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Full text of "Canti popolari delle provincie meridionali"

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CANTI POPOLARI 



ANTONIO CASETTI 
VITTORIO IMBRUNI 



ROMA TORINO FIRENZE 

ERMANNO LOESCHER 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



•i 






BOHA Tip. di B. M. - Torino 



AVVERTENZA 



La mole di questo volume, che supera di molto 
le previsioni, ci ha dissuasi dair aggiungervi 
una Bibliografia delle Poesie Popolari Italiane, 
secondo la nostra prima intenzione. De' parec- 
chi nostri errori, de' quali ci siamo già accorti, 
correggeremo qui soltanto quello imperdonabile 
che ci aveva fatto mettere in Basilicata una 
terra di Provincia di Benevento (Morcone), le 
cui poesie ci erano state trasmesse dal signor 
Vitiello; l'aver taciuto l'aiuto datoci dall'egregia 
donna Costanza Castromediano ne' Casetti pei 
canti di Lecce e Caballino; e l'aver asserito (vol.I, 
pagina 122), che il Basile ricorda nel Pentame- 
rone una canzonetta, mentre invece ei la riferisce 
integralmente nell'ultima delle Egloghe napoli- 
tanesche. I canti di Sant'Eufemia ci sono stati 
somministrati dal cav. Giuseppe Balsamo, quelli 
di Aquila dal dott. Bernardino Perii, quelli di 
Arpino da Camillo Mira, quelli di Bomba dal 
prof. Pompeo Salvatore, quelli di Bovino e di 
Agnone da Oreste Recchioni, quelli di Martano 



^' VI .<^ 

da un gentilissimo giovane studente di cui non 
ritroviamo il nome, quelli d'Otranto e Novoli 
dall'ingegnere Oronzio Orlandi. Ci sono soprag- 
giunte alcune altre inteiressanti raccoltine di 
poesie popolari, che non abbiamo potuto intro- 
durre in questo volume, ma che pubblicheremo 
a mano a mano, in qualche occasione propizia, 
come abbiamo già fatto pei canti de' dintorni di 
Marigliano (Terra di Lavoro) somministratici da 
Pietro Ferri-Colonna, e dati alla luce in occa- 
sione delle nozze Nissim-D'Ancona. — Vediamo 
con piacere che la divulgazione del nostro primo 
volume ha già stimolato parecchi a stampare 
alcune raccoltine parziali, ed in grazia di queste, 
e della nostra buona volontà, confidiamo che si 
abbiano non a tacere o dissimulare, anzi a ri- 
prender senza acrimonia gli errori in cui siamo 
caduti. 



Roma, XX marzo MDCCCLXXII. 



Imbriani. 



INDICE DEL VOLUME 



Avvertenza ...» pag. v 

Canti di Chieti nelV Abruzzo Citeriore (XXXIII). . . » 1 

Canti di Qrottaminarda in Principato Ulteriore (XI). » 43 

Canti di Spinoso in Basilicata (XXII) » 59 

Canti di Bagnoli Irpino in Principato Ulteriore (XVIII) . » 91 

Canti di Monteroni in Terra d'Otranto (X) . . » 122 

Canti di Latronico in Basilicata (XII) » 140 

Canti di Carpignano Salentino in Terra d'Otranto (XV) . >» 166 

Canti di Palena nell'Abruzzo Citeriore (VII) . . » 185 
Canti di Pietrastornina ossia Pietracastagnara in Principato 

Ulteriore (XIV) »> 203 

Canti di Sandonato in Terra d'Otranto (VII) . . . » 226 

Canti di Pomigliano d'Arco in provincia di Napoli (XI) . » 241 

Canti di Morciano in Terra d'Otranto (XV) ...» 271 

Canti di Montella in Principato Ulteriore (XXI) » 295 

Canti di Martano in Terra d'Otranto (XIV) . . . » 319 

Canti di Paracorio in Calabria Ultra Prima (XXXII) . » 339 

Canti di Napoli in Provincia di Napoli (XXXIV) . . » 865 

Canti di Lecce e Caballino in Terra d'Otranto (XXXIX). » 410 



• 



^. vili •<^ 



Resislro dei Canti contenuti nelle Note. 



NB — I Comuni e le proviacie meridionali sono in tondo, 
Comuni e provincie e regioni della rimanente Italia continen- 
tale ed insulare in corsivo. 

Abruzzo Citeriore, vedi: Bomba, Chieti, Gessopalena, Lanciano, 

Falena. 
Abruzzo Ultra Secondo, vedi : Aquila, Pescocostanzo. 
Aci, pag. 25 — 78 - 125 — 142 — 146 — 181 — 300 — 314 — 332 

— 365. 
Adernò, 326. 
Agnone (Molise), 268. 

Airola (Benevento), 44 — 45— 46 — 54 — 55 — 57 — 64 — 98 — 
108 — 156—179—213—221 — 235—265 — 299—323 — 326 

— 355 — 382 — 386 — 398. 

Aquila, 200. 
Avola, 177. 

Arpino (Terra di Lavoro), 253. 

Arnesano (Terra d'Otranto), 45 — 71 — 92 — 94 — 95—130 — 132 

— 138 — 150 — 183 — 219 — 259 — 274 — 297 — 414 — 423, 
Bagnoli Irpino (Principato Ulteriore), 19 — 35 — 36 — 39—44—70 

— 95 — 97 — 103 — 126 — 201 — 216 — 220 — 232 — 233 — 280 
■ — 289 — 297 — 309 — 355 — 432 — 442. 

BariJTerra di Bari), 397 — 431. 

Basilicata, vedi: Latronico, Moliterno, Saponara, Spinoso. ' 

Benevento (Prorincia di), vedi : Airola , Santacroce di Morcone. 

Bergamo, 195. 

Bomba (Abruzzo Citeriore), 240. 

Borgetto, 144 — 326 — 332 — 348. 

Bovino (Capitanata), 115 — 188 — 391. 

Caballino (Terra d'Otranto), vedi: Lecce. 

Calabria Citeriore, 67 — 77 — 157 — 207 — 225. Vedi: Cosenza. 

Calabria Ulteriore Prima , vedi : Paracorio, Reggio di Calabria, 

Sambatello, Sant'Eufemia. 
Calabria Ulteriore Seconda, vedi: Catanzaro. 
Calimera (Terra d'Otranto), 84. 
Campagna Zattna, 30. 
Catanzaro (Calabria Ultra Seconda), 372. 
Capitanata, vedi: Bovino. 



^* IX -4- 

Garpignano Salentino (Terra d'Otranto), 31 — 37 ~ 40 — 71 -- 136 
— 137 — 141 — 151 — 161 — 166 — 167 — 171 — 18* — 806 — 
«19— 878 — 274 — 888 — 883 — 285— S»2 — 306 — 884 — 
333 — 336 — 342 — 369. 

Catania, 127 — 300 — 338 — 352. 

CevOli {Toscana), 430. 

Chieti (Abruzzo Citeriore), 8—11 — 13 — 17— 87 —36-60 — 
83 — 98 — 104 — 111 — 124 - 154 — 177 — 810 — 817 — 849 

— 293 — 294 — 309 — 374 — 400. 
Cilento, vedi : Lentiscosa. 

Como, 3. 

Corfignano (Terra d'Otranto), 397. 

Corigliano (Terra d'Otranto), 262 — 863. 

Cosenza (Calabria Citeriore), 110. 

Diso (Terra d'Otranto), 113. 

Ficarazzi, 314 — 326. 

Formicola, 44. 

Genova, 442. 

Gessopalena (Abruzzo Citeriore), 103 — 272. 

Orottaminarda (Principato Ulteriore), 54 — 228 — 845 — 857 — 337. 

Itala (Sicilia), 363. 

Italia Centrale, 84. 

Lanciano (Abruzzo Citeriore), 18—803 — 818 — 839 — 856—867 — 390. 

Latronico (Basilicata), 6 — 131. 

Lazio, 316. 

Lentiscosa nel Cilento (Principato Citeriore), 267. 

Lecce e Caballino (Terra d'Otranto), 6 — 7—8—10— 12 — 13 — 
15 — 17 — 18 — 19 — 20 — 21 — 85 — 86 — 31 — 45 — 46 — 
49 _ 51 __ 52 — 53 — 60 - 61 — 62 — 65 — 71 — 72 — 76 

— 78 — 84 — 91 — 92 — 93 — 94 — 98 — 100 — 101 — 103 — 

104 — 105 — 106 — 109 — 113 — 114 — 123 — 126 — 128 — 
129 — 130 — 131 — 132 — 133 — 134 — 135 — 138 — 140 - 143 — 
146 — 150—151 — 153—155 — 158—163—164 — 166— 166 — 
169—170—172—173—174—175—181 — 182 —183— 186 — 
197 — 202 — 204 — 205 — 206 — 209 — 210—211— 213- 214 — 
. 215-217—218 — 226-228—229—230— 232 — 234 — 236 — 
237 —238 — 239—247 — 248 — 250 — 252—259 — 260 — 264 

— 273 — 275 — 276 — 277 — 278 — 280 — 281 — 284 — 285 

— 287 — 289— 890 —293 — 296 — 297 — 298 — 300— 302 

— 306 — 311 — 312 — 313 — 314 — 316 — 319 — 320 — 321 — 
382 — 323 — 324 — 327 — 329 — 333 — 335 — 337 — 339 — 
346 - 347 — 348 — 330 — 351 — 353 — 355 — 365 — 366 — 



867— 370 — 375 — 377 — 382 —383 — 887 — 388 — 392— 393 — 
396 — 397 — 399 — 400 — 408 — 410 — 413 — 415 — 416 — 417 — 
418 — 419 — 420 — 421 — 422 — 423 — 424 — 425 — 428 — 432 — 
433 — 442—443 — 445 — 447. 

LÌ2«anello (Terra d'Otranto), 149 — 323 — 441. 

Martano (Terra d'Otranto), 31 — 46 — 51 — 52 — 143 - 207 — 219 — 
221 — 292 — 321. 

Merine (Terra d'Otranto), 124 — 371. 

Messina, 14 — 22 — 253 — 349 — 365 — 402. 

Mineo, 352. 

Molise Sannio, vedi: Agnone. 

Molitemo (Basilicata), 155 — 207. 

Mondragone (Terra di Lavoro), 144. 

Monferrato, 2. 

Montale di Pistoia, 119 — 404. 

Montella (Principato Ulteriore), 23 — 27 — 108 — 116 — 163 — 191 — 
198 — 218 — 220 — 246 — 286 — 302 — 375. 

Monteroni (Terra d'Otranto), 93 — 416 — 444. 

Monreale, 178. 

Morciano (Terra d'Otranto), 40 — 50 — 51 — 57 — 58 — 61 — 72 — 94 

— 137 — 138—149 — 162 — 163 - 168 - 173 — 208 - 209 — 211 — 
221-241-251-268-272-275—279 — 284 — 286 — 289 — 290 

— 295 - 297 — 299 — 305 - 319 — 331 — 332 - 341 — 346 — 399 — 
404 - 420 - 421 - 445. 

Mottola (Terra d'Otranto), 406. 

Napoli (Provincia di), vedi: Napoli, Pomìgliano d'Arco, Precìda, 

Somma Vesuviana, Sorrento- 
Napoli (Napoli), 19 — 32 — 33 — 35—43 — 44 — 63 — 68 — 69 — 70 — 
91 _ 93 __ 107 __ 112 — 118 — 123 — 127 — 148 — 156 — 157 — 162 
— 177 — 180 — 186 — 187 — 188 — 189 — 191 — 192 — 195 — 201 — 
• 204 — 208 — 209 — 213—222 — 224— 239 —243— 251 —254 — 
286 — 279 — 298 — 299 — 300—305 — 331 — 332 —355 — 368 — 
369 — 371—372 — 374 — 377—378 — 382—386—388 — 391 — 
393 — 3^ — 401— 406 — 412 — 429 — 430 — 431. 
Nardo (Terra d'Otranto), 7 — 9 — 25 — 32 — 33—35 — 39 — 40 

— 47 — 52 — 58 — 109 — 110 — 132 — 140— 141 — 143 — 146 

— 150 — 158 — 172 — 223 — 227 — 235 — 250 — 273 - 281 — 
313 — 318 — 326 — 333 — 345 — 388 — 389 — 415. 

Novoli (Terra d'Otranto), 390 — 399. 

Otranto (Terra d'Otranto), 258. 

Palena (Abruzzo Citeriore), 9—16 — 36—103 — 866 — 384. 

Palermo, 14 — 294 — 392. 



-^ XI ^^^ 

I 

PaMtcorio (Calabria Ultra Prima), 4—5— 6— 13 — 20— « — ^4 

— 29 — 46 — 47 — 60 — 71 — 78 — 96 — 101 — 102— 105 — 
106 — 110 — 112 — 122 — 124 — 125 — 127 — 128 — 142 — 
145 — 157 — 158 — 161 — 162 — 164 — 174 — 205 — 211 — 
212 — 221 —224 — 227 — 229 — 237 — 238 — 246 — 251 -269 

— 276 — 277 — 279 — 280 — 282 — 283 — 313 — 323 — 325 — 
326 — 330 — 331—835 — 336—340 — 341— 344-851 — 
352-354 — 356-358-884 — 885 — 386-433-446. 

PartinicOf 145 — 178. 

Piceno, 256. 

Piemonte, 3 — 267. 

PescocoBtanzo (Abruzzo Ultra Secondo), 195. 

Pietracastagnara, vedi: Pietrastornina. 

Pietrastornina (Principato Ulteriore), 44 — 68 — 83— 127— 148 

— 156 — 185—250 — 273 — 322 — 361 — 369 — 375 — 389. 
Piazza, 18 — 317. 

PoUica (Principato Citeriore), 30 — 31 — 244. 

Pomigliano d*Arco (Napoli), 15 — 44 — 125 — 234 — 354 — 355. 

Procida (Napoli), 106. 

Principato Citeriore, vedi: Cilento, Lentiscosa, PoUica, Salerno. 

Principato Ulteriore, vedi: Bagnoli Irpino, Qrottaminarda, Montella, 

Pietracastagnara, Pietrastornina, Sturno. 
Reggio di Calabria (Calabria Ultra Prima), 143. 
Raf odali, 317. , 

R(ma, 30 — 111 — 112 — 117 — 159— 160 - 161—314 — 386. 
Salerno (Principato Citeriore), 254. 
Salice (Terra d'Otranto), 258. 
Sambatello (Calabria Ultra Prima), 32 — 144 — 155 — 178 — 317 — 

331 — 344 — 348 — 362 — 430. 
Sandonato (Terra d'Otranto), 228 — 246 — 397. 
Sannio, vedi : Molise. 

Santacroce di Morcone (Benevento), 22 — 147 (1). 
Sant'Eufemia (Calabria Ultra Prima), 38 — 41—69 — 75 — 230. 
Saponara (Basilicata), 39 — 40 — 83 — 122 — 148 — 224. 
Sessa (Terra di Lavoro), 216 — 307. 
Sicilia, 228 - 244 - 405. 
Spinoso (Basilicata), 10 — 14 — 15 — 23 - 25 — 32 — 40 — 41 — 45 — 

46-50 — 59-64 — 65 — 68-73-75—77 - 79 — 82 — 85 — 



(1) Erroneamente attribuita nel primo volume alla provincia di Ba- 
silicata. 



^ XU "«^ 

92 «r- 100 — lOt — 144 — 147 — 1S9 — 171 — 180 — 196 — 

gC6 _ 380 — 384 — 385 — 391 — 437. 

Somma Vetaviana (Napoli ), 63. 

Spongano (Terra d'Otranto), 134 — 169 — 416. 

Spoleto (Umbria), 257. 

Sorrento (Napoli), 861 — 307. 

Storno (Principato Citeriore), 9—107^ ìli— 901^^ tìt^ STO. 

Termini, 157. 

Terni, 158. 

Terra dì Bari, vedi: Bari. 

Terra di Lavoro, vedi : Arpino, Mondragone, Sesaa. 

Terra d'Otranto, vedi : Amesano, Caballino, Calimera, Carpignano 
Salentino, Corfignano, CorigUano, Diso, Lecce, LÌ£sanello, Mar- 
tano, Merlae, Monteroni, Morciaao , Mottola, Nardo, Novoli, 
Otranto, Salice, Sandonato, Spongano. 

Toscana, 178 — 214 — 255 — 266 — 287 — 316 — 430 — 442. 

Trezza, 158. 

Umbria, 256 — 264. 

Veneto, 3. 

Venezia, 118 — 261 — 262 -* 867 — 4SI. 

VeiHma^ 84. 

Vicenza, 3 



CHIETI 



(ABRUZZO CITERIORE) 



I. — fl Addunna vajj', bella fantella? ■ — 

— « Vajje pe' acqua pe' bev' e cucina' » . — 

— « Me la dareste 'na bevute? » — 

— tNe' ntengh' né tazz' nemmen' bicchier' 
t Pe' dar' a ber' a vojj' cavalier' » . — 

— « Ti darò trecent' diucat', 

« Una sola notte pe' drummire neh' te • . — 

— « L'hajj' da dire a la mia matr': 
f 1' le pregh' che dice di sci » . — 

— «Mamma, mamma vicchiarell', 

« Agge scuntrat' 'nu bejj' cavalier', 

« Mi vo' dare trecent' diucat' 

« Una sola nott' a drummire nche esse » . — 

— «Vacce, figlia, e statt' attent': 

« L'or' e l'arigent' arripuortle a me ; 
« Cheli' sarà la dota pe' te » . — 
...Quant' fujj' a la mezza strad' 
La fanteir si mise a piangere. 

— «Pecche piang', bella fantell'?» — 

— « Piang' pe' mamm'che ne' l'arrived' chiù » .- 

Garti Popolari, HI. 1 



Quand' fune a Tustarie: 

— I Né vuojj' a bev', nemmen' a mangia': 
• « Vuojj' lu lett' pe' ripusà' » .— 

— t Mannagge a lu sartor' 

« Che m'ha fatt' 'stu bustìn'! 

« Me l'ha fatt' tropp' strett' 

« Ne' me pozz' sdillaccià'. 

« Buon' cavalier', damm' la spad' 

« Ca 'stu Iacee mi vuojj' tajjà' » . — 
Lu cavalier' 'i donò la spad': 
La fant^ir ssi trapassò. 

— « Mannagge quella spad' ! 

« La fanteir ss'han' ammazzat' ! » — 
Pe' tutt' la città: 

— « È mort' Margarit' ! 
« È mort' pe' l'amor' ! 

« E Margarit' è mort' 
« È mort' pe' l'amor' ! » — 
A quella sepplotur' 
Ci nasciò 'nu beli' gijj'. 

Cf. i primi versi di questo canto con quello di Nardo 
che principia : Mme *cchiai passare de Casaleneu. Il 
poemetto chietino è il medesimo in sostanza del secondo 
della raccolta di Canti popolari Monferrini del dottore 
Giuseppe Ferraro, dove va sotto il titolo della Monfer- 
rina incontaminata. Rimando a quel volume pe' ri- 
scontri, forestieri tutti, tranne una lezione Piemontese 
pubblicata dal Nigra nelle sue Canjgoni piemontesi, in- 
titolandola il Corsaro. 

Ecco la versione Monferrina : 

* Simma dir punt di Mantua, 
*Na bela fija u j'è. 
Da là pasa d'in giuvo, 
In cavalier franseis. 

— « Vi dig vui,* bela fija, 
•* Vurrei vini cun me ? »• — 
— « Sì, sì, ca vinireiva, 
« Su mi salveis Tunur ♦». — 



Tacaja pri li sol man bianche, 
In gruppa u r'ha bitèe ; 
E i fan singsent mijaf 
Sensa mai parlèe. 

Camin-nhu ancura atartant, 
An Fransa i sun rivèe. 
Quandi sun stai an Fransa, 
A Tustaria i sun andèe. 

— « Mangèe, bivi, o bela, 
•« Mangèe e poi bivi, 

« Anstève e arpusève 

*t Dir camin cà jumma fa »«. — 

— « An vói né mangèe, né beive, 
♦» Né beive, né mangèe, 

'« A yói d'in bun lettu, 
« D'andéme a ripusèe ». — 

— « U lece l'è bela prunt, 
" N'j manchi amma che vui, 
« Dunca spujeve, bela, 

« Dunca spujeve vui ". — 

— « Ra stringa a s'è ambrojaja, 
M Mi a ra poss nent sgrupèe, 

.« Pristèm ra vostra daga, 
•» Ra stringa vói tajèe >». — 

An ha avi an man ra daga, 

Ant ir cor a s' r' è piantaja 

Maladet sia la daga, 
Lo meistr ch'u n'ha fa! 
R'é mort ra pi bela iìja, 
Ca iìss ant ir Munfrà! 

Si noti però che i sedici primi versi della lezione chie- 
tina rispondono e sono in parte identici ai ventotto 
primi della Ragazza onesta^ XLVII canto della raccolta 
del Ferraro, del quale Adolfo Wolf ha pubblicato una 
variante veneta, intitolandola: La Contadina alla fonte; 
Giambattista Bolza una Comasca, chiamandola V Amante 
deluso; ed il Righi un'altra vicentina. 



^ 4 «^ 

II. Affliti' cor' mi, nin disperart'! 

Cliius' nin so' pe' te tutt' le port'. 
Cheli' che sta scritt' 'ncel' nin po' manca'; 
Og'nor' l'aria ssi mut', ognor' la sort'. 
Se tu mi sci' fedel' custant' e fort' 
Io ti amerò fin' a la mort'. 

Solita provenienza letteraria: 

* Afflitto core mio, non disperarti; 
Chiuse non son per te tutte le porte ; 
Quel ch'è scritto nel ciel non può mancarti, 
Ognor Taria si muta e ognor la sorte. 
Opra d all'esser tua prudenza ed arte, 
E colla volontà mostrarti forte. 
Ama, spera, cor mio, non diffidarti; 
Il rimedio non vi è solo la morte. 



III. A lu scur' vajj' circann' 

La bella mie addò' è. 
Mo' t'annascunn' pe' fann' disperà', 
r mor', i' mor' pe' te, 
Repos' chiù ne' ho. 
Addie, amato bene, i 

A revederce nin ssi sa. 

Canto analogo di partenza di Paracorio: 

Mi parta e mancu addiu nei pozzu diri! 
Nu' dui no' ndi potimu cchiù parlari. 
Li cùianti, li singhiuzzi e li suspiri, 
Non m' 'assanu di vui licenziari. 



Fammilla, o mia tiranna, o miu martiri^ 
Se mi vo' beni, no' m'abbandunari. 
Ora ti dassu, bella, e non ciangiri ; 
Ricordati di mia né ti scordari. 



IV. Am' chi t'am' e lascia dì' chi vò\ 
Ca nu' nin ci putemm' abbandunà'. 
Aggi pruvat' a esser' nimmice, 
Cara giujucce, ni' li pozz' fa'. 
Quest'alma nin po' sta' senz' le tu' cor' 
Com' sarajj' pussibil' da campa'? 
Prim' c'impruntarebb' la mia vit'; 
Che de lasciar' a vojj' nin sarà majj'. 

Dicono a Paracorio : 

Cara, di fìdertà non vegnu menu, 
Se t'aju offisu ti cerca perdunu; 
Se tu mi fuji, cchiù ti vegnu *ntrenu, 
Cercu mu trattu, e cchiù nimicu sunu. 
Se cérchi lu me sangu ed eu mi svenu; 
Se lu cori mi cerchi, eu ti lu dunu. 
Se mi voi mortu, mi cuntentu armenu, 
Ca mu moru pe' tia cuntentu sunu. 



V. Arricurdet', ben mi', quant' t'amajj' 
Quant' tu 'stu cor' ferit' l'hajj' ! 
Ricordate de me 'na vota l'ann'; 
r ti sarò fedel' e nin t'ingann'. 



Li chiav' del tu cor' li tengh' jè; 
Queir de lu mie, Tavet' vojj'. 
Pari' chi vo' parla' de lu nostr'amor' 
Am' chi ti vo' ben' e n'avè' timor'. 



VI. Com' vo' fa' lu ciel'? Ha pers' lu sol': 
Sse l'ha ritruvat' chella donna beli'; 
Sse l'ha post' sopr'alla su' cann', 
Sse l'ha legat' nche diù' fiP d'or'. 
Vid' che abeltà tien' la donn' ! 
Tien' legat' lu sol' al sue comann'. 

Variante di Latronico (Basilicata) : 

Chiange lu cielu, ch'ha persu lu sole, 
'Na ronna si lu tene al sui cummanno. 
Ligata l'ave chi dui fili r'ore, 
Puosta si l'ave a la sui bianca canna. 
Tene Tammante e sse lu va vantanno : 
— « Aggio *na ronna che lu. sole cummanna ♦•. 

Analogo di Paracorio: 

luna d'oru, carricata navi , 
Ca cu' 'nu sguardo toi fermau lu sul! ! 
'Ssi capilli mi fannu pacciari, 
Quandu veni lu ventu e ti li movi. 
Se la Toscana ti scrivi, tu 'mpari; 
Ama lu cori miu, perchì ti voli ; ' 
Se puru li genti ndi parlanu mali, 
Amami pe^ dispettu a cu non voli. 

Canto analogo di Lecce e Caballino : 

Donna^ tieni 'n umperio a tuo comandu, 
Tu si' patruna dell! nove mondi! 
La passeggi la terra, e la comandi. 



^. 7 <^ 



Scarpe d'oru e diamanti^ alveri e frondi! 
Pe' tuttu il mundo la tua fama spandi, 
Ca de li mari tratitieni gli jundi. 
Quanti su' li beddhizzi amati, e 'randi, 
*N omo muertu ci chiami, te respunde. 



VII. Duman' partirò, Nice, addie! 
Se part' nchi dulor' li sacce jè ! 
' Le sann' gli ucchie mie che piant' fann' ! 
Quant'arriverò a lu paes' mie 
Una lettr' e lu mie cor' te mand'. 
Dentr' ci troyarajj' scritt' raffann' mie, 
E del ritorn' nin so dirt' quand'. 

Dicono a Nardo (Terra d'Otranto) : 

Beddha, iu partu^ a livederci, addiu, 
Nu' ti riscurdare di ci tantu t'ama. 
Nu' ti lu riscurdare lu nome mmia, 
Giacca la sorta ndi luntanu ndi chiama. 
Vene la noa ca muertu suntu iu, 
Ci la dice pe' 'mbidia e ci pi' fama; 
E dopu muertu sipilitu-viu, 
'Stu core fattu terra 'ncora t'ama. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Mo' ci mme partu, a rivederci, addiu! 
Nu' te scurdare de ci tantu t'ama. 
Nu' te scurdare de lu nume mmiu, 
Giacca la sorte luntanu mme chiama. 
Dilli ca sulu lu tou core è mmiu, 
Ci ne 'è quarcunu ci te cerca e t'ama. 

Variante pur di Lecce e Caballino: 

Mo' ci mme partu, arrivederci, addiu, 
Nu' te scerrare de ci tantu t'ama. 



'^' 8 -^^ 

Nu^ te scerrare de lu nume miu^ 
Giacca la sorte luntanu mme chiama. 
Ci noa te ^ene d'autru amore mmiu, 
Nu' la cridere, beddha, ca ete fiama. 
Sai quandu ci t'aggiu lassatu in? 
Quandu de ^unanti a tie passa la bara. 
Ca doppu muertu e sebbelitu 'iu, 
'Stu core, fattu terra, 'ncora t'ama. 

Variante, v. 5-10: 

Ci vene nova ca mortu sunt' iu, 
Nu' la cridere, no, ca sarà fiama. 
Sai quandu cridi ca mortu sunt'iu? 
Quandu de *nnanzi a tie passa la bara; 
Ca ci su' mortu e sepelitu 'iu, 
Puru de terra lu mmiu core t'ama. 

Analogo di Lecce e Caballino : 

Mo' ci mme partu, mme partu cu' 'ddiu, 
Li toi beddhizzi nei li raccumandu. 
'Nu lamentu mme fazzu 'nnanti Mdiu, 
Le lagreme ci scettu su' de sangu. 
Lu sacciu^ tu lu sai, lu sape Mdiu, 
Lu sannu 'st'occhi lu piantu ci fannu. 
De quiddhu lecu dunca vadu 'iu, 
'Na lettere te scrivu, e te la mannu ; 
Quandu l'apri, e la lieggi, amure mmiu, 
Nei truverai 'na lagrema de sangu. 

Vedi pe' riscontri la nota al canto Gessano che in- 
comincia : Doman* parf, ngh*è piacend* a di\ 

Analogo di Chieti: 

Partenz' chi 'n avviso' m'ha menut' 
Di farm' pax'tir' da 'stu loch'. 
Duman' me ne part', amico miejj'. 

Che partenz' amar' che fo iej' 

— « M'ha menut* 'na brutta nuvell'; 

- Jer' spos', ogge veduvell' » — 



Vili. Ecchem', bella mi', ho riturnat'. 
A lid' di lu mar' agg-e stat'; 
Nott' e giorn' agge caminat', 
Pe' ritruvar' a te, rosa 'ngarnat'. 
Tutt' lu temp' chi ci so' mancat'. 
Le tue bellezz' chi sse l'ha gudut'? 
La prima lettr' chi ti ho maadat' 
N'sapì' si er' zit' u maritat'. 
Mo' che t'ho ritruvat' virginell', 
Luce dell'occhie mie, quanta sci' beli' ! 

Variante di Falena (aulici zzata) : 

Ecchimi, bella mia, so' riminuto^ 
Li tue bellezz* m'hanno richiamato. 
Volea tornar più prest' e n'ho potuto, 
So' stato alli cateni 'ncatenato. 
Pe' strada n'ho mangiat e n'ho bevuto, 
Sempr' alli tue bellezz' aggipenzato; 
Se non credete a me quant' ho patito, 
Guard' il mio viso quant' ha 'mmancato. 

Variante neritina: 

Eccume, beddha, ca ju su' binutu, 
'Nnanti la porta tua mtn' aggiu 'ssittatu; 
No' aggiu no' mangiatu e no' biutu, 
Sempre alli tua billizzi aggiu pinsatu. 
La gente di quannanti mm'ha 'mpacciutu, 
Dicinu, beddha, ca mm'ha' 'bbandunatu: 
E ju pi' 'sta 'ccasione su' binutu, 
Aggiu 'nu core e a te l'aggiu dunatu. 

Variante di Sturno (Principato Ulteriore): 

Pe' l'aria, pe' l'aria so' venuto, 
Manco la via aggio affigurata. 
Non aggio nò magnato, né bevuto» 
Sempe a le toje bellizze aggio pensato. 
Testa di garofano fiorito, 
Non saccio si' pe' mme staje preparato. 
Regina di lu Cielo vuje sarrite, 
Corona in testa e la palma portate. 



-> 10 <^ 

Dicono a Spinoso (Basilicata): 

Bella, ca i^ mmi parto a ben partire, 
Cu* 'na varchetta a lu mari passare. 
Arrivo 'mmienzo mare e mmi pintivi : 

— « Yutatimi la varca, marinaro ». — 
La marinaro lu bozi sapere: 

— •♦ Pi' quala cusa ti nni vuoi vutare ? »■ — 

— « L'aggio lassato 'na figliola zita, 
<« Mmi creuzo ca la trovo maritata. 

u Si i' la lasso a Tati ssi la pigliano, 
*♦ Cebi cori voglio ave' ri la lassare... « 

— *♦ ...Vurria virere, ammore, cb'bai pinsato, 
« 'Stu pocbi tiempo ca nun mm'hai viruto. 

*♦ Vurria virè' s'bai pianto e lagrimato, 

M S'bai fatto cumm'a me : sempe ho piangiuto 

— « r n'aggio pianto e n'aggio lagrimato ; 
« Aggiu pribato a dio fussi vinuto »». — 



IX. Ecch' lu cair, ecch' la callur', 
Povera vita me, com' jè dur'! 
— « Amor', amor', fatt' la capann' 
« Nin ti fa vede' 'nfaccia 'ssu sol'. 
« Po' chi te l'ha dett', amor, ca nin ti vojj'? 
• Fa lu pajjarell'; ca mi ti pijj' » . — 

Analogo di Lecce e Caballino: 

Beru ca te Pbai fatta la capanna, 
Puru cu nu' be scoperà lu sole; 
La frunte te recopre 'na tuvaglia, 
Lu piettu 'scunde 'nu mazzu de viole. 
Passa 'nu giovinettu^ e te 'ddemmanda: 

— « Beddha, 'ddu' le ccugghisti tante viole? »• — 

— « Le 'cquesi, beddhu, su l'aspra muntagna, 

•« 'Ddunca sse prìncipiau lu nostra amore. » — 



-^ 11 <^ 

Tovaglia è quel lino che poHano in testa le contadine 
di Terra d'Otranto, anzi quello che una volta usavano, 
il quale aveva la forma degli asciugamani, e che si vede 
ancora adoperato verso Taranto e Martina. — Analogo 
di Chieti : 

Mi vojj' fa' la cas' a la muntagn' 
Aricupert' de melachitogn*. 
Tutt' le finestr' di melaragn' 
La gradinai di giaclnt'e ros'. 
Dentr' ci vojj' mett' tant' cos', 
Finché la bella mie god' e ripos'. 



X. ler' ser' passiv' 'stu bel vich' 

E vid' diù palomm' stev' affacciai. 
Guardajj" 'mpett' già s'avè' fiurit'.. 
Propie dair Indi' bass' avet' venut'; 
Lu vis' di lu sor arritrattat'. 
'Stu mie cor' i'avet' ferat'; 
La palma delle belle avet' purtat'. 



XL r pass' 'n questa strad', ci ved' die! 
Bella, ti dicive se me voliv'. 
Si mi dicive di sci, t'abburlav'. 
Si sci perz' la cara speranz'. 
Ci vo' 'nu poch' di rajj' e pacienz'. 
Guarda le tu' bellezz' quanta so^ grand. 



-^- 12 '^ 

Parlare che una pietr' nin m'arrisponn'. 
Non mi n'incarich' ca ti si' pintit' 
Bast' che tien' la fed' arricunservat'. 

Rajj\ rabbia. 

Dicono a Lecce e Caballino a proposito di burlare : 

Giovene, cu te serve lu passare, 
Quandu voglia nu^ tieni de trasire? 
Ca se nei ti se' misu pe' burlare, 
Burlatu riestl cu' mmiu dispiacere. 
Amati cu' ci 'uei, te lassù amare, 
Troatende 'n' autra e cu' tuttu piacere; 
Ma quandu passi tie, aggiu 'ri tare : 
— « Eccu sta' passa lu 'otabandere m. — 

Otàbandere^ voltabandiera, girella, banderuola, inco- 
stante. 



XII. La donn' quant'urdisce. 

Fa 'na cos' eh' nin si capisce. 
— « Tu ti crid' che i' ui' li sacce? 
• Ogn' cann' fa tre vracce » . — 

Canto di Lecce e Caballino, contro le tessitrici: 

. Nu' bogghiu amare cobiti donna ci tesse, 
Ci face ticchi-tacchi allu talaru; 
Mina 'nu filu, e doi, e poi sse nd'esse, 
Cu bascia e sse ba mira allu specchiaru ; 
De fora allu purtune poi sse nd'esse, 
A cinca parla duce, e a cinca 'maru; 
De tuttu sape, a ci la sente tesse 
De trippeti e de trappi 'nu felani. 
Megghiu è 'sta donna cu la lassù 'scire, 
Ca ci la sposu mme scunfunda a mare. 



-^ 13 <- 
Variante : 

'Ulia sapire Taquila addù' tesse, 
Ci a ^mmienzu mare tene lu talaru; 
Mina de ddhai lu fìlu e poi sse nd'esse, 
Subitu ss'abbà 'mmera allu specchiaru. 

Canto di Lecce in lode di una tessitrice : 

Quant'ò bella 'sta figghia di massaru, 
Ca è 'janca e russa a manera di milu. 
Tuttu lu giurnu vae cuU'acu a manu, 
Pi* pengire 'nu 'ccellu vulantinu. 
Poi lassa Tacu e pigghia lu tilaru, 
La sciuscetta la mena co* 'nu tronu. 

Lu tuzzi li sintia di la'luntanu 

Casciu malatu e desperatu mueru. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Beddha figghia ci tene lu nutaru, 
E 'janca e russa a manera de milu; 
Tuttu lu giornu tene Tacu 'mmanu, 
Poi lassa Tacu e pigghia lu cuscinu. 
E poi sse minte intra allu talaru, 
La navetta fa 'scire comu a tronu; 
Quandu sentu le botte de luntanu, 
Cfedime, beddha mmia, ca cascu e moru. 

Altra variante di Lecce e Caballino : 

Mm'aggiu partutu tre migghe luntanu, 
Pe' bidere ci giungu a 'stu caminu. 
Ci beddha figghia tene quista mamma, 
Ca ò *janca e russa a manera de milu. 
Tuttu lu giurnu stae culPacu a *mmanu, 
Pe* pingere lu aceddhu 'olantinu; 
Poi sse nde a bae intr'allu talaru, 
La navetta fa 'scire comu trenu; 
Jeu ci sentu le botte de luntanu, 
Cridime, bene mmiu, ca squagghiu e mueru. 

Variante di Paracorio: 

Guarda figghiola chi avi *stu villanu, 
Mi rassimigghia ad un'acula d*oru ; 
Quandu pigghia la vugghia a la so' manu, 



-^' 14 <k- 

Mi pari cu^ ricama 'n drappi d^oru. 
Quandu poi trasi 'ntra lu so' tilaru, 
La navitta fa ijri comu vola. 
Jeu, l'amaru di mia, su' di luutanu: 
Sentu li botti e di la pena moru. 

Variante di Palermo: 

* Chi bedda figghia, ch'avi 'ssu viddauu, 
Pari chi fussi 'na bannera d'oru. 
Quannu si metti Tagugghia a li manu, 
Pari chi arricamassi fila d'oru ; 
Quannu si metti 'ntra lu so' tilaru, 
Fa ghiri la navetta pri lo volu. 
Ed iu, Tamaru, ni sugnu luntanu, 
Lu scrusciu sentu e di la pena moru. 

Variante di Messina, v. 6, a volu a volu. — Canto 
analogo di Spinoso: 

Oh bona sera, figlia ri massaro! 
Quanno camini fai culonna r'ore. 
Quanno ti ficchi a tavula a mangiare, 
Mmi pari una figlia ri 'Mpiratore. 
Quanno ti ficchi Tachiciello 'mmano, 
Tu trapungi lu sole cu' la luna. 
Quanno ti ficchi iuta a 'ssu tilare, 
La navicella tua iuta e fora. 
Ti tegno 'nta lu petto e 'nta lu core: 
Cara ti tegno e non ti lascio mai. 



XIII. Mi ss'è 'nca^nat' Tamor'; i' so' cuntent': 
...N'ci ho cummess' nisciun'a-mancament'. 
Fidel' ti so' stat' pe' l'avant'; 
Minarrà 'nu giorn' che ti ni pent'; 



-^- 15 ^^ 

La bocch' ti suspir, l'occhie t' piagn'. 
Com' te le puojj' leva' da la tu'ment', 
Quant' lu nom' mi ti piace tant'? 

Analogo di Lecce Caballino : 

Cce te fici ca 'edire nu' mme puoi, 
Sia c'allu mundu nu' m' 'edisti mai? 
Era lu primu de le 'razzie toi, 
De 'razzie tante sgraziatu mme 'cchiai. 
Nu' su' gelusa no', ama ci vuoi, 
'Ene lu tiempu ci te penterai ; 
Cu' lacreme de sangu chiangi poi, 
Desideri d'amarmi, e nu' mm'avrai ; 
leu l'aggiu ffare alli despietti toi, 
Megghiu 'nu furestieri, a tie nu' mai. 



XIV. 'Mmezz' a 'sta strad' ci ho buttat' 'n'arch' 
Piena de ros' e di gijj cupert'; 
Beat' chi ci pass' sott' all'arch': 
La lun' 'i cumparisce 'mmezz' a lu pett'l 
La fenestrella tu' ca sta ben fatt' 
Dov' repos' lu mie felice pett'. 

Variante di Pomigliano d'Arco: 

Dinto a 'sto vico voglio aizza' 'n arco, 
Chino de sciuri e de rose coperto. 
De nenna mmia ne faccio 'no litratto, 
'Ncore 'o voglio tene' 'nzin' a la morte. 

Variante di Spinoso (Basilicata) : 

'Mmienzo 'sta strada nce voglio ffà' 'n arco, 
Ma tutto chieno de rose coverto. 
Passaci tu, figliola, pi' sutt'a l'arco, 
Coglila tu la rosa coverta. 



-^- 16 ■<^ 

XV. Nin tant' tant' lu ciel' ha calat' 
I' già le sacce ca sim^ nemice. 
Pe' 'na parol' chi Panni purtat', 
L'abbiam' perz' Tamicizi' antich'! 
T' pregh', bella mi', facera' pace 
Nin dem' gust' a li nostr' nimice. 
Se ve' la mort' a nu ca ci dispiace, 
E ci murem' senza farce amice. 



XVI. Ogge, bell'idol mi^, quant' scrivev'. 
La penn' da li man' mi cadev'; 
L'alm' dal petto mie si distaccav'; 
Li lacrem' dall'occhie mi caschev'. 
Non credere, a 'ssi donu' quant' piagn' 
Di lacrim' di 'gnostr' ca te tegne. 

Solita provenienza letteraria: 

* Oggi, beiridol mio, mentre scriveva. 
L'alma dal petto mio si distaccava ; 
Una tirata dava e poi piangeva. 
La carta colle lagrime bagnava; 
E mentre il braccio poi io stendeva, 
La penna dalle mie mani mi cascava. 
Considera mio ben, che pena aveva! 
Pensando a quel che fai, io lagrimava. 

Variante di Palena (aulicizzata) : 

Oggi, beiridol mio, mentre scriveva^ 
L'alma dal petto mio zi distaccava; 
E mentre poi il braccio i* stendeva. 
La penna dalli mani zi ni cadeva. 
Conzidirati voi che pen' aveva! 
La carta colli lagrimi bagnai ! 



'^' 17 ■<^ 

Variante di Lecce e Caballino : 

Osce, bellezza mmia, quandu screia, 
L'anima de lu piettu sse nde 'ulaa; 
Prima dia 'na tirata e poi chiangia, 
La carta culle lagreme bagnaa ; 
Quandu de neu a scriere mme menti a, 
La pinna de la manu mme cascaa; 
Cunsidera la pena ci sentia, 
Ca la megghiu parola nu' truaa ; 
Era lu diaulu de la scelusia, 
Ci 'ulia mme tenta e nu' mme nde Mdunaa. 

Riuniremo alcuni canti intorno le lettere amorose. — 
Eccone uno di Lecce: 

Partite, lettra mmia, pulitu fogliu. 
Parti e bane all'amante ci pretendu; 
Dinni ca bene stau, bene nni vogliu, 
Ni di ca de Tamore mm'assnttigliu; 
Ni di tantu è lu bene ci nni vogliu, 
Mme su' scurdatu de cinca su' figliu. 
Dinni allu bene mmiu, fiuru de maggiu, 
'Mmienzu llu piettu mmiu stampatu Taggiu. 

Variante : 

Partite, lettre mmia, chiaritu fogliu,' 
E bane a la mmia amante ci pretendu; 
Dilli ca bene stau^ bene li vogliu, 
E Tamu de bon core e la pretendu; 
Dilli ca mm'ha ligatu e nu' mme sciogliu. 
Comu lazzu de sita mm'assuttigliu; 
Ca nu' lu pozzu fare cu mme sciogliu. 
'Mmienzu lu core l'aggiu comu gigliu ; 
Tantu è lu bene 'rande ci li vogliu, 
Ca scerratu mme su' de ci su' fìgliu. 

Altro canto di Lecce e Caballino: 

Partite^ lettre mmia, gradita e casta. 
Tutta de le mmie mani scritta 'mposta. 
Va 'mpriessu allu mmiu bene e ddhà cuntrasta, 
Subetu cu mme manda la resposta. 
La soa mamma la tene cara e casta, 
Comu 'na lettre suggellata 'mposta. 

Cauti Popolari, III. 2 



->• 18 •<^ 
Altri cauti degli stessi luoghi]: 

a) 'Ulia fare *na lettra de speranza, 
Allu mmiu bene, ci stae alla strania ; 
Nni dicu begna moi senza tardanza, 
Se 'ole goda la persona mmia ; 

Nni dicu ca nei tegnu la speranza, 
Ca a iddhu pensu la notte e la dia. 

Varianti, t?. 1, 'Ulia fazzu; v, 4, Ci 'ole sse goda. 

b) *Uiia te scriu 'na lettra, amore mmiu, 
Cu te la lìeggi quandu 'maru stai; 
*Ulia nei scriu li patimenti mmei, 
Quanti giurni nu^ biddi e nu' parlai; 
Quanti giurni passai senza de tie, 
Quante notti ppe' tie nu' 'rrepusai. 

e) Carta felice, o te che vai a tuccare. 
Le beddhe mane de ninnella mmia; 
Ora vurria cu' tie sciorta cangiare! 
Carta, comu a te, vulia esse iu. 
Ma la sciorte nu' vole e già nu' sia ! 
Carta, bacialu tu pi' amore mmiu. 

Solita provenienza letteraria: 

* Carta felice, tu vai a trovare 
Quelle mani gentil dell'idei mio; 
Ora vorrei con te sorte cambiare: 
Di carta, come te, diventass' io ! 
Le mani sue gentil vorrei baciare, 

E nel baciarle ognor, che gioia, oh dio! 
Ma giacché cosi vuol la sorte ria, 
Carta, baciale tu da parte mia. 

A Lanciano identica. Varianti partenopee, v, 1, Carta, 
felice te! ». 3, Vorria la sorte mmia con te cagnare. — 
A Piazza si canta modificata cosi: 

* Carta biata, ch'ha* ghiri a tuccari. 
Li bianchi manu di l'amanti mia. 

Si la fortuna mi vóli ajutari 
Addivi ntassi carta comu tia! 



->• 19 4- 

Yucca cu' vucca ci vurria parrari, 
Farci sintiri ca sa^ a la strania; 
Sugnu luntanu, 'un cci pozzu parrari, 
CaHa, parraci tu pri parti mia. 

Canto di Bagnoli Ir pi no : 

Bella figliola, voglio ffà' li cunti, 
'Sto poch' 'i tempo ca gè so' mancato; 
Di lagreme n'aggio chiena 'na bella fonte, 
Di sospiri 'na carta stampata. 
Lieggila^ bella mmia, lieggilla appunto, 
'Into nce troverai se faggio ammata. 
Lo bene ca te volia, te voglio appunto, 
'Nnanzi nce n'aggio aggiunto ca mancato. 
Vedi la sorte mmia quanto è dirutta, 
Mme jeiti a querare allo spedalo. 
Mme face magnare pane asciutto, 
E l'acqua ca l'arrefiutano li cane. 
Questo lo dico a te, fior di colonna, 
Tu pe' mme fa' mori' sei nata donna. 

Canto di Lecce e Caballino : 

Alli sette de maggiu mme partei, 
La strada versu Napuli pigghiai ; 
Migghe nu' nd' 'ia fatte cinque o sei, 
E de ninella mmia mme 'rrecurdai ; 
A iddha fora li pensieri mmei, . 

Pe' tanta luntananza ci passai; 
Ma quandu intra de Napuli trasei, 
'Na lettra d'oru scrissi e nni mandai ; 
Quandu culli mmei mani la scrivei, 
De lagreme de sangu la bagnai ; 
Ddha intra do' parole nei scrivei : 
— « Perduna, ninna mmia, ca te lassai «. — 

Varianti. ». 1, la 'ia versu de; r. 12, Amore mmia, se 
te lassai. — Canto Napoletanesco : 

Ammore mmio da tanto luntano, 
Perchè non pienze a mme, e poi te ne viene? 
Non aggio pe' chi lettere te mannare, 
Aggio allentate a tutte li corriere! 



-=> 20 <^ 

Aggio allentate a tutte li scrivane ! 
Lu zagrellaro che carta venneva! 
Cielo ! sapesse scrivere 'sta mane, 
Tanto te scrivarria fìno a che viene ! 

Variante di Paracorio : 

Coruzzu, beni meu, no' nd'appi a cui, 
A diri mo' ti mandu; — « Comu stai? « — 
Littari ti mandai a tri e a dui, 
E risposta di tia no' nd'appi mai. 
Vaju 'ncriscendu tutti li scrivani, 
Lu mercialoru chi la carta teni. 
Se scrivari sapianu 'sti mmani, 
Tanti ti mandarla pe' mu ti veni. 

Altri canti di Lecce e Caballino : 

a) Mo' abbande, carta, e dinni cce tte dicu, 

Mme saluta lu bene ci mm'amau; 
Stampate 'ste parole ci te dicu, 
'Ddummandalu : — <« percò mme 'bbandunau ? 
De mmie sse 'Uuntanau troppu nemicu, 
Ci prestu cu' autra donna sse 'mpiegau; 
Mme nde despiace assai cu nni la dicu, 
Ss'ha scurdatu lu tiempu ci passau! 

a bis) Partite, carta, e sientime cce dicu: 

— ** Mme saluta lu bene ci mm' amau ! »» — 
Serrìrte 'ste parole cci te dicu: 

— u Mme lu saluta e di' ca mme lassau. 
«t De mmie sse 'liuntanau troppu nemicu, 
M Prestu cu' 'n'autra donna sse impiegau ; 
M Mme nde despiace assai cu nni lu dicu, 
M Cu pensa puru allu tiempu passatu *>. — 

a ter) Fermatiu, carta, calamaru, dicu ; 
'Ogghiu... lu mmiu bene amatu; 
Screviti 'ste parole ci ve dicu, 
Screviti puru mo' ci mm'ha lassatu. 
Se 'liuntanau de mmie troppu nemicu; 
Cu' 'n'autra donna sse nde stae 'mpegnatu ; 
Nu' ve despiazza, vogghiu cu li dicu : 
— "i* Torname 'ntorna, ccenca statu ò statu >«.' 



-»• 21 •<* 

b) Tegna la pinna 'mmanu, e quanta piangu! 

Bagnu la carta, mme fermu e nu* scriu; 
Sempre la mente mmia te sta pensandu, 
Ppe' te nu' mangiu, nu' dormu e nu' biu. 
Se quarche giurnu mme *ssettu cu mangiu, 
Yelenu tornerà lu cibu mmìu ; 
'Mbascìatore nun aggiu cu* te mandu, 
Beddha, tu sula sai lu 'nternu mmiu. 



XVII. dure sass', sentitem' e sentitem', 
Sentit' la mia cas' che gran turmentM 
Amajj' 'na donn' che er' tanta inf alice, 
Mo' sse n'è if'mputer' de 'n atr'amant'; 
Ma è dulor' chi perd' 'o parent', 
Ma è chiù dulor' pe' chi perd' on'amant'. 
Si fusce mort' scurdarebb' le piant', 
Accuse! or' pe' or' me le ved' avant\ 

Due varianti di Lecce e Gaballino : 

a) *Na donna amai, cu' suspiri e lamenti, 
E mo* la 'isciu prisa d^autru amanti ; 
Nu' bè dulure cu pierdi parienti, 
Quantu è dulure cu pierdi l'amanti; 

Ci lu pierdi ca è muertu nun è nienti. 
Sfoghi la pena cu' lagreme e chianti. 
Sai quandu su' li strazi e li turmenti? 
Quandu ete 'iu e te passa de 'nnanti! 

b) Ogne suspiru mmiu pisa 'nu retu, 
La tignu alle 'eddhanzie 'mmesuratu! 
Megghiu tenìre la manu allu fuecu, 
Ca perdere lu propriu 'nnamuratu ; 

Ci lu pierdi de morte nun è nienti, 
Ca a picca e pocu spiccianu li chianti ; 



-=>• 22 <^ 

Sai quandu su' li pene e li turmienti? 
Quaudu ca è biu e te passa de 'nnanti. 

Varianti, v. 4, Ca cu pierdi lu primu; v, 6, cessanu 
li chianti; v. 8, Quandu 'ncagnatu te passa de 'nnanti. 
— Variante di Paracorio : 

E chi nd'hai tu chi clangi e ti lamenti? 
Dassa ciangiri a mia, pover' amanti. 
Cu perdi amici, e cu perdi parenti, 
Ma lu peju è di cu perdi ramanti. 
Se niortu lu perdia, non era nenti, 
Ca chianu chianu cessanu li chianti. 
Ma mu lu perdu vivu, oh chi tormenti, 
Mentri chi ssi lu godi 'n atru amanti. 

Variante di Messina: 

Amai 'na donna cu' suspiri e stenti, 
Ora la vitti 'n manu a 'n autru amanti ; 
No' è tanta pena cui perdi parenti, 
Pri quantu è pena cui perdi l'amanti; 
E cui la perdi morta non è nenti , 
A pocu a pocu cessanu li chianti; 
Chista è la sula pena chi ssi senti. 
Chi quannu è viva e ti passa d'avanti. 

Variante di Santacroce di Morcone (Basilicata): 

Non è dolore di chi perde parende 
Quand'è dolore di chi perde l'ammande. 
Chi le perde morte e non è niende; 
Appoche appoche sse leva lu chiande. 
Quann' è viva e le passe pe* 'nnande, 
Allora so' li maggiore tormende. 
— « Te credive de mm'averte accande? 
«« Nennella, levatelle da la mende. 
M Mo' fattille 'nu cape de chiande, 
M Amma a chi voje ammà'; ne so* condende. 
.* Si perd' a buje, non berde 'nu state, 
M 'Mmene perde 'nu sande 'mbaradise. 
** Si no' mme pigile a buje pe' 'nnamorata, 
M Quanda ce ne stanne pe' 'ssi paise >*. — 



-^ 23 ■<^ 

Variante di Spinoso (Basilicata): 

Quanno Tammante tuo vuò' fa' murire, 

Passa pi' 'nnante e nu' lu salutare 

Tanno jè lu rilore eternamente 

Quanno jè biva e ti passa pi' 'nnante 
Si fusse morta nun sarria niente, 

Appoco appoco stutirria lu chianto 

'I sera mm'incuntrai lu bellu mmio, 

Cu' l'uocchi li calai la bona sera 

E issa mme rispose ra luntano : 

— «* Ammor, nun mmi la rare tanta pena ». — 



XVIII. — " Pecche me g'uard' e m'arimir'? » — 

— • Te guardo pecche sci bella : 

«Se vuoi mi uì' nch'me 'nsieme alla guerra» .- 

— « r nin ci vojj' mini', 

« Pecche se mangia mal e se dorme petterra. 

«r petterra nin ci dormerò; 

« Dormerò a 'nu lett' de ros' 

« Che quattr' finanzier' che te consola • . — 

Variante di Montella (P. U.) : 

E la Violetta a lava, 'a lava', 
Lavava sul campo là s'insognava, 
E la Giggillo suo rimirava. 

— « Cosa rimira Cicillo d'ammore? » — 

— •» Io ti rimmiro pecche sei bella. 

« Si gè voi veni pe* mmioo a la guerra »». — 

— » No' i' no' a la guerra gè voglio venire, 

*« Perchè si magna poco e si rorme co' terra »». — 

— « Io non co' terra ti farò dormire, 

« Io ti farò dormire su' letto di ^ori (bis)^ 

« Con quattro bersaglieri che ti consolano ». — 

E la Violetta a lava', a lava' ; 



^. 24 <r 

Dormiva sul letto, là s'io sognava, 
E lo suo ammoroso la consolava. 
E vui sonatori sona", sonati ; 
Sonati puro *na bella marciata. 
La bella Violetta che bai a Tarmata. 



KIX. Palomm', che d'arigent' puort Tal', 
T' luce li tu' pena' quand' voi'. 
Vurrejj' 'na pinnucce di 'ssu tu' vai' 
Pe' scrivece 'na lettr' all'amor'. 
Dop' che l'hajj' scritt' e sig-gillat', 
Va, rennulell'; e puortl' all'amor'; 
Si lo truov' a tavel' a magna', 
Pijjet' 'nu buccon' pe' l'amor' mi'. 
Si lo truov' a lett' a ripusà', 
Dajje 'nu bace pe' l'amor' mi'. 
Si lo truov' a spass' pe' la vi' 
Dajje la lettr' e fajjel' sentì' ! 

Vedi per altre varianti tra i canti gessani la nota a 
quello che principia : Doman* part\ ngh'è piacene,^ a 
di\ Rispetto analogo di Paracorìo ( Calabria Ultra 
Prima) : 

acelli, chi pe' l'aria volati, 
^ Salutatemi un poco la me dia. 
Chidha chi stavi 'ntra li vitriati, 
Chi non ssi lascia vidiri di mia. 
Acelluzzu, vi pregu 'ncaritati, 
Facitilu ppe' vostra cortesia. 
Ca se non senti cchiù di mia pietati^ 
A lu 'nfernu ssi porta 'st'arma mia. 



-^ 25 ce- I 

Variante d'Aci : 1 

* 'Cidduzzi, ca ppi' l'aria vulati, ' ' 

'Itimi a salutari la me dia; j 

Cbidda ch'è chiusa 'ntra li vitriati, 
Chidda chi 'un si fa vidiri* di mia ; 
'Cidduzzi, vi lu preju 'n cantati, 
Facitilu ppi' amuri e curtisia; 
Sapitl coma su' li 'nnamurati ? 
Ca notti e jornu ccu' l'occhi a la via. 

Altre due varianti di Lecce e Caballino: 

a) Rendinòoddha, ci riendeni lu mare, 

Gucchia, cu te le dicu do' palore^ 
Quantu te scippa 'na pinna de l'ale, 
Quantu fazzu 'na lettra allu mmiu amore. 
Tutta de sangu la vogliu stampare, 
Ca pe' sigillu nei mintu lu core ; 
Tie culle manu ioi nni l'hai purtare ; 

— •• Quista te manda ci te porta amore f>, — 

ò) Rundineddha, ci rienduui lu mare, 

Cucchia, quantu te dicu do' palore ;. 
Quannu ti scippu 'na pinna de l'ale, 
'Na lettera cu fazzu allu mmiu amore ; 
Portala leggia leggia sutta l'ale, 
Cu nu' sse 'uasta 'ddhu scrittu d'amore: 
E quandu 'rrii a ddhai tie nni la dane, 

— <• Quista te manda ci bene te 'ole >*. 

Variante di Nardo : 

rindineddha, ci 'mbarchi lu mare, 
'Jeni quantu ti dicu do' palore. 
Quantu ti tiru 'na penna di l'ale, 
Ppi' scrivere 'na lettra allu mmiu amore. 
Portala bella bella sott' a l'ale, 
Cu no' si guasta la scrittura d'amore. 
Quandu« arrivi ddha spampana l'ale, 

— •* Questa è la lettra di lu primu amore ». — 

Varianti di Spinoso: 

a) Ohi rininella, ca vai pi' 'mare. 

Ferma, quanta ti rico roje parole: 



->• 26 <- 

Quanta ti sceppo 'na penna riala 

Pi' scrìve' 'na littricella a lu mmio ammore. 

b) Ohi rininella, ca vai pi' l'aria, 

Porta 'na littricella a lo mmio ammore. 
Tutta ri sango la voglio stampare, 
E pi' siggiilo nei metto lu core. 

e) santo spie mmio, ca ti nni vai. 

Saluta a lu mmio bello addù' lu truovi 1 
Si tu lu truovi a la chiazza chi 'joca ~ 
Tu ralli ruj' 'ngiurie 'a parte mmia. 
Si tu lu truovi a tavula ca mangia, 
Pigliali 'nu buccone 'a parte mmia. 
Si tu lu truovi a lu lietto ca rorme 
Tu nun mmi lu scunzà' ch'ò robba mmia. 

Canto analogo di Lecce : 

Parti, suspìru mmiu, partite e boia, 
Abbane 'ddunca stae l'amante cara ; 
Poi dimme cu' ci stae, cu^ ci ragiona, 
'Idi ci la pretendi e ci la brama. 
Ci stae chiangendu, tie mme la cunsola; 
Ci stae durmendu, la risbeglia e chiama. 
Se cridi, nni la dici 'na parola: 
— «i Quai nc'è ramante sou ci tantu l'ama *>. 

Variante di Caballino : 

Prestu, su spiri mmei, prestu vulate, 
E v'accustate pressu allu mmiu bene; 
Se stae durmendu vui lu risvigliate, 
Se nu' sta dorme l'accumpagnerete. 
De 'stu core l'aflFetti palesate. 
Sempre d'amore li discorrerete; 
Ca jeu se lu lassassi ve sbagliate. 
Iddha cu lassa a mmie nu' lu credete. 
A 'n celu sse ne parla cu' pietate, 
Ca l'amu e mm'ama. Vui cce ne vulete ? 



-^ 27' <^ 

XX. Piange la mamm' ca la fijj' è spos' 
Mo' sse ne va la ros' da lu ciardin'. 
Piange la mamm' e piange le lenzol', 
Piange l'amor' mi' che dorm' sol'. 
Fan fa larà larà, larà lallera, 
Fanfà larà larà, viva l'amor*! 

Variante di Montella (P. U.) : 

Chiagne lo letto, cbiagne senza lenzole, 
Chiagne la mamma ca 'ssa figlia sposa; 
Perde lo primmo fiore re la casa! 
Zompa la la la, la la lera, 
Zompa laerirà, la la lallera, 
Zompa laerirà, la la lallera. 

Vedi il NB, in fine a questi canti Chietini. 



XXI. Popp' de ros' e fatt' nche 'nu mazz', 
Tu donn' lavurat' de bellezz'! 
Scia benedett' la tu' matr'chet'hadat' lu latt'! 
Addò' te l'ha puost' chiù tant' bellezz'? 
Quant' mi guard' tu, 'ss'uocchie m'ammazz'; 
r stengh' tra lu foch' e lei m'attizz'. 
Vurrebb' star' 'n'or' a li tu' bracce; 
Oh che felicità! che cuntentezz'! 

Variante similmente Chietina: 

Rosa rosee che 7ien' da lu mazz\ 

Culonna trafelat* di bellezz' ! 

Quant' me 'ncontr' chi Tuocchie m'ammazz* 



-^- 28 -4- 

XXII. Prime che ci mettemra' a 'stu gioch' 
Facemm' nov' patt' e nov' anaant'; 
Avant' de fa' com' lu lega' di la fich' 
Che fajj' fum' assa' e lampa poch'. 



XXIII. Quanti ci vo' 'na mamm' a fa' 'na fijj* ! 
Arriv' Tom' 'ngrat' e si li pijj'. 
Dimmi' 'na vota si, se mi vu' ben'; 
Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. (Chiamala) 

Quant' mattune ci vo' pe' fa' 'nu pont' 
Tant' suspir' pe' te agge 'ittat'. 

Dimmi' 'na vota sì, se mi vu' bene; 

Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. 

r stench' ammalat' e ni' le sajj' 
Pe' te stench' a suflFrijj' tante pene. 

DimmP 'na vota sì, se mi vu' bene; 

Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. 

T'ag'g'e amat' 'n ann' e corr' pe' diù 
S'avess' amat' di' sarebb' sant'; 
Accuscì agge amat' a te e ne' so' nient'. 

Dimmi' 'na vota sì, se mi vu' bene; 

Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. 

Lu ciel' a^fa lu fredd', e i' trema'; 
L'amor' a darm' pen', e i' zuflFrì'. 

Dimmi' 'na vota sì, se mi vu' bene; 

Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. 

Vatt' a fa' squarta', mo' ti ci mann', 
A lu paes' mi' tant' luntan'. 

Dimmi' 'na vota sì, se mi vu' bene; 

Tu vid' ca ne' mpozz' propie chiù. 



^. 29 •<- 

XXIV. Quant^ nasciste tu, ang'ela divin\ 
Ca r purtist' 'na palmucce 'mman'. 
Ten' 'ssu pittucce a palummin', 
'Mmezz' ci terrà diù ros' ruman'. 
Tine 'ssu coUucce longli' e fin'; 
Quant' ci par' beli' 'na cullan'. 
Tine 'ssi labrucce a curallin'; 
Hajje 'ssa bella grazie a lu parla'. 

Dicono a Paracorio (C. U. P.): 

a) Principi di 'sta terra, su' patruni, 
Quattrucent'anni potissi campari! 
Tu levasti a 'na dea comu lu suli; 
'Na figghia 'Mperatura pozza fari! 
Mu la battizza chidhu Re d'Arduri; 
La Regina mu faci la cummari. 
Portasti li spusagghi cu' li muli ; 

E puru li vascelli a menzu mari. 

b) Quandu nescisti tu, ix)sa 'ncarnata, 
Fusti lu refrigeriu di 'sta vita; 
Fummu nu' dui, non vorzimu 'mbasciata, 
Chi ndi tirammu cu' la calamita. 

Di poi ti menti a 'na porta adurnata, 
E cu' 'nu sguardu d'occhi m' 'uni vita 
diu, chi la criau chidha jornata? 
Tu mu ti godi 'st'arma, e jeu Mha vita. 

e) Quandu nescisti tu, stidha e durcizza, 

Funtana di mitallu, e fonti d'oru? 
Vali cchiù 'nu capillu di 'ssa trizza; 
Ca no' la spata di lu Turcu moru, 
Mbiatu cu la leva 'ssa bellizza! 
Ca Re si po' chiamar! di 'n trisoru 
'Maru è chidh'omu chi cerca ricchizza, 
E chi no* leva a tia, virgula d'oru. 

Vedi il NB. in fine a questi canti di Chieti. 



-^ 30 ■<^ 

XXV. Quattr' suspir' mie' 'ti ho mandat' 
Nen sacce si so' fedel' li 'mbasciatur'. 
Lu prim' genufless' per adurart', 
Lu second' a ricurdarece lu nostr' amor'. 
Lu terz' a dirt' lu mie lacrimar'; 
Lu quart' che cuntempl' lu mie dulor'. 
Piang'end' tutt' unit' e poi cercand' 
Vindett' a chi ha di vis' lu nostr' amor'. 

Solita provenienza letteraria: 

* Quattro sospiri miei ti vo' mandare; 
So che sono fedeli ambasciatori: 

Il primo genuflesso in adorare, 

Il secondo a ricordarti i nostri amori, 

Il terzo a dirti il mio lagrimare, 

Il quarto che contempli i miei dolori; 

Piangendo tutti uniti poi cercare 

Vendetta a chi divise i nostri amori. 

Nella stessa raccolta di ottave, è la seguente, analoga: 

* Mando all'idolo mio^ da questo petto, 
Cinque mesti sospir, figli del core: 

Gli parla il primo delPantico affetto, 
E l'altro gli racconta il suo dolore, 
II terzo gli offerisce questo petto, 
Il quarto cerca aiuto a tanto ardore; 
Il quinto genuflesso al caro oggetto 
Pietà ne cerca ; e l'offerisce il core. 

Campagna di Roma : Var. v, 2, Figli d'amore ; t?. 4, 
il mio dolore. Pollicac Var. v. 3, Le parla; v, 8, Pietà 
le cerca. ' 

Variante della Campagna Latina: 

* Quattro saluti ti voglio mandare, 
Come quattro fedeli ambasciatori: 
Uno verrà nella porta a bussare, 
L'altro si metterà ginocchioni. 
L'altro ti toccherà la bianca mano, 
L'ultimo conterà le sue ragioni. 



-> 31 <- 

Dicono a Lecce e Caballino: 

Saspiru, suspiranda mme recriu; 
Suspiru tutte Tore de lu giornu; 
Suspìru quandu mangiu e quandu biu; 
Suspiru quandu 'au a liettu cu dormu. 
Ci passa lu mmiu amante e dice addiu^ 
Prima dau 'nu suspiru e poi respundu. 

Dicono a Carpignano Salentino: 

Vola, sospiru mmiu, va allu mmiu bene. 
Dilli ca su' fedele e su' custante; 
Dilli ca la speranza me mantene, 
E vìvere mme face in ogne 'stante. 
Tie cuntalile tutte le ramie pene. 
Dilli mme fannu stare agonizante. 
E se pietà no' sente il caru bene. 
Dilli ca morirò, ma moru amante. 

Ottava analoga della solita provenienza letteraria: 

* Corri, sospiro mio, vanne veloce 
Nel petto del mio bene e dalli pace; 
Narra la pena mia con mesta voce 
E dille che in tormento Palma giace: 
Racconta il mio dolor quanto è feroce, 
. Che brucia questo core, e si disface; 
Il male che mi è aggiunto è troppo atroce, 
Smorzar non posso più questa fornace. 

Raccolta come popolare a PoUica. 

Canto analogo di Martano (semi-aulica): 

Quattru suspiri a te vurria mandare. 
Purché fedel mme 'scia lu 'bbasciatore. 
Lu primu l'amor mmiu vorria svelare; 
Lu secundu è l'afFettu der mmiu core; 
Un terzo e un quarto ti vorria spiegare 
Quanta pena per te soffre il mmiu core; 
E tutte quante te vorria 'ritare: 
— « Amarne per pietà, mmiu dorce amore ♦•. 

Dicono a Lecce e Caballino: 

Cinque su' li suspiri ci te mandu: 
Tutti cinque fedeli 'mbasciatori. 



^-^- 32 '<r 

Unu sse nd' 'ae alla ricchia murmurandu, 
L'autru a suUu tou piettu genucchiuni, 
L'autru alli toi capiddhi suspiraadu, 
L'autru alli pedi toij^mazzu de fiuri, 
Unu se nd* 'ae pell'aria e bae ''ritandu ; 

— •♦ 'Ngiustizia ni scucchi au li nostri amuri ! »• — 

Intorno al sospiro dicono a Napoli: 

Si lo sospiro avesse la parola 
Che bello 'mbasciatore che sarda! 
/ Sarria l'ambasciatore de 'sto core, 

Portarria l'ambasciata a ninno mmio. 

Variante di Sambatello (C. U. P.) : 

* Si lu suspiru avissi la palerà, 
Chi bello 'mbasciaturi chi saria! 
Parti, suspiru, cu' lu ventu vola, 
Va pi' truvari tu la bella mia ; 
E si l'arrivi pìnserusa e sula 
Dinci chi chistu core la disia, 
Dinci ch'a mia già desi la palora, 
La ferma fidi mu mi teni a mia. 

Variante di Nardo: 

Ci lu suspiriu avesse li palore 
Ce beddhu 'mbasciatore ci saria! 
Ca 'scia e binia centu fiate l'ora, 
Nova di la mmia beddha mmi 'nducia. 

Ritrovo i due primi versi di questo canto come distico 
di chiusa della parlata della donna in una canzone a 
dialogo di Spinoso : 

— x Scocca ri rose fatta a mazzo a mazzo, 
^ Culonna caricata ri bellezze ! 

<« Quanno spenta lu sole, spenta a rose, 

** Spenta pi' ti mira' 'ssu tuo bel viso ; 

** Arriva 'mmienzo a l'aria e ssi riposa, 

w Vere la tua billezza e resta affiso ». — 

— ** Arbiri retto mmio, cummi ti canto, 

-* Ca t'ammo e nun t'ho bisto 'a multo tiempo, 

« Ti voglio fa' 'na lettra tutta chianto, 

» Tutta cumposta ri li mmiei lamenti. 

*« Nun aggio 'nu curriero pè' chi la manne. 



^' 33 4- 

•« Cerco ri la mannare pi' Iti viento. 
'^ Ma si lu viento fosse al mmio cumanno, 
» Suspiro in tutte l'ore e amor mmi sente. 
•« Oh si lu viento avesse la parola, 

- Chi bello ammasciatore ca farria! »♦ — 

— « Figliola, ti vurria pratticare, 

•* Ca cu' ti pratticà' nei so' le spranze : 
M Figliola, nun ci volino 'mmasciaturi. 
M Li 'mmasciaturi so' chieni ri 'nganni, 
•• Pensano cchiù pi' loro ca pi' nui i*. — 

Spranse^ speranze. Apostrofe Napolitana (aulica) al 
sospiro : 

Gite, sospiri mmiei, su via, volate 
'Ntuorno all'idolo mmio che tanto adoro ; 
Udite le sue voci ; e poi tornate 
A dare a questo cor dolce ristoro. 
Ma se ristoro alfin voi non portate 
Non tornate da mme^ ch'io già ne moro. 

Altra (in dialetto): 

late, sospire mmie, addò' ve manno, 
E no' ve 'ntartenete pe' la via; 
late a posare 'ncoppa a chille panne, 
'Ddo' sse spoglia e sse veste nenno mmio. 
Si lo trovate a ttavola che magna, 
'Ssettate e mangia pe' l'ammore mio; 
Si lo trovate a lo lietto che dorme, 
Spogliate e coccate pe' l'ammore mmio. 

Una variante ha solo i due primi distici: v. \, Annate 
mmiei sospire; t?. 2, Non ve nce 'ntrattenite ; v. 3, An- 
nate a riposa' fra chelli; v. 4, Addò' sse spoglia e veste 
nenna mmia. 



Cauti Popolari, HI. 



■^ 34 •<^ 

XXVI. Sabbet' a ser' quant' vo' mini'! 

'Mmezz' a le bracce tu' farm' 'nu sonn' ! 
'Mmezz' a 'ssu pett' tu' du' cos' moli', 
Par' 'na past' di cascicavall'. 
Ci vurrejj' mett' 'nu mazze tt' 
Di ros', di carufen' e violett'. 

Gonfi*, col canto di Grottaminarda che incomincia 
Oh dio! quanta è longa 'sta semmana. 



XXVII. Sentem', bella, se mi vu' sintì', 
Sent' 'stu cant' e ritorn' a durmì'. 
Cantenn' cantenn' ti li voj' racuntà', 
La pen' amar' che mi fi' passa'. 
A me mi sci' tenut' a chiecehier' e parol' 
A l'avetr' h! dunat' anim' e cor'. 
— « Tu ti cridiv' ch'i' era fallii' ? 

• Tenev' 'n avetr' amant' accaparrat'. 

• Di bellezz' nin zi pò parla': 

• Più siucer' di te fors' sarrà ■ . — 

Vedi il N,B, a pag. 40. 



XXVIII. 'Stanott' a lu fior' dell'alb' me te sunnajj' 
D'avert', caru ben', al cantu mie. 
La bocca tu pi' forza mi basciajj' ; 
Pi' forz' ti stringev' al pett' mie. 



-^ 35 ^ 

Ti diss\ cec'amor', ancor' che fajj' 
D'aver 'st'ardent' foch' o quel che sie. 
Tu duorm', piata non hajje de quest' foch'! 
Notta felice, pe' me quanta fu poch'! 
Giorn' sse fece accuse! disperat' 

Cf. col canto neritino che principia: Disera lagri^ 
tnandu mme curcai. — Variante di Napoli: 

A spuntar dell'aurora mme 'nsognaje, 
D^averti, ammato bene, al lato mmio ; 
'Sti dolci labbri tuoi mme te vasava, 
Forte mme te strigneva al petto mmio. 
Giorno sse fece, bella, e mme ^scetaje; 
Parti la beila senza dirme addio. 

Analogo è questo scorrettissimo canto raccolto a Ba> 
gnoli Irpino: 

Guarda in cielo così ombroso 
Fra li raggi re la luna, 
Che propizia è la fortuna: 
Vorria dormire in braccio a te. 
Vorria dormire su nelle tue braccia! 
^Nquanno ^nquanno la risvegliava, 
Nelle mmie pene li raccontava, 
Le si torna a 'ddormentà\ 
L^altra notte mmi 'nsognai 
Ca tenia a te vicina 
Mmi voltai su nel coscino: 
— « La carina mmia dov'è ? »» — 

Altro canto di Bagnoli Irpino: 

Non dormo e non rìposo a te pensanno 
Passa la notte intiera senza sonno. 
Yavo a lo lietto a riposa' un quanno 
Co' le lagrime agli occhi mm'addormendo; 
Vavo pe' mmi vota' a l'avoto canto 
Vo pe' abbraccia' bui, e abbraccio lo viento. 



■^- 36 «^ 

XXIX. Tutt' me num' dice : - « Pijj' la prim' » . - 
La picciriir chi le vo' lassa'? 
...E pe' le bellezz' nin si pò guarda'. 
...Tien' 'nocchie ner' che me fa 'ncantà\ 
Quant' cammin' par' 'na statuett' ; 
La maram' che l'ha fatt' scia beaedett' ! 
La mamm' me l'ha dat' la parol'; 
Duman' ci li mana' lu 'mmasciator\ 

Num\ uomo; si, Von francese; pleonasmo che rinforza 
la espressione. Variante: 

Tutte mi num' dice: — « Lasceri'» — 
Ma piace all'occhi mi', crepa chi vole! 
Pe' bellezze nin ssi pò guarda' 
E pe' virtù nin ssi pò passa'. 

Vedi il canto di Grottaminarda che principia: 'Mmiezo 
a ^sta chiazza ecc. 



XXX. Tutt' ssi marite', e i' che facce? 
So' rimasi' com' vrenn' a lu setacee. 

Variante di Falena: 

E tutt' sse mariten' e ie che facce? 
r rest' a fa' la vrenn' a lu setacee. 

Dicono in Bagnoli Irpino : 

Tutti si so' 'nsorati a 'sto paese, 
Sulo 'sto 'ngiallinuto ng'è romaso; 
^ Lo munno ha camminato pe' 'no mese, 
No' l'ha potuto ascia' 'na 'nnammorata; 



^- 37 <- 

Lo padre gè l'ha asciata 'na Marchesa 
La vo^ porta* a cavallo nzi a la casa. 
Pe' dote gè la rai 'na rifesa. 
Lo minazzale è 'nnanti a la casa. 



XXXL Va, va lunge da me, donna crudel\ 
Da me nin ci sperà' chiù pace d'amor\ 
T'amav' 'na vot', sci, ver' Tamav' 
r maledice Tamor' che ti purtav'. 
Prim' te vulev' senza nient'; 
Ma mo' ci vo' la dot' e li cuntant'. 
Prim' te vulev' o beli' o briitt'; 
Mo' n' ti vojj' chiù: vatt' a fa' futt'. 

Origine solita letteraria: 

* Vanne lungi da me, donna crudele, 
Da me non sospirar pace in amore. 
Sono pentito se ti fui fedele, 

Ma tmppo tardi ohimè! piango Terrore: 
Fido ad altra sarò, a te crudele, 
' Giacché in preda ti desti d'altro amore ; 
T'amai un tempo, ò ver, ma se t'amai, 
Maledico Tamor che ti portai. 

* Vanne lungi da me, cor infedele, 
Né sperar più da me pace ed amore. 
Io già mi pento se ti fui fedele, 
Troppo tardi però piango Terrore: 
Fido ad altri sarò, a te crudele. 
Giacché ti dasti in preda ad altro amore: 
T'amai, noi niego, ò ver, ma se ti amai, 
Maledico l'amor che ti portai. 

In Carptgnano Salentino : 

Fusci de Tocchi mmei, fiuru crudele. 
No' sperare de mmie pace d'amore. 



^- 38 <^ 

Mme su^ pentitu se te foi fedele 
Mutu tardu mme 'ccorsi de Terrore. 
De Taddhe jeu sarò^ pe' tie *nfedele 
Percè a addhi dunasti lu tou core. 
Te amai, mmiu bene, si, mutu te amai,. 
MaledicU Tamor, ci te portai. 

Altra delle solite ottave letterarie: 

* Fuggi lungi da me, donna crudele^ 
Giacché il mio amor tu stimi invano, 
Fuggi dagli occhi, sì, del cuor fedele 
Il qual sempre t'amò benché lontano; 
Fedeltà mi giurasti, ed infedele 
Tradisti questo cor con amor vano; 
Fuggi, ti torno a dir, donna crudele. 
Se sospiri per me, sospiri invano. 



XXXII. Vistit com' può che beli' sejj' 
Beir sejj' nat' e beli' hi' da muri'. 
Da longh' già ssi sent' lu tujj' parla' 
Farà frlmmà' li vent' e nin chili firi'. 
Fratant' li pass' mov' e l'uocchie gir' 
'Nfin' li sass' fajj' annammurà'. 
Viate a chi nchi te ss'ha da spusà'! 
Nchi 'n anger ssi spos' sse può di'. 

Dicono a Sant'Eufemia (C. U. ?.): 

Peppuzza vi chiamati e bedha siti, 
E 'ntr' a 'stu cori meu scorpita stati. 
Li seggi su* d'argentu chi sediti. 
Li cammari su' d'oro ch'abitati. 
Avite l'occhi comu calamati. 
Li cori di l'amanti 'ncatinati. 
'Ncatinati a mia, se mi voliti, 
'E sugnu servu, se mi cumandati. 



-i5- 39 •<- 

Dicono a Bagnoli Irpino : 

A l'occhio ti conosco ca si* bella, 
Te mm* annammorerà 'ddò' moie mmi vidi. 
Qaanno 'no bacillo, quanno *no baciamano, 
Sempe contiento mme n^hai fatto ghiro. 



XXXIII. Vurrè' butta' 'n arch' 'mmezz' a mar' 
Lavurat' a penn' de pagon'; 
Le scal' d'argent' ci vurrebb' fa', 
Le port'.de cristair e chiav' d'or'. 
Passa la bella mie e ci voless' 'ntrà' : 
Tira' la ret' e carcera' lu sol'. 

Vedi la nota al canto d*Airola che principia: Abbai- 
late, figlie mmee, colVannore, 

Variante di Saponara (Basilicata) : 

^Mmenzo lu mare voglio edificare^ 
*Nu palazzotto di mille graroni; 
A ogni grarone *nu specchio posare. 

— « Chi nei ha da poi sali' cu* balli e suoni, 
« Cu* suoni e canti e museca d'amore? » — 

— •« La bella donna mmia ricca e contenta, 
« Che a tutti rìre e a mmi soli tormenta. 

— Che 

«« Tormenta notte e giorno questo core ». — 

Variante Neritina: 

So* risolutu di 'nu *ngegnu a fare, 
Cu *nchianu a *u celu e cu tegnu lu sole. 
Cu formu 'nu castellu a 'mmiezzu a mare, 
Tuttu guernitu di penne di pavone. 
D*oru e d*argentu ci farò li scale, 
Di petre preziose lu farcene. 
Cu ti nei 'ffacci tie, Donna riale, 
Ognuno' gridarà: — •« Spunta lu sole! »< — 



^. 40 .<<^ 
Variante di Morciano: 

'Ulia cu bessu aceddhu portu l'ale, 
Cu 'Dchianu 'n celu, 'ntrattegnu lu sole. 
Cu bause 'nu castiellu 'mmienzu 'mmare, 
'Nturnisciatu de piane de bavone. 
D'oru e d'argentu nei fazzu le scale, 
De petre preziose lu barcone. 
Ci tie nei te 'nfacciai, donna reale, 
Ognunu grideria: — - Spunta lu sole »•. ~ 
Ci tie nei te 'nfacciavi, donna bruna, 
Ognunu grideria: — « Spunta la luna •». — 
Ci tie nei te 'nfacciavi, donna bella, 
lu tandu grideria : — « Eccu la stella ». — 

Un frammento di Nardo: 

Ss'è scuperta 'na stella a tramuntana 
Ci mi tira lu sangu di la 'ena... 

Variante di Carpignano Salentino: 

D'oru e d'argentu nde farla le scale^ 
De petre preziose lu purtune, 
Quandu nde passi tie, donna riale, 
Ogn'omu diceria: — « passa lu sule »♦. — 
Spunta lu sule, poi spunta la luna, 
Spuntanu l'occhi toi, capilli-bioina ; 
Spunta lu sule, poi spunta la stella, 
Spuntanu l'occhi toi, cara ninella. 

Analoga di Saponaio: 

'Mmenzo lu mare voglio edificare 
'Nu giardi nello di vaghi fiorii 
Da 'inta vi voglio 'n arbere piantare, 
Chi porta su li rami i mmii dulori. 
E chi nei creja a piere 'na fontana 
Da 'u cieli sempe chiara e sempe chiena; 
Ca nei ha da seenne a beve chella soprana 
Faccia di 'na rosa tomaschena. 

Dicono a Spinoso (Basilicata) : 

r 'mmienzo mare voglio babbricare, 
Lu voglio fare 'nu lungo giardino ; 



^ 41 •<^ 

r 'd turno ^Diurno lu voglio ammurare, 
Ri pietre priziose e oro fino. 

Po* mmi nei voglio ponne* a passiggìare, 
A braccio a braccio cu' rammante xnmia. 

N,B. Al XXYII di questi canti Chietini, vuoisi ag- 
giungere quest* altro rìscontro, parimenti di Spinoso: 

Chi serve a dirmi, bella, ca tu mm'ammi? 
Cu' altri ammanti stai a far Tammore. . 
Tu rice ca mmi tieni 'nt'a lu petto, 
Ma a Tati hai runato petto e core. 
Si tu mmi vuoi ammar' cu' bero affetto, 
Scaccia ral petto tuo ogni altro ammore. 

In nota al canto XXIV è da aggiungersi quest'altro 
riscontro, parimenti di Spinoso: 

Quanno nascisti, fonte ri billizze. 
Mamma ti parturl' senza rilore. 
Nascisti uno giorno r'alligrizze : 
Sfurrerni li campane sole, sole. 
Quanno nascisti, spingnlella r^oro. 
Ri grazie e di billizze t'aspittavi. 
Nascisti sott'a l'ombra r'arbrì r'oro, 
Quanno nasci a lu sole t'ingranniavi. 

Sfurrare^ qui vale lasciarsi andare con impeto e per 
virtù propria. Diconp a Santeufemia (Calabria U. P.) : 

Bedha, nescisti di Pasca Rosata, 
Quandu Cristu criau li bedhi ghiuri; 
'Ssu 'jancu pettu e *ssa gula 'ndorata, 
*Ssu risu mai tramuta di culuri; 
Sempri porti la testa pettinata, 
Supra li trìzzi toi porti lu suli; 
E porti li bedhi zzi di 'na fata, 
Pingiri no' li poti 'nu pitturi. 

In nota al XX di questi canti Chietini può aggiun- 
gersi il canto nuziale seguente di Santeufemia (Calabria 
Ulteriore Prima): 

Ora ssi parti la filici parma, 
Domani ssi nd* àrriv' a la strania. 
Ssi parti di li vrazzi di so^ mamma, 



^ 42 -^^ 

Tanta ciancìanedhuzza la tenia. 
sonaturi, chi vi la levati, 
Datinci jocu e spassa pe* la via; 
Undi viditi frisca, arriposati, 
No* mi si pigghia di malinconia. 
Appo* de 'n aunu nei scrisse so* frati 
— u Som, comu ti parsi la strania?» - 
— «Mi parsi comu Patri maritate, 
<• 'Na passa arrassu di la casa mia ». 



GROTTAMINAHDA 



(PRINCIPATO ULTERIORE) 



I. Animante, animante Timbasciata è fatta, 

La zita non te vo': sì ghiocatore. 
T' haje jocato le sole delle scarpe, 
Dopo te jocarraje 'sta figliola. 
Questa figliola è figlia de Notaro, 
E porta la vonnella tutta sciuri; 
E 'mpietto porta 'na stella reale, 
Fa calare Tammanti a duje a duje. 

Gli ultimi quattro versi appartengono al rispetto Na- 
politano : 

È nata 'na scarola *mmiez'u mare, 
Li Turche sse nce vanno a riposare. 
Chi ppe* la cimma e chi ppe* lo streppone, 
YXato a chi la vence 'sta figliola. 
'Sta figliola^ ch'ò figlia de potare^ 
Porta la vonnelluccia tutta sciure; 
'Mmiezo nce porta 'na stella diana, 
Ppe ff&' muri* Tammante a doje a doje. 

Uno va e l'auto vene^ 
La figlia d^'u nota' nce voglio bene. 



■^ 44 <- 

Raccolta senza notevole diversità ad Airola^ Formicola, 
Pietracastagnara, però sempre senza il mottetto finale. 
Pubblicata negli Arjirumi^ senza il sesto verso e spez- 
zando ciascun verso per frammettem un intercalare, così: 

E nata, 'mmiezo mare, 

Michelemmà e Michelemmà! 
Oje! 'na scarola! ecc, 

Var. V, 1, 'Mmiezo a lu mare è nata 'na scai*ola; v. 2, 
sse la jocano a tressette; sse la jocano a prìaimera; v, 4, 
a chi sse piglia 'sta; chi la vence co' 'sta ; v. 5, Chesta 
figliola è; 'sta figliolella è; t?. 5, figlia demarenaro; v. 6, 
Porta 'na veste tutta belle; E porta 'na vonnella tutta; 
La porta o Che porta la vonnella tutta; v. 7, 'Mmiezo 
nce sta; 'Mmiezo nce tene; E 'mpietto porta. — Una va- 
riante Napolitana aggiunge in vece del mottetto : 

Tu che si' bella a chi te vuo' pigliare? 
Pigliate a nenno tuo che te vo' bene. 

Variante di Pomigliano d'Arco: 

'Mmiezo a 'sta chiazza nc'è nata 'na scai*ola. 
Li Turchi sse la jocano 'nterzetto: 
Chi ppe' la cimma e chi ppe' lo streppone, 
Yiate chi la vence a 'sta figliola. 
'Sta figliola è figlia de notaro, 
Poi*ta 'na vonnella tutte sciure. 
'Mmiezzo nge sbrenne 'na stella diana. 
Nce fa morì' l'ammante a duje a duje. 
Stella lucente mia, stella lucente, 
Ppe' buje vanno spierte duje ammante, 
Uno di oro e 'n auto d'argiento. 
Dimme quale de chiste t'è ammante? 
— M Chillo d'argiento lu tengo a mente, 
« Chillo d'oro mme lo metto a fianco*. — 

La canzone è stata scissa in due, che si cantano come 
se nulla avessero di comune. Ecco una variante della 
seconda parte, di Bagnoli Irpino: 

Stella lucente mmia, stella lucente, 
Pe' bui vanno spierti ih>ì ammanti; 
Uno è d'oro, e 'n auto ò d'argiento. 
Tu, nenna, dimmi quale vuoje avanti? 
— u Quillo che è d'oro lo porto a la mente, 
« Quillo d'argiento lo porto 'nnanti ••• — 



-> 45 •<^ 
Varianti dì Spinoso: 

a) Stella lucente mmia, stella lucente, 
Pi' te ni vani spierti riu ammanti. 
Uno jè ricco e 'n auto jè galante, 

E Tato s''a pitrenne a guapparia. 

b) Stella lucente mmia^ stella lucente, 
Pi' te ni vani spierti rui ammanti; 
Uno jè d'oro e 'n ato jè d'argiento, 
Sciegli tu^ bella mmia, quali vuo' 'nnanti. 
— «> Chilli ri oro mmi stai alla mente, 

»■ Ma chillo r'arriggiento passa avante *-. — 

Un frammento d'Airola: 

Bella, ca simmo a duje ca te volimmo, 
Sparteret 'avimmo dinto a le belanze. 

Canto di Lecce e Caballino: 

Nui simu doi ci te amamu tie, 
Comu 'na panareddha te portamu ; 
Quand' 'ae alla chesia la tua signuria, 
Nui pure ne 'ppuntamu: — •« 'Sciamu ! 'sciamu ! » 
'Sciam' a la chesia e quand' Udimu tie,^ 
Tutti doi de culure tramutamu. 
Nu*" ni fare pigghiare a cilusìa, 
A ci cchiù bene 'uei, danni la manu. 

Identico ad Arnesano, secondo il Desimene. 



II. Che bello cammenà' che ffà 'sta donna 
Quanno sse mette li pomposi panni ! 
Va per la casa comme a 'na palomma; 
Mme pare 'na spata d'oro d'OrJanna. 



-}>• 46 •<- 

Sul camminare delPamante c^è un bel canto di Lecce 
e G aballi no : 

Beddha, quandu camini fai la posa, 
Nu' Taggiu *ista a 'n' autra donna fare. 
Crisciu la faci percò si' pumposa, 
veramente ca la pueti fare; . 
Ogni capiddhu te pende *na rosa, 
Mme nd'hai fattu de forza 'nnamurare; 
Questa la cantu a tie, donna pumposa^ 
Ci te 'mmariti nu* mme ^bbandunare. 

Analogo di Martano (Terra d^Otranto): 

Si' 'n' aquila d'argentu e porti l'ale, 
Vannu aperte le pinne addove vole. 
Graziosu foi lu tou camminare, 
Dove poggi lu pede nasce 'nu fiore, 
Sulu 'na vorta te 'ndisi parlare, 
Spaccai lu pettu e te dunai 'stu core. 

Variante di Paracorio (Calabria Ultra Prima): 

Acula sii d'argentu e porti Tale, 
Ti criscinu li pinni quandu voli. 
È tantu destra lu to camminari; 
Undi cammini tu, rosi e violi. 
Jeu, 'ssu peduzzu ti vorria carzari, 
D'oru li 'mpigni e d'argentu li soli. 
'Nu mazzu di carrompulo a purtari, 
Datincilli, figgbiola, a cui vi voli. 

^Mpigni, tomai. Dicono ad Airola: 

Tu gioviniello che t*haje 'uzorà', 
Falla diritta la camminatura. 
Le figliolelle so' tutte baggiane, 
Vanno a guarda' la camminatura. 

In un canto di Spinoso, trovo alcuni versi di questo 
canto di Paracorio, misti a frammenti d'altri : 

Stella ri la matina, o gioia bella, 
La Nunciata ti pozz'ajutare. 
Si' lu Gran Turco sa quanta si' bella, 
Porta la nave e ti vene a pigliare. 
Quanno ti vevo, chiaga ri 'stu €01*6, 
Ti vevo e nun ti pozzo mai parlare. 



^. 47 .<5^ 

Ti sento quanni chiami la gallina: 

— • Cuta, cutella mmia, vieni a magnare «*. — 

r ti yurria ^ssu peri calzare, 

Cu' ^mpegna r'oro e sola r'arriggiento. 

Quanno la capo t'aje a rallacciare^ 

Piglia li bene ri li braccia mmeje. 

E quanni pò* ti l'aje a ra scarare (pettinare) 

Tu piglia Tosso ra lu petto mmio. 

Quanno la faccia t^aje a ra lavare, 

Piglia lu sango ra lu core mmio. 

r nu' boglio cu' Tacqua ti lavissi, 

Ca i* pari nei ni pecco gilusia. 



III. Mena viento de terra, mena, mena, 
Asciuca la cammisa a lo mmio ammore. 
Vene 'sta sera, e sse vole mutare, 
Dice ch'ha cammenato pe' lo sole. 
— «Chi dice ca lo sole non cammina? 

« Io dico che cammina di buon passo. 

« Chi dice che 'sta donna non è mmia ? 

« Io dico ch'è la mmia e non la lasso » . — 

Altro canto in onore della lavandaja^ di Nardo (Terra 
d'Otranto): 

'Ita te chiami tu, 'Ita infinita, 
'Ssì custumi ci hai so' di 'na fata. 
Quandu mmi 'ncufanasti la camisa. 
Di quale frasca fuei la cinnirata? 
Quandu mmi la 'nducisti 'nduccicata. 
Tu 'mpiettu mmi facisti 'na firita. 

Altra» di. Paracorio : 

Yinni lau.ti lu dicu di 'sta sira. 
Domani no' mu trovi atra jornata; 



-^ 48 -4- 

Ca nd'aju li paricchi di simina, 
Di chidha banda di Petrapannata ; 
Di tia no' nd'appi mai 'nu piaciri! 
Nemmenu 'na cammisa sciammarata. 
— «««Cori tiranna, e comu la poi diri, 
« Ca ti la misi a cima di vacata?» — 

No* mu trovi atra jornata^ Non andare a giornata 
a conto d^altri. Paricchi di simina, Baoi apparecchiati 
a seminare. Petrapannata^ rupe sul Jonio. Sciamma- 
rata^ lavata. 



IV. Mmi fai chiagfnere quanno a te penso, 
Perdo la capo con tutti i sensi, 
Presto finimmo 'sta tirannìa. 
Pace facimmo, Nennella mmia! 
Mmi fai chiagnere, Bosa, da pazzo, 
Se mi tradisci, meglio mm 'ammazzi. 
Presto finimmo 'sto primmo ammore, 
È troppo barbaro 'sto mmio dolore. 

È d'origine letteraria partenopea recente. 



V. 'Mmiezzo a 'sta chiazza stan cinque figliole, 
Nce sse potè cantare allegramente. • 
Stace Sabella, core de diamante; 
E Felicella la stella lucente ; 



-> 49 -^ 

'Sta Giovannella accoppa tutte quante; 
Luisella non mme la levo da la mente; 
Po' trovo a Consolella pe' da 'nnante, 
Tutto lo juorno stavo allegramente. 

Riuniremo qui un altro gruzzolo di un canto ne' quali 
sì parla di più sorelle. Eccone alquanti di Lecce e Ca- 
ballino : 

a) A bui mo' cantu fenesce serrate, 
Intr^a 'sta casa nc'ò do' palatine. 
Ci le 'edissi a lu liettu curcate, 
'Ula te fannu de 'scire durmire! 
Ci le 'edissi alla seggia 'ssettate, 
Stanu comu do' rose senza spine. 
Ci le 'edissi alla festa parate, 
Oneste e beddhe comu do' Rrecine. 
Ci le 'edissi quiddh'ecchi de fate 
Ca parenu do' stelle matutine! 

b) Sciardìnu de le piccule marange, 
D'oru e d'argentu suntu li pilieri; 
Intra nc'ete 'na cocchia de calandre, 
Fore 'rrebbattu jeu comu pulieri ; 

Ca nc'ò 'na 'ecchia china de macagne, 
Cu trasu jeu nun bole vulentieri. 
Mo' tocca nei mme mintu culli 'nganni, 
Comu alla 'urpe lu cane leprieri. 

Varianti, v. 1, Sciardinu cu' le; e. 7, Ma jeu la vin- 
cerau cu' fausi 'nganni. 

e) 'Iddi do' rose allu ramu pendire, 

Nu' sacciu de le doi qual'aggiu amare. 
La 'rande è beddha e nu' la pozzo 'ire, 
La piccinna è 'na rosa ppe' 'ddurare. 
La 'rande sape fare le caline, 
La piccula le sape 'ncatenare. 

Variante : 

# 

'Isciu do' rose allu ramu pendi re, 
Nu' sacciu de le doi ci è la maggiore, 
La 'rande è beddha e nu' la pozzu 'ire. 
La piccula è lu chieu de lu mmiu core. 

Canti Popolaei, Jil. 4 



-^ 50 '<r 

Cantano a Mordano: 

lu su' 'rriyatu a quiste porte belle. 
D'ora e d'argenta suntu le serraglio; 
Ca dintru nc'è 'na cocchia de Barelle, 
E tenenu ppe' core doi tenaglie. 
La 'rande mina forfici e cartelle, 
La mezzana saette 'nvelenate. 
La piccala è la fìara de le belle, 
'Sta core mme 'mmazzau senza piotate. 

Variante di Lecce e Caballino : 

Mo' ci sa' *rriata a quiste porte belle. 
D'ora e d'argenta su' le 'nserrature. 
Ddha dintru nc'è 'na cocchia de surelle, 
Fanna 'mpaccire do' fìgghi de mamma. 
, La 'rande mina fuerfìci e cartelle, 
La piccinna saette 'mbelenate ; 
La 'rande sape fare le catene, 
La piccinna le sape 'ncatenare. 
Ca tie tiranna si' una di quelle^ 
E piatate de mmie nu' hai, nu' buei. 

Dicono a Spinoso (Basilicata) : 

Oh dio^ chi bico! oh dio^ chi bicinanzo! 
L'erva nc'e nata ri la quintassenza. 
Nei stanno roje figliole ri ben-crianza, 
Ma 'mbra ri loro nu' nc'é differenza. 
La prima è bella e la siconna avvanza. 
Quale dio mmi rai 'sta pacienza? 
Ma si' la prima mmi rai licenza, 
Cu' la seconna nei tengo le spranze. 

Altro canto di Mordano: 

Ieri iu vitti pingere 'nu fiura, 
E òggi visciu pingere 'na paiTna. 
La core tou e lu mmiu suntu tutt'unu, 
Sinti la megghiu zzita de '8ta.vanna; 
Ca tu se nu' mme voi, dammi toa soru, 
Ca siti tutte doi figghìe a 'na mamma. 
Dimmi lu si o lu no. Ci nu' nc'è moda, 
Mme vadu a travagliare a 'n'autra vanna. 



^- 51 •<=- 
Variante pure Morcìanese: 

lu ci te vitti pingere *nu fiuru^ 
E mo' te visciu tessere 'na parma; 
Lu core tou e lu mmiu era tutt'unu, 
Eri la megghiu zita de ^sta vanna. 
Ci cchiu tu nu* mme voi, dammi toa soru, 
Ca tutte siti figghie de 'na mamma. 
Dimme lu si^ e lu no se nc'ete motu, 
Se no, iu mme travagliu a 'n'autra vanna. 

Variante di Martano : 

Beddha, te vitti pingere 'nu fiore, 
Ma poi te vitti Vracamà' *na parma. 
Lu mmiu core e lu tou foe tutt^iiDU, 
Se si' nata pe' mmie, cuntenta *st*arma. 
Ca se non pigghiu tie, damme 'na soru, 
Ca tutte doi siti de *na mamma. 

Canto di Lecce e Caballino: 

Qua' intra nei su' nati li beddfaizzi, 
Beaogna 'ii^ pacenzia alPautre parti ; 
Nei su* do* donne cu* li biundi rizzi, 
Ci le *idi nu' sai cu* ci te sparti ; 
Passau lu Rre e le truau allu friscu^ 
E nde *ò8e stampati li lit ratti; 
Li partali alli soi regni e fora 'isti, 
Li cunsiglieri soi nde *scera pazzi. 
— - Rre, dinnila a nuì di *ddu* 'enisti? 
«« Percè nu* nde Thai *ndutte a quiste parti ? «*- 

Altro canto di Lecce: 

Quista ò la strada de le beddhe nate, 
A quai sse *mpoggia lu pensierì mmiu; 
Nei su* do' rose alla 'rasta chiantate, 
Una nc*è nata ppe' trumientu mmiu ; 
Sinti cchiù *janca tie de la *ammaee, 
Cchiti inissa de *nu milu primatiu; 
U«cciii*rtzzeddha mmia, china de pace, 
Minti la pace intra a *8tu core mmiu. 



->• 32 9- 
Altro canto di Lecce e Caballino: 

Do* gioj' pur do' fiuri tegnu a cantu, 
L'una pene mme dae, Tautra trumentu. 
Una pe' mmie sse strusce e mm'ama tantu, 
E jeu pe* l'autra nei fatica e stentu. 
Lassù ci mme persegue e mm'ama tantu, 
E yadu appriessu a ci mme dae trumentu. 
Giacca su* destenatu a ci ama tantu, 
Amame, ca puru t*amu e su* cuttentu. 

Canto raccolto a Martano: 

'Nu paru de ritelle rincuntrai, 
Steyanu alla fenescia tutte doi. 
La 'rande disse: — «Giovane, 'ddù* vai? 

- Quale te pare beddha de nu' doi?» — 
La 'rande è beddha, la mensana assai, 
La piccula le passa tutte doi. 
Subbitu la parola stravotai : 

— « Site beddhe graziuse tutte doi »•. — 

Cantano a Nardo: 

'Ulia girare Tuniversu mundu, 
Pi' *rritruvare tre chiarite stelle; 
Pi' dare lu spiandore e stu cunturnu^ 
Comu lu dati voi, li tre surelle. 
La 'rande porta lu capellu biundu, 
La minzana. lu fiuru di li belle; 
Alla picciccliia nu' nei 'rria nissuna, 
Cumanda celu e terra e sule e luna. 

Variante di Caballino: 

'Ulia cu botu l'universu mundu, 
Pe' retruare tre chiarite stelle. 
La 'rande porta lu capiddhu biundu, 
La menzana è lu fiuru de le belle. 
Alla piccinna nu' nei 'rria nisciuna, 
Cumanda sule e luna, celu e stelle. 

Altri canti di Lecce e Caballino intorno a tre sorelle; 

a) 'Ui siti trote e la parma purtati, 

Lu fiuru fiuru delle beddhe siti; 
Ma la piccinna e 'nu quadru stampata, 
E a casa pi' bellezza la tiniti. 



-^ 53 <r 

ò) 'Ui siti tre Burelle de unita, 

Santa Luca ase *ose scapricciare, 

La piccinna è *na perla margarita, 

La menzana e 'na rosa pe* Mdurai^, 

La 'rande mme Tha fatta *na firita, 

E mme Tha fatta e nu* mme po^^anare, 

Sai quandu sanerà quiddba firita? 

Quandu iddha mine la 'ene a 'mbarzamare. 

<;) Nc*era tre donne a *nu purtune chiusu, 

Lu desideriu mmiu era cu traau; 
La 'rande disse : — « Gei bellu carusu ! « — 
La menzana mme disse : — « ^Ulia te 'asu ! » - 
La piccula mme disse: — «Sali susu; 
« Sali, ca nc*è lu liettu preparatu f. — 



YI. 'No juorno fui chiammato apprezzatore 
Ppe' apprezzare 'no paro de donzelle: 
Ppe' apprezzare la bianca co' la bruna. 
Bella è la bianca e la brunetta cchiù. 

Il canto seguente è di Nardo : 

Ci ama la scorza e ci ama la muddhica. 
Ci ama la 'ncuddhatura di lu pane; 
Ci ama la brunetta sapurita, 
E ci la *janculina senza sale. 
Io pi' la bruna nei sciocu la vita, 
La 'janca ti Taccertu ca nuu baie. 

Variante di Caballino: 

Ss*ama la scorza e ss'ama la muddhica, 
Ss^ama la 'ncuddhatura di lu pane; 
Unu ama la brunetta sapurita, 
*N addhu la 'janculina senza sale ; 



-^ 54 -^ 

Pi' 'na brunetta znmj. sciocu la vita^ 
La *jauca, te Tanzettu, ca nua bal9; 
Ju saccia 'na brunetta sapurita, 
E ci aggiu canza l'aggiu 'ssapurare! 

Altro canto ridi Nardo in lode di una brunetta: 

Ti 'nfacci di la finestra, Rosa amata, 
Pi' bedre ci so' mortu e mmi dai vita; 
Portu 'a' anima a 'mpiettu e bae 'mpiagata 
Pi' li biddhizzi tua, Rosa comprita. 
Mo' ti cercu 'na grazia rìsarvata, 
Ti piettu cu nei sani la firita* 
Sai picce t'amu tantu, Rosa amata? 
Si' brunetta di sangu sapuritu. 

Scusa della brunezza, di Virola: 

Mammata mm'ha chiammata brunettella , 
r brunnettella songo de natura; 
Si mme nce metto dint'a l'acqua chiara, 
Mme faccio 'janca e rossa comm' a buje. 

Altro canto di Airola, composto da frammenti di 
due: 

Faccia de 'na pimmecia fetente. 
Non tiene rote e t'accontiene tante; 
Faccia de 'na cicoria sagliuta, 
'Nguisa di 'no serpente 'mmelenato. 
Vi' quanti fiuri ha fatto 'sto savuco, 
Quanti meglio de te n'aggìo scartate. 
La neve 'janca sta' ppe' li puntune, 
Lo pepe è niro e sse venne a denaro. 
Mirate lo carofano quanno è bruno^ 
La meglio nobirtà lo porta mmano, 

Pimmecia^ cimice. 

Dicono a Grottaminarda. 

L'ammore mmio mm'ha mannato a dire: 
Dice ca so' brunetto e non mme volo. 
Io le mannaje a dicere accossi: 
— ««La terra nera buono grano mepa, 



-> 55 -^^ 

** La terra 'jaoca va pe* lo vallone; 
•« La terra nera sse compra a denaro. 
•* Non te feda' de l'albero che penne, 
- Manco de Tornino curto che te 'nganna «. 



VII. Oh dio! quanta è lon^a 'sta sommana, 
Sàpato bello quanno vuò' venire! 
r no' lo faccio ppe' no' fatiare; 
Faccio ppe' ghi' a bedè' Nennella mmia. 

Identica in Airola, tranne le forme venine e faticane, 
e nell'ultimo verso: Lo faccio ppe' vedè\ come a Po- 
migli ano d'Arco: 

Cielo, quanto è lonca *sta semmana, 
Saprete bello quanno vo^ venire! 
Non lo faccio pe* lo faticare, 
Lu faccio pe* bedè* ninnillo mmio. 

Yar. Napoletana, v. 2, Sabbato bello non veco vinT. 



YIIL Santo Nicola non ti adoro chiù, 
'Mmanco barretta mme voglio levare. 
Hai donato la sciorta a li pastori, 
A mme gualano non mme la vuol dare. 



^ 56 «^ 

A lo pastore le fete la trezza 

Gomme a 'no cane muorto quanno puzza, 

A lo gualano Taddora lo 'jato 

Gomme vasinicoja quauno è pestato. 



IX. 'Sta campagnola che flPace ffa\ 
Vace dìcenno ca non mme vole; 
Essa mmlia data la soa parola, 
'Sta campagnola mm'aggi 'a piglia'. 

'Sta campagnola da che aggio visto 
Non trovo requie, son sempre tristo ; 
Essa mm'ha data la soa parola, 
'Sta campagnola m'aggi 'a piglia'. 

Quanno sse mette tutte vonnelle, 
Essa mme pare 'na pupatella. 
Zompa cardino, zompa viola, 
'Sta campagnola mm'aggi 'a piglia'. 

Origine letteraria recente. 



X. Stavo de sciarra co' la bella mmia 
Vado trattanno de fare la pace. 
Mo' mme ne vado a 'n arbore d'Oliva, 
Pe' ce fare 'na parma 'nnargentata. 
Po' mme ne vado a Santa Catarina 
La faccio benedice da lo Papa. 



'^' 57 4- 

Sempe dicenno : — • Santo Papa mmio ! 
« Perdonaci ca simo 'nnamorati » . — 
Po' mme ne vado da Nennella mmia : 
- i Questa è la parma e nui pace facimo • .- 

Variante d'Airola: 

Sto gustiune co' Nennillo mmio, 
Non aggio comme fa' pe' gè fa' pace; 
Vorria sagli' 'ncoppa a 'na avoliva 
Pe' le fa' 'na parma 'ntrecciata; 
Po' la porto a Santa Catarina^ 
La faccio benedice a 'o Parrocchiano; 
Po' portancella a uocchìe-nera mmia: 
— « Chessa è la Parma si vuo* fa' pace, 
•* Chesta è la spata si vuo' fa'* la guerra ». — 



XI. Stella reg'ale, quanno compariste 
La luna co' lo sole commannaste; 
Co' 'no cortiello a mme lo core apriste, 
Quello che dinto c'era te pigliaste. 
Faciste comme fece Giuda a Cristo, 
Dicisti — «sine»~ e poi mm'ingannaste! 

Canto Neritino (ossia di Nardo, chi noi sapesse) : 

Pei^du, 'ngannatore, mme 'ngannasti, 
Fare nu' lu 'ulii e lu facisti. 
Di li prumesse date tu mancasti ! 
Quantu finsi pi' tia! e tu nu' fingisti. 
Mo' mmi lu vo' a truvare 'n addhu amanti, 
Cu sia fìdele^ ca tu mmi tradisti. 

Variante di Morciano: 

Perfidu, 'ngannatore, mme 'ngannasti, 
Fare nu' lu vulivi e lu facisti. 



-^- 58 •<^ 

De In prumesse toì tu mancasti. 
De quanta fra nui doi mme p Fumettisti. 
Tramai, iu te prezzai, ma nu* mm'amastif 
lu nun finsi cu' tie, ma tu fingisti. 

Analoga di Merci ano : 

Te scurdasti de mmie, te ne scurdasti^ 
Pe' pochi giurni ci cchiù nu* mm* 'edisti ; 
Subetu novu amante te truvasti, 
Tantu è lu cuntu ci de mmie facisti ! 
AUu partire *nu baciu mme dasti, 
Foi lu baciu de Giuda, e mme tradisti. 

Analoga, metaforica ed oscura, di Nardo: 

Tradita fuei la rosa ci mmi disti, 
Traditore, tabaccu nei mittisti. 
Quandu la Mdurai tu no' parlasti, 
Quandu ju starnutai - ** Mazza » - dicisti. 
Di li 'icine tua ti ndi andasti, 
La rosa ci mmi diesti e mmi tradisti. 
No* so' pi' li tuo dienti li mmia pasti. 
Pozza murire Torà ci nascisti. 



SPINOSO 



(BASILICATA) 



I. A 'ssi capillì toi Toro nc'è miso, 

A 'ssa tua canna calamita e rose; 
No' biri ca Tammante Taje accise, 
E notte e juorno no' piglia riposo? 

Variante, pure di Spinoso, ch'ò mosaico di frammenti 
(Cf. col canto gessano che comincia Lu vostr' patr' son 
tanti fori*). 

'Nu juorno mmi truvai 'nt'a 'na risa. 
Pi' bini' a canta* a te^ mmia cara Rosa. 
Nu' biri ca l'ammante l'hai acciso? 
Notte e giorni nu* piglia cchiù riposo. 
Nu* mmi nni curio ca morio acciso, 
*Mbaccia a la porta tua lo sango spaso. 
L*arma ss! nni vai 'mbaraviso, 
Lu cuorpe resta a chiangi* li piccati. 
Nu* cangirria a te pi' 'n ato ammore 
E manco pi' gran somma ri rinaro. 
Chisto lo rico a te, lucente luna, 
'Assa fa* a *mmore a chi gi ha la fortuna. 
Chisto lo rico a te, fiori r'anguilla. 
So* *nnammurato a 'ss' uocchi e a *bsì capilli. 



■^- 60 <^ 
Analoga di Chieti: 

Affaccet' a 'ssa fenestr', bianch' vis', 
Tu mattir de carufen' 'ncarnat'! 
Tu sci la dee di lu paradis', 
E lu spassegge di lu vicinai. 

Analoga di Lecce e Caballino : 

Si pìccineddha e la parola è 'rande, 
Tieni 'na seggia d'oru 'mparaisu ; 
Le stiddhe de lu celu tie cumandi, 
Culli santi faeddbi ^mparaisu; 
Suntu comu 'labastru li toi carni, 
De cce te 'iddi, amore, a mmie mm'ba* 'ccisu; 
'Jatu a cci sse li gote li toi carni, 
Ci stae allu 'nfiernu trase 'mparaisu. 

Analoga di Paracorio: 

'Ntra cbista rruga nc'è lu paradisu 
E l'angeli chi ballanu ad ogni ura. 
A 'na figghiola nei luci lu visu : 
Undi fu fatta 'sta bella figura? 
Criju cu fu stampata 'mparadisu : 
Perchi non peri nostra criatura; 
E quandu 'cconsa li soi labbri a rìsu. 
Tutti quanti li cori Tannamura. 

Rruga^ rione. ^Cconsa^ acconcia, atteggia. 



IL — • Bella, ca tieni 'ssa finestra cWusa, 
tNo' jè ora de jirvi a coricare, 
t Apri la porta o la finestra chiusa, 
« Quanto ti voglio 'nu poco parlare • . — 



->• 61 x^ 

— I Ma, si tu trase Mnt' a 'stu lume scuro, 
f Passi piricolo di ti jì' a 'nfossare • . — 

— « r no' mmi curo ca traso a lo scuro. 

t Ment'è pe' te 'sta morte voglio flPare » . — 

Dialogo d'amanti di Morciano : ' 

— - Aprime, beddha, e ci nu' mm'apri moru ». — 

— » Nu' t'apro, no, e tu potrai murire »». — 

— * Apri, ca su* fedele servitore ». — 

— .« Nun c'è cchiù fedeltà, te nde poi 'sci re ". — 

— - Apri, quantu te dicu doi parole ». — 

— * Dille de fora, ca te pozzo udire ». — 

— »* Su 'ntisu de la gente de quaffore ♦•. — 

— •* Vattenne, su' sudata, va a durmire». — 

Dialogo analogo di Caballino e Lecce: 

Tegnu lu core niuru comu pice, 
Nisciuuu mme lu potè 'janchisciare. 
Nu' foi tantu Terrore ci fici, 
Quantu tu lo pigghiasti a criminale. 
Foi Cristu e perdunau li soi nemici! 
Aprime, beddha mmia, facimu pace. 

— '« Pace, pace no, no, sempre nemici, 

* 'Ssisti de lu mmiu pettu e cchiù nu' trasi; 

M La pace de 'stu core sai qual'ete? 

•« Cu te 'uddhi la 'ucca e cu te taci ». — 

Yar. t?. 6, Beddha, perduna a mmie. Variante : 

Tegnu lu core niuru comu pice, 
Nisciunu mme lu potè 'janchisciare. 
Nu' foi tantu l'errore ci jeu fici, 
Quantu tie lu pigghiasti a criminale. 
Foi Cristu e perdonau li soi nemici, 
E lu peccatu mmiu nu' foi murtale. 
Ci mme perdoni l'errore ci fici, 
Lu nume tou de Parma è naturale. 
Nu' mme nde curu ca nu' mme lu dici, 
'Nu tou risu mme basta pe' 'nzengale. 

Var. r. 5-10: 

Foi Cristu e perdunau li soi nemici. 
Culle sue belle 'razzie e cu' piotate! 



-^ 62 <- 

Cassi perduna mmìe ci erruve fici: 
Aprime, uenaa mmia, faeimu pace. 
Nu' mme nde curu se nu' mme lu dici; 
'Nu tou risu mme basta pe' zengale. 

Giulio Cesare cortese nella Rì)sa A, Y. Se. X ha detto: 

Co* lo core cchiù nigro de la pece, 
So' tornata pe' darete *sta nova. 
Cobiti ammara de lo fele. 



III. Benvinuta, nora ramia, la benvinuta, 
N'hàmo da fare 'na vita contenta. 
Ag-g-io saputo chi sai filare, 
Anch' la spola 'mmano sai tinere. 
Quanni tu ti 'nfingi malata, 
Lu vino e no' l'acqua t'hai a bere. 
Ti fai la carne cotta a la pigpnata, 
E po' ti lamienti verso a la sera. 
I' mmi ritiro e ti davo li ppera, 
Ca pi' la collera no' mmi fai mangiare. 

Hdmo^ abbiamo. A proposito di suocere e nuore ecco 
un canto di Lecce e Caballino: 

Quantu dolore ci paté *na mamma, 
Pe* surgere *nu figghiu, com' 'ole Mdiu ! 
Alli tre anni alla scola lu manda, 
A diciotto a Napuli partiu. 
Alli vinti turnava alla soa mamma, 
Ci dice: — •« Caru e amatu flggbiu mmiu !...♦♦ — 
La nora stia 'ssettata 'mmienzu casa: 

— M Ci è ci parla cussi allu sposu mmiu? » — 

— M Sta parlu cu' 'na mamma spenturata, 

^ Ca è quiddba ci pe' mmie tantu patiu **. — 



-^ 63 «^ 

— 4 Lassale scire 'ddha vecchia masciara, 

— Ca mo' t*aggiu *ccattatu e sinti mmiu »•. — 
Tandu alla mamma face 'na 'ncuschiata, 

— «• Mamma, va campa comu vole 'ddiu »*. — 
La mamma chiange, e sse ade torna a casa 
E uettu ginrni visitu tenia: 

— X Nu' chiangu ca la sposa ss'ha spusata, 
•« Chiangu lu latte de lu piettu mmiu «*. — 



IV. Cantaturiello mmio, cantaturiello, 
Tu cu' mme ti vuoi mettere a cantare? 
Ti hai veniiuto coppola e cappiello 
Vene la festa e no' ti puoi mutare. 

Coppola, berretta. Variante di Napoli: 

Cantaturiello mmio, cantaturiello, 
Co' mmico te vuoje mettere a cantare ? 
— « Io faccio lu canta' de Tauciello, 
>« Ca Tauciello pizzica la fica; 
•« Le 'rruraane chillo musso 'nzuccherato. 
«* Cossi è 'na nenna quanno sse mmarita 
*« Sempe penza a lu primmo 'nnamorato «. — 

Nella Posillecheata de Masillo Reppone de Gnano- 
poli (1684) fra le canzoni cantate dalla forese Tolla è 
la seguente-: 

Cantatoriello mmio, cantatoi iello, 
Co' mmico te vuoje mettere a cantare? 
Vi' ca te lo venco lu cappiello , 
Craje è la festa e non aje che portare. 

Ritrovo la seconda parte della variante partenopea 
cantata da sola a Somma, alle falde del Vesuvio: 

L'avuciello che pizzica la fica, 
Sse magna chella e tene mente aU'ate. 
'Ccossi 'na nenna quanno sse marita 
Nce pienza sempe a 'u primmo 'nnamorato. 



^. 64 .<^ 

Ad Airola i buoni canterini insultano i mediocri, di- 
cendo : 

Ca hai cantare tu ? non sai canzoni ; 
Io ne saccip 'no sacco ligato. 
E se lo scioglio te mitti paura 
Tutte canzoni de li *nnammurati. 



V. Che bello vicinanze chisto sarria 

Si 'stu core nei potesse alloggiare! 
Nc'è 'na figliola chiamata Maria, 
Ca 'mparaviso poterria stare. 

Variante, di Spinoso anch'essa: 

Chi bellu vicinanzo ca furria^ 
Si qua 'sta core putirria alluggiare. 
Nc'è 'na figliola chiamata Maria 
Ca 'mparaviso putirria stare. 
Viati a vui vicini ca nei state! 
Viri lu sibbiannore sera e matina. 
faccia ri *na parma arrigintata^ 
Culore ri villuto carmusiuo !.... 

Curami jè bello Tammore vicino j 

Si nu' la viri, la sienti parlare ; 

La sienti quanno chiama li galline, 

— « ticutelle mmeje, 'sciate a magnare ». 



-^ 65 -«^ 

VI. Cuor vi nivuri ca 'jati 'nturnianni, 
Nu' jè la strata ri la Mirciaria. 
Nu' nei stanno nu' cuorvi e nu' penne, 
Nummeni ronne ca fanni pi' bui. 

Cuorvi nivuri, 1 preti. Non so quale sia la città 
d*Itaiia ia cui trovasi una strada della Merceria che 
sia quel che il vico del Gelso era una volta ia Napoli : 
ma essa ò la patria di questo cauto. 



VII. Fig-liola, ca stai 'ncoppa a 'ssa luggfetta, 
Menami 'nu garoflo a ra 'ssa grasta. 
Tu cuoglimillo cu' la mano restra: 
Garoflo, dio d'amor, ca mai ssi guasta. 
I' mmi lu voglio mette festa, festa, 
Pricisamente lu juorni ri Pasqua. 

Altro cauto di Spinoso, a proposito di garofani, del 
quale abbiamo già data altra lezione nel primo volume: 

— « 'Nu garoflo e 'na rosa ch'addurai, 
« Rimmi: qual'è lu meglio ri *sti t^ifn — 
— « La rosa 'mprimavera è bella assai ; 
« Lu garofilo è russo e bengi cchiune **. — 



VIII. Finestra bella, fammi 'na 'mmasciata. 
Fammi virè' la bella che tenite. 
E si pe' sorta siti addumannata 
Chi nei ha cantato qua, nei lu dicite. 

Cahii Popolari^ llj. S 



^ 66 -«^ 

— « Nei ha cantato Tammante sbinturato, 
« Chillo ca a cumpietà vui nu' nn'avite. 
« Sono li turchi, e n'hanno curapietate, 
« Vui siti cristiani, e no' credite » . — 
Agg^io cantato a te, fior di sammuco, 
Lattuca tenerella suca, suca. 

La chiusa cambia talvolta: 

Agg*io cantato a te, fior d'amaranto. 
Lascio la santa notte a chi mmi sente. 

Quattro canti analoghi raccolti a Lecce e Caballino in 
cui si dà la buona sera alPinnamorata: 

a) Te su' benutu a dare la bonsira, 
Straccu e leprisu vau pe* la carrara; 
Ausate mo' e mme 'dduma 'na candila, 
Se lecenzia ti dae la mamma cara. 

Se resposta nun c'ete pe* 'sta sira, 

Tie dormii beddha, e jeu pigghiu carrara. 

b) Mille boDsere mme dimmene dire, 
'Stu picca tiempu ci nd'aggiu mancata 
Pe' *n autru picca mme nd'aggiu da 'scire, 
Poi returnamu allu tiempu passata. 

donna de cunfortu e de piacere, 
Nu' canusci lu propriu 'nnamuratu. 

e) Mille bonsere alParriata mmia, 

cunucchia d'argentu e fusu d'oru; 

Mme su* partutu di 'na longa via, 

Ale nu' portu e comu aucellu volu; 

Te su' servente la notte e la dia, 

Nu' mme 'uardare ca su' bardasciolu; 

Tu si' la fede e la speranza mmia, 

E de san Marcu lu 'rande tesoru; 

leu te 'uardu cu' tanta scelusia 

Ca se tie nu' mme 'uei^ de dogghia moru. 

Variante : ' 

Milli bonsere a tie, nennella mmia, 
CuQuccheddha d'argentu e fiiu d'oru; 
Ci stissi *n'ura cu' nu' biscia a tia; 



-^ 67 <^ 

Malata caseu e desperato moru. 
Malatu mme parte! de looga via, 
Ale nu* portu, e coma a 'ccellu volu. 

d) Bonsera mandu a lei, fiurente fiore, 

Rosa de maggia e stella de *8tu cela ! 
leu già te Taggiu data lu mmiu core: 
Donarne tie lu toa, te nde cuatelu ; 
Se te dirannu ca jeu t'abbandona, 
Nu' li cridire ca nun è lu vera. 



IX. Mamma, no' lu voglio lu g'ualano, 
Voglio lo pastore conform' a jene. 
Vene lu tiempo de la malannata 
Co' la ricotta sola mme mantene. 

Ci piace riunir qui in una nota parecchi canti che ri- 
guardano i pastori ed i caprai, e che per lo più sono di 
scherno. Eccone quattro della Calabria Citeriora desunti 
dal lavoro di Vincenzo Padula sullo Stato delle per^ 
sone in Calabria: 

a) * De mille amanti tu tenia 'na pisca, 
E ti pigliasti 'nu bruttu craparu; 
T'innamurasti d' *a ricotta frisca ; 

Va, vidi allo granaru si c'è 'ranu. 
Mo' ti he trovari 'na rigliara stritta, 
Pecche d' 'a lariga ni schioppa lu 'ranu, 

b) * 'U pecuraru è cumu 'nu sumieru 
Ed allu liettu nun ssi sa curcari : 
Quannu mindi la capu allu spruvieru 
Ssi cridi ch'è lu ziernu d' 'u pagliaru; 
Quannu mindi la capu a lu cuscinu, 
Ssi cridi eh 'è la trastina d' 'u pani; 
Quannu tocca li minni alla mugliera 
Ssi cridi ch'è la piecura allu vadu. 



-^- 68 •4- 

e) * 'U pecuraru è stata vistu a Pasqua 

Quannu ssi mangia la ricotta frisca; 
Ma nuQ è statu vistu 'u mesi 'e marzu 
Quannu jéstima li santi de Cristu. 

d) * *U pecuraru quannu va alla missa, 

Ssi assetta 'nterra e mussu e piedi accucchia^ 
Vidi Tacquasantara e: -<• Chid'ò chissà? 
M Mi pari Tacquicella de 'na pucchia **. — 

Quannu senti sonar! li campani, 
Grida: -<« Cumpagnu miu^ dammi 'ssa mazza ».. 
E da 'nu fischiu pe' chiamari 1 cani, 
Ca ssi crìdi lu lupu alla garazza. 

Quannu pua vidi Tosila de Tataru, 
Gridi ch'è 'na pezzuUa 'e casu friscu. 
E ssi mìndi allu prieviti a gridari : 
-M Ghi fo? Alla mandra tuac'è stata'apisca?»»- 

Quannu pua si comunica, illu arricchia. 
Dici: -" Chid'è 'ssu muzzicu 'e ricotta? 
« Vieni alla mandra mmia, ca ti n'atticchiu, 
» Intantu chi ci vu' fari 'na botta «.- 

Ganzone petrina, ossia di Pietracastagnara o Pietra- 
stornina che dir si voglia : 

'U pecorale chiagne quanno sciocca, 
Non chiagne quanno sse magna la ricotta. 
'U pecorale chiagne quanno mogne, 
E non chiagne quanno suna la zampogna. 

A Napoli si canta come Ninna-Nanna: 

Lu zampognaro de la Puglia vene, 
Dice a la mamma che bole 'a mugliera; 
'A mamma sse ne va ppe' li casali : 
- <« Ghi 'ntene zi-zitelle a maretare ? 
« Lu figlio mmio non ha nisciun difetto : 
M È solo cacasotto e piscialletto «. — 

Dicono a Spinoso : 

dio! dio! e si putesse fare, 
Ri li pasturi 'na bella murìa! 
Li picurelle li dami a guardare, 
Ma li muglieri li guardami nui. 



-^- 69 <- 

X. 'Mmienzo a s'ta strada nc'è nata 'na lopa, 
Ca tutti li figliole ss'ha mangiato; 
Nei n'è rumasa una linguacciuta, 
Ma pi' la lenga nu' jè maritata. 
La mamma vai e prega a Sant'Antonio, 
Ca li mannessi 'nu ricco marito. 
Ma Sant'Antonio resse: —«Sp' firnuti, 
• Mo' vallu fa' di creta 'ntunacata • . — 

Nota che i Napoletani distìnguono Antonio (da Pa- 
•doya, l'ubiquista) da. S, Antonio (abate, quel del fuoco 
« del porco). Lamento perchè i mariti son divenuti rari : 

Oh *mara a nui cumm'avim* a fare? 
Cu' ci nn'avim* a mette' a fa' l'ammore? 
Tutti li belli giuyni so' prummusì, 
Li mastri-r-'asci e li fabbricaturi; 
E sopra li scarpari nu' nc'ò niente, 
Ca tirano la sola cu' li rienti. 

Esitazione femminile nella scelta dello sposo: 

r cummi boglio fa', cumm'aggi' a fare? 
Lu vecchio nu' mmi vole lassa' ire. 
'U vecchio mmi spiace a darli via; 
Ma 'u giuvìnìello i' mmi vurria pigliare. 
Lu giuviniello mm'è trasuto 'ncore; 
Luvare nu' lu pozzo a ra la mente. 

Lamento di malmaritata: 

Quanno mmi maritai, rilore mmio, 
A forza mmi lu feciro pigliare. 
Chi mmi l'ha dato lu malo marito, 
'N eterno vole stare 'ncatinato. 

Profferte amorose d'una vecchia ad un giovane^ schep- 
nite: canto di Sant'Eufemia (C. U. P.): 

'Ncuntrai 'na vecchia e mi disse: - « Bongiornu »- 
Ed eu nei dissi: - <* Bongiornu e bon annu ». - 
Iddha mi disse stasira mu tornu, 
Ca m' 'una i'cva chi cogghi 'nt'a 'n annu. 
Ed eu ci dissi mu mi sentu scornu^ 
Ca l'ova, se su' vecchi fannu dannu. 



^- 70 •<- 

XI. 'Mmìenzo 'sta strada mmi vurria casare 
Dove spunta lu sole la matìua; 
'Na marancella nei vorria chìantare 
'Nu chiuppitiello pe' l'ammore mmio; 
Sotto la marancella nei vog^lio mangiare 
Sotto lu chiuppitiello nei voglio dormire. 
.....Sempe a ra chilli luochi tegno a mente, 
Ra chilli parti addù' noi sta Tammore. 
r sempe 'nturno a te voglio girare, 
Cummi s'aggira Tape 'nturno al fiore. 
I' sempe tegno mente a chiiralloggio : 
Cumm'a la bella mmia nu' nc'è paraggio. 

La metafora del pioppo si ritrova nella seconda parte 
d*un canto di Bagnoli Irpino: 

Gutà, cutoscia mmia, cutà cutoscia; 
Te si' 'nnammorata cu* dento bardasce. 
Quandu cammini tu, cutà, cutoscia, 
Mme pare 'na pecorella quanno pasce. 
Tu tanno te 'mmariti, cutà, cutoscia, 
Quanno lu Papa vene a benne' le casce. 
'Mmiezzo 'ssa strada nc'è nato *no chiuppo 
. Mo* ca nce arrivo nce faccio *na tacca. 
Nc'ò *sta figliola e mena vase a tutte, 
No' mme ne vole dà' pe* 'na patacca. 

Questo altro canto di sprezzo, Napolitano, ha le stesse 
rime della prima parte del canto di Bagnoli : 

Vi' quante mme ne fa chesta oca bascio! 
Vo' 'mmarità' la figlia e porta prescia. 

Po' va dicenno ca tene le casce 

Dinte nce tene 'e caccavelle 'e Sessa. 

In Airola alcune piccole varianti, v. 1, ne sa ffà'; o. 3, 
Dice ca li tene i panni 'uoascia; v. 4, Dinto nce tene i 
pignatelle 'e Sessa. 



^' 71 «^ 

XII. Navigo in mezzo al mare e non mm'infondo. 
Combatto cu' li Turchi e non mm'arrendo. 
Cadesse il cielo e subissasse il mondo, 
La fede che ti ho data io la mantengo. 

Chi sa di qual ballata perduta sia frammento questo 
brano, che lo stile dimostra di provenienza letteraria e 
la lingua non indigeno di Spinoso? Dicono in Arnesano 
(Terra d'Otranto) : 

Sei bella e puei ripingere lu mundu^ 
E donna com'a tie nu' tegn^ar core. 
Jeu mme minasse a mare a pizzu e fundu, 
Beddha, intr'a 'n'armata nu' mme 'rrendu. 
Se nei yenisse Rre primu e secundu, 
Palerà t'aggiu data e la mantengu. 
Se jeu *stu matrimoniu uu' raggiungu, 
Alle furcbe d'amore mme ba' 'ppendu. 

Cf. Col canto d'Airola che principia: Taggio dato la 
parola e te l* attenuo. 

Variante di Carpignano Salentino: 

• 
Fortuna, famme vincere 'stu puntu, 

Fammi videre 'sfamante ci pretendu! 

Possa venire Rrei Carlu Secundu, 

Paiora t'aggiu data e la mantegnu. 

Se jeu 'stu matrimoniu non congiungu, 

Alle furche d^amore mmi va' 'ppendu. 

A Paracorio si canta cosi: i 

Su gnu ni gru di facci, e schiavu su gnu. 
Ed alla vita mia non c'è ritegnu. 
Se navigu 'ntra l'acqua no' m'affundu ; 
Sugnu 'ntra la tempesta, e no' mi spagnu. 
A cu mi duna amuri, amuri dugnu; 
Ma pe' la troppu gelusia mi lagnu! 
Se saparrissi tu com'ora sugnu ! 
Pe' tormenti di lagrimi mi bagnu. 

Analogo ò quest'altro canto di Lecce e Caballino: 

Giurni fora pe' mmie, giurni sperlonghi, 
'Scera le cose mmei anni subr'anni; 
Quantu li timu jeu 'sti tiempi longhì. 



Mai sia cu pigghiu amore all'autri 'aneli! 
Tie navighi sutt'acqua e jeu subr'onde, 
Ma tegnu fede a 'ddiu ca na^ mme ^nganni; 
Se quarcbe giurnu, amore, mme confundi, 
La spentura te mosciu de tant^anni. 

Var. V, 3, Oh quantu timu ; v, 4, Te dannii Tamicizia 
e poi ringanni; v. 5, ju subbra Tondi; v, 7, Ci t' *ene 
'n autra amante lu cunfondi ; v. 8, La screttura le 
moscia. — Var. v. 4, 'Mecizia cchiìi nu' pigghi all'autre 
*andi. — Come questo canto, frammento di una leggenda 
perduta, ricorda i Re Angioini, cosi il seguente parte- 
nopeo mentova un Re Filippo: 

Arbore, cca ppe' mme si' fatto cippo, 
Comma li puoi soffrire tante botte? 
— » Non raggio perdonato a Re Filippo, 
** Mo' nce aggio *na pazienza de Giobbe. 
M Chi mme deva li fierri e chi li cippi, 
>* Chi mme tirava la causa a morte. 
* Si vo' fortuna ch'esco da 'sti cippi, 
« Do' tante mazze a chi mm'ha fatto tuorto **. — 

Var. V. 7, Se la fortuna i* n'esco. Variante di Lecce 
e Caballino: 

Arveru ci de mmie nd'hae fattu cippu, 
Quante pene mme dai, ieu le supportu! 
Ci mme 'ole 'n galera e ci a lu cippa^ > 
E ci mme 'ole cundannatu a morte. 
Patu cchiù pene ieu de Rre Felippu, 
Pe' lu superchiu bene ci te portu; 
Ci mme 'isciu scappata de lu cippu, 
Tagghiu la vita a ci m'ha' 'sciutu 'ntortu. 

Variante di Morciano : 

Patu cchiu pene ieu de Rre Felippu, 
Pe* tie la vita mmia minu de scioccu. 
La galera nu' curu e nu' lu cippu. 
Voglio ammazzare ci mme tene 'ntortu. 
Vogliu lu sangu soa cu mme nde 'lliccu, 
E poi cu bcgna puro de sceroccu. 
Cchiù nu' sse pata comu Rre Filippu: 
moru mori: sfodera lu stoccu. 



-> 73 •<^ 

Credono i briganti leccando il sangue dairarma omi- 
cida, di minorare i rimorsi. Un frammento Spinosese di 
canto politico e bellicoso mentova le invasioni di pirati 
turchi, e forse la campana fusa da Rp Manfi*edi in- 
torno alla quale vedi Matteo Spinelli: 

A l'armi ! a Tarnii ! eh* *a campana sona. 
Li turchi so' arrivati a la marina! 
Ci teni li scarpi rotte ssi li sola, 
E ci li tene vecchie, ssi li facessa nove. 

Vedi il canto d*Airola che incomincia: Susimmoce, 
Ninno mmio^ ca è ghiuomo chiaro. 



XIII. Nu' jè Rre e porta 'a crona 

Nu' jè rilogio e sona. 

È un indovinello: vuol dire 'VGaddo (il gallo). Ecco 
alcuni altri indovinelli (cose^coselle) di Spinoso tutti. 
(Per altri indovinelli vedi la nota al primo canto di 
Airola): 

a) Saccio 'na cosa-cosella, 
Tanta fina e tanta bella; 
E bella si nu' jè, 
Addivinatila echi jò. 

Si nu' 'ntrase apprima jessa, 

Nu' 'ntrase manco 'na Principessa. 

— *A Chiave (La Chiave). 

b) A 'mmenza notta, susati, susati : 
Tutto barbuto, e barba nu' ha, 
Tene la crona, ma Rre nu* jò, 
Tene Tasproue, e cavalier nu' jè. 
Addivinatiio mo' chi jò. 

— 'U Gaddo (Il Gallo). 



-^ 74 <^ 

e) 'Na fifirrecchia 

Faci giù vini a li viecchi. 

— *U Rasulo (Il Rasoio). 

d) Rittori e Mduttarati, 

Ci jò la vecchia a ra 'na mese nata? 

— *A Luna (La Luna). 

e) Senza pieri camminava, 
Senza culo si siria, * 
Senza lenga ni parlava: 

Cumi cangaix) facia? 

— *A Littra (La Lettera). 

f) Corri no, corri no quatti frati, 

E nun smarrivano l'uno cu* Tati. 

— ^U vinnilo (L'Arcolaio). 

g) Nei stanni rui punni ri sustegno, 
P'alimiQtà' la vita a chistu munno; 
Pregi belli r^ammore so' chiamati ; 
Ritturi siti si i'adduvinati. 

— Li Henne (Le Poppe). 

h) Sottra ^nu ponte ri bell'acqua 

Nc^è 'na ronna ca si sciacqua; 
£ si sciacqua lu ^ngiamlardino ; 
Figlio ri Rre chi Tinduvìna. 

— 'A Ranonghiela (La Ranocchia). 

i) Sott'a 'nu ponte ri bell'acqua 

Nc'è 'na ronna macrintina; 
Tene rocchio ri la gatta: 
Savio jè chi l'addivina. 

— 'A Ranonghiela (La Ranocchia). 



-^ 75 •<k- 

XIV. dio! chi putere ch'ha lu sole, 

Ra rocchio nun ssi faci sigguardare. 
Si lu sigguardi quanno jè sireno, 
Cu' rocchio ti fa piange' e lacrimare. 

Variante di Sant'Eufemia (Calabria Ultra Prima): 

Gnarde bedhizzi chi porta la suli! 
Non ss' 'assa di nesciunu risgoardari. 
Cu guarda pe' lu cela, Tocchi chiudi. 
Subitu Bsi li minti a lagrimari. 
Ugni arburi sei preja lu bo' ghiuri, 
Ugni 'cedhuzzu lu bedhu cantari ; 
E tu, figghiola, ti preji Tonuri, 
Comu lu suli ssi preja li raji. 



XV. Palazzo, ca sei alto quattro miglia, 
Abbassati 'nu poco quanto io saglia. 
Dinta nei sta la mamma co' la figlia. 
Ca di bellezze lu sole commoglia. 

Saglia^ questa uscita del verbo salire, non esiste in 
basilisco, nel linguaggio usuale. Commoglia, copre. — 

Variante, di Spinoso anch'essa: 

Vurria sagir a lu cielo si putessi, 
Cu' 'uà scalella ri trecienti passi. 

Si la scalella mmia nun ssi rumpesse, 
Pigna a lu cielo la farria salire. 

Palazzo ca si' auto quatto miglia, 
Ribasciati 'nu poco, quanto saglio. 

Intra nei stai la matra cu' la figlia, 
Ca ri billizzi lu sole cummoglia. 



-^ 76 •<^ 

Vai lu sposo e ssi la chiama a canto: ^ 
— « Citta, NiuDella mmia, starai cuntenta; 

« Ti voglio fare 'nu lìetti galante, 
« Addù* nei pigli lu friscu pulente ». — 

Analogo di Cab ali! no : 

Donna, percè nu* ^nchiani *stu scalune? 
Le cuntenenzie eoe l'ha' mise a fare? 
La mamma toa nun bole te mariti: 
Ca *nu fìgghiu de Re te yole dare. 
Cu te caccia le musche da lu sule, 
'Nu vastasieddhu nun te po' mancare. 

Vastasieddhu^ facchinetto. Var. t?. 3-4, Mammata t'ha 
truatu 'nu barone, 'Nu figghiu de Regnante te 'ole dare. 



XVI. Povero zappatore, zappa zappa, 
E mai la sacca sua turnisi portai 
La sera ssi ritira 'ntappa 'ntappa, 
Ssi leva li scarpuni e po' ssi corca. 
Vai la mugliera e li daje lo vraccio : 
— i Leva, mog'liera mmia, so' mienzo muorto 
I Piglialo lu varrili e vanci a l'acqua, 
« Fatti la tenta, ca i' so' muorto • . — 

^Ntappa 'ntappa^ lemme, lemme. La tenta, la tinta 
del bruno. — Analogo, in quanto raccomanda di prepa- 
rare la gramaglia, è questo canto di Lecce e Caballino: 

Amante mmiu fedele, te prepara, 
E le robe de 'lluttu te precura. 
Lu vandesciare mmiu foi la campana, 
E lu spusare mmiu la sebetura. 
Mme prepara lu 'genzu culla bara, 
L'urtema pompa mmia, la sebetura. 



•^- 77 •<^ 

Numerosi canti deplorano la triste condizione del- 
l'agricoltore. Eccone un altro pur esso di Spinoso, quasi 
la risposta della moglie a questo lamento dello zap- 
patore : 

Yurria diventare spitalera, 
E no^ mugliera de 'nu zappatore ; 
Quann* ssi ritira da fora la sera, 
Ssi mette a lu puntone ca ssi dole. 
Ch'ha da rafare la povera mugliera? 
Co' la tovaglia l'annetta lo sudore. 

Un canto della Calabria Citeriore, fa una pietosa de. 
scrizione del povero contadino indebitato e spinto alla 
disperazione : 

* Io chiangu, amaru iu! quant'aju de dari ; 
Nun mi resta 'uu filu de capilli. 
Nun puozzu cu' la genti praticari ; 
Ugnunu chi mi sconta: — •« Avissi chilli? *» — 
Io mi vuotu cu' 'nu buonu parrari : 
— « Oje li dugnu a tia^ dumani a chillu? » — 
Ca si alla chiazza mi faciti stari, 
Iu a pocu a pocu vi ni pagu milli. 
Si mi faciti pua sempri 'ngrignari, 
Iu mai né pagu a tia, nò pagu a chilli ; 
Ma mi fazzu 'na mazza e 'nu cantaru, 
E a tia ni dugnu sette, e cientu a chilli. 



XVII. Riccio d'oro nato pe' la mmia testa 
Giuvinjello nato pe' Tammore mmio, 
Quanti ni so' nati e n'hanno a ra nasce' 
Tutti so' belli, ma no' cumm'a tia. 
Mo' lu sole nce voglio addomannare 
Ca isso ha cammenato cchiù dì mmia; 
La luna pure nce voglio 'ntirrogare, 



->• 78 <^ 

Se n' ha beruto \i cchiù bello de tia. 
Chesta mmi risse: — « Siente, nenna mmia, 
I lè troppo bello e no' ssi po' lassare » . — 

Analogo di Lecce e Caballino: 

Arveru de bellezza carrecatu, 
Gioveae bellu fattu a voglia mmia; 
Quanti! mme piace lu tou camenatu, 
Quandu passi de 'nnanti a casa mmia. 
Si' bellu, si' pulitu e si' 'ngraziatu, 
E la toa mamma t*ha surtu ppe* mmia. 
Mancu 'nu Rre ci mme dunaa 'nu statu, 
Jeu mancu cu' 'nu Rre te cangeria; 
Jeu nu' te cangiu, statte scuscetatu, 
Pi' prìncipe o barone, e sia ci sia. 

Var. t?. 8, Cu' 'n autru amante nu' te; t?. 9-10, Pe' 'n 
autru amante nu' te cangeria, Principe, cavalieri e sia 
ci sia. — Analogo di Paracorio: 

Arburu carricatu d'alimenti, 
Pe' tia ssi perdi la persuna mia. 
Littari mi mandavi cu' lamenti, 
Ca tu m'amavi e jeu no' \\x sapla ; 
Ora, coruzzu meu, sta allegramenti, 
Cu' grazie e cuutentizzi unita a mia; 
Yogghiu ma dassi amici e li parenti, 
Nudhu t'ama di cori comu a mia. 

Variante d'Aci: 

* giuvineddu chinu d'alimenti. 
La to beddizza cuntrasta ccu' mia; 
Mi lu mannasti a diri onestamenti, 
Ca tu m'amavi e iu non lu sapia; 
Ora lu sacciu e ne sugnu cuntenta, 
Diu v'allonghi li jorni, anima mia; 
Li vostri amici e li vostri parenti, 
Nuddu v'ama di cori quanta a mia. 



->• 79 •<^ 

XVIII. 'Scivi a la chiazza e fui addummannato: 

— « Ri quala ronna so' 'ssi rui capilli? • — 

— « So' di la primma ronna ch'aggio ammata, 
« Chella chi tanti beni mm'ha buluto i» . — 
Tre cose nu' nsi ponno abbandunare, 

La patria, rammicizia e 'u priramo ammore. 
La patria e l'ammicizia s'abbandona, 
Lu primmo ammore nu' nsi lascia mai. 

C'ò chi invece di La patria, canta: Lu paM. 



XIX. Sera passai pi' 'na strata nova, 

'Minai 'na rosa 'mpietto a nenna mmia. 
Ssi n'addunavi la mamma mariola. 

— 1 Chi t'ha dato 'ssa rosa, figlia mmia?» — 

— « mamma, mamma, nu' pinzare a male, 
« La rosa mmi l'ha dato 'u ninno mmio • — 

— « figlia, figlia, nun ti sci' a firare, 
« Ca l'uommini so' tutti trarituri i . — 

..." Nun ti lu rissi, ronna, nun mm'ammare, 
« Ca so' frastiere e mmi n'aggio ra ire? 
« Lu furastiere vai cumm'a lu niglio, 
• Ca osci l'hai e crai va ti lu piglia. 
« Lu furastieri vai comm'a lu groje, 
« Ca osci l'hai e crai va ti lu trova • . — 

Ecco una tenzone fra due amanti che hanno scon- 
chi uso il matrimonio : 

bella ca mm 'animavi e mm'hai lassato 
Mm'haj' arrubbato lu core e si' pentuta. 
Yurria sapere quanti cori aviti 
Oh 'a ogni ammante *qu core runate. 



->• 80 -^^ 

Quanno ti vitti e mmi ni *nn ammarai. 
Ri boni accordi fummi tutti dui. 
Ammante, animante, nun mmi lu criria; 
Chieni ri *nganni jera lu tuo core. 

— •♦ 'Na vota mmi piacisti e i' t'ammai, 

rt Mo' nu* mmi piaci cchiune e non ti voglio ». 
La ronna ca nu' bole accuuzintire. 
Vene ^nu juorno e ss'ha da cuntantare. 

— • Appriesso, appriesso ti fazzo vinire, 
M Cumm* a *nu cane ti fo pantisciare. 

M Fatti lu cunto e spezzati li taglie, 

•« Sentilo chiatto e tunno: /* nw' ti voglio ». — 

Lu juorno vene ca ti pinti rrai, 

Ti vattirrai lu core: Oh dio! chi fici! 

Meglio ammante ri te i* lascio e trovo, 

Ma *n ato cumm'a mme nu' truvirrai. 

— « Vero ca ss'uoccbi toje fauni battaglia, 

« Cummi ti vuo' piglia' 'st'anima mmia? « — 
Chi faggio fatto nu* mmi puoi virere, 
Nummeno mmi vuoi sente 'nnumminare? 

— « Ammante, ammante, nu* la vuo' finire? 

« Tu sempe, sempe mmi vuo' trimintare? » — 

Ti pozza trimìntà* lu panticore, 

Ca mo* trimenta cbistu core mmìo. 

Ma sientì: a cbistu munno, *u trarimento 

Ssi chiangi cu' duluri e cu' lamienti. 

Altra tenzone analoga villanissima: 

Uomo: Ta mamma t'ha bantata ca si valia, 
Quanni camini pari 'na fica molla ; 

'Mpietti li ppuorti i^oje 'arrafinelle 
Pi' t'abbaguà' ssa faccia rì cavallo. 

Donna: Stattiti citto, cemmice fitente, 

Nu' hai riuari, e po' vuo' feti tanto, 

'Ssi quatti muri fraciti ca tieni 
Nun so' li toje, ca so' 'mpìgnurati. 

Avivi 'uciucciarieddo e t'hai vinnuto 
Mo' vai accavaddo a 'na e rapa cicata. 

Uomo: Cci buoi cantare, maliva abbattuta 
Figlia ri sbrigugaato parintato. 



-> 81 -^r 

Cu' *s8a gran rota tua ri tre tu misi ; 
Va ti raccatta, va, la grattacasa. 

Lu resto po' tu mitti 'nt' 'u pirtuso 
Addù* li mosche fano jessi e trasi. 

Donna: Oh cci buò" cauta* tu, *stu sfiudizzone, 
Lu primmo sciucatore ri li carte. 

Ti dd'hai sciucati li sustanze toie, 
E ti vulivi jucà* la vita mmia. 

Uomo: Ohi cci buò* cauta' tu, *sta tuppi tesa, 
Nun sai tira' la greppa a la cammisa: 

*Sta 'ammi-torta, 'sta sceppa-lattuca, 
Chella ca vai viunenno li sarache. 

Donna: Quanno vulia a tte, tann^era beila, 
E mo' so' brutta, picchè nun ti voglio. 

Va ti la trova, va, ^n'ata cchiù bella: 
Oh sbinturata a jedda a cci ti piglia! 

Nun sai nu' llegge e scrive, e nu* pparlare 
Scrianzatone, brutto, malacera. 

Altra tenzone analoga: 

Ammore mm*hai lassato, e ti ringrazio, 
Mm'hai fatto 'nu piacere, oh echi survizio ! 

Chessa ch'ammi tu mo', chessata è grazia : 
le pure cumma a te senza giurizio. 

Chessata già tu mo' la puorti 'ncinta: 
Megli amanti ri te stani qua 'nnanti. 

Mmi n'aggio acchiato 'nato cchiù cu' grazia, 
'Nato meglio ri te senza malizia. 

Li cchiavi ri In petto mm'ha dunato, 
Yole chi apro e chhiro a gusto mmio. 

Ri una cosa mmi n'ha riprihato: 
Vele ca i' nu' parlo cchiù cu' tene. 

— « 'Sciate ricenno, cara, echi nei siete, 
«« pure ri 'nu buono parintato. 

« 'Ssignatimiddi 'sai fonni ch'aviti, 
«* puramente 'ssi cienti meati ». — 

Cu' tutto chisso lassa fare a dio: 
La puvirtata nu' scensa la sorte. 

Cauti Popolari, 111. t 



-^ 82 <^ 

L'imagine delle chiavi, contenuta nel quinto distico di 
questo ultimo canto^ trovasi pure in quest'altro di Spi- 
noso : 

Chiavuzza r'il mraio cor, chi apri e ferma, 
Rilìcatella mmia cchiù di 'na parma! 
V suspiranno vavo notte notte, 
Ogni puntone 'nu suspiro jetto. 
Mmi scuri 'nt'a *nu bosco acerbo amaro 
Addii* nu* piglia nu* sole e nu* luna. 
Pi' fama mmi la trovo Terva amara, 
Pi' seta mmi li bevo li mmei sururi. 
Pi' sotto mmi la trovo *na pietra nchiana; 
Pi* cuprimiento la tua fortuna. 



XX. Ti preho, bella mmia, caccia li cani, 
Mm'hanno abbajato a ra 'mmieuzo a la via 
Mm'hanni strazzato' tutti li stivali, 
E lu cavuzone ca meglio ch'avìa. 
...La geute vai ricenno ca nn'amamo, 
Ma noi a mala pena ni virimo. 
Ammami, bella, si n'ham 'a ra 'mmare. 
Già ca la uummiuata nui n'avimo. 



XXI. Tutta 'sta notte voglio jire cantanno, 
La voglio fare la nottata tonna. 
La bella mmia mmi staje aspettanno, 
E staj' a la funestra morta ri suonno. 



-^- 83 <r 

Ti prego, ammore mmio, trasiti nne, 
No' vog'lio ca pi' mrae pierdi In suonno. 
I' t'aggiò ammato juorni, misi ed anni, 
Mo' faggio a perde' pe' 'n'ora de suonno. 

[Veniva cantata, come se fossero tutt'una cosa, con la 
sestina seguente : 

'Ssu 'vantisi no ca pnrtate avante, 
Mmi pare una spera ri sacramento. 
Vai lu vieuto e ti lu joca 'nnante : 
Cintura riiicata, ucchi trasenti! 
Sotto a 'ssu 'vantesino chi nei puorti? 
Quanno nni Tham' a fa* *ssu carnuvaro ? ] 

Variante di Pietracastagnara alias Pietrastornina: 

Tutta 'sta notte vogl' i' cantanno, 
•Tutta 'sta notte la voglio ffa' tonna; 
Tengo nennella che mme sta aspettanno. 
Sopra 'na fenestrella morta de sonno. 
— -Te prego, nenna mmia^ trasetenne, 
» 'A troppa serenella te ffà danno, 
« T'haggio ammata anni e mese e giorne, 
tt Mo' t'avesse a perdere pe' 'nu sonno »•. — 

A Saponara cantano: 

Tutta 'sta notte vollio 1* cantenne, 
Cu' lu cumpagno mmio lu cchiù firele; 
Fumo 'ramienzo la chiazza, e n'abbintemme; 
Viremm' 'na fìnistrella chi lucia. 
Ne' era 'na fìgliolella senza mamma; 
Stava a la nura, e curcà' si vulla. 
Tanto di lu sbiandore di le sue carni, 
Jera la notte e lu juorm) parla. 

Abbintemme^ riposammo. Lezione Chietina : 

Tutt' la nott' voi' andar' cantenn', 
E fiu' a la calat' de la lun'. 
Ss'affacce la mia beli' e mi la dice : 
— » Arritiret', beli' mi, che or' è temp' ». — 
Ninna me', ne' me pozz' ritira'. 
La bona ser' ti vojj' lascia'. 



-^- 84 ^ 

Tant* te ne lasce di bon^ ser\ 

Tant' fiur' 'n terr\ steli' a lu cel'; 

Tant' te ne lasce di bonanott\ 

Pe' quant' a Rom' ce sta fenestr' e poii;\ 

Cantano a Lecce e Caballino: 

Desira mme mandaranu cu cantu, 
A 'na stradella ci jeu nun sapia; 
Ddhai nc*era 'na carusa senza mamma, 
'Ssettata a 'na lucerna e sta cusia; 
Et era 'janca et era beddha tantu, 
Ga era notte e mme paria ca è dia. 

Varianti, v. 3, Nc'era 'na caruseddha; v. 5, E bera 
'janca e bera russa tantu ; v, 6, Ca era notte e giurnu 
cumparia. — Destra^ ierdassera. Carusa^ donzella. I due 
ultimi versi si riscontrano in un canto Veronese: 

— <« E te gh'avei la carne che sluzeva, 
•• L'era de note e giorno me pareva». — 

Variante Caballinese: 

Desira mme mandaranu cu cantu, 
Intra a 'na strlttuliccbia e nu' bedia ; 
Ca poi 'iddi 'na stiddha beddha tantu, 
Ca era notte e mme credia ca è dia. 

Analoga, da cf. colla nota al canto di Calimera che 
principia: Cu' *nu spadillu d^oru fai la scrima: 

'Egnu a cantare de 'sta cantunera, 
Ci è larga de la porta tre scaluni ; 
Ne' ete 'na donna quantu 'na galera, 
Nata sulle muntagne de lu sule ; 
Alla soa canna porta *na catena 
De rubini, diamanti e perle brune; 
Alla soa casa nun ci 'ole lumera, 
Ca li soi carni schizzanu splendure. 

Varianti, v. 2, E largu; t?. 3, 'na donna beddha, 'na 
galera; v. 4, tra le muntagne; v. 5, curamene catena; 
V. 6, Cu' rubuni. — • Variante edita, dell'Italia Centrale: 

* Voglio cantare in questa cantone ra, 
Poco distante dalla tuo balcone; 
Bellina, tu che porti la bandiera, 



-> 85 •<^ 

E porti lo stendardo dell' amore ; 
Porti *na treccia e par la Maddalena, 
Gli occhi nerelli assomigliano al sole. 
Quanto t'ha fatto bella la tua mamma! 
E che dipinga te, non c'è pittore; 
E te dipinga con colori bei. 
Oh dio^ quanto piacete agli occhi miei ; 
E te dipinga d'angolo con Tale, 
Siete bellina e la grazia yi vale. 



XXII. Voto chisst'occhi 'nttorno, vero e moro: 
Moro ca nu' la vero, a 'mmato bene. 
Pi' la campagna vani li lamienti ; 
E la gente si crere ca 1' canto. 
Nu' canto ca mmi vene ra lu core, 
Fazzo pi' la spurtà' la fantasia. 
Lu cardilluzzo chiuso 'nt'a la gabbia, 
Nu' canta p' alligrizze, ma pi' rabbia. 
dio! dio! e chi suspirì amari! 
Quanno ss' han' a fimi' 'sti mmiei riluri? 

Riuniremo qui alquanti frammenti incompiuti di canti, 
raccolti a Spinoso: 

a) Ammor, si mmi vuoi bene^ fammi segno. 
Vota lu facciuletto a Tata banna. 

b) L'ammante ch'ò fìrele, yai e torna: 
E si nu' poti 'i suspiri manna. 

e) Patrona cara, faccia ri ricotta, 
Ohi fauni scapulà' ch'è fatta notte. 

Scapulà% cessar dal lavoro. 



->• 86 ■<^ 

d) Ricuordi, ammore, quanno mmi viristi, 
Quanno ri ruocchi mmei t'innammurasti? 
Cu' 'na spera ri sole mmi viristi, 

Cu' 'uà spera ri luna mmi parlasti. 

e) Sera passai, e tu, bella^ rurmivi, 
Nun ti putetti rà' la bona sera. 

f) Si jè spina ri rosa nu' jè niente ; 
Si jè spina r'ammor nun sana mai. 

g) Vurria scittari 'nu suspiro all'aria, 
Adduvi stai mo' la mmia mimorra. 

NB, Parecchi canti di Spinoso essendoci sopraggiunti 
dopo cominciata la stampa della raccolta presente, ra- 
duneremo in questa nota tutti che sono varianti di can- 
zoni pubblicate già nel primo volume. 

a) — « Dio! quanta jè brutto Taspittare 
M Ongni mumento pare ca mo' vene. 
«* Ma si' nu' ben pochi poti stare, 
M Cu' li filici spranze mmi mantene. 
** Avia 'nu core e lu runai a tene ; 
« Roppi runato nu' nni fui patrona »». — 

— »» L'avissi vista la mmia brunittella, 
« Chella ca 'mbietto porta lu trisore? 

— '• L'aggio vista a l'aria 'ntra li stelle, 
M Facia la capurala ri lu sole. 

M A mano manca porta rurci anielli 
« A mano restra 'nu spicchiello r'ore «. — 
-^ « Nni voglio addummannare a li vicini, 
♦» Si puri mmi ni ressiro bona nova ». — 

— « La via ri la chiesa l'aggio vista, 
« Ginucchiuni a l'autare maggiore. 

« Una parola li sintivi rire : 

« Dio^ fammi sta* buono *uprimmo ammoref, — 

Rurci, dodici. Cf. col canto di Airola che principia: 
Quante rigaggio viste 'sta matina. Variante di Spinoso 
anch'essa: 

— «« Chi avesse visto la mmia brunnittella, 
«< Chella ca 'mbietto porta lu trisore? 



-^ 87 -4- 

M A mano restra porta rurci anielli, 

« A mano manca 'nu spicchielio r'oro ». — 

— « r l'aggio vista all'aria *ntra li stelle, 
« Facia la capitana ri lu sole »». — 

b) Maritati, maritati, runzella, 
E pigliatilo lu fabbricatore! 
Ca ti la faci la casuccia bella, 
Cu' la funestra pi' nei fa* a l'aramore. 

Cf. con un canto di Lecce e Caballino in nota a quel 
di Calimera che incomincia: Negete *na donna e sse 
tene alU celi, 

e) V l'aggio ritto a mamma e a tata pure: 

— •« A la taverna nu' mmi nei mannare; 
« Ca nc'ò lo taviruaro malandrino, 

« Rai la robba e nun boli rinare h. — 

Y. varianti partenopee ed airolesi, in nota al canto di 
Sturno che principia: Bella figliola ch'è sabbato oje* 

d) Oh dio, ca e ri asti li rinari. 
L'hai criati a fa' 'nfilici cori. 
Cummi a la bella nu' nni vuoi tu rare, 
E po' nei crei la brutta carca r'ore. 
Manco a la chiesa nu' la puoi purtare : 
Viri li belle e ti squaglia lu core. 

Vedi il canto d'Airola: Ha* 'juto a cagna' la bella 
pe' dinare, 

e) Vurria rivindare verda spina, 
'Mmienzo a la chiazza mmi vurria piantare; 
Po' nei varchesse chillu ninno mmio; 

Pri cavuzunciello lu vurria tirare. 

Iddi ssi vota e dice: — « 'ddio mmio! 

«« 'Sta verda spina nu' mmi vo* lasciare »«. — 

— « r nun ti lasso, ca ti voglio bene ; 

« Ammami, ammore mmio, ca pe' te moro »•. — 

Vedi una variante di Pomigliano d'Arco in nota al 
canto di Airola che principia: Yorria addwentà* 'no 
soricillo. 



^- 88 «^ - 

f) Sera passai pi' 'nt'a Muntisano, 
Un prevuto cumbissava 'na figliola. 
Facia a mente ca la cumbissava, 
Ma 'mbietto li guardava li bittuni. 

— « A Munsignore ti vavo a 'ccnsare! » — 

— •♦ Mmi levo la tabarra e i' mmi 'nzuro »». — 

Montesano, terra di Principato Citeriore. Vedi una 
variante di Bagnoli Irpino, in nota al canto di Alrola 
che principia : V che disce lo Monaco a la Sora, 

9) Figghiola, cu' 'ssi ricci 'ngannulati, 
Sopa a chiss'uocchi belli li tinite. 
Vene *nu juorno e vi li pittinate, 
Tremarla terra quanni Tassuglite. 
Quanno lu matino vi susate, 
Trema la terra quanno vi vistite ; 
Quanno camini tu pi' 'nt' a la casa, 
Povero ammante tuo cummi riposa! 

Vedi le note ai canti: Gessano, che incomincia: CapelV 
d^or* e cap* 'nnanellaV \ ed Aìrolese, che principia: 
Figliola, ^ncoppa a jastico chiamata, 

h) 'Mmienz' a 'ssu petto nc'è nata 'na fonta, 
Lu Papo nce ha dunato l'acqua santa. 

— «* Chi ha da pigliar! acqua a ra 'ssa fonta, 
« Ha da sburzà' rinari ri cuntanti *». — 

Ma li rinari mmiei su' sempe pronti, 
Ma a te t'^^^^ & gurè' figno chi campo. 

Vedi la nota al canto di Calimera che comincia: Intra 
'sta corte cummene *nu ponte. 

i) 'Nu povri giuviniello ch'ha patuto! 

A ra Tammante è stato abbandunato. 
Pe' lu rilore ssi sintia murire, 
Pi' lu rilore ni cari' ammalato. 
La mamma lu chiangia cu' doje cannele, 
E ne' erni roje surelle scapillate. 
Tutti chiangieno: — « Figlia! caro frato! 
<* La giuvintute tua l'hamo pirduta ». — 
Quanni lu sente la sua cara zita, 
Piglia lu panno pi' lu ire a brere. 



-^ 89 •<- 

Piglia lu panno pi* lu ire a brere, 
Ch'ha cumpietaie ca pi' jessa more. 
Ma qua.nno fo a lu ^mmienzo ri la scala, 
L'ammante ssi nn'addona a la pirata. 

— « mamma, mamma cara, è gioja bella! 
M mamma, mamma, viri ca mo* vene ». — 

— •« figlio^ figlio, è la tua cara ammata, 
** Chella ca t'ha purtato a lu murire«. — 

— (t mamma, mamma, nu' la straziare, 
M Piglia la seggia e lassala sirere »*. — 

— « figlio, figlio nu' lo pozzo fare; 

*» Nu* biri Tuoglio santo ca mo' vene?» — 

— «♦ Nu' boglio uglio santo e nu' cannele, 
« E manco voglio trono ri campane. 

M Voglio purtato 'mmienzo a chella scala, 
M Addù' nni sagli lu mmio caro bene. 
« Oh vieni, ammore mmio, ca i' t'aruro, 
*» 'Mmienzo a li b razze toje voglio muri re ♦». ~^ 

Vedi il canto di Calimera che incomincia: M(^ria 'nu 
giovenettu pelVamore, 

j) Vurria pi' 'sta funestra mo' saglire, 
r cummi nei saglivi Tata sera. 
Lu core tuppe^ tuppè mmi facia, 
Sindennini chiamare, gioja cara. 

— » Ammore, ca si' abbascio^ saglitinni, 

«* Ma ca j'è giuto a lu rusario mamma». — 

Piglio la scala e mmi n^anchiano sopa, 

Truvai la bella ca facia lu lietto : 

Cuscini r'oro e cotri ri villuto, 

Cu' 'na cammisa 'janca 'mpusimata. 

r mmi chiecai e li tuccai li menne, 

Jessa si rivulò tutta scantosa. 

— «• caro ammante, addù' nni si' trasuto?» — 

— « Pi' li porte r'ammore, gioja mmia». — 
E jedda mmi vasavi e mmi ricivi : 

— « Spogliatti, ammante, e corcati cu' mmica ». — 
cci nuttata, o cci nuttata bella! 

Quanni nni l'ham' a fare 'n 'ata vota! 

Vedi tutta la nota al canto di Gessopalena, che prin- 
cipia: r vad' a spass^ e facce ^nu beW camin\ 



^- 90 •4- 

k) MegDO *nu laccio r'oro a *na pirnici : 
Cu^ li mmiei fini *ngegDÌ Taacappai. 
Ropp' ancappato la caggia li fici^ 
Ri pietre prizì'ose la guarnai. 
Po' sei misi 1' 'Mpalermo stìzi, 
A la turnata nuti ci la trovai. 
Ma r' *a pernicia i* nun mini lagno tanto, 
Quanta i* raccummanuata la lasciai. 



BAGNOLI IRPINO 



(PRINCIPATO ULTERIORE) 



I. Abbascio Fontana g'è nato 'na fico, 
L'aggio guardata re vierno, e de stata; 
Sse n'è venuto 'n ato caro ammico, 
Mme la vole leva' la 'nnammorata. 
Se no' mmi fosse tanto caro ammico, 
'Mbietto li ehiaveria 'na scioppettata! 
Si dice che pe' 'na polleve l'aggi' accise, 
Per una donna mmi so' disertato. 

Riuniremo in una nota parecchi canti in cui si parla 
d^amore sotto Tallegoria d^un albero. Dicono a Napoli: 

Tengo 'nu nuoce-pierzico alla vigna, 
Matina e sera lu vago annacqua'. 
Mme ne parto 'u sabato 'e sera, 
Mme ne vengo 'a dommeneca 'e mattina. 
Trovo 'u nuoce-pierzeco seccato, 
Mamma chisto è 'u primmo ammore, mm'ha lassato. 

Dicono a Lecce e Caballino: 

'N arveru all'uertu mmiu aggiu chiantatu, 
'N arveru ci sse chiama Primu-Amore, 
Culle lagrime mmei Taggiu Mdacquatu, 
'Ddacqua, 'ddacquandu nde nasciu 'nu fiore. 



'^- 92 <- 

'Mme nde *scia la mattina a spasseggiare, 
Sulu mme la gudia lu magnu "udore. 
Quandu "inneru li frutti a maturare, 
'N autru de intra e jeu mme 'cchiai de fore. 

Variante di Lecce e Caballino : 

*N' arverettu chiantai allu sciardinu, 
'N' arverettu chiamatu Primìi- Amore, 
Ca quandu nei seccau lu gersuminu, 
Nun ibbi tanta pena intr'a lu core; 
Quanta perdendu a tie^ curaddhu finu, 
Ca tandu sse seccau lu Primu^ Amore, 

Altra variante: 

"N arverettu chiantai a mmiu giardinu, 
'N' arverettu chiamatu Primu- Amore; 
Cu* le lacreme mmei l'ibbi a 'ddacquare ; 
'Ddacqua, Mdacquandu mme cacciau *nu fiore. 
Dda 'nturnu mme nde 'scia a spasseggiare, 
Jeu sulu mme gudia lu belPudore ; 
Ma quandu 'rriai lu fruttu pe' pruare, 
Autru sse trova d 'intra e ieu de fore; 
Morte percè nu* bieni e mme *ddeppari, 
Mo' ci lu bene mmiu cangiau d'amore? 

Variante di Spinoso: 

Arbro ca tanto caro ti ti ni a, 
r t'arracquavo cu' li mmiei siruri; 
Mo' so' siccati li frunne e li rami. 
Li fìuri l'hano perso lu colore. 
Nu' nc'è ch'arracquà' cchiù ; l'acqua e firnuta, 
Puri li ranchicene so' siccate. 

Variante di Arnesano (Terra d'Otranto)^ edita d&l De- 
Simone : 

* 'N arvirettu chiantai a lu mmiu giardinu, 
'N arvirettu chiamatu Primamore; 
E cu' li mmiei sudari l'addacquai, 
'N capu de l'annu mme caccia 'nu fiore. 
Lu fiore mmiu nisciuau lu 'ddurau : 



-^ 93 <- 

Sulu mme la gudla la magna 'ddore. 
Ma quanda 'scii lu fiore pe' pigghiare 
*N autr' amante de intra, e jeu de fore. 

Chiamai^ piantai. 'Bdurau^ odorò. ^ Ddore ^ odore. 
*Scii<, ascii, andai. — Analoga di Napoli : 

Arbore peccerillo io te chiantai, 
. . Poi t'arracquai co' li mmiei sudori. 

Vene lu viento e ne sceppaie 'na rama, 

Lo meglio frutto perde lo sapore. 

Ora che il frutto mmio cchiù non vale, 

Isso ha perduto lo doce sapore. 

Viene morte, quanuo a voi piace, 

Che Tammante mmia ha cagnato ammore. 

Var. V, 3, e ne spezzaje li rame; v. 4, La fronna 
verde ha cagnato colore; v. 5, Lo frutto doce è deven- 
tato ammaro; v. 8, Cosi nennello mmio ha cagnato am- 
more, — Variante di Lecce e Caballino : 

Arveru ci te tinnì tanta caru, 
T*aggiu 'nacquatu cu* Ila mmiu sudore; 
Nd'hanu cadute le stanghe e li rami, 
Le fronde tramutate de culore; 
Morte percè nu' bieni e lu deppari, 
Mo' ci lu bene mmiu cangiau d'amore? 

Altro canto di Lecce e Caballino : 

'N arveru nei chiantai subra 'nu monte, 
Pe' vedire soi radiche cuntente. 
Subra de nui nc'è tanti de nemici, 
Stima nun hannu de nostri turmienti. 
— «Cu nei sienu tu lassa li nemici, 
•• Quandu morte nun c'è li guai su' nienti **. — 

Canto analogo di Monteronl : 

Mme misi a nutricare *na cirasa. 
Culli mmei stenti e culla mmia fatla ; 
Beddha è la cima, cchiù beddha è la spasa, 
E cchiù beddhi li frutti ci facia. 
Oh diu ci la tenessi 'nnanti casa, 
Quandu vulissi mme la 'ddacqueria! 
Nde passa *n autru amante e nde la rasa, 
Addiu la tiempu e li sudori mmia! 



^. 94 K^ 

Analogo d*Arnesano (Desimone) : 

* Mme misi a nutricare *na cirasa, 
Cu' li mmiei stenti, e cu' la mmia fatia; 
Bella è la cima, cchiù bella la spasa, 
Ca cchiu megghiu la ccogghere facla. 
Diu mmiu! ci la tinissi *nnantl casa, 
Ni dia l'acqua quandu la vulla. 
Nde passa 'n autr' amanti e nde la rasa, 
'A troa li stenti, e la fatia mmia! 

'A troa^ va, trova, addio. Altro canto Morcianese 

Mutu tiempu 'na rosa cultivai, 
Cu' 'randissimu stentu e cu' sudore. 
De lagreme de sangu la bagnai, 
Foi fedele custode a tutte l'ore. 
'Nu giu^nu, oh diu! ca statu nu' sia mai, 
Andai pe' passeggiare al grato odore; 
Còta, miseru mme, iu la truvai, 
E mme restau la spina intr'a lu core. 

Sic vos non vobis di Lecce e Caballìno : 

Pigghiai 'na petra e fici 'nu mulinu, 
Ma 'n autru quantu vinne e 'ntramusciau ; 
'Chiantai 'na vigna e nu' pruvai lu vinu, 
Ca 'n autru quantu vinne e bendemiau; 
De culonne parai lu mmiu sciardinu, 
Ma 'n autru trasia dintru, e spasseggiau; 
'Ccattai cuscini, lenzuli e lettinu, 
Ma 'n autru quantu vinne e sse curcau; 
Ca jeu 'sta donna Tibbi amata primu, 
E ieri 'n autru amante la spusau. 

Variante : 

Subra a 'stu monte furmai 'nu sciardinu, 
Prima prima chiantai menta rumaua ; 
E poi nei chiantai lu petrusinu. 
Ci 'n autru la menescia sse ccunzaa; 
Chiantai le 'igna e nu' pruai lu vinu, 
Ca 'n autru quantu 'inne e vindimau; 
Pigghiai do' petre e furmai 'nu mulinu, 
E 'n autru quantu 'inne e 'ntramusciau ; 
Jeu nei fìci la strada a 'stu sciardinu, 



E *a autru quantu *inne e spasseggiaa ; 
Carrisciai petre e fici 'nu palazzu, 
N*autru quaotu nei 'iane e nei abetau; 
Pigghiai le tauli e fiei *nu lettinu, 
E 'n autru 'inne e nei sse ripusau; 
'Sta donna Taggiu amata jeu lu primu, 
Mo' foi ^n autru ci 'inne e la spusau. 
'Mposta sse dice lu mundu è meschinu, 
Lassa gudire a ccì nun fatigau. 

Variante d'Arnesano (Desimene) : 

* Subbr'a 'stu monte forma' 'nu sciardinu, 
Prima prima cbiantai menta rumana, 
E poi nei mme cbiantai lu petrusinu; 
E 'n autru le minescie sse 'ccunzau. 
Cbiantai le 'igne e nu' prua! lu vinu; 
Ca 'n autru quantu 'inne e bindemau. 
Piggbiai do' petre e formai 'nu mulinu, 
E 'n autru quantu 'inne e 'ntramosciau. 
Jèu fici le strade a 'stu sciardinu; 
'N autru quantu sse nd'inne e spassiggiau. 
Carisciai petre e fici 'nu palazzu; 
B 'n autru quantu 'inne, e 'nei abitau. 
Fazzu le barcunate a 'stu casinu; 
E 'n autru quantu 'inne e sse 'nfacciau. 
Piggbiai le taule e fici 'nu littinu; 
E 'n autru quantu 'inne e ripusau. 
'Sta donna l'aggi' amata jeu lu primu, 
E 'n autru quantu 'inne e la spusau ; 
'Mposta sse dice — « Lu mundu è mischinu, 
M Lassa gudòre a ci nu' faticau «. — 

Sciardinu, giardino. Minesce, erbe cotte con sale ed 
olio. Sse ^ccunzau^ si conciò, condì. '/^«e, vigne. 'Ntra- 
mosciau, intramoggiò il grano. Carisciai^ carreggiai. 
Taule, tavole. 'Mposta, epperò. Dicono proverbialmente: 
ci fatta hae 'w/z Sarda, ci nu* fatta, nd^hae una e mensa. 
I primi versi di questo canto salentino banno gran so- 
miglianza con altro canto di Bagnoli : 

Affasciati a la fonestra, Carmosina, 
Puorti i'addore re la majoran£f; 



-> 96 <^ 

Puorti Taddore re ro pretosino, 
Mmi simbre 'no Garofano romano, 
Pe* questa mano te toccai lo sino, 
L'addore mmi romanivo rint'a ri mano. 

Identica a Montella, Yar. v. 5, Pe' l'altra mano. 



II. Bella figliola avuta e soprana 
Ne vieni dalla casa Emanuele ! 
'Ssu libretto che portate 'mmano 
Pare qulUo che tene san Michele. 
Fammi 'na grazia ca mme la puoi fare: 
Cavami 'sta catena da 'sto pere. 
Se no' mme Faggio da ffà' 'n ammico ferrar© 
De fierro mme la faccio 'na catena. 
'Ncanna mme la voglio 'ncatenare, 
Non mme la levo se non mmi piglio a te. 

Per le varianti di questo canto vedi la nota al Ges- 
sano che incomincia : /' vad* a spass' e facce 'nu beV 
camin\ A proposito di catene, dicono a Paracorio (Ca- 
labria Ultra Prima): 

a) Coruzzu, beni mio, cu' la mattina, 
Non diri duvi vai né cu ti manda. 
Vattindi a chidha rosa carmusina, 
Chidha chi teni 'ncatinata 'st'arma. 
Dinci, ca clangiu di sira e matina, 
Comu 'nu picciridhu senza mamma! 
Dinci mu mi la sciogghi *sta catina 

Ca cchiù stari non pozzu a 'sta cundanna. 

b) La prima vota, bellu, chi guardai 
'Na signu vitti fari a Tocchi toi, 

E ieu Tamaru no' mi n'andunai, 
Ch'eranu amuri chidhi sguardi toi ! 



-^- 97 ■<^ 

Cu* 'na catina 'ncatinata m'hai, 
Ed ora cchiù sciogghiii no* mi poi. 
leu no' mi sciogghiu, n'è ora né mai, 
Se no' mi sciogghi cu' li mani toi. 



III. Botta re crai che fumo che puorti, 
Faci ti largo, e facitila passa'! 
Come si' poverella e fussi ricca, 
'Nnanti a bui chi gè volesse sta'! 
Mo' chi te rhai abuscato 'sso palicchio, 
'Ncommensati li rienti a sfrizzicà'. 
Tieni 'na lengua che pare 'na spada, 
Pare 'na fàvoce che meta. 
Quanno te gè affacci a la fonestra, 
Pari 'na figlia re carnovale. 
Tieni 'na faccia re recotta 
Rassomiglia a 'nu culo re cavoorara. 

Molta rassomiglianza col precedente, ha quest'altro 
canto, pure di Bagnoli: 

Nenna, 'nfaccia 'sso legno mme nge hai legato. 
Ora pe' ora mme gè mini pVete. 
Tieni la mamma tuia che è 'na sgrata, 
Non te gè face sta' 'n'ora quieta ! 
Tene a 'na lengua che pare 'na spada 
Rassomiglia a 'na fa voce che mete. 
Non tengo nisciuno santo pe' avocato, 
Pe' la venge' 'sta causa morieta. 



Gami Popolari, III. 



-5>- 98 '4- 

IV. Cara, quanto si' bella agli occhi mmiei, 
Re rimirarti non mmi sazio mai. 
Sempe 'mbraccia a bui tene' vorria, 
Tenerti mbraccia e non lasciarti mai. 
Tu re 'sto core la padrona sei. 
Sola solella fusti e sola sarai. . 
Cacche mancanza po' venir da lei, 
Se deve venir da mme che non sia mai! 
Dio che mm'accortasse li giorni mmiei, 
Re ti lascia', figliola, che non sia mai. 

Solita provenienza letteraria : 

* Bella, quanto sei bella agli occhi miei, 
Che di mirarti non mi sazio mai! 
Perderanno il lor lume gli occhi miei 
Per il troppo splendor che tu gli dai. 
Fai tanto che innamori ancor li dei, 
Per la grazia e bellezza che tu hai : 
Una cosa a te manca, bella sei. 
Pietà del tuo fedele amor non hai. 

Variante di Chieti: 

Car', quanta sci' car' airuocchie miejj' 
D'arrimirart' non mi sazie majj'; 
Sempre daccant' a te star' vurrejj', 
Teneret* 'mbracc' e no' lasciart' majj' ! 
Quacche 'mmancanz' da vojj' duvrajj' meni' 
Che da meni' da mejj' nin sarrà majj'. 

In Airola non si cantano che quattro versi, cioè: 

Dio, quanto si' bella a l'uocchie mmièe 
Di rimirarti nò non mme sazio mai ! 
Sempe vicino a te stare vorria, 
Pe' tenerti 'mbraccia, e no' lasciarti mai. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Dimmelu bene mmiu, dimme 'ddù' sei, 
Cu' eco ragione abbandunatu mm'hai ? 



->• 99 -<^ 

Fuestl la bella mmia, la bella sei, 
Scappare de mmiu pettu nu' putrai. 
Quarche mancanza po' venir da lei, 
Ca cu begna de mzuie nu* sarà mai. 



V. Cari compagni, piangiamo piangiamo 
Tutti nui la faccia ci pelame. 
Mo' ssi 'mmarita quella che nui ridemmo, 
Lo padre fore terra ne la manna. 
A 'no pizzo re strada ni mittimmo; 
Essa passa e noi nce la pigliammo. 
Cari compagni, 'sta botta facimmo 
La palma pe' lo munno nui portammo. 
Nou mmi metto paura re nisciuno: 
Se vene la corte e la fazzo fermare. 
Se li parifenti fossero liuni, 
Come 'no jungo re faria trema'! 
Non mme ne metto paura si so' quatto, 
Nemmeno mme ne metto si so' otto. 
Voglio sapere chi sono 'ssi guappi? 
So' de la chiazza ed è opera accorta. 



VI. Comme sì' fatto 'ngrato e sconoscente! 
Sienti e fai l'avrecchie re mercante. 
Tu te ne fai rui juorni contienti; 
Io mme ne fazzo re sospiri e pianti. 



-^- 100 «^ 

Canti di Lecce e Caballino con le stesse rime: 

a) Beddha, sai percò passa de quannanti? 
Pe' ^leggerezza de li mmei trumienti; 
Ca Tecchi toi mme su^ piaciuti tanta, 
Nu* mme nde binchiu de tenirli mente. 
Nuu balia 'ccappu coma a Bellafianti, 
Ci lu descaccia e ci nni dae trumienti. 
Se tu pietà nun hai de li mmei chianti, 
Beddha, nde moru e le campane sienti. 

Var. V, 4, Ca li toi occhi mme piazzerà ; v. 4, cu li 
tegnu mente. Chi sia Bella/fanti, non so. 

b) Donna, te benedica li lamienti, 
Te benedica li sueni e li canti; 
Te benedicu li passati tiempi, 

Lu 'scire e lu 'enire de quannanti; 
Benedicu toa mamma e toi pariouti, 
Benedico tou sire, e tutti quanti; 
Poi benedicu tie, rosa fiurente. 
Tutta lu 'ecenatu de quannanti. 
Quist'autru Mersu mme Taìa scurdatu: 
Benedicu lu vostru 'nnamuratu. 

Sire^ padre. — Altre allusioni brigantesche in questo 
canto di Spinoso: 

r ri 'sta vita mmia ni stavo scusito, 
Ra la Corte so' stato amminazzato. 
Mmi voi ni fa' la testa a ra bannito, 
Mmi volino fa pennere 'mpicato. 
Tu si^ lu capitano ri la terra, 
Ma 1' so' lu vicirò re la campagna. 
Tu scrìvi cu' la penna e fai rammaggio, 
r vavo pi' lu munno senza legge. 
Tu tieni calamaro, carta e penna, 
Ma l' tegno porve e chiummo al mmio cumanno. 



-^ 101 -^ 

VII. Donna non t'avvantà' ca mm'liai lasciato, 
So' stato io che non faggio voluta. 
Rinto caseta tua gè so' stato, 
Gè aggio mangiato e bìppeto e dormuto. 
E 'ssi frutticielli tui l'aggio mangiati, 
Re tutti tiempi che T aggio voluti; 
Porte e finestre faggio sconquassate, 
Entra chi vo' entra' ca io ne songo assuto. 
Gè aggio romaso 'na fico scarfata 
Ralla a 'sso faccia- verde chi g'è venuto. 
Questo lo canto e cimmolo de noce 
Tu mitti la quitarra ed io la voce. 

Variante di Lecce e Caballino : 

Beddha, allu toa sciardinu nei su* statu, 
De la porta segreta su' trasutu; 
De pizzu a pizzu Taggiu camenatù, 
Lu sciardinieri nu' mm^ha canusciutu. 
Nde Taggiu cueutn lu milu 'ngranatu, 
E lu 'brecueccu tou cara tenutu. 
Mo* nei aggiu misu lu scuerpu allu *atu, 
Trasa ci 'ole, ca ieu nd'aggiu 'ssutu. 

Yar. V, 1, Donna, allu; v. 2, De la porta maggiore; 
1?. 6, Ca ha 'brecuecu mmiu te Thai tenutu; v. 7-8^ Mo* 
essu; lu purtune è stampagnatu, Trasa e bessa ci *ole, 
ieu nd'aggiu 'ssutu. 

Canto di Paracorio: 

Di la to' casa arzira passai notti: 
Di nuvaledhu tutti cosi vitti! 
Tu mangiavi Tarangi e ieu li scorci; 
Ad atru davi l'amurusi spicchi! 
Cu mia ti fai la santa e ti 'ndinocchi; 
Cu' atri ti fai longa e ti stendicchi. 
Tu ambatula mi cunti 'ssì 'mpastocchì, 
Lu sacciu ca si schetta di l'arìcchi ! 

Nuvaledhu, buco. Ambatula, invano. Schetta^ vergine. 



-> 102 •<^ 

Analoga di Spinoso (Basilicata) : 

Vigna, ca ti zappai cu* doie zappe, 
r fui lu priiumo ca ^ncignai la volta, 
r ti rumai quanno jeri stacca, 
E ogni passo facivi 'uà galoppa. 
Mo* ti rhai trovat' 'n ammanta guappo! 
Pe' li fa' spoUicare 'na racioppa. 
A *sso peruzzo tuo chianielli e scarpe, 
Mo' so' redutt' a le cauze de stoppa. 
E 'ssi manuzze toie chieno de anelie 
Mo' so' ridotte a boccole de rama. 
A 'ssi captili nocche e zigarelle, 
Mo' si nei vede jettole de lana. 

^Ncignai la votta^ cominciai, manomisi la botte. Rv,-- 
mai, domai. SpoUicare 'na racioppa, piluccare un grap- 
,polo. Jettole, nastro grossolano piuttosto intrecciato che 
tessuto; diminutivo di gnetta^ treccia? e vi si potrebbe 
forse ravvisare il latino vitta. 

Innumerevoli sono i canti ne' quali l'amante si vanta 
di aver goduto ed abbandonata una donna, ed invita gli 
altri a succedergli. Eccone uno di Paracorio : 

Porca puttana chi lu sannu tutti, 
Ca ti ruppisti lu capu canali! 
leu fui lu primo chi toccai 'ssa vutti 
Misi la meta a tridici dinari. 
T'aju nipputi cannati e quartucci, 
Quandu fu' sazziu di lu misurari. 
Ora su' sazzi e vurdicati tutti: 
Scala la meta se tu voi campar!. 

Meta, prezzo, tariffa. Scala la meta, diminuisci il 
prezzo. Altra canzone di Paracorio: 

facci di 'na nigra ghiumentedha, 
leu fui lu primu chi ti 'nca varcai, 
E la barda ti misi e poi la sedha 
E centu spirunati ti minai! 
Ndi mangiai di la tua carni, mangiai! 
Ora su' gurdu chi mi sazziai. 
E se tu 'n carchi amanti cercherai, 
Pe' mmu si spruppa l'ossa chi t' 'assai. 

Su gurdu, rifiuto. Spruppa, spolpa. 



-^- 103 <- 

Canzone di sdegno di Gessopalena (*Nu sdign*): 

Vati' avantenn', lavala de forn'; 
Vatt'avantenn' cà ci so' mannat\ 
E tu t'avent' ca ci so mannat'; 
E i' m'avantarò di 'n'atra cos'.... 
T'ho mess' man' 'mpett' e t'ho basciat'. 
Al tu' giardin ci so' cót' le ros'; 
E tutt' frutticieir ci so' mangiat', 
Confurm' è la guli' che m'è menut'. 
Manch' 'nu frutticiell' c'è rimas' ; 
Ma pe' 'ssu guappettiell' eh' mo è menut' ; 
A te 'sse purliciell' i' l'ho sfasciai': 
Tras' chi vo' trasi', ca i' so' 'sciut'. 

Altra di Falena, poco dissimile (semi-aulica): 

Uocchie de cicuta e di cicoria, 
Lingua de serpente velenoso! 
Te vai vantanno d'averm' lasciai', 
E i' me vani' d'un'altra cosa; 
M'avant d'averi' strelt' e baciai', 
E al ciardin' tejj' colta la rosa. 
A cheli' ciardin' tejj' c'è lu spinace, 
E nc'è lo succh' de la mi' radice. 

Altro canto analogo della stessa Bagnoli : 

Faccia re 'n Angelica romana. 
Che faccia rossa fai quanno mmi viri; 
Non te re mangi cchiù quere galline, 
Non te re fai cchiù co' re liane; 
Mo' che l'hai persa la grazia mmia, 
Abbascia lo prezzo e binni a doe 'rana. 

Dicono a Lecce e Caballino : 

Cce si' brutta, lucerla fracetana, 
Ca te lucenu l'ecchi comu spina ; 
Tie si' de la taerna lavandara, 
De su la banca pesciu de mappina; 
Tie d'ogne cane si' la cacciuttina^ 
De lu cuddharu la caddhina nana; 
Tie te passi pe' donna lennerina, 
E jeu te passu pe'-bona cristiana 

Confr. la nota al canto Gessano che incomincia: /' 



^ 104 '<^ 

nCagge ^nnamurat' de *n'abrei, — Gentile del pari è 
quest'altro canto di Lecce e Caballino : 

Comu Incerta hai la cuta spezzata, 
Centu fuse te 'mpiendi allu fustianu ; 
senza fede e anima dannata, 
Ca 'ddenta fuecu addù' minti la manu! 
Sulu si' bona p'essere 'mpecata, 
Sia liberu de tie ogne cristianu; 
Ca jeu ci te ba bisciu 'n'autra fiata, 
Comu se 'edissi l'anima dannata. 



Vili. Faccia de 'na crapa salvag'g'ia, 

Taggio comprata alla fera de Fogpg'ìa. 
Mm'arrassomigli a 'na votta stompag'nata*, 
Sì' guastata de 'nnanzi e da ro reto. 
Ma li cumpagni mmie t'hanno provata, 
Non ne vuonno cchiù, dice ca fete. 
Nce l'hai portate li cortielli a Nola, 
Pure li panni ghianchi a li sordati. 
T'era pigliata pe' femmena bona, 
Mo' si' la capo de le ruffiane. 

Analoga di Chieti: 

Facce di crapaccia murcilos', 
Schin* d'alefant suspittos'; 
Zamp' di leon' cavellos', 
Occhie di basalisch' velenos*; 
Serp' che hajj' velen' in ogn' dent', 
Font' chi sci abbover' tutt' cavali'. 
A la casa tu' i' ved' tutt' cos', 
Muonech' e prevet' n' ti fa 'vò' ripos'. 



-^ 105 <^ 

Mammet' ti tratt' pe' la cchiù beli', 
Ma nin pienz' ca la face' è verd' e giall'. 
Quest' te l'ho dett' e te l'ho cantat', 
Aricurdet' quant' mul' sci' jetat'. 

Ha qualche verso comune col canto seguente di Lecce 
e Caballino : 

Occhi de basiliscu fulmenanti, 
Serpe ci mme 'mbelieni d'ogne dente ; 
Serena ci mme tiri cu' li canti, 
Cuccudrillu ci ammazzi e nu' te pienti; 
L'occhi ci tieni parenu do' lampi, 
Parenu fatti pelli mmei trumenti. 
Percè, percè nu' curi li mmei chianti? 
ca si' surda o ca nun buei cu sienti. 

Varianti, v, 1, Occhiu de baseliscu fulmenante ; v. 3, 
cu' toi canti ; v. 4, e poi te pienti ; v. 5, Ma tieni l'oc- 
chi che su' do' diamanti ; v. 7, Percè nu' te suUeanu ; 
9. 8, ca surda si' nata o nu' mme sienti. — Solita 
provenienza letteraria : 

* Occhi di basilisco fulminanti. 
Serpe, che hai veleno in ogni dente. 
Sirena, che mi alletti con tuoi canti* 
Coccodrillo, che ammazzi e poi ti penti, 
Petto d'acciaro e core di diamanti, 
Che ti nutrisci solo co' miei lamenti. 
Come soffrire puoi tanti miei pianti? 
Forse sei nata sorda che non senti. 

Dice un canto di Paracorio: 

ix>sa russa comu 'ngialinisti ! 
Pari ca ti mancau l'acqua a lu pedi. 
Eri funtana di li rosi frischi, 
E n' bivivanu conti e cavale ri ; 
Oi^ chhiumi currenti ti facisti, 
Chi Z20 cu passa ssi lava li pedi. 

Chi zzo cu, chiunque. 



^ 106 «^ 

IX. Faccia de 'na vacca calavrese, 

Da 'na taverna jessi e a 'n'atra trasi. 
T'hai fatto 'no corpetto alla francese, 
Ma vidi quanta prucchi ci so' remasi. 
Mo' ca la rota tua è 'no tornese, 
Se te la vuoi compra' 'na grattacasa. 
Questo lo dico a te, cara Nen nella, 
Pig'lia la grattacasa e grattatella. 

Ha un verso slmile col canto seguente di Lecce e Ca- 
ballino : 

'Nnamuratiéllu mmiu, facci de 'mpisu, 
De 'na taerna esse e Tautra trase ! 
Poi sse nde 'ene culla 'ucca a risu : 

— « 'Nnamuratella mmia, facimu pace »». — 

— « Gei te vedissi ieu alle forche 'mpisu, 
M Cu tre passi de saula strascenatu^ 

« A *ncapu d'annu cu passu e te *isciu, 

« Intra 'na scura cammera squaghiatu! ». — 

Variante di Precida: 

* Tengo 'no 'nnamurato, faccia d'empìso! 
Da 'no portone jesce e 'n auto trase. 
Poi sse ne vene co' la facia a riso : 

— « 'Nnammoratella mmia, facimmo pace»». — 
■Io mme voto e le dico: — «Ah! fuss'acciso! 

« Fatta 'a mezz'ora viene e buo* ffa* pace »». — 

Far la mezz'ora^ vuol dire amoreggiare. Dagli A- 
grumi^ dove dopo ogni distico v'è l'intercalare: 

Brutta faccia d'empiso 
Sciolà, sciò, sciò! 



'^' 107 <^ 

X. Fonestra frabecata re gelosia, 
Riuto g'e stanno roe catene r'oro. 
Una re quesse è la bella mmia, 
Lasciatemila vere' ca io mo' moro. 
Vavo alla ghiesia e no' la veo veni', 
Mmi piglio l'acqua santa ed esco fore, 

Vavo a letto e non posso dormì' 

Mmi fai la fattura acciocché moro. 

Variante di Napoli : 

Fenesta co' 'sta nova gelosia, 
Si' martellata de ceatrelle d'oro! 
Dinto nce tene 'u malatiello mmio, 
'Assatemelo vede' prìmma che more! 
Vaco a la chiesa e non pozzo trasire, 
Mme piglio l'acqua santa e jesce fora. 
Vaco a lu lietto e non pozzo dormire^ 
Fattura che mm'aje fatto 'nt' a *sto core! 

Confr. col canto di Paracorio — « Puru lu sierpu trova 
«« lu rigettu ». — Variante di Sturno : 

Fenesta co' 'na nova gelosia, 
Martellata co' le centrelle d'oro! 
Vado alla chiesa e non pozzo trasire ; 
Mme piglio l'acqua santa, e esco fora. 
Vado a lu lietto e non pozzo dormire: 
Mm'hai fatto la fattura, e vuoi che moro! 
E tu, crudele, che mme fai canià') 
Mme vidi muorto, e non mme vuole aiuta'. 

Quest'ultimo verso è anche chiusa del rispetto Napoli- 
tano che incomincia: «Fenesta vascia e patrona crudele». 
— pel quale vedi in nota al canto di Calimera che prin- 
cipia: Beddha, ca susu a He f essai V amore. — Parecchi 
canti parlano di fatture magiche e stregonerie. 

Eccone per esempio uno di Napoli: 

Mammata mm'ha chiamata fatucchiara, 
Mm'ha detto che faggio fatto la fattura; 
Fosse lu cielo e la sapesse ffà' ! 
La farla a te e a mammata pure. 



-^ 108 -^ 

Mammeta è becchia e bi* cornine sbarcja, 

Tene 'u puzzo dint'a casa e non nce sse mena. 

Gnoccolilia, Gnoccoletta, 

Spada 'ncuorpo e bajonetta. 

Ascette fuore e mme bedette, 

Sedette 'u rispettore e mme ne fujette. 

Questi ultimi quattro versucoli, che la canterina ag- 
giungeva come mottetto, han tanto da fare coi resto 
della canzone, quanto i comunisti col buon senso. — Il 
rispetto seguente è d'Airola : 

r pe' ammare a tene stongo alli guaje. 
Sto gostiune colle aggenti mee. 
Le gente toje no* mme te vonno dare, 
Dice ch'i' faggio fatto la fattura, 
r songo giovane e no' la saccio fare, 
No' l'aggio fatt' a l'aute e manco a buje. 

Variante di Montella (Principato Ulteriore) : 

Palazzo 'ntorniato 'ntorno 'ntorno, 
'Ntorno 'ntorno 'no fiume Giordano, 
Io mme federei pe' la mmia destrezza; 
Di saglie^ 'ncoppa e di baciar la mano. 
Fonestra fabbreoata re gelosia, 
Rinto gè stanno roe colonne r'oro: 
Una re quesse è la bella mmia, 
Facitemela vero' ca io mo' moro! 
Yao alla ghiesia e no' la veo veni', 
Mmi piglio l'acqua santa ed esco foro. 
Yavo a letto e nun pozzo dormire ; 
Fammilla la fattura acciocché moro. 
Questo ro canto a dà lo mare è bia, 
Si non ti salutava mo' moria. 

Un canto di Paracorio (Calabria Ultra Prima) : 

E quandu vitti a tia, tu mi piacisti, 
Cu' 'na caja lu cori mi 'ncajasti; 
E parsi fu majìa chi mi facisti, 
puru grand 'amuri mi purtasti. 
Benedicu chidh'ura chi vidisti, 
E puru cbidhu jornu chi m'amasti ; 
Ti juni pe' la fidi chi n'avisti, 
Non ti dassu no, no, perchi m'amasti. 



'^' 109 ■4- 

Caja, pinza, molli. Majla^ magia. Vedi una variante 
Napoletanesca di questo rispetto in nota al canto Ges- 
sano che incomincia:Da che t* arriguardajj\bellezza mi\ 

Canto di Lecce e Caballino : 

De nuddhu modu e de nuddha manera, 
Nu' mme nde pozzu scurdare de tie; 
Magari mme nde faci male cera, 
Ga cchiù bene te 'ole l'arma mmia. 
Facci de lana mmia, lucente spera, 
Cu sia ca mme faci s ti macaria. 
Nu' la 'sciamu pigghiandu a mera mera, 
'Ogghiu la nostra causa a cu' sse spria. 
Jeu sse nun aggiu tie, prumu d'argentu, 
'Mbarcu li mari e mme nd' abbau a Turchia. 

Variante : 

De nuddhu modu e de nuddha manera? 
Nu' mme nde pozzu scerrare de tie. 
Beddhu, ci tie 'nei tiempu, hai tiempu e spera, 
Nu' mme marita ci nu' aggiu a tie. 
Nu' la 'sciamu pigghiandu a mera mera. 
La causa noscia priestu cu' sse spria; 
Tu mme Thà' fare lu core cuntentu, 
Nu' hai amare ci nu' sulu a mmie. 
— <* Jeu te lu fazzu lu core cuntentu, 
«« Burlu e sciocu cu' Tautre e pensu a tie ». -< 

Variante contratta : 

Facci de luna mmia, lucente spera, 
Ca sia cà mme facisti macaria? 
De nuddhu modu e de nuddha manera, 
Nu' mme nde pozzu scerrare de tia. 

Canto di Nardo: 

Facce di luna mmia, lucente spera, 
lu credu ca mm' 'hai fatta 'na mascia. 
Cu' middhi modi e cu' ogni maniera, 
Scurdare no' mmi pozzu chiù di tia. 
Ci quarche fiata 'ccumpagnatu passu, 
Quiddhi ò amicu mmiu lu cchiù fidele. 
Famme la 'occa a risu e l'uecchiu bassu, 
Quiddhu ò segnu ca mmi 'uei tu bene. 



-^- no •4- 

Altro canto di Paracorio : 

Undi ti vitti pe' mu t'amu tantu? 
Pari ca mi facisti la majia! 
Nescisti comu rosa 'ntra lu campu, 
Nescistì, bella, per amari a mia. 
Primu facìva la vita di santu, 
Penseri pe* la testa non avla ; 
Ora, figghiola, mi portasti a tantu. 
Chi notti e jornu sempri pensu a tìa. 

E come si faccia Tincantesimo, insegna un frammento 
di Nardo. 

Amame, beddha mmia, comu nei amai, 
E ci no' mm'ami ti farò mascia. 
Io so* sta tu intra a li macari ; 
E sacciu co' si fa la macaria. 
Ossa di muerti e medoddhe di cani, 
E lu pitruddhi di la croce-'ia. 

Variante di Cosenza (Calabria Citra) : 

Amami, beddha mia, si mi vu' amari, 
Sinnò ti fazz' amari ccu' majìa, ^ 
Ca signu statu 'mmienz' alli magari, 
E ti la sacciu far' 'a magaria; 
Ci vo' 'nu dente de 'nu nium cani, 
'N uossu de muortu chi paganu sia ; 
Ci vo' 'na stizza de lu sangu umanu, 
Na picca carta de la sacristia. 



♦ KT 



Macaria incantori. Filippo Finella, nella Cinxia, fa^ 
vola boschereccia (MDCXXVI) ha detto: 

al fin ricorse, 

A la di crudeltà mai sempre piena 
Magara Circe, come a sua gradita, 
Et ai disegni suoi fida consorte. 



•^ 111 <^ 

XI. Mm'annammorai de 'no ppio appiso, 
Mm'annammorai de lo iere a cog'lie'. 
Mm'annammorai de 'sso bello viso, 
Màmmeta t'ha cresciuta e io te voglio. 
Màmmeta te crescia co' le foglie, 
Io te cresco co' li cioccianielli. 
No' 'mporta, figliola, fai rattacca-e-scioglie, 
Co' Tauti fai Tammore e a mme te pigli. 
— t Io voglio fare cornine fa l'arace, 
« Quanto cchiù canta fa lo canto doce. 
« Quanno la stoppa deventa mammace, 
« L'acqua de lo mare sse fa doce; 
« Tanno, nennello mmio, facimmo pace, 
« Quanno a l'infierno nce trase la croce. 
€ Vene la morte e te ne rispiace, 
« 'A morte de l'ammante è troppo doce » . — 

Ne abbiamo già date piii varianti ; eccone ora una di 
Sturno ; 

Voglio ffa' lu canto della tace (?) 
Che quanno canta ffa lu canto doce. 
Voglio morire quanno a dio piace, 
La morte dell'ammore è morte doce. 
Quanno la stoppa diventa vammace, 
E l'acqua de lo mare sse ffa doce; 
Quanno a lu 'nfìerno nce stace la croce, 
Tanno con te, figliò', voglio ffa' pace. 

Due stornelli romaneschi: 

1. * Fior di bombace ! . 

Quando ch'il turco abbraccerà la croce, 
Allora, bella mia, faremo pace. 

2. * Quando, bella mia, ri f amo pace ? 
Quando Tacqua del mar diventa dorce. 
Quando la stoppa diventa bombace. 

Dicono a Chieti: 

r n*agge caminat' di marin*, 
Pe' quanta port' sta' 'ntorn' a lu mar'. 
N'agge scuntiat' di sangh' gentil' 
Nisciuii' me n'ho potut annamurà'. 



-^ 112 ■<- 

Nisciun' ha *vut* ardir' d'entrarm^ *ncor' 
Ma tu, giojucce, ci sci vulut' entra'; 
Mo' che sci entrat' a lu mie cor' 
Par* che ti cumienz' aliuntanà*. 

Variante di Napoli : 

Aggio camminato tutte le palude 
Pe' te trovare a te, colonna d'oro. 
Mammata te teneva 'ntra li sciui^e 
Mo' che te tengo io, te tengo 'n core. 



XII. Non vi menate 'ngnirto ca caritè. 
Non siti 'no valente 'nnammorato. 
Non site bello quanto vi crerite, 
Nemmeno site 'no giovine aggarbato. 
'Ncaseta vosta non mme nge averite 
Si fosse tutta d'oro 'ndonaeata; 
Si fosse tutto d'oro 'sso vosto viso 
Nemmeno t'accetterei pe' 'nnammorato. 

Analogo è un canto di Paracorio: 

Non siti ricca quantu vi faciti, 
Nemmenu bella quantu vi pensati : 
Non vi vitto a lu campu mu metiti, 
E mancu granu a l'aria mu pijate. 
Non vi vitti a la cresciu pe* mu jiti, 
Mancu 'n carròzza pe* mu vi portati. 
Pe' gappiari vui cosa non siti ; 
Né ricca tantu mu vi profumati. 

Dicono a Roma: 

Avete rocchio nero e mi guardate, 
'Ndate dicendo che non mi volete. 
E io non voglio a voi se mi pagate, 
E se mi date quanta roba avete. 



-> 113 ■<^ 

XII. Oggi, ninnino mmio, coccia pelata, 
L'onor della tua testa mm'è gradito; 
Pensa ca simo stati 'unammorati 
Dal seno della tua madre appena uscito. 



XIV. Faccia mmi puozzi chiama', se cchiù t'amassi; 
Ceca mmi puozzi vere' se ti veresse, 
Ro fuoco re lo 'nfierno mmi bruciasse 
Se cchiù Io nome vuosto mentovasse; 

Mammeta mme gè chiama 

Se cchiù lo nome vostro mentovasse. 

Dicono a Lecce e Caballino : 

'Nu furmìne de celu ci tramassi, 
Ci cchiù *nfacce te 'uardu cu 'enissi. 
Lu fuecu de lu 'ufierau mme brusciassi, 
Quandu pace cu' tie de neu facissi. 
Tu cangiasti pensieri, ieu cangiu passim 
Lu tou nume scassai, 'n autru nde scrissi. 

Variante di Diso (Terra d'Otranto) : 

Mme furminasse cielu quannu t'amasse, 
Cecu deentassì quannu te vidisse; 
^Na saetta de Ilaria mme carcasse 
Quannu la bucca mmia te parlerisse. 

Sta luntanu de' mmie^ longhi lì passi, 
Lu tua nome cassai, *n autru ne scrissi 
Se lu tuu nome sulu muntuassi 
Credu ca te minassi intra l'abbissi. 

G&IfTI POPOLAKI, llj. 8 



^ 114 <^- 

Altra lezione di Lecce e Caballino: 

Mme fulmina lu celu se t'amassi! 
Ceca cu tornu quandu tu vedisse! 
Ci jeu cchiti lu tou nume mentuassi, 
Lu diaulu cu mme porta ^ntr'a Tabissu ! 
Lu focu de l'infernu mme bruciasse, 
Quandu pace cu' tie jeu cchiii facisse. 



XV. Quanta ne face 'sto guappo villano! 
Sempe ra qua attuorno sse ne vene; 
Sse ne vene pe' cappielli 'n mano 
Si pienza ca sulò a 'isso voglio bene! 
Porta tante anella a le sue mani, 
Quanti cchiù ijieglio re 'isso voglio bene. 



XVL Scusami, bella mmia, che so' tardato, 
Pe' troppo ave' che fa' non son venuto. 
A 'na catena stia 'ncatenato: 
Ng'etti pe' la spezza' non so' potuto. 
Pe' gloria d'iddio l'aggio spezzata, 
Io pure intorno a voi aggio venuto. 
Risuol vi, nenna mmia, comme vuoi fare, 
La risposta da voi voglio sentire. 
Se gi è la spranza voglio seguitare, 
Si spranza non ce n'è voglio morire. 



-5> 115 <^ 

Variante di Bovino (Capitanata): 

Qaarantasette iuorne ci so* mangate 
Ca Steve Gesuchriste 'mbassione. 
Mo* che Gesuchriste è risei usci tate 
Tornain\ nenna mia, a fa'i'amor*. 



XVII. Tu pe' 'sti ricci in fronte 

La pettenessa in mora, 
Tu, papà, fammilla d'oro 
Ca mmi voglio maretà'. 

Teresi' papà, Teresl' mammà, 
Jo a lo camposanto va. 

Se tu non mme la dai 
Io re notte mme la porto; 
Scascerò fonestre e porte, 
E non te la fo trova'. 

Teresì', ecc. 

Papà, dammi la rota, 
Mittemilla a 'no fuoglio; 
Ca si no' gè vene lo 'mbruoglio 
Ca mme voglio maretà'. 

Teresì', ecc. 

Mamma, se mme ne fuio, 
Papà, se mme gè arriva. 
Co' 'na cannela de sivo 
Mme vene accompagna'. 

Teresì', ecc. 



--> 116 <- 

Lo fassitiello è fatto, 
Lo tavutiello pure; 
Papà, se mme ne fuio 
Allo camposanto ya. 

Teresì', ecc. 

Generalmente ci siamo astenuti dairinserire in questa 
nostra raccolta altre cannoni che quelle endecasillabi. 
Ce ne ha nondimeno parecchie, antiche e recenti, in 
altro metro, diffuse di molto; ne abbiamo già dato più 
d*uoa; eccone un'altra di Montella: 

Già girai nel mondo, 
A dove ripete il sole, 
Nge stievano tre figliole 
E tutte tre d'amore. 

Filomena che ò cchiù bella, 
Si mise a naviga' ; 
Lo navigar che fece 
L'aniello li cascò. 

Alzao 'n occhio a Tonna 
E vide un pescatore. 

— «Tu pescator deironne, 

^ Vieni a pescare cchiù qua. 

« Mi è caruto l'aniello ; 
«* Se mme lo vuoi piglia'^ 
«» Ti do trecento scudi 
« 'Na bursa ricamata **. — 

— « Non boglio trecento scudi, 
•^ Nò la borsa ricamata ; 

— Voglio un bacio d'amore 
♦♦ Si me lo vuoi dona'! — 

— «Si papà rami vere, 

« Di me che ne sarà ?» — 

— *♦ Ti rice : Nenna bella 
** Seguita a pazjgid\ 

« Ti farò fa' 'na vesta 
•« Di trentasei colori; 
M Da trentasei sartori 



-^ 117 ^ 

Te la farò sarei'; 
Da trentasei pittori 
Te la farò pitta' .». - 



Variante romanesca: 



* C'erano tre zitelle 
E tutte tre di amor; 
Ninetta, la più bella^ 
Si messe a navigar. 

Dal navigar che fece 
L'anello le cascò. 

— «Oh pescator dell'onde, 

•♦ Vieni a pescar in qua r . — 

— « Dopo ch'io l'ho pescato, 
*« Che cosa mi vuoi dà'? 

•« Cento zecchini d'oro 

— 'Na borsa ricama' ». — 

— « Non voglio né zecchini 
M Né borsa ricama' ; 

«* Solo un bacio d'amore, 
«■ Se tu me lo vuoi dà »». — 

— « Ma se lo sa il mio padre 
« Che cosa gli dirò? »♦ — 

— M Sta zitta, non dir niente^ 
« Che poi ti sposerò ». — 

— » Dopo che m'hai sposato 

— Che cosa mi vuoi dar? »♦ — 

— «Ti porterò sul monte, 
» Li ti farò restar. 

« Ti farò far *na stanzia 
« Di ti*6]itatrè matton ; 
« Te Iti farò dipingere, 
•• Da trentatrò pittori. 

« Io ti farò una veste 
« Di trentatrè color ; 
•* Te la farò cucire 
♦• Da trentatrè sartor ♦'. — 



-> 118 ^^ 
Variante Napoletana: 



* 'Nncoppa la montagnella (bis) 
*Ddò* stanno li pastor, 
Nce steano tre sorelle (bis) 
E tutte e tre d^ammor. 

Cecilia, la cchiù bella, 
Velette navegà'; 
Ppe' vede', poveriella, 
Fortuna de trova'. 

— «« Bello pescatoriello, 

« Vene a pesca' cchiù ccà, 

M E pescarne l'aniello 

M Ch'a mare mm'è casca' «. — 

Voce de campani elio, 
Respunne 'o pescator: 

— « Te piglierò l'aniello. 

u Ma che mme daje allor? *> — 

— « 'Nà povera zitella 
« Che te po' rialà' ? — 

— « D'ammore 'n' occhìatella 

«» Basta ppe' mme paga' ! » — 



Variante veneziana: 



* — « pescator dell'onda, 
« Fidelin, 
« Vieni pescar in qua! »» — 
Cola bela sua barca. 
Cola bela se ne va, 

Fidelin,.lin là. 

» 

— « Che cosa vuol, ch'io peschi? »» 

— « Fidelin, 
« L'anel che m'è casca «. — 
Cola bela sua barca 
Cola bela se ne va, 

Fidelin, lin la. 

— « Ti darò cento scudi, 

<• Fidelin, 



^ 119 ^ 

- Sta borsa ricama «. — 
Cola bela sua barca 
Cola bòia se ne va. 

Fidelin, lin la. 

— u Non voglio cento scudi 

.»» Fidelin, 
« Né borsa ricama ». — 
Cola bela sua barca, 
Cola bela se ne va, 

Fidelin, lin la. 

— «Io vo^ un basin d*amore, 

u Fidelin, 
•* Che quel mi pagherà »». — 
Cola bela sua barca 
Cola bela se ne va 

Fidelin, lin là. 

Variante del Montale di Pistoia: 

— « pescator dell'onde, 

« Fede lin ! 
« Vieni a pesca' più qua». — 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina^ 
La gigudiny là là» 

•« Hipescami Tanello, 

M Fedelini 
*» Che m'è caduto in ma' ♦♦. — 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina* 
La gigudin, là là, 

— « E s'io te lo ripesco 

« Fedelini 
« Cosa mi vói tu dà'? » — 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina' 
La gigudin, là, là, 

— « Cento zecchini d'oro 

M Fede lin I 



-^ 120 <- 

** E borsa dì denà* x. 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina* 
La gigudin, là là. 

*- » Solo un bacin d'amore, 
. « Fedelini 
•* Ce tu me lo vò' dà' ♦♦. — 
Colla bella Barày 
Con un bel semina* 
La gigudin^ là là, 

— *♦ Che ne diran la gente, 

« Fedelini 
- Che ci vedran bacia'? »• — 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina* 
La gigudin^ là là. 

— « S'andrà dreto le mura, 

« Fedelin ! 
« Nessuno ci vedrà ». — 
Colla bella Barà^ 
Con un bel semina' 
La gigudin, là là. 

Nel tempo si baciavano, 
Fedelin! 
E gli arrivo su' ma* ; 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina' 
La gigudin, là là. 

Le gli died'uno stiaffo, 
O Fedelin/ 
'N terra la fé' casca'. 
Colla bella Bara, 
Con un bel semina' 
La gigudin, là là. 

- — Mamma m'avete morto, 
« Fedelin/ 
- Chi mi sotterrerà? » — 
Colla bella Barà^ 
Con un bei semina* 
La gigudin, là là. 



-» 121 -<^ 

— •« La compagnia de' gobbi, 
« Fedelin ! 
- Farà la carità*". — 
Colla bella Barà^ 
Con un bel semina* 
La gigudiny là là. 

Vedi variante di Grottaminarda. Imbriani^ Organismo 
poetico. 



XVIII. Uocchi d'argiento e core re diamanti, 
Chi sse ne vole scorda' de 'sta mmia mente? 
Dove ti sconto mmi scappa lo pianto 
Struro 'no moccaturo a lo momento 
So' li nemici che tenite accanto 
Che te vuonno fa' lo tradimento. 
Volimo prega' Cristo e l'Angioli santi 
Che ne lo fanno fa' l'amor contento. 



MONTERONI 



(TERRA D'OTRANTO) 



I. All'alba sse resbiglianu le belle, 
All'albe chiare la gente camina; 
AUu pasculu 'ae la pecurella, 
Scucchiandu Ferva frisca matutina; 
Ccè beddhu cantu fa 'sta calandrella, 
Quandu spuntanu l'albe alla matlna! 
Ccè beddhu cantu fa 'sta donna bella, 
Quandu spunta lu sule la matina! 

Riuniremo qui alquante mattinate. Eccone una di Sa- 
ponara (Basilicata): 

Risvegliati, risvegliati, ammore, ammore, 

Ga no' si dorme quanni ss'ha d'ammare! 

V mo' 'sso suonno ti vurria rubare, 

E quanni piace a mme farti dormire 

Dovi vi state vui mai nu' fa juorno, 
Canta la calandrella stata e vìerno; 
Luna di netta e sole di miezzojuorno, 
Vui vi gudite li billizze aterne. 

Altra di Paracorio (Calabria Ultra Prima) : 

« 
Ridbigghiati si duormi. Ahi ! no* dormire ! 

Leva da i*uocchi tui Vamatu suonnu; 



-^ 123 <^ 

Qaattru palaori t'averla de dire, 
De tutte quattru od' aju gran bisuognu. 
La prima è, beja, ca mi fai morire; 
La secunda è ca pieou notte e juornu; 
La terza è ca patu gran martiri; 
La quarta: supportare nu* si puonnu. 

Ecco come si risyegliano le ganze a Lecce e Caballino : 

a) Respigghia, te respiggbia, donna bella, 
Te respigghia *nu pocu a laudeddiu; 

Te la mina la manu alla minnella, 
'Idi se nc'ete ddhai lu core mmiu. 
Stae 'ncatinatu cu' 'na catinella, 
Nu' lu vedisti no' de 'ddhu' trasiu ; 
Sienti ccè moi te dicu, donna bella: 
Fanni carizzi, ca è lu core mmiu. 

b) Te risbigliu ca è l'alba e cumpatisci, 
Su' quiddhu ci pe' tie nu' dormu mai. 
Su' quiddhu ci pe' tie pene patisce, 
Su' quiddhu ci pe' tie patisce 'uai. 

Te preu, Ninelia mmia, cu nu' mme 'ncresci, 
Sienti 'ste do' parole e durmirai. 
Mo' ci te lassù, beddha, e te 'ddurmisci, 
Sia felice lu suennu ci farai. 

e) Te respigghia, respigghia 'ddurmentata, 

'ddurmentata de suennu d'amore ; 
Percè nu' ssienti de ci si' chiamata? 
De lu tou caru amante e servitore. 
Lassa lu liettu ci sta stai curcata, 
Pigghia li panni e 'iestite quaffore ; 
Ca quai nei stae 'n' arma 'ddulurata, 
Ci stae murendu de lu vostru amore. 

Ottava della solita provenienza letteraria, divenuta 
popolare a Napoli : 

* Risveglia i lumi tuoi ; scusa l'ardire, 
Se ti vengo dal sonno a disturbare; 
Amore è dolce, e a te mi fa venire: 
Se hai tu cor lo puoi considerare. 



S5 124 <* 

L'amore non si fa senza patire, 
Nemmen si dorme quando si had*amare; 
Il ricordo che do, stallo a sentire: 
Che non si trova amor senza patire. 

Canto di Paracorio: 

Jeu ti risvigghid, e come tu non senti? 
Comu dormiri poi senza l'amanti? 
Se ti risvigghi vidi, ca presenti 
Lu to' heni t'aspetta, e Thai davanti. 
La sira mi ricogghìu stancamenti ! 
L'anima mia non c'era in chidhu 'stanti; 
Fusti comu lu suli risplendenti, 
Comu nigghiata sperìsti d'avanti. 

Dicono a Merine: 

Azati, Ninna mmia, te 'nfaccia e sienti, 
Videre chi t'adora e chi te 'bbrama; 
Sutta alla toa finescia stau prisenti, 
La chitarra sse ferma e 'st' arma chiama ; 
Tie dermi, Ninna, e jeu nu' dormu nienti^ 
La mente toa riposa e la mia 'bbrama; 
Jessi quaffbre e spezza li strumenti, 
mme dine de sine, o mme 'lluntana. 

Variante di Arnesano, edita dal Desimone. v. 1, Adu- 
ratu mmiu ben, te 'nfaccia; v, 3, Sutt'a lu tou farcene ; 
V. 7, 'uasta li strumenti ; v. 5, Tu dermi, Nenna, e n'io 
nun dormu nienti. E n'io nun; Vn è eufonica. — Altra 
chiamata alla finestra, di Chieti: 

Affaccet' a 'ssa fenestr', or' e 'rigent': 
Vu' set' l'arigin' di l'amant'. 
Quant' camin' fajj' 'nu pass' lent', 
Fajj' trema' la terr', pena* l'amant'. 
'Nu regn' mme vurrè' jucà' nche 'nu regnant'. 
Sci' 'ntrat' a 'stu mie cor' e nin ti cagn'. 

Chiamata alla finestra di Paracorio: 

Affaccia a 'ssa finestra, mu ti dicu. 
Perchè eoa fora nc'ò lu to criatu; 
facci di garompulu pulitu, 
mussu di 'n anedhu 'nsiggillatu! 



I 



-^ 125 <- 

Ta ti cridìvi ca m'aja sperdutu^ 

Di tantu tempu chi mi nd'hai dassatu; 

Vinni, raii ti lu dicu risoluta, 

Ca se no' ami tu m*ama 'n carch *atru. 

Un frammento d*Aci, porta: 

* Yueuzza di *n aneddu sigillatu 

Pettu d'oru e d'argentu arraccamatu: 

Quannu la to* prisenza camina, 
Scarisci Tariu s'idd'ò annuvulatu. 

Altra chiamata alla finestra di Paracorio : 

T'affaccia a *ssa finestra e fammi luci, 
Ca scuru faci e yaiu stroppicandu; 
Se tu no' affacci, pe' li santi cruci, 
'Nterra mi jettu 'na nottata e ciangiu ! 
E gridu tantu forti li me vuci, 
'Nsinu chi li vicini affaccerannu ; 
Mi dinnu ; — « E perchè gridi tanti vuci? »» 
— •• Perdia Tamuri e lu vaiu cercandu ".- 

Dicono a Pomigliano d'Arco (Napoli) : 

a) 'Affaccete a 'sta fenesta, puca d'oro, 
Ca nc'ò 'no latterò che te ffa frescura! 
Nc'è 'no ninno da ccà fora, 

Cerca licenzia ca sse ne vo' ire. 
T'ha portate 'n anielluccio r'oro, 
Te lo mitto a lo dito gentile ; 
T'ha portate 'na scarpa a una sola, 
Te la mitte quanno faje lunco cammino. 

b) Affaccete a 'sta fenesta, puca d'oro, 
Io ti commogllo co' la rosamarina. 
Dinto nce sta lo ninno coccato; 
Fallo pe' caretà, non lo 'scetare. 

Latterò, palma. Variante più logica : 

Fenesta co' 'sta nova gelosia, 
Sta martellata co' centrelle d'oix>! 
. Dinto nce sta ninno mmio a dormire; 
Fallo ppe' caretà, non lo 'scetare. 



1 



-^ 126 <^ 

Chiamata alla finestra, ingiuriosa, di Bagnoli Irpino 
(Principato Ulteriore) : 

Affacciati a la fenestra^ nonna sguasa, 
Regina re re pecore chiarfose; 
Quanno camini mme pari *na sguasa, 
Nasata cu' ^recchie lunghe pari 'na ciuccia. 
Questo lo canto e cimolo d'aruta^ 
Lo giorno pari cana, la notte lupa. 



IL A mare a mare li fiumi currienti, 
A mare a mare nu' stagnanu mai. — 
'Ale pig'g'hi 'na beddha senza nienti, 
Ca una brutta cu' danari assai; 
De 'na beddha li 'nnuri, li parianti, 
De una brutta dessunure nd'hai; 
E li danari su' comu li 'jenti, 
E lu taliernu sempre a casa l'hai. — ' 

Ne abbiamo già date parecchie yarianti nel primo vo- 
lume. La questione d'interesse nel matrimonio ò tema 
di molti canti. Dicono a Lecce e Caballino : 

a) Gioveni, gioanetti ^nnamurati, 

Ci quai e ddhai 'sciati ^cchiandu amore, 

Apriti Pecchi quandu bu ^nzurati, 

Ca Pomu quiddhu giurnu nasce e more. 

Pigghiati genti de bon' qualitate, 

veramente de magne persone. 

Ci nu' hae robba, nu' be nde curate, 

L^anima de la robba e ci la 'ole. 

ò) A mmie te nd' 'ieni, bruttu de li amanti? 

E bue! te 'nzuri senza tieni nienti? 
Te vai vantandu ca tieni cantanti, 
E nun hai pagghia te nietti li dienti; 
Ca ci mme 'ccappi te stoccu li acanti, • 
Fazzu le manu mmei cu' te le sieuti! 



-J> 127 «^ 
Aoanti, fianchi. Dicono a Napoli e Pietracastagnara : 

Fatte li fatti tuoje da oggi avante, 
Nenni% te 'u dico spassionatamente; 
A mme mm'è passata gelosia e piante. 
Sposa tu chi vuoie, io so' contenta. 
Mammeta Meva ^scianno li contante, 
Tu a mme che masseria che mm*appresiente? . 
Tanno te metterraje a mme a fianco, 
Quanno possiedi Napoli e Semento; 
Tanno te metteraje a mme vicino, 
Quanno possiedi Napoli e Messina. 

Dicono a Paracorio: 

Oh quanti cosi fannu li dinari, 
Fannu sparti ri du* felici cori. 
Comu cangiasti, bellu, pe' dinari, 
Pe* 'na pintuliata di valori. 
Se vai a la fera, no* la poi levari. 
Vidi li belli e di la pena mori. 
Yattindi, mu la ietti a li ghiumari, 
E giangiti la scioHa chi ti voli. 

Variante di Catania : 

* Bruttu dinaru, chi facisti fari ! 
Su^ divisi pri tia dui fidi cori ; 
Canciasti la sirena di lu mari, 
Pri 'na brutta di faccia e duru cori. 
Si vai a la fera *un ti la poi pui'tari^ 
Vidi li beddi e ti spinna lu cori; 
Sarà la vita tua forti pinari, 
E prestu vidirai comu ssi mori. 

Cantano a Napoli: 

Oggi fa 'n anno mme venivo appriesso, 
Io deva 'na pedata e tu *no passo; 
Mo* che simmo arrivati all^interesse. 
Governati, nennello, chMo te lasso. 

Variante di Pietracastagnara. v, 2, *na pedatella; v. 3, 
a tutto chesso; v, 4, Tu fatte i fatti tuoje che io te 
lasso. — 



-> 128 <-- 

Rimprovero alla donna interessata, di Lecce e C^bal- 
lino: 

'Ddhù* *scera le prumise, traditora, 
Ci mme deci! cu dormu scuscetatu? 
L'aissi ditta a mammata de l'ora: 
— « Mamma, quistu è lu prima ci aggia amata. «•- 
L^hai fatta palla rrobba, traditora, 
veramente pe' la 'nnamarata? 
L'anima de la robba e ci nde duna! 
Megghiu ò cu guedi 'nu felice stata. 

Protesta di disinteresse di Lecce e Caballino : 

Beddha, nu* t'amu pella toa ricchezza, 
Nò manca t*ama pellu tou tesoru; 
Jeu t'ama pe' toa angelica bellezza, 
L'ara ci nu' te 'isciu, cascia e moru; 
'Ale cchiù 'nu capiddhu de toa trezza^ 
Ca de San Marcu lu grande tesoru. 
Beddha, quandu sarà la cuntentezza, 
Cu ti 'asu 'ddha 'ucca urlata d'ora? 

Bellezza della donna valutata in denaro; canto dì 
Lecce e Caballino: 

Quantu si' beddha ca lu sole passi. 
Te portanu le fate a cumpagnia. 
Beddha, la toa bellezza ci pesassi, 
L'oru de Malta nun ci basteria. 
Ci pigghiai la 'iddhanzia e te pesassi, 
'N' 'anda se minti l'oru e all'autra a tia; 
De le beddhe nde puerti la bandera, 
Stendardu d'oru d'ogne cumparia. 

Cumparia, confraternita, ed anche comparsa: d'ogni 
bella comparsa. Yar. v. 3, ci pagassi. 

Variante di Paracorio: 

Ti vitti^ comu la luna passari, 
Li stidhi chi ti fannu cumpagnia. 
La to' bellizza se aviva a cumprari, 
L'oru e l'argentu non' basta pe' tia. 



-*>• 129 «^ 

Se avira li bilanzi ti pisava, 
'Na banda mettia l'oru, e 'n^atra a tia. 
Ora nun canta eu, canta cu t'ama, 
Cu tantu t'ama fa cantari a mia. 



III. Beddhu è lu cela quando stae stiddhatu, 
Ète cchiù beddhu se luce la luna; 
Beddhu è lu mare se stae cujetatu, 
Éte cchiù beddhu quandu nc'è furtuna; 
Beddhu ète 'st'arverettu carrecatu, 
Ci fa li beddhi fiuri e poi li duna; 
Beddhu è 'stu palazzottu frabbecatu, 
Ma de intru è cchiù beddha la patruna! 

Var. di Caballino. v. 4, Ma è puru beddhu; v, 5, È 
beddhu 'st* arverettu; v. 6, Face li beddhi frutti ; t?. 7, 
È beddhu 'stu palazzu ; v. 8, Ma cchiù beddha de dintra è. 

Se in questo canto la bella donna è preposta al cielo, 
eccone un altro di Lecce e Caballino tutto ridondante di 
amor celeste: 

'Mmiru lu celu e mme ^nfiammu d'amore, 
Lu oelu ète pe* mmie 'nu belvedere; 
Ca cullu celu moi fazzu Tamore, 
Doppu la morte mme lu 'au a gudere. 
Beddhu è lu stare 'nfra de luna e sole ! 
Beddhu la bascia terra de vedere! 
Lu celu è /nu meraculu d'amore, 
Doppu la morte mme lu 'au a gudere. 

Var. r. 3, Oa cullu celu buIu io fo; v. 5, Beddhu è 
stare tra luna, celu e sole; v, 6, Lu celu *nu meraculu 
mme pare ; i?. 7-8, desunt. 



Cauti Popolari, 111. 9 



■^ 130 ^^ 

IV. Bonsera, beddha fatta, beddha fatta, 
Bonsera, o ci de zuccara si' tutta; 
Tu si 'na carafina d'acquasanta, 
Ci de li celi è 'llemmiccata tutta. — 
Mo' stai comu 'na barca 'mmienzu l'acqua, 
Éne lu jundu e prestu la trabucca; 
Poi nc'è ci te suUeva e ci te 'mbrazza, 
Nc'è lu tou amante ci te vasa 'mbucca. 

Var. di Caballino, v. 2, Bonsera, ca de zuccaru; v. 3, 
§inti 'na; v. 4, è Ulumenata tutta; v, 5, Ca stai; v. 8, 
Jeu su' l'amante ci te 'asu 'mmucca. — Altra felìce-sera 
di Lecce e Caballino : 

Milli bonsere te le duna 'ddiu, 
Tremila te le dunanu li santi ! 
Cinquemila la vergine Maria, 
Dudicimila ci te stae quannantil 
Sai quante de bonsere e de bonsorte? 
Cchiù ca a Napuli nc'è purtuni e porte; 
Pippe quantu nde fa la Pipperia; 
Cchiù ca acene nun c'è de migghiu e 'ranu; 
Fronde quante nde muta la 'ulia, 
Quant'acqua nc'ete allu fiume Giurdanu. 
Tutti su' toi saluti, amore mmia, * 
A tie ci tieni lu mmiu core 'mmanu. 

« 

Variante di Arnesano^ edita dal Desimone : 

* Milli bonsere te le duna 'ddiu, 
Tremila te le dunanu li santi, 
E cinquemila la Biata Maria, 
Dudicimila ci sona quannanti. 
Sai quante de bonsere e de Consorti? 
Pipe quantu nde fa la Pi perla; 
Cchiù c'a Napuli nc'è farcuni e porti; 
Cchiù c'acine sse troa de uergi e 'ranu; 
Fronda quantu nde muta la ulia; 
Quant'acqua caccia lu fiume Giordanu. 
Tutti so' toi saluti, amore mmia, 
Mo' ci sta tieni lu mmiu core a 'mmanu; 
Tant'anni, beddha, cu dormu cu' tie, 
'Mmienzu lu piettu tou tegnu la manu. 



-> 131 ^ 

Farcuni, balconate. Felice notte di Latronico (Basili- 
cata) : 

Bona sera ti dissi ^mprima armata, 
Questa è la sedia mmia, quistu è lu luoco; 
Li muri so' d'ingienzo frabicato, 
L'astricu è di rubini, scigli e rose; 
La porticella è d'ore ad onne e trase^ 
Cu' *na chiava d'ammor chi non riposa. 



V. — « Comu ha 'ddeentata 'ddha beddha figura! 
« La facce è 'ssutta e la frante è sudata : 
« Sullu cuscinu la soa trezza scura, 
t 'Mmienzu le manu 'na parma staccata j 
• La vidu cu' 'na bianca vestitura, 
« 'Na curuna de rose tutta urnata. 
« Beddha' addhù' hai 'scire cu' 'stavestitura? 
« Beddha^ addhù' ha' 'scire ci te si' parata? » ~ 

— « Jeu mme ba' mintu intr'alla sebetùra, 
« De lagrime e suspiri frabbecata » . — 

— « Taci, ninella mmia, n' 'ire paura, 

« De 'sta core sarai l'accumpagnata ! » — 

Variante di Lecce e Caballino : 

Alla Nenella mmia cangiau fegura, 
E tutta nei curpau la morte *ngrata. 
La vidu cu' 'na niura vestetura, 
La facce bianca e tutta defreddata. 
La mmia amante scendiu allasebbetura, 
L'anima mme ^rremase scunsulata! 
— « Taci, Ninellu mmiu, n'aggi paura, 
M De 'stu core sarai l'accumpagnata h.— 



-^- 132 •^ 

Canto funebre analogo di Lecce e Gaballino: 

Foi 'ndilicata, foi bellezza intiera, 
Ci allu mundu cussi nu' tre! la para; 
Oimò! ca sse spezzau la soa bandera, 
Le purpurelle soi sicché turnara ; 
L^occhi, ci aia de stelle, sse chiuderà, 
Tanta bellezza stae susu 'na bara; 

Fiuru de gioentù, ^uai ci nei spera 

La morte trunca la cosa cchiù cara ! 

Purpurelle, gote. Var. v, 3, sse staccau; v. 6, la 
bara; vz 7-8,. Saccia la scioentù: pacciu è ci spera; La 
morte leva. Variante : 

Foi indelicata, foi bellezza intera, 
Foi palatina de bellezza rara; 
Muriu^ muriu! Le carni ssi stenderà. 
Le bianche carni soi subra a 'na bara! 
L^ecchi, ci eranu stiddhì, sse chiuderà, 
Le purpurelle soi sicché turnara. 
Fiuru de gioentù, pacciu ci spera! 
La morte faucia la cosa cchiù cara! 

Dicono proverbialmente a Nardo : 

Ci fida a giuentù, pacciu ci spera! 
La morte catta la cchiù cosa cara. 

Catta, da capto, frequentativo di capio, come cantare 
da canere. Il canto stesso ridotto dal volgo Neritino ad 
un solo tetrastico : 

Mmi morse e mmi muriu la mmia pandiera, 
E li billizzi sua subra la bara! 
L*eucchì, ci eranu ^pierti, ssi chiuderà; 
Li bianchi carni sua secchi turnara. 

Variante Caballinese: 

Foi ^ndilicata, foi bellezza *ntera, 
E palatina di bellezza rara, 
E de tutte le belle la bandera, 
Quista, ci 'editi mo' subra 'na bara. 

Variante d'Arn esano, edita : 

* Fo indelicata!... *na bellezza intiera! 
E a quistu mundu nu' nde trei la para, 
Mò*, mò' 'nduccecau la soa bandera! 



^' 133 '<ì- 

Li mili russi soi gialli tarnara! 
L'ecchi, c'eranu stelle, sse chiuderà! 
Ahu li beddhizzi soi susa la bara! 
Ghianga la gioventù! Pazza ci spera! 
La morte leva la cchiù cosa cara. 

'Nduccecau, ripiegò ; mili^ gote. Altro canto funerale 
di Lecce e Caballino : 

— ** Dimme testa, ci sei? lu già ti temo! »• — 
— •♦ Su' quiddha ci nd' amasti la figura »». — 

— •* E la bellezza toa tantù sincera?»» — 
^« Spariu comu lu 'ientu alla prim'ura»*. — 

— « Vulia sapire ci t'ha 'ncarcerata, 

M Ci t'ha redutta 'ntra *sta fossa scura?** — 

— >«La morte, bene mmiu, mm'ha 'ncarcerata, 
M Cu' ordene de celu e de natura*». - 

— u Oh natura crudele! oh sorte 'ngrata! 

•• Pe' quantu tiempu 'stu carcere dura?» — 

— <• Mmiu caini bene, la sentenzia è data^ 
«* Mai cchiù la viderai la mmia figura». — 

Variante Caballinese : 

Donna, li toi beddhizzi addhù' nde scera? 
Ca mo 'sta capu toa mme fa paura. 
Ahi la bellezza toa tantu sincera, 
Spariu comu lu 'ientu siila prim'ura. 
Beddha mmia^ ci t'ha fatta prigioniera 
Intr'a 'sta fossa suletaria e scura? 
De l'aria 'ntisi 'na 'uce fidata, 
E bera de 'ddha magna criatura. 

— •« La morte, beddhu mmiu, mm'ha 'ncarcerata, 
M Cu' l'ordene de celu e de furtuìia. 

<* De quandu la sentenzia mme foi data, 
M Dura allu eternu 'sta carceratura: 
« Mme su' fatta de terra 'na francata: 
M Nu' la 'idi cchiù nò, la mmia fecura ». — 

Variante di Leoco e Caballino: 

Jeu mme 'cchiai de lu Carmenu a passare, 
'Iddi 'na sebetura sutta terra; 
Tantu mme misi a chiangere e 'retare. 
Culle lagrime mmei muddhai la terra. 
De l'aria 'ntisi 'na 'uce 'retare : 

— « Nu' chiangere, cor mmiu, su' fatta terra ». — 



-^ 134 •<^ 
Variante pur di Lecce: 

L'autra matina allu Carmenu andai, 
Sutta terra nei stae 'na sebetura. 
Tantu nei cbiansi e tanto lagremai, 
Nc'ete serrata 'ddha beddha fecura. 
E iddha mme respuse e disse: — « Cce hai? » — 

— « Ausate, donna, de 'sta fossa scura». — 

— *» 'Rrecordate 'ddhu tiempu ci t'amai, 
« Ca mo' su' fatta terra 'nsepultura »♦. — 

Altra variante pur Leccese : 

De 'na chiesia deseHa nde passai, 
'Iddi 'na sebetura sutta terra; 
E cussi forte cbiansi e lagremai, 
Culle lagrime mmie bagnai la terra. 
Diesi 'nu 'ritu, e la Rosa chiamai: 

— « Ausate, Rosa russa, de 'sta terra! 
M Ca allu mundu nu* 'issi nata mai, 

« 'issi nata e nu' 'issi stata beddha! 
«( De le bellezze toi cce mme nde 'cchiai? 
•« Ca mo' si' prule e te si' fatta terra ♦». — 

Variante di Spongano : 

— • Vulia sapire ci t'ha 'ncarcerata, 
M Qua dintru a 'sta prigione cussi scura?*' — 
— M La morte, bene mmiu, mm'ha 'ncai*cerata 
<* Pe' ordene de celu, e de natura ». — 

— Ohi, natura crudele ! oh sorte 'ngrata ! 
<• Pe' quantu tiempu 'stu carcere dura?» — 

— M Mmiu caru bene, la sentenzia è data^ 

« Mai cchiù la viderai la mmia figura». — 

Variante di Lecce e Caballino: 

— •» Testa, dimme ci sei? Quantu te temu! »- 

— «« Su' quiddha ci nde amasti la fegura ».— 

— « Ahi dunque, amore mmiu, tu morta sei ? » — 

— <4 Su' morta e sutterrata a sepoltura; 
M Pensa ca tuttu è 'ientu e quistu credit 

« Ca morte strugge intr'a 'nu quartu d'ura». — 



-^ 135 <^ 

Analoga di Lecce e Gaballino : 

Intr'a 'stu boscu d'arveri e de fronde, 
Vada 'ncerca de* lei ci mme feriu ; 
La yaa truandu alle lontane sponde, 
Intr' alli regni barbari e *n Turchia. 
-« Beddha !»- la chiamu, e iddha nu" respunde, 
E mme lu chiangu la destina mmiu ; 
Ecco ca la soa *uce mme respunde: 
- <t Na* mme chiamare no, muerta su* iu *«.- 



VL Sette fora permmieli carnuvali, 

E sette le quaresime 'nfelici; 
Sett'anni stiesi a peccata murtale; 
Sett'anni a Roma penitenzia fici; 
Sett'anni 'sta figliola 'uesi amare, 
Alli sett'anni la 'uesi lassare. 

Var. di Gaballino, v. 2, E sette pasche misere 'nfe- 
lici; V. 6, Poi la lassai! Oh errore cce fici! 



VII. Sutta all'umbria d'amore leu mme giru, 
Comu gira lu sule a largu celu. 
Pell'aria sse nde vae lu mmiu suspiru, 
Pensu alla toa bellezza e mme stau solu. 



-^ 136 '<^ 

Mme 'ncatinasti, beddhà, e foi daveru, 
Li legamenti toi fora d'azzaru. — 
Jeu su' ramante tou, lu veru veru, 
Tie mme vidi murire e l'hai a caru! 



1 



Vili. T'amu 'n secreta e finga nun amarti, 
Pura ca na' sse scopra l'amor mmia; 
Qaanda te 'mmiru, finga na' 'mmerarti, 
Te chiama calla core e te desia. 
'Ulia gli 'nfanni mmei tatti cantarti, 
'Ulia te dica qaanta patu ia; 
'Ulia ca studia li 'acanti e le arti, 
Pe' avire tie 'nu giurnu a piacer mmiu. 

Var. di Lecce, v. 3, Te 'mmiru sempre ; v. 5, mmei ieu 
palesarti ; t?. 6, E dire la gran pena che soffru iu ; v, 7, 
'Ulia studiare la mascia e Parti. — Solita proyenienza 
letteraria : 

* Ardo in segreto, e fingo non amarti, 
Acciò non sia scoverto l'amor mio; 
Ti miro il giorno, e fìngo non mirarti, 
Ti chiamo con il cuore e ti desio. 
Vorrei gli affanni miei sol palesarti, 
E dirti la gran pena che soffro io; 
Studiar vorrei magie ed arti. 
Per goderti un sol giorno a piacer mio. 

Si ritrova negli Affretti d'amore. — Analoga di Car- 
pignano Salentino: 

Finsi de non amarti e non è vefu, 
Lu penetrasti tu rinternu mmiu; 
Se te passai de *nnanti *nu pocu alteru, 
Fintu lu fici pe' nu' dirti addiu. 



-J> 137 <- 

Mo* rinnuamu fra nui Tamor primiera, 
Ogni passato error resta in obbllo : 
Prestami fedeltà; da tie lu speru, 
Ca sposa mmia sarai, piacendu a dia. 



IX. T'amau 'stu core mmiu, t'amau, t'amau! 
Ma mo' nun t'ama ochiùi, ca sse pentiu. 
L'arveru ci era verde sse seccau, 
L'arveru ci era siccu mme fiuriu; 
La barca ci era noa mme sse scasciau, 
Tuttu lu pisce a mare sse nde 'sciu; 
Fatte lu cuntu mai nei sse pensau, 
Ca la nostr'amecizia sse furniu. 

Var. (Caballino). t?. 4, nu' fiuru ; r. 7, Fatte 'nu contu 
ccMù nun sse pensau ; v. 8, E la. — Variante di Carpi- 
gnano Salentino : 

Fazzu 'nu cuntu, ca chioppe e scampau, 
E Tamecizia noscia sse furniu; 
L^arveru ci era verde sse siccau, 
Lu nuce ci era chinu svacantiu; 
La catineddha nova sse spezzau, 
L^auciellu ci era ^ngabbia sse nde ^ssiu. 

Variante di Mordano: 

Ninella allu sciardinu mme purtau, 
A sfogu de *stu core ardente mmiu: 
Tutti Tarveri a fiuri mme musciau, 
E de frunde d'amore mme cupriu. 
Lu core curiusu 'ddumandau : 
— « *Ddhu* stae l'arveru mmiu ci nu' fiuria? « — 
Respuse: ^- « De gran tiempu sse seccau, 
** Lu frutta e la bellezza sse furniu *«. — 



'^' 138 ^^ 
Variante di Lecce e Oaballino: 

^Na donna alla sciardinu mme purtau, 
Pe* spuniare ^stu core ardente mmiu; 
Tutti Tarveri a fiuri mme musciau, 
E de fronde d*amore mme cupriu. 
Lu core curiusa Mdumandau: 

— 4* Dov'è l'arveru mmiu ci nun fiuriu? « — 

— M Cara amante » — mme disse — « sse seccaa : 
« Lu frutta e labeddhezza sse perdiu ». — 

Canto analogo di Arnesano: 

La pace e Tamecizia sse furnia, 
Sala la scuntentizza nni restau ; 
Se quarche fiata mme 'idi ca ria, 
Quanta cchiù rida jeu, cchiù 'mara staa; 
Ma scacchi megghia de Tamore mmiu, 
Nun pensare cchiù a mmie, ca jeu mme nd'iau 
Sempre pensandu a cinca mme tradiu, 
Maledecendu ci mme 'bbandunau. 



X. Teta, lu nome vosciu è troppa bella, 
la creda de lu cela scisu sia; 
Hai niru l'occhiu e biondu lu capellu, 
E tutta la persona curtesia; 
Lu caminare tou pare 'n aucellu, 
Ci de farcene secutatu sia; 
Cape la toa persona intra 'nu 'niellu, 
De 'ddunca passi fiurisce la via; 
De 'ddunca passi nc'è 'nu carusiellu, 
Pe' leverire vescia signuria. 



-^ 139 <^ 

Variante di Mordano : 

Luisa, lu tou nome è troppu bellu, 
lu credu ca de celu scisu sia. 
Hai niru l'occhiu e biondu lu capellu, 
De grazia sinti china e cortesia. 
Lu caminu ci faci è de *n auciellu, 
Ci de fercone secutatu sia ; 
Cape la toa persona intr'a 'n aniellu, 
Scurdare nu' mme pozzu cchiù de tia. 



LATRONICO 



(BASILICATA) 



I. Brunetta varianti na e fuoco ardente, 
Spinno de Tanima mmia, fuoco abbruciante, 
Ben ritornata airammicizia antica, 
Bella, si vuoi fa' pace 'n'auta vota. 
'Mmano la porta 'na palma fiorita, 
Na rosa rossa pi' stutà' lu fuoco. 
- « Luci di l'uocchi mmiei, vampa d'amore, • - 
Li dissi, — « non parlare a nullo cchiù. 
« Tu pe' dispietto mmio, 'ngrata, lu fai, 
« Ci parli, ci cummierci cummi vuoi. 
« Mmi misi a 'nu luoco chi ci 'ntruvulaie 
« Viddi li gesti che facisti vui » . — 

Variante di Nardo (Terra d'Otranto): 

Brunetta saporita, fuecu ardenti, 
Fuecu di 'st'arma mmia, fuecu brugiante; 
Fuecu ci mm'è trasutu alla mmia menti , 
Fuecu ci nu' lu stuta 'n'addha 'mante. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Brunetta sapurita, focu ardente, 
Focu dell'arma mmia, focu bruciante, 
Ga mo' ci te si' misa alla mmia mente, 



•^ 141 '4- 

Si' foca ci nu* stuta 'n^autra amante, 
Pe' tie mia^arde lu core^ e nu* ase sente, 
Ga tantu t'amu farte e su' custante. 

Analogo di Carpignano Salentino : 

Lu focQ ci mme bruscia nun è focu, 
Ca s^era focu mm*averia brusciatu. 
Ci vole focu vegna allu mmiu core, 
C'hae mutu tiempu ci 'ddhumai la lampa. 
E se lu focu mmiu paria de foro, 
Diciano: — « Poverieddhu! comu campa?» — 
Jeu campu pe^ miraculu de amore, 
E mme mantegnu cu* la toa speranza. 

Variante di Nai*dò: 

Ci 'ole fuecu 'egna allu mmiu core. 
Di intra ssi bruscia e di fore no' pare. 
Ca ci lu fuecu mmiu paria di fore. 
La gente mmi dicia: -m Comu ha campare ?» 
Ca quistu è fuecu ci lu fece amore, 
Quandu *na donna beddha 'usi guardare. 

^Usi, volsi, volli. 



IL Bella figliola chi ti chiami Anna, 
Lu nome ti l'ha missu la maronna... 
...Tu tieni li billizzi di Sant'Anna, 
L'uocchie e li scigli di Santa Lucia; 
Mo' non ni farrà cchiù figlie mamma, 
Belle e aggraziate cummi a tia... 
...Aggiu camminato tutta Roma e Spagna, 
Napoli bella e tutta la Turchia; 
Dna, chi trovai inta Tabrei, 
Bella era si, ma non paraggia a tia. 



-b- 142 <^ 

Questo canto, nato forse dalla fusione di due, si può 
dividere in tre parti. La prima esalta la bellezza di 
Anna. La seconda paragona la donna amata a parecchi 
personaggi della mitologia cristiana. La terza afferma 
che in tutte le parti del mondo camminate dal canterino 
non c'è alcuna che la pareggi, e rammenta quella strofa 
della cantilena di Giulio d^Alcamo, che dice: 

* Cercat' aio Calabria, 
Toscana e Lombardia, 
Puglia, Costantinopoli, 
Genoa, Pisa, Scria, 
Lamagna e Babilonia, 
Tutta la Barberia; 
Donna non trovai in tanti paesi, 
Onde sovrana di mene ti presi. 

Ecco un gruzzoletto di raffronti per questa terza parte. 
Di Paracorio è la seguente: 

Vitti milli fanciulli spassigghiari, 
E pe' lu mundu spessu girijai. 
Vitti donni di Francia e di atr'imperi, 
Di Napuli e di Ruma rimirai. 
E se girassi puru pe' li sferi, 
^Na bella comu vui non trovu mai. 
E se tu, bella, voi Paffetti veri, 
'N amuri comu mia non troverai. 

Analoga di Aci- Reale : 

* Si' faccia di galofru triunfanti. 
La facci tunna comu 'na lumia ; 
bedda chi ti ficiru li santi, 
puramenti to mamma pri mia? 
He furriatu tuttu lu Livanti, 
Napuli, Roma, Palermu e Turchia; 
Truvari 'un he pututu 'n'autra amanti, 
Ccu' la vucca ammilata commu tia. 

Lumia specie di agrumi. Il Settembrini, nelle sue Le- 
zioni di Letteratura Italiana, primo Periodo, XIII. — 
« Abbiamo poesie di un messer Pola di Reggio di Lom- 
« bardia, e tra i suoi versi ci è questo : 

<• Aulisce più che 'rosa e che lumia. 



-^ 143 <^ 

M Tatti i lombardi da quei della Bega sino ai presenti 
» non saprebbero che cosa è lumia; ma lo sanno bene 
M quei di Reggio di Calabria che nei loro giardini hanno 
« una specie di cedri olentissimi che chiamano lumie. 
» Chi scrisse quel vèrso non era lombardo, non sarebbe 
«« stato inteso né da* Lombardi, né dai Toscani e nep- 
M pure dai Napolitani ». — Rispetto di Reggio di Cala- 
M bria: 

Beja, si giri tuttu lu Levanti, 
Parti di la Rumagna e Lumbardia, 
Trovare no, no' puoi fidili amanti, 
Mu t'ama de bon core, comu a mia. 
E veru ca nda truovi tanti e tanti, 
Ma ognunu po' mutare fantasia ; 
Ed io sempre ti fui fiermu e costanti, 
A nuju vozzi bene autru ch'a tia. 

Analoga di Caballìno : 

Da li paisi di li bianchi dei, 
Da la Filifilofi alla Turchia; 
Barbari nd'aggiu *isti, mori, 'brei, 
'Estuti russi e d'ogne cumparia. 
'Iddi 'Ntoniu, Pupilla, Adamu ed Ea, 
'Iddi Minerva, Lisandra e Middia; 
Ca quanti nd'hanu 'isti Pecchi mmie, 
Simile comu a tie nu' biddi mai. 

Canto raccolto a Martano (Terra d'Otranto): 

Votai gran palsi a luoghi abrei, 
Roma, Venezia e parte di Turchia; 
Mme nd' aggiu visti martori e giudei, 
Tutti vistiti a pompa signuria ; 
Nu'nd' aggiu viste beddhe comu a lei^ 
Vitti Teresa, Clorinda e Maria. 
Ca questo è veru dittu de Poeta, 
Ca te vogliu vestire tutta de seta. 

Analogo di Nardo: 

So' statu a la cittate di Cosenza, (?) 
Addhò' nc'è la nee ci no' squagghia mai; 
So' statu a Roma a la cittate beddha, 
Alla turnata di Napuli passai; 



^ 144 <^ 

So' statu alla fontana dì Cannella; 
La monte di Sant^Angilu ^nchianai ; 
So' statu a Andria addhò' le donne belle; 
Simile coma a tia no* bidi mai. 

Variante del frammento in lode d'Anna, di Mondra- 
gone (Terra di Lavoro) : 

Tu, bella nenna, che te chiami Anna, 
Lu nome te Tha puostu la Maronna; 
Damme 'nu vasu cu* *ssa vocca 'ranna, 
Nu* mme ffa* ì* suggiettu a *ss*aute ronne, 

Altro rispetto di Sambatello: 

* Anna, lu nome toi dil'annu veni. 
Tutti cu* tia li so* bellizzi stannu; 
La stati porti a *ss* occhi to* sereni, 
Li carni su* di nivi e *mbernu fannu; 
Li labbra su* d'autunnu frutti ameni. 
La faccia primavera senza *ngannu ; 
Ed eu si perdi a tia, me caru beni. 
Quali jornu avirò si perdu Tannu ? 

NeW Adone del Marini vi ha qualche ottava che poggia 
sullo stesso bisticcio. — Altro di Borgetto: 

* Cutidduzzu d*azzaru, tagghia e 'nsinga; 
Mentri chi 'nsinghi lu core cumanna: 

— « Pigghiami calamaru^ carta e pinna, 

M Quantu cci scrivu li billizzi d*Anna< •*. — 
Anna, che fusti fatta cu' la pinna, 
'Mpastata fusti di zuccaru e manna. 
Vidi ca a lu to' latu de la minna, 
Gc*ò lu to' nomu e lu meu : Peppi e Anna. 

'Nsinga^ spacca la penna d*oca per iscrivere. 
Dicono a Spinoso : 

Quanta jè bello lu nommi ri Anna, 
Lu nomme ti l'ha miso la Màronna. 
Tiniti 'nu garofilo a la canna 
Ra ciento miglia l'addori mmi vene. 
E quanno i' t'incontro sola sola, 
Tu cu' 'nu vaso mmi lu fai coglie'. 
Pi' 'nnanti mmi la 'ncontro a ta mamma 

— •< Addù' l'hai cuotu 'ssu gintili fiore?»— 



"^ 145 •<* 

— « r l'aggio cuoto a lu pietti ri Anna, 
•( Addù' sponta lu sole la mattina v. — 
rosa cu si' nata 'inta maggio, 
Chi rici mal ri te lu sol rispreggia. 



III. Sping-ula d'oru e donna casertina, 
Puorti li trizzi alla napulitana^ 
Qua c'è 'nu g*iuviniello bianco e fino 
Ci gira quatta vote la seminana. 

— « Passa la sera e passa la matina, 

« A mienzugiorno chi nei passi a fare? » — 

— ff Ci passo chi c'è 'n'angiula divina 
■ A poco a poco lu core trapassa » . — 

Più d*un canto parla di queste tre visite quotidiane. 
Eccone uno di Partinico : 

* 'Nta chista strata nc'ò 'na missinisa, 
Chi va vestuta a la napulitana: 
Cc'è don Giuvanni chi cci cogghi 'mprisa, 
Ca setti voti cci va la simana. 

— w Cci vai la sira, cci vai la matina, 

•* Lu menzujornu chi cci torni a fari ì •• — 

— •♦Cci tornu pri vidiri a Catarina, 

M Chiù bianca di la scuma di lu mari «*. — 

Cogghi ^mprisa, tenta d'innamorarla. Un canto di Pa- 
racorio suona: 

Ciancinu Tocchi mei, chiantu chi fannu ! 
Chistu è lu signu ca dormiri vonnu. 
Ora belli non fari mu mi dannu: 
Quanti notti pe' tia perdia lo sonnu? 
Jeu su' cuntentu mu dijunu 'n avenu, 
Pe' mu ti viju tri voti lu jornu. 
Una la sira, una di quandu iu quandu, 
E 'n'atra quandu sona menzijornu. 

Cauti Popolari, 111. 10 



^. 146 -^ 

Variante di Acì: 

* Ciancinu l'occhi mei, ciancinu sangu: 
Forsi è la mancanza di lu sonnu. 
Dijunu pani ed acqua tuttu Tannu. 
Quanta ti viju una vota a lu jornu. 
Un'ura ca 'un ti viju mi pari un annu, 
'N annu a stari ccu' tia mi pari un jornu! 
Chista è la cunfidenza ca ti mannu, 
Nun su' curreri ch'hé ghiri e po' tornu. 
Quannu pensu pri tia lu jornu 'un manciù, 
E la notti pri tia ^erdu lu sonnu. 

Hé^ ho da, devo. — Canto di Nardo. 

Ci passa di 'sta strada e no' suspira? 
'.Tata a quiddh'omu ci la potè fare; 
Ca jeu nei passu la mane e la sira, 
Lu mezzugiurnu e lu dopu mangiare. 

Più compiuto a Lecce e Caballino: 

Ci passa de 'sta strada e nu* suspira? 
'latu a quiddhomu ci lu potè fare ! 
Ca ieu nde passu de mane e de sira, 
Nu'. mme nde 'bbinchiu mai de suspirare. 
Ca nc'è 'na donna ci cuU'arcu mina. 
Ferisce Tomu e nu' lu fa sanare I 
Magari nei nde minti trementina, 
Curre lu sangu e la ferita pare! 
Magari nei nde minti erva de 'jentu, 
Ca le ferite toi su' cinquecentu ! 

Var. V. 4, E nu' mme 'bbinchiu; v. 5, Nc'ète 'na donna 
ci cull'occhi mira; t?. 6, L*omu ferisce e nu' lu; v. 9-10, 
desunt. — Cantano a Lecce e Caballino : 

Cara figghiola, quantu se' 'uardata, 
De le veci ne toi tutte quanturnu. 
Tieni 'na mamma tantu cruda e 'ngrata, 
Ca 'ssire nu' te fa 'n'ura lu giurnu. 
Ci 'ae la chiesia te tene 'nserrata, 
'Na caggiula t'ha fatta coma stornu; 
Mm'aggiu fare 'na chiai desseparata^ 
Cu grapu e 'userru tre fiate lu giurnu : 
Una la sira e l'autra la matina, 
L'autra quandu è sunatu mienzugiurnu. 



Dicono a Santa Croce di Morcone : 

— «• Passe la sera e passe la matina, 
- Lu mezeggiorne che ce pass' a fFà' I « — 
r cce passe còm' a 'nu dannate ; 
Povera vita mmia, la prèzze poche. 
Le cambane vanne comm' allorge, 
Povera vita mmia de passagge! 
Cosi fu Criste, e avive ru tradimende, 
L'avime avute nuje pover' amande. 
Vaje a Tinferne e pure ce sse trica! 
Pe' nuje non ze trova 'n avocate. 
'Ste lacrime, che ghiett' i\ so' de foche, 
Si no' mme piglio a buje, i' so' dannate. 

Dicono a Spinoso (Basilicata): 

Ohi tu ca passi e spassi e fai lu guappo, 
Nu' biri ca la zita nun ti vole? 
Passi la sera e passi la matina 
M'a 'mmenzìgiuorni chi ngi pass'a fare? 
— « Ma 1' ngi passa ca ngi aggio la via; 
« Si nu' l'avessi la farria fare. 
•• Pi* scattamienti ri chi mm'amminazza 
** r mmi d'aggi' a guri' chedde belli zze.» — 

Il secondo verso si ritrova in un altro canto pure di 
Spinoso : 

Giavinìello, ca t*hai a ra casaro, 
Aggiustatilli buoni li scarpuni. 
Nu' biri ca la zita nu' ti vole, 
E li guagueir ti menino la gala? 
Li guaguelle ti menino la gala 
Una cu' Tata: — « Pigliatile tune •'. — 



-»• 148 e.- 

IV. Core, che 'ss'uocchi toi so' ben guarniti. 
Chi menano li palle 'ncatenate. 
Una mmi n'hai minato e mm'hai firito 
Lu cori a milli parti mm'hai parciato. 
Pure lu sangu, chi tu mm'hai firito 
'Nta 'nu vasetto d'ore è cunservato 
'Ncapu di tanto tempo lu vidite, 
Sangu di primmo ammor cerca pietate. 

L^ottavo verso è chiusa che spesso ricorre: vedi nella 
nota che riguarda le due sorelle il canto di Moliterno 
che incomincia: Mmienzo *ssu chianu nc^è *nu bravo 
giardino. Lo ritroviamo in un canto di Saponara: 

Bella, intra li belle, bella site, 
La parma di la stima vui portate; 
Co^ una mano la lanza tinite, 
Cu' Tauta po' l'ammante salutate. 
'Nu corpo mm'hai tirato, e mm'hai firito^ 
Sanghe di primmo ammore cerca pietate. 
La chiave da lu cinto mm^è caruta; 
E si virite, quante renne site. 
In mano a la mmia bella la trovate. 

Variante di Pietracastagnara: 

Bella, ca de le belle voi site, 

De le belle la palma portate 

De le belle n'accoppate mille, 

La bella 'ntrecciatura de *sti capilli! 
Quanno parlate voi co' 'st'uocchie belle, 
Fate 'ncantare lu sole e le stelle ! 

Variante di Napoli: 

Bella ca de li belle voi siete, 
E de li belle la parma portate. 
Facite pazzì'are l'eremiti, 
Chìlle che rint'a li boschi so' nate 



Var. V» 1, Bella, de li belle; v, 2, Ma de li belle; r. 3, 
Facite 'nnamorà' 



-^ 149 <^ 
Variante di Lizzanello (Terra d'Otranto) 

Arveri de bellezza a mundu siti, 
E tutte l'autre belle superati ; 
'Nu calici d'argentu mme pariti, 
'N organu siti 'ui quandu parlati; 
E de lu milu la durcezza aviti, 
E de le beddhi la parma purtati; 
E de la terra li fiuri cupriti, 
Cchiù de li sette celi superati : 
'Ui faciti peccare li 'rremiti, 
Quiddhi d'intra li boschi addù' su' nati ; 
Subra de vui 'nu defettu aviti, 
Ca ci v'ama de core nun l'amati. 

Variante di Mordano: 

Vui do^ Burelle, ci alla chiesia ^sciati, 
Do' carrofali d'oru mme pariti; 
Sse 'ncrinanu li santi 'ddhti' passati, 
La gente ci ve 'ncontra 'ntratteniti ; 
Doppu ci l'acqua santa ve pigghiati 
L'aagelu ve 'ccumpagna 'ddunca 'uliti; 
Roma li paternosci v^ha mandati, 
Culle 'ndurgenzie puru cu l'aviti. 
Morte de do'-cent'anni Mdescetate, 
^Ddunca culle scenucche ve mettiti; 
Vui senza scale lu celu 'nchianati, 
E alla Madonna parlare putiti; 
E se 'razzie de diu Vandi cercati, 
Nu' be le nega no, ca beddbe siti. 

Variante di Morciano : 

Arveri de bellezza al mando site, 
'Jata la vecenanza ci abitati! 
Cu sse nde prescia l'aria quando 'ssiti, 
E lu terrienu 'ddunca camenati. 
Dei candelieri d'oru mme pariti; 
'N organu sentu quandu vui parlati. 
Ci pe' sorte allu mundu ve mettiti, 
Vui siti do' sorelle e nui do' frati. 

Mittere a mundu^ maritarsi od ammogliarsi. 



-^ 150 -4- 

Variante di Nardo, neritina: 

*Na cocchia di zitelle a mundu sieti, 
'Jata la vicinanze addhò' abitati ; 
L'aria sai udi prescia quandu issati, 
E lu tirrenu a dhà addhò' caminati. 
Do' cannulicchi d^oru mmi pareti, 
'N organu siati voi quandu parlati; 
Ca ci pi' sorta ar mondu vi poneti, 
'Ui siti do' Burelle e nui do' frati. 

Variante di Merine: 

Stinnardu di billezze a mundu siti. 
Ci tutte l'aiitre belle superati; 
'Na macchina d'argentu mme pariti, 
'N organu siti voi quannu parlati; 
'Ui de la terra li fìuri cupriti, 
Fena alli sette celi superati; 
Senza la scala alli celi saliti; 
Pigghia la scala e alli celi passati ; 
Sa' cce bu dicu se allu mundu 'eniti? 
'Ui siti do' Burelle e nui do' frati. 

Variante edita di Arnesano (Terra d'Otranto) : 

* Stinnardu de billezza ar mondo sieti, 
Ci tutte l'autre belle supirati; 
'Na machina d'argentu mmi pareti, 
'N organu sieti vui quandu parlati; 
.'Ui de la terra li fiuri crepeti; 
Fen'a li sette cieli supirati. 
Subbra di voi 'nu difettu aveti. 
Ci v'ama de ben core, nun amati. 
Sai cce bu dicu? se a lu mundu 'ineti, 
*Ui siti do' Burelle, e nui do' frati. 

* 

Varianti di Lecce e Caballino: 

a) Arveru de bellezza al mondu siti, 

Ca tutte l'autre beddhe superati ; 
Do' calici d'argentu mme pariti, 
'N organu siti 'ui quandu parlati; 
E de lu milu la dulcezza aiti, 
E de le beddhe la parma purtatì/ 



' 



->• 151 '4- 

E de la terra li fiuri cupreti, 
Cchiu de li sette celi superati ; 
Subra de 'ui 'nu defettu aiti : 
Ca ci v' ama de core nu' Tamate. 

b) 'Na cocchia de surelle 'ui ci siti, 

'Jata alla vecinanza addhù' abitate! 
Ca sse nde prescia Tarla de 'sti siti, 
E lu terrienu 'ddunca camenati. 
Do' candelieri d'oru mme pariti,^ 
'N organu siti voi quandu parlati ; 
'Ui faciti peccari li 'remiti, 
Quiddhi d'intra alli boschi addhù' hannu nati. 

e) Palazzu d'oru, de perle stampatu, 

D'oru d'argentu alli quattru pariti ! 
Beddhe caruse, ci qua intra stati, 
Siti monarche, de celu scenditi. 
'Ui senza scale li celi 'nchianati^ 
Parlati culli santi e poi scenditi ; 
Si 'na 'razzia de core ni cercati, 
La 'razzia è fatta percè beddhe siti. 

Analogo di Lecce e Cabailino : 

Luce de Tecchi mmei, luce 'ndurata, 
Tu si' lu refregeriu de' mrnia vita ! 
Famme de quandu a quandu 'na vardata, 
Mme guarda, mme cunsola e dammi vita. 
Ca cce te serve cu te muesci 'ngrata, 
Mo' ci 'mpettu m m'hai fatta la ferita? 

Il paragone col candeliere si ritrova in quest'altro 
canto Salentino : 

Si 'ndelecata comu candellieri, 
'Ritta cchiù de 'na torcia naturale; 
Quandu camini pe' quisti terrieni. 
La serena sse 'ncanta a 'mmienzu mare. 
E jeu a 'ngenucchi te 'asu li piedi^ 
Jeu^ lu veru tou amante naturale. 

Analoghe di Lecce e Cabailino : 

a) Beddha d*intra le beddhe, beddha sei , 

Jeu t' 'au 'mmerandu e nu' mme saziu mai; 



-^- 152 ■<^ 

m 

Jeu de cce biddi lu trattu de lei, 
Subitamente mme nde 'nnamurai; 
E ca mangiu e ca biu jeu pensu a lei, 
Pi' lei nu' dormu.e nu' riposu mai; 
Cci nc'è mancanza ha benire de lei, 
Ca de la parte mmia nu* sarà mai. 

b) Beddha, intra le beddhe beddh» siei, 

Bellezza comu a tie nu* biddi mai. 
De lu sciardinu mmiu lu fiuru siei, 
Fenca-qua 'nnanti tu lu -udore dai; 
Ch'allu piettu lu puerti do' lumei, 
De li beddhizzi toi mme 'nnamurai. 

Solita origine letteraria : 

* Bella, che delle belle, più bella sei, 
Una donna come voi non vidi mai ; 
Tu fai innamorare i falsi dei. 

Per la bellezza e grazia che tu hai ; 
Quando ti miraron quest'occhi miei, 
Subitamente me ne innamorai; 
Ma d'una cosa difettosa sei, 
Che degli amanti tuoi pietà non hai. 

* Bella, che di beltà tu bella sei, 
Che sempre pensi e non risolvi mai^ 
Tu fosti ridol mio, l'unico sei ; 

Tu fosti il cuore mio, sempre il sarai. 
Bella, non disprezzar gli affetti miei. 
Che di lasciar a te non sarà mai ; 
Io per amor tuo mi svenerei, 
E tu del mio penar pietà non hai. 

Ritrovasi negli Affetti d'amore, Pollica. Var. v, 1, 
Dimmi la verità, tu bella sei; v, 3-4, sono sostituiti 
dall'ultimo distico e poi seguono questi altri : 

* E de 'sto core tu l'ammica sei, 

E de 'sta mente non assisti mai, 
Chesso te rico a te, caro mmio bene, 
'Llicordati di mme dovunche vai. 



^ 153 c$- 

* Bella tu di beltà, tu bella sei, 
Che Del mirarti; oh dio, morir mi fai. 
Nel tuo bel viso staa gli affetti miei, 
Di te, dolce mio ben, m'innamorai; 
Tu fra tutte le belle unica sei, 
E tr» le belle l'unica sarai ; 
E tanto sembri bella agli occhi miei, 
Che più bella di te non viddi mai. 

È anche negli Affetti d'amore. Raccolta a Pollica, 
come popolare. 



V. Faccia de 'nu calice 'nnargentato 
Patrona di trecienti cavalieri, 
'Na sedia d'oro ti vorria videre 
Cu' carta e penna a 'ssi bianchi ^ani. 
Piglia lu nome mmfo, lu scrivi 'n carta 
Lu tuo mmi lu scrivo 'nta lu piettu. . 
Quanno tu vuoi a mmi, lieggi 'ssi carte, 
Quanno io vuoglio a te, 'rrapo lu piettu. 

Analoga di Lecce e Caballino: 

Dimroe ci siati tie, bon cavalieri, 
'rasta de 'nu zanzicu 'ddacquatu? 
A mmie mmo parse ca ti 'iddi ieri, 
Stare a 'mmienzu a tre arveri paratu; 
Unu de ulmu e 'n autru de lumia, 
E l'autru de beddhizzi carrecatu; 
Dimmelu ci si' tie, bellezza mmia, 
Ci mme tieni lu core 'ncatenatu? 

Variante : 

Dimmelu, bene mmiu, 'ddhti' fuesti ieri? 
De 'nnanzi a casa mmia nun ci passasti. 



-»• 154 •<- 

prunu mmiu d'argenta, o cavalieri, 
Si' 'rasta de 'nu zanzecu Mdacquatu. 
Nu' te cummene stare cu l'artieri , 
Megghi 'nimienzu tre arveri chiautatu; 
Unu de cersu, Tautru de lumia, 
E l'autru de beddhizzi carrecatu. 
Dimmelu ci si' tie l'amore mmia, 
Ci mme tieui 'stu core 'ncateuatu? 



Variante : 



DimmelU) bene mmiu, 'ddhù' fuesti ieri^ 
Ca de la strada mmia nu' si' passatu? 
leu l'aggiu fattu lu male pensieri, 
Ca mm'hanu dettu ca t'ali paratu; 
E ca pari 'nu d'oru candellieri , 
'Na 'rasta de basilecu 'ddacquatu. 
Mo' crisciu ca' dumineca nei 'ieni, 
Quantu mme piace lu tou camenatu ! 



VI. Mimtag*na d'oru e branca di curallo 
'Jato chi t'ha da gode, occhio bello; 
Li genti fra di nui strillano tanto 
Vone che ni lasscessimo 'ntuortamente. 
Chisto mmio core non si fida tanto, 
Pi' 'ssi troppe parole violente; 
'Mar' a lu piettu mmio, cummi s'impronta 
Ppi' 'na palla minata 'ntuortamente! 

Frammento di Cbieti: 

Tenete 'ssi mascell' di curali' 
'Ss'uoccbie nere friccicarielP 



I 



-> 155 •<^ 

VII. Quista è la strata di li belli fiurì, 
Addove vanno a spasso li Rammaui. 
Saluto la finestra co' li muri, 
Poi saluto a chi l'ha fatta fare. 
Ogni albero ssi preja di lo suo fiore 
Ogni auciello di lo suo cantare. 
'Ccussì mmi prejo di te, bella figliola, 
Quanno ti vedo e ti sento parlare. 

In Moliterno si dice proverbialmente: 

Chesta è la strata di li belli fiuri, 
Dove ssi vajj'a spass' la matina. 

A Sambatello cantano : 

* Oh! quantu è bellu Tocchili di lu suli. 
Chi di nisciunu si dassa guardari ; 
E cu lu guarda prestu Tocchi chiudi, 
' Chi no' lu ponnu Tocchi cumpurtari ; 
Cora'iddhu preja 'na 'rasta di chhiuri^ 
E Taceddhuzzi allegri fa cantari; 
'Ccussì, fìgghìola^ mi preju di vui, 
Quandu vi vidu in chiazza caminari. 

La vita essendo in gran parte nelle provincie meri- 
dionali nella strada e ne' cortili, molti canti vi alludono 
in principio. Eccone di Lecce e Caballino : 

a) Intr' a 'sta curte non ci potè 'ientu, 
•Nun ci potè lu sule prattecare. 

Nc'è nata Terva de lu pascimientu, 
'Na fonte d'oru suUu lemetare. 
Ca poi si' nata tie, prumu d'argentu, 
Nu' mme faci la notte 'rrepusare. 

b) Intru a 'sta curte nc'è 'na vita eterna, 
diu! ci la putissi 'asare 'ncanna! 
Jeu mme la cumbattu comu 'nsegna, 

Ca a mmie l'ha dunata la soa mamma. 

Tie de capiddhi nde puerti 'na gemma, 

Tie puerti lu stennardu e ieu la parma; 

Ci diu mme lu cuncede 'sta licenza, 

Dicu - *♦ La mmia speranza nu' mme 'nganna». - 



^- 156 <- 

De Mdhù' esse la sule la matina, 

Caccia tre pumidori la muntagna; 
'Iddi la mamma e mme parse Regina! 
Figurate la figghia quantu è magna! 
Purtaa la quasatura marangina, 
Tre fili de curaddhi russi a *ncanna; 
Oh Mdiu, ci la repinse 'ccussi fina! 
Benedittu lu sire e cchiii la mamma. 

d) Intr' a 'sta curte ne 'è 'na muscia 'resta, 
Cci cerne la farina culla cuta ; 

Sse 'ae uantandu ca la dote è lesta^ 
Maritu nu' nde troa la 'ngalenuta. 

Canti di Napoli : 

a) Dint'a 'stu vico ne 'è nato 'no tallo. 

E piccirillo e ffa li cocuzzielle; 
Vi' quanta mme ne ffà 'sta faccia gialla, 
'No juorno nce Tammacco lu scartiello. 

Variante di Pietracastagnara : 

Dint'a 'sto vico nc'è nato 'nu tallo, 
E pizzerillo e mena i cucozzielle ; 
Si mo' nun sse ne va 'stu faccia giallo, 
'Nu giorno l'aggi 'a piglia' cuUu curtiello. 

Faccia giallo, facce ''ngialluto^ termine di sprezzo 
frequente. Così in un frammento d'Airola : 

Facce-gìallute, portami crianza, 

Primmo a li panni e poi la mmia perzona. 

h) Dint'a 'nu vicu nc'e nata 'na vigna, 

Povera vigna mmia, chi coglie e magna! 
Chi ppe' 'nu 'rappo e chi ppe' 'na pigna, 
Povera vigna mmia, chi coglie e magna ! 
Non mme ne curo ca chiove e ca bagna. 
Basta che traso 'ngrazia co' 'sta ninna. 

e) Dint'a 'stu vico nc'è nato 'nu puzzo. 
Dove che sse vanno a mena' l'anime pierze ; 
Nce sta 'na nenna che chiagne a selluzzo, 
Ha ammato 'u bene sujo e ppo' l'ha pierzo. 



^- 157 -«^ 

d) Dint'a 'sto vico nc'è nata 'na quaglia, 

Appriesso nce vanno treciento coniglie. 
Si la vedi comm' 'a neve squaglie, 
Quanno va a messa 'ngrifa li capille. 
Chi vo' sape' lo norame de 'sta quaglia, 
Sse chiamma: la scorcoglia-piccerille. 

Variante, pur di Napoli: 

Dint'a *stu vico nc'è nata 'na quaglia, 
Appriesso li porta trentasei coniglie. 
Chi vo' sape' 'sto nomme de 'sta quaglia 
Sse chiama: scorcoglia-piccerille. 
Chi le portava anielli e chi fioccaglie 
E issa, faccia tosta, sse le piglia. 

Canto di Paracorio : 

Chista è la ruga di li 'janchi panni, 
Nei su' navi e galeri a quattru 'ntinni ; 
Nc'è 'na figghola di quattordici anni, 
Calata di lu celu e 'nterra vinni: 
La mamma la crisciu cu' tanti affanni^ 
Vinni a lu maritar! e no' la tinni ; 
Ora ssi vota cu' IJocchi tiranni : 
— *« bellu, se voi amuri, pigghiàtindi »* 

Variante di Termini : 

* Arsirà cci passai di San Giuvanni ; 
'Ntisi sonari lu toccu e li signi; 

'Na picciuttedda di quattordici anni, 

Calata di lu celu, 'nterra vinni. 

So' mammft Tha 'ddevatu bedda granni, 

Ora a lu maritalla si cunfunni ; 

Idda ssi vota cu' l'occhi tiranni. 

Tu, bedda, fa la truscia e jamuninni. 

Variante Bruzia : 

* Intra 'ssu liettu e ricamati panni. 
Ci sta *na varca cu' tricientu 'ntinni I 
È 'na figliola di quattordici anni, 
Calata da la cielu, 'nterra vinni. 



^- 158 "^ 

Sia beneditta chi ti fozi mamma, 

E beneditta chi ti dezi minna! 

Nun mi guai-dari cu' du' occhi tiranni ! 

Spogliati, bella mia, e jamunninni. 

Frammento neritino: 

Alla iinescia addhò' spandi li panni, 
C'è 'na grasta di zanzica fiurita; 
C'è 'na figliola di 'nu sidici anni, 
Calata di li celu a 'nterra uscita. 

Variante di Caballino: 

La fìniscella addhù' spandi li panni, 
Nc'è 'na rasta de zanzecu fiurile ; 
'Na cariisella de quattordici anni, 
Ca Cristu de lu celu 'n terra scinde'; 
Ca la billezza soa la 'inde a parmi, 
E ogne parmu stae ducati milli ; 
Pe' la billezza soa mme 'indù l'armi, 
Pe' cumprare 'sta donna ducati milli. 

Variante di Trezza : 

* 'Ntra 'stu curtigghiu c'è dui belli parmi, 
Setti galeri ccu' dui belli 'ntinni; 

'Na picciuttedda di qiiatordici anni, 
Lu cori m'ha rubbatu e ssi lu tinnì; 
La mamma mi la desi di du' anni, 
E la mantinni ccu' l'ali e li pinni; 
Ora, figghiuzza, levimi 'st'affanni, 
Fatti la truscitedda e jemuninni. 

In Terni, ridotta a quattro versi (dall'egeria) : 

* Quella finestra, dove spandi i panni, 
C'è una galera con tutti gl'insegni ; 

C'è una ragazza di quattordici anni, 

La veddi in mezzo al mare e in terra venni. 

Altri canti di Paracorio: 

a) 'Ntra chista ruga nc'è 'nu bellu ghiuri, 

Attornu, attornu novi gìgghi nd'havi. 
È 'na figghiuola ch'è china d'amuri ; 
Cuverna 'na città senza mangiari. 



^' 159 <^ 

Se 'ncarchidunu manda pe' favari, 
Dicitinci ch*è mia, non si po' dari. 
Ciiistu è lu giggbiu di lu prima amuri, 
Amuri chi non pozzu abbandunari. 

b) 'Ntra chista ruga nc'esti 'nu trisoru, 

Nei vonnu setti cosi, mu si piggbia. 
Nei voli 'ngattu cu' li pili d'oru; 
Lu marmuru mu gbiuri e pe' mu giggbia; 
E 'na stracozza mu faci lu volu; 
Lu pulici mu sarta centu migghia. 
'Sti così 'ntra lu mundu non li trovu. 
Apposta lu trisoru non si piggbia ! 



VIIL Rosa, di santità sei la rumana; 
E di bellizzi sei la fiiirintina; 
Nata 'Mpalerrao e crisciuta 'Ntuscana, 
Tu battizzata sei alla marina. 
Tu di billizzi sei la luci chiara, 
E di lu sole sei li raggi fini. 
Di norame ti ci chiamino — « La tramontana, 
• Della malattia mmia la medicina » . — 

Dice un rispetto romanesco, a proposito di malattia 
d'amore: 

Che destino crudele in Barbari a ! 
Rimedio non si trova pel mio male. 
medici ebe state qui con mia, 
Che fate la mia vita consumare, 
Mandatemi a chiamar la bella mia, 
Se volete che io possa ancor campare. 

Canto di Spinoso: 

— «* tu ca vai e bieni a i*a Caserta, 
•« Rimmi : l'hai vista la furtuna mmia? 



-^ 160 •<► 

— *♦ Sera nei fui, e la truvai a lettu 
« Tinia lu ciilore ri la morte. 

4 

* La mamma la chiaugìa a braccia aperte: 
^ Figlia^ quanVeri bella, e mo' si* morta!** 

— *t Oh sbinturato mme, cumm*aggi'a fare, 
•♦ Pi* ti virere, o bella, aggi'a murire! 

« Oidio, o dio, e dammi tu la morte, 
•» Senza lu bene mmio, nu' pozzo stare ». — 

Altro rispetto romanesco: 

Colonna d'or mi sei venuto a trova', 
Mo' che mi vedi colla morte avanti! 
Quelle tue mani buttavano rose, 
Adesso gli occhi tui menano pianti. 
Non pianger, bella, che chi nasce more 
Né ho visto morti a ritornar *co' pianti; 
Tenetevele in mente 'ste parole: 
Non ci vedremo più da oggi avanti. 



IX. Stilluccia di lu cielo, quanto si' bella! 
La 'Nnunziata ti vole guardare. 
Vai pi' mare cumini 'n'angiulella 
Puorti la carta di lu navicare. 
Quànno ti mitti 'ssa virda gunnella 
L'angili di lu cielu fai calare; 
Quanno ti la lievi pari cchiù bella 
Pari curami è vasciellu 'n autu mare. 
Si lu sa lu Rre quantu sei bella, 
Arma carrozza e ti vene a pigliare. 

Il Racioppi ne fa avvertire che in Latrpnico la gon- 
nella delle donne non è verde, e che il canto non deve 
quindi essere indigeno. Vedi il primo dei canti di Ges- 
sopalena. 



-^- 161 ^ 

Ad Acì Reale cantano : 

* Si lu sapi lu Rre ca tu si' bedda, 
Gcu' dui galèri ti manna a pigghiari: 
E poi ti menti 'ntra 'na tartanedda, 
Tutta lu munnu ti fa' furriari. 

Un rispetto romanesco: 

* Fior di melella! 
E se lo sa il Re te manda a piglia' 
Per far la razza della gente bella. 



X. Sotto 'n arbro gentile un arbuscello 
Fuori li rai mmei girai lu juorno. 
'Mpiettu mmi truvai 'nu flagello, 
Tu solo mm'arrubasti lu cuor mmio. 
Tieni ssu cuore mmio cumpleto e bello 
Guarda chi non lascissi Tammor mmio. 
- « Si cambio l'ammor mmio pi' Tanti stelle, 
'< Tu muori, bello, e i' spiro pi' tia » . - 

Furto del cuore in un canto di Paracorio : 

Stilla lucenti chi a lu celu jisti, 
E a 'nu momentu la mundu girasti ; 
Cu' lu curtellu lu cori m'apristi, 
E chidhu ch'era d'intru, ti pigghiasti. 
D'intra 'na tazza d'oru lu mentisti^ 
Ed a lu beni meu nei lu levasti. 
Vorria sapiri chidhu chi dicisti ; 
Certu mi dici ca l'arricriasti. 

Dono del cuore in un altro canto di Paracorio: 

Ti mandu 'stu me' cori e vi' ca veni, 
E chinu di bellizzi e cortesia. 
Tu mandami lu toi, se mi voi beni, 

Cinti Popolabi, 111. IT 



^- 162 4- 

Ca mi lu tegnu lu jornu cu* mia. 
Pigghia 'sta carta, chi scritta ti veni, 
Leggila cu' 'ssa vucca, anima mia. 
Dicendu ca non vogghiu ad atru beni^ 
Chi fazzu, fazzu; sempri pensu a tia. 

Imagine dell' amata scolpita in petto. — Canto di 
Morciano : 

Jeu t'amu e tu mme fuggi, oh cce despiettu ! 
Fra quarche giurnu mme saprannu mortu ! 
Senz'essere malatu e stare a liettu, 
Tu puru sentirai ca già su' mortu. 
Lu miedicu ci vene e spacca il pettu, 
Pe' guardare la piaga ci nei portu; 
Tie sulu truverà, mmiu caru oggettu, 
E dice e a pe' tie sulu su' mortu. 

Imagine analoga in un canto di Paracorio: 

S'ardi lu pettii meu, la bampa vidi, 
Di tia, giojuzza, la causa perveni; 
E lu me' nomu, fra tanti martiri, 
Chista povera vita non cunveni. 
Chhiacca 'stu pettu meu, se tu ti fidi, 

Cerca lu cori chi ti voli beni 

Cu' tutti 'njocu e spassu tu mi vidi, 
Ma a tia sula aju amatu e vogghiu bene. 

Altro canto di Paracorio, analogo : 

Tu sei lu bellu chi all'amuri attiri, 
'Ntra lu me' pettu stai fermu e costanti. 
Chhiacca lu pettu miu, chhiacca ca vidi, 
Chhiacca ca vidi, quantu sugnu amanti ! 
Tu riccu di bellizzi, ed eu di fidi; 
Tu bellu cchiù di tutti, ed eu cchiù amanti; 
Parola ti darò su la me' fidi, 
D'esseri serva tua, fidili amanti. 

Chhiacca^ spacca. Imagine simile nel canto seguente 
di Napoli: 

Bello, ca 1' nocchie tuoje so' due scoppette. 
Menano scoppettate giorno e notte ; 
Mme n' haje menato una 'nt'a 'sto pietto, 



^ 163 <- 

Ca mme Thaje fatta 'na ferita a morte. 
Si non lo credi spaccami 'sto pietto^ 
Dinto nce troverai lo tuo litratto. 

In Airola i soli quattro primi versi. A Montella: 

Ninno, 'i uocchi tui so' due schioppetto^ 
Menano schioppettate giorno e notte; 
Mme ne hai menata una 'mmezzo a 'sto pettOy 
Mme rhai fatta 'na ferita a morte; 
Manno a chiamrnà' 'no mierico perfetto, 
Ca re firite mmie cercano morte. 

A Caballino: 

Beddha, ca l'ecchi toi su' do' scoppette, 
Minanu scuppettate e su' de morte. 
'Na ferita mm'hai fatta allu mmiu piettu^ 
Un^ mme nd'hai menata e nu' su' muertu. 
Besogna mme lu spaccanu 'stu piettu, 
Ca biscianu la piaga ci nei portu. 

Offerta del cuore all'amata, canto di Mordano: 

Vidi ca lu mmiu core a tie sse nd' 'ene, 
Tuttu chinu d'amore e gelusia ; 
Mo' mandami lo tou, se mme voi bene, 
Sempre cu' mmie tenire lu vulia. 
Cosa dunata assai cara sse tene, 
Nu' sse mina pe' nuddha gelusia. 
Ahi quandu fenerannu le mmie pene? 
Quandu 'stu core sta 'mpriessu de tia. 



XI. Sping-ula d'oro e aquila d'argiento, 
I' so' lu beni tuo che t'ammo tanto! 
T'aggio ammato e t'ammerò contento,. 
Voglio che non cambiissi altro ammante. 



1 



-> 164 <- 

Mo' si ti vego parla' cu' atra gente^ 
'Stu core ssi firisce cu' 'na lanza! 
Rosa rossa fai muri' li gente 
E si' lu fiore di la vicinanza. 

Canto analogo di gelosia di Paracorio : 

Chistu è lu locu di la me' speranza, 
Dovi "st^affrittu cori sempri pensa. 
Lu cori mi trafiggi cu* 'na lanza: 
Jeu pi' Tamuri toi nd'haju pazienza. 
Tu mi nd*hai a diri se nei fu mancanza, 
puru *ncarchi rama di spartenza: 
Fin* a la morti tegnu la speranza, 
E dopu morti ti cercu licenza. 

Canto di Lecce e Caballino, analogo : 

'Ngrata, addhù* scera li toi giuramenti. 
La fedeltate, e le prumesse tante? 
Facisti comu Sciuda tradimenti, 
Sciuda tradiu lu diu, e tu l'amanti; 
Verrà lu tiempu e tandu te ne pienti^ 
Ca picca e pocu te consumi a pianti ; 
E poi cu' 'ridi d'arma scunuscenti : 

— •« Perse lu core mmiu, fedele amanti *». — 

Solita origine letteraria : 

* Barbara, dove sono i giuramenti, 
La fede data e le promesse tante ? 
Perchè cambiasti amore in tradimenti 
Perfida ingannatrice ed incostante? 
Verrà, verrà quel di che te ne penti ! 
Gringanni usati al tuo fedele amante, 
Allora piangerai con tuoi lamenti: 

— » Persi ridolo mio tanto costante ! »♦ — 

Quest'ottava viene cantata tale' e quale a Pollica. — 

Altro canto analogo di Lecce e Caballino : 

Nu' tanto ierta, no, te cala l'ale, 
Nu' sai lu mundu comu t'ha benire! 



-=> 165 <=- 

Tu sula mm'hai bulutu disprezzare^ 
Giovene comu a mmie, cce miu'hai de dire? 
'Nu giurnu 'spetti, e mm'hai desiderare, 
Ma quandu tu mme vuoi, nu' mm'hai d'avire. 



XII. Vuciello culinudo senza penne 

Che bai facenno pi' 'nta 'ssu cuntuorno? 
Non tieni porpa ni ossa pi' 'ssa lingua 

— « Ben vinato, pisaturo d'avrunzo, 

* Corame non ti misuri alla valanza? » — 

— « Comme l'auciello a l'albero scappai; 
« Non mmi 'Uicordo lo luoco addò' fui. 

« Bella, tridenti miglia camminai, 

« Apposta vienni pi' truvare a vui ! » — 

Culinudo^ ignudo; avrunjro, bronzo. Canto di Lecce 
e Gaballino. Risposta della donna all'uomo che dice dì 
esser venuto da lontano a far la serenata. Frammento 
evidente di ballata perduta 

Ci te lu mise lu lazzu allu piedi, 
Ci tanta longa te parse la ^ia? 
Mme Taissi mandatu 'nu currieri^ 
Te rhia paatu de la 'ursa mmia. 
— •« Nun bogghiu nu* turnisi e nu' currieri, 
•♦ Sulu 'n'uretta cu parlu cu' tie. ^ — 



CARPIGNANO SALENTINO 



(TERRA D'OTRANTO) 



I. Caru, se lu discorsa no' te piace, 

Ci è chiaru cchiui de l'acqua de 'na foce. * 
A quai ci passeg'giamu, e 'scuru face, 
Tuttu è 'nu patimentu e tuttu è croce. 
-Ma se minare voi li giurni a 'mpace 
Vieni quai sienti mo' quista mmia voce: 
Fuggi le 'nimicizie, ama la pace; 
No' vidi mo', ca la discordia noce? 

Altro canto morale e religioso di Lecce e Caballino : 

'N'anima ci sse minte amare diu, 
Ni le duna le chiai de la cuscenzia. 
La Yoluntate sua la duna a diu^ 
E face quiddhu ci 'ole Tobbedenzia. 
Anima mmia, ci a diu te si' dunata^ 
Cchiù nu' pensare no' a nisciuna cosa. 
De lu muudu te stane destaccata, 
Mosciate sulu a diu sempre devota. 
Se de li carni soi te si' cibata^ 
Dinne ca sinti soa felice sposa. 

Altri canti morali di Garpignano Salentino: 

a) No' mme lusinga echini 'nu ciecu amore. 

Donna no' su' echi Ci tou^ su' tuttu mmeu; 



^ 167 4- 

Ca pe* causa de lagreme e dulore, 
Umbra de penitenza osci su' jeu. 
Odia la fiamma, mo\ odiu l'ardore^ 
Ci tantu tiempu chiusi al pettu mmiu. 
L'oggettu di quest^arma è il redentore ; 
Lassai la vanità, mme desi a diu. 

b) Mundu fintu, busciardu ed incostanti, 

Sciardinu ornatu de frutti apparenti ; 
Funtana *mara de lagreme e chianti, 
Laberintu d'affanni e de tormenti ; 
Scena de pacci e caggia de 'gnuranti, 
Esiliu delli sciocchi e de' sapienti; 
Scena ci in ogni puntu e in ogni 'stanti. 
Mute cose presenti e no' su' nienti. 



II. Ci cchiui de mmie potia dirsi felice, 
Ci cchiui de mmie godia tranquilla pace? 
E mo' 'scii diventai tantu 'nfelice, 
Ca trattare allu mundu no' su' capace. 
Smanie, affanni, suspiri su' mmei amici, 
Mancu de 'nu cuntentu su' capace. 
Sempre chiamu la morte; iddha mme dice : 
- « Vivu te vogliu sì, mu senza pace » . - 

Altro canto d'infelicità pure di Carpignano Salentino : 

Umbra^ fantasma su', tuttu spaventu^ 
D'ogni core^ de ogni arma ogettu riu; 
Ogni aria, ogni fronda ed ogni vientu, 
Ghiangune lu 'nfelice statu mmiu. 
Chiangune ì monti e fannu gran lamentu, 
Strillane cu' cuntinuu murmuriu. 
E chiange pe' pietà der mmiu tormentu, 
La stessa crudeltà, ci mai cbiangiu. 



^ 168 <h 

III. Giuda, se pati tie neiraspru 'nfiernu, 
• Nellu 'nfiernu d'amore leu stau penandu! 
Tie vasasti Gesù celeste eternu; 
'Na fimmena vasai iu e mo' mme dannu. 
Tie pe' 'nu vasu stai ner foco eternu; 
Pe' 'nu vasu ieu puru stau penandu; 
Facimu tra de nui cangiu de 'nfiernu, 
Ca lu 'nfiernu d'amore è cchiù tirahnu. 

Solita provenienza letteraria: 

* Giuda, che giaci nell'aspro inferno. 
Che neirinferno crudel stai penando; 
Per un bacio ti trovi entro airinferno, 
Per un bacio mi trovo in tanto danno ; 
Tu baciasti un dio alto e superno. 
Io baciai una donna per cui mi danno ; 
Giuda, ti prego cambiamo l'inferno, 
Che Tinferno d'amore è più tiranno. 

PoUica. Var. v. 7, Giuda, deh per pietà, cagnamo 
'nfernu. — Altro canto, di Morciano, in cui ricorre il 
paragone fra Pamoi^ e Tinferno: 

Ju luntanu da voi, Tarma mme manca, 
E criu ca Tarma puru manca a tia. 
Lu fuecu de lu 'nfiernu, oh! quantn 'bbampa ! 
Ma quiddhu de l'amore nu' nei 'rria. 
Ci liei lu pesce all'onde cchiù na' campa, 
E jeu nu' campu luntanu de tia. 
Vi' cce nei face a nui la luntananza. 
Tu pati pene e jeu moru pe' tia. 

Altro canto di Morciano su' tormenti amorosi : 

'Scire mme nde vulia tra boschi 'nterni, 
Menar la vita mmia comu diu vole, 
Pe' pane mangeria dell'erbe 'mare, 
Per acqua beveria lu mmiu sudore, 
La terra mme servia de capetale, 
E mme facia lu celu de lenzole. 
Vulia minu 'na vita de 'nu cane, 
Pe' nu' stare suggettu cchiù all'amore. 






-^ 169 •<^ 

IV. leu de eoe bitti tie, quaglia d'amore, 
Oomu 'nu sassu, mm'hai fattu restare. 
Chiangunu Tocchi mmei sangu d'amore, 
Te vidu, non ti pozzu mai cuntare. 
Beddha, vulia te mandu 'bbasciatore, 
Cu begna le mmie pene a te cuntare. 
Su' resolutu de mandarti lu core. 
Tenimi a pettu e non mme 'bbandunare. 

« 

Variante tetrastica di Caballino e Lecce : 

Capiddhirizza, piaga de 'stu core, 
'N sassu tie mme facisti tramutare; 
Su* resulutu te mandu lu core, 
Strittu la tieni e nun l'abbandunare. 

Variante di Spongano (Terra d'Otranto): 

Beddha, tu si' lu chiodu de lu core, 
Ca videre te pozzu e nu' parlare ; 
Mme chiange l'occhiu, sse stringe la core, 
Gomu 'nu pazzu mme fai peniare. 
Jeu chiangu ca nu' tegnu 'mbasciatore^ 
Te vegna le mmie pene a raccuntare; 
Mo' su' despostu te dunu lu core, 
Cara la tieni^ nu' l'abbandunare. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Cce spetti, beddha, mme duni lu cora? 
Ca nu' mme sienti la sìra cantare ? 
Pigghiati la cunucchia e bieni quaffore, 
Nni dici alla tua mamma ca 'ai felare. 
Ca cci pe' sorte mammata nun bole, 
Mintite alla fenescia a susperare; 
Ca passa e te lu dica do' parole, 
- - Ci te 'mmariti, nu' mme 'bbandunare ♦•.- 

Variante di Lecce e Caballino : 

Si' tutta beddha e nu' mme dai lu core, 
Quandu mme 'iti de sera passai^ ; 
Pigghiate la cunucchia e biessi fore, 
E dinne alla toa mamma ca 'ai a felare. 



'^' 170 •<^ 

Ci mammata te dice ca nu* bolo, 
Mittite a la fenescia a lagremare. 
Passeraggia decenda do' parole : 

— «Se si' fatata a mmie nu' mme mancare ♦». — 

Variante pur di Lecce e Caballino: 

Marina, marinella de 'sta core^ 
'Ulia te sentu 'na fiata cantare; 
Ci mammata deci8se ca nun bole, 
'Nfacciate alla fenescia a suspirai^e. 
...De le scarpe nde 'ulia le capisciole, 
De li quasetti lu biancu pedulu ; 
De lu scenucchiu la 'ttaccaglia d'oru, 
De la toa cinta la fascia rigata ; 
De lu tou piettu nde 'ulia lu core, 
E de la lingua lu dolce parlare, 
'Nzetta, ca te le dicu do' parole, 

— u Ci te 'mmariti nu' mme 'bbandunare »». — 

Variante di Nardo, v. 3, Ci ti dice la mamma ca no' 
bole ; V. 8, Di li tua scarpe ndi 'ulia li pose ; v. 10, Di 
la toa bocca; v. 11, Aspetta ti le dicu. 

Canti analoghi di Lecce e Caballino : 

a) Amame, bene ramiu^ ci mm'ha' d'amare, 
Amarne fermu^ custante all'amore; 

Ci nc'ete quarche lingua dica male, 
Le minanu allu 'ientu le parole; 
Custante, bene mmiu, non dubitare, 
^Sta vita mmia pe' tie furnisce e more. 

b) Te guardu 'ddunca stai, te guardu, e moru^ 
Ci poi nun ci te trovu, e nu' te vidu; 

A voce chiara lu tou nome chiamu, 
Mme guarda, ca pe' tie stau allu serienu. 
E nu' cridere mai ca t'abbandonu, 
Ci nu' sse scocchia l'aria de lu celu. 
Sai quandu, 'mure mmia, iu t'abbandonu? 
Quandu sule nu' ss' acchia e luna 'ncelu 




^ 171 <ir 

lu guarda a 'n cìelu e campare 'na stella, 
Di 'nnanti mme sparia come 'aa palla! 
Intra 'sta cambara c'ete 'na zitella, 
'Nu salata li manda e no' mme parla, 
Tant'aggiu da gredare gaerra guerra. 
Per vincere 'sta donna de battaglia! 
Se io sappesse ca non aggi a quella, 
Sordato mme farria della battaglia. 

Canto analogo pure di Carpiguano Salentino: 

La luna quandu è noa cchìu pare bella; 
Quantu cchiu all'autu vae, cchiù bella pare; 
Poti ^scire cchiù all'autu di 'na stella, 
Ma de le manu mmei no' po' scappare; 
Vavi alla chiesa comu a lindinella, 
*Jata *ddha mamma chi te sìppe fare ; 
*Jata 'ddha mamma ci hae 'sta figlia bella, 
Senza la dota Tha da maritare. 

L'ultimo Terso del canto Carpìgnanese in cui si parla 
d'arrolarsi per disperazione amorosa, mi rimette in me- 
moria il canto seguente di Spinoso (Basilicata): 

Bella, mmi parto e pi* surdato vavo, 
r pe' l'ammore tuo vavo a la morte. 
Vavo a la guerra pi' ire a cumbatte'; 
Putenza ri Re quanta si' forte ! 
Auanno ti criri ca so' a chille parte; 
r tanno signo avanti a la tua porta; 
Bella, si ti mariti i' mmi riserto, 
Mmi rò 'ncampagna e ti lascio la morte. 

r ri 'sta vita mmia ni stavo scusito, ' 

Ra la Corte so' stato amminazzato. 

Mmi volni fa' la testa a ra bannito. 

Mmi yolini fa' pennire 'mpicato. 

Tu si' lu capitano ri la terra, 

Ma i' so' lu yicirè ri la campagna; 

Tu scrivi cu' la penna e fai rammaggio, 

I' vavo pi' lu munno senza legge ; 

Tu tieni calamaro, carta e penna, 

Ma i' tegno porve e chiummo al mmio cumanno. 



->■ 172 •<- 

VI. Intra 'nu boscu le mmie pene cuntai, 
Lu boscu sse commosse à pianti mmiei; 
Pietà intra alla boscu jeu trovai, 
Tie sula no' te movi a mali mmei. 
Se intra a 'nu boscu ieu pietà trovai, 
Quantu sperare no' dovia da tìe? 
Hannu pietà le chiante e tie nu' l'hai 
Cchiù cruda de le chiante sii cu' mmie. 

Analoga neritina: 

DMntra di quilli boschi, arbori e fronde, 
Ddhà piersi ci mm'arse e mmi firiu; 
Ddhà piersi la mmia beddfaa e non so' d'onde. 
Non so' di ^nnanzi airuecchi donde 'sciu ; 
La vo' circandu tra li liti e Tonde, 
Fannu quest^uecchi mmiei 'nu pianta riu. 



VII. Mme 'bbandunasti e videre no' poi 
Comu se a mundu no' te vitti mai; 
leu foi lu primu de l'amanti toi, 
'Ntra tanti amanti 'n disgrazzia mme 'cchiai. 
No' mme nde curu, no, pig^ghia ci voi, 
Ca viene tiempu ci te penterai. 
Cu' lacrime de sangu chianti poi 
Desideri d'avermi e cchiù no' mm'hai. 

Analoga di Lecce e Caballino della quale abbiamo già 
date numerose varianti : 

rosa russa, culurita e bella, 
Jeu foi lu primu amanti ci t'amai; 
Ca quandu ieri piccula e zitella, 



-> 173 <* 

Jea fanciullinu mme nde 'niiamurai. 
Mo* ci t'hai fatta 'raude zita e bella, 
Pe' *n autru amante abbanduuatu mm'haì. 

Analoga, pur di Lecce e Caballìno: 

Quante fiate nde passu de 'sta strada, 
Tegnu mente alle porte de la 'la; 
'Isciu *na seggiteddha a ^mmienzu a casa^ 
Ma nun ci 'isciu la carusa mmia. 
Seggiteddha mme puerti 'na 'mbasciata? 
'Nu bon salutu alla ninella mmia? 
Nni dici ca nu' l'aggiu 'bbandunata, 
Nni di* ca Tamu de quandu era stria; 
Cu' forza d'armi Tibbi riscattata, 
Mo' cu* mme lassa nu' mme lu credlu; 
Mo' cci ss'ha fatta 'rande e beddha zita^ 
Pe' 'n autru amanti ha 'bbandunatu a mmie. 

Altra di Lecce e Gaballino: 

La prima fiata ci te 'iddi voi, 
Subetamente mme nde 'nnamurai ; 
E quandu viddi lu trattu de voi, 
Subetu mmia patruna te chiamai; 
Giurammu e a nn'amamu tutti doi, 
Te diesi fede e nu' la 'Uentu mai; 
Qu arche mancanza ha beni re de voi, 
Ca cu begna de mmie nu' sarà mai ; 
Sai quandu, beddha mmia^ 'bbandunu voi ? 
Quandu terra nu' ss' acchia e celu mai. 

Var. V. 9, beddha, tè 'bbandunu voi? 

Variante di Mordano. 

La prima fiata ci te vidi a lei, 
Subetamente mme nde 'nnamurai. 
Tantu mme piazze lu trattu de lei, 
Subetu l'amicizia la pigghiai. 
Mme curcu sempre e penzu sempre a lei ; 
E lei però a mmie nu' penza mai, 
Nu' mme ne curu ca viene da lei, 
Che venisse de mmie nu' sarà mai. 



-.>. 174 <^ 

Variante dì Lecce e Caballìno: 

Lu fuecu ci mme bruscia siti voi, 
Jeu nun te pozzu 'bbandunare mai. 
La notte ci mme sounu pensu a voi ; 
Lu giornu moru e nu* te visciu mai. 
Ca quanda l'ecchi mmei 'idderu a voi, 
Pace nu' ibbi né reposu mai. 
Sai quandu, beddha, mme scocchiu de voi? 
Quandu terra nu' ss'acchia a mundu mai. 

Dicono a Paracorio : 

Suspiratu miu beni ed undi sii? 
Dimmi perchl ora lasciatu m'hai? 
Tu mi jurasti cu' tutti li dii, 
Ca m'ami sempri^ e non mi dassi mai. 
Ora mi dassi e mi dicivi si; 
Dimmi la curpa e su di chi mancai. 
Jeu mo' non ciangiu ca tu mia non sii, 
Ciangiu ch'atru ti godi e jeu mancai. 

Solita pix)venienza letteraria: 

* Ascolta, ingrata, ascolta i detti miei; 
Senta i miei sensi il core se pur l'hai; 
Giurasti d'esser mia e mia non sei, 
Giurai d'essere tuo e l'osservai ; 
Io le promesse tue fide credei. 
Sincera ti credei, e m'ingannai. 
Non piango, bella mia, che mia non sei, 
Ma che ti godon gli altri ed io t'amai. 

A Lecce e Caballino; dicono sulle stesse rime : 

A libru d'oru stati scritta voi, 
A libru d'oru ci nun ss'apremai; 
Intr'allu core mmiu nei siti voi, 
Benedittu lu giurnu ci t'amai! 

Var. t?. 3, 'Mmienzu a lu piettu. 



-$> 175 ^ 

Vili. 'Nu giornu 'scia pe' li mmei pensieri 
Pe' 'scire a San Frangiscu ad adorare, 
Dicendu paternosci e misereri, 
Comu era lu solitu de fare. 
Cadiu la lampa e ruppe lu lampieri, 
leu era dintra e dovetti pagare. 
Sempre sse disse: a 'stu mundu cruéele 
Ci bene face sempre trova male. 

Altra scherzo di Lecce e Caballino : 

Caru cumpare mmiu, 'ulia te 'mmitu: 
'Nduci lu pane, ca nu' Taggiu fattu; 
'Nduci lu vinu, ca lu mmiu è 'citu; 
^Nduci lu casu, ci *uei lu cumpanagiu; 
^Nduci la carne^ ca tegnu lu spitu, 
Tu la cucini e jeu mme 'ssettu e mangiu. 

Var. V, 1, Cara cummare, quant' 'ulia; t?. 2, 'Nducime 
pane, ca pane nu' aggiu ; t?. 3-4, desunt. 



IX. Persi de canna li mmei maccaluri, 
E tutta quanta la bagianeria; 
Persi le matinate e le canzuni 
Persi puru ci bene mme 'ulia. 
Ogni zitella, mme portava amore. 
Ogni figlia de mamma mme 'ulia; 
Quandu 'sta mente mmia fice 'n errore 
E 'sciu sse 'nnamorau de 'na cattia. 

Catiia^ vedova. Cattiare^ rimaner vedova, come nel se- 
guente canto di Lecce e Caballino : 

AU'autu, all'autu la turre de mare, 
E poi cchiù airautu la toa signuria. 



^ 176 ■<ir 

La toa mamma te 'ose 'mbelenare, 
Quandu la sippe ca pretiendi a mmia ; 
Tu te ba' pigghia ci te 'ole dare, 
Cu nu* aggi 'bire la morte ppe' mmia : 
Ca ci ppe' sorte 'ieni a cattiare, 
Tandu 'rretorna ca te pigghi mmia. 



X. Quantu tiempu ci stau lontan da voi 
Tu nienti dubitar de mmia custanza. 
Te dicu veru se sapere voi: 
Cchiù fedele mme fa la lontananza. 
Se 'n'umbra de sospettu vene a voi, 
Idolu del mmeo core, mmea speranza. 
Esamina tie stessa, e pensa poi, 
Se capace su' jeu farti mancanza. 



XI. Ricordate, mmiu bene, cce decisti 
Quandu cu' mmie l'amore principiasti: 
leu te cercai lu core e mme lu desti. 
Tutti l'affetti toi, tie mme dunasti. 
No' me giurasti tie su' lu tou 'nore 
De amarmi sempre, e no' lassarmi mai? 
E mo' percè mme lassi senza cor^? 
Dimmela la mia curpa, a cce mancai? 



-»• 177 -^^ 

Analoga di Chietl : 

Traditricia infedel', tu mi tradist' 
E coati 'a la fed* mi lasciasi; 
D'amarm' sempr* la fed* me dast', 
E pojj' pe' 'n atr' amant* mi cambiasi. 
misera te che me pirdist"! 
L'argent' ppe' lu piomm' tu cambiast*. 
Si i' fu' tradit' da te che mal' mi dast' 
A la fin' sejj' 'na donn' e tant' abbast*. 



XII. Sia benedittu ci fice lu miindu! 
Comu lu sappe bene fabricare ! 
Fice la notte e poi fice lu giurnu; 
E poi lu fice criscere e mancare. 
Fice lu mare tantu cupu e fundu, 
Ogni vascellu pozza navigare; 
Fice pure le stelle e poi la luna; 
Poi fice Tocchi toi, cara padruna. 

Variante di Avola : 

* Sia binidittu cui fici lu munnu ; 
E binidittu, cui lu fici fari! 
Fici la luna cu' lu circu tunnu, 
Fici li stiddi pri maravigghiari; 
Fici lu mari unni 'un si trova funnu, 
Fici la carta di lu navicati ; 
Ma si fìrriu tre boti lu munnu, 
Cercu la para e nun la pozzu asciari. 

Variante raccolta in Napoli ; 

Sia benedetto chi fece lu munno^ 
E comme l'ha saputo bello fare. 

Canti Popolari, ili. 12 



-^ 178 -^ 
Ha fatto la notte e poi ha fatto lu juorno, 

Ha fatto rommo tanto caro al mondo, 
Ha fatto 'a donna ppe* lo contentare. 

E lane, 
Spina che mme punceste, vene mme sana. 

Variante di Sambatello: 

* Sia benedittu cu fici lu mundu, 
E cu lu fici lu seppi ben fari; 
Fici lu celu cu' lu giru tundu, 
Fici li stiddhi ppe' maravigghiari ; 
Fici lu mari cu' 'nu beliu fundu, 

E pi' li timpi li chhiuri cchiù rari; 

'Nta quanti cosi belli su' a lu mundu 

La cchiù bella, tu donna, a mmia mi pari. 

Timpiy Balze. 

Variante di Partinico: 

* Vurria sapiri cu fici In munnu; 
E cu lu fici, lu sappi ben fari ; 
Fici lu suli, cu lu circu tunnu, 
Fici la luna 'nta lu fari e sfari; 
Fici lu mari poi eh 'è senza funnu; 
Fici la navi pri lu navicari : 

Aju firriatu tri voti lu munnu, 

E bedda cumu tia 'un uni petti asciari. 

^Nta lu fari e sfari, quasi parago rande la luna ad una 
tela di Penelope. Asciari^ trovare. In Monreale gli ul- 
timi due versi variano: 

* Bedda, megghìu di tia nun cci nni sunnu^ 
Tu sula a l'occhi mei bedda mi pari. 

In Toscana cantano: 

* E benedico chi fece lo mondo, 
Lo seppe tanto bene accomodare ; 
Fece lo mare e non vi fece fondo, 
Fece le navi per poter passare; 
Fece le navi e fece il paradiso, 

E fece le bellezze al vostro viso. 



S> 179 <- 
Variante di Airola: 

Sia beneditto chi creavo lu munno; 
Gomme lo seppe bello ^nordenare! 
Creavo primm'a lo cielo, e po' la terra, 
Seppe Tore giungere e mancare; 
Po' te creavo a te, Nennellamraia^ 
Appunto, appunto ppe' mme leva' 'sto core. 

Nella traduzione napoletanesca della Gerusalemme, 
fatta dal superbo Fasano (come diceva il Redi) suona 
cosi la XIII stanza del Canto XVIII : 

— a Oh « — decease — « che saia sempe laodato 
<« Isso ch'ha fifatto tanta cose belle. 
*• A lo juorno lo sole ha 'cconzegnato, 
« E a la notte la luna co' le stelle; 
M E ll'ommo sempe sta' 'ncatarattato, 
-■ Ne ntene mente a cchìllo e manco a cchelle; 
M E appriesso a 'na marciumma de bellezza^ 
>< Jammo, comm'a tant'asene a ccapezza ». — 



XIII. Rosa, ci scorna sinti d'ogni fiore, 
Oomu senza de tie vivere pozzu? 
Nave senza timone airunde more 
De quai de ddhaì sbattuta ad og'ni cozzu. 
Rosa, tie nata sei pe' mmiu dolore 
E sempre congiurasti a dannu mmiu, 
Mme giurasti custanza e fermu amore 
Mo' mme lassasti senza dire addiu. 

Nelle solite raccolte pseudo-letterarie vi sono le ottave 



-»• 180 '^ 

seguenti scorrettissime come ognun vede, intorno alla 
Rosa, adottate tutte dal canto popolare jn Napoli : 

a) * Rosa^ riama tu che pria fedele, 
Amante seguirò i tuoi bei rai; 

Il ciglio tuo seren piti di Rachele, 
Rivolgi verso me, che sol t'amai; 
Grato io ti sarò non già crudele, 
Perchè l'amor sincero io ti giurai. 
Se poi mi scorgerai per infedele. 
Chiudi gli occhi all'amor, ragione avrai. 

b) * Rosa leggiadra sei, di vago aspetto, 
Di nome sei cosi, ma non di fatto; 
Giacché la rosa è grata, e dà diletto, 
Punge^ ma il dolor passa in un tratto ; 
Tu grata non mi sei, né porti affetto 

A chi, per amor tuo s'è disfatto; 
Soltanto mi trapassigli cuore e il petto^ 
Con Taspre tue punture ed il tuo tratto. 

e) * Rosa, il tuo colore, come rubino. 
Risplende più del chiar lucente Sole ; 
Il tuo leggiadro viso è pur divino. 
Oscura i rai della celesto mole ; 

11 labbro tuo vermiglio e poiporino, 
Trionfa tra anemoni e viole; 
A tanto tuo splendor tributo inchino. 
Siccome fa la Luna a fronte al Sole. 

• 

d) * Morte d'amor non rimirar la Rosa! 

Manca allo spirto mio l'alma, e la vita; 
Morte d'amor mi cagionò la Rosa, 
E pur da morte mi chiamò in vita; 
Sfiiggirassi fra le fiamme l'amata Rosa, 
E fra i suoi sapori anche sta vita; 
Morte e vita dipende da te, o Rosa; 
Rosa, se grata sei dammi la vita. 

f) * Rosa, gli amori tuoi furono schietti. 
Allorché con te bella feci i patti ; 
Amor mi promettesti anco agli effetti, 
Con l'opre, con parole e con i fatti. 



-> 181 -4- 

Ti scorsi per fedel senza difetti, 
Senza macchia nel cor^ senza misfatti; 
Sempre ti seguirò se mi prometti. 
Render effettuati i nostri patti. 

Raccolta a Pollica, identica. 



XIV. Sei tisa cchiui de porta di casteddhu, 
Lucida cchiui de lampa di cristallu, 
Luce la toa persona comu a 'neddhu, 
Comu Toru, Targentu e lu metallu. 
Finga la carta e pinga lu pinnieddhu 
Vegnane li pittori 'n generale, 
Pe' dipingere 'stu sembiante beddhu 
Ci pe' forza mm'ha fattu 'nnamorare. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Si' bauta cchiù de forte e de castellu, 
circhiu de *na lampa de metallu; 
Miru la toa persona comu aniellu, 
Fattu d'oru, d*argentu e de curallu. 
Mo' pigghiamu la carta e lu penniellu, 
E 'sciamu alli pittori ci nei stannu: 
Ca ci screimu lu tou risu bellu, 
Simile comu a tie nu' nde farannu. 

Analoga di Lecce e Caballino: 

La toa figura è rrepinta a penneddhi, 
E nd' aggiu camenate cchiù de mille, 
E n* aggiu *isti mai ^st' uecchi toi beddhi, 
^Ste labbruzze e *sti dienti menutilli; 
'Janca de facce e de niuri capilli, 
Alla bellezza toa nun *rria ciujeddhi: 



S> 182 •<^ 

Inseriremo qui tre canti di Lecce e Caballinoche par- 
lano di pittori e di ritratti : 

a) Fonte d'amore, o beddha^ è la toa ciglia, 
Cchiù dolce mela faci lu parlare. 

Ca la toa facce è de rosa vermiglia, 

Bianca culomba ci hae cchiù bianca Tale. 

Yinne pintore culli soi pennelli, 

Yinne pinga 'sta donna e retrattare. 

Disse quandu la 'idde lu pintore: 

-* Cchiù beddha comu a tie, nu' sse po' 'ccbiare! »- 

Beddba, quandu camini a passu d'oru, 

Mme puerti a 'mparadisu senza Tale. 

b) Dorce signore mmiu, sangu reale. 
Putente cchiù de tutti cavalieri; 
Nde puerti lu stendardu pella manu, 
La parma de bellezza 'ddunca vieni. 
Dintru 'nu quadru te 'ulia stampare, 
Cu nu' te scord u mai de lu pensieri; 
Cu mme lu portu alla cammera mmia, 
Ca notte e gìurnu lu vulia mirare. 

Ci quarche bota malata cadia^ 
Lu tou letrattu mme facia sanare; 
Ci jeu mme lu putisse 'rreguardare^ 
Oh cce felice sonnu ci farla! 

Variante, salentina anch'essa; 

Capiddhirizza, 'ndilicata mmia, 
Si' 'nu ccerchiu de luna 'mmienzu mare. 
L'ecchi su' niuri cchiù de 'na ulia, 
Quale pintore te li 'ose stampare ? 
Ci aia 'nu quadru te 'rrepingeria, 
'Nu ritrattu de vui mme nd' 'ia de fare. 
Cu nde lu portu alla cammera mmia, 
Ca giurnu e notte te 'ulia 'uardare; 
cce felice sonnu cci farla^ 
Quandu li toi beddhizzi 'enia a merare! 
Aggiu giratu tutta la Tuix;hia, 
'N' autra simile a tie nu' basta 'ccbiare. 



-^ 183 ^^ 
Variante Arnesanese, edita dal Desimone: 

* Capilliriccia, 'ndilicata mmia, 
Luci comu 'uu specchiu a 'mmienzu mare. 
Tieni l'eccbi niuri, com'ulia, 
Mme nd'ha fatta de forsa 'nnamurare. 
C'era pittore te ripingeria, 
'Nu litrattu de tie mme nd' 'ia de fare; 
Cu te nde portu a la cammera mmia, 
Ca nott' e giornu te vulia mirare. 
Felice quiddhu sonnu ci facia, 
Quandu lu tou litrattu hia riguardare! 

d) 'Ulia cu sia pintore di ritrattu, 

Cu ti ripengu la canna e lu pettu; 
Ca li capelli toi so' d'oru mattu, 
E la toa bocca paradisu 'piertu. 
Cci mmi 'ccappassi a manu lu tou ritrattu, 
Sirratu lu tioia a lu mmiu pettu. 
Credu ca lu tua visu è bellu 'ffattu, 
Sobra la 'ita tua nun c'è difetta. 



XV. Statte ferma, cor mmiu, non dubetare 
Ferma come culonna alle palore. 
La bona neva alle burasche pare, 
S'è bona sse 'rrefina allu calore; 
La prisa ci hai pigllatu nu' lassare, 
Ca se la lassi perderai Tamore. 
Besog'na bene e male scomportare, 
Così comanda la legg^e di amore. 

Altro canto di costanza di Lecce e Caballino; 

Su' tanti anni ci t'amu e no' mme rendu; 
Tatto le 'bbandunai, te sula amandu ; 



^•184 eh 

Cu' lu pensieri jeu lu tìempu spenda, 

Quista bellezza tea coiisiderandu. 

Mo* mme ami e mo' mme fusci, no* cumprendu; 

Su' toa, mme dici, ma no' sacciu lu quandu. 

Dunque raffetti mmei vai distruscendu, 

A picca a picca; e jeu poi moru amandu. 






FALENA 



(ABRUZZO) 



I. Buonnì te vienga, Reggina, 

Prima a tajj ch'ai veccin'; 
£ Ju muar' tecegn', ju ciel' t'ammant' 

Patr', fijjuol e Spirit' sant'. 

Saluto airimmagine della Madonna, in sul primo uscir 
di casa; pronunziando l'ultimo verso si crocesignano. 
Veccin*, vicini, Ju muar\ 11 mare, cegn\ cinge. Le 
canzonette religiose sono poche e di nessun conto nelle 
nostre provinole, per le quali il cristianesimo non è stato 
quasi mai argomento di poesia che satirica non fosse. 
Ecco un'altra canzonetta di Pietracastagnara (P. U.) ri- 
volta allo stesso personaggio : 

Maria, Maria, 
E tu saje - li mmieje guaje; 
Si vuoje - e si puoje, 
Maria, ajutatece voi. 
Se volete - ajutar ci potete. 
bella mmia Maria, o caro mmio Gesù 
Ve dono 'u core mmio e non ce pienzo cchiù. 



-> 186 •<^ 

Una Ninna-Nanna napoletanesca : 

Quant'è bello a gbi' pe' mare, 
La Madonna 'ncopp' 'a nave, 
San Giuseppe a lo timmone, 
Gesù Cristo pe' padrone, 
L'angiulille pe' marenare! 
Quant'ò bello a gbi' pe' mare, 
Voga, voga a mare 'u mareuaro! 

Canto. sulla messa di Lecce e Caballino : 

leu nde rengraziu diu, la missa è ditta; 
Tuttu cuntentu stae lu core mmiu. 
Benedicu lu patre ci Tba ditta, 
Lu Patre-Eternu ci la concedi a. 
Simele orazione addbù' ss'ba bista? 
De celu 'n terra cu scinda 'nu diu? 
Lu figgbiu foi cbiamatu all'obbedenza^ 
Ca mute 'razie a.nui iddiu despenza. 
Tie patre, ci te cibi la matina 
De quiddbi carni cu' tanta durcezza; 
Tuttu lu paraisu a tie ese 'ncrina, 
L'Angeli cu' li Santi faunu festa. 
Pe' testemonia nc'è Santa Catarina, 
Iddba lu speccbiu de la penetenzia. 
Ca ogni notte sse dia 'na desceprina, 
Ogni giurnu cercaa cu sse cunfessa. 
Ob mundu 'ngannatore e sceleratu, 
Ca 'nganni Tomu e lu tienu 'mpeccatu; 
mundu, mundu, la missa tu sienti, 
Se vuei scansi lu 'nfìerna e sol turmenti. 

Leggenda di Spinoso (Basilicata) : 

Inta a 'nu vosco ng'è 'na cappilluzza 
Ca ngi ricia la messa Gesù Cristo ; 
E ng'era Pietro ca ngi la sirvia, 
Santa Rumenica ca ssi la sintia. 
Addummannavi Pietro a Dumenica: 

— « Ci bai, Rumenica mmia, ca sempi cbiangi? »• 

— »♦ E ci, ci boglio avere, Pietro mmio? 
<* So' arrivintati li fiesti Lunnirie : 

«* Ci fa la pane e ci fa la lissia. 



^' 187 <- 

•* Tatti li squlccili yènini 'mbraccia mmia ». — 

— «• Stàttiti citto, Rumenica mmia, 

— 'Assa fa' a loro e pò* facimi nui. 

M Ca ni uni 'sciamo a lu cielo cileste 
•> E 'sciamo a fare troniti e ti m peste ; 
^ Ca purtiranai malannata e fame 
♦♦ Pi' chilli ca fatigano a la festa »'. — 

— « Maistro mmio, chisto nu' lu fare, 

« Ca chiangi 'u giusto pi' lu piccato re ••. — 

Mbaccia^ in faccia. La morale sarebbe che : 'A rume- 
nica jè cunsacrata a dio e nun ss^ha da fatigà\ 



II. Ce staiv' 'na volta eun' 

Che teneiv' 'na sagna 'n cheur': 

Ju guair pizzecaiv', 

E la sagna sse n'arrentraìv'. 

Eune, uno. Sagna, lasagna. Cheur, culo. Ju guati, 
il gallo. È una storiella che si canta per ischerzo ai 
bimbi come la seguente di Napoli : 

Nce stava 'na vota 

'Nu viecchio e 'na vecchia, 

'Ncoppa a 'nu monte 

Statte zitte ca mo' te lu conto. 
Nce stava 'na vota 
'Nu viecchio e 'na vecchia, 
'Rretro a 'nu specchio; 
E 'rrosecavano fave vecchie, 

E dicevano 'na corona 

Uh che pallone! uh che pallone ! 



^' 188 <- 

Variante dì Bovino (Capitanata) : 

Ce staiv' *na vota 
'Nu viecchio e 'na vecchia, 

Sopa 'nu mont' 

Statt' citt', ca mo* te Taccont*. 

V. Imbriani^ Novellala Milanese: Uomm após al 
domm. Scherzo analogo di Napoli: 

Lu princepe de Cajazzo, 
Venette a Napole pe' 'coatta' tazze. 
Sse Totaie Napole e Cajazzo, 
Ca a Cajazzo no' nce stanno tazze, 
Ca lu princepe de Cajazzo 
Va a Napole pe' 'coatta' tazze. 

Ed è un esercizio di pronunzia per ìspratichir la 
lingua. Altix) simile: 

La princepessa 
De Minemenessa, 

Venette a Napole pe' sentì' messa. 
Sse votaje Napole e Minemenessa, 
Ca no' nce stanno messe 
A Minemenessa, 
Ca 'a princepessa 
De MÌDemenessa, 
Va a Napole pe' senti' messa. 



III. Cunguetta, Cunguetta, 

Ha lassai la casa apert\ 
. C'è 'ntrat' ju munachiejj', 
E z'ha fatt' M flascariejj'; 
Ci ha miss' le casce e Teuv', 
E Cunguett' nen ne preuv'. 



-5>- 189 -4- 

Ju munachiejj, il folletto, il salvanello (- « Gli spiriti 
non ridono, se non il salvanello, che ha la testa rossa, 
quand'egli bacia qualche giovauetta. » - Celio Malespini, 
Duecento Novelle, p. II, n. LIV.)- Anche a Napoli: 
Pentamerone (J. I. T. IV): veduto dinto *no coniglio 
de ^na casa desabetata pe^ lo monaciello^ *na certa 
statola de stucco.,. Z^ha fait\ si ha fatto. Flascariejj% 
specie di polenta; gli Jca^2to^^<;^^i dei Napoletani? Ca- 
sce^ cacio. Euv\ uova. 



IV. Eune, deu e tre! 

E ju papa nuii è Rre, 
E ju Rre nun è Pape, 
E la vespra nun è ape. 

Variante di Napoli : 

Uno, doje e tre ! 

Lu papa nun è Re, 

Lu Re nun è papa; 

La vespa nun è ape, 

L'ape nun è vespa; 

Lu suorve nun è niespo, 

Lu niespo nun è suorve; 

Munte Peluse nun è Munte Cuorve; 

Munte Cuorve nun è Munte Peluse; 

La senca nun è pertuso, 

Lu pertuso nun è senca, 

La trotta nun ò arenga, 

L'arenga nun è trotta; 

Lu caso nun è recotta, 

La recotta nun è caso; 

Masto Nicola nun è masto Biase, 

Masto Biase nun è masto Nicola; 

Fuunaria-nun è biola, 

Biola nun è funnaria; 



->• 190 <- 

Ve reta nun è buscia^ 

Buscia nun è veretà; 

Lu tunno nun è baccalà^ 

Baccalà nun è tunno; 

La terra nun è munno, 

Lu munno nun è terra; 

Lampione nun è lanterna, 

Lanterna nun è lampione; 

Lu sinnecbe nun è dottore, 

Dottore nun è paglietta; 

Lu cazone nun è cazonetto, 

Lu cazonetto nun è cammisa; 

Lu cunnanate nun è accise, 

L'accise nun è cunnanate; 

Lu saciccio nun è supressato , 

Supressato nun è saciccio; 

Lu povere nun è ricco, 

Lu ricco nun è povere; 

So' mmele e nun so' sorve, 

So* sorve e nun so' mmele; 

La valanza nun è statela, 

La statela nun è valanza; 

Messina nun è Pranza, 

Pranza nun è Messina; 

Lu gallo nun è gallina, 

Gallina nun è gallo; 

Sciruppo nun è manna^ 

Manna nun è sciruppo; 

Lu piro nun è lu cbiuppo, 

Lu cbiuppo nun è lu piro; 

Lu rango nun è lu tiro, 

Lu tiro nun ò lu rango; 

Lu riso nun è franco, 

Lu franco nun è lu liso; 

Lu 'nfierno nun è paravise, 

Paravise nun è 'nfierno; 

Messina nun è Salierno, 

Salierno nun è Messina; 

Ccbiù nun ne saccio, tu l'annevina. 

Sono parecchie le canzoni che come le precedenti si 
prolungano airinfinito improvvisando. 



-J> 191 ^ 

Eccone una, napolitana, e numerale: 

E lu mare ch'è uno e doje, 
Avite picciune, bella figliola? 
E lu mare ch'è treje e quatte, 
Avite picciune, ca mme Taccatte? 
E lu mare eh 'è cinche e seje. 
Avite picciune cu' 'a picciunera? 
E lu mare ch'è sette e otto, 
Avite picciune, picciotola? 
E lu mare ch'è nove e diece, 
^ Mannaggia mammata ca te fece. 

Canzone di Montella: 

All'una all'una! 
Lasciaci fa' Tammore chi gè ha fortuna; 
E l'ammore lasciatencelo fà\ 
Crudel sei tu e di mme non hai pietà. 

Alli roe alli roe! 
Baccalà, cavolo-fiore, 
Cavolo-fiore pe' magna'. 
Crudel sei tu e di mme non hai pietà. 

Alli tre alli tree! 
Mo' sse ne vene ronn'Andrò, 
Va pe' dinto alla città; 
Se mammeta non bolo, comme volimo fa' ? 

Alli quatto alli quatto! 
Musso re ciuccio, mostazzo re gatto; 
Musso re puorco pe' magna', 
Crudel sei tu e di mme non hai pietà. 

Alli ciuco alli ciuco! 
Mo' sse ne vene masto .Iacinto, 
Sse ne vene pe' spara', 
Crudel sei che non buò' fa' a mme spara'. 

Alli sei ali i sei ! 
Mo* sse ne vene ron Michele, 
Pe' lo scarpone vole cammenà'. 
Si pateto non bole, pensama re scappa*. 



-^ 192 •4- 

Alli sette alli sette! 
Mo' sse ne vene ron Giuseppe^ 
Pe' la città rnrai vo' fa' cammenà'. 
Crudel sei tu che di mme non hai pietà. 

Alli otto alli otto! 
Che ne fai re 'sso paparotto? 
Non ti potè pazzia"; 
Puro a mme t'hai ra piglia". 

Alli nove alli nove! 
Del mmio ammor ti darò le prove; 
E se non me lo vuoi fa' prova", 
Barbara sei senza pietà. 

Variante capricciosa napoletanesca (NB. Questo ge- 
nere di canto detto a figliola^ è per la maggior parte 
improvvisato nel momento da colui che fa la serenata ; 
quindi ne diamo soltanto un paradigma, né più né meno 
incoerente di quel che simili canzoni sogliono essere 
d'ordinario): 

Alli vuni ! alli vuni ! 
Tengo 'na testa de fronne r'arruta! 

Bella ca io mo' moro, 
E tu pietà non nn'aje. 
Tu malatiella staje, 
Cielo, ca io sto buono. 

Alli doje! alli doje! 
Baccalà e cavoli fiori, 
Coiraglie e passetielle, 
Zoffritt' a "u tiauìello. 

Bella ca io mo' moro, 
Tu malatiella staje. 
Tu pietà non nn'aje. 
Cielo, ca io sto buono. 

Alli treje! alli treje! 
Povera becchia ca sta 'ncatena, 
Sta "ncatena cu *o ferro "u pede; 
Tira tira ca sse ne vene. 



-^ 193 ^^ 

Bella, ca io mo^ moro 
E tu pietà non nn^aje! 
Cielo, ca io sto buono, 
Tu malatiella staje. 

AUi quatte ! alli quatte ! 
Si si' femmena, 8cenn*abbasso, 
Ca te faccio 'na faccia M schiaiSe. 

Bella, ca io mo* moro, 
Cielo, ca io sto buono! 
Tu malatiella staje. 
E tu pietà non nn*£ge. 

Alli cinche! alli cinche! 
Maria Rosa de lu Finto. 

Bella, ca io mo' moro 
E tu pietà non nn'aje, 
Tu malatiella staje. 
Cielo, ca io sto buono 1 

Alli sejel alli seje ! 
Santo Martino aizza banhera ! 

Bella, ecc. ecc. 

Alli sette! alli sette! 
Primmo lietto, Ospitaletto, 
L'Incurabbele V aspetta. 

Bella, ecc. ecc. 

Alli otto ! alli otto ! 
Maccaruni e carne cotta! 

Bella, ecc. ecc. 

Alli nove ! alli nove ! 
Tengo 'na testa de vasilicola. 
Yasilicola *ncannellato. 
Tengo *a 'nzalata pe' lo innamorato 

Bella, ecc. eco. 

Cauti Popolari, IIJ. 13 



-^ 194 4- 

Alli diece! alli diece! 
Tengo ^na testa de meladiece; 
Meladìece 'ncannellato. 

Bella, ecc. ecc. 

Alli undici! alli undici .'^ 
A casa toja stanno i puleci, 
A ^ncasa mmia no* nce sta niente, 
A casa toja stann^i studiente. 

Bella, ecc. ecc. 

Alli dodici! alli dodici! 
A casa toja stanno i sorici, 
A 'a mmia no* nce sta niente, 
A casa toja stanno 'i pezziente. 

Bella, ecc. ecc. 

Alli tridecì ! alli trideci ! 
A casa toja stanno i pimmici, 
A *a casa mmia no* nce sta niente. 
A casa toja, stanno i 'nnocienti. 

Bella, ecc. ecc. 

Alli quattordici! alli quattordici! 
A casa toja stanno i muonaci. 

Bella, ecc. ecc. 
E cosi continuano in infinito, finché durano i polmoni. 



V. Jesce, jesce, sole sant' 

E rescalla tutt' quant'; 
E rescalla chella vecchj' 
Che sta *n ceima a chella cerch' 



-> 195 <^ 

La cerca sse romp' 

E la vecchj' zomba, zomp* ! 

Zomb' e zumbett' 

E 'na cessa de crapett'. 

Zomb' e zumbagn' 

Predech' tutt' ju ann'; 

E quand' nen pozz' cchiù, 

Car jej' e sajj' tu. 

C«tm\ cima. Cerca, quercia. Zofnha^ salta. Iej\ io. 
Sajj\ sali. Variante di Pescocostanzo (Abruzzo Aquilano): 

Jesce, jesce, sol' sani' 
E rescalla tutt' chiant'; 
E rescalla chella veccfaj' 
Che sse chiama Nata Peppa. 

Chiant\ quanti. Trasparisce la superstizione della 
Befana, simbolo dell'inverno e della morte, sparsa presso 
tutte le popolazioni indo-eurapee. Il bergamasco chiama 
Eda (vecchia) l'epifania : 

A Nédal, el fred fa mal; 
A la Ecia Ve 'n fred' che sa creppa. 

In Lombardia si addomandano letti o nidi della vec^ 
chia gli strati giallognoli cretacei che s'incontrano sca- 
vando, eredità delle antiche paludi ; e quando per la 
calura sorgono vapori dal campo si dice: el baia la 
veda. E quindi si consiglia all'agricoltore bresciano: 

Quand el baia la ècia 
Daghen a co la secia. 

A Napoli dicono cosi : 

lesce, iesce scie, 
Scanniello 'mperatore ; 
Scanniello d argiento, 
E si n'avisse ciento ; 
Ciento cinquanta 
E tutta la notte canta, 
, Canta la viola. 
Zi' Masto, o zi' Masto, 



^ 196 ■<4- 

MannateDoenne priesto: 
Ca passa Gesù Cristo 
Co' torce alluminate 
E caouele stutate. 

Ed 1 bardasci (ragazzotti), allorché si ritirano a casa 
dopo il lavoro, per invitare i compagni a lasciar le bot- 
teghe, vanno schiamazzando con lunga cantilena: 

È sonata *a campanella de doje óoora, 
Masto, mannannìUo a *sto guaglidooa; 
Ha fatto *u puUcillo int'a 'o cazòooa^ 
'0 figlio de mamma sòooja. 

Variante di Spinoso (Basilicata): 

Jessi, jessi sole, 
Cu' tre cavalli r'oro, 
Oro e d'argiento, 
Ciento e cinquanta 
E lu vei chi nei campa, 
E nei campa la viola, 
Mast' Francisco vai a scola. 
Po' passa Gesù Cristo 
Cu' 'na mazza e cu' 'na tromba : 
Ci ngeancappa ngi ssillomba. 

Nel seicento la canzonetta che ci occupa era un po' 
diversa; almeno è riferita con qualche variante da Gian 
Battista Basile nel Cunto de li Cunti: 

lesce, iesce sole, 
Scaglienta 'Mperatore; 
Scanniello mmio d'argiento 
Che baie quattociento. 
Ciento cinquanta, 
Tutta la notte canta. 
Canta viola 
Lu Masto de la scola* 
Mastro, Mastro, 
Mannacenne priesto; 
Ca seenne Mastro TXesto 
Co' lanze e co' spate 
Da l'aucielle accompagnato 



^. 197 -^ 

IlGaliani nel riprodurla, amiotaTa: — » Malgrado che 
» in questa canzonetta, che ancor oggi i fanciulli cantano, 
•* vi s'incontri più rima che ragione, tì traspai^e però 
<* queirinnocente allegria, che regnava in quei secoli 
<* rozzi, ma non del tutto infelici. La ci'ediamo dei 
** tempi di Federico II Imperatore ». — Certo è che un 
frammento ne venne introdotto dal Boccaccio nella 
Novella III della Giornata YIII, ed è poi diventato pro- 
verbiale; — « Disse Calandrino: E quante migliaci haf 
et Maso rìspose: Haccene piii di millanta, che tutta 
M notte canta ». — Anche un altro verso della canzo- 
netta è proverbialmente adoperato nella Rosa di G. C. 

Cortese. A. I. Se. I. 

* 
Non te maravegliare 

Se te facimmo 'sto bello presiento 

Che baie quattociento. 



VI. La vecchia non zi ved' 

E ze pozza scurtucuà'. 
Ha passai* mezzi giorn' 
Nun zi ved' arriminì'; 
Z'ha roti' la cossa pella vi' 
Z'ha roti' la cossa pella vi\ 

Arriminl\ reddire, tornare. Contro le vecchie è anche 
il canto seguente di Lecce e Caballino : 

Quandu sse tratta de felice morte 
Tantu ca mueri quai, ca a 'n'autra parte; 
Regina bella, culla e ri stella, 
Si giovinetta, tarapatà.. 

Si' vecchia no, si' bella d'ogni parte. 

Largu faciti, apritile le porte^ 
Volo raaritu, sente pruditu, 



-^ 198 «^ 

Si, ca la spetta, tarapatà. 

E giovenetta, ò 'nn amurata 

De piedi è zoppa, d^ecchi è cecata, 

La brutta vecchia, tarapatà. 

Altri canti burleschi contro vecchi e vecchie raccolti 
a Montella: 

a) Zie Sabella la a messa, 

Zi Nicola a priesso a priesso; 

Ze Sabella 'ndroppecava. 

Zi Nicola *ja8temava. 

Zi Nicola la a la chiazza, 

E portava re prommarole; 

Ze Sabella facia lo broro 

Core a core co' Zi Nicola. 

Ze Sabella a lo molino, 

Zi Nicola co' la seta fina, 

E facia re tagliarelle 

A core a core co' Ze Sabella. 

Ze Sabella misura Tuoglio, 

E Zi Nicola ssi grattava la 'nnoglia» 

à) Uh! riavolo, che malanno, 

'N casa tengo 'na sbizzoca, 
L'accarizzo e po' l'affoco 
Po' la manno a fa' squarta'. 
Uh riavolo, che malanno. 
Chi ò 'sta arrazza re canaglie 
Re madassero a 'u Serraglio, 
a Aversa, o a 'mmaretà'! 
Ssi ritira a lu mezzojurno 
Pe' lo callo 'a re denocchia, 
E lo fuso e la conocchia 
No' lo vere re piglia'. 
E la monaca 'n ghiesa trase, 
L'acqua santa la piglia e la vasa; 
Sse gè mette a lo scannitiello ; 
Sse lo caccia lo libbriciello; 
Sse mena a piéri re lo confessore : 

— - Patre, mme voglio confessa.'. 

« Patre mmio, 'no baciamano ». — 

— •• Figlia, figlia, che te accorre? 
•• Fate presto ca aggio ra corre. 



-^- 199 <^ 

- Lo vìglietto a scaparrà' ♦» — 

Qaanuo saommo a lo Pennino^ 

'Mmìezzo a quatto capezzuni, 

E re genti noe currieno a'meliunì. 

Io la viri tanto bella, 

L*aozai Tancarella, 

Mme ne jetti muro muro 

L'abbottai re cauci *n culo. 

Uh re giente che currievano a meliuni, 

Sse gè metteno a capo a capo 

A capo a capo comme a loro scursiuni 

Sai miettevano a meliuni 

Per tutte le città. 

E ma tutti ro dicievano : 

Quieto è bello e quiro è brutto. 

Nuje accossi lo munno tutto 

Lo Yolimo 'rripassà'. 



VIL Ticch e tióch e ticch, 

lemm' alla casa de Cicch\ 
Cicch' iien nei sta: 
Ce truvemm' 'na bella fijjeur 
Che treteiv' casce e euv'. 
Me ne dett' 'na ceica ceica, 
Ze la magna la fermeica; 
Ne tretett' 'n antrettant' 
E le mett' sopra a ju buanch'. 
Ju buanch' jaiva cheup'; 
E de sott' ci staiva ju leup' 
Ju leup' jaiva viecchj'; 
E nen ze sapaiv' arrefà' ju liettV 
La gatta 'n cammeìsce 
Scattai va pella reise; 



^ 200 •'^ 

Ju sorg-h' 'nceim' a ju titt' 

Siunaiva ju ciuflfuUitt'; 

La pecur' a ju fur' 

Sunaiva ju tammurr^; 

La crap' a ju mulein' 

Sunaiva ju viulein'; 

Ju asen' alla stalla 

Sunaiya la eatarra; 

Ju meule alla font' 

E teneiva la stella 'nfront' 

E teneiva la stella 'nfront'. / 

Treteiv\ tritava. Cheup\ cupo, cavo, vuoto al disotto. 
Jaiva^ era. Leup\ lupo. Scattaiv\ crepava, schiattava. 
Fur% forno. 

Variante dell'Aquila : 

Jèmmene a spasso 
Trovai du* fontanelle; 
Mi ngi sciacquai le mani, 
Mi ngi perdei l'anello. 
Tanto pische, tanto pescò, 
L'anello non trovò- 
Trovette du' piscitelle, 
Le portette a Muusignore. 
Munsignore non ci stea 
Ci steano le sorelle ; 
Steeno a fa* le pizzelle. 
Demmene poca 
Sapea tanta bona ; 
Demmene poo'atra 
La mettette sopra a lo bango. 
Jn bango era cupo, 
Sotto nge stea ju lupu; 
Ju lupu era vicchio, 
Zumpette sopra a j.u letto ; 
Ju letto era rutunno, 
Zumpette sopra a ju furnu; 
Ju furnu era cocente, 
Zumpette sopra a la gente; 



^ 201 -^ 

La gente avea paura, 
Zumpette sopra a ju muro. 
Ju muro 886 afarrò, 
La gente sse crepò. 

Dice una canzonetta infantile napoletanesca: 

Dimane è festa 
Lu sorece 'nfenesta; 
Lu gatto cucina 
E lu sorece mette 'a vino. 

Variante : 

Domani nc*ò festa, 
E In sole c'infenesta; 
*A gatta cucina, 
E 'u soricillo mett' 'u vino. 

Un canto di Bagnoli Irpino : 

*Nu giorno mmi sunnai ea era festa, 
Pigliaje la fauce pe* ghire a zappare. 
Vedietti *ae savuco ed era cerza, 
*Ncoppa li ghietti a coglie' le cornare. 
*Nghianaje *ncoppa ppe' lo scotolare, 
'N terra carieri le pera mature. 
Calai abbascio ppe' le ghi' a 'runare. 
Ed erano precoca tanto Tuno. 
Sse ne vfene lo patrone de le nespole: 
— « Chi è che sse ricoglie 'sse cetrola ì » — 
Mmi mena 'na preta e mmi coglie lo carcagno, 

Mmi fece asci* lo sango ppe' lo naso 

Mm'aggio da fa' 'no manto di fenucchio, 
Di fenucchio lo voglio 'nfoderare; 
Mentre che stanno aperti 'sii mmie occhia 
Sempe finucchio voglio semenare. 

E una fusione di due canti diversi. Pel prìmo vedi 
Imbriani, La Novellaia Milanese. On Re e do zoccor. 
La seconda parte del canto di Bagnoli è della solita' 
provenienza letteraria: 

* Mi voglio fare un manto di finocchi 
E di finocchi il capuccio fare : 
Lo voglio fare fino alle ginocchia, 
Di finocchi lo voglio foderare; 



->• 202 <^ 

E mentre son aperti sti miei occhi 
Sempre finocchi voglio seminare: 
Acciocché seminando assai finocchi 
Qualche donna potessi infinocchiare. 

Si canta a Gaballino: 

Mm^aggiu fare *na cappa de fenucchi, 
E de fenucchi lu cappucciu fare; 
Mme Taggiu fare fina agli scenucchi, 
E de fenucchi Taggiu fuderare, 
Ca mo' mme nd* *iau *ddhù* nascenu li mucchi, 
Sempre finucehi *ogghiu semmenare; 
E tanti nd*aggiu cogghere a mannucchi, 
Quarchedunu cu pozzu ^nfenucchiare. 

Altri canti bugiardi di Lecce e Gaballino: 

a) *Nu cecu cu' 'nu zueppu unitamente, 
'Nu surdu e 'nu scubbatu a cumpagnia; 
'Scianu 'utandu lu mundu allegramente, 
La casa loru era 'n osteria. 

- M Citti *> - disse lu surdu, - « Sentu gente » ! - 
E lu cecu: - ^ La Usciu a *nfede mmia ! » - 
E lu zueppu : - <• Scappamu tutti quanti! «< - 
E lu scubbatu : - ** No, mme fazzu avatiti ! •» - 

b) Ci *uliti cu bu dicu *na menzogna^ 
*Nu puntu de 'erdade nun ci sia: 
De sira 'iddi ballare la lucerna, 

Lu lucernaru la danza facia ; 
Lu manimuzzu petre *scia cugghiendu, 
fi 'mpiettu a *n omu nudu le mentia; 
Lu mutu patarnosci 'scia decendu, 
Lu surdu *scia de ^retu e lu sentia; 
Lu muBciu casu *ecchiu 'scia 'endendu, 
Lu surge lu 'eddhanzie uni ''tenia. 



PIETRACASTAGNARA 



OSSIA 



PIETRASTORNINA 



( PRINCIPATO ULTERIORE ) 



I. Bella, che ìesse a 'mmare e io mm'aunegasse 
E nova cchiù de mme non sse n'avesse. 
E Tonna de lu mare mme cacciasse, 
'Ncoppa a 'nu scoglio mangiato d' 'i pesce. 
De la puzza nesciuno ss'accostasse, 
Solo Nennella mmia nce venesse. 
Co' quelle bianche mani mme toccasse 
Cchiù bello che non era io mme facesse. 

In quel di Lanciano: 

Tant' lontan* mme ne vojj* andà'^ 
Che nuov' cchiù de me nin si sapess'; 
L^acqua d*ju mar' che me ributtass', 
Sopra 'nu *scojj* mangiat* da lu pesce. 
Nlsciunn' ppe* la puzz' nei accostass' ; 
Sola la bella mi' che ci veness' ; 
Nghi le beir manucce mi pijjass', 
E sopra *nn battellucce mi posass'. 



Variante di Lecce e Caballino; 

Bruttu, tiguusu, nemicu de Cristu, 
Fosti contraria de lu paternostru ; 
Trasi alla chiesa cu saluti a Cristu, 
E guardi tutte cu* *nu passu d'occhiu. 
De febbraru si' mitu, e cci stai scrittu, 
Accortu, cu te spinnu lu cucuzzu ; 
Ca mo* cci vene lu mese d*abrile, 
Bruttu, tugnusu^ cummienzi a fetire. 
Lu megliu cci saria ca lu *mpagghiassi, 
Intra *du stizzu vecchi lu mettissi, 
A capu de 'nu mese lu cacciassi, 
Subra 'nu scogliu mangiatu de *nu pisce. 

Canto i9tnalogo di Lecce e Caballino : 

Sutt'àcqua *ulia de 'scire naecandu^ 
Lu mare mme cacciasse subr' all'onde; 
L*aifettu ci te portu è mutu Van(^e, 
La dia nu' mangiu e la notte nun dormu ; 
Cuntentu te 'ulia *na fiata l'annu, 
Ripusare cu' lei 'na 'ota a giornu. 
T'aggiu benire 'nsonnu lacremandu : 

— - Ama cu' fidirtà; n' 'air paura! 

- Nwn t<^ 'tterrire de 'sti patimenti; 

« Alla 'u^rra d'amore 'ince chi dura »♦. — 

Yar. d'Araesaao, edita dal Desimene, v. 1-2, desunt ; 
V, 5, mme 'ulia; v, 6, Repusandu; v. 7, Mme vinne 
'nsonnu e disse lacremandu; v, 10, ci 'ince dura. - Dei 
digiuni per cagion d'amora parla anche il rispetto se- 
guente di Napoli : 

Sera non magnaje ppe' dolore, 
Stasera magno ch'aggio visto a vuje. 
Tre vote a la finestra mm'affacciaje, 
Ppe' lu pensiero de parla' co' vuje. 
Quanno parlo co' vuje io tengo scialo, 
Quanno parlo co' l'autre io penzo a vuje. 



^ 205 -^ 

IL Che boglio cchiù canta' e stare contenta, 
L'aggio perduto chi mm'ammava tanto. 
L'aggio perduta la stella lucente, 
Quella che mme luceva ppe' davante. 
Stella lucente mmia, stella lucente, 
Pe' voi nce vanno sperte doje animante. 
Uno è d'oru e l'auto è d'argiento 
Dimmelo, bello mmio, quale va innante? 
— « Chillo d'oro lo tengo alla mente 

fE chillo d'argiento mme passa pe"nnaute» . — 

« 

Variante di Sturno: 

— •« Stella lucente mmia, stella lucente ! 
« Ppe^ vuje vanno spiertì duje ammanti, 
« E uno è d'oro, 'n auto è d'argiento..... «. — 

— M E chillo d'oro lu tengo a la mente 

M E cbillo d'argiento a 'n'auta banna ". — 

— « Si ppe' sciorta cangiano li yienti, 

•* Non cangia' mai Toro ppe' Targiento»-. — 

Sa' doppi amori ecco un canto di Paracorio: 

L'acqua chi cala supra 'nu vacanti; 
Chiamari non si po' ghiumi currenti. 
Nc'esti 'na donna chi teni du' amanti, 
E a nudhu di li dui li ffk cuntenti. 
Tèniti a unu, e non teniri a tanti! 
E all'atri cacciatilli di la menti. 
Perchè supra di tia mentinu tanti ; • 
Parlanu mali tutti li to genti! 

Variante di Lecce e Gaballìno: 

'Nu fiuru nu' po' fare mai do' fiuri, 
E se li face nu' suutu fìurenti; 
'Nu lume nu' po' face' mmai do' lumi, 
E se li face nu' suntu lucenti. 
Cussi 'na donna ci ama do' figliuli, 
Nu' li po' fare tutti doi cuntienti; 
Se nd'ama unu de perfetta amuri, 
L'antri finge ca l'ama e nun c'è nienti. 

Var. V» 2, nu' santa 'ddarentt; t>. 5^ Cussi donna ci 



^- 206 •<- 

ama do' persuni; v. 8, Ppe' Tautra finge amore e nun 
è nienti. — Altra variante Salentina: 

Funtana cci stae 'mmienzu a do* lioni, 
Minanu acqua do' fiumi currenti ; 
Ca se *ua donna ama do' figlioli, 
Nu' li po' fare» tutti doi cuntenti ; 
Una rama de core e l'autru none, 
Unu finge ca l'ama e nun c'è nienti. 

Canto di Morciano : 

Simu doi amici ci t'amamu a tia, 
Comu 'nu panarieddhu te purtamu. 
Quand' 'ae alla chiesia la toa signuria, 
Nui puru de venire nei 'mpattamu. 
'Sciamu alla chiesia e nu' truvamu a tia, 
Tutti de lu culure tramutamu. 
Nun ci fare cascare a 'ngelusia, 
Moscia a cci Tuei cchiù bene culla manu. 

Variante di Lecce e Caballino : 

Beddha, nui simu doi ci amamu tia, 
Comu 'na panareddha te purtamu ; 
Quad' 'ae alla chiesia la toa segnuria, 
A 'nsiemi tutti doi te secutamu ; 
Quandu 'sciamu alla chiesia 'edimu tia, 
Tutti doi de culure tramutamu; 
Mo' nu' nni fare 'enire a gelusia: 
A cci cchiù bene 'uei, danni la manu. 

Ne abbiamo già data un'altra lezione. 



III. Gomme tte voghilo ammà', povera preta 
Che stae dent' a 'nu muro fabbrecata? 
Lu pesce diiit' a Tacqua pure fete, 
Chi ffa Tammore a luongo gran pena paté. 



^- 207 c^ 

Canto Bruzio, edito dal Padula: 

* Povera vita mia, chi campi a fari, 
Mo' chi si' chiusa dintra a quattru mura? 
De mani e piedi mi fici ligari, 
A *na nlYura fossa funna e scura. 
Sula *a speranza nun mi fa schiattari, 
E tu, rilogiu, chi mi cunti l'uri; 
Tannu mi criju de mi liberari, 
Quannu mi dici: — •» su^ vintiquattr*uri«. - 



IV. Dio, quant'è bella 'sta fenesta! 
Particolare quanno tu t'aflFacce ! 
Quanno t'aflfiaoce co' 'sto bianco petto 
Fioriscono li carrofane a frasca a frasca. 
Co' 'na mane mme dai lo ramaglietto 
Geo l'anta mane 'sto core mm'abbracce. 

Dicono a Martano (Terra d'Otranto): 

* Vinni cu' te visita comu stai, 
'N arberu carrecatu de mestria. 
La vicinanza toa lu mesciu fai, 
Tuttu lu mundu stae suggettu a tia; 
Dumineca la mane a chiesia vai. 
Dove cammini tie, pingi la via. 
Si* tantu beddha, nu' mme sazziu mai. 
Damme lu bracciu tou, Ninella mmia. 



-^ 208 •<^ 

V. Faccio rammore e uon saccio la casa^ 
'Na vota che nce vaco lo mme nce auso. 
Trovo nenuillo a cogliere 'i cerase : 
- «Damme 'na scocchiettella, no^ è gran cosa • 
Isso sse vota : - « E menarne 'nu vase ! » - 

• « Io non so' figliolella a ffa' 'ste cose. 
« Tanne te le chiave quatto vase 

• Quanno tu mme si' leggìttimo pe' sposo • .- 

Variante di Napoli : 

Faccio l'ammore e non saccio la casa, 
'Nu juorno che nce vago in mme nce auso. 
Trovo la bella che coglie 'i cerase, 

— M Damme ^na schiocchetella, n*ò gran cosa. 
« puramente menarne 'nu vaso ♦».— 

— « Non so' figliola che faccio 'ste cose. 

M *Nu juorno mme nce porte alla tua casa; 
« Te donco 'nu vasillo e 'n'auta cosa •». — 

Variante di Morciano (Terra d'Otranto) : 

Su' 'nnamuratu e nu' saccia la casa, 
La porta ò 'perta, e nu' pozzu trasire. 
L'arbulu sse recrina e dice : trasi. 
Le fronde nu' mme lassanu trasire. 
Intra nei stae 'nu milu e 'na cerasa, 
'N'occhi-rizzella ci mme fa muri re. 



VI. Fresca fontana, famme 'nu favore, 
Ca te lo cerco, ca mme lo puoje fare. 
Quanno nce vene all'acqua 'sta figliola, 
Tutta infonnella e falla canìare. 
Alla tornata te donco 'nu fiore 
'Mpietto nce lu mene quanno sse cala. 



A Moliterno la supplica ò tale : 

Bella figliò', ca sempe a T acqua vai, 
Tu vai a Tacqua, j' pure nei vengo; 

Tu jenghi lu varrili, e j' te *mpongo. 

— M Fresca funtana, fammi *nu favore, 

« Fresca fontana, tu mme Thai da fare; 

« Quanno nei vene a Tacqua lo mmio ammore, 

« Fresca fontana, falla sospirare ; 

« E quanno ssi ni vai lo mmio ammore, 

« Fresca fontana^ torna a rinnovare ». — 

A proposito di fontane, canto Napoletanesco : 

'Mmiezzo Palermo ne 'era *na fontana, 
Co' dodici cannoli e aequa mena. 
Nee sta 'na corrente, e 'na stella diana, 
*Mpietto a *sto pietto tuo nc'ò *na sirena. 
Quanno *sto bello piede 'nterra pose, 
Ogne ammante ssUncrina e 'nterra vasa. 

A proposito di fontanot canto di Mordano: 

Ohi, aceddhuzzu de la tramuntana, 
'Nnueime nova de ninella mmia! 
Li dici ca sto 'mmienzu 'na funtana, 
Sto 'mmenzu l'acqua, e mme moru de site ; 
Li dici mme nde manda 'na vucala, 
Ca sulu Tacqua soa stuta la site. 
La pruvò puru *na vecchia macara, 
Turnau de quindici anni caruseddha. 

Variante di' Lecce e Caballino : 

Lu bene mmiu sta mete alla funtana, 
Stae intru Tacqua e more de la site. 
Dinni ca nni nde mandu *na *ueala. 
De quist' aequa la mmia cei stuta site. 
Ca ci nde bie *nu malatu, sana; 
E ci nde bie 'nu mutu, nde faeddha; 
E ci nde bie 'na vecchia masciara, 
*Ddenta de quìndici anni caruseddha; 
E si nde bie quiddha giojuzza cara, 
Nde torna li surdati de la 'uerrra. 

Cauti PopolaeI) JII. 14 



^ 210 •<^ 

Canto Chietino a proposito di fontana: 

Jemm' spass* ^nbaschett* u ^ngiaHin' 
Un g^irlett* sentir* vojj* canta*. 
Yu* artr* donn* che stet' a *ssa funtan* 
Vu avtr' dann' vi vuojj* adduma»nà'. 
Manch' H ghiri* ne* mpojj' truvà', 
Vu' aytre donn* tì Yuojj' addumanaà\ 

Ghirl\ grilli. Insetti che rengon ricordati anche nel 
canto segaente di Lecce e Caballino: 

— •• 'Jutu ! 'Jutu ! » — retarunu li 'riddhi, 
Quandu niisera a foecu alli scrasciali; 
*Scianu decendu nu* su* stati iddhi, 
Ca nd* hana *ttta parte li zencali. 

Fontane ricordate in due canti di Lecce e Caballino : 

a) Puzzu surgente de beddh*acqua fina, 
Coi guedi la mmia bella ura pe' ora; , 
Te preu, mme la saluti la matina, 

puramente a ogne quartu d*ora; 
Ca nc'ò *n amante ci quanturnu gira, 
Nni dae 'nu *nziddhu d'acqua cu nu' mora. 

b) Sciardinu te *ulia de sciardinare. 
De scisciule e de mile muscateddhe ; 
De foi'e *nfore 'na muraglia fare, 
D*intra palazzi e de *nturnu casteddhi; 
Mini mienzu 'na fonte ppe' bagnare, 
Cu nei sse laanu tutte le ziteddhe; 
Cu nei te bagni tie, donna reale, 

Cci puerti lu stennardu de le beddhe; 
Cu nel te bagni tie, capiddhi-bruna, 
Ca *ddhu' cumpari nei luce la luna. 



-*>• 211 •<^ 

VII. La vedolella quanao 'u ffà lu lietto 
Co' gran sospire vota le leuzola; 
Po' sse meoa la mane pe' lu pietto, 
f So' carni cbeste de dormire sola?» 

Vedere due varianti To8,caiie presso il Tigri. 

Canto anulogo di Paracorio (Cai. Ult. I.) : 

Puru 1& serpi ti*ova lu rigettu, 
E lu me amuri non rigetta mai; 
Tutta la notti mi levu e m'assettu, 
E sonna a rocchi mei no' scinde mai. 
Parlanu li lenzola di lu letta: 

— «* E mmenza notti e dormutu non hai *>.— 
Parlanu li coscina cu' rispettu: 

— » Porta cca lu to beni e dormirai ! — 

Variante di Caballino ; 

Sunta li sierpi e puru hannu reggettu, 
Jeu nu' reggettu e nu' 'rreposu mai ; 
Tutta la notte mme stendu e mme 'ssettu: 
Ca sia ca stau curcatu intr'aliì *uai? 
Respunde la cutre de lu liettu: 

— « 'Nduci Ninella toa, ca durmirai ». — 

Var. V, 4-6; 

E li lenztili puru danna guai. 

Mo' respunde la cutre de lu liettu; 

— <« 'Nduci Tamore toa, ea duirmirai ». • 

Variante di Morciano : 

Riposa Tarla e. riposa lu *jentu, 
Ju, lu meschinu, nu' riposu mmai. 
Tutta la notte stau sbegli ata a lettu^ 
Le mmie lenzole dicene: — « Cce hai? » — 
Respundi lu spulieri de mmiu lettu : 

— « Trovate amante, ca reposerai «. — 



^ 212 ■<^ 

Vili. 'Mmiezzu alla piazza addora de moscato, 
Gomme noe fosse 'na speziarla. 
'Na pianta de cetrangolo nc'è nata, 
Mme rha passata la fenesta mmìa. 
Lu meglio rammo lo voglio tagliare, 
Pe' fa' 'nu telariello a nenna mmia; 
D'argiento e d'oro lu voglio 'ndorare: 
Chesto è lo spasso de la nenna mmia. 

Variante di Paracorio : 

'Sta ruga havi 'nu ghiarvu di muscatu. 
Pari e a nc'esti *na spezzalaria : 
Ca nocesti 'nu garoffulu chiantatu^ 
Chi cu' li rami cumbogghia la yia. 
Scippu ^nu ramu lu cchiù carricatu, 
Mu nei lu levu a la patruna mia; 
Mu S8Ì lu menti a lu bracciu adurnatu, 
Mu ssi lu godi pe' Tamuri mia. 

Ghiarvu, odore. Spezzalaria, farmacia, spezieria. 
Variante di Sturno: 

Voglio fa' 'n arbore de pepe. 
Pe' fa' lu telare a nenna mmia. 
La navetella de noce moscata. 
Li lizze so' de seta carmosina. 
L'angioli de lu cielo so' calati, 
Pe' vede' lu panno che tessimo. 
Lu panno a lu telare è lu vostro, 
La donna che sta dinto è robba mmia. 

Canto di Lanciano, alterato : 

Che odor* de carofan* qui sent\' 
Che a la finestr' ci tien' juna pianta. 
L'hai adaquat* co' l'acqua de ment', 
Le ram' che è arrivat' al ciel 'seren'. 
A maggio e 'brile lo vojj' seca', 
Per farci lo telar' al mio amor'. 
La cass' d'or' e li licci de set'^ 
Lo pettine d'avolio ben tajjiat'; 



-^ 213 4- 

La sedior di noce moscat'. 
J' Yojj' mannà^ a dire che nce *mpr6st, 
Le cass^ lo telar' a chi cci tesa'; 
Yojj^ manaà' a dir che nce lo don\ 
Le cass', lo telar' a la padron*. 

Variante napolitanesca: 

Ch'addore de carrofano che sento! 
Che ^mpietto a ninno mmio nce n^ò *na chianta. 
Nu* bogiio ca nesciano nce tiene mente 
Ca sinnò nce faccio corife* Tuoglio santo. 

Nu* tira, ca sse ne y^ne, 
*U pantofano d' 'a pede! 
Pe^ tira sse n'ò venuto 
*U pantofano de velluto! 

Tira, catillo d'oro, ca l'acqua vene, 
Vìence, nennillo mmio, e damme aiuto. 

Variante airolese: 

Ch'addore de carofuoni che sento! 
Chisti non so* carofuoni, manco amenta, 
È Ninnillo mmio che addora tanto! 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

A Lecce a Lecce quantu nei mme Mdora ! 
Se nei fosse chi an tata mai'vasia! 
Nc'ò 'n arveru de pipe carrecatu, 
Nde pende 'na stanguzza intra addhù* mmia ; 
Mo* nde la tagghiu come aggiu pensatu, 
Fazzu 'nu talarettu a ninna mmia; 
Ni lu mintu de nuce lu *ncasciatu. 
La navettuzza de verde lumia; 
*Ndelecaturu de fierru felatu. 
Li cannulicchi d^oru a ninna mmia; 
Ddhài nei sse tesse l'oru e lu ^ncarnatu, 
Ddhài nei sse passa ogne malìncunia. 

Altra di Caballino: 

A mmera Lecce quantu ci mme Mdora, 
Ca a ddhài lu core mme dice cu bau; 
Ddhài nc'ò lu bene mmiu ci mm*ama tantu, 
Jeu pe* r amore sou mme partu e bau. 






-^ 214 <- 

Varianti toscane della prima canzone iCaballinese : 

a) * Un' albero di pepe vo' tagliare^ 

Per fare lo telaro a Caterina; 
Le casse d'oro li ci voglio fare, 
Ci si potrà speccbiar sera e mattina. 
Le fila d'oro e la spola d'argento, 
Caterina, non mi dar tormento. 

è) * In questa ruga ci sa' di moscato. 

Par che ci abbino fatta spezieria. 
Un'albero di pepe ci han tagliato^ 
Per fare lo specchino all'alma mia... 

Altri canti di Lecce e Caballino, in cui si parla del 
profumo emanato dall'amante: 

a) Cara culonna ca tu jerta sei, 
Culonna de la cbiesia tu sarai; 
De lu sciardinu 'nu fiuru tu sei, 
Fen' a quannanti lu 'ddore nde dai. 
Beddha, tu puerti a 'mpiettu do' lumei; 
Sulu le 'uardu, peccare mme fai ; 
Beddha, pe' te duna' li amori mmei. 
Tu sula 'uesi ama', nuddh'autra mai. 

b) Core, mo' ci te parti e te nde vai, 
Mo' ci te parti e nu' te visciu ccbiui, 
Mme 'ndoranu le strade de 'ddhù' vai, 

E 'ddkù' 'risposi tie mme 'ndora ccbiui ; 
Ma mo' te dica 'nnanti partirai, 
L^aaìcu bene mmiu, ca siti vui. 

e) E Au' nei 'rria la nie quantu si' 'janca, 

Cu' quiddhe biunde trezze de culure. 
Puerti la facce de 'na i^>Ba 'janca. 
Sena quannanti nde sentu lu 'ddore. 
fiae ragione la mamma cu te uanta, 
Ca de le*beddbe sinti la maggiore. 



■^ 215 '<^ 

IX, 'Nu g'ìorno ca vedette a Catarina) 
Era d'ottobre e ghieva a vennenniare. 
Luceva comm'a ^na stella mattutina 
Facea Tauoielle e ruommene 'ncantare. 
Tenea me^z'accorciata la vonnella, 
Le braccia erano quase alla scoperta, 
Mme sembrava 'na cosa accessi bella! 
Rimase tutto 'ncantato e a bocca aperta. 

La canterina assicurava al raccoglitore esser questa 
una canzone nuova, importata a Pietrastornina dai ven- 
demmiatori recentemente. Altro incontro amoroso in un 
sonetto di Lecce e Gaballino: 

Susu a 'na petra marmura sedia, 
Sulu, comu dulente ^nnamuratu. 
De 'nnante mme passau ninella mmia, 
Purtaa alle manu *nu milu 'ngranatu. 
E jeu nni nde cercai pe' curtisia; 
Iddha pe' curtisia mme Tha dunatu. 
A manu lu purtau tutta la dia, 
De principi e baroni fai chiamatu. 
Quandu lu muzzecai^ ninella mmia, 
*Inticinqu*anni mme 'ndurau lu fiatu. 
*Ndurau la seggia addhù^ 'ssettatu stia, 
Puru lu liettu addhù' stiesi curcatu. 
Ci nu* lu cridi, te curca cu* mmie, 
*Idi ca 'ncora mme 'ddora lu fiatu. 
Mme dinnu li cumpagnu cu* cci 'scia: 

— «Se po' sapire tie cce t'ha' mangiatu?» — 
Jeu, cu nu' cacciu la ninella mmia: 

— M 'Na monichella 'nu miki mm'ha datu ». — 

Yar. V, 3, la beddha mmia. 



-^ 216 <^ 

X. Pannetella mmia, carreoa d'oro, 
Sempe d'argento tu carreca vai. 
Mme piaceva 'e parole d'oro, 
Mme piaceva e mme ne 'nnamoraje. 
Chiane chianillo noe trasiste 'ncore; 
Tu nce trasìste, e io te ce 'nserraje. 
Te ce 'nserraje co' le chiave d'oro; 
Mo' che te ne vuo' 'sci' comme farraje? 
Tanno te n'escirraje da 'sto core, 
Quanno mm'hai detto si^ mme dai la mano, 

Variante di Bagnoli Irpino : 

Tu parmetella carrecata d*oro^ 
D*argieuto e d^oro carrecata vai ; 
Ghiano, chianillo mmi trasisti *ncore, 
Tu gè trasisti, ed io te gè ^nserrai. 
Te gè 'nserrai pe' 'na chiave d'oro; 
Amore, come fai pe' te n'assl'? 
Tanno te n'esserai ra 'sto mmio core, 
Quanno mme rai la mano e sì mmerici. 



XI. Sera passaje e tu, bella, dormivi, 
Tutte le cammerelle le votaje; 
Aggio trovata 'na fica gentile, 
E per creanza mmia non la toccaje 
Si vo' sapere, bella, comme stivi. 
Scoperta stivi e io te commigliaje. 

Dintorni di Sessa : 

Sera passai e tu, bella, durmivi; 
Le cammarelle tue le caminai; 
Se Yo' sapere, bella, commu stivi. 
Stivi scuperta e io t'accommigliai. 



-^ 217 <^ 

Due mazzi di rose ^mpietto avivi. 
Culla criauza mmia nu' le tuccai. 
Ma chesta, bella mmia, fa troppo duro, 
Vidi lu foco e nun mme nce scarfai. 

Vedi Imbriani e Cosetti, Mucchietto di gemme. 

Variante di Chieti: 

Giorn^ di fest* e rinnulella mi* 
Tutt' la vigna tu' so caminat*; 
Quant* la pampaneir mene Tut*, 
r tanto fedeP nin l'ho tuccat'. 



XII . Tu che vaje a Napole felice, 
Salutammella a tutta la cetate; 
Salutammelle pariente e ammice, 
De ninno mmio non te ne scordare. 

Variente di Lecce e Gaballino : 

voi, ci 'sciati a Napoli, e bediti, 
Mme salutati 'ddha beddha citate; 
Parienti, amici, e quanti nei sapiti. 
Però lu bene mmiu nu* lu scurdati. 
Ci poi lu sou palazzu nu' sapiti, 
Nei stannu alla fenesce li invetriati; 
Ci a tavula sse trava lu serviti, 
Ci stae durmendu nu* mme lu *scetati; 
Ca quandu poi sse *8ceta li deciti: 
De mmie, ninella soa, aggia pietate. 



-> 218 <^ 

XIII. Voglio cantare, e si non canto moro, 
£ si non canto mme sento morire. 
Mme siento Sk^ 'nu nudeco a 'sto core, 
Nisciun ammante mme lo può levare. 

Variante di Montella: 

Voglio cantare, e si non canto moro, 
E si non canto mmi sento morire. 
Voglio cacciare 'sto beleno foi^e, 
Mmi sparagno *na longa malattìa. 

Serenate di Lecce e Caballino: 

a) 'Egnu cantare ca nei su* mandatu, 
De una ci te *ole mutu bene ; 

Culle scenucche *nterra mm^ha preatu, 
Cu te 'egnu a cantare li soi pene; 
Ci lu 'edissi comu nd'ha turnatu, 
Culure alla soa facce nu' nde tene. 
Se iddhu more sse nde 'ae dannatu, 
Ma tie ci riesti nde chiangi le pene. 

Vedi varianti a pagina 221. 

b) 'Egnu cantai*e quai pe' fare onore; 
Beddha figghia ci tene quista mamma! 
La portu 'mpiettu mmiu comu 'nu fiore, 
Comu petra preziosa 'mpisa 'ncanna; 
Ogn' orna dicerà : — « Cce beddhu fiore, 

<* Ca nun ci 'rria 'nu maggiu de campagna! *> 
Se cieddhu 'ulisse cu' mme lea 'sta fiore, 
Sunta bastante cu nni cacciu l'arma. 

Variante pur di Lecce : 

'Egnu cantare quai ppe' dare onore: 
Beddha figlia ci tene quista mamma! 
. Te portu 'mpiettu mmiu coma 'na fiore, 
Comu curaddho russa de toa canna; 
Ci mme 'ulisse 'rrubare 'stu fiore. 
Saria bastante cu nni cacciu l'arma. 

e) 'Egnu cantare piatusu, piatusu, 

A d'are 'nu lamentu 'mpassionatu. 
Mme raccumandu a tie, feniesciu chiusu, 
Nni di' alla beddbra mmia ca nei su' statu. 



^ 219 ■<y 

Ci 'ole saociu peroò nu* su' trasutu, 
Dinni oa alla tornata passu e traau. 
Ci alla tornata pamu e trou chiusu, 
Quiddho è lu gegnu ca mm'ha^ 'bbandunatu. 

d) *Egnu a cantare ^nfacce a 'sta castieddfau^ 

Pe' derettura alla chiesa matinee; 
Ne' ète 'na donna ci pinge V aceddhu, 
Natura naturale la pernice; 
Stringe la vita soa diniru a 'nu 'nieddhu, 
Sa' li bell'ecchi sci do* calamite; 
Crisciu ca ò stata pinta cu' pennieddhu, 
Beneditta la mamma ci la fice. 

Pede, camina! 
A tie bon capu d'anno, e mmie la strina! 

Varianti, v, 5, Mina la vita ; t?. 6, E 'ddhi bell*eccki ; 
V, 7, scritta cu'. —Variante d'Arnesano: 

* Egnu cu cantu ^nfacce a 'stu castieddhu 
A derettura alla cbesia matrice : 
Nc'ete 'na donna ci pinge Taceddha, 
L'aceddhu de Taceddhi, la Fenice. 
Scinge la vita soa dintr'a 'nu 'nieddbu, 
Su* li bell'occhi soi do' calamite; 
Crisciu ca è stata pinta cu' pennieddhu. 
Beneditta la mamma ci la fice! 

Serenata di Carpignano Salentino: 

Vinni a cantare a 'sti lochi qoanturnu, 
Pe' visitare tie lu fiuru eternu; 
Luna de masciu, o sule a mienzugiurnu, 
stella piana, o paradisu eternu. 
Quandu camini tie fa sempre giurnu, 
'state, o primavera, o sia de 'jernu; 
Ca se 'ngirassi centu migghe 'nturnu, 
Sempre nde vignu a tie, mmiu fiuru eternu. 

Stella piana^ probabilmente diana. 

Variante di Martano: 

Vinni cu cantu 'sti loghi quantornu, 
Ppe' visitare tie> fiuru mmiu 'ternu ; 
Luna di maggiu e sole di menzogiomu^ 
'Na stilla chiara o paradisu ternu; 



-> 220 <r 

Quandu cammini tie sempre fa giornu, 
De primavera, diesiate e dUnvernu; 
Se caminasse ceuta mila a ^ntornu, 
'N'anima cacceria d^intra Tinfernu. 

Serenata di Bagnoli Irpino: 

Voglio cantare sotto a 'sto palazzo, 
Rinto gè sta lo fiore ri la bellezza; 
Si care ^sto palazzo mme gè ammazza, 
Tutto ro pato pe' la tua bellezza; 
Mme gè hai legato pe' no verde lazzo, 
Pe' no capillo re 'ssa bionda treccia; 
Se lo cielo 'o commanna che io t'abbraccio, 
Questa sarà la mmia contentezza. 

Vedi il canto di Saponara in nota a quello di Pietra 
che incomincia: Voglio sapere a te che faggio fatto. 
Variante di Montella: 

Vorrei cantare sott'a 'sto palazzo, 
Dinto nce sta lo fior de la bellezza; 
Si care 'sto palazzo e mme nce ammacca. 
Tutto lo pato pe' 'ssa tua bellezza. 
Tu mmi ligasti co' 'no verde lazzo, 
Co' *no capillo de 'sta Monna trezza: 
Se lo cielo condanna che t'abbraccio 
Mammeta ha da crepa' comme 'na vezza. 

Una idea espressa nel terzo distico di quest'ottava si 
trova ripetuta nel mottetto seguente raccolto a Bagnoli : 

Li capelli che mm'hai rati, 
Pe' 'sta nocca, Carolina ; 
Mm'hanno tanto 'ncatenato, 
Che mmi fanno, oh dio! mori'. 

Altre serenate da Bagnoli: 

a) Voglio cantare rinto a 'sto paese. 

Voglio rice 'na canzona 'nnanti a 'sta casa; 
Vi' ! Che sciorta chi tene 'sto campese, 
Rinto a lo campo g'ò nata 'na rosa; 
Jetti pe' l'addorà' 'sto core mm'accese. 
Non so se fu la spina o la rosa. 
Questo vo canto a cimmolo re noce, 
Sienti ro mmio canta' che bella voce. 



^. 221 <- 

b) Voglio cantare a 'sto pizzo cortiglio, 
G'è lo remore re le donne belle; 
G'ò 'na figliola che ne passa mille ; 
Mille rocati vale la peratella. 
Quanno sse re 'ntreccia li capilli 

Analogo a questo frammento è il canto seguente di 
Paracorio : 

facci di du' puma rusulilli, 
Quandu cammini tu, fai ciancianelli ; 
Porti lu risignolu a li capili!^ 
E 'ntra lu menzu Tali di l'acelli; 
Se *ntra 'sta ruga nei su* donni milli, 
Tu poi sii la Regina di li belli; 
Di lu celu calaru quattru stilli, 
Pe* 'ncurunari chissi occhiuzzi belli. 

Serenata di Paracorio: 

Supra *na petra mi vogghiu assettari; 
E notti e jornu cantandu canzuni; 
E tantu tantu poi Yorria cantari, 
Finn che Nina senti, lu me' amuri. 
E se s^'affaccia la vogghiu basari, 
Puru m'ò figghia de lu ^mperaturi. 

Serenata di Martano (vedi pag. 218) : 

« 

Yinni cu cantu perchè foi mandatu, 
Pe' unu ci te 'oli *nu gran beni. 
Cu' li cenucchi a terra mm'ha preeatu, 
Cu vegnu te le cuntu le soi peni. 
Se lu videssi come è 'rriventatu, 
'N acineddhu de terra lu mantiene. 
Te pregu cu te sia raccumandatu, 
Abritili le porte mo' ci vene. 

Un frammento d'Airola (Benevento): 

Vengo a cantare ca nge so' mannato, 
Ppe' parte di chi t'amma e te vo' bene. 

Variante di Mordano : 

Su' benutu ca su' statu mandatu, 
De unu ci te 'ole tantu bene, 
Cu' le scenucche 'nterra mm'ha pregatu. 



-^ 222 •<^ 

Pe*^ venirti a cantare la soi pene; 
Ca ci lu guardi camu sa'ò tornata, 
Lu calure de facce cchiù na' tene, 
è culure de serpe '^mbelenatu, 
Na^ saccia cchiù qual'aria la manteno» 

Serenata Napoletanesca : 

* La notte quanno dormo pienzo tanto, 
E qaanno pienzo a vuje, mm' addormento. 

Vaco ppe' te parlare e non te siento. 

Nenna, se te vedisse a lu balcone, 
Te farria *na sanata alleri amente ; 
Faccio la core comm'a 'nu premmone, 
Quanno siento parla' de te la gente. 

Cosi nel Goldoni, che dopo ciascuna quartina aggiunge 
per ritornello: Carcioffolà; e soggiunge per mottetto: 

Bello canto, se potissi. 
La mia bella 'nnamorà', 
Co' lo tuppè, tappeta, 
Naniarella e nanianà 
Ghichirichi, carcioffoLà. 

Altro proponimento di cantare, Napoli : 

Vogl'ì* a cantare sott*a *sta muraglia, 
Non pozzo ora canta' con troppo sdegno. 
Dint' a 'sto vico nc'è nata 'na penna, 
Stace sempe malata malatelìa; 
Tene 'na vita tanto piccerella, 
Quant' a 'no 'rappo d^ava moscarella. 

Analoga di Grottaminarda : 

Voglio cantare sotto 'sta loggetta, 
Dalla mattina fino a mezzanotte 
Stace Nennella mmia che dorme a letto, 
Luce più de 'na stella a mezzanotte, 
E chiena di creanza e di rispetto 



Pe' oMupagaia ti lascio San Giufteppe, 
Con San Nicola la felice aorte. 

Ricordati di me 'n'ora la notte. 



XIV. Voglia sapere a te che faggio fatto ? 
Quanno mme vide cale gli uocchie e zitto ! 
Non faggio fatto nullo merco 'n fronte ; 
Manco faggio levato io quarch'ammante. 
Tu mme chiammasti e io subito venne. 
Schianta de ruta mmia, che mme comanne? 
So' li sospiri tuoje, mm'hanno chiammato, 
Mm'hanno detto « veni veni » , e i' so' venuto. 
Vide che non fai comme a lo passato: 
De nuovo mme ne vaco 'n'ata vota. 

Analoga Neritina : 

Gce f aggin fatta, chianca di lu mmia core, 
Gomu *na fiume mme fai lagremare; 
Cu' 'nu pugnale mme diesti allu core, 
Q nandù di sdegnu rinisti a parlare. 
Ci fosse 'nu principiu di ragiune, 
'Llora ferma lu sdegnu e no* amare; 
Tu ci fidele acchiasti lu mmiu core, 
Lassa lu sdegnu e pi^incipiamu amare. 

Variante, anch'essa di Nardo: 

Di eoe te 'idi, chianca di lu mmia core! 
Comu 'nu sassu mme fai lagremare. 
Chianginu l'ueochi e mme dole 1« core, 
Te vedu e no' te pozzu faiddhare. 
Io chiangu ca non ibi 'mhasciatore, 
Ca ti mandu li pene mmia cuntare; 
Mo' pi* cunfortu ti mandu la core, 
Tienila cara e no' mmi 'bbaadunare. 



'f 



-> 224 <^ 

Dicono a Paracorio (Calabria Ultra Prima) : 

Jeu chi ti fici mu mi dici mali, 
Chi prima tantu beni mi volivi? 
'Nsinga cu* Tocchi mi solivi fari, 
Lu risu 'mbucca quandu mi vidivi. 
Ora *mbattimu, e non mi voi parlari, 
E ti mostri cu' mia tanta crudili ! 
Se *ntra la genti non mi voi parlari, 
*Nsinga fammi cu* Tocchi e no' ridiri. 

Analoga dì Saponara (Basilicata): 

tJhe t'agge fatto chi mmi puort' musso? 
Quanni mmi viri cu' Tuocchi t^arrasse. 
Scocca di rosa fatta di 'nu mazzo, 

ronna carricata di billezza. 

Quanni mmi guardi cu' Tuocchi mm'ammazzi. 

Mi viri *ntra lu fuoco e mmi ci attizzi/ 

Tu mm'hai ligato cu' 'nu verd' lazzo, 

Cu' 'nu capili' bruno di 'ssa trizza. 

Tu mm'hai ligato, e nu' mmi pozzo scioglie', 

Cumme a fili di seta mm'assottiglio. 

Analoga di Napoli : 

Che t'haggio fatto, che mme vuo' da' male? 
Tanto contraria a mme sdegnata ^i. 
Chella non fuje parola cremmenale, 
Quanno te dissi: - <« Ammor, vogliami bene »*. . 
Ora perdono te vengo a cercare. 
Si fece errore miserere mei. 
Giacché, la morte a mme vulite darà, 
'^ Io mme la piglio che ve voglio bene. 

Lamentio consimile di Napoli: 

Chi ha visto un sasso de 'na pietra dura, 
A forza d^acqua rimmolarsi fare? 
Chi ha visto un 'orza int' a 'na selva scura, 

1 mmiei carizzi mansueta fare? 

>•« C Voi non siete orza e siete creatura. 
' I mmiei carizzi, non li vuoi stimai'e. 
Ingrata donna, . quanto siete dura^ 
Volete essere ammata e non ammare. 



-5>' 225 ^^ 

Negli Agrumi^ si dà per Calabro, senz^altra indicazione 
questo rispetto : 

Vitti *na tigra dint'a *na silva scura, 
E cu' lu chiantu miu masueta fari; 
Vitti cu' l'acqua *na marmura dura, 
Calannu a guccia a guccia, arrimudhari; 
E vui che siti beddha orlatura, 
Vi ni riditi di 'stu chiantu amari ! 

Si ripetono nel canto le parole silva scura^ marmura 
dura, criatura, quasi intercalare. 



Canti Popolari, III. IS 



SAN DONATO 



(TERRA D'OTRANTO) 



I. Ci fossi 'ccisu! quantu fiimu hai! 

Man cu ci eranu toi le Pesanei! 
E quiddhu poca ci acquistata hai, 
Nu' be fatiga de le 'razze toi; 
Aggìu saputu ca 'rrubbata l'hai, 
Ca nu' è cosa de li 'ntichi toi. 

Le Pesanei^ masseria presso Galugnano. — Canzone 
analoga dì Lecce e Gaballino: 

Quantu fumu ss^ha misu ^sta papuscia, 
Mo' ci ss'ha fatta la scarpetta *ascia. 
De fore fore la fettuccia russa, 
'Nnammuratella di tante bardascia. 
Sse 'scia 'uantandu ca mme pìgghiu issa, 
Nimmenu pe' pensieri mme nde passa. 
Sai quandu forsi ca mme pìgghiu issa? 
Quandu lu papa torna mesciu-d'-ascia. 

Var. I?. 1, Oh cce fumu; v, 2, Quasi ca porta; t?. 3, 
Lo quasettieddhu sou de sita ; De fore stacca la fettuccia 
russa; i?. 4, 'Nu carofalu 'mpiettu alla smargiassa; t?. 5, 
digghiu iddha; v, 6, Mancu ppe' capu 'sta storia mme 



f 



-^ 227 -^ 

passa; v, 7, forai 'scia cu mme la pigghiu? Papuscia^ 
ùpupa. 'Ttacca^ attacca, lega. — Umiltà consigliata alla 
donna in un canto di Nardo : 

Donna, non ti tini re tantu artiera, 
Ga ci ti tieni hai d^essere tinuta. 
Attenta cu no' ti casca la pandiera, 
Ca si te casca nisciunu te *juta. 



II. Facci de pappag-allu cce ssi 'llegra! 
Ca puerti Tecchi quaatu 'na pigaata; 
Lu culure ci tieni è de la crita, 
Lu parlare ci faci è de 'na crapa; 
Quandi! 'ai alla chiazza, sta subra de tie 
Cu nu' sse 'uasta tea bella fegura, 
Quandu 'ai alla chiazza, pigghia larga 'ìa, 
Cu nu' passa lu diaulu e sse 'mpaura. 

Canto analogo di Paracorio: 

facci di *na buffa ungiuta d'ogghiu, 
Jisti dicendu ca moru pe* tia. 
Vattindi a chidha parti di lu scogghiu, 
E fatti 'na lavata di lissìa. 
E poi mandami a diri se ti voggbiu. 
Yogghiu la mala nova m'è di tia, 
E 'ntra lu cori pemmu nd*hai ^ucordoggbiu, 
Chi pemmu nesci no' mn trova via. 

Buffa ungiuta d*oggh%u^ rospo unto di olio. Gli arti- 
coli *nu e na sogliono i calabresi incorporarli ai nomi 
cui si prepongono; e cosi invece di dire 'ww cordogghiu^ 
dicono ^ncordogghiu. Spesso fanno lo stesso della pre- 
posizione in e perciò dicono: *Ncammisa per in cam- 
misa, in camicia. 



-^ 228 •<h 

Variante : 

O faccia di ^na buffa ungiuta d'ogghiu. 
Ti voi vantar], ca moru pe' tia. 
Yattindi di dha vanda di lu scogghiu, 
E fatti 'na lavata di lissia. 
Di poi, mandami a diri se ti vogghiu. 
— M La mala pasca mu ti veni a tia ! » — 

Variante di Caballino : 

Facci de puzunettu untu d*ogliu, 
Te ^ai vantandu ca te vogliu a tia? 
Nu' t'amu, nu' te prezzu e nu* te vogliu, 
Manca li mmei mme cuncedianu a tia. 
Vane e te scetta a mare da lu scogliu, 
E ci te nd' lessi làate alla lessia. 

Variante del secondo verso: ca jeu vogliu a tia; del 
quarto verso Mancu li mmei parenti vonnu a tia; del 
quinto verso: Vane e te scetta a mare entr^ a ''nu scogliu. 
PujgunettUi specie di Calderotto. 

Variante sicula, edita dal Pitrè: 

* Laida, brutta, ^nzungatìzza d'ogghiu, 
Cannavazzazzu di la vucciria; 

Jettati a mari e jettati 'ntra un scogghiu, 

Ca jeu ti mannu sapuni e liscia. 

Di pò* ti mannu a diri si ti vogghiu^ 

Ca la risposta l'aspetti di mia. 

'Rreri a to porta cc'è un sciccazzu mortu, 

Chissu è ramanti chi mori pri tia. 

I quattr'ultimi versi variano anche cosi : 

* Eu primu ti vulia, ora 'un ti vogghiu; 
Tu ch'eri oggettu di pigghiari a mia? 
Dimmi^ cu' ti jittau 'sta tacca d'ogghiu ? 
Livari 'un ti le poi supra di tia. 

Altro canto garbatissimo di San Donato : 

Si' facci de 'na mascara de- crita, 
Nu' te cummene cu cacci canzuni ; 
Aggiu saputu 'uei cu te 'mmaritì, 



-^- 229 ■<- 

E alla cascia nu* tieni do' chiasciuni. 
Vattene, brutta mmia, vattene a fila, 
Bidi se te li faci do* chiasciuni ; 
De li zitielli nu' pigghiare 'mprisa, 
Ca te buriana senza te nde Mduni. 

Chiasciuni, lenzuola. Riuniremo qui un gruzzoletto 
di canti di dispetto. Eccone due di Lecce e Caballino: 

a) Giovine nun aver tanta abbraggia, 
*Ncora la capu nun te l'hai lavata? 
'Jeni ca. te la lau culla lessia, 

Pe* despiettu de l'autra 'nnamurata; 
Te 'scii 'uantandu ca nun bnei a mmie. 
Porsi ca la toa razza ò megghiu nata? 
*Ale *na punta echini de scarpa mmia, 
Ca tutta la toa razza spreugnata. 

b) Cu' focu e senza focu 'ui ve arditi, 
Senza cu' chiova all'aria ve 'mmuddhati, 
Senza esse' secutata vui fusciti. 

Senza ragione 'ui ve 'llamentati. 

'Sciati decendu ca nu' mme 'uliti? 

Jeu mancu 'ogghiu a bui, nun dubbitati. 

Var. 1?. 2, ve 'bbagnate. — Due sdegni di Paracorio: 

a) Brutta, bruttazza 'mpastata di pici, 

Mussu di porcu e aricchi di sumeri : 
Cchiù brutta chidha mamma chi ti fici, 
Pari ca ti 'mpastau 'ntra lu fumeri. 
Mancu acqua santa a la ifacci ti misi, 
Parsi ca ti la misi 'ntra li pedi. 
'Nu scontricatu stadhuni martisi, 
Mancu ti voli mu nei sii mugghieri. 

à) facci di cinnari di chiuppu, 

mussu di 'nu strunzu di sumeri; 
Quandu camini tu pari 'nn 'dduccu, 
Ti vai tenendu di li cantuneri. 
E cu' 'na manu ti stuji lu muccu. 
Cu' 'n'atra manu li cazi ti teni. 
Dassa mu ti lu dicu di lu tuttu, 
Ca non si omu mu campi mugghieri. 

Cinnari di chiuppu^ cenere di pioppo. Mu campii da 



-4> 230 <^ 

sostentare. — Variante di Sant^Eufemia: 

facci di 'na cinnari di chiuppu, 
facci di 'nu strunzu di sumeri, 
Quandu camini tu mi pari *ncuccu, 
Ti vai fricandu pe* li cantuneri. 
E cu' 'na mano ti schiuschi lu muccu, 
Cu' *n'atra manu li cazi ti teni; 
Se voi *ini ti lu dicu di lu luttu, 
Tu non si omu mi campi mugghieri. 

Altri canti di Lecce e Caballino : 

a) Bruttu 'mmucatu nu' mme *ramentuare, 
Nimmancu cu 'mmentui ta mmia persona; 
Ci alla strada mme truei nu' mme uardare, 
Ca jeu te dicu e t'aggiu dittu none; 

Jeu te 'mparu mangiare la *remìgna^ 
De 'ddh'erva 'resta ci nasce a campagna, 
Te la fazzu de fierru 'na paligna, 
T'aggiu tenutu pe' muzzu de staddha. 

b) O bruttu^ bruttu te 'mmuzza la lingua^ 
Ca te la 'mmuzza e te la minti 'ncanna; 
A 'ncanna te la 'ttacca 'na peligna, 

Ca jeu te tinni pe' muzzu de staddha; 
Mo' 'mparate a mangiare la 'remegna, 
E Terva 'resta ci nasce a campagna. 

e) bruttu falauru de pesieddhu^ 

Te vai vantandu ca pretendi a .mmia! 
Ca forma nu' nde puerti de cappieddhu, 
Te muesci 'nchiazza pe' 'uappaturia; 
E ci cunti danaru all' 'ursieddhu 
Te lu 'mprestasti de 'nu frate mmia. 

d) Bruttu, ca nd'hai lu nume e nd'hai li fatti, 

E bai truandu li defetti a tutti; 
Ca ci 'edii li toi comu su' fatti, 
Tie stessu dicerìssi : - « Oh ce su' brutti ! ♦' - 
Arveru pampanusu senza fatti. 
Alla macchia te tocca a fare mucchi ; 
Cu' lu 'uantare tou nienti te 'ccatti, 
Mme sai, te saccia e nni sapìmu tutti. 



^ 231 <^ 

Vai*. V. ì, tu nd^hai li numi; t>. 2, E bai nutandu; 
V. 3, Ci te vedessi comu sinti fattu ; v, 4, te derìssi ; 
V, 5-6, D'arveru pampanusu nd'hai li fatti, Ci prestu 
spinna e nu^ dae mai li frutti; v. 7, De lu vantare tou 
cce mme nde 'ccattu? 

e) Bruttu, cce buei de mmie, bruttu cce spieri ? 
De la bruttezza toa nu' trei la pari; 

Mme pari musi-niuru e pieti-tuertu, 
De sciancatu mme fai lu camenare; 
Lu culure ci puerti è comu sciotta^ 
Si^ comu ^na menescia senza sale. 
Zingaru sinti, e nu* te sai la sorte. 
Tu li pensieri mmei nu* te pigghiare. 

Sciotta, risciacquatura di piatti, residuo di lavature 
di cucina, cattivo brodo. — Variante : 

Bruttu, bruttu, de mmie, dinne, cce spieri? 
De li bruttizzi toi nu' trei li eguali. 
Te *scìi vantandu ca te 'ogghiu bene. 
La sgarrasti cu' mmie, nu' nei pensare. 
Ca quandu visci* a tie, *otu pensieri, 
Ca sia ca Usciu lu diaulu 'nfernale. 
Ca mo' alla nave mmia misi le vele, 
E stau pe' autri parti a navigare. 

Altra variante : 

'Bbande de Pecchi mmei, cangia-pensieri, 
De li bruttizzi toi nu' trou li pari ; 
Te 'ai 'uantandu ca te 'ogghiu bene, 
La scarrì, bruttu, a mmie nun ci pensare; 
Alle mmie barche nei aggiu mise vele, 
E stau pe' autrì man a navecare ; 
Ca quandu 'isciu tie, cangia-pensìerì, 
Mme pari propriu 'nu diaulu 'nfernale. 

f) 'Bbande de Pecchi mmei, 'bbande te dicu, 
De lu mmiu core te nd' aggiu cassatu; 

Pe' 'nu gran tiempu mme si statu amicu, 
Mo' t'abbandunu e t'aggiu 'bbandunatu. 
Te maledicu quantu t'ho servitù, 
Maledittu cor mn^iu quandu t'ha amatu. 

^Bbande, vattene. 



^' 232 <- 

Canto ingiurioso di Bagnoli Irpino : 

Facci-gialluto, fatti lo tàuto^ 
Pe* te gè mette *8sa facci j elata ; 
•Ncapo re Tanno ra truovi peruta, 
Figlialo, va ti 'nzora alla Nnunziata. 
Là ti la pigli *n*armola guarnuta, 
Quella te re pò* dà ciento rocati; 
Io ciento re tengo re saluta^ 
'N ati ciento re tengo re parentado. 

Variante di Bagnoli stessa : 

Hai 'juto ri cenno ca io so' 'no povero, 
Povero sonco, hai ditto la verità. 
Io so* ricco ca bui non lo sapite, 
So' ricco cu' la mmia libertà. 
Tiempo che te voleva e fusti tosta, 
Mo' che a mme mmi vuoi, non mme piace. 
Faccia di uno lemmeto scarrubbato, 
Faccia di una cicoria specata. 
Ghivi dicenno che non mm'hai voluto, 
Dici ca tieni li ciento rucati. 
Io ciento rucati li tengo di salute, 
E milli rucati li tengo d'innamorate. 
Questo ti rico a te, faccia d'ingiallute. 
Trovate a maretà' ca so' 'nzorato. 

Simile di Lecce e Caballino : 

Brutta, ci nu' te taci allu parlare, 
Nu' te lu pozzu, nu' 'itere lu core; 
Eccu la facce mmia chiarita pare, 
Mo' te mira la toa senza culure. 
Stai comu la rosa de scrasciale, 
Cussi palledu è lu tou culore; 
Quandu parli cu' mmie nei l'hai pensare: 
— « Tu la facce mme 'iti e nu' lo core »♦. — 

Scrasciale, roveto. — Variante: 

'Idi la facce mmia 'i' cci te pare? 
Nu' è comu la toa male culure; 
De la bellezza mmia ce te nde pare? 
Nu' è comu la toa ca ò senza amore. 
Sai mo' quandu de tie mme lassù amare? 
Quandu restu senz'arma e senza core. 



f 



-$>• 233 <- 

Var. V. 1, cce te nde pare? — Analoga di Bagnoli 
stessa : 

Hai juto recenno non mmi hai voluto, 
So^ stato io chi faggio lasciata: * 
Tienitillo 'mbietto 'sto dolore, 
Menatilli a lo viento li sospiri; 
'Sto core mo' lo rono a 'n'ata ammanto, 
E tu n' hai re mori' re gelosia! 

Altre amorevolezze di Bagnoli Irpino : 

a) Quanto si' brutta, ti piglia la pesta! 
Mmi pare lo riavolo Tho bisto; 

Te rhai mangiata 'na pigna re agresta^ 
Giura mmi pari che trarivo Cristo; 
Trova chi ti cocina la menestra, 
Ca io non piglio mai soruri d'auti. 

b) Quanto si' brutta, te venga la pesta! 
A mme mme pare le pane de l' Antecristo. 
Quanto t'affacce vui alla fenesta. 

La luna cu lo sole face Taccrissi. 
Mo' nce lo boglio fa', chi resta resta, 
Io so' sempre nemmico de Cristo. 
Quanno t'affacce vui alla finesta, 
La luna cu' lo sole face l'accrissi. 

e) Mo' ss! mmarita la scura lacerta, 

Se la sposa lo sorece spagnuolo; 
Te l'hai fatta 'na casa a la scoperta, 
Addò' face lo niro lo rescignolo ; 
A caseta no' gè so né porte nò fenestre, 
Mmi pare la niontagna re Montuoro. 



-> 234 <^ 

III. Gioane, ci pe' gran tiempu amasti mmia, 
Secreta jeu ti tinui intr'allu piettu; 
Ca tie mm'amavi e jeu de tie muria, 
Nn'amàmu 'nsiemi, cu' verace aflFettu; 
E mo' percè hai cangiata fantasia? 
Ca si' figliolu e nu' tieni 'ntellettu. 
Amate cu ci 'uei nu' cchiù cu' mmia, 
Ca piacire mm'hai fattu e nu' despiettu. 

Var. 17. 1, 'nu gran tiempa; i?. 4, Era lu nostra 'more 
un grande affettu ; v, 5, cangiasti ; v. 6, e nu' puerti ; 
V. 8, mme face. 

Variante di Lecce e Caballino : 

Giovine, pi* gran tiempu amasti mmie^ 
Secretu te tenia intra allu piettu ; 
E tie mm'amai e jeu pe' tie muria, 
Nn' amàmu tutti doi de veru afTettu. 
Mo* crisciu ch'hai cangiata fantasia, 
Fuesti carusu e n* *aisti *ntellettu; 
Amate cu* cci *uei, nu' cchiui cu' mmie, 
Ca piacire mm'hai fattu e nu' despiettu; 
Ca ci lu core mmiu cerca de tie, 
Lu pigghiu e nde lu caccia de lu piettu. 

Analoga di Pomigliano d'Arco : 

Tu levate de 'lloco, chi te addimanna? 
Mme so' passate tante fantasie. 
So' passate ore, mise e anni. 
Addò' ca non lo saccio, mamma mmia. 
Mm'aggio spesate de lo latte de mamma, 
Accossl mme ne speso de 'sto bene tujo. 

'Lloco, là. 



-^ 235 •<ir 

IV. 'Na donna Cinquecentu sse chiamava, 

Ca cinquecentu 'nnamurati avia; 
Quandu de la fenescia sse 'nfacciava, 
Comu 'nu sciamu d'api li vidia; 
A ci 'nu risu, a ci 'na basamanu, 
Tutti cori cuntenti li facia; 
'Rriau Tura de lu 'mmaretare, 
Nuddhu de cinquecentu la 'ulia'. 

Variante di Nardo : 

'Na donna Settecentu ssi chiamava, 
Ca settecentu 'nnamurati abla. 
' Quandu di la finescia ssi 'nfacciava, 
'Na truppa cu' surdati ndi *idia. 
A ci 'nu baciu, a ci 'nn baciamanu, 
Tutti cori cuntienti li tinia; 
Ma quandu 'enne l'ora ci spittava, 
Nuddhu di settecientu la 'uUa. 

Variante d'Airola : 

Donna de setteciento ve chiammate, 
E setteciento 'nnamorate avite. 
Quanno fustivo a chiesa a sposare, 
Di setteciento nesciuno ve vulivo ! 

Misopoliandriche sono anche le tre ottave seguenti 
deUa solita provenienza letteraria, che tutte (più o meno 
modificate) vengon cantate popolarmente : 

a) * Donna per dirt' il ver, non so capire 
Ove s'infonde il tuo sovran trattare ; 

Con uno amante sol vuoi comparire, 
Con cento poi ti fai veder parlare; 
Seguita pur cosi per l'avvenire, 
Che con le mosche in man ti troverai ; 
Tempo verrà, che ti vorrai penti ra, 
Ma troverai per te turbato il mare. 

b) * Donna, il cor non si dona a tanti ; 
Ma solo ad uno se ne fa presente. 

Tu che donato l'hai a tanti amanti. 
Quando ti svegli non ti trovi niente. 



^- 236 4- 

Donalo ad uno core costante, 

Ma altri distacca pur dalla tua mente. 

Tu credesti di amarne tanti. 

Ognun t'abbandonò miseramente. 

e) * Questa donna, ch'è bianca più che lana, 

Colla sola speranza si mantiene; 
Crede esser bella, ma è troppo vana, 
E '«on la vanità lei si sostiene. 
A tutti nel suo cor la via appiana, 
Promettendo voler a tutti bene; 
Una donna ch*è nata villana, 
Amar più d'uno crede li conviene. 

Canti analoghi di Lecce e Caballino : 

a) Amai 'na donna e mme credia ca è mmia, 
Iddha era amata de middhi personi; 

E ieu dissi : — « Lassatila, ca è mmia »♦. — 
L'autru respunde pe' le soi ragioni; 
E jeu nni dicu: — •* Tutta vostra sia, 
« 'Mara alla robba de muti patroni »». — 

b) Donna de 'nnamurati n' hai 'na murra, 
Cinca secuta tie, la via la sgarra. 

Mo' si' Mdentata 'nu piezzu de 'nfurra, 
'Na porta senza chi ai e nu' serraglia; 
Mancu si' bona cchiù faci saurra, 
Mancu cu t'inchi pe' saccu de paglia. 

Murra, greggia di pecore grande. *Nfurra^ fodera di 
veste. — Variante più compiuta: 

Donna, de 'nnamurati nd'hai 'na murra, 
Ca cci secuta tie la 'ia la sgarra. 
Ogne amante ci passa nei sse 'nfurra, 
Ogne surdatu nei lassa bacaglia. 
Mo' si' 'ddentata 'na pezza de 'nfurra, 
'Na porta senza cchiai, senza 'nzerraglia. 
Quista la cantu comu curra curra, 
Te 'ncuerdi prima tie de 'na chitarra. 



'^' 237 -^r 

V. Passau lu tiempu ci foi fortunata, 
Mo' è lu tiempu d'essere 'nfelici! 
De la mmia beddha prima tantu amatu, 
Mo' nu' mme 'ole cchiù, simu nemici. 
Aggìn cangiatu de sorte e de fatu, 
Mo' mme 'isciu 'nturniatu de nemici; 
Nu' speru echini ca nui facimu pace, 
Nu' speru echini ca riturnamu amici! 

Canto analogo di Paracorio : 

Passau cchiù chidhu tempu, anima mmia. 
Chi spertu mi cercavi 'ntra la genti. 
Se stavi 'n* ura e non vidivi a mia, 
Facivi milli e milli pensamenti. 
Ora ^mbattimu pe* strati e pe' via, 
Jeu passu e spassa e non te dicu nenti. 
'Ss* affrittu cori toi, ti lu dicia, 
Ca *nvanu fura chidhi cumplimenti. 

Proposta di riconciliazione (Caballino e Lecce) : 

Stella lucente mmia, stella lucente, 
Jeu te salutu comu a servitore; 
'Ddiu cu te manda *uu suennu cuntenta, 
Fenc* a dumani quandu esse lu sole ! 
^Nsuennu te *egna 'n arveru de lizza, 
Carrecatieddhu de frunde d*amore ; 
*Nu ramiceddhu cu cerca giustizia, 
Giacca ninnella mmia, nu* cchiù mme *ole. 
Se tie muertu mme 'uei, 'ogghiu la bara, 
*Mmienzu lu piettu tou la sepultura ; 
Se tie muertu mme *uei, pigghia 'nu stile, 
Subra le 'razze toi bellu ò murire ! 

LiJtxa^ leccio. — Variante : 

Stella lucente mmia, stella lucente, 
Cu te salutu comu servitore ; 
Putissi fare 'nu suennu cuntentu, 
Cu te *egna 'n suennu la luna e lu sole ; 
Cu te lu suenni *n arveru de lizza, 
Carrecatieddhu de fronde d*amore ; 
*Nu ramiceddhu ca cerca giustizia. 
Giacca Ninclla mmia cchiù nu* mme 'ole! 



-^- 238 '<^ 

VI. Tu de intra alle tlne sarda siei, 
Si' nata senza sire e già lu sai. 
Vane, e te 'ncocchia culli pari toi, 
Mula cu' mulu la farina fai. 
Le scarpe ci mo' puerti nu' su' toi. 
Te l'hannu fatte li cumpagni mmei. 
'Ogghiu nde pregu 'ddiu e santu Alci 
Cu te lu surgi 'ddhu mulu ci fai. 

Santu Aloi^ Sant'Eligio.Var. v. 5, ci t'hai fatte na^ su' 
toi; V. 7, 'Ogghiu te raccumandu a Sant'Aloi. — Altro 
ricordo sprezzante di bastardigia, in un canto di Fa- 
racorio : 

Falla comu la voi sempri è cucuzza, 
Ca non si cangia mai mulu di razza. 
Lu figghiu di la troja sempri puzza; 
Cu s'unisci a tie porcu è 'na troiazza ; 
Lu porcu est! tiratu a la cucuzza, 
E cangia li cicorì pe' la razza. 
Va trovati 'na fimmana mu puzza, 
E non guardar! affattu la mia razza. 

Superiorità al pregiudizio si manifesta in un canto di 
Lecce e Caballino : 

Sutta agli 'estiri toi scundi fortuna, 
Tanti suspiri mmei ci 'mmiu allu mare; 
Nun bogghia mmai lu mundu sse nde 'dduna, 
De metere furniscu e de pesare; 
Le genti mmei nu' bolenu ca è mula, 
Ma ieu nu' mme nde pozzu cchiù scurdare; 
L'amore è comu la 'remignezzula, 
'Zzeccata ci ae nu' sse nde po' schiantare. 

''Estive^ gonna, veste; ^Remignezzula^ gramigna; 
'Zzeccata, abbarbicata. Var. v. 2, ci minu allu mare. 



-^ 239 <^ 

VII. Vorria girare ogne mumentu, oga'ura, 
A quiddhe 'ande addhù' Tamore tira. 
Nei stae 'na stella risplendente d'oru, 
£ 'sta core pe' iddha chiange e spira; 
Famme la 'uccuzza a risu cu la 'isciu, 
Quiddha è lu segnu d'amore sinciru; 
Famme la 'uccuzza a risu e ieu te crisciu, 
veramente 'uardame e suspira! 

Altro desiderio di Lecce e Caballino : 

'Uleria le stelle mesurare, 
Senca nu' 'rriu a lu mmiu sentimentu: 
Se donna *uei scuprisci a lu parlare^ 
Nu* la 'pprittari no', portai" a tiempu ; 
Se acqua de lu mare a cumpassare, 
A picca a pocu sse cumpassa a tiempu; 
Basciandu Tale a picca a pocu 'ai, 
Gomu la nave quand' 'ae contru 'jentu. 

Desiderio Napoletano: 

Vorria saglire 'n cielo si potisse, 
Co* 'na scalella de treciento passe ; 
Quanno fosse alla cimma sse rompisse, 
'Nt' *u braccio de Nonno mme trovasse. 

Identica in Airola e Pietracastagnara. Var. del terzo 
verso : Quanno arrivo a lu miezo. Cantato da uomini, 
varia cosi il quarto : 'Mbraccio a Nennella mmia mme 
trovasse. Nel secondo invece di treciento chi dice seciento 
e chi d*oro e dento. — A Lanciano si canta unen- 
dovi quattr'altri versi che non ci hanno che fare: 

Vurrejj' sajj' 'ncele si putess', 
'Nche 'na scalucce d'or' di cent' pass*. 
A lu mezz' di la strad' che sse spezzass', 
E 'mbracce de l'amor' m' aritruvass'. 
E quante volte l'ajj' ditt' a tene, 
E tu mi' mii ni 'mmi vu' sentir'. 
E 'mar' a te che hai da dire: guai! 
Ti penti quando non ti puoi pentire. 

E tu mi mii ni *mmi vu* sintire. e tu mai mai non 
mi vuoi sentire. Mar^a te, pover' a te. 



-> 240 •<^ 

Questi quattro versi si cantano separatamente a 
Bomba: 

E canta volte Tajj' ditt' a tajj', 
E teu mio mio né m* vu* sentojj* ? 
E mar* a taj chi è da dir': — «• guajj'! » — 
Ti pient' canta ne a nte può' pintojj'. 

Vedi il canto di Spinoso che incomincia: Pala^^o, ca 
sei alto quattro miglia. 



POMIGLIANO D'AHCO 



(PROVINCIA DI NAPOLI) 



I. Apparatele, apparatele, ca mo' vene: 

Nne porta lo panno russo a la quatrana. 
Si sse ne addona lo masto de la fera 
Pigliatela 'nterzettoa 'sta quadrana. 
— « Mo' nòe la porta via, nenna ; 
« Mo' nce la porte via, cara » , — 

Variante : 

Vedetela, vedetela ca* mo' vene, 
Porta lu panne russo la quatrana; 
Sera la viddi 'mmlezo de 'na fera, 
Venneva petrosino e majorana. 
Sse vota lu patrone de la fera : 
— « Mettetela presone 'sta quatrana **.— 
Essa sse vota co' 'na gran liquera: 
— ^M So' zitellucce e non paco dovana». — 

Quatrana, equivale a pacchianella ed è vocabolo d'o- 
rigine calabra : 

Questo canto, come salta agli occhi, è frammento di 
una storia^ d'una canzone epica. Cosi pure molti, anzi 
infiniti altri, anzi quasi tutti quelli che non sono d'ori- 
gine letteraria o fatti ad imitazione de' letterari ; e le 

Ganti PoroLAHi, HI. 16 



note ad alcuni di questi canti Pomiglianesi lo dimostre- 
ranno apertamente. Qui soggiungeremo due canti epici 
Leccesi, che essendo più moderni non hanno potuto ve- 
nire ancora li rizzati mediante quel processo che ha 
trasformati alcuni altri in modo che il primo stampo 
non possa quasi più ravvisarsi in essi: 

a) Quale mamma patiu tantu dulore, 
Quantu nd* ibbe 'ddha mamma sviscirata ! 
Tenia 'nu figliu amatu de lu core, 

Pe' la 'urpe sse ^ccise alla tagghiata; 
Se mai 'ddha mane n'isse 'ssutu fore, 
Mancu la fìca-ddhai po' ne' isse nata. 
— «0 Marcantoni mmiu, 'nu 'sci re fore, 
« Mo' stamu cu' la taula riparata ». — 
Iddhu stima nun fa de 'ste palore, 
Percè purtaa distinu e niura fata; 
Se la schuppetta n'isse ^cchiata fore, 

Se mancu ss' isse 'cchiata carrecata 

Alla soa mamma nni punse lu core, 

Quandu 'utise la 'rossa scuppettata; 

Subitu mandàa 'n omu de li curtì, 

Cu biscia ci la 'urpe l'ha 'mmazzata. 

Quandu 'rriau nni dissi: — «0 Marcantoni! » — 

Iddhu respuse: — « Mamma mmia amata! 

« 'Nducitime la santa cunfissione^ 

<« Percè la vita mmia ss'ha cungidata ». — 

Subito scò' chiamàra patre 'Ntoni, 

Ma patre 'Ntoni nun ci vulia 'ndare; 

Ga 'nu giurnu 'ia passatu de li curti, 

'Na ricuttella nun li vose dare. 

Poi, lu 'juto de diu, lu cunfissau, 

E pella Biata 'Ergine Maria; 

Le soini tutte quattru sse chiammau : 

Angela, Stella, Rusaria e Maria; 

Ma la Rusaria soa nun ci sse 'cchiau, 

Ga 'ia 'scinta all'autra massaria 

b) Signuri mmei, sintiti^ sintiti, 
Trema la terra 'ddù' voi caminati: 
Se mai san Giuanni scià 'ffinditi, 

'N autru giurnu lu 'nfiernu scià truati. 
Ne' era de san Giuanni 'na cummare. 



-> 243 <^ 

Sse 'nnamurau de *nu gioauettu; 
j *Ulia hi scippa e nu' lu *rriau scippare, 

I Chiusu sse lu tenia 'mmleDzu a lu piettu, 

Mo* esse prena de 'nu fanciullinu : 

— «• Taci, ca mo' lu *ramitu pe' cumpare «. — 
Mo* 'ene Tura de lu parturire: 
OuUu mari tu lu mandau chiamare. 

— M Ndì dici allu cumpare begna prestu, 
« Ca 'imu fare cristianu lu sciuscettu •*. — 
E doppu lu furuiu de "attisciare: 

— M Mo' te cuòrna, mmia bona cummare >t. — 

— t Statte buenu e bane 'n sarvamientu; 
« Quandu te spettu 'ntorna, mniiu cumparel — 

— « Spettame quandu sfassi lu sciuscettu, 
4i 'Na vesticella noi vogliu purtare «. — 
La beddha donna nu' spettau gli uettu, 
De pressa impressa lu mandau chiamare. 

— M Nni dine allu cumpare begna pi^stu, 
u Ca mo* putimu *estire lu sciuscettu <*. — 
Mo' sse nde 'ene iddhu — « Addiu, cummare». - 

— M BenvinutU; cumpare mmiu dilettu ** — 



II. I 'n'aggio comme fifa' ppe' te parlare, 
Vestire mme nge voglio cappuccino. 
'Mbocca a la porta toja vengo a cercare: 

— • Fammi la cariti, revota mmia » . -— 

— • Gomme voglio ffà', zi' monaco mmio? » — 

— • Comme vuoje flFà', revota mmia? 

• Fave e fasule mme ne raje consta mano toia » 

Variante di Napoli : 

Non haggio comme ffa' ppe'- te parlare , 
Vèstere mme nce voglio cappuccino. 
E quanno te nce vengo a visetare: 
— *« Famme 'na carità, revota mmia »•. — 



•« — Non haggio che lemmosina te dare, 

M Haggio fenuto lo pane e lu vino. 

« Tengo lu lietto se te vuo' cuccare, 

K Chesta è la carità che te face' io. 

» Tu vienetenne dommane mattina, 

«< Mamma ya a messa e io sola rimmanco. — 

« Mamma va a messa a santa Catarina, 

«* Li turche sse la puozzano portare! 

« La puozzano portare *n Barbarla, 

•« E la puozzano ifà' Turca-Cristiana ♦•. — 

Si noti che questo canto ha press'a poco la forma del 
sonetto. — Var.v. 1, Gomme voglio ifa'; t?. 3, Vecino 'a 
porta tua mm'assetto e chiagno. — I sei ultimi di questi 
quattordici versi (i quali hanno le rime e le assonanze 
intrecciate come ne' sonetti) appartengono ad altra, e 
forse a due altre canzoni. Vedi fra quelle di Gessopa- 
lena, là dove parlano dell'amante minchionato. — Variante 
di PoUica: 

Sapesse comme ffa' ppe* te parlare, 
Vestere mmi vorria monaccuozzo ; 
'Nnanti la casa toa venere a cercare: 

— • Fance la carità, dance 'no tuo zzo ». — 

— « Aggi pazienza, n' aggio che te rare, 

« Tengo lo pane a lo fumo che n' è cuotto ». — 

La mamma chi sentio lo contrastare, 

Disse : — « Faci la carità, dance 'no tuozzo ♦». — 

Variante Sicula, edita dal Vigo: 

* Curuzzi, pri putirivi parrari, 
Bisogna, ca mi vestu pelli rinu, 
Di arveri la to porta ad de man nari : 

— " Faciti la limosina a un mìschinu «. — 

— « Figghiuzzi, 'un haju nenti chi vi dain, 
♦♦ Ca non mi trovu né pani ne vinu ; 

» La sula cosa ti putissi dari, 

M Lu rizzetti pri sinu lu matinu. 

M E a la mattina ti vegnu a sbigghiari : 

« Susi^ viddanu, ca ha fari caminu ». — 

— « Non su viddanu no, su cavaleri, 

•* Lu to amuri mi ha fattu pilli rinu ». — 



^. 245 ^ 

Vedi il XXV dei Canti Monferrini pubblicato dal dot- 
tore G. Ferraro : // falso pellegrino. 

In quelle raccolte pseudo-popolari d'ottave da noi 
spesso citate, si trova la seguente: 

* Finger mi voglio un di da Pellegrino^ 
Venuto da paesi assai lontano; 
Poi voglio accostarmi a voi vicino, 
Chiedendovi pietà di un Cristiano; 
Quando vorrete darmi qualche quattrino, 
Vi stringerei nel prenderlo la mano ; 
E mi farei chiamar fedele amante. 
Tanto fedel per voi, tanto costante. 



II. Mme voglio fifa' 'na longa pettola, 
A caccia' nge vogri' a ranacottole.... 



Notevole è questo frammento per le rime sdrucciole, 
rarissime nel canto popolare. Riuniremo qui alcuni pochi 
esempii che ne abbiamo trovati. Ecco un canto di Mor- 
ciano (Terra d'Otranto): 

Porti lu pettu biancu, e nei poi scrivere, 
Mme pari 'n avvocato de le povere; 
Quando la toa boccuzza vole ridere, 
Lu sangu de le vine face movere. 
Aggiu vutate tutte le Secilie, 
'Na bella comu tie, nu' vitti movere; 
*Na bella comu tie, fazzu 'mecidiu, 
L'aria e la teri'a cchiù nu' sannu chiovei'e. 

Altro esempio di Qrottaminarda : 

Bella figliola che ti chiammi Giulia, 
Lo nome n'ò venuto da Sicilia; 
Quanno camini, camini di furia. 
Tutti li 'nnamorati ne hanno 'mmidia; 



I 



-^ 246 -4- 

^Mmiezzo a *sso pietto ce tieni 'no studio, 
Lo Yonno veni' a legger di perfìdia, 
Se la fortuna a mme mmi desse uria, 
Volimo fifa scatta* chi n'a?e 'mmidia. 

Altro esempio di San Donato (Terra d'Otranto): 

*Ulia minare 'nu suspiru in aria^ 
Cu bisciu addhù' lu porta la mimoria; 
Lu porta a quiddha parte suletaria, 
Addhù' ninella mmia riposa e dorme; 
Mo* la risbeglia e sse nd' abbae 'n aria, 
£ troa lu pricnu amante vencitore ; 
Se la furtuna nu' mme vae cuntraria, 
Mmia crisciu ca ète la vittoria. 

Altro esempio di Montella (Principato Ulteriore) : 

'Bbascio fontana nc'ò nato *no lauro, 
Noe vanno a pazzìa' malvizzi e merole; 
Nc'è 'na figliola ss'è data a diavolo, 
Sse vole maretà*, non ne 'è demerio. 
Ha fatto mo' lo vuto a Santo Luca, 
Nce lo potesse trova' 'no 'nnamorato. 
Li 'nnammorati so' tutti falluti, 
E la figliola 'sta mezza rannata. 

Malvijgjii, tordi. — L'ottava seguente è desunta dalle 
raccolte letterarie che continuamente ricordiamo : 

* Movetevi a pietà, bella, sentitemi, 
E per compassione risolvetevi ; 
Se morto^ o vivo mi volete, ditemi. 
Senza soggezion chiaro parlatemi ; 
Se non v'amo di cuore, e voi traditemi, 
Se merito pietà, pietà donatemi; 
Per ultimo or dico bella sentitemi, 
. più non mi mirate o consolatemi. 

Raccolta dalla bocca del popolo a Pollica. Il rispetto 
che segue, mandatomi da Paracorio, è popolare fra il 
mezzo ceto Calabro: 

Amai 'na donna quandu stava in floribus^ 
E ramava cum totis visceriòuSy 
E l'onurava cum iotis honoribus, 
E di la burza mia totis muneribus\ 



Ma poi chi mi *nformai di vita e moribus, 
«. La vitti che puzzau de capu a pedibus, 
I Dissi: Domini nostri peccatoribus^ 

Miseremini nostri et misereribiM. 

I 
I 

J" Ne dicono autore un certo Don Isidoro Spagnuolo, morto 

un settant'anni fa, le eccentricità del quale narrate da 

vecchi, fanno ancora ridere tutta la provincia. 



IV. Mme voglio flfà' 'nu vico a Ponte-Scuro 
E regnere lu voglio de puttane; 
Mme voto attuorno e nu' beche a nisciuno, 
A te ti nge voglio mettere ppe' caporale. 
Pecche saccio che nge tiene 'nu puzzo futo 
'A quanto tiempo nu' t'hanno scafutato. 
L'acqua che nge sta comme fete! 
Chi sse la beve nge care malate. 

Altro canto di Lecce e Caballiuo, un po' scollacciato, 
come dicono in Francia: 

*Nu pizzicu mme dese 'na carusa, 
Mme lu dese alla chianta de 'na manu ; 
Mme lu dese allu mese de la spica, 
Nei li piersi li miessi de lu 'ranu; 
E ieu mme la 'ncurtai sutta ^na fica, 
'Na manu 'mpiettu e Tautra allu fustianu. 



-^ 248 «^ 

V. 'Nu juorno mme ne vavo casa casa 
Vavo vennènno sbincole francese. 
Esce 'na nenna da dinte a 'na casa: 

— « Quanta sbincole daje ppe' 'no tornese? • -— 

— f Io non le benco a grano e manco a tornese. 

• Le benco a che mme dona duje vasi • . — ■ 

— « Bello figliulo, non parla' de vasi , 

• Tengo ninno mmio, ca è 'no 'mbiso » . — 

— • Nenna, si mme li duone duje vase, 

« Io te dono le spincole e pure 'a spasa » . — 

— « Te l'aggio ditte, no' parla' de vase, 

^ tCa'mbocca a la porte mmia tu nce sì'acciso » . 

Variante o meglio contrazione : 

'Nn juorno mme ne jette 'maro *maro, 
Jeve yennenno sbincule francese. 
r nu* le benché a grane e nu' a tornese, 
Li donche a chi mmi ra quatte vase. 

Consimile astuzia per parlare con l'innamorata in un 
canto di Lecce e Caballino: 

Jeu mercante de panni mm'aggiu fare. 
Li mari 'mmarcu e mme nde bau a Turchia ; 
Ca ddhai ^rriatu mme mintu a 'ritare, 
''Nnanti alla porta de Ninella mmia. 
Mme 'ddumauda ci portu fini panni: 

— « Portu gnencosa pe' tua signuria «. — 

— *i Oh quantu è 'ncustumatu 'stu marcante ! 
^ Mane! ci ev& 'nnamumtu mmia». 

Ecco un altro canto Leccese, nel quale si parla di 
doni chiesti dall'innamorata, e che ci sembra anch'esso 
frammento d'una storia : 

'Na caruseddha mme cercau la strina, 
De cce manera nei la 'ogghiu fare ! 
Mo' mme nd'a bau pe' Napuli e Messina, 
Li marcanti di Scilla a 'rretruare. 



-> 249 <^ 

Nni la voglia accattare *na catina; 
^Nu talarettu e *du d'oru puntale . 
Ca iddha dice : — « Nu* tanta ruina, 
M Jeu mme cuntentu de *nu descetale *•. 



VI. Ppe' Napole, ppe' Napole 'na galessa, 
Co' duje cavalli 'janch' e a buon passo! 
Bello figlialo, si ti pigli a chessa 
S'è 'mpiccicate e bona la matassa. 
Po' nce la mantenite comm'a duchessa, 
Co' duje cocchieri e co' 'no sottattasse. 
Quanno nce la portate a messa 
Da 'nnante no' v' 'a levano 'sta vajassa 

Sottattasse, cavalcante. — Variante di Chieti : 

Vid* che suspett* m'ha fatt' quest* 
Ss 'ha ntricciat' che cchiù de 'na matasB*; 
Da luntapu mi pare 'na duchessa 
Da vicin' 'na porca vajass'. 
La mamm' ca t'ha fatt' la ruffian* 
E la fìjj^ nin po' fa' la fina bon'. 
Hajj' perdut' la chiav' di lu cirvell', 
Vatt' a fa' squarta', porca ciandell'. 

Dicono poi proverbialmente nel Chietino : 

Se la mamm' fa la ruffian', 
La fijj' nin po' fa la fina bon'. 



VII. Qiianno 'na nenna è bella e ssi sbalestra 
Ssi fa la capa e ssi apponta lo busto: 
Vorria che og^ni ghiuorno fosse festa 
Ppe' ssi piglia' li quatto d'Agusto. 
— • Zitto, nennella mmia, non te fa masto 
• Ca Tummore noe azzecca comm'a musto» . — 

Li quatto d* agusto,, giorno in cui si danno mance. — 
Altro canto di Lecce e Gaballino in cui si mentovano 
feste di quel mese : 

Alli sette d^austu, amore mmia, 
Fo' lu panieri de santu Dunatu ; 
E lu panieri 'nduttu te Tavla, 
Intr* a *nu fazzulettu 'nduccecatu ; 
Quandu *rriai quannanti, amore mmia, 
Tu recetai cu^ 'n autru amante amatu ; 
E jeu *mpuggiatu alla prudenzia mmia, 
Mme nde 'soli cullu core 'ntussecatu! 

Variante di Nardo : 

Alli sette di ^ustu, amore mmia, 
Fuei lu panieri a santu Dunatu. 
lo lu panieri 'nduttu ti l'avla, 
Intra a 'na cai*ticeddha *nduccicatu. 
Quandu lu sta ^nducia, amore mmia, 
Tu sta^ cuntai cu^ *n addhu amante amatu. 
Io *asciu, 'asciu mmi pigghiai la Ma, 
Mmi ndi *scii cu' lu core ^ntussicatu. 

La canzone seguente di Pietracastagnai^, parla della • 
celebre andata a Montevergine, ch*ò una delle principa- 
lissime feste napoletanesche : 

Bella, eh 'a Montevergine vogl' ire, 
La mezzanotte te vengo a chiammare. 
'Mpietto le porto trentasei carline, 
Ogne taverna volimmo scialare. 
Quanno nce simmo 'ncoppa a la montagna, 
Vide Qennella mmia vole castagne. 
Quando nce simmo *Dcoppa a Montevergine, 
Vide nennella mmia vole *e nocelle. 



->• 251 •<^ 
Una variante tetrastica di Napoli dice: 

Bella, ch'a Montevergine vuoi ghire, 
Tante denare a mme chi mm' 'e vo' ddà"? 
Mm'haggio accattate trentasei carrine ; 
Noce e nocelle tte voglio accatta \ 



Vili. Sciore d'arruta, te vorria parla' 

A 'no pizzo buono e a 'na banna secreta, 
'Sta mmia pena te vorria cuntà', 
Mme te remmoUi 'sto core de preta. 

Variante : 

Amore mmio, te volarrio parlare, 
A 'na banna sola, a 'no pizzo secreto ; 
*Sta mmia passione te volarria contare, 
A te ppe' te remmolli', coro de preta. 

Analogo di Paracorio : 

Amuri, amuri, e quandu ndi vidimu, 
A 'uu segi^tu locu mu parramu ? 
E ndi mentimu a ccu ciangi lu primu, 
A menzu a li suspiri chi dassamu? 
Tu ciangi la to sorta, eu lu destinu, 
A tia dispiaci, ed eu la morti chiamu; 
Se ti dispiaci ca ti fastiddiju. 
La licenza ti cercu e mmi ndi vaju. 

Ed ecco come rincontro nel luogo secreto è descritto 
in un canto di Mordano : 

La viddi! Viddi la Ninella mmia, 

A 'n usciu strittu, a 'nu secretu locu. 
Sse mise de scappare e nu' putia; 
De scundere sse mise e nu' troa locu. 



^- 252 <1- 

Ca quandu vìdde la persona mmia, 
Li puzi ^scia perdendu a pocu a pocu. 
Ca jeu *8ta cosa nu* mme la credia, 
Ca risca binisela standu cuUu focu. 

Variante Caballinese: 

La 'iddi, *iddi la ninella mmia, 
A 'n asciu strittu, a 'nu secretu locu; 
Mme misi de scappare e nu' putia, 
Mme misi de scunnire e nu' 'cchiai locu; 
Ca quandu la 'iddi la persona mmia, 
'Scia perdendu li puzi a pocu a pocu. 
Ca quista cosa nu, mme la credia, 
Cu sse 'ncocchia la isca cullu focu. 



IX. So' benute da Napole apposta 

Ppe' dicere 'na canzone a 'ste feneste ; 
L'aggio ditte e n'aggio avute risposte 
Che fosse acciso a te e chi mme nce ha puoste. 
. • *,. . . . • 
Aggio trovata la guardia posta, 
Mm'aggio puosto 'no cortiello 'mpietto 
Ca volimo ffa' chi resta resta. 

Variante : 

— « 'Nce so' benuto da Napole apposta, 
« Ppe' dire 'na canzona a 'ssa fenesta, 
** Li frate tuoje mme fanno la posta, 
» Dice ca mme vonno fare la mmia testa «. — 

— « Io lo sango ne faccio 'na composta, 

<« Lu capo nce lo metto appeso a la fenesta «. — 

— <« Ti priego, nenna mmia, fance priesto, 

— Non mme li dare cchiù pene a 'sto core «•, — 



^- 253 ■<^ 

X. Tutto lo munno de Napoli vene, 
Sulo ninno mmio nn'è benuto ancora; 
Voglio addimannà' a li correre, 
Fuorze mme la dessero 'a bona nova. 
Fenesta che lucive e mo' no' luce, 
Signo che ninno mmio sta 'mmalato; 
Ss'affaccia la sorella e a mme mme dice 
Ca ninno mmio è muorto e ss'è atterrato; 
Voglio addimmannà' a qua' chiesa è ghiuto 
Nce li voglio i' a ddà' duje vase. 
Vavo alla chiesa e trovo lu tauto. 
Mazzo de sciure, comme si' tornato! 
Chella voccbella che cacciava scìuri, 
Mo' cacce viermi, che pietate! 
Sempe' dicivi ca dormive sulo, 
Mo' duormi co' li muorti accompagnati. 
Non te potietti ave' quanno sive vivo, 
Mo' muorto mme ne voglio saziare. 

Variante di Messina : 

Su^ chiusi li finestri, amaru mia! 
Danni ss'afiaccia la mia dia adurnata; 
Chiù non ss'affaccia, no, comu solia, 
Voi dirsi chi *ntra lu liettu è malata. 
'Ffaccia so' mamma, e dici: - ** Amaru a tia, 
« La bella chi tu cerchi è suttirrata ; 
M Si tu non cridi a la parola mia, 
M Yattinni a San Franciscu a la balata ».- 
Oh sipurtura chi a Tomini attassi, 
Comu attassasti la pirsuna mia! 

Variante di Arpino (Terra di Lavoro): * 

Passo e ripasso e non trovo risposta, 
Segno è che la mmia bella ^sta *m malata ; 
Ss'affaccia la sua madre a la finestra: 
- « So' sette giorne che sta sotterrata! 
« Si tu non cride a mme, va a Santa Maria, 
M A mani manca la trovai Giocata. 
« Apre la pietra della sepoltura 
«« Che chella bucca ci buttava fiori, 
« Ci butta vermiceUi per pietate t»'. - 



-»• 254 ■<^ 
Varianti Napolitanesche : 

a) Fenesta ch^allucive e mo* non luce, 
Segno che nenna mmia sta 'mmalata. 
Ss^afiaccia la sorella e mme lo dice: 

- « Nennelia toja è morta e ss'è atterrata ! 
ti Se non lo credi a mme, bella figura, 

» Vedi a Santo Domenico sta atterrata ; 
<« Chella faccella che j iettava sciuri, 
«< Mo' jiettano li viermi in quantità •*.- 

Questa variante l'ho raccolta da una cucitrice attem- 
pata che la sapeva cosi sin dair infanzia. Una lezione Sa- 
lernitana, oltre qualche differenziuola di pronunzia, cambia 
il terzo distico cosi : 

Vado alla chiesa e trovo lo tauto. 
Trovo la bella mmia tutta parata. 

La donna che me la dettava soggiungeva ingenuamente : 
— « Questo è accaduto davvero »». — 

b) * Fenesta che lucive e mo* non luce, 
Segno ò che nenna mmia stace 'mraalata ; 
Ss*affaccia la sorella e che mme dice ! 

- >« Nennelia toja è morta e ss'è atterrata ! 
«« Ghiagneva 43empe che dormeva sula, 

•« Mo* dorme cu' li muorti accompagnata «*.- 

Gara sorella mmia, che mme dicite, 
Gara sorella mmia, che mme contate? 

- rf Guardate 'ncielo, si non mme credite, 
M Purzt li stelle stanno appassionate: 

«t È morta nenna vosta, ah sì chiagnite, 
•* Ga quanto v'aggio ditto è beretate *• . - 

- « 'Jate a la Ghiesia e la vedite pure ; 
«« Aprite lu tavuto e che trovate ! 
•« Da chella vocca che n'asceano sciure, 
** Mo' n'esceno li vierme, o che pietate! >•- 
Zi' parrocchiano mmio, tienence cure, 
Le lampe sempe tienence allummate. 

Ah nenna mmia, si' morta, poverella! 
Ghiiruocchie tiene chiuse e non mme guarda! 



-> 255 ^- 

Ma ancora aU'uocchie mmieie tu pare bella, 
Ca sempe t^aggio ammato e mo' cobiti assale! 
Potesse a io inacaro morr priesto, 
E mm^atterrasse a lato a te, nennella! 

Fenesta cara, addio; rieste 'nzerrata, 
Ga nenna mmia mo' non sse po' affacciare ! 
Io ccbiù non passaraggio da 'sta strata, 
Vaco a lu Camposanto a passìare, 
*Nzino a lo juorno cbe la morta ingrata 
Mme face nenna mmia ire a trovare 

Questa lezione, cbe si vende per un soldo da tutti i 
muricciolai di Napoli, è firmata Mariano Paolella e cor- 
redata del Nota Bene cbe trascriviamo : 

— N.B. — » Pocbe parole canticcbiate dal popolo, mas- 
ti sime dalle donnicciuole, ban dato argomento all'autore 
M di scrivere la presente piccola elegia lirica ; le succen- 
M nate parole popolari sono tanto antiche, cbe moltissimi 
M pretendono risalir esse airepoca di Masaniello, niente 
M meno cbe due secoli or sono ! ! « — Stupendo quel 
niente meno! 

e) Fenesta cbe lucive e me' no* luce. 

Segno cbe Nenna mmia sta 'mmalata. 
Ss'affaccia la sorella e mme lo dice: 
<- « Nenna toja ò moi*ta e ss^ò atterrata **.- 

- « Gesummaria ! buje cbe mme dicite ? 

» Mme bulite fa' mori* de *a passione ! *• - 
Yacbe a la Cbresa e trove lu taute, 
Co* Nenna mmia dint'accommogliata. 

- « Si' parroccbiano mmio, si' parrocchiano, 

« Tenitence sempe 'nnante 'na lampa allummata. 

Variante toscana : 

* Finestra cbe rìsplendi ed or se' oscura. 
Lo vedi, Tamor mia diace malato. 
Si affaccia la sorella e mi assicura 
Che il mio bene ò morto e sotterrato. 
Sempre piangeva cbe sola dormiva, 
Or se ne sta co* morti in comitiva ! 
Senti, pasquali n mio, abbici cura. 
Accendi il lume a quella sepoltura. 



-^' 256 <h 

Pasqualino, certamente per monaco di San Pasquale e 
non già nome proprio del becchino, come comicamente 
suppone il Tigri, che pubblicò questo Rispetto nella 
sua raccolta (seconda edizione, N. 368). 

Variante di Lanciano : 

Finestra che lucive e mo* nin luce^ 
Segn^ che lu mio ben' sta ammalat'. 
S'affacce la sureir e mi lu dice: 

- M La scioscia tua è morta e sta atterrat' •>. — 

Variante Umbra, edita dal Marcoaldi: 

* Passo, passo e la finestra è chiusa^ 
La dama mia non la vedo affacciare! 
S^affaccia la sua madre in cortesia : 

- « Ma quel che cerchi tu, l'ho data via!»- 
S'affaccia la sua madre addolorata: 

- M Ma quel che cerchi tu, Tho sotterrata ! 
•* Se tu *n ci credi, va a Santa Maria, 

<• Da quella porta alla prima rivata ; 
^ Alza una pietra di quel marmo fino, 
«* La trovei'ai di vermini murata! 
« Poneti a mente ch'era tanto bella, 
M Ei*a di carne, è diventata terra! 
•* Poneti a mente ch'ella è sfigurata, 
•« Era di carne, e terra è diventata! » - 

Variante Picena, edita dal Marcoaldi : 

^ Passo, ripasso, e la finestra è chiusa, 
Veder non posso la mia 'namorata; 
Domando allo vicin se l'ha veduta : 

- M Credo che stia nello letto ammalata *>. - 
S'afiaccia la sua matre lacrimosa : 

- M Quella che cerchi tu, è sotterrata ! «• - 
Vado in chiesa e dimando il sacrestano : 

- M Dov'è la fossa della bella mia? 

•♦ Che ci voglio buttar Tacqua santa »♦. - 
Per quanti passi ho fatto per lia, 
Per quanti passi e per quante parole, 

Lia è morta e i* sto senza core : 

Per quanti passi e per quanti sospiri, 
Lia è moi^ e io sto per morire. 



Variante di Spoleto (Umbria) : 

Passo e ripasso e la "finestra è chiusa, 
Veder non posso la mia innamorata; 
Credo che stia ne la camera chiusa, 
puramente a lo letto ammalata. 
S'affaccia la sua mamma disgraziata: 

- M Quella che cerchi, lei Tè sotterrata! 
M Va sulla chiesa di Santa Maria^ 

M Che la vedrai da li vermi mangiata »•. - 
- 1* vermi, o vermi, lasciate *sto fusto, 
•* E andatene a mangia' delPaltro pasto «*. 

Altra di Spoleto (Umbria) : 

Passo e ripasso: la fenestra è chiusa; 
Vederla non poss'io^ l'innamorata. 
S^affaccia la sua mamma addolorata: 

- » Quella che cerchi tu^ Ve sotterrata. 
M Se non lo credi va a Santa Maria, 

M Che 11 la troverai, la sventurata; 

« Apri la lapide della sepoltura, 

M Tutta dai vermi la vedrai mangiata «t.- 

- M sagrestano mio, fiamme 'na cura, 
** Mettemece una lampana appicciata, 

M Per rivedere la ragazza mia. 

M Diavolo, diavolo, in cortesia 

•« Fammi vedere la galante mia, 

x Che giù rinferno ci verrò cantanno. 

« E se ramante mia mi fai vedere, 

« L^anima mia ti voglio donare. 

tf Diavolo, diavolo, non ti rallegrare, 

«* Come che venni me ne voglio andare 



f». — 



Variante di Grottaminarda (Principato Ultra] : 

Fenesta che luceva e mo' non luce. 
Segno che Ninno mmio stace malato; 
Ss'affaccia 'na sorella e mme lo dice: 
- « Ninnillo tujo, è muorto e sotterrato ».- 
Vavo a la Chiesa e trovo 'no tanto. 
Co' 'na ceutrella d'oro martellato. 
La vocca che menava rose e sciuri, 
Pezzecata de polve è deventata. 

Ganti Popolabi, III. 17 



-^ 258 q- 

Variante d'Otranto: 

Santu Franciscu mmiu, santu Franciscu^ 
Fammela ^cchiare la mmia ^nnamurata. 

Fammela ^cchiare ^saettata allu friscu 
Oppuramente allu liettu curcata. 

Tenia *nu fenestrieddhu, 'mara mmie ! 
^Ddhù* sse 'nfacciava la mmia *nnamurata. 

Senza la visciu mai stiesi tre die 
Crisciu ca stae allu liettu pe' malata. 

Medecu mm'aggiu bestere *na dia 
Cu bau la sanu ieu^ la sbinturata. 

Quandu'^scii la sua mamma sta chiangia. 

— M Quiddha ca cerchi tie, stae sutterrata! 

<« Ci nu* mme cridi, va a Santa Maria 
« Vidi ca a manu manca stae pricata! 

M Se nu' canusci la soa seburtura \ 
« Vidi ca terra frisca nc'è minata. 

« Se nu' canusci la soa *nfigliatura 
« Vidi ca a lazzu verde vae ^nfigliata. 

«( Se nu* canusci la soa gnettatura 
« Vidi ca a spina pesce vae gnettata. 

« Se nu^ canusci la soa vestitura 
« Vidi ca a drappu verde vae parata. 

« Se nu' canusci la soa 'nfibbiatura 
« Vidi ca a fibbie d'oru vae 'nfibbiata »». — 

'Nu facci ulettu 'nfacce li menai 
Cu nu' sse 'mbratta la beddha figura. 

Tridicì lampe d'oru li 'ddhumai 
Cu nu' se viscia scura sutterrata. 

'Nu fi nestrìeddhu 'nfacce li lassai 
Cu trasa e bessa lu sule e la luna. 

A quiddhi morti la raccumandai: 

— « Quardatime 'sta donna ca stae sula **. — 

Quandu la chianca 'mpiettu li minai 
De lacrime sse 'nchlu la seburtura. 

Gli ultimi versi cambiano cosi in Salice (Terra d'O- 
tranto) : 

'Nu fazzulettu a 'nfacce ni minai 
Cu nu' sse guasta 'ddha beddha figura; 






-?> 250 •<^ 

Tridici cannìlotti ni Mdhumai, 
Cu nu* sse *8sombra ca sse *ide aula. 
Ca iou alli raaerti ni la minazzai: 

— H Cieddhi cu ni la fazza *na paura «>. — 
Ca iou alli santi la raccumandai: 

— « 'Uardatime *sta donna ca stae aula! «* — 

Variante di Arnesano (Terra d*Otranto): 

* Santu Frangiscu mmiu, Santu Frangiscu, 
Fammi videro la mmia *namurata; 
Cu la Msciu 'ssittata aliu friscu, 
veramente alla liettn curcata. 
Quandu 'scii la soa mamma sta chiangia : 
. M Figghiu, ci 'uei tie ss'bà suttirrata; 
•• Ci 'uei la 'idi va a Santa Maria, 
« Vidi ca a manu manca sta pricata ««. - 

Il rimanente della lezione Arnesanese, come nella se- 
guente di Caballino e Lecce : 

La viddi, viddi la fenescia chiusa, 

Nun ci la 'iddi la mmia 'nnamurata ; 

Nun ci la 'iddi comu la *edia, 

Crisciu ca stae a liettu pe' malata. 

Mme nde 'au da la soa mamma e sta chiangia: 

- M Figghiu ci ^uei tie stae sutterrata ! 

<« Ci nun ci cridi^ va a Santa Maria, 

•* Udi ca a manu manca stae precata. 

* Ci nun canusci la soa sebetura, 

M 'Idi ca terra frisca nc'ò menata ; 

«« Ci nun canusci la soa vestitura, 

u 'Idi ca a celu verde stae parata; 

M Ci nun canusci la soa gnettatura, 

«* 'Idi ca a spine-pisce stae gnettata ; 

*»• Ci nun canusci la soa 'ttaccatura, 

•« 'Idi ca a lazza verde stae attaccata; 

«• Ci nun canusci la soa quasatura^ 

M 'Idi ca a scarpa bianca stae quasata ». - 

Dudici torce d'oru nni 'ddbumai, 

Cu nu' sse sumbria ci sse Mde sula : 

'Lli santi muerti la raccumandai: 

-tf 'Uardatime 'sta donna ca stae sula! » - 

'Nu fazzulèttu 'n facce nni calai^ 

Cu nu' sse 'uasta la beddha figura. 



-^ 260 <^ 

'Nu feuesceddhu ^piertu nnilassai, 
Cu tmsa e bessa lu sale e la luna. 
Quandu la chìanca *mpiettu uni calai, 
De lagrime Bs'enchlu la sebetura! 

Precata, sepolta; gnettatura^ pettinatura; quasatura^ 
calzatura; sumbriarsi^ spaventarsi. — Var. t?. 4, Moie 
crisi stia allu lìettu ; v, 5, Jeu *scii de la ; t?. 7, Ci 'uei 
la 'idi; v. 11, La soa ben figura; t?. 12, 'Idi ca è 'janca 
e russa e te ^nnamura; v. 15, la soa ^nfìgghiatura ; i?. 16, 
ca a lazzu verde *ae ^nfigghiata ; v. 19, Tridici lampe 
d'oru; i?. 21, AlPautri muerti. — Canto analogo Leccese 
e Cabalinese: 

'Ulia sapire ci la morte ò morta, 
Ci nun è morta, la vulia truvare; 
Appena 'rriatu *nnanti alla soa porta, 
CuUu mmiu stile la vulia scannare; 
Ci mme 'ccapasse la fauce ci porta, 
Culle mmie mani la vulia spezzare. 
Truvai la morte ci nun era morta, 
Ci nun hae occhi e sse mise a guardare; 
Mme disse : - « Tu cce buei da quista porta? 
M Ca ancora la toa ura ha da sunare ? *> - 
M Pe mmie nu* begnu 'nnanti a quista porta, 
•« Yegnu pellu mmiu bene a supprecare, 
M Ca è carussieddhu e la toa fauce torta, 
M Lu volo de lu mundu mo' levare. 
M Morte, lu bene mmiu nu' nde purtai*e, . 
« Ca te dunu 'na scenca de natale ; 
M De scisciule e cuseddhe 'n'autra sporta 
M L'urtemi giurni de lu carnevale ; 
« A pasca vegnu e te 'nducu 'na torta, 
u Lu pane e mieru e lu buenu mangiare ; 
♦* Ca ci vestiti *uei d'ogni culure, 
» Puru de seta te li pozzu fare *>. - 
'Nfacce mme rise e nu' cangiau culore, 
Calau la fauce e la voze levare; 

De la cbianta scippau lu megghiu fiore 

Mo' vannu lu mmiu bene a sutterrare. 

Mieru^ vino. — Variante Caballinese: 

'Ulia sapire la morte se è moi*ta; 
Si nu' è morta, la 'ulia truare. 



•^ 261 c^ 

'Ulia la bene mmiu ca nu' nde porta, 
Ca è carusieddhu e 'ncora es'ha *nzui*are; 
^Ulia noi leu 'ddha fauce longa e torta, 
Cu' lu stilettu la 'ulia ammazzare ; 
cu ni dicu 'rriatu alla eoa poHa: 
— M Morte, lu bene mmiu nu' mme tuccare! 
« Ca se la fauce toa nu* nde lu porta 
« Jeu te 'nducu *na scenca de Natale; 
*t *Nu mese e mienzu te dau la recotta, 
« Lu pane nu' te fazzu mai mancare; 
« Se 'uei vestiti cu' te 'jesti, morte, 
M De lana fina te li pozzu fare «. — 
Oimò! oimè ! culla soa fauce torta, 
Lu mmiu bene è benuta a sutterrare! 

Yar. V. 5, fauce c'iddha porta; v. 6, Cu' lu mmiu 
stile la; v. 7, 'Ulia cu dicu; v. 11, cu mangi recotta; 
V. 12, Nu' te fazzu lu pane mai mancare ; v, 14, De 
lana e sita te li pozzu fare ; t?. 15-16, Ma nu' sse rende 
e cu' la fauce torta, Prestu lu bene mmiu 'ose pigghiare. 

Variante veneziana : 

* Mi xe sta dito che la morte è morta; 
Se no' Tè morta, la farò morire 

Uno degli editori del presente volume fu quegli che 
richiamò l'attenzione su queste infinite varianti di una 
canzone creduta napolitana e sulla loro origine siciliana, 
fin dal MDCCCLXVI in un libretto intitolato DeWorga- 
nismo letterario e della poesia popolare italiana. Gli 
servivano di esempio per provare che — « Gl'Italiani, 
<« come ogni popolo, ebbero un'epopea popolare. Ma a 
<« mano a mano che moriva nel popolo il contenuto epico, 
M si obliterava dalla sua memoria anche tutta la parte 
M puramente narrativa de' canti; i brani lirici invece, 
•* che meglio rispondevano alla mutata coscienza nazio- 
«* naie, rimasero, si enuclearono, si rimpolparono e di- 
« vennero tante poesie per sé; e sono quelle che i nostri 
u campagnuoli, i nostri famigliari, noi stessi, tutto di 
« canterelliamo »•. 

Il signor Salvatore Salomone-Marino, s'interessò per 
l'argomento, si diede a fare molte ricerche intorno alle 
varianti del canto originale, onde l'autore dell'Organiamo 
letterario non conosceva che pochi frammenti editi da 



^ 262 •<^ 

Leonardo Vigo; e quattr'anni dopo pubblicava un volu- 
metto intitolato: La Baronessa di Carini, leggenda 
storica popolare del secolo XVI in poesia siciliana, 
con discorso e note di Salvatore Salomone-Marino. 
Palermo. Tipografia del Giornale di Sicilia, 1870. 
In questo lavoro sono ravvicinati e ricuciti numerosi 
frammenti della storia della Baronessa di Carini, che 
ci viene offerta quasi intera. Il Pitré Tha ristampata. 
Il Salomone Marino non ha compreso le parole dell'au- 
tore àeìV Organismo e figurandosi che epopea popolare 
significhi un poema e non già una poesia epica, narra- 
tiva, che può consistere di brevissimi componimenti senza 
legame fra loro, crede di confutarlo. Sei creda pura. Ma 
noi dobbiamo dichiarare che lo. studio della poesia po- 
polare sempre più ci conferma nella nostra opinione. 
Prescindendo da' canti di origine letteraria, troviamo 
che un numero infinito de' rimanenti sono frammenti li- 
rizzati di storie, ballate, romanze, poemetti, insomma 
frammenti d'un'epica antica. Per convincerne il lettore 
non abbiamo che a rimandarlo a tutti que* canti del 
presente volume, de' quali è indicata da noi l'origine 
epica. Non riprodurremo qui tutta la leggenda della 
Baronessa di Carini, perchè troppo lunga e già pubbli- 
cata ripetutamente. Soggiungeremo bensì tutti i canti 
che sono varianti o trasformazioni di alcuni brani di 
essa. 

Dicono a Venezia: 

Diavolo grande, paron de l'inferno^ 

Fame una grazia, che te la domando! 

I Nicoloti te li recomando 

E i Castelani portili a l'inferno; 

Ai Nicoloti daghe la bandiera 

Ch'i vaghe a torse lanareta, oh cara! 



Dicono a Corigliano di Terra d'Otranto : 

Ja desperato e sporte tuzzèo; 

Porsi ti anfierno me recivei. 

Charì tu Luciferu jureu 

N'ambo eci, cau ti forsi rifìschèo. 

diavalu subetu respundèi: 

— « Eclisti e porta, ce ettelome plèo ! 

<« Ena pu panutu fotia vasta 



-^ 263 <^ 

M An^ embi tossu chonei ola svernò ». — 
Osso pu ita ti porta ti emmu nii^ 

I pane ti sto n'aufìerno u schonèo, 
Ce pau sti talass na dò mi ci 
Utti mali fotiamu ine studèo. 
Sconnete mia tempesta daaati: 

— •• Mi' n'embi ca e fotiasu me sicchòi ! »• — 

E' me teli de e talass, de angli, 

E a to n*anfìerno ime descacciào! 

Jatùo ercame se sena, agapi ti, 

Birusinnu me teli desperào? 

Turchia tiranna ca e n'echi psichi? 

Dammu i medicina ti e' na jano... 

Giacca ca in' iu e còrpisu, patruna, 

Sfapseme ca su canno remissiuna ; 

Sfapseme ca su canno remissiuna. 

Agapi giacca mei encignammena, 

Dammu trumentu ce tribulaziuna, 

Ti ola ta pianno, agapimu, ja sena. 

Mu sozzi dai fatia ce martiria, 

Ola possa canni mi piaciria. 

In Corigliano parlasi grecanico. Traduzione : 

Per disperato le porte picchio; 

Forse Tinferno m'accoglierà. 

E grazia a Lucifero chieggo 

Di penetrare laggiù, che mi rinfreschi alquanto. 

II diavolo prestamente risponde : 

-« Si chiuse la porta e non la vogliam più! (aprire) 

M Uno ch'entro di so affanno sente (d'amore) 

« Entrando quaggiù arderebbe noi tutti **. - 

Come veggo che la porta non m'apre, 

Che disse nell'inferno li brucerei, 

Vo' al mare, per vedere se ivi 

Questo mio grande affanno riesca a smorzare. 

Si leva una terribile tempesta: 

-M Non entrare che il tuo affanno mi dissecca! **- 

Non vuoimi il mare, nò l'aria, 

L'inferno mi scaccia! 

Laonde vengo a te, amor mio! 

A dirittura mi vuoi disperato? 

Turca tiranna e non hai anima? 

Dammi la medicina perchè risani... 



-5>- 264 c^ 

Giacché son tali i colpi tuoi, padrona, 
Uccidimi, che te ne fo remissione ; 
Uccidimi, che ti fo remissione. 
Amore, giacché m^hai cominciato, 
Dammi tormenti e .tribolazione, 
Che ogni cosa piglio, amor mio, per te. 
Puoi darmi affanno e martirio, 
Quanto mi fai mi è piacere. 

Variante Umbra: 

So* stato co' lo diavolo stanotte 
Che giCi rinferno nun ci si capeva ; 
C'era Pilato che sta su le porte, 
Mi fece loco che mi conosceva; 
E poi mi diede due torce appicciate : 
Yeddi l'amante mia che allora ardeva. 
Io me gli accostai là secretamente 
Gli dissi : — u Meschinella, come campi ?» — 
E lei rispose : — <• Campo allegramente, 
« Meglio all'inferno che quand'era amante ». — 

Varianti Leccesi: 

a) Su' calatu allu 'nfiernu e su' turnatu. 
Trasire polla gente nu' putia ! 
Quandu trasl' lu fuecu era 'ddhumatu, 
E nc'era l'arma de ninella mmia; 

Iddha mme 'uardae'rita: — «< Ahi core ingratu, 
« Quiste su' pene ci patu pe' tia! ** — 

— « Ca tie sta pati cce 'nei pozzu fare? 
M Essa l'anima toa, trasa la mmia ! «• — 
Quandu me 'ntisi lu fuecu brusciare: 

— « Torna, torna, ninella, tocca a tia ! » — 
E respunde Carnute de la barca: 

— « Nu' sse ripassa echini de quista via ♦». — 

Var. V, 2, Pe' la gente trasire, v, 4, de la beddha 
mmia. v. 5-6, Iddha sse 'ota e 'rita: — « Ah! core 'n- 
gratu f> — E mme moscia le pene ci patia. v, lì, E re- 
spuse. V, 12, — «• Chiù nu' ritorna ci fice 'sta via »». — 

b) Jeu 'scii all'infiernu pe' truare focu, 
Trasire pella gente nu' putia. 

Jeu 'scii chiù intra e lu truai 'ddhumatu, 



^ 265 •<^ 

Novera l'anima toa, ninella mmia! 
Male nun t'aggiu fatta ^mbita mmia 
Ma mo' nde voglia fare qaalche poca... 

Varianti Napolitane: 

a) Jette a lu 'nfìeino e nce fuje mannato. 
Tanto ch*era chino nu^ nce capea. 
Giuda nce steva a *na seggia assettato. 
Fece festino quanno vidde a mmea. 
'Ntuorno *ntuorno *na fuoco allummato 
Mmiezo nce steva la galante mmia, 
Essa sse vota: — «« Cane disperato, 

u Cheste so' pene che soffro pe* te! » — 

— <* Cara diletta, io t'ho bene ammata 
'Sto core non po' sta' senza di te. 

A 'nu deserta mme ne voglio ire 
Erba mancianno comm'a 'n animale 

b) Gh'ieva all'inferno mme sonco sunnato: 
Tanto era chieno e a no' nce capea 

E mme voleva già arreto torna'. 

Ma nce vedette chella ch'aggio ammato 

Che dint'a 'no caudarone volleva 

E mme nce accosto pe' la consola'. 

Essa sse vota : — «Lo tiempo è passato, 

« Pe' non sentirte nce so' capitato 

M E tra le sgrate cca songo a pena' ». — 

e) Jette a l'inferno e mme dissero : - « canta ! ** 
Io mm'incantaie a lu tenere mente. 
Nc'era 'na nonna ch'era bella tanto 
Che commetteva co' li fiamme ardente. 
Io mme votaje: — •* Nonna, comme e quanto? 
M Perchè patisci 'sti graossi tormenti? » 
Essa sse vota cu' gli nocchi e lu pianto: 

— « Non aggio fatto Tammore contento *». — 

Variante di Airola: 

Puozzi ave* la sciorta de Caorararo 

Triciento palle 'n fronte e no' moreva! 

Jetti alio 'nfìerno e mme dissero : — « Canta \ » • 
r non cantaje per tenere mente. 
C'era 'na donna ca era bella tanto 



•^- 266 ■<^ 

Che commetteva co' lo fuoco ardente. 
Io raddìmannaje lo comme e quanto: 

— « Donna, pecche li pati 'sti tormenti ?» — 
Essa sse vota co* *no mar di pianto: 

— « Aggio fatto l'ammore e mo* mme pento »». - 

Jk 

Variante di Spinoso (Basilicata) : 

Ivi a lu *Mpierno, e mmi fo ditto: - « canta ** 
Ma nu* buzi canta* pi' teni mente. 
Nc*era *na ronna tanta bella e tanto, 
Ca ssi brusciava 'nta lu fuoco ardente. 
La vuzi addummannari cu' lu pianto: 

- •• Ronna, cummi ti truovi 'nta 'ssu 'Mperno ». « 
E jessa mmi rispose cu* lu canto: 

- « Mmi raggio fatto Tammori cuntenta ». - 

Bujgif vuzi, volli. — Varianti toscane: 

a) * Sono stato airinferno e son tornato: 
Misericordia! la gente che c'era! 
V'era una stanza tutta alluminata, 

E dentro v'era la speranza mia. 
Quando mi vedde, gran festa mi fece, 
E poi mi disse: — <* Dolce anima mia, 
» Non t*arricordi del tempo passato 
« Quando tu mi dicevi : anima mia ì 
M Ora mio caro ben, baciami in bocca, 
<« Baciami tanto che io contenta sia: 
'( E tanto saporita la tua bocca! 
<» Di grazia, saporisci anche la mia. 
««Ora mio caro ben che m'hai baciato 
« Di qui non isperar d'andarne via ». — 

b) * Sono stato all'inferno e son tornato, 
Misericordia! la gente che c'era! 

E c'era Lucibello incatenato: 
Quando mi vedde, gran festa faceva. 
Lucibello, non t'arrallegrire : 
Sono venuto, e me ne voglio gire. 

e) * E quanto tempo ho perso io per amartej 
E gli era meglio avessi amato iddio; 
Del paradiso n^averei una parte 
Qualche santo averei dal lato mio; 



E per amarvi voi, fresco bel viso. 
Io mi ritrovo fuor del paradiso: 
E per amarvi voi, fresca viola^ 
Del paradiso mi ritrovo fuora. 

Variante piemontese, edita dal Marcoaldi : 

* Misericordia, quanta gent ch'u j'eral 
Al me* amur bùjiva ant* *na caudera: 
Spettava ch'a j'andéisa a déj la manu, 
Com* pii U bujiva, e mi stava luntanu. 

Variante veneziana: 

* Me so rissolta de andar al deserto, 
A magnar Terba come un animale. 

A magnar Terba e bever Tacqua pura: 
Cosi fa Tomo quando el se inamora. 

Variante di Lanciano, aulicizzata dal raccoglitore: 

Gorucce mV, e pieno d intelletto, 
Se m^abbandoni come posso fare? 
Tirato me ne vado a *no deserto, 
Pascenno Terba come un animale; 
Sopra le spine formei*ò il mio letto, 
*Na pietra metterò per capezzale; 
L^altra mi sbatto tante volte al petto. 
In tin che Tocchi mii so' do* fontane. 

Variante di Leniiscosa nel Cilento (Principato Cite- 
riore): 

Jette a lu *nfiern* e nge truvaje *nu taùto 
E tutto chino di pece 'mpeciato; 
Dento nge stava *nu sbirro cornuto. 
Pigliava *nu demonio carceratu. 
'U demonio sse votava: — .<* Ajuto! ajuto! 
«4 Lo sbirro mo* mme piglia carcerato ! 
<• Quante ne fa *sto sbirro cornuto, 
M Pure a Tinfìerne nge ha Totoretate! » — 

È inutile ricordare che stampiamo i canti come ven- 
gono raccolti, senza permetterci di alterarli minima- 
mente. Il primo verso di questo ha un paio di sillabe 
di più e probabilmente dovrebbe correggersi cosi: 

Jette a lu *nfiern* e ng*era *nu tanto 



^ 268 ^^ 

Nel quinto correggendo sse vota invece di sse votava 
ci troveremmo col numero giusto delle sillabe.—- Variante 
di Agnone (Molise) : 

lett' all'unfiern^ e ce truviett* 'nu tavute, 
Steve tutte de pece bene impeciate. 
Loche daventr* ce steve *nu sbirre curnute^ 
Steve cu* lu diavul' abbracciate. 
Lu diavul' deceve: — • Ajuta! Ajute! 
« Ca mo' mme porte lu sbirr' curnute ! - — 



XI. Venco a cantare a 'sto loco di ritorno 
Poco rescuosto da la casa toja. 
Nce sta 'na nenua co' le trezza d'oro, 
Mena lo stannardiello dello ammore. 
La cana mamma non mme la vuo' dà'; 
Jo co' la mmia potienzia mme la piglio. 

Variante : 

— M Core mmio celato, core celato, 
M Mammella tojà nce Thave co' mmico. 
<* Ppe' mme li perdarraje tanta nottate, 
« Pe' te parlare ammeno 'no pocorillo «. — 
— « No' bo' Nennella toja e manco bo' mamma^ 
•* Nuje co' tanto bene che nce volimmo ! 
M Non bonno manco li nostre parentate, 
M Nuje co' la nostra potienzia nce pigliammo ». — 

Per altri canti di amore attraversati da parenti vedi 
la nota a quello di Castellana che principia : Uatta deje 
vediebh* a la fenest\ 

Canto analogo di Mordano: 

L'occhi toi e li mmei fora cunsienti, 
Mme dìsseru cu' t'amu, e iu tramai. 
E iu pe' amare a tie patu turmenti^ 



■^' 269 ■<^ 

E tie cu mm^ami a mmie turmenti e guai. 
Beddha, nu' su' pentìtu, e tu te pienti, 
Cu mme scord u de tie nu* sarà mai. 
Se mm^hai da fare de li tradimenti 
Pensa a lu nome mmiu^ e nun li fai. 

Solita proTenienza letteraria : 

*■ Gli occhi miei con i tuoi furon consenti , 
Volsero che tramassi, ed io t'amai. 
Tu per amore a me pati tormenti, 
Io per amore a te tormenti e guai; 
Se tu ti sei pentita^ io non mi pento, 
E di lasciare a te non sarà mai. 
Se m'hai da fare qualche tradimento, 
Pensa al nome mio, e non lo fai. 

A PoUica si canta tale e quale. Ganti di Paracorio 

a) Astru di Tocchi mei, riccu trisoru, 
Non ti dassari mai cchiù trabballari. 
Sùnnu li to* parenti chi non vonnu. 
Ma Tamuri cu' mia tu nd'hai di fari. 
E jeu lu fazzu pe' dispettu loru : 

E quali dannu a mia mi ponnu fari? 
Ti pregu, bella^ ca di pena moru; 
D'intra li vrazza toi vorria campari. 

b) Arangu russu di lu pettu meu^ 
Non tracangiati la cera ch'aviti. 

Se manda 'ncarchi amanti e non su' jeu 
Diciti, bella^ ca nu' lu vuliti. 
Ma se sentiti ca vi mandu jeu, 
AUura — « Sì, sì, sì I »» — bella, diciti. 
La vostra mamma non voli pe' mia, 
Punta pigghiati, e la vinciriti. 

e) Maraviggbia non è, cara me dia. 
Se patisci tormenti e peni e guai. 
Se ti cantassi 'sta gran pena mia. 
Mi dici ca su' pochi li to' guai! 
leu viju ca ssi misi gelusia, 
E ccu' li genti toi paci non fai. 
Tutti 'ssi peni li pati pe' mia 
Sumportali, ca 'njuornu godirai. 



■^' 270 -c^ 

Un canto di Gessopalena: 

Vis' d'ampia d'or', capello pagan' 
'Mman' a te ram' di gijj' bilogoese. 
E tutt' li Yostr' ss'è mess' a li difes'; 
Cust' ann' nin ti vojj marita'. 
I* vojj' sape' da 'ssa boccucce vostr', 
Pe' quant' temp' faggi da spetta*. 
Nin mi ni cur' lu temp' che t'aspett', 
Abbast' s'è di cert' la parol'. 



M R e I A N 



(terra d*otranto) 



I. Ahi quante pene paté 'n omu zita? 
Massimamente quandu è "nnamuratu! 
De la 'acca lu perde rappetitii, 
Perde lu sentimentu de la capu; 
E de la facce lu so' culuritu, 
'Ddenta comu de serpe 'mbelenatu ; 
Cussi cinca 'ide mmie, poveru zitu, 
Pe' 'na figghìa de mamma su' danuatu. 

Var. (Mordano) v, 1, Sai quante; v. 3, De la sua 
bocca perde; v 4, Vl sentimenti; v, 5-7: 

Ju cascu comu fiuru sculuritu, 
culure ho de serper 'n vele natu; 
Ju patu de 'stu male e te lu dicu 



Variante di Morciano : 

Sai quante pene soffre *n omu zitu, 
Massemamente quandu è *nnamuratu? 
De la Boa bocca perde Tappetitu, 
Perde li cerevelli de la capu. 
Perde lu sonnu tantu sapuritu, 
Quandu cammina pare *nu stunatu ; 



Perde li miessi, perde lu trappitu, 
Pare comu *nu pacciu desper^tu; 
Ma culla bella soa se stae unitu, 
Le farfalle le perde de soa capa. 

Altra lezione Caballinese : 

Ohi! quante pene paté *n omu zitu, 
Massimamente quandu è *nuamuratu; 
De la 'ucca lu perde Tappetitu, 
Perde la sentimentu de la capu; 
E Mdenta comu 'n\erba "mpalleditu, 
comu 'nu serpente *mbelenatu. 

Ecco un lamento amoroso di Carpignano Salentino 

Core, comu mme lassi e mme *bbanduni, 
Comu no' pensi alli mmei pianti *mari? 
Jeu della facce persi li culuri, 
Della 'ucca lu risu e lu parlari. 

Le lagrime ci scettu, su' d'amore, 
E li sospiri mmei focu infernale. 
\idi ca mme lamentu cu' ragione, 
Persi lu bellu mmiu, com' aggiu fare? 



IL Bianca palumba ci hai le bianche pinne, 
Sia benedetta Tura ci t'amai ! 
Lu latte ci lattai de le toi minne, 
'Mmucca lu teguu e nu^ lu scurru mai. 
Arveru de ulia ci mitte fronda, 
La toa bellezza nu' fenisce mai: 
Mme pari comu nave 'mmienzu Tonda, 
Quantu cchiù crisci, cchiù beddha te fai. 

Yar. V, 1, palomma; v, 3, alle toi minne; v, S, Quantu 
cchiù passa. Minne, poppe. Scurru^ rovescio. 



-^ 273 ^ 

Variante di Lecce e Caballino : 

Bianca palomba mmia, palomba 'janca, 
Sìa beneditta Tura ci t'amai! 
Lu latte ci te dese la toa mamma, 
La tieni a 'm mucca e nu' lu sputi mai. 
Si* coma la ulia : nu* perde fronda; 
Mancu la toa bellezza pierdi mai. 
Si* comu rendineddha: batti all'onda; 
Quanta cchiù batti, cchiù pena mme dai. 

Qui mi sembra da riferirsi un frammento neritino: 

Bella paristi cchiù oggi di mai, 

Si ayanzanu li giurni e t*amo echini. 

Canto analogo di Lecce e Caballino : 

cimiceddha de baselicoi, 
Mme dai lu muettu tie comu aggiu fare ? 
Nui simu *nnamarati tutti doi: 
Cu ieu te lassù nu' lu pozzu fare. 
Pigghiau le chiai e nce 'nserrammu a doi, 
Cu nu* nei trasa cchiui nisciunu amante. 
E fora benedetti quiddhe echi ai, 
Ca sse 'nserrara e nu* ss' aprera cchiui. 

Var. V. 2, Dimme lu. — Canto analogo di Pietra Ca- 
stagnara : 

Faccia de *na fragola fiorita, 
Tante bellezze a buje chi ve Pha date! 
Voi siete *nn amorata de 'sta mmia vita^ 
Da quelPora che nei siete nata; 
Solo co' vai io voglio ffà* la zita^ 
Se *ddio dallo cielo l'ha destinato. 



in. Bocca ed occhi son belli, erte le ciglia, 
Tu sei graziosa, finu allu parlare. 
La facce tua a 'na rosa somiglia, 
Lìngua di vero dio, lingua fatale. 

Cìnti Popolaei, III. • 18 



-^ 274 •4- 

Io creda de Pupillo tu sei figlia, 
De Pupillo ne puerti Tarcu stare: 
Ma pozzu dire e sia pe' meraviglia, 
Ca cchiù bella de tie nun sse po' dare. 

Nel VI verso quello stare; non so comprendere di qual 
vocabolo italiano sia storpiamento; forse dovrebbe dirsi: 
e Vale, Il canto è d^origine letteraria evidente. Pupillo 
è Cupido, e si ritrova al femminile nel canto seguente 
d'Arnesano : 

Pupilla ci stai 'ncelu a mmiu pinsieri, 
Scindi de celu 'nterra e spandi l'ale ; 
Scindi la manna e Tamurusu mele, 
La medicina alla piaga murtale. 
Amai *na ninna incredula e crudele, 
Jeu nni 'ozi lu bene e iddha male; 
Apritiu, nuule, e subbessati^ celi^ 
Giacca nun c'è ^rrimediu allu mmiu male. 

Apritiu^ nuule, apritevi, nuvole. Var. v, 7. Aprite^ 
mundu. — Altra allusione a Cupido nel canto seguente, 
raccolto a Carpignano Salentino : 

Sii beddha, è veru, echini ca de 'na rosa, 
Caleddha sinti echini de biancu gigliu ; 
Li 'nieddhi de capiddhi fa pomposa. 
Cu' 'ddhu ^ngraziatu tou labbru vermigliu. 
Tu tieni a ^mpiettu e faci sse riposa, 
La mamma de Tamore cuUu fìgliu; 
E se eri, mmia beddha, cchiù pietosa, 
No* stava cu' le lagrime 'stu cigliu. 

Vedi il canto secondo di Baculi. — Caleddha^ carina, 
bellina. 



IV. De luntanu luntanu, o caru bene, 
lu suspiru, iu suspiru de luntanu. 
Tu dormi tra li fiuri, io tra catene, 
Ci mme legò lu core la toa manu. 



lu spargerla lu sangu de mmie vene, 
Se te potesse avire 'n' ura a manu. 
Beddha, ca lu tou nome mme mantene 
Sto luntanu de te e sempre chiangu. 

Var. V, 4, Ci mme legò lu core? La toa manu. - 
Analoghi son questi due canti di Caballino e Lecce : 

a) De luntanu, luntanu, oh cce dulore! 
Tu suspiri e suspiru, aflannu uguale. 
Tramutata te vidi de culore...^. 
Bessu accellu vulia cu portu Tale ! 

Ca cuntu, beddha, ieu li giurni e Tore, 
Ca luntanu de tie nu' pozzu stare. 
Ma pure venerai la dia ci amore, * 
Ci *ncucchiati alli doi nei face stare. 

b) Lontana luntananza, anima mmia, 
Nu' mme face cu' tie 'n'ura parlare. 
Su^ feritu de tanta gelusia, 

Crisciu ca stai cu' autru a amoreggiare. 
Ma lu pensieri mmiu fissu a te stia, 
Mm'ayerai, mm^averai, nun dubbitare! 
Nu' mme fare cascare a gelusia, 
Dammi speranza e nu* mme 'bbandunare! 

Variante del secondo tetrastico: 

Mmo* ci ss'ha sparsa quista diceria; 
Dammi speranza e nu' mme 'bbandunare. 
A mie mme bruscia Tarma, anima mmia, 
Ca sempre t'aggiu amata e t'aggiu amare. 

Altri canti di lontananza di Mordano: 

a) Su' luntanu de tie, Tarma mme manca; 

E cussi credu ca te manca a tie. 
Caccia pesce de mare e bi* se campa^ 
Ju cusi campu ci nu* bisciu a tie. 
Oh diu! quantu n« fa la luntananza! 
Autra mme mintu amare e pensu a tie. 
Aggi fede, pietà; aggi speranza, 
Nu* pozzu stare *n* ura senza tie. 
Oh diu! quantu ne fa la luntananza, 
'N' autra mme mintu amare e pensu a tie. 



^ 276 «^ 

b) Stau lintana de voi, sto a *n* antru regnu^ 

E mm* ardu e brusciu cchiù de zippu e lignu. 
Nei Yole carta, calamai^a e 'ngegnu, 
Pe' scrivere lu tou nume benignu. 
Subra le bracco toi speru ca vegnu, 
Morte, nu' mme guastare lu designu. 

Zipp%^ stecco. Le rime piuttosto insolite di questo canto 
ci consigliano di riunirne qui alcuni altri in cui si ri- 
trovano. Eccone due di Lecce e Caballino: 

a) Beddhu, ci Tecchi toi minanu sangu. 
Sacci ca la intenzione a tie la tegnu. 
^Ulla te parlu e nu* mme basta Tarmu, 
cu te fazzu 'nu minimu segnn. 

'N< autra fiata cu tie *ulia cu parlu, 

Cu bisciu ci lu supera stu ^mpegnu. 

Ca sai quandu de neu cu' tie mme *ncagnu? 

Quandu lu *ranu sse mete lu 'jernu. 

Mme *ncagnu, mi disgusto. 

b) Gumu 'na gemma allu core te tegnu^ 
Comu 'na rosa a manu e bau ^ndurandu. 
'Na parola te dicu e minti segnu: 

-» A picca e a pocu le cose sse fannu!»- 

'Na ferita a *stu core sempre tegnu, 

*Na funtana d'amore e mina sangu. 

Sai quandu, bene mmiu, quandu mme 'rrendu ? 

Quandu alla chiesa dau Turtimu bandu. 

Variante di Paracorio: 

Non ti lagnari, bella, se non vegnu, - 
Non mi chiamari cchiù: — « cori tirannu **. — 
Jeu comu rosa a lu cori ti tegnu^ 
Senza nessuna macula e malannu. 
Ed eu li to bellizzi li pretendn, 
Ad atri non ti dari, eu ti dimandu ; 
Statti, giojuzza, cu* lu cori fermu, 
Ca appocu, appocu lì cosi si fannu. 



y. De 'sta strada su' stata capetanu, 

E mo' nu' ne su' cchiù manca sargente. 
Mo' ci la beddha mmia ss'è 'mmaretata, 
Ss'ha quetata la lingua de la gente. 
Tutti mme dinnu ca l'aggiu vasata, 
Lu giura a dia-, ca nu' saccio nente. 
Mo' faceria 'nu votu alla 'Nnunziata 
Cu 'eggia comu dicune la gente. 

Vai*, v. 2, E nun ci suntu mo* mancu. 

Altro addio di Lecce e Caballiao alla strada della bella: 

Strada, cchiù nu* sarai la strada mmia ; 
Strada, *nu luongu tiempu nei passai; 
Nei su* passatu de notte e de dia, 
Strada, culle mmie sole te cavai. 
Nu* chiangu quantu chiangere vulia, 
Quantu li chiangu li passati 'uai; 
Nu* chiangu, beddha, ca te perdu a tia, 
Quantu 'n autru te gode e jeu t'amai. 
E per amare tie, ninnella mmia. 
La yita culla morte *rresecai. 

^Rresecai, arrischiai. 

Analoghe di Paracorio (Calabria Ultra Prima) : 

a) *Sta ruga mi paria *nu paradisa, 
Ora mi pali *na barbara via; 

Lu nomu di lu *nfernu nei aju misu, 
Pe* *nu pieculu sdegnu e gelusia. 
L*amuri a *n atru amanti nei aju misu, 
Ad un amanti chi ò megghiu di tia! 
E a tia ti tegnu vasciu a lu carcagnu, 
Pe *na mundizza d'ammenzu La via. 

b) Quandu passu di eca, sempri suspiru, 
Ca mi ricordu lu tempu passatu; 

Ca mi ricordu quand'era lu piimu! 
Non cridiva veniri a chistu statuì 
Giojuzza, chi di tia ora su* privu. 
Mi dassasti 'stu cori appassionatu I 
E ti dieu ca ancora ti disiju, 
E currivu di tia non sugau statu^ 



->• 278 «^ i 



e) Cantari sutta a tia, cchiu no' mi senti, 

Ca mutarò la strata oji 'ndavanti. 
E quandu passu, passu cu' la mente, 
Fazzu 'nu chhiumi di lacrimi e chianti. 
E se m' 'innu l'amici e li parenti: 
-» Chi nd'hai chi clangi tu, povaru amanti? 
Jeu nei rispundu : -« Dopu tanti stenti, 
« Aju perduta la mia bell'amanti >'.- 

Jf* HnnUj mi dicono. 



VI. Giiirnu de sciuetia foi la partenza, 
'Mmenzu lu pettu mme cascau 'na lanza! 
Poi vinni alla toa casa, e nn'ippi 'denzia, 
Cu cuntamu alli doi nun ippi canza. 
Stacca lu si, lu no te dae lecenzia, 
Ca 'n autra comu tie nu' mme ne manca. 
Lu 'ranu guarda. È bonu de semenza', 
Lu 'ccattature lu sou prezzu avanza? 

Var. V, 1, Foi giurnu de scuietu la partenza; v» 7, Lu 
'ranu quandu è. Scuietu^ inquietitndine. 

Variante di Lecce e Caballino: . . 

Giurnu de sciuedia fo' la partenza, 
Pumu d'argentu mmiu, cara speranza. 
Alla toa casa 'inni e nu' ibbi denzia, 
A parlare alli doi nu' nei foi canza. 
De miedicu va pigghiu la licenzia, 
La medicina mmia è la speranza. 
'Ulia megghiu 'na morte de viulenzia, 
Ca 'na piaga d'amore a luntananza. 

Moltissimi sono i canti di partenza: Eccone due di 
Lecce e Caballino. 

a) Oh cce partenza 'mara ! oh cce dolore! 

Mo' cci sse parte lu mmiù cani bene l 



^•279-4- 

*Mpiagata restu dintru allu mmiu core, 
Cu' lu sangu 'iacciatn intra le yene. 
Ci te putisse accumpagnare ìu, 
Certu ca lu farla, mmiu caru bene; 
Ma sacci ca nu* pozzu e nu* sunt'iu, 
L'onore de la casa mme *ntrattene. 

b) Beddha, mme l'ha 'rrubatu lu mmiu core, 

'N' ura luntanu comu pozzu stare? 
Ca mme sentu chiamata a tutte l'ore. 
Dimmela, beddha mmia, cora'aggiu fare? 
'St* anima mmia sse strusce de dulore, 
Quandu de tie mme Usciu Uluntanare. 
Ca tie mme stai stampata intr'allu core, 
Ca cu te lassù nu' lu pozzu fare. 

Variante di Mordano: 

Jeu nu^ te lassù no^ nu' mme lassare, 
cara mmia speranza, o dorce amore! 
La furtuna lintani nni fa' stare, 
Quantu cchiù 'ntanu stai, cchiù forte è amore. 
'N' ura senza di tie nu' pozzu stare, 
Ca *8t' arma sse nde 'ffrige e sse nde more. 
Beddha, de tie nde portu lu zzengale: 
La piaga *mpiettu e la ferita al core. 

Zzengale, segno, memoria. 

Canto di partenza di Paracorio : 

Amuri, l'occhi mei su' preparati, 
Mu fannu 'nchiantu quandu yui partiti; 
Milli su spiri di focu jettati, 
Y'accumpagnanu 'nsinu ad undi siti. 
Sentiti lu rimuri e vi votati: 
L'umbra è d'arretu e vui no' la viditi. 
Cu' 'na catina 'stu cori ligati, 
Doppu sciogghiri cchiù no' lu potiti. 

Lamento della donna rimasta sola, di Napoli: 

Quanno nennillo mmio ss'ha da partire, 
Primma licienza a mme vene a cercare; 
Sempe dicenno : — « Ammore, bella mmia, 
« Io parto e vaco fuore, che mm'haje a dare? ♦» — 



-?>• 280 <^ 

Io mme voto : — « Partete, e ra via, 

« La fortuna te pozza accompagnare ». — 

Non fuje tanto la rolore mmlo 

Quanno yeco *sto ninno allontanare; 

Io mme votaje a Sant* Antonio mmio: 

- « La spartienzad' *u delicato è ti^opp'ammara».- 

Simile di Lecce e Caballino : 

Quandu la bene mmiu sse nde partlu, 
Quanti cori di donne scunsulau: 
La prima prima scunsulau lu mmiu, 
Quandu mme di«se: - «• Cuernati ! Mme nd'iau ! ».- 
Ga ieu nni dissi: — « Parti e fazza 'ddiu, 
* Fenc' a nu* bieni tie, senz^arma stau **. — 
Quandu intra de Napull trasiu, 
'Na lettre d*oru mme scrisse e mandau; 
Cu' le so^ bianche manù la screiu, 
Culle lagrime all'ecchi la bagnau; 
Quista è la lettre de lu bene mmiu, 
Nni nde baggiu la manu e nni su* schiau. 

Var. V, 1, Partendu sse nde 'scia lu bene mmiu; v.2, 
de donna; t?. 3, Ca prima; t?. 4, >« Cuernate^ ca yau «*; - 
V. òs leu li 'rrespusi; v* 6y nu* tuemi tie, jeu ferma stau; 
V. 7, E quandu dintra Napuli; v. 10, De lagreme e de 
sangu. V, 12, leu baciu quiddhe mani. — Canto di Pa- 
racorio : 

PaHi lu giuvanedhu dilicatu^ 
Quand'ò a lu mari^ diu pe* mu Taiuta. 
Yorria esseri ieu' quand'ò ^mbarcatu. 
Vidiri si la mari ssi tramuta. 
Ma non tramata ne, lu dilicatal 
Cb'ò teneredhu ccbiù di là lattuca; 
Di la lattucca fazzu 'na *nzalata, 
Mangianu papa, cavaleri e duca. 

Tramuta^ perturba. — Addio di Bagnoli Irpino^ che 
ricorda alcune circostanze frequentissime nelle fiabe po- 
polari : 

Figliola, mo' mmi parto, mo' mmi parto, 
Nuova più di mme non avverrite! 
Una stella vi lascio pe* nsegnale, 
Quanno la stella scura, voi pÌAgnite, 



i 



^- 281 •<^ 

Pure lo sole perderrà li raggi 
Quanno sai parte 'sta misera vita! 
Non ci vedremo più pe^ queste partì ^ 
Figliola, a rivederci 'Mparadiso. 

Addio di Nardo: 

lu partu e mme dispiace ca ti lassù, 
Pir te no' mme *ulia partire mai. 
Tu jeri lu mmia giocu e lu mmia spassu. 
E rifrigeriu di tutti li guai. 
Farò *na funtanella di Mdho* passu, 
E ^na fiumana cu no' cissa mai. 

Addio Napoletanesco, d^orìgine letteraria: 

Parto, bella, da te che tanto ammai, 
Parto, ma resta a te chesto mmio core. 
Parto, senza di mme tu che farraie? 
Parto senza di te, o che dolore I 
Di scordarmi di te non sarà mai 
Non obbliare il mmio sincero ammore^ 
D'aver pietà^ mmio bene, a chi t^adora, 
Non usar crudeltà, non far chUo mora. 

Due addii di Lecce e Caballino: 

a) Partu, ca su' custrettu de partire, 
E lu de menu nu' nde possu fare. 
L'anima sse 'ccumeazia a 'ndebolire, 
Mme prencipianu l'ecchi a lacremare. 
Tàcite, beddha mmia, nu' cchiù chiangire , 
Prima cu parta te lassù lu core; 

Addhù' morte nun c'è, nun hai a temire, 
Ca de luntanu te mantegnu amòre. 

b) Partu, Ninella mmia, bau 'ntr'a lu focu, 
Focu, percè mme sentu consumare. 
Consumare mme sentu a pocu a pocu, 

Ca pocu la mmia vita ha da durare. 
Durara cchiù nu' potè a quistu locu^ 
Locu addhò' ieu mme 'idu 'bbandunare. 
'Bbandunare vulia ieu fèsta e giocu, 
Giocu sarà pe' mme lu lacremare. 

Yar. r. 1, Parta, Ninella, e bau ititr'a la foco. 



^ 282 «^ 

D'orìgine letteraria come ognun vede. — Altro canto 
di partenza, di Paracorio: 

Sa' vera amanti, ma nd'aiu a partir! ! 
Ca sugnu vrigognosu a lu parrari. 
'St'affritti Benzi mei ti yorria diri, 
E la vrigogna no' mi fa parlari. 
Fidili sempri, nta lu me patir!, 
Cu' atri modi ti nd'avia a parrari. 
Tantu saria gustusu e cu' piaciri, 
Quantu di adui*u, ma senza parrari. 

Canto dell'esule di Paracorio: 

Sorta *ngrata, superba, o sorta rea. 
Tu mi cacciasti di la patria mia, 
E mi cacciasti di lochi duv'era, 
E mi portasti a parti di strania. 
E pensandu undi sugnu e undi era, 
Se non fussi vrigogna ciangiaria! 
Ruppisti Tassa di la me' bandera 
Ed aiu persu quantu beni avia ! 
Tu prestu, o sorta, tornami ad undi era, 
Tu fusti causa alla spartenza mia. 

Probabilmente avanzo di perduto poema. — Ecco un 
altro canto d'esilio di Carpignano Salentino : 

Satta cielu stranieru pigliu via, 
Pe' sci' trovare la sorte spietata 
Cussi voze la sorte, ah capu mmia ! 
Tantu voze de mmie la sorte 'ngrada? 
De mundu mene 'ssia dicendu addiu, 
Beddha de core mmiu, sposa mmia amata, 
leu per partire te lassù, cor mmiu, 
Speru ca ni vitimu 'n'addha fiata. 

Solita provenienza letteraria: 

* Sotto stranier ciel, bella, m'invio 
Per ritrovar alfin morte spietata; 
Cosi comanda, o bella, il fato rio. 
Cosi vuole per me la sorte ingrata. 
Non serve, amato bene, il dirti addio, 
Per non lasciarti afflitta e sconsolata. 
Parto dunque da te, bell'idol mio; 
Chi sa se ci vedremo un'altra fiata ! 



-5> 283 -4- 
Altri canti di partenza, dì Paracorio : 

a) Statimi tutti allegri, o bon Ticini, 
Ca ssi ndi vai cu 'n guerra ora vi teni 
leu nd'appl sfortunati li destini ! 

E di 'stu mundu no' mu nd*aiu beni! 
Ora faci ti trubuli e festini 
Cu ora si ndi vai e cchiù non veni. 
Mentri non ebbi parti a *sti martiri 
Addiu, amici mei,, stativi beni. 

Trubuli, allegrie chiassose. 

b) E mi ndi vaju, coruzzu, e ti dassu, 
Piangendu mi la fazzu pe' la via. 
Cu* li lagrimi mei li petri 'ntassu, 
leu 'ntassu pe* lu tantu amari a tìa. 
Ma guarda chi fragellu, chi fracassu! 
Quandu mi viju luntanu di tia. 

Ma tu, fìgghiuola, pigghiatilla a spassu, 
Fina chi torna l'amuri cu* tia. 



VII. lu t'aggiu amata sempre allummiu internu, 
Le mmie speranze susu a tie sse stannu: 
T'agrgiu amata de state e pur d'invernu 
Le bracce toie e le mmei ligate stannu: 
'N'ura ci nu' te vido, sto all'inferno; 
'N'ura ci nu' te parlu, lu mme dannu. 
Sai quantu, amore mmiu, è aflfettu internu? 
Ca su' reduttu a stozze, e nu' te 'ngannu. 

Analogo di Carpignano Salentino : 

Primu amore sarai, speranza mmia, 
Tu sinti amore e tu sarai *niternu 



-^ 284 ■<^ 

Nu^ cambiu amore pe' lassare a tia; 
L'erba potè siccare chi ave rinviernu. 
Si Pacqua de la mare siccarla 
Tandu lasciava tie, fìuri mmiu Hemu. 

Yar. V. 2, Tu fosti prima e tu sarai. 



Vili. Ili mme sentu felice e suntu 'jata 
Dell'ura ci nu' parlu cchiù cu' tia. 
De quiddha ci t'amai mme su' scurdata, 
Mme scurdai de lu bene ci te 'ulia. 
Mm'ag^giu pentuta sì, mm'ag'giu scurdata, 
E se t'amassi cchiù, sària pazzia. 
'N amante novu mo' mme su' scucchiatu, 
Schiatta e crepa se sienti gelusia. 

Scucchiatu, scelto. — Canto analogo di Morciano 
stessa, del quale abbiamo già date molte varianti : 

Passau lu tiempu, amore^ ci eri mmia, 
Ci chiusa te teneva allu mmiu pettu, 
Quandu mm'amavi tu, pe' te muin.a^ 
Ca tutti doi ci amavamu d'afiTettu. 
Credu ca la mancanza foi de tia^ 
Sienti carusa, e nu^ tieni 'ntellettu. 
Amate cu' ci vuoi nu' cchiù cu' mmia, 
Ca piacire mme faci e nu' despiettu. 

Yar. t?. 4, ci amammu. 

Analogo di Lecce e Caballino : 

Su' furnuti pe' tie gli affetti mmei, 
'Ngrata, nu' t*amu no', comu t'amai. * 
Se te 'a<;ontru dumandu ci tu sei, 
Comu se 'ista nu' t'aissì mai. 



-4>. 285 •<^ 

Passau 'ddhu tiempu ci pe' tie perdei. 
Mo* lu pensieri oh quantu lu cangiai. 
Fenca a tantu su' 'pierti Teccbi mmei^ 
Tantu Tastiu sarà quantu t'amai. 



IX. La prima matenata'ci te fazzu, 
Te fazzu cu nei t'acchi la furtuna. 
La cammera ci stai Mdenta palazzu, 
Casteddhu de 'na nobele signura. 
Lu so frate mme face lu smargiassu, 
E mme ^mmenezza cu' 'na spada nuda; 
lu face nu' face lu smargiassu, 
L'amore non sse fa senza paura. 

Yar. V. 3, ci stai, donna, è palazzu ; v. 4, È castieddhu 
de nobele ; v. 5, Ma lu tou frate face; v. 6, e mme cum- 
batte. — Analoga di Caballino: 

Beddha, jeu quandu tie mme misi a amarti^ 
Pe' tie mme misi a rischiu de la morte! 
Minu sajette cu' ^ngegni e culParti^ 
Se autru amante 'isciu alle to' porte; 
Lu 'Mperatore se 'enisse de l'Arpi, 
Jeu sulu suntu Rre de quiste porte; 
Lu 'Mperatore mme facisse a parti, 
leu te^d^enderia culla mmia morte. 

Var. V. 4, vedraggiu alle to*; v, 6, facisse a quarti. 

Variante di Garpignauo Salentino: 

leu spartu pietre, muri e mentu sassi, 
leu mm'aggiu posto a risicu di morti, 
In timu cchiù di quer che time i morti 



-5>- 286 -4- 

Acchiu cu no* ne passi de ^ste porti. 
Non mme ne curu ca mme fannu a quarti 
Per difendere tie fino alla morti. 

Var. V. 2, allu rischiu di morti. — Minaccia Mor- 
cianese : 

Fore fore la gente de Gravina, 
Mo' ci mme nd* 'inni ieu, lu gran farcone. 
Ogni aceddhu de boscu sse retira, 
Cinca passa de quai, pensa ca more. 
Qua su* benutu cu' la mmia squarcìna^ 
Cu tagghiu Vazze, Tanima e lu core. 
Ci nc*è nisciunu guarda a Catarina, 
Cu pensa prima ca squartatu more. 

Farcone^ qui vale falcone, ma significa pure balcone, 
terrazzino. Analoga di Montella (Principato Ulteriore): 

Addietro addietro la bardasceria 
Mo' che nce canto io 'nnanzi a *sta porta; 
Mo' che nce canta la persona mmia. 
Addietro addietro chi non bo' la morte; 
Mo* che nce canta la persona mmia 
S'accendon le cannele e po' la fossa. 

Altra minaccia di Mordano: 

Puggiati l'armi 'nterra, sunaturi^ 
'Ncurdati nu' purtati li strumenti. 
Sta begnu cu ve pigghiu a mustazzuni, 
A unu a unu ve scettu li dienti. 
Cantare nu' sapiti^ vui scangiuni, 
E de sunare nu' sapiti nenti. 
Lassa cu cantu iu lu cantaturi, 
lu ci Vrecriu lu core de la gente. 

Smargiassata di chi spezila le 'mmatenate\ Mustajz- 
zuni, manrovesci. Scangiuney giovincello incapace ed 
inesperto. 



X. La tùrtura ci perse la campagna, 

Nu' sse 'mmasuna cchiù sou verde locu. 
Ma sse nde vola subra alla muntagna, 
Suspiri mina e lagreme de focu. 
Oh quantu lu mmiu core sse travaglia, 
Mo' ci lu bene mmiu mutau de locu! 

Analoga di Lecce e Caballino : 

Turtura scumpagnata dove vai, 
Senza di la toa cara cumpagnia? 
Intra ^sti boschi lamentandu 'ai, 
Fa' chiangere le petre de la 'ia; 
Tie chiangi ci t'è muertu e ccbiù nu' Thai, 
leu chiangu ci ete viva e nu' be mmia; 
Veni ca li chiangimu nostri 'uai^ 
Ca leu su' spenturatu cchiù de tie. 

Ecco tre canti toscani analoghi : 

a) * La tortora che ha perso la compagna 
Dice che non la sa più ritrovare; 

E se trova dell'acqua lei si bagna, 
E se l'è chiara la fa intorbidare ; 
E poi con Tale si batte nel petto, 
E va dicendo : Amor sia maledetto ! 
E poi con l'ale si batte nel core, 
Dicendo: Maledetto sia V amore! 

b) * La tortora che ha perso la compagna 
Fa una vita molto dolorosa; 

Va in un fiumicello e vi si bagna, 
E beve di quell'acqua torbidosa. 
Con gli altri uccelli non ci s'accompagna, 
Negli alberi fronzuti non si posa. 
Si bagna Tale e si percuote il petto: 
Ha perso la compagna, oh che tormento! 
Si bagna Tale e si percuote il core : 
Ha perso la compagna, oh che dolore ! 

e) Oh torto rella, tu la tua compagna 
Ed io piango colei che non fu mia! 
Oh vedovella! tu sul nudo ramo 
Ed io al secco tronco la richiamo. 



-> 288 -4- 

Ma reco sola e l'onda e Tanra e il vento 
Risponde mormorando al mio lamento. 

L'orìgine di tutti questi canti è letteraria. Ne rin- 
traccio Torigine in un sonettuccio di Baldassare Olimpio 
degli Alessandrì da Sassoferrato, mediocrìssimo poetu- 
colo del cinquecento: 

Sonetto a Leontia, la qual 
mandò al suo amante una 
tortora. 

Se tu sarai qual questa tortorella 
Colma di fé, mia singular patrona, 
De Paltre donne porterai corona 
Fulgida qual piropo o chiara stella. 

Se perde la compagna meschinella 
Al viver solitario s'abbandona; 
Non d'acqua chiara alla sua bocca dona, 
Torbida, fosca, verminosa e fella. 

Kè mai posar si vuole in arbor verde. 
In qualche tronco secco piange e lugge; 
Et cosi a poco la sua vita perde. 

Fate dunque, madonna, per cui strugge 
La misera mia vita e ognora sperde 
Che sii tortora a quel che a te non fugge. 



XT. 'Na dia a campu de fiori la trovai; 
Mme parse 'na muntagna airocchi mmei ! 
Menai le bracce e lu celli tuccai, 
Ma pigliare le stelle nu' potei. 
- € Pensa » - disse lu sule - « mo' cce fai? » - 
«Nu' sai ca brusciu cu' li raggi namei?i 
Viddi e nun viddi, aimè! paociu restai: 
Viddi lu celu pinta e poi nu' cchiùi. 



Do' muntagne de neve regaardaì, 
Li toi beddhizzi ino' nu' visciu cchiui. 
Donna qaantu de tie mme 'nnamurai! 
Ma tandu mme vulivi e mo' na' echini! 

Canto analogo di Bagnoli Irpino: 

Menai *no lazzo d'oro a 'na pernice^ 
Co* li mmie belli ingegni Tancatunai; 
D'argento e r'oro *na càggiola fici, 
De petre preziose l'ammirai. 
Ietti a Palermu e ci stetti sei misi 
Alla tornata non ci la trovai. 
Non mme ne curo tanto della pernice 
Quanto raccummannata la lasciai. 

Altro incontro di Mordano: 

*Nu giurnu camenava chianu chianu^ 
'Ncuntrai *na cenra 'mmienzu lu caminu. 
'Na rosa mme dunau cu' la soa manu, 
E iu la ricevi' cu' forte 'nchinu, 
Beneditta la chianta^ e quiddha manu. 
Ci zappau e 'ddacquau allu sciardinu ! 

Variante di Lecce e Caballino: 

'Nu giurnu camenai a suUu pianu, 
'Ccuntrai la mmia ninella allu caminu; 
'Na rosa mme dunau cu' le so' manu, 
leu mme la ricevi' cu' 'rande 'hcrinu; 
Benedicu la rosa ^ la soa manu, 
Benedica la chianta e lu sciardinu ; 
Ancora benedicu l'ortulanu. 
Ci la zappa e la 'ddacqua lu matinu. 

Var. V. 8, ogne matinu. 



Cauti Popolabi, III. 19 



^ 200 *^ 

XII. Quandu de la mmia patria vinni, o cara, 
Passeggriandu 'ste strade viddi a tìa; 
Viddi la toa bellezza unica e rara, 
Pace nun ibbe cchiù la vita mmia. 
Mo' te dicu 'na cosa, e tu la 'mpara: 
Se fenisce lu mundu iu lassù a tia. 

Variante di Mordano anch*essa : 

De longa patria so^ benutu, o cara, 
Passeggiandu 'sta strada, iu viddi a tie. 
Viddi la toa bellezza unica e rara, 
Bene nun ibbe cchiù la vita mia. 
Quista legge mme fici e tu la ^mpara: 
Se fenisce lu mundu, iu lassù a tie. 

Riuniamo qui alcuni altri canti d ^innamorati di paese 
diverso. Eccone uno raccolto a Mordano: 

Partutu mm'aggiu de *na longa via, 
Pe' visitare a tia, culonna d'oru. 
Tu si^ la fede e la speranza mmia. 
Tu si' lu mmiu resguardu e mmiu tesoru. 
Ci stassi *n'ora cu nu^ bisciu a tia, 
Gadu malatu e pe* la pena moru. 

Di Lecce e Caballino due: 

a) Su* auceddhu de strania ci qua mme 'nnidu, 
*Au truandu mmia sorte dispietata; 
'Nfacciate alla fenescia cu te *idu, 

Nu' sacciu ci nni 'edimu ^n'autra fiata; 

Core nun aggiu cu te dicu addiu, 

E cu te lassù sula e scunsulata ; 

Percò bole cussi lu fatu mmiu, 

Mancu alla mmia campagna nu' se' nata. 

b) Su' furestieri de ^nnanzi *stu locu, 
*Retu 'He porte toi mme su' fennatu. 
Eccume, beddha mmia, mo* su* benutu, 
Li suspirielli toi mm*ana chiamatu. 



-^ 291 •<^ 

Fora le toi vecine ci decera, 
Ca pe' 'n autru mm^avissi 'bbandunatu. 
*M-posta cu te lu dicu su* benutu: 
Lu core miu de neu te sia dunatu. 

V, 2, 'Retu, dietro ; v. 7, 'M^osta cu^ apposta acciò. 



XIII. Quandu te mitti a amare 'na figliola, 
L'ama de core e na' l'abbandunare. 
Nu' fare comu auciellu quandu vola, 
Ca ogn'annu sulu 'na fiata cumpare; 
Nu' fare comu auciellu de punente, 
'Ntanu de core, 'ntanu de la mente. 

Yar. r. 1^ mitti amare; v, 2, Amala sempre; v. 4, 
Ci Vrasu all'annu 'na fiata; v. 5, aliu punente; t?. 6, 
'Ntanu de l'ecchi. 



XIV. Silenciu, amici, ca cantandu dicu, 
Quantu foi de 'sta donna 'mpassiunatu. 
'Ricche, sentiti lu mmiu cantu arditu 
Occhi, chiangiti lu mmìu miseru statu! 
A tribunal d'amore foi banditu, 
Ca la megghiu zitella iu ebbi ainatu; 
I E poi ca 'n autru amante ha preferitu, 

E senza fazzu male mm'ha scacciatu. 



^- 292 -4- 

Il Duca di Caballino vuole assolutamente vedere in 
questo rispetto un frammento di qualche canto di ivo- 
vatore: — <« Oggi n — dice egli — « i nostri contadini 
•i non sanno cosa fosse stato un tribunal d^amore •». — 

Variante di Carpignano Salentino: 

Silenziu amanti, a stara citti *nvitu, 
Mo' cuntu le mmei pene disperatu, 
Tacite e a mmiu languire dati uditu 
Cumpatiti lu mmiu misera statu. 
De Tamore foi lu servu cchiù graditu 
E tra l'amanti tutti lu chiù amatu; 
Mo' de lu Regnu sou ieu su' banditu, 
No' sapendu percè ieu su' cacciatu. 

Var. V» 2, Cu cuntu. 

È certo imitazione di quest'ottava della solita prove- 
nienza letteraria : 

* Silenzio amici, al mio cantar invito 
Or che canta il suo duolo un disperato: 
Porgete orecchio e al suo cantar l'udito, 
E compiangete il suo pietoso stato. 
Io tra gli amanti era il più gradito, 
Tra gli amanti era amante riamato, 
Ma del Regno d'amor fui già bandito, 
E senza causa, oh dio! fui discacciato. 

Canti analoghi di Martano (Terra d'Otranto): 

a) Dov'ò la federtà, dov'ò l'amore 

Che 'mprumettivi a mme tempu passatu ? 
Che prima mme lenivi 'mmienzu ar core 
E mo' dal petto tuo son discacciata? 
Se non torni d'amar dar vero core, 
Moro per l'amor tuo, su' disperato. 

à) Yeniti, contemprati lu mmiu statu, 
Pe' disperati vui spirdi d'avernu; 
Giacca l'amore che mm'ha 'bbandunatu 



^ 293 <- 

Giacca l'amora mme yose dannatu 
Mme porta airintanati delPiafiernu : 
Azate, beddha, e legge 'sta sentenzia: 
Lu primu vince e Vurtimu pacienzia. 



XV. - « Sparasti e nu' cugghisti, oh cce despiettu! 
« E te faci lu capu cacciatore! 
• Tu mme merasti cu' Tecchiu senistru, 
« Mancu lu cane sapisti terare » . - 
« Ci 'uei cu burli mmie nei t'hai pensare, 
« leu puru burlu a tie, e lassù 'scire » . - 

Frammento di Chieti : 

Fam' di bifuce quand* asciojj' 
Rajj' di cacciator quand* nin cojj' 

Altro canto di caccia amorosa: 

La fortuna mme fice cacciatore, 
Volli *na bella cerva cacciare; 
Tantu la 'scia puntando a tutte Tore, 
Fenca nun mm' 'inne a mira pe' sparare. 
Ma purvere nu* 'cchiai a mmiu fucone 
Mancu balestra, e sse spezzau lu cane. 
Mo' vediti, cristiani^ cce dolore, 
LMbbi alla mira, e mme *oze scappare. 

Canto di Lecce e Caballino: 

Fore de 'stu sciardinu, cacciatore; 
Quaddintru nu' sse po' la caccia fare; 
L'arveri ci nei su', su* rose e viole, 
Nu' sse ponnu Taceddhi 'mmasunare. 
Lu patrunu ci tegnu è cacciatore ; 
Iddhu sulu nei po' la caccia fare. 
— M Subra le rose stau, subra le viole, 
M Sulu sulu mme piace 'mmasunare ». — 

Ammasunare^ accovacciarsi, appollaiarsi con la testa 
sotto l'ala per dormire. 



-^ 294 •<^ f 

Analoga di Palermo : 

— « * Va chiamati li cani, o cacciaturi, 
«« Ca 'ntra 'stu locu la caccia è guardata ; 
t* Ni poi suffriri qualchi dissapuri 
« Ccu' lu patruni chi l'avi affittata ». — 

— <* lu ci passu di jornu e di tutt'uri, 

« Ccu' la scupetta a dui baddi parata ». — 

— « Vaja, fìgghiuzza, 'un ci mentiri amuri, 
M Ga la quagghia pri mia fu nutricata ». — 

Frammento Chietino : 

Si son lu cacciator, lu lep.r* lu prat' 
L'amor^ lu mititor\ l'arm' lu surdat'. 



MONTELLA 



(PRINCIPATO ULTBRIORB) 



I. Barbara si', crurele e senza core, 
Cornine Tammore mmio no' ti piace? 
Io pe' bui abbandonai Tanimici, 
Abbandonai quel dio re tanta pace. 
Se v'aggio fatto bene mme ro dicite, 
Se v'aggio fatto male mmi rispiace. 
Parmecella r'ammore, stamonci 'mpace, 
'Usto non damo a li nuosti nimmici. 
Se trattati pe' mme pe' bia re 'nganno, 
Lo 'nganno resta a boi, gentile ronna. 
Questo ro canto a fiore re Livorno, 
Fazzo ca mme ne voglio ì' e sempe qua torno 

Analoga di Morciano : 

Barbara, ca' te fici^ ca nu' mm^ami? 
Ci te li tramutau li toi pensieri? 
*Scivi dicendu ca sempre mme ami, 
E mo' si' tramutata de' pensieri. 
Tramutata te vitti, mintagnola, 
L'ammore e T amicizia nu' mantieni. 
Ga mo' ci 'n autru amante t'hai truvatu, 
lu puru a 'n'autra donna mme su' datu. 



-^- 296 •<^ 

Analoga di Lecce e Gaballino: 

— « Barbaru, cci te fici cu nu' mm'ami? 
M Ci ti li tramutau li toi pensieri? 
« Percò quandu mme 'idi te 'lluntani? 
M Percò lu camenatu lu ^ntrattieni? 
M Barbaru sinti e cchiù barbaru tratti^ 
M E ccbiù barbari fai gli appuntamenti; 
« Mnìe dici ca nde passi de quannantì: 
M nun ci passi o nu* mme tieni mente ». — 
— « Ca ieu nde passu cu* lagreme e chianti, 
M Santa notte, mmiu bene, e nu' foi nienti v. - 

Variante degristessi luoghi: 

Barbaru, cce te fici ci nu' mm'ami? 
Ci te li tramutau li toi pensieri? 
Barbaru sinti e de barbaru tratti, 
E de barbaru fai Tappuntamenti. 
Ca ieu te dissi cu nu* bai ddhà 'nnanti ; 
Tu nei passasti, e dici: — « Nun è nienti ♦•. - 
E ieu lu core mme struggu de chianti; 
Tu mme faci murire e nu* te pienti. 



IL Che mme ne voglio fa' re tanti sciuri, 
Mò' chi sse ne è carata la semente? 
Mo' che ne voglio fa' ca tu ti 'nzuri? 
Gore' non te la puozzi 'no momento! 
Quanno nge vai alla ghiesia a attirane 
Lo parrocchiano pozza veni' meno; 
Quanno nge vai a tavola a magnane, 
Puozzi ceca' e non puozzi verene; 
Quanno nge vai a lietto a riposane, 
Puozzi i' in ietteccla pensauno a mene. 



-^ 297 ^^ 

Variante di Mordano: 

manama, quanti fiuri, quanti fiuri? 
Dimme ci mai nde coglie la semente? 
Aggiu saputu, bruttu, ca te ^nzuri: 
Mille malanni a ci te tene mente. 
E quandu vai alla chiesa pe' spusare, 
Sse pozzanu stutare le candile; 
L'arciprete cu *ddenta 'n animale, 
E surdu e mutu nu* saccia cce dire. 

Variante di Lecce e Gaballino: 

Lampi pe^ torce e pe^ fanfarra treni, 
Te pozzanu alla chiesia ^ccumpagnare ; 
^Nu cuncertu de diauli senza seni^ 
Ferrarci triste te pozza cantare; 
Lagreme e sangu pe' acqua beneditta, 
'Nu prete *breu te pozza *mministrare. 
Subr^ airartare cu nc'essa 'na scritta, 
Traditora te pozza menziunare. 

Variante di Bagnoli Irpino: 

Partenza dolorosa quanto è cara! 
È giunta l'ora re lo mmio partire 
^No vasciello a puorto mo' ssi prepara, 
Pe' 'no stennardo ri partenza scura. 
L'acqua ch'aggio ra passa' non so ss'ò chiara. 
No' so domani a sera addò' mmi scura. 
A quelle parti che te ne hai ra ire 
Re fontanelle possono asseccà', 
No' puozzi trova' lietto pe' dormire 
Manco tavola posta pe' mangia'. 

Variante di Arnesano in terra d'Otranto, edita dal 
Desimene : 

* Aggiu saputo ca te nd'hai de 'scire, 
promituru mmiu, nu' mme lu fare! 
A quiddhe parti, addhù' spieri de 'scire, 
Pozzanu ssaccarire le funtane: 
Seggo nu' puezzi 'echi are pe' sidire, 
Nimmenu taula cu puezzi mangiare. 
Nu' puezzi occhiare donna pe' sirvire; 
Sempre lu nome mmiu puezzi chiamare. 



->• 298 ^ 

Lu liòttu addhù* te corchi sia de spine, 
Lu capitale de sierpi e de sicare; 
A minimienzu sse troa *nu stile ^ 
Cu te trapassa Tanima e lu core. 

Ssaccarire, seccarsi. *Cchiare, trovare. Capitale, ca- 
pezzale. A minimienzuy in mezzo. Cu, che. 

Variante napoletanesca : 

'Nzorate, ninno mmio, no' mm'aspettare, 
Puozzi pigliare cchiù do^e de mene. 
*Na donna che te pozza consolare, 
Puozzi desiderare sempe a mene. 
Quanno vai a la Chiesa ppe* sposare, 
Sse pozzano stutà* torce e cannele! 
Quanno nce jate ppe' ve da' la mano^ 
Lu parrocchiano pozza veni' meno! 
Quanno jate a tavola a mangiare, 
Lo primmo muorzo puozze pensa' a menej 
Quanno vaje a lu lietto pe' dormire, 
La casa 'ncuollo te pozza cadene. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Aggiu saputu ca te stai *nzurandu ; 
*Nzurate, beddhu mmiu, nu' te pretendu ; 
E quandu 'ai alla Chiesia pe' spusaré 
Sse pozzanu stutare le candile; 
Lu parico ci t'hae da spusare 
Cu* pozza deentare 'n animale. 
Lu liettu ci te curchi sia de spine 
Lu capitale de petre 'nfernali; 
E a minimienzu cu nei sia 'nu stile, 
Cu te trapassa Tanima e lu core. 

Altra variante di Lecce : 

Aggiu saputu ca te nde voi 'sciite. 
Te nde voi 'scire e mme voi *bbandunare. 
A quiddha terra addhù* te nde voi 'scire, 
Pozzanu saccarire le funtane. 
Lecu nu' puezzi 'cchiare pe' sedire^ 
Nummancu erva cu puezzi mangiare. 
Nu' puezzi 'cchiare donna pe' servire, 
Sempre lu nume mmiu puezzi chiamare. 



-^- 299 <- 

Lu lietta Mdhù* te curchi sia de spine, 
Lu capezzale de sierpi e sacare. 
A minimieazu nei ss^acchia *nu stile, 
L^ anima cu* te pozza trapfissare. 

Yar., V. 2, prumidoru moìiu^ nu* mme la fare! v. 3 
Bpieri de 'scire, v, 5, seggia nu' puezzi^ v, 6, Num- 
mancu taula. — Variante di Morciano : 

Aggiu saputa ca te nd'hai de scire^ 
Acqua, treni, e derlampi pozza fare! 
A quiddhu loca ci te nd^hai de *scire 
Funtane e puzzi pozzanu seccare. 
La lettu ci te curchi sia de spine, 
La capetale vipera e secare. 
Diunce te voti tie nei aggia *na stile, 
Cu te trapassa Tanima e lu core. 

Secare, sorta di bisce* Yar., v. 4, le funtane cu; v, 7 
Dove te voti nereggia; v, 8, L^arma e lu core te pozza 
tagghiare. — Yariante di Airola: 

Aggio saputo ca te ne vuo' ire, 
Chiovere, e maletiempo pozza fare! 
Da ohelle parti addò' te ne vuoi ire 
Sse pozzano secca* puzze e fontane; 
Non puozzi trova* lietto pe' dormire 
Manco 'na tavolella pe* mangiare; 
Nisciuna donna te pozza piacei*e, 
Pure a *ste grazie mmee puozzi tornare. 

In J^apoli gli ultimi quattro versi variano cosi : 

Non puozzi trova' nò pane né vino^ 

Manco *no lietto ppe* te ripusare; 

Po* puozzi di* : — » Addò* si', nennella mmia ? 

« Si avisse a te non paterna *8te pene i«. — 

Dicono a Napoli : 

Sosati, Ninno, che te vuoje partire, 
E ditemi la strada che vuoje fare. 
In quello loco addò* nce hai da ire 
Nò pane nò vino te pozza trovare ; 
Nisciuno nomme te pozza piacere 
Fora che *u nomme mmio pozza chiamare. 



-^ 300 <.- 

Variante di Napoli : 

Aggio saputo che te ne vuo* ire; 
Cbiovere e malo tiempo pozza fare! 
Da chella parte che te n^haje a ghìre 
Sse puozzano secca' puzze e fontane! 
Trova' non pozza uè pane né Tino, 
Nemmeno 'u lietto pe' te riposare ! 
Puozza di': — «Addò' si', Nennella mmia? 
« Se avissi a te, non patarria 'ste pene »-. — 

Variante leccese di Gaballino : 

Aggiu saputu ca te nde *uei 'scire^ 
Te nde vuei scire e mme vuei bbandunare ; 
A quiddhe *ande addhù' te nd'hai da 'scire, 
Sse pozzanu seccare le funtane; 
Lecu nu' puezzi 'cchiare pe' sedire, 
Nimmancu erva cu puezzi mangiare ; 
Lu liettu addhù' te curchi sianu spine, 
Lu capezzale de sierpi e sacare; 
Nu' puezzi 'echi are donna pe' servire, 
Sempre lu nume mmixi puezzi chiamare. 

Il secondo verso di quest'ultima variante si canta 
anche: Pumid^orummm^ nu*minela fare. Ed i due 
ultimi : A minimienjgu nei se troa ^nu stile^ Cu te tra- 
passa Vanima e lu core, — In Catania, secondo il Vigo 
suona cosi: 

* Sacciu, figghiuzzi, ch'aviti a partiri; 
Sciroccu e malu tiempu pozza fari ! 
'Ntra 'ddu paisi unni aviti a ghiri 
Fani, nò vinu puzzati truvari; 
'Ntra 'dda funtana ch'aviti a veviri, 
L'acqua davanti vi pozza siccari ; 
E ccu 'dda donna ch'aviti a durmiri, 
Morta a lu latu la pozzivu asciari. 

In Aci, secondo il medesimo, l'imprecazione varia 



un po': 



* Hassi saputu ca vi n'h&ti a ghiri, 
San Lunardu vi pozza accumpagnari ! 
'Ntra 'ddu paisi ca spirati iri, 
'Na muddica di pani 'un pozza stari ; 



-^ 301 '4- 



E 'ntra 'dda lettu speri di darmire^ 
Spini pungenti di carduni amari; 
E *ntra 'dda tazza e a speri vivi ri, 
Vilenu, ca ti pozza invilinari. 



III. Compatisci, mmio bene, no' sconfidariti, 
Se tu pati pe' mme quarche sconforto. 
Come pozzo ffà' re meno re no' amariti, 
Pensanno sempe a tene so' quasi muorto. 
Ferel ti so' stato pe' ogni parte, 
Costante ti sarò 'usino a la morte; 
Pensanuno a nui rui chi ngi ha da sparte, 
La potenza re lo cielo o pure la morte. 



IV. - « Rammi 'na 'nticchia re 'sso mussillo ! » - 

- « Non te lo pozzo dare, no, no. 

• G'è lo mmio padre, mm'ammazza emm'accire, 

« G'è la mmia madre non bole, no, no ; 

« G'è lo mmio padre, mm'ammazza e mm'accire, 

« G'è la mmia madre, non bole, no, no! i - 

Non, non, no, laerirà, 

Quesso nunia bella, no' l'hai ra fa'. 

Non, non, no, laerirà, 

Quesso mmia bella, no' l'hai ra fa' . 

- « Rammi 'no poco re 'ssa gonnella? » - 

- « Non te la pozzo rane, no, no! » - 

- « Rammi 'no tuo vacillo cci cci? » - 



^ 302 <- 

« Non te lo pozzo rane, no, no!- 
« Rammi 'n'occhiata cardia carella? » - 
« Non te la pozzo rane, no, no ! » - 
« Rammi 'na tua stretta re mano? » - 
a Non te la pozzo rane no, no! » - 



y. Dimmi, che manca a te, gentil donzella, 
Si la stessa berta tu vinci ancora? 
Lo vuosto viso è genio che favella, 
Luceno Tuocchi tuoi cchiù de 'na stella. 
'Na cosa te manca e sei la cchiù bella: 
Non corrispondi a chi ferele t'amma. 

Var. 17. 1, manca a bui; v. 2, Nella stessa beHà vin- 
viti ammore ; v, 4, Luceno Tuocchi vuosti chini riardere; 
t?. 6, Non corrisponniti con ferele ammore. — Variante, 
anch'essa di Montella: 

Viriti che manca a 'sta gentil ronzella? 
Ne la stessa berta lo vengo amore. 
La facce tene rossa e aggraziatella, 
Luceno Puocchi suia chiini riardere. 
*Na cosa nge manca pe* esse* cchiù bella: 
No* usa pe' corresponne a chi Tarora. 

Variante di Lecce e Gaballino: 

Dimme, cce manca a tie, vaga donzella ? 
Si' la stessa beltà ca mme *nnamora. 
Lu biancu pettu tou vince ogne stella; 
Beddha, lu visu tou vìnce Taurora! 
Ma 'na cosa te manca e la cchiù bella, 
A mmie nu' puerti amore, e ieu t'adoro. 



-ì>- 303 <^ 

VI. Éi assuta la via nova, 

Re figliole a scava' prete, 
Li figliuli vanno a la guerra, 
E re figliole comm'hanno ra fa? 



VII. Io non boglio ni ricchi e ni grandi, 
Voglio Felippo pe' una fonestra. 
Io non boglio ni suoni e ni canti, 
Voglio Felippo pe' una fonestra. 
Fina alla tomba lo voglio guarda', 
Felippo bello fatti cchiù qua. 

Fonestra^ finestra, qui, occhio. 



VII. Mmi pare 'no riavolo - ra femmena nura, 
Fete re seportura - ssi vole 'mmaretà'. 
'Ste puzzolienti femmene, - 'iativi a 'nnecà'. 
Re puzzolienti femmene - lo vuonno lo marito 
Cosi pozz'esse' accise - si vuonno ammaretà'! 
'Ste puzzolienti femmene - iativi a 'nnecà. 



Variante : 



Mme pare *no riavolo 
La femmena alla nura! 
Fete re sepordura 
Ssi vole ^mmaretà! 



-5> 304 <^ 

*Ste puzzulienti femmene 

lativi a ^unecà*! 

Re puzzulienti femmene 

Lo Tuonno lo marito, 

Li sape saporito^ 

Sai Yuonno *mmaretà'! 

*Ste puzzulienti femmene 

lativi a 'nnecà*! 



VIIL Montella è compuosto re quatto pizzi, 
Pizzo pe' pizzo raggio cammenato: 
'Mponta Suorivo so' li scarrupizzi, 
A San-Somione li scommenicati; 
'Mmiezzo la chiazza stanno re bellizzi, 
A bascio Fontana so' li 'nnammorati ; 
A Santo-Janni so' li jura Cristi, 
'Mpieri a li Pastini so' li reneati. 



IX. dio re lo cielo, rammi aiuto, 
Giurici e cancellieri quanti cohiù siti; 
Tengo 'na lita pe' la 'nnammorata, 
Ratimi tuorto se ragione aviti; 
Sse ne è benuto 'no noviello animante 
Mme la vole leva' la mmia firata! 
Mo' nge Simo ^assuti a l'interessi, 
No' mme re buoi paà re mmie fetiche. 



f 



-^ 305 «^ 

Jo mme ne varo a lo passo a lo passo, 
'Nnanzi a la vosta casa piglio possesso. 
Nge stai la mamma che face fraasso, 
Nui rui ng*e avimo r'amà, cosi ha da esse' . 

Vanante di Napoli: 

Dottore, dottorielle e 'ddottorati 
Giudice e conzigliè* vo* quanta site, 
Tengo *na lite cu* 'no ^nnammorato, 
Si haggio tuorto e vuje mme lo dici te. 
Io rhaggio ammato d'inverno e d'estate 
Di giorno e notte già comme sapite. 

Mo* ss'ha trovata 'n'auta 'nnamorata 

Uocchie non siete mmiei se no' chiangite! 

Che sia il rimasuglio d'un canto intorno al fatto di 
Camicia da Messina? — Ottava analoga della solita pro- 
venienza letteraria: 

* Bella, 86 più maltratti questo core 
Innanzi al tribunal ti fo citare; 
D'omicidio U accuso al dio d'amore, 
Come omicida ti farò legare; 
E poscia ti farò con gran furofe 
Da' satelliti suoi imprigionare; 
Conto ti chiederò di tutte l'ore 
Che spesi amando te con lagrìmare. 

Ritrovasi anche negli Affetti di amore.Var., r. 2, Di- 
nanzi. — Dicono a Napoli : 

Bella, ca Tuocchie vesto è tribunale. 
Questo vocchillo è ghiudece d^ammore; 
'Sto bianco petto ò avvocato fiscale, 
Pe' conzigììere la vosta perzona; 
'Ste bianche mane sonco li scrivane, 
Vanno tiranno cause d'amore; 
Nenna, ti pi*ego se mm'hai a connannare, 
Galera 'n vita a 'u vincitor d'ammore. 

Variante di Morciano (Terra d'Otranto): 

Beddha, ca l'occhi toi su* doi 'fficiali, 
E le toi ciglia su' doi 'mperadori; 

Cauti Popolaki» HI. tO 



^- 306 <^ 

E le mannzze toie su* doi BcnrAai, 
Vanau se rivenda museche d'amore! 
Cundanname se mm'hai da cundannare, 
Carcere a vita, a libertà d'amore. 

Altri canti con allusioni giudiziarie. Di Lecce e Ca- 
ballino : 

Beddha, ca ieu vulia pregiaturia, 
veramente 'na magna 'bbreganza; 
Yulia cu mm'ami Buiamente a mmia, 
leu puru te la dau la *8securanza. 
'Sta scrittura facimu, amare mmia; 
Nu* mme fare campare de speranza: 
La giurnu ci te cangia fantasia, 
Tandu te dicu: — «Carta pinta canta r, — 

Di Carpignano Salentino : 

Avanti al tribunal del ciecu amore 
Cumparisce 'n amante sventurata, 
E cu' lagreme all'occhi e cu' dulore 
Di troppa amare e non essere amatu. 
Te pregu pe' li dei, sommu splendore. 
De casticar quel cor ci stae sdegnatu; 
Levali 111 beddhezza e lu ricora 
E falla diventar sassu 'nsensatu. 

Ottava letteraria (solita provenienza): 

* Ampia patente sua mi fece amore 
Che l'amante donna bella fosse mia; 
Mandai speranza per procuratore, 
E l'agozzino fu la fantasia; 
Fu commissario il mio esterno ardore, 
Ed io poi Vexequatur prendea; 
Per fare estremo più il mio dolore, 
Il suggello ci pose gelosia. 



XI. Oi è biernerì e non si canta 

Io ng'e canto pe' revozione, 
Tengo la bella mmia, ss'è fatta santa, 
Sse rice spessamente tre corone. 
Una la rice a lo Spirito Santo, 
'N'avota la rice a la Concezione: 
'N'avota la rice a dio co' Tati santi, 
Che nge lo fa sta' buono lo primo ammore. 



XII. Quanno era piccirillo e ghija a la scola 
Tutti mme ro diciano : - « buono figlio ! • - 
Mo' so' cresciuto e so' fatto cchiù buono, 
Nisciuna mamma mme vole ra' la figlia. 

Quanto è bello ro sape' canta'! 

Ma pe' lo canto vai addò' tu vuoi; 
Viri la bella e non li può' parlare, 
Rinto a lo canto li rici che buoi. 

Affacciati a la fonestra bianco latto, 

Si' tennerella comme a 'na recotta; 
Viata a quera mamma che t'ha fatto ! 
Tanta bellizzi addò' te r'ha composte? 

Varianti, v, 12, comme r'ha composte. — Variante di 
Sessa (Terra di Lavoro): 

Tutto lo bene mmio T ave Va *nfascia, 
Qaann'era piccirillo e no* capiva: 
Chi mme baciava e chi mm*aveva 'mbraccia, 
Chi mme diceva — <• Ninno, vieni a mene «. — 
Mo* che su' fattu 'mosso e beglio grande, 
Tutte le belle fuggeno da mene; 
Vurria tu mare 'n'auta vota *n fascia, 
Po* pe* baciane chi ha baciato mene. 



^- 308 <- « 

XIII. Qaanta mìlordi affritti 

Che pigliano a fa^ Tammore, 

Se io non faccio arrore, 

Non hanno che mangia'. 

Alli Bette ss'appontan lavrachetta; 

Alli otto tieno lo caozone co' la botta; 

Àlli ricci la giacchetta alla grieca. 

Nge sapimo a sto' paiese, 

Sempe tali siti stati; 

'Sti sfelenza scammesati, 

Che ssi vuonno mo' 'nzorà. 

Chi tene 'na spata a fianco, 

Chi è povero scarpendino; 

Ma li batte lo colarino, 

Non sanno comme fa'. 

Yar. V. 3-4, 'Nfacce n^ hanno colore Che n'hanno che 
mangia'. 



XIV. Quera povera Filomena, 

Tramotata re colore. 
Chiamati lo salassatore, 
E Tacitila salassa'! 
Lo sango era ardente 
Lo spezzavo lovacile! 
Filomema, core mmio, 
Se mm'avissi ra mori'? 
Se 'iamo pe' bascio la Serra, 
Nge facimo 'na votatella; 
Addio, addio, Montella bella, 
Ca non nge verimo cchiù. 



-e>- 309 <^ 

Variante : 

A la povera Filomena 
L'è chiavato 'no relore ! 
Chiamati lo 'nzagnatore, 
E facitila 'nzagnà\ 
Lo sango èi ardente, 
L*ha spezzato lo vacile; 
Filomena, core mmio, 
Che n'avissi ra mori' ! 
Se vai ppe' bascio a la Serra 
A ffa' 'na votatella, 
Addio, addio, Montella bella! 
Cu' no' nge verimo cchiii! 

La Serra^ via del Camposanto Comunale. 

Variante di Chieti: 

Filumen' sta malat' 
Ss'ha mutat' di culor'; 
Va a chiama' lu sulassator' 
Pe' puterl' salassa'. 

Lu sangh' è tropp' ner* 
Ch'ha ^mpannat' lu vaccil'. 
Filumen', sposa mi', 
Chi di te sse ne vo' scurdà'! 

Mo' sse ne ven' lu sabbet' a aer'; 
Guajon\ guajon*, facemm' Vamor\f 
E se esse nin ss'affàcce 
Chelle è lu segn' ca nin mi vo'. 

Si esse nin s'affacoe, 
V m'arricce li mustacoe, 
Lu barbett' a la mezza- facce, 
Li capili' pe' l'aria va. 

Com' piange Filumen' 
Ca mo' ssi tir' 'n' autra lev'. 
Ppe' la lev* che ss'è tirat', 
Filumen' ss'ò malat'. 

Canzonetta di Bagnoli Irpino: 

Vanni chiamma lo salassato re, 
Che mmi voglio salassa' ! 



-^- 310 ■<^ 

Ma quel sangue ch'esse fore 
Mmi potesse a mme giova'. 

Ma lo sango è troppo ardente, 
E lo spezza lo bacile; 
Cìceruzza, lo core mmio, 
No* mm* ayissi ra mori \ 



XV. Quesso ro canto e pe' lo mare è core, 
Schiatta la mamma, la figlia inmi vole! 

Quesso ro canto e pe' lo mare è bia, 
'No saluto ti manno pe' la via! 

Quesso ro canto e da fiore r'am^nta. 
Si no' mmi può' parla' tienim' a mente! 

Quesso ro canto e fiore r'aruta. 
Lo juorno pari cane e la notte lupo! 

Quesso ro canto e cimolo re noce. 
Tu mitti la quitarra e io la voce! 

Quesso lo canto e fiore re mortella. 
Lo juorno pari sole e la notte stella! 

Quesso ro canto e pe' lo mare è core. 
Si no' mmi può' parla' tienimi 'ncore! 

Quesso ro canto e pe' lo mare è otto. 
Chi no' mmi po' senti' face la botta! 

Quesso ro canto e pe' lo mare è nove. 
Chi no' mmi po' senti' moresse mone! 

Quesso ro canto e pe' fiore de maleva. 
Mussillo 'nzoccarato, pietto re fravola ! 

Quesso ro canto e pe' lo mare è nente. 
'No saluto lo manno a lo tenente! 



^ 311 <h 



Quesso ro canto e pe' lo mare è biento. 
Chi yene appriesso a bui pierde lo tiempo! 

Quesso ro dico e pe' lo mare è core, 
Non te la pozzo rice 'na parola! 



XVI. Re femmene re Cassano, 

So' longhe e bestiali ; 
Ssi vuonno 'mmaretà', 
Manco lo lietto sanno fa'. 
Re femmene re Montella 
So' corte e peccerelle; 
Ssi vuonno 'mmaretà' 
Ma lo lietto lo sanno fa'. 
Re femmene re Vagnulo, 
Vanno a l'acqua co' lo pesciaturo. 
Ssi vuonno 'mmaretà', 
E li mariti no' re sanno contantà'. 

Canto di Lecce e Caballino sulle Gallipoli ae : 

Caddhepuline, quantu siti beddhe! 
Ca siti nate ^mmienzu alla marina; 
Lu mare ve mantene frische e beddhe, 
Gomu la rosa russa damaschina. 

Nel seguente canto di Lecce e Caballino si ricordano 
Taranto ed Arnesano: 

Brutta curautu, nu' dicere carne^ 
Ca 'utate le puerti a quattru *ande; 
E nd'hai 'nu paru comu do' culonne, 
Pueti sunare le campane all'arme. 
Puerti 'nu nasu nde faci bancuni, 
Tridici tauluni de parmientu ; 
Puerti 'na 'ucca nei trase Tarantu, 
Amesanu cu^ tuttu lu cummentu. 



-^ 312 <^ 

Altri canti LcKScesi con allusioni topografiehe : 

a) Quante nde patu pe' ^na *nnamui*ata, 
Pe* truarmela beddba a genia mmiu! 
A Francavilla mme Pala trùata,. 

Era *na 'ddia de Casale-Neu ; 
Gente de Francia sse Paia pigghiata^ 
Gente franzese nu* nde 'ogghiu ieu. 
Poera mmia vita, coma 'ai menata! 
Ci era *addhina nun ci truanu Teu. 

Casale~Neu^ cioè Mandarla. 

b) Tegnu 'na 'igna alla Basilicata, 
E a Custantinopuli lu fica; 

Alla Madonna de Leuca la casa, 

Cinca 'ole cu' mme Uscia a ddha suMeu. 

e) *Ulia caVmme ba *nzura a Lereranu, 
Ca pe* dote te danna Gupertinu, 
Te dannu centu tumeni de Vanu, 
Centu ducati, e 'nu mazzu de linu. 
Culla zita te dannu *nu fustianu, 
Se cerchi cu te *nzuri a Gaballinu; 
A Merine, all'Acaia, a Pisìgnanu 
Mancu 'na strazza ci *ale *nu carrina, 

Var., V, 2, mme danna; v. 3, Mme dannu; v. 5-8, 
desunt. 



XVII. Ronna, si vuo' vere quanto t'amo, 

Vieni a lo mmio giardino a starici 'n'ora. 
Rinto nge trovarai 'no verde ramo, 
Sta carrico re pruna 'nsì a la cima; 
Io piglio ra la cima e vavo a li rami, 
Pe' ne porta' roje a nenna mmia. 
Ti preo, nenna mmia, a no' lo toccane, 



-^ 313 <- 

Si no' circhi Tordene primm* a mene. 
Vi che non fai comme fece Aramo, 
Che pe' pruno perdivo lo giardino. 
Quesso ro canto e pe lo mare è bia, 
La lontananza vesta è la rovina mmia. 

Variante di Nardo (Terra d'Otranto): 

Biddhina mmia, biddhina, sai quantu t'amu ? 
Domenica ti poHu allu sciardinii, 
Ci sta la chianta di lu verde ramu, 
Lu pumettu ci caccia ò d'ora finn. 
Beddha, no' la tuccare cu' li manu, 
Ci no' cierchi licenzia a mme lu prima. 
Cu no' 'ccappamu comu 'ccappò Àdamu, 
Pi' lu fruttu ci perse lu sciardinu. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Beddha^ ci 'uei sapire quanta t'ama , 
'leni crammane allu mmiu sciardinu: 
Ca nc'è 'na chianta de li 'ierdi rami, 
Lu prumettu ci caccia è d'oru finn. 
'CcoHa nu' la tuccare cu' la manu, 
Ci nu' cerchi licenzia a mmie lu primu; 
Ca ci no' 'ccappi comu 'ccappau Àdamu, 
Pe' 'nu fruttu lu perse lu sciardinu. 

Nu' simu tutti figlioli d'Adamu? 

Nu' serve, beddha, uni la cuntenimu. 
Stamu comu marange a suUu ramu, 
Comu marange allu 'ecinu allu 'ecinu, 
'Ene lu 'ientu e cutula lu ramu. 
Tieniti, amore mmia^ se no cadimu; 
'Ene lu 'ientu e quandu a 'nterra 'sciamu, 
Piettu cu' piettu l'amore facimu. 

Contrazione di Paracorio: 

A chistu locu nc'è 'mpedi d'Addamu, 
Chi ndi faci li ghiuri d'oru finu. 
Passandu cu' li mani non tuccamu. 
Se no' ss'attèni la licenza primu. 
Non ma ssi faci comu fici Adamu, 
Chi pe' 'no puma perdiu 'nu giardinu. 



^ 314 ^ 

Analoga di Ficarazzi : 

* Cognata» cugnatuzza, quantu v'ama! 
Cognata, vi cci portu allu jardinu ? 
Dda cc'è lu pedi di lu virdi ramu, 
Jetta li faidduna d'oru finn. 

Pri cogghiri 'stu pedi 'i virdi ramu, 
Cci voli la licenzia di Ninu ; 
'Nfazza chi fai la fatta d'Adamu 
Ca pr'un pumiddu persi lu jardinu? 

Variante di Aci : 

* Cummarì, cummaruzza, quanta v'amul 
E ghiemu ninni 'nta la me' jardinu, 

Ca c'è lu pedi di lu virdi-ramu 

E la ramazza di lu gersuminu ; 

Ma non tuccati nenti ccu' li manu: 

Cci vóli la licenzia de Ninu ; 

C'è paura f aciti comu Addamu 

Ca ppi' un pumidda persi lu jardinu? 

Uno stornello romanesco: 

* Bella, non fate come fece Adamo 
Che per un pomo perse il suo giardino: . 
Cosi faremo noi se non ci amamo. 

Due canti orticultorii di Lecce e Caballino: 

a) Ricca giardìnu, carecu d'agrumi, 
Dov'è ninella mmia ci nu' la 'isciu? 

— « È 'scinta spassu, e vae truvandu fiuri 
I» Rose, giacinti, e antri 'nduri puri». — 
Dduncatu foi, mme 'mbrazzu foglie e fiuri, 
Ma li frutti nu' puetti 'ssapurare. 
Mo' ci tie stai cuntenta culli fiuri, 
Percò la vita mmia ha da penare? 

b) Quantu è beddhu cci biessi sciardenieri, 
Sse piggia le 'esazze e sse nd' 'ae foro. 

E bae cucchiandu rose damaschine, 
Fugghiazze de meranguli pe' 'ddore. 
E nei sse troa passare la Rrecina: 



-^ 315 4- 

— M sciardenieri mmiu^ mme dai 'nu fiore?* 
Iddhu sse lea la coppaia e sse 'ncrina: 

— *« Scocchiate quale 'uei, sacra Rrecina «. — 

— .* Cce bella tratta ci hae 'sta sciardinieri, 
•* ^Mmereta cu sse fazza cavalieri **. — 



XVIII. Si vai a legna e non gè V sola, 
Pe' compagnia nge vengo puro io! 
Zie Mariella, zie mariola, 

So' mariole re femmenà. 
Se vai a l'acqua non gè ì' sola, 
Pe' compagnia nge vengo puro io! 
Zie Mariella, zie mariola. 

So' mariole re femmenà'. 
Si vai a messa non gè ì' sola, 
Pe' compagnia nge vengo puro io! 
Zie Mariella, zie mariola, 

So' mariole re femmenà. 



XIX. Tornarò, tornare, no' dubitare, 
Caro mmio bene, non ave' paura; 
Fra breve tiempo mmi verarrai tornare, 
Gira' comme auciello alle tuie mura; 
Tra montagne re neve e tra fiumare, 
'Mbressa portarò la tuia figura. 
Allora ti lasciarrò, bella, r'ammare, 
Quanno muorto songo io, 'nsepordura. 



^ 316 <- 

Solita origine lettei*aria. Ma ne' libretti a stampa 
ci ha le varianti seguenti : o. 4, Come farfalla intorno 
alle tue mura; v. 8, Quando morto sarò in sepoltura. 
Nel Pistoiese di sei versi. Var., v. 3, Che a breve; 
V, 4, Che impressa porto ognor la tua figura; t?. 5 e 6 
(Mancano). Ha qualche somiglianza con questa la se- 
guente canzone Leccese : 

Murire, murirò: nu' 'ddubitare, 
Nu' la sienti cchiù no*, 'st'affritta 'uce! 
A menza notte senterai sunare 
Do* piccule campane a bascia 'uce; 
All'albe chiare mme 'iterai passare, 
Stisu subra *na bara e culla cruce ; 
E tu tandu te putrai vantare : 
- « Quistu è muertu pe'mmie: eccula cruce »».- 

Var., t?. 2, Ca nu' la sienti chiùi 'sl-affritta 'uce. 

Variante toscana: 

* Morirò, morirò ; che n'averai ? 
Per me sia messa in ordine la croce; 
E le campane suonar sentirai, 
Cantare il miserere a bassa voce : 

'N mezzo di chiesa portar mi vedrai^ 
Cogli occhi chiusi e colle mani in croce: 
E arriverai a dire: — <« or me ne pento! »• — 
Non occorr'altro quand'il foco è spento. 

Variante del Lazio: 

* Morirò, morirò: non dubitare, 
Più pon la sentirai 'st'afOiitta voce: 
A mezzanotte sentirai suonare 

'Na piccola campana a bassa voce; 

AlPalba già lo vederai passare 

Un morto accompagnato dalla croce. 

Serenata Napoletanizzata, ma d'origine abruzzese: 

Canto e non cantarraggio^ anema mmia. 
Non la sentite chiù 'st'affritta voce! 
A mezzanotte sentarraie sonare, 
'Na piccola campana a mezza voce; 
Appoje 'a sentarraie a voce chiara 
E per la gran pietà l'aria sospira. 



-> 317 ■<^ 

E craje mattina mme vedarrai passare, 
Yederrai lo tuo ben dietro a la croce. 
Allora, bene mmìo, t'affaccerraje 
Stiso lo bene tuo dietro a la croce! 

— « Adesso ho visto lo muorto passare, 
** So' stato io che Tho fatto morire n, — 
Viene a la chiesa e yiene a domandare: 

— t Quale è la fossa dell' ammante mmio? 
•« 'Na goccia d'acqua nce voglio buttare 

•« Pe' quante passe ha dato per mmia. 
•• 'Na goccia d'acqua e 'na goccia de foco, 

* Isso è morto e io sto senza core. 

•« 'Na goccia d'acqua e 'na goccia de vino, 
•♦ Isso è morto e io sto per morire »». — 

E nc'è venute quattro cantature 

Li meglio nu' nce stanno in 'sti paesi; 
Di chelle quatto hanno cantate dcge, 
Adesso canta lo tuo caro amore. 
Di chelle quatto tre hanno cantato 
Adesso canta lo tuo 'nnam morato. 

Nella^raccoltina che il Canale ha pubblicata dei Canti 
di Sambatello si trova il seguente: 

* Eu moru^ morirò^ nun dubitari, 

Tu non la senti cchiù 'st'aff ritta vuoi ! 
A menzanotti sentirai sunari 
Di tutti li campani ad arta vuci; 
Dumani poi mi vidirai passari 
'Nta la varetta cu' li mani 'ncruci; 
Cussl^ tiranna^ ti lu po' vantar!; 
Mortu l'amanti toi misu a la cruci. 

Variante sicula di RaBTadali, edita dal Vigo: 

* Murirò, murirò, non dubitari, 
Cchiù non la senti no^ 'st'afflitta vuci! 
Cchiti non senti la notti lamintari 

Cu risvigliava lu tou sonnu duci ; 
Lu mortorio hai a sentiri sunari, 
Vidirai lu parrinu cu' la cruci ; 
B tu^ pintuta, l'occhi t'ha' stujari : 
Lu chiantu beni a morti non produci. 

Altra di Piazza presso il medesimo: 

* Murìrò, murirò, non dubitari, 
Fazzu cuntenti a tia, curuzzu duci! 



^ 318 <- 

A menzannotti sintirai sunari 
Una lenta campana a brevi vuoi; 
A ghiornu chiaru vidirai passari, 
Lu parrineddu^ la stola, la cruci ; 
A tia aula cummeni d'affacciari: 
Morsi ramanti to% jetta li vuoi. 



XX. Tu ti chiammi Francisco e io Francesca, 
Tu si' sapato-santo, e io so' pasca. 
Tu si' lo zurfariello e io so' l'esca, 
Tu si' lu giesommino e io la frasca. 
Rosecariello si' comme ra 'ntrita, 
Spiritosella cchiù de la 'nzalata. 

Dicono a Nardo : 

Di sera *iddi la mmia 'nnamurata, 
'Nnanti li porte di la 'Ucciria; 
Di agghi e di ciboddhe *scia parata, 
La fiezzu di lu mieru la 'ccidia. 
^Mpiettu purtava *na sarda salata, 
*Nu parmu e mienzu di muccu li scindia; 
Mme 'udai e li diesi ^na baciata. 
Oh ce bacia ci diesi alla beddha mmia! 



XXI. Vorrija morire 'mbraccia a Filomena. 
La mmia 'mmorosa essa chiangiarrà; 
Se lessa chiange, chiangre pe' ragfione. 
La passione re lo primmo ammore. 






MARTAWO 



(TKRRA D'OTRANTO) 



I. Da che ti vitti la rosa a lu piettu, 

(Ca mmie lu spissu mme giocava Tocchiu). 
• Mme misi doi tre vote te la cercu: 

- • Donna, damme la rosa, ca so' morta » . 
La soa sorella la scippau de piettu, 

E mme la dese mmie cu' mme confortu. 

- tt Donna, dalli la rosa a stu' giovanettu » .- 

- i Se voi la rosa, te la prendi dalFortu » .- 

Variante di Mordano: 

Yiddi 'na donna cu' 'na rosa 'mpiettu, 
Subetamente mme giucau aU'occhiu; 
Mme misi doi o tre bote cu' la cercu: 

— t Donna, dammi 'sta rosa ca su' morta *•. — 
Ma la soa soru la strappau de piettu, 

E mme la dese puru nde la portu. 

— M Lassa campare quiddhu giovinettu, 

« Ca ci voi rose tie le tieni alFortu •». — 

— •« Nu' bogliu la soa rosa de sou piettu, 
« Vogliu la soa persona ca su' mortu »• — . 

Variante di Lecce e Caballino: 

Dacché te vidi la rosa allu pettu, 
Tantu allu spissu mme giocava Tocchiu, 
Mme misi doi o tre bote te la cercu: 



^- 320 •<^ 

— •« Donna, dammi la rosa ca sa* mortu *>. — 
Iddha sse la sceppaa de lu soa pettu, 

E mme la dese pe* lo mmiu confortu. 

— « Te, eccuti la rosa, o giovinettu, 

M E cchiù nu' dire ca pe' mmie si' morta». — 

Var. V. 7, Eccati la mmia rosa. Variante degli stessi 
comuni : 

— « De cce te viddi la rosa alla piettu, 

• Tanta alla spissa mme giacasti all'occhia. 
« Dammi la rosa, ca sa* giovenettu, 

• E se nu' mme la dai, donna, sa* mortu ». — 
Iddha, sse la scippau de la sou piettu, 

E mme la dese pellu mmiu cunfortu. 

Mme disse : — » Nà la rosa, giovenettu, 

« Cu nu' sse dica ca pe' mmie si* mortu »•. — 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Lu anta de la 'ascia tinni mente ; 
'Iddi *na chianta de basilecoi; 
Ni nde cercai *na cima pe* semente; 
Iddha mme disse: — ** Pigliatende doi»; — 
Stisi la manu e nde pigghiai trote; 

— M Una alla mmiu cumpagnu e doi pe* mene ». — 
La mmiu campagna disse: — » Nu* mme basta 

» Plgghiate la patruna cu* la 'rasta *>. — 

— tt Ci a la patruna putissi salire, 
M 'Rasta de 'salecoi lassata 'scire; 

« Ci a la patruna putìssimu andare, 

« *Rasta de * salecoi menata a mare »*. — 

Variante, v. 3, E nde; v. 4, La padruna mme disse : 
— « Puru doi»». — r. 8, Me* pigghiu; v. 9, putimn; 
v. 11, nui putimu. 



-> 321 •<^ 

II. Jeu su' celusu percè suntu amante, 
Ci celusu non è, non t'amaria. 
No' su' de li celusi stravacanti, 
De l'umbria soa sse fannu celusia. 
Vulia cu te smirasseru l'amanti, 
Percè la toa berta vituta sia. 
Ma no' cu' tutti mostrate calanti: 
Quista non può soflErir la vita mmia. 

Canti di gelosìa, ne riuniremo qui alquanti. Eccone 
uno di Lecce e Cabailino : 

Si* tutta beddha e nun ci manca nienti, 
Ma ieu de 'n autru modu te vulia: 
*Ulia ti muesci cane culla gente, 
Cu discuerri cull'autri nun bulla ; 
Cu ci te 'uarda e ci te tene niente, 
Te pregu, amore^ nu* uni dare tia; 
Te cercu 'nu piatire e 'nu favore, 
Cu bessa de nui doi suli Tamore. 

Var. V. 6, nu' guardare tia. — Variante: 

Si' tutta beddha e nu' ti manea nienti^ 
Ma ieu de 'n autru modu te 'ulia. 
*Ulia te muesci cane culla gente^ 
Cu descuerri cuirautri nu* bulia ; 
Ca ci te guarda, e ci te tene mente, 
E ci te prega culli dai Tamore; 
Lassala, bene mmiu, lassa 'sta gente, 
Nu' te basta ca tieni lu mmiu core ? 

Altro canto di Martano: 

Gelusia, tuei purissimi veleni, 
Suntu ci mme trapassanu le vini. 
Amore, amore 'na tazza tu tieni, 
Vidi che vivi *8ta tosse chi tieni. 
Ne ieu, lu maru, viverò cu' beni 
Fenca che su' 'ccappatu a 'sti cateni. 
Morire e morirò 'tra scure peni; 
Lì martìri di amore vinnero a finì. 

Carii Popolaei, III. 81 



-5>- 322 <^ 

Altro di Lecce e Gaballino : 

'Mmienzu lu piettu mmiu 'nu cruda chioda, 
Ga mme tramenta assai la gelusia! 
Nun bogghiu cchiù tte senta e na' ca t'oda, 
Ca cchiù mm* avanza Tamore a 'mpriessa ttia! 
Mme minta cangia amante e na' troa moda, 
Scioca e scherza cull'autre e pensa a tia! 
Poeru 'sta core mmia, 'ddda* mme retrova; 
Beddha, iea na' mme scorda cchiù de tia. 

Var. V. 1, nc'è crada ; t?. 3, e ca t'adora ; v. 4, Cchiù 
ss*avanza ; v. 5-8^ Mme menta de cangiar d'amante 
ognara, Beddha, iea na' mme scorda cchiù de tia, Poera 
vita mia Mdhù' sse *rretroa, Barla, scioca calPautre e 
pensa a tie. 

Variante : 

Staa lantana de tie *na rande viaggia 
Staa lantana de tie 'na longa 'ia. 
Nu' cridere ca 'bbandanata t'aggiu 
Nimmena aggiu cangiata fantasia. 
'Mmienza alla pietta mmia stampata t'aggiu, 
Coma 'na rosa rassa primatia. 
Ci quarche giarna facendo nan aggia, 
Rida e scherza ca' l'autre e pensa a tia. 

Altro canto di Lecce e Caballino: 

'Mmienza la pietta mmia nei sa* do* centro: 
Liare na' mme le potè 'na ferrara! 
Ca qaanda mme le misi fora lente, 
Mme 'rriara alla core chiana, chiana ; 
'leninci, bene mmiu, 'ieni dulente, 
'Jeni, sanarne tie culle toi manu. 

Var. t?. 4, Allu core mme 'rriara. Centre^ chiodi, chia- 
varde. — Canto di Pietracastagnara : 

Ninno mmio, si' geluso tanto, 
La troppa gelosia more scontenta! 
So' fenite 'i ghiute e 'i venute; 
So' fenite 'i sische e 'i chiammate ; 
So' fenite 1 sacchi de 'a farina, 
E nu' te ne mangi cchiù pizze sfogliate. 



^ 323 <^ 

Varìantd di Airola: 

Sse so* fornite le ghiaie, e benute, 
Sse so' finiti li sische e chiammate ; 
I Sse so* finiti li sacchi di farina, 

No' sse ponno ffà* cchiù pizze e sfogliate. 

Altro canto di Lecce e Gaballino : 

Sangu riale mmiu, ci nc'imu amare, 
Fané le cose cu* piazzanu a mmia; 
De casa all'autre donne nu* passare, 
Ca ieu de Tautre nd'aggiu gelusia. 
Manca la manu airacqaahai de *mmuttare. 
Pura de Tacqua nd'aggiu gelusia ; 
Quandu 'ddhe bianche mani t*hai lavare; 
Pigghia lu sangu de lu core mmiu. 
E ci dopu layatu t'hai stusciare. 
Piglia li veli de lu pettu mmiu. 

^Muttare, immergere ; stusciare^ asciugare, pulire. — 

Per le varianti vedi la nota al canto gessano che in- 

i comincia: CapelV d'or* e cap* ^nnanellat\ — Canto di 

Paracorio : 

Doppu chi vi guardai, veru trisoru, 
Cchiù riposu nun appi 'st'arma mia ; 
M'ardu, m'abbrusciu, e di la pena moru, 
Mi costringi di vui la gelosia ! 
Se parrati cu* atri, ed eu m'accoru ! 
Patu peni ed affanni e gerberia. 
Beni voliti a mia, quandu v^adoru, 
Pe' vai è conservata *st*arma mia. 

GerbeHa, smania. — Canto di Lizzanello (Terra di 
Otranto): 

Stili ci mme trapassanu lu piettu, 
' Luntananza d^amore e gelusia! 

leu t'aggiu amata de custante affettu, 

leu mme la cunsumai *sta vita mmia; 

Ca si *issi autl milli cori *mpiettu, 

leu mille te ndMa dati e te darla. 

- « Pigghiali *» - te decia - « d'intru 'stu piettu, 

« E te li guedi pell'amore mmia «t. - 

Ma tie, se 'ecinu stau, mme fai despiettu ; 

Se stau luntanu, mme dai gelosia. 



-^- 324 •<^ 

Yar. V, 4, Pe' tie mme cunsumai la yita mmia; o. 5^ 
Ga ieu s^ayisse mille cori a *mpiettu; v, 6, Puru vulia 
cu li donu a tia; v, 9, Ma se 'mbecinu a tie mme ; v, 
10, E se luntanu tu nu^ pieuzi a mmia. — Variante di 
Lecce e Caballino: 

Stili ci mme trapassanu lu piettu^ 
Luntananza d*amore e gelusia! 
leu nu' te cangiu no, pe' 'n autru oggettu^ 
Fedele te sarò, ninnelia mmia. 
Te pigghia lo mmio core de mmio pettu, 
E te lu godi pelPamore mmia. 

Canto di Carpìgnano Salentino: 

Signura Aurora, se te pare e piace, 
Te vogliu per mmiu bene, cosi sia! 
Quantu te pozzu ieu te yogliu dare, 
Ma no' yogliu te godu a cumpagnia. 
Tu sinti bella e ieu no' pozzu stare 
Cu' cuntinuu suspettu e gelusia; 
Dunque risolvi prestu cce hai da fare, 
Cu si' tutta deiraddhi o tutta mmia. 



III. Jeu t'aggiu amare finu nc'è la luna, 
E finu a 'mparatisu nc'è 'nu santu. 
Lassa dica la gente e la fortuna, 
De quiddhu ci sse dice non mme schianta, 
Basta lu nostro 'more sia sicuro, 
Le male lingue le struggi col pianto. 

Schiantu, atterrisco. — Canto analogo di Lecce e Ca- 
ballino : 

De cce merai lo tuo ritrattu schietta 
Foi ferito d'amore; e sull'istante 
leu te fìci patruna de mmiu pettu, 



'^' 325 '<^ 

T'amai^ te obbedei, te foi Gustante. 
La gente pella ^mmidia nd'hae dispiettu^ 
Misera contru nui sconcordie tante. 
Pe' levare allu mundu ogne suspettu, 
Te finga lu nemica, e te su' amante. 

Variante : 

Da che te vidi, religioso petto 
Foi ferito d'amore e foi costanti; 
La gente pe' Tinvidia e pe' dispiettu 
'Scera contru de mmie sconcordia tantu ; 
Pe' levare del mondo ogne sospetto 
Mme fingo essere amico, e su' veru amante. 

Var. V. 1, delizioso petto; v. 4, Misera contru nui; 
V, 6, e suntu amante. — Riuniremo qui parecchi canti 
di dissimulazione amorosa. — Eccone quattro di Pa- 
racorio : 

a) Ti dicu, bella, comu m'hai d'amari; 
Penza la notti quandu no' mi vidi; 

Se senti lu me nomi muntugari, 
Di focu mandamilli li ghiastimi. 
Cosi li genti non pensanu mali^ 
Sentendu.'dhi bestemmi! di moriri. 
Dipoi a mucciuni mandami a chiamari, 
Cu' chidha amica tua, ch'ò cchiù fidili. 

Ghiastimi^ bestemmie. A mucciuni^ nascostamente. 

b) Guardami 'ncera e fingi ca no' m'ami, 
Jeu sacciu ca di cori mi voi beni; 
Falla di saviu, no' lu palesari, 

Ca l'amuri 'mpalisi non cumbeni. 
'Nsinga cu* l'occhi tu si mi poi fari, 
Ca se no' poi parlari, no' mi premi. 
Statti fermu, costanti e no' mutari; 
Ca se lu tempu passa. Tura veni. 

e) Quantu passu di cca, fazzu l'onesta, 

Pe' no' fari capiri ca nd' amamu. 
Tu vasci l'occhi e jeu vasciu la testa, 
Chistu è lu sìgnu ca ndi salutamu! 
Ca l'occhi di li genti su' balestra, 
Canuscinu lu signu ca nd 'amamu. 



-^ 326 «^ 

Ad ogni santa veni la so' festa, 

La nostra veni appressa e ndi scialamu. 

Variante di Ficarazzi e Borgetto (Sicilia) : 

* Quannu passa di oca, siati onesta, 
Pri Taggenti non diri ca nn*amanu. 
Ta cali Tocchi ed eu cali la testa, 
Chissà è lu signa ca nni salutama, 
L^acchiazzi di Taggenti su' balestra, 
Li gaai tatti dui nni li cuntanu; 

Ad ogni santa veni la so' festa, 
E nu' la festa nostra Taspittamu. 

Variante di Adernò : 

* Quannu passu di cca, mustrati onesta^ 
No' diciunu li genti chi n'amamu ; 

E Tocchi di li genti su' balestra, 

Firiscinu li cori di luntanu : 

Pigghia un vasu e ti metti a la finestra, 

E poi fingi lavariti li manu; 

Ju spinciu Tocchi, tu cali la testa, 

Chistu è lu signu ca nni salutamu. 

Variante di Airola: 

Quanno passi 'a cca, passa onesto^ 
Non ffa' Tede a la gente ca nce amammo ; 
Tu accali Tuocchie'e i' la testa, 
E co' li nueste cuori nce parlammo. 
Dio, quanno vidiremo chesta festa, 
La vostra 'gnora la chiamammo mamma. 

d) Quantu beni nei vogghiu lu sacc' ea, 

Di nomu no' lu yogghiu muntugari. 
Scrittu lu tegnu 'ntra 'stu piettu meu, 
Ca è giuvanedhu chi ss'avi d'amari. 
Di quanti bedhi nd*haju vistu jeu, 
Tu sulu a Tocchi mei bellu mi pari. 
Se Yonnu e se non yonnu, sii lu meu ; 
Ed a dispettu di cu dici mali. 

Analoga di Nardo : 

Ci passu di là annante no' ti salatu. 
No' ti risguardu e no' ti tegnu mente; 



^- 327 -^ 

Ci annante a tia mmi fingu surdu e mutu; 
È pi* no' dare scandalu alla gente. 
È pi' no' dare scandalu e suspettu, 
Ama 'stu core e senza gilusia; 
Grande è l'amore mmiu, grande è rafifettu; 
Non credere ca parta e lassù tia. 
Ca io no' tegnu mille cori a 'mpettu, 
Ga unu nd' ibbi e lu dunava a tia. 



IV. Lu barbieri desidera 'na barba, 

'Na barba piena, no' rasa finita; 
Ma 'nu valanu 'na campagna rasa, 
Pe' fare 'na giornata valorosa; 
E lu sordatu 'na valente spada, 
Pe' tràsere a 'na guerra sanguinosa; 
Ma lu zitu desidera 'na casa, 
'Nu biancu lettu e 'na magna carosa. 

Garosa , giovinetta , ragazza. — Altro paragone di 
Lecce e Caballino fra l'amante e il soldato: 

Lu bon surdatn quandu è de partenza, 
Cerca licenzia allu sou capitanu; 
Sse scappeddha e ni fa la leverenza, 
La spada a cintu e lu cappieddhu a ^mmanu ; 
Jeu puru, 'more mmi a, su' de partenza, 
'Nnanzi cu partu te baggiu la manu. 

Lamento d'un soldato: ottava della solita provenienza 
letteraria divenuta popolare in Napoli : 

* Piango, misero me, che son soldato, 
Piango la libertà che ho perduta; 
Piti anni a servir sono obbligato^ 
Cerco pietà, né tix}vo chi mi aiuta. 



-^- 328 '<h 

Di notte e giorno sempre vado armato. 
In ogni luogo mi vien data la muta; 
E mentre marcio co' compagni a lato^ 
Piango l'amante mia che ho perduta. 



V. Mazzo di fiori mmei, mazzo di fiori, 
Hae 'nu gran tiempo ci nu' vedu voi. 
Pe' mmiu dispietto su' sti bardascioli, 
Vannu dicendo ca ti 'bbandonai. 
Non te 'bbandunu no, statte sicura, 
Mancu lu Re mme dasse la Regina. 
Duname tiempu ca tiempu te dunu, 
Ca cu' lu tiempu venera la fine. 



VI. Mme tremula lu core comu 'na canna, 
Mo ci 'ntisi cantar 'sta bella donna. 
Ca 'sti coralli ci t'ha' posti a'n canna. 
Te fannu de la canna 'na colonna. 
'Jata lu suo cor della sua mamma, 
Che sse la smira come 'na colomba. 
Lo sia dottore quillu chi mme manda, 
Chi li cumbene, ca è gentile donna. 



-^ 329 <^ 

VII. Arberu d'oru mmiu, vi' comu campa, 
Moro, ca non te vigg'iu 'nu gran tempu. 
Aggiu da fa' 'na lettere cu' pianta, 
E tornisciata culla mmiu lamentu. 
Mandarne 'nu ricordu ogni tantu, 
Ca jeu te mandu Taddha culla ventu. 
Se viggiu la formicula mme schiantu, 
D'ogni musca che vola mmi spaventu. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

De tantu tiempu ci nun t'aggiu 'ista, 
Pensa 'sta vita mmia coma sse passa! 
La mane trista, la sira cchiù trista, 
La doglia mme 'ssuttigghia e mme trapassa ! 
Ma la parola ci jeu laggiù scritta, 
Scritta te l'aggi u e tie la tieni *n cai*ta; 
Ma sai quandu te scartu de mmia lista? 
Quandu 'nchiostra nu* tinge cchiui la carta. 

^Ssuttigghiare^ assottigliare. 



Vili. 'N' ura mmè sei nemico, 'n'ura fideli, 
'N' ura tu mme rittacchi e n'ura sciogli, 
'N' ura mme pari 'n'angiula di cieli, 
Mme vesti de speranza e poi mme spogli . 
'N' ura mme sali alli celestri celi, 
'N' ura mme mini alli prefondi scogli. 
Muta la fantasia, muta chimeri, 
mme 'ttacchi per sempre o mmè risciogli. 

Analogo di Lecce e Caballino : 

Amai 'na donna e foi capricciusella, 
China de stravaganze e bezzarria; 
'N' ura mme parla, 'n' ura n' mme faella, 



-^- 330 '^ 

*N'ura dice ca mm' ama e bè buscia. 
A *n' ura mme la fa la 'ncagnusella, 
E cussi passa 'sta speranza mmia. 
Jea na* la lassù percò è troppu bella. 
La sula amanti c'ibbi a vita mmia. 

Var. t?. 6, Sempre martiri quista vita mmia. — Ana- 
loga degli stessi comuni. 

Dimme de si o de no> cce cosa speri? 
E nu' mme fare intra le pene stare. 
Fané le toi promesse sianu vere, 
Puru lu core cu pozza fedare. 
Di sì, se sia de si, senza timore; 
Di no, se sia de no, senza mancare. 
Se mme dici de si, fermu pensieri 
E se mme dici no, vogghiu autru amare. 

Solita provenienza letteraria: 

* Dimmi di si, o di nò ; dimmi, che spere ? 
Deh! non mi fare in tante pene stare. 

Fa che le tue promesse sieno vere, 
Acciò questo mio cor possa sperare ; 
Il si, che sia di si, senza temere. 
Il nò, che sia di nò, senza mancare ; 
Se mi dite di si, fermo pensiere. 
Se mi dite di nò, voglio altra amare. 

* Dimmi si, dimmi nò; dimmi, che spere? 
Dimmi nò, dimmi si, che debbo fare? 

Fa, che le tue parole siano vere, 
Acciò sopra di te possa fidare; 
Fa che il nò, sia nò senza temere, 
Fa che il si, sia si senza tardare* 
Se mi dite di nò, muto pensiere, 
Se mi dite di si, vi voglio amare. 

Canto analogo di Paracorio : 

Figghiuola Mi ^ssa vucca no nc*ò sì, 
Nemmenu nd*hai lu cori a dirmi no. 
Dimmi 'na essi e aggiungi 'nu i, 
O puri dopu Venne aggiungi l'o. 



' 



-^ 331 '<^ 

Servu ti sugna se mi dici si; 
Schiavu e garzuni se mmi dici nò. 
No* mi tenìri a lu mundu accussi 
Ca cu', lu veru amuri non ssi po'. 

Rispetto analogo di Mordano: 

Beddha, resolvi priestu, cce aggiu ffaie, 
Se vivere o morire pe' tou amore? 
Se vivu tu mme vuoi, me segui a amare; 
Se mortu, nu' pensare allu mmiu amore. 
Superchiu mme spiacei de tantu stare, 
Basta quantu suffiersi de dulore. 
Dimmelu, bene mmiu, nu* mme scherzare, 
Schiavu mme fici, e tuttu pe' tou amore. 

Analogo di Paracorio: 

Amuri, in grandi dubbiu mi fai stari ! 
No' mi dicisti, ca mi voi tu beni? 
È veru, non vulisti palesar], 
Cu' chisti amanti chi ti voli beni. 
Ma chi mi servi a mia lu troppu amari, 
Senza sapiri se tu mi voi beni i 
Jeu mi vogghiu 'nu pocu alluntanari, 
Pe' vidìri se m'ami e mi voi beni. 

Analoga napoletanesca : 

Ammore, mme fai sta' 'ncoppa' a 'nu pierno, 
Non mme donate non morte e non vita. 
Comm'a rilorgio mme ffaje 'ntinnare, 
Comm'a lu manganiello de la seta. 
Quanne vote io so' ghiuto pe' te lassare, 
'Sto core non azzetta lo partito. 
Gomme di te mme ne voglio scordare? 
Tu sei lu fierro e io la calamita. 

L'ultimo verso si ritrova tal' e quale presso Baldas- 
sarre Olympo degli Alessandri da Sassoferrato. Variante 
di Sambatello : 

* Figghiola^ supra un pernu mi fa stari, 
Cchiù forti di l'azzarru è la to' vita; 
Da palo ri cu' tia vulia parrari, 
E po' l'aggiustarla chista partita; 



-^- 332 -^ 

Ma s^ora bella^ mi fa giri ari, 
Comu lu maDganeddhu di la sita; 
Sempri un jornu cu^ mia t'ha' firmari^ 
Tu si* di ferru ed en di calamita. 

Variante di Aci : 

* Amuri, supra un pernu mi fai stari, 
Ga non mi duni nò morti, né vita; 
Comu riloggiu mi fai furriari, 

Comu lu manganeddu di la sita. 
Mi turbu comu l'acqua di lu mari, 
Ppi' parrarti 'na vota, o sapurita; 
Ma si cu' alcunu ti vidu parrari, 
Comu un capiddu si fa la mia vita. 

In Catania la chiusa corre cosi: 

* Siddu ccu' ancunu ti vidu parrari, 
Comu un capiddhu si fa la mia vita, 

E comu iu di tia m*aju a dispinsari, 
Ca di lu cori miu si' calamita? 

Variante di Borgetto: 

* Curuzzu, supra un pernu mi fa* stare, 
Ne mai la morti o la vita mi duni ; 
Cunnannami si m*ha* di cunnannari, 
'Ngalera 'nvita o 'nta un lettu di ciuri: 
Eu pri l'amuri to* passu lu mari, 

Setti scali di focu addinucchiuni. 
Tu vo* sapiri quannu t'hé lassar! ? 
Quanuu l'arvuli siccu fa li ciuri. 

Canto analogo di Mordano: 

A via deirOrtu-loDgu a manu manca, 
Ne 'è 'na zitella ci sse chiama 'Ronza. 
È benutu *nu giovane de Pranza, 
Cu biscia le bellezze de la *Ronza. 
Hae le mammelle soi de carta bianca, 
Li dienti menutieddhi senza conza. 
Ahi prestu, 'Ronza mmia, damme speranza, 
Dimme lu sì o lu none, mme lecenzia. 

''Ronzay Oronzia, Yia delVOrtu lungu^ la via delPOrto 
lungo, è una contrada di Mordano. Var. v. 3, So* be- 



^- 333 4- 

nuti do* giovani; v. 4, Biscianu; v. 5, Su' le mamezze\ 
V. 6, Li dienti minutieddi; è senza conza. Qui parrebbe 
riferirsi un frammento di Garpignano Salentino : 

Cce sse face, sse dice e cce sse pensa, 
Unica ogettu mmiu, cara speranza/ 
Minti pace a mmiu core, ca sta senza, 
E ss^arde e brascia ppe' la luntananza* 

Analoga di Lecce e Caballino : 

Apritile ste porte, le apriti, 
Qua 'retu nc'è lu vostru servitore ; 
Tene le spaddhe 'ccunte alli pariti, 
Nu* mangia e bie, ma sse pasce d'amore. 
E quai sta spetta cu' lu risulviti : 
Lu presta c"iti fare o intra o fore. 

'Ccunte, appoggiate. 



IX. Oh dio! 'sta casa quant'è benedetta, 
Nc'è nata 'na bellissima creatura. 
Cinca la vite nde 'rremane all'erta, 
Ci nu' è 'nnamurato se 'nnamura. 
Oh din ! quant'è graziosa, quant'è onesta, 
Ca diu li manda 'na bona fortuna ! 
Hai vista mai 'na rosa quandu è 'perta? 
Così è la faccia di quella creatura. 

Variante di Nardo: 

Guarda 'sta casa quantu è binidetta! 
Nc'ò nata 'na biddhina criatura. 
Cinca la 'ede ndi rimane all'erta, 
Ci no' nd^ò 'nnamurato sse 'nnamura; 



^- 334 <^ 

Ci Dun bidisti mai 'na ix)8a 'perta, 
Guarda la facce de 'sta criatura; 
Tanta è beddha e pulita e tantu unesta, 
Ci pozza aire 'na bona furtuna ! 

Variante, v. 6, 'Mbira ; v. 7, Quantu mi pare pulita 
e bunesta ; ; v. 3, Cu' pozza 'cchiare. 



X. 'Marini, mmiu bene, e dove vai? 
Ferma, te resta, ca io t'amo ancora. 
Soffru pene pe' tie, duluri e guai: 
crudele, così mme struggi ognora ! 
'Mmezzo lu pettu mmiu stampatu stai, 
Comu aggellu allu nidu quandu vola. 
Se tu bene mme voi non creggiu mai, 
Chi a data la sartenzia e viva amore. 



XI . Quantu mme piace stau 'mmienzu 'ssa strata 
Pare ca fosse 'na caffetteria. 
'N alberu de cannella muccicata. 
L'acqua lu bagna cu' la manu mmia. 
Pigliava a mani 'na tagliente spada^ 
'Mmenzu 'n'armata lu cumbatteria. 
Megliu murire lei cu' 'na lanciata, 
Ca tu cu scappi della manu mmia. 

Muccicata, coperta, attorcigliata. 



-^ 335 '<r 

XII. 'Sta vicinanza d'oro, rose e fiori, 
Pe 'na zitella che ss'ha maritari ; 
Suntu venuti principi e signori, 
E cavalieri cu' tanti denari. 
Suntu venuti cu' le spate d'oru, 
Videre se la ponno rimpetrari. 
Quilla sse vota cu^ la sua presenza: 
- • Venne lu primm 'amore, tutti pacienziai .- 

Varianti, t?. 8, a vui?... paccenzia! — Analogo di Fa- 
racorio : 

Figghiola, fusti fatta cu* misura, 
Misurati li parli li paroli. 

Undi prattichi tu, d'attornu odura 

L'omani savii, tu fa pacciari. 

Guardu di jusu e tuttu ssi culura. 

Spunta *na cosa russa, a *inmenzu mari: ; 

Hannu venutu principi^ e baruni, 

'N* atra megghiu di vui non si po' dari. 

Analogo di Lecce e G aballi no : 

Arai e traversai, liei mascisi, 
Yinne lu tiempu de lu semmenare. 
Mme cumpariu *na donna alli mascisi, 
*Scendu pelParia e nu' putii pigghiare. 
Nei sse puseru principi e marchesi, 
E li mercanti cu' l'oru e danaru ; 
Ju puru 'n* autra fiata nei mme misi, 
E cullu cantu la vinni a pigliare. 

Non rammenta forse il mito di Bertran del Boraio! 



XIII. Su' risoluto pe' 'na cosa a fare, 
Pe' no' dare g'uadagnu alli barbieri. 
Tantu 'na barba lunga mm'aggiu fare, 
Fena me 'rriva e passa de li pieti. 



-> 336 -4- 

'Nnanzi della mmla beddha aggiu passare, 
Tantu mme dica: - • Che barba che tieni. » - 
Tantu jeu me votu cu' 'sta lingua sciorta : 
- f Ci perde prim'amor 'sta barba porta i .- 



XIV. Tu dormi e tu' non penzi armmiu dolore, 
Jo sempre pensu a voi, senza dormire. 
Tieni pietà dar pettu, oggi, dar core, 
Aggi pietà da mme, mmi fai languire. 
Torna, torna ad amar con vero core: 
Patisco per tou amor, son disperato. 

Ganti analoghi di Paracorio : 

a) Tu dormi tra "sai ghiuri riposata, 
Eu oca 'vanti ti cuntu li me' peni. 
E sunuu peni chi patu a nottata, 
Eu t^amu beni miu, né su* vidutu. 
Ed eu^ figghiola^ non su' trascuratu: 
Eccumi^ bella, ca nd' aju venutu. 
Ch'era cu 'na catina 'ncatinatu, 
Cessu lu cantu, aspettu e staju mutu. 

b) Tu dormi 'ntra li chhiuri ed eu ti canta, 
Tu felici riposi ed eu lamentu. 

Jeu beni ti ndi vozi e t'amai tantu, 
Jeu tanta fidertà, tu tradimentu! 
Cu' chiss'occhi cervignf ora chi voi ? 
Cu' lu parrari tei nenti mi fai; 
Ca tu, figghiola, perchè parri assai, 
Jeu t'abbandugnu e non mi cercherai. 

Analogo di Carpignano Salentino: 

Tu dormi bella e fai 'nu sonno quieta, 
Comu non penzi allu tuo amante amatu? 
L'acqua che scurre e che te Tiene ^reta^ 



I 



->• 337 '^ 

Sonta lacrime mmei ch'aggiu scettatu. 

Sai qu and a bella mmia, stau manzu e qaetu? 

Quandu starna na* doi arma cu' fiata. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Ta dormi, o beddha, e fai la sonna qaeta; 
Percò na* pensi a mmie, la spen turata? 
L*acqaa ci chioye e la finme de 'reta, 
Su' le lagrime mmie, Ninella amata. 
Scetate, bella mmia, lu tempu ò qaetu. 
Quanta te cuntu le pene ci patu. 
Sai quandu, Nenna mmia, mme calmu e quetu? 
Quandu 'st'arma sse *ncocchia con tou fiata. 

Analogo di Corfignano : 

Tu dormi 'ntra li bienni e jeu te canta, 
Filice tu riposi e jeu scuttentu ; 
Te risbiglia, ben mmiu, pe' 'n'ura tantu, 
Guntare te vorrei lu mmiu lamentu; 
Ti amu e ti vogliu bene, bell'idor, tantu, 
Tu mini pe* 'ngannarmi ogne mumentu; 
Quista ò la pena mmia, quistu è lu piantu : 
Jeu VvLBn fidertà, tu tradimentu. 

Bionni, onde. — Canzone analoga raccolta a Grotta- 
minarda (d^origine napoletanesca recente) : 

Nenna bella, tu duormi e non sai 
Quanta pena ha 'sto core pe' te; 
Juorno è fatto e cosi te ne stai, 
Nenna bella, deh ! scetate^ sce* ; 

Scetati, scetati, non cc]j^iti dormi'; 
Nennella, affacciati e stammi a sentr. 

Uh! che muse*ca t*aggio portata, 
Nenna bella, pe' stare con te. 
Juorno è fatto e cosi te ne stai, 
Nenna^ affacciati e fallo pe' mme. 

Scetati^ scetati, non chiù dormi'; 
Nennella, affacciati e stammi a senti*. 

Curri, affacciati a chisto balcone. 
Vieni, vieni a sentirmi cantà\ 

Cauti Pofolaki, III. St 



^ 338 <- 

Sentarraje 'na bella canzone, 
Tatti i suoni li faccio accorda*. 

Scetati, acetati non chiù dormi"; 
Nennella, affacciati e stammi a senti'. 

Uh ! che museo a t^aggio portata, 
Nenna bella, pe' stare con te ; 
Juorno è fatto e cosi te ne stai, 
Nenna, affacciati e fallo pe* mme. 

Scetatì, acetati non chiù dormì'; 
Nennella, affacciate e stammi a senti'. 

Vide, tutti 8se songo auzati. 
Sola, Nenna, tu trichi a dormi*; 
La montagna se avessi pregata, 
La montagna avria ditto che si. 

Scetati, scetati non chiù dormi', 
Nennella, affacciati e stammi a senti'. 

Uh! che museca t'aggio portata, 
Nenna bella, pe' stare con Jte; 
Juorno è fatto e cosi te ne stai, 
Nenna, affacciati e fallo per mme. 

Scetati, scetati non chiù dormi*; 
Nennella, affacciati e stammi a senti*; 

Jo te faccio senti lo Cardillo^ 
Lo Trovatore co' Carmen è"* ; 
Se mme fai porzl 'no squasillo, 
Ogni canto avarrai da mme. 

Scetati, scetati non chiù dormi'; 
Nennella, affacciati, e stammi a senti', 

Uh! che museca faggio portata. 
Nella bellaf pe' stare con te; 
Juorno è fatto e così te ne stai, 
Nenna, affacciati e fÀllo pe' me. 

Scetati^ scetati non più dormi*; 
Nennella, affacciati e stammi a senti'. 



PAHACORIO 



(CALABRIA ULTRA PRIMA) 



I. Bella, la tua bellizza mi sutterra, 
Ca cchiù di 'n annu mi fa peniari. 
Si' bella di la cima fina a terra, 
E cchiù ti guardu, cchiù bella mi pari. 
Arrassomigghi a 'na stilla novella, 
Sii parenti di l'aquila riali; 
E cui ssi godi 'ssa facciuzza bella, 
Di morti in vita lu fai ritornari. 

Canto analogo di Napoli: 

Quanno te ausi la mattina aU'arba 
Mme pari la frescura 'n coppa all'erbe; 
Quanno cammine co* 'sti belli garbe 
Facite ammaturà* li frutte acerbe ; 
Quanno parlate co* ^sti dolci labbre, 
A li malati li cavate febbre. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Beddhu l'amante mmiu de tutte Tore l 
Massimu la duminecamattina! 
Quandu lu *Ì8CÌu, mme sauta lu core; 
Ci stau malata, la mmia medécina . 



-P- 340 -4- 

Mandarne ^nu suspiru, anima cara, 
Mo' ci luntana stae la toa figura. 
Oimè li toi suspiri mme ^mpiagara! 
Li mmei mme redurrannu a ^nsebetura. 

Canto analogo di Paracorio stessa: 

Non pozza fari no mu ti riguardu, 
Supra 'ssu pettu portati 'nu gigghiu. 
Tu sii la me* galera e 'nu stendardu; 
D'atri belli amicizia no* ndi pigghiu. 
E se pe' sorta, o cara, a tia m*abbracciu, 
Cu' tia m'abbracciu e cchiùno n mi svitigghiu. 
E se tu veni a lu cumandu miu^ 
Fazzu 'na cosa chi non fici mai. 



IL Cummari, frabicandu, frabicai: 

Pe' pedamenti li penseri mmei; 
Pe' carci li me' carni sdillattai, 
Pe' acqua misi li sudari mei. 
Pe' trava li me' vrazza cruciai, 
Pe' finestrali misi 'st'occhi mei. 
Frabicu, frabicandu, frabicai; 
'Nfavuri jiru li penseri mei. 
'Sta canzuni è ditta 'ntra la via, 
E sallu certu ca non su' pe' tia. 



III. Caru miu beni chi luntanu siti. 
Ora vurrìa sapiri comu stati. 
Ma vui di chisti peni non sentiti, 
Caru miu beni, ca vui riposati. 



^ 341 ■<!- 

Cianginu Tocchi mei, già lu sapiti, 
Ca perdia tutta chidhu chi mi dati. 
Ora chi libertà vui la nd'aviti, 
Teniti 'ssi bell'ali e non vulati? 

Lamento morcianese: 

Piangiti lo mmlo ben^ pupille amate, 
Non 80 come farò, come farete! 
Non 60 se mai la notte riposate, 
Come lontane da lei star potete! 
E mo*, pupille mmie^ cu* mmie restate, 
Sempre "stu pettu mmiu bagnar potete. 

Altri canti di partenza di Paracorio: 

a) Cianginu Poccbi mei e no' li toi, 
Chi di continuo no' abentanu mai. 
Cianginu la spartenza di^nu' dui. 
Chi Parma di 'stu pettu ssi ndi vai. 
Ora comu fazz'eu senza di vui? 

E tu, senza di mia, non so chi fai. 
Se trasu 'ngelusia, 'bbandugnu a vui? 
Non v'abbandugnu nò ora e nò mai. 

b) Cu' 'na gran dogghia, e lu cori dolenti, 
Bella, Purtimu addiu ti vegnu a dari. 
Non Yogghiu pe* mu pati cchiti tormenti; 
Mentri privata si' di lu parlari. 
Ubbidiscili a tutti li parenti; 

E di l'affettu meu non ti scord ari. 
Ed a dispiettu di tutti li genti 
Mandami 'nu salutu e dassa fari. 

e) Oh chi spartenza dulurusa, e amara! 

Ora spartimu la nostra furtuna. 
La navi 'ntra lu portu ssi prepara, 
E nui facimu 'na spartenza cruda. 
Lu.sai, anima mia, ca su' luntana, 
M'a tia nei penzu centu voti Tura. 
Se Cristu di lu celu no' ripara, 
Nu' dui ndi vidirimu 'nseportura. 



-> 342 <- 

d) Pianginu Tocchi mei di la spartenza, 

Tremanu Tossa pe^ la luatananza; 
Quandu luntanu a tia, di tia su' senza, 
A cui nei dassu 'stu cori 'mbilanza? 
Megghiu m'era di morti la sentenza, 
Ga mu sugnu di tia in luntananza. 
Ma statti allegramente, o bella, e penza 
Ga 'nsina chi nc'è ghiatu, nc'è speranza. 

Dicono a Garpignano Salentino: 

Partu? resta o nu' parta? jeu parta o restu? 
*Ulia partire e mme tocca cu paHu; 
Dolo se parta, e pena se mme restu; 
Nu' sacciu ce aggiu fare, restu b parta. 
Pe' modiyu d'amore, tocca restu; 
Pe' cagione d'onore, tocca partu. 
Olà! vinca Tamor, già jeu mme restu! 
Mamma, ce' dissi! mo' tocca cu parta. 

Solita provenienza letteraria: 

Parto; resto, non parto; io parto o resto? 
Vorrei restar, ma convien che paHo. 
Per cagione d'amor convien che resto, 
Per cagione d'onor convien che parto; 
Su, vincala Tamor: io già mi resto ; 
Ma che diran di me se poi non parto? 
Pena è per me se parto, e piti se restò; 
Sempre pena è per me, o resto o pai'to. 



IV. Circhettu d'oru e muntagna d'argentu, 
Chitarra cu' 'ssu sonu 'mperiali, 
sonaturi, sonamilT a tempu, 
A dispettu di cui ndi dici mali. 



-^- 343 ^ 

Cu cerni la farina cu' la tempu, 
Pani non perdi a lu allevitari. 
Jeu Bugnu lupa e canusciu lu tempu, 
Mancu mi spaguu li cani abbajari. 

Allevitari^ lievitare. — Variante di Sambatello: 

* Catania d'oru e citala d'argentu, 
Facitemi 'nu sonu 'mperiali ! 
Cauzuni n^aju a diri ccbiù di conta: 
Mo* schiatta ca non'yoUi e parrà mali. 
Cu sa* coma lu lupu e passu a lento, 
E non mi spagnu s*abbaianu cani; 
Li cosi fazzu a tempu e mai mi penta: 
Senza livatu non si faci pani. 

Mi talvolta equivale al mu di Paracorio^ affinchè, 
acciò. Mi spagnu, mi gpaTento. 



V. Cu no' mi poti sentiri cantari, 

La casa nni caccia d'ammenzu la via. 
Ch'ieu giuvani non su' chi fazzu mali, 
£ no' lu fazzu pe' 'na gapparia! 
Yaju cu' 'n atru giuvani a spassari, 
Com'è lo jussu di la vita mia. 
'Nu grandi muru vatti a fabbricieri, 
Cosi non sentirai la vuoi mia. 

Jussu^ uso. 



-^ 344 <5- 

VI. E di lu gìgghiu n'esci la simenza! 
Tu di mia non teniri cchiù: speranza: 
Jeu ti trattava cu' benevolenza, 
E ora mu ti parlu, diu mu scanza! 
Nd'appi piaciri de la to' spartenza, 
Mi fu favuri la to' luntananza. 
Cu' sdegnu jeu ti cercu ora licenza, 
Non pe' meriti toi, pe' mia crianza. 

Variante di Sambatello: 

* Gbhiaria la rosa e catti la semenza! 
Di mia tu non tiniri cchiù speranza. 
Tramai, ti sdisamai, t'appi a 'ncriscenza 
Ora mi t*amu cchiù, Mdiu mi ni scanza! 
Ca mi rallegru di la to' spartenza, 
Quantu è megghiu pe^ mia la luntananza! 
Si! mi ndi vaju e ti cerca licenza. 
Non pi' merita toi, ma pi' crianza. 

^Ncriscenza, a noia. 



VII. E l'urtima spartenza fu di morti! 
Pe' 'sta spartenza non aiu cunfbrtu. 
Era lu nostru amuri troppu forti, 
E l'avvocati ndi dezzaru tortu! 
Eramu comu zuccaru 'ntra carti. 
Ed a li genti nei ndi parzi forti. 
'Ddunca, giojuzza mia, stamundi sparti. 
Tu cianci la fortuna e ieu la sorti. 

Canti analoghi di Paracorio: 

a) D'amori, o cara, no' mi richiediri, 

Ca sii Tarbura mea chi faci ghiari. 



-> 345 «^ 

Ancora è virdi la ramu, e poi diri> 
Ca vemnu di ti a li mei dui uri. 
Mancanza di Tamuri non cridiri : 
Sempri sugnu lu primu a lu to* amuri. 
E se tu beni mi torni a Tuliri, 
Torna cchiù forti a mia Tanticu amuri. 

b) E sdegnu e gel usi a fustivu uniti 

Pe* fari tuttu chidhu chi eu cumandu. 

Facitinci a chidh'omu li feriti 

Ca causa idhu fu di lu me^ dannu. 

Ambàtula d'appressu mi veniti 

Ca di vui cchiù no' spiju e no* dimandu. 

E veni *n jornu chi yì pentiriti 

E jeu mi mostru *nu cori tirannu. 

Ambàtula j indarno. 



Vili. Figghiuola, vinni Maia e non ghiuristi, 
Criju, lu fruttu toi non ligamai. 
A la libbra di Juda ti mentisti, 
A 'na rama di bruca 'mpisa stai. 
Oh quanti giuvanedhi non v olisti ! 
Ed ora se li vidi 'mbidia nd'hai! 
Perdisti li dijuni chi facisti, 
E non noe 'ncani mu t'adhicca mai. 

Dice un frammento neritino: 

Tutte le rose aprinu de Masciu; 
La *nnamurata mmia, pumettu chiusu. 



-^ 346 '<^ 

IX. Garompulu, chi nd'hai 'nubellu aduri, 
Chi t'ama e ti disija 'stu me cori, 
AflEaccia a 'ssa finestra, a 'ssu barcuni, 
Aflfacciati mu t' 'icu do' pareli. 
Se ti fa sonnu, addormentati, amuri, 
Ca lu lettu è consatu 'ntra lu cori. 
Jeu la ninna ti fazzu e tu mi duni 
Centu basati e cunsula 'stu cori. 
E se ti dassu, dimmi tradituri, 
Ca chist'arma è la tua 'nsinu chi mori. 

Mu f ""icu, acciò ti dica. — Canto analogo di Lecce 
e Gaballino : 

Patu pene pe" tie e tie nu' cridi, 
E te suppieni ca ète fintu amore. 
Ca fané la sperienzia, fingi e bidi. 
Ci santu veri affetti o su' palo re. 
Quandu nu' truerai gli affetti veri, 
Tandu cane mme chiama e traditore! 
Nu' te 'ole tantu bene la toa mamma, 
Pe' quandu te nde 'ole ^stu mmiu core. 

Analogo di Morciano: 

Turcu, cane ci sei', barbara e moni/ 
L'ultima volta iu te dica addiu. 
Lu strazia ci facisti alla mmiu core, 
Cerca vendetta a quistu mundu e a dia. 
Stelle e pianeti ci stati de fore, 
Vui cuntemplati la destina mmia. 
Sapiti cce mme fice il turco mora? 
Sse finse ca mme ama e mme tradiu. 

Var. t?. 2, Mme custringisti cu te dica addiu; v. 3, ci 
purtasti ; v. 4, Stae cercandu vendetta 'nnanzi a 'ddiu ; 
V. 7-8, Oh cce mme fice quiddh^ turca mora, Mme 
'mprumise ca mm'ama e mme tradiu I — Analoga di 
Caballino e Lecce: 

Turchiu, cane, crudele, traditore. 
La toa fede mme diesti e foi bugia! 
A cinca guardi^ tu, li cerchi amore. 
Pazza ci sse cunfida, e cride a tia! 



^- 347 •<^ 

Quanda mme nei fedai fici 'n errore, 
Credendu ca vulivi bene a mmia. 
Fede nu' bogghiu dau cchiù a nuddhu core, 
Sempre mme guarderò de l'ombria mmia. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Te *iddi, ci nu' t* Usai mai "edutu, 
E canusciutu nu' t'aissi mai! 
Mai nun aissi 'mpiettu mmiu trasutu, 
Armenu nu' patia tanti de 'uai ; 
Ca quandu nei trasisti, fuesti sulu; 
Mme d lesti fede ca nu" nd 'lessi mai. 
Mo' nde si *ssutu, cane traditore, 
Core de petra 'bbandunata mm'hai. 



X. Giojuzza. chi ti* levi la matina, 

Ed a la sira pe' dormiri vai; 
Quandu ti jetti e dormi a la supina, 
A lu to amanti moriri lu fai. 
Tu si' comu lu chhiuri di l'oliva, 
Chi sta 'mpotiri e no' spampina mai. 
Tu sii comu la rosa damaschina, 
Ti desidera ognunu e no' lu sai. 

C?ihiuri di Voliva^ mignola. Sta 'mpotiri, sta soc- 
chiuso. 



-^ 348 <^ 

XI. Jeu mi iSdava, patruna, di fari, 
A menzu mari 'mpedi di nucilla. 
Jeu mi fidava di farla fruttari, 
Tri voti Tannu, comu la mortilla. 
Jeu mi fidava tri. funtani fari, 
E ad ognuna mu mentu 'na stilla. 
'Ntra la so' vucca non potti basare, 
Basu lu funti d'undi mbippi chilla. 

Nudila^ avellana. Mbippi, bevve. 

Simili millanterie sono frequentissime. A Sambatello 
dicono: 

* Mi basta l'arma mi 'ttaccu lu suli, 
Puru ducentu stilli 'ncatinari; 

Mi basta l'arma mi fazzu un pauni, 
D'oru e d'argentu mi nei mentu Tali ; 
Mi basta l'arma mi vaju a 'nnatuni, 
M'arrìvu 'nu vascellu ammenzu mari; 
Mi basta l'arma cu' li me' canzuni 
Si si' malata ti fazzu sanari. 

A ^nnatuni, nuotando robustamente. •— Variante di 
Borgetto : 

• 

* Mi basta l'armu jiri supra mari, 
Jiri a cbiantari un pedi di nucidda; 
Mi basta l'armu di fallu fruttari 
Carricateddu comu la murtidda; 

E supra l'annu 'n'autra cosa fari, 
Jiri a li celi a pigghiari 'na stidda; 
Ma la me* zita 'un la pozzu vasari, 
E basu In biccfaeri unni vivi idda. 

Canto analogo di Lecce e Caballino : 

Dimme cu fazzu centu mije 'mpede; 
Dimme de 'iernu cu' mme minu 'mmare, 
Dimme cu trou 'na cosa ci nun c'ète, 
Cu fazzu 'n omu muertu descetare; 
Meraculi de santu jeu faci a, 
Te lu dicu culi'anima e lu core; 
Basta ca tie 'na fiata intr'alla dia, 
Te 'rrecurdai de 'stu 'nfelice amore. 



^- 349 •<^ 

XII. Jiva passandu cunduttu, cunduttu 
£ di 'na bella mmi 'ntisi chiamari. 
Quandu mi vitti lu zarruni asciutto, 

- • Vattindi fora, ca nd' aju chi fari. » - 
-« Non mi ndi vaju no, se non ti fattu; 

- « Se non volivi non stavi a chiamari. • - 
E 'sta canzuni è ditta, e non è cchiuni, 
Speru mu ti li sciali 'sti cugghiuni. 

Cunduttu^ acquedotto. Zarruin^ borsa del denaro. 
Cchiuniy più. — Variante di Messina: 

* Arsirà ci passai di lu ridattu ; 
Di 'na picciotta mi 'ntisi chiamari; 
Mi disse : — « Unni vai? si' beddu tuttu; 
<« ^Nchiana ccà supra ca t'aju a parrari ». — 
Poi ssi misi a taliarimi tuttu: 

— * Beddu, unn'è ca teni li dinari ? »• — 
Quannu mi vitti lu virzotti asciuttu: 

- M Fora, canagghia, categnu chi fari n. - 

Variante di Piazza, t?. 1, mi ni jvi a lu; t>. 3, Pic- 
ciottu, mi pariti beddu tuttu; v, 4, Acchiana supra, chi 
t'aju; V, 5, Appena acchianu, mi risceri tuttu; v. 6, Pic- 
ciottu, unni li teni; t?. 7, lu Yurzuni; r. 8, Va, nesci 
fora, chi. 



XIII. La lontananza a mia, quant'esti amara! 
Amuri e gelosia, Tarma m'accora. 
Velia jiri gridandu a vuoi chiara: 
- « Und'è lu beni meu, undi si trova ? • - 
Ma senti, anima mia, speranza cara. 
Vidi no mu ti sperdi di chidh'ura. 
Morti, veni pe' mia, veni, e prepara! 
Megghiu sarà pe' mia la seportura. 



-^- 350 <^ 

XIV. Mi mandasti chiamanda e jeu nei vinni. 
rosa spampinata e chi cumandi? 
Cu' 'ssi labruzza mi facisti 'nsinghi, 
Pe' mu mi fai muriri ora mi mandi. 
'Nu lettu vorria fari di 'ssi minni, 
Ma stai fridda e di mia tu non dimandi. 
Cu' quali cori mi dici-t vattindi? »t 
Sii tantu 'ngrata, chi feli ti spandi. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Mm^aggiu partutu ^mposta de Putenza 
Pe' visitare tie^ cara speranza; 
De raogeli de celu nd'hai la soenza, 
De Marta e Madalena nd'hai la stampa; 
Tie sinti ^na 'ucala de Faenza, 
Fore stangata e dintru la sustanza; 
Tie parli a tutti, a mmie nu' mme dai 'denzia, 
Beddha, nu' mme levare la speranza. 

Yar. V, 2, Cu begnu a bisciu a tie; v. 5, Si comu 'na 
*ucala; v, 6, e dintru hai la; v, 7S, Parli cu* tutti e 
cu' mmie nu* nc'è -denzia. Aggiu perdutu la fede e la 
speranza. — Simile pur di Lecce e Caballino: 

Mm'aggiu partutu 'mposta riputatu, 
Cu begnu bisciu tie, speranza mmia; 
Si' 'n arveru de pipe carrecatu, 
Si* china de diamanti, amore mmia. 
De la mmia *ucca nde tiri lu fiatu, 
De lu mmiu piettu la lena ci aia. 
Cuntentalu 'stu core 'nnamuratu; 
Nu* la fare penare 'st*arma mmia. 



XV. Moru d'amanti e rigurusamenti, 
Moru d'amanti, e disiandu a tia. 
Moru dicendu: -« Amuri appassionanti, 
« Tu sii l'unguentu di la vita mia » .- 



'^' 351 <* 

E se mi mora jeu tu non hai pianti, 
Ca jeu mi moru pe' la pena mia; 
E se venisse lu to caru- amanti, 
Jeu vaju 'nseportura, amanti mia. 

Altro canto di lontananza di Paracorìo : 

Ed undi siti, angela mia galanti? 
Yui siti a chidhi parti di strania? 
Ndi chissi parti vi manda li nguanti. 
Dati nova di vostra signuria. 
La strata ch^era china, or' è vacanti, 
Ora china di stelli è la strania ! 
Vu" sula nei merivvu a menzu a tanti 
Comu Tarangu a menzu la lumia. 

Analogo leccese e caballinese : 

Sape lu bene mmiu, sape Mdù^ ete? 
Sape ci fa l'amore alPautre ^ande? 
Sape quale tiranna lu *ntrattene? 
Sape percè nu' torna a quiste *ande ? 
Spezza, amore, le spezza le catene, 
Spezzale e bienditenne a quisté 'ande! 

^Ande, bande. Bienditenne^ vièntene. 



XVI. 'Na tabaccherà d'ora m'accattai, 
E 'janca e russa comu siti vui. 
Quandu vinui, a lu mari mi fermai, 
Cu' li me pedi, pe' m'appuntu a vui. 
Poi vicinu a lu mari la pigghiai, 
Apru la tabaccherà, e viju a vui. 
Jeu no' mi scorda né ora e no' mai ; 
Amatimi, miu beni, eu su' cu' vui. 



-^- 352 •4- 

Variante di Paracorio stOBSO : 

'N jornu tutta Palei^mu girìjai, 
Pe' trovari 'na bella coma a vai. 
*Na tabbaccfaeri^ d*ora m'accattai, 
Pe* aviri aduri chi portati vai. 
Poi vinai a menzu mari, e mi votai^ 
Perdi a la tabaccherà e vija a vai. 
Addanca se voliti, è bella assai, 
Di cori ma ndi amamu tutti dui. 

Variante di Catania: 

* 'N jornu tutta Palermu furriai, 
'Na bedda ppi* tra vari coma a vui; 
'Na tabbacchera d*ora m'accattai 
Dintra e di fora ci stampavi a vui; 
Di tabbaccu di musou la 'ncignai, 
Facia lu sciauru ca faciti vui: 

'N jornu 'ntra lu virzottu la sarvai, 
Persi la tabaccherà e asciavi a vai. 

Altra variante di Mineo: 

* 'Na tabaccherà d'oru m'accattaju, 
È 'janca e russa comu siti vui ; 

Di tabaccu di mussu la 'ncignaju, 
Facia lu sciauru ca faciti vui ; 
La prima sira ca mi cci curcaju, 
Persi la tabaccherà e asciaju a vai. 



XVII. 'Na vota era 'ncavallu nominata, 
Chi beni mi volia a la me' patruna. 
Dintra 'mbacili d'oro abbiviratu, 
D'oro e d'argento la me' mangiatura. 
Ora su 'ntra 'stu margiu 'ncatinatu, 
Li pedi mi li serra la pastura. 



^ 353 <i- 

No' abbandunari no' l'annamuratu: 
Troppu fidili t'esti, o mia signura. 

Margiu^ terreno incolto. La pastura, le pastoie. — 
Variante di Lecce e Caballino: 

'Nu giurnu era cavaUu desiatu, 
'Nu servitore de la mmia patruna; 
A fonte d'oru era 'bbeveratu, 
D'oru e d'argentu la mmia mangiatura; 
Purtaa la sella d*oru damascata, 
Purtaa la briglia di gran valitura; 
Mo' su* turnatu cavalla runzinu, 
E bau pascendu 'mmienzu a 'sta pastura, 
Se nu' mme cridi^ amore, "leni e bidi : 
Mm'ha serrati li piedi la pastura. 

Variante pur di Lecce e Caballino: 

'Nu giurnu foi cavallu desiatu, 
Bon servitore de la mmia patruna: 
A conca d'oru nc'era abbeveratu, 
De finu marmu la mmia mangiatura. 
La vandrappa ci avla era bruccatu. 
Le briglia d'oru de 'na gran veduta. 
Mo' su' 'ddentatu cavallu runzinu, 
E bau pascendu 'mmienzu alla pianura. 
Ci nu crediti 'enitime a bedire : 
Mm'ha serrati li piedi la pastura. 

Var. V, 3, Cu' conca d'oru mm'era 'bberatu; v. 5-6, 
desunt', v. 7-8, Mo' cavallu runzinu su' turnatu, Cce 
mangiare mme 'ttocca a la pianura; v. 12, Mme ser- 
rara li piedi. 



XVIII. 'Nu jornu era la mia, cara veraci, 
E lu dici va cu' la propria vuoi. 
Se tu m'avissi dittu: - « fingi e taci; t - 
Jeu sì, t'avissi 'ntisu a prima vuoi. 

Cìnti Popolaei, III. S3 



^- 354 '<^ 

Ora chi ti scopria ca &V fallaci, 
Cchiù chista menti mia non si riduci. 
Esseri d'atru poi, cara veraci, 
Ca pe' mia 'ntantu, nei fazzu la cruci. 

Ganti analoghi di Paracorio: 

a) Ma se ti lagni, nei curpi tu sula, 
Lagnati di tia stessa e non di mia. 
Ti lagni di la toa sciocca sventura, 
Ca tu non fusti fidili cu^ mia. 

Ti lu previnni, e sempri fusti dura: 
Avvertimenti sempri ti facia. 
Sbattiti ora la testa pe* li mura, 
Clangi la sorta tua, la fidi mia. 

b) Tu donna, ti cridisti veramenti, 
Ca su' di 'ssi bellizzi annamuratu! 
Fu veru ca tramai pe' pocu tempu. 
Ma no' beni di cori svisceratu. 

Tu ti jisti vantandu cu' li genti, 
Ca 'ntra li vrazza mi teni ligatu; . 
Ora chi dici chistu nun fa nenti: 
Non su' d'amuri di donna tiratu. 

e) È veru ca t'amai, no' mi lu negu, 

Ma lu to' amuri lu tinnì pe' sviju* 
Trovati 'n atru amanti o megghiu o peju 
Ca pe' mia 'ntantu no* mi gelusiju. 
Undi sentu su' nomu lu sdinegu, 
Comu cani scardatu fuju, e gridu; 
Se iion è pe' rispettu di lu celu^ 
'Nfacci ti sputarria undi ti viju. 

Analoga di Pomigliano d'Arco: 

Comme te lo credive, niero te 
Ca la signora toja era io! 
Tu te credive de mm'avè' re fianco 
Vieni se vuo' veni' a servitore. 
Tu te cride de t'assetta' a tavola e mance 
T'assitte 'nterra e mance comme a 'nu cane. 
Te cride de vevere 'mbicchiere 
T'accale 'nterra e bive comm^ acane. 



-^- 355 •^ 

Variante di Napoli: 

Gomme te lo credive, niro tene. 
Ca la signora toja era io! 
Ma chilli quattro juorni che t'ammavo, 
Lu faceva pe* mme spassa' la fantasia. 

Variante Airolese : 

Come te lo crerivi, *maro tene, 
La 'nammorata toja ca era ine. 
Chille quatto juorna ca t'ammaje 
Lo fice pe' spassa* 'sta fantasia! 

Arena, arena! 
Lu penziero mmio non steva a tene. 

Variante di Bagnoli Irpino: 

Figliola, chi te tuoccoli e contieni, 
^ La rota tua è quinnici 'rana. 

Tu. te crerive re veve' 'mbecchiere 

Ti cali in terra e bivi a lo zampano. 

Tu te crerivi re salire 'n cielo 

A la metà l'albero fino ti spezzavo l'astra. 

Rota^ tariffa. — Altra variante di Pomigliano: 

Fenesta, che mme staje facciofronte, 
Puozze cecare com' mme tiene mente! 
Tu te credive de te pigliare a mmene? 
'Na figlia de saponaro te può' pigliare. 
Te credive de vevere a 'sto bicchiere, 
T'accule 'n terra e bive a lu pantano. 

Canti analoghi di Lecce e Caballino : 

a) Nun bogghiu echini, le manu mme nde lau, 
Serva 'ogghiu bessu de 'n amante novu. 
Suntu 'ddha donna ci H cori cau; 

Felice campu e lu mundu rennou. 
leu nu' te lassù pe' nisciunu aggrau. 
Ma sulu ca cchiù beddhu mme lu trou. 

b) Diu graziu sdignu^ cu mme nde scerrai, 
Nu' mme trummenta echini la gelusia. 

Ca quiddha picca tiempu .... 



-^ 356 <- 

Ma mo' nu' t^amu nu' picca nu^ *ssai, 
Autra parte 'ncrinau la capu mmia. 
Maledica la cammera addò* stai^ 
Fuecu nei cascia pe' la parte mmia. 

Variante : ^ 

( 

Canta de sdignu ca sdignatu stau, 
Ca mme trummenta assai la gelosia. 
Li capiddhuzzi, ci superba *ai, 
Su' tutti chini de birbanteria. 
Ca quiddha picca tiempu ci t'amai 
Foi 'nu capricciu de la capu mmia. 
Ca mo' nu' t'amu nu' picca e nu' 'séai, 
Autra parte 'ncrenau la capu mmia. 

Altra Tarlante: 

Cantu de sdegnu, ca mme nde sdegnai, 
Nu* mme trumenta cchiù la gelusia. 
Maledicu la cammera Mdù' stai. 
Nei cada focu peli a parte mia. 
Megghiu de tie jeu 'n'autra troveraggiu 
Ca mm'ama e serve cchiù de Tocchi toi. 

Ottava analoga di Paracorio: 

Sdegnu, ti pregu, sciogghì li to riti, 
Ora chi nd'aju la me' libertati. 
Non ardu comu ardia, no' nd'aju siti. 
Li ghiummi di Tamuri so' stutati. 
Beni voliti a mia, se amanti aviti, 
Se cerca gustu, vui mu nei lu dati, 
leu m'alluntanu, vui mu lu sapiti, 
L^amuri non si po' dari a mitati. 



XIX. bella mia ti voggiu appalesali, 
L'amuri chi ti portu eternameiiti. 
Cchiù lontanu di tia non pozza stari, 
E mi fingiu 'nu mortu pe' la gente. 



->• 357 e.- 

Tu sula fusti chi ti vozzi amari, 
Tu sola teni 'nguerra la me^ menti! 
Cuntentami 'na vota e cchiù non fari. 
Pe' mu moru, ca allura ti ndi penti. 



XX . chi stidha, chi stidha, o chi stidhazza, 
Simili stidha non ho vistu mai. 
Guardu la luna, e no' viju lu suli, 
Guardu la stidha e non viju la sfera. 
Ed io ti dicu chi cosa è la luna! 
Amami, beni miu, ca su' la sfera. 
'Ssa limpia si veni a salutari^ 
Jeu vi la rruppu e non ssi po' chiudiri. 



XXI. facci di 'n'ammendula mundata, 
E sapurita comu la cannedha. 
La mamma chi ti fici fu 'na fata, 
Lu nomu chi ti misi: o gioja beddha! 
pergola chi fai la zuccarata, 
pergola chi fai la muscatedha. 
muscatedha chi sana malata, 
Comu non sani a mia, giojuzzabedha. 



-^ 358 -^ 

XXII. facci di 'nu novu candileri, 
Prìsenza di 'nu calici 'nduratu! 
Jiti a la chiazza, bellu, ca vi meri, 
Jiti a la curti, ca siti chiamata. 
Ddha intra nd'avi conti e cavalieri, 
Nessunu passa a vui d'allittaratu! 
Vostra mamma vi voli tanta beni, 
Qaandu senti 'ssa nomi tanta amata! 



XXIII. genti di 'sta rraga coma stati? 
Teniti 'na diavvùla vicina. 
Chi dici li pareli scontarnati, 
Coma venta chi pe' aria ssi mina. 
Ed ora la pigghiamu a sciabulati, 
La 'randi morza qaanta la tonnina. 
E poi chiamama li so' 'nnamarati, 
Ma si' mangiana chista saracina. 

Altro canto gentile di Paracorio : 

Sciu cca, si' tu, si' *na gadhina strana. 
Scià! non si 'mbisca Torgiu, cu' Taina. 
Sciù! ambatula mi fai lu cala e schiana. 
Sciti cca: non 'nsiva no la to' candita. 
Sciù cca: se avissi a carminari lana, 
Mangiava tarantedhu e non tonnina. 
Sciti ! vattindi di cca, si* cosa strana 
Nudhu ti voli mancu pe* vicina. . 

Risposta della donna: 

facci di ^ncornutu mattu mattu, 
A la me' facci mentisti defettu! 
Se vegnu dhocu Tocchi ti li cacciu 
La carni ti la scippu a pezzu a pezzu. 



-> 359 •4- 

Sciuppu du* pili di lu to' mustazzu 
E pe' me lazzu di lu meu corpettu ; 
A poi, cornutu, te spara e t'ammazzu 
Cu' padhi incatenati tra lu pettu. 



XXIV. Ogni ragazzu cu' lu tempu 'mpara, 
Lu fruttu cu' lu tempu ssi matura. 
Cu' tempu va a lu mari ogni ghiumara, 
Sbattendu ssi fa frisca, e ss'assapura. 
Lu forti focu coci 'na caróara, 
Sfaci li sassi ed ogni petra dura. 
Sai chi ti dicu, giojuzza mia cara? 
Statti ferma, costanti, e cchiù sicura. 



XXV. Oh chi occhi latri, e occhi micidari! 
Occhi chi non avisti mai timenza. 
E l'occhi pe' lu tantu taliari,^ 
Nu' dui vinnimu a tanta cunfidenza. 
Se l'occhi li potissi castigari, 
Jeu dari nei vorria 'na penitenza. 
Ora pensaci tu com' hai di fari, 
Ca è 'na pena di cori la spartenza. 



^ 360 ^ì- 

XXVI. luna cinta di petri rubini, 
Bellizza strafonnata di 'stu cori, 
Dìciva ca su' sangu di Mhi vini. 
Ora pe' atru abbandunatu m'avi. 
Dicivi ch'era focu ed era nivi, 
torcia chi pe' atru m'adhumavi. 
Atri mi trasì' 'mpettu e tu nescivi, 
Dici chi no m'amasti regulari. 



XXVII. pisci d'oru, dassami cantari, 
Galatindi di jornu a la marina. 
Senti giojuzza mia, lu lagrimari. 
Di lu to amanti, di sira e matina! 
E tu, tu 'ngrata, comu poi campari? 
Sentendu la sventura chi mi mina. 
Sentimi amùri, e no' m'abbadunari, 
Guntentami se no' m'apru ognivina. 



XXVIII. Spunta lu soli cu la matinata, 
Tutti l'acelli cantaru 'mpartita. 
E spunta cu' 'na bona matinata, 
' E Paugellini chi fannu 'mpartita. 
Si mentinu mu cantanu a lu zitu. 
Di 'na figghiola ch'eu aju chiamata. 
Ora, figghiola, mandami 'nvestitu, 
Cu' 'na fardettu d'oru accumudata. 

'Mpartita, in disparte. 



-^ 361 ^ 

Cauto analogo : 

Spunta lu siili e spunta ^na bande r a, 
Facia ca spunta e no' spuntava mai. 
Ora spuntasti, o Limpia serena, 
L'oru supra li trizzi t'affacciai. 
Sii comu Talivara a primavera, 
Chi fogghia cangia, ma culuri mai. 
E se lu suli perdi la so^ sfera. 
Chissà bellizza non si perdi mai. 

Canto analogo: 

Spunta lu suli la matina a Gioja, 
Spunta pe' adornari 'ssa bellizza f 
Spunta da parti a parti e ss'arriposa, 
I Guardandu 'ssa bellizza ss'arriprisa. 

A 'ssu pettuzzu portati 'na rosa, 
Ch'ò la funtana di lu paradisu. 
'Mbiata cu cu' ti a dormi e riposa, 
Yiatu poti jiri 'mparadìsu! 

Variante di Pietracastagnara : 

Mussillo 'nzuccherato de cerasa, 
'Mpietto ne porti duoje felice rosa; 
Quanno cammine faje tremmà' la casa. 
Povero ninno tujo comme riposa. 

Per altre varianti vedi le note ai canti gessani. 
Variante di Sorrento : 

* Site cchiù bella vuje ca n'è la rosa; 
Nzo, chi ve vede. Nonna, oje, sse ne scasa. 
Quanno 'sto pedezzuUo 'nterra posa 
Ogn'ommo ss'addenocchia e 'nterra vasa ! 
Ah! se mme toccarla chesta pe' sposa, 
Chi mme farla asci' cchiù dalla casa? 



->• 362 •<^ 

XXIX. Su'pra 'ncristallu 'n'adornata tazza, 
Chi luci cchiù di l'ora la to' trizza. 
E lu me' cori ss'accidi e ss'ammazza, 
Dicendu: -t chi trisoru, chi bellizza! •- 
Bianca 'ssa pettu quandu ssi sdillazza. 
Pari 'na vera dia, nova bellizza! 
'Na ara vorria stari 'ntra 'ssi vrazza, 
Pe' vidiri com'è la cuntentizza. 

Variante di Sambatello: 

* Scindu d'ammanti e 'sta vita ss'ammazza 
Mi vardu la to' angelica bellizza; 
E lu to' frunti 'na gemmata tazza, 
E d'oru è giriata la to' trizza ; 
'Na funtana di meli è 'ssa buccuzza 
E cu' la bascia non perdi ducizza. 
'Mbiatu a cu' ti teni 'n'ura ambrazza, 
Cent'anni campirà di cuntentezza. 

'Sta vita ss^ ammazza, m'uccido di strapazzi. Am 
brazza, in braccio. 



XXX. Vegnu la notti e vegnu di sospetta, 
E di l'amanti mia no' manca mai. 
Tu sula mi trasisti 'ntra lu pettu, 
Quanti amici di cori abbandunai ! 
Se tu centu anni stai, milli t'aspetta, 
E mu ti dassu no' la fazzu mai. 
Ora chi t' 'etti tuttu lu me' aflfettu 
Se mi abbanduni tu 'ugrata sarai. 



-> 363 '<^ 

XXXI. Vitti 'na petra d'oru sutterrata, 
Era pe^ la mé^ amanti e non sapia. 
E tutta chiddha petra era 'ndorata, 
'Ntra la petra non c'era argenteria. 
Ora la pigghiu 'sta petra 'ndurata, 
E nei la leva a la patruna mia. 
Mu ssi la metti a lu pettu adurnata, 
Mu ssi la godi pe' Tamuri mmia. 

Variante d'Itala (Sicilia) : 

* Vitti 'ria petra virdi suttirrata, 
Nuddu filici amanti la sapia; 
Si' petra virdi, si' petra 'ndurata, 
Petra chi nun ci n'ò all'argintaria; 
Vuccuzza di 'n aneddu 'nsiiddata, 
Ca cc'un vasuni ssi 'ngastau cu' mia! 
Ora, figghiuzza, la sorti fu data, 
Ad autru ci arrìstau la gilusia. 



XXXII. Vitti 'nu gigghiu curmu di surinu, 
E lu guardava e bedhu mi paria. 
Perchè spuntava allura lu matinu, 
Lu suli cu' li raji lu corpia. 
Era bedhu 'dhu russu di rubinu, 
Chi a 'menzu di lu gigghiu cumparia. 
Ma sta megghiu 'ssu russu carmusinu 
'Ntra chissà facci vostra, o bedha mia. 

Canto analogo di Lecce e Caballino : 

Gemma fiurente, cresciuta alla 'rasta, 
'Na fiata te 'uardaì, 'rrumasi all'erta. 
La toa persona è tantu bella fatta ! 
La facce ò cercundata de bellezze. 



-^ 364 •<^ 

Ci nu* la 'idde ddha 'sta beddha facce, 
*Mmii*a la rosa russa qnand^è 'perta. 
Quanda te Isciu, 'stu core sse strazza, 
^Jat'a ci sse la gode ^sta bellezza. 



Variante : 



Simmula cara, ^nzaccarata pasta, 
'Rasta de 'salecoi chiantata ^mposta. 
*Na cima ju 'nd'ibbi, scinra de toa * rasta, 
Qua *mpettu mme la misi e stae nascosta; 
Pigghialu qui stu core e se nu* basta, 
Pigghiate la mmia vita^ è tujtta vostra. 



N'APOLI 



(provincia di napoli) 



I. Aggio saputo ca la morte vene, 

Tutte le belle sse vene a pigliare. 
Tu che si' bella, miettete 'mpenziero, 
'Sti toje bellezze a chi le vuoje lassare? 
Lassale a uno che te vo' cchiù bene... 
Si è pe' mme, io non te voglio male. 

Varianti, v. 2, Sse vo' pigliare ; v. 3, mittiti ; v, 5, 
te vole bene ; i?. 6 ; Ca si è pe* mme, no' te. 

Ad Aci si canta cosi secondo il Vigo : 

* Aju saputa ca la morti veni, 
Tutti li beddi ssi veni a pigghiari ; 
Tu^ ca si* bedda, mentiti in penseri, 
'Ssi to* biddizzi a cui li voi lassari? 
Non li lassari all'omu sfardidderi, 
Cu ssi li cancia pi' oru e dinari; 
Lassili a mia, ca sugnu l'arginteri. 
Chi ti l'incartu 'ntra li carti rari. 

Variante Messinese: 

Caccia, carrara, chi la morti veni, 
Tutti li beddi ssi veni a pigghiari. 



-^- 366 «^ 

Tu, figghia bedda, mettiti 'mpinzeri, 
'Ssi beddizzi a cu ci irha a lassar!? 
Non li lassari a qualchi giocaturi 
Chi ssi li gioca p^un pezzu di pani. 
Lassili a mia chi sugnu argenteria 
Chi ti Tincastru *ntra li gemmi rari. 

Variante Abruzzese di Falena; 

Agge saput' ca la morte vien' 
Tutti li belle zi vonni capar'. 
Tu chi sci' bella, mittiti 'mpenzier' 
La robba tua a chi la vuoi lascia', 
— «La lascerò a chi mi vuol cchiù bene»... — 

Canto Leccese nel quale è personificata la morte. 

La morte mm'ha cercatu 'nn piacire: 
Cu piacere alla morte pozzu fare? 
Mm'ha dettu : — «* Lassa ci tieni a putire! » — 
Nn'aggiu rispustu: — « Nu' lo pozzu fare; « — 
Iddha mm'ha dittu ca mme fa pentire; 
Cce pentire la morte a mmie mm*ha* fare ? 
Autru nu' potè ca farmi muri re : 
Megghiu murire ca male campare. ' 

Per altre personificazioni della morte vedi la nota al 
canto di Pomigliano d'Arco che incomincia: Tutto lo 
tnunno de Napoli vene. 



IL Ainmore, ammore mmio, caro e fedele, 
Che core hai avuto de mm'abbandonare? 
Penza che faggio ammato solo a te. 
Lo bene che te voglio è tropp'assaje. 
Tu vaje fore e te scordi di mme. 
Co' 'n'autra nenna te miette a parla'; 
Tu mm'haje lasciato co' fierre e catene. 
Ora mme scioglie e te venco a trova'. 



-^- 367 •<^ 

Varianti, t?. 7, Tra fierre e catene. — Canto analogo 
di Lecce e Caballino : 

'Ntanu de Tocchi toi, nu' dubetare, 
A 'n' autra amante nu* li dau lu core; 
Cu' tutte vogghiu ridere e burlare, 
Ma tu si^ sula amata de lu core. 
Tutti mme dinnu cu te lassù stare, 
Ma nu' saonu quant'amu lu mmiu amore; 
Quista è 'na cosa ci nu' sse po' fare, 
Percò tu sinti lu mmiu primu amore. 

Variante : 

^ 'Ntanu de l'ecchi mmei, nu' dubetare, 

Ca a 'n'autru amante nu' dunu lu core; 
'Ogghiu cu tutti ridere e burlare, 
Tie sulu si' lu chièu de lu mmiu core. 
Tutti mme dinnu cu te lassù stare, 
Ma jeu ndi moreria de lu dulore ; 
Quista è ^na cosa ci nu^ sse pò* fare, 
Tu piaci all'ecchi mmie, dica ci 'olel 

Consigli d'abbandonare l'amata. Canti di Lecce e Ca- 
ballino : 

a) * Mm'è statu dittu cu te lassù andare, 

Specchiu de lu cor mmiu, nd' aggiu dulore; 
Jeu l'aggiu dittu — «♦ Nu' lu pozzu fare »•. — 
Mme piaci alTecchi mmei^ dica ci 'ole ; 
Sai quandu te putraggiu 'bbandunare? 
Quandu de celu sse scocchia lu sole. 

b) Tutti mme l'hannu dittu cu te lassù, 

E jeu aggiu dittu: — « Fare nu' lu possu. »» — 
Jeu de lu piettu mmiu cchiù nu' te scassu, 
Ddunca stai- unitu comu carne e ossu. 
Sai quandu, bene mmiu, quandu te lassù? 
Quandu mme minerannu intr'allu fossu. 



-^ 368 «^ 

III. — I Arrapritemi 'sse porte, 

• E lassateme passa' » — 

— « Li porte stanno apierte; . 

« È patrone chi vo' passa' ! » . — 

— « Mme metto paura d' 'a Raja-petrona, 
« Ca nuii sse piglia li tre figliole » . — 

— « Li tre figliole songo 'nnorate, 

• E paura no' nce ne sta » . — 

Nel giuoco della Raja-petrona (specie gigantesca di 
razza) le fanciulle fanno il giro tondo nel quale son 
chiuse tre compagne; e quella che rappresentala Raja- 
petrona deve penetrare per sotto le braccia delle circo- 
lanti ed afferrare la bimba che deve surrogarla. Nel gi- 
rare intorno, intorno, cantano questa canzonetta. — Ecco 
due altre canzoni di giuoco napoletanesche: 

a) Belli guagliune ca state de sotto, 
Teniteve astrinte e nun,ve lassate! 

Pizzeca ccà, 

Pizzeca Uà, 
Sotto Caserta Nicola nce sta, 
Sotto Caserta vulimmo passa". 

Nel giuoco detto Ptjrzicandò^ de' fanciulli si*tengono 
stretti per le braccia, altri salgono sulle loro spalle e tenen- 
dosi nello stesso modo girano cantando i precedenti versi. 

b) Vota, vota li monacello, 
Monacello, venite ccà! 

Che bella pazzia volimmo fa'! 

Focate fritto e baccalà, 

Pepe^ cannella e carrofauà! 
La cantano le bambine facendo il giro tondo: all'ul- 
tima parola si accovacciano per teiTa: ss^assettano cu' 
''u culo 'nterra, — Variante di Pietracastagnara (Prin- 
cipato Ulteriore) : 

Vota, vota le monacello^ 
Notte e giorno e sse ne vene. 
Sse ne vene pe' santa Lucia... 

Vota^ vota mmia. 

Il luogo de" puntini è occupato da un nome proprio. 



-J> 389 ^^ 

IV. Bella, si moro, famme 'nu favore: 
Sotto a le gfrada toje fammi atterrare; 
Passa e ripassa e mme scarpisa, ammore; 
Chiagnenno sotto voce non gridare; 
Facce lu canto de lu riscignuolo : 
Quanno canta, conta li soje guaje. 
Fosse morto quanno era figliuolo 
Conosciuta non t'avesse maje. 
Mo' che mm'hai misso lu chiuovo a' sto core, 
Te benedico Fora che t'ammaje. 

Analoga di Garpignano Salentino: 

Subra 'stu limbitare ieu mme sedu, 
Aggiu de fare la mmia sebetora. 
Aggiu scavare tanta cu^ li piedi, 
Finu mme Vriva e passa la centura. 
Qaandu mme passi cu' sti bianchi piedi, 
'Amami servu tou, cara patruna! 

*Amamt, chiamami. Altra raccomandazione in caso di 
obito, napoletanesca : 

Bella, si moro, te lo lasso ditto, 
No' mm'atterrate co* l'ante muorte. 
Facitemi 'nu tanto luongo e stritto , 
Quanto nce cape *sto misero cuorpo. 
*Nncoppa a la fossa nce lu lasso scritto, 
Chi lo leggesse fosse 'n ommo dotto : 
— « Chesse so^ l'ossa de Nen nello affritto, 
«« Pe* ammare ^a bella soja ghiuto a la morte. *>— 

Yar. V, 1, Nenna; v. 3, Facitemi 'na fossa lunga e 
stritta; v. 4, meschino; v, 5, nce yoglio ^no scritto; v. 
6, E t« lo liegge, passaggere accuorto; v. 7, chill'omme 
affritto; Nonno Bell'affritto, v. 8, Alla soa vita non ha 
avuta sciorte; Pe' ammà' Tammante soja ghiuto alla 
morte. In una variante di Pietracastagnara dopo i quattro 
primi versi vengono questi : 

Io, quanno moro, vieni mm'accompagne, 
Dimme 'nu paternostro pe' la via. 
Da quillo monno te ne manno tanne, 
Pe' quante vote assieme avimmo parlato. 

GiRTI POPOLAkI, III. ifc 



-> 370 4- ^ * 

Questi quattro versi sono qui trasportati da un altro 
rispetto del quale riferiamo la lezione raccolta a Starno: 

Quanno so* nraorto vienninci accumpagna, 
Dimmillo *no rosario pe* la via. 
Quanno si' alla chiesa po' addimanna: 

— • Qual'ò la fossa dell'ammanto mmio ¥ «• — 
Piglia *na punio allora d'acqua santa, 

E benedici la persona mmia. 

Che puozze avo' all'anema tant'angioli, 

Pe' quanne vote hai cu' mme parlato. 

Variante del canto napoletanesco raccolta a Roma: 

Prima ch'io moro voglio lasciÀ', 
Non ci voglio star fra l'altri morti. 
Fatemi, fa' 'na sepoltura a parte, 
Che ci capisca 'sto misero corpo. 
Sopra la pietra voglio lascia' scritto, 
Chi lo leggerà sarà un gran dotto : 

— «* Queste son l'ossa d'un amante afflitto, 
« D'amar la bella sua non ebbe sorte; 

« Queste son l'ossa d'un afflitto amante, 
« D'amar la bella sua non fu costante •*. -~ 

Canti analoghi di Lecce e Caballino: 

a) Quandu jeu sarò morta e sutterrata, 
Nu' manca ci de tie le noe mme dica; 

Mme mentu 'n omu e mme lu pau a sciurnata; 

Ci mme tradisci, e mme lu 'egna a dica. 

Subra la chianca fazza 'na passata, 

Cu mme 'ncrina la testa e cu mme dica: 

-« Mo' lu tou amante 'n'autra ss' ha pigghiata» 

• Se la sta gode l'amorosa vita «>. - 

E respunde la cbianca 'mpassiunata : 

• « Mo' pi' beraggiu na' rusariu dica ». — 

b) Mittite 'n oma e scali la sciamata, 
Ci te 'nzuri cu vegna e mme lu dica; 
Cu passa de 'sta chianca 'mpassiunata. 
'Na 'ncrenata de capa e po' cu dica: 



s> 371 <► 

— •* Ausate, morta, mo' ci ss'ha 'ncasata, 
1 Ca 88 *ò fonata la *aerra *nfenita h. - 
Respandu de *ddha chianca 'mpassinnata: 

— « A mmiu reguardtt *na rasarla dica ». — 

Chiancay lapide. 

e) Mme raggia fare ieu *na sebetara, 

Culle Jagrime l'aggiu a *iiquajenare. 
E *nu tampagnu de marmura dura, ^ 

Subra lu nume mmiu nei ss'ha stampare. 
E sutta terra *na cammera scara, 
Vivu, vivu nei mm*aggiu a sutterrare. 
Cu te nde vuanti tie quand*è quiddh^ura, 
Ca mm^ha* lassata e nu* mme Tuei cchiù amare. 

Riporteremo qui un bellissimo canto di Merino in Terra 
d^Otranto cbe narra una lugubre storia (da confrontarsi 
con quello di Calimera che principia ìloriu 'nu giove^ 
nettu pelVamore): 

A menza notte la beddha durmia, 
A menza notte sente la campana; 
La mamma lu rusariu sse decia; 

— «Mamma pe* ci sta sona *sta campana? ^ — 

— <« Nu' bete la campana, figghia mmia, 
<• Ète lu rusciu de la tramuntana... « — 
AlPalbe chiare la beddha Lucia, 
*Nnanzi la porta. soa sente cantare; 

La mamma lu rusariu sse decia, 
La prucessìone ca stia pe^ passare.., 
Quandu sse ^nfaccia la *mara Lucia, 
*Idde ramante sou stisu passare : 

— « Mo' abbande sulu fenca all'aimaria, 

•« Jeu qua te spettu a su' 'stu lemetare ! •• — 

Altro canto napoletanesco di latto: 

Oh vanci, ammore, vance *nsepultura, 
Cacciarne a nenna mmia, ch'i^ mme ne moro. 
Ammore, tu mm'aje fatta *na scrittura, 
Mo* mm'ha* venato manco de parola. 



-»■ 372 «^ 

Issa i*e8ponne da la seportura: 

-*<« Non torno a nasce' ca pe' te io moro. «- 

Beila 8i* fatta cennere e io t'amino, 

E ppe^ te, bella mmia, i' mme ne moro. 



V. Carrechella, carrechella, 

Mo' si' bona a carrecà'. 
E 'nu cauce a la vunnella, 
Lu mantesino pell'aria va! 

In Catanzaro cantano : 

La fimmana quannu è bedda, 
Sse canusce a 'u cammina*: 
'Nu cace a la gunnedda, 
La fuddale pe' Tarla va! 

In Napoli ho udito anche cantare: 

Ze' frescola, ze' fresca, 
r canto ppe* mme spassa ! 
Tu si' de 'a Preta i*' pesce^ 
E io sonco de a Carità! 
Tu puoi*te 'i prete 'mpietto; 
E i' 'i porte ppe' te sciaccà*! 
Ci nce yede la guardia *i Puorto, 
Mme fa ghì' carcerato! 
Carrichella, carrichò\ 
Tu si' bona a pazzia' ; 
Tamburro co' 'i castagnelle, 
'U mantesino co' 'i frabbalà! 

Altri canti napoletaneschi con allusioni topografiche: 

a) Lu juorno ch'era vivo zi' lennaro, 

Venneva coraacotta a iu Pennino ; 



-^ 37Z 4- 

Io mme n<5e voto cu' ^qu piazzo 'mmano: 
— M Damme 'nu *raiio, gue* 'de cullarinoi ». — 

E abbascio a lu Pennino, 
• Nc*è carata 'na vetrìata; 

Ne 'è formata 'na gelosia^ 
E comme te voglio ammà*, nennella mmia ! 

Variante, v. 4-5: 

Io mme ne jeva co' doje grane *mmano: 

— « Famme *na zuppa, zi Jennaro mmio ». — 

b) . Mamma, mamma, tre palammo d'oro! 
Ghillo de miezzo è la signore mmio. 
Chillo de prlmma le proje la mano 
Comme a 'na cimma de rosa marina. 
Rosa marina e rosa de dommasco ! 
Lu capitano dell'aria francesca, 
Che mme rimase tante bone pasche 
Quante porte e fineste ha la Duchesca. 
A la Duchesca ci ha misso 'nu trave, 
Chiunque passa nce pava la pena. 
Jette nennillo e nce jette a passare, 
Pe' pigno nce arrimase 'a bona sera. 

e) Marina, marinella, chi vo' pesce? 

Santa Lucia co' le vele vasce. 
Chi vo 'nu piccirillo sse lo cresce, 
Mm'haggio cresciuto a nenno mmio 'nfasce. 

d) Tengo 'na famme, ca mme magnarria, 

Napole 'ntorniata de panello; 
Tengo 'na sete, ca mme vevarria, 
Poggioreale co' le funtanelle; 
Tengo 'nu suonno, ca mme dormarria, 
Settecient'anne co' 'na nonna bella. 

Il quarto verso indica la canzone dover esser de' tempi 
in cui la reggia era alla Duchesca (Castelcapuano), 
quando la strada di Poggioreale conduceva ad un casino 
de' sovrani e le fontane lungo la via davano acqua. Ora 
da lunghissimo tempo sono vuote e secche. Altre indica- 
zioni topografiche si trovano nella canzonetta seguente : 

Dint'a vico d' 'e Chianche a mano manca, 
Là nce sta 'a Toraiò' ricce-a-capille! 



-> 374 -4- 

Capille lineila, ansila, 
Toretò, quanno si* bella! 
La TÌta delicata, 
Ga mme pari 'na pupata ! 
Chille ricce de mariolà, 
Ppe* te mme moro. 
Int' 'u vico d' 'a Tedesca 
Là 88e saglie e non sse sesca. 
Io 80^ figlio a' cravonaro, 
Sott' 'a porta a San Gennaro. 
'Ntt grani Ilo a mesurella, 
Verole belle! 

I vichi della Duchesca e il vico delle Chianohe eran 
luoghi celebri nella prostituzione napoletana. 



VJ. Cielo quanto so' belli i maecanine, 
Quanto è cchiù bella la maccarUnara ! 
Jette a dà' 'nu vaso a i maccarune, 
Jette 'mpietto a la maccarunara. 
Maccarunara mmia, aggi pacienza, 
Cu* te la metti a tavola quanno mange. 

Variante pure di Napoli: 

Cielo, quante so^ belle i maccarune, 
Quanto è cchiù bella la maccarunara! 
Vorria dormi' 'na notte accanto a voi. 
Quanta maccarune vorria fare. 

Frammento di Chieti : 

Qoant* so' buon* qoist* maccarun* 
Ma quant* è cchiù boi»' la macQarunar'... 



^ 376 «^ 

Variante di Montella (P. U.): 

Quanno mmi partietti ra Montella^ 
Tre volte mmi voltai sopra *no passo; 
la facenno: — m Monte e la Montella, 
' « Munti, Mantella bella a ddò' ti lascio ? » 
Io mme voglio T a 'nzorà rinto Avellino, 
Mme la voglio piglia' maccaronara ; 
A 'no carrino venne li maccaruni, 
Ciento rocati la maccaronara. 
Jetti pe' dà' *no bacio a li maccaruni, 
'Mpietto coglietti a la maccaronara. 

Jn, cantava. 



VII. Gomme volimmo flBa' se nce spartimmo? 
L'angele da lu cielo chiagneranno! 
Ca nce volimmo fa' 'nu gruosso legno 
Napole e Belvedè' noi navicammo^ 
'Na vota che parla' no' nce potimmo 
Lettere e risposte noi nce mannanuno. 

Variante di Pietracastagnara: 

Come volimmo ffa* se nce spartimmo f 
Angele de lu cielo piaggeranno. 
Nennillo tubaggio ammato, tubaggio ammato. 
Co* li carizze tubaggio mantenuto. 
Gomme a lo sole t'baggio riguardato; 
Mo' che si* fatto bello tubaggio perduto. 
Mme se* scaduto da sto core tanto, 
Queirora cbe tubaggio ammato io mme ne pento. 

Canti di Lecce e Cavallino cbe deplorano infedeltà: 

a) De leune mme credia ca era lu fuecu. 

Le tante fiamme ci t' 'lanu 'ddbumata; 
E mme nde set* uantandu a ogne lecu^ 
Ca *Ba tanta bellezza ala truata! 



•^ 376 «^ 

Fuecu de pagghia foi *ddhu fintu fùeca, 
Arse *nu picca e becculu statatu; 
Quanda sci' cu mme scarfu 'ddentai cecuT 
Ceca de fuma e tuttu raffriddatu. 

b) Cu' nisciuQu mme *ogghiu *ffeziunare, 

De cce mme 'bbandunau Tamatu bene; 
Ca sempre mme decia: — « Nu' dubetare^ 
• Giumu a benire spicciana le pene «. — 
Mo* mmi lu 'isciu de 'nnanzi passare^ 
Ca certu pe' autru mari ha mise vele. 

e) — « Mannaggia l'arma ci 'ole pìgghia aflfettu ! 
« Donna, nu* foi cussi lu nostru pattu. 
« T'aggiu purtata comu gemma 'mpiettu, 
<• Mo* pensu allu cuntrariu ci mm^hai fattu ». — 
— « Vieninci 'n *autra fiata, o caru ogettu, 
« Vieninci e cunta a mmie cce t'aggiu fattu. 
» Pigghia 'na lancia e mme spacca lu piettn: 
« Sana e sarvu nei trevi lu mmiu patta **. — 

Varìante : 

Mannaggia Tarma de cci pigghia affettu! 
Quistu nu' foi lu nostru primu pattu. 
T'aggiu purtata comu a fi uru 'mpiettu, ^ 
Mo^ pensu allu cuntrariu ci mm'ha' fattu. 
Ci ha' 'ulutu cu' mme faci 'nu despiettu, 
Armena dimme cce male t' 'la fatta? 
Pigghia 'na lancia e passarne lu piettu, 
'Idi, ca qua' nei stae lu tou ritrattu. 

d) Oh cce te serve a tie purtarmi affetto! 
E poi cuU'autri cu faci l'amore. 

Tu dici ca a mmie sulu tieni a 'mpiettu, 
E all'antri poi duni piettu « core. 
Tu ci mme vuoi amar cu' veru affettu, 
Discaccia da tou piettu l'autru amore; 
E ci nu' vuei amarmi ca^ veru affettu, 
' Nu' stare a tramontar 'st'afrittu core. 

e) De quanti arveri nc'ete a sulla terra. 
De la 'ulia sse fa la santa parma. 



Lu termeto nu' fa 'n'àziòne bella, 
Dici: — « Tira ca 'ene »• — e poi summaja. 
Cussi mm'ha fattu a mmie ^sta donna bella^ 
Dice sine ca mm'ama e poi mme *nganna. 



Vili. Da longa via lo veco venire, 
Co' la corona e Tufflcio 'mmano. 
Mamma, chisto mme vene a convertire, 
Pace co' Ninno mmio mme vo' ffà' fare. 
Ma si vedessi la forca mettire, 
Lu boja che sagliesse pe' la scala, 
Io pure diciarria : — • Voglio morire, 
• Pace co' isso io non nce voglio fare » .— 

Variante di Napoli: 

A longo a longo lo veco venire, 
Co' la corona e co' T ufficio 'mmano. 
Mamma, cbiato mme vene a convertire, 
Pace co' *u senza-mamma non boglio fare... 

Quardaje 'n cielo e sse mmeitette a ridei*e^ 

Ha viso co' cbi santi ha parlato; 
Ha parlato co' Maria-Carolina, 
Cucchete e ffa la nanna, Nenno mmio. 

Var. V. 7, Mariannina. — Analoga di Lecce e Caballino: 

Oh 86 vedissi le furche quannante, 
Lu cacchiu 'ncanna e lu boja proibenti, 
Lu cunfessore cu' parole sante, 
E mme dicesse: — « Gioaue, nu' te pienti? 
« Ca tu sta donna percò l'ami tantu? 
« Te stai bidi 'mpecai^e^ nu' nd'hai nienti ». — 
Jeu nni respunderia: — <* 'Mpecatu 'nnanti, 
— « Moru pellu mmiu amore e su' cuntentu **. — 



- XI. Dimane è festa! 

— « B manciammoce 'na menesta ! » — 
'A menesta no' è cotta. 

— • E manciammoce 'na recotta ! » -- 
'A recotta no' è fresca. 

— f E manciammoce 'na rapesta! > — 
'A rapesta no' è fellata. 

— • E manciammoce 'na 'nzalata! ■ — 
'A 'nzalata no' nce sta uoglio. 

— • E chiamammo a Mast'Imbruoglio ! » — 
Mast'Imbruoglio è juto a messa, 

Co' quatte prìncepesse, 
Co' quatte cavallucce, 

— • Muss' 'i vacca e muss' 'i ciucce ! » 

Vari anta: 

Dimane ò festa, 
Nce magna m me *na menesta. 

— » 'Na menesta nu' è cotta ». — 
Nce magnamme 'na recotta. 

— •• La recotta nu' è frìsca ». — 
Nce magnamme 'na ventresca. 

— - 'Na ventresca nu' è salata ». — 
Nce magnamme 'na 'nzalata. 

— « A la 'nzalata nu' nc'ò uoglie ». - 
'Mbacchiammo a Maato-'Mbruoglie, 

— « Masto-'Mbraoglie ò ghiuto a messa 
« Cu' quatte princepesse, 

M Cu' quatte cavallacce 

» Masto 'Mbruoglie s'è rotte 'a musso ». — 

È una canzonetta che cantano i bimbi facendo il 
chiasso: '/ crejature ssé sfrenano, zompano e cantano 
accussi. Analoga^ di Napoli anch'essa: 

Turzo, turzo, mare, maruzzo, 
Tre zitelle a la fontana: 

Una sceria e l'auta lava, 

« 

'N auta preca a Santo-Vito; 
Ca le manna 'nu buono marito. 
'Nu buono marito sta' 'ncastiello; 
E le manna tre aucielli. 



-^ 379 •<^ 

Tre aucielU stannu *ogajola; 

E le manna tre figliole. 

Tre figliole stanno a lietto; 

E le manna tre confiette. 

Tre confiette *u speziale, 

*Mmocca, ^mrnocca a la yaccaro. 

La vaccaro sse pose a ridere, 

E chiammaje a Masto-Mineco. 

Masto Mineco sse ne fujette, 

E ri manette 'a porta aperta. 

Yenette *u mariuolo, 

Ss' arrubbaje 'u ferrajuolo. 

Jet^e cchiù 'ncoppa, 

Ti*ovaje 'na gatta morta. 

Vedette cchiù micino, 

E noe stava 'na pulicino. 

Lu facette fèlle, felle, 

E 'u regalàje a si' Sabella. 

Frijeva Tova, 

E erano *i Don Nicola, 

Don Nicola è juto a messa, 

E cu' quatto principesse. 

Co' quatto cavallucce, 

Musso 'i vacca è musso 'i cioccio. 

Variante : 

Sacoio *na bella canzone, 
De Gallo e de Capone, 

'Ssera la cuntaje 
^Nnanzi a Monzignore. 
Monzignore fece *na pireto, 
Jette 'mmocca a Masto-Mineco; 
Masto Mineco sse ne fujette, 
E lassaje 'a porta aperta. 

Ecco poi la canzonetta con la quale e bimbi scoprono 
chi tra loro abbia fatto la scorreggia : 



Pire, pire, pistella, 
Mai^naro vuttannella! 
^ che pirete fetente! 
E che tiene ndint'a 'stu ventre) 



^ 380 <^ 

Nce tiene quatto alice, 
Quatto alice tiene *mpietto. 
Vene *n miediche e te *ntacca, 
E te 'ntacca e' *u rasulo, 
E chi tee 'a pesta a *u culo. 

Due canzonette infantili di Spinoso (Basilicata), sono 
Yarianti delle precedenti: 

a) r saccio 'na canzone. 
Ri gallo e di capone. 

È capone a quatti pieri, . 
E ba chiama a lu chianchiere. 
Lu chianchiere scorci a-yutedde. 
E ba chiama a la zitedda. 
La zitedda frisci Tova. 
E ba chiama a Do* Nicola. 
Ro Nicola rice 'a messa. 
E ba chiama a la Batessa. 
La Batessa rì Stigliano, 
Tup, tup la funtana. 
La funtana ri Gravina, 
Tup, tup lu mulino. 
Lu mullnu è martiddato. 
Piglia *na mazza e dalli *ncapo. 

b) Tup^ tup *a fazzatora, 
Tre zitelle ^ncasa mmia; 
Una lava, *n*ata strica, 
*N*ata prega a santu Vito. 
Santu Vito ò giuto a caccia, 

È giuto a cchià' 'na Tuciliazza. 
'A Tucilluzza jè *ngagnata, 
Vole 'u piccilatiddato. 
*U piccilatiddato è rutto, 
E mo* vole lu prisutto. 
Lu prisutto jò carvulato, 
E mo* vole *a cainata. 
*A cainata jò *nt'u lietto, 
E quatti surci 'mpietto. 

Chianchiere, macellaio; vutedde^ vitelli; Stigliano^ 
paese dèlia Basilicata ; Gravina^ paese di Terra di Baii; 
martiddato^ martellato. Martellare il mulino è U battere 



-^ 381 <^ 

che si fa col martello le macine del mulino, perchò sieno 
meno levigate, e perciò più atte a meglio frangere il 
grano. — Ftuizatora^ madia; 9trica^ frega; a' cchià, ad 
occhiare, a trovare, a rintracciare ; jé 'ngagnata^ ò an- 
data in collera; piceilattiddatOy specie di grossa ciam- 
bella. 



X. Faccia de 'na rosa tommaschina, 

Rimmedio no* hce truQvo a 'sti mmiei guaje ; 

De giorno e notte, de sera e mattina, 

Sempe a fianco di te noe vorria stare. 

Tu si' nata pe' mme fa' morire, 

E io so' nato pe' te contentare. 

Si questa rosa non Taddoro io 

Certo vado all'inferno a peniare. 

Ha da venire pasca se dio vole 

Te voglio fa' mori' pensanno a 'nuovo 

Caro, l'hai tenuto 'sto vorzillo 

La gallinella mnria non fa cohiù ova. 



XI. 'Ffacciate a 'sta fenesta, luna, luna! 
Si non se' luna non te nce afiBacciare. 
Damme 'nu pizzo de 'sto moccaturo 
Quanno mm' annetto 'ste lacrime ammare. 
Poi lo metto appezzato a lo muro, 
Comme a 'no santo io lo voglio adorare. 



Ad Airola eantano: 

Aggio sapato ca si* de partenca, 
Lo moccataro rogUo pe* speransa; 
I no* lo voglio pe' *na reticen:ta, 
Lo voglio pe* 'na certa sicuranza. 

Canto in cui si ricorda il fazzoletto (moccaturo), Na- 
poletanesco : 

Tengo 'no moccaturo de velluto, 
Quanno la vaco alle fosse a lavare, 
*Mmiezzo uce voglio mette *a nomme tajo. 
Sole lionne mmio fammillo asciutta'! 
Chisto ò *u moccaturo d* 'u primmo ammore. 

Sul fazzoletto, canti di Lecce e Caballino: 

a) De lacreme aggiu 'nohiutu *nu becchieri, 
'Nu muccaturu china de suspiri. 

Cu te lu manda a tie, cara mmiu bene, 
Paru te servu quandu a mmie nu' bidi. 
Se lu tou core *nautru amante tene, 
Mira quel pianto, e pensa a tiempi primi. 

b) Dammilu, bene miu, lu muccad'uru, • 
Cu te lu lau alli jundi de lu mare ; 
Acqua de celu e sapune d'amure, 

Ogne strecata lu *ulia basare; 

Ca poi lu spandu a *nu rascia de sule: 

— M Seccate, muccaduru, iu t*aggiu dare ! •> — 

E quandu te lu dau ci simu suli, 

Le pene tutti doi n' *imu cuntare. 

e) Nce aggiu lassati l'eccbi allu caminu, 

Puru cu* bisciu l'amante passare; 
Lu core mm'ha turnatu picculinu, 
L*anima mme la sentu trapassare. 
Su' russi l'ecchi mmei comu rubinu, 
De lu superchiu chiangere e uardare. . 
muccaturu mmiu de 'jancu linu, 
Tie mme le stuscia *ate lagrime 'mare. 



-^ 383 <^ 

d) — <« Ca jeu mme la cumbattu cu* ^nu seogghiu! 
» Nu* tegnu la putenzia de lu mare. 
» Jeu 8U* benutu e 'sta carusa 'ogghiu, 
•« Mancu cu' dote la vegnu a cercare ; 
« De gli ^estiri ci porta ieu la spogghiu, 
<« E li scettu agli jundi de lu mare; 
t Sulu lu fazzulettu mme nde cogghiu, 
M Quantu mme ^ssucu 'ste lagrime amare •*. 

— «• 'Idi, subra allu liettu nei nd'è unu, 

*»■ 'Nturniscìatieddhu de' 'mmendule 'mare ; 

>« De fore 'nfore 'nu pintu lauru, 

» Minimienzu li jundi de lu mare! •• — 

Variante pur di Lecce e Caballino : 

Ca ieu mme la cumbattu cu' 'nu scogliu ! 
Nu' tegnu la putenzia ci hae lu mare. 
Qua su' benutu e la tea figlia vogliu, 
Nuta e squasata comu pisce a mai*e. 
Ci porta la camisa nu* la vogliu, 
Cu la scotta alli jundi de lu mare. 
Ci tene pussessiuni nu' nde vogliu; 
Nimmenu la dote mme vogghiu pigliare. 
Sulu 'nu fazzulettu d*iddha vogliu, 
Cu mme le stusciu 'sto lagreme 'mare. 

Altra variante : 

— « Mme misi a litegare cu"nu scoglìu, 
« Cu bisciu la prudezza de lu mare ; 
H Jeu su* benutu e la toa figghia voglia, 
« Nata e squasata comu pisce a mare; 
** Ci tene pussessiuni nu* le bogliu, 
«* Mancu la dote te vegnu a cercare ; 
« Ci tene la camisa nni la sciogliu, 
«• Nni la minu alli jundi de lu mare; 
M Sulu de tie *nu fazzulettu vogliu, 
« Cu mme le stusciu *ste lagrime amare «*. — 

— « *r ca subra allu liettu nei nd'è unu, 
** *Ntarnisciatieddbu de 'mendule 'mare; 
« De fore a fore *na pintu lauru, 

« Minimienzu li jundi de lu mare ««.-^ 



-^ 384 •4- 

Canto di Paracorio : 

*Nu jornu pe' li strati girijai, 
Da* turtarelli vitti pari toi. 
Una mi dissi quanda la guardai: 

— « Venimi appressa se beni mmi voi. *♦ — 

— « Jeu non ti vogghia né ora nò mai, 
« Ca pigna nd' appi di li mani toi; 

« Nd'appi lu muccatara e già lu sai ; 
« E attornu, attornu li bellizzi toi ». — 

Canto di Falena: 

Amor, si mi vno' dar an* fazzolett", 
Alla fontana li voglio lavare; 
L^acqua d^argent* e li sapon* d'amore, 
Airiscìacquar* ci vojj dar un* bacio. 
Ti ii vogli arrenn' a sol% a sol*, a solo, 
P* accontarci la pena d'amore. 

Variante di Spinoso (Basilicata) : 

Rammi tu, bello, *ssa muccaturo, 

Quanta lu porto a lu *jumo a lavà\ 
r ti lu lavo a 'na preta r* amore^ 

Ogni stricata lu voglio vasà'. 
r ti lu spanno a *na rama ri fiore,' 

— «• Sole r'amore e fall'asciuttà'. »» — 
r ti lu porto a la casa ri zia. 

Pure lu fierro nei vogli v passà\ 
r ti lu porto la sera a lu scui*o: 

Manca a li genti lu voglio fa' appurai 

Altro canto di Paracorio: 

Volia jettari 'na vuoi *ntra mari, 
Mu viju se mi senti lu me* amuri; 
Idha non senti no^ ca dormiravi, 
E dormiravi d*intra li friscuri. 
Di poi ss! leva e ssi lava li mani, 
E ssi li stuj^ cu* lu muccaturi. 
A poi lu leva a lu ghiumi a lavari ; 
Cu* acqua di sdegnu e sapuni d*amari. 
E poi lu jetta a la sti^offa ad amprari : 
— «> Asciucamillu tu, suli d*amuri *>% — 



^. 385 <r 
Dicono a Spinoso (Basilicata): 

Martiellu e martilluccio del mmio core, 
Chillo chi t'ho prummiso faggi' a rare. 

T'ho prummiso 'nu bianco moccaturo, 
E mo' ti lu cummenzo a racamare. 

Atturno, atturno nei pitta l'amore, 
Ma pi' lu 'mmienzu 'na crona riala. 



XII. Jammo, ninno mmio, jammonce a Roma, 
Jammo a vasare li pieri a lu papa, 
Sempe dicenno : — « Santo papa mmio, 
« Perdoname se stonco 'nnammorato » . — 
Esso sse vota: — «Te perdona 'ddio, 
a Si è pe' mme,'io t'aggio perdonato; . 
• E si non fosse santo papa io, 
« Sarria de li primmi 'nnammorati » . — 

Var. d'Airola. v, 3, Papa santo mmio; v. é, Lo papa 
santo: — « Te perdona 'ddio •»; — Ga si è pe' mme già 
faggio; V. 7, Se non'fusse cchiù Papa santo io; v. S, 
Sarria uno dei primmi. 

Vorremmo riunire in una nota tutto ciò che riguarda 
la confessione. Un rispetto di Paracorio (variante del 
Napoletanesco) dice: 

E yaju a Ruma mu salutu a diu, 
Perchi lu Papa vogghiu a cunfessuri ; 
Per mu nei dicu lu piccatu miu, 
Ca cu' 'na donna jeu facia l'amuri. 
— •« Vajiti figghìu, vi perduna diu, 
•« Ca pe' mia 'ntantu siti perdunatu! 
•* E se non era santu Papa jieu, 
•t Cchiù megghiu lu facia l'annamuratu ». — 

Canti Popolari. Ili, '25 



-i^ 386 <- 

Altro di Paracorìo : 

Levati ora, mio bene, e dammi ghiuri; 
Ga' la licenza di lu giardìnaru; 
Nd^avi tant'anni chi fazzu Tarn uri, 
Ora mi la pigghiaru di la manu. 
Jettari mi vorna a lu cunfessuri, 
Mu viju se la pozzù superari. 
Idhu mi dissi : — « Seguita Tamurì, 
« Se ò volontà di diu, non pò* mancali •>. — 

Il primo verso varia talvolta cosi : 
• » 

— « Ti pregu, arangaredha, e dammi gùiuri ». — 

Il quinto: 

— « Jen mi jettai a pedi di dutturi «. — 

L*ottavo : 

— « Ca s^è datu di diu, non po' mancari «. — 

Altra canzone di Paracorio : 

No* Tassorviri no, ministro più, 
Chista ch*a li to* pedi genuflessa. 
'Ngrata 'ntra l'arma, nimica di diu, 
China di sdegnu e di fururi oppressa. 
Latra, chi ss^ha rubatu lu cor miu, 
Fici 'nu gran piccatu e ssi cunfessa. 
Ancora aggiungi lu martonu miu, 
È eausa a lu me' mali e ad idha stessa. 

In Airola: 

Mamma, mamma, ca i* mme moro! 
Voglio a Ninnino mmio pe* confessore. 
A mamma e tata voglio caccia* fora, 
Mme *a voglio fl*à\ *na bona confessione. 

Stornello romanesco: 

* Mi voglio andar far frate della Scala, 
E confessore della bella mia; 
E non la voglio assolver se non m*ama. 

Altro canto Napoletanesco : 

Mme jette a cunfeskà* e nce lo disse: 
— « Padre, nce sta *no ninno e mme trapassa ». -^ 



^- 387 <?- 

Siente la cunfessore che mme disse: 

— « Non te puozzo assolvi^ se non lo lassi ». — 
A tiempo sse trovaje passanno isse: 

— « Padre, lu vidi? è chello ca mo' passa »♦. — 
Siente lu confessore che rome disse: 

— « *0 vero eh 'è bellillo, yatte nce spassa ». — 

Canti sulla Confessione di Lecce e Caballino: 

<t) Bene mmiu, bene mmiu, patu dulore, 
Patu dulure pella gelusia; 
Jeu su' gel usa fenca de lu sole, 
Gelusu de le petra de la 'la; 
Gelusu de lu patre cunfessore, 
*Ddhù' te confiessi tie, ninnella mmia; 
Ca quandu te cunfiessi aggiu Retare: 

— - Nu' Tassorvere no, fallu pe' mmia. »» — 

b) La beddha Rosa, quandu sse cunfessa, 
Lu patre la cumenza a demandare: 

— « Si"' stata nuddhu giornu alla fenescia? 
« Facisti nuddhu giovane penare?» — 

— « Patre, ci vuei cunfiessi, mme cunfessa, 
« E de 'ste cose nu' mme Mdemandare. 

« Ca leu fazzu cu pierdi mo* la messa, 
« *Ccu8andote allu patre pruenciale ». -^ 

e) Su' sciutu fen^a Roma mme cunfessu, 
*Nu patre pe* truare a geniu mmiu; 
E quandu dissi mienzu lu cunfiteo, . 

*Ddi|mn^ndau : - « Cce t'occorre, figghiu mmiu? » - 

— « Patre^ dammi *nu picca de silenziu, 
« Te cuntu *nu peccatu ci nu' è mmiu; 

<• *Uesi amare *na donna pe* gran tiempu, 
« Ca po' all'urtirou puntu mme tradiu ». — 

— M figghiu mmiu, te nde trova cuntentu, 
<t Fatte lu cuntu comu ca muriu ». — 

— »• Patre, ca è troppu 'maru 'stu cunsigliu, 

« Sempre la tegnu all'occhi e quantu criu ». ^• 

Yar. t>. 1, Su* statu fonema Roma ; v, 2, Ca mme trovu 
*nu patre a; v. 3, Quandu stiesi a miatà de ìvicunfidiu; 
V. 4, Mme disse: — « Cce te 'ncorro; — v, 5, Patre, 



v. 



-4>- 388 <^ 

famme 'nu pocu; v. 0, Ga te la cantala peccata mmiu; 
V. 7, Aggiu amata *Da donna de; v. 7, Ca mo' ; r. 9, 
Fìgghiolu, sienti: travate cuntentu; v. 11-12, desunt. 
— Altra variante, v. 3, Quanna 'ia ditta metà ; v, 9, 
Figghiolu mmiu, troatende cuntenta; v, 10, Coma se mo- 
rìa; 17. 11-12, Patre, ca è *maro assai *sta sentimenta; 
Jeu l'ama e l'ama 'ncora, patre mmia. — Altro canto 

di Lecce a Gaballino, burlesco : 
« 
d) Creppe la ciuccia mmiu, creppe e crepiu, 

Creppe de notte e nu' sse canfessau. 

Jeu crìsciu ca alla 'nfiernu sse nde 'sciu, 

Pe' li superchi cauci ci menaa. 

^Ulia fazzu 'na lettre a 'ngeniu mmia, 

Cu nni la manda alla Mammaramiaa : 

mme descia la ciuccia ci crepiu, 

la pagghia ci iddhu sse mangiau; 

Canto dì Nardo: 

'Nu giurna era di Pasca Bufania, 
Do' caruse ssi 'scera a cunfissare. 
Una di queddhe disse: — «< Padre mmiu, 
<« 'Nu giovinettu no' mmi lassa stare ««. — 
Lu padre santamente le dicia: 

— •* Cuntentalu, di poi lassala stare ». — 

— •» E io ci fazzu qaisto, Padre mmiu, 
« Ci fazza un piccatu vìnìale ?» — 

— « Quanta si' scrupolosa, donna mmia, 

«» La 'idi maertu e no' lu 'uei 'jutare? »♦ — 

Altro canto Napoletanesco : 

Fresca fontana, famme 'na favore, 
Fresca fontana, ca mme lo può fare. 
Yiestete 'nguisa de 'nu confessore, 
Va mme cunfessa chella torca cane. 
Tu fatte dire con chi fa' l'ammore. 
Che core ha avuto de mm'abbandunare ; 
Tu non le dare l's^soluzione. 
Se non te dice ca mme torna a ammare. 

Variante d'Airola, manca del terzo distico; è in per- 
sona della innamorata e invece di chella torca eane^ 
porta chiilo reneato. — 



H>- 389 -^ 

Canto di Pietrac astagnara intorno alle dispense ma- 
trimoniali : 

r mme ne voglio i' e tu rame tiene, 
Geo' le catene 'ncatenato mm'haje. 
Mm'hai incatenato co' mani e co* piedi, 
E scìogliemi pe' pietà, se mme vuoi bene. 
Gomme volimme ik\ 'Ntonia, aguanno, 
Ga n'ha cacciato clie pariente simmo ? 
Sìmmo pariente e lu Papa nce penza, 
E esso la può fare la dispenza. 



XIII. Io che ne voglio flPà' che non son bella? 
Si non son bella, sonco aggraziata. 
Fossero accise li brutte e li belle, 
A una fonte simmo battezzate. 

L'uguaglianza s'invoca sempre da chi ha la peggio. 
Non si direbbe che questo canto è parodia 5el Siam fra- 
telliy sìam stretti ad un patto? -^ Analoga di Nardo: 

Gè mmi nde preme ca mmi chiami brutta? 
Gchiù beddha mmi ha da essere la sorta. 
La prima rigalia mm'è stata 'ndutta, 
La catiniglia mmia sta ssi lavora. 
Di 'n nauti a casa tua aggiu a passare, 
Tutti dinnu ca passa la signora. 



XIV. Io so' una predichetta 
Per ammor>della sacchetta. 
La sacchetta non tene famme, 
'0 predicatore sse more de famme. 



^ 



->• 390 -«^ 

Tengo 'na grallina, 

Che mme la magno domanimattina ; 

La metto nella stanza, 

La stanza sse 'mpedisce, 

E la predica finisce. 

Variante di Novoli (Terra d'Otranto) : 

Predeca predechetta 
Pe' l'amore della sacchetta. 
È benutu mesciu Nicola; 
Nn'ha purtatu 'na caddhina; 
La mangiamu era' matina. 
Cra' matina 'nu sse 'ncammara ; 
La chiudi mu intra 'na cammara. 
E la cammara ^nfracidisce 
E la predeca finisce. 

^Ncammara^ mangia di grasso. 



XV. L'acqua de lo mare è salatella, 

Lo pisce che nc'è dinto è tanto doce, ^ 
La fronna de cicoria è tanto ammara, 
L'uocchio de nenno mmio tanto ciancioso 

In quel di Lanciano cantano cosi : 

Vurrè* prigà' n^a santa Catarina, 
Che mi facesse ave' 'nu marinaro; 
Ca lu sabato a sera quand' arviene ? 
Tutto ò adduruso d'acqua de lo mare. 
Quanto è salata l'acqua de lo mare, 
Lu pesce che sta dentro quanto è doce! 
La fronna di la 'liva quanta ò amara! 
E l'occhio del mio amor quanto ò geloso! 



->• 3&1 •<^ 

XVI. Luna, luna nova, 

Menarne quatt'ova. 
Menamene 'nzino 
Ca mme faccio 'i tagliolini. 

In Bovino (Capitanata) salutano così la luna: 

Luna, luna nuova. 
Non t'agge vist' ancuor*. 
E moVche t'agge vist*, 
Salutam* a Gesù-Crist\ 

Variante di Spinoso (Basilicata) : 

O luna, luna nova, 
Nun t'avift vist' ancora; 
E mo* ca l'aggio visto, 
E salutami a Gesù Cristo* 

Altra invocazione napolitana alla luna : 

Luna, luna, 
Menarne 'nu piatto 'i maccarune; 
E si nun ce miette 'u caso, 
r te rompo 'a grattacaso. 

Stella, stella. 
Menarne 'nu piatto U zeppulelle; 
E si nun ce miett' *u zuccariello. 
r te romp' *u pignatiello. 

Var. V. S, 'u pi atti elio. Nel secondo e nel sesto verso 
sopprimono talvolta il Menarne^ e nel terzo e nel set- 
timo VE. — Le jreppole, sono un piatto dolce, di rito il 
giorno di San Giuseppe. 

Variante di Bovino (Capitanata): 

Luna, luna, 
Fam' li maccharun\ 
Si n' mi li ffà' beli'. 
Ti romb' la pignatell'. 
Si mi li ffà' brutt' 
Ti romb' lu pruzutt*. 



-^ 392 •<- 

Canzone che cantano i bimbi aller chiocciole: 

Jesce; jesce corna, 
Ca mamm»ta te scorna. 
Te scorna 'ncoppa all'astreco, 
E te fa 'no figlio mascplo. 

La mentova il Hasile nel Pentamerone. A Palermo^ se- 
condo il Pitrè : 

* Nesci li corna ca 'a mamma veni, 
E t'adduma lu cannileri. 
Nesci li corna ca *a mamma veni^ 
E t'addama lu cannileri. 



XVII. Mme donaste 'nu milo muzzecato, 
Ed io, pe' scagno, te donaje 'stu core. 
Io te lo dette tutto 'nnargentato, 
'Mmiezo nce steano scritte doje parole. 
Una diceva: — • Bella, t^aggio ammato! » — 
'N'auta diceva: — • De gelosia mme moro! » — 
No' 'mporta, Nenna mmia, ca mm'aje lassato. 
Tu si' la chiavetella de 'sto core. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Mme mandasti lu milu ^ntussecatu, 
E jeu, pe' cangiu, te nunai lu core; 
Te lu 'uesi mandare 'ncatenatu; 
Esubra nei le scrissi do' palore. 
Una decia lu quantu t'aggiu amatu, 
L'autra decia: — « De gelusia sse more «*. — 

Rispetto analogo di Lecce e Caballino : 

Mme lu mandasti lu core 'nfecura, 
Mme lu mandasti dintr'a 'n' 'ampa chiara. 



-> 393 <- 

Lu core tou nu' arde quantu fuma, 
La mmiu le 'ampe mme lu consumara ; 
Ca ci mo' 'n*autra fiata sse bba 'ddhuma, 
'Stu poeru core mmiu 'a troa addhù' parai 
Ca ci pe' 'a autru picca sse cuusuma, 
Mme lu mentiti pe^ torcia alla bara! 



XVIII. Nennillo mmio ha fatto 'nu g-uadagno 
Ss'è ghiuto a 'nnammorà' de 'na carogna; 
^ Tene la faccia terrina terragna, 
Colore de 'na rapa catalogna. 
Ti prego, nenno mmio, che te la cagne, 
Non te la porta' appresso, ch'è bergogna; 
Portala alla Maronna de li Vagne; 
Te facesse la grazia la Maronna! 

Appartiene alla classe delle schiattive. C*è tale e quale 
a Salerno. — Altra Napoletana con le stesse rime: 

Picciri', va a li vagne, va a li vagne, 
Tu va 'te 'a sana chesta mala rogna; 
Li miedici hanno ditto — « ^nsagna, ^nsagna «* — 



'Nsagnate, ninno mio, no' ave' timore, 
Tu te 'nsagni alla. vena ed io a lo core. 

Menzione della rogna in un canto di Lecce e Gaballino: 

Ahi ! bruttu, bruttu, cchiù brutta de peste, 
De rugna cu te vegna 'na catasta. 
Te pozza 'enire lu male de testa, 
E fame quantu pane nu' te basta. 
Ci si' fumella, lu fumu te resta 
Ca allu mundu lu fumu mai nu' basta. 



^ 394 •<^ 

XIXT. 'Nt' a 'stu pietto mmio nc'è 'na capanna 
Yiennece, ninno mmio, a ffa' 'sta nanna. 
Si noe venesse chillo Rre de j^pagna, 
Mme dicesse: - • Brunnottella, io a te boglio • - 
Io nune votarria: - • Re, vattenne a Spagna, 
I Nun cagno a ninno mmio ppe' 'nu regno • .- 
Uno vene e 'n auto vene, 
Tutti a mme mme vonno bene. 



XX. 'Ntosta, Maria, 'ntosta; 
Faccia tosta vaje 'ncatasta ! 
Tiene fratete eh' è paglietta. 
Manco 'na lettera sape fa', 
Ss'è puoste 'mpoppa a 'nu vasciello 
Lu bardasciello a navegà'. 
E la vecchia 'ncoppa 'u muro 
Ha puosto la chiave a la mascatura! 
Jammoncenne pallile palelle, 
A chi mena e a chi coglie f reselle. 



XXI. Palazzo fabbrecata da li maste, 
'I prete a fila a fila stanno poste. 
• So' 'mpastate de zucchero e latte; 
De mostacciuoli so' porte e fineste ; 
Quanno la nenna mmia ssi nce affaccia 
Schiara la luna de la mezzanotte. 



-> 395 «^ 

XXII. Qaanno chiove, lassa chiovere ; 
Statte dinto e non te movere. 
La manta ss'asciuca, 
E 'a mula manduca; 
'A pignatta volle vicino 'u foco. 
Co' tutte sciorte 'i robba. 
'A mogliera d' 'u tavernaro tene '1 doglie; 
Se vo' figlia', ca figlia, 
Se no' eh' 'u diavolo ss' 'a piglia. 

Dicesi proverbialmente: ed è ricavata questa canzo- 
netta da una novellina popolare identica alla Novella 
CCXVII di Franco. Sacchetti: — « Un altopascino di 
<• Siena fa un brieve a una donna di parto acciò ch'ella 
* partorisca senza pensee e giovali molto ; e simile a molte 
M donne a cui ella il prestò. Dopo certo tempo il brieve 
« s'apre: trovasi che dice cose strane e di grandi scherno. 
<* Di che tutta Siena con grandi risa ne rimane scor- 
« nata ». — 11 tenore del brieve appresso il Sacchetti è 
come segue: 

* Gallina, gallinaccia, 
Un orciuolo di vino e una cofaccia, 
Per la mia gola caccia. 
S'ella il può fare, si '1 faccia: 
E se non si, si giaccia. 

Altra canzonetta burlesca sulla pioggia: 

Chiove e malo tiempo fa: 
A casa de Tante no' nce sse po' stà\ 
Mme ne vaco e no' mme ne curo. 
Manco se mm'abbagno le pacche e lo culo. 

Altra canzonetta e proposito di pioggia: 

Chiove e non te move! 
È malo tiempo e nce pierdi 'u tiempo! 
Nuvole che passano e t'arre passano, 
Sghezzecheja e te cuffeja. 

Altra canzonetta ricavata da un canto napoletanesco : 

Si fussemo stati tre 
Lo saparria lo Rre. 



-> 396 4- 

Si fussemo stati duje^ 

Lo diciarria uno de naje. 

Io soDco stato sulo, 

Mme potete chiaYà' de faccia 'nculo. 

Si dice proverbialmente e risponde al proverbio : Quel 
che tre sanno tutti sanno. Raccontano che essendo stato 
affisso non so che libello contro il Re, questi' promet- 
tesse gran premio a chi gliene manifestasse l'autore: 
la dimane fu trovato affisso un cartello che portava 
questi versetti. Ed anche la canzone seguente di Lecce 
e Caballino mi sembra provenire da un cunto : 

j 

De sira nde passai de la padula. 
Nei *ntisi *nu ranecchiulu cantare. 
Lu rusciu de lu mare è troppu forte, 
E nu^ lu sentu, 

Ca le parole soi copre lu 'ientu. 
Lu rusciu de lu mare è troppu forte, 
Iddhu sse dae la morte, iddha la vita, 
La fìgghia de lu Rre sse sta *m marita. 
'Ogghiu mme 'nzuru. 
La figghia de lu Rre poi'ta lu fi um. 
'Eae 'ientu de mare, 'ene de terra, 
A figghiu de lu Rre fazzu la guerra. 
Li dau 'na parma, 

La figghia de lu Rre sse nd' 'ae alla Spagna. 
Iddha alla Spagna, iu vadu alla Turchia, 
La figghia de lu Rre la sposa mmia. 



XXIII. Quanno nennillo mmio vene da fora, 
Cumm'a 'na fata le vogli' esce' 'nnante, 
Sempe dicenno : — t Ammore, bello mmio, 
« Fora ch'hai fatto, ch'hai girato tanto? 



'^' 397 •<^ 

fl Mme n'hai fatto piglia' melanconia ! 
« Ora pe' ora 'nu pasto de pianto » . — 
— « Mo' so' venuto, ringraziammo a Dio, 
«( Piglia 'stu moccaturoe 'nnetta 'u pianto» . 

Variante Barese: 

Semp' a la vi' de mare tegne ment', 
Quann' bave da veni* lu bene mi'. 
Gomm' a 'na luna l'aggi' ad assi'.'nnant', 
Comm' a 'nu sole l'haggi' a cumparì'; 
Tanne Tagge da disce : — « Bene mi', 
« Addò' si' state che n'ha' fatte tant'? 

- Me n'ha' fatt' pighià' malincuni', 

« Ora pid'ora 'na cape di chiant' !» — • 

Variante di San Donato (Terra d'Otranto) : 

'Ulia lu bene mmiu cu bisciu 'enire, 
Comu 'na luna n' 'ia bessire 'nnanti : 
E ni 'ulia dicere: — « Cor mmiu, 
«« Addhù' si' statu ci hai tardatu tantu? 
.* Mm'ha' fatta cunsumare de suspiri, 
'« Ura pe' ura 'nu pasto de chiantu. 
* Ga jeu n'aggiu mangiatu nò beutu, 
« Sempre aggiu susperatu e aggiu chiantu «. — 

Variante di Sorrento (Napoli) : 

^ * Chi dice ca mo' vene, oje! ca mo' vene! 
Comm' a 'na luna le voglio asci* 'nnante ; 
Doje parole io po' nce voglio dire: 

- « Ch'aje fatto fora, ch'aje tricato tanto? 
*« Mme n'aje fatto piglia' malinconia, 

« Ora pe' ora 'no pasto de chianto ! » — 

Ma mo' che torna a casa Ninno mmio 

Zitte, zitt'uocchie mmeje e no' cchiù chianto ! 

Variante di Caballino: 

E mm'anu dittu ca te nd'hai benire , 
Comu 'na luna t'aggiu 'ssire 'nnanti; 
E t'aggiu dumandare e mm'hai da dire: 
Addhù' si' statu ci hai tardatu tantu? 



-5> 398 <- 

Mm'ha' fatta cunsumare de suspiri, 
Ura pe* ura 'na posta de chianta ; 
N'aggiu patata laT notte darmire. 
Sempre aggiu suspirata e aggiu chianta ! 

Chiamano in Paglia posta di rosario qaella filza di 
pallottoline per novero di dieci ayemmarie, che sta in una 
corona fra due pallette più grosse, indicanti due pater- 
nostri e dopo la quale i preganti sogliono fare an breve 
riposo. Per similitudine dicesi anche una posta di pianto. 



XXIV. Quanto ch'è bella Tarla de lo mare! 
Core non mme ne dice de partire. 
Nce sta 'na figlia de 'no marenaro, 
Tanto eh' è bella che mme fa morire. 
'Nu giorno mme nce voglio arrisicare, 
^Ncopp'a la casa soja voglib saglire; 
Tanto la voglio stregnere e vasare 
Mentre mme dice: - tAmmor, lassame ghire • .- 

Identica a Salerno. In Airola il primo distico si canta: 

T quante ò bella Tana de Chiaja, 
Chella de la marina mm^addecreja ; 

ed il sesto verso: 

'Nfacci'a la porta soja nce voglio ire. 

In Grottaminarda al primo tetrastico, senza differenza 
di rilievo s^accodano i quattro primi versi del canto 
che principia : ^Mmie:go lu mare è nata 'na scarola. 

In quel di Lanciano: Var. v. ì, Quanto mi piace; 
V, 2, Cchiù core ni* mi dice ; v. 5, assicurare ; v, 6^ 
Drento alla stanza sua vojjo; v. 7-8: 

Se essa strilla ed io strillo più forte: 

— « Essa ò stata che m'ha aperto le porte ». — 



-> 399 •4- 

A Pomigliano d'Arco Var. v, 1, Quanto è bella; ©.2, 
Lu core nu' mme rìce; t?. 3, re 'stu marinare; i?. 4, bella 
mme nge fa ; t?. 6, rinto a la casa soja nge voglio trasire; 
t?. 8, Fino che dice. — Variante di Caballino : 

Quanta mme piace Tarla de lu mare, 
*Ula nu' mme nde tene de partire ; 
Nc'ete 'na figghia de 'nu marenaru, , . 

Chiusa la tene e non la face 'ssire; 
leu quarche giumu mm'aggiu a risicare, 
De la porta de l'ertu aggiu trasire; 
Tantu mme Taggiu stringere e basare, 
De lu labbruzzu sou sangu nd'ha' 'ssire. 

Variante di Nardo, v. 2, no' mme nde face ; v. 3, Ga 
c'è la figlia di lu caporale ; t?. 4, e nu' la fa bedire; v. 
5, leu 'nu giumu ; v. 6, di la porta segreta aggiu a 
trasire; v. 8, Di li labbruzzi soa. 

Variante di Novoli : 

Quantu mme piace l'aria de lu mare^ 
Nu' mme sta dae lu core de partire! 
Tene 'na fìgghia quistu capurale, 
Chiusa la tene e nu' la face 'ssire. 

Jou quarche giumu mm'aggiu 'rresecare 
De la porta de Tuertu aggiu trasire ; 
Tantu mme l'aggiu stringere e baggiare 
De lu labbruzzu sou sangu ha da 'ssire. 

Se iddha 'rita, la lassù 'ritare 
Ca iddha mm'ha 'rrubbatu lu mmiu core; 
E poi su' certu ca mm'ha' perdunare 
De 'stu 'zzardusu mmiu furtu d'amore. 

Variante di Mordano : 

Quantu mme piace l'aria de lu mare, 
'Ula nu' mme nde face de partire. 
Ca nc'è 'na figghia de 'nu capurale. 
Chiusa la tene, e nu' la fa bedire. 
lu quarche giurnu mm'aggiu a resecare. 
De la porta de l'uertu aggiu trasire, 
E tantu l'aggiu stringere e bagiare, 
Ca de le labbra sol sangu ha da 'ssìre. 



^ 400 -^ 

Variante di Chieti: 

Qaant'ò beir l'arje de la mar* 
Lu cor' ni* mmi dice da partr. 
Sta la fijj* di lu marinar* 
È tant* beli* che me fa muri*. 
E chi le vo* porta' la nov* a mamm' 
Lu cor* l'hajj' pera' tra 1* aren'... 



XXV. Quanto è bella la luna de maggio 
Chella de primmavera sempe vince! 
Cosi la nenna quanno fa lu cangio, 
Lo primmo 'nnanunorato sempe vince. 



XXVI. Quatto lettre nce vonno pe' flFà' core^ 
Quatto lettre nce vonno pe' fifa' culo, 
Quanno te pienzi ca te tengo 'n core, 
Tanno, Nennillo mmio, te tengo 'n culo. 

Variante di Lecce e Caballino (Terra d'Otranto) : 

Cu* quattru liettri sse serie lu core, 
Cu' quattru liettri sse serie lu culu; 
A 'mmienzu de lu piettu nc'ò lu core, 
A 'mmienzu de le natiche lu culu; 
Amare nun sse pò* senza lu core, 
Cacare nun sse pò* senza lu, culu; 
Quandu te cridi ca te tegnu *n core. 
Te tegnu alle capicche de lu culu. 



-^ 401 <^ 

Altri canti di disprezzo di Napoli: 

a) Fatte 'nu lìetto de cardagne a mare 
Vattence corca, desperato te! 

Ta te credive che nisciuno mm^ammava 
Ghiera fenato lu munno pe* mme. 
'N auto bello figliulo aggio trovato 
Assaje cchiù galante, cchiù di te. 

Confronta col canto Gessano che incomincia : Ca mi 
sci' lassai* , 

b) Io che ne voglio Sò,^ che non mme parie? 
Non mme puozza parla* maje *n eterno. 
Ta quanno vidi a mme, voti le spalle. 

Io quanno vido a vuie, veggo Tinferno. 
Haggio saputo ca vinni ventagli, 
Sciosciate, ninno mmio, ca non te voglio. 

Sciosciate^ soffiati, fatti vento. Atto di noncuranza e 
fastidio. 



XXYII. ^Rint' a chesta inanella 
Nce sta 'na fontanella, 
Nce vevono 'i paparelle, 
Più, più, più. 

Si dice fregando con Tindice la mano. I fanciulli 
hanno parecchi giuochi che fanno con le dita, accompa- 
gnati da canzonette. Per esempio si stendono le mani 
sul tavolo, ed un fanciullo le va pizzicando (dopo aver 
tirato a sorte chi dev'essere il pizzicatore); e finito, tutti 
sbattono le mani insieme. Ecco la cantilena del giuoco: 

Pizzi, pizzi strangolo, 
La morte di Santrangolo. 
Santrangolo e pipì, 
La morte sarracina. 
Sarracina faceva *a pane, 
Tutt* *e mosche nce cacavano. 

Cauti PoPOLiir, Ili. SO 



Ss* 'n magnayaiio a poco a poco. 
Palla d'oro, iesci fora» 
lesce fora a la giardino, 
Pizza-doce e taglioline. 

Var. V. 1, Pizzo, pizzo, trangolo; v. 6, ss' 'ja magna- 
vano. Altro giuoco: si pizzicano successivamente le dita 
della mano, secondo la cadenza; e si ripiega sotto la 
palma quello su cui cade l'ultimo accento: 

Pizzi pizzi Santo Martino! 
*U cavalletto e 'a Recina. 
È benuto lo fratello, 
Mm'ha portate 'i cose belle. 
'U cicche e 'u cocco, 
'0 caso co' 'a ricotta. 

A Messina cantano cosi la canzonetta: 

Pizzica; pizzica Sarracinn ; 
Alla casa di Mastru Antuninu, 
C'era 'nu jaddu chi cantava 
B facia cu-cu-ru-cù: 
N'esci fora e vattinni tu. -^ 

Altra canzone che si dice facendo un giuoco analogo 
sulla mano: 

Gallina zoppa zoppa 
Quanta penne tiene 'ngroppa? 
— « Nce nne tengo vintequatto, 
« Una, doje^ tre e quatto ». — 

Var. di Pietracastagnara: v, 2, penne nce tiene *ncoppa. 
— A Lecce: 

Sutta 'a carrozza de mmiu cumpare, 
Nc'ète 'nu vecchiu ci sape sunai*e. 
Sape sanare le ventiquattru: 
Una, doi, tre e quattru. 



-|5 403 <- 

XXYIII. Russo melillo mmio, russo melillo! 
Sag'Ksti 'n cielo pe' piglia' colore; 
Te ne pigrliasti tanto pocorillo, 
Non t'è bastato manco a ffà' Tammore. 

Identica in Airola. Var. deiroliimo yerso: Ca nun te 
bastaje manco a ffa' Tammore. Mentovata nella Po- 
sillecheata. 



XXIX. Ss'è aperta 'na cantina 'mmiezo mare, 
E giusto faccefronte a Morveglino; 
Li pisce là sse vanno a 'ddecreare 
E fanno notte e juorno beverino. 
Io mme contentarla d'addeventare 
Forzi 'no ceceuiello o guarracino: 
Dint' a 'sta votta mme vorria schiafEare 
Pe' sommozzà' 'no poco 'int' a lu vino. 

Negli Agrumi: Yar. v» 2, dirimpetto. 



XXX. Seca seca Mast'Àndrea, 
Fa li figlie e poje l'annega; 
E l'annega 'mmiezz' 'u mare... 
Manmia mmia cara cara ! 

Questa insignificantissima canzonetta infantile con- 
serya forse la memoria di qualche antico misfatto ed il 



-ì»- 404 -4- 

nome del colpevole, del quale non sarebbe agevol cosa 
avere ulteriori notizie. 

Simile allusione si trova in un canto di Mordano 
<Terra d'Otranto): 

Sse beviu lu mmiu sangu dopu 'ccisu, 
Dintr* a 'nu scura puzzu foi menatu. - 
Foi Tamica echi ti cara ci mm'ha' 'ccisu 
Cinque misi de tie largu su* statu. 
Beddha, qua su' venutu, iu la mmia umbra 
Puru cu* lu sou cantu cu te 'ssumbria. 



A 



XXXI. Seca moUeca, 

Li donne de Gaeta! 

Gaeta li belle donne 

Ca fileno la seta; 

La seta e la vammace! 

Damme 'nu vase ca mme piace! 

Piace e piacisse 

E 'nu vase 'mmocca a isse. 

Si suol cantare dondolando il bambino sulle ginocchia. 
Una Ninna Nanna del Montale (Circondario di Pistoia]: 

Staccia muneta, 
'Nderemo alla faggeta, 
Da quelle belle donne 
Che incannino la seta; 
La seta e ibbambagino... 
Tricche trecche^ maestro Pietrino. 

Altre canzoni che si dicono scherzando co' bimbi: 

a) Arri, arri cavalluccio 

Noe ne jammo a Mercogliano ; 
Nce accattammo 'nu bello ciuccio, 
Arri, arri cavalluccio ! 

Si dice facendo cavalcare i bambini sulle ginocchia. 



-^ 405 ^ 

Variante : 

Arri, arri eavallucce, 
Nce ne jammo a chillo chiano; 
Noe accattammo li cappucce^ 
Arri, arri, eavallucce! 

Altra variante: 

Arre, arre cavalluccio! 
Quanne arrive a Murchigliano, 
Nce accattammo *nu bello ciuccio 
Arre, arre cavalluccio! 
Arre, arre, zi* monaco a cavallo! 
E lu ciuccio nun poteva^ 
E zi* monaco s^accireva. 

b) Ndringhi, ndringhi, ndringhi, ndringhi, 

Baccalà, sarache, arenghe! • 

Fatte fore ca te mengo, 
Fatte fore co* 'sta varchetta, 
Fatte fora ca è maretta. 

Si dice dimenando sulle braccia il bimbo quasi lo si 
volesse buttar via. 

e) Barbarella ; 

Musso bello ; 
Naso a quacquariello ; 
Uocchie a fenestelle ; 
E fix)nta-Fatta *mponta. 

Si canticcbia toccando successivamente le diverse parti 
del volto a cominciar dal mento, e si conchiude con un 
bacio in fronte. — Variante di Palermo edita dal Pitrè 
(in Sicilia, meno gentilmente, si termina la canzonetta 
con una ceffatina): 

* 

♦ Varvarutteddu ; 
*Ucca d'aneddu; 
Nasu affilatu ; 
Occhi di stiddi; 
Frunti quatrata; 
E te' cca 'na tempulata. Ole! 

Altra variante di Cefalù, venne edita dal Pitrè stesso. 



^ 406 ^ 

XXXII. Tirituppete e statte cuntìente, 
Non te pigliare de malinconia; 
Ca la gatta d' 'u primmo sargente, 
Ss'ha magnata la carne mmia. 

Ritornello prediletto della soldatesca Borbonica. — A 
Mottola in Paglia cantano: 

Tirittuppiti, statte contente 
•Nu* ti pigghia manincunia; 
Ga la jatta de l'arci prevete 
Ss*ha magnata la sorece mmitt. 

Salla stess'aria ci sono infinite varianti. Per es. : 

Tirituppete e passa la zita, 
La xnogliera de Masto Nicola : 
Yae vestuta cu* panni de sita..... 
Tirituppete, passa la zita. 

Altro tirituppete : 

Tirittuppete, passa Cimmino. 
Jammoncenne a lo mmio giardino, 
Jammo a cogliere lu petrosino. 
— a Petrosino non ce ne stanno ». — 
Jammo a coglie' quatto castagne. 
Castagne e castagnole, 
Sse ne vene 'na chieche (?) bona. 
Zzi e zzi e zza 
Lu santo parruccfaià' 
Nce appiccica peli a ma' 
Nce porta dint' all'uorto, 
Sse ne vene 'nu tientinnosse (?). 
Zzò, zzò, zzoUa, 
E mettence *na spezzolla, 
E mettiencella 'nfresco; 
Che passa la tedesco, 
Lu tedesco e lu spagnolo, 
Sse ne ?ene 'na chieca bona. 

Riuniremo qui alcuni frammenti napoletaneschi : 

a) Sott* a 'na grotta nce sta 'nu granatiero, 
Senza fucile la guardia yo' ffà'! 



r 



^. 407 <^ 

2eppole e migliaccio ! 
Maccaruni e sanguinacce! 

b) Non aggio cornine ffà' pe^ non morire. 
De zuccaro mme yoglio 'nzuccarare. 

e) Son ridotta in carne e ossa 

Sono vicina alia sepoltura^ 
La mmia vita poco dura 
Si non faccio pace con te. 

d) Tu staje a tàvola cu* gran sollazzo, 
Tu magne e bive, oh viecchio pazzo! 
E a mme palicco mme faje fa'! 

E a mme palicco mme faje fa* ! 

e) Pnrzìè mannaggia quanno 
Mm'aje pigliate pe* cetralo! 
Nun però te tengo 'n culo 
Se mme vuoje *nfunecchià. 



XXXIII. — 5 Tonninola, Tonninola, 
■ Jesce a balla' » — 

— • Pecche mm'aggio a sosere? i» — 

— « Te voglio 'mmarità' » — 

— « E chi mme vuoi dà' ? » — 

— « 'Nu masto de poteca, 
« Ca te cauza e te veste 

« E te mette corona 'n testa; 
« Te miett' anieir 'u dito, 
« E te vasa sapuritd » . — 

— • Non lo voglio 'sto marito, 

I Ca mme cauza e ca mme veste; 



f E mme mette corona 'n testa, 
« E mme mìett'anìell' 'u dito, 

• E mme vasa sapurito » . — 

— « PigKatello prò vita toja, 

« E non mme fa' gW accussì sola; 
« Va dint' a lu mmio giardino, 
« E pigliate chello cliiù Piccolino. 
« Piccolino e capo biondo, 
« I capelli son fila d'oro, 

• E guardammo la guardiola. 

« Quanno li vinne li toi pullaste ? » — 

— « Li vengo ricche e chiare 

« E dio, mme guardi a chi mm'ha dato » 



Si mette in ginocchi una fanciulla e le altre girano 
intorno cantando questa canzonetta; quand^è finita si 
alza e cerca di chiappar quella che deve prenderne il 
posto. 

Variante più breve: 

— « Io te voglio maretà* ! *• — 

— « E a chi mme vuo' dà' ? » — 

— « A 'nu masto de puteca^ 
« Che te cauza e te veste, 

« Che te mette curona 'n testa, 
« Che te mette aniello a 'u dito, 
« E te sape sapurito ». — 

— «Io 'sta masto nun lu voglio ; 

• Nun mme cauza e nun mme veste, 

• Nun mme mette aniello a 'u dito, 
« Nun mme sape sapurito ! •* — 



^' 409 <^ 



XXXIV. Totarotò, signor Tommaso! 

T'è piaciuto lo pane e lo caso? 
La cipolla nun te piace ? 
. Totarotò, signor Tommaso. 

Con questo tetrasticò si scherniscono i bimbi che vo- 
gliono fare gli schifiltosi nel mangiare, dimenticando 
reTangelico: Manducate quae apponuntur vobis» 



LECCE E CABALLINO 



(TERRA D'OTRANTO). 



I. Aia gran tiempu ci nu' 'la cantatu, 
De lu mmiu canta nd'aia fatta 'ùtu; 
La vostra signuria mm'ha cumandata, 
Pe' fare Tobbedienzia sa' benuta. 
Ci ogne partane 'isse 'n orna armata, 
Ogne fenescla 'na 'ampa de foca, 
lea paramenti nde saria passata^ 
Tanta 'sta vita mmia la prezza poca! 

Per le yarianti vedi il canto di Gessopalena che inco- 
mincia : A qua davant' vurrV prend* 'na guerr', I 
canti seguenti di Lecce e Caballino hanno tutti qualche 
attinenza o col canto gessano o coi precedente: 

a) 'Nfacce 'sta porta n' 'la cantatu mai, ^ 
Ga mo' nei cantu ca nei siti voi; 
Donna, ca di bellezze nd' 'isti assai, 
'Stu giovenettu murirà pi' voi ; 
Amame, donna magna, mo' ci mm'hai, 
Ga ci mme pierdi nu' mm'acquisti poi ; 
Ga ci pi' sorte a riscattare mm'hai. 
Nei 'ole chianti e suspiri mmei e toi. 



^. 411 ^ 

b) Mme Paggiu camenatu lu levante^ 
Puru su' stata alla terra maggiore; 
Aggiu saputa ca ha' cangiata amante 
'Sta pocu tiempu ci su' statu fore. 
Arretu arretu ogni nuellu amante, 
È benutu lu vecchiu servitore! 
Mme la cumbatteria cu' qaist'amante : 
Cu' armi e senza armi essa ci 'ole, 
Mn^e la cumbatteria cuU'armi bianche 
Pe' difendire tie, 'rasta de fiure. 

Terra Maggióre^ forse la Magna. 

e) Mm'è stata *mmenezzata a mmie la pelle. 
De unu ci nu' mbale quattru caddhi; 
Ca ss'ha fatte 'mmulare le curtelle, 
Mancu ci aisse a scannare cavaddhi. 
Sai quantu, bene mmiu, iu stimu quelle ? 
Quantu lu Rre li stima quattru caddhi. 

d) Giovene, cchiù 'sta donna nun amare, 
Fenca nun sai lu certa ca 'ole a tie. 
Pe' autri mari paeti navecare 

Ca a quisti mari nu' navechl tie. 
Ss'hannu misi li puesti alle carrare, 
Ss'ha letta la sentenzia contra a tie; 
Ca ieu 'sta donna prima l'aggiu amata, 
E la sentenzia 'ae 'nfeore a mmie. 

Carrare, strade carreggiabili. 

e) Amante sprittuliddhn, comu fai? 
Picca te serve lu 'enire cchiui. 
Cce serve ca la mamma bona Thai? 
Mo' ci la zita nu' te 'ole cchiui! 
Ss'hannu chiuse le porte cu' do' chiai, 
Sse su' perdute le speranze toi. 



<-f. 



JI . Chiangu, ca mme cummene a mmie lu chiantu, 
Ga mme vidu fra tanti patimenti; 



-> 412 «^ 

Chiangu la sorte mmia fra tanti amanti; 
Chiangu percè li patu 'sti turmienti; 
Chiangu, ca li facisti tutti quanti, , 
Fore lu core mmiu, mutu cuntienti. 

Cianto analogo: 

Aggiu ragione de chiangere tantu, 
Percò su* male le nove ci senta. 
'Ulia mme fazza *na posta de chiantu, 
E *n* autra de suspiri e de lamenta. 
'Ulia cu bessa ^ndulurosa tantu, 
'Ulia cu te la mandu culla 'jentu. 
Ca a mmie lu 'jentu mme 'nfeora tantu, 
Tie suspiri de ddhai^ jeu de qua sentu. 

Var., V. 3, Mme la 'ulia fare 'na; v. 5-6, desunt; 
V. 7, Percè lu 'jentu mm*è a favore tantu; v, e jeu te 
sentu. — Altra invocazione al vento : 

'jentu 'jentu, o amurusu 'jentu! 
'Nducime noa de lu amatu tantu ! 
Ca jeu cchiti nu' lu 'isciu e nu' lu sèntu^ 
Percò de mmie ss'ò 'Uuntanatu tantu? 
Essu ddha fore e mme 'ndora lu 'jentu. 

— •* 'Jentu^ de 'ddho' si' tie, ci 'nderi tantu? -. — 
E iddhu mme respunde cu' lamientu: 

— « Jeu su' l'amante tou, l'amatu tantu »». — 

Altro lamento napoletanesco : 

Chiangi, misero mme, non tengo mamma, 
Si mamma avessi io non chiangiarria ! 
Ca mme rimase piccolo d'un anno 
Non la conosco chi é mamma mmia. 
Mamma, ca nove mesi mme portaste, 
Dintr' a lu ventre tuo mme teniste; 
E quanno a chello seggio t'assettasti 
A pericolo de morte te mettisti; 
Subbeto lo regalo apparecchiasti 
Quanno nove de mascolo sentisti, 
Mamma mmia, perchè non mm'afiTogasti ? 
Schiavo de 'sta canaglia mme facisti. 



-^ 413 <- 

III. Ghiangu, miseru mmie, chiangu la sorte, 
Nun c'ete cchiù de mmie 'nu spenturatu! 
Mme facisse 'na 'isìta la morte, 
'Nnanzi de Falba a matinu sunatu! 
Beddha, jeu stau quaffore alle to' porte,. 
E sta 'spetta cu bessu giudecatu: 
Cce t'aggiu fatta quarche cosa 'ntortu, 
le vecine min'hannu murmuratu. 
Mo' giru 'nturnu 'nturnu le toi porte, 
Ghiangendu la mmia sorte e lu mmiu fatu ! 

Variante : 

Chiangu, miseru mme, chiaogu la sorte ! 
Scuntentu cchiù de mmie Quaggiù truatu. 
Spuntana l'arbi e desperatu vau, 
Mo* lu mundu pe' mmie è già perdutu. 
Lu giumu è quistu ci foi murmuratu, 
Da li *ecÌQÌ toi tutti qua 'nturnu. 
Ma ora tornu cuU'abetu cangiatu, 
^Ngiru li muri toi e chianga e sfocu. 
Ghiangu, miseru mme, chiaugu mmiu fatu, 
Te Tedu^ mme trafiggi e mme dai focu. 

Yar. V, 8^ 'Ngiru li muri toi, chiangu e mme sfocu. 
Rispetto analogo pure di I^ecce e Caballìno: 

Ce t'aggiu fattu, caru mmiu cunfortu,. 
Ci hasci Tecchi e nu* mme puei vedire? 
Ce t'aggiu fattu quarche cosa 'ntortu 
Subbitamente mandamelu a dire; 
Culla mmia manu la spada te portu, 
De le toi manu mme fazzu ^ccedire ; 
Nu* mme nde curu, beddha, ca su* mortu; 
Quandu de le toi manu aggiu a murire. 



IV. Gì prima jeu t'amai, mo' cchiù te amu, 
Mo' ci d'amore jeu custrettu sono. 



^ 414 <^ 

Sono custrettu comu pesce air ama, 
^Nnanzi alla toa beltà cussi ragiono. 
Ragiono fra de mmie, &a mmie te cMamu, 
E quandu chiama a tie lu cor te donn. 
Se lu core te dunu, autru nu' bramu. 
Te pregu nu' mme lassi in abbandunu. 
Quista la cantu a tie, fiur de giacintu, 
Lu core mmiu è sinceru, lu tou n'è fintu. 

Solita proveniexMsa letteraria: 

* Se prima poco t'amai^ ora più t'amo, 
T'amo perchè d'amor costretto sono; 
Sono costretto come il pesce airamo. 
Amo la tua beltà, di cui ragiono; 
Ragiono fra di me, fra me ti chiamo; 
Chiamo^ e nel chiamarti 11 cor ti dono; 
Dono, ma nel donarti altro non bramo, 
Bramo che non mi lasci in abbandono. 

Variante d^Arnesano: 

Se prima jeu t'amai mo' cchiù te amu, 
Percè all'amore tou custrettu sonu : 
Nei su' custrettu comu pisce all'amu^ 
^ Lu core te prumisi e tte lu donu: 
Lu core cu te dunu autru nun bramu, 
Te preu nu' mme lu lassi 'n abbandonu. 
Quista la cantu a tie, fiur de giacintu; 
L'amore mmiu è sinceru e nun è fintu. 

Var. V. 6,Te precu nu' lu lassi. 



Y. De 'nnanti a casa toa mme 'cchiai a passare 
Nu' nei te viddi e mme 'mariu lu core. 
Miiranni mme paria de returnare 
Ga stia comu 'na 'rasta senza fiore. • 



-^ 415 <^ 

'Sta curte senza tie sai comu pare? 
Comu lu tìempu trubu seuza sole. 
Ca quaindu nei si' tie sai comu pare? • 
Comu lu magg^iu ci caccia ogni fiore. 

Variante^ pur di Lecce e Caballino: 

De ^nnanzi a casa toa mme 'ccbiai passare, 
Nun ci te 'iddi e mme 'mariu lu core. 
^Ddha casa senza tie sai comu pare? 
Fare comu 'na ^rasta senza fiore. 
'Ddha curte senza tie t'hai 'ffecurare, 
. Comu 'nu tiempu trtibbu senza sole. 
Ca quandu tie nei stai, sai comu pare? 
Comu celu stellatu e luna fore. 

Mm^ 'marlu, mi s'amareggiò. 

Altra passata innanzi alla casa dell'amata : 

Mme 'ccbiai passare alla scasualmente, 
'Iddi Ninella mmia fissa a ddha 'nnanti. 
La 'iddi, la 'uardai, la tinni mente, 
Jddba, la sgrata, mme spruscia di 'naanti; 
Ndi 'usi e 'dumandai tutta la genti. 
Ci l'hannu 'ista la uecchi-galanti ? 
Una mme disse: — • Nu' ne saociu nenti n. — 
L'addha mme disse: — « Alli balli quannanti ». ~ 
Ju 'scii alli balli e la truai ballare; 
Cullu fustianu bìancu alla pulita. «^ 

Nu' mme ndi tinni e la vulia bagiare, 
Quiddh* 'ucca de curaiUu sapurita ; 
La cumpagna mme disse : — « Nu' In fare, 
M Ci bagia donna 'ae galera 'mbita ». — 

^Cchiai^ trovai. 'C/>i, volli. Spruscia, striscia. Fu- 
stianu, gonnella da fustagno. — Variante di Nardo: 

Mm'accbiai passare allo scasulamenti, 
'Iddi Ninella mmia sisa a dba ^nnanti; 
La 'iddi, la guardai, la tinni menti. 
Eddha, la sgrada, mme sprusciau dinanti, 
.Ndi 'usi domandare tutta la genti. 
Ci l'hannu 'ista l'uecchi-galanti. 
Una mme disse: *— « alli balli qua nauti ». 
Io scii alli balli e la truai a ballare 
Cullu fustianu biancu alla pulita. ' 



V 



-> 416 q- 

la mmi seittai ca la *alia baciare, 

Cu li bacio qaeddh* 'occa saporita. 

E la campagna znme disse: — •> No* la fare, 

« Ci bacia donne vae a*n galera a bita «>. — 

A mme ci ^scesse la coddhu a taghiare 

'Ssi carni mmia casati calla sita: 

'Jeni donna ci sai di ricamare, 

*Jeni, mitti do* panti a *sta firita. 

Altra variante di Caballino : 

Desira nde passai scasaalmente, 
La carte china mme parse vacante: 
E jea nde 'ddamandai tutta la gente, 
Ci r *iana *ista la oeccbi-galante ; 
L*una mme disse ca nu* 11* 'la 'ista, 
L*aatra, ca *la *sciata alla cummitu. 
Doppa la taala la 'iddi ballare, 
Calla bianca scarpina alla palita. 
Mme misi do', tre fiate alla passare, 
Ca nni bassa 'ddba 'acca sapurita*. 
La campagna mme disse : — « Na* Ila ffare, 
« Ci *asa donna hae la galera *nvita «. — 

Altra variante di Monteroni : 

'Nde passa e nde passai scasoalmente, 
La porta china mme parse vacante. 
'Nntarnu nni *ddumandai tatta la gente : 
— « L* 'iti vedata mo^ Tocchi-galante? »» — 
Una mme disse ca nu' Tha beduta, 
L*aatra mme disse ca alli balli è ^sciata. 
Vada alli balli e la truvai ballanda 
Calla qaasettu *janca alla patita. 
Mme misi doi, tre bote cu la vasu, 
Cu li vasu *ddha bucca sapurita. 
Lu mmiu campagna disse : — <* Nu' la fare, 
« Ci bacia donna va 'ngalera a vita m. — 

Di ballo parlano di rado i canti popolari. Ma eccone 
in proposito uno di Spengano: 

Mescla de balli, ci puezzi *ngurciare, 
Nu' bìdi la mmia bella dove siede? 
Nu* bidi ca n'ò morta de ballare? 



^. 417 .<^ 

Ga pe* zzengale, cotula In petef 

L^anche mo* propriu te puezzi stuccare, 

Ci nu' la cacci comu sse cummene. # 

Si chiama maestro di balli il direttore della nostra 
pizzica, che dirige o accenna fra gli astanti chi deve 
ballare. Alternativamente cangia Tuomo e la donna, 
finché non ha fatto danzare tutta la brigata. Se uno ne 
trascura, è offesa. Stuccare^ spezzare. — Altro canto di 
Lecce e Caballino : 

'Ulia lu bene mmiu senta cantare, 
^Rande è lu desederiu ci nd*ala; 
Passa *nu quartu e lu sentu òantare, 

— « Li jiundi de lu mare» - e * •• Mare è bia ^. - 
Poi sse nde 'ene alla Succhia a parlare. 

— « Cu cantu, amore, nu' be* arte mmia »•. — 

— « Nu' mme nde curu ca nu* sai cantare, 
« Cu te 'isciu danzare mo' 'ulia «. — 
'Inne la festa e lu 'iddi danzare^ 

'N arveru de bellezza mme paria! 



VI. Donna finta, busciarda e menzunera, 
Donna senza custanza e nu' parola; 
Te 'rrecuerdi 'ddhu gìurnu e quiddha sera 
C'intra 'sta curte mme diesti parola? 
Foi parola segreta e nu' sincera, 
Ga nu"* mme lassi no, finca sse mora; 
Mo' mme lassasti e l'aflEetti addhù' 'scera? 
Te cumpatiscu ca si' bardasciola. 

Bardasciola, ragazza. — Variante : 

Cussi, donna, si' finta e menzunera, 
Ca nu' tieni descorsu e nu' parola ; 
'Rrecordate 'ddhu giurnu e quiddha sera, 
Segretu modu, mme diesti parola. 

Ganti Popolari, 111. SI 



-^ 418 <^ 

Ta mme la d Lesti d'amore sincera, 
Ca nu' mme lassi fenca nu* sse mora; 
Mo' mm*lia* lassatu e l*affetti 'ddhti' 'scera?... 
Te compatisca ca si' bardasciola! 

Variante Caballinese e Leccese del primo tetrastico 

Fior de marangia mmia, quantu t'amai! 
Cu* quanta a£fetta te danai la core ! 
Tie mme giurasti nu* mme lassi mai, 
Mo' mm'ha lassata, cane traditore ! 

Variante Caballinese e Leccese : 

Donna finta, bugiarda, menzagnera, 
Ta fai la vota, coma fa la lana; 
*N 'ara te maesci tatta e si' sincera, 
'N' ara mienza lucente, e mienzu bruna. 
Voglia la fedeltà, la voglia intiera, 
La TOglìu de ci alPautri nu' sse duna. 
Cce serve cu mme dici: spera, spera! 
Qaandu nde gode 'n aatru la figurai 



VII. Eccume pronta, allu mmia viaggia arriva, 
L'albi sa' scari e li celi sa' notte. 
Addia, cari parianti; amici, addia! 
Mme perdanati ci sa' gianta notte ; 
Per amare 'sta donna giunga ia, 
Nu' l'abbandunu, no, fenc'alla morte. 
Jeu pe' zengale de l'amore mmiu, 
Mintu la vita 'nnanzi a. quiste porte. 

Zengale^ pegno. — Variante delPultimo distico : 

Sai qaandu. credi ca te lascia iuf 
Qaandu vita, nun c'ò, 'stu core ò morta. 



-*»• 419 •<$- 

Altri canti di partenza di Lecce e Caballino: 

a) Cu mme partu de quai, forte mme pare; 
Ca 8se parte lu pede e nu' lu core. 

Mme parta comu acceddhu senza Tale, 
Senz'ale, senza pinne e senza core. 
Beddha, de tie nde porta lu zengàle, 
Lu mele 'mmucca e la ferita *ncore, 

'Jkfmwcca, in bocca. 

b) Facci de rosa mmia, mo ci te pai*ti 
La toa partenza mme face murire. 

Ci mme duni lu core e ci lu parti, 

Mo' ci è giunta Torà de partire. 

Ci sei furzata, beddha, o beddha parti. 

Parti cu' mmiu descustu e despiacire 

Nu* mme spaventa, no, la toa partenza, 

Stare comu 'nu fogliu de speranza. 
Speranza mme fa star la vita senza, 
Senza Tamore tou cce focu avanza ? 
*Vanza 'nu foca de la toa pai*tenza. 
Partenza ci mme dae la lontanza, 
Luntananza mme dice : — • Aggi pacienza, 
» Pacienzia, amore mmiu, aggi speranza ». 

e) Oh cce partenza dolorosa e 'mara! 
Nne chiangenu le petre d^ la via. 
Chiangenu Tocchi mmei fandu fiumara, 
Penzandu ca iu partu e lassù a tia. 
La rosa ci te diesi tieni cara, 
E sia ca tieni la persona mmia; 
Ci vene quarche amante cu nei 'ddora, 
Beddha, li dine,- e a la rosa è mmia. 



Vili. Farfalliceddha, ci gìrandu vai, 
AUi toi affanni mme 'ssemighiu iu; 
Tie giri sempre e sempre girerai. 



->• 420 4- 

'Mpriessu alla *ampa ci tie te feriu; 
Tie t'ardi pe' sciucare e citta stai, 
Jeu mm'artlu e brusciu pe'spentura mmia! 
Ahimè ca su' cchiù 'randi li mei 'uai, 
Tie mueri ardendu, e ieu mm'ardu 'ia. 

Sciucare, giocare, '/a, viva. >- Analoga ottava della 
solita provenienza letteraria : 

* Vedesti mai, ben mio, intorno al lume, 
Farfalletta gentile innamorata? 
Tanto intorno staggirà al suo bel lume 
Fin che alla fiamma sua resta bruciata. 
Tale son io intorno ai tuoi lumi, 
Sempre s'aggira in te fiamma amata; 
Tu sei il rogo del mio bendato lume, 
Ed io Tarsa farfalla innamorata. 

Altra menzione della farfalla : Lecce e Caballino : 

A quale santu, a ci mm'aggiu butare, 
Cu rreutu cu' tie 'nu paru d'ore? 
Jeu sempri 'mpriessu te 'ulia 'n turni are, 
Comu 'na punnuleddha a su 'nu fiore! 
Beddha, ca addhù' te sentu numenare, 
Mme tramutu de sangu e de culore ! 

Yar. V» 2, Cu restu 'mpriessu a tie. Punnuleddha, 
farfalletta. 



IX. Giovane, jeu cu' tie nei aggiu a parlare, 
E ud'aggiu 'na 'randissima ragione. 
Aggiu saputu ca mm'ha' dittu male, 
Poi te 'ddumandu e mme dici de none. 
Giovane, cce te giova lu negare? 
Te si' pentitu, ma ha' fattu Terrore. 

Var. V, 6, Te si' pentitu? ma facisti errore. — Va- 
riante di Moi^ciano; 

Ingrata, jeu mme vegnu a lamentare, 
De 'stu lamentu sentu la ragione: 



-^ 421 <^ 

Aggia saputu ca mm'hai ditta male^ 
Mo' te 'ddemmandu e mme dici ca none. 
Ingrata^ cce te serve lu negare, 
Quandu certu decisti 'ddhe parole ? 

Var. V, 1, *Ngratu, de tie mme vogliu; v. 2, De la- 
mentarmi ; V, 4, Te n'addemanna e tu mme dici none ; 
V. 5, 'Ngratu^ mo* cce te serve lu negare? t?. 6, Certu 
ca le decisti *ste parole. 

Variante pur di Morciano : 

^Ngrata, de tie mme vegnu a lamentare; 
'Ngrata, se mme lamentu aggiu ragione. 
Lu sippi già, mme nde decisti male, 
Mo' ci te nde 'ddemmandu, dici : — •* None ì *> — 
'Ngrata, ca nu' te serve lu negare! 
Ca è veru : le decisti 'ste parole. 
Amate cu cci 'uei, cu cci te pare, 
Jeu la facce te viddi e nu' lu core. 

Canzone analoga di Lecce e Caballino : 

Giovane, ci hai lu nasu de 'llemmiccn, 
Te 'scii uantandu pe' mmiu 'nnamuratu : 
• Tu faci de lu bravo e de lu riccu, 

Comu lu megghiu giovane 'ngraziatu ; 
Se te 'edissi a sulla carta scrittu : 

— « Mamma ♦» decii •« percè nu' mm'ha* stutatu? ^ — 

* 

Var. V, 2, Te 'ai vantandu ca sii mmiu; v, 6, 'retai. 
Canto analogo di Lecce e Caballino : 

Dimmi^ omu superba, tu cced'hai 
Ci fare nu' te voi li fatti toi ? 
Sempre contru de mmie sparlandu vai, 
Decendu ca si' tie ci nu' mme voi ; 
Ca prima te 'mmesura e po' vedrai 
La deferenza ci corre tra noi. 
Ci 'n' autra vota cchiù mme appretterai, 
Fazzu cu sienti quiddhu ci nu' boi. 

appretterai solleciterai. — Rispetto analogo di Lecce 
e Caballino: 

Tu dici ca no' mm'ami e poi nei piensi, 
Tantu nei piensi ca mme passi 'nnanzl. 



Mm'hai *sciuta marmurandu intra le genti, 
Decisti^ ca na' foi lu vostru amanti. 
Jeu te su' schiava ancora e tou serventi, 
Se mme dici de neu : — ««Te su* Gustanti «*. 



X. Hae ci nu' passu de 'sta strada 'mara, 
Be cce sse 'mmaretau ninella mmia: 
Ca quandu li capituli cupiara, 
'Lliettu mme misi pe' malencunia ; 
Quandu alla chiesia madre la purtara, 
Jeu 'ncora la speranza nei tenia ; 
E quandu Tacqua santa nni dunara, 
'Ncora la 'ucca a risu mme facia, 
Quandu la soa boccuzza disse - « Sine * - 
Tandu la piersi la speranza mmia. 

Yar. V, 5, chiesia mme nde la purtara. Tandu^ al- 
lora. 'LliettUy SL letto. Abbandono dell'amata. — Altro 
canto di Lecce e Gaballino: 

'Nu monte sse 'ccuntrau cu* 'n autru monte! 
'Inne la noa ca te si' *mmaretata; 
De le lagrime mmei nde 'nchii le conche, 
E de suspiri nde scottai *n' armata ; 
Te rhai pìgghiatu 'nu marchise o conte, 
Ci a biru foi com'è la numenata? 
Jeu nun ci crisciu se nu' bisciu a fonte, 
Lu picca tiempu comu t'ha mutata! 

A hiruy davvero. — Variante monca: 

Subbra a 'nu monte ne' ete 'n autru monte! 
'Inne la noa ca t'eri 'mmaretata; 
De le lagrime mmei nd' enchii 'na fonte, 
E de suspiri nde scettai 'n'armata ; 
Ma jeu nu' crisciu se nu' bisciu a ponte. 
Se nu' te 'isciu alia chiesia purtata. 



-> 423 ^ 

Altra Tariante: 

^Nu monte è 'sciutu subra *n autru monte! 
Yinne la nova te si' ^mmaretata. 
De lagreme nde *nchii dudici conche, 
E de saspiri nde scettai ^n'armata. 
Jeu nu' lu crisciu se nu' biscia a fonte, 
Ci nu* te viscia alla chiesia partata. 

Altro canto analogo di Lecce e C aballino : 

Mme rhanna ditta ca tie mm'ha' lassata. 
Carpa nu* be* la toa, Taggiu sapata; 
Ma maledica la toa vecinatu. 
Pura la cumpagnia ca' cci .si' 'sciata. 

Variante di Amesano^ edita dal Desimone: 

* L'aggia sapata ca ta mm'hai lassata. 
Carpa nu' be' la toa, Taggia saputa. 
Jeu maledica lu tou 'icinatu^ 
Pursl la cumpagnia cu' cinca ha' 'sciutu. 
Ni poscia cadire 'na rosoia de focu. 
Ci fo causa nui doi cu ni 'ncagnamu. 

Pursl, il napoletanesco porjti. Cu* cinca, con la quale. 
Rascia de focu, brace di fuoco. Ni ""ncagnamu , ci 
disgustassimo. 

Altro canto d'abbandono di Lecce e Caballino : 

Mo' spezzate, chitarra, e nu' sunare, 
De 'ddhù te 'in ne 'sta tant'allegria? 
Oh ! nu' canusci tie le pene 'mare, 
Ci 'anu struscendu quista vita mmia? 
E tie, tàcite, lingua, e nu' parlare, 
Ci parli, parla de malincunia; 
Mo' ci la beddha mmia mm' 'ose lassare, 
Nde chianganu le petre de la 'ia! 



XI. 'Jenici a casa mmia, nu' dubetare, 
Ca te pretende lu mmiu afflitta core; 
Ci nc'è la mamma nu' te nde curare, 
Bene te nd'ha bulutu e te nde vole; 
Ca ci stau 'mara nun te nde curare, 
Cummenen2;ia de zita quistu vole. 

Ganti analoghi di Lecce e Caballino : 

a) N*ieri tu, caru ben, che mme dicei, 
Quanda culla tua bucca mme parlai; 
Quandu secretamente mme dicei: 

Ca mm'ami sempre e nu^ mme lassi mai? 
Pazzu, le toi parole jeu mme credei, 
Pazzu, alle toi parole mm* attaccai. 
Nu' se po' fare Pamore cu sei, 
mm*ami sempre^ o nu^ mm'amare mal. 

b) Ci t'ama lu mmiu core, già lu sai; 
Ca la vita pe' mmie su' Tocchi toi. 
Sempre alla mente mmia legata stai, 
Aprimi il pettu che mirar te puoi. 
Quante pene mme dai e strazi e guai, 
Jeu, vita, t'amarò quantu tu vuoi. 

e) Quantu t'amu, cor mmio, tu già lu sai, 
Ca la vita per mme su' Tocchi toi; 
Quante pene sufFriscu e quanti g^uai, 
Sinti la bella mmia, e lu sai voi. 
'Ota lu mundu quantu cchiCi' ne sai, 
Jeu t'amu tantu quantu cchiti 'nde vuoi. 



XII. ' L'arveru 'ncrina Mdhù' lu ramu pende, 
E la zitella addhù' ramoi;e face; 
La nave nu' po' 'scire senza tende. 



^- 425 "«s^ 

Manca la piettu mmìu senza reiSatu ; 
Lu cela na' po' stare senza stélle, 
Manca lu ^nfiernu senza 'nu dannata; 
E tie ci si' la fiaru de le belle, 
Manca puei stare senza 'nnamurattt. 

Yar. V. 2, addhù lu 'nnamuratii — Altra' neeessità 
d'amore^ canto di CabaUìno e Lecce: : « 

Quanti palummi nc^è a ^stu palumbaru,. 
Nu' li 'rrebbatte 'nu farcune sulu; 
Quante campane nc^è a 'stu campanaru, 
Maneu le sona 'nu monecu sulu ; 
Quantu llaure nc'ete a 'stu 'ranaru, 
Nun lu macena 'nu mulinu sulu; 
Yidisti mskì *nu turchiu sia cristianu? 
La donna è morta cu' 'n amante sulu. 

Yar. V, 1, Quanti picciuni su' 'stu palumbaru; r. 8, 
Mancu 'na donna cu'. 



XIII. La tarda vae valandu alla furesta, 
Sente la fisca e rattu sse 'bbandiina; 
La cerva vae pascenda Terva 'resta, 
Na' bidè lazza e sala sse 'mprigiana ; 
La pisce vae natandu all'aóqaa fresca, 
Nun bidè l'ama ci morte li duna. 
Cussi 'ccappai cu' tie, ci tantu t'ama, 
Tie si' la pescatora e puerti l'amu; 
Cussi 'ccappai cu' tie, frunti de fata, 
Jeu su' la cerva ci stau 'mprigiui:iata; 
Cussi 'ccappai cu' tie, stiddha lucente, 
La prima fiata ci te tinni mente. 

Yarianti. v» 3, pascendu all'erva 'resta, t?. 7-8. Cussi 
'ccappu cu' tie jeu percè t'amu, Comu 'ccappa lu cervu, 
pesce e turdu; v. 9-12^ desunt. 



-^ 426 «^ 

Analoga ò la seguente ottava della solita provenienza 
letteraria : 

I Sotto di vaghi ed odorosi fiori, 
Vipera cruda s'avviticchia, e asconde; 
Copron d'esca grindustri pescatori^ 
L*amo e poscia lo gettano nelle onde; 
Cosi pure i sagaci cacciatori, 
Celano il vischio sotto verdi fronde; 
Cosi nel volto tuo nascose amore 
Tutte Tastuzie che il tuo core abbonde. 



XIV. Mme cumpatiti de 'sta malecrianza, 
Se 'rriu a ^stu locu e nu' cercu leoenza. 
quanti nei nde siti intr' a 'sta stanza, 
Ve saluta cu' 'rande leverenza; 
La 'rande è beddha, la menzana avanza, 
Alla piccula duppia leverenza. 
Mo' se mme dati lingua, lingua canta, 
Se no mme tocca a fare l'obbedienza. 
Eccu 'na 'uce de 'rande speranza: 
— « Canta, ca te ss' ha data la lecenza » . 

Vallante : 

Mme cumpatiti de 'sta malacrianza, 
Ci *egnu a 'stu locu e nu' cercu licenzia ; 
E quanti nei nde siti intr'a 'sta stanza 
Salutu cu' 'na 'rande leverenza. 
Se mme dicunu cinque, iu cinque cantu; 
Ci no', mme sacciu stare all'obbedienza. 
'Ntisi na' 'uce de la mmia speranza: 
— « Canta e te nde sia data la licenzia » 



XV. Mme 'nei, te 'ogghiu, gpjin pene patimu; 
Mo' ci vìnne lu giurnu nni lassamu. 
'Mpiettu mme sse feccau palla de chiummu 
Mo' ci r 'ecine toi te eunsigUare. 
Donna, ci perda a tìe nun è ruina, 
Fiore de gioventù, trova d'amare. 

Variante : 

Mme *aei e te 'ogghiu, gran pene patimu, 
Ni vulimmu lu bene 'ripa a *n annu. 
Intra lu dolce amor, nemici simu. 
Ni ^ozera gran male, e ni lassammu. 
Aggiu saputu jeu girandu a 'ntornu, 
Li toi parienti ca cuntrari ni *annu. 
Ca pe* despiettu de li toi parienti 
N'imu amare de core, comu tandu. 

Analoga : 

Ni 'òzemu alli doi, pene patimmu, ' 
Ni *ozemu gran bene ripa *n annu ; 
E foranu li genti de qua 'nturnu, 
Ni *ozera gran male e ni *ncagnammu ; 
Mo' aggiu saputu jeu girandu 'nturnu, 
Ca li toi suntu ci contra nni vannu; 
Ga pe' despiettu de ,li toi parienti, 
N'imu amare de core comu a tandu. 

Wjremu^ Tolsimo, volemmo. 



XVI. 'Na donna mme prumise alle cinqu'ure, 
Jeu, lu 'gnurante, mme misi a durmire ; 
Quandu mme 'ddescetai passate Ture, 
Pigghiai li panni e me 'ncignaì bestire; 
Mme nd' 'au de 'nanzi de la mmia patruna, 
E la 'ddumandu ci pozzu trasire; 



^ 428 •<^ 

Iddha respunde: - « A ba quegrghi cecore, 
< Ci ama donna nu' bascia a durmire; 
• leu te dissi cu bieni alle cinq'ure, 
« Mo' su' le sette e nu' te pozzu aprire » .- 

Variante pure di Caballino: 

*Na donna mme prumise alle cinedo re, 
Jeu lu meschinu mme nde *scii a durmire ; 
Quandu mme risvegliai fora le nove^ 
Pigghiu li panni e mme 'ncignu a beati re ; 
Mme nd' *au *rretu la porta allu mmiu amore; 
— « Aprimi, beddha mmia, 'ogghiu trasire. « — 
Iddha mme disse: — « A ba uegghi cicore! • 

« Ci ama donna nu* bascia a durmire; 
« Mme prumettisti ca 'jeni a cinc'ore, 
« Mo' su' li noe e nu' te pozzu aprire r. — 



XVII. Nu' mme chiamati cchiui donna 'Sabella, 
Chiamatime Sabella spen turata; 
Foi patruna de trentatrè castella, 
De Puglia chiana e de Basilecata; 
Poera mme puei chiamare, nu' rubella; 
Poera ca mme 'oze la furtuna ; 
La puei truare cchiù ricca e cchiù bella, 
Fidele comu a mmie nu' trei nisciuna. 

Dovunque si canta questa canzone d^Isabella sventu^ 
rata che mori perché privata del sonno, nelle provincie 
meridionali. Io credeva che alludesse alle sventure di 
Isabella d'Aragona, moglie di Galeazzo Sforza; ma Ca- 
millo Minieri-Riccio rettifica. questa mia falsa credenza 
con una lettera che sarà bene inserir qui per intero : 

« La Isabella di cui desiderate le notizie è Isabella 
Villamarina,^ figliuola di Bernardo, grande ammiraglio 



-> 429 '<^ 

del Regno e conte di Capaccio; la quale essendo erede 
di, tutti i feudi del padre, fu data in moglie a Ferrante 
Sanseverìnp 4° principe di Salerno. Diqual grandezza 
di stati fosse il principe, voi l)en lo sapete meglio di me, 
basta ricordare che allorché Tlmperatore Carlo V nel 
ritorno dell'impresa di Tunisi venne in Napoli, fu ri- 
cevuto dal principe nel suo palazzo st splendidamente 
che fu di meraviglia a tutti, tanto era la sua ricchezza e 
signoria. In tale occasione diede per abitazione al Cuevos, 
commendatore maggiore di Lione, che era il favorito 
dell'Imperatore, il palazzo presso Castel Nuovo, che era 
di proprietà della Villamarina sua moglie ; ivi stavano 
27 camere tutte fornite di finissime tappezzerie, di ric- 
chissimi letti e provviste di viveri per sei mesi ; e poi 
nel palazzo dove abitava egli e la moglie ricevè l'impe- 
ratore con lusso veramente imperiale. Di tanta grandezza 
cadde per la inimicizia del Toledo il quale lo ridusse a 
fuggire dal Regno e rinunziare a tutti gli stati e por- 
tarsi in Francia per indurre quel sovrano all'impresa 
del Regno. Quindi la rovina di sua casa e l'Isabella sua 
moglie d ali ^altissimo stato in cui era, cioè di primissima 
signora del Reame ridotta in miserissima condizione, 
quasi mancante del vitto. Questa infelice donna essendo 
stata incolpata di avere mandato danari al marito, fu 
esaminata e trattenuta anche per qualche tempo onde 
confessasse il vero, ma alla fine il Collaterale Consiglio 
stimò di mandarla in Ispagna, dove ella pure desiderava 
portarsi per parlare all'Imperatore. Di fatti trovò una 
protettrice nella principessa di Portogallo, figlia di 
Carlo Y, e cosi ottenuta una udienza dall'Imperatore fu 
ben accolta, e mosso a pietà Carlo le diede licenza di 
ritornare in Napoli, ordinando al viceré Toledo che non 
fosse mai più molestata. Ma mentile si preparava alla 
partenza fu assalita da apoplessia, che in breve la spense. 
Il cui cadavere trasportato in Napoli fu sepolto nella 
tomba della madre sua Isabella di Cordova, contessa di 
Capaccio, nella chiesa di S. Pietro e Sebastiano »♦. 

Variante Nàpoletanesca : 

No' mme chiammate cchiù donna 'Sabella, 
Chiamateme 'Sabella spenturata; 
Hàggio perdute trentasei castella, 
La Plagila chiana e la Vasilicata. 



-^ 430 •<^ 

(Il settimo yerao del canto Leccese si ritrova in un 
rispetto Senese : 

* So che l'avete trova un'altra dama: 
In grazia la vorrei un po' vedere. 

Se ella è contadina o artigiana, 
Se è una zappaterra come mene. 
Può essere più ricca e più bellina, 
Hai a far quanto vuoi, ò contadina). 

Variante di Cevoli in Toscana : 

* Non mi chiamate più biondina bella, 
Chiamatemi biondina isventurata.:... 

Se delle sfortunate c*è nel mondo. 

Una di quelle mi posso chiamare; 
Getto una palma a mare e mi va al fondo, 
Agli altri vedo il piombo a navigare. 
Che domine ho fatt'io a questo mondo? 
. Ho Toro in mano e mi diventa piombo. 
Che domine ho fattoio alla fortuna? 
Ho l'oro in mano e mi diventa spuma. 
Che domine ho fatt'io a questa gente? 
Ho Toro in mano e mi diventa niente. 

Simili lamenti si ritrovano ne^ canti popolari di tutta 
Italia, con infinite varianti. Trascrivo quella di Samba- 
tello (Calabria U. I): 

* Di quantu sfortunati su' a lu mundu, 
Eu lu cchiù 'randi mi vogghiu chiamar!; 
Jettu la pagghia a mari e mi va a 'n fundu 
E alPatri viu lu chiumbu 'nzummari; 
Atru frabbica casi a lu sdirripu, 
Ed eu a lu chianu non ndi potti fari ; 
Atri spremi la petra e n^esci zucu, 
Pi* mia siccaru tutti li funtani. 

Variante di Napoli : 

Cielo che mala sorte tengo a 'stu munno ! 
L^aute fanno i peccati e io li chiagno; 
Meno la paglia a mare e vace a funno; 
Meno lo chiummo a mare e va na tanno... 

Ad una canzone congenere dovevano appartenere quei 



-^ 431 -4- 

due energici yersi che Metastasio rammemoraTa di aver 
udito cantar giovanetto in Napoli : 

* Si mme mettesse a £fa* lu cantararo, 
L'uommene nasciarriano senza culo. 

Variante di Venezia : 

* quanti impazzi ho fato a la fortuna ! 
I albori, per mi, no voi frutare. 

Zogo a le carte, e no^ me vien figura. 
Se zogo ai dai, no* i se me voi voltare... 
... E adesso che da vita me renovo, 
Maridar me voria, mugièr no' trovo. 

Canto Bruzio : 

* Amaru iu ! duvi simminai ! 
A nu rinacchiu *nmienzu a .dua valluni. 
Simminai 'ranu e ricoglietti guai. 
All'aria riventaru zampigliuni. 
Vinni 'nu riccu pe' ssi raccattar!, 
Pe' dinari mi detti sicuzzùni. 
Jivi alla curti pe' m'esaminari, 
'U capitano me misi 'n prigiuni. 
Jivi a lu liettu pe' mi riposari, 
Cadietti e scamacciavi li picciuni. 
^ Jivi allu fuocu pe' m'i cucinari, 
A gatta mi pisciatti li carbuni. 

Barese : 

Tutte li cos' mie contrarie vanne; 
L'acque m'assugh', e lu sole m'imponne; 
Megn' i' la paghia a mare a va affunn', 
L'alt' mena lu chiunn' e va natann'. 
r semino lu ram' e non mi nasce, 
E l'alber' a l'aprile non fiurisce. 



XVIIL Nun ss'isse 'cchiatu mai tantu d'amore, 
Lu prima affetta ci pigghiai cu' tie. 



-^ 432 ^ 

Sapire la -alia la tea 'ntenzione, 
Ca tie sapire puei l'internu mmiu. 
leu te tegnu stampata intr'allu core, 
Toa fegura è •stampata e nu' sse nd' 'ene. 
leu nu' te 'ngannu no cu' 'ste parole, 
Dìcu la verità te 'ogghiu bene. 



Nun c'è tant'aoqua alli mari a Gaeta , 
Quantu la 'ucca toa llemmicca manna; 
Nu' luce tantu 'na. stella pianeta, 
Quantu te luce lu piettu e la canna. 
Lucenu li capelli toi de seta, 
Dannu sprendore a tutta la campagna. 
La toa bella parola mansueta, 
Mme nd'ha fattu scerrare de la mamma. 

Splendore dell^amata; altro canto di Lecce e Caballino 

'Nnanti la porta de la chiesia matre, 
cce splendore nei ha menata Mdiu ! 
Ne' ete *na rosa a 'nu ramu 'zzeccata, 
Quantu ète beddha, putenzia de 'ddiu! 
Tene la 'uardatura de 'na fata. 
E mm'ha 'uardatu intr'allu core mmiu ; 
Dumìnica nde fici 'na passata, 
La facce cullu mantu sse cuprlu ; 
Mo' 'uardame de neu uecchi de fata, 
J' quant'ò 'rande lu trumentu mmiu ! 



»T» 



Canto analogo di Bagnoli Irpino: 

Voglio canta' accanto a 'sta cantone ra, 
Poco distante ra la casa mmia. 
G'è 'na figliola che pare galena, 
Lo porta lo stennardo re lo sole; 



-^ 433 4- 

Quanno ssi corea non gè vo' lumera, 
Ra l'aria re cale lo sbiannore. 
Tene re trecce re la Maddalena, 
Pare che fusse figlia re barone. 

Canto analogo di Lecce e Caballino: 

Siile, ci si' patrunu de la spera, 
Sempre ^ng^randu vai pella campagna ; 
Nu' caccia tanti frutti primavera^ 
Quanti saluti 'stu core te manda ; 
Nu^ luce tantu *na stella pianeta, 
Quantu luceno a tie Pocchiu e la canna; 
Ntin hae tant^acqua lu mare de Siena, 
Quantu la bocca toa 'Uemmicca manna. 

Sarà un po^ difficile il ritrovare questo mare di Siena 
sulla pianta. Canto analogo di Paracorio: 

Luna, chi luci pe' tutta la notti; 
Stidha^ chi nasci a Tarba alla matina; 
Quandu cumpari avanti a chissi porti, 
Mi p^ri allura 'n^acula divina. 
E quandu veni chi cali di notti, 
Risplendinu li scogghi a la marina; 
Mbiatu cu avi chidha bona sorti, 
Pe* mu adura ^sta rosa carmusina! 



XX. 'Nu sabbatu 'Ila sira foi chiamatu, 
Nuddhu pensieri allu capu tenia; 
'Inne 'n aniicu mmiu lu cchitì fedatu : 
- « ' Jeni » - mme disse - « ca canti cu' mmia » . - 
Jeu nei rispusi : - « 'Egnu scuscetatu, 
i Cu nu' begna la corte e ni castigi?.»- 
Iddhu mme disse: -a 'Jeni scuscetatu, 
« Ga la lecenza la portù cu' mmia > . - 

Ganti Popolari, 111. ' S8 



-^ 434 «^ 

'Ncora lu culasciane n' 'ìa 'ncurdatu, 
E mme 'iddi la corte 'nfacce mmia. 
A casa allu nutaru foi purtatu, 
Sette carrini foi la parte mmia. 
Lu mare de lu mare, ohi santu Rasi! 
Utta mandani 'mprima allu 'Nastasil 

Scuscetatu^ senza cura. Altra menzione della Corte 

Tutta 'stanotte mme sunnai ca 'otu, 
E de le scarpe nde struscia lu spacu. 
'Rita' lu carmellingu : — « Ferma a llocu, 
« Ca la Corte te 'ole castiatu. 
« Ce ura è qkista ci nu' puerti focu ì ^ — 
— « Portu fuecu d'amore e su' brusciatu ♦•. — 
Mo' tie mme apri cu cantu 'nu pocu, j 

Cu mme sse 'vvera lu suennu sunnatu. 



XXI. 'Nu sire aia deci anni ci era muertu, 
E l'autru giurnu fice testamentu ; 
A 'nu figghiu lassau l'aria de l'ertu, 
A '^àutru centu tumeni de 'jentu. 
Allu piccinnu ni parse 'nu tuertu, 
Sciu allu sire e nde fice lamentu. 
E.lu sire, lagnandu nu' sse ascia, 
Nni lassau centu migghe e echini de strada; 
E alla mugghiera, fenca tantu 'ie, 
Patruna de 'uardare unu ci serie. 

Sul testamento iy'ò in Napoli l'ottava seguente deUa / 
solita provenienza letteraria: 

* Bella, mi vedo con la morte accanto, 
Fare son risoluto or testamento ; 
Lascio il corpo alla terra, al mar il pianto, 
All'aria i miei sospir, la spuma al vento; 
Lascio a chi sente amore il mesto canto, 



-ì>- 435 «^ 

« 

A chi npl sente lascio il mio tormento; 
Lascio il cor al mio ben, che Tamo tanto! 
In braccia del mio ben moro contento. 

Si ritrova anche negli Affetti d* amore. 



XXII. 'Nu 'ustu, 'nu descustu e 'nu desiu; 
Lu bene mmiu de 'nnanti mme passau! 
'Nu 'ustu : c^ lu 'iddi a 'ngeniu mmiu; 
E 'nu descustu: ca nu' mme parlau. 
L'ecchi rizzellu sou 'mmerau lu mmiu, 
Mise lu pede 'nfallu e mme cascau. 
Ca nun ci dissi: -« santu 'Ntoni mmiu! 
« Fuecu bruscia la petra addhu' 'ttuppau » .• 

Passaggio per la strada deirinnamorata : 

a) Jeu passa de 'sta strada cu' dolore, 
La mmia vita sse strusce a camenare ; 
'Isciu la beddha mmia de tutte Tore, 
Senza nni pozzu le pene cuntare ; 
Auzandu Pecchi 'ncelu cu* dulore, 
Intra mme bruscia e de fore nu' pare. 
Ca ci nun aggiu 'stu prumu d'amore, 
Sorte, a 'stu mundu cce mmi resta a fare ? 

Var. X). o. L'ecchi guardanu 'ncelu. 

h) Quante fiate nde passu de 'sta strada, 
Fazzu la posa e poi nei tegnu mente. 
Mme 'otu e bisciu tie, galera armata. 
Machina de lu sole risplendente. 
Mme misi te riguardu 'n autra fiata: 
Calasti Pecchi e nu' tenisti mente. 
Dimme, ci t'ha 'mparata cussi 'ngrata, 
Cu te fa; de 'stu core scanuscente? 



-> 436 -4- 

e) Gira Pecchi quantarnu, gira e mora, 
Pe' bidere ci nc'è Pamatu bene. 
Gira intr' all'ecchi toi *na gran tesoru, 
Tesoru ci mme strusce e mme dae pene. 

D*origine letteraria evidente. 



XXIII. 'Ogghiu CU sacciu mo' de mmie eoe buei, 
Ci tanta gelusia patire t'hai? 
Ca cu descurru all'autri tu nun buei, 
Se nc'è ci mme 'bbecina fu te nd' 'ai. 
Mme gabbasti 'na fiata, e mo' su' doi, 
Cu nu' mme gabbi chiù ieu mme 'mparai. 
— « Nu' su' gelusu no, ama ci voi, 
« Verrà lu tiempo ca te pentirai ; 
f 'Ogghiu la fazzu alli despietti toi 
tAmu 'na furestera, a tie nun maii. — 

Variante di Paracorio : 

Volia sapiri tu di mia chi voi, 
Chi tanta gelosia ^mpòtiri nd'hai? 
Pe* mu nei parrà ad atri tie non voi, 
E ieu mu parru a tia non vogghiu mai! 
È veru ca t'amai d'avanti o poi, 
Ma piaciri di tia no' nd' appi mai; 
Ora nei parrà, pe' dispettu toi. 
Nei parru a tutti e a tia non parru mai. 



XXIV. lucerneddha, ci sta' senza ardore, 
Pe' uegghiu ci nun hai nu' pueti ardire; 



f 



^. 437 •<^ 

Pigg'hia lagreme mmei ca su' d'amore, 
E mintile pe' ue^ghiu e falle ardire ; 
Ci nu' te^su' bastanti 'ste parole, 
^Pig-ghia li cchiù 'mpiagati mmei suspiri; 
Pe' lucignu nei mienti lu mmiu core, 
Lu faci lenze lenze e fallu ardire! 



XXV. Porta, ci mme se' stata riverita, 
Nc'è la ninella mmia ci ss'ha lagnata; 
L'aggiu comu 'na dama riverita, 
Comu gentile donna rispettata; 
De mmie male nu' nd'ibbe a la soa vita, 
È stata iddha ci ss'ha fatta 'ngrata. 
E ci nei curpa cu perda la vita, 
'n'ura cu nu' stesela 'rreggettata ! 



XXVI. Pulece furtunatu quantu puoi! 
Quant'ete la putenzia ci tu hai! 
De la mmia beddha nde faci cce vói; 
Sulle bianche soi carni 'jeni e bai; 
E te ba' minti 'nfra le minne soi, 
Pizzecchi e suchi e nu' furnisci mai! 
Falla peli' arma de li muerti toi : 
Portanci puru a mmie quandu nei 'ai ! 

Canto analogo di Spinoso (Basilicata) : 

Si rici ca lu polce nu' jè bello, 
Ma i' rico ca jè bello e ben criato. 
La notta ssi ni stai cu' la fetta, 
Ca nun ci stavo 1', lu sfurtunatu. 



^ 438 •<^ 

Che sia questo canto Leccese una variante del Canto 
cui allude Tommaso Costo nel Fuggilozio in fine della 
Giornata II? 

— «Passò in questo una bellissima filuca, ideila quale 
M fra molti gentiluomini erano alcuni musici, che anda- 
M vano cantando una villanella, e si comprese esser 
« quella che incomincia : Sono tanto leggiadri e tanto vaghi, 
•• Donna gentil 'ssl vostri chìanelletti. Allora lo Svegliato 
« disse : Or vedete di grazia che cosa van cantando 
« costoro — Le maggiori sciocchezze, rispose lo Stu- 
»• dioso, che si possano sentire; e mi danno un fastidio 
« quando le odo o quandHo ci penso, insoffribile. Volle 
M il Priore intender questo lor contrasto e glielo dissero. 
« An^t, soggiunse il Cupido, che assai peggiore della 
M suddetta è quell'altra villanella che incomincia, se 
« ben mi ricordo: 'Ssi suttanielll, donne, che portate. E 
« quell'altra ch'è tutta piena di struggimi, fuggimi. Mi- 
« rami et ardi e fa queHo che buoi Che conforto mi danno 
M 'ss'occhi tuoi. Nelle quali s'odono tante sciocchezze e 
- cosiffatti spropositi che stomacherebbono i cani, non 
« che persone di spirito, — E quelle altre, disse l'Ac- 
« corto, come a dire quella del Predolilio^ quella di tras- 
si formarsi in pulice, per mozzecar le gambe della 
•• sua signora; quella: Napolitani non facite folla; ed 
M altre simili degne di esser cantate e da ciabattini e 
« da conciacuoi e da tutti gli altri che son la feccia 
« della plebe. — Mi meraviglio, disse allora il Rava- 
« schiero, che essendo le villanelle cosa tanto goffa e 
» biasimevole, abbiano acquistato tanta fama appresso 
« degli stranieri che le desiderano e par loro di dire 
«♦ una gran cosa, dicendo villanelle napolitane. — Di- 
M rovviy signore, gli rispose lo Studioso^ non è che le 
M villanelle siano da sé goffe, né biasj.mevoli ; ma le 
» fan parere ed esser tali alcuni capocchi, che confort 
«* mandosi con l'umore della rozza vii plebe ardiscono 
«» di manifestare le loro strane chimere con certi versi 
« di nove o di dieci o di diciotto piedi, anzi che non 
« hanno né piedi né cosa di buono che sia, e poi se 
« negonfiano immaginandosi d'esser poeti. — Adunque, 
M soggiunse il Ravaschiero, le villanelle non sono da 
« disprezzare, quando sono ben fatici Desidererei, se 
« così é, intendere quali son le cotali. •— Quelle, ri- 
M spose lo Studioso^ che saran fatte nel modo ch'io vi 



^ 439 •<^ 

•* dird^ cioè che non abbino certi vocaboli non usati 
M da altri che dai più vili bottegai di Napoli ; che 
« sieno senza errori di grammatica, che abbiano i 
♦t versi giusti..,; e che il soggetto^ sé non sempre no- 
M bile, sia lontano almeno dalle cose indegne e vili, 
«" tu vorresti, mi si potrebbe dire^ ch'elle f ussero alte di 

•< concetto e di stile, d'un parlar limato e ben toscano? 

« Anzi no; perchè né anche questo parrebbe pixnto 
" bene in esse; ma che abbino e il concetto e lo stile 
•♦ facile^ famigliare e dolce ^ et il parlare piuttosto 

** paesano, ma nobile, che altramente Epperò non 

•» manco errore de^ primi fanno alcuni altri, che fa- 
** cendo professione di compor villanelle, sHngarzabel- 
«» lisconOf come se avessino a fare od un 'sonetto od 
** una canzone od altro componim,ento simile, E perché 
** né l'ingegno, né gli studi corrispondono all'ardore, 
*• vengono a fare una cosa che non é né Vuno né Val- 
»» tro, infilzando una parola toscana, con tre di quelle 
« che s'usano nel mercato di Napoli; e mettendo bocca 
•♦ a materie alte vi s'inviluppano parlando a caso; e 
« insom^ma si fanno conoscere per quel che sono.,, » — 



XXVII. Sabbatu 'ssira alle cinque alle sei, 
De 'nu 'ecinu mmiu mme 'nnamurai. 
Tanta mme parse beddhu all'ecchi mmei, 
Subbitu l'amicizia nei pìgghiai. 
Iddhu pe' mmie nde fice de paccei, 
E jeu pe' iddhu la chiesia lassai; 
Quandu 'iddi ca trase a gelusei, 
De lu libbru d'amore lu scassai. 

Variante : 

Ieri de sira alle cinque alle sei, 
De 'na ^ecina inmia mme 'nnamurai; 
Jddba pe* mmie nde fice de paccei, 



-> 440 ■<^ 

E jeu po' iddha la chiesia lassai. 
Quantu foi belLu la tratta de lei , 
Ca fenca alla parlata nde pigghiai. 

Altri canti di avventare nettarne: 

a) Ieri de^ sira alle cinqae sanate, 
*Iddi 'scire 'na donna alla stasdita. 
Capiddhi-sòta e maneche spuntate^ 
Sse 'scia chiangendo Tamarosa vita. 
Ca jea la ddamand^, nd* ibbi pietate: 

— « 'Ddhii' vai, donna, tanta sbalardita ? » 
Ca iddha mme respase ^mpassianata : 

— « Mme vau chiangendu Tamarosa vita »». 

b) Ieri de sira a qaattr' are de notte, 
'Nnanti le porte toi nc'era 'n'armata; 
Tatti deciana : — «• Apritile 'ste porte, 

— •» Qaanta bedima 'sta facci di fata »». — 
Iddha cumparse coma nave forte, 
Camparse coma 'na galera armata. 

'Na stella nni.lacla 'mmienza 'Ila fronte, 
Tatta d'ora felata 'nturnisciata. 



XXVIII. Serpe ci dorme, nu' lu descetare, 
Ca se lu sbigli nd'hai 'nu gran timore. 
Tie cchiù de casa mmia nun ci passare, 
Sinti omu senza fede e senza core. 
La donna ci pigghiasti sippe fare; 
A tie desi la manu, antri lu core. 



"> 441 •4- 

XXIX. Sì' nobile de sangu, cavalieri, 

Nisciunu 'mpriessu'a tie nei potè stare 
Nu' te cummene stare a 'stì terrieni, 
Te cummene lì celi d'abetare. 
Arcate cigghe e quiddh'ecchi sereni, 
Suntu le 'razzie ci te fannu amare. 
Ca de li beddhi puerti la bandera, 
Puerti lu sule 'mpiettu e nu' te pare. 



XXX. Sse partèra do' navi de paraggiu, 
De lu sceroccu allu punente 'scera. 
Sse parte 'Brile e bae truvandu Maggiu, 
E Maggiu pe' truvare Primavera, 
leu puru, beddha mmiaj partutu mm'aggiù, 
Cu begnu e cu te dicu : - « Bona sera » . - . 

Variante di Lizzanello (Terra d'Otranto). 

Ss'ò partuta la luna e 'scinta 'mbiaggiu, 
Pe' cumpagnia tre stelle sse pai^tèra ; 
Sse partèra tre donne de paraggiu, 
De lu livante allu punente 'scerà; 
Sse parti Abrile e bae truandu Maggiu ; 
E Maggiu 'ae truandu Primavera. < 
Jeu puru, beddha mmia, partire aggiu, 
'Nnanzi partu te dau la bonasera. 



XXXI. Sse po' 'ssapire 'ddhù' dermi lu 'iernu, 
Ca cussi frisca nde Meni la state? 
Tie dormi aili palazzi de Paliermu 
Addhù' sse spogg'hia' e bestunu te fate ! 

Var. V, l, 'Ulia sapire addhù' ; t?. 2, Ca tanta frisca 
te retrei; v, 3, Saliernu. Spoggkia' e bestenu^ spogliano 
e vestono. — Variante di Bagnoli Irpino : 

Bella figliola, addò' stai lo yierno, 
Tanto frescolella stai Testate ? 
— « Io stavo a quere parti re Salierno, 
» Dove sse magna la fresca 'nsalata; 
M Fresca 'nsalata è la lattuchella, 
M L'erba ch'addora è la majorana ». — 

Analogo è il toscano con due versi per soprappiù: 

* Dove sei stato^ o giovenin, d'inverno, 
Che bianco e rosso siete sull'estate? 

Sei stato sul giardin di là dall'Elmo, 
Dove son le viole imbalsamate. 
E tu sei stato sul giardin del sole, 
Dov'hanno imbalsamato le viole. 

Elmo, campagna del Cortonese (Nota del Tigri). — 
Variante della campagna di Genova: 

* Dund'i sèi s'teta, Rosa, quest'invernn , 
Ch'i n'an sèi tantu frisca e culurita? 
N'an sun stéta a lu giardin de Palermu, 
Dund' u fiurìscia le rdse d'inverna. 

Variante di Lecce e Caballino: 

Vulia sapire 'ddhù' dormi lu iernu, 
Ci taiftu frisca te rretrei la state? 
. — M Jeu dormu alli palazzi de Saliernu, 
M A ddhù sse spogghia e bestenu le fate. 
«« Dormu dunca l'amore è dorce suennu, 
« Dunca s'amanu cchiù le 'nnamurate. 



-^ 443 <^ 

XXXII. Stau 'nnisulata comu 'na campana 
Ogne minimu 'jentu me dae pena; 
L'amore mme custringe e mme trapana, 
E le lagrime mmie cchiù de la rena: 
Mo' ci l'amore mmiu sse ndé. 'lluntana, 
Farò lu chiantu de la Madalena! 

Var. tj. 4, Su' le lagrime. 



XXXIII. Su' benutu te dau 'nu contrasegnu, 
Lu sacciu, amore mmia, ca lu cumandi ; 
Comu la calamita iu restu fermu, 
E 'stu mmiu core a tie lu raccumandu. 
Se nc'ete quarche amante e te pretende, 
Dinni ca l'ha perduti li designi; 
E se quistu perfidia e nu' sse rende, 

" Essa quaffore e minta manu all'armi. 
Pe' defendire tie, 'rasta de fiiiri, 
Mme la cumbatteria cuU'armiggianti!' 

Variante, anch'essa di Caballino: 

Su' benutu te dau 'nu contrassegnu, 
Lu sacciu, beddha, ca tu mme cumprìndi : 
' GoAu 'na calamita tie stai ferma, 
Lu core mmiu lu tìrì e lu custringi. 
Si nc'ète quarcun'autru è te pretendi, 
Dinni: ca nce li perde li designi; 
Se per fine 'sfamante nu' sse rende, 
;Essa quaffore e minta manu all'armi, 
Essa quaffore cu' stili e curtelle, 
Cu' bainette nude nu' mme sarma. 
Mme te combattaria comu 'na 'nsegna, 
Percò mme t'hae prùmisa la toa mamma. 



^. 444 .<<^ 

Variante di Monteroni : 

Sa* binutu te dau do* contrasegni, 
Lu sàcci\ amore mmia, ca li cumpriendi. 
Comu *na calamita statte ferma, 
Lu core iqu e lu mmiu tu *mbrazza e stringi. 
Ci nc'ede *n autr* amante te pritenda, 
Dinni ca nu' ni resce lu designu. 
Se quistu cu* lu buenu nu^ sse 'rrende, 
Essa qua fore, e minta mano airarme; 
Essa qua fore cu* stili e curtelle, 
Cu* bainette nude, nu* mme ssarma; 
Mme la cummattaria con una *segna, 
Percè mme t*ha p rumi sa la toa mamma. 

Variante di Arnesano, edita dal Desimene, identica a 
quest*ultima. 



XXXIV. Su' de gra' scenzia e mme 'ogghiu Mduttrina: 
Sienti 'sta lingua comu sse dichiara; 
Ci mm'hai d'amare o no', dimmelu 'mprima, 
veramente cangia de carrara; 
Sacciu lu tou pensieri addhù' te 'ncrina, 
Le toi 'ecine ci te scunsigliara ; 
Ci ieu nun aggiu tie nun è raina, 
Piuru de gioentù 'gn'amante mm'ama. 

Var. V, 1 { Su* de Firenze e nu' sacciu duttrina ; tj. 3, 
'More, ci mm*liai d*amare dillu prima; v. 5, Sacciu la 
tou pensieri addunca *ncrina; v, 8, Tama. 



-^- 445 <- 

XXXV. Sutta 'Ili sette celi esse lu sole, 
Sutta 'Hi sei 'na chiarita luna, 
Sutta 'Ili cinque esse 'na pianeta, 
Sutta ^lli quattru 'mpog-gia la furtuna, 
Sutta 'Ili trete mme trasisti 'ncore, 
Sutta 'Ili doi nde fuesti la patruna, 
Sutta airunu d'amarti mme 'ddunai, 
. 'Ozi amare tie sula e po' nisciuna. 

Yar: v. 2, E dalli sei ; t?. 3, E dalli cinque ; v, 4, E- 
dalli quattro appoggia; r. 3, Stia tra li trete e mme; 
V, 6, E fra li doi nde ; v. 7-8^ E fra la una lu pensier / 
calmai, Vosi bene a tie sula e a cieddhi cchiui. 



XXXVI. Tegnu lu core feritu, feritu, 
Tuttu de sangu lu tegnu 'bbagnatu; 
La donna ci mm'amava mm'ha traditu, 
E nun mme vole cchiù pe' 'nnamuratu; 
'Ulia cu sacciu ci è 'stu preferitu, 
S'ete megghiu de mmie quistu ci ha 'cchiatu. 
Jeu su' statu 'n amante scanuscitu, 
'Uesi bene de core e nun foi »amatu. 

Variante di Mordano: 

Portu lu core feritu, feritu, 
Tuttu cupertu de sangu e 'mpiagatu. 
Ca ci mm*amaya à mmie, sse nd'è partitu; 
Cu' grande 'ndifferenza mm'ha lassatu. 
Arde '6tu 'ffrittu core a chiù d'un situ, 
Pensandu ca pe' tia iu su' dannatu. 
Ci de le mani toi mme voi guaritu, 
Famme segnu d'amore e su' sanatu. 

Ottava analoga di Lecce :, 

Beddha, mme partu e li mmeì passi stendu, 
A pocu a pocu mme vau« 'lluntanandu ; 



-^ 446 <- 

Fazzu *iiu passn e doi, pò* mme 'ntrattegou; 

Mme 'otu a mera a tie, suspiru e chiangu; 

*Mmienza allu piettu 'na ferita tegna, 

E giarnu e notte, sempre mina sangu. 

Sai quandu, Ninna mmia, cu tie mme rrendu? 

Quandu cu' 'n autru dai Turtimu bandu. 



XXXVII. T' 'ogghio, t'odio, te fuggo, e te desio, 
T'abborru, te desprezzu, e chiù t'adoru; 
T'odiu percè nu' faci «. modu mmiu, 
T'ogghiu, ca de beltà si' gran tesoru. 
'Ncignu cu t'amu, e cessa Tamor mmiu, 
Mme mintu a descacciarti, e chiù t'adoru, 
A cce statu mme trou! miseru iu! 
Ci t'amu è pena, e ci nun t'amu moru! 



XXXVIII. Tu si' la penammia, lu mmiu trumentu, 
Mme mintu cu' nu' t'amu e t'amu tantu. 
Quantu cchiù miru a tie, cchiù pene sentu. 
Giacca su' destenatu penu tantu, 
Amarne quantu t'amu e su' cuntentu. 
Tu sula me puei glia' de 'stu làmentu : 
Ci lu faci, te chiamu angelu santu. 

Glià\ levare. 



->• 447 •<^ 

XXXIX. Tu si' lu ghiacciu ed iu lu focu ardente, 
La pace 'ntra li doi nun sarà mai; 
Nu' te fidare ca te tegnu mente, 
Jeu cchiù nun t'amu e crisciu ca lu sai. 
'N'amante autramme 'cchiaicu' tie presente, 
Cchiù de li fatti toi nun dumandai ; 
Mme la vogliu passare allegramente, 
Mo' ci alla libertà de tie passai. 

Canto analogo : 

Tiranna ca* tiranna ! nei la 'edima, 
Ci è maggiore de nai bon capitana ! 
Ca ci tossica siei, ia sa* belena, 
Ci tie si' crada, barbara mme chiama ; 
Ma se pace vuoi ta, pace facima, 
E se vuoi guerra^ legna Tarme a' mmana. 

Non sempre ci, molte volte e spesso se.