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Full text of "Cecco d'Ascoli e la musa popolare"

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HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 



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Fram die Bequot of 

MARY P. C. NASH 

IN MEMORY OF HBR HUSBAND 

BBNNETT HUBBARD NASH 

loMiuoet md PrAéhc sf IbIìiu ud SpBÙb 

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Carlo Lozzi 




CECCO 



D^ASCOLI 

LA MUSA POPOLARE 



ASOOU PICENO * * 

Giw^ip» iioari etHioré 



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CECCO D* ASCOLI 

Sfii/iia ìuodellcita dallo sciiìlorc Ciiist-ppe IiishiUeri di I 



rm-^ 



CARLO LOZZI 






CECCO P' ASCOLI 



E LA 



A\USA POPOLARE 



\ 




ASCOLI PICENO 

GIUSEPPE CESARI EDITORE 

1904 



XjtojL 7;(rc3,9^ 



<. - 



HARVARD 

UNIVERSITY 

LIBRARY 

APf) ao m2 



CAP. I. 

Cenni biografici e bibliografici 
DI Cecco d'Ascoli. 



Giovi premettere alcuni cenni su France- 
sco Stabili più conosciuto col nome di Cecco 
d' Ascoli, così detto da questa città, già capo 
del Piceno, ov'era nato nell'anno 1269 da Si- 
mone degli Stabili, gentiluomo ascolano. In qual 
giorno preciso s' ignora, ma probabilmente nella 
terza domenica di ottobre in cui ricorre 1' an- 
tica festa della Madonna in Ancarano, festa 
succedutci a quella antichissima della dea An- 
caria, che ivi e in Ascoli avea tempio e culto 
di principale proteggitrice, presso la quale ter- 
ra e lungo la via la madre nel recarvisi lo die- 
de alla luce forse con parto prematuro. 

Cecco d'Ascoli è tanto famoso pei suoi 
scritti, pei suoi insegnamenti, pei suoi vaticinii, 
o meglio predizioni, per le sue avventure e 
per la suprema sventura d' essere arso vivo 
dall' Officio nominato santo, per antifrasi, nel 
dì nefasto 16 settembre 1327 in Firenze, sei 
anni dopo la morte di Dante in Ravenna, da 



CECCO DIASCOLI 



non aver bisogno d' altra presentazione, nonché 
ai valorosi letterati, nemmeno ai forniti di mez- 
zana coltura. 

Del resto, chi desiderasse su la Vita e le 
opere di Cecco d' Ascoli le più ampie ed esatte 
notizie, può trovarle nel libro che con questo 
titolo ne pubblicò sin dal 1882 (Bologna, Za- 
nichelli) il prof. G. Castelli; libro che destinato 
a colmare una lacuna nella storia dell' antica 
coltura nazionale si ebbe le migliori accoglienze 
presso gli studiosi italiani e stranieri, perchè il 
medesimo oltre al raccogliere, e vagliare e ordi- 
nare le notizie trasmesseci dagli antichi sino al 
Colocci (i), oltre al riassumere e compiere gli 
studi sopra lo stesso soggetto fatti dall'Appiani, 
dal MazzucchelH, dal Carboni-Cantalamessa che 
attenendosi a questo lo corresse in parte col 
Tiraboschi, dal Libri, dal Palermo, dal Ginguenè, 
dal Bariola, dal Carducci, da Gabriele Rosa, 
dallo Spalazzi, dal Frizzi, dallo Scheffer-Boi- 
chorst, dal. Gaspary, dal Morpurgo, dal Casini, 
dal Novati, dal Renier, dallo scrivente e da altri, 
produce, valendosi di qualche nuovo documento, 
una quantità ragguardevole di fatti interessanti e di 
giudizi nuovi e ripone nel grado dovutogli, subito 
dopo i trecentisti maggiori, questo Lucrezio pre- 
ludente al rinascimento italiano, questo precur- 
sore di Giordano Bruno e di Galileo Galilei nella 



(i) Appunti su Cecco (V Ascoli di Angelo Colocci (dal cod. 
vaticano 4831) tratti la più parte da Enoch d'Ascoli, vicino 
a queir età, essendo nato nella seconda metà del sec. XIV e 
fiorito nella prima metà del secolo successivo. A questo celebre 
autore è dovuta la scoperta di preziosi Codici, tra cui i dieci 
libri di Marco Celio Apicio sull'arte della Cucina e il Contento 
sopra Orazio di Pomponio Porfirione. 



E LA MUSA POPOLARE 



lotta e nel martirio per la scienza e per la li- 
bertà e redenzione morale dell'uomo. 

Ormai risorga in te la ménte nuova 
Nel dubitar per vincere la prova. 

In questi versi dell'y^^^r^^ v' è non solo 
r idea ma perfino la parola del rinnovamento, 
della rinascita, della rigenerazione morale. 



Eccal hgluo] nantil motocJ tempo 
El padre col fìgluol una natura 
Ecerna che non cade mai fui tempo 
Che fìa età iprima prefol primo a acce 
Et eflèr tuto per lui rien figura 
Ec fado fen3a lui dico e niente 
Et 30 che facfto era uita in lui 
Ec CIO per fede confcfliamo n ui 

Si come forma ne la mente eterna 
E in quefta uita luce mai fìnterna* 

Finife il libro de Ciecho Efculano didò 
LacerbaJmpreffo ne lalma patria de 
uenefìa p maiftro philipo de piero ne 
gli ani del.MCCCC .LXXV[. 

Acerba, ediz. Philipo de Piero , Vetietii i^jó.s 

Il prof. Castelli potè valersi eziandio della 
mia Biblioteca, (2) a cui volle dedicare un ca- 



(2) Biblioteca del Ccmm. Carlo Lozzi, (villa di Colli del 
Tronto presso Ascoli) pag. 262. 



8. CECCO P*ASC0LI 



pitelo speciale, avendo io la fortuna di posse- 
dere, frutto delle più amorose ricerche di oltre 
mezzo secolo, la più numerosa e preziosa rac- 
colta che si conosca delle edizioni dell' Acerba 
di Cecco d'Ascoli alcune delle quali introvabili, 
tutte rarissime o rare, perchè \ Inquisizione non 



Incomincia il primo libro del clarifTimo 
philofopho ciccho Afculano dido lacerbar 

KT^Ltxdi non Tegue più la npftra luce 
■ I Fora de la fuperficie de quel primo 
V^^In quàl natura per poder conduce 
La forma intelligibile che diuide 
Nui da glianimali per ihabitp eftrimo 
Qual creatura mai non tutto uidet 
SoDra ogni cielo Tubila ntie nude 
Stano benigne per la dolce nota 
Due la pietà ^hocchi non chiude 
Et per potentia decotal uirtute 
Conferuael gyro de ciafchuna rota 
Vndedeuita receue fainte^ 

Acerba, ediz. Antonio Zarofo, Milano 1484, 

paga di avere bruciato vivo 1' autore e disper- 
sene le ceneri, ha continuato la sua infame perse- 
cuzione anche oltre il rogo, bruciandone le 
opere e calunniandone la memoria. 

« Il libro dell' Acerba, così il Colocci, fu 
ben abrusato con 1' altri, ma per caso, o perchè 
altri lo tenesse caro campò dal fuoco. » 

Per la bibliografia dell' Acerba e delle altre 
opere dell' ascolano mi riporto al Saggio critico 
e Bibliografico da me pubblicatone nella Biblio- 
filia di Firenze, e a parte (ivi 1903) con gli stessi 
clichèsy che dobbiamo alla cortesìa del cav. Ol- 



È La Musa t'ÒPóLARÈ. g 

• • — I l II III, 

schki. In ^sso ho dimostrato, tra le altre cose^ co- 
me il vero titolo di quel poema non sia Acèrba 
nel senso di acervus^ cumulo, zibaldone, o specie 
di enciclopedia, o in quello di età acerba del- 
l' autore, (iuvenilia) e molto meno in quello 
di cose acerbe^ (neutro plurale latino) come vor- 
rebbe il Castelli, ma come trovasi scritto ne' 
migliori e più antichi codici ed edizioni, cioè 
la ceràia, la ce/rva, animale mistico e simbolico, 
secondo V uso e le tradizioni medievali. 

Finit opus cecchi Afculani impreflTa Mediola 
ni per magiftrumAntonium zarotum pat 
snenfem opera & impenfa lobaonifanto 
nii ghilii Regnante iiluftriflfimo duce 
lohannegaleazio Sforda Vicecocnice 
Anno domini Mcccclxxxuu«die xyriiié 
Mali# 

Acerba, cdiz, Antonio Zaroto, Milano 1484. 

Ai molti esempi, che ne diedi nel sopra 
citato saggio vo' qui aggiungerne un altro, tolto 
dal sonetto CXXXVIII del Petrarca là dove de- 
scrive r apparizione che ebbe di una mistica 
cerva : 

Una candida cerva sopra l'erba 

Verde m'apparve con due corna d'oro 
Fra due riviere e all'ombra d'un alloro. 



Era sua vista sì dolce superba, 
Ch'io lasciai per seguirla ogni lavoro. 

Ricorderò qui soltanto che a somiglianza 
della cerva che, vaga di melodia, per mezzo 
di canti e suoni è presa dai cacciatori, la tor- 
tora vedovella che ha perduto il compagno, da 
quelli sorpresa nel canto non trova più pace. 
Indi nel canto alla tortora pur consacrato nel- 



lo CECCO DIASCOLI 



V 

V Acerba (Lib. Ili, cap. 23), veramente popolare 
per inspirazione e per armonia, alla stona me- 
sta di lei Cecco innesta il paragone fra V ac- 
coramento di questo animale benigno e la 

CECHO ASCVLANO: 

Acerba, ediz. Bernardino de Novaria, Venetiis, 148^, 

contrizione dell' anima peccatrice, che pensando 
air eternità dell' altra vita non ha quiete finché 
non torni purificata a Dio 

La tortora pur sta sola piangendo 

Vedova di compagno in secco legno 
E luogo pur deserto va cherendo ; 
Non s'accompagna più poi che lo perde 
Di bever acqua chiara prende sdegno, 
Né mai siede né canta in ramo verde. 

Così ciascun di noi pianger dovria 

Lo suo peccato che l'alma gli fura 
E mai con lui non prender compagnia, 
Lasciare il mondo ed ogni suo diletto, 
Facendo penitenzia forte e dura. 
Per contemplare nel divino aspetto 
Il sommo bene dell' eterna vita 
Ove la gloria sempre è infinita. 

Anche questo canto trova riscontro in un 
bellissimo rispetto marchigiano: 

La tortora eh' à persa la compagna. 
Se ne va attorno afflitta e dolorosa, 
In do' che trova 1' acqua ce se bagna, 
E va cerchenno la più torbidosa. 

O tortorella, che vai per li monti. 

Saluta lo mio amor, quanno l'incontri; 
Dije che cosa fa, che cosa pensa. 
Come lo tratta la mia lontananza, 
A me me tratta mal la sua partenza. 



E LA MUSA POPOLaKE. t t 

Sullo stesso argomento ve n'ha parecchi ne' canti 
toscani, umbri e napoletani, differenti V uno dal- 
l' altro sì nella forma che nella contenenza. 



Incommciaìl primo libro dà clarìffimo 
philofopho ciecho Afculano difto iacetba« 

Ltra non feguc più lanoftra luce. 
Fuor de la (upcrficie de quel primo 
In qual^natura per poder conduce 
Laforma incelrgibitechediuide 

Nui da g) janimali per Ihabico ef Irimo 

Q^ual creatura mai non tuto uide# 
Sopra ogni delofubflantie nude 

Stano benigne per la dolce nota # 

Ouelapietagliocchì non chiude 

Et per potenciade cotal uirtute 

Confcrua el giro de ciafchuna rota 

Vnde deuJcareceuc (alute« 

Acerba, edi2. Thomas de Piasis, Venetiis 14^2, 

I ' , ■ - 

U Acerba o la cerva^ è un poema sui gè- 
ne7^is, non avendo, nel metro, nel soggetto, nel 
modo della trattazione, e neppure nelle fattezze 

Cecbo dfculano. 

Ediz. del 1^00, senza data di città e di stampatore. 

esteriori, somiglianza alcuna coi poemi classici 
e coi medioevali, mólto meno con la Commedia 



ti Cecco diascoli 



di Dante e con le composizioni didascaliche ed 
allegoriche del dugento e del trecento. La ter- 
zina deir^^^r^^, come nota anche il Castelli, è 
dissimile da quella della Commeclm perchè è 
retrocessa ad una forma più antica e popolare 
di serventese, molto consona ai nostri rispetti 
campagnoli. 

De alcune qucdione naturali cicca Io eflfer 
delfuoco# c:iif« 

de alcune queftionccirca lairc c.iiiu 
de alcune qucft ion tcirca laque c«y 

de alcune queflione arca la terra cyL 
de alcune qucftione circa lombre c:yij 
de alcune qftioe circa glianimali» C4yi\ì 
de gliaéti humani ancora caìÌ 

dela fupradidba materia ex. 

de limile materia cxi* 

Come deride Date dicendo chenon fé de/ 
uè fcriuere (abuie t^yàit 

abcdefghik quaderni bC 1 e duerno» 

M.ecccc»die.xiuSeptébriSt Finisci 

iSoo (MCCCCC). 

Se miracolosamente si salvò dalle fiamme 
prima dei rosticcieri inquisitori, poi del fana- 
tico Savonarola, non iscampò da perturbamenti, 
lacune e guasti dovuti alla condanna^ all'igno- 
ranza o alla fretta paurosa di copisti, e al- 
l' invidia e malignità degli emuli, e all' incuria 
degli editori ed impressori, onde tutti i codici 



E LA MUSA POPOLARE, I3' 

e le edizioni più antiche hanno V impronta della 
cosidetta macchia o clandestinità, sotto V antica 
e persistente accusa d* avere insegnato in esso 
dottrine contrarie alla fede cattolica (mentre è 
cattolicissimo ! ), oltre d' aver presunto ( cosa 
falsissima ! ) di contrapporsi ai libri santi e alla 
divina commedia. 

Ov' egli attinse tale e tanta dottrina, e il 
gusto letterario e T arte del poetare ? 

I primi buoni rudimenti egli li ebbe in fa- 
miglia, eh' era fra le primarie, nella città natale, 
ove gli studi classici furono sempre in fiore ; 
e nelle scienze naturali fu allievo della famosa 
scuola salernitana dalla quale uscivano anche altri 
illustri ascolani, in letteratura della scuola bolo- 
gnese-toscana, in poesia dalla gaia terra di Pro- 
venza, traendo T inspirazione dalla ricchezza e 
soavità, de' canti popolari del contado ascolano. 
A tutto ciò si aggiunge la esperienza dei viag- 
gi, siccome quegli, che al par di Ulisse: mores 
hominum multorum vidit et urbes. 

Della sua famiglia poco o quasi nulla si 
sa. Un documento, da me non ha molto, tro- 
vato, manoscritto su pergamena contiene il testa- 
mento di un tal Riccardo di Pietralta, villaggio di 
Valle Castellana che si dichiara figlio di Fran- 
cesco Stabili, in data Teramo 20 marzo 1388- 
Un figlio del nostro Cecco poteva benissimo 
da Ascoli essersi trasferito in un paese della 
vicina provincia Teramana; e anche l'anno com- 
binerebbe, perchè ordinariamente non si fa te- 
stamento che ad un'età molto avanzata, se non 
decrepita. Per tal guisa si avvera la congettura 
del Castelli, che Cecco avesse un figlio ma di 
nome Riccardo, e non Cola o Niccola, nome che 
resterebbe ad un suo fratello minore, secondo 



14 • CECCO d'ascoli 



r affermazione del Marcucci. E torna più commo- 
vente il passo del cap. 3*^ del ir lib. dove Cecco 
allude a se stesso condannato a Bologna e s' in- 
tenerisce al pianto della moglie e dei figliuoli. 

E gli orfani e le vedove e i pupilli 
Chiamando Dio nel loro amaro pianto 
Strappando con le mani i lor capilli 

Quanto alle vicende della vita, che più si ri- 
collegano alle sue dottrine e alle sue varie opere, 
ricorderemo solo che egli fu certamente il pri- 
mo, come accenna il Mazzetti nel Repertorio di 
tutti i professori delV antico studio di Bologna 
(Ivi 1847), fra noi a dar dalla cattedra i pre- 
cetti dell' astrologia. Venne eletto dagli scolari 
di quel famoso studio sullo scorcio del sec. XIII, 
secondo il Fantuzzi ; ma secondo TAlidosi, croni- 
sta Bolognese assai reputato, vi lesse con gran 
fama et universale applauso T astrologia dall' an- 
no 1322 al 1325, periodo che concorda con 
quello accennato dal Gherardacci designandolo 
professore del 1324. 

Le sue Praelectiones ordinariae astrologiae 
habitae Bononiae si conservano manoscritte in 
un codice della Biblioteca vaticana ; e forse ve 
ne sono altri e d' altro genere. 

Il prof. Boffito avendo avuto la fortuna di 
trovare nella Biblioteca vaticana un codice mem- 
branaceo del principio del secolo XIV, conte- 
nente il comento inedito di Cecco d' Ascoli 
air Alcabizzo (super libruni astrologiae secundum 
Cicchum dum juvenis erat electus per universi- 
tatem Bononiae ad legendum)^ ne ha cominciato 
la pubblicazione e la illustrazione nella Biblio- 
filia del cav. Olschki (Firenze, Febbraio-Marzo 
1904). Per la descrizione delle edizioni delle 



E LA MUSA POPOLARE. I5 

-■ I *- Il I ■■ ■ ■ Il ■ ■ i .. ■ M I I ■ - ■■II» iM ■ I ■ ■■ ^^^i^m^r^^^^ • ^ ■■■■■^i ■■—■■■-■■ I ■ mm^ ■ Il ■_ n> ■ > — 

opere citate, rimandando il lettore a quella da- 
tane dallo scrivente, aggiunge : « Sappiamo che 
il comm. C. Lozzi sta pure preparando un la- 
voro complessivo sullo Stabili ; e certo egli lo \ 
può fare meglio d' ogni altro avendo a sua di- 
sposizione un materiale copiosissimo ». Grati 
per tale fiducia, non dobbiamo a noi stessi e 
ad altri dissimulare il timore che la grave e 
stanca età non ci lasci compiere V impreso la- 
voro, per manco di forze, non di volontà. 

Ci duole, e forte ci duole di non potere 
del tutto convenire nel giudizio che l'egregio 
prof, Boffito dà di questo comento e del suo 
autore, per quanto se ne possa arguire dalla 
parte sin qui pubblicata. D'accordo, che que- 
st' opera non aggiunge un gran titolo di gloria 
all'autore del noto poemetto (?) àeW Acerba 
e del men noto comento alla Sfera del Sacro- 
bosco « ma ha indubbiamente non poca im- 
portanza per la storia dell' uomo, del tempo in 
cui si trovò a vivere e più in genere per quel- 
la, assai più vasta e complessa, delle umane 
aberrazioni ». Non possiamo peraltro ammettere 
che la figura del nostro Cecco grandeggiò nella 
fantasia del popolo non tanto per meriti scien- 
tifici o letterari quanto piuttosto per la vita 
avventurosa, e per la morte precoce e violenta. 
Già il Bofìfito chiamando poemetto, il grandioso 
ma incompiuto poema di Cecco, mostrava di 
non averne piena conoscenza e di non farne 
la debita stima ; mentre a me e ad altri è sta- 
to agevole il dimostrare il suo grande valore, 
come poeta e come scienziato, tenuta ragione 
dei tenlpi. Né sin qui il Boffito ha voluto o 
saputo trovare riscontri tra la parte astronomica 
dell' Acerba e il Contento, 



i6 CECCO d'ascoli 



Che « sul tenore della vita e sulla causa 
della morte getti nuova luce » questo cemento, 
può darsi. Ma che « da queste pagine si veda 
ballarne fuori un Cecco d' Ascoli un po' diverso 
da quello che sinora era comunemente cono- 
sciuto o da quello almeno che vollero o sep- 
pero delinearci i suoi numerosi biografi » dal 
sin qui pubblicato non ci pare davvero. Che 
fosse un po' mordace e caustico^ che non avesse 
pelo alla lingua, sapevamcelo ; che avesse ra- 
gione di smascherare un' impostura scientifica 
di Dino Del Garbo, è noto ed è stato ripetuto 
da me e da altri. Ma che fosse capace, anzi 
b$n capace di assalirlo e offenderlo zova^ suo ri- 
vate, è un semplice sospetto del' prof. Bofìfìto. 
Che Cecco d' Ascoli, a que' tempi, fosse demo- 
crcttico d' idee, anche a noi è parso dall' Acerba, 
e torna a sua lode. Coni' ei sentisse della no- 
biltà, un po' diversamente da Dante, si rileva 
dd^ Acerba; ma non ci sembra si possa dire 
eh' ei non si periti di abbassarla e vituperarla, 
sol perchè più di Dante ne mette in rilievo e 
deplora lo scadimento. 

Sarà ben difficile poi che il Boffito riesca 
a scoprire in questo cemento « un Cecco d'A- 
scoli insidiatore della santità del chiostro ». 
Vero è ch'egli tenendosi alla larga si cautela 
con un probabilmente. Se il rilevare le corruttele 
e le turpitudini de' Chiostri, e le infamie della 
inquisizione è un insidiarne la santità, Cecco, 
che per soprassello ne fu vittima innocente, 
può gloriarsi di questo titolo fratesco d' insi- 
diatore, trovandosi in ciò nella buona compa- 
gnia di Dante, e persino dì alcuni Santi Padri. 

Che Cecco d' Ascoli fosse un astrologo, non 
è una scoperta, dal momento eh' egli professava 



E LA MUSA POPOLARE, I7 

astrologia^ e che da questa è derivata 1' astro- 
nomia. Ma che poi egli « non riconosceva fuor 
di questa quasi altra dottrina, che non ravvi- 
sava altra speranza per V uomo di potersi sot- 
trarre alla cieca fortuna rappresentata dall' in- 
flusso delle stelle se non nel sapere magico ^ 
astrologico, onde veniva a trovarsi in stridente 
contrasto con Dante » è in gran parte contra- 
detto dalle stesse dottrine ben intese d^ Acerba 
e confutato dal Castelli e da altri critici equa- 
nimi e valorosi. 

« Un Cecco d'Ascoli Mago ?! » è il ripetere 
una fiaba dei tanti errori popolari del medio evo ! 
è uno scambiare la critica storica col roman- 
zetto del povero Fanfani. Il Boffito ammette 
— quanta degnazione ! — un Cecco d' Ascoli 
erudito per soggiungere tosto « ma d'una pe- 
sante erudizione astrologica e magica, di cui a 
noi, a tanta distanza di tempo, sfuggono per 
lo ])iù le fonti ». Eppure nell'^^^r^^, oltre la 
parte morale nobilissima, non ci è ramo di scien- 
za naturale, che non vi trovi una teorica od 
un accenno, e i più competenti scienziati vi han- 
no ammirate non solo Inesattezza scientifica ma 
novità e scoperte, e lo spirito dell' osservatore e 
sperimentatore precorrendo in ciò i tempi di Ba- 
cone e di Galileo. 

Essendovi quindi non po^a originalità nella 
concezione e nella esposizione delle idee di 
Cecco, torna sovente non che malagevole, im- 
possibile il rintracciarne le fonti. « Queste tut- 
tavia, prosegue il Boffito, io procurerò, per 
quanto mi sarà possibile, d' indicar sempre 
nelle note ». E nella prima nota apposta al 
titolo dell'Opera da noi più sopra riferito, scri- 
ve « se ne potrebbe inferire legittimamente ... 

e. Lozzi — Cecco d* Ascoli 2 



V 






À 



i8 CECCO d'ascoli 



che lo Stabili non lesse la Sfera nello studio 
bolognese, ma in un altro, in quello di Salerno 
ad esempio, dove, secondo il Castelli avrebbe 
trascorso la prima giovinezza ». Innanzi tutto 
osservo, che quella del Castelli e mia è una 
mera congettura; ma dato per provato, che 
Cecco come era V uso de' suoi concittadini e 
marchigiani, sia andato alla scuola salernitana 
allora rinomatissima specialmente per le materie 
mediche, è probabile che ci abbia compiuti i 
suoi studi di medicina, e ammesso pure che ci 
abbia seguiti anche quelli di astrologia, non vi è 
traccia né pare probabile ch'egli, da scolare sia 
subito divenuto maestro nello stesso Studio. 
Resta quindi fermo, com' è dimostrato dalle te; 
stimonianze da me recate, eh' egli lesse prima- 
mente e ancor giovane astrologia nello studio 
di Bologna ; e che tale lettura fu la prima ori- 
gine della persecuzione del Santo ufficio e della 
sua rovina. 

In un' altra nota ad un passo del comento 
il Boffito fa rilevare il lume che da quello o 
da altri analoghi si può trarre a dichiarare 
Farad. I. 37-42 e il passo: quilibet gradus vo- 
catur spira vuole si confronti col C. X. 32 dello 
stesso Farad.; e 1' altro : quia intelligentie agunt 
mediante ortu et occasu stellarurn sicut arti/ex 
per sua instruinefita^ col C. IL 128. Farad, ^ oltre 
qualche allro confronto istituito col Convivio e 
la Vita nova dello stesso Alighieri. Di che 
provo viva compiacenza, perchè riesce a con- 
ferm.are ciò che io reputo più conforme al vero 
sui buoni rapporti interceduti tra Cecco e 
Dante. Nel citato primo passo Cecco mette in 
canzonatura il sillogizzare di un quidam noster 
medicus exculanus cum matre suafatua sicut ipse. 



E LA MUSA POPOLARE. I9 

Notevole il passo di questo comento, in 
cui Cecco, chiamato Iddio con le parole di Cice- 
rone causa causarujn, dimostra essere assurdo 
il supporlo soggetto all' influsso delle costella- 
zioni. Al che il Boffitto annota : « Qui e altrove 
sia nel comento all' Alcab che su quello alla 
Sfera lo Stabili si dimostra ortodosso ; ma que- 
ste espressioni possono essere state suggerite da 
riguardi e paure, o anche dovute a pentimenti 
e ritocchi, specialmente quelle della ^fera ». 
Il civile coraggio di Cecco, segnatamente rim- 
petto alle ire fratine, fu meraviglioso e supe- 
riore in ciò allo stesso Dante ; coraggio che gli 
fu riconosciuto anche dal Colocci, Monsignore 
della Curia papale e Segretario del Papa. 

Che cosa adunque ci viene a contare il 
Boffito delle paure di Cecco, * tentando di farlo 
comparire un coniglio o un ipocrita, mentre 
visse, scrisse, insegnò e morì da eroe ? 

Del resto, la indipendenza di Dio, come 
causa causarum, da ogni altra cagione o in- 
fluenza, terrestre o celeste, è raffermata in più 
luoghi deW Acerba. Né in questa, né in qual- 
siasi altra scrittura, o dottrina dell' Ascolano 
vi è nulla che possa menomamente intaccare il 
domma cattolico, a cui anzi si mostra sempre 
ossequente. Lasci adunque 1' ignoranza, la vi- 
gliaccheria e r ipocrisia ai frati rosticcieri del- 
l' inquisizione, e non agogni di farne la difesa 
a danno di un martire del pensiero. 

Se tutte le note seguenti del prof. Boffito 
su Cecco d'Ascoli, avranno lo stesso valore e 
colore delle due sopra esaminate, certamente 
ne verrà fuori una figura ben diversa da quella 
che dalla tradizione e dagli studi d' insigni 
storici e critici ci è stata tramandata ; ben di- 



20 CECCO d' ASCOLI 



versa cioè dalla vera e genuina in servigio della 
riabilitazione de' carnefici. 

Tornando ora allo studio di Bologna e 
aWAceròa del nostro Cecco, tanto calunniata in 
suo vivente e dopo la sua morte sino ai nostri 
giorni, anche da chi o non V ha letta o non 
r ha capita, gli ammaestramenti di lui, essendo 
parsi al Tribunale dell' Inquisizione infetti di 
eretica pravità^ ne riportò una prima condanna 
per cui dovette abbandonare la cattedra di 
Bologna. 

Nelle Vite d'uomini illustri scritte da Fi- 
lippo Villani (Venezia, Pasquali, 1747) e spe- 
cialmente in quella del Torrigiano sommo fi- 
sico a pag. LI-LII si tocca di Dino Del Garbo, 
che leggeva medicina nello studio di Bologna, 
quando Cecco d'Ascoli vi leggeva astrologia. Ve- 
dasi pure ivi la vita dello stesso Dino a pag. 
XLVI. Venuto costui in possesso di un' opera 
sconosciuta del sopralodato Torrigiano cominciò a 
professare le opinioni di luì come proprie, ma 
scoperto dai dottori dello stesso studio e prin- 
cipalmente da Cecco, dovè andarsene scornac- 
chiato, non senza serbare rancore contro di 
essi e più di tutti contro Cecco, di cui si fece 
accusatore al S. Ufficio per invidia e per 
vendetta. 

Trasferitosi anch' esso per sua mala sorte 
a Firenze, ove il Del Garbo aveva potenti ade- 
renze, anche per opera di altri fu con altra 
sentenza di quel Tribunale condannato al rogo, 
ove, come più avanti si è accennato, fu arso 
vivo nel 1327. 

A prescindere dalle altre sue opere, im- 
porta qui dare un cenno deWe profezie di Cecco 
d'Ascoli^ contenute specialmente in un codice 



^' . ui^ìÌM. 



E LA MUSA POPOLARE» 21 

T- — 7 , I . I 1,1 , 

della Barberiniana, ora passata nella Vaticana, 
il quale fra certe incomprensibili ne ha una ca- 
ratteristica riguardante Venezia. Ma secondo il 
Castelli non è che un estratto ^€^ Acerba^ cap. 
^^ Avarizia (Lib. II); di che io dubito, e 
però va riscontrato meglio, perchè nel citato 
Gap. non si parla affatto di Venezia, sibbene del 
Patrimonio (di S. Pietro) e del Ducato^ d' Or- 
vieto, di Spoleto, di Todi, di Peiugia, e della 
vicina Assisi, a cui è rivolto questo terzetto : 

Se xiow prega la croce san Francesco 

Che guardi Assisi da lo grifo bianco 
Sarà spelonca del deserto fresco. 

Della scienza astronomica di Cecco rimane 
certo e bene illustrato monumento, oltre aìVA- 
ceròa, il Comento della sfera di Sacro bosco. 

In questo comento Cecco rimenora alcune 
delle suaccennate sue composizioni : le profezie^ 
le quali a giudizio dei biografi, non sono che 
cantilene nel ritmo alla zingaresca^ del quale 
l'Appiani lo disse inventore. Per istudi intra- 
presi pochi anni or sono, (i) si sa che poesia e 
musica de' zingari sono sommamente popolari, 
serbando ad esse la loro vita nomade la im- 
pronta più originale calda e vivace. E tra le 
varie forme e denominazioni di canti popolari, 
v' hanno pure le zingarelle, come si può ve- 
dere specialmente nelle raccolte siciliane. 

Giovanni Villani (Lib. X, 40) racconta che 
le predizioni dell' Ascolano, sui fatti del Bavaro, 
di Castruccio e del Duca di Calabria, si tro- 
varono poi vere. Sia per le dottrine astrologi- 
che del Comento, sia per. le profezie, a cui qui 
e là si fa richiamo, e sia perchè e quelle e 



(i) V. Nuova Antologia, del maggio 1889. 



2 2 CECCO DIASCOLI 



queste 3Ì trovano in consonanza col poema del- 
l' Ascolano, giustamente si ritiene da chi ne 
ha fatti studi comparativi e critici, che tale 
cemento deve tornare molto utile a chi alla 
fine porrà mano (i) all'edizione critica e 
all' interpretazione dell' Acerba, che da quei 
Commentarii può trarre non poca luce là dove 
ha più bisogno di spiegazioni e di schiarimenti. 

Vuoisi qui notare che le vicende avventu- 
rose e le dottrine e opinioni di Cecco hanno 
dato luogo in suo vivente e dopo la sua morte 
a una vera fioritura di leggende e di canti po- 
polari, specie pei suoi prodigi di mago e ne- 
gromante. Il ponte del diavolo, che si conta fatto 
sorgere in una notte da Cecco, non è in Abruz- 
zo ma presso le mura di Ascoli sul fiume Ca- 
stellano, rìmpetto all' antica fortezza, ora carceri, 
ed è di epoca romana ad un sol arco, ed anche 
oggi denominato di Mastro Cecco. 

C è anche un canto popolare, che concor- 
re a mantener viva questa leggenda: 

Per r anima di Cecco negromante 
Che in una notte fabbricò lu ponte, 
Se mi potessi far, mio caro amante, 
Casetta bella con Torto e la fonte. 



(i) L' illustre pittore e critico d' arte Giulio Cantalamessa 
Direttore della R. Galleria di Venezia, con cortese lettera del 
31 luglio 1903 così a proposito del mio Saggio critico e biblio- 
grafico ^^m Cecco d'Ascoli, mi scriveva: 

« È uno scritto, ove nulla è ozioso. Procede rapido, ma 
solido in ogni parte, addensando un' erudizione di cui sono 
stupito, tanto, che, giunto alle ultime parole, con cui Ella fa 
voti per la ricostruzione critica del testo <\^\V Acerba^ ho pensato 
molto spontaneamente : perchè non vi si accinge lo stesso Lozzi? 
Egli cosi ammirabilmente apparecchiato ad una tale opera, 
perchè 1' attende da un altro? » 

Lo stesso benevolo giudizio ne fu dato da insigni critici 
italiani e stranieri, e alcuni lo trovarono interessantissimo anche 
per gli studi folkloristici. 



E LA MUSA POPOLARE. 23 

A sfatare questa leggenda sulla negro- 
manzia di Cecco basta rammentare, eh' ei nel- 
r Acerba ne parla sempre con disprezzo, e ne- 
gromanti e simili impostori ei chiama anime 
dannate. 

Non dissimile in ciò da Dante, che li 
cacciò col viso e il collo stravolto sulle reni 
nella quarta bolgia dell' Inferno (C. XX). Vero 
è che Cecco ebbe nomea di profeta e indovino 
come si è accennato, non già perchè esercitasse 
r arte divinatoria, ma per le previsioni ed espe- 
rienze di scienziato. Del resto, anche Dante, uo- 
mo anch' esso del medio evo credeva nei buoni 
profeti, ed egli stesso fondò nella profezia la 
macchina del maraviglioso nel suo poema. E 
siccome sin da' sui tempi correva voce che 
l'abate Gioacchino, avesse avuto il lume della 
profezia, lo volle collocato nel quarto cielo del 
sole, e celebrato con la famosa terzina (Par. 
C. XII) messa in Bocca a San Bonaventura: 

Rabano è qui, e lucemi da Iato 
Il calavrese abate Giovacchino 
Di spirito profetico dotato. 

Per quei tempi fu certo di molto sapere 
e creduto di buona fede nelle sue profezie; al- 
trimenti non sarebbe sfuggito al flagello del 
poeta della rettitudine. Senonchè Dante dovette 
essere non solo molto indulgente, ma eziandio 
molto grato all'abate Giovacchino per essersi 
trovato d' accordo con lui nel giudizio severo 
che nella relativa profezia, diede contro la ri- 
nunzia di Celestino V al papato, dalla quale 
derivò 1' esaltazione dell' odiato Bonifazio Vili. 



CECCO D ASCOLI 



Il ritratto di Cecco d'Ascoli. 

Il vero e sicuro ritratto dì Cecco d' Ascoli 
può dirsi tuttora da conoscere, rimanendo assai 
più incerto di quello di Dante. 




Possiedo un opuscolino, eh' è raro, sebbene 
non antico, e così intitolato : Nascita, vita, pro- 
cesso e viarie di Francesco Slabili volgarmente 
delta Cecco d'Ascoli, quale per i suoi errori fu 
condannato ad essergli tagliate le vene della fron- 



£ LA MtrsA ì^opólaRé. 55 

te^ e gettato alle fiamme^ col suo ritratto in rame, 
come si vede qui annesso (Firenze 1792). Quan- 
tunque l'anonimo autore affermi d'averlo «ca- 
vato dal suo ritratto al naturale, esistente in 
altro luogo ( sic ! ), pure io lo credo fittizio. 
Nondimeno è opportuno confrontarlo coi ritratti 
che di lui si hanno miniati nei codici Lauren- 
ziani ù.€iV Acerba, 52 delPl. XL, e Num.:i223 
A Shb. il primo de' quali essendo probabil- 
mente sincrono all'opera dell'Ascolano, può darsi 
che ne contenga il vero ritratto. Questo è sì 
neir uno che nell' altro in abito di dottore, da 
confrontare con quello intagliato che adorna la 
ediz. del 1501 che ritengo pure fittizio; e mol- 
to più quelli delle edizioni successive. Il ritratto 



£0 iUurtro poet a ^Cecbo x>^ko li: con fomento no 
iiamente trouato:z nobilmente biì!on'ato:reuifìo: 
«cmeiidatout^amoUa incozrectione ejctirpato-i 
da antiquo Tuo veftigio ercmplatd.TC 

Acerba, Johanne Baptista Sessa, Venezia 1501. ' 

sijografico della suddetta ediz. del 1501, la 
prima con figure, o col comento del Ma3setti, 
rappresenta Cecco tra strumenti astrologici, 
codici e leggii e con un gran libro aperto in- 
nanzi in atteggiamento di dettare feziorie ai 
suoi discepoli, tutti intenti a raccoglierne i re- 
conditi sensi. 

Egli ha la fronte -spazioza redimita di du- 
duplice corona d' alloro, forse a significare la 
glorificazione non meno dell' astrologo che del 
poeta. La figura, a cui una folta e prolissa 'barba 
accresce maestà, è molto espressiva, dagli' oc- 



26 



CECCO D ASCOLI 



chi vivissimi e penetranti e dal gesto magistrale 
acconciamente composto. Gli scende agli omeri 
un manto a grandi pieghe, aperto dinanzi per 
far vedere la ricca toga. 




Acerba, Johanne de Casiellioiw, Milano 1507. 

Avendo 1' Orcagna, nell' affresco del giu- 
dizio universale dipinto ìn Santa Croce per com- 
missione dei Frati minori ritratto Cecco tra i dan- 



E LA MUSA POPOLARE. 



27 



nati sotto i pie di Dino Del Garbo, ascendente 
alla gloria per mano di un angelo, al Carducci 
piacque credere che questa raffigurazione del 




Acerba, edis. Jokaniie Angelo Scìnzenzeler, Milano /S'4- 

povero scienziato fosse ispirata all' artista dal de- 
siderio di vendicare il divino poeta. Ma in tal 
caso, giustamente osserva Ìl Castelli, non Dino 



28 ■ CECCO D*ASCOLt 



Del * Garbo ma V Alighièri egli avrebbe dise- 
gnato nel piano superiore ali inferno. Ma an- 
ziché compiacersi, bisognava ^ sdegnarsi di que- 
sta nuova vigliaccheria fratesca, dalla mano più 
■giusta del tempo cancellata con la scalcinatu- 
ra dell; apoteosi dell" infame delatore! 

ir -Non sì è. potuto avere alcuna notizia del 
.rkratto. che l'umanista Colocci accennò d'aver 
vièt0''a Ravenna-' sui primi del sec. XVI. Il cano- 
nico:^ A* Migliori di Ascoli, che visse fra la 
ftn.è del; secolo XVI e il principio del secolo 
Xyil,' fece decorare IS:.. sala di una sua villetta 
ìsubuVbana di ritratti .3' illustri ascolani e fra 
essii di Cecco. E .questo' pare si trovi ora nel 
ìp^\<t-zzo dei Marchesi Sgariglia della stessa città; 
ina^se è vero eh' è -.tratto da una medaglia ve- 
neziana,' conservandosi questa nel museo di Bre- 
.sqia;, ''non è di grati pregio. 

., Che égli avesse il naso aquilino come Dante 
miniane escluso dall' averlo egli stesso posto tra 
i cattivi segni, là dove n-ell' ^^^r3^ (Lib. 2, 
Gap.. Ili) cantò : 

.'■"*,•*■■ ' • 

" L* ampia forma d' aquilino naso 
, Viver desia dello bene altrui 

Magnanimo non é ecc. 

i" • . ■ ; " 

j . .. • • . 

irilevapdjosi: precursore del Lavater e del Gali 
segnàtómente; nel citato cap.i in cui tratta (ile/Za 
\filòsafia^ sì dei '\segni del 'còrpo umano. Fattizio 
'è\'quiridi> da riteJiere il\naSo aquilino, che ap- 
pare in due medaglie^ -fnft-non-nei-TÌtratti da noi 
più sopra mentovati. 

Il chiaro letterato ascolano, Giacinto Can- 

> talamessaj .Carboni, : che pose tutto il suo bello 

• ingegno e le *piÙ5 studiose cure a illustrare le 

geste *e le opere de' più valorosi suoi concit- 



E LA MUSA POPOLARE. 29 

tadini, e a vendicare la fama -di Cecco d' Ascoli, 
prese a dettarne la biografia per la. raccolta di 
romagnoli e marchegiani illustri compilata dal 
conte Hercolani di Forlì. Al. quale, in propo-; 
sito del ritratto, con cui si voleva ornare la 
biografia del nostro Cecco, egli a dì 20 maggio 
così scriveva da Ascoli-Piceno ::: « Abbiamo»qui 
cercata una effigie di Cecco di Ascoli, e ne 
abbiamo rinvenuta una tratta da una medaglia: 
quindi un mio fratello ne farà un disegno, rche 
io poi le invierò, -perchè possa ella farne ese- 
guire la incisione ». Notevole questa aggiunta : 
« Ella sa le disgrazie e la funesta morte, a che 
soggiacque il misero Cecco di -Ascoli. 

Non vorrei che ^pef -l'articolo intorno a 
quest' uomo celebre e dòtto, s'incontrasse qual- 
che ostacolo presso codesta Revisione ecclesia- 
stica o politica. Io crederei che no, dopoché 
ne scrissero il chiarissimo Tiràboschi, autore sì 
reputato, e altri storici della italiana! lettera- 
tura ». (Da lettera inedita del nostro Archivio). 

Oui vuol essere menzionato a cagion d'o- 
nore il grandioso quadro su tela,;\che' iL s.um- 
mentovato pittore Giulio Cantala ni essa, pipote 
del più sopra lodato Giacinto, storico ascolano, 
dipinse ad olio per. la sua^'città .natale;, .e, che 
sin dal marzo del 1876 fa di se bella ^ qiostra 
nell'aula massima del palazzo >Comùnale.V;Rap- 
presenta Cecco, d' Ascoli, mentre a Firenze in 
una sala del /podestà, ove teneva sua .4 corte 
Carlo duca :di Calabria, fa lezione davàntii un 
uditorio di dotti e -di gentiluomini italiani e 
francesi. 

Cade pure in acconcio rimemorare che 
r illustre scultore romano, Giuseppe Inghillerij 
da una conferenza del Castelli su Cecco d' A- 



30 CECCO D ASCOLI 

scoli fu animato a studiare taie nobilissimo sog- 
getto, ideandone e modellandone una statua, 
che tutti gì' intendenti dicono bene riuscita e 
adatta pel monumento, che la città natale gli 
vuole eretto. 

Questo dei ritratti e delle medaglie è un 
argomento dì non poca importanza, potendo 




Acerba, ediz. Marchio Sessa e Pietro di Rovani, Venelia 1516. 

contribuire a far conoscere, non altrimenti che 
i codici e le edizioni delle sue opere e segna- 



E LA MUSA POPOLARE. 3I 

tamente dell' Acerba, il conto in cui Cecco 
d' Ascoli era tenuto dai suoi contemporanei e 
dai (losteri più o meno lontani. 

d^Lo ìlluftco poeta Cccho dalcóti: conci concnfo no/ 
namence tcouato jSC nobilmente hiftotiato:reuifto:S& 
cincndato:fl^ da molta incotreòtionc extirpato SCda ao^ 
tiquo Tuo ueftigto uémplato.6£G. 

[^Acerba, edìz. Marchia Sessa e Pietro di Ravani, Venetia 1516, 






PRIMO VI 

Lprìncipiochemuoueqnellerolb. 
Sonointelligende feparate. 



^^ 


^ 




S5N 


M^2 


!m . 




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i^Jl& 



,£lpi(ncipiocbcmout;. ^^^.^^^t^^ 

no«iiOqBcltici(iitBK<(0(>P'i''flf>io«ecIir«ft«Ma(niìmr' 

Acerba, ediz. Taarìno de Trino, Venetia /S'9- 

Quanto alle edizioni antiche <ìe\V Acerba, 
nemmeno Dante ne ebbe tante : annoveran- 



CECCO D ASCOLI 



dosene ventisei, delle quali 1 1 quattrocentine 
dalla principe bresciana senz'anno (circa 1472) 
alla veneziana del 1500, e tutte senza figure, 
quattordici del sec. XVI, tutte ornate di figure; 
e col comento non compiuto del Massetti, df 

XoSHuftrep&ta £eco ©afco 

llcdcdmftonnnrtiéKirouatoinobilmf. 

te bugialo rotino ^emendato :? Da 

molte iconttfonfeintrpato: t oaUn 

HqtK) (uo vefirgio eiccmplato. 




Ac^rb:i, edÌ3. Fra,. 



fìindoni e Mapheo Pasini, l'inedia 1535- 



formato pili o meno grande. Nessuna dei se- 
coli XVII e XVIII, una solo del sec. XIX, Ve- 
nezia 1820, compresa dall'Andreola nella Rac 
colta del Parnaso italiano. Questa rimane sem 
pre Vultima, essendo da gran tempo attesa in 



E LA MUSA POPOLARE. 33 

vano la edizione critica e ricostitutiva del testo 
daVÌ Acerba, formicolante di errori e di versi 
storpiati. 

L' Acerba di Cecco è un poema tutto og- 
geliivo a tal segno da parere abborrente di 
alludere alla sua persona. 

XoJ[[uflrc poeta Ceco D ^W^'^ 

fcoU«mcotnmCadlaÌlafiilaìibn.r4i|niin9 

ma» dtloidint ttiBwHnmta drlCirk. 

NcIftcondDrtaujdcla natuiadrla foi 

(una e taxat riprédr Dante. Nel icrzA 

lima d PhiMomi* AC figni rfrlm 

pohDnHno<Ncl Qito libio trans 

de l'Amoit K dtU Ammali fi^d 



Bo S ulr imo 'latra dir la 
noQia finti ftdc. - 
NotumciiK tiQuato Si nobilmente hiHoilaro mila 
ft«nf^to k da molte incBmmoMtlbrptto: A 

JjlatuuolLii ttcTiEio eftmp'jto 




Acerba, crftó. Candido de Benedetto lìcndoni, Vciietìa i5j;o. 



Nondimeno il cap. VII del libro I\' comin- 
cia con uno schizzo del suo carattere che è 
bene aver presente, tanto più che ha un' into- 
nazione popolare: 



34 CECCO d' ASCOLI 



Io ho avuto paura di tre cose ; 

D' esser d' animo povero e mendico, 
E so, che tu m' intendi senza chiose, 
Di servir gli altri e agli altri dispiacere, 
Di perder per difetto mio V amico ; 
Onde son ricco quanto al mio vedere; 

Che speso ho il tempo di mia poca vita 
In acquistare e sapere ed onore, 
Ed in prestar altrui opra gradita. 
Non per sciocchezza fra li buoni ho loco, 
Non vai ricchezza a povertà di core, 
E poco vale a chi conosca poco. 

Se io avessi conoscenza, quale io bramo. 
Delle bestie sicome ho degli umani, 
Non ameria molti, che io amo, 

Non vai saper cose meravigliose, 

Ove frutto non è, dicon gli stolti, 
Storcendo le lor bocche disdegnose. 

Convienti dipartir da questa gente. 

Che uomini non sono, ma son fere, 
Ringrazio il mio Signor, che non mi fece 
Del numero di questi da niente. 

Là dove tratta scientificamente del sospiro 
costruendone una teorica nuova, che al Castelli 
pare òe//a e gentile^ abbandonandosi a un'amara 
rimembranza, sospira a un amore lontano, sen- 
za speranza di ritorno, presago della immi- 
nenza della suprema sventura. 

CAP. III. 

Dante Alighieri e Cecco d'Ascoli 

U Acerba e la Divina Commedia, 

Alcuni biografi dicono che Cecco essendo 
vissuto tra Dante e Petrarca, ebbe non solo di 






E LA MUSA POPOLARE. 35 



entrambi conoscenza, ma fu eziandio stretto 
con essi da vincoli di amicizia; e, se non questa, 
certo una tal quale buona e deferente rela- 
zione non dovè mancare tra loro come appari- 
rebbe anche dallo scambio di lettere e sonetti. 

Secondo una tradizione fiorentina fra Cecco 
e Dante vi sarebbe stata una disputa p gara, 
sulla prevalente potenza della natura o del- 
l' arte, gara che dicesi vinta dall' ascolano, col- 
r aiuto di un sorcio che avrebbe fatto per- 
dere la tramontana al gatto ammestrato del 
Fiorentino (i). 

Checché ne sia di questi racconti favolosi, 
certo, Cecco p5r ingegno poetico non è neppure 
paragonabile al genio sovrano dell' Alighieri ; e 
r Acerba, al cui grandioso disegno non potè 
dare il debito svolgimento, rimane una nebu- 
losa di fronte al sole sfolgorante della Cominedia; 
ciò non pertanto anch' egli fu molto stimato 
nei tempi suoi e nei posteriori, e godette di 
una certa popolarità, anche alla stregua dei co- 
dici e delle edizioni della sua Acerba. 

Né vi . è storia politica e letteraria, che 
occupandosi di Dante non consacri un ricordo 
a Cecco d'Ascoli, e alle loro relazioni; e non 
celebri più o meno la sua Acerba, Basti ram- 
mentare che r Alidosi la chiamò opera divina^ 
certo esagerandone il merito. Dante, che è Dan- 
te, non ebbe sempre lo stesso culto, steindo al 
numero delle edizioni della sua Commedia, il 
quale nel sec. XVII fu scarsissimo, a cagione 
del cattivo gusto predominante. 

La civiltà italiana si può misurare alla strc- 



(i) V. G. Castelli Coiift^renza intitolata Cecco d' dìscoli e 
Dante y Roma 1903. 



30 CECQO d' ASCOLI 



gua della varia fortuna di Dante ^ come direbbe 
il Carducci, ossia del culto di Dante rivelato 
principalmente dalle edizioni e dalle illustrazioni 
del suo poema. Qui cade opportuna la osser- 
vazione del Labriola, che essendo stata coni- 
posta r Acerba quando appena si conosceva e 
forse non intera la Commedia, non aveva an- 
cora potuto aver luogo quella educazione let- 
teraria, che poi andò facendosi sul gran Poema, 
dal quale data e non prima lo svolgimento 
largo e magnifico della nostra letteratura. 

Se Cecco d' Ascoli, ih cambio di muover 
censura ad alcuni passi, e per sua mala sorte 
i più mirabili del poema dantesco, non già per 
invidia o per soverchia presunziontC del suo 
ingegno più scientifico che poetico, ma per di- 
verso modo di sentire in cirte, avesse in virtù 
dell'attribuitogli (i) spirito profetico o magico 
previsto e rivelato che dall' ammirazione univer- 
sale quel poema sarebbe stato chiamato divino 
e non secondo nemmeno alle più sublimi conce- 
zioni della Bibbia e d'Omero, il suo nome sareb- 
be stato caro e venerato presso tutti gì' Italiani, 
e la sua morte tra le fiamme oggetto appo tutti 
di pietà profonda per lui e di escrazione pei 
frati sterminatori di pretese eresie e di carne 
umana. 

Non è poi così grave, senza esempi e sen- 
za scusa, specie per quei tempi, il fallo di 
Cecco, come, consenzienti l'anime generose di 
tutti i tempi, dimostra il prof. Castelli nella 
sua dotta e convincente apologia, compiendo 
quella che prima ne aveva fatta il prof. Labriola. 



(i) Uomo per aver antiveduto molti accidenti a' suoi di e 
fatte altre opere maravigliose famosissimo sopra tutti gli uomini 
dell' età sua. Scipione Ammirati, Storie fioreìitine. 



E LA MUS^A POPOLARE. 37 

Il (Juale, notato che la frecciata dell' Ascolano 
fu cosa da nulla in confronto della gelosia 
e deir invidia che mostrò verso Dante pochi lu- 
stri dopo, quando la Commedia era salita in piti 
alta fama, messer Francesco Petrarca, trova inop- 
portuna e infelice la difesa che di questo trion- 
fante poeta piacc[ue fare al Carducci, malgrado 
/' abilità e il calore che vi pose. Mentre per 
r opposto si mostrò così feroce e tanto ingiusto 
verso r Ascolano, da fare esclamare al prof. Ca- 
stelli: .« Pare veramente, che siansi perpetuati 
la congiura e il misfatto del 1327, e che la 
condanna ritenga sanzione ed efficacia anche og- 
gi, che dirimpetto al Vaticano sta nel bronzo 
r immagine di un monaco, non maggiore per 
carattere, e secondo i tempi, per dottrina del- 
l' onesto Marchegiano ». 

A tutti i critici imparziali e più sagaci ed 
in ispecie allo Ximenes e al Bariola è pia- 
ciuto rendere omaggio al profondo, e schietto 
sentimento della moralità onde vanno segnalate 
la vita e le opere di Cecco, e segnalatamente 
V Acerba^ che è tutto un inno ad essa, alle 
virtù civili e alla primigenia purezza della reli- 
gione cristiana. Ripigliando la quistione de' suoi 
rapporti con Dante e la disamina di essa in 
confronto dei passi incriminati dell' Acerba, 
sèmpre più debbo persuadermi che non vi è 
fallo o questo sì riduce a sì minimi termini, 
da non meritare Verun rimprovero, essendo in 
ogni caso largamente compensato dal conto 
grandissimo in cui egli tenne Dante, la sua 
dottrina e la sua Commedia, della quale egli 
mostra nell' Acerba, d' aver fatto lungo studio 
e il maggior tesoro, incontrandosi in essa ad 
ogni pie sospinto sentenze, concetti, frasi, modi 



38 CECCO DIASCOLI 



di dire e perfino emistichii tolti di peso dalla 
stessa Commedia. Mi fa quindi meraviglia co- 
me nessun dantofilo, eh' io mi sappia, siasi ac- 
cinto a fare questi studi e confronti tra V uno 
e r altro poema, e non abbia compreso V Acer- 
ba tra i più antichi e pregevoli documebti della 
letteratura dantesca. Cecco dunque sì nello stile 
come nella lingua, salvo 1' originalità della ma- 
teria e della trattazione, si sforza d' imitare i 
trecentisti o dugentisti precursori e specialmente 
Dante, di cui non approva certe favole o epi- 
sodi o macchina del divino poema, e la risolu- 
zione da lui data a certe quistioni morali o 
fisiche' o astronomiche, ma ne riconosce V in- 
gegno sommo e la straordinaria cultura e la 
bellezza ed efficacia insuperate e insuperabili 
deir eloquio. 

Tanto ciò è vero che sin dal cap. II del 
1° lib. accennando al viaggio del Fiorentino 
nei tre regni, condottovi prima da Virgilio, poi 
da Beatrice, non gli risparmia T accusa ( vera- 
mente puerile) di poca fede, ma tosto soggiunge: 

Di lui mi duol pel suo parlare adorno. 

E in più quistioni si pregia di trovarsi 
d' accordo con lui e ne cita con ossequio T au- 
torità chiamandolo Dante o il Fiorentino. Co- 
me in questi versi: 

Rade fiate, come disse Dante, 
Loquace Donna sottil cosa accenna. 

Cecco nel Cap. XII del 2° lib. trattando 
della nobiltà^ comincia dal ricordare con lode 
ciò che ne scrisse Dante : 

Fu già trattato con le dolci rime, 
E definito il nobile valore 
Dal Fiorentino con acute lime. 




E LA MUSA POPOLARE. 39 

E dissentendo in un punto della sua dot- 
trina, con tutto il rispetto dice : 

E qui mi scusi dubitando Dante. 

Poi, recato l'esempio di due figliuoli, de' 
quali, sebbene nati ad un parto, 1' uno si mo- 
stra più gentile dell'altro, prosegue: 

Torno a Ravenna, e da lì non mi parto; 
Di me ascolano, quel che tu vuoi, credi. 

Questi versi, rivolti a Dante, se mal non mi 
appongo, accennano a una corrispondenza epi- 
stolare, che Cecco tenne sulla questione della 
nobiltà con lui, allora dimorante in Ravenna, e 
mentre Cecco probabilmente leggeva nello stu- 
dio della vicina Bologna. 

Difatti a quei due versi fa seguire que- 
st' altro : 

Re scrissi a Dante, intendi tu che leggi : 

il che accenna a una replica da lui data a una 
risposta di Dante sullo stesso argomento. 

A me non pare che tra la dottrina di Dante 
e quella di Cecco sulla nobiltà vi sia sostan- 
ziale divario, ma certo la dottrina di Cecco, 
comunque ne sia dell' estetica, è più chiara e 
meglio fondata in ragione, come rendesi mani- 
festo da questo terzetto che potrebbe esser 
tolto ad impresa dagli odierni democratici e 
socialisti: 

È gentilezza non per accidente ; 
Quello è gentil, che per sé sa valere, 
E non per sangue dell' antica gente. 

Nel libro terzo Cap. I, trattando ^^ Amore, 
e notato l'errore di Guido Cavalcanti sulla na- 
tura di esso amore, aggiunge : 

Qui ben mi sdegna lo tacer di Dante, ,* 



4Ò CECCO DIASCOLI 



perchè nella canzone 

Donna mi prega perchè voglia dire 

fa derivare 1' amore dagl' influssi di Marte ; ciò 
cha appare un po' strano. 

Pur dissentendo da Dante, come abbiamo 
accennato, non manca verso lui dei debiti ri- 
guardi, e desidera d' esserne ne' suoi dubbi il- 
luminato.. Valga ad esempio questo bellissino 
passo dell' Acerba sulla natura dell' amore: 

Amor non nasce prima da bellezza; 
Consimil stella muove le persone 
Ed un volere forma la vaghezza. 

Il che vuol dire che senza 1' influenza della 
stella, o del pianeta, conie anche oggi dicono i 
cantastorie e gì' indovini di piazza, la sola bel- 
lezza non vale a generare 1' amore. Ma la va- 
ghezza non si forma senza che all' influsso de' 
cieli concorra la bellezza vera o immaginata, 
e sopratutto la simpatia. Quindi previene la 
Teoria romantica delle anime gemelle: 

Non si diparton altro che per morte, 
Quando la luce eterna le conforma 
Insieme 1' alme del piacere accorte. 
Ma Dante rescrivendo a messer Cino 
Amor non vide in questa pura forma, 
Che tosto avria cambiato suo latino. 
« Io sono con amor stata insieme ; » 
Qui pose Dante, che nuovi speroni 
Sentir può il fianco con la nuova speme, 
Contro tal detto dico quel eh* io sento, 
Formando filosofiche ragioni, 
Se Dante poi le solve, son contento. 

In sostanza, Dante in quel celebre suo 
sonetto : 

Io sono stato con amore insieme, 

aveva affermato, che nuove speranze e nuovi al- 



fe La MtJ5>A PÓPoLAkÈ. 4t 

lettamenti possono cancellare perfino la memoria 
di un primo affetto e di un primo dilettamento, 
che per tempo illanguidirono .o si spensero. Il 
che Cecco non credendo v^ro, e parmi non a ' 
torto, gli contrappone con solenne protesta 
una dottrina più ideale e più sublimante V u- 
mana natura, ed è questa: che nella vita una 
volta sola si ama d' amor^ veracemente. Allora 
Cecco, importa qui prenderne nota, si inspirò 
certamente a questi antichi canti del contado 
Ascolano, tuttora viventi sulle bocche dell^ no- 
stre forosette: 

Tre cose al mondo non si scordan mai; 
La patria, l'amicizia e il primo amore ; 

Ovvero : 

Tre cose non si ponno mai scordare; 
La patriia, 1' amicizia e il primo amore. 

Con questa variante men bella della Rac- 
colta del Marcoaldi : 

Tre cose non si ponno abbandonare. 

Bello anche quest'altro nello stesso con- 
cetto: 

La grazietta de lu primo amore 
Non r ò potuta mai aritrovare. 

E ancora meglio svolto quest'altro: 

Se tu sapisce chi me dà dolore ! 
L'ucchietto nire de lu primo amore, 
Se tu sapisce chi me dà tormente, 
L' ucchietto nire de lu primo amante ! 

E un altro canto finisce con questo verso: 

Sempre ho voluto bene al primo amore. 



42 . * CECCO d'ascoli 



Più completo questo: 

Fiori dell' insalata tardiòla ; (tardiva) 
Chi lassa 'l primo amor, non ha bè n'ora; 
Chi lassa 'l primo amore e '1 primo core, 
Non se ne scorda mai, prima se more. 

Cecco alla propostasi quistione: 

Perchè d'estate ne le gran tempeste 
La gente suona a ^tornio le campane ? 

N^ adduce Una ragione fisica e altra sopran- 
natureile, rispondendo: perchè il suono rompe 
r aere^ e perchè fuga il diavolio che stanno 
facendo gli spiriti maligni. 

E tosto soggiunge : 

QuesKjb secreto non conobbe Dante. 

Ma si guarda bene dal fargliene. addebito ; 
e del resto non era un segreto, né naturale né 
mistico ; dacché quella duplice virtù é attribuita 
ai sacri bronzi, alle tube sante, come le noma 
Cecco, dalla loro benedizione rituale neir atto 
del battesimo. 

Oltre a ciò, la potenza di suscitare tem- 
porali anche da Dante è attribuita ai demoni 
nel Can. V del Purg. 

Comunque ne sia della credenza supersti- 
ziosa nella fuga dei demoni, V effetto del romper 
r aria deve aver dato origine ai cannoni gran- 
dinifughi, il cui sparo io credo suppergiù della 
stessa efficacia del suono delle campane. 

Altra disputa egli imprende con Dante sti- 
mando erronea la dottrina di lui sulla Fortuna; 
ma contrapponendogli la propria non usa alcun 
motto irriverente: 

In ciò peccasti, o Fiorentin Poeta, 
Ponendo, che li ben de la Fortuna 
Necessitati sieno con lor meta. 



E .LA MUSA POPOLARE. 4$ 

-^ ■ ■ ■ -. - — I , . I > ■ ■■■■■.,.■■-,■■ M«l ■■ ■ MIE , I, Il m — ^M^— ^ 

Non è fortuna che ragion non vinca, 
Or pensa Dante, se prova nessuna 
Si può più fare che questa convinca. 

La intitolazione del Gap. I del II lib. in 
cui tratta della Fortuna, come quella del Gap. 
XIII del Lib. IV, secondo le quali Gecco ri- 
prende e deride Dante, io non le credo come 
non le credono i più imparziali e autorevoli 
critici, dello stesso Gecco, ma dei manipolatori o 
copisti della da loro tanto malconcia Acerba, 

Certo, r unico passo in cui Gecco si mo- 
stra acerbo e ingiusto verso Dante è quello 
con cui dà principio all' ultimo cap. del Lib. IV 
del suo poema. Questo peraltro manca in al- 
cuni codici dell' Acerba; ciò che lo . rende so- 
spetto di maligna supposizione. 

Ma il primo verso 

Qui non si canta al modo delle rane, 

non riguarda il poetare di Dante, a cui forse si 
riferiscono solo i due versi seguenti: 

Qui non si canta al modo del Poeta, 
Che finge immaginando cose vane. 

Quasiché un poema, aborrente, da ogni 
mito, da ogni simbolo, da ogni formazione im- 
maginativa, . potesse e dovesse tener luogo di 
un trattato scientifico e di un lavoro storico. 
E in questa erronea opinione, dopo avere ci- 
tati, anzi denunziati alcuni dei più sublimi epi- 
sodi e personaggi del poema dantesco, ne pro- 
nunzia una severa e generale condanna con 
questi due versi : 

Lascio le ciance, e torno su nel vero, 
Le favole mi fur sempre nemiche. 

Non avvertendo in questa tirata che la più 
parte di quelli, a prescindere da altri sommi 



A A. _ 



\^ 



44 CECCO DIASCOLI 



pregi, non manca neanche di fondamento storico. 

Ad ogni modo, come opina anche il prof. 
Castelli, per quanto sia grande il pregiudizio 
dottrinale di Cecco, non vi è malignità di sorta 
o viltà di oltraggio; « anzi vi scorgiamo una 
forma dantesca di lealtà e di carattere ». 

Onde il pigliarsela tanto contro Cecco 
d'Ascoli per conto di Dante è un far torto ad 
ambedue e alla verità storica, e ha fatto anche 
torto a se stesso il principe dei nostri viventi let- 
terati e poeti (i) unendo lasua nota intemperante 
al triste coro d'onta e di spregio contro il tanto 
calunniato Ascolano, vittima d' immeritata sven- 
tura, per la libertà del pensiero, per lo spirito 
battagliero della critica contro gli errori di 
quelli che andavano per la maggiore, che ai 
prepotenti del trono e dell'altare non curvò 
mai la fronte, più coraggioso in ciò dello stesso 
Dante. Imperocché, secondo il Colocci anche Cec- 
co era Ghibellino, e soleva dire che Dante se era 
acconcio co' frati ^ temendo il loro furore ^ perchè 
in quelli tempi (parole notevoli in bocca di un 
prelato e segretario di un papa !) era cosa stu- 
penda la iniquità de frati contro li hoìnini dodi. 

CAPO IV. 
Origine de' canti popolari 

o della lingua italiana. 

. Prima e necessaria ricerca: 
A qual secolo rimontano le origini del 
canto popolare, in lingua volgare, sì in Toscana 
come nelle nostre Marche, già antico Piceno? 



(i) G. Carducci. Studi letterari; Della varia fortuna di 
Dante. I - Livorno, Vigo 1880. 



E LA MUSA POPOLARE. ' 45 

Coloro che hanno indagato e studiato i 
vestigi della letteratura del popolo, ne dicono 
e ne dimostrano V origine sincrona a quella 
della lingua stessa. 

La lingua originaria dell' antico Piceno (poi- 
ché dei canti suoi principalmente ci occupiamo, 
fondato da una colonia in una primavera sacra 
sabéllica di cui v' ha un vago ricordo in un 
canto popolare) vuoisi sia stata la lingua italica 
del tipo sabino, o come altri .vogliono, um- 
bro - sabino, come appare da le più vetuste 
iscrizioni rinvenute (i) e da ricerche paleotnologi- 
che onde sono rischiarate le varie vicende 
dei popoli primitivi. Il Mommsen, a differenza 
di altri storici, pose sempre in prima linea 
il criterio linguistico per determinare le origini 
e le affinità dei popoli. Le succitate opere, 
della filologia italica fondatrici, furono sor- 
passate dair indagine ulteriore, come afferma 
L. Ceci ; di guisa che per merito di esse la geot- 
tologia ha potuto dimostrare che due grandi 
gruppi costituiscono la famiglia italica (italica, 
in senso stretto) ; da una parte il latino coi dia- 
letti dei Falisci, dei Prenestini, degli E mici, dal- 
l' altra i dialetti Osco-umbri od Umbro-sanniti, 
r umbro cioè e 1' Osco coi così detti dialetti 
sabellici o dialetti intermedi in quanto gli uni 
— il dialetto dei Peligoi, dei Marruccini, dei 
Vestini, dei Marzi — stanno più vicini all'osco, 
ed altri, come il Volsco, stanno più vicini al- 
l' umbro. 

Poi la lingua originaria Picena dovette fon- 
dersi e confondersi con quella dei " vincitori 



(i) Guidobaldi. Iscrizione arcaica 1851 — Mommsen T. I 
dialetti de IV Italia del sud 1850 — Sufrechte Kìrchhoff: I mo- 
numenti linguistici delV Umbria ^ 1849 — 1851. 



»*• ^ 




4 6 CECCO d' ASCOLI 



e dominatori romani, e-a mano a mano rima- 
nerne assorbita^ come rivo da fiume reale. 

Tutto ciò è dimostrato anche dalla interru- 
zione subita dalle più antiche tradizioni picene 
preromane, che rimangono tuttavia involte nelle 
più fitte tenebre ; essendo ben noto, che con la 
perdita della lingua si perdono le tradizioni ; poi- 
ché la lingua alle tradizioni conserva e da esse 
riceve la vita. 

Nelle cronache di scrittori italiani del me- 
dio evo e più in quelle del secolo XIII, si vede 
meglio che in altri libri come il latino fosse 
arrivato all'ultimo grado di decomposizione, e 
come in esse il neolatinismo per V indole del 
racconto traspaia più chiaro di sotto alle forme 
della lingua. 

E similmente negli atti notariali e giudiziali 
della stessa epoca delle suaccennate cronache 
quasi sempre di latino non vi rimaneva che la 
desinenza. Oltre di ciò, si sono trovate balla- 
tette, che i notai di Bologna scrivevano tra il 
barbaro latino dei contratti nelle pagine dei 
loro memoriali. Onde Adolfo Bartoli ne con- 
chiudeva il passaggio all' arte che fu poi chia- 
mata volgare essere già nella sostanza compiuto. 

Senonchè i canti popolari sono anch' essi 
in latino e si continua anche nel sec. XIII, quan- 
do il volgare italiano .aveva già servito a com- 
ponimenti letterari, a scrivere il volgare latino. 

Fatto notevolissimo a giudizio dello stesso 
Bartoli per la storia delle nostre origini lette- 
rarie, poiché esso ci attesta che il volgare la- 
tino continuò ad essere inteso fin oltre al se- 
colo XIII dal più degl' Italiani, e che esso fu 
r ostacolo che si frappose al pieno trionfo della 




E LA MUSA POPOLARE. 47 

lingua parlata, ossia al passaggio della lingua 
dell' uso a lingua letteraria. 

Cecco d'Ascoli, nato ivi nel 1269 e arso 
vivo nel 1327, avendo concepita, se non scritta; 
buona parte dell' Acerba nell' età sua giovanile, 
dovette trovare la maniera del canto popolare, 
nel contado ascolano già bella e formata sin. da 
parecchi anni addietro, e quasi identica a quella 
dei saggi più originali e antichi, che fanno parte 
delle nostre raccolte. Altrimenti egli non avreb- 
be potuto a questi inspirarsi e derivarne sì soa- 
ve freschezza di concetti e di modi, e lasciarne 
nel suo prediletto poema perfetto modello, co- 
me per via d' esempi verremo dimostrando. 

Il prof. E. Romari in nota al saggio di 
canti popolari raccolti nel contado d' Ancona 
(Ivi, 1858) fa questo importante avvertimento : 

« I riscontri del principe dei nostri poeti 
(Dante) con questi e simili componimenti po- 
trebbero parere strani a chi non sapesse che 
anche questi come quegli vanno significando 
con le più semplici parole ciò che amore detta 
dentro, e cavano la poesia più dal cuore che 
dalla mente ». 

E quanto alla lingua basti accennare isser 
questa un organismo vivente ed efficiente in 
continua formazione e trasformazione come fa 
r albero che muta foglie e fiori, ma conserva 
intatte e profonde le radici. In altri termini, la 
hngua moderna della nuova Italia si deve for- 
mare e si vien formando, sul riscontro delle 
scritture dei tempi migliori col più corretto uso 
del tempo nostro, in cui le parlate del popolo 
e i suoi canti devono entrare per la parte più 
vivificante. 

Ciò premesso, mi sia consentito di trascri- 



48 CECCO d'ascoli 



vere cjuì V esordio della lettura o conferenza 
che su questo argomento tenni nell' adunanza 
pubblica della R. Deputazione storica marche- 
giana a dì 13 settembre del 1903 in Camerino: 

« Il Tommaseo raccogliendo canti popolari 
d' alcune parti d' Italia esortava altri a racco- 
gliere dalle altre parti simili tesori di tradizioni 
di costumanze patrie, e a non farsi rattenere 
d^il falso pudore della stranezza del linguaggio 
e della semplicità delle immagini, che questa e 
quella sono altresì documento di storia prezio- 
so. Altri pure avvisava esser questa specie di 
poesia la prima istoria e il ritratto più vero 
degli uomini, e la più genuina rappresentazione 
della natura ». 

Come? anche la poesia, e per soprassello 
in veste popolana e persino la rusticana serenata 
osa presentarsi a un R. Istituto superiore, in- 
teso a raccogliere scegliere e pubblicare storie, 
cronache, statuti, documenti, notizie specialmente 
del medio evo, e di capitale importanza?! 

Tant' è !... A un bibliotecario onnisciente 
che alla mia Biblioteca storica deW antica e nuo- 
va Italiani) mosse censura d'aver compreso tra 
libri storici anche quelli scritti in versi, diedi que- 
sta risposta : « Eppure Vico aveva insegnato che 
le prime istorie e le più antiche tradizioni sono 
affidate appo i popoli più civili alla poesia. E il 
Tommaseo, confermando questo vero, ne reca di 
molti esempi, cominciando dai poemi omerici. 
Godoffredo nella sua cronaca universale ( seco- 
lo XII ) per la smania di farsi leggere, da lui 
stesso confessata, alterna la prosa coi ver- 



(i) Saggio di bibliografia analitico, comparato e critico, com- 
pilato sulla propria colleziont;, voi. 2. Imola, Galeati, 1836-87. 



•. 



E LA MUSA POPOLARE. 49 

si, » fenomeno da non trascurarsi, come avverte 
A. Bartoli perchè ci spiega una delle ragioni per 
cui gli argomenti storici, letterari e scientifici 
fossero nel medio evo trattati spesso in poesia. 
« V è una prima età, come scrive il Carducci, 
nella quale tutto il popolo fa la sua poesia, 
tutto il popolo la canta; l'epopea è l'aureola 
della nazione ». 

« I popoli, come osservò il Visconte di 
Chateaubriand nella prefazione agli studi intorno 
alla storia, prima cantarono, di poi scrissero. 
Quanto più vi avvicinate ai primordi del mon- 
do, soggiunge il Bonnety, tanto più V orecchio 
vostro risuona della universalità dei canti ; i 
canti sono i più antichi monumenti della storia 
dei popoli », 

Quando la Grecia che rappresenta la gio- 
vinezza del genere umano, sorse alla civiltà, i 
suoi primi lavori letterari furono di poesia, e 
le sue prime poesie furono canti di guerra; i 
quali quanto più erano popolari, tanto più in- 
citavano i guerrieri alla battaglia con la me- 
moria dei fatti antichi, e tennero luogo di sto- 
ria. Anche gli antichi romani, in ogni sorta di 
letteratura imitatori dei Greci, ebbero i loro 
canti popolari, o canzoni popolari e guerriere; 
e secondo lo stesso Vico e .il Niebuhr, queste 
sono state le prime fonti della loro istoria. 
Esse, prosegue il Villari, ci avrebbero dato idea 
della letteratura nazionale dei Romani, e l'averle 
perdute è stato per noi un grave danno ; non- 
dimeno ciò che ora ne sappiamo, basta a farci 
conoscere che la prima origine della storia ro- 
mana fu poetica. Lo stesso Tito Livio inteis- 
seva la sua storia di favole e di poesia, di gui- 

C. Lozzi — Cecco d* Ascoli 4 




50 CECCO DIASCOLI 



sa che gran parte di essa non aveva altra fonte 
che quelle antiche canzoni. 

E come si afferma e rafferma V unità po- 
litica della nazione nella unità letteraria della 
lingua; così questa riattingendo alla fonte viva 
deir uso popolare, anche nella produzione im- 
mediata e tradizionale de' canti campagnuoli, 
toltane la scoria dialettale, diviene più colorita, 
sentita ed efficace nella poesia scritta e meditata. 
Non v' è quindi chi non veda di quale e quan- 
ta utilità possa essere cagione il confronto tra 
r una e V altra, proseguendole di pari culto, al 
innovamento letterario del nostro Paese. 

Ecco il motivo, per cui io a viemeglio il- 
lustrare la poesia popolare del contado ascolano 
prendo le mosse da un poeta antico che a quella 
s' inspirò con le prime aure native, e lasciò docu- 
menti preziosi del hieglio che n' ebbe derivato. 
Tanto è ciò vero che ne' zibaldoni antichi che for- 
mavano il patrimonio poetico dei canterini e can- 
tastorie popolari presso i nostri Comuni, secondo 
la disamina fattane da Alessandro D'Ancona, giu- 
dice de' più competenti, tra gli autori che vi 
hanno una menzione e un brano de' loro scritti, 
Cecco d'Ascoli vi è e sempre in buona compa- 
gnia. Buona ma non numerosa, perchè non 
sempre né da tutti è stato riconosciuto il pre- 
gio di questi fiori campestri. Uno del bel nu- 
mero, a detta del Carducci, fu G. Giusti il quale 
nato in Monsummano di Val di Nievole, e 
crescendo in Montecatini, imbevea dalla viva 
voce de' campagnoli i dolci suoni e la gentile 
efficacia della lingua paesana. 

Lo stesso può dirsi de' migliori poeti delle 
Marche, come a suo luogo vedremo, continuando 



ii^i?- 



E LA MUSA POPOLARE. 5I 

* - - — .^ ■— ■ - , ■ ■ — ■ ■ ■- ■ , ■ I ■ ■ — ■■ ■ — ■ 

essi per tal guisa la tradizione del caposcuola 
Cecco d' Ascoli. 



CAPO V. "■ 

LA POESIA POPOLARE NELL' ACERBA 
DI CECCO D'ASCOLI 



E innanzi tutto qual' è il linguaggio predo- 
minante nel parlare e nel cantare de' nostri pò-" 
polani e de' nostri campagnoli? 

I canti popolari, tranne i toscani, che, piac- 
cia o non ^piaccia alla Crusca! fanno testo di 
lingua italiana, si risentono più o meno tutti 
delle forme e parlate dialettali delle diverse 
regioni e provincie e campagne, in cui sono 
spontaneamente nati, insieme ai fiori primaverili. ' 

li linguaggio è una parte integrante del- 
l' istoria naturale dello spirito della nazione os- 
sia dello spirito del popolo, specialmente ne': 
canti veramente e più suoi. 

A proposito della universalità del linguag- 
gio della musica, specie nelle arte de' canti 
popolari « dal momento che si possono ripro- 
durre tutti i canti dei vari popoli della terra 
con un solo sistema di scrittura musicale, 
perchè non si dovrebbero riprodurre cpn un'u- 
nica scrittura i suoni delle loro lingue? » 

Così il Volney aveva concepito il piano di 
un sistema di trascrizione che permettesse di 
notare per mezzo di un solo alfabeto — l'alfa- 
beto latino — i suoni di tutte le lingue del 
globo. 

Ora, specialmente in Inghilterra, si propone 
l'adozione' della lingua italiana come universale; 



52 CECCO DIASCOLI 



e sarebbe conveniente, non solo perchè V Italia 
ha la più bella e più espressiva e più armo- 
niosa di tutte le lingue, ma perchè ha dato al 
mondo con Guido d'Arezzo V universalità della 
not3zione musicale. Chi di buon grado accettò 
questa perchè non dovrebbe accettare anche 
quella a comune vantaggio? 

Anche le varie parlate d' Italia hanno la 
loro istoria e le loro tradizioni ; a mo' d' esem- 
pio,, famosa e a buon diritto è la montagna 
di Pistoia, sì ricca di canti popolari « il cui lin- 
guaggio, a detta del Tommaseo, di nobile e- 
letta bellezza attesta le tradizioni d' un anti- 
chissima civiltà, e fa parere i contadini più 
gentiluomini, che marchesi, meglio educati che 
professori ». 

Roma, a giudizio del Gioberti, somiglia 
alla Toscana, e partecipa al suo privilegio, d'a- 
ver per dialetto l'idioma, con la più musicale 
pronunzia, massimamente in bocca delle sue 
belle donne; e lo stesso può dirsi delle mar- 
che e della lingua che vi si parla, e il Leopardi 
così scriveva de' suoi pregi : « ma quello che mi 
pare più degno di osservazione è che la 
nostra favella comune abbonda di frasi e motti 
e proverbi pretti toscani siffattamente, che io 
mi meraviglio trovando negli scrittori una gran- 
dissima quantità di questi modi e idiotismi, 
che ho imparato da fanciullo. E non mi fa me- 
no stupore il sentire in bocca dei contadini e 
della plebe minuta parole che non usiamo nel 
favellare per fuggire 1' affettazione stimandole 
proprie de' soli scrittori come mentovato, ingom- 
brOy recare e alcune anche più singolari di cui 
iión mi sovviene. A proposito di canti popolari 
e proverbi il Tommaseo indicava la nobile cor- 



E LA MUSA POPOLARE. 53 

rispondenza che corre fra quei delle varie Pro- 
vincie italiane; corrispondenza che non si spie- 
ga con imaginare una convenzione stretta 
fra tutte le plebi d' Italia, ma che suppone di 
necessità una tradizione diffusasi da una con- 
trada per le altre: con che si verrebbe a com- 
provare la possibilità che da una contrada ap- 
posita d' Italia venisse similmente gran parte 
di quella lingua che poi dai dotti fu scelta co- 
me interprete de' loro meditati concetti. 

Il dialetto ascolano, come appare anche 
dai canti del suo contado, non si discosta molto 
dal tipo schiettamente italiano o toscano, se se 
ne eccettui^ quella parte dipendente dall' influen- 
za del confinante abruzzo, i cui abitanti sono 
stati sempre attratti ad Ascoli come a centro 
di maggiore coltura, d' industria e commercio 
più fiorenti. Pare che in questa, eh' è pure 
r opinione del Castelli, consenta anche l' insigne 
glottologo I. G. Ascoli nel suo studio X Italia 
dialettale; e già prima il Tommaseo in base a 
studi e confronti aveva trovata la più grande 
attmenza, e non di rado identità fra i canti 
popolari toscani e i marchegiani; quindi l'affinità 
del dialetto. I più importanti documenti antichi 
del dialetto ascolano, oltre la tradizione popo- 
lare, sono l'Acerba di Cecco d'Ascoli, e lo 
Statuto della stessa città, ma gli ascolanismi 
che abbondano in questo, sono rari in quella e 
si possono contare sulle dita. 

Lo statuto viene a confermare come la 
lingua del volgo romano, estesa dalle leggi, 
dalle scuole, dalle colonie e dalle milizie per 
tutta Italia, produsse tanti dialetti quanti son 
quelli che si parlano nella nostra penisola, la 
cui differenza si spiega in parte per la diver- 



54 CECCO DIASCOLI 



sita del dialetti che si usavano prima dalle va- 
rie Provincie e che non potevano sparire . del 
tutto senza lasciare molte tracce di sé. 

Possiedo nella mia collezione una copia 
ms. dell' Acerba^ fatta da un anonimo, cer- 
tamente ascolano, della fine del sec. XVII, 
che chiama Cecco « immortale poeta e ma- 
tematico » e lamenta i molti errori, onde for- 
micolano r edizioni deìVAceròa, e aggiunge : 
« Alcuni vocaboli antichi specialmente ascolani 
al dì d' oggi non sono punto intelligibili. In 
fine di cia-scuna pagina si dà spiegazione dei 
vocaboli più astrusi >>. Ma -gli ascolanismi veri 
■e propri non vanno oltre a una serqua. 

Vero è che non potendo il nostro Cecco 
sottrarsi del tutto alla tirannia della rima, a 
cui si era troppo vincolato col metro prescelto, 
egli per cavarsela ricorre qualche volta alle 
parole e forme dialettali, ma spessissimo alla 
più ardita licenza poetica, ma sempre in servi- 
gio della rima stessa, segnatamente con lo scam- 
bio di vocali e talvolta anche di consonanti, che 
pur si riscontra nella parlata popolare, ma di 
cui egli suol fare il più deplorevole abuso, come 
emerge dall' elenco che ne diamo a parte. 

Il Tommaseo, notato come le rime per 
assonanza e alliterazione, da altri chiamate an- 
che rime d' orecchio^ ne' canti popolari dimo- 
strano la delicatezza dell' orecchio popolare 
che di meno materiale corrispondenza si appaga 
e coglie più tenui differenze, aggiunge « se 
la poesia dotta se ne giovasse, meno sarebbe 
servo alla rima il pensiero. » Peccato che Cecco 
anziché storpiare le parole non siasi valso di 
questo bello espediente de' canti popolari, ne' 
quali egli sentiva così addentro. 



E LA MUSA POPOLARE. 55 

Con tutto ciò, e malgrado tutto ciò nel- 
r Acerba, senz' andare nelF esagerazione dell' e- 
gregio filologo Giulio Perticar!, che vi vede 
tutt' oro di coppella,, predomina certamente la 
favella che ne' loro versi piacque usare ai più 
colti poeti, suoi contemporanei, bolognesi e to- 
scani, fnescolata ai parlari diversi d'Italia. La 
forma dialettale sta più nella pronunzia (fonetica) 
e nella ortografia che nella parola, di guisa 
che corretta quella e questa, quasi separazione 
di scoria nella fusione de' metalli, appare quasi 
sempre italiana, come nella più parte de' canti 
popolari antichi, secondo il linguaggio comune 
che si andava formando suU' esempio de' meglio 
scriventi. 

ì^^ Acerba si riscontrano eziandio non 
pochi latinismi e arcaismi^ ma la più parte di 
essi trovasi registrata ne' vocabolari toscani. 

Anche il metro è di sua invenzione, e dei 
più sostenuti, con la strofe a due terzetti in- 
trecciati, come si addiceva alla severità dell'ar- 
gomento, 2^ acerbità de' veri rivelati. Non po- 
chi terzetti per l' armonia dell' endecasillabo, 
per la forma e la contenenza si direbbero fatti 
sullo stampo de' canti popolari e segnatamente 
degli stornelli. E prima di trattare di questi, 
giovi premettere alcune citazioni dell' Acerba 
per intendere quale fosse il sentire di Cecco 
sul canto in generale : 

Oh ascolani, uomini incostanti, 
Tornate ne li belli atti lucenti, 
Prendendo nota de li primi canti. 

E il cap. \ del Lib. 2° comincia con que- 
sto terzetto : 

Torno nel canto de le prime note, 



56 CECCO DIASCOLI 



.Dice, che ciò eh' è sotto ai ciel creato, 
Dipende per virtù de le sue rote. 

In allegrezza vedi V uomo antico. 

E muor cantando giusto come il menno 

{giusto, qui sta per appunto) dice dell' uomo 
troppo dedito alla gola ; vizio che gli toglie 
la voce vivile, e gli dà quella d' uomo a cui 
facciano difetto gli organi genitali, e si chiama 
menno. 

11 cigno è bianco senz' alcuna macchia 
E dolcemente canta nel morire, 
Cosi è bianca 1' alma per virtute 

E canta nella morte innamorata, 
Andando al suo fattor così beata. 

Canta Cicala per V ardente sole 

Si forte che il morire in lei fa stucco, 

Le dolci olive per natura cole ; 

Quant* é più pura 1' aria, più risuona 

La voce sua, che fa tacer lo cucco, 

Sicché suo tristo canto più non suona, 

il fare stucco vuol dire che 

muore per sarietà e stucchevolezza. 

La mosca « che vola » 

Poi che si batte ne la cieca rete 
Battendo Tale canta nuova fola. 

Qui non si canta al modo delle rane. 
Qui non si canta al modo del poeta. 
Che finge immaginando cose vane. 

Della Grue, che fa da Guida alle altre, 
dice: 

Spesso grida. 

Se questa è rauca, V altra le succede. 

Il Graf scrisse un articolo nella Nìiova 



\ 






E LA MUSA t>OPOLARÈ 57 

Antologia per dimostrare « quanti partiti sapeva 
trarre il Leopardi dalle sensazioni de' suoni ». 
E prima sullo stesso argomento nre avevo io 
pubblicato uno scritto nella Gazzetta musicale 
di Milano, non omettendo alcuno dei passi, 
citati poscia ad esempio dal suddetto illustre 
professore torinese. 

Abbiamo già accennato al merito dell'Asco- 
lano, rivendicatogli anche dal prof. Castelli, d' a- 
vere per primo piegato T animo alla soave in- 
spirazione del canto popolare ; ed ora ci accin- 
giamo a darne la maggiore dimostrazione. Per 
la quale si renderà sempre più manifesto che 
il maligno bibliotecario Francesco Palermo, che 
qualificò 1' Acerba un ruvido dialetto vomitato 
contro Dante, e Monsignor Angelo Colocci da 
Jesi, ma vissuto il più della sua vita in Roma 
che pur essendone estimatore la disse compo- 
sta in lingua ascolana^ e lo stesso Carducci che, 
bontà sua! chiamò l'autore un tristo pedante 
non ne avevano letto che qualche brano e forse 
quei due soli passi, dirò così incriminati, in 
cui r ascolano, per un falso sentire in arte si 
fa ardito di censurare il modo di poetare del 
sommo Fiorentino. 

Anche 1' ab. Ascolano, poi vescovo, Mar- 
cucci che pretendeva a letterato e storico, disse 
V Acerba poema in terzetti assai duri, attribuen- 
do ad esso il proprio difetto di soda cultura, 
di critica e d' orecchio. 

Siccome per altro tanto i codici che l'edi- 
zioni ^^VC Acerba formicolano più o meno tutti 
d' errori di copia o di stampa, a tal segno che 
in più luoghi il senso n' è duro o non ve n' è 
alcuno, e i versi storpiati non tornano, così può 
darsi che gli errori stessi siano stati presi per 



"»« 



58 CECCO DIASCOLI 



tanti ascolanismi^ o parole e forme dialettali 
marchegiane incomprensibili. 

Il celebre storico delle scienze matematiche 
in Italia, Guglielmo Libri, che se ne intendeva 
assai più del denigratore e clericale Palermo, 
trovava vì€Ùl Acerba cose originali e accenni a 
nuovi trovati; e il Castelli esemplificando vi ri- 
scontrava divinazioni e quasi scoperte scienti- 
fiche, di cui non è indizio nel lavoro scientifico 
degli antichi e de' suoi contemporanei. E il 
Bariola aggiunge, che ammesso ( ciò che sin 
qui non è punto dimostrato) che la dottrina in 
quel poema trattata sia per la maggior parte 
cavata d' altronde, egli è certo che qualche 
osservazione nuova e originale vi si riscontra. 

Non so, ad esempio, così prosegue, se al- 
tri prima di Cecco osservasse le impressioni 
lasciate nelle pietre da reliquie vegetali e ani- 
mali, al che accenna nell' ottavo Cap. del Libro 
primo. E a compimento di questa notizia ag- 
giungo che air accennata osservazione di Cecco 
dovettero dare il destro le cave di travertino, 
pietra da taglio che costituisce V altipiano del 
monte di S. Marco, ad Ascoli soprastante e 
che trovasi in massi erratici sparsi nella pia- 
nura, per entro i blocchi del quale sono fre- 
quenti le pietrificazioni di frutti, erbe, piante e 
animali, come si può riscontrare nella preziosa 
collezione del Museo Orsini, ora Tranquilli, esì- 
stente in detta città. 

Sono oltremodo lieto di poter aggiungere 
alle altre una nuova autorevolissima testimo- 
nianza a favore dell' Acerba risultando dai mano- 
scritti di Leonardo da Vinci, che si conservano 
neir istituto di Francia, come quel sommo ge- 
nio abbia proseguito di studi quel poema e 



E LA MUSA POPOLARE. 59 

"*■■■■■ ^ ' f ■■■■■Il 

derivatone appunti scientifici, ( vedasi Archivio 
storico Lombardo ) per farne tesoro da pari suo. 

Al da Vinci sarà facilmente capitato per 
lo studio dell'Acerba un es. delle belle edizioni 
fattene nel principio del sec. XVI dai milanesi 
tipografi Scinzenzeler, e di Legnano, od anche 
un esemp. della edizione principe di Brescia, 
a proposito della quale colgo qui T opportunità 
che mi si porge di rettificare ciò che ne scrissi 
nel suddetto mio saggio suU' autorità del Lechi, 
che cioè r unico esemplare che se ne conosce 
già di Lord Spencer, non è nel museo Brit- 
tannico, ma nella Biblioteca Rylards di Man- 
chester, alla quale passò dalla Biblioteca Spen- 
ceriana. 

• Il distico monorimo, ond' egli neir^^^^r^^ 
volle chioso come un' ottava ogni capitolo, 
forma unc^ sentenza quasi sempre tratta dai 
proverbi, eh' è la sapienza del popolo ; e anche 
nel testo ricorrono frequenti i modi avverbiali 
e i detti sentenziosi, tolti dalla Bibbia, dai 
Santi Padri, dai Classici e dalla tradizione 
popolare. 

La raccolta dei canti popolari toscani^ fatta 
prima dal Tigri, poi dall' Andreoli, ne abbonda 
più di qualunque altra. 

E' stato generalmente riconosciuto quale 
grande e connaturato tesoro di esperienza della 
vita sia ne' nostri campagnuoli, apparente an- 
che dai loro proverbi e motti, improntati so- 
vente ad acuta e arguta e geniale verità e sem- 
pre al buon senso pratico e in ispecie a quello 
della misura. E Cecco, qual prototipo marche- 
gi^no, mostra tanto compiacersi di questi che 
nel lib. IV, cap. I avendone detto uno così 
formulato : 



6o CECCO DIASCOLI 



Nessun può altri più che sé amare, 

aggiunge ; 

Questa mi pare sentenzia latina, 
Non ti convien di ciò più dubitare. 

Ecco un saggio di altre sue sentenze spar- 
se néìVAceròa: 

Più beato é chi dà, che ci riceve. 

Secondo Cecco spetta 

Ogni ben possedere 

A chi con grazia serba il bel tacere. 

E altrove : 

E la tua bocca serbi il bel tacere. 

Ciò che ricorda il modo proverbiale: un 
6e/ tacere non fu mai scritto. 

Né danno fé giammai lo bel tacere. 

Siccome a luce si conosce il sole, 

Cosi r uom quando virtù mostra e cole. 

D' ogni peccato s' ha qualche diletto, - 
D' invidia non si ha altro che dolore. 

Chi non si fida, non riceve inganno ; 
Il senno fa gran pena dopo il danno. 

Sta nella lingua la vita e la morte. 

Peccato vecchio fa nuova vergogna. 

Certa è la morte, ma non certa V ora, 
Però resisti combattencjo, ed ora. 

Oh idolatri della gran ricchezza, 
Voi siete posseduti possedendo. 

Così è ben definito con questi due versi 
r avaro, il quale, secondo un consono verso di 
un moderno poeta. 

Non è che il servo dell' altrui tesoro. 



E LA MUSA POPOLARE. 6l 

Oltre a ciò, egli fa proprie, traducendole 
magistralmente, alcune delle più ricevute defi- 
nizioni della scuola patristica e romanistica, se- 
condo Tuso di Dante e d'altri scrittori contem- 
poranei. Così pigliando da S. Tommaso d'Aquino 
V intellectus agens come Dante vi aveva pre- 
so r intelletto agente e il possibile intelletto 
poetando 

Agente universal d' ogni subietto, 

E altrove ; 

Allora cresce /' intelletto agente 
Mirando di bellezza la salute. 

Ei vuole che si giudichi rettamente 

Con 1} volumi di Cesare Augusto, 

com' ei chiama il gius giustinianeo, o romano, 
di cui la constans et perpetua voluntas jus suum 
cuique tribuendiy ei la rende con questa terzina 
di forma la più precisa ed efficace: 

Giustizia non è altro al mio vedere, 
A ciascun tribuire sua ragione, 
Ch' è ferma con perpetuo volere. 

La liberalità poi è definita e per la giu- 
stezza del concetto e per 1' efficacia della forma 
condensata in maniera non indegna di Dante: 

È largitade con misura dare 
A cui, e come, e quando si conviene. 

Ma v' ha di più : malgrado la severità del- 
V Acerba Cecco talvolta pare si lasci andare 
all' umorismo, alla facezia di buon genere, e 
sempre in forma popolare ; così, dopo avere 
esaurito il vocabolario dei più vituperevoli epi- 
teti contro le donne, chiude 1' invettiva con 
ijuesti due versi: 



62 CECCO d' ASCOLI 



Volendo investigare ogni sua via (cioè della donna) 
Io temo non offender cortesia. 

Quasi dica : « scusate se è poco ! » 
Così, là dove tratta della natura dell' Uni- 
corno^ notata T astuzia che mette in opera la 
mirata donzella per sedurlo, viene a questa 
conclusione : 

Or qui m* iqtendi più che io non so dire, 
Se virtù può da femmina venire ! 

Anche ne' canti popolari ascolani se ne 
riscontrano non pochi contro le malizie delle 
donne suU' esempio di Cecco ; eccone uno : 

Oh quante vodde me l'ha ditto mamma, 
Figghi, non te fida d' nocchi di donna, 
Che prima t'annamora, e può t'inganna! 

E v' è questa variante non meno bella: 

Oh quanto ne pò fa I' ingrata donna, 
Davanti agli nocchi mie piagne e m'inganna! 

Nel cap. ^^VC Amore umano, egli aggiunge 
a scanso di equivoci questo terzetto : 

Non intendo trattar d' amor divino. 
Come dell'alma nostra è somma vita. 
Che per trattar di lui non ho latino. 

Vedremo in un canto popolare adoperato 
latino nello stesso senso. 

Un canto toscano dice : 

Bisognerebbe aver lingua latina 
Per salutare voi bella Rosina. 

Questa variante di una serenata ascolana 
accenna a un latino migliore: 

Bisogneria saper lingua latina 
per ben salutar voi, bella sposina. 



E LA MUSA POPOLARE. 63 

Similmente, spiegato nel capit. della For- 
tezza in che consista quest' ardua virtù, guar- 
dandosi attorno conclude con questi versi di 
una burlevole facilità ariostea: 

Ma gli occhi miei ben si sono accorti, 
Che pochi sono al mondo questi forti. 

E pure descritto al vivo con tratti umori- 
stici nel suo gonfio e gravoso affare 

L' uomo superbo che non può abitare 
In terra, e ne lo ciel non può salire. 

Qui mi cade in accconcio notare, che se 
in quest' ultimo verso Cecco avesse preferito 
la forma più letteraria alla popolare, gli era 
agevole con un piccolissimo mutamento scriverlo 



così: 



In terra, e su nel ciel non può salire. 

Più curiosa è una canzonatura, che s' io 
non prendo abbaglio dà a coloro che a' suoi tem- 
pi spacciavano come accertata, tra le favolose 
meteore, una pioggia di masse di ferri caduta 
dair infuocato cielo in Alemagna. 

Lo credo io !.... soggiungeva Cecco: 

Però che spade di tedesche genti 
Fanno tremare addosso ciascun pelo, 
Mirando in altri lor colpi possenti. 

Ma potrebb' essere eh' egli qual Ghibellino 
abbia parlato seriamente dell'Impero che incute 
timore ai Guelfi. 

Avendo nella chiusa di un cap. annun- 
ziato di voler far palesi le virtù delle pietre 
preziose e rare, e temendo d' aver promesso 
troppo, così umoristicamente dà principio alla 
trattazione nel cap. seguente: 



64 CECCO DIASCOLI 



Non ch'io sia buon, né ch'io per buon mi tcgna, 

Ma seguirò io vizio delli buoni, 

Se vedi che '1 mio detto non attegna. 

Molti passi dell' Acerba, ed in ispecie quelli 
con cui si dà principio ai capitoli hanno V in- 
tonazione dei rispetti campagnoli, oltre quello 
della tortora (cap. XIII Lib. 11°) più avanti 
trascritto. 

Anche il famigerato terzetto, con cui se 
avesse mirato a Dante, avrebbe dato segni di 
poco rispetto e di minore buon gusto ha suono 
di stornello: 

Qui non si canta al modo delle rane. 
Qui non si canta al modo del poeta. 
Che finge imaginando cose vane. 

Più, calzante è l'esempio che se ne ha nel 
cap. VI del Lib. IV, cominciante con questi 
versi : 

r ho avuto paura di tre cose ; 
D'esser d'animo povero e mendico, 
Di servir gli altri e agli altri dispiacere, 
Di perder per difetto mio 1' amico. 

Con questo, se mal non mi appongo, ha 
molta attinenza il seguente dello stesso Cecco: 

Tre le persone son da dispiacere: 
Lo povero superbo ed arrogante. 
Lo vecchio matto senza senno avere. 
Bugiardo ricco con 1' onesta vista. 
Che par che paternostri sempre conti. 

Ad ambedue certamente consuona que- 
sto canto popolare: 

Tre cose mal si ponno tollerare : 
In letto stare e non poter dormire, 



E LA MUSA POPOLARE. 65 

I ' ■ I " I ■ ■1.1 

Far dispiacere a chi si vuol piacere, 
L* amante che si aspetta non venire. 

E quest' altro di Cecco risponde ancor 
meglio all'indole dello stornello: 

Ben si vorria piegar li cinque rami 
Mettendo il primo fra li dui più appresso... ' 
picendo ; or togli poi che tanto m'ami. 

Qqi quali versi pare alluda a qualche co- 
stumanza del contado ascolano; e forse ha 
qualche analogia con quelli sul troncare la pa- 
glia, qhe riferiamo nella Serenata. 

^ntor più grazioso e vero stornello è il 
seguente : 

Oh quanto è bella cosa la dolce ira, 
Che per la doppia pace pur bisogna. 
Nel tempo che d'amor lo cor sospira. 

Ricordo qui un frammento di canto popo- 
lare su questo motivo, passato in proverbio: 

L' amore non è bello 

Se non e' è la stizzarella. 

Il far doppia pace credo che equivalga al 
detfo popolare rifare le paci^ sul quale argo- 
mento rechiamo nella raccolta parecchi canti 
del popolo. 

Questo toscano un po' raffinato ^ per dirla 
con la parola che adopera: 

Dicon che lo sdegnare è gentilezza, 
Ogni sdegno che vien cresce 1' amore 
Ogni sdegno che vien 1' amor raffina ! 

Hanno pure dell' intonazione della lirica 
campagnuola e petrarchesca ad un tempo le 
strofe ultime del cap. VI del Lib. IV : 

e. Lozzi — Cecco d* Ascoli 5 



66 CECCO d'ascoli 



Ohimè quegli occhi da cui son lontano, 
Ohimè memorie del passato tempo, 
Ohimè la dolce fé di quella mano.... 
Ohimè piangete morti occhi miei, 
Perchè morendo non vedrete lei. 

Indagando la cagione fisica e morale onde 
si forma il sospiro, esce in questi versi che a 
me paiono degni del Petrarca e della più schietta 
inspirazione popolare: 

10 mi ricordo, che già sospirai 
Nel dipartirmi da quel dolce loco, 

Che dir non so, perchè '1 cor non lasciai ; 
Spero tornarvi a pascere i martiri, 
Struggendosi lo core a poco a poco, 
Anzi eh' io tragga gli ultimi sospiri. 

Ha pure sapore di canto popolare questo 
quadernario del Lib. IV, cap. Ili : 

Son nell'ottava sfera stelle fisse, 
Son strette sì che 1' una T altra tocca. 
Cosi si mostra la bianca bellezza, 
Ch' è via di latte de la gente sciocca. 

In altro luogo accenna ad essa con que- 
sto verso : 

E par che in ciel si mostri la via bianca. 

Ricordo d' aver raccolto nella mia giovi- 
nezza dalla viva voce de' campagnoli del con- 
tado ascolano un rispetto, molto rassomigliante 
a quello di Cecco, e da me poi così letteraria- 
mente raffazzonato in un'ottava: 

11 ciel si è adorno di una bianca fascia, 
Ch* ogni saputo la via lattea noma, 

Ma onde nata e perchè dubbi ne lascia 
Ma so ben io che ne conduce a Roma, 
Che la guarda il romeo quando si accascia. 
E tutlìi sg:ombra la gravosa soma, 



E LA MUSA POPOLARE. 67 

E già par gli baleni nel pensiero 

La città santa e '1 successor di Piero. 

Forse ai tempi di Cecco si chiamava la 
via di latte, come da contadini si chiama la via 
di Roma, e secondo antiche scuole e tradizioni 
segna la strada di Roma e le tracce del cam- 
mino verso S. Giacomo di Galizia. Da Cecco 
astronomo fu ben definita una riunione di stelle 
fisse minori. 

Altro capitolo comincia con questi versi 
veramente popolari : 

La rondine due pietre preziose 
Naturalmente porta nel suo ventre, 
Che vagliono ad amore, e son famose. 

Nella raccolta de' canti popolari ne vedre- 
mo parecchi sul tema della rondinella messa- 
giera d' amore. 

Dicasi lo stesso del cap. su la natura del 
Cervo, in cui simboleggia se stesso, come ho 
altrove dimostrato (i). Basti ripeterne qui il 
primo ternario: 

Il Cervo in melodia si diletta 

Sì che r un cacciadore canta e sona 

E r altro mortalmente lo saetta ! 

Ricordo d' avere nella mia gioventù rac- 
colto dalle bocche delle campagnole del con- 
tado di Colli del Tronto questo che anche o,^gi 
mi pare uno de' più belli e notevoli stornelli : 

Chi r à visto più volte non si sbaglia ; 
5enz* aspetta la luna più rotonna 
L' arbero fa siccà, li rami taglia, 
Chi vò r amore mie che se lu piglia 1 



• (i) Cecco d' Ascoli, saggio ciitico e bibliografico. Firenze 
Olschki, 1903. 




^at^»m 



ÒO CECCO D ASCOLI 

Chiestane spiegazione a un esperto pota- 
tore, seppi essere comune credenza che ì ra- 
mi per potatura vanno tagliati solo quando la 
luna è piena, altrimenti 1' albero si secca. 

Quindi lo stornello viene a dire in bocca 
della giovane campagnola: poco o nulla m' im- 
porta che il mio amante mi abbandoni per 
un' altra. Se lo pigli pure eh' è tanto sciocco, che 
lion sa nemmeno quando si deve fare la pota- 
gione degli alberi. 

Ma quale non fu la mia meraviglia quando 
poco tempo fa rileggendo V Acerba, m' imbattei 
in questi versi allusivi agli effetti della luna ; 

E tu a me: perchè quand' è rotonda 

Ogni villano li suoi rami taglia ì 

Perchè più umiditade allora abbonda .... ecc. 

In altro luogo parlando dei negromanti 
dice che fanno i loro scongiuri 

Ciascun di questi nella piena luna 
Gli spirti convocando. 
« E già jer notte fu la luna tonda ». 
DANTE. 

Il cap. I del Lib. II comincia con im ter- 
nario che ha tolta l' intonazione da uno stor- 
nello ; 

Torno nel canto delle prime note : 
Dico, che ciò eh' é sotto a! ciel crealo, 
Dipende per virtù delle sue rote. 

Una strofe sestina ha I' andamento di un 
più svòlto rispetto : 

Oh quanto è forte l'amorosa fiamma, 
Che vien da immaginar di cosa bella! 
Che per desio tutto lo cor s' inBamma. 
Ben è più casto, ben è più beato. 



E LA MUSA POPOLARE. . 69 

Se amor, che nasce da simile stella, 
Non rompe l'uomo, poi eh* è innamorato. 

Tutto il cap. I del Lib. terzo eh' è intito- 
lato ^\V amore può dirsi sparso di stornelli e 
di rispetti che se non sono sempre belli e for- 
mati e compiuti, sono sempre ricchi di motivi. 

Diamone qualche esempio: 

D^l terzo ciel si move tal virtute, 
Cbe fa in due corpi una cosa animata, 
Sentendo pena di dolci ferute. 

Noto innanzi tutto che feruta per ferita è 
parola tuttora vivente nel contado ascolano ; 
e poi che il secondo verso è una traduzione 
della definizione latina dell'amore coniugale: 
anima una duobus habitans corporibus ; come 
questi altri descrivono mirabilmente l'effetto 
dqllo innamoramento: 

Come due alme fa una il piacere 

Cosi due corpi natura conferma 

In quanto può seguendo suo volere. 

Conferma, forse conforma. 

Imitazione del celebre versò : 

« Amore e cor gentil sono una cosa » 

è il seguente con cui comincia un'altra defi- 
nizione della passione amorosa 

Amore è passìon di gentil core, 
Che vien dalla virtù del terzo cielo. 
Che nel creare forma il suo splendore. 

E continuando nello stesso concetto dei 
due passi anteriori: 

Io son dal terzo cielo trasformato 

In questa donna, e non so ch'io mi fui 

Per cui mi sento ognora più beato. 



70 CECCO DIASCOLI 



Dove trovare un canto ■ più' popolare di 
quello, con cui Cecco descrive la natura e le 
lusinghe della Sirena: 

Canta sì dolcemente la Sirena, 
Che chi l'intende dolce fa dormire, 
Sicché r uom prende, e seco se lo mena; 
Forte lo strìnge di giacer con lei, 
Languendo per amor par che sospiri. 
Poi lo divora con li denti rei. 

Ne' canti popolari, come si vedrà in pa- 
recchi, ricorre spesso la Sirena; basti qui que- 
sto, che è quasi identico al verso di Cecco : 

Levaste il dolce canto a la Sirena, 
Cupido v' insegnò de far l'amore. 

Con questo canto delle Sirene Cecco non 
Dare più tanto severo contro le Sirene del- 
' allegoria, e il popolo ne ricorda solo la dol- 
cezza del canto. 

Vogliamo qui aggiunti alcuni altri passi 
deir Acerba a conferma del sentimento popolare 
del suo autore. Popolare è questa mossa nel 
canto della Cicogna : 

Cicogna, quando ha male ben conosce. 

Che beve a forza dell' acqua marina, 

E così fa partir da lei le angosce. 

Se mai in fallo trova sua compagna 

La sdegna, e mai con lei non si avvicina. 

Sola pensando va per la campagna. 

Quest'altro è un'intonazione di canterino: 

Se d'erbe qui non tratto né di piante. 
Prego, che chi mi legge non si sdegne. 
Che a medico lo lascio, che ne cante. 

Da questo terzetto si è voluto arguire 
che Cecco non professasse l'arte della medicina, 




E LA MUSA POPOLARE. 7I 

ma non mi pare con buona ragione, dacché 
qui non vuol dirci altro che quella materia era 
estranea alla sua trattazione; del resto da più 
luoghi deir y^^r^r^^ si rileva che egli fosse molto 
esperto anche neir arte salutare. 

Terzetto sacro all' ideale della gloria : 

É dolce cosa vivere per fiima, 
Che dopo morte all' alma fa diletto, 
Udendo che lo mondo di lor chiama, 

Dottrina astronomica non nuova, ma dichia- 
rata con efficacia dantesca: 

Io dico che la luna non ha luce, 

Se non dal sole, che in lei splendendo, 

Quanto ne vede più, tanto più luce. 

Ideale etico di cui non v'ha il più sublime 
e più nobilitante la natura umana: 

Dona l'alta virtù dell'intelletto 

Non solo ben per ben, ma ben per male, 

E non si sdegna dell'altrui difetto. 

Molto spigliata, come canto popolare, è 
anche la terzina, con cui descrive la cometa: 

Di sotto luce quella trista stella 
Tarda nel corso e di virtù nemica. 
Che mai suo raggio non fé cosa bella. 

Seguono altri detti sentenziosi : 

Non vai fortuna a chi non s'affatica, 
Perfetto bene non v' ha senza pena. 
Fa se felice, chi virtù nutrica, 
Contro fortuna ognuno può valersi 
Seguendo la ragion nel suo vedere. 

Chi nell'ottavo mese nasce, muore. 
Che signoreggia quella stella .trista, 
Che per freddezza trae l'alma dal core. 



72 CECCO DIASCOLI 



Il forte imagiaar fa simil volto, 
Quando la donna del desio d*^ amore 
Ritiene V uomo nella mente accolto. 

Poi che saranno gli ochi nostri esperti. 
Noi canteremo de le donne sante, 
Lor definendo, perchè, come e quante. 

Virtù si acquista per raggio di stella 
Non dico, che a noi sia naturale, 
Ma in quanto si dispon I* anima bella. 

O guida santa di quest* altre donne ! 
Le tue bilance con la spada ignuda 
Sono del mondo perfette «colonne. 

Così comincia a cantare della giustizia: 

Oh voi che andate pur passando il modo. 
Or vi ricorda, che la fronte suda 
Di domandare, poiché siete al sodo. 

Non fare come fa il villan grifagno. 
Che nel gran stato fa nota superba. 
Né si ricorda del suo primo stagno. 

Bel principio di stornello: 

Oh quanto é bella cosa la fermezza 
D'amore e caritate e dolce fede ! 

Alle formiche mai non si fa guerra. 
Or prendi esempio e guarda lo leone, 
E r aquila le mosche non afferra. 

Oh Slena, posta sotto il bel sereno ! 
Convien che pianga per le imposte tasse 
Guastandosi lo tuo dolce terreno! 

Che direbbe oggi Cecco vedendo 1' enor- 
mità delle imposte sui terreni delle sue Marche 
che le sopportano con dignitosa rassegnazione, 
mentre i Napoletani, che ne sono tanto meno 
gravati, assordano l'Italia de' loro lamenti! 



E LA MUSA FOPM.ARÉ- 73 



Onora; it padse coti tua. geiùtsice, 
Accie: efife sopra terra la tua vita 
Sia la più lunga, prospera e felice. 

Cava li morti da le sepolture 

La Jena e contraffa 1* umana voce 

Per divorar le umane creature. 

Li graziosi raggi de lo sole 
Neir isola d'Arabia risplendendo 
Danno il topazio che colà si cole. 

Il cap. X del Lib. IV comincia con que- 
sta sestina, che ha tutto V andamento di uno 
stornello : 

Tanto ha di ben ciascun, quanto ha d' amore, 
Tanto ha di ben ciascun, quanto ha di fede, 
Tanto ha di ben ciascun, quanto ha d*onore. 
Tanto, ha di ben ciascun, quanto ha di spene, 
Tanto ha di ben ciascun, quant' ha mercede, 
Quanto intelletto ha 1' uom tanto ha di bene. 

Altre citazioni dell' Acerba cadranno più in 
taglio difronte ai canti popolari che trovano 
più riscontro ne' passi di quella, e rendono la 
nostra raccolta più interessante di tutte le altre. 

Qui vogliamo solo riferire uno stornello 
che appartiene alla gara di stornellanti in ar- 
gomento di sfida, o risoluzione di dubbio o 
questione; ed è assai importante e forse unico 
in cui Cecco d'Ascoli è nominato a cagion 
d'onore, quale maestro in questa materia. 

Me so partito dair Aquila apposta 
Per potette sto dubbio presentare : 
Trovame uji monte che non abbia costa, 
Un uccello^ che voli senza T ale. 

E Cecco l'Ascolano: la risposta 
A questo dubbio tuo son presto a dare : 
Il cielo è un alto monte e non ha costa, 
Il sole vola sempre, e non ha 1' ale. 



74 • CECCO DIASCOLI 



La città d' Aquila è capo luogo della Pro- 
vincia abruzzese di questo nome, la quale nella 
parte più montuosa confina con quella d'Ascoli; 
e sono antiche, frequenti e buone le relazioni 
tra r una e V altra città. 

E l'antica strada salaria de' Romani, dalla 
leggenda- attribuita a Cecco d' Ascoli, attraver- 
sava prima i palesi montuosi della provincia 
d'Aquila, poi quelli dell'Ascolano come vedremo. 

Se il povero Cecco • anziché tra i Marche- 
sani coni' ei chiama i suoi conterranei, ai quali 
si può applicare anch' oggi il verso del Tasso 

O non visti, o mal noti o mal graditi, 

avesse sortito i natali sulle rive dell' Arno, d\- 
V Acerba non sarebbero certo mancate né belle 
e corrette edizioni né cementi né lodi, e l'au- 
tore non messo in croce come il più vile ne- 
mico di Dante, ma annoverato tra i cultori e 
i- critici di lui, e celebrato come uno dei più 
colti e grandi poeti. 

E persino la Crusca^ rea d' avere . spalan- 
cate le sue porte a tante scempiaggini e nullità, 
r avrebbe riconosciuto digmis intrare. 

Ma come si fa a negare anche oggi 
dopo gli scritti critici e apologetici special- 
mente del Bariola e del CasteHi, a Cecco 
poeta, ogni genialità, e persino il senso morale 
chiamandolo cattedrante fanatico e tristo pedagogo ? 

Siamo giusti ! 

Siamo onesti ! 

Quanto si é più in alto di grado, d' inge- 
gno, di fama e di fortuna, si ha tanto più il 
dovere di riconoscere 1' errore incorso, e di ri- 
parare il torto fatto specialmente a un genio 
immacolato, a un carattere nobilissimo e in- 



I • 



E LA MUSA POPOLARE. 75 

"-^ . ■ _ ■ _■■■■■ Il 

croUabile assai più che in altri geni antichi e 
moderni, che fu miserando esempio di sciagura! 
Del resto anche in Toscana e in suo vi- 
vente dovette avere Cecco d'Ascoli grande 
riputazione e come scipnzato e come poeta se 
gli fu dal Petrarca, a prescindere da altre non 
meno autorevoli testimonianze^ mandato in ri- 
sposta un sonetto, cominciante con questo verso : 

Tu se' il grande Ascolan che 'l fiondo allumi. 

E i soli passi (\^ Acerba, da me citati, 
non sono forse sufficienti a dimostrarne il grande 
valore poetico e il sentire quasi moderno della 
popolarità forse. più d'ogni altro suo contem- 
poraneo ? 

Peccato, che in iui la poesia scientifica e 
dottrinale, spesso arida, sia troppa, e quella di 
sentimento in cui grandeggia più tosto scarsa! 

Anche il marchegiano Giacomo Leopardi, 
il poeta più originale e più grande della doglia 
mondiale, si inspirò alle 'canzoni più soavemente 
meste delle campagne recanatesi, e tanto si 
piacque di esse, che accennava a farne una 
raccolta con questa intitolazione : « Canzonette 
popolari che si cantavano al mio tempo in Reca- 
nati » specialmente negli anni 1818-19 e 20. 

Al suo dolce ricordo della Maggiaiuola^ 
che ci viene in taglio citare più avanti, voglia- 
mo qui aggiunto V altro di quei tempi più an- 
tichi e più felici, in cui il pastorello 

arguto carme 

Sonar d'agresti Pani 
Udì lungo le ripe. 

Ricorre frequente ne' versi del Leopardi 
il ricordo de' canti popolari, pastorali e cam- 



^t ••_ 



76 CECCO DIASCOLI 



pagnuoli, e persino del carrettiere. 
Così nel Tramonto della luna: 

Orba la notte resta, 

E cantando con mesta melodia, 

L'estremo albor della fuggente luce, 

Che dianzi gli fu duce, 

Saluta il carrettier dalla sua via. 

Come prima il tetto 

Rosseggerà del villanello industre ; 
Al mattutino canto 
Quel desterà le .valli. 

E altrove: 

Per le valli ove suona 

Del faticoso agricoltore il canto. 

E ai dì nostri chi mai, chi quanto o più di 
Luigi Mercàntini, il bardo o tirteo degli ultimi 
e più felici rinvolgimenti d' Italia, che trasse i 
natali in Ripatransone, città della provincia 
Ascolana, si inspirò ai canti del popolo, per 
confessione sua stessa, nelle sue canzoni pa- 
triottiche ed in ispecie nell'inno di Garibaldi 
e dei volontari del 48? 



CAPO VI. 
Elenco di parole usate e abusate 

PER LA RIMA NELL'AcERBA. 

Ada — Adda (fiume) 
Agusto — Agosto 
Asto — Astio 
Biasimo — Biasimo (i) 



(i) Qualche volta fa piana una parola sdrucciola per la 
corrispondente rima. 



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- 


« 

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1 
t 


E 


LA MUSA POPOLARE. 


77 


Benegno - 
Com motto 
Cosse — 


~ Benigno 
— Commoto (latinismo) 
Coscie 


■ ' ' '4 


Congionti 
Capilli — 
Comenzi - 


— Congiunti 
Capelli (ascolanismo) 
— Cominci 




Confoso - 


- Confuso t 




Conserba - 


— Conserva (indi Ceróa per 


Cerva) 



Como — Come 

Comuno — Comiine 

Costomi — Costami 

Curto — Corto (ascolanismo) 

Concerve — Concepe, concepisce 



Cruce — 


- Croce 


Condòci 


— Conduci 


Deo 


Dio 


Ditti 


Detti 


Doca r-- 


Duca 


Kstrimo 


— Estremo 


Feruta - 


— Ferita 


Formòli 


— FormoUi (dal verbo /orinare) 


Freda — 


- Fredda 


Frido — 


- Freddo 


Fonga - 
Gionto - 


- Muffa (ascolanismo) 

— Giunto 


Granne 


— Grande (ascolanismo) 


Gran co 


— Granchio 


Inìco — Iniquo 

Majuri — Maggiori (ascolanismo) 
Marchesani — Marchegiani 
Mammilla - Mammella 


Malegno 
Memora 


— Maligno 

— Memoria 


Milli — 


Mille 


Mino — 


Meno 


Meno — 


- Mènno 



i 



78 CECCO d'Ascoli 



Mudi — Muti (dal verbo mutare) 
Nasconne — Nasconde 



Nomo - 


— Nome 


Occolto 


— Occulto 


Offensa 


— Offesa 


Onna — 


- Onda 


Onne — 


- Onde 


Oso — 


Uso 



Passibo — Passivo 

Pente — Pinte, dipinte (dal v^vho pinger e) 

Pento Pinto — Dipinto 

Preta — Pietra (ascolanismo) 

Pulicano -^ Bulicame di Viterbo, descritto 

da Dante. 
Pline — Piene 
Penza — Pensa 

Ponte — Punte (dal verbo pungere) 
Ponti — Punti (dal nome punto) 
Ouita — Queta 
Ouite — Oueto 
Quilli — Quelli (ascolanismo) 
Rifiuda — Rifiuta 
Rimedo — Rimedio 

Rognutti — Rognuti (rognoso da rogna) 
Refletto — Riflesso 
Satorno — , Saturno 
Scima — Scema (dal verbo scemare) 
Scorpo — Scorpio 
Scoppo — Scoppio 
Sinestro — Sinistro 
Stepe ' — Stirpe 
Spoliti — Spoleto 
Scioca — Sciocca 

Simiglia — Somiglianza, similitudine 
Sico — Seco 
Sublima — Sublime 



E LA MUSA POPOLARE. 79 

Tomma — Tomba 

Tolco — Tolgo 

Torpo — Torpido 

lizo — lizzo 

Valoro — Valore 

Vedite — Vedete (dal verbo vedere) 

Vedemo — Vediamo (ascolanismo) 

Vizo — Vizio 

Vitre — Vitree 

Fuori di rima, dice sentirag'gió per sentirò. 

E' popolare anche ih campagna il prover- 
bio: <' chi vuole anda, chi non vuole manda ». 
E neir Acerba trovo : 

Perchè ogni animale 
Muovesi ed anda, subito eh' è nato? 

Non pochi latinismi dell' Acerba si riscon- 
trano nella Commedia di Dante, ed è curioso 
che la parola latino^ è adoperata, nello stesso 
senso n^VC Acerba e ne' canti . popolari, come 
vedremo nella nota a questi apposta. 

Anche Dante chiama il discreto latino il 
giudizioso e ben pensato parlare, e 1' essergli 
più latino ciò che gli era più facile e agevole, 
e nel Convito disse: A più latinamente veder la 
sentenza. 

Altri riscontri li riserbiamo alle note appiè 
di ciascun canto popolare. 



CAPO VIL 

Ragione e Maniera 

della nostra raccolta di canti popolari 

La nostra Raccolta si compone, come tutte 
le altre, di rispetti e • di stornelli^ ma più di 



8o CECCO DIASCOLI 



quelli che di questi, essendo quelli più carat- 
teristici e più svolti. I loro autori hanno pen- 
sato anche a darne la definizione : 

Sou rispetti i saluti rispettosi 
Che innamorati ci facciam tra noi : 
Ma ciò che tu parlando dir non osi. 
Cantar liberamente ognor lo puoi. 

Il concetto di questo stornello ha molta 
analogia con una graziosa quartina di una can- 
zonetta della celebre artista del Vaudeville, Mario 
Minette, che a tempo perso ne scriveva delle 
spiritose : 

Fais gràce à ces méchants couplets, 
Ma muse n' est pas eloquente, 
Mais, comme la dit Beaumarchais, 
Ce que T on dirait mal : ce chante. 

La più parte di questi canti è stata rac, 
colta con grande amore e con le più lunghe- 
studiose e perduranti cure dai primi anni della 
mia giovinezza a questi ultimi della vecchiaia, 
(1845 - 1903) — grande mortalis aevi spatium ! 
— nel contado della città di Ascoli e ne' pressi 
e villaggi della valle e specie ai nativi Colli del 
fiume Tronto enei monti presso ai quali scaturisce, 
e lungo le spiagge dell'adriatico, e ne' confini 
della provincia Ascolana. Alla quale non pochi 
mostrano di per sé di appartenere e per la 
specialità degli argomenti che trattano, e per 
le tradizioni a cui si inspirano e per la tinta 
locale che serbano, e pel tesoro delle care 
memorie gelosamente custodito. L' altra parte 
r abbiamo trovata nelF attiguo circondario di 
Fermo e nelle altre provincie delle Marche; e 
dai confronti che ne abbiamo istituiti con quelli 
già raccolti da altri o viventi nelle bocche de' 



E LA MUSA POPOLARE. 8l 



campagnoli, abbiamo compreso che tutti sono 
conterranei, potendosi ascoltare fcomunemente, 
salvo piccole e inevitabili varianti, spesso for- 
manti anziché ingombro, vera dovizia, in ogni 
città, villa o campagna che 

da tronto siede 
Tra il mare e l'appenniii fino all'Isauro, 

come r Ariosto descrive il nostro Piceno, senza 
parlare dei non pochi, che questo ha in comune 
con ogni contrada italiana, e massimamente con 
la Toscana, col Lazio e coli' Umbria; sia per 
ragione di vicinanza, sia per affinità di origine 
e di costumi, sia per altre cagioni di lavori e 
di scambi. Onde il facile e consueto trapian- 
tarsi di usi, costumanze, canzoni e parlate da 
un luogo ad un altro ; di guisa che non di 
rado è malagevole il distinguere Y'indigeno d^i^i' 
V esotico se è lecito chiamare con questo nome 
ciò che qui o là è sempre italiano, e talora" 
trovasi adoperato promiscuamente dal popolo 
ne' suoi canti spontanei, e dai poeti illustri ne' 
loro componimenti più lavorati ; e siccome que- 
sta comunanza è antica, così torna quasi sempre 
impossibile il determinare da qual parte stia 
r originalità, da qual parte il pl.'jgio o l'imitazione. 

Nuovo e prezioso documento della unità 
della nostra gran patria comune. 

Esempio ragguardevolissimo, e tale secondo 
il Teza, da confondere coloro che non sanno 
immaginare, come molte strade conducano alla 
vera bellezza; e tutte, come ne ammaestra il 
proverbio, a Roma. 

Con tutto ciò, io nella mia raccolta non ho 
fatto, come tanti fanatici Folklo^Hstiy fascio- d'ogni 
erba, ma sì mazzo e ghirlanda d'ogni fiore, lascian- 

C. Lozzi — Cecco d* Ascoli 6 



82 CECCO d' ASCOLI 



do in disparte quelli, che pur ve ne sono in gran 
numero, che senza senso e senz' alcun costrutto, 
sono vere scempiaggini, sia perchè aborti, sia 
perchè sformati e corrotti nel passaggio da una 
ad altra bocca, da una ad altra trascrizione, e 
che però non servono ad altro che a screditare 
il buono e il meglio di queste raccolte e a 
crescerne il fascio o a farle comprender tutte in 
una stessa condanna. La nostra scelta è come 
quella della forosetta che domandata di un 
mazzolino di fiorii ne coglie i più leggiadri e 
vistosi del suo giardino. Per tal guisa noi nu- 
driamo fiducia che possa incontrare il generale 
gradimento, e far bella mostra di sé anche agli 
occhi di coloro che sono usati a deliziarsi di 
quelli educati con lungo studio e cresciuti con 
le più diligenti e amorose cure, mettendo a 
profitto natura ed arte. 

Anche nella nostra raccolta predominano 
*i canti in cui l'amore è il principale argomento, 
ma supera tutte le altre pel numero e la im- 
portanza di quelli in cui vi vanno associate al- 
lusioni a fatti storici, a tradizioni e costumanze 
patrie, a feste locali, religiose o civili, e persino 
a pregiudizi ed errori popolari. A queste spe- 
cie di canti, dovunque e comunque li abbiamo 
trovati, abbiamo dato sempre la preferenza, e 
sopra tutti a quelli che facessero anche la più 
lontana e vaga allusione alle vicende della vita 
leggendaria del nostro Cecco. 

Ai canti amorosi non di rado si innestano 
o alternano altri che si possono chiamare scher- 
zevoli o dispettosi, o che esprimono sentenze 
e opinioni o alludono a qualche avventura per- 
sonale; oltre agli speciali, che trattano del can- 
tare, della veglia, del ballo e via dicendo; e 



Ni 



E LA MUSA POPOLARE. 83 

■ ■ .1. I i« .». I ■ ... .... 

oltre alle gafe e alle sfide dello stornellare e 
di risolver dubbi o questioni proposte. Impe- 
rocché efa costume in alcune parti d' Italia, e 
così anche nelle marche alle vegghie ricorrenti del- 
le vendemmie^ dello spannocchiare e di altri ricolti, 
e in qualche festa il porsi a disputare caloro- 
samente cantando per delle ore continue, rispon- 
dendo ci vicenda e rimando la successiva strofa 
del rivale compagno nel canto. Ciò che viene 
sotto il nome di sfida o gara. Curioso davve- 
ro ufìo stornello che definisce se stesso quando 
è in disputa: 

Dir li stornelli a gara o stornellare 

È sfida di rivali per sapere (i) 

Quante v'ha stelle in cielo e pesci in mare, 

Qual è la prima fonte del piacere: 

Chi gode più la donna o vero l'uomo, 

Perchè più piace proibito pomo. 

Senonchè a noi è piaciuto introdurre un'al- 
tra novità nella nostra raccolta, per rènderne 
più attraente la lettura, dando, per quanto 
ci è stato possibile in sì molteplice e svariata 
materia dei canti popolari, un po' d'ordine ad 
essa, e un titolo a ciascuno di questi affinchè 
ne rimanesse ricostruita ìa storia d' amore, e 
ne risultasse una specie di romanzetto. 

Ci siamo pure studiati di darli in generale 
con diligenza scrupolosa come i campagnoli li 
pronunziano; segnatamente quando si contenta- 
no della sola assonanza^ per cui cantando taK 
volta nella loro pronunzia tornino le rime, e 
pare che non manchi neanche la consonaìiza. 

La pronunzia delle provincie marchigiane 
è generalmente corretta, e più di tutte quella 



(i) Vi è sottinteso, a cagìon d^ esempio. 



84 CECCO d' ASCOLI 



della parte mediana. Il Leopardi scriveva da 
Recanati al Giordani: « Ella non può figurarsi 
quanto la pronunzia di questa città sia bella. » 
E la metteva al di sopra della Romana, e an- 
che della Toscana. Quindi non è da far le ma- 
raviglie se la più parte dei canti, è trascritta 
con pronunzia non differente da quella de' me- 
glio parlanti e de' meglio scriventi, secondo 
r uso toscano. 

I canti popolari Marchegiani come gli 
Slavi, abbondano d'intercalari; e non è raro 
di trovarne alcuni senza senso, 6 privi di cor- 
rispondenza con la strofa, o comuni, quasi sella 
a più canzoni. Ma la più parte sono naturali 
e belli e di un effetto stupendo. V'^è frequen- 
tissimo, al dire del Cantù, e quasi obbligato, 
il ritornello per quell' amore alla simetria e alla 
cadenza eh 'è tanto naturale nell' uomo, quasi 
un poetico riflesso del sentimento interno del- 
l' ordine morale, e per cui si cercano la rima, 
r euritmia, l' alliterazione. Col ritornello si scol- 
pisce vieppiù in mente l'idea o il fatto ; e quel 
riscontro delle parole e delle frasi lascia non 
so quale profonda impressione, quasi una voce 
del destino. 



CAPO vili. 
Segreto per cavar dalla bocca dei campagnoli 

I loro canti. 

Quasi tutti i raccoglitori di canti popolari 
parlano delle difficoltà da essi incontrate, talora 
insuperabili, nel farne raccolta direttamente dalla 



E LA MUSA POPOLARE. 85 

bocca dei campagnuoli e delle campagnole, e 
anche dei cantatori o cantatrici. 

Il rifiuto più o meno ostinato, da essi op- 
posto, anche di fronte a una ricompensa, o all'au- 
torità padronale o ad altra influenza o racco- 
mandazione deriva da varie cause; e ve ne 
sono delle peculiari alle donne e agli uomini 
e delle comuni ad ambedue. 

In generale le donne di campagna sono 
prese da tale senso di vergogna e di sogge- 
zione da mostrarsi inespugnabili e da far per 
dere la ..pazienza anche al più passionato e osti- 
nato folklorista. 

U amico e sagace raccoglitore G. Gabrielli 
mi narrò della indignazione provocata dalla sua 
richiesta in qualche donna non altrimenti che 
si trattasse di un attentato all' onore. 

I cantatori Ai mestiere si rifiutano princi- 
palmente pel timore di subire una specie di 
espropriazione e quindi un non lieve loro danno. 

Un motivo comune si è pure il sospetto che 
V unico movente della richiesta sia quello di met- 
tere in deriso e in canzone (canzonatura) le loro 
canzoni e gli stessi cantatori ; quasi fiori cam- 
pestri il cui odore acuto non possa piacere ai loro 
nasi delicati ; o quasi cibi grossolani che non pos- 
sano non far nausea e schifo ai loro delicatissimi 
palati. Altro motivo, notato dal marchegiano 
Marcoaldi, si è che nel fervore del canto ani- 
matore della poesia, questi canterini, maschi e 
femmine, rammentano magari un centinaio di 
strofe ; ma a dirle a mente per compiacenza e 
alla distesa è un altro paio di maniche ; non 
vanno oltre poche strofe : tanto è stretto il 
legame del canto col verso, che si aiutano a 
vicenda, come per la maggiore associazione d' i- 



86 . CECCO D'ASCOLI 



dee. E narra di uno, che dopo averlo assicu- 
rato di saperne a iosa, postosi a recitarle non 
ricordò che un solo primo verso d' un rispetto, 
né potè, per quanto ci si facesse, andare in- 
nanzi. 

Il mio sistema chiamiamolo così, di rac- 
cogliere canti popolari dalla viva bocca de' 
contadini, è diverso e da nessun altro ch'io mi 
sappia, praticato. Certo è stato per me, di si- 
curo effetto e di non piccola soddisfazione ; e 
lo spiego in due parole, a chi voglia seguirlo. 

Desso è duplice: sin dalla prima età, e de' 
miei primi studi, figlio di contadino possidente, 
prendevo parte a tutte le faccende campestri, 
e così mi era agevole cogliere i canti, allora 
copiosi, ora e sempre più scarsi, dalla viva e 
in&tancabile voce della gioventù campagnuola. 
L'altro sistema pei luoghi lontani era questo : 
Invece di richiesta ^ farne offerta ; e in tal modo: 

Recarsi in giorno festivo e di riposo in un 
villaggio, e ivi domandata informazione de' can- 
tatori per le feste, se ve ne sono, e dei contadini 
e contadine che sono in voce d'averne un reper- 
torio più numeroso e pregiato, mettersi in relazio- 
ne con essi andando a trovarli nelle loro case, o 
meglio riunirli nella scuola comunale o in altro 
comodo luogo dopo la messa parrocchiale, o 
prima o dopo la funzione della sera. Un pic- 
colo rinfresco o trattamento di vino o di rosolio 
e paste non farà male, preparando intanto il 
terreno con qualche cenno sulla importanza e 
bellezza dei canti popolari, dando naturalmente 
il vanto a quelli del paese de' tuoi ascoltatori, 
e adoperando la loro frase che portano cioè la 
bandiera su tutti gli altri. Quindi pregarli a dare 
ascolto alla lettura del tuo scartafaccio, e a fare 



E LA MUSA POPOLARE. 87 

liberamente le loro osservazioni su ciascun canto. 
Se sarai in grado di ben declamare i versi, e 
di dare un saggio anche delle note musicali con 
r accompagnamento di una chitarra, allora il 
successo è più pieno e più sicuro. 

Non avrai cominciato a dirne il primo 
verso, che il più delle volte ne sentirai da 
più di una bocca la continuazione. E non solo 
tu potrai accertarti della genuinità, perdu- 
ranza e freschezza di ciascun canto ma eziandio 
far tesoro di pregevoli varianti. E se ve n' è 
più d' una, come non dirado avviene, assisterai 
ad una delle più vivaci e interessanti dispute, in 
cui ciascuno vorrà sostenere la propria come la 
più vera e la più bella. Se per V opposto tu ne 
reciterai uno ad essi sconosciuto, e però seguito 
da silenzio, devi interrogarli se per avventura non 
ne sappiano qualche altro, più o meno simiglian- 
te sullo stesso soggetto, puta mnamor amento ^ 
partenza, abbandono, ecc. Allora, ognuno farà a 
gara per dirti il suo, e talora anche più d'uno; 
di guisa che n' ^vrai tale una variata fiorita, 
da rimanere impacciato nella scelta e nella re- 
gistrazione di tanta ricchezza. Insomma se sa- 
prai (e vi vuol poco con gente semplice, buo- 
na e sincera) cattivarti la loro fiducia e simpa- 
tia, e adoperare V interrogatorio suggestivo di 
un giudice processante, ne avrai tali e tanti 
stornelli, rispetti, racconti e persino serenate 
intere, da rimanerne stanca la mano e logora la 
matita, e da doverne caricare un carro, come 
ne fanno vanto le forosette: 

E di stornelli n' ho una soma .eletta, 

Qui dentro c'è V amor che me li detta \ (i) 



(i) Dantesco - Il primo è marchigiano, il secondo è toscano. 



88 CECCO d' ASCOLI 



E di stomeUi n'ho moA soma J^uona, 
E poi e! è il violin che me lì suona. 

E io degli stXTnreili ne sa ti^tii 
Ce n'ho da caricar sei bastimenti: 
Chi ne vuol profittar si faccia avanti. 

Allora ti persuaderai, se ti piacerà farne 
studio comparato, che i canti popolari delle no- 
stre marche non sono meno pregevoli e meno 
interessanti, sotto ogni rispetto, di quelli più 
rinomati vuoi della Toscana, vuoi della Sicilia, 
vuoi di tutte le altre isole e regioni d' Italia. 
Imperocché sono anch' essi documenti di lingua, 
di storia, di credenze, di usi e costumi, e de- 
gni d' esser chiamati a dirittura dall' Herder 
gli archivi del popolo, il tesoro della sua scien- 
za, della sua reli[.^ione, della teogonia e cosmo- 
gonia sua, e della vita stessa, V espressione del 
suo cuore, V immagine del suo interno, nella gioia 
e nel pianto, presso il letto della S^posa e accanto 
al sepolcro. 



CAP. IX. 

Descrizione delle Marche 

E IN isPEciE DI Ascoli e del suo territorio 

Sono le Marche una delle regioni italiche 
più relativamente popolate, e dove la popola- 
zione trovasi in maggior modo sparsa per ogni 
parte, e in continuo notevole aumento, segno 
di prosperità. 

Il contado, e massimamente V ascolano, è 
tanto dotato di case e casine da parere in più 
punti un continuato sobborgo ; e la valle del 
Tronto e le sovrastanti colline tanto verdeggiano 



E LA MUSA POPOLARE. 89 

di frutteti, di vigne, d' olmi ed oppi, a cui sono 
maritate le viti, e di ogni altra sorta di alberi, 
anche di alto fusto, da rassembrare una vasta, 
folta e bella hoscagUa. 

L'aspetto del suolo variato in vaghissima 
guisa di colline, di poggi e di valli, gradata- 
mente scendenti dalla catena degli appennini 
fino al mare adriatico, la sua feracità e l' atti- 
tudine alle più svariate colture, V aere puro, 
benigno e salubre, il clima temperato, in tutte 
le stagioni, conferiscono mirabilmente a farne 
una patria amena, ridente e dilettosa e simili 
a sé gli abitatori, pieni di vigoria, d'energia, 
e di quella fruttuosa , operosità, a cui va com- 
pagna l'allegria. 

La città e la provincia di Ascoli poi si dif- 
ferenziano assai dalle altre della stessa regione, 
e sono più interessanti, nella varietà e specia- 
lità delle loro condizioni e attenenze allo storico, 
air archeologo, al naturalista, al paesista, al 
folklorista. 

La città sorge quasi nel bel mezzo del 
bacino formato dal fiume Tronto e dai suoi 
affluenti, e segnatamente dal Castellano o Verde, 
come lo^ chiama Dante, onde è recinta da quasi 
tutti i lati in modo da prender forma di penisola. 

Il Tronto e il Castellano, fiumi che lam- 
bono le mura di Ascoli, presso alla quale que- 
sto si confonde con quello e perde il suo nome, 
sono nominati neW Aceròa a rimprovero degli 
Ascolani, a cui dice: 

Da voi sarà l'invidia lontana, 
Quando alla fonte ritornerà il Trunto, 
E Castellano fia terra ascolana. 

Cap. XVI Lib. II. 



gO CECCO DIASCOLI 



Il Verde, o Castellano, è quel fiume ove 
secondo Dante, Purg. Can. Ili, furono gittate 
a lume spento^ cioè senz' onori funebri, anzi sen- 
za neppure un moccolo, le ossa dello scomu- 
nicato Manfredi 

Nipote di Costanza imperadrice. 

Or le bagna la pioggia e move '1 vento 
Di fuor del Regno, quasi lungo il Verde, 
Ove le trasmutò a lume spento. 

A quel tempo il territorio Ascolano per 
cui scorre il fiume Verde, era colpito da inter- 
detto papale, mentr^^ il regno di Napoli consi- 
deravasi terra della Chiesa. Ecco perchè le ossa 
di Manfredi furono tramutate in luogo come 
lui colpito da scomunica del papa. 

Per ispiegare la cagione dell'eco, Cecco 
comincia da questa esperienza fattane nella sua 
città nativa: 

Perchè chiamando in Ascoli tu senti 
Presso alle mura delle oneste donne, • 
Con simil voce rispondere i venti ? 

Accenna a un convento di monache, ch'era 
attiguo alle mura, tuttora esistenti di Porta 
Romana. 

Fa in più luoghi descrizione della sua città 
e della sua Regione: 

Oh bel paese con li dolci colli 



È cerchiata da monti e da colli, 

E verso V angol primo aperta e rotta. 

Segna i due punti opposti : 

Il Monte di San Marco con Polesi 

cioè il Monte Polesio, nome che si vuol deri- 
vato da Polisia, figlia del Prefetto Romano, 



E LA MUSA POPOLARE. 9I 

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convertita al cristianesimo dal Vescovo S. Emi- 
dio, e nella persecuzione paterna scomparsa 
entro la gola di quel monte, come canta la 
leggenda, e ciò sullo spirare del sec. Ili del- 
l' èra volgare. 

La più parte della città è posta in piano, 
ma la meridionale si solleva dolcemente in col- 
lina, ove termina presentando le ruine di una 
fortezza smantellata dai repubblicani francesi 
sulla fine del sec. XVIII. Le molte torri che 
vi sorgono, oltre i campanili e per cui ebbe 
nome di città turrita, e ponti romani sui fiumi 
e antichi edifici, e il travertino, onde sono co- 
struiti, contribuiscono a darle un aspetto severo 
e monumentale. 

La sua postura e l'indole industre e ospi- 
tale de' suoi abitanti la resero sin ab antico 
centro degli scambi commerciali tra la montagna 
e la marina, e i contermini Abruzzi ; scambi 
agevolati da molte e comode strade, tra cui 
famosa la salaria degli antichi romani. 

Il clima n' è dolce, riparata com' è nel ver- 
no da venti nordici, e nell' estate rinfrescata 
dalla corrente sempre nuova e fresca de' fiumi 
ond'è quasi circondata. Pittoresco è 1' aspetto 
della città, incantevole quello de' suoi dintorni, 
specialmente pei monti popolati da bianchi ca- 
sini, sorgenti di mezzo alla più lussureggiante 
verdura boschiva. 

Più in alto da un lato s' innalza a picco 
il monte di S. Marco, e dall' opposto quello 
deir Ascensione. 

Qual' è il carattere dei cittadini ascolani? 

Un canto popolare li dipinge in modo 
lusinghiero : 



g2 CECCO DIASCOLI 



Lu bielle è la r amor con l'Ascolano, 
Di frutti e fiori ha pieno lo giardino, 
Non ti tradisce, se ti dà la mano, 
Noi| ti minchiona, se ti fa un inchino. 

Quest'altro sa di agrodolce: 

Biello lu fa l'amor con l'Ascolano, 
Le fa fiori le rose al tavolino. 
Le fa fiorire, e poi le fa spigare, 
L'amor de l'ascolano fa penare : 
Le fa fiorire, e poi le fa scolpire, 
L' amor dell' ascolano fa morire. 

Spigare è propriamente del frumento, che 
fa la spiga: il far fiorire le rose al tavolino, 
forse vorrà dire che 1' ascolano è tanto esperto 
giardiniere da farle fiorire anche. sul legno. Quel 
che segue è anche meno spiegabile ; e però 
questo canto va relegato tra le scempiaggini. 

Ma eccone un terzo che suona ben diverso 
contro il carattere dell'Ascolano, e che meglio 
si accorda con le aspre censure anzi vituperi 
di Cecco : 

Ti è misso a fa V amor con l' ascolano, 
Ma non fidarti se ti dà la mano ; 
Ma non fidarti se ti dà la lode. 
Fa lu sprezzante, e invidia se lo rode. 
Ma non gli crede, se vo' darti '1 core. 
Il cor dell'ascolano è traditore. 

Cecco osservato che la sua Ascoli era 
posta sotto buona costellazione, canta degli 
ascolani : 

Quel che tu vedi, puoi sentire ornai 
De li miei cittadin, che son politi, 
E come lepra in lor non fu f^iammai. 

Ma a dispetto della natura che li ha tanto 




E LA MUSA POPOLARE. 93 

favoriti, Ascoli, come fu detto di Napoli, è un 
paradiso abitato da demoni. 

Oh madre bella, oh terra mia ascolana ! 
Fondata fosti nel doppiato cerchio (i) 
Sicché hai mutato tua natura umana ! 
L'acerba setta de le genti tiuove 
Se ti ha condotto nel vizio soverchio, 
Or ti conduca quel che tutto muove. 

Si direbbe una imitazione della celebre in- 
vettiva dantesca contro Firenze, nel canto XV 
del Farad, se questo non fosse stato pubblicato 
o conosciuto più tardi: 

Fiorenza dentro dalla cerchia antica 
Si stava in pace sobria e pudica. 

In altro passo Cecco chiama gli ascolani 
altieri, incolti, intemperanti, maligni e invidiosi 
tra loro, timidi e umili tra le genti. Comunque 
ne sia degli antichi ascolani, il carattere de' 
moderni, e specialmente de' popolani, è aperto 
e come dicesi espansivo a tal segno da essere 
a volte ciarliero, pettegolo, invidioso e mordace 
verso i concittadini, ma ospitale e amico de' fo- 
restieri, e sopra tutto molto amante di libertà 
e di liete compagnie, di feste e conviti, di vini 
generosi, di suoni e di canti e in generale della 
vita allegra e spensierata. 

Non fa quindi maraviglia, essendo naturale, 
che i canti popolari, come una delle manifesta- 
zioni di quella vita, vi abbiano sempre germo- 
gliato come fiori, nati spontaneamente lungo le 
fertili pianure e sugli ameni colli che fanno 
lieta e ridente la patria nostra. 

(i) Doppiato cerchio, forse accenna a doppia cinta, l'antica 
e la nuova; o forse alla cinta delle mura, e a quella naturale 
che le fanno i monti, che sorgono attorno ad Ascoli. 







94 CECCO DIASCOLI 



La lingua viva e spigliata, che vi si parla, 
e serbante le impronte, le radici e le forme 
del latino e deir antico Italico, ha contribuito 
non poco a questo genere di letteratura popo- 
lare. Curioso poi che il discorso e il canto 
de' nostri montanari ritengono molto del latino 
idioma anco ne' costrutti e nelle cadenze ; e dai 
loro monti e dalla città di Ascoli si propagano 
eziandio alle valli e alle coste marine. Quindi 
non è raro trovare negli stessi loro canti l'e- 
logio della lingua latina come la più chiara ed 
efficace del mondo, p. e. in questo : 

E per lodare la vostra persona, 
Ce la vorrebbe 'na ling^ua latina, 
O veramente un poeta di Roma. 

Il Tronto (i) che dà nome alla valle, che si 
apre ne' pressi di Ascoli e si distende ed al- 
larga sino al porto di questa città, nascendo 
sotto i monti della provincia abbruzzese del- 
l' Aquila, dopo un corso di circa 80 chilometri, 
il più' sfrenato tra ubertose campagne, che 
spesso nelle strepitose e irrompenti piene allaga 
e corrode, coi suoi più variati meandri, mette fo- 
ce neir Adriatico, presso 1' antica Truento, di 
cui sono scomparsi persino gli* ultimi ruderi, e 
però n' è più viva e tormentosa la memoria. 

La lunga distesa di monti, poggi e colline, 
che formano un anfiteatro al suo passaggio, più 
o meno rapido, secondo 1' inclinazione dell' on- 
dulato terreno, è sparso di paesi, castelli, vil- 



(i) Da che derivi la parola Truentus de' Romani, Trunto 
di Cecco e anche oggi de' popolani e de' contadini, non mi è 
riuscito rintracciare. Nel contado di Matera tra i giuochi o diver- 
timenti popolari ve ne ha uno che si chiama Tronto, il quale 
in sostanza è una specie d' altalena. Y. L. MoHnaro Del Chiaro^ 
Canti del popolo blaterano, Napoli iSS^. 



■1^ ' 




E LA MUSA POPOLARE. 95 

laggi, i più belli e popolati di abitatori robusti, 
laboriosi, industri, aventi a compagne le loro 
donne ad ogni sorta di lavoro, la cui asprezza 
è temperata dal perpetuo canto a gara o a coro. 

La sinistra del Tronto, mentre la destra 
con le sue linee fosche e frastagliate, e coi ri- 
pidi paesi le dà maggiore risalto, è una conti- 
nuata fila di ville e casini, che sono gradito ospizio 
non a ozi di potenti^ noh di padroni di schiavi, ma 
a vigile riposo di soci maggiori e benevoli e 
sagaci direttori della colonia o mezzadria. Note- 
voli : Campolungo feudo de' Marchesi Sgariglia, 
— Castel di Lama, già feudale de' Marchesi 
Odoardi, ora dei sig.ri Seghetti, — La villa 
vescovile e tante altre de' Colli del Tronto — 
La villa storica Centini, ora del Dott. Mazzoni, 
chirurgo papale, in Spinetoli, — le necropoli anti- 
chissime lungo il Fiobo illustrate dall' Allevi — 
Monsampolo con gli avanzi di fortificazioni me- 
dioevali, la Villa Arpini ora Tranquilli e il Conven- 
to di S. Giacomo della Marca in Monte prandone, 
ove nacque, la torre quadrata che giganteggia sui 
vasti derelitti, ora fertili campagne dei Marchesi 
Laureati (uno dei quali fu celebre violoncellista) 
come unico avanzo e triste ricordo del porto 
d' Ascoli, per cui fu sparso tanto gentil sangue 
ascolano e fermano. Poco lungi, in mezzo a' 
giardini odorati di agrumi, e ad orti ricchissimi 
de' più saporosi frutti ed erbaggi, S. Benedetto 
del Tronto si specchia nell' Adriatico, le cui 
fresche acque e le spiagge deliziose, sono le 
più refrigeranti ne' calori estivi, e n' è famosa 
la salubrità del clima in ogni stagione. 

A cavaliere della città di Ascoli sta, come 
abbiamo accennato, il Monte di S. Marco, alla 
cui chiesetta intagliata nel masso di travertino, 






g6 CECCO d' ASCOLI 



nel dì della festa del Santo accorrono ragazze 
e giovanotti ascolani e campagnoli per implo- 
rane il compimento de' loro voti amorosi. 

E vi si cantano anche stornelli e storie po- 
polari, il cui soggetto è sempre ed unico: 
r amore. 

L' innamorata canta piena di fede : 

San Marche mie, pe' quist* anno è finito! 
Ma non ci rivenghe più senza marito. 

E r innamorato di rimando : 

San Marche mie, quest' anno co le voglie. 
Ma n'altr'anno ci vengo co la moglie. 

Sulla stessa catena degli Appennini ma 
più indietro verso gli abruzzi sorge la Monta- 
gna dei Fiori, ove le tradizioni de' Marsi e de' 
Sanniti, buoni lavoratori e soldati, s' innestano a 
quelle degli antichi non meno valorosi Piceni. 

Di fronte alla città verso ponente gigan- 
teggiano le montagne del V^ettore e della Sibilla, 
montagne sibilline, supremamente leggendarie. 
Imperocché vivono lassù anche ai dì nostri, 
così positivi, molte delle saghe epiche della 
cavalleria; e più rigogliosa quella àÀGuerino 
il Meschino, del Mago Sabino, del Mago di 
Norcia, che nel regno degli incantesimi pre- 
sero il luogo della classica sibilla. Lassù 
una grotta spaventosa conduceva al regno della 
Sibilla, mirabile paradiso di lutti gli splendori 
e di tutte le voluttà. Per interrogar la regina, 
conscia de' misteri presentì e futuri, vi penetrò 
un bel giorno (ruerino il Meschino ; ma forte 
degli ammonimenti avuti dagli eremiti di Norcia, 
seppe resìstere al fascino infernale, e un anno 
pass^ sen.:a che la regina vìncesse il cavaliere, o il 



E LA MUSA POPOLARE. 97 

cavaliere strappasse alla regina il suo segreto. 
Ond' è che Panfilo Francesco da San Severino 
delle Marche, poeta latino del rinascimento, morto 
nel 1535, nel suo Poema Picenum colloca nel 
monte Vettore e nel Sibilla il Sabba dei negro- 
manti. Lassù v'era persino e conservasi la Grotta 
delle Fate, sulle cui pietre annerite vedonsi 
incisi caratteri strani e indecifrabili, che forse 
non sono altro che segni cabalistici. Indi una 
fonte inesauribile di leggende montanine, d' o- 
rigine sabina, alcune delle quali restano affidate 
a canti popolari; e dalle più alte vette di que' 
monti vanno lunghesso la valle truentina sino 
alle rive del mare; e il calore del sentimento 
amoroso le mantiene sempre vivide e fiorenti. 
Da quelle altissime cime sul far del giorno si 
presenta il più sorprendente e sublime spetta- 
colo ; e la provincia di Ascoli, tutta illuminata 
dal sole coir immenso panorama s' impone alla 
tua vista, r incanta e 1' incatena. 

Se non è questa la ter7^a de' carini^ qual 
altra sarà mai? 

La terra (i) dove dai monti 

Nascono i monti e a mezzo del roccioso 
Dorso il nevato sasso più gigante 

Leva Appennino ; 
E con lor acque, splendide' di messi 
S' apron le valli. — A primavera il canto 
L' empie delle fanciulle, a cui sul petto 

Piega il giacinto. 

CAPO X. 

La Via Salaria e Cecco d'Ascoli 
È noto che V antica via de' Romani ab 



(i) Giulio Salvadori. 

C. Lozzi — Cecco d* Ascoli 



9» CECCO D ASCOLI 

Urbe Castrum Truentinum, dai monti del ter- 
ritorio Ascolano quasi sempre lungo il fiume 
Tronto scendeva all'Adriatico, ov' erano le loro 
Saline, e però denominata Salaria. 

Ho accennato a pag. 22 il ponte di Cecco, 




Ponte di Cecco. 

e qui riportandone (i) la figura mi piace 
darne più esatta e più completa notìzia ag- 

(il Dobbiamo rIì zinchi di queste fieure alla gentile con- 
cessione dell' illustre prof. Doti. Cristian Hùlsen, Direttore 
dell' Inip, istituto arcbeologico gcmianico in Roma. 



E LA MUSA POPOLARE. 99 

giungendo eh' esso, fatto in servizio della Sa- 
laria, conservandosi quasi intatto, si compone 
di due arcate, una maggiore, V altra di una 
metà minore. Mi è parso poi pregio dell'opera 
darne qualche contezza sia perchè lungo questa 
via monti, poggi e valli risuonano vieppiù di 
canti popolari, sìa perchè qualche altro ponte 
romano o medievale sulla Salaria, e la costru- 
zione stessa di questa via dalla leggenda e dal- 
la fantasia popolare si attribuiscono a Cecco 
d' Ascoli. 

Quest' attribuzione può essere derivata dal- 
la esortazione che dicesi da Cecco rivolta a Re 




Roberto di Napoli, con la interposizione del 
Duca di Calabria, perchè facesse restaurare e 
riaprire la via consolare Salaria. 

Il benemerito illustratore (i) di questa via 

(i) Niccolò Persichetti : La Via Salaria nel Circondario di 
Ascoli Piceno, Tip. de' Lincei, 1904, memoria edita a cura e 
spese del suddetto Istituto germanico — In conti tu ai io ne ilel- 
l'altra intitolata : Viaggio archeologico sulla via Salaria, Ko- 



I OO CECCO D ASCOLI 

Storica narra che nelle sue escursioni lungo la 
medesima, rinvenuti e osservatine gli avanzi 
a Campo Madano « se si domanda ai vecchi 
di quei luoghi della strada di Cecco, tutti 
ne parlano con entusiasmo e ne indicano 
approssimativamente il tracciato; e così biso- 
gna chiamarla se si vuole averne notizia. Essi 




Ponte Romano sul Garaffo. 

ritengono che una strada fatta con massi colos- 
sali e in tempo remoto non poteva essere la- 
voro umano e che fu costruita da Cecco in una 
notte per opera dì magia ■». 

Tanto è ciò vero, che nell'estate del 1852 
nel ritorno al natio vilaggio dagli studi presso 
la Sapienza romana insieme all' egregio amico 



fi LA MUSA POPOLARE. tOÌ 

e compagno ascolano Dott. Emidio Tassi, per- 
correndo quella via e ricercandone e ammiran- 
done qui e là i ruderi, fui lieto di raccogliere 
dalla bocca di una montanina questo canto po- 
polare, se ben ricordo, tra Fonte del Campo e 
Grisciano : 

Ma che Salara! Che ponte romano !! 

Questa è la via che fece V Ascolano; 

La fece Cecco in una notte aprenno (apreìido) 

Tra lampi e tuoni il libro del comanno (i) (comando). 

Il primo verso si direbbe una risposta data 
ai ricercatori ( e io allora ero uno di questi ) 
degli avanzi della via Salaria e de' ponti ro- 
mani sul fiume Tronto e i suoi confluenti; e 
verrebbe a confermare mirabilmente il rac- 
conto del Persìchetti a pag. 281. 

Il ponte può dirsi una delle più interes- 
santi scoperte del Persichetti e però vuol es- 
sere descritto con le stesse sue parole: « Ecco 
che circa mezzo chilometro prima di giungere 
ad Acquasanta se ne ritrova uno molto bello, 
nascosto sotto la strada provinciale, e del quale 
nessuno scrittore finora ha mai parlato. E' un 
ponte ad un sol arco, sotto cui scorre il tor- 
rente Garafo o Garaffo, affluente del Tronto. 
Misuratene le dimensioni, prosegue : « I blocchi 
del muraglione che lo fiancheggia sono al so- 
lito grandi e di varie dimensioni. 

« Con la sua robustezza sostiene il peso di 
un ponte nuovo a sette arcate, che elevasi dal 
pelo deir acqua m. 20, su di esso innalzato pel 
passaggio della strada provinciale. » La con- 
servazione di questo antico ponte e T ardita 



(i) Su questo prodigioso libro del comando, V. Castelli, 
opera citata su Cecco d'Ascoli a pag. 49. 



IÒ2 CECCO D ASCOLI 

sopraelevazione del nuovo sullo stesso sono do- 
vute al valoroso ingegnere ascolano Gabriele 
Gabrielli, di venerata memoria. 

« E della più grande importanza è 1' esi- 
stenza di tal ponte perchè non soltanto ci offre 
la dimostrazione che la salaria percorreva a la 
riva destra del fiume in quel territorio, ma 
ancora eh' essa era tracciata più in basso della 
rotabile attuale e della parte alta dell' odierno 
paese d'Acquasanta. 





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Muraf;lione sulla Sitlaria. 

« Il SUO livello corrispondeva presso a po- 
co a quello della sottostante borgata d'ji bagni 
termali ; con tutta probabilità quindi è da rite- 
nersi che r antica mansione ad Agtias si tro- 
vasse in quei pressi, e che la Salaria abbassasse 
in quel punto il suo livello per toccare tale sta- 
zione balneare sin d' allora rinomata per le sue 
acque minerali ». 



E LA MUSA POPOLARE. 



IÓ3 



Queste, tra le altre sorgenti termali, sono 
da Cecco ricordate nella terzina dell' Acerba: 

Veggendo da Viterbo il Bulicano, 
Il bagno di Pozzuoli come viene 
In Acquasanta nostra e in San Casciano. 
Il Persichetti descrive poi uno splendido 
avanzo della Salaria, uno de' più grandi e più 




meravigliosi rauraglìoni stradali dei Romani. 
E trovaci circa mezzo chilometro prima di giun- 
gere al nuovo ponte d'Arli. 



104 CECCO D ASCOLI 

La Salaria giunta ad Ascoli, com' è ben 
confermato con nuove osservazioni del Persi- 
chettì, vi entrava per la tanto anche oggi am- 
mirata Porta Romana o Porta Gemina, per ben 
due volte visitata dal Mommsen. Qui giovi 
ricordare, che presso ad essa nel piazzale 
di Porta Romana, erano le case degli Stabili, 
e quindi dovette essere uno de' primi oggetti 
dell' ammirazione e dello studio di Cecco. lì 
Castelli narra, che secondo una leggenda presso 




Ponte della Scodella. 

quelle case, ora distrutte, sono sotterrati insie- 
me ad ingenti tesori, casse di libri di scienze 
occulte, perciò di tempo in tempo qualche vi- 
sionario tenta degli scavi e delle esplorazioni 
negli edifizi che circondano quella piazza. 

Altro ponte romano in fine il Persichetti 
descrive come appartenente alla Salaria, chi: 
chiamasi della Scodella in territorio di Folignano 
a circa 4 KÌ1. da Ascoli verso il mare. 



É La musa Póì>oLAk£é i-ù^ 



Dopo questo ponte sventuratamente scom- 
pariscono affatto le tracce della Salaria sino 
all'Adriatico. 

Anch' io sono d' avviso col Persichetti che 
poco sotto, e a un dipresso dove ora il ponte 
della ferrovia attraversa il Tronto pel passaggio 
alla sua riva sinistra, la salaria doveva volgere 
e proseguire il suo corso al mare, al Casirum 
truentinum. Questa almeno è la tradizione, ser- 
bata dair antica denominazione di Salaria alla 
strada che da secoli percorre la comoda e uber- 
tosa Valle del Tronto, che nelle sue impetuose 
piene, suole corrodere e rendere sempre più 
angusta e men sicura la sponda destra. A Cecco 
è pure attribuito il disegno cT incanalare il 
Tronto, di cui in altro senso cantò 

Quando a la fonte si tornerà il Trunto 

che anche a' suoi tempi doveva essere così sfre- 
nato di gran danno alla valle da esso percorsa, 
ovvero di portare l'Adriatico fin sotto le mura 
della sua città nativa in modo da fondarvi un 
porto e da gareggiare con le più fiorenti città 
marinare d' Italia. 

L'opera non fu neanche tentata, né si 
sarebbe potuto in altro modo eseguire che col 
libro del comando; ma a quel tempo forse al 
povero Cecco era stato esso ripreso dai demoni 
o sequestrato dall'indemoniato inquisitore. 

L' egregio N. Persichetti nel suo viaggio 
archeologico sulla via Salaria nel circondario di 
Cittaducale (Roma, 1903) a pag. 40-41 ne de- 
scrive un avanzo presso detta città più lungo e 
meglio conservato, che offre un chiaro indizio 
del modo ond' era costrutta. Come si vede dalla 
figura, quel tratto di via era sostenuto da mura 



1 06 CECCO D ASCOLI 

solidissime costruite alla maniera etrusca del- 
l' epoca florida. « Su di uno strato di circa un 
metro, che serviva di fondamento, erano so- 
vrapposte varie fila di grandi blocchi di traver- 
tino spugnoso di rettangolare figura {opus qua- 
dratum isodomum). Quei massi colossali sovrap- 




Avanzi della Salaria presso Cittaducale. 

posti gli uni agli altri, senza bisogno di alcun 
cemento, combaciavano per la loro figura pia- 
na e per l'uguale altezza, nonché per l' enorme 
peso ». 

Da Androdoco andando verso Sigillo s' in- 
contra la prima delle grandi rupi intercise dalla 
Salaria ( Tetricae horrentes rupes) Virg. VII. Tutto 
secondo il Persichetti dimostra « che gli anti- 
chi, lungo tutto il corso della Salaria, considera- 
rono quel punto come il più caratteristico e ri- 



E LA MUSA POl>OtA&E. 



IO? 



marchevole, ed a buon diritto, ppichè, tta le dif- 
ficoltà opposte dalla natura, era quella una delle 
più grandi che superarono, e perchè ivi era la 




Rupe presso Sigillo, 

metà di tutta la strada ab Urbe sinq a Castrum 
Truentinum sua testa di linea orientale come 
rilevasi dal milliario ivi rinvenuto », 



Iò8 CECCO DIASCOLI 



CAPO XI. 

La Poesia Popolare Ascolana e in ispecie 

la serenata ricostituita 

con cenni critici, storici e comparati. 

* 

Per vedere quanto dell' antica tradizione 
si è conservato nella odierna Festa di S. Emi- 
dio, «.primo vescovo residente e patrono di Ascoli 
Piceno, ove subì il martirio per decollazione il 
5 agosto 303 della nuova èra, e per istituire i 
debiti confronti tra il vecchio rimasto e lo scom- 
pafso o trasformato e il nuovo sostituito, volli 
recarmi in detta città per assistere alla celebra- 
zione del XVI centenario che dal i agQsto del 
1903 è seguita per ben nove giorni con istra- 
ordinarie e solenni funzioni e pompe di Chiesa' 
e i più svariati divertimenti civici e popolari. 
Ti^nto più che anco rispetto a questi, a diffe- 
renza dei medievali che da gran tempo sono 
quasi tutti spariti pei mutati usi, gusti e co- 
stumi, siamo agli sgoccioli, perchè il Municipio, 
il Capitolo de' Canonici e i cittadini e i devoti 
di tutta la diocesi, andati in desuetudine i tri- 
buti statutarii annuali de' Comuni e delle pa- 
rocchie, non intendono più sopperirvi con le 
loro spontanee offerte. 

Quind' innnazi, pur troppo, mancherà, an- 
che la mostra che nella sacrestia della Basilica 
-cattedrale di S. Emidio, si soleva fare del pre- 
ziosissimo artistico piviale, donatole dal Ponte- 
fice Nicolò IV (i), a dì 28 luglio 1288, pochi 

(i) Cecco d* Ascoli doveva essere un ghibellino intransi- 
grnU» poiché nella sua noncuranza dei papi, non fece eccezione 
nemmeno pel suo concìUadino Nicolò IV, non avendone, eh* io 
sappia, fatta mai veruna menzione; nonostante la istituzione, 
assali più preziosa del piviale, da lui largita ad Ascoli, della 
università degli studi. 



E LA MUSA POPOLARE. lOQ 

mesi dopo la sua assunzione al trono pontificio; 
dacché quel Cimelio nella notte del 6 agosto 
misteriosamente scomparve, e, malgrado un pro- 
cesso penale, ancora non si può sapere nem- 
meno la direzione del suo volo ; e sì che le sue 
ali erano grandi quasi come la misericordia di 
Dio, misurando in larghezza m. 3.40, e m. 1.59 
in altezza, (i) 

Sul Piviale contavasi una strofe non popo- 
lare ma antica che suona così: 

Brilla si come stella unica e sola 
Nella chiesa di Migno (2) il piviale, 
Che le volle donar Papa Nicola: 
Nella festa del Santo in cattedrale 
Popolo e clero van cantando in coro 
Più eh' oro e perle i pregi (3) del lavoro. 

Dopo il volo del Piviale, un poeta anonimo 
più maligno che spiritoso, mi mandò la strofe 
con le seguenti varianti : 

Brillava come stella unica e sola 
Nella Chiesa di Migno il Piviale, 
Che donato le avea Papa Nicola : 
Or che all' anglico ciel spiegato ha 1* ale, 

» 

Resta il vescovo in trono, il clero in coro, 
A cantare i miracoli.... dell'oro ! 

Cantare contare^ torniamo a bomba, os- 
sia alla festa. 

Dalla relazione che ho scritta di questa 
festività popolare secondo gli antichi e i nuovi 
tempi, e con qualche cenno comparativo d'altre 
consimili feste, specialmente marchegiane, tolgo 



(i) V. E. Calzini, un piviale del sec. XIII trafugato da 
Ascoli (Roma, 1903). 

(2) Nello Statuto e ai tempi del papa munifico così noma- 
vasi S. Emidio, e così è nomato da Cecco n^W Acerba, 

(3) Perchè sebbene di broccato finissimo e contesto dì pre- 
ziose perle e di fili d' oro, materiam superabat ab opus. 



t 
% . 



no CECCO D^ASCOLt 



la parte, se non la più importante certo la più 
curiosa, e forse 1^ itieno nota, che riguarda i 
canti popolari e le serenate^ che sono un'antica, 
e sempre nuova, ma decadente fioritura di 
quella festa. 

OJtre una me^JKa serqua di bande musicali, 
tra cui alcune delle più famose de' contermini 
Abradili, vi è stata 1^ novità, annunziata nel pro- 
graiT^pia, dell'ingresso in città dei gruppi di vio- 
linisti campagnuoli pelle ore i8 del 4 agosto, 
e nel mattino del giorno seguente grande sfilata 
di tutte le bande e dei gruppi di violinisti cafn- 
pagHHoli da Porta Romana alla Cattedrale, per- 
correpdo il corso e altre vie principali della 
^ittà, 

« Violinisti ciampagnuoli » ? ! . 

Sì, o Signori, è una specialità e a mio 
avvilo, la più importante di que' festeggiamenti 
popolari ; e siccome anche questa va scompa- 
rendo o trasformandosi, così ho stimato valesse 
ir pregio darne più particolareggiata Contezza. 

Quei -festaioli con quel numero di program- 
ma han creduto di ravvivare V antica usanza, 
secondo la ijuale alla festa di S: Emidio dai 
paesi vicini, dalle valli, dai colli, dai monti cir- 
costanti traevano contadini e contadine, e prin- 
cipalmente coppie di giovani sposi, di fidanzati, 
d' innamorati, stuolo d' amici, famiglie intere a 
frotte, a comitive, su carri e carretti o a piedi 
come in pellegrinaggio vestiti tutti a festa ri- 
componendosi alla meglio prima di entrare in 
città, proceduto ciascun gruppo da mute di 
sonatori, i quali aprivano il rusticano corteo 
fonando marce o il saltarello nella maniera 
sempre più affrettata e rumorosa. 

Se ho bene osservato, la comparsa di tali 




• ■ ■■ 



E LA MUSA POPOLARE. I I I 

mute o gruppi di questi sonatori è riuscita assai 
inferiore all'aspettativa, e il peggio si è che 
/' invito officiale aveva tolto loro la spontane- 
ità nativa e la vivacità di altri tempi. Questi 
dilettanti di violino si vanno rendendo sempre 
più rari, rarissimi i suonatori d' altri strumenti 
ad arco e a corda. Ora i giovani contadini pre- 
feriscono r organetto. Anche le contadine hanno 
smesso il cembalo a sonagli, che per lo innanzi sole- 
va accompagnare i loro balli nelle aie al tempo dei 
ricolti, e nelle case nel verno e nelle feste spe- 
cialmente nuziali, e talora anche in quelle di 
S. Emidio. Molti hanno venduto il violino pro- 
prio o ereditato ; e mi consta che qualche esperto 
antiquario girando nelle nostre campagne ne ha 
comprato a vii prezzo alcuni d' autore ^ come 
non di rado trovano pregevoli oggetti d' arte e 
d' antichità, facendo affari d' oro. Questi sona- 
tori di campagna venivano da diverse e anche 
lontane parti, già costituiti o si costituivano, 
secondo la posta datasi, in tante mute o grup- 
pi^ composto ciascuno di uno o due sonatori di 
violino, dì un sonatore di violoncello o controbas- 
so (chiamato rtbecò da ribeca) e raramente di un 
sonatore di chitarra a corde metalliche, e però 
denominata battente e di un triangolo, impro- 
priamente chiamato timpano. A ciascun gruppo 
si univa il cantatore o canterino, eh' è una spe- 
cie di poeta improvvisatore, indispensabile per 
fare la serenata^ eh' è la più lucrosa per gli 
esecutori, la più deliziosa per gli amanti, e spe- 
cie per la giovane a cui è dedicata, la più ca- 
ratteristica della festa ascolana, la più divertente 
pel pubblico, la più interessante pei Folkloristi. 
Per fare onore all' invito o meglio intimazione 
dello antico Statuto ascolano di cantare e sonare 



5 ,_ 



I I 2 CECCO DIASCOLI 



f 



e ballare allegramente, essi passano tutto il gior- 
e la notte della festa di S. Emidio ad alternare 
il saltarello marchigiano, o qualche altro ballo 
popolare alle serenate, prima nella piazza del- 
l'Arringo, a capo alla quale sorge il magnifico 
tempio di S. Emidio, senza che né essi né i 
loro seguaci si curino affatto del suono, per quan- 
to scelto, delle bande, né de' fuochi artificiali, 
né d' altri divertimenti; e poi avanti le osterie, 
per potersi rifocillare, stanchi morti come sono 
i sonatori dal continuo segare in tempo sempre 
più affrettato e spesso precipitoso i loro stru- 
menti rusticani, e 41 cantore più affaticato di 
tutti, per rinfrescare ogni tanto 1' ugola infiam- 
mata; e tutto a spese dei richiedenti la sere- 
nata, la quale è una vera fiorita di canti popolari. 

E' opinione comune tra i cultori e gli stu- 
diosi della nostra poesia popolare che lo stram- 
botto, il rispetto, lo stornello o versi a ritornello^ 
abbiano fiorito nell' Italia media e inferiore; la 
canzone o romanza nella superiore, i dispetti o 
satirici un po' dapertutto, ma quanto meno 
popolari tanto più spregevoli per scurrilità e 
oscenità. 

Se ne sono fatte e pubblicate molte e va- 
rie raccolte, e per le Marche ci piace segnalare 
per prima quella del Marcoaldi, e tra le altre 
quella del compianto prof. Gianandrea, a cui 
la parte ascolana fu fornita dall'egregio amico 
/ Giulio Gabrielli. Anche il nostro Giacomo Leo- 

pardi, come prima Cecco d'Ascoli, poi Luigi 
Mercantini da Ripatransone, come si é accen- 
nato, sì ispirarono nei canti popolari. 

Vi è poi una raccoltina di canti del po- 
polo recanatese, editi per nozze dalla famiglia 



V»'Tt 



E LA MUSA POPOLARE. I 1 3 

Leopardi (Loreto, Rossi 1848), pochi (15) ma 
veramente eletti. 

Tra i raccoglitori e illustratori di canti po- 
polari, vuoisi annoverare, il TomniclSeo (canti g^re- 
ci^ corsia italiani ecc.) il Tigri, (canti toscani) , 
il Parisotti ( melodie popolari romane ), il Fauriel 
( canti popolari greci ); il Nigra ( canti popolari 
vari) il Com panetti (Biblioteca di canti e 7'acconti 
del popolo italiano); il D' Ancona {canti siciliani); 
il DalmediCO ( canti del popolo veneziano ); il 
Ferrare {canti popolari Monferrini e del Ferra- 
rese^ Cento e Ponte Lago scuro ), Imbriani {canti 
popolari del napolitano) Spano {canti popolari del 
Sassarese) Pellegrini {canti popola7'i Slavi), 

La Serbia Slava ha una poesia popolare 
ammirata dalle più colte nazioni d'Europa, poesia 
guerriera che al popolo d' Italia manca, e, a 
giudizio del Tommaseo, sono canti popolari i 
più belli che si conoscano di tutte le lingue 
viventi. 

Il Carducci, principe del rinnovato clas- 
sicismo, a questa specie di letteratura che vive 
nella memoria e suona nelle bocche popolari 
— proverbi, rispetti, stornelli, romanelle, villotte, 
novelle, fiabe, maggi, tradizioni, — plaude an- 
ch' egli e nota : « gran parte ne fu raccolta, e si 
viene raccogliendo, se non sempre con metodo 
eguale e sicuro, sempre o quasi, con intelli- 
genza e amore; e sono meritamente tenuti in 
pregio i lavori e gli studi a ciò e su ciò del 
D'Ancona ,del Comparetti, del Pitrè, del Ma- 
rino, dell' Imbriani, del Nerucci, del Corazzini, 
del Ferraro e di altri. Ma di quella letteratura 
che fu popolare e cantata dal secolo XIII a 
tutto il XVI sono sconosciuti o difficilmente ri- 
trovabili e adoperabili i monumenti e docu- 

C. Lozzi — Cecco d^ Ascoli S 



1 1 4 CECCO d'Ascoli 



menti .... ». E queste raccolte sono oggetto di 
studio, di comento e di confronti, tanto che 
il Folklorismo è divenuta quasi una letteratura, 
in sussidio della oggi molto coltivata e progre- 
dita demopsicologia. Esse si compongono di 
molti stornelli, sfoghi brevissimi d' affetto, e di 
un maggior numero di rispetti, campo più largo 
alle soavi fantasie del popolo e di serenate non 
troppe, ma in compenso più svolte. Ma vi scar- 
seggiano ancor più le marchigiane, ordinaria- 
mente più lunghe, e quel eh' è peggio non so- 
no che frammentarie, e nessuno, eh' io mi sappia, 
ha pensato a ricostituirla in tutte le sue parti, 
segnatamente allora che erano più in fiore e 
in voga. 

A consiglio del Tommaseo gioverebbe in- 
vestigare le corrispondenze di pensieri, d'arie, 
di parole ne' canti delle italiane provincie. E 
notato che il dialetto marchigiano co' toscani 
consuona dolcemente, e che in quel d' Ancona 
molti ne colse e gentili, aggiunge che parecchi 
de' versi in Toscana cantati, girano per que' 
luoghi, se quivi recati o quivi nati non sai. 

Può dirsi lo stesso de' canti che serbati 
dalla fida memoria suonano anche oggi sulle 
bocche dei nostri campagnuoli e de' cantatori 
nelle feste di S. Emidio. 

I critici che hanno negato il pregio della 
originalità ai canti popolari dell' ascolano, sup- 
ponendoli quasi tutti derivati dalla Toscana e 
dal contermine Abruzzo, mostrano non cono- 
scerne che una minima parte e non la più im- 
portante ; e quel che più monta, non raccolta 
sopra luogo né studiata coi debiti confronti e 
con altri sussidi. Come provano essi la impor- 
tazione dalla non vicina Toscana? Noi ce ne rimet- 



E LA MUSA POPOLARE. 115 

tiamo a quanto ne disse, e abbiamo più sopra 
riferito, un giudice più competente, il Tommaseo. 
Gli AbruZ'zi poi alla riva destra del Tronto, 
eh' io conosco non meno del mio paese natale 
alla sinistra dello stesso fiume, stornellano molto 
meno e in modo diverso dai nostri campagnuoli. 

Cecco di Ascoli, nato ivi nel 1269 ed arso 
vivo nel 1327, avendo concepita se non scritta 
buona parte deìVAceròa nell' età sua giovanile 
dovette trovare la maniera del canto popolare 
nel contado ascolano, già bella e formata ' sin 
da parecchi anni addietro, e quasi identica a 
quella de' saggi più originali e antichi che fan- 
no parte delle nostre raccolte. Altrimenti egli 
non avrebbe potuto a questi inspirarsi e deri- 
rivarne sì soave freschezza di concetti e di mo- 
di, e lasciarne nel suo prediletto poema (a 
prescindere dalle sue liriche quasi tutte perdute) 
un perfetto modello, come per via d' esempio ho 
dimostrato con altro apposito scritto. 

Il canto popolare delle nostre campagne è 
più conforme alla lingua comune o Toscana, 
che voglia dirsi, secondo il Tommaseo, è più 
delicato nei sentimenti, laddove V abbruzzese è 
più dialettale e rude, e quindi differente sì nel- 
la forma che nel contenuto. 

Data pure 1' influenza del paese di confine, 
è naturale, come deve apparire anche dalla po- 
esia popolare comparata, che il meno civile deb- 
ba subire V influenza del più civile, non vice- 
versa. 

Ed è noto che dai tempi più antichi sino 
ai nostri gli abruzzesi abitanti alla riva destra 
del Tronto sono stati sempre attratti ad Ascoli 
come a centro di maggior coltura, d' industria 
e commercio più fiorenti. Vero è che non ab- 




I I 6 CECCO d' ASCOLI 



biamo la ballata storica, ma nel circondario 
Fermano, più verso il centro delle Marche, non 
mancano canti narrativi, a cui danno argomento 
r amore e la religione. 

Scarseggiano più ancora tra noi i La- 
menti sotto il cui nome vanno quelle composi- 
zioni poetiche de' secoli XIV e XV, nnd' è co- 
stituito un ramo speciale e notevole della poe- 
sia popolare storica italiana. Questo genere di 
componimento originò ab antico nei poenii epici 
e ne' ca.nti popolari, prendendo diverse deno- 
minazioni. Anche dai Lamenti sia di persone 
sia di città e provincie, ne' quali si rimpiange 
la morte o la sconfitta di uomini, o la caduta 
di città eh' ebbero parte in que' turbinosi secoli 
XIV, XV e XVI, si rileva che al popolo italiano 
piacque oltremodo partecipare, più d'ogni altro, 
anche mediante la pura poesia, a tutti i commo- 
vimenti dei Comuni e delle tirannidi italiane. 

L' osservazione della Pigorini-Beri su la 
poesia popolare merchegiana, che questa e in 
genere quella dell' Italia meridionale, la quale 
a differenza della settentrionale, più intesa a 
ricercare l'armonia mostra maggior cura del- 
l' idea e del concetto che si presenta sempre 
casto e purissimo, è giusta se ne togli quel 
sempre. Imperocché anche la nostra, oltr' essere 
spesso mordace e satirica, è pure qui e là sen- 
suale, e talvolta persino pornografica, special- 
mente ne' pressi delle nostre città, e forse più 
in Ascoli e molto più ne' dispetti. Ricordo, a 
mo' d' esempio, d' aver sentito da un ortolano 
di detta città il seguente stornello: 

Fior di spighetta ; 

A me la ciccia piace tutta quanta, 
Massimamente la ciccia baffetta. 



È La MtJSA POPOLARE 1 1 7 

* ; 

Vi è anche questo, raccolto da Giacomo 
Leopardi, 

Una volta mi voglio arrisicare. 
Ne la camera tua voglio venire. 

Farmi con quel che segue che accenni a qual- 
che, non certamente casto, assalto amoroso. 

Sin dalle origini della lingua troviamo can- 
tastorie delle poesie religiose; in gara e lotta 
coi jongleurs dei gesta. Ma ne' canti ascolani 
nulla di tutto ciò, nulla che neppure lontana- 
mente accenni ai prodigi di S. Emidio. Sono 
quasi tutti canti d'amore ; sono, per dirla con 
una parola della tecnica musicale, vaHazioni 
dello stesso tèma, con tutte le gradazioni sino 
alla sfumatura de' sentimenti. Tanto ciò è vero, 
che vien proclamato anche da uno de' nostri 
più caratteristici stornelli: 

Non sacco che canzune me cantare, 
Tutte sopra l'amore va a finire. 

Ingegnosa è la spiegazione che ne dà Ali- 
ghiero Castelli : « Sembra che il trionfo d'amore 
venga alle nostre terre e si faccia trionfo del 
Santo (Emidio) che in vita aveva dolcemente 
parlato commovendo più che una fanciulla, una 
moltitudine, e che morendo aveva fatto scatu- 
turire acqua dal terreno per gli assetati ». 

Curioso poi, che anche i versi popolareschi 
come li chiamava il Giusti, appartenenti al 
genere satirico, segnatamente contro il clero 
corrotto,, sono inspirati alla gelosia in amore. 
Eccone qualche esempio : 

Tiè misso a fa r amor con un abate! (i) 
Se dice messa che speranza avete? 



(i) Variante che ha dell' acconciatura letteraria. 
Voi che fate all' amor con un abbate, 



1 I 8 CECCO DIASCOLI 



Un baciamano quando v* incontrate, 
Un bel mortorio quando morta sete, (i) 

Qui vo' notare di passata che il dare del 
tu e del voi a una stessa persona nello stesso 
discorso è proprio non solo del contado asco- 
lano e de' vicini abruzzi , ma di tutti i canti 
popolari, e secondo il Tommaseo ne costituisce 
un pregio « dal tu al voi, dal voi al tu salta 
sempre, come chiede T amore; l'amore misto 
di familiarità e adorazione ». 

Più significativo quest' altro : - 

E tu per nenie che ti chiami « Gnesa » 
Non ce lo fa veni lu predde in casa; 
Lu predde è fatto per servì la Chiesa, 
Non è fatto per te, signora Gnesa. 

Qualche volta il furbo campagnuolo cerca 
pigliare in giro il curato, forse perchè ha ten- 
tato disturbare qualche suo amorazzo. 

Ecco su questo proposito uno de' più cu- 
riosi e rari stornelli, avendo alquanto del- 
r umoristico: 

r so mannate a dice a lu curate, 
Se me vo dà li solde o la nepote, 
E se me dà li solde ì' me li gioche, 
Co la nepote me ce spasse un poche: 
E se me dà li solde i' me li spènne, 
Che la nepote me ce spasse un anne. 

L' armonia e la rima per assonanza in que- 
sto stornello a me paiono mirabili. 

Ve ne sono anche contro le malizie delle 
donne, p. e. questo: 

Oh quante vodde me 1' à ditto mamma, 
Figghie, non te fida d' nocchi di donna 
Che prima t'annamora, e può t' inganna! 



(i) Variante: 

Un miserere quando morta sete. 



^^ ì 



È La musa t'OPOLARE. 1 1 9 

Gli stornelli che le ragazze e i giovanotti 
• cantano in campagna, e spesso tra loro a gara, 
a botta e risposta, sogliono trarre inspirazione 
e argomento dalle faccende campestri che stan- 
no compiendo, quali principalmente la mietitura, 
lo spannocchiare • del granturco, la vendemmia, 
la raccolta delle olive, (e su nei monti quella 
delle castagne) la semina del frumento, nella 
quale il bifolco ara il terreno, un contadino 
sparge la sementa, e le donne acciuccano colle 
zappe o col bidente, ossia la ricoprono aggua- 
gliando le glebe smosse; e tra il lavoro più 
speranzoso gli stornelli volano come nidiate di 
alianti uccelli. 

Ecco uno stornello di una contadinella, 
che un po' stizzita con T amante vorrebbe ri- 
trarsene, se l'amore noji fosse troppo inoltrato. 
E' il tempo della mietitura; e parla il linguaggio 
figurato, tolto da questa, per non esporsi alle 
malignazioni delle invide compagne : 

Se n* è venuta 1' ora de lu mète, 
Che se lu meta chi 1' ha sementate !.... 
Ma come posso fa se non glie mète, 
Se la caparra già la so pigliata ? 

V è questa variante : 

L' amore me 1' à ditte che non mèta, 
Che se lu mèta chi 1* à sementate. 

Quest' altro contiene un avvertimento, sug- 
gerito, dalla messe matura, non certamente di- 
sinteressato, a forosetta \>€)\dLet jam matura viro, 
ma, a quanto pare, ritrosa a fare all' amore : 

Ludico a chi non vo' lu nammurate : 
Quanne lu grà è fatte e non se mète, 
Oh quante meteture se ne paté ! 

Quest' altro men bello, è suggerito dalla rac- 




I 20 CECCO D ASCOLI 

colta delle olive; e quelle verdi mangerecce degli 
orti e del contado di Ascoli erano rinomate e ce- 
lebrate sin dai tempi romani, per la grossezza e 
per la squisitezza del sapore, acconciate in sa- 
lamoia. V. Castelli, le Olive bianche [i) <\\ Ascoli 
Piceno. 

La 'Uva che se cogghie zuocche zuocche, 

Lu biellu Tif. 1' amore è passe passe; 

La 'liva che se cogghie rama rama, 

Lu bielle fa l'amore è piane piane. 
Alla vendemmia, oltre quello che fa parte 
della serenata, più avanti ricostruita, si riferisce 
anche questo, contro l' incostanza delle donne : 

Sott' a In pampalitte ìà la uva, 

Lu spasse de li donne é l'erba nova; 

Lu spasse de li donne è la frescura: 

Ma dopo la vellegua ve la piova ; 

Sott' a lu pampalitte ià la resta, (ai 

Quanti n' è minchionati lesta lesta. 
Ce n' è uno bellissimo della ragazza, che 
mancando d'ogni notìzia del suo amante lon- - 
tiino, cerca di confortarsi tra i lavori campestri 
con questo canto, che ha un suono circonfuso 
di arcana e rassegnata mestizia : 

Se lu mio amore me volesse bene, 

Me lu mannèra addì dove rimane, 

Me lo mannèra addi quanne reviene. 
Pili figurato e più caldo è il linguaggio di 
quest' altro : 

Se li respire fusci le parole, 

Che biegli ambasciature a me saria, 

Saria lì secretori de stu core 

Li difensuri do la vita mia. 

(i) Voleva dir veniì. iin|>n'|iri,'l,L diiik-tlalf , dii lui Stcìdsy 
corretta nella 2" etii.-iiiiu-. 
(2) L' agresto. 




È La musa popolare. Ut 

1,1. I ..I ■,■,■.,■., I , r . , ,. „ . > 

Questo deir amara partenzcuy raccolto da 
G. Leopardi nel contado di Recanati è inspirato 
a uno de' sentimenti più teneri e delicati : 

È già venuta V ora di partire, 
In santa pace ti voglio lasciare: 
Nina, una goccia d' acqua se ce 1' hai, 
Se non m» la voi dà, padrona sei. 

Aveva ben ragione Leopardi, in questo e 
in altri canti del Recanatese, e' è tanta purezza 
di lingua anche nella pronunzia, da disgradarne 
la lingua toscana. 

Ora un breve cenno del metro e dell' aria 
o musica della canzuna, come pur si chiama 
\di serenata che il Mascagni direbbe la canzone 
delle canzoni. 

Giovi premettere rispetto all'una e all'altra, 
che la ritmica e la metrica delle lingue romanze 
sono una spontanea e naturale evoluzione degli 
elementi musicali contenuti nella poesìa popo- 
lare, sopravvissuta al crollo dell' impero e della 
civiltà latina, 

L' elemento musicale, che nelle raccolte di 
tradizioni e costumanze popolari e persino ne' 
canti campagnoli era stato quasi del tutto tra- 
scurato, soltanto da qualche tempo si è com- 
preso come possa contribuire a spiegare e a 
chiarire la genesi delle forme e dei metri, e a 
rivelarci relazioni sin qui inavvertite fra le due 
arti sorelle : musica e poesia. 

Il metro della serenata come quello dei 
canti popolari in generale, è 1' endecassilabo, 
salvo nello stornello toscano che comincia ordi- 
nariamente con un quinario nella invocazione 
di un fiore. 






12^ CECCO DIASCOLI 



Chi non ricorda il ♦ 

Fior di giaggiolo 

della Cavalleria rusticana? 

L' endecasillabo della serenata non solo 
non ha le volute troppo lunghe o troppo intrec- 
ciate degli endecasillabi de' poeti classici, e 
nemmeno le minori de' poeti romantici e mo- 
derni, ma procede dirò così slegato a scatti 
lirici, di guisa che quasi ogni verso è di per 
se stante, e in servigio della pausa propria del- 
la corrispondente cantilena. Può dirsi, in gene- 
rale, che ha la fluidità della melodia metastasiana 
fuggendo ogni pensiero ricercato e qualunque 
asprezza di parola. Quindi non si deve ricercare 
o pretendere in questi semplici e spontanei canti 
tutte le intonazioni e squisitezze sì ben modu- 
late e variate di ritmo e di armonia, che si 
ammirano ne' versi sciolti elaboratissimi di 
Annibal Caro, del Parini, del Monti, del Foscolo, 
del Mamiani e del Leopardi. Già ne' canti po- 
polari alla mancanza di questi pregi, che non 
è del tutto e in tutti, sopperisce in gran parte 
la spontaneità della rima e la varietà assai pia- 
cente dell' assonanza ; e massimamente la can- 
tilena o melodia con cui sono nati ad un parto 
con tale inflessione di voce, da convertire in 
consonanti le rime assonanti. 

La serenata, come apparirà dalla ricostitu- 
zione che ci accingiamo a farne, tiene molto del- 
la Mattinata (i) e della Ballata o canzone a ballo, 
così chiamata perchè nelle sue origini si cantava 
ballando ; ma poi continuò come semplice metro, 
senza che il poeta si desse alcun pensiero della 



(i) Due mattinate cingolane pubblicò F. Raffaelli per nozze, 
e N. Coscia le riprodusse nella sua raccolta (Roma 1882). 




t La Musa POPòLAnE. t±ì 

Il I ■■■■ m I - Il I . a ■ ««^ il I II ^ I ■ 

musica e della danza, sinché non andò del tutto 
in disuso. Ai rinnovatori di questo metro si 
raccomanda di metter meglio a profitto la gran- 
de varietà e ricchezza d' attitudini che gli son 
proprie, e di non dimenticarsi che la ballata, 
sebbene componimento finito in se stesso, può 
c^llungarsi quanto si vuole moltiplicando a pia- 
cere il numero delle strofe dipendenti da una 
medesima ripresa. 

Nel secondo atto della Francesca da Ri- 
mini del D' Annùnzio si ha Una liberg. ripro- 
duzione della ballata del dugento, ossia della 
così detta « Canzone a ballò >>. 

Quanto all' aria della Canzone, e de' canti 
popolari in generale, si può dire che esso solo 
tra tutti i generi della lirica serba la sua for- 
ma primigenia, per cui presso gli antichi poeti 
greci erano sempre cantati e accompagnati con 
qualce strumento musicale. Così Simonide, co- 
me ce lo rappresenta G. Leopardi nella Can- 
zone air Italia, neir atto di celebrare T eroico 
fatto di Leonida alle Termopoli, 

Toglieasì in man là lira. 

Peccato che rare volte i collettori de' vari 
canti popolari hanno pensato a fissarne con no- 
te le fuggevoli melodie, così diverse dall' una 
air altra regione, e anche dall' uno all' altro at- 
tiguo contado. 

Non si ha quasi più traccia della riJio7^ta^ 
ossia di certi intercalari trillati che le mon- 
tanine cantavano tra un rispetto e 1' altro, spe- 
cie nel Pistoiese. 

L'aria della canzona, (questo è il nome 
che suol darsi a tutti i canti popolari) e spe- 
cialmente quelli costituenti la serenata è vi- 



\. 



tÌ4 CECCO DIASCOLI 



vacissima, e quasi ad ogni stornello, seguita da 
un grido di gioia del cantatore ; è dessa origi- 
nale e tutta speciale del contado ascolano. Lun- 
go la spiaggia adriatica e nelle parti più mon- 
tuose è più lenta e monotona. Si differenzia 
poi pel suo slancio rapido e sovranamente li- 
rico dal cantare detto alla marchegiana, cioè da 
quello della marca centrale, che è più recitativo 
a seconda della prevalente forma narrativa. E* 
stata anche da altri collettori notata la singo- 
larità degli stornelli o Fioriy per cui la loro 
melodia accompagnata dal cembalo a sonagli 
forma parte essenziale del re dei nostri balli 
popolari, il Saltarello, che trova riscontro nella 
Vilota de' Veneti. Fuor di questo caso le arie 
dei canti variano non tanto secondo la qualità 
di essi, quanto secondo le condizioni dei can- 
tori. Onde, come si è più sopra accennato, 
v' ha una maniera cittadina e una contadinesca, 
e diverso stile tengono gli abitatori del monte 
da quelli della pianura e da entrambi i marinai 
oltre gli usi peculiari a qualche città, come si- 
gnifica lo stornello raccolto in quel di Tolentino: 

Vorria cantare a la maceratese, 
Si non- ce so canta me compatite,. 
Canto air usanza de lo mio paese. 

Il Marcoaldi descrive eziandio il cantare a 
coro, che era frequente nelle nostre campagne. 

Il cantare sui suoni è più proprio delle se- 
renate; ed è tenuto in qualche pregio chi v'ha 
attitudine^ richiedendosi a tal uopo voce ar- 
moniosa e robusta e una tal quale destrezza 
per istare in nota. 

Alcuni musicisti si provarono a imitare o 
a rifare la cantilena o melodia de' canti popò- 



E LA MUSA POPOLARE. I25 

Il I — II. j_ii .■■^■^-- -■ ■ ■-■- 

lari, non solo nostrani ma anche stranieri. GÌ' i- 
taliani compositori Francesco Avaja (+ 1770) 
e Catanino Cavos (1775- 1840) ebbero partico- 
lare abilità di rivestire di musica teatrale i 
canti popolari russi. Ma ai più antichi e genui- 
ni, così vari di note dalle più meste alle più 
gaie, la musica della Russia è debitrice in gran 
parte della sua originalità caratteristica. 

Il modenese Luigi Gordigiani musicò con 
gran successo circa 300 canzonette popolari e stor- 
nelli; alcuni ne volle pure con singolare maestria 
rivestiti di note il nostro Filippo Marchetti di 
sempre cara e rimpianta memoria. Ma a que- 
sta musica dotta e fiorita, sia pur tanto geniale 
quanto lo stornello della cavalleria rusticana^ 
noi preferiamo la semplice e spontanea canti- 
lena popolare che da nessun poeta e da nessun 
musicista può essere rivendicata per sua. I can- 
ti campagnuoli, come i fiori più spontanei delle 
convalli, dei prati, delle siepi, degli Appennini e 
delle Alpi — e tramezzante l'ascolano e Tabruz- 
zo abbiamo a cavaliere la Montagna de' fiorii — 
bisogna pigliarli come sono, o lasciarli dove 
son nati, se non si voglia far perdere ad essi la 
ilativa fragranza. 

Su questo proposito così E. Teza scriveva 
sin dal .1889 nella Nuova Antologia: « Quella 
parola non dice che a mezzo il pensiero del 
popolo, dove non gli si accoppi la voce del 
canto; e il canto comentatore arguto, le dà agilità 
e vigore. Poi viene un altro becchino e mette 
sulla carta quelle crome e quelle minime : ab- 
bellisce, perchè meglio rispondano ai precetti 
deir arte, tempera, accorcia e allunga : non gua- 
sta nulla ? » 

Il valoroso critico musicale, L. A. Villanis, 



126 CECCO D'ASCOLI 



notata l'odierna tendenza anche ne' musicisti di 
maggior grido a valersi specialmente nelle loro 
opere melodrammatiche di alcuni canti di rino- 
manza mondiale e di alcune arie più popolari^ 
non la disapprova là dove si tratti di dare a 
certe situazioni il colorito locale « e si potrebbe 
invocare l' autorità del Rossini e di altri gran- 
di cui le tradÌ2;ionl locali e i canti del popolo 
valsero trionfi e fortuna ». 

Il cantatore della serenata non ha veruna 
pretesa di passare per un musicante qualunque 
né per un po^ta improvvisatore, nemmeno da 
strapazzo, L' unico suo vanto è quello di esser 
dotato di un» buona memoria, fida custode di 
tutto lo stornellare campagnuolo, e di una vo- 
ce stentorea, abbastanza intonata, ma tanto stri- 
dula da coprire il frastuono dei discordanti ru- 
morosi strumenti. 

La serenata quindi che ne risulta è un im- 
paraticcio, una più o meno ricca raccòlta dei 
più popolari canti d' amore, a un dipresso co- 
me quella de' luoghi comuni degli oratori di 
Chiesa o da Tribuna, de' conferenzieri e degli 
articolisti de' giornali. 

Ma come a tutti questi così ai cantori 
delle j^erenate, per fare un certo effetto non de- 
ve mancare il fiuto della circostanza e il criterio 
della scelte^ e dell' adattamento. 

Al canterino delle serenate corrisponde lo 
scrivano delle lettere amorose e il compositore 
di stornelli, ossia il poeta del paese. Ecco co- 
m' è descritto da un rispetto del pistoiese : 

Salutatemi, bella, lo scrivano; 
Non lo conosco, e non so chi sia: 
A me mi pare un poeta sovrano. 
Tanto gli è sperto ne la poesia : . 



E LA MUSA POPOLARE. 127 

Bene istruito e con la penna in mano, 
Secondo Apollo mi sembra che sia; 
Al fonte d' Elicona abbeverato 
E da le nove muse incoronato. 

A me fa meraviglia, come né il Tigri né 
r Andreoli vi abbiano sentito il raffazzonamento 
di un arcade incipriato. 

Questi cantatori rimontano forse alle ori- 
gini italiche e certamente all' epoca memorabile 
della costituzione de' nostri Comuni, ne' più 
antichi statuti de' quali se ne trova onorata 
menzione. In alcuni v' é persino la istituzione 
dei canterini o cantastorie popolari, la quale 
fiorì per lungo tempo nelle più civili città ita- 
liane, specie a Perugia e a Firenze, ove eser- 
citavano allo stipendio del proprio comune 
r officio di cantori indipendente da quello delle 
cappelle della Chiesa matrice o delle cattedrali, 
sia per ricreare, segnatamente in conviviis^ con 
la gaiezza, e varietà dei canti 1' animo de' ma- 
gistrati, sia ne' giorni festivi cantando per di- 
vertimento del popolo alla pubblica piazza. 

Sullo scorcio del secolo XV v' erano in 
Toscana e segnatamente a Firenze pie congre- 
ghe di popolani, i quali con certe leggi e a 
tempi prefissi si radunavano ne' templi e san- 
tuari a cantare inni e laudi nel proprio idioma, 
onde all' antica innodia latina pareva succeduta 
la moderna volgare. Per, questi laudesi ebbe 
vita durevole in Italia la poesia sacra e popo- 
lare a cui s' intrecciavano laudi e ballate, o can- 
zoni a ballo. 

Ve n' ha delle composte da rinomati poeti 
e specie da Girolamo Benivieni, ma la più 
parte di quei canti era tradizionale ^ ossia tra- 
mandata non per iscritto ma a memoria, come 



128 CECCO d' ASCOLI 



tutti quelli del contado, e a orecchio di quella 
gente di vota; e però musica e poesia, quanto 
più erano anònime tanto più riuscivano popo- 
lari e commoventi, riputandole il popolo, e 
spesso non a torto, fattura sua per inspirazione 
divina o amorosa, o meglio per genio naturale. 
Anche nelle serenate e nei canti popolari 
fiorenti lunghesso le due sponde e nel bacino 
del Tronto si manifestava quella comunanza di 
vita e di. rapporti che intercedeva ab antico 
tra gli ascolani e gli abruzzesi. Valga ad esem- 
pio questo stornello tra i tanti che si potreb- 
bero recare : 

• Socce arrivata a fa 1' amore a Regne, 
Lu paisane lo tocca a lascia : 
Lu Regne è biello, e la Marca felice 
Lu biello é da resta a li mie' paisce : 
Lu Regne è biello, e la Marca beata, 
Lu biello è da resta dove so nata. 

Col nome di regno s' intendeva e soleva 
denotare gli Abruzzi, che facevano parte del 
reame di Napoli, e col nome di regnicoli gli 
abruzzesi. 

Anche nella raccolta del Marcoaldi vi è 
questa designazione: ^ 

Quanno sarò arrivato verso Regno, 
Subitamente la lettera manno. 

La serenata, come ho accennato, è una mi- 
scela di stornelli, rispetti e strambotti, che si 
rincorrono, si accorciano, si allargano, e magari 
si storpiano, secondo il bisogno, e per la cir- 
costanza. Vi sono stornelli che si direbbero 
frammenti di rispetti, specialmente quelli di due 
soli versi, altri più lunghi mancano talvolta del- 
r unità di concetto. 



E LA MUSA POPOLARE. l 2g 

T ■ 

Da varie raccolte di canti popolari, e da 
diverse bocche cantanti in diversi luoghi non di 
rado mi è avvenuto di ricostituire T intero stor- 
nello o rispetto, raccogliendone di qua e di là 
le sparse membra. Né tutti sono genuini, d' o- 
rigine campagauola, come non tutti erano tro- 
vati tali e veramente divini da Giuseppe Giusti 
i toscani, da lui con intelletto d' amore raccolti 
e illustrati. Egli, esclamato: « ah ! i fiori che 
nascono spontanei in questo terreno bejiedetto 
germogliano in tutta la loro schietta e soave 
vivacità » tosto aggiunge: « gl'innesti esotici 
hanno guastato il nostro viridario ». 

Ma neppure le serenate de' campàgnuoli 
si sono conservate nella loro primitiva genuinità 
e purezza ; e tanto nella forma che nella con- 
tenenza vi si sente* r intrusione d^VC artijiziato; 
poiché ora il contadino ^''inurba più di frequente 
e non così rustico come ai tempi di Dante e 
dello statuto ascolano sino a mezzo secolo fa. 
E poi da qualche tempo vi é la leva militare 
che li restituisce alla campagna un po' dirozzati 
ma anche un po' imbastarditi, sin nelle canzoni 
che riportano dalle città. 

La serenata campagnuola ascolana non ha 
quasi nulla che vedere con la serenata notturna 
di città e di campagna, detta così dal sonare e 
cantare che fanno gì' innamorati la notte al sere- 
no davanti la casa della dama e della contadina. 
Un esempio classico se ne ha nel Barbiere di 
Siviglia, e non pochi nelle novelle toscane. 

Anche tra i canti campàgnuoli ve n' hanno 
di quelli che alludono a serenata notturna co- 
me questo : 



C- Lozzi — Cecco d'Ascoli 



I30 CECCO d' ASCOLI 



Sotte venute a fa la serenata, 
Sete 'na donna che la ricevete, (i) 
Le porte e le finestre sta i-nserrate, 
Me rechemànne a voi che dentro sete, 
Me rechemànne a la vostra persona, 
Di grazia e di beltà puorte curona. 

Anche questo accenna va canto notturno, 
di cui è la chiusa : 

Io benedico lo fiore d'erbetta; 

Per questa volta de canta me basta, 

La bona sera e la partenza è questa. 

E COSÌ quest' altro: 

Vi dò la bonasera e più non canto 
Bellina, non l'avere pe n'affronto, 
Fra r altre belle vo' portate '1 vanto, 
Ma- io devo ritorna di là da Tronto. 

Ma anche questa specie di serenata si ren- 
de sempre più rara, ed è quasi scomparsa la 
mattinatay eh' era più in uso in Toscana, e spe- 
cie a Firenze. 

Ecco una canzone o stornello appartenente 
a una mattinata del contado ascolano : 

T' alza bellina ! è di, lascia lu sonno, 
Le gallinelle per la strada vanno : 
Se non te arrizze tu, bel viso adorno, 
L' alba apparisce e qua non si fa giorno. 

Eccone un' altra : 

Te so venuto a fa la mattinata, 
Capo de casa, se contento sete ; 
Ci avete chessa fija tanto garbata, 
Che sotto li vostri occhi la tenete. 

E quest' altra ancora : 



(i) Gianandrea reca questa variante : 
Giovane sete, se la recevete. 



E LA MUSA POPOLARE. I'3 l 



Fiore de ruta; 

Te so' venuto a fa la mattinata, 
Sto core appassionate te saluta. 

E nota la serenata^ o meglio mattinata nel 
Barbiere di Siviglia del Rossini: 

Ecco ridente in cielo 

Spunta Li bella aurora, 

E tu non sorj?i ancora, 
E puoi dormir così ? 

Si direbbe (poiché è nota la influenza dei 
canti popolari sull'opera teatrale) imitazione di 
questo canto popolare : 

Svegliati, bella, se tiè addormentata 
Che questa non è V ora de dormire, 
Senti che te la fa la serenata 
'L tuo amante te viene a riverire. 

E meglio ancora di quest'altro, il cui pri- 
mo verso ha la stessa intonazione: 

Ecco che l'alba comincia a chiarire. 
Le campanelle comincia a sonare: 
Le finestrelle si comincia aprire. 
Quella de lu mi' amor non s' apre mai. 

Dicasi lo stesso della maggiaiuola eh' era 
una delle costumanze delle Marche e della stes- 
sa Toscana, e ad essa allude G. Leopardi con 
questi versi delle sue ricordanze : 

Se torna maggio e ramoscelli e suoni 
Van gli amanti recando a le fanciulle, 
Dico: Nerina mia, per te non torna 
Primavera giammai, non torna amore. 

Nella diocesi di Siena raccoglievansi diverse 
brigate di contadini e di forosette a cantar 
maggio, e alla fine del mese solevano nella piaz- 
za delle chiese paroc.chiali celebrarlo con una 



132 CECCO d'ascoli 



danza solenne. Un arcivescovo arcigno, a cui 
questo rito parve troppo profano, lo abolì. Ep- 
pure anche S. Francesco, nota qui il Foscolo, 
ballava co' suoi frati, come può vedersi ne' 
Fioretti. 

Ora un motto anche sull' apparato scenico, 
poiché neppur questo manca alla serenata: men- 
tre i sonatori col fazzoletto bianco al collo danno 
un'accordata agli stromenti, e il violinista capo 
fa anche la sua ricercata, la coppia degli amanti 
o sposi si colloca loro di fronte, e il cantatore li 
guarda squadrandoli dal capo ai piedi e ne chie- 
de il nome e qualche notizia per adattare ad 
essi gli stornelli della serenata. 

Il suono comincia, e si fa tosto vibrato, i 
curiosi circondano il formatosi crocchio o ca- 
pannello, e il cantatore appoggiato col gomito 
su la spalla del violinista, col cappello rilasciato 
canta e canta ; e sebbene tutto sudato e rauco 
continua a cantare, dovendo la serenata essere 
completa di tutte le sue parti, e 1' una tirar 
r altra come le ciliege. 

Egli è anche una specie di menestrello, 
che con ogni sorta di lazzi si propone di pro- 
muovere il riso della sposa, ma non riesce ad 
altro che a provocare a se stesso un profuso 
sudore. 

Come complimento d' uso, o come lazzo 
eccitante il riso, gli è permesso di sfiorare col 
rametto di basilico che tiene in mano, il viso 
della sposa. 

Il basilico è il fiore e 1' odore della festa, 
le giovani ne ornano il petto e il cinto, le vec- 
chie lo tengono in mano, i giovanotti sulle 
orecchie. Il cantatore lo agita e lo celebra ne' 






E La musa poJpolare. 133 

suoi stornelli, cantando alla giovane sempre per 
conto dell'- innamorato : 

Nanzi la casa tua vogli fa n' arche 
De rose e di basciliche coperto. 

In un rispetto toscano è pure ricordato 
questo fiore : 

'Na ciocca di basìlico ti svegli. 

La sposa, tutta odorata di basilico, sta a 
braccetto allo sposo, o accanto tenendosi per 
mano, e guardando per terra, sforzandosi di 
non ridere (per non contravvenire al codice con- 
tadinesco, regolante le serenate, su questo e 
su altri punti rigidissimo), mentre lo sposo cer- 
cando di tenersi serio anche lui fuma il suo si- 
garo, tronfio della bellezza vera o immaginata 
della sposa. 

Le ragazze fanno a gara per avere la se- 
renata il cui numero costituisce per esse un 
pregio e un vanto : chi più ne ha, e le supera 
tutte, è. la regina della festa. 

Nelle feste dell' anniversario ho notato al- 
cune differenze tra le antiche e le recenti se- 
renate : al cantatore, per esempio, sono in gran 
parte subentrate le cantatrici, se non più spi- 
ritose^ certo più spiritate. 

Il gusto per le serenate è pure di molto 
diminuito, tanto che ho visto parecchi gruppi, 
specie nella sera della vigilia della festa, ridotti 
a fare la serenata generica per conto proprio, 
quasi a se stessi. 

In altri tempi nel giorno della festa con 
un crescendo rossiniano a tarda sera le serenate 
diventavano una frenesia (i), e chi non aveva 



(i) e. Mariottì — Le feste di S. Emidio come si celebra- 
vano nei tempi passati. 



i^,;--'^' 



I 



' » 



134 CECCO DIASCOLI 



S^- 



la fidanzata la faceva alla sorella, airamica, alla 
compaesana, il marito alla propria moglie, e 
persino qualche capo ameno la faceva a se stesso. 
Quanto diversi da Giacomo Leopardi che 
a quei tempi sospirando alla memore dolcezza 
di quei canti popolari, scriveva: 

A me stesso 
In sul languir cantai funereo canto ! 

Osservai e con vivo dispiacere tra quei 
gruppi di suonatori genuini di campagna intru- 
so qualche cantastorie di città, uomo o donna, 
che accompagnato da una chitarra, cantava alla 
peggio una di quelle canzone raffazzonate sui 
fattacci di cronaca criminale, tenendone in ma- 
no le copie stampate che poi per un soldo ven- 
dono air affollato uditorio composto di soldati, 
di facchini, sfaccendati e servette e donnette del 
volgo. Vera peste di Roma, e brutto anacro- 
nismo per chi rimemori che nel XVI sec. l'uf- 
fizio delle odierne gazzette era fatto in gran 
parte da certi poemi, che i cantastorie recita- 
vano sulle piazze, e che poi mettevansi a stam- 
pa. Sono documenti dei fatti e prove del sen- 
timento popolare in quel secolo. Il canto po- 
polare era per tal guisa custode delle patrie 
memorie, mentre ora in Roma, e forse anche in 
altre città, è divulgatore d' ogni sorta di turpi- 
tudini o per lo meno di scempiaggini e di vol- 
garità plateali. 

Cerchiamo ora di ricostituire una sere- 
nata, (i) per darne un'idea a chi non ne ha 

(i) Il Gianandrea nella sua raccolta accenna alla serenata 
ascolana secondo il cenno datogliene dal Gabrielli, mane l'uno 
né r altro ha pensato a ricostruirla nella sua interezza, limitan- 
dosi a riferirne qualche stornello o canto, tra i non pochi di 
cui si compone. 



E LA MUSA POPOLARE. 135 

sentita alcuna, o non ci ha capito nulla come 
avviene in mezzo a quel frastuono, e tanto più 
a chi non è pratico de* dialetti marchigiani e 
abruzzesi in genere, e dell' ascolano in ispecie; 
i quali in quella amalgama di canti popolari, 
formanti una serenata, si confondono insieme 
predominando ora V uno, ora V altro secondo il 
luogo natio del cantante. 

Il perchè questi canti del tutto sconosciuti 
fuori d'Italia, in Italia sono noti a pochi della 
vecchia e a quasi nessuno della nuova genera- 
zione. Quindi è proprio il caso del Colligere frag- 
menta ne pereant. 

Ma zitto ! che la serenata finalmente co- 
mincia. 

La mossa n' è veramente lirica; è un'in- 
vocazione d' amore, con similitudini sommini- 
strate da tutta la circostante natura campestre 
e dalla volta dell' ampio azzurro cielo : 

Lu bielle fsi T amore è sule sule 
Come la luna sta *n miezze a lu ciele. 

Questo piccolo stornello ricorda il detto 
proverbiale toscano : 

Amore e signoria 
Non vonno compagnia. 

Indi prosegue .- 

È lu mio amore, che mi fa cantare : 
Amore, amore che possa fiurire 
Come la manneletta a lu gennare. 

In vari^ canti popolari campeggiano imma- 
gini e similitudini tratte dalla fioritura del man- 
dorlo, la quale venendo prima degli altri alberi, 
e mentre la campagna è coperta di nevi, suole 



136 CECCO D*ASCOLt 

fare più impressione sulla fantasia de' giovani 
campagnuoli : 

L'amore è nu gran bene e porta perui, 
O stella trionfante a la Marina, 
Stelluccia rilucente, rasserena. 

Questo canto è nato certamente sulle in- 
cantevoli rive dell'Adriatico da Grottammare e 
S. Benedetto del Tronto al Porto d'Ascoli. 

Il primo verso trova riscontro in questo 
delVAceròa: 

Perfetto bene non v'ha senza pena. 

Quando la serenata ha luogo di notte, que- 
sto o consimile stornello torna opportuno : 

Che bella luna dà, che belle stelle ! 
Che bella notte d'arrubbà le belle! 
Chi ruba belle non si chiama ladre, 
Si chiama giovanetto innamorate! 

In questo stornello la rima d' assonanza 
negli ultimi due versi parrà forse un po' dura 
agli orecchi tesi dei letterati, ma è propria e 
usuale de' campagnuoli. 

Nelle parole giovanetto innamorate vi ò il 
solito scambio dell' in e. 

Il rispetto che segue è in lode della vere- 
condia e modestia della giovanetta, che si pren- 
de a vagheggiare: 

Quanne te vede a la finestra stare, 
U» angele me sembra de vedere, 
Perchè te vede subito 'rrentrare? 
Bellina, chi t'ha fatto dispiacere? 
Ritorna, o bella, a la finestra stare, 
Non me fa vìve in tanto dispiacere ! 

E ciò perchè il rientrare, ossia il rapido 
togliersi dalla finestra mentre passa il vagheg- 



E LA MUSA POPOLARE. ì i^ 



gino potrebbe anche esser segno di noncuranza, 
di stizza o dispetto. 

Un rispetto riguardante l'invito dell' amo- 
rosa, a farsi alla finestra, è tra quelli raccolti 
da G. Leopardi e suona così : 

Facciate alia finestra, Lucida, 
Decco che passa lo ragazzo tua, 
E porta un canestrello pieno d' ova 
, Montato colle pampane dell' uva. 

Prosegue la serenata: 

È notte è notte e lu sole è calato. 
Ma le bellezze tue non l'à vedute: 
Chi n' a fatto V amor se 1' è giocato, 
E la bella giornata 1* à perduta. 

Questo stornello mi fa ricordare i due versi 
romantici : 

Passò la sua giornata 

Da la stella d'amor non consolata. 

Dopo queste e altre lodi generiche, il can- 
tatore suol prepararsi il passaggio alla seconda 
parte più speciale con questo stornello: 

Che serve che si cante e che si sone, 
'Nta non se sente allumina lu nome: 
Che serve che se sone e che se cante 
'Nta non se sente allumina 1' amante. 

Seguita la solita sonatina, che s' alterna 
col canto, il cantatore guardando più fissamente 
la sposa, il cui nome è Maria, ripiglia: 

E ti vo' dà di fiori 'na corona 
Pe' Mariuccìa se canta e se sona ; 
E di viole ti vo' dà 'na pianta, 
Pe' Mariuccia se sona e se canta. 

Siccome il nome di Maria è uno de' più 
comuni non meno in città che in campagna, 



à 



138 CECCO DIASCOLI 



COSÌ il cantatore per non ripetersi e non mo- 
strarsi da meno del Principe de' violinisti, Pa- 
ganini, che non replicava mai, n' ha più d' uno 
in serbo nel suo repertorio.- 

Ed eccone on altro, che mi pare un po' 
sdolcinato, e forse meno genuino del primo:. 

Dimmi lu nome tuo, bella boccuccia, 
De la rugiada tua dammi 'na goccia, 
E r amor mio si chiama Mariuccia. 

Più naturale, questa variante : 

E lu mio amor si chiama Mariuccia. 

Più bello questo : 

La prima volta che me 'nnaminorai, 
Me 'nnamorai del nome di Maria; 
La prima cosa che glie domandai 
Lo paradiso per 1' anima mia. 

Se il nome della sposa è diverso, se per 
esempio chiamasi Margherita, eccole subito adat- 
tato lo stornello : 

O tu che sei la bella Margherita, 
'Nu giorne veiìerrà che sarai sposa. 
La contentezza è chesta di tua vita, 
La contentezza de tutta la casa. 

Anche quando il nome della sposa sia 
sdrucciolo, più tosto raro, il cantatore saprà for- 
marci una non comune e bella assonanza: 

Quanto te voglio bè, cara Speranzia, 
Dopo la morte mie ti do licenzia. 

Dolce rimprovero si fa alla innamorata, il 
cui nome si festeggia più volte : 

E lu mio amore che si chiama Pasqua ^ 

È tanto rinomata la tua festa, 

E ve tre volte V anno e non ti basta. 



E LA MtJSA f>Ol>OLAnE. t^g 

Ma dopo la sposa, bisogna pensare a far 
contento lo sposo ; e il cantatore trova il modo 
più acconcio di farne dire con viva compiacenza 
il nome alla stessa sposa, come in questo canto 
eh' è uno de' più completi : 

E lu mio amore *na fiorita rama 
M' à dato e non m' à ditto lu suo nome, 
Bisogna 'ndovinà come si chiama, 
Lu bene che mi vo' lu saccio certo, 
Com' isso sa lu bene eh' i' gli porto : 
Che bellu nome chi si chiama Alberto. 

Talora l'amorosa finge per vezzo d'essersi 
scordato il nome dell' amante : 

E lu mio amore si chiama, si chiama... 
Non mi ricordo del nome che aveva... 
Si chiama Giuseppin ; son la sua dama. 

A diverso nome o soprannome ho sentito 
adattare quest' altro stornello, un po' stizzosetto 
ma uno de' più fidi custodi delle patrie me- 
morie più antiche: 

E lu mio amore che si chiama Picchio 

A la vellegna mi lavò la faccia, 

Se non me sposa glie lo caccio 'n* occhio: 

Questa usanza di lavare per sorpresa la 
faccia dell' amorosa con 1' uva, tingendola del 
mosto spremuto, era comune nelle campagne 
ascolane specie nello valli e ne' poggi del Tronto 
per vendemmia festanti. 

Io la credo antichissima e derivata dai 
baccanali, tanto più che quel Picchio mi ram- 
menta il picus degli antichi nostri progenitori, 
i Piceni. 

Su questo proposito mi cade in taglio ri- 
ferire qui due stornelli interessantissimi, forse 



Ì4Ò CECCO DIASCOLI 



sconosciuti ad ogni raccolta e certo da nes- 
suno spiegati : 

Di far Tamor con te, m' à priso voglia: 
Facèmo i patti e troncami la paè:Iia. 

Di far r amor con te non ho più voglia 
Fammi li cunti, e rendimi la paglia. 

Qui il troncare la paglia o festuca {stipula 
de' latini) e pigliarne una parte ciascuno de' 
paciscenti per riconoscere, riunendole, la fatta 
convenzione, e il i^enderla e distruggerla adem- 
pita o annullata che fosse, era proprio della 
stipulazione dei Romani. 

Difificile trovare ne' canti campagnuoli una 
tradizione più classica e più persistente di 
questa ! 

Garantisco sul mio onore di avere còlti 
questi due stornelli nella mia gioventù (verso 
il 1846) dalla bocca delle campagnuole del con- 
tado di Colli del Tronto, ove nacqui e crebbi 
e ove scrivo. 

Assai più gentile è quest' altro, che segue 
nella serenata e sempre sul nome dello sposo: 

E chi t' a battezzato ha fatto male 
Che non t' à posto nome arrubacore, 
lellu arrubbato a me, che ne vuò fare? 

Qualche volta si scherza sul nome, o se 
ne prende, motivo a qualche lode o allusione: 

E lu mio amore se chiama Donato, 
M' à donato lu core a poco a poco, 
Poi va dicenne che glie l'ho rubato. 

Variante : 

M' à donato lo core e i' me 1' ò preso. 

Fatta questa che si può chiamare la pre- 
sentazione degl' innamorati, il cantatore nella 



. E LA MUSA POPOLARE. 1 4 1 

terza parte si sforza di fare il più lusinghiero 
ritratto dell' uno e dell' altra, ma specialmente 
della sposa, con pennellate alternative, e de' 
più smaglianti colori. 

Quando nasceste voi, nacque bellezza; . 
Il sol, la luna vi venne ad orare, 
La neve vi donò la sua bianchezza, 
La rosa vi donò il suo bel colore, 
Il suo canto più dolce la sirena, 
Le bionde trecce sue la Maddalena. 

Le trecce della Maddalena sono famose 
anche nei nostri contadi per avere asciugati i 
piedi del Redentore. 

Bella ti puoi chiamar, che bella sei, 
'Na bella come te ns* è vista mai! 
lè fatto 'nammorà fino li Dei 
Con eh' essa grazietta che tu ci hai. 

Il terzo verso con quella tinta mitologica 
degli Dei, sconosciuta ai canti campagnuoli, mi 
fa dubitare di qualche intrusione letteraria. Tan- 
to più che i due primi véramente belli li ho 
sentiti cantare in campagna senza i due seguenti. 
Vero è che nella raccolta del Gianandrea ve 
n' è qualche esempio, e due canti ne parlano 
delle Sirene. 

Non vojo leva l'arte alla serena; 

e Dante aveva cantato : 

Nostre sirene, in quelle dolci tube. 

Nel Marcoaldi trovo: 

Perdei 1' amata pace sol per voi, 
Ognor chiedo pietà dai sommi dei. 

Nella Manon Lescaut del Puccini il verso 

Donna non vidi mai simile a questa 









I 4 2 CECCO D ASCOLI 



Fi* 



è consono al secondo del suddetto stornello, 
ma è più lavorato e meno espressivo. 

Quanto iè bella, quanto iè carina, 
L' acqua corrente V iè fatta fermare, 
L* arbcro secco V iè fatto fiorire, 
La preta dura la fai lacrimare. 

Questo, come il seguente : 

E dove passi tu Terba ci nasce, 
E primavera tutta ci fiorisce. 

è de' più poetici, siccome quelli, che cele- 
brano i prodigi che fa la bellezza, costringen- 
done air ammirazione anche esseri inanimati. 

Se la ragazza è giovanissima e la statura 
n' è più tosto piccola, il cantatore ne trarrà 
partito con questo stornello, che a me pare 
d' origine toscana. 

Ho quindici anni, e sono piccolina, 
Ma chi è così, sarà sempre bellina, 
Lu va dicenne a tutti lu pittore, 
E mi hanno messa al libro dell'amore. 

Quest' altro è più genuino e certamente del 
contado marchigiano : 

Fior di viole. 

So nata picculina e pure spere 

D'andare in paradiso se Dio vòle. 

Se il fidanzato passa per un giovane co- 
raggioso, che non soffra una mosca al naso e 
ha superata la persecuzione di qualche signo- 
rotto, alla Don Rodrigo, gli canterà questo 
stornello, che certo è nato sui nostri monti, e 
forse presso a Montegallo, già nido di briganti: 

Di qua ci va girenne 'nu breante, 
E dice che con me vo fa li cunte, 
Se vo quaccosa che se faccia avante 



E LA MUSA POPOLARE. I43 

Ch* i non aggio paura di niente. 
Ci hai 'n arberetto su 'ncima a 'nu monte, 
Che n* à paura di contrari venti. 
Stengo in mezzo a iu mare e non m*affonne, 
Stengo tra li nemici, e non m'arrenne. 

Se il volto deir uno o dell' altra dell' amo- 
rosa coppia brilla per gli occhi neri, eccone il 
relativo stornello : 

Se tu sapisce chi mi dà dolore ! 

L' ucchiettu nire de iu primo amore : 

Se tu sapisce chi mi dà tormente, 

L' ucchiettu nire de iu primo amante ! 

Sul primo amore v' hanno stornelli che ne 
celebrano il pregio singolare e l' incancellabile 
ricordo, come questo: 

Tre cose al mondo non si scordan mai 
La patria, V amicizia e il primo amore, 
Nissuno ti po' ama quant' io t' amai ! 

Tra i canti raccolti da Giacomo Leopardi 
v' è qnesto sugli occhi dell'amorosa: 

Io benedico chi t' ha fatto l' occhi. 
Che te 1' ha fatti tanto ^'nnamorati. 

Ma questo a me pare un frammento, mancando, 
non che di rima, d' ogni assonanza. 

Il volo degli augelli suole apprestare belle 
immagini ai campagnuoli stornellanti, come in 
questo, che si ripete in quasi tutte le serenate : 

Portassi 1' ala per potè volare, 
Sempre dintorno a te verriè venire, 
Su la tua treccia verriè fa Iu nide, 
Sempre a 1' orecchio ti verriè parlare. 

Così in quest' altro : 

Lu cardellino mi portò la nova, 
Tu jè nata per me bellina cara. 
Un'altra come te dove se trova? 



144 CECCO d'ascoli 



Oltre il volo e il canto degli uccelli, fidi 
messaggeri d' amore, sogliono inspirare la po- 
esia de' camp^gnuoli, il fiorire degli alberi e 
specie del mandorlo, come abbiamo visto, e 
ogni sorta di fiore, il ritorno di primavera e 
r avvicendarsi dei lavori con le stagioni. 

Non è difficile distinguere i canti nati sulle 
rive del mare o de' fiumi da quelli nati sulle 
cime de' monti, quelli che si possono chiamare 
fiori delle convalli dai fiori delle colline; quelli 
nati più lunge da quelli nati più presso alla 
città e fin dentro alle sue mura. 

Ne vo' recare ad esempio uno che si di- 
rebbe inspirato da una bella biondina, che da- 
gli orti vicini suol bazzicare per la città in 
compagnia dell' amoroso, e che ho pur còlto 
dalla bocca di un cantatore: 

La notte è fatta per lu beli' amore, 
Lu giorne ce ne jème pare a pare 
Co li capille inanellate d' ore. 

Mi ricorda il tibulliano: 

Quid iuvat ornato pt-ocedere, vita, capillo? 
Che giova il crine Inanellato a festa ? 

Il resto della serenata su questo andare 
con le consuete varianti secondo la ricchezza 
del repertorio , de' cantatori o delle cantatrici 
si può facilmente immaginare, come si può star 
sicuri che non vi mancherà nulla, nemmeno il 
ringraziamento ai sonatori, (i) nemmeno la do- 
manda del pagamento nel modo più garbato; 

La serenata io te la vengo a fare. 
Ma lu tuo amore te 1' ha da pagare: 



(i) Solo una cosa avevamo scordato, 
U sonator non s' era ringraziato. 



E LA MUSA POPOLARE. I45 

Ma lu'so bene che chi t' ama tanto, 
Paga contento lu suono e lu canto. 

E nemmeno vi mancherà il commiato che 
Dante chiamò tornata^ delle più belle e classi- 
che canzoni, che il cantore da buon cavaliere 
suol prendere in questa o consimile forma, 
rivolto alla sposa: 

Ch' està è la fine de la serenata: 
Scusate, figghia, se lu cantu è puoche, 
I deve i' a canta *n altre Iucche, 
Da 'n 'altra giovinetta 'nnamorata. 

Non è raro il caso, in cui in una festa la 
giovane abbandonata dall' amante o che te- 
me di esserlo, vedendolo girare attorno, faccia 
fare a se stessa la serenata sul tèma del tra- 
dimento. 

Allora la chiusa della serenata è quella di 
una disperata, che come sapete meglio di me 
è uno de' generi de' canti popolari, che fu in 
uso specialmente presso i Fiorentini del buon 
tempo antico. 

Voglio cantare e stare alligramente. 
Che lu mio amore à ricagnato amante. 
Se pozza roppe tutte li stru mente, 
Per me è finito lu suone e lu 'caute. 

La variante : 

Voglio canta alla lesta, allìgramente 

è meno bella e forse non bene raccolta. 

E qui. Signori, anch' io finisco, chiedendo- 
vi scusa non già d' essere stato troppo corto, 

Scusate figghia, se lo caute è puoche, 

degna della faccia tosta di un prosuntuoso can- 
tastorie, ma sibbene 1' opposto, d' essere stato 
troppo lungo e noioso, 

e. Lozzi — Cecco d^ Ascoli io 



146 CECCO d'ascoli 



Ma se v' ho lacerato i timpani del ben 
costrutto orecchio col suono di una cornamusa 
rusticana, mi auguro che voi cortesi, sapendo 
che non V ho fatto apposta, non vorrete ap- 
plicarmi la pena del taglione, trattandomi come 
i pifferi di montagna che andarono per suonare 
e furono sonati^ e rompendomi lo strumento 
che non è mio, e che debbo rendere al rauco 
cantatore della serenata. 

Per tal guisa la vostra indulgenza mi farà 
seguire in tutto e per tutto T esempio del Pa- 
dre Dante : 

Poiché la carità del natio loco 

Mi strinse, raunai le fronde sparte, 

E rendeile a colui eh' era già fioco. 

Inf. C. XIV. 



Come va scritto, e che significa il titolo 
del poema di Cecco d'Ascoli. 

(Nota o aggiunta alla pag. 9 di questo nostro libro) 

Del poema di Cecco d' Ascoli credette oc- 
cuparsi anche Lino-Coluccio-Piero Salutati, per 
dirne tutto il male (pur segnalando la molta 
dottrina dell' autore) tanto rispetto alla forma 
che al concetto, nell' erroneo supposto che egli 
r avesse scritto per denigrare la fama di alcuni 
suoi avversari ed in ispecie quella di Dante 
Alighieri, addentandone la Commedia, quasi ca- 
ne che latri alla piena luna o gufo che abborra 
la sfolgorante luce del sole. 

Il Salutati era nato nel Castello di Stignano 
in Toscana nel 1339, cioè 12 anni dopo la 
morte di Cecco. Condotto dal padre a Bologna, 



E LA MUSA POPOLARE. I47 

ivi si diede fin dalla giovinezza allo studio de- 
gli antichi autori, e col raffronto de' codici e 
manoscritti e facendo uso di sana critica e di 
eletta erudizione pervenne ad emendarne i testi. 
Un suo biografo nota, che se egli molto valse 
nel poetare latino, nelF italiano riuscì infelicis- 
simo. 

In questa lingua scrisse alcune lettere; che 
sebbene citate dalla Crusca nessuno legge, anzi 
non saprebbe dove rintracciarle. Molti e lunghi 
brani di un suo libro de fato et fortuna furono 
pubblicati dall' ab. Mehus nella vita di Ambro- 
gio Camaldolese, inserita nella sua Historia lit- 
teraria Fiorentina ab anno MCXCII usque ad 
annum MCCCCXL. (Florentiae ex typogr. Cae- 
sareo, 1751). A pag. 322 di questa compila- 
zione il Salutati facendosi paladino di Dante si 
scaglia contro Cecco e il suo poema, di che 
non ci cale, e se qui lo citiamo si è solo per 
la preziosa testimonianza che contiene sul titolo 
dello stesso poema, e che torna a conferma del 
nostro assunto. 

Ripetuto il detto volgare, da noi già con- 
futato « qtiem acerbae vitae nomine vocari voluit, 
ut puer audivi » prosegue così: « quemve nunc 
aliqui Cervam vocant » e ne aggiunge la note- 
vole spiegazione : « quae nominatio si fuerit 
auctoris, de vivacitatis spe, quoniam illud ani- 
mal longissimae vitae traditur esse, forte prò- 
cessit » . 

In un zibaldone italiano su Cecco d'Ascoli 
e il suo poema, che serbasi nella Biblioteca 
Vittorio Emanuele di Roma, è riferita la stessa 
notizia con queste parole : 

^ « Cecco d'Ascoli prese a mordere alcuni 
e anche Dante col poema V Acerba (Acerba vita) 



148 CECCO d'Ascoli 



che alcuni al tempo di Coluccio (Salutati) chia- 
mavano Cerva ». 

A restituire al poema tìi Cecco questo ti- 
tolo io ero pervenuto per via di ragionamento 
e di esclusione di qualsiasi altro ; ora che vi 
si aggiunge anche un'autorevole e quasi sincrona 
testimonianza, sulla quale l'egregio mio amico, 
giurisperito e letterato L. Franceschini ha testé 
richiamato la mia attenzione, io ne sono tanto 
più sicuro e lieto. 

Tengasi adunque per fermo che Cecco 
scrisse in fronte al suo poema 

LA CERVA 
o 
LA CEREA O CERBIA 
come pur si legge in qualche codice e più an- 
tica edizione, conformemente alla dimostrazione 
da noi datane, volendo in quel mistico animale 
simboleggiare se stesso, o secondo il Salutati, 
significare 1' alto sentire di sé nella glorificazione 
del vero, per cui 1' uomo si eterna. 

Il prof. Castelli a pag. 93 del suo libro su 
Cecco fa piena confutazione della censura del 
Salutati ; ma nessun cenno della sua notizia e 
spiegazione della intitolazione La Cerva^ e pro- 
babilmente se ne passa, perchè contraddice a 
quella da lui messa innanzi e da noi combat- 
tuta, come la più strana, perchè il tirare la parola 
Acerba a significare in modo assoluto cose acerbe 
quasi rivelazione di duri veri, non è consentito 
né dalla grammatica né dalla materia, trattata in 
quel poema, né da verun codice o da veruna 
edizione dello stesso, essendo e quelli e queste 
concordi nel premettere alla parola Acerba l'ar- 
ticolo La^ scritto o congiuntamente Lacerba, 
separatamente La cerba. 



fi La musa f^oPOLARÈ. 14^ 

E stato già notato da altri che II prof. 
Castelli lasciandosi trasportare dall' amore del 
loco natio e del soggetto (oh felix culpa!) non 
si è accorto della esagerazione in cui è caduto 
de' meriti di Cecco, per quanto grandi, attri- 
buendo ?XS! Acerba intendimenti, i più alti e più 
civili de' quali dal testo della stessa non ap- 
paiono abbastanza dimostrati. 

CAPO XI. 

Raccolta di canti popolari marchegiani, (i) 

ordinata e illustrata. 

La raccolta di oltre 300 canti popolari coi 
titoli di ciascuno è ordinata e illustrata in mo- 
do da ricostruire la storia d' amore e da for- 
mare una specie di romanzetto, come appare 
anche dall' indice seguente. 

I** Descrizione della Primavera e delle 
feste e danze campestri. La stella d'amore. 

2** Luoghi i più incantevoli, formanti co- 
me r apparato scenico e il teatro ai cantatori 
delle canzoni popolari: 

Le valli e i poggi lungo il fiume Tronto, 
la Marsica, le ridenti spiagge dell' Adriatico, i 
monti Sibillini, Roma e la campagna romana, 
Campo di Fiori, Sabina, Loreto e il suo famoso 
santuario, Ancona, e il suo porto, Schiavonia, 
Dalmazia. 



(i) Cecco d'Ascoli, n^W.^ Acerba cap. XVI della invidia 
(Lib. 2.) che comincia con una bella e sentita invocazione del 
suo bel paese, chiama Marchesani i suoi conterranei. 

E marchegiani si dovrebbero chiamare, come opina anche 
il mio buon amico e illustre filologo, prof. Alfonso Cerquetti, 
non marchigiani, poiché si dice Marca e Marche non Marchi; 
ma r uso è promiscuo ne' parlanti, e negli scrittori prevale 
Marchigiano. 



I5Ò CECCO D ASCOLI 



3^ Le opere e faccende de' campagnuoli 
tra le quali sorgono i loro canti a gara: la se- 
mina, la mietitura e la trebbiatura del frumento. 
La spigolatrice, la villanella che porta il man- 
giare agli operai sul campo, lo spannocchiar 
del granturco, il maciullare della canepa e del 
lino, la raccolta delle olive, degli aranci, delle 
castagne ne' monti, la pesca in marina ; e tutti 
i diversi mestieri, che vanno compagni a quelli 
de' lavoratori de' campi : dal bifolco, vignaiuolo 
e giardiniere al sonatore, al sagrestano e al 
bandito. 

4" Natività della bella, suo ritratto fisico 
e morale, nella famiglia, in campagna, in chie- 
sa. Posta al libro d' amore. 

5° L' innamorata, il segreto e la confes- 
sione d'amore, il sonno traditore, dono del cuore, 
il bacio, la fonte .... del piacere, 1' amante sot- 
to le armi. 

ó"" L' innamorato, r albero ricordativo, l'a- 
mante celebrata, audace o timido, sotto la fine- 
stra, giornata d' amore vivificatore, fiori, baci. 

7'' Amoreggiamenti: pene e sfoghi d'amore, 
il libro del comando per colloqui. amorosi, lese- 
rate del vicinato, l'amante malata, passione 
violenta, serenata notturna. 

8"" Ritrovo alla fontana, gara e pericoli 
d'amorose, al lavatoio, specie nelle feste di 
Natale. 

9° Amori contrastati, invidia e maldicenza, 
gelosia, stizza, l'uccellino in gabbia, dispetti, 
rottura. 

io'' Invocazione della corte d' amore, la 
pacifica oliva, le paci. 

II** Partenza, l'addio, il memore letto, 
Guerin Meschino e la grotta della Sibilla. 



É LA MUSA POPOLARE. I5t 

12° La bella rapita dai Turchi. 

13° Pene d' amore, l'ora del tramonto, lon- 
tananza, lontano dagli occhi, lontano dal cuo- 
re, le lettere, la rondinella e altri uccellini, 
messagieri d'amore, l'angosciosa attesa del ritor- 
no, saluti innumerevoli. 

14** Voce misteriosa del cuore, troppo tar- 
di ! acqua passata ...., l' abbandono, il tradimento, 
vendetta còrsa, l' amante tratto in arresto. 

iS*" Amore e morte, morta per pene d'a- 
more! L'amante perduta! La voce del cantor 
non è più quella! 

16* L'amante riacquistata, regali d'amore, 
fidanzamento, 1' appender al collo la collana di 
corallo, la fiera di Sinigallia, 1' anello nuziale, 
la dote, le nozze, partenza della sposa dalla 
casa paterna. 

17** La suocera, suocera e nuora. 

18" La vedova e la giovane vedovella. 

19** Satire contro le donne in genere, e con- 
tro la vecchia e galante in ispecie ! L' amante 
girellona, la civettuola, la donna ritirata, la mez- 
zana, il registro delle brutte, scherzo puerile ! 

20'* De arte amandi, il libro contadinesco 
dell' amoreggiare, foco di paglia, la servetta, il 
far la corte rusticana. 

21"* Sfida e gara di stornellanti, proposta 
di dubbi e quistioni sul tema d' amore. 



152 CECCO d' ASCOLI 



Canti popolari. 
La primavera. 

Il dolce canto della capinera 
Saluta il primo fior di primavera: 
E gli risponde il coro de' figliuoli, 
% E noi cogliam di mammole i mazzuoli. 

È noto il verso proverbiale della campagna: 

Quattordici ne fa !a capinera, 
al quale si suole aggiungere questi altri due, relativi a un noto 
gioco con le carte : 

Cinquantacinque ammazza la primiera, 

Cinquantaquattro 1' uomo si dispera. 

Aprile e Maggio, 

L' altra matìna m' alzai a boa' ora 
E 'ncontrai Maggio e Aprile a contrastare: 
Me messe a mezze a poterli spartire 
*Nu baci detti a Maggio e 'n' altro a Aprile. 

spartire si dice dei litiganti, ossia dell'entrar di mezzo ad 
essi per impedire il seguito della lite o della zuffa. 

E uno de* rari stornelli, in cui ogni rima è d'assonanza. 

Primavera Sacra . 

La troppa gente un di, Tannata magra, 
Alla tribù sabina in veste negra 
Fé' qui compir 'na primavera sagra, 
Fé' qui trovar 'na primavera allegra. 
Un fonte, una boscaglia, un campicello, 
E qui coir amor mio restare è bello. 

Ricorda: Hic manebimus optime, e il verso 
Pico non vide mai nido sì bello, 

Quando i sabini, seguendo le consuetudini severe della lo- 
ro religione, mandarono nel territorio che poi si disse Ascolano, 
una falange di emigranti a compiervi una primavera sacra. 

// ballo campestre in primavera. 

È la festa dei campi : il saltarello 
Col cembalo e le nacchere si balla : 
Il vento alza il zinale (i) e luguarnello: 
Lu pie sempre più lesto e mai non falla. 



È LA MUSA POPOLARE. Ì53 

Non c'è allegria di questa più sincera, 
Evviva Maggio, evviva primavera : 
Evviva primavera, evviva Maggio, 
Per ballare con me ci vò coraggio. 
Non c'è allegria sincera più di questa, 
Evviva la campagna e la sua festa. 

(i) Nel contado ascolano è in uso invece del grembiale o 
grembiule. 

Saltarello, 

Fiore d' ornello ; 

Per questa sera so' invitato al ballo. 
Oh Dio, quanto me piace il saltarello, 
E già che r ho buttato a saltarello, 
E l'aria lo ritira '1 mio cantare; 
Non je date la burla al meschinello, 
Mai più non lo 'rivate a minchionare. 

Il saltarello è un* aria di ballo e di canto di stornelli 
fatto sui violini con accompagnamento di chitarra o violoncello, 
e volgarmente molto in uso. Si ballava nell' aia al tempo dei 
ricolti, anche al semplice suono di cembalo a sonagli. 

La stella d'amore (Venere), 

Ancor non è levata quella stella 
La stella eh' era solita a levare ! 
E n' è levata una e mi par quella, 
Lo core se comincia a rallegrare ; 
Me se comincia a rallegrar lo core. 
Che s' è levata la stella d' amore. 

Tronto. 

Fiume che lambe le ni:tj\i di Ascoli e ne percorre la valle. 

Che beli' arietta che v' è là da Trunto 
Ci sta r amore mie che me la manna, 
Mi sana la ferita chi m'à punto. 

E se all'aria potessi commannare 
Di qua chi mi vo' be' farei venire, 
De qua chi mi vo' bè farei volare, 



Ì54 CECCO DIASCOLI 



Valle del Tronto — Ciliegio. 

V mene voglio andà lungo la valle 
A famme 'na capata (i) de le belle: 
A chelle brutte glie vodde le spalle! 

(i) Capata, scelta; capare dall'antico cappare. 
Questo è delle valli, dove prospera il ciliegio : 

E lu mio amore si chiama Teresa, 
Fiore di gentilezza se reposa 
Bianca e roscetta come una ceresa. 

Ceresa per ciliegia l'usò il Castiglione ed è più vicina al 
latino Cerasum. 

É primavera, ne la valle intanto 
Col primo fior rìsuona il primo canto, 
Il primo fior sul petto a le fantelle, (i) 
Il primo canto su le bocche belle. 

(i) Fanciulle. 

Avete r occhi neri come il pepe. 
Le guance rosee come le cerase. 
Più ve se guarda, e più bellina sete. 

Bello r amore con le pianarole, 
Quanno cammina, fa li passi piani, 
Porta l'argento, e je reluce l'ore. 

Gli abitanti della valle del Tronto, specialmente sotto i 
Colli del Tronto, si chiamano pianaroli, i quali per la feracità 
di quella se la passavano meglio de' coltivatori de' terreni 
montuosi. 

Mandorlo — Pianu^^a. 

E lu mio amore sta che 'na pianura, 
Lu fiore de li mannele me pare ; 
Lu fiore de li mannele non ole, 
L' amore di 'sta giovene non vale. 

// fico. 

Si mangia sulla pianta il dolce fico, 
Se ne leva la scorza pe 1' amico: 



V 



È LA AfUSA POPOLARE. I55 



Si serban per 1' inverno i caricelli, 
E se ne dà pei morti ai poverelli. 

tra li lazzi sorbi 

Si disconvien fruttar lo dolce fico. 

Dante Inf. C. XV : 

Caiicelli, dal latino caricae, caricariim; così chiamansi 
dai contadini i fichi secchi su la pianta o al sole o al forno; 
e il contadino che non ha altro ne suole dare ai poveri per la 
carità de' morti (i e 2 novembre). 

Ricorda pure il detto proverbiale: 
All'amico pela il fico 
La persica al nemico. 

Canzoni ci' amore. 

I Colli del Tronto. 

Oh dolci colli ameni e sorridenti 
Su la valle del Tronto i più festanti 
Pe i doni della terra e degli armenti. 
Suonan più belli e numerosi i canti 
Da monte a valle, da la valle ai colli 
Volano i canti su fresche aure e molli. 
Le belle delle piane e dell' altura 
Le canzoni d' amor cantono a gara, 
A canzoni d' amor dì^.nno la stura. 

I Colli del Tronto, paese natio dell'autore di questa rac- 
colta, è uno de' più deliziosi e feraci sui poggi della valle del 
Tronto; ed è tutto sparso' di ville e villini. 

II Gabrielli nella sua Guida di Ascoli Piceno e dintorni 
(1882), notate le importantissime scoperte archeologiche prero- 
mane, fatte nello scorcio del sec. XIX in Colli dej Tronto, scri- 
veva: « Prima di tali scoperte chiunque lo avrebbe creduto di fon- 
dazione moderna, mentre le sue tombe ce lo hanno dimostrato 
aver appartenuto ad una remota antichità. Una necropoli, rife- 
ribile all'età preistorica più recente detta del ferro, ha circa 
un chilometro di raggio intorno al paese e vi sono stati raccolti 
svariati e singolari bronzi, la miglior parte dei quali trovasi nel 
museo delle antichità di Ascoli. Le necropoli sembra che ap- 
partengano ad una popoh.TÌ )ne la quale dalle piagge adriatiche 
risalendo il corso del fiume, si è spinta gradatamente nella par- 
te più alpestre dell' appennino, lasciando nelle varie stazioni 
traccie de' suoi costumi e della sua civiltà. Questo paese che 
vediamo 

« Signoreggiar la sottoposta valle (i) 
fu una delle più importanti di codeste stazioni nelle età prero- 
mane come oggi è il luogo che raccoglie il maggior numero di 
villeggianti nella sua aperta e amenissima postura ». 

(i) Canti di Carlo Lozzi, Firenze, Le Monnier. 





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156 CECCO DIASCOLI 



La festa deW Ascensione 

nel monte di questo nome. 

Entro a 'sto monte sta Polisia bella 
Insieme a la sua giovane donzella ; 
Stanno tessendo su telaio d'oro, 
Chioccia e pulcini d' oro intorno a loro : 
Il sole sorge e giù Polisia canta: 
Gitta la pietra e cogli Verba santa. 

Il monte dell' Ascensione a cui nel dì della testa ascende 
gaio e curioso un pellegrinaggio da tutta la Marca e dagli 
Abruzzi, è famoso per 1* erba santa che gli amanti vi colgono 
avanti il levar del sole e pel gettito delle pietre che in segno di 
devozione i supertiziosi fanno in una gola del monte, dove S. 
Polisia, la figlia del Prefetto Romano Polimio, convertita al 
cristianesimo e battezzata da S. Emidio, tesse da più secoli in 
un telaio d'oro e ha d'accanto una chioccia, coi pulcini, tutti 
dello stesso prezioso e splendente metallo. 

Monti Sibillini neW Ascolano. 

(Vettore e Sibilla) 

Vo' ire pellegrina a la Sibilla 
E cantar nella grotta: dies illa: 
Dimmi che mi destina la mia sorte? 
Sarà amor la mia, vita, o la mia morte? 

1 poveretti che vanno attorno per l'elemosina sogliono can- 
tare la dies illa, nella cui prima strofe il terzo verso suona : 
Teste David, cum Sibilla. 

Da Ascoli a Roma. 

Son stato a Roma, e per veder San Pietro 

Sono arrivata avanti la facciata. 

Se non ci trovo te ritorno indietro ! 

Povera pellegrina 'nammorata, 

Se non ci trovo te, mio caro amante, 

Se le tenga per sé le chiavi sante. 

È più efficace del manco ce trase della Cavalleria Rusticana. 

Se lu Papa me offrisse tutta Roma, 
E mi dicesse abbandona chi t* ama, 
Io gli risponderei, mio cor non brama, 
Conservala per te la doppia soma. 



E LA MUSA POPOLARE. I57 



Chi sa che l'anonimo e antico autore di questo stornello 
con la doppia soma non abbia alluso al potere spirituale e tem- 
porale, che il papa usurpò qual titolare del vescovato di Roma? 

E lu mio amor da Roma è rivenuto, 
E per me è stato lu primo saluto, 
M' à riportato un pare di pianelle 
A Roma non ce n* era le più belle, 
M' à riportata la più cara cosa : 
La fede d* oro pe' quanno si sposa ! 

Roma. 

Fior di verbene, 

A Roma bella me piace de stare ; 
Ma non me piace V usanza che tiene, 
Che 'alli ragazzi lì manna a chiamare. 

Allude alla corruzione di certe dame che vanno in cerca 
di giovanotti. 

A Roma a Roma, le belle romane: 

Tanto è più belle le trasteverine; 

Chi m* à rubato '1 cor, le marchegiane. 

Santa Maria Maggiore tutta d' oro. 
Tu canti li stornelli, e io l'imparo, 
Tu butti li sospiri, io per te moro. 

Sono famose le dorature che ornano specialmente il soffitto 
grandioso del mentovato tempio romano. 

Roma. 

A Roma s' è scoperta 'na fontana 
D' acqua sì bona fresca e saporita ; 
Che tutti r ammalati li risana, 
E a chi sta pe mori rida la vita : 
Io r ho bevuta, e 1' ò fatta la prova. 
Per le pene d* amor 1' acqua non giova. 

Maì^emma, campagna romana. 

Non me guardate, se son mal ridutto. 
So state a la maremma a lavorare, 



158 CECCO d' ASCOLI 



L'ap:gio magnato de lo pane asciutto, 
L'acqua del Fontano m' à fatto male. 

È il grido di dolore dì tanti nostri coloni, che recandosi, 
secondo l'usanza qui comune, pei lavori, specialmente di mie- 
titura d^l frumento e del fieno nelle campagne romane, vi con- 
traggono la febbre malarica, e, se ne scampano, ne tornano 
estenuati e malaticci. Quelli che per risparmio bevono acqua, o 
quasi mai vino, sono più esposti al contagio. 

Campo di fiori. 

E' questo il vicinato de le belle, 
Però se fa chiama Campo de fiore; 
Dove se fa la scuola de l'amore: 
Ce sta 'na mamma con due figlie belle. 
Una coir altra getta lo splendore: 
Una porta le persiche novelle, 
L' altra le melarance per 1' odore : 
Una à le trecce d'oro e'^le viole, 
L'altra' ce porta la luna e lo sole. 

Campo] disfiori a Roma, il più gran mercato dì commestibili 
e dì frutta, è il ritrovo de' contadini marchegianì, e però n' è 
frequentissimo il ricordo ne' loro canti. 

Così in quest' altro : 

Questa è la strada de campo de' Fiori 
Dove passeggia la bella romana. 

Sabina, 

Non so perchè mi chiamano sabina. 
Soprannome di nonna e di mammina: 
Sènio venute là dai monti al piano 
Da 'nu paese lontano lontano. 

Anche il soprannome concorre a dimostrare l'origine degli 
antichissimi abitanti d'Ascoli e delle ville del Tronto da gente 
Sabina in una delle sue sacre primavere. Questo canto, forse 
anch' esso, ne serba la memoria, e le tradizioni sabine sono vi- 
ve e rigogliose nella valle del Tronto. 

Marcìiegiaìti mangiapoleìita, 

A Roma ce se magna la polenta : 
I marchegianì, che ne magna tanta, 
Gli aguzza T appetito, e T ìndormenta. 



E LA MUSA POPOLARE. I59 

I marchegiani son tanti mangiapolenta, Toscani e Roma- 
gnoli mangiafagioli ; Piemontesi mangiapatate ecc. 

La madonna di Loreto, 

Mamma se non mi date Maria Rosa 
Piglio la strada della Santa Casa, 
Me fo romito, e abbandonoogni cosa. 

Questo famoso santuario nel bel mezzo delle Marche ha 
inspirati non pochi canti popolari, ma nessuno di vera devozione 
forse per la ragione addotta da Massimo d'Azeglio ne' suoi 
JRicordi. 

Scherzevole è quest' altro : 

Madonna de Loreto, grazia fate, 
Fate piove a li campi eh' è in ardore, 
Fate cresce le zucche all'ortolane, 
Alla mia bella fate cresce il core. 

Ancona. 

Il navigante scopre di lontano 
La dorica città, 1' arco Trajano: 
Approda, e grida: oh! spiagge fortunate 
Per tante donne belle e innamorate ! 

Vo' benedire lo porto d' Ancona 
E San Ciriaco, che veleggia '1 mare; 
Veleggia il mare, e veleggia le onde. 
Se vói le belle, va a Capo de Monte : 

Capo de Monte ce stanno le belle, 
A Iesi bello c'è '1 sole e le stelle; 
Capo di Monte di belle è la cuna, 
A Iesi bellq e' è '1 sole e la luna. 

Il Gianandrea dice bellissima questa canzone, ma non si 
accorge del controsenso che la deturpa nella lezione da lui adot- 
tata. Lo stornello appartiene a qualche cantore del contado di An- 
cona, il quale in qualche sfida con altro cantore della vicina 
Iesi, gli viene a dire : Le belle sono ad Ancona, in Iesi di bello 
non ci sono che le stelle e il sole e la luna, cose che sono belle 
da per tutto. 

Porto d'Ancona, 

Fiore di lino, 

Voi vi godete la città d'Albano, 

E io me godo lo vento marino, 



"V 



l6o CECCO DIASCOLI 



Voi ve godete la città de Roma, 
E io me godo lo porto d' Ancona. 

Ancona da un poeta fu detta: quasi lembo delV Eliade. 

Marina. 

Non te meraviglia perchè si bella, 

Perchè si nata accanto a la marina, 

L'acqua del mar te tiene fresca e bella. . 

Come la rosa su la verde spina, 

Come la rosa su la verde rama, 
Gio>7Ìne bella, te vorria per dama. 

Schiavonia — Dalmazia. 

Si ci voli veni, mò te ce porto 
Là 'n quella parte della Schiavonia, 
E quanno che sarò arrivato al porto, 
La mano mi darai e sarai mia. 

Sono vive le tradizioni della Dalmazia e della Schiavonia, 
lungo le opposte rive di S. Benedetto del Tronto e vicini paesi 
littorani. 

La semina del frumento. 

Ara e lu tardo bue sprona il bifolco 
E sul terren molliccio fa lu solco : 
Ara il bifolco e il bove tardo sprona 
E lu mio amore gitta la sementa. 
E i* dietro acciucco (i) e canto la canzona, 
E con noi la speranza canta e canta, 
E lu mio amore gitta la sementa, 
E ogni granello che si gitta via 
Sospira il cor, se e' è la carestia. 

(i) Acciuccare è parola comunissima nel contado ascolano 
e significa V agguagliare colla zappa o col bidente le glebe 
smosse dall' aratro, per ricoprire la semenza gittatavi. 

Mietitura. 

E lo mio amore, è andato a Roma a mète, 
Me l'à mannate a di che se fa frate; 
Monica io me farò e me vedrete 
Ne lo convento de le sventurate. 



E LA MUSA POPOLARE. l6l 



Mietitura e Trebbiatura. 

Mò eh' è Privata Torà de lu mète* 
Ve do la libertà con chi parlate ; 
E poi finito Io batte e Io mète' 
Arritornate all'amante ch'avete. 

Ricorda V usanza antica di battere le spighe del frumento 
nell' aia coi flagelli ; il tempo della mietitura è anche oggi una 
specie di carnevale un po' libero pei nostri contadini. 

La spigolatHce nella mietitura. 

Lasciami arreto quacche pecurella^ 
O metitor, e t' ami la più bella, 
E di Puglia ti porti tanto grano 
Da riempi '1 più grande magazzino. 
Lasciami quacche pecurella addietro, 
E San Giovanni t' aiuti e San Pietro, 
E t'aiuti San Pietro e San Giovanni 
E che puossi campa -più di cent' anni. 

Pecorella chiamano i mietitori quella manatella di spighe 
mietute che lasciano indietro e poi raccolgono in manipoli o 
covoni. L' invocare poi V aiuto di S. Giovanni e S. Pietro nella 
mietitura non è a caso, poiché v' è il detto proverbiale: 

San Giovanni (24 giugno) 
Piglia la falce e vanne; 
San Pietre (29 stesso mese) 
Piglia la falce e miete. 

Il tavoliere delle Puglie, non molto discosto dai confini 
ascolani, è rinomato per la copia e per la bontà delle messi di 
frumento. La consuetudine dello spigolare è antichissima, non 
meno in Toscana, che nelle Marche ; ed è una specie di servitù 
pubblica che non potrebbe essere dai padroni o coloni impedita 
o tolta di mezzo. 

Dante nel C. XXXII dell' Inf. ne fece ricordo in questo 
terzetto ; 

E come a gracidar si sta la rana 

Col muso fuor dell'acqua, quando sogna 

Di spigolar sovente la villana, 

e. Lozzi — Cecco d* Ascoli 11 



102 CECCO d' ASCOLI 



La villanella 

che porta a mangiare agli operai sul campo. 

La padroncina vieti con la canestra, 
Ci porta la pietanza e la minestra. 
In testa la canestra, il trufo in mano, 
Evviva, evviva, facemo baccano: 
La canestra le fa da parasole. 
Gli occhi neri lucenti è un altro sole. 

Trufo o truffo è comunissimo nelle Marche per fiasco di 
terra cotta; il Fanfani nota solo truffo nel senso di fiasca e co- 
me voce romanesca. Ma la fiasca è un vaso schiacciato, mentre 
il trufo è rotondo. 

La moglie o la figlia del padrone quando porta a mangiare 
agli operai, e specialmente ai mietitori è accolta da grida di 
gioia e di evviva, e spesso da triplice salva. 

Le giovanette 

escono di buon mattino a far V erba per la vacca o il torello. 

A far r erba il mattin, se il tempo è bello, 
Usciam, tu per la vacca, io pel torello, 
Lunga ed aspra è la via pe* verdi fossi, 
E ritornando poi sui nostri passi, 
Un fascio d' erba riportiamo in testa, 
E la vacca e il torel ci fanno festa. 

Lo spannocchiar del granturco. 

Quanno in Agosto più spienne le stelle 

Vanno del vicinato le fantelle 

A scartozzar li pupi di granturco, 

E fanno intorno all' Arra come un arco, 

Un intreccio di canti, un pipi lare 

Di passere sull'albero la sera. 

Nelle Marche lo spannocchiare, ossia il toglier le foglie 
alle pannocchie di granturco, si dice scartozzare i pupi^ ossia 
scartocciare: ed è proprio, perchè la pannocchia non mondata 
delle foglie ha forma di cartoccio, non già perchè le foglie si 
chiamano cartocci come erroneamente dice il Fanfani. 

Il pupo è voce dialettale del contado ascolano, e a Roma 
si chiama così il neonato, specialmente sinch' è in fasce, avendo 
allora qualche rassomiglianza col pupo del granturco rivestito 
di foglie sul gambo. 



E LA MUSA POPOLARE. 163 



Fantella è il termine vezzeggiativo di giovinetta, e V aia è 
denominata sempre ara n^l contado. 

V 

Le foglie nove e il letto della sposa, 
E la polenta nova e saporosa: 
Nova polenta a sera e nove foglie 
Mette la pace tra marito e moglie. 

Del maciullare la canepa e il lino. 

Tu sei lo mio Francesco, io la tua Paola: 

Tu adopri la maciulla ed io la ciaola: 

Tu dirompi la canepa ed il lino. 

Io runa e l'altro più batto e più affino: 

Cosi a Roma si battea l'amante 

Per farla men fraschetta e più costante. 

Allude air uso antico in Roma di battere V amante, eh' à 
dato argomento a più d'uno scritto erudito e critico. 
Tra i toscani c'è questo stornello: 

Fiore d' erbetta, 
Conosco ben che voi mi canzonate. 
Ma voi siete una frasca, una fraschetta. 

Giovane leggiera e incostante si chiama cosi, perchè simili 
ramoscelli si muovono ad ogni vento, anche al più lieve zeffiretto. 

La raccolta delle olive. 

È venuto novembre, e su la pianta 
L' oliva è nera nera tutta quanta : 
La cogli su la scala e con la cesta, 
Tu me la stendi ed io la porto in testa. 
Lasciane, amore mio pe' la r adocchia y 
V è chi 'na goccia d' oglio 1' è mancata 
Per filare la sera a la conocchia, 
Per condire 'nu poco d' insalata. 

Radocchia, detta anche rispizzica, è il raccogliere dagli olivi 
gli acini sfuggiti all' occhio del coglitore; e similmente dagli 
altri alberi di frutta. 



164 CECCO d'ascoli 



La potatura. 

Poti la vigna, o poti 1' olivato, 
Canto di potatore è sempre lieto: 
Le donne nel raccòr rami d' olivi 
Mandano al cielo i canti più giolivi : 
Arbero ben potato, dà più frutto, 
E vien su meglio figlio ben corretto, 
Ma r amor non si pota, né corregge, 
E una necessità che non ha legge. 

Raccolta degli aranci, 

Lu bello sole sorge a la marina 
E la campagna è piena di rugiada, 
É un pezzo che ti chiamo, o cara Nina, 
De lu giardino mio piglia la strada: 
Vieni a coglier con me le melarance, 
Son belle e fresche come le tue guance. 

Canto raccolto nelle spiagge di S. Benedetto del Tronto, 
lungo le quali prospera la coltivazione dell'arancio. 

Raccolta delle castagne. 

V nata sono tra queste montagne, 

E la raccolta fo delle castagne : 

Ti vo dà na curona di marroni 

Di quelli di Trisungo (i) grossi e buoni: 

Vieni se vuò i marroni di Trisungo: 

Che l'aspetta l'amore, è troppo lungo. 

(i) Trisungo è un paesello fra le gole de* monti ascolani 
rinomato pe' suoi marroni; e dei più scelti è usanza farne co- 
rone o infilze per doni specialmente tra innamorati. 

Tra il castagneto. 

Questo come il precedente è certo un canto di una mon- 
tanina intenta a raccogliere le castagne: 

Tira lo viento e smove la castagna, 
La bella fa l'amor, la brutta sogna, 
Ma chi più fa 1' amore più se lagna. 



É LA Musa popolare. 165 

// pecoraio schernito 

e il pastorello amato. 

Lu pecoraio che si chiama Rocco 

Vo fa air amor co me, ma è tanto sciocco ! 

Le pecorelle mena sul dirupo, 

E le spalla o le mette in bocca al lupo. 

'Nu pastorello che le tenga bene 

r vo cercando per volergli bene. 

Lo core 1' ò donato a un pecoraro, 
Tutta la notte lo tene al sereno ; 
E la matina, quanno è giorno chiaro, 
E' lo ricopre co' 'nu velo nero, (i) 

(i) Allude alla vita errante e grama del pastore, che nel- 
r estate pasce il gregge su nei monti e poi le mena pei tratturi 
a svernare nei pascoli delle puglie, e sempre esposto a tutte le 
intemperie. 

La bachicoltura 

o il baco da seta. 

Non vuol più foglia il baco e va a la frasca, 
E di se stesso prigioniero tesse 
Una cella di seta bianca e gialla, 
E poi n' esce bellissima farfalla. 

Il bozzolo, formato dal filugello, è ben descritto ma è lavoro 
letterario come il seguente. 

La farfalla presso gli antichi era simbolo dello spirito im- 
mortale. 

Non v'accorgete voi che noi siam vermi 
Nati a formar 1* angelica farfalla? 

Dante. Purg. C. X. 

Le sue dormite il baco fatte ha già : 
Più non mangia la foglia e al bosco va : 
Tesse la sua prigion, la sua casetta, 
E n* esce bianca e bella farfalletta: 
Cerca lo sposo e si ritrova insieme, 
E a nuove vite è prodiga di seme. 

La bachicultura è una delle più fiorenti e rinomate industrie 
della città di Ascoli e de' suoi dintorni; e i cosi detti semaiuoli, 



.1 



i66 CtCco d'ascolI 



ossia quelli che curano la selezione del seme di bachi, hanno 
più o meno fatta tutti e stan facendo la loro fortuna. 

Le filatrici di seta. 

Da Fossombrone ve ne andate lunga 
Portando 1' arte di filar la seta ; 
E quando di tornar de3Ìo vi punge 
Col canto vi par giungere alla mèta, 
Col canto e col pensìer che v*è compagno, 
Di farvi spose col vostro guadagno. 

È noto come le donne della città e dintorni di Fossombrone 
nelle Marche siano esperte filatrici di seta, e si rechino a in- 
segnar quest' arte nella Toscana, nelle isole Jonie e in Grecia. 
E molte coi guadagni si costituiscono la dote. 

Sonatore. 

Quante le volte lo desiderai 
D' aver un giovinetto sonatore ! 
Eccolo qua che Dio me T ha mannato, 
Con soni e canti e discorsi d' amore. 

Il canto toscano ha questa variante : 

Eccolo qua che vien pianin pianino 
A capo basso, e suona il violino. 

O chitarruccia, quanto mi dai pena, 
Quando ti sento la notte sonare! 
Massimamente lo sabato a sera. 
Che un* ora non mi lasci riposare. 

Se per chitarra non s' intende suonatore di chitarra, può 
essere in senso metaforico, cioè pornografico. 

// cacciatore. 

Va pei monti Ascolani lo mio sposo. 
Di tordi e merli cacciator famoso. 
Li piglia con la rete, i lacci e il fischio^ 
E gli augelletti, con civette e vischio. 



È, LÀ Musa popolare. 167 

Fattore-Mercante, 

Quello che sen va giù pare '1 mio amore, 
La cera di un bellissimo fattore ; 
Quello che sen va giù pare '1 mio amante, 
La cera d' un bellissimo mercante. 

Marina - La pesca. 

r me ne vo' calare a la marina, 
La vita de lu pesce voglio fare : 
A tutti vo- mostrarmi più bellina, 
Ma a nessuno me voglio fa pescare. 

Portate gli occhi neri e siete bella 
Ed abitate accanto alla marina, 
E l'aria de lu mare vi sostiene, 
Come la rosa roscia de giardine. 

'Nu giorno andando a spasso a la marina 
r me *perse lu core e con gran pena, 
E presi a domandar lu marinaro: 
Hai visto lu mio core tra la rena? 
Quilli mi disse: Non pensare a male, 
Che '1 vostro amore in petto se lo tiene. 
State tranquilla non e' è stato errore. 
In petto se lo tiene il vostro amore. 

Pescatore - Marinari. 

E lo mio caro bene è pescatore, 
E quando torna mentre se fa sera, 
Appena vedo la sua barca nera. 
Mi sento dal piacer sbalzare '1 core. 

Sospetto d' origine letteraria. 

Ieri fu guerra tra sei naviganti, 
E in mezzo a loro e' era lu mio amore, 
Che sopra tutti andava sempre avanti, 
E rimaneva sempre vincitore. 

Giovanottello, che ne vai per mare. 
Saluta lo mio amor, eh' è pescatore; 




l6à' CECCO DIASCOLI 



Si non conosci a lui guarda '1 segnale, 
Che nella vela sta scritto '1 suo core. 

Quanno vedo *l mi' amor mettersi in mare, 
La provo sempre 'na gran pena al core, 
Che non abbia mai più da ritornare ! 

La giovinetta che ci fo l'amore. 
Non vuole diventare la mia sposa. 
Si non lasso de fa' lu pescatore ! 

// pescatore di S. Benedetto del Tronto. 

È sabato: ecco qua dall'alto mare 
Le paranzelle a terra ritornare : 
Ecco qua ritornato lu mio amore, 
Lu giovanetto e bello pescatore : 
Di pesce fresco mi porta un cestino, 
Con una bella rama (i) di corallo, 
Trovi r acqua del mar per suo destino 
E chiara e calma come 'nu cristallo. 

(i) Il Fanfani dice: « Rama, lo stesso ma men usato che 
ramo, » Eppure i nostri campagnuoli usano assai più quella che 
questo. 

Marinaro - Guerra di Candia. 

Sì tanto bella, e non te posso avere, 
L' arte del marinar me metto a fare ; 
Qualunque vento che volta le vele, 
Ch' a Candia belhi, te vorrìa portare ; 
In quel paese dove se fa guerra, 
Dove se tira li colpi mortali : 
Dove se tira li colpi più forte. 
Sì nata bella, per damme la morte. 

Questo canto forse risale alla guerra di Candia. 

Calzolai e giardinieri. 

I calzolari puzzano di pece, 
I giardinieri odorano di rose, 
E lu mi* amore de viole accese. 



1 



È LA MUSA POPOLARE. 169 



Vignarolo. 

E lo mio amore fa Io vignatolo, 
Venetelo a vede*, si quant* è caro, 
Coje li fratti co la scala d* oro. 
Coje li frutti e ce lassa lo fiore, 
Antoninello se chiama '1 mio amore, 
Coje li frutti e ce lassa le foglie 
Antoninello me vóle per moglie. 

Si chiamano vigne gli orti e i terreni intorno alla città di 
Ascoli, e specialmente quelli fuori porta Maggiore, e vìgnarolo 
chi le coltiva. Esse sono rinomate • per la copia, varietà e 
bontà de' prodotti. 

Anche i dintorni di Roma sono pieni di vigne e di vigna- 
roliy oltre le sontuose e stòriche ville. Si sa che Villa Borghese 
rivendicata al popolo romano, apparteneva alla famiglia di Bea- 
trice Cenci. 

La caccia delle palombe 

«' tradimento. 

Sugli alti monti e lungo la vallata 
La caccia a le palombe è cominciata : 
Lo cacciatore fa vola la palpa 
E le palombe chiama su la cerqua, 
Tira e le ammazza e i colpi di qua sento... 
Ma non mi piace questo tradimento. 

Palpa è il piccione che serve di zimbello, e che il caccia- 
tore fa volare dal capanno appena vede da lunge il branco di 
palombe le quali amano di posarsi sulla quercia ( in dialetto^ 
cerqua ) . 

Vetturino, 

L'arte del vetturino è un'arte giusta, 
Quanno non ci à i quadri, batte la frusta, 
L'arte del vetturir>o è un'arte bona, 
Quanno non ci à i quadri, la frusta sona. 
E quanno non po' batte la cavalla. 
Per disperazion batte la sella : 
Piuttosto che ammazzarla, fuggir vuole: 
Quanno l'occhio non vede, 'Icornon dole. 



i 70 CECCO b ASlciÓLt 



Qui cavalla vuol significare amante o moglie infedele. Il 
carrettiere Alfio non è dello stesso avviso per disgrazia di com- 
pare Turiddu. 

Fiore di noce. 

De fa lu vetturì non se' capace, 

Che a li cavalli non sai dà la voce. 

Sagrestano. 

Mamma non me lo dà lo sagrestano. 
Ch* è mezzo prete e mezzo beccamorto : 
Mi schifa quel continuo baciamano, 
E paura mi fa quel collo torto: 
In Chiesa stiamo pure co* li santi. 
Ma fora si sta meglio cogli amanti. 

Una tinta di volterianismo si trova più che in altri, nei no- 
stri contadi, siccome più vessati dalla tirannide clericale. 

// mugnaio. 

La prima volta che iette al mulino, 
La porta della pesa era serrata. 
Ce stava un cardellino su la noce, 
Chiamava il mulinaro ad alta voce : 
Mulinaro, venite a fa farina : 
Le tue fatiche le voglio pagare: 
Lu molinar risponde prestamente, 
Sì tanto bella che non voglio niente. 

U erbe salutari 

della Maiella e del Gran Sasso. 
Speziale-Medico . 

E lu mio amore fa lo speziale, 

E a la Maiella e a lu Gran Sasso sale : 

E coglie r erbe e ci fa 'nu liquore 

Che sana ogni ferita, ogni malore. 

Ma anch' io ferita, anch' io malata sono, 

Perché del tuo liquor non mi fai dono? 

L* erbe della Maiella e del Gran Sasso (Monte Corno) sono 
rinomate, e se ne estraggono medicinali e liquori aromatici, e tra 



È tA MtJSA tOPOLAkE. 17 t 



questi, oltre il Corfiniumy famosa ^ \2i center ba ài cui faceva uso 
il niarchegiano Giove della music», Giovacchino Rossini. 

L' erbario in quelle montagne raccolto dal rinomato natu- 
ralista Senatore Orsini, dì Ascoli Piceno, è molto prezioso e 
vien custodito dal nipote Comm. Tranquilli, il gran medico del 
baco da seta. 

M' è stato ditto che medico sete, 
E le piaghe d' amore medecate; 
Medecate *sto core, si potete. 

Muratore. 

E lo ragazzo mio fa '1 muratore, 
E me farà la casa bianca e bella ; 
E me farà la stanzia e la cucina, 
Per cucina la sera e la mattina. 
E poi ci vòle un po' di compagnia, 
Che dormir sola è la paura mia. 

Soldato. 

L'amor del soldatino dura un'ora: 
Al suono del tamburo: Addio signora 
L* amor del soldatino dura poco ; 
Ei muta amore, come muta loco. 

Amante giocatore. 

Ò fatto voto, e lu voglio osservare. 
Più n' omo giocator non voglio amare : 
Non me lo dà queir omo, mamma mia, 
Sempre lo vedo avante a 1' osteria. 

E lo mio amore si chiama Giuseppe ; 
Lu primo giocatore de le carte; 
S' ha giocato il cappello de le feste, 
Se giocaria la moglie, si l' avesse. 

Bandito. 

Fior di candito. 

Te lo voglio ammazza 1* innamorato, 

Tu resti vedovella, ed io bandito. 



ìji CECCO DIASCOLI 



Non era raro il caso di queste vendette per cui T uccisore 
si gettava alla campagna, divenendo bandito o brigante. 

Fior di granato : 

La vita de lo povero bandito, 

Non me lo dite a me che 1' ho provato l 

Sempre ne va per la macchia smarrito, 

Sempre ha paura d* andà carcerato. 

Nascita della bella 

sotto fausti auspici, 

Quanno nascesti tu, nacque bellezza. 
Spuntò lo tulipano in mezzo all' acqua : 
Lu sole s'arrestò per l'allegrezza. 

Molti canti di tutte le raccolte celebrano il di natale delle 
donne amate. 

Nata sotto infausti auspici. 

Da piccola fanciulla principiai 
A non aver mai bene in vita mia. 
Quando che mi portava a battezzare 
Il compar mi morì lungo la via, 
In chiesa ci morì la mia comare, 
La chiave de la porta non apria, 
E quel catino dove mi lavava, 
Non era rotto e l'acqua non tenia, 
E quella fascia con cui m' infasciava 
Tutta tramata di malinconia ; 
E quella cuna dove mi ninnava 
Era di legno e frutto non facia. 

Personale, fattezze^ forme. 

Fiore d' argento, 

Lu personale tuo mi piace tanto, 

Morì vicino a te saria contento. 

U andare — Portamento, 

Quanne cammìne 'na 'ngeletta pare 
Tutta soavità tutto candore : 



E LA MUSA POPOLARE. I73 

Li piedi in terra non li fai toccare 
Che le se porta pesolo V amore. 

Ricorda il verso del Petrarca : 

Non era 1' andar suo, cosa mortale. 
e i due danteschi 

E II capo tronco tenea per le chiom^ 
Pésol con mano a guisa di lanterna, 

Inf. C. XXVIII 

Lu benedico lu fiore d* erbetta, 
Dove cammini tu, figlia ben fatta, 
Chella si chiama terra benedetta. 

Fiore d'argento. 

La camminata tua me piace tanto, 

Perchè cammini col core contento ! 

U andare — Camminare. 

Non ho trovata un' altra contadina, 
E cosi bella e cosi costumata ! 
Se la vedessi quanno che cammina, 
Rassembra *na regina incoronata ; 
Se la vedesse quando muta 4 piede, 
Farebbe 'nnamorà chi non ce vede ; 
Se la vedesse quanno muta il passo, 
Farebbe innamorare un cor di sasso ; 
Se la vedesse quanno il passo muta. 
Coir occhio e co la mente ve saluta. 

Colori del volto rivelatori. 

Non ti piglia 'na roscia eh' è focosa, 
Né la pallida eh' è troppo vogliosa : 
Nanco 'na biancolina eh' è sciapita. 
Pigliati 'na moretta saporita. 

Concorda col noto verso ovidiano 

Pallida virgo cupit, rubiconda dat, alba recusat.* 

Segni del corpo umano. 

Acerba cap. Ili del lib. II. 

Mostra la vista qualità del core, 
Lacrime poche col tratto sospiro 
Col pietoso sguardo vien d' amore ; 



A 



174 CECCO d'ascolx 



Cambiar figura con atti gentili ; 
Poco parlare col dolce rimiro, . 
Segni perfetti son d'amor non vili! 

Capigliatura — Mano. 

Se non vuò vede* '1 tuo amante morire, 
Questi capelli non te 1} spicciare ; 
Giù pe la fronte lassali cadere, 
Pare du* fila d'oro naturale, 
Pare du* fila d'oro e seta fina. 
So' belli li capelli e voi bambina. 
Pare dù fila d'oro e seta torta. 
So' belli li capelli e clù li porta. 

Spicciare i capelli, per pettinarli e raccoglierli in treccia. 

Bellezze con bellezze va del paro, 
Capelli ricci inanellati d' oro, 
Chi ve la toccherà 'ssa bianca mano, 
Chi ve lo metterà l'anello d'oro? 

La mano non 1* ho piccola né bianca, 
Cresce sotto il lavor callosa e stanca: 
Le mani io me le lavo al chiaro fonte, 
Ed al bisogno altrui l'ho sempre pronte ; 
Tu la mano, 4mor mio, strìngimi forte, 
E tu fida r avrai sino a la morte. 

Maddalena — Ritratto dell' amorosa. 

Quando nasceste voi, o Maddalena, 
Tutta r acqua del mar diventò umana. 
Levaste il dolce canto a la sirena, 
E lo splendore a la stella Diana ; 
La neve ve donò la sua chiarezza 
E '1 pepe ve donò la sua fortezza. 
Lo sale ve donò lo suo sapore 
Lo gelsomino lo suo vago odore, 
La Maddalena ve donò la treccia. 
Cupido v'insegnò de fa l'amore. 



\ 



E LA MUSA POPOLARE. I75 



Sebbene raccolto nel contado d'Ancona, a me pare d'o- 
rigine toscana e letteraria. Vi è troppa mitologia: Sirene, Dia- 
na, Cupido. 

La Maddalena suole esser dipinta dai pittori in modo 
voluttuoso con una lunga e bella treccia sciolta e piovente sul 
collo e sulle spalle nude. Il Tommaseo aggiunge che il frequente 
ricordo della Maddalena ne* canti popolari deriva dal dilexit 
tnultum per cui remissa sunt ei inulta^ secondo il detto del fi- 
glio di Maria, al quale ella asciugò i piedi co' suoi lunghi ca- 
pelli, onde la loro grande rinomanza. 

Ritratto — Pittore Veneziano. 

Teresina te veggo da lontano, 

Me butto in terra e bacio lu terreno, 

Ce vorrebbe un pittore veneziano 

Per ritratta lo tuo volto sereno ; 

La gola te r à fatta li pittori, 

La bocca quanno parla butta fiori ; 

Li denti sono pietre minutelle, 

Le guance par due rose e gli occhi stelle. 

Il celebre Jiittore veneziano, Carlo Crivelli sin dallo SQorcio 
del sec. XV fondò una scuola in Ascoli Piceno: le sue tavole 
sono assai ricercate e al più alto prezzo. Anch' esso dipinse 
madonne di una bellezza ideale. 

Occhi. 

Chi t' à fatto quell'occhi tanto accorti, 
Chi te l'à fatti tanto innamorati ? 
Tu da la fossa caveresti i morti. 
Dall'inferno li spiriti dannati; 
E dalla terra levaresti i vivi. 
Dall'inferno li spiriti cattivi. 

Descrizione del petto. 

Bella che avete il petto palombino 
De qua e de là con due pomi d' Adamo; 
É stato scritto in cielo il mio destino, 
Se me lassate voi, la morte bramo, 
È stata scritta in cielo la mia sorte, 
Se me lassate voi, bramo la morte. 
Palombino, di palomba. 



176 CECCO DIASCOLI 



E slaccialo e slaccialo 'sso petto, 
E falle compari 'sse due viole, 
Stella Diana e paradiso aperto, 
Lassa pija 1' odore a chi lo vòle. 

Descrizione, ancor più voluttuosa. 

Boccuccia d' oro e inargentata tazza 
E nel tuo capo un* indorata treccia, 
Quanno che lo tuo petto si dislaccia, 
Dio che gioia d* amore e che dolcezza! 

Giovinottina, in questo petto bianco, 
Ce li portate due pomi d' arp.ento ! 
Chi se li goderà diventa santo, 
Se me li godo io, moro contento. 

Un canto del contado d'Urbino aggiunge: 

Chi ve li toccherà sarà giocondo, 
Sarà felice fortunato al mondo. 

Occhio. 

Fiore di lino, 

Bella che avete V occhio brillantino, 
Fareste innamora chi sta lontano, 
Considerate a chi ve sta vicino! 

Doìio di Sante a ornamento della bella. 

La Maddalena ti donò la treccia, 
L'addolorata, pe' feri, la freccia, 
Sant'Apollonia, li suoi denti bianchì. 
Sant'Anna li più svelti e forti i fianchi, 
Santa Luci:i le sue luci belle, 
Santa Cristina piene le mammelle ! (i) 

(i) In Colli del Tronto v' è una chiesolina consacrata a S. 
Cristina, a cui vengon a implorare grazia e ad appender voti le 
puerpere mancanti di latte, traendo poi a bere acqua a una vi- 
cina fontana che porta il nome della santa. 



E LA MUSA POPOLARE. 177 

// cte/o da immagini 

alV innamorato per celebrare la sua bella. 

Quannò nascisti tu per gentilezza 
Stava presente lu sole e la lana, 
La luna te donò lo suo splennore, 
Lu sole te donò la sua chiarezza : 
Ma *na stella t'à dato la fortuna 
E si chiama la stella dell'amore. 

Chi dice che la luna non cammina ? 
Passa li monti e non si ferma mai : 
Cosi fa il core dell'amante mia 
Sempre a me pensa e non si scorda mai. 

L'ora del tramonto. 

Rispetto sospetto. 

Quando jer sera tramontava il sole. 
Pensavo a te che* sei lontano tanto ; 
E mi pareva udir le tue parole, 
Ma eran dolorose come pianto, 
E sospirar sentia sommessamente, 
E afflitta in volto mi parca la gente. 
Ohimè, ben mio, di tu, che cosa è questa? 
Ah l'ora del tramonto è un' ora mesta. 
Ah quella del tramonto è una mesta ora: 
E tu, ben mio, perchè non torni ancora? 

Il buon Andreucci annota : « Quante migliaia de' soliti sonetti 
non si darebbero per questo solo Rispetto? » 

Certo, se fosse un fiore di campagna, ma pur troppo non 
è che una rettorica imitazione della nota terzina dantesca : 
Era già 1' ora che volge '1 desio 
Ai naviganti e intenerisce il core 
Lo dì che che han detto a' dolci amici addio. 

Purg. c. vin. 
Fior di ginestra. 

Modestia, 

Fior di ginestra; 

La' farinella fa la bianca pasta, 

La camminata tua, tanto è modesta. 

C. Lozzi — Cecco d'Ascoli I2 



178 CECCO DIASCOLI 



E benedetto il fiore di ginestra, 

Ch' ole più da lontano e non si mostra, 

E a te non piace stare a la finestra. 

Chi sa che questo e consìmili stornelli, in cui la mo- 
destia e l'umiltà dell'amata sono simboleggiate nella Ginestra, 
non abbia suggerito a G. Leopardi il titolo del suo più lungo 
e più celebre canto lirico eh' è la più sublime e disperata espres- 
sione della doglia universale. 



La donna piccolina. 

La donna piccolina è sempre bella: 
L* à ditto lu pittore che non sbaglia, 
E chi vo fa r.amore cerca quella 
Come lu cacciator cerca la quaglia, 
Lu cacciatore cerca la quaglietta 
E chi vo fa r amor, la piccoletta. 

Occhi — Lo sguardo d'amore. 

Con questi occhietti neri mi guardate: 
Sappiatemelo di* cosa volete : 
Volete '1 core? e non mei domandate? 
Non ve lo posso dar perchè V avete. 

Stornello a dialogo. 

Modestia, 

Fagli la bocca a ride a lu tuo amore, 
Fagliela a demostrà se gli vuo* bene. 
Quanne m' encuntre famme 'nu piacere 
Bassili l'uocchi, non me salutare. 

Lo specchio. 

A la mia faccia di specchiarsi piacque 
Sempre a le dolci, fresche e limpid' acque: 
M' hai dato lo specchietto, e i' vo' vedere 
Come io ti possa sempre più piacere. 



E LA MUSA POPOLARE. I79 



U amante tratto in arresto. 

Fa core, amore mio, spesso la jura (1) 
Lu loglio lascia e lu grano ci fura» (2) 
E se venir non posso ove tu sei, 
Ti segue M mio pensier, memento mei. 

(i) Più volte ho raccolto negli anni della mia giovinezza, 
nel contado di Colli del Tronto, dalla bocca dei più vecchi del- 
l' uno e dell'altro sesso, la frase: « n venuta la jura if> volendo 
significare 1* accesso dei processanti sopra luogo. Ma questi e 
simili latinismi vanno sempre più scomparendo. 
(2) Ricorda i versi del Petrarca: 

Poiché morte fura 

Prima i migliori e lascia stare i rei. 
Ma r immagine è presa dalla faccenda agraria del separare 
il loglio dal grano, che, se mal non m' appongo, diede argo- 
mento anche a una parabola evangelica. 
Ricorda pure il dantesco 

Chi dietro a jura, chi ad aforismi 

Parad. XL 

Nome? — Amore occulto. 

Quanto je vojo bene a chi dich' io, 
Lo nome non lo posso palesare, 
Lo porto scritto in mezzo al petto mio. 
Credo che lo potete immaginare. 

Devozione — La messa — Modestia, 

L' andare a messa e alle altre funzioni di chiesa nelle feste 
suol dare materia a non pochi canti campagnuoli. 
Notevole questo: 

*Na coppia de sorelle voi sete, 
E tutte co 'na rama sete nate; 
Quanne voi a la messa ve n' andate. 
Pare do santarelle spiccicate ; 
Le porte de la chiesa quanne aprete, 
Chisse do' occhi do' lampe appicciate, 
E 'n quelle banche do' ve' 'ngenocchiate 
'Na fonte d' acquasanta ce criate. 

Rocca montanara inespugnabile, 

O caro mio, se non mi sposi prima, 
Non lo sperà di cogliere lu fiore 



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1 
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l8o CECCO DIASCOLI 



Che de lu monte è nato su la cima, 
Che d' ogni vento sfida lu furore. 
Lu fiore è questo de la montanina. 
Se lu vuoi prima vanne a la marina. 

La chiesa del villaggio. 

Quanne alla festa in chiesa te ne vai 
E t' inginocchi e la preghiera fai, 
Bianco vestita n'angeletta pare, 
Che il paradiso in terra vo* mostrare. 
E vuo' mostrare in terra il paradiso, 
Pace dell'alma, e grazia del tuo viso. 

Amari in Chiesa. 

La Chiesa profanata. 

Si va a Ja Chiesa per prega *1 Signore, 
E r occhio qua e la cerca l'amore: 
Se va a la Chiesa per prega li Sante 
E l'occhio qua e là cerca l'amante. 

Meno bello quell'altro della raccolta Gianandrea: 

E '1 mio amore, quanno va alla messa 
Giùppiedi della Chiesa s' ingenocchia . 
Io glie ò mannato a dì, che 'nce se metta, 
Che per guardare a lui perdo la messa. 
Se si mettesse di fronte in ginocchio 
Io lo potrei guardare di sott' occhio. 

Z' iìtnamoì'ata, 

Quanno te vedo lontano venire. 
Coir occhi te comincio a salutare. 
Colla boccuccia te comincio a dire : 
Amame bello e non m' abbandonare. 

La gran bellezza del mi' amante caro 
Non la baratteria manco coli' oro, 
E m^ngo co lo sole quanno è chiaro. 



fe LÀ MUSA t>OPOLARÈ. iSl 

Vedo la hina e non la vedo tohda, 
Tutta la vita me sento tremare, 
Un giovinetto da la faccia bionda 
Un' ora non me lascia riposare ; 
E non me lascia riposare un' ora, 
Questo è lo spasso di chi s' innamora. 
E non. me lascia respira un momento, 
Questo è il piacer dell' innamoramento. 

Gianandrea e Marcoaldi non lo danno, come a me pare, 
sospetto. 

// canto deir innamorata. 

10 canto senza scola, come viene ; 
Chi gli à fatta la scola a 1' usignolo ? 
Bisogna ben ama per cantar bene. 
Bisogna darsi tutta ad uno solo. 

Variante dell'ultimo verso 

Bisogna fa 1* amor con uno solo. 

Il terzo verso si direbbe traduzione dell'antica sentenza 
francese : 

11 suffit de bien aimer, pour bien dire. 

La cantatrice rivale. 

La voce tua, come cresce e cala 

É quella di una stridala cicala: A 

Ma la cicala canta troppo e crepa, 

E per stalla a sentì ci vò 'na rapa; 

Che serve che tu canti, e' non ti vòle: 

La lingua batte dove '1 dente dòle. 

Strappacore — Rubacori. 

O tu che se' chiamato strappacore, 
Lu core non se strappa ma se dona : 
Se me lo strappi, chi lu po' sanare 
Se non lu sani tu, mio dolce amore? 



f 



152 CECCO D ASCOLI 

L'amante sotto le armi. 
Il ponte del Gran Caso presso Ascoli nell'antica Salaria. 
Al ponte del Gran Caso vado a spasso, 
E vedo scritto sopra un vecchio sasso ; 
* Questo fosso un di corse umano sangue » 
Oh Dio! sarà mai ver? ! il cor mi langue?; 
Se è sangue di soldato giovanetto 
Chi lo fece versar sia maladetto ! 

Probabilmente questo canto è di una giovane, il cui aman 
era sotto le armi. 

Il Ponte del Gran Caso è presso Ascoli ed è sopra un fos 
profondo, alla qual dunomiiiazione diede origine il fatto r 
da storici, che nella guerra sociale combattuta fieramente tra I 
Romani e gli Ascolani, schierati quesCi-alla sinistra, quelli alla 
destra del colle soprastante a quel fosso ci fu tale carneficina 
da ambe le parti che le acque di esso furono visti 
tinte in rosso, di sangue umano. 

Confessione d'amore. 
So' slata a Roma, e me so' confessata 
Da un padre cappucci predicatore, 
La prima cosa che m' à dimandata, 
È stata questa, si faceo 1' amore; 
Io gli Ò risposto: Padre mio non poco, 
So 'nnamorata, che non trovo loco ; 
E lui mi disse: Fija disgraziata, 
Lassa l'amore che sarai dannata; 
E po' me disse: Va in nome di Dio, 
Va a fa l'amor che lo faccio ancor io; 
E po' me disse ; Va in nome dei santi. 
Va a fa r amor, che lo fa tutti quanti, 
E lui mi disse : Va in nome de Dio, 
Va a fa r amor, che lo faccio ancor io. 



// segreto d' amore. 

Siccome non si può celar la tosse 
E per lo fumo il foco si conosce, 
Cosi chi ci ha lu core 'nnamorato, 



fe LÀ MUSA POPOLARE. lè^ 

Si vuole non lu po' tene celato: 
Siccome foco e tosse non si cela, 
L' amore è uno segreto che si svela. 

Dono del cuore. 

Sono disposta di volerne fare 

Tre particelle di questo mio core, 

La prima la dò in dono a lo mio amore. 

L'altra a chi porta lu suo bello nome, 

La terza a me la voglio riservare 

Per non esser chiamata senza core. 

Costanza. 

Lo core mie t' ò aperto e non lo sai. 
Tutte le notte e le giornate intere 
De scordarme di te non sarà mai. 

Bacio d^ amore. 

M'à detto il confessore eh' è peccato, 
E lu bacio d'amor non te 1' ho datot 
Ma te r hai preso e vai dicendo astuto: 
Un bacio dato non è mai perduto ! 

Sonno traditore. 

Levati o sole, se ti vuoi levare. 
Leva dagli occhi miei tanto dormire, 
Sonno che mi sei stato traditore. 
Tutti gli amanti m' ai fatto sparire. 
Se rientrar posso in grazia dell' amore, 
Non mi ci gabbi sonno traditore, 
Se in grazia de 1' amor posso venire 
Mai più dal sonno mi vo' far tradire, 
Se in grazia dell* amor posso tornare, 
Mai più dal sonno mi farò gabbare. 



184 CECCO DIASCOLI 



Fede e costanza. 

Assedi amorosi inutili. 

N' occorre che li prieghi tante sante, 
Tanto su *n Paradiso tu non e' entre, 
É fatto solo pel mio caro amante. 

La fonte .... del piacere. 

In mezzo al campo voglio fa 'na fonte, 
Per darci a bere all' assetato amante: 
Se ci venisse a bere un mio parente, 
Secchite, fonte, e non gli dà niente : 
Se lu vicino ci venisse a bere, 
Tutta seccata la possa trovare. 
'Na tazza d'acqua e di fiori 'na rama 
Sempre che venga a ber chi tanto m'ama. 

Avanti casa tua se fa consiglio : 
Io non so che si chiami '1 tuo bel nome, 
Ma credo che si chiami rosa e giglio, 
O veramente fontana d'amore. 

Il Marcoaldi annota: « Petrarca chiama la sua donna, fon- 
tana della sua vita, e fontana di bellezze; ma qui fontana ha 
senso poco onesto ». A me invece pare un rispetto senza senso 
o costrutto. 

Bizzarria d' amore. 

Vorrei salire in ciel, ^e si potesse. 
Con 'na scaletta di duecento passe. 
Se la scaletta d' oro si rompesse. 
Le braccia del mio amor mi reparasse ; 
Le braccia del mio amor è tutto foco. 
Ma a ripararmi non trovo altro loco. 

Dichiarazione d' amore. 

M* à dato 'nu mazzetto di viole 
E può m' à ditto, se lu voglio amare: 
r gli ho risposto, no : « mamma non vole » 
E pena lu mio core e fa penare. 



fi tA MtrSÀ POPOLARE. 185 



Innamorato. 

Ci semo visti appena, amore, amore: 
E tu m* hai fatto 'na piaga mortale 
A mano manca dove sta lu core. 

E se le tue bellezze i' non vedevo, 
Io come un santarello me ne stavo, 
Amor di donna non lo conoscevo. 

Innamoramento. 

Piantar V albero ricordativo. 

Piantai lo dolce persico a la vigna 
Giusto quel giorno, che m'annamorai, 
E po' gli dissi: persico maligno, 
Se amor me lassa, te possi seccare. 

Cielo. 

Vo' sete quella stella più raggiera, 
Che a spasso ve n' andate co la luna ; 
Fra r altre belle porti la bandiera, 
Le tue bellezze '1 mio core consuma. 

Voi sete quella stella più serena, 

Che la notte sen va presso la luna ! 

Voi sete quella che mi date pena. 

Che giorno e notte lo mio cor consuma, (i) 

(i) Ch' ogni cuor raddolcisce e '1 mio consuma. 

Petrarca 

L* amante celebrata. 

Sia benedetta l'ora che se' nata! 
E la tua mamma che t' à partorita, 
T'à fatta bianca e rosela come rosa, 
E nessuna cosi tanto amorosa ! 

Fior de granato. 

Sete la più bellina d'esto loco 

Sete lo specchio de lo vicinato! 



i86 CECCO d'ascolì 



L' avete le bellezze d'una fata, 

L' amanti li tirate a calamita, 

Pe fammi mori al monno sete nata. 

Basilico. 

Fraschetta de basilico odorente ; 
Eccolo qua lo vostro caro amante. 
Quello che per amor l'amate sempre. 

È la pianta odorosa la più prediletta dai contadini mar- 
chigiani, e specialmente ascolani. De* ramicelli di essa, massime 
nella festa di S. Emidio, amano andare ornati gì' innamorati, 
portandole o in mano, o nell' occhiello o in seno. E se ne fanno 
p^2sente. Vedasi ciò che ne abbiamo detto nella serenata. 

« 

// saluto. 

Giovanettella dai quattordici anni 
Prende dolcezza chi parla con voi ! 
Credo che non ne faccia più ste mamme, 
Di figlie belle come siete voi. 

Fa ricordare il bellissimo sonetto di Dante: 
Tanto gentile e tanto onesta pare 
La donna mia quand' ella altrui saluta. 

La lingua batte.,,. 

Lo va dicetido a tutti il sor Pasquale 
Che più non mi vo' bè, più non mi vòle: 
Ma chi glie lo fa di?!.. Si sente male? 
La lingua batte dove il dente dole. 

Le chiavi del core. 

Bella, chi v'à da amar, se non v* amo io? 
Chi m'à da amar, se non m'amate voi? 
Le chiavi del tuo core le tengo io, 
E quelle del mio cor 1' avete voi ! 

A me, ma non al Gianandrea, parve sempre alquanto com- 
passato, come certamente ricorda il Dantesco: 
Io son colui, che tenni ambe le chiavi 
Del cor di Federigo. 



É LA MUSA POPOLARE. 187 



Amante timido. 

Quando vi veggo sul monte apparire 
Cogli occhi ve comenzo a salutare; 
Quando so accant' a voi perdo V ardire, 
Abbasso gli occhi e ve lasso passare, 
Abbasso gli occhi, li cigli e la fronte 
Aspetto il bene colle manj gionte. 

In Dante 

E gli occhi non ardiscon di guardare 
E Cine da Pistoia : 

Io le vo presso e di guardar non oso. 

Guarda quale disgrazia fu la mia 
Aver la lengna e non poter parlare! 
Passar davanti a lo ragazzo mia, 
Vederlo e non poterlo salutare ! 
Lu salutai co la mente e col core. 
Povera lengua mia parlar non pòle. 
Lo salutai col core e co la mente 
Povera lengua mia non po' dir niente. 

// vanitoso. 

E me ne voglio andà da monte a valle 
E me ne voglio andà da valle a colle, 
Pe* fammi 'na capata de le belle, 
E farne 'nnamorare più di mille. 
E a chi male me vo' crepi la pelle ! 
E a chi non se ne va rompo le spalle. 

Tanto va, che ci casca. 

La rondinella pellegrina e la rete tesa. 

Passa e repassa e guarda pe la scala 
Su le finestre.... e spia se sono sola: 
La rondinella che per T aria vola 
Gira e rigira e su la rete cala. 

Nella distruzione che si è fatta degli uccelli indigeni nella 
valle e ne' poggi del Tronto, si sono rispettate le rondini, che 
a stormi vanno volando sulle torri e sui timpani delle chiese e 
sui cornicioni de' più alti edifizi. Sia perchè il popolo le crede 
messaggieri d' amore, o meglio divoratrici d' insetti nocivi e 
quindi purificatrici dell' aere. 



i88 CECCO b AscoLt 



Precauzioni e infingimenti. 

Quando passi qui giù, passaci onesto, 
Che non dica la gente che ci amiamo! 
Quando nri vederai nella finestra 
Fingerai di guardarti nella mano, 
Quando mi vedrai chinar la testa, 
Allor caro mio ben ci salutiamo; 
Dammelo bene un sguardo da vicino, 
Dopo bellina mia, ci allontaniamo: 
Quando che per la strada e' incontriamo, 
Famo l'amore, e la gente burliamo. 

Sotto la finestra. 

Oh quante volte me ce fai venire 
Sotto la tua fenestra a sospirare: 
Tirava un vento eh' io credei morire, 
Né tu bellina t'affaciasti mai. 
Deh! affacciati 'na volta per dolcezza 
Non me fa più pena, sii benedetta. 
Affacciati 'na volta per amore 
Non me fa più pena, raggio de sole. 

Fiori. 

S* io fossi la spighetta e tu '1 gesmino. 
Staremmo sempre insieme nel giardino: 
S' io fossi 'na viola e tu 'na rosa, 
Staremmo tutti due dentro a 'nu vase, 
E chi sta accanto a te, sta in Paradise. 

// sonno^ il dormire. 

Vado de notte pe' vede la bella, 
La notte è scura e non si pò vedere. 
Non e' è più lume su la fenestrella, 
La bella mia se n' è ita a dormire: 
Dormi belletta, dormi e ti conforta. 
Io sono il guardian de la tua porta. 
Dormi bellina, dormi a la secura, 
lo sono il guardian di queste mura. 



E LA MUSA POPOLARE. 1 89 

Giornata d' amore. 

Visuccio adorno fatto de pomata, 
Sete la medicina del mio core, 
Chi ama vo' non perde la giornata 
Visuccio adorno fatto a rame d'oro, 
Chi ama vo' la giornata non perde, 
Visuccio adorno fatto a rame verde. 

Bacio. 

Fiore de riso ; 

Boccuccia riderella, damme 'n bacio. 

Bella, si moro vado in paradiso. 

Amore unificatore. 

Fior di verbena: 

Lo core mio e *1 tuo è tutt* una rama, 

Lo sangue mio e '1 tuo tutt' una vena. 

Le pene d'amore. 

IJ* Eremita de la Maiella 

V vo montar là suso a la Maiella, 
Dell' eremita a visitar la cella : 
Molto ho sofferto e soffro per amore, 
Erbe non trovo qui pel mio malore. 
Dimmi tu che lo sai. Fra Celestino, 
Qual de la vita mia, qual' è il destino. 

Fra Celestino, dall' eremo della Maiella sublimato all'onore 
della tiara 

Che fece per viltade il gran rifiuto! 
fu in voce di profeta, e fra quei montanari n' è ancor viva la 
tradizione. 

La Maiella è pure rinomata per le sue erbe medicinali e 
aromatiche e per la centerba di Tocco. 

Guerin Meschino 

alla grotta della Sibilla, 

É già gran tempo che Guerin Meschino 
Passò di qua a la grotta de Sibilla; 
In cerca di sapere il suo destino; 



igO CECCO DIASCOLI 



La grotta goccia sempre a stilla a stilla, (i) 
Essa pe' fallo sta non glie lo dice, 
E notte e giorno piagne V infelice. 

(i) Le montanine chiamano le lagrime dì Guerin Meschino 
le goccie d'acqua che stillano dalla rupe. 



Sfoghi d' amore. 

Chi tutte del mio cor saper le pene, 
Chi vo' saper le mie pene d* amore, 
Conti prima del mar tutte le arene : 
Prima le stelle in ciel potrà contare 
Che le pene del mio mìsero core. 
Che del misero cor le pene amare. 

// rosignuolo. 

Canta lo rosignuol, canta d' amore. 
Canta lu di e la notte, a tutte l'ore; 
O tu che de canzone ne sai tante. 
Canta ne lu giardino del mio amante. 

E notte e giorno canta 1' usignuolo, 
Canta la lunga storia d'amore: 
Il poveretto or eh' è rimasto solo 
Canta la lunga storia del dolore: 
Deserto è '1 nido, e chiama notte e giorno 
La sua compagna che non fa ritorno. 



La confessione. 

Se Io mio amore si facesse frate. 
Me lo vorrei teaer per confessore, 
E dire gli vorrei « grazia mi fate » 
Sono li falli miei tutti d'amore. 
Sono tutte d' amor le mie peccata, (i) 
Per le mie pene Dio m'à perdonata. 

E quel conoscitor delle peccata. 

Dante, 



E LA MUSA POPOLARE. IQI 

Diavol dell' inferno fatte frate, 
Va a confessare la ragazza mia, 
Dije, si le vuò fa ste sante pace, 
Se no, diavolo, portetela via. 

Z' ornante malata, 

M' è stato detto che '1 mio amore ha male. 
Prendo licenza e la vado a vedere ; 

10 gli ho mandata un' odorosa mela. 
Se la mangiasse mi faria un piacere: 
Gliel' ò mandata dentro un fazzoletto, 

11 core mio a lo suo è legato stretto: 
Glie r ò mandato dentro a un tovagliolo. 
Il core mio e lo suo é uno solo. 

Male e mela è uno scherzo di rima assonante; fa ricordare 
il imitino maluntf che serve a significare l'uno e l'altra. 

Sfoghi (T amore. 

Frate e Monaca. 

Se monica te fai, frate me faccio. 
Se pigli lu marito te l'ammazzo; 
Se monica ti fai in Gesù Cristo, 
Fraticello me fo de San Francisco; 
Se monica te fai de Santa Chiara, 
Fraticello me fo, speranza cara. 

Colloquio d' amore. 

Fiore de lino, 

Parlateme 'na volta da vicino ; 
Non me parlate più tanto lontano, 
Fàmolo un discorsetto piano piano. 

Colloquio invocato. 

Giovinottella garbata e gentile. 
Quando sarà che ti potrò parlare? 
Quando sarà che ti poterò dire 
E tutte le mie pene raccontare? 



192 CECCO DIASCOLI 



// libro del cornando. 

Colloquio 

Fiore deir olmo ; 

Ce lo vorrebbe *1 libro del comanno, 

Per discorre con vo* 'n* oretta al giorno; 

Il libro del comanno ce lo vóle, 

Per discorre con vo' quattro parole ; 

Il libro del comanno, ce vorria, 

Per discorre con vo', carina mia. 

Di queste e altre simili ciurmerie d' antichi maghi, negro- 
manti e incantatori è sempre viva la tradizione nelle nostre 
campagne. Il territorio di Ascoli é vicino ai Marsi che avevano 
fama universale d' essere maghi, stregoni, incantatori di vipere 
e di serpenti. 

Anche Cecco d'Ascjli ebbe nomea di negromante. 



Nel paese de' Marsi. 

Fiore di persica, 

O tu che se' venuto da la Marsica 

Là dove sta la vipera che morsica. 

Ah lo tuo sguardo ammalia! il bacio attossica ! 

Portami al Santo de la tua Cuculio 
Che ha tante serpi attorcigliate al collo, 
Che co' lo soffio di sua santa labbia (i) 
Guarisce ogni vehin, sana ogni rabbia! 

I Marsi furono ab antico famosi come incantatori di vipere, 
di serpi e d'altri animali velenosi, e come sanatori de' loro 
morsi avvelenati in virtù di un segreto da loro posseduto. 

È pure rinomato nella Marsica il tempio di S. Domenico 
di Cuculio, a cui traggono da varie parti del napolitano e delle 
Marche tutti i contadini che sono stati morsi da vipere o da 
cani idrofobi, e a cui hanno anche oggi tutta la loro fede e 
nessuna agi' istituti antirabbici. 

V hanno sempre de' cerretani, che per carpire qualche 
denaro dai creduli contadini, si mostrano col collo nudo a cui 
stanno attorcigliate innocue serpi. 

Una volta anche i preti ne facevano mostra in quel san- 
tuario, non certamente per fini spirituali. 

(i) Dante : enfiata labbro, — miglior labbia — nostra labbia, 
— cambiata labbia. 



E LA MUSA POPOLARE. I93 



Passione licenziosa. 

L' ho ditto, bella, e te lo voglio fare, 
Ne la camera tua voglio venire, 
Ti voglio tanto stringere e abbracciare, 
E nelle braccia tue voglio morire ; 
Ti vo tanto stringe' e abbraccia forte, 
Che nelle braccia tue vojo la morte. 

Rassomiglia al canto raccolto da G. Leopardi 
Una volta mi voglio arrisicare ecc. 
più avanti riferito tra quelli che putono alquanto di pornografia. 

Le se7'ate del vicinato 

per filare alla conocchia. 
Canto. 

Nelle lunghe serate di decembre 

Filan le vecchie e le fantelle insembre; (i) 

La vecchia le sue favole (2) racconta, 

E la fanciulla sue canzoni canta: 

L' amor suo porta '1 suono e le risponde, 

E r augellin si sveglia tra le fronde. 

(i) Insieme: è sempre viva nel contado come 1' usò Dante : 

Fossero in una fossa tutti insembre 

Inf. C. XXIX. 
(2) Ricorda la terzina Dantesca, Farad. C. XV 

L' altra traendo alla rocca la chioma, 

Favoleggiava con la sua famiglia 

De' Troiani, di Fiesole e di Roma. 

Serenata notturna. 

La bona sera si se' andata a letto, 
Se non ci se' andata non ci anda' per ora. 
Mettiti a sedè a piedi del tuo letto. 
Che della notte non è andata un' ora : 
Non è andata un' ora, già lo sai, 
Ascolta 'l mio cantar, poi dormirai: 
Che non è andata un'ora lo sapete, 
Ascolta il mio cantar, poi dormirete. 



C. Lozzi — Cecco d'Asco.:* £1 



194 CECCO d'Ascoli 



La ballarina. 

La bella ballarina è 'ntrata in ballo ; 
Mirala un poco, si la balla bene: 
Mirala al collo, si lei ha '1 corallo, 
La bella ballarina è entrata in ballo. 
Mirala al petto, si lei ha la rosa, 
La bella ballarina è fatta sposa, 
Mirala in dito, si ha *1 diamante. 
La bella ballarina è col suo amante. 

Gara d' amorose alla fontana, 

L' altra mattina me levai a bon'ora, 
C era do' donne al fonte che lavava ; 
Faceva un discorsetto fra de loro, 
L' amante se voleva barattare, 
La piccolella che fu la più pronta : 
Si vo r amante mia ce vò la gionta. 

Altro canto dice: 

Vien giù a la fonte e ti darò parola. 
La fontana è per le canipagnuole luogo di ritrovo, di 
appuntamenti e di molte ciarle. 

Al lavatoio, di Natale, 

Se vuo' vede Maria rellavare 
Li pannicene de Nostre Signore ; 
La 'n cheila fratta dove li spanneva, 
Ugne spenille *na rama di fiore : 
Quanne Geseppe ripiega li panne, 
Su 'n sine de Maria li respanne. 

Questo stornello ò stato inspirato da sentimento religioso 
all'innamorato vedendo la sua amorosa al lavatoio nella festi- 
vità del Natale. Ugue spenille vuol dire o;^ni piccolo spino. 

L ' aìHorosa al lavatoio. 

Dammi lu fazzoletto amore mio, 
Che te lo porto a la fonte a lavare, 
Pulito e bianco lo farò ben io, 
Poi lu spanne su 'na fratta di rose. 
Ma non te lo rido, se non mi spose. 



E LA MUSA POPOLARE. I95 



Contro lavandaia disonesta. 

Stemo a lava li panni a la Fontana, 
E l' aria è tutta piena di canzone, 
Ghi vo lava la tua sporca sottana, 
L' opera spreca, e spreca lu sapone. 
L' opera gitta e lu sapone sciupa, 
Non se lava sottana d* una lupa. 

È più romanesco che marchegiano. 

La fontana. 

Oh quante volte te 1' ò ditto, vecchia. 
Non ce manna più figliata per 1' acqua. 
Stanno appostati là li giovanotti, 
Tutti vo' bere nella stessa secchia, 
E ti riporta lo manico rotto. 

Anche questo parmi appartenga ai satirici romaneschi. 

Tu vai per l'acqua, ed io per l'acqua vengo. 
Tu tien' la conca, ed io l'acqua ti colgo. 
Tu cogli l'acqua ed io la conca tengo. 

Un bacio. 

Mamma non mi manda per l'acqua sola, 
Son piccolella, e non mi so guardare; 
Un giovinetto che vien da la scòla. 
Me l'ha giurato che mi vuol baciare. 
O figlia mia, non aver paura, 
Che un bacio d' uomo non guasta ventura. 
O mamma mia, e non ti fa vergogna \ 
Vedere un uomo a baciare una donna? 
O figlia mia, e non ti sa peccato, 
Vedere un giovinetto appassionato? 
O mamma mia, ti possa abbrucia '1 foco, 
Perchè 1' onore mio ti piace poco. 

Ricorda il detto proverbiale del Boccaccio : « Bocca baciata 
non perde mai ventura, e si rinnova come fa la luna ». 



gó CECCO d'ascoli 



Invidia e maldicenza. 

La lengua de la gente è invidiosa, 
Dov' è la pace, la guerra ci pose ; 
Le lengue de la gente è maledette 
Dov* è la pace, la guerra ci mette ! 
Ma là dove V amore è tanto forte, 
La guerra non ci pò, manco la morte. 

Invidia e malignazione. 

Questo è lo vicinato dell* invidia. 
Non può vedere un giovane passare ; 

i E se lo vede, dice le persone: 

1 Lo tale con la tale fa 1' amore ; 

I E se lo vede, dice il vicinato; 

! Lo tale della tale è innamorato. 

p 

! I 

\ Stizza. 

Bella, non fate come fece Adamo, 

Che perse il suo giardino pe' 'nu pomo, 

E noi pe' na parola ce lasciamo. 

U uccellino in gabbia. 

E r uccellino che sta ne la gabbia 
Non canta per amor canta ,pcr rabbia: 
E r uccellin che sta ne la caiola, 
Canta, per rabbia perchè più non vola. 
Galeotto che porta la catena, 
Non canta per amor, canta per pena. 

Caiola, Gabbiola, piccola gabbia 

Dispetto. 

E lo mio amore m' à mandato un foglio, 
L' à sigillato co 'no spicchio d' aglio, 
E dentro e' era scritto : non ti voglio. 

pv*" Questo anziché rispetto, si chiama dispetto: l'aglio è segno 

di rottura in amore e se lo mandano quando voglìonsi togliere 
ogni speranza di riconciliazione. 



^' 



È LA MUSA POPOLARE* IQ? 



Slizza. 

Che avete bella mia che state in collera?^ 
L' éte magnate le brance dell* ellera ì 
Speranza d* esto cor, quanto se' tennera. 

Gli endecasillabi terminanti con parola sdrucciola sono as- 
sai rari ne' canti popolari. 

Malignazione per gelosia. 

Ne hai trovata una de valore, 

Le p,ambe storte e non sa camminare, 

Ne hai trovata una de valsente, 

Le gambe storte e non sa far niente. 

Gelosia, 

Io voglio fa 'na pozza sottoterra 

Pe vede lu mio amore con chi parla, 

Son piccolina, e ci voglio fa guerra. 

Amor dal braccio dritto m'ài legato 
Co* 'na fettuccia de doppio colore ; 
Lo verde è bello, e speranza m' à dato, 
Quello torchino gelosia d' amore. 

La significazione del verde è nota, quella del turchino con- 
corda per r appunto con 1' araldica. 



Dispetto per gelosia, 

V voglio strappa amor lo tuo retratto. 
Scolpito non stai più dentro al mio petto: 
Sappi che' son guarita, e non più matta 
Non ho più gelosia del tuo rispetto. 
CoD altro biello amante me la spasso, 
L' ho messo nel mio cor per tuo dispetto. 

Cecco d' Ascoli : 

Là dove è amore, è sempre gelosia, 
Ed è paura, pensiero e sospetto, 
E r alma è con la speme tuttavia. 



igS CECCO D*ASCOLt 



Inganni di donna. 

Oh quanto è cieco chi la donna vede 
Mentre 'na rete d' inganni gli scocca ; 
Con man la tocca e agli occhi suoi non crede. 
E non crede a la mano che la tocca, 
Ma quanta pena poi da tanta fede, 
Da tanta fede de la mente soiocca! 

Cecco d* Ascoli : 

Oh quanto è cieco chi a femmina crede ! 
Oh quanta nasce pena da diletto, 
Passando il tempo che lo ben non vede! 

Gap. XV della lussuria (Lib. 2.) dove dice tanto male delle 
donne, senza però confondere le buone con le cattive. 

Altrove in senso più consono a quello dello stornello, scri- 
ve della donna: 

È per natura in lei la falsa fede, 
Con dolce inganno fa tua vita serva, 
Mostrando gli occhi pieni di mercede. 
Abbiamo riferiti altri stornelli, in cui sono descritti gì* in- 
ganni che la donna suol fare con gli occhi; — occhi di maliarda! 

Contro le donne, 

E benedetti i fiori, meno il giallo, 
Folgore e donna è un paragone bello. 
Che r una e V altra tirano al metallo, 
Oro e donna fan perdere il cervello. 

Altro che sapa marchigiana!... Qui ci sì sente T aceto 
romanesco. 

Satirico, 

Contro vecchia galante. 

Come 'na giovenetta t' orni a festa, 
E giri attorno e mi vuoi far la casta, 
Ma di Rocca di Morra (i) cosa resta? 

(i) Rocca di Morrò, o di Murro avanzi di un antico forti- 
lizio in un monte tra Folignano e Maltignano ai confini degli 
Abruzzi, sopra la riva sinistra del Tronto. 



E LA MUSA POPOLARE. I99 



Invocazione della Corte d' amore, 

Venetece dottare acide ttorate. 
Principe e cavaliere quante sete, 
Tengo la lite con due 'nnamorate, 
Datemi forza, mie ragioni udite : 
In quisto libro è scritto ogni consiglio, 
Mi date la ragione o me la piglio. 

Ricorda i due versi della famosa canzone del Petrarca, coi 
quali così amore conclude nella propostagli questione: 
Piacemi aver vostre ragioni udite, 
Ma più tempo bisogna a tanta lite. 

Far le paci, 

E fammelo sape se più mi vuoi, 
E fammelo sape cogli occhi tuoi : 
E fammelo sape se più ti piace, 
'Nu sguardo d' occhi e rifacemo pace. 

Oh quante volte si conturba il mare, 
Ma la sua calma è presta a ritornare : 
Oh quante volte in ciel v' è la tempesta. 
Ma r arco appare colorato a festa, 
Cosi quando è turbato il nostro core 
Torna più bello a rifiorir 1' amore. 

Colomba che ti posi su la 'Uva 
Glie ne porta 'na rama, se ti piace. 
Digli (i) che se mi vò ritrovar viva 
Rivenga presto e pace pace pace. 

(i) Spesso ne' canti campagnuoli il pronome sta in luogo 
dell' amoroso, non nominato prima. 

Olivo. 

V albero della pace. 

Me vojo mette a piede d' un' ulia, 
Coje la vojo 'na fiorita Palma; 
La vojo regala a lo bello mia, 
Famo la pace che Dio lo comanna, 
Piglia, mio bello, sta fiorita palma, 
Il più gran bene è la pace dell' alma, 



50Ò CECCO DIASCOLI 



L* olivo è un albero che prospera molto nelle valli e nei 
monti dell'Ascolano, e la coltivazione n' è fatta secondo l'uso 
toscano. 

Olivo — Pace. 

Anche Cecco nel suo poema pare siasi ricordato degli oli- 
veti della sua terra natale, là dove cantò: 

E questo (il giusto) porta trionfali olive, 
E neir eterna pace lieto vive. 
Anche nell' ascolano e ne' suoi canti è comune 1' adoperare 
il frutto oliva invece dell' albero olivo. 

Ne' canti popolari spesso si celebra /' oliva, come palma 
della pace, della vittoria e di una serena letizia. 

Guerin Meschino 

il cui romanzo è tanto' popolare anche nel contado, e ne' monti 
Sibillini n' è viva la tradizione. 

E me ne vojo andà tanto lontano. 
Dove fa guerra lo Guerin Meschino, 
Dove sta T amor mio per capitano. 

L' addio. 

Parto, mia bella, e me ne vo lontano, 
E con le tue bellezze m' incateno: 
Ti lascio lo mio cor per guardiano, 
Ti prego bella, tientelo al tuo seno. 

Partenza. 

Me so disposto de volè partire: 
Spasso de lo mio cor, in do' vo andare? 
Quando che parti sappimelo dire, 
De lagrime te vojo accompagnare ; 
De lagrime ne voj fa corre i fossi. 
Quanto me piace li costumi vostri. 
De lagrime ne voj fa corre i fiumi. 
Quanto me piace li vostri costumi! 

Povera me eh' ho veduto la morte 
Quando ho veduto 1' amore partire, 
L' occhi piangeva e '1 core più forte, 



È La musa popolare. 5ói 



Nessuna cosa 'i ho potuto dire : 
Non i ho potuto dire, amor do' vai ? 
Non i ho potuto dire, amor do' gite? 
Spasso de lo mio cor, quando arvenite? 

Oh come voglio fa quanne tu parte 
L' ò scritto su jo core, e non importa 
Di scrive lu tuo nome su la carta. 
Non me ne scorderò manco se morta. 

Là da levante i' me ne voglio andare : 
Né più nova di me s' à da sapere! 
'Na stella per segnai ti vo' lasciare: 
Quando moro io te lo farò vedere; 
Se la mia stella a notte si fa smorta. 
Piangimi amore mio, che allor son morta: 
Se la mia stella si oscura di giorno 
Non pianger amor mio, che a te ritorno. 

Mo' eh' è arrivata 1' ora di partire 
Piglia 'sto core mio, fanne due parte : 
Una ne piglio io per non morire, 
L' altra la dono a voi la maggior parte. 

Quando ch'io mi partii dal mio paese. 
Povera bella mia come rimase ! 
Come r aratro in mezzo la maggese. 

Veramente i contadini dell' ascolano dicono la inajesa ciò 
che i Toscani chiamano il maggese. 

Cos'ai, caro mio bè, che tanto piagni? 
Tanto si tu vai via non t' abbandono; 
Tanto si tu vai via te dono '1 core : 
Se cambia la città, non mai 1' amore. 

// letio. 

E notte scura, e i fo partenza amara, 

E tu mio amor ti stai sola a dormire : 
Lo letto, dove dormi o figlia cara. 
Letto di rosa possa divenire : 
Le lenzuola di fina cotonella, 



À 



2Ò^ CECCO DIASCOLI 



Cuscino un giglio a la tua faccia .bella, 
E la coperta de bombagia fina, 
Addio stella dei ciel, palma divina. 

La bella rapita dai turchi. 

In mezzo al mar c'è la mia bella sola, 
Li turchi se la gioca a la premiera ; 
Chi resta vincitor d'està figliuola, 
L' alma mia si tormenta e si dispera ! 

Questi ratti di fanciulle erano frequenti lungo le spiagge 
dell' Adriatico ove ab antico vi furono inalzati fortilizi e torri 
a difesa, e ne rimangono ruderi e alcuni intatti. 



Rapita dai turchi. 

Vanne lettera mia, vanne in cammino. 
Vanne all'amante mio tanto lontano, 
Se ti domanda del mio cor meschino, 
Digli che r hanno i Turchi nella mano ; 
Se te saluta, tu fagli un inchino, 
E da mia parte fagli un baciamano. 

Turchi e Turchia sono spesso nominati ne' canti popolari 
e maledetti sia per la guerra delle crociate, e più pel ratto delle 
ragazze e pei nostri sotto la loro schiavitù. 

Lontatio da^li occhi lontano dal core. 

V^ent' anni stette a fabbrica 'n castello, 
Credendo fosse solo '1 castellano ; 
Dopo che l'ebbe fabbricato e bello, 
Tolte je fu le chiave da le mano, 
Restò come pittor senza pennello, 
Come 'nu cacciator senz' arme in mano. 
Questo improviene a chi ha poco cervello 
D' essere innamorati e star lontano. 

Quantunque il paragone non corrisponda perfettamente, 
perchè il castellano non si allontanò spontaneamente dal castello, 
ma ne fu scacciato dopo essergliene state tolte le chiavi, pure 
mi pare di scorgere in questo canto il lavorio letterato. 



E LA MUhÌA POPOLARE. 20^ 



Lontananza, 

Io maledico il mio fatai destino 
Trovandomi da voi tanto lontano : 
Veder non posso il tuo volto carino, 
Non ti posso tocca la bianca mano : 
E sempre mi sto misero e tapino 
Guardando sempre quel lido lontano, 
Ove ho lasciato il mio povero core 
Nel seno tuo, o mio leggiadro fiore. 

Corrispondenza epistolare. 

Me voglio allontana, scriverti voglio 
Per risaper di te le nove belle. 
Per dirti V amor mio stretto è lo foglio 
Come é stretto lu cielo a tante stelle. 

O rondinella, che passi lu mare, 
Fermati, vogli dì quattro parole, 
Dammi 'na penna della tua beli' ala 
Pe fa *na litterina a lu mio amore. 
E mo che la so scritta e fatta bella 
Portala a lu mio amore, o rondinella, 
E mo che la so scritta e fatta nova. 
Portala a l' amor mio dove si trova. 

La lettera. 

O rondinella che per 1' aria vai. 
Ferma il volo ed ascolta due parole : 
Dammi 'na penna delle tue beli' ali 
Pè scrivere na Lltra a lo mio amore; 
Dopo che r aggio scritta e fatta a core, 
O rondinella, portala al mio amore. 

Piegare la lettera a forma di core o a barchetta è in uso 
fra i contadini. 

Il popolo, che ha biso.a^no istintivo di cantare come V uc- 
cello, se ne serve spessissimo per messaggiero d'amore, per le 
sue ambasciate, per prenderne similitudine e immagini. 



^04 CECCO DIASCOLI 



Bellina mia, *na lettera ti scrivo, 
Dal gran dolore mi trema la mano; 
Te fo sape che malamente vivo! 
Che per te sola peno e per te moro. 

Messaggieri d' amor^ 

Quattro saluti ti voglio mandare 
Come quattro fedeli ambasciatori : 
Uno verrà nella porta a bussare, 
L' altro a te innanzi starà ginocchioni, 
L* altro ti toccherà la bianca mano. 
L'ultimo conterà le sue ragioni. 

Rondinella 

Volesse Iddio che fossi rondinella, 
Che avessi 1' ale da poter volare. 
Vorrei volare là in quel loco bello 
Dove sta lu mio amore a lavorare. 
Io gli vorrei volare sul cappello, 
E nell'orecchie stargli a ragionare, 
Io gli vorrei ben dir quattro parole : 
Bella mi amate, o mi ridate il core. 
Quattro parole gli vorrei ben dire: 
Bella mi amate o mi fate morire. 

Uccelli^ fnessaggieri d" amore, 

O rondinella che passi Potenza, 
Salutamela un po' quella speranza: 
Digli che cosa fa, che cosa pensa. 
Come lo tratta la mia lontananza. 

Ne' canti nostrani gì' innamorati pregano gli uccelli a re- 
care ambasciate e lettere alle amanti : in quelli dei Greci si can- 
giano es$i in uccelli : « Rondinella diverrò per venire nella ca- 
mera tua » Potenza è un bel paese lungo la spiaggia adria- 
tica nel circondario di Fermo. 



E LA MUSA POPOLARE. 2O5 



L ' uccellino selvaggio 

E *1 giorno de calende fu de maggio 
Che andai nell'orto a raccogliere un fiore, 
Dentro che e' era un uccellin selvaggio 
Che discorreva le cose d' amore: 
O uccellin che vieni da Fiorenza 
Oh dimmi dell' amor come comenza? 
L' amor comenza con canti e con soni 
E poi finisce con pianti e dolori ; 
L'amor comenza con soni e con canti, 
E po' finisce con dolori e pianti. 

Questo canto, sebbene raccolto dal prof. Rumori nel con- 
tado di Ancona, è di provenienza toscana. Anche il Tommaseo 
ne raccolse ivi alcuni assai belli e della stessa prolienienza. 

I saluti innumerevoli. 

Tanti saluti, o bella, t' ò mandati 
Per quanti fili d' erba son nei prati, 
' ; E dal cor tanti te ne mando ancora 
Per quante stille ne piove 1' aurora, 
Per quante goccie d' acqua in mare stanno. 
Per quante arene gli stanno dintorno. 
Per quanti uccelli su per 1' aria vanno. 
Per quante miglia fa lo sole il giorno, 
P^r quanti fior carica aprile e maggio 
Altrettanti i saluti e d' avvantaggio. 

// nome. 

Ho provato de scrivere '1 tuo nome, 

Non ho potuto, o dolce anjma mia ; 

La penna s' è rempita de dolore, ^1. 

Lo calamaro de malinconia, 

Lo calamaro de fiamme e de foco, 

T' ho donato '1 mio core, e te par poco? 

Lo calamaro tutto me se guasta, 

T' Uo donato '1 mio core, e non te basta? 



À 



2o6 CECCO d'ascoli 



In attesa del ritorno o V attesa . 

Retorna dolce amor, la mia speranza, 
Per te la vita mia fa penitenza : 
Tira lu vientu, e navega le fronne, 
De qua à da revenì fedele amante : 
Sventola verso qua le gonfie vele, 
De qua ha da revenì, se m' è fedele. 

Pene d' amore — Lontananza, 

O giovinetto che vie da Toscana 
Giudica a fa 1' amor quanto se pena: 
Amor non dura troppo da lontana, 
V è chi si scorda e chi ne porta pena. 

Fa rammentare il celebre ternario dantesco; 
Per lei assai di lieve si comprende 
Quanto in femìna foco d' amor dura 
Se r occhio o il tatto spesso noi raccende. 

( Purg. C. Vili ) 
Col quale morde con bel modo la leggerezza e incostanza 
delle donne, in cui per lo più il presente e il vicino prevale 
al passato e al lontano. 

Nello stesso senso dantesco quest' altro : 

'Na volta ce 1' avevo la speranza. 
Ma l'ho perduta con la lontananza: 
Ma quanto è matto 1' omo che ci crede, 
La donna gli vò bè finché lo vede : 
Ma quanto 1' omo che si fida è matto, 
Se la donna non tocca tratto tratto. 

Cecco d' Ascoli: 

E tu a me: perchè non è fermezza 
In cor di donna, che siccome vento 
Si muove qua e là per sua vaghezza? 
In fin che il viso accende, e '1 tatto dura, 
Fermo è il volere in donna, e ciò consento, 
Stando divisa, più di te non cura, 



E LA MUSA POPOLARE. 207 



Voce misteriosa del cuore 

Mi pare di sentire, de sentire 
Poco lontano 'na voce chiamare ; 
Pare che dica, amor non te pentire, 
Per lingua d' altri non m' abbandonare. 

Variante Toscana : 

Mi pare di sentire, di sentire 
Dopo quei poggi una voce chiamare, 
Mi par che sia l' amor mio dal)bene. 
Mi par che dica: levami di pene. 

Variante del primo verso : 

Mi pare di sentire e non sentire. 

Abbandono — L' essere mio. 

Mi compatisci perchè t' ò lasciato, 
Ma la causa da me non è venuta, 
Bensì è venuta da la tua casata, 
Perchè V essere mio non è piaciuto. 

Nel contado ascolano la frase // piace V essere mie ( mio ) 
nella dichiarazione d' amore è dirò così di rito. 

Quanto me piace 1' essere de voi, 
Sempre starei con voi, carina mia. 

Gian and rea 

Troppo tardi! 

Ah troppo tardi ci senio incontrate ! 
Tu senza moglie, ed io senza marito: 
Noi semo due colonne abbandonate ! 

Acqua passata. 

Acqua passata non po' fa più gioco, j 

Da lu mio core, te ne sei rescito, 
Se ci vuò rientra, non e' è più loco. 

Ricorda il motto proverbiale : 

Acqua passata non macina più. 



208 CECCO d' ASCOLI 



La parola non mantenuta 

Mi désti e mi giurasti la parola, 
E la parola tua non è più quella! 
Alla tua vigna il vento e la gragnola, 
E a te, che possi perde la favella, 
Solo perchè non ne resti ingannata 
Qualche altra giovinetta innamorata. 

L ' abbandono. 

Misera me, so disperata affatto. 
Sto come la cipolla in mezzo al foco ; 
Aveo un amante, e quello m' à lassato. 
Dalla disperaziò non trovo loco. 

Tradimento. 

Amore m' à lasciato, e se ne vanta, 
Lu giorne venera che se ne pente, 
Quilli occhi niri si farà 'na pianta, ii) 

(i) Pianta: un piangere dirotto e continuato. 

Vendetta Còrsa, 

O tu che se' di Corsica fuggito. 
Dove si dice: « chi la fa, l'aspetta, 
L'amor mio per un'altra m' à tradito. 
Imparami la più fiera vendetta, 
Imparamela contro il traditore! 
Me l'ha spezzato, e io vò spezzargli '1 core. 

Questi fieri sentimenti di vendetta trovano riscontro in un 
rispetto toscano (collezione Tigri). 

Se tu mi lasci, sappiti guardare, 

La guerra all'uscio ti vo' far venire, 

L'archibusate sentirai tirare, 

L'artiglieria per mare venire, 

L'artiglieria per mare e per terra 

Sarà il tuo core e il mio, vorran far guerra. 



E LA MUSA POPOLARE. 209 

■» ■■ I ■ - ■ ■- ■ I II 11 ■ ■■ IIWI > ■ III I ■■■ ■ ■ ■ ■ I ■ ■■! ■ I I ■ ^M ■ ■■ 

Domenica se perde ogni speranza» 
Quanne V amore tuo te dà licenza, 
Domenica verrà lu piante amaro, 
Quanne glie vide in man la fede d*oro.(i) 

(i) Il cerchietto d' oro di sposa. 

Doménica si parte lo mio amore, 
Manco lo viso me voglio lavare ; 
In quei paese là dove ha da ire 
Nessun' amante ci pozza trovare. 
Nessuno nome gli pozza piacere, 
Sempre lu nome mie pozza chiamare. 

Amore e morte. 

Guarda la torre e vidi s' io so forte. 
Sta forte amore mie, mantiè li patti, 
Lu nostro ben volè sino a la morte. 
Ricorda V Amore e morte di G. Leopardi. 

Ah! te r ai visto lu morto a passare! 
So stata io che V ho fatto morire ! 
Quann' era in vita non lo volli amare. 
Per desperato V ho fatto morire! 

Per smorzare lu fuoco ci vo V acqua, 
Per scoidarme de te ce vo' la morte: 
E ci vo' r acqua per smorza lu foco, 
E lu fiume nel mare trova pace, 
Ed io per ri]»osà non trovo loco. 

Tu che vai tanto dì bellezza altera. 
Non lo sai che la morte a suo piacere 
Tutte le belle se le pò capare (2) 
Non sai che presto il giorno giunge a sera, 
E la faccia comincia a scolorire 
Tu che vai tanto di bellezza altera. 

(2) Capare (dal lat. capere) per scegliere è comunissimo nel 
contado e anche in città: meriterebbe d'essere ammesso nel voca- 
bolario della lingua comune. Nessuno più usa il cappare, eh' è 
di lingua. 

E Cecco d' Ascoli pieno di fede nell* eternità dell' amore, 
cosi cantò: 

Non si diparton altro che per morte, 
Quando la luce eterna le conforma, 
Insieme 1' alme del piacere accorte. 

C. Lozzi — Cecco d* Ascoli 14 



2 IO CECCO D'ASCOLI 



n amante perduta. 

E lu perde la vita non e niente, 
Quant* è più forte de perde 1* amante ! 
Se la perdete morta il cor dolente 
Lo potete sfogare in tanti pianti. 
Se la perdete viva e 'nu tormente, 
Qiiannese vede in braccio a *n' altro amante. 

La morte 

delV innamorata per pene d" amore. 

Passa e repassa e la fenestra è chiusa, 

Non se revedé più la 'namerata, 

S' affaccia la sua mamma, — in cortesia 

Dov*é Gnesa? — La povera delusa. 

Quella che cerchi tu sta sotterrata: • 

Vanne a la Chiesa -di Santa Maria, 

Che la la troverai la sventurata : 

Apri la sepoltura e vedi il morto 

Che là la troverai tutta disfatta. 

Per le gran pene che gli è dato a torto. 

Morta. 

Avete visto quel morto a passare? 
Partenza amara, dolorosa e ria ! 
Viva, r ho fatta d* amore penare. 
Adesso è morta, e la cagione è mia; 
Vado a la Chiesa, e voio domandare 
Qual è la fossa de l'amante mia; 
Sopra la fossa me vo' inginocchiare 
Vojo prega la Vergine Maria 
Se in vita la facesse ritornare 
Pe' starce docent'anni in compagnia. 
La facesse torna, là dove io sono... 
De tutto questo glie chiedo perdono. 



E LA MUSA POPOLARE. 2 11 

■ - ■- "— — — — -■ ■ ■ - ■■" — - - ■ - - — - Il 

La voce del cantar... 

Era delizia d' ogni serenata 
La sua voce robusta e chiara e bella, 
Ma da che la sua stella è tramontata, 
La voce del cantor non è più quella ! 
Ma da che tramontata è la sua stella. 
La voce del cantor non è più quella. 
Ma da che la sua amante ei l'ha perduta 
La sua lingua divien tremando muta! 

Le reminiscenze classiche e romantiche le danno sapore 
letterario. 

Partenza della sposa dalla casa paterna. 

Rosetta metti in ordine le casce, 
É giunta r ora di partir Rosetta, 
É giunta Torà che tua mamma lasce, 
La casa del tuo amore già t' aspetta. 

Donna, tu vai dove la sorte gira. 
Piange li mura, le porte sospira : 
E quanne fai partenza da 'ste parti. 
Piange le mura, sospira le porte. 

Regali, donora. 

M' è stato regalato un fazzoletto. 

Chi me V à regalato è stato matto, 

A far r amor con lui non mi ci metto. 

M' è stato regalato 'nu trinciante, 

Lu porte in petto, e mamma non sa gnente, 

r pe' marito voglio 'nu mercante. 

Che biello marita de la nepote ! 
Gli è trovato lo sposo più galante, 
E le ha dato le donora e la dote. 
Ma delle ciarle può se ne fa tante! 

La parola mantenuta. 

Fior di nocella. 

Lo mio amor non si perde tra la folla, 

M'à data la parola e sempre è quella. 



2 12 CECCO d'aSCOLI 



La fiera di Smigaglia. 

Tu che a la fiera vai di Sinigaglia 
Che di comprare fa veni la voglia, 
Che fa veni la voglia di comprare 
Le belle cose venute per mare: 
Tu che sai fa la scelta d' ogni cosa 
Ricordati di me che son tua sposa. 

Fidanzamento . 

V appender della collana di corallo ftegli sponsali. 

Questa lunga collana di corallo 

Qh come ti sta bè al seno e al collo ! 

È di colore rosso lo più acceso, 

È stato lo tuo amor che te 1' ha appeso: 

Cessa ogni male e fuga la tempesta^ 

E ogni giorno per te giorno di festa. 

Cecco d'Ascoli cosi descrive il corallo e ne celebra la virtù: 

Del rosso mare dall' acqua coperto 
É legno per natura lo corallo, 
Neir aer si fa pietra, e questo è certo. 
Al folgore resiste e a la tempesta. 
Gli spirti fuga col caduco morbo, 
Fa la fortuna in noi veloce e presta, 
Moltiplica li frutti e stringe il sangue, 
Lo stomaco conforta; or sei ben orbo, 
Se di portarlo in te credenza langue, 
E rosso e bianco il corallo si trova. 
Ma in tutti credo sia la stessa prova. 

A questa credenza, che come si vede, è antica e comune nelle 
Marche e massimamente nel contado ascolano è dovuto il gran- 
dissimo uso che vi si fa della collana di corallo in tutti gli 
sponsali, con più o minore sfarzo, secondo le condizioni degli 
sposi. E V appendere che Io sposo fa della collana al collo e al 
petto della sposa è il primo e principale rito delle sponsalizie 
campestri. 

Altrove lo stesso Cecco canta: 

Ma del cappon la graziosa piefra, 
Congiunta con li rami di corallo, 
Questa freddezza dell' uomo s' arretra. 



è: La mu^a t»òPoLARE. 213 

cioè si vince \?i freddezza o impotenza a generare. 
Altro canto popolare: 

Facciate a la finestra, rìcci belli, 
Se te vuo' marita basta che parli ; 
Che le manine tue brama V anelli, 
E lo colletto un filo de coralli. 

In altro canto questo bel verso: 

Moro per voi, boccuccia di corallo! 

La dote. 

Voglio manna 'na lettera a lu Papa, 
Che dà marito a chi non ha la dote. ' 
Chi la dote non ha non si marita. 
Cosi succede a me povera Rita. 
. Tu vuoi la ricca, e i son povera amante. 
La roba se la porta via lu vente. 
La bella te la vide sempre avante. • 

Z' anello, 

O amore mio delicato e bello, 
Quanno sarà la vostra ritornata? 
Tu te ne vai a spasso pel castello, 
A me me lassi afflitta e desolata: 
Non t'arricordi t'ho dato l'anello? 
Ora per ora daje 'na guardata; 
Si r anello se muta di colore. 
Ricordate, eh* io sono '1 primo amore. 

Secondo annota il D' Ancona, nelle novelle popolari d'ogni 
paese si trova spesso 1* anello, o una qualunque pietra preziosa, 
data in una separazione, coli' avvertenza che cangerà di colore 
quando a quello che 1' ha lasciato intravvenga una disgrazia. 

U anello nuziale. 

Fior più fiorito. 
Chi sarà mai lu giovane beato 
Che ti mette 1' anello su lo dito 
E che lu primo bacio t' avrà dato. 



214 CECCO DIASCOLI 



Le nozze. 

Ecco venir li sposi da la chiesa, ' 
Se ne vanno a formar la nuova casa; 
Spargon confetti e noci (i) su la fratta, 
Che li ragazzi del villaggio han fatta; 
Parenti e vicinato tutti in festa, 
La sposa nel suo vel bella e modesta. 

(i) La fratta di frasche verdi che attraversava la strada per 
cui dovevano passare gli sposi, era abbattuta dai ragazzi slan- 
ciantisi a raccogliere confetti e noci che gli sposi vi gettavano 
attorno a piene mani. I confetti sono succeduti alle noci degli 
antichi romani ( è noto il virgiliano sparge nuces ) ; e ora è co- 
mune la frase « quando si mangiano questi confetti? » per dire 
quando si fanno queste nozze? 

Quanno che venirà queir ora santa. 
Che *1 prete me dirà, si so contenta, 
Io gli dirò di sci, che e* è V usanzia. 

Fiore di menta: 

Quando sarà quella giornata santa. 

Che il prete me dirà: « siete contenta? » 

Suocera e nuora. 

La madre del mio amor mi fa sapere, 
Ch*io l'ami il figlio suo non è contenta; 
Se n' è contenta la vo' contentare, 
Con suo figlio r amore voglio fare. 
Se non mi vuole in casa andefò fuora, 
Che vogli o che non vogli son tua nuora! 
Se non mi vuole in casa anderò in piazza: 
Dammi lo figlio tuo, che a me mi basta. 
Se non mi vuole in casa anderò via : 
Dammi lo figlio tuo per compagnia. 

La suocera. 

Pozza mori la mamma del mio amore, 
Ch* à ditto: a casa sua non mi ci vole, 
Con chella peste chi ci vorrà stare? 
Tanta paura chi glie la fa avere? 



E LA MUSA POPOLARE. ^15 

Se mammeta non vo* che ame me, 
Amene *n* addra, e a me lassame andà; 
Amene *n* addra de lu nome mie, 
Acciò de me non te ne scuorde mai. 

I versi non son belli, ma il concetto n' è delicatissimo. 

La mamma del mi' amor tanto è cattiva! 
Dice che in casa sua non me ce vòle; 
Si non me vòle in casa anderò in piazza, 
Me daga il fijo sua, eh' a me me basta; 
Si non me vòle in piazza, anderò via, 
Me daga '1 fijo sua per compagnia. 

Questo lo dico a vo', mamma d'amore. 
Lo vostro fijo non m* à da lassare, 
Che se me lassa, moro de dolore. 

Notevole V appellativo di mamma (V amore alla madre del- 
l' innamorato, prima di doventar suocera. 

La vedovella. 

Piagne la vedovella sconsolata 
Che r è morto lo suo sposo diletto, 
Porta la treccia tutta scarmigliata, 
E si strappa le guance e batte il petto, 
E quando si fa core a rifa 'l letto, 
De le più amare lagrime lo bagna. 
Più non ha pace, e notte e di si lagna 
E si strappa le guance e batte '1 petto. 

Dante, Purg. VI: 

Vedova, sola, e dì e notte chiama. 

La vedovella quando rifa 'l letto. 
Co' le lagrime bagna le lenzuola, 

E dice rimirando il bianco petto ; 
Questa non è più vita da sta sola. 

Sattrici. ^ 

Lu giorno tu va' a spasso come dama, 
La sera tu va a letto senza cena. 
Così lu di e la notte si demena 
La donna che più gira e più si affama! 



±ì6 CECCO DIASCOLI 



Ricorda il noto ^aotto, che sì trova anche in una novella 
del Boccaccio: 

Chi va a letto senza cena 
/ Tutta notte si dimena. 

E la tua mamma vo portarti a Roma, 
E ti vo mette dentro a 'na vetrina 
Perchè se n' annamori tutta Roma» 
Per farti venera ne la vetrina 
Perchè ognun ti prometta Roma e Toma, 
Per farti incorona come regina. 

Il promettere Roma e Toma si dice comunemente del vano 
promettere delle più belle e grandi cose ; ma nessuno più chia- 
ma Toma la parte meglio esposta del giardino e più guardata 
dalla tramontana. 

// mal francese. 

Cos*hai, caro mio ben, cosi avvilito? 
Non hai la febbre e te trovo malato; 
Non hai '1 coltello e te trovo ferito, 
Se' stato in Francia, e non hai caminatol 

Non e' è più bello ama che Leonora, 
Massimamente lo giorno de fiera; 
Va sulla piazza, e pare 'na signora, 
Vende le grazie a peso di stadera. 

Satirico 

a donna che in avanzata età vuol continìmre a fare la galante. 

Come 'na giovanetta torni a festa, 
E giri attorno e mi vuo' far la casta 
Ma di Rocca di Morrò ormai che resta? 

Rocca di Morrò è un antico fortilizio su la cima di un 
monte a sinistra del Tronto tra Ascoli e Maltignano, sotto la 
fortezza di Civile tla del Tronto; della qual Rocca ora non re- 
stano che pochi ruderi e il nome Morrò o Murro. 

Donna vana^ 

Chi s' innamora de la donna vana, 
É come chi sementa fra 1' arena, 
Che tutto r anno desidera e brama, 
E la ricolta sua è gioglio e vena, 



E LA MUSA POPOLARE. ^17 



Ricorda la nota sentenza del Sannazzaro : 

Neir onde solca e nelT arena semina, 
E *1 vago vento tenta in rete accogliere 
Chi sue speranze fonda in cor di femina. 

U amante girellona. 

Io me ne vado per lo mondo a spasso, 1 

Chi mi vo male dice: « è troppo spesso! » 
Chi mi vo bene sogna eh* io lo lasso. 
Chi non si fida che mi venga appresso. 

La civettuola. 

E voglie fa 'nu core resoluto 

Vogli rifa dueciento 'nammorati, 

A chi 'n* ucchietto, a chi qualche piacere, 

E tutti me li voglio mantenere. 

La civettuola di Recanati e d' Ancona. 

Bella ve se può di' che bella sete. 

Bella de diciotto 'nnamorati : 

Otto n' avete a lo porto d' Ancona, 

E dieci a la città di Recanati. 

Eccoli qua che ve 1' aggio contati. 

Bella de diciotto 'nnamorati: 

Eccoli qua che ve 1' aggio compiti, \ 

Bella di dicìotto favoriti. 

Donna ritinta. 

i 

Che vai facendo tu, brutta persona, 

La tinta tu 1' hai fatta rincarire, \ 

Non è bastata a te quella d' Ancona, 

Da Sertigaglia 1' hai fatta venire. 

Ancona e Sinigallia sono le due principali piazze commer- 
ciali delle Marche. 



2i8 c:écco d* ASCOLI 



La fontana della fattucchiera^ 

In mezzo air orto tuo e* è 'na fontana, 
E r acqua pare fresca, chiara e bona. 
Ma più cresce la sete a chi la beve, 
E dove scorre né bagna né lava. 
Ma chi ne sente il murmure e la mira 
t Resta incantato, e attorno ognor le gira. 

Resta incantato, e alfine si dispera..,, 
Questa è la fonte de la fattucchiera. 

I vicini abruzzi andavano famigerati per le fattucchiere ai 
cui sortilegi e filtri solevano ricorrere le amanti abbandonate. 
Erano pure il nido di maghi e negromanti, ad uno de' quali 
in un eremo presso Corroppoli ricorse Giacinto Centini di Ascoli- 
Piceno nell'anno 1633 nella sua villa di Spinetoli per far morire 
Papa Urbano Vili e succedergli nel pontificato il cardinale 
suo zio. (i) , 

(i) e. Lozzi Le profezie sulla successione dei papi: Torino 
Unione tip. editrice 1903 a pag. 17. 

Libro d'amore — Registro delle belle. 

La voce de lu popolo non falla : 

Se mammeta ti tien per la più bella, 

Su lu libro d' amor sei la più gialla. 

La ruffiana^ mezzane. 

Che ci à da fa la povera ragazza ? 
Le ruffiane la portano a cavezza! 
Pe' le ruffiane ci vorrié *na mazza. 
In cambio hanno ogni dono, ogni carezza. 

Lo mio ragazzo prova molte pene 
Che s' è fatto 'ngannà da le mezzane. 
Ha rinnovato amore, ha fatto bene ! 

La servetta. 

Fiore di malva. 

La giovanetta serva non é salva, 

Chi ci ha comodità e non se ne serve, 

Non e' è lu confesssore che 1' assolve ! 



E LA MUSA POPOLARE. 2ìg 



Scherzo puerile. 

Ho fatto uno schioppetto dì sambuco, 
L' ò caricato a palla di cerase: 
Se indietro non ti fai, ti fo 'nu buco, 
Se non mi vuò più ben piccina Agnese 
T' abbrucio la persona e poi le case. 

De Arte Amandi. 

L* amore non s' acquista co lu cante, 
Manche co lu guarda, né tene mente ; 
Ci vo' le cortesie d' un core amante, 
Ci vo lo buon volè d* un core ardente. 

Ricorda il precetto di Ovidio nel De Arte Amandi: 
Panca leves capiunt aninios: 
cioè le piccole attenzioni, il far la corte. 

Chi non sa fa 1' amor non ci si metta, 
Ch' è n' arte invediosa e maledetta: 
Ci vo' coraggio, è 'na guerra 1' amore, 
i Chi la vence si chiama rubacore. 

Air amorosa smania che ti fruga 
Non serve li scongiuri de la maga. 
Per guarire d' amor ci vo' la fuga. 

E Cecco d'Ascoli : 

Maggior prodezza tenfeo lo fuggire, 
Quando è bisogno, che non è lo stare 
Sol per vitare 1' acerbo morire. 

Ho sempre inteso dir « femmina e foco. 
Se ne vuoi fiamma, stuzzicali un poco ». 

Anche Dante in senso figurato aveva detto : 
Poca favilla gran fiamma seconda. 

Si vuò che te lo 'mparo a fa l'amore. 
Li tuoi compagni non te li menare, 
Che c'è sempre tra essi '1 traditore. 



^ÌÒ CECCO D*ASCOU 



De Arte Amandi. 

E r alma mia dal core me se move, 
E lo mio cor se move per te sola, 
Bella che dell* amor ne tieni scola: 
E r alma mia dal core me se parte. 
Bella, che dell' amor ne tieni V arte. 

Fior di gionchiglia. 

Or che fare all'amor t' à preso voglia, 
A te conviene accarezzar la mamma, 
Se vuoi che ti conceda la sua figlia. 

Nella bandiera è scritto d' orifiamma : • 
Chi vuol la figlia accarezzi la mamma. 

Tra i canti Liguri il Marcoaldi riporta questo : 

Fiore di canna : 

Chi vo' la canna vada a lo canneto, 
Chi vò la neve vada a la montagna, 
Chi vò la figlia accarezzi la mamma. 

Manca di corrispondenza, poiché la prima parte voleva dire, 
che le cose si devono cercare dove realmente si trovano; il 
che non ha nulla da vedere col noto detto proverbiale dell' ul- 
timo verso. 

Non si digiuna quanno si spilluzzica, 

Con vo' ce giocaria 'na volta a bazzica, 

L' amore non se fa, si non si stuzzica. 

Libro d'amore. 

De Arte Amandi. 
Ricorre frequente nei canti popolari : 

E già che dà sto libro m'hai scassato, 
Bada a chi pigli, e pensa a chi hai lassato. 

Scassato ^ cassato, cancellato. 

E io che neir amor non ci ò più sorte. 
De 'sto libro ne vo' stiappà le carte, 
Monachella vo' sta fino alla morte. 

Ve vengo a riverì, fresca viola, 
Stelluccia rilucente mattutina ; 
Benedico la mamma e la fiòla, 



E LA MUSA POPOLARE. 22 1 

li'' » ' ' 

Che Tà allevata su tanto bellina: 
Benedico 'n do' andate a la scola, 
In fra queir altre se* la più bellina, 
Benedico la scola in do' andate, 
Qual' è '1 libro 'd' amor che voi leggete? 
Qual' è il libro d' amor, quali le carte, 
Bella, che dell'amor ne tieni l'arte? 

Foco di paglia. 

De Arte Amandi. 

Chi nel fare all' amor non ha misura 
E lu comenza come 'na battaglia, 
É nu foco di paglia che non dura, 
O dura tanto quanto in foco paglia. 

Cecco aveva cantato: 

Battaglia 
Contro lo male, pensa nel tuo stato, 
Lo qual non dura, come in foco paglia. 

Sfida o gara di stornellanti. 

Dimme chi l'ammazzò li tre serpenti? 
Dimme chi sotto l' acque à Ui tre fonti? 
Dimme chi fece strage d' innocenti? 
-Dimmi chi si battette giù a li ponti ? 
Trova chi beve 1' acqua e porta '1 vino? 
E chi vede la gente da lontano ; 
Trova chi senza gambe fa cammino : 
Trova chi senza luce fa un gran chiaro. 

Risposta. 

Fu Paolo che ammazzò li tre serpenti, 
Giovanni sotto 1' acqua ha li tre fonti. 
Erode fé' la strage d' innocenti, 
Pilato si battette giù a li ponti, 
La vite beve V acqua e porta '1 vino, 
Lo sole vede gente da lontano; 
La nave senza gambe fa cammino, 
La luna senza luce fa un gran chiaro. 



222 CECCO d' ASCOLI 



Che ci vuo^ fa che 'nà canzona sola? 
Se non sai li stornelli, valli a impara, 
Vuò fa '1 dottore e non sei stato a scola! 

Io di canzone 'nu sacche ne saccio, 
Se me li mette in collo no li posso, 
'*Nu saechitto ne porto sotto braccio. 

Perchè tu di cantar t' affanni tanto ? 
Nessuno le canzoni tue raccoglie : 
Lascialo a noi quesV amoroso canto: (i) 
Questo vanto nessuno ce lo toglie, 
Nessuno ci può toglier questo vanto, 
Suono e canto è per noi marito e moglie. 

(i) Dante così dice al celebre musico fiorentino Casella : 
.... Se nuova legge non ti toglie 
Memoria o uso all' amoroso canto y 
Che mi solea quetar tutte mie voglie. 

E chi vuò fa con me a canta stornelli. 
Li porto caricati a sei cavalli. 
Alzi la voce chi li sa più belli. 

( Raccolta Gianandrea e Marcoaldi con qualche piccola 
variante, ma meno bella). 

Vorria cantare a la maceratese. 
Se non ce so canta me compatite. 
Canto air usanza de lo mio paese. 

Questo e del contado di Tolentino, eh' è si presso a quel 
di Macerata. V. pag. 124. 

Io per canta ce son venuto apposta. 
Delle canzoni ne porto una lista ; 
Beato chi amerà la grazia vostra. 
Perde l'inferno e M paradiso acquista; 
Beato chi amerà lo vostro viso. 
Perde 1' inferno e acquista '1 paradiso. 

Forza amore. 

O tu che sei poeta di valore, 

Sappimi questo dubbio dichiarare, 

S' è meglio aver per forza o per amore. 



E LA MUSA POPOLARE. 2 23 

Un altro rispetto finisce con questi due versi : 

Fra li compagni tui me pari un fior^, 
Altri t' ama per forza, io per amore. 

Gara di serenate. 

Guarda chi m' à ritolta la canzona, 

La testa a Roma e gli occhi verso Ancona, 

Guarda chi m' à ritolta "la cantata ! 

La testa a Roma, e gli occhi a Macerata. 

Vuol dire che la rivale ha gli occhi strambi o stravolti. 
Ancona e Macerata sono due delle principali città delle marche. 



FINE 



INDICE 



» 


11 


» 


III 


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IV 

* 


» 


V 


» 


VI 



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» 


u 


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34 


» 


44 


» 


51 



CAP. I Cenni biografici e bibliografici di Cecco 

d' Ascoli pag. 

Come va scritto e che significa il titolo del poema 
di Cecco d' Ascoli — pag. 146 

Il ritratto di Cecco d'Ascoli . 
Dante Alighieri e Cecco d' Ascoli . 
Origine dei canti Popolari o della lingua 

Italiana 

La poesia popolare nell'Acerba dì Cecco 
Elenco di parole usate e abusate per la 

rima nell'Acerba . . . » 76 

VII Ragione e maniera della nostra raccolta 

di canti popolari . * . » 79 

» Vili Segreto per cavar dalla bocca dei campa- 

gnuoli i loro canti ... » 84 

» IX Descrizione delle Marche e in ispecie di 

Ascoli e del suo territorio . . » 88 

» X La via Salaria e Cecco d' Ascoli . » 97 

» XI La poesia popolare ascolana e in ispecie 

la serenata ricostituita con cenni cri- 
tici, storici e comparati , , . ». 108 
» XII Raccolta di canti popolari marchegiani 

ordinata e illustrata . . . » 149 

» XIII Seguito dei canti popolari . . » 152 



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