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COLLEZIONE 



DI 



MONOGRAFIE ILLUSTRATE 



. Serie I." - ITALIA ARTISTICA 



27. 



CATANIA 



1 



Collezione di Monografìe illustrate 



Serie ITRLIR ARTISTICA 

DIRETTA DA CORRADO RICCI. 

Volumi pubblicati: 

*]. RAVENNA di Corrado Ricci. VI Edizione, con 156 illus. 

2. FERRARA e POMPOSA di Giuseppe Agnelli. Ili Ediz., 
con 138 illustrazioni. 

3. VENEZIA di Pompeo Molmenti, con 132 illustrazioni. 

4. GIRGENTI di Serafino Rocco; da SEGESTA a SELI- 
NUNTE di Enrico Mauceri, con 101 illustrazioni. 

5. LA REPUBBLICA DI SAN MARINO di Corrado Ricci. 

II Edizione, con 96 illustrazioni. 

6. URBINO di Giuseppe Lipparini. II Ediz., con 116 illus. 

7. LA CAMPAGNA ROMANA di Ugo Fleres, con 112 illus. 

8. LE ISOLE DELLA LAGUNA VENETA di P. Molmenti e 
D. Mantovani, con 119 illustrazioni. 

*9. SIENA d'ART. Jahn Rusconi. II Ed., con 160 illustrazioni. 

10. IL LAGO DI GARDA di Giuseppe Solitro, con 128 illus. 

11. S. OIMIGNANO e CERTALDO di Romualdo Pàntini, 
con 128 illustrazioni. 

12. PRATO di Enrico Corradini ; MONTEMURLO e CAMPI 
di G. A. BoRGESE, con 122 illustrazioni. 

13. GUBBIO di Arduino Colasanti, con 114 illustrazioni. 
*14. COMACCHIO, ARGENTA E LE BOCCHE DEL PO di 

Antonio Beltramelli^ con 134 illustrazioni. 
♦15. PERUGIA di R. A. Gallenga Stuart, con 169 illustraz. 

16. PISA di I. B. Supino, con 147 illustrazioni. 
*17. VICENZA di Giuseppe Pettina, con 147 illustrazioni. 
*18. VOLTERRA di Corrado Ricci, con 166 illustrazioni. 
*19. PARMA di Laudedeo Testi, con 130 illustrazioni. 
*20. IL VALDARNO DA FIRENZE AL MARE di Guido Ca- 
rocci, con 138 illustrazioni. 
*21. L'ANIENE di Arduino Colasanti, con 105 illustrazioni. 
*22. TRIESTE di Giulio Caprin, con 139 illustrazioni. 
♦23. CIVIDALE DEL FRIULI di Gino Focolari, con 143 ili. 
24. VENOSA E LA REGIONE DEL VULTURE di Giuseppe 

De Lorenzo, con 121 illustrazioni. 
♦25. MILANO, Parte I. di F. Mal aguzzi Valeri, con 155 ili. 

Ogni volDme L i,SO, rilegato L S - queiii eon asteriseo L 4, rilegati L SJO 



Inumare mtam-mlìa alllst. Ir. il' Ani Erarielie, Beraamo 



F. DE ROBERTO 



CATANIA 



CON ij! ILLUSTRAZIONI 



BERGAMO 

ISTITUTO ITALIANO DARTI GRAFICHE . EDITORE 

1907 



fOGG MUSeUM UBRAHV 
HARVARD UNIVERSITY 






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TUTTI I DIRITTI RISERVATI 



Officine dell' Istituto Italiano d'Arti Grafiche. 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Anfiteatro romano 48 

— Archi 47 

— Entrata dell'Arena 46 

— Restaurazione 52 

Archivio dei Benedettini — Suggello dei 

due Martini e di Maria d'Aragona . . .114 
Suggello del conte di Paterno ... 35 

— — Suggello della regina Eleonora . . .114 

Autore ignoto: Morte di Catone 137 

Badia di S. Agata 96 

— di S. Placido — Terrazzo di casa Piata- 
mone 91 

Borgo — Piazza Cavour 17 

— Fontana di Cerere. 16 

** Candelore „ 53, 88 

Castello Ursino 92 

Cinta di Carlo V 10 

Chiesa dei Benedettini (S. Nicola) . . .105 

— — L'organo di Donato del Piano . . .110 

— — Il coro Ili 

— dei Crociferi 98 

— di S. Agata alla Fornace 86 

— del Santo Carcere — La porta ... 64 

— — Interno 65 

— di San Domenico — Antonello Gagini: 
Madonna col Bambino 133 

— di S. Francesco 97 

— — Porta della Custodia 76 

— — Particolare della porta della Custodia TI 

— di S. Maria di Gesù — Antonello Gagini: 
Madonna col Bambino 129 

— — — Porta della Cappella di casa Paterno 130 

— — — Particolare della porta dfeUa cap- 
pella di casa Paterno 131 

— — Interno della cappella di casa Paterno 54 

— — Tenerani: Monumento sepolcrale del 
duca di Carcaci . . 132 

— di S. Placido 99 

Collegiata (La) 95 

Collegio Cutelli 100 

Darsena 27 

Desiderato: Ritratto di Donato del Piano . 108 

Duomo — Absidi normanne 59 

— — e cupola moderna 56 

— Esterno . 57 

— Porta settentrionale 62 



Duomo — Particolare della porta settentrio- 
nale ..... 63 

— Interno 61 

— Porta della cappella del Crocefisso , . 66 

— Il coro 71 

— Sepolcro di Vincenzo Bellini 69 

— Cappella di S. Agata — Decorazione so- 
prastante all'altare 85 

Porta del sacello 84 

Mausoleo del viceré de Acufia ... 82 

— — — Particolare del mausoleo del viceré 

de Acuna 83 

— Scrigno delle reliquie ........ 73 

— Ferculo di S. Agata 79 

— Sacrestia — L'eruzione del 1669, affresco 

del Mignemi 67 

— Tesoro — Busto di S. Cataldo .... 81 

— — Teca del braccio di S. Giorgio ... 74 
— Base della teca del braccio di S. 

Giorgio 75 

Calici 78 

Dupré: Monumento a Giovanni Pacini . .143 

Etna (L') 9 

Faro (II) 21 

Ferculo (II) di S. Agata .79 

Festa di S. Agata — Candelore ... 53, 88 

— Processione 90 

— La " bara „ in processione 89 

Finestra della chiesa di S. Giovanni di Fleres, 

(casa Leotta) 55 

Fontana di Cerere 16 

— deirElcfante 33, 34 

Giardino Bellini — Ingresso 142 

— Piazzale 145 

— Chiosco dei concerti 146 

Gagini Antonello : Madonna col bambino in 

S. Domenico 133 

in S. Maria di Gesù 129 

— Porta della cappella di casa Paterno . 130 

— — Particolare della porta della cappella 

di casa Paterno . . ,131 

— Frammenti di una porta nel museo Bi- 
scari 121 

Mignemi: L'eruzione del 1669 67 

Monastero dei Benedettini — Chiesa di 
S. Nicola 105 



INDICE DELLE ILLUSTRAZIONI 



Monastero dei Benedettini e cupola della 
chiesa di S. Nicola 106 

— Facciata principale 103 

— Primo chiostro e chiosco 107 

— Sala maggiore della biblioteca . , . ,109 

Monete di Katana 9, 51 

Monte (II) di Pietà di S. Agata .... 87 
Monteverde Giulio: Monumento a Vincenzo 

Bellini 139 

Monumento a Vincenzo Bellini, del Mon- 
teverde 139 

— a Giovanni Pacini del Dupré . . . .143 
Museo dei Benedettini — Anfione . . .112 

— Antonello Saliba: Madonna col Bambino 135 

— Autore ignoto: Morte di Catone . . ,137 

— Bassorilievo di Andromeda 117 

— Cerere 29 

— Cofano d'avorio 116 

— ■ Cristo smaltato 115 

- Crocefissione 115 

— Ercole sul monte Oeta 117 

— Intarsio 116 

- Processione dionisiaca 36 

— Ratto d'Europa 112 

— Scuola del Ribera: Tobia restituisce la 
vista al padre 136 

— Vasi etruschi e greco-siculi 113 

- Terracotta siceliota 112 

— Venere di porfido 113 

— Novelli Pietro: S. Cristoforo 134 

Odeo (L') , 45 

Orto botanico 18 

Palazzo Biscari — Finestre 118 

— Scala interna 119 

— Municipale 101 

Panorama dal golfo 11 

— dal faro 13 

Piante dei sec. XVI-XVIII 19-20 

Piazza Cavour 17 

— del Duomo — La fontana dell'Elefante 33 

— Mazzini e Via Garibaldi 32 

— Stesicorea prima degli scavi dell'Anfi- 
teatro 17 

— — con l'Anfiteatro 49 



Piazzale dei Martiri — Colonna di S. Agata 22 

Porta Garibaldi 94 

Porto (II) . 24, 26 

— Entrata 23 

— (Nel) 25, 28 

Ritratto di Donato del Piano, da un quadro 

del Desiderato e da una stampa dell'Huot 108 
Saliba Antonello: Madonna col Bambino . 135 
Scuola del Ribera : Tobia restituisce la vista 

al Padre 136 

Sant'Agata alla Fornace 86 

S. Carcere — Porta 64 

— Interno 65 

S. Domenico — Antonello Gagini — Ma- 
donna col bambino 133 

S. Francesco 97 

— Porta della custodia 76 

— — Particolare della porta della custodia . 77 
S. Maria di Gesù — Antonello Gagini: 

Madonna col bambino 129 

— Porta della Cappella di casa Paterno . .130 
- — Particolare della porta della cappella 

di casa Paterno 131 

— Interno della cappella di casa Paterno . 54 

— Tenerani: Monumento sepolcrale del duca 
Carcaci 132 

S. Placido — Badia — Terrazzo di casa Pla- 
tamone 91 

— Chiesa 99 

Teatro antico — Arco della scala d' accesso 

e piloni degli archi del portico ... 39 

— Primo corridoio 40 

— Secondo corridoio , . 41 

— Ingresso alla scena 40 

— Parte centrale della cavea 42 

— Ultimi cunei di sinistra della cavea . . 43 

— Bellini 141 

Tenerani: Monumento del duca di Carcaci . 132 
Tesoro del Duomo — Busto di S. Cataldo 81 

— Teca del braccio di S. Giorgio .... 74 

— — Base della teca del braccio di S.Giorgio 75 

— Calici 78 

Via della Marina 15 

Viale Regina Margherita 14 



CATANIA 



< Per iscrivere le glorie d'una Città 
clarissima, saria necessario, che nella mia 
penna per inchiostro corressero distemprati 
i raggi del Sole. Parlerò di quella Padria 
de' Tullij, de' Demosteni, e de' più Savij, 
ch'ornai popolassero i Licei dì Minerva; di 
OBNTO, ANNI 476-4*1 A. c. ^^gj cosplcuo Ariopago delle virtù, che tra 

le Ceneri di cinque volte demolita, ha sem- 
pre qual fenice di Eternità impennati i suoi 
voli al Ciel della Gloria, e del fasto. Sappi]', o mio Leggitore cortese, ch'io non ti descri- 
verò y^Mi/iVwj le di lei preeminenze, poiché gli Annali, e i libri, che parlano d'essa 
hanno riempite le Biblioteche ; e così quello che hanno scritto gli Autori d'alta 
grassa, non conviene à me, che son Pimmeo nello scrivere. Questo sì, che non averà 
lette le di lei istorie, potrà dal mio breve raguagUo discerner dall'ugnia la corpo- 
ratura del Leone, e misurarne il solo dito dal piede d'un Gigante. Il mio assunto 
non è di vergare questi fogli, col portarti allo sguardo l'antiche moli, diroccate 
dall' Ira tremebonda de' tremuoti. e dal focoso sdegno del contiguo Mongibello ; 
monte gravido di fiamme ; ma voglio che la posterità sia in qualche parte infor- 
mata, qual sia stata questa Città, ultimamente a nostro tempo destrutta. 

< La Città di Catania situata vedeasi a i lidi del mar Jonio, tra il mezzogiorno 
e l'Oriente à piedi del monte Etna... > — e nello stesso sito preciso si vede ancora. 



IO ITALIA ARTISTICA 

risorta più grande e bella dopo l'ultimo terribile crollo del 1693, del quale appunto 
Comeìndo Muglielgini — anagramma di Domenico Guglielmini, < Fra gli Accade- 
mici Infecondi di Roma detto 1' Etneo > — diede conto in un volumino, divenuto 
ora molto raro, che porta per titolo La Catania destrutta. Il bravo Accademico 
secentista — della fine del Seicento e della più spagnolesca Sicilia — esclamava 



nelle prime pagine del suo libretto : < Miseria delle Umane pazzie, che quando l'uomo 
crede di aversi edificata una casa, che per la vastezza fassi emola coli' aurea di 
Nerone, allora potrebbe ben dire d'aversi fabricata una Tomba. Tanto esperimentò 
o mio Leggitore la mia infelice patria Catania, che quelle moli, che servirono di 
Piramidi, ed Obelischi nella sfoggiatezza de" suoi Teatri, poscia scusarono di sepolcri, 
col torre lo spirito a cotanti migliaia di cittadini... quanta saria stata prudenza, 
quella che fu stimata miiensagine in un Cinico, che si Eabricò un palaggio entro una 
Botte, che in vero quei che la facevano d'Alessandri coll'abitar vastissime moli sì 



14 ITALIA ARTISTICA 

sarebbero contentati d'esser cotanti Diogeni, mentre la stanza d'un Cinico, (ch'era 
calamita delle sghignazzate), fu più sicura dell'Aule superbissime d'ogni Prencipe. Ò 
sé potessero articolar la voce quei scheletri, che vittima rimassero dalle rovine ; al 
certo, che ad ogni mortale leggerebbono lezioni di vita su la catreda di morte, ac- 
ciò ogn'uno si contentasse meglio d'essere Armentiere, e Colono nel mondo, acciò 



A UABOHBSITÀ, 



la sua città fosse una Capanna, intessuta d'Alghe, ch'essere un grande tra fastosità 
di pallaggi. O come per fuggire il peso di quei sassi, che provarono addosso, si 
sarebbono contentati dì stanzare sotto la leggierezza delle paglie, col far che fosse 
suo Cortinaggio un Pagliaio ; ò come averebbono lasciati gli origlieri di morbide 
phime, per andare a posarsi sovra una stola rusticana; purché le fabriche non gli 
avessero servito di sepolcro... > Se i concittadini dello scrittore, scampati come lui 
dal terremoto — un terzo soltanto dei ventisettemila Catanesì — non volsero nella 
mente questi pensieri tanto filosofici, furono nondimeno troppo spaventati dall' im- 



i6 ITALIA ARTISTICA 

mane catastrofe. Appena ventiquattro anni prima, nel 1669, l'Etna aveva fatto sentir 
loro in altro modo la sua tremenda potenza, investendo la città da] lato di ponente 



col gran fiume di fuoco sceso dai Monti Rossi, ricoprendone un intero quartiere e 
colmandone il porto. Dai libri si sapeva che cinque secoli innanzi, il 4 febbraio 1 169, 
un altro terremoto aveva abbattuto Catania, seppellendo sotto ie macerie quindici- 



i8 ITALIA ARTISTICA 

mila dei suoi figli ; e che troppe altre volte, nei tempi storici e preistorici, le scosse 
del suolo e le inondazioni della lava avevano rovinato la disgraziata città. A chi mai 
era dunque venuto in mente di fabbricarla proprio in quel sito, ai piedi della mal- 
ferma < colonna del cielo > e sulla stessa officina del Dio del fuoco?... 



AVVENIMENTO risale, assicurano, ai tempi dì Noè, e in prova ne 
danno i nomi di due quartieri : la Mecca e Zaiisa, che sarebbero quelli 
di Lamech, padre del gran patriarca enologo, e di Elisa, nipote di 
quest'ultimo e quindi pronipote del primo. Chi avesse vaghezza di si- 
mili ed anche più bislacche interpretazioni etimologiche ne troverebbe, in certi 
libri, a dovizia ; ma ciò che pare credibile è soltanto questo : che ì Calcidesi ve- 
nuti a fondar Nasso sotto Taormina, nel 758 prima di Cristo, ed avanzatisi sei od 
otto anni dopo, con la guida di Evarco, sino alle falde meridionali dell' Etna, non 



20 ITALIA ARTISTICA 

fondassero Catania, ma semplicemente mettessero una loro colonia nella città, l'origine 
della quale si perde nella notte dei tempi, leggendosi presso gli antichi scrittori che 
in un'età remotissima i terremoti dell'Etna fecero crollare « le muraglie boreali con 



le torri, prima opera dei Ciclopi >. Ciclopi e Lestrigoni, poste da banda le favole e j 
miti, sarebbero stati i più antichi abitatori dell'isola, i predecessori dei Sicanl e dei 
Sicoli, i quali avrebbero popolato, prima che ogni altra contrada, il territorio leon- 
tino e le falde meridionali dell'Etna. Le fiamme e gli scotimenti del vulcano non ]■ 



CATANIA 21 

spaventarono, e li attrassero invece ì vantaggi della situazione e del clima, che l'Ac- 
cademico Infecondo doveva più tardi celebrare, scrivendo : < lì sito di si bellissima 
Città era si ameno, che giusto potevasi dire come dicevano i Mori della di loro 
Granata, che a perpendicolo sfavasi addosso il Paradiso >. Assicurano anche che il 
primo nome di Catania fosse quello stesso del monte : Etna, e che i Fenicii la 
chiamassero poi Katna per significare che era pìccola. Oggi, dopo trenta secoli dì 
storia fortunosa, chi la scorge veleggiando verso 

la bella Trinacria che caliga 
Tra Pachino e Peloro, 



potrebbe dare ragione al Fenicii e ricusare di credere che la breve linea di edifizii 
sorgenti in mezzo al golfo 

che riceve da Euro maggior briga 
Non per Tifeo, ma per nascente solfo, 

sia una gran città di centosessantamila anime ; ma ciò dipende dal fatto che essa 
si stende dentro terra, ed affaccia appena una punta sul Jonio. E come dal 
mare la città non è molto vistosa, reciprocamente dalla città il mare non si vede 
se non lo si cerca, al porto od al piazzale dei Martiri : colpa ancora dell' Etna, vi- 
cino grande, ma troppo pericoloso; il quale, spìngendo i suoi fiumi dì fuoco sino alle 
rive, ha investito ora da levante ora da ponente, e stretta e quasi attanagliata Ca- 
tania fra due mandibole dì nerigne e ferrigne lave rapprese, facendola paragonare 



22 ITALIA ARTISTICA 

da Plutarco, per la forma, ad una grattugia — iyroctesin — e, quanto al colore, ad 
une Église tendue de noir pour un enierrement dal primo Dumas : impressione che 



<l--„t. Martm«). 



Paolo Bourget doveva più tardi condividere ed esprimere più laconicamente, dando 
l'epiteto di sombre alla città già clarissìma... 



CATANIA 23 

Tutta la plastica del territorio è stata continuamente mutata dalle successive eru- 
zioni : il livello del suolo si è innalzato dove le correnti di liquido fuoco si vennero 
petrificando ; il corso delle acque dell'ovidiano Amenano è stato fuorviato ed inter- 
rato; le vallicene di AlbanelU e di Nésima sono state colmate, il laghetto di Nicito^ 
è scomparso, i quartieri marittimi si sono trovati da un giorno all' altro dentro 



terra, il contorno della costa si è modificato, il porto si è ristretto ed è poi sparito, 
nuovi promontorii scabri e desolati si sono allungati nel mare. Questi secolari giuo- 
chi del vulcano, aggiunti ai sobbalzi della sua crosta tanto più funesti agli abitanti, 
persuasero dunque i Catanesi contemporanei del nostro Secentista a mettere fra loro 
ed il monte le grandi distese della Piana ed il fosso del Simeto. Un' altra volta, 
molti secoli prima, e precisamente l'anno IV della 76* Olimpiade, essi avevano do- 
vuto sgombrare la città natale, cacciati non già dal furore del vulcano, ma da quello 
di un uomo. Cerone II, tiranno siracusano, volendo decretare a sé stesso gli onori 



26 ITALIA ARTISTICA 

serbati agli Oichisti, o fondatori di città, e non avendo l'opportunità di costruirne 
una di sana pianta, pensò, conquistata Catania, di confinarne gli abitanti a Leontino 
e di ripopolarla di nuova gente ; allora le diede — o le restituì — il nome di Etna, 
e si qualificò egli stesso Etneo. Così, memori forse del primo esodo, i Catanesi del 
1693 deliberarono di emigrare dalle parti di Lentini ; se non che, alla vecchia città 



stendentesi in pianura, nel fitto della malaria, preferirono la nuova Carlentini, la 
< città moderna che vantava il suo origine di quel grande Alcide delle Spagne 
Carlo V > ; e se Pietro Cappero, commissario del governo spagnuolo, appositamente 
spedito per distoglierli dal disperato proposito, non fosse riuscito a compiere il suo 
ufficio di persuasione, il nome di Catania sì sarebbe una seconda volta perduto, o 
non avrebbe più avuto il senso che altri etimologisti vi trovarono : Kaia - Etna : 
sotto l'Etna. 

Né i soli cataclismi naturali la funestarono cosi nel corso dei secoli ; ma gli 
stessi uomini diedero mano a guastarla. Sesto Pompeo, al tempo del secondo trium- 



CATANIA 27 

virato, distrusse gran parte dei suoi edifici e rovesciò tutte le mura. Augusto ia 
ristorò e ne fece, per compenso, una delle più fiorenti colonie romane ; ma alla ca- 
duta dell'Impero ì vandali di fuori via e quelli paesani ne buttarono giù i monumenti 
più insigni ; e se Milano fu distrutta da Federico Barbarossa nel 1162, Catania patì 
poco dopo un eguale destino due volte: la prima ad opera del figlio di lui, Ar- 



rigo VI, nel 1194, per essersi diciiiarata fautrice di Tancredi, conte di Lecce; la 
seconda nel 1232, da Federico II, per avere stretto lega con le città guelfe e ricu- 
sato di riconoscere l'autorità del Hohenstaufen, Le storie non dicono se fosse sparso 
sale sulle rovine catanesi come su quelle della metropoli lombarda ; certo però la 
città fu rasa al suolo, e fu viceversa innalzato il castello Ursino sugli avanzi dell'an- 
tica rocca Saturnia, per incutere un salutare timore ai cittadini quando si accordò 
loro di riedificare le abitazioni — purché non alte più di due piani, e quindi sotto- 
poste al luogo forte... 

Patto, in verità, inutile, poiché non c'era più pericolo che 1 Catanesi costruis- 



2fi ITALIA ARTISTICA 

sero grandi palazzi. La paura dei terremoti ne avrebbe già fatta passar loro la vo- 
glia, se non avessero poi dovuto astenersene per una più persuasiva ragione: la man- 
canza dei mezzi. A poco a poco, nel corso dei secoli, la città aveva perduto l' im- 
portanza e la prosperità godute durante l'epoca greca e la romana, quando scrittori 
come Tucidide, Pindaro e Cicerone ne lodavano la grandezza e la bellezza. Non era 
stata menzionata da Ausonio insieme con Siracusa, allorché quest'ultima gareggiava 
con Atene ? Ma gli stessi documenti della prisca gloria, i sontuosi monumenti che 
l'avevano un tempo decorata, si disperdevano per le concomitanti ingiurie del vul- 
cano e degli uomini ; oggi, dopo tanti altri cataclismi e vandalismi, ne resta poco 
più che il ricordo. 



A tutti i Numi dell'Olimpo .sorsero 
qui tempii sontuosi, e ad uno ad uno fu- 
rono sostituiti — vecchia storia — da 
altrettante chiese cristiane. Quello di Bac- 
co, presso le terme Achillee, ricco di 
dodici altari, somigliava, assicurano, a 
quello di Eliopoli: sulle sue ultime rovine, 
nel 1400, coi tesori di Ximene e Paolo 
di Lerida e i doni della regina Bianca, 
si fondò il monastero di S. Placido. Sul 
tempio di Giano, San Leone li, il ra- 
vennate taumaturgo vescovo di Catania, 
eresse una chiesa a S. Lucia ; caduta 
questa col terremoto del 1075, fu sosti- 
tuita dalla chiesa dell'Annunziata e nel 
1 200 da quella del Carmine ancora esi- 
stente. Castore e Polluce avevano un 
sacrario di marmo, dì stucco e d'oro, sul 
quale, nel 1295, fu costruita la chiesa e 
la badia di S. Giuliano. Nel 1329 la re- 
(Fot. Giuffrida), gina Eleonora, moglie di Federico II, fece 

costruire a proprie spese, ordinando poi 
che ve la seppellissero, il convento di 
S- Francesco sulle rovine del tempio di Minerva. Sedici anni dopo, nel 1355. fondan- 
dosi la chiesa di S, Benedetto, si trovarono e scomparvero tosto per sempre i ruderi 
de! tempietto d'Esculapio ed il suo simulacro. Sui rottami del tempio di Proserpioa 
fu eretta, nel 1382, la Collegiata; nel 1396 un ospedale enei 1555 la chiesa dei Ge- 
suiti occuparono l'area del tempio di Ercole, del quale resta una statua mutilata e 
rabberciata nel museo Biscari. L'ultima sostituzione avvenne nel 1558, quando sui 
vestigi del tempio di Venere, sulle sue colonne infrante, sui frammenti dei suoi mo- 
saici, i Benedettini costruirono la loro casa. 

Né questi furono i soli o i maggiori edifizii sacri dell'antica Katana. Essa ebbe 



30 ITALIA ARTISTICA 

un tempio di Cibele, distrutto dal terremoto del 1020, dove è oggi il sobborgo cor- 
rottamente chiamato di Cibali ; ebbe quello di Ecate nella contrada detta Ecatea. 
ed anche ora chiamata Licatia ; ne ebbe un altro ad Apollo Arcageta sulla collina 
di S. Marta. Fra i più sontuosi e magnifici doveva essere quello dì Cerere, i ve- 
stigi del quale furono scoperti nel 1772 dal principe di Biscari. Alla Madre Deme- 



tria gli antichi Catanesi avevano eretto un tempio composto di due grandi edifizìi 
ottagoni, ciascuno dei quali era lungo 150 cubiti, sormontati da una cupola che venti 
Atlanti sostenevano. Nei penetrali dodici colossali cariatidi reggevano il prezioso si- 
mulacro della dea, < signum perantiquum, dice Cicerone, quod viri non modo cuius 
modi esset, sed ne esse quidem sciebant ; aditus enim in sacrarium non est viris ; 
sacra per mulieres ac virffines confici solenty\ ma il grande oratore parla di questa 
antichissima e misteriosissima statua per narrare che Verre la fece rubare. Ne re- 



MUSEO BISCARl — STATUA D ERCOLE. 



32 ITALIA ARTISTICA 

starono, intorno alla seconda metà dell'ottavo secolo, alcune di quelle che adorna- 
vano esternamente il tempio ; ma allora il già citato S. Leone le fece distruggere 
con tutto l'edifizio : solo qualche informe rudere, un pezzo di cornicione dorico ser- 
bato nel museo Biscari ed una statuetta custodita nel Benedettino, stanno ad atte- 
starne l'esistenza. Del tempio di Giove dìcesi che facesse parte la grande statua del 



Nume, della quale il principe di Biscari serbò il torso mutilato, senza testa né brac- 
cia, di squisita modellatura, che è fra le più belle cose della sua raccolta; ma que- 
sta supposizione, come tante altre del genere, non si può più verificare, e resta anzi 
da accertare se quel Giove greco non fosse piuttosto un Bacco romano... 

Altri sontuosi edifizii e monumenti ornarono l'antica città, offesi dal tempo, 
dalla natura e dagli uomini quanto i delubri, ed anche peggio. Sorgevano un Foro, 
una Basilica, una Curia, un Erario, una Zecca, ed altre costruzioni profane e sacre 
nel tratto oggi compreso fra il cortile dì S. Pantaleone ed il convento di S. Ago- 
stino ; ma anche di queste nulla o troppo poco si vede più sul luogo. Il Foro, se- 



PIAZZA DEL DUOMO — LA FONTANA DELL'ELEFANTE. 

(Fot. Alin«i). 



34 ITALIA ARTISTICA 

condo Vitruvio, aveva forma dì parallelogramma, con una piazza nel mezzo, girata 
da un portico a colonne ; secondo il Solano era di pianta quadrata, a due piani ; 



al tempo di questo cronista mancava il solo lato occidentale, e degli altri rimasti 
in piedi sì vedevano ancora molte stanze dell'ordine superiore, essendo l'edifizio in- 
terrato ; otto a mezzogiorno, sette a levante e quattro a settentrione ; ora non re- 



CATANIA 35 

stano altro che le vòlte di qualcuna di queste stanze, e per vederle bisogna scen- 
dere sotterra, al lume delle lanterne, in quelle che il popolino chiama Grotte di San 
Pantaleo, e che sono veri antri dove il piede non trova più l'antico pavimento a 
grandi lastre di pietra calcare, per due ragioni entrambe molto concludenti : la 
prima è che l'acqua perennemente stagnante in quei luoghi non permette al visita- 
tore d'inoltrarsi; la seconda è che l'antico lastricato, quando il monumento scompa- 
riva, ne fu strappato e servì poi a pavimentare il secondo atrio del museo Bìscari. 
Gli unici avanzi, ormai anch'essi sepolti, della Curia, della Basilica, della Zecca e 
via dicendo, sono probabilmente le vòlte e i portici sui quali fu costruito il con- 
vento di S. Agostino : solo le colonne trovate in questi dintorni esistono ancora, e 



sono le trentadue che formano i portici dì piazza Mazzini. Catania ebbe anche un 
Ippodromo o Circo, decorato di statue, incrostato di marmi, bagnato da due ordini 
di canali, i maggiori denominati Nili, i minori Euripi : nulla più ne resta, ad ecce- 
zione degli obelischi che ne segnavano la spina e le mete. Uno sarebbe quello che 
si custodisce, rotto, nel museo Biscari ; l'altro quello che sorge in piazza del Duomo, 
sulla fontana dell'Elefante ; monumento singolare dove sono rappresentate o simbo- 
leggiate tre civiltà: la punica, dall'elefante che i Catanesi tolsero a stemma — come 
si vede fin da un suggello del conte di Paterno — per avere respinto gli assalti dei 
Cartaginesi, nonostante che la loro cavalleria fosse provveduta d'uno squadrone di 
questi spaventosi pachidermi ; l'egizia, dall'obelisco che, o servisse di meta nel circo, 
o fosse invece qui trasportato al tempo delle Crociate, viene presumibilmente dalla 
terra dei Faraoni, e forse dalle cave di granito di Siene, e ne parla con i gerogli- 
fici che vi sono scolpiti ; e da ultimo la cristiana, dal globo, dalle palme, dall' Epi- 
grafe angelica e dalla croce che lo incoronano. 



36 ITALIA ARTISTICA 

La città antica ebbe anche un Ginnasio, che se non fu istituito da Caronda 680 
anni prima dell'Era volgare, fu restaurato da Marcello in premio della fedeltà serbata 
dai Catanesi a Roma nella guerra contro Siracusa; ma non ne resta altra 1 



fuorché nei libri. C'era anche un grande acquedotto che recava le acque di Lìcodia. 
lungo non meno di sedici miglia; ma non se ne vede altro che qualche altro misero 
avanzo. Tanta copia d' acque era necessaria ad alimentare la Naumachia — i cui 
ultimi resti sparvero sotto le lave dianzi citate — il Ninfeo eretto da Ero Apolline 



MUSEO BISCARl — MOSAICO DELLE TERME DIONISIACHE. 



CATANIA 39 

■e restaurato da Arsinìo, preEetto in Sicilia, a cura di Flavio Ambrosio, e le moltis- 
sime Terme, parecchie delle quali si vedono ancora conservate discretamente. 

Le achillee, o dionisiache, così chiamate perchè prossime al tempio di Bacco, 
furono restaurate dal proconsole Lucio Liberio e stanno oggi sotto la cattedrale e 



il limitrofo Seminario ; le fondazioni di questi edifici impediscono di esplorarle tutte 
e lasciano vedere solo un corridoio, una stanza con la vòlta sostenuta da quattro 
grandi pilastri e ricoperta di stucchi adorni di figure a bassorilievo : puttini, tralci, 
grappoli d'uva ed altri emblemi bacchici ; un bassorilievo, piccolo ma squisito, rap- 
presentante una processione dionisiaca, è serbato nel museo Benedettino. La chie- 



CATANIA 41 



setta di S, Maria della Rotonda è anch'essa l'avanzo e probabilmente l'atrio od il 
laconico d'una gran terma. molti cimelìi della quale, come pezzi di mosaico, fram- 
menti di lapidi e d'iscrizioni, si conservano nei due musei cittadini. Altri minori 
ruderi di terme si trovarono in altri punti della città ; l'avanzo più ragguardevole. 



quasi un intero stabilimento termale, esiste ancora sotto il convento di Santa Maria 
dell'Indirizzo : da una prima stanza si passa all'apoditerio o spogliatoio, ad una specie 
di bagno appartato, ad una seconda stanza comunicante col laconico e ad una terza 
di pianta ottagonale ai Iati della quale sono disposti i clipei. Esistono ancora le for- 
naci, una conserva d'acqua, vari! condotti per l'aria rarefatta, il sito della sedia 



42 ITALIA ARTISTICA 

stercoraria, remissarìo delle acque luride, gl'incavi dove erano conEitte le condutture 
di piombo serbate nel museo Biscari. 

Fra le rovine dei pubblici edifizii nobilitanti l'antica colonia calcidese altre 
ve ne sono, ancora più notevoli. Il primo posto per antichità spetta senza dubbio 
al teatro, che è detto greco, ma che più propriamente dovrebbe chiamarsi greco- 
romano. Di costruzione romana sono indubbiamente le parti appariscenti ; ma è pro- 



babile che l'edifizio romano sorgesse su fondamenta greche, perchè ai tempi greci 
sì legge nelle storie che Catania ebbe appunto un teatro, dove Alcibiade, come 
uno dei comandanti dell'esercito ateniese venuto a conquistar Siracusa, arringò i 
cittadini per volgerli al suo partito. Se Diodoro e Cicerone non fanno più menzione 
del teatro catanese, la cosa è stata spiegata coi terremoti e con le lave che pro- 
babilmente Io abbatterono e ricopersero : sugli avanzi è probabile che i Romani 
erigessero poi la loro mole sontuosa, della quale anch'oggi si può avere un'idea da 
ciò che ne resta, allo scoperto in parte, ed in parte sotterra : tre ordini di corridoi, 
le scale per le quali si passa dall'uno all'altro, quelle che dividono la cavea in cu- 
nei, il pavimento dell'orchestra di marmo bianco e rosso sul quale alzavansi i se- 



CATANIA 43 

dili, ed i frammenti di sculture e di architetture custoditi nel museo Biscari : una 
graziosa figura di Musa, rottami di statue, capitelli e piedistalli, ^il maggiore dei 
quali ha effigiati nel dado una vittoria e due guerrieri senza cimiero né celata 
né asta ; rocchi ed architravi, uno dei quali ha scolpiti nel fregio una Nereide vintii 
da un Ercole, Alla scena ed alla loggia appartennero anche le colonne che furono 



trasportate in altri punti della città, le sei che ornano la facciata del Duomo, le due 
del Palazzo comunale e l'altra della piazza dei Martiri ; i marmi bianchi e rossi dei 
sedili furono adoperati per pavimentare il Duomo. Oltre che per la ricchezza degli 
ornati, il teatro catanese fu dei più notevoli per ampiezza : conteneva il doppio 
degH spettatori dell'ateniese e poco meno di quanti ne entravano nel siracusano. 
Ma la maggiore sua importanza è dimostrata dall'Odeo che gli era ed è ancora an- 
nesso. Mario Musumeci, valente architetto e dotto archeologo fiorito un secolo ad- 
dietro, diede una bella illustrazione di questo secondo edifizio e ne rilevò l'impor- 
tanza. Mentre di pochissimi altri Odei restano troppo scarsi vestigi, undici cunei 



MUSEO DISCARI — PIEDESTALLO DEL TEATRO ANTICO. 



CATANIA 45 



del catanese, su diciassette, si vedono ancora ; gli altri sei, distrutti, sono indicati 
dal perimetro dell'edifizio. Alla testata di levante della precinzione, che è allo sco- 
perto, s'appoggiavano tredici gradini scendenti fino all'orchestra, circoscritta, dalla 
parte del pulpito, dal muro oltre il quale non si vedono altre costruzioni. Il rivesti- 
mento esterno è formato da pezzi di lava squadrati e disposti in file orizzontali e 
parallele di diseguale altezza, alla maniera pseudo-isodoma : c'è una sola comunica- 



zione fra l'interno e l'esterno, attraverso il cuneo centrale : prova che l'Odeo non 
poteva servire a grandi riunioni popolari, ma solo a ristrette adunanze, ai concorsi 
degli autori drammatici e alle prove dei cori, come è confermato dalla mancanza 
della scena. Anche qui terremoti e vandali hanno lasciato i loro segni : perdute le 
colonne che ornavano il pulpito, distrutti i pezzi ornamentali del muro di precinzione 
e di quello esterno dalla cimasa in su: solo qualche frammento se ne volle trovare 
nella decorazione della porta settentrionale del Duomo, come si dirà a suo luogo. 
L'edifizio, pertanto, appena si riconosce: mutilato, squarciato, convertito nelle parti an- 
cora resistenti in abitazione di umile gente, con gli archi dei cunei trasformati in 
■orrìbili terrazzini ed in luride stamberghe. 



46 ITALIA ARTISTICA 

Mentre qui s'aspetta ancora l'invocata opera del restauratore, si è posto mano 
tìmamente al discoprimento di altri avanzi gloriosi : quelli dell'Anfiteatro, che fu 
o dei maggiori di Sicilia. Limitrofo al palazzo del Proconsole ed alle prigioni, 
so aveva forma elittica, con il grande asse esterno lungo 125 metri e 7 i l'interno ; 
n un piccolo asse esterno di 106 metri e l'interno di 193. Vi si contavano 56 ar- 
i, tre ordini di sedili, dne precinzioni ; era alto più che 30 metri e capiva 16 mila 



^ttatori. Ma, fino a poco tempo addietro, la maestà della mole si desumeva dai 
i e da un vecchio quadro del Niger ; perchè, quasi non fossero bastati i terre- 
ti e gli incendi!, la mano dell'uomo ne aveva consumata l'estrema rovina. Non 
ne vedevano, fino all'anno scorso, se non qualche pezzo di muro, qualche arco, 
ilche vòlta sotto le fondamenta di case moderne: vestigi che se consentirono al Gar- 
do, col sussidio dei libri, di illustrare dottamente il sontuoso edifizio, non basta- 
o ad altri scrittori neanche ad ammetterne l'ewstenza. Ora, grazie agli scavi in- 
jresi in piazza Stesicorea, gli scettici possono vedere con gli occhi e toccar con 
nani tutto un fianco della gran mole, parte della gradinata, gran parte dei cor- 
li, parecchi ordini di archi e la porta che metteva nell'arena. Quel mutilato sche- 



CATANIA 47 

letro, se accusa la barbarie delle generazioni che lo ridussero in uno stato così mi- 
serando, attesta ancora, nondimeno, con la severa nobiltà dei suoi profili, con la 
maestosa solidità del suo impianto, l'antica grandezza della città. 

Ma più che dai ruderi di questo e degli altri maestosi edifizii dei quali si è 
ragionato, il grado di floridezza e di civiltà di Katana si desume da più piccole, 
da veramente minuscole opere d'arte : le monete che vi furono battute. Nella me- 
ravigliosa collezione dei conii greco-sìculi posseduta dal barone di Fioristella, in Aci- 



reale, i catanesi sono fra i più abbondanti, contandosene una sessantina, d'oro, d'ar- 
gento e di bronzo; e se tutti hanno qualche lor proprio pre^o, alcuni stanno tra 
i più eccellenti saggi di quest'arte che la Sicilia greca portò alla perfezione. II te- 
tradramma con la testa d'Apollo e la quadriga, lavorato e firmato da Herakleidas, 
ha ben poco da invidiare alle Aretuse siracusane. Evaìnetos, Choirion, Prokles, 
.altri artisti il cui nome è perduto, diedero a Catania altri conii bellissimi ; dove con 
le teste dell'Amenano, di satiri, di fauni, di divinità, e con le spighe, le bighe, le 
■quadrighe, i tori a testa umana, le Vittorie, le Giustizie, si trovano segni e figure 
Jocali, come quelli del gambero detto imperiale, come i gruppi dei Fratelli Pii, 




(Fot. Pannisi). 



# • 



LAUREATO B QDADRIOA — TET1I»DB*1(1IA 
OENIO (ANKI 415, «3 A. 0.) — PWUATA DA 






mONISOS E FB^TELL[ Pll, ANNI 4IÌ4()3 A 




# 



(Fot. Ursino). 
MONETE DI KATANA 



119-403 A. e. (BBONZOj. 



52 ITALIA ARTISTICA 

Anapias ed Anfimos, sollevanti i genitori per salvarli dal fuoco dell'eruzione etnea 
chiamata appunto dei Fratelli Più Ma forse il conio catanese più bello, certamente 
il più raro e interessante, del quale un solo esemplare si conosce finora, è quello 
risalente al tempo quando la ciltà fu chiamata Etna: nell'iscrizione infatti, invece che 
KATANAION si legge AITNAION. Non si può dire se è più bello il retto, dove si 
vede la testa del calvo e barbuto Sileno, con le orecchie caprine e il capo inghir- 
landato di edera, o il verso, dove dinanzi a un' aquila che sta con le ali raccolte 
in cima a un pino, Giove Etneo, indossante un /«/(7/^"(7« attaccato sulla spalla sinistra, 
siede sopra un ricco trono, e mentre s'appoggia con la destra ad un'asta piegata ad 
uncino, regge con la sinistra il fulmine alato. 



Decaduta, ammiserita, spopolata durante l'età 
di mezzo, Catania ebbe nondimeno anche allora 
qualche nobile opera d'arte, specialmente cristiana; 
ma se già degli edifizii pagani restano vestigi 
tanto scarsi e malconci, neppure dei tempii cri- 
stiani, costruiti a spese delle classiche architet- 
ture, i terremoti hanno lasciato maggiori testimo- 
nianze. Quasi tutto ciò che resta parla di S. A- 
gata, la vergine martoriata da Quinziano, pretore 
o proconsole romano in Sicilia verso la metà del 
terzo secolo. 

Narrano gli Atti latini che, nata da nobili 
parenti, tra il 237 e il 238, sotto Decio, Agata 
aveva abbracciato la fede di Gesù e si era a lui 
votata, allorché Quinziano volle farla sua per 
soddisfare la duplice cupidigia eccitata nel suo 
animo pravo dalla bellezza e dalla ricchezza della 
giovinetta appena trilustre. Resistendo ella stre- 
nuamente alle lusinghe, alle promesse, agli e- 
sempi di corruzione nella casa della matrona 
Afrodisia a cui il prepotente Romano l'aveva af- 
fidata, costui la fece tradurre in giudizio quale 
negatrice dei Numi. Ammonita a venerarli come 
era debito, ella li schernì, ed alle minaccie di 
terreni tormenti rispose minacciando Teterna dan 
nazione al suo persecutore. Ricondotta alla pri 
gione e brutalmente sospinta dai manigoldi, fu vista prodigiosamente star ferma, 
immobile, con le piante dei piedi impresse nella pietra ; poscia, entrata spontanea. 
mente nel carcere, vi passò un giorno pregando ; finché, ancora una volta tratta di- 
nanzi al tiranno, con tanta forza continuò a resistergli, che l'imbestialito Quinziano 
ordinò ai littori di tormentarla con verghe e lame roventi sul durissimo eculeo, 



54 ITALIA ARTISTICA 

poscia di torcerle e strapparle una mammella, e finalmente di stenderla sul carbonr 
ardenti ; ma nel punto che ella pativa questo estremo supplizio, un terremoto scosse 
la città dalle fondamenta, due assessori del Proconsole, Silvino e Falconio, che st 



godevano il truce spettacolo, restarono sepolti sotto le rovine, ed il popolo, vedendo 
nel cataclisma un castigo di Dio. insorse contro il tiranno, il quale fu costretto a 
sospendere il supplizio ed a fuggire, trovando di lì a poco la morte al passo del 
Simeto, Troppo tardi tratta dalla fornace, l'esausta martire spirò, e i suoi pii correli- 
gionarìi ne deposero il corpo in un sepolcro nuovo ; allora, nel punto che il sarco- 



FINESTRA DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI DI FLERES, ORA CASA lEOTTA. 



56 ITALIA ARTISTICA 

fago stava per esser chiuso, un bellissimo fanciullo, sopravvenuto insieme con cento 
compagni, depose presso la salma una tavoletta marmorea con l'Epigrafe angelica, 
le mizìali della quale si vedono ora ripetute in tanti luoghi: Mentem Sandam Spon- 



taneam Honorem Deo Et Patriae Ltberadonem. I CatanesI cominciarono pertanto- 
a venerarla come la loro celeste protettrice, e quando ebbero fede nella sua 
divina potenza il suo culto cominciò a diffondersi oltre i confini della città e dell' i- 
sola, per tutto il mondo. Nel 263 il vescovo Everio le consacrò, sulle rovine del 



CATANIA 59 

Pretorio, una prima cripta o edicola ; trascorso ancora mezzo secolo, nei primordi 
del IV, le fu eretta una chiesa che S. Leone riedificò od abbellì. Questa chiesa, 



denominata S. Agata la Vetere, fu per lungo tempo la cattedrale di Catania ; ma 
i due terremoti del 1169 e del 1693 la conciarono in modo che quella ricostruita 
sulle sue rovine non ne serba più alcuna traccia, fuorché tre cimelii. Il primo e più 



6o ITALIA ARTISTICA 

notevole è lo stesso < sepolcro nuovo > dove fu custodita per tanti secoli la salma 
preziosa. L'arca propriamente detta è di marmo, con bassorilievi dove si vedono — 
o per meglio dire si vedrebbero, se non l'avessero incastrata e quasi murata nel 
nuovo altare maggiore — due grifoni affrontati dinanzi a un candelabro ardente da 
una parte, e centauri e combattenti nell'altra faccia. L'architetto Scinto Patti, che 
potè esaminarla, la riferì ai tempi di Roma imperiale, assegnando una data molto 
posteriore al coperchio, che è d'altra pietra e porta emblemi cristiani e la stessa 
figura del Redentore riferibili all' epoca bizantina. Gli altri due avanzi dell'antica e 
veramente vetere chiesa di S. Agata furono ritrovati nel luglio del 1742: uno è la 
trascrizione su marmo e con caratteri gotici dell'Epigrafe angelica, l'originale della 
quale fu portato a Cremona : nel primo rigo, prima dei caratteri, è scolpita una 
mano senza pollice, con l'indice e il medio distesi, l'anulare e il mignolo piegati, in 
atto di benedire ; l'altro avanzo, più notevole, è un bassorilievo di marmo, con gli 
spigoli arrotondati, nei quali sono scolpiti due nimbi crociferi terminati da un li- 
stello piano e con le croci bizantine ; anch'esso ha un' altra iscrizione dichiarante il 
soggetto della scena rappresentata nella parte centrale : la visita, cioè, di S. Pietro 
a S. Agata in carcere : figure rozze, semplicemente abbozzate, ma non senza 
espressione, e rivelatrici dei caratteri proprii alla prima età cristiana. I due avanzi 
sono stati murati uno sull'altro e raccordati con incorniciature di marmo colo- 
rato. 

Contigua a S. Agata la Vetere è l'altra chiesetta del S. Carcere; dove, insieme 
con altre reliquie della martire — come l'impronta dei suoi piedi nel sasso — si 
trovano altre vestigia della antica Catania dei tempi dì mezzo sfuggite ai terre- 
moti ed ai vandali. A chi guarda esteriormente, di fianco, la chiesa par che sorga 
sulle mura di Carlo V, dove il bastione fa un angolo; ma nell'interno, per una scala 
buia, si scende in una parte delle carceri romane. Quel che se ne vede fece giudi- 
care allo Sciuto Patti che si tratti di quella parte mediana — la interior — che 
stava tra la superiore, o custodia communis, e Vin/erior, o rohor. La costruzione ri- 
vela gli stessi caratteri che contraddistinguono l'anfiteatro, il teatro, l'odeo, le terme 
e gli altri monumenti romani ; nelle pareti interne si trovano tracce di antichi af- 
freschi. Ma più singolare è sulla facciata barocca della chiesetta, rifatta dopo il 
terremoto del 1693, la magnifica porta, della quale, come appartenente in ori- 
gine ad un altro monumento, e qui sovrapposta nel Settecento, si ragionerà fra 
poco; intanto, prima di lasciare questo Santo Carcere, è da notare che non tutta la 
chiesa crollò nel 1693 ; che anzi la vecchia costruzione si rivela ancora nella parte 
dell'edifizio rifatto e ingrandito, dove la volta a crociera di sesto acuto è decorata 
da ogive molto sporgenti, impostate sopra colonne con capitelli di grazioso disegno. 

La stessa ossatura gotico-normanna, con la vòlta ad archi acuti impostata sulle 
colonnette degli angoli, si osserva a S. Maria di Gesù, nella cappelletta di casa Pa^ 



CATANM A 6i 

terno, che rimase in piedi nei 1693 quaado tutto il resto della chiesa, poscia rifatta, 
andò in rovina. Il gotico di questi due avanzi non è molto antico : tanto S. Maria 
■di Gesù quanto il Santo Carcere sorsero nella prima metà del XV secolo ; di data 
più remota doveva essere invece quello dì S. Giovanni di Fleres. la cui prima fon- 
dazione risale al VI secolo, e precisamente all'anno 532. Gli avanzi di questa chie- 
setta che si vedevano ancora fino a pochi anni addietro, all'angolo delle vie Man- 



cini e Cestai, non avevano nessun carattere, ridotti com'erano ai semplici muri risorti 
sui rottami dell'antico edifizio ; quando, abbattendosene ultimamente le rovine per 
erigervi la casa Leotta, fu trovata sotto l'intonaco una graziosissima finestra del più 
fiorito gotico. II cimelio fu rispettato ed è incorporato nel muro della casa moderna 
Ma in fatto di edifizii sacri dei tempi di mezzo, la cattedrale eretta dal nor- 
manno Ruggero nel 1094 fu certamente il più insigne. Anche qui, disgraziatamente, 
i due terremoti del 1169 e del 1693 produssero tale rovina che, a primo aspetto, 
nel tempio rifatto con altro stile nulla più parla di quella età. Ad un attento esa 
me, nondimeno, le tracce della costruzione normanna si svelano. Le tre absidi, resi 



62 ITALIA ARTISTICA 

stite ai cataclismi, ne sono testimonil esternamente, col loro sesto acuto ; all' in- 
terno, l'arco gotico si mostra anche nelle cappelle del Crocefisso e dell'Immaco- 
lata, nonché nelle finestre strette e lunghe, simili a feritoie, di quest'ultima e del 
passaggio fra la chiesa e il contiguo Seminario. Ma il più notevole vestigio archi- 



tettonico dell'antico Duomo, la decorazione cioè della sua porta maggiore, non sì 
trova più qui. Adattata alla Casa comunale dopo la rovina del 1693, forse perchè 
giudicata poco conveniente ad un luogo sacro, tu poi trasferita al Santo Carcere, 
dove anche oggi attira l'attenzione dei curiosi e degli studiosi, tra i quali molto si 
è discusso intorno al suo carattere. E normanna e contemporanea della primitiva 
f ibbrica del 1094 ? Oppure è sveva, e fu poi sovrapposta, due secoli dopo, alla 
cattedrale ? Monsignor dì Marzo, storico e critico egregio dell'arte siciliana nell'evo 



CA TANIA 



medio ed a! principio dell'età moderna, le nega il carattere normanno-siculo e vi trova 
l'influenza di altri stili. Il normanno-siculo, infatti, porta con tanta evidenza l' im- 



pronta mussulmana, che si suole più precisamente designare coi nomi dì arabo- 
normanno- siculo ; più tardi, invece, l'orientale profusione degli arabeschi negli in- 
tagli e nelle sculture ornamentali andò scemando a profitto dì elementi intera- 



64 ITALIA ARTISTICA 

mente diversi: l'ibrido simbolismo e la barbara imitazione del classico che preval- 
sero nell'Italia settentrionale, particolarmente in Lombardia, e si associarono sempre 
più strettamente alle forme teutoniche. Questa porta dell'antico Duomo ne è per 
l'appunto, dichiara il di Marzo, un esempio, col suo congegno prospettico e simmetrico 



di quattro ordini di stipiti, nei tre angoli dei quali stanno tre colonnine per ciascun 
lato, faccettate a quadretti e strisce a zig-zag [ckevron), e sui quali sono impostati 
quattro ordini di archi a pieno centro ; e particolarmente con la serie delle figure 
simboliche che sorgono sulle piccole basì dell'architrave. Ridotte a cinque, da sei 
che erano dapprima, rappresentano un'aquila, una scimmia, un leone, una tigre ed 



CATANIA 65 

un uomo seduto in sedia curule, al quale manca da qualche tempo il capo ; la fi- 
gura scomparsa era quella d' una donna in supplice atteggiamento. Che cosa signi- 
fica questo rebus marmoreo ? La soluzione che gli fu data sarebbe una prova sto- 



rica da aggiungere all'artistica per negare l'origine normanna della porta ed asse- 
gnarla al periodo svevo. Rammentando la distruzione di Catania ordinata da Fede- 
rico II, si volle che la figura dell'uomo seduto rappresentasse lo stesso Imperatore, 
e che gli animali simboleggiassero i suoi sentimenti verso amici e nemici, e che la 
donna fosse la città impetrante grazia dallo Svevo crudele. Spiegazione plausibile. 



DUOMO — PORTA DELLA CAPPELLA DEL CROCEFISSO. 

(Fot. Franco). 



CATANIA 67 

la quale non persuade tuttavia i sostenitori della normannità del monumento ; i 

quali, giudicando che gli emblemi svevi sono indipendenti dal resto degli adorni, 

sostengono che furono sovrapposti sull'architettura di Ruggero ai tempi dì Federico. 

Se questa singolare decorazione dell'ingresso principale dell'antico Duomo de- 



v'essere oggi cercata al Santo Carcere, un'altra porta della cattedrale rifatta è ri- 
masta al suo posto e possiede anch'essa un suo proprio valore. Attribuendola ad 
Antonello Gagini, figlio di quel Domenico che, trasferitosi da Bissone , e delle parti 
di Lombardia >, in Palermo, sollevò, con l'opera propria e dei valenti eredi, la 
scultura siciliana ad altezze prima ignorate, gli scrittori catanesi credettero di at- 
tribuirle il massimo pregio ; ma non s'accorsero di ledere nello stesso tempo le 
ragioni della cronologia. L'iscrizione della porta dice infatti che questa fu eretta 



68 ITALIA ARTISTICA 

nell'anno 1577, ed allora Antonello Gagini era morto non da sette anni soltanto, 
come avverti il già citato Musumeci, ma da quaranta, come nota il di Marzo, che 
registra nel 1536 la morte dello scultore palermitano. Escluso dunque il Gagini come 
autore dell'opera, sorge un'altra questione : è essa tutta d'una mano e d'una età, 
oppure risulta composta dall'accozzamento di pezzi greci o romani con altri di mo- 
derna fattura ? Il Musumeci giudica antichi, e provenienti probabilmente dalle deco- 
razioni deirOdeo, il bel fregio del cornicione e le colonne composite, nei piedistalli 
delle quali si vedono scolpiti a mezzo rilievo gruppi di Tritoni e Nereidi di squisito 
lavoro, e graziosi Ippocampi nello zoccolo; solo l'architrave e gli stipiti sarebbero 
moderni. Oltre che per la differenza del tratto, il Musumeci giudica antichi i pezzi 
dianzi mentovati anche perchè hanno un carattere mitologico poco adatto alla de- 
stinazione sacra della porta ; ma THittorf, architetto del re Carlo X venuto a stu- 
diare i monumenti siciliani, nega l'antichità di questi ornamenti, e con lui la nega 
il di Marzo, rammentando che il classicismo del Cinquecento ricorse liberamente a 
soggetti pagani nella ornamentazione di opere cristiane. Ad ogni modo, sia tutta 
cinquecentesca la porta in quistione, o sia composta di frammenti antichi e di pezzi 
moderni, sopra un punto non può cader dubbio : sull'artefice che la eseguì, tutta 
o parte. La somiglianza fra gli ornati a risalto e delle mensole di questa porta 
esterna con quelli della porta interna per la quale si penetra nella cappella del 
Crocefisso, eretta quattordici anni prima, nel 1563, attesta che uno solo fu lo scul- 
tore delle due opere. Ora, se anche questa porta interna fu indebitamente attribuita 
al Gagini, il Musumeci dimostrò, coi documenti trovati nell'archivio della chiesa, che 
fu eseguita da Gian Domenico Mazzola; e il di Marzo, confermando il fatto, cor- 
regge soltanto la desinenza del nome e la patria dell'artefice : il Mazzolo o Masolo 
— e non Mazzola — figlio di un Battista da Carrara, non fu < Scarpellino cata- 
nese > : nacque invece anch'egli a Carrara e dimorò in Messina donde venne in 
Catania procuratore del padre a riscuoterne i crediti, ed a lavorare questa porta, la 
quale è giudicata fra le migliori sue opere, fra le più delicate e perfette. 

Ancora e sempre del Gagini è stato creduto il piccolo lavacro di marmo della 
sacrestia : attribuzioni che dimostrano come da quell'artista geniale o dalla sua scuola 
uscisse quanto di buono possiede la Sicilia in fatto di scultura. Di forma rettango- 
lare e simile ad un sarcofago, questo lavacro ha una decorazione a mezzo rilievo di 
puttini, cornucopie ed altri motivi ornamentali. Che sia leggiadra, basta aver occhi 
per accertarlo ; a chi veramente appartenga non si può dire ; e del resto Catania 
ha, per buona sorte, opere non dubbie del Gagini, delle quali sarà tenuto parola 
più tardi. 

Per ora, restando nella cattedrale, anzi nella stessa sacrestia, il grande affresco 
del Mignemi merita una breve menzione, non già perchè abbia valor d'arte, ma 
per la scena storica, grandiosa e terribile, che rappresenta: la spaventosa eruzione 



CATANIA 69 

del 1669, la più formidabile dei tempi moderni. In fondo al quadro 1' Etna solle\;t 
la gigantesca sua mole; nel secondo piano, ai fianchi del monte, sì erge il nuovo 
■cratere dei Monti Rossi, dal quale un fiume dì fuoco scende per le più basse pen- 



dici fino alla città, ne investe e scavalca le muraglie occidentali, ne invade ed in- 
cendia i sottoposti quartieri, ne circuisce e diminuisce il castello, per gettarsi final- 
mente in mare, restringendo il porto dal quale escono a forza dì vele e di remi le 
navi cariche di atterriti fuggiaschi. 

Tornando dalla sacrestia nella chiesa, le absidi che rivelano dalla parte esterna 



70 ITALIA ARTISTICA 

Tantica ossatura normanna, attraggono anche all'interno l'attenzione, non tanto per la 
decorazione a fresco, eseguita dal romano Corradino nel 1628, quanto per i sarco- 
faghi regali murati in quella del centro. Il meridionale contiene le ceneri di sette 
personaggi augusti : Federico II d'Aragona, re di Sicilia ; suo figlio Giovanni, Lo- 
dovico, Federico IV, Martino, Maria ed il figliuoletto di lei Federico ; nel sarcofago 
della parete settentrionale dorme l'eterno sonno, tutta sola. Costanza, la figlia del 
quarto Martino aragonese. Ma, come disse l'epigrafe di Mario Rapisardi quando fu 
restituita da Parigi alla natale Catania la salma di Vincenzo Bellini, < questa 
basilica in cui dormono dimenticate le ossa di tanti re, diverrà da questo giorno 
famosa per la tomba di Vincenzo Bellini >. La quale è posta sotto il secondo pi- 
lastro di destra, ed è ornata di un piccolo monumento del fiorentino Tassara. 

Il maggior Catanese dei tempi moderni, il cantore della Norma, della Sonnam- 
bula e dei Puritani, era degno, per la soavità dell' anima sua e per l'universalità 
della sua gloria^ di riposare accanto alla più gloriosa e soave sua concittadina 
dei tempi andati, Sant'Agata. La salma del musicista, morto a Parigi nel 1837, 
restò sepolta al Pére Lachaise per circa quarant'anni, fino al 1876, quando ne fu 
tratta e trasportata in Sicilia e deposta nella terra natale ; la martire suppliziata in 
vita come già si è narrato, non fu risparmiata neppure dopo morte, e la sua salma 
fece più lunghi e travagliosi viaggi, come narrano i bassorilievi del Coro della sua 
chiesa. Nella prima metà dei trentacinque scomparti che lo compongono è sceneg- 
giata la vita ed il supplizio della vergine, la seconda illustra la storia della sua 
spoglia terrena: il trasporto a Costantinopoli ordinato nel 1040 dal generale bizan- 
tino Giorgio Maniace e compito a dispetto della tempesta scatenatasi il giorno della 
partenza; l'apparizione in sogno della santa, una notte dell'aprile 1126, al francese 
Gisliberto o Giliberto, comandante delle guardie dell'imperatore Giovanni Comneno,. 
per manifestargli la volontà di essere restituita alla patria ; T accordo del soldato 
francese col compagno calabrese Goscelmo o Goselino ; le loro titubanze e i loro 
nuovi sogni più chiari ; la discesa da entrambi operata in S. Sofia, durante la notte 
del 20 maggio ; lo scoprimento del sarcofago e il trafugamento della salma ridotta 
a pezzi e nascosta nelle faretre per eludere la vigilanza delle guardie alle porte ; 
il successivo imbarco, l'approdo e l'indugio a Smirne ed a Corinto; il nuovo 
sogno e la nuova apparizione di Agata dolente della loro lentezza ; l'arrivo in terra 
italiana a Taranto e la perdita, nel trarre dalle faretre e nel ricom porvi le reliquie, 
di una mammella; il miracolo del latte che questa diede a una bimbolina che la 
ritrovò e la portò alle labbra ; l'ultimo sbarco finalmente a Messina ; l' incontro col 
vescovo Maurizio al castello di Aci e il trionfale ingresso in Catania, il 17 agosto. 
Opera della fine del Cinquecento, eseguita per conto del vescovo Corionero e del 
suo successore Rebida, queste sculture del Coro furono scoperte ... da Alessandro 
Dumas, nel 1835. La Speronare, come tanti altri libri di viaggio del romanziere di 



CATANIA 71 

Montecristo, è uno dei più curiosi libri che si possano leggere: formicolante di 
errori, zeppo di fiabe da far dormire in piedi, rivela nondimeno il nativo senso ar- 
tistico dello straordinario scrittore. Così, dei bassorilievi del Coro catanese egli ha 
ragione di dire che < nessuno vi fa attenzione, nessun libro ne parla, nessun cice- 
rone pensa a mostrarli, mentre sono una delle cose più notevoli di quella chiesa >. 



Certo, come osserva il di Marzo, la forma non ne è esente da qualche libertà, e 
l'esecuzione ne è qua e là trascurata, ma nell'insieme riescono ckarmans de naiveté. 
come dice il Dumas ; il quale però, passando a descriverli, inciampa negli svarioni. 
Il lavoro della fine del Cinquecento è attribuito al secolo precedente ; il proconsole 
Quinziano diventa Quintiliano. Goselino e Giliberto sì riducono ad un solo, Guiberto ; 
né il romanziere si cura di ricercare se proprio tutti i libri tacciono di questi bas- 
sorilievi, se l'autore ne è addirittura ignoto. Poca fatica sarebbe occorsa a conoscerne 



74 ITALIA ARTISTICA 

il nome : bastava cercarlo nelle Osserv.iz'wni sulla storia di Catania del Cordaro, 
dove, con Io stile tutto suo, questo scrittore mette in evidenza il pregio del lavoro. 
< Il vescovo Corionero che la chiesa catanese governò dal 1589 al 1595,! sedili di 
legno allestì nel coro della cattedrale ove è il martirio di S. Agata inciso, lavoro 
del napolitano Scipione Guido > — più precisamente, di Guido : ^ < a quale opera 
tuttora dagli stranieri per la sua perfezione si ammira >. 

Dal momento che il corpo della loro celeste Patrona tornò così tagliuzzato presso 
di loro, i Catanesi ripresero a venerare con più fervore che mai quelle membra re- 
cise, e nel secolo XIV provvidero a serbarle in degne custodie. Il busto fu chiuso 
in un busto d'argento dorato, con la faccia e le mani di smalto, sorretto da un ba- 
samento ottagonale e fiancheggiato da due angioletti : la destra regge la croce ac- 



compagnata da gigli, nella sinistra è l'Epigrafe angelica. La base, che poggia sopra 
otto foglie rovesciate, di tipo gotico, è ricca di scorniciature e riquadri e tutta 
adorna di smalti, tra i quali due stemmi d'Aragona, quello di Catania ed altri di 
dubbia attribuzione, nonché scene del martirio, figure di S. Agata e dì S. Caterina 
d'Alessandria, e quelle dei due vescovi catanesi. Marziale e il suo successore Elia, 
entrambi francesi, anzi limosini, come è detto nell'iscrizione che gira attorno alla 
base : 

VlRGINIS ISTUD OPUS AgATHAE SUB NOMINE COEPTUM 
MARTIAt-IS FUERAt QUO TEMPORE PRAESUL. IN URBE 

Cataniae, cui pastor successit Helias ; 

AmBOS LiEMOViCUM CLARE PROi>UXERAT ARDOR. 

Fin qui i lettori dell'iscrizione sono concordi ; la discordia incomincia per i 
quattro versi seguenti : 



CATANIA 75 

ARTIF1CI3 MANUS HOC (hAEC, HANC) FABRICAVIT MARTE (ARTE) JoAKNILS 

BarTOLUS et GENirOR, CEI^EBRIS CUI PATRIA CEVE (I-EVK) 

MILLE TER ET CENTUM POST PAKTUM VIHGINIS ALMAE 

ET DECIES Si;PTEM SEXTOQ. FLUENTIBDS ANNIS, 

La data, sulla quale non cade dubbio, dice chiaramente che Topera fu fatta du- 
rante il soggiorno della Corte papale ad Avignone, dove il vescovo catanese Mar- 



ziale sì era recato presso Gregorio XI ad annunziargH l'assunzione di Federico III 
al trono di Sicilia, e dove mori, affidando la diocesi ed il compimento del reliquario 
al suo connazionale e successore Elia. Ma chi furono gli artefici della statua ? Eu- 
genio Muntz, poiché i lettori dell'iscrizione non sono d'accordo, leggendo alcuni cui 
fatria Ceve, altri cui pad /a leve, addotto una terza interpretazione: cui patria Se- 
nam, identificando l'autore del busto catanese con Giovanni di Bartolo, senese, orafo 
per r appunto alla Corte pontificia in Avignone, ed autore dell' altro celebre reli- 
quario racchiudente le teste dei santi Pietro e Paolo. Se non che, c'è una difficoltà. 
L'iscrizione non riesce bene decifrabile perchè il busto è tutto ricoperto di ex-voto 
offerti dalla pietà dei fedeli — tra i quali la corona regale che si dice esser dono 
di Riccardo Cuor di Leone al suo passaggio da Catania durante la crociata del 



76 li ALIA ARTISTICA 

1191, la collana d'oro del viceré de Acuiìa, varie insegne del Toson d'oro e del- 
l'Ordine d'Alcantara, parecchie mammelie d'oro e d'argento, due delle quali portano 
incise le armi dei re di Spagna, e molti anelli pastorali e croci vescovili, tra le 



quali quella di Leone XIII, e un gran numero di minutaglie d'oro, d'argento, di co- 
rallo, d'ambra, e finanche orologi da tasca ; — ma Io Sciuto Patti, dopo avere esa- 
minato da vicino il reliquario, escluse assolutamente che si possa leggere cui patria 
Sennm'. l'iscrizione dice chiarissimamente cui patria Ceve : non regge quindi l'in- 
terpretazione del Muntz, il quale aveva eccitato molto entusiasmo, lasciando credere 



CATANIA 77 

che fra i tesori artistici italiani si trovasse un'altr'opera uscita dalle miracolose mani 
del Bartoli. E lo Sciato Patti lo nega per altre ragioni che sarebbe troppo lungo 
riferire; se non che, escluso il Giovanni di Bartolo, resta ancora da vedere chi fu- 
rono gli artefici nominati nell'iscrizione : Johannes Bartolus et genitor. Ed è strano 
come il nostro critico abbia avuto sotto gli occhi l'identificazione e non l'abbia com- 
pita. Glielo impedi l'aver voluto, contrariamente alle concordi affermazioni dei cro- 



nisti, distinguere gli autori del Busto da coloro che eseguirono lo Scrigno dove si 
custodiscono, in sette teche d'argento dorato e cesellalo di ottimo lavoro, le altre 
sparse membra della martire. Questo Scrigno è una cassa a base rettangolare, con 
gli angoli tagliati e il coperchio a spigolo, rivestita internamente di velluto trinato 
d'oro ed all'esterno di lamine doppie d'argento vermicolato con figurine di santi a 
rilievo ed a cesello negli scomparti architettonici di sXWg gotÀco /iatiimeggiante : una 
fervida fantasia vi ha profuso 1 motivi ornamentali. Ora lo Sciuto Patti, leggendo 
negli EmailUurs limousins di Maurizio Ardant, che Giovanni e Bartolomeo Vitale 
< nndarono a Catania in Sicilia per ornare di smalti il reliquario di S. Rosalia >, 



78 ITALIA ARTISTICV 

e che il padre di Bartolomeo, Bernardo, < vi sarebbe stato anteriormente a comin- 
ciare il lavoro >, riconosce che questi Vitali, chiamati nell'isola, eseguirono lo Scri- 
gno : opinione non contrastata dal facile errore nel quale cadde e ^ trattandosi dì 



uno scrittore francese che si occupa dì cose italiane — doveva cadere l'Ardant ; 
dallo scambio, cioè, di S, Rosalia, patrona di Palermo, con la protettrice celeste della 
minore Catania. Ma, riconosciuti così in Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale 
gli autori dello Scrigno, e negato che i nominati Johannes Bartolus et genit&r del 
Busto fossero Giovanni di Bartolo da Siena e il padre suo, era ed è molto semplice 



IL FE:JCULO DI SANT AGATA. 



CATANIA 8i 

e quasi necessario identificarli con Giovanni, Bartolomeo — o Bartolo che è lutt'uno 
— e Bernardo, padre, <. genitory. per l'appunto, di Bartolomeo: tutti della famiglia 
Vitale, venuti da Limoges a Catania per atteodere a questi lavori sacri. Intento a 
dimostrare, contrariamente alle concordi affermazioni di tutti 1 cronisti, che Busto 
e Scrigno non sono della stes;a mano né dello stesso tempo, lo Sciuto Patti 
non fece questa identificazione tanto naturale ; alla quale non si oppongono gli 
argomenti da lui addotti per distinguergli autori delio Scrigno da quelli del Busto. 
Se è vero, infatti, che esìsteva in Catania un Opus Scrinei. una istituzione desti- 



nata a raccogliere fondi per la costruzione dello Scrigno, forse che bisogna perciò 
escludere come ordinatore del lavoro il vescovo Marziale e il suo successore Elia ? 
Che cosa impedisce di ammettere che questi prelati, come ordinarono il Busto, così — 
coi denari dell'opera dello Scrigno — ordinassero quest'ultimo ? Non è anzi natu- 
rale che commettessero insieme i due lavori — ed agli stessi artisti ? Se dall'esame 
dello stile risultasse che le due manifatture appartengono a tempi molto distanti, 
certo la supposizione cadrebbe ; ma Io stesso Sciuto Patti afferma che lo Scrigno 
mostra di essere « di alquanti anni posteriore > al Busto ; anni tanto pochi, da far 
ammettere una < quasi contemporaneità >, con la quale, appunto, egli spiega l'ori- 
gine dell'opinione che vuole lo Scrigno eseguito, come il Busto, per commissione 
ed al tempo dei vescovi Marziale ed Elia, Di Bartolomeo Vitale è provata Tesi- 



DUOMO — CAPPELLA DI S. AGATA — MAUSOLEO DEL VICERÉ DE ACUNA. 



CATANIA 83 

stenza fino al 1401 : se, dunque, la cassa < mostra chiaro di appartenere, a! più 
tardi, agli ultimi anni del secolo XIV, ma più probabilmente ancora ai primi del 
XV >, le date concordano. Il fatto che in questa cassa non c'è iscrizione o segno che 
accenni minimamente alla data del lavoro né a coloro che Io ordinarono e l'esegui- 
rono, conferma precisamente che esso nacque ad un tempo con la statua: inscritte 
nella base di questa tutte le indicazioni desiderabili in quei bruttissimi distici, gli 
artefici dovettero giudicare superfluo ripeterle in quella: se, invece, lo Scrigno fosse 



uscito da altre mani in altro tempo, il nuovo orafo avrebbe rivelato l'esser suo. 
E se, finalmente, mancando qualunque iscrizione nello Scrigno, lo Sciuto Patti vi 
ha trovato io stemma di Catania e quello di casa Paterno, ciò vorrà dire che que- 
sta famiglia concorse all'opera, e che il lavoro fu eseguito in Catania : tutte cose 
che non escludono l'identificazione dei Johannes Bartolus et genitor sottoscritti nel 
Busto coi Giovanni, Bartolomeo e Bernardo Vitale esecutori dello Scrigno. Una sola 
parte del quale — per esaurire l'argomento ■ — è senza dubbio, come dimostra lo 
Sciuto Patti, di altra mano : il coperchio, dove si legge la data del i^fg ; lavoro 
molto probabilmente di quel Paolo Guarna, catanese, a cui si debbono il be! reli- 



DUOMO — CAPPELLA D[ S. AGATA: PORTA DEL SACELLO. 



CATANIA »5 

quario del braccio di S. Giorgio serbato nel tesoro del Duomo e la stupenda porta 
del Tabernacolo neli'altar mag^ore di S. Francesco. 



Compiuto lo Scrigno, e continuando le oblazioni all'Opera appositamente isti- 
tuita, si pensò, nella seconda metà del Cinquecento, di costruire una sontuosa mac- 
china per trarvi, nella solenne processione annuale, le reliquie della Santa. Questa 



86 ITALIA ARTISTICA 

Bara, come è volgarmente chiamata, o Ferculo, ha la forma d'un tempietto, con 
un basamento dal quale s'innalzano sei colonne sorreggenti la vòlta o cupola : l'os- 
satura di legno ha un rivestimento di lamine d'argento in parte dorate ; quelle della 
vòlta sono congegnate a scaglie o squame. Attorno allo zoccolo, in altrettante ri- 
quadrature, sono scolpiti a mezzo rilievo, da mano egregia, le scene del martirio 



e della traslazione ; dagli orli inferiori della cornice pendono encarpi o festoni 
e lampade d'argento; sull'orlo superiore stavano infisse dodici statuette d'argento 
massiccio rappresentanti i dodici apostoli, ma una combriccola di ladri le portarono 
via, spogliando anche di molta parte dell'antico prezioso rivestimento la tre volte cen- 
tenaria macchina, che la pietà dei fedeli volle poi restaurata. All'opera, compita in 
diverse età, contribuirono parecchi artefici, e primo di tutti, fra il 1540 e il 1550, 
essendo vescovo un Caracciolo, Antonio Arcifer o Archifel, figlio di Vincenzo, en- 
trambi rinomati orafi catancsi; del quale Antonio sarebbero anche, secondo lo Scinto 



CATANIA 87 

Patti, i rocchi o terzi inferiori delle colonne, le specchiature a cesello che stanno fra 
i riquadri del martirio, e le graziose cariatidi di rame dorato che ornano lo stilo- 
bate. Mezzo secolo dopo, nel 1592, furono aggiunte le statuette a spese del vescovo 
Corionero. per opera d'un artefice di cui s'ignora il nome ; più tardi ancora, intorno 
-al 1638, la decorazione fu compiuta da Paolo Aversa, o meglio d'Aversa — cioè 



aversano, e non già catanese, secondo la correzione proposta dal di Marzo, il quale 
però attribuisce tutto il ferculo a questo artefice, facendolo lavorare al tempo del 
Caracciolo, quando invece gli sarebbe posteriore di più che un secolo. 

E da secoli, ogni anno, ricorrendo la festa della Santa, il ferculo è tratto in 
processione. Questa festa è uno degli spettacoli catanesi più singolari : chi ha letto 
La coda del diavolo di Giovanni Verga rammenterà ciò che ne dice il ■ maestro 
novelliere : < A Catania ia quaresima vien senza carnevale ; ma c'è in compenso 
la festa dì S. Agata, gran veglione di cui tutta la città è il teatro >. Il giorno 3 



88 ITALIA ARTISTICA 

febbraio tutto il clero regolare e secolare, tutte le confraternite e congreghe pie — 
un tempo anche tutte le autorità municipali e governative — muovono dalla chiesa 
della Calcarella, dove i fedeli venerano la fornace dalla quale la martire uscì illesa, 
fino alla cattedrale, recando processionalmente l'offerta dei ceri. In coda al corteo, 
vistoso per le variopinte tonache e cotte 
dei seminaristi, dei preti, dei frati, dei ca- 
nonici, dei vescovi, dei caudatari!, vengono 
le candelore, forse così chiamate dalla festa 
della Candelora celebratasi il giorno prima; 
pesanti macchine scolpite e dorate, colossali 
candelabri infiorati ed imbandierati, dove 
sono confitti gli enormi ceri offerti dalle 
varie corporazioni operaie. La sera di quello 
stesso giorno, schiere di devoti accompagnate 
da altrettante musiche scendono dai varii 
quartieri della città in piazza del Duomo; 
dove, dopo un' orgia di fuochi artificiali, 
cantano le laudi della Santa, e donde muo- 
vono poi a ripetere i cantici dinanzi alle 
case dei più ragguardevoli cittadini. Il do- 
mani all' alba, si schiude la cappella della 
Santa, disposta nell'abside minore di de- 
stra, che è ^uno dei cantucci della chiesa 
dove r amante di cose d'arte trova da fer- 
marsi più a lungo. La macchina centrale 
eretta sull'altare, rappresentante la vergine 
catanese incoronata dai Ss, Pietro e Paolo ; 
la porta del sacello scavato nel muro di 
sinistra, adorna di colonnine sostenute da 
arpie ed a loro volta sostenenti una de- 
corazione nel mezzo della quale è ripetuta 
FEST. D[ 9. AOATA - CANDELORA, (^ figura dclla Santa ritta sull'elefante ; e 

nel Iato destro il monumento sepolcrale di 
don Ferrante de Acuna, viceré di Sicilia, 
sono le sole sculture della fine del Quattrocento che restino in Catania : opere di 
squisita fattura, segnatamente le teorie dangeli che si svolgono nel fregio della 
macchina centrale. Dalla porta del sacello, chiusa da una doppia cancellata, i digm- 
tari ecclesiastici penetrano nel ricettacolo, dove sono dipinte a fresco le figure d» 
Giliberto e Goselino, e nella cui più recondita nicchia si custodiscono il Busto e 1» 



CATANIA 89 

Scrigno : questi sono tratti fuori, e dopo una breve esposizione sull'altare maggiore, 
sono disposti nel ferculo che aspetta alla porta della chiesa : allora al grave suono 
del campanone, fuso e rifuso cinque volte dal 1388 al 1614, e pesante più di mille 
chilogrammi, una folla dì devoti insaccati in grandi tuniche bianche e col capo co- 
perto da un berretto di velluto nero, trascina la Bara preceduta dalle candelore per 
la cerchia delle antiche mura, troppo poca parte delle quali è ancora visibile qua 
e là, alla Marina, al Santo Carcere e in via del Plebiscito. Il giorno dopo, 5 feb- 



braio, che è il 
la stessa processi 
catanesi dì tempi 



iorno propriamente consacrato dal calendario romano a S. Agata, 
ione è ripetuta per le vie interne ; in questa occasione le signore 
non troppo remoti — poiché ne serbano memoria anche i non 
troppo vecchi — esercitavano quel diritto di 'ntuppatedda, o imbacuccata, sul quale 
il Verga impostò la già citata sua novella : tutte chiuse in grandi manti neri, con 
la testa anch'essa coperta, col viso nascosto, e lasciando vedere, per vederci, un 
occhio solo, esse andavano attorno e fermavano i loro parenti od amici, o i sem- 
plici conoscenti ai quali volevano giocare qualche tiro ; perchè i cavalieri che le 
imbacuccate onoravano della loro scelta avevano il dovere di accompagnarle dovun- 
que e finché ad esse pacesse, e di soddisfare i loro capricci nei negozii, nelle bot- 



90 ITALIA ARTISTICA 

teghe dei confettieri e dei gioiellieri, senza poter sollevare un lembo del manto, 
senza poterle seguire quando si vedevano lasciati in asso, senz'altro mezzo di rico- 
noscerle fuorché quello di rivolger loro domande più o meno suggestive, alle qaali 
esse rispondevano, come al veglione, con voce alterata, o non rispondevano affatto: 
singolare usanza, che dovette dar luogo a chi sa quante commedie e forse anche 
drammi, e degna di ispirare, prima che tramontasse, la bellissima novella di uno 
dei suoi ultimi testimoni. 



Oltre quelle parti del Duomo e degli altri edifizii sacri delle quali sì è già ra- 
gionato, solo due architetture profane dei tempi di mezzo hanno resistito alle offese 
della natura e degli uomini. 

Prima che i Lerida e la regina Bianca fondassero sulle rovine del tempio di 
Basco la Badìa di San Placido, i Platamoni, nobilissima famiglia catanese oggi 
spenta, vi eressero nel XIV secolo le loro case: ne avanza un terrazzo, nel giar- 
dino della Badia, decorato esternamente con fasce a zig-zag (ckevron), alternate di 
pietra vulcanica nera e di pietra calcare bianca. Nel centro, dentro una cornice a 
fogliami, campeggia Io stemma dei Platamoni, e sotto ricorrono quattordici piccole 
ogive sorrette da altrettante mensole e sotto-mensole: ogni ogiva racchiude graziose 
sculture a mezzo rilievo, rappresentanti fiorì, frutta, conchiglie e teste umane. 

Il cimelio è interessante ; ma senza paragone più notevole è un edìfizio rimasto 
interamente in piedi: quel castello Ursìno che Federico II fece erigere da Riccardo 
da Lentini, architetto militare, contro la città. La vecchia rocca è ancora in piedi, 
ma quanto mutata dai tempi della sua potenza ! La piccola Catania del medio evo 
ebbe anch' essa qualche giorno di gloria, quando la Corte angioina e l'aragonese 



92 ITALIA ARTISTICA 

vi si fermarono e quando vi si raccolsero i parlamenti siciliani: il castello fu appunto 
sede dei parlamenti e dei re. Allora esso avanzava in importanza lo stesso palazzo 
reale di Palermo ; perchè, se il soldo dei due governatori era eguale, di trenta 
onze annue, mentre tutti gli altri della rimanente Sicilia ne riscuotevano soltanto 
dodici, diciotto o tutt'al più ventiquattro, i servienti o gente d' arme della reggia 



palermitana erano diciotto, quando il mastio catanese ne contava non meno di 
j trenta. Tanta ne era l' importanza, che i viceré di Sicilia non ebbero dai re di 

! Spagna la facoltà di nominarne il comandante i il re personalmente provvedeva. 

Altro singolare privilegio era quello di innalzare due bandiere sulle due torri della 
I fronte settentrionale, una per la vai di Noto e l'altra per la vai di Dèmone. Di 

queste due torri, quella a destra era chiamata appunto delia Bandiera, la seconda 

del Martorio, perchè vi si dava la tortura ; le altre due meridionali si [chiamavano 



CATANIA 93 

una della Sala perchè contigua alla gran sala dei Paramenti e l'altra del Magaz- 
zino, come adiacente al deposito dei congegni guerreschi. Per una scala cordonata 
si saliva ai quartieri del piano superiore : dalla porta Falsa si usciva direttamente 
al mare, che prima dell'eruzione del 1669 batteva il fianco orientale della fortezza. 
Già gagliarda e reputata addirittura inespugnabile sin dalla fondazione, essa fu in- 
grandita da Federico d'Aragona di due battifolli, che più tardi, dopo le ricostruzioni 
del 1554, furono detti di S. Croce e di S. Giorgio : a S. Giorgio era dedicata la cap- 
pella costruita sotto la sala dei Paramenti e solennemente consacrata il 22 dicembre 
1391 dall'arcivescovo di Monreale, alla presenza dei vescovi di Catania e di Nicastro- 
E di quante drammatiche e tragiche vicende furono spettatrici le vecchie 
mura ! Quanti vagiti di regali infanti e quanti gemiti di non meno coronati agoniz- 
zanti esse raccolsero ! E quante torture di prigionieri e quanti supplizi! nella pros- 
sima riva del mare, particolarmente ai sanguinosi giorni del Vespro! Qui pose la 
sua sede Giacomo d'Aragona, il re che < ascutava tutti e si assillava 'ntra lu cut- 
tugghiu di lu casteddu e dava udienza a tutti e facìa la giustizia >. Qui si svolsero 
quei romanzi di cappa e spada che furono le vite della regina Maria, figliuola di 
Federico III aragonese, e di Bianca di Navarra, vedova del re Martino : romanzi 
pieni di innamoramenti, di gelosie, di fughe, di ratti, di congiure, di sollevazioni. .. 
Finita l'indipendenza siciliana, ridotta l'isola ad una provincia spagnuola, la gloria 
del castello andò rapidamente scemando ; poi la natura cospirò contro di lui : le lave 
del 1669 lo circuirono, ne colmarono i fossi, ne seppellirono le opere avanzate; il 
terremoto del 1693 lo rese inabitabile, quello del 18 18 gli diede il colpo di grazia. 
Restaurato dopo i moti del 1837 contro la ribelle città, fu purtroppo rovinato come 
opera d' arte architettonica, e da allora ad oggi la rovina è continuamente cre- 
sciuta. Il primitivo scheletro, nondimeno, si rivela ancora nei muri grossi circa tre 
metri, alti più che 30, lunghi 63 per lato ; nelle volte a crociera del vestibolo e 
delle sale inferiori delle torri ; nelle robuste ogive impostate sui capitelli romanici 
delle colonne incastonate negli angoli dei muri ; nella bellissima scala a chiocciola 
che lungo la piccola torre centrale porta al cammino di ronda. La decorazione 
esterna è quasi tutta distrutta ; non restano se non, all'entrata, una piccola nicchia 
con arco trilobato, nella quale si vede un uccello strozzato — a giudizio dello Scinto 
Patti alludente, come la decorazione della porta del Santo Carcere, alla punizione in- 
flitta da Federico di Svevia alla città — e l'intarsio del Pentalfa o Pentagramma 
sullo finestre di levante : prova, a giudizio dello stesso archeologo, della cieca fiducia 
che lo Svevo riponeva nei cabalisti e nei loro segni, leggendosi nel libro di Saba 
Malaspina che il re, < mentre con sottili investigazioni indagava i segreti della na- 
tura, per modo onorava gli astrologi, i negromanti e gli aruspici, che, secondo le 
divinazioni ed auspici loro, il suo leggerissimo pensiero, a guisa di vento, or di qua 
ed or di là con celere moto vagava >. 



E col castello finiscono le vestigia dell'antica Catania : tutto ciò clie si vede in 
città non rìsale oltre il principio del Settecento, quando si pose mano alla ricostru- 
zione dopo il terremoto del 1693. Non occorre dunque spiegare perchè il barocco- 
trionfa in queste moderne architetture : un barocco che sotto l'influenza dello spa- 
gnolismo unito all'enfasi meridionale, gonfia le gote dei suoi mascheroni, moltiplica 
le cariatidi ed i puttini, distende ed allaccia i più pesanti festooi, aduna ed ammon- 
ticchia i più vistosi motivi decorativi. Barocche sono tutte le chiese, fra le quali 
particolarmente notevoli la Collegiata, regia cappella degli Aragonesi, l'aquila dei 



CATANIA 



■quali spiega ancora le ali sulla facciata ricca di colonne, di statue e di ornati ; la 
Badia di S, Agata, con le finestre difese da grate panciute e traforate ; la chiesa 
dei Crociferi, esempio di architettura gesuitica ; quella di S. Placido, e via dicendo. 
Di bell'effetto, con le sue linee mosse, è la porta Garibaldi, più conosciuta tra 
i popolani col nome di porta del Fortino, e chiamata ufficialmente Ferdinanda al 
tempo della sua costruzione, che avvenne nel 1768, a solenne memoria delle nozze 
■di Ferdinando III, o I che dir si voglia, con Maria Carolina d'Austria, E d'ordine 
toscano e dorico, con otto pilastri geminati, dei quali quattro reggono l'architrave 
■e gli altri i trofei. 



ITALIA ARTISTICA 96 

La Loggia^ il palazzo comunale che delle antiche logge o pergole, dove il ci- 
vico consesso si adunava nei tempi di mezzo, serba il nome soltanto, sostituì il crol- 



lato palazzo senatorio, nel 1741 ; della metà del Settecento è anche il collegio Cu- 
telli, ora trasformato in convitto nazionale : Mario Cutelli, gran signore e giurecon- 
sulto egregio, destinò le sue rendite alla istituzione di questo collegio « all'uso dì 



l _._.. 



CATANIA 97 

Spagtia >, in un tempo nel quale la moda spagnuola imperava, e lo stesso fonda- 
tore scriveva in castiglìano la sua curiosa Catania restaurada. 

Prima del Cutelli, e dopo la lunga notte del medio evo, i buoni studii erano 



rifioriti in Catania, dove sorse la prima università di Sicilia, il SUulorum Gimna- 
sium. Per concessione di Alfonso d'Aragona, il aS ottobre 1434 fu decretata la fon- 
dazione dello Studio generale, eretto dieci anni dopo, quando il papa Eugenio IV 
spedi la bolla accordante alla scuola catanese tutti i privilegi largiti alle università 



98 ITALIA ARTISTICA 

italiane e particolarmente alla bolognese. Questo Studio fu per qualche secolo il solo 
dove la gioventù siciliana potè addottorarsi : di qui la nuova reputazione di sapiente 



che iti goduta dalla città e che il Tasso confermò nella Conquistala : 
O di Catanea, ove ha il gapers albergo... 

Il palazzo universitario, eretto dapprima dove ora s'allarga la piazza del Duomo, 
fu poi noi 1Ó84 demolito e ricostruito nella piazza da allora detta degli Studii; ma 



CATANIA 99 

dopo nove anni, quando l'interno dell'edìfizio non era ancora assestato, il terremoto 
lo travolse dalle fondamenta ; la nuova costruzione, di linee molto eleganti, più volte 



rafforzata ed in parte rifatta per l'altro terremoto del i8iS, non ha ancora un se- 
colo di esistenza. Ed una quantità d'istituti se ne sono a poco a poco, con l'accre- 
scersi dei gabinetti, staccati ; buona parte hanno posto la loro sede nel recinto del 
convento dei Benedettini. 

Questo è, o per meglio dire era prima della soppressione, una delle singolarità 



loo ITALIA ARTISTICA 

di Catania : andati via i Padri per dar luogo ai soldati ed agli studenti, i lunghi 
corridoi furono divisi e suddivisi, il più antico ed elegante chiostro fu trasformato 



in palestra ginnastica, una strada fu aperta nei terreni che lo circondavano, un os- 
servatorio ed un ospedale furono eretti nei suoi giardini. Tutt'insieme, esso si svi- 
luppava sopra un'area di circa centomila metri quadrati ed era il più grandioso 



I02 ITALIA ARTISTICA 

edifizio monastico d'Europa, dopo quello di Mafra d' Estremadura in Portogallo. Il 
già citato Musumeci, nel rispondere all'Hittorf che glie ne chiedeva notizie, ne ri- 
costruì la storia. Cominciato nel 1558 in presenza del viceré La Cerda che ne pose 
solennemente la prima pietra, e finito venti anni dopo, il primitivo edifizio ideato 
dal cassinese Valeriano de Franchis comprendeva il chiostro più occidentale deco- 



rato di cinquanta colonne di marmo nel 1605, i corridoi e i dormitori! che lo fian- 
cheggiavano e la vecchia chiesa. Le lave del 1669 sconquassarono quest'ultima e 
ricopersero i giardini ; allora fu chiamato da Roma l'architetto Giovanni Contini, su 
disegno del quale, nel 1687, fu ricominciata la nuova chiesa e il nuovo monastero; 
ma, pochi anni dopo, il terremoto del 1693, rinnovando ed accrescendo le rovine e 
seppellendo trentadue monaci, fece riprendere il lavoro di Sisifo. Per colmo dì dis- 
grazia, non si trovava allora in Catania nessun architetto: il solo sopravvissuto al 
terremoto, Alonzo di Benedetto, era anch'agli morto di morte naturale. Fu chia- 
mato pertanto da Messina Tommaso Amato, il quale disegnò i dormitori! di levante 



io6 ITALIA ARTISIICA 

e mezzogfiorno ; poi. su diseguo del palermitano Vaccarini, che non rispettò l'antica 
grandiosa unità della iconografia ideata dal de Franchis e serbata dil Contini, si 
ere5sero i due refettorii e la biblioteca, imponenti per vastità e decorazione. Fran- 
cesco Battaglia Biondo ideò il portico del nuovo chiostro, e suo nipote. Francesco 



Battaglia Santangelo, lo scalone, che ha le pareti adorne di quadri a stucco bianco 
su fondo azzurrino, e la chiesa. Questa, la maggiore di tutta Sicilia, doveva avere 
una facciata tanto sontuosa, con colonne tanto gigantesche, che i Padri, nono- 
stante il loro mezzo milione di rendite, la lasciarono incompiuta, come oggi si 
vede. Donato del Piano, abate calabrese, spese dodici anni della sua vita e dieci 



CATANIA 



107 



mila oiAe dei Padri — ceiitoventisette mila e cinquecento lire — per costruirvi uno 
dei più celebri organi d'Europa, con settantadue registri, cinque ordini di tastiere 
e duemila novecento sedici canre. Il barone Sartorius di Waltershausen, l' insigne 



illustratore dell'Etna, vi tracciò, insieme col Peters. nel 1841, una meridiann, per la 
quale il Thorwaldsen disegnò le figure dello zodiaco. Il Coro, situato dietro là iri- 
buna, è composto di due centinaia di stalli, disposti in due ordini: le sculture di 
Niccolò Bagnasco, palermitano, vi rappresentano i fatti del Vecchio Testamento. 



io8 ITALIA ARTISTICA 

Tra i sacri arredi si menzionano l'apparato di seta rossa trapunta d'oro donato 
ai monaci benedettini dalla regina Bianca, il rellquario d'oro gemmato dove i 
fedeli adorano il chiodo che trafisse la destra di Gesù, dono del re Martino, che 
portava sempre addosso quella reliquia; un ostensorio ed un calice d'oro gemmato, 
ed altre manifatture dei secoli XV e XVI. La biblioteca, passata al Comune, ha 
molte migliaia dì volumi e parecchi codici, alcuni dei quali di molto pregio per 
il testo e le miniature ; essa è accresciuta dall'archivio, di valore anche più grande. 



ricco di diplomi bizantini, normanni ed aragonesi, e di bolle papali- alcuni dì questi 
documenti portano attaccati suggelli di squisito lavoro, come quelli della regina 
Eleonora e dei due re Martini e della regina Bianca, rispettivamente loro nuora e 
moglie. 

I Padri Cassinesi avevano anche messo insieme un museo, che divenne muni- 
cipale nel 1866 ed è stato ultimamente riordinato da Francesco di Bartolo, Qui sono 
adunati parte dei marmi, dei vasi, delle lapidi, dei mosaici trovati negli scavi citta- 
dini e già menzionati ; di alcuni altri conviene tenere qualche parola, segnatamente 
d' una stupenda terracotta siceliota rappresentante una danzatrice, che sarebbe 



veramente d'un valore impareggiabile se il corpo, tra il busto ed i piedi intatti, non 
fosse un brutto raffazzonamento di gesso ; d'un bassorilievo rappresentante Ercole sul 



monte Oeta con molte figure intorno; dei frammenti dì decorazione nei quali è in- 
tatta la figura della Vergine e del Bambino. Narra il di Marzo che Antonello Ga- 
gini scolpì per il convento del Carmine minore di Catania una porta, e poiché questi 



no ITALIA ARTISTICA 

pezzi appartengono evidentemente alla decorazione d'una porta, della quale sì vedo- 
disegnato parte dell'arco, giova supporre che siano stati ritrovati fra i rottami di 



quella casa religiosa, dopo il terremoto. Notevoli sono anche nel museo un Anfione 
ed un ratto d'Europa scolpid a mezzo rilievo su pietra rossa ; una Venere di porfido. 



MUSEO DEI 
BENEDETTINI 
VENERE DI PORFIDO. 
([■-i,t. GiuHridi). 



ITALIA ARTISTICA 



parecchie urne cinerarie e ossarie, molte terrecotte, tra le quali diote, cratere, scifi, 
danarii, tessere, idrie, lucerne con iscrizioni nel manico, teste votive, vasi etruschi, 
tirreno-egizii, greco-siculi. Tra le manifatture dei tempi di mezzo e moderni, vi 
sono armi bianche e da sparo, arnesi sacri, lavori di porcellana, carte da giuoco, 
due bellissime tavole cinquecentesche di 
ebano intarsiato d'avorio nelle quali sono 
rappresentati i fatti della storia romana, 
un cofanetto d'avorio scolpito, lavoro e- 
gregio e squisito degli Imbriachi. Le an- 
tiche descrizioni della importante raccolta ■ 
fanno menzione di un medagliere, la 
pane più preziosa del quale, dopo il 
1866, brilla, come si dice, per l'assenza. 
Accresciuto è invece il numero dei quadri, 
dei quali si dirà fra poco, dopo aver 
tatto menzione dell'altro museo catanese, 
più volte citato, appartenente a casa Bi- 
scari. 

Ignazio Paterno Castello, principe di 
Biscari, offerse, nella Catania feudale dei 
suoi tempi, un esempio piuttosto unico 
che raro. La città fu bensi, allora, — 



e A T A NM A 



"5 



« un fonte inesausto della più fi 
rita nobiltà, ed una scaturiggi'ne d 
sangue più illustre > — a detta d 
nostro spagnolesco rMuglielgini, 
quale è tutto felice di poter cita; 
uno Spagnuolo puro sangue, d( 
Sebastiano Cabarruvias Orosio, s 
condo il quale < en Italia llamc 
Catanes. y Valvasores. a los que t 
Espafia Ila man Infamane s >, essent 
Infanzones < termino antiguo, y t 
cablo que aora no se usay, il qua 
< vaie tanto come cahallero noi 
hifo de Alga sefior de vassallo, fé. 
no de tanta autoridad, come el , 
tulado, Sefior de iìtulo >. Ma l'A 
cademico Infecondo, se porta al eie 
la nobiltà cittadina, non va fino 
sostenere che i signori catanesi 



distinguessero nell'età sua per un eccessivo a- 
more alle lettere ed alle arti. Tanto piìi no- 
tevole fu quindi che un gran signore come il 
principe di Biscari le onorasse e ne facesse lo 
scopo e la passione della sua vita. Tutte le 
persone di riguardo che passarono per questo 
estremo lembo d'Italia ebbero onesta ed intel- 
ligente accoglienza nel suo palazzo, costruito 
verso la fine del Seicento sulla cortina delle 
vecchie mura, alla Marina ; o non dovettero 
provare poca meraviglia trovando nella piccola 
e povera Catania di quella età una dimora 
tanto magnifica, ricca di sale sontuose e d'un 
salone che per architettura e decorazione ò 



MUSEO DEI BENEDETTINI — COFANO D'AVORIO. 



MUSEO DEI BENEDETTINI — INTARSIO. 



MUSEO DEE BENEDETTINI — BASSORILIEVO DI ANDROMEDA. 

(Fot. Giufiric 



MUSEO DEI BENEDETTINI — ERCOLE SUL MONTE OETA. 



PALAZZO BlSCARl — SCALA INTERNA. 



MUSEO BISCARI 



MUSEO BISCARI — FRAMMENTI DI UNA PORTA DEL GAGINI. 

(Fot. Gen 



MUSEO BISCARl — BRONZI. 



MUSEO B1SCARE — VASI, TERRECOTTE, IDOLI. 

iF»t Grita) 



124 



ITALIA ARTISTICA 



anche oggi mirabile. Con 
una profusione di lacche, 
di ori, di stucchi e di 

affreschi rappresentanti 
]a storia di don Chisciotte 
— opera del catanese Pa- 
store — , il cielo d'una 
cupola impostata sul cen- 
tro della vòlta e illumi- 
nata da finestre invisibili 
gli dà una luce ed una 
elevazione straordinaria; 
ISO EiEusco. nella loggia coperta sulla 

/ (Fot. Gnt.i- quale esso si apre a mez- 

zodì, una leggiadrisìima 
scala a giorno, leggiera e rabescata come un merletto, dalla quale par che debba 
discendere una incipriata marchesa, porta al quartiere superiore. Nell'ornamentazione 
esterna delie finestre il barocco imperante in città è d'una ricchezza straordinaria: 



le cariatidi, i puttini, i festoni, tutti i motivi decor.ii 
aveva anche costruito in casa sua un teatro che fin 
fu, con la sala degli spettacoli dell'Università, il 
solo della città ; ma il maggior titoloft'di questo 
signore al rlspatto dei posteri fu lo zelo col 
quale fece scavare a proprie spese il sottosuolo 
di Catania e di altri luoghi dell'isola e del conti- 
nente, ed il gjsto che lo spinse ad acquistare 
molte opere d'arte: con gli oggetti ritrovati e 
comprati egli mise insieme, in un edifizio appo- 
sitamente costruito accanto al suo palazzo, un 
museo ad uso dell'Accademia degH iEtnei e di 
tutti gli studiosi. Una bella medaglia fu coniata 
nell'occasione della solenne cerimonia inaugurale, 
avvenuta nella primavera del 1758. ed il principe 
stesso recitò allora, dinanzi a una dotta adu- 
nanza, una sua canzone ; 



vi sono profusi. Il principe 
i principii del 'secolo scorso 



CATANIA 

Per serbar d'altri il Regn» 

Anelante si mira 

Sotto il grave cimiero ; 

Ma da nemica man pugnando offeso, 

O vinto, o al suol disteso 

Estinto, o prigioniero 



Rimane altin dopo l'altrui vittoria 
Senza onore di tomba, e senza gloria. 

lo non coti ; di Giove infra le figlie 
Meno di vita lieti i giorni, e l'ore 
In bella pace alla virtute amica .... 

La qual cosa non impedì che uno scultore lo rappresentasse vestito all'eroica, 
con corazza e lorica, proprio nell'atrio di quel museo dove 



ITALIA ARTISTICA 

In mirar tra chiusi vetri qua 
Offerse prÌGCo tempo, arte e nat 
Trovo larga mercede al sudor rr 



f. quando espressamente egli disse : 



Sarà mia gloria e vanto 

Appo l'età futura, 

Che seppi il suol natio 

Ornar così di pregio illustre ; e a Voi 

Bea degni figli suoi, 

A acorno dell'oblio 

Per coltivar le belle Muse, ameno 

Campo Ti aperai, ed ubertoso ap]Heno. 

Non era millanteria: Volfaogo Goethe, qui venuto il 3 maggio del 1787, scrisse 
sul suo Diario : < Le statue, i busti di marmo e di bronzo, i vasi e le altre anti- 



CATANIA 127 

chità raccolte in questo museo, hanno molto slargato il cerchio delle nostre cogni- 
zioni artistiche... >. 

Degli avanzi dell'antica Katana custoditi nel principesco museo già si è parlato 
a loro luogo : converrà ora ricordare la raccolta dei bronzi, tra i quali molti pre- 
.■gevolissimi, e la ricchissima collezione delle terrecotte e dei vasi etruschi e greco- 



siculi. Alcuni di essi hanno un particolare interesse locale, per essere di fabbrica 
•catanese : si riconoscono al maggior peso, dovuto al fatto che nell'impasto è me- 
scolata la sabbia vulcanica ricca di silice e ferro, ed a certi caratteri esterni, come 
le curve meno pronunziate, il colorito più vivo, le anse attaccate al labbro e tal- 
volta l'impronta della civetta. Il loro disegno più rozzo scapita ancora quando si 
paragona a quello purissimo di alcuni vasi di altra fabbrica : uno particolarmente, 
il gioiello della collezione, ha una quadriga stupenda che rammenta quella di una 
metopa selìnuntina. Fra le terrecotte è notevole un busto di grandezza naturale, di 
«tile eginetico e di remota antichità. Ai primi tempi della scultura apparten- 



I2S ITALIA ARTISTICA 

gono un bassorilievo di lava rappresentante la pugna di due guerrieri, una testa di 
granito rosso di stile egiziano ed un'altra di marmo bianco con capelli ed acini ài 
uva, di stile egìnetico. Un piedestallo, che pare reggesse un'urna, porta scritto in 
greco : Diodoro Apollonio, e poiché fu trovato in Agira, dove il grande storico 
nacque, da Apollonio per l'appunto, si suppose che reggesse l'urna contenente le 
ceneri dello storiografo. 



E i! discorso di Catania artìstica sarebbe così finito, se non restasse, in qual- 
che chiesa, qualche opera d'arte degna di nota. Per cominciare dalla più ricca dì 
cose pregevoli, ecco quella di S. Maria di Gesù, dove sono due opere autentiche 
del Gagini, e se ne ammirerebbe una terza se non fosse da più tempo scomparsa. 
Del valoroso scultore palermitano è qui la statua della Madonna col Bambino, opera 
giovanile, ma già egregia, documento quindi della precocità di quel mirabile inge- 
gno. Antonello la scolpì a vent'annì, 
durante il suo soggiorno in Messina ; 
ma egli non poteva veramente dare 
alla Verone un viso più bello, d'una 
espressione più pura, né un'aria più 
maestosa e divina al Bambino, che 
senza la consueta timidezza volge Io 
sguardo ridente allo spettatore. Bel- 
lissimi sono anche i tre bassorilievi 
dei piedistalli, dei quali il centrale 
rappresenta la Visitazione di Maria 
ad Elisabetta, e i due laterali S. Fran- 
cesco d'Assisi e S. Antonio di Padova. 
Nella stessa chiesa è dello stesso Ga- 
gini la fiorita e squisita decorazione 
della porta che mette nella cappel- 
letta di casa Paterno — quella cap- 
pelletta sepolcrale della quale già si 
parlò per la sua architettura e dentro 
alla quale e' è una bella tavola del 
messinese Angelo di Chirico (1525) rap- 
presentante l'Immacolata fra i simboli 
dei suoi titoli e le figure di S. Agata 
e S. Caterina. La porta gaginesca, al- 
logata da don Alvaro Paterno ad An- 

S. »«.A DWESt^- ™eUO OAO.KI ™U*^I.HLtA ^^^^^^^ ^^j ^^^^^ ^^ ., prezzo di OOZe 



130 ITALIA ARTISTICA 

30 — 382 lire e 50 centesimi — ha due pilastri d'ordine corintio, scanalati, con 
contropilastrì ornati d'acanto; sull'architrave il frontespizio semicircolare racchiude un 
gruppo di mezze figure : il Cristo morto fra Maria e la Maddalena, con due ge- 
metti ai piedi, in tutto tondo, ciascuno dei quali regge uno scudo di casa Paterno. 



La terza opera, ora scomparsa, era, dentro questa cappella, un busto dell'Alvaro già 
nominato: lavoro tanto stupendo che fu da taluni attribuito a Michelangelo, del 
-quale il Paterno, senatore romano, sarebbe stato amico nella città eterna. Se non 
che il di Marzo non solo ha negato questa pretesa dimestichezza, ma avendo ve- 
duto, prima che scomparisse, il celebre busto, afferma che gli mancava qualsiasi 
carattere dello stile michelangiolesco, e che rammentava invece, precisamente, la 
maniera del Gagini. 



CATANIA 131 

Prima dì uscire da S. Maria di Gesù merita uno sguardo il gran Crocefisso 
scolpito su legno da Frate Umile da Petralia, al secolo Giovan Francesco Pintorno, 
morto ne! 1639 e specialista, come si dice, in Cristi, che egli diffuse in quasi tutte 
le chiese di Sicilia, da Girgenti a Nicosia, da Caltagirone a Salemi, da Milazzo a 
Randazzo. II cronista Francesco Tognoletto narra di lui che < mentre stava lavo- 



rando quelle statue, alzando la sua mente alla contemplazione, pensava gli intensis- 
simi dolori, che nella morte soffri l'autor della vita : onde per tal causa, quand'egli 
ne lavorava qualcheduna, se ne stava ritirato in una stanza serrata di dentro, dove 
gli occhi suoi erano fontane di lacrime, spargendone in abbondanza per tenerezza 
e compassione del suo amato signore >. E dalla sua dolorosa cogitazione venivano 
fuori opere, come questo Crocefisso, dolorosissime a vedere, e propriamente spa- 
ventose. 

Per tornare al Gagini. mentre in Catania gli si attribuiscono tante opere non 



132 ITALIA ARTISTICA 

sue, nessuno gli appropria la suissima Madonna di S. Domenico fuori le mura. La 
paternità ne è stata dimostrata dal sullodato di Marzo, il quale ha pubblicato il con- 
tratto fra lo scultore e Lodovico PJatamone vescovo dì Siracusa, mediante il quale 



l'artista si obbligava a scolpire, con altre due statue, una simigliante in bellezza, 
anzi ancora più bella che quella da lui stesso lavorata in Palermo nel 1526, e non 
ancora consegnata, per commissione dei frati domenicani di S. Maria la Grande in 
Catania. Ora. sapendosi che il moderno S. Domenico era intitolato una volta, per 
l'appunto, S. Maria la Grande, e notandosi alla base della Madonna gli stemmi del- 



CATANIA 133 

l'ordine Domenicano, non sarebbe già possibile dubitare che questa è propriamenie 
la statua del Gagìni, se pure la mano dell'autore non si rivelasse nello stile dell'o- 
pera, in quella soavità dell'espressione cristiana nella quale il Gagini fu unico — 



dice il Galeotti — come unico fu Michelangelo nella terribilità. 

Altre notevoli opere di scultura non sì serbano nelle alire chiese catanesi 
abbondano i quadri, ma alla quantità non corrisponde purtroppo la qualità. Nei primi 
secoli dell'arte cristiana la Sicilia tenne un posto onorevolissimo, particolarmente coi 
se di Catania non si sa che ne possedesse qualcuno paragonabile a quell 



134 ITALIA ARTISTICA 

di Cefalù, di Palermo e di Monreale, certo qui la pittura religiosa dovette esser te- 
nuta in grande onore, dato che la resistenza di tutta l'isola all'eresìa degli iconoclasti 
ebbe alle falde dell'Etna ì più caldi ed efficaci propugnatori. Catanesi furono i ve- 



scovi S. Giacomo e S. Sabino che lottarono strenuamente per il culto delle imma- 
gini ; catanese fu il vescovo Teodoro che, insieme coi compagni di Palermo, Taor- 
mina, Messina, Lentini, Iccara, Triocala, Lilibeo e Siracusa, sostenne la stessa causa 
•nel secondo concilio di Nicea, e catanese fu lo stesso diacono Epifanio che chiuse 
quella devota adunanza con una sua eloquente orazione. Anche durante il dominio 



CATANIA 135 

saraceno in Catania, rimasta lungamente indipendente con Taormina e Siracusa e 
tutta la vai di Noto e la vai Dèmone, la pittura cristiana fu salvata ; ma delle 



opere che allora e più tardi qui furono prodotte o recate, quasi nulla più resta, 
tranne le tavolette bizantine del museo Benedettino, le migliori delle quali, menzio- 
nate dal di Marzo, per colmo di sciagura non si trovano più. Più tardi, nell'età nor- 



136 ITALIA ARTISTICA 

manna, il Duomo ebbe una decorazione pittorica delia quale il nostro Accademico 
Infecondo così parla : < Il tetto era fatto a scomiciature di legnami, ove vedevanst 
di peritissimo ed antico pennello tutte le istorie del Testamento vecchio e nuovo > ; 
ma l'opera andò perduta, come perdute andarono le pitture del Tau e della navata 
m^giore < a fresco con stucchi finiti arricchiti d'oro à maggior segno, che pareva 



giusto im perù pendolo in quelle mura >. Di chi fossero questi affreschi il Mugliel- 
gini non riferisce, e con tutte le sue amplificazioni non si può nascondere che, men- 
tre Palermo e Messina, fra il Quattrocento ed il Cinquecento, ebbero due floridissime 
scuole di pittura, in Catania non si rivelò nessun maestro del pennello, né furono 
portate opere di grandi pittori forestieri. 

Di Antonello da Messina si sa, narra il di Marzo, che ebbe relazioni con Ca- 
tania, essendosi obbligato per contratti a dipingervi opere che alla sua morte furono 
assunte dal figlio Jacobello ; ma né delle opere, né delle stesse scritture é rimasta 



CATANIA 137 

traccia. Dell'insigne maestro messinese è comunemente creduta la perla del museo 
Benedettino, la Madonna col Bambino, e Anlonellus Missenius firmò infatti lo stesso 
autore nel cartellino che si vede nell'angolo inferiore di sinistra; ma, dopo queste 
due parole, altre vi si leggono che troppi osservatori hanno trascurate, forse te- 
mendo di scemar valore all'opera d'arte non attribuendola al glorioso maestro mes- 



ULSEO DEI BENEDETTINI — AUTORE lONOIO (SCUOLA FUHUINOA) ; UORTE DI CATOSB. 

sinese. Dice dunque l' Iscrizione : Antonellus Missenius D' Saliba hoc pjecit opus 
i4gy die 2 julij. Questo Antonello non è dunque da confondere col suo più celebre 
omonimo e zio: egli visse e lavorò in un tempo alquanto posteriore, dal 1497, appunto, 
al 1531. C'era un suo prezioso quadro, ora perduto, nella parrocchia di Pistunina 
presso Messina, nel quale il suo nome era cosi scritto : Antonellus Resaliba ; altri 
due ne esistono ancora, nelle due maggiori chiese di Monforte e di Milazzo ; il 
primo porta scritto Rosaliba i^jo ; il secondo £u mastru Antonellu Resaliba pinsit 
'53'- Ma se l'ortografia del suo nome è così ambigua, e se troppe cose s'igno- 



138 ITALIA ARTISTICA 

rano dell'esser suo e della sua vita, il valore della sua arte è evidente, segnatamente 
nella tavola catanese, della quale il di Marzo dice con ragione che basta a di- 
mostrare < qual divino artefice sia stato il Saliba >. 

Un altro bel quadro del museo Benedettino è di Pietro Novelli, il Monrealese, e 
rappresenta un gigantesco S. Cristoforo, con una clava nella possente sinistra, la 
muscolatura michelangiolesca, il petto largo e gagliardo, le spalle larghe e quadrate 
sulle quali sta accavalcato, afferrandosi alla criniera del colosso con la destra, e reg- 
gendo con la sinistra il globo, un adorabile bambino Gesù, Allo stesso Monrealese, 
od alla sua scuola, si attribuiscono due altri quadri della pinacoteca Benedettina : 
gli Apostoli ed una Sacra Famiglia. 

Di altri artisti isolani non vi sono opere nel museo ; vi sono invece una De- 
posizione di Polidoro da Caravaggio, in tutto simile a quella di Roma ; un Cristo 
schernito che si vuole di Gherardo delle Notti, e molti buoni quadri d' ignoti 
autori, tra i quali un bellissimo Tobia della scuola del Ribera, una Maddalena, una 
S. Cecilia di scuola bolognese, una morte di Catone fiamminga, e via dicendo. 

Fra gli artisti isolani che lavorarono per le chiese di Catania, si sa dalle storie 
che Jacopo Vignerio, uno dei migliori discepoli del Caldara, diede alla cattedrale le 
opere così descritte dal Muglielgini : < In due pilastri si ammiravano dipinti un 
S. Pietro e Paolo, ch'erano di tanta eccellenza, quanto se fossero stati pennelleggiati 
da Raffaello d'Urbino ; ma eglino furono dipinti dal Vignerio antico detto per An- 
tonomasia >. Non occorre quasi avvertire che dell'opera si perdette, col terremoto, 
la stessa memoria; a segno che il di Marzo non la rammenta tra i quadri dell'ar- 
tista. Lo storico palermitano non parla neanche d'un altro suo quadro (154 1), che 
esiste ancora a S. Francesco e rappresenta il viaggio al Calvario. Un'altra delle 
poche tele importanti sfuggite al terremoto sta a S, Domenico. Il già citato Mu- 
sumeci la additò primo all'attenzione degli studiosi, la descrisse, ne riconobbe l'ar- 
gomento e le figure, e fece argute induzioni sull'epoca e l'autore. Il quadro com- 
prende una parte celeste, nella quale si vedono S. Domenico ed altri santi della 
sua religione, in atto di ricevere dalla Madonna la corona del Rosario ; ed una 
parte terrena, dove stanno raccolti, dopo il concordato di Bologna, Clemente VII e 
Carlo V, entrambi genuflessi : il Papa rivolto supplichevolmente alla Vergine, l'im- 
peratore sul punto di essere incoronato: tutt'intomo una folla: il cardinale Farnese, 
più tardi Paolo IV, allora decano del Sacro Collegio, il quale unse Carlo; il cardi- 
nale Salviati che lo vestì ; Francesco Sforza, duca di Milano, Alessandro de' Me- 
dici, il principe d'Orange, il Gattinara cancelliere imperiale, ed altri nobili personaggi. 
Come la narrazione del Giovio servì al Musumeci per ricostruire la scena, così i 
giudizii del Vasari e del Lanzi lo spinsero a indicare il possibile autore dell'opera. 
Era creduta del Correggio ; ma, poiché non ha i caratteri di quell'artista, poiché 
dovette esser dipinta fra il 153 1 e il 1537, tempo nel quale l'Allegri era in Parma, 



MONUMENTO A VINCENZO BELLINI, DHL MONTEVERDE. 



I40 ITALIA ARTISTICA 

poiché l'ignoto autore dovette ritrarre dal vero in Bologna quei personaggi famosi, 
e poiché finalmente in Bologna visse quasi sempre dal 1506 al 1542 Innocenzo Fran- 
cucci da Imola, alla cui maniera somiglia quella del dipinto catanese, il Musumeci 
argomenta che ad Innocenzo appunto allogassero il quadro i Domenicani catanesi 
Giuseppe Piatamene ed Aloisio Suppa, che furono in Bologna ; al primo dei quali 
toccò l'onore di predicare in presenza di Clemente e di Carlo, ed il secondo, distintosi 
a Trento, fu tanto bene accetto al papa ed al cardinale, da esser poi eletto vescovo 
di Gìrgenti. Sfuggita al terremoto, questa pregevole opera va però morendo grazie 
alla barbara pietà dei fedeli ; la quale, come ha imposto corone di rame dorato 
alle Vergini ed ai Bambini del Gagini, cosi ha conficcato nel quadro due serti di 
stelle d'argento e corone votive di corallo. Uno scempio peggiore é stato consumato 
sopra un antico S. Michele dei Minoriti, tutto rivestito di lamine d'oro e d'argento: 
strazio che fa quasi preferire la sorte della Resurrezione del Pomaranci, della Cir- 
concisione di Luca Cambiaso, del quadro del Caravaggio di S. Francesco, delle 
quattro tele di Raffaello Vanni della Trinità e della Badia di S. Agata, totalmente 
e repentinamente periti sotto le macerie del 1693. Restano ancora in buono stato 
alcune antiche Madonne d'ignoti autori, a S. Gaetano, all' Ogninella, a Nuovaluce, 
ai Crociferi ; ed una serie di quadri di scuola messinese, tra i quali un martirio di 
S. Placido del Campolo ai Benedettini, un S. Pietro che consacra S. Berillo vescovo 
di Catania del Suppa alla cattedrale, una Sacra Famiglia a S. Anna, una S. Maria 
del Catalano a S. Maria della Lettera, una Madonna della Speranza del Guascogna 
ai Cappuccini. 

Fra queste tele religiose le catanesi non sono le più belle né le più antiche. 
Per trovare nella storia della pittura siciliana il nome d'un catanese, bisogna scen- 
dere sino alla fine del secolo XVI e contentarsi di quel Bernardino Negro, o Niger, 
come latinamente firmavasi, il quale può passare per catanese, sebbene nascesse nel 
contado, a Biancavilla, e si qualificasse di nazione greca, perché la sua terra natale 
era stata fondata un secolo innanzi da una colonia di Epiroti emigrati per sottrarsi 
alla persecuzione maomettana. Di questo pittore c'è una tavola, nella chiesetta del 
S. Carcere, che rappresenta il martirio di S. Agata : in mezzo a una gran folla di 
popolo, fra i truci carnefici, sotto il palazzo del Proconsole, presso l'anfiteatro, la 
verginella vede apprestarsi gli strumenti dello spaventoso supplizio: se fermo é l'a- 
nimo suo, gli astanti hanno in volto raccapriccio e pietà, e già la divina potenza 
manifesta il suo sdegno scotendo dalle fondamenta la casa del magistrato iniquo. H 
dipinto é considerato come il migliore di questo artista, del quale in verità non resta 
se non un'altra opera, il quadro di S. Giacomo nella chiesa dello stesso nome ; e 
la composizione ne é certamente pregevole, ma più sarebbe apprezzato se l'orribile 
restauro non l'avesse deturpato. 

E dalla fine del Cinquecento bisogna scendere alla metà del Seicento per tro- 



142 ITALIA ARTISTICA 

vare un altro pittore catanese dì qualche merito : quell'abate Pietro Abbatessa, o 
l'Abbadessa, che studiò a Roma sotto Cristoforo Roncalli, il Pomaranci, e delle cui 
molteplici opere sparse nelle chiese cittadine non restano se non la decorazione a 
fresco dell'abside della Badia di S. Giuliano ed una Vergine col Bambino fra un 
gruppo dì santi nel Duomo, che il solito Accademico Infecondo definisce < uno stu- 



pore colorato >. 11 quadro ha buone qualità dì concetto e di tecnica, e belle attitu- 
dini dimostrano anche le altre opere di pittori catanesi del Settecento : le tele di 
Francesco Gramignani rappresentanti la visione di S. Vincenzo de' Paoli (1778) nella 
chiesa della Collegiata ; lo Sposalizio di Maria e Giuseppe a S. Francesco ; quelle 
di Giuseppe Guarnaccia, che da Roma, dove studiò, mandò in patria i due S. Fran- 
ceschi di Paola e d'Assisi ; e principalmente quelle dì Olivio Sozzi, nato nel 1690, 
morto nel 1765, dopo aver prodotto alla scuola del Conca un gran numero di opere : 
i larghi freschi della cupola dei Gesuiti, la decorazione della maggior sala della 



144 ITALIA ARTISTICHE 

Biblioteca universitaria — ultimamente distrutta per dar luogo a un nuovo ordine di 
palchetti — , il S. Giovanni Battista della Trinità, il ritratto di Pietro Lauria nella 
chiesa dell'Aiuto, la S. Apollonia della Collegiata, il non compiuto S. Elia del Car- 
mine, e via dicendo. 

Pochi nomi, come si vede, e scarsa fama, non solo fuori di patria, ma fra gli 
stessi concittadini. Nella storia delle arti del disegno, ed anche in quella delle let- 
tere e delle scienze, Catania tenne, durante Tetà più vicina alla nostra, un posto 
troppo mediocre. Neanche nella restante Sicilia la nativa vivacità dell'ingegno iso- 
lano potè, per colpa della secolare oppressione spagnuola e borbonica, esser fe- 
condata. Le stesse ricchezze naturali della terra non poterono fruttificare. Catania,, 
che era^una cittaduzza di quattordici mila abitanti nel 1501, mise tre secoli a 
crescere fino a cinquantamila ; ma in questi ultimi sessanta anni, con uno slancia 
paragonabile solo a quello di Milano, ha più che triplicato la sua popolazione. 
Il porto, aspirazione quattro volte centenaria dei Catanesi, sei volte iniziato e sei 
volte inghiottito dal mare, ha potuto esser compiuto sullo scorcio del secolo scorso 
ed è divenuto uno dei primi del regno. La città s'avvia ad arricchirsi ancora, a cre- 
scere sempre più, coi commerci e le industrie. Tanta prosperità le viene, o per dir 
meglio le ritorna, dalla situazione singolarissima, nel bel mezzo della costa orientale 
dell'isola — la più fertile, la più ridente — allo sbocco dell' immensa ubertosa pia- 
nura, della Piana per antonomasia, che dal mare si stende per cento chilometri 
dentro terra, fino alle montagne zolfifere ; e principalmente dalla vicinanza del fe- 
roce ma feracissimo Etna. L'iscrizione posta, a nome di Carlo II, dal viceré duca 
d'Albuquerque dentro la cappella di S. Agata in Duomo, non mente ; < Clarius 
iam inde colluces, urbs clarissima^ unde celeberrimi nominis lumen extinctum tre- 
mebunda lugebas > : la città rifulge per quella stessa cagione dalla quale dipesero 
le sue sciagure, per il gran vulcano che fu il suo nemico, che è ancora la sua gran 
minaccia, ma che è intanto e sempre fonte della sua ricchezza e della sua rino- 
manza. La pietà del viceré attribuiva ai miracoli della santa protettrice la fama di 
Catania nel mondo ; ma egli appendeva una lampada d'argento dinanzi al sepolcro 
della martire « oltre le perpetue lampade di fuoco e di fiamme dell' Etna : praeter 
perpetuas Aetnae lampades ignis atque flammarum. Cosi, due mila e più anni prima, 
il fuoco sacro ardeva nel tempio di Vulcano, alle falde della sua fucina. E 1' Etna 
é la nota dominante, il motivo fondamentale, così nelle storie della città come nei 
quadri che la rappresentano. In nessun punto del suo enorme perimetro di cento- 
cinquanta chilometri la montagna ha un profilo cosi puro, da fumante piramide^ 
come da Catania. E come di Catania, essa forma la prosperità di un gran numera 
di altre minori città e borghi e castelli e casali disseminati alle sue falde. L'ottima 
Comeindo Muglielgini ebbe dunque un belFammonire : «: O' se l'Uomo considerasse^ 
che quella casa, ch'egli stima suo paradiso in terra, alle scosse inclementi d'un 



CATANIA M5 

Tremuoto può subito in un baleno mutarsi in un inferno d'orrori ; che quella Gal- 
leria ov'egii à lascivie^di senso si sollazza, puoi divenire una Nitria di sfrantumati 
macigni. Reflessione in vero da fare istupidire l'istesso spavento; e pensiero da far 
mutare pensiere a tutti quei ch'albergano tra le Città, col far ch'eglino da Cittadini, 
si trasformassero in villareccl. E dove sei ò bellissima età dell'oro, che per essere 
senza ricchezze, non avevi prezzo nelle tue felicità. Che se non fosse poi venuto 



questo secolo di ferro, l'ambizione Umana, non averebbe fabricati cotanti ordegni 
fabrili, per edificar le Città ; che divengono poscia tomba degli abitanti , . . >. L'u- 
mana attività non bada ai remoti pericoli, e fa invece suo prò di qualunque '.pros- 
simo vantaggio. Se l'Accademico Infecondo potesse rivivere, riconoscerebbe che 
la sua predica fu veramente sterile ; e forse, e senza forse, dovendo descrivere la 
Catania risorta, ricomincerebbe ad accozzare metafore, nel suo stile ispano-siculo, 
per sublimarne ogni più piccola gloria. Una, tuttavia, è tanto grande, che nessun 
elogio si può dire esagerato : Vincenzo Bellini. Se la città non ha dato illustri cultori 
delle arti figurative, è suo vanto esser patria di egregi musicisti, come Giovanni 



146 ITALIA ARTISTICA 

Pacini, Pietro Antonio Coppola, ed altri parecchi, fra i quali risplende il gentilis- 
simo Cigno, alla cui memoria essa ha meritamente dedicato ciò che ora ha di più 
attraente : il grazioso giardino pubblico, il monumento scolpito da Giulio Monteverde^ 
e il teatro dello Scala e del Sada echeggiante di melodie immortali. 



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