non. deir Inst. XI tav. XVIII, tav. XXXII 1, 2: Ann. 1881
tav. d'agg. /, K.
1 76 MONUMENTI
IL MONUMENTI
/ magazzeni di Villa Borghese.
Quando Matz e Duhn compilarono il catalogo delle anti-
che opere d'arte in Roma, esclusero dalla loro descrizione le sculture
del casino di Villa Borghese. Non so se i dne zelantissimi ricercatori
siano riusciti a vedere anche quelle accumulate nei magazzeni della
villa suddetta ; in ogni modo son trascorsi quasi 200 anni dacché per
l'ultima volta ne fu fatta menzione (Dom. Montelatici Villa Borghese
fuori di porta Pinciana ecc. Roma ITOO). Mi fu dato nell' estate scorsa
di accedervi più volte, e di catalogarne almeno i pezzi principali. Riser-
bandomi di darne in altra occasione una descrizione particolareggiata,
non voglio tralasciare di raccomandare all'attenzione degli ^archeologi
queste antichità rimaste finora sconosciute.
Trovansi i magazzeni suddetti sotto il pian terreno del casino
in quattro locali a volta, spaziosi e piuttosto scuri, e in due lunghi
corridoi. Una parte delle sculture ivi raccolte pare provenga da scavi
molto antichi dei Borghese ; la gran massa però si dice trovata nel
5' decennio di questo secolo presso Palestrina. Vi sono alcune la-
stre e numerosi frammenti di sarcofaghi, un gran numero di torsi
(statue ideali e ritratti) , moltissime teste, braccia e gambe (delle
quali non poche potranno ricongiungersi coi torsi, come in alcuni
casi ho potuto constatare), e ben cento teste di ritratti. Fra questi
ultimi prevalgono, s'intende, i lavori degli ultimi tempi romani
e ritratti di persone sconosciute; non mancano però alcuni impera-
tori — Tito, Traiano, L. Vero (?) — e tre imperatrici (sembrano del
3° secolo ; con capellatura mobile), una replica mediocre di quella
testa greca che fra poco sarà dal prof Helbig dichiarata per Platone,
ed altro. Uno dei pezzi più interessanti è il ritratto d'un giovane
romano, opera fina e gentile d'un egregio artista, il cui nome ci vien
rivelato dall'iscrizione MYRON FECIT: un Greco dunque, stabilito
a Roma. Il carattere delle lettere è del 1" secolo d. C, quello del
lavoro e del personaggio rappresentato della prima metà di esso,
l'epoca dei Giulii e Claudii. Si è tentati di mettere questo Myron in
relazione col già conosciuto Hephaistion, figlio di Myron (dell'epoca
augustea ? ), p. es. di crederlo figlio di Hephaistion, che non lavorava
ancora in Roma.
E. Kroker
l*nl>l»lioA(o il dì 30 Settembre HH^.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHROLOGrCA
N.° X DI Ottobre 1884.
Viaggio nelV Elruria. — Scavi dì Pompei e nel. territorio delle Allumiere.
SCAVI E VIAGGI
a. Viaggio neW Etruria,
(continuazione cf. Bull. 1881 p. 25G ss.)
Perugia e dintorni \
Mentre in Perugia si abbassava il declivio troppo
ripido della via vecchia che dalla piazza del Duomo con-
duce al cosidetto arco d'xYugusto, sul lato orientale della
piazza di S. Donato e precisamente innanzi alla casa n. 28
fu scoperto alla profondità di m. 1,10 ossia all'altezza
di 0,90 sopra il livello attuale un tratto dell'antico sel-
ciato lungo incirca 9, largo incirca 3 metri. Questo sel-
ciato prova, che l'antica strada, che sarà stata il decu-
manus della città, corrispondeva esattamente alla via
vecchia e come questa seguiva la direzione da nord a sud.
Esso consiste di colossali lastre di pietra calcarea appen-
ninica tagliate in maniera abbastanza irregolare, le più
grandi delle quali sono lunghe quasi 1 metro, larghe
pressoché m. 0,80, mentre l'altezza varia tra 0,20 e 0,30.
Sulle lastre si scorgono le tracce dei canali delle ruote.
Siccome tale selciato essenzialmente diversifica da quello
' Queste notizie furono scritte fin dall'anno 1881, ma per sovrab-
bondanza di materia se ne dovette ritardare la pubblicazione fin adesso.
12
178 VIAGGIO
proprio ai tempi romani , così sembra, che esso rimonti
tìno all'epoca etnisca. Oltre a ciò la medesima scoperta è
importante per giudicare dell'originario tipo della porta
che si chiama arco d'Augusto. Chiimque cioè in maniera
spregiudicata esamina quella porta nello stato attuale,
troverà, che la smisurata altezza di essa produce un effetto
architettonico poco soddisfacente. Ora se il pendio indi-
cato dall'antico selciato è prolungato fino a tale porta,
risulta, che il livello della strada antica sotto di essa
era m. 1,80 più alto dell'attuale. Dobbiamo dunque sup-
porre, che la parte inferiore della porta fino a quell'altezza
fosse coperta dal sottoposto terreno. Il quale risultato
trova conferma in ciò che le due soglie sporgenti nell'in-
terno della porta all'altezza di pressoché m. 1,90 dall'at-
tuale livello mostrano antiche lesioni prodotte dall'urto
di ruote.
Presso il sig. Alessandro Piceller (via Pescheria u. 10)
vidi una statuetta di marmo di Carrara che si dice trovata
nel Tevere presso ponte S. Giovanni. È mancante della
testa e del braccio destro. La maggiore altezza di ciò ch'ò
conservato, è di ra. 0,42. La statuetta rappresenta un bar-
baro, il quale, appoggiando il ginocchio d. sulla terra, tiene
il braccio d. alzato sopra il capo. E benché questo brac-
cio manchi, è indubitabile, che esso era nell'atto di vi-
brare un colpo. La mano s. è appoggiata sulla coscia s.
11 costume poi, che consiste in una tunica cinta a mani-
che lunghe, un mantello che cade sul petto e sul dorso,
anassiridi e scarpe munite di fettuccie , sembra accen-
nare ad un Persiano. A quel che pare, questa figura deve
mettersi in relazione coi ben conosciuti tipi di barbari
dell'arte pergamena. Ma in ogni caso essa è lavorata al-
l'epoca romana, come risulta dalla qualità del marmo e
dalla mediocre esecuzione.
Tra gli oggetti acquistati ultimamente dal sig. prof.
Giuseppe Bellucci mi sembrava degno di nota un vaso
d'argilla rossastra spalmata di nero (alt. 0,15; diametro
dei due orificii 0,10) che mostra un tipo analogo a quelli
neu>'etkuria 179
vasi trovati nel Bolognese, nei quali il eh. Frati ', secondo
la mia opinione a torto, volle riconoscere il dsrtag àfiqii-
ximfXXoy dell'epos omerico. Consiste cioè di due bicchieri
che nel mezzo hanno un fondo comune, il quale nell'esem-
plare posseduto dal sig. Bellucci esternamente trova espres-
sione in una zona orizzontale rilevata che circonda il mezzo
del recipiente. Esso vaso fu rinvenuto nel territorio di Chiusi
presso Paccianó, mentre si faceva la trincea Kossini. Per
quanto io sappia, è la prima volta, che questo tipo si trova
all'occidente dell'Appennino. La differenza essenziale, che
esso oft're in confronto cogli esemplari bolognesi, si è
quella, che vicino ad uno degli orificii sporge un corto
rialzo orizzontale che sembra aver servito da manico.
A Ponticello di Campo distante da Perugia circa due
chilometri, furono scoperte due tombe scavate nella roccia,
ognuna con una panchina sulla parete di fondo. I posti, nei
quali si trovarono i singoli oggetti in esse deposti, non sono
stati notati ed, essendo così, debbo contentarmi a registrare
semplicemente gli oggetti stessi. Una delle due tombe con-
teneva un'urna cineraria di travertino (0,32X0,32X0,28;
coperchio acuminato), sulla quale è scolpita l'epigrafe :
ed oltre all'urna un'olla cineraria d'argilla rossastra (alt,
0,27) a due manichi verticali che mostra l'epigrafe:
dipinta di nero, mancante all'estremità.
* Appoggiandosi sopra Aristot. hislor. anim. IX 40 (I p. 624*,
7, ed. Bekker), presso Gozzadini di un sepolcreto eir. scop. presso Bo-
logna p. 18 (tav. Ili 9, 18). Cf. Ann. ddl'lnsl. 1881 tav. d'agg. Il \,\<'
p. 225-230; Helbig diis homerische Epos aus den Denhmàlem erlàutert
p. 262-265.
180 VIAGGIO
L'altra tomba poi conteneva quattro urne di traver-
tino. I rilievi della cassa dell'una (0,51X0,42X0,40) rap-
presentano nn rosone dipinto di violaceo chiaro tra due
pelte amazoniche e sotto l'orlo superiore ghirlande. Il
coperchio acuminato mostra sul frontone due pelte ama-
zoniche raggruppate attorno un ornato in forma di foglia
d'ellera ed al disotto un'epigrafe scolpita, la quale si legge
molto difficilmente, essendo la pietra corrosa dall'acqua.
Non ho potuto decifrarne altro che:
La seconda (0,45 X 0,41 X 0,21) ha sulla cassa anch' essa
un rosone posto tra due pelte simili e sul coperchio
un' iscrizione molto corrosa, della quale ho potuto leggere
soltanto :
La cassa della terza (0,50 X 0,47 X 0,41) è ornata di una
testa di Medusa munita di piccole ali e di due serpi. L'epi-
grafe dipinta sul coperchio acuminato è svanita. La quarta
urna molto piccola (0,29 X 0,18 X 0,18) non ha ornato alcu-
no ; sul coperchio acuminato si scorgono deboli traccie di
un' epigrafe dipinta.
Oltre alle quattro urne la medesima tomba conteneva
due specchi graffiti, un' armilla ed una spilla di bronzo,
una strigile di ferro ed un as della repubblica romana.
Sopra l'uno dei due specchi (diam. 0,13) sono graffiti
quattro giovani imberbi in piedi, uno nel mezzo veduto
di faccia, ignudo e di forme molto delicate, gli altri tre
vestiti della tunica e del pileo. Il disegno di questo spec-
chio è mediocre, quello dell' altro (diam. 0,12) decisa-
mente goffo : una donna ignuda ed un uomo si trovano in
piedi r una dirimpetto all'altro ; sopra i capi delle due
figure si scorge una testa d'animale che potrebbe essere
Nf:LL' liTRURIA 181
la bocca di una fontana; gran parte della rappresentanza
è irriconoscibile per cagione dell' osside che la cuopre.
L'armilla poi (diam. 0,08) finisce in ogni lato in una
pallina ed ha le due estremità incurvate, in maniera che,
per chiudere il cerchio, Tuna delle curve s' introduceva
nell'altra. La spilla (l, 0,21) finisce in un cucchiarino.
L'as finalmente, come gli Etruschi erano avezzi a fare
colle monete che deponevano nelle tombe ', è martellato
a bella posta, in maniera che se ne riconosce il tipo con
grande stento. Siccome esso pesa grammi 31 2, così questa
moneta appartiene al sistema unciale introdotto nell' anno
217 avanti Cristo.
Sul Monte vile situato 3 chilometri a Sud-Est da
Perugia, e precisamente sul declivio che si stende in giii
davanti la focciata della Villa Griovio, sono state scoperte
parecchie tombe povere che consistono in buchi verti-
calmente orizzontalmente scavati nel terreno argilloso.
I buchi per lo piii contengono un'olla a due manichi
d'argilla grezza rossastra riempita di cenere, raramente
un' urna di travertino priva di scultura col coperchio acu-
minato, ed hanno l'apertura chiusa mediante cippi oblunghi
di travertino, alcuni dei quali sono muniti d' epigrafi. Pa-
recchie olle scopertevi nell'anno 1877 erano insignite d'iscri-
zioni grafiìte che furono pubblicate dal Gamurrini nelV Ap-
pendice al C. I. I. p. 57 n. 669-674. A quel che mi
communica il gentile proprietario del terreno, sig. Ange-
liui-Paroli, ognuna delle olle oltre alla cenere conteneva
una moneta di rame; ma disgraziatamente non si è con-
servato alcun esemplare di quelle monete. I lavori di cam-
pagna eseguiti nella primavera passata sull'anzidetto decli-
vio hanno dato alla luce due cippi oblunghi di travertino,
r uno coli' epigrafe I O 3 8 , l'altro con I A R I N I A
KKIIIllHIIHIIII ^ P V . D •
• Cf. p. e. Bull dell' InsL IH" p. 118.
182 SCAVI
Oltre a ciò fu rinvenuta un' urna di travertino, sul coperchio
acuminato della quale si legge:
LCASSIVSLLART
I/AIDO RVS
sic
Finalmente fu trovata una colonna scannellata anche
essa di travertino, che accenna ad una tomba piti cospicua
delle altre appartenenti alla medesima necropoli. Essa si
ristringe alquanto verso l'estremità superiore, sulla quale,
a quel che pare, era imposto il ben conosciuto ornato
ovoidale; l'estremità inferiore è liscia e sembra essere
stata innestata in una base. Dentro una delle scannellature
è scolpita l'epigrafe OV:)a^flHflO.
W. Helbig
b. Scavi di Pompei
(continuazione: cf. p. 16 segg. ; 103 segg. ; 126 segg.)
L' abitazione del proprietario, disposta intorno al peri-
stilio, ha il suo ingresso separato [9] dal vico occidentale,
preceduto da un gradino rivestito di embrici, di cui uno
ha il bollo "MA -DA- A'//, cioè M. Àc. Amp. f: d. Bull.
1877 p. 221. Le colonne del portico sono congiunte da
un podio alto 0,47, coperto d'intonaco rosso-paonazzo ben
conservato, colla superficie superiore che s'abbassa verso
la parte interna. Le colonne murate son coperte di stucco
nero fino a m. 1,20, quindi gialle; appiè di esse gira la
doccia larga 0,52, rivestita di stucco del color del podio.
L'area inchiusa dalle colonne /t, quadrangolare cogli angoli
1)1 rojii'Ei 183
troncati, non è un viridario ma lia \iii pavimento di opus
SigninuDi, con file di pietruzze bianche ed in mezzo un
rettangolo rivestito di lastre di marmo bianco e bigio,
nel quale lastre gialle formano una croce; il centro poi
della croce è formato da un piccolo quadrato, giallo an-
ch'esso, inchiuso da una stretta striscia rossa. L'acqua j>io-
vana poteva scolar sul vico e nella cisterna, che ha due aper-
ture indicate sulla pianta: una nel podio e una nell'ambula-
cro d. Il canaletto che conduce sul vico ha uno sfogatoio
coperto d'una pietra circolaro. — Nell'angolo anteriore a
sin. dell'area media sta un puteale poco usato di traver-
tino; la sua larghezza corrisponde all'apertura della cisterna
che sta nel podio, però non potrebbe mettervisi senza distrug-
gere il podio stesso: probabilmente vi stava prima cha
fosse costruito il podio, il quale pare che sia più recente
dello stucco nero delle colonne.
Appena entrati troviamo a d. al muro d'ingresso una
sporgenza a guisa di pilastro: è larga m. 1,40, profonda
0,30, ed era alta 1,15. Conserva avanzi d'un rivestimento
di marmo, e sulla parete sovrastante sonvi quelli della
pittura lararia: è chiaro dunque che questa sporgenza
serviva da altare per le offerte ai Lari. Pare però che
negli ultimi tempi fosse distrutta e che invece si servis-
sero d'un'aretta cilindrica di tufo (a. 0,32, diam. 0,28) che
tuttora si trova nell'angolo stesso.
Pochissimi oggetti furono trovati nel peristilio. No-
tiamo un amuleto di bronzo che rappresenta « un braccio
con mano impudica e finisce dall'altro capo in fallo; di
sopra grande anello , di sotto pudende virili, lung. 0,055 »
(Not. 1881 p. 374). Di più vi si raccolsero una lucerna di
terra cotta, due cardini e quattro monete di bronzo (1. e.
p. 373. 374).
Delle camere circoniacenti p e r meritano il nome
di triclinii; jh, /?, .s, t sono cubicoli, o un'apoteca, mentre
non si può precisare la destinazione di q.
n, con finestra sul vico, era forse il dormitorio d'un
servo. Le pareti son dipinte rozzamente nell'ultimo stile.
184 SCAVI
•
con zoccolo rosso, del resto a fondo bianco. Possiamo
osservare ancora, che originariamente qui erano due loca-
lità divise : una camera rettangolare e uno stretto vano
dalla parte del vico, il cui ingresso dal peristilio è mu-
rato ma tuttavia si riconosce ; il pavimento è fatto qui di
una massa simile alVopus Signinum, mentre la camera
nella sua antica estensione lo ha composto di pezzetti di
travertino.
In ?n la parte interna, il posto del letto, è coperta a
volta. Le pareti hanno una semplicissima decorazione : uno
zoccolo rosso-scuro ò terminato da una stretta striscia
verde; al di sopra di questa la parete è bianca, ed ha al
margine superiore una cornicetta bianca fatta a stampa,
cui è sottoposto uno strettissimo fregio azzurro; l'arco
della lunetta è ornato di ovoli. Non v'è dubbio che tale
decorazione debba ascriversi all'epoca del terzo stile '. —
Una stretta porta congiunge m con quel vano che rimane
sotto la scala /, per la quale si saliva al piano superiore.
Fu trovato in m un nasiteruo ed una pinzetta di bronzo
e una moneta d'argento, in l un pezzo rettangolare di
piombo, lungo 0,49, colla marca P • AEMILI GALLICI, un
candelabro e una lagena di bronzo {Not. 1882 p. 46. 82).
si riconosce come apotheca per i buchi dei mutuli
di due scansie, risibili nelle pareti dipinte semplicemente
a fondo bianco ; e con ciò vanno d'accordo i ritrovamenti
fattivi. Vi si raccolse di bronzo: una casseruola e 3 monete ;
di vetro: 3 piccole bottiglie e una cornice esagona nel-
Testerno e circolare nel mezzo, larga 0,148; di terracotta:
2 lucerne; di ferro: una paletta lunga 0,7 (1. e. p. 46).
p è uno spazioso triclinio; sulla parete di fondo è
conservata la pittura fatta nell'ultimo stile, ma senza
quadri : un compartimento giallo fra due celesti. Il pavi-
mento è di musaico bianco con margine nero composto di
due strette strisce; nel centro un rettangolo formato di
lastre di marmo di vari colori rinchiuso in una striscia
' .Vfjiii flcsrh. d. dccor. Wandmalerci in Pompeji, pag. 361.
DI POMPEI 185
ornamentale a guisa di treccia. Alla porta sonvi le tracce
di antepag menta e di cardini, ma non di catenacci.
Il pavimento delle camere a sin. del peristilio, r, s, t,
s'inalza di m. 0,4 sopra quello del peristilio, e perciò vi
si accede sopra un gradino. Però ciò rimonta ad un cam-
biamento posteriore, come risulta dagli avanzi della deco-
razione delle pareti (simile a quella di m^ ma meno con-
servata) che son visibili in s e t.
t è cubicolo, e come tale si riconosce dall' incavo per
un letto che si osserva nell'estremità posteriore del lato
d. Ha una piccola finestra, che si restringe nella parte
esterna, sul vico N. Lo stucco delle pareti è di qualità
inferiore, fatto cioè con polvere di mattoni.
s è simile ma un poco più grande, con finestra uguale.
Lo stucco delle pareti è fatto, come al solito, con pol-
vere di marmo. Vi si raccolse un nasiterno ed una pin-
zetta di bronzo e una moneta d'argento.
r ha le dimensioni d' un triclinio e due finestre : una
come quelle di 5 e ^ e una più grande. Però le pareti non
hanno altra decorazione che uno zoccolo alto m. 1,52 di
stucco rossastro per l'aggiunta di polvere di mattoni. Il
pavimento consiste di una massa simile all' opus Signinum
con un disegno formato da pietruzze bianche. La porta
sta di m. 0,65 sopra il pavimento, e doveva perciò essere
accessibile per gradini, che però mancano.
In q erano alcune località dal soffitto basso. Siccome
però il pavimento è sprofondato (tutta questa parte sta
sopra il sotterraneo), così niente di più preciso si può
dire intorno ad esso.
Delle porte intorno al peristilio quelle di /e, o, p,
avevano antepagntenta; quelle ài k e p avevano la soglia
di travertino, avanti alla quale ne era stata messa in p
un' altra, dalla parte esterna, di lava. In m la soglia è di
marmo, in n di lava. In r, s, t, pare che tutto fosse in
ricostruzione e che le soglie non fossero ancora messe,
benché ciò non possa verificarsi con certezza a causa dei
restauri moderni.
186
SCAVI
Ci resta a dir poche parole sul sottiM-raiieo, clie sta
sotto la parte N della casa e del quale diamo qui ap-
presso la pianta in doppia grandezza della pianta grande.
Esso è sotterraneo rispetto al livello del vico e vi si
discende per la scala visibile presso l' angolo NO, mentre,
abbassandosi il terreno verso il foro triangolare (E), è
accessibile a pian terreno dal vico N, e sta anche al livello
di quel gran cortile con portico che fiancheggia la casa in
discorso dal lato E.
•. /////'y/^. ,/
Si rileva dalla pianta che nessuna divisione corri-
sponde a quella fra 5 e f; e perciò il muro che divide
quelle due camere, poggia sopra una trave, o per parlar
più esattamente, sopra tre panconi a cassetta ', riftitti mo-
dernamente sulle tracce antiche. Il muro fra r ^ s pog-
gia sopra un semplice pancone, sorretto p.erò, come mostra
la pianta, da un muro sottile. — f ^ Q sono un solo vano;
ma /■ è coperto col soffitto piano, (j a volta, che dalla parte
di f poggia sopra tre panconi a cassetta; h è un piccolo
' Vd. Ruggiero SUdi. sopra (ili alifizi tt le arti meccaniche dei
Pompeiani pag. 9.
UI POMPEI 187
locale oscuro, nel quale pare che sia deposto qualche ma-
teriale da costruzione.
a è un rialzo di materiale non definibile, b il cesso,
e il focolare, d è un serbatoio d' acqua, con due aperture
a guisa di cisterna dal peristilio: quella dell'ambulacro
d. e un'altra nell'area media, che però è murata e non
visibile di sopra. — e è la cisterna, coli' apertura nel podio
del peristilio; essa non è accessibile e perciò non ho potuto
indicare sulla pianta la sua estensione; in un'epoca piii
antica era accessibile da /i, ma poi l'ingresso a volta,
ancora visibile, fu murato.
Si trovò presso la prima porta (da ovest) una placca
di serratura {Noi. 1882 p. 240). Dentro poi alla cantina
stessa si trovò il 17 Marzo 1882 (1. e. p. 119) lo sche-
letro di una donna e assieme con esso una collana d'oro
di 24 maglie in forma di 8 (lunghezza della metà 0,185),
due semplici braccialetti compagni, anche di oro, e due
anelli d'oro, uno con un diaspro, nel quale è inciso un
busto di donna, l'altro con uno smeraldo senza incisione.
Un terzo anello d' oro si trovò il 20 Marzo (1. e); ha nel
castone un diaspro con incisione d'un Amore con un del-
fino. Il giorno appresso vi si trovò una lucerna e 3 mo-
nete di bronzo, una paletta di ferro e due boccettine di
vetro, il 28 Marzo un dado (1. e). Il 20 Maggio poi (1. e.
p. 278) vi s'incontrarono due scheletri umani e con essi
13 monete di bronzo ed un anello d'argento a due teste
di serpi che si toccano; ed il 25 dello stesso mese una
specie di ciondolo d' argento a forma di luna falcata. —
Inoltre vi si trovò il 7 Geun. 1882 « internamente alla
località » (1. e. p. 45) un sediolino cilindrico di bronzo a
3 piedi, di cui 2 mancano, e due manichi dissaldati, a. 0,278,
due boccettine di vetro, una zappa e un martello di
ferro. — Nel compartimento di fronte all' ingresso suddetto
si trovò' (1. e. p. 302) una piccola lagena di bronzo, due
manichi di vaso, anche di bronzo, che finiscono inferior-
mente col busto di Giove Ammone, e una lucerna di ter-
racotta colla marca STROBILI.
188 JiCAvi
Aggiungo alcune iscrizioni graffite che stanno sul
lato N dell'isola; e sono le seguenti:
1. a sin. del n. [4\ con lettere grandi (l'iscrizione
è lunga m. 0,55)
VRSI ME COMIB
La lettura delle due ultime lettere è incerta, la B
in ogni modo incompleta.
2. più a d.: FORtvnA
TU UNGII
C V L V
M
3. pili a d.: MGAIBOIOC GAinoC
TB
4. a sin. del n. >2] :
MIXIMVS In liicto fàtiior piiccavimvs
HOSPiis SI Diciis qvXrii nvllX matiillX fvit
Nel primo verso è scritto LIICTO, non LUTO, com' è
detto nelle Notizie 1882 p. 436.
Vi si leggono anche i seguenti programmi elettorali
(cf. Not. 1. e.)
1, fra n. [3] e [4J:
M . IVLIVM . SIMPLICEM . Pc^D ■ oT
2, a d. di 1 : M • LICIN
3, a sin. della porta murata:
M • LICINIVM FAVSTINVM
4, a d. della porta murata:
M • LICINIVM FAVSTINVM
Dell' E nella 2'' riga rimane soltanto l'asta verticale;
nelle Dlot. invece di AE è stampato II I, ciò che non è
intelligibile.
. lìKLr.E ALLUMIERR 189
Nella cucina della casa n. 12 dell'isola occidentale
nella regione VH copiai la seguente iscrizione graffita:
BIIRVTIVS
PELATO R
IT -MAMES
ET PLETHRI
{Sarà continuato) A. Mau
e. Ulteriori scoperte di tombe arcaiche
nel territorio delle Allumiere.
Dopo gli ultimi ritrovamenti avvenuti nel sito della
Pozza, dei quali tenni già parola nella precedente mia re-
lazione, altre undici tombe furone rinvenute nella stessa
località. Di queste sepolture cinque erano a cassettone,
due a pozzo e quattro nelPurna tufacea.
Le tombe a cassettone, secondo il solito formate da
sfaldature naturali di roccia calcarea, contenevano ossuari
fittili non graffiti con coperchio conico e qualche vasetto
accessorio. Quattro di siffatte tombe, quasi a contatto ed
allineate fra loro, giacevano alla profondità di cent. 90
dalla superficie; ed una, di cui meglio parlerò in seguito,
stava immediatamente sovrapposta ad altra tomba nell'urna
di tufo. Cotesto sepolture non contenevano oggetti di sorte
alcuna, e quasiché sempre , tal quale che si presentano
composte di ruvidi sassi , sembrano accennare a poveris-
simi defunti. Eari sono difatti gli oggetti metallici che vi
si rinvengono , e quanto mai grossolane le stoviglie con-
tenute. È poi rimarchevole il fatto, che per lo più simili
tombe trovansi disposte su di una fila allineata e contigua;
perlochè sarebbe a supporsi che all'uopo di tali tumula-
zioni venisse preventivamente scavata una trincera, specie
di fossa comune, entro la quale man mano si costruivano
i cassettoni sepolcrali contenenti il vaso con le ceneri del-
l'estinto. Ebbi inoltre a rimarcare più volte, che le sepol-
190 SCAVI
•
lare di cotal guisa trovansi generalmente in suolo ove più
facile cousenfcivasi l'escavazione, cioè tra le argille, nella
terra vegetale, o laddove più disgregata apparisce la roccia
trachitica propria del sito, di modo che parrebbe avvalo-
rarsi l'ipotesi delle fosse preventivamente preparate. Egli
è peraltro ben difficil cosa il rinvenire intatte simili
tombe, le quali spesso rimasero schiacciate sotto la spinta
del terreno. Così delle cinque ultime rinvenute una sola
mi fu dato ritrarne che non fosse eccessivamente danneg-
giata; e questa fu ricomposta nella mia collezione.
In suolo alquanto più compatto stavano poi le due
tombe a pozzo, scavate nel vivo della roccia trachitica alla
profondità di cent. 85 e ricoperte al di sopra da grandi
lastroni naturali di calcarea. Una di queste sepolture, posta
presso il corso di un rigagnolo e compenetrata dall'acqua,
più non conteneva se non che i frammenti del vaso che
già doveva racchiudere le osse combuste, e solo di sano vi
rinvenni un piccolo vasetto nero, non graffito, che imita la
forma di piccolissimo ossuario. Dall' altra tomba simile
usciva intatto un grande ossuario fittile con coperchio conico
ed una tazzetta ornata all'ingiro dell' orificio da quattro
punte cornetti rilevati. Tali stoviglie sono peraltro quanto
mai dir si possano rozze e grossolane. La consueta argilla
tufacea , onde si compongono, sembra venisse adoperata
senz'altra manipolazione, tal quale fu tolta dal terreno,
imperocché vi si veggono tuttora frammisti molti e grossi
cristalli di feldspato (riacolite) che la susseguente cottura
non pervenne a fondere.
Poco distante da cotesta ultima sepoltura, formavano
tra loro un piccolo gruppo separato le quattro tombe nel-
l'urna tufìicea, giacenti pressoché all' eguale profondità di
ra. 1,20. Due di queste, di perfetta forma sferica, erano
scoperchiate, stantechè rotti i coperchi sotto la pressione
delle radici di un albero cresciuto ivi d' appresso. Nulla
quindi più contenevano di sano, tranne un piccolo vasetto
nero , non grafiBto , foggiato a guisa di kot>/le , ma non
ansato, ed ornato sotto l'orlo da otto cornetti o punte ri-
1)i:i,i/ai,lumierk 191
levate. Couservatissiraa era peraltro la terza urna simil-
mente sferica, del diametro esterno di cent, 52 e di cent. .'i8
all'interno. Conteneva questa un vaso ossuario fittile non
graffito, chiuso da coperchio conico, ed orizzontalmente co-
ricato, un guttus graffito a disegno geometrico ed una taz-
zetta parimenti graffita. Secondo quanto di più sicuro, ri-
tengo poi che la posizione orizzontale dell' ossuario rin-
venuto entro la tomba in parola, non fosse dovuta a mero
caso od a posteriore spostamento. Imperocché oltre a quello
che il cavo interno dell'urna non avrebbe mancato di hioofo
a tenere diritto cotesto vaso, il quale, compreso il coperchio,
non misura in altezza che soli cent. 30 - ebbi ad osservare
che una scheggia di tufo era stata posta a contrasto tra
la parete dell'urna e lo stesso coperchio acciò questo stesse
fisso sull'orificio dell' ossuario. Nuova conferma ci vien
data pertanto a quanto già per il primo fece rimarcare
il eh. Gozzadini ' circa cosifatta collocazione di vasi
ossuari , constatata anche a Villanova , e quanto in pro-
posito aggiunsi anch'io in una mia monografia '; cioè, do-
versi una tale particolarità non a fortuite circostanze, ma
bensì a specialità di funebre rito. Questa tomba fu tras-
portata intatta nella mia collezione, tal quale fu rinvenuta.
Accanto alla tomba teste descritta, stavano un' altra
composta di due grandi rocchi di tufo, informi all'esterno
ed incavati al di dentro a foggia di elissoide. Siffatto cavo
racchiudeva un de' soliti ossuari fittili, graffito a disegno
geometrico dal ventre in sopra e con coperchio conico
graffito anch'esso alla stessa guisa. Di lato era un guttus
non ansato ed un piccolo vasetto di terra cotta di forma
conica, perforato alla sommità a guisa di piccolissimo im-
buto, e con due forellini uno accanto all' altro presso l'orlo.
Sulle ossa calcinate trovaronsi i seguenti oggetti di bronzo:
una piccola fibula ad arco semplice, un ago crinale ed
una lastretta oblunga di bronzo con manico di filo metal-
lo-
' Gozzadini la nécropole de VilliDwva p. 15.
' Klitsche de la Grange Nuovi ritrovamenU paleoelmìogici nei
krrilori di Tolfa ed Allumiere p. 10.
192 SCAVI DELLE ALLUMIERE
lieo attortigliato '. Parrebbe quindi per l'ago crinale, che
l'osse questa una tomba di donna. Anche cotesta tomba fu
trasportata intatta nella mia collezione.
Al di sopra della tomba anzidetta, alla profondità di
circa GO cent, stava la tomba a cassettone della quale
parlai da principio. Potrebbesi forse congetturare, stante
una tale sovrapposizione, che l'uso delle tombe a casset-
tone con vasi ricoperti da ciotola, fosse di molto poste-
riore a quello delle tombe nell'urna tufacea con ossuari
a coperchio conico. Purtuttavia avendo io non rare volte
trovato vasi ossuari con coperchio a ciotola anche nelle
urne di tufo, vorrei meglio credere alla contemporanea
promiscuità dell'uno e dell'altro modo di tumulazione;
sicché dal rinvenimento di una tomba a cassettone sovrap-
posta ad altra tomba nell' urna, sarebbe piuttosto a dedursi
la prova di lunghissimo periodo, perdurante il quale fu in
attività il sepolcreto in discorso; onde sembra che allor-
quando venne scavato il posto per la tomba a cassettone.
più non si vedesse all'esterno alcun seguale che desse
indizio della sottoposta sepoltura entro l'urna tufacea.
Data quindi la contemporaneità dei due modi di seppel-
limento conviene ritenere che le tombe nell' urna, le quali
si presentono con miglior corredo di bronzi e vasellame
accessorio, fossero riserbate a più cospicui defunti, e che
le tombe a cassettone, come già dissi più sopra, servis-
sero all' uso di poverissime tumulazioni.
A. Klitsche de la Grange.
' Lo Zannoni Bull, dell' In st. 1815 p. 1"8 riconosce in simili
oggetti pendagli, i quali, infilati sopra un cordoncino, si portavano sul
petto, mentre il Gozzadini inlorno agli scavi Arnoaldi Veli p. 67 ss.
li dichiara per tintinnabuli.
Pubblicato il (lì 31 Ottobre *HHà.
BULLETTINO
DELL INSTITUTO
DI COKKISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N." XI DI Novembre 1884.
Toinbj elrusche presso Canah-Montcrano. — Tomba presso Bologna. —
Anlichità di GasteliOìvi di Suasa. — Iscrizione d'Arlabasd'js. —
Tazza dell' lliupersis. — Errata.
I. SCAVI
a. Tombe etnische presso Canale- Monter ano.
A nord-ovest di Bracciano , seguendo V odierna via
Claudia-Braccianese, di poco oltrepassata la terra di Mau-
ziana, veggonsi da lontano alcuni ruderi che a primo a-
spetto appariscono avere appartenuto ad un castello me-
dioevale. Sono questi i ruderi di un antico borgo che
nelle crouaclie del medio-evo trovasi indicato sotto la de-
nominazione di Maluranus; nome che risente alquanto di
etrusca eiimologia e che dappoi fu corrotto in quello di
Monterano.
Cotesto sito oggi è del tutto deserto e diruto, dap-
poiché i suoi abitanti, costretti a fuggire la crescente in-
fezione dell'aria, si trasferirono piìi verso l'alto, ove fon-
darono, è un secolo appena, l'attuale comune di Canale
Monterano. Purtuttavia occorre credere che la circostante
regione, altre volte compresa nella lucomonia di Cere, fosse
già popolata da moltissimi paghi o villaggi, imperocché
non vi ha quasi collina in quei dintorni che non veggasi
perforata da numerose celle sepolcrali; sicuro indizio che
del pari numerose fossero nelle vicinanze le abitazioni
dei vivi.
Ad uno di questi paghi, se non all'etrusco abitato di
Maturano, sembra che appartenesse un gruppo di tombe
194 !. SCAVI
da vario tempo scoperto in contrada Pozzo Tufo, a nord-
ovest di Canale-Monterano. Nella quale località facendosi
verso la fine del passato inverno alcuni lavori at);ricoli, fu
rinvenuta in continuazione dello stesso gruppo un'anticliis-
sima camera sepolcrale '.
Questa tomba, a cui discendevasi mediante alcuni
gradini praticati nella roccia, era interamente scavata nei
fianchi di sovrapposta collina tufacea, con volta a due
pioventi ed architrave nel mezzo, banchine di lato e di
fronte, e piccola porla rastremata, chiusa già da una
grande lastra di tufo. Siffatto ambiente, comprese le ban-
chine, misurava appena metri 3,00 di lungo per 2,30 di
largo, dimodoché le numerose stoviglie che vi si rinven-
nero , stavano affastellate sulle stesse banchine e nello
spazio intermedio. A destra entrando stavano due grandi
dolii di color rossastro, del tutto simili tra loro, ed egual-
mente decorati lungo il ventre di scanalature verticali ese-
guite alla stecca. Siffatti dolii erano coperti al disopra,
uno da un largo piatto rosso, l'altro da una tazza, o conca
emisferica parimenti rossa, sorretta da tre piccoli piedi
cilindrici. Sembra pertanto che tali recipienti avessero
potuto servire a contenere alcunché che fosse stato in
essi riposto : ma disgraziatamente furono vuotati senza
punto guardarne il contenuto. Cotesti grandi fittili, come
pure il piatto e la tazza che servirono loro di coperchio,
sono formati di ruvidissimo impasto di materie vulcaniche,
ed il colore esterno è dovuto ad una ingubbiatura di pili
fina argilla sedimentaria.
Poco più oltre, tra le due banchine, poggiavano a
terra due grandi piatti, l'uno del diàmetro di cent, 50,
' Devesi una tale scoperta ni proprietario di quel terreno signor
Scipione Tosti di Oriolo-Romano: il quale avvedutosi dei primi gra-
dini, che conducevano a cotesta tomba, diresse in modo i lavori, che
nulla andasse guasto o perduto. Avvertito io dell'avvenuto ritrova-
mento mi recai sopra luogo ed ebbi dallo stesso signor Tosti tutti i
più minuti ragguagli circa li dispoaiziouc dei singoli oggetti. Questi
'aggetti Irovausi ora nella mia cglleziuno archeologica.
DI CANALE-MONTKR.VNU 105
l'altro di cent. 45, ambedue formati, come i dolii tostò
descritti, di grossolana argilla tufacea con ingubbiatura
di bel color rosso ocraceo. Cotesti piatti, che per l'altezza
degli orli potrebbero dirsi anche ciste fìttili, sono ornati
all'ingiro da una duplice zona ricorrente di figure rilevate
ad impressione, egualmente ripetute tanto al dissopra
come al disotto. Sul più grande di essi veggonsi cervi
pascenti ; sull'altro quadrupedi alati, leoni, cignali, figuro
umane in atteggiamento di danza ed uomini a coda di
pesce, Sirene, che si attaccano ai piedi di cavalli marini.
Nulla del resto siffatte figure, e per le movenze e per la
impronta di quella maniera cosidetta asiatizzante, si direb-
bero ditterire da consimili rappresentazioni caratteristiche
dei più antichi vasi di bucchero etrusco : tanto che sa-
rebbe a dubitarsi di una identicità d'incunabula. Conside-
rando poi, rapporto a cotal genere di ornamentazione, la
grossolana fattura di cotesti fittili e la qualità dell'impasto,
propria delle ceramiche della prima età del ferro e come
in alcune stoviglie di Villanova mascherata sotto ingub-
biatura di color rosso; all'evidenza apparisce uno stadio
di arte che dalla tecnica del bucchero italico si avvicina
a quella del bucchero etrusco.
E meglio ancora tale stadio di un'arte transitoria
verso nuovi tipi ci viene addimostrato da un altro vaso
uscito da cotesta tomba. È questo uno stamnos nero, alto
cent. 36 , elegantemente decorato lungo il ventre di re •
golarissime scanalature verticali e di piccole filettature
concentriche all'ingiro dell'orlo. Purtuttavia siffatto vaso
è tuttora formato del solito impasto di materie vulcaniche
e lascia vedere, come nei vasi di bucchero italico, quelle
chiazze o ineguaglianze di abbrunimento ottenuto mediante
affumigazione a forno aperto. Stava cotesto vaso sulla
banchina di mezzo, insieme a tre kantharoi ad alti ma-
niclii e quattro olpi di vero bucchero etrusco.
Altri vasi simili erano pure sulla banchina sinistra,
tra' quali un cialos elegantissimo, due cotUi ed im^oinoc/ioc
di bellissima forma, con bocca a foglia di edera.
196 I. SCAVI
Sull'opposta banchina vedevansi tuttora i pochi avanzi
di un cadavere incombusto, accanto al quale un calice di
bucchero ad alto piede, due tazze della stessa materia e
tre piccoli ungiientarii greci dipinti con zone e con pun-
tini bruni sopra fondo giallastro '. Sorprende per altro,
come in mezzo a si grande copia di oggetti fittili, secon-
dochè assicura lo scopritore di cotesta tomba, non si rin-
venissero affatto oggetti metallici. Non è improbabile d'al-
tronde che tali oggetti, bronzi forse estremamente ossidati,'
andassero smarriti fra la terra non passata per vaglio.
A dissopra di cotesta tomba, verso l'alto del colle,
fu poi trovato un pozzo di forma cilindrica scavato nella
roccia, del diametro di metri 1,20, profondo metri 18.
Questo pozzo è munito delle cosidette pedaruole per la
discesa, e dal suo fondo si dipartono due gallerie orizzon-
tali diametralmente opposte, addivenute ora impraticabili
per le grandi frane cadute. Vuotato cotesto pozzo, vi si
estrassero teschi ed ossa umane frammiste ad ossa di
bruti , gran numero di frammenti appartenuti a vasi di
bucchero etrusco ; una lampada fittile sorretta da quattro
conigli ; un grande fallo di terra cotta ; alcuni pezzi di
bronzo irriconoscibili ; uno specchio graffito dello stesso
metallo, ed un piccolo orecchino di oro. Sembra quindi
trattarsi di un antico pozzo sepolcrale, o commione sc-
pulcrum, bensì, come si arguisce dallo specchio graffito,
attenente ad epoca di molto posteriore a quella del vi-
cino ipogeo.
Sull'opposto versante della collina trovasi poi un
altro gruppo di tombe, e di là scendendo verso valle,
altri sepolcri si rinvennero pure in un fondo dei signori
Kabbai. Da questi sepolcri uscirono tre grandi dolii, dei
quali due soltanto furono estratti sani '. Cotesti due
' Appartengono al genere, sopra il quale ha trattata lo Helbìg
die llalikcr in der Poebene p. 84-86.
' Uno di questi dolii , gentilmente donatomi dal sig. Angelo
l'abbai, trovasi ora nella mia collezione archeologica.
DI CANALE-MdNTKRANO 197
dolii sono di egual forma e grandezza, similmente ornati
di scanalature lungo il ventre e di un doppio giro di
figure rilevate a stampa sotto il collo. Nel giro di sopra
si vede un uomo ignudo che sostiene un cavallo per le
redini: ligure che di continuo si ripetono; in quel di
sotto un cavallo solo, parimenti ripetuto su tutto il giro.
L'impasto di tali fittili è formato della solita argilla tu-
facea grossolana, senza ingubbiatura di sorte, dimodoché
l'impressione delle figure vi si rileva appena. Probabil-
mente siffatti recipienti servirono a contenere avanzi di
rogo, dappoiché vi si rinvenne nel fondo una terra grassa
e nera frammista a minuzzoli di carbone.
Allumiere 27 Ottobre 1884.
A. Klitsche de la Grange.
b. Tomba scoperta presso Bologna.
In alcuni giorni di dimora a Bologna ebbi occasione
d' esaminare in casa del nostro socio , sig. cav. Zannoni ,
gli oggetti che furono rinvenuti in una tomba recentemente
scoperta '. Questa in genere corrispondeva a quelle cono-
sciute dal secondo stadio della necropoli di Villanova e
del predio Benacci ; ma nello stesso tempo offriva una
particolarità giammai finora osservata in tale stadio.
A quanto mi comunicò gentilmente il sig. Zannoni ,
eh' era stato presente alla scoperta , la predetta tomba
consisteva in un buco conico scavato nella terra. Entro il
buco era posto un dolmm striato di terracotta, il quale
conteneva il solito vaso ossuario, decorato con ornati geo-
metrici impressi e coperto della solita ciottola ; ed attorno
il vaso ossuario erano aggruppati quattro vasetti in forma
di calice ed inoltre due esemplari del tipo che si è voluto
' Per alcune ragioni che non occorre riferire mi è impossibile
(V indicare il preciso luogo del ritrovamento.
198 [. SCAVI
raftVontare al depns nmpkikt/pellon ', aventi ambedue il
fondo pressoché a ^'3 dell'altezza, e decorati anche essi con
ornati geometrici impressi. Entro il vaso ossuario poi
furono trovati quattro oggetti in bronzo, cioè: 1) una
lastra di bronzo munita all' estremità superiore d'un attac-
caglio, e che ha nel mezzo un'apertura conica a giorno
(lunga 0,18; larghezza dell'orlo inferiore 0,15, gros-
sezza 0,005) \ 2) un coltello (lungo 0,27; massima lar-
ghezza della lamina 0,04) colla lama leggermente ricurva;
r impugnatura e la lama sono lavorate in due pezzi ;
3) un'armilla formata da un semplice cerchio di bronzo;
4i una fibula del iipo detto a navicella, decorata con strisce
graffite.
Mentre la tomba, tanto per la costruzione quanto per
gli oggetti or ora descritti, per nulla si scosta dal sopra indi-
cato stadio, riesce del tutto nuovo il fatto, che l'apertura
del dolium era coperta da una lastra di pietra arenaria
locale , sulla quale è scolpito un bassorilievo figura-
tivo. Tale lastra ha una larghezza di 0,91; ne manca la
parte inferiore, di maniera che la massima altezza arriva
a 0,60. Il rilievo rappresenta un cocchio su cui sta l'auriga
(verso d.), ed avanti al cavallo vedesi un uomo imberbe
in piedi (verso s.). Se lo scarpellino ha espresso soltanto
un cavallo attaccato al cocchio, invece di due, può essere,
che quella rappresentanza fosse cagionata dalla difficoltà di
raffigurale due cavalli l'uno posto davanti all' altro. L'au-
riga, eh' è rappresentato con dimensioni molto piccole,
guarda in alto , tenendo colla d. le briglie e colla s. lo
stimulus. L'uomo poi effigiato davanti al cavallo alza la d.
e tiene sotto il muso del cavallo, colla s. posta all'altezza
della vita un oggetto curvo, che potrebbe essere un fla-
' Cf. Ann. ddlìnsl. 1881 tav. d'agg. R 1, V p. 225-230 ; Helbig
dai liomcrische Eijis aus den DoikmàUrn cìlàuterl p. 263 fig. lOóa,
insb, p. 262-26.J.
■ Si tratta dell' arnese clie il Gozzaàhn, inlorno afjlì scaci falli
dal sig. Arnoaldi Veli p. 67-71 spiega per mi tinlinnahulum. mentre
lo Zaiiiiuiii; liuti. dciriiisL. 1875 p. 51, vi riconosce un orn;ito del petto.
m BOLOONA 199
bello. Il costume di lui ricorda quello rappresentato sulla
celebre situla della Certosa ' : un cappello a larghe falde,
una giacchetta con maniche eh' arrivano ai gomiti, ed una
specie di gonnella che scende sino ai piedi ed è retta
mediante una larga correggia che passa sopra la spalla d.
Dietro la groppa del cavallo sporge una stele, il cui capi-
tello è sormontato da un oggetto simile ad una pigna,
avente in ogni lato una sporgenza corniforme. Nel campo
finalmente e precisamente sopra la testa dell'auriga si vede
una mezza luna colle punte rivolte all' ingiìi. L'esecuzione
nel tutt' insieme è goffa. Nondimeno si osserva già una certa
abilità neir esprimere i principali muscoli del corpo di
cavallo, e nella faccia dell' uomo posto davanti al cocchio
trasparisce la tendenza d' individualizzare.
La descritta rappresentanza è attorniata da una cor-
nice liscia e da tre strisce a guisa di cordoni; lungo
l'orlo superiore della lastra ricorre un fregio composto
d'ornati, i quali molto difficilmente possono farsi inten-
dere colla sola descrizione. Essi in parte si raffrontano a
tipi visibili sopra "i monumenti micenei scoperti dallo
Schliemann \
Siccome un coscienzioso ed acuto osservatore, qual' è
lo Zannoni , coi propri occhi ha verificato il fatto , che
quel rilievo era imposto al doUum, così questo fatto può
ritenersi come sicuramente stabilito. Ciò non ostante mi
sembra arrischiato d' inferirne, che il rilievo sia stato ivi
posto dalla gente medesima che costruì quella tomba, e
che esso sia contemporaneo al secondo stadio di Villanova
' Zannoni gli scavi della Certosa di Bologna t. XXXIV 1 ; Bull,
di paletn. Hai. VI t. VII 8.
^ Generalmente s'alternano tra loro una doppia palmetta munita
nel mezzo, cioè tra i due rami, d'uno stelo verticale , ed un ornato
composto di due motivi simili a pelte amazzoniche (cf. p. e. l'ornato
(Iella parte inferiore del cippo miceneo presso Schliemann Mi/kenae
p. 97 n. Ili e lo strisce d'oro ibid. p. 373 n. 517, 518). Ma la sequela
regolare di tale schema una volta è interrotta da una striscia verti-
cale decorata d'una rosetta.
200 I. SCAVI
di Benacci. In primo luogo credo, che la scienza deve
essere molto riservata dirimpetto a simili fatti isolati, come
finora si è quello in discorso. Oltre a ciò non vedo rela-
zione alcuna tra il rilievo e la decorazione caratteristica
per l'anzidetto stadio. È vero, che nelle tombe apparte-
nenti al secondo periodo della necropoli Benacci si sono
trovate stoviglie con gotfe figure umane impresse e con
manichi ch'hanno la torma di simili tipi. Ma s'intende,
che la distanza da siffatti tentativi ad una scena figurativa
scolpita in pietra, è molto considerevole. In tali circo-
stanze , finche non siano verificati altri fatti somiglianti,
dobbiamo tener conto della possibilità, che quel rilievo
sia stato imposto al dolium in tempi antichi sì, ma poste-
riori alla costruzione della rispettiva tomba. Sappiamo ,
che i Tarquiniesi ancora nel 6" e 5** secolo a. Cr. rispet-
tavano le antiche tombe a pozzo : e che i lavoranti, inca-
vando nella roccia una camera sepolcrale, allorché s'im-
battevano in una sovrapposta tomba a pozzo, facevano le
necessarie riparazioni per conservare quest' ultima '. Ora
se gli Etruschi occidentali agivano in quella maniera, nulla
impedisce di supporre simili procedimenti presso quelli
circumpadani. Perciò non mi sembra impossibile, che,
quando in tempi più recenti per qualche lavoro di sterro
fu messa allo scoperto una tomba di periodo anteriore,
questa sia stata allora difesa e garantita dai lavoratori,
sovrapponendole un rilievo scolpito in epoca piìi recente.
Comunque però se ne giudichi, in ogni caso il rilievo
ù interessante per più riguardi. Fra tutte le stele figura-
tive scoperte sinora nel Bolognese esso apparisce come
l'esemplare di tipo il più primitivo. Oltre a ciò sono degni
di nota i punti di contatto, che questo rilievo olìVe colle
rappresentanze della celebre situla scoperta nella Certosa.
Sembra, cioè, che ambedue i monumenti appartengono al
medesimo sviluppo artistico, e che il rilievo rappresenti
' Noi. d. scavi codu cUiacc. dei Lincei 1881 p. 325. 1882 p. 211-212.
RulL deirinst. 1882 p. 171. 212.
DI BOLOGNA 20 l
imo stadio anteriore, la situla uno stadio piti recente del
predetto sviluppo. E tale supposizione viene eziandio con-
fermata dall'analogia del costume. Se dunque il rilievo
per il materiale, in cui è lavorato , con piena sicurezza
deve spiegarsi come lavoro locale, lo stesso vale anche
per la situla e per altri monumenti analoghi a questa.
Il quale risultato è di maggiore portata, che non semhri
a prima vista. Imperocché sopra la situla e sugli altri
monumenti analoghi sono rappresentate scene della vita.
Quindi se questa vita è quella degli Etruschi circumpa-
dani, abbiamo un ricco materiale per giudicare della col-
tura esterna durante il 5° secolo a. Cr. propria a quella
popolazione, il quale materiale e' insegna un fatto molto
importante, che cioè la coltura esterna degli Etruschi cir-
cumpadani allora era diversissima da quella degli occi-
dentali. Ma r esporre e dichiarare tale diversità sorpasse-
rebbe di molto i brevi limiti di questa semplice relazione.
E perciò ne riservo l'esposizione circostanziata ad una
memoria che vedrà, la luce negli Annali di quest'anno.
W. Helbig
e. Antichità di Castelcone di Sua sa.
Il terreno di Casteleone di Suasa (prov. di Ancona) a
quel che pare abbonda di antichità romane. Di fatto benché
non vi fossero stati mai eseguiti scavi sistematici, pure
mediante scoperte casuali fatte da contadini si è già for-
mata una numerosa collezione che appartiene al proprie-
tario di quei terreni, D. Emanuele dei principi Ruspoli.
Disgraziatamente non sono stati notati né i luoghi precisi,
né le particolari circostanze, nelle quali furono scoperti i
singoli oggetti. Oltre a ciò quest' ultimi per ora sono
accumulati in maniera che rende molto diffìcile uno studio
circostanziato. Ond'é che per oggi debbo limitarmi ad
accennare quegli oggetti , i quali ho potuto esaminare
accuratamente e che mi sembravano specialmente iute-
2U2 I, SCAVI
ressauti. Ma spero di poter dare presto notizie piìi partico-
lareggiate, giacché D. Emanuele Kuspoli si è deciso ad
intraprendere scavi regolari e far portare gli oggetti già
ritrovati a Roma, dove in maniera convenevole saranno
esposti nel suo appartamento.
Tra gli oggetti in bronzo primeggiano i frammenti
di una statua colossale a cavallo solidamente dorata. I
quali sono una spada rinchiusa nel fodero, lunga 0,71,
larga 0,052, e la metà d. di una testa bardata di cavallo,
lunga dalla bocca sino alla radice dell' orecchio 0,57. La
spada ed il di lei fodero hanno il solito tipo dell' epoca
imperiale , quale si scorge p. e. sul celebre cameo di
Vienna '. Sui finimenti del cavallo sono espressi in ma-
niera molto circostanziata i chiodi e le borchiette che li
adornano. Alle coreggie incrociantisi sulle tempie è im-
posta una falera tonda (diam. 0,08) che mostra il busto
di un giovane imberbe munito di elmo e clamide (Marte ?)
in alto rilievo. Presso la bocca del cavallo poi si ammira
una seconda falera (diam. 0,07) ornata di un busto di
donna che ha tirato il velo sull'occipite e colla d. posta sul
petto tocca l'orlo del velo. I busti di ambedue le falere
sono rappresentati di faccia. Quei frammenti tanto nello
stile, quanto nella tecnica si raifrontauo ai piìi recenti l)ronzi
trovati a Pompei e ad Ercolano e sembra perciò proba-
bile , che la statua, di cui facevano parte , sia lavorata
air epoca dei Flavi.
Lo stesso vale per due figurine di bronzo, l'una delle
quali (alta 0,12) rappresenta il ritratto di un uomo d'età
avanzata in piedi, l'altra (0,081) una Vittoria inginocchiata.
L'uomo vestito di tunica e di toga appoggia il braccio d.
sulla toga e tiene colla s. nell'altezza della vita un piccolo
ruotolo. La faccia tonda e grossa, il collo corto e la roton-
dità del ventre ricordano i ritratti di Vespasiano e di Tito,
ed in ogni caso accenna all'epoca flaviana la capellatura corta.
La Vittoria poi veste chitone ed epiblema cinto ed ha sulla
' Denkm. d. a. K. 1 Tav. LXIX 377.
ANTICHITÀ DI CASTKLKONK 20;»
parte anteriore del capo una treccia, mentre due lunghi
ricci cadono sulle spalle ; essa tiene con ogni mano stesa
ingiù un lembo dell' epiblema. Siccome l'attitudine della
tigura per il severo parallelismo tanto delle gambe ingi-
nocchiate quanto delle braccia stese apparisce molto legata,
così deve supporsi, che tale figura abbia fatto parte di un
insieme tettonico. Ed infatto si scorge tra le ali un'appro-
fondatura che non può aver servito ad altro che ad inse-
rirvi un appoggio, il quale metteva la figura in relazione
con un vaso, candelabro o che sia. Tanto nella testa della
Vittoria, quanto in quella del sopradescritto personaggio
romano le pupille sono incavate, cioè a quel che pare anti-
camente erano rilevate mediante argento intarsiatovi dentro.
Uno stile diverso domina in una figura di nano danzante
(alta 0,095) ed in un balsamaio di bronzo che ha la forma di
una testa di barbaro (alto 0,125). Vi spicca cioè una ten-
denza decisa per una rappresentanza caratteristica. Il nano
balla, contorcendo il corpo in maniera caricata e gettando
la testa verso la spalla sinistra. Colla d. alzata sopra il capo
suona una nacchera, mentre l'altra nacchera si trova nella
s. appoggiata sulla coscia. Egli si presenta ignudo salvo una
corona tortilis che circonda il busto, ed una specie di sciarpa
avvolta attorno il grosso ventre. La testa è calva, il volto
col naso arricciato di una bruttezza grottesca. Siccome il
suo lungo fallo è privo di testicoli, così chiaramente si
riconosce aver voluto l'artista rappresentare un eunuco.
La testa poi che serve da balsamario, per il naso aqui-
lino, le sopracciglia pronunciate, le ossa guanciali molto
prominenti sembra accennare ad un tipo orientale. Ha un
pizzo, ma è privo di baffi. Il cranio è coperto di un basso
e stretto berretto.
Sarebbe troppo lungo e credo anche inutile il descri-
vere le varie figurine di Fortuna e di Mercurio, gli amu-
leti fallici e la grande quantità di utensili in bronzo pos-
seduti da D. Emanuele Ruspoli. Abbondano nella mede-
sima collezione anche frammenti d' intonachi dipinti, d' in-
crostazioni di marmo e vasi di vetro verdastro trasparente,
tra i quali ve n'è uno disgraziatamente frammentato che
204 li. MONUMENTI
ha ornati in forma di posco ed oltre a ciò la seguente
epigrafe in rilievo
...ixAiP€ painoy;ikata
Oltre a ciò vi osservai gran quantità di dolii e d'anfore
puntute d'argilla. vSul manico di un'anfora d'argilla gial-
lastra è stampata in rilievo l'epigrafe CaVLI. Un altro d'ar-
gilla rossastra mostra egualmente in rilievo le lettere
OVWV. ^- Helbig
IL MONUMENTI
a. Iscrizione d'Aitabasdes.
Nella galleria lapidaria del Vaticano trovasi fra le
inscriptioncs Aur/ustorum il seguente frammento di un titolo
bilingue (pubblicato nel C. 1. Gr. n. 6432 ò e nel C. I. L.
voi. VI n. 1798):
ieN
GN lAYT •
A
'A R T A B A S
D E
S
vs •
REGIS • ARIOBARZANIS
T • ANNOS • XXXVIIII
Tutti i dotti che ne hanno ragionato (dopo il Marini Arv.
p. 734), l'attribuiscono ad un membro della famiglia degli
Atropatidae, di nome Artabasdes e figlio di un Ariobar-
zaues. Recentemente il Mommsen, nella seconda edizione
delle res gcstae divi Aicgusti^ l'ha riferito al re Arta-
basde li, il quale cacciato dal suo regno nel a. 723 o 724
fuggi ad Augusto, che lo fece re dell'Armenia minore.
Anno 734 vel paullo ante, dice il Mommsen l. e. p. Ili,
Artavasdem obiisse e): loco Dionis 54, 9 irìtellegitur: ohiit
autem Romae teste titulo urbano VI, 1798,
Questa opinione, benché probabilissima per se, viene
però confutata da un monumento non osservato finora. Si
trova cioè nello stesso palazzo Vaticano, ma in un corridoio
della biblioteca e murato sotto una finestra, un altro fram-
mento della stessa lapide, che copiai uel modo seguente :
jVlOC TAIOY *AB
j; APTABACAOY
'^lOC BAClAeWC
T Y Y I 0) N O C
ISCRIZIONE d'artahasdks. 205
Sembra che non sia mai stato pubblicato, ciò che mi
asserisce anche il eh. Kaibel : nemmeno si sa, dove fosse
ritrovato, neppure so sia, come l'altro già conosciuto, pas-
sato nel museo Vaticano dalla colleziono lapidiria di Gae-
tano Marini, nelle schede del quale linora non ne ho tro-
vato veruna notizia.
Si riconosce subito che il frammento appartiene alla
parte superiore dell'epitafio di Artabasdes: infatti, coH'aiuto
di un calco potei constatare che i margini dei due fram-
menti combaciano esattissimamente. Mentre però finora
l'iscrizione latina si poteva credere mancante soltanto di
poche lettere dalla parte sinistra, il frammento nuovo
dimostra che di ambedue i testi, tanto del greco quanto
del latino, manchi quasi la metà. Ma fortunatamente si
suppliscono fra loro di modo che in pochi punti solamente
possa rimanere un dubbio.
L'iscrizione comincia dal nome del defunto formato
secondo l'uso romano ed enunziando anche il nome del
padre e la tribù. Il gentilizio stesso manca in ambedue i
testi: sulla restituzione però non può esservi dubbio, os-
servando l'uso generale di quei re barbari alleati all'im-
pero romano, d'adottare cioè il gentilizio dell' imperatore
regnante '. Così quello dell' Artabasdes non può essere
altro che Julius: e ciò vien pienamente confermato tanto
dalla tribìi Fabia, la quale, come ha mostrato il Kubitschek
{de tribubus p. 116 seg.), fu quella della famiglia d'Au-
gusto, quanto da una iscrizione recentemente scoperta
nell'atrio di Vesta e pubblicata dal comm. Lanciani [Bull,
ardi, comun. 1884 p. 4 n. 696), ora da me riscontrata:
fAH KAnGTOAÌnY/)
toj'AlOS apiobapzan\/^$
^iJAIIAGnS APIOBA|()C«i'o?'5
che spetta evidentemente ad un membro della stessa fami-
glia reale dei Medi. — Il prenome, mancante egualmente
nel greco e nel latino, non può essere stato altro che Gaius.
Supplendo così le prime righe dei due testi:
r A I O C • I O Y A J lOC TAIOY *AB
C • IVLI VS • C • F • FAB (ARTABASDES
' Basta ricordare il M. luUus Cottius {C. l. L. V p. 808 : il G. lulUa
Hhoeìuelalces rex Tliracum (Creili 631); il /■•. Aeltus ({aìparaganus ri' e
Roxolanorum [G. I. L V 32 ; cf. n. 33!.
•J0(,> 11. MONUMENTI
troviamo che il numero delle lettere perdute è quasi eguale
a quello delle conservate: norma per conseguenza da se-
guire per la restituzione del resto.
Dopo il nome romano del defunto segue la sua genea-
logia, enumerata secondo l'-uso della Grecia e delPOriente.
Dall'insieme del titolo si rileva che fuori del padre e del
nonno non vi erano nominati altri antenati. Tenendo conto
della posizione dei due nomi di Artabasdes ed Ariobarza-
nes, si può attribuire con certezza il primo al padre, il
secondo al nonno. — Mentre che il testo latino si adatta
senza diflRcoltà alla restituzione: \refjis Artnbasilis fili]us,
re'jis Ariobarzanis ^nepos^, rimane qualche dubbio intorno
al greco. Essendone la parte seconda scritta sicuramente
così: lìctai/Jwc \4oi<)^c<qi,dv\ov t'horóg, potrebbe sembrar
necessario di formarne nell'istesso modo la prima: [^aat-
Xe(o]g \ÌQra.-idaóov [v^lóg. Ciò peraltro è impossibile per
ragioni dello spazio; giacché, mentre nel principio della
terza riga manca di certo più d'una lettera, nella seconda
invece, la di cui parte conservata non conta più di undici
lettere, non possono entrare il cognome del defunto in-
sieme col titolo reale del padre '\ìoT(c^ccaói^Q, ii«(ri/i.i-'ù)]c,
11 modo più probabile di restituire quella parte dell'epi-
tafio mi sembra di ammettere una posizione irregolare,
cioè dopo il nome del padre, del titolo ^ccatXtoìc..
La fine del titolo non presenta difficoltà, alcuna, èssendo
o-li anni della vita conservati in ambedue i testi. Faccio
osservare soltanto, che tenendo conto del numero delle
lettere mancanti fra l'ultima parola della genealogia nepos-
vtwróg ed il vixit-f-'Cr^afr, vi rimane una lacuna dello spa-
zio di sei lettere tanto per l'uno quanto per l'altro testo.
Confrontando il nostro titolo con altri simili di re bar-
bari (C. 1. L VI 1797-1801) e specialmente con n. 1799:
Seraxpadaiies Pliraatis Arsacis reguììi rcgis [{ilius) Par-
tlius; fìhodaspes Phraalis Arsacis return regis f{ilius) Par-
thus, mi sembra non improbabile che vi sia stata indicata
la nazionalità del defunto : ed è chiaro che Mcdus Mt]óf>g
è perfettamente adatto per riempire la lacuna suddetta.
Stabilito così il testo dell' iscrizione :
riiioc 'loi'Xjiog rdiov (V((^{i«)
'AQza^daórf^g \4QTa[ìuadov
^ccGiXéwg vYióg, (iccdikiwg
'ÀQiOi^ao^dì'^ov viuìióg
f'Crja fv €i'iaVT[ovg) /^
ISCRIZIONI-; d'artakasdes 207
C. lulms c. f, l'\ih,^ Artabasdes
rcgis Artabasdis fiU]us regis Ariobarzanis
ncpos wj.rjit annos XXXVIIII
resta ad investigare, chi sia la persona a cui essa si rife-
risce. Che debba cercarsi nella famiglia reale di Media,
pare fuori di dubbio: ne propongo lo stemma secondo il
Mommsen (1. e. p. 117), al cui egregio commentario basta
rimandare per tutti i particolari:
Ariobarzanes I
Artabasiics T, re di Media lino al 722
re di Armenia 725-'7:34
Ariubar/anes II lotape
re di Armenia e di Media sposa di Alessandro .
morto dopo il 755 figlio di Antonio e Cleopatra
Artabasdes II re di Media
e di Armeni;i. morto prima del 7!j4-
E chiaro che nel titolo vaticano non può esser nomi-
nato nessuno dei due re ambedue tìgli, non nipoti, d'un
Ariobarzane. Egli deve piuttosto attribuirsi ad un figlio,
ignoto del resto, di uno d'essi. E pare molto più proba-
bile che il padre sia stato Artabasdes II anziché il primo,
il quale, benché protetto e socio di Angusto, appena potrà
credersi abbia adottata la piena nomenclatura romana,
chiamandosi C. lulius Artabasdes. La paleografia del titolo
non contradice a tale supposizione: e se il Mommsen a
ragione lo dice tilulum scriptum litteris elcgantibus neque- :
ablìorrentibus ab aefate Augusta, dall'altra parte non si
può escludere la seconda metà del regno di Tiberio come
epoca della morte del nostro C. lulius' Artabasdes, avve-
nuta a Roma nell'anno trentesimo nono della sua vita.
C . HUELSKN
•J08 11. MONUMENTI. — TAZZA DELL'ILIUPERSIS ECC.
b. Tassa con scene dell' Iliupersis trovala presso Orvieto.
Esaminai , poco fa , ad Orneto una tazza attica a figure rosso
alta 0,10; diametro -senza i rnmichi - 0,232), ritrovata negli scavi
del nostro socio sig. ingegnere Mancini, la quale mi sembra degna
di nota tanto per lo stile, quanto per i soggetti in essa raffigurati '.
Vi sono rappresentati tre episodi! dell" Iliupersis con un disegno, che
mostra i principi! dello stile severo, rna nello stesso tempo una ten-
denza spiccata d' individualizzare. Neil' interno si vede un uomo che
fugge (verso d), portando sulla spalla d. un ragazzetto ignudo. Egli
guarda indietro , quasi se fosse perseguitato ; il capo è cinto di una
stretta tenia ; attorno il corpo ignudo svolazza un lungo mantello che
dalla spalla s. scende sul braccio. Il particolare trattamento del volto
potrebbe far credere che il pittore abbia voluta esprimere un tipo
orientale. Il volto cioè apparisce molto magro , il naso aquilino, il
mento aguzzo ; sul labbro superiore si vedono sottilissimi baffi, scarsi
peli sai mento e sulle guance. Il ragazzo , mentre 1' uomo lo sostiene
alla gamba d., si aggrappa con ambedue le mani alla testa del por-
tatore ed appoggia il mento sulla propria mano d. ; la testa teniata
si presenta di faccia; tanto le braccia, quanto le gambe sono ornate
di cerchietti. Gira attorno il gruppo l'epigrafe KAUO?
Esterno: Priamo, seduto sopra o accanto ad un altare (verso s.),
è assalito da un giovane oplita , cioè Neottolomo (verso d.j, mentre
dietro di lui si vede una donna nell'atto di fuggire (verso d.j. Priamo,
rappresentato da vecchio con barba lunga , appoggia la s. sopra un
bastone a guisa di stampella e stende spaventato la d. verso il nemico ;
veste scarpe, chitone lungo ed un mantello che scende sul braccio s.
Neottolemo si avanza contro lui a passi precipitati, protendendo lo
scudo ovale e vibrando Tasta. La donna fuggente guarda indietro e
disperata stende ambedue le braccia; essa veste cuffia, chitone ed un
mantello avvolto attorno la spalla s. ed il braccio d. Nel campo si
leggono le lettere O I V S poste a grandi intervalli.
Dall'altra parte: Una donna (Cassandra?), rivolgendo la testa,
fugge (verso s.) avanti ad una colonna ionica con architrave impostovi.
Essa è inseguita da un oplita barbato (.\iace figlio d'Oileo?), il quale
stende verso di lei la d.; nella s. tiene lo scudo ovale e la lancia. Il
corpo della donna è ignudo, meno un mantello, che dalla nuca scende
tra le due braccia distese. Un'altra donna, che veste chitone, mantello
e cuffia, è rappresentata dietro l'oplita; essa fugge in direzione opposta
(verso d.i, rivolgendo il capo e stendendo ambedue le braccia. Nel
campo le lettere KVSSVV anche esse a grandi intervalli.
W. Helbig
' Il collega Gamurrini n'ha già dato una succinta descrizione
nelle Not. d. scavi 1884 p. 184 n. 9, dove il vaso per uno sbaglio
tipografico è determinato come « tazza a figure nere ».
Errata
Pag. 56 nella quinta riga dell' iscrizione di Fogliano è stampato
per errore IVVENILIBVS invece .li IVVP]N.\LIBVS.
PubblicHio il dì 30 i\ovenil>re 18*^4.
BULLETTINO
dell'instituto
DI CORRISPONDENZA ARCHEOLOGICA
N." XII DI Dicembre 1884.
Scavi di Pumpci. — KekiUA die aniikun Terrucollen. — Indice.
I. ADUNANZE DELL'INSTITUTO
Decembre 12: Adunanza solenne intitolata al natale
di Winckelmaun : 0. Richteu; sulle fortificazioni d'Aidea
(v. Annali 1884 p. 90 segg.). — Helbig: sulla prove-
nienza degli Etruschi (1. e. p. 108 segg.).
Pubblichiamo in questa occasione le novelle ascrizioni,
a cui si è dato luogo in ricorrenza del natale di Winckel-
maun. E furono nominati Membri ordinari i signori:
Dott. Christian Huelsen, Boma-,
Prof. Gherardo Ghirakdini, Firenze;
Prof. Otto Eichter , Berlino (p. t. in Boma).
E soci corrispondenti i signori:
Ing. Ernesto Martinelli, Anagni;
Vincenzo Cicerchia, Palestrina;
Prof. Nerino Ferri, Firenze;
Pietro Tamponi , Ter r anuova- Pausania (Sardegna) ;
Hammeran, Frankfurt s/M.;
Giacomo Keller Magonza;
Dott. Roberto Schneider, Vienna;
Prof. Giuseppe Gelcich, Bagusa;
Francis MoRTON Nichols, Lawford Hall, Laioford
near Manningtree, Esscx (Inghilterra).
14
210 li. bCAvi
II. SCAVI
Scavi di Pompei
(continuazione; cf. pag. 16 segg. ; 103 segg.; 12G. ^cgg.: 182 scgg.)
Reg. Vili, isola 2, u. 29-31.
Fin dal Marzo dell'anno 1883 . fu cominciata a sca-
vare parte dell'isola 2 della regione ottava. Sotto tal nome
si comprende quel gruppo di case che da quelle dette di
Cliampionnet fino all' altra detta di Giuseppe II, cioè dalla
basilica fino al foro triangolare, si stendono lungo il mar-
gine S della città. La parte ora scavata comprende una
sola casa, segnata coi numeri 29, 30, 31, che sta incon-
tro alla parte 0- del lato S dell'isola Vili, 7 (vd. la pianta
Bull. 1883 pag. 170). Essa nella sua forma attuale prosup-
pone la distruzione del muro di cinta, sul quale essa si
estende. È composta cioè di due piani, ed in ciò rassomiglia
a quelle grandi case che stanno presso la porta di Erco-
lano ', le quali però ai due piani ne aggiungono un terzo
situato appiè del muro.
Diamo qui appresso la pianta della casa in discorso,
a sin. il piano superiore, a d. quello inferiore. Con linee
più grosse sono indicate la parete esterna ed interna del-
l'antico muro di cinta, ancora riconoscibili nella parte
della casa. È chiara e semplice la distribuzione delle loca-
lità. La casa, come quella del Fauno, del Laberiuto e
tante altre % ha due atrii, dei quali quello orientale (n. 30)
è il principale e piìi nobile. Stanno intorno ad esso due
ali g II, due recessi di forma simile e /e, dei quali k, con
una scala di quattro gradini, serve da passaggio all'atrio
n. 29; il grande tablino q fiancheggiato dalle due camere o /•,
fra cui r dà accesso al corridoio e alla scala t, che condu-
' Mazois voi. 2 pag. 71 segg. Overbeck l'oiiipcjl. ' pag. 36G segg.
' Overbecli Pompeji* pag. 261.
IH l'OMPEI
211
_'12 li. SCAVI
cono al piano di sotto; tre cubicoli, in parte molto spa-
ziosi fi /, ognuno con grande finestra sull'atrio; la cella
deirostiario o atriense n , con piccola finestra, che dalla
l»arte esterna si ristringe, sul vico ; la cucina a con ampia
finestra sul vico, grande focolare e un jiiccolo forno;
accanto alla cucina sta una camera (dispensa? cesso?) b
non ancora sgombrata.
Accanto all'ingresso dell'atrio secondario n. 29 tro-
viamo la cella dell'ostiario v; il vano rozzo w, dal quale
per il corridoio i si accede all'atrio u. 30 e alla cucina, e
che probabilmente conteneva anche una scala di legno per
salire al piano di sopra. Giacché è incredibile che una
casa come questa, con muri di straordinaria grossezza (0,59),
non abbia avuto camere superiori, ed è poco probabile
che siano stati accessibili soltanto per quella scala di cui
il primo gradino pare che sia conservato in u. Vi è poi
il tablino z e vari locali accanto e dietro di esso, u ^ y S^
ai quali è difficile dar dei nomi ; a al tempo della distru-
zione era stato trasformato in un bacino per preparare la
calce occorrente ai lavori in corso. A d. del tablino evvi lo
stretto corridoio jy, cui sta accanto la scala .r, che conduce
al piano di sotto. Presso .> pare che sia stato un cesso.
Il lato posteriore di questo piano vien formato da
una serie di ?ale, ^ p g 5, delle quali il tablino q è la più
grande. Tutte avevano il pavimento composto di lastre di
marmo e di lavagna, delle quali però non rimane che una
piccola parte in p e pochissimi avanzi in 7. — iì inoltre
era distinta per una niccliia edicola nella parete N, spo-
gliata quasi totalmente del suo originario rivestimento di
marmo. Tutte queste camere si aprono in tutta la lar-
ghezza con larga porta sopra un'ampia terrazza, ora crol-
lata, sovrapposta alle località del piano di sotto, dalla quale
doveva godersi una vista deliziosa per il magnifico pano-
rama della fertile pianura, delle montagne opposte e del
mare.
Al piano inferiore si discende dal n. 29 per 8 scalini
di lava, quindi per un corridoio inclinato 1; dal n. 30 per
DI POMPEI 21;'.
la scala 18, la cui parte supcriore ò stata rifatta nioder-
uamente, mentre la parte piìi bassa, 16 gradini di tufo, si
trovò conservatii.
Discendendo dunque per 1 troviamo a sin. prima un
piccolo vano coperto a volta, accessibile soltanto per una
specie di finestra. Evidentemente è un serbatoio d'acqua,
la quale però non si vede come vi entrasse; il fondo irta
m, 0,G0 sotto quello di 1 ; le pareti fino al nascimento
dell:! volta son rivestite di stucco fatto con mattone pol-
verizzato. Stanno poi sul medesimo lato di 1 tre vani
coperti a volta, 3, 4, 5; 4 e 5 non sono ancora sgombrati;
il muro anteriore di 5 al tempo della catastrofe era total-
mente distrutto, e non si vede uè anche se anticamente vi
fosse un adito da questa parte. Segue, un complesso di
localit^i che al tempo della distruzione erano in completa
rovina, dimodoché è impossibile definirne la destinazione.
Osservo soltanto che 6 è una vasca murata, che presso 9 si
vedono sul pavimento tracce di suspcnsurac, le quali fanno
pensare ad un bagno; 10 era una cucina con focolare nel-
l'angolo NE, un altro rialzo di fabbrica sorretto da volta
presso l'angolo SE, e tre pìccole nicchie nel muro 0; una
porta dà accesso a 5.
Meglio son conservate le parti che stanno dietro
l'atrio u. 30. Discendendo per 18 abbiamo dopo pochi gra-
dini a d. la cucina 13. Essa sta ad un livello superiore a
quello delle altre camere, ma da 18 vi si discende ancora
per 4 gradini. La parte è divisa dal resto per un basso
podio, nell'angolo fra questo ed il muro S sta il focolare,
e nel muro N il cesso, che è in comunicazione con una
fogna.
Scendendo poi per il resto della scala entriamo in
un portico 19 molto stretto (m. 2,20), sorretto anticamente
da pilastri congiunti per un pluteo di legno. Sul portico
si aprono due sale spaziose 16 e 17, coperte anticamente
a volta, le quali, protette dal portico contro il sole, ser-
vivano senza dubbio per cercarvi il fresco nella stagione
calda. 15 non era che un passaggio per accedere a due cubi-
214 11. SCAVI
coli, uno piuttosto grande 11, l'altro piccolo 12, e per mezzo
di due porte laterali a IG e a U, locale che al tempo
della catastrofe si trovava iii uno stato di completa
distriizioiie.
Uscendo dal portico si entra in un piccolo giardino,
per allargare il quale il proprietario della casa lia oltre-
passato la linea segnata dalla parete esterna del muro di
cinta, costruendo un muro di sostruzione poggiato sulla
roccia di lava che qui rimaneva scoperta, come la vediamo
scoperta anche appiè del foro triangolare. Il giardino era
accessibile per qualche scalino all'estremità 0, ed aveva
nel bel mezzo una vasca per una fontana, rivestita di
opus Slgninum.
Dopo questa rapida orientazione debbo invitare il
lettore a seguirmi in una ricerca un po' arida sulla storia
della casa e delle sue decorazioni. Si tratta qui di una
questione importante per la storia di Pompei, di sapere
cioè, fin da quando i privati abbiano occupato e distrutto
il muro di cinta. In altro luogo ' ho cercato di dimostrare
che già prima della guci-ra sociale Pompei non era più
una fortezza nel vero senso della parola; che la porta
Marina, costruita in quel tempo, non è una porta di for-
tificazione ; e che probabilmente sul lato della città già
fin da quel tempo il muro era occupato. Ora credo di poter
provare, che tale risultato viene pienamente confermato
dalla nostra casa , qualora essa sia diligentemente esa-
minata.
La facciata è di opera reticolata con angoli e fasce
di mattoni. Incomincia con una fascia 4i mattoni imme-
diatamente sul suolo. Segue opera reticolata d'un lavoro
molto esatto; quindi un'altra fascia di mattoni all'al-
tezza di m. 3,3.5 (nella parte E; V;erso il marciapiede
è più alto) ; e sopra detta fascia un' opera reticolata di
lavoro molto meno accurato. Si avrebbe torto a voler qui
jiistinguere due epoche, giacché la parte inferiore è lavo-
' Poi^pejanUche BeUràcjn j)ftg. g.iJ$ ;$gg.
DI roMPKi 215
rata internamontfi in quella maniera piìi trascurata. Os-
servando dunque che in u si hanno due ingressi a
g'uisa di bottega verso N e 0, chiusi posteriormente con
quell'opera reticolata meno buona; bisogna dire che qui
si è cambiato pensiero durante la fabbricazione stessa.
In queir opera reticolata buona oltre il solito tufo grigio
è stato adoperato anche il tufo giallo e un tufo scuro quasi
nerastro, disponendo le varie specie in maniera da pro-
durre certi semplici disegni ornamentali, per^ senza rego-
larità corrispondenza fra loro. Di più in un punto cor-
rispondente alla parte della cucina n si ò prodotto con
tufo nerastro il disegno di un' àncora (lunga ra. 1,15).
Siffatti disegni potrebbero addursi in favore della falsa opi-
nione che l'opera reticolata sia stata sempre destinata a
rimaner senza intonaco '. Ma benché non si possa dimo-
strare che anche in questo caso il muro non sia rimasto mai,
né anche in origine e per qualclie tempo, senza intonaco,
giova però osservare che in un punto corrispondente alla
camera b è conservata una parte benché piccolissima del-
l'intonaco. E tale intonaco è anteriore al pavimento del
marciapiede, il quale da parte sua, per essere assai consunto,
dimostra di avere anch'esso una certa antichità. Ed è chiaro
altresì, che quando il pavimento fu fatto, l'intonaco già
era distrutto.
Quanto all'interno della casa, quasi tutti i muri
nella parte anteriore, compresivi anche quelli anteriori
dei due atrii, sono di queir opera reticolata meno esatta;
solo quello fra v e w è di opera incerta ( contemporaneo
però agli altri ) ; quelli fra la fauce del n. 29 e w e fra la
fauce del n. 30 e n hanno il reticolato soltanto dal lato
della fauce, dall'altra parte l'opera incerta. Gli angoli però
anche in questa parte della casa non sono di soli mattoni
(come nella facciata) , ad eccezione di quelli fra la fauce
n. 30 e l'atrio, ma di mattoni alternati regolarmente con
' Nissen Pompejanische Studien pag. Ò9, oonfutito da me Poi)\p^a-
nisclus Beitràye pag. 9 segg.
216 ni. LETTERATURA
pietre calcari e di tufo tagliate in forma analoga. Per
il resto poi della casa, meno alcune aggiunte posteriori,
son caratteristici questi stessi angoli e stipiti con opera
incerta; e tale modo di costruire lo troviamo tanto nel
piano superiore quanto in quello di sotto.
(sarà contÌ7ìuato) A. Mali
III. LETTEKATURA
Die anlihen Terracotlen, im Auftrag des archaeologischen Instiluls des
Deiilschen Reichi herausgegeben von Reinhard Kekulé. — Band I:
dia Terracotlen von Poìiip'iii, bearbeitet von Hebmajjn von Rohden,
nach Zeichmmgtn von Ludwig Otto u. A., Stuttgart {W. Spemann)
1880, pp. XIV nnd -79, Tafeln .=50. — fìand II: die Terracotlen
von Sicilien, bearbeitet von Eeinhakd Kekulé mit GÌ Tafdn
gezeictmel und radirt von Ludwig Otto cet. Berlin und Stuttgart
(W. Spemann) 1884, pp. XI und 87.
Dalla scienza archeologica de' nostri giorni si è sempre più rico-
nosciuta la necessità di separar l'una dall'altra le diverse classi de'mo-
numenti e di riunir altresì tutti gli oggetti appartenenti ad un mede-
simo genere d'arte. La raccolta degli S pecchi etruschi del Gerhard
è il primo esempio della realizzazione d'un simile pensiero. A lui deh-
bonsi parimente la prima idea ed i preparativi della serie delle Urne
etrusche, il cui primo volume fu fin dall'anno 1870 pubblicato
dal nostro Instituto per m.-zzo di Enrico Brunn. Il secondo fra non
molto si darà alla luce dal KOrte, al quale dopo la morte del Klfigmimn
è stata affidata anche la continuazione dell'opera degli Specchi. A queste
imprese s'associano ormai due altre, la raccolta cioè de' bassorilievi
de'sarcof aghi romani, ideata già da Ottone Jahn e dall'Instituto
dopo la morte promatura del Matz aflìdata al Robert, e quella delle
Terrecotte antiche, della qu.ale si è incaricato il Kekulé. Questa,
più vasta delle altre, che non comprendono che gruppi isolati di monu-
menti d'arte, deve contener tutti i generi di statue, statuette e rilievi
d'argilla da' tempi più antichi all' età più recente dell' arte greca ,
etrusca, italica e romana. Negletta finora più delle altre classi, essa
non abbisognava di preparativi letterarii molto estesi, e quindi, se-
condo espone lo stesso Kekulé nella prefazione al primo volume, pote-
vasi metter mano subito a tale pubblicazione, che sembrava tanto più
urgente, in quanto che più di ogni altra prometteva ricca messe di
cognizioni sull'estensione, sulla connessione e suU' indole ibll'arte nelle
diverse regioni. Infatti ne fu formato il progetto già prima della sco-
KKKUI.É, THRItACOTTEN 217
perta delle terrecotte taiiagree, una scelta provvisoria delle quali , presa
dal ricco apparato raccolto dall'Institiito. fu pubblicata fin dall'anno
1878, conforme al desiderio generale di veder comunicate al mondo
letterario almeno alcune di quelle tavole, prima che venisse alla luce
il volume dell'opera contenente la parte relativa a quei monumenti
tanto importanti. La stessa pubblicazione cioè nel modo più naturale
e conveniente dovea dividersi secondo regioni, ed in queste secondo le
classi speciali e le epoche.
Il Kekulé, che da prima si era assicurato la cooperazione di Ric-
cardo SchOne, dopoché questi fu chiamato ad altri doveri , ha trovato
un collaboratore attivo ncH'antico suo discepolo Ermanno von Rohdcn,
il quale volle incaricarsi puranche della pubblicazione indipendente di
divisioni intiere. Una di queste formano le Terrecotte di Pompei,
colle quali si è voluto dar principio alla pubblicazione dell'opera ,
perchè questa divisione, meno splendida di quelle che seguono, con-
tiene però oggetti appartenenti ad un periodo di pressoché sette secoli,
tutti rinvenuti in un sol luogo, e quasi tutti adoprati nella vita quo-
tidiana. A Pompei per mezzo di indizi esterni riusciva spesso possibile
di formar giudizi e fissar esatte date cronologiche, il che altrove rade
volte permette il modo de' ritrovamenti ; ma servendosi delle norme
stabilite a Pompei, anche per paesi che nell'esercizio dell' arte occu-
pano una posizione molto più elevata, come Grecia e Sicilia, possono
sciogliersi molte quistioni relative all'età ed all'uso di terrecotte tanto
architettoniche quanto figurate; quistioni che nell'isolamento de'pezzi
difiicilmente si sarebbero potute risolvere.
Abbiamo fin qui seguito i ragionamenti dello stesso editore prin-
cipale nella prefazione al volume primo : passiamo ormai al lavoro
dato alla luce dal sig. von Eohden.
Dopo aver osservato che le terrecotte pompeiane sono per la più
gran parte entrate nel museo nazionale di Napoli, oppure rimaste a
Pompei (p. 1. 2), egli annovera le fonti letterarie, fra le quali occu-
pano il posto primario i rapporti officiali sugli scavi; benché anche in
questi le terrecotte non siano state sempre trattate colla dovuta dili-
genza (p. 2-4). Distingue poi le terrecotte in due classi , quella degli
ornamenti architettonici, adoprati in ispecie quando erano
esposti all'umidità, e l'altra delle figurine tonde. Nella prima
comincia dai puteali (p. 5. 6). Questi, che richiedevano un materiale
dure, ciò che escludeva il tufo, sembrano essere stati fatti in principio di
lava, quindi di terracotta, la quale poteva coprirsi d' un fino strato
di stucco. Se ne riproducono due soltanto , conservati nel museo di
Napoli ; l'autore ascrive l'uno ai tempi di Nerone , 1' altro ad epoca
alquanto più antica. Fu lasciata da parte la gran massa dei più re-
centi , per la loro grande semplicità , e perchè privi di valore arti-
stico. — La seconda divisione degli ornamenti architettonici è for-
mata dalle grondaie ed antefisse p. (5-15) considerate, prima negli
218 III. LETTERATURA
edifizi pubblici, poscia nelle case private. Risalta dalle ricerche del-
l'autore, la toonioa de^U ornamenti architettonici a Pompei essorsi
sviluppata in uno spazio di tempo piuttosto breve, ed esser' tale svi-
luppo non dissimilo da quello della pittura decorativa. Ornamenti di
terracotta sono anteriori, almeno in edifizi pubblici, alle costruzioni in
mattoni. I rari avanzi della sima del tempio groco e di quello di
ApoUine (dotto di Venere) ci richiamano alla mento le grandiose co-
lonne sul foro triangolare ed i lastroni quadrati di pietra calcare delle
case osche. Agli atrii delle case nobili convengono le grondaie sem-
plici e belle. Piìi vivace e svariata, ma più meschina puranche diventa
coUandar del tempo Tomamentazione delle case, e lo stesso cambia-
mento mostrano gli ornamenti in terracotta. Ciò continuava fino al
terremoto, dopo il quale seguì la decadenza subitanea dell'arte, visi-
bile in ogni edifizio, in ogni pittura paretaria, e parimente in ogni ante-
fissa (p. 16).
L'a. aggiunge poche osservazioni su' rilievi adoprati come deco-
razioni paretarie (p. 16], nonché sulle insegne di botteghe (p. 17), fal-
samente credute di terracotta ; e s'accinge poi a ragionare della se-
conda classe, ossia delle figure d'argilla (p. 18-30). Di queste ven-
gono considerate in primo luogo quelle più grandi (se ne trova un
esatto elenco alla p. 18), e fra esse gli Atlanti del tepidario nelle
terme del foro e la nota Cariatide (p. 10), poi le statue di divinità
(p. 20), in ispecie quelle rinvenute nel cosidetto tempio d'Esculapio e
daini attribuite ad età certamente posteriore ad Augusto (p. 20. 21].
Notiamo eh' egli riconosce in esse la triade capitolina. Le altre statue
e statuette più grandi in terracotta erano per la più gran parte ado-
prate come decorazioni di giardini (p.21. 22).
Alle osservazioni sulle statuette d' argilla V a. premette alcune
riflessioni generali sulla tecnica impiegata, come pure su' cambiamenti
poco a poco introdottivi (p. 22. 23). Cominciando dalle figurine greche
nota che, lasciando da banda le votive, ignoriamo, quante di quelle
rinvenute ne' sepolcri abbiano una volta adornato le case, quante
abbiano servito da meri giocattoli. Aggiunge che bisogna distinguere
luoghi e tempi. Figurine votive d'argilla si fecero tanto in Grecia
quanto in Italia fin da tempi rimotissimi ; ma di certo non dapper-
tutto avvenne quel progresso dagli idoli rozzi alle statuette eleganti
del periodo alessandrino. Certi paesi primeggiano, e da essi certe forme
sono divulgato per tutte le regioni al mediterraneo. Quelle poi ven-
gono imitate nella tecnica particolare do'singoli paesi, vengono variate e
sul loro modello se ne inventano delle nuove. La tecnica stessa in tal modo
diventa sempre più uniforme , la modellazione più trascurata. I con-
torni sono meno distinti, le forme del corpo meno vere. In modo simile
si trascurano i colori: uuo strato bianco copre la parto anteriore,
nelle figurine «ànosine anche quella di dietro, che generalmente vien
sempre più negletta. Ciò xjhe distingu.' fra loro lo terrecotto posteriori,
KEKL'I.E, TEllRACOTTEN 219
sono specialmente 1' arsfilla diversa e le^^iere diiforenzo tecniche, diffi-
cili a descrivere, ma lucili a scoprirsi ad ogni occhio esperto. A questa
de;,'enerazione resi.stotto, al parer dell" a., per qualche tempo la Cam-
pania ed esercitò forse ancora uu' inlluenza fertilizzante suU' arte nel
suolo romano; ma sotto l'impero spariscono le differenze locali delle
piccole figurine, e si manifesta un' uniformità che permette di rico-
no.-^cere subito le terrecotto d'epoca posteriore ad Augusto. Lasciamo
da parte le fine osservazioni dell' a. sulla tecaica di quel tempo: in-
vece rileviamo, come secondo luì si mostra d'allora in poi un cambia-
mento anche in ciò, che comincia a prevaler la predilezione de'.popoli
italici per motivi che richiamano il ritratto, talvolta eziandio caricato,
mentre i motivi greci vengono rimpiazzati da romani. Contemporanea-
mente le terrecotte vennero fuori di moda, e se per qualche tempo si
mantenevano ancora nelle classi inferiori della società, bentosto sva-
niscono interamente. In quanto a Pompei, i ritrovamenti di quelle
figurine non son molto numerosi, e nota l'a. che il maggior numero
ne provenne dalle case più povere, mentre negli antichi palazzi nobili
appena se ne verifica qualche esempio.
Riguardo all'uso delle figurine d'argilla, l'a. espone (p. 24-26 i
che neppur a Pompei era sparito il costume di deporlo ne' sepolcri.
Nelle case solevano esporsi in nicchie. Si compravano per motivi reli-
giosi ed estetici, ciò che 1' a. prova in ispecie per mezzo d'un con-
fronto de' tipi rinvenuti nella bottega di statuette scoperta nella via
degli Olconiì. Si trovano a Pompei tanto statuette di divinità desti-
nato al culto, quanto figure di genere e d'animali, quasi tutte uscite
ila manifatture pompeiane, come l'a. deduce dalla tecnica e dall'ar-
gilla impiegatavi (p. 27-20). Chiudono l'introduzione alcune osserva-
zioni sulle terrecotte invetriate (p. 29. 30).
Segue la spiegazione delle cinquanta tavole contenute in questo
volume (p. 31-Gl), che comprende inoltre trentadue incisioni in legno
inserite nel testo. Sarebbe lungo però e si sottrarrebbe alla compe-
tenza mia, se volessi entrar in meriti, e lascio quindi agli archeologi
di giudicarne. Terminano il volume estratti da'rapporti ufficiali degli
scavi.
11 secondo volume, per natura sua molto più ricco ed interessante
del primo, devesi allo stesso Kekulé. I lavori relativi furono da lui
principiati nell'anno 1874. Passò l'inverno 1874-75 in Sicilia col pit-
tore sig. Otto, che incise ad acqua forte le tavole del volume, quasi
tutte secondo disegni della propria sua mano. Visitò di nuovo l'isola
neir autunno del 1882. Eicca messe fornì il museo britannico, in Ger-
mania quello di Karlsruhe; molto minore Parigi, Monaco e Berlino.
Quale iJea l'autore si sia formata dell'opera sua, lo dichiarano meglio
le parole in cui egli nella prefazione s' esprime sulle tavole dell'Otto
e su' doveri di chi vuol rappresentare degnamente i monumenti. Egli
si pronuncia ad un diprosso in questf> modo: « Le incisioni dell'Otto
220 III. LETTERATURA
gli guadagneranno senza dubbio nuovi amici." Naturalmonte le rappre-
sentazioni pure e chiurc sulle tavole appariscono talvolta più fine che
non le stesse terrecotte, almeno al primo aspetto. Non solamente gli
oggetti da disegnare furono sempre collocati nella miglior luce e posi-
zione ; . . . ma la stessa necessiti d'impiccolire è facilmente d'un
effetto raffinante . . . Oltracciò gli originali sono spesso sfigurati in
modo bruttissimo; . . . era perciò semplice dovere di oramettere, o.
dove ciò non si poteva, di nascondere almeno e di moderare simili difetti
casuali. Finalmente deve ricordarsi che ogni disegno è una traduzione,
una nuova creazione dentro un cerchio di condizioni e limiti fìssi. La
vera impressione dell'originale la dà l'originale stesso. Anche il
più accurato disegno non può far che l'effetto, per così dire, di sosti-
tuirsi all'originale. Non è però poca cosa, ma molto assai, se s'ottiene
quello scopo, che non può mai raggiungersi senza la partecipazione
più viva della propria personalità dell' artista. Questa l'Otto vi ha
realmente impegnata. Con tutta devozione e fedeltà si è immedesimato
col suo compito, ed ha cercato di non lasciar inosservato nulla che si
trovi di bello e di peculiare in quei piccoli artifizi tanto attraenti ;
ò andato diligentemente e pazientemente appresso a tutte le bellezze,
a tutte le finezze della forma e del disegno e le ha rappresentate, ripro-
ducendo in esse gli stessi sentimenti dell'artista».
Quell'unità che distingue le tavole, non si è potuta ottenere per
le numerose zincografìe inserite nel testo; ma qui pure devesi il mag-
gior numero de' disegni alla mano dell'Otto: ed in genere nota l'autore
che fra i più di 400 disegni contenuti sulle tavole e nel testo soli due
furono ripetuti da pubblicazioni anteriori.
All'opera stessa precede un' In troduzi on e, in cui la. ci rag-
guaglia sulle fonti letterarie, in verità assai scarse, delle quali ha
potuto servirsi, poi su' musei e sulle private collezioni che hanno for-
nito la materia alla sua opera. Fra quelle rileva il breve, ma magistrale
articolo del Gerhard « Intorno i momimenli figulini della Sicilia »; fra
questi il museo di Palermo e quello de'Biscari a Catania, sulla storia
del quale dà notizie interessanti p. 1-5). Ragiona quindi (p. 5. 6) del
carattere peculiare delle terrecotte siciliane, che formano un complesso
grande e moltiforme, ed uno sviluppo in certo modo finito in se stesso, che
dalle figure arcaiche e rigide di Acragas e Megara s'estende fino a quelle
di Soloeis e Kentoripa, mosse bellamente, talvolta anche di troppo. Tale
sviluppo peraltro non fu percorso senza contatto estei'no, ma procede
corrispondendo all'andamento generale dell'arte greca nelle stesse idee ,
forme e costumi, quantunque, paragonato con altri, in guisa molto indi-
pendente e peculiare. Fra le terrecotte arcaiche si rilevano come forme
venute dall'estero le figurine rigide tanto sedute quanto in piedi, i vasi
in forma di donne e Sirene, che sembrano trovarsi dappertutto nelle colo-
nie greche, evidentemente come merce importata. Confessa l'a. che dif-
ficiluiente può d'cidersi in ogni caso, se un oggetto di quel genere sia
KKKULÉ, TEKliACOTTEN 221
hfiitu introdotto, oppuro fabbricato su modello .straniero in Sicilia; luii
in genere crede, la quistione possa decidersi esaminando rarpilla, giac-
ché ritornano ne' tipi stranieri più di frequente certe qualità che osser-
vansi nella creta delle fìf,airine ritrovate a Kodi e nell'Asia minore,
mentre quella i<iciliana facilmente se ne distingue. Non pochi poi
de'lipi reperibili in Sicilia rinvenj,'on.si parimente in Grecia e nell'Asia
minore, ed in ambedue i paesi trovasi il sigillo d' Ecateo, che di certo
nuli segna una manifattura siciliana.
Non possiamo seguir Tu. nelle sagaci osservazioni relative ad altri
ti|)i che ritornano o non ritornano fra le terrecotte della Sicilia: no-
tiamo solamente ch'esse hanno pochissimo contatto colle tanagrce. Si
confronti la fina caratteristica ch'egli ne dà alla p. 6. — All'incontro
trov.insi gli stessi tipi in Sicilia, nella Cirenaica e nell'Italia meridio-
nale, ma ne' singoli casi può giudicarsi quasi sempre dalla qualità della
creta, se essi provengano dall' uno o dall'altro paese.
Alle esposizioni generali dell'Introduzione segue la prima parte
lirineipale dell'opera, nella quale il Kekulé esamina i prodotti di tutti
i luoghi della Sicilia, in cui terrecotte furono rinvenute. Li descrive
e gli analizza accuratamente, illustrandone i vari tipi con numeroso
zincografie, e comunicando, in gran parte colle parole degli stessi
autieri, le notizie conservateci intorno al loro ritrovamento (p. 7-41).
Primeggiano fra essi Megara , Selinus , Akragas , Gela , Syra-
kusai, Akrai , Katane e Kentoripa. — Tratta quindi delle terrecotte
architettoniche (p. 42-46), per lo piìi antefisse, quasi tutte finora pro-
venute dagli scavi di Selinunte. La rappresentanza piii frequente si è
la testa di Medusa, colla quale debbono congiungersi le teste meno
caratteristiche d'età posteriore; inoltre ricorrono teste di Sileni o Satiri
teste femminine senza un significato preciso, nonché figure intiere
di Meduse e Sirene, anch'esse servite da antefisse o acroterii. — Aggiun-
gonsi tanto i rilievi delle cassette (p.46-46), che si confrontano colle cosi-
dette arette dell' Esquilino illustrate dal Dressel {Ann. 1879 p. 253 segg.;
188U p. 322 segg. cf. Monum. XI tavv. X, Xo,, Ann. 1879 tav. P^ ^;
Ùvll. municipale III tavv. VI- Vili 2, 3, 4), quanto quei che adornano
vasi, siano d'indole arcaica (p. 50-52), siano di stile libero posteriore
(p. 53-56); e terminano questa parte alcune osservazioni sugli orna-
menti in rilievo di vasi, nonché su' rari rilievi indipendenti (p. 56, 57).
La seconda parte principale è dedicata alla spiegazione delle ses-
>antuna tavole, sull'indole delle quali l'a. si è tanto giustamente pro-
nunciato nelle parole riportate di sopra È inutile, e neppure di mia
])rovincia, il ragionar sul merito di quelle descrizioni e dichiarazioni:
è siiflìeiente il nome dell' autore per chi si occupa di questi studi. A
me non rimane altro, se non augurarci che ben presto possa veder la
luce la continuazione dell'opera, e che l'a. un giorno possa vantarsi
d'aver trovato dappertutto la stessa liberalo assistenza prodigatagli in
Sicilia, della quale egli nella profazione al secondo volume fa i dovuti elogi.
G. Henzen
222 INDICE
INDICE
I. SCAVI
L'atrio di Vesta [Lanciani, de Rossi] 3. 4. 5-6, {Jordan) 88-9'.),
(Luìiciaid) 115-153. — Scavi ai rostri del foro romano [HirhUr] 113-
116; — delle Allumiere iKUlsche de la Grange) 110-112, 189-192; —
«li Bologna (Ilelbig) 197-201 ; — di Canale Monterano {Klilsche de la
Grange) 193-197; — di Corneto {Daìli) 12-1(1, {lldhifi} 117-12(5; —
di Perugia e dintorni (lldbifj) 177-182; — di Pompei {Mau) 16-21,
103-110, 126-189, 182-189, 210-216. — Antichità pontine {Eller) 79. —
Scavi di Vulci {Ilelbig) 161-175.
II. MONUMENTI
a. Scultura: Due ovali di marmo con testo in rilievo dichiarati
moderni [Uclblij] 81-82. — Tondo di marmo con testa giovanile dì
dubbia anticliità [Uelbicj) 82. — Testine trovate in un viridario di
Pompei [Mau) 129. — Frammento di statuetta in alabastro [Mau) 129. —
Vasca di marmo con busto di un fanciullo in rilievo {Mau) 131. —
.Sculture esistenti a Teramo ' Dressel) 142-143. — Magazzeni di villa
Borghese {Kroker) 176. — Statuetta rappr. forse un Persiano {IldbUj)
178. — Rilievo rappr. un cocchio trov. in un' antica tomba di Bologna
{Ilelbig) 198-201.
b. Bronzi: Figurina etrusca rappr. una giuocatrice di palle {liei-
big) 4. — Asta di stadera servita per il peso etrusco {Gamurrini) 6. —
Specchio etrusco rappr. un giovane che uccide un Gigante {lleiizeii-,
Dressel) 10-11. — Statuette d'un larario di Pompei {Mau) 17-18. —
Figurina di pugillatore trov. presso Bettona {Helbig) 36-37. — Figu-
rina d'un gallo con testa d'uomo vecchio {lldbig) 40. — Tripode figu-
rato trov. in tomba cometana {Ilelbig) 120. — Frammen'i di statua
colossale e varie figurine trov. a Casteleone di Suasa (//e/'j/j) 201-203.
e. Terrecolle: Bilievo r.ippr. un Satiro che suona le tibie [lldbig) 4. —
Lucerna cristiana rappr. Leda col cigno {Leblanl) 9. — Vasi con rilievi
trov. in Arezzo {Gamurrini) 9, '40-50. — Orcietto ornato di pezzi di
vetro e smalto {Ilelbig, de lìossi) 55-56. — Rilievi trov. in Alessandria
d'Egitto {Perry) 81. — Lucerne figurate trov. a Pompei {Man) 134. —
Tcrrccotte trov. a 'l'eramo [Uressel) 1 13-144.
d. Ori, argenti, vetri, pietre incise ecc.; Orecchini d'oro trov. presso
Sartcano {Chigi) 8. — Vari oggetti d'oro e d'argento trov. a Pompei
INDICE 228
{Mail) 18. 12'J. 133. 187. — Pasta di vetro lappr. Amorini elio trec-
ci ano ghirlando [IMbuj] 39-40. — Pietre inciso trov. a Pompei [Mau]
18, 187. — Iaspide con testa di Medusa e leggenda gnostica, e altra
con Iside e Scrapidc {Le Dlanl) 50-51. — Tavola per il giuoco delle
pallottole {Elicr) 11.
e. Pittura paretaria: Pitturo di Pompei {Mau) 20-21, 35-36, 103-
107, 128,129, 130-131, 134-135. — Tomba dipinta di Corneto {Helbig)
117-118.
f. Vasi dipìnti: Skyphos e cratere rappr. Yauo&o? di Kora {Helbig) 36. —
Tazza di Brygos [Meier) 40-45. — Anfora rappr. Ercole e le Amazzoni
{Helbig) 118; — rappr. Ercole, Telamone e le Ama/.zoni e la caccia
calidonia {Helbig) 124-126. — Vasi trov. a Vulci {Helbig) 167-169. —
Tazza di Tleson trov. a Vulci {Helbig) 171. — Tazza rappr. un Amo-
lino sopra un cane, con iscr. latina {Helbig) 174; — con Iliupersis
trov. presso Orvieto {Helbig) 208.
;/. Epigrafia: Iscrizione dedicata a Vulcacio Rufino {Lanciarti 4). —
Lauiinetta enea con iscrizione di Gota Cesare {Henzcn) 11. — Iscr. d'un
labulurius sacrarwn pecuniarum provinciae Gretae {Henzen) 11-12; —
con menzione delle castra peregrinorwn {Henzen) 27-29; — dedicata
a Giove Dolichcno per la salute di Commodo {Stevenson, Henzen)
31-35; — di Alfenio Ceionio luliano Kamenio, trov. presso Fogliano
{EUer) 56-62; — riferibile ad arginature, trov. ivi stesso {Elter) 73-79; —
d'un librario della legione II partiea {de Rossi) 83-84. — Lapide mi-
liare di Tell-el-Maschuta {Gamurrini) 84. — Iscr. di Diadumeniano
trov. a Fossombrone {Vernarecci) 153-154; — d' an hgìnnologiis malris
dr.wn {Dcssau) 154-156; — d'un antico ponte presso Viterbo {Oddi)
157; — sepolcrale di Vulci {Helbig) 172, 173. — Iscrr. con menzione
di magistri pagi {Helbig) 173-174. — Iscr. sepolcrale trov. presso Peru-
gia {Helbig) 182; — di Artabasdes {Hillsen) 204-207. — Graffiti e
dipinti di Pompei {Mau) 110, 127, 129, 188-189. — Bollo di tegola
bizantino {de Rossi) 5. — Bolli di mattoni dell'atrio di Vesta {Dresscl)
99-103. — Altri bolli di mattoni {Eller) 69, {Man) 128. — Bolli di
vasi di creta {Mau) 139, {Helbig) 204; — di una lucerna {Man) 187. —
Iscr. di tazza calena {Henzen) 50; — arcaica d'una tazza dipinta
[Helbig) 174. — Iscrr. di vasi aretini {Gamurrini) 49-50; — di anfore
])Ouipeiane {Mau) 19. — Marca d'un pezzo di piombo {Mau) 184. —
Tessera gladiatoria {Henzen) 11. — Due tessere teatrali {Armellini)
38. — Iscr. greca d'Olimpia dedicata a Q. Marcio Filippo cons. 568
{Henzen) 80; — greca d'un monopodio trov. a Pompei {Mau) 129; —
greca d'un vaso di vetro {Helbig) 204; — etrusca trov. a Corneto
{Helbig) 120. — Iscrr. etrusche trov. presso Perugia {Helbig) 179-182. —
Piatti d'argilla con bolli etruschi {Helbig) 122.
ti. Monete: Moneto anglo-sassoni trov. noli' atrio di Vesta (tZt; /{om)
6. — Triente e quadrante trov. in tomba d'Orvieto {Helbig) 121. —
Ripostiglio di Ascoli Piceno {Silveri-Gentiloni) 140-141.
224 INDICE
III. OSSERVAZIONI
Sugli oggetti antico-italici decorati con borchiette di bronzo {Pigo-
rini) 7. — Suirctimologia della parola ponlifcx [Hdbiy, Henzen, de Rossi)
~-8. — Tomba di Matrerisa presso Siracusa attribuita ai Fenicii
(IJelbig) 'J-10. — Sulle castra peregri norum ed i frumentarii [Ucnzen]
21-27. — Vetulonia o le sue monete [Falchi) 29-32. — Sulla cancel-
lazione del nome d'una Vestale massima {de Russi) 3:3-34. — Sul bic-
chiere di Nestore {llelbig) 37-38. — Sopra un passo d'Esiodo [Th'ogon.
ioli ss.) riferibile all'Italia [IMbig) 39. — Sopra alcune tazze di
Brygps [Mder) 40-46. — Osservazioni al voi. IX del C. l. L. (Zvelaie/f)
n-48. — Sulla domtis Romula [Lumbroso^ de Rossi) 51, 55. — Passo
di Ristoro d'Arezzo riferibile a vasi antichi [Zd'skauer] 82. — Sulla
crecostasi [Nichoh) 84-87. — Dei monumenti rappresentanti gladiatori
[Meier) 157-160. — Sull'origine delle tombe a cassone [Uelbig) 165-166.
IV. LETTER.VTURA
F. S. Cavallari, A. Holm e C. Cavallari Topografìa archeologica di
Siracusa [llenzen] 54. — Steffen Karten von Mgkcnai (Henzen) 54. —
Kekulé die antiken Tcrracotten [Henzen] 216-221.
V. ADUNANZE SOLENNI
Adunanze solenni intitolate al natale di Winckelmanii 3,209; - in
memoria della fondazione di Roma 87.
VI. AVVISI DELLA DIREZIONE
Novelle ascrizioni 3, 87-88.
Pubhiicatu il di 31 Uicemlire 1§H4.
DE' l'AUTECirANTI DELL' IMP. IiNSTlTUTO
ARCriEOLOGIOO GERMANICO
ALLA FINE DELL'ANNO 1834
Membri ordinari della Direzione Centrale
Sigg. A. Gonze, presidente della Direzione
centrale.
» E. CuRTiug \ membri della R. Accademia
•p H. KiErKUT / delle scienze di Berlino.
» T. MOMMSEN
» A. KiRCHIIOFF
» Fu. KiuiGEK ) .^i^-,. ,„,,„j^,,, residenti in Berlino.
» K. SCIIoNE ^
» II. 15KUNN, in Monaco.
» R. Kekulé, in Bonn.
» A. MiCHAELis, in Slrassburg.
» J. OvERBECK, in b'iìsia.
ileniliro esterno della Direzione Centrale
Sig. J. DE WiTTE, Parigi.
Seg;retariato di Roma
Sigg. W. Henzen, primo acrjrelario.
» W. Helbig, secondo segretario.
ISeg;retariato «rAtene
Sig. U. KoEiiLEu, segretario.
» H. G. LOLLING.
» W. DoERrFELD, architetto.
llemliri onorari della Direzione
Sigg. S. BrRCii, Londra.
y> G. FiORELLi, Roma.
» A. F. Gl'EKKA y Okbe, Madrid.
» (i. Mine:ivini, Napoli.
» C- Nkwton, Londra.
Sigg. L. Renier, Parigi.
» A. V. Reumont, Burtscheid
presso Aachen.
» G. B. de Rossi. Ronui.
» L. S'iEi'iLVNl, Pietroburgo.
4 —
ll<>iiil»ri onorari «lelT IiiwlHiito
S. A.I. e R. Fkdkrigo Gucìlielmo, tbin
CIPK EKEDITARIO PKI,!,' IMPEKC
GKKMAXICO E DI PltlSSIV, D'T-
llno.
S. A. I. e 11. 1/ AìJCiDUC.v Ratsei?, Vienna.
.S. A. IL riIlN'.irE KE'iNANTE GIOVANNI DI
Liechtenstein, Vienna.
Sigi^. G. d'Agostino, Campai al (aro.
» juinc. .M. A. Borghese, Homi.
» Coll'Cci-Bev, /ìoma.
» marcii. DuKAZZO, G'-juuki.
Sigg. conte G. Gozzadini, Bologna.
» E. V. Keudell, lìoma.
« F. Kkììger, Brlino.
Sig.'' contessa E. Lovatelli-Caetani,
Rovxa.
Sigg. G. DE Meesteu de Ravestein,
Malincs.
» conto H. V. MOLTKE, llriiino.
» barone Ferdinando di Pl.vtnek,
lìoma.
» Leop. V. IvANKE, lìrìino.
l!oiti!}ri «»r4lliiari (leiriiiwtifufo
Sigg. F. Adler, Berlino.
» A. Allmer, Saint-Valli ■>' ^Prómr).
» G.M. Arezzo di Takgia, Siracusa.
y> V. Carnai!! I.
» I. I. Eacuofen, Bm-jI.
» G. Baeracco, Roma.
» A. DE Barthélemy, Pan//'-
» 0. Benndokf, Vienna.
» H. BiRCH, Londra.
» I. Blackie, Edinburgh.
» E. Le Blant, lìoma.
•» C. Botticher, Berlino.
» P. Borgia barone di Cadiddi. Si-
raru-s'i.
i> E. BoK.AiANX, Mirlnirj (/>. di'tìa%d:i).
» P. BoRTOi.OTTI, Modena.
» M. Botkine. Pi'lrtlnirij)..
» H. P>K':gsch, Ti'.hnran.
» H. Bkunn. Monaco.
■» F. BUECHELER. /?(;;/'!•
» -AiG. Castellani. /?<;»)«.
» 8. Cavallari, l'jb'n.ì'i.
» M. ChABOUIllFT, i'ariiji.
» march. B. Chigi, Siena.
> S. CoLViN, Londra.
» A.'CuNZE. lierliiio.
Si fi'.
»
>■>
»
»
»
»
E. Curtius, Berlino.
G. Pennl'*, Smirne.
H. Dessau, Berlino.
W. Dittenberger, Halle.
C. Dilthey, G'ólUncjen.
0. DoNNER, Frankfurt.
H. Dressel, /}o/;t'i.
F. VON DuHN, Heidelberg.
N. DuMBA, Vienna.
E. Egger, Parigi.
R. Engelmann, Berlino.
EUSTRVTIADKS, .l/y/JS.
F. V. Far.'^nheid. Begnvhncn
(Peussia orientale).
G. Fii'RELLl, Poma.
A. Flasch, Ertawje.n.
P. W. FdRCHIIAlMMEK, luci.
R. Forster, A'.'e;/.
P. FoucART, Alene.
A. AV. Franks, Londra.
T.r. FrìInkel. Berlino.
L. Friedlaender, K'óniijibrg.
W. FroHNEK, Parigi.
A. FURTWAENGLER, BorlilVU.
R. Gaehechens. Avw.
F. Gamurkini. J/'j/(/« .V. S'JVin.o
Sigg
»
»
»
»
»
»
»
»
»
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»
»
Tt. Garrccci, luiina.
G. Gatti, /?«»!«.
G. GiHUARDiNi, Firm:e.
W. W. GoonwiN, Boston-
li. GiUMM, Dcìiino.
A. F. GuEKKA Y Orbe, Madrid.
W. Hkliìig, /<y/Hrt.
V Heldreich, Atene.
W. Henzen, /?o)nrt.
F. Hettxer, Treviri.
L. Heuzey, Parigi.
H. Hkydemann, Halle.
G. HiKSCiiEELD, Kónigsberg.
0. HiKsciiFELD, ■ Vienila.
A. HoLM, Napoli.
Th. Ho]\ioijj:, Parigi.
E. HuBNEK, Berlino.
C. HiJLSEN, y{oȓa.
C. HuMANN, Smirne.
G. Jatta, /?ta'o.
F. Imhoof-Blumer, Winlcrlhur.
H. Jordan, R'òwgsberg.
L. Julius, Monaco.
E. Kastorchis, i/enc.
R. Kekulé, y^'o^n.
F. Kenner, Vienna.
H. Kiepert, Berlino.
A. KiRCHHOFF, Berlino.
W. Klein, Vienna.
U. KoHLER, /1/(J/ZC.
G. KoRTE, Ro stock.
St. Kumanudis, .'Ifenc.
P. Lampros, ^/cne.
R. A. Lanciani, Roma.
A. H. Layard, Londra.
G. LOESCHCKE, Dorpat.
H. G. LOLLING, ylfe?ie.
C. LoRENTZEN, Coburg.
0. LUEDERS, ^fcnc.
GlAC. LUMBROSO, Pisa.
G. Maspero, Cairo.
A. Mau, Roma.
A. MiCHAELis, Strassburg.
L. A. Milani, Firenze.
A. MiLcnnoEFER, Miìnster.
G. MiNERViNi, Napoli.
»
e.
»
e.
»
H
»
J.
»
J.
»
P.
Si<3rj». A. MoMMSEN, Schksiviy.
» T. MdMMSEN, Berlino.
» F. H. MoRinsiANN, Costarli iiif>])oli.
» IJ. MowAT, Parigi.
» L. JMuLLER, Gopcnluujen.
» A. 8. Murray, Londra.
Negri, Torino.
Newton, Londra.
NiiJ&EN, Bonn.
Oppert, Parigi.
OvERBECK, Lipsia.
Pantazides, Atene.
A. Pellegrini, Rama.
G. Perrot, Parigi.
P. Pervanoglu, Trieste.
E. Petersen, Prag.
G. DE Petra, Napoli.
S. Phintiklis, yl/cnc.
L. Pigorini, Roma.
E. PiNDER, Cassel.
G. Ponzi, Roma.
R. St. Poole, Lomlra.
A. POSTOLACCA, .4^e?ie.
A. Prachov, Pietroburgo.
0. PucHSTEiN, Berlino.
F. V. PULSZKY, P(?i/.
W. M. Ramsay, Oj:/orU.
A. Rizo Rangabé, Dei-lino.
A. Reifferscheid, Breslau.
E. Renan, Parigi.
L. PiKNiER, Parigi.
A. V. Reumont, Bnrtscheid.
A. RiiusoruLOs, /lten«.
0. RiCHTER, Berlino.
H. voN RoHDEN, Ilagenau.
»
»
»
»
»
»
» C. Robert, Berlino.
» P. Rosa, Roma.
» G. Romanos, Corfii.
» G. B. DE Rossi, Roma.
» M. St. de Rossi, Roma.^
» E. DE Ruggiero, Roma.
» M. Ruggiero, Napoli.
» A. Salinas, Palci'mo.
» A. V. Sallet, Berlino.
» G. SCHARF, Londrn.
» .1. SciiMiDT, Oicsien.
Sigp. L. ScilMlDT, Marburg 'p.di liusia;,
K. ScuoSE, lìerliiuì.
.T. Sciiu BRINO, Lùbcck.
D. Skmitelos, Alene.
Viiiioipo A.SiBiKSKY, Pielrobui-go.
J. r. SlS, Amsterdam.
L. Stei'HANI, Pietroburgo.
E. Stevenson. lUwta.
L. TouELLi, Hoinn.
G. Treu, Drcsden.
L. Urlichs, U'«;-36wri/.
H. UsENBR, i?onn.
L. UssiNG, Copenhagen.
A. HÉRON DE ViLLEFOSSE, Parigi.
C. L. Visconti, Homa.
»
■»
»
»
»
»
>
»
>
>
»
»
conto M. DE VoGù)!:. Parigi.
W. H. Waddixgton, Londra.
K. Wagneu, KarUruhe.
R. Weil, Berlino.
C. Wescuek, Parigi.
F. Wieseler, Góltingen.
I. DE WiTTE, Parigi.
Zachauiae von Lingenthal,
Grnss-Kmehlen presso Ortrand
(prov. di Sassonia).
C. ZangEjMeister, Heidelberg.
conte E. ZiCHY Dì VASOSVKEa,
Vienna.
I. ZoBEL DE Zangroniz, Madrid.
IMeinltrl eorriiipondenti dciriustituto.
1. IN ITALIA
Appignano Si
{•^T.° Macerata)
?g-
conte E. Tambroni-
Armaroli.
Roma:
Sigg
\ Raff. Ambrosi.
Aquila:
»
R. Cavarocchi.
»
Cerrutti.
»
G. Ricci.
»
C. Descemet.
Arce:
»
F. Grossi.
»
D. Farabueinf.
Arezzo:
»
A. Fabbroni.
»
A. Guglielmotti.
Ascoli Piceno:
»
G. Gabrielli.
»
E. Lanciani.
»
G. Paci.
»
G. Lignana.
Ascoli Satriano
• »
P. Conte.
»
F. Martinetti.
Avezzaìio:
»
0. Mattel
>
0. Marucchi.
Dagnacavallo:
»
can. Balduzzi,
.
»
L. Nardonl
Bari:
»
A. LOEHRL.
»
P. NARDUCC'I.
»
G. MlLELLA.
»
S. PlKUALISI.
Benevento:
»
A. Mancini.
»
C. SlMELLL
»
S. Sorda.
»
C. .Stornai COLO.
»
V. Colle de Vita.
»
G. T0MA.SSETTI.
Bergamo:
»
G. Mantovani.
»
F. TONGIORGI.
Bellona:
»
Bianconi.
»
V. DE Vrr.
Bcvagna:
»
E. JìIattioli.
»
N. Wendt.
Bojano:
»
B. Ciiiovitti.
Adria:
»
F. A. Bocchi.
Bulugm:
»
E. Beizio.
Agnone:
»
F. S. Cremonese.
»
L. Frati.
Allumiere (pr." >
A. IClitsche de LA
»
A. Zannoni.
Cioituvccchin):
Grange.
Brescia:
»
P. da Ponte.
Amalfi:
»
M. Camera.
Briìulisi:
)»
G. Tarantinl
Anagni:
>
E. Martinelli.
Bucino:
»
P. Bosco.
»
Tetriconi.
Cagliari:
»
R. Chessa..
Ancona:
»
C. ClAYARINI.
»
V. Cre-spi.
— 7
Cagliari :
Si?:». P. NissA7?ni.
Giiìova: Sifjo
'. A. SANfiriNETI.
»
E. Tais.
Ganzano:
»
F. Jacobini.
Caiazx:
»
G. Faraone.
Gesualdo fPriii
-
Caltanisetta:
»
L. Mauokri.
ripito Ultra):
»
F. Catone.
Cupua:
»
G. Jannelli.
S. Giovanni in
Casale:
»
G. Canna.
Carico:
»
D. Santoiìo.
Cassino:
• »
F. PONARI.
Gir genti:
»
G. Picone.
Catania:
»
C. Sciuto-Patti.
S. Giuliano del
Catanzaro:
»
Grimaldi.
Sannio:
»
P. d'Abbate.
Chianciano:
»
G. Bartoli-Avve-
Gubbio:
»
U. Baldelli.
DUTI.
»
G. Mazzatintl
Chiusi:
»
can. G. Brogi.
Isola del Uri:
»
G. Nicolucci,
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P. Bonci-Casuc-
CINI.
Lecce:
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S. (luca (li Castro
mediano.
»
avv. Nardi-Dei.
Livorno:
»
F. CORAZZINI.
Cividale:
»
De Organdis.
Macerata:
»
conte A. Silveri-
CivilacastcHana:
»
St. Fedeli.
Gentilonl
Collelongo:
»
C. Mancini.
Macerata Feltria:*
march. G. Antimi-
Como:
»
C. Vignati.
Clari.
Cornelo:
»
L. Dasti.
Mantova:
»
W. Braghirolli.
Cremona:
»
St. Bissolatl
»
A. Mainardi.
»
F. ROBOLOTTI.
»
A. Portigli.
Curii:
»
e. Patturelli.
S. Marcellino:
»
L. DE Paola.
Eboli:
»
G. Augelluzzi.
Marsala:
»
S. Struppo.
Este:
»
L. Benvenuti.
Marsico nuovo:
»
E. Rossi.
>
P. Cordenons.
Milano:
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A. Ancona.
»
Gasparini.
»
B. BloNDELLI.
»
G. PlETEOGRANDE.
»
A. Brambilla.
»
A. Prosdociml
»
St. Grosso.
Fano:
»
L. Masetti.
»
Seveso.
Fermo:
»
march. Raffaelll
Miletu:
»
Lombardo Comite.
Ferentino:
»
A. Giorgi.
Mirabella:
»
V. Ferri.
Ferrara:
»
mons. Antonelli.
Modena:
»
F. Coppi.
Firenze:
»
O.Bonci-Casuccini
»
A. Crespellani.
»
D. COMPARETTI.
Monlalcino:
»
G. Santi.
»
N. Ferri.
Montdione (Ca-
»
A. Gennarelli.
labria):
»
march. Sitizzano.
»
march. C. Strozzl
Montencro di
Fondi:
»
G. SOTIS,
Bisaccia:
»
G. Cababa.
Fontanarosa (Prin-
Montcroduni
cipalo Ultra/:
»
P. Bianchi.
presso Isernia:
»
F. SfiOLi.
Forlì:
»
L. BUSCAROLI.
Monte S. Giu-
»
A. Santarelli.
liano:
»
G. Castronoyo.
Formia:
»
A. Rubini.
Muro:
»
L. Maggiull
Fossomhronc:
»
A. Vernarecci.
Napoli:
>
A. BOURGUIGNON.
Gallipoli:
»
E. Barba.
s
Napoli:
Slgg. F.principe Colokna-
Ravenna: Sigg
S. Busmanti.
Stigliano.
»
G. Martinetti-Car-
>
bar. P. Mattei.
DONI.
»
C. MlNIERI-RlCCI.
f\e^ anali:
»
conte A.Mazzagalli.
»
G. Novi.
llij'jio (Cal.i:
»
A. DE Lorenzo.
»
R. Smith.
>
D VlTRIOLI.
»
A. SOGLIANO.
Ih'iigio rEinil.j:
»
G. Chierici.
»
M. Spinelli, princ.
lagnano:
»
G. Morelli.
di Scalea.
Salerno:
»
G. Pecori.
»
G. ZlGAKELLI.
S. Salvatore
Narni:
»
march. G. Eroli.
presso Telese:
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Pacelli.
jS'iì'cIo iprov. di»
D.GuiDOBALDi de" ba-
Sangiorgio a
Teramo)
roni di S. Egidio.
Uri:
»
areipr. G. Lucciola.
Mdaslore:
»
A. Monti.
Sanseverino:
»
conte S. Sebvanzi-
Nocera{Umbriaj:»
can. R. Carnevall
COLLIO.
Oneglia:
»
D. Pareto.
Siponara:
»
can. F. P. Caputi.
Orvieto:
»
conte A. CuzZA.
Sarzana:
»
march. A. Remedi.
»
conte E. Faina.
Sepino:
»
G. Mucci.
»
can. F. Lazzarini.
Seslino:
»
can. L. Rivi.
»
R. Mancini.
Sezze:
»
F. Lombardini.
Osimo:
»
G. Cecconl
»
G. P(ìREI.
»
I. Montanari.
Siracusa:
»
E. di Natale.
Padova:
»
E. Ferral
»
S. Politi.
Pulazzuolo:
»
G. Italia Nicastro.
Spoleto'.
»
G. SORDINI.
Paleslrina:
»
V. Cicerchia.
Sulmona:
»
A. de Nino.
Palma:
»
Lombardi.
Taranto :
p
L. Viola.
Parala:
»
G. Mariotti.
Terracina:
»
conte A. Antonelli.
Pavia :
«
V. Poggi.
Terranova Pati
-
Penile:
j>
Felzanl
sania (Sard.j
.• »
P. Tamponi.
Pei'iifjia:
»
G. Bellucci.
Todi:
»
conte L. Leoni.
»
G. Calderoni.
»
G. PlEROZZI.
»
L. Carattoli.
Tal fa:
»
Valeriani.
»
P. MONTECCHlNl.
Torino:
»
A. Fa ERETTI.
»
A. Ro.?si.
»
E. Fl-RRERO.
»
conte G. B. Rossi-
»
G. MuLLEK.
Scotti.
»
V. Promis.
Pisaro:
»
ni.ircli. C. Antaldi.
»
0. Silvestri.
Pescolamazza
Trapani:
»
conte F. Hernandez
pr. Benevento.
»
G. D. Orlando.
DI Carreea.
Piansano:
»
G. Bracchetti.
Tre vico f Princ
t-
Piedimonte
palo Ultra):
»
can. A. Calabrese.
d'Alifr:
»
G. Ego.
Treviso:
»
F. Lanza.
»
M. Visco.
Urbino:
»
conte P. Gherardi.
Pisa:
»
P. Paganini.
Urbisaglia:
»
F. S. Palazzetti.
f>
E. PlCCOLOMINI.
Ven'tfro:
»
priinic. F. LUCENTE-
Portogruaro :
»
D. Beiìtom.vi.
fokte.
— 'J
Vomfro:
Sigj». caii. S. Vitali.
Berlino:
Sigg. L. Stern.
Venezia:
»
A. BEirroLiu
»
A. TlfENDELENniRG
»
T. Luciani.
»
A WOLFF
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G. Rossi.
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C. .TusTi.
VUerbu:
»
G. Bazzichi;ij,i.
»
E. LiinitERT.
»
B. Fau'Ioni.
»
E. SCIIWARTZ.
Volterra:
»
A. Cingi.
Braumcìiweiij
/: »
P. J. Meier.
»
cav. Maffei.
Dreslau:
M. Hertz.
A. ROSSBACH.
2. IN GRECIA
»
G. WiSSOVVA.
Carlsruhe:
»
Hochstaetter.
Atene :
Sigg
. M. Deffneu.
»
H. LuCKENHAtir.
»
K. Dimitkiadis.
Oassel:
»
L. S. Rum..
»
M. Dimitsas.
»
J. C. SCIIUBART.
»
F. DuMMLEK.
Deutz:
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WOLF.
»
E. Fabricids.
Dresden:
»
conto Bludoff.
»
K. Kaftanzoglu.
»
F. HULTSCII.
»
Karapanos.
»
e. WOEEMANN.
»
r. Kavadias.
Dusseldorf:
»
I. SCHNEIDER.
»
D. KOKIDIS.
Elberfeld:
»
C. Bardt.
»
S. Lampe,os.
Frankfurt s.M
:.• »
Hammeran,
»
Latischeff.
Gebweiler:
»
G. Schldmberger.
»
K. Mylonas.
Giessen:
»
A. Philippi.
»
E. Obrrg.
Gliìckstadt:
»
D. Detlefsen.
»
H. Schliemann.
Gotha:
»
C. Purgold.
»
P. Stamatakis.
GoHingen:
■>
A. SCHOENE.
Arlake:
»
LiMNIOS
»
U. V. Wilamowitz-
Chalkis:
»
A. Matsas.
MOELLENDORFF.
Missolunghi:
»
W. E. COLNAGHI.
»
A. WlLMANNS.
Sìjra:
»
A. Blastos.
Greifsioald:
»
G. Kaibel.
Tcra (Santo
-
»
A. KlESSLING.
Tino):
»
G. DE Cigalla.
»
A. Preuner.
Tripolizza:
»
N. Stepiianopulos.
lìaìle:
»
0. Fricic.
Vilnlio:
»
A. DiMITKIADTS.
»
R. GOÌCHE.
Volo:
»
N. Georgiadts.
»
H. Keil.
G. Kramer.
3.
IN GERMANIA
Hamburg:
»
e. Curtius.
»
KOLDEWEY.
Berlino:
Sigg-
R. BuUN.
Hannover:
»
H. Kestner.
»
BORRMANN,
Heidelberg:
»
e. Wacusmutii.
»
I. Kaupert.
Hildeshdiii:
»
V. Werliioff.
»
B. KoNiG.
Jeìia:
»
H. Gelzer.
»
W. KONER.
»
e. Lance.
»
E. Maass.
Kempten:
»
B. Arnold.
»
P. PiPER.
Kloppenburg:
»
G. V. Altrn.
»
H. Rulli.. 1
Lipsia:
»
G. Ep.ERs.
— 1(1 —
Lipsia:
Sigg
'. E. Krokeh.
Ruda-Pesf.
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. F. ROMER.
»
M. ZURSTEASSEN.
>
C. V. Torma.
Mainz:
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Carìstadt:
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G. Reiter.
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L. LiNi)p:NscnMiT.
Deva:
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»
F. Schneider.
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F. Umpfenbach.
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H. FlNALY.
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WiTTMANK.
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»
Z. I. Gruic'.
Mannheì'mi
»
F. Baumqartek.
Ragusa:
>
G. Gelcich.
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5»
L. voN Sybel.
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Monaco:
»
W. Christ.
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A. Bardocz.
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W. Meyer.
Spalato:
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G. Alacevic.
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F. Ohlenschlager.
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F. Reber.
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F. BuLic'.
»
F. Thiersch.
Trento:
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G. B. Zanella.
Nurnberg:
>
R. Beegau.
Trieste:
»
C. Geegorutti.
Ohkmburg:
»
H. Stein.
Zara:
»
G. BOGLIC'.
Potsdam:
»
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li. SCHILLBACH.
L. WlESE.
»
M. Glavinic'.
Quedlinhtirg.
>
R. Merkel.
5. NEL BELGIO
Schwerin:
»
F. SCHLIE.
Slrassbìirg:
»
I. DùMICHEN.
Geni:
Sigg.
A. Wagener.
»
R. SCHOELL.
Liìllich:
»
H. Schuermans.
)»
W. Studemunp.
Stuttgart:
»
E. Paulus.
6. NELLA DANIMARCA
»
W. LUBKE.
Trier:
»
e. G. ScnìriDT.
Kopenhagen
• Sigg
', C. Hansen.
»
SCHNEEMANN.
>
S. MùLLER.
Tùbingen:
E. Herzog.
L. SCHWABE.
»
WORSAAE.
Wiesbaden:
»
V. COHAUSEN.
7. IN FRANCIA
4. NELL
AUSTRIA-UNGHERIA
Parigi:
Sigg. De Bacq.
»
Carpentin.
Vienna:
Sigg
VOn DOMASZEWSKI.
»
H. Daumet.
*
L. Hauser.
»
V. Baltard.
»
C. V. LuTZOW.
y>
E. Desjardins.
»
E. Reinisch.
>
L. Duchesne.
»
R. Schneider.
»
E. Guillaume.
»
SWOBODA.
»
MOREY.
Agram:
>
S. Ljubic'.
»
E. PlOT.
»
P. Matkovic'.
>
F. Ravaisson-Mol-
»
F. Racki.
LIEN.
»
Sablyar.
»
Ch. Robert.
Buda-Pesi:
j»
I. Hampel.
»
conte Tyszkiewicz.
>
A. V. Kubinyt.
Agen:
»
1. F. Bladé.
»
G. Pavr.
Ahjiri:
»
R. DK LA BLANCHÈRE
— Il —
Aanery: Sigg
. L. nKVO.V.
Landulph: Sigg
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F. M. NiCHOLS.
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Oxford: »
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»
M. A. Carlone,
tory, Wells: >
H. M. SCARTH.
Sem:
»
F. Lallier.
York: »
can. J. Baine.
Vence:
>
E. Blasc.
8. NELLA GRAN BRETTAGNA
Londra: Sigg. J. W. Donaldson.
» L Evans.
» .J. R. Fergusson.
» P. Gardner.
» B. V. Head.
Lord R. HouGHTON.
Sigg. W. Watkiss Lloyd.
» P. Le Page Rekouf.
» F. C. Pentiose.
Sir H. Rawlinson.
Sigg. L. SCHMITZ.
» C. RoACH Smith.
» W. S. W. Vaux.
Cambridge: » Churchill Babing-
TON.
» S. S. Lewis.
» C. Waldstiin.
» J. Clayton.
» W. C. Teevelyan.
9. NELLA NORVEGIA
Cristiania: Sig. L Undset.
10. IN OLANDA
Haag: Sigg. L Rutgers.
Herzogenbusch:» C. B. Hermanns.
Rotterdam: * U. BoisSEVAiN.
Chester:
Edinburgh: »
Fenny Compton
pr. Leamington: >
(ììasgoiv: »
E. L. HiCKS
R. C. .lEBB.
11.
IN PORTOGALLO
Draga:
Sigg. J. J. DE Silva Pe-
reira Caldas.
Faro:
» S. P. M. Estacio da
Veiga.
Guiinaraès:
» F. Martiss Sar-
mento.
Lissabon:
» A. COELHO.
Oporto:
> J. de Vasconcellos.
12. NELLA RUMANIA
Bucarest: Sig. I. A. Odobescu.
» Gr. G. Toc'iLESCU,
1.!. NELLA r.USSL\
Piclroburgo: Sìi^^. J. Jeunstedt.
» G. KlESEUITZKY.
»
B. V. KolINE.
»
M. KUTOKGA.
»
C. LUGEBIL.
»
POMIALiiWSKY.
»
T. Struve.
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T. ZiELINSKV.
Iklsingfoì's:
»
Gylden.
Moscau:
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BUSLAIEFF.
»
C. GORTZ.
»
P. Leontieff.
Odessa:
»
N. KONDAKOFF
Orci:
»
D. KOROLKOW.
14. NELLA SPAGNA
Madrid: S
icrcr
. E. P. FiDEL FlTA.
»
P. DE GAYANGOS.
»
J. E. Melida.
>
M. Oliver Hurtado.
»
C. PUJOL Y CaMPS.
»
I. F. EiANO.
»
E. Saavedra.
Barcelona:
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Alvaro Campanék y
Fuertes.
»
L[anuel deBofarui
Y Sartorio.
Cadiz:
»
M. Euiz Llull.
CangasdcOnis
■ »
E. FfìASCINELLI.
Elclic:
»
A. Ibarra y MANZO^'l
Granada:
»
M. DE GONGORA.
Leon:
»
D. DE LOS ElOS.
Malaga:
»
M. E. de Beelanga.
»
G. LORING.
Medina Sidonia:*
M. Pardo de Fi-
GUEKOA.
Pamidona:
»
I. Oliver Hurtado,
vescovo.
Tarragom: » B. Hebnandez y Sa-
NAHIYA.
Valencia: » V. BoiX.
15. NEGLI STATI UNITI
DELL'AMEUICA
Duslon: Sigg. J. Thachee Clarke.
Leximjlon: » J. K Stereett.
Mcadcille: » G. F. CoiTFOET.
New-York: » E. K. Haiget.
Sig." L. MiTCHELL.
16. NELLA SVEZIA
Stoccolma: Sig. 0. Montelius.
17. NELLA SVIZZEEA
Avenches: Sigg. A. Caspael
Uasel: » J. J. Bernoulli.
Zurigo: » H. Blììmner.
18. NELLA TUECHIA
De ir ut: S'oo-
Costantinopoli: »
Cairo: »
Ckios: »
»
Fainagusia (Ci-
pro/: »
Larnaka(Cipro): »
Methìjmna(Lcs- »
hos):
Sainos: »
Smirne:
»
»
C. Sciiroeder.
A. MOKDTMANN.
M. Kabis.
GUUIAS.
A. Papadopulos.
M. Ohnefalsch-
ElCHTER.
Cereuttl
N. Glykàs, arcive-
scovo.
G. Soteric.
E. Stamatiadis.
A. FONTRIER.
IVANOFF.
Papadopulos Kkra-
MKUS.
— 13 —
rAKAGKAFI
DEGLI STATUTI BELATIVI AGLI STIPENDI
tei: viaggi archeologici.
§. VJ. l'or avvivare gli studi archeologici e divulgare, per quanto è pos-
sibile, le nozioni esatte della classica antichità, e specialmente per formare
buoni direttori alVInstituto archeologico germanico e maestri di archeologia
alle università patrie, il suddetto Instituto ò dotato di cinque annui stipendi
di 3000 marchi ciascuno per viaggi, i quali stipendi debbono essere compar-
titi sotto le seguenti condizioni:
§. 20. Per concorrere a quattro dei suddetti stipendi è necessario il docu-
mento che il candidato abbia ottenuto il grado dottorale in filosofìa o
in una università dell'impero germanico, o nell'accademia di Mtinster.
ovvero sia stato approvato nell'esame prò facuUale docendi ed abbia mostrato
in esso la capacità d'insegnare le lingue antiche nelle classi superiori dei
ginnasi. Deve inoltre il candidato provare che dal giorno in cui fu addot-
torato riuscì nell'esame di maestro superiore, e, se ottenne a/inbedue le
cose, dal giorno, in cui ha ottenuto l'ultima, fino al giorno, nel quale il
domandato stipendio gli dovrebbe essere pagato (§. 26), non corra uno spa-
•zio maggiore di tre anni.
Per il quinto degli stipendi annui, destinato specialmente a promuo-
vere l'esplorazione delle antichità cristiane dell'epoca degli imperatori romani,
è necessario che il candidato abbia finito nella facoltà teologica d'una uni-
versità dell'impero germanico il corso della teologia protestante o cattolica,
cioè che dopo trascorso almeno il triennio accademico sia stato smatrico-
lato regolarmente, e che nel giorno, nel quale lo stipendio dovrebb'essere
pagato, non abbia oltrepassato l'anno trigesimo.
§. 21. Il concorrente deve inoltre procurarsi l'approvazione della facoltà
filosofica teologica- di una università germanica o dell' accademia di Mun-
ster, ovvero di qualche singolo professore esercente in filologia ed archeo-
logia in una di esse, intorno ai suoi lavori scientifici ed alla sua capacità, ed
aggiungere t:ile approvazione alla sua domanda, e nel caso avesse pubblicato
qualche lavoro scientifico, possibilmente unirlo alla domanda stessa. Deve
anche indicare in brevi termini il particolare scopo del suo viaggio. È nellu
spirito di questa fondazione, che il viaggiatore visiti anche Ptoma.
Tali disposizioni non hanno luogo per le domande di prolungazione dello
stipendio; nel qual caso però è necessario esporre in compcnilio i ri-ultati
— 11 —
finora ottenuti nel viaggio, e se lo stipendiato ha visitato Roma o At«nc.
vi si trattiene tuttora, allora è necessario un certificato del segretariato
dell' Instituto sulla sua applicazione e capacità.
§. 22. Le domande per lo stipendio devono inoltrarsi ogni anno prima
del 1 Febbraio alla Direzione centrale dell" Instituto archeologico in Ber-
lino, la quale ne fa la scelta nella seduta generale. In caso di parità nel
valore scientifico essa Direzione darà la preferenza a quei concorrenti, i quali
hanno, oltre la indispensabile istruzione lìlologica, già acquistato un certo
grado di conoscenza dei monumenti e della storia dell'arte, e che promet-
tono di divenire un giorno utili all' Instituto archeologico, agli istituti d'in-
segnamento a' Musei di Germania.
§. 23. I stipendi non possono essere accumulati nò dati per piìi di un
anno: la prolungazione del godimento però è ammissibile per un .«econdo anno.
Il quinto stipendio (§ 20) può essere prolungato anche nel caso che lo
stipendiato, quando scade il secondo stipendio, già abbia oltrepassato l'anno
trigesimo.
§. 24. L'Imperiai Ministero degli affavi esteri accorda in casi speciali la
dispensa dalle prescrizioni stabilite nei §§. 20, 21 e 23 dopo aver consul-
tato la Direzione centrale.
§. 25. La Direzione centrale annualmente prima del 1° di Luglio pre-
senta all'Imperiai Ministero degli affari esteri la scolta da lei fatta, unendo
tutte le domande ricevute, ed esponendo i motivi della scelta che sottopose
all'approvazione. Regolarmente la decisione definitiva è comunicata ai nuovi
stipendiati prima della fine del mese di Luglio, ed il loro nome è inserito
nella Gazzetta ufiìciale dell'Impero germanico e della Prussia.
§. 26. Lo stipendio scade ogni anno il 1° d'Ottobre, e la Cassa di
legazione ne paga in una sola volta l' intera somma contro quietanza allo
stipendiato o al suo incaricato legalmente autorizzato.
§. 27. Gli stipendi che non fossero stati assegnati, sono rimessi all' anno
seguente e si conferiscono colle stesse norme insieme agli stipendi ordi-
nari di quell'anno.
§. 28. Lo stipendiato ha l'obbligo in tutto il tempo della sua dimora
in Roma o Atene di assister:; regolarmente alle seduto doU'Instituto. Egli
deve inoltre durante il suo viaggio favorire, per quanto ò possibile, lo scopo
dell' Instituto, e dopo aver finito il viaggio, mandare alla Direzione centrale
un rapporto sommario dei risultati ottenuti.
ir, —
Tutto lo corrispouJonzc spettanti all'Instituto possono indirizzarsi Jiret-
tanionte a Roma ai Segretari editori, sigg. Hknzen e Helbig, e a Atene
al Segretario sig. Kuehlek, corno ancora u JJkkmno al sig. CoNZE presi-
dente. Le offerte di libri, opuscoli o disogni gli saranno oziandio conse-
gnate per mezzo dd' librai signori AsiiKR tt Berlino e Londra, Pedone
Lauriel a Parigi, C. Ramazzotti a Bologna, fratelli Vieusseux a Firenze,
A. Detken a Napoli, 0. Wilberg in Atene.
L' Instituto , conforme al 8 10 de' suoi statuti, e cominciando dal-
l'anno 1876, si è incaricato della pubblicazione della Oazzktta Archeologica
(Archaeologisciik Zeitung) fondata da Odoaruo Gerhard a Berlino fin dal-
l'anno 1843. La Direaione centrale ha nominato compilatore di essa il dott.
Max Fraenkel, bibliotecario de' musei Reali. Se ne pubblicheranno, come
prima, nella ditta di Giorgio Reimer (Berlin S. W. Anhalt — Strasse Ì2)
annualmente 4 ftiscicoli contenenti fogli 20-25, al prezzo annuo di marchi 12 —
fr. 15. Al medesimo prezzo saranno vendute anche le annate arretrate, per
quanto repperibili ancora. Si può associare ad essa Gazzetta presso tutti i
librai, nonché negli Uffizi postali.
Il prezzo dell'associazione alle pubblicazioni annue dell' Instituto di
Roma, consistenti in 12 tavole in foglio grande di Monumenti inediti,
in un volume d' Annali di 15 a 20 fogli stampati e corredato di 15 a 20
tavole d'aggiunta, e nel Bullettino mensile, è stato dalla Direzione centrale
fissato a lire 50 per Roma e l'Italia, a marchi 40 per la Germania, a franchi
50 per la Francia ed a lire st. 2 per l'Inghilterra. Il solo Bullettino Vendesi
a lire 6,50, aggiungendo il porto per chi lo riceve per mezzo della posta.
Tutta la serie delle pubblicazioni dell' Instituto, dal 1829 fino al 1878 della
quale si stanno completando alcuni esemplari, da ora in poi. sarà vendibile
presso i sigg. A. Asher e C. al prezzo di marchi 1800 — fr. 2250. Quanto alle
singole annate antecesse, sebbene in passato si aggiungejse jìel prezzo 20 per
cento alla quota d'associazione, pure oggi intendendosi a facilitarne lo smal-
timento, ne sono stati fissati i prezzi seguenti:
1. singoU annate intiere fino all'a. 1860 incl.
2. » » dogli Annali » » »
3. » » del Bullettino » » »
4. » » de" Monumenti » » »
5. le annate intiere posteriori all'a. 1800 »
(). singolo annate degli Annali post. » »
7. » » del Bullettino » » »
8. » » de" Monumenti » > >
0. Nuove memorie dell'I.
10. Repertorio 18:)4-1843
11. Repertorio 1844-1856
12. Repertorio 1867-1863
13. Repertorio 1864-73
^N. B. Il Repertorio 1829-1833 fa parte dogli Annali 1833).
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5.6
V
- 5.S
— ic —
Si sono i^ubblicate inoltre a spese doU'In.^titutu le opero intitolato:
Scavi iivl bosco sacro dd Fratelli Arcali: lìciazionc a mmc ilcli L pub-
blicata da G. Henzen, Roma 1863 (fr. 20).
y rili'wi delle tirne etriiscìie pubblicati a nome dell' hutitulo di coirispon-
dcnza archeologica da Enrico Brunn. volume f, ciclo Trai -o, Koma 1S70 (fr. '0).
Le anlicliilù del Musco Bocchi di A<lria. per iìicarico della fi. Accademia
delle Scienze di Padova e dell'lmp. Instituto archeologico germanico descritte
da RrcCARDO Schoene, con venlidue tavole incise in rame^ Eoma 1878 (fr. 30).
Piante icnografiche e prospettiche di doma anteriori al secolo X VI ■ rac-
colte e dichiarate da G. B. de Bossi, pubblicate dalla Direzione centrale del-
l' Imperiale Instituto archeologico germanico in lìoma nelle Palilie 21 Aprile 1871),
Cinquantesimo anniversario della fondazione dell' lnstitut'>. Roma 1879 (fr. 40).
Geschichle des deutschen archàologischen Inst'Uuts 1829-1879. Fcslschrift
zum 21 Aiiril 1879, herausgegoben von der Cenlraldirection des archàologischen
Instituls. Berlin. A. Aslier et C. 1879 (fr. 7,50).
St'ìria dcU'Institulo archeologico germanico 1829-1879. Strenna pubbli-
cata nell'occasione della festa del. 21 Aprile 1879 dalla Direzione centrale del-
l' Instituto archeologico-^ traduzione dal tedesco, Roma 18~9 (fr. 6).
Mgkemsche Tliongefàsse. Fesisrhrift zur Feier dei fùnfzijjcVirigen Bcste-
hoìis des deutschen archàologischen Instiliils in Rom. im Auflrage des Inslilu-
tes in A'hen herausgegeben von Adolf Fl'Rtwaenoler und Georg Loescucke,
Berlin, in Commission bei A. Asher et C. 1879 (fr. 50).
Dieantiken Terracotten, im Atiflrag des archàulogischen Instituls des deut-
schen Rcichs heraiisgegcben von Reinhard Kekulé. Band 1: die Terracotlen
von Pompei, bearbellet von H. vox Roitden. na:h Zeidmungen v>n Ludwig
Otto und Andern. Stuttgart, W. Speniann, 1880 (marchi 30 ^^ fr. 37,50). —
lìand II: die Terracotlen von Sicilien, bcarbeilet von Reinhard Kekulé,
mit 61 Tafdn, gezeichnet uni radirt von Ludwig Otto cet., Berlin nini
Stuttgart, W. Spemann, 1881 (marchi 75 = fr. 93,75).
Das Kup-ielgrab bei Menidi, herausgegeben vom deutschen archàologischen
Inslitute in Achen, mit 9 Ta/'ehi in Steindruck, dlhen, in Commission bei
Karl Wilberg, 1880, 4 (marchi 8 -- fr. 10).
Elrudùsche Spi<gel, herausgegeben von Eduard Gerhard. I'. B ind. im Auf-
lrage des Kiiscrlich Deulichon archàologischen Intliluls be irbeitel von A.Klueg-
MANN uìid G. Koerte, IJcft. 1-3 Berlin, G. Keimer, 1884. 4 (nìcirchi27 = fr. '33,75).
Le quali opere si vendono presso l' Instituto e jnesso i librai sopra nominati.
L'Instituto d'Atene pubblica fin dall'anno ]87(ì mi periodico intitolato
MiTTHEILUNGEN des deutschen AKCHAEOLOGISCHKN InSTÌTUTKs IN AtHEX,
AtHEN. in COMMI.S.SlnN BEI KaRL WilDKRG. J.lHRLICn 1 BaND ZU 4 IIeFTE..
CTLT 15 MARK. (Couiuiiicuzioni dell' Instituto archeologico germanico in Atene,
Al^ne, in commissione presso Carlo Wilberg. Annualmente 1 volunui a 4 fasci-
coli, marchi 15 rz= fr. 18,75).
Roma, li 31 Decenibre 1881.
La Direzione.
rin,rIl^^'^''"Ef' LIBRARY
3 3125 00458 75
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