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Full text of "Chi l'ha detto? :btesoro di citazioni italiane e straniere, di origine letteraria e storica"

CHI L'HA DETTO? 



sj^ 



(gii ÜHA DETTO? 



TESORO DI CITAZIONI italiane e stra^ 



NIERE DI ORIGINE LETTERARIA E STORICA ^ 



INDICATE, ORDINATE E ANNOTATE DA 



Giu^ 



SEPPE Fumagalli, bibliotecario a Milano ^ 
Quarta Edizione riveduta ed arricchita ^ ^ ^ ^ 





Ulrico Hoepli ^ ^ ^ ^ ^ ^ 

Editore-Libraio della Real Casa ^ 
Milano * 1904 >h >^ >^ >^ ^^ -^ v^ >ìv 



3»^ 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



159-903. — Firenze, Tipografia di S. Landi.Via Santa Caterina, 12 



INDICE DEL VOLUME 



A CHI LEGGE Pag. IX 

PARTE PRIMA 

§ I. Delle citazioni, dei libri e delle biblioteche I 

§ 2. Affetti, passioni, gusti, voglie, abitudini 9 

§ 3. Allegria, darsi bel tempo, noia 12 

§ 4. Amicizia ij 

§ 5. Amore 21 

§ 6. Astuzia, inganno 29 

§ 7. Avarizia 31 

§ 8. Bellezza e bruttezza, doti del corpo 33 

§ 9. Beneficenza, doni, aiuto 37 

§ IO. Benignità, perdono 40 

§ II. Buona e mala fama. Onori e lodi 42 

§ 12. Buoni e malvagi 48 

§ 13. Casa e servi 51 

§ 14. Compagnia, buona e cattiva . 53 

§ 15. Condizioni e sortì disuguali 55 

§ 16. Conforti nei mali. Ricordo del bene passato .... 57 

§17. Consiglio, riprensione, esempio 62 

§ 18. Contentarsi della propria sorte 65 

§ 19. Coscienza, gastigo dei falli 67 

§ 20. Cose fisiche 71 

§21. Costanza, fermezza, perseveranza 79 



Indice del volume 



§ 22. Cupidigia, egoismo Pag. 89 

§ 23. Donna, matrimonio 93 

§ 24. Errore, fallacia dei disegni, insufficienza dei propositi. 107 

§ 25. Esperienza no 

§ 26. Fallacia dei giudizi, false apparenze, regole del giudicare. 115 

§ 27. Famiglia 120 

§ 28. Fatti e avvenimenti storici 124 

§ 29. Fatti e parole 129 

§ 30. Felicità, infelicità 131 

§31. Fiducia, diffidenza 134 

§ 32. Fortuna, fato 135 

§ 33. Frode, rapina, prepotenza 143 

§ 34. Giorno e notte 147 

§ 35. Gioventù, vecchiezza 150 

§ 36. Giustizia, liti 157 

§ 37. Governo, leggi, politica 165 

§38. Gratitudine, ingratitudine 184 

§ 39. Guerra e pace 186 

§ 40. Intelligenza, genio, spirito, immaginazione 199 

§41. Ira, collera, ingiurie, offese, vendetta 207 

§ 42. Libertà, servitù 213 

§ 43. Maldicenza, invidia, discordia, odio 218 

§ 44. Mestieri e professioni diverse 221 

§ 45. Miserie della vita, condizione dell'umanità 227 

§ 46. Morte 235 

§ 47. Nature diverse 248 

§ 48. Nazioni, città, paesi 250 

§ 49. Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione 271 

§ 50. Ostinazione, ricredersi, pentirsi .276 

§51. Ozio, industria, lavoro 286 

§ 52. Parlare, tacere 290 

§ 53. Patria in generale; e l'Italia in particolare 298 

§ 54. Paura, coraggio, ardire 315 

§ 55. Personaggi storici e letterari 324 

§ 56. Piacere, dolore 335 

§ 57. Povertà, ricchezza 339 

§ 58. Preti, sacerdoti, chiesa 344 



Indice del volume 



§ 59. Probità, onoratezza, fedeltà alle promesse . . . Pag. 348 

§ 60. Prudenza, senno 354 

§ 61. Re, principi, corti e nobiltà 357 

§ 62. Regole del trattare e del conversare 368 

§ 63. Regole pratiche diverse 371 

§ 64. Religione, Iddio 377 

§ 65. Risolutezza, sollecitudine, altezza e pochezza d'animo. 390 

§ 66. Sanità, malattie 402 

§ 67. Sapere, studio, ignoranza 405 

§ 68. Saviezza, pazzia 412 

§ 69. Schiettezza, verità, bugia, simulazione, ipocrisia, adu- 
lazione 415 

§ 70. Scienze e lettere, poesia, eloquenza, musica ..... 426 

§71. Sollievo, riposo 445 

§ "jz. Speranza, disperazione 449 

§ 73. Tavola, cucina, vini, altre bevande 452 

§ 74. Temperanza, moderazione 457 

§ 75. Tempo, ponderatezza, riflessione 461 

§ 76. Ubbidienza, fedeltà, rispetto 464 

§ "JT. Vestire 469 

§ 78. Virtù, illibatezza, modestia 471 

§ 79. Via 477 

PARTE SECONDA 

§ 80. Frasi d' intercalare comune 483 

§81. Modi proverbiali e similitudini 500 

§ 82. Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 512 

§ 83. Scherzi, motteggi, frasi giocose 526 

§ 84. Idiotismi 543 

Indice dei nomi degli autori, commentatori, illustra- 
tori, Ecc 551 

i-ndice delle frasi 567 

Indice delle cose notabili 625 

— — «Sg®.^ 



A CHI LEGGE 



La prima edizione di questo libro uscì verso 
la fine del settembre 1894: la seconda circa alla 
metà del 1896; la terza nell'aprile del 1899, e 
tutt'e tre furono assai presto esaurite. Alla lusin- 
ghiera accoglienza del pubblico, corrispose quella 
della stampa, politica e letteraria; e dei giudizi 
espressi nelle molte recensioni che giunsero a mia 
conoscenza posso dirmi, quasi senza riserve, sod- 
disfatto e superbo, non meno che grato. 

Quale sia lo scopo di questo lavoro già dissi nella 
prefazione alla prima edizione e qui ripeto. Esso è 
un modesto tentativo di repertorio che raccoglie 
ed illustra quelle citazioni, che sono più comune- 
mente note al pubblico italiano e ricorrono più 
di frequente sia nello scrivere, sia nel parlare. 
Quindi esso contiene una copiosa scelta di cita- 
zioni da classici nazionali e stranieri, prosatori e 
poeti, di frasi storiche, ossia di frasi dette in de- 
terminate circostanze da personaggi noti, e rimaste 
famose per ragioni diverse. Per ciascheduna di 



A chi legge 



esse ho cercato di stabilire con quella maggiore 
precisione che mi era possibile chi V ha detta, e 
di indicarne scrupolosamente le fonti storiche e 
letterarie: qua e là, per rompere la monotonia di 
un' arida successione di citazioni bibliografiche, ho 
aggiunto delle notizie curiose di storia e di eru- 
dizione, qualche aneddoto, qualche squarcio let- 
terario. A pie' di pagina ho dato la traduzione 
delle frasi classiche e straniere, ad eccezione di 
quelle in lingua francese, di cui la conoscenza 
si presuppone in ogni individuo mediocremente 
colto. 

A meglio chiarire il concetto direttivo di questo 
lavoro, non sarà inutile insistere sul fatto che que- 
sta è una raccolta di citazioni storiche e letterarie, 
vale a dire di frasi delle quali si può e si deve rin- 
tracciare l'origine nei detti e nei fatti di qualche 
personaggio storico, nelle opere di qualche scrit- 
tore antico o moderno. Non è una raccolta pare- 
miologica, quindi non ci si possono né debbono 
cercare sentenze proverbiali né italiane né latine 
né d'altre lingue. Qualcuno 'vorrebbe trovarci sen- 
z' altro tutte le sentenze latine che infiorano i nostri 
discorsi, senza curarsi di pensare se tutte entrino 
nel quadro del libro, o non siano adagi o ditteri, 
sia di origine classica, sia nati nelle scuole medie- 
vali. Ma questi non registra il Büchmann né altro 
degli autori che ho scelti a modello: come ragio- 
nevolmente non posso citarli io. Questo, ad esem- 
pio, risponderò ad un cortese critico, il quale mi 
osservava che avevo dimenticato la frase De gusti- 



A chi legge 



bus non est disputandum. Ma forse credeva egli sul 
serio che si potesse dare a qualche classico romano 
la paternità di questo latÌ7ius grossus? Invece non 
è altro che una facezia scolastica del medio evo 
sul genere del Gratatio capitis facit recordare co- 
sellas o del Noji est de sacco ista farina tuo ; e nes- 
suno potrà mai sapere il nome d-ell' ignoto goliardo 
che primo la disse, come non si sa, né si saprà mai, 
chi primo disse Melius est abundare quam deficere, 
o chi disse Promissio boni viri est obligatio, o V au- 
tore degli infiniti brocards giuridici: Neganti in- 
cumbit probatio ; Potior tempore, potior jure ; Testis 
unus, testis nullus ; De minimis non curat prae- 
tor, ecc. Il cercare frasi siffatte nel mio repertorio 
è tempo perduto, e il lagnarsi di non trovarcele 
non è ragionevole: tanto varrebbe farmi colpa di 
non avere in queste pagine investigato chi sia 
r autore di Moglie e buoi dei paesi tuoi, o di Me- 
glio un fringuello oggi che un tordo domani (i). 

A più d'uno è parso che nello spigolare dai li- 
bretti melodrammatici io abbia ecceduto: e qui 
la critica, almeno per la prima edizione, non era 
senza fondamento. Ma non mi mancavano le giu- 
stificazioni. L'incanto della musica dei nostri sommi 
compositori (dicevo nella prefazione alla prima edi- 



(i) Mi riservo invece di riunire in un volumetto che comparirà 
fra poche settimane nei Manuali Hoepli, una raccolta più che sarà 
possibile completa di tutte le frasi e locuzioni latine che ricorrono 
nei libri e nei discorsi, comprese quelle che dal presente volume 
sono escluse per le ragioni accennate o per altre. 



zione) ha reso popolarissime in Italia ed all'estero, 
insieme alle melodie che le ispirano, anche le pa- 
role degli infiniti libretti del nostro teatro lirico. 
Su dieci persone che non siano affatto illetterate, 
ce ne saranno sempre sei o sette che non hanno 
letto la Divina Coìnmedia, benché non osino con- 
fessarlo, ma forse una sola che non abbia sentito 
la Norma e la Traviata. Potrà darsi che a quelle 
riesca nuovo od almeno incomprensibile il verso: 

Poscia più che il dolor potè il digiuno ; 

ma forse a tutti sarà familiare il 

. Mira, Norma, ai tuoi ginocchi 

ovvero 1' 

Addio del passato. 

Inoltre molte di queste citazioni melodramma- 
tiche che sono o furono ai tempi loro cosi cono- 
sciute, diventano col tempo meno note, pure re- 
stando vive nella tradizione comune, benché il 
variare dei gusti e della moda abbia tolto di re- 
pertorio le opere alle quali appartengono. Molti 
della generazione che nasce, non hanno mai sen- 
tito in teatro V Elixir d' Amore ; e per loro riesce 
notizia nuova e curiosa che dal suo spigliato li- 
bretto sia venuta a noi la trita frase Anche questa 
e da cogitar. Quanti di coloro che la ripetono, sa- 
prebbero dire, senza ricerche, l'opera cui appar- 
tiene ? E quello che si dice per noi vale a più forte 
ragione per gli stranieri, che conoscono, pur troppo. 



A chi legge XIII 



il nostro teatro assai più della nostra letteratura. 
Inoltre, più volte accade, che a qualcuna di queste 
frasi liriche si connettano tradizioni preziose, cu- 
riosi aneddoti che è prezzo dell'opera raccogliere 
finché la memoria dei contemporanei permette di 
farlo: si veda ad esempio quel che ho scritto al 
n. 1050 a proposito di un già- famoso coro della 
Donna Caritea di Mercadante, e si leggano le 
parole che su di esso, sui ricordi patriottici che 
ce lo fanno sacro, e anche su questa questione 
delle citazioni liriche ha scritto Alfredo Coman- 
dini in un recente e diligente suo libro. Nondi- 
meno, poiché alla maggioranza questo lusso di 
spigolature librettistiche non garbava, ho sfron- 
dato largamente in questa parte, e ne ho lasciate 
fuori non poche. 

Quanto alla disposizione materiale del volume 
in un certo numero di paragrafi, benché possa a 
taluno sembrare che essa renda più lunghe le ri- 
cerche, che sia inutile in un libro di consultazione, 
che il filo discorsivo col quale ho tentato di riu- 
nire le diverse frasi sia in molti luoghi più che 
tenue, puerile, in altri fastidioso, in tutti superfluo 
(e non potrebbe essere altrimenti), é però un fatto 
che i copiosi indici alfabetici consentono al con- 
sultatore qualunque rapida ricerca, ed inoltre che 
la classificazione permette di trovare delle citazioni 
delle quali non si ricorda esattamente la forma, 
senza di che non sarebbe possibile rintracciarle 
nell'indice alfabetico. Per esempio qualcuno una 
volta ha stampato che nel Chi V ha detto? man- 



A chi Icp-crc' 



cava la frase Date a Cesare qtcel ch'e di Cesare, 
Ma il testo non dice così ; dice Reddite qttœ sunt 
Cœsaris, Cœsari; e sotto Reddite si trova nell'in- 
dice il richiamo al n. 563 ; chi non ricordasse 
esattamente il testo, bastava cercasse nel § 36, 
Giustizia, liti ed egualmente trovava la frase me- 
desima. Ma e' è di più questo : che il mio volume 
non è per gli eruditi, i quali sanno già tante cose 
senza bisogno di esso, è per il pubblico spicciolo. 
E il pubblico, almeno in Italia, non compra un 
arido libro di erudizione in forma di dizionario; 
e se ha fatto buon viso alla mia fatica, devo in 
gran parte lasciarne il merito alla disposizione da 
me adottata, la quale, alla meglio o alla peggio, 
ne ha fatto un libro di cui, almeno per qualche 
pagina, la lettura continuata è sopportabile. 

Per lo schema di classificazione, mi sono dunque 
ancora attenuto a quello ormai notissimo che il 
Giusti scelse per la sua Raccolta di proverbi to- 
scani, che egli stesso tolse dal libro di Orlando 
Pescetti sui Proverbi italiani (1603), che il Cap- 
poni, editore della raccolta giustiana, ricorresse, 
e che fu adottato con lievi modificazioni dal Pa- 
squaligo, dal Pitrè, e da molti altri paremiografi. 
Naturalmente io pure ci ho portato tutti quei ne- 
cessari ritocchi che la diversità del lavoro richie- 
deva; e per ultimo ci ho aggiunto, facendone la 
seconda parte del volume, alcuni paragrafi più 
comprensivi destinati a contenere e ordinare som- 
mariamente, per lingue e per età, quelle frasi per 
le quali una classificazione ragionata era difiìcile 



A cht legge 



od anche impossibile. L' indice dei paragrafi e le 
annotazioni che ho fatte in principio a molti di 
essi nel testo, chiariranno meglio il mio concetto 
in questo ordinamento. 

Alle illustrazioni di moltissime frasi, che già si 
trovavano nelle prime edizioni, ho fatto correzioni 
ed aggiunte non poche né lievi; ho riscontrato 
sugli originali un gran numero di altre frasi che 
prima erano citate soltanto su fede altrui, cosic- 
ché oggi ben poche sono rimaste le citazioni 
di seconda mano, e il libro nella quasi sua tota- 
lità é attinto originalmente alle fonti. Ho final- 
mente aggiunto altre 129 citazioni, di guisa che 
essendo 76 il numero di quelle che tolsi via dalla 
prima edizione, 28 dalla seconda e 8 dalla terza, 
(ed erano pressoché tutte frasi di libretti d' opera) 
la nuova numerazione é salita da 1575, qual'era 
nella prima edizione, a 1936 nella quarta. Anche 
la mole del volume é considerevolmente aumen- 
tata, tanto per le frasi nuovamente aggiunte, 
quanto per le nuove illustrazioni, i nuovi raffronti 
storici e letterari. 

Ripeto qui in nota (i) i titoli dei libri ai quali 



(l) FlNZl (Giuseppe), Dizionario di citazioni latine ed italiane. 
Palermo, Remo Sandron, (1902), in-8. 

Arbib (Edoardo), Pensieri, sentenze e ricordi di uomini par- 
lamentari. Firenze, G. Barbèra, 1901, in- 16. 

FOURNIER (Edouard) , L'esprit des autres recueilli et raconté. 
VIII"ie édition. Paris, E. Dentu, 1886, in-i8. 

— L'esprit dcms l'histoire. Recherches et curiosités sur les mots 
historiques. V'"« édition. Paris, E. Dentu, 1883, in-i8. 



ho attinto in queste diverse edizioni ; elenco au- 
mentato nella presente ristampa dei titoli di due 
nuovi libri pubblicati in questi ultimi tempi, il cou- 



Alexandre (Roger) , Le Musée de la Conversation : reper- 
toire de citatiofîs françaises, dictons modernes, curiosités litté- 
raires, historiques et anecdotiques. 3'"*^ édition. Paris, Emile 
Bouillon, 1897, in-8. 

BÜCHMANN (Georg), Geflügelte Worte. Der Citatenschatz des 
deutschen Volkes, gesajntnelt und erläutert. Fortgesetzt von Walter 
Robert-tornow . XX. verb, und verm. Aufl. Berlin, Haude und 
Spener, 1900, in-8. 

Winter (Georg), Unbeflügelte Worte, ztigleich Ergänztingen 
ZZI Büchmann, von Loeper, Strehlke etc. Augsburg, Adelbert 
Votsch, 1888, in-8. 

Nehry (H.), Citatenschatz. Geflügelte Worte, Sprichwörter 
und^ Sentenzen. Auf Grund von Zeuschner's internationalem Ci- 
tatenschatz vollständig 7ieu bearbeitet. Leipzig, Grünow, 1889, in-8. 

King (Wm. Franc. Henry), Classical and foreign quota- 
tions, law ter^ns and maxims, proverbs, mottoes, phrases, and 
expressions in French, German, Greek, Italian, Latin, Spanish, 
and Portuguese. With translations, references, explanatory no- 
tes, and indexes. New and revised edition. London, Whi taker 
& Sons, 1889, in-8. 

Dalbiac and Harbottle, Dictionary of quotations. London, 
Swan Sonnenschein & Co., in-8. (Pubblicate le tre prime parti : 
English Quotations, by Ph. Hugh Dalbiac, 2»^ edit., 1897; 
Classical Quotations, by Th. Benfield Harbottle, 1897 ; French 
and Italian Quotations, by Harbottle and Dalbiac, 1 90 1. D'im- 
minente pubblicazione la quarta : German and Spanish Quotations) . 

TÒTH (Béla), Szdjrul.szdjra. A magyarsdg szdllô igei. Buda- 
pest, Athenaeum, 1895, in-8. 

M1CHELSON (M. J.), Chodätschiä i Mätkiä slowa, 2^ isdanie. 
Sanktpeterburg, tip. Imp. Akademii Nauk., 1896, in-8. 

Rozan (Charles), Petites ignorances historiques et littéraires. 
Paris, Quantin, 1888, in-8. 



A chi legge 



fuso e inesattissimo repertorio del prof. Finzi (i) 
e il curioso volumetto del signor Arbib sui pen- 
sieri, le sentenze e i ricordi del Parlamento ita- 
liano. Di tutte le opere citate in nota mi sono 
valso naturalmente, per arricchire e migliorare la 
mia ; e cortese aiuto a questa ristampa ho trovato 
anche in vari gentili cooperatori, dei quali pia- 
cemi qui ricordare con riconoscenza il conte Fran- 
cesco Lurani di Milano, il prof. Gustavo Uzielli 
di Firenze che mi ha comunicato le schede da 
lui messe insieme anni addietro per una compi- 
lazione simile alla mia, e specialmente il prof. Fer- 
dinando Hoffmann di Stockbridge nel Massachus- 
sets (Stati Uniti di America) il quale mi ha favorito 



Hertslet (W. L.), Treppenwitz der Weltgeschichte. Vierte, 
neu bearbeitete Auflage. Berlin, Haude und Spener, 1895, in-8. 

TÒTH (Béla), Mendemondàk. A vildgtorténet furcsasdgai . Bu- 
dapest, Athenaeum, 1896, in-8. 

Vannucci (Atto) , Proverbi latini illustrati. Milano, Tipografia 
Editrice Lombarda, i88o*83, voi. 3, in-8. 

Otto (A.) , Die Sprichwörter und sprichwörtlichen Redensarten 
der Römer. Leipzig, B. G. Teubner, 1890, in-8. 

Giornale degli Eruditi e dei Curiosi, Padova, 1882-85. — 
Giornale di Erudizione, Firenze, 1886 e segg. 

(i) Il signor Finzi nella prefazione del suo poco fortunato vo- 
lume dice di non conoscere altre opere italiane congeneri alla sua. . . . 
tranne il Persichetti ! Pretende quindi d' ignorare la mia, pure arri- 
vata alla 3'» edizione e di cui in troppe pagine del suo libro sa- 
rebbe facile di dimostrare eh' egli ha usato e abusato oltre ogni 
discrezione. Io sono più franco, e confesso che ho spogliato il suo 
libro, e ne ho tratto 57 citazioni ma le ho tutte rivedute sugli 
originali e quasi tutte le ho dovute correggere. 



A chi legge 



un vero tesoro di correzioni e aggiunte diligen- 
tissime per la parte classica. 

A facilitare 1' uso del volume, 1' ho corredato di 
copiosi indici. Un indice delle citazioni riunisce in 
una unica serie alfabetica non solo tutte le frasi 
nella loro testuale lezione (delle poesie soltanto i 
primi versi), ma ancora tutte le varianti, quelle parti 
delle frasi che si citano separatamente (e questo 
succede più di frequente nelle poesie), e perfino 
le traduzioni, ove queste siano pure popolari come 
le frasi originali. Un altro indice alfabetico con- 
tiene i nomi di tutti gli autori delle frasi, di co- 
loro che contribuirono a renderle famose, che le 
commentarono od illustrarono, ecc. ; e finalmente 
un ultimo indice delle cose notevoli permette di 
ritrovare rapidamente quelle notizie di varia eru- 
dizione e quegli aneddoti che sono sparsi per il 
volume e dà la chiave della classificazione meto- 
dica delle sentenze. 

La lettura del libro, e più specialmente gl'in- 
dici che lo completano, ci porgono argomento a 
varie curiose considerazioni, nelle quali s' intrave- 
dono le leggi che reggono questa intricata ma- 
tassa della fortuna delle frasi. Per esempio le ci- 
tazioni in poesia superano di gran lunga quelle 
in prosa, e se ne capisce la ragione, perchè i versi, 
a cagione del ritmo e della rima, sono assai più 
mnemonici della prosa. Delle non molte citazioni 
in prosa popolari fra noi, pochissime poi sono ita- 
liane, e anche questo è naturale, perchè si tiene 
più facilmente a memoria una frase straniera che 



A chi legge 



una italiana, la quale può diventare popolare, sol- 
tanto quando contenga qualcosa di veramente ori- 
ginale sia nel concetto, sia nella forma. E fra le 
citazioni straniere tengono il primo posto le la- 
tine di cui le passate generazioni ci lasciarono pa- 
trimonio larghissimo, spigolandole nei classici im- 
mortali della civiltà romana, nella Bibbia ed anche 
in molti testi della bassa latinità; poi le francesi, 
spettanti ad un popolo che ebbe con noi tante re- 
lazioni politiche e intellettuali, e la cui lingua è 
così familiare anche ai meno colti. Pochissime le 
frasi inglesi, le tedesche, le spagnuole, e anche 
queste più note nelle traduzioni francesi o italiane 
che negli originali. E notando poi quali siano gli 
autori più di frequente citati, vedremo a un di- 
presso quali siano i libri più popolari oggi nel 
nostro paese, il che, si avverta bene, non vuol per 
nulla dire più letti; infatti abbiamo in primo luogo 
la Bibbia, e subito appresso Dante, l' uno e V altra 
più citati che letti, quindi, andando in ordine de- 
crescente, e non tenendo conto dei librettisti di 
melodrammi, Virgilio e Orazio, il Petrarca, 
il Metastasio, Cicerone, il Tasso e il Manzoni, 
il Giusti, La Rochefoucauld, di cui le sen- 
tenze sono certamente più conosciute del nome 
(caso non nuovo ne raro), Ovidio, Seneca il gio- 
vane, Ariosto e Voltaire (non sempre citato 
a ragione, anzi più volte a torto che a ragione), il 
Leopardi, T Alfieri, il Monti, Shakespeare, 
e Giovenale, poi tre nostri grandi poeti, il Fo- 
scolo, il Carducci e il Parini, Plutarco, S ve- 



TONIO, i due grandi comici, Terenzio e Molière, 
lo Stecchetti, e finalmente in pari grado, Tito 
Livio e Publilio Siro. 

Anche altre considerazioni può suggerirci il li- 
bro, ove si ponga mente alle curiose trasforma- 
zioni che hanno subito le citazioni storiche e let- 
terarie. Delle frasi storiche, si può dire senz'altro 
che i tre quarti sono apocrife, in ogni modo non 
sono mai esatte. Se si risale, come ho cercato di 
fare, alle fonti originarie, le si trovano sempre tra- 
sformate: il pensiero sarà quello, ma la forma è 
sempre meno solenne, meno rettorica. Il popolo 
se ne è innamorato, e le ha accomodate, vezzeg- 
giate, rese più sonore. Era anche legge di selezione 
naturale, altrimenti non avrebbero potuto soprav- 
vivere nella memoria delle persone indotte o me- 
diocremente colte. Anche le citazioni letterarie sono 
spessissimo inesatte", benché ciò non accade tanto 
spesso quanto le storiche: infatti la citazione let- 
teraria, a preferenza della storica, spesseggia in 
bocca a persone, nella media, di maggior coltura. 
Però anche per queste si è fatto, ogni volta che 
si è potuto, lo stesso lavoro inconscio di accomo- 
damento. Sono anche frequenti quelle frasi che 
si ripetono, sia per scherzo sia per errore di in- 
terpretazione, dovuto talora alla illusione dell' orec- 
chio, in un significato al quale i respettivi autori 
non si sognavano di pensare, cioè ben diverso da 
quello che originariamente avevano ; e basti citare 
per tutte il biblico Pauperes spiriho, il virgiliano 
Suìit lacrinice rerum, V oraziano Leda potentes res, 



A chi legge xxi 



i danteschi Provando e riprovando, Descriver fondo 
a tutto r uftiverso. Aver perduto il hen dell' intel- 
letto. Né mancano le frasi che si attribuiscono a 
qualche famoso scrittore, ma che non sono mai 
state da lui dette né scritte, e sono invece frasi 
riassuntive nelle quali i posteri hanno condensato 
per cosi dire la dottrina che traspariva dall' in- 
sieme delle sue opere, tali varie frasi aristoteliche, 
foggiate dai filosofi scolastici con le parole di lui, 
e molte altre sentenze dottrinali, per esempio il 
famoso Omne vivuni ex ovo di Harvey. 

E potrei prolungare queste considerazioni, se 
non preferissi di lasciare che l' acume del cortese 
lettore possa esercitarcisi da sé nella lettura del 
mio modesto volume. 

Milano, dalla Biblioteca Nazionale di Brera 
Aprile 1904. 



G. Fumagalli. 



-(sXoiïÊvr«)- 



CHI L'HA DETTO? 



PARTE PRIMA 



§ 1- - 

Delle citazioni, dei libri e delle biblioteche 



Presento al pubblico per la quarta volta questo saggio di un re- 
pertorio italiano di citazioni storiche e letterarie. Nella patria let- 
teratura non si conosceva finora in questo genere altro che il 
catalogo della « Grande Esposizione Universale di Rettorica usata 
antica e moderna » , che quel bizzarro scrittore che si celava sotto 
lo pseudonimo di Yorick (avv. P. Coccoluto Ferrigni) pubblicò 
nélV Almanacco del Fanfulla pel 18^3. Ma se il dilettante di umo- 
rismo potrà senza dubbio divertirsi di più leggendo di quella Espo- 
sizione che doveva inaugurarsi il giorno delle Calende Greche per 
chiudersi soltanto il giorno del Redde raUonem, e restare aperta 
al pubblico tutti i giorni dal mattino della vita fino all'or« dei 
delitti (prezzo del biglietto d'ingresso: un obolo.... di Belisario), 
non sarà immodestia di pensare che il ricercatore, pure diverten- 
dosi meno, consulterà con qualche maggior profitto il repertorio 
mio. Non vi si troveranno frasi peregrine od inedite, che anzi 
tino dei requisiti per poterle ammettere in questo repertorio, è 
che siano frasi generalmente conosciute. E allora perchè il reper- 
torio, se tutti o quasi tutti le conoscono? Ma se tutti ripetono 
con compiacenza, e si valgono liberamente di simili motti, sen- 
tenze, modi di dire, passati ormai nel dominio comune {*), e diven- 
tati per cosi dire la moneta spicciola della erudizione e della let- 



(*) Vedi Quintiliano, Instil, oral., V, 11, 41 : " Ea quoque, quœ vulgo 
recepta sunt, hoc ipso, quod incertuin auctorem habent, velut omnium 
fiunt, quale est: Ubi amici, ibi opes: et, Conscientia mille testes; et apud 
Ciceronem, Pares autem, ut est in vetere proverbio, cum paribus ma- 
xime congregantur. „ - Vedi anche a pag. 21, nella nota al num. 73. 



Chi rha detto? [1-2] 



taratura, non sempre tutti ne conoscono l'autore, l'origine, e 
talora neppure 1' esatto significato. Anche poi di frasi più cono- 
sciute, e che ognuno sa essere di autori notissimi, non sempre si 
ricorda con precisione da quali passi delle loro opere siano tolte, 
ciò che pure è curiosità scusabile, anzi ragionevole. E perciò non 
si faccia meraviglia il lettore se incontrerà dei versi di Dante, del 
Petrarca, o di altri valentuomini dello stesso peso, versi che ogni 
persona, mediocremente colta, sa a memoria : ma è egli sicuro di 
ricordarsi con esattezza il canto, il sonetto ecc. cui appartengono? 
E neppure si meravigli se accanto a queste gemme del nostro tesoro 
letterario, troverà delle ciance sciapite, degli orribili versi tolti dai 
melodrammi più in voga o dai drammi di repertorio e perfino 
dalle più scollacciate operette {proh pudor /), giacché alla scelta 
delle frasi citate non ha presieduto nessun criterio estetico, ma 
soltanto quello della maggiore o minore notorietà. Anche quelle 
scorie si citano spesso, e ricorrono nella conversazione, talora adat- 
tate ad altri significati dal primitivo, anche più di frequente di 
sentenze più nobili e più gravi, perciò il pubblico ha il diritto 
di trovarle qui, e di sapere il loro stato civile. Insomma questo 
che io faccio è un vero Manuale del perfetto citatore, da cui si 
deve apprendere 1' arte di citare esattamente, arte più difficile che 
comunemente non si creda, dal momento che : 

1. L'exactitude de citer, c'est un talent beaucoup 

plus rare que l'on ne pense. 

(Bayle, Dictionnaire, art. Sanchez, Rémarques). 
Il lettore italiano troverà qui di che soddisfare largamente ogni 
suo gusto: troverà, come già ho detto, le gemme frammiste a molte 
pietruzze di nessun conto, che io, ridotto al modesto ufficio di ar- 
chivista della rettorica contemporanea, non poteva neppur volendo 
mandare in bando. Può quindi giustamente dirsi delle frasi qui 
raccolte quel che Marziale diceva dei suoi epigrammi : 

2. Sunt bona, sunt quaedam mediocria, sunt mala 

P^^^^' (Epigrammi, lib. I, ep. 17, v. 1). 

Esse sono quelle che Omero in più luoghi dei suoi poemi chiamò : 
2. Ce ne sono dei buoni, alcuni sono mediocri, ma i più sono cattivi. 



[3-5] Delle citazioni^ dei libri e delle biblioteche 3 

3. "ETisa TTispóevia. 

che Giorgio Büchmann tradusse nella frase tedesca Geflügelte 
Worte, frase rimasta celebre come titolo di un libro, sul cui piano 
è redatto il presente, e di cui circa cento mila esemplari sono 
stati finora sparsi in tutta la Germania. 

Vi sono soprattutto citazioni letterarie da scrittori italiani e stra- 
nièri, antichi e moderni ; vi sono frasi storiche ; vi sono anche dei 
proverbi, cioè delle frasi tolte dal patrimonio comune della lingua, 
ma sulle quali uno scrittore noto ha versato parte della sua celebrità. 
Può dirsi infatti col Fournier, autore di altre due raccolte, fran- 
cesi queste, delle quali mi sono valso senza scrupolo, che : 

4. Il en est des adages populaires comme des 

billets en circulation: il faut, pour qu'ils 
aient toute leur valeur, qu'une bonne plume 
les endosse. 

(Fournier, U esprit des autres, chap. VI; Ville éd., pag. 85). 

Cfr. con i versi di Molière tü.^^ Anfitrione (a. II, sc. i): 

Tous les discours sont des sottises. 
Partant d'un homme sans éclat; 
Ce seraient paroles exquises 
Si c'était un grand qui parlât. 

Vi sono pure delle frasi scherzevoli e facete ; e anzi sono stato 
meno parco nell' ammettere queste che le altre, poiché bisognava 
pur alleviare la gravità della materia, e rendere il libro, di per 
sé cosi arido, di lettura un poco più facile, memore del precetto 
oraziano : 

5. Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, 
Lectorem delectando, pariterque monendo. 

(Orazio, Arte poetica, v. 343-4). 
La metafora contenuta nelle tre prime parole ha origine da 
questo, che nei primi tempi della repubblica le votazioni nei co- 

3. Parole alate. 

5. Ottiene la generale approvazione chi unisce l'utile al dolce, 
dilettando e istruendo al tempo stesso il lettore. 



Chi Vha detto? [6-9] 



mizii si facevano nel modo seguente : ogni cittadino entrando nel 
recinto assegnato alla sua tribù o alla sua centuria dava il suo 
voto ad un ufficiale posto all'ingresso dello steccato, e questi lo 
notava segnando un punto di fronte al nome del candidato cui 
spettava, in una tavoletta che portava i nomi di tutti i candidati; 
quindi la frase omne tulit puncluì?i, significa riportò tutti i voti. 
Quanto alle facezie auguro ai miei lettori di non abusare di 
questa pericolosa mercanzia ; non dimentichino essi che : 

6. Diseur de bons mots, mauvais caractère. 

(Pascal, Pensées morales, 26). 
e non vogliano essere di quelli, ai quali può attribuirsi il melan- 
conico coraggio di dire con Quintiliano : 

7. Potius amicum quam dictum perdidi. 

{De institut, orat., lib. VI, cap. 3, § 28). 

A molte di siffatte sentenze il popolo che le usa, ha dato signi- 
ficato ben diverso dall'originario, e perciò parecchie volte in bocca 
altrui udrai ripetuto per celia o per ischerno frasi che i loro autori 
scrissero con la massima serietà. Questo del resto segue anche in 
altri campi ; e più fiate converrà dare ad alcuna frase un' inter- 
pretazione che le parole testualmente non avrebbero, leggere fra 
le righe, indovinare l'occulto pensiero dello scrittore. E chi mai 
potrebbe attenersi sempre alla sola lettera che uccide? 

8. Littera enim occidit, Spiritus autem vivifìcat. 

{Epist. S. Pauli, II, ad Corinthios, cap. 3, v. 6). 
Questo è il libro eh' io presento all' esame indulgente del pub- 
blico italiano, libro composto con fratesca pazienza, raccogliendo 
da anni la parca messe delle quotidiane letture e conversazioni. 
L' opera mia è quindi molto modesta. Il mio libro non ha dav- 
vero la pretesa di essere 

9. Le plus he2iM{livre) qui seit parti de la main d'un 

homme, puisque l'Evangile n'en vient pas. 

come àeW Imitazione di Cristo scrisse Fontenelle nella Vie de 
Corneille, pubbl. per la prima volta nella Histoire de l' Académie 

7. Preferii rinunziare ad un amico anziché ad un motto. 

8. La lettera uccide, mentre lo spirito vivifica. 



» 



[10-14] Delle citazioni, dei libri e delle biblioteche 5 

dell' ab. d' Olivet (Paris, 1729, to. II, pag. 177); né si può dire 
di esso quel che Dante dice del libro suo 

10. Al quale ha posto mano e cielo e terra. 

(Dante, Paradiso, e. XXV, v. 2). 

Oh, no davvero ! la mia fatica non potrebbe meritare nemmeno 
l'approvazione di Giuseppe Giusti, il quale in un suo epigramma 
pensava, un po' troppo sentenziosamente (forse in amore della 
rima) che : 

11. Il fare un libro è meno che niente 
Se il libro fatto non rifa la gente. 

Questo libro è invece una povera compilazione, che affido al be- 
nevolo esame, non degli ipercritici, non dei dotti, ma di tutti 
coloro, e sono i più, ai quali un bel giorno può fare difetto o 
la lettura o la memoria; quindi 

12. Lungi da queste carte i cisposi occhi già da 

un secolo rintuzzati. 

come scrisse il Parini nel principio della dedicatoria Alla Moda 
che precede il Mattino. Esso contiene, e in larga misura, peccati 
di omissione, d' inesattezze ; ma per quanto esso sia anche in 
questa redazione imperfetto, vi sarà chi talvolta potrà consultarlo 
con profitto, memore della sentenza di Plinio il vecchio (conser- 
vataci dal nipote in una lettera famosa in cui questi dà ragguaglio 
della vita e degli studi dello zio): 

13. Nullum esse librum tam malum, ut non aliqua 

parte prodesset. 

(C, Plinio Cecilio Secondo, Epistole, lib. Ili, ep. 5). 
Perciò io spero indulgenza, e chi sa, fors' anche favore ! infatti 

14. Habent sua fata libelli. 

emistichio che quasi costantemente è attribuito ad Orazio ; ma che 

13. Non esserci libro tanto cattivo, che non potesse in qualche 

parte giovare. 

14. Anche i piccoli libri hanno il loro destino. 



Chi Vha detto? C^S-ló] 



invece è di Terenziano Mauro {De Uteris^ syllaMs et mctris: 
carmen heroictim, v. 258). Ecco il verso intiero : 

Pro captu lectoris habent sua fata libelli. 

Eccoci dunque a parlare dei libri, anzi già ci siamo venuti da 
qualche momento, parlando di questa povera opera mia. Non avrei 
voluto passare sotto silenzio la più importante delle sentenze, che 
al libro si riferiscono : 

15. Un livre est un ami qui ne trompe jamais. 

un bel verso che è la chiusa di un sonetto di Desbarreaux-Ber- 
NARD, e che il drammaturgo francese René-Charles Guilbert (più 
noto, dal luogo di sua nascita, sotto lo pseudonimo di Pixérecourt) 
aveva fatto stampare neW ex-Ubris della sua ricca biblioteca (vedi 
J àrder e y Ex- Izòrù Ana, Paris, 1895, pag- 7o, 72); come Teodoro 
Leclercq aveva invece posta sulla porta della sua, chiusa erme- 
ticamente ai curiosi non meno che agli studiosi, la egoistica iscri- 
zione : 

16. Tel est le sort fâcheux de tout livre prêté, 
Souvent il est perdu, toujours il est gâté. 

Un esemplare delle opere del Sabellico (ediz. di Basilea, 1538) 
già appartenuto al Grolier ricordato più sotto, quindi al presidente 
Hénaut, e ora nella biblioteca dell'Arsenale a Parigi, porta in uno 
dei fogli di guardia questa curiosa annotazione greco-latina di mano 
dell'Hénaut medesimo : 

'Ex XOÖ 'AOyjvatou Caroli de Henaut, in magno Consilio sena- 
toris et decani, X(p list 1710. 

Libros alienos utendos Rogantibus 'A7ióxpc|xa. 

'E^ sòaYYE^^ou xoO xaxà Aouxôcv xecp. 11 xal xoQ xaxà Max- 
Galov xscpaXaìw 25: 

Zyjxslxs Sé {laXXov, xal TCopsósaGs 
IIpòc XOÙÇ uctìXoovxac, xai àyopctasxe 
'Eauxolg, Ttwç yàp ó ^yjxwv sóptaxsc. 



[T7-I9] Delle citazioni, dei libri e delle hiblioteche 7 

Di questo verso biblico la frase 

17. Ite ad vendentes. 

{Evang. di S. Matteo, cap. XXV, v. 9). 

è rimasta viva nell'uso. 

Ma in Francia altri bibliofili avevano tradizioni più generose, 
basti per tutti citare l' immortale Giovanni Grolier lionese, teso- 
riere dell' armata d' Italia sotto Francesco I, quindi tesoriere di 
Francia sino al 1565, anno di sua morte, amatore e collezionista 
intelligente di ottimi libri, che sui piatti dei suoi volumi faceva 
scrivere yi7. Grolierii et amicoruni. Ma egli non l'aveva inventata 
questa generosa divisa, che aveva portato d' Italia, con l' arte della 
legatura ed eziandio con lo stile della ornamentazione imitato dalle 
splendide legature di uno sconosciuto bibliofilo veneziano dei primf 
anni del secolo XVI, Tommaso Maioli, i cui libri portano tutti 
la leggenda: 

18. Th. Maioli et amicorum. 

Anche l' umanista napoletano, Giano Parrasio, appose sul 
frontespizio di tutti i suoi libri il cortese moVio: Jam Parrhasii 
et amicorum^ e Rabelais : Francisci Rahelesii %al twv cpfXcov. 

Per i bibliofili, o meglio per i bibliomani, non manca l'epi- 
gramma, ed è questo : 

19. C'est elle! Dieu que je suis aise! 

Oui, c'est la bonne édition; 
Voilà bien, pages douze et seize, 
Les deux fautes d' impression 
Qui ne sont pas dans la mauvaise. 

graziosa sestina di Pons de Verdun {Contes et poe'sies^ 1807, 
P3g- 9), di cui Scribe ha fatto un couplet del vaudeville Le Sa- 
ant (a. II, se. 4). 
Parlando del libro non si può dimenticare né 1' ammonimento 
del cinquecentista tedesco, 

17. Andate dai venditori. 

18. Di Tommaso Maioli e de' suoi amici. 



chi t ha detto? [20-24] 



20. Libri quosdam ad scientiam, quosdam ad in- 

saniam deduxere. 

(Geyler, Navicula faluorum, Turba I. 
Mitratoruin, « IIY », Argentorati, 1510). 

né la celebre frase ughiana 

21. Ceci tuera cela. 

(Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, lib. V, chap. 1). 

le quali parole chiudono il cap. I, e sono commentate a profu- 
sione nel successivo, di cui formano il titolo : 

Ceci tuera cela. Le livre tuera l'édifice. 

Dai libri é breve il passo alle biblioteche, delle quali, come dei 
musei, scrisse il Tommaseo che vi è « un so che di vivente, più 
che l'Amadriade nella pianta, e la Naiade nella fonte, » e un clas- 
sico latino aveva detto : 

2 2. Uli quorum immortales animae in locis iisdem 
{in hibliothecis) loquuntur. 

(Plinio il Vecchio, Hist. Natur., lib. XXXV, cap. 2). 

La più antica delle biblioteche delle quali ci abbia conservato 
notizia la storia, ci ha pure dato un motto notissimo 

23. Medicina animi (Wu)(^ç 'laxpsTov). 

eh' è la iscrizione la quale, secondo narra Diodoro Siculo (I, 49, 3) 
stava sull' ingresso della" biblioteca del re Osimandia di Egitto e di 
cui si ricordò certamente Federico il Grande quando sull'edi- 
ficio della Biblioteca Reale di Berlino (finito nel 1780) fé' porre le 
parole : Nutrimentum Spiritus. Dai latini ci scese l' altra sentenza : 

24. Si hortum in bibliotheca habes, deerit nihil. 

(Cicerone, Episiolce ad familiäres, 
lib. IX, ep. 4, a Varrone). 

20. I libri fecero diventare dotti alcuni, altri pazzi. 

22. Coloro {gV illustri scrittori) dei quali le anime immortali par- 

lano nelle biblioteche. 

23. Medicina dell'anima. 

24. Se presso alla biblioteca ci sarà un giardino, nulla ci mancherà. 



[25-27] Delle citazioni, dei libri e delle biblioteche 9 

E con questo ha fine questo primo paragrafo, che serve vera- 
mente d* introduzione all' opera : innanzi di licenziare al lettore il 
resto, devo avvertirlo di ciò che veramente avrei dovuto dir prima, 
cioè che non cerchi in questa raccolta frasi paremiologiche delle 
quali né la storia né la letteratura possono additarci l' autore. Que- 
sta è una raccolta di citazioni, e non di proverbi. Ed i proverbi non 
sono soltanto nelle lingue volgari, ma anche nel latino, tanto del- 
l'età classica, quanto della bassa latinità. Non vi si troveranno perciò, 
come non si trovano nel Büchmann né in altri repertorii simili, 
adagi del genere di questi : Excusatio non petita, accusatio manife- 
sta. Si non caste saltern caute, Do ut des. In cauda venenum ecc. 
Essi avrebbero di troppo aumentata la mole di questo volume ; e 

25. Dominedio ci salvi 

da i libri troppo lunghi e da i poemi ! 

come scrisse Lorenzo Stecchetti (cioè Olindo Guerrini) nella ode 
A Felice Cavallotti (in Nova Polemica). 

Essi al più potranno essere soggetto di un altro libro, al quale 
penseremo in seguito, non ora : 

26. Di libri basta uno per volta, quando non è 

da van 70 

(Manzoni, Promessi Sposi, Introduzione). 
poiché, potranno mancare gli editori, ma non gli autori e i libri 
da pubblicare : 

27. Faciendi plures libros nullus est finis. 

{Ecclesiaste, cap. XII, v. 12). 



§2. 
Affetti, passioni, gusti, voglie, abitudini 



Che delle umane azioni debba più spesso cercarsi il principale 
movente nei gusti individuali e nel naturale desiderio di conseguire 
ciò che più piace, era già sentimento degli antichi : 

27. I libri si possono moltiplicare all'infinito. 



ÎO Chi V ha detto? [28-34] 

28. Trahit sua quemque voluptas 

(Virgilio, Egloghe^ II, v. 65). 

29 Progredimur quo ducit quemque voluptas. 

(Lucrezio, De nat. rer., lib, II, v. 258). 
e un simile concetto era poi espresso da Dante in quei versi : 

30. L'anima semplicetta, che sa nulla, 

Salvo che, mossa da lieto fattore, 
Volentier torna a ciò che la trastulla. 

{Purgatorio, e. XVI, v. 88-90). 

Facile è quindi il trasmodare delle voglie, ove non si sappia 
imporre silenzio ai desideri, ai sentimenti immoderati, impresa non 
agevole, poiché talora la ragione fuorviata si mette dalla parte del 
senso. Giustissima è quindi la massima del moralista francese che: 

31. Les passions sont les seuls orateurs qui per- 

suadent toujours. 

La Rochefoucauld, Réflexions ou Sentences et Maximes 
morales; citiamo l'ediz. del 1678, ultima riveduta dal- 
l'autore, riprodotta nell'ediz, Didot del 1878). 

e il peggio è questo che quasi sempre persuadono male, e ci fanno 
desiderare con maggior cupidigia ciò che meno è concesso : 

32. Nitimur in vetitum semper, cupimusque negata. 

(Ovidio, Amores, lib. Ili, ep. 4, v. 17). 
Elemento ugualmente di gran peso è l' abitudine, di cui fu detto 

33. Consuetudo quasi altera natura. 

(Cicerone, De ßtiibus, lib. V, cap. 25, § 74). 
ovvero : 

34. Consuetudo est secunda natura. 

(S. Agostino, Adversus yuliannm, V, 59). 

28. Ognuno è tratto dal suo piacere. 

29. Avanziamo dove il piacere ognuno di noi guida. 

32. Sempre tendiamo con ogni sforzo a quel che è vietato, e de- 

sideriamo quel che ci è negato. 

33. La consuetudine è quasi un' altra natura. 

34. La consuetudine è una seconda natura. 



C35"39] Affetti, passioni, gtisti, voglie, abitudini lì 

perciò antichi e moderni consentivano nel dire, essere ben diffi- 
cile di resistervi. Orazio cantò : 

35. Naturam expelles furca, tarnen usque recurret. 

(Orazio, Epistole, lib, I, ep. 10, v. 24). 
e lo imitò Destouches nel Glorieux (a. Ili, se. 5) : 

36. Chassez le naturel, il revient au galop. 

E anche Federigo il Grande nel 1771 scriveva a Voltaire : 
Chassez les ^préjugés par la porte, ils rentreront par la fenêtre. 

Per cui, per quanto si faccia, le antiche consuetudini sono sem- 
pre care al nostro cuore, 

37. \Et l'] On revient toujours 

A ses premiers amours. 

(Etienne, faconde, mus. di Isouard [1814J, 
a. III, se. 1). 

ne vale molte volte fuggire le tentazioni, cambiando cielo, poiché 

38. Caelum non animum mutant qui trans mare 

[currunt. 

(Orazio, Epìstole, lib. I, ep. 11, v. 27). 

Anche Seneca (ep. 24, i) : « Animum dehes mutare, non cœ- 
him.» Ma all'incontro la lontananza ç\\ç. ogni gran piaga sana, 
è potentissimo mezzo per calmare le passioni, troncare le abitu- 
dini, cancellare gli affetti : 

39. Cum autem sublatus fuerit ab oculis, etiam 

cito transit e mente. 

(Tommaso da Kempis, De imit. Christi, I, 23, 1). 

ciò che in buon italiano corrisponderebbe al volgarissimo Lontan 
dagli occhi lontan dal cuore. 

35. Scaccia pure la naturale indole con il forcone, tornerà ugual- 
mente. 

38. Il cielo, non l'animo mutano coloro che corrono al di là 

dei mari. 

39. Quando un oggetto sia tolto dinanzi agli occhi, presto pas- 

serà anche dalla mente. 



Chi V ha detto? [40-42] 



Uno dei primi effetti dell' abitudine è di creare dei bisogni fit- 
tizi, e di rendere necessario financo il superfluo, come è detto 
finamente in un verso del Mondain di Voltaire : 

40. Le superflu, chose très-nécessaire. 

ripetuto da Alfonso Karr : « Le superflu est devenu si néces- 
saire, que, pour le conquérir, beaucoup de gens traitent le néces- 
saire de superflu. » 

Air incontro, è della natura umana di stancarsi presto della 
uniformità, ciò che spiega la cinica esclamazione : 

41. Toujours perdrix. 

di cui le origini, secondo una tradizione quasi certamente apocrifa, 
avrebbero a cercarsi in una burla fatta da Enrico IV al suo pre- 
dicatore il quale lo rimproverava per le sue infedeltà coniugali, e 
cui egli fece imbandire per molti giorni di seguito nuli' altro che 
pernici. Al reverendo un bel giorno sfuggì detto: Toujours ;per- 
drix! cui il re di botto replicò: Toujotirs reine! Se non è vera, 
è ben trovata : ma invece sembra che si tratti di un proverbio 
ben più antico. 

Del resto difficile è il sentenziare e giudicare ad animo calmo 
della passione altrui : 

42 Intender non la può chi non la prova. 

come sta scritto in un sonetto di Dante ( Vita Ntcova, § XXVI). 



§ 3. 
Allegria, darsi bel tempo, noia 



In nessun tempo mancarono gli spensierati che riposero ogni 
loro maggiore studio nel godersi la vita, specialmente nei facili 
piaceri del senso, senza preoccupazioni intellettuali. Questa co- 
moda filosofia è abbastanza bene esposta nella romanza cantata 



[43*4^] Allegria, darsi bel tempo, noia , 13 

da Orsini nel melodramma Lucrezia Borgia di Felice Romani, 
musica di Donizetti (a. II, se. 5) e di cui particolarmente popolare 
è il primo verso : 

43. Il segreto per esser felici 

So per prova, e V insegno agli amici. 
Sia sereno, sia nubilo il cielo, 
Ogni tempo, sia caldo, sia gelo. 
Scherzo e bevo, e derido gl' insani 
Che si dàn del futuro pensier. 

e il coro risponde : 

44. Non curiamo l'incerto domani, 
Se quest'oggi n'è dato goder. 

La forma più scapigliata di questa dottrina epicurea è quella 
espressa nel celebre epitaffio di Sardanapalo, che alcuni citano 
in questi termini : 

45. Edamus, bibamus, gaudeamus: post mortem 

nulla voluptas. 

Cicerone invece {Tuscul. dispiit., lib. V, 35, § 1 01) così ri- 
ferisce in latino i versi che Sardanapalo ordinò si scrivessero nel 
suo sepolcro : 

46. Haec habeo, quae edi, quaeque exsaturata libido 
Hausit: at ilia iacent multa et prseclara relieta. 

e ricorda che a proposito di questa iscrizione, Aristotele notò : 
« Che altro scriveresti sul sepolcro noù di un re, ma di un bove? » 
E Strabone (XIV, 9), avvertendo che erano notissimi i versi sud- 



45, Mangiamo, beviamo, godiamo: dopo la morte non vi è più 

diletto. 

46. I soli miei beni sono quelli che la gola e la più raffinata 

libidine mi procacciarono ; non mi curai delle molte altre 
cose, anche più nobili. 



Chi V ha detto? [47-49] 



detti, cita anche le parole che in lettere assire erano scolpite ad 
Anchiale, città di Cilicia, sulla tomba del re, sotto la statua di 
lui, figurato in atto di scoppiettare le dita della mano destra. Ivi 
lo sconcissimo re parlava cosi: « Mangia, bevi, vivi allegramente, 
perchè tutto il resto non vale questo scoppiettar delle dita. » Vedi 
anche Clearco, in Ateneo, XII, 39. 

Lo stesso consiglio di Sardanapalo si trova, parrebbe perfino 
impossibile se non si avvertisse che è riferito per dispregio, nel 
Nuovo Testamento , dove è detto : 

47. Manducemus et bibamus, eras enim moriemur. 

(S. Paolo, Epist. I ad Corinth., e. 15, v. 32). 
L' altro motto, forse anche più conosciuto, 

48. Wer nicht liebt Wein, Weib und Gesang 
Der bleibt ein Narr sein Lebelang. 

è attribuito a Lutero, ma più probabilmente è di J. H. Voss, 
secondo che dice Redlich in Die poetischen Beiträge zum Wanâs- 
becker Bothen (Hamburg, 18 71), pag. 57. 

Esso mi fa tornare alla memoria, a cagione del canto che è ri- 
cordato in fine del primo verso, un altro detto, che può sem- 
brare a prima vista assai difforme da quelli finora ricordati, ma che 
per chi sottilmente guarda, ha con essi molta più analogia che 
non si direbbe. Egli è un detto, che si riferisce ai francesi : 

49. Ils chantent, ils payeront» 

ed è attribuito al cardinale Mazarino ; ed infatti nelle Nouvelles 
Lettres de la Duchesse d'Orléans (1853, pag. 249) si legge: « Le 
Cardinal Mazarin disoit : La nation françoise est la plus folle du 
monde: ils crient et chantent contre moi, et me laissent faire; moi, 
je les laisse crier et chanter, et je fais ce que je veux. » 



47. Mangiamo e beviamo, che domani verrà la morte. 

48. Chi non ama il vino, la donna e il canto, sarà un pazzo 

per tutta la vita. 



[50-51] Allegrìa^ darsi bel tempo, noia 15 

La frase, comunque sia stata detta, piacque e giustamente ; ed 
ispirò anche Chamfort, il quale scrisse : 

50. La France est un gouvernement absolu, tem- 

péré par des chansons. 

(Chamfort, Caractères et anecdotes, in; Œuvres 
choisies, edit. Houssaye, pag. 80). 

Anche Beaumarchais, verso lo stesso tempo, faceva cantare a 
Brid'oison, nel Mariage de Figaro, a proposito del popolo francese : 

Qu'on l'opprime, il peste, il crie, 
Il s'agite en cent fa-açons, 
Toîit fini-it par des chansons. 

Ma non a tutti i popoli bastava il canto ; 

51. Panem et circenses. 

(Giovenale, Sat. X, 81). 

erano i desideri della plebe romana cresciuta all' ozio e ai vizi sul 
finire della Repubblica e nei tristi secoli dell'Impero. Pane e feste 
tengono il popol quieto, fu detto dal magnifico Lorenzo de' Medici, 
che molto bene se ne intendeva (Giusti, Prov. toscani, pag. 153). 
In tempi a noi più vicini si disse di altre popolazioni che avevano 
bisogno solo di tre Y , feste, farina ç. forca. L'ultima F aggiunta 
mostrava la maggior perfezione dei tempi. 

Mentre si preparava la Rivoluzione Francese, Voltaire nel 1770 
scriveva a Mad. Necker : « Il ne fallait aux Romains que panem et 
circenses, nous avons retranché panem, il nous suffit des circenses, 
c'est-à-dire de l'Opéra-Comique. » Ma s'egli avesse vissuto sino 
a vedere quasi vent' anni dopo (nell'ottobre 1789) le donne del 
popolo di Parigi recarsi a Versaglia a chiedere pane, avrebbe cor- 
retto il suo giudizio, 

È certo che la buona e sana allegria è il dono migliore che gli 
Dei possano fare alla travagliata umanità. I toscani sogliono dire 
che chi ride^ leva i chiodi alla bara, ovvero che il buon riso fa 
buon sangue ; e nel Viaggio sentimentale di Yorick di Laur. 



51. Pane e i giuochi del circo. 



l6 Chi V ha detto? [52-55] 

Sterne, trad, del Foscolo, nella prefazione si legge : « Era opi- 
nione del reverendo Lorenzo Sterne parroco in Inghilterra 

52. Che un sorriso possa aggiungere un filo alla 

trama brevissima della vita. » 

e in nota cita : Tristram Shandy^ epist. dedicat. Ed infatti la 
frase si trova nella dedicatoria al Pitt, la quale però oomparve sol- 
tanto nell'edizione originale di York 1759, che non ho veduto, e 
non fu riprodotta, per quel eh' io sappia, in nessuna delle suc- 
cessive. La versione di Hédouin, fatta su questa edizione origi- 
nale, cosi traduce questo passo: « .... fermement persuadé que je 
Suis que chaque fois qu'un homme sourit et plus encore lorsqu'il 
rit, ajoute quelque chose à ce fragment d'existence. » E neppure 
va dimenticata l' altra frase tolta dal medesimo autore : 

53. Un homme qui rit ne sera jamais dangereux. 

che è la risposta del duca di Choiseul a Yorick trovato senza pas- 
saporto in Francia (Sterne, A sentimental jotimey , cap. XLVIII). 
Ridiamo dunque, ma non troppo, che di nulla, neppure delle 
ottime cose, conviene abusare; e poi l'eccesso del ridere è così 
antipatico ! Dice Catullo che : 

54. Risu inepto res ineptior nulla est. 

(Ode XXXIX, V. 16). 

Parlando dell'allegria, conviene pur dire qualcosa del suo con- 
trario, la noja. Un nostro poeta drammatico contemporaneo la 
disse : 

55. .... La noia 
Tetra visitatrice e non chiamata. 

È Nerone, che nella tragedia omonima di Pietro Cossa (a. I, 
se. 4), esclama : 

In queste 

Aule ahi sovente penetra la noja 

Tetra visitatrice e non chiamata. 



54. Non e' è cosa più sciocca del ridere scioccamente. 



[56-60] Allegria, darsi bel tempo noia 17 

Giacomo Leopardi che fra i suoi Pensieri ha il seguente : 

56. La noia è in qualche modo il più sublime 

dei sentimenti umani. 

ed infatti essa è un sentimento affatto sconosciuto alle persone 
intellettualmente inferiori, come è ignoto affatto agli animali ; pure 
egli stesso in una canzone scritta nel 1820, mentre correvano 
tempi ben tristi per l'Italia, si lagnava .della noja, imprecando a 

57. Questo secol morto, al quale incombe 
Tanta nebbia di tedio. 

(Canzone ad Angelo Mai). 
Ma quali le origini di questo incomodo malanno? 

58. L'ennui naquit un jour de l'uniformité. 

(Lamotte-Houdakd, Fahles, lib. 4, fabl, 15). 

Non si dimentichi però la spiritosa correzione fatta a quest' ul- 
timo motto dalla signora di Chateaubriand, che seccata dell' ec- 
cessivo prolungarsi di una discussione filosofica fra due professori, 
Fontanes e Joubert, ad una sua serata, esclamò : 

L'ennui naquit un jour de V université ! 



§ 4. 

Amicizia 

59. Illud amicitiae sanctum ac venerabile nomen. 

(Ovidio, Trist., lib. I, el. VIH, v. 15). 
ma che cos'è l'amicizia? 

La migliore definizione dell'amicizia si legge in un classico latino : 

60. Idem velie atque nolle, ea demum firma 
amicitia est. 

(Sallustio, Catil., cap. XX, § 4). 

►9. Quel santo e venerabile nome dell'amicizia. 
>. Volere le stesse cose, e non volere le stesse cose, questa in 
fondo è la vera amicizia. 



1 8 Chi Vha detto? [61-65] 

Cfr. Cornelio Nepote {Att., 5, i): Plus in amicitia valere 
similitudine m morum quam affinitatem. Perciò non è facile tro- 
vare un vero amico, e 

6 1 . Qui invenit illum {amicum), invenit thesaurum. 

{Ecclesiastico, cap. VI, v. 14). 
dice la Bibbia, ma un ignoto epigrammista ribattè : 
Trova un amico e troverai un tesoro, 
Dice la Bibbia, e son parole d'oro. 
Per altro credo meglio se tu dici, 
Trova un tesoro e troverai gli amici. ' 

Udiamo ancora la Bibbia, 1' eterno libro di ogni sapienza : 

62. Diliges amicum tuum sicut teipsum. 

{Levitico, cap. XIX, v. 18). 

63. Vinum novum, amicus novus; veterascet, et 

cum suavitate bibes illud. 

{Ecclesiastico, cap. IX, v. 15). 
A un vero amico si può applicare la frase di Dante : 

64. L'amico mio e non della ventura. 

(/«/., e. If, V. 61). 
uno dei molti versi danteschi usati a sproposito, poiché si suole 
ripeterlo a indicare un antico amico, provato nelle avversità ecc. 
mentre Dante pone questo verso in bocca a Beatrice, e lo ap- 
plica a sé medesimo, che dice amato da lei, ma non dalla fortuna, 
la quale infatti non fu troppo amica del Poeta. 

Con bizzarra arguzia un altro epigramma francese del seicento 
ammonisce che : 

65. Les amis de l'heure présente 

Ont le naturel du melon, 
Il faut en essayer cinquante 
Avant qu'en rencontrer un bon. 

61. CM trova un amico, trova un tesoro. 

62. Tien caro l'amico tuo come te stesso. 

63. Vino nuovo, amico nuovo: invecchierà, e lo berrai soave 

mente. 



[66-68] Amicizia 19 

la quale spiritosa quartina è di Claude Mehmet {Le ie?nps passé, 
Lyon, 1601, pag. 42), ma la sostanza ne è tolta, dice \2l Bibliothè- 
que del Du Verdier, dalle Satire di Pietro Nelli (lib. II, sat. 9). 
Come fare però questa prova ? come sceverare i veri amici dai 
falsi? Oh, l'esperimento è facile, se pure non sempre piacevole: 
ce lo insegnano Ovidio, l'Ariosto, il Metastasio. Il primo cantava: 

66. Donec eris felix multos numerabis amicos, 
Tempora si fuerint nubil'a, solus eris. 

(Ovidio, Tristes, lib. I, el. 9, v. 5-6). 

ma non fece che dare forma poetica ad un pensiero assai più an- 
tico, poiché Cicerone nel trattato De Amicitia (XVII, 64) cosi 
riporta una sentenza di Ennio passata a' giorni suoi in proverbio : 
« Quamquam Ennius recte : Amicus certtis in re incerta cernitur. » 
Ecco l'Ariosto : 

Ó7. Alcun non può saper da chi sia amato, 
Quando felice in su la ruota siede; 
Pero e' ha i veri e i finti amici a lato , 
Che mostran tutti una medesma fede. 
Se poi si cangia in tristo il lieto stato, 
Volta la turba adulatrice il piede; 
E quel che di cor ama, riman forte. 
Et ama il suo Signor dopo la morte. 

(Ariosto, Orlando furioso, e. XIX, ott. 1). 
Belle sono tutte le ottave sentenziose con le quali il poeta fer- 
rarese dà cominciamento ai diversi canti del suo poema : ma que- 
sta è bellissima. Ecco finalmente il poeta cesareo : 

68. Come dell'oro il fuoco 

Scopre le masse impure, 
Scoprono le sventure 
De' falsi amici il cor. 

(Metastasio, Olimpiade, a. Ili, se. 3). 

66. Finché sarai felice, conterai molti amici; ma se il tempo si 
rannuvolerà, sarai solo. 



Chi V ha detto? [69-72] 



Un pensiero abbastanza sconfortante è il seguente, che pur 
troppo ha molto di vero, come tutti quelli del medesimo scettico 
e cinico scrittore : 

69. Dans l'adversité de nos meilleurs amis, nous 

trouvons toujours quelque chose qui ne 
nous déplaît pas. 

(Maximes de La Rochefoucauld; ediz. del 1665, num. 85). 

Q. Curzio nella Vita Alex. Magni, lib. VII, cap. vili, 27, 
osserva che : 

70. Firmissima est inter pares amicitia. 

e pare che fosse antico proverbio, poiché Cicerone nel trattato 
De senecliite (3, 7), scrive : « Pares aiiteni vetere proverbio cum 
paribus facillime congregantur » la quale sentenza è citata anche 
da Quintiliano, Insiituliones (lib. V, 11, 41), e Ammiano Mar- 
cellino (lib. XXVIII, I, 53): Ut soient pares facile congregari 
cum paribus ; ma tra i cattivi rare e infide sono le amicizie: 

71. L'amistà fra tiranni è malsicura 
E le fiere talor sbranan le fiere. 

come dice Vincenzo Monti nella chiusa del famoso sonetto 
sul Congresso di Vienna {^Poesie liriche, a cura di G. Carducci, 
ed. Barbèra, pag. 378). 

Ci sono dei casi in cui la indifferenza o la neutralità non sono 
ammesse : o siamo amici di una causa, di una persona, o le siamo 
nemici; o la difendiamo, o le siamo avversi; e per dirla con le 
parole del Vangelo : 

72. Qui non est mecum, contra me est. 

(Vangelo di S. Matteo, cap. XII, v. 30; 
S. Luca, cap. XI, v. 23). 

70. Solidissima è l'amicizia fra gli uguali. 
72. Chi non è con me, è contro di me. 



[73-77] Amore 21 

§ 5- 
Amore 



Questo paragrafo ci offre materia inesauribile : l' amore ha ispi- 
rato in tutti i tempi gli scrittori, specialmente i poeti, sicché larga 
è la messe che le muse offrono a chi voglia far tesoro di citazioni 
e sentenze popolari sull'amore. 

Virgilio, i cui poemi sono per qualunque argomento miniera 
ricchissima di frasi, ce ne dà alcune, cioè : 

73. Omnia vincit amor, et nos cedamus amori. 

(Egloghe, X, 69). 

Il primo emistichio è citato da Macrobio {Saturn,, lib. V, 
cap. 16, § 7) fra quelle frasi c\ìq vice proverbiorum in omnium 
ore funguntur et quae sententialiter proferuntur. 

74. Adgnosco veteris vestigia flammee. 

{Eneide, lib. 1 V, v. 23). 

che Dante tradusse 

75. Conosco i segni dell'antica fiamma. 

(Purgatorio, e. XXX, v. 48). 

76. Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis ! 

(Virgilio, Eneide, lib. IV', v. 412). 

Il verso intercalare del leggiadro poemetto Pervigilium Veneris, 
sive carmen trochaicum de vere, d'incerto autore, ma attribuito a 
torto a Catullo, canta il dominio universale di amore: 

77. Cras amet qui nunquam amavi t; quique a- 

mavit, eras amet. 

73. Amore tutto vince, e noi cediamo all'Amore. 

76. Crudele amore, a che non spingi i cuori umani ! 

77. Ami domani chi mai amò; e chi amò, ami pure domani. 



ti Chi l'ha detto? [78-83] 

Il grande Arpinate ne esalta il potere in una breve ma eloquen- 
tissima sentenza : 

78. Nihil difficile amanti. 

(Cicerone, Orator, cap. X, § 33). 

e Marziale descrive lo stato di due amanti in perpetua guerra, 
ma pure inseparabili, con un bellissimo verso : 

79. Nec possum tecum vivere, nec sine te. 

(Marziale, lib. Xil, epigr. 47). 

ch'egli del resto non ha fatto che togliere quasi di peso a Ovidio, 
il quale negli Amores, lib. Ili, el. il, v. 39 aveva detto: 

80 Nec sine te, nec tecum vivere possum. 

e che I'Alfieri imitò nelV Oreste (a. Ili, se. i) facendo cosi par- 
lare Clitennestra : 

E ver : con lui felice 
Non sono io mai: ma né senz'esso il sono. 

Veniamo ai poeti delle età posteriori. Precede a tutti il divino 
Alighieri, che può darci un gran numero di versi celebranti il 
piccolo nume faretrato: ne scelgo alcuni dalla Divina Commedia: 

81. Amor mi mosse, che mi fa parlare. 

{Inferno, e. II, v. 72). 

82. Amor che nella mente mi ragiona 
Della mia donna. 

è il principio di una canzone di Dante, composta verso il 1294 
e commentata in testa del Trattato terzo del Convivio ; ed è an- 
che riportato nel Purgatorio (e. II, v. 112), in bocca di Casella. 

83. Amor che al cor gentil ratto s'apprende. 

(Inferno, e. V, v. 100). 
Quest'ultimo verso è nel commovente racconto di Francesca 

78. Nulla è difficile per chi ama. 

79-80. Né con te posso vivere, né senza di te. 



[84-87] Amore 23 

da Rimini, a cui il poeta ha messo in bocca altri tre versi non 
meno noti del precedente : 

84. Amor che a nullo amato amar perdona. 

{Inferno, e. V, v. 103). 

85 Solo un punto fu quel che ci vinse. 

{Inferno, e. V, v. 132). 

86. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. 

{Inferno,- e. V, v. 137). 

Per chiunque ha letto quel pietoso episodio che è una delle più 
belle pagine della Divina Commedia, quest* ultimo verso non ha 
uopo di commento. Francesca e Paolo leggono il romanzo di Lan- 
cillotto, a cui Gallehaut o Galeotto fa da mezzano ne' suoi amori 
con la regina Ginevra : il libro e l' autore suo furono quindi per 
Paolo e Francesca quel che Galeotto fu per i due antichi amanti. 

Pochi sanno che il racconto di Francesca (dal verso : Noi leg- 
gevamo un giorno per diletto al verso Quel giorno piti non vi leg- 
gemmo avante) fu messo in musica dal Rossini per desiderio di 
Lord Vernon e a lui dedicato. Lord Vernon ne pubblicò l'auto- 
grafo a facsimile nel voi. Ili del suo Inferno di D, A. disposto in 
ordine grammaticale, ecc. (Londra-Firenze, 1865), a pag. 83. La 
partitura è per canto e pianoforte ; Rossini vi ha scritto sopra di 
suo pugno (come tutto il resto) : And.^^^ mosso. Recitativo Ritmato 
{Farò come colui che piange e dice). 

Le rime minori dantesche sono quasi tutte di soggetto amoroso, 
ma sono meno popolari del divino poema, per cui non ne trarrò 
che un verso solo : 

87. Donne eh* avete intelletto d'amore. 

cioè, donne che avete cognizione dell' amore, ed è il primo verso 
di una canzone composta da Dante, com'egli stesso narra, in 
guisa da adattarle come cominciamento quel verso già da lui pen- 
sato ; e dessa si legge nella Vita Nuova, § XIX. Il verso mede- 
simo è ripetuto nel Purgatorio, e. XXIV, v. 51. 

Moltissimo potrei spigolare dalle rime del Petrarca, dove non 
si ragiona che di amore, ma esse ai giorni nostri non hanno più la 



24 Oli l'ha detto? [88-9 ij 

grande popolarità della quale godevano alcuni secoli addietro, 
quindi non ne leverò che la seguente : 

88. Tempo non mi parea da far riparo 

Contr' a' colpi d'Amor. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num. 3, secondo il Marsand, com.: Era il 
giorno eh' al Sol si scolor aro ; Son. IÏI, 
ed. Mestica). 

Laura apparve la prima volta agli occhi del Petrarca, com' egli 
stesso lasciò scritto nel celebre codice Ambrosiano di Virgilio, nel- 
l'anno del Signore 1327, il giorno sesto di aprile (che era un ve- 
nerdì santo), in sul mattino, nella chiesa di Santa Chiara in Avi- 
gnone : perciò scrisse il poeta che essendo quel giorno santo e 
lugubre, non gli pareva tempo da temere assalti d'Amore, e da 
starne in guardia. 

89. Teneri sdegni, e placide e tranquille 
Repulse, e cari vezzi, e liete paci. 
Sorrisi e parolette e dolci stille 

Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci. 

(Tass'J, Gerusalemme liberata, e. XVI, ott. 25). 

sono le quotidiane occupazioni degli innamorati secondo il cantore 
di Erminia, che pur doveva intendersene. Un galante abate invece 
del secolo scorso cosi descriveva la vita di un innamorato : 

90. Chi vive amante 

Sai che delira; 
Spesso si lagna, 
Sempre sospira, 
Né d'altro parla, 
Che di morir. 

(Metastasio, Alessandro, a. I, se. 4), 
Egli stesso cosi diceva dell' amore dei vecchi : 

91. L'arido legno 
Facilmente s'accende, 

E più che i verdi rami avvampa, e splende. 

(Metastasio, Asilo d'amore). 



[92-97] Amore 25 

e della infedeltà degli amanti : 

92. E la fede degli amanti 

Come l'Araba fenice; 
Che vi sia ciascun lo dice, 
Dove sia nessun lo sa. 

(Metastasio, Demetrio, a. H, se. 3), 

Sono pure di lui quei versi celebri che hanno acquistato oggi 
il valore di proverbio : 

93. Passò quel tempo, Enea, 

Che Dido a te pensò. Spenta è la face, 

E sciolta la catena 

E del tuo nome or mi rammento appena. 

(Metastasio, Didone abbandonata, a li, se. 4). 
In tempi a noi più vicini udremo in una tragedia famosa : 

94. Vederti, udirti, e non amarti.... umana 

Cosa non è. 

(Pellico, Francesca da Rimini, a. I, se. 5). 

Lanciotto lo dice al fratello Paolo : e lo ripetono, sul serio o 
no, i nove decimi degli innamorati d'Italia, come ripetono, sul 
serio o no, gli altri versi della tragedia medesima : 

95. T' amo, Francesca, t' amo, 
E disperato è l'amor mio ! 

(Pellico, Francesca da Rimini, a. IH, se. 2). 
Tramezzo a tanti poeti, ecco un prosatore che dice: 

96. Noi altri Italiani c'innamoriamo in chiesa. 

(F. D. Guerrazzi, Assedio di Firenze^ VHI). 

Udremo anche un poeta contemporaneo, dal quale tolgo tre ci- 
tazioni : 

97. I canti che pensai ma che non scrissi, 
Le parole d'amor che non ti dissi. 

' (Lorenzo Stecchetti cioè Olindo Guerhini, 
Quando cadran le foglie..,, nei Postuma, poesia 
num. XIV). 



26 Chi V ha detto? [98-100] 

98. Io non voglio saper quanto sii casta, 

Ci amammo veramente un'ora intera, 
Fummo felici quasi un giorno e basta. 

(Postuma, LXVIII). 

99. Torna all'infamia tua: sei troppo vile, 

Sei troppo vile, non ti posso amar ! 

(Postuma, LXXVI). 

100. Te voglio bene assai 
E tu non piense a me 

è il ritornello di una famosa canzone, composta il 1839 da Raf- 
faele Sacco, ottico e improvvisatore napoletano. Il successo di 
quella canzone fu enorme, e può darne un' idea la ingenua affer- 
mazione del Settembrini nelle sue Memorie : « Tre cose belle si 
sono avute nell'anno 1839: le ferrovie, l'illuminazione a gaze 
Te voglio bene assai. » — La musica fu attribuita al Donizetti, 
ma a torto. Il fatto è che per molto tempo a Napoli non si can- 
tava altro, quindi ci fu chi, annoiato di tanto entusiasmo, rispose 
per le rime : 

Addio, mia bella Napoli, 

Fuggo da te lontano. 

Perchè pensier sì strano — 

Tu mi dirai — perchè ? 

Perchè mi reca nausea 

Quella canzone ornai : 

Ti voglio bene assai 

E tu non pensi a me. 
Andrò nell'Arcipelago, 

O pur nel Paraguay, 

Che m' ha seccato assai 

Quel : Tu non pensi a me. 

Vedi Amile. Lauria, nella Ntiova Antologia, 1° sett. 1896, 
pag. 125; e anche il Martorana, Notizie biogr. e bibliogr. degli 
scritt. del dial. îiapolet., pag. 362, dove si narra di una ridu- 
zione della stessa canzone ad argomento sacro, improvvisata dal 
Sacco per desiderio del card. Riario Sforza, arciv. di Napoli. 

E la poesia melodrammatica? o questa si che non finirebbe più. 
Pure qualcuna, dalle opere italiane più note, che su per giù sono 



[101-105J Amort 2"! 

le più antiche, non si può fare a meno di citarne. Chi non le 
vuole le salti. 

loi. Il buio, la pioggia, la neve 

Sgomentare 1' amante non deve. 

{La pianella perduta nella neve^ a. I, se. 1). 

102. Il vecchiotto . cerca moglie, 

Vuol marito la ragazza, 
Quello freme, questa è pazza, 
Tutti e due son da legar! 

Ma che cosa è questo amore 
Che fa tutti delirar? 

Egli è un male universale. 
Una smania, un pizzicore. 
Un solletico, un tormento.... 
Poverina, anch'io lo sento, 
Né so come finirà. 

Cavatina (di cui molti versi si ripetono) della vecchia Berta nel 
Barbiere di Siviglia^ melodramma giocoso di Cesare Sterbini, 
musica di Rossini (a. II, se. 5). 

103. Ah! bello, a me ritorna 
Del fido amor primiero, 
E contro il mondo intero 
Difesa a te sarò. 

(Norma, melodr. di F. Romani, mus. di 
V. Bellini, a, I, se. 4). 



104. T'amo, ingrata, t'amo ancor. 

(Lucia di Lammermoor, poesia di i 
Cammakano, mus. di G. Donizetti 

105. Hai tradito il cielo e amor! 



{Ivi), 



28 Chi V ha detto? [106-112] 

106. Maledetto sia l'istante 

Che di te mi rese amante.... 
Stirpe iniqua.... abominata.... 
Io dovea da te fuggir! 

(Ivi). 

107. Questa o quella per me pari sono 

A quant' altre d' attorno mi vedo, 
Del mio core l'impero non cedo 
Meglio ad una che ad altra beltà. 

(Rigoletto, melodr. di F. M. Piave, mus. 
di Verdi, a. I, se. 1). 

108. Bella figlia dell'amore, 

Schiavo son dei vezzi tuoi, 
Con un detto sol tu puoi 
Le mie pene consolar. 

(Rigoletto, a. Ili, se. 3). 

109. Ah quest'infame, l'amore ha venduto. 

nel Trovatore^ parole di Salv. Cammarano, musica di Verdi 
(a. IV, se. 4). 

no. Di queir amor eh' è palpito 
Dell'universo intero, 
Misterioso, altero, 
Croce e delizia al cor. 

nella Traviata, parole di F. M. Piave, musica di Verdi 
(a. I, se. 3). 

111. Alfredo,, Alfredo — di questo core 

Non puoi comprendere — tutto l' amore. 

(La Traviata, a. II, se. 15). 

112. Un bacio rendimi, due, tre, se brami. 

(Le Educande di Sorrento, nielodramtna 
gioeoso di Raffaello Berninzone, 
mus. di Emilio Usiglio, a. III, se. 4). 



[i 13-1 1/] Amore 29 

e più sotto : 

Lascia gli scrupoli, dimmi che m' ami. 

Per gli scrittori stranieri mi contenterò di citare due fra le più 
note massime del più popolare fra gli scrittori apoftegmatici francesi : 

113. Il est du véritable Amour comme de l'ap- 

parition des esprits: tout le monde en 
parle, mais peu de gens en ont vu. 

(Max'mes de La IIociiefoucauld, § LXXVI). 

114. Il y a des gens qui n'auraient jamais été 

amoureux, s'ils n'avaient jamais entendu 
parler de l'Amour. 

i,Ivi, § CXXXVI). 

e finalmente da un gentilissimo poemetto della nostra letteratura 
tolgo due locuzioni che sono d'allora in poi entrate nel patri- 
monio proverbiale della lingua parlata in faccende d'amore. La 
prima di esse è la seguente : 

115. Celeste è questa 
Corrispondenza d'amorosi sensi. 

Il Foscolo (Z)^' Sepolcri^ v. 29-30) così disse delle relazioni di 
affetto fra gli estinti e i viventi. E l'altra è pochi versi più oltre : 

1 1 6. Eredità d' affetti. 

(Foscolo, De' Sepolcri, v. 41). 



§ 6. 
Astuzia, inganno 

L* inganno e la diffidenza eh' esso ingenera sono bene scolpiti 
da ViRGiL'O nel verso 

117. Timeo Danaos et dona ferentes. 

(Eneide, lib. II, v. 49). 
117. Temo i Danai anche quando recano doni. 



30 Chi V ha detto ? [ 1 1 8- 1 24] 

Suo è pure 1' altro emistichio : 

118. Latet anguis in herba. 

{Egloghe, 111, 93). 

A chi tenta indurre altrui in inganno con false parole può ap- 
plicarsi il consiglio del mago Idraote, signore di Damasco, alla 
nipote Armida : 

1 19. ...". Fa manto del vero alla menzogna. 

(Tasso, Gerttsalevtme liberata, e. IV, ott. 25). 

e se l'inganno non si ferma alle parole, l'apostrofe giustiana a 
Becero droghiere : 

120. Vendevi zénzero 
Per pepe bono. 

(Giusti, La vestizione, str. 61). 
Talvolta l'ingannatore è vinto da altri più astuto di lui, ovvero 

12 1. Lo schermitor vinto è di schermo. 

(Tasso, Gerusalemtne liberata, e. XIX, ott. 14). 
e di questo la ragione è detta da un satirico francese 

12 2. Pardieu ! les plus grands clercs ne sont pas les 

[plus fins! 

(RÉGNIER, Satire Illme, ult. verso). 

e poi, per quanto grande sia l'astuzia, di cui il buon Dio vi ha 
provveduti, ricordatevi che : 

123. On peut être plus fin qu'un autre, mais 

non pas plus fin que tous les autres. 

(Maximes de La Rochefoucauld, § CCCXCIV). 
Dello stesso filosofo è quest' altra sentenza : 

124. On aime bien à deviner les autres, mais 

l'on n'aime pas à être deviné. 

(Ivi, ediz. del 1665, num. 296). 

118. Tra le erbe si asconde un serpente. 



[125-128] Avarizia 3 1 

§ 7. 
Avarizia 

125. Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento. 

(Dante, Inferno, e. XIX, v. 112). 

Così Dante fieramente apostrofa l'insaziabile avarizia dei preti, 
ai quali poco innanzi aveva rivolto altra acerba rampogna : 

126 La vostra avarizia il mondo attrista, 

Calcando i buoni e sollevando i. pravi. 

(Dante, Inferno, e. XIX, v. 103-104). 

E certamente trista passione è quella dell'avarizia che spinge 
alle azioni più basse e più riprovevoli, come aveva già detto 
Virgilio : 

127. Quid non mortalia pectora cogis, 
Auri sacra fames ! 

(Efieide, lib. Ili, v. 56-57). 

e infatti agli occhi di molti ogni mezzo è buono ad acquistare da- 
naro, che è il ben venuto, per qualunque via guadagnato, e per 
quanto ne siano turpi le fonti. Ciò è espresso anche dall'adagio 
latino 

128. Non olet. 

di cui le origini, secondo Svetonio {Vita Vespasiani, cap. 23) e 
Dione Cassio {Hist., lib. LXVI, cap. 14), sarebbero da cercarsi 
nelle parole dette da Vespasiano al figlio Tito che lo bi?simava 
per avere posta una tassa suU' orina, ma che pure riconobbe non 
sentire di cattivo il danaro che se ne traeva. È noto che da que- 
st' aneddoto si è convenuto di chiamare per eufemismo monumenti 
vespasiani o semplicemente z^^^/a^zawì certi piccoli luoghi indispen- 
sabili alla pulizia e alla igiene delle città. 

127. A che non costrinjgi i cuori umani, o esecrata fame dell'oro! 

128. Non pozza. 



32 Chi V ha detto? [129-132] 

Ai nostri tempi la letteratura e la politica hanno reso famosa 

129. La Compagnia della Lesina. 

L'onor. Antonio Starrabba Di Rubini in un discorso te- 
nuto a Milano nel teatro della Scala il 9 novembre 189 1, essendo 
Presidente del Consiglio dei Ministri, cosi diceva a proposito del 
suo programma di radicali economie : « Signori, noi ministri met- 
tendo in disparte quel fragile strumento che era la famosa lente 
dell' avaro, ci siamo, mi si passi la celia, costituiti nella famosis- 
sima Compagnia della Lesina, che ebbe le sue leggi e i suoi pre- 
cetti, dai quali questo scegliemmo a nostro consiglio : che ciascuno 
debba" guardarsi ed astenersi da ogni superflua ed impertinente 
spesa, come dal fuoco, né mai si spenda un quattrino se non per 
marcia necessità, perchè con tal regola e per tal via si dà buon 
principio all'auguraentare, e far capitale. Quo d est principalis in- 
tentio IcBsinantium. » 

Infatti il ministro ricordava una curiosa facezia, ristampata più 
volte nel sec. xvii, col bizzarro titolo Della faìnosissima Cofnpa- 
gnia della Lesina^ dialogo ^ capitoli e ragionamenti. Il frontespizio 
porta sempre l' impresa della finta compagnia che è una lesina 
col motto, rimasto pure celebre, 

130. L'assottigliarla più meglio anche fora. 

Il paragrafo riportato dal Rudini è dei Capitoli della compagnia 
al numero 3. 

La citata di sopra 

131. Lente dell'avaro. 

come pure le 

132. Economie sino all'osso. 

sono altre due frasi proverbiali ejusdem farince ma di più antica 
data, poiché risalgono ai dolorosi giorni del Macinato e del Mini- 
stero Lanza-Sella, severo anzi feroce restauratore delle stremate 
finanze italiane. E la prima fu detta da Giovanni Lanza, la se- 
conda da Quintino Sella nelle dichiarazioni fatte alla Camera 
dai due ministri il 15 dicembre 1869. 



[133-135J Bellezza e brîittezza. Doti del corpo 33 

§ 8. 
Bellezza e bruttezza. Doti del corpo 

Che cos' è la bellezza ? 

133. Il bello è lo Splendore del vero. 

secondo la celebre definizione attribuita vorgarmente a Platone, ma 
che certamente non è di lui e forse neppure di nessun platonico, 
poiché non solo non si appoggia a nessun testo, ma non è nem- 
meno l'espressione esatta della dottrina platonica. Infatti Platone, 
benché accoppiasse il vero col bello come due idee assolutamente 
inseparabili, pure non considerava il vero come la bellezza per 
eccellenza, anzi in un luogo della Reptibllìca (ed. Steph., 508. E) 
dice formalmente che il bene è superiore in bellezza alla scienza e 
alla verità : quindi più conforme allo spirito, se non alla lettera 
della dottrina platonica, sarebbe di dire che il lello è lo splendore 
del bene. Si consulti : Leveque, La science dtt beau, 2™^^ éd., Pa- 
ris, 1872, to. II, pag. 320; Fouillée, La philosophie de Platon^ 
Paris, 1869, to. I, pag. 352. 

La bellezze sia delle persone, sia delle cose, è in molti casi 
dote aflEalto relativa, come ben giudicava il Metastasio : 

134. Sembra gentile 

Nel verno un fiore, 

Che in sen d'aprile 

Si disprezzò. 
Fra l'ombra è bella 

L'istessa stella 
K Che in faccia al sole 

W Non si mirò. 

■t. (Metastasio, Asilo d' Amore). 

^K Anche le cose belle possono stancare chi ne è circondato e le 
ammira, come accadde al poeta, che per altro era 

135. Stanco già di mirar, non sazio ancora. 

(Petkarca, Trionfo d'Aviore, cap. II, v. 1), 
3 



34 Chi V ha detto? [136-140] 

In tutte le cose e in ogni persona è la bellezza qualità essen- 
ziale e del più alto pregio, nelle forme massimamente, che sem- 
brano create allo scopo dì piacere altrui. Perciò, ove la natura non 
sia stata sufficiente, ripara l' arte, la quale è pure chiamata a fornire 
quegli abili sussidi 

136. Dont elle eut soin de peindre et orner son visage, 
Pour réparer des ans l'irréparable outrage. 

(Racine, Atlialie, II, 5). 

Ma la bellezza non è tutto, e non basta ne a supplire 1* assenza 
di altre doti, meno appariscenti, ma più importanti, né a dare di 
per sé stessa la felicità ; lo dice una vecchia opera comica : 

137. Esser bella a che dunque mi giova, 
Se ogni pace vien tolta al mio cuor? 

(La Figlia del Reggimento, parole di Calisto 
Bassi, mus. di Donizetti, a. II, se. 4). 

Scendendo al particolare, vediamo che ad uomo realmente brutto 
possono applicarsi i versi di un satirico aretino : 

138. Uno scherzo di natura 

Un uom senza architettura. 

(Guadagnoli, // cadetto militare). 

il poeta medesimo che difese la piccolezza della statura e il naso 
grosso dalla taccia di coefficienti di bruttezza. Per la prima disse : 

139. Signora, se l'essere 

Piccina d'aspetto 
Vi sembra difetto, 
• Difetto non è. 

(Guadagnoli, Le dotine piccine). 

Per l'altro: 

140 Indizio è un naso maestoso e bello 

Di gran..,, e di gran che?- di gran cervello. 

(Guadagnoli, // Naso, sest. 3), 



[ 1 41-145] Bellezza e bruttezza. Doti del corpo 35 

La difesa del colorito fosco era stata fatta dal Tasso : 

141. ....Il bruno il bel non toglie. 

(Gerusalemme liberata, e. XII, ott. 21). 
ricordando forse il biblico : 

142. Nigra sum, sed formosa. 

(Cantico dei Cantici, cap. I, v. 4). 

detto della sposa del Libano. 

Ma dove più rifulge la bellezza, è negli occhi, poiché in essi la 
materialità della forma si allaccia al fascino spirituale dell' intelli- 
genza. Perciò ogni innamorato loda per prima cosa gli occhi della 
sua fiamma, e molti potrebbero dire come il Paggio Fernando : 

143. Io ti guardo negli occhi che sono tanto belli. 

frase divenuta più che popolare dal giorno in cui la Partita a 
scacchi del GlACOSA (ove essa è più volte ripetuta), forma la de- 
lizia dei filodrammatici d'Italia. 

La principale bellezza degli occhi è certo nella grandezza. Bene 
la lodò Ugo Foscolo nel carme Le Grane, secondo il testo edito 
dal Chiarini, inno III, v. 276-277: 

144. .... Tornino i grandi 
Occhi fatali al lor natio sorriso. 

come pure nell'ode All' amie x risanata: 

145. Fiorir sul caro viso 

Veggo la rosa; tornano 
I grandi occhi al sorriso 
Insidiando. 

Questi grandi occhi erano quelli della bella contessa Antonietta 
Arese, che Foscolo amò in Milano fra il 1801 e il 1804; come 
la donna dai granai occhi fatali intorno alla quale il poeta in- 

142. Sono bruna, ma bella. 



$6 Chi r ha detto? [146- 148] 

voca aleggino le Grazie, sembra fosse quella Maddalena Bignami, 
nata Marliani, una delle più belle donne del suo tempo, che Na- 
poleone I, in una festa di ballo offertagli dai commercianti mila- 
nesi al teatro della Canobbiana nel gennaio del 1808, proclamò la 
^his belle parmi tant de belles. 

Basta talora a fare belli gli occhi la dolcezza del sorriso, quale 
sarebbe stata quella del sorriso di Eleonora : 

146. Il balen del suo sorriso 

D' una stella vince il raggio. 

(// Trovatore, parole di Salv. Cammarano, 
musica di Gius. "Verdi, a. II, se. 3). 

A conforto degli uomini brutti ricorderò finalmente l' aneddoto 
che corre sulle bocche di tutti, del famoso tenore Nicola Tac- 
CHINARDI, di Livorno (morto nel 1859), di cui si narra che fosse 
gobbo, e che una sera, chi dice alla Pergola, chi a un teatro di 
Roma, mentre il pubblico, vistolo apparire sul palcoscenico, inso- 
lentiva contro la deformità di lui, esclamasse : 



147. Son qui per farmi udire, non per farmi vedere 



Il pubblico stette a sentirlo, e dopo lo spettacolo, vinto dal- 
l' entusiasmo, lo accompagnò a casa in trionfo. 

L'aneddoto sarebbe bellissimo.... se fosse vero. Lo stesso Tac- 
chinardi soleva smentirlo : e lo smentiva poi la sua persona. Egli 
non era gobbo, aveva anzi le spalle molto diritte : bensì era piut- 
tosto tozzo di corporatura, e di torace largo e corto. Però sulla 
scena era attore inarrivabile, e aveva avuto da Canova stesso, che 
gli era molto amico, e gli aveva anche fatto un busto, lezioni sul 
modo di drappeggiarsi artisticamente, e di gestire (Jarro, Memorie 
di un impresario fiorentino^ pag. 122). 

A persona bella si può applicare quel che dice I'Ariosto di 
Zerbino, il bellissimo figlio del Re di Scozia [Orlando ftirioso, 
e. X, Ott. 84). 

148. Natura il fece, e poi roppe la stampa. 



[149- if 5 2] Eeneßcenza, doni, andò 37 

Beneficenza, doni, aiuto 



L' arie di donare altrui che talora vale più del donativo stesso, 
come ben dice Corneille : 

149. La façon de donner vaut mieux que ce qu'on 

[donne. 

(Corneille, Le Menteur, act. I, sc. 1). 
è bene espressa nei noti versi manzoniani : 

150. Doni con volto amico, 

Con quel tacer pudico, 
Che accetto il don ti fa. 

(Manzoni, La Pentecoste, inno, v. 126-128). 
Inoltre gran parte del segreto è riposto nell' adagio latino : 

151. Bis dat qui cito dat. 

che forse deriva dalla sentenza 225 di Publilto Siro : Inopi be- 
ùficium bis dat, qui dat celeriter. 
L'Alighieri, che per propria esperienza conosceva quel che 
'▼oleva dire ricorrere al soccorso degli altri, cosi esaltava il prin- 
cipale tra i suoi benefattori e protettori : 

^152 Del fare e del chieder, tra voi due, 

Fia primo quel che tra gli altri è più tardo. 

(Dante, Paradiso, e. XVII, v. 74-75). 
Questi è il Gran Lombardo, Bartolommeo della Scala. 

51. Dà due volte chi dà presto. 



^8 Chi V ha detto? [i53-i57] 

E più avanti parlando Dante a Maria, Vergine Madre, figlia 
del suo Figlio^ così svolge lo stesso concetto : 

153. La tua benignità non pur soccorre 
A chi domanda, ma molte fiate 
Liberamente al domandar precorre. 

(Paradiso, XXXIII, v. 16-18). 

Invece : 

154 Quale aspetta prego, e l'uopo vede 

Malignamente già si mette al nego. 

(DaxNte, Pìirgatorio, e. XVII, v. 59 60). 

Anche Seneca disse: Tarde velie nolentis est ; qtii disttclit diu, 
nohcit {De benefic, II, i). E parimenti il Metastasio : 

155. Niega agli afflitti aita, 
Chi dubbiosa la porge. 

(Metastasio, Ezio, a. II, se. 7). 

Nel soccorrere l' infelice non si dimentichi neppure la massima 
evangelica : 

156. Te autem faciente eleemosynam, nesciat si- 

nistra tua quid faciat dextera tua. 

(Vang, di S. Matteo, cap. VI, v. 3). 

Benché il soccorrere gli sventurati sia dovere principalissimo 
dei grandi, dei fortunati, 

157. Regia, crede mihi, res est subcurrere lapsis. 

(Oviuio, Ej>ist. ex Ponto, lib. II, ep. 9, v. 11). 

tuttavia aiutare gli altri è per qualunque persona un precetto di 
cristiana carità, un dovere di umanità; 

156. Quando fai l'elemosina, che la tua sinistra non sappia quel 

che fa la mano destra. 

157. Credimi, il soccorrere gl'infelici è cosa degna dei re. 



[158-162] Beneficenza, doni, aiuto 39 

158. Qui donne aux pauvres, prête à Dieu. 

epigrafe che Victor Hugo pone in testa alla poesia Potir Ics 
pauvres, nel volume Feuilles d* automne ; e in cui egli non fece 
che condensare il testo biblico [Proverbi, XIX, 17): Foeneratur 
Domino qui nnserelur pauperis. 

E talora il beneficare altrui è anche un provvedere ai propri 
interessi, per l'antica massima: 

159. Serva me, servabo te. 

(Petronio, Satyrìcon, v. 44). 

né si ha da trascurare l' amicizia e l' aiuto anche del debole ; come 
il leone della favola esopiana che dovè la propria vita al memore 
animo del topolino : 

1 60. On a souvent besoin d' un plus petit que soi. 

(La Fontaine, Fables, lib. II, fab. \\: Le lion et le rat). 

tanto più che, come dice il poeta medesimo, anche i piccoli pos- 
sono diventar grandi : 

161. Petit poisson deviendra grand, 
Pourvu que Dieu lui prête vie. 

(La Fontaine, Fables, lib. V, fab. 3, 
Le petit poisson, et le fècheur). 

Ma se si deve far conto dell'aiuto anche di un piccolo, vi sono 
certi aiuti e certi aiutatori dei quali è più prudente di fare a meno : 
a costoro non meno che agli inetti che guastano le faccende nelle 
quali mettono mano, si applicano le parole virgiliane 

162. Non tali auxilio, nec defensoribus istis 
Tempus eget. 

(Virgilio, Eneide, lib. II, v. 521-522). 

159. Salva me, che io salverò te. 

162. Non di tale aiuto né di questi difensori vi é oggi bisogno. 



40 Chi V ha detto? [163-167] 

§ 10. 

Benignità, perdono 



Anche in questo paragrafo non sono molte le frasi che mi oc- 
correrà citare. Ricordo il bel verso 

163. Amico, hai vinto: io ti perdon...; perdona. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. XII, ott. 66). 

che sono le parole rivolte da Clorinda trafitta mortalmente al suo 
feritore Tancredi , e l' oraziano 

1 64. Hanc veniam petimusque damusque vicissim. 

(Orazio, Arie poetica, v. 11). 
e meglio ancora il biblico : 

165. Qui sine peccato est vestrum, primus in illam 

lapidem mittat. 

{Evang. di S. Giovanni, cap. Vili, v. 7). 

eh' è la difesa della donna adultera fatta da Cristo, il quale l'ac- 
comiata dicendo : 

166. Vade, et jam amplius noli peccare. 

{.Ivi, V. 11), 

Chi ha vissuto, chi ha sofferto, chi ha provato le gioie e le 
angoscie, le dubbiezze e le tentazioni della vita, è meglio disposto 
all' indulgenza : 

167. Tout comprendre c'est tout pardonner. 

sentenza di profonda filosofia che è comunemente attribuita alla 
signora di Staël, la quale più precisamente nella Corin?te (li- 

164. Questo perdono ci chiediamo e ci concediamo a vicenda. 

165. Chi di voi è senza peccato, getti su di lei la prima pietra. 

166. Va, e non peccare mai più. 



[ 1 68- I/O J Benignità, perdóno 4 1 

vre XVIII, chap. 5) scrisse : « Tout comprendre rend très-indul- 
gent, et sentir profondément, inspire une grande bonté. » Nella 
quale sentenza è evidente la reminiscenza di quella dello Spinoza : 
Non fiere y non indignali, sed intelligere ; o anche di quella di 
Plauto : 

168. Humanum amare est, humanuni autem igno- 

scere est. 

(Mercator, II, 2, 48). 
Un bell'esempio di benignità è quello espresso nella frase: 

169. Le roi de France ne venge pas les injures 

du duc d'Orléans. 

che fu detto (secondo che narra la cronaca di Humbert Velay) 
da Luigi XII re di Francia ai deputati della città di Orléans, la 
quale, dopo avere avuto torti non lievi verso il suo duca, ap- 
pena questi ebbe cinto la corona, mandò in fretta degli oratori 
a rendergli obbedienza. Luigi XII gli ascoltò con benevolenza, e 
quindi disse loro qu'il ne serait de'cent et à honneur à U7t roi de 
France de venger les qiier elles d'un duc d'Orleans. Ma innanzi 
di lui Filippo, conte di Bresse e poi duca di Savoia nel 1464, già 
detto Filippo Senza-terra, aveva detto che : // serait honteux au, 
duc de venger les injures faites au comte ; e nella stessa nobile 
famiglia, quasi quattro secoli più tardi, il Re Galantuomo, che da 
semplice principe aveva avuto assai a dolersi dello zelo indiscreto 
e della pedanteria di un ufficiale superiore incaricato da Carlo Al- 
berto di invigilare sulla condotta del figlio, quando quest' ufficiale 
dopo Novara dette le sue dimissioni e si allontanò da corte, lo 
fé* chiamare, e con molta affabilità gli disse che il Re di Piemonte 
aveva dimenticato i torti di lui verso il Duca di Savoia, che rico- 
nosceva in lui un antico e devoto servitore della dinastia, e quindi 
lo pregava di riprendere il suo servizio. 

170. Vellem nescire literas. 

168. Umana cosa é l'amore, ed è anche umano il perdono. 
170. Vorrei non sapere scrivere. 



42 Chi Vha detto? [171-175] 

sarebbero le parole dette da Nerone quando gli fu portato a sot- 
toscrivere una sentenza di morte, secondo che narra Seneca nel 
trattato De dementia, 2, T. 

Altro bell'esempio di perdono è ricordato nella sentenza evan- 
gelica : 

171. Remittuntur ei peccata multa, quoniam dilexit 

multum. 

{Evang. di S. Luca, cap. VII, v. 47). 

che sono le parole di Gesù Cristo alla Maddalena, cui sono pure 
rivolte queste che si trovano nel versetto 50, e con le quali 1' ac- 
comiata : 

172. Fides tua te salvam fecit: vade in pace. 

Si possono pure includere in questo paragrafo le due frasi del 
Metastasio, tolte ambedue dalla Di Jone abbandonata: 

173. A' giusti prieghi 

Di tanto intercessor nulla si nieghi. 

(Atto II, se. 4). 

ed: 

174. E pietà con Bidone esser crudele. 

(Atto II, se. 11). 



§ 11. 

Buona e mala fama. Onori e lodi 



Che cosa sia la fama, ci disse Dante : 

175. Non è il. mondän rumore altro che un fiato 
Di vento, ch'or vien quinci ed or vien quindi, 
E muta nome, perchè muta lato. 

(Purgatorio, e. XI, v. lOC-102). 

171. Molti peccati le sono perdonati, perchè amò molto. 

172. La tua fede ti ha salvato: va in pace. 



[176-178] Êuona e mala fama. Onori e lodi 43 

Ma più indulgente alla fama terrena fu l'ignoto che prima disse: 

176. Vox populi, VOX Dei. 

ispirandosi probabilmente nella forma a quel versetto biblico : 
« Vox pupilli de civitate, vox de tempio, vox ZPowm/ reddentis 
retributionem inimicis suis» [Isaia^ cap. LXVI, v. 6); ma nel con- 
cetto a due versi di Omero {Odissea, lib. Ili, v. 214-215), o me- 
glio a due di Esiodo {Opere e giorni, ed. Flach, v. 761-762) : 

<E>T^{iìfj S'o'jxiç TîdîiTiav àTcóXXDxa',, i^vxiva tioXXoI 
Xaot cpyjfitÇo'joi" Osóg vu xfç sav. xaì aòxi^. 

cioè : « Fama vero nulla omnino perit, quam quidem multi populi 
divulgant : Dea sane quaedam est et ipsa. » Questi versi divennero 
popolari in Grecia, poiché li troviamo più volte citati negli scrit- 
tori classici. Quanto alla sentenza Vox populi, vox Dei, la sua ori- 
gine è anteriore al secolo viii, poiché già Alcuino nel Capitular e 
admonitionis ai Carohcm, § IX (nei Miscellanea del Baluzio, to. I, 
pag. 376, Paris, 1Ò78) ricorda a Carlo Magno : « nec audiendi qui 
soient dicere Vox populi, vox Dei, cum tumultuositas vulgi sem- 
per insanise proxima sit. » 

La memoria delle buone gesta, dei gloriosi fatti vince la morte, 
come simboleggiò il Petrarca nel Trionfo della Fama, e spe- 
cialmente valgono a conservare il ricordo dei valorosi uomini le 
opere da essi fatte nei campi dell'arte, delle scienze, delle lettere. 
Per cui ben poteva dire 

177. Non omnis moriar. 

(Orazio, Odi, lib. Ili, od. 30, v. 6). 

il poeta che nell'ode medesima, conscio del valore dell'opera sua, 
aveva detto di sé : 

178. Exegi monumentum aere perennius. 

{Odi, lib. Ili, od. 30, V. 1). 

176. Voce di popolo, voce di Dio. 

177. Non tutto morrò. 

178. Alzai un monumento più durevole del bronzo. 



44 Chi V ha detto? [i 79-184] 

Giustamente di costoro può ripetersi quel die del Romagnosi 
scrisse il Giusti in quella sua fiera satira, La terra dei morti 
(str. 6): 

179. Difatti, dopo morto 
E più vivo di prima. 

Questa è dunque la via di eternare il proprio nome : 

180. Sic itur ad astra. 

(Virgilio, Eneide, lib. IX, v. 641). 

ma chi vuole sia resa giustizia a sé e al suo lavoro, non l'aspetti 
(in generale) sé vivente : invece 

181. A' generosi 
Giusta di glorie dispensiera è morte. 

(Foscolo, Sepolcri, v. 220-221). 

benché non sempre giunta, poiché talora le ire e le invidie dei con- 
temporanei durano oltre il sepolcro, e 

182. .... Obblio 

Preme chi troppo all'età propria increbbe. 

(Leopardi, La ginestra il fiore del deserto). 

Né si confonda la gloria con la popolarità, si facile ad acqui- 
starsi da chi lusinga le passioni o i gusti della maggioranza : 

183. La popularité, c'est la gloire en gros sous. 

(Victor Hugo, Rny Bias, a. Ill, sc. 5). 

Pensava giustamente Axel di Oxenstierna, il più illustre 
uomo di Stato che vanti la Svezia, che 

184. Melius est darum fieri quam nasci 

ed all'incontro la eternità dell' infamia che resta a punizione dei 
vizi dei grandi, é mirabilmente espressa in quei versi dell'abate 

180. Così si sale alle stelle. 

184. È meglio diventare che nascere illustre. 



[185-190] Buona e mala fama. Onori e lodi 45 

Delille nti Dithyrambe sur l'immortalité de l'dme^ scritto, come 
è noto, per desiderio di Robespierre : 

185. {Lâches oppresseurs de la terre) Tremblez, 

[vous êtes immortels. 

L'altro verso 

186. Ich bin besser als mein Ruf. 

è di Schiller {Marie Sttiart, a. Ili, se. 4), il quale si è eviden- 
temente ispirato alle parole di Ovidio : 

187. Ipsa sua melior fama.... 

{EpistolcB ex Ponto, lib. I, ep. 2, v. 143). 

mentre è di Virgilio il 

188. Fama super aethera no tus. 

(Eneide, lib. I, v. 379). 

e di Lucano lo 

189 Stat magni nominis umbra. 

(Farsalia, lib. I, v. 135). 
che riporta alla memoria il 

190. Tanto nomini nullum par elogium. 

scolpito nel monumento eretto a Niccolò Machiavelli nel 1787 per 
pubblica sottoscrizione, in Santa Croce, il Pantheon delle glorie 
italiane. Innocenzo Spinazzi, sculture non privo di meriti per quei 
tempi di decadenza dell' arte, lo condusse a termine, ed il dot- 
tor Ferroni vi pose la iscrizione : 

TANTO nomini NVLLVM PAR ELOGIVM 

NICOLAVS machiavelli 

OBIT ANNO A P. V. MDXXVII. 

186. Io sono migliore della mia fama. 

187. Migliore della sua stessa fama. 

188. Noto per fama fino alle stelle. 

189. Resta l'ombra del gran nome. 

190. A tanto nome, nessun elogio adeguato, 



k 



46 Chi V ha detto? [190-191] 

Di questa iscrizione cosi parla Oreste Tommasini nell' opera : La 
vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli nella loro relazione col Ma- 
chiavellismo (Torino, 188 1), voi. I, pag. 6, in n. : «Un cruscante, 
il Colombo, ebbe a scrivere: « Se non può esservi elogio propor- 
« zionato al merito d' un grande uomo, è dunque inutile il farlo, 
« e tutto il genere esornativo, sarà riserbato ai mediocri. Che 
<-< assurdo! » - Tuttavia l'epigrafe, quando s'abbia riguardo che 
par fatta per vendicare Niccolò dall' onta del machiavellismo, si 
troverà gonfia ma non sproporzionata. Né la è aliena dal sapore 
rettorie© del secolo decimosesto. In San Marco a Firenze, sulla 
tomba di Giovanni Pico della Mirandola si legge : 

Ioannes jacet hic Mirandula; caetera norunt 
Et Tagus et Ganges: forsan et Antipodes. 

E il Fontano, nell'elegia in morte del Marullo : 
Nil praeter nomen tumulo. 

E finalmente nel monumento eretto in Roma nel convento de' Santi 
Apostoli a Michelangelo Buonarroti, in memoria del breve tempo 
che la salma di quel grande fu quivi ospitata : Michel Ange- 
lus : BONARROTIUS : SCULPTOR PICTOR ARCHITECTOR : MAXIMA 
ARTIFICUM FREQUENTIA : IN HAC BASILICA SS. XII. APOST. F. 

M. C. : XI. Cal. Mart. A. MDLXIV elatus est : clam inde 
Florentiam translatus : et in templo S. Crucis eorumd. 
F. : V. Id. Mart, ejusd. a. conditus : tanto nomini : nul- 
lum par elogium. Sotto la statua di Marcello Virgilio in Fi- 
renze nella chiesa de' Francescani al Monte : 

.... hanc statuam pius 
Erexit haeres, nescius 
Famse futurum, et glorise 
Aut nomen, aut nihil satis. 

E nell' epitaffio che Filippo Strozzi compose per sé stesso, nel 
caso fosse morto e seppellito in patria, si Hcehit hoc tempore, leg- 
gevasi : « Philippo Strozzae. Satis hoc, caetera norunt omnes. » 

191. Alone with his glory. 

191. Solo con la sua gloria. 



[192- 1 90] Bnona c mala fama. Onori e lodi 47 

È in un verso in The Burial of Sir John Moore, ballata di 
Ch. Wolfe, ed è pur questa frase altamente superba. Più mo- 
desta, ma dignitosa sempre, è l' altra : 

192. ....Je n'ai mérité 

Ni cet excès d' honneur ni cette indignité. 

(Racine, Britanniens., a. H, se. 3). 
I due versi della Divina Commedia ■ 

193 Se le mie parole esser den seme 

Che frutti infamia al traditor ch'io rodo. 

(Dante, Inferno, e. XXXIII, v. 7-8). 

bene si ripetono ad esprimere il disdoro che circonda il tristo, 
oggetto delle contumelie e del biasimo di ognuno ; mentre a chi 
gode i frutti della buona reputazione può applicarsi l' altro verso : 

194. Assai lo loda e più lo loderebbe. 

(Dante, Paradiso, e. VI, v. 142). 

come il mondo farebbe di Romeo di Villanova; ovvero i versi 
tasseschi 

195 Mostra a dito ed onorata andresti 

Fra le madri latine e fra le spose 
Là nella bella Italia.... 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. VI, ott. 77). 

tolti dal soliloquio amoroso di Erminia, che sogna le sue nozze 
con r amato Tancredi ; o meglio il 

196. Laudari a laudato viro. 

parole di Ettore che in un frammento di Nevio, antico poeta romano, 
conservatoci nelle Epist. ad Famil. di Cicerone (lib. V, ep. 12, 7 
e lib. XV, ep. 6, i) dice di sé medesimo: Lœius sum laudari 
me, abs te, pater, a laudato viro. 



196, Ricevere lode da un uomo lodato. 



I 



48 Chi V ha detto? [197-201] 

§ 12. 
Buoni e malvagi 

Infinito è il numero delle umane miserie e debolezze, da cui 
pochi possono dirsi veramente immuni. 

197. Homo sum: humani nihil a me alienum puto. 

(Terenzio, Heautontùnorumenos, a. I, se. 1, v. 25). 

verso di cui narra S. Agostino {Epist. 51) die aveva la potenza 
di far echeggiare di applausi tutti i teatri piena stultis imìoctisque 
(cfr. S. Paolo, Lett, ai Rom., 3, 23). 

Molte volte ci tocca pure di ripe^re col Petrarca 

198 Tutti siam macchiati d'una pece. 

(Trionfo d' Amore, e. Ili, v. 99). 
ovvero con Orazio : 

199. Iliacos intra muros peccatur et extra. 

(Ej>ist., lib. I, ep. 2, V. 16). 

Per cui all' umano fallire molta indulgenza si deve avere, e sol- 
tanto si deve serbare la severità per gli errori dovuti ad animo 
veramente pravo, tanto più che anche il buono può errare, e guai 
se il buono si guasta ! che, 

200. Corruptio optimi pexima. 

(S. Gregorio Magno, Moralia in jfoh). 

Del resto pare che il mestiere dell' nomo Itwno fosse un mestiere 
screditato fin dai tempi di Marziale, il quale negli Epigrammi 
(lib. XII, epigr. 51) scrisse che 

201. Semper homo bonus tiro est. 

197. Sono uomo, e nulla di quanto è umano credo che non mi tocchi. 

199. Si pecca tanto fra le mura d'Ilio quanto fuori. 

200. I buoni quando si guastano, diventano pessimi. 

201. L'uomo buono sarà sempre un principiante. 



[202-206] Buoni e malvagi 49 

e Cicerone ne adduceva la ragione nelle Epist. famil. (Ad Quin- 
tum fratrem, lib. I, ep. i, 12): « Ut quisque est vir optimus, ita 
difficillime esse alios improbos suspicatur. » Anche Biante (Fr. 
phil., ed. Mullach, I, pag. 228, n. 7) scrisse: Ot àyaGoì sùaTtaxYjxoi. 
Nuovi argomenti per mostrare che non sempre la sorte è pro- 
pizia ai buoni possono trovarsi in un verso di un altro satirico 
latino : 

202. Dat veniam corvis, vexat- censura columbas. 

(Giovenale, Sat. II, v. 63). 
o in quelli del Peirarca : 

203. .... Morte fura 
Prima i migliori, e lascia star i rei. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num. CXC secondo il Marsand, comincia 
Chi vuol veder quantunque può Natura; ed. 
Mestica, son. CCX). 

o nel primo dei Pensieri di Giacomo Leopardi : 

204. Rari sono i birbanti poveri. 

Come se non bastasse per i tristi avere molte volte la fortuna 
seconda, può capitar loro di riscuotere per le loro male arti quel- 
r ammirazione che dovrebbe essere riserbata alla virtù ; eppure è 
innegabile che 

205. Il y a des héros en mal comme en bien. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § CLXXXV). 

Però il malvagio è privo di altri conforti che non mancano al- 
l' onest' uomo : 

206. Il maledetto non ha fratelli. 

(Nabucco, dramma lirico di TEMISTOCLE 
Solera, mus. di G. Verdi, a. Il, se. 4). 

e s'egli per esempio macchiò le colpevoli sue mani del sangue dei 
suoi simili, dovrà sperimentare la verità di questi versi : 



202. La critica è indulgente con i corvi, ma non dà pace alle 
colombe. 



50 Chi V ha detto ? [207-209] 



207 Chi versa l'uman sangue, il sente 

Odorar nelle mani eternamente. 
Dopo r ora mortai, tutta la vita 

Non è finita! 

(Prati, Canti per ti popolo: Vendetta). 

i quali mi ricliiamano alla memoria la fiera risposta di un giusto 
ai suoi nemici : 

208. Il y a loin du poignard d'un assassin à la 

poitrine d'un honnête homme. 

attribuita al presidente Mathieu Mole. Questi in una sommossa 
di Frondisti che erano entrati tumultuando nel suo palazzo (165 1), 
volle scendere nel cortile a udire i loro reclami. L'abate Chan- 
vallon, poi arcivescovo di Parigi, voleva dissuaderlo dall' esporsi 
a questo pericolo : « Jeune homme, rispose il fiero magistrato, 
il y a plus loin que vous ne pensez du poignard d'un séditieux au 
cœur d'un honnête homme, » e scese. I tumultuanti gli si sca- 
gliarono contro con ingiurie e minacele : ma egli, senza perdere la 
calma, ordinò loro di escire, altrimenti gli avrebbe fatti impiccare; 
ed essi uscirono intimiditi dalla sua intrepidezza [Ncuv. hiogr, ge- 
nerale par F. Didot frères, to. XXXV, col. 826). Ma questa 
risposta non ha alcuna autenticità. Pare che il Mole si limitasse 
a dire ai sollevati meno drammaticamente ma con pari coraggio : 
« Quand vous 7n' aurez tue', il ne vie faudra que six pieds de 
terre, » 

Dei tristi può dirsi con Virgilio 

209. Ab uno disce omnes. 

(Eneide, II, 65). 

ma veramente Virgilio scrisse un poco diversamente, parlando dello 
spergiuro Sinone, per la cui fraude il cavallo pieno d' armati entrò 
nelle mura di Troia : 

Accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno 
Disce omnes. 

209. Da uno conoscili tutti. 



[210-213] Elioni e malvagi 5^ 

E delle opere dei tristi, è sempre infallibile il giudizio di Se- 
neca : 

210. Cui prodest scelus, is fecit. 

(L. Ann. Seneca, Medea, a. Ili, v. 500-501). 

Chiuderò citando questi notissimi versi di un autore celebre, che 
bene esprimono il misto di sentimenti che desta un uomo in cui al- 
berghino grandi virtù unite a grandi cotpe. I versi sono del nostro 
Manzoni : 

211. Segno d' immensa invidia 

E di pietà profonda, 
D' inestinguibil odio, 
E d' indomato amor. 

(Il Cinque Maggio, ode). 



§ 13. 
Casa e servi 



In questo paragrafo assai parco è il mio contributo ; e dopo aver 
salutato la casa con le parole della romanza di Faust 

2 12. Salve, o casta e pia dimora. 

nel melodramma omonimo, parole di J. Barbier e M. Carré, 
musica di Gounod (atto III, se. 4 ; il libretto originariamente è 
francese : lo tradusse in italiano Achille de Lauzières), non so ri- 
cordare che il classico distico : 

213. Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non 
Sordida: parta meo sed tamen aere domus. 

210. Autore del. delitto è colui al quale esso giova. 
213. Piccola è questa casa, ma sufficiente per me, nessuno vi ha 
ragioni sopra, è pulita, infine è stata fatta con i miei denari. 



5 2 Chi V ha detto ? [2 1 4-2 1 5] 

Questa iscrizione fu fatta porre da Lodovico Ariosto sulla casa 
ch'egli si era fatta costruire in Ferrara, nella contrada di Mirasole. 
Ce ne ragguagliano il Pigna {I Romanzi, ne' quali della pcesia et 
della vita dell' Ariosto sitarla, Venezia, 1554) e il Garofolo nella 
Vita dell' Ariosto che precede alcune edizioni del Furioso dopo 
quella del 1584. Questo distico che fino ai tempi del Garofolo ci- 
tato si leggeva nel fregio dell'entrata della .stessa casa, ne fu poi 
tolto anticamente: e quando scriveva il Barotti nel 1741, diceva 
essere un gran pezzo che non v'era più. Ma in tempi recenti vi 
fu rimesso entro una fascia sopra la porta d'ingresso che corre 
lungo tutta la facciata. 

Per i servi ho due frasi, una antica e una moderna, ma ambo 
adatte a confermare la universale opinione, su cui piacevoleggia 
anche il nostro De Amicis nella Olanda (cap. di Delfi : ediz. Bar- 
bèra, 1874, pag. 139): l' antica dice : 

214. Quot servi, tot hostes. 

(Paulus Festus, De verhorum significatione, 
ed. Müller, pag. 261). 

antico adagio che Seneca [Epist. 47, 5) cita così: Totidem hostes 
esse quot servos, ed ugualmente Macrobio {Sattem., Hb. I, ca- 
pit, II, § 13); e la moderna 

215. On n'est j amais si bien servi que par soi-même. 

(Etienne, Brueis et Palaprat, se. 2). 

Anche nella commedia di Collin d'Arleville, V inconstant 
(act II, sc. 3): 

.... Mon système 
Est qu'on serait heureux de se servir soi-même. 

Lo stesso ripetono i proverbi nostrali. Chi vuole vada, chi non 
vuole- mandi (che era motto favorito di Garibaldi, e stava cosi 
bene in bocca a lui), ovvero. Chi fa da sé, fa per tre; laonde 
saviamente avvertiva il re Salomone nella Bibbia che 

214. Tanti servi, tanti nemici. 



[216-219] Casa e servì 53 

216. Si est tibi servus fidelis, sit tibi quasi anima 

tua; quasi fratrem sic eum tracta. 

{Ecclesiastico, cap. XXXIII, v. 31). 

Del resto agli ostinati denigratori della classe servile, si può ri- 
battere con Petronio Arbitro: 

217. Qualis dominus, talis et servus. 

{Satyrico7i, 58). 



I 



§ 14. 
Compagnia, buona e cattiva 

L'uomo è animale socievole per eccellenza, e se pure alcuni mi- 
santropi sfuggono studiosamente ogni compagnia per rinchiudersi 
in una completa solitudine, i più la pensano invece come il poeta 
latino, 

218. Tristis eris si solus eris. 

(Ovidio, Remédia Amoris, v. 583). 

Una lieta compagnia è sempre di sollievo all' anima, e per ri- 
flesso anche al corpo : specialmente nelle noje dei lunghi e faticosi 
viaggi, dove 

219. Comes facundus(é?jucundus)in via pro vehiculo 

[est. 

(PUBLiLio Siro, Mimi, n. 104, ed. WölfBin 
et Ribbeck; n. C. 17, ed. Meyer). 

Ma bisogna andare cauti nello scegliere i propri compagni, e 
per prima cosa procurarseli adatti alle occupazioni attuali, che 

216. Se hai un servo fedele, ti sia caro come l'anima tua; trat- 

talo come un fratello. 

217. Quale il padrone, tale anche il servo. 

218. Sarai triste se sarai solo. 

219. Un compagno facondo {p faceto) ti serve in viaggio quasi di 

vettura. 



54 Chi l'ha detto? [220-224] 

2 20. .... Nella chiesa 

Co' santi, e in taverna co' ghiottoni. 

(Dante, Inferno, e. XXII, v. 14-15). 

e poi fuggire, come dal fuoco, i tristi compagni, dai quali niente 
si guadagna, giacché 

22 1. Corrumpunt bonos mores colloquia mala. 

(Ej>ist. S. Pauli ad Corinthios, I, cap. 15, v. 33). 

è la Bibbia che ce ne ammonisce; ovvero come scrive Tertul- 
liano [Ad uxor., I, 8) : Bonos corrumpunt mores congresstis mali. 

222. Très faciunt collegium. 

è una massima giuridica che il Digesto (87, De verhcr. s'gni/., 
50, Io) attribuisce a Nerazio Prisco, console e giureconsulto 
romano (vissuto verso l'anno 100 dopo C), e che originaria- 
mente vuol dire che una società per essere giuridicamente costi- 
tuita deve constare almeno di tre individui : si usa molto a pro- 
posito per le compagnie di tre persone che sembrano più complete 
e più geniali di quelle più numerose o meno. Infatti è certo che 
in troppi non si sta mai bene, e il proverbio non a torto dice: 
Poca brigata v.'ta beata. Ma qualche volta anche a essere in troppo 
pochi non è prudente; occhio dunque anche ad altre pericolose 
compagnie, più pericolose della solitudine, o della molta compa- 
gnia, che non vi accada come a Paolo e a Francesca, ai quali po- 
scia increbbe di aver potuto dire di sé : 

223. Soli eravamo e senza alcun sospetto. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 129). 

Inoltre, se trista e pesante è la solitudine, altrettanto può dirsi 
talvolta della compagnia ; e come scrisse il Leopardi ne' suoi 
Pensieri : 

2 2^. Nulla è più raro al mondo, che una persona 
abitualmente sopportabile. 

221. Le cattive pratiche corrompono i buoni costumi. 

222. In tre formano il collegio. 



[225-228] Condizioni e sorti disuguali 55 

§ 15. . 
Condizioni e sorti disuguali 



Fortuna non è equa dispensiera de' suoi favori ai viventi, ciò che 
gli antichi Greci significavano già con un adagio comune: 

225. Non cui vis homini contingit adire Corinthum. 

(Orazio, Epistola, lib. I, epist. XVII, v. 36). 

adagio, che anche per gli antichi era di incerta origine, poiché al- 
cuni ne davano ragione dicendo che l' ingresso nel porto di Corinto 
era molto difficile (Apost., 13, 60), altri che la vita dissoluta che 
vi si menava, rendeva difficile a chi non fosse ben provvisto di 
danaro, di godere dei piaceri che la città offriva (Zenob., 5, 37; 
Diogenianus, 7, 16). 

E in senso morale si dice ugualmente che 

226. Non ex omni ligno Mercurius. 

(Afulejus, De Magia, p. 48, ed. Bipont. 1788). 

vale a dire che non a tutti si adattano gli onori, come non tutti 
i legni erano buoni per levarne idoli da adoiare. E la stessa dis- 
parità si ha tanto nel bene quanto nel male, perciò 

227. Duo quum idem faciunt, saepe ut possis dicere : 
Hoc licet impune facere huic, illi non licet. 

(Terenzio, Adelphi, a. V, se. 3, v. 827-828). 

Vi sono i prediletti della sorte, vi sono quelli che il fato fin 
dalla culla volle felici, perchè aprirono gli occhi fra gli agi, fra 
gli onori, e innanzi a tutti vanno coloro che possono vantare 

228. Magnanimi lombi. 

(Pakini, // Mattino, v. 2). 

225. Non a tutti è dato di andare a Corinto. 

226. Non da qualunque legno si può levare un Mercurio. 

227. Spesso ti accadrà di dire, quando due fanno la stessa cosa : Ciò 

che questi può lare impunemente, non è lecito all'altro. 



56 Chi l'ha detto? [229-231] 

La frase è del Parini che cantava: 

Giovin signore, o a te scenda per lungo 
Di magnanimi lombi ordine il sangue 
Purissimo, celeste.... 

La disuguaglianza delle condizioni continua per tutta la vita, 
benché ci sia chi voglia ribellarvisi e proclami 1' uguaglianza per- 
fetta degli uomini, e gridi che 

229. Les grands ne sont grands que parce que 

nous sommes à genoux: levons-nous! 

motto adottato da Prudhomme come epigrafe pel suo giornale Les 
Révolutions de Paris di cui il primo numero uscì nel luglio 1780. 
La frase, che alcuni attribuiscono a Vergniaud, è invece di Lou- 
STALOT, principale redattore del giornale di Prudhomme, e che 
forse s'ispirò a qualcosa di simile detto nel 1652 da DUBOSCQ- 
MoNTANDRÉ, uno dei più fecondi e più furiosi libellisti della 
Fronda, in un suo libretto intitolato Le point de l'ovale. 

Con tutto questo il mondo va sempre come prima, e unico con- 
forto ai meno fortunati è di pensare che le Sacre Carte promettono 
loro largo guiderdone, poiché 

230. Multi autem erunt primi novissimi, et novis- 

simi primi. 

(Vang, di S. Matteo, cap. XIX, v. 30 - 
Vang, di S. Marco, cap. X, v. 31 - 
Vang, di S. Luca, cap. XIII, v. 30). 

E anche nello stesso Vangelo di S. Matteo, cap. XX, vers. 16: 

231. Sic erunt novissimi primi, et primi novis- 

simi: multi enim sunt vocati, pauci vero 
electi. 

Del resto la morte accomuna tutti, e benché il fasto voglia ta- 
lora differenziare le tombe del ricco e del potente da quelle del 

230. Molti fra gli ultimi saranno i primi, e fra i primi gli ultimi. 

231. Così i primi saranno gli ultimi, e gli ultimi saranno i primi: 

infatti molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti. 



[232-233] Condizioni e sorti disiiguali 57 

povero e oscuro, pure la vicissitudine fatale delle cose sconvolge 
anche questi superbi progetti e spesso 

232. Dietro r avello 

Di Machiavello 
Dorme lo scheletro 
Di Stenterello. 

(Giusti, // Mementomo, str. 2). 

I commentatori del Giusti illustrarono questa immagine nar- 
rando che effettivamente nel chiostro di S. Croce a Firenze, sul 
muro dove corrisponde internamente il monumento al Machiavelli, 
di cui ho detto più sopra, vi fosse a' tempi del Giusti un'epigrafe a 
Luigi Del Buono (m. il 1832) che fu l'inventore della maschera 
dello Stenterello. Ma il Del Buono è sotterrato nella chiesa fio- 
rentina detta di Ognissanti, e precisamente nell' atrio del chiostro 
che ha la porta d' ingresso del fianco destro della chiesa, e in altra 
parte mette al famoso Cenacolo del Ghirlandaio. L' iscrizione che 
vi si legge fu fatta, pare, dallo stesso Del Buono, nel 1826 (Rasi, 
I comici italiani ^ y q\. I, pag. 746). 



§ lo. 
Conforti nei mali. Bicordo del bene passato 



L* egoismo che forma il fondo del carattere umano, anche presso 
gl'individui più miti ed equilibrati, fa si che potentissimo conforto 
nei mali sia l'aspetto del male altrui. 

Il dettato 

233. Solamen miseris socios habuisse malorum. 
233. È un conforto per i miseri di avere dei compagni di sventura. 



58 Cht L'ha dettoci [234-237] 

è antico e proverbiale e da alcuni attribuito a Dionisio Catone 
ma non vi si trova. Spinoza tx€^ Etica (1Ó77, lib. IV, § 57) già 
lo cita in questa forma, mentre il T^cjz^j-z'z^j- del Marlowe (1580) dice: 

Solamen miseris socios habuisse doloris 

e una cronaca pugliese di Domenico Gravina degli anni 1333-50 
(nella Raccolta di varie crcniche ecc., Napoli, 1781, voi. II, pa- 
gine 220) lo cita in forma affatto diversa con le seguenti parole: 
« iuxta illud verbum poëticum : gauditan est 77iiseris socios haòtcisse 
panarum. » * 

Anche più egoistica è 1' altra sentenza del più scettico fra i pen- 
satori moderni: 

234. Nous avons tous assez de force pour supporter 

les maux d' autrui. 

(Maximes de La Rochefoucauld, § XIX). 

Nel Trionfo d'Amore del Petrarca (canto IV, v. 83), Sofo- 
nisba si conforta della caduta di Cartagine ricordatale dal Petrarca 
stesso, dicendo che 

235. S' Affrica pianse, Italia non ne rise. 

cui potremo contrapporre il : 

236. Se Messenia piange, 
Sparta non ride. 

di Vincenzo Monti nella tragedia Aristodemo (a. II, se. 7). E per- 
ciò gli sventurati facilmente si consolano, narrandosi 1' un con l'al- 
tro i loro mali, e compiangendosi a vicenda, ciò che può dirsi con 
un verso francese: 

237. Et ces deux grands débris se consolaient 

entre eux. 

A proposito di questo verso, che si trova nel canto IV àeì Jar- 
dins di Delille, e allude a Mario ramingo fra le rovine di Carta- 
gine, Chamfort narra un grazioso aneddoto nei suoi Caractères et 
portraits : 



[238] Conforti nei inali, ecc. 59 

« On disputait chez madame de Luxembourg sur ce vers de 
l'abbé Delille: 

Et ces deux grands débris se consolaient entre eux. 

On annonce le bailli de Breteuil et madame de la Revnière: « Le 
vers est bon», dit la maréchale.» 

Talora il presente è cosi doloroso che non si può trovarci con- 
forto se non rimovendone il pensiero e quasi imponendo a sé stesso 
d' ignorarlo, e questo significa il verso italiano 

238. Grato m'è'l sonno e più l'esser di sasso. 

di cui ecco r origine. Michelangelo Buonarroti aveva ornata 
la sepoltura di Giuliano de' Medici, da lui fatta in S. Lorenzo a 
Firenze, di due statue, il Giorno e la Notte, mirabili ambedue, ma 
in special modo la seconda, che il Vasari chiamò « statua non 
rara, ma unica. ■» « Perchè da persone dottissime furono in lode 
sua fatti molti versi latini e rime volgari, come questi, de' quali 
non si sa l'autore [ma è Gian Battista Strozzi]: 

La Notte, che tu vedi in sì dolci atti 
Dormire, fu da un angelo scolpita 
In questo sasso; e perchè dorme, ha vita; 
Destala, se no '1 credi, e parleratti. 

L* quali in persona della Notte rispose Michelangiolo cosi : 

Grato m' è *1 sonno, e più 1' esser di sasso, 
Mentre che '1 danno e la vergogna dura. 
Non veder non sentir m' è gran ventura ; 
Però non mi destar : deh parla basso. » 

(Vasari, Vita di M. A. Buonarroti). 

Michelangiolo alludeva al lacrimevole stato d' Italia in quel tempo : 
correva infatti 1* anno 1529, ed egli, mentre lavorava a quelle sta- 
tue, muniva Firenze minacciata d'assedio. 

Ma soprattutto è doloroso nei giorni della sventura il ricordo 
del passato bene. Soavemente lo aveva già detto il nostro maggior 
poeta in quei dolcissimi versi: 



00 Chi l'ha detto? [239J 

239. Nessun maggior dolore 

Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 121-12.^). 

Queste parole furono musicate da Gioacchino Rossini e intro- 
dotte nQÌV Otello (a. Ili, se. i). Le canta dentro le scene un gon- 
doliere che passa sotto le finestre della stanza ove piange De- 
sdemona. 

D€sde?nona.O come in fino al core 

Giungon quei dolci accenti! 

Chi sei che così canti? Ah! tu rammenti 

Lo stato mio crudele. 

Emilia. È un gondoliere, che cantando inganna 
Il cammin sulla placida laguna 
Pensando a' figli, mentre il ciel s'imbruna. 

Questo piccolo recitativo magistralmente istrumentato è di un ef- 
fetto prodigioso. 

Alfredo de Musset nella poesia Un souvenir ha protestato con- 
tro il giudizio del Divino Poeta: 

Dante, pourquoi dis-tu qu'il n'est pire misère 
Qu'un souvenir heureux dans des jours de douleur? 
Quel chagrin t'a dicté cette parole amère, 

Cette offense au malheur? 

Et c'était à Françoise, à ton ange de gloire. 
Que tu pouvais donner ces mots à prononcer; 
Elle qui s'interrompt, pour conter son histoire, 
D'un éternel baiser? 

ma egli stesso, in un' altra poesia {Le Satile) con la solita con- 
traddizione dei poeti e degli innamorati, aveva scritto : 

Écoute, moribonde! il n'est pire douleur 

Qu'un souvenir heureux dans les jours de malheur. 

Stimatio Balbi pubblicò nell' 'AvaToXT] di Sira una nuova in- 
terpretazione di questi versi, che fu poi esposta da Francesco Di 
Manto in un opuscolo stampato a Corfu nel 1891, e che li rende 



[240-245] Conforti nei mali, ecc. 6t 

psicologicamente più veri. Secondo il Balbi miseria non significa 
semplicemente sorte avversa, o dolore derivante da privazione 
dell' oggetto piacevole, ma propriamente una sciagura persistente 
e resa perennemente sensibile, ossia una sciagura positiva. In- 
fatti a ognuno generalmente è cagione di dolore il confronto che 
destano 

240. Il ben passato e la presente noia! 

(Tasso, Aminta, a. II, se. 2. 

Cosi doveva soffrire atrocemente nella triste solitudine di San- 
t' Elena Napoleone il Grande, quando 

241. Stette, e dei dì che furono 
L'assalse il sovvenir. 

(Manzoni, Il Cinque Maggio, ode). 

e si spiega la lacrimosa apostrofe del buffone Rigoletto, che alla 
figlia interrogante della madre risponde 

242. Deh non parlare al misero 
Del suo perduto bene.... 

(Rigoletto, melodr. di F. M. Piave, mus. 
di Gius. Verdi, a. I, se. 9). 

Da altre opere musicali del Cigno di Busseto tolgo queste altre 
citazioni di argomento analogo: 

243. Addio del passato — bei sogni ridenti, 

Le rose del volto — già sono pallenti. 

che è la celebre romanza di Violetta morente nella Traviata, pa- 
role di F. M. Piave (a. Ili, se. 4); 

244. O dolcezze perdute! o memorie 

D' un amplesso che mai non s' obliai... 

(Un ballo in maschera, parole di Antonio 
Somma, a. Ili, se. 1). 

245. Ora e per sempre addio, sante memorie! 

(Otello, dramma lirieo di Arrigo Boito, 
a. II, se. 5). 



62 Chi l'ha detto? [246-248] 

Alla citazione del Civqtie Maggio fatta poco sopra può ravvi- 
cinarsi la seguente del medesimo autore : 

246. Sempre al pensier tornavano 

GÌ' irrevocati dì. 

(Manzoni, Adelchi, coro dell'atto IV). 

La interpretazione di questi versi fu soggetto di lunga e ancora 
insoluta polemica fra coloro che intendevano per dì irrevocati \ 
giorni felici del passato che non potevano più tornare, e gli altri 
che li spiegavano come memorie non richiamate né desiderate per- 
chè incresciose. Alcuni fra i principali articoli usciti in quella di- 
scussione nei giornali letterari italiani del 1886 e 1887 (ne cono- 
sco circa una trentina ! tutti vollero dir la loro) furono riprodotti 
nel volume di Guido Mazzoni, Rassegne letterarie (Roma, 1887). 

La Bibbia ci dà un bellissimo esempio di pazienza nel sop- 
portare la sventura, quello di Giobbe che caduto dall' apogeo della 
prosperità nella più profonda abiezione, trova nella religione il 
conforto a' suoi mali : 

247. Nudus egressus sum de utero matris meae, 

et nudus revertar illuc; Dominus dedit, 
Dominus abstulit; sicut Domino placuit, 
ita factum est. 

{Bibbia, y oh, cap. I, v. 21). 



§ 17. 
Consiglio, riprensione, esempio 

248. On ne donne rien si libéralement que ses 
conseils. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § CX). 

247. Ignudo uscii dal seno di mia madre, e ignudo tornerò lag- 
giù. Il Signore avea dato, il Signore ha ritolto; le cose 
sono andate come ha piaciuto al Signore. 



I 



[249251] Consìglio, riprensione, esempio 6 3 

perchè è molto più comodo, per soccorrere altrui, aprire la bocca 
che aprire.... per esempio, la tasca. 

I consigli poi hanno non solo il vantaggio di non costar niente, 
ma anche quello di esser facili, infatti 

249. La critique est aisée, et l'art est difficile. 

(Destouches, Le Glorieux, a. II, se. 5). 

Ma non sempre il consiglio è gradito a tatti. Il Metastasio così 
rimprovera i giovani inesperti ed insofferenti delle ammonizioni 
dei savii: 

250. Alme incaute, che torbide ancora 

Non provaste le umane vicende. 
Ben lo veggo, vi spiace, v'offende 
Il consiglio d' un labbro fedel. 
Confondete coli' utile il danno ; 
Chi vi regge chiamate tiranno, 
Chi vi giova chiamate crudel. 

[Achille in Scire, a. I, se. 7). 



È chiaro che il biasimo a tutti naturalmente spiace, e per ren- 
derlo tollerabile se non gradito, occorre una certa arte; da questo 
ha avuto origine il motto che è stato applicato alla satira: 

251. Castigat ridendo mores. 

L'autore di questa frase è il letterato francese Jean de Santeuil 
(1630-1697), che la improvvisò per un busto del celebre arlec- 
chino Domenico Biancolelli, chiamato in Francia con la sua com- 
pagnia di comici italiani dal card. Mazarino. Il fatto è cosi raccon- 
tato negli Anecdotes dramatiques ^ to. I (Paris, 1775), a pag. 104: 
« L'ancienne Troupe Italienne avoit eu pour devise ces paroles : 
Castigat ridendo mores; et voici comment elles furent données 
par Santeuil au célèbre Dominique, qui jouoit le rôle d'Arlequin 
dans cette troupe. Cet acteur avait envie d'avoir des vers latins 

251, Corregge ridendo i costumi. 



6^. Chi V ha detto? [252-253] 

de Saateuil, pour mettre au bas du buste d'Arlequin qui devoit 
décorer l'avant-scène de la Comédie Italienne. Sachant que le 
poëte ne vouloit pas se donner la peine d'en faire pour tout le 
monde, il imagina ce moyen pour en obtenir. Il s'habilla de son 
habit de théâtre, avec sa sangle et son épée de bois, prit un man- 
teau qui le couvroit jusqu'aux talons ; et ayant caché son petit 
chapeau, il se mit' dans une chaise à porteur. Quand il fut à la 
porte de Santeuil, il heurta; en entrant il jeta son manteau à 
terre; et ayant pris son petit chapeau, il courut sans rien dire, 
d'un bout de la chambre à l'autre, en faisant des postures plai- 
santes. Santeuil étonné d'abord, et ensuite réjoui de ce qu'il voyoit, 
entra dans la plaisanterie, et courut lui-même dans tous les coins 
de sa chambre comme Arlequin; et puis ils se regardoient tous 
deux, faisant des grimaces pour se payer de la même monnoie. 
La scène ayant duré un peu de temps, Arlequin leva enfin son 
masque: et ils s'embrassèrent avec la joie de deux amis qui se re- 
connoissent et sont charmés de se revoir. Santeuil lui fit sur le 
champ ce demi-vers : Castigai ridendo mores, et le renvoya fort 
satisfait de sa complaisance et de sa bonne humeur. » La frase 
fu poi adottata come motto dei due teatri parigini, la Ccine'die 
Italienne e l' Opéra co7nique, e in Italia si leggeva sulla vòlta del 
San Carlino di Napoli, fondato nel 1770. 

Attenti però a non biasimar troppo, che la pietra non ricada sul 
capo a chi la gittò, o, per dirla col Petrarca, 

252. Tal biasma altrui che sé stesso condanna. 

(Petrarca, Trionfo d'Amore, canto I, v. 118). 

cioè alcuni, biasimando gli altri, vengono a condannare sé stessi. 
Però se buono è il consigliare, migliore talvolta è il rimprove- 
rare, ma ottima cosa è l' insegnare con l' esempio : 

253. Longum iter est per preecepta, breve et efficax 

per exempla. 

(Seneca il giovane, Epistole, ep, 6, 5). 

253. Lunga è la via dell'insegnare per mezzo della teoria, breve 
ed efficace per mezzo dell' esempio. 



[254-257] Contentarsi della propria sorte 65 

§ 18. 
Contentarsi della propria sorte 



Il consiglio migliore che su questo soggetto abbiano dettato i 
tìlosofi antichi, è la sentenza di Manilio {Astronomica, 4, 22) : 

254. Sors est sua cuique ferenda. 

che ben tradusse l'abate Pietro Metastasio in uno dei suoi 
melodrammi : 

255. Debbono i saggi 
Adattarsi alla sorte. 

{Temistocle , a. I se. 3). 
Tutti, almeno a parole, vantano quella 

256. Aurea mediocritas. 

cantata da Orazio {Odi, lib. II, od. io, v. 5-6) nei versi: 

Auream quisquis mediocritatem 
Diligit.... 

e consigliano anzi (è così facile di consigliare in causa altrui!) non 
solo di contentarsi del poco, ma addirittura di preferire il poco al- 
l' assai, dicendo: 

257. ....Laudato ingentia rura, 
Exiguum colito. 

(Virgilio, Georgiche^ lib. II, v. 412-413). 

254. Ciascuno ha da sopportare pazientemente la sua sorte. 

256. Aurea mediocrità. 

257. Loda i grandi poderi, ma coltivane uno piccolo. 



66 Chi V ha detto? [258-259] 

che Columella {De re rustica, lib. I, 3, 8) chiamò preclara no- 
stri poetcB sententiay e che secondo Servio era stata detta pure da 
Catone in quel trattato dell' agricoltura, eh' egli compose per il 
figlio. 

Altri raccomandano di causare onori, fama ecc. e di vivere felice 
in una onesta oscurità : 

258. Bene qui latuit, bene vixit. 

(Ovidio, Tristium, lib. Ili, el. 4, v. 25), 

o, come disse Orazio {Eptst., lib. I, ep. 17, io): 

Nec vixit male qui natus moriensque fefellit. 

L' uno e l' altro inspirandosi certamente alla greca sentenza : AocOs 
ß!.ü)aas, che vuoisi di Epicuro. 

Ma che avrebbero detto questi poeti se li avessimo presi in pa- 
rola? Che pochi poi, troppo pochi, ne seguissero i consigli, mo- 
stravano di accorgersi essi pure; donde la famosa interrogazione: 

259. Qui fit, Maecenas, ut nemo, quam sibi sortem 

Seu ratio dederit, seu fors objecerit, illa 
Contentus vivat, landet diversa sequentes ? 

che sono i primi versi della prima Satira di Orazio. 



258. Bene visse chi seppe vivere nella oscurità. 

259. Come succede, o Mecenate, che nessuno viva contento di 

quella condizione eh' egli stesso si scelse o che il caso gli 
dette, e invida invece coloro che le altre abbracciarono ? 



[260-261] Coscienza, g astig o dei falli 67 

§ 19. 
Coscienza, gastigo dei falli 



Il tristo ha da rendere i conti del suo mal fare prima di tutto 
alla propria coscienza, che non in tutti è di facile contentatura, 

260. Grave ipsius conscientiee pondus. 

(Cicero, De natura deorum, III, 35). 

È essa che comincia a far le vendette dell'offeso, è essa che 
molte volte spinge il colpevole a tradirsi da sé medesimo, come 
è narrato nella splendida ottava dell'ARlosTO : 

261. Miser chi mal oprando si confida 

Ch' ognor star debba il maleficio occulto ; 
Che, quando ogn' altro taccia, intorno grida 
L' aria e la terra istessa in eh' è sepulto : 
E Dio fa spesso che '1 peccato guida 
Il peccator, poi eh' alcun dì gli ha indulto, 
Che sé medesmo, senza altrui richiesta, 
Inavvedutamente manifesta. 

{Orlando Furioso, e. VI, ott. 1). 

^fa pur troppo ci sono anche molti nei quali ogni voce interna 
ccusatrice tace, e che la malizia più sottile sottrae alla punizione 
umana. Sfuggiranno essi pure a quella celeste? A giudicarne da 
qualche caso che ognuno di noi può citare, ci sarebbe da dire di 
si : ma il proverbio dice che « Dio non paga il sàbato » , e già gli 
antichi usavano ripetere che : 

260. Grave è il peso della propria coscienza. 



68 Cht V ha detto? [262-266] 



262. Dii lanatos pedes habent. 



(Petronius Arbiter, Sat. 44 fine - Porphyrius. 
Comment, in Hor. carmina, III, 2, 32). 



e anche: 



263. Deos iratos laneos pedes habere. 

(Macrolsius, Saturn., lib. I, cap. 8, § 5). 
Il nostro maggior Poeta così rese lo stesso concetto : 

264. La spada di quassù non taglia in fretta, 

Né tardo, ma' che al parer di colui 
Che disiando o temendo l'aspetta. 

(Dante, Paradiso, e. XXII, v. 16-18). 

cioè la giustizia di Dio non sembra troppo sollecita né troppo tarda 
se non {ma' che ^^.x fuorché) a colui ecc. Ed il Metastasio altri- 
menti commentò : 

265. Tardi a punir discendi, 

O perchè il reo s'emendi; 
O perchè il giusto acquisti 
Merito nel soffrir. 

(Sani' Elena al Calvario, parte prima). 

Air ordine medesimo d' idee si annette la sentenza scolastica 
d' incerto autore: 

266. De male quaesitis vix gaudet tertius hseres. 

cui si suole aggiungere: 

Nec habet eventus sordida praeda bonos. 

e che forse è proverbio latino medievale. Lo si trova registrato nel 
Thesaurus proverbìalium sententiarum uberrimus congestus per 
Jo. BucHLERUM (Coloniae, 1613), a pag. 200, e anche altrove. 

262. Gli dei hanno i piedi calzati di lana \ossta raggiungono il 

colpevole senza farsi sentire]. 

263. Gli dèi sdegnati hanno i piedi calzati di lana. 

266. Delle cose male guadagnate appena gode il terzo erede. 



[267-270] Coscienza, gastìgo dei falli 69 

In ogni modo antichi e moderni parrebbero d' accordo a rassi- 
curarci su questa giustizia divina, la quale tosto o tardi dovrebbe 
cogliere il peccatore, e dargli il fatto suo senza troppa misericor- 
dia, se si presta fede ad alcuni versetti biblici notissimi: 

267. Oculum pro oculo, et dentem pro dente. 

(Esodò, cap. XXI, v. 24). 

268. Vidi impium superexaltatum et elevatum sicut 

cedros Libani. Et transivi, et ecce non erat: 
et qusesivi eum, et non est inventus locus ejus. 

(Sahno XXXVI, v. 35-36). 

269. Super aspidem et basiliscum ambulabis: et 

conculcabis leonem et draconem. 

(Salmo XC, v. 13). 

270. Per quae peccat quis per haec et torquetur. 

(Sapienza, cap. XI, v. 17). 

A proposito di quest' ultimo, se non è irriverenza ravvicinare la 
Bibbia a Stecchetti, mi sia concesso citare di uno fra i tanti trave- 
stimenti del Cinque Maggio^ composto dal GuERRiNi per la morte 
di Napoleone III col titolo IX Gennaio (1873), i ^"^^ versi seguenti: 

Dove peccò, l'Altissimo 
Punisce il peccator. 

Vero è che qualche scettico potrebbe ripeterci il verso di uno scrit- 



267. Occhio per occhio, dente per dente. 

268. Io vidi r empio a grande altezza inalzato, come i cedri del 

Libano. E passai, ed ei più non era, e ne cercai, e non 

si trovò il luogo dov' egli era. 
2Ò9. Camminerai sopra l'aspide e sopra il basilisco: e calpesterai 

il leone e il dragone. 
270. Per là dove l'uomo pecca, egli sarà punito. 



70 Chi V ha detto? [271-273] 

tore, meno autorevole certamente della Bibbia, il commediografo 
Molière, il quale avrebbe detto che : 

271. Il est avec le ciel des accommodements. 

ma veramente Molière ìion scrisse proprio così, bensì scrisse nel 
Tartuffe, atto IV, se. 5 : 

Le ciel défend, de vrai, certains contentements: 
Mais il est, avec lui, des accommodements. 

Egli dunque parlava di certe comode transazioni che gl' ipocriti, 
simboleggiati nell* immortale Tartuffo, fanno con la propria co- 
scienza, ma non osò dubitare della giustizia divina, e del gastigo 
che i rei dovranno finalmente ricevere per le loro colpe, se non 
altro nel terribile giorno del giudizio finale. Si allude a questa cre- 
denza cristiana ripetendo usualmente, anche in altro senso, le pa- 
role latine 

272. Dies irse, dies ilia. 

che sono il primo verso di un inno liturgico, cui si dà il titolo 
spurio In die iiidicii, attribuito con grande probabilità al B. TOM- 
MASO DA Celano, discepolo di S. Francesco d'Assisi, e morto 
verso il 1275 a Tagliacozzo. La sequenza che descrive con mira- 
bile realismo il giorno universale, fu introdotta fin dai primi tempi 
nella messa de' defunti ; e questo faceva dire al Giusti : 

273. Tra i salmi dell'Uffizio 

C'è anco il Dies irae: 
O che non ha a venire 
Il giorno del giudizio? 

{La terra dei morii, str, 15). 



272. Il giorno dell'ira, quel giorno.... 



[274-27^] ^'^-^^ ßsiche 7 1 

§ 20. 
Cose fisiche 



Riunisco in questo paragrafo un mazzetto di citazioni spettanti 
al mondo fisico. Comincio dal cielo per poi scendere in terra : e 
metto per primo il Sole, che Dante chiamò 

274. Lo ministro maggior della Natura, 

Che del valor del cielo il mondo imprenta, 
E col suo lume il tempo ne misura 

(Paradiso, e. X, v. 28-30). 

poi l'astro delle notti, a cui un poeta del nostro risorgimento po- 
litico rivolgeva la patetica invocazione: 

275. Luna, romito, aereo 

Tranquillo astro d' argento ! 
Come una vela candida 
Navighi il firmamento: 
Come una dolce amica 
Per sua carriera antica 
Segui la terra in ciel. 

Cosi comincia l'ode // Prigioniero di GiüNio Bazzoni, scritta 
nel 1825 per Silvio Pellico (nelle Poesie di lui, edite a cura dei 
nipoti, Milano, 1897, pag. 83). Tornando a Dante vi trovjamo 
Venere chiamata 

276. Lo bel pianeta che ad amar conforta. 

(Dante, Purgatorio, e. I, v. 19). 

(ma Giuseppe Bassi nel Fanfulla della Domenica del 12 novem- 
bre 1893, sostiene con argomenti di qualche peso che Dante qui 



^2 Chi V na detto? [277-281] 

allude al Sole) ; e il colore del firmamento, l' azzurro, con la gen- 
tile perifrasi : 

277. Dolce color d'orientai zaffiro. 

[Ivi, e. I, V. 13). 

Caliamo in terra. Se innanzi a te vedi levarsi dei folti e annosi 
alberi, puoi chiamarli col Tasso 

278. .... Ombrose piante 
D' antica selva. 

(Gerusalemme liberata, e. VII, ott. 1). 
fra le quali sorgerà certamente con altre mille 1' 

279. Arbor vittoriosa, triunfale, 
Onor d' imperadori e di poeti. 

(Pbtkarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num, CCV secondo il Marsand, in princ; 
ed. Mestica, num. CCXXV). 

ossia il lauro. Se poi innanzi ai tuoi occhi si stende ampia di- 
stesa di campi verdeggianti, di prati, ricordati che 

280. Il divino dei pian silenzio verde. 

è la fine del sonetto di Giosuè Carducci, Il hove (nelle Ntiove 
poesie) : 

E del grave occhio glauco entro l'austera 
Dolcezza si rispecchia ampio e quieto 
Il divino dei pian silenzio verde. 

È pure in questo sonetto che il Carducci chiama pio il bove 
[T' amo o pio bove .ecc.) che paziente e laborioso apre i solchi 
della feconda terra, e dà vita ai campi, dove non mancherà occa- 
sione di dire con Dante : 

281. Guarda il calor del sol che si fa vino 
Giunto alFumor che dalla vite cola. 

{Purgatorio, e. XXV, v. 77-78). 



[282-287] Cose fisiche 73 

o di ricordare, vedendo al mattino le fronde umide della benefica 
rugiada, i versi del Manzoni: 

282. Come rugiada al cespite 

Dell'erba inaridita, 
Fresca negli arsi calami 
Fa rifluir la vita. 

{Adelchi, coro dell'atto IV). 

Certo li ricordava Emani nella sua romanza del dramma lirico 
omonimo, parole di F. M. Piave, musica di G. Verdi (atto I, 
se. 2), la quale comincia: 

283. Come rugiada al cespite 

D'un appassito fiore. 

Non è qui però che troverai 

284. Ali the perfumes of Arabia. 

contentati di trovarli nel Macbeth di Shakespeare (atto V, se. i). 
Intanto fra gli alberi del vicino boschetto canterà l'usignuolo, 

285. Quel rosignuol, che sì soave piagne 

Forse suoi figli o sua cara consorte. 

(Petkakca, Sonetto in morte di M. Laura, 
num. XLIII secondo il Marsand, v. 1-2; ed. 
Mestica, num. CCLXX). 

o volerà instancabile la 

286. Rondinella pellegrina. 

come suolsi chiamare dal principio di una notissima canzone di 
Tommaso Grossi, che sta nel cap. XXVI del suo romanzo Marco 
Visconti^ ed è viva tutta nella memoria e nel canto del popolo ; 
ma più vivi degli altri e adattabili a circostanze varie sono i versi 
della seconda strofa : 

287. Solitaria neir oblio, 

Dal tuo sposo abbandonata. 

284. Tutti i profumi dell'Arabia. 



74 Chi V ha detto? [288-292] 

e della terza: 

288. Scorri il lago e la pendice, 

Empi l'aria de' tuoi gridi. 

e tutta la strofa quinta: 

289. Il settembre innanzi viene, 

E a lasciarmi ti prepari : 
Tu vedrai lontane arene; 
Nuovi monti, nuovi mari 
Salutando in tua favella, 
Pellegrina rondinella. 

Ho nella mia bolgetta altre due bestie, un cane, o per dir me- 
glio una cagna, la 

290. Vergine Cuccia de le Grazie alunna. 

(Pakini, // Meriggio^ v. 666 e 668). 

cioè la cagnetta della dama del gioviti sigjtore, la quale per ca- 
gione di lei licenzia e fa morire nella miseria il servitore che 
audace col sacrilego pie lanciolla; ed un cavallo, che forse è 
proprio quello invocato cosi disperatamente da Riccardo III, 
quando gridava : 

291. A horse! a horse! my kingdom for a horse! 

(Shakespeare, Richard III, a. V, sc. 4). 

Lasciamo le cose animate e passiamo alle inanimate. Ogni volta 
che hai fra i piedi una pietra, non si dovrebbe dimenticare di 
chiederne il nome, se è vero che 

292. Nullum est sine nomine saxum. 

come disse Lucano {Phar salia, IX, 973), il quale per altro in- 
tendeva parlare dei campi della Troade dove non c'era collina, 
né rupe, né promontorio che non fosse famoso per qualche clas- 
sica memoria. 

291. Un cavallo, un cavallo! il mio regno per un cavallo! 

292. Non vi é sasso che non abbia il suo nome. 



[293-295] ^ose fisiche 75 

Se ti trovi dinanzi a una limpida e fresca sorgente, non di- 
menticarti delle 

293. Chiare, fresche e dolci acque. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num. XI secondo il Marsand, v. 1; ed. 
Mestica, canz. XIV). 

ch'erano le acque della Sorga, affluente del Rodano, la quale 
insieme alla Durenza non lungi da Avignone chiude i colli sui 
quali nacque e visse Laura. 

Dopo 1' acqua il fuoco. Sul quale soggetto non mi sovviene che 
un verso di un noto melodramma: 

294. Stride la vampa!... 

(// Trovatore, parole di Salv. Camma r ano, 
musica di Gius. Verdi, a. II, se. 1). 

Ma questo è fuoco terreno; per il fuoco celeste ho in serbo un 
esametro celebre : 

295. Eripuit cselo fulmen, sceptrumque tyrannis. 

composto da Turgot perchè fosse scolpito sotto un busto di Frank- 
lin, liberatore dell'America e inventore del parafulmine ; ma vi è 
evidente la reminiscenza di Manilio {Astronomicon, lib. I, v. 104) 

Eripuitque ' Jovi fulmen viresque tonandi; 

e anche il movimento del verso è tolto dall' An tüucrezw del Car- 
dinale De Polignac: 

Eripuitque Jovi fulmen Phœboque sagittas. 

Il verso piacque a tutti tranne forse a Franklin che modesta- 
mente scriveva a Felice Nogaret : « Malgré mes expériences sur 
l'électricité, la foudre tombe toujours à notre nez et à notre barbe, 
et quant au tiran, nous avons été plus d'un million d'hommes 
occupés à loi arracher son sceptre. » 

Piacqac forse al nostro Monti che pochi anni dopo cantava: 

295. Strappò al cielo il fulmine, lo scettro ai tiranni. 



76 Chi Vha detto? [296-298] 

296. Rapisti al ciel le folgori 

Che debellate innante 
Con tronche ali ti caddero 
E ti lambir le piante. 

(V. Monti, Ode al signor di Montgolfier). 
Dal fulmine alle nuvole è breve il passo ; e per le nuvole facile 
soccorre 1' ardita metafora del Carducci che le chiamò 

297. Vacche del cielo. 

La frase carducciana è nel Canto di marzo, una delle Odi barbare : 

O salienti da' marini pascoli 

vacche del cielo, grige e bianche nuvole, 
versate il latte da le mamme tumide 
al piano e al colle che sorride e verzica 
a la selva che mette i primi palpiti. 

Un' altra maraviglia della industria umana, cioè la scoperta delle 
leggi meccaniche della leva, era stata magnificata molti secoli prima 
con una famosa frase : 

298. Da ubi consistam, et terram cœlumque mo vebo. 

che è attribuita ad Archimede sull' autorità del geometra alessan- 
drino Pappo. Questi nel frammentario libro Vili dei Collettanei 
matematici scrive : « Ad eandem demostrandi rationem pertinet 
problema ut datum pondus a data potentia moveatur; hoc enim 
Archimedis est ìnventura mechanicum, quo exsultans dixisse fer- 
tur, da mihi, ubi consistam, et terram movebo. » (Pappi Alex. 
Collectionis liber Vili, Propos, io, § XI, ed. Hultsch, Bero- 
lini, 1878, voi. Ili, pag. 1060-1061). Ho citato la traduzione latina 
dell' Hultsch ; il testo greco della frase attribuita ad Archimede è : 
AÔÇ jxot 710Ö oTö) xaì xtvö) ttjv yyjv. 

Chi poi abbia portato al testo originale le varianti del dettato co- 
mune, non saprei.' Cfr. in Buchmann, pag. 360, due lezioni do- 
riche della stessa frase, sull'autorità di Simplicius in Phys., S. 
424 a, ed. Brandis e di Tzetzes, ed. Bekker. 

È stato fatto il calcolo della leva che occorrerebbe per sollevare 
davvero la terra con un contrappeso di 200 libbre inglesi, il peso 

298. Dammi un punto d* appoggio e moverò la terra e il cielo. 



t^ 99-301] ^ose fisiche 77 

normale di un uomo : e si è trovato che, dato un punto d' appog- 
gio a 3000 leghe dal centro della terra, l' altro braccio della leva 
dovrebbe essere lungo 1 2 quadriglioni di miglia, e la sua estremità 
muoversi con la velocità di una palla da cannone per potere smuo- 
vere la terra di un solo pollice in 29 bilioni d' anni (Fergusson, 
Astronomy explained). Per cui si è detto che Archimede era troppo 
buon matematico per aver detto una eresia tale ; ma non si vuole 
concedere nulla ai primi entusiasmi di un inventore? 

Ecco altre due sentenze di filosofìa naturale, che non è pos- 
sibile scompagnare 1' una dall' altra, benché la prima sia un vol- 
gare errore, 1* altra una legge profonda di verità : 

299. Natura abhorret vacuum. 

Era opinione di Cartesio {René Descartes) che l'avrebbe tolta 
alla scuola Peripatetica. E noto che con essa vole vasi spiegare, tra 
altri fenomeni, anche il salire dell' acqua nelle pompe. 

300. Natura non facit saltus. 

E impropriamente attribuito da alcuni a Linneo, il quale cosi 
disse nella Philosophia botanica (cap. XXVII), da altri a Leib- 
nitz, che nei Nouveaux essais, IV, 16, scrisse: Tout va par de- 
grés dans la nature et rien par saut, ma non è invenzione né 
dell'uno né dell'altro. Il Fournier {Esprit des autres, eh. VI) rac- 
conta infatti di averlo già trovato come citazione in un raro scrit- 
tarello: Discours véritable de la vie et mort du géant Theuto- 
bocus (ristampato dal Fournier medesimo nelle Variétés histori- 
ques et littéraires, to. IX), a pag. 247-248 e sotto la forma: 
Natura in operationibu^ suts non facit saltum : e il Nehry cita la 
sentenza di Meister Eckhart che si trova in Pfeiffer, Deutsche 
Mystiker des 14. Jahrh., II, 124: Diu nature übertritet niht. 

Questa sentenza è veramente sorella dell' altra : 

301 . {Gigni) De nihilo nihilum, in nihilum nil posse 

[re vert i. 

299. La natura ha orrore del vuoto. 

290. La natura non procede per salti. 

301. Nulla nasce dal nulla, nulla può tornare in nulla. 



78 Chi V ha detto ? [302-303] 

che è di Persio {Satira III, v. 83-84), il quale in essa intuì con 
gli epicurei il principio fondamentale della scienza moderna, la 
indistruttibilità della materia, la conservazione e trasformazione 
dell'energia. Anche Lucrezio (I, 206) aveva detto: 

Nil igitur fieri de nihilo posse putandum est 
Semine quando opus est rebus. 

e il concetto medesimo, applicato alla generazione delle cose vi- 
venti, si trasforma nell' altro canone : 

302. Omne vivum ex ovo. 

eh' era il principio fondamentale delle teorie sulla generazione del 
naturalista inglese Guglielmo Harvey, svolte da lui nelle Exer- 
citationes de generatione animalium. Veramente in questa forma 
precisa la frase non vi si trova; ma il concetto ne traspare da 
tutto il libro. Vedasi, per esempio, questo periodo della Exercit. I: 

« Nos autem asserimus omnia omnino ammalia, etiam vivipara, 
atque hominem adeo ipsum ex ovo progigni, primosque eorum 
conceptus, e quibus fœtus fiant, ova qusedam esse; ut et semina 
plantarum .amnium; ideoque non inepte ab Empedocle dicitur, 

Ovipartim genus arioreum » . 
Ho detto delle cose reali: ora dirò dei sogni. Alcuno li chiamò: 

303. Immagini del dì guaste e corrotte. 

(Batt. Guarini, // Pastor fido, a. I. se. 4). 
Parla infatti Titiro : 

Son veramente i sogni. 
Delle nostre speranze. 
Più che dell'avvenir vane sembianze, 
Immagini del dì guaste e corrotte 
Dall' ombre della notte. 

Che cosa si sogni poi più volentieri, ce lo dice il Metastasio : 
302. Qualunque essere vivente proviene da un uovo. 



[304-307] Cose fisiche 79 

304. Sogna il guerrier le schiere, 

Le selve il cacciatori 
E sogna il pescator 
Le reti e l'amo. 

(Artaserse, a. I, se. 6). 

Se si presta fede agli antichi (e anche a qualcuno fra i moderni) 
alcune di queste visioni sarebbero profetiche, poiché: 

305. "Ovap ex Acóc èaxiv. 

(Omero, Iliade, lib. I, v. 63), 
e per lo meno sono divini i sogni della mattina : 

306. Post mediam noctem visus quum somnia vera. 

(ORAZIO, Satire, lib, I, sat. 10, v. 33), 



§ 21. 
Costanza, fermezza, perseveranza 



La più semplice impresa che possa adottare un uomo fermo 
nei suoi voleri, è il 

307. Non commovebitur. 

eh' era la epigrafe del famoso giornale ultramontano La Voce della 
Verità (i liberali solevano invece chiamarlo L' Urlo della Menzogna) 
pubblicato in Modena dopo il 1831. Era certamente una remini- 
scenza biblica, ma molti sono i luoghi delle Sacre Carte, come ben 

305. Il sogno viene da Giove. 

306. Una visione avuta dopo la mezzanotte quando i sogni sono 

veri. 

307. Non si commoverà. 



8o Chi V ha detto? [308-31 1] 

s' intende, dove sono ripetute queste due parole. Citerò soltanto il 
Salmo XLV, vers. 6 : Deus in m'odio eins non commovebitur, e 
il Salmo CXI, vers. 6 : Quia in œtennitn non comm.ovebitur. 

Qual migliore pittura dell' uomo che ha adottato tale impresa 
a guida delle azioni sue, che la strofa oraziana: 

308. Justum et tenacem propositi virum, 

Non civium ardor prava jubentium, 
Non vultus instantis ty ranni 

Mente quatit solida.... 

(Oka/.io, Odi, lib. HI, od. 3, V. 1-4). 
E r uomo che al pari del Petrarca può fieramente dire di sé : 

309. Sarò qual fui, vivrò com' io son visso. 

{Sonetto in vita di M. Laura, num. XCV, 
secondo il Marsand, comincia: Ponmi 
ove 7 Sole occide i fiori e l' erba; ed. Me- 
stica, son. ex III). 

potrà anche sfidare le avversità della fortuna, facendosi contro 
di esse 

310. De la costanza sua scudo ed usbergo. 

come canta il Parini nell' ode La caduta, str. 24: 

E se i duri mortali 
A lui voltano il tergo, 
Ei si fa, contro a i mali. 
De la costanza suo scudo ed usbergo. 

Odasi invece il gran tragico inglese, Guglielmo Shakespeare, 
che nel Macbeth (atto I, se. 3) dice a conforto di chi soffre : 

311. Come what come may, 

Time and the hour runs through the roughest day. 

308. L' uomo giusto e tenace di propositi non riusciranno a smuo- 
vere dal suo fermo pensiero né il malo furore di prepotenti 
cittadini né il fiero viso di minaccioso tiranno, ecc. 

311. Avvenga che può, anche nel dì più burrascoso le ore e il 
tempo trascorrono. 



[312-313] Costanza, fermezza, perseveranza 81 

La perseveranza nell' affaticarsi dietro a uno scopo purchessia è 
consigliata dal comune dettato: 

312. Gutta cavat lapidem. 

che aveva valore proverbiale anche presso i latini, quindi lo si ri- 
trova in Ovidio, Ex Ponto ^ IV, io, ^ ^ De arte amandi, I, 476; 
in Lucrezio, I, 314 e IV, 1281 ; in Tibullo, I, 4, 18; in Se- 
neca, Nat. Qucest., IV, 3, e anche altrove. La bassa latinità al- 
lungò, annacquò e commentò il dettato così : 

Gutta cavat lapidem, non vi sed ssepe cadendo. 

Si faccia attenzione a non tradurre questo adagio latino, come 
voleva tradurlo foneticamente un ammalato di calcoli il quale con- 
fidava di guarire acquistando la gotta, poiché gutta cavat lapidem, 
la gotta cava la pietra! 

In tempi più barbari dei nostri si è fatto di questo proverbio 
una crudele applicazione, traendone un supplizio dolorosissimo, di 
cui non mancano esempi storici. In una stanza ad uso di prigione 
nell'antico castello dei Conti Guidi a Castel S. Niccolò nel Casentino 
si osserva ancora una nicchia praticata nella grossezza del muro, 
che ha nella parte superiore un' apertura rotonda a guisa di una 
pentola capovolta, con sopra un piccol foro e davanti un fine- 
strino. Una tradizione molto accreditata vuole che questa angusta 
cripta fosse un raffinato strumento di tortura, che si sarebbe ado- 
perato chiudendovi il paziente dopo averne introdotta la testa in 
quella specie di canga, per obbligare la persona a una perfetta 
immobilità, mentre dall'alto e per il foro indicato dovea di tanto 
in tanto cadérgli sul capo una goccia d' acqua (Beni, Guida illustr. 
del Casentino, Firenze, 1889, P^g- 216). 

La perseveranza nel lavoro è bene espressa dalla classica sen- 
tenza (che fu detta per Cesare) : 

313. Nil actum credens, quum quid superesset 

agendum. 

(Lucano, Farsalia, II, 657). 

312. La gocciola scava la pietra. 

313. Parendogli nulla aver fatto se qualcosa ancora restasse a fare, 



82 Chi V ha detto? [3 14-3 19] 

314. Per angusta ad augusta. 

era il motto del Margravio Ernesto di Brandeburgo {morto nel 1642). 
I frequentatori del teatro lirico 1' hanno udito spesso Vi.ç^VC Emani 
(atto III, se. 3 e 4) ove il buon Piave lo introdusse come parola 
d' ordine dei congiurati contro Carlo V. 

Una forma più modesta della fermezza nel sopportare le tra- 
versie e le molestie spicciole, è la pazienza che un famoso romanziere 
bistrattava dicendo : 

315. La pazienza è cosa dura, e conviene meglio 

alla groppa del somiere che all'anima 
dell'uomo. 

(F. D. GuE« RAZZI, Assedio di Firenze, Introd.). 

La fermezza era virtù romana per eccellenza; e come Orazio 
raccomanda di non turbarsi innanzi al pericolo, 

316. Aequam memento rebus in arduis 

Servare mentem. 

{Odi, lib. II, od. 3, V. 1-2). 
così Virgilio consiglia di sfidare arditamente le mene dei tristi: 

317. Tu ne cede malis, sed contra audentior ito. 

(Eneide, lib. VI, v. 95). 

e di sopportare le presenti avversità confidando in un domani 
migliore : 

318. Durate, et vosmet rebus servate secundis. 

{Eneide, lib. I, v. 207). 
come Ovidio ricordando avversità peggiori: 

319. Perfer et obdura: multo graviora tulisti. 

{Trist., üb. II, ti. XI, V. 7). 

314. Per vie anguste ad eccelsi luoghi. 

316. Ricordati di serbare nei gravi frangenti mente serena. 

317. Non cedere dinanzi ai malvagi, ma opponiti a loro ardi- 

tamente. 

318. Perseverate, e serbatevi a migliore avvenire. 

319. Sopporta e persevera; cose molto più gravi sopportasti. 



[320-322] Costanza, fermezza, perseveranza 83 

e di non lasciarsi smuovere dalle gravi e savie risoluzioni per le 
preghiere e le lagrime altrui : 

320. Mens immota manet, lachrimae volvuntur 

inanes. 

(Virgilio, Eneide, lib. IV, v. 449). 

Non mancano frasi che ricordino storici esempi di fermezza. 
Il più antico è il notissimo 

321. Batti ma ascolta. 

Narra Plutarco nella Vita di Temistccle {§ XI) che a' tempi 
della invasione di Serse in Grecia, essendo sorta disputa fra Eu- 
ribiade ammiraglio di Sparta, e Temistocle capitano degli Ateniesi, 
che il primo voleva i Greci si ritirassero all' istmo, 1' altro voleva 
apprestarsi a battaglia di mare, « alzando Euribiade il bastone in 
atto di voler batterlo, disse Temistocle: Batti pv re e ascoltami, 
Euribiade maravigliato di cotanta mansuetudine, gli concesse che 
a suo talento dicesse. » Così la versione italiana di Marcello 
Adriani il giovane : nel testo greco la risposta di Temistocle 
suona: Hocxasov |Jiév, àxouaov 5é. 

Erodoto nel lib. Vili delle Istorie (cap. 60) riproduce in un 
discorso di Temistocle tutte le ragioni che questi fece valere per 
persuadere Euribiade a non lasciare con la flotta lo stretto di Sa- 
lamìna, dove si trovavano, e dove, com' è noto, la vittoria ar- 
rise alle greche navi. 

Ugualmente celebre è il 

322. Delenda Carthago! 

che allude alla frase con la quale, secondo gli storici romani (Plu- 
tarco, Vita di Catone seniore^ § 27;. Servius, in Vir gii. ^ ad 
lib. IV, v. 683; Tito Livio, lib. XLIX; Valerio Massimo, 
De dictis memor., lib. Vili, cap. 15, § 2 ecc.). Catone il seniore, 
dopo aver veduto la floridezza riacquistata da Cartagine dopo la 

320. Resta immutato nel suo pensiero, e lascia scorrere inutil- 
mente le lacrime. 
322. Cartagine ha da essere distrutta. 



84 Chi l'ha detto? [323] 

seconda guerra punica, chiudeva ogni suo discorso in Senato, 
qualunque ne fosse V argomento, invocando la distruzione di Car- 
tagine : 

Ceterum censeo Carthaginem esse delendam. 

Perciò i tedeschi abbreviano la citazione dicendo semplicemente : 
Ceterum censeo^ mentre noi, e con noi i francesi ed inglesi, di- 
ciamo soltanto Deletida Carthago. 

Uno storico romano, Tito Livio, ci ha pure conservata la frase 

323. Hic manebimus optime. 

che ha una storia interessante. Narra Tito Livio {lib. V, cap. 55) 
che neir anno av. Cr. 390, dopo che i Galli avevano incendiata 
Roma, e molti fra i Senatori volevano abbandonare la vecchia 
città e portarsi a Velo, Camillo con splendida orazione li aveva 
quasi persuasi a restare dove erano. « Sed rem dubiam decrevit 
vox opportune emissa, quod, cum senatus post paulo de his rebus 
in curia Hostilia haberetur, cohortesque ex prsesidiis revertentes 
forte agmine forum transirent, centurio in corniti© exclamavit 
« Signifer, statue signum, hic manehhnus opiitne. » Qua voce au- 
dita et senatus accipere se omen ex curia egressus conclamavit, et 
plebs circumfusa adprobavit. » - Il motto sepolto nelle antiche 
storie, fu richiamato a novella vita come fatidico augurio per la 
Terza Roma da Quintino Sella. « Volle (Quintino Sella) che sulle 
pendici del Viminale, lungo la via percorsa dalle nostre schiere 
trionfanti il giorno in cui Roma fu resa all' Italia, s' inalzasse il 
Palazzo delle Finanze e qual simbolo dell' atto compiuto dal po- 
polo italiano vi fosse posta la statua di un legionario romano 
che pianta in terra la lancia, con sotto la scritta : Signifer ecc. » 
Così il Guiccioli nel suo libro su Quintino Sella, voi. I (Ro- 
vigo, 1887), pag. 355; che è anche preceduto dal ritratto del Sella 
medesimo sotto al quale sono riprodotte in facsimile le parole del 
legionario romano scritte di pugno del Sella nel 1871. Il monu- 
mento che doveva sorgere nel cortile centrale del palazzo non fu 
mai posto. 

323. Qui resteremo benissimo. 



[324-325] Costanza, fermezza, perseveranza 85 

Il motto: 

324. Fortiter in re, suaviter in modo. 

che si cita come regola di condotta della Compagnia di Gesù, ha 
veramente le sue origini nelle parole del quarto Generale dei Ge- 
suiti, Claudio Acqua viva, il quale nell' opera «■ Industrice ad 
curandos animœ morbos ■» (Venezia, 1606) dice: <.< Fortes in ßne 
assequendo et suaves in modo assequendi simtis. » E chiara la 
reminiscenza biblica del libro della Sapienza (cap. Vili, v. i): 
« Attingit ergo a fine usque ad finem fortiter et disponit omnia 
suaviter. » 

Non molti anni più tardi e' imbattiamo nel famoso : 



,25. Eppur si muove 



che la leggenda voleva detto da Galileo quando, dopo aver letto 
in ginocchio 1' abiura delle sue dottrine cosmografiche innanzi agli 
Inquisitori, sorse vacillando in piedi (22 giugno 1633). Ma di que- 
ste parole non si trova traccia negli scrittori del secolo xvii, com- 
parendo soltanto in quelli della fine del settecento. Lo scrittore 
più antico che ne faccia menzione, finora conosciuto, è il Baretti 
nella Italian Library, London, 1757, pag. 52: non si conoscono 
finora fonti più antiche. \J Eppur si muove ha già una piccola 
bibliografia, ma tutti coloro che se ne occuparono, furono con- 
cordi nel negarne la autenticità. Il primo che abbia formulato 
pubblicamente i suoi dubbi a tale proposito fu il dott. E. Heis, 
professore all' Accademia di Münster, con una nota inserita negli 
Annales de la Société scientifique de Bruxelles, 1876. Omettendo 
gli scrittori sulla vita di Galileo in generale, e sul suo processo 
in particolare, che quasi tutti si occuparono della questione, ci- 
terò soltanto un articoletto del compianto A. Bertolotti nel gior- 
nale popolare II Mendico di Mantova, del i« settembre 1886; un 
altro articolo n^)^' Intermédiaire des Chercheurs et Curieux (an- 
née XXII, 1889, col. 78-80), e la risposta di Gilberto Govi nello 
»tesso periodico (col. 1 68-1 71); e finalmente la Zeitschrift für 
Mathematik und Physik {historisch-literarische Abtheilung) ^ nel 

324. Agire fortemente con modi soavi. 



86 Chi l'ha detto? [326-327] 

I fase, del 1897. Anche il dotto e cortese prof. Antonio Favaro, 
di cui è nota la profonda competenza in quanto riguarda la persona 
e gli studii di Galileo, a mia richiesta rispondeva non esservi dubbio 
alcuno per lui che quella frase sia assolutamente apocrifa. Galileo 
non potè in nessun modo tornare ad affermare la sua opinione dopo 
aver pronunziata l'abiura nella quale fra altre cose prometteva 
solennemente di denunziare al S. uffizio chiunque egli sapesse che 
quella opinione avesse sostenuto. Lo stesso esemplare del famoso 
Dialogo sopra i due mßsstmi sistemi eh' egli postillò e nel quale 
trovansi ripetute invettive contro la insipienza dei suoi giudici, 
esemplare presentemente posseduto dalla Biblioteca del Seminario 
di Padova, e dal medesimo prof. Favaro illustrato nelle Memorie 
dell' Accademia delle Scienze di Modena^ to. XIX, 18 79, non serba 
traccia alcuna à.€ìM Eppur si muove, il quale, ripetiamolo, non deve 
essere mai uscito dalle labbra di Galileo né alla presenza del Sacro 
Tribunale né dopo. Ma forse egli disse innanzi a' suoi giudici qual- 
cosa di simile, donde potesse sorgere l'equivoco? Non ci consta; 
anzi molto probabilmente, dopo pronunziata 1' abiura, egli nuli' al- 
tro soggiunse, e se qualche parola usci dal suo labbro, sarà stata 
di ringraziamento per la mitezza della condanna, indirizzata ai 
Cardinali, taluno dei quali (come il Benti voglio) era stato suo sco- 
lare: precisamente come in Austria, nei felici tempi del bastone, 
era d'obbligo che il bastonato ringraziasse chi gli aveva appli- 
cata la pena ! 

Nei tempi nostri avremo da ammirare l' eroico 

326. J'y suis et j'y reste. 

del generale Mac Mahon, risposta data da lui il 9 settembre 1855, 
durante la guerra di Crimea, quando dopo aver occupato le trin- 
cere dinanzi a MalakofF fu consigliato di abbandonarle per non 
esporre le sue truppe al fuoco micidiale del forte. Essa ricorda il 
nostro Ci siamo e ci resteremo, del quale avremo luogo a parlare 
più avanti. 

Faremo invece memoria di un altro motto illustrato da Casa 
Savoia, cioè il 



327. Sempre avanti Savoia 



[327] Costanza, fermezza, perseveranza 87 

motto antico e tradizionale di quella augusta casa ; che divenne 
popolare ai giorni nostri in grazia di un episodio, che non sarà 
inutile di ricordare. 

In occasione del viaggio che i Sovrani d' Italia, Umberto I e 
Margherita, da poco saliti al trono, fecero in Sicilia, ecco che cosa 
narrava il Fanfulla, giornale romano di solito ben informato delle 
cose di corte, nel numero del 9 gennaio 1881: « L'ammiraglio 
Fincati avea telegrafato all'ammiraglio Acton, in viaggio da Roma 
a Napoli con la famiglia reale [il 3 gennaio 188 1], lo stato del 
mare. Il dispaccio raggiunse il treno a Sparanise, e diceva che il 
vapore venuto da Palermo a Napoli annunziava di aver trovato 
mare cattivo e oscurità di cielo che obbligava a procedere con pre- 
cauzioni. Il tempo grosso cresceva. La Roma era ormeggiata, 
pronta a salpare se ordini sovrani lo richiedevano, ma il mare 
impediva l' imbarco fuori del porto. I semafori segnalavano lo 
stesso cattivo tempo in cielo e in mare: l'ammiraglio Fincati aspet- 
tava ordini. Questo il dispaccio. 

« L' ammiraglio Acton era in piedi nel vagone quando leggeva 
il telegramma, e stava a guardare il foglio titubante, preoccupato 
per la responsabilità di trasportare la Regina con un tempo capace 
di far danno alla sua salute. La Regina gli disse : 

— « Ammiraglio, che notizie ha ricevuto ? 

— « Maestà.... È lo stato del mare (e stava per riporre il foglio 
onde comunicarlo poi al Re). 

« La Regina stese la mano. 

«Non c'era da esitare. L'ammiraglio consegnò il telegramma. 

« Alle prime righe la Regina vide di che si trattava e abbassò 
il telegramma per permettere al Principino, che le sedeva vicino, 
di seguirne la lettura insieme a lei. 

« Quando Sua Maestà s'accorse che il fanciullo aveva letto, prese 
una matita e sul bracciolo del seggiolone, sotto gli occhi stessi del 
Principe, scrisse; fece leggere in silenzio ciò che aveva scritto e 
rese il telegramma al ministro. Questi lo prese e vide le seguenti 
parole scritte così: 

« Sempre avanti Savoia/// 

« L' ammiraglio s' inchinò e pregò la Regina di autorizzarlo a 
serbare quell* autografo come prova della fermezza d' animo di Sua 
Maestà. E il viaggio restò deciso malgrado le notizie. 



Chi V ha detto? [328] 



« \J esito ha dato ragione alla intrepida Regina e al valente ma- 
rinaro. » Il Fanf lilla del 15 marzo 1881 pubblicava il facsimile 
dell' intiero telegramma comprese le belle parole della Regina. 

In Germania troviamo un' altra frase caratteristica : 

328. Nach Canossa gehen wir nicht. 

frase detta nel Reichstag tedesco dal Principe di Bismarck il 
14 maggio 1872, alludendo al conflitto dell'Impero col Vaticano. 
È quasi superfluo di ricordare che Canossa, castello presso Reggio 
Emilia, fu il teatro della umiliazione di Enrico IV dinanzi al pon- 
tefice Gregorio VII (1077). I giornali napoletani dell'ottobre 1894, 
narrando i particolari di un colloquio fra Emilio Castelar e il 
Sindaco di Napoli, dissero che Castelar rivendicò a sé medesimo 
l'origine di questa frase bismarckiana. Egli, essendo presidente 
della Repubblica di Spagna, e dovendosi provvedere ad alcuni 
vescovati vacanti, si mise d' accordo col Papa per le nomine. 
Bismarck scrivendogli gliene mosse rimprovero, e Castelar rispose 
che egli, oltre ad essere cattolico per sentimento, doveva come 
capo del popolo spagnuolo tener conto della religione dominante 
nella nazione, e finiva la lettera dicendo : Voi pure andrete a 
Canossa. Poco tempo dopo, Bismarck, allora preoccupato dal 
Kulturkampf, volendo esprimere il suo pensiero, si ricordò della 
frase di Castelar, e disse: Noi non andremo a Canossa (vedi il 
Mattino di Napoli, 24-25 ottobre 1894). ^^ osservato però che 
Castelar fu presidente dalla Repubblica di Spagna dal 9 settem- 
bre 1873 ^ 2 gennaio 1874, cioè dopo che Bismarck aveva pro- 
nunciato la celebre frase. 



328. Noi non andremo a Canossa. 



[329-33 Cupidigia, egoismo 89 

§ 22. 

Cupidigia, egoismo 



Il Vangelo degli egoisti sta tutto nelle parole di Terenzio : 

329. Proximus sum egomet mihi. 

(Andria, a. IV, se. 1, v. 637). 

L' egoismo politico poi (la politica, per ben intendersi, è tutta 
a base di egoismo) riposa su due postulati, il francese 

330. Après nous le déluge! 

che si attribuisce alla March, di Pompadour la quale l'avrebbe 
detto, per consolarlo, a Luigi XV, triste e preoccupato dopo la 
battaglia di Rossbach (5 novembre 1757); e l'italiano 

331. Esci di lì, ci vo' star io. 

(Pananti, Il poeta di teatro, e. XIV, str. 2). 

Quest' ultimo divenne notissimo specialmente dopo il sonetto 
del Giusti, che finisce: 

E tutto si riduce, a parer mio 

{Come disse un poeta di Mugello), 
A dire ♦ Esci di lì, ci vo' star io. » 

E infatti nativo di Ronta nel Mugello era il Pananti. Ma il Pa- 
nanti non fece che tradurre la frase proverbiale francese Ote-ioi 
de là, que je m' y mette, la quale, secondo Vittorio Imbriani, de- 
riva da un giuoco infantile, tuttora in uso, ma antichissimo, chia- 
mato boute-hors (Cfr. Giorn. erud. e cur. y V. 55). 

329. Il mio prossimo per me è me stesso. 



90 Chi V ha detto? [332-335] 

L' egoismo larvato di disinteresse, di amore del prossimo, si 
tradisce quando si commuove per cose che lo toccano troppo da 
presso; e perciò trema quando vede bruciare la casa dell' amico 
vicino, da cui potrebbe appiccarsi l' incendio alla sua : 

332. Nam tua res agitar, paries cum proximus ardet. 

(Orazio, Epistolcv, lib, I, epist. 18, v. 84). 

Movente potentissimo dell' egoismo è la cupidigia del denaro. 
O quanti devoti di Mammone spinge a cose turpi o delittuose 
1' esecrata fame dell' oro, P m^ri sacra fames di Virgilio! Per co- 
storo il solo dio è il 

333. Dio dell' or 

Del mondo signor. 

come dice la canzone di Mefistofele nell' atto II, se. 2 del melo- 
dramma Faust, parole di J. Barbier e M. Carré, musica di 
Gounod (il libretto originariamente è francese : la traduzione ita- 
liana è di Achille de Lauzières). 

Già il pensiero del guadagno è per tutti incentivo potentissimo, e 

334. ....L'utile sovente 

I più schivi allettando ha persuaso. 

come è detto nella favola Jl gatto e il pipistrello di Luigi Fiac- 
chi detto il Clasio ; ma per gli adoratori del vitello d' oro non 
vi ha altro stimolo che quello che aguzzava l' intelligenza di 
Figaro : 

335. All' idea di quel metallo 

Portentoso, onnipossente, 
Un vulcano la mia mente 
Già comincia a diventar. 

(// Barbiere di Siviglia, [jarole di Cesare 
Sterbini, musica di Rossini, a. I, se, 3). 

332. Poiché è cosa che deve interessarti, se brucia la casa vicina. 



[336-337] Cupidigia, egoismo 91 

Per costoro l'unica fede è la fede di Gingillino: 

336. Io credo nella Zecca onnipotente 
E nel figliolo suo detto Zecchino. 

(Giusti, Gingillino, P. Ili, str. 32). 

Il grazioso Credo di Gingillino (str. 32-34) può mettersi a raf- 
fronto con quello del gigante Margutte nel Morgante Maggiore: 

.... a dirtel tosto 

10 non credo più al nero, eh' a l'azzurro; 
Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; 
E credo alcuna volta anco nel burro, 

Ne la cervogia, e quand' io n' ho, nel mosto : 
E molto più ne 1' aspro che il mangurro ; 
Ma sopra tutto nel buon vino ho fede, 
E credo che sia salvo chi gli crede. 
E credo ne la torta e nel tortello; 

L' uno è la madre, e l' altro è il suo figliuolo : 

11 vero paternostro è il fegatello ; 

E possono esser tre, due, ed un solo; . 
E deriva dal fegato almen quello: 
E perch' io vorrei ber con un ghiacciuolo, 
Se Macometto il mosto vieta e biasima, 
Credo che sia il sogno o la fantasima. 



(L. Pulci, Morgante maggiore, 
e. XVIII, Ott. 1J5.116). 



I ..„^ 

detta la troppo nota raccomandazione 

337. Enrichissez- VOUS. 

che gli si attribuisce, ma svisandone il significato, a proposito di 
che Jules Simon nel suo Discorso all'Accademia Francese in 
commemorazione del Guizot medesimo, cosi scrisse : « On raconte 
qu'un jour, dans un banquet, au milieu de ses électeurs de Li- 
sieux, il s'était crié: Enrichissez-vous! NoWkXt conséX que don- 
nait à ses contemporains ce grand ministre, ce philosophe, ce chré- 
tien, dont on vantait l'austérité! Voilà, suivant lui, le but de la 
vie humaine, et de la société humaine! M. Guizot n'avait fait 



92 Chi V ha detto ? [33^-340] 

que vanter les avantages de l'activité et de la bonne conduite. 
Il avait dit: Enrichissez-vous par le travail et l' épargne/» 

Questa dunque è riabilitata, ma non egualmente potrà riabi- 
litarsi 1' altra, forse meno cinica, ma certamente vera, che è nelle 
sentenze di Publilio Siro : 

338. Heredis fletus sub persona risus est. 

(Mimi, n. 221, ed. Wolfflin et Ribbeck; 
n. H. 19, ed. Meyer). 

A scorno della venalità entrata nelle pubbliche cariche, e fin 
nei più onorevoli consessi si può ripetere la frase del Giusti : 

339. .... Santo Stefano 
Tira al quattrino. 

Ricordate? È nella Vestizione, str. 72: 

O in oggi ha credito 
Lo sbarazzino, 
O Santo Stefano 
Tira al quattrino. 

Il Segretario Fiorentino ha un' altra frase piena di melanco- 
nico scetticismo ma anche di verità: 

340. Gli uomini dimenticano piuttosto la morte 

del padre che la perdita del patrimonio. 

(Machiavelli, // Principe, cap. XXII). 



338. 11 pianto dell'erede è un riso mascherato. 



ì 



[341] Donna, matrimonio 93 

§ 23. 
Donna, matrimonio 



Oh che selva selvaggia è mai questa dove mi sono cacciato ! 
Questo paragrafo arrischierebbe di diventare un volume, s' io pre- 
tendessi di accogliervi solo il fiore di quello che prosatori e poeti 
hanno scritto sulle donne, suìV eterno femminino, come direbbe un 
gazzettiere con frase usata ed abusata, dacché la creò il Goethe, 
dicendo : 

341. Das Ewigweibliche. 

nell'atto V del Faust, il quale si chiude con la redenzione di Faust, 
che sale al cielo salvato soprattutto dall' amore di Margherita. Il 
Chorus mysticus intuona un cantico, che finisce : 



I 



Das Ewigweibliche 
Zieht uns hinan. 



cosi ha termine la mirabile tragedia. 

Conviene dire che i più fra coloro che si valgono della frase 
eterno femminino, la citano, per così dire, a orecchio, poiché i 
commentatori hanno consumato molto e molto inchiostro per fis- 
sare bene il significato di essa. Udiamo quel che ne scrisse uno 
dei più geniali ed acuti nostri pensatori, Ruggero Bonghi, in 
un articolo Perchè la donna salva Faust? pubblicato nel FanfuUa 
della Domenica del 15 ottobre 1882, è poi nelle Horce subcesivce 
(Napoli, 1888), pag. 217. 

« Neil' ultima scena appaiono più ombre o anime di donne : la 
magna peccatrix, la mulier Samaritana, Maria ^gyptiaca e so- 

341. Il femminile eterno. 



94 Chi V ha detto ? [342] 

pra tutte s' innalza la Mater Gloriosa. Quelle domandano a que- 
sta che accordi a Fausto la grazia sua, a. Fausto che s' è dimenti- 
cato una sol volta, cke non sentiva d' errare ; e la Mater Gloriosa, 
la Vergine Maria, dice a Margherita queste sole parole : «Vieni, 
levati a più alte sfere, egli ti sente, ti vien dietro. » 

« Ed ecco quel che Fausto ha trovato. È morto in un desi- 
derio più in là e più in su ; ed è in cielo dove il più in là e il 
più in su è infinito. Ha ora davanti a sé la sua innamorata ter- 
rena, tanto infetta di peccato quaggiù, in istato di gloria; e que- 
sta la Vergine l' assicura che, se Fausto la vede o, per meglio 
dire, la sente, ha sentore di lei, vorrà salire tanto in alto quanto 
ella sale. Fausto ha ora modo, spazio e ragione di salire più in 
alto. Le parole del Chorus mysticus spiegano, descrivendolo, e 
raccogliendone il suo significato ideale, ciò che accade d' intorno 
a lui. 

« Margherita appare spogliata oramai d' ogni accidentalità pas- 
seggiera nella natura della donna; essa, le tre penitenti Marie e la 
Mater Gloriosa, son diventate del pari 1' eterno femminino, e lo 
rappresentano. Anche Elena 1' ha rappresentato a suo modo in un 
altro momento del poema. Che è questo eterno femminino? È 
l' idealità a cui 1' uomo sempre mira e che non riesce mai ad appro- 
priarsi tutta; è quella regione dei tipi in cui Fausto è andato ad 
evocare Elena che gli si è infine dileguata dagli occhi. Quivi la 
Mater Gloriosa si libra e sorvola; lassù l'uomo è attratto senza 
posa e con infinito suo tormento e conforto. » 

Ed ora che ci siamo fatti una chiara idea di quel che è V eterno 
femminile, dobbiamo soggiungere che Arrigo Boito ricordò la 
frase goethiana quando nel Mefistofele, parole e musica di lui me- 
desimo (atto IV), fece dire da Faust ad Elena: 

342. Forma ideal purissima 

Della bellezza eterna 

In questa fiorita di frasi e sentenze sulla donna ci limiteremo 
naturalmente a sfiorare l' argomento, ricordando i motti rimasti 
veramente popolari, e rimandando chi sia vago di saperne di più, 
alle numerose raccolte speciali, e in modo particolare al dilette- 
vole libro dell' amico mio dott. Ludovico Frati, La donna ita- 
liana (Torino, Bocca, 1899), cap. Vili. 



[343-347] Donna, matrimonio 95 

Che cosa sono le donne ? Figaro non riusciva a comprenderle, 
ed esclamava : 

343. Donne, donne, eterni Dei! 
Chi vi arriva a indovinar! 

(Il Barbiere di Siviglia, parole di Cesare 
Stekbini, musica di Rossini, a. I, se. 7). 

Un umorista francese disse che 

344. Les femmes sont extrêmes: elles sont meil- 

leures ou pires que les hommes. 

(La Bruyère, Caractères, I, 58). 
e con più precisione la Bibbia sentenziava che:' 

345. Sapiens mulier aedificat domum suam: insi- 

piens extructam quoque manibus destruet. 

{Proverbia, e. XIV, v. 1). 

Ma per quanto alcuni ne mettano in evidenza il lato buono, 
come per esempio la influenza sui costumi, dappoiché : 

346. Les hommes font les lois, les femmes font les 

[mœurs. 

(GuiDERT, Le connétable de Bottrbon^ a. I, se. 4). 

per cui il Leopardi invocava V aiuto delle donne italiane alla 
rigenerazione della patria con i noti versi : 

347. Donne, da voi non poco 
La patria aspetta. 

(Nelle 7iozze della sor. Paolina). 

i più insistono nell' imprecare ai difetti loro, e principalmente alla 
loro incostanza e volubilità. Qui i classici non mancano davvero; 
e poiché tutti, a momenti perduti, sia per gusto proprio, sia.... 
per dispetto altrui, zufolano 1* aria della canzone del Duca nel 

345. La donna saggia edifica la casa: la donna stolta rovinerà con 
le sue mani quella già costruita. 



90 Chi l' ha detto? [348-349] 

melodramma Rigoletto, di F. M. Piave, musica di Verdi (a. Ili, 
se. 2) : 

348. La donna è mobile 

Qual piuma al vento, 

Muta d'accento - e di pensier. 

vale la pena di ricordare che questi meschini versi, ai quali il fa- 
scino della musica dette celebrità, non sono che la parafrasi (stavo 
per dire la parodìa) del couplet di Francesco I: 

349. Souvent femme varie, 

Bien fol est qui s'y fie! 

Une femme souvent 

N'est qu'une plume au vent ! 

nel celebre dramma di Victor Hugo, Le roi s' amuse (atto IV, 
sc. 2), rappresentato e stampato per la prima volta nel 1832, e 
che è il prototipo del melodramma italiano. I primi due versi, 
che sono da lungo tempo quasi proverbiali in Francia, avreb- 
bero origine ben più antica. La leggenda vuole che France- 
sco I, parlando con sua sorella Margherita di Angoulême della 
incostanza delle donne, li scrivesse col diamante del suo anello 
sopra un vetro di finestra al castello di Chambord; vetro che na- 
turalmente oggi più non esiste, ma sulla cui fine si hanno ver- 
sioni diverse, e gli uni lo rimpiangono venduto a un inglese ric- 
chissimo, gli altri lo dicono rotto da Luigi XIV per cavalleria 
verso Mad. de la Vallière. Il Fournier {L' Esprit dans l'histoire. 
cap. XXII) non vuol creder a questo romanzetto, e riduce la ve- 
rità entro più modesti confini, cioè al racconto di Brantôme, il 
quale nel quarto disc, delle Dames galantes, dà un' altra versione 
di questo aneddoto; «Il me souvient qu'une fois, m'estant allé 
pourmener à Chambord, un vieux concierge, qui estoit céans et 
avoit esté valet de chambre du roy François, m'y reçut fort 
honnestement, car il avoit dès ce temps-là connu les miens à la 
cour et aux guerres, et luy-mesme me voulut monstrer tout; et 
m'ayant mené à la chambre du Roy, il me monstra un escrit au 



[350-353] Donna, matrimonio 97 

coste de la fenestra: Tenez, dit-il, lisez cela, monsieur, si vous 
n'avez veu de l'escriture du Roy mon maistre, en voilà: et l'ayant 
leu, en grandes lettres il y avoit ces mots : Toute femme varie. » 
Del resto anche Virgilio ntW Eneide (lib. IV, v. 569-570) 
scrisse : 

350. .... Varium et mutabile semper 
Femina. 

e il Tasso nella Gertcsalemme liberata (e. XIV, ott. 84): 

351. Femmina è cosa garrula e fallace, 
Vuole e disvuole: è folle uom che sen fida. 

- che proprio sembrano la parafrasi dei due versi proverbiali fran- 
cesi, - ed egli stesso in altro de' suoi componimenti aveva detto : 

.... In breve spazio 
S' adira e in breve spazio anco si placa 

352. Femina, cosa mobil per natura 

Più che fraschetta al vento, e più che cima 
Di pieghevole spiga. 

(Tasso, Aminta, a. I, se. 2). 

e quasi il medesimo verso 

353. Femina è cosa mobil per natura. 

si ritrova nel Petrarca, in un Sonetto in vita di M. Laura, nu- 
mero CXXXI secondo il Marsand, che comincia: Se'l dolce 
sguardo di colei tn' ancide, ed è il son. CL dell' ediz. Mestica 
condotta sugli autografi. 

Un curioso riscontro con i versi del Piave può trovarsi nel Fi- 



350. La donna è sempre cosa varia e mutevole. 

7 






Chi l'ha detto? [354-357] 



lustrato del BOCCACCIO {Parte Vili, str. 30, ediz. del Montier, 
pag. 253): 

Giovine donna è mobile, e vogliosa 
È negli amanti molti, e sua bellezza 
Estima più eh' allo specchio, e pomposa 
Ha vanagloria di sua giovinezza; 
La qual quanto piacevole e vezzosa 
È più, cotanto più seco l' apprezza : 
Virtù non sente, né conoscimento, 
Volubil sempre come foglia al vento. 

Si veda per altri riscontri il mio articolo // romanzo d' una 
romanza nella Rassegna Settimanale Universale, 1896, num. 45. 
Mi contenterò di citare questi due: 

354. Crede ratem ventis, animam ne crede puellis, 
Namque est feminea tutior unda fide. 

(Petronio Arbitro [o Quinto Cice- 
rone?], De mulierum levitate). 

e l' esclamazione di Amuleto nell' immortale dramma di Shake- 
speare (a. I, se. 2) : 

355. Frailty, thy name, is woman! 

Lorenzo da Ponte intitola un' opera comica, musicata da Mo- 
zart e rappresentata per la prima volta a Vienna nel 1790, con 
la frase ironicamente consolatoria : 

356. Così fan tutte. 

mentre un altro drammaturgo e romanziere mette a carico loro 
tutti i delitti del tempo passato, presente e futuro con le parole: 

357. Cherchez la femme. 

Ricorderete che Alessandro Dumas padre, nel dramma Les 
Mohicans de Paris, rappresentato per la prima volta alla Gaiété 

354. Confida la nave ai venti, ma non il cuore alle fanciulle; 

poiché 1' onda é più sicura della fede donnesca. 

355. O fragilità, il tuo nome è donna. 



[358-359] Donna, matrimonio 99 

il 20 agosto 1864, ha reso popolare questa frase ponendola in 
bocca a un poliziotto parigino, Jackal, che se n' è fatto la sua 
massima fondamentale. Vedi atto III, quadro V, se. 7 : 

— « Il y a une femme dans toutes les affaires ; aussitôt qu'on 
me fait un rapport, je dis: Cherchez la femme! On cherche la 
femme et quand la femme est trouvée.... 

— « Eh bien ? 

— «On ne tarde pas à trouver l'homme ». 

Vedasi anche il romanzo omonimo, vol. I, ai cap. 34 e 35. 
Qualcuno l'ha attribuita al noto Fouché, altri a De Sartine, 
luogotenente generale di polizia nel 1759, altri l'ha cercata nel 
Dialogue sur les femmes dell' abate Ferdinando Galiani : ma 
le origini si hanno a investigare più lontano, nientemeno che in 
Giovenale, il quale nelle Satire (Sat. VI, v. 242-243) scrisse: 

Nulla fere causa est, in qua non femina litem 
Moverit. 

Nella Revue des Deux Mondes del i** sett. 1845, ^h. Didier 

(nell* articolo intitolato L' Al/uxarra) cita un proverbio spagnolo 

molto grossolano che esprime la stessa idea, e aggiunge: « Le roi 

Xharles III (171 6- 1788) en était si convaincu que sa première 

|uestionen toutes choses était celle-ci : Comment s' aj)felle-t elle?-» 

Certamente sono note la malizia e 1' astuzia delle donne : 

358 A tutti, se vuole, la donna la fa. 

è il verso finale del dramma giocoso Ultaliana in Algeri, 
)le di Angelo Anelli, musica di Rossini (a. II, se. ultima); 
^na esagerano coloro che sospettano di lei anche quando è sola, 
ssia nella materiale impossibilità di peccare, come il filosofo che 



i59. Mulier cum sola cogitat male cogitat. 

(PuBLiLio Siro, Mimi, n. 335, ed. Wolfflin 
et Ribbeck; n. M. 27, ed. Meyer). 



f359' La donna quando pensa da sola, pensa a male. 



Chi l'ha detto? [360-362] 



Soprattutto non s' impaccino delle cose che non le riguardano : 

360. Mulieres in ecclesiis taceant. 

{Epist. B. Pauli ad Corinthios, I, cap. XIV, v. 34). 

Tanti misfatti chiamano una fiera vendetta. E come vendicarci ? 
perseguitandole ? oibò ! cattivo mestiere, 

361. Il mestiere di molestar le femmine, il più 

pazzo, il più ladro, il più arrabbiato me- 
stiere di questo mondo. 

(Manzoni, Promessi Sposi, cap. XXIII). 

L'unica vendetta possibile è.... il matrimonio ! ma è un'arme 
pericolosa, come il cattivo coltello, che taglia prima il dito che il 
pane. Domandatene ai mariti. Quanti di loro chiameranno beato 
solo colui che potè scrivere: 

362. Ci-gît ma femme: oh qu'elle est bien 

Pour son repos et pour le mien. 

Fournier dice di questo feroce epigramma, « qui n'est pas d'un 
trop méchant poëte, si elle est d'un assez méchant mari. » Alcuni 
l' attribuiscono a Piron, ma lo calunniano, poiché « il fut bon 
mari, même en vers» : è invece di J. Du Lorens, «bon faiseur 
de satires, dans lesquelles, en mari malheureux et conséquent, il 
continue de ne pas épargner sa femme. » Non lo si confonda con 
Enrico Giuseppe Du Laurens, vissuto circa un secolo più tardi, e 
autore di molti scritti satirici e irreligiosi. Questo epigramma fu 
mediocremente imitato dall' ab. Saverio Bettinelli : 

Oh come ben mia moglie qui si giace 
Per la sua, per la mia pace ! 

Un giornale parigino narrava che nell' ottobre del '96 un ne- 
goziante andò all' amministrazione del cimitero del Pére Lachaise 
a chiedere di potere scrivere sulla tomba di sua moglie i due versi 

360. Le donne in chiesa {0 sia nelle pubbliche adunanze, nei pub- 
blici affari) stiano zitte. 



[363-365] Donna, tnatrimonio 



francesi or ora citati, che gli piacevano tanto da non fargli com- 
prendere come qualcuno potesse trovare sconveniente la epigrafe. 
« — Vi assicuro, egli diceva, che mia moglie ne riderebbe come 
ne rido io. Era tanto allegra! — » Vedendo che i suoi argomenti 
non riuscivano a smuovere la direzione dal suo rifiuto, propose 
una mezza misura, rassegnandosi a fare scrivere queste sole parole : 

À ma femme, morte le 1896 

Enfin ! ! 

E si adirò sul serio quando gli fu detto che erano ancora scon- 
venienti e V Enfin e i due punti ammirativi che lo mettevano in 
rilievo, e voleva ricorrere ai tribunali {Corriere della Sera, 4-5 no- 
vembre 1896). 

Non e' è dubbio che il matrimonio ha del buono, ma ci sono 
anche tanti guai ! Anzi tutto, se si ascoltano alcuni scrittori, che 
cosa potrebbe esistere di più intollerabile di un legame da cui 
l'amore è fuggito? poiché, non ostante le restrizioni dell'autore, 
tutti ripetono che: 

363. Il matrimonio è il sepolcro dell'amore; però 
dell'amor pazzo, dell'amore sensuale. 

(F. D. Guerrazzi, Epistolario, a cura 
di G. Carducci, I, lett. 421: 6 otto- 
bre 1853, al dott. Antonio Mangini). 

Inoltre pericolosissimo scoglio fra tutti quelli che possono in- 
>ntrarsi navigando per questo mare traditore, è lo scoglio delle 
>ningali infedeltà, benché : 

[364. Peu en meurent, beaucoup en vivent. 

;tto che si attribuisce a Santeuil, col quale un marito si la- 

lava delle infedeltà di sua moglie, e che gli avrebbe risposto: 

i« Gran cosa in fondo ! Non é che un male d' immaginazione. Peu 

meurent, beaucoup en vivent / » È certo che nel secolo passato 

à si guardava assai poco, mentre il cicisbeismo aveva portato 

Ita rilassatezza di costumi, e a tante mogli poteva applicarsi il 

rerso del Parimi: 

[365. La pudica d'altrui sposa a te cara. 

(// Mattino, V. 749). 



102 Chi r ha detto? [366-368] 

Egli stesso più sotto al v. 1024 : 

De 1' altrui fida sposa a cui se' caro, 

e lo stesso concetto è ripetuto, con frequenza forse eccessiva, in 
tutto il Giorno. 

E, quel che è peggio, anche a quelle che erano -immuni dal 
vizio, non era da darsi lode della virtù loro, se era vero che : 

366. L'honnêteté des femmes est souvent l'amour 

de leur réputation et de leur repos. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § CCV). 

A chi si trovasse in queste dolorose circostanze, non saprei dav- 
vero quale consiglio dare. Mi parrebbe peccare di soverchia indul- 
genza declamando i versi con i quali Victor Hugo dà principio 
alla poesia XIV nei Chants du crépuscule : 

367. Ah! n'insultez jamais une femme qui tombe! 

Qui sait sous quel fardeau la pauvre âme . 

[succombe ! 

{Chants du Crépuscule, XIV). 

ma d' altra parte non sarei cosi feroce da ripetere col drammaturgo 
francese : 

368. Tue-la. 

A proposito di un clamoroso processo, il processo Le Roy Du- 
bourg, dove un marito, colta la moglie in flagranza di adulterio, 
r aveva uccisa insieme all' amante, Henri d'Ideville aveva pubbli- 
cato nel Soir un articolo sulla questione: « Faut-il tuer la femme 
adultère ? Faut-il lui pardonner ì » . Alessandlo Dumas figlio 
rispose nel giugno i'8;^2 con un celebre opuscolo U homme -femme, 
di cui la conclusione è la seguente : « Ce n'est pas la femme (parla 
della donna colpevole), ce n'est même pas une femme; elle n'est 
pas dans la conception divine, elle est purement animale; c'est la 
guenon du pays de Nod, c'est la femelle de Caïn; - tue-la. » Dumas 
ha poi scritto la Fem.me de Claude (1' annunzia già nell'ZTöwzw^- 
femme) per sostenere sul teatro la sua tesi ; ma ne ha errato la 



'369-3 7 ï] Donna, matrimonio 103 

dimostrazione, poiche Claudio uccide Cesarina perchè ladra e tra- 
ditrice, non perchè adultera. 

Al Tue-la classico furono contrapposte altre frasi, Tue-le, Tue- 
les: il primo da chi consiglia di risparmiare 1' adultera, e vendicarsi 
sul complice, il secondo da chi vuole punire ambedue. Dumas stesso 
svolge la tesi del Ttie le in altro de' suoi drammi, anteriore di al- 
cuni anni alla Femme de Claude^ la Diane de Lys dove il marito 
offeso uccide l'adultero, ed agli accorsi risponde: « C'était l'araant 
de ma femme, et je l'ai tué! » - Invece EMile de Girardin nella 
risposta dAV Homme femme , pubblicata nel luglio 1872 col titolo: 
L' homme et la femme, ricordando il processo Le Roy Dubourg, 
che aveva fatto una pratica applicazione del Tue-les, dice che 
queir uomo era traviato dallo scioglimento della Diana de Lys. 

A coloro ai quali il consiglio di Dumas o de' suoi imitatori non 
garbasse troppo, e non si sentissero di ripetere a sé medesimi la 
terribile interrogazione di Otello : 

369. Come la ucciderò ? 

nel dramma lirico omonimo di Arrigo Boito, musica di Verdi 
(a. Ili, se. 6), suggerirò forse il divorzio? prima di tutto il divor- 
zio ancora non è stato ammesso dalla nostra legislazione, e poi 

370. Le divorce est le sacrement de l'adultère. 

(GUICHARD). 

Io credo che in molti casi il miglior partito sia di fare come 
faceva Gosto con Mea, che 

371 Sulle spalle a lei fece sovente 

vScender legnate da levare il pelo, 
Uso che bene spesso e volentieri, 
Passò poi dai villani ai cavalieri. 

(GuADAGNOLi, La lingua di una doni,ta alla 
prova, sest. 2). 

tanto più che, si vera sunt exposita, non tutte le donne si ribelle- 
rebbero all' applicazione di questa ricetta. Ricordatevi di Martina, 
la moglie di Sganarello, che battuta dal marito, al casigliano ve- 



I04 Chi V ha detto? [372-376] 

nuto a prender le sue difese, e cui tocca di andarsene schiaffeggiato 
dalla donna e bastonato dall' uomo (Molière, Le médecin mal- 
gré lui, atto I, se. 2), risponde : 

372. Et je veux qu'il me batte, moi! 

È proprio il caso di dire che 

Varii sono gli umor come i cervelli: 
A chi piace la torta, a chi gli uccelli. 

Se vuoi lodare donna, comincia dalla bellezza, e non ti sbaglie- 
rai; e in tal caso potrai salutarla con le parole di Paolo alla cognata 
Francesca 

373. .... Bella 
Come un angel, che Dio crea nel più ardente 
Suo trasporto d'amor. 

(Pellico, Francesca da Rimini, a. Ili, se. 2). 
ovvero dirle : 

374. Quanto è bella, quanto è cara! 

come nel melodramma D Elisir d' Amore, parole di Felice Ro- 
mani, musica di Donizetti (a. I, se. i). E se puoi permetterti 
con lei una celia innocente, ripetile il principio della cabaletta di 
Radamès : 

375. Celeste Aida, forma divina. 

{Aida, opera di A. Ghislanzoni, inusica 
di G. Verdi, a. I, se. 1). 

ovvero lagnati col destino che per tua disgrazia la fece tanto bella, 
e di' che: 

376. La faute en est aux Dieux 

Qui la firent si belle. 
Et non pas à mes yeux. 

usando le parole di un poeta dimenticato del seicento, Jean de 

LlNGENDES. 



[377-3^2] Donna, matrimonio 105 

Puoi lodarne la modestia, paragonandola alla rosa del giardino 
d'Armida, la quale 

377. Quanto si mostra men, tanto è più bella. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. XVI, ott. 14). 

a diflferenza di quel che diceva Glauco alla schiava nel melodramma 
di Giovanni Peruzzini, l&Jone, musica di Petrella (a. II, se. 4) : 

378. Meno ritrosa sarai più bella. 

ovvero puoi vantarne le domestiche virtù, sia ripetendo 1' elogio 
che un'antica iscrizione sepolcrale romana fece di Claudia, bella, 
pudica e frugale massaia (Orelli, Inscript. lat. ampliss. coll., vol. II, 
n. 4848): 

379. Domum servavit lanam fecit. 

sìa lodandola della semplicità dell' acconciatura, poiché 

380. Mulier recte olet, ubi nihil olet. 

(Plauto, Mostellaria, a. I, se. 3, v. 116). 

(Confronta con Cicerone {Ad Atticum, 2, i, 1): midieres ideo 
bene olere, quia nihil olebant), ma non lodarla per la ricchezza, 
poiché veramente, troppe volte se non sempre: 

,81. Intolerabilius nihil est quam femina dives. 

(Giovenale, Satira VI, v. 460), 
Puoi anche lodarla tutta, e dirle col gentile cantore di Laura : 

382. Beati gli occhi che la vider viva. 

(Pktrakca, Sonetto in morte di M. Laura, 
num. XLI secondo il Marsand, comincia: 
L'alto e novo miracol eh' a' dì nostri; ed. 
Mestica, son. CCLXVIII). 



379. Visse in casa filando lana. 

380. Di buono scòte quella donna che di nulla sente. 

381. Nulla è più insopportabile di una donna ricca. 



lOÒ Chi V ha detto? [383-387] 

ovvero chiamarla col Parini : 

383. Un tesor che non ha pari 

E di grazia e di beltà. 

{.Le nozze, str. 12). 

Confronta più sotto, alla str. 15 della stessa canzone, i versi: 

Un tesor che non ha pari 
Di bellezza e di virtù. 

Se poi vuoi farle ingiuria, 1' Ariosto te ne insegna la via sicura : 

384 A donna non si fa maggior dispetto, 

Che quando o vecchia o brutta le vien detto. 

{Orlando furioso, e. XX, ott. 120). 

Cito qui per ultimi, non essendomisi offerta altra occasione, i 
due notissimi versetti biblici, che si ripetono ad ogni momento a 
proposito di matrimonio e di moglie: 

385. Os ex ossibus meis, et caro de carne mea. 

(Genesi, cap. II, vers. 23). 

386. Erunt duo in carne una. 

(Genesi, cap. Ili, vers. 24; - Vang^. di S. Mat- 
teo, cap. XIX, V. 5; - Vang: di S. Marco, 
cap. X, V. 8; - /. ad Corint., cap. VI, v. 16, 
- Ad Ephes., cap. V, v. 31). 

Il Vangelo di S. Matteo soggiunge anche nel vers, seguente (6) : 
« Quod Deus coniunxit, homo non separet. » 

E finirò col verso ovidiano, di cui la satira misogina si vale per 
raggiungere le donne fino al teatro dove esse: 

387. Spectatum veniunt, veniunt spectentur u t ipsse. 

(Ovidio, Ars Amandi, 1, 99). 

385. Osso delle mie ossa, e carne della mia carne. 

386. Saranno due in una carne sola. 

387. Vengono per ammirare, e per essere loro stesse ammirate. 



[388-390] Errore, fallacia dei disegni, ecc. 107 



§ 24. 

Errore, fallacia dei disegni 
insufficienza dei propositi 



L' errore è cosa affatto umana, come dice un trito adagio latino 
(her rat e humaniim est), ed è segno di grande vanità il credere di 
sottrarvisi e di essere infallibile. Un proverbio dice che anche il 
prete sbaglia all' altare, e Orazio ammonisce che : 

388. Quandoque bonus dormitat Homerus. 

(Arte poetica, v, 359). 

Nonostante tutto questo, il mondo è meno indulgente per gli 
errori che per le colpe, ciò che spiega il modo di dire: 

389. C'est plus qu'un crime, c'est une faute. 

dovuto a FouCHÉ, Ministro di Polizia sotto il Primo Impero, che 
lo disse a proposito della esecuzione del Duca d'Enghien, fuci- 
lalo nella notte dal 20 al 21 marzo 1804. Egli stesso ne riven- 
dicò la paternità nelle sue Memorie : « Je ne fus pas celui qui 
osa s'exprimer avec le moins de ménagement sur cet attentat contre 
le droit des nations et de l'humanité. C'est phis qu'un crime, 
dis-je, <f est une faute! paroles que je rapporte parce qu'elles ont 
été répétées et attribuées à d'autres. » 

A questa frase si può avvicinare la seguente, che ha essa pure 
origine nella moderna storia politica di Francia: 

390. Il n'y a plus une seule faute à commettre. 

dette da Thiers nella sedata del Corpo Legislativo del 14 mar- 
zo 1867, svolgendo una interpellanza « sur les affaires extérieures 

388. Qualche volta sonnecchia anche il buon Omero. 



io8 Chi V ha detto? [391-393] 

de la France, spécialement en ce qui concerne l'Allemagne et 
l'Italie». Il suo discorso concludeva cosi: «En finissant, mes- 
sieurs, je vous en supplie, pour vous et pour le pays, rattachez- 
vous complètement à cette politique que j'appelle la politique du 
bon sens, car, je vous le déclare, il n'y a plus une seule faute 
à commettre-» {Moniteur Universel du 15 mars 1867, pag. 295, 
col. 4). 

L' errore nasce molte volte dalla insufficienza dei propositi. Fa- 
cile è il nutrire delle buone intenzioni, ma 

391. Hell is paved with good intentions. 

Questa frase è ricordata da Boswell nella vita eh' egli scrisse 
di Samuele Johnson, come detta da lui in età senile; d'altra 
parte Walter Scott nel romanzo The Bride of La^nmermoor 
(to. I, chap. 7) la cita come un detto di un teologo inglese, che non 
nomina, alludendo probabilmente a Georges Herbert, il quale 
neWa. Jacula prudentum {eàìz. del 165 1, pag. 1 1) la dà in questa 
forma : 

Hell is full of good meanings and wishings. 

Inoltre anche le buone intenzioni conviene usarle a tempo, e 
se tardi ti risolvi, non sempre la fortuna ti mostrerà il medesimo 
viso. Ricordati della favola I due susini di Luigi Fiacchi, detto 
il Clasio, e della sua morale: 

392. Potea. non volle, or che vorrìa, non puote. 

Però il buon volere non sempre basta, anche usato al momento 
propizio, perchè ad un buon esito possono contrastare ragioni su- 
periori alle forze individuali : sappiamo già da Dante che 

393. Contra miglior voler voler mal pugna. 

(Purgatorio, e. XX, v. 1). 



391. L' inferno è lastricato di buone intenzioni. 



[394-398] Errore, fallacia dei disegni, ecc. 109 



e da un devoto libro che 

394. Homo proponi!, sed Deus disponit. 

(Imitazione di Cristo, lib. I, cap. 19, v. 2). 
imitando una sentenza di Publilio Siro : 

395. Homo semper aliud, fortuna aliud cogitât. 

(Mimi, n. 216, ed. Wölfflin et Ribbeck; 
n. H, 14, ed. Meyer). 

o meglio un versetto della Bibbia : « Cor hominis disponit viam 
siiam: sed Domini est dirigere gressus eius » {Proverbi^ cap. XVI, 
V. 9). 

Un proverbio toscano dice che una ne pensa la lepre, e una il 
^fl«^.- e FÉNÉLON dette nuova forma al pensiero dell'autore del- 
V Imitazione, scrivendo nel 1685 nel suo Sermon pour la fête de 
l'Epiphanie, sur la vocation des Gentils (ler point, 7e alinéa), 
a proposito della scoperta dell'America: « Kìnsì T homme s'agite, 
mais Dieu le mène •», 

Allora, a chi toccò vedere cosi delusi i propri disegni, potrà 
dire con Plauto : 

396. Oleum et operam perdidi. 

(Pœnulus, a. I, se. 2, v. 116). 

Di ogni impresa sarà quindi savio partito di attendere a giu- 
dicarla quando sia giunta a fine, ovvero: 

397. En toute chose il faut considérer la fin. 

(La Fontaine, Fables, lib. III, fab. 5: 
Le Renard et le Bouc). 

che è traduzione del classico Respice finem. Molte volte chi si è 
accinto ad ardua fatica, superate facilmente le prime ovvie difficoltà, 
si trovò impotente di fronte alle seconde più gravi: 

398. Facilis descensus A verni. 

(Virgilio, Eneide, lib. VI, v. 126). 

394. L'uomo propone ma Dio dispone. 

395. Sempre l'uomo ne pensa una, la fortuna un'altra. 

396. Ho perduto 1' olio e la fatica. 
398. Facile è la discesa all' Inferno. 



no Chi l'ha detto? [399-401] 

che è tolto da un pensiero del filosofo Bione riportato da Dio- 
gene Laerzio (lib. IV, cap. 7, n. 3, § 49). Il difficile è di tor- 
nare ! Attenti perciò a non largheggiare di vanti e di promesse, 
a non vendere la pelle dell' orso prima di averlo ucciso, perchè 
non si abbia a ripetere il satirico verso: 

399. Parturiunt montes, nascetur ridiculus mus. 

(Orazio, Arte poetica, v. 139). 

allusivo alla favola di Esopo, La montagna che partorisce^ imi- 
tata anche da Fedro (lib. IV, fav. 22). 



§ 25. 
Esperienza 



Credete a chi ha anni ed esperienza: 

400. Experto crédite. 

come dice un emistichio di Virgilio {Eneide, lib. XI, v. 284); che 
il medio evo stemperò nella barbara formula scolastica: 

Quam subito, quam certo, experto crede Roberto. 

La più grande delle esperienze è quella del dolore, quella che 
fa dire a Didone il bellissimo esametro: 

401. Non ignara mali, miseris succurrere disco. 

(Virgilio, Eneide, lib. I, v. 630). 



399. Partoriscono i monti, e nascerà un ridicolo topo. 

400. Credete a chi ha provato. 

401. Non ignara della sventura, ho appreso a soccorrere gli sven- 

turati. 



[402] Esperienza 



che Voltaire nella Zaìra (a. II, se. 2) tradusse: 

Qui. ne sait compatir aux maux qu'il a soufferts? 

e meglio ancora Gilbert {Herolde de Didon à Ènee, v. 144) : 
Malheureuse, j'appris à plaindre le malheur! 

Leggasi nel Fournier {V Esprit des autres, pag. 360) il curioso 
caso successo al Delille, che reo di plagio, involontario o no, di 
questa ultima traduzione, ne sostenne ingenuamente la eccellenza. 

Noi per simbolo dell' esperienza potremo prendere il Dantesco : 

402. Provando e riprovando. 

(Dante, Paradiso, e. Ili, v. 3). 

che fu poi il motto dell'Accademia Fiorentina del Cimento, isti- 
tuita nel 1657 dal Principe Leopoldo de' Medici (poi Cardinale) 
allo scopo di fare esperienze ed osservazioni fisiche, fisicomate- 
matiche ed astronomiche, applicando allo studio della natura i ca- 
noni della indagine galileiana. Visse fino al 1667 ed ebbe per 
impresa una fornace accesa e tre crogiuoli sopra una tavola di 
pietra che sta presso alla bocca della fornace medesima, col motto 
Provando e riprovando. A proposito del quale motto nell'opera 
Saggi di naturali esperienze fatte neW Accademia del Cimento ecc. 
Firenze, 1666 e 1667) si legge a pag. 3 del Proemio : « Or quivi 
dove non ci è più lecito metter piede innanzi, non vi à cui meglio 
rivolgersi, che alla sede dell' esperienza, la quale non altrimenti 
di chi varie gioie sciolte, e scommesse cercasse di rimettere cia- 
scuna per ciascuna al suo incastro, così ella adattando effetti a 
cagioni, e cagioni ad effetti, se non di primo lancio, come la geo- 
metria, tanto fa che provando e riprovando le riesce talora 
di dar nel segno». Non è inutile di avvertire che Dante non 
usò quei due gerundi nel significato che piacque più tardi agli 
Accademici del Cimento di dar loro: è Beatrice che prima /roz/a, 
cioè approva, la vera sua opinione, pei riprova, cioè confuta, 
r opinione falsa di Dante. 

Vivendo s'impara: e non si può esprimere meglio questa as- 
siomatica verità che con la sentenza latina : 



Chi V ha detto ? [403-406] 



403. Magister est prioris posterior dies. 

il quale detto trae forse origine da un passo di Pindaro {Olymp., 
I> ^' 53-54)' 'Afispat, ô'sTifXomo'. iiapxopsc aocpwxaxoi, o da un 
altro di Demostene, nella I Olintiaca (4, 3): Ilpòc yàp tò 
TsXsuxaìov sxpàv Sxaaxov xöv TtpouTiapgavxwv wç xà ixoXXà 
y.pfvsxai. P. Siro {Sent. 124, ed. Ribbeck) invece dice: Disci- 
pulus est prioris posterior dies, che può parere più giusto ; ma 
e l'uno e l'altro son veri, poiché la esperienza dell'oggi am- 
maestra pel domani ed apre gli occhi sugli errori di ieri. 

Ma 1' esperienza anche insegna che per quanto sia lunga la vita, 
non è mai sufficiente a dare una compiuta conoscenza di qua- 
lunque arte, di qualunque disciplina. Saviamente dicevano gli 
antichi : 

404. Ars longa, vita brevis. 

L' origine di questa sentenza ha da cercarsi negli Aforismi di 
Ippocrate, dove è detto : ó ßioc ßpax.oc, % ôs xs^vyj {iaxpi^, che 
Seneca {De brevitate vitce, I) tradusse : Vitain brevem esse, lon- 
gam artem; mentre Longfellow in A Psahn of Life così la 
ridusse : 

Art is long, and time is fleeting. 

L' esperienza ci ammaestra anche a non maravigliarci di nulla, 

405. Nil admirari. 

(Orazio, Epistola, lib. I, epist. 6, v. i). 
poiché : 

406. Nihil sub sole novum. 

(^Ecclesiaste, cap. I, v. 10). 

e anche: 

Nil sub sole novi. 

403. Il giorno che segue insegna al giorno precedente. 

404. L' arte é lunga, la vita é breve. 

405. Meravigliarsi di nulla. 

406. Nulla é nuovo sotto il sole. 



[40 7-4 io] Esperienza 113 

L' eterna successione dei fenomeni e delle cose è pure descritta 
in due versi celebri di Heine : 

407. Es ist eine alte Geschichte, 

Doch bleibt sie immer neu. 

che fanno parte della poesia Ein Jüngling liebt ein Mädchen, stam- 
pata anche nel Lyrisches Intermezzo. 

Cosi si sfugge il pericolo di diventare troppo ciechi ammiratori 
del presente, eccesso biasimevole al pari del suo contrario : in ve- 
rità non e' è persona più incresciosa dell' eterno 

408. Laudator temporis acti. 

(Orazio, Arte poetica, v. 173). 

Ma il lodare i tempi antichi e il far lamentele sulla corruzione, 
sulla decadenza dei moderni non è cosa d' oggi, e neppure dei tempi 
di Orazio. Il celebre papiro Prisse, di data incerta, forse delxx se- 
colo avanti l'Era Volgare, o su quel torno, ma con sicurezza an- 
teriore di molti secoli a Mose, e anche all' epoca cui si assegna 
comunemente la vita di Abramo, e che può dirsi perciò con ogni 
certezza il più antico libro che esista, contiene un trattato morale 
ove si rimpiangono le virtù delle età passate ! 

E n^VC Aminta del Tasso (a. II, se. 2, v. 71-72) così dice Dafne 
a Tirsi : 

409. Il mondo invecchia, 
E invecchiando intristisce. 

e il concetto medesimo fu ripetuto dal Metastasio nel Deme 
trio (a. II, se. 8): 

410. Declina il mondo, e peggiorando invecchia. 

Il Leopardi ha ne' suoi Pensieri una bellissima pagina su que- 
sto vezzo di gridare che il mondo peggiora, e fa a questo propo- 
sito delle acutissime considerazioni, riportando fra le altre cose ciò 

407. È un'antica storia che rimane sempre nuova, 

408. Lodatore del tempo passato. 

8 



114 Chi V ha detto? [411] 

che scriveva il Magalotti sul pregiudizio di credere che le stagioni 
vanno ogni anno più alla rovescia, che la terra raffredda e via 
discorrendo. 

Su questo medesimo soggetto compose un curioso libro quel 
bizzarro scrittore del P. Secondo Lancellotti, abate olivetano, in- 
titolandolo: L' Hoggidì ovvero il mondo non peggiore ne più ca- 
lamitoso del passato^ e gV ingegni non inferiori a' passati (Vene- 
tia, 1623-36). La prima parte di questo libro si chiude col versetto 
biblico : 

« Ne dicas : Quid putas causse est quod priora tempora meliora 
fuere, quam nunc sunt.? Stulta est enim hujuscemodi interrogatio. ì> 

{Ecclesiaste, e. VII, v. 11). 

Quindi né spregiatori dell'oggi, né spregiatori dell' jeri; tal- 
volta anzi sarà savio di ricercare usi e opinioni passate, e dire: 

411. Torniamo all' antico. 

che fu scritto (ma non in questa forma precisa) da Giuseppe Verdi 
in una lettera a Francesco Florimo, bibliotecario del R. Collegio 
di Musica a Napoli, quando sulla fine del 1870 gli venne offerto 
il posto di direttore del Collegio medesimo dopo la morte di 
Mercadante. 

Il Verdi vi espone i criteri con i quali vorrebbe che i giovani 
alunni di musica formassero la propria educazione artistica e con- 
chiude scrivendo : « Auguro troviate un uomo dotto soprattutto e 
severo negli studi. Le licenze e gli errori di contrappunto si pos- 
sono ammettere e sono belli talvolta in teatro, in conservatorio 
no!... Tornate all' antico e sarà un progresso». Non é dunque 
vero che il Verdi con quella frase intendesse pronunziare una con- 
danna assoluta della nuova scuola musicale, che anzi nella lettera 
medesima, poche righe più sopra scrive : « a me non fa paura la 
musica dell' avvenire ^■>\ ma, come bene osserva il Florimo, egl 
intendeva che nei conservatori si facesse ritorno agli studi sever 
di scuola, alle pratiche di contrappunti diversi, di fughe e canon 
di svariate maniere. La lettera, che ha la data di Genova, 5 gen- 
naio 1871, fu pubblicata molte volte e anche dal Florimo stesso 
nel volume Riccardo Wagner e i Wagneristi {Knco^z., 1883), a 
pag. 106-108. 



[412-414] Esperienza 



Al consiglio di Verdi si atterranno tutti coloro per i quali il 
tempo è maestro, per i quali la storia e la vita sono fonte di utili 
ammaestramenti, e dei quali non potrà mai dirsi che : 

412. Ils n'ont rien appris, ni rien oublié. 

come vuoisi che Talleyrand dicesse degli emigrati tornati in 
Francia dopo la restaurazione: e più volte si è detto dei Borboni. 
Ma la frase si trova originariamente in. una lettera del cav. de 
Panat a Mallet du Pan, scritta da Londra nel 1796, intorno ai 
realisti rifugiati in Inghilterra. « Personne n'est corrigé ; personne 
n'a su ni rien oublier, ni rien apprendre. » {Mémoires de M. Du 
Pan, vol. II, pag. 197). 

E la stessa idea, in un campo più ristretto, ma espressa in 
senso più generale, si ritrova in quest'altra frase: 

413. Jamais l'exil n'a corrige les rois. 

che è il ritornello della canzone Denys, tnaìtre d'école scritta da 
Jean-Pierre de Béranger alla Force nel 1829. 



§ 26. 

Fallacia dei giudizi, false apparenze, 
regole del giudicare 



La prima regola del giudicare è di parlare soltanto delle cose 
ìlle quali ciascuno s' intende. Non fare che ti si possa rivolgere 
rimbrotto dantesco : 

14. Or tu chi sei, che vuoi sedere a scranna 
Per giudicar da lungi mille miglia 
Con la veduta corta d'una spanna? 

(Dante, Paradiso, e, XIX, v. 79-81). 



1 1 6 Chi V ha detto ? [415-41 9] 



né, meno che meno, la ironica bottata: 

415. Ne SU tor ultra [p meglio supra) crepidam 

\Judicaret\ 

È questo il motto diretto da Apelle al ciabattino, il quale, avendo 
una volta avvertito felicemente un difetto delle scarpe dipinte in 
un quadro di Apelle, presumeva poi di giudicare di cosa che era 
fuori del suo mestiere. Ne parlano Plinio, XXXV, io, 36, § 85, 
e Valerio Massimo, Vili, 12, 3. 

Sii poi guardingo a non giudicare dalle apparenze : 

416. O quanta species!... cerebrum non habet. 

(Fedro, Favole, I, 7). 

come disse la volpe alla maschera : non essere perciò del troppo 
largo numero di coloro, per i quali: 

417. ....Più dell'essere 
Conta il parere. 

(Giusti, Le memorie di Pisa, str. 7). 

e che potrebbero invocare a propria difesa 1' autorità non piccola 
del Segretario Fiorentino il quale ammoniva che: 

418. Ognun vede quel che tu pari, pochi sen- 

tono quel che tu sei. 

(N. Machiavelli, // Principe, cap. XVIII). 

Tanto maggiormente guardingo andrai ove si tratti di apparenze 
che possano indurre in giudizi temerari. Ricordati delle parole di 
quel re : 

419. Honi soit qui mal y pense. 

che sono il motto dell'ordine inglese della Giarrettiera. Una leggenda 
notissima narra com' esso fosse istituito nel 1439 da Edoardo III 

415. Che il calzolajo non giudicasse più in su della scarpa. 

416. O quanta apparenza! ma il cervello manca. 



[420-421] Fallacia dei giudizi, false apparenze, ecc. 117 

in onore della contessa di Salisbury, amante del re, la quale in un 
ballo lasciò cadere per caso un legaccio di calza, o giarrettiera, 
che il re fu sollecito a raccogliere, rimbrottando i cortigiani che ne 
sorridevano, con le parole riportate di sopra. Ma oggi che non si 
crede più alle leggende, specialmente alle belle leggende, e che 
Orazio Coclite dalla critica è mandato a tener compagnia a Gu- 
glielmo Teli, anche questa pretesa origine del motto dell' ordine 
della Giarrettiera ha trovato i suoi increduli ; e una delle più forti 
ragioni d' inverosimiglianza è nell' età della eroina del racconto, 
la quale all' epoca in cui questo sarebbe accaduto, sarebbe stata 
troppo vecchia per il suo reale innamorato. Vedasi il Fournier nel- 
V Esprit dans l'histoire (cap. XIII), e i numerosi autori che questi 
cita. Secondo altri, Edoardo III avrebbe detto queste medesime 
parole alla battaglia di Crécy (26 agosto 1346), avendo fatto le- 
gare ad una lancia la propria giarrettiera perchè servisse d' in- 
segna militare. Comunque sia, questo è positivo che il motto era 
proverbiale in Francia già molto tempo innanzi di questi fatti. 
È ben raro che tu possa confondere alcuno con le perentorie 
parole del poeta aretino : 

420. Non c' è scusa, il fatto accusa. 

(GuADAGNOLi, // cadetto militare). 

e anche andrai cauto nel fare prognostici che poi smentiti dal 
fatto possano ricoprirti di rossore. A ogni domanda indiscreta e 
capziosa potrai dare la modesta risposta di Amos al gran sacerdote 
lasia : 

.2 1 . Non sum propheta, et non sum filius prophetse : 
sed armentarius ego sum vellicans sycomoros. 

(5. Bibbia, Amos, cap. VII, v. 14). 

TI sicomoro, o fico-gelso {ficus sycomorus, Linn.) dà, com'è 
loto, un frutto piccolo, poco gustoso, che pure forma spesso il 
ibo principale dei più poveri pastori dell'Arabia. 



\2\. Non sono profeta, né figlio di profeta, ma sono un pastore 
che mi cibo di fichi selvatici. 



Ii8 Chi V ha detto? [422-423] 

Nel nostro linguaggio parlamentare è rimasta proverbiale una 
frase infelice, esempio di inaudita avventatezza di giudizio, quella dei 

422. Quattro predoni. 

Eccone la storia. Nella seduta del 24 gennaio 1887 il deputato 
De Renzis interrogò il ministro degli Affari Esteri sulla verità dei 
dispacci indicanti come possibile un attacco abissinese contro le 
nostre truppe d'Africa. Il ministro che era Di Robilant, rispose 
sprezzantemente che la serietà del paese né quella del Parlamento 
non consentivano di trattenersi a lungo su questo argomento; che 
il Governo mancava di notizie precise, ma aveva piena fiducia nel 
generale Gene, e nella forza dei presidii d'Africa. Il deputato De 
Renzis allora pregò il ministro a voler comunicare al Parlamento 
quei dispacci che potessero giungergli; ma il ministro replicò: 
« Mi rincresce, onorevole De Renzis, ma non potrei cedere a que- 
sto invito di pubblicare i bullettini della guerra {Si ride). Interro- 
ghino, se credono che vi sia qualche cosa d' importante da sapersi ; 
ma che io venga qui a pubblicare informazioni di questo genere 
non è possibile. Me ne appello di nuovo alla serietà della Camera : 
non mi pare che nel momento attuale convenga, e non conviene 
certamente, attaccare tanta importanza a quattro predoni che pos- 
siamo avere tra i piedi in Africa {Si ride. Vive approvazioni). » 
Il giorno dopo, gli Abissini guidati da Ras Alula attaccavano Saati 
e il dì seguente distruggevano a Dogali la colonna condotta dal 
De Cristoforis! Le parole di Robilant furono da lui medesimo 
deplorate, e chiamate parole infelici, alla Camera nella discus- 
sione dei 5 milioni per l'Africa due o tre giorni dopo l'annunzio 
di Dogali. Almeno egli si ravvide e fece onorevole ammenda : ma 
poco prima dei disastri di Amba Alagè, di Macallè, di Semeiata 
(Abba Garima) qualcuno dei ministri di quel tempo disse parole 
di inconsideratezza maggiore, e non ebbe la franchezza del mi- 
nistro piemontese di riconoscere il proprio errore. 

Ma se noi Italiani abbiamo i quattro predoni, anche i Fran- 
cesi non hanno da stare allegri. Basterebbe per tutti il 

423. Cuor leggero. 

di Emilio Olli vi er. Al Corpo Legislativo di Francia, nella me- 
morabile seduta del 15 luglio 1870, quando il guardasigilli Olii- 



[424-426] Fallacia dei giudizi, false apparenze, ecc. 119 

vier presentò la domanda di un primo credito di 50 milioni per 
la guerra, annunziando 1* apertura delle ostilità con la Prussia, 
usò questa frase che gli fu più volte rimproverata e passò alla 
storia come esempio di incoscienza. Trascrivo dal resoconto ste- 
nografico, pubblicato nel Moniteur Unioersel del 1 7 luglio : 

« M. le garde des sceaux — Oui, de ce jour commence pour 
les ministres, mes collègues et pour moi, une grande responsa- 
bilité (Ow/, à gauche). 

«Nous l'acceptons le coeur léger..., {Vives protestations à 
gauche). 

« M. Bauduin — Dites attristé. 

« M. Esquiros — Vous avez le coeur léger léger ! Et le sang 
des nations va couler ! 

« M. le garde des sceaux — Oui, d'un coeur léger, et n'équi- 
voquez pas sur cette parole, et ne croyez pas que je veuille dire 
avec joie etc.... » 

Se giudicherai con calma e con equità, ti persuaderai facil- 
mente che: 

424. La ragione e il torto non si dividono mai 

con un taglio così netto che ogni parte 
abbia soltanto dell' uno. 

(Manzoni, I Promessi Sposi, cap. I). 
e non sarà certamente per te che Voltaire può avere esclamato: 

425. Et voilà justement comme on écrit l'histoire! 

{Chariot, a. I. se. 7). 

Voltaire aveva già scritto in una lettera del 24 settembre 1766 a 
Madame du DefFand: <(. Et voilà comme on écrit l'histoire; puis 
fiez-vous à MM. les savants ! » 

È pure una conseguenza della facilità con la quale le false ap- 
parenze possono trarre alcuno in inganno, che molti perdonsi, se-- 
condo la frase dantesca : 

526. Imagini di ben seguendo false 

Ghe nulla promission rendono intera. 

(Dantb, Purgatorio, e. XXX, v. 131- 132). 



Chi V ha detto? [427-431] 



§ 27. 
Famiglia 



427. Où peut-on être mieux 
Qu'au sein de sa famille? 

sono forse gli unici versi di Jean- François Marmontel che 
siano rimasti popolari in Francia e fuori: essi fan parte di un 
quartetto della commedia lirica Lucile (composta nel 1769, mu- 
sica di Grétry, atto unico, se. IV). D' altra parte può 1' uomo vi- 
vere solo, e senza affetti ? No davvero ; anche la Bibbia am- 
monisce : 

428. Non est bonum esse hominem solum. 

(Genesi, cap. II, v. 18). 
e più oltre : 

429. Vae soli. 

(Ecclesiaste, cap. IV, v. 10). 

benché qualche volta i parenti diano anche delle tribolazioni, 
come le stesse Sacre Carte ammoniscono: 

430. Inimici hominis domestici ejus. 

(Vang, di S. Matteo, cap. X, v. 36). 
Bella dunque è la vita infiorata degli affetti domestici, purché 
in seno alla famiglia regni la pace: lontane sempre le 

431. Barufe in famegia. 

che é il titolo di una. graziosa commediola in dialetto veneziano 
di Giacinto Gallina, rappresentata per la prima volta in Ve- 

428. Non é bene che l' uomo sia solo. 

429. Guai a chi é solo. 

430. I nemici dell' uomo sono i suoi parenti. 

431. Baruffe in famiglia. 



[432-434] Famiglia 



nezia dalla compagnia Moro-Lin nel gennaio 1872. Il suo sog- 
getto è la eterna discordia fra suocera e nuora, poiché la com- 
media è imitata dalla Famiglia dell' Antiquario di Goldoni. Con 
essa esordi il Gallina nel teatro dialettale veneziano. 

Gioja della famiglia sono i figli, e di essi solo ho da parlare, 
poiché delle mogli ho già detto in un precedente paragrafo. 

Una frase dantesca esprime con parole più nobili quel che più 
umilmente il nostro popolo dice coi proverbi ; Chi di gallina na- 
sce convien che razzoli, ovvero I figli dei gatti pigliano i topi; 
Dante invece : 

432 Ogn' erba si conosce per lo seme. 

(Purgatorio, e. XVI, v. 114), 
Lo stesso concetto é espresso in un versetto biblico : 

433. Sicut mater, ita et filia eius. 

{Ezechiele, cap. XVI, v. 44). 

che era già proverbio al tempo del profeta, com' egli stesso dice ; 
e in un verso latino: 

434. Et sequitur le vi ter filia matris iter. 

che si trova nel Pantagruel di Rabelais (lib. Ili, cap. 41) pre- 
ceduto da altro che ne completa il concetto, 

Saepe seiet similis filius esse patri, 
Et sequitur leviler filia matris iter. 

Rabelais si riporta in proposito a questa citazione ad una glossa 
del Corpus juris Civilis ( Ut ait gl. vj. q. j. e. Si quis ecc.), ma 
non dice precisamente quale, ed è probabile che questa citazione, 
come molte altre simili, sia stata inventata da lui per puro scherzo. 
Il Varrini nella Scuola del volgo, cioè Scelta di -proverbi ecc., 
cosi lo traduce in italiano : 

Della madre il camin segue la figlia. 

433* Quale la madre, tale anche la figlia. 

434. E facilmente la figlia batte le orme della madre. 



Chi V ha detto? [435-438] 



Anche Orazio nelle O^z" (lib. IV, od. 4, v. 31-32) ritiene che 

Neque imbellem féroces 
Progenerant aquilse columbam 

con frase che, se prestiamo credenza a Porfirio, era proverbiale 
presso i Latini. 

L'Alighieri in altro luogo svolge l' idea opposta cioè che né 
virtù né genio sono sempre ereditarli, e questo segue, a sua detta, 
per volere della Provvidenza la quale vuole che coloro ai quali essa 
distribuisce queste doti, le riconoscano da lei sola: 

435. Rade volte risurge per li rami 

L'umana probitate: e questo vuole 
Quei che la dà, perchè da lui si chiami. 

{Purgatorio, e. Vii, v. 121-123). 
Altrove egli dice che: 

436. Molte fiate già pianser li figli 

Per la colpa del padre. 

>^ (Paradiso, e. VI, v. 109-110). 

Perchè siano severi educatori dei figli, ammonisce i padri la 
Bibbia : 

437- Q^i parcit virgse odit fìlium. 

(Proverbi, cap. XIII, v. 24). 

altrimenti i figli stessi chiederanno conto ai genitori della loro 
colpevole debolezza, e potranno dir loro : 

438. Ecco, a te rendo il sangue tuo; meglio era 
Non darmel mai. 

come Emone, morente invece per la crudeltà del padre, dice a 
questo nélVAntigone di Vittorio Alfieri (a. V, se. 6). 

Della benedizione dei genitori cosi sta scritto nei libri sapien- 
ziali : 

437. Chi risparmia il bastone non ama suo figlio. 



[439-442] Famiglia 123 

439. Benedictio patris firm at domos filiorum; ma- 

ledictio autem matris eradicai fundamenta. 

(Ecclesiastico, cap. Ili, v, 11). 

Giacomo Leopardi nella canzone scritta per le nozze della so- 
rella nel 182 1, quando già nell'animo suo cominciava a radicarsi 
quel pessimismo clie fu caratteristico della sua lirica, cosi le scrive 
a proposito dei figli e del destino loro: 

440. O miseri o codardi 
Figliuoli avrai. Miseri eleggi. 

A conforto di coloro che hanno uno stato civile poco rego- 
lare, si può dire che 

441. On est toujours l'enfant de quelqu'un. 

come dice il giudice Brid'oison nel Mariage de Figaro {a. Ili, 
se. 16) di Beaumarchais. 

Parmi che, parlando della famiglia, sia questo il luogo migliore 
per ricordare anche la frase : 

442. La vie privée d'un citoyen doit être murée. 

SiiiTihmio àsi SienàhaX {Correspondance, 1885, i^e partie, pag. 249) 
a Talleyrand ; ma anche di questa attribuzione, come di tante 
altre, è il caso di dire che on ne prête jamais qu'aux riches. Fu 
il deputato francese Royer-Collard che nella seduta del Corpo 
legislativo del 27 aprile 1819 ^Moniteur Universel, 29 avril 18 19, 
pag. 529) in una discussione sulla libertà di stampa si esprimeva 
in tal guisa : « Voilà donc la vie privée murée, si je puis me servir 
de cette expression. » Lo stesso Royer-Collard il 7 marzo 1827 
in una discussione ricordava la sua frase diventata celebre : « Je 
répéterai volontiers ce que j'ai dit en 18 19.... oui, la vie privée 
doit être murée. ■» 

439. La benedizione del padre consolida le case dei figli; la ma- 
ledizione della madre ne sradica le fondamenta. 



1 24 Chi V ha detto ? [443-446] 

§ 28. 
Fatti e avvenimenti storici 



Riunisco cronologicamente in questo paragrafo un manipolo di 
frasi relative a fatti e avvenimenti storici, le quali si sogliono ri- 
petere più di frequente a indicare e ricordare gli avvenimenti 
stessi, che per applicarne il significato o il simbolo morale ad altre 
circostanze. Comincio col noto esametro virgiliano che insieme ai 
versi che lo seguono vuoisi profetico della nascita di Cristo: 

443. Magnus ab integro saeclorura nascitur ordo. 

(Virgilio, Egloghe, IV, v. 5). 

444. ^QuinctilP^ Vare, legiones redde! 

(SvKTONio, Vita di Augusto, e. 23). 

è frase che ricorda la sconfitta dei Romani assaliti da Arminio 
nella foresta di Teutoburgo (a. 9 dell'Era Volgare). 
La terzina dantesca : 

445. Ahi Costantin, di quanto mal fu matre, 

Non la tua conversion, ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco patre ! 

(Dante, Jnfertio, e. XIX, v. 115-117). 

è allusiva alla pretesa donazione di Costantino ; il convegno di Pon- 
tida (Il 67) che consacrò la Lega Lombarda, può ricordarsi coi versi 
di Giovanni Berchet : 

446. L'han giurato. Li ho visti in Pontida 

Convenuti dal monte, dal piano, 
L'han giurato; e si strinser la mano 
Cittadini di venti città. 

(Le fantasie, p. I). 

443. Si rinnova il gran giro dei secoli. 

444. Quintilio Varo, rendimi le mie legioni. 



[447-448] Fatti e avvenimenti storici 125 

e la insurrezione di Sicilia contro i francesi (1282) che andò ce- 
lebre col nome di Vespri Siciliani, nell' altra terzina dantesca : 

447. Se mala signoria, che sempre accora 

Li popoli soggetti, non avesse 

Mosso Palermo a gridar: « Muora, muora. » 

(Dante, Paradiso, e. Vili, v. 73-75). 
In tempi a noi motto più prossimi abbiamo il grido : 

448. Che r inse? 

leggendarie parole del fanciullo genovese soprannominato Balilla, 
quando nel 1746 die' principio alla rivolta dei Genovesi contro gli 
Austriaci. Il fatto è narrato da vari cronisti cittadini, e specialmente 
da Fr. M. Accinelli, storico autorevole e stimato delle cose 
patrie, il quale tace però il nome del fanciullo, che per altre fonti 
si riterrebbe della famiglia Perasso, abitante nel vico Capriata in 
Portoria. L' Accinelli narra: «Strascinavano gli Alemanni il 5 di- 
cembre un mortaro a bombe per il quartiere di Portoria, sfondò la 
strada sotto il di lui peso, restò incagliato il trasporto : vollero i 
tedeschi sforzare alcuni del popolo ivi accorso a dar loro aiuto 
per sollevarlo ; ricusarono tutti di por mano all' abborrito lavoro : 
uno dei Tedeschi alzò il bastone, e lasciò correre alcuni colpi: 
tanto bastò per eccitare l' incendio : un ragazzo, veduto questo, 
dato di piglio ad un sasso, e rivolto ai compagni, disse: Che 
l'inse? (motto genovese, che vale a dire, incomincio la zuffa) 
accordando gli altri, lanciò una sassata al soldato percussore. Il 
lampo fu questo, e seguitò incontanente una grandine di sassate si 
furiosa, che mise in fuga i Tedeschi. Rinvenuti questi dallo stor- 
dimento cagionato dall' improvvisata, ritornarono con le sciabole 
sfoderate, che furono ben presto rintuzzate da un' altra nuvola di 
pietre, che gli obbligò a salvarsi in furia. Già annottava, né per 
allora altro moto vi fu; alle ore una di notte il minuto popolo si 
mosse da Portoria in piccolo numero gridando ad alta voce: animo, 
animo, a palazzo, a palazzo a prender le armi, viva Maria; cala- 

448. Che la rompo? 



120 Chi l'ha detto? [449-450] 

rono per il borgo dei Laneri, per la contrada dei Servi, per la 
piazza, del molo, e posta insieme grossa partita di gente a loro si- 
mile, garzoni di tavernari, pattumai, ciabattini, pescivendoli, for- 
nai e facchini da carbone e vino, presentaronsi avanti al pubblico 
palazzo, chiedendo con urli e schiamazzo le armi ecc. ecc. » 

L'Accinelli ha attinto all' anonima Storta dell' anno 1^46 pubbli- 
cata ad Amsterdam 1' anno seguente : anche il Muratori narra il 
fatto negli Annali d' Italia all'anno 1746 (il cui volume uscì 
nel 1749), senza fare il nome del ragazzo: e cosi varii storici po- 
steriori, ma né le cronache sincrone, né le molte poesie del tempo 
ne fanno menzione. Federico Donaver in un bello studio sulla leg- 
genda di Balilla pubblicato nel 1888 in un volume intitolato Uo- 
jnini e libri, da questi e da altri argomenti deduce, con sufficiente 
probabilità, che se pure un ragazzo ebbe parte, più o meno impor- 
tante, nello scoppiare della gloriosa sommossa genovese, non vi 
sono argomenti per sostenere che avesse l' uno o 1' altro nome o 
soprannome. Nondimeno il Municipio Genovese il 30 settem- 
bre 188 1, centenario della morte di un Giambattista Perasso, vo- 
luto identificare col Balilla della leggenda, inaugurava una lapide 
commemorativa, sulla facciata della casa in vico Capriata, n. 3, 
dove il Perasso sarebbe vissuto e morto. 

È pure celebre la risposta di Siéyès : 

449. J'ai vécu. 

a chi gli domandava quel che avesse fatto nei tristi anni del Ter- 
rore (MiGNET, Notices historiques, I, 81), non meno della frase, 
non ugualmente autentica : 

450. Finis Polonise! 

che sarebbe stata gridata da Taddeo Kosciuszko alla sconfitta 
di Maciejowice (1794); ma che egli stesso smenti in una lettera 
al Conte de Ségur del 12 novembre 1803 (pubblicata nella tradu- 
zione francese della Storia di cento anni di Cesare Cantù, fatta da 



450. Ecco la fine della Polonia ! 



[451-453] Fatti e azwenifnenti storici 127 

Amedeo Renée, Parigi, 1852, voi. I, pag. 419) : « L'ignorance ou 
la mauvaise foi s'acharnent à mettre dans ma bouche le mot de 
Finis Poloniœ! que j'aurais prononcé dans cette fatale journée. 
D'abord, avant l'issue de la bataille, j'ai été presque mortelle- 
ment blessé, et je n'ai recouvré les sens que deux jours après, 
et lorsque je me suis trouvé entre les mains de mes ennemis. 
Puis, si un pareil mot est inconséquent et criminel dans la bou- 
che de tout Polonais, il le serait beaucoup plus dans la mienne. 
La nation polonaise, en m'appelant à défendre l'intégrité, l'indé- 
pendance, la dignité, la gloire et la liberté de la patrie, savait 
bien que je n'étais pas le dernier Polonais, et qu'avec ma mort, 
ou autrement, la Pologne ne pouvait pas et ne devait pas finir. >> 
Il sentimento di Kosciuszko come degli altri polacchi, era ancora 
quello espresso dal verso 

451. Noch ist Polen nicht verloren. 

che fa parte di un inno guerresco polacco, cantato primieramente 
dai polacchi che Dombrowski portò in Italia nel 1796 sotto gli or- 
dini di Bonaparte: vedi E. Ortlepp, Finis Poloniœ. 
Ricordiamo anche le parole, storiche queste, 

452. Voilà le soleil d' Austerlitz ! 

che Napoleone I al mattino del 7 settembre 18 12, sulla Moscova, 
poco innanzi di aprire il fuoco disse ai suoi ufficiali, quasi a pro- 
fetizzar loro una vittoria simile a quella di Austerlitz. 

Tra i molti detti ai quali die' origine la grande epopea del no- 

ro risorgimento scelgo i seguenti : altri sono ricordati in sede 

iù opportuna. 

^53. Il morbo infuria, 

Il pan ci manca, 
Sul ponte sventola 
Bandiera bianca. 

(A. FusiNATO, A Venezia, ode). 
[51. Non è ancora perduta la Polonia. 



Chi r ha detto? [454"455] 



sono versi scritti nel T849 alla vigilia della resa dell' eroica Ve- 
nezia che dovè cedere alla fame e alla peste. 

454. Governo negazione di Dio. 

Cosi si suole chiamare il governo Borbonico (e qualunque altro che 
a quello rassomigli), attribuendo la origine della frase all'illustre 
statista e pensatore inglese W. E. Gladstone. Infatti nella prima 
delle Two Letters to the Earl of Aberdeen on the state prosecu- 
tïo?ts of the Neapolitan Government (con la data del 7 aprile 1851), 
lettere che ebbero un' eco cosi profonda presso tutti gli onesti, si 
da provocare anche una discolpa ufficiale del governo Borbonico, 
si legge, verso il principio, questo periodo : « The effect of all 
this is a total inversion of all the moral and social ideas. Law, 
instead of being respected, is odious. Force, and not affection, is 
the foundation of Government. There is no association, but a vio- 
lent antagonism, betw^een the idea of freedom and that of order. 
The governing power, which teaches of itself that it is the image 
of God upon earth, is clothed, in the view of the overwhelming 
majority of the thinking public, with all the vices for its attribu- 
tes. I have seen and heard the strong and too true expression 
used, This is the negation of God erected into a system of 
Government. » Da cui si desume che Gladstone non fece che rac- 
cogliere un giudizio udito da lui in Napoli o da Napoletani, tanto 
è vero che in una nota egli lo riporta nella forma originale : È la 
negazione di Dio eretta a sistema di governo: ed anzi ho ragione 
di credere che la frase fosse veramente del suo intimo Giacomo 
Lacaita, di Manduria, poi senatore del Regno. 

455. Grido di dolore. 

Nel discorso della Corona letto da Vittorio Emanuele al- 
l' apertura del Parlamento subalpino il io gennaio 1859 si con- 
tenevano queste memorabili parole: 

« Confortati dall' esperienza del passato andiamo risoluti incon- 
tro alle eventuaHtà dell' avvenire. Quest' avvenire sarà felice, ripo- 
sando la nostra politica sulla giustizia, suU' amore della libertà e 
della patria. Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito 
nei consigli dell' Europa perchè grande per le idee che rappresenta. 



[455] Fatti e avvenimenti storici 129 

per le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra 
di pericoli, giacché nel mentre rispettiamo i trattati, non siamo 
insensibili al grido di dolore che da tante farti d'' Italia si leva 
verso di noi. 

« Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspet- 
tiamo prudenti e decisi i decreti della divina provvidenza. » 

Leggasi nel libro del Massari, la Vita di V. E. di Savoia 
(voi. I, pag. 367), il drammatico raccolto di quella memorabile 
seduta, e dell' effetto prodotto dal grido di dolore. 

Si è discusso a lungo se il coraggioso linguaggio del Re fosse 
dovuto a iniziativa di lui, o del Ministero, o ai suggerimenti del- 
l' alleato di Francia. La discussione è stata chiusa dal Vayra che 
nel suo libro // Museo storico della Casa di Savoia (Torino, 1880) 
pubblicò un facsimile del discorso della Corona nel testo proposto 
al Re dal Ministero con le correzioni portatevi di suo pugno dal 
Sovrano stesso che ne mutarono completamente il tono e 1' ardi- 
mento. La celebre frase vi si legge tutta di mano di Vittorio 
Emanuele, chiara, senza pentimenti né esitazioni. 

Il prezioso documento che illustra una cosi splendida pagina 
della vita del primo Re d' Italia, fu scoperto da Nicomede Bian- 
chi, e sta esposto all' ammirazione del pubblico nell'Archivio di 
Stato di Torino. 



§ 29. 
Fatti e parole 



Dal detto al fatto e' é un gran tratto, ovvero dal dire al fare 
e' è di mezzo il mare : e i due proverbi sono così calzanti, e cosi 
vivi, che non si è sentito il bisogno di sostituirvi frase alcuna tolta 
dall' armamentario, letterario classico e moderno. Invece ci com- 
piacciamo a ripetere la risposta di Amleto a Polonio che gli do- 
manda che cosa legge: 

9 



I30 Chi r ha detto? [456-460] 

456. Words! words! words! 

(Shakspeare, Hamlet, a. II, sc. 2). 
e la drammatica frase tolta al nostro teatro contemporaneo : 

457. Chi lo dice non lo fa! 

Si parla del suicidio; ed è frase ripetuta più volte nel dramma 
omonimo di P. Ferrari; forse lo si diceva assai prima di lui : 
ma Uberto alla fine del primo atto, scaricandosi la rivoltella alla 
gola, corregge: 

Chi non lo dice lo fa ! 
Un' altra suicida disse : 

458. ....Almen la destra io ratta 
Ebbi al par che la lingua. 

(Alfieri, Mirra, tragedia, a. V, se. 2). 
Si può citare in questo paragrafo anche la sentenza biblica: 

459. Spiritus quidem promptus est, caro autem 

infirma. 

{Evatig. di S. Matteo, cap. XXVI, v. 41; - 
S. Marco, cap. XIV, v. 38). 

che r Ariosto cosi tradusse: 

L' animo è pronto, ma il potere è zoppo. 

{Orlando furioso, e. XXV, ott. 76). 

e anche il Petrarca: 

Lo spirto è pronto, ma la carne è stanca. 

(Son. in vita di M. Laura, num. CLIV secondo 
il Marsand, com.: Rapido fiume, che d" alpe- 
stre vena; ed. Mestica, son. CLXXIII). 

La frase di Plauto: 

460. Factum est illud; fieri infectum non potest. 

{Aulular ia, a. IV. se. 10, v. 11). 

456. Parole! parole! parole! 

460. Il fatto è quello, e non si può fare che non sia fatto. 



[461-464] Fatti e awenimentt storici 131 

e la sentenza dantesca: 

461. ....La dimanda onesta 
Si dèe seguir con l'opera tacendo, 

(Dante, Inferno, *:. XXIV, v. 77-78). 

cioè a giusta dimanda non occorre risposta di parole ma di fatti, 
operando com' è richiesto. 

Ricordo in fine il notissimo epigramma del Giusti a Gino 
Capponi ; 

462. Gino mio, l' ingegno umano 

Partorì cose stupende, 
Quando l'uomo ebbe tra mano 
Meno libri e più faccende. 



§ 30. 
Felicità, infelicità 



Se si desse ascolto al poeta Cesareo, infinito sarebbe il numero 
degli infelici, poiché: 

463. /Se a ciascun l'interno affanno 

Si leggesse in fronte scritto, 
Quanti mai che invidia fanno 
Ci farebbero pietà. J 

(Mktastasio, Giuseppe riconosciuto, parte prima). 

Nondimeno un acuto pensatore francese ci riconforta, osser- 
vando che : 

464. On n'est jamais si heureux, ni si malheureux 

qu'on s'imagine. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § XLIX). 



132 Chi V ha detto? [465-467] 

Piuttosto l'uomo bersagliato dalla fortuna potrà cercare con- 
forto nella fede, e questa non glielo negherà mai, se non altro as- 
sicurandolo col Savio che le sventure sono segni dell' affetto del 
Signore, poiché 

465. Quem enim diligit Dominus, corripit. 

(Proverbi di Salomone, cap. Ili, v. 12). 

Per i disgraziati, che bevvero una volta alla tazza della feli- 
cità, ma se la videro troppo presto strappata dalle labbra, un 
seicentista italiano ha un verso famoso : 

466. Appena vidi il Sol che ne fui privo. 

che è in un capitolo in terza rima di Luigi Tansillo, scritto 
per lamentarsi di dover partire e lasciare la donna amata, e di 
cui la terzina nona dice : 

Oh fortuna volubile e leggiera ! 

Appena vedi il Sol, che ne fui privo ; 
E al cominciar del dì giunse la sera. 

Questo capitolo è il XIX tra le Poesie di ?netro vario, nell'edi- 
zione delle Poesie liriche di L. Tansillo con prefazione e note 
di F. Fiorentino (Napoli, Morano, 1882), a pag. 167. 

Alcuni attribuiscono questo verso, ma a torto, come si vede, 
a Luigi Groto detto il Cieco d'Adria, il quale, come vuole la 
leggenda, sarebbe divenuto cieco dopo nove giorni di vita. Ma 
le parole del Groto non suonano così. Egli nella tragedia Ha- 
driana, così fa dire al Prologo (versi 56-59): 

A l' hora ei \y autore] si ramarica cercando 
Per qual demerto suo tosto che nacque, 
Veduto a pena il dì, cieco divenne. 
Se innanzi al nascer suo non fé' peccato. 

Dante che s' intendeva di infelicità umana, ha nel suo divino 
poema quella tremenda terzina : 

467. Per me si va nella città dolente, 

Per me si va nell'eterno dolore. 
Per me si va tra la perduta gente. 

{Inferno, e. Ili, v. 1-3). 
465. Perocché il Signore corregge quelli che ama. 



[468-471] Felicità, infelicità 133 

che è il principio della paurosa iscrizione sulla porta dell' Inferno : 
e suo è pure 1' altro verso : 

468. Ora incomincian le dolenti note. 

(^Inferno, e. V, v. 25). 

Dal nostro teatro tragico e lirico potremmo trarre larghissima 
mèsse di frasi descrittive delle disgrazie di qualche infelice. Scelgo 
solo queste : 

469. Havvi tormento al mondo 
Che al mio s'agguagli? 

dalla tragedia dell' Alfieri, intitolata Mirra, a. Ili, se. 2. 
La meravigliosa romanza di Fernando nell' atto IV, se. 3 : 

470. Spirto gentil — ne' sogni miei 

Brillasti un di — ma ti perdei: 
Fuggi dal cor — mentita speme, 
Larve d' amor — fuggite insieme. 

(La Favorita, melodramma di A. Royer e 
Gustavo Waez, trad, dal frane, da F. Jan- 
netti, mus. di Donizetti). 

Chi non l'ha udita dalla divina voce del tenore spagnuolo Gay arre 
(morto nel 1890), non seppe che sia sublimità del canto. 

471. Andrem, raminghi e poveri, 

Ove il destin ci porta.... 

Un pan chiedendo agli uomini 

Andrem di porta in porta.... 

Duetto della Luisa Miller, melodramma di Salvatore Camma- 
RANO, musica di Verdi (a. III, se. 2). 



[34 Chi Vha detto? [472-475] 

§ 31. 
Fiducia, diffidenza 



Sull' argomento della maggiore o minore fiducia da usarsi nelle 
cose della vita non trovo miglior consiglio del dantesco : 

472. Guarda com' entri, e di cui tu ti fide. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 19). 

e pure di Dante è 1' altra frase, che spesso si ripete a denotare 
persona che gode la più illimitata fiducia di un altro : 

473. Io son colui che tenni ambo le chiavi 

Del cor di Federico.... 

{Inferno, e. XIII, v. 58-59). 

Questi, come si sa, è Pier della Vigna che fu cancelliere e con- 
fidente di Federico II imperatore. In luogo della frase dantesca 
si può, in certi casi più opportunamente citare il virgiliano : 

474. ' Fidus . Achates. 

(Eneide, lib. I, v. 188). 

Il testo dice precisamente : « Fidus quae tela gerebat Achates. » 
Nel caso particolare della fiducia che può concedersi a chi rac- 
conta, è bene che questi tenga presente il verso : 

475. Di più direi; ma di men dir bisogna. 

usato dall'ARioSTO {Orlando Furioso, e. XXVI, ott. 22) il quale 
nel narrare sulla fede di Turpino le prodezze di Roggero, che as- 
sale i Maganzesi traditori, soggiunge: 

E se non che pur dubito che manche 
Credenza al ver e' ha faccia di menzogna. 
Di più direi; ma di men dir bisogna. 

474. Il fido Acate. 



[476-477] Fiihicia, diffidenza 135 

Do qui luogo anche all' oraziano : 

476 Credat Judaeus Apella 

Non ego : namqiie deos didici securum agere 

[sevum ; 
Nee, si quid miri faciat natura, deos id 
Tristes ex alto cœli demittere tecto. 

(Orazio, Satire, lib. I, sat. 5, v. 100- 103). 

Si cita anche isolatamente il primo emistichio. I commentatori si 
sono molte volte domandato chi fosse questo Apella, e natural- 
mente non hanno mai saputo che cosa rispondere. Sembra che il 
nome di Apella non fosse infrequente fra i liberti ebrei del Tra- 
stevere; vedasi, inter alia, Cic. ad Fam., VII, 25 ; <? Ne Apellse 
quidem liberto tuo dixeris » e gli Atti degli Apostoli, VI, 9; e 
d' altra parte gli Ebrei erano ritenuti dai Romani come gente su- 
perstiziosa, a cagione della loro religione. È quindi naturale che 
Orazio per indicare un individuo credulo, scegliesse un nome co- 
mune fra i Giudei. La vecchia etimologia della voce Apella, da a 
particella privativa, e pellis, a indicare un circonciso, filologica- 
mente non regge. 



§ 32. 
Fortuna, fato 



477. ....Nel mondo 

Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce. 

(Petrarca, Sonetto in morte di M. Laura, 
num. XXXV secondo il Marsand, comin. : 
Amor che meco al buon tempo ti stavi; ed. 
Mestica, son, CCLXJI). 

476. Ci creda l'ebreo Apella, non io; poiché so che gli dèi me- 
nano vita, tranquilla; e se la natura fa talora qualche por- 
tento, non sono gli dèi corrucciati a mandarlo dall' alta volta 
celeste. 



136 Chi r ha detto? [478-483] 

perciò inutile è di lottare contro il destino: 

478. Ducunt volentem fata, nolentem trahunt. 

(L. Ann. Seneca, Epistola, ep. 107, 9). 

(che talora si cita compendiosamente: Fata trahunt) e pur troppo 
sempre : 

479. Fata viam invenient. 

{Eneide, lib. Ili, v. 395). 

Seneca stesso aveva convinto Nerone della inutilità di opporsi 
al fato, con queste parole, riportate da Dione Cassio nelle Istorie 
(lib. LXI, cap. 18): 

480. Non potes successorem tuum occidere. 

Benissimo perciò I'Alighieri: 

48 1 . Che giova nelle fata dar di cozzo ? 

{Inferno, e. IX, v. 97). 

La fortuna ci avvolge e ci mena a suo capriccio, e benché ta- 
lora sia vero 1' antico dettato : 

482. Faber est suae quisque fortunae. 

che è attribuito ad Appio Claudio Cieco sulla fede di Sallu- 
stio, De repìiblica ordinanda, I, i; molte volte il cieco caso sol- 
tanto regge i destini dell'uomo. Perciò ninno può prevedere quel 
che gli serbi la fortuna, poi 

483. Che 'nanzi al dì de l'ultima partita 

Uom beato chiamar non si convene. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Later a. 
num. XXXVI secondo il Marsand, coni.: 
Se col cieco desir, che 7 cor distrugge ; ed. 
Mestica, son. XLIII). 

478. Guidano i fati chi li segue di buona voglia, trascinano gli altri. 

479. I fati troveranno la via {-perchè si ccmpia qziel che deve ac- 

cadere). 

480. Non puoi uccidere il tuo successore. 
482. Ciascuno è artefice della propria fortuna. 



[484-486] Fortuna, fato 137 

che è reminiscenza del biblico: 

484. Ante mortem ne laudes hominem quemquam. 

{Ecclesiastico, cap. IX, v. 30). 

o dei versi di Ovidio: 

Dicique beatus 
Ante §bitum nemo supremaque funera debet. 

{Metamorfosi, lib. Ili, v. 136 137). 

Si ricordi l' ammonizione di Solone a Creso : " Opa xsXoç 
{jtaxpou ßCo'j (Schol. Juv. XIV, 328; Diogen. Vili, 51; Apost. 
XVI, 30; Juven. X, 274), che altri attribuiscono a Chilone (Au- 
sonio, Septem sap., 20, Seh. 56). 

Anche Sofocle cosi dà termine aXV Edipo Re (versione di Fe- 
lice Bellotti) : 

Al giorno estremo 
Però guati il mortale; e mai felice 
Non tenga l'uom, pria che d'affanni scevro 
Tocco non abbia della vita il fine. 

Alle quali sentenze degli antichi avvicineremo il verso del Pe- 
trarca : 

485. La vita el fin e '1 dì loda la sera. 

{Canzone in vita di M. Laura, I, 4, secondo 
il Marsand nell'ed. Mestica, pag. 25 ; com.: 
Nel dolce tempo de la prima etade). 

di cui, nonostante l'anfibologia del costrutto, è chiaro il senso 
dopo quanto abbiamo detto avanti. 

Pure ai greci poeti dobbiamo la bella immagine: 

486. L'evento 
Su le ginocchia degli Dei s'asside. 

(Omero, Iliade, trad, di Vine. Monti, 
lib. XVII, V. 646.647). 

Il testo greco {ivi, v. 514) veramente dice meno sentenziosamente : 

'AXX' fixoi }ièv xaöxa Geöv èv yoóvaat xetxat. 
il quale verso trovasi ripetuto testualmente anche nel libro XX 



484. Non lodare nessuno prìma della morte. 



138 Chi Vha detto? [487-491] 

dell' //za^^, V. 435; e Xi€i^' Odissea, lib. I, v. 267 (e con lieve 
differenza anche nel v. 400), e lib. XVI, v. 129. 

Incerto dunque è il futuro, e con somma prudenza volle il 
Cielo tenerlo nascosto agli uomini, che troppo si angoscerebbero 
neir antivedere i molti mali che ad ognuno appresta la sorte : 

487. Prudens futuri temporis exitum 

Caliginosa nocte premit Deus. 

(Orazio, Odi, lib. Ili, od. 29, v. 29-30). 
Scherzi della fortuna sono pure i cambiamenti repentini di con- 
dizione: che cosa c'è di più capriccioso di lei e dei suoi doni? 

488. Fortuna multis dat nimis, satis nulli. 

(Marziale, Epigrammi, lib. XII, epigr. 10, v. 2). 
Fu per un capriccio di lei che 

489. Una volta un ciabattino 

Gran signore diventò. 

come dice la canzone di Crespino nell' opera giocosa Crispino e la 
comare, parole di F. M. Piave, musica dei fratelli Ricci (atto I, 
se. 2); che altri raggiunge 

490. .... Un premio 
Ch' era follia sperar. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 
e che 

491. A aucuns les biens viennent en dormant. 

Racconta Du Verdier che Luigi XI una mattina per tempo en- 
trando in Nôtre-Dame de Cléry fu trattenuto da un postulante, 
che lo supplicava per la concessione di un beneficio di patronato 
.regio: il re tace, poi girando gli occhi attorno scorge un povero 
pretucolo addormentato in un angolo del coro: lo fa svegliare, lo 
chiama e ordina che siano sull' istante spedite le regie patenti per 
rivestir lui del beneficio stesso chiesto poco avanti dall' importuno 

487. Prudentemente Iddio nascose fra tenebre caliginose gli eventi 

del tempo futuro. 

488. La fortuna a molti dà troppo, a nessuno abbastanza. 



[492-495] Fortuna, fato 139 

sollecitatore « disant qu'il vouloit en cet endroit faire trouver 
véritable le proverbe qui dit qu'à aucuns les biens viennent en 
dormant. •» Tallemant des Réaux riporta lo stesso aneddoto, attri- 
buendolo invece a Enrico III e fa anche il nome del fortunato 
dormiente. 

Ma « il mondo è fatto a scale, chi le scende e chi le sale » : ossia 
per dirla con la quartina del Giusti : 

492. Ma il libro di natura 

Ha l'entrata e l'uscita: 
Tocca a loro la vita, 
E a noi la sepoltura. 

{La terra dei mortis str. 12). 

perciò come facile è il salire, facilissimo è pur troppo anche lo 
scendere, ed 

493 A' voli troppo alti e repentini 

Sogliono i precipizj esser vicini. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. II, ott. 70). 
ed anche può dirsi : 

494. Du sublime au ridicule il n'y a qu'un pas. 

frase attribuita a Napoleone I, che dopo la ritirata di Mosca (di- 
cembre 18 12) l'avrebbe più volte ripetuta in un colloquio col suo 
ambasciatore a Varsavia, De Pradt. Tuttavia le origini hanno a 
cercarsene più in alto, e anche Marmontel {Œuvres, vol. V, 
pag. 188) scrisse: « En général le ridicule touche au sublime. » 
Napoleone, che testé citavo, è meraviglioso esempio dell' inco- 
stanza della fortuna, egli che fu 

495. Due volte nella polvere, 
Due volte sugli aitar. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 

Altro esempio, non meno degno di memoria, sarebbe quello di 
Belisario, di cui narra la leggenda che negli ultimi anni di sua 
vita, fatto bersaglio, alle calunnie degli invidiosi, fosse accecato per 
ordine dell* imperatore Giustiniano, e ridotto a mendicare in Co- 
stantinopoli ripetendo le parole : 



140 Chi P ha detto? [496-499] 

496. Date un obolo a Belisario. 

Ma tutto questo è falso : è bensì vero che Belisario cadde in di- 
sgrazia dell'imperatore, ma dopo soli sette mesi fu reintegrato negli 
antichi onori, e mori poco dopo (marzo 565). La leggenda deve 
essere stata sparsa dal monaco bizantino Giovanni Tzetza il 
quale nella III Chiliade delle Variœ Historiœ (cap. LXXXVIII, 
versi 339-348) cosi scrive, secondo la traduzione letterale del La- 
cisio : « Iste Belisarius ìmperator magnus, Justinianeis existons in 
temporibus Imperator, ad omnem quadrantem terrae cum explicuis- 
set victorias, postea invidia obcsecatus (o fortunam instabilem) po- 
culum ligneum detinens, clamabat in stadio: Belisario obulumdale 
imperatori^ quem fortuna quidem darum fecit excsecat autem invi- 
dia. Alii dicunt chronici, non excsecatum fuisse hunc, ex honoratis 
autem infamem postremo factum esse, et iterum ad revocalionem 
exstimationis venisse prioris. » È probabile che lo Tzetza abbia 
confuso Belisario con Giovanni di Cappadocia, il quale infatti 
cadde in disgrazia dell' imperatore, e si ridusse a chiedere la ca- 
rità per vivere. 

Si ricordi pure la miseranda fine di Troia di cui 

497. Etiam periere ruinse. 

(Lucano, Far salia, lib. IX, v. 968). 

Anche nelle guerre come nelle private tenzoni, la vittoria è 
spesso decisa dalla fortuna : nondimeno 

498. Fu il vincer sempre mai laudabil cosa, 

Vincasi o per fortuna o per ingegno. 

(Akiosto, Orlando furioso, e. XV, ott. 1). 

ovvero, come osserva il Machiavelli (o per essere più esatti, 
com' egli fa dire a uno dei popolani fiorentini che eccita i suoi 
compagni a ribellarsi alla Signoria) : 

499. Coloro che vincono, in qualunque modo vin- 

cano, mai non ne riportano vergogna. 

(Istorie Fior., lib. IH). 
497. Ne sparirono perfino le rovine. 



[500-503] Fortuna, fato 141 

Gode, e giustamente, il vincitore: si consola il vinto come può, 
sia che sopporti V avverso destino con lo stoicismo dell'Uticense, 
di cui fu detto: ^ 

500. Victrix causa Deis placuit, sed vieta Catoni. 

(Lucano, Farsalia, lib. I, v. 128). 

o l'altezza di animo di Enea, cui il poeta nella Bidone abban- 
donata del Metastasio (a. I, se. 6) pone in bocca queste parole : 

501 Il mio eore è maggior di mia fortuna. 

o pensi con Seneca che: 

502. Fortuna opes auferre, non animum potest. 

{Medea, a. II, se. 1, v. 176). 
sia che abbia la disinvoltura di quel poeta che scrisse : 

503. Un'altra volta vinceremo noi. 

È questo un celebre verso del canonico Mari, pisano, autore di 
un poema stranissimo intitolato la Giasoneide^ dove Giasone dopo 
aver perduto una battaglia: 

Grazioso il re disse agli afflitti eroi: 
Un* altra volta vinceremo noi. 

Il Mari fu immortalato dal novelliere toscano Domenico Batac- 
chi, le cui poesie sono piene di allusioni ridicole al povero cano- 
nico. Un esempio della sintassi del canonico Mari è questo : ad 
m suo poemetto stampato nel 1791 prepose, come d'uso, la se- 
„'uente protesta: «Le parole Giove, Fato, Divinità ecc. esprimono 
dei Gentili la falsa religione, non dell' autore la v«ra credenza che 
si pregia di non sentire » ! 

Abbiamo sentito per bocca del povero Mari come Giasone con- 
fortasse i suoi fidi dopo la sconfitta. Una consolazione com'un'al- 



500. La causa del vincitore piacque agli Dei, quella del vinto a 

Catone. 
502. La fortuna può togliere le ricchezze, non 1' animo. 



T42 Chi l'ha detto? [504-506J 

tra ! Non era gran cosa di meglio quella di chi si rallegrava che 
eravamo rimasti 

504. Padroni delle acque. 

Pur troppo sono parole più da piangere che da ridere, ma sono 
parole storiche, sono parole dell' ammiraglio Carlo di Persano 
nel telegramma ufficiale spedito al governo subito dopo V infelice 
battaglia di Lissa del 20 luglio 1866. L'inetto comandante cer- 
cava di confortarsi del lutto della giornata con la circostanza che 
le sue navi, decimate e malconcie erano rimaste padrone delle 
acque. Egli stesso vi insisteva nell'opuscolo apologetico I fatti 
di Lissa (Torino, 1866) pubblicato prima di comparire dinanzi 
all'Alta Corte di Giustizia : « Esse (le navi italiane) ebbero l' or- 
goglio di dar caccia al nemico quando volse verso le sue terre, 
e non avendolo potuto raggiungere prima che ne fosse al riparo, 
di rimanere padrone delle acque della battaglia •?> (pag. 26). 

Anche il telegramma comunicato ai giornali dal Ministero del- 
l' Interno il giorno dopo della battaglia ripeteva che « La flotta 
italiana rimase padrona delle acque del combattimento » . 

Tornando ai vincitori e ai vinti, qui soprattutto si vede che : 

505. Le profit de l'un est le dommage de l'autre. 

titolo del cap. XXI, lib. I, degli ^^^ow di Montaigne ; e que- 
sto in ispecial modo avviene quando ci sia chi sappia trarre pro- 
fitto per sé della industria e delle fatiche altrui. In tal caso si ama 
ripetere il virgiliano: 

506. Sic vos non vobis. 

di cui nota è la storia, conservataci in quella Vita di Virgilio, che 
va, a torto, sotto il nome di Tib. Claudio Donato (il giovane), 
cap. XVII. Virgilio scrive una notte sulla porta del palazzo 
dell'Imperatore Augusto il seguente distico senza apporvi il suo 
nome : 

Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane: 
Divisum imperium cum Jove Caesar habet. 

506. Così voi non per voi. 



[506-507] Fortuna, fato 143 

Batillo, meschino poetucolo, se ne fa credere 1' autore, e ne ri- 
ceve in contraccambio da Augusto lodi e danari. Allora Virgilio 
toma a scrivere sulla porta per quattro volte di seguito le parole 
Sic vos non vobù. Augusto vuol sapere che cosa significhi ciò; 
ninno sa spiegare 1' enigma, e finalmente quando la curiosità di 
tutti è eccitata, Virgilio stesso dà la chiave dell'indovinello, ripe- 
tendo dapprima il distico rubatogli, seguito dal verso: 

Hos ego versiculos feci, tulit alter honores, 

quindi completa i quattro emistichii in questa forma: 

Sic vos non vobis nidificatis aves, 

Sic vos non vobis veliera fertis oves. 

Sic vos non vobis mellificatis apes. 

Sic vos non vobis fertis aratra boves. 



§ 33. 
Frode, rapina, prepotenza 



Frode e prepotenza sono le due arti onde si avvantaggia il mal- 
vagio: ma fra le due la più trista è la prima. Tuttavia essa trova 
anche delle attenuanti, per esempio il famoso : 

^07. Mundus vult decipi, ergo decipiatur. 

che GiAC. Aug. de Thou nelle Histories sui temporis (lib. XVII, 
sub anno 1556) attribuisce (con qualche variante) al card. Carlo 
Caraffa, nipote di Paolo IV, e legato pontificio presso Enrico II 
re di Francia. « Ferunt eum, ut erat securo de numine animo et 
»ummus religionis derisor, occursante passim populo et in genua 
ad ipsius conspectum procumbente, ssepius secreta murmuratione 
haec verba ingeminasse : Quandoquidem populus iste vult decipi, 
decipiatur ». Ma la prima parte di questa frase, Mundus vult de- 

507. n mondo vuol essere ingannato, inganniamolo dunque. 



144 Chi V ha detto? [508-513] 

dpi, si trova già in tedesco nella Narrenschiff di Seb. Brants 
(1494, ed. Zarncke, Leipzig, 1854, pag. 65) e in latino nei Pa- 
radoxa di Seb. Francks (1533, Nr. 236 o 247, sec. le ediz.). 

Talora alla frode deve per necessità attenersi chi non può per 
altre vie raggiungere il suo intento: 

508. Dove forza non vai giunga l'inganno. 

come dice il Metastasio nella Bidone abbandonata (a. I, se. 13). 
Parlando della frode, mi tornano alla memoria la frase dantesca: 

509 Quella sozza imagine di froda. 

(Dante, Inferno, e. XVII, v. 7). 

- è costei Gerione, « la fiera con la coda aguzza » , « colei che tutto 
il mondo appuzza » - e la bizzarra domanda che fa a sé mede- 
simo Don Basilio: 

510. Qui diable est-ce donc qu'on trompe ici? 

nel Barbier de Seville di Beaumarchais (a. III, se. 10), quando 

sopravviene inaspettato in casa dì Don Bartolo, mentre il Conte 

sotto le vesti di Don Alonzo dà la lezione di musica a Rosina. 

Non si può parlare della prepotenza senza ricordare il verso : 

511 Ragion contra forza non ha loco. 

(Petrarca, Trionfo d'Amore, canto IV, v. Ili), 
che corrisponde al francese: 

512. La raison du plus fort est touj ours la meilleure. 

(La Fontaine, Fables, 1, 10). 
che è stato ringiovanito nella frase moderna : 

513. Macht geht vor Recht. 

citata di frequente anche nella forma francese: 

La force prime le droit. 

ed attribuita a Bismarck, ma smentita da lui medesimo come 
prova il Büchmann nelle Geß. Worte, XIX. Aufl., S. 550. 



[514-5^7] Frode, rapina, prepotenza 145 

Delle prepotenze usate al Giusto secondo il racconto del Van- 
gelo, la voce comune conserva il ricordo ripetendo il versetto 
biblico : 

514. Diviserunt vestimeli ta ejus. 

{Vang, di S. Matteo, cap. XXVII, v. 32; 
- S. Marco, cap. XV, v. 24 ; - S. Luca, 
cap. XXIII, V. 34). 

che alcuni citano erroneamente : 

Diviserunt vestimenta mea. 

Un verso dantesco : 

515. Tra male gatte era venuto il sorco. 

(Dante, Inferno, e. XXII, v. 58). 

appartiene alla stessa categoria di concetti: ed ugualmente due 
versi di una lubrica (e perciò notissima) poesia : 

516. Degno è di gloria quei che ruba un regno, 
Chi ruba poco d'un capestro è degno. 

(G. B. Casti, La lampada di S. Antonio, 
novella, sest. 3). 

Anche un epigramma di Francesco Proto, Duca di Maddaloni, 
persona popolarissima in Napoli per la sua mordacità, dice: 

Un ladruncolo jeri iva in prigione, 

ed io chiedendo a lui per qual ragione, 
« Si sa » mi rispondea « solito gioco : 
ci vo' perchè ho rubato troppo poco » . 

Pur troppo quel che è lecito al potente e al superbo è colpa 
nell' umile e nel povero, il quale troppe volte paga per sé e per 
gli altri : 

517. Morir denno i plebei furfanti oscuri 
Perchè i furfanti illustri sien sicuri. 



514. Si divisero le sue vesti. 

10 



146 Chi V ha detto? [518] 

è la morale della favola // pastore ed il lupo di Lorenzo Pi- 

GNOTTI. 

Come esempio di prepotenza e al tempo medesimo di vanda- 
lismo non nuovo nella storia si ha quello ricordato nella satira 
di Pasquino: 

518. Quod non fecerunt Barbari, Barbarini fecerunt. 

detta a proposito di Urbano Vili (Maffeo Barberini) che tolse il 
bronzo onde erano rivestite le travi del portico del Panteon per 
farne cannoni (chi dice più di ottanta, chi centodieci), e le quattro 
colonne e il baldacchino dell' aitar maggiore in S. Pietro. Il fatto 
è narrato anche dai contemporanei. « Di cannoni il Papa presente 
ha molto contribuito alla mancanza {sic), che prima n'havea lo 
Stato Ecclesiastico.... Molti sono stati gettati di nuovo per Ca- 
stel S. Angelo, col valersi anco del metal antico di cui era singo- 
larmente adornato il tempio di tutti gli Dei, hoggidi detto la Ro- 
tonda. Onde nacque il motto di Pasquino : Quod non fecerunt 
Barbari, Barbarini fecerunt » . Cosi, nella sua Relazione del 1635 
r ambasciatore veneto Contarini {Le Relazioni della Corte di Ro- 
ma, ecc., voi. I, Venezia, 1877, pag. 58). E un diarista contem- 
poraneo, Giacinto Gigli, in questi termini descrive il malcontento 
popolare per tale profanazione : « Il popolo andava curiosamente 
a veder disfare una tanta opera, e non poteva far di meno di non 
sentire dispiacere et dolersi che una sì bella antichità, che sola era 
rimasta intatta dalle offese dei barbari e poteva dirsi opera vera- 
mente eterna, fosse ora disfatta ». Oggi, mercè le ricerche del 
prof. G. Bossi, si conosce l' autore di questa satira, che fu l'agente 
mantovano Carlo Castelli. Vedi il voi. del Fraschetti, // Ber- 
nini, la sua vita, le sue opere ecc., a pag. 59. 



518. Quel che non fecero i Barbari, fecero i Barberini. 



[519-521] Giorno e notte 147 

§ 34. 
Giorno e notte 



L' alba è cosi descritta da uno dei nostri maggiori poeti : 

519. Già l'aura messaggera erasi desta 

Ad annunziar che se ne vien l'aurora: 
Ella intanto s'adorna, e l'aurea testa 
Di rose colte in paradiso infiora. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. II, ott. II). 

mentre in questi termini descrive una mattinata d' aprile il Tas- 
soni nella Secchia Rapita (e. I, ott. 6) : 

520. E s'udian gli usignoli al primo albore. 
E gli asini cantar versi d'amore 

Il cader della sera, allorché suona la campana dell'Ave Maria, 
quanto bene è dipinto nella Divina Commedia: 

521. Era già l'ora che volge il disio 

Ai naviganti e intenerisce il core 
Lo di c'han detto a' dolci amici addio; 
E che lo novo peregrin d'amore 
Punge, se ode squilla di lontano, 
Che paia il giorno pianger che si more. 

(Dante, Purgatorio, e. Vili, v. 1-6). 

Mentre qui il poeta non vede e non sente che la dolce malin- 
conia delle ore crepuscolari, altrove saluta la sera come appor- 
tatrice di riposo: 



148 Chi V ha detto ? [522-525] 

522. Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno 

Toglieva gli animai che sono in terra 
Dalle fatiche loro. 

(Inferno, e. II, v. 1-3). 

Più tristi pensieri invece ispira il cadere del giorno al Petrarca 
per il quale 

523. .... Nel fuggir del sole 
La ruina del mondo manifesta. 

{Trionfo del Tempo, v. 68.69). 

Sale la notte, e, se nel cielo stellato risplende la luna, ecco il 
bel verso oraziano : 

524. Nox erat et ccelo fulgebat luna sereno. 

(Orazio, Epodi, XV, v. 1). 
e se non e' è la luna, ci saranno per lo meno le stelle : 

525. Notte d'amor — tutta splendor 

Dagli astri d' or. 

come cantano Faust e Margherita nel duettino del Faust, di 
J. Barbier e M. Carré, trad. ital. di Ach. De Lauzière (a. II, 
se. io). « Gounod scrisse in una sua lettera che, vent' anni prima, 
in un giardino a Roma, gli era ispirata chi sa da quale miste- 
riosa beltà la musica : 

Notte d' amor — tutta splendor 

e l' invocazione (nelle medesime scene) : 

.... Vogl' io 
Quelle sembianze care 
Ancor contemplare 
Al pallido chiaror 
Che vien dagli astri d'or. 



524. Era notte e la luna splendeva nel cielo sereno. 



» 



[526-529] Giorno e notte 149 

« Chi fu la bella ispiratrice ? Ora dormirà certo in qualche can- 
tuccio di cimitero, forse presso alle ceneri di Shelley, e mentre 
vivrà sempre 1' armonia che parti dalla sua bellezza, quante pri- 
mavere avranno sparse fresche erbe sulla terra sotto a cui giace 
inconsapevole della sua gloria ! » (Paolo Lioy nella Nuova An- 
tologia, 1° apr. 1896, pag. 460). 

Ma se non ci sono né luna né stelle, diremo allora che : 

526. Era la notte e non si vedea lume. 

(Ariosto, Ortaudo furioso, e. XL, ott. 6). 

Il qual verso ricorda V ottava balzana (ovvero alla hurchiellesca), 
pure citata assai di frequente, che il servo Brighella recita nel- 
Tatto III, se. 7, del Poeta fanatico del Goldoni: 

Era di notte e non ci si vedea. 

Perché Marfisa avea spento il lume. 
Un rospo colla spada e la livrea 
Faceva un minuetto in mezzo al fiume. 
L' altro giorno é da me venuto Enea, 
E m' ha portato un orinai di piume. 
Cleopatra ha scorticato Marcantonio; 
Le femmine son peggio del demonio. 

Ma torniamo alla notte, e sia pure notte oscurissima e fitta, pur- 
ché non sia per alcuno la 

527. Notte per me funesta! 

che spaventò Desdemona nell' Otello, melodramma di Rossini 
(a. Ili, se. 3); e neppure la 

528. Notte! funesta, atroce, orribil notte. 

dell' Oreste di Vittorio Alfieri (a. I, primo verso). 

Se invece la luna illumina de' suoi raggi il cielo, si ricordi il 
principio della romanza di Egidio nel melodramma di Giovanni 
Peruzzini, La Contessa d'Amalfi, musica di Errico Petrella 
(a. II, se. 6): 

529. Fra i rami fulgida la luna appare, 

D'astri gemmato sorride il ciel. 



150 Chi V ha detto? [530-534] 

E se la notte non è tanto serena, sarà invece il caso di ripe- 
tere il coro : 

530. A fosco cielo, a notte bruna. 

Al fioco raggio d'incerta luna. 

(La Sonnambula, melodramma di Felice 
Romani, musica di Bellini, a. I, se. 6). 

Parlando di notte e di oscurità è il caso di citare anche l' altro 
verso dantesco : 

531. Io venni in loco d'ogni luce muto. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 28). 

Intanto la notte volge al suo termine, un lieve chiarore si leva 
dall' Oriente, e il nuovo giorno si annunzia. D' ordinario esso è 
sempre il benvenuto, ma vi è chi più ardentemente lo desidera, sia 
che stia ripetendo l' invocazione terribile : 

532. O sole, più rapido a sorger t'appresta. 

Ti cinga di sangue ghirlanda funesta! 

{Lucia di Lammermoor, melodramma di Salv. 
Cammar ANO, mus, di G. Donizetti, a. Ili, se. 2). 

ovvero formulando più dolci e miti desiderii voglia dire: 

533. A consolarmi affrettati, 

O giorno sospirato! 

come nel duetto della Linda di Chamounix , melodramma di Gae- 
tano Rossi, musica di G. Donizetti (a. I, se. 4). Ripete queste 
parole Linda nell' atto II (se. 8) quando smarrisce la ragione. 



§ 35. 
Gioventù, vecchiezza 



La prima età della vita è indicata dal Petrarca col verso; 
534. Nel dolce tempo della prima etade. 

(Petrarca, Canzone i?i vita di AI. Laura, nu- 
mero I secondo il Marsand e il Mestica, v. 1). 



[535"5403 Gioventù, vecchiezza 



mentre 1' Alighieri, alludendo all' informe linguaggio dei bam- 
bini, disse di sé: 

535. Innanzi che lasciassi il pappo e il dindi. 

(Dante, Purgatorio, e. XI, v. 105). 

Ciò che rende più cara quell' età è l' innocenza dei pensieri e 
dei costumi, innocenza che nessun onest' uomo oserebbe turbare, 
poiché : 

536. Maxima debetur puero reverentia. 

(Giovenale, Satira XIV, v. 47). 

e anche al giovanetto uscito dalla puerizia bene si addice, se non 
l'assoluta innocenza, almeno la modestia: 

537. Decet verecundum esse adolescentem. 

(Plauto, Asinaria, a. V, se. 1, v. 6). 

È questa stessa innocenza che rendeva i fanciulli cosi accetti 
a Gesù Cristo, che soleva dire: 

538. Sinite parvulos venire ad me. 

{Vang, di S. Marco, cap. X, v. 14). 

Ma pur troppo col maturarsi dei tempi anch' essa tende a scom- 
parire : 

539. Ah! il n'y a plus d'enfants! 

tutti ripetono dopo che Argant nel Malade imaginaire di Mo- 
lière (a. II, se. Il) lo ha detto per la prima volta, e ne ha creato 
quasi un proverbio. 

Quei bambini, che prima facevano la delizia delle nostre case 
con le loro ingenue grazie, sono oggi diventati, inconsciamente o 
no, degli 

540. Enfants terribles. 

come soglionsi chiamare con frase usata per la prima volta in una 
delle comiche composizioni di Gavarni. Veramente se i bambini 

536. Al fanciullo è dovuta la massima reverenza. 

537. Conviene che l'adolescente sia verecondo. 

538. Lasciate che i fanciulli vengano a me. 



152 Chi V ha detto? [541-544] 

diventano terrihili, molte volte lo si deve ascrivere non a sover- 
chia malizia, ma alla nessuna esperienza del mondo e delle sue 
leggi naturali ed artificiali. Il vivere sociale e la sua educazione 
non ha corretto in essi alcuno degli ingeniti istinti della bestia 
umana; perciò La Fontaine scrisse di loro che: 

541. Cet âge est sans pitié. 

in una delle sue favole più deliziose, Les Detix Pigeons (liv. IX, 
fable II). 

In tempi eccezionali vedremo i fanciulli superare in senno e in 
audacia gli anni loro, ed è allora che 

542. I bimbi d'Italia 

Si chiamai! Balilla. 

come è detto neW Inno di Goffredo Mamell (str. 4) ; è allora 
che essi intuonano quel popolarissimo inno del 1848 di cui la prima 
strofa dice: 

543. Ora slam {o Noi siamo) piccoli, 

Ma cresceremo, 
Difenderemo 
La libertà. 

e di cui non si conosce con certezza l' autore. Lo si riteneva di 
Pietro Ruggeri da Stabello, poeta bortoliniano, il principale fra 
i poeti vernacoli bergamaschi e autore di altri inni popolari del 
tempo, stampati pure anonimi; ma i profF. D'Ancona e Bacci nel 
Manuale della letter, ital. (voi. IV, p. II, Firenze, 1894, P- 614), 
assicurano invece ch'esso fu composto dopo il 1789 per il Batta- 
glione della Speranza di Modena da Giovanni Fantoni, più noto 
sotto il nome arcadico di Lahindo. 

Ma, tant' è, io preferisco vedere i bambini ai loro giuochi, i gio- 
vanetti allo studio, gli uomini al lavoro, poiché 

544. Chaque âge a ses plaisirs, son esprit et ses 

[mœurs. 

(BoiLEAU, Art poétique, 3, 374). 



[545"547] Gioventù, vecchiezza 153 

Ecco la gioventù, lieta, superba e confidente: 

545. Nos quoque floruimus, seS flos erat ille caducus, 

Flammaque de stipula nostra brevisque fuit. 

(Ovidio, Tristia, lib. V, eleg. Vili, v. 19-20). 

Dolce è il ricordo delle beate illusioni degli anni giovanili; e per 
molti non è possibile di udire senza una certa lieve commozione 
la romanza 

546. Oh de' verd' anni miei. 

cantata da Carlo V nell' Er?tani, dramma lirico di F. M. Piave, 
musica di G. Verdi: 

Oh de' verd' anni miei 

Sogni e bugiarde larve, 

Se troppo vi credei 

L' incanto ora disparve. 
S' ora chiamato sono 

Al più sublime soglio, 

Della virtù com' aquila 

Sui vanni m' alzerò. 
E vincitor de' secoli 

Il nome mio farò. 

(Atto III, se. 1). 

Questi sono tra i pochi versi non tanto cattivi del Piave, il 
quale, mediocre poeta di per sé, era poi veramente uno strumento 
cieco in mano del Verdi, che si valeva di lui a preferenza di ogni 
altro librettista, trovandolo docile e pieghevole anche col sacri- 
ficio del gusto letterario, del senso comune, della sintassi. Il Piave, 
conscio della sua inferiorità, fé' continuo sacrificio del suo amor 
proprio, tagliando, aggiungendo, accorciando, allungando, secondo 
le fantasie di Verdi. El maestro voi cussi, e basta: quando il Piave 
aveva detto queste parole, non occorrevano per lui altre giusti- 
ficazioni. 

A tutti i giovani che leggeranno questo libro auguro non per tanto : 

547. Pensier canuti in giovenil etate. 

(PiiTRAKCA, Trionfo della Pudicizia, v. 88). 

545. Noi pure fiorimmo un giorno, ma quel fiore presto appassì, 
e la nostra fu fiamma di stoppa, fuoco passeggero. 



154 Chi V ha detto? [548-552] 

e che per nessuno di loro possa dirsi quel che di troppi si dice, 
cioè che 

548. La plupart des hommes emploient la première 

partie de leur vie à rendre l'autre misérable. 

(La Bruyère, Caractères, vol. I, cap, 11). 

(Così sta nelle ediz. avanti quella del 1696: le altre dicono 
invece la meilleure partie). 

E a sorreggerli fra le asperità e le dubbiezze della vita, potrà, 
per coloro che hanno la ventura di credere, concorrere la Fede, 
la quale 

549. Tempra de' baldi giovani 

Il confidente ingegno. 

(Manzoni, La Pentecoste, inno, v. 137-138). 
Ma questa prima metà della vita presto vola: eccoci 

550. Nel mezzo del cammin di nostra vita. 

(Dante, Inferno, e. I, v. 1). 

verso che Dante stesso cosi commenta : « La nostra vita procede 
ad imagine d' arco, montando e discendendo. Il punto sommo di 
questo arco nelli perfettamente maturati è nel 35° anno» {Con- 
vito, IV, 23). Volano gli anni, 

551. Eheu fugaces, Postume, Postume 

Labuntur anni. 

(Orazio, Odi, lib. II, od. 14, v. 1-2). 
ecco la dolorosa e stanca vecchiaja, e 

552. Già dello spirto il memore 

Moto veloce langue, 
E lento scorre e gelido 
In ogni vena il sangue. 

Questi versi sono nell'ode La vecchiezza di G. B. Niccolini, di 
cui si suole ricordare anche 1' ultima strofa : 

551. Ohimè, Postumo, Postumo, fuggono veloci gli anni! 



[553-557] Gioventù, vecchiezza 155 

E mentre manda un gemito, 
Che dell' error s' avvede, 
S' apre la tomba gelida 
Sotto lo stanco piede. 

Ecco l'uomo 

553. Giunto sul passo estremo 
Della più estrema età. 

come canta Faust nell' epilogo del Meßstofele, parole e musica di 
Arrigo Boito ; eccolo vacillante e canuto come il Caronte infer- 
nale, che Dante chiamò : 

554. Un vecchio bianco per antico pelo. 

{Inferno, e. Ili, v. 83). 

eccolo, magro compenso!, circondato da quel rispetto che è tri- 
ste privilegio della tarda età : 

555. Magna fuit quondam capitis reverentia cani. 

(Ovidio, Fasti, lib. V, v. 57). 

purché egli sappia rispettare il suo crine canuto, se vuole che lo 
rispettino gli altri, poiché 

556. Peu de gens savent être vieux. 

{L.K Rochefoucauld, Maximes, § CCCCXXIII). 
e soprattutto tenersi lontano da traviamenti che sono di altre età : 

557. Turpe senex miles, turpe senilis amor. 

(Ovidio, Antares, lib. I. eleg. IX, v. 4). 

Il miles si ha da intendere di chi milita sotto le insegne di 
Amore, infatti 1' argomento di questa elegia è una poetica com- 
parazione dell' arte guerresca all' arte di amare. 

Non tutti facilmente si acconciano a rinunciare a giuochi e a 
costami che meglio si addicono ad altri tempi. La vecchia serva 






555. Un tempo grande era la riverenza per il capo canuto. 
557. Turpe è il vecchio che vuol ancora militare sotto le insegne 
di Cupido, turpe cosa è 1' amore nei vecchi. 



156 Chi l'ha detto? [558-561] 

nel capolavoro dì Rossini si duole che gli amanti non la corteggino 
più, e canta: 

558. Oh vecchia] a maledetta! 

Son da tutti disprezzata.... 
E vecchietta disperata 
Mi convien cosi crepar. 

(// Barbiere di Siviglia, parole di Cesare 
Stkrbini, musica di Rossini, a. II, se. 5). 

Perciò non mancano i furbi di tre cotte che sanno trarre partito 
da queste senili debolezze : quindi la esclamazione del Giusti : 

559. Oh le vecchie, le vecchie, amico mio. 

Portano chi le porta; e lo so io. 

{Gingillino, P. Ili, str. 18). 

Intanto il tempo, che è galantuomo per tutti, corre senza tregua, 
e si appressa il giorno in cui virtù e vizi, debolezze e sacrifici, 
avranno un termine. Vero è che nessuno in generale si preoccupa 
di questo doloroso scioglimento: 

560. Nemo est tam senex qui se annum non putet 

posse vivere. 

(Cicerone, De Senectute, lib. VII). 

nulladimeno la fine viene, e viene per tutti, pel ricco come per il 
povero, per il vecchio come per il giovane. Ma se per quest' ul- 
timo è inattesa e crudele, per il vecchio è in molti casi una libe- 
razione; che benissimo scriveva fra i suoi /'^««Vrz' quell' acuto in- 
telletto che fu Giacomo Leopardi: 

561. La morte non è male: perchè libera l'uomo 

da tutti i mali, e insieme coi beni gli 
toglie i desiderii. La vecchiezza è male 
sommo: perchè priva l'uomo di tutti i 
piaceri, lasciandogliene gli appetiti ; e porta 
seco tutti i dolori. 

560. Nessuno è tanto vecchio che non creda di poter vivere an- 
cora un anno. 



[562-565] - Giustizia, liti 157 

§ 36. 
Giustizia, liti 



Principio fondamentale ed eterno della giustizia è 1' 

562. Unicuique suum. 

di cui la fonte va cercata specialmente in due passi di Cicerone, 
De natura deorum, III, 15 : « Justitia.... suum cuique distribuit »; 
e delle Istituzioni di Giustiniano, lib. I, tit. I, i : « Justitia est 
constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuens. » Si può 
anche dire con gli evangelisti : 

563. Reddite (ergo) quae sunt Csesaris, Caesari, et 

quae sunt Dei, Deo. 

(Evang. di S. Matteo, cap. XXII, v. 21. - 
S. Marco, cap. XII, v. 17. - S. Luca, 
cap. XX, V. 25). 

È pure della Bibbia la sentenza: 

564. Justus ut palma florebit. 

(Salmo XCI, vers. 2), 

che disgraziatamente è vera solo.... nel senso metaforico, poiché 
troppe volte l' amore della giustizia, per l' ingiustizia degli uomini, 
porta disgrazia a chi lo professa. Lo seppe Gregorio VII pon- 
tefice, morto a Salerno il 1085, le cui ultime parole, a torto o 
a ragione, furono: 

565. Dilexi justitiam, et odivi iniquitatem, prop- 

terea morior in exiliò. 

562. A ciascuno il suo. 

563. Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e rendete 

a Dio quel che è di Dio. 

564. Fiorirà il giusto come la palma. 

565. Amai la giustizia, odiai l'iniquità e perciò muoio in esilio. 



158 Cht l' ha detto? [566-569] 

Vedi, tra le altre fonti, le Vite dei pontefici in seguito a quelle 
di Anastasio Bibliotecario, scritte dal card. Nicolò d'Aragona 
nei Reriim Italicarmn Scriptores del Muratori, torn. Ili, p. 348, 
cap. ex, ove si aggiunge: « Quod contra quidam Venerabilis 
Episcopus respondisse narratur: Non potes, Domine, mori in 
exilio, qui in v'ce Christi et Apostolorum ejus divtriitus acce- 
pisti gentes haereditatem, et pos'^essionem ienninos terrae». 

Altra sentenza biblica è questa che loda 1' unione della giu- 
stizia e della misericordia nel principe perfetto : 

566. Misericordia et Veritas obviaverunt sibi: ju- 

stitia et pax osculatse sunt. 

{Salmo I.XXX1V, vers. 11). 

e all'incontro è di Cicerone la seguente definizione filosofica 
della giustizia : 

567. Justitia.... erga Deos religio, erga parentes 

pietas, credi tis in rebus fides.... nominatur. 

(Cicerone, De partitione oratoria, 22). 

È pure di Cicerone quest' altro, detto a temperare la soverchia 
rigidità dei rigoristi : 

568. Summum jus, summa iniuria. 

{De oßciis, lib. I, cap, 11). 

ma egli del resto non creò questo aforismo legale, che già si tro- 
vava nel Heautontiinoroumenos di Terenzio (a. IV, se. 4, v. 48): 

Jus summum saepe summa est malitia. 

Di siffatti apoftegmi od aforismi giuridici {parcemiœ juris) è- 
pieno il Foro, e molti hanno anche varcato le mura della curia 
per diventare popolari e di comune uso. Tali sono i seguenti: 

569. Audiatur et altera pars. 

566. La misericordia e la verità si sono incontrate insieme: si 

son date il bacio la giustizia e la pace. 

567. La giustizia, se è rispetto a Dio dicesi religione, se verso 

i parenti pietà, se nelle cose affidate dicesi fede. 

568. Il diritto estremo diventa talora anche un estremo torto. 

569. Si senta anche l'altra parte. 



[570-574] Gitcstizìa, liti 159 



frase di uso comune presso gli antichi, e usata anche nella elo- 
quenza forense ad Atene : in questa forma precisa si trova in Se- 
neca, Medea, a. II, se. 2, v. 199-200. 

570. Ultra posse nemo obligatur. 

o anche: Impossibilium nulla obligatio est, sentenza di Celso 
juniore, Lex 185 Digestorum, lib. 50, tit. 17. 

571. Error communis facit jus.- 

* Non v'ha giurista il quale non adoperi il ditterio Ei ror communis 
facit jus, ma pochi si diedero la briga di appurare che sia scritto 
nella legge 3* del Digesto al titolo De stipelle etil e legata » (Giu- 
riati, Arte forense). 

572. Fiat justitia et pereat mundus. 

era motto abituale, secondo che assicurano molte raccolte di detti 
sentenziosi, dell' Imperatore Ferdinando I che fu già re d' Un- 
gheria e sedè sul trono imperiale dal 1556 al 1564: esso può 
considerarsi come il prototipo di un' altra frase rimasta celebre 
ma citata poco esattamente, cioè la seguente : 

573. Périssent les colonies plutôt qu'un principe. 

La si attribuisce a Robespierre, ma non è sua : fu invece detta 
da Dupont de Nemours all'Assemblea Nazionale nella seduta 
del 15 maggio 1791. Era stato detto che i provvedimenti favo- 
revoli ai negri irriterebbero i coloni delle colonie francesi, e avreb- 
bero prodotto una fatale scissione. « Si cette scission, disse 1' ora- 
tore, devait avoir lieu, s'il fallait sacrifier l'intérêt ou la justice, 
il vaudrait mieux sacrifier les colonies qu'un principe. » Proprio 
il contrario di quel che pensavano gli antichi uomini di stato 
italiani : 

574. Meglio città guasta che perduta. 

Il Machiavelli nelle sue Istorie fiorentine, lib. VII, (Fi- 
renze, Tipografia Cenniniana, 1873, voi. I, pag. 330) parlando 

570. Nessuno è obbligato oltre il poter suo. 

571. L'errore comune fa legge. 

572. Sia fatta giustizia, e perisca il mondo. 



i6o Chi l'ha detto? [575-576] 

di Cosimo de' Medici il vecchio, scrive : « Dicendogli alcuni cit- 
tadini, dopo la sua tornata dall' esilio, che si guastava la città, 
e facevasi contra a Dio a cacciare da quella tanti uomini dab- 
bene, rispose: Com'egli era meglio città guasta che perduta: e 
come due canne di panno rosato facevano un uomo da bene ; e 
che gli stati non si tenevano con i paternostri in mano : le quali 
voci dettono materia ai nemici di calunniarlo, come uomo che 
amasse più sé medesimo che la patria e più questo mondo che 
quell' altro » . 

Cosimo era tornato in Firenze dall' esilio con grandi onori il 
1° ottobre 1434. 

È di Virgilio il verso notissimo : 

575. Disci te iustitiam moniti, et non temnere di vos. 

(.Eneide, lib. VI, v. 620). 

La giustizia divina, assoluta, ha veramente poco che fare con la 
giustizia umana. Vi sono alcuni che serbano anche in questa una 
fiducia illimitata : e ripeterebbero all' occasione 1' audace risposta 
del mugnajo di Sans-Souci a Federigo il grande: 

576. Oui, si nous n'avions pas des juges à Berlin. 

di cui Andrieux fece un verso nel suo poemetto Le meunier de 
Sans- Souci dove dette veste poetica a una nota tradizione, che 
può avere fondamento storico, ma che ha troppe analogie con 
una storia narrata da Lehmann nel Florilegium politicum aucttim. 
(Frankfurt, 1662, to. I, pag. 332) e anche con una novella persiana 
pubbl. da Wüstenfeld nella Zeitschr. der deutschen morgenlând. 
Gesellschaft, 1864, to. XVIII, pag. 406. La storia esterna di 
questa leggenda è molto minutamente raccontata dall' Hertslet in 
Treppenwitz der Weltgeschichte, IV. Aufl., pag. 297-300. Co- 
munque sia la cosa, sembra che realmente Federigo si conducesse 
con molta lealtà non solo verso il mugnajo ma verso tutti i piccoli 
proprietari che circondavano il suo parco. Il conte Hoditz, a cui 
egli un giorno narrava la sua condotta verso uno di costoro, rispon- 
deva con molto garbo : « Ah Sire, je vois bien qu'il fait bon être 

575. Imparate a coltivare la giustizia ed a temere gli dèi. 



[577-578] Giustizia, liti i6i 

votre voisin en petit ! a (Dutens, Mémoires d'un voyageur qui se 
repose, to. I, pa^. 392). 

Andrieux doveva conoscere questa risposta, o almeno la intuì, 
perchè ne fece la morale del suo racconto ; 

577. Ce sont là jeux de prince: 

On respecte un moulin, on vole une province! 

Il primo emistichio era già noto, perchè faceva parte di un antico 
proverbio francese: Ce sont jeux de prince ; ils ne plaisent qu'' à 
ceux quiles font. D'Olivet in principio della sua Histoire de V Aca- 
démie française, narrando di una visita che Cristina Regina di Sve-* 
zia fece a quell' istituto, aggiunge : « Une chose assez plaisante et 
dont la reine se rait à rire toute la première, ce fut que le secré- 
taire voulant lui montrer un essai du Dictionnaire qui occupoit dès 
lors la Compagnie, il ouvrit par hazard son portefeuille au mot 
Jeu, où se trouva cette phrase : Jeux de prince qui ne plaisent 
qu' à ceux qui les font, pour signifier des jeux qui vont à fâcher 
ou à blesser quelqu'un. » 

Alla indipendenza ed imparzialità dei magistrati allude anche 
la solenne risposta : 

578. La Cour rend des arrêts et non pas des services. 

che la fama attribuisce a Seguier, primo presidente della Corte di 
Parigi sotto il primo Impero e la Restaurazione, il quale l'avrebbe 
detta nel 1827 a proposito delle pressioni che un certo processo 
di stampa o di tendenze politiche dava occasione al governo di 
Carlo X di tentare sulla magistratura. Ma il Rozan {Petites igjto- 
rances historiqties et littéraires, p. $00) dimostra maliziosamente 
che il Seguier non era uomo da osare tanta indipendenza verso 
il potere; e d'altra parte il Seguier stesso le avrebbe smentite. 
H Courrier de Vaugelas interrogò una volta il nipote del Seguier ; 
e questi gli rispose (6 ottobre 1886) che suo padre gli aveva molte 
volte parlato di questa frase del nonno, aggiungendo eh' egli 
l'avrebbe detta a un sollecitatore il quale insisteva presso di lui 
per avere la Corte favorevole in una causa civile. Ai giorni nostri 
la ripetè in Italia il compianto Lorenzo Eula che nel 1893 fu 
ministro di grazia e giustizia per 44 giorni. 

11 



102 Chi l'ha detto? [5 79-58o] 

Ma non mancano pur troppo esempi della fallacia e della par- 
zialità dei giudici terreni. La Bibbia ci ha serbato 1' 

579. Expedit (vobis) ut unus moriatur homo pro 

populo. 

( Vang, di S. Giovanni, cap. XI, vers. 50). 
come in tempi più prossimi è nato il 

580. Recordève del povero Fornèr. 

Vive anch'oggi nella memoria, non del solo popolo veneziano, il 
lacrimevole caso di Pietro Faciol (altri lo chiamano Pietro Tasca), 
giovane fornajo, detto perciò il Fornaretto, che in una mattina 
del 1507, avviandosi a bottega, s' imbattè in un uomo assassinato 
per la via. Il giovane si chinò sul cadavere e scorto accanto ad 
esso un pugnale di lama finissima, lo raccolse e se lo prese. In- 
tanto sopraggiunsero gli sbirri, che avendolo veduto chinato sul 
morto, lo fermarono, e trovatagli addosso 1' arma insanguinata (al- 
tri dicono invece il solo fodero del pugnale), lo condussero alla 
giustizia. Dove, sia che quel complesso di fatali indizi potesse più 
delle sue proteste d' innocenza sugli animi dei Quaranta al Crimi- 
nale, sia che effettivamente la tortura, come si narra, gli strappasse 
la confessione della colpa non commessa, fu condannato ad essere 
appiccato. Il Faciol, sempre chiamandosi innocente, salì con fer- 
mezza il patibolo alzato fra le due colonne della Piazzetta di San 
Marco nel pomeriggio del 22 marzo 1507, e dicesi che innanzi 
di morire (come già fu narrato del Molay e di altri condannati in- 
giustamente) minacciasse i suoi giudici del gastigo divino con queste 
parole : « No passarà un ano che de i Quaranta che m'ha condanna 
no ghe sarà più nissun. » Non trascorsero in vero molti giorni che 
per un impreveduto accidente venne a scuoprirsi il vero omicida. 
Allora, come suona la popolare tradizione, sarebbesi introdotto il 
costume, a lungo serbatosi, se essa narra il vero, di raccomandare 
innanzi alla sottoscrizione delle sentenze capitali l' integrità e la 

579, È necessario per voi che un uomo muoja per il popolo tutto. 



[581-582] Gncstizia, liti 163 

prudenza ai giudici colle parole: Recordève del povero Fornèrf 
Allora, pure in espiazione del fallo commesso, ed in suffragio della 
vittima innocente, sarebbesi incominciato ad illuminare con due 
lampade durante tutta la notte, e con due torce durante il tocco 
dell' Avemaria, l' immagine della Madonna, che dall' alto della 
chiesa di S. Marco domina la Piazzetta. Ma lo Stringa, continua- 
tore della Venetia ecc. del Sansovino, ricorda che a' suoi tempi ac- 
cendevasi una lampada soltanto, e attribuisce l'origine del pio co- 
stume al lascito di un capitano mercantile dalmata, il quale venendo 
da Chioggia a Venezia, e sorpreso dalla notte e dalla nebbia, dovè 
la sua salvezza al chiarore di un lumicino acceso dinanzi a quella 
immagine. Una tradizione simile è diffusa anche in altre parti d'Ita- 
lia e si applica con lievi modificazioni ad altre pie consuetudini. 
Del resto 1' obbligo di accendere tali lampade è compreso tuttora 
nella massa dei fondi della Zecca assegnati alla odierna fabbriceria 
di S. Marco. 

La pietosa fine del Fornaretto vive anche oggi nella tradizione 
popolare, ma non è autenticata dai registri Criminali, né dalle 
Raspe (registri delle deliberazioni della Quarantìa), né si trova ri- 
cordata nei minuziosi Diari del Sanuto. Però é segnata in tutti i 
cosi detti Registri dei Giustiziati, compilazioni private di età di- 
verse, che si trovano manoscritte nella Biblioteca Marciana ed al- 
trove. Forse il fatto seguì in altro anno di quello comunemente 
assegnato, e del quale mancano i registri ufficiali (Tassini, Alctine 
delle più clamorose condanne capitali esegtiile in Venezia sotto la 
Reptibblica, 2» ediz., Venezia, 1892, p. 100-102). Esso ha fornito 
l'argomento a un dramma di Francesco Dall' Ongaro. 

Altre frasi alludono a storte opinioni di giudici, quali le due 
seguenti : 

581. Judex damnatur ubi nocens absolvitur. 

(PuBLiLio Siro, Mimi, n. 257, ed. Wölfflin 
et Ribbeck, n. J, 28, ed, Meyer). 

582. Purché '1 reo non si salvi, il giusto pera 
E l'innocente. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. II, ott. 12). 
581. L'assoluzione del colpevole è la condanna del giudice. 



104 Chi V ha detto? [583] 

come per alcuni è pure ingiusta, ma per altri solo imprudente, la 
massima di un personaggio politico contemporaneo: 

583. Reprimere e non prevenire. 

La teoria che un governo liberale manchi di mezzi legali di pre- 
venzione contro i reati, è attribuita all'on. Giuseppe Zanardelli, 
che r avrebbe bandita specialmente nel discorso-programma tenuto 
ad Iseo il 3 novembre 1878. Ma veramente in questa forma te- 
stuale non vi si trova, benché in molti punti vi si accenni abba- 
stanza esplicitamente, e in due anche più chiaramente, laddove 
1' oratore parlava dei circoli Barsanti e dei meetings per l' Italia 
irredenta, che tollerati dal Ministero di allora gli avevano procac- 
ciato il biasimo di debolezza. Però questi accenni tengono carat- 
tere piuttosto polemico che apodittico. Il principio del reprimere 
e non prevenire ispirava veramente gli atti di tutto quel Ministero, 
sinceramente democratico, tanto che 1' on. Cairoli, che era presi- 
dente del Consiglio, nel discorso-programma di Pavia del 15 ot- 
tobre dell'anno medesimo, aveva francamente così dichiarato i suoi 
intendimenti: « L' autorità governativa invigili perchè l'ordine pub- 
blico non sia turbato : sia inesorabile nel reprimere, non arbitra- 
ria nel prevenire. » Ma gli avversari dell 'on. Zanardelli ne fecero 
carico specialmente a lui, che a sua discolpa diceva nel discorso 
d'Iseo già citato: «Dopo aver cercato di dipingere sotto i più 
neri colori le condizioni della pubblica sicurezza, affermano che 
quello stato deplorevole dipende dalle mie teorie liberali, le quali 
fanno si che i rappresentanti del governo, gli agenti della pubblica 
forza, quasi più non osano in materia di reati di frenare e repri- 
mere perchè ciò contradirebbe le mie teorie liberali. » Del resto 
le vicissitudini della politica hanno mandato in dimenticanza che 
la formula: il governo libero deve reprimere, prevenire giam- 
mai fu già sostenuta innanzi alla Camera dei Deputati da Bet- 
tino RiCASOLi nel .1861 negli ultimi giorni del suo Ministero, 
e ancora prima da L. C. Farini, il quale nella seduta del 19 feb- 
braio 1857 {Discussioni della Camera dei Deputati^ pag. 648) cosi 
disse : « Il principio di libertà deve informare tutte le nostre leggi ; 
voi non dovete ricorrere al sistema preventivo, ma dovete la- 
sciare alla libertà tutta la sua applicazione; potete far leggi per 
reprimere, non mai per prevenire » . 



[584-588] Gnis tizia, liti 165 



Per le cattive cause si citerà a proposito il verso di Ovidio : 

584. Caussa patrocinio non bona peior erit, 

(Trìstia, lib. I, el. 1, v. 26). 

come in generale parlando della risoluzione o meno delle cause, 
si potrà, secondo i casi, usare una delle due frasi seguenti: 

585. Adhuc sub judice lis est. 

(Orazio, Ars poetica, v. 78). 

586. Roma locuta (est), causa* finita (est). 

che secondo il Büchmann avrebbe origine da un passo dei Ser- 
moni di S. Agostino (Serm. 131, n. io): «Jam enim de hac 
causa [Pelagiana], duo concilia missa sunt ad sedem apostolicam. 
Inde etiara rescripta venerunt: causa finita est; utinam aliquando 
finiatur error »; ma egli non sa dirci chi avrebbe aggiunto il primo 
membro della frase, che solo implicitamente è contenuto nelle pa- 
role di S. Agostino. 

Del resto noteremo per ultimo e come per conclusione di quanto 
dicemmo, che: 

587. Les querelles ne dureraient pas longtemps, 

si le tort n'était que d'un côté. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § CCCCXCVI). 



§ 37. 
Governo, leggi, politica 

588. Videbis, fili, mi quam parva sapienta regitur 
mundus. 

584. La causa cattiva diventa peggiore col volerla difendere. 

585. La lite è ancora innanzi al giudice. 

586. Roma ha parlato, la causa è finita. 

588. Vedrai, figlio mio, con quanta poca sapienza si possa reg- 
gere il mondo. 



l66 Chi V ha detto? [589-591] 

È comune opinione che così apostrofasse il cancelliere svedese 
Axel di Oxenstierna suo figlio Giovanni riluttante ad accettare, 
per timore della propria insufficienza, 1' ufficio di primo plenipo- 
tenziario svedese al congresso di Münster. Secondo il Büchmann 
la vera lezione sarebbe invece: An ne s eis, mi fili, quantifia pru- 
dentia 7nundus regatitr (o regaHtr oròis); e le avrebbe dette a 
un frate portoghese il papa Giulio III (Col/eeçao polit, d. apo- 
phth. memorar, p. D. Pedro Jos. Suppico de Moraes, Lissab., 
1733, to. II, pag. 44). 

Ma non mancano altre diverse attribuzioni, che potevansi vedere 
nelle prime edizioni del Büchmann stesso : fra le quali è notevole 
quella riferita dagli Apophtegmata di Zinkgref, che ne darebbe la 
paternità a Von Orselaer, maestro della Corte del margravio di 
Baden. Siccome la prima ediz. dell'opera del Zinkgref è del 1626, 
cioè anteriore di 22 anni alla pace di Münster, se la citazione fosse 
esatta, la questione verrebbe senz'altro decisa in favore dell'Or- 
selaer. 

Più gravi massime di governo sarebbero la ciceroniana: 

589. Salus populi suprema lex esto. 

(Cicerone, De legibus, lib. Ill, cap. 3). 
il virgiliano : 

590. Parcere subjectis et debellare superbos. 

(Virgilio, Eneide, lib. VI, v. 854). 

e la più recente frase assunta quasi a sistema di governo della 
forte e libera Inghilterra : 

591. Imperium et libertas. 

Lord Beaconsfield, nel discorso tenuto al pranzo del Lord 
Mayor il io novembre 1879, disse: « One of the greatest of 
Romans, when asked what were his politics, replied " Impeiium, 
et libertas. " That would not make a bad programm for a British 
Ministry. It is one from which her Majesty's advisers do not 
shrink. » D' allora il motto fu quasi proverbiale in Inghilterra. 

589. La salute del popolo sia la suprema delle leggi. 

590. Perdonare a chi si sottomette, e debellare i superbi. 

591. Imperio {p anche Ordine) e libertà. 



[592-595] Governo, leggi, politica 167 

Ma chi era il grande romano ricordato da Disraeli ? Cicerone 
nelle Filippiche (IV. 4) dice : « Decrevit senatus D. Brutum op- 
time de republica mereri, cum senatus auctoritatem, populique 
Romani libertatetn irnperiumque defenderit. » Ma il signor Ro- 
berto Pierpoint, nelle Notes & Queries, 5 dec. 1896, pag. 453, 
osserva che forse in Disraeli e' era una reminiscenza del libro 
inglese di Churchill, JDizi Britannici (London, 1675), che a pa- 
gina 349 dice: «Here the two great interests Ì7nferium 6^ li- 
bertas, res olim insociabiles (saith Tacitus), began to incounter 
each other », e cita in margine la Vita di Agricola di Tacito; 
dove però (cap. 3) il testo è alquanto diverso : « res olim disso- 
ciabiles.... prircipatunt ac liberi atein. » 

Il buon governo riposa essenzialmente sulle buone leggi. La 
legge, per quanto sia ottima, non può soddisfare ognuno, che 

592. Nulla lex satis commoda omnibus est. 

(Catone, in Tito Livio, lib. XXXIV, cap. 3). 

ma essa non deve mai soffocare la vitalità e la iniziativa del paese, 
il quale dovrebbe in caso diverso esclamare ; 

593. La légalité nous tue. 

come fu detto da Viennet alla Camera francese nella seduta del 
29 marzo 1833. 

Il moltiplicarsi delle leggi è sintomo della decadenza dei co- 
stumi, quando la cresciuta malizia dei cattivi cittadini richiede 
molteplici provvedimenti : 

594. Corruptissima republica plurimae leges. 

(Tacito, Annali, III, 27). 

La buona legge deve anche essere chiara e breve, perchè tutti 
la intendano e la ricordino : 

595. Legem brevem esse oportet, quo facilius ab 

imperitis teneatur. 

(L. Ann. Seneca, B/>isi. 94, § 38), 

592. Nessuna legge è comoda ugualmente per tutti. 

594. Molte sono le leggi in uno stato corrottissimo. 

595. Occorre che la legge sia breve, perchè più facilmente i mal 

pratici la ricordino. 



i68 Chi V ha detto? [596-598] 

Ma guai poi se le leggi, buone o cattive che siano, giacciono 
lettera morta, motivando l'apostrofe dell' Alighieri: 

596. Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? 

(Dante, Purgatorio, e. XVI, v. 97). 

(il qual verso rammenta la arguta metatesi fattane alla Camera 
dall' on. Mazzarella Farao, famoso per le sue interruzioni, 

Le mani son, ma chi pon legge ad esse ?) 

o se la incertezza e la volubilità di chi governa porta loro ogni 
giorno nuove mutazioni. 

597. .... A mezzo novembre 
Non giugno quel che tu d'ottobre fili. 

(Dante, Purg., c. VI, v. 143-144). 

tale è il rimbrotto che il poeta volge a Firenze dove ogni giorno 
si facevano nuove leggi e si correggevano le antiche; donde passò 
in proverbio di dire: Legge fiorentina, fatta la sera e guasta la 
mattina. Lo Scartazzini crede che Dante citasse per 1' appunto i 
mesi di ottobre e novembre, alludendo alle grandi mutazioni av- 
venute in Firenze dall'ottobre al novembre del 1301. 

Buono è pure quel governo che assicura al paese la pace, ma 
non a sole parole. La celebre frase pronunziata da Napo- 
leone III in un discorso fatto alla Camera di Commercio di 
Bordeaux il 9 ottobre 1852 : 

598. L'Empire c'est la paix. 

doveva essere troppo presto smentita dalle guerre d' Italia, del 
Messico e dai terribili disastri del 1870: per cui profeticamente 
il Kladderadatsch, giornale umoristico tedesco, nel numero del 
7 novembre 1852, lo parodiava così: L'empire c'est Vépée. Ma 
benvenuta la pace sul serio, a patto che non sia la pace armata sino 
ai denti, la pace ringhiosa che allegra l'Europa in questi giorni. 
Sia una pace onorata, che non schiacci sotto intollerabili arma- 
menti, e quindi sotto intollerabili tasse. Perfino Tiberio, a chi gli 
proponeva di aumentare fuori di ogni discrezione i balzelli, diceva : 



» 



[599~6oi] Governo, leggi, politica 169 

599. Boni pastoris esse, tendere pecus, non deglu- 

bere. 

(SvETONio, Vita di Tiberio, § 32). 

Anche Alessandro Magno, secondo che narra Apostolio (IX, 
24*^), diceva una frase simile : benché qualcuno dei moderni eco- 
nomisti la pensi diversamente. Aristide Gabelli diceva alla Ca- 
mera dei Deputati, nella seduta del 27 luglio 1870 [Discussioni, 
pag. 3754) : « Ci si parla dei danni dei privati. Di questo, si- 
gnori, non mi occupo. Noi dobbiamo preoccuparci soltanto dell'utile 
dello Stato, e dobbiamo ritenere ancora che 

600. Lo Stato è un ente che può aver tutto, ec- 

cetto il cuore. » 

Ma forse la frase doveva intendersi in altro senso, sia che l' utile 
pubblico si debba in ogni caso mandare innanzi all' utile privato, 
sia che il compito del governo s' intenda limitato ad amministrare 
e a rendere giustizia, lasciando gli uffici della pietà all' iniziativa 
privata. Né altrimenti deve intendersi la frase che si suole attri- 
buire (non so con quanto fondamento) a Napoleone III: « La po- 
litique n'a pas d'entrailles. » 

Nondimeno il savio e giusto principe deve tener conto anche 
dei pesi sopportati dal povero Pantalone, che paga per sé e per 
gli altri. 

601. Paga Pantalon. 

è infatti frase popolarissima, di cui sarebbe curioso di rintracciare 
la sicura origine. Cominciamo col dire che Pantalone, sin dal 
principio del sec. xvii, era usato a impersonare il popolo Ve- 
neziano, sia perchè, come crede il Tassini {Curiosità Veneziane, 
voi. II, Venezia, 1863, pag. 105) il nome di Pantalone, forma 
dialettale per Pantaleone, fosse un tempo comunissimo sulle la- 
gune (S. Pantaleone è assai popolare a Venezia; la chiesa a lui 
dedicata, antichissima, poiché fu riedificata nel 1009 sotto il doge 
Ottone Orseolo, era una delle più estese parrocchie della città), 
sia per metafora dal piantare i leoni nelle terre conquistate, sia, 
com'è più probabile, dalla caratteristica maschera Veneziana. Il 

599. Il buon pastore deve tosare le sue pecore, non divorarle. 



170 Chi V ha detto? [602-603] 

Pasqualigo nella Raccolta di Proverbi Veneti (3^ edizione, Tre- 
viso, 1882, pag. 256) scrive che il proverbio Pa/7/a/öw/<7^a ^er 
tutti «. nacque alla fine del secolo xv, al tempo delle guerre di 
Ferrara, Napoli, Pisa e contro i Francesi e i Turchi, che co- 
minciarono a rovinare la Repubblica di Venezia ; la quale, ric- 
chissima, pagava davvero per tutti in Italia. » Ma non a torto 
il dott. Cesare Musatti nei suoi Apptmti storici di dialetto Vene- 
ziano ritiene che questo motto abbia origini assai meno antiche. 
Tra le satire e caricature, che si sparsero all' epoca della caduta 
della Repubblica veneziana, è famosa quella uscita a Milano, che 
rappresenta i plenipotenziari in atto dì partire in carrozza da Cam- 
poformio. L'oste che li aveva alloggiati, corre loro dietro, gri- 
dando alla portiera: Chi paga? e gli risponde Pantalone, che sta 
in serpe: Amigo, pago ini! Vedila riprodotta nel voi. di Giov. 
De Castro, Milano e la Reptibblica Cisalpina gitista le poesie, 
le caricature ed altre testiìnonianze dei tempi {M.ì\&no, 1879), a 
pag. 167. Ne esiste un'imitazione con disegno molto diverso, e 
leggenda in tedesco e in italiano, fatta certamente in Austria, 
dove invece che da Pantalone la risposta è data da una figura 
di un Veneziano qualunque; si trova riprodotta anche questa dal 
dott. Ach. Bertarelli in un Contributo allo studio della carica- 
tura napoleonica in Italia pubblicato nel Bollettino della Società 
Bibliografica Italiana, n. 12, dicembre 1898. 

Se poi la parola Pantalone paresse troppo familiare e scher- 
zevole per una cosa tanto grave, avete anche il diritto di chia- 
marla in latino : 

602. Misera contribuens plebs. 

come la chiamò un giurista ungherese, Verboczi, nel Decretum 
tripartitum (15 14). Cfr. con Orazio {Sat., I, 8, io): Misera 
plebs. Il Manzoni la chiama invece 

603 Un volgo disperso che nome non ha. 

{Adelchi, coro dell'atto III). 

e ad un uomo politico dei nostri giorni piacque di dirla con frase 
carducciana 

602. Il povero popolo che paga. 



[604-606] Governo, leggi, politica 171 

604. Fango che sale. 

L* onor. Giuseppe Colombo, che fu ministro delle Finanze, 
in una conferenza tenuta a Milano nel ridotto della Scala la sera 
del 7 novembre 1889 ^ proposito delle elezioni amministrative, 
disse, con frase un po' rude, dopo aver parlato dell' indifferenza 
per la cosa pubblica delle classi più colte : « La popolazione bassa 
approfitta di questa inerzia, e il fango sale, sale e sale - sarebbe 
il caso di ripetere col Carducci. » La frase carducciana richia- 
mata dall' onorev. Colombo è nelle Rime nuove. Parte II, so- 
netto XXXIII: Dietro un ritratto, ultima terzina: 

Sopra il fango che sale or non mi resta 
Che gittare il mio sdegno in vane carte 
E dal palco mortale un di la testa. 

Vero si è che l'onor. Colombo alludeva specialmente ai partiti 
estremi, alle sètte, delle quali Ugo Foscolo scriveva che 

605. A rifare l'Italia bisogna disfare le sètte. 

Cosi egli cominciava il suo studio politico Della servitìi deW Italia 
(Discorso primo: Considerazioni generali intorno alle parti, alle 
fazioni, e alle sètte in Italia, Nelle Prose politiche, ediz. Le Mou- 
nier, pag. 186). Ma in Italia i partiti, anche più avanzati, lungi 
dal perder vigore e forza, vanno ogni di più acquistando vigore 
ed audacia, e molti salgono in alto facendosi di loro uno sgabello ; 
del resto non è cosa d' oggi che 

606. .... Marcel diventa 
Ogni villan che parteggiando viene. 

(Dante, Purgatorio, e. VI, v. 125-126). 

Dante intende per Marcello persona di grande autorità politica, 
ma non è chiaro cui alluda. Alcuni vogliono che parli di M. Clau- 
dio Marcello, il vincitore di Siracusa, altri di C. Claudio Marcello, 
console, partigiano di Pompeo, e fiero nemico di Giulio Cesare. 

I fondamenti sui. quali riposa la vecchia società, sono scossi ogni 
giorno, e i versi del poeta di Satana cadono giustamente a pro- 
posito : 



172 Chi r ha detto? [607-608] 

607. E già già tremano 

mitre e corone; 
move dal claustro 
la ribellione. 
E pugna e predica 
sotto la stola 
di fra Girolamo 
Savonarola 

{Inno a Satana, di Enotrio Romano, 
cioè Giosuè Carducci). 

E chi dice a noi quali sorprese ci serbi l'avvenire? Auguria- 
moci eh' esso non sia del partito che ha per suo canto di guerra lo 

608. Ça ira. 

l'inno della rivoluzione francese, composto probabilmente nel 
maggio o nel giugno 1790, poiché lo cantavano con entusiasmo 
i 200,000 operai che lavoravano al Campo di Marte per i pre- 
parativi della Festa della Federazione il 14 luglio : la musica fu 
quella di un' aria di contraddanza allora in gran voga, composta 
da Bécourt col titolo Carillon national; la paternità delle parole 
fu rivendicata da Ladre, poeta delle vie e cantastorie ambulante, 
il quale nel 1793 chiese al Comitato di Salute Pubblica una ri- 
compensa nazionale come autore dello Ça ira; ma queste due 
parole che sono il primo verso e il ritornello della canzone, sono 
certamente anteriori alla composizione di Ladre, e forse non è 
senza fondamento la congettura di coloro che ne fanno risalire 
le origini a Benjamin Franklin, il quale nel 1776 così soleva 
rispondere a chi gli domandava novelle della grande rivoluzione 
americana. È certo che la composizione di Ladre era troppo lette- 
raria per diventare popolare. Nel 1790 probabilmente se ne can- 
tava un solo couplet : 

Ça ira, 

La liberté s'établira. 

Malgré les tyrans, tout réussira. 

È soltanto sotto il Terrore, nel terribile 1793, che fu fatta da 
ignoti la feroce variante, che è la più conosciuta : 



[609-610] Governo, leggi, politica 173 

Ça ira, 
Les aristocrates à la lanterne ! 
Les aristocrates on les pendra ! 

In quest* anno medesimo erano di moda i famosi versi : 

609. Et des boyaux du dernier prêtre 

Serrons le cou du dernier roi. 

Di chi sono ? Per lungo tempo la voce pubblica li ha falsamente 
attribuiti a Diderot, e pare che il primo a propagare questa ca- 
lunniosa attribuzione sia stato La Harpe. E però vero che Diderot 
nel ditirambo Les Éleuthéromanes, ou abdication d'un Roi de la 
Fève (1772) fa dire a uno degl' interlocutori di quella scena lirica: 

Et ses mains ourdiroient les entrailles du prêtre, 
À défaut d'un cordon, pour étrangler les rois. 

Ma dei versi citati di sopra, e più noti di questi ultimi s' ignora 
il vero autore, che taluno ha creduto essere Sylvain Maréchal. 
Del resto, chiunque ne sia 1' autore, egli non avrebbe fatto che 
mettere in poesia il voto selvaggio del celebre Jean Meslier, 
curato di Etrépigni, nello Champagne, morto nel 1733, che nella 
seconda parte del suo Testamento, di cui Voltaire pubblicò un 
estratto, e che molti ritengono apocrifo, scriveva: « Je voudrais, 
et ce sera le dernier et le plus ardent de mes souhaits; je vou- 
drais que le dernier des rois fût étranglé nvec les boyaux du der- 
nier prêtre. » Per costoro non basterebbe il demolire regni e reli- 
gioni : per molti fra essi è vangelo la celebre frase di Proudhon : 

610. La propriété c'est le vol. 

scritta da lui nel libro: Qu'est-ce que la propriété? La prima delle 
due memorie di cui il libro si compone, fu pubblicata nel 1840 
col titolo : Recherches sur le principe die droit et du gouvernement. 
Il primo capitolo comincia a questa maniera: « Si j'avais à ré- 
pondre à la question suivante: Qu'est-ce que V esclavage? et que 
d'un seul mot je répondisse : C'est V assassinat ^ ma pensée serait 
d'abord comprise.... Pourquoi donc à cette autre demande: Qu'ist- 
ce que la propriété? ne puis-je répondre de même: C'est le vol, 
sans avoir la certitude de n'être pas entendu, bien que cette se- 
conde proposition ne soit que la première transformée? » Il conte 
Giuseppe d'Esteurmel racconta nei suoi Derniers souvenirs ^ in data 



174 Chi l'ha detto? [611-613] 

3 dicembre 1848, che il Proudhon, questionatosi con Felice Pyat, 
aveva avuto un ceffone in cambio d' un pugno, e gli si erano rotte 
anche le lenti sul naso. Però di tutto questo non era rimasto tanto 
dispiacente quanto delle parole dette dal Pyat nel dare lo schiaffo : 
/e vous le donne, en totäe p7'opriété. Un tale che si trovò pre- 
sente al fatto, avrebbe aggiunto: // ne Va pourtant pas volé! 
{Giorn. di Erud., marzo 1893, P^g- 287). 

Più temperato assai del Proudhon si mostrava Giuseppe Maz- 
zini dicendo: 

611. Non bisogna abolire la proprietà perchè 

oggi è di pochi, bisogna aprire la via 
perchè -i molti possano acquistarla. 

(G. Mazzini, Doveri deU'vomo, XI, § 2). 
La verità però è che le teorie socialistiche hanno fatto un gran 
cammino, e non sono più il monopolio di pochi esaltati, ma sono 
difese e discusse anche da pensatori profondi ed onesti i quali 
hanno saputo organizzare le masse coscienti e lavoratrici, secondo 
l' ormai storica frase : 

612. Proletari di tutti i paesi, unitevi. 

che è l' invocazione finale del Manifesto del Partito Comunista 
compilato da Carlo Marx e Federico Engels per incarico del 
Congresso della Lega Comunista di Londra (novembre 1847) e 
pubblicato da prima a Londra in lingua tedesca all'alba del 1848, 
e poi tradotto in tutte le lingue. 

Se esse saranno destinate a trionfare, sarà vana ogni resistenza 
reazionaria : le persecuzioni di ogni genere non faranno (e cosi è 
accaduto finora) che accrescere il numero dei proseliti. Non è 
dunque da consigliarsi a nessuno di tentare di arrestarne i pro- 
gressi con quei mezzi di coercizione che sono sottintesi nella ce- 
lebre e impudente frase: 

613. Se son piene le carceri, son vuote le sepolture. 

Fu questa la risposta che il cardinale Luigi Lambruschini se- 
gretario di Stato sotto Gregorio XVI dette a chi un giorno gli disse 
che le carceri non erano più capaci di contenere prigionieri poli- 
tici. Di lui scrisse il Farini nella Storia d'Italia che « assoluto e 
superbo, volle dominar solo in corte e nello Stato.... non soppor- 



[614-615] Governo, leggi, polìtica 175 

tava emuli o pari in autorità, e non voleva inceppamenti alle vo- 
glie e deliberazioni sue. » 

E pure certo che l'ordinamento politico e sociale che oggi vige, 
aspetta grandi e radicali riforme, che nulla avranno che fare con 
le mistificatrici rivoluzioni politiche, nelle quali il popolo ha ver- 
sato tanto sangue senza ritrarne quasi mai vantaggi sensibili. Que- 
sta trista esperienza 1' hanno fatta specialmente in Francia, dove 
però non si sono ancora convinti che : 

614. Plus ça change, plus c'est la même chose. 

Sono parole di Alfonso Karr, che ne rivendicò la paternità in 
diversi luoghi delle sue opere, e ne fece anche i titoli di due vo- 
lumi di articoli politici pubblicati nel 1875, ^^i quali il primo è 
intitolato: Plus ça change..,; e il secondo:... Phis c'est la même 
chose. Nel primo (pag. 7) egli scrive: « C'est en 1848, que, pour 
la première fois, j'ai formulé une des convictions, que j'ai acqui- 
ses, en une petite phrase qui a d'abord eu l'air d'un paradoxe et 
d'une plaisanterie, mais qui exprime une vérité incontestable : 
Plus ça change, plus c'est la même chose. » 

Ed egli stesso in altra sua opera cosi si era vantato di questa 
paternità : « Trois jocrissades que je ne suis pas honteux d'avoir 
trouvées : N'ayez pas de voisins, si vous voulez vivre en paix 
avec eux. - J'aime mieux ne pas avoir de meubles et qu'ils soient 
à moi. - En politique, plus ça change, plus c'est la même chose. » 
{En fumant, Paris, Levy, 1861, pag. 54). 

La stessa idea è resa nei graziosi versi del vaudeville : 

615. Ce n'était pas la peine, 

Non, pas la peine, assurément, 
De changer de gouvernement. 

ritornello dei couplets cantati da Clairette dinanzi ai popolani del 
mercato nell'operetta La fille de Madame Angot (a. I, se. 14), di 
Clairville, Siraudin e Koning, musica di Lecocq. Si cita an- 
che la orribile versione italiana (di L. Mastriani): 

E la baracca cosi cammina.... 
Sorte meschina ! sorte meschina ! 
Mutiam governo - per qual ragione ? 
Per servir sempre - nuovi ladron. 



176 Chi V ha detto? [616-619] 

Come si cita, ma non soltanto a proposito di politica, il grazioso 
ritornello di una canzone napoletana di Salvatore di Giacomo, 
intitolata E vota e gira!,., e musicata da P. Mario Costa per la 
festa di Piedigrotta del 1889: 

616. E vota e gira, 'a storia è sempe chessa. 

Parlando dei partiti sociali e del loro avvenire, ci siamo allon- 
tanati alquanto dal nostro primo argomento. Il bisogno di una edu- 
cazione politica e sociale delle masse spinse Massimo d'Azeglio 
a scrivere che : 

617. S' è fatta l' Italia, ma non si fanno gl'Italiani. 

nella prefazione dei Miei Ricordi. Il periodo intero così suona: 
« Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti 
e forti caratteri. E pur troppo si va ogni giorno più verso il polo 
opposto : pur troppo s' è fatta l' Italia, ma non si fanno gl'Ita- 
liani. » Ferdinando Martini narra neW Jlltistrazione Italiana, del 
16 febbraio 1896, a pag. 99, che il D'Azeglio avrebbe detto in 
presenza di lui e di altri a Montecatini, in un colloquio di cui 
diffusamente narra l'occasione: «Se vogliono fare l'Italia, biso- 
gnerà che pensino prima a fare un po' meno ignoranti gli Ita- 
liani. » Non credo che il cavalleresco marchese muterebbe molto 
il suo giudizio tornando ora al mondo. Si può dire di no a priori, 
se si fa mente a quel che ne pensa un altro nobile ingegno, Giosuè 
Carducci, il quale jeri imprecava al bizantinismo di governi man- 
canti di ogni ideale, con i famosi versi: 

618. Impronta Italia domandava Roma, 

Bisanzio essi le han dato. 

che sono la chiusa della ode Per Vincenzo Caldesi (nei Giambi 
ed Epodi)', domani scatterà nell'altra terribile apostrofe: 

619. La nostra patria è vile. 

che sta come finale dell' altra ode In morte di Giovanni Cairoti 
(pure fra i Giainli ed Epodi). Nell'ode medesima poche strofe prima : 

....Oh maledetta 
Sii tu, mia patria antica, 

Su cui r onta dell' oggi e la vendetta 
De i secoli s' abbica. 

6t.6. e volta e gira, la storia è sempre questa. 



[62 o] Governo, leggi, politica 177 

Lorenzo Stecchetti (^Olindo Guerrini) nei Postuma (XXI) 
fece eco alle sdegnose parole del maestro dicendo : 

Ma noi giacciamo nauseati e stracchi 
Senza un affetto in cor, sul reo letame 
Di questa sozza età. Noi siaìn vigliacchi, 

ed agli attacchi, che queste accuse alla viltà politica del suo tempo 
gli procacciarono, rispose con sanguinosa ironia nella Palinodia 
(nella Nova Polemica) : 

Dissi - noi slam vigliacchi - 
e me ne pento. Errai. 
È il secolo de' Gracchi 
questo che bestemmiai; 
ma voi vi siete accorti 
che siamo tutti forti, forti, forti. 

L' Italia si è costituita in nazione una e libera sotto le garanzie 
di una monarchia costituzionale e col grido: 

620. Italia e Vittorio Emanuele. 

Esso è dovuto a Giuseppe Garibaldi, il quale, per quanto mi 
è noto, lo scrisse primieramente in una lettera a Rosolino Pilo del 
15 marzo i860 intorno ai moti rivoluzionari che si preparavano In 
Sicilia : « In caso d' azione, sovvenitevi che il programma è Italia 
e Vittorio Emanuele. » Un' altra lettera inviata da Garibaldi ad 
Agostino Bertani il 5 maggio i860, pochi istanti prima di salpare 
da Quarto con i Mille per la leggendaria impresa di Sicilia conte- 
neva il seguente periodo : « Il nostro grido di guerra sarà Italia e 
Vittorio Emanuele e spero che la bandiera italiana anche questa 
volta non riceverà sfregio. » Ugualmente l' ordine del giorno letto 
ai Mille il 7 maggio in Talamone, dove le navi garibaldine avevano 
preso terra per fare incetta di munizioni, diceva che : « Il grido di 
guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle 
sponde del Ticino, or sono dodici mesi : Italia e Vittorio Emanuele; 
e questo grido, ovunque pronunziato da noi, incuterà spavento ai 
nemici d' Italia. » Ma la prima volta che queste parole furono uf- 
ficialmente adoperate fu nel famoso Decreto di Salemi del 14 mag- 
gio i860, controfirmato Francesco Crispi, col quale Garibaldi 
assunse la dittatura della Sicilia, e che comincia appunto con le 
suddette quattro parole. 



Chi V ha detto? [621-622] 



Fin d' allora i patriotti italiani compresero che la unità e la li- 
bertà d' Italia erano possibili soltanto con le istituzioni monar- 
chiche : e fin d' allora un agitatore animoso, che doveva più tardi 
diventare il nostro primo uomo di Stato, diceva che: 

621. La monarchia ci unisce, la Repubblica ci 

dividerebbe. 

Tale era il credo politico di Francesco Crispi. Egli lo pro- 
fessò per la prima volta in Parlamento nella seduta del i" mag- 
gio 1864, parlando della condizione dei partiti nella Camera. «È 
questione, egli disse, non di sentimento, ma di buon senso. La 
monarchia è quella che ci unisce, la repubblica ci dividerebbe , e 
siccome il partito di azione vuole l' Italia forte, grande, dalle Alpi 
all'Appennino, noi saremo col Principe e non mancheremo al giu- 
ramento. » Gli stessi concetti sviluppava pochi mesi dopo (seduta 
del 18 novembre 1864) rispondendo à Mordini, che rimproverava 
alla Corona di aver violato i plebisciti con la Convenzione di set- 
tembre : « Credo che il bene d' Italia non possa farsi che sotto 
quella bandiera che ci guidò da Marsala al Volturno : V Italia e 
Vittorio Emanuele. Questa bandiera è la sola che si possa tenere 
alta dall'Italia tutta: la monarchia ci ha unito, la repubblica ci 
dividerebbe. Noi siamo monarchici per il bene d' Italia. » 

Queste franche dichiarazioni attirarono su Crispi le ire del par- 
tito Mazziniano; e Mazzini stesso lo attaccò acerbamente con una 
lettera pubblicata n€iV Unità Italiana del 3 gennaio 1865. Crispi 
si difese con un nobilissimo opuscolo: Reptibblica e monarchia, 
lettera a Giuseppe Mazzini, ove si contiene fra gli altri il se- 
guente periodo : « Sì, la monarchia ci unisce, e la repubblica ci 
dividerebbe, e bisogna non conoscere il paese, ignorare le condi- 
zioni di Europa per credere altrimenti. » 

Perciò alla fede monarchica si convertirono allora anche dei fer- 
venti repubblicani, che anteponevano alla immediata realizzazione 
dei loro ideali, la formazione di un' Italia una e libera dalle Alpi 
all'Etna; questo però non impediva loro di confidare in un av- 
venire lontano, e di attendere tranquillamente 

622. I placidi tramonti della monarchia. 

frase che Alberto Mario, di fede repubblicana federalista, scrisse 



[623-624] Governo, leggi, politica 179 



più volte nel giornale La Lega della Democrazia (fondata nel il 
Pensava infatti il Mario che i suoi ideali dovessero esser raggiunti 
non con la violenza né con le cospirazioni settarie, ma soltanto con 
la propaganda pacifica delle idee repubblicane. Egli quindi s'inchi- 
nava alla volontà della maggioranza, finché questa voleva conser- 
vare la forma monarchica del governo. 

Del Crispi vivono molte frasi, poiché il suo stile incisivo è 
specialmente adatto a dar la materia prima di molte citazioni. La 
più nota è la penultima che ho ricordato, ma ce ne sono pure 
altre non meno note, tale é quella delle 

623. Zone grigie. 

con la quale frase egli indicò i paesi di confine di nazionalità mista 
che danno origine a tante querele d' irredentismo. Egli la disse 
in una conversazione o intervista che ebbe nel 1890 col signor 
Saint-Cére redattore del Figaro, e che fu pubblicata in quel gior- 
nale parigino il 29 settembre di quell' anno : « La question des 
nationalités se meurt. Il n'y a plus de divisions marquées, tranchées ; 
il y a sur toutes les frontières de tous les pays des zones grises où 
les nationalités se mêlent. » La frase gli fu molto rimproverata. 

Agostino Depretis nel suo celebre discorso di Stradella del- 
l' 8 ottobre 1876 (da non confondersi però col coûàà&ito programma 
di Stradella che é dell' anno precedente, cioè prima che la Sinistra 
salisse al potere) parlando dei nuovi criteri in fatto di elezioni po- 
litiche portati dal nuovo ministero diceva : « Se la parola d'ordine 
delle amministrazioni precedenti era questa : chi non è con noi è 
contro di noi ; la nuova parola d' ordine che io rivolgo a nome 
del Ministero a tutti i funzionari dello Stato, è quest* altra : 

624. Lasciate passare la volontà del paese. » 

La frase restò, benché i ministri di Sinistra (Depretis compreso) 
non r osservassero più di quelli di Destra. Ed egualmente due anni 
dopo, Benedetto Cairoli, a proposito della sincerità del voto po- 
litico e della riserva che il governo s'imponeva nelle elezioni, così 
si espresse nel suo discorso-programma di Pavia del 15 otto- 
bre 1878: «Non mancano opposte reminiscenze, ma non importa; 
non saremo abili, ma soprattutto vogliamo essere onesti. Meglio 
la sconfitta di un Ministero che quella della giustizia. Preferiamo 



l8o Chi V ha detto? [625-628] 

cadere con la nostra bandiera piuttosto che vivere disonorandola. » 
Da questo periodo, che sentiva la mal celata ironia contro gli av- 
versari dell' on. Cairoli, questi tolsero la frase dell' uso comune : 

625. Saremo inabili, ma siamo onesti. 

che citarono, con poca buona fede, come se fosse una confessione 
preventiva d'incapacità. E pure dell' onor. Cairoli è l'altra frase 
che più non si ricorda se non per dileggio : 

626. La politica delle mani nette. 

che il Cairoli disse non molto tempo dopo a proposito del Con- 
gresso di Berlino, da cui l' Italia era tornata col danno e con le 
beffe. Di quella politica troppo onesta il paese paga anche oggi 
le spese, ed a che prezzo ! Però la frase del Cairoli non aveva nem- 
meno il merito dell'originalità: già nel 1859 il ministro prussiano 
VON SCHLEINITZ, al tempo della guerra della Francia e dell'Italia 
contro l'Austria, aveva vantato 

627. Die Politik der freien Hand. 

e Bismarck si era valso della medesima frase nella Camera Bassa 
il 22 gennaio 1864. 

Dove più sopra ho accennato ad elezioni, avrei potuto ram- 
mentare opportunamente una sentenza classica: 

628. Numerantur enim sententiae, non ponde- 

rantur; nec aliud in publico Consilio po- 
test fieri ; in quo nihil est tam inacquale, 
quam aequalitas ipsa. 

(Plinio il Giovane, Epist., lib. II, ep, 12). 

Alla frase cairoliaria ultima ricordata avviciniamo quest' altra che 
ricorda un altro periodo poco felice della politica italiana : 

627. La politica della mano libera. 

628. I voti infatti si contano, non si pesano, né può farsi di- 

versamente in una pubblica assemblea, dove nulla è tanto 
ineguale che 1' uguaglianza stessa. 



[629-630] Governo, leggi, politica 181 

629. Indipendenti sempre, isolati mai. 

era la divisa del ministero Minghetti che visse dal 24 marzo 1863 
al 28 settembre 1864. La svolse il ministro degli Aifari Esteri, 
Emilio Visconti- Venosta, nel suo discorso-programma pronun- 
ziato innanzi alla Camera dei Deputati il 26 marzo 1863. 

Anche poche frasi sulla politica ecclesiastica (che nel nostro 
paese ha specialissima importanza) e ha finito. La migliore delle 
politiche in questo argomento è espressa nell' aforisma : 

630. Libera Chiesa in libero Stato. 

rimasto famoso per essere stato pronunziato da Cavour moribondo. 
«La mattina del giovedì 6 giugno (1861), cosi scrive il Massari 
(// Conte di Cavour^ ricordi biografici, 2^ ediz., Torino, 1875, 
pag. 434), il pietoso frate accorse a consolare 1' agonia del grande 
uomo con le ultime benedizioni della religione. Il moriente lo ri- 
conobbe e stringendogli la mano gli disse : Frate, libera Chiesa in 
libero Siato. Il sublime disegno allegrava la sua agonia. Furono 
le sue ultime parole. Alle ore sei e tre quarti di quella mattina il 
conte Camillo di Cavour mandava 1' ultimo respiro. » Ma altri 
smentì questo racconto. Il march. Emanuele Taparelli D'Azeglio 
così scriveva il 20 febbraio 1890 alla Gazzetta Piemontese di To- 
rino (num. del 20-21 febbraio 1890) in risposta a un articolo pub- 
blicato il giorno precedente col titolo: La formula di Cavour: 
« L' articolo di ieri nella Gazzetta Piemontese mi ha fatto ricor- 
dare di due cose. La prima che avendo chiesto alla marchesa Al- 
fieri mia cugina se realmente le ultime parole pronunziate dal 
conte Cavour fossero, come generalmente si crede, quelle relative 
alla libera Chiesa : essa mi disse recisamente di no. Che il mo- 
ribondo pronunziava frasi incoerenti, epperciò questa deve essere 
messa come tante altre nel numero delle leggende. Del resto lo 
abbia detto o no, non importa molto per la storia. » Ed infatti questa 
era la formula che incarnava la politica ecclesiastica di Cavour, ed 
egli aveva già avuta occasione di ripeterla più volte, fra le altre più 
solennemente in un memorabile discorso pronunciato in Parlamento 
il 27 marzo dell'anno medesimo in occasione della discussione sulle 
interpellanze del deputato Audinot intorno alla questione di Roma 
e appoggiando l'ordine del giorno Boncompagni che acclamava 



Chi l'ha detto? [631] 



Roma capitale d' Italia. Cavour s' illudeva allora di persuadere il 
Pontefice che la Chiesa può essere indipendente, anche perduto il 
potere temporale. Sperava che le proposte fatte con tutta sincerità, 
con tutta lealtà dall' Italia potessero essere favorevolmente accolte 
dal Papa, al quale egli avrebbe detto : « Quello che voi non avete 
mai potuto ottenere da quelle potenze che si vantavano di essere 
i vostri alleati e vostri figli divoti, noi veniamo ad offrirvelo in 
tutta la sua pienezza; noi siamo pronti a proclamare nell'Italia 
questo gran principio: Libera Chiesa in libero Stato. » La massima 
cavurriana è stata molto discussa sotto diversi rapporti : vedasi fra 
altri la « Illustrazione giuridica della formola del Conte di Cavour 
Libera Chiesa in libero Stato » pubblicata nella Nuova Antologia 
del 15 aprile 1882 dal Cadorna, il quale ne dava la seguente de- 
finizione : « La formula del Conte di Cavour è la semplice applica- 
zione del principio della libertà della coscienza nelle relazioni dei 
cittadini, e della loro associazione collo Stato in materia di reli- 
gione. » 

Si consultino pure nella Nuova Antologia altri due articoli, l'uno 
// Conte di Cavour e la Questione Romana, della marchesa Giu- 
seppina Alfieri nata Di Cavour, che assistè suo zio al letto di 
morte (A^. A., voi. I, 1866, pag. 815), l'altro di Guido Padelletti, 
Libera Chiesa in libero Stato : genesi della formula cavouriana 
(voi. XXIX, 1875, pag. 656); e lo scritto del Bertolini, Il Conte 
di Cavour prima del Risorgimento italiano e la formiiìa « Libera 
Chiesa in Libero Stato» (Bologna, 188 1). 

Questa politica savia e liberale è assai lontana dalla intransi- 
genza di coloro che dicono : 

631. Le cléricalisme, voilà l'ennemi! 

Fu il 4 maggio 1877 che Léon Gambetta rispondendo alla 
Camera francese ad una interpellanza sulle misure prese dal governo 
per reprimere le mene degli ultramontani, così concludeva il suo 
discorso: «Et je ne fais que traduire les sentiments intimes du 
peuple de France en disant du cléricalisme ce qu'en disait un jour 
mon ami Peyrat: Le cléricalisme? voilà l'ennemi! •>•> (Journal Of- 
ficiel, 5 mai 1877, pag. 3284). Questi era Alfonso Peyrat, gior- 
nalista, fondatore dj^ Avenir National, morto nel 1891. Però lo 
stesso Gambetta, in altra occasione, alludendo all' aiuto che la 



[632-634] Governo, leggi, politica 183 

Francia ha sempre dato (anche per ragioni politiche) alle missioni 
religiose all'estero, diceva invece: V anticle' ricali snie n'est pas un 
article d' exportation . 

Le condizioni presenti delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa e 
l'odierno conflitto fra la fede e la patria hanno dato origine a 
altre frasi, fra le quali la più nota è forse la formula : 

632. Né elettori ne eletti. 

suggerita a proposito dell' astensione dei Cattolici dalle urne da 
don Giacomo Margotti, direttore dell' Unità Cattolica di To- 
rino, nel i860, sulle colonne del suo giornale e alla quale fu con- 
trapposta r altra Né apostati né ribelli. Verso il tempo medesimo 
la Sacra Penitenzieria, ai vescovi italiani che chiedevano istruzioni 
circa la partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese, ri- 
spose che per i cattolici italiani prender parte alle elezioni politiche 
attends omnibus circuinstantiis non expedit. La formula 

633. Non expedit. 

è di uso tradizionale nella Cancelleria Apostolica ogni volta che oc- 
corre di dare risposta negativa per sole ragioni di opportunità a 
qualche istanza dei fedeli. Un decreto del S.« Uffizio in data del 
30 giugno 1866 chiariva la frase aggiungendo che NON expedit 
prohibition e m importât. D' allora in poi con le parole Non expedit 
s' intese senz' altro 1' astensione dei cattolici dalle urne. 

E con questo lasciamo da parte la politica che non è una bella 
cosa, e nemmeno una cosa divertente benché non sia matematica, 
poiché : 

634. Die Politik ist keine exakte Wissenschaft. 

'lisse Bismarck nella Camera Prussiana dei Signori il 18 dicem- 
bre 1863, e ripetè lo stesso concetto nella Camera Bassa Prus- 
siana il 15 gennaio 1872, ngl Reichstag il 15 marzo 1884 {Die Po- 
litik ist keine Wissenschaft, wie viele der Herren Professoren sich 
einbilden, sondern eine Kunst), e ancora nella Camera Bassa il 
29 gennaio 1886. 

633. Non conviene. 

634. La politica non è una scienza esatta. 



l84 Chi V ha detto? [635-637] 

§ 38. 
Gratitudine, ingratitudine 

È merce cosi rara e cosi poco nota la gratitudine eh' io non ho 
trovato nessuna sentenza popolare che ne facesse menzione. Pro- 
prio come se non esistesse ! Invece ho una eccellente definizione 
dell' ingratitudine : 

635. L'ingratitude est l'indépendance du cœur. 

uno dei molti motti felici di un milionario di spirito, Nestore 
RoQUEPLA-N, il quale, quando era direttore à^V Opéra di Parigi, 
lo scrisse sull' album del signor Filosseno Boyer, assieme ad al- 
tri due che meritano ugualmente di non essere dimenticati: Qui 
oblige s'oblige. — Un service n'oblige que celui qui le rend. Lu- 
dovic Halévy, che racconta il fatto n€^ Intermédiaire des cher- 
cheurs et curieux del 1865, gli assegna la data approssimativa 
del 1840. 

Ecco dei versi che rimbrottano una delle forme più comuni 
dell' ingratitudine : 

636. Rinfacciare il peccato 

Altrui mai non conviene; 

Ma rinfacciarlo a chi ti fa del bene. 

E da solenne ingrato. 

eh' è la morale della bella favola // Pellegrino e il Platano di 
Luigi Fiacchi detto il Clasio. 

La storia ci conserva diverse frasi di uomini che ebbero a pro- 
vare la ingratitudine umana, fra le altre 1' 

637. Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes. 

Narra Valerio Massimo [Factorum et diclorum inemorabilittin, 
lib. V, cap. Ill, § 2^) che Publio Cornelio Scipione Africano 
maior, dispettoso per essere stato citato dai Tribuni della plebe, 

637. Ingrata patria, non avrai nemmeno le mie ossa. 



[638-640] Gratittidine, ingratitudine 185 

e condannato a grave multa, ritirossi in volontario e ostinato esi- 
lio a Linterno ; « eiusque voluntarii exilii acerbitatem non tacitus 
ad inferos tulit, sepulchro suo inscribi iubendo, ingrata patria, 
ne ossa quidem mea habes. Quid ista aut necessitate indignius aut 
querella iustius aut ultione moderatius? cineres ei suos negavit, 
quam in cinerem conlabi passus non fuerat. Igitur hanc unam Sci- 
pionis vindictam ingrati animi urbs Romana sensit, maiorem me 
hercule Coriolani violentia: ille enim patriam metu pulsavit, hic 
verecundia. De qua re ne queri quidem - tanta verae pietatis con- 
stantia - nisi post fata sustinuit. » 

Ho già parlato di Belisario che la leggenda disse ridotto a chie- 
der un obolo ai passanti : dirò invece del doge Francesco Foscari, 
di cui non si conoscono le precise parole dette ai terribili Inqui- 
sitori, ma che forse non saranno state molto diverse in fondo da 
quelle che gli pose in bocca il solito librettista favorito di Verdi : 

638. Questa è dunque la iniqua mercede 

Che serbaste al canuto guerriero? 

(/ due Foscari, tragedia lirica di Franc. 
M. Piave, mus. di Verdi, a. Ili, se. 9). 

Parlando d' ingratitudine si può anche ricordare la frase popo- 
larissima : 

639. Il a travaillé, il a travaillé pour le roi 

De Prusse. 

ritornello di una canzone che si cantava a Parigi contro il Ma- 
resciallo Soubise, sconfitto a Rossbach da Federigo il Grande 
nel 1757. Di qui la frase Travailler pour le Roi de Prtisse che si- 
gnificava lavorare per niente, e quindi anche affaticarsi per un in- 
grato. 

Dirò dei danni che seco reca l'ingratitudine, disgustando dal 
giovare altrui coloro che ne sono cosi male rimunerati, secondo 
la sentenza di Publilio Siro: 

640. Ingratus unus omnibus miseris nocet. 

(Sentenze, num. 43 dell'edizione 
E, Woelfflin, Leipzig 1869). 

640. Un solo ingrato nuoce a tutti gl'infelici. 



i86 Chi V ha detto? [641-643] 

e ricorderò per ultima la frase biblica che mi pare si adatti al caso 
nostro : 

64 1 . ( Quia) Ventum seminabunt et turbinerà metent. 

i,Osea, cap. Vili, v. 7). 

che è passata in tutte le letterature europee sotto la forma del 
proverbio volgare: 

Chi semina vento raccoglie tempesta. 



§ 39. 
Guerra e pace 

642. Bella, horrida bella. 

(Virgilio, ^neis, lib. VI, v. 86). 

cosi Virgilio apostrofa la crudele guerra, flagello dei popoli : 
ma poche guerre si combatterebbero, se fossero arbitri di farle o 
no coloro che ne sopportano le spese. Pur troppo invece la guerra 
è quasi sempre sfogo d' interessi, di rancori o di ambizioni dina- 
stiche, e non a torto Calderon disse che in guerra polvere e palle 
sono la 

643. Ultima razon de Reyes. 

(Calderon de la Barca, En esta vida lodo es verdad 
y lodo mentira, comedia, jorn. segunda, esc. XXIII), 

da cui levarono probabilmente la iscrizione che Luigi XIV fece 
porre sui cannoni fusi nel 1650: 

Ultima ratio regum 

che fu tolta via per decreto dell'Assemblea Nazionale del 1 7 ago- 
sto 1796; e Federigo il Grande l'altra presso che simile: 

Ultima ratio regis 

641. Perchè semineranno vento e raccoglieranno tempesta. 

642. Guerre, orrende guerre. 

643. Ultimo argomento dei re. 



[644] G tier r a e pace 187 

scolpita sui cannoni dell' esercito prussiano dopo il 1742. Ma forse 
anche il commediografo spagnuolo non fece che ripetere le parole 
dette, se il racconto è vero, dal card. Francisco Ximenès, di- 
venuto reggente dei regni di Aragona e Castiglia nel settantanove- 
simo anno di vita sua (15 16), il quale ad alcuni nobili che gli 
domandavano ragione di certi suoi atti di autorità, mostrò le truppe 
armate e i cannoni con le miccie accese, aggiungendo: Hœc est 
ultima ratio regis! Che 

644. Il danaro è il nervo della guerra. 

è opinione comune sin dai tempi del Machiavelli, il quale con- 
futandola nei Discorsi sopra la prima Deca di T. Livio, lib. II, 
intitola il cap. X: I danari non sono il nervo della guerra, secondo 
che è la comune opinione, e nel testo dice che questa sentenza fu 
« detta da Quinto Curzio nella guerra che fu tra Antipatro Mace- 
done e il Re Spartano »; ed è « allegata ogni giorno, e da'Principi, 
non tanto prudenti che basti, seguitata. » Imperocché il Machiavelli 
ritiene che l' oro non basta a vincere, che la guerra si fa col ferro 
e non coli' oro, che non il danaro, ma i buoni soldati sono il nervo 
della guerra: e ninno potrebbe dargli torto, sennonché la sentenza 
quale si cita, non vuol dire che basta il danaro a fare e a vin- 
cere le guerre, ma che il danaro é indispensabile. Dirò pure che 
in Quinto Curzio il quale della guerra mossa da Agide re di Sparta 
contro Antipatro parla in principio del lib. IV e in principio del VI, 
non ho trovato questa sentenza; soltanto nei Supplementi del 
Freinshemio, lib. I, cap. X, è detto che ad Alessandro, dopo la 
morte di Filippo, mancava la nervus gerendarum rerum pecunia, 
ma non occorre ricordare che questi Supplementi sono posteriori 
al Machiavelli. Non la pensavano come il Segretario fiorentino 
Rodolfo Agricola negli Sprickiyörter , n. 281, che scrisse: 
Nervi bellorum pecunice, né Rabelais nel Gargantua, I, 46 : 
Les nerfs des batailles sont les pécunes. Si sogliono ripetere pure 
le parole rivolte a Luigi XII dal maresciallo Gian Giacomo 
Trivulzio, detto il Gran Trivulzio, quando si trattò di invadere 
il Milanese: Pour faire la guerre avec sziccès, trois choses sont 
absolument nécessaires: premièrement, de V argent; deuxièmement ^ 
de V argent; et troisièmement, de l'argent; e il Trivulzio che 
per la eccessiva sua avarizia era diventato la favola della Corte, 



Chi Vha detto? [645-648] 



era più d' ogni altro al caso di poter proclamare con efficacia que- 
sto principio. Richelieu peraltro soggiungeva che : Si l'argent est, 
comme on dit, le nerf de la guerre, il est aussi la graisse de la 
faix. E la verità vera è che il danaro è non soltanto il nervo 
della guerra ma il nervo di tutte le cose. E già Eschine {In Cte- 
stph., 52) fra i neologismi che rimprovera a Demostene, cita 
quello di aver chiamato il denaro xà vsöpa xcov Tipaytiocxcov, i nervi 
delle cose, e dopo di lui il filosofo Bione diceva, tòv izko^io'i vsöpa 
TipaYlxocxwv (in Diog. Laert., IV, 7, 3, § 48). E, per non dire di 
molti altri autori classici che usarono simile locuzione (vedi Büch- 
mann, Geß. Worte, 19. Aufl., S. 445), anche Cicerone scrisse 
nelle Filippiche (V, 2): Nervös belli pecuniam e nell'orazione 
De imperio Cn. Pomp. (VII, 1 7) : Vecligalia nervös rei publicœ. 

645. Silent leges inter arma. 

scrisse Cicerone nell'orazione Pro Milane (IV, io), che Lucano 
{Phar salia, lib. I, v. 277) cosi ridusse: Leges bello siluere coactœ. 
Su questa massima scrisse lo Schwendendörffer una Oratio de sen- 
tentia Inter arfna silent leges (Altdorfii, 163 1). 

646. Tout soldat français porte dans sa giberne 

le bâton de maréchal de France. 

è attribuito a Napoleone I (E. Blaze, La vie militaire sous l' Em- 
pire, vol. I, pag. 5) ; e questa speranza di gloria e di guadagno è 
molte volte il solo incentivo per il soldato ad affrontare la morte, 
giacché in troppi casi egli ignora la causa per la quale combatte, e 

647 Venduto ad un duce venduto 

Con lui pugna, e non chiede il perchè. 

(Manzoni, // Conte di Carmagnola, coro, a. II). 
Le sole guerre nelle quali il cuore del soldato batta per un sen- 
timento più elevato e faccia propria la causa della bandiera sotto 
la quale ripara, sono le guerre per la indipendenza nazionale. 
Allora ogni uomo valido alle armi è soldato, e le donne stesse lo 
spingono animose dove lo chiama la voce dell'onore, e ripetono 
a lui le storiche parole : 

648. ""H xàv ir) èTtl Tflcç. 



645. Tacciono le leggi fra le armi. 
648. O con questo o su questo. 



[649"65o] Guerra e pace 189 

con le quali le madri spartane salutavano i figli partenti in guerra, 
consegnando loro lo scudo, come narra Plutarco nei Lacaena- 
rum Apophthegniata (XVI) : « Alia cum filio clypeum traderet 
eumque ad rem bene gerendam hortari vellet : Fili, inquit, aut 
hìtnc, aut super hoc (7^ xàv, 7^ STCÌ xàç, forma dorica). » Essi do- 
vevano tornare o vittoriosi, cioè con lo scudo, poiché chi fugge 
getta per prima cosa lo scudo, e anche Orazio, confessando la 
sua fuga nella battaglia di Filippi, dice di sé : 

649. Relieta non bene parmula. 

{Carmina, lib. II, od. 7, v. 10). 

o morti, cioè portati dai commilitoni sugli scudi. 

Si ricordino i bei versi del Leopardi {Nelle nozze della sorella 
Paolina) : 

Finché la sposa giovanetta il fido 

Brando cingeva al caro lato, e poi 

Spandea le negre chiome 

Sul corpo esangue e nudo 

Quando e' reddia nel conservato scudo. 

Tuttavia 1' uomo può andare incontro alla morte anche per ca- 
gioni più basse e frivole: non altrimenti i gladiatori che, non sem- 
pre astretti dalla volontà del padrone, ma talora per solo amore del 
guadagno, correvano a dare o a ricevere morte al grido : 

650. Ave, Imperator, morituri te salutant. 

SVETONIO nella Vita di Claudio (§21) così narra di questo im- 
peratore: « Eraissurus Fucinum lacum, naumachiam ante commi- 
sit. Sed cum proclamantibus naumachiariis. Ave, Imperator, mori- 
turi te salutant, respondisset. Avete vos, neque post hanc vocem, 
quasi venia data quisquam dimicare vellet, diu cunctatus an omnes 
igni ferroque absumeret, tandem e sede sua prosiluit, ac per am- 
bitum lacus non sine fceda vacillatione discurrens, partim minando, 
partim adhortando ad pugnam compulit. Hoc spectaculo classis 
Sicula et Rhodia concurrerunt, duodenarum triremium singulae, 
exciente buccina tritone argenteo, qui e medio lacu per machinam 
emerserat. » 

A questo ricordo di Svetonio s' ispirò Pietro Cossa quando 
nella Messalina \z. I, so. 8) cosi fa parlare Claudio : 

649. Dopo aver gettato malamente lo scudo. 

650. Addio, Imperatore, quei che vanno a morire ti salutano. 



190 Chi V ha detto? [651-653] 

Per quel dì solenne 
S' appresti uno spettacolo navale, 
E i gladiatori che combatteranno 
S'ammazzino sul serio: da gran tempo 
I gladiatori sono tm po'' svogliati 
Neil' arte del morire. 

651. {Ifi) Hoc signo vinces. 

ossia TouTtp vJxa, sono le parole che Costantino lesse intorno a 
una croce miracolosamente apparsagli in cielo nell' anno 312 del- 
l' E. V., prima di attaccare battaglia contro Massenzio, e ch'egli 
fece porre sulle insegne delle legioni, dette da quel tempo in poi 
làbari (Eusebio Pamfilo, Vita Costantini, lib. I, cap. 28). 

Anche la guerra ha le sue norme, i suoi precetti ; non nel solo 
giuoco delle armi, o nel cozzo brutale degli eserciti sta la guerra; 
e a molti episodi, anche gloriosi, della storia militare, si potreb- 
bero applicare le notissime parole : 

652. C'est magnifique, mais ce n'est pas la guerre. 

o come altri dicono : C'est beau, mais ce n'est pas la guerre, 
parole dette dal generale francese Bosquet (P. F. G.), assistendo 
alla eroica ma imprudente carica della cavalleria leggera inglese 
(comandata dal conte di Cardigan) alla battaglia di Balaklava (25 ot- 
tobre 1854), carica dovuta, pare, a un ordine male inteso, e da cui 
ritornò appena un terzo della brigata. Vedi : Layard, La première 
campagne de la Crimée ou les batailles mémorables de V Aima, de 
Balaklava et d' Inkerman, trad, franc, Bruxelles, 1855, a pag. 72. 
Una notevole sentenza di Tacito intorno alla guerra, e che po- 
trebbe facilmente applicarsi a molte altre faccende umane è questa : 

653. Iniquissima haec bellorum conditio est: pro- 

spera omnes sibi vindicant, adversa uni 
imputantur. 

{Vita di Agricola, § 27). 
Fra tutte le guerre, dolorose e feroci sono le guerre civili, si per 
1' orrore che destano, sì per 1' accanimento che i combattenti vi 
portano. Di esse parlava il Manzoni nei due notissimi versi : 

651. In questo segno vincerai. 

653. Questa cosa ingiustissima segue in ogni guerra, che tutti si 

arrogano il merito dei prosperi successi, e gli avversi ad 

un solo sono rimproverati. 



[D54"65t>] G^icrra e pace 19 1 

654. I fratelli hanno ucciso i fratelli: 

Questa orrenda novella vi do. 

(// Conte di Carmagnola, coro nell'atto II). 

intorno ai quali si narra il seguente aneddoto. Tommaso Grossi, 
mandando al Manzoni un esemplare della sua novella V Ildegonda^ 
scrisse sul frontespizio : « Questa orrenda novella ti do ; » ma in 
risposta il Manzoni con arguzia gentile scrisse di sopra il verso 
che precede: «.I fratelli hanno ucciso 1 fratelli, » quasi a signi- 
ficare modestamente che il Grossi aveva superato lui Manzoni. 
Una specie di guerra civile è la insurrezione, a proposito della 
quale si può ripetere la frase di Jean François Ducis, poeta 
tragico (1733-1816): 

655. La Tragédie court les rues. 

Egli scrisse nei tristi giorni del Terrore a uno dei suoi amici: 
Que parles-tu, Vallier, de faire des tragédies? La Tragédie court 
les rues (Campenon, Essais de mémoires sur la vie de Ducis^ 
Paris, 1824, a pag. 79). Ma egli non aveva fatto che ripetere in- 
consciamente il ritornello di una mazarinata: 

Comédiens, c'est un mauvais temps, 
La Tragédie est par les champs. 

Tristi giorni sì quelli del Terrore come quelli della Fronda ! e tristi 
ugualmente tutti quelli in cui una città o un paese sono abbando- 
nati ai capricci sanguinosi, alle cieche vendette di una soldatesca 
brutale condotta da capi ancor più brutali e feroci. Corre tosto 
alla memoria la frase famosa: 

656. L'ordre règne à Varsovie. 

Quale ne è la origine ? Nella seduta della Camera francese dei de- 
putati del 16 settembre 183 1, il ministro degli affari esteri, il conte 
Orazio Sebastiani, rispondendo a una interrogazione sulle cose 
della Polonia, usci con questa frase infelice : « Le gouvernement a 
communiqué tous les renseignements qui lui étaient parvenus sur 
les événements de la Pologne.... Au moment où l'on écrivait, la 
tranquillité régnait à Varsovie. » {Moniteur Universel^ 1 7 sept. 1 83 1). 
Varsavia infatti aveva capitolato 1' 8 del mese dopo due giorni di 
sanguinoso combattimento. Il giornale La Caricature pubblicò una 



192 Chi l'ha detto? [657-659] 

litografia di Grandville e di Eugenio Forest, che alludendo alle 
parole disumane del ministro, rappresentava un soldato russo cir- 
condato da cadaveri con la leggenda Dorare règne à Varsovie. La 
ragione per la quale la frase sia rimasta celebre sotto questa ultima 
forma che non è quella autentica del resoconto parlamentare, può 
forse trovarsi in una comunicazione ufficiosa data da Cracovia, 
1° settembre, che fu pubblicata nel numero precedente a quello 
citato del Monitetir, e che diceva, dopo aver dato i ragguagli 
delle stragi di agosto: « ....Le général Krakowiecki a été effecti- 
vement nommé dictateur, et revêtu d'un pouvoir illimité. L'ordre 
et la tranquillité sont entièrement rétablis dans la capitale. » 

Al Manzoni piaceva di raccontare su tale argomento il seguente 
aneddoto. Il conte Sebastiani aveva maritata sua figlia col Duca 
di Praslin, il quale, dopo di averle dato coi suoi disordini gravi 
ragioni di malcontento, fini in un accesso di follìa gelosa ad ucci- 
der lei e quindi sé medesimo, tragedia che rimase tristamente fa- 
mosa per lunga serie di anni. Un polacco, a cui non s'erano can- 
cellate dal cuore le parole colle quali il Sebastiani aveva annunziato 
dalla tribuna la rovina della sua città, conosciuto questo avveni- 
mento, esclamò: Vordre règne à V Hôtel Praslin. 

Le parole del generale Sebastiani facevano inconsciamente eco 
alla frase di Tacito : 

657. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant. 

( Vita di Agricola, § 30). 
che in altri termini equivale a dire col gran poeta francese: 

658. Et le combat cessa, faute de combattants. 

(Corneille, Le Cid, IV, 3). 

Può accadere che talora nella guerra non ci siano vincitori : ma 
ci sono sempre dei vinti, e per loro occorre rammentare la terribile 
minaccia di Brenno, duce dei Galli, che nell' anno 362 di Roma, 
e 390 avanti Cristo, avrebbero incendiata e taglieggiata la città dei 
Quiriti : 

659. Vse victis! 

657. Dove fanno la solitudine, là dicono essere la pace. 
659. Guai ai vinti! 



[660-662] Guerra e pace 193 

egli avrebbe esclamato, se si presta fede a Tito Livio {Hist. , lib. V, 
e. 48, 9) e ad altri istorici romani, come Floro (I, 13, 17) e Pe- 
sto (p. 372, ed. Müller). Non diversamente diceva Virgilio: 

660. Una Salus victis nullam sperare salutem. 

(Eneide, lib. II, v. 353). 

Quante amarezze siano riserbate ai vinti, doveva ai giorni nostri 
provarlo un nobile paese, la Francia, che nel 1870 e '71 espiò cru- 
delmente le colpe sue e non sue. Nella circolare che Giulio 
Favre, ministro degli affari esteri e vicepresidente del Governo 
della Difesa nazionale, rivolgeva il 6 settembre 1870 agli agenti 
diplomatici della Francia, si leggeva una frase rimasta celebre ma 
smentita ben presto dalla forza stessa delle cose: 

661. Ni un pouce de notre territoire, ni une pierre 

de nos forteresses. 

La circolare così diceva: «Nous ne céderons ni un pouce de 
notre territoire^ ni une pierre de nos forteresses.... Nous ne trai- 
terons que pour une paix durable » (Journal officiel del 7 settem- 
bre). Fiere parole, di cui la inconsiderata temerità era scusabile 
soltanto per il patriottismo ardente che le aveva suggerite. Nella 
seduta del 17 giugno 187 1 dell'Assemblea Nazionale, il Favre 
stesso riconobbe che la formula sostenuta da lui aveva reso im- 
possibile ogni accordo con Bismarck nel colloquio di Ferrières 
(18 e 19 settembre 1870). 

Pur troppo la ragione è del più forte e per farsi valere bisogna 
farsi temere. Perciò gli antichi dicevano : 

662. Si vis pacem, para bellum. 

che sono forse le parole di Vegezio lievemente modificate : Qui 
desiderai pacem ^ prceparet bellum {Epit. rei militar.^ lib. Ili, 
prolog.); anzi Cicerone dice addirittura {Phil., VII, 6, 19): 
Quare si pace frui volumus, bellum gerendtim est. Si confron- 
tino pure con queste altre citazioni, che rendono un pensiero se 
non identico, almeno molto simile : 'Ex TtoXéjxou |ièv yàp elpi^vr) 
(läXXov ßeßaioDxai, nelle Istorie di Tucidide (lib. I, cap. 124); - 

660, Pei vinti unica salute nel disperare di ogni salute. 
662. Se vuoi la pace, prepara la guerra. 



194 Chi Vha detto? [663-666] 

Nemo, nisi victor, pace helium mutavit^ di Sallustio nella Cati- 
linaria (cap. LVIII); - Nam paritur pax hello, parole di Epa- 
minonda nella Vita che di lui si legge in Cornelio Nipote, § V. 
Narra Tito Livio (Hist., lib. XXI, cap. 18) che nell'anno 218 
avanti Cristo, 534 dalla fondazione di Roma, essendo i legati ro- 
mani venuti in Cartagine a lagnarsi della espugnazione di Sagunto, 
il duce loro Quinto Fabio, volto agli anziani della città, « sinu 
ex toga facto, hic, inquit, vobis bellum et pacem portamus ; utrum 
placet, sumite, » e poiché quelli risposero che lasciavano a lui la 
scelta, scosse la toga, e replicò che dava loro la guerra. Di que- 
st' episodio si vale il Tasso nella Gerusalemme liberata, quando 
fa venire Argante insieme ad Alete, ambasciatori del re d'Egitto, 
innanzi a Goffredo. Dapprima Argante esclama con insolenza : 

663. Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia. 

(e. Il, Ott. 88). 
poi imitando l'atto dell'oratore romano, soggiunge: 

664. E guerra e pace in questo sen t'apporto: 
Tua sia l'elezione. 

(Ivi, Ott. 89). 

Ambasciatore più umano sembra Lisandro quando all'alzarsi 
della tela ntW Aristodejno, tragedia del Monti, dice a Palamede : 

665. Si, Palamede; alla regal Messene 
Di pace apportator Sparta m'invia. 
Sparta di guerra è stanca.... 

ciò che non è difficile a credersi, perchè pochi amano la guerra, 
se non coloro che ne hanno fatto il loro mestiere o gli ambiziosi ; 
chi lavora, chi ha persone che ama e dalle quali è amato, per le 
quali teme, e che temono per lui, desidera ardentemente la pace, 
e può andare ripetendo col Petrarca il noto verso: 

666. I' vo gridando: pace, pace, pace. 

(Canzone ai Grandi d'Italia, n. XVI del- 
l'edizione Mestica, verso ultimo). 

E se non è forte nei vecchi classici della patria letteratura, an- 
drà piuttosto declamando l'apostrofe di Guido da Polenta a Paolo 
e Lanciotto : 



[667-669] Guerra e pace 195 

667. - Ah! pace 

O esacerbati spiriti fraterni. 

(Pellico, Francesca da Rimini, a. IV, se. 5). 

ovvero canterellando la romanza di Leonora nel melodramma La 
Forza del Destino, parole di F. Piave, musica di Verdi (atto IV, 
se. 6) : 

668. Pace, pace, mio Dio, cruda sventura 

M'astringe, ahimè, a languir. 

La guerra ha ispirato un gran numero di canti patriottici, di 
molti dei quali sono rimasti popolari dei versi o delle strofe. Va 
innanzi a tutti il famoso: 

669. Allons, enfants de la patrie. 

che è il primo verso della Marsigliese o Chant des Marseillais^ 
parole e musica di Rouget de Lisle. Lamartine narrando nella 
Histoire des Girondins (livre XVI), le origini della Marsigliese, 
ripete la storia conosciuta di Rouget, allora giovane ufficiale d'ar- 
tiglieria di guarnigione a Strasburgo, che frequentando la casa del 
maire, certo Dietrich, in una sera del 1792 [il 25 aprile] compose 
per invito dello stesso Dietrich i versi e la musica di questo inno 
patriottico. Rouget passò la notte al clavicembalo studiando le note 
e le parole che l' ispirazione gli dettava ; quindi « accablé de cette 
' aspiration sublime, il s'endormit la tête sur son instrument et ne 
réveilla qu'au jour. Les chants de la nuit lui remontèrent avec 
peine dans la mémoire comme les impressions d'un rêve. Il les 
écrivit, les nota et courut chez Dietrich. Il le trouva dans son 
jardin, bêchant de ses propres mains des laitues d'hiver. La femme 
et les filles du vieux patriote n'étaient pas encore levées. Dietrich 
les éveilla, il appella quelques amis tous passionnés comme lui pour 
la musique et capables d'exécuter la composition de de Lisle. La 
fille ainée de Dietrich accompagnait. Rouget chanta. À la première 
strophe les visages pâlirent, à la seconde les larmes coulèrent, aux 
dernières le délire de l'enthousiasme éclata. La femme de Dietrich, 
ses filles, le père, le jeune officier se jetèrent en pleurant dans les 
bras les uns des autres. L'hymne de la patrie était trouvé ! hélas, 
il devait être aussi l'hymne de la Terreur. L'infortuné Dietrich 



I 



196 Chi V ha detto? [669] 

marcha peu de mois après à l'échafaud, aux sons de ces notes nées 
à son foyer du cœur de son ami et de la voix de ses filles. 

« Le nouveau chant, exécuté quelques jours après à Strasbourg, 
vola de ville en ville sur tous les orchestres populaires. Marseille 
l'adopta pour être chanté au commencement et à la fin des séan- 
ces de ses clubs. Les Marseillais le répandirent en France en le 
chantant sur leur route. De là lui vint le nom de Marseillaise. 
La vieille mère de de Lysle, royaliste et religieuse, épouvantée du 
retentissement de la voix de son fils, lui écrivait: « Qu'est-ce donc 
<- que cet hymne révolutionnaire que chante une horde de brigands 
« qui traverse la France et auquel on mêle notre nom ? » De Lisle 
lui-même, proscrit en qualité de royaliste, l'entendit, en frissonnant, 
retentir comme une menace de mort à ses oreilles en fuyant dans 
les sentiers des Hautes-Alpes. « Comment appelle-t-on cet hymne? » 
demanda-t-il à son guide. - « La Marseillaise, » lui répondit le 
paysan. C'est ainsi qu'il apprit le nom de son propre ouvrage. Il 
était poursuivi par l'enthousiasme qu'il avait semé derrière lui. 
Il échappa à peine à la mort. L'arme se retourne contre la main 
qui l'a forgée. La Révolution en démence ne reconnaissait plus 
sa propre voix ! » 

Ho riportato le frasi di Lamartine perchè alcune di esse diven- 
nero alla lor volta popolari, ma è bene avvertire che indagini po- 
steriori hanno mostrato come questo racconto sia pieno di partico- 
lari che in gran parte hanno solo fondamento nella immaginazione 
dello scrittore. Rouget medesimo ha narrato com' egli compose 
quest' inno, e il suo racconto è affatto diverso dal romanzetto di 
Lamartine riprodotto in un bel quadro di Pils e in un' incisione 
notissima di Cottin. L'inno che Rouget aveva scritto per l'armata 
del Reno e che perciò ebbe da principio il nome di Chant de guerre 
de l'arìnée du Rhin, fu eseguito dalla musica della guardia nazio- 
nale di Strasburgo il 29 aprile 1792, e da un soldato marsigliese 
fu portato nella sua città natale, ove divenne tosto popolare, e da 
cui passò a Parigi portatovi dai Marsigliesi stessi quando guidati 
da Barbaroux vennero alla capitale, cantandolo per le vie e alla 
presa delle Tuileries il io agosto. 

Il maresciallo Jourdan, il vincitore di Fleurus, fece il più bel- 
r elogio della Marsigliese dicendo : « Avec dix mille soldats et la 
Marseillaise je battrai quarante-mille hommes. » Un altro generale 



[670-673] Guerra e pace 197 

di quel tempo scriveva al Direttorio : «J'ai gagné la bataille; la 
Marseillaise commandait avec moi; » e un altro domandava un 
rinforzo di 10,000 uomini o una nuova edizione della Marsigliese ! 

Escono dal nostro soggetto, e quindi non le riporto, le polemi- 
che sulla paternità della musica della Marsigliese, poiché, fra le 
altre cose, è noto che i tedeschi sostengono che essa è copiata di 
peso dal Credo della Messa Solenne num. 4, dell'organista Holtz- 
mann di Meersburg {sul lago di Costanza), composta nel 1776. 
Anche altre attribuzioni sono state fatte delle quali non è il caso 
di fare menzione. Si consulti del resto il buon libro di Alfred 
Leconte, Rouget de Lisle, sa vie, ses œuvres, la Marseillaise (Pa- 
ris, 1892). 

Fra i molti versi di questo inno ugualmente popolari si tenga 
presente anche il primo della 6* strofa : 

670. Amour sacré de la patrie. 

e il terzo : 

671. Liberté, liberté chérie. 

che si ritrova nel duetto di Masaniello e Pietro nella Muette de 
Portici, melodramma di ScRiBE e Casimir Delavigne, con la 
musica di Auber (a. II, se. 2) e suo capolavoro, che tanta ef- 
ficacia ebbe sugli animi vibranti di patriottismo nell' insurrezione 
del Belgio del 1830. 

Ma noi ricorderemo piuttosto alcuni fra gl'innumerevoli canti ed 
inni patriottici del nostro risorgimento politico. Ecco per primo 
un coro di classico autore che descrivendo la triste battaglia di 
Maclodio (1427), cosi comincia: 

672. S'ode a destra uno squillo di tromba; 
A sinistra risponde uno squillo. 

(Manzoni, // Conte di Carmagnola, coro 
nell'atto II). 

Eccone altri meno letterari e più popolari: 

673. Addio, mia bella, addio, 

L'armata se ne va; 

E se non partissi anch'io 

Sarebbe una viltà. 



198 Chi V ha detto? [674-676] 

è la prima strofa di un inno di Carlo Alberto Bosi fiorentino 
(1813-1886), popolarissimo nel 1848, detto T inno dei volontari, 
e che anche oggi si canta dai coscritti. Ma il testo originale vera- 
mente dice al primo verso : Io vengo a dirti addio e nel terzo : 
Se non andassi anch'io (v. D'Ancona, Poesia e musica popolare 
italiana nel secolo XIX, in Ricordi ed Affetti, Milano, 1902) 

674. Si scopron le tombe, si levano i morti, 

è il primo verso del celebre hino di Garibaldi, scritto nel 1859 
da Luigi Mercantini per incarico del generale medesimo, e mu- 
sicato da Alessio Olivieri. 

675. Soldati, all'armi, all'armi, 

Son pronti i battaglioni, 
I brandi ed i cannoni 
La morte a fulminar. 

è un altro inno patriottico delle campagne del 1859, composto da 
Giuseppe Pieri e musicato da Rodolfo Mattiozzi. 

676. Delle spade il fiero lampo 

Troni e popoli svegliò; 

Italiani, al campo, al campo, 

E la madre che chiamò. 

Su, corriamo in battaglioni 
Fra il rimbombo dei cannoni, 
L'elmo in testa, in man Tacciar.... 
Viva il Re dall'Alpi al mar! 

è il principio dell' inno di guerra composto da Angelo Broffe- 
rio nel 1866 e messo in musica da Enea Brizzi. 

Anche la letteratura melodrammatica ha dato un numero note- 
vole di questi canti guerreschi, che il popolo ripete anche oggi con 
diletto. Tali sarebbero i seguenti: 



[677-680] Guerra e pace 199 

677. Sul campo della gloria 

Noi pugneremo a lato, 
Frema o sorrida il fato, 
Vicino a te starò. 
La morte o la vittoria 
Con te dividerò. 

che è il duetto di Belisario e Alamiro nella tragedia lirica di Sal- 
vatore Cam]MARANO, Belisario, musica di Donizetti (a. I, se. 6); 
enei melodramma I Puritani à\ Carlo Pepoli, musica di V. Bel- 
lini (a. II, se. 4) r altro duetto : 

678. Suoni la tromba, e intrepido 

Io pugnerò da forte. 
Bello è affrontar la morte 
Gridando, libertà ! 

Un aneddoto relativo a questo direttivo sarà narrato più avanti, 
al n. 735. 



§ 40. 
Intelligenza, genio, spirito, immaginazione 



679. Per correr migliori acque alza le vele 
Ornai la navicella del mio ingegno, 
Che lascia dietro a sé mar sì crudele. 

(Dante, Purgatorio, e, I, v. 1-3). 

e veramente solleva 1' animo, dopo aver parlato tanto di guerre 
e di stragi, parlare delle pacifiche e nobili conquiste dell'inge- 
gno umano. 

Del bel dono dell' intelligenza si fa colpa a Platone di aver 
tenuto poco conto, quando dette quella sua famosa definizione del- 
l' uomo: 

Ò80. L' uomo è un bipede implume. 



Chi V ha detto ? [68 1 - 684] 



Questa definizione, e la storiella che vi si collega, non hanno al- 
tra fonte che in Diogene Laerzio {De clarorum philo sophor um 
vitis, dogmatibus et apophthegmatibus, lib. VI, cap. 2, § 40), il 
quale cosi la riferisce (cito la traduzione latina dell'edizione Didot, 
Parisiis, 1850, pag. 142): « Platone autem definiente. Homo est 
animai hipes sine pennis ("AvBptOTióc saxo Cóòov 8Ì7:ouv ccTtxspov), 
quum placeret ista ejus definitio, nudatum pennis ac piuma gallum 
gallinaceum [Diogenes] in ejus invexit scholam, dicens, Hic Pla- 
tonis homo est. Unde adjectum est definitioni, Latis unguibus. » 
Ma è da notarsi che nelle opere di Platone nulla si trova di 
questo. 

Invece la monca definizione, di Platone o d' altri che sia, fu 
completata da Boezio cosi: 

681. Homo est animai bipes rationale. 

(Boezio, De consci, philos., IV). 

Miglior concetto dell' anima umana aveva I'Alighieri, quando 
disse : 

682. Non v'accorgete voi, che noi siam vermi 

Nati a formar l'angelica farfalla, 
Che vola alla giustizia senza schermi? 

(Dante, Purgatorio, e. X, v. 124 126). 

Degna di esser ricordata è pure l' altra frase dantesca che si ap- 
plica felicemente a flagellare coloro ai quali simile dono divino è 
conteso. Essi passano nel mondo come ombre, sono meno che 
nulla, e il poeta può passare sdegnosamente 

683. Sopra lor vanità che par persona. 

(Dante, Inferno, e. VI, v. 36), 
All'incontro, al genio tutti s'inchinano: 

684. On ne chicane pas le génie. 

vuoisi abbia detto Victor Hugo, forse parlando di sé medesimo 
di cui altamente sentiva. Tuttavia anche il genio ha le sue debo- 
lezze, e spesso occorrerà di ripensare la sentenza di Seneca : 

681. L'uomo è un bipede ragionevole. 



[685-688] Intelligenza, genio, spirito, immaginazione 201 

685. Nullum magnum ingenium sine mixtura 

dementias fuit. 

(De tranquill, animi, e. XV, § 16). 

Seneca però si riferisce per questa sua opinione ad Aristotile 
(vedi infatti nei Prohlemata, cap. XXX, i) - Il miglior commento 
a siffatta sentenza è l' opera di Cesare Lombroso : <■- L' uomo di 
genio in rapporto alla psichiatria, alla storia ed alla estetica » 
(V ediz., Torino, 1888), dove si vogliono dimostrare gli stretti 
rapporti fra il genio e la follia. 

Il genio permette ai felici nei quali splende questa divina favilla, 
di giungere a prodigiosi resultati con lieve fatica, ed è appunto 
per questi predestinati che il Vangelo ha detto: 

686. Spiritus, ubi vult, spirat. 

( Vang, di S. Giovanni, cap. Ili, v. 8). 

cioè la mente divina si manifesta a chi vuole, anche a chi meno 
ne è degno ; altri suppliscono all' acume col lavoro, e di costoro 
suolsi dire che 

687. Hanno il cervello nella schiena. 

Questa frase, ormai entrata nel dominio pubblico della lingua par- 
lata, fu usata da prima da Trajano Boccalini in un suo giudi- 
zio sull' erudito Giusto Lipsio « i cui scritti, egli nota, si vedevano 
laboriosi e mirabili per una varia e molteplice lettura ; cosa così 
comune a tutti gli scrittori oltramontani, che sono stimati avere 
il cervello nella schiena, come agli Italiani, che 1' hanno nel capo, 
è comune il sempre inventar cose nuove e lavorar con la materia 
cavata dalla miniera del proprio ingegno. » {Ragguagli di Parnaso^ 
Cent. I, ragg. XXIII). 

Appartengono a codesta numerosa genia anche gl* imitatori, fla- 
gellati da Orazio nel verso: 

688. O imitatores, servum pecus. 

{Epistole, lib. I, ep. 19, v. 19). 

685. Non vi fu alcun grande ingegno senza un poco di pazzia. 

686. Lo spirito spira dove vuole. 
688. O imitatori, servo gregge. 



Chi Vha detto? [689-691] 



Dei lavori, particolarmente letterari, composti da autori senza 
genio inventivo, si suol dire che in essi: 

689. Il nuovo non è bello, e il bello non è nuovo. 

la quale frase, secondo il Büchmann, trae origine da un epigramma 
di Johann Heinrich Voss, che, firmato X., comparve nel Vos- 
sischen Musenalmanach del 1792, pag. 71: 

Auf mehrere Bücher. 
Nach Lessing. 
Dein redseliges Buch lehrt mancherlei Neues und Wahres, 
Wäre das Wahr nur neu, wäre das Neue nur wahr ! 

II luogo di Lessing richiamato nel titolo di questo epigramma si 
trova neWe. Briefen die Neueste Literatur betreffendem. Brief, 
1760, 12. Juni). 

A codesta razza di eunuchi scribacchianti, i francesi applicano 
argutamente il noto verso di Voltaire: 

690. Il compilât, compilait, compilait. 

che si trova nella satira Le pauvre diable, scritta nel 1758 per 
distogliere dalla pericolosa professione delle lettere un giovane 
senza beni di fortuna che prendeva per genio la sua smania di far 
versi. Fra le persone prese di mira in questa satira è 1' abate Tru- 
blet che veramente non meritava la cattiva reputazione creatagli 
dai versi di Voltaire, e di cui questi diceva: 

L'Abbé Trublet alors avait la rage 
D'être à Paris un petit personnage ; 
Au peu d'esprit que le bon homme avait 
L'esprit d'autrui par supplément servait; 
Il entassait adage sur adage, 
// compilait, compilait, compilait; 
On le voyait sans cesse écrire, écrire 
Ce qu'il avait jadis entendu dire. 
Et nous lassait sans jamais se lasser. 

Il talento inventivo di costui non era certamente pari a quello 
di Girardin, che prometteva: 



691. Une idée au jour. 



[692-694] Intelligenza, genio, spirito, immaginazione 203 

• 
Emilio de Girardin, il principe dei giornalisti moderni, il 29 feb- 
braio 1849, annunziava che apriva una colonna del suo giornale 
La Presse {^ouàsXo nel 1836) alla discussione di tutte le idee giuste 
ed utili e che in essa avrebbe trovato hxogo un' idea al giorno ; 
però il pubblico non accolse con troppo entusiasmo questa ple- 
tora d* idee, e la rubrica, intitolata appunto Une idée au jour, 
non comparve che un giorno solo, il numero del 2 marzo. 

A conforto di chi non ha inventato .niente, neppure la polvere, 
abbiamo un verso di Ovidio: 

69 2 . Nec minor est virtus quam quserere, parta tu eri. 

(^De arte amatoria, lib. II, v. 13), 

che nelle opere di un filosofo naturalista del sec. XVI trovasi ri- 
petuto in questa forma : 

Non minor virtus est tueri et perficere rem inventam.... quam 
reperire. 

(Gesnek, Pandect, lib. XI, Tiguri, 1548, pag. 107). 

Ma il genio umano fa ogni giorno conquiste meravigliose, e 
oggi parrebbe meno audace l' apostrofe del Monti : 

693. Che più ti resta? Infrangere 

Anche alla Morte il tèlo, 
E della vita il nettare 
Libar con Giove in cielo. 

(V. Monti, Ode al signor di Montgolßer). 

Qualità accessorie dell'ingegno, e che spesso ne tengono il luogo 
sono l'immaginazione e lo spirito, lo wit degli inglesi. Della prima 
aveva detto Malebranche, che 

694. L'imagination est la folle du logis. 

definizione che Voltaire rese popolare ripetendola in fine del- 
l' articolo Apparition del suo Dictionnaire philosophique: «Dé- 
fions-nous des écarts de l'imagination, que Malebranche appelait 
la folle du logis. » 

692. Né minore abilità del trovare nuove cose è nel saper con- 
servare le già acquistate. 



204 Chi V ha detto ? [695-700] 

Del secondo si suol dire che 
695. L'esprit qu'on veut avoir, gâte celui qu'on a. 

(Gresset, Le Méchant, V, 7). 
ovvero che 

296. Chacun dit du bien de son cœur, et personne 
n'en ose dire de son esprit. 

e anche queste sentenze: 

697. Un homme d'esprit serait souvent bien 

embarassé sans la compagnie des sots. 

698. Il n'y a point de sots si incommodes que 

ceux qui ont de l'esprit. 

le quali ultime tre sentenze sono tolte dallo stesso libro, le troppo 
idixcvosc. Maximes de La Rochefoucauld, §XCVIII,CXL, CCCLI. 
Come pure questa che è l' impresa di tutte le società di mu- 
tuo incensamento: 

699. Nul n'aura de l'esprit, hors nous et nos amis. 

(Molière, Les Femmes savantes, a. Ill, sc. 2). 

E citiamo pure, sempre nella lingua dei francesi, popolo che 
di spirito s'intende, questo detto comune: 

700. Monsieur Tout-le-monde qui a beaucoup 

plus d'esprit que M. Voltaire. 

la quale frase nasce probabilmente dalle parole dette da Talley- 
rand in un discorso pronunziato alla Camera dei Pari il 24 lu- 
glio 1821 in difesa della libertà di stampa: « De nos jours, il 
n'est pas facile de tromper longtemps. Il y a qtielqti'un qtii a 
plus d'esprit que Voltaire, plus d'esprit que Bonaparte, plus 
d'esprit qne chacun des Directeurs, que chacun des ministres pas- 
sés, présents, à venir, c'est tout-le-monde, » Anche Jules Cla- 
RETIE nell'idilliaco romanzo Pier rille (eh. XIV): « .... cette poé- 
sie qui vient on ne sait d'où, de ce Tout-le-monde qui a plus 
d'esprit que Voltaire et plus de poésie que Virgile. » 



[701-703] Intelligenza, genio, spirito, immaginazione 205 

Le arti vogliono un genio, un' attitudine speciale : ad esse spe- 
cialmente alludeva Orazio quando ammoniva che 

701. Tu nihil invita dices faciesve Minerva. 

(Orazio, Ars poetica, v. 385). 

e lo stesso concetto esprimeva un poeta veronese del settecento 
nei noti versi: 

702. \Chê\ A chi natura non lo volle dire 

Noi dirian mille Ateni e mille Rome. 

(Gio. Agost. Zeviani, La Critica poetica, 
Verona, 1770-73, to. I, son. XXIV). 

Dello Zeviani parlò Gius. Biadego in Pagine sparse di storia 
letteraria veronese del sec. XVIII (Nozze Bolognini-Sormani, 
Verona, 1900), nello studio intitolato: Un poeta critico. Lo Ze- 
viani scrisse questi versi per mostrare quanto si sentisse impac- 
ciato volendo definire 1' eleganza dello scrivere. 

Questo genio è quello che spingeva il Correggio alla celebre 
esclamazione : 

703. Anch'io sono pittore. 

innanzi alla S. Cecilia di Raffaello a Bologna. A proposito di che 
il P. Luigi Pungileoni nelle Memorie istoriche di Antonio Allegri 
detto il Correggio, voi. I (Parma, 18 17), a pagina 60 scrive: 
« Avrebbe del pari a scrivere assai chi volesse andare vagando per 
le lettere del P. Resta, il primo forse ad affermare che la dotta 
Felsina a sé lo trasse per additargli la Santa Cecilia, alla cui vista, 
si dice, stapi ed esclamò: Son pittore anch' io. Ogni probabilità 
vuole che si creda questo detto di conio italiano, riportato di poi 
come certo da più d' un autor francese. Evvi stato chi bonaria- 
mente supponendo ciò vero gli ha data la taccia di superbo, tac- 
cia ingiusta, quand' anche gli fossero uscite dal labbro queste ed 
altre parole d'ugual valore, abbandonato ad un impeto subitaneo; 
naturale in chi sente d' essere nato a far cose, per le quali la sor- 
presa dividesi tra il prodigio dell' arte e quello della natura. Se 
egli sia mai stato in Bologna è un punto su cui non ho dati, che 

701. Nulla dirai o farai a dispetto di Minerva. 



2o6 Chi l'ha detto? [704-705] 

bastino ad asserirlo od a negarlo, essendo facile che vi si portasse 
senza che siasene tenuta memoria o fatto alcun caso. Né fuori è 
della linea dei possibili che uno fosse pur egli della compagnia 
della Gambara, di cui era famigliare un suo zio materno, allorché 
questa illustre Poetessa vi si portò per ossequiare Leon decimo 
Pontefice sommo.... Ma se Antonio se ne andasse in Bologna in 
quell' epoca o dipoi, ninna memoria ci resta, e si ha solo per cosa 
niente dubbia che allora non avrebbe potuto pascere la vista nel 
quadro dell'Urbinate, perché non v'era, e alquanti anni tardò. » 
Infatti la mirabile tavola della Santa Cecilia passò nell' oratorio 
della Santa nella chiesa di S. Giovanni in Monte di Bologna solo 
nel 15 17. 

Julius Meyer nella sua lodata opera Correggio (Leipzig, 187 1) 
a pag. 23 ripete, traducendo o quasi dal Pungileoni, le stesse 
considerazioni; ma neppur egli dice dove il P. Sebastiano Resta 
abbia fatto questo racconto. Forse in una delle sue molte lettere 
artistiche sul Correggio, ma certamente in nessuna di quelle pub- 
blicate nel III volume dell'opera del Pungileoni, né nella Raccolta 
di lettere pittoriche del Bottari. È inutile dire che il Vasari nella 
Vita dell' Allegri non fa parola di questo. 

Anche gli artisti, anzi essi più di altri, hanno i loro momenti 
di sconforto, nei quali dubitano di tutto, anche di sé medesimi. 

704. Sono un poeta o sono un imbecille? 

è la ingenua domanda di Lorenzo Stecchetti, cioè Olindo 
GuERRiNi, in un sonetto (VII) dei Postuma. Forse lo ispirava lo 
spirito del dubbio, quel Mefistofele che nella canzone detta del 
fischio nel dramma lirico che da lui trae nome, parole e musica di 
Arrigo Boito (a. II), canta: 

705. Son lo spirito che nega 

Sempre, tutto. 

A questi versi corrisponde nell' originale tedesco del Goethe il 
V. 984 della Prima Parte, se. 3 : 

Ich bin der Geist, der stets verneint ! 

Le esitazioni, le incertezze del genio ricordano il verso del dot- 
tor Faust: 



[70Ö-707] Intelligenza, genio, spirito, itnmaginazione 207 



706. Zwei Seelen wohnen, ach ! in meiner Brust. 

(WoLKG. VON Goethe, Faust, I Th. 
Vor dem Thor, v. 759). 

reminiscenze di Racine e di Wieland. Il primo nei Cantiques 
spirituels (3. Plainte d'un Chrétien etc.) aveva detto: 

Mon Dieu, quelle guerre cruelle ! 
Je trouve deux hommes en moi. 

il secondo nel dramma lirico Die Wahl des Herkules: 

Zwei Seelen, ach, ich fühl'es zu gewiss ! 
Bekämpfen sich in meiner Brust 
Mit gleicher Kraft.... 



§ 41. 
Ira, collera, ingiurie, offese, vendetta 



Beato chi sa vivere con 1' animo sempre sereno, senza preoc- 
cupazioni, senza sdegni, senza fiele, 

707. Amandosi e vivendo lemme lemme. 

(Giusti, L'amor pacifico, str, 26). 

come Veneranda e Taddeo, i due tipi cosi freschi nella memoria 
anche del popolo, i quali : 

Cosi di mese in mese e d' anno in anno, 
Amandosi e vivendo lemme lemme, 
È certo, cara mia, che camperanno 
A dieci doppi di Matusalemme: 
E noi col nostro amore agro e indigesto, 
Invecchieremo, creperemo, e presto. 

Ma queste sono creature privilegiate : e il maggior numero de- 
gli abitanti di questo basso mondo è soggetto alle mille debolezze 

706. Due anime albergano, ohimè, nel petto mio. 



2o8 Chi l'ha detto? [708-713] 

del genere umano, alla collera in special modo. La definizione del- 
l' ira ci è data dal cantore di Laura, nel sonetto che comincia col 
noto verso anfibologico: Vincitore Alessandro Vira vinse: 

708. Ira è breve furore.... 

(Petrarca, Sonetto sopra varj argomenti, 
son. XIX; son. CXCVI sec. il Mestica). 

Ed è reminiscenza oraziana : infatti nelle Epistole d' Orazio, 
lib. I, ep. II, V. 62-63, si legge: 

Ira furor brevis est: animum rege, qui, nisi paret, 
Imperat: hunc frenis, hunc tu compesce catena. 

Troviamo di frequente nei nostri melodrammi accenni alla pas- 
sione dell'animo irato, passione che al pari dell'amore, è emi- 
nentemente teatrale. Ricordo i seguenti: 

709. Spenta è l'ira nel mio petto. 

{Lucia di Lamermoor, parole di Salvatore 
Cammarano, mus. di Donizetti, a. II, se. 2). 

710. Ah! perchè non posso odiarti, 

Infedel, com' io vorrei! 

Ah! del tutto ancor non sei 

Cancellata dal mio cor. 

(La Sonnambula, melodr. di F. Romani, 
musica di V. Bellini, a. II, se. 4). 

Ma di tutti offusca il ricordo la piacevole imagine del : 

711. Bollente Achille. 

dell' ameno couplet nell' atto I, se. 1 1 della Belle Hélène di Henri 
Meilhac e Ludovic Halévy, musica di Offenbach. 

L' animo irato si manifesta in più modi, negli atti pieni di rab- 
bia e mal talento, come nell' astuta Armida, 

712. Tutta negli atti dispettosa e trista. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. IV, ott. 74). 

ovvero come Niccolò III che, confitto nella tomba affocata, ai fieri 
rimbrotti di Dante scalciava con ambo i piedi : 

713. Forte spinga va con ambo le piote. 

{Inferno, e. XIX, v. 120). 



[714-719] ^''^j collera, ingiurie, offese, vendetta 209 

e anche con le lacrime : 

714. Inde irae et lacrimae. 

(Giovenale, Satira I, v. 168). 

L' uomo offeso sfugge la presenza incresciosa di chi 1' ha ingiu- 
riato, cui può dire giustamente: 

715. Gli sia concesso il non vedervi almeno. 

(V. Alfieri, Sofónisba, tragedia, a. I, se. 1). 

Nella sua bocca risuonano le minacce : e se desso è un nume, 
o si atteggia a tale, potrà ripetere la famosa minaccia di Nettuno 
ai venti tardi nell' obbedirlo : 

716. Quos ego.... 

(Virgilio, Eneide, lib. I, v. 135). 

che il Tasso imitò nella minacciosa reticenza del mago Ismeno 
invocante i demoni: 

717. Che si? che si? 

(Gerusalemme liberata, e. XIII, ott. 10). 

Nel medesimo poema si trova un altro classico esempio d'ira 
minacciante, ed è quello di Plutone che manda i demoni a far 
guerra all' odiato esercito dei Crociati, gridando loro : 

718. Pera il campo e ruini, e resti in tutto 
Ogni vestigio suo con lui distrutto. 

(Gerusalemme liberata, e. IV, ott. 17). 

Ma r ira è cieca, e molte volte il destino lascia vuote e irrite 
le sue minaccie. Come rimasero vane quelle d' Ismeno e dell' In- 
ferno, e come nella cantica /n morte di Ugo Bassville del MoNTl 
(e. I, v. 3) lo « spirto d'Abisso » se ne parte, 

719. Vota stringendo la terribil ugna. 

cosi a' giorni nostri si spersero al vento quelle di chi tentava op- 
porsi al fatale andare dei destini d' Italia. Fra le molte che re- 

714. Da ciò le ire e il pianto. 

716. Che io.... (sottintendi: potrei punire gravemente, simili). 



2 IO Chi V ha detto? [720-723] 

staue nella memoria dei presenti in quella fortunosa età, ricordo 
questa, nariata in due versi di uno stornello di Francesco Dal- 
l'Ongaro, intitolato Maria Antonia: 

720. Vo' colle trecce delle livornesi 

Farmi le materasse e gli origlieri. 

che dicesi riproducano veramente le parole dette da quella superba 
granduchessa di Toscana nell'aprile 1859 dopo la sollevazione di 
Livorno. Se non avesse avuto altro da porre sul letto nell'esilio 
di Salzburgo, poteva dormire per terra! 

Nasce l' ira d' ordinario dalle ingiurie ricevute. Disse di queste 
Giacomo Leopardi nei suoi Pensieri^ che : 

721. Gli uomini si vergognano, non delle ingiurie 

che fanno, ma di quelle che ricevono. Però 
ad ottenere che gl' ingiuriatori si vergognino, 
non v'è altra via, che di rendereloro il cambio. 

Ecco un classico esempio di invincibile rancore per un'antica 
offesa : 

722. Manet alta mente repostum 

Judicium Paridis spretaeque injuria formae. 

(ViKGino, Eneide, lib. I, v. 26-27). 

È il risentimento di Giunone contro Paride e la casa di lui per 
1* offesa fatta alla sua beltà. 

Un altro classico ammonisce che è delle donne il pianto, ma 
degli uomini il ricordarsi delle patite offese : 

723. Feminis lugere honestum est, viris meminisse. 

(Tacito, De ntoribus Germaniae, XXVII, 7). 

Sono le ingiurie rimaste impunite che eccitano il cuore umano 
alla vendetta. In quante anime esacerbate non ebbe un' eco pro- 



722. Sta riposta nel profondo dell'animo la memoria del giu- 

dizio di Paride, e dell' ingiuria fatta alla sua spregiata 
bellezza. 

723. Conviene alle donne di piangere, rra agli uomini di ricordare. 



[724-725] ^^o> collera, ingiurie, offese, vendetta 211 

fonda la terribile apostrofe di Rigoletto nel melodramma omonimo 
di F. M. Piave, il capolavoro musicale di Verdi (a. II, se. 8) : 

724. Sì, vendetta, tremenda vendetta, 

Di quest' anima è solo desio.... 
Di punirti già l'ora s'affretta, 
Che fatale per te tuonerà! 

Il pensiero della vendetta può far sembrare dolce anche la morte, 
se chi scende nel sepolcro porta seco le speranza che 

725. Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor! 

(Virgilio, Eneide, lib. IV, v. 625). 

Essa è la imprecazione di Didone contro Enea. Una leggenda ab- 
bastanza diffusa vuole che scrivesse questo verso col suo sangue 
sulle mura della prigione, dove era stato rinchiuso da Cosimo I 
de' Medici, Filippo Strozzi prima di uccidersi; ma il fatto, se pure 
vero nel fondo, non è narrato esattamente, poiché in modo ben 
diverso è esposto il caso nella Vita che di Filippo Strozzi scrisse 
il fratello Lorenzo (Thesaurus antiquitatum et historiarum Italica 
del Grevio, to. VIII, parte II). Filippo, caduto prigione dei Me- 
dici dopo la rotta di Montemurlo (1538), e rinchiuso nel castello 
di Firenze, era stato per ordine di Carlo V messo alla tortura per- 
chè confessasse la complicità sua o di altri nell' uccisione del Duca 
Alessandro : e avendo sopportato con forte animo 1 5 tratti di 
corda, dovendo essere ancora tormentato, si sarebbe ucciso con 
la spada di una delle guardie, lasciando di sua mano scritte le 
sue ultime volontà e così firmate : 

« Philippus Strozza jamjam moriturus: 
« Exoriare aliquis ex ossibus meis mei sanguinis ultor. » . 

Ma gli ultimi studi sopra Filippo Strozzi mettono in dubbio 
il suicidio ; e del testamento che a lui si attribuisce, dubitarono anche 
i contemporanei, poiché nessuno ne vide mai l' originale, e molti 
lo crederono opera di Pier Francesco Riccio da Prato, pedante 
di Cosimo de' Medici. Vedi uno studio di Alessandro Barbi nel- 
V Archivio Storico Italiano^ serie V, to. XIV, disp. 3» del 1894. 

725. Sorgerà dalle nostre ossa qualche vendicatore! 



212 Chi V ha detto? [726-729] 

L' eroico e doloroso caso di Filippo Strozzi richiama alla me- 
moria qualcosa di molto simile seguito ai tempi nostri. I due versi: 

726. Risorgerò nemico ognor più crudo, 
Cenere anco sepolto e spirto ignudo. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. IX, ott. 99). 

sono parole di Solimano ferito e fuggitivo : ma le bisbigliava al- 
l' orecchio di Giulio Favre suo avvocato, Felice Orsini dopo aver 
udito la sentenza di morte pronunziata contro di lui per 1' atten- 
tato del 14 gennaio 1858. Nello stesso poema si ha un altro verso 
che esprime idee molto analoghe, ed è questo : 

727. Noi morirem, ma non morremo inulti. 

[Gerusalemme liberata., e. Il, ott. 86). 

Esempio noto di spaventosa vendetta è quello ricordato nei versi, 
soliti a ripetersi ora più per celia che sul serio : 

728. A me chiedesti sangue; 

E questo è sangue;... e sol per te il versai. 

detti da Oreste agitato dalle furie dopo il matricidio, nella tra- 
gedia omonima (a. V, se. 13) di Vittorio Alfieri. 

Invece esempio notissimo di vile vendetta e di odio immode- 
rato è dato dalla frase : 

729. Tu ammazzi un uomo morto. 

che sarebbero le famose parole di Francesco Ferrucci a Fa- 
brizio Maramaldo, il quale avutolo prigione nelle mani dopo la 
rotta di Gavinana (3 agosto 1530) «volle che gli fosse condotto 
dinanzi, e fattolo disarmare in sulla piazza, e dicendoli tuttavia 
villane e ingiuriose parole, alle quali il Ferruccio rispose sempre 
animosamente, gli ficcò, chi dice la spada, chi dice il pugnale e 
chi una zagaglia, chi dice nel petto e chi nella gola, e comandò 
a' suoi (avendo egli detto, tu ammazzi un uomo morto) che finis- 
sero d' ammazzarlo, o non conoscendo o non curando l' infinita 
infamia, che di così barbaro e atroce misfatto seguitare gli do- 
veva. » Cosi narra Benedetto Varchi nel lib. XI della Storia 
Fiorentina, ed è il solo storico fiorentino che accenni a queste 



[730-732] Ira, collera, ingiurie^ offese, vendetta 213 

parole : gli altri seguono piuttosto Paolo Giovio, il quale nelle 
Historiœ sui temporis, lib. XXIX (ediz. origin, del Torrentino, 
1552, to. II, pag. 137) cosi riporta la risposta del Ferrucci: 
« Haec non iniqui semper Martis sors est, quae tibi bellum ge- 
renti obvenire potest. Sed tu si me occidas, neque utilem, neque 
decoram ex mea nece laudem feres. » SuU* autenticità del racconto 
del Varchi e sulla tentata riabilitazione del Maramaldo vedansi 
i due libri di Edoardo Alvisi, La Battaglia di Gavinana (Bo- 
logna, 188 1; notevoli confutazioni di P. Villari neWsL Rassegna 
settimanale, voi. Vili, p. 278 e di R. Renier nel Preludio, 
anno V, p. 237), e di Alessandro Luzio, Fabrizio Maramaldo 
(Ancona, 1883). 

Ma e' è finalmente anche una santa ira, cioè quella contro il 
vizio e l' ingiustizia, ed a questa ira allude il Salmista là dove dice : 

730. Irascimini et nolite peccare. 

{Salmo IV, V. 4). 

Ma il Martini così interpreta questo passo : « Se voi siete sde- 
gnati contro di me, guardatevi però dal ribellarvi contro lo stesso 
Dio ; pentitevi nel riposo e nella quiete della notte de' cattivi di- 
segni, che r ira vi mette in cuore contro di me. » 



§ 42. 
Libertà, servitù 

731. Dolce dell'alme universal sospiro, 
Libertà, santa dea. 

(Monti, Il fanatismo, v. 1-2). 
invoca col Monti ogni cuore umano, che: 

732. Libertà va cercando, eh' è si cara. 
Come sa chi per lei vita rifiuta. 

(Dantb, Purgatorio, e. I, v. 71-72). 
730. Adiratevi, ma guardatevi dal peccare. 



214 ^^^ -^'^^ detto? [733-735] 

Stolto perciò chi ne fa getto: 

733. Alterius non sit, qui suus esse potest. 

Questo verso è nella Favola de ranis (imitazione di quella no- 
tissima delle rane che chiedono un re) fra le Esopiane di un ano- 
nimo medievale, che nella ediz. di Bipontum, 1784, unitamente 
alle favole di Fedro, trovasi a pag. 199, n. XXI, v. 22. Que- 
st' anonimo fu creduto da alcuno fosse un certo Galfredo ; ma 
Hervieux (Les Fabulistes latins, I, pag. 434) 1' ha identificato in 
Gualtiero Inglese, cappellano di Enrico II re d' Inghilterra, 
e poi arcivescovo di Palermo. Vedi nella cit. ediz. dell' Hervieux, 
to. II, pag. 395. Alcuni, come il Binder nel Novus Thesa7irtis 
adag. latin. ^ attribuiscono il verso anzidetto all' Owen; ma egli 
non fece che appropriarsi la non sua sentenza, mutando il swis 
in tuus, in un epigramma cortigianesco ad Enrico principe di 
Cambria. Il motto medesimo fu 1' impresa di Paracelso. 
Il verso : 

734. Non bene pro toto libertas venditur auro. 

si legge nella fav. De lupo et cane, altra delle Fàbulce JEsopicœ 
dello stesso autore antico, LIV, v. 25 {ed. Hervieux, to. II, pa- 
gina 412), ove questo verso è seguito dall'altro: 

Hoc cœleste bonurn prceterit orbis opes. 

Tuttavia non mancano coloro che fanno volontario getto di que- 
sto tesoro, e seguono l'esempio di Nemorino, nçW Elisir d'Amore, 
opera comica di Felice Romani, musica di Donizetti (a. II, se. 7;, 
il quale : 

735- Vendè la libertà, si fé' soldato. 

A proposito del quale verso corre sulle bocche di molti l' aned- 
doto di quel cantante (credo fosse il Ronconi) al quale essendo stato 
ingiunto in Roma dalla pecorina censura ecclesiastica di cangiare 
nel Gridando libertà dei Puritani (già cit. al num. 678) libertà 
in lealtà volle strafare cambiando poi di suo la frase àç\V Elisir 

733. Non sia di altri chi può essere di sé solo. 

734. Non vi è oro che basti a pagare la libertà. 



[736-738] Libertà, servitù 215 

e dicendo con grande scandalo dei superiori e grandissima ilarità 
del pubblico: 

Vendè la lealtà, si fé' soldato. 

Ma coloro che hanno fatto si sciocco mercato proveranno per 
triste esperienza quale e quanto sia stato il loro errore: e si potrà 
ripeter loro la dolorosa profezia fatta al Divin Poeta dal suo an- 
tenato : 

736. Tu proverai sì come sa di sale 

Lo pane altrui, e com'è duro calle 

Lo scendere e il salir per l'altrui scale. 

(Dante, Paradiso, e. XVII, v. 58-60). 

Quanti sentirono la trista verità di questi versi ! cui si può porre 
accanto l'altra sentenza di Seneca: Omniicm guippe mortalium 
vita est misera ; sed illorum miserrima, qui ad alienum somnium 
dormtuntj et ad aliorum appetitum com-edunt et bibtmt. 

Agli antichi non era sfuggito nemmeno un altro aspetto doloroso 
della vita servile, che era espresso in questa sentenza : 

737. Villicus ne plus censeat sapere se, quam 

dominus. 

(Catone, De re rustica, cap. V, 3). 
Finché il soffio di libertà, che ha vivificato l'Europa civile, 
non ebbe rotto i ceppi secolari nei quali languivano sotto cieche 
e oppressive dominazioni le moltitudini popolari, queste vivevano 
come le dipingeva il poeta: 

738. Fidi all'infame gara 

Di chi più alacre a opprimere 
O chi '1 sia più a servir. 

Cosi rampognava il Berchet gli italiani del suo tempo nella ro- 
manza Le Fantasie, p. V ; ed il Manzoni, compiangendo la sorte 
degl' italiani dei secoli di mezzo (pur troppo non molto dissimile da 
quella delle età più tarde), che dalle contese dei diversi dominatori 
non traevano che lutti, rovine e accrescimento di servitù, cosi li 
ammonisce : 

737. Il villano non pensi di saperla più lunga del padrone. 



2i6 CM V ha detto? [739-743] 

739. Il forte si mesce col vinto nemico; 
Col novo signore rimane l'antico; 
L'un popolo e l'altro sul collo vi sta. 

{Adelchi, coro dell'atto III). 
Oggi i tempi sono, senza dubbio, mutati: le nuove idee fanno 
il loro cammino, ed ogni giorno : 

740. A battesimo suoni o a funerale, 
Muore un Brigante e nasce un Liberale. 

(Giusti, Il Delenda Cartago, str. 2). 

Più rettamente si leggeva in alcune vecchie edizioni : 

Muore un codino e nasce un liberale. 

Ma anche prima che l'alba del risorgimento politico sorgesse 
per l'Italia, in questa si era risvegliata la coscienza di un popolo 
degno di altri destini ; già alla fine del sec. XVIII I'Alfieri po- 
teva dire degli italiani nel Miso gallo nel sonetto XVIII (20 no- 
vembre 1792 in Firenze): 

741. Schiavi or siam, sì ; ma schiavi almen frementi. 

Fra le conquiste della nuova età, tengono non ultimo posto, 
accanto alla libertà politica, altre libertà accessorie : la libertà di 
coscienza, per esempio, e la libertà commerciale. Questa è espressa 
in tutta la sua maggiore latitudine dalla formola : 

742. Laissez faire, laissez passer! 

parole che divennero il grido di guerra dei libero-scambisti e che 
sono attribuite a Gournay, ministro del Commercio in Francia 
nel 1751, che in quella massima riassunse le dottrine fisiocratiche 
dell' economista Quesnay ; ma divennero popolari soltanto dopo 
che Adamo Smith le citò nella sua opera (pubbl. nel 1776): In- 
quiry into the nature and causes of the Wealth of Nations. 

Invece la libertà di coscienza può tenere a programma la cele- 
bre sentenza : 

743. In necessariis unitas, in dubiis libertas, in 

omnibus charitas. 

743. Nelle cose necessarie unità, nelle dubbie libertà, in tutte carità. 



[744-746] Libertà^ servitù 21 y 

La paternità di questo dettato fu soggetto di lunghe controversie. 
I Riformati lo dissero di S. Agostino e sotto il nome di lui in- 
fatti comunemente corre; ma sarebbe inutile di cercarlo nelle opere 
del vescovo d* Ippona, poiché egli non lo scrisse mai. Esso invece 
si trova con qualche variante nella Parœnesis votiva pro pace ec- 
clesioe ad Theologos Augustanœ Confessionis pubblicata fra il 1621 
e il 1625 da RuPERTUS Meldenius, e cosi suona: Si nos serva- 
remus in necessariis unitatem, in non necessariis libertatem, in 
utrisque charitatem, optimo certe loco essent res nostrœ. Ma fu pro- 
prio egli il primo a dirlo ? Non ne sono sicuro : come non sono 
sicuro che veramente Madama Roland (nata Phlipon), condotta 
al patibolo dai rivoluzionari del Terrore (1793), salutasse la statua 
colossale della Libertà, ai cui piedi si levava la ghigliottina, 
esclamando : 

744. Oh Liberté, que de crimes on commet en 

ton nom ! 

Un'altra versione le attribuisce invece questa frase meno retorica: 
Liberté! comme on t'a jouée! 

Ma si vuol dire che la libertà sia come la lancia di Achille, che 
sanava le sue stesse ferite; quindi, nonostante gli eccessi ai quali 
può dare origine, essa è sempre tesoro inestimabile per gli indi- 
vidui come per i popoli. Beati gl' Inglesi che sanno goderne con 
tanta savia larghezza, e possono giustamente dire di sé : 

745. Britons never shall be slaves. 

eh' è un verso del celebre inno nazionale inglese composto da 
James Thompson: Rule Britannia! È veramente l'Inghilterra 
il paese classico della libertà, anche più della Francia, non ostante 
le grandi e risonanti parole 

746. Liberté, Egalité, Fraternité. 

che furono il motto della grande Rivoluzione dell* 89, e per molti 
anni la divisa ufficiale delle tre Repubbliche francesi. Lo si lesse 
per la prima volta su alcune bandiere dei federati (specialmente della 
Franca Contea e del Delfinato), al Campo di Marte, nella Festa 
della Federazione- il 14 luglio 1790. La Francia vittoriosa T im- 

745. I Britanni mai saranno schiavi. 



2i8 Chi V ha detto? [747-749] 

pose alle popolazioni vinte, le quali non 1' accettarono senza re- 
sistenza, più spesso manifestata col sarcasmo. Una canzone po- 
polare napoletana del tempo della reazione del 1 799 (ricordata dal 
D'Ancona, Poesia e musica popolare italiana nel secolo XIX, in 
Ricordi ed Affetti, Milano, 1902) diceva: 

È venuto lo Francese 

Co 'no mazzo de carte 'mmano 

Liberté, 
Egalité', Fraternité'. . . . 
Tu rrubbi a mme, io rubbo a tte. 

E anche 1' ultimo verso è rimasto popolare ! 



§ 43. 
Maldicenza, invidia, discordia, odio 

Lasciamo andare la piccola maldicenza, trattenimento si dilet- 
tevole anche per coloro che vogliono parerne più schivi ; e umana 
n' è la ragione : 

747. Si nous n'avions point de défauts, nous ne 

prendrions pas tant de plaisir à en re- 
marquer dans les autres. 

(Maximes de La Rochefoucauld, § XXXI). 
ma che nondimeno è pericoloso esercizio, poiché 

748. Maledicus a malefico non distat nisi occasione. 

(Quintiliano, De instit. orat., lib. XII, 9, 9). 
parlo invece della maldicenza informis, che in altre parole può dirsi 
calunnia. Che cos'è la calunnia? Tutti sanno a memoria la risposta: 

749. La calunnia è un venticello, 

Un' auretta assai gentile 
Che insensibile, sottile 
Leggermente, dolcemente 
Incomincia a sussurrar. 

748. Il maldicente non differisce dal malvagio che per l'occasione. 



[750-753] Maldicenza, invidia, discordia, odio 219 

principio della celebre cabaletta di Don Basilio nel Barbiere di 
Siviglia, parole di CESARE Sterbini, musica di Rossini (a. I, 
se. 6). Essa del resto è tutta popolarissima, e se ne citano anche 
altri versi staccati. Della triste potenza della calunnia antichi sono i 
documenti, basti fra tutti citare il notissimo: 

750. Calomniez, calomniez; il en restera toujours 

quelque chose. 

la quale sentenza è stata attribuita a diversi; dagli uni al Vol- 
taire, che ne è proprio innocente, dagli altri ai Gesuiti, da altri a 
Beaumarchais, che veramente la disse nel Barbiere di Siviglia 
(a. II, se. 8), ma riportandola da autorità a lui anteriori. Infatti 
Bacone da Verulamio nel lib. Vili, cap. 2, § 34 del trattato De 
dignitate et auguniento scientiarum, scrisse : « Sicut enim dici so- 
let de calumnia, Audacter calumniare , semper aliquid hœret. » 
Ugualmente incerto è 1' autore dell' altra cinica frase : 

751. Qu'on me donne six lignes écrites de la 

main du plus honnête homme, j'y trouverai 
de quoi le faire pendre. 

Queste parole sono state attribuite a Richelieu, ma senza alcun 
fondamento. 

A braccetto con la calunnia se ne va per 1* inferno 1* invidia, sua 
sorella carnale, anzi più spesso sua madre. Dante che ce la trovò 
laggiù, le disse : 

752. Consuma dentro te con la tua rabbia. 

{.Inferno, e. VII, v. 9). 

ma non disse se la trovò a tu per tu con qualche letterato, poiché 
si sa che: 

753. Non v'è animale più invidioso del letterato. 

(U. Foscolo). 

Nuoce a tutti l'invidia ma specialmente ai buoni, che spesso 
raccolgono rancori e persecuzioni più che non ne raccolgano i 
tristi con le loro cattive opere; è vecchia storia che 



220 Chi l'ha detto? [754-758] 

754. Le mal que nous faisons ne nous attire pas 

tant de persécution et de haine que nos 
bonnes qualités. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § XXIX). 

ed io mi limiterò a raccomandare ad ognuno in generale, ma più 
specialmente ai lettori di questo mio libro : 

755. Absit injuria verbo. 

che veramente dovrebbe dirsi^ Absit invidia verbo, ed è citazione 
di Tito Livio, lib. IX, cap. 19, 15 e lib. XXXVI, cap. 7, 7. 
Ma e' è un' altra sorella, che tutti riconosceranno, anche senza 
aspettare eh' io ne faccia il nome, nei versi dell'ARioSTO : 

756. La conobbe al vestir di color cento, 

Fatto a liste ineguali et infinite, 
Ch'or la coprono or no. 

(Orlando Furioso, e. XIV, ott. 83). 

Costei è la Discordia, quella Discordia che mena in rovina fami- 
glie, società, paesi, per quanto robuste possano sembrare le basi 
loro ; infatti 

757. Concordia parvee res crescunt, discordia 

maxumse dilabuntur. 

(Sallustius, Bellum Jugurthinum, 10, 6). 

sentenza, tanto lodata, secondo la testimonianza di Seneca {Epi- 
stola XCIV, 46), da M. Agrippa il quale riconosceva di frequente 
inultum se huic debere sententiœ, perciò i principi di ogni tempo 
hanno tenuto per massima costante il classico : 

758. Divide et impera. 

di cui a molti è attribuita la paternità, da Filippo il Macedone 

755. Sia detto senza ingiuria. 

757. Con la concordia le piccole cose crescono, con la discordia 

le grandissime vanno in rovina. 

758. Dividi per dominare. 



[759-761] Maldicenza, invidia, discordia, odio 221 

a Luigi XI re di Francia, il quale realmente soleva ripetere il 
principio : Diviser pour régner. 

Da queste invidie, da queste discordie, nascono gli odii impla- 
cabili, nei quali la natura umana sa giungere a raffinatezze che par- 
rebbero incredibili; infatti, per non dire d'altro, 

759. E uno dei vantaggi di questo mondo quello 
di potere odiare ed essere odiati senza co- 
noscersi. 

(Manzoni, / Promessi Sposi, cap. IV). 



§ 44. 
Mestieri e professioni diverse 



Per chiunque voglia darsi ad una professione qualsiasi, il mi- 
glior consiglio è quello di cercare di uniformarsi al dettato inglese: 

760. The right man in the right place. 

che alcuni a torto attribuiscono a SHAKESPEARE, altri vogliono 
di origine più recente, cercandolo in un discorso pronunziato da 
A. H. Layard alla Camera dei Comuni il 15 gennaio 1855. 
L' uomo che occupa la posizione, umile od elevata, alla quale è 
chiamato dalle sue doti naturali, e dalla educazione ricevuta, ha 
il dovere di darsi tutto ad essa, poiché ciascuno deve stare nel 
cerchio dell* arte sua, di qui la frase latina : 

761. Tractant fabrilia fabri. 

(Orazio, Epistola, II, 1, 116). 
A chi, male apponendosi sulla sua vocazione, o costretto dalla 

760. Un uomo capace al suo giusto posto {cioè al posto che gli 

conviene). 

761. Gli artefici trattano delle cose dell'arte loro. 



222 Chi V ha detto? [762-764] 

sorte ad allontanarsene, scelse una via che non gli si confaceva, 
possono applicarsi le parole di Carmen a José : 

762. Questo mestier davver non è per te. 

{Carmen, parole di H. Meilhac e L. Halévy, 
mus. di Bizet, a. Ili, se. 2). 

Fra le diverse arti, gli antichi erano concordi nel magnificare 
quella dell' agricoltore : 

763. Beatus ille, qui procul negotiis, 

Ut prisca gens mortalium, 
Paterna rura bobus exercet suis, 
Solutus omni fœnore ! 

dice Orazio negli Epodi {ode 2, v. 1-4); ma egli parla soltanto 
dell' agricoltore che coltiva il suo campicello, e forse oggi non chia- 
merebbe beato r affamato contadino della Sicilia o della Basilicata. 
Dei mestieri di città, non trovo da ricordare che i fornai, che 
sono motteggiati dal popolo inglese con una citazione shakespiriana : 

764. The owl was a baker's daughter. 

(Shakespeare, Amlet a. IV, se. 5). 

È Ofelia che dice : They say, the owl was a baker's daughter; al- 
ludendo alla leggenda, tuttora viva, nella contea di Glocester, se- 
condo la quale Cristo entrò un giorno nella bottega di un fornaio, 
chiedendo per carità un poco di pane. La padrona che stava la 
vorando la pasta, ne levò un pezzo, e lo pose nel forno, dicendo 
a Cristo di attendere che fosse cotto; ma la figlia, rimproveran- 
dola della sua prodigalità, lo trasse dal forno, rimettendone soltanto 
la metà. Questa cucendosi crebbe prodigiosamente, onde la figlia 
meravigliata si diede ad esclamare: Huh/ huh/ huh/ Questo grido 
fece venire in meùte a Gesù la civetta, e bastò questo perchè la 
ragazza fosse senz' altro trasmutata in civetta. Il motto si ripete a 
pungere l' ingordigia dei fornai. 

763. Beato colui che, lontano dagli affari, come facevano gli an- 

tichi mortali, coltiva i campi paterni con i propri buoi, 
libero da ogni debito. 

764. La civetta era figlia di un fornaio. 



[765-767] Mestieri e professioni diverse 223 

Veniamo alle professioni liberali, e in testa alle altre lasciamo 
quella del fòro. Cicerone fece insuperbire gli avvocati approvando 
chi diceva: 

765. Cédant arma togse, concédât laurea linguae. 

(Z>^ Officiis, I, cap. XXI). 

e cosi viene comunemente citato, benché Cicerone scrivesse pro- 
priamente laudi invece di linguœ. In tutto il Medio Evo lo studio 
delle leggi fu tenuto in altissimo onore, e la professione avvoca- 
tale circondata di larghissimi privilegi, ma il mondo cominciò ad 
averne presto piene le tasche, tanto più che fin da tempo antico 
si levavano dei dubbi sulla discrezione e sulla onestà degli avvo- 
cati, fra i quali si contava per un' eccezione chi potesse essere 
detto : 

766. Advocatus sed non latro. 

Infatti la sequenza di S. Ivone (morto nel 1303, canonizzato 
nel 1347, e celeste patrono degli avvocati) cosi comincia: 

Sanctus Yvo 
Erat Brito : 
Advocatus 
Sed non latro, 
Res miranda 
Populo. 

I moderni rincararono la dose, e mentre il Giusti beffeggia 
r avvocato novellino, facendogli cantare dai compagni di uni- 
versità : 

767. Tibi quoque, tibi quoque 

E concessa facoltà 

Di potere in jure utroque 

Gingillar l' umanità. 

(Gingillino, P. I, str. 37). 

uno tra i più fecondi e più fortunati commediografi francesi, in 
una commedia celebre, di cui il protagonista è rimasto appunto 

765. Cedano le armi davanti alla toga e gli allori alla lingua. 

766. Avvocato ma non ladro. 



224 ^-^^' ^' h<^ detto? [768-772] 

come tipo dell' avvocato intrigante, fa esclamare al suo povero 
Principe di Monaco : 

768. Quand une civilisation est vermoulue, l'avocat 

s'y met. 

(Sardou, Ràbagas, ^. I, sc. 10). 

Dei medici condotti, Arnaldo Fusinato in una notissima poe- 
sia, intitolata appunto 11 medico-condotto^ dice in ritornello che 

769. Arte più misera, arte più rotta 

Non c'è del medico che va in condotta. 

E dei giornalisti: 

770. Zeitungsschreiber ein Mensch, der seinen Beruf 

verfehlt hat. 

frase che si attribuisce a Otto von Bismarck, il quale forse non 
r ha mai testualmente pronunciata, ma disse qualcosa di molto si- 
mile nel novembre 1862 a una deputazione dell'isola di Rügen, 
parlando però della stampa di opposizione, per la maggior parte, 
secondo lui, in mano di ebrei e di spostati. 

Professione comoda ed ambita è quella dell' impiegato, il quale 
almeno, fra le liete probabilità, ha quella di 

771. Congedo e paga intera. 

che il Giusti nella Legge penale pe7- gl' ivipiegati fa minacciare 
dal Granduca di Toscana come punizione agli impiegati prevari- 
catori (str. 1 2) : 

GÌ' infliggeremo, in riga di galera, 

Congedo e paga intera. 

Per le belle arti, ricorderò la pittoresca similitudine del musico 
eunuco, applicabile del resto a molti artisti non nelle identiche 
condizioni fisiologiche : 

772. Canoro elefante. 

770. I giornalisti sono persone che hanno mancato la loro car- 
riera {cioè degli spostati). 



[773*776] Mestieri e professioni diverse 225 

Ecco la intiera strofa: 

Aborro in su la scena 
Un canoro elefante, 
Che si strascina a pena 
Su le adipose piante, 
E manda per gran foce 
Di bocca un fil di voce. 

(Parini, La Musica, str. 1), 

Quindi i versi che dal melodramma comico di Luigi Ricci sono 
stati trasportati a servire per ogni tormentatore di violino o di 
altro istrumento a corda: 

773. Son Tomaso Scarafaggio 

Vignajuol di San Quintino, 
Detto il Sega nel villaggio 
Perchè suono il violino. 

(Un' avventura di Scaramuccia di Felice 
Romani, a. I, se. 3). 

Vengono qui a proposito le due citazioni dantesche che dette 
dall' Alighieri a proposito delle pergamene miniate da Franco 
Bolognese si usano anche per altri lavori artistici. Nella prima 
di esse l'arte del miniatore è detta: 

774. .... Quell'arte 

Che « alluminare » chiamata è in Parisi. 

(Purgatorio, e. XI, v 80-81). 
e il verso seguente contiene la frase entrata nell'uso comune: 

775. Ridon le carte. 

(Purgatorio, e. XI, v, 82). 

Ma la miniatura, come altre manifestazioni nobilissime dell'arte, 
già in onore, oggi presso che dimenticate, languirono di fronte 
alla fotografia, e alle sue applicazioni. Che cos'è la fotografia? 

776. Arte nata da un raggio e da un veleno. 

la disse con frase felice Arrigo Boito in un madrigale, scritto 
sotto un ritratto fotografico della Duchessa E. L. (Boito, // libro 
dei versi, Torino, 1877, a pag. 37). 



226 Chi V ha detto? [777] 

Quasi una professione è diventato anche il ciclismo, per la gran- 
dissima importanza che ha preso nella vita quotidiana di ogni classe 
sociale. Ai ciclisti si applica dagli odiatori di ogni novità la nota 
invettiva : 

777. Arrotini impazziti. 

La frase è per voce comune e da lungo tempo attribuita a 
Giosuè Carducci; ma nel maggio 1902 il prof. Ottone Bren- 
tari si rivolse direttamente all' illustre uomo chiedendogli di au- 
torizzarlo a smentire quella voce, e il Carducci rispose sollecita- 
mente : « Non è vero che la frase arrotino impazzito sia uscita 
dalla mia bocca. Eccola servito. » E allora.... chi l'ha detto? 
Corrado Ricci cosi ne scriveva allo stesso Brentari : « A Bolo- 
gna certo fu chiamato per la prima volta « arrotino impazzito » 
il velocipedista. Ricordo benissimo d' aver sentito quella (dirò 
cosi) « definizione » a San Lazzaro di Savena all' apparire d' uno 
dei primi pedalatori con bicicletta gommata. E là era attribuito a 
un prete (Don Raffaele Mazzoni), arrotato e rovesciato dal 
trionfante istromento, e rialzatosi polveroso e imponente : « Boia 
d'un agòz » (arrotino) « dovintè matt? » Non so di più, e nem- 
meno so se ciò che mi si disse allora risponde al vero. » (Vedi la 
Rivista Mensile del Touring Club Italiano, giugno 1902, pag. 188). 
E per conto mio non credo che risponda. Credo invece che la 
paternità della fortunatissima frase debba farsi risalire all' illustre 
alienista lombardo Andrea Verga, senatore, che avrebbe detto 
qualcosa di simile in una delle poche poesie vernacole da lui com- 
poste, un sonetto intitolato La Bicicletta, che comparve per la 
prima volta nella Cronaca Trevigliese (il Verga era di Treviglio) 
num. 784, del 9 settembre 1893, ^ Poi fu riprodotta da altri 
giornali. La riproduco io pure come curiosità, tanto più che non 
è facile di ritrovarla. 

LA BICICLETTA 

SONETTO 

Che gust mo' caven da la bicicletta 
Sti giovinotti per fa tant burdell? 
Con che sugh di e nott fann la staffetta 
Sonand allegrament el campanell? 



[778] Mestieri e professioni avverse 227 

Spanteghen per i strad una sommetta 

Per sentinn d' ogni sort da quest e quell, 
Süden, slisen sul cu pagn e bolletta 
E di voeult riscien de lassagli la peli. 

E che figura infin! Dal mezz in giò 

Col sgambetta paren molletta in truscia.... 
Molletta, sì, voressev di de no ? 

Dal mezz in su paren gobitt dannaa 

Che tacchen lid, oppur gent che se scruscia 
Per fa comodament quell che va faa. 
Aprile 1893. 

Pare che fosse il pubblicista Romeo Carugati che in uno dei 
suoi spigliati articoli pieni di umorismo, pubblicati con la firma 
Barbagelada, nella Bicicletta, giornale milanese di sport che ebbe 
una larghissima diffusione, in un numero della prima annata, 
avrebbe per reminiscenza del sonetto del Verga usata la frase ar- 
rotini impazziti, attribuendola, non so se per errore o per scherzo, 
al Carducci. 



§ 45. 
Miserie della vita, condizione dell'umanità 



Non tutti pensano che 

778. Tout va le mieux du monde dans le meilleur 
des mondes possibles. 

accettando cosi la formula ironica dell'ottimismo, che nel Candido, 
composto da Voltaire contro Leibniz, rappresenta il principio 
sintetico della filosofia del dottor Pangloss, professore di méta- 
physico thcologo-cosmolo-nigologie. Leibniz aveva sostenuto nella 
Theodicœa la tesi che: « ....nisi inter omnes possibiles mundos 
optimns esset, Deus nullum produxisset. » Più facile a trovarsi 
invece è il pessimismo, che anche fra i filosofi conta degli apo- 
stoli illustri, e che le condizioni dell'umanità pur troppo giustifi- 
cano. Infatti : 



228 Chi Vha detto? [779-783] 

779. Entra l'uomo, allor che nasce, 

In un mar di tante pene, 
Che s'avvezza dalle fasce 
Ogni affanno a sostener. 

(Met AST AS IO, Isacco, parte Ti). 
Insieme a questa quartina può mettersi la strofa francese: 

780. On entre, on crie 

Et c'est la vie. 
On baille, on sort, 
Et c'est la mort. 

Così è il testo, ma si hanno delle varianti : 



2° 


V. 


Et 


voilà 


la 


vie. 


3^ 


V. 


On 


crie 


et 


on sort. 


4° 


V. 


Et 


voilà 


la 


mort. 



È dì AusoNE DE Chancel che lo scrisse sopra un album di 
sua cognata nel 183Ò; lo popolarizzò Nadar ponendolo con la 
firma di Edmond Texier in calce a un suo disegno nel Figaro 
del 29 ottobre 1863. 

La vacuità del mondo è deplorata anche nelle Sacre Carte, che 
chiamano le cose terrene: 

781. Vanitas vanitatum et omnia vanitas. 

(Ecclesiaste, cap. I, v. 2, e cap. XII, v. 8). 

cui può avvicinarsi la frase di Giacomo Leopardi: 

782. L'infinita vanità del tutto. 

nell' ultimo verso della poesìa, A sé stesso (XXXI dell' ediz. 
Mestica) : 

....Ornai disprezza 

Te, la natura, il brutto 

Poter che, ascoso, a comun danno impera 

E r infinita vanità del tutto. 

Anche il Petrarca scriveva che 

783. Ben è '1 viver mortai, che sì n'aggrada. 

Sogno d'infermi e fola di romanzi. 

(Trionfo d'Amore, canto III, v. 65-66). 
781. Vanità delle vanità, e tutto è vanità. 



[784-789] Miserie della vita, condizione dell'umanità 229 



e anche : 

784. La vita fugge e non s'arresta un'ora. 

(Sonetto in morte di M. Laura, n. IV 
secondo il Marsand, v. 1; ed. Me- 
stica, son. CCXXXI). 

La caducità delle cose umane già contristava Giobbe che ma- 
linconicamente osservava: 

785. Sicut umbra dies nostri' sunt super terram. 

(Job, cap. Vili, V. 9). 

786. Homo natus de muliere, brevi vivens tem- 

pore, repletur multis miseriis. 

{^ob, cap. XIV, V. 1). 
La prima di queste sentenze ricorda 1' altro versetto del Sal- 
mista: 

787. Dies mei sicut umbra declinaverunt. 

(Salmo CI, vers. 12). 
ed anche il Salmo CXLIII, v. 4: Homo vanitati si?nilis f actus 
est; dies ejus sicut umbra prœtereunt. Essa corrisponde al pen- 
siero del verso classico: 

788. Pulvis et umbra sumus. 

(Orazio, Odi, lib. IV, od. 7, v. 16). 
o al verso italiano 

789. Dalla cuna alla tomba è un breve passo. 

concettino finale di un celebre sonetto del Marini, La vita del- 
l' uomo ^ che comincia: 

Apre 1' uomo infelice, allor che nasce 
In questa valle di miserie piena, 
Pria che al sol, gli occhi al pianto. 

Altri osservano poi col Petrarca che ancor più caduche sono 
le cose buone e le belle, giacché : 

785. I giorni nostri sulla terra passano come ombra. 
78Ó. L* uomo nato di donna, ha corta vita, e di molte miserie 
è ricolma. 

787. I miei giorni son passati com' ombra. 

788. Siamo polvere ed ombra. 



230 Chi V ha detto? [790-795] 



790. Cosa bella mortai passa e non dura. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
CXC secondo la num. del Marsand, co- 
mincia ; Chi vuol veder quantunque puh 
Natura; son. CCV nell'ed. Mestica). 

Ugualmente malinconica è la riflessione di Goethe : 

791. Man lebt nur einmal in der Welt. 

(Clavigo, a. I, sc. 1). 
Cerchiamo dunque di starci meno male che è possibile : 

792. Nolite ergo solliciti esse in crastinum. 

dice molto filosoficamente la Bibbia ( F««^. di S. Matteo, cap. VI, 
V. 34), e soggiunge : « Crastinus enim dies soUicitus erit sibi 
ipsi : sufficit diei malitia sua » ; ed è frase attribuita a Gambetta 
quella che Chaque jour a sa peine. E come oggi il guajo è ca- 
pitato a me, domani coglie un altro, che nessuno può dirsi si- 
curo dall' ugna della sventura: Hodie mihi, eras tibi, come volgar- 
mente si dice, ovvero, come dice ancora la Bibbia: 

793. Mihi heri, et tibi hodie. 

{Ecclesiastico, cap. XXXVIII, v. 23) 

o anche, come dice Virgilio : 

794. Stat sua cuique dies. 

(Eneide, lib. X, v. 467). 

sentenza che Macrobio nel passo più volte citato {Saturn., V. 16) 
dà come passata in proverbio già ai suoi tempi. 

Del resto che cos'è questa vita? È una catena non interrotta 
di dolori, di guai, di lotte; 

795. Vivere \_mi .Lucilt] militare est. 

(Seneca il giovane, Epist., XCVI, 5) 

scriveva Seneca a Lucilio, e Plinio nella Hist. Natur., prefa- 
zione al libro XVIII: Profecto enim vita vigilia est, e S. GiRO- 

791. Nel mondo si vive una volta sola. 

792. Non vogliate adunque mettervi in pena per il domani. 

793. Ieri a me, e oggi a te. 

794. Ciascuno ha fissato il suo giorno. 

795. Vivere vuol dir combattere. 



[796-798] Miserie della vita, condizione dell'umanità 231 

LAMO nel trattato Adversus Pelagianos (II, 5, col. 747): Qttam- 
diu enim vivirmcs, in certatnine sumus. Anche il Voltaire nel 
Mahomet (a. II, se. 4): 

Ma vìe est un combat 

di cui Beaumarchais si fece un motto; e molti secoli prima di tutti 
costoro il libro di Giobbe (cap. VII, v. i) aveva detto: 

Militia est vita hominis super terram : et sic ut dies mercenarii 
dies ejus. 

Per cui 

796. .... Spesso è da forte 

Più che il morire il vivere. 

(V. Alfieri, Oreste, a. IV, se. 2). 
Questa è la vera 

797. Struggle for life. 

per usare la frase ormai accettata universalmente a indicare uno 
dei canoni della teoria darviniana dell' origine delle specie. La 
frase si trova già nel titolo dell* opera fondamentale di Carlo 
Darwin : On the origin of species by means of natural selection 
or the preservation of favoured races in the struggle for life, 
pubblicata nel 1859 ; ed è forse ispirata dalla frase analoga Struggle 
for existence che è usata nel non meno celebre Essay on the 
principles of population del MALTHUS (1798). 

Un altro verso, commovente ed umano, è quello che Virgilio 
fa dire ad Enea, mentre vede nel tempio di Cartagine dipinti i casi 
di Troja: 

798. Sunt lacrimaB rerum, et mentem mortalia 

tangunt. 

(Eneide, lib. I, v. 462). 

che col primo emistichio (usato, come spesso accade, poco a pro- 
posito, perchè staccato dal resto del verso) ha dato il titolo a un 
bel quadro del pittore Attanasio. 

797. Lotta per la vita. 

798. Anche qui i tristi casi del mondo hanno le loro lacrime, e 

muovono gli animi a compassione. 



232 Chi Vha detto? [799-801] 

Ho detto del primo emistichio, che è usato assai spesso fuor 
di proposito, poiché, infatti, esso significa realmente il pianto che 
noi facciamo sulle cose umane e non che le cose umane fanno. 
« Or proverebbe non poca meraviglia il poeta se rivivendo sen- 
tisse a quale impensata significazione sian tratte da' suoi nepoti 
quelle cosi semplici parole sunt, lacrimœ rerum: è il tedio in- 
finito che in certi momenti pare emani dalle cose, quasi il dolore 
secreto dalle cose create dominate da un fato cieco, il misterioso 
perchè dell' essere e del morire, la simpatia della natura e degli 
oggetti, che piangono al pianto dell'uomo e ne sentono la scon- 
solata tristezza ». Così il prof. Attilio de Marchi in una noterella 
filologica intitolata appunto Srint lacrimcB rerum e che si leggerà 
con molto interesse e profitto {Rendiconti del R. Istituto Lom- 
bardo di Scienze e Lettere, Ser. II, voi. XXXI, fase. XIX, 1898, 
pag. 1436). 

Al verso del poeta mantovano va avvicinata la sentenza del- 
l' epicureo Lucrezio : 

799. .... Medio de fonte leporum 
Surgit amari aliquid, quod in ipsis floribus angat. 

(De natura rerum, lib. IV, v. 1125-26). 
La vita è contristata anche dalla umana malvagità : 

800. Homo homini lupus. 

che è di Plauto {Asinaria, a. II, se. 4, v. 88), il quale però 
disse in forma alquanto diversa: 

Lupus est homo homini, non homo. 
La forma volgare si ritrova in un epigramma di Giovanni Owen: 

Homo homini lupus, homo homini Deus. 
Per cui non ci sorprenda la sconsolante sentenza biblica: 

801. Maledictus homo qui confìdit in homine. 

{Geremia, cap. XVII, v. 5). 

799. Di mezzo al fonte 
Dolce d' amore un non so che d' amaro 

Sorge che sin tra' fiori ange gli amanti {Marchetti). 

800. L' uomo è lupo per 1' altro uomo. 

801. Maledetto l'uomo che confida nell'altr' uomo. 



[8o2-8o6] Miserie della vita, condizione dell'umanità 233 

Di Giannozzo Manetti, uomo politico fiorentino del sec. xv, 
scrive Vespasiano da Bisticci nelle Vite degli uomini illustri del 
suo tempo (ediz. Fanfani, pag. 102) che « soleva dire ispesso, 
quando vedeva uno promettere una cosa e non 1' osservare, come 
faceva lui, che era osservantissimo, Maledictus homo qui confiait 
in homine, e la sua chiusa era, e neW opere sua, » 

Ove alla malignità si aggiunga la dappocaggine e nullità nostra 
cui non vale a sanare la brevità della vita umana, poiché: 

802. Hestemi quippe sumus, et ignoramus. 

(Giobbe, cap. Vili, v. 9). 
e per la quale Orazio chiamò la umana stirpe : 

803. .... Fruges consumere nati. 

(Epistole, lib. I, ep. 2, v. 27). 
mentre in altra parte dei suoi versi 1' aveva detta 

804. Audax Japeti genus. 

(Odi, lib. I, od. 3, V. 27). 
sarà giustificata la sdegnosa misantropia di chi si vanti: 

805. Sprezzator degli uomini. 

ripetendo la frase del canto Le Ricordanze di Giacomo Leo- 
pardi, il quale diceva di sé chiuso nel natio borgo selvaggio: 

Qui passo gli anni, abbandonato, occulto, 
Senz' amor, senza vita ; ed aspro a forza 
Tra lo stuol de' malevoli divengo : 
Qui di pietà mi spoglio e di virtudi, 
E sprezzator degli uomini mi rendo. 
Per la greggia eh' ho appresso. 

Lo sconforto della vita e il pessimismo ispirarono al grande ro- 
manziere livornese il noto scettico dilemma: 

806. E se la vita fu bene, perchè mai ci vien 

tolta? - E se la vita fu male, perchè mai 
n'è stata concessa? 

(F. D. GuEKRAZZi, La Battaglia di Benevento, 
cap. V, in princ). 

802. Perocché noi siamo di ieri, e siamo ignoranti. 

803. Nati solo per consumare biade {cioè per mangiare). 

804. L'audace stirpe di Giapeto. 



234 ^^^ ^'^^ ö'^/Zö? [807-808] 

E nemmeno a troppo ottimismo sono ispirati i noti versi di 
Arrigo Boito : 

807. Questa è la vita! l'ebete 

Vita che e' innamora, 
Lenta che pare un secolo, 
Breve che pare un'ora; 
Un oscillare eterno 
Fra paradiso e inferno 
Che non s' accheta più ! 

che sono una strofa (la penultima) di Dualismo, poesia scritta 
nel 1863 e a' suoi tempi famosa (Boito, // libro dei versi, To- 
rino, 1877, a pag. II). 

Ma a coronamento di tutte le umane miserie, viene il giorno 
estremo, e allora nel libro della vita, delle gioie e dei dolori, delle 
glorie e delle debolezze si scrive fine^ e 

808. Sic transit gloria mundi. 

Queste parole, per un' antichissima consuetudine, si dicono tre 
volte innanzi al Pontefice novellamente eletto nella cerimonia del 
possesso, a ricordargli nella solennità del rito quanto sia breve e 
caduca la gloria terrena. Mentre il Papa seduto nella sedia gesta- 
toria s' avvia processionalmente, co' flabelli a lato, all' altare papale, 
neir uscire dalla cappella Clementina in S. Pietro, trova un mae- 
stro di cerimonie genuflesso con una canna inargentata, che in cima 
porta un ciuifetto di stoppa; un chierico vi appicca il fuoco, e 
mentre la stoppa fa vampa, il cerimoniere, alzando la canna dice : 
Sancte Pater, sic transit gloria mundi. La stessa cerimonia, con 
le medesime parole, si ripete innanzi alla statua di S. Pietro e di 
fronte alla cappella dei SS. Processo e Martiniano. Ignoro la fonte 
delle parole rituali: nella Imitazione di Cristo (lib. I, cap. 3, v. 6) 
è detto : « O quam cito transit gloria mundi ! » 

Questo rito che trova riscontro anche in talune cerimonie praticate 
presso i gentili in circostanze analoghe, quali sarebbero quelle dei 
solenni trionfi, era usato nel vi secolo pure nella coronazione degli 
imperatori greci ; ed è ugualmente ripetuto in molte altre occasioni 

808. Così passa la gloria del mondo. 



[809-810] Miserie della vita, condizione dell' M7nanità 235 

della liturgia cattolica. Il Moroni (Z)z22"o«. dierudiz. storico-eccles., 
voi. LXX, pag. 90-93) narra che Pio III, coronato nel 1503, a 
tale cerimonia rimase talmente penetrato e commosso, anche per- 
chè la sua salute era cadente per una piaga che gli impediva di 
stare in piedi, che gli sgorgaron le lacrime, quasi presago della 
prossima sua fine. Il suo pontificato infatti non fu che di 26 giorni. 
E Gregorio Leti nella sua romanzesca Vita di Sisto V, narra, vero 
o falso che sia, di questo pontefice, che, essendo egli incoronato in 
S. Pietro il 1° maggio 1585, «mentre si bruciava la stoppa, gli 
venne detto: S. Padre, così passa la gloria di questo mondo. 
Sisto V fuori dell' uso degli altri pontefici, che in quell' atto mai 
rispondono, con animo intrepido rispose ad alta voce: La gloria 
nostra non passerà mai, perchè non abbiamo altra gloria, se non 
che far buona giustizia. E poi volcatosi alli Ambasciatori Giap- 
ponesi, soggiunse: Dite alli vostri Prencipi nostri Figli il con- 
tenuto di questa nobile cerimonia. * 



§46. 
Morte 



Ordino qui appresso per lingue e per autori la non breve serie 
delle frasi e delle sentenze che nel comune linguaggio si applicano 
alla morte e a ciò che le appartiene. 

Molte già ne troveremmo nelle Sacre Carte; ma ci contente- 
remo di tre o quattro fra le più note, per esempio: 

809. Semitam per quam non revertar, ambulo. 

(Giobbe, cap. XVll, v. 23). 

810. Melior est canis vivus leone mortuo. 

{Ecclesiaste, cap. IX, v. 4). 

809. Io batto una strada, per cui non ritornerò. 

810. E meglio un cane vivo di un leone morto. 



236 Chi V ha detto ? [8 1 1 -8 1 7] 

8 1 1 . In omnibus operibus tuis memorare novis- 

sima tua, et in eeternum non peccabis. 

{.Ecclesiastico, cap. VII, v. 40). 

8 12. Omnia, quse de terra sunt, in terram con- 

vertentur. 

{Ecclesiastico, cap. XL, v. 11, e cap. XLI, v. 13). 
Venendo ai classici latini abbiamo la sentenza di Plauto : 

813. .... Quem dii diligunt 
Adolescens moritur. 

(Bacchides, a. IV, se. VII, v. 18-19). 
il quale del resto non fece che tradurre un verso di Menandro 
conservatoci da Plutarco {fragm. 124, ed. Koch): 
"Ov di Gsol cptXoQoCv àiìoGvT^oxet vsoç. 
Dal divino Virgilio tolgo la pietosa invocazione : 

814. Parce sepulto. /^ v ,u ,tt 

^ ^ (Eneide, lib. Ili, v. 41). 

e la frase di Didone: 

815. Moriemur inultse! 

Sed moriamur, ait. Sic, sic j u vat ire sub umbras. 

{Eneide, lib. IV, v. 658-659). 

da Ovidio le parole solite a scolpirsi sulle tombe dei romani : 

816. Molliter ossa cubent. 

{Tristiutn, lib. Ill, el. Ill, v. 76). 
Anche il 

817. Levis sit tibi terra! (Koucpa 001 y^^ò^y £Tràvw0£ 

[Tiéaoc). 

811. In tutte le tue azioni ricordati del tuo ultimo fine, e non 

peccherai in eterno. 

812. Tutto quello che viene dalla terra, tornerà nella terra. 

813. Colui che gli dèi amano, muore giovine. 

814. Perdona a chi è seppellito. 

815. Morrò invendicata! Ebbene, si muoja, disse. Così, cosi devo 

scendere fra le ombre. 

816. Riposino dolcemente le ossa. 

817. Ti sia lieve la terra! 



[8 1 8-821] Morte 237 

è in Euripide {Alceste, v. 462-463), ma confr. pure con il testo 
di Ovidio, Amores, lib. Ili, el. 9, v. 68. 
Da Orazio trarremo la bellissima immagine: 

818. Pallida mors sequo pulsat pede pauperum 

Regumque turres. [tabernas 

(Odi, lib. I, 4, 13-14). 
e il pietoso lamento : 

819. Linquenda tellus, et domus, et placens 

• {Odi, lib. II, od. 14, V. 21-22). 

e da Tacito la nobile sentenza, in tutto degna di luì : 

820. Honesta mors turpi vita potior. 

(Tacito, Vita di Agricola, cap. 33). 

Elio Sparziano nella Vita di Adriano Imperatore che fa parte 
degli Scriptores historiée Augustœ dice di lui : « Et moriens qui- 
dem hos versus fecisse dicitur: 

821. Animula, vagula, blandula, 

Hospes, comesque corporis, 
Quae nunc abibis in loca? 
Pallidula, rigida, nudula 
Nec, ut soles, dabis jocos. » 

FoNTENELLE nei Dialogues des Morts ne dette una traduzione non 
fedele, ma gentilissima: 

Ma petite âme, ma mignonne, 
Tu t'en vas donc, ma fille? Et Dieu sache où tu vas! 
Tu pars seulette et tremblotante, hélas! 
Que deviendra ton humeur folichonne? 
Que deviendront tant de jolis ébats? 

818. La pallida morte batte ugualmente al tugurio del povero 

come al castello dei re. 

819. Conviene abbandonare la terra, e la casa, e l'amabile moglie. 

820. Un' onesta morte è migliore d' una vita vergognosa. 

821. O piccola anima, errabonda, scherzosa, ospite e compagna 

del corpo, dove andrai ora, pallida, fredda, ignuda, priva 
dei consueti sollazzi? 



238 Chi V ha detto? [822-825] 

822. Memento mori. 

lugubre riflessione, nata forse presso gli antichi solitari della Te- 
baide, divenne poi come il motto dei Trappisti (ordine di stret- 
tissima osservanza, fondato nel 1 140, riformato dal famoso abate 
Rancé nel 1664), i quali per le loro Costituzioni dovevano ripeter- 
selo di continuo, per avere di continuo presente l' immagine della 
morte. Anche la Bibbia nel libro à^YC Ecclesiastico, cap. XXXVIII, 
v. 21, dice. Memento novissimorum. 

Cosi gli Egiziani nei loro banchetti facevano portare attorno una 
bara: e agli Czar delle Russie era antico uso di presentare nel 
giorno della loro coronazione diversi campioni di marmi, fra i 
quali dovevano scegliere quello destinato alla loro tomba. Del resto 
chi non ricorda il versetto del dì delle Ceneri: Memento homo, 
quia pulvis es, et in pulverefn re^jerteris? e le parole: Pulvis 
es ecc., sono tolte di peso dalla Bibbia e precisamente dal libro 
della Genesi, cap. Ili, v. 19. 

Dalla Divina Commedia dell'ALiGHiERi tolgo il verso in cui dice 
di Ercole che uccise a colpi di clava Cacco, il ladrone dell'Aventino : 

823. Gliene die cento, e non sentì le diece. 

(.Inferno, e. XXV, v. 33). 

e 1' altro in cui parla, non di un morto, ma al contrario di qual- 
cuno che è vivo, e vivo bene : 

824. E mangia e bee e dorme e veste panni. 

{Inferno, e. XXXIII, v. 141). 

Costui è Branca d'Oria che non morì unqtianche. Visse infatti fin 
dopo il 1300 : ma Dante lo mise lo stesso all'Inferno. 

L' altro nostro maggior poeta, in una delle canzoni in vita di 
Madonna Laura (num. XVI secondo la numeraz. del Marsand; 
XX secondo il Mestica) che comincia : Ben m,i credea passar mio 
tempo ormai (str. 5), scrisse la nota sentenza: 

825. \Ch''\ Un bel morir tutta la vita onora. 

che un anonimo prudente completò col verso non meno noto : 
Ma un bel fuggir salva la vita ancora. 

822. Rammentati che devi morire. 



[826-831] Morte 239 

Suo è pure il verso col quale Laura rimpiange la sua morte 
precoce : 

826. E compie' mia giornata inanzi sera. 

(Petrarca, Sonetto in morte di M. Laura, 
a. XXXIV secondo il Marsand, CCLXII 
dell' ed. Mestica, comin.: Levommi il mio 
pensier in parte ov' era). 

di cui si rammentò il Giusti nei melanconici versi All'amica lon- 
tana (str. 18) : 

Se Io spirito infermo e travagliato 
Compirà sua giornata innanzi sera, 
Non sia dimenticato 
Il tuo misero amante.... 

ed ugualmente del Petrarca è la terzina seguente: 

827. O ciechi, il tanto affaticar che giova? 

Tutti torniamo a la gran madre antica, 
E il nome nostro a pena si ritrova. 

(Trionfo della Morte, canto I, v. 106-108). 

L'Ariosto mi offre i due versi : 

828 Sarebbe pensier non troppo accorto, 

Perder due vivi per salvare un morto. 

(Orlando furioso, e. XVIII, ott. 189). 

che stanno nel celebre episodio di Cloridano e Medoro ; e il Tasso 
la nota sentenza : 

82g. Dal sonno alla morte è un picciol varco. 

(Gerusalemme liberata, e. IX, ott. 18). 
nonché i versi nei quali è descritta la morte di Clorinda : 

830. .... In questa forma 
Passa la bella donna, e par che dorma. 

(Gerusalemme liberata, e. XII, ott. 69). 
e due belle massime di frequentissimo uso : 

831. Non dee guerra co' morti aver chi vive. 

(Gerusalemme liberata, e. XIII, ott. 39). 



240 Chi V ha detto? [832-837] 

832. Muojono le città, muojono i regni; 

Copre i fasti e le pompe arena ed erba ; 
E 1 uom d'esser mortai par che si sdegni. 

{Gerusalemme liberata, e. XV, ott. 20). 
In un melodramma del Metastasio, V Adriano, si troveranno 
queste altre due, ugualmente notissime : 

833. Agl'infelici 
Difficile è il morir. 

(A, I, se. 4). 

834. Non è ver che sia la morte 

Il peggior di tutti i mali; 
E un sollievo de' mortali 
Che son stanchi di soffrir. 

(A. I, se. 6). 

Quasi proverbiale si è fatto il verso di Vincenzo Monti : 

835. Oltra il rogo non vive ira nemica. 

(/« morte di Ugo Bassville, e. I, v. 49). 

e una delle più popolari tragedie dell' Alfieri ha porto occasione 
a molti infelici di ripetere i disperati versi : 

836. O Morte, Morte 

Cui tanto invoco, al mio dolor tu sorda 
Sempre sarai ?... ^^^^^^ ^ ^^ ^^ 2). 

Se volgiamo il passo verso le tombe, ricorre istintivamente alla 
memoria la interrogazione con la quale Ugo Foscolo dà comin- 
ciamento al carme àé* Sepolcri : 

837. All'ombra de' cipressi e dentro l'urne 

Confortate di pianto è forse il sonno 
Della morte men duro ? 

e Ippolito Pindemonte, cui il carme medesimo era diretto, ri- 
spose a questa domanda con un' altra : 

Un mucchio d' ossa 

Sente 1' onor degli accerchianti marmi 

O de' custodi delle sue catene 

Cale a un libero spirto? 

^ {I Sepolcri, V. 40-43). 



[838-842] Morte 241 

Il nobile poemetto foscoliano, rimasto classico nella nostra let- 
teratura, contiene anche altre frasi scolpite nella memoria di tutti, 
quali le seguenti : 

838. Ahi! sugli estinti 

Non sorge fiore, ove non sia d' umane 
Lodi onorato e d'amoroso pianto. 

(v. 88-90). 

839 Gli occhi dell' uom cercan morendo 

Il Sole; e tutti l'ultimo sospiro 
Mandano i petti alla fuggente luce. 

(v. 121-123). 

e- Goethe morendo a ottant' anni pregò gli amici che gli aprissero 
la finestra gridando : Ltice, luce [vedi più oltre al n. 865], ed il 
Leopardi nei suoi ultimi momenti volgendosi alla sorella di An- 
tonio Ranieri : Aprimi quella finestra. . . . fammi veder la luce. » 
(Carducci). 

840. A egregie cose il forte animo accendono 

L' urne de' forti, o Pindemonte, e bella 
E santa fanno al peregrin la terra 
Che le ricetta. ^^ j^^.j^^^ 

Veniamo al malinconico poeta della Ginestra; egli che ai prodi 
morti delle Termopili rivolse il suo compianto, poiché : 

841. Senza baci moriste e senza pianto. 

(Leopardi, Canzone all'Italia). 
ci ha lasciato anche il bellissimo detto : 

842. ....Due cose belle ha il mondo: 
Amore e morte. (^KOPAKor, consaivo). 

Lo stesso pensiero il poeta ripetè in principio dell' altra canzone, 
Amore e m.orte : 

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte 

Ingenerò là sorte. 

Cose quaggiù si belle 

Altre il mondo non ha, non han le stelle. 



242 Chi V ha detto? [843-847] 

Nelle poesie di un grande scrittore dei giorni nostri leggiamo 
di due morti famosi, Ermengarda, la moglie ripudiata di Carloma- 
gno, e Napoleone. La prima giace 

84^. Sparsa le trecce morbide 

Sull'affannoso petto, 
Lenta le palme, e rorida 
Di morte il bianco aspetto. 

(Manzoni, Adelchi., coro dell'atto IV). 
e in questo stesso coro troveremo l'altra frase che non di rado 
è citata: 

844. Alle incolpate ceneri 
Nessuno insulterà. 

Per il secondo, tutti ricordano il mirabile canto che senza ybr>y<? 
non morrà e che comincia: 

845. Ei fu; siccome immobile 

Dato il mortai sospiro 
Stette la spoglia immemore 
Orba di tanto spiro. 
Cosi percossa, attonita 
La terra al nunzio sta. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 

Di due gentili e sentite frasi sui nostri poveri morti siamo de- 
bifori a Giovanni Prati che li chiamò (nel Viaggio notturno) : JL 

846. .... I defunti, che pietosi e cari ^ 
Vengon ne' sogni a favellar con noi 

D' un' armonia migliore. 

e alla povera orfanella della gentile poesia Ttitto ritorna, av- 
vertiva : 

847. .... Tu non sai 

Che i morti al mondo non ritornan mai ! 

In tutti gli asili d' infanzia risuona 1* eco stucchevole di questa 
ultima poesia del Prati. E la fanciulla che da quattro anni sta sulla 
porta ad aspettar che torni la madre defunta, risponde a chi tenta 
disilluderla : 



[848-853] Morte 243 

848. Tornano al vaso i fiorellini miei, 
Tornan le stelle.... tornerà anche lei! 

Per coloro che più non hanno tanta ingenuità, e trovano miglior 
conforto nella fede, sarà più grato di ripetere con l'abate Gia- 
como Zanella: 

849. .... Il nulla 
A più veggenti savj : 

Io nella tomba troverò la culla. 

{La veglia, str. 18). 

Sono invece di Teobaldo Cicconi, poeta drammatico friulano, 
questi altri due versi non meno noti : 

850. Con vent' anni nel core 

Pare un sogno la morte e pur si muore. 

che stanno nel ritornello di un' ode composta e stampata nel 1853 
in morte della contessina Vittoria Florio. 

Qualcosa giova togliere anche ai nostri migliori poeti dialettali, 
come a Tommaso Grossi che nella dolcissima poesia in morte di 
Carlo Porta si domandava : 

851. L'è mort? l'è propri mort? Cossa vceur dì 

Sta gran parola che fa tant spavent? 

a Giuseppe Giovacchino Belli che in un sonetto romanesco 
L' amore de li morti, del 19 settembre 1835, con molta filosofia 
giudicava che : 

852 Li vivi poi-poi, bboni o cattivi, 

So cquarche ccosa mejjo de li morti. 
Nun fuss' antro pe' cquesto che sso'vivi. 

o anche all' altro capo ameno che dice di un tale che mori cosi 
all'improvviso che: 

853 Du' minuti avanti di morì 

Pare na bu..., ma era vivo! 

ed è uno sbrigliato sonetto in dialetto pisano di Neri Tanfucio 
(Renato Fucini) intitolato La morte 'mprowisa. 



244 C^^ ^'^« detto? [854-855] 

854. Fenesta ca lucive e mo non luce 

è il primo verso, notissimo, di un' antica canzone napoletana, 
sulla quale si è fantasticato assai. È antica e comune opinione 
eh' essa risalga ai tempi di Masaniello, mentre il Di Giacomo che 
nel suo volumetto Celebrità napoletane (Trani, 1896) ha studiato 
con amore questo argomento, assicura che la prima edizione a 
stampa di questa canzone fu fatta da certo Mariano Paolella 
in Napoli verso il 1854, il quale dice di avere rifatto la presente 
elegia (?) sulla traccia di « poche parole canticchiate dal popolo, mas- 
sime dalle donnicciuole. » Il Di Giacomo ritiene che egli traducesse 
in napoletano la poesia siciliana con la quale Matteo di Ganci 
nel sec. xvi cantò la pietosa morte della Baronessa di Carini, ancora 
viva nella leggenda popolare (v. Salomone-Marino, La baronessa 
di Carini, leggenda popolare del secolo XVI, Palermo, 1873). 
Ecco intiera la prima sestina, la più nota, della canzone: 

Fenesta ca lucive e mo non luce, 

Segno è ca Nenna mia stace malata: 
S'affaccia la sorella e me lo dice: 
«Nennella toìa è morta e s' è atterrata; 
Chiagneva sempe ca durmeva sola, 
Mo dorme co li muorte accompagnata » . 

E la musica? Volevano che fosse addirittura del Bellini. Certo 
è dolcissima e degna di lui ; ma il Di Giacomo crede invece che 
Luigi Ricci 1' abbia fornita al famoso editore di melodie napole- 
tane, Gugl. Cottrau, che ne fece una riduzione e la stampò come 
cosa sua nella prima metà di questo secolo; l'uno e 1' altro profit- 
tando di noti motivi belliniani e rossiniani. Vedi pure quel che ne 
scrive Amilcare Lauria nella Nuova Antologia, IV ser., voi. LXV, 
fase, del i^ settembre 1896, pag. 117. 

Fra i pochi scrittori stranieri, meglio conosciuti in Italia, che 
ci hanno lasciato retaggio di frasi funebri, ricorderemo in prima 
linea il curato di Meudon, Rabelais, che dal suo letto di morte 
scrisse al Card, de Chatillon: 

855. Je m'en vay chercher un grand peut-être. 

854. Finestra che luceva (era illuminata) e ora non luce. 



[856-860] Morte 245 

e la frase è restata, come è restata 1' altra pure a lui attribuita, 
ma con minor fondamento: 

856. Tirez le rideau, la farce est jouée. 

Narrasi, benché sia stato più volte smentito, che Rabelais la di- 
cesse ridendo agli amici che lo circondavano sul letto ove agoniz- 
zava: ma avanti di Rabelais, l'aveva detta certamente, benché in 
latino. Demonatte morente (Freigius, Comm. in Cicer., to. I). 
Secondo un' altra versione queste parole sarebbero state dette da 
Rabelais morente al paggio del Cardinale di Bellay, venuto a 
nome di questo prelato a prendere notizie di lui: «Dis à mon- 
seigneur l'état où tu me vois. Je m' en vais chercher un grand 
'petU-être. Il est au nid de la pie : dis-lui qu'il s'y tienne. Pour 
toi, tu ne seras jamais qu'un fou. Tire le rideau, la farce est 
jouée. » Ma, ripeto, nessuna seria autorità conferma questo rac- 
conto, non più dell' altro, anche più apocrifo, secondo cui Ra- 
belais vicino a morire si sarebbe fatto rivestire di un domino per 
poter ripetere le note parole della Scrittura: 

857. Beati mortui qui in Domino moriuntur. 

(Apocalisse, e. XIV, v. 13). 

Più autentica sarebbe la risposta di Fontenelle in punto di 
morte a chi gli domandava conto della sua salute: 

858. Cela ne va pas, cela s'en va. 

Antonio Lemierre è autore pochissimo noto fra noi, tuttavia 
è di lui il verso: 

859. Caton se la donna — Socrate l' attendit. 

che a proposito della morte si suole citare non raramente : esso è 
nella tragedia Barnevelt (a. IV, se. 7). Più noti invece sono La 
Fontaine, che si nobilmente descrisse la morte del giusto di- 
cendo : 

860. Rien ne trouble sa fin ; c'est le soir d'un beau j our 

{Philemon et Baucis). 

857. Beati i morti che muoiono nel Signore {cioè con la grazia 
di Lni). 



246 Chi V ha detto? [861-864] 



e Malherbe, autore di due versi diventati celebri a cagione spe- 
cialmente di un singolare errore tipografico. I due versi sono i se- 
guenti : 

861 Rose, elle a vécu ce que vivent les roses, 

L'espace d'un matin. 

{Lettre a Îhi Perrier). 
ed erano composti per la morte di una giovinetta Rosa, però 
Malherbe aveva scritto : 

Et Rosette a vécu ce que vivent les roses : 
L'espace d'un matin. 

Pare che fosse il compositore che per errore, volontario o no, 
mutò il testo come si è detto: e l'autore accettò la correzione, 
che senza dubbio cresceva grazia alla frase. 
La crudele frase : 

862. Il n'y a que les morts qui ne reviennent pas. 

fu detta nel 1794 dal convenzionale Bertrand Barere (non 
Barrère), soprannominato V Anacreonte della ghigliottina, quando 
innanzi alla Convenzione sostenne la guerra a morte contro i ne- 
mici esterni ed interni della repubblica. Fu egli stesso che alla 
parte più moderata dell' assemblea la quale chiedeva un rinvio del 
giudizio di Luigi XVI rispose che V arbre de la liberté ne saurait 
croître, s' il ri' était arrosé du sang des rois ; e che fece decretare 
dalla Convenzione che: 

863. La terreur est à l'ordre du jour. 

donde a quei giorni nefasti venne il nome di periodo del Terrore. 
Sono di quel medesimo tempo le parole famose: 

864. Fils de Saint-Louis, montez au ciel. 

sarebbero le parole dette dall' ab. H. Essex Edgev^^orth de 
FiRMONT al re Luigi. XVI ch'egli accompagnò al patibolo, pochi 
momenti prima dell' esecuzione. Il maggior numero di coloro che 
hanno recentemente studiato questo piccolo problema istorico, 
hanno concluso che il motto è apocrifo: Fournier nel suo libro 
L'esprit dans l'histoire, dice addirittura che fu inventato in una 
cena la sera stessa dell'esecuzione da un giornalista, Carlo His; 
altri ne attribuiscono invece la paternità a un altro scrittore noto, 



[865-867] Morte 247 

Carlo Lacretelle. Ma un articolo di G. du Fresne de Beau- 
court {Le mot de l'abbé Edgeworth) nella Revue des Questions 
Historiques, I" octobre 1892, pag. 564, sostiene invece l'au- 
tenticità della frase, che ha in suo favore un insieme imponente 
di testimonianze contemporanee. 

Sono pure citate spesso le ultime parole attribuite a WoiF- 
GANG VON Goethe : 

865. Mehr Licht! 

altro esempio del come la tradizione si compiaccia ad abbellire le 
frasi dei grandi uomini, poiché egli più modestamente disse alla 
serva poco innanzi di morire (22 marzo 1832): «Apri anche l'al- 
tra imposta per fare entrare un poco più di luce (Macht doch 
den zweiten Fensterladen auch auf, damit mehr Licht hereinkom- 
me)». Per maggiori ragguagli su questa singolare questione, che 
ha già la sua piccola letteratura, rimando all' eccellente libro del- 
l'Hertslet, Treppenwitz der Weltgeschichte, IV. Aufl., Berlin, 1895, 
S. 319. — Si può notare come una singolare coincidenza, che il 
fkmoso mistico e spiritista scozzese, Lawrence Oliphant, l'uomo 
più singolare dell'Inghilterra contemporanea, spirò nel 1888 a 
Twickenham, in una giornata fredda e nebbiosa di settembre, mor- 
morando appunto le parole che si vorrebbero attribuire a Goethe 
morente: Ancora luce! E del resto pare fenomeno comune che 

866 Gli occhi dell' uom cercan morendo 

Il sole, e tutti l'ultimo sospiro 
Mandano i petti alla fuggente luce. 

(U. Foscolo, Sepolcri, 121-123). 
Altra frase, trita e ritrita, di origine tedesca, è la seguente: 

867. Die Todten reiten schnell. 

ed è in una celebre ballata di Gottfr. Aug. Bürger intitolata 
Lenore (pubbl. per la prima volta nel Musenalmanach di Got- 
tinga del 1774, a pag. 214) ove il funebre amante della fanciulla, 
mentre la rapisce spingendo a galoppo forsennato il cavallo, a lei 
che paurosa domanda la ragione di quella corsa sfrenata, ripete 

865. Più luce. 

867. I morti corrono (cavalcano) presto. 



248 Cht l'ha detto? [868-871] 

sempre la medesima risposta, cioè la frase macabra detta di so- 
pra (vedasi per le fonti tedesche di questo verso del Bürger il 
noto libro del Büchmann, XIX. Aufl., S. 157). Fra noi è più 
frequente di citarla sotto la forma francese (dalla traduzione di 
Lehr) : 

868. Les morts vont vite. 

e il significato che si usa di darle è che la morte fa molto rapi- 
damente il vuoto intorno a noi. 
È di Shakespeare la frase: 

869. O what a noble mind is here o'erthrown! 

eh' egli fa dire a Ofelia che piange sulla demenza di Amleto, nel- 
V Amleto (a. Ili, se. i). 



§ 47. 
Nature diverse 



La varietà dei cervelli umani e dei giudizi loro è espressa dalla 
paremia latina : 

870. Quot homines tot sententise. 

che si legge nel Formione di Terenzio (a. II, se. 4, v. 14). Ve- 
dasi anche in Cicerone, De finibus, I, 5. Ciascuno infatti si 
regola ed opera secondo i suoi gusti, la sua educazione, la sua 
natura : e poiché tutti questi elementi variano da individuo a in- 
dividuo, varia necessariamente 1' umana attività e 1' umano pen- 
siero. Latinamente ciò si esprime col verso di Properzio: 

871. Naturœ sequitur semina quisque suae. 

(Lib. Ill, eleg. IX, v. 20). 

869. Oh quai nobile intelletto è qui offuscato ! 

870. Tanti uomini, altrettante opinioni. 

871. Ognuno segue il seme della sua natura. 



[872-875] Natu7-e diverse 249 

Da cui discende quest' altra verità non meno indiscutibile, che : 

872. Non omnia possumus omnes. 

(ViKGino, Bticolica, eleg. Vili, v. 63). 

Le diflferenze fra gli uomini inducono naturalmente 1' animo no- 
stro ai confronti: ma non dimentichiamo che 

873. Comparisons are odious. 

L' Adams {Diet, of Engl. Literat.) cita a proposito della frase 
precedente, la quale ha il suo corrispondente esatto anche in ita- 
liano, le seguenti fonti: 'Bn'R.TOìa^ s Anatoifiy of Melancholy, pt. Ili, 
sect. 3, mem. i, subs. 2 ; Heywood's Woman killed with kindness, 
act. I, sc. I ; Donne's Elegy, VIII; and Herbert' s yacz^/aPrz^- 
denttim. Non so però in quale lingua si trovi la frase originale né 
a chi debba attribuirsi. 

Il pessimista potrà osservare che tanta varietà di nature umane 
non serve che a porre in evidenza 1' abbondanza e la varietà dei 
difetti e dei vizi; ma d'altra parte: 

874. Chi può vantarsi 
Senza difetti? Esaminando i sui 
Ciascuno impari a perdonar gli altrui. 

(Metastasio, Zenóbia, a. I, se. 3) 

Il pessimista potrà pure dedurre che assai pericoloso è 1' aver 
che fare con molti cervelli, poiché é assai dubbioso di trovarli uniti 
e di condurli a savio consiglio. Perciò le masse troppo spesso si 
appigliano al peggiore dei partiti, e si lasciano facilmente raggirare 
dai furbi, quindi giustamente pensava il Giusti in quel suo no- 
tissimo sonetto: 

875. Che i più tirano i meno è verità, 

Posto che sia nei più senno e virtù; 
Ma i meno, caro mio, tirano i più. 
Se i più trattiene inerzia o asinità. 

872. Non tutti possiamo tutto. 

873. I confronti sono odiosi. 



250 Chi V ha detto? [876-878] 

§ 48. 
Nazioni, città, paesi 



Le frasi che raccolgo in questo paragrafo sono nel numero mag- 
giore frasi di vituperio, poiché sembra che queste si ricordino più 
facilmente delle altre. Tuttavia sarebbe sciocco il trarne argomento 
a spregiare questo o quel paese, poiché esse non hanno ormai che 
un valore storico, e in ogni modo: 

876. Le pour et le contre se trouvent en chaque 

nation. 

(Bayle, Pensées sur la comete, sect. 142). 

In fondo non mi pare che fosse tanto stupido quel borghese 
di Torino che non capiva la passione dei viaggi, e fra le altre 
cose diceva ; 

877 Le sita.... tute a peuprè : 

Na cà dsa, na cà dia e an mes na stra. 

nel sonetto V om machina, che é il primo di quei geniali quadretti 
dal vero intitolati Macé'tte tourineise, satira vivace della borghesia 
piemontese, di Alberto Arnulfi, conosciuto anche sotto 1' ana- 
gramma di FULBERTO ALARNI. 

Bellissimo invece sarebbe il paese cercato da Lorenzo Stec- 
chetti (Olindo Guerrini) nei Postuma, XXXVII : 

878. Conosci tu il paese 

Dove non s'è mortali, 
Dove alla fin del mese 
Non scadon le cambiali? 

Questo sarebbe veramente il paese ideale, il paese di cui potremmo 
giustamente dire con Orazio : 

877. Le città tutte a un dipresso.... una casa da una banda, 

una casa dall' altra, e la strada nel mezzo. 



[879-883] Nazioni, città, paesi 251 

879. Ille terrarum mihi praeter omnes 
Angulus ridet. ^^^. ^.^ ^^^ ^, ,^ ^ ,3 ^,^ 

Finché un fortunato esploratore non abbia trovato questa bene- 
detta regione, che ancora non figura su nessuna carta, converrà 
contentarsi di quelle che la Provvidenza, e le Società Geografiche, 
ci consentono di conoscere. Per noi italiani in tal caso non sarà or- 
goglio eccessivo se applichiamo le parole oraziane alla nostra, che 
Virgilio salutò col verso: 

880. Salve, magna parens frugum, Saturnia tellus, 

Magna Virum. ^Georgiche, lib. II. V. 173-174). 

che TAlighieri designò con la frase: 

881. [Del) Il bel paese là, dove il sì suona. 

(Inferno, e. XXXIII, v. 80). 
ed il Petrarca con la bella e nota perifrasi : 

882. .... Il bel paese 
Ch'Appennin parte e '1 mar circonda e l'Alpe. 

{Sonetto in vita di M. Laura, num. XCVI, 
sec. il Marsand, CXIV sec. il Mestica, 
com.: O d'ardente virtute ornata e calda). 

Si confronti con le parole dell' Ariosto [Orlando Furioso, 

e. XXXIII, Ott. q): 

.... La terra 
Ch' Apennin parte, e il mare e l'Alpe serra. 

e con quelle del Manzoni {Conte di Carmagnola, coro dell'atto II): 

883. Questa terra.... 

Che natura dall'altre ha divisa, 
E ricinta coli' Alpe e col mar. 

Lo stesso Petrarca chiama il popolo d* Italia nella famosa 
Canzone a' grandi d'Italia, che comincia: Italia mia, benché'' l 
parlar sia indarno (è la canz. XVI dell' ediz. Mestica; v. la str. 5) 

879. Queir angolo di terra mi sorride più di qualunque altro. 

880. Salve, terra Saturnia, grande madre di grani e di uomini. 



252 Chi l'ha detto? [884-889] 

con frase che fu introdotta da G. B. Niccolini xì€^^ Arnaldo da 
Brescia per chiamare il popolo di Roma : 

884. Latin sangue gentile. 

Ne diceva le lodi Giuseppe Garibaldi con le note parole : 

885. La pianta uomo nasce in Italia, non seconda 

a nessuno. 

parole del generale dittatore, nelP Ordine del giorno alle truppe 
volontarie dopo la battaglia del Volturno (i» ottobre i860) : « Fa- 
vorito dalla fortuna, io ebbi l' onore nei due mondi di combat- 
tere accanto ai primi soldati, ed ho potuto persuadermi che la 
pianta uomo nasce in Italia, non seconda a nessuno ; ho potuto 
persuadermi che quegli stessi soldati che noi combattemmo nel- 
l'Italia meridionale, non indietreggeranno davanti ai più bellicosi, 
quando saranno raccolti sotto il glorioso vessillo emancipatore. » 
(Celiai, Fasti militari della Guerra dell' Indipendenza italiana, 
voi. IV, pag. 471). 

E all' Italia che pensa Mignon nella lirica omonima di Goethe 
(in Wilhelm. Meisters Lehrjahre, III, i) chiedendo: 

886. Kennst du das Land, wo die Citronen blüh'n? 

che nell' opera lirica omonima, parole di Michele Carré e Giu- 
lio Barbier, musica di Ambr. Thomas (la traduzione italiana è 
di Giuseppe Zaffira) è stato imitato nella patetica romanza : 

887. Non conosci il bel suol - che di porpora ha 

[il ciel? 

Nell' opera buffa Tutti in m-aschera del maestro Carlo Pe- 
DROTTI, rappresentata per la prima volta a Verona nel 1856, una 
canzone comincia : 

888. Viva r Italia terra del canto. 

e del resto il magico inno di Garibaldi (del poeta Luigi Mer- 
cantint) chiama l'Italia: 

889. La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi. 

886. Conosci tu il paese dove fioriscono gli aranci? 



[890-891] Nazioni, città, paesi 253 

Il poeta aggiunge il voto eh' ella torni, qual era prima, la terra 
dell' armi, poiché all' Italia de' suoi tempi potevano ancora appro- 
priarsi le parole che il NiCCOLiNi pose in bocca a un gentiluomo 
veneziano del sec. xvii, ma col pensiero alla età presente: 

890. .... Italia giace 
Dall'armi, e più da' suoi costumi oppressa ; 
Nulla ritien degli avi, e tutto apprese 
Dai suoi nuovi tiranni. 

(Antonio Foscarini, tragedia, a. I, se. 1). 

Scorriamo velocemente la patria nostra dal Monviso all' Etna, 
e scendendo a' pie' delle Alpi, fermiamoci nel Piemonte: 

891. Petit Etat situé au pied des Alpes. 

Con queste parole lo designava Napoleone III nel discorso inau- 
gurale della sessione legislativa del 1865, pronunziato il 15 feb- 
braio al Louvre, annunziando al Senato e al Corpo Legislativo 
la convenzione di Settembre. Le parole imperiali che parvero in 
Italia sprezzanti, e oltraggiose per l' italianità del Piemonte, fu- 
rono rilevate da Tommaso Villa, nel giornale torinese Le Alpi, 
e da Giuseppe Mazzini, che nel giornale medesimo, il 13 marzo 
scriveva: «Io — non vedo che una risposta degna dell'Italia, 
e segnatamente del piccolo Paese a pie dell' Alpi: dire, con fatti, 
all' imperatore straniero : Sire, voi errate : avremo Venezia, e non 
avrete il Piemonte » (Mazzini, Scritti editi e ined., voi. XIV, 
p. CXLIII e IDI). 

Ecco il periodo del discorso imperiale : « Ce ne sont plus les 
membres épars de la patrie italienne cherchant à se rattacher par 
de faibles liens à un petit État situé au pied des Alpes, c'est un 
grand pays qui, s'élevant au-dessus des préjugés locaux et mé- 
prisant des excitations irréfléchies (si allude alle dimostrazioni 
torinesi del settembre), transporte hardiment au cœur de la Pé- 
ninsule sa capitale, et la place au milieu des Apennins comme 
dans une citadelk imprenable » {Moniteur universel, 16 févr. 1865). 

Nella forte Torino, la culla dell' Indipendenza italiana, udremo 
facilmente cantare: 



254 Chi V ha detto? [892-895] 

892. I souma i fieuj d' Gianduja, 

Na sola famìa. 

• 

eh' è il principio d' una popolarissima canzone Ij fieuj d' Gian- 
duja in dialetto piemontese, di Cesare Scotta, cantata al teatro 
d'Angennes la sera del 15 febbraio 1868. 

Questo poeta, cosi noto in Torino, è pure 1' autore di un'altra 
canzone, la Giandujeide, di cui il ritornello è : 

893. Cantoma, 

Crioma, 

Ciuciand a la douja, 
Aussand ël goblot, 
E vi va Gianduja 
E i so Giandujot. 

Scendendo al mare troveremo Genova, i cui laboriosi figli non 
meritano più oggi 1' acerbo rimbrotto del fiero Ghibellino : 

894. Ahi Genovesi, uomini diversi 

D' ogni costume, e pien d' ogni magagna, 
Perchè non siete voi del mondo spersi? 

(Dante, Inferito, e. XXXIIl, v. 151-153). 

Passiamo in Lombardia, dove potremo, date certe benigne cir- 
costanze (p. es. quando non piove o quando non c'è la nebbia), 
anche ammirare il cielo, 

895 Quel cielo di Lombardia, così bello quan- 

d'è bello. 

(Manzoni, Promessi Spost, cap. XVII). 

Una bella descrizione delle pianure lombarde l'abbiamo nel ce- 
lebre coro dei crociati, nel melodramma di Temistocle Solera, 
I lombardi alla prima crociata, musicato da Verdi (a. IV, se. 2), 
che comincia: 

O signore, dal tetto natio, 

892. Noi siamo i figli di Gianduia, una sola famiglia. 

893. Cantiamo, gridiamo, bevendo al boccale, alzando il bicchiere : 

Evviva Gianduia e i suoi Gianduiotti. 



[896-899] Nazioni, città, paesi 255 

e dove sono i seguenti versi : 

896. O frese' aure volanti sui vaghi 

Ruscelletti dei prati lombardi !... 
Fonti eterne!... purissimi laghi!... 
O vigneti indorati dal Sol ! ' 

Uno fra questi purissimi laghi è il : 

897. Vago Eupili mio. 

che il Parini ricorda nell'ode La vita rustica (str. 5): 

Colli beati e placidi 
Che il vago Èupili mio, 
Cingete con dolcissimo 
Insensibil pendio. 

e anche nell'ode La salubrità dell'aria (str. prima): 

O beato terreno 

Del vago Eupili mio. 

L' Eupili è il laghetto di Pusiano, in Brianza, sulle cui sponde 
sorge Bosisio, terra natale del Parini : piccolissimo lago, e ben 
lontano da gareggiare in dimensioni col Lario, col Verbano, e 
particolarmente col massimo Lago di Garda, il Benaco, cui Vir- 
gilio rivolgeva la nota apostrofe: 

898. Fluctibus et fremitu adsurgens,Benace, marino. 

(Georgicne, lib, II, v. lóO). 
Non lasceremo la Lombardia senza un saluto alla città dei 
tre T, i cui abitanti 

899. Cremonesi mangia-fagiuoli. 

sono cosi chiamati per tradizione che si vuol far risalire al Tas- 
soni, il quale nella Secchia Rapita (e. V, ott. 63) dice dei cre- 
monesi guidati da Buoso Dovara : 

Con quattro mila suoi mangia-fagioli 
Stava Bosio Duara alla campagna. 

Certamente il Tassoni, o altri per lui, fece un giuoco di parole 
tra mangia-fagiuoli (magna-fasoeu in dialetto) e 1' appellativo di 

898. O Benaco, che gonfi le tue onde e fremi come il mare. 



256 Chi V ha detto? [900-902] 

Magna Phaselus, che da tutti gli antichi storici è concordemente 
dato alla città di Cremona per la sua configurazione ovale, ras- 
somigliante ad una gran barca, di cui il famoso Torrazzo sarebbe 
l'albero maestro, il Castello la poppa, Porta Mora la prua, le 
mura i fianchi (A. Mandelli nella Rivista delle Tradizioni Popo- 
lari Italiane, Anno II, 1895, pag. 257). 
Avanziamo verso levante; sorvoliamo su 

900. Brescia la forte, Brescia la ferrea, 

Brescia leonessa d' Italia 
beverata nel sangue nemico. 

(Carducci, Alla Vittoria, tra le rovine del 
tempio di Vespasiano in Brescia. Nelle 
Odi barbare). 

versi fatti anche più noti per 1' episodio che a proposito di essi 
narra il Carducci medesimo tì^CC Eterno femminino regale (nelle 
Confessioni e battaglie; Opere, voi. IV, pag. 340); ma nei quali 
egli non fece che ripetere la frase dell'ALEARDi (poeta che pure 
non è nelle simpatie del Carducci) : 

....dietro a la pendice 
D* un de' tuoi monti fertili di spade, 
Niobe guerriera de le mie contrade. 
Leonessa d^ Italia, 
Brescia grande e infelice. 

(Canti patrii. - Le tre fanciulle, str. I). 

ed eccoci là dove 

901. Rotta dal vento nell'adriaco lido 
Sempre è l' onda del mare, e par che pianga. 

(G. B. NiccoLiNi, Antonio Foscarini, 
tragedia, a. II, se. 5). 

Qui su cento isolette sorge dal mare in una festa di colori: 

902. La gran mendica. 

com' è più volte chiamata Venezia nell'ode Venezia e Milano, giu- 
dicata il capolavoro di Goffredo Mameli, e scritta per un' ac- 
cademia data al teatro Carlo Felice di Genova, dopo 1' armistizio 
Salasco, a beneficio dell' eroica città, bombardata, affamata, deci- 
mata dal colera. 



[903-908] Nazioni, città, paesi 257 

Prima di lasciare il Veneto per entrare nella Italia centrale, in- 
contriamo Rovigo, così a torto bistrattato nei versi: 

903. Qui tra l'Adige e il Po giace sepolto, 

Scheletro di città, Rovigo infame 

È il principio di un sonetto, troppo famoso, composto a vitu- 
perio di Rovigo da ignoto poetastro di Adria verso il 1726, epi- 
sodio della lunga e asprissima contesa fra le due città per la sedia 
episcopale. Vedasi 1' opuscolo del signor A. E. Baruffaldi, L'ori- 
gine dei versi citati di sopra (Badia Polesine, 1898). 

Modena dal Tassoni (Za Secchia Rapita, e. II, ott. 63), a 
cagione del lordume delle strade, è chiamata: 

904. . Città fetente. 

e Pisa giace ancora sotto il peso dell' imprecazione dantesca : 

905. Ahi Pisa! vitupero delle genti 

Del bel paese là, dove il sì suona. 

(Dante, Inferno, e. XXXIII, v. 79-80). 
né più benevolo è I'Alighieri verso Lucca, di cui egli dice che: 

906. Ognun v'è barattier, fuor che Bontüro, 

Del no per li danar vi si fa ita. 

(Inferno, e. XXI, v. 41-42). 

(cioè SÏ) e l' atroce sarcasmo di questi versi salta fuori sapendo che 
Bonturo Dati, qui menzionato, fu tristissimo barattiere a' suoi 
tempi. Ma Dante a pochi la perdonò: ebbe una punta feroce 
per i Sanesi, 

907. Or fu giammai 
Gente si vana come la sanese? 

(Dante, Inferno, e. XXIX, v. 121 122). 
e non disse bene neppure della sua patria, alla quale con amara 
ironia si rivolge dicendo: 

908. Godi, Firenze, poi che se' sì grande 

Che per mare e per terra batti l'ali, 
E per l'inferno il nome tuo si spande. 

{Inferno, e. XXVI, v. 1-3). 

e infatti Dante mette dei fioreatini in tutti i cerchi dell* Inferno. 



258 Chi l' ha detto ? [909-914] 

Invece Firenze è chiamata: 

909. L'elegante città, dove con Flora 

Le Grazie han serti e amabile idioma. 

nel carme di Ugo Foscolo, Le Grazie (secondo il testo edito dal 
Chiarini, inno II, v. 25-26). Ai fiorentini ed alla loro parlata, che 
fra tutte quelle della Toscana si distingue per le forti aspirazioni, 
e che Vittorio Alfieri, nel principio del sonetto scritto per la 
soppressione dell'Accademia della Crusca (vedi nelle Opere scelte, 
ediz. de' Classici Italiani, voi. Ili, pag. 490), chiamava 

910. L'idioma gentil sonante e puro. 

si addice pure l'altra frase dantesca: 

911. ....Fiorentino 

Mi" sembri veramente quand' io t' odo. 

{.Inferno, e. XXXIII, v. 11-12). 
Per le Romagne, me la leverò ricordando una delle sue città 
nel verso 

912. Dunque ti lascio, o Rimini diletta 

(Pellico, Francesca da' Rimini, a. V, se. 2). 
che si ripete anche per celia dovendo lasciare una residenza qua- 
lunque ; salutiamo 1' Umbria coli' apostrofe carducciana : 

913. Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte 

nume Clitumno ! 

(Carducci, Alle fonti del Clitumno, nelle 
Odi barbare). 

e passiamo a volo sulle vicine Marche, dove noteremo il 

914. Natio borgo selvaggio. 

Cosi nel 1829, tornato dopo l'assenza di alcuni mesi a Reca- 
nati, chiamava Giacomo Leopardi il suo paese natale nel canto 
Le Ricordanze. Né molto più lusinghiero è il seguito: 

.... intra una gente 
Zotica, vii; cui nomi strani, e spesso 
Argomento di riso e di trastullo, 
Son dottrina e saper ; che m' odia e fugge. 
Per invidia non già, che non mi tiene 
Maggior di sé, ma perché tale estima 
Ch'io mi tenga in cor mio.... 



[915-9^^] Nazioni, città, paesi 259 

Il soggiorno di Recanati, cosi caro a Monaldo Leopardi^ era 
odiosissimo ai figli di lui. Paolina, la sorella di Giacomo, lo 
diceva « soggiorno abbominevole ed odiosissimo » (in una lettera 
alla Marianna Brighenti del 1830); l'altro fratello Carlo desi- 
derava che un terremoto la distruggesse perchè gli abitanti an- 
dassero a incivilirsi altrove ! 

Eccoci a Roma, dove tutto dovrebbe sorridere alla vita se fos- 
simo ancora ai tempi di Pollione e di Adalgisa che nel melodramma 
Norma, di F. Romani, musica di V. Bellini (a. I, se. 6), cantano 
in un famoso duetto: 

915. Vieni a Roma, ah vieni, o cara, 

Dove è amore, è gioia, è vita! 

Molte frasi, dal patrimonio delle popolari reminiscenze su Roma, 
possono desumersi dal libro di Marco Besso : Roma nei proverbi 
e nei modi di dire (Roma, 1889). Noi ricorderemo invece i più 
noti degli attributi che i classici scrittori dettero alla eterna città, 

916. Roma seterna. 

come la disse Tibullo {Cartnina, lib. II, od. 5, v. 23); ma al- 
tri la chiamarono anche : Aurea Rom-a — prima mter urbes — 
Dwwn dom.us (AusON., Clarae Urbes I); Roma pulcherrima 
(ViRG., Georg., 2, 534); Roma dea ter r arum gentiumque {Mkrt., 
Epigr.^ 12, 8); Roma superba (Propert., ed. Tauchnitz, 3, il, 
60); Roma beata (HoRAT., Od., 3, 29, 11); Roma pr inceps ur- 
bium (HOR., Od., 4, 3, 13); Roma fer ox! (HoR., Od., 3, 3, 
44); Roma caput orbts terrarum (Liv., Hist., i, 16); Roma 
Urbs regum (Cyneae dictum ap. Justin., Hist., 18, 2, io); 
Roma septemgemina (Statius, Silv,, i, 2, 191); Roma caput 
mundi (LuCAN., Pharsal., 2, 655); Urbs caput rerum (Tacit., 
Hist,, 2, 32); Roma marmorea — ab Augusta relieta (Sveton., 
Aug., cap. 29). Le parole Roma caput mundi, con l'aggiunta 
regit orbis frena rotundi, si leggevano in giro alla corona d'oro 
seminata di gemme che Diocleziano si era fatta a imitazione dei 
Re di Persia (Gregorovius, Storia della città di Roma nel medio 
evo, trad, ital., Venezia, 1873, to. Ili, p. 569, dove si cita come 

916. Roma eterna. 



200 Chi V ha detto? [917-920] 

fonte la Graphia aurea urbis Romaé). La stessa frase è scritta più 
tardi sulle monete del Senato Romano. 

Roma ispirò Vincenzo Monti, quando alla ombra del truci- 
dato Bassville faceva cantare : 

917. Stolto, che volli coli' immobil fato 

Cozzar della gran Roma, onde ne porto 
Rotta la tempia, e il fianco insanguinato ; 
Che di Giuda il Leon non anco è morto; 
Ma vive e rugge, e il pelo arruffa e gli occhi. 

{In morte di Ugo Bassville, e. Ili, v. 7-11). 
e Byron la chiamò : 

918. Niobe of nations. 

(Childe Harold's Pilgrimage, canto IV, str. 79). 
mentre Gilbert la diceva : 

Veuve d'un peuple roi, mais reine encore du monde. 

Che cosa fosse la vita a Roma prima del 1870, è espresso nei ce- 
lebri versi di G. G. Belli : 

919 A sto paese ggià tutt' er busilli 

Sta in ner vive a lo scrocco e ffà orazzione. 

Sono in un sonetto di lui delli 8 gennaio 1832, intitolato: La 
Sala de Monzignor Tesoriere. 

Le aspirazioni politiche degli Italiani su Roma, designata capi- 
tale naturale d'Italia fin dal 186 1, hanno dato origine ad alcune 
frasi. Cominciamo dal 

920. Roma o morte. 

che fu il grido di guerra della sventurata impresa di Aspromonte 
(come alcuni anni più tardi di quella non meno infelice di Men- 
tana). L'ordine del giorno del 1° agosto 1862, scritto da Giu- 
seppe CiviNiNi, segretario di Garibaldi, e letto dal generale ai 
volontari assembrati nei boschi della Ficuzza presso Palermo, co- 
minciava appunto con la formola : Italia e Vittorio Emanuele, 
Roma o Morte. Ma queste ultime parole avevano avuto origine 
a Marsala dove Garibaldi si era recato per colorire il suo disegno. 

918. Niobe delle nazioni. 



[92 1 ] Nazioni, città, paesi 261 

« Risoltosi infatti a visitare i luoghi della epopea del ì86o, tocca 
Alcamo, Partinico, percorre, esaltandosi a quei ricordi gloriosi, il 
campo di Calatafimi, fa una punta a Corleone, a Sciacca, in Maz- 
zara, di là ripiega su Marsala, dove parendogli bello riprendere da 
«quella terra di felice augurio il tronco cammino », annunzia, più 
categoricamente che fino allora non avesse fatto, il suo fermo pro- 
posito di marciare all' impresa di Roma, ed apertamente invita i 
Siciliani a dar di piglio alle armi ed a- seguirlo. E poiché, a quel 
bellicoso appello, una voce ignota dalla folla plaudente sclamò : 
Roma o Morte. — Sì, - ripetè più volte il Generale, - Roma o 
Morte; — e questo grido, uscito forse dalle labbra inconscie d' un 
picciotto o d'un pescatore marsalese, diventò da quell'istante, per 
il fatto delle parole, il segnacolo in vessillo d' una delle avven- 
ture più cimentose a cui mai Garibaldi siasi accinto ed abbia tentato 
strascinare l' Italia. » (Guerzoni, Garibaldi^ voi. II, pag. 302-303). 
È dunque errata la lapide che si legge in Pescia, sulla facciata 
della casa Allegretti in piazza Vittorio Emanuele, secondo la 
quale quelle fatidiche parole sarebbero state pronunziate da Ga- 
ribaldi in quella città quando vi si recò nel luglio 1867 (Biagi, 
In Val di Nievole, pag. 21). Il grido di Garibaldi doveva risuo- 
nare invano per molti anni, finché nel 1870 le armi italiane non 
liberavano Roma dal governo teocratico. Ma se la forza degli av- 
venimenti aveva condotto gl' Italiani a Roma, il difficile, dopo 
esserci entrati, era di restarci : però fin dai primi mesi del nuovo 
regime una voce augusta aveva solennemente detto : 

921. Ci siamo e ci resteremo. 

Approvata dal Parlamento, ancora residente in Firenze, la legge 
delta delle GTiarentigie, il re Vittorio Emanuele lasciò Firenze, 
e dopo una visita a Napoli entrò solennemente in Roma il 2 lu- 
glio 187 1 fra indescrivibili manifestazioni di pubblica gioja. Il 
giorno appresso egli riceveva nel palazzo del Quirinale le depu- 
tazioni politiche e cittadine, e in quella occasione egli avrebbe 
pronunciato con ferma voce le solenni parole : A Roma ci siamo 
e CI resterem.0y parole che ebbero un' eco potentissima in tutta 
Italia. Altri invece narrano che furono dette il 31 dicembre 1870 
agli ufficiali superiori della Guardia Nazionale recatisi dal Re a 
ringraziarlo di essere accorso in Roma desolata dalla inondazione 



202 Chi V ha detto ? [922-924] 

del Tevere ; ma i giornali del tempo riportano in forma un poco 
diversa le parole reali in quella occasione : « Finalmente siamo a 
Roma : ed io 1* ho tanto desiderato. Ora nessuno ce la toglierà. » 
Potremo metterci accanto VHic manebi-rnus optzme del quale ho 
già parlato, e la frase : 

922. Roma conquista intangibile. 

che s' incontra nel telegramma spedito da Umberto I in risposta 
a quello di felicitazioni del Municipio di Roma per il 20 settem- 
bre 1886, XVI anniversario della breccia di Porta Pia : « Rendo 
con tutta Italia omaggio alla memoria di coloro, che con tanti sa- 
crifizi cooperarono alla intangibile conqtiista, oggi affidata al no- 
stro senno, al nostro patriottismo, alla fedeltà ai principi!, sui quali 
si fonda il risorgimento italiano. » Come episodio ameno della storia 
di questa frase, ricordiamo che nel 1895 ^^ industriale di Milano, 
il signor Carlo Bartezaghi, mise in circolazione delle medagliette 
di bronzo con la lupa e il motto Roma intangibile. Alcuni im- 
broglioni pensarono di dar loro una patina antica e di gabellarle 
ai minchioni come medaglie coniate durante 1' effimera Repubblica 
Romana del 1798. Il bello si fu che diversi musei archeologici 
ci cascarono e che dei numismatici la presero sul serio e si scris- 
sero e stamparono delle memorie, annunziandola come una sco- 
perta importante! 

Scendiamo ancora nello Stivale italico, salutiamo T 

923. Abruzzo forte e gentile. 

come si sogliono chiamare quelle provincie dopo che Primo Levi, 
già direttore della Riforma, pubblicò con lo pseudonimo di Primo 
un volume di bozzetti intitolato appunto Abruzzo forte e gentile, 
impressioni d'occhio e di cuore (Roma, 1882), e giungiamo in riva 
al mare nella incantevole Partenope, che lasceremo, e con lei il 
continente, con le parole : 

924. Addio mia bella Napoli 

che sono il titolo e il principio di una canzone popolare napole- 
tana, d' ignoto autore, ridotta da Guglielmo Cottrau per la rac- 
colta celebre U Eco del Vesuvio; ma si trovano anche nella stretta 
finale del duetto fra basso comico e soprano nello spartito di En- 
rico Sarria, // babbeo e l'intrigante. 



[925] Nazioni, città, paesi 263 

Valicato il mare, prenderemo commiato dalla nostra bella pa- 
tria salutando l' isola di Sardegna e i suoi forti abitatori, per i 
quali è glorioso ricordo 1' antico proverbio : 

925. Sardi vénales, (alius alio nequior). 

(Cicerone, Epìst. ad Fani., lib. VII, ep, 24, 2). 
comune presso gli antichi Romani a indicare cose di malagevole 
spaccio; e secondo Tito Livio (vedi nei suppl. del Freinshemio 
al lib. XX, cap. Ill) ebbe origine dopo il trionfo del pretore Ti- 
berio Sempronio Gracco (a. 577 di Roma) che tornando dall'avere 
debellato la sedizione di Sardegna, ne trasse seco immenso numero 
di schiavi. «^Contrapporsi potrebbe, è vero, all' autorità di Livio 
quella di Plutarco ( Vita Romuh), il quale non agli schiavi di Sar- 
degna, ma ai Vejenti della Toscana 1' origine riferisce di tal motto, 
perchè i Toscani tutti da Sardi, città di Lidia, si diceano discen- 
dere. Io nondimeno porto opinione che nei detti volgari le facili 
letterali derivazioni siano da preporre a quelle più stentate, le 
quali col soccorso si sorreggono di recondite storiche origini : e 
giovami invece, più che il combattere 1' opinione d' uno storico di 
tanto peso, come i nostri scrittori nazionali fecero finora, l' af- 
frontare apertamente tutto il rigore di quella proverbiale ingiuria, 
ed accettarla non senza gloria, dicendo : poter agli schiavi della 
Sardegna convenire un motto attribuito ad un uomo straordinario 
della nostra età [Napoleone I] sugli schiavi d' un' isola alla Sar- 
degna assai vicina, t Non lo niego, egli diceva, giammai i Ro- 
mani comprarono schiavi della mia patria : essi sapevano che avreb- 
bero tentato un* impossibil cosa nel farli piegare alla schiavitù. 
{Mémor. de S.te Hélène, 29 mai 18 16). * Ed in verità io non 
posso che commendare i cittadini romani se nello scorrere le file 
degli schiavi venderecci, imbattendosi in qualcuno di quegli Illesi 
e di quei Balari, e leggendo in quel loro cipiglio la libertà da 
essi non perduta nell' animo, aombravano a quel feroce aspetto, 
e giudicavano fra sé che non avriano il buon pro nel recarsi a 
casa quella generazione irrequieta, fatta per mettere a sbaraglio 
le loro docili gregge di schiavi. Si dica dunque essere pure stati 
gli schiavi sardi mercatanzia di mala vendita: ma dicasi del pari 
che non per altro caddero in tale discredito, che per aver sen- 

925. Sardi da vendere, (l*uno più tristo dell'altro). 



264 Chi V ha detto? [926-927] 

tito, a preferenza di tanti altri popoli di natura più tenera, quanto 
pugnassero questi due vocaboli, uomo e venale. » Così il barone 
Giuseppe Manno nella Storia di Sardegna, sua patria (ediz. di 
Capolago, 1840, to. I, pag. 91). 

Rivalichiamo il Mediterraneo, quel Mediterraneo, le cui chiavi, 
secondo un illustre statista italiano, Pasquale Stanislao Man- 
cini, avrebbero dovuto trovarsi nel Mar Rosso. Il Mancini in- 
fatti, rispondendo nella tornata (antimer.) della Camera dei De- 
putati del 27 gennaio 1885 ad alcune interpellanze sulla politica 
coloniale italiana, osservava : <' Voi temete ancora che la nostra 
azione nel Mar Rosso ci distolga da quello che chiamate il vero 
e importante obiettivo della politica italiana, che deve essere il 
Mediterraneo. Ma perchè invece non volete riconoscere che nel 
Mar Rosso, il più vicino al Mediterraneo, possiamo trovare la 
chiave di quest' ultimo, la via che ci conduca ad una efficace tu- 
tela contro ogni turbamento del suo equilibrio? {Bene! bravo). » 
Tale è la origine della trita frase: 

926. Le chiavi del Mediterraneo sono nel Mar Rosso. 

Rivalichiamo, dunque, il mare, ed eccoci in Francia. Ricor- 
diamoci che qui, a detta dei francesi medesimi, di nulla più dob- 
biamo maravigliarci ; si è attribuita al solito Talleyrand la frase : 

927, En France tout arrive, surtout l'impossible. 

Ma non è cosa sua; e anche questa è una delle tante frasi, più 
o meno argute, di cui gli si è voluto affibbiare una paternità apo- 
crifa. Infatti nei Mémoires di Pierre Lenet (ed. Michaud et 
Poujoulat, pag. 413) si legge che durante i tumulti della Fronda 
il duca de La Rochefoucauld, tante volte citato in queste 
pagine come autore delle troppo famose massime, ebbe il 4 otto- 
bre 1650 un abboccamento col suo potente avversario, il Maza- 
rino, a Bourg presso Bordeaux. Il cardinale condusse seco alla 
messa in carrozza il duca e due persone del seguito (una delle 
quali era il Lenet medesimo), e mentre erano in via, disse sor- 
ridendo : « Qui auroit cru il y a quinze jours, voire huit, que 
nous eussions été tous quatre aujourd'hui dans un même car- 
rosse? — Tout arrive en France, lui repartit le duc de la Ro- 
chefoucauld. » Si cita anche, con diverso concetto, l'inciso staccato : 



[928-930] Nazioni, città, paesi 265 

Tout arrive. 

Ricordiamoci che, volere o no, siamo fra quella che è convenuto 
di chiamare 

928. La grande Nation. 

Napoleone Bonaparte usò la frase in un suo proclama agli 
Italiani del 1797 (Lanfrey, Napoléon I, to. I e soleva ripeterla 
di frequente: vedi anche Las Cases, Memorial de Sainte-Hé- 
lène, sotto la data del 31 ottobre 18 16; anche Napoleone III 
rivendicò al suo grande zio la paternità di questa frase in una 
lettera scritta a Rouher il 12 aprile 1869 per il centenario della 
nascita di Napoleone I. Tuttavia essa si trova già in Goethe, 
Unterhaltungen deutscher Ausgewanderten von 1 793 u. 1795 ^ 
in una lettera di Giuseppe de Maestre al Barone Vignet des 
Etoles del 1794: vedi Glaser, Graf J. de Maistre, Beri., 18O5, 
pag. 17. 

Di frasi italiane sui francesi è spiacevole che il mio taccuino 
non ricordi che l'epigramma di Vittorio Alfieri: 

929. Sempre insolenti 

Coi Re impotenti: 
Sempre ridenti 

Coi Re battenti: 
Talor valenti ; 

Ma ognor serventi, 
Sangue-beventi, 

Regi strömen ti. 

L'Alfieri ne fece 1' epigrafe al rame allegorico che serve d'an- 
tiporta alle stampe del Misogallo, Nel medesimo libro un altro 
epigramma dello stesso autore che ha il num. VIII e la data del 
28 marzo 1793 suona: 

930. Tutto fanno, e nulla sanno; 
Tutto sanno, e nulla fanno: 
Gira, volta, e' son Francesi ; 

Più li pesi. 
Men ti danno. 



266 Chi V ha detto? [931-933] 

Invece, della Germania ho meno agri ricordi: e per prima, l'ar- 
guta definizione che della Prussia ha dato, come si crede, Victor 
Cousin : 

931. La Prusse, le pays classique des écoles et 

des casernes. 

e poi la fiera frase di Bismarck detta nel Reichstag tedesco il 
6 febbraio 1888, a proposito dell'attitudine minacciosa della Rus- 
sia di fronte alla Germania: 

932. Wir Deutsche fürchten Gott, aber sonst Nichts 

in der Welt. 

Germania ed Austria sarebbero il nido dell' uccellacelo di cosi 
ingrata memoria per gl' italiani : 

933. ....l'Aquila grifagna 

Che per più divorar due becchi porta. 

che sarebbero versi di Luigi Alamanni. Narra il Ruscelli che 
Francesco I, dopo la pace di Crespi, mandò l'Alamanni amba- 
sciatore a Carlo V: aveva l'Alamanni nei suoi versi parlato male 
di Cesare, e Francesco intendeva di riconciliarlo con esso. Com- 
parso Luigi dinanzi all' Imperatore, alla presenza di molti e grandi 
personaggi fece una bellissima allocuzione ; alla quale Cesare, es- 
sendo stato attentissimo, poiché fu finita, con volto sereno disse: 

l'Aquila grifagna 
Che per più divorar due becchi porta. 

Questi versi di Luigi, pronunciati dal Monarca quasi a speri- 
mentare lo spirito del poeta, non lo perturbarono ; anzi con grande 
alacrità rispose avere scritto come poeta al quale è proprio il fa- 
voleggiare, ora ragionare come ambasciadore cui si disconviene il 
mentire; avere scritto come giovane, parlare come vecchio. Al- 
lora avere scritto pieno di sdegno e di passione per ritrovarsi dal 
duca Alessandro genero di Sua Maestà cacciato dalla patria, ora 
esser libero d' ogni passione ( Versi e prose di Luigi Alamanni, 
per cura di Pietro Raffaelli, voi. I. Firenze, 1859, pag. xxviii). 
Ma l'Alamanni nell' egloga Admtto Secondo disse veramente : 

932. Noi tedeschi temiamo Iddio, ma nient' altro nel mondo. 



[934"93^] Nazioni, città, paesi 267 

....1' uccel di Giove 
Che per più divorar due bocche porta. 

Potrà non essere senza interesse di sapere che le origini della 
figura araldica dell' aquila bicipite risalgono ben avanti nella notte 
dei tempi. Il To. I, fase. I (1894) della Fondation Eugène Piot, 
Monuments et mémoires^ contiene una memoria di Heuzey, Ar- 
ynoiries chaldéennes de Sirpourla, che descrive un bassorilievo 
di Tello il quale contiene la figura di un-' aquila leontocefala, con 
gli artigli posati sulla schiena di due leoni addossati, e in cui 
r autore vuol vedere lo stemma di Sirpourla. Il monumento che 
risalirebbe ai tempi del re Entemina, cioè al XL» secolo av. C, 
sembra essere il prototipo dell' aquila bicefala di Pteria (Cappa- 
docia), che passò poi nella iconografia dei Bizantini e degli Arabi, 
e finalmente nel blasone degli imperatori germanici. 

934. John Bull. 

è rimasto come designazione collettiva del popolo inglese dopo 
che John Arbuthnot (i 667-1 735), medico e scrittore,- nel 17 12 
pubblicò una satira politica intitolata History of John Bull, il quale 
John Bull, è da notarsi, era un organista di corte, morto il 1628, 
che avrebbe composto nel 1605 l'inno popolare, che comincia: 

935. God save the king. 

Ma quest'attribuzione, sostenuta principalmente verso il 1822 da 
un altro musicista inglese Richard Clark, sembra destituita di ogni 
fondamento : la questione fu discussa a lungo in una serie di ar- 
ticoli comparsi nel Musical Times del 1878. L'inno medesimo 
contende il primato come inno nazionale dell' Inghilterra all' altro 
che comincia: 

936. Rule Britannia! Britannia rulek the waves. 

e che non è altro se non un coro àéiV Alfred di James Thomson, 
scritto nel 1740 in collaborazione con David Mallet (a. II, se. 5), 
per il teatro privato del Principe di Galles, a Cliefden, nel Bu- 
ckinghamshire, e musicato da Arne. Di questo coro che fu poi 

934. Giovanni Bull. 

935. Dio salvi il re. 

936. Sii potente, o Britannia! La Britannia è signora dei mari. 



2b8 Chi V ha detto? [937-940] 

ritoccato da Lord Bolingbroke, scrisse Southey che « it will be 
the political hymn of this country as long as she maintains her 
political power. » Aggiungerò pure che : 

937. Nation of shopkeepers. 

fu detto e si dice ancora dell' Inghilterra. La frase fu attribuita a 
Napoleone, ma è più antica, poiché così chiamava la metropoli 
Samuel Adams nel suo Independent Advertiser del 1748 e ugual- 
mente Adamo Smith nella Inquiry into the nature and causes 
of the wealth of nations (1776), II, 4, 7, 3. E anche a Napo- 
leone si attribuisce 1' altra frase : 

938. Perfida Albione. 

ma pure a torto. Già Bossuet nel sermone detto a Metz sulla 
circoncisione diceva : « L'Angleterre, ah la perfide Angleterre, que 
le rempart de ses mers rendoit inaccessible aux Romains, la foi 
du Sauveur y est abordée» (4e s., III. 32). E il modo col quale 
è usata la frase, mostra eh' essa era già conosciuta. Certo essa è 
francese, poiché antica è l'antipatia della Francia verso l'Inghil- 
terra, cui ci lega invece antica e immutabile amicizia, che trova 
sua base nella gratitudine. In Parlamento fu il deputato Ferdi- 
nando Petruccelli della Gattina il quale primo disse in 
forma sentenziosa che : 

939. L'Inghilterra è la sola amica d'Italia. 

L'on. Crispi, nella seduta della Camera del 26 marzo 1862 
{Discussioni, pag. 1773) aveva ricordato che: « L'Inghilterra al 
i860 impedi l'intervento francese in Sicilia; » e l'on. Petruccelli 
interruppe felicemente: «È la sola amica d'Italia.» 

È nel Faust, V immortale capolavoro di Goethe, che s' incon- 
tra la frase: 

940. Spanien, das schöne Land des Weins und 

[der Gesänge. 

detta da Mefistofele nella Prima Parte (scena della Cantina). Lieto 
paese dunque la Spagna ; ma non meno lieto il Portogallo, se è 
vero che : 



937. Nazione di bottegai. 

940. La Spagna, il bel paese del vino e delle canzoni. 



[941-943] Nazioni, città, paesi 269 

941. Il portoghese è gajo ognor. 

Questo verso è nella infelicissima traduzione italiana del libretto 
dell'opera buffa in 3 atti, Le Jour et la Nuit (parole di A. Van- 
Loo ed E. Leterrier, musica di Carlo Lecocq). Ecco il testo 
originale (a. II, se. 5) : 

Les Portugais 

Sont toujours gais. 

Qu'il fasse beau, 

Qu'il fasse laid. 

Au mois de décembre ou de mai, 

Les Portugais, 

Sont toujours gais ! 

Non sono dei gran bei versi neppure questi, ma in un' operetta 
non è facile trovarne dei molto migliori ! 

Volgiamoci alla Russia, oggi svisceratissima amica della Francia. 
Alla ammirazione dei francesi d' oggidì per la Cosaccheria, aveva 
preluso Voltaire, scrivendo per colmò di cortigianeria, alla im- 
peratrice Caterina II, la Semiramide del Nord: 

942. C'est du Nord aujourd'hui que nous vient 

[la lumière. 

{Epître h l'imperatrice de Russie, Catherine II, 1771, v. 8). 

Napoleone I, vari anni dopo, diceva a proposito della Russia 
e dei suoi destini, la frase famosa che si suole ripetere in questa 
forma : 

943. Dans cinquante ans, l'Europe sera républi- 

caine ou cosaque. 

Essa si legge nel Memorial de Sainte-Hélène del Conte de Las 
Cases. Ma Napoleone I, parlando con Las Cases il 3 aprile 18 16 
delle probabilità di una liberazione da S. Elena, più specialmente 
gli diceva che « enfin, une dernière chance, et ce pourrait être la 
plus probable, ce serait le besoin qu'on aurait de moi contre les 
Russes , car dans l'état actuel des choses, avant dix ans toute 
V Europe peut-être cosaque, ou toute en république (sic) : voilà 
pourtant les hommes d'État qui m'ont renversé » (ediz. di Pa- 
rigi, 1842, pag. 454 del to. I). È singolare come il testo, che 



270 Chi l' ha detto? [944-946] 

corre sulle bocche di tutti sia cosi differente, singolarissima poi 
la sostituzione dei cinquant' zmxìx ai dieci, dovuta certamente a 
qualche bonapartista che volendo conservare la riputazione di pro- 
feta al suo idolo, pensò di rimandare di quarant' anni il giorno 
fissato per il compimento di una delle sue più notevoli predizioni 
politiche. Ma è ancora più singolare come questa sostituzione si 
sia fatta sulle parole di un libro così noto come il Memoriale di 
S. Elena. Si ha da dire forse che i libri più noti sono i meno 
letti, specialmente quando sono della mole indiscreta del Memo- 
rial de Sainte-Hélène? Non sarei alieno dall' accogliere questa so- 
luzione. 

Pure a Napoleone I si attribuisce quest' altra frase sui Russi : 

944. Grattez le Russe, et vous trouverez le Cosaque 

\o le Tartare]. 

ma a torto; semmai essa è del Principe DE LiGNE. Cosi l'Hertslet 
nel suo curioso libro Treppenwitz der Weltgeschichte, IV. Aufl. 
(Berlin, 1895), P^g- S^o. Un altro singolare giudizio sulla Russia, 
è il seguente, che si attribuisce a CustiNE: 

945. Le gouvernement russe est une monarchie 

absolue tempérée par l'assassinat. 

e si dice anche che: Le despotisme, tempere par V assassinat , c'est 
notre Magna Charta, aggiungendo, non so con quale fondamento, 
che così avrebbe parlato un alto funzionario russo all' inviato del- 
l' Hannover, conte Münster, dopo l' assassinio dell' imperatore 
Paolo nel 1801. 

Antichissima è 1' altra locuzione : 

946. La Turchia, il grande malato. 

considerando i numerosi esempi di ogni tempo recatine dal Büch- 
mann nella sua opera magistrale, che cominciano con due canzoni 
popolari tedesche del secolo xvil, 1' una intitolata Der Turk ist 
krank del 1683, l'altra Sultans Krankheit del 1684, ambedue 
del canonico di Bamberga J. Albert Poysel. Il malato però ha 
una costituzione molto robusta, se a dispetto di tanti medici che 
lo hanno spedito, non vuol saperne di andarsene. 



[947-948] Nazioni, città y ^aesi 271 

947. Quid novi ex Africa? 

si chiede di continuo ora che le imprese coloniali africane riserbano 
ogni giorno nuove sorprese, non sempre piacevoli e la frase di- 
scende da una locuzione proverbiale presso gli antichi. Forse la 
menzione più antica è in Aristotile, Htstoria animalium, li- 
bro Vili, cap. 28 : àsl qjépsi ti AißOYj xaivóv ; mentre Plinio 
nella Storia Naturale (lib. vili, cap. 17), dice: 

Semper Africa aliquid novi affert. 

Zenobio dice lo stesso della Libia in particolare (lib. II, § 51); 
ma tutti però intendevano parlare delle molte e strane fiere ond' è 
ricco il continente nero. 



§ 49. . 
Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione 



Esempio famoso di ambizione è la superba impresa del Duca 
Valentino, Cesare Borgia: 

948. Aut Caesar aut nihil. 

Di questa frase, proverbiale in Toscana sotto la forma corrotta : 
O Cesare o Niccolò, dice mons. Paolo Giovio nel Ragionamento 
sopra i motti e disegni d' arme e (f am.ore che com.unem.ent e chia- 
mano imprese (Milano, 1863, a pag. 5), dopo aver premesso che 
per l'anima e il corpo di un'impresa intende il motto e la figura 
di essa : « Cesare Borgia di Valentinois usò un* anima senza corpo, 
dicendo Aut Ccesar, aut nihil, volendo dire, che si voleva cavar la 
maschera e far prova della sua fortuna: onde essendo capitato 
male e ammazzato in Navarra, Fausto Maddalena Romano disse 

947. Che cosa c'è di nuovo dall'Africa? 

948. O Cesare (ossia imperatore) o nulla. 



2 72 Chi l'ha detto '^ [948] 

che il motto si verificò per 1' ultima parte alternativa con questo 
distico : 

Borgia Caesar erat, factis et nomine Gsesar, 
Aut nihil, aut Caesar, dixit: utrumque fuit. 

E certamente in quella sua grande e prospera fortuna il motto fu 
argutissimo, e da generoso, ecc. » — Anche Claude Paradin nelle 
Devises héroïques, di ciii si hanno molte edizioni cinquecentiste, 
sotto la rappresentazione di un Cesare antico che tiene il globo 
del mondo, scrive il nome di Cesare Borgia, e l' impresa Aut 
Ccesar, aut nihil : ne ha dato una piccola riproduzione Carlo Yriarte 
a pag. 114 à&\V o'^^xd. Autour des Borgia (Paris, 189 1). Anton 
Maria Graziani nel Theatrum historicum de virtutibus et vitiis 
illustrium virar um et fœminarum (Francofurti, 1661), parlando 
di Cesare Borgia, dice: « Nominis sui omen secutus, superbum 
vexillis titulum, Aut Cœsar, aut nihil, inscribi jussit; quod San- 
nazarius versiculis haud tamen satis saisis redarguit, 

Aut nihil aut Caesar vult dici Borgia: quidni? 
Quum simul et Caesar possit, et esse nihil. » 

È da notarsi che il Cancellieri nella Lettera al Ciampi sopra le 
sue Feriae Varsavienses e le spade de' più celebri Sovrani e Gene- 
rali [ncìV Effemeridi letterarie di Roma , marzo 1821) parla della 
celebre spada, tutta arabescata, del Valentino, la quale porterebbe 
inciso da ambe le parti il suddetto motto. Ma il Cancellieri fu 
tratto in errore, poiché la preziosa arme, nota fra gli amatori sotto 
il nomignolo di Regina delle Spade, e lavoro finissimo, a quanto 
pensa l' Yriarte, di M. Ercole Fedeli, ebreo convertito di Reggio, 
non contiene affatto quel motto, benché porti altre divise cesariane, 
come le seguenti: Cum- nomine Cœsar is om.en, /acta est alea. 
Questa spada che fu già del famoso abate Galiani, appartiene oggi 
alla famiglia principesca romana Caetani di Sermoneta : vedansi un 
articolo di A. Ademollo, La spada del Duca Valentino nel Fan- 
fulla della Domenica, n. 23-24, anno 1879, e 1' opera citata del- 
l' Yriarte, di cui la terza parte é appunto dedicata alla spada di 
Cesare Borgia. 

Anche di Giulio Cesare si narra (Plutarco, Vita Cœs., cap. XI) 
che volesse piuttosto essere il primo in un povero villaggio delle 
Alpi che il secondo a Roma. Ma è umano sentimento questo di 



[949"95^] ^S^S^^^i ambizione, vanità^ presunzione zy^ 

voler primeggiare, anche in un campo modesto : per cui svariate 
sono le ambizioni secondo che variano le condizioni e le attività 
degli individui, e cosi soleva il Vedova, famosissimo artista co- 
mico, soddisfare alla propria vanità, dicendo : 

949. Mi SO el più gran tirano dopo Dio. 

come ugualmente si narra che Alessandro Lanari, notissimo impre- 
sario teatrale fiorentino, esclamasse un giorno: «Io sono, dopo Dio, 
il primo impresario » ; e subito si correggesse preso dalla più le- 
gittima ammirazione, o indulgenza verso di sé, soggiungendo : 
«Posso, anzi, veramente dirmi il vero Dio degl'impresarii. » 

Com' è lontana questa innocente ambizione da quella del potente 
re di Spagna, Carlo V, il quale, secondo che narra la leggenda, 
si vantava che 

950. Nei miei regni non tramonta mai il Sole. 

Non si conoscono le origini di questa frase. Il Büchmann cita 
per una certa analogia un passo di Erodoto {Hist., lib. VII, 
cap. 8) che fa dire a Serse qualcosa di simile ; il Guarini nel pro- 
logo del Pastor fido, volgendosi a Caterina d'Austria, la chiama: 

Altera figlia 
Di quel Monarca, a cui 
Né anco quando annotta, il Sol tramonta; 

e Schiller nel Don Carlos (atto I, se. 6), cosi fa parlare Fi- 
lippo II : 

Die Sonne geht in meinem Staat nicht unter. 

Parenti molto prossimi dell'ambizione sono l'orgoglio e la vanità. 

In quanto a vanità, credo che non potrebbe essere da alcuno 
superata quella di Cicerone, se sue veramente fossero le parole 
attribuitegli da Giovenale : 

951. O fortunatam natam me consule Romam. 

{Satira X, v. 122). 

Era 1* orgoglio che ispirava Argante quando al troppo audace 
Ottone rivolse le superbe parole : 

951. O fortunata Roma, nata sotto il mio coasolato! 
19 



274 Chi V ha detto? [952-956] 

952. Renditi vinto; e per tua gloria basti 
Che dir potrai che contro me pugnasti. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. IV, ott. 32). 

ed hanno ugualmente sapore di orgoglio misto con arroganza que- 
ste altre: 

953. Rispondo che non rispondo. 

dette nel Parlamento Subalpino da Giov. Filippo Galvagno, 
ministro dell'Agricoltura, poi dell' Interno, e quindi di Grazia 
e Giustizia nel gabinetto Delaunay-D' Azeglio (1849-52); e que- 
ste pure: 

954. Piace a me e basta. 

dette dall' onor. Agostino Depretis in Parlamento rispondendo 
all' onor. Bosdari per difendere i propri criteri di sicurezza pub- 
blica ; ma il vecchio ministro probabilmente si espresse con troppa 
ingenuità, e la parola, caso insolito in lui, tradì per quella volta 
il pensiero. 

Dei pericoli dell' ambizione e dell' orgoglio avverte il poeta la- 
tino che 

955. .... Feriuntque summos 
Fulmina montes. 

(Orazio, Odi, lib. Il, od. 10, v. 11-12). 

e la morte di un superbo, colpito dalla folgore del fato, è ben 
dipinta dall' Ariosto: 

956. Bestemmiando fuggì l'alma sdegnosa 

Che fu sì altiera al mondo e sì orgogliosa. 

{Orlando Furioso, e. XLVI, ott. 140). 

Così, con la morte di Rodomonte ucciso da Ruggero, finisce il 
poema del gran ferrarese. Si confronti con la fine àtXC Eneide (e. XII, 
V. 952) e la morte di Turno: 

Vitaque cum gemitu fugit indignata sub umbris. 

E a proposito di Rodomonte, non sarà inutile di ricordare, 

955. Le folgori colpiscono i monti più alti. 



[957-962] Orgoglio, ambizione, vanità, presunzione 275 

che il suo nome, cui l'Ariosto dette tanta fama, è passato in pro- 
verbio a indicare un millantatore, uno spaccone, un 

957. Miles gloriosus. 

che è poi il titolo di una commedia di Plauto. 

La gara delle mondane vanità è con frase moderna espressa 
nel titolo scultorio dato da Thackeray a uno dei suoi migliori 
romanzi, pubblicato nel 1847: 

958. Vanity Fair. 

che per altro il Thackeray tolse a un racconto di Bunyan della 
serie The Pilgrims Progress (i 678-1 684). A confronto dei vanitosi 
si può osservare che 

959. La vertu n'irait pas loin, si la vanité ne lui 

tenait compagnie. 

(La Rochefoucauld, Maximes, % 200). 

Anche Seneca dice : « Tolle ambitionem et fastuosos spiritus, 
nullos habebis nee Piatones, nee Catones, nee Scaevolas, nee Sci- 
piones, nee Fabricios. » 

Dalle Massime già citate del La Rochefoucauld traggo queste 
altre due di argomento analogo : 

960. Si nous n'avions point d'orgueil, nous ne 

nous plaindrions pas de celui des autres. 

(§ XXXIV). 

961. Quelque bien qu'on nous dise de nous, on 

ne nous apprend rien de nouveau. 

(§ cccin). 

AU* orgoglioso che non vuole riconoscere i propri difetti, le pro- 
prie colpe ed ha occhi soltanto per quelle degli altri, si può ripe- 
tere il motto biblico: 

962. Medice, cura te ipsum. 

(Evang. di S. Luca, cap. IV, v. 23). 

957. Soldato millantatore. 

958. La fiera della vanità. 
962. Medico, cura te medesimo. 



276 Chi l'ha detto? [963-967] 

Un orgoglioso era pure quel 

963. Fiorentino spirito bizzarro. 

(Dante, /«/^rwo, e. Vili, v. 62). 

cioè Filippo Argenti, cosi beffato da Dante nella Divina Com- 
media^ e di cui piacevolmente novella anche il Boccaccio nel De- 
camerone (giorn. IX, nov. 8). 

La superbia del resto scava a sé dinanzi la fossa, e accieca 
1' uomo al punto da non fargli vedere la propria imminente ro- 
vina e da impedirgli di procacciarvi riparo : 

964. Contritionem praecedit superbia. 

{Proverbi di Salomone, cap. XVI, v. 18). 



§ 50. 
Ostinazione, ricredersi, pentirsi 



Non doveva essere facile a piegare quella brava signora della 
sposa di Don Ferrante, di cui il Manzoni diceva che 

965. Con le idee donna Prassede si governava come 

dicono doversi far con gli amici ; ne aveva po- 
che, ma a quelle poche era affezionata assai. 

(/ Promessi Sposi, cap. XXV). 

e della stessa farina è la bella Rosina, che dopo avere più volte 
ripetuto : 

966. Lo giurai, la vincerò. 

ha la faccia franca di cantare: 

967. Io sono docile -son rispettosa, 

Sono obbediente - dolce amorosa, 
Mi lascio reggere - mi fo guidar. 

964. Alla caduta va innanzi la superbia. 



[968-969] Ostinazione^ ricredersi, pentirsi 277 

però soggiunge subito : 

Ma se mi toccano - dov' è il mio debole, 
Sarò una vipera - e cento trappole 
Prima di cedere - farò giocar. 

(// Barbiere di Siviglia, parole di Cesare 
Sterbini, musica di Rossini, a. I, se. 4). 

Proverbiale è anche la rigida ostinazione dei militari: 

968. Nel militare, il superiore ha sempre ragione 

ma specialissimamente poi quando ha torto. 

Cosi finisce la classica commedia di Paulo Fambri, // caporal di 
settimana (a. Ili, se. 13); ma vi si aggiunge: « La è una massima 
però di cui l' inferiore deve ricordarsi sempre, e il superiore mai. » 
Non mancano gli esempi storici di ostinazione, e forse il più ce- 
lebre è quello ricordato dalle parole: 

969. Sint Ut sunt aut non sint. 

Fu detto che così rispondesse il P. Lorenzo Ricci, ultimo Ge- 
nerale dei Gesuiti, al papa Clemente XIV, che lo sollecitava a una 
riforma della Compagnia. Vedasi la Vita del Sommo Pontefice 
Clem.ente XIV Ganganelli trad, dall' origin, franc, del sig. Mar- 
chese Caraccioli (Firenze, 1 775), a pag. 11 5. « Vedeva in fine, che 
avevano eglino stessi acconsentito alla loro annichilazione col di- 
chiarare senz' ambiguità per bocca del loro Generale, che avevan 
più caro di non più esistere, che di sottoporsi ad una riforma : 
Sint ut sunty aut non sint. 

e Questa risposta temeraria fece tanto maggior sorpresa, quan- 
tochè essi non ignoravano, che la Chiesa stessa si riforma in ciò che 
riguarda la disciplina, e che dovevano ricordarsi che Benedetto XIV 
parlando al Padre Centurioni loro Generale, gli aveva detto espres- 
samente: egli è di fede che io avrò un successore, ma non è di fede 
che ne averete uno ancor voi. 

« Tanto è vero, che gli uomini che hanno più spirito, diventano 
facilmente ciechi sopra i loro proprj affari, e che la reputazione 
che godevano i Gesuiti da lungo tempo, gli aveva abbagliati: Si 

969. O siano come sono, o non siano affatto. 



278 Chi V ha detto? [970] 

credettero necessarj, diceva il Cardinale Stoppani, e questo fu il 
loro male. » Ciò sarebbe seguito nel 1773. 

D'altra parte il Crétineau-Joly, storico più diligente ma anche 
sospetto di parzialità per la Compagnia, nella sua storia della sop- 
pressione dei Gesuiti {Clément XIV et les Je'suites, Paris, 1848, 
pag. 381), parlando del processo che dopo il Breve di soppressione 
fu istruito contro la Società di Gesù, dice: « Le procès contre les 
Jésuites embarassait beaucoup plus les Cardinaux instructeurs que 
les accusés eux-mêmes ; on résolut de le faire traîner en longueur. 
Ce fut alors qu'on exhuma les paroles, presque sacramentelles, 
mises dans la bouche de Ricci, ce fameux : Stnt ut sunt, aut non 
stnt, qui n'a jamais été prononcé, mais que tous les Pères de l'In- 
stitut ont pensé, car il était la conséquence de leurs vœux et de 
leur vie. » Ed in nota aggiunge: «C'est Caraccioli, dans son ro- 
man sur Clément XIV, qui attribue au P. Ricci ce mot devenu 
célèbre. Le Général des Jésuites ne l'a jamais prononcé devant le 
pape Clément XIV, puisqu'il lui fut impossible de l'entretenir de- 
puis son élévation au siège de Pierre [ciò che ho trovato confer- 
mato anche da altri istorici]. Ces paroles sont tombées de la bouche 
de Clément XIII, lorsqu'en 1761 le Cardinal de Rochechouart, 
ambassadeur de France à Rome, lui demandait de modifier essen- 
tiellement les Constitutions de l'Ordre. On voulait un supérieur 
particulier pour les Jésuites français ; alors le Pape, résistant à 
ces innovations proposées, s'écria: Qu'ils soient ce qu'ils sont ou 
quHls ne soient plus! » 

In luogo di questa temeraria risposta si suole adoperare anche 
la frase più laconica: 

970. Se no, no. 

che risale alla vetusta costituzione aragonese. Finché l'Aragona 
formò un regno distinto, l'autorità del re era molto ristretta, e 
le Cortes, che si adunavano ogni anno per deliberare sugli affari 
del paese, erano convocate pure straordinariamente all' avveni- 
mento di ogni nuovo principe per ricevere da lui il giuramento di 
conservare intatti i loro fueros, o privilegi, e in ricambio gli 
prestavano giuramento condizionato di fedeltà. La formula di cui 
si sarebbe servito il /usttza o gran giustiziere nell' incoronare il 
novello re, cosi è riportata (Ant. Perez, Ohras y relaciones, 1676, 



[97o] Ostinazione, ricredersi, pentirsi 279 

pag. 143): «Nosotros, que, cada uno por si, somos tanto comò 
OS, y que juntos podemos mas que os, os hacemos nuestro rey, 
con tanto que guardareis nuestros fueros ; sino, no » (cioè. Noi, 
che individualmente siamo tanto quanto voi, e che riuniti siamo 
più potenti di voi, vi facciamo nostro re, a condizione che ri- 
spetterete i nostri privilegi; se no, no). \ fueros aragonesi furono 
soppressi in parte da Carlo V, in parte da Filippo V : ma con- 
vien dire che questa formula non si trova in nessun corpo legale 
né in alcun antico documento, per cui non è ritenuta autentica 
anche perchè la lingua del testo quale comunemente si riporta, 
non corrisponde al tempo al quale la si attribuisce, vale a dire 
fra il 1 193 e il 1213. Un autore spagnuolo. Quinto, ha scritto su 
questo argomento il trattato Del juramento politico de los anti- 
guos reyes de Aragon, dove sostiene che la suddetta formula fu 
inventata, forse non precisamente negli stessi termini, dal giure- 
consulto francese Francesco Hotman, e alterata poi a mano a 
mano fino a diventare, quale oggi comunemente si cita. Ma forse, 
pure non essendo autentica, qualche fondamento deve avere, ipo- 
tesi non improbabile dato il carattere altiero dei baroni aragonesi : 
e in tal caso le origini potrebbero trovarsene nella formula di 
giuramento riportata nel cosiddetto Fuero Juzgo : « Rey seras si 
fecieres derecho, et si non fecieres derecho, non seras Rey. - Rex 
eris si recte facis, si autem non facis, non eris. » Queste stesse 
parole. Se no, no, hanno un posto anche nei fasti dell' italiano 
risorgimento, poiché si trovano già come epigrafe della famosa 
lettera di Gius. Mazzini a Carlo Alberto firmata Un italiano e 
pubblicata nel 183 1 a Marsiglia con la falsa data di Nizza; quindi 
furono nobilmente usate da Daniele Manin il quale scriveva a 
Lorenzo Valerio nel settembre del 1855 : « Io repubblicano, pianto 
il vessillo unificatore. Vi si rannodi, lo circondi e lo difenda chiun- 
que vuole che l' Italia sia, e l' Italia sarà. Il partito repubblicano 
dice alla Casa di Savoia: Fate l'Italia, e sono con voi; se no^ no. 
E ai costituzionali dice: Pensate a fare l'Italia e non ad ingran- 
dire il Piemonte: siate Italiani e non municipali, e sono con voi: 
se no, no. » 

Accanto alle sfide vere o apocrife che siano dei principi Ara- 
gonesi e dei Gesuiti, potremo mettere una parola rimasta celebre 
nella storia dell'/italiano risorgimento : 



28o Chi V ha detto? [971-972] 



971. Jamais 



Nella seduta della Camera francese del 5 dicembre 1867, Eugenio 
RoUHER, ministro di Stato, rispondendo alle numerose interpel- 
lanze sull'intervento francese a Roma, disse: « Maintenant j'ar- 
rive au dilemme: le pape a besoin de Rome et l'Italie ne peut s'en 
passer. Nous déclarons que l'Italie ne s'emparera pas de Rome 
{ Vif mouvefnent et applaudissements prolonge's). Jamais la France 
ne supportera une telle violence faite à son honneur, faite à la ca- 
tholicité ! {Nouvelle et vive approbation). Elle demandera à l'Italie 
la rigoureuse et énergique exécution de la convention de septem- 
bre, sinon elle y suppléera elle-même. Est-ce clair ? {Nouveaux ap- 
plaudissements). » {Compte-rendu analytique des Séances du Corps 
Législatifs session 1868, to. I, pag. 62). - Bisogna però riconoscere 
che queste dichiarazioni gli erano state quasi suggerite da uno de- 
gli interpellanti, Thiers, il quale nella seduta precedente, aveva 
detto che se egli fosse stato Rouher, avrebbe parlato francamente 
e chiaramente all' Italia: « Dans aucun cas, je ne vous abandonne- 
rai le pape. Que je sois à Rome, à Civita-vecchia ou même à Tou- 
lon, tenez pour certain que dans aucun cas, ni par les moyens 
moraux ni par les moyens immoraux, vous n'aurez Rome. » 

Uno stornello di Francesco Dall' Ongaro cosi rintuzzava la 
vanitosa burbanza del ministro francese: 

Giam?nai, signore, è una parola snella : 

Un di la nota e 1' altro la cancella. 
E e' è un proverbio nel nostro idioma : 

Tutte le vie ponno condurre a Roma. 
E in onta al Chassepot che fa prodigi, 

Tutte le vie conducono a Parigi. 

ciò che doveva vedersi infatti tre anni dopo! 

Il penultimo verso ricorda la nota frase del generale De Failly : 

972. Les Chassepot ont fait merveille. 

Il generale De Failly. la sera medesima della battaglia di Mentana 
(3 novembre 1867), ne avvisava il suo governo con un primo te- 
legramma da Roma che non fu pubblicato. Invece il Moniteur 
Universel del io novembre pubblicò un telegramma più partico- 
lareggiato del generale stesso, comandante in capo.del corpo di spe- 



[972] Ostinazione^ ricredersi ^ pentirsi 281 

dizione a Roma, con la data del 9 novembre, il quale termina 
con queste frasi : 

« Le 6 novembre, la population romaine a fait aux troupes un 
accueil triomphal. Votre Excellence va recevoir un rapport plus 
détaillé. Notre présence à Rome était urgente pour la sauver; je 
garantis la sûreté des États pontificaux contre les bandes insurgées. 
Nos fusils Chassepot ont fait merveille ! » 

Pare che veramente il governo francese tenesse a essere raggua- 
gliato sollecitamente della prova che aveva fatto quel fucile a per- 
cussione e a retrocarica che, inventato nel 1857 da Antoine Chas- 
sepot, e adottato il 30 agosto 1866 per l'esercito francese, tirava 
per la prima volta a Mentana sui bersagli umani. 

In ogni modo la frase, detta forse senza maligni intendimenti, 
appena fu nota suscitò un vero tumulto d' indignazione in Italia 
e in Francia; e l' eco se ne ripercosse fino alla tribuna francese, poi- 
ché nella tornata del Corpo Legislativo del 2 dicembre, mentre 
si svolgevano le interpellanze suU' intervento francese a Roma, e 
Jules Favre faceva una violenta diatriba contro la politica illibe- 
rale e antiumanitaria del gabinetto Rouher, a un certo punto Eu- 
genio Pelletan interruppe esclamando: 

« Il fallait essayer les fusils Chassepot ! » 

Dopo rumorose esclamazioni della Camera, Jules Favre riprende 
la parola e continua : 

«....Nos troupes soutiennent le corps pontifical avec leurs 
armes perfectionnées qui font tomber les hommes comme les épis 
sous la faux du moissoneur. {Interruptions). 

« Une voix. C'est une insulte à l'armée! 

« Favre. De là la phrase qui a produit en Europe une si triste 
impression: le fusil Chassepot a fait merveille. {Bruyante inter- 
ruption). 

•? Pelletan. C'est une indignité! {Bruit). 

« Favre. Je comprends, je subis les nécessités de la guerre, 
mais j'avoue que je suis attristé lorsque je rencontre dans un rap- 
port cette glorification de la destruction des hommes. {Nouveau 
bruit). 

« Et cette parole n'a pas seulement blessé les cœurs français, 
elle a été accueillie en Italie avec une émotion indescriptible. {In- 
terruptions)^ 



282 CM V ha detto? [973-974] 

« Oui, l'émotion a été telle en Italie qu'il n'y a eu qu'un cri 
d'indignation contre la France. {Bruit). » 

E veramente gli animi erano allora concitatissimi contro la Fran- 
cia fino a metterci quasi in procinto di romperle guerra : ma tre 
anni dopo il fucile ad ago prussiano doveva fare le vendette delle 
meraviglie operate dallo Chassepot! 

Si ritiene da molti che nel medesimo telegramma del De Failly, 
si trovi un' altra frase che fu pure notata : 

973. Toutes les troupes campèrent sur le champ 

de bataille. 

Ma è un errore : codesta frase si trova invece nel rapporto ufficiale 
mandato per posta dal De Failly 1' 8 novembre. Ma si sa bene che 
quel generale francese che mostrò di rispettare si poco la verità, 
come poco rispettava i vinti anche se feriti, disse con quelle pa- 
role una vanitosa menzogna. Il campo di battaglia era Mentana 
stessa, dove i francesi non ardirono entrare, e per quella notte 
essi ne dormirono fuori. 

È perciò inesatta pure la tradizione che vuole che il famoso te- 
legramma fosse spedito da Mentana la sera medesima del 3, e che 
mostra in una villa presso il paese il tavolino sul quale il De Failly 
r avrebbe scritto. 

La storia parlamentare francese ci serba memoria anche di 
un' altra frase famosa, posteriore in tempo alle ultime citate : 

974. Se soumettre ou se démettre. 

Essa fu detta da Leone Gambetta nel conflitto sorto in Fran- 
cia nel 1877 tra la maggioranza repubblicana della Camera da una 
parte, il Presidente Mac-Mahon, il ministero De Broglie-Fourtou e 
il Senato dall' altra. Il 1 5 agosto Gambetta pronunziò a Lilla in un 
banchetto un famoso discorso, nel quale esponeva la situazione e 
concludeva con queste parole: « Quand la France aura fait enten- 
dre sa voix souveraine - (erano imminenti le elezioni generali) - 
croyez -le-bien, messieurs, il faudra se soumettre ou se démettre. » 
Il gabinetto De Broglie, dopo qualche giorno, ordinò al Procu- 
ratore Generale della Repubblica di procedere contro Gambetta 
per il suo discorso, e precisamente per la frase rimasta celebre : e 
Gambetta, citato innanzi alla lo^ camera del Tribunale della Senna 



[975"978] Ostinazione^ ricredersi, pentirsi 283 

come imputato di offesa alla persona del presidente della Repub- 
blica, e di oltraggi ai ministri, fu condannato in contumacia l' 1 1 set- 
tembre a tre mesi di prigione e 2000 franchi d'ammenda. 

Gli esempi citati sarebbero tutti di ostinazione nelle idee, dalla 
quale nasce la ostinazione nelle opere, bella e lodevole quando si 
tratti del bene, biasimevolissima quando si tratti del male. Le pa- 
role di Medea: 

975. Video meliora proboque: 

Deteriora sequor. 

(Ovidio, Metamorfosi, lib. VII, v. 20-21). 
di cui si ha la traduzione italiana in un verso del Petrarca : 

976 Veggio 1 meglio ed al peggior m'appiglio. 

[Canzone in vita di M. Laura, num. XVII, 
secondo il Marsand, comincia: I' va pen- 
sando e nel pensier nC assale, num. XXI 
nell'ediz. Mestica; ultimo verso). 

e in quelli del Foscolo, che dice di sé (Son. Il proprio ritratto): 

.... Do lode 
Alla ragion, ma corro ove al cor piace. 

esprimono un sentimento pur troppo assai comune, benché i mo- 
ralisti tuonino contro la pervicacia nell' errore. Infatti Cicerone 
scrive : 

977. Cujus vis hominis est errare, nullius nisi in- 

sipientis in errore perseverare. 

{Filippiche, XII, 2). 

sentenza imitata in un noto adagio scolastico che i più cercano 
inutilmente nella Bibbia : 

978. Errare humanum est, perseverare autem dia- 

bolicum. 

La prima parte è anche un emistichio àeW Antilucrèce del Car- 
dinale di PoLiGNAC, lib. V, V. 59. Invece Pope scriveva: 

975- Veggo il meglio e l'approvo; ma seguo il peggio. 

977. Chiunque può errare, ma soltanto lo sciocco persevera nel- 

r errore. 

978. L'errare è cosa umana, il perseverare nel male invece è 

diabolico. 



284 Chi V ha detto? [979-982] 

979. To err is human, to forgive divin. 

{Essay on Criticism, p. II, line 325). 

Perchè dunque ostinarsi nell' errore e rispondere burbanzosa- 
mente : 

980. Quod scripsi, scripsi. 

( Vang-, di S. Giovanni, cap. XIX, v. 22). 
come Pilato rispose ai Sacerdoti che volevano fargli cambiare il 
cartello posto sulla croce di Cristo; e le parole medesime si usano 
assai sovente come perentorio rifiuto di mutare sillaba agli ordini 
dati, alle cose dette o scritte. A Baldassarre Cossa, che fu papa 
col nome di Giovanni XXIII, e che il Concilio di Costanza ob- 
bligò ad abdicare nel 14 15, dopo la sua morte a Firenze nel 1419, i 
Medici fecero costruire un mausoleo in S. Giovanni dal Donatello. 
Papa Martino V chiedeva che le parole scrittevi, Quondam Papa, 
fossero cancellate e sostituite invece dalle altre, Quondam Cardi- 
nalis; ma la Signoria Fiorentina rispose semplicemente: Quod 
scripsi, scripsi. 

Ma inutile è il fare intender ragione a chi non vuol sentirla : 
non e' è peggior sordo di chi non vuole intendere, egli è come 
gli dei bugiardi della Bibbia, che 

981. Os habent, et non loquentur: oculos habent, 

et non videbunt. 

(Salmo CXIII, v. 13 e Salmo CXXXIV, v. 16). 
e quando non si vuole udir ragione, com' è facile di trovare il 
torto dalla parte di coloro che non pensano come noi ! È anche tal- 
volta questione di falso amor proprio, di rispetto umano, poiché 

982. L'amour propre fait que nous ne trouvons 

guères de gens de bon sens, que ceux qui 
sont de notre avis. 

come è detto nelle vecchie edizioni delle Maximes de La Ro- 
chefoucauld, mentre nell'ediz. definitiva del 1678 la sentenza 

979. Errare è umano, dimenticare è divino. 

980. Quel che scrissi, scrissi. 

981. Hanno bocca, ma non parleranno; hanno occhi, ma non ve- 

dranno. 



[983-988] Ostinazione, ricredersi, pentirsi 285 

è così mutata : « Nous ne trouvons guère de gens de bon sens 
que ceux qui sont de notre avis » (§ CCCXLVIII). 

Invece il savio, non esita a riconoscere il proprio errore e al- 
lora sa mutare opportunamente il proprio giudizio e le proprie 
decisioni : 

983. Variano i saggi 

A seconda de' casi i lor pensieri. 

(Metastasio, Bidone- abbandonata^ a. I, se. 5). 

e l'onest'uomo, se ha fallato, deve riconoscere il suo errore e 
pentirsene, poiché tale è il desiderio non solo degli uomini ma 
anche della eterna giustizia, la quale ha dichiarato : 

984. Non volo mortem impii, sed ut convertatur 

et vivat. (Ezechiele, cap. XXXIII, v. 14). 

Si penta dunque, e chieda perdono a coloro che ha offesi, non 
però a mo' di quel tristanzuolo, che diceva: 

985. S'io ho fallato, perdonanza chieggio : 

Quest' altra volta so eh' io farò peggio. 

una delle solite uscite di Margutte nel Morgante Maggiore del 
Pulci (c. XIX, ott. 100); piuttosto si serva delle parole del Salmista : 

986. Delieta juventutis meae et ignorantias meas 

ne memineris \pominé\. ^saimo xxiv, v. 7). 

e copra il suo viso di quel rossore che è la migliore confessione 
del fallo, come si canta anche nella Sonnambula di Felice Ro- 
mani (musica di V. Bellini, a. Ili, se. 8) : 

987. Ve lo dica il suo rossore. 

Il rossore e la confusione di chi si riconosce in colpa sono tal- 
volta larga espiazione del suo errore, come già osservava il no- 
stro maggior poeta, cui Virgilio confortava dicendo: 

988. Maggior difetto men vergogna lava. 

(Dante, Inferno, e. XXX, v. 142). 

984. Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva. 
986. Non ti ricordare, o Signore, de' delitti della mia giovinezza, 
né delle mie ignoranze. 



286 Chi Vha detto? [989-991] 

cioè anche una minore vergogna sarebbe sufficiente a lavare un 
errore più grave. 

Il pentimento venga in tempo, se non si vuol pagarlo troppo 
caro, e così dicendo la memoria suggerisce subito una frase famosa : 

989. Pœnitere tanti non emo. 

(Aulo Gellio, Nodes Attica, lib. I, e, 8, § 6). 

che fu la risposta di Demostene alla cortigiana Laide la quale gli 
aveva chiesto 10,000 dramme come prezzo dei suoi favori. 

990. Ablue peccata, non solum faciem. 

è la traduzione latina di una iscrizione bizantina, che si legge, 
o si leggeva, intorno al battistero della basilica di S. Sofia in 
Costantinopoli, e si trova anche ripetuta in quello della chiesa di 
Notre-Dame-des-Victoires a Parigi. Essa era cosi scritta in greco: 

NIWONANOMHMATAMHMONANOWIN 

e come si vede conservava lo stesso significato, tanto se letta 
da destra a sinistra, quanto da sinistra a destra. 



§ 51. 
Ozio, industria, lavoro 



La frase, tanto rimproverata a noi italiani, e specialmente ai 
meridionali, del 

991. Dolce far niente. 

sembra derivi nientedimeno che da Plinio il giovane, il quale 
nel lib. Vili delle Epistole (ep. 9), scrisse : illud iners quidem 
jucundum tarnen nil agere. Anche Cicerone {De oratore^ lib. II, 
cap. 24) pensava che: Nil agere delectat. Ma il rimprovero è 

989. Non pago così caro un pentimento. 

990. Lava anche i tuoi peccati, non soltanto la faccia. 



[992-994] Ostinazione, ricredersi, pentirsi 287 

poi giusto? Scriveva Pasquale Villari a tal proposito nelle Lettere 
meridionali (2» ediz., Torino, 1885, a pag. 48): « ....Io non vo- 
glio tralasciar di notare che questa gente cosi male compensata, 
è tra quelle che in Europa lavorano di più. Ricordo di aver letto 
una tale osservazione in un' inchiesta inglese fatta per ordine di 
lord Palmerston. Ho conosciuto anche un tedesco, occupato molto 
nella escavazione delle miniere, il quale, essendo andato a pas- 
sare alcuni mesi di riposo nelle campagne napoletane, mi disse 
un giorno a Firenze : — Il dolce far niente degli Italiani, almeno 
là dove io sono stato, è una calunnia atroce. Sarebbe impossi- 
bile piegare il nostro contadino o il nostro operaio ad un lavoro 
così duro e prolungato, come quello che fanno i vostri conta- 
dini. — » 

Ecco il Giusti, che nel Gingillino (str. 2) vilipende la 

992. Ciurma sdraiata in vii prosopopea, 

Che il suo beato non far nulla ostenta. 

ma l'Apostolo minacciò gli oziosi di farli digiunare, poiché: 

993. Si quis non vult operari, nec manducet. 

(S. Paolo, Ep. II ad Thessalonicenses, cap. 3, v. 10). 

e se pure chi passa la sua vita oziando, non sempre ci soflFre del 
ventre, ci soflFre sempre in reputazione, poiché : 

994. ^ .... Seggendo in piuma 

In fama non si vien, né sotto coltre. 
Senza la qual chi sua vita consuma, 

Cotal vestigio in terra di sé lascia «^ 
Qual fummo in aer ed in acqua la spuma, j 

(Dante, Inferno, e. XXIV, v. 47-51). ^ 

Un freddurista scriveva che questa sentenza dantesca non era tanto 
assoluta da non ammettere delle onorevolissime eccezioni, per esem- 
pio il Monti, di cui corre fama che scrivesse stando in letto la 
maggior parte delle sue opere, sicché può dirsi che la gloria venne 
a visitarlo sotto coltre. E lo stesso faceva il celebre tipografo ed 
editore Niccolò Bettoni. 

993. Se alcuno non vuol lavorare, neppure mangi. 



288 Chi V ha detto? [995-998] 

Ma lasciando i traslati, è ovvio che senza fatica non si con- 
quista nessun bene: 

995. Nil sine magno 
Vita labore dedit mortalibus. 

(Orazio, Satire, lib. I, sat. 9, v. 59-60). 
Del resto, che cos'è mai la vita dell'ozioso? 

996. Il viver si misura 
Dall'opre e non dai giorni. 

(Metastasio, Ezio, a. Ili, se. 1). 

L' assidua laboriosità di colui che fa del lavoro una seconda na- 
tura, è espressa con il classico adagio : 

997. Nulla dies sine linea. 

che giusta l'autorità di Plinio {Hist. Nat., lib. XXXV, cap. 36, 
§ 12), trasse origine dal greco pittore Apelle, il quale non lasciò 
passar giorno senza tirare almeno una linea per tenersi sempre in 
esercizio nell'arte in cui divenne eccellente. Avvertasi però che 
il testo pliniano conferma che già da tempo antico esisteva il pro- 
verbio, ma non ne dice il testo preciso ; ecco le parole di Plinio : 
« Apelli fuit alioqui perpetua consuetudo, numquam tam occupa- 
tam diem agendi, ut non lineam ducendo exerceret artem ; quod 
ab eo in proverbium venit. » - « Di questo motto non ha guari fu 
detto argutamente che un ministro italiano lo traduceva, con li- 
bertà troppo grande, cosi: nessun giorno senza corbelleria. » (Van- 
nucci, Prov. lat., II). 

A indicare dove giacciano le peculiari difficoltà di un lavoro, 
si può usare 1' emistichio virgiliano : 

998. Hoc opus, hic labor. 

(Virgilio, Eneide, lib. VI, v. 129). 

mentre nello stesso poeta troviamo i due versi seguenti utilissimi 
a significare come il lavoro e la necessità giungano a superare ogni 
difficoltà : 

995. La vita nulla ha mai dato ai mortali senza grande fatica. 

997. Nessun giorno senza una linea. 

998. Questo è il lavoro, questa è la fatica. 



[999*ï0O4] Ostinazione, ricredersi, pentirsi 289 

999. Labor omnia vincit 

Improbus, et duris urgens in rebus egestas. 

(Georgiche, lib. I, v. 145-146). 

Il primo emistichio è citato anche separatamente, ma snaturandone 
il concetto; ugualmente succede di un'altra sentenza dello stesso 
poema, della quale si citano d' ordinario soltanto le prime parole : 

1000. In tenui labor, at tenuis non gloria. 

{Georgiche, lib. IV, v. 6). 
Questo verso loda l' industrioso artefice che cura anche i più pic- 
coli particolari dell' opera sua, la quale perciò acquista pregio 
soprattutto dall'abilità del lavoratore. È quindi il caso di ripe- 
tere che: 

looi. Materiem superabat opus. 

(Ovidio, Metamorfosi, lib. II, v. 5). 

come fu detto a proposito del palazzo del Sole, che aveva porte 
di argento di finissimo lavoro, opera di Vulcano. 

Da Ovidio trarremo pure la frase seguente, che indica i sen- 
timenti di un autore fiero del proprio lavoro: 

1002. Auctor opus laudat. 

{Ex Ponto, e. Ili, 9, 9). 
Ove 1* arte aiuti od imiti la natura, ma abilmente si celi, sarà il 
caso di dire quel che il Tasso dice dell'incantato giardino di 
Armida : 

1003. L'arte, che tutto fa, nulla si scopre. 

{Gerusalemme liberata, e. XVI, ott. 9). 

Se il lavoro che t' incombe supera il tempo che ti resta dispo- 
nibile, puoi ripetere col Petrarca : 

1004. E più dell'opra che del giorno avanza. 

(Trionfo d'Amore, cap. II, v. 72). 

999. Ogni difficoltà è vinta dall'aspro lavoro, e dal bisogno che 

incalza nelle dure vicende. 
1000. Anche i piccoli lavori richiedono fatica, ma danno gloria 

non piccola. 
IODI. Il lavoro vinceva la materia. 
1002. L* autore loda il suo lavoro. 



290 Chi V ha detto? [1005-1008] 

e se il giorno passò senza che tu potessi sbrigarti dell' obbligo tuo, 
di' pure : 

1005. Amici, diem perdidi. 

(SvETONio, Vita di Tito, e. 8). 

come soleva dire l' imperatore Tito alla fine di quel giorno in cui 
non avesse fatto un'opera buona. 

Il lavoro procaccia guadagno a chi onestamente e abilmente se 
ne serve; il lavoro è dunque anche un affare. Ma che cosa sono 
gli affari? 

1006. Les affaires, c'est l'argent des autres. 

ha detto Gavarni; ma quarant' anni prima di lui, M. de Mont- 
ROND, non indegno amico di Talleyrand, aveva detto anche meglio : 

1007. Les affaires, c'est le bien d'autrui. 

Anche Dumas figlio nella Question d'argent (a. II, sc. 7): 

— Les affaires? c'est bien simple: c'est l'argent des autres, 
e BÉROALDE DE Verville nel Moyen de parvenir : 

— Mais de quoi sont composées les affaires du monde ? 

— Du bien d'autrui. — 



§ 52. 
Parlare, tacere 



Il linguaggio è il dono più sublime che gli dei potessero fare ' 

agli uomini, ma non a tutto arriva, e vi sono cose e sentimenti 'ii 

che la parola è incapace a descrivere. Ciò affermava anche Dante 'I 

là dove disse: 3 



1008. Trasumanar significar per verba 
Non si potria. 

(Paradiso, e. I, v. 70-71). 
ÏO05. Amici, ho perso la giornata. 



ì 

\ 



[1009-1013] Parlare, tacere 291 

cioè che il linguaggio umano non è sufficiente a descrivere quel 
che prova chi trasumana, ossia diventa più che umano, si avvi- 
cina alla divinità. 

Oltre le cose che non si possono o meglio che non si sanno 
dire, vi sono quelle che non si devono dire. Per esempio lo stesso 
poeta ci ammonisce che: 

1009. Sempre a quel ver e' ha faccia di menzogna 
De' l'uom chiuder le labbra quant' ei puote, 
Però che senza colpa fa vergogna. 

(Inferno, e. XVI, v. 124-126). 
ed altrove che ci sono cose delle quali: 

loio. Più è tacer, che ragionare, onesto. 

{Paradiso, e. XVI, v. 45). 
oppure, com' egli stesso altrove ripetè : 

loii. .... Cose che il tacere è bello. 

(Inferno, e. IV, v. 104). 

Tace Dante in questo luogo per modestia, poiché erano discorsi 
in sua lode, ma Francesco D' Ovidio in un articolo nella Biblio- 
teca delle Scuole Italiane, 16 febbraio 1892, p. 145-149, vuole 
invece che queste e simiglianti frasi dantesche denotino sempli- 
cemente delle preterizioni per amore di brevità; altrove {Purg., 
e. XXV, v. 43-44) disse, certamente per altra ragione, cioè per 
onestà del linguaggio: 

.... ov' è più bello 
Tacer che dire. 

Infatti 1* uomo di onesti costumi non si permetterà mai un lin- 
guaggio sconveniente, memore del detto di Seneca: 

IDI 2. Imago animi sermo est. 

(De moribus, 72). 

Tuttavia certe cose che male si dicono in volgare, qualche volta 
si usa dirle, per rispetto alle caste orecchie, in latino, poiché : 

1013. Le latin dans les mots brave l'honnêteté. 

1012. Il linguaggio è lo specchio dell'anima. 



292 Chi l'ha detto? [1014-1015J 

come dice Boileau {Art poétique^ eh. II) che soggiunge : 

Mais le lecteur français veut être respecté. 

La ragione per la quale la lingua latina si permette delle ardi- 
tezze che il volgare non oserebbe, è non tanto perchè il latino è 
la lingua dei dotti, quanto più semplicemente perchè sono in minor 
numero coloro che lo capiscono; in tal caso, se si desse ascolto 
al parere del famoso Marchese Colombi, la geniale creazione di 
Paolo Ferrari, il quale lodava Vienna perchè non vi fanno sa- 
tire anonime, 

1014. O le fanno in tedesco, e allor chi le capisce ? 

(P. Ferrari, La Satira e Parinì, a. II, se. 4). 

certe cose si potrebbero anche dire.... in tedesco. 

Ovvero, da qualcuno che non ha il coraggio di dirle, si osano 
scrivere, 

1015. Epistola enim non erubescit. 

(Cicerone, Ad familiäres, lib. V, ep. 12, 1). 

Veramente vi sono delle brutte cose che non si dovrebbero né 
dire né scrivere, specialmente ove possa udirle o leggerle chi 
può trarne occasione di scandalo, donne o fanciulli ; ma a propo- 
sito di queste orecchie troppo facilmente scandalizzabili, cade in 
acconcio ricordare una arguta boutade di uno dei più geniali fra 
i nostri scrittori, alla quale, se pure non è molto citata ne' suoi 
termini precisi, si fa assai di frequente allusione ; e appunto per 
questo non é male di ricordarla qui esattamente. Ferdinando 
Martini, non ancora governatore dell'Eritrea, scrivendo nel 1873 
con lo pseudonimo di Fantasìa sulle colonne del Fanfulla lodò 
V Eva^ romanzo del Verga, che altri trovavano piuttosto immo- 
rale ; e poiché un padre di famiglia gli scrisse lagnandosi del suo 
giudizio troppo benevolo, che avrebbe potuto indurlo a concedere 
la lettura di quel romanzo alla sua figliuola, ragazza di sedici 
anni, il Martini nell'articolo successivo scriveva: «Tutte le volte 
che un romanziere o un commediografo pigliano a trattare un ar- 
gomento un tantino scabroso, non si sente che ripetere da ogni 
parte : — Le ragazze ! le ragazze ! . . . — 

IDI 5. Infatti lo scritto non diventa rosso. 



[roió-ioig] Parlare, tacere 293 

1016. Benedette figliuole! non veggo l'ora che si 
maritino ! » 

(Fantasio, Fra un sigaro e V altro, pag. 173). 
Né basta di non dire ciò che non va detto, bisogna anche non 
dir troppo. Il ciel vi guardi dai chiacchieroni, dai parolai ! Intanto 
essi cominciano con l'essere noiosi, poiché: 

IDI 7. Le secret d'ennuyer est celui de tout dire. 

<VoLTAiKE, Discorsi, 6). 

e r abile oratore come l' abile scrittore sanno trovare dei veri effetti 
rettoria tacendo a proposito ciò che va taciuto, o lasciato indovi- 
nare a chi legge od ascolta, tanto più che, come dice il volgare 
proverbio, « a buon intenditor poche parole », ovvero come dice 
Plauto : 

ICI 8. Dictum sapienti sat est. 

(Persa, a. IV, se. 7, v. 729). 

ed ugualmente Terenzio nel Formione, v. 541 (pare fosse pro- 
verbio anche presso gli antichi Romani, Otto, Rò'm. Sprichw., 
n. 525). Il parolaio annoia pure perchè divaga di palo in frasca, 
facendo come: 

1019. ....L'abate Cancellieri 

Che principiava dal cavai di Troia 
E finìa colle molle pe' brachieri. 

Cosi Gius. Gio vacchino Belli piacevoleggia in una Epistola in 
terza rima intitolata A Cesare Masini pittore e poeta (nei Versi 
inediti d\ G. G. Belli romano, Lucca, 1843, pag. 88); e di questa 
sua facezia pare che il Belli si compiacesse molto, perché la ripete 
in una nota a un sonetto del 15 gennaio 1835 {L' anima del cur- 
zoretto apostolico) in questa forma : « governandosi in ciò come la 
buona memoria del eh.'''"" Francesco Cancellieri, il quale comin- 
ciava a parlarvi di ravanelli, e poi di ravanello in carota e di ca- 
rota in melanzana, finiva con 1* incendio di Troia. » 

E poi il cicaleccio, erudito o no, di codesta noiosa genia, è desso 
sempre innocente? Ne dubito assai, e prima di me ne dubitava 
il saggìssimo Salomone, il quale pensava che: 

1018. Al saggio basta una parola sola. 



294 ^h^ ^'^^ detto? [1020-1023] 

1020. In multiloquio non deerit peccatum. 

(S. Bibbia, Libro dei Proverbi, cap. V, vers.' 19). 
Comunque, fosse pure il colloquio più onesto, benigno ed inno- 
cente del mondo, avrebbe sempre il gravissimo torto di far per- 
dere quel tempo, che potrebbe essere più utilmente impiegato in 
mille faccende di maggior momento. Tenesse sempre presente il 
ciarliero la sentenza di Ovidio: 

1021. Dum loquor, bora fugit. 

(Amor es, I, el. XI, v. 15). 

o anche le parole di Orazio nelle Odi (I, XI, 7-8): 

Dum loquimur, fugerit invida 
^tas. 

Non di rado ai danni del tempo perduto si uniscono anche al- 
tri pericoli. 

1022. Rumores fuge. 

dice nel libro I, dist. 12, dei Distìcha de moribus, Dionisio 
Catone; ma il motto intiero suona così: 

Rumorem fuge, ne incipias novus auctor haberi: 
Nam nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum. 

Donde si vede che citando, come si fa comunemente, le due prime 
parole sole nel significato di fuggire i tumulti, ecc. , si travisa il 
concetto dello scrittore, il quale invece raccomanda di fuggire le 
ciarle, per non incorrere nel pericolo di essere tenuto autore di 
qualche maldicenza. Inoltre 1' autore di esse nulla ha che fare con 
Catone Censore o coli' Uticense, cui la voce pubblica le ascrive. 

Quante volte, dopo un imprudente discorso, nel quale non si 
fece debita attenzione al precetto oraziano : 

1 023. Quid, de quoque viro et cui dicas, saepe videto. 

(Orazio, Epistole, lib. I, epist. 18, v. 68). 

vorremmo poter ritirare le parole sfuggite in un momento d' irri- 
flessione: ma il tardo pentimento non giova: 

1020. Le molte ciarle non possono essere tutte innocenti. 

102 1. Mentre parlo, l'ora fugge. 

1022. Fuggi i rumori. 

1023. Che cosa dici, di chi e con chi, considera di frequente. 



[1024-1029] Parlare, tacere 295 

1024. Nescit VOX missa reverti. 

(Orazio, Arte poetica, v. 390). 
e il medesimo autore, altrove: 

1025. Et semel emissum, volat irrevocabile verbum. 

{Epist., lib. I, ep. 18, V. 71). 
ovvero, come più prolissamente cantò il Metastasio: 

1026. Voce dal sen fuggita . 

Poi richiamar non vale; 
Non si trattien lo strale, 
Quando dall' arco usci. 

(Ipermestra, a. II, se. 1). 
Se il segreto che hai sul cuore ti pesa tanto che senti il bisogno 
di confidarlo ad alcuno, e non ti sembra sfogo sufficiente quello del 
barbiere del Re Mida che raccontò la vergogna del suo principe 
alla terra (benché egli pure ebbe a pentirsene, secondo che narra 
la leggenda), segui almeno il consiglio contenuto in quell' epi- 
gramma del Pananti: 

1 02 7 . A chi un segreto? Ad un bugiardo o a un muto. 
Questi non parla e quei non è creduto. 

L'Alighieri, cui dobbiamo la nota perifrasi per indicare l' or- 
gano del linguaggio: 

1028. Se quella con ch'io parlo non si secca. 

{Inferno, e. XXXII, v. 139). 
ha pure tre versi, che si applicano per iperbole a indicare ogni 
insieme disarmonico e tumultuoso di voci: 

1029. Diverse lingue, orribili favelle, 

Parole di dolore, accenti d*ira, 

Voci alte e fioche, e suon di man con elle. 

(Inferno, e. Ili, v. 25-27). 

Bellissima cosa è quella di saper parlare a tempo, e con so- 
brietà, e giustamente la loda il saggio Salomone : 

T024. La parola detta non sa tornare indietro. 

1025. E la parola, una volta detta, sen vola via irrevocabilmente. 



296 Chi Vha detto? [1030-1035] 

1030. Mala aurea in lectis argenteis, qui loquitur 

verbum in tempore suo. 

(Proverbi di Salomone, cap. XXV, v. 11). 
ma in ogni modo, secondo la costante opinione dei filosofi, nonché 
dei proverbi, che sono la voce del popolo, il filosofo per eccellenza, 
il silenzio è sempre preferibile alla parola, per quanto non man- 
chino le occasioni in cui il silenzio è equivoco e pericoloso. Così 
un altro proverbio dice che chi tace acconsente, ma esso deriva 
nientemeno che da un testo di diritto canonico, una decretale di 
Bonifacio Vili (lib. V, tit. 12, reg. 43), del seguente tenore: 

1031. Qui tacet, consentire videtur. 

cui si può mettere accanto l'altro testo: 

1032. Volenti non fit injuria. 

paremìa giuridica diULPiANO (vissuto circa l'a. 200 di C), Lib. 56 
ad Edict. Dig., 57, io, i, § 5. 

In luogo del testo di Bonifacio Vili, ricordato or ora, si pos- 
sono usare le parole di Dante Alighieri : 

1035. Consentire è confessare. 

il quale nel Convito così scrisse: « ....conciossiacosaché'/ con- 
sentire è un confessare, villanìa fa chi loda o chi biasima dinanzi 
al viso alcuno; perchè né consentire né negare puote lo così esti- 
mato sanza cadere in colpa di lodarsi o di biasimarsi » (tratt. I, 
cap. II, ed. Fraticelli, 1857, pag. 68). 

Il muto assentimento di chi tace é anche espresso in due di- 
stinti pensieri del Metastasio, cioè : 

1034. Si spieg'a assai chi s'arrossisce e tace. 

{Amor prigioniero). 

1035. Un bel tacer talvolta 

Ogni dotto parlar vince d' assai. 

(La strada della gloria). 

1030. La parola detta a tempo è come i pomi aurei in un letto 

d' argento. 

1031. Chi tace, sembra acconsentire. 

1032. Non si fa ingiuria a chi vuole \ctoè a chi accetta l'atto in- 

giurioso]. 



[1036-1040] Parlare, tacere 297 

Se vuoi imporre altrui silenzio e trovi comodo di farglielo in- 
tendere in musica, puoi valerti delle parole del Barbiere di Sivi- 
glia^ il melodramma di Cesare Sterbini, musicato da Rossini 
(a. I, se. I): 

1036. Piano, pianissimo 

Senza parlar. 

e se queste ti paiono poco energiche, di' addirittura come il Duca 
Alfonso alla moglie nel celebre terzetto della Lucrezia Borgia^ me- 
lodramma di Felice Romani, musica di Donizetti (a. I, se. 7) : 

1037. Guai se ti sfugge un motto, 

Se ti tradisce un detto! 

1038. Tacete e rispondete. 

Cosi ordina il capitano Terremoto al tamburo Batocio nel Caporale 
di settimana di Paulo Faisibri (a. Ili, se. 9). E poco più innanzi 
nella scena medesima gli aveva detto: 

— Statemi ad ascoltare e parlate sincero. — 
Cui Batocio fra sé rispondeva: 

— Come gogio da far mo mi, a ascoltar e parlar tuto in una 
volta? — 

Un'altra, della medesima conia, è questa amenissima riflessione 
di uno scimunito: 

1039 Il modo più bello, secondo il mio parere, 

Di serbare il silenzio, è quello di tacere. 

ed il parere era, come sappiamo, quello del Marchese Colombi 
(P. Ferrari, La Satira e Parim, a. V, se. 6). 

In Virgilio {Eneide, lib. X, v. 63-64) troviamo l'apostrofe di 
chi a malincuore è tratto dal suo silenzio: 

1040. Quid me alta silentia cogis 

Rumpere? 

e un'altra frase, ancor più celebre, che descrive il silenzio di 
una riunione che pende dalla bocca altrui: 

1040. Perchè mi obblighi a rompere il mio profondo silenzio? 



2gS Chi V ha detto? [1041-1045] 

1041. Conticuere omnes, intentique ora tenebant. 

{Eneide, lib. II, v. 1). 
ed in un altro poeta, non meno grande, le terribili parole, le ul- 
time che dice Amleto: 

1042. The rest is silence. 

(Shakespeare, Hamlet, a. V, se. 2). 



§ 53. 
Patria in generale; e l'Italia in particolare 



Il sublime sentimento dell' amor di patria, che Dante benis- 
simo chiamò: 

1043 La carità del natio loco. 

(Inferno, e. XIV, v. 1). 
muove a grandi e nobili azioni ogni uomo anche di sentimenti meno 
gentili e di pensieri meno eletti. 

Antichi e profondi sono i vincoli che legano la terra agli uo- 
mini che vi nacquero, e che a lei si modellarono, secondo i noti 
versi : 

1044. La terra \molle e lieta e dilettosa^ 
Simili a sé gli abitator produce. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. I, ott. 62). 
Pietro Metastasio dice che 

1045. E istinto di natura 

L'amor del patrio nido. Amano anch'esse 
Le spelonche natie le fiere istesse. 

(Temistocle, a. II, se. 7). 

e Virgilio, ad esprimere la lotta tra affetti meno nobili, e l' amor 
di patria, e la vittoria di questo scrisse: 



104 1. Tutti si tacquero, e intenti tenevano i volti. 

1042. Il resto è silenzio. 



[1046-1050] Patria in generale; e l'Italia in particolare 299 

1046. Vincet amor patriae, laudumque immensa 

[cupido. 

(Eneide, lib. VI, v. 824). 
Infatti è naturale che 1' uomo generoso affronti con cuore sereno 
ogni maggiore pericolo per la terra che lo vide nascere, dove si 
alzano le chiese del Dio eh' egli adora, dove vive la famiglia nel 
cui seno egli crebbe. 

1047. Pro aris et focis. 

come suol dirsi con frase di cui Cicerone si valse di frequente 
(/Vo Sexlio, e. 42; De natura Deorum, 3, 40; e anche altrove). 
A lui non parrà troppo grave l'affrontare per essa la morte, poiché: 

1048. Dulce et decorum est pro patria mori. 

(Orazio, Odi, lib. Ili, ode 2, v. 13). 

ed anche coloro che non osarono imitarlo, leveranno a cielo il suo 
sacrifizio, come tutti anche oggi compiangono il fato di Ettore, 
morto pugnando sotto le mura della sua patria: 

1049. E tu onore di pianti, Ettore, avrai 

Ove fia santo e lagrimato il sangue 
Per la patria versato, e finché il Sole 
Risplenderà su le sciagure umane. 

(Foscolo, Be' Sepolcri, v. 292-295). 
Narrano che i due eroici fratelli Bandiera, udita in carcere la 
sentenza che li condannava a morte (1844), intonassero il coro, 
allora popolare, della Donna Caritea Regina di Spagna: 

1050. Chi per la patria muor 

Vissuto è assai, 

Di questa Donna Caritea le parole sono del PoLA, la musica di 
Saverio Mercadante; e veramente nell'atto I, se. 9, si trovali 
coro che però cosi comincia, come ho verificato, tanto nei libretti 
a stampa, quanto nella partitura originale di pugno del Mercadante 
che si conserva nella biblioteca del Conservatorio di San Pietro 
a Majella in Napoli: 

1046. Vincerà l'amor di patria e l'immenso desiderio di gloria. 

1047. Per gli altari e per i focolari. 

1048. È dolce e nobile cosa il morir per la patria. 



300 Chi V ha detto? [1051-1053] 

Chi per la gloria muor 
Vissuto è assai; 
La fronda dell' allor 
Non langue mai. 

Fu data per la prima volta al Teatro della Fenice a Venezia nel 
carnevale del 1825, dove forse la intese Attilio Bandiera, allora 
quindicenne; ma un'altra Donna Caritea (di cui non ho potuto 
riscontrare il libretto) era stata musicata, in soli otto giorni, da 
Carlo Coccia e data a Genova, al teatro S. Agostino, il 18 18 
(Vedi anche le memorie di Federico Comandini Cospirazioni di 
Ro7nagna e Bologna, pubblicate e annotate dal figlio Alfredo, Bo- 
logna, 1899, a pag. 390). 

La patria nostra visse sempre gloriosa ed amata nei canti dei 
suoi maggiori poeti. A Raffaello Barbiera sorrise questo tema ge- 
niale, e lo mosse a scrivere un interessante volumetto dal titolo 
I poeti della patria ricordati al popolo ital'ano (Firenze, 1886); io, 
dalle più note poesie, trarrò quei versi che più di frequente ricor- 
rono nelle comuni citazioni. 

Cominciò il nostro maggior poeta, a compiangere le sciagure 
d' Italia : 

1051. Ahi serva Italia, di dolore ostello, 

Nave senza nocchiero in gran tempesta, 
Non donna di provincie, ma bordello! 

(Dante, Purgatorio, e. VI, v. 76 78). 

e non meno acerbo rimbrotto risuonava sulla bocca di Mons. Gio- 
vanni GuiDicciONi che le si rivolgeva chiamandola: 

1052. Italia mia, non men serva che stolta. 

neir ultimo dei sette sonetti sulle sventure d' Italia da lui indiriz- 
zati al suo concittadino Vincenzo Buonvisi: questo, che è forse il 
più bello, comincia: 

Dal pigro e grave sonno, ove sepolta. 

Un celebre sonetto del Filicaia all' Italia principia, come tutti 
sanno : 

1053. Italia, Italia! o tu cui feo la sorte 

Dono infelice di bellezza. 



[io$4-io6o] Patria in generale; e V Italia in particolare 301 
e contiene pure 1' altro verso, ugualmente noto : 

1054. Deh fossi tu men bella o almen più forte. 

e r ultimo: 

1055. P^r servir sempre o vincitrice, o vinta. 

1056. Italia, Italia, il tuo soccorso è nato. 

è la chiusa di un sonetto non meno celebre di Eustachio Man- 
fredi per la nascita (1699) del Principe di Piemonte, cioè Vittorio 
Amedeo Filippo figlio del duca Vittorio Amedeo II. 

Scendendo agli scrittori delle età più tarde troviamo il fiero Asti- 
giano, primo nei nuovi tempi a sentire ed esprimere veracemente 
e fortemente l'amor patrio, che nel sonetto XXVII àelMisogallo 
così sdegnosamente apostrofa 1* Italia : 

1057. Ahi fiacca Italia, d'indolenza ostello, 

Cui niegan corpo i membri troppi e sparti, 
Sorda e muta ti stai ritrosa al bello? 

(V. Alkieri). 
ed altro poeta, tanto dal primo difforme come uomo e come scrit- 
tore, cantare il ritorno dell' esule con le armi liberatrici : 

1058. Bella Italia, amate sponde, 

Pur vi torno a riveder! 
Trema in petto e si confonde 
L'alma oppressa dal piacer. 

(V. Monti, Dopo la battaglia di Marenco, str. 1). 
Nella canzone AW Italia di Giacomo Leopardi, la prima can- 
zone scritta da quel grande, e meritamente chiamata altissima da 
Pietro Giordani, troviamo i due versi: 

1059. Alma terra natia 

La vita che mi desti ecco ti rendo. 

L' alba del nostro risorgimento politico era salutata da non 
pochi valorosi poeti, fra i quali il più illustre era l' autore dei 
Promessi Sposi, che affermava la Sua fede nell* unità della patria, 
scrivendo : 

1060. Liberi non sarem se non siamo uni. 

(A. Manzoni, // proclama di Rimini). 



302 Chip ha detto? [1061-1063] 

Però « quando il Manzoni esclamava in un endecasillabo : Zz- 
b eri ecc., affermava, non v'ha dubbio, una grande verità, ma scri- 
veva un dei più brutti versi che sieno stati fatti da Omero in poi. » 
(Ferdinando Martini, neWo. Nuova Antologia, 1° maggio 1894). 
E n'era persuaso anche lui (come poteva essere altrimenti?) poi- 
ché soleva dire per celia : « Ho tanto bramato 1' unità d' Italia che 
le sagrificai il brutto verso : Liberi non sarem ecc. » (Beltrami L. , 
Aless. Manzoni, Milano, 1898, a pag. 126, in n.). 

Molti altri de' suoi versi, caldi d' amor patrio, erano affidati alla 
riconoscente memoria dei concittadini, e specialmente quelli di uno 
de' suoi drammi, // Conte di Carmagnola, Nel celebre coro del- 
l' atto II troviamo il verso : 

1061. Figli tutti d'un solo Riscatto. 

come pure questi altri che lo seguono: 

1062. Siam fratelli; siam stretti ad un patto: 

Maledetto colui che lo infrange, 
Che s'innalza sul fiacco che piange, 
Che contrista uno spirto immortal. 

Non superiore nell' amore della patria al Manzoni, ma più vi- 
brato, e più audace di lui, troveremo Giovanni Berchet, che 
per le sue liriche, squillanti come tromba di guerra, meritò il 
nome di Tirteo della rivoluzione italiana. Nella romanza di lui, 
intitolata Le Fantasie (p. Ili), troviamo, con frasi più acerbe, il 
medesimo rimbrotto che il Manzoni volgeva a coloro i quali, dimen- 
ticando la patria comune, si perdevano dietro a meschine gare di 
campanile : 

1063. Non la siepe che l'orto v'impruna 

E il confin dell' Italia, o ringhiosi ; 
Sono i monti il suo lembo; gli esosi 
Son le 'torme che vengon di là. 

Anche è popolare la strofa seguente che contiene una nuova 
pittura della patria: 

Le fiumane dei vostri valloni 
Si devian per correnti diverse; 
Ma nel mar tutte quante riverse 
Perdon nome, e si abbraccian tra lor. 



[1064- lo68] Patria in generale ; e l'Italia in particolare 303 
E lo stesso concetto in diversa forma svolge in altra poesia: 

1064. Un popol diviso per sette destini, 

In sette spezzato da sette confini, 

Si fonde in un solo, più servo non è. 

(All' armi! all' armi!). 
Di questa stessa ode, scritta in occasione delle rivoluzioni di Mo- 
dena e Bologna, scoppiate nel 1830, sono rimasti vivi nella me- 
moria di tutti il ritornello : 

1065. Su, Italia! su, in armi! venuto è il tuo dì! 

Dei re congiurati la tresca finì! 

ed i versi con i quali spiega il simbolo del vessillo tricolore : 

1066. Il verde^ la speme tant' anni pasciuta; 

Il rosso, la gioia d' averla compiuta ; 
Il bianco, la fede fraterna d'amor. 

Nella tradizione popolare i due primi versi finiscono, rispettiva- 
mente, nutrita e compita; ma la lezione delle stampe, anche delle 
migliori (p. es. l'ediz. Cusani, Milano, 1863), è quale ho riportata. 
Possiamo mettere a contrasto di questa terzina sul tricolore na- 
zionale, l'altra terzina dello stesso poeta sulla bandiera dell'odiato 
Austriaco : 

1067. Il giallo ed il nero 

Colori esecrabili 
A un italo cor. 

{Matilde, romanza). 
Esultava invece ogni cuore italiano vedendo sventolare i 

1068. Tre colori, tre colori. 

che era il ritornello dell' Inno di guerra del 1848-49, di Luigi 
Mercantini : 

Tre colori, tre colori, 
L' Italian cantando va; 
E cantando i tre colori 
Il facile imposterà. 

Foco, foco, foco, foco! 

S* ha da vincere o morir. 

Foco, foco, foco, foco! 

Ma il Tedesco ha da morir! 



304 Chi l'ha detto? [1069-1073] 

Anche il secondo verso della seconda strofa è rimasto popolaris- 
simo. A proposito di quest' inno, che fu posto in musica dal mae- 
stro Zampettini, cosi narra il Mercantini stesso : « Quando in Corfu 
(mi si consenta questa dolce rimembranza) io fui a visitare Da- 
niele Manin, da una stanza vicina si udiva cantare : Tre colori^ 
tre colori! — Ecco, mi disse Manin commovendosi, ecco il canto 
col quale abbiamo combattuto insino all' ultima ora sulle nostre 
lagune. — E in questa si affacciò un biondo e ardito giovinotto. 
— Ed ecco qua il mio Giorgio, seguitò il padre affettuoso, che 
spera sempre e canta. — » 

Ecco il toscano Giusti che in un momento di nobilissima fie- 
rezza patriottica si volge a Gino Capponi, dicendo: 

1069. Gino, eravamo grandi, 

E là non eran nati. 

{La terra dei mortis str. 12). 
mentre in altra poesia, indignato dalle miserie del presente, rim- 
brotta la patria chiamandola: 

1070. Vivo sepolcro a un popolo di morti. 

(Gingillino, P. II, str. 7). 
E nella ode La Consulta Araldica (fra i Giambi ed Epodi) così 
Giosuè Carducci rinnova il medesimo rimprovero: 

1071. Oh non per questo dal fatai di Quarto 

Lido il naviglio de i mille salpò, 
Né Rosolino Pilo aveva sparto 

Suo gentil sangue che vantava Angiò. 

Ecco alcune reminiscenze di inni patriottici di quella gloriosa età : 

1072. Fratelli d'Italia, 

L' Italia s' è desta ; 
•Dell'elmo di Scipio 
S'è cinta la testa. 

eh' è il principio del famoso Inno di Goffredo Mameli, il biondo 
Tirteo dell'epopea romana del 1849. 

1073. Va'fuora d'Italia, va' fuora eh' è ora 
Va'fuora d'Italia, va'fuora, o stranier. 



[1074-IO75] Pcitria in generale ; e l'Italia in particolare 305 

E il ritornello dell'/«w<? di Garibaldi, composto da Luigi Mer- 
CANTINI e musicato da Alessio Olivieri. 

«L'autore aveva scritto eh' è l'ora: i volontari e il popolo, 
cantando, hanno corretto eh' è ora, e l'autore accetta la corre- 
zione popolare. » Cosi nota il Mercantini stesso. 

Di quest'inno, il cui primo verso è, com'è noto: 

Si scopron le tombe, si levano i morti, 

già accennai brevemente al n. 674: ora aggiungerò ch'esso ebbe il 
battesimo del sangue nella gloriosa giornata di Mentana, come 
narra Anton Giulio Barrili nel suo volume : Con Garibaldi alle 
porte di Roma (Milano, 1895) • 

« L' ordine del giorno porta che noi del secondo battaglione 
genovese marceremo in avanguardia, e il primo battaglione in 
fiancheggiatori. Con noi è un battaglione di milanesi, colonnello 
Missori. Così disposti ci mettiamo in cammino, e dopo forse 
mezz'ora giungiamo alle prime case di Mentana, accolti dall'inno: 
Si scopron le tombe suonato dalla fanfara della colonna Frigèsy. 
Quella musica piace poco; ad un illustre amico mio, che passa in 
quel punto a cavallo, non piace afTatto. Per lui essa è di mal au- 
gurio, non avendo avuto il battesimo del fuoco. Infatti conosciuta 
dai volontarii quando già era finita la campagna del '59, non fu 
suonata in Sicilia, né sul Volturno, né in Tirolo; non si è udita 
mai, se non nelle città, nei teatri, sulle piazze. Garibaldi, poi, 
ama meglio la Marsigliese, a cui vengon subito appresso, nelle 
sue simpatie, il Fratelli (^Italia e più un inno di Rossetti Mi- 
naccioso Varcangel di guerra che i suoi legionari cantavano nel' 49, 
a Roma e a Velletri. Ma basti di ciò; anche l' inno: Si scopron le 
tombe ha avuto il suo battesimo a Mentana ; triste, se vogliamo, 
ma solenne, e non è più il caso di tornarci su, poiché il sacra- 
mento è indelebile. » 

Nell'inno medesimo troviamo alla strofa quarta questi djie versi : 

1074. Le genti d'Italia son tutte una sola, 
Son tutte una sola - le cento città. 

Il verso : 

1075. Camicia rossa camicia ardente. 
20 



306 Chi V ha detto? [1076] 

fa parte di una canzone popolare di Rocco Traversa, canzone 
che fu celebre nei tempi eroici della epopea garibaldina. 

Aspirazione secolare di quanti amavano la patria era quella di 
cacciarne lo straniero, per sua natura nemico. Già nelle XII Ta- 
vole si leggeva la massima giuridica : 

1076. Adversus hostem aeterna auctoritas [esto]. 

che dallo Schoell {Legis Duodecim Tabularum reliquiae , Lipsise, 
1886, pag. 70, 100, 124 è collocata nella Tavola III, al n. 7. 
La cita Cicerone nel trattato De officiis (I, 12, 37). Lo Schoell 
per l' illustrazione di questa sentenza rimanda a : Puchta, Civil. 
Abh.^ pag. i; Schroeterus, Ohss. jur. civ.^ pag. 52; Mommsen, 
De auctoritate, § 3; Schoemann, Opusc, III, 409. 

Ma si badi che anche questa è una delle molte sentenze che 
si citano a sproposito, e su questo punto lascio la parola al com- 
pianto prof. G. Rigutini {Roma Letteraria, a. X, n. 21-22): 
« Un' altra falsa interpretazione è quella di un passo della Legge 
delle Dodici Tavole, che dice : Adversus hostem aetema auctori- 
tas, passo che facilmente si ode in discorsi patriottici, per signi- 
ficare che non si deve transigere coi nemici della patria. Varj anni 
fa tonò con quella sua gran voce in pieno Parlamento 1' on. Bovio 
questa disposizione delle Dodici Tavole, in una discussione con- 
cernente l'Italia e l'Austria; e il ministro Crispi, rispondendo, 
non parve che a quelle parole desse spiegazione diversa dalla co- 
mune. Eppure il luogo degli Ufflcj di Cicerone, dove ricorre quel 
testo, avrebbe dovuto e dovrebbe escludere affatto che si parli 
di nemici. Ecco tutto il passo ciceroniano : « Voglio anche notare 
che colui, il quale con proprio vocabolo dovrebbe chiamarsi per- 
duellis, è invece chiamato hostis, temperando la mitezza della 
parola l'acerbità della cosa. Di fatti nell'antica lingua hostis si- 
gnificava quel che oggi peregrinus. Esempi ne abbiamo nel testo 
delle Dodici Tavole^ come Status dies cum hoste {il giorno sta- 
bilito col forestiero per la comparizione in tribunale) o Adversus 
hostem aeterna auctoritas (ossia Contro al forestiero l' azione giu- 
ridica non vien mai prescritta). Ci può essere, seguita Cicerone, 
mitezza maggiore del chiamare con un nome così umano un ne- 
mico che si combatte colle armi? » {Off. i, e. 12). L'ignoranza 

1076. Il diritto contro il nemico sia perpetuo. 



[io7 7-1078] Patria in generale; e l'Italia in particolare 307 

adunque del primo significato della voce hostis, scusabile in chi 
non sa di latino, inescusabile in chi oltre il latino dovrebbe avere 
studiato anche il Diritto romano, è stata ed è cagione che que- 
sto passo delle Dodici Tavole venga spesso citato a sproposito. » 
Barbari chiamavano gli antichi Romani tutti coloro che non 
erano cittadini dell' alma Roma, e non parlavano la sonora lin- 
gua del Lazio ; quindi diceva Ovidio : 

1077. Barbarus hic ego sum, quia non intellegor ulli. 

(Tristium, lib. V, ep. 10, v. 37). 
In età più tarda abbiamo il grido : 

1078. Fuori i barbari! 

che la tradizione attribuisce comunemente a papa Giulio II, os- 
sia Giuliano della Rovere, il quale tenne il seggio apostolico 
dal 1503 al 1513. Ma io non sono riuscito a trovare autorità nes- 
suna da autenticare queste parole, almeno nella forma con la quale 
soglionsi citare. Il Guicciardini nel lib. XI della Istoria d' Italia, 
dice che Giulio II « pensava assiduamente come potesse, o rimuo- 
vere d' Italia, o opprimere con 1' aiuto degli Svizzeri, i quali soli 
magnificava, e abbracciava, l'esercito Spagnuolo; acciocché occu- 
pato il regno Napoletano, Italia rimanesse (queste parole uscivano 
frequentemente della bocca sua) libera dei Barbari. » - Il Raynal- 
àns ne^ì Annales Ecclesiastici (tom. XX, sub anno 15 13, § il) 
similmente dice di lui « non modo Gallos, verum Hispanos csete- 
rosque exteros Italia pellere meditatum. » Perciò i contemporanei 
lo chiamarono liberatore d' Italia. Il Foglietta nei Clarorum Ligu- 
rum Elogia lo esalta come « Italicae libertatis acerrimum vindi- 
cem » e Pasquino nel 15 io, in un sonetto che, stampato dapprima 
nel rarissimo libretto dei Carmina apposita ad Pasquillum Her- 
culem obtruncantem Hydrant, ediz. romana del Mazzocchi, 15 IO, 
è stato ripubblicato dal Morandi nella Prefazione ai Sonetti del 
Belli (voi. I, Città di Castello, 1889, pag. CLi), così invoca il 
Pontefice guerriero, ispirando o secondando, come nota il Mo- 
randi, il famoso grido : Fuori i barbari/ 

Padre dell'universo, almo pastore. 
Che rapresente Jesu Christo in terra, 
Chi tieni el loco di quel che apre et serra 
La porta del sacro regno magiore; 

1077. Io qui sono come barbaro, perchè nessuno m'intende. 



308 Chi V ha detto ? [1079-1080] 

Mira l' Italia tua, che a tutte 1' hore 

Dinanzi ai sacri toi piedi s' atterra, 

Gridando: « Patre sancto, h ormai diserra 

La spada contra '1 barbaro furore. » 
Guarda il suo corpo tutto lacerato, 

Dalle man d' esti cani amaramente : 

Soccorri, padre mio più che beato, 
Per amor della patria tua exceliente, 

Porgi soccorso al popul flagellato. 

Scaccia questa barbarica aspra gente. . 
Vedrai poi incontinente 

Italia farsi bella et rinverdirsi, 

Et contra i tói nimici teco unirsi. 

Del resto la frase, e il concetto che la ispirava, erano in quel 
tempo nelP anima di tutti, conseguenza naturale del rinascimento 
artistico e letterario d' Italia. Già Alberico da Barbiano, quando 
sul finire del sec. xiv mise insieme una compagnia di ventura, 
la prima che fosse composta soltanto con elementi nazionali, pose 
nel suo stendardo bianco, attraversato da una croce rossa il motto 
Lib.{erata) Ita.ilid) ab Ext.{eris); e il motto con lo stendardo ri- 
mase ai Belgioioso di Milano, che da lui discendono. 

Ecco una parafrasi dei giorni nostri del grido di Giulio II ; 

1079. Il Franco 
Ripassi l'Alpi e tornerà fratello. 

(G. B. NiccoLiNi, Giovanili da Procida, 
tragedia, a. Ili, se. 4). 

a proposito della quale Mario Pieri nelle sue Memorie attribuisce 
al conte di Bombelles ministro austriaco a Firenze il motto : 
L'adresse est pour lui (il ministro francese), mais la lettre est 
pour moi. 

Anche la vieta formula : 

1080. L' Italia ■ degli Italiani. 

si crederebbe ispirata da Pasquino in un lungo dialogo tra lui e 
Marforio, composto evidentemente dopo che nel 1628 gli Spagnuoli 
tentarono invano l' assedio di Casale, occupata dai Francesi. Il 
dialogo, che fu pubblicato da Adolfo Bartoli (/ Mss. ital. della 
Bibliot. Nazion. di Firenze, to. II, Firenze, 1881, pag. 219-224), 



[io8i] Patria in generale; e l'Italia in particolare 309 

è intitolato : Pasquino franzese e Marforio spagnolo ; ma alla fine 
Pasquino conclude : 

Hor facciamo a parlar senza passione: 

Vuoi ch'io ti dica? questi oltramontani 

Sono una mala razza di persone. 
Dio ci liberi pur dalle lor mani 

E rimandi ciascuno al suo paese, 

Si che l' Italia resti all'Italiani, 
E qui poniamo fine a ste contese. 

Ma non è improbabile che 1' anonima pasquinata facesse tesoro di 
una frase che seppure non era allora popolare, sgorgava però già 
spontanea dal pensiero di molti. 

Questa frase, V Italia degli Italiani, tornata di moda nelle lotte 
del nostro riscatto, dette forse occasione a molte altre frasi simili 
che in questi ultimi anni sono state coniate allo scopo di simbo- 
leggiare le aspirazioni nazionalistiche di molti giovani popoli avidi 
d' indipendenza, insofferenti di dominio o d' ingerenze straniere. 
Così si è detto V Egitto degli Egiziani (che si attribuisce a Ismail 
Pascià, già kedive di Egitto), M India degli Indù, e si dice più 
di frequente : 

1081. L'America degli Americani. 

nella quale formula convenzionale ordinariamente si riassume la 
cosiddetta doctrine of Monroe, ossia il principio del non intervento 
dell' Europa nelle faccende interne degli Stati di America. James 
Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti, nel messaggio pre- 
sidenziale indirizzato al Congresso il 2 dicembre 1823, diceva di 
avere informato i governi di Russia e della Gran Bretagna che il 
continente Americano d' ora innanzi non avrebbe potuto essere più 
terreno per nuove colonie europee ; inoltre proseguiva : « With the 
existing colonies or dependencies of any European power we have 
not interfered, and shall not interfere. But with the governments 
who have declared their independence and maintened it, and whose 
independence we have, on great consideration and on just prin- 
ciples, acknowledged, we could not view any interposition for the 
purpose of oppressing them, or controlling in any other manner 
their destiny, by any European power, in any other light than as 
the manifestation of an unfriendly disposition toward the United 



3 IO Chi Vha detto? [1082- 1083] 

States. » Queste recise dichiarazioni furono concordate fra il pre- 
sidente Monroe e il suo segretario di Stato, John Quincy Adams, 
col consiglio del venerando Thomas Jefferson, e per istigazione 
del governo inglese, il quale si preoccupava che la Santa Al- 
leanza, formata per la difesa dei principi legittimisti, dopo essere 
intervenuta in Italia e in Spagna, volesse tentare il suo inter- 
vento anche in America nella lotta fra la Spagna e le sue anti- 
che colonie, ora ribellate. 

Torniamo alla patria nostra. Di un altro papa è la famosa invo- 
cazione : 

1082. Benedite, gran Dio, l'Italia! 

Il motuproprio pubblicato il io febbraio 1848 da Pio IX per cal- 
mare gli animi eccitati della popolazione romana conteneva questo 
periodo : « Gran dono del cielo è questo fra tanti doni con cui ha 
prediletto l' Italia : che tre milioni appena di sudditi nostri abbiano 
dugento milioni di fratelli d'ogni nazione e d'ogni lingua. Questa 
fu in ben altri tempi, e nello scompiglio di tutto il mondo romano, 
la salute di Roma, Per questo non fu mai intera la rovina del- 
l' Italia. Questa sarà sempre la sua tutela, finché nel suo centro 
starà quest'apostolica Sede. Oh, perciò, benedite, gran Dio ^ l' Ita- 
lia, e conservatele sempre questo dono di tutti preziosissimo, la 
fede! » - Il motuproprio eccitò clamori, commenti, speranze senza 
fine, e i liberali vollero vedere nelle parole benedite, gran Dio, 
V Italia i staccate dal resto del motuproprio, un'invocazione in fa- 
vore della causa italiana, ciò che non era davvero nelle intenzioni 
del Pontefice. Gli eventi dovevano ristabilire una più corretta er- 
meneutica, e dare occasione al Manzoni di osservare argutamente: 
« Pio IX prima benedisse l' Italia: poi la mandò a farsi benedire. » 
Il generoso desiderio di liberare l' Italia nostra dagli stranieri, 
nemici ed amici, e, di non averli più fra i piedi né dominatori né 
benefattori, suggeriva a Carlo Alberto di valersi delle parole 
famose : 

1083. L'Italia farà da sé. 

introducendole nel proclama da lui indirizzato ai « Popoli della 
Lombardia e della Venezia » da Torino il 23 marzo 1848, due 
giorni prima che le truppe piemontesi passassero il Ticino. Ri- 



[1084] Patria in generale; e l'Italia in particolare 311 

porto il testo del proclama medesimo per il quale i Tre colori 
simbolici della rivoluzione italiana divennero la bandiera piemon- 
tese prima, italiana poi: 

« I destini dell' Italia si maturano ; sorti più felici arridono agli 
intrepidi difensori di conculcati diritti. 

« Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza 
di voti noi ci associamo primi a quell'unanime ammirazione che 
vi tributa l' Italia. 

« Popoli della Lombardia e della Venezia ! Le nostre armi che 
già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste 
la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle 
ulteriori prove quell' aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dal- 
l' amico l' amico. 

e Seconderemo i vostri giusti desidera fidando nell' aiuto di quel 
Dio che è visibilmente con noi, di quel Dio che ha dato all' Italia 
Pio IX, di quel Dio che con si meravigliosi impulsi pose V Italia 
in grado di far da se, 

« E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento 
dell' unione italiana, vogliamo che le nostre truppe entrando sul 
territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Sa- 
voia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana. » 

Quanto all'origine di queste parole, Ernesto Masi nel volume 
// segreto del re Carlo Alberto (Bologna, 189 1), pag. 1 81- 184, 
dice che il re le pronunziò in un consiglio di ministri del 1845; 
ma Piersilvestro Leopardi, che fu nel 1848 inviato straordinario e 
ministro straordinario del Re delle due Sicilie presso la Corte di 
Sardegna, narra che in un colloquio avuto col Re il 12 giugno, que- 
sti gli disse: « On m'a attribué ces mots : L'Italia farà da sé. Je 
ne les ai pas dits, mais je les ai acceptés, et je crois que l'on ne 
pouvait rien dire de plus à propos. » (Narrazioni storiche, To- 
rino, 1856, cap. XLIX, pag. 230). 

Del resto 1' avversione degli Italiani contro lo straniero era più 
che giustificata; poiché ove non potè farci peggio, non ci risparmiò 
le contumelie. Oblio profondo dovrebbe coprire questi sciocchi sfo- 
ghi, alcuni dei quali tuttavia sono rimasti famosi. Tali sono i se- 
guenti : 

1084. L'Italie est la terre des morts. 



312 Chi V ha detto? [1085-1086] 

parole che sono il succo delle retoriche insolenze prodigate all'Ita- 
lia da Alfonso di Lamartine nel e. XIII del Dernier chant du 
pèlerinage d' Harold. L' apostrofe finiva con i due versi, più vil- 
lani degli altri: 

Je vais chercher ailleurs {pardonne, ombre romaine!) 
Des hommes, et non pas de la poussière humaine. 

Naturalmente questi sciocchi insulti gli furono più volte ricacciati 
in gola, benché egli tentasse una infelice difesa delle sue intenzioni. 
Il colonnello Gabriele Pepe nel 1826 prima rimbeccò per le stampe 
le haie centro V Italia del Lamartine « baie che noi chiameremmo 
ingiurie, se, come dice Diomede, i colpi dei fiacchi e degli imhelli 
potessero mai ferire ; » poi feri il poeta in un duello (febbraio 1826) 
di cui la storia è stata narrata sulla scorta di lettere inedite da 
Ang. De Gubernatis nella Revue des Revues, fase, del i° dicem- 
bre 1897, pag. 397 e segg. Giuseppe Giusti nel 1841 diresse 
contro Lamartine quella sanguinosissima satira intitolata appunto 
La terra dei morti; e nel 1859 Marc Monnier ne trasse oc- 
casione ad intitolare una sua nobile difesa dell' Italia, L' Italie 
est-elle la terre des morts ? 

1085. L'Italie est une expression géographique. 

è frase francese di forma ma non di origine. Sembra che la usasse 
il Principe di Metternich in un dispaccio al conte Apponyi, del 
6 agosto 1847. Vedansi i Mémoires, documents et écrits divers 
laissés par le prince de Metternich publiés par son fils, to. VII 
(Paris, 1883), pag. 415. Pare che egli avesse fatto uso di questa 
frase anche alcuni giorni avanti nel Memorandtun 2 agosto 1847, 
spedito da lui alle corti d* Europa sulla questione italiana. Lo 
stesso Metternich in una lettera del 19 novembre 1849 al conte 
Prokesch-Osten (Vedi : Aus dem Nachlasse des Grafen Prokesch- 
Osten. Briefwechsel mit Herrn von Gentz und Fürsten Metternich. 
Wien, 1881, Bd. II, pag. 343) si vantava di essere 1' autore di 
questa frase ed aggiungeva che la stessa cosa [ein geographischer 
Begriff) poteva dirsi della Germania. 
Invece proprio francese è quest' altra : 

1086. Les Italiens ne se battent pas. 

È tradizionale che questa frase insolente fosse detta dal generale 



[1087-1088] Patria in generale; e V Italia in particolare 313 

Christophe de La Moricière, generalissimo dell'esercito pon- 
tificio, contro cui Arn. Fusinato lanciò nel i860 una vivace poesia 
intitolata Al Rev. Padre Lamoricière generale dell' Or dine..,. ^ e 
pubblicata coi tipi clandestini del Comitato nazionale veneto. Ve- 
dasi la strofa seguente {figura il generale che arringa i soldati): 

— Che vai se irrompono 
Da tutti i lati 
Quanti ha l' Italia 
Armi ed armati ? 
Fuoco alla miccia, 
Avanti! Urrah! 
Les Italiens 
Ne se battent pas. 

Certamente egli la disse prima del 18 settembre i860, cioè prima 
che a Castelfidardo il Cialdini lo rendesse persuaso che gl' Italiani 
si battono. Io però non ne ho trovate fonti autentiche: ma una 
lettera del Lamoricière pubblicata dal Keller nella vita che egli 
ne scrisse (to. II, pag. 245), esprìme con parole molto diverse il 
medesimo giudizio: « En France et en Europe, on voit la Révo- 
lution ici avec des verres grossissants, qui augmentent et défigu- 
rent tout. La manifestation hostile de l'avant-dernière dimanche 
\in Roma'] a été dispersée par cinquante gendarmes. Les ém entiers 
étaient payés vingt et un sous. Comme ils ont été battus, on pré- 
tend que le prix de la journée s'élèvera au double pour la pre- 
mière fois. S'il y avait eu mort d'homme, le prix se serait élevé 
à un écu romain, 5 francs 37 centimes, tant est grand le désir de 
chacun de sauver sa peau. » 

Il pensiero della patria si fa più forte, e più pungente al cuore 
di chi ne è lontano. Chi ha dovuto lasciare l'amato suolo natio, 
e rivolgergli il doloroso saluto : 

1087. Adieu, adieu, my native shore. 

(Byron, ChilJe Harold's Pilgrimage, 
e. I, dopo la Str. 13). 

non potrà mai dimenticarla, poiché: 

1088. Dove che venga l'esule 

Sempre ha la patria in cor. 

(Bekchet, Le fantasie, str. 1). 

1087. Addio, addio, mio lido natale. 



3 14 Chi t'ha detto? [1089- 1092] 

Nondimeno avviene che 1' esule che trovò sotto altro cielo la pace, 
e la fortuna che la patria matrigna gli contese, non rimpianga di 
aver cercato terra più benigna. Troppo spesso si verifica la sen- 
tenza del Vangelo che : 

1089. Nemo propheta acceptas est in patria sua. 

(Evang. di S. Luca, cap. IV, v. 24; - S. Mat- 
teo, cap. XIII, V. 1\ - S. Marco, cap. VI, 
V. 24; - S. Giovanni, cap. IV, vers. 44). 

e del resto è anche vero che : 

1090. Omne solum forti patria est ut piscibus sequor. 

(Ovidio, Fasti, lib. I, v. 493). 
o, come dice Pacuvio presso Cicerone {Tus cui. Disput.^ 5, 37, 
108): « Itaque ad omnem rationem Teucri vox accomodari potest: 
Patria est ubicmnque est bene, » e Seneca {De remed. fort.^ 8,1): 
Nulla terra exilium est, sed altera patria, e più oltre {ibid., 8, 2) : 
Patria est, ubicumque bene est. 

E poi in questo secolo umanitario in cui i Latini corrono ad ab- 
bracciare il Tartaro, come scrisse il Giusti, il santo nome di pa- 
tria per molti non ha più senso, spariscono le frontiere, come già 
due secoli fa si disse che: 

1091. Il n'y a plus de Pyrénées. 

Voltaire nel Siècle de Louis X/r(chap. XXVIII) mette in conto 
del suo gran re queste celebri parole, che egli avrebbe dette al duca 
d'Anjou, quando questi partiva nel 1700 per andare a cingere la 
corona di Spagna: ma invece la frase fu detta a Luigi XIV, e in 
forma meno poetica {Les Pyrénées sont fondues) dall' ambasciatore 
di Spagna (/oz^ma/ du Marquis de Dangeau, to. VII, pag. 419). 
Chiudo, come il solito, raccogliendo in fine del paragrafo un 
mazzetto di versini spigolati dalle nostre opere teatrali più rino- 
mate e più popolari. 

1092. Vi ravviso, o luoghi ameni, 

In cui lieti, in cui sereni 

Si tranquillo i dì passai 

Della prima gioventù. 
Cari luoghi, io vi trovai, 
Ma quei dì non trovo più. 

1089. Nessun profeta è gradito nella sua patria. 

1090. Ogni paese è patria per il forte, come il mare per i pesci. 



[1093-1097] Patria in generale; e l'Italia in particolare 315 

È una cavatina di Rodolfo nella Sonnambula, melodramma di Fe- 
lice Romani, musica di Bellini (a. I, se. 6). 

Le seguenti sono scelte dalle opere musicate da Verdi: 

1093. Va, pensiero, sull'ali dorate; 

Va, ti posa sui clivi, sui colli. 
Ove olezzano libere e molli 
L'aure dolci del suolo natal! 

stupendo coro degli Ebrei nel Nabucco , dramma lirico di Temi- 
stocle Solera (a. Ili, se. 4). 

1094. Siamo tutti una sola famiglia. 

è in un coro à.^^ Emani, dramma lirico di F. M. Piave (a. II, se. 5). 

1095. Ai nostri monti - ritorneremo, 

L' antica pace - ivi godremo ; 
Tu canterai - sul tuo liuto. 
In sonno placido - io dormirò. 

romanza di Azucena nel Trovatore, parole di Salvatore Cam- 
marano (a. IV, se. 3). 

1096. Parigi, o cara, noi lasceremo, 

La vita uniti trascorreremo. 

duetto di Violetta e Alfredo nella Traviata, parole di F. M. Piave 
(a. Ili, se. 6). 



§ 54. 
Paura, coraggio, ardire 



1097. Excelsior. 

È il titolo e il ritornello di una celebre ballata del grande poeta 
americano Longfellow. Dalla versione dello Zanella riporto la 
prima stroia: 

1097. Più alto. 



3i6 Cht V ha detto? [1098-1101] 

Cadean veloci l'ombre di sera, 
E per nevoso borgo montano 
Passava un forte eh' una bandiera 
Alto portava col motto strano : 
Excelsior ! 

È stata più volte rimproverata al Longfellow la sgrammaticatura 
di Qfì^ Excelsior , che, essendo un avverbio, come il senso por- 
terebbe, dovrebbe dire Excelstus. Ma il Longfellow si difese di- 
cendo che nella sua ballata la parola excelsior non è avverbio, bensì 
aggettivo maschile, riferentesi al giovine alpinista. La scusa è sti- 
racchiata, ma insomma può passare : bensì non può passare che 
la parola stessa si usi oggi avverbialmente e sugli stemmi delle 
società alpine nostrane e straniere e in molte altre circostanze. 

Il mirare audacemente ad alti ideali, lo sfidare per essi pericoli 
e dolori, era cosa molto stimata dai nostri antichi, per i quali: 

1098. Et facere et pati fortia Romanum est. 

(Tito JLivio, Istorie, lib. II, cap. 12). 

1099. De l'audace, encore de l'audace, et toujours 

de l'audace! 

tale è la famosa conclusione di un discorso tenuto da Danton 
innanzi all'Assemblea Legislativa il 2 settembre 1792, nel quale 
egli finì con un energico appello alla nazione per domare i ne- 
mici della Repubblica: Pour les vaincre, pour les atterrer que 
faut-il? De V audace, ecc. Quel giorno medesimo il popolo ebbro 
di furore cominciava gli orribili massacri di settembre. 

Properzio dice che, anche se le forze sono state impari a qual- 
che generosa impresa, il solo averla tentata riesce di lode: 

1 1 00. In magnis et voluisse sat est. 

{Elegie, lib. II, el. 10, v. 6). 
ma molte volte la . fortuna seconda chi volle farle nobilmente vio- 
lenza, infatti è comune sentenza dei classici che: 

noi. Fortes fortuna adjuvat. 

(Terenzio, Phormio, a. I, se. 4, v. 203). 

1098. L'operare e il soffrire da forte è degno di un romano. 
UGO. Nelle grandi imprese anche l'aver voluto basta, 
noi. La fortuna aiuta i forti. 



[ii02-ilo8] Paura, coraggio, ardire 317 

che era proverbio antico, come afferma Cicerone nelle Tuscu- 
lane (II, 4, il); ovvero: 

1102. Audaces fortuna iuvat. 

Nell'-fiwezVÂ? di Virgilio, lib. X, dopo il verso 283, trovasi 
1* emistichio Audentes fortuna iuvat^ che fu quindi completato con 
le note parole timidosqtie repellit. Neil' uso poi il dettato prese la 
forma notata di sopra, non solo perchè la parola audaces era di 
più facile reminiscenza, per la somiglianza con la voce analoga 
delle lingue neolatine, ma anche per affinità col verso di Ovidio : 
Aiidacem Forsqtie Venusque juvant (Ars amatoria, I, v. 608). Il 
dettato medesimo contiene lo stesso concetto, che anche il poeta 
Pietro Metastasio rese nei due versi : 

1103. La fortuna e l'ardir van spesso insieme. 

(Temistocle, a. I, se. 14). 

1104. Un bell'ardire alle grand' opre è guida. 

{Epitalamio, 1). 

Se ti trovi in periglioso frangente, dove ti occorra di chiamare 
in tuo aiuto tutte le tue forze, ricorda la sentenza dantesca: 

1105. Ogni viltà convien che qui sia morta. 

(Dante, Inferno, e. Ili, v. 15). 
ovvero pensa che quello è: 

1106. .... Il loco 

Dove convien che di fortezza t'armi. 

(Dante, Inferno, e. XXXIV, v. 20.21). 
o come dice la Sibilla ad Enea: 

1 107. Nunc animis opus, ^nea, nunc pectore firmo. 

(Virgilio, Eneide, lib. VI, v. 261). 

Puoi anche dire in questa occasione la frase di Esopo, che più 
frequentemente si usa a deridere i millantatori messi alla prova: 

1108. Hic Rhodus, hic salta. 

II 102. La fortuna aiuta gli audaci. 
I107, Ora è d'uopo. Enea, di coraggio e di saldo petto. 
I108. Ecco Rodi, ora salta. 
I 



3i8 Chi l'ha detto? [1109-IIII] 

Il testo greco nella favola esopiana KojiTiaaxì^c (che è la 203 
nella ediz. Halm) dice : iSoù -^ Toôoç, fooó xal xò TCT^ÔYj|ia. La 
stessa favola nell' ediz. Del Furia è la 30, ed ha una variante 
che più si accosta alla versione tradizionale latina. Lo spaccone 
della favola si vantava di aver fatto nell' isola di Rodi un gran- 
dissimo salto; di qui l'apostrofe beffarda di un ascoltatore scettico. 

Ai timidi e agli irresoluti converrà ripetere quel che una spiri- 
tosa signora francese disse di S. Dionigi che decapitato a Mont- 
martre andò fino a Saint-Denis, dove poi sorse una chiesa in onore 
di lui, portando in mano la sua testa: qualcuno faceva le meravi- 
glie che il santo avesse potuto in tanto incomoda maniera percor- 
rere si lunga distanza, ma la signora osservava che la distanza non 
faceva nulla : 

1109. Il n'y a que le premier pas qui coûte. 

Quitard nel Dictionnaire des proverbes fa il nome di questa signora, 
la Du Deffand, che avrebbe detto questo hon mot al card. De Po- 
lignac, ed essa medesima se ne chiama l'autrice in una lettera del 
7 luglio 1763 a D'Alembert pubblicata da Gaston Maugras {Trois 
Tnois à la Cour de Frédéric, Lettres inédites de D'Alembert^ Pa- 
ris, 1886, pag. 28). 

Altre classiche citazioni intorno al coraggio, alla temerità e si- 
mili sentimenti, sono questa di Orazio che leva a cielo l'audacia 
del primo navigatore : 

Ilio. Uli robur et aes triplex 

Circa pectus erat, qui fragilem truci 
Commisit pelago ratem 

Primus. i^odi, lib. I, od. 3, V. 9-12). 

la seguente di Dante che così fa dire di sé a Farinata degli Uberti 
il quale nel 1260 alla raunanza di Empoli solo si oppose al pa- 
rere degli altri ghibellini, che volevano distruggere Firenze: 

mi. Colui che la difesi a viso aperto. 

(Inferno, e. X, v, 93). 

questa del Petrarca nella celebre Canzone a' Grandi d' Italia che 

I no. Robusto e col petto coperto di triplice corazza era colui che 
primo affidò al crudele oceano una fragile nave. 



[m 2- III 7] Paura, coraggio^ ardire 319 

comincia: Italia mia, benché il parlar sia indarno (P. IV, can- 
zone IV, nell'ediz. Marsand; canz. XVI nell'ediz. Mestica, str. 6): 

11 12. \_Che\ L'antiquo valore 
Ne r italici cor non è ancor morto. 

e finalmente una dell' ab. Pietro Metastasio: 

11 13. Chi vede il periglio 

Né cerca salvarsi, 
Ragion di lagnarsi 
Del fato non ha. 

(Bemofoonte, a. Ili, se. 1). 

Eccone invece due, l' una e l' altra dantesche, che ragionano di 
paura e di timidità: 

II 14 Mi fa tremar le vene e i polsi. 

. (Dante, Inferno, e. I, v. ■ 0). 

11 15. Come le pecorelle escon del chiuso 

Ad una, a due, a tre, e l'altre stanno 
Timidette atterrando l'occhio e '1 muso. 

(Dante, Purgatorio, e. Ili, v. 79-81). 
mentre gli effetti fisici e i segni esterni del terrore sono mirabil- 
mente ritratti nel verso virgiliano : 

1 1 1 6. Obstupui, steteruntque comae, et vox fau- 

[cibus haesit. 

(Virgilio, Eneide, lib. II, v. 774; ripet, nel lib. Ili, v. 48). 

come succede ad Enea quando incontra lo spettro di Creusa e 
quando la voce di Polidoro a lui parla attraverso i rami del lace- 
rato mirto. 

Esempi famosi di animo imperterrito e ardito sono ricordati nelle 
seguenti frasi, delle quali per ragione cronologica verrà prima que- 
sta che parla della favolosa prodezza di Orazio Coclite: 

11 17. Orazio sol contra Toscana tutta. 

(Ariosto, Orlando furioso, e XVIII, ott. 65). 

1 1 16. Restai stupefatto, i capelli mi si drizzarono in testa, e la 
voce rimase soffocata in gola. 



320 Chi V ha detto? [1118-1119] 



Anche il Petrarca {Trionfo della Fama, canto I, v. 80-81) 
aveva detto : 

....quel che solo 
Contra tutta Toscana tenne un ponte. 

11 18. Caesarem vehis Csesarisque fortunam. 

è la famosa risposta di Giulio Cesare al marinaio Amido, che 
sorpreso dalla tempesta, mentre su fragile palischermo stava per 
fare segreta traversata da Durazzo a Brindisi, rifiutava di pren- 
dere il largo; e Cesare, presolo per la mano, lo conforta a non 
temere, e gli dice: Per gè audacter, Cœsarem vehis, ecc. Plutarco 
nella vita di Cesare (cap. 38), Floro (4, 2, 37) e Dione Cassio 
(41, 46) hanno conservato memoria del fatto. 

Assai più degna di fama è la risposta di un altro cittadino, che 
nel darla, più che alla fiducia nella sua fortuna e nel suo valore, 
s' ispirava all' amore per la diletta patria. Essa è la seguente : 

11 19. Voi sonerete le vostre trombe, e noi sone- 

remo le nostre campane. 

Intorno alla quale il Guicciardini, verso la fine del lib. I della 
Istoria d'Italia, narrando della calata in Italia di Carlo Vili re 
di Francia, e del suo ingresso in Firenze nel novembre 1494, e 
detto delle contese sorte fra il Re e i Fiorentini per le pretensioni 
intollerabili di quello, prosegue: « le quali difficoltà, quasi inespli- 
cabili, se non con 1' armi, sviluppò la virtù di Piero Capponi, 
uno de' quattro cittadini deputati a trattare col Re, uomo d' inge- 
gno, e d' animo grande, e in Firenze molto stimato per queste 
qualità, e per essere nato di famiglia onorata, e disceso di persone, 
che avevano potuto assai nella Repubblica, perchè essendo un di 
egli, e i compagni suoi alla presenza del Re, e leggendosi da un 
Segretario Regio i capitoli immoderati, i quali per 1' ultimo per la 
parte sua si proponevano, egli con gesti impetuosi tolta di mano 
dal Segretario quella scrittura, la stracciò innanzi agli occhi del Re, 
soggiungendo con voce concitata : poiché si domandano cose sì di- 
soneste, voi sonerete le vostre trombe, e noi sonerem.o le nostre 
campane: volendo espressamente inferire che le differenze si de- 
li 18. Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare. 



[il 19] Paura, coraggio, ardire 321 

ciderebbero con l'armi, e col medesimo impeto, andandogli dietro 
i compagni, si parti subito dalla camera. Certo è, che le parole di 
questo cittadino, noto prima a Carlo, e a tutta la Corte, perchè 
pochi mesi innanzi era stato in Francia Imbasciatore de' Fioren- 
tini, messero in tutti tale spavento, non credendo massimamente, 
che tanta audacia fosse in lui senza cagione, che chiamatolo, e la- 
sciate le dimande, alle quali si récusa va di consentire, si conven- 
nero insieme il Re, e i Fiorentini in questa sentenza : che rimesse 
tutte le ingiurie precedenti, la Città di Firenze fosse amica, con- 
federata, e in protezione perpetua della Corona di Francia, ecc. » 
(Ediz. dì Milano, 1803, voi. I, pag. 154-155). Lo stesso fatto è 
narrato dal vescovo Paolo Giovio nel lib. II delle Historiée sui 
temporis, sul principio, e anche da altri storici degni di fede. 

Fanno accenno a questa fiera risposta anche i versi del Machia- 
velli {Decennale, I, v. 34-36): 

Lo strepito dell'armi e de' cavalli 
Non potè far che non fosse sentita 
La voce d' un cappon fra tanti galli. 

e la sestina del Giusti nello Stivale: 

Fra gli altri dilettanti oltramontani. 
Per infilarmi un certo re di picche 
Ci si mise co' piedi e colle mani ; 
Ma poi rimase li come berlicche. 
Quando un cappon, geloso del pollaio, 
Gli minacciò di fare il campanaio. 

Una risposta simile a quella di Pier Capponi, fu data da Pa- 
squale Marangio, Giureconsulto e Sindaco della città di Lecce 
per più anni (eletto nel 1801). « Non posso asseverare a qual 
Comandante in capo di Turchi o di Moscoviti, di Camisciotti, di 
Cavallari, di Cacciatori, che funestarono la città dalla fine del 
decorso a* principii del corrente secolo, egli (visto che lo si vo- 
leva sopraffare colla forza, e che gli si parlava di cannoneggiare 
la città), rispose: — Ebbene! Tu tieni i Cannoni, io tengo la 
Campana; — e cosi fece sbollire la superbia del barbaro. » (De 
Simone, Lecce e i suoi monumenti, voi. I, Lecce, 1874, pag. 247). 

La Francia, che può vantare fra i suoi prodi un Pierre Bayard 
[1476-1524], detto già dai contemporanei (come si riscontra in cro- 
nisti sincroni): 



322 Chi V ha detto? [il 20-1 123] 

1 1 20. Chevalier sans peur et sans reproche. 

va giustamente fiera che uno dei suoi figli più gloriosi abbia po- 
tuto dire : 

1 1 2 1 . Impossible n'est pas un mot français. 

attribuito a Napoleone I, il quale infatti scriveva da Dresda il 

9 luglio 18 13 al comandante di Magdeburgo, Conte Lemarois: 

« Ce n'est pas possible, m'écrivez-vous: cela n' est pas français . » 

Anche l'Inghilterra può essere superba di un'altra bella frase: 

11 22. England expects that every man will do 

his duty. 

che si legge nell'ordine del giorno emanato da Nelson la mattina 
della battaglia di Trafalgar, il 21 ottobre 1805 (Vedi nel voi. VII, 
a pag. 150 dei Dispatches and lettres of Vice-Admiral Lord Vis- 
count Nelson, London, 1846). 

Non meno belle, se fossero ugualmente autentiche, sarebbero le 
parole famose : 

1123. La garde meurt et ne se rend pas. 

che la leggenda attribuisce a Pierre Cambronne il quale coman- 
dava una divisione della Vecchia Guardia imperiale alla infausta 
giornata di Waterloo. A un ripetuto invito di arrendersi, egli avrebbe 
risposto invece con un'altra esclamazione, anche più energica e 
più breve ma meno pulita, sulla quale Victor Hugo ha ricamato 
un lungo e abbastanza noioso commento nei suoi Misérables (to. Ill, 
liv. I, 2"^^ partie, eh. 15), scandalizzando i suoi contemporanei, e 
specialmente gli accademici. Quando furono pubblicati i Miserables, 
uno di quelli che si mostravano più feriti dall' audacia con la quale 
Victor Hugo scrisse in tutte lettere una parola sì poco parlamen- 
tare, fu l'accademico Cucheval-Clarigny. « Il est des mots, diceva, 
que la plume doit se refuser à écrire ! » Due giorni dopo, egli ri- 
ceveva una copia dei Misérables, con questa dedica di pugno del- 
l' autore: « À M. Cheval-Clarigny ! » Tornando a Cambronne e 
alla sua risposta, eroica per quanto sudicia, devo ripetere quel 
che ho avuto occasione di notare altre volte, cioè che disgrazia- 
tamente non tutto quello che è bello, è anche vero : Cambronne con 

1122. L'Inghilterra aspetta che. ciascuno faccia il suo dovere. 



[1123] Paura, coraggio, ardire 323 

la guardia, si arrese e non morì, visse anzi fino al 1842, cioè ab- 
bastanza per smentire in ogni occasione le parole che gli erano 
state attribuite fin dal Journal general de France del 24 giu- 
gno 18 15, sei giorni dopo il terribile dramma di Mont-Saint-Jean. 
Anche il Brunschvigg nel suo recente libro su Cambronne, sa vie 
civile, politique et militaire (Nantes, 1894) dedica intiero un ca- 
pitolo al motto e alla frase di Waterloo, notando tutte le opinioni 
favorevoli o avverse al Cambronne, e concludendo che egli non 
avrebbe mai pronunziata né la frase sublime, né la parola plebea. 
Invece la frase La garde ìneurt et ne se rend pas, sarebbe stata 
detta in quella medesima occasione dal colonnello Michel o dal 
comandante Maret, se pure non fu foggiata dal giornalista Rou- 
GEMONT, quando néiV Indépendant die' ragguaglio della giornata di 
Waterloo; ed in italiano era stata detta diciannove anni prima dal 
colonnello Filippo del Carretto, che nell'aprile del 1796 difese 
eroicamente lo smantellato castello di Cossèria con un battaglione 
di 500 granatieri contro l' irrompente e vittorioso esercito di Napo- 
leone Bonaparte, ed al generale francese che gl' intimava la resa, 
rispose: Sappia, signor generale, che i granatieri piemontesi 7ion 
si arrendono mai. E questa è proprio storia, storia gloriosa del 
valore italiano ; come è storia che quel colonnello, dopo un'eroica 
e memoranda difesa, morì davvero piuttosto che arrendersi: mori 
sullo scarso trinceramento improvvisato, quando da parecchie ore 
i suoi uomini non avevano più una cartuccia, né dal mattino un 
briciolo di pane, né un sorso d'acqua dacché erano giunti lassù; 
morì, dopo avere uccisi ancora di sua mano due degli assalitori, e 
respinto il terzo assalto di dodicimila uomini. 

Nei giorni più tristi del terrore austriaco in Lombardia, il popo- 
lano milanese Antonio Sciesa, di professione tappezziere, ar- 
restato una notte in atto di affiggere un manifesto rivoluzionario 
sul corso di Porta Ticinese, fu condotto il 2 agosto 185 1 dinanzi 
al Giudizio Statario militare, condannato alla morte colla forca, e il 
giorno stesso fucilato per l'assenza del carnefice. Si narra che mentre 
era condotto al supplizio, il capitano auditore gli andasse susurrando 
all'orecchio che rivelasse i nomi de' suoi complici, promettendogli 
salva la vita e molti danari; e quasi a render più forte la tentazione, 
desse ordine che la carretta si fermasse innanzi alla casa già da lui 
abitata. Il povero martire avrebbe risposto semplicemente: 



324 Chi V ha detto? [il 24] 

II 24. Tiremm innanz. 

Milano, riconoscente al modesto eroismo del tappezziere, inaugu- 
rava, il 12 febbraio 1882, una lapide alla sua memoria nel luogo 
stesso dove egli avrebbe pronunziate le memorande parole, cioè 
in via Rosa. El guaio è che anche questa spartana risposta sembra 
una leggenda. Da alcune note diligentissime del prof. Gentile 
Pagani, già archivista del comune di Milano, che egli cortese- 
mente mi ha comunicate, parrebbe che molte ragioni si oppones- 
sero alla verità di questa tradizione, principalissima quella che 
lo Sciesa durante il doloroso tragitto era cosi abbattuto che forse 
non avrebbe nemmeno udita la domanda del capitano austriaco, 
se questa gli fosse stata fatta (e non era negli usi), e certo se 
pure 1' avesse udita non avrebbe avuto né forza né testa di ri- 
spondere. A fianco dei condannati stava sempre un cancelliere, 
dall' altra parte era il prete : i militari precedevano e seguivano 
a distanza, altra circostanza che rende più inverosimile il fatto: 
e chi accompagnò allora lo Sciesa, un modesto alunno di can- 
celleria, il nob. Achille Codoni Tomani, confermò al Pagani che 
lo Sciesa non fece parola durante il tragitto. La leggenda sorse, 
non si sa per opera di chi, ben quindici anni dopo in occasione 
di una commemorazione fatta in Milano dei Martiri del 6 feb- 
braio 1853, fra i quali fu per strano equivoco compreso lo Sciesa, 
fucilato, come si é detto, nel 185 1 ! 



§ 55. 
Personaggi storici e letterari 



Come già ho fatto per i paesi, riunisco qui molte frasi che si 
ripetono piuttosto per indicare certe designate persone che con si- 
gnificato indeterminato, come é per il maggior numero delle altre 
sentenze. 

TT24. Andiamo avanti. 



[i 125-1128] Personaggi storici e letterari 325 

E poiché procedo per ordine cronologico, ecco Omero, 

1 125. Quel sommo 
D'occhi cieco, e divin raggio di mente. 
Che per la Grecia mendicò cantando. 

(Manzoni, In morte di Carlo Imbonati, versi). 

e che ci ha lasciato quelle due preziose gemme dell' antica epica, 
così ammirate, anzi venerate dagli antichi e dai moderni, a tale che 
anche Properzio diceva dell' Iliade : 

11 26. Cedite Romani scriptores, cedite Graii, 

Nescio quid majus nascitur Iliade. 

{Elegie, lib. Ili, ode 32, v. 65-66). 
Altro illustre figlio della Grecia, è quello di cui Dante disse: 

1127. Vidi il maestro di color che sanno. 

(Inferno, e. IV, v. 131). 

alludendo, come ognun capisce, ad Aristotile. Di minor fama era 
invece 

11 28. Cameade! chi era costui? 

(Manzoni, / Promessi Sposi, cap. Vili). 

Questa classica domanda « ruminava tra sé don Abbondio, se- 
duto sul suo seggiolone»; e forse se la saranno rivolta con lui 
pure molti dei lettori àtì Promessi Sposi. Quindi il nome di Cameade 
è rimasto nell' uso a significare un ignoto qualunque. Tuttavia 
Cameade non era affatto.... un Cameade: egli era nativo di Ci- 
rene, filosofo prima stoico, poi platonico, e fondatore della terza 
Accademia, e visse dal 213 al 129 av. C. 

« Chiedere perchè il Manzoni tirò fuori il nome di quel lettera- 
ione del tempo antico, sembrerebbe forse una stranezza beli' e 
buona: eppure non è cosi. Accostiamo alle parole messe in bocca 
di don Abbondio, queste altre di un dialogo di Agostino ( Contra 
Academicos, e. Ili, n. 7): « Tum Licentius: Carneades, inquit, tibi 
sapiens non videtur? Ego, ait, Graecus non sum, nescio Carneades 
iste qui ßierit. » Non coincide la domanda di don Abbondio : 

II 26. Lasciateli passo, scrittori latini, lasciate il passo, scrittori 
greci: io non conosco nulla che superi l'Iliade. 



326 Chi V ha detto? [1129-1130] 

«Cameade! chi era costui? » con la frase di Agostino: « Nescio 
Carneades iste qui fuerit? » -Il Manzoni aveva studiato il gran 
dottore africano, e ne fa fede la lettera sua al Poujoulat nella quale 
da par suo cerca di determinare dove precisamente sorgesse il ce- 
lebre Cassiacum, ove Agostino si era ritirato con la madre, il figlio 
e gli altri amici, per prepararsi al battesimo. E notisi che il dia- 
logo contra Academicos è opera nata dalla conversazione di Ago- 
stino e de' suoi compagni durante il tranquillo soggiorno di Cas- 
siaco. Non parrà dunque più strana, dopo queste considerazioni, 
l' ipotesi che il Manzoni, scrivendo i Pro?nessi Sposi, ricordasse il 
fiescio Carneades iste qui fuerit, e lo facesse dire al povero don 
Abbondio, come saggio della non troppo ampia cultura del clero 
d' allora. » (Nino Tamassia, nel Giorn. stor. della lett. ital., vo- 
lume XXI, pag. 182). 

Nerone, il bieco e crudele tiranno, che vive ancora travestito 
sotto strane leggende nella fantasia delle genti, ha il suo posto 
nel Chi l'ha detto? per le sue ultime parole: 

11 29. Qualis artifex pereo! 

(SvETONio, Vita Neronis, 49). 

dette da lui morente. 

La eroina di una pietosa storia che commuove il popolo italiano 
da più di sei secoli. Pia de' Tolomei, senese, moglie infelicissima 
di Nello de' Pannocchieschi, signore del castello della Pietra presso 
Massa Marittima, nella Maremma senese, e uccisa dal marito prima 
del 1300, si raccomanda alla memoria del Grande Fiorentino con 
le parole: 

11 30. Ricorditi di me, che son la Pia: 

Siena mi fé', disfecemi Maremma : 
Salsi colui che inannellata, pria 
Disposata, m'avea con la sua gemma. 

(Dante, Purgatorio, e. V, v. 133-130), 

Il poeta medesimo, vissuto, come ognuno sa, dal 1265 al 132 1, 
è soggetto di molte designazioni, una delle quali tolta al poema 
che forma la principale gloria di lui. 

1129. Quale artista muore con me! 



[1131-I135] Personaggi storici e letterari 327 

1 1 3 1 . Onorate l' altissimo poeta. 

(Dante, Inferno, e. IV, v. 80), 

aveva egli detto alludendo a Virgilio: ma i posteri ritorsero la 
lode a Dante medesimo, e gliela scrissero sul monumento. Altri 
a lui si rivolge invocandolo: 

1132. O gran padre Alighier.... 

come è scritto nel sonetto A Dante di Vittorio Alfieri, composto 
nel 1783. L'Alfieri fu il primo poeta, degno del nome, che chia- 
masse Dante con 1' appellativo àx padre. Anche il Leopardi chiama 
padre Dante nella Canzone sopra il 7nonuniento di Dante che si 
preparava in Firenze. Invece Ugo Foscolo nell'ode A Dante 
lo chiama 1' 

1133. Altissimo 
Signor del sommo canto. 

imitando un passo di Dante medesimo {Inferno, e. IV, v. 95-96) : 

....signor dell'altissimo canto 
Che sovra gli altri com' aquila vola. 

Al poema dantesco fu dato il titolo di 

1 1 34. Divina Commedia. 

per merito di Giovanni Boccaccio che cosi la chiamò nel § 14 
del Trattatene in laude di Dante ; e divina egli disse non nel 
senso cristiano di celeste, bensì nel senso di opera di eccellenza 
meravigliosa, quasi sovrumana, come chiama divine le opere di 
Virgilio (Zenatti Oddone, Dante e Firenze: prose antiche, Fi- 
renze, 1902). Ma la prima edizione in cui il poema dantesco 
comparisse con tale titolo, fu la giolitina di Venezia, del 1555, 
per cura di Lodovico Dolce. 

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) è chiamato da uno dei 
nostri migliori poeti, con frase un poco secentista : 

11 35. Michel, più che mortale, Angel divino. 

(Ariosto, Orlando furioso, e. XXXIII, ott. 2), 

e colui che i contemporanei dissero il Divino Aretino, cioè Pietro 
Aretino, vissuto dal 1492 al 1557, è rimasto sconciamente famoso 



k 



328 Chi Vha detto? [1136-1137] 

anche per un epigramma fatto su di lui, e più volte pariodato in 
seguito per altri. L' epigramma è questo : 

1136. Qui giace l'Aretin poeta tosco, 

Che disse mal d' ognun fuor che di Dio 
Scusandosi col dir, non lo conosco. 

che trovasi riportato anche con altra lezione, e pure in latino; 
anzi alcuni dissero addirittura che era 1' epitaffio inciso sul sepolcro 
di lui! È stato attribuito al vescovo Paolo Giovio (1483-1552) 
sulla fede del P. Niceron, Méìnoires pour servir à l'histoire des 
hommes illustres, to. XXV, pag. 362; ma il Mazzuchelli nella 
Vita dt Pietro Aretino, pag. 84 e 137, prova che ciò non può 
essere, poiché il Giovio e l'Aretino vissero in costante amicizia. 
Perciò si ha da ritenere che si tratti di una pasquinata compo- 
sta da alcuno dei molti nemici dell'Aretino. 

Una famosa regina ha dato celebrità a una frase: 

1 1 3 7 . Moriamur pro rege nostro Maria Theresia. 

di cui questa sarebbe l' origine. Nei primi anni della guerra di 
successione d'Austria, la imperatrice Maria Teresa, abbandonata 
Vienna che non le sembrava più soggiorno sicuro dopo che gli 
eserciti francesi avevano invasa la Boemia, riparò a Presburgo, 
e là convocata la Dieta Ungherese, si presentò ad essa l'ir set- 
tembre 1741? affidando all'antica fede e al valore dell'Ungheria 
sé stessa, i suoi figli, la sua corona. La tradizione vuole che a 
questo generoso invito i rappresentanti ungheresi rispondessero 
con voce unanime : Moriamur pro rege nostro Maria Theresia, ma 
l'Arneth {Maria Theresia' s erste Regierungsjahre, 1 865, I. Bd., 
pagg. 299 e 405) contesta che queste parole non furono mai dette 
poiché non figurano né nel Diarium diaetale né nelle altre relazioni 
contemporanee : e, neppure é vero che Maria Teresa si presentasse 
alla Dieta col fanciullo lattante in braccio, poiché questo fancitillo, 
allora di sei mesi, e che fu poi l'imperatore Giuseppe, si trovava 
in quei giorni ancora a Vienna. Invece i rappresentanti, dopo che 
il Primate assicurò Maria Teresa della fedeltà di tutta la na- 

1137. Moriamo per il re nostro Maria Teresa. 



[1138-1142] Personaggi storici e letterari 329 

zione, gridarono più volte : Vitam nostram et sanguinem consecra - 
mtis. Vedasi per maggiori ragguagli il libro del signor Bela di 
Toth, Mendemonddk, a pag. 74. 

L'apostrofe a Stefano Montgolfier (1745-1799), inventore degli 
aerostati : 

1138. Novello Tifi invitto. 

sta nella ode a lui diretta da Vincenzo Monti, quel Monti contro 
cui Ugo Foscolo lanciava un feroce epigramma : 

113g. Questi è Monti poeta e cavaliero, 

Gran traduttor dei traduttor d'Omero. 

al quale epigramma, come è noto, il Monti rispose con questo: 

Questi è il rosso di pel Foscolo detto, 
Sì falso che falsò fino sé stesso, 
Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto. 
Guarda la borsa, se ti viene appresso. 

Letizia Bonaparte, la madre dei Napoleonidi, è detta da Gio- 
suè Carducci : 

1 1 40. La còrsa Niobe. 

È forse necessario di ripetere qui le due sublimi strofe, veramente 
belle di classica grandezza, che il poeta le rivolse nella ode Per 
la morte di Napoleone Eugenio (nelle Ntiav'e Odi Barbare) e dove 
appunto cosi chiamolla ? 

Delle molte frasi napoleoniche, più o meno autentiche, una 
delle più note sono le famose parole : 

1 1 4 1 . Soldats, songez que, du haut de ces pyra- 

mides, quarante siècles vous contemplent. 

parole dette da Napoleone Bonaparte ai soldati dell'armata 
d'Egitto la mattina del 21 luglio 1798, pochi momenti prima 
della gloriosa battaglia delle Piramidi, nella quale egli debellò 
Murad bey e i Mammalucchi. È pure di lui la frase: 

1142. Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! 

detta dall' audace Corso cingendo la Corona Ferrea (di cui parlerò 
più estesamente avanti al n. 1265) nella cerimonia dell'incoro- 



330 Cht V ha detto? \\1\2] 

nazione a re d' Italia seguita nel Duomo di Milano la domenica 
26 maggio 1805. Il diarista Mantovani, la cui preziosa cronaca 
manoscritta si conserva alla Biblioteca Ambrosiana, all'indomani 
della incoronazione, registrava nella sua Cronaca (to. Ili, pag. 245) 
quelle fnemorabili parole in questi termini : « Dopo le preci, e le 
interogazioni d' uso i G. Ufficiali d'Italia sono andati a deporre 
suU' altare gli ornamenti regj loro consegnati successivamente da 
S. M. Il Cardinale li benedisse; poscia l'Imperatore scese a' piedi 
dell'altare per ricevere dalla mano del Cardinale l'anello, il manto, 
la spada, che consegnò a S. A. I. il principe Eugenio, e lo scet- 
tro e la mano di giustizia. Allora sali all' altare, vi prese la co- 
rona di ferro, e ponendola con maestà sul capo pronunciò ad alta 
voce queste rimarcabili parole: Dio tne l'ha data, guai a chi la 
tocca! Dopo aver posata la Corona sull'altare, prese quella d'Ita- 
lia, e la mise sulla testa allo strepito degli applausi unanimi della 
folla di spettatori, che empivano quel vasto recinto. » 

E le stesse precise parole si trovano ripetute in altri storici 
sincroni, come il cosiddetto Federtco Coraccini (ma veramente 
Carlo Giovanni La Folie, segretario del Conte Mejan, con- 
sigliere di Stato) nella rarissima Storia dell' anifnÌ7iistrazione del 
Regno d'Italia durante il dominio Francese, Lugano, 18 23, a 
pag. 34; e anche il Conte Cusani-Confalonieri a pag. 159 del 
voi. VI della Storia di Milano; e il Cusani se non può dirsi 
storico sincrono, scrisse però la sua storia raccogliendo anche 
dalla viva voce dei contemporanei di Napoleone. Queste parole 
ebbero con una lieve variante una sanzione ufficiale nel Terzo 
Statuto Costituzionale del 5 giugno successivo (pubblicato il 7) 
dove nel Tit. VIII che parla dell' Ordine della Corona di Ferro, 
l'art. 63 dice: «La decorazione dell'ordine consisterà nell'em- 
blema della corona lombarda, intorno alla quale saranno scritte 
queste parole: Dio me l'ha data, guai a chi la toccherà. Que- 
sta decorazione sarà sospesa ad un nastro color d' arancio con 
strisele verdi all' orlo » . E nel testo francese (poiché lo Statuto 
è bilingue): Dieu me l'a donnée: garde à qui y touchera. Evi- 
dentemente si tratta di una correzione ufficiosa. 

E cosa ripetuta anche in libri autorevoli di storia che Napo- 
leone, pronunziando queste famose parole, togliesse la corona 
ferrea dall' altare, e se la ponesse con le sue mani in capo, fa- 



[i 143- 1 144] Personaggi storici e letterari 331 

cendo restare di sale 1' arcivescovo di Milano (il card. G. B. Ca- 
prara) che stava per incoronarlo. Il racconto non è perfettamente 
esatto : è bensì vero che Napoleone prese la corona da sé (e in 
tale atteggiamento lo riproduce il famoso affresco di Andrea Ap- 
piani nel palazzo Reale di Milano), ma è anche vero che la cosa 
era preveduta e prestabilita nel cerimoniale dell' incoronazione ; 
infatti il Corriere Milanese, n. 41, del 23 maggio 1805, a pag. 331, 
riportando prima della cerimonia il testo ufficiale del cerimoniale 
medesimo, dice: « {l'imperatore) salirà all'altare, prenderà la co- 
rona ferrea e la porrà un momento sulla propria testa » . 

Anche il proclama ai soldati dell' armata d' Italia dato da Na- 
poleone dal castello imperiale di Ebersdorf il 27 maggio 1809, 
dopo la riunione del suo esercito con quello del Principe Eu- 
genio, finiva: «Soldats, cette armée autrichienne d'Italie qui, un 
moment, souilla par sa présence mes provinces, qui avait la pré- 
tention de briser ma couronne de fer ; battue, dispersée, anéantie, 
grâce à vous, sera un exemple de la vérité de cette devise: Dieu 
me la donne, gare à qui la touche ». {Napole'on, recueil de ses 
lettres, proclamations etc.... par M. Kermoysan, to. II, pag. 393). 

1143. Il n'y a rien de changé en France; il n'y 

a qu'un Français de plus. 

è attribuito al Conte d' Artois (poi Carlo X) dopo la Restaurazione 
del 1814. Ma la vera storia di questo motto fortunato può leg- 
gersi nei Me'moires de Beugnot (ediz. Dentu, 1866, to. II, pa- 
gine 112-114), il quale avrebbe inventato la frase, e l'avrebbe 
inserita in un preteso discorso del conte d'Artois al suo ingresso 
in Parigi il 12 aprile 18 14, composto da lui stesso, allora mi- 
nistro, e pubblicato nel Moniteur! 

Ancora incerto è il giudizio che la storia reca sul re Carlo Al- 
berto di Savoia, V Amleto della monarchia, di cui fu detto che 
« regnò come un debole, combattè come un forte, morì come un 
santo. » Quello dei contemporanei fu severo, ed esagerato. 

La frase che ho detto di sopra, 

1144. Amleto della monarchia. 

fu applicata a Carlo Alberto già da Giuseppe Mazzini nel vo- 
lume I, sesto o settimo fascìcolo, del periodico L'Italia del Po- 



332 Chi V ha detto? ["45] 

polo, ch'egli pubblicò a Losanna dal 1849 al 185 1. Ne rinverdì 
la memoria Giosuè Carducci nella sua mirabile ode Piemonte 
(1890): 

Oggi ti canto, o re de' miei verd'anni, 
Re per tani' anni bestemmiato e pianto, 
Che via passasti con la spada in pugno 

Ed il cilicio 
Al Cristian petto, italo Amleto..,. 

Invece, quanto diverse furono la venerazione e 1' affetto che cir- 
condarono il figlio ! Basterebbe a mostrarlo l' appellativo che i suoi 
popoli gli dettero, lui vivente, di 

1145. Re galantuomo. 

del quale la origine è narrata da Giuseppe Torelli nel volume : Let- 
tere di Massimo d'Azeglio a Gitiseppe Torelli, con frammenti 
di questo in continuazione dei Miei Ricordi, capo IV. 

« Un dì l'Azeglio disse al Re : — Ce ne sono stati così pochi 
nella storia dei Re galantuomini, che sarebbe veramente bello il 
cominciarne la serie. — Ho da fare il re galantuomo? - chiese 
sorridendo senza ridere Vittorio Emanuele. — Vostra Maestà ha 
giurato fede allo Statuto, ha pensato all' Italia e non al Piemonte. 
Continuiamo di questo passo a tener per certo che a questo mondo 
tanto un re quanto un individuo oscuro non hanno che una sola 
parola, e che a quella si deve stare. — Ebbene, il mestiere mi 
par facile - disse Sua Maestà. — E il Re galantuomo 1' abbiamo - 
osservò l'Azeglio. Alcuni giorni dopo questa espressione si dif- 
fuse, pigliò voga e non andrà mai già perduta. Riferisco questo 
brano di dialogo dietro un racconto che mi fece l'Azeglio stesso 
di quella conversazione, il quale alla sua volta quando a me lo 
narrava, andava ricercando nella memoria una lezione forse più 
giusta. » 

Il Massari narra a tale proposito che « Vittorio Emanuele si 
compiacque sempre di avere e di meritare quella denominazione. 
Pregato ad inscriversi in fin d' anno nel registro del censimento 
della popolazione torinese, alla colonna che ha per rubrica le pro- 
fessioni, scrisse di suo pugno : Re galantuomo. Era il mestiere che 
a lui pareva tanto facile. » {La vita e il regno di Vittorio Ef?ianuele, 
voi. I, pag. 160). 



[il 46- 1 147] Personaggi storici e letterari 333 

Anche di un altro appellativo andava fiero il primo re d'Italia, 
cioè di essere il 

1146. Primo soldato dell'indipendenza italiana. 

Ma questo attributo egli stesso se lo dette nel Proclama ai Popoli 
del Regno pubblicato il 20 giugno 1859, cioè sul procinto di par- 
tire per il campo a iniziarvi quella fortunata campagna, donde 
doveva nascere la unità d' Italia. Il proclama cosi chiude : « Io 
non ho altra ambizione che quella di èssere il primo soldato del- 
l' indipendenza italiana. » 

Non lasceremo i Sabaudi senza registrare il loro antichissimo 
motto : 

1147. Fert. 

la misteriosa divisa di Amedeo Vili primo duca di Savoia (più 
tardi papa col nome di Felice V), eh' egli dette come motto al- 
l' ordine cavalleresco dell'Annunziata da lui istituito, come dai più 
si crede, nel 1434; altri invece lo dicono fondato da Amedeo VI, 
il Conte Verde, nel 1362. La interpretazione di questa divisa è 
ancora un problema, poiché è da rigettarsi la notissima che vuol 
vederci un acrostico del motto Fortitiido ejtis Rhodum tenuit, 
allusiva alle pretese gesta del conte Amedeo V il Grande, il quale 
nel 1310 avrebbe liberato Rodi dall'assedio de' Saraceni, mentre 
è provato che nessuno de' Sabaudi fu a quella guerra. Più pro- 
babili sono r interpretazione, pure acrostica, Fœdere et religione 
tenemur, che si troverebbe in un doppione d' oro coniato sotto 
il regno del duca Vittorio Amedeo I; quella del comm. Padi- 
glione, che vede nella parola Fert un troncamento di Ferté, voce 
dell' antico francese ; e quella recentissima del conte Massimino 
di Ceva, il quale crede eh* essa sia soltanto la prima parola del- 
l' emistichio virgiliano Fertque refertque {Eneide, lib. XII, v. 866), 
che si legge intiero in una medaglia di Carlo Emanuele I del 1590, 
e che sarebbe stato un antico motto di Casa Savoia. È da no- 
tarsi col Promis {Illustraz. di una medaglia di Claudio di Seys- 
sel, ecc., nella Miscellanea di Storia Italiana, to. XIII, pag. 88) 
che « di questo motto nessuna menzione trovasi anteriormente ad 
Amedeo Vili, il quale solamente nel 1391 successe al padre, e 
che la prima volta in cui fu menzionato fu in un ordine di bat- 



334 Chi l'ha detto? [1147] 

titura delli 23 gennaio 1392, col quale tal conte concesse allo 
Zecchiere d'Avigliana la facoltà di lavorare quarti di grosso uguali 
nella legge a quelli battuti da Amedeo VII nella stessa zecca a 
tenore di ordine delli 23 febbraio dell'anno precedente. Ame- 
deo Vili adunque volle che in tal pezzo fosse scriptum ab una 
parte in medio hoc verhum FERT, e notisi che in questo caso 
la parola verbum chiaramente significa che il feri cui è preposto 
non può essere che la terza persona del tempo presente del verbo 
ferre qualunque poi fosse l'allusione ignota datagli dal suo autore» . 
Vedansi : Liverani, La divisa della R. Casa di Savoia (Faenza, 1873); 
Padiglione, Il FERT di Casa Savoia {Napoli, 1868); due articoli 
(uno di C. Lozzi, l'altro del Padiglione medesimo) nel Bibliofilo, 
voi. I, 1880, pag. 178 e voi. Il, 1881, pag. 20; e \^ Rassegna 
settimanale universale, voi. Ili, num. del 26 die. 1897, pag. 30. 
A San Malachia (o più propriamente Maelmaedog Uà 
Morgair), arcivescovo di Armagh in Irlanda, vissuto nel sec. xii 
e grande amico di san Bernardo di Chiaravalle, fu attribuita per 
qualche tempo una curiosa profezia intorno ai papi da Celestino II 
alla fine del mondo, che il benedettino Arnaldo Wyon pubblicò 
per la prima volta nel voi. I dell' opera Lignum vitœ, ornamen- 
tum et decus Ecclesice (Ven., 159 1), e che poi è stata riprodotta 
più volte (benché condannata dai Sommi Pontefici), ed anche nel 
Grand Dictionnaire historique del Moreri, sotto la voce Mala- 
chie, e nella Storia dei Papi dell' Henrion. È quasi certo che co- 
desta scrittura è apocrifa e che probabilmente fu composta durante 
il conclave in cui fu eletto Gregorio XIV (1590) dai partigiani del 
card. Girolamo Simoncelli orvietano. In questa pretesa profezia 
ogni papa è indicato da una frase allegorica, in cui si vuol trovare 
allusione o alla patria del papa, o al suo cognome, o al suo 
stemma, o alla condizione di nascita, o agli avvenimenti del suo 
regno, insomma a tante circostanze che è ben difficile che una 
di esse non si presti alla spiegazione della profezia. Del resto 
1' applicazione loro appare più giusta per tutti quei pontefici che 
precedono Gregorio XIV, mentre è cavillosa e forzata per quelli 
che seguono. Si consulti anche Menestrier, Refutation des Pro- 
phéties attribués à saint Malachie (Paris, 1689); Moller, Disser- 
tano de Malachia propheta pontificio (Altdorf, 1 706) ; e il recente 
libro del Coucherat, La prophétie des Papes. Checché ne sia, que- 



[1148-1151] Personaggi storici e letterari 335 

ste profezie ebbero grande reputazione e anche oggi sono citate se 
non altro a titolo di curiosità. Pio IX è designato con le parole 

1148. Crux de cruce. 

che gli scrittori clericali vogliono profetiche delle traversie sofferte 
dal Pontificato sotto di lui e specialmente della perdita del do- 
minio temporale toltogli dalla Casa di Savoia, che ha nel suo 
stemma una croce; Leone XIII con le altre 

1149. Lumen in cœlo. 

le quali, per una delle solite felici coincidenze, possono spiegarsi 
con lo stemma di casa Pecci, che porta, fra altri simboli, una 
cometa d'oro; e Pio X con quelle, meno appropriate, di 

11 50. Ignis ardens. 

che si vogliono spiegare con la circostanza che il nuovo Ponte- 
fice fu eletto il 4 agosto, giorno di S. Domenico, il quale santo 
ha nel suo stemma un cane con una face ardente. Ma la spie- 
gazione è proprio stiracchiata. Secondo la profezia medesima. 
Pio X dovrebbe avere nove successori : il primo è designato col 
motto Religio depopulata; l'ultimo, Pietro II Romano, assisterà 
alla distruzione di Roma, e al giudizio finale. 



§ 56. 
Piacere, dolore 



Ad esprimere la letizia sincera e generale, non potrebbe tro- 
varsi di meglio che il verso; 

1 1 5 1 . Tutto è gioia, tutto è festa. 

1148. Croce della (o dalla) Croce. 

1 149. Lume in cielo. 

1150. Fuoco ardente. 



336 Chi Vha detto? [ïï52-ii55] 

eh' è il primo del melodramma di Felice Romani, La Sonnam- 
bula, musicato dal Bellini ; ed è pure ripetuto in un coro del 
Rigoletto, parole del Piave, musica del Verdi (a. I, se. 5). Ma 
forse il Romani adattò al melodramma un verso di una canzone, 
popolarissima a Napoli sul principio del secolo, intitolata La bella 
Sorrentina, e attribuita a eerto I. Capecelatro : 

Io ti vidi a Piedigrotta, 
Tutta gioia, tutta festa, ecc. 

Amilcare Lauria erede che l' ispirazione della Sorrentina dovette 
necessariamente venire dal bellissimo duetto del Rossini, La re- 
migata veneziana. 

1152. I' benedico il loco e '1 tempo e l'ora. 

(San. in vita di M. Laura, num. X, secondo il Mar- 
sand, coni.: Quando fra l'altre dornte adora ad 
ora; nell'ediz. Mestica, son. XII). 

scriveva il Petrarca, parlando dell'ora del suo innamoramento; 
ma egli pure non era giunto, a quanto sembra, al eolmo de' suoi 
voti. Che non avrebbe egli detto se avesse potuto ottenere dalla 
bella De Sade 

1153. Un'ora dell'ebbrezza che ogni ebbrezza 

scolora. (Giacosa, una partita a scacchi, se. 2). 

Fors' anche non avrebbe detto nulla, perchè l' amante felice deve 
saper essere discreto, e poi anche perchè: 

11 54. La gioia verace 

Per farsi palese 
D'un labbro loquace 
Bisogno non ha. 

(Metastasio, Giuseppe, parte II). 
senza contare che il mistero rende più acuto il sapore dei piaceri : 

1155. Aquae furti vae dulciores sunt, et panis ab- 

sconditus suavis. 

{Proverbi di Salomone, cap. IX, v. 17). 



155. Le aeque furtive sono più dolci, e il pane che tiensi ascoso 
è più gradito. 



[1156-1159] Piacere, dolore 337 

Ora voltiamo la medaglia e vediamo un poco quel che dicono 
del dolore i nostri autori favoriti. Dante pensa che i dolori si 
sopportano più facilmente se preveduti : 

II 56 Saetta pre visa vien più lenta. 

(Paradiso, e. XVII, v. 17). 
e intendasi per più lenta, che dà minor dolore ; infatti anche Ovi- 
dio dice : Nam prœvisa jninus lœdere tela soient. Il Metastasio 
vuole smentire il volgare dettato : Mal comune mezzo gaudio, so- 
stenendo invece che 

1157. Non è ver che sia contento 

Il veder nel suo tormento 
Più d'un ciglio lagrimar. 
Che l'esempio del dolore 
È uno stimolo maggiore 
Che ci chiama a sospirar. 

{Artaserse, a. Ili, se. 6). 
Il Giusti poi incoraggia a sopportare virilmente il dolore, 
poiché : 

11 58. Liberamente il forte 

Apre al dolor le porte 
Del cor, come all'amico. 

(Al medico Ghinozzi contro l'abuso dell'etere 
solforico, str. 5). 

Peccato eh' egli non mettesse costantemente in pratica i suoi 
propri consigli ! 

1 1 59. Infandum, regina, iubes reno vare dolorem. 

(Virgilio, Eneide, e. II, v. 3). 
è detto da Enea a Didone, che lo invita a narrarle la distruzione 
di Troia. Molto opportunamente lo usò il P. Faure, cappuccino, 
che fu poi vescovo di Amiens nel 1653; predicando un giorno 
sulla passione di Cristo a St. Germain-l'Auxerrois, entrò la regina 
mentre la predica era già cominciata : allora il Faure rivolgendosi 
a lei, s* inchinò, recitò il verso virgiliano, e ricominciò da capo. 

1159. Tu mi comandi, o regina, di rinnovare un inenarrabile 
dolore. 

22 



338 Chi V ha detto? [iióo-iióò] 

Una classica reminiscenza di Virgilio sono i famosi versi dan- 
teschi : 

II 60 Tu vuoi ch'io rinnovelli 

Disperato dolor che il cor mi preme 
Già pur pensando, pria ch'io ne favelli. 

(Dante, Inferno, e. XXXIII, v. 4-6). 

L'Alighieri nella pittura del dolore è veramente sublime ed 
inarrivabile, ed ecco altri versi di lui, tutti ugualmente noti, ed 
ugualmente tolti al terribile racconto del Conte Ugolino, che 
esprimono la manifestazione del dolore : 

1161. Io non piangeva; sì dentro impietrai. 

{Inferno, e. XXXIII, v. 49). 

1162. Ambo le man' per lo dolor mi morsi. 

{Itifertio, e. XXXIII, v. 58). 

11 63. Ahi dura terra! perchè non t'apristi? 

(Inferno, e. XXXIII, v. 66). 

Le altre parole di Dante : 

11 64. Io non morii, e non rimasi vivo. 

Pensa oramai per te, s' hai fior d' ingegno, 
Qual io divenni, d'uno e d'altro privo. 

[Inferno, e. XXXIV, v. 25 27). 

sono veramente da lui dette, non a proposito di alcun dolore, ma 
per il grande spavento provato a vedere Lucifero, ma si applica 
ugualmente bene ad esprimere sì 1' uno che 1' altro sentimento. 

Però la manifestazione più comune e più visibile del dolore è 
il pianto che porta anche un certo sollievo a chi può dargli libero 
corso, per cui dice benissimo Ovidio : 

1165. Est quaedam fiere voluptas. 

(Tristes, lib. IV, el. 3, v. 27). 

Anche per il pianto ho alcune frasi dantesche, come le due 
seguenti : 

11 66. Farò come colui che piange e dice. 

(Dante, hiferno, e. V, v. 126). 
II 65. Anche il pianto ha una certa voluttà. 



[il 67-1170] Piacere, dolore 339 

1 167. Ben se' crudel, se tu già non ti duoli 

Pensando ciò eh' al mio cor s' annunziava. 
E se non piangi, di che pianger suoli? 

(Inferno, e. XXXIII, v. 40-42). 

Ecco finalmente un' altra citazione lacrimosa tolta dal libretto 
di una vecchia e notissima produzione teatrale: 

1168. Una furtiva lacrima 
Negli occhi suoi spuntò. 

(L'Elisir d' Amore, opera comica di Felice 
Romani, musica di Donizetti, a. II, se. 8). 



§ 57. 
Povertà, ricchezza 



11 69. Vivent les gueux! 

è il ritornello di una canzone di P. J. de Béranger intitolata 
appunto Les giceux e composta nel 1 8 1 2 ; ma se Béranger gli ha 
dato quella popolarità di cui godono tutte le sue gioiose rime, è 
pur vero ch'egli non n'è l'autore. Il Fournier racconta di averlo 
trovato in diversi canzonieri del secolo xviii, e principalmente 
alla fine di alcune strofe di Piron pubblicate dalla Société des 
Bibliophiles nel vol. V dei suoi Mélanges. 

Non v' ha dubbio che colui che sa contentarsi, può trovare qual- 
che conforto anche nella povertà, se non altro quello di ridersela 
dei ladri! È cosa ormai vecchia che: 

1 1 70. Cantabit vacuus coram latrone viator. 

(GiovBNALB, Satira X, v. 22). 

I' II 70. Il viandante con le saccoccie vuote può cantare sulla faccia 
al ladro. 



340 Chi V ha detto? [1171-1175] 

Perciò la povertà era levata a cielo e professata dai filosofi, a 
cominciare da colui che soleva dire : 

1 1 7 1 . Omnia mea mecum porto. 

dettato che Cicerone {Paradoxa, I, i) attribuisce a Biante di 
Priene, uno dei sette savi della Grecia; ma Fedro {Fab., IV, 21) 
lo dà a SiMONiDE di Geo, e Seneca (epist. 9) e Valerio Mas- 
simo (VII, 2) all' epicureo Stilpone. 

Le privazioni e la povertà sono sopportate coraggiosamente, 
direi quasi lietamente, quando si hanno le forze e la fede che dà 
la gioventù : 

1 1 7 2 . Dans un grenier qu'on est bien à vingt ans ! 

ritornello della canzone di P. J. de Béranger intitolata appunto 
Le Grenier. Tutto sta nel contentarsi : ed è certamente più invi- 
diabile la condizione della zingara Azucena che canta nel Trova- 
tore (parole di Salv. Cammarano, musica di Verdi, a. Ili, se. 4) : 

1173. Ivi povera vivea, 

Sol contenta del mio stato. 

della condizione di chi è ricco, ma non trova le sue ricchezze suf- 
ficienti a soddisfare i suoi desideri ; ovvero di chi non sa fare buon 
uso del danaro, ed essendo ormai stanco di tutte le voluttà mate- 
riali che il danaro può procurargli, non trova nell' abbondanza che 
la sazietà e la infelicità. Egli può ben dire con Ovidio : 

1174. Inopem me copia fecit. 

(Metamorfosi, lib. Ill, v. 466). 

o con Seneca : 

1175. Magna servitus est magna fortuna. 

(Ad Polyhiuni consolatio, XXVI). 

cui servono di commento le parole che immediatamente prece- 
dono : Multa tibi non licent, quae hu7nillÌ7nis et in angulo ja- 
centibus licent; alle quali sentenze piacemi avvicinare la seguente 

II 71. Porto con me ogni mia ricchezza. 

11 74. L'abbondanza mi fé' povero. 

11 75. Una grande fortuna è una grande servitù. 



[il 76-1 1 78] Povertà^ ricchezza 341 

che veramente parla dei mali soltanto della smisurata ricchezza 
territoriale, dovuti a complesse ragioni sociali: 

11 76. Latifundia perdidere Italiani. 

(Plinio, Hist, natur., lib. XVIII, 7). 

Senza spregiare le ricchezze che pure possono dare molte sod- 
disfazioni, se non altro quella di giovare altrui, nessuno può di- 
sconoscere che più felice di molti Cresi è il modesto lavoratore che 
sa contentarsi del poco sufficiente ai suoi reali bisogni, e trae dal- 
l'opera sua una onesta e ben guadagnata mercede, purché, dico, 
sia ben guadagnata e non provenga da turpe fonte. Che il de- 
naro di mala provenienza poco profitta; e a chi te l'offre, ri- 
spondi pure con le parole della Bibbia: 

1177. Pecunia tua tecum sit. 

(Atti degli Apostoli, e. Vili, v. 20), 

che sono le famose parole rivolte da Pietro a Simon Mago, che 
gli offriva danaro per ricevere lo Spirito Santo. Il testo veramente 
dice : Pecunia ttia tecum sit in perdittonem, cioè Va in malora 
tu e il tuo danaro, e quindi il senso è un poco diverso da quello 
nel quale si usano correntemente. 

Chi più felice del contadino, il giorno che anche per lui si rea- 
lizzasse il desiderio di quel monarca francese, avido di popolarità, 
di cui narrasi dicesse : 

1178. Je veux que le dimanche chaque paysan 

ait sa poule au pot. 

La tradizione attribuisce questo voto a Enrico IV, e benché man- 
chino le prove dirette della sua autenticità, tuttavia il consenso 
universale e l' indole del principe ce lo fanno credere probabile. 
Esso fu anche nei secoli posteriori augurio comune per i re non 
meno che per i primi ministri; e sotto Luigi XIV, Colbert scri- 
veva all'intendente di Tours nel 1Ò70 parafrasando il voto reale, 
che sembra eh' egli avesse preso a cuore e domandando : « si les 
paysans commencent à estre bien vestus et bien logés, et s'ils 
pourront enfin se réjonir un peu, aux jours de feste et de noces. » 

11 76. I latifondi' condussero l'Italia a perdizione. 

1177. Tienti il tuo denaro. 



342 Chi Vha detto? [1179-1181] 

Non si sa se la risposta dell' intendente fosse tale da soddisfare 
completamente l' illustre ministro. 

Quasi cent' anni più tardi 1' avvenimento al trono di Luigi XVI 
aveva ispirato a tutti le migliori speranze, per cui una mattina si 
lesse sul piedestallo della statua di Enrico IV sul Ponte-Nuovo 
la iscrizione Resurrexit. L' indomani non mancava la risposta, 
contenuta nel seguente distico: 

Resurrexit? j'approuve fort ce mot, 

Mais, pour y croire, il faut la poule au pot. 

Cui un terzo anonimo ribatteva con un nuovo epigramma: 

Enfin, la potile ati pot sera donc bientôt mise ! 

On doit du moins le présumer, 
Car, depuis deux cent ans qu'on nous l'avait promise, 

On n'a cessé de la plumer. 

Invece chi ha il mestolo in mano seguita allegramente a pelar 
la gallina.... senza farla gridare; e il popolo la tira avanti 

1179. In virtù della santa bolletta. 

come è detto in una poesia vernacola di Tommaso Grossi ap- 
punto intitolata La bolletta. In dialetto milanese bolletta vuol dire 
miseria. 

È del Metastasi© un'osservazione non nuova, ma sempre vera, 
che mostra come anche la ricchezza sia soprattutto relativa, in 
modo che molti beni, levati a cielo e invidiati dagli uni, son te- 
nuti in piccol conto dagli altri, poiché : 

1 1 80. Han picciol vanto 

Le gemme là, dove n'abbonda il mare: 
Son tesori fra noi, perchè son rare. 

{Temistocle, a. I, se. 4). 

Ed è di Giuseppe Giusti quest' altra considerazione, piuttosto 
malinconica se vogliamo, fatta a proposito della stima che il 
mondo ha sempre avuto per chi ha, in confronto di chi non ha : 

1 1 8 1 . Un gran proverbio 

Caro al Potere, 
Dice che l'essere 
Sta nell'avere. 

{Gingillino, P. I, str. 32). 



[1182-1184] Povertà, ricchezza 343 

e Aulla si può concludere di buono, se mancano i danari, che sono 

1182. La base de tuto. 

che è il titolo di una commediola in due atti di Giacinto Gal- 
lina, rappresentata per la prima volta al Teatro Goldoni di Ve- 
nezia nel febbraio 1894, e che forma il seguito di Serenissima. 
Ma se la base de tuto, secondo l' opinione dei più, sono i soldi, 
per il Nobilomo Vidal, invece, xe volerse ben (a. I, se. io). 
Sullo stesso soggetto ecco anche un- bel testo latino: 

1183. Beati possidentes. 

Ordinariamente la si crede citazione d' Orazio, e la opinione co- 
mune è stata confortata dall' autorità del Fournier, che nel libro 
più volte ricordato L'esprit des atitres cita la frase indicando an- 
che il luogo di Orazio donde sarebbe tolta, cioè dall' ode IX del 
lib. IV, verso 25 ; e sulla fede del Fournier molti, altri repertori 
ripetono lo stesso errore. Ed altro non è, che se si cerca il passo 
indicato, nulla vi si trova di simile, e invece ai v. 45-46 si trova : 

Non possidentem multa vocaveris 
Recte beatum 

che significa precisamente il contrario. Piuttosto l' origine del 
Beati possidentes va cercata in un aforisma o ditterio giuridico, 
di cui ignorasi l'autore: Beati qui in iure censentur possidentes. 

1 1 84. A l'origine de toutes les grandes fortunes, 

il y a des choses qui font trembler. 

è sentenza che si attribuisce a Bourdaloue il quale infatti nel 
Sermon sur les richesses, ossia nel Sermon pour le jeudi de la 
seconde semaine de carême, che nell* ediz. princeps del 1707» si 
trova nel to. II, p. 5, dice: «....Si vous remontez jusqu'à la 
source d'où cette opulence est venue, à peine en trouverez-vous 
ou l'on ne découvre, dans l'origine et dans le principe, des choses 
qui font trembler». Ma Bourdaloue, com'egli stesso dichiara in 
quella predica, non fa che commentare un testo di S. Gerolamo : 
Omnis dives aut iniquus est aut hcres iniqui. 

1183. Beati coloro che posseggono. 



344 Chi Vha detto? [1185-1187] 

Come conclusione di tutta questa filosofia, leniamoci pruden- 
temente in una via di mezzo, e senza agognare immoderatamente 
le ricchezze, cerchiamo di tenere almeno lontana da casa nostra : 

1185. Malesuada Fames ac turpis Egestas 

(ViKGiLio, Eneide, lib. VI, v. 276). 

i due mostri che stanno all' ingresso dell'Averno. Cfr. Euripide, 
Electr., V. 376-7 : àXX' êxst vóaov 7t£v£a • Stôâaxsi 5'àv8pa 1% 
Xpstq: xaxòv. 



§ 58. 
Preti, sacerdoti, chiesa 



Il domma dell' unità della chiesa cattolica trae suo fondamento 
da un versetto del Vangelo, che suona: 

11 86. Fiet unum ovile, et unus pastor. 

(Vang, di S. Giov., cap. X v. 16). 

È pure della Bibbia quest' altra sentenza che ammonisce i sa- 
cerdoti a educare il gregge loro non soltanto con la parola, ma 
anche con l'esempio, poiché i fedeli si modellano a similitudine 
del loro pastore : 

1187. Sicut populus, sic sacerdos. 

{Libro di Osea, cap. IV, vers. 9). 

dice la Bibbia, e noi lo ripetiamo, come si capisce, anche in senso 
traslato. 

Non voglio offendere le convinzioni religiose dei miei lettori ac- 
cogliendo in soverchio numero citazioni irreligiose o antisacerdo- 
tali. Qualcuna delle più note tuttavia non può essere omessa: tali 

1185. La Fame cattiva consigliera e la Povertà vergognosa. 

1186. Vi sia un solo ovile e un solo pastore. 

1187. Come il popolo, così è il sacerdote. 



[1188-II91J Preti, sacerdoti, chiesa 345 

sarebbero questi due versi che voglionsi detti da Santa Brigida 
nel secolo xiv: 

1188. Curia romana non petit ovem sine lana: 
Dantes exaudit, non dantibus ostia claudit. 

ovvero la terribile invettiva di Saul contro Achimelec : 

1189. Sacerdoti crudeli, empj, assetati 
Di sangue sempre. 

(V. Alfieri, Saul, tragedia, a. IV, se. 4). 

E nella tragedia stessa, a breve distanza dai due versi me- 
desimi : 

.... Son queste, 
Queste son, vili, le battaglie vostre. 



.... Ogni altra cura, 
Che dell* altare, a cor vi sta. Chi sete. 
Chi sete voi? Stirpe malnata e cruda. 
Che dei perigli nostri all'ombra ride; 
Che in lino imbelle avvoltolati, ardite 
Soverchiar noi sotto l' acciar sudanti. 

Chi ha letto il famoso Inno a Satana che il nostro più grande 
poeta vivente, Giosuè Carducci, pubblicò sotto lo pseudonimo 
di Enotrio Romano, e al quale forse egli deve gran parte della 
sua fama, benché appresso abbia scritto molte cose di gran lunga 
migliori, non avrà dimenticato la strofa: 

1 1 90. Via r aspersorio, 

prete, e il tuo metro! 
no, prete: Satana 
non toma indietro! 

Vuoisi che fosse intercalare comune a Leone X, specialmente 
parlando col fratello Giuliano, di dire: 

1 191. Godiamoci il papato, poiché Dio ce l'ha dato. 

1 188. La caria romana non vuole pecorelle senza lana; ascolta chi 
dà, a chi non dà serra la porta in faccia. 



346 Chi V ha detto? [1192-1194] 

Vedasi nelle Relazioni degli ambasc. veneti, pubbl. da E. Alberi 
(Firenze, 1846), ser. II, voi. Ili, a pag. 51, la relazione di Ma- 
rino Giorgi. Anche di Martino IV, che fu papa dal 1281 al 1285, 
e di cui Dante {Purg., XXIV, 23-24) dice che nel Purgatorio: 

....purga per digiuno 
Le anguille di Bolsena e la vernaccia. 

narra Jacopo della Lana, commentando i predetti versi : « Fu 
molto vizioso della gola, e fra l'altre ghiottonie nel mangiare ch'elli 
usava, facea tórre 1' anguille del lago Bolsena, e quelle facea an- 
negare e morire nel vino della vernaccia, poi fatte arrosto le man- 
giava; ed era tanto sollecito a quel boccone, che continuo ne 
volea, e faceale curare e annegare nella sua camera. E circa lo 
fatto del ventre non ebbe né uso né misura alcuna, e quando elli 
era bene incerato dicea: 

1192. O sanctus Deus, quanta mala patimur pro 

Ecclesia sancta Dei. » 

Le quali parole sono diventate presso che proverbiali, poiché il 
commento Laneo è forse il più noto dei commenti danteschi, es- 
sendo a stampa sin dal secolo xv. 

Sentenze popolari e notissime intorno al Sommo Pontefice e ai 
suoi attributi, non mancano; eccone alcune: 

1193. Tu es Petrus, et super hanc petram sedifi- 

cabo Ecclesiam meam et portse inferi non 
prsevalebunt ad versus earn. 

i,Vang. di S. Matteo, cap. XVI, v, 18). 

1194. Ubi Petrus, ibi Ecclesia. 

che si attribuisce a S. Ambrogio, vescovo di Milano; e 



11 92. O santo Dio, quanti mali soffriamo per la santa 'Chiesa 

di Dio! 

1 193. Tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia chiesa, 

e le porte dell' inferno non avran forza contro di lei. 

11 94. Dove è Pietro, ivi è la Chiesa. 



[1195-1198] Preti, sacerdo ti, chiesa 347 

1 1 95. Papa potest extra jus, super jus et contra jus. 

che vien detto trovarsi nel trattato del card. Roberto Bellar- 
mino, De summo pontifice; ma io non ce l' ho trovato, né credo 
che ci sia: e preferisco ritenere l'attribuzione per maliziosa. 

Non conosco frasi benevole verso i frati che abbiano avuto la 
virtù di passare in tradizione : le poche che ricordo (e le pochis- 
sime che citerò) sono tutte ostili. 

La frase: 

11 96. Quand vous semez du Jésuite, vous récol- 

tez du révolté. 

fu detta dal principe Girolamo Napoleone alla Camera dei 
Deputati a Versailles il 24 novembre 1876. Vedi W Journal of- 
ficiel de la République française, 25 novembre 18 76. 

Dopo la soppressione degli ordini religiosi divennero di attua- 
lità quei due versi faceti : 

1197. Poveri frati! avvezzi a nun fa' niente, 
Chi sa quanti ne stianta dar dolore. 

tratti da uno dei sonetti in dialetto pisano di Neri Tanfucio (Re- 
nato Y\ic\'ì!it)va.\SX.o\z.\.o La soppressione de' 'onventi {son. LXVII). 
Come anche molto tempo avanti si ricordavano piacevolmente quelli 
del favoleggiatore toscano : 

11 98. ....Fra Pasquale, 
Che nella cella tacito dimora, 

Ch' ha una pancia sì grossa e si badiale. 
Che mangia tanto e predica il digiuno, 
Che chiede sempre, e nulla dà a nessuno. 

(LoR. PiGNGTTi, // toJ>o romito, favola). 

Chiudo finalmente con un epigramma di Vittorio Alfieri, che 
riassume i rancori di lui contro tutto il mondo clericale, frati, 
preti, cardinali, pontefici: 

1195. n Papa può al di là del diritto, sopra il diritto e contro 
il diritto. 



348 Chi V ha detto? [il 99-1 201] 

1199. Sia pace ai frati 

Purché sfratati: 
E pace ai preti 

Ma pochi e quieti: 
Cardinalume 

Non tolga lume: 
Il maggior prete 

Torni alla rete: 
Leggi e non re, 

L' Italia e' è. 



§ 59. 
Probità, onoratezza, fedeltà alle promesse 



1200. Cada uno es hijo de sus obras. 

è proverbio, non soltanto spagnuolo, ma di tutte le lingue. Però 
gli spagnuoli vogliono trovarne le origini in ciò che dice il ca- 
valiere dalla Trista figura della propria dama nel Don Qtiijote 
(parte II, e. 32): «Dulcinea es hija de sus obras ; » ma fu proprio 
Cervantes il primo a usare questa locuzione? Ma foss'egli, od 
altri, sta in fatto che il più bel titolo di nobiltà per un uomo è 
l'onore; e chi può vantarlo intatto, può trovare conforto anche 
nelle maggiori avversità, ripetendo col cavalleresco re Fran- 
cesco I: 

1201. Tout est perdu fors l'honneur. 

A proposito di questo celebre motto, scriveva Chateaubriand negli 
Études historiques (to. I, pag. 128): « On ne retrouve plus I'ori- 

1200. Ognuno è figlio delle sue opere. 



[ 1 202- 1 203] Probità, onoratezza^ fedeltà alle pro7nesse 349 

ginal du fameux billet, Tout est perdu fors l'honneur; mais la 
France, qui l'aurait écrit, le tient pour authentique. » Questa volta 
la Francia e Chateaubriand s' ingannavano: 1' originale del famoso 
biglietto non si è ritrovato, ma si sono ritrovate copie non meno 
autentiche della lettera che Francesco I scrisse a sua madre, Luisa 
di Savoia, la sera stessa della disgraziata battaglia di Pavia, una 
lettera abbastanza lunga, e che in verità contiene nelle prime ri- 
ghe il senso del motto foggiato benevolmente dagli storici, ma 
senza il laconismo e la serenità che 1' avevano reso celebre. Ecco 
il principio della lettera, che fu pubblicata per la prima volta da 
Dulaure nella Histoire de Paris (édit. de 1837, to. Ili, pag. 209), e 
quindi molte altre volte : « Madame, Pour vous faire sçavoir comme 
se porte le ressort de mon infortune, de toutes choses ne m'est de- 
meure que l'honneur et la vie qui est saulve, ecc. » 

Ma chi vuol conservare gelosamente il suo onore, deve aver 
cura di non legittimare nemmeno il dubbio : 1' uomo onesto non 
ha da essere neppure sospettato, come 

1202. La moglie di Cesare. 

Narra PLUTARCO nella Vita di Giulio Cesare^ cap. X, che Publio 
Clodio essendosi innamorato di Pompea, moglie di Cesare, e non 
potendo con essa ritrovarsi, entrò in casa di lei vestito a modo di 
sonatrice mentre celebravansi le feste della Dea Bona cui nessun 
uomo poteva assistere. Ma scoperto, fu cacciato ignominiosamente 
e quindi portato innanzi ai giudici per questo e per altri malefici. 
« Cesare ripudiò subitamente Pompea, ma chiamato in giudizio per 
testificare all'accusa di Clodio, rispose nulla sapere di quanto con- 
tra lui si diceva. E strana apparendo questa risposta, domandò a 
lui r accusatore : perchè adunque ripudiasti la moglie ? Perchè io 
non voleva (rispose) non che altro che venisse in sospetto. » Cosi 
la traduzione delle Vite parallele distesa da Marcello Adriani il 
;^iovane. 

Volete sentire con qual semplice e dignitosa fierezza 1' uomo 
probo possa parlare dei casi suoi ? Udite il Parini : 

1203. Me non nato a percotere 

Le duri illustri porte, 



35° Chi V ha detto? [1204-1206] 

Nudo accorrà, ma libero, 
Il regno de la morte. 
No, ricchezza né onore 
Con frode o con viltà 
Il secol venditore 
Mercar non mi vedrà. 

(La vita rustica, ode, str. 4). 

« Questa strofa, dice il Carducci, è bella in tutto e per tutto, per 
la verità del sentimento e per la rispondenza dell'espressione; 
dopo i poeti del Trecento e dopo l'Ariosto nelle Satire, nulla di 
altrettanto nobile era uscito dal petto di poeta italiano. » 

Non altrimenti, benché più brevemente, diceva di sé un altro 
illustre poeta lombardo : 

1204. Vergin di servo encomio 
E di codardo oltraggio. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 

E poiché ho nominato il Manzoni, ricorderò gli altri nobilissimi 
versi di lui : 

1205. ....Il santo Vero 

Mai non tradir; ne proferir mai verbo 
Che plauda al vizio o la virtù derida. 

{In morte di Carlo Imbonati, Versi a Giulia Seccarla). 

È r ombra dell' Imbonati che cosi parla al poeta. Questi versi 
lessi scritti, non esattamente, nel 1887, dal defunto Don Pedro II 
d'Alcantara, imperatore del Brasile, sull' albo dei visitatori alla 
Sala della biblioteca Braidense di Milano che raccoglie i mano- 
scritti e le edizioni del Manzoni. E sempre a proposito del Manzoni 
ricorderò per incidenza, che fu un genero di lui, l'on. G. B. GiOR- 
GINI, il quale disse una volta alla Camera dei Deputati che 

1206. In Italia il potere non ha arricchito nessuno. 

Sono parole scritte da lui nella relazione sul disegno di legge per 
una pensione e dono nazionale a Luigi Carlo Farini, nella seduta 
della Camera il 16 aprile 1863 {Atti Parlant., Legisl. Vili, Ses- 



[ 1 207- 1 208] Probità^ onoratezza^ fedeltà alle promesse 351 

sione 1861-63, Camera dei Deputati, pag. 4622). Ecco l'intiero 
periodo : 

« Una delle glorie più vere della nostra rivoluzione e del no- 
stro paese, una giustizia che tutti i partiti saranno superbi di 
rendersi scambievolmente, è appunto questa : in Italia le vicende 
politiche sono state per molti una causa di rovina : il potere non 
ha arricchito nessuno. » 

II venerando uomo non oserebbe ripetere questa affermazione 
apodittica oggi, nell'anno di grazia 1904! Come paion lontani e 
leggendari i tempi del Lanza, del Ricasoli, del Farini ! Fu il se- 
condo di codesti uomini integerrimi, il bar. Bettino Ricasoli, 
che, essendo presidente del Consiglio, nella tornata della Camera 
dei Deputati del 9 dicembre 1861, protestando contro le false 
notizie che si facevano artatamente circolare anche dai deputati 
per agitare il paese e per screditarlo innanzi all' estero, proruppe 
nella vivace esclamazione : 

1207. Siamo onesti: non chiedo altro. 

che sollevò un vero tumulto nella Camera. La Destra, il Centro 
e le tribune applaudirono; la Sinistra rumoreggiò e protestò vi- 
vacemente. L*on. Ricciardi gridò che la parola onesti doveva 
essere ritirata; e l'on. Zuppetta : «Qui non vi sono disonesti! » 
Ma si era nell'anno 186 1: oggi un'interruzione simile solleve- 
rebbe la più schietta ilarità. 

Dell' altro nominato di sopra, il Farini, è celebre la nobilis- 
sima risposta : 

1208. Lasciatemi la gloria di morir povero. 

Luigi Carlo Farini era stato nominato dittatore delle Pro- 
vincie modenesi il 28 luglio 1859, e quindi dell' intiera Emilia. 
L'Assemblea nel novembre dello stesso anno, dopo aver procla- 
mato a reggente il principe Eugenio di Carignano, decretò al dit- 
tatore il titolo di benemerito del paese, e gli fece dono della te- 
nuta di Castelvetro quale ricompensa nazionale, dono ch'egli ricusò 
' perchè non gli fosse tolta la gloria di morir povero. » E povero 
morì, poiché la morte lo sorprese prima che la proposta per un 
dono nazionale, alla quale abbiamo poco sopra accennato, diven- 
tasse legge dello Stato. 



352 Chi r ha detto? [1209-1213] 

Uno dei principali elementi della probità è senza dubbio la fede 
alla promessa data, la quale, secondo Cicerone, è fondamento 
della giustizia : 

1 209. Fundamentum (autem) est justitiae fides, id 

est dictorum conventorumque constantia 
et Veritas. (2)^ offids, i, 7, 23). 

Benedetto colui che giunto al tramonto dei suoi giorni, può 
dire con l'Apostolo : 

12 10. Bonum certamen certavi, cursum consum- 

mavi, fidem servavi. 

(S. Paolo, Epist. II ad Timoth., cap. IV, v. 7). 

Il secondo inciso è preso metaforicamente dai giuochi del circo dei 
Greci e dei Romani (donde anche altre locuzioni e parole dell' uso 
moderno, p. es. carriera). Invece biasimevole, ed anzi spregevole 
è colui che tradisce chi confida in lui e fa come l' uomo del pro- 
verbio antico che 

1 2 1 1 . Altera manu fert lapidem, panem obstentat 

altera. (Plauto, Aulularia, a. II, se. 3, v. 18). 

e se meno abietto, è pur sempre da biasimarsi anche -colui che 
per norma della propria vita tiene la massima : 

1212. Lunga promessa con l'attender corto. 

(Dante, Inferno, e. XX VII, v. HO). 

Narra il Villani che questo fosse il frodolento consiglio dato dal 
conte Guido da Montefeltro a papa Bonifazio che ne lo ri- 
chiese volendo trar vendetta dei Colonnesi : per cui Dante lo pose 
nella ottava bolgia del cerchio ottavo fra i mali consiglieri. 

12 13. Sit autem sermo vester: est, est: non, non. 

(Evang. di S. Matteo, cap. V, v. 37). 

1209. Fondamento della giustizia è la fede, cioè la costanza e la 
sincerità nel mantenere le cose dette e convenute. 

I2T0. Ho combattuto nel buon arringo, ho terminata la corsa, 
ho conservata la fede (Martini). 

12 II. In una mano tiene il sasso, coli' altra mostra il pane. 

12 13. Ma sia il vostro parlare, si, sì, no, no. 



[1214-1215] Probità, onoratezza, fedeltà alle promesse 353 

dice la Bibbia, ammonendo a non fare giuramenti vani, ma ad 
affermare semplicemente la verità; e poco oltre dà un altro aureo 
ammonimento di onestà : 

12 14. Nemo potest duobus dominis servire. 

( Vang, di S. Matteo, cap. VI, v. 24). 

Poco fedele alle sue promesse, non per animo malvagio, ma per 
frivolezza, era pur la famosa cortigiana, Ninon de Lenclos. 
Saint-Simon nelle sue Memorie, parlando della poca costanza di 
Ninon de Lenclos nei suoi amori, aggiunge: «Elle a quelquefois 
gardé à son tenant, quand il lui piai soit fort, fidélité entière pen- 
dant toute une campagne. La Chastre, sur le point de partir, 
prétendit être de ces heureux distingués. Apparemment que Ninon 
ne lui promit pas bien nettement : il fut assez sot, et il l'étoit 
beaucoup, et présomptueux à l'avenant, pour lui en demander 
un billet: elle le lui fit. Il l'emporta, et s'en vanta fort. Le billet 
fut mal tenu, et, à chaque fois qu'elle y manquoit: 

12 15. Oh! le bon billet, s'écrioit-elle, qu'a là 

La Chastre ! 

Son fortuné, à la fin, lui demanda ce que cela vouloit dire. Elle 
le lui expliqua; il le conta, et accabla La Chastre d'un ridicule 
qui gagna jusqu'à l'armée où il étoit. » Cito l' ediz. dei Me'- 
moires riscontrata sul ms. autografo da A. de Boislisle (Paris, 
Hachette, to. XIII, 1897, pag. 142). Questo stesso aneddoto è 
riferito anche da Bussy-Rabutin nel Discours à ses enfants, 
del 1694, e nei Mémoires, ed. del 1696; lo racconta anche Vol- 
taire, il quale dichiara che né le Taidi né le Laidi nulla fecero 
mai di più arguto. Questo povero La Chastre è stato identificato 
dal Boislisle con Luigi conte di Nançay, detto il marchese di La 
Chastre, nato verso il 1633, morto in guerra il 1664; altri riferi- 
vano l'aneddoto al padre di lui, Edone, l'autore àeì Mémoires 
sur la minorité de Louis XIV, ma l' annotatore dell' edizione 
Hachette dimostra l' errore di questa attribuzione. 

12 14. Nessuno può servire due padroni. 



L 



33 



354 C^'- ^' ^(^ dettai [1216-1220] 



§ 60. 
Prudenza, senno 



L' uomo prudente sa tenersi lontano dai cattivi passi, e, ove 
malauguratamente e' incappi, uscirne abilmente, perciò : 

12 16. Assai più giova, 

Che i fervidi consigli, 

Una lenta prudenza a' gran perigli. 

(Metastasio, Antigono, a. Ili, se. 3). 

Infatti la prudenza comincia dal consigliare di tenersi lontani 
dalle occasioni del pericolo, raccomandando che 

12 17. Non si commetta al mar chi teme il vento. 

(Metastasio, Siroe, a. II, se. 3). 

E nello stesso argomento abbiamo anche queste due preziose sen- 
tenze : 

12 18. Qui amat periculum in ilio peribit. 

{Ecclesiastico, cap. Ill, v. 27). 

1 2 19. Litus ama [et lœvas stringai sine palmula 
Altum alii teneant. \cautes\ 

(Virgilio, Eneide, lib. V, v. 163-164). 

Poi, se questo non basta, vuole che ai mali nascenti si provveda 
appena sorge il dubbio : 

1220. Principiis obsta: sero medicina paratur 

Quum mala per longas convaincre moras. 

(Ovidio, Remedium Amoris, v. 91-92). 

12 18. Chi ama il pericolo, vi perirà. 

12 19. Attienti al lido;... altri vadano in alto mare. 

1220. Ripara in principio; troppo tardi si arreca la medicina 

quando i lunghi indugi hanno dato vigore al male. 



[I22I-1226] Prudenza, senno 355 

Prudente è l'uomo che prevede i pericoli, prepara i rimedi e 
provvede a' suoi casi. Aiutati che Dio t' aitita, ossia per dirla con 
le parole di Oliviero Cromwell ai soldati la mattina della bat- 
taglia di Dunbar (3 settembre 1650) 

1 2 2 1 . Put your trust in God and keep your pow- 
der dry. 

Prova di prudenza e di accortezza è anche di non seguire cie- 
camente il consiglio dei più: 

1222. Multitudo non est sequenda. 

Cosi S. Agostino nel commento al salmo 39. Ma prima di 
lui un antico aveva detto : Per publicajn via-m ne ambules, e un 
grande poeta italiano, ad esempio di entrambi : 

1223. Seguite i pochi, e non la volgar gente. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num. LXVII secondo il Marsand, comin.: 
Poi che voi ed io più volte àbhiam provato ; 
son. LXXIII dell' ed. Mestica). 

Però torto anche maggiore sarebbe di chiudere ostinatamente le 
orecchie ai consigli e alle ammonizioni altrui: 

1224. Qui habet aures audiendi, audiat. 

(Vang, di S. Matteo, cap. XI, v. 15). 
e un savio consiglio si accetta da tutti, anche dal nemico : 

1225. Fas est et ab hoste doceri. 

(Ovidio, Metamorfosi, lib. lY, v. 428). 

Ma se è stoltezza di non ascoltare l'avvertimento del savio, quale 
stoltezza maggiore del rifiutare credenza agli avvertimenti del cielo ? 
E tali sarebbero, secondo le Sacre Carte, anche le profezie: 

1226. Prophetias nolite spernere. 

{Prima Utt. di S. Paolo ai Tessalocinesi, cap. V, v. 20). 

1221. Abbiate fede in Dio e tenete le vostre polveri asciutte. 

1222. Non seguite la moltitudine. 

1224. Chi ha orecchie da intendere, intenda. 

1225. È bene imparare anche dal nemico. 

1226. Non disprezzate le profezie. 



356 Chi V ha detto? [i 227-1 231] 

Pur troppo molte savie parole vanno gettate al vento, sono un 
seme caduto in terra infeconda, poiché : 

1227. On donne des conseils, mais on ne donne 
pas la sagesse d'en profiter. 

{Maximes de La Rochefoucauld). 

COSÌ nelle prime edizioni, meglio che nella definitiva del 1678 
dove è detto (§ CCCLXXVIII) : « On donne des conseils, mais 
on n'inspire point de conduite. » 

L' uomo assennato sa pure distinguere ragionevolmente ogni 
volta che deve giudicare o deliberare e non procedere su idee 
fatte, su pregiudizi accademici o volgari; sa insomma seguire il 
precetto scolastico Distingue frequenter, e la sentenza dantesca : 

1228 Quegli è fra gli stolti bene abbasso 

Che senza distinzion afferma o niega, 
Cosi nell'un come nell'altro passo. 

(Dante, Paradiso, e. XIII, v. 115-117). 

Dal medesimo Dante trarremo la frase seguente a indicare per- 
sona che gode di sufficiente senno da non aver bisogno dell' altrui 
consiglio : 

1229. Se' savio, intendi me' eh' io non ragiono. 

{Inferno, e. II, v. 36). 

e a chi ha ormai raggiunto 1' età da poter curare da sé le cose sue 
e sfuggire facilmente agli altrui inganni, diremo con Dante me- 
desimo : 

1230 Te sopra te corono e mitrio. 

{Purgatorio, e. XXVII, v. 142). 

ovvero col Petrarca : 

1231. E già di là dal rio passato è '1 merlo. 

{Canzone in vita di M. Laura, num. IX, se 
condo il Marsand, com.: Mai non vo' più 
cantar com' io soleva, v. 21; canzone XI, 
secondo il Mestica). 

frase che si applica benissimo anche a persona che si è scaltrita 
sugli inganni o sulle menzogne di alcun altro. 



[1232-1233] Prvdenza, senno 357 

Ma a chi giunto a questa età della saviezza, mentre potrebbe 
e dovrebbe consigliare altrui, ha invece bisogno di chi lo sor- 
vegli e lo guidi, si potrà dire il notissimo: 

1232. Quis custodit custodes? 

che più esattamente dovrebbe citarsi coi versi di Giovenale 
{Sat. VI, V. 347-348): 

....Sed quid custodie! ipsos 
Custodes ? 

Volendo cercare la fonte più antica di questa frase, potremmo 
trovarla forse in un passo del trattato De repuhlica di Platone 
(lib. Ili, cap. XIII) dove è detto che i custodi dello Stato de- 
vono guardarsi dalla ubriachezza, per non avere essi stessi bi- 
sogno di custodia. « Nempe ridiculum esset, custode indigere cus- 
todem » (rsXotov yàp, ^ ô'ôç, xóv ys cpóXaxa (póXaxoc ôstoGai). 

Corre voce che la saviezza e la prudenza male si concilino col 
genio: vari sono i pareri su questo argomento, e qui ripeterò sol- 
tanto, senza discuterlo, quello di Kean, il grande artista teatrale 
inglese, cui DUMAS fece dire : 

1233. Et le génie, qu'est-ce qu'il deviendra pen- 

dant que j'aurai de l'ordre? 

(Alex. Dumas père, Kean, a. IV, se, 2). 



§ 61. 

Be e principi, Corte e nobiltà 



Il secolo decimottavo che si è curato cosi poco di rispettare 
la religione, non poteva rispettare nemmeno i sovrani ; e un verso 
troppo celebre di una mediocre tragedia, caduta sotto i fischi del 
pubblico fin dalla prima rappresentazione, riuniva nello stesso dì- 
spregio ambedue, dicendo che: 

1232. Chi custodisce i custodi? 



358 Chi r ha detto? [1234-1237] 

1234. La crainte fit les dieux; l'audace a fait les 

l'Ois. (Crébii-Lon, XerxeSt a. I, se. 1). 

Del resto, che cosa è un re? che cos'è un principe? 

1235. Un prince est le premier serviteur et le pre- 

mier magistrat de l'Etat. 

risponde uno che pure s' intendeva di principi, cioè Federigo 
IL Grande, re di Prussia, in più luoghi delle Mémoires de Bran- 
debourg (nelle Opere, ediz. Preuss, to. I, pag. 123; to. Vili, 
pag. 65; to. IX, pag. 197; to. XXIV, pag. 109; to. XXVII, 
pag. 297) ed anche nel Testament politique. Del resto prima di 
lui Seneca aveva detto {De dementia, I, 19): « (Rex) probavit 
non rempublicam suam esse, sed se reipublicae ; » e Massillon 
nel Petit Carême [Sermon pour le jour de l'incarnation) : « Ce 
n'est pas le souverain, c'est la loi. Sire, qui doit régner sur les 
peuples. Vous n'en êtes que le ministre et le premier déposi- 
taire. » 

Un' altra definizione della regia dignità sta nella nota formola : 

1236. Le roi règne et ne gouverne pas. 

con la quale Thiers nel numero Aç\ National del 18 gennaio 1830 
riassunse il programma del partito nazionale. Ma Jan Zamoyski 
(morto nel 1605) aveva già detto in un discorso innanzi alla Dieta 
di Polonia, rimproverando il re Sigismondo III : Rex regnai sed 
non gubernat. 

1237. Le roi est mort, vive le roi! 

Erano le parole di rito con le quali nella vecchia monarchia fran- 
cese un araldo d' armi annunziava per tre volte al popolo, dal bal- 
cone del palazzo reale, simultaneamente la morte del re e 1' av- 
venimento al trono del successore, mostrando cosi la continuità 
non interrotta della carica reale, imperitura per quanto fossero 
mortali le persone che volta a volta la rivestivano. Le si udirono 
in Francia per 1' ultima volta alle esequie di Luigi XVIII : il 
24 ottobre 1824 nella chiesa di San Dionigi innanzi all'avello 
reale, il duca d' Uzès, che compiva le funzioni di gran maestro 
di palazzo, abbassò il suo bastone del comando, ne pose la punta 



[1238- 1 240] Re e principi. Corte e nobiltà 359 

entro la tomba e gridò : Le roi est mort. L' araldo d' armi ripetè 
per tre volte : Le roi est mort, e alla terza volta aggiunse : « Prions 
tous Dieu pour le repos de son âme. » Dopo un breve silenzio 
il duca d'Uzès rialzando il bastone gridò : Vive le roi, che ancora 
per tre volte fu ripetuto dall' araldo, e quindi tutti proruppero in 
acclamazioni per Carlo X, il nuovo padrone della Francia. A pro- 
posito del significato che si annetteva a questa formola rituale, 
si narra che appena arrivò al Louvre la notizia dell' assassinio di 
Enrico IV, i ministri corsero dalla regina, la quale vedendoli 
gridò : — «- Il re è morto !» — « V'ingannate, signora, rispose Sil- 
lery, in Francia il re non muore mai. » — 

Accanto a questa formola di rito è utile citare quest' altra tolta 
da un salmo della Bibbia per formarne il principio della pubblica 
preghiera pro Rege obbligatoria anticamente in certe funzioni, se- 
condo 1' uso che istituito da Adriano I con la messa che si diceva 
per il re di Francia nel principio di quaresima, fu nel progresso 
dei tempi abbracciato da tutte le nazioni cattoliche. 

1238. Domine, salvutn fac regem. 

{Salmo XIX, V. 9). 

1239. L'Etat c'est moi. 

fu l'orgogliosa risposta che Luigi XIV, ancora diciassettenne, 
nel 1655, entrato nel Parlamento in abito da caccia col frustino 
in mano, avrebbe dato alle osservazioni del primo presidente che 
gli parlava degli interessi dello Stato. Ma è dessa autentica? Molti 
ne dubitano. Vedi il libro dell' Hertslet, Treppenwitz der Weltge- 
schichte, IV. Aufl. (Berlin, 1895), pagine 338-339. Giova anche 
aggiungere che gl' inglesi 1' attribuiscono invece alla loro regina 
Ei iSABETTA. Né è più assodato che Carlo il Temerario ri- 
petesse a Luigi XI il famoso verso di Giovenale: 

1 240. Hoc {non Sic) volo, sic iubeo, sit pro ratione 

[voluntas.' 

(Satira VI, v. 223). 

1238. O Dio, salva il re. 

1240. Questo io voglio, cosi ordino, e sia il voler mio in luogo 
di argomento. 



36o Chi V ha detto? [1241-1242] 

ma invece è certissimo che lo rinverdisse come simbolo del ce- 
sarismo moderno, non molto tempo fa, Guglielmo II, impera- 
tore di Germania, scrivendolo di suo pugno nel novembre 1893 
in calce di un suo ritratto donato al GefiFken, come aveva rin- 
frescato la memoria di un'altra sentenza latina: 

1241. Regis voluntas suprema lex esto. 

che scrisse nel settembre 1890 nell'album della biblioteca della 
città di Monaco e nella quale, qualunque ne sia 1' autore, è evi- 
dente la derivazione della già citata (al n. 589) sentenza cicero- 
niana : « Salus populi suprema lex esto » (De legibus. III, 3). 

In questo stesso ordine d' idee rientra la vecchia formola fran- 
cese: 

1242. Tel est notre plaisir. 

Dall' epoca del regno di Francesco I in poi, la cancelleria dei re 
di Francia prese l'abitudine di chiudere i proclami, gli editti e le 
ordinanze reali con la formula car tel est notre plaisir, che teneva 
luogo di ogni altro argomento, buono o cattivo! Ma già le ul- 
time ordinanze del regno di Carlo VII portavano di frequente la 
formula medesima; il Mas Latrie ne cita una del 12 maggio 1497. 
La stessa formula si trova ricordata anche in questa forma: car 
tel est notre ^on plaisir, e infatti 1' antico regime fu chiamato 
dagli scrittori francesi le regime du bon plaisir; anche la cancel- 
leria del Primo Impero rinnovò 1' uso della vecchia formula nel 
testo più corrente. Il Mas Latrie in una dissertazione pubblicata 
nella Bibliothèque de l'École des Chartes (to. XLII, 1881) so- 
stiene che la sola vera formula era Car tel est notre plaisir o 
anche, più di raro, Car ainsi nous piaist il être fait; che l'in- 
terpolazione del bon è arbitraria; e che i documenti nei quali que- 
st'aggettivo si trova, sono tutti falsi o alterati. Ma il signor Ga- 
briele Demante ha voluto dimostrare eccessive le affermazioni del 
Mas Latrie in un' altra dissertazione pubblicata nello stesso perio- 
dico, to. LIV, 1893. 



1241. Sia suprema legge la volontà del re. 



[1243-1247] R^ e principi. Corte e nobiltà 361 

1243. Sono i monarchi 

Arbitri della terra, 
Di loro è il cielo. 

(Metastasio, Ezio, a. I, se. 3). 

ed essi, conviene pur troppo aggiungere, talvolta si prevalgono 
dell* autorità che la fortuna o il diritto divino hanno messo nelle 
loro mani, ne usano e ne abusano, facendo come quel buon prin- 
cipe Lorenzo dell' operetta francese, il quale all' oste che gli os- 
serva : 

— « Mais c'est de l'arbitraire ?» — 
risponde ingenuamente: 

1244. Et à quoi me servirait-il d'être prince, si 

je ne faisais pas de l'arbitraire? 

(Za Mascotte, parole di Chivot e DuRU, 
musica di Audran, a. I). 

Anche G. G. Belli in un popolarissimo sonetto intitolato : Li 
Soprani der monna vecchio (21 gennaio 1832) fa dire a uno di 
questi vecchi sovrani : 

1245. Io so' io, e voi nun zete un e..., 

Sori vassalli bb..., e zzitto. 

e molti secoli prima di lui un poeta latino aveva detto, 

1246. An nescis longas regibus esse manus? 

(Ovidio, Heroides, ep, XVll, Helena Paridi, v. 166). 

intendendo che i re hanno le mani lunghe e quindi la giustizia 
loro può colpire anche da lontano ; ma la frase si cita malizio- 
samente in ben altro senso. 

Però, benché Vittorio Alfieri, naturale odiatore della tiran- 
nide, opinasse che: 

1247. Seggio è di sangue e d'empietade il trono. 

{Saul, tragedia, a. IV, se. 3). 

altri sono più equi, e ammettono delle distinzioni: certamente ci 
furono, ci sono e ci saranno dei principi, simili a quelli di cui 
disse il Divino Poeta: 

1246. Non sai che i re hanno le mani lunghe? 



362 Chi Vha detto? [1248-1252] 

1248. ....Son tiranni 

Che diêr nel sangue e nell'aver di piglio. 

(Dante, Inferno, e. XII, v. 104-105). 

o che furono ammoniti da Vincenzo Monti per bocca di Ari- 
stodemo con le ultime parole di lui : 

1249. •••• Dite ai regi 
Che mal si compra co' delitti il soglio. 

{Aristodemo, tragedia, a, V, se. 4). 
ma non tutti rassomigliano a costoro, e in fondo : 

1250. ....Ces malheureux rois 
Dont on dit tant de mal, ont du bon quelquefois. 

(Andrieux, Le Meunier de Sans Souci). 

Aggiungasi pure, a onor loro, che da qualche tempo le cose 
sono cambiate per loro e in peggio, e che il mestiere del re, se- 
condo che pensava il principe di Monaco in una geniale produ- 
zione di Sardou, è proprio guastato : 

1251. Ah! le métier est bien gâté!... 

(Rahagas, a. I, sc. 10). 

A un re inetto, e incurante del bene de' suoi sudditi, si può 
applicare il motteggio proverbiale di : 

1252. Re Travicello. 

eh' è il titolo di una delle più saporite ed argute satire del Giu- 
sti. Tommaso Grossi andava matto per questo scherzo, di cui 
nell'ottobre 1843 cosi scriveva all'autore: «Benedetto quel Re 
Travicello! che cosettina squisita! che finezza ingenua, che in- 
nocente malignità, che burro, che vita, che lingua poi, che lingua 
e che stile ! Sarei tentato di metterla tra le prime cose, in genere 
di poesia popolare e satirica, che io mi conosca, se non che mi 
s' affacciano alla memoria le tante altre sue cose, tutte belle di 
vario genere di bellezze, tanto poi magnifiche per quel beato 
vezzo di lingua che incanta e rapisce. » 

La satira del Re Travicello, principe inerte e minchione, inca- 
pace del bene come del male, parve a tutti diretta contro Leo- 



[1253-1257] Re e principi. Corte e nobiltà 363 

poldo II, benché il Giusti lo smentisse replicatamente. Egli tolse 
1' argomento dalla nota favola di Fedro, Ranca regem petentes 
{Fab., lib. I, fab. 2). 

Re Travicello fa il pajo con 1' altra satira, intitolata : 

1253. Re Tentenna. 

che composta da Domenico Carbone il i° ottobre 1847, ebbe 
niente meno che la virtù di decidere Carlo Alberto a proclamare 
il sospirato Statuto. La satira che sferzava a sangue quel re sem- 
pre vacillante e peritoso, girava manoscritta e andò via a ruba. 
Il Carbone sospettato come autore, fu arrestato mentre teneva in 
tasca r originale della poesia, ma ebbe il tempo di trangugiarlo 
e fu salvo. Intanto Re Te?itenna aveva raggiunto lo scopo. 

Anche meno di un Re Travicello o di un Re Tentenna sa- 
rebbe stato quel Dandini, finto principe, che nella Cene?-entola 
(parole di Jacopo Ferretti, musica di Rossini, a. I, se. 6) do- 
mandava : 

1254. Io sono un Principe 
O sono un cavolo? 

Ma è vecchia la sentenza che : 

1255. Les fous sont, aux échecs, les plus proches 

[des rois. 

(Régnier, Satire XIV, v. 30). 

e non soltanto nel nobil giuoco degli scacchi! Un ramicello di 
pazzia doveva di certo averla quel Carlo VII cui nel 1428 il ce- 
lebre capitano Stefano Vigno lles, soprannominato La Hire, 
avrebbe detto: 

1 256. On ne peut perdre plus gaiement son royaume. 

ma i soliti noiosi eroditi hanno messo in dubbio 1' autenticità di 
questo motto, e pare che ci abbiano le loro buone ragioni. 

1257. L'exactitude est la politesse des rois. 

era massima di Luigi XVIII: ma i sovrani, se tengono ad es- 
sere esatti con gli altri, tengono soprattutto a che gli altri siano 
esatti con loro; quindi troveremo naturale il famoso 



364 [1158-1*63] 

125S. J'ai failli attendre. 

che sarebbe stato detto da Ltugi XIV mi giorno che qualcuno 
era stato poco preciso a un appontamoito con lui: al solito il 
Fonmìer crede poco furobabile la cosa« 

1259. Dieu et mon droit. 

è il motto dei re d* In^iltorra. Pare che fosse preso da Riccardo 
Cuor dì Leone, al tempo delle gn^rre con la Frauda, e poi rin- 
novato in una occasione simile da Edoardo m, quindi continuato 
fino alla rtgaui Elisabetta, che lo lasdò pa 1* altro Sen^^ emdem. 
La regina Maria rimise in uso l* antico motto, che è rimasto nello 
stemma reale inglese fino ai nostri giorni. 

Ddla influenxa che i costumi, le virtù e i visi dd prindpe 
hanno sul popolo eh* egli regge, parla la classica soitenxa, dtata 
ordinariamente così: 

1 260. R^s ad exemplum totus componitur orbis. 

benché in CuLuniAKO donde è tratta (Dt Qmtirl» cwuwlBte If&- 
morii, ▼. 399-301) leggasi con lieve difierenxa: 

Componitur orlùs 

R^[ìs ad 6zan]dum; nec sic inflectere setisus 
Humanos edicta valait, quam vita r^entìs. 

In forma più £uniliare, e più espressiva «ra detto lo stesso in 
un*qpistola poetica di Federico n re di Prussia: 

1 2 6 1 . Lorsque Auguste buvait, la Pologne était ivre. 

dò che qualdie volta si dice anche con altro concetto, doè che 
de^ enon e dd vixi dei reggitori paga il fio il paese; ma questo 
meglio si esprime col verso oraxiano: 

1262. Quìdquìd délirant reges, plectuntur Achivi. 

(Omazio, ^'siole, UK. I, ep. 2, v. 14). 

Invece un' altra sentenxa esprìme che giudice severo ddl* opere 
dd prìndpi è la pubblica opinione, la quale, se pure non gode 

ia6o. Tutto il mondo sì adatta all'esempio dd re. 
1262. Per tutte le paasie dd re, sono puniti ^ Achivi. 



[ 1 263-1 206] Re e principi. Corte e nobiltà 365 

sempre di sufficiente libertà per manifestare 1' aperto biasimo, sa 
però dimostrarlo anche tacendo, di guisa che 

1263. Le silence du peuple est la leçon des rois. 

come fu detto da mons. de Beauvais, vescovo di Senez, in una 
orazione funebre per Luigi XV recitata il 27 luglio 1774 nella 
chiesa di St. -Denis. I.a stessa frase era ripetuta in un' occasione 
memorabile e tragica. Luigi XVI si presentò il mattino del 15 lu- 
glio 1789 all'Assemblea costituente; quando ne fu annunziato 
1* arrivo, Mirabeau prese la parola, dicendo : « Qu'un morne re- 
spect soit le premier accueil fait au monarque dans ce moment 
de douleur. Le silence des peuples est la leçon des rois. » (Thiers, 
Révolution française, to. I, eh. II). 
Ecco una frase gentile per una regina: 

1264. Fulgida e bionda ne l'adamantina 
luce del serto tu passi. 

(Carducci, Alla Regina d'Italia, nelle Nuove odi barbare), 
eccone invece un' altra, pochissimo gentile, per la corona ferrea : 

1265. E settentrional spada di ladri 

Tòrta in corona. 

(Giusti, L' incoronazione, str. 22). 

La corona ferrea che si conserva a Monza nel Tesoro del Duo- 
mo, cui fu donata della regina Teodolinda, contiene, secondo una 
tradizione molto posteriore, un anello di ferro formato per ordine 
di S. Elena con uno dei chiodi della croce di N. S. Ma la leg- 
genda è destituita di ogni fondamento, e il Venturi {Storia del- 
l'Arte Italiana, II, p. 72 e seg.) dimostra che la corona, prima 
di essere sospesa come corona votiva, era con tutta probabilità 
un collare o un braccialetto, an torquis portato da una regina 
barbara. La corona che fu detta ferrea per la prima volta in una 
cronaca del xiii secolo, è divenuta il simbolo della regalità italiana. 

Sono popolari, e si citano di frequente, se non testualmente, 
almeno nel concetto ch'essi racchiudono, i due versi seguenti: 

1266. Quando la gente non avea farina, 
Lo re diceva: mangiate pollame. 



366 Chi l'ha detto? [1267-1268] 

tratti da uno degli stornelli più conosciuti di Francesco Dall'On- 
GARO, intitolato C'era una volta, e scritto a Roma nel 1849: 

C era una volta un re e una regina, 
Che al sol vederli passava la fame. 
Viveano a starne, vesti van di trina 
Per la felicità del lor reame. 
Quando la gente non avea farina, 
Lo re diceva : mangiate pollame. 

Il quale ultimo verso ricorda 1' altro motto, certamente apocrifo, 
ma non per questo meno popolare, attribuito a una principessa di 
Francia: Mangez de la brioche. La novelletta è, molto probabil- 
mente, inventata di sana pianta, ma quel che è certo, è ch'essa 
non può attribuirsi, come una sciocca calunnia ha voluto far cre- 
dere, a Maria Antonietta, perchè essa era già popolare nella 
gioventù di Rousseau, quando cioè la bella arciduchessa austriaca 
non era ancora nata. Infatti Rousseau nelle Confessions (part. I, 
liv. VI) parlando di quando era istitutore in casa de Mably (1740) 
dice : « Je me rappelai le pis-aller d'une grande princesse à qui 
l'on disoit que les paysans n'avoient pas de pain et qui répon- 
dit: Qu'ils mangent de la brioche. » Anche di Giuseppe Foulon 
intendente generale dell'esercito nel 1789, assassinato dopo la 
presa della Bastiglia, si narra, non so con quanto fondamento, 
che avrebbe detto, quando il popolo francese sembrava minacciato 
dalla carestia: «Si cette canaille n'a pas de pain, elle mangera 
du foin. » 

Attorno ai sovrani si trovano le corti, quelle corti di cui il 
Tasso disse: 

1267. Vidi e conobbi pur l'inique Corti. 

{Gerusalemme liberata, e. VII, ott. 12). 

È il vecchio pastore che cosi parla ad Erminia smarrita nella selva. 
Parrebbe infatti che là si dessero ritrovo tutte le tristi passioni 
dell' umanità : se sia vero anche oggi non so, è certo tuttavia che 
se il principe è malvagio, chi lo circonda è più malvagio ancora : 

1268. A re malvagio, consiglier peggiore. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. II, ott. 2). 



[1269-1271] Re e principi. Corte e nobiltà 367 

che fu detto di Aladino tiranno di Gerusalemme e del mago Ismeno : 
e fu preso da Pier Jacopo Martello come titolo di un suo cu- 
rioso dramma, di cui gl' interlocutori sono tutte bestie, e dedicato 
pure ad un'altra bestia, il suo cane Po. 

Eppure le corti dovrebbero essere ben diverse se coloro che 
le compongono si ricordassero sempre del motto della loro casta: 

1269. Noblesse oblige. 

che si attribuisce al duca P. M. G. de Levis (1755-1830), poi- 
ché si legge nella sua raccolta di Maximes et Réflexions {1808, 
pag. 13), al § LI; ma di cui la prima fonte si può cercare in 
una sentenza di Boezio [De consolât, philosophiae, lib. Ili, e. 6): 
« Si quid est in nobilitate bonum, id esse arbitror solum, ut im- 
posita nobilibus necessitudo videatur, ne a majorum virtute de- 
generentur » ; si studino perciò i nobili di emulare le virtù caval- 
leresche dei loro maggiori, quelle virtù che all' Ariosto facevano 
esclamare : 

1270. Oh gran bontà de' cavalieri antiqui! 

{^Orlando furioso, e. I, ott. 22). 

se non vogliono che si applichino anche a loro le amare parole 
dello scettico filosofo francese: 

1271. Les grands noms abaissent, au lieu d'élever 
ceux qui ne les savent pas soutenir. 

(Maximes de La Rochefoucauld, § CXIV). 



368 Chi Vha detto? [1272-1274] 

§ 62. 
Eegole del trattare e coiiversare 



Miracolo di cortesia e di modestia doveva essere quella Bea- 
trice Portinari, di cui Dante diceva : 

1272. Tanto gentile, e tanto onesta pare 

La donna mia, quand' ella altrui saluta, 
Ch'ogni lingua divien tremando muta, 
E gli occhi non ardiscon di guardare. 

principio del più mirabile fra i sonetti di Dante ( Vita Nuova, 
§ XXVI), che lo scrisse quando appena potea contare cinque lu- 
stri d' età. Sopra ogni altra cosa doveva essere armoniosa la voce 
di lei, e gentile il suo dire, se il poeta medesimo in un altro so- 
netto {Vita Nuova, § XXI) scriveva: 

1273. Ogni dolcezza, ogni pensiero umile 

Nasce nel core a chi parlar la sente; 
Ond'è beato chi prima la vide. 

Quanto è lontana questa gentilezza e amabilità naturale dal con- 
venzionalismo mondano, da quella falsa e artificiosa urbanità si 
facile a degenerare in svenevolezza, che un altro poeta prese a 
beffare nei versi : 

1274. Stretto per l'andito 

Sfila il bon ton ; 

Si stroppia, e brontola 

Pardon^ pardon. 

(Giusti, // ballo, str. 13). 

Il Giusti medesimo in altra poesia cosi amaramente ragiona in- 
torno alle ipocrisie sociali del conversare, rimpiangendo la fran- 



[1275-1276] Regole del trattare e conversare 369 

chezza dell* età giovanile, quando studenti con studenti si trattano 
alla buona col tu, anche senza essersi mai veduti prima: 

1275. Qi^©l ^^ 3-113- quacquera 

Di primo acchito! 
Virtù di vergine 
Labbro, in quegli anni, 
Che poi, stuprandosi 
Co' disinganni. 
Mentisce armato 
D'un lei gelato! 

{Le memorie di Pisa, str. 6). 

Ma cosi vuole oggi la moda, e non si potrebbe fare altrimenti 
senza incorrere nella taccia di sgarbato o peggio, e, per esempio, 
farsi dire sul viso quel che disse, per sua mala fortuna, un frate 
a Bernabò Visconti : 

1276. Qui de terra est, de terra loquitur. 

Narra Ser Giovanni Fiorentino nella Giorn. VI, nov. 2'^, 
del Pecorone che il capitolo generale dell' ordine dei Frati Minori 
tenutosi in Milano al tempo di Bernabò Visconti, mandò a rac- 
comandarsi a lui perocché avevano bisogno di molte cose. E mes- 
ser Bernabò promise di dar loro risposta per un suo messo, il 
quale infatti fu da lui mandato e venuto nel capitolo disse : « Il 
signor messer Bernabò vi manda rispondendo che provvederà bene 
a* bisogni vostri, e massimamente a quello delle femine, il quale 
e' sa che sarà il maggior bisogno che voi abbiate; però che voi 
ne sete molto vaghi, e quelle che voi avete, non basterebbono. 
Allora i frati guardavano l' un 1* altro, e non dicevano niente, 
se non quel frate, che fu cagione della morte d'Ambrogio {alltide 
ad altra rurvelletta)^ il quale disse: Qui de terra est, de terra 
loquitur, e nessuno fu più che dicesse niente, e tutti si partirono 
senza fare altra risposta al cavaliere ». Messer Bernabò cui è ri- 
ferita la risposta, fa prendere il frate, « e senza dirgli nessuna 
altra cosa, fece scaldare nn ferro, e feglielo mettere per 1* uno 

1276. Chi nasce bassamente, parla bassamente. 

24 



370 Chi l'ha detto? [12 7 7- 12 79] 

orecchio, e riuscire per l'altro, acciò eh' e' non udisse mai più. 
Il frate visse a stento alquanti dì, e morissi quasi disperato » . 
Di tale fatto che pare storico, si trova la fonte negli Annales 
Mediolanenses, pubblicati dal Muratori, dove l'anonimo cronista 
trascrisse tutte le accuse mosse da Gian Galeazzo allo zio nel 
processo intentatogli dopo che 1' ebbe fatto prigioniero {Rertan 
Italicarum Scrìptores, to. XVI, col. 795, C. — Cfr. anche Vi- 
tale Vito, Bernabò Visconti nella novella e nella cronaca contem- 
poranea, neW Archivio Storico Lo^nhardo, 1901, pag. 267). 

È anche regola di moderna creanza che nel parlare non ti 
sfugga alcun suono incomposto : 

1277. Lacerator di ben costrutti orecchi. 

come è detto nel principio del poemetto pariniano : 

Oh se te in sì gentile atto mirasse 
Il duro capitan, quando tra P arme. 
Sgangherando la bocca, un grido innalza 
Lacerator di ben costrutti orecchi, 
Onde a le squadre vari moti impone.... 

(Pak INI, Jl Mattino, v. 106-110). 

Suir andare e sul camminare abbiamo due frasi diventate comu- 
nissime, tolte a due grandi poeti, delle quali l'una si usa quando 
si vedono due o più persone andarsene, non a fianco amabilmente 
conversando, come è regola di buona compagnia, ma l'un dietro 
l' altro o come oggi si dice, con frase modernissima tolta alle 
reminiscenze dei romanzi di Fenimore Cooper e di altri scrittori 
americani, in fila indiana : 

1278. Taciti, soli e senza compagnia 

N'andavam, l'un dinanzi e l'altro dopo, 
Come frati minor vanno per via. 

(Dante, Inferno, e. XXIIl, v. 1-3). 

r altra denota l'andare dignitoso e maestoso specialmente di donna 
bella : 

1279. Vera incessu patuit dea. 

(Virgilio, Eneide, lib. I, v. 405). 
1279. Al camminare apparve veramente dea. 



[ 1 280-1284] Regole del trattare e conversare 371 

Si sa che in questo luogo dell' Eneide è Enea che riconosce Ve- 
nere perchè andava, non come camminano i mortali, movendo un 
pie* dopo 1* altro, ma come andavano gli Dei, cioè senza toccar 
terra, quasi volando. 

Offenderei i miei lettori, se ricordassi loro nemmeno per ischerzo, 
che tra le buone regole della società e' è anche quella di non fare 
(sia detto con riverenza di chi legge) come quello sconcio dia- 
volo, che 

1280 Avea del e... fatto trombetta. 

(Dante, Inferno, e. XXI, v. 139). 
e neppur di 

1281. Ruttar plebeiamente il giorno intero. 

(Parini, Il Mattino, v. 185). 

Il malcreato che dimenticasse questi due elementari precetti me- 
riterebbe di essere trattato, come disse Dante medesimo: 

1282 Cortesia fu in lui esser villano. 

{Inferno, e. XXXIII, v. 150). 
o come, presso 1' Ariosto, dice Sacripante a Rodomonte: 

1283. Gli è teco cortesia l'esser villano. 

(Orlando furioso, e. XXVII, v. 77). 



§ 63. 
Regole pratiche diverse 



In ordine cronologico raggruppo poche sentenze per la condotta 
pratica della vita, le quali non hanno trovato conveniente collo- 
cazione nelle altre classi. E comincio dalle Sacre Carte, dove tro- 
viamo delle vere perle filosofiche : 

1284. Ncque mittatis margaritas vestras ante porcos 

{Evang. di S. Matteo, cap. VII, v. 6). 
1284. Non gettate le vostre perle innanzi ai porci. 



372 Chi l'ha detto? [i 285-1 290J 

1285. Estote (ergo) prudentes sicut serpentes, et 

simplices sicut columbae. 

( Vang, di S, Matteo, cap. X, v. 16). 

Dai classici latini trarremo un savio motto che mostra come non 
basti il merito scompagnato dalla benigna fortuna ad assicurare il 
successo a chicchessia: 

1286. Virtute duce, comité fortuna. 

(Cicerone, Epist. ad famil., lib. X, ep. 3). 
ed un consiglio prezioso non per i soli commercianti: 

1287. Cras credo, hodie nihil. 

eh' era certamente il titolo proverbiale di una delle Satire per- 
dute di M. Terenzio Varrone. 

La filosofia cristiana è tutta rinchiusa nella divina sentenza: 

1288. Quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris. 

Lampridio nella Vita di Alessandro Severo, cap. 51, racconta 
che questo imperatore ripeteva spesso ad alta voce questa sentenza, 
imparata dai Cristiani, la faceva gridare pubblicamente dal bandi- 
tore ogni volta che occorresse di punire alcuno, e l'amava tanto 
che ordinò si scrivesse nel palazzo imperiale e nei pubblici edifici. 

Le origini di essa sono senza dubbio da cercarsi nel versetto 
biblico : 

1289. Quod ab alio oderis fieri tibi, vide ne tu 

aliquando alteri facias. 

{Libro di Tobia, cap. IV, v. 16). 

1290. Utile per inutile non vitiatur. 

1285. Siate prudenti come i serpenti, e semplici come le colombe. 

1286. Con la virtù per guida, la fortuna per compagna. 

1287. Domani si fa credenza, oggi no. 

1288. Non fare ad altri quel che non vuoi che sia fatto a te. 

1289. Quello che tu non vuoi che altri a te faccia, guardati dal 

farlo giammai agli altri. 

1 290. L' inutile non guasta 1' utile. 



[1291-1293] Regole pratiche diverse 373 

è ditterio giuridico che si trova ripetuto, senza dire dei giuristi 
moderni, negli antichi trattatisti, per i quali vedasi per esempio 
la Summa G. A. Sabelli, all' indice, voc. Utile per inutile. 
I trattatisti, ripetendo il ditterio medesimo, si riportano al Cor- 
ptis iuris, e principalmente al Digesto, lib. 45, tit. I, i, costituito 
da un passo del giureconsulto Ulpiano in cui è la frase : neque 
vitiatur utilis {stipulatio) per hanc inutilem. Concordano, con 
qualche differenza, un altro passo di Ulpiano di cui nel Digesto 
stesso, lib. 50, tit. XVII, 94, e il Codice, lib. 6, tit. XXIII, 17. 
In Dante leggiamo : 

1291. Poca favilla, gran fiamma seconda. 

{Paradiso, e. I, v. 34). 

che ammonisce a porre sollecito rimedio ai piccoli mali innanzi 
che l' incendio si allarghi e dia origine a guai più gravi, quel che 
dagli antichi era espresso nella sentenza già ricordata al n. 1220: 
Principiis obsta ecc. Un consiglio simile troviamo in Persio {Sa- 
tire, sat. Ili, V. 64), il quale dice: 

1292. Venienti occurrite morbo. 

La sentenza : 

1293. Il fine giustifica i mezzi. 

è evidentemente uno dei molti aforismi foggiati dalla coscienza 
popolare, condensando, per così dire, il succo di molte analoghe 
frasi, talvolta di autori diversi. Si è cominciato col dirlo dì Ma- 
chiavelli: ma nelle opere del Segretario Fiorentino non si trova, 
benché il libro del Principe contenga (cap. XVIII) un periodo che 
su per giù esprime il medesimo concetto : « Nelle azioni di tutti gli 
uomini, e massime de'Princìpi, dove non è giudizio a chi reclamare, 
si guarda al fine. Facci adunque un Principe conto dì vìvere, e 
mantenere lo Stato : i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, 
e da ciascuno lodati. » Perciò in questa sentenza si è voluto vedere 
il principio fondamentale del cosiddetto machiavellismo : sul quale 
argomento vedasi anche la magistrale opera di P. Villari, Niccolò 

192. Provvedete al male che si avanza. 



374 Chi V ha detto? [1294-1295] 

Machiavelli e ï stwï tempi (Firenze, 1877-82, voi. Ili, pag. 370-82) 
e il Tommasini, La vita e gli scritti di N. M., voi. I, pag. 4, 
n. I, dove sono studiate le origini della parola machiavellismo. 
Dopo di che si è detto da altri che l' aforisma medesimo era la 
quintessenza della morale gesuitica : ma veramente in nessun mo- 
ralista gesuita si trova in tal forma. Il Busembaum nella Medulla 
theologiœ m.oralis (lib. VI, tract. VI, cap. II, dubium II: De 
usu Matrim-onii) scrive: Cui licitus est finis, etiam licent inedia; 
il Laymann nella Theol. moral (Monach., 1625, pars III, n. il): 
Cui concessus est finis, concessa etiam, sunt media ad finem or- 
dinata; r Illsung neW Arbor scientice (Dilingae, 1693, pag. 153): 
Cui licitus est finis, Uli licet etiam medium ex natura sua or- 
dinatum ad talem finem; il Wagemann, nella Synops, theol. 
moral. (Œniponti, 1762, pars I, pag. 28, n. 28) : An intentio boni 
finis vitietur per electionein m.edii tnali ? Non, si intendatur finis 
sine ullo ordine ad m,edium,. E così in molti altri trattati di ca- 
suistica morale. 

Del resto queste sentenze non hanno il significato cinico che 
per spirito di parte si è voluto attribuire loro. Esse vogliono dire 
che se è lecito di aspirare a un fine, è pure lecito di adoperarsi 
per conseguirlo. Se, ad esempio, la ricchezza in sé stessa è bene 
lecito, è lecito, per la casuistica morale, di lavorare per acquistare 
la ricchezza. Questo non vuol dire che per arricchirsi sia permesso 
di valersi di mezzi disonesti, poiché non è detto che il fine le- 
cito legittimi 1' uso di ogni mezzo anche se illecito, cioè la viola- 
zione di altre leggi morali alle quali non si deroga espressamente; 
e le eccezioni non possono essere sottintese. Queste opinioni dei 
teologi non sono dunque che esercitazioni casuistiche : e più fa- 
cile sarebbe di trovare l' insegnamento malvagio in altre sentenze 
apparentemente più innocenti, p. es. in quella di Plauto: 

1 294. Qui e nuce nucleum esse volt, frangit nucem. 

(Curculio, a. I, se. 1, v. 55). 
Il proverbio: 

1295. Point d'argent, point de Suisse. 



1294. Chi vuol mangiare la mandorla della noce, rompe la noce. 



[1296-1298] Regole pratiche diverse 375 

secondo il Kirchhofer ( Wahrh. u. Dichtung, Samml. Schweiz. 
Sprichw.y Zürich, 1 8 24, pag. 113) fu coniato dai Francesi a scorno 
degli avidi mercenari svizzeri ; invece l'Harrebomée {Spreek woor- 
denboek der Nederl. taal, Utrecht, 1858-66, to. I, pag. 2 18) narra 
che nel 1521 i reggimenti svizzeri che erano ai servigi di France- 
sco I, non ricevendo paga da vario tempo, si accomiatarono da 
lui con quelle parole. Vedi anche il Deutscher Sprichwörter -Lexi- 
kon del Wander sotto la voce Geld, n. 765. 

1 296. Il n'y a pas de héros pour son valet de chambre 

Questa frase si vera e che ha fatto meritata fortuna, non è della 
Sévigné, ma è di mad. Çornuel, una delle Précieuses del se- 
colo XVII, la quale del resto non avrebbe fatto che dare forma più 
calzante alla sentenza di Montaigne, Peu d'hommes ont este' ad- 
mirez par leurs domestiques {Essais, liv. III, chap. 2), o aile pa- 
role del Maresciallo di Catinat : // faut être bien héros pour 
l'être aux yeux de son valet de chambre. Carlyle nel citare que- 
sta frase (credo negli Eroi), rispondeva che se ciò fosse vero, non 
farebbe torto all' eroe ma al cameriere. 

Da un antico dettato francese del secolo xv, 

1297. On ne peut contenter tout le mon de et son père 

trasse La Fontaine la morale della sua Favola Le Meunier et 
son fils {Fables, lib. Ill, fav. i): 

Est bien fou du cerveau 

Qui prétend contenter tout le monde et son père. 

1298. Glissez, mortels, n'appuyez pas. 

è l'ultimo verso di una quartina che il poeta Roy (1683-1764) 
pose sotto ad un'incisione di Nicolas de Larmessin, rappresentante 
una scena di patinaggio: 

Sur un mince cristal l'hiver conduit leurs pas: 

Le précipice est sous la glace. 
Telle est de vos plaisirs la légère surface : 

Glissez, mortels, n'appuyez pas. 

Il famoso monologo di Amleto che è nell'atto III, se. i della 
tragedia omonima di Shakespeare, contiene la trita frase: 



376 Chi V ha detto? [i 299-1 302] 

1299. To be, or not to be, that is the question. 

una delle poche citazioni straniere (non tenendo conto delle fran- 
cesi) che corrono sulle bocche di tutti ; come si cita pure nel testo 
originale 1' 

1300. Adelante, Pedro, con juicio. 

(Manzoni, Promessi Sposi, cap. XIII). 

la raccomandazione che il gran cancelliere Ferrer, mentre si reca a 
liberare il vicario assediato e minacciato dalla plebe, fa al suo coc- 
chiere imbarazzato a guidare fra la moltitudine. 

In argomento al modo di condursi praticamente a proposito, 
può talora citarsi la quartina del poeta satirico aretino: 

1301. Con la politica 

. Più fina e bella, 
Tenevo a chiacchiera, 
Or questa, or quella. 

(A. GUADAGNOLI, // mio abito). 

ma, con molta maggiore utilità, la prudente raccomandazione di 
Massimo D'Azeglio alla figlia: 

1302. La prima delle cose necessarie è di non 

spendere quello che non si ha. 

« Massimo D'Azeglio quando cessò d' essere ministro, vendette 
i suoi cavalli, credo a differenza di molti altri che in simile con- 
tingenza li avranno comprati. Probabilmente la figliuola espresse 
rammarico di ciò al padre, e questi le rispose : — Quanto ai cavalli, 
è verissimo che m'è stato un po'duro il separarmene. — Perchè ave- 
vamo passate insieme molte avventure, m'avevano servito con 
molto zelo, e s' erano sempre condotti da cavalli onorati e dab- 
bene. Ma ho dovuto mettere in pratica il precetto che davo a te, 
quando spendevi più del tuo assegno mensile e mi dicevi: Ma.... 
io compro delle cose che sono necessarie. Ed io ti rispondevo, che 
la prima delle cose necessarie è di non spendere quello che non si 

1299. Essere, o non essere, questo è il problema. 

1300. Avanti, Pietro, con giudizio. 



[1303- 1306] Regole pratiche diverse 377 

?ia. Ora io non avendo più lo stipendio di ministro, se spendessi 
in cavalli spenderei quel che non ho ; e farei come molti che sono 
buoni a predicare agli altri, ma non a mettere essi in pratica la 
predica. Del resto non mi dichiaro vittima per questo, e penso che 
ci sono molti che mi valgono e che stanno peggio di me. » (Fal- 
della, Salita a Montecitorio: I pezzi grossi, pag. III). 

Talora è opportuno di tener presente anche le parole dell' ar- 
guto francese: 

1303. Pour s'établir dans le monde, on fait tout 

ce que l'on peut pour y paraître établi. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § LVl), 

Ma soprattutto non dimenticate quella massima di filosofia spic- 
ciola e pratica che è racchiusa nella frase di un aureo libro : 

1 304. De duobus malis, minus est semper eligendum 

(Tommaso da Kempis, De Itnitatione Christi, III, 12, 3). 



§ 64. 
Eeligione, Iddio 



1305. UAmor che muove il sole e l'altre stelle. 

(Dante, Paradiso, e. XXXIII, v. 145). 

cosi è chiamato Iddio nell' ultimo verso della Divina Commedia. 
Un concetto analogo è espresso nel verso virgiliano : 

1 306. Ab Jove principium, Musae; Jovis omnia piena 

(Virgilio, Egloghe, III, v. 60). 



1304. Fra due mali, bisogna sempre scegliere il minore. 
1306. Cominciamo da Giove, o Muse; tutto è pieno di Giove. 



378 Chi Vha detto? [1307-1312] 

cui si può ravvicinare l'emistichio: 

1307. Mens agitât molem. 

(Virgilio, Eneide, lib. VI, v. 727). 

Pure in Dante troviamo un'altra terzina la quale parla del creato 
che in ogni sua parte rivela Iddio e la sua potenza, poiché: 

1308. La gloria di Colui che tutto muove 

Per l'universo penetra, e risplende 
In una parte più, e meno altrove. 

{Paradiso, e. I, v. 1-3). 
Essa si rivela soprattutto nelle bellezze del firmamento, poiché : 

1309. Cœli enarrant gloriam Dei, et opera ma- 

nuum ejus annuntiat firmamentum. 

(Salmo XVIII, v. 1). 

ma non meno che nelle grandi cose dovrebbe rivelarsi nelle pic- 
cole, se é vero 1' antico dettato : 

13 10. Maximus in minimis Deus. 

che può credersi un rifacimento in senso cristiano della sentenza 
di Plinio {Hist. Nat., XI, i): Quuvt rerum natura nusqtiam 
magis, quam in m,inimis, tota sit. Trovasi anche in questa forma: 
Natura m-axim-e miranda in minim.is. 

1 3 11 . Obedire oportet Deo magis quam hominibus. 

dicono gU Atti degli Apostoli {ca.^. V, v. 29); e Dante nel Para- 
diso (e. XX, V. 138): 

131 2 Quel che vuole Iddio e noi volemo. 

e perciò vano é 1' opporsi ai voleri divini, e chi ad essi si appog- 
gia, non ha da temere di niente : 

1307. Un'intelligenza muove tutta quella massa. 

1309. I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento annunzia 

le opere delle mani di lui. 
13 IO. Iddio é grandissimo nelle piccolissime cose. 
13 II. Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. 



[I3 13- 131 7] Religione, Iddio 379 

1 31 3. Si Deus pro nobis, quis contra nos? 

(5. Bibbia, Epist. ad Romanos, cap. Vili, v. 31). 
Quel eh' egli dispose nella sua somma sapienza, dovrà avverarsi : 

1314. [A^6'] Sillaba di Dio mai si cancella. 

(Monti, Sulla morte di Giuda, son. 3, v. 14). 

e neppure vale 1* affaticarsi a scrutarne le arcane ragioni e a so- 
stituire il debole nostro criterio all' onnisciente giudizio di lui, 
poiché il Monti medesimo cosi ci ammonisce : 

131 5. Severi, imperscrutabili, profondi 

Sono i decreti di lassù, né lice 

A mortai occhio penetrarne il buio. 

{^Aristodemo, tragedia, a. IV, se. 2). 

ed innanzi di lui il Metastasio : 

131 6. Sempre il Re dell'alte sfere 

Non favella in chiari accenti, 
Come allor, che in mezzo a' venti, 
E tra i folgori parlò. 
Cifre son del suo volere 

Quanto il mondo in sé comprende; 
Parian V opre, e poi s' intende 
Ciò che in esse egli celò. 

(Festività del S. Natale, parte I). 
Quindi piena fede presteremo al poeta, quando ci dirà che 

131 7. E perigliosa, e vana. 

Se dal ciel non comincia ogn' opra umana. 

Cosi nélV/ssipile (a. Ili, se. 9) eanta il Metastasio medesimo che 
in altra delle sue gentili opere in musica aggiunse : 

131 3. Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? 



38o Chi V ha detto? [1318-1322] 

131 8. Nel cammin di nostra vita 

Senza i rai del ciel cortese, 
Si smarrisce ogn'alma ardita, 
Trema il cor, vacilla il pie. 
A compir le belle imprese 
L' arte giova, il senno ha parte ; 
Ma vaneggia il senno, e l'arte, 
Quando amico il ciel non è. 

{L'Eroe Cinese, a. I, se. 7). 

Se interroghiamo i classici, che finora consultammo su tanti ar- 
gomenti, sugli attributi divini, troveremo levata a cielo anzi tutto 
la onnipotenza di Dio, 

131 9. Nihil est, quod deus efficere non possit. 

(Cicerone, De natura deorunt, lib. III, e. 39). 
né altrimenti la Bibbia: 

1320. Quia non erit impossibile apud Deum omne 

verbum. 

( Vang, di S. Luca, cap. I, v. 37). 
Un nostro poeta nazionale, invocherà 

1321. Il Dio che atterra e suscita. 
Che affanna e che consola. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 

In Dante leggeremo come la prescienza divina delle cose fu- 
ture non sia inconciliabile con il libero arbitrio: 

1322. La contingenza, che fuor del quaderno 

Dalla vostra materia non si stende. 
Tutta è dipinta del cospetto eterno. 

{Paradiso, e. XVII, v. 37-39). 



1319. Nulla c'è che Dio non possa fare. 

1320. Imperocché nulla sarà impossibile a Dio. 



[1323-1325] Religione, Iddio 381 

Ma questa è materia di fede, di quella 

1323. Bella Immortai! benefica 
Fede ai trionfi avvezza. 

(Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 
che ai credenti ha ispirato il motto : 

1324. Credo quia absurdum. 

Anche questa frase è una delle molte sentenze riassuntive foggiate 
da autore ignoto allo scopo di compendiare in sé le dottrine e le 
opinioni di vari scrittori. La si attribuisce dai più a S. Agostino : 
ma, se qualcosa negli antichi padri vi si avvicina, desso è uno 
squarcio di Tertulliano, De carne Christi, cap. V, che suona: 
« Natus est Dei Filius : non pudet, quia pudendum est ! et mor- 
tuus est Dei Filius: prorsus credibile est, quia ineptum est; et 
sepultus, resurrexit: certuni est, quia impossibile est. » 

A proposito dei dommi che sono di fede nella chiesa cattolica, 
troviamo negli Inni Sacri di Alessandro Manzoni, parlando 
della Risurrezione, la seguente immagine: 

1325. Come un forte inebriato 
Il Signor si risvegliò. 

(La Resurrezione, inno). 

Ad alcuni parrà irriverente il paragone di Cristo con un soldato 
ubriaco; ma la colpa non è proprio del poeta, è della Bibbia che 
con immagine potente, nel Salmo LXXVII, v. 65, così dice: 

Et excitatus est tamquam dormiens Dominus, tamquam po- 
tens crapulatus a vino. 

Al Manzoni piacque questa similitudine orientale, e se ne valse : 
vedasene la giustificazione in Venturi, Gl' Inni Sacri e il Cinque 
Maggio di A. Manzoni dichiarati e illustrati {l%%(), pag. 47-48). 
Del resto la Bibbia ne ha delle peggiori, poiché in più luoghi pa- 
ragona il Signore (sia detto con riverenza) a un ladro, e anzi la 
metafora pare fosse di gusto ebraico, poiché e' insiste spesso e vo- 
lentieri. Citerò soltanto la Epist. B. Pauli ad ThessaL (I, cap. V, 

1324. Lo credo perché é assurdo. 



382 Chi l'ha detto? [1326-1329] 

V. 2) : Quia dies Domini, sicut fur in nocte, ita veniet, e lo stesso 
è detto nella Ep. II B. Petri (cap. Ill, v. io), e V Apocalisse 
(cap. Ill, V. 3): Veniam ad te tamquam jfur {è Iddìo che parìa) , 
e più oltre (cap. XVI, v. 15): Ecce venio sicut fur. 
La frase : 

1326. Ad majorem Dei gloriam. 

che nella tachigrafia cattolica si trova di frequente indicata con 
le sigle A. M. D. G., è diventata di uso comune dopo che la si 
lesse ripetuta a sazietà nei « Canones et decreta Oecumenici Con- 
cilii Tridentini» (1542-1560). 

Esempio famoso di preghiera musicale è quella degli Ebrei nel 
Mose, tragedia lirica musicata da G. Rossini (a. II, se. 7) : 

1327. Dal tuo stellato soglio, 

Signor, ti volgi a noi ; 
Pietà de' figli tuoi ! 
Del popol tuo pietà! 

Non meno conosciuta della preghiera del Mose è la seguente : 

1328. Casta Diva che inargenti 

Queste sacre antiche piante, 
A noi volgi il bel sembiante 
Senza nube e senza vel. 

che è la sublime preghiera di Norma nel melodramma omonimo, 
composto da F. Romani e musicato dal divino Bellini (a. I, se. 4). 
Abbiamo finora in questo paragrafo, parlato di Dio e di reli- 
gione con i credenti : vediamo un poco adesso quel che ne dicono 
i miscredenti. Essi cominciano col dubitare dell' esistenza di un 
ente supremo, dubbio che la Bibbia non ammette in persone di 
sano intelletto : 

1329. Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus. 

(Salmo XIII, V. 1 e Salmo LII, v. 1). 

1326. A maggior gloria di Dio. 

1329. Disse lo insensato in cuor suo: Iddio non è. 



[1330-1332] Religione, Iddio 383 

e a sostenere che 

1330. Primus in orbe Deos fecit timor. 

(Stazio, Tehaide, lib. Ili, v. 661). 

verso che si trova testualmente in Petronio {Fragm., 27, ed. 
Buecheler), da cui forse lo trasse Stazio, e che è stato audace- 
mente imitato da Crébillon nel verso citato al n. 1234: La crainte 
fit les dieux; l'audace a fait les rois. Ma altri applica alla re- 
ligione in generale quel che era stato détto degli Dei gentili in 
particolare : 

1331. Les Dieux s'en vont. 

Neir ultimo libro (XXIV) dei Martiri di Chateaubriand, dopo 
che Eudoro e Cimodocea sono caduti nel Colosseo sotto i denti 
della tigre, « la foudre gronda sur le Vatican, colline alors déserte, 
mais souvent visitée par un esprit inconnu ; l'amphithéâtre fut 
ébranlé jusque dans ses fondements; toutes les statues des idoles 
tombèrent, et l'on entendit, comme autrefois à Jérusalem, une voix 
qui disait: Les Dieux s'en vont. » Ho cercato dove si trovasse il 
racconto di quest' altro prodigio : e credo di averlo trovato in Giu- 
seppe Flavio, dove parla dei segni che precedettero e preannun- 
ziarono la rovina di Gerusalemme [De hello Judaico, lib. VI, cap. 5, 
§ XXXI). Fra gli altri portenti, egli narra che la notte di Pen- 
tecoste i sacerdoti entrando nel tempio, udirono gran rumore e 
movimento e quindi una voce che pareva gridare a una moltitu- 
dine radunata, Andiamocene di qui (Mexaßaivop,sv èvxeùGev). 

In molte occasioni, ove avverrebbe citare la frase testé ricor- 
data, vi si sostituisce la seguente: 

1332. Il gran Pane è morto. 

Questa frase, che si ripete a indicare la decadenza e la morte di 
cose e istituzioni già venerate e fiorenti, trova la sua fonte in un 
racconto di Plutarco nel trattatello De oraculorum defectu. Lo 
ripeto qui valendomi del volgarizzamento di Sebastiano Ciampi. 
< Epiterse, concittadino e maestro mio degli studi grammaticali, 
fa padre di quel retore Emiliano, di cui qualcuno di voi altri è 

1330. Fu la paura che prima nel mondo die vita agli dei. 



384 Chi V ha detto? [1332] 

stato scolaro. Raccontava dunque che una volta imbarcatosi per 
la Italia sopra una nave carica di ricche merci, e piena di una 
turba di passeggieri, sulla sera, trovandosi verso le isole Echi- 
nadi, il vento abbassò, e la nave andando qua e là con direzione 
incerta, venne ad avvicinarsi a Paxò. Delle genti di sulla nave 
molte eran deste, e molte, avendo cenato, continuavano a bere. 
All' improvviso fu sentita una voce uscita dall' isola di Paxò, che 
a gran tuono chiamava: Tamo; di che la maraviglia fu grande. 
Questo Tamo, egiziano di patria, era il piloto ; ma non conosciuto 
per nome dalla maggior parte di que' che erano sulla nave. Chia- 
mato due volte, non rispose : finalmente alla terza, die orecchio. 
Allora colui che chiamava, rinforzata la voce disse: Quando sarai 
giunto a Palode, dai la nuova che Pane grande è morto [il te- 
sto greco: oxt Ilàv ó {lâyaç tsBvtjxs]. Raccontava Epiterse che 
tutti, udito questo, si spaventarono, e che, consigliandosi se fosse 
meglio eseguir 1' ordine, o non se ne dare per inteso : Tamo de- 
cise di lasciar correre, qualora, rialzandosi vento, avesse potuto 
tirar via cheto cheto ; ma se poi giunto al posto facesse calma e 
bonaccia, avrebbe in quel caso annunziato ciò che avea udito. 
Diceva che infatti, arrivati a Palode senza vento, e senza movi- 
mento d' acqua, Tamo di su la poppa con la faccia rivolta verso 
terra annunziò, come avea udito, che Pane grande era morto. 
Non ebbe per anco finito di dire che fu inteso gran gemito misto a 
voci di sorpresa non d'un solo, ma di moltissimi: e come che vi 
si erano trovate presenti molte persone, velocemente se ne sparse 
la notizia fino a Roma; e Tamo fu chiamato colà dall'imperatore 
Tiberio. Aggiungono che questi gli prestò fede a segno d' aver 
fatto premurose ricerche e dimande intorno a quel Pane grande. Gli 
eruditi, che in gran numero tene vasi attorno Tiberio, non seppero 
congetturare altro, se non che quel Pane grande essere il Pane nato 
da Mercurio e da Penelope. A Filippo \chc è il narratore nel dia- 
logo di Plutarco] fu confermato il racconto anche da qualcuno 
degli astanti, che erano stati discepoli di Emiliano. » Non pas- 
serò sotto silenzio che per alcuni filologi tutto questo racconto è 
un' interpolazione di qualche monaco o altro zelante, per farne 
poi 1' applicazione alla morte di Gesù Cristo. 

Il medio evo fece del medico arabo di Cordova Ibn-Roscd, 
detto comunemente Averroè (fiorito nel sec. xii), il gran patriarca 



[I333-I335] Religione, Iddio 385 

dell'ateismo. Cominciò con attribuirgli un libro famoso, che forse 
non è mai esistito, il trattato de tribus iinpostoribus ; e la leg- 
genda continuò mettendo a suo carico molte frasi che divennero 
il vangelo dell' incredulità. Tale è quella con la quale egli si sa- 
rebbe augurato di morire della morte dei filosofi, intendendo di 
dire senza pratiche religiose : 

1333. Moriatur anima mea morte philosophorum. 

e in chi foggiò la frase è evidente l' intenzione di parodiare il 
motto di Balaam : 

Moriatur anima mea morte justorum. 

{Numeri, cap. XIII, v. 10). 

Ed anche a lui la tradizione ascriveva 1' altra frase in dispregio 
delle tre religioni dominanti: 

1334. Religio christianorum, religio impossibilium ; 

religio judaeorum, religio puerorum ; religio 
Mahometanorum, religio porcorum. 

dicendo religione impossibile la cristiana a cagione del domma 
della Eucaristia, a proposito di che si narrava pure che ille ma- 
ledictus Averròes, come solevano sempre chiamarlo i filosofi sco- 
lastici, entrato un giorno in una chiesa cristiana, e veduti i fedeli 
che si comunicavano, esclamasse: « Evvi al mondo una setta più 
insensata dei cristiani, i quali mangiano il Dio che adorano? » Ma 
questa è forse una reminiscenza di Cicerone : « Ecquem tam amen- 
tem esse putas, qui illud quo vescatur Deum credat esse ? » {De 
natura Deorum, lib. Ili, cap. XVI). Si consulti sull'argomento 
dell' incredulità di Averroè la bella opera di Renan, Averroès et 
l'averroìsme (2™* édit., Paris, 1861). 

Molto vicini agli increduli sono gl* indifFerenti, che hanno per 
linea di condotta la sentenza : 

1335. Quod supra nos nihil ad nos. 

1333. Muoia l'anima mia della morte dei filosofi. 

1334. La religione cristiana è religione impossibile; la giudaica, 

è religione da fanciulli; la maomettana, da porci. 
Ï335- Quel che è sopra di noi, nulla ha che fare con noi. 

25 



386 Chi V ha detto? [1336-1338] 

la quale, secondo narrano M. MiNUCio Felice {Octavms, XIII, i), 
Lattanzio {Institutioìies , III, 20, io) ed altri classici autori, era 
la solita risposta di Socrate ogni qualvolta lo interrogavano 
sulle cose del cielo {eius viri quotiens de cœlestibus rogabatur, 
nota responsio est. MiNUCio Felice, loc, cit.). Ma Tertulliano 
ed altri V attribuiscono invece ad Epicuro. 
Dello stesso genere è la seguente : 

1336. Nous nous saluons bien, mais nous ne nous 

parlons guère. 

È attribuito tanto a MoNCRiF che a Bautru, l'uno dei quali 
avrebbe data questa famosa risposta a chi si meravigliava di ve- 
derlo a levarsi il cappello innanzi ad una croce. Qualcuno ne fa 
onore anche a Voltaire, il quale 1' avrebbe detto a Piron (JPi- 
roniana, Avignon, 18 13, pag. 99), mais on prête aux riches. In- 
vece è di Proudhon l'altra frase blasfematoria : 

1337. Dieu, c'est le mal. 

che nel Système des contradictions e'conomiques ou Philosophie de 
la misère, sta come conclusione del cap. VIII: «Dieu, c'est sot- 
tise et lâcheté; Dieu, c'est hypocrisie et mensonge; Dieu, c'est 
tyrannie et misère; Dieu, c'est le mal. » Proudhon non era da 
meno di Voltaire, autore del famoso: 

1338. Ecrasez l'infâme. 

che egli soleva mettere in fine a molte delle sue lettere ad amici 
che gli rassomigliassero nelle idee antireligiose. Più spesso così 
firmava la corrispondenza con D'Alembert e Damilaville, ma si 
trovano anche lettere di lui a Federigo il Grande, a Helvetius, 
a Diderot, a Marmontel e ad altri, fra il 1756 e il 1768, fir- 
mate, invece che col suo nome, o col motto citato o con le sigle 
Écrlinf, Giova supporre che Voltaire per infmne intendesse la 
superstizione, o anche la religione, poiché da diversi passi di queste 
lettere si rileva che, 1* aggettivo infd?ne, nella mente del Voltaire, 
si riferiva a un sostantivo femminile. Egli certamente pensava 
della religione quel che pensava Lucrezio, il quale a proposito 
del sacrifizio d' Ifigenia esclamò : 



[I339-I343] Religione, Iddio 387 

1339. Tantum religio potuit suadere malorum. 

{De rer. nat., lib. I, v. 102). 

Ma r irreligione e 1' empietà dovrebbero avere il loro castigo 
se è vero che : 

1340. Qui in altum mittit lapidem, super caput 

ejus cadet. ^Ecclesiastico, cap. XXVII, v. 28). 

e che: 

1341. Si stanca il cielo 

D' assister chi l' insulta. 

(Metastasio, Olimpiade, a. Ili, se. 1). 

e disperde i nemici suoi, come le tempeste dell' agosto e settem- 
bre 1588 dispersero le navi della Grande Armata, apparecchiata 
da Filippo II ai danni dell' Inghilterra. Fu allora coniata una me- 
daglia che rappresentava le navi in balìa alle onde e la leggenda : 

Flavit Jehovah et dissipati sunt. 

Schiller, citando questo motto in una nota alla sua poesia Die 
unüberwindliche Flotte, lo riporta erroneamente sotto l'altra forma, 
rimasta più conosciuta: 

1342. Afflavit Deus et dissipati sunt. 

Anche sono note le parole : 

1343. Vicisti Galilsee! 

che secondo la tradizione sarebbero le ultime parole dell' Impera- 
tore Giuliano l'Apostata il quale morì di ferita il 26 giugno 363 
in una imprudente spedizione contro i Persiani ; e alcuni storici 
ecclesiastici narrarono eh' egli, sentendosi vicino a morte, gettasse 
contro il cielo in atto di spregio un poco del suo sangue, gri- 
dando: Vicisti Galilcee!, e non occorre dire che il Galileo era 



I339> Tanti mali potè consigliare la religione! 

1340. Se uno getta in alto una pietra, ella cadrà sul capo di lui. 

1342. Soffiò Iddio, e si dispersero. 

1343. Hai vinto, o Galileo! 



388 Chi V ha detto? [i343] 

Gesù, il quale nella Galilea (una delle tre provincie in cui era di- 
visa a' suoi tempi la Palestina) nacque e visse gran parte della 
sua vita. Si capisce facilmente che si tratta di una fola inventata 
contro Giuliano dai Cristiani che ciecamente lo odiavano : invece 
egli volle morire come un eroe e come un filosofo, anzi, preoccu- 
pato forse d'imitare la fine di Socrate, radunò gli amici e i soldati 
intorno alla sua tenda e tenne loro un' elaborata concione meta- 
fisica, di cui Ammiano Marcellino (XXV, 3) che fu testimone della 
scena, ci avrebbe conservato il testo, che però è troppo bello per 
essere genuino, seppure non si tratti, come il Gibbon suppone, 
di un' orazione preparata avanti dal furbo imperatore. Anche Li- 
banlo Sofista [Orai. Parental., e. 136-140) il quale scende ai par- 
ticolari, ed accusa apertamente i Cristiani di aver profittato del 
tumulto della mischia per ferire proditoriamente 1* imperatore, 
nulla dice di questa novelletta; e neppure S. Gregorio Nazian- 
zeno, che nessuno crederà troppo benevolo a Giuliano. Ho voluto 
ricercare le fonti della leggenda ; e ho trovato che il B. Teo- 
DORETO, vescovo di Ciro, nella Historia ecclesiastica (lib. Ili, 
cap. 20) narra : « Ferunt porro illum vulnere accepto implesse 
manum sanguinis, et hoc in aërem proiecto, dixisse, Vicisti Ga- 
lilcee [il testo greco : NsvJxTjxaç TaXiXats], simulque et victoriam 
confessum esse, et blasphemiam, adeo vecors erat, evomuisse. » 
Gli atti del martirio di S. Teodorito o Teodoro, prete d'Antio- 
chia, scritti da un anonimo cristiano, e pubblicati per la prima 
volta dal Mabillon, ristampati altre volte e ultimamente negli 
Acta Sanctorum di ottobre, to. X, pag. 40 e segg., raccontano 
il medesimo fatto : « Veniens autem subito quasi sagitta terribilis 
de aere percussit eum in mamillam, quumque sanguis ex omni 
parte flueret, aspiciens sursum, putavit se Dominum Jesum vi- 
dero, implensque manum suam de sanguine jactavit in aere di- 
cens: Usque in finem, Galilaee, persequeris me et ecce superasti 
me: sed ego etiam te hac hora negabo, licet positus in articulo 
mortis. » Non occorre dire che questo testo, benché 1' anonimo 
autore dica di aver vissuto alla corte di Giuliano in Antiochia, 
e di averlo accompagnato nell' ultima sua spedizione, è sprovvisto 
di ogni autorità. Anche il Sozomeno nella Storia Ecclesiastica 
ripete il medesimo racconto, però anch' egli osserva che poche 
persone vi prestavano fede. 



[ 1 344" 1 347] Religione, Iddio 389 

Tutto sommato, si può concludere che 1' ateismo va messo in 
un canto, se si ha da credere a un giudice non sospetto, lo stesso 
Voltaire, il quale affermava che : 

1344. Si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer. 

(Voltaire, Epìtre a l'auteur du livre 
des Trois Imposteurs, 1771, v. 22). 

Il giudizio di Voltaire (che forse s' ispirò a una frase di John 
TiLLOTSON, Ser^non. 93: «If God were, not a necessary Being 
of himself, he might almost seem to be made for the use and 
benefit of men») fu accettato dagli uomini della prima Rivolu- 
zione, dai fondatori del culto dell' Ente Supremo, poiché anche 
Robespierre nei suoi Discours politiqtces scrisse : « L'athéisme 
est aristocratique. L'idée d'un grand Être, qui veille sur l'inno- 
cence opprimée et qui punit le crime triomphant, est toute po- 
pulaire. Si Dieu n'existait pas, il faudrait l'inventer. » Ma non 
ebbe uguale fortuna presso gl'insorti comunardi del 1870, uno 
dei quali lo parodiò nel blasfema notissimo : 

Si Dieu existait, il faudrait le fusiller. 
Chiudiamo perciò questo lungo paragrafo con una devota antifona : 

1345. Laudate pueri Dominum: laudate nomen 

Domini. {Salmo CXII, V. 1). 

ed anche quest' altra invocazione biblica non sarà di troppo : 

1 346. Levemus corda nostra cum manibus ad Do- 

minum in cœlos. 

(Lamentazioni di Geremia, cap. Ili, v. 41). 
tanto più che in essa si vuol vedere la fonte del : 

1347. Sursum corda! 

che sta nella liturgìa della Messa al Prœfatio. L'officiante dopo aver 
detto Dominus vobiscum cui il chierico risponde Et cum spiritu 
tuo, prosegue Sursum corda, e il chierico; Habemus ad Dominum. 

1345. Fanciulli lodate il Signore, lodate il nome del Signore. 

1346. Alziamo al cielo insiem colle mani i cuori nostri al Signore. 

1347. In su i cuori. 



390 Chi V ha detto? [1348-1350] 



§ 65. 

Eisolutezza, sollecitudine, 
altezza e pochezza d'animo 



1348. Dum Romse consulitur, Saguntum expu- 

gnatur. 

è frase proverbiale che trae origine molto probabilmente dalle pa- 
role di Tito Livio: « Dum ea Romani parant consultantque, iam 
Saguntum summa vi oppugnabatur » {Hist.^ lib. XXI, cap. 7), al- 
ludendo a Sagunto, città forte della Spagna Tarraconense (ora 
Morviedro nel regno di Valenza), alleata dei Romani, che cinta 
d'assedio da Annibale nell'anno 218 av. C, chiese soccorso a 
Roma ; ma, mentre i Romani perdevano teinpo a mandare inu- 
tili ambascerie a Cartagine e in Spagna ed erano tenuti a bada 
con parole dagli astuti Africani, la misera città, esaurita ogni re- 
sistenza, cadeva in potere del capitano cartaginese. Lo stesso ac- 
cade a chi s' indugia con dubbiezze e con parole innanzi di pren- 
dere una risoluzione: tengasi dunque bene a memoria il proverbio 
francese : 

1349. Il faut qu'une porte soit ouverte ou fermée. 

« c'est un proverbe de comédie, qui avait ainsi tous les droits 
de devenir le titre d'une comédie-proverbe, » dice argutamente 
il Fournier r^ofCC Esprit des autres (chap. VI). Infatti la frase si 
trova originalmente nel Grondeur di Brueis e Palaprat (a. I, 
sc. 6) e Alfred de Musset ne fece il titolo di uno dei suoi 
proverbi drammatici. 

Dimenticando questo proverbio, succederà molto facilmente quel 
che succedeva a quei poveri carabinieri obbligati a cantare: 

1350. Nous arrivons toujours trop tard. 



348. Mentre a Roma si delibera, Sagunto è espugnata. 



[135^-1354] Risolutezza, sollecitudine^ ecc. 391 

È nell' operetta di Offenbach, Les Brigands, parole di Meilhac 
e Halévy, alla fine dell'atto I, se. li, che i carabinieri, passati 
appunto in proverbio sotto il nome di carabinieri di Offenbach, 
arrivano per sorprendere i briganti dopo essersi annunziati « par 
un bruit de bottes. » Giunti.... a scena vuota, intonano il fa- 
moso coro : 

Nous sommes les carabiniers, 
La sécurité des foyers, . 
Mais, par un malheureux hasard, 
Au secours des particuliers 
Nous arrivons toujours trop tard. 

1351. Quod facis, fac citius. 

{Evang. sec. S. Giov., cap. XIII, v. 27). 

così dice Cristo a Giuda; mentre a colui che prima di seguirlo 
voleva indugiarsi a seppellire suo padre, risponde invece: 

1352.. Sine Ut mortui sepeliant mortuos suos. 

{Evang. di S. Luca, cap. IX, v. 60). 

Ed a risolversi sollecitamente talora muove 1' urgenza delle cose, 
ciò che può dirsi metaforicamente col verso dantesco: 

1353. Andiam, che la via lunga ne sospigne. 

(Dante, Inferno, e. IV, v. 22). 
altre volte muove la necessità, 

1354. E la necessità gran cose insegna; 

Per lei fra l'armi dorme il guerriero, 
Per lei fra l'onde canta il nocchiero, 
Per lei la morte terror non ha. 
Fin le più timide bestie fugaci 
Valor dimostrano, si fanno audaci, 
Quando è il combattere necessità. 

(MttTASTASio, Demofoonte, a. I, se. 3). 



1351. Quello che fai, fallo presto. 

1352. Lascia che i morti seppelliscano i loro morti. 



392 Chi l'ha detto? [^ 355-1356] 

Ma non così sollecitamente si risolveva Enea nel dramma dello 
stesso Metastasio, la Didoìte abbandonata, quando canta: 

1355. Non parto, non resto. 

Ecco tutta la strofa, con la quale finisce l'atto I (se. XVIII): 

Se resto sul lido. 

Se sciolgo le vele, 

Infido, crudele 

Mi sento chiamar : 
E intanto, confuso 

Nel dubbio funesto, 

Non parto, non resto. 
Ma provo il martire 

Che avrei nel partire, 

Che avrei nel restar. 

Un nobile esempio di altezza d' animo è quello di cui la me- 
moria è affidata alle parole: 

1356. Non dolet. 

Quando Cecina Peto (da non confondersi, come molti fanno, con 
Trasea Peto che fu suo genero) ebbe ordine dall' imperatore Clau- 
dio di uccidersi per aver preso parte alla congiura di Scriboniano 
(a. 42 dell' E. V.), la moglie Arria, donna di nobilissimi sensi 
e di animo più che virile, vedendo il marito esitare, a rinfrancarlo 
con 1' esempio, gli tolse il pugnale di mano, si feri a morte, e glielo 
restituì dicendogli che non faceva male. Il fatto è narrato da Pli- 
nio Secondo in una delle sue Epistole (lib. Ill, ep. 16), diretta 
al nipote e nella quale esalta i chiari fatti di Arria. « Prseclarum 
quidem illud eiusdem, ferrum stringere, perfodere pectus, extra- 
here pugionem, porrigere marito, addere vocem immortalem, ac 
psene divinam, Pœte, non dolet. » Alterò queste parole con ecces- 
siva libertà poetica Marziale in uno dei suoi epigrammi (lib. I, 
ep. 14); e anche poco esattamente son riportate nella narrazione 
di questo eroico caso che si trova in Dione Cassio (lib. LX, cap. 16) 
e in Zonara (lib. XI, cap. 9), dove sono grecamente cosi riferite : 
Hai (invece di Ilatxe), oò% àXyo). 

1356. Non duole. 



[1357] Risolutezza, sollecitudine, ecc. 393 

Pose anche da banda gli indugi e le irresolutezze Giulio Ce- 
sare, allorché esclamò : 

1357. Jacta alea est {p esto). 

passando audacemente il Rubicone, che nessun capitano in armi 
poteva varcare senza dichiararsi nemico delia Repubblica (Sve- 
TONio, Vita dì Cesare, 32). L'indicativo est è la lezione volgare; 
ma la migliore e più accettata dai critici è invece con l' impera- 
tivo esta. Questa, che è un' emendazione Erasmiana, è confortata 
anche dal testo greco della medesima frase presso Plutarco, Vita 
di Cesare, § 32 e Vita di Pompeo, § 60 : 'Avs^^£cp0(O xoßog. Dal 
fatto medesimo nacque 1' altra frase proverbiale, passare il Ru- 
bicone. Il qual fiume, celebre per aver segnato dopo l' anno 695 
di Roma (o in quel torno) il confine d' Italia, e vie' più celebre 
per il passaggio di Cesare, mutò nel lungo volgere dei tempi nome 
e anche letto. Per. cui, per potere stabilire veramente quale fosse 
il vero Rubicone, e quale il primitivo suo corso, sorsero prima 
lunghi e anche sanguinosi conflitti giurisdizionali (poiché le acque 
di lui si voleva segnassero il confine fra i comuni di Cesena e di 
Rimini), e più tardi non meno lunghe e fiere contese letterarie, 
portate fino avanti alla Rota Romana, e durate sino alla metà del 
secolo testé compiuto. Tre fiumi si contendevano 1' onore di essere 
il vero Rubicone, cioè il Pisciatello in quel di Cesena, il Fiumicino 
nel territorio di Savignano, e 1' Uso nel Riminese. Sembra oggi 
con fondamento assodato che l' antico Rubicone debba ricono- 
scersi, per una parte corrispondere a quel tratto di fiume che col 
nome di Urgone scendendo dal monte di Strigara corre fino alle 
radici del colle di Montiano ; per l' altra parte, a un antico corso 
d' acqua, ora perduto, che dal colle predetto, volgendo a destra 
(anziché a sinistra come fa oggi) e unitosi prima alla Rigossa e 
poi al Fiumicino, per il Ponte di Savignano scendesse al mare. 
La storia di questa curiosa controversia fu bene riassunta da Al- 
fonso Pecci in certe Note storico -bibliografiche intorno al fiume 
Rubicone, pubblicate nel Bibliofilo, settembre-ottobre 1890, pa- 
gina 129-142. 

1357. Il dado è gettato (<ruvero. Si getti il dado). 



394 Chi ^'h^ detto? [1358-1359] 

A mazzo insieme alle parole di Cesare, porremo un altro pro- 
verbio usato in simili circostanze: 

1358. Cosa fatta capo ha. 

Gli storici fiorentini narrando dell'origine delle fazioni dei Guelfi 
e dei Ghibellini in Firenze, 1' attribuiscono, secondo la volgare tra- 
dizione, all' offesa fatta da Buondelmonte dei Buondelmonti alla 
casa Amidei, rompendo le nozze con una donzella di quella fami- 
glia. I parenti dell' abbandonata, volendo vendicare l'ingiuria, con- 
vengono per deliberare del come, e i più vogliono la morte di 
Buondelmonte. « E benché alcuni discorressero i mali che da quella 
potessero seguire, il Mosca Lamberti disse, che chi pensava assai 
cose, non ne concludeva mai alcuna, dicendo quella trista e nota 
sentenza: Cosa fatta capo ha» {M.a.chia.\e\\ì, Istorüßorenti'ne, lib. II, 
cap. 3). K così più succintamente il Villani {/storie fiorentine, 
lib. V, cap. 38): « E stando fra loro a consiglio, in che modo do- 
vessero offendere o di fedirlo o di batterlo di man vota, il Mosca 
de' Lamberti disse la maledetta parola, cioè cosa fatta capo ha; 
e volse dire, che si dovea ammazzare, e così fu fatto. » Questo 
seguiva nell'anno 12 15. Però, come mostra ritenere anche il Ma- 
chiavelli, il Mosca non fece che adattare alla contingenza presente 
un proverbio già comune e noto a' suoi tempi. 

Anche Dante citò la maledetta parola di Mosca Xi.€^ Inferno, 
canto XXVIII, v. 107, aggiungendo: 

Che fu il mal seme per la gente tosca. 

Altra frase che ricorda un esempio di risolutezza e di presenza 
di spirito è il noto : 

1359. Acqua alle corde. 

L'obelisco, che oggi si ammira nel centro della piazza di San Pie- 
tro, e che è il più grande di quelli che sono a Roma, dopo il 
Lateranense, trovavasi dietro la Basilica Vaticana dove ora sorge 
la Sagrestia Nuova. Il trasporto periglioso fu fatto nel 1586 per 
ordine di Sisto V dall' architetto Domenico Fontana di Como. 
Piegato l'obelisco verso terra, e condotto sullo strascico fino nel 
mezzo della piazza, ai io di settembre fu dato mano a inalzarlo 
sul suo piedistallo per mezzo di 140 cavalli e 800 uomini. Per 



[1360] Risolutezza, sollecitudine, ecc. 395 

evitare ogni confusione il Papa avea pubblicato un editto, che 
ninno, fuori degli operai, sotto pena della vita potesse durante 
r operazione entrare nel recinto, o parlare, o fare il minimo stre- 
pito : perciò nel recinto stesso stavano il bargello co' suoi birri, e 
il boja che vi aveva piantata la forca. Nondimeno certo Bresca 
di San Remo, capitano di bastimento genovese, vedendo che le 
corde che reggevano il monolite, si allungavano per l'enorme peso 
più del preveduto, e che perciò grande e imminente era il pericolo, 
non curando la minaccia papale, gridò Acqua alle corde, sapendo 
che il canape bagnato si ristringe e si accorcia. L' architetto non 
indugiò a seguire il provvidenziale avvertimento, e 1' operazione 
riuscì felicemente. Il Bresca, invece di gastigo, ebbe larghi favori 
dal Papa: una lauta pensione mensile estesa ai discendenti, il ti- 
tolo di capitano del primo reggimento di linea pontificio, col pri- 
vilegio di portarne la divisa e di alzare la bandiera pontificia sul 
sua bastimento ; e finalmente la privativa per sé e i suoi discen- 
denti di provvedere il Sacro Palazzo di palme, onde tanto è fe- 
race il territorio di San Remo, nella Domenica dell' Olivo. Onde 
anche oggi un discendente dei Bresca reca tutti gli anni a Roma 
per quel giorno fino a 500 palme : e la piccola città di San Remo 
ha da quel tempo nel suo stemma una palma e un leone. Errano 
coloro che credono che il Bresca gridasse Acqua alle corde perchè 
le corde s' incendiavano per 1' attrito : la vera ed unica ragione è 
quella che ho esposta. Vedansi il Cancellieri, Descrizione della 
Basilica Vaticana (Roma, 1788), pag. 19, & \\ Dizionario di eru- 
dizione storico-ecclesiastica del Moroni, vol. I, pag. 194; vol. XXV, 
pag. 189; vol. XLVIII, pag. 194; vol. LI, pag. 70. 

Esempio classico di fortissima volontà è quello ricordato dalla 
famosa frase: 

1 360. Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. 

come disse di sé medesimo Vittorio Alfieri, ma non nella Vita, 
come comunemente si crede, bensì nella notissima Lettera respon- 
siva a Ranieri de' Calsabigi, scritta da Siena a dì 6 settembre 1783. 
L'Alfièri, narrandogli come divenisse autore tragico, accenna alla 
sua prima tragedia, la Cleopatra, rappresentata e applaudita in 
Torino ; e aggiunge che d' allora contrasse col pubblico, e con sé 
stesso, che era assai più, un fortissimo impegno di tentare almeno 



396 Chi Vha detto? [1361-1362] 

di divenir tale. « Da quel giorno in poi (che fu il giugno del '75), 
volli, e volli sempre, e fortissimamente volli. » La risposta al Cal- 
sabigi è stampata in tutte le edizioni delle Tragedie insieme alla 
lettera del Calsabigi stesso : nella stampa collazionata dal Mazza- 
tinti suir autografo {Lettere edite e inedite di Vittorio Alfieri a 
cura di G. M,, Torino, 1890) questo brano si trova a pag. 27. 

Vale la pena di osservare che mentre finora si era citato l'Al- 
fieri come modello di singolare forza di volontà, la novissima 
scuola psichiatrica, che fa anche dell'Alfieri un degenerato, un 
epilettoide, vuole invece dimostrarne la volontà debolissima, la 
impulsività incosciente ! Vedansi gli studi di G. Antonini e L. Co- 
gnetti de Martiis nel voi. XXXV, ser. 2% della Biblioteca an- 
tropologico-giuridica (Torino 1898) : cito, ad esempio, alcune parole 
del secondo di questi autori noiV Esame psichiatrico di V. Alfieri: 
« Le alterazioni più gravi nella psiche del nostro ci sono rivelate 
dalla volontà, nel cui campo esplodono numerose le azioni psichiche 
riflesse e imperversano gli atti impulsivi scoppianti come uragano 
minante. Ha un bel ripetere che volle, che volle sempre, che 
volle fortissimamente, ecc. » [Op. cit., p. 140). 

L'uomo che provvede sollecitamente in ogni cattivo evento, può 
bastare a sé stesso, secondo il precetto virgiliano: 

1361. Spes sibi quisque. 

{ViKGiLio, Eneide, lib. XI, v. 309). 
Questo è ciò che gl' inglesi chiamerebbero 

1362. Self-help. 

con uno di quei neologismi che gli scrittori inglesi formano cosi 
liberamente e volentieri. È divenuto comune dopo che lo scoz- 
zese Samuel Smiles (n. nel 18 12), se pure non ne fu addirittura 
l'inventore, come molti credono, ne fece il titolo di un suo fa- 
moso libro, stampato per la prima volta nel 1859, che contiene 
la storia degli uomini che dal nulla seppero innalzarsi ai più alti 
gradi in tutti i rami dell' umana attività, e che è stato tradotto 
in tutte le lingue. 

1361. Ciascuno spera in sé medesimo. 

1362. Aiutandosi da sé. 



[1363-1366] Risolutezza, sollecittidine, ecc. 397 

E questa si suole chiamare altezza d' animo, poiché ha animo 
elevato chi riposa sulle proprie forze, chi aspira a cose alte e belle, 
e non si lascia vincere dalle difficoltà che uomini ed eventi gli pre- 
parano, come suona il verso del Petrarca: 

1363. Né del vulgo mi cai ne di fortuna. 

(Petrarca, Sonetto in vita di M. Laura, 
num. LXXVIII secondo il Marsand, com.: 
Dell' empia Babilonia, ond'e fuggita; so- 
netto XCI, secondo il Mestica). 

Di un uomo siffatto parlava I'Alighieri laddove diceva : 

1364 Se il mondo sapesse il cuor ch'egli ebbe 

Mendicando sua vita a frusto a frusto 
Assai lo loda, e più lo loderebbe. 

{Paradiso, e. VI, v 140-142). 

Ed era costui Romeo di Villanova, che per l' ingratitudine del 
conte Raimondo di Provenza, di cui aveva accresciuto la fortuna 
e maritate le quattro figlie a quattro re, se ne ^axiì povero e ve- 
tusto. Ma questa è leggenda, da cui pare molto diversa fosse la 
vera storia. 

E pure segno di altezza d'animo il contenersi nobilmente nelle 
contese e nelle polemiche, secondo quel che di sé medesimo di- 
ceva Cicerone: 

1365. Et refellere sine pertinacia et refelli sine 

iracundia parati sumus. 

(Tuscul. disputai., lib. II, cap. I, § 2). 
Ecco invece gli uomini di animo pusillo, 

1366. .... Coloro 
Che visser senza infamia e senza lodo. 

come furono chiamati da Dante (Inferno, e. Ili, v. 35-36) che 
più sotto li dice: 



365. Siamo pronti a contraddire senza ostinazione, ed a lasciare, 
senza adirarci, che altri ci contraddica. 



398 Chi V ha detto? [1367-1370] 

1367. ....La setta de' cattivi 

A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 

{.Inferno, e. Ili, v. 62-63). 

Sono costoro i poltroni e vili, che Dante nel verso subito ap- 
presso chiama: 

Questi sciaurati che mai non fur vivi. 

ed ai quali si può applicare il verso del Pete arca: 

1368. Gente, a cui si fa notte innanzi sera. 

(Trionfo della Morte, canto I, v. 57). 

Cfr. Son. XXXIV in morte di Madonna Laura (CCLXI del- 
l' ediz. Mestica), e Lucret., De rer. nat., lib. Ili, v. 1046. Il 
primo dice (v. al num. 826): 

E compie' mia giornata innanzi sera; 
il secondo: 

Mortua cui vita est prope jam vivo atque videnti. 

È pure a costoro che la Bibbia promette la eterna beatitudine 
in un versetto che, detto con altre intenzioni, è stato applicato 
a citazioni satiriche : 

1369. Beati pauperes spiritu: quoniam ipsorum 

est regnum caelorum. 

(Evang. di S. Matteo, cap. V, v. 3. - 
S. Luca, cap. VI, v. 20. 

Ma il Vangelo intende per pauperes spiritu tutt' altra cosa, cioè 
coloro che amano di cuore la povertà ; il popolo invece intende 
i poveri di spinto, cioè gli sciocchi o minchioni ! Anche questa 
dunque è una delle tante frasi tradotte a orecchio spropositata- 
mente. 

Costoro assomigliano al contadino della favola: 

1370. Rusticus expectat dum defluat amnis. 

(Orazio, Epistolae, lib, I, ep. 2, v. 42). 



1369. Beati i poveri di spirito, perchè il regno dei cieli è per 

1370. Il contadino aspetta che il fiume passi. 



loro. 



[1371-1373] Risolutezza, sollecitudine, ecc. 399 

il quale aspetta sulle sponde del fiume che le acque scorrano per 
poterle passare all'asciutto, ma il fiume labiticr, prosegue il poeta, 
et labetur' in omne volubilis aevum. 

Udite con quanta severità giudichi costoro anche il più volte 
citato duca FRANCESCO de la Rochefoucauld nelle sue Maxi- 
mes morales (§ CCCCXLV): 

1371. La faiblesse est plus opposée à la vertu que 

le vice. 

Uno di costoro sarebbe stato certamente quel Pietro Soderini 
(nato verso il 1450), creato gonfaloniere avita di Firenze nel 1502, 
e deposto nel 15 12, a cui Niccolò Machiavelli rivolse il noto 
epigramma (dò la lezione dell'unico ms. fiorentino Magi. VII, 
9, 271, che differisce da tutte le lezioni volgari): 

1372. La notte che morì Pier Soderini, 

L'anima andò dell'inferno alla bocca. 
Gridò Pluton : Che inferno ! anima sciocca, 
Va su nel limbo fra gli altri bambini. 

e sotto qualche rispetto, benché diffìcile e ingiusto torni il con- 
fronto, anche quel povero granduca: 

1373- I^i papaveri cinto e di lattuga. 

(Giusti, L' incorotiazione, str. T). 

È costui Leopoldo II, granduca di Toscana, così dipinto nei se- 
guenti versi: 

Il toscano Morfeo vien lemme lemme, 
Di papaveri cinto e di lattuga. 
Che, per la smania d' eternarsi, asciuga 
Tasche e maremme. 
• Co' tribunali e co' catasti annaspa; 

E benché snervi i popoli col sonno, 
Quando si sogna d' imitare il nonno, 
Qualcosa raspa. 

Ma egli, come re e come italiano, aveva soltanto la colpa di ri- 
trarre dal genio di quella generazione infiacchita, che Giacomo 
Leopardi rampognava dicendo: 



400 Chi V ha detto? [1374-1378] 

1374. Di viltade 
Siam fatti esempio alla futura etade. 

((Canzone ad Angelo Mai). 

La mancanza di ardire e di franchezza, che talvolta può co- 
gliere anche persone solite a sentimenti virili, è ripresa in Dante 
per bocca di Virgilio in due luoghi distinti, cioè: 

1375. Dunque che è? perchè, perchè ristai? 

Perchè tanta viltà nel core ailette? 
Perchè ardire e franchezza non hai? 

{Inferno, e. II, v. 121-123). 

1376. Perchè l'animo tuo tanto s'impiglia, 

Disse il maestro, che 1' andare allenti ? 
Che ti fa ciò che quivi si pispiglia? 
Vien dietro a me, e lascia dir le genti ; 
Sta come torre ferma, che non crolla 
Giammai la cima per soffiar de' venti. 

{.Purgatorio, e. V, v. 10-15). 

ed il seguente verso del Petrarca indica lo stato di animo di 
un irresoluto : 

1377. Da me son fatti i miei pensier diversi. 

[Cantone in vita di M. Laura^ num. II, se- 
condo il Marsand, comincia: Verdi panni, 
sanguigni, oscuri o persi, v. 36; canz. Ili 
dell' ediz. Mestica). 

cioè i miei pensieri combattono meco medesimo, alla quale con- 
dizione di animo si applica pure una cimosa metafora, conosciuta 
sotto V appellativo : 

1378. L'asino di Buridano. 

e di cui 1' origine sarebbe la seguente. 

Giovanni Buridan, uno dei più celebri e più abili difensori 
del nominalismo, e che fu rettore dell'università di Parigi nel 1327, 
inclinava nelle sue teorie filosofiche al fatalismo, e fra gli altri 
argomenti speciosi eh' egli recava in difesa delle opinioni anti- 
liberiste, primeggiava questo, di sapere se 1' uomo posto fra due 



[1378] Risolutezza, sollecitudine, ecc. 401 

moventi opposti e di egual peso, può decidersi indifferentemente 
per l'uno o per l'altro: se non può, cessava il libero arbitrio, se 
si ammette che possa, 1' azione stessa della scelta diventa impos- 
sibile, essendo senza ragione e senza scopo. Come infatti scegliere 
fra due partiti per i quali proviamo una pari indifferenza? Quindi 
il nome di Buridan è rimasto anche al sofisma, che ci mostra un 
asino morente di fame fra due misure di avena ugualmente lontane 
da lui, o morente di fame e di sete fra una misura di avena e un 
secchio d' acqua, mentre la povera bestia è tormentata da questi 
due bisogni in misura uguale. Ma si cercherebbe invano questo 
sofisma nelle opere del celebre nominalista, né è facile di dire 
quale potesse esserne 1' uso da lui fatto, perchè Buridan poneva 
in discussione il libero arbitrio dell' uomo e non quello degli ani- 
mali che nessuno pensava di difendere : quindi è piuttosto da cre- 
dersi con Tennemann {Histoire de la philosophie, to. Vili, 
2- part.) che questo sofisma celebre sia stato immaginato dagli 
avversari di lui per mettere in ridicolo le sue teorie. Ed ugual- 
mente dovremo relegare fra le leggende quella che ci mostra Bu- 
ridan nelle orgie della Torre di Nesle, fra le braccia di Giovanna 
di Navarra, moglie di Filippo il Bello, e sfuggito per miracolo 
alla morte cui la impudica regina condannava, per eccesso di pru- 
denza, i suoi amanti facendoli gettare chiusi in un sacco nella 
Senna. Secondo questa leggenda Buridan, nell* asino famoso, 
avrebbe alluso a sé medesimo, oscillante fra le grazie della re- 
gina e quelle di una dama di lei e compagna di dissolutezze. Ma 
basta a mostrare il nessun fondamento di questa storiella di ri- 
cordare che la regina Giovanna mori in tarda età nel 1305. 

Del resto il dilemma di Buridan non era nuovo nella storia 
della filosofìa: vi accennava già Aristotile (Ilspi oupavoö, 2, 13), 
San Tomaso svolgeva il medesimo dubbio, senza darne una so- 
luzione soddisfacente, nella Summa theologiœ, pars I secundae, 
qu. XIII, art. 6, e infine 1' Alighieri vi accennava nei versi: 

Intra due cibi, distanti e moventi 

D* un modo, prima si morria di fame, 
Che liber uomo 1' un recasse a' denti. 

Si si starebbe un agno intra due brame 
Di fieri lupi, egualmente temendo; 
Si si starebbe un cane intra due dame, 

26 



402 Oli P ha detto? [» 379-1380] 

Vedansi anche i versi di Ovidio nel lib. V delle Metamorfosi 
(v. 164-166): 

Tigris ut, auditis diversa valle duorum 
Exstimulata fame mugitibus armentorum, 
Nescit, utro potius ruat; et mere ardet utroque. 



Sanità, malattie 



1379. Mens sana in corpore sano. 

(Giovenale, Sat. X, v. 356). 

era secondo gli antichi l' ideale della perfezione umana e la pre- 
ghiera che doveva rivolgersi alle Divinità. 

Notissimo è rimasto, fra i pochi aforismi delle diverse scuole 
mediche noti anche ai profani, il seguente : 

1380. Similia similibus curentur. 

eh' è il canone fondamentale della scuola omeopatica, bandito da 
Samuele Hahnemann (1755- 1843) ^^^ celebre suo libro Org-a- 
non der Heilku7tst (di cui la prima edizione è del 18 io); il prin- 
cipio opposto è quello della medicina antipatica, formulato con- 
traria contrariis. L' uno e 1' altro furon già enunziati (ma con 
minor precisione) da Tomm. Erastus [Disputât, et epist. medicee, 
Tiguri, 1595) e dal danese Stahl (in Jo. Hummelii, Comment, 
de arthritide, Budingse, 1738, pag. 40-42); ma egualmente l'uno 
e r altro s' ispirarono a un capitolo d' Ippocrate del trattato 
Ilepl TÓTtcDv TCÔV /caxà àvBpWTiov (capitolo XLII), dove appunto 
è svolto il principio che le malattie sono talora prodotte da cause 

1379. Mente sana in corpo sano. 

1380. I simili si curino con i simili. 



[1381-1383] Sanità, malattie 403 

simili, e allora si guariscono coi simili, talora da cause contrarie, 
e si guariscono con i contrarii. 

Dalla classica opera di Benjamin Franklin, La via della for- 
tuna, che nelle prime edizioni americane ha il titolo The poor Ri- 
chard's Almanack, con altre auree sentenze, si suol citare questa 
che era sentenza favorita di Giovanni Wesley, il fondatore dèi 
Metodisti, il quale ne aveva fatto quasi una massima di fede della 
sua nuova religione : 

1381. Early to bed and early arise 

Makes the man healthy, wealthy and wise. 

Ma in fatto d' igiene sono specialmente popolari certi versi del 
poema ritmico in versi leonini noto sotto il titolo di Regimen sa- 
nìtatis o Flos sanitatis dell' xi secolo, e composto dalla celebre 
Scuola Salernitana per esporre le regole principali dell* igiene se- 
condo le conoscenze di quei tempi. La tradizione vuole che fosse 
indirizzato dal Collegio dei medici di Salerno a Roberto duca di 
Normandia circa il 11 00; invece Salvatore De Renzi nella Storia 
della medicina italiana (to. II, pagina HO, Napoli, 1845) ritiene 
più probabile che sia stato scritto verso il 1055 P^'* Edoardo III 
re d' Inghilterra. Se ne ignora 1' autore, e non è molto fondata 
l' opinione che lo stendesse per incarico della Scuola un Giovanni 
DA Milano : è più credibile che si tratti di una compilazione tra- 
dizionale e mnemonica, di autori e tempi diversi, di cui alcune 
parti possono risalire al ix secolo. Comunque stiano le cose, ecco 
alcuni versi che scelgo fra i più noti, secondo il testo curato dallo 
stesso De Renzi nella Collectio Salernitana, to. I (Napoli, 1852). 

1382. Si tibi deficiant Medici, medici tibi fiant 

Haec tria : mens Iseta, requies, moderata diseta 

(v. 19-20). 

1383. Si fore vis sanus ablue saepe manus. 

(V. 125). 

1 38 1. Andare a letto presto e alzarsi presto, fanno l'uomo sano, 

ricco e saggio. 

1382. Se ti mancano i medici, te ne faranno le veci queste tre 

cose: animo lieto, riposo e dieta moderata. 

1383. Se vuoi esser sano, lavati spesso le mani. 



404 Cht V ha detto? [1384-1390] 

1384. Sex horis dormire sat est juvenique senique. 

Septem vix pigro, nulli concedimus octo. 

(V, 129-130). 

1385. Ut sis nocte levis, sit tibi cœna brevis. 

(V. 195). 

1386. Post cœnam stabis, aut passus mille meabis 

\o anche aut lento pede ambulabis]. 

(V. 212). 

1387. Inter prandendum sit saepe parumque biben- 

[dum. 

(V. 214). 

1388. Caseus ille bonus quem dat avara manus. 

(V. 387). 
detto del cacio, di cui dice vasi pure: 

1389. Non Argus, largus, non Matusalem, Madalena, 

Non Petrus, Lazarus, caseus iste bonus. 

(v. 404 405). 

La spiegazione di questo indovinello è la seguente : il formaggio 
per esser buono dovrebbe essere non troppo occhiuto, di buchi 
larghi, non tanto vecchio, che pianga, non duro come la pietra, 
giallo come Lazzaro resuscitato. 

1390. Nobilis est ruta quia lumina reddit acuta. 

(V. 704). 

1384. Dormire sei ore è sufficiente sì per un giovane come per 

un vecchio : concederemo a stento sette ore a un pigro, 
otto a nessuno. 

1385. Se vuoi essere leggiero di notte, fa' corta cena. 

1386. Dopo cena riposa, o fa' appena un miglio (ovvero cammina 

di lento passo). 

1387. Mentre desini, bevi poco e spesso. 

1388. Il cacio è buono se lo dai con mano avara. 

1389. Se il cacio sarà non come Argo, ma largo, non come Ma- 

tusalem, ma come Maddalena, non come Pietro, ma 
come Lazzaro, allora sarà buono. 

1390. Nobile erba è la ruta, perchè rischiara la vista. 



[ 1 391-1393] Sanità, malattie 405 

Porrò in calce a questo paragrafo, come di soggetto più affine, due 
citazioni dantesche, la prima che è impiegata come decente peri- 
frasi a indicare uno degli umori più perfetti e più vitali secréti 
dall' organismo virile : 

1391. Sangue perfetto, che mai non si beve 
Dall'assetate vene, e si rimane 
Quasi alimento che di mensa leve. 

(Dante, Purgatorio, e. XXV, v. 37-39). 

e r altra che può usarsi a indicare chi è sorpreso da improvviso 
malore : 

1392 Caddi come corpo morto cade. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 142). 



§ 67. 
Sapere, studio, ignoranza 



Platone nel Protagora, Cicerone nel De Oratore, Senofonte 
nei Detti memorabili di Socrate, Pausania, Plutarco, narrano che 
i sette sapienti, un giorno riuniti a Delfo, scrissero a lettere d' oro 
nel tempio di Apollo il motto : 

1393- TvöBt aeauTÓv. 

che i Latini tradassero in Nosce te ipsum (cfr. Cicer., Tusculan., 
I, I, 22), e che attribuito fra gli altri a Chilone spartano, a 
Talete milesio, a Solone, e all'oracolo stesso di Apollo, fu 
poi ripetuto da poeti e filosofi come sentenza discesa dal cielo. 
Socrate fra altri la prese come fondamento della sua filosofia, e 
anche Giovenale {Satira XI, v. 27): 

E cœlo descendit Yvc&Gt oeaotóv. 

1393. Conosci te stesso. 



406 Chi V ha detto? [1394-^398] 

Ugualmente Charron disse in principio della prefazione del 
Libro I del suo Traité de la Sagesse (Bordeaux, i6oi), che 

1394. La vraie science et le vrai étude de l'homme 

c'est l'homme. 

La stessa sentenza trovasi in Pope che ntW Essay on Man (1733 ; 
ep. 2, 2) scrisse: 

The proper study of mankind is man. 

La Bibbia insegna che non può esservi scienza verace senza la 
fede, senza il timor di Dio : 

1395. Initium sapientiae timor domini. 

{Ecclesiastico, cap. VI, v. 16). 

(su di che Chamfort causticamente osserva : « L'Écriture a dit 
que le commencement de la sagesse était la crainte de Dieu ; moi, 
je crois que c'est la crainte des hommes ^ ) ; e tanto Orazio 
quanto Dante ammoniscono a non tentare di spingere la scienza 
umana oltre quei limiti che la fede ha voluto imporle; il primo 
dice : 

1396. Quid sit futurum eras, fuge quserere. 

(Orazio, Odi, lib. I, od. 9, v. 13). 
e più oltre : 

1397. Nec scire fas est omnia. 

(Ivi, lib. IV, od. 4, V. 22). 
e 1' altro : 

1398. State contenti, umana gente, al quia. 

{Purgatorio, e. III. v. 37). 

vale a dire contentatevi di sapere che le cose sono come sono, e 
non indagatene le troppo arcane ragioni. Fu detto da Dante in 
materia di fede, ma si estende anche ad altri argomenti. 

Tuttavia la scienza moderna non vuol saperne di questi vincoli 
imposti al suo libero esame. Essa si ribella, e innalza un inno al 

1395. Il timor di Dio è il fondamento di ogni sapienza. 

1396. Rifuggi dall' indagare quel che avverrà domani. 

1397. Né è concesso di sapere tutto. 



[1399-14^3] Sapere, studio, ignoranza 407 

mitico Satana, che spinse i nostri primi progenitori ad assaggiare 
i frutti dell' albero della scienza, promettendo loro : ^^ 



1399. Eritis sicut dii, scientes bonum et malum. 

{Genesi, cap. Ili, v. 5). 
Quindi il poeta inneggia : 

1400. Salute, o Satana, 

o ribellione, ■ 
o forza vindice 
della ragione! 

{Inno a Satana, di Enotrio Romano, 
cioè Giosuè Carducci). 

Sciogliendo i simboli, è certo però che la fede molte e molte 
volte si è trovata in contrasto con quel desiderio naturale di sa- 
pere, che Dante chiamò: 

1401. La sete naturai che mai non sazia, 

Se non con l'acqua onde la femminetta 
Samaritana domandò la grazia. 

(Purgatorio, e. XXI, v. 1-3). 

e di cui l' origine fu modestamente indicata dal Metastasio dove 
disse : 

1402. La meraviglia 

Dell'ignoranza è figlia, 
E madre del saper. 

(Temistocle, a. I, se. I). 

E questa irrequietezza di sapere è cosi violenta che per antitesi 
si credettero felici coloro che possedevano la scienza, secondo la 
sentenza virgiliana: 

1403. Felix qui potuit rerum cognoscere caussas. 

(Virgilio, Georgiche, lib. II, v. 490). 



1399. Sarete come Dei, conoscitori del bene e del male. 
1403. Felice chi potè conoscere le cagioni delle cose. 



4o8 Chi V ha detto? [1404-1408] 

Ma r apprendere soltanto non basta : occorre qualcosa di più 
che ci dice Dante nei due noti versi : 

1404. ....Non fa scienza 
Senza lo ritenere, avere inteso. 

(Paradiso, e. V, v. 41-42). 

e per ritenere, occorre esercitare la memoria, secondo l'ottimo 
precetto di Cicerone: 

1405. Memoria minuitur, nisi earn exerceas. 

(Calo major, 6). 

La memoria è veramente dono prezioso, e dov'essa si trovi in 
difetto, manca all' uomo una sicura guida : perciò chi erra, piut- 
tosto che confessare altre deficienze, invoca volentieri la mancanza 
di memoria, secondo la maliziosa osservazione di un noto pen- 
satore francese: 

1406. Tout le monde se plaint de sa mémoire, et 

personne ne se plaint de son jugement. 

(La Rocuefoucauld, Maximes, § L.XXX1X). 

Altro eccellente consiglio per apprendere bene è quello contenuto 
nell' adagio latino : 

1407. Non multa, sed multum. 

che ha origine dalla sentenza di Plinio Sec. {Epist., lib. VII, 
ep. 9) : Ajunt multum legendum esse, non inulta, ovvero da quella 
di Quintiliano (X, i, 59): Multa magis quam multorum le- 
ctìone formanda mens. 

Sono di Dante anche le due citazioni seguenti che non di rado 
ricorrono nel comune parlare ove si discorra di cose che al sapere 
e allo studiare si appartengono : 

1408. M'insegnavate come l'uom s'eterna. 

(Inferno, e. XV, v. 85). 



1405. La memoria diminuisce, se non la tieni in esercizio. 
1407. Non molte cose, ma molto [cioè profondamente]. 



[1409-14 1 2] Sapere, studio, ignoranza 409 

1409. O voi che siete in piccioletta barca 

Desiderosi d'ascoltar, seguiti 

Dietro al mio legno che cantando varca, 

Tornate a riveder li vostri liti: 

Non vi mettete in pelago ; che forse, 
Perdendo me, rimarreste smarriti. 

L'acqua che io prendo giammai non si corse. 

{Paradiso, e. II, v. 1 7). 

Il maestro, mentre insegna altrui, perfeziona sé medesimo, ciò 
che può dirsi anche con una citazione della settima lettera di 
Seneca il giovane: 

14 10. Homines dum docent discunt. 

da cui si è fatto anche la frase più compendiosa Dùcendo discitur. 
Il maestro non soltanto fa il bene individuale dello scolare, ma 
rende un nobile servigio al paese ; lo sa la Germania, la quale 
ripete da lunghi anni che 

1 4 1 1 . Der preussische Schulmeister hat die Schlacht 

bei Sadowa gewonnen. 

dando forma sentenziosa, come spesso accade, alle idee svolte 
più diffusamente dal geografo Peschel in un articolo del suo pe- 
riodico Dos Ausland (Bd. 29, 17. Juli 1866, pag. 695), intitolato: 
Die Lehren der jung. Kriegsgesch, Del resto si narra che anche 
il Duca di Wellington, il vincitore di Waterloo, avrebbe detto : 
The battle of Waterloo was won in the playing fields of Eton 
(Will. Fraser, Words on Wellington, p. 139), intendendo di 
dire che i successi dell' esercito inglese erano dovuti alle eser- 
citazioni ginnastiche che ne rinforzano le giovani generazioni: 
Eton, nella contea di Buckingham, è famosa come sede di un 



1410. Gli uomini, mentre insegnano, imparano. 

14 11. La battaglia di Sadowa è stata vinta dal maestro di scuola 

prussiano. 



4IO Chi V ha detto? [1412-1414] 

antico collegio che fu tra i primi a mettere in onore gli esercizi 
sportivi. 

Lo studente può appartenere a due categorie: c'è lo studente 
definito da Arnaldo Fusinato : 

14 12. ....Studente 

Vuol dire : Un tal che non istudia niente. 

{Lo Studente di Padova, p. I). 

C'è poi lo studente che studia davvero, che ha per il maestro 
suo quella venerazione che Dante aveva per Virgilio e che gli 
suggeriva le semplici parole: 

1 4 1 3 . Vagliami il lungo studio e il grande amore 
Che mi ha fatto cercar lo tuo volume. 

Tu se' lo mio maestro e il mio autore : 
Tu se' solo colui, da cui io tolsi 
Lo bello stile che mi ha fatto onore. 

{Inferno, e. I, v. 83-87). 

quella venerazione che ai discepoli degli antichi filosofi faceva os- 
sequiosamente : 

1414. Jurare in verba magistri. 

(Orazio, Epist., I, 1, 14; Seneca, Epist., 12, 10). 

con frase che ricorda le altre locuzioni, Ipse dixit (aÒTÓc s^a), Ma- 
gister dixit, che erano già proverbiali presso gli antichi (vedi p. es. 
Cicerone, De natura Deorum, I, 5, io, parlando dei Pitagorici: 
« quos ferunt, si quid.... ita esset, respondere solitos Ipse dixit ■»; 
e anche Quintiliano, Inst. Orat., XI, i, 27), ma furono cer- 
tamente popolarizzate dalla Scolastica medievale. Il Fiorentino nel 
Manuale di storia della filosofia, P. I (Napoli, 1879, ^ P^g- 87), 
scrive di Averroè,, il quale, se non fu il primo a tradurre e com- 
mentare Aristotile, come per errore si diceva, fu il più grande 
tra i commentatori arabi : « Prima di commentare ei soleva ripor- 
tare intero o compendiato il testo di Aristotile, preceduto sempre 
dalla parola Kdl, dixit; donde forse Vipse dixit. » 

14 14. Giurare sulle parole del maestro. 



[1415-^41^] Safere, studio, ignoranza 411 

Però, se ottima cosa è la scuola, non basta a formare la mente 
dell' uomo, che veramente si tempra nella diuturna esperienza 
della vita, quindi giustamente si doleva Seneca il giovane che : 

14 15. Non vitse sed scholae discimus. 

{^Epist, 106, 11 fin.). 
La nota sentenza : 

141 6. Indocti discant et ament meminisse periti. 

fu composta per servire di epigrafe al suo Abrégé chronologique 
de l'histoire de France dal près. HÉNAULT, il quale nella 3^ edi- 
zione del libro medesimo (Paris, 1749) disse di averne preso il con- 
cetto da due versi del Pope nel Saggio sopra la critica (740, 741) 
che sono i seguenti: 

Content, if hence th' unlearn'd their view may wants, 
The learn' d reflect on what before they knew. 

^^W Andria di Terenzio (a. I, sc. 3, v. 194), il servo Davo 
interrogato dal padrone su cose ch'egli non intende, risponde: 

141 7. Davus sum, non Œdipus. 

il qnale Edipo, come tutti sanno, seppe spiegare l' enigma della 
Sfinge. 

141 8. O sancta simplicitas ! 

avrebbe esclamato Giovanni Huss nel 141 5, quando attendendo 
la morte sul rogo vide un contadino (o secondo altri una vecchie- 
rella) che mosso dall' ignoranza e dal fanatismo correva a gettare 
sulle fiamme un altro pezzo di legno. 

141 5. È nostro vizio d'imparare più alla scuola che nella vita. 

14 16. Imparino gl'ignoranti, e godano i dotti di rinfrescare le loro 

cognizioni. 

141 7. Io sono Davo, non sono Edipo. 

14 18. O santa semplicità! 



412 Chi Vha detto? [1419-1422] 



§ 68. 
Saviezza, pazzia 



141 9. Infinita è la schiera degli sciocchi. 

tale è l'opinione del Petrarca {Trionfo del Tempo, v. 84) e uno 
scrittore francese cosi la ridusse nella sua volgar lingua : 

1420. Les sots depuis Adam sont en majorité. 

(Cas. Delavigne, Èpître sur la question: 
L'étude fait-elle le bonheur dans toutes les 
situations de la vie?). 

Ma questo in fondo riesce a vantaggio dei signori sciocchi, i 
quali finiscono ad avere la ragione dalla loro e a disporre delle 
consuetudini, della moda, delle leggi finanche; poiché: 

1421. Quand tout le monde a tort, tout le monde 

[a raison. 

(La Chaussée, La Gouvernante, a. I, se. 3). 

ed è in queste occasioni che talvolta succede questo caso cu- 
rioso, che 

1422. Il buon senso c'era; ma se ne stava na- 

scosto, per paura del senso comune. 

per dirla con le parole usate dal Manzoni {Promessi Sposi, ca- 
pitolo XXXII) a proposito della peste, degli untori e della « gente 
savia.... che non era molto persuasa che fosse vero il fatto di 
quegli unti velenosi.,» E ne deriva pure che è atto di saviezza non 
andare contro corrente, non fare il troppo savio quando tutti 
sentono del matto, perchè non accada quel che capitò a quel- 
1' astronomo, di cui narra piacevolmente il Gozzi nell' Osservatore, 
che seppe restar sano di cervello mentre una maligna influenza 
delle stelle sconvolse il cervello a tutti, e ci guadagnò di esser 
chiuso in manicomio. 



[1423-1426] Saviezza, pazzia 413 

In senso analogo, ma non identico, consigliò uno scettico filo- 
sofo francese di cercar sempre di parere meno furbo di quel che 
si sia, poiché: 

1423. C'est une grande habileté que de savoir ca- 

cher son habileté. 

[Maximes de La Rochefoucauld, § CCXLV). 

Questo era da dirsi in merito alla pazzia generale, ©epidemica 
che dir si voglia: in quanto alla pazzia individuale, o sporadica, 
comincerò col citare il notissimo : 

1424. Quos vult perdere Jupiter {p Deus) demen- 

[tat prius. 

Notissimo! sta bene, ma chi l'ha detto? questa poi è un'altra 
questione. Certo è che nessuno dei poeti latini dell' età felice scrisse 
questo verso, piùo meno armonioso; Vellejo Patercolo (lib. II, 
cap. 57 e 118) disse qualcosa di simile, ma in prosa: « Ita se res 
habet, ut plerumque fortunam mutaturus deus Consilia corrumpat » , 
ed ugualmente Publilio Siro {Mimi, ed. Ribbeck, n. 490) : « Stul- 
tum facit Fortuna, quem vult perdere. » Ma la fonte è rimasta an- 
cora ignota, se pure non è un frammento di un ignoto tragico greco 
citato in uno scolio antico all' Antigone di Sofocle, v. 620. 

1425. Quse te dementia cepit? 

dice Virgilio nelle Egloghe (IT, v. 69), e con lui potremo dirlo 
a chi dia segno di non essere più bene in cervello, che hanno 
perduto il ben dell' intelletto. 

1426. Aver perduto il ben dell'intelletto. 

è frase che deriva dalla terzina dantesca : 

Noi Siam venuti al luogo ov' io t'ho detto 
Che tu vedrai le genti dolorose 
Ch* anno perduto il ben dell' intelletto. 

(Dante, Inferno, e. Ili, v, 16-18). 

1424. Giove {o Dio) toglie il senno a coloro ch'egli vuol perdere. 

1425. Quale pazzia ti prese? 



414 Chi V ha detto? [1427-1430] 

Ma il hen dell' intelletto, nella filosofia dantesca, è la cognizione 
e l'intuizione di Dio (cfr. Petr. Lomb., lib. V, dist. 49 A; Thom. 
Aquin., Su7nm. theol. , P. Ili, suppl. qu. XCII, art. 1,2,3; -^- Gi^v-» 
cap. XVII, V. 3; e Dante stesso nel Convivio, II, 14: « Il Vero è 
il Bene dello intelletto » ) ; quindi la locuzione, quale oggi scherzo- 
samente si adopra, è addirittura travisata dal concetto originario. 
A. chi nella propria debolezza di mente trova ragione per fare 
più rumore che non conviene, susurrate in un orecchio i versi 
del Giusti: 

1427. Le teste di legno 

Fan sempre del chiasso. 

(// re Travicello, str. 2). 

Tuttavia, ecco qua due pensieri del Duca de La Rochefou- 
cauld, dai quali parrebbe resultasse che a tempo e luogo un granel- 
lin di pazzia non guasta : ed io credo eh' egli non abbia tutti i torti. 

1428. Qui vit sans folie n'est pas si sage qu'il croit. 

{Maximes de La Rochefoucauld, § CCIX). 

1429. Il arrive quelquefois des accidents dans la 

vie, d'où il faut être un peu fou, pour se 
bien tirer. (/t;/, § cccx). 

e del resto tutti sanno esser sentenza antica e trita che 

1430. Semel in anno licet insanire. 

sentenza la quale in questa forma precisa, resa proverbiale nel 
medio evo, non si trova in nessun classico autore; ma non molto 
diversamente scrisse Seneca là dove parla delle annuali feste 
egiziane di Osiride nel dialogo De superstitione, oggi smarrito, 
ma di cui S. Agostino ci ha conservato questo passo nel libro 
De civitate Dei, VI, io : « Huic tamen furori certum tempus est. 
Tolerabile est semel anno insanire. » E lo stesso Seneca nel trat- 
tato De tranquillitate animi, XVII, io: « Nam sive Gracco poeta 
credimus, aliquando et insanire jucundutn est-»', e il poeta greco 
cui Seneca si riferisce è Menandro (frag. 321, ed. Koch). 

1428. Una volta all'anno è lecito di fare il pazzo. 



[1431-1432] Schiettezza, verità, bugia, simulazione^ ecc. 415 



§ 69. 

Schiettezza, verità, bugia, simulazione, 
ipocrisia, adulazione 



Secondo quel che dice la Bibbia nel versetto : 

1431. Ex abundantia cordis os loquitur. 

(Evang. di S. Matteo., cap. XII, vers. 34). 

la parola sarebbe un beneficio per 1' uomo il cui cuore ricolmo 
di affetti, di gioie o di amarezze, ha bisogno di espandersi. Tale 
non sarebbe però 1' opinione di qualche pessimista, secondo cui 

1432. La parole a été donnée à l'homme pour 

déguiser sa pensée. 

I Mémoires di Barère (1842, to. IV, pag. 447) attribuiscono que- 
sta poco morale sentenza a Talleyrand, il quale l' avrebbe detta 
all'ambasciatore spagnuolo Izquierdo, quando questi cercava di 
rammentargli certe sue incomode dichiarazioni; altri, per esempio 
l'Heine (Ideen. Das Buch Le Grand, XV) V attribuisce a Fouché, 
il quale condivide col Duca di Dino l'onore di molte fra queste 
attribuzioni; altri ad altri, come Carlo Matharel de Fienne che 
scriveva nel Siècle del 24 agosto 1846, annunziando la morte di 
Harel, già direttore del teatro della Porte Saint-Martin : « On 
cite de M. Harel une quantité prodigieuse de mots spirituels et 
mordants. En général, il avait l'habitude de mettre ses origi- 
nalités sur le compte des gens connus et acceptés comme gens 
d'esprit. Il prêta longtemps à M. de Talleyrand ce mot devenu 
si célèbre: La parole, etc. Il l'a revendiqué depuis, et nous le 
lui restituons avec empressement. » Invece il motto non è, ne di 
Harel, ne di Heine, ne di Talleyrand, e più giustamente potrebbe 

1431. Quando il cuore è pieno, la bocca parla. 



4i6 Chi r ha detto? [HSS-HS^] 

dirsi di Voltaire che veramente scrisse {Dialogues, XVII: Le 
chapon et la poularde) : « Ils ne se servent de la pensée que pour 
autoriser leurs injustices, et n' employ ent les paroles que potir dé- 
guiser leurs pensées. >•> In ogni modo anche per Voltaire, se nuova 
era la forma di cui egli lo rivestiva (forma probabilmente scelta 
per parodiare la risposta di Pancrazio a Sganarello nel Mariage 
force di Molière, se. VI : La parole a eté donnée à l'homme pour 
expliquer sa pensee) y il concetto restava sempre antico, poiché 
prima di lui, per tacere di altri molti, Dionisio Catone nei Di- 
stici (IV, 20), aveva detto : 

Perspicito tecum tacitus quid quisque loquatur; 
Sermo hominum mores et celat et indicat idem. 

Nondimeno il miglior consiglio da darsi a chi vuole restare un 
galantuomo, e anche a chi non vuol finire col guastare i fatti suoi, 
è di dire sempre la verità : al 

1433- Vitam impendere vero. 

di Giovenale {Satira IV, 91) che fu anche il motto di G. G. 
Rousseau, uniamo il verbo dantesco: 

1434. La verità nulla menzogna frodi. 

(Dantç, Inferno, e. XX, v. 99). 

e avremo il Vangelo dell'uomo onestamente sincero. 

La verità può dirsi anche sotto forma scherzevole, in modo da 
rendersi più tollerata e gradita; anche Orazio si domanda: 

1435. Ridentem dicere verum 

Quid vetat? 

(Satire, lib. I, sat. 1, v. 24-25). 
ma comunque la si dica, la verità è sempre quella: 

1436. Veritas in omnem sui partem semper ea- 

dem est. (Seneca, Eftst., 79, 16). 

1433. Spendere la vita per la verità. 

1435. Che cosa vieta di dire la verità sotto forma ridente? 

1436. La verità è sempre la stessa in ogni sua parte. 



[1437-1441] Schiettezza, verità, bugia, simulazione, ecc. 417 

e non vuole essere alterata, nemmeno per magnificarla, poiché 
1* esagerazione viene, alla fin dei conti, a produrre in chi ascolta 
l' effetto contrario: 

1437. On affaiblit toujours tout ce qu'on exagère. 

(La Harpe, Melanie, a. I, se. 1). 

Pur troppo la verità non a tutti piace, e chi la dice in ogni 
circostanza deve prepararsi ad avere molti nemici, perciò si suol 
dire che: 

1438. Obsequium amicos, Veritas odium parit. 

(Terenzio, Andria, a. I, se. 1, v. 68). 

motto caro all' Aretino, il quale lo suggerì a Francesco Marco- 
lini, suo solito stampatore ed amico, come impresa de' libri ch'egli 
pubblicava, e lo mise anche in alcune medaglie coniate in proprio 
onore; e Fontenelle argutamente diceva: 

1439. Si je tenais toutes les vérités dans ma main, 

je me donnerais bien de garde de l'ou- 
vrir pour les découvrir aux hommes. 

Per cui senza possedere 1' arte del mentire, o almeno di dissi- 
mulare, è ben difficile di vivere in certi ambienti, di farsi strada 
in certe posizioni. L'antica Roma, sentina di vizi, fucina d'in- 
trighi, tale era ai tempi di Giovenale, il quale si domanda: 

1440. Quid Romae faciam? Mentiri nescio. 

{Satira III, v. 41). 

Tuttavia l' uomo sincero e leale rifugge dalla menzogna anche 
quando questa potrebbe risparmiargli dei crucci, poiché dicesi 
pure per proverbio: 

1441. Amicus Plato, sed magis amica Veritas. 

di cui la fonte è da cercarsi in Platone medesimo, il quale nel 
dialogo del Fedone (cap. XL, § 91) così fa parlare Socrate (cito la 

1438. La condiscendenza genera gli amici, la verità genera l'odio. 

1440. Che cosa farò a Roma? Non so mentire. 

1441. Amo Platone, ma amo di più la verità, 

27 



4i8 Chi V ha detto? [144 2- 1444] 

trad. àjsX'^ovi.^x^ Dialoghi di Platone tradotti, voi. II, Roma, 188 1, 
pag. 306) : « Però voi, se mi date retta, prendendovi poco pen- 
siero di Socrate, ma assai maggiore del vero, se io vi paia dire 
qualche cosa di vero, consentirete: se no, datemi contro con ogni 
ragione. » La forma sentenziosa a questa frase è stata data da Am- 
monio, il quale nella Vita di Aristotile (ed. Westermann, pag. 399) 
scrisse : cpiXoç [isv SwxpâxTjç, àXXà cptXxépa -^ àXT^Bsta, per cui 
anche Ruggero Bacone n^^ Opus majus citò: Amicus Socra- 
tes, sed magis amica Veritas, La sostituzione volgare di Platone 
a Socrate può aver avuto origine in un equivoco di Cervantes, 
che nel Don Quijote (to, II, cap. 8) citò la sentenza medesima 
in tale forma errata. Bisogna però avvertire che già Martin Lu- 
tero nel trattato De servo arbitrio scrisse : Amicus Plato, amicus 
Socrates, sed prœhonoranda Veritas. 

1442. On doit des égards aux vivants: on ne doit 

aux morts que la vérité. 

(Voltaire, Première lettre sur Œdipe, in n.). 

Questa nota manca in alcune delle prime edizioni della lettera, poi- 
ché fu aggiunta da Voltaire stesso a chiarimento di un pezzo che 
era stato tolto nelle prime edizioni per riguardo di una persona 
allora vivente, che vi era criticata. 

La verità non si vada però a cercare nei cimiteri, poiché 

1443. Non crepa un asino 

Che sia padrone 
D'andare al diavolo 
Senza iscrizione. 

scrive nel Mementojno (str. 2) il Giusti che nauseato dalle men- 
zogne de' facitori di epitaffi grida loro poco oltre (str. 9) : 

1444. Lasciate il prossimo 
Morire in pace, 

O parolai, 

O epigrafai, 

O vendi-lacrime 

Sciupa-solai. 



[ 1 445" ^449] Schiettezza, verità, bugia, simulazione, ecc. 419 
La forma più eletta della verità è quella che adopra: 

1445. Liberi sensi in libere parole. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. II, ott. 81). 
come risponde Goffredo ad Alete ambasciatore del re d' Egitto : 

Risponderò come da me si suole 
Liberi sensi in libere parole. 

E la frase fu imitata da Vincenzo Monti nella tragedia Ari- 
stodemo (a. II, se. 7) : 

1446. A franco 
Parlar risponderò franche parole. 

E così parlava il Petrarca che nella Canzone ai Grandi 
d'Italia (XVI dell' ed. Mestica, str. 4) dice: 

1447. Io parlo per ver dire 

Non per odio d'altrui né per disprezzo. 

e cosi parlava pure BoiLEAU autore del noto verso: 

1448. J'appelle un chat un chat, et Relet un fripon. 

(Satire, l, 57). 

Si sa la curiosa avventura capitata a Boileau a causa di questo 
verso. Carlo Rolet, cui egli dava così francamente del furfante, 
era procuratore al parlamento, uomo universalmente odiato ma 
molto fiero, per cui Boileau non ebbe il coraggio di attaccarlo a 
viso aperto, e per sviare i sospetti di lui, mentre nella edizione 
originale delle satire aveva sostituito un altro nome, lo ristabili 
nella seconda, ma fece stampare di contro a questo verso, sotto 
forma di nota marginale. C'est un hôtelier du pays Blaisois. Ma 
la disgrazia volle che per l' appunto vicino a Blois ci fosse un al- 
bergatore che si chiamava Rolet, al quale naturalmente non garbò 
l'appellativo datogli da Boileau, e voleva bastonare il poeta, che 
a gran fatica riuscì ad accomodare la seccante faccenda. 

Che la sincerità sia cosa rara, lo penserebbe anche il Salmista 
per il quale 

1449. Omnis homo mendax. ^^^^^^ cxv, v. 2). 



1449. Tutti gli uomini sono bugiardi. 



420 Chi l'ha detto? [1450-1454] 

Nulla dunque di più comune della bugia, dappoiché : 

1450. Non è sempre d'accordo il labbro e il core. 

(Metastasio, Siroe, a. I, se. 6). 
ciò che non accadrebbe 

1451. Se, come il viso, si mostrasse il core. 

(Ariosto, Orlando furioso, e. XIX, ott. 2). 
Ma già le non s' hanno più a chiamare bugie, bensì 

1452. Spiritose invenzioni. 

dopo che nel Bugiardo, la commedia dell' immortale Goldoni 
(a, I, se. 4), al servo Arlecchino meravigliantesi del come egli 
faccia a inventare tante filastrocche, a dire tante bugie senza con- 
fondersi, Lelio ribatte : « Ignorante ! queste non sono bugie ; sono 
spiritose invenzioni, prodotte dalla fertilità del mio ingegno pronto 
e brillante. » L' astuto servo non capisce a sordo, e applaudisce 
di continuo alle spiritose invenzioni del padrone. 
Il cinico consiglio 

1453. Mentez, mes amis, mentez. 

si attribuisce a Voltaire, e le parole sono infatti di lui, ma non 
avevano nelle intenzioni del loro autore il significato impudente 
che, citandole cosi staccate, mostrano di avere. Si tratta invece 
ch'egli non voleva confessare di esser l'autore della commedia 
L' Enfant prodigue . « Mais si l'on vous devine? disaient ses amis — 
Criez, l'on se trompe, ce n'est pas de Voltaire, mentez, mes amis, 
mentez ! » 

1454. Se non è vero è ben trovato. 

È frase proprio italianissima, tanto che anche i nostri buoni vi- 
cini, francesi e tedeschi, la citano tale e quale, e tutti la capi- 
scono. Non se ne conosce la origine precisa: quella supposta dal 
Büchmann e da altri che la vogliono cercare in certe antiche ver- 
sioni del Don Quijote non regge. Nei Marmi di Anton Fran- 
cesco Doni (di cui la prima ediz. è del 1552) si legge nel Ra- 
gionamento Quarto (ediz. di Firenze, 1863, pag. 76): «Fatti pure 
in là, non mi toccar con essa; se non è vero, egli è stato un 



[I455"I459] Schiettezza^ verità^ bugia, simulazione, ecc. 421 

bel trovato. » Ma io credo che pure il Doni non facesse che ri- 
ferire una frase già proverbiale ai tempi suoi. 

Il bugiardo ha bisogno di un' eccellente memoria per non tra- 
dirsi ed aver sempre presenti le menzogne raccontate: quindi la 
sentenza latina, qtiod vulgo dicitur: 

1455. Mendacem memorerà esse oportere. 

(Quintiliano, Instit. orai., lib. IV, 2, 91). 
donde Corneille nel Menteur (a. IV, se. 5) trasse il verso: 
Il faut bonne mémoire, après qu'on a menti. 

1456. Ognuno vede quel che tu pari; pochi sen- 

tono quel che tu sei. 

dice il Machiavelli nel Principe (cap. XVIII), legittimando, in 
un certo modo, la condotta di coloro che si studiano di parere 
assai più di quel che sono; ma questo però non arriva fino a scu- 
sare quel vizio che è chiamato : 

1457. Venerabile Impostura. 

nel primo verso dell' ode L'Impostura del Parini, e meno che 
meno l'ipocrisia, benché ci sia chi voglia giustificare anche lei 
dicendo che 

1458. L'hypocrisie est un hommage que le vice 

rend à la vertu. 

(La Rochefoucauld, Maximes, § CCXVIII). 
e ^giungeva anche più cinicamente che 

1459. Nos vertus ne sont le plus souvent que des 

vices déguisés. 

massima che egli pose come epigrafe alle due ultime edizioni delle 
Reflexions ou sentences et maximes morales fatte lui vivente (1675, 
1678). Ma queste sono cavillosità di un ingegno che si compiace 
nei sofismi, e il fatto sta invece che l' ipocrisia fu sempre in odio 

1455. Al bugiardo occorre di avere una buona memoria. 



422 Chi l'ha detto? [1460-1463] 

a Dio e agli uomini. Il Nazareno la fulminava nel Vangelo con 
la invettiva: 

1 460. Vae vobis Scribse et Pharisaei hypocritae : quia 

similes estis sepulcris dealbatis, quse a foris 
parent hominibus speciosa, intus vero piena 
sunt ossibus mortuorum, et omni spurcitia. 

{Vang, di S. Matteo, cap. XXIII, v. 25). 
A costoro egli pure diceva: 

1461. Haec oportuit facere et illa non omittere. 

( Vang-, di S. Marco, cap. XXIII, v. 23 - 
S. Luca, cap. XI, v. 20). 

Cosi Gesù Cristo parlava agli Scribi e ai Farisei ipocriti, i quali 
pagavano le decime della menta, dell' aneto e del comino (erbe mi- 
nute che non erano soggette all' obbligo della decima) e trascu- 
ravano l'essenziale della legge, la giustizia, la misericordia e 
la fede. 

La più spregevole delle ipocrisie è quella di chi macchiato di 
ogni vizio va battendosi il petto e predicando la virtù; ed è ad 
essa che allude il motteggio fiorentino: 

1462. Più santi che uomini da bene. 

« Qui in Firenze il canonico Michele Dati era solito dire che 
si trovano più santi che uomini da bene; e voleva dire che ci 
sono assai ipocriti, che fanno il santo e il devoto, ma internamente 
sono peggiori degli altri. » (Dati, Lepidezze, Firenze, 1829, pag. 41). 

Ma ci sono molte altre forme, meno odiose, di transazione con 
la nostra coscienza e il culto delle apparenze, forme che si ren- 
dono vie' più complesse al tempo nostro, che 

1463. Il nostro è secolo di transizione e, quel che 
è peggio, di transazione. 

1460. Guai a voi, Scribi e Farisei ipocriti, poiché rassomigliate a 

sepolcri imbiancati, che di fuori appaiono belli, ma di 
dentro sono pieni di ossa di morti, e di ogni sporcizia. 

1461. Queste cose era d' iiopo di fare, e quelle non omettere. 



[1464-1465] Schiettezza, verità, bugia, simulazione, ecc. 423 

frase di Giovan Battista Niccolini, che rese pubblica il Van- 
nucci nei Ricordi della vita e delle opere di G. B. Niccolini, 
voi. I, pag. 382. 

C'è dunque la transazione con gli scrupoli religiosi, che avrebbe 
suggerito al Gran Re le parole : 

1464. Paris vaut bien une messe. 

Altri dicono La cotironne vaut bien tine messe, e vengono attribuite 
a Enrico IV, che le avrebbe pronunziate quando prese la risolu- 
zione di abiurare. Ma è poco probabile cH' egli si lasciasse sfug- 
gire una frase così imprudente la quale forse nacque, molti anni 
dopo la morte di lui, da alcune parole simili attribuite al suo fedele 
ministro, il duca di Rosny, dall' opuscolo satirico Les Caquets 
de l'Accotichée. Tuttavia, se le avesse dette, egli stesso ricono- 
scerebbe che la sua stima era troppo bassa, dacché Parigi, se va- 
leva una messa nel 1593, è oggi dagli economisti stimata rap- 
presentare un valore di otto miliardi. 

Nel senso medesimo i Francesi amano ripetere la frase famosa : 

1465. Vous m'en direz tant. 

che la tradizione attribuisce a torto alla regina Maria Leczinska 
con un aneddoto scabrosetto a narrarsi. Vi allude Las Cases 
nel Memorial de Sainte- He lène (éd. de 1823, to. Ili, p. no) 
facendo dire a Napoleone a proposito della guerra d' Egitto : « Et 
après tout, ce n'est pas qu'il eût été impossible que les circons- 
tances m'eussent amené à embrasser l'Islamisme, et, comme di- 
sait cette bonne reine de France: Vous m'en direz tant! » Ma il 
Memorial ristabilisce la verità a pag. 108 nelle Additions et cor- 
rections, del to. IX; e il Fournier {L'esprit dans l'histoire, 1883, 
pag. 334, n. 2) afferma che la frase famosa fu detta invece alla 
regina dall' ab. Terrasson a proposito di certi giudici venali. 

Questa sarebbe più propriamente la transazione con la morale, 
che al maggiore dei nostri poeti viventi strappava il fiero rim- 
brotto contro le signore romane, le quali dimentiche di ogni mu- 
liebre ritegno accorrevano per morbosa curiosità agli scandali di 
un processo giudiziario tristamente celebre e macchiato di sangue 
e di turpitudini: 



424 Chi V ha detto? [1466-1469] 

1466. Ma voi siete cristiane, o Maddalene! 

Foste da' preti a scuola. 
Siete moderne ! avete ne le vene 
L'Aretino e il Loiola. 

(Carducci, A proposito del processo Padda, 
nelle Rime nuove). 

Anche di coscienza più elastica, e di stomaco più forte era 
quel CiPio, di cui presso i latini era passata in proverbio la 
risposta : 

1467. Non omnibus dormio. 

che è riportata da Lucilio, da Festo, da Cicerone {Ep. ad 
famil., lib. VII, epist. 24). Plutarco nel Liber a^natorius, 
cap. XVI, § 22, nel narrare il caso medesimo, ne dà per autore 
certo Gabba, che aveva invitato a pranzo Mecenate e fingendo di 
dormire per dar agio a lui di accarezzare sua moglie, aprì gli occhi 
tosto che si accorse che un servo gli rubava del vino, gridando : 
«Disgraziato, non sai che dormo soltanto per Mecenate?» 

C' è finalmente la transazione politica, per la quale abbiamo 
l'ironico plauso: 

1468. Viva le maschere 
D'ogni paese. 

Questi due versi sono nel ritornello del Brindisi di Girella, una 
delle migliori poesie di Giuseppe Giusti. 

A molti impostori, che vanno speculando sulla credulità e sulla 
dabbenaggine umana, potrebbe applicarsi il detto classico degli 

1469. Auguri di Cicerone. 

che non potevano guardarsi in faccia senza ridere gli uni degli al- 
tri, ma meglio dovrebbe dirsi gli aruspici di Catone; Cicerone 
infatti nel trattato De divinatione (lib. II, § 24) dice : « Vetus 
autem illud Catonis admodum scitum est, qui mirari se aiebat, 
quad non riderei haruspex, haruspicem cutn vidisset. » Nota che 
Cicerone nel De Natura Deorum (lib. I, § 26) ripete lo stesso 

1467. Non dormo per tutti. 



[T470"I4753 Schiettezza, verità, bugia, sifnulazione, ecc. 425 

detto, senza fare però menzione di Catone, con le seguenti parole: 
« Mirabile videtur, quod non rideat haruspex, cu?n haruspicem 
viderit; hoc mirabilius, quod vos inter vos risum tenere possitis. ;> 
Parente molto prossima dell' impostura è 1' adulazione, contro 
di cui fu detto: 

1470. Détestables flatteurs, présent le plus funeste 

Que puisse faire aux rois la colère céleste. 

Sono le ultime parole dì Fedra morente nella tragedia omonima 
di Racine (a. IV, se. 6). Di questo vizio, seppure in lieve mi- 
sura, parrebbe che pochi andassero immuni, se vera è la mali- 
ziosa osservazione che 

1471. On ne loue d'ordinaire que pour être loué. 

{Maximes de La Rochefoucauld, § CXJLVI). 

Ecco invece le parole di un uomo libero che non ha prostituito 
la sua musa all' adulazione di un sovrano onnipotente, ma 1' ha 
chiamata a piangere sulle sventure di un grande caduto : 

1472. Lui sfolgorante in soglio 

Vide il mio genio e tacque. 

(A. Manzoni, // Cinque Maggio, ode). 

E a proposito di simulazione, dissimulazione e vizi affini, ecco 
alcune belle massime spigolate dalla stessa classica raccolta del 
duca Francesco de La Rochefoucauld (n. 1613, m. 1680): 

1473. La vérité ne fait pas tant de bien dans le 

monde, que ses apparences y font de mal. 

(§ LXIV). 

1474. Nous aurions souvent honte de nos plus bel- 

les actions si le monde voyait tous les 
motifs qui les produisent. g ccccix). 

1475. On n'est jamais si ridicule par les qualités 

que l'on a, que par celles que l'on af- 
fecte d'avoir. ^g cxxxiv,. 



426 Chi V ha detto? [1476-1479] 

1476. Rien n'empêche tant d'être naturel que 

l'envie de le paraître. ^^ ccccxxxi). 

La penultima di queste sentenze è meglio espressa nelle parole 
di Giacomo Leopardi: 

1477. Le persone non sono ridicole se non quando 

voglion parere o essere ciò che non sono. 

(G. Leopardi, Pensieri, IC). 



§ 70. 
Scienze e lettere, poesia, eloquenza e musica 



1478. Non in solo pane vi vit homo, sed in omni 

verbo, quod procedit de ore dei. 

( Vang, di S. Matteo, cap. IV, v. 4 ; cfr. 
Deuteron., cap. Vili, v. 3, e S. Luca, 
cap. IV, V. 4). 

è la risposta di Gesù al diavolo che nella parabola del deserto 
lo tenta a far diventare pane i sassi. Non basta dunque saziare 
la fame fisica col pane del corpo, ma occorre anche il pane del- 
l' intelligenza, e questo non può essere altro che la lettura, la 
meditazione, lo studio. La vita puramente materiale, senza nessun 
conforto per l' anima, di poco differisce dalla morte : 

1479. Otium sine litteris mors est et hominis vivi 

sepultura. ^^^^^^^^ ^^.^,^ 3^, 3). 

1478. Non di solo pane vive l'uomo, ma di qualunque cosa, 

che Iddio comandi. 

1479. Chi vive nell'ozio senza il conforto delle belle lettere, è 

come morto, è un sepolto vivo. 



[1480-1482] Scienze e lettere^ poesia^ ecc. 427 

Questa nobile sentenza, senza l' ultimo inciso, fu anche Vex-libris 
del bibliofilo fiorentino Nencini, morto nel 1875. E veramente le 
lettere sono la più onorevole professione cui l' uomo può dedicare 
i suoi ozi, benché non siano la più lucrosa, infatti: 

1480. Nessuna professione è sì sterile come quella 

delle lettere. 

che è uno dei Pensieri (il XXIX) di Giacomo Leopardi, tanto 
più che da molti si crede che il derubare lo scrittore di ciò che 
ha di più prezioso, cioè dell' opera sua, dalla quale soltanto egli 
aspetta onore e lucro, non sia rubare, quasi che la proprietà del- 
l' opera dell' ingegno non fosse una proprietà come tutte le altre, 
o per dirla con Alfonso Karr : 

1481. La propriété littéraire est une propriété. 

Alfonso Karr scrisse nel numero delle Guêpes del marzo 1841 : 
« On s'occupe beaucoup, à la Chambre et dans les journaux, de 
la loi sur la propriété littéraire.... Il y a quelques années déjà, 
- au milieu d'une discussion sur le même sujet, - j'avais pro- 
posé une loi, qui a été jugée, en ce temps-là, par les meilleurs 
esprits, si simple, si raisonnable, qu'on n'y a pas trouvé la moin- 
dre objection. Ce projet de loi, le voici, - j'ai lu tout ce qu'on 
a dit, tout ce qu'on a écrit sur la question; il répond à tout: 
« Article unique: La propriété littéraire est une propriété, » 
Ail' uomo di lettere può capitare anche di peggio, per esempio 
di sentirsi dire come disse a S. Paolo, Porzio Pesto governatore 
della Giudea : 

1482. Insanis, Paule; multae te literae ad insa- 

niam convertunt. 

{.Atti degli Apost., e. XXVI, v. 24). 

Né la dottrina valse a salvare dalla sventura o dalla persecu- 
zione, specialmente in tempi nei quali la tristezza degli avveni- 

1482. Tu sei pazzo, Paolo; il molto studio ti ha condotto alla 
pazzia. 



428 Chi l'ha detto? [1483-1484] 

menti faceva dimenticare la serena nobiltà degli studi. Chi non 
ha sentito ripetere le ciniche parole : 

1483. La République n'a pas besoin de savants. 

Lavoisier, il fondatore della chimica moderna, fu una delle innu- 
merevoli vittime della Rivoluzione francese : condannato a morte 
il 19 floreale dell' anno II con altri 27 fermiers généraux, salì il 
patibolo l'8 maggio 1794. È leggenda diffusa e ripetuta con molte 
varianti in tutte le biografie di Lavoisier, che l' illustre chi- 
mico, dopo la sentenza, abbia chiesto al tribunale una dilazione 
per poter condurre a fine alcune esperienze e il capo del tribu- 
nale gli abbia risposto : « La République n'a pas besoin de sa- 
vants ». Questa brutale e stupida risposta è dai più attribuita a 
Dumas, presidente del tribunale rivoluzionario (che però quel 
giorno non presiedeva), da altri a Fouquier-Tinville, che neppur 
lui era presente, da alcuni, con maggiore verosimiglianza, a CoF- 
FiNHAL, vicepresidente, che presiedeva il giorno della condanna di 
Lavoisier. J. Guillaume in una lettura tenuta alla Società di Storia 
della Rivoluzione il 29 aprile 1900, e stampata nella Revue Bleue 
del 5 maggio, pag. 557 {Un mot légendaire) cerca di dimostrare 
che la frase è inventata e che il primo a metterla in circolazione fu 
Grégoire nel suo terzo rapporto sul vandalismo, letto alla Conven- 
zione il 24 frimaio anno III, sette mesi dopo la morte di Lavoisier. 
Quando si adopra la frase, ormai comunissima, se non altro 
come facezia, 

1484. De omni re scibili et quibusdam aliis. 

pochi sanno che essa risale a Giovanni Pico della Mirandola 
(morto nel 1494), detto la Fenice degli Ingegni, il quale a soli 
ventitré anni, nel i486, difese in Roma novecento tesi tolte dai 
filosofi latini, greci, ebraici ed arabi, e versanti su qualunque ar- 
gomento. La XI di queste tesi è intitolata ad omnis scihihs in- 
vestigationem et tntetlectionem. Voltaire, che narrando la cosa ri- 
portò il titolo inesattamente de omni re scibili, vi aggiunse per 
scherzo et de quibusdam, aliis. La frase si cita anche così: 

De omnibus rebus et quibusdam aliis. 



T484. Di tutte le cose che si possono sapere e di alcune altre. 



[1485-1488] Scienze e lettere, poesia, ecc. 429 

1485. Elle est grande dans son genre, mais son 
genre est petit. 

fu detto una volta di Enrichetta Sonntag, cantante tedesca, dalla 
celebre cantante italiana Angelica Catalani (i 782-1849). Vedi 
Holtei, Vierzig Jahre, vol. IV (Berlin, 1843-44), pag. 33. Ma 
anche il piccai genere ha i suoi pregi, e in fondo non è sbagliato 
r eclettismo di Voltaire, il quale pensava che 

i486. Tous les genres sont bons, hors le genre 

•^ * (L'Enfant Prodigue, prefaz.). 

Questo motto fu argutamente parodiato da Villemessant, direttore 
del Figaro, che in un momento di malumore contro il critico Jou- 
vin, suo genero, esclamò : 

Tous les gendres sont bons, hors le gendre ennuyeux. 

Chi imprende a scrivere su qualsivoglia argomento, deve aver 
presente il precetto oraziano : 

1487. Sumite materiam vestris qui scribi tis aequam 

vinous. (Orazio, Arte poetica, v. 38-39). 

se non vuole esporsi ad un insuccesso sicuro, tentando un sog- 
getto di troppo superiore al suo ingegno, alla sua dottrina, ossia, 
p>er dirla ancora con frase oraziana, 

1488. Lecta potenter.... res. 

(Orazio, Arte poetica, v. 40). 

Ecco ancora un'altra citazione che suole interpretarsi a spropo- 
sito. Così su di essa ragionava il compianto Rigutini nel già ci- 
tato articolo della Roma Letteraria (a. X, n. 11- 12): «L'av- 
verbio potenter franteso ha fatto frantendere anche il participio 
lecta. E 1* errore non è soltanto dei mezzanamente colti, ma anche 
di uomini assai dotti. Mi ricordo che quando il Lambruschini 

1487. Se volete scrivere, scegliete un argomento pari alle vostre 

forze. 

1488. Materia scelta secondo le proprie forze. 



430 Chi V ha detto? [1489-1492] 

pubblicava i suoi Dialoghi suW istruzione, mi ci volle del bello 
e del buono per fargli capire che il senso che dava a quel passo 
non era il vero, intendendo egli nel leda potenter res, la ma- 
teria potentemente, ossia profondamente studiata, quando si deve 
intendere l' argomento scelto secondo le proprie forze {potenter) ; 
e perchè tale è l'uso che Orazio non di rado fa di certi avverbj, 
e perchè in quel luogo della Poetica si parla della scelta dell' ar- 
gomento. In tale errore cadde anche quell'egregio ingegno di A. Ga- 
belli, e si può vedere nel libro Istruzione in Italia (parte seconda, 
pag. 186) ». 

Soltanto i prediletti delle Muse, e le intelligenze elette possono 
tentare una materia 

1489. ....Degna 

Di poema chiarissimo e d'istoria. 

(Petrarca, Trionfo della Morte, canto I, v. 35-36). 

della quale frase è una reminiscenza l' altra del Tasso, molto 
simile : 

1490. Di poema dignissima e d'istoria. 

(Gerusalemme liberata, e. XV, ott. 32). 

Tale, secondo il Tasso, è la memoria di Colombo, che mosse tanti 
poeti, italiani e stranieri, a cantare epicamente la scoperta del 
Nuovo Mondo ; ma ninno fra loro fu pari alla grandezza dell' ar- 
gomento (vedi Lancetti, Il poema desiderato, nel Ricoglitore ita- 
liano e straniero, Milano, 1835). Invece troppe volte si obbligan 
le Muse a cantare soggetti meschini e indegni di loro, poiché è pur 
vero che 

1491. Aujourd'hui, ce qui ne vaut pas la peine 

d'être dit, on le chante. 

(Beaumarchais, Le Barbier de Seville, a. I, se. 2). 

ciò che fu detto specialmente a proposito della frivolità dei libretti 
musicali, della quale anche in questo volume si hanno tanti e cosi 
grandi esempi. 

1492. Le style c'est l'homme. 

pensava il conte di Buffon, il quale propriamente scrisse: Le 
style est l'homme même nel suo Discours de j'eception à l'Académie 



[i493 '496] Scie?ize e lettere^ poesia, ecc. 431 

nel 1752 (Vedi Recueil de l'Acad. des Sciences, 1753, pag. 337). 
E poiché si parla di stile, non lasciamo senza menzione il nuovo 
stile che inaugurato da Dante Alighieri segnò il rinascimento 
delle lettere italiane. Dante medesimo ne indica le basi nei versi : 

1493. .... Io mi SO un che, quando 
Amor mi spira, noto, ed a quel modo 
Che detta dentro, vo significando. 

(Purgatorio, e. XXIV, v. 52-54). 

cioè, io mi son uno che quando amore mi muove, scruto i miei 
sentimenti, e come essi mi dettano, così parlo; e questo sarebbe 
il principio fondamentale del 

1494. Dolce stil nuovo. 

(Dante, Purgatorio, e. XXIV, v. 55). 

vale a dire della nuova scuola poetica fiorentina, capitanata da 
Dante, e illustrata da Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Dino Fre- 
scobaldi, Gianni Alfani. A proposito di questo stil nuovo si ri- 
cordi anche il bel verso del Petrarca: 

1495. Tra lo stil de' moderni e '1 sermon prisco. 

(Sonetti sopra varj argomenti, son. VII, 
com.: S' Amore o Morte non da qualche 
stroppio; son. XXXII nell'ed. Mestica). 

1496. Il più bel fior ne coglie. 

è il motto che accompagna V impresa del Buratto, insegna della 
fiorentina Accademia della Crusca, fondata nel 1582. Il primo li- 
bro mandato fuori dall'Accademia coli' insegna del Buratto sul 
frontespizio è la Difesa dell'Orlando Furioso dell'Ariosto stampata 
in Firenze del 1584; ma non vi si vede il motto, il quale, dopo 
▼ari contrasti, fu stabilito dall'Accademia il di 14 marzo 1590; 
ed era leggiera variante di un emistichio petrarchesco, El più, bel 
fior ne colse, che si trova nella Canzone in vita di M. Laura, che 
secondo il Marsand è il num. Vili, nell* ediz. Mestica è la X, 
'^ che comincia Poi che per mio destino. L' emistichio citato è nel 
^rso 36. Esso può applicarsi a chi sa trarre abilmente ma one- 
stamente partito delle gemme sparse nei lavori di chi lo ha pre- 
ceduto, ma non al plagiario, per il quale conviene piuttosto la 
citazione francese: 



432 Chi V ha detto? [149 7- 1 500] 

1 497. Je reprends mon bien partout où je le trouve. 

Era la scusa che Molière ripeteva volentieri, giustificandosi di 
avere tolte dal Pedant joue di Cyrano de Bergerac (1654) alcune 
scene, che egli poi introdusse nelle sue Fourberies de Scapin (1671). 
Se si ha da credere a Grimarest {Vie de Voltaire, pag. 13-14), 
Cyrano avrebbe profittato di cose dette da Molière medesimo nei 
circoli di comuni amici: quindi Molière avrebbe giustamente ri- 
preso il suo, secondo l'aforisma giuridico: Ubi rem meam inverno, 
ibi vindico. Ai plagiari comuni piace coprirsi dietro le spalle di 
Molière, citando la frase di lui, ma correggendola sensibilmente: 
/e prends jnon bien, ecc. 

Non voglio passare sotto silenzio due versi di Orazio che si 
citano a raccomandare di evitare ugualmente la prolissità e la oscu- 
rità; essi sono i seguenti tratti àdW Arte poetica (v. 25-26): 

1498. Brevis esse laboro : 
Obscurus fio. 

BoiLEAU cosi ripetè lo stesso concetto nelV Art poétique: 
J'évite d'être long, et je deviens obscur. 

Divina è 1' origine della poesia, ed è secondo l'opinione degli 
antichi, un ûume, che ispira il poeta: 

1499. Est deus in nobis, agitante calescimus ilio. 

Impetus hic sacrae semina mentis habet. 

(Ovidio, Fasti, lib, VI, v, 5 6). 

Certamente, se non è estro divino che muove 1' uomo a parlare in 
versi, vuol essere almeno una grande passione umana, se pure 
non è il cervello balzano, dappoiché sovente : 

1500. Aut insanit homo, aut versus facit. 

(Orazio, Sat., lib. II, sat. 7, v. 117). 

1498. Mi sforzo di essere breve, e divento oscuro. 

1499. Divino spirto è in noi; per lui movente 

Vita godiam: l'estro, onde anch'io mi accendo. 
Semi contien della divina mente. 

(Trad, di G. B. Bianchi). 

1500. L'uomo o diventa pazzo o fa dei versi. 



[1501-1504] Scienze e Lettere, poesia, ecc. 433 

Ovvero è lo sdegno che eccita il poeta a concitate parole anche 
se manca il genio ; si natura negai, 

1501. .... Facit indignatio versum. 

(GiovBNALE, Satira I, v. 79). 

e ciò non deve accadere tanto di rado, se Orazio, che pure se 
ne intendeva, essendo del mestiere, chiamava i poeti 

1502. Genus irritabile vatum. 

(Epistole, lib. II, ep. 2, v. 102). 

Irritabile dunque e non di rado anche noioso, se crediamo allo 
stesso Orazio : 

1503. Omnibus hoc Vitium est cantoribus, inter amìcos 

Ut nunquam inducant animum cantare rogati, 
Injussi nunquam désistant. 

(Satire, lib. I, sat. 3, v. 1-3). 

Ma quale la missione della poesia? Non ha soltanto lo scopo 
di dilettare, ma anche un nobile intento educatore, secondo che 
esprime l' armoniosa strofa di Giuseppe Parini : 

1504. Va per negletta via 

Ognor l'util cercando 
La calda fantasia, 
Che sol felice è quando 
L' utile unir può al vanto 
Di lusinghevol canto. 

(Parini, La salubrità dell'aria, str. 22). 

E allora l' insegnamento che si trae dalla poesia, è anche più ac- 
cetto e più profittevole, poiché 

1501. La indignazione mi fa poeta. 

1502. La razza irritabile dei poeti. 

1503. Ecco a tutti i cantor vizio comune: 

Pregati, non e* è caso che s' inducano 

A cantar tra gli amici: non pregati 

Non la finiscon mai. 

(Trad, di T. Gargallo). 

28 



434 Chi l'ha detto? [1505- 1509] 

1505. .... Il vero condito in molle versi 
I più schivi allettando ha persuaso. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. I, ott. 3). 

e può sollevarsi ad altezza tale che non a tutti sia dato di affer- 
rarne il sublime concetto, quale è quello che è riposto in tanti luo- 
ghi della Divina Commedia, tormento dei commentatori. Dante 
medesimo lo riconosce dicendo : 

1506. O voi che avete gl'intelletti sani, 

Mirate la dottrina che s'asconde 
Sotto il velame degli versi strani! 

{Inferno, e. IX, v. 61-63). 

Però, più del vero, è l'ideale che ispira il poeta. Già Vincenzo 
Monti, presentendo le lotte del verismo, cosi lo condannava in 
anticipazione : 

.... {il) nudo 

1507. Arido vero che de' vati è tomba. 

(V. Monti, Sermone sulla Mitol., v. 92-93). 

e il nostro maggior poeta vivente, Giosuè Carducci, si rivol- 
geva con vivace apostrofe all' ideale : 

1508. Tu ^o\ - \j)ensandó\ - o ideal, sei vero. 

che è il verso finale del sonetto: Giuseppe Mazzini (XXIII di 
Giambi ed Epodi). 

Nobilissima è la poesia che s' ispira a tali sensi, e degna di 
alte ed elette intelligenze; allora la poesia è veramente degna di 
essere detta 

1509. ....Un cantico 
Che forse non morrà. 

Così il Manzoni pensava della sua ode II Cinque Maggio, e 
cosi nell'ode stessa scriveva, né il suo prognostico andava fallito, 
dappoiché pochi componimenti lirici hanno raggiunto la celebrità 
di quel carme. Basterebbe a dimostrarlo il numero considerevole 
di traduzioni nelle varie lingue che sono state pubblicate fino ad 
oggi: ventisette, tutte diverse, ne raccoglieva CA. Meschia in un 
opuscolo stampato a Foligno nel maggio 1883, 



I 



[151 o- 151 4] Scienze e lettere, poesia, ecc. 435 

Alla poesia dantesca si è con tutta giustizia applicato quel che 
Dante dice della poesia di Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio e 
Lucano (come già ho detto al n. 1133): 

1 5 1 o. .... L' altissimo canto 

Che sovra gli altri com' aquila vola. 

{Inferno, e. IV, v. 95-96). 

L' immagine geniale del canto alato è stata, dopo Dante, accetta 
a un gran numero di poeti, non ultimo Enrico Heine, di cui 
tutti ricordano : 

1 5 11 . Auf Flügeln des Gesanges. 

titolo e primo verso di una nota poesia, la IX del Lyrisches Inter- 
mezzo. 

E i versi di costoro non erano davvero fra quelli che un altro 
poeta moderno modestamente chiamava: 

151 2. Poveri versi miei gettati al vento. 

eh* è il principio del primo sonetto nei Postuma di Lorenzo Stec- 
chetti (cioè Olindo Guerrini). 

Se tale è il destino di molti versi, non diverso è quello di tanta 
prosa. L' oratore dovrebbe prefiggere a scopo del suo parlare di 

151 3. Persuadere, convincere e commuovere. 

il quale sarebbe il tìtolo d'uno scherzo comico di Paolo Ferrari ; 
e ciò succederebbe agevolmente a colui, che parlasse come parlava 
Alete, ambasciatore del re d' Egitto, a Goffredo, cui 

15 14. ....Di sua bocca uscieno 
Più che mei dolci d'eloquenza i fiumi. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. H, ott. 61). 

ma ciò succede di rado : invece, più frequentemente s* incontrano 
oratori prolissi e freddi, che mostrano d'ignorare il precetto di 

'^'"TNTILIANO : 



15 II. Sulle ali del canto. 



436 Chi Vha detto? [^515-1519] 

15 1 5. Prima est eloquentiae virtus perspicuitas. 

{De instit. orat., lib. II, 3, 8). 
che fanno venire a memoria il satirico motteggio : 

1 516. Parum eloquentiae, sapientiae nihil. 

che è in Frontone {Epist., ed. Naber, pag. 155), parodia del sal- 
lustiano : 

Satis loquentiae, sapientiae parum. 

(Catilinariuni, 5, 4). 

ovvero la frase attribuita a Montesquieu : 

1 5 1 7 . Ce qui manque aux orateurs en profondeur, 

ils vous le donnent en longueur. 

Chi vuol divenire eccellente nell' arte del dire, deve anzi tutto 
seguire il precetto oraziano: 

15 18. ....Vos exemplaria graeca 
Nocturna versate manu, versate diurna. 

(Orazio, Ars poetica, v. 2ò8-2ò9). 

ciò che Oggi potrebbe dirsi non soltanto dei classici greci, ma 
eziandio dei latini e dei volgari : né può trascurare lo studio della 
grammatica, di quella disciplina che impone le sue leggi anche ai 
re, secondo il dettato medievale: 

15 19. Caesar non supra grammaticos. 

Narrano infatti Svetonio {De illustrious grammaticts, cap. 22) 
e Dione Cassio nelle Istorie, 57, 17, che Tiberio usò una volta 
una parola non latina. Atteio Capitone soggiunse che se non era 
parola latina, d' allora innanzi sarebbe stata tale, cui Marco Pom- 
ponio Marcello replicò : Tu enim Cœsar civitatem dare potes 
hominibus, verbis, non potes. Chi da queste parole abbia tolto la 
frase sentenziosa detta qui sopra, non saprei dirlo. Tale però 

15 15. Il primo requisito dell'eloquenza è la perspicuità. 

J516. Poca eloquenza, nessuna sapienza. 

15 18. Sfogliate di notte e di giorno gli esemplari greci. 

15 19. Tu, o Cesare, non hai autorità sopra i grammatici. 



[1520-152 1] Scienze e Lettere, poesia, ecc. 437 

sembra non fosse 1* opinione di un altro imperatore, molto più 
recente, Sigismondo I, che nel Concilio di Costanza del 14 14, 
rivolgendosi ai Padri ivi adunati, diceva : « Date operam ut illa 
nefanda schisma eradicetur » (riferendosi allo scisma di Boemia), 
e poiché l'Arcivescovo Placenzio sommessamente osservò : « Do- 
mine, schisma est generis neutrius » , non femminino come aveva 
detto r imperatore, questi arditamente rispose : Ego sum Rex Ro- 
manus et super grammaticam. All' incontro, MOLIÈRE interpretò 
il detto medievale nelle Fem?nes savantes, a. Ili, se. 6, con le 
parole : La grammaire qui sait regenter jusqu'aux rois. 

Il caso narrato da Svetonio mi trae a parlare della origine delle 
parole, cioè delle loro etimologie. A indicare delle etimologie as- 
surde o contradittorie si suole citare il detto latino : 

1520. Lucus a non lucendo. 

che era una delle etimologie a contrariis nelle quali si compiace- 
vano gli antichi. Questa di lucus è ricordata da Quintiliano {De 
institut, oratoria, I, 6); e da uno scoliaste di Stazio, Lattanzio 
Placido, è attribuita ad un ignoto grammatico di nome Lico- 
MEDE. Si dice anche: 

152 1. Canis a non canendo. 

ma questa non è che una trascrizione canzonatoria ed inesatta di 
un'altra etimologia riportata da Varrone nel trattato De lingtia 
latina (VII, 32): « Sed canes, quod latratu signum dant, ut signa 
canunt, canes appellatae. » Questa non sarebbe dunque una vera 
etimologia a contrario, quali invece sarebbero le altre non meno 
note, ma forse apocrife, di bellum a nulla re bella, di caelum a non 
celando, quia apertum est, e via discorrendo. Un altro esempio 
di queste curiose antinomie del linguaggio era per incidenza ac- 
cennato dal Byron: 

The age of gold, when gold was yet unknown, 
Lucus a non lucendo.... 

(Don Juan, c. VI, v. 55-56). 

T520. In latino il bosco si dice lucus perchè non c'è luce. 
1521. Si dice cane perchè non canta. 



438 Chi V ha detto? [15 22-15 23] 

L' argomento di queste etimologie è troppo esilarante perchè non 
valga a farmi perdonare una meno breve digressione. È noto l' epi- 
gramma del De Cailly contro il Ménage e contro una singolare 
derivazione da lui sostenuta : 

1522. Alf ana vient 6.' equus sans doute, 

Mais il faut avouer aussi 
Qu'en venant de là jusqu'ici 
Il a bien changé sur la route. 

Molti credono inventata questa etimologia, eppure per quanto essa 
paja sbalordito] a, è autenticissima e si può vederla nel libro del 
Menagio, Le origini della lingua italiana (Parigi, 1699), pag. 32-33 : 
« Alfana. Cavalla. Dallo spagnuolo Alfana che vale l' istesso, e 
che fu cosi formato dall' articolo arabo al, e dal nome latino eqzia : 
equa, eka, aka, haka, faca, facana, e per contrazione fana, e poi 
coli' articolo arabo, Alfana. » Del resto, anche più meravigliosa di 
questa è la etimologia che lo stesso Menagio dà delle parole lac- 
chè, garzone, ragazzo, valletto, tutte derivate secondo lui.... dal 
latino verna, attraverso alle inaudite metamorfosi di vernula, ver- 
nulacus, vernulacajus, e per apocope lacajus (da cui il francese 
laquais e il nostro lacche), lacacius, recacius, ragacius, ragazzo! 
Item da vernulacus, vernulacarus, vernulacartus , lacartus, lacar- 
tius, cartius, gartius, garzone ! ! Item da verna, vernaculus, verna- 
culettus, vernalettus, verlettus, varlet, valletto ! ! ! Meno male che 
lo stesso Menagio, innanzi di sfoderare queste sue etimologie, 
avverte : « Io dirò cose incredibili e vere. » 
Di molte parole può dirsi: 

1523. Multa renascentur quae jam cecidere, ca- 

[dentque 
Quae nunc sunt in honore vocabula. 

(Orazio, Ars poetica, v. 70-71). 

secondo che vuole l' uso, supremo arbitro e moderatore della 
lingua : 

1523. Molte parole che già caddero d'uso, rinasceranno, e molte 
che oggi sono in onore, cadranno. 



[l 5 24-1 527] Scienze e lettere, poesia, ecc. 439 

1524. ....Usus 

Quem penes arbitrium est et jus et norma 

[loquendi. 

(Ivi, V. 71-72). 

Il fatto è che nulla vi ha di nuovo sotto il sole, né cose né 
parole, ed in verità 

1525. Nullum est jam dictum, quod non dictum 

[sit prius. 

(Terenzio, Eunuchus, Prol., v. 41). 

e il tempo medesimo che ricopre di oblio talune cose, altre ne ri- 
chiama in luce ed in onore: 

1526. Quidquid sub terra est, in apricum profe- 

[ret setas. 

(Orazio, Epistole, lib. I, ep. 6, v. 24), 

che era la bella ed acconcia impresa assunta dai fratelli Volpi a 
fregiare le edizioni cominiane (di Padova) da loro curate, e con le 
quali intendevano togliere all' oblio le opere degli antichi classici. 
A molte parole può giustamente appropriarsi il noto verso, che 
tutti conoscono, ma di cui pochi sanno la fonte : 

1527. Conveniunt rebus nomina saepe suis. 

È di un oscuro autore medievale, Riccardo giudice di Venosa, 
vissuto secondo ii Duméril verso la metà del sec. xv, secondo 
altri assai prima, cioè ai tempi di Federico II (i 212-1250); e si 
trova nel poemetto De Paulino et Polla (v. 411-412): 

Nomine Polla vocor quia poUeo mori bus altis: 
Conveniunt rebus nomina saepe suis. 

Ved. a pag. 390 nell* ediz. Du Méril {Poésie populaire du Moyen- 
Age, Paris, 1854) e a pag. 109 dell' ediz. Briscese {Paolino e Polla 

1524. L'uso che ha l'arbitrio e la legge e la regola del lin- 

guaggio. 

1525. Non si dice cosa che non sia stata detta avanti. 

1526. Tutto ciò che è sotto terra, tornerà alla luce col tempo. 

1527. Spesso i nomi sono appropriati alle cose cui appartengono. 



440 Chi V ha detto? [1528-1532] 

Pseudo- Commedia del secolo XIII di Riccardo de Venosa, ed. 
Rocco Briscese, Melfi, 1903). 

Per r arte posso registrare la sentenza di Seneca : 

1528. Omnis ars naturae imitatio est. 

{Epistol. 65, 3). 

quella di Dante : 

1529. Sì che vostr'arte a Dio quasi è nipote. 

{Inferno, e. XI, v. 105), 

come Virgilio dice a Dante : poiché l' arte segue la natura « come 
il maestro fa il discepolo » , ed essendo la natura quasi figlia di 
Dio, l'arte che è figlia della natura, può dirsi nipote di Dio ; e 
la celebre formola: 

1530. L'arte per l'arte. 

il cui creatore pare che sia stato Victor Cousin (cfi*. Menendez 
y Pelayo, Hist, de las ideas esteticas, to. IV, vol. II, pag. 161, 
Madrid, 1889; e B. Croce, La critica letteraria, Roma, 1895, 
pag. 118, in n.); e per gli artisti quei versi che denotano uno dei 
niaggiori privilegi di cui essi godono in comunione con i poeti : 

1531. Pictoribus atque poetis 

Quidlibet audendi semper fuit sequa po- 

[testas. 

(Orazio, Ars poetica, v. 9-10). 

Per la musica in particolare, anzi per coloro che l' hanno in 
uggia, ricorderò il motto di Fontenelle: 

1532. Sonate, que me veux tu? 

eh' è stato attribuito anche a qualche sovrano, e particolarmente a 
Carlo X. Non è certamente la esclamazione di un intelligente di 
musica, del resto Fontenelle confessava candidamente che di tre 
cose egli non aveva mai capito nulla, il giuoco, le donne e la 
musica. Ma egli si trovava in buona compagnia. Anche la frase : 

1528. Tutte le arti sono un'imitazione della natura. 
153 1. Ai pittori e ai poeti fu sempre concessa giusta libertà di 
osare qualunque cosa. 



[l 533-1 535] Scienze e lettere, poesia, ecc. 441 

1533. La musique est le plus cher, mais le plus 

désagréable des bruits. 

è attribuita a Teofilo Gauthier, il quale amava ripetere questo 
suo giudizio paradossale e lo scrisse anche in un famoso Album 
di autografi, V Album Nadar, che Millaud comprò per diecimila 
franchi. Pare del resto che V odio per la musica fosse comune a 
tutti i caporioni della scuola romantica. Ecco quel che lo stesso 
Gauthier scriveva nei Grotesques, pag. 158 dell'ediz. Caiman Levy: 
« ....Victor Hugo fuit principalement l'opéra et même les orgues 
de Barbarie; Lamartine s'enfuit à toutes jambes quand'il voit 
ouvrir un piano; Alexandre Dumas chante à peu près aussi bien 
que Mademoiselle Mars, ou feu Louis XV, d'harmonieuse mé- 
moire; et moi-même, s'il est permis de parler de l'hysope après 
avoir parlé du cèdre, je dois avouer que le grincement d'une 
scie ou celui de la quatrième corde du plus habile violiniste me 
font exactement le même effet. » Nondimeno non bisogna pren- 
dere troppo sul serio queste frasi sfuggite al poeta forse in mo- 
menti di malumore: in molti altri luoghi delle sue opere egli si 
mostra degno intenditore e ammiratore di cose musicali. Vedi, 
per esempio, V Albertus, XLIV. 

La musica è madre del canto ; fermiamoci di sfuggita per ri- 
cordare 1' emistichio virgiliano : 

1534. Amant alterna Camoenae. 

(Virgilio, Egloga III, v. 59). 

e passiamo senz' altro alle scienze. 

Dagli annali della Filosofia, di quella scienza così compianta 
dal Petrarca nel verso : 

1535- Povera e nuda vai, Filosofia. 

{Rime sopra vari argomenti^ son. I secondo 
la numer. del Marsand, coni.: La gola e V 
sonno e V oziose piume ; son. VII secondo 
il Mestica). 

(verso divenuto presto popolarissimo se è vero 1' aneddoto, con- 
servatoci dal De Sade nei Mémoires, to. I, p. 192, del medico 

1534. Le Muse amano i canti alterni. 



442 Chi Vha detto? [1536] 

che vedendo passare per la strada un filosofo assai male in ar- 
nese gli gridò: Povera e nuda ecc., cui il filosofo continuando 
la citazione, rispose opportunamente : Dice la turba al vii gua- 
dagno intesa) trarremo una frase celebre, il 

1536. Cogito, ergo sum. 

enunciato da René Descartes nei Principes Philos. (I, 7 e io). 
Del resto esso era l' assioma fondamentale della filosofia cartesiana : 
vedasi anche il Discotirs de la Méthode pour bien conduire sa rai- 
son. Le origini di questa sentenza potrebbero trovarsi nel cicero- 
niano Vivere est cogitare [Tuscul. çucsst.^ cap. V, § 38) e soprattutto 
in un passaggio dei Soliloqui di S. Agostino: « R. Tu qui vis 
te nosse, scis te esse? - A. Scio. - R. Unde scis? - A. Nescio. 
- R. Simplicem te sentis an multiplicem? - A. Nescio. - R. Mo- 
veri te scis ? - A. Nescio. - R. Cogitare te scis ? - A. Scio. - 
R. Ergo verum est cogitare te. - A. Verum. » {Soliloquia, lib. II, 
cap. I). 

Ma Descartes concepì e svolse il principio che è cardine della 
sua filosofia, indipendentemente da ogni studio della dottrina ago- 
stiniana, che forse gli era nota solo imperfettamente. Infatti egli 
scriveva nel 1640 a chi lo aveva avvertito della corrispondenza 
della sua dottrina filosofica con il passo citato dei Soliloquia: « Vous 
m'avez obligé de m'avertir du passage de saint Augustin auquel 
mon «je pense donc je suis» a quelque rapport; je l'ai été lire 
aujourd'hui en la bibliothèque de cette ville, et je trouve vérita- 
blement qu'il s'en sert pour prouver la certitude de notre être.... 
et c'est une chose qui de soi est si simple et si naturelle à infé- 
rer qu'on est, de ce qu'on doute, qu'elle aurait pu tomber sous 
la plume de qui que ce soit; mais je ne laisse pas d'être bien aise 
d'avoir rencontré avec saint Augustin. » 

Correlativo del principio cogito ergo sum è 1' altro nel quale il 
Cartesio s'avvicinò di. più alla forma dialettica di S. Agostino, e 
che si ritrova in molti luoghi delle opere cartesiane ma special- 
mente nell'opuscolo Inquisitio veritatis per lumen naturale: 

« Dubito ergo sum, vel, quod item est, cogito ergo sum. » 



1536. Penso, dunque esisto. 



[1537-1540] Scienze e lettere, poesia, ecc. 443 

Si consulti per la storia di questa sentenza filosofica una disser- 
tazione di Ludwig Fischer stampata a Wiesbaden nel 1890. 

Un illustre filosofo tedesco, Emanuele Kant, è il creatore di 
una frase oggi usata e abusata : 

1537. Kategorischer Imperativ. 

eh' egli usò per la prima volta nella sua opera Grundlegung dei 
Methaphysik der Sitten, di cui la prima edizione è di Riga, 1785. 
Cicerone aveva una grande e giustificata considerazione per 
la storia, che in un luogo egli chiama: 

1538. Historia (vero) testis temporum, lux veri- 

tatis, vita memorise, magistra vitse, nun- 
tia vetustatis. ^^^ ^^^^^^^^ ^^^ ^i^ ^^p ,^ 3,^, 

(più spesso si cita soltanto: Historia.,.. magistra vitœ; e una 
varia lezione di vita memoriœ è via memoriœ'); e altrove dice di 
essa : 

1539. Nescire (autem) quid ante quam natus sis 

accident, id est semper esse puerum. 

{Orator, ad Brulum, § XXXIV, 120). 

e Ugo Foscolo ne raccomandava lo studio ai giovani italiani 
con le famose parole: 

1540. Italiani, io vi esorto alle storie. 

nella orazione inaugurale del corso di letteratura a Pavia, inti- 
tolata Dell' origine e dell'ufficio della letteratura (§ XV, verso 
la metà): « io vi esorto alle storie, - egli dice - perchè niun po- 
polo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, 
né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, 
né più grandi anime, degne di essere liberate dall' obblivione da 

1537. Imperativo categorico. 

1538. La storia è testimonio dei tempi, luce della verità, vita 

della memoria, maestra della vita, nunzia dell'antichità. 

1539. Ignorare quel che sia accaduto prima che tu sia nato, vuol 

dire esser sempre fanciullo. 



444 Chi V ha detto? [i54i-i543] 

chiunque di noi sa che si deve amare e difendere ed onorare la 
terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e 
memoria alle nostre ceneri. » 

Invece Voltaire la giudica poco favorevolmente, poiché se- 
condo lui 

1541. L'histoire n'est que le tableau des crimes 

et des malheurs. 

{L'ingénu, histoire véritable, chap. X). 

Non molto diversamente il Gibbon nel Decline and fall of the 
Rom. Empire, ch. 3 : History which is, indeed, little m.ore than 
the register of the crimes, follies, and misfortunes of mankind. 
Anche il Prati verso la fine di una sua poesia La cena di re 
Alboino si scusa di narrare casi atroci, di cui è piena la storia, 
poiché 

1542. Quello eh' è storia non cangia mai. 

Né miglior opinione aveva della geografia un egregio contem- 
poraneo che disse : 

1543. Io non credo alla geografia. 

Questa scettica frase corre sulle bocche di molti come attribuita 
al principe Onorato Castani di Teano, oggi duca di Sermo- 
neta : il quale 1' avrebbe detta, ciò che la rende più singolare, 
mentre era presidente.... della Società Geografica Italiana! Ma 
1' attribuzione maligna non regge, e la frase è invece del padre, 
il Duca Michelangelo, il quale ad un seccatore che insisteva 
con poca discrezione per fargli comprare a caro prezzo un'opera 
geografica di nessun pregio rispose : e Mi dispiace proprio tanto, 
ma io non credo alla geografia. » Del resto il venerando Duca, 
patriotta illustre, come tutti sanno, dantofilo e grecista di valore, 
a molte cose non credeva, per esempio alla moderna glottologia, e 
nemmeno all'archeologia. « Ove sono dodici archeologi, soleva dire, 
sono tredici opinioni diverse. » È nota la burla eh' egli fece ad un 
dotto archeologo con la iscrizione funeraria di S. Cucufino, che 
diede occasione ad una dissertazione eruditissima; egli rideva vo- 
lentieri degli infallibili, ovunque ne incontrasse; e però più di un 
archeologo rimase vittima delle sue veramente spiritose invenzioni. 



[i 544*^545] Scienze e lettere, poesia, ecc. 445 

1544. L'aritmetica non è un'opinione. 

Questa fortunata frase da tutti è attribuita al deputato di Ca- 
tanzaro Bernardino Grimaldi. Questi, costretto a lasciare il 
portafogli delle Finanze dopo la crisi ministeriale del novem- 
bre 1879, il 27 dello stesso mese prendendo la parola dal suo 
scanno di deputato per rispondere per un fatto personale a una 
interrogazione Sella intorno alle cause della crisi, faceva due di- 
chiarazioni : « La prima è, che ministro o deputato, ritengo che 
la mia responsabilità resta sempre integra innanzi alla Camera ed 
al paese.... La seconda dichiarazione che tengo a fare è questa, 
che per me tutte le opinioni sono rispettabili, ma ministro o de- 
putato ritengo che V aritmetica non sia tm' opinione. Il resto alla 
futura discussione, che attendo impavido e tranquillo. » {Atti Par- 
lam.. Discussioni della Cam. dei Dep., Sess. 1878-79, voi. X, 
col. 8707). Ma se il Grimaldi ebbe la fortuna di dare vita dure- 
vole alla frase, il primo autore ne fu il senatore Filippo Mariotti, 
che la disse efficacemente in un discorso fatto a Serrasanquirico 
quando egli era deputato pel collegio di Fabriano, e poi ebbe a 
suggerirla al Grimaldi che, lui presente, si consigliava con Quin- 
tino Sella sulla difesa che voleva fare alla Camera. Così cor- 
tesemente mi assicura 1* illustre uomo ; ed è anche stampato da 
Domenico Gaspari nelle Memorie storiche di Serrasanquirico 
(Roma, 1883), pag. 259. 



§ 71. 
Sollievo, riposo 



A chi conduce vita aspramente operosa, riesce grata la speranza 
di trovare in fondo della sua carriera un onorato riposo, 

1545. Otium cum dignitate. 

(CicsRONE, Pro Sestio, cap. 45; De Orai., 1 iii 
princ; Epiti, ad fatnil., I, 9, 21). 

1545. Ozio con dignità. 



44^ Chi V ha detto? [^546-1547] 

Ma ci sono molti, la cui vita è un continuo riposo, senza che 
conoscano mai fatica alcuna; ringrazino la Provvidenza, che è 
stata verso di loro sì benigna, e ripetano le parole di Titiro a 
Melibeo : 

1546. Deus nobis haec otia fecit. 

(Virgilio, Ecloga I, v. 6). 

Al contrario molte anime travagliate- cercano invano tregua alle 
ostilità della sorte, e il loro primo luogo di riposo è al tempo 
stesso la loro ultima dimora. Perciò « quelquefois l'épitaphe des 
morts était un adieu qu'on leur faisait adresser aux choses de la 
terre, surtout aux moins certaines : l'espérance et la fortune. JJ An- 
thologie grecque nous en a conservé une de ce genre, dont, au 
xvi= siècle, plus tôt même peut-être, on fit un distique latin, 
et qui sous cette forme devint des plus populaires. Gil-Blas lui- 
même la savait. Il en fit l'inscription placée à la porte du joli 
château de Lirias, où las de ses aventures, qui ne fatiguaient qui 
lui, il était venu s'enterrer. » (Fournier, L'Esprit des autres), 
L' epigramma greco è nella Epigrammatuìn Anthologia Palatina 
del Dübner (Paris, 1864-72, voi. II, p. io), lib. IX, ep. 49; 
in latino se ne hanno diverse versioni, ugualmente famose, di cui 
quella proposta dall' eroe del romanzo di Le Sage come iscri- 
zione del suo castello {Gii Blas, lib. IX, cap. X in fine) e ine- 
sattamente riferita dal Fournier è la seguente : 

1547. Inveni portum; Spes et fortuna valete. 

Sat me Insistisi Indite nnnc alios. 

La variante del Fournier, che dififerisce da quella già data sol- 
tanto nel secondo verso: Nil mihi vobiscum: Indite nunc alios, 
si accosta più esattamente all' originale greco, e si trova invece 
riQÌ Mémoires di Casanova (ed. di Parigi, 1882, voi. IV, cap. 9, 
pag. 297) attribuita al suo Mentore che a torto ne parla come 
« la traduction de deux vers d'Euripide. » Vedasi una erudita nota 
del signor Richard Horton Smith nelle Notes àf Queries, IXth 



1546. Iddio ci dette questi ozi. 

1547. Trovai il porto. Addio, speranza, addio, fortuna; abba- 

stanza mi avete ingannato, ora ingannate altri. 



[ 1 548-1 549] Sollievo^ riposo 447 

Ser., no. 29, July 16, 1898, pag. 48, dove sono date tutte le 
varianti greche e latine di questo epitaffio, con la loro storia e 
coni raflfronti classici: e altre aggiunte nella stessa rivista, no. 38, 
Sept. 17, pag. 229. La sola versione italiana di questo famoso 
distico è quella di Luigi Alamanni : 

Speme e fortuna, addio; che in porto entrai. 
Schernite gli altri, eh' io vi spregio omai. 

Gli amanti del riposo non potrebbero trovare argomento mi- 
gliore, per giustificare i loro gusti, della sentenza aristotelica: 

1 548. Sedendo et quiescendo anima effici tur sapiens. 

A proposito di questa singolare sentenza è ben cognito il se- 
guente aneddoto dantesco. 

Dante incontra nell'Antipurgatorio fra i neghittosi certo Be- 
lacqua, da lui già conosciuto in vita, e con esso scambia qualche 
parola {Purg., e. IV, v. 106-135). È anzi Belacqua che rivolge 
a Dante la beffarda apostrofe [loc. cit., v. 114): 

1549. ....Or va su tu, che se' valente. 

Mentre i commentatori generalmente tacciono su Belacqua, il solo 
che dica qualche cosa di lui, è l'Anonimo Fiorentino del sec. xiv, 
che nel Commento pubblicato per la prima volta dal Fanfani 
(to. II, pag. 74, Bologna, 1868), cosi ne parla : « Questo Be- 
lacqua fu uno cittadino di Firenze, artefice, et facea cotai colli 
di liuti et di chitarre, et era il più pigro uomo che fosse mai; 
et si dice di lui eh' egli venia la mattina a bottega, et ponevasi 
a sedere, et mai non si levava se non quando egli voleva ire a 
desinare et a dormire. Ora l'Auttore [cioè Dante] fu forte suo 
dimestico: molto il riprendea di questa sua nigligenzia; onde un 
di, riprendendolo, Belacqua rispose colle parole d' Aristotile: 
Sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens ; di che l'Auttore 
gli rispose: Per certo, se per sedere si diventa savio, ninno fu 
mai più savio di te. » 

Ho cercato dove Aristotile avesse detto così, ma la sentenza 
in questa forma precisa non l' ho trovata, quindi la ritengo, come 

1548. Sedendo e riposando, l'anima diventa sapiente. 



448 Cht V ha detto? [i 550-1 55 1] 

tante altre, una sentenza riassuntiva delle dottrine filosofiche dello 
Stagirita. Infatti Aristotile pensa che non si possa acquistare la 
scienza senza la quiete e l'ozio dalla vita attiva; e che siano 
sempre da preferirsi quest' ozio agli affari, la vita contemplativa 
air attiva, le arti e le discipline teoriche alle pratiche, come lar- 
gamente è esposto nç\V Etica a Nicomaco, lib. X, cap. 7 e nella 
Metafisica, lib. I, cap. i; là dice che la felicità (£Ù§aip,ov{a) sta 
nella quiete e nell'ozio dell'anima (èv \% q'^oVÌ^^ qua dice che 
se le scienze matematiche sorsero e fiorirono presso gli Egiziani, 
lo si deve agli ozi di cui presso quel popolo potevano godere i 
numerosi sacerdoti. 

Un riposo dalle fatiche e dai disinganni del mondo si trova 
sempre nella quiete dei campi, cosi decantata da Orazio nei versi: 

1 550. O rus, quando ego te adspiciam ! quandoque 

[licebit. 
Nunc veterum libris, nunc sommo et iner- 

[tibus horis 
Ducere soUicitae jucunda obli via vitae! 

(Orazio, Satire, lib, II, sat. VI, v. 60-62). 

Colà una dolce melanconia regna sovrana. Il Pindemonte il 
quale aveva riparato in quei monti e in quelle colline, che aveva 
chiesti ai Numi, cosi inneggia alla dea tutelare di quei luoghi 
ameni, alla musa del romanticismo: 

1 5 5 1 . Melanconia, 

Ninfa gentile, 
La vita mia 
Consegno a te. 

(Iff. Pindemonte, La Melanconia, tra 
le Poesie campestri, str. 4). 

Dolce sollievo prova colui che è sfuggito alle ansie e alle an- 
goscie di un grave pericolo che minacciasse lui o i suoi, secondo 
la meravigliosa immagine dantesca: 

1550. O campi, quando vi rivedrò! quando potrò, ora fra i libri 
degli antichi, ora nel sonno, ora con le ore d'ozio, obliare 
dolcemente questa vita aflEaccendata. 



[1552- 1555] Sollievo, riposo 449 

1552 Come quei che, con lena affannata 

Uscito fuor del pelago alla riva, 

Si volge all'acqua perigliosa e guata. 

(Dante, Inferno, e. I, v. 22-24). 

ed è anche un sollievo, dopo le fatiche del giorno, il sonno ri- 
paratore della notte. Ecco due citazioni liriche relative a Morfeo : 

1553- Ma il sol già celasi; 

Tace ogni zeffiro ; 
E in sonno placido 
Sopito è il re. 

è nel canto di David nel Saul, tragedia di V. Alfieri, a. Ili, 
scena 4. 

1554. Dormi, o Celeste: i popoli 

Chi nato sia non sanno. 

(Manzoni, // Natale, inno). 



§ 72. 
Speranza, disperazione 



1555- Speranza lusinghiera. 

Fosti la prima a nascere. 
Sei r ultima a morir. 
No, dell' altrui tormento 
No, che non sei ristoro ; 
Ma servi d'alimento 
Al credulo desir. 

(Metastasig, Demetrio, a. I, se. 15). 
Cosi il Metastasio si lagna delle delusioni della ingannevole dea. 

29 



450 Chi V ha detto? [^556-1557] 

Citazioni adatte per coloro che serbano qualche fiducia nell* av- 
venire, sarebbero il versetto evangelico dei fedeli che non dispe- 
rano dell' efficacia della preghiera, 

1556. Petite, et dabitur vobis: quaerite, et inve- 
nietis: pulsate, et aperietur vobis. 

(Evang. di S. Matteo, cap, VII, v. 7. - 
S. Luca, cap. XI, v. 9). 
e lo storico: 

1557» J^ atans mon anstre. 

Il motto è antico, come lo mostra la ortografia, che moderna- 
mente idivehhe J'attends mon astre; ma fu verso il 1843 che 
Carlo Alberto fece coniare una medaglia (incisa da G. Ga- 
leazzi), la quale insieme con quel motto riproduceva un antico 
sigillo del 1373 della famiglia Sabauda e precisamente di Ame- 
deo VI, il Conte Verde, cui pare che il motto medesimo appar- 
tenesse. Vedilo illustrato e riprodotto in Promis, Sigilli de' Prin- 
cipi di Savoia, Torino, 1834, P^g- ^54 ^ tav. XIV, n. 76. Nel 
diritto di essa medaglia sta 1' effigie del re : nel rovescio un leone 
sedente, armato di galea calata, con scudo sull' omero e avente 
tra le zampe un' aquila. Intorno, i busti di Dante, di Galileo, di 
Raffaello, di Colombo, coi loro nomi intramezzati da palme, e 
la leggenda le atans mo: anstre. Questa medaglia, che poteva 
essere interpretata come un cauto invito agli Italiani, non fu molto 
diflfusa, sebbene posteriormente il Litta nella storia di Casa Sa- 
voia {Famiglie celebri italiane, voi. VI, nella tav. del monum. 
a Vittorio Eman. I) ne pubblicasse il disegno, senza che allora 
la censura austriaca se ne accorgesse o ne comprendesse il signi- 
ficato. Il principe di Metternich ne parlava però in un dispaccio 
al conte Buoi a Torino, in data di Vienna, 29 maggio 1846. 
Vedansi oltre i Mémoires de Metternich, to. VII, pag. 229-230, 
r opera di Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani, to. I, 
pag. 659 e la Storia di Carlo Alberto e del suo regno, di Lic. Cap- 
pelletti, pag. 267-268. L'antico sigillo in luogo dell'aquila aveva 



1556. Chiedete, e vi sarà dato; cercate, e troverete; picchiate, 
e vi sarà aperto. 



[i 558-1560] speranza, disperazione 451 

un serpe. Il marchese Costa de Beauregard nel suo libro La 
jeunesse du roi Charles-Albert, pag. 304, assicura tuttavia che 
Carlo Alberto, già da semplice principe di Carignano, nell'esilio 
del 182 1, sigillava le sue lettere con un sigillo portante quel motto. 
Invece chi ha appreso a diffidare dei lenocini della speranza, 
può a sua posta valersi o del petrarchesco : 

1558. Poi che mia speme è lunga a venir troppo. 

(Petrarca, Sonetto in morte di M, Laura, 
num. LIX sec. il Marsand, num. LXVII 
sec. il Mestica, v. 1). 

vale a dire, poiché ciò che io spero tarda troppo a venire : verso al 
quale procacciarono una celebrità burlesca i Cicalamenti del Grappa 
intorno al Sonetto Poi che mia speme ecc., dove si ciarla a lungo 
delle lodi delle donne et del mal francioso, una delle più facete 
scritture dei sec. xvi, di cui la edizione principe è di Mantova 
del 1545; - ovvero del terribile: 

1559. Lasciate ogni speranza voi ch'entrate! 

(Dante, Inferno^ e. Ili, v. 9). 

che è r ultimo verso della iscrizione sulla porta dell' Inferno. Ma 
se il cullarsi troppo ciecamente nelle illusioni è male, non è bene 
nemmeno il disperare di tutto ; le nostre buone donne dicono che 
finché e' è vita, e' è speranza, ovvero che soltajito alla morte non 
e' è rimedio; e veramente questo della morte è proprio il momento 
in cui la speranza è di troppo : 

1560. Anche la speme, 

Ultima dea, fugge i sepolcri; e involve 
Tutte cose l'obblio nella sua notte. 

(U. Foscolo, / Sepolcri, 16-18) 



452 Chi Vha detto? [1561-1564] 

§ 73. 
Tavola, cucina, vini, altre bevande 



1561. Sine Cerere et Libero [no7i Bacchò) friget 

Venus. (Terenzio, Eunuc, a. IV, se. 5, v. 6). 

e assieme con Venere tremerebbero di freddo e di debolezza molti 
altri dei e dee, a cominciare dalla dotta Minerva, poiché sacco 
vuoto non sta ritto. 

Nel poema dantesco possiamo trovare diverse frasi nelle quali 
ricorrono le idee di mangiare e di cibo, e quindi possono citarsi 
in occasioni buccoliche; ecco per esempio le seguenti: 

1562 Dopo il pasto ha più fame che pria. 

{Inferno, e. I, v. 99). 

ed è la simbolica lupa che « ha natura sì malvagia e ria, che mai 
non empie la bramosa voglia »; 

1563. La bocca sollevò dal fiero pasto 

Quel peccator.... 

{Inferno, e. XXXIII, v. 1-2). 
ed il famoso verso : 

1564. Poscia più che il dolor potè il digiuno. 

{Inferno, e. XXXIII, v. 75). 

col quale si chiude il terribile e pietoso racconto del conte Ugo- 
lino e la cui interpretazione fu soggetto di lunga polemica. « Più 
fiera battaglia di quella non seguisse per Elena rapita al letto ma- 
ritale da Paride, si combattè fra i critici al cominciare del secolo 
per questo verso, cagione di tanto tempo vanamente e inutilmente 
perduto » , dice Giovanni Sforza che narrò distesamente la storia 

1561. Senza Cerere e Bacco, Venere è gelata. 



[1564] Tavola, cucina, vini, altre bevande 453 

della noiosa controversia nel cap. II dei suoi studi storici Dante 
e i Pisani {nel periodico di Bologna, Il Propugnatore , voi. I, 1868, 
pag« 673-687). Ma fra le varie interpretazioni proposte di questo 
verso celebre, quella che a parer mio è la più razionale, la più 
corrispondente alla realtà della vita fisiologica e alla grandezza 
epica del poema, è questa, pochissimo nota e di assai strana ori- 
gine. Questa interpretazione sarebbe stata dettata a un ragazzo 
quindicenne, quasi illetterato, ma medium straordinario, dallo.... 
spirito di un contemporaneo di Dante, in presenza di Eugeûio 
Checchi, il geniale direttore del Fanfulla della Domenica, che ne 
dette ragguaglio nel suo giornale, nel numero del 30 ottobre 1892. 
Ecco la risposta dello spirito : « Il dolore che per più dì lo so- 
stenne {ossia sostenne il conte Ugolino) contro gli assalti di morte, 
fu infine domato dal digiuno. Il dolore lo nutrì. » - E prosegue 
il Checchi : « Mi parve, e mi pare anche oggi, che quel mettere 
a contrasto, come due avversari, il dolore e il digiuno, uno dei 
quali, cioè il dolore, mantiene in vita il conte Ugolino, e 1' altro, 
ossia il digiuno, lo spenge ; mi parve e mi pare che la rottura, 
per così dire, dell' alleanza fra il digiuno e il dolore, che ugual- 
mente uccidevano Ugolino secondo la interpretazione del verso 
finora dai più dei commentatori accettata, sia ricca di maggior bel- 
lezza poetica, dia all' immagine una potenza più grande. Il dolore 
non concorreva col digiuno a spengere quella vita: invece la nu- 
triva.... E ricordo che il giorno dopo, incontratomi con 1' amico 
carissimo Giovan Battista Giuliani, l' insigne illustratore del divino 
poeta nella cattedra dantesca dell' Istituto Superiore di Firenze, gli 
dissi d' aver trovato in certo vecchio manoscritto quella interpre- 
tazione del celebre verso, e glie la lessi. Ne fu colpito : affermò 
essere di tutte le spiegazioni quella che più parevagli degna del 
genio del poeta, e ne avrebbe fatto cenno in una delle sue le- 
zioni. > 

Ma questi pasti danteschi (un pasto di belva feroce, uno o due 
da antropofaghi) sono cose poco appetitose, e se vogliamo qualcosa 
che accomodi meglio lo stomaco, bisogna rivolgersi altrove, per 
esempio (né saprei di meglio) al gran pontefice della gastronomia, 
il celebre Anthelme de Brillat-Savarin (1755-1826), autore 
della Physiologie du goût, donde traggo due aforismi, il IV e 
il XV: 



454 Chi V ha detto? [1565-1568] 

1565. Dis-moi ce que tu manges; je te dirai ce 

que tu es. 

1566. On devient cuisinier, mais on naît rôtisseur. 

Al primo dei due aforismi si ispirò Lodovico Feuerbach, 
quando, nella prefazione alla Lehre der Nahrungsmittel für das . 
Volk (1850) di Moleschott, scrisse: 

Der Mensch ist was er isst. 

e quindi ad illustrare quest' aforisma pubblicò una memoria col 
titolo : « Das Geheimnis des Opfers oder der Mensch ist was er 
isst. » 

Pure notissimo fra gli aforismi di Brillat-Savarin (i quali pre- 
cedono l'opera citata) è il XX: 

1567. Convier quelqu'un, c'est se charger de son 

bonheur pendant tout le temps qu'il est 
sous notre toit. 

Ma non basta mangiare, poiché il misero mortale, non soffre 
soltanto la fame, ma anche la sete, e 

1568. L'appetit vient en mangeant, disoyt An- 

gest on Mans; la soif s'en va en beuvant. 

(Rabelais, Gargantua, liv. I, cap, V). 

Così è la vera lezione delle edizioni originali; ma le edizioni scor- 
rette leggono invece, disait Angeston, mais, ecc. La persona cui 
qui si allude, è probabilmente Girolamo le Piangeste di Com- 
piègne, dottore della Sorbona e grande scolastico morto nel 1538; 
quindi l' autore del motto non è, come qualcuno ha creduto, 
Amyot, vescovo di Auxerre, che avrebbe cosi risposto a Carlo IX 
il quale lo rimproverava di sollecitare sempre nuove prebende. 
Questo non vuol già dire che si beva soltanto per estinguere la 
sete, ohibò! si beve per gusto, si beve per non stare in ozio, 
giusta l'ammonizione di quel frate tedesco a' suoi compagni: 

Bibite, fratres, bibite, ae diabolus vos otiosos inveniat. 

si beve per scacciare i pensieri neri. Infatti: 



[1569-157*^] Tavola, cucina, vini, altre bevande 455 

1569. E bevendo, e ribevendo 

I pensier mandiamo in bando. 

Così Frajjcesco Redi nel festosissimo ditirambo Bacco in To- 
scana, di cui del resto molti altri versi sono rimasti vivi nella me- 
moria non dei soli letterati. Tali sono quelli nei quali ricordando 
il classico In vino Veritas, esclama : 

Quanto errando, oh quanto va 
Nel cercar la verità 
Chi dal vin lungi si sta ! 

quelli nei quali impreca al caffè, 

Beverei prima il veleno. 

Che un bicchier, che fosse pieno 

Dell' amaro e rio caffè. 

o dice male della birra o del sidro. 

Chi la squallida cervogia 
Alle labbra sue congiugne 
Presto muore, o rado giugne 
All' età vecchia e barbogia : 
Beva il sidro d' Inghilterra 
Chi vuol gir presto sotterra; 
Chi vuol gir presto alla morte 
Le bevande usi del Norte. 

e le vie' più fiere invettive ai bevitori d* acqua : 

Chi 1' acqua beve 
Mai non riceve 
Grazie da me. 

E quegli altri poco più oltre, che calzano a capello anch' oggi per 
le esagerazioni di certi idroterapici : 

Vadan pur, vadano a svellere 

La cicoria e raperonzoli 

Certi magri mediconzoli. 

Che coir acqua ogni mal pensan di espellere. 

Le antipatie contro l'acqua sono vecchie: anche una canzone 
del conte di Ségur sostiene che 

1570. Tous les méchants sont buveurs d'eali; 

C'est bien prouvé par le déluge. 



45^ Chi l'ha detto? [^571-^575] 

Fra i versi del Redi che ho citato poco innanzi, alcuni para- 
frasano, come ho già accennato, il classico : 

157 1. In vino Veritas. 

proverbio volgarissimo latino, che perciò si ritrova in gran numero 
di autori, menzionerò soltanto Plinio, Istoria Nat., XIV, 28 
{vulgoque Veritas ja?}i attributa vino est) ; e ad esso corrispondono 
infiniti proverbi che rendono la stessa idea in ogni lingua. Dei 
Tedeschi, famosi bevitori in ogni tempo, fu detto facetamente : 
»S'z' latet in vino Veritas, ut proverbia dicunt, invenit verum Teuto, 
ì/^/mz'^«zVif(Sincer US Junior, Medulla facetiarum, Stuttgart, 1863, 
pag. 267). Anche Beniamino Franklin cosi piacevolmente di- 
vagò sull'argomento: «La vérité est dans le vin. Avant Noè 
donc les hommes n'ayant que de l'eau à boire, ne pouvaient 
trouver la vérité. Ainsi ils s'égarèrent, ils devinrent abominable- 
ment méchants, et ils furent justement exterminés par l'eau qu'ils 
aimaient à boire. » {Lettre à M. Morellet). 

Il caffè, cosi sprezzato dal Redi, ha nondimeno molti fervidi 
adoratori, e uno di costoro era il Talleyrand, che vuoisi abbia 
detto che 

1572. Le café doit être chaud comme l'enfer, noir 

comme le diable, pur comme un ange, 
et doux comme l'amour. 

Altre frasi relative al bere in genere, e che non di rado si ci- 
tano, sono le seguenti : 

1573. Lo dolce ber che mai non m'avria sazio. 

(Dante, Purgatorio, XXXIII, v. 138). 

1574. Bevendo in fresco, e bestemmiando Cristo. 

chiusa di un celebre sonetto (XVII) nei Postuma di Lorenzo 
Stecchetti, cioè Olindo Guerrini; 

1575. Ma fu l'ultimo il birbone. 

nel melodramma giocoso Pipelè, ovvero il portinaio di Parigi, 
musica di S. A. De-Ferrari, parole di Raffaele Berninzone 

157 1. Nel vino sta la verità. 



[1576-1577] Tavola^ cucina^ vini, altre bevande 457 

(a. Ili, se. 7); Pipelè torna a casa ubriaco e la moglie Maddalena 
gli chiede : 

Quanti fiaschi n' hai vuotati ? 
e lui: 

Non saprei — non li ho contati 

Ma fu 1' ultimo il birbone 

Che mi fa ballar la polka, 

La furlana, il minuè. 

E finalmente non potremo lasciare quest' argomento del man- 
giare e del bere, senza registrare un notissimo versetto biblico, 
celebre perchè i protestanti ne hanno fatto l'applicazione.... ai 
digiuni : 

1576. Non quod intrat in os, coinquinat homi- 
nem : sed quod procedit ex ore, hoc coin- 
quinat hominem. 

{Vang, di S. Matteo, cap. XV v. 11). 



§ 74. 
Temperanza, moderazione 



1577. Est modus in rebus: sunt certi denique fines, 
Quos ultra citraque nequit consistere rectum 

(Orazio, Satire, Uh. I, sat. 1, v. 106-107). 

questo è il canone della importantissima virtù della moderazione. 
Qualcosa di simile era già stato detto da Plauto : 

1576. Non quello che entra per la bocca, imbratta 1' uomo ; ma 

quello che esce dalla bocca {cioè le cattive parole), que- 
sto è che l' uomo rende immondo. 

1577. C'è una misura nelle cose; ci sono determinati confini, e 

non è retto di oltrepassarli, né di rimanere indietro. 



458 Chi Vha detto? [1578-1582] 

1578. Modus omnibus in rebus. . . . optumum'st habitu 

{Pœnulus, a. I, sc. 2, v. 29). 

mentre Ovidio ci ha lasciato 1' aureo consiglio di seguire la via 
di mezzo, come migliore e più sicura : 

1579. Medio tutissimus ibis. 

(Metamorfosi, lib. II, v. 137). 

A questa gemma ovidiana, che il Parini, come vuole la tradi- 
zione, pose per epigrafe alla Gazzetta di Milano, (a cominciare dal 
num. dell' 11 gennaio 1769) della quale tenne la direzione per 
qualche tempo dalla fine del 1768 in avanti, per incarico del go- 
vernatore Firmian, metteremo accanto il 

1580. Juste milieu. 

che si trova primieramente nelle Pensées sur la religion di Pascal 
(III, 3), ma di cui LuiGi-FiLiPPO fece il cardine della sua poli- 
tica, dicendo : // faut chercher à nous tenir dans tm juste miliei^ 
{vedi i Souvenirs de J. Laffitte, III, 32). 

1581. Surtout pas de zèle. 

è famoso detto di Talleyrand, che ricevendo in udienza gl' im- 
piegati del dicastero degli Affari Esteri, raccomandò loro: Surtout, 
Messieurs, pas (o point) de zèle. Quanto è accorta e fine la rac- 
comandazione fatta in questi termini dall' uomo di stato che dif- 
fida con ragione dello zelo dei suoi subordinati nei quali egli vuole 
solo dei ciechi e passivi strumenti della sua volontà, tanto diventa 
superflua e volgare con 1' aggiunta che alcuni a torto ci fanno, 
Surtout pas trop de zèle. Infatti cosi non sarebbe che una ripeti- 
zione della comunissima massima che il troppo guasta, anche nella 
virtù, cioè dell'antica sentenza: 

1582. Ne quid nimis. 

che era scolpita nel tempio di Delfo, e la si attribuiva ad Apollo, 
a Omero, a Chilone, a Pittaco, a Solone, e anche ad altri, e si 

1578. In ogni cosa la sua misura, questa è ottima abitudine. 

1579. Andrai sicurissimo nel mezzo. 
1582. In nulla il troppo. 



[158 3- 158 7] Temperajiza, moderazione 459 

trova anche ntìVAndria di Terenzio, I, i, 34, sentenza vera- 
mente aurea e che si applica anche alla virtù, come giustamente 
osservava anche un filosofo francese più volte citato in queste 
pagine : 

1583. Ce n'est pas assez d'avoir de grandes qua- 

lités, il en faut avoir l'économie. 

(Maximes de La Rochefoucauld, § CLIX), 

A chi vuole usare della moderazione, conviene saper porre un 
freno ai desideri, alle passioni, cosa tutt' altro che facile, poiché: 

1584. Imperare sibi maximum Imperium est. 

(Skneca il filosofo, Epistola 113, § 24). 

e lo Pseudo-Seneca nel trattato De moribus (82): Se vincere 
ipsum longe est difficillimum, e PUBLILIO SlRO nei Mimi, 64: 
Bis vincit qui se vincit in victoria. Discreta ne' suoi desideri era 
certamente la Gilda del Rigoletto (parole di F. M. Piave, mu- 
sica di Verdi, a. I, se. 12) che così canta: 

1585. Signor né principe, io lo vorrei, 

Sento che povero, più l'amerei. 

Una forma di moderazione è la temperanza, di cui dice Cice- 
rone nei Paradossi (VI, 3, 49): 

1586. Magnum vectigal.... parsimonia 

Il testo integro cosi suona: « O dii immortales! non intelligunt 
homines, quam magnum vectigal sit parsimonia, » 

Tale la esercitavano nella tavola 1 pastori, uno dei quali di- 
ceva ad Erminia: 

1587 Questa greggia e 1' orticel dispensa 

Cibi non compri alla mia parca mensa. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. VII, ott. 10), 



1584. Il comandare più difficile è il comandare a sé stesso. 
1586. La parsimonia è un gran capitale. 



460 Chi l' ha detto? [1588- 1590] 

e nel costume in generale la Firenze sobria e pudica del sec. xii, 
di cui Dante ci descrive lo stato felice: 

1588. Non avea catenella, non corona, 

Non donne contigiate, non cintura 
Che fosse a veder più che la persona. 

{Paradiso, e. XV, v. 100-102). 

In argomento di moderazione può citarsi anche quel passo del- 
l' Evangelo : 

1589. Porro unum est necessarium. 

(Evang. di S. Luca, cap. X, vers, 42). 

rimasto famoso per quella facezia del Piovano Arlotto che spie- 
gandolo una domenica dal pulpito convinse i suoi parrocchiani a 
portargli un porro per uno (Piovano Arlotto, Facezie, ediz. Bac- 
cini, Firenze 1884, pag. 106); od anche il motto: 

1590. Non bramo al tr' esca. 

leggera variante di un emistichio petrarchesco. Il verso intiero 
[Son, in vita di M. Laura, num. CXIV secondo il Marsand, 
CXXXII dell' ediz. Mestica, com. : Come V candido pie per l'erba 
fresca) dice : 

Ch' i' non curo altro ben né bramo altr' esca. 

È noto specialmente perchè Gaspero Barbèra, cui lo suggerì Ce- 
sare Guasti, lo assunse come motto all'impresa della rosa con l'ape, 
di cui anche oggi sono fregiate molte fra le edizioni della casa Bar- 
bèra di Firenze. 



1589. Almeno uno è necessario. 



[l 59 1- 1 595] Tempo, ponderatezza, riflessione 461 

§ 75. 
Tempo, ponderatezza, riflessione 



1 59 1. Carpe diem, quam minimum credula postero. 

(Orazio, Odi, lib. I, od. XI, v. 8). 

dice Orazio, che il tempo va via e 1' ora che fugge non tornerà 
più indietro. 

E anche Marziale: 

1592. Non est, crede mihi, sapientis dicere * Vivam '. 

Sera nimis vita est crastina : vive hodie. 

{Epigrammi, lib. I, ep. XVI, v. 11-12). 
e SiLio Italico, ricordando come sia instabile la buona fortuna: 

1593. Pelle moras ; brevis est magni fortuna favoris. 

{Punica, lib. IV, v. 732). 

Perciò frequenti sono le testimonianze di classici che ci mostrano 
il fatale volo del tempo, e ci ammoniscono a trarne savio par- 
tito. Dello stesso aureo secolo di Augusto, donde abbiamo citato 
Orazio, possiamo citare anche Ovidio e Virgilio ; questi dice : 

1594 Fugit interea, fugit irreparabile tempus. 

** (Virgilio, Georgiche, lib. Ili, v. 284). 

quegli : 

1595. Labitur occulte, fallitque volubilis setas. 

(Ovidio, Amores, lib. I, ep. 8, v. 49). 

1591. Profitta dell'oggi, e non fare nessun assegnamento sul 

domani. 

1592. Credimi, non è da savio il dire: «Vivrò». Domani è già 

troppo tardi: vivi oggi. 

1593. Rompi gl'indugi: poco dura il grande favore della fortuna. 

1594. Fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo. 
1595« Scorre nascostamente e sparisce il fuggevole tempo. 



462 Chi r ha detto? [i 596-1600] 

E anche il nostro maggior Poeta: 

1596. Vassene il tempo, e l'uom non se n'avvede. 

(Dante, Purgatorio, e. IV, v. 9). 

Gl'inglesi che sono gente pratica che sa far buon uso del tempo, 
hanno quella massima ormai divenuta proverbiale, e nota anche 
a coloro, inglesi e non inglesi, i quali non pensano ad osservarla, 

1597. Time is money. 

che ha origine in una sentenza di Teofrasto, conservataci da 
Diogene Laerzio (V, 2, 40): IIoXuxsXsç àvc£X(i)|jta slvat tòv 
y^póvav. Francesco Bacone negli Essayes {Of Dispatch, 1620) 
dice: « Time is the measure of business, as money is of wares, » 
e forse di qui ebbe origine il proverbio inglese. 

1598. Le temps est un grand maître. 

è un emistichio di un verso di Corneille nel Sertorius (a. II, 
se. 4): 

Le temps est un grand maître, il règie bien des choses. 

Ma fu proprio Corneille il primo che lo disse ? Certamente egli 
non fu il primo a pensare che il tempo accomoda molte cose, come 
non saprei chi fosse il primo a dire che il tempo troppe altre ne 
disfà. Non fu il primo nemmeno Salomone che pure scrisse: 

1599. Omnia tempus habent, et suis spatiis tran- 

seunt universa sub cselo. 

{Ecclesiaste, III, 1). 

e gli fé' eco il Petrarca cantando : 

1600. Passan vostri triunfi e vostre pompe, 

Passan le signorie, passano i regni; 
Ogni cosa mortai Tempo interrompe. 

{Trionfo del Tempo, v. 112-114). 

1597. Il tempo è danaro. 

1599. Tutte le cose hanno il loro tempo, e tutte passano sotto 
il cielo nello spazio che è loro prefisso. 



[i6oi-i6o5] Tempo, ponderatezza, riflessione 463 

C' è costume di dire che se non altro il tempo è galantuomo, 
ed anche questo è un conforto, poiché di galantuomini non ve 
n' ha troppi nel mondo, però bisogna fare altrettanto con lui, se no 

1601. Il tempo è infedele a chi ne abusa. 

(Metastasio, Demof conte, a. II, se. 4). 

E allora, torniamo da capo, bisogna farne buon uso. Con questo 
però non si vuol dire che per trarre partito del tempo convenga 
fare le cose sempre in fretta e all' impazzata, ciò che equivarrebbe 
a fame male la maggior parte, e a doverle rifare. Invece tengasi 
presente come giusta massima quel detto comune di Augusto, a 
quanto ne narra Svetonio nella vita di lui (e. 25), ch'egli ci- 
tava in greco : StisöSs ßpaSecog, ciò che in latino significa : 

1602. Festina lente. 

parole che si vedono anche incise intorno ad alcune medaglie di 
Vespasiano (ce n' è pare una di Domiziano), le quali portavano da 
una parte l'effigie imperiale, dall'altra quel simbolo, grato agli an- 
tichi, dell' àncora accoppiata al delfino, simbolo che i tipografi Aldi 
resero illustre nel cinquecento, e che simboleggiava l' unione della 
fermezza nei propositi alla celerità nel portarli in atto. Occorre 
perciò, a trarre veramente partito del tempo, quella savia ponde- 
ratezza, che soltanto un criterio bene equilibrato può suggerire, 
ma che altrimenti non si acquista 

1603. Per volger d'anni o per cangiar di pelo. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. VII, ott. 32). 

e che Dante in più luoghi del suo divino poema raccomanda 
dicendo : 

1604. Uomini siate, e non pecore matte. 

{Paradiso, e. V, v. 80), 

e pochi versi più innanzi: 

1605. Siate, cristiani, a muovervi più gravi, 

Non siate come penne ad ogni vento 
E non crediate ch'ogni acqua vi lavi. 

(Paradiso^ e V, v. 73-75). 
1602. Affrettati adagio. 



464 Chi V ha detto? [i 606-1607] 

Cosi Dante rimprovera coloro che troppo leggermente pronunziano 
dei voti, per poi infrangerli, sperando di poter essere lavati facil- 
mente da ogni colpa, come 1' acqua del battesimo lava la macchia 
originale. 

La ponderatezza è necessaria eziandio per coloro che scrivono, 
i quali devono più volte rileggere, limare, rifare gli scritti loro. 
Tale è anche il consiglio di Orazio che raccomanda: 

1606. Saepe stylum vertas, iterum quae digna legi 
Scriptures. [sunt 

{Satire, lib. I, sat. X, v. 72-73). 

Gli antichi Romani per scrivere sulle tavolette cerate adopera- 
vano, come è noto, uno stilo aguzzo ad una estremità, e d' or- 
dinario piatto alla estremità opposta per cancellare, quando oc- 
corresse, la scrittura sulla cera; per cui la frase vertere stylum 
voleva dire cancellare, correggere. Di qui anche l' indovinello la- 
tino che significa lo stilo: 

De summo planus, sed non ego planus in imo; 
Versor utrimque manu, diversa at munera fungor; 
Altera pars revocat quidquid pars altera fecit. 



§ 76. 
Ubbidienza, fedeltà, rispetto 



Quando si raccomanda 1' ubbidienza cieca verso coloro cui la 
natura o la legge dettero la potestà di reggerci e guidarci, si suole 
ricorrere all' autorità della Bibbia, la quale avrebbe detto : 

1607. Obedite prsepositis vestris etiam dyscolis. 

1606. Spesso volgerai lo stilo dall' altra parte, se vorrai scrivere 

cose degne di essere lette e rilette. 
T607. Obbedite ai vostri superiori, anche se tristi. 



[i6o8-i6ii] Ubbidienza, fedeltà, rispetto 465 

che è infatti sentenza biblica, ma non cosi come la si suol citare; 
poiché è formata dalla riunione di due testi, uno di S. Paolo, e 
1' altro di S. Pietro. In vero il primo nella Epistola ad Hebrœos, 
cap. XIII, V. 17, dice: Obœdite prœpositis vestris, et subiacete 
eis; il secondo nella I. Epistola, cap. 2, v. 18, dice: Servi 
subditi estote in omni timore dom.inis, non tantum bonis et m.o- 
destis, sed etiam dyscolis. 

Del resto non è forse nella Bibbia che si legge il più commo- 
vente esempio di rassegnazione, quella di un Uomo-Dio che os- 
sequente alla volontà del Padre va serenamente incontro a un 
doloroso supplizio ? Che cosa di più pietoso delle parole di Lui : 

1608. Si possible est, transeat a me calix iste, ve- 

nimtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. 

( Vang, di S. Matteo, cap. XXVI, v. 39). 
E pochi versetti più sotto (v. 42): 

1609. Fiat voluntas tua. 

Un proverbio volgare dice : Comandi chi può, e ubbidisca chi 
deve, ma nei Promessi Sposi del Manzoni (cap. XIV), Renzo 
alterato dal vino nella osteria dove era andato a rifocillarsi dopo 
i tumulti milanesi, cosi lo adatta ai suoi casi: 

16 10. Comanda chi può e ubbidisce chi vuole. 
Ma del resto 

161 1. Chi non sa ubbidire, non sa comandare. 

che è proverbio, non registrato dal Giusti nella Raccolta di prO' 
verbi toscani, il quale registra invece questi altri due molto affini 
(ediz. stereot. del 187 1 e anni segg., pag. 108): 

Chi non sa fare, non sa comandare 

Chi non fu buon soldato, non sarà buon capitano. 

Se ne può trovare una fonte classica in un passo delle Epistola: 
di Plinio (Vili, 14, 5): « Inde adulescentuli statim castrensibus 

1608. Se è possibile, si allontani da me questo calice, tuttavia sia 

fatta non la mia volontà, ma la tua. 

1609. Sia fatta la tua volontà, 

30 



466 Chi l'ha detto? [1612] 

stipendiis imbuebantur, ut imperare parendo, duces agere dum 
sequuntur, adsuescerent. » Il motto inglese, parallelo al nostro 
proverbio, Through obedience learn to command, è popolare in 
Inghilterra in questa forma, perchè è scritto nella grande aula 
dell'Accademia Militare di Woolwich (fondata nel 1741). 

Come nobile esempio di obbedienza ricorderò anche il famoso : 

161 2. Obbedisco. 

di Giuseppe Garibaldi. Garibaldi nel 1866 alla testa dei suoi 
volontari aveva invaso il Trentino, e vi aveva condotta un'audace 
campagna, che se non fortunata al pari di altre, fu tuttavia la più 
splendida manifestazione del suo genio militare. Al 24 luglio gli 
Austriaci si erano ritirati fino a Trento, e il comandante supremo 
delle forze austriache nel Tirolo annunciava in un ordine del giorno 
che essendo impossibile di difendere il Tirolo italiano si ripiegava 
alla difesa del Tirolo tedesco : il generale Medici era già a pochi 
chilometri da Trento, quando il 25 luglio fu annunziata una tre- 
gua di otto giorni. 

« Il 3 agosto la sospensione d' armi era prolungata di un' altra 
settimana, e il 9 dello stesso mese il generale Garibaldi riceveva 
dal generale La Marmora il seguente telegramma : « Considerazioni 
politiche esigono imperiosamente la conclusione dell' armistizio per 
il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, 
d'ordine del Re. Ella disporrà quindi in modo che per le ore 
quattro antimeridiane di posdomani 1 1 agosto le truppe da lei di- 
pendenti abbiano lasciato le frontiere del Tirolo. IJ generale Me- 
dici ha dalla sua parte cominciato i movimenti. » 

« Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell'Eroe, 
lo storico può indovinarlo, ma affermarlo con certezza non può. 
Forse le vergogne immeritate di Custoza e di Lissa ; la Venezia 
accettata come una elemosina dalle mani straniere ; il Trentino 
perduto; Trieste abbandonata; il confine orientale d' Italia aperto 
da tutte le parti; tanto eroico fiore di giovani vite inutilmente 
sacrificato, tutto ciò passò come nembo di foschi fantasmi sul- 
r animo di Garibaldi e vi suscitò in tumulto i pensieri da anni 
soffocati dell'antica rivolta; ma al tempo stesso un pensiero più 
alto, uno spettro più terribile si levò contro lo stuolo delle ma- 
ligne tentazioni e le fugò in un istante, Garibaldi non tradì nem- 



[1613-1615] Ubbidienza, fedeltà, rispetto 467 

meno ai più intimi la sua interna tempesta; tranquillo prese la 
penna e rispose egli stesso al La Marmora questa sola parola: 
Obbedisco. E con quell' ultima vittoria sopra sé stesso chiuse la 
campagna. » (Guerzoni, Garibaldi, voi. II, pag. 462). 

Il testo del dispaccio spedito da Garibaldi in risposta al La Mar- 
mora è precisamente questo : 

Bezzecca, 9 agosto 1866. 
Ho ricevuto dispaccio 1072. Obbedisco. 

Garibaldi. 

La risposta dell' eroe è bella nel suo laconismo, ma veramente 
non poteva essere diversa. Che cosa aveva egli da aggiungere? 
Dei vani rimpianti, delle polemiche inopportune ? Ma la vera ub- 
bidienza non ammette discussioni, e neppure interrogazioni ; lo dice 
chiaramente Dante in due passi identici della Divina Commedia : 

161 3. Vuoisi COSÌ colà, dove si puote 

Ciò che si vuole, e più non dimandare. 

{Inferno, e. Ili, v. 95-96 e e. V, v. 23-24). 

e anche il Met asta sio : 

1614. Il merto d'ubbidir perde chi chiede 

La ragion del comando. 

{Catone, a. I, se. 2). 

e in questa faccenda il non plus ultra era stato trovato dai Ge- 
suiti, i quali praticavano ed esigevano nel loro ordine la ubbi- 
dienza cieca, 

1615. Perinde ac cadaver. 

Ma questa famosa quanto nefasta formola non fu un trovato dei 
Gesuiti. L'inventore fu Francesco d'Assisi; ed i Gesuiti non 
fecero che prenderla a prestito dalla Regola di lui, e se ne av- 
valsero, applicandola con intera severità. - Vedi la Vita altera di 
Tommaso da Celano, leggenda III, 89, pag. 218. Alla lettera la 
formola si trova pure nella Vita scritta da Bonaventura nel 1261, 
VI, p. 758. (Vedi anche Thode, Franz von Assisi und die An- 
fänge der Kunst der Renaissance in Italien, pag. 40 e Mariano, 

1 61 5. Proprio come un cadavere. 



468 Chi V ha detto? [1616-1619] 

Francesco d'Assisi ed il suo valore sociale presente, nella Nuova 
Antologia, 15 marzo 1896, pag. 334). 

Ma poiché questa ubbidienza così meccanica non è facile a tro- 
varsi, per tanto vi ha chi pur di ottenerla dai suoi dipendenti 
rinunzia a fare assegnamento sulla loro ragionevolezza e sul loro 
amore, e preferisce contare soltanto sulla paura, a costo anche 
di farsi odiare, 

161 6. Oderint dum metuant. 

(Accius, Atreus, apud Ciceronem, 
de Officiis, lib. I, e. 28, v. 97). 

che era detto favorito di Caligola (Svetonio, Vita Calig., 30); 
e perciò stiano i subordinati sempre a distanza, perchè la consue- 
tudine non abbia ad alterare quei sentimenti di rispetto del quale 
chi vuole essere ubbidito non può fare a meno. Anche per questo 
e' è una sentenza latina : 

161 7. Major e longinquo reventia. 

(Tacito, Annali, lib. I, cap. 47). 

la quale però significa che molte cose e molte persone, vedute da 
vicino, perdono di quella considerazione e di quella venerazione 
che da lontano si prestava loro. Alla sentenza tacitiana potremo 
avvicinare questa, la quale ha significato anche più generale, cioè 
che le cose viste da vicino fanno minor effetto di quello che la 
lontananza e la fama aveva prestato loro: 

161 8. Minuit praesentia famam. 

(Claudiano, De hello gildonico, v. 385). 

Quali siano i segni esteriori e visibili del rispetto ci è detto da 
Dante nei versi : 

1619. E con parole e con mani e con cenni 
Reverenti mi fé' le gambe e il ciglio. 

(Purgatorio e. I, v. 50-51). 

cioè facendolo inginocchiare e abbassare gli occhi a terra; e il 
Monti imitò la frase dantesca là dove scrisse: 

1616. Mi odino, ma mi temano. 

161 7. La riverenza è maggiore da lontano. 



[1620-1623J Ubbidienza^ fedeltà^ rispetto 469 

1620. Tremanti i polsi e riverente il ciglio. 

(/» morte di Ugo Bassville, e. Ili, v. 21), 
Citerò in fine di questo paragrafo la bella quartina del Giusti : 

1621. Sotto la gramola 

Del pedagogo 
Curvati, schiacciati, 
Rompiti al giogo. 

(Gingillino, P. I, str. 5). 



§ 77. 
Vestire 



È stata sempre antica debolezza umana di fare maggiore atten- 
zione aU' apparenza che alla sostanza, più al vestito che alla per- 
sona. Un noto poeta satirico aretino se ne lagnava come di un 
vizio del secolo : 

1622. Io son per pratica 

Pur troppo istrutto, 
Che in questo secolo 
L' abito è tutto ! 

(A. GuADAGNOLi, // mio abito). 

ma egli calunniava il suo secolo com' è vecchio costume, poiché 
già presso gli antichi e' era 1' uso di guardare troppo alle vesti. 
Ricordate 1' antico dettato beffardo : 

1623. Video barbam et pallium: philosophum 

nondum video. 

(ERODE Attico, in Aulo Gellio, IX, 2, 4), 

nato da questo che i filosofi antichi, e coloro che la pretendevano 
a tali, portavano barba irsuta e lunghissima, ed ampio pallio : ma 



1623. Vedo una barba e un pallio, ma ancora non vedo il filosofo. 



470 Chi l'ha detto? [1624-1625] 

barba non facit philosophum. Nello stesso ordine d' idee, si po- 
trebbe ricordare la frase assai più recente: 

1624. Vestili come vuoi, fuggiranno sempre. 

Vogliono che cosi dicesse Ferdinando I di Borbone, re di Na- 
poli, al nipote, poi Ferdinando II, quando questi giovanissimo, 
aveva pensato a rinnovare il vestiario dell' esercito borbonico, che 
per molti malaugurati avvenimenti si era acquistata la nomea di 
fiacco : erano ancora vive le reminiscenze della rotta di Rieti ! 

Dunque il vestito non conta proprio nulla, anzi la soverchia 
ricercatezza ed effemminatezza è sempre indizio di animo piccolo 
e frivolo, se pure non dà sospetto di peggio. Cosi si spiega il pen- 
siero di Marziale: 

1625 Non bene olet, qui bene semper olet. 

(Epigrammi^ lib. II, ep. 12, v. 4). 

Egli stesso in altro de' suoi epigrammi (lib. VI, epigr. 55, v. 5) 

ripete : 

Malo quam bene olere, nil olere, 

ed Ausonio pure (epigr. 125, v. 2): 

Nec male olere mihi nec bene olere placet. 

Qualcosa di molto simile, ma con speciale riguardo alle donne, 
citai già al n. 380. 



1625. Non sente di buono chi vuol sentir sempre di buono. 



[1626-1628] Virtù, illibatezza, modestia 471 

§ 78. 
Virtù, illibatezza, modestia 



Fu sempre nobile ufficio del poeta civile di spingere sul cam- 
mino della virtù con il suo canto : e sopra tutte le altre di simil 
genere, bellissime sono le parole di Dante : 

1626. Considerate la vostra semenza: 

Fatti non foste a viver come bruti, 
Ma per seguir virtute e conoscenza. 

{Inferno, e. XXVI, v. 118-120). 

E veramente quale scopo ha la vita? Non certo quello soltanto 
di appagare gli istinti materiali del corpo: 

1627. Oportet esse ut vivas, non vivere, ut edas. 

dice 1* ignoto autore dei Libri Rhetorici ad Herennium (sia esso 
Cicerone o, come meglio si crede, Cornificio, od altri) nel 
lib. IV, cap. 28, § 39; o anche Quintiliano {Inst, orat., lib. IX, 
cap« 3» § 85): Non ut edam vivo, sed ut vivam edo. Le stesse 
parole dice Isidorus Hispalensis nelle Origini (II, 21, 13), ma 
la fonte comune di questa sentenza deve forse ricercarsi in una frase 
di Socrate conservataci da Macrobio, da Plutarco, da Dio- 
gene Laerzio (II, 34) e da altri. 

E con più modesti intendimenti ammonisce Marziale che : 

1628. Non est vivere, sed valere vita. 

{Epigr., lib. VI, ep. 70, v. 15). 

Quando si è rinunziato ad ogni alto scopo della vita, che cosa 
resta di essa ? Cosi poco che non vale più la pena di vivere : 



1627. Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare. 

1628. La vita non sta nel vivere, ma nell' esser validi (ossia sani). 



472 Chi Vha detto? [1629-1631] 

1629. Summum crede nefas animam praeferre 

[pudori, 
Et propter vitam vivendi perdere caussas. 

cosi nobilmente rimprovera Giovenale {Satire, Vili, v. 83-84) 
coloro nei quali l' amore della vita arriva fino ad accettare inde- 
corose transazioni con la propria coscienza. 

E la virtù che spinge 1' uomo a belle e nobili azioni, giusta il 
verso di Lucano : 

1630 Stimulos dedit semula virtus. 

{Farsalia, lib. I, v. 128). 

mirando a un grande e generoso ideale, e senza preoccuparsi della 
lode o del premio con cui gli altri uomini potessero ricompensarlo. 
Infatti troppo spesso succede che le persone illustri per virtuose e 
grandi azioni o per dottrina ed intelligenza, dopo aver condotto 
una vita angustiata dall' avversità della fortuna, dalla indifferenza 
o anche dalla ostilità dei contemporanei, solo dopo morti ricevono 
il riconoscimento dei loro meriti. Tale è pur troppo l'andazzo del 
secolo, che 

1631. Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta. 

(Leopardi, Canzone nelle nozze della 
sorella Paolina). 

Cosi scrive il poeta, volgendosi alla sorella, che l' infelice fatni- 
glia all' infelice Italia con nuovi figli sta per accrescere, e le rac- 
comanda : 

....A te nel petto sieda 

Questa sovr' ogni cura. 

Che di fortuna amici 

Non crescano i tuoi figli, e non di vile 

Timor gioco o di speme : onde felici 

Sarete detti nell' età futura : 

Poiché (nefando stile 

Di schiatta ignava e finta) 

Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta. 

1629. Per turpissima cosa avrai l'anteporre la vita all' onore, e 

pur di salvare la vita, perdere ogni ragione di vivere. 

1630. L'emula virtù lo stimolò. 



[1Ó32-1635] Virtù, illibatezza^ modestia 473 

La quale ultima sentenza è imitata dalla oraziana: 

Virtutem incolumem odimus, 
Sublatam ex oculis quserimus invidi. 

(Odi, lib. Ili, carni. 24, v. 31-32). 

Non nego che qualche volta il fascino della virtù e del merito 
s' impone, e, attraverso le traversie della lotta quotidiana per la 
vita, merito e virtù hanno la loro ricompensa, in modo che 

1632. Palmam qui meruit ferat. 

che secondo l'Harbottle, Diet, of classic, quotations, è tolto dai 
Lusus poetici del dott. Jortin (Vili, 20, Ad Ventos). Ma pur 
troppo questo accade assai raramente. 

Meno male che per colui che è sicuro di sé e della rettitudine 
delle sue azioni rimangono altri conforti, e uno di questi può es- 
sere il pensare col grande agitatore Genovese, che 

1633. Due gioie concesse Iddio agli uomini liberi 

sulla terra : il plauso dei buoni, e la be- 
stemmia dei tristi! 

(Gius. Mazzini, La « Voce della Verità », 
negli Scritti editi ed inediti, Milano, 1861, 
voi. I, pag. 168). 

Ma per conservare tanta serenità di spirito di fronte agli attac- 
chi dei malevoli, la prima cosa necessaria è la tranquillità della 
coscienza, e allora l' innocenza conculcata può confidare che 

1634 Difesa miglior, ch'usbergo e scudo, 

E la santa innocenza al petto ignudo. 

(Tasso, Gerusalemme liberata, e. Vili, ott. 41). 

e il Tasso così scrivendo ricordava senza dubbio il bel verso 
dantesco : 

1635. Sotto l'osbergo del sentirsi pura. 

(Dante, Inferno, e. XXVIII, v. 117). 

Dante medesimo ha quest' altra risposta non meno fiera e piena 
di dignità: 

1632. Porti la palma chi l'ha meritata. 



474 Chi V ha detto ? [1636-1641] 

1636. Io son fatta da Dio, sua mercè, tale 
Che la vostra miseria non mi tange. 

{Inferno, e. H, v. 91-92). 
e il Metastasio nel Siroe (a. II, se. 9) : 

1637. Chi delitto non ha, rossor non sente, 
ovvero, come già aveva detto Ovidio nei Fasti (lib. IV, v. 311) : 

1638. Conscia mens recti famae mendacia risit. 

Ecco il linguaggio dell' innocenza : 

1639. D'un pensiero, d'un accento 
Rea non son, né il fui giammai. 

come canta Amina nella Sonnambula (parole di Felice Romani, 
musica di Bellini, a. I, se. 11). 

1640. La verginella è simile alla rosa 

Ch'in bel giardin su la nativa spina 

Mentre sola e sicura si riposa, 

Né gregge né pastor se le avvicina: 

L'aura soave e l'alba rugiadosa, 

L' acqua, la terra al suo favor s' inchina : 

Gioveni vaghi e donne innamorate 

Amano averne e seni e tempie ornate. 

(Ariosto, Orlando Furioso, e. I, ott. 42). 

Questa bellissima ottava dell'Ariosto, che è imitata su Catullo, 
ode LXII, v. 39, mi fa tornare a memoria una citazione melo- 
drammatica : 

1641. Pura siccome un angelo. 

{La Traviata, parole di F. Piave, 
musica di G. Verdi, a. II, se. 5). 

1638. La coscienza retta si ride delle bugie della fama {ossia delle 
mendaci ciarle del pubblico). 



[1642- 1 644] Virtù, illibatezza, modestia 475 

Ricordisi per assonanza anche il verso di Dante: 

1642. Puro e disposto a salire alle stelle. 

(Purgatorio, e. XXXIII, v. 145). 
la sentenza biblica : 

1643. Omnia munda mundis. 

{Lett, di S. Paolo a Tito, cap. I, v, 15). 

che nei Promessi Spost del Manzoni (cap. Vili) Fra Cristoforo 
cita così a proposito e con tanta efficacia allo scrupoloso Fra Fa- 
zio ; e più calzantemente anche il seguente motto, che può benis- 
simo essere adottato come impresa della purità e di cui la sin- 
golarissima istoria merita di essere conosciuta. Il motto è questo : 

1644. Potius mori quam fœdari. 

Giacomo di Portogallo, creato cardinal diacono del titolo di 
S. Maria in Portico nel 1456 a soli ventitré anni d'età, nel 1459 
fu mandato, da papa Pio II, legato pontificio in Alemagna, quando 
di passaggio per Firenze vi si ammalò e mori di una malattia 
bizzarra, difficile a spiegarsi qui, dovuta alla ostinata continenza, 
e che meravigliò assai i fiorentini di quel tempo, poco abituati a 
tanta virtù. Gli si attribuisce un motto eroico, Pohus mori quam 
fœdan, che potrebbe essere sospettato come leggendario, se non 
lo confermasse l' epitaffio inciso sul bel sepolcro che Antonio Ros- 
sellino fece per lui nella cappella di S. Giacomo alla chiesa di 
S. Miniato al Monte presso Firenze, cappella sontuosamente de- 
corata da Luca della Robbia. L'epitaffio dice: 

Regia stirps, Jacobus nomen, Lusitana propago, 

Insignis forma, summa pudicitia, 

Cardineus titulus, morum nitor, optima vita, 

Ista fuere mihi ; mors juvenem rapuit. 

Ne se poUueret maluit iste mori. 

Vixit a. XXV. m. XI. d. X. obiit an. Sai. MCCCCLIX. 

Vedi il Ciacconius, Vitœ et res gestœ pont, roman., to. II, col. 990. 
Questo motto con leggiera variante, Malo mori quam fœdari, era 

1643. Tutto è puro per i puri. 

1644. Piuttosto morire che contaminarsi. 



476 Chi V ha detto? [1645-1647] 

di Anna di Bretagna e anche di altri, per esempio re Fer- 
dinando I di Aragona, re di Napoli, il quale, avendo perdonato 
al Principe di Rossano, suo cognata, che gli si era ribellato contro 
e che caduto prigione gli consigliavano di far morire, « per di- 
chiarare, - come narra il Giovio (Dialogo dell' imprese militari et 
amorose, Vinezia, 1557, a pag. 22) - questo suo generoso pen- 
siero di clemenza, figurò un Armellino circondato da un riparo 
di letame, con un motto di sopra, Malo mori quam foedari, es- 
sendo la propria natura dell' armellino di patire prima la morte 
per fame e per sete che imbrattarsi, cercando di fuggire, di non 
passar per lo brutto, per non macchiare il candore, e la puli- 
tezza della sua pretiosa pelle ». E lo stesso racconto con mag- 
giori particolari è ripetuto dal Giannone nella Istoria civile del 
Regno di Napoli, lib. XXVII, cap. Ill, aggiungendo che il re 
con quest' impresa istituì un nuovo ordine di cavalleria detto ap- 
punto dell'Armellino. 

Ma per contrapposto, ecco, intorno all' onestà delle donne, due 
delle solite scettiche sentenze del Duca de La Rochefoucauld 
(§ CCCLXVII e CCCLXVIII): 

1645. Il y a peu d'honnêtes femmes qui ne soient 

lasses de leur métier. 

1646. La plupart des honnêtes femmes sont des 

trésors cachés, qui ne sont en sûreté que 
parce qu*on ne les cherche pas. 

che in qualche antica edizione si legge cosi trasformata: « Une 
honnête femme est un trésor caché, celui qui l'a trouvé, fait fort 
bien de s'en pas vanter. » 
La frase: 

1647. Mentem peccare, non corpus; et, unde con- 

silium abfuerit, culpam abesse. 

(Tito Livio, Istorie, lib. I, 58, 9). 
fu detta a proposito di Lucrezia : e il verso : 

1647. La mente pecca, non il corpo; e là dove mancò l'inten- 
zione, non ci può essere colpa. 



[1648- 1 650] Virtù, illibatezza, modestia 477 



1648. Benignamente d'umiltà vestuta. 

che si trova in un sonetto di Dante ( Vita Nova, § XXVI) con- 
tiene una pittura, eccellente nella sua concisione, della modestia, 
virtù accessoria ma inseparabile della purità. 



§ 79. 
Vizi 



1649. Tempi borgiani. 

Questa frase notissima fu scritta da Giuseppe Garibaldi nel 1 869 
a proposito degli scandalosi aiFari della Regìa e dell' attentato 
Lobbia (16 giugno 1869). Una lettera del Generale al deputato 
Cristiano Lobbia, datata da Caprera il 22 giugno 1869, e che fu 
pubblicata, prima nella Riforma e poi da tutti i giornali italiani, 
contiene questo periodo: « Tempi - questi - borgiani! e come 
sarà altrimenti - cogli amici e protettori dei discendenti dei Bor- 
gia? » L'essere divenuta la frase proverbiale, molto si deve al noto 
pubblicista YoRiCK (Pietro Coccoluto Ferrigni), il quale, 
prendendola in burla, se ne servi a lungo, non solo nel parlare 
familiare, ma anche negli scritti, e specialmente nelle appendici 
eh' egli scriveva regolarmente nella Nazione e che erano avida- 
mente lette. 

Ma il lamentarsi della corruttela dei tempi è antico costume, 
come già fu detto a pag. 113: 

1650. O tempora, o mores! 

(Cicerone, Orfl/<o /ro Rege DeiotarOy 
cap. XI, 31; Oratio J in Catilinai», 
cap. I, 2; In Ver rem, cap. IV, 45). 

cosi esclama in più luoghi anche Cicerone (cfr. Seneca, Suasor., 
VI, 3: « Ttiis verbis, Cicero, utendam est: o tempora! o m^- 



1650. O tempi, o costnmi! 



478 Chi l'ha detto? [1651-1655] 

res! ») a rimpiangere le passate virtù, e la crescente marea dei 
vizi che saliva a corrompere anche le più elevate classi della so- 
cietà, o, per dirla con frase più adatta alla classicità del soggetto: 

1651. ....La Suburra 

Invade il Palatino.... 

(P. CossA, Messalina, a. Ili, se. 4). 

È Claudio che cosi esclama riconoscendo alle vesti le cortigiane 
della Suburra {Subura, borgo della antica Roma, che si stendeva 
nella valle fra 1' Esquilino e il Quirinale, ed era pieno di taverne 
e di luoghi infami) le quali vengono al palazzo a denunziargli le 
dissolutezze della moglie Messalina; di quella Messalina che non 
volle in fatto di disonestà restare da meno dell' altra regina asia- 
tica, Semiramide, la quale, secondo la frase di Dante, 

1652 Libito fé' licito in sua legge. 

{Inferno, e. V, v. 56). 

(confronta col Si Übet, licet, parole di Giulia a Caracalla, in 
Spartian., Caracalla, cap. io); di quella Messalina, che ha la- 
sciato il nome suo turpe a indicare una donna di perduti co- 
stumi, una di quelle sciagurate nominate da Dante medesimo 
nel verso : 

1653 Q^i ^oï^ s^^ femmine da conio. 

{Inferno, e. XVIII, v. 66). 

Un altro verso di Dante, che qui cade in acconcio, poiché parla 
di vizi e di gente viziosa, è il seguente: 

1654. Ruffian', baratti e simile lordura. 

(Inferno, e. XI, v. 60). 

Un versetto del Pentateuco minaccia lo sdegno divino ai vio- 
lenti nel sangue altrui : 

1655. Vox sanguinis.... clamât ad me de terra. 

(Genesi, cap. IV, v. 10). 

La stessa immagine è ripetuta pure nella Genesi, XVIII, 20 e 
XIX, 13, neir^^ö^ö. III, 7 e XXII, 23 e nella Epist. di S. Già- 

1655, La voce del sangue \di tuo fratello\ grida a me dalla terra. 



[1656-1659] ^^iz'^ 479 

corno, V, 4. Ne trasse la dommatica scolastica la locuzione dei 
peccati che gridari vendetta al cospetto di Dio, peccata clamantia, 
di cui la definizione fu compresa in due rozzi versi mnemonici: 

Clamitat ad cœlum vox sanguinis et sodomorum, 
Vox oppressorum viduae, pretium famulorum. 

La sentenza del Salmista : 

1656. Abyssus abyssum invocat. 

(Salmo XLI, vers. 7). 

avverte di ritrarsi a tempo dalla sdrucciolevole china del vizio, 
in fondo alla quale si apre il baratro : e un* altra sentenza bi- 
blica avverte che nessuno è infallibile, che anche il giusto pecca, 
ma si pente, mentre 1' empio precipita sempre più nel male : 

1657. Septies enim cadet Justus, et resurget: impii 

autem comient in malum. 

(Pf averti di Salomone, cap. XXIV, v. 16). 

e un' altra con fine ironia ammonisce come sia facile rilevare e 
biasimare i vizi altrui, essendo pure indulgentissimi verso i propri : 

1658. Quid autem vides festucam in oculo fratris 

tui, et trabem in oculo tuo non vides? 

(Evang. di S. Matteo, cap. VII, v. 3 - 
S. Luca, cap. VI, v. 41). 

e sul medesimo argomento abbiamo il giudizio ciceroniano: 

1659. Est proprium stultitiae, aliorum vitia cer- 

nere, oblivisci suorum. 

(Cicerone, Tuscul. disput., lib. Ili, § 30). 

eppure nessuno può dirsene immune. Citammo già al n, 197 i 
versi di Terenzio : Homo sum, humant nihil a me alienum puto, 

1656. L'abisso chiama l'abisso. 

1657. Perocché sette volte cadrà il giusto, e risorgerà: ma gli 

empii precipiteranno nel male. 

1658. Perchè vedi il fuscello nell'occhio del fratel tuo, e non 

vedi la trave nel tuo occhio ? 

1659. È da stolti il vedere i vizi altrui, e dimenticare i propri. 



48o Chi V ha detto? [1660-1664] 

che qui nella loro accettazione volgare cadrebbero così bene a 
proposito, e aggiungerò ora questi altri di Orazio: 

1660. Nam vitiis nemo sine nascitur; optimus ille 

Qui minimis urgetur. [est, 

{Satire, lib. I, sat, 3, v. 68-69). 

per cui.... chi è senza peccato, getti la prima pietra, ma più 
savio sarai se ti asterrai dal giudicare troppo severamente gli altri 
per non essere alla tua volta giudicato: 

1661. Nolite judicare, ut non judicemini. 

( Vang, di S. Matteo, cap. VII, v. 1). 

C' è pure una sentenza che ammonisce di evitare ogni esagera- 
zione nel fuggire un vizio per non cadere nell' eccesso contrario, 
ed è espressa nel verso di Orazio : 

1662. Dum vitant stulti vitia, in contraria currunt. 

(Satire, lib. I, sat. 2, v. 24). 

Un altro poeta classico ci mostra il vizio trionfante che grazie 
alla audacia e alla ipocrisia si ammanta di virtù, nel verso, troppo 
pessimista : 

1663. .... Prosperum ac felix scelus 

Virtus vocatur. 

(Seneca il tragico, Hercules fur ens, a. II, v. 251-252). 

I poeti latini, a giustificare le oscenità sparse nel maggior nu- 
mero delle loro produzioni, si scusavano col dire che al poeta 
è permesso di dire cose meno che oneste, purché onesti siano i 
suoi costumi; o per dirla con le parole di uno di loro: 

1664 Castum esse decet pium poetam 

Ipsum: versiculos nihil necesse est. 

(Catullo, od. XVI, v. 5-6). 

1660. Perchè nessuno nasce senza vizi, e ottimo è colui che è 

travagliato dai più leggeri. 

1661. Non giudicate affine di non essere giudicati. 

1662. Gli stolti, mentre fuggono un vizio, cadono nel contrario. 

1663. La scelleratezza prosperosa e felice prende il nome di virtù. 

1664. Conviene al poeta ch'egli stesso sia casto e pio, ma non 

occorre che tali siano i suoi versi. 



[1ÒÓ5-16Ó8] Vizi 481 

e la stessa sottigliezza ripeteva Marziale, che tutti li vinceva 
in lubricità: 

1665. Lasciva est nobis pagina, vita proba est. 

{Epigrammi, lib. I, epigr. 5, v. 8). 

che Gius. Giov. Belli, il quale voleva farne l' epigrafe della sua 
stupenda raccolta di sonetti in dialetto romanesco, mirabilmente 
tradusse così: 

1666. Scastagnàmo ar parla, ma aràmo dritto. 

I notissimi versi : 

1667. La finzion del vizio 
A vizio ver declina ; 

A can, che lecca cenere. 
Non gli fidar farina. 

sono la morale della favola, ben conosciuta da tutti gli scolaretti 
degli asili d' infanzia, // fanciullo e il gatto, di Luigi Fiacchi 
detto il Clasio, di Scarperia (1754-1825). 

Non lasceremo il discorso dei vizi senza tener brevissima pa- 
rola anche di due minori fra essi, 

1668. Gola e- vanità, due passioni che crescono 

con gli anni. 

Ambrogio Valentini, proprietario del Forno delle Grucce a Mi- 
lano (così chiamato perchè nel luogo medesimo dove nel seicento 
era il prestin di scansc, di cui il Manzoni nei Promessi Sposi, 
cap. XII, narra il saccheggio fatto dal popolo nella carestia del 1625) 
mandava la sera della vigilia di Natale 1870 ad Alessandro Man- 
zoni un saggio delle sue paste con la seguente iscrizione: 

Ad Alessandro Manzoni 

Il celebre Forno delle Grucce 

Di nuova vita ringiovanito 

A grata testimonianza 

Il presente saggio 

Devotamente offre 

1665. Lascive sono le pagine ch'io scrissi, ma la vita è onesta. 

1666. Pecchiamo nel parlare, ma righiamo diritto. 

31 



Chi V ha detto? [i668] 



Il Manzoni rispose così: 

Al Forno delle Grucce 

Ricco oramai di nova fama propria 

E non bisognoso di fasti genealogici 

Alessandro Manzoni 

Solleticalo voluttuosamente 

Con un vario e squisito saggio 

Nella gola e nella vanità 

Due passioni che crescono con gli anni 

Presenta i più vivi e sinceri ringraziamenti 

L'autografo conservasi esposto in un quadro nel Forno delle Grucce, 
che è ora in Piazza del Duomo per entrare sul Corso Vittorio Ema- 
nuele, a sinistra, dove all' epoca dei fatti narrati dal Manzoni me- 
desimo, si apriva la strada chiamata Corsia de' Servi. 



PARTE SECONDA 



§ 80. . 
Frasi d'intercalare comune 



Nei molti paragrafi che precedono e che contengono il mag- 
gior numero delle citazioni raccolte nel presente volume, ho ten- 
tato di classificare e di aggruppare razionalmente tutte quelle frasi 
le quali racchiudono un pensiero ben determinato e concreto; ma 
troppe altre ce ne sono che si sogliono ripetere più o meno a pro- 
posito, senza cercare di trarne nessun obiettivo morale, ma sol- 
tanto come delle frasi fatte, le quali allo scrittore o al parlatore 
che se ne vale, risparmiano la fatica di crearne una nuova, ed in 
chi legge od ascolta risvegliano delle reminiscenze letterarie, pro- 
curando loro la gradevole impressione di essere quasi in paese di 
conoscenza. Queste citazioni incolore, che in fondo sono le pre- 
ferite, perchè non danno al discorso un' intonazione sentenziosa e 
grave come le altre, saranno distribuite nei cinque paragrafi se- 
guenti e traendo occasione da esse daremo qualche notizia degli 
scrittori che più di frequente ricorrono in queste pagine, e che 
sono meno conosciuti. In questo paragrafo cominceremo col riu- 
nire le frasi d' intercalare comune, che formano la categoria più 
semplice e più numerosa, distribuendole secondo la lingua e l'età 
loro, come del resto farò anche per le altre. 

Principiamo dalle Sacre Carte, che potrebbero dare un larghis- 
simo contributo di frasi fatte, delle quali per altro non faremo 
che scegliere le più ripetute. 

1669. Di^itque Deus: Fiat lux. Et facta est lux. 

(Genesi, cap. I, v. 3). 
1669. E disse Iddio: Sia fatta la luce. E la luce fu. 



484 Chi Vha detto? [1670-1677] 

1670. {Suspice cœlum, et) Numera Stellas, si potes. 

{Genesi, cap. XV", v. 5). 

1 67 1. Laudate eum \poniimmi\ in cymbalis be- 

nesonantibus. ^^^,^^^ cl, v. 5). 

1672. Mane Thecal Phares. ^^^^^.^^^^ ^^^ ^^ ^ 25^ 

Queste sono le parole che apparvero fiammeggianti al convito di 
Baldassarre, re di Caldea, e racchiudevano la profezia della rovina 
di lui ; e si usano per antonomasia a indicare ogni avvertimento 
oscuro e minaccioso. L' etimologia esatta di queste parole (di cui 
la vera lezione secondo il Sacro Testo è Mene, Tecel, Upharsin) 
non è ancora stata fissata dagli orientalisti. Vedansi su questo 
soggetto gli articoli di Clermont-Ganneau nel Journ, Asiatiqtie, 
to. Vili, 1886, pag. 36; di Th. Nöldeke nella Zeitschrift für 
Assyriologie, I. Bd, 1886, pag. 414, e di G. Hoffmann nella 
Zeitschrift medesima, II. Bd, 1887, pag. 45. 

1673. Ecce homo. (^vangelo di S. Giovanni, cap. XIX, v. 5). 

1674. Consummatum est. 

{Vang, di S. Giov., cap. XIX v. 30). 

1675. Noli me tangere. ^^^. ^^^ ^^ ^ ^^^ 

Di citazioni greche in questo paragrafo non ho da registrare 
che la frase proverbiale che in latino suona : 

1676. Relata refero. 

e che secondo il Büchmann {Geß. Worte, ed. 1898, pag. 344) 
trae origine da un passo delle Istorie di Erodoto (VII, 152); il 

1677. Quod erat demonstrandum f'OTiep ëSet ôec^at). 

1670. Guarda il cielo e conta le stelle, se puoi. 

1671. Lodate il Signore con i cembali bene sonanti. 

1673. Ecco l'uomo. 

1674. Tutto è finito. 

1675. Non mi toccare. 

1676. Ripeto cose a me narrate. 

1677. Quel che era da dimostrarsi. 



[ 1 678-1680] Frasi d^ intercalare Comune 485 

eh' è la formola con la quale finiscono la maggior parte delle di- 
mostrazioni dei teoremi di Euclide ; e finalmente il notissimo 

1678. Eureka (Eupyjxa). 

di cui la leggenda narra che Archimede (a. 287-212 av. C.) cosi 
gridasse, quando improvvisamente, mentre stava nel bagno, intra- 
vide la soluzione del problema propostogli da Gerone II re di Si- 
racusa (che regnò dal 269 al 215 av. C.) cioè la vera composizione 
metallica di una corona d' oro non purissimo ; indovinando quella 
legge fondamentale d' idrostatica che porta il nome di Archimede. 
Quindi fuori di sé dalla contentezza, balzò fuori del bagno, e si 
die a correre ignudo per la città sempre gridando Etireka. Vedi 
in ViTRUVio, lib. IX, cap. 3. A proposito di Archimede, posso 
citare anche il 

1679. Noli turbare circulos meos. 

o, come altri riportano. Noli, ohsecro, istum disturbare, che è la 
risposta data dal matematico siracusano al soldato romano che 
nell'espugnazione di Siracusa (a. 212 av. C.) lo sorprese tutto 
assorto nei suoi calcoli geometrici, e non potendone avere altra 
risposta, l' uccise. Vedi Valerio Massimo, lib. VIII, cap. 7, § 7. 
Dimenticavo un' altra citazione, se non greca, almeno di greca 
origine, il motto : 

1680. Nec {p Non) plus ultra. 

che sarebbe, secondo la tradizione, la iscrizione posta sulle co- 
lonne che Ercole alzò in Calpe e in Abila per indicare che là 
erano i confini del mondo. Di queste Colonne d' Ercole parlano 
variamente molti antichi scrittori, e con maggior diffusione Stra- 
bone e Diodoro Siculo, ma nessuno di essi accenna all'iscrizione. 
La più antica menzione delle Colonne d'Ercole si trova in Pin- 
daro, che in più luoghi le nomina, e in alcuni veramente accenna 
che a ninno era concesso di andare oltre, ma anche qui dell'iscri- 
zione non si fa parola ( O/zw/., od. III, v. 79-81 ; Nemea, od. Ili, 
V. 35-37; od. IV, V. 1X2). Probabilmente si tratta di una tradi- 

1678. Ho trovato. 

1679. Non guastare i miei circoli. 

1680. Non più oltre. 



486 Chi Vha detto? [1681-1685] 

zione posteriore (cfr. Schwartz, Diss, de Cohimnis Herculis, Al- 
torf., 1 749). Carlo V ne trasse felicemente il motto ad una delle sue 
imprese, due colonne avvinte da una fascia che porta le parole Phis 
ultra; dappoiché le navi di Spagna, guidate dal glorioso Genovese, 
avevano valicato i confini del mondo conosciuto dagli antichi ed 
esteso nell'altro emisfero la dominazione di Spagna. 

In numero assai maggiore sono le citazioni da autori latini, e 
in primo luogo quelle dagli immortali poemi di Virgilio (a. 70 
av. C.-19 d. C). Le seguenti appartengono sX^C Eneide : 

1 68 1 . Tantae molis erat Romanam condere gentem. 

(Eneide, lib. I, v. 33). 

1682. Meminisse juvabit. 

Dal verso 203 del lib. I : 

....Forsan et haec olim meminisse juvabit. 

imitato da un luogo Òl^ Odissea di Omero (lib. XII, v. 212). 
La eroica Eleonora Fonseca Pimentel, udita con fermo animo 
la sentenza che la condannava a morte per aver sognata la li- 
bertà d'Italia, mentre saliva al patibolo alzato il 20 agosto I799 
nel luogo istesso dove già perì Corradino di Svevia, altro non 
disse che il mesto verso virgiliano : Forsan, ecc. (Coco, Saggio 
storico sulla rivoluzione di Napoli, § 5*^)« 

1683. Per varios casus, per tot discrimina rerum, 

(Eneide, lib. I, v. 204). 

1684. Quaeque ipse miserrima vidi 
Et quorum pars magna fui. 

(lib. II, V. 5-6). 
È Enea che così parla di sé e delle sventure d'Ilio. 

1685. Jam proximus ardet 
Ucalegon. (Hb.ii, v. 311312). 

1681. Di tanto momento era il fondare il popolo di Roma. 

1682. Sarà bene ricordarsene. 

1683. Attraverso varie avventure, e tante vicende di cose. 

1684. Le quali miserrime cose io stesso vidi e in cui ebbi gran 

parte. 

1685. Già ardono le vicine case di Ucalegonte. 



[ 1 686- 1 693] Frasi d'intercalare comune 487 

1686. Maneat nostros ea cura nepotes. 

(lib. Ili, V. 505). 

1687. Viresque acquirit eundo. 

(lib. IV, V. 175). 

ed è detto della Fama. Si suole citare anche sotto forma ine- 
satta: (Fama) crescia enndo. 

1688. Procul o! procul este profani. 

(lib. VI, V. 258). 

1689. Manibus date lilia plenis. 

(lib. VI, V. 884). 

Si trova nella commovente evocazione di Marcello ed è pure ri- 
petuto in Dante (Purgatorio, e. XXX, v. 21) che per farne un 
endecasillabo vi aggiunse un o : Manibus o date lilia plenis. La frase 

1690. Me, me (adsum qui feci) in me convertite 

O Rutuli. [ferrum 

(lib. IX, V. 427-428). 
sta nel pietoso episodio di Niso ed Furialo. Dagli altri poemi 
virgiliani tolgo le seguenti : 

1691. Claudite jam rivos, pueri: sat prata biberunt. 

(Egloga III, V. ili). 

1692. Arcades ambo. 

emistichio virgiliano da!^ Egloga VII, v. 4; il verso intiero suona: 
Ambo florentes aetatibus, Arcades ambo. 

1693 Numero deus impare gaudet. 

{Egloga Vili, V. 75). 

1686. Resti tale cura ai nostri nipoti. 

1687. E acquista vigore nell'andare. 

1688. Lungi, lungi, o profani ! 

1689. Date gigli a piene mani. 

1690. Su me, su me, su me solo che il feci, volgete il ferro, o 

Rutoli. 

1691. Chiudete, fanciulli, i rigagnoli: già bevvero abbastanza i 

prati. 

1692. Arcadi entrambi. 

1693. Gli dèi si compiacciono dei numeri dispari. 



488 Chi l'ha detto? [1694-1701] 

Da Orazio (a. 65-8 av. C.) abbiamo finora spigolato molto, e 
poche frasi mi restano per questi ultimi paragrafi, per esempio : 

1694. Odi profanum vulgus, et arceo. 

Favete linguis. 

{.Odi, lib. Ili, od. 1, V. 1-2). 

1695. Hoc erat in votis. 

(Satire, 3ib. II, sat. 6. v. I). 

1696. Diruit, sedificat, mutat quadrata rotundis. 

{Efistole, lib. I, ep. 1, v. 100). 

1697. Non erat hic locus. 

che è una storpiatura del testo oraziano: 

Sed nunc non erat his locus. 

(Arte poetica, v. 19). 

1698. Multa tulit, fecitque puer, sudavit et alsit. 

(Arte poetica, v. 413). 

1699. Pulchre, bene, recte. 

(Arte poetica, v. 428). 

1700. Sine ira et studio. 

(Tacito, Armali, lib. I, cap. 1). 
Le parole di Giulio Cesare: 

1701. Veni, vidi, vici. 

con le quali egli annunziò in una lettera all' amico Aminzio la sua 
sollecita vittoria su Farnace presso Zela nel Ponto (2 agosto 47 
av. C), ci sono conservate da Plutarco nei Detti memoràbili di 
re e capitani, e anche da altri classici scrittori : ma secondo SvE- 
TONIO nella Vita di Cesare (§ 37) queste stesse parole in\ece erano 
scritte in una tavoletta recata nel trionfo di Cesare dopo le guerre 
del Ponto. 

1694. Disprezzo il volgo dei profani, e lo scaccio. Tacete. 

1695. Questo era fra 1 nostri voti. 

1696. Demolisce, edifica, muta quel che è quadro in rotondo. 

1697. Non era questo il luogo. 

1698. Molto sofferse e fece da fanciullo, sudò e s'intirizzì. 

1699. Da bravo, bene, benissimo. 

1700. Senza ira né malizia. 

1701. Venni, vidi, vinsi. 



[1702- 1 709] Frasi d'intercalare conitene 489 

Venendo agli autori moderni, fermiamoci anzi tutto a Dante 
Alighieri, il padre della nazionale letteratura. La Divina Com- 
media ci dà ancora un notevole contributo, benché già ne abbiamo 
citato in abbondanza: 

1702. Io era tra color che son sospesi. 

(Inferno, e. I, v. 52). 
È Virgilio che parlando di sé dice di essere nel Limbo. 

1703. Non ragioniam di lor, riia guarda e passa. 

{Inferno, e. Ili, v. 51). 

1704 Io fui sesto tra cotanto senno. 

{Inferno, e. IV, v. 102). 
Lo dice Dante di sé quando fu accolto nella schiera di Omero, 
Orazio, Ovidio, Lucano e Virgilio. 

1705 S'io vegno, non rimango. 

{Inferno, e. Vili, v. 34). 
Questa frase dantesca richiama alla memoria un aneddoto della 
vita dell'Alighieri, che potrebbe credersi traesse origine dalla frase 
citata, se il significato non fosse affatto diverso. Con questa frase 
infatti l'Alighieri dice che se egli è sceso all' Inferno, non intende 
però di rimanerci, invece la novelletta che si narra é la seguente. 
Nella Vita di Dante di Giov. Boccaccio leggesi che volendo i 
fiorentini mandarlo ambasciatore a Bonifazio Vili, mentre egli era 
col suo partito al reggimento della repubblica, « Dante, alquanto 
sopr' a sé stesso, disse: Se io vo, chi ì'imane? e se io rimango, 
chi va? Quasi esso solo fosse colui che, tra tutti, tutto valesse, e 
per cui tutti gli altri valessono » . Un codice Magliab. del sec. xv 
attribuisce questo stesso motto al duca Giovanni (Papanti, Dante 
secondo la tradiz. e i novellatori, Livorno, 1873, pag. ice 28, n. 7). 

1706. Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi. 

{Inferno, e. XIII, v. 37). 

1707. La via è lunga, e il cammino è malvagio. 

(Inferno, e. XXXIV, v. 95). 

1708. E quindi uscimmo a riveder le stelle. 

(Inferno, e. XXXIV, v. 139). 

1709. Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba. 

(Paradiso, e. X, v. 25). 



490 Chi V ha detto? [17 10-17 12] 

17 10. Incipit Vita Nova. 

Queste parole trovansi nel principio della Vita Nuova dell' Ali- 
ghieri: « In quella parte del libro della mia memoria, dinanzi alla 
quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica, la quale 
dice : incipit Vita Nova » ; ma si usano comunemente in senso 
traslato a indicare mutamento radicale di cose, di stato, di vita. 
Da Francesco Petrarca (1304- 13 74) non trarremo ora che 
il noto verso : 

171 1. Intendami chi po', ch'i' m' intend' io. 

{Canzone in ruita di M. Laura, num. IX, 
secondo il Marsand. com.: Mai noti 
vo' più cantar com' io soleva; canz. XI 
secondo il Mestica; v. 17). 

che fa ragionevolmente parte di quella oscurissima canzone del 
Petrarca, la quale è tutta una concatenatura di proverbi, ovvero 
sia frottola, in gergo tanto avviluppato che non solo non se n'è 
trovata la chiave, ma è tuttora incerto anche il soggetto della 
canzone medesima. Il verso medesimo si trova testualmente ripe- 
tuto dall'ARioSTO {Orlando Furioso, e. XLIII, ott. 5). 

Quest'ultimo poeta ( 14 74- t 533) ha pure lasciato fra i suoi 
versi famoso il seguente : 

1712. Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo. 

{Orlando furioso, e. XXVIII, ott. 2). 

L'Ariosto, chiedendo venia alle donne e a quanti hanno le donne 
in pregio, se include nel suo poema la lubrica istoria narrata dal- 
l' oste a Rodomonte in dispregio del gentil sesso, se ne scusa 
dandone la colpa dell'invenzione a Turpino. Un Turpino, o Tyl- 
pinus, pare certo che fosse arcivescovo di Reims a' tempi di Car- 
lomagno, cioè nella seconda metà del secolo vili, e nella Chanson 
de Roland compare come un prelato guerriero, valente più nello 
sterminare che nel convertire Saraceni: ma la cronaca delle gesta 
di Carlo e di Orlando che a lui dalla tradizione è attribuita, è 
invece posteriore almeno al secolo XI. 

Qualche citazione di più ce la darà im poeta, inferiore certa- 
mente all' Ariosto ma più popolare di lui, Torquato Tasso 



1710. Comincia la vita nuova. 



J 



[i7i3"i7i8] Frasi d'intercalare comune 491 

(1544- 1595), dal cui poema, la Gertisalemine liberata, traggo i 
seguenti versi : 

17 13 Nulla a tanto intercessor si neghi. 

(e. II, Ott. 52). 

È Aladino che fa grazia della vita a Olindo e Sofronia per le pre- 
ghiere di Clorinda, e soggiunge : 

Siasi questa o giustizia, ovver perdono, 
Innocenti li assolvo, e rei li dono. 

17 14. Io ver Gerusalem, tu verso Egitto. 

(e. II, Ott. 94). 

Così disse Argante ad Alete nel separarsi da lui dopo l' infrut- 
tuoso colloquio con Goffredo. Ma è una reminiscenza del Pe- 
trarca il quale nel sonetto XVII fra quelli sopra varj argomenti 
(comincia : Quanto più disiose V ali spando, ed è il son. CVIII 
nella novissima ediz. Mestica) scrisse: 

I' da man manca, e' tenne il camin dritto ; 
l' tratto. a forza, ed e' d'Amore scorto; 
Egli in Jerusalem, ed io in Egitto. 

17 15. Sommessi accenti, e tacite parole, 
Rotti singulti, e flebili sospiri. 

(e. Ili, V. 6). 

17 16. Diversi aspetti in un confusi e misti. 

(e. IV, V. 5). 

17 17. La vide, e la conobbe; e restò senza 

E voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza! 

(e. XII, Ott. 67). 

cosi è dipinto Tancredi quando preparandosi a dar 

Vita con 1* acqua a chi col ferro uccise 

scioglie la visiera a Clorinda ferita, e la riconosce per la donna 
si lungamente amata. 

17 18. E mentre spunta l'un, l'altro matura. 

(e. XVI, Ott. 10). 
detto dei frutti che nascevano nel giardino incantato di Armida. 



492 Chi V ha detto? [1719-1721] 

1 7 19. Et ego in Arcadia. 

è scritto in un quadro del pittore modenese Bartolomeo Sche- 
DONI, o SCHIDONE (i57o?-i6i5). Il quadro, che era prima nella 
galleria Sciarra Colonna in Roma, rappresenta due giovani pa- 
stori che tengono un teschio e lo guardano attentamente : sotto 
al teschio si legge il motto citato, che fu ripetuto da Nicola 
Poussin in uno dei suoi meravigliosi paesaggi, scrivendolo sopra 
una tomba. Questa tela, che è una fra le migliori del Pussino, 
si ammira oggi al Louvre, e una copia più in piccolo nella pri- 
vata galleria del Duca di Devonshire : e riprodotta a bassorilievo 
da Paolo Lemoyne adorna il sepolcro che al Pussino medesimo 
fu eretto dal Visconte di Chateaubriand nella chiesa di S. Lo- 
renzo in Lucina di Roma. 

Il Delille così tradusse questo motto nel suo poemetto Les 
Jardins : 

Et moi aussi je fus pasteur dans l'Arcadie. 

Anche molti letterati tedeschi, come Wieland, Weisse, Herder, 
Schiller, Merkel, Goethe, Hoffmann se lo appropriarono, introdu- 
cendolo nelle loro poesie o facendone l'epigrafe delle loro opere: 
per maggiori ragguagli rimando al libro del Büchmann. 
Da due autori tragici moderni togliamo queste due citazioni : 

1720. Dammi, dammi quel ferro. 

che sono le parole che grida Elettra alla madre nella tragedia 
Agamennone dell'ALFiERi (a. V, se. 6); e 

1721. Lisandro, siedi, e libero m'esponi 
Di Sparta amica od inimica i sensi. 

che sono del Monti, nella tragedia Aristodemo (a. II, se. 7). 
E a proposito della antica popolarità àç^VC Aristodemo, già ripetu- 
tamente citato in queste pagine, così argutamente scriveva il 
dott. Cesare Musatti in un brioso articolo Dal palcoscenico alla 
bocca del popolo, pubblicato nel Mente e cuore di Trieste, del 
1° aprile 1896: « Dove lascio il Ben ti riveggo con piacer Li- 
sandro (a. I, se. i) che gli esce (al popolano di Venezia) in tuono 

17 19. Anch'io vissi in Arcadia. 



[1722-1725] Frasi d'intercalare comtine ' 493 

di scherzo abbattendosi in un amico che da vario tempo non 
vede; e il Sì Palamede (a. I, se. i) quando risponde su chec- 
chessia in modo affermativo; tolti entrambi àzìV Aristodemo, così 
popolare che butarla in Ristodemo denota anche oggi prendere 
una faccenda sul serio, anzi in tragico addirittura. » 
Ecco un verso abbastanza conosciuto del Leopardi : 

1722. Non SO se il riso o la pietà prevale. 

(La ginestra il fior del deserto). 
ed eécone un altro del Manzoni : 

1723. Ahi sventura! sventura! sventura! 

(// Conte di Carmagnola, coro nell'atto II). 

a proposito del quale si narra un faceto caso. Quando il 18 feb- 
braio 1853 l'ungherese Libenyi ferì di coltello in Vienna l' im- 
peratore Francesco Giuseppe senza ucciderlo, perchè l' arma si 
spuntò sulla fibbia del collarino, la sera stessa che ne giunse la 
notizia a Milano, un intimo del Manzoni, il Grossi se non m'in- 
ganno, veniva in casa di lui, e lo avvertiva con viso composto 
a gravità, che per Milano girava una satira allusiva all' attentato, 
e di cui era ritenuto autore il Manzoni medesimo, sapendosi scritta 
da lui certamente la prima metà di essa. Il Manzoni, che evitò 
sempre brighe politiche, si turbò e non poco, e protestando di 
non saperne nulla, domandava maggiori particolari all' amico, il 
quale, dopo essersi fatto molto pregare, acconsentì a recitare la 
satira.... che era di soli due versi: 

Ahi sventura! sventura! sventura! 
Perchè e' era una fibbia sì dura ? 

L'aneddoto è narrato con qualche varietà di racconto (anche il 
secondo verso direbbe : Lo colpì nella parte più dura) dal com- 
mend. Giuriati nel suo recente volume // Plagio, pag. 366. 

1724. In tu tt' altre faccende affaccendato. 

(Giusti, Sant'Ambrogio, ott. 2*). 

1725. Non posso, non devo, non voglio. 

sono parole di Pio IX, il quale la sera dell' 11 febbraio 1848, 
mentre una dimostrazione popolare sulla piazza del Quirinale 
chiedeva la costituzione, affacciatosi alla loggia che guarda sulla 



494 Chi V ha detto? [1726-1727] 

piazza disse ad alta voce : « Prima che la benedizione di Dio di- 
scenda su di voi, su tutto lo stato, e lo ripeterò ancora, su tutta 
r Italia, io vi raccomando che i cuori siano concordi, e le do- 
mande non siano contrarie alla santità di questo stato della Chiesa ; 
e perciò certe grida e certe domande, io non posso, non devo, 
non voglio ammetterle. >•> Giuseppe Spada, che era presente al fatto, 
dice che queste ultime parole « furon pronunciate con tale vee- 
menza e tale concitamento di sdegno, da lasciarne tutti attoniti 
e sbalorditi. » {Storia della rivoluzione di Roma, y di. II, pag. 47). 
In altra occasione il Pontefice medesimo doveva pronunciare pa- 
role analoghe, che divennero anche più famose, cioè il 

1726. Non possumus. 

che si trova già nella risposta data 1' 8 febbraio i860 da Pio IX a 
Napoleone III che gli aveva scritto eccitandolo a cedere le Ro- 
magne al re Vittorio Emanuele; ed è ripetuto nell'Enciclica del 19 
successivo. Ma pare che fosse risposta consueta della Chiesa ogni 
volta che le si chiedeva cosa contraria alle sue tradizioni, poiché 
è fama che così rispondesse anche Clemente VII ad Enrico Vili 
d'Inghilterra: cfr. pure con ^\ Atti degli Apostoli, cap. IV, v. 19. 

1727. Adess disi. 

era l' intercalare meneghino del conte Giulio Belinzaghi, finan- 
ziere di vaglia, e per due volte sindaco di Milano, dove era po- 
polarissimo per la sua bonaria arguzia, e dove morì il 28 ago- 
sto 1892. 

Prima di lasciare il campo della letteratura italiana, faremo la 
solita escursione nel dominio del melodramma. La prima opera 
seria composta da Gioachino Rossini fu il Tancredi, su libretto di 
Gaetano Rossi, data alla Fenice di Venezia nel carnevale 18 13. 
Lo Stendhal (Henri Beyle) che si trovava allora a Venezia, cosi 
descrive l'entusiasmo destato nei veneziani da questa opera: « On 
peut juger du succès qu'eut cette œuvre céleste à Venise, le pays 
d'Italie où l'on juge le mieux de la beauté des chants. L'empe- 
reur et roi Napoléon eût honoré Venise de sa présence, que son 

1726. Non possiamo. 

1727. Ora dico. 



[i 728-1730] Frasi d'intercalare comune 495 

arrivée n'y eût pas distrait de Rossini. C'était une folie, une 
vraie fureur, comme dit cette belle langue italienne créée pour 
les arts. Depuis le gondolier jusqu'au plus grand seigneur, tout 
le monde répétait: 

1728. Ti rivedrò, mi rivedrai. 

(a. l, se. 5). 
« Au tribunal où l'on plaide, les juges furent obligés d'impo- 
ser silence à l'auditoire, qui chantait 

Ti rivedrò ! 

ceci est un fait dont j'ai trouvé des centaines de témoins dans les 
salons de madame Benzoni. * {Vie de Rossini, eh. I). 
Quest' aria è la medesima che comincia : 

Tu che accendi 

e secondo Stendhal è «. l'air au monde qui peut-être a jamais été 
le plus chanté et en plus de lieux différents. » Si vuole che la 
prima idea di questa cantilena deliziosa fosse presa da una litania 
greca che Rossini aveva sentito cantare a vespro nella chiesa di 
una delle isole della Laguna, La chiamavano pure l' aria dei risi 
per un piccolo aneddoto gastronomico che allora correva sulle boc- 
che di tutti. A Rossini piaceva il riso pochissimo cotto: cosicché 
lo mettevano al fuoco quando egli sedeva a tavola, e dopo dieci 
minuti lo servivano. Un giorno Rossini entra in casa sopra pen- 
siero e si pone a scriver musica, mentre il cuoco mette sul fuoco 
il riso. Era pronta la minestra e il grande maestro scriveva le 
ultime note. Di essa è pure noto (poco fra noi, molto all'estero, 
lo cita anche il Büchmann) il verso : 

1729. Di tanti palpiti. 

che è il primo della prima strofa della cabaletta finale. 
Da altre due opere del cigno di Pesaro traggo i seguenti: 

1730. Numero quindici, a mano manca, 
Quattro gradini, facciata bianca. 

cosi indica Figaro al Conte di Almaviva la sua bottega nei Bar- 
biere di Siviglia, il capolavoro Rossiniano, soggiungendo che 

Là senza fallo mi troverà. 



496 Chi V ha detto? [i73i-i734] 

Racconta Edmondo De Amicis di averla ritrovata nel suo viaggio 
in Spagna nella strada Francos, che è una delle principali di Si- 
viglia, e dove ora è una piccola bottega di mercante di panni. 
Meno male che non assume la responsabilità di una affermazione 
storica di tanta importanza! {Spagna, ediz. 1873, P^g- 356). 

Il libretto del Barbiere di Siviglia è, come ho avuto occasione 
di notarlo altre volte, di Cesare Sterbini romano, autore di un 
altro libretto per Rossini, intitolato Torvaldo e Dorliska, e padre 
di quel Pietro che si distinse nei moti politici del '48 e '49 e come 
letterato. Il Barbiere fu rappresentato per la prima volta a Roma 
nel teatro di Torre Argentina per il carnevale dell' anno 18 ló, ma 
il titolo fu mutato in quello di Almaviva, ossia l' inutile precau- 
zione, per riguardo a Paisiello che aveva musicato un altro Bar- 
biere, tolto esso pure dalla commedia di Beaumarchais. 

1731. Quella è l'originai, questo è il ritratto. 

(Cenerentola, parole di Iacopo Fer- 
retti, a. II, se. 6). 

1732. Io son ricco, e tu sei bella. 

è la canzone della Nina gondoliera nell'opera comica L'Elisir 
d'Amore, parole di Felice Romani, musica di Donizetti (a. II, 
se. i); dove, alla se. 3 dell'atto medesimo, si trova pure la frase: 

1733. Anche questa è da contar. 

ma era già nel dramma giocoso di Angelo Anelli, L'Italiana 
in Algeri, musica del Rossini (a. II, se. io). I versi : 

1734. Il suon dell'arpe angeliche 
Intorno a me già sento ! 

sono del Poliuto, tragedia lirica di Salv. Cammarano, musica di 
Donizetti (a. Ili, se. 4 e 5). 

E qui cade in acconcio dire qualche parola di quest'altro no- 
tissimo librettista, il cui nome tante volte è tornato su queste pa- 
gine. Salvatore Cammarano nacque in Napoli nel 1801 e vi morì 
nel 1852. Cominciò nel 1834 ^ battere le orme del Romani scri- 
vendo melodrammi per Donizetti, per Mercadante, per Verdi; e 
se il Romani fu poeta senza temer confronti, il Cammarano fu 
librettista per eccellenza. Egli visse dei suoi versi, che componeva 



[I735"ï738] Frasi d' intercalare comtine 497 

passeggiando sotto il colonnato di S. Francesco di Paola di fronte 
al Palazzo Reale, dove, quando lo vincea la stanchezza, soleva ap- 
poggiarsi ad una di quelle colonne, cosi che una volta vi fu tro- 
vato addormentato. Scrisse quarantotto libretti, 1' ultimo dei quali 
fu il Troz'atore, che non aveva ancora compiuto quando una penosa 
malattia, che lo tormentava da molti mesi, e che poco tempo ap- 
presso lo condusse alla tomba, 1' obbligò a tralasciare il lavoro, 
cui fece dare 1' ultima mano dal suo amico Leone Emanuele 
Bardare. Appunto dal Trovatore tolgo due citazioni : 

1735- Un accento proferisti 

Che a morir lo condannò. 

(a. I. SG. 5). 

1736. Di quella pira - l'orrendo fuoco 

Tutte le fibre - m' arse, avvampò ! 

(a. Ili, se. 6). 
Passiamo agli autori francesi : 

1737. Incidisin Scyllam, cupiens vitare Charybdim 

(GuALTiER DE LiLLE, Alexaiidrets, 
lib. V, V. 301). 

Questo verso di un poeta neolatino del sec. xiv non è in sostanza 
che un antico adagio greco che già si ritrova in Apostolio, XVI, 49 
(Parœtniogr. Grœci, ed. Leutsch, II, pag. 672). Non starò a ri- 
petere qui la leggenda mitologica di Scilla e di Cariddi, conservala 
da Omero ntW Odissea (lib. XII, v. 85-110) Cariddi è un vortice 
famoso nello stretto di Messina, che forse nei tempi antichi era 
veramente pericoloso per i naviganti, ma ora, modificatesi lenta- 
mente le condizioni del fondo del mare, non è più che un gorgo 
innocente: Scilla è una rupe di fronte a Cariddi sulla costa 
d' Italia. 

1738. Faciamus experimentum in anima {p cor- 

pore) vili. 

È tradizione che il famoso umanista Marc' Antonio Mureto 
(1526- 158 5), fuggendo sotto povere vesti in Italia, cadesse am- 

1737. Cadi in Scilla, cercando di evitare Cariddi. 

1738. Facciamo l'esperienza sopra un'anima (0 corpo) vile, 

32 



498 Chi l' ha detto? [ï 739-1 74 1] 

malato in un villaggio del Piemonte, e si trovasse alle mani di 
strani medici, i quali tra loro dicevano, ritenendo che egli non li com- 
prendesse: Faciamus experinienttini in anima (o corpore) vili. Cui 
il Mureto avrebbe replicato con isdegno : Vilemne aniniam appel- 
las pro qua Christus non dedignatus est inori? Ho voluto risalire 
alle fonti di questa storiella, e 1' ho trovata narrata in forma al- 
quanto diversa. Infatti gli Eloges des hommes savans tirez de l'His- 
toire de M. de Thou avec des additions par Antoine Teissier, 
nella 2* parte, così raccontano nelle Additions alla vita del Mu- 
reto : « Muret étant sorti de France, prit le chemin d'Italie, et 
tomba malade dans une hôtellerie. Et comme il étoit mal vêtu, 
et qu'il a voit mauvaise mine, les médecins qui les traitoient le 
prenant pour tout autre que pour ce qu'il étoit, dirent entre eux 
parlant latin, qu'il falloit qu'ils fissent l'essai sur ce corps vil 
d'un remède qu'ils n'avoient pas encore éprouvé. Faciamus expe- 
rimentum in corpore vili. Muret connaissant le danger où il étoit, 
dès que les médecins furent sortis de sa chambre, se leva du lit, 
et ayant continué son chemin, se trouva guéri de son mal par la 
seule crainte du remède qui lui étoit préparé. » Il Teissier cita 
come fonte la Prosopographie ou description des personnes illus- 
tres di Antoine du Verdier (i*^ ediz., Lyon, 1589-1604), dove 
infatti nel to. Ill, pag. 2542-43, è contenuto il medesimo rac- 
conto. La tradizione aggiunge, ma non resulta provato, che il 
Mureto in quella circostanza fuggiva a una sentenza del Capitolo 
di Tolosa del 1554 che lo condannava al rogo per delitti innomi- 
nabili ; e che mentre egli traversava le Alpi e si metteva al sicuro, 
a Tolosa lo bruciavano in effigie, onde egli avrebbe detto di non 
aver mai sofferto tanto freddo quanto nel tempo che lo bruciavano. 

1739. Revenons à nos moutons. 

è detto da un giudice in un' antica farsa francese intitolata Mai- 
stre Pierre Pathelin. 

1740. Le plus âne des trois n'est pas celui qu'on 

pense. (La. fontaine, Fables, lib. Ill, fabl. 1 : 

Le meunier, son fils et l'âne). 

1741. C'est la faute de Voltaire. 

è il ritornello di una canzonetta francese assai in voga sotto la 
Restaurazione, Si trattava della rovina finanziaria del colonnello 



I 



[i 742-1 745] frasi d' intercalare comune 499 

Touquet, la cui popolarità ebbe fine in un fallimento, e il falli- 
mento in una canzone: 

S'il tombe dans le ruisseau, 

C'est la faute de Rousseau : 

Et si le voilà par terre, 

C'est la faute de Voltaire. 

1742. C'est le commencement de la fin. 

è attribuito al ministro Talleyrand, il quale 1' avrebbe pronun- 
ziato quando Napoleone ebbe a subire 1 primi disastri in Spagna, 
o, secondo altri, durante i Cento Giorni. Ma non bisogna dimen- 
ticare che già Shakespeare nella Midsummer Night (act. V, sc. i) 
scrisse, benché in senso affatto diverso: That is the trtie begin- 
ning of our end. All' illustre tragico inglese or ora citato dob- 
biamo anche le due notissime frasi seguenti: 

1 743. Something is rotten in the state of Denmark ! 

àç\V Hamlet (a. I, sc. 4); e 

1744. Last, not least. 

che è detto da Antonio nel Giulio Cesare (a. Ili, se. i), e più pre- 
cisamente cosi: 

Tho' last, not least in love. 
e anche nel King Lear (atto I, se. i): «Although the last, not 
least » . 

1745. Instauratio facienda ab imis fundamentis. 

deriva dalla grande opera, rimasta incompiuta, di Francis Ba- 
con, barone di Verulam (1561-1626), intitolata appunto Instati- 
ratio magna, con la quale l' autore intendeva ricostruire novamente 
l'edificio di tutto lo scibile, demolendo i pregiudizi scolastici ed 
aristotelici. Di quest'opera fanno parte i trattati De dignitate et 
augmentis scientiarum e il Novum Organon; ma è nella intro- 
duzione generale all'opera che 1' autore dice : « Fiat scientiarum et 
artium, atque omnis humauce doctrinae, in universum instauratio, 
a debitis excitata fundamentis. » Il motto, nella forma citata più 

1743. C'è del putrido in Danimarca! 

1744. Ultimo, ma non infimo. 

1 745. La rinnovazione va fatta dai primi fondamenti. 



50O Chi l'ha detto? [l 746-1749] 

sopra, fu noto specialmente come epigrafe del giornale La Ri- 
forma, fondato dall' on. Crispi a Firenze nel 1867. 

1746. E il seguito verrà. 

è il ritornello della canzone di Pietro, principe di Palermo, nella 
geniale operetta Boccaccio, musica di Francesco de Suppé, parole 
di F. Zell e R. Genée, atto II. L' originale tedesco dice natu- 
ralmente : 

Die Fortsetzung folgt, 

Ja, die Fortsetzung folgt. 

E chiuderò il capitolo con una citazione che cade veramente a 
proposito : 

1747. J'en passe et des meilleurs. 

(Victor Hugo, Emani, a. Ili, se. 6). 



§ 81. 
Modi proverbiali e similitudini 



Ecco un mazzo, abbastanza ben guarnito, di immagini, simili- 
tudini, modi proverbiali tolti dai più noti scrittori antichi e mo- 
derni. Le presento con 1' ordine medesimo che ho adottato nel 
precedente paragrafo. 

1748. Quasi Nemrod robustus venator coram Do- 

mino. {Genesi, cap. X, v. 9). 

che era, a quel che dice la Bibbia, proverbio comune presso gli 
ebrei. 

1749. Dito di Dio. 

Questa metafora è ripetuta più volte nella Bibbia, particolarmente 
n.€)^ Esodo, cap. VITI, v. 19 e nel Vang, di S. Luca, cap. XI, 
vers. 20. 

T748. Come Nemrod cacciatore robusto dinanzi al Signore. 



[1750-175^] Modi proverbiali e similitudini 501 

1750. Quemadmodum desiderai cervus ad fontes 

aquarum. (Saimo xli, v. i). 

1751. Notus in Judsea. 

è frase presa dal principio di un salmo biblico {Salmo LXXV, 
V. i): N'otìis in Judœa Dens. 

1752. Quasi oliva speciosa in campis. 

{Ecclesiastico, cap. XXIV, v. 19). 
La metafora 

1753. Pietra dello scandalo. 

è tolta di pianta dalla Bibbia ove è in più luoghi ripetuta, per 
esempio in Isaia, cap. Vili, v. 14 : In lapidem autem offensio- 
ms, et in petram scandali duàbus domibtis Israel. 

1754. Vox clamantis in deserto. 

{Isaia, cap. XL, v. 3. - Vang, di 
S. Giovanni, cap. I, v. 23). 

1755. Si mutare potest ^thiops pellem suam, aut 

pardus varietates suas: et vos poteritis 
benefacere cum didiceritis malum. 

{Geremia, cap. XIII, v. 23). 

COSÌ dice Iddio per bocca del profeta agli Ebrei. La similitudine 
contenuta nella prima parte del versetto era nota anche ai Greci. 

1756. Non reliquetur hic lapis super lapidem qui 

deStruatUr. ( Vang. di S. Matteo, cap. XXIV, V. 2). 

da cui nasce la frase comune non restar pietra sopra pietra. Que- 
ste parole sono qui precedute dalle altre: Amen dico vobis (in 
verità vi dico) che rìcorrono frequentissimamente néiV Evangelo 

1750. Come il cervo desidera le fontane di acqua. 

1751. Noto in Giudea. 

1752. Come un bell'olivo ne' campi. 

1754. La voce di uno che chiama nel deserto. 

1755. Se può l'etiope mutar sua pelle o il pardo la varietà delle 

sue macchie, potrete voi pure far bene essendo avvezzi 
al male. 

1756. Non resterà qui pietra sopra pietra senza essere sconvolta. 



502 Chi V ha detto? [i 757-1761] 

di Matteo; ma anche V Evangelo di Giovanili, cap. I, v. 51: 
Amen, amen dico vohis, e così in più altri luoghi. 

1757. Legio mihi nomen est, quia multi sumus. 

{Evang. di S. Marco, cap. V, v. 9). 

così risponde a Cristo, che lo interroga come si chiami, lo spi- 
rito maligno eh' egli ha cacciato dal corpo di un ossesso nel paese 
de' Geraseni. Vedi anche nel Vang, di S. Luca, cap. Vili. 

1758. Librum.... signatum sigillis septem. 

{Apocalisse di S. Giovanni, cap. V, v. 1). 

1759. Vittorie di Pirro. 

Questa frase deriva dalle parole dette da Pirro re di Epiro dopo 
la battaglia di Ascoli (anno di Roma 474, av. C. 278) che finì 
con la sconfitta dei Romani, non senza gravissime perdite da 
ambo le parti, essendo ferito lo stesso re. Per cui essendosi al- 
cuno congratulato con lui per la vittoria, egli rispose, secondo 
che narrano gli storici e anche il Freinshemio nel lib. Ili dei 
Supplementi Liviani (che sta in luogo del perduto lib. XIII di 
Tito Livio) : Si denuo sic vincendi sunt Romani, peribimits. 

1760. Ad calendas graecas. 

(SvETONio, Vita di Augusto, 87). 

È un detto di Augusto divenuto proverbiale per denotare quelli 
che non pagano mai, o non mantengono ninna promessa: i Greci, 
come si sa, non avevano calende nei loro mesi. Quando Filippo II 
intimò in quattro versi latini alla regina Elisabetta di non difen- 
dere le Fiandre, di rialzare i conventi distrutti da Enrico Vili, 
e di rendere al papa la suprema autorità religiosa in Inghilterra, 
dicesi che ella gli facesse rispondere così: 

Ad graìcas, bone rex, fient mandata calendas. 

1761. Cicero pro domo sua. 

si usa proverbialmente a indicare chi difende con gran calore la 
causa propria in ricordo dell' orazione pro domo sua che Cicerone 

1757. Il mio nome è Legione, perchè siamo in molti. 

1758. Libro chiuso con sette sigilli. 

1760. Alle calende greche. 

1761. Cicerone che parla per la propria casa. 



[1762- 1 766] Modi proverbiali e similitudini 503 

pronunziò innanzi al collegio dei Pontefici alla fine di settembre 
dell'anno 57 av. C, chiedendo che gli fosse restituita l'area della 
casa che aveva sul Palatino, incendiatagli dopo 1' esilio, e consa- 
crata alla dea Libertà, e che gli fosse dato il denaro per rico- 
struirla. 

È noto che anche di altre orazioni ciceroniane sono rimasti 
famosi per antonomasia i nomi, come le Filippiche e le Catilina- 
rie; dalle prime [Filipp. V, li) ci viene anche la frase: 

1762. Hannibal ante {non ad) portas. 

che indica l'imminenza del pericolo. 

1763. Si parva licet componere magnis. 

(Virgilio, Georgiche, lib. IV, v, 176). 

Questo verso nel quale il poeta mette a paragone i lavori delle 
api con le fatiche dei Ciclopi, ha riscontro con molti altri luoghi 
della classica latinità, e anche con uno di Virgilio medesimo 
{Egloga I, V. 24): Parvis componere magna. Vedasi anche in Ovi- 
dio, Metam., lib. V, v. 416-17 {Si componere magnis parva mihi 
fas est) e Tristium, lib. I, ep. Ili, v. 25 e I, V, 28; nonché un 
passo delle Istorie di Erodoto (II, io) che forse è la fonte prima 
di questa locuzione. 

Pure queste altre sono in Virgilio: 

1764. (Adparent) Rari nan tes in gurgite vasto. 

{Eneide, lib. I, v. 118). 

1765. Quantum mutatus ab ilio. 

Emistichio virgiliano; il periodo intiero cosi suona: 

Hei mihi! qualis erat! quantum mutatus ab ilio 
Hectore, qui redit, exuvias indutus Achilli. 

{Eneide, lib. Il, v. 274-275). 

1766. Telumque imbelle sine ictu. 

(Eneide, lib. II, v. 544). 

1762. Annibale è davanti alle porte. 

1763. Se si può confrontare con si grandi cose quelle si piccole. 

1764. Appariscono pochi che nuotano nell'ampio gorgo. 

1765. Quanto mutato da quello (di prima). 

1766. Arma imbelle senza forza. 



504 Chi V ha detto? [1767-1771] 

1767. Ab OVO 
Usque ad mala. 

(Orazio, Satire^ lib, I, sat. 3, v. 6-7). 
Era modo proverbiale comune presso i Romani nato dall' uso di co- 
minciare il pranzo con le uova, e di finirlo con le mele e altre 
frutta. Del resto è nell' uso anche la frase più semplice Ab ovo 
con riferimento a discorsi vanamente incominciati dalle più lon- 
tane origini e che probabilmente deriva dall' oraziano : 

Nec gemino bellum Trojanum orditur ab ovo. 

{Arte poetica, v. 147), 

1768. Disjecti membra poetae 

(Orazio, Satire, lib. I, sat. 4, v. 62). 
che dicesi di luoghi o frasi sparse tratte dall'opera di un poeta 

1 769. Rara avis in terris, nigroque simillima cygno. 

(Giovenale, Satire, VI, v. 165). 

Giovenale credeva di recare un esempio di cosa impossibile a tro- 
varsi in natura, ricordando un cigno nero, ma la scoperta del- 
l'Australia gli dava una smentita. Il cigno nero degli antichi cor- 
rispondeva al nostro merlo bianco che si cita comunemente come 
esempio di cosa difficilissima a incontrarsi e quasi incredibile. 
Eppure anche il merlo bianco, che è un fenomeno di albinismo, 
è tutt' altro che raro, anzi può dirsi abbastanza frequente (Pa- 
vesi, E sempre il jnerlo bianco, nei Rendiconti del R. Istittcto 
Lombardo, ser. II, voi. XXXVI, fase. V, 1903). 

1770. [Ego të\ Intus et in cute novi. 

(Persio, Satira III, v. 30). 

177 1. Brillare per la propria assenza. 

è frase giustamente biasimata dai puristi, ed anche nella 2^ edi- 
zione del Lessico dell' infima e corrotta italianità, compilato da 
P. Fanfani e C. Arila (Milano, 188 1, a pag. 56), è detta « modo 
neobarbarico, ovvero della lingua dell' avvenire » , nondimeno ha 



1767. Dalle ova fino alle mele. 

1768. Le membra sparse del poeta. 

1769. Uccello rarissimo sulla terra, quasi come un cigno nero. 

1770. Ti conobbi dentro e fuori della pelle. 



[1772-1775] Modi proverbiali e similitudin i 5 O 5 

origine classica. Infatti Tacito negli Annali (lib. Ili, cap. ult.) 
narrando dei funerali di Giunia, vedova di Cassio e sorella di 
Bruto, pur esso morto, dice che innanzi all' urna si portarono 
secondo il romano costume i ritratti degli antenati e dei parenti 
premorti : sed prœftilgebant Cassius atqtie Bruhis, eo ipso, qtiod 
effigies eorum non visebantur, che il Da vangati tradusse: « ma 
quelle (imagini) di Bruto e di Cassio più di tutte vi lampeggia- 
vano col non v' essere. » Lo Che nier nella tragedia Tiberio (a. I, 
se. i) introdusse questo episodio, accostandosi di più alla forma 
presente della frase: 

Devant l'urne funèbre on portait ses aïeux : 
Entre tous les héros qui, présents à nos yeux. 
Provoquaient la douleur et la reconnaissance, 
Brutus et Cassius brillaient par leur absence. 

Può vedersi a questo proposito la discussione che ebbe luogo fra 
il eh. filologo comm. Costantino Arlia e 1' autore di questo vo- 
lume, nel Supplemento al Lessico dell' infima e corrotta italianità, 
dell'Arila stesso (Milano, 1896), pag. 9, e nel Risveglio Educa- 
tivo di Milano del 7 novembre, 21 novembre e 5 dicembre 1896, 
nam. 8, 12 e 16; polemica cortese che in fondo lasciò i due di- 
sputanti d'accordo come li aveva trovati, poiché il comm. Arlia 
sosteneva che la frase per quanto tacitiana, non era da usarsi in 
buon italiano ; e questo il Fumagalli non aveva mai contestato. 
Eccoci ancora a Dante : 

1772. Quali colombe dal desio chiamate, 

Con l'ali alzate e ferme, al dolce nido 
Vengon per Taere.... 

(Inferno, e. V, v. 82-84). 

1773. Nuovi tormenti e nuovi tormentati. 

(Inferno, e. VI, v. 4). 

1774. Io credo ch'ei credette ch'io credesse. 

(Inferno, e. XIII, v. 25). 
Bisticcio di parole creduto bello dagli antichi. Anche il 

1775. Raunar le fronde sparte. 

è frase dantesca, tolta dal principio del canto XIV àtW Inferno: 

Poi che la carità del natio loco 
Mi strinse, raunai le fronde sparte, 
E renderle a colui eh' era già fioco. 



5o6 Chi V ha detto? [1776-1781] 

Ma Dante parla in senso proprio, non metaforico; \t fi-onde 
sparte sono quelle del cespuglio (nel II girone del cerchio VII) 
dove è imprigionata 1' anima di un Fiorentino non nominato che 
fece ghibhetto a sé delle sue case, cioè s' impiccò in casa sua. 

1776. Per la contradizion che noi consente. 

(Inferno, e. XXVII, v. 120). 

1777. Descriver fondo a tutto l'universo. 

{Inferno, e. XXXII, v. 8). 

Questo verso, passato quasi in proverbio, si ripete comunemente 
in un significato che non è il suo, cioè come se volesse dire, 
descrivere da cima a fondo e in lungo e in largo tutto 1' universo. 
Anzi questa falsa interpretazione è avvalorata da una lezione vi- 
ziosa di alcune edizioni (p. es. quelle del Landino) che ne hanno 
fatto questo verso cascante : 

Descriver tutto a fondo 1' universo. 

Invece il Poeta, che si accinge a descrivere 1' ultimo cerchio del- 
l' Inferno, e il pozzo ghiacciato, il tristo buco, che è il fondo, 
ossia il centro della terra, e quindi, secondo il sistema tolemaico, 
di tutto r tmiverso, dice che questa « non è impresa da pigliare 
a gabbo.... Né da lingua che chiami mamma e babbo, » cioè non 
è impresa da bambino. Vedi un bell'articolo di Francesco D'Ovi- 
dio nella Biblioteca delle Sctiole italiane, 16 febbraio 1892, pa- 
gine 145-149. 

1778. Là dove i peccatori stanno freschi. 

(Inferno, e. XXXII, v. 117). 

Da questo verso che allude all'Antenora (secondo giro del cer- 
chio nono), si crede originata la frase proverbiale ironica. Star 
fresco. 

1779 Come il pan per fame si manduca. 

(Inferno, e. XXXII, v. 127). 

1780. La noia e '1 mal della passata via. 

(Petrarca, Canzone in vita di M. Laura, 
num. IV, secondo il Marsand, comincia : 
Nella station che H ciel rapido inchina; 
canz. V dell' ediz. Mestica; v. 11). 

1781. Col senno e con la mano. 



[1782-1786] Modi proverbiali e similitudini 507 

frase entrata nell' uso comune dopo che il Tasso disse di Gof- 
fredo che 

Molto egli oprò col senno e con la mano. 

[Gerusalemme liberata, e. I, ott. 1). 

1782. Il gran nemico dell'umane genti. 

(Gerusalemme liberata, e. IV, ott. 1). 
che è il diavolo. 

1783. Il rauco suon della tartarea tromba. 

[Gerusalemme liberata, e. IV, ott. 3). 

1784. Non scese, no, precipitò di sella. 

{Gerusalemme liberata, e. XIX, ott. 104). 
cosi fa Erminia vedendo Tancredi giacere al suolo esangue. 

1785. Scrittori di peso. 

L'economista prof. G. B. Salvioni in certe sue ricerche su L'arte 
della stampa nel Veneto - La proprietà letteraria, pubblicate nel 
Giornale degli Econo7nisti di Padova, voi. IV, 1876-77, accenna 
incidentalmente alla possibilità che codesta frase traesse origine in 
Venezia, emporio del commercio librario a tutto il sec. xviii, e 
precisamente da una terminazione del 28 agosto 1764 presa dai 
Riformatori dello Studio di Padova, la quale disponeva che le 
ristampe dei libri comuni, si facessero in buona carta, di peso 
proporzionato alla qualità dei libri [Giorn. cit., pag. 207; pag. 19 
dell* Estratto). Ma l' ipotesi è forse più curiosa che esatta : scrit- 
tori di peso non significa altro che scrittori di importanza, e il 
traslato della parola peso nel significato d* importanza, e in 
bene e in male, assai più sovente in bene, è comune e antichis- 
simo. H Dizionario del Tommaseo e Bellini cita in questo senso 
esempi del Pulci [Ciriffo Galvaneo, I, 24), del Chiabrera [Lettere 
a G, B. Strozzi), ecc. 

1786. Pochi e valenti, come i versi di Torti. 

(Manzoni, / Promessi sposi, cap. XXIX). 
Questo Torti, cui il Manzoni fa si beli' elogio (forse più giustifi- 
cato dalla amicizia che dal merito reale), è Giovanni Torti, nato 
a Milano nel 1774, morto a Genova nel 1852, poeta gentile e fine, 
non indegno delle lodi di tant' uomo. 



508 Chi V ha detto? [ï 787-1790] 

1787. Si guardai! sempre e non si toccan mai. 

(Aleardi, Lettere a Maria, I. U invito, 
quart' ultimo verso). 

Sono « due verdi isolette vicine.... divise per grande abisso. » 

1788. Vero Pandolfo. 

Sapere o non sapere chi sia il vero Pandolfo; aver trovato il 
vero Pandolfo, sono frasi vivissime deli' uso toscano per signi- 
ficare che si conosce o non si conosce, che si è trovato o non 
si è trovato il responsabile, il colpevole, il vero autore di qualche 
cosa. Dice l'Arlìa nelle Voci e maniere di lingua viva (Milano, 
1895)» psg« 245, che « questa locuzione ebbe origine da una com- 
media di Luigi Del Buono dove due col nome di Pandolfo 
{l'uno vero, l'altro falso) si contrastano circa a un' eredità » . 

1789. Largo al factotum 

Della città. 

(// Barbiere di Siviglia, parole di Cesare 
Sterbini, musica di Rossini, a. I, se. 2). 

come pure vanno citati gli altri versi della medesima cantafera: 

Tutti mi chiedono. 
Tutti mi vogliono. 

Dall' opera stessa, che è forse la più popolare del nostro tea- 
tro, traggo anche le frasi seguenti: 

1790. Non son poi di quei babbioni 

Che si fanno infinocchiar. 

(a. I, se. 8). 
e dirò qui per incidenza che questo vocabolo di hàbbione prende 
origine dal nome del protagonista di una commedia latina molto 
conosciuta nel Medio Evo, e di cui 1* erudito inglese Thomas 
Wright ha pubblicato un buon testo nel 1838. La Comedia Ba- 
hioms sembra sia stata composta verso la fine del sec. xii. Ba- 
bione, prete pagano, ammogliato, alleva con sé una giovinetta sua 
pupilla, chiamata Viola, e l' ama segretamente, ma trema dalla 
paura che il suo amore sia scoperto, al punto che dà dei buoni 
bocconi ai cani, in presenza dei quali ha disfogato la sua passione, 
perchè non ne raccontino nulla. Per cui la sciocchezza di questo 
individuo passò in proverbio: e un dettato francese del cinque- 



[ 1 791-1792] Modi proverbiali e sùnïlitudini 509 

cento che si legge nel Jardin de récréation di Gomès de Trier, e 
conservatoci dal Le Roux de Lincy nel Livre des proverbes fran- 
çais (2* ediz., to. II, pag. 26) dice: 

Qui bale sans son 
Ressemble Babion. 

1791. Guarda Don Bartolo! 

Sembra una statua. 

neir opera medesima, nel famoso quartetto che chiude l' atto I 
(se. 14). Se ne sovvenne il Giusti, quando scriveva: 

L* illustre bindolo 

A capo basso 

Parca Don Bartolo 

Fatto di sasso. ,^ -.r ,- • ^ ,nv 

(La Vestizione, str. 49). 

1792. Le miserie d'Monsü Travet. 

è il titolo del capolavoro drammatico di Vittorio Bersezio, scritto 
da lui in dialetto nel /862 per la compagnia piemontese di Gio- 
vanni Toselli. 

Si sa che il nome del protagonista è passato ormai in uso co- 
mune per indicare un impiegato; e travet, travetteria, ecc., sono 
entrati da quel tempo nel vocabolario dell' uso. Cosi il Bersezio 
stesso raccontava le origini di questo nome in una bella pagina 
autobiografica pubblicata nella Gazzetta del Popolo (vedi anche il 
Corriere illustrato della Domenica, n. 3, 30 ottobre 1898): « Se 
credo di avere avuto nella mia vita un momento di felice ispi- 
razione, si è quello in cui ho trovato il nome Travet. Sono per- 
suaso che nel felice successo della commedia, per una buona metà 
ci ha conferito la convenienza del nome. Pensate alle impalca- 
ture che sostengono i tetti. Le grosse travi appariscenti fanno la 
forza maggiore ; ma che potrebbero esse senza le travette che cor- 
rono dall' una all' altra a sorreggere le tegole ? E nessuno lor bada, 
e sono sempre là, intente all' opera loro, e mentre le grosse travi, 
ancorché tarlate, possono tuttavia rimanere al posto e farci la 
buona figura, essi, i travicelli, se vengono a mancare, precipitano 
le tegole. Il mio povero, buono, onesto impiegato, sarà il Travet 
dell' edificio amministrativo > . 

1792. Le miserie del signor Travetti. 



Chi V ha detto? [i793-i796] 



1793. Bagolameli tofotoscultura. 

è il titolo di un -vaudeville di Napoleone Brtanzi che fa parte 
del repertorio della compagnia milanese Ferravilla: ma è tolto 
dall'altro vatideville dello stesso repertorio: La statoa del sor In- 
cioda di Ferdinando Fontana. La bagolamentofotoscultura è, 
secondo la definizione dell'illustre Toppiatti, un'arte perduta cin- 
quecentocinquantacinque anni prima dell' èra volgare, e consisteva 
nel dare alle statue il colore dei capelli, degli occhi e della car- 
nagione.... ossia nel truccare delle persone vive in modo da farle 
credere ai minchioni solenni delle statue di marmo ! La parola è 
vivissima nell' uso moderno per indicare una mistificazione qua- 
lunque. Quanto all' etimologia, si capisce facilmente che bagola 
in dialetto milanese significa appunto chiacchiera, ciarla, e che la 
parola fotosctdtura e' è messa per una ciarlataneria qualunque. 

Nello stesso vaudeville del Brianzi e' è 1' altra uscita comica del 
marmo che rientra, inventata dal nipote scultore per spiegare allo 
zio Camola le boccaccie di un busto di Dante.... in bagolamento- 
fotoscultura. 

1794. Così va il mondo, bimba mia. 

è il titolo di una commediola in due atti scritta da Giacinto 
Gallina per la Gemma Cuniberti. 

1795. Mais OÙ sont les neiges d'antan? 

è il melanconico ritornello, diventato proverbio in Francia, di 
una gentile ballata di François Villon (1431-1480), intitolata 
la Ballade des dames du temps jadis. Antan, composto dalle pa- 
role latine ante annum, significa 1' anno passato ; e la frase les 
neiges d'antan è rimasta ora nell' uso per significare cose vecchie, 
ormai passate. 

1796. Ad usum Delphini. 

fu detto di una celebre serie di edizioni espurgate dei classici la- 
tini, curate da Bossuet e Huet per ordine del Duca di Montausier, 
nominato nel 1668 da Luigi XIV governatore del Gran Delfino, 
padre del Duca di Borgogna, e avo di Luigi XV. Queste edizioni, 
che portavano tutte sul frontespizio la frase ad tisum Delphini 

1796. Ad uso del Delfino. 



[1797- 1 Soi] Modi proverbiali e similitudini 51 1 

(rimasta nell' uso a indicare ogni variante purgata e corretta di un 
testo libero) servirono all' istruzione classica di quel Principe, e 
furono stampate più volte a Parigi e altrove come testi adatti alle 
scuole. 

1797. Non parce que, mais quoique. 

fosse un Borbone, sali il Duca d'Orléans (Luigi Filippo) al trono 
di Francia, cosi avrebbe risposto André Dupin, interrogato al- 
l' inaugurarsi della monarchia di Luglio (1830) se il nuovo re 
doveva chiamarsi Filippo VII. 

1798. Fin de siècle. 

\J Intermédiaire des chercheurs et curieux chiese poco tempo fa 
a chi si dovesse la introduzione di questa frase che fa le spese di 
tutte le gazzette, ed è così vuota di senso: meno male che il ca- 
lendario 1' ha presso che sotterrata da quasi quattro anni. I col- 
pevoli, o almeno coloro che tennero a denunziarsi come tali, erano 
i signori MiCARD e de Jouvenot, autori di una produzione 
drammatica, intitolata Fin de Siècle, e rappresentata al Château- 
d'Eau il 17 aprile 1888. 

1799. Much ado about nothing. 

è il titolo, divenuto proverbiale, di un dramma di Shakespeare, 
come: 

1800. Krieg im Frieden. 

è quello di una graziosissima commedia di G. von Moser e 
Fr. von SchÖntan, entrata anche nel nostro repertorio col ti- 
tolo di Guerra in tempo di pace. 

1801. Pia desideria. 

è il titolo di un'operetta di Hermann Hugo, gesuita belga 
(Antwerpen, 1627), donde lo trasse Fil. Giac. Spener per un 
altro suo libro pubblicato nel 1675. 

1799. Molto rumore per nulla. 
1801. Pii desiderii. 



512 Chi Vha detto? [i 802-1 808] 

§ 82.' 
Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 



Un' altra serie abbastanza ricca è quella che comprende le 
frasi di carattere personale, apostrofi, invocazioni, imprecazioni, 
interrogazioni, ecc. Non poche ne troviamo nella Bibbia, come 1' 

1802. Ite ad Joseph. {Genesi, cap. XLI, v. 55). 
che fu la risposta del Faraone al popolo di Egitto affamato. 

1803. Vade Satana. 

o anche Vade retro Satana, come più comunemente si dice, che 
è tolto dal racconto della tentazione di Cristo nel deserto ( Vang, 
di S, Matteo, cap. IV, v. io). 

1804. Surge et ambula. 

{Vang, di S. Matteo, cap. IX, v. 5; 
S. Luca, cap. V, v. 23). 

disse Gesù al paralitico. 

1805. Compelle intrare. 

( Vang, di S. Luca, cap. XIV, v. 23). 

1806. Pater, peccavi in caelum et coram te. 

{Vang, di S. Luca, cap. XV, v. 18). 

1807. Crucifìge, crucifige eum. 



{Vatig. di S. Luca, cap. XXIII, v. 21; - 
Vaìig. di S. Giovanni, cap. XIX, v. b). 



1808. Sit anathema. 



1802. Andate da Giuseppe. 

1803. Vattene, Satana. 

1804. Levati e cammina. 

1805. Sforzagli ad entrare. 

1806. Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te. 

1807. Crocifiggilo, crocifiggilo. 

1808. Sia scomunicato. 



[1809-18 1 2] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 513 

Nella Prima lettera di S. Paolo ai Corinzi (cap. XVI, v. 22) 
si legge: « Si quis non amat Dominum nostrum Jesum Christum, 
sit anathema, Maran-Atha, * le quali ultime parole, secondo la più 
comune opinione, sono siriache, e significano: Il Signore viene, 
cioè a punire l'ostinazione degli increduli. La formula Anathema 
sit è rimasta celebre per i Canoni del Concilio di Trento (1545-1563) 
redatti tutti nella forma del già citato versetto biblico, per es. : 
« Si quis dixerit, non licere sacerdoti celebranti se ipsum com- 
municate: anathema sit. » 

1809. Saule, Saule, qui me persequeris? 

{Atli degli Apost., cap. IX, v. 4), 

Sono le parole del Signore a Saulo, persecutore dei Cristiani, che 
miracolosamente convertito, col nome di Paolo divenne uno dei 
più ferventi apostoli della nuova fede ; e poiché ciò accadde a 
Saulo, cum appropinquarci Damasco, è rimasto pure proverbiale 
di dire di alcuno che si è convertito improvvisamente, che ha tro- 
vato o che ha battuto la via di Damasco. 

Una sola frase mi accade di trovare nei classici greci: 

18 10. BàXaiia, ôàXaxxa! 

che è il festoso grido levato dai diecimila greci di Senofonte 
quando nella loro meravigliosa ritirata giunsero a vedere le rive 
del Ponto Eussino (Senofonte, Anabasi, lib. IV, cap. 7, § 24). 
Alcune ce ne dà la latina letteratura, quali la famosa invettiva 
che apre la prima Catilinaria di Cicerone: 

1 8 1 1 . Quousque tandem, Catilina, abutere patien- 

tia nostra? 

di cui si citano talora le due prime parole soltanto ; le ultime pa- 
role dette da Cesare riconoscendo Bruto fra i suoi uccisori: 

181 2. Tu quoque Brute fili mi? 

(SvETONio, Vita di Cesare, § 82). 

1809. Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti? 

18 10. O mare, o mare! 

181 1. E fino a quando, o Catilina, abuserai della pazienza nostra? 

18 12. Anche tu, Bruto, figlio mio? 

33 



514 Chi Vha detto? [1813-1814] 

e la frase volgare : 

1813. Ci rivedremo a Filippi. 

sotto la qual forma suolsi ripetere un detto di cui P origine è così 
narrata da Plutarco nella Vita di Gitdio Cesare, § 69. Cito la 
versione italiana dell' Adriani : « Bruto era in atto di far passar 
r esercito da Abido alla riva opposta, e posava, secondo il suo 
costume, di notte, sotto al padiglione, non dormendo, ma all'av- 
venire pensando: perchè se fu mai capitano che poco dormisse, 
egli fu desso, e per sua natura dimorava vigilante il più del tèmpo : 
parveli sentire grande strepito alla porta, e guardando al lume 
della lucerna vicina a spegnersi, vide terribile imagine d' uomo 
strano, grande e d'orribile aspetto. Di che spaventato in principio, 
come vide poi non far male, né parlare, ma tacito starsi appresso 
al letto, domandò chi fusse. Costui rispose : Sono, Bruto, il ttio 
mal genio, e ini rivedrai appresso Filippi. » [Il testo greco dice : 
•=0 aóc, Ü) Bpouxs, ôai|JL(i)V xaxóc • ô4;et, ôé [Jis Tispl, ^iXiuuovç], 
« Replicando Bruto arditamente : Ben ti rivedrò ; incontanente 
disparve. Trovandosi poi Bruto a fronte schierato contro Antonio 
e Cesare nella pianura di Filippi, .rimase vittorioso nella prima 
battaglia con mettere in fuga e cacciare i nimici, e predare gli 
alloggiamenti del giovane Cesare. Ma essendo poi ad altro tempo 
presto ad appiccare la seconda zuffa, la notte avanti gli apparve 
il medesimo genio senza far parola. Onde compreso l' ora destinata 
esser venuta, si gittò impetuosamente ad ogni rischio della bat- 
taglia : non cadde già nel combattere, ma con la sua gente fug- 
gendo in rotta, venne ad un luogo scosceso ed alto, ove, appog- 
giato il petto alla spada nudo, con V aiuto d' un amico, il quale, 
come si racconta, lo sospinse sopra la punta, terminò i giorni 
suoi. » 

1814. Surge carnifex. 

Di C. CiLNio Mecenate narrano gli storici che fosse di animo 
mite, e che raccomandasse ad Augusto, che aveva appoggiato 
nelle sue aspirazioni all' impero e che molto lo amava, di starsene 
lontano dalla crudeltà e dal sangue (cfr. Seneca, Epist., 114, 8). 
Questo rende verosimile l'aneddoto di lui conservatoci da Dione 

18 14. Alzati, carnefice. 



[i 8 1 5-1820] Apostrofi, ïrwocazîont, imprecazioni 515 

Cassio {Hist, rom., lib. LV, cap. 7) e dallo storico bizantino 
Giorgio Cedreno {Comp, histor., sub regno C. Csesaris). Ri- 
produco il racconto con le parole di quest' ultimo nella versione 
latina di Guill. Xylander (fra gli Script, hist, hyzant., ediz. di 
Parigi, 1647, pag. 171): « Charus ei \_Augusto\ fuit Mœcenas, vir 
sapiens: qui et primus rationem per notas scribendi reperit. Is 
cum quodam die Caesar jus diceret, multosque capite damnaret, 
neque ipse ad eum prae turba hominum accedere posset, in scheda 
scripsit, Surge carni/ex: eamque signatam in gremium eius co- 
niecit. Ea lecta, Caesar surrexit, iussitque sententiarum latarum 
a se executionem difFerri. » 

Alle precedenti frasi, di origine istorica, si possono aggiungere 
le seguenti puramente letterarie, una di Virgilio : 

181 5 Dii, talem terris avertite pestem! 

{Eneide, lib. Ili, v. 620). 

e due di Orazio: 

1816. Mutato nomine da te 
Fabula narratur. 

(Satire, lib. I, sat. I, v. 69-70). 

181 7. Spectatum admissi risum teneatis amici? 

(Arte poetica, v. 5). 

dopo la quale è ovvio di citare quest'altra, di Giovenale: 

181 8. Difficile est satiram non scribere. 

(Satira I, v. 30). 

18 19. Cujus vulturis hoc erit cadaver? 

(Marziale, Epigr., lib. VI, cp. 62). 

che dicesi di chi faccia o debba a breve mora fare meritatamente 
pessima fine. 

1820. Salutem et apostolicam benedictionem. 

1815. O Dei, allontanate dalla terra un tale flagello! 

18 16. Sotto nome diverso la favola di te parla. 

181 7. Se foste ammessi a vedere (un tal mostro), tratterreste le 

risa, o amici? 

1818. È difficile trattenersi dallo scrivere satire. 

1819. A quale avvoltoio toccherà questo cadavere? 

1820. Salute e apostolica benedizione. 



5i6 Chi Vha detto? [1821-1825] 

è la formula di salutazione con la quale i Pontefici sogliono, o sole- 
vano, chiudere le loro bolle. Sembra che il primo che l'usasse comu- 
nemente fosse papa Costantino che sedè sulla cattedra di S. Pietro 
dal 708 al 715; ma non diventò abituale che nel secolo Xii. 
Venendo agli autori italiani, ecco da prima tre frasi dantesche: 

1821. O animai grazioso e benignò. 

(Dante, Inferno, e. V, v. 88). 

1822. Benedetta colei che in te s'incinse! 

{Inferno, e. Vili, v. 45). 

1823. Io non so chi tu sie, né per che modo 

Venuto se' quaggiù. 

(/«/., e. xxxni, V. 10-11). 

quindi una frase nota nella storia dell' arte italiana : 

1824. Piglia del legno e fanne uno tu. 

che si usa tuttodì in Toscana per rispondere a chi biasima una 
cosa che a noi paia che non possa farsi meglio. Racconta il Va- 
sari nelle Vite de' pittori, e precisamente in quella di Dona- 
tello (Donato di Betto di Bardo) scultore fiorentino, che avendo 
egli fatto un crocifisso di legno nella chiesa di S. Croce, e aven- 
dolo mostrato al suo amicissimo Filippo Brunelleschi, questi « che 
per le parole di Donato aspettava di vedere molto miglior cosa, 
come lo vide, sorrise alquanto. » Donatello insiste perchè gliene 
dica il parer suo, e il Brunellesco gli risponde che gli pareva che 
avesse messo in croce un contadino, e non un corpo simile a Gesù 
Cristo. Donatello punto dal giudizio di Brunellesco ribatte: «Se 
così facile fusse fare, come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe 
Cristo, e non un contadino ; però piglia del legno, e prova a 
fame uno ancor tu. » È noto il seguito dell' aneddoto : Brunel- 
lesco pone davvero mano a fare un crocifisso, e lo conduce a 
somma perfezione senza farne motto a Donatello, cui lo mostra 
improvvisamente. Donato, tutto pieno di stupore e di ammira- 
zione, si confessa vinto e dice: «A te è conceduto farei Cristi 
e a me i contadini. » 

Le biografie di un illustre poeta del secolo xvi, ci danno que- 
st' altra apostrofe canzonatoria : 

1825. Dove avete mai trovate tante fanfaluche? 



[1825-1826] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 517 

Narra il Baruffaldi {Vita di M. Lodovico Ariosto, p. 174) che 
poco dopo che la stampa ^^^ Orlando furioso fu compiuta, il 
cardinale Ippolito d'Este fé' ritorno in Ferrara il 7 luglio 15 16, 
e che subito come a suo grande protettore l'Ariosto si recò a vi- 
sitarlo : « allora fu, che per quanto ne corre fama si lasciò (il Car- 
dinale) sfuggire di bocca quella veramente discortese espressione : 
Messer Lodovico, dove avete mai trovate tante fanfaluche ? » Il 
Cardinale era per proprio genio poco inclinato alle cose lette- 
rarie, e perciò poco gli caleva del poema, benché a lui dedicato, 
tanto più eh' egli aveva già lasciato intendere all'Ariosto, fin da 
quando questi lavorava intorno all' Orlando, che sarebbegli stato 
assai più caro che avesse atteso a servirlo, come scrisse il figlio 
Virginio Ariosto nelle Memorie, e lo confermò lo stesso Poeta 
nella Satira prima : 

S'io l'ho con laude ne' miei versi messo. 
Dice, eh' io l' ho fatto a piacere, e in ozio : 
Più grato fora essergli stato appresso. 

Pochi mesi dopo Messer Lodovico cadde affatto in disgrazia del 
Cardinale: e questa fu la mercede delle sue fatiche. 

1826. Fermatevi se potete. 

È comune tradizione in Italia che cosi dicesse S. Fjlippo Neri 
ai ragazzi, dei quali amava circondarsi e tollerava con grande pa- 
zienza i giuochi rumorosi. I biografi del Santo non registrano 
questa frase, ma tutto il popolo d' Italia e specialmente quello 
di Roma, in cui è si viva la memoria del Santo fondatore del- 
l' Oratorio, la danno come vera ; e tale ce la fanno credere molte 
altre cose che leggiamo di lui, e che sono altrettante riprove del 
gran cuore di Filippo pei giovani. Per esempio sappiamo d' un 
gentiluomo romano che, andando spesso dal Santo, si stupiva di 
vedere attorno alla camera di lui una turba di giovanetti che fa- 
cevano un rumore intollerabile ; e però gli chiese, come potesse 
sopportarlo. E Filippo con gran dolcezza gli rispose: « Purché non 
facciano peccati, volentierissimo sopporterei che mi spaccassero le 
legna addosso. ^ (Capecelatro, Vita di S. Filippo Neri, lib. II, 
cap. Vili). Le parole di S. Filippo si ripetono oggi quasi a scu- 
sare la irrequietezza dei ragazzi, che neppure un santo era riu- 
scito a tener fermi : ma certamente il Santo, se le disse, non le 



5i8 Chi Vha detto? [1827-1828] 

disse in questo significato. Veramente anche oggi, presso i Ro- 
mani in particolar modo, il ricordo di Filippo si conserva come 
d'uomo santo sì, ma allegro, piacevole, festoso; e molti de' suoi 
motti, più o meno alterati, si ripetono di frequente, come si ri- 
petono le parole eh' egli soleva dire a' suoi discepoli : 

1827. Figliuoli, state allegri. 

« Voglio che non facciate peccati, ma che stiate allegri. » A Fran- 
cesco Zazzera, suo discepolo, che attendeva allo studio delle leggi 
con desiderio troppo vivo di onori e di lucri, un giorno accarez- 
zandolo dice : « Oh beato te ! Tu studi adesso ; poi fatto dottore, 
comincerai a guadagnar bene, menerai avanti la tua casa, sarai 
avvocato, e potresti un giorno entrare in prelatura. » E seguitò 
a parlare di non so quante altre grandezze ripetendo di continuo : 
«Beato te! beato te!» Poi, mentre Francesco stava ad udirlo 
un po' stupito, si volge improvvisamente a lui, e gli dice nel- 
1' orecchio : 

1828. E poi? 

con tanto impeto di carità, che lo Zazzera, meditando sulla va- 
nità delle cose umane, lasciò il mondo e si fece padre dell'Ora- 
torio. Queste stesse parole E poi? ricorrevano spesso sulla bocca 
di Filippo : e la pia regina delle Due Sicilie, Maria Cristina di Sa- 
voia, venerata come santa dopo la sua immatura morte (1836), 
ne fece soggetto di certi versi devoti, pur troppo non altrettanto 
belli, da lei scritti in un libretto ascetico che spesso aveva per 
le mani : 

Benché io sia sana, ricca e bella - e poi ? 
E che io possegga argento ed oro - e poi? 
E che io comandi molti servi - e poi ? 
E d'ingegno e saper sia sola -e poi? 
E di fortuna in alto posta - e poi ? 
E che mille anni il mondo goda - e poi ? 
Presto si muore, e nulla resta - e poi? 
Servi a Dio solo, e tutto avrai dappoi. 

Ma assai più singolare parrà a noi, non santi, il bizzarro compli- 
mento, di sapore veramente romanesco, che Filippo soleva fare alle 
persone che più amava: « Possa tu essere ammazzato.... per la fede 



[1829-1833] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 519 

di Gesù Cristo! » E lo disse una volta anche a papa Gregorio XIV 
(Capecelatro, op. cit., lib. II, cap. XII). 

1829. Ora e sempre. 

fu il motto della Giovine Italia, società segreta politica fondata 
da Giuseppe Mazzini sul principio del 1832, come la pianta 
simbolica era il cipresso, dal verde perenne. Lo si trova anche 
nella formula del giuramento da prestarsi dagli inscritti in quella 
società: vedi gli Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, 
voi. I, pag. 119. 
Il famoso : 

1830. Pentitf, don Giovanni! 

è r ammonizione che la Statua del Commendatore fa al dissoluto 
don Giovanni Tenorio. In questa forma precisa si trova nel Con- 
vitato di Pietra, opera reggia ed esemplare di GlAC. Andr. Cico- 
gnini, produzione popolarissima nei secoli xvii e xviii, il più 
diffuso fra i drammi italiani ispirati alla leggenda spagnuola di 
don Giovanni, e di cui si hanno un gran numero di edizioni, in 
gran parte anonime, nei due secoli suindicati. È nell' atto III, 
se. 8, che la Statua per più volte dice a don Giovanni ; Perititi, 
don Giovanni. 

Al teatro italiano appartengono pure le frasi seguenti, di autori, 
di tempi e di carattere assolutamente diversi, cioè ; 

1831. Siam traditi, o regina. 

che sono le parole di Osmida a Didone nella Bidone abbandonata 
del Metastasio (a. I, se. 16), e alle quali il popolo, che le cita 
spesso e volentieri, ha trovato delle varie lezioni non autorizzate, 
come : Siam/) fritti, o regina, e anche peggio ; le parole di Di- 
done a Jarba nel dramma medesimo (a. I, se. 5): 

1832. Siedi e favella. 

e le parole di Jarba nella medesima scena: 

1833. Lascia pria ch'io favelli e poi rispondi. 

la maledizione di Virginio ad Appio nella tragedia Virginia di 
Vittorio Alfieri (a. V, se. 4): 



520 Chi V ha detto? [1834-1839] 

1834. Agli infernali Dei 

Con questo sangue il capo tuo consacro. 

e la sdolcinata frase: 

1835. S^ indovini chi sono ti dò un bacio! 

eh' è lo scherzo di qtiasi ogni giorno che Uberto fa alla moglie 
Adele nel dramma di P. Ferrari, // Suicidio. Nell'ultima scena 
egli la ripete per guarire con una violenta emozione la demenza 
di lei. 

Anteriori di tempo al Ferrari, - che molte volte ho ricordato 
e di cui dirò qui, che fu insigne scrittore drammatico dei no- 
stri tempi, nato a Modena nel 1822, e morto a Milano nel 1889, - 
sono il Giusti, del quale potremo ricordare i versi: 

1836. Eroi, eroi, 

Che fate voi ? 

che è il principio della saporitissima satira, // poeta e gli eroi 
da poltrona, scritta il 1844; e il Prati, di cui citerò questi altri: 

1837. ^3-» sciagurato, mi metti orrore; 

Sei delatore ! (C^w^-/ per U popolo - 11 delatore). 

E poiché ho citato un' invettiva, ricordiamone un' altra celebre 
negli annali parlamentari italiani, il 

1838. Vergognatevi ! 

di Luigi Miceli. Il compianto deputato di Cosenza la disse in piena 
Camera dei Deputati nella seduta del 1° febbraio 1887 dopo che il 
Presidente del Consiglio Depretis comunicò il telegramma Gene, 
da Massaua, che recava le prime notizie dei luttuosi combattimenti 
di Saati e di Dogali. Altri sentì Svergognati! Robilant, che era 
ministro degli Esteri, mostrò il pugno all' Opposizione. Le grida, 
gli urli, le ingiurie furono incredibili. Se il presidente Biäncheri 
non avesse sospesa la seduta, quel giorno alla Camera i deputati 
sarebbero venuti alle mani, La parola di Miceli manca nel reso- 
conto stenografico della seduta. 

Del resto la vivacità del linguaggio dell' onor. Miceli era noto- 
ria : ed è pure sua un' altra frase passata in proverbio, i 

1839. Becchini della Monarchia. 



[1840- 1 84 3] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 521 

con le quali parole egli apostrofò un giorno in Parlamento i Mi- 
nistri, eh' egli chiamava responsabili degli arresti di Villa Ruffi 
e accusava di condurre con quei metodi di governo in rovina la 
dinastia; come è di Alfredo Baccarini l'altra simile dei bi- 
gotti della Monarchia. 

Non molte sono le frasi francesi di questo genere popolari fra 
noi. Eccone una di origine storica : 

1840. Pends-toi, brave Crillon ! 

Una nota di Voltaire alla sua Henriade (eh. Vili, vers. 109) 
narra di Enrico IV che dopo una delle sue molte vittorie avrebbe 
scritto a quello fra i suoi valorosi eh' egli amava di più, una breve 
lettera rimasta celebre: «Pends-toi, brave Crillon: nous avons 
combattu à Arques et tu n'y étois pas. Adieu, brave Crillon, je 
vous aime à tort et à travers. » Ma anche qui si è ripetuto il 
caso medesimo che per il famoso motto di Francesco I, Tout est 
perdu fors l'honneur. La lettera autentica è stata ritrovata ed è 
molto diversa: la si può leggere stampata in più libri, e ultima- 
mente nel Four nier. L'esprit dans l'histoire (eh. XXXV). 

1 84 1. Anne, ma sœur Anne, ne vois-tu rien venir? 

domanda ripetutamente alla sorella la ultima infelice moglie di 
Barbebleue sul punto di esser uccisa, nel racconto di Charles 
Perrault (1628-1703); e Sœtir Anne, qui ne voit rien venir, è 
rimasta in proverbio in Francia, e anche fra noi, per indicare una 
persona che aspetta a lungo e inutilmente. 

Di Molière sono le due frasi seguenti : cioè la prima, la ma- 
liziosa interruzione di Sganarello all' orefice Josse il quale gli con- 
sigliava, per vincere la malinconia della figlia, di comprarle un 
ricco finimento di brillanti, rubini e smeraldi : 

1842. Vous êtes orfèvre. Monsieur Josse. 

{L'Ainour Médecin, a. I, se. 1). 

e la si ripete ogni volta che si ode alcuno dare un consiglio in- 
teressato ; r altra, il monologo di Giorgio Dandin nella commedia 
omonima, a. I, se. 9 : 

1843. Vous l'avez voulu, vous l'avez voulu, George 

Dandin, vous l'avez voulu. 



52 2 Chi V ha detto? [1844-1849] 

In Corneille, Héraclnis (a. IV, se. 4) troviamo il verso, 
rivolto da Leoatina a Foca : 

1844. Devine si tu peux et choisis si tu l'oses. 

nella Fiammina di Marius Uchard (1824-1893): 

1845. Merci de cette bonne parole! 

e nel Ràbagas di SardoU (a. Il, se. 4): 

1846. Si je savais un mot plus cochon que cochon, 

je le choisirais. 

Il grido, sì popolare in Franeia, e per riflesso un poeo anche 
fra noi, 

1847. Il reviendra. 

nacque il giorno che il generale Boulanger, pretendente sbagliato, 
dovè abbandonare il ministero della guerra alla line del mag- 
gio 1887. Esso risonò tra la folla che accompagnò le brav' general 
con deliri di entusiasmo alla stazione di Lione, quando partiva 
per prendere il comando del 13*' corpo d'armata a Clermont-Fer- 
rand; e fu anche il titolo di una canzone boulangiste, parole e 
musica di L. Gabillaud, di cui i caffè- concerti europei hanno 
reso celebre il ritornello: 

Il reviendra, quand le tambour battra, etc. 
Alla storia contemporanea francese appartiene anche il 

1848. J'accuse!... 

che è il titolo della famosa lettera di Emilio Zola al presidente 
della Repubblica, Felice Faure, pubblicata dopo P assoluzione di 
Esterhazy, n^VC Aurore, giornale di Parigi, del 13 gennaio 1898. 
Posso citare qui, dagli annali dell'eterno affare Dreyfus, le altre 
belle parole di Zola, che finiscono il primo articolo scritto dal- 
l' illustre romanziere nella nobilissima campagna da lui intrapresa 
per la verità e per la giustizia, e pubblicato col titolo : M. Scheurer- 
Kestner, nel Figaro del 25 novembre 1897: La vérité est e7i 
marche : rien ne peut plus l'arrêter. 

1849. Remember. 

1849. Ricordatevi. 



[ 1 849" 1 850] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 523 

fu 1* ultima parola detta da Carlo I d' Inghilterra sul patibolo, 
un momento prima di piegare il collo sul ceppo, rivolgendosi al 
vescovo Juxon che lo assistè negli ultimi momenti. E poiché si 
suppose che sotto quella parola si celassero gravi arcani di Stato, 
furono fatte molte insistenze col prelato affinchè la spiegasse. Ma 
il vescovo disse soltanto che il re gli aveva raccomandato più 
volte d'inculcare a suo figlio il perdono de' suoi persecutori, e 
che anche nell' ultimo istante della sua vita volle reiterare quel 
suo desiderio. Vedi, con altri storici, Hume, History of England, 
cap. LIX. La parola famosa, con contorno romanzesco, si ritrova 
nel libro di Dumas padre, Vingt ans après, cap. LXXI. 

1850. Apriti, Sesamo! 

è rimasto nella tradizione volgare come lo scongiuro cabalistico 
impiegato per aprire la porta della caverna nella notissima novella 
di Ali Baba e dei quaranta ladri, che è divenuta popolare in 
Europa dopo la traduzione francese delle Mille e una notte fatta 
dal Galland, il quale, avendo portato a Parigi sulla fine del sec. xvil 
il primo manoscritto di quella raccolta che si conoscesse in Europa, 
ne pubblicò la traduzione in dodici volumetti fra il 1 704 e il 1 7 1 7 : 
e questa per molti anni è stata la sola fonte europea per la cono- 
scenza di quelle novelle. Ma alcune delle novelle pubblicate dal 
Galland non appartengono al testo genuino delle Mille e tina notte, 
e benché siano certamente racconti orientali autentici, pure non se 
ne sono ritrovati finora gli originali, e si suppone che il Galland 
le abbia composte su reminiscenze personali del suo soggiorno in 
Oriente. Di tal numero è la storia di Ali Baba che si crede di 
origine cinese, per quanto novelle simili siano state trovate da 
Geldart in Grecia, da Payne fra gli Arabi del Sinai, dai fratelli 
Grim m in Germania. Una versione letterale dell' originale arabo 
delle Mille e una notte è stata pubblicata a cura di R. F. Burton 
sotto gli auspici della Kamashastra Society a Benares, 1885 e segg.; 
e la novella di Ali Baba vi si trova fra le novelle aggiunte nel 
voi. Ili delle Supplemental Nights (pag. 367-402). Il Burton fa 
risaltare 1* affinità del cabalistico nome del Sesamo orientale (in 
arabo Semsem) con un altro scongiuro menzionato in un curioso 
passo del Directorium Vitae Humanae di Giovanni da Capua: 
« Inquit vir, Ibam in nocte plenilunii et ascendebam super do- 



524 Chi Vha detto? [1851-1852] 

mum ubi furari intendebam, et accedens ad fenestram ubi radii 
lune ingrediebantur, et dicebam hanc coniurationem, scilicet siilèrn 
sulèm, septies, deinde amplectebar lumen lune et sine lesione de- 
scendebam ad domum. » I fratelli Grimm, nella loro raccolta di 
tradizioni tedesche, hanno pubblicato (Nr. 142 : Simeliberg) una 
leggenda, molto simile alla novella orientale, e che è viva da 
tempo immemorabile (e certamente molto prima che uscisse per 
le stampe la traduzione del Galland) nella Germania settentrio- 
nale, nella provincia di Münster, e nell' Hartz. In questa leggenda 
le parole magiche sono : Berg Semst, Berg Serrisi, thu dich auf, 
e i Grimm annotano che i nomi Sernsi, Simeli, Sinei, sono molto 
antichi in Germania e si trovano non di rado ad indicare delle 
montagne; infatti essi traggono forse origine da un antico radi- 
cale che vuol dire tondo. 

Questa volta cominceremo il solito spoglio dei libretti melodram- 
matici, con un'opera pochissimo conosciuta, della quale nondi- 
meno sono rimaste abbastanza note queste strofe: 

1851. Saper bramate, 

Bella, il mio nome: 
Ecco ascoltate, 
Ve lo dirò. 
Io son Lindoro, 
Di basso stato, 
Né alcun tesoro 
Darvi potrò. 

ed è la cavatina del Conte di Almaviva nel primo Barbiere di 
Siviglia, musicato dal maestro Paisiello nel 1780 per il Teatro 
Imperiale di Pietroburgo (a. I, se. i). Dall' altro Barbiere, quello 
di Rossini, composto, come più volte ho detto, dal romano Ce- 
sare Sterbini, traggo messe più abbondante poiché il nostro 
popolo lo sa tutto a memoria: 

1852. Mille grazie, mio signore, 

Del favore, dell'onore.... 
Ah di tanta cortesia 
Obbligati in verità. 

(a. I, se. 1). 



[i 853-1860] Apostrofi, invocazioni, imprecazioni 525 



1853. Maledetti, andate via! 

Ah canaglia, via di qua! j ^^ ^. 

1854. Pace e gioia il ciel vi dia. 

è il saluto del Conte di Almaviva, travestito da Don Alonso, a 
Don Bartolo (a. II, se. 2). Gli artisti cantano quasi sempre : 

Pace e gioia sia con voi, 

con leggera variante presa al Barbiere musicato da Paisiello. 

^^55- Questa barba benedetta 

La facciamo sì o no? , „ .. 

(a. II, se. 4). 

1856. Colla febbre, Don Basilio, 

Chi v'insegna a camminar? 

(a. II, se. 4). 

Nell'opera Belisario, musica di Donizetti, di cui Salvatore 
Cammarano trasse il libretto dal dramma tedesco omonimo di 
Eduard von Schenks, troviamo i seguenti versi : 

1857. Trema, Bisanzio! sterminatrice 

Su te la guerra discenderà! 

(a. II, se. 3). 
e questi altri in un altro melodramma del medesimo autore: 

1858. Son tue cifre? a me rispondi. 

(Lucia di Lammermoor, melodramma di 
Salv. Cammarano, mus. di Donizetti, 
a. II, se. 6). 

Se si vogliono delle frasi drammatiche inglesi, si capisce che 
non si può fare a meno di citare Shakespeare: 

1859. O, true apothecary! 
Thy drugs are quick. 

(Romeo e Giulietta, a. V, sc. 3). 

i860. O my prophetic soul! 

esclama Amleto nel dramma omonimo (a. I, se. 5, v. 40) quando lo 
spettro di suo padre gli rivela di essere stato ucciso dal fratello. 

1859. O fedele semplicista, le tue droghe operano pronte. 
i860. O anima mia profetica ! 



526 Chi l' ha detto ^ [1861-1863] 

1 86 1. Get thee to a nunnery! 

{.Amleto, a. Ill, sc. 1). 
COSÌ Amleto a Ofelia. 

1862. Alas, poor Yorick ! 

[Amleto, a. V, sc. 1). 
L' umorista Lorenzo Sterne, il quale aveva preso come pseu- 
donimo letterario il nome del buffone aulico danese compianto da 
Amleto, voleva far riposare le sue ossa nel camposanto della pro- 
pria parrocchia, senz' altro epitaffio che le tre parole indicate di 
sopra, ma essendo morto a Londra nel 1768, fu colà sepolto con 
altra epigrafe. 



§ 83. 
Scherzi, motteggi, frasi giocose 



In questa categoria di frasi scherzevoli, motteggiatrici e giocose 
entrano tanto delle frasi dette espressamente per facezia quanto 
altre che pure dette sul serio si prestano ad essere usate soltanto 
in senso faceto. 

Qui per esempio collocheremo la triade dei tre nomi, 

1863. Tizio, Cajo e Sempronio. 

così comuni nelle esemplificazioni dell'antichità, ed ora rimasti più 
che altro nella narrazione scherzevole, ma che ha essa pure origini 
classiche. Tutti e tre questi nomi si trovano già frequentemente 
ripetuti come designazioni schematiche nel Digesto (il secondo è 
anche nome di un noto giureconsulto romano), ma l'unione dei 
tre nomi, Titius, Cajtis et Sejnpronius, non mai usata nell* an- 
tichità, è, secondo crede il Gaudenzi [Storia del cognome a Bo- 
logna nel sec. XIII, in Bull, dell' 1st. stor. ital.. n.° 19, pag. 39, 
in n.), opera del famoso giurista Irnerio, e da lui si è trapian- 
tata nella letteratura dei glossatori, e poi nell'uso moderno. Il 

1861. Va a farti monaca! 

1862. Ahi povero Yorick! 



[1864-1867] Scherzi, motteggi, frasi giocose 527 

Gaudenzi aggiunge eh' essa si trova per la prima volta usata nel 
Formulario notarile Magliabechiano, d' ignoto autore, della fine 
del sec. xii o del principio del xiii, pubblicato da G. B. Palmieri 
nella Bihliotheca iuridica medii aevi. 

E qui vanno pure citati, benché appartengano a sacri testi : 

1864. Sicut erat in principio. 

parole che si dicono scherzosamente o per ironia, trattandosi di 
cosa o lavoro che non progredisce, di guai che non vogliono mi- 
gliorare, ecc. ecc. ; e sono parole della cosiddetta dossologia breve 
o minore (o Gloria Patri) che per antico uso, di cui sono in- 
certe le origini, nella liturgia della messa si recita in fine di ogni 
salmo, dopo l' introito (e chi non sa che « tutti i salmi finiscono 
in gloria -ȓ). Il testo della dossologia, quale si usa nel rito oc- 
cidentale, è: «Gloria Patri, et Filio, et Spiritui sancto : sicut erat 
in principio, et nunc, et semper, et in saecula sseculorum. Amen. » 
E le parole Sicut erat in principio, ecc., vuoisi siano state ag- 
giunte dal Concilio Niceno nel 325 per confutare l'errore degli 
Ariani, i quali sostenevano che il Figliuolo di Dio fosse comin- 
ciato nel tempo, non fosse stato ab œterno. 

1Ô65. Ait latro ad latronem. 

Con queste parole comincia la terza antifona delle Laudi in fine 
dell' Ufficio del Venerdì Santo (Feria VI in Parasceve) : l' uso 
volgare le ha usurpate in senso beffardo. 

Qui troverà anche luogo, per T atto sconcio che esprime, il 
verso dantesco: 

1866. Le mani alzò con ambedue le fiche. 

(Dante, Inferno, e. XXV, v. 2). 
e qui ugualmente il verso del Berni: 

1867. Andava combattendo, ed era morto. 

Narra messer Franc. Berni ntW Orlando Innamorato (e. LUI, 
Ott. 60) di Orlando che accorso in aiuto di Carlomagno alle prese 
con i Saracini, fa cose maravigliose con la sua Durlindana la quale 

1864. Com'era in principio. 

1865. Disse un dei ladri all'altro ladro. 



528 Chi V ha detto? [1867-1868] 

tagliava cosi finamente che appena si sentiva il suo ferire. Va ad- 
dosso ad Alibante di Toledo e lo taglia giusto per traverso. 

Onde ora avendo a traverso tagliato 
Questo Pagan, lo fé' sì destramente, 
Che 1' un pezzo in su 1' altro suggellato 
Rimase senza muoversi niente; 
E come avvien, quand' uno è riscaldato. 
Che le ferite per allor non sente; 
Cosi colui, del colpo non accorto, 
Andava combattendo ed era -morto. 

E seguita cosi a tirar colpi alla ventura, persuaso di aver sane 
tutte le sue membra, finché, avendone tirato uno a due mani un 
po' sgarbatamente, la parte superiore del busto perde l'equilibrio 
e cadde in avanti. Il Berni con questa facezia imitò in parte una 
vecchia storiella, che non si trova nel Boiardo, di cui il Berni ri- 
fece il poema, ma che s' incontra anche nel Ciriffo Calvaneo. 

1868. Est est est. 

Nota è la leggenda che spiega questo motto sibillino. Un vescovo, 
Giovanni Fugger, viaggiava in Italia; ed essendo molto ghiotto 
del vino, aveva incaricato un suo domestico di precederlo, e di 
assaggiare il vino per tutte le osterie dalle quali passava, segnando 
sulla porta di quelle ove trovava buon vino, est, cioè est hommi. 
Giunto in Montefiascone, e assaggiato lo squisito moscato di colà, 
trovatolo superiore a tutti i vini precedentemente gustati, scrisse 
tre volte est. Il vescovo arrivò, e tanto ne bevve, che mori: e 
sulla sua tomba nella chiesa di S. Flaviano, il fedel servitore fece 
apporre la iscrizione: 

Est . EST . EST 

Propter nimium est 

Joannes de Fugger 
dominus meus 

' . mortuus est. 

Anche il vino, causa della morte del buon prelato, si chiama tut- 
tora col nome di Est. Questa è la versione più diffusa della leg- 
genda, ma altre pure ne esistono. La più antica, senza particolari 
di persone né di luoghi, è conservata nello Schrader, Monum. Ita- 
lice, pag. 100; il De Angelis nel Co?nmentarw storico -critico della 



[1869-1870] Scherzi, motteggi, frasi giocose 529 

città e cattedrale di Montefiascone (M. F., 184 1) dice che il ve- 
scovo beone morto per il triplice Est fu certo Deuc ; L. Pieri 
Buti nella Storia della città di Montefiascone (M. F. 1870), a 
pag. 64, dà invece altri differenti particolari, cioè che la persona 
in questione era un barone tedesco, Giovanni Defuk, venuto in 
Italia con Enrico V sul cominciare dell'anno II il, che la sua 
morte fu nel 11 13, e che egli morendo lasciò alla città il suo pa- 
trimonio perchè fosse impiegato in opere -di beneficenza, con l' ob- 
bligo di versare ogni anno sulla tomba di lui un barile del buon 
moscato, che lo condusse alla tomba. La variante cui mi sono at- 
tenuto, sta nel Giornale di erudizione di Firenze (serie in-8°), 
15 gennaio 1886. Vedi anche 1' opuscolo del Maineri, Est! Est! 
Eist! o il Vescovo beone (Roma, 1888), e V Archivio per lo stzcdio 
delle tradiz. popol., voi. Vili, 1889, pag. 299-300. 

Ecco altri saggi di poeti italiani di diversi tempi, che sentono 
del faceto : 

1869. Sudate, o fochi, a preparar metalli. 

è il principio di un noto sonetto di Claudio Achillini in lode 
di Luigi XIII dopo la presa della Roccella e la conquista di Ca- 
sale. Lo si ricorda oggi di frequente in beffa del secentismo ba- 
rocco. 

1870. Il can danzando con tre cagnolini, 

Il gatto allegro con cinque gattini. 

Grande celebrità ebbero verso la fine dello scorso secolo e nella 
prima metà del presente certe pie canzonette marinaresche sopra 
le principali festività della Madonna, composte in endecasillabi a 
rima accoppiata da un gesuita novarese, il P. Girolamo Tur- 
niello (nato nel 1694), predicatore valoroso e noto anche quale 
autore di un sonetto bilingue (ossia latino e italiano al tempo 
istesso) in lode di Maria che comincia: 

Vivo in acerba pena in mesto orrore. 

Queste canzonette, che furono più e più volte ristampate, parvero 
allora soavissime e festevolissime : ma oggi sono la cosa più amena 
che immaginare si possa. È nella quinta canzonetta sulla festività 
della Visitazione che descrivendosi il giubilo generale in casa di 

34 



530 Chi V ha detto? [1870-1871] 

S. Elisabetta per la insperata visita della Madonna si aggiunge 
questa ingenua pittura, che è rimasta famosa : 

Il can danzando con tre cagnolini, 

Il gatto allegro con cinque gattini, 
E l' agnelletto coperto di gigli, 

E quattro chioccie con tutti i lor figli; 
Chi latra, o miaula, chi crocchia, chi bela, 

Ma senza strido, ma senza querela, ecc. 

All'universale esultanza si unisce per fino.... il feto che sta an- 
cora nel ventre di S. Elisabetta, poiché 

Giovanni intanto nel seno materno 
Già più non cape pel giubilo interno, 

E va cercando per ogni cantone. 
Se trova modo d' uscir di prigione 



E danza e balza per nascergli appresso 
E fa danzare la madre con esso. 

Après cela il faut tirer l'échelle ! 

1 87 1. Il vezzoso terremoto. 

L'ab. Vanneschi di Firenze, autore di certi drammi per musica, 
roba proprio da chiodi, ne aveva fatto rappresentare uno al teatro 
del Cocomero, oggi Niccolini; e poiché vi aveva introdotto una 
arietta che cominciava: // Leon che scherza e ride, Tommaso 
Crudeli di Poppi (n. 1703), bello e vivace ingegno, e poeta 
non spregevole, che assai odiava il Vanneschi, nel sentir cantare 
quell'arietta, improvvisò tre epigrammi, fra i quali é rimasto no- 
tissimo il seguente: 

Il vezzoso terremoto 
Va ingoiando le città. 
Ed il fulmine giulivo, 
Non lasciando un uomo vivo 
Va scherzando in qua e in là. 

Altri attribuiscono, ma a torto, questi versi medesimi ad Antonio 
Valentini, di Lecce, strambo poeta, lo stesso che per dimostrare 
il suo sviscerato amore ad una donna, le diceva: Donna, ti amo 
sino al ptignale, è che li avrebbe scritti dopo il terremoto, tutt'al- 



[1872-187 6] Scherzi, motteggi, frasi giocose 531 

tro che innocuo, del dicembre 1857, nell' ex-regno di Napoli. E 
citano i versi medesimi in quest' altra forma : 

Il gentile terremoto, 

Con r amabile suo moto 
Smantellava le città, 
Mentre il fulmine giulivo, 
Che non lascia un uomo vivo. 
Saltellava qua e là. 

1872. Prima sputò tre volte, e poi tossì, 
Indi a parlare incominciò cosi. 

(PiGNOTTi, // topo romito, favola). 

1873. .... Con alti e spessi 
Segni del tuo valore, o Sfregia, impressi. 

(Parini, In morte del barbiere, v. 25-26). 

1874. Qui giace un Cardinale 

Che fé' più mal che bene, 
Il ben lo fece male. 
Il mal lo fece bene. 

è un epigramma, non originale, di Filippo Pananti, e ad un 
altro epigramma del medesimo autore appartengono i seguenti 
versi : 

1875. Mercato nuovo ancor dopo mill' anni 
Sempre si chiamerà mercato nuovo. 

L' intiero epigramma cosi dice : 

Sul dorso ha un mezzo secolo Isabella, 
E ancor detta esser vuol giovine e bella. 
Chi è sciocco la condanni: 
Io dico che ha ragione, e ve lo provo: 
Mercato nuovo ancor dopo mill* anni 
Sempre si chiamerà mercato nuovo. 

1876. Prete Pero è un buon cristiano, 

Lieto, semplice, alla mano; 

Vive e lascia vivere. 

(Giusti, // Papato di Prete Pero, str, 1). 



532 Chi Vha detto? [1877-1878] 

Questo Prete Pero è figura già viva nella fantasia popolare, e di 
lui sì dice in proverbio che insegnava a dimenticare, onde il Redi 
scrisse : 

Prete Pero era un maestro, 
Che insegnava a smenticare : 
Goffo si, ma però destro : 
Ed io era suo scolare: 
E il primo giorno che alla scuola andai 
La costanza in amor dimenticai. 

1877. ....Mangi tu, mangio ancor io, 
Mangiamo tutti col nome di Dio! 

sono versi di Antonio Guadagnoli nelle sestine // Secolo Uma- 
nitario, scritte come prefazione all' almanacco fiorentino Sesto Caio 
Baccelli per il 1842. Forse il Guadagnoli non fece che incasto- 
nare nei suoi versi un modo di dire vivo da lungo tempo nel 
popolo. In ogni modo ecco i versi completi. Parlando delle ga- 
belle e dei dazii che asciugavano le tasche, il poeta dice che se 
il popolo soffre la fame, e' è chi mangia per lui : 

....mangia il doganiere. 
Mangia la guardia, mangiano gli agenti. 
Mangia (e forse anche troppo) l' ingegnere. 
Insomma, mangi tu, mangio ancor io. 
Mangiamo tutti col nome di Dio ! 

E sono dello stesso Guadagnoli anche questi : 

1878. Misericordia! cantavano i grilli 

Il dì dell'Ascensione alle Cascine, 
Per movere a pietà coi loro strilli 
I Fiorentini e più le Fiorentine. 

(/ grilli, sest. l). 

Il primo verso che in Firenze è popolare accenna a una tradi- 
zionale costumanza, antica in Firenze, di andare il giorno del- 
l'Ascensione alle Cascine, famosa passeggiata fuori della città, a 
far colazione, e cercare grilli da mettersi in gabbia; ma il Gua- 
dagnoli lo prese di pianta da una vecchia frottola popolare, che 
comincia: 



[1879-1881] Scherzi, motteggi, frasi giocose 533 

Misericordia! cantavano i grilli, 
Quando gli detter foco alla capanna: 
Ce n' era tanti di que' piccirilli, 
Che chiedevano ajuto a babbo e mamma. 

1879. Levato quer viziacelo di rubbare 

San Ranieri è 'n gran santo di ve' boni. 

È il principio del sonetto XII in dialetto pisano di Neri Tan- 
Fucio (Renato Fucini), voSW.ohXo San -Ranieri mtraoloso. Biso- 
gna sapere che allo scheletro di questo santo, che si conserva in 
una cappella del Duomo di Pisa, manca un dito di una mano; e 
la tradizione popolare vuole che lo perdesse per un colpo di col- 
tella datogli da un pizzicagnolo mentre il bravo santo stendeva 
la mano per ghermire una forma di cacio. 

Dal dialetto napoletano molte frasi sono rimaste nell'uso vivo, 
queste due per esempio : 

1880. Comme fuie e comme non fuie. 

che fa parte del ritornello di una famosa canzonetta napoletana 
Ciccuzza di Luigi Chiurazzi (n. nel 183 1), che è anche l'autore 
dell' altra famosissima canzone Masto Raffaele. Il verso suddetto 
serve di risposta ad altro pure rimasto popolare 

Contala, contala comme fu! 
Non si può citar altro per rispetto dei lettori e.... delle lettrici. 

1881. Nanni, si ce penzo 

Mme vene na cosa. 

cosi comincia il ritornello di una delle più graziose canzoni na- 
poletane di Salvatore Di Giacomo, intitolata Nanni! ! ! e mu- 
sicata da P. Mario Costa per la festa di Piedigrotta del 1886. 
Tutta la strofe è: 

Nanni, si ce penzo 
Mme vene na cosa. 
Sta sciamma annascosa 
Cchiù abbamba accussi!... 
È overo stu suonno?... 
Me, dimme ca sii... 

1880. Come fu e come non fu. 

188 1. Nannina, se ci penso, mi viene una cosa. 



534 Chi l'ha detto? [1882-1884] 

Della prosa italiana vive la frase seguente : 

1 882. Va', va', povero untorello, non sarai tu quello 

che spianti Milano. 

(Manzoni, / Proviessi Sposi, cap. XXXIV). 
Cosi salutano i monatti Renzo, che scambiato dal popolo per un 
untore aveva cercato scampo sul loro carro. 

Dal teatro invece potremo citare con minore parsimonia, e co- 
mincerò da un famoso verso tragicomico : 

1883. Ma l'aspettate in van: son tutti morti. 

A satireggiare la frenesia per le tragedie nello stile greco che invase 
tutta r Italia dopo 1' acclamata Merope del MafFei, un beli' umore 
del secolo scorso, il senatore veneziano Zaccaria Valaresso, 
compose un' amena parodia di quelle lacrimose composizioni col 
titolo di « Rutzvanscad il Giovine, arcisopratragichissima tragedia 
elaborata ad uso del buon gusto de' Grecheggianti Compositori da 
Catuffio Panchianio Bubulco Arcade; » che fu ristampata un' in- 
finità di volte ed anche rappresentata sulle scene. La scena ultima 
dell'ultimo atto si chiude con una sfida lanciata da Mamalouc, 
primo ministro di Rutzvanscad ad Aboulcassem. « Rimasta la scena 
vuota, » - così annota il libretto, - « quando l' Udienza faccia 
molto rumore, chiamando fuori gli Attori, e battendo, esca il Sug- 
geritore con la carta in mano e col cerino ; poi dica i seguenti versi : 

Uditori, m' accorgo, che aspettate, 
Che nuova della pugna alcun vi porti; 
Ma 1' aspettate in van : son tutti morti. » 

Si narra che una volta, mentre il suggeritore li andava dicendo, 
cadde improvvisamente la tela, e accoppandolo rese pur troppo 
tragica la comica catastrofe. 

Lo scioglimento sommario del Rutzvanscad fu imitato da molti, 
tra gli altri da quell' arguto ingegno di Francesco Gritti nel suo 
Naufragio della vita nel mediterraneo della ?norte, dove 1* azione 
è chiusa con lo sterminio di tutti i personaggi, Nabucco, Cleopa- 
tra, Orazio-al-ponte, Frine ed Archimede : e Nabucco spira dopo 
un monologo di venti versi tutti composti di monosillabi. 

In una commediola moderna troviamo una bizzarra frase rima- 
sta in uso a indicare una pesante mazza: 

1884. Vecchio amico d'infanzia. 



[1885-1887] Scherzi, motteggi, frase giocose 535 

ed è nella Medicina di una ragazza malata di P. Ferrari (se. 8), 
dove Girolamo va a prendere un grosso e nodoso bastone, di- 
cendo : 

— « Debbo aver qui un vecchio amico d' infanzia.... un com- 
pagno di scuola!... » — 

E per analogia si può ricordare il 

1885. Beato asperges del baston 

che faceva parte del sistema educativa degli Austriaci in Italia. 
È frase contenuta in uno dei sonetti di Carlo Porta : Cato- 
legh, apostolegh e roman {Poesie di C. P. rivedute stigli originali 
e annotate da un milanese. Milano, 1887; a pag. 613): 

....n'han miss tucc in stat de perfezion. 
Col degiun, col silenzi, col trann biott 
E col beato asperges del baston. 

n nostro teatro contemporaneo molte altre citazioni potrebbe 
fornirci, se in generale non si trattasse di frasi che hanno una po- 
polarità transitoria, la quale dura soltanto finché dura il successo 
effimero della produzione donde sono tolte. Tali sarebbero la 
frase d* intercalare stupido che ebbe qualche fortuna in questi 
ultimi tempi : 

1886. Quando c'è la salute, c'è tutto. 

dalla commedia // Professor Papotti di Gandoltn (L. A. Vas- 
sallo), rappresentata al Teatro Manzoni di Milano il 13 dicem- 
bre 1889; e l'intercalare favorito del gentiluomo Vidal nella Se- 
renissima, commedia di Giacinto Gallina: 

1887. Megio de cussi la non potria andar. 

Anche più popolari, perchè più caratteristiche, sono rimaste 
moltissime frasi del teatro dialettale milanese, diventato familiare 
a tutta Italia dopoché Edoardo Ferravilla é salito con esso a me- 
ritata fama come creatore di tipi che resteranno imperituri. Di 
Edoardo Ferravilla dirò soltanto che nacque a Milano il 18 ot- 
tobre 1846; chi vuol sapere qualcosa di più sull'artista e sulle 
sue inarrivabili creazioni comiche legga il libro di Cletto Arrighi, 

1887. Meglio di cosi non potrebbe andare. 



536 Chi V ha detto? [1888-1894] 

Ferravüla: sttidio critico biografico (Milano, 1888). La più antica 
di queste frasi è 1' 

1888. Anca lu, sur Piccaluga, a Milan? 

Nella famosa commedia-vaudeville El barchett de Boffalo?'a di 
Cletto Arrighi (Carlo Righetti) al povero dottor Polidoro 
Piccaluga, ex-sindaco di BufFalora, capitato per sua disgrazia a Mi- 
lano, appiccicano per burla dietro le spalle un cartello con quelle 
parole : egli poi fa le più alte meraviglie perchè tutti lo cono- 
scono, ed è convinto di riportare un vero trionfo nella capitale 
morale d' Italia. 

1889. Oh che bella festa! oh che bella festa! 

ed anche : 

1890. Alagria! alagria! 

sono fiori letterari del componimento di Massinelli nella Class di 
asen, scherzo comico di Edoardo Ferravilla (se. 9). 

1891. El tegnaroo d'oeucc! 

è r intercalare del carabiniere Ciappa-ciappa che si strugge dalla 
voglia di arrestare una buona volta qualcuno, nel vaudeville La 
statoa del sur Incioda di Ferdinando Fontana; come nella 
stessa produzione 

1892. Anima tapina. 

è l'intercalare del povero sindaco Gioachino Finocchi, «proprie- 
tario dell'Albergo Maiale Sant'Antonio » ! 

1893. L'è tanta ciara! 

Così Don Malachia nella Class di asen, scherzo comico di Edoardo 
Ferravilla (se. 9). Queste parole non si trovano nel libretto 
a stampa ; ma lo Sbodio, che sosteneva di solito quella parte nella 
primitiva compagnia Ferravilla, le diceva, sempre, nel rispondere 
a Bussola che vuole prevenirlo nelle interrogazioni. 

1894. Adagio nelle voltate. 



1888. Anche lei, signor Piccaluga, a Milano? 
1891. Lo terrò d'occhio. 



[1895-1898] Scherzi, motteggi, frase giocose 537 

uscita comica, soprattutto per il sottinteso equivoco, che Edoardo 
Ferra VILLA nella parte del Signor Pancrazio dice nello scherzo 
comico da sé composto La hina de tnel del Sur Pancrazi (paro- 
dia della Ltina di miele di Cavallotti) nella scena sesta, lasciando 
la moglie sola con l' innamorato. 

1895. L'è vun de la Questura. 

è il titolo di un' altra commediola milanese di Edoardo Giraud. 

Dal teatro melodrammatico, che dà lavori di fama più consistente 
e duratura dei lavori drammatici, e che rende più facilmente po- 
polari i suoi versi, poiché intiere generazioni corrono a sentirli e 
risentirli senza stancarsene, trarremo al solito un maggior numero 
di citazioni. 

I versi 

1896. Bella coppia, il ciel vi guardi, 
Ritiratevi che è tardi.... 

che sono rimasti anche oggi nella tradizione a Napoli e si ripe- 
tono comunemente e napoletanescamente per canzonatura delle 
brutte coppie, sono due versi del libretto del Girello, dramma 
musicale burlesco, che fu in gran voga per quasi trent' anni nella 
seconda metà del seicento, e di cui l'Ademollo ha scritto la storia 
provando che autore della poesia, e forse anche della musica, fu 
Filippo Acciajoli e che il dramma fu rappresentato per la prima 
volta a Roma nel carnevale del 1668. 

1897. Una volta c'era un re, 

Che a star solo s'annoiò, 

Cerca, cerca, ritrovò. 

Ma il volean sposare in tre. 

Canzone di Cenerentola nell* omonimo melodramma giocoso, scritto 
da Jac. Ferretti e musicato da Rossini (a. I, se. i); le sorelle 
le impongono silenzio coi versi ugualmente popolari: 

1898. Cenerentola, finiscila 
Con la solita canzone. 



538 Chi V ha detto? [1899-1903] 

E nella scena seguente: 

1899. Resta l'asino di poi? 

Ma queir asino son io ; 
Chi vi guarda vede chiaro 
Che il somaro' è il genitor. 

Così spiega il suo sogno Don Magnifico. La Cenerentola è forse il 
capolavoro di Jacopo Ferretti romano, n. nel 1784, m. nel 1852, 
autore di una quantità straordinaria di prose e poesie d' ogni genere 
e di più di centottanta melodrammi scritti per il Rossini, il Doni- 
zetti, il Coppola, i fratelli Ricci, il Mayr, ed altri maestri. Massimo 
D'Azeglio lo mette fra gli alti e belli ingegni di quella società sve- 
glia, piena di vita e di movimento che fioriva a Roma nel 18 14. 

1900. Eran due ed or son tre. 

ovvero Gli Esposti, è il libretto di un' opera comica musicata da 
L. Ricci su libretto del medesimo Ferretti. 

1901. Udite, udite, o rustici: 

Attenti, non fiatate. 

Io già suppongo ed immagino, 

Che al par di me sappiate 

Ch'io sono quel gran medico, 

Dottore enciclopedico, 

Chiamato Dulcamara, 

La cui virtù preclara, 

E i portenti infiniti 

Son noti in tutto il mondo.... e in altri siti. 

Questo è il principio della famosa cicalata del Dottor Dulcamara 
nell'opera comica L'Elisir d'Amore, parole di Felice Romani, 
musica di Donizetti (a. I, se. 5). Sono anche popolarissimi i due 
versi che si trovano ripetuti poco più oltre: 

1902. Comprate il mio specifico, 
Per poco io ve lo do. 

1903. Lo spagnuolo non beve. 



[1904- 1 905] Scherzi, motteggi, frasi giocose 539 

sono parole di Gennaro nel melodramma pure del Romani, Lu- 
crezia Borgia, e anche musicato da Donizetti (a. II, se. 5). Lo 
spagnuolo che non beve è Gubetta, scherano della Duchessa, il 
quale ha vuotato di nascosto in terra il bicchiere ove era me- 
sciuto il veleno dei Borgia. 

In queste ultime pagine del mio repertorio darò luogo a brevis- 
simi cenni di un autore che è fra i più frequentemente citati, cioè 
Felice Romani. Nacque egli in Genova nel 1788, mori a Mone- 
glia nel 1865 ; si dette prima all'insegnamento, poi alla poesia, e 
nel 18 14 fu nominato poeta dei regi teatri del regno Italico, e da 
quel tempo si dedicò completamente alla poesia melodrammatica, 
che sollevò dallo scadimento in cui giaceva, e che riformò adattan- 
dola ai mutati gusti del pubblico e ai nuovi bisogni della moderna 
musica. Scrisse un grandissimo numero di libretti per il Mayr, il 
Bellini, il Rossini, Donizetti, Mercadante, bellissimi fra tutti quelli 
della Straniera e della Sonnambula, ambedue per Bellini. L' ultimo 
specialmente è un idillio di cosi squisita fattura che sarà sempre 
tenuto come uno dei più perfetti lavori onde si è arricchito il 
repertorio del teatro italiano. 

1904. .... Ultimo avanzo 
D' una stirpe infelice. 

È Edgardo che cosi parla di sé nella tragedia lirica Lucia di Lam- 
mermoor (a. Ili, se. 7), parole di Salv. Cammarano, musica di 
Donizetti. Ma quante volte non l'abbiamo sentito dire a qualche 
povero guitto che spendeva l' ultima vedova moneta, che fosse 
rimasta nelle sue saccoccie! 

1905. E sei tu che macchiavi quell'anima, 

La delizia dell'anima mia.... 
Che m'affidi e d'un tratto esecrabile 
L'universo avveleni per me! 
Traditori che in tal guisa rimuneri 
Dell'amico tuo primo la fé! 

(Un ballo in maschera, parole di A. Somma, 
musica di G. Verdi, a. Ili, se. 1). 

L' autore di questi bei versi intese di scriverli sul serio : ma nes- 
suno si adatta a ripeterli se non per burla. Della vera paternità 
di questo famoso libretto dirò più oltre (al n. 1925). 



540 Chi l'ha detto? [ 1906.-19 il] 

La letteratura francese mi presenta invece un verso famoso, 
poche altre citazioni in prosa e in poesia, due epigrammi, e po- 
che citazioni del teatro. Il verso è questo : 

1906. Qui nous délivrera des Grecs et des Romains? 

ed è un'apostrofe tragi-comica di Clément in una delle sue Épì- 
tres, di cui Berchoux fece il primo verso della sua unica Elegia 
(mutando il notis in me)^ e facendolo seguire dall' altro non meno 
noto: 

Race d'Agamémnon, qui ne finit jamais!... 

1907. Au demeurant le meilleur fils du monde. 

Cosi Clément Marot (1495-1544), nella Épître au roi Fran- 
çois I^^ pour avoir été dérobé, parlando del suo servo che dipinge 
come un vero avanzo di galera e che lo aveva derubato. 

1908. Voilà bien du bruit pour une omelette! 

Si narra, non so con quanta verità, che Des Barreaux (1602- 
1673), consigliere al parlamento parigino, e più noto come liber- 
tino e incredulo incorreggibile, che come poeta, avendo dato in 
un venerdì santo convegno ad alcuni suoi compagni di dissolu- 
tezze in un'osteria di St. -Cloud, ordinò una frittata col prosciutto. 
Mentre si mettevano a tavola per mangiarla, scoppia un violento 
uragano, i tuoni incessanti fanno tremare la casa: Des Barreaux 
si alza, apre la finestra, e getta fuori la frittata, esclamando: Voilà 
bien du bruit là-haut pour une omelette! (Tallemant des Reaux, 
Historiettes, éd. 1840, to. IX, pag. 137). 

1909. Ce n'est rien, 

C'est une femme, qui se noyé. 

(La Fontaine, Fables, lib. Ill, fabl. XVI). 

1910. Allons^ saute, marquis. 

ritornello di un monologo recitato da un avventuriero, sedicente 
marchese, nel Joueur (a. IV, sc. io) di Jean-François Re- 
gnard (1655-1709). 

1 9 1 1 . Piglialo su, signor Monsù. 



[1911-1912] Scherzi, 7notteggi, frasi giocose 541 

Nel Monsieur de Pourceaugnac, di Molière, il primo atto 
(se. 16) finisce con quella esilarante scena che i francesi chiama- 
rono Cérémonie. Un consiglio di medici, dopo aver dichiarato che 
il signore di Pourceaugnac è ammalato, gli ordina un rimedio, 
dando incarico agli speziali di somministrarlo. E questi sfoderano 
senz'altro i relativi strumenti.... idraulici, mentre il malcapitato 
limosino cerca di respingere coi più disperati sforzi.... gli aggres- 
sori. La tela cade mentre il coro risponde alle difese di Pour- 
ceaugnac coi seguenti versi, scritti nel testo di Molière cosi, in 
lingua italiana, e che sono divenuti quasi proverbiali in Francia: 

Piglialo su. 

Signor monsù, 

Piglialo, piglialo, piglialo su. 

Che non ti farà male; 

Piglialo su questo serviziale, 

Piglialo su. 

Signor monsù. 

Piglialo, piglialo, piglialo su ! 

E come mai questi versi sono in italiano ? È probabile che cosi 
li abbia scritti con gli altri couplets dello stesso atto pure italiani, 
LULLI, che ne compose anche la musica, e nella prima rappre- 
sentazione del Signor di Pourceaugnac cantò innanzi al re la parte 
di uno dei medici. Le stesse parole sono state conservate nell'opera 
buffa omonima, di Ferdinando Fontana, musica di Alb. Fran- 
chetti, rappresentata per la prima volta alla Scala di Milano, il 
IO aprile 1897. 

191 2. A quelle sauce voulez-vous être mangés? 

Calonne, ministro delle Finanze di Luigi XVI, indusse questo re 
nel 1787 a convocare i Notabili; ma sosteneva che soltanto al re 
spettasse il diritto di ordinare le imposte, e che 1* assemblea non 
dovesse pronunciarsi che sul modo di esigerle. Comparve allora 
contro di lui una caricatura, che rappresentava un contadino, il 
quale, riuniti intorno a sé nel cortile galli, galline, tacchini e pic- 
cioni, diceva loro: ♦: Miei buoni amici, io vi ho radunati qui tutti 
per domandarvi a quale salsa desiderate che vi mangi. » Un gallo, 
alzando la testa, rispondeva : « Ma noi non vogliamo affatto essere 
mangiati! ^ — «Ecco, voi divagate dalla questione, - ribatte il con- 



542 Chi l'ha detto? [1913-1919] 

tadino, -non si tratta di sapere se a voi fa piacere o no di essere 
mangiati, ma soltanto à quelle sauce vous voulez être mangés. » 

191 3. Enfin nous avons fait faillite! 

re'clame celebre di un originale francese, per metà uomo di let- 
tere, per metà industriale, certo Dunan-Mousseux, famoso per 
le novità stravaganti con le quali sapeva attirare l'attenzione del 
pubblico sui suoi manifesti. IJ Enfin nous avons fait faillite ! è 
considerato come il capolavoro del genere. 
Gli epigrammi sono i seguenti: 

1914. De par le roy, défense à Dieu 
De faire un miracle en ce lieu. 

scritto da un bello spirito sulle mura del cimitero di S. Medardo, 
chiuso nel 1732 per ordine di Luigi XV dopo i disordini dei con- 
vulsionarii che accorrevano alla tomba del diacono Paris. 

191 5. Ci-gît Piron, qui ne fut rien 
Pas même académicien. 

composto da Alexis Piron per sé medesimo. 

19 16. Assommer un garde-champêtre, ce n'est pas 

assommer un homme !... C'est écraser un 

principe ! (Sardou, Rahagas, a. II, se. 4). 

1 9 1 7 . Connu dans l'univers et dans mille autres lieux 

(ScKiBE, Le Philtre, musica di Auber, 
a. I se. 5). 

Ho già detto che quest' operetta è 1' originale da cui il Romani 
trasse il libretto à.t\V Elixir d'Amore : e poco innanzi, al n. 1901, 
si troverà nell' ultimo verso l' imitazione del verso presente. 

19 18. Quelques seigneurs sans importance. 

Nella graziosa operetta di Offenbach, Les Brigands, parole di 
Meilhac e Halévy, Gloria-Cassis presenta ri capobrigante Fal- 
sacappa il suo seguito, e dopo aver nominato sé medesimo e al- 
cuni dei suoi, riunisce gli altri nella comica frase : quelques sei- 
gneurs sans importance (a. II, sc. io). 

19 19. Embrassons-nous, Folle ville ! 



[1920-192 1] Scherzi, motteggi, frasi giocose 543 

titolo di un vaudeville in un atto di Labiche e Lefranc, rap- 
presentato per la prima volta al teatro della Montansier (Palais- 
Royal), il 6 marzo 1850. 

1920. Well roared, lion! 

è nel Sogno d' una notte di estate {A Midsummer Night's Dream) 
di Shakespeare (a. V, se. i) e si dice ironicamente ad un ciar- 
latore spaccone. 



§ 84 
Idiotismi 

Chiudo questo modesto saggio di un repertorio di frasi storiche 
e letterarie popolari fra noi con un mazzetto di citazioni che non 
hanno altro merito se non quello della scempiaggine loro, veri idio- 
tismi passati alla posterità come tali. 

Appartengono quelli che ho raccolto, quasi tutti al teatro, tranne 
due o tre di origine poetica che do per primi. E comincio con 
le famose: 

1921. Vérités de M. de La Palisse. 

Giacomo Chabannes, signore de la Palice o Palisse, prode ca- 
pitano francese, mori combattendo valorosamente alla battaglia di 
Pavia (1525). Pare che i suoi soldati stessi j dopo la sua morte, 
componessero per celebrarne le gesta una ingenua canzone, di cui 
la tradizione ci ha serbato un solo cotiplet, ed è questo, se pure 
è autentico : 

Monsieur d'La Palice est mort. 

Mort devant Pavie; 
Un quart d'heure devant sa mort. 

Il était encore en vie. 

Gli ultimi due versi volevano dire certamente, nell* intenzione del 
rozzo rapsoda, che il valoroso capitano aveva combattuto stre- 
nuamente fino a pochi minuti prima della sua improvvisa e inat- 

1920. Hai ben ruggito, o leone. 



544 Chi V ha detto? [1922- 1923] 

tesa morte : ma la forma della frase era abbastanza comica, e 
potè suggerire al caustico Bernard de La Monnoye di comporre 
nel 1770 un'intiera canzone, che è forse la più nota delle sue 
produzioni, e in cui ogni couplet contiene 1' affermazione di una 
verità lapalis sienne, ossia sul genere di quella che trasparirebbe 
dalla canzone antica. La Monnoye non ne compose che dodici 
strofette, ma ogni generazione ce ne ha aggiunte delle altre, in 
modo da quadruplicare la mole della canzone originale. Eccone 
alcune delle più bizzarre: 

Messieurs, vous plaît-il d'ouïr 

L'air du fameux La Palisse? 
Il pourra vous réjouir, 

Pourvu qu'il vous divertisse. 

La Palisse eut peu de bien 

Pour soutenir sa naissance, 
Mais il ne manqua de rien 

Dès qu'il fut dans l'abondance. 

Il fut, par un triste sort. 

Blessé d'une main cruelle; 
On croit, puisqu'il en est mort, 

Que la plaie était mortelle. 

Regretté de ses soldats 

Il mourut digne d'envie. 
Et le jour de son trépas 

Fut le dernier de sa vie. 

Aggiungerò due citazioni nostrane, cioè una frase del poeta ro- 
manesco Belli, tolta da uno dei pochi buoni sonetti scritti da 
lui in lingua letteraria: 

1922. ....Non faccio per vantarmi, 

Ma oggi è una bellissima giornata. 

(// cavaliere enciclopedico). 
ed il verso : 

'1923. A cavallo d'un cavai. 

verso di una celebre ed arguta poesia umoristica, popolarissima, 
del vivente Gino (ossia Giovanni) Visconti Venosta, intito- 
lata il Crociato dalla quale tolgo alcune altre strofe dove pure 
sono dei versi, rimasti in pubblico dominio : 



[1924- 1 9 25] Idiotismi 545 

Né per vie ferrate andava 

Come in oggi col vapor : 

A quei tempi si ferrava 

Non la via ma il viaggiator. 
La cravatta in fer battuto 

E in ottone avea il gilè : 

Ei viaggiava, è ver, seduto 

Ma il cavallo andava a pie. 
Da quel dì non fé' che andare, 

Andar sempre, andare, andar.... 

Quando a pie' d' un casolare 

Vide un lago.... ed era il mar. 
Sospettollo, e impensierito 

Saviamente si fermò. 

Poi chinossi, e con un dito 

A buon conto 1' assaggiò. 

Nel teatro di Molière è rimasta famosa la replica di Sga- 
narello : 

1924. Nous avons changé tout cela. 

(Le médecin malgré lui, a. II, se. 4 
o 6 secondo le ediz.), 

Sganarello finto medico, sostiene che il fegato sta a sinistra, il 
cuore a destra ; e a Gerente che si meraviglia di questa straor- 
dinaria inversione, risponde imperturbabilmente : « Oui, cela était 
autrefois ainsi ; mais nous avons changé tout cela, et nous faisons 
maintenant la médecine d'une méthode toute nouvelle. » 
I due versi: 

1925. Fuggi, fuggi: per l'orrida via 

Sento Torma dei passi spietati. 

sono i più noti del libretto Un ballo in maschera, musica di Verdi 
(a. II, se, 3), e si citano ad ogni momento sia per dire una fred- 
dura, sia per recare una prova dell* insulsaggine di certi libretti 
musicali. E questa perciò 1' occasione migliore per dire la storia 
poco conosciuta di questo libretto, e anche per riabilitare la me- 
moria di un poeta valente dalla taccia di avere scritto versi del 
genere dei due che ho citato. Questo libretto fu composto pel tea- 
35 



546 Chi l'ha detto? [1925-1926] 

tro S. Carlo di Napoli (carnevale 1858) col titolo Gustavo III da 
Antonio Somma, udinese, poeta elettissimo, morto a Venezia, 
dove a vent'anni otteneva gloria con la tragedia Parisina. Il Somma 
tolse il soggetto del melodramma da un lavoro dello Scribe: ma 
la censura borbonica non ne permise la rappresentazione, sicché 
l' opera non fu rappresentata che nel carnevale dell'anno succes- 
sivo al Teatro Apollo di Roma col titolo Un ballo in maschera, 
e con molti tagli e rimaneggiamenti della Censura. A cagione di 
questi, nonché degli altri, in numero pure grande, che il mae- 
stro Verdi, più valente compositore che poeta, volle introdurvi 
(e i due versi citati di sopra pare che siano del numero !) il 
Somma non permise che le prime edizioni del libretto uscissero 
col suo nome. Quando il Ballo in maschera fu dato a Milano la 
prima volta, la critica milanese notò tutti gli strafalcioni del libretto, 
ma rese omaggio all' ingegno del Somma, eh' era veramente squi- 
sito autore di versi, come lo prova la sua tragedia Cassandra, uno 
dei cavalli di battaglia della Ristori. Il Somma aveva cominciato 
per il Verdi un altro libretto, il Re Lear, ma non volle continuarlo 
per non sottomettersi alle esigenze del maestro. 

1926. Il metodo senza metodo. 

é frase che nacque da una graziosa commediola in un atto di Fran- 
cesco Coletti intitolata // maestro del signorino, la quale ci pre- 
senta un disgraziato precettore, il quale, appena gli se ne offra 
il pretesto, espone i suoi criteri d' insegnamento con una cicalata 
di questa sorta : « Per la istruzione io tengo tm metodo, direi quasi 
senza metodo. Il colpo d' occhio e il criterio mi servono di guida, 
e secondo il bisogno provvedo. Per me il giovane é un campo 
d'esperimento, é una caldaia a vapore, della quale si deve prima 
di tutto provare la capacità e resistenza, e perciò io credo neces- 
sario di fargli apprendere nel tempo stesso a nozioni généralis- 
sime, leggere, scrivere, aritmetica, lingua francese, inglese, greca, 
disegno, mitologia, geografia, declamazione, fisica, ginnastica, filo- 
sofia, chimica, osteologia, e, per secondare 1' attuale tendenza per 
le cose antiche, gl' insegno anche la storia. Il giovanetto, trovan- 
dosi colmo, senza saper come, di tanta indefinita erudizione s'inor- 
goglisce; allora io lo umilio col dimostrargli, con un metodo mio 
particolare, ch'egli non sa nulla.» 



[1927-193 1] Idiotismi 547 

1927. Scoscendere il.loUio dalla spica. 

è una delle marchiane corbellerie che Paolo Ferrari pone in 
bocca al suo immortale marchese Colombi {La Satira e Parini, 
a. I, se. 5). È cosa ormai nota che questo tipo è modellato dal vero, 
ma da due diversi originali, il prof. Marchi, direttore del Con- 
vitto legale della Università di Modena e professore di Pandette 
in queir ateneo, quando vi era studente Paolo Ferrari, e un certo 
Filippo Chelussi. Vedasi l' importante volume su Paolo Ferrari 
pubblicato dal figlio Vittorio (Milano, 1899) a pag. 19, 26, 130. 
Di Filippo Chelussi, pisano, ma vissuto a Massa, e delle sue 
mellonaggini scrive a lungo Giovanni Sforza in uno studio Massa 
citiqtiant' anni fa premesso al Baltroméo calzolaro, commedia in 
dialetto massese del Ferrari, stampata per la prima volta per cura 
dello Sforza medesimo (Firenze, 1899). Meritano di essere rac- 
colte anche le altre minchionerie che il commediografo fa dire al 
suo Colombi : 

1928. Dei sonetti, corti, da far prestino. 

Ma, se fosse possibile, in greco od in latino. 

(a. I, se. 5). 

1929 Insomma io resto attonito né posso 

[attribuire ! 

(a. I, se. 6). 

Questo era proprio modo di dire prediletto dal Chelussi ; e il Fer- 
rari già se n* era valso mettendolo come intercalare del già citato 
calzolaro Baltroméo (a. I, se. 8). 

1930. ....Io per ordinario 

Fra questi si e no son di parer contrario. 

e cosi veramente disse una volta dalla cattedra il prof. Marchi, 
ma forse il Ferrari ricordò e volle parodiare i versi danteschi: 

1931. ....Io rimango in forse; 

Che '1 si e '1 no nel capo mi tenzona. 

(Damtb, Inferno, e. Vili, v. 110-111). 
Torniamo alla Satira e Parim, del Ferrari. 



548 Chi V ha detto? [1932-1936] 

1932. Le accademie si fanno oppure non si fanno! 

Lo disse il grande avo del marchese Colombi, il marchese Ala- 
manno; e lo ripetè il nipote (a. Ili, se. i). In altra scena (a. II, 
se. 6) il marchese Colombi riceve per la nascita del figlio uno 
di quei sonettini in greco, ai quali teneva tanto, guarda con com- 
piacenza il foglio alla lontana, come se fosse una pittura, ed esclama : 

1933. Che bella lingua il greco! 

Ecco ancora due gemme del repertorio Ferravilliano : 

1934. Quelli che si risparmiano sono tanti meno spesi. 

riflessione giustissima, benché non troppo acuta, dello zio Camola 
nel vaudeville Bagolamentofotoscultura di Napoleone Brianzi 
(se. X); e 

1935. Lo spavento del malvagio dev'essere com- 

binato coir innocenza del colpevole. 

sentenza di Felissin nella commedia L'ultim gamber del Sur Pi- 
rotta, di Edoardo Giraud (a. I, se. 17). Ma Felissin non porta 
farina del suo sacco, e non fa che ripetere a modo suo la sen- 
tenza di Gaetano Filangieri che si leggeva anni fa sul frontone 
del Palazzo di Giustizia a Milano : Lo spavento del malvagio deve 
essere co?nbinato con la sicurezza dell' innocente. Tuttavia la ver- 
sione ferravilliana, come succede, è più conosciuta. 

1936. Travaso delle idee. 

è il titolo, rimasto famoso, di un giornaletto che un povero matto 
pavese, Tito Livio Cianchettini, inventore di macchine e primo 
scrittore di metafisico politica, componeva, stampava e vendeva 
da sé, prima a Pavia, poi a Milano, e finalmente a Roma. Ecco il 
titolo esatto quale si trova nel primo numero pubblicato a Pavia 
il t6 agosto 1869 : 

Il Travaso d' idee 

nella mia recipiente testa, fatto dai corpi animati ed inanimati 

Travaso nell' altrui recipienti teste. 



I 



[1936] Idiotismi 549 

Ma negli anni successivi diventò anche più lungo e bizzarro via 
via che lo squilibrio di quel povero cervello aumentava per la 
monomania e per la miseria. 

E con questo mi si conceda di scrivere, per ora, il Finis su 
quest' ultima pagina del mio Chi l' ha detto ? So bene che non 
sempre avrò trovato una soddisfacente risposta a questa interro- 
gazione : ma il lettore cortese vorrà essermi indulgente per quelle 
inesattezze in cui pur troppo sarò caduto, e per le molte omis- 
sioni di cui assai più facilmente potrebbe lagnarsi. Se il favore 
del pubblico si conserverà ancora uguale per questa edizione, come 
per le precedenti, io spero che in una nuova ristampa potrò ri- 
parare a molte insufficienze di questa. Dunque, benigno lettore, 
non addio, ma arrivederci. 



.»»m!»inîî;î! 



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INDICE 

DEI NOMI DEGLI AUTORI, COMMENTATORI, 
ILLUSTRATORI, ECC. 



I numeri segnati ad ogni Autore 
si riferiscono ai numeri progressivi delle citazioni 



Acciajoli Filippo. 1896. 

Accinelli Fr. M. 448. 

Accio. 16 16. 

Achillini Claudio. 1869. 

Acquaviva Claudio. 324. 

Adams Samuele. 937. 

AdemoUo Aless. 1896. 

Adria (D') Cieco. 466. 

Adriano imp. 821. 

Agostino (Sant*). 34, 586, 1128, 
1324, 1536. 

Agricola Rodolfo. 644. 

Agrippa M. 757. 

Alamanni Luigi. 933, 1547. 

Alami Fulberto. 877. 

Alcuino. 176. 

Aleardi A. 900, 1787. 

Alessandro Magno. 599. 

Alessandro Severo. 1288. 

Alfieri Vittorio. 80, 438, 458, 
469, 528, 715.728, 741.796, 
836, 910, 929, 930, 1057, 
1132, 1189, 1199,1247, 1360, 
Ï553. 1720, 1834. 

Alfieri Giuseppina. 630. 



Alighieri Dante, io, 30, 42, 64, 
75, 81, 82, 83, 84, 85, 86, 
87, 125, 126, 152, 153, 154, 
175. 193. 194. 220,223,239, 
264, 274, 276, 277, 281, 393, 
402, 414, 426, 432,435,436, 
445. 447, 461, 467, 468, 472, 
473, 481, 509, 515, 521, 522, 
531,535, 550, 554, 596, 597, 
606, 679, 682, 683, 713, 732, 
736, 752, 774, 775,823, 824, 
881, 894, 905, 906, 907, 908, 
91^,963,988,994, 1008,1009, 
loio, loii, 1028, 1029, 1033, 
1043, 1051, 1105, 1106, mi, 
1114, 1115, 1127, 1130, 1131, 
1133, 1156, 1160, 1161, 1162, 
1163, 1164, 1166, 1167, 1192, 
1212, 1228, 1229, 1230, 1248, 
1272, 1273, 1278, 1280, 1282, 
1291, 1305, 1312,1353, 1358, 
1364, 1366, 1367, 1375, 1376, 
1378, 1391,1392,1398, 1401, 
1404, 1408, 1409, 1413, 1426, 
1434, Ï493, 1494, 1506,1510, 



552 



Indice dei nomi degli autori 



1529,1549, T552, 1559,1562, 
1563, 1564, 1573, 1588,1596, 
1604, ib05, 1613, 1619, T626, 
1635, 1636, 1642, 1648, 1652, 
1653,1654,1702, 1703, 1704, 
1705, 1706,1707, 1708, 1709, 

1710, 1772,1773, 1774, 1775, 
1776, 1777, 1778, 1779, 1821, 
1822, 1823, 1866, T931. 

Allegri Antonio. 703. 
Ambrogio (Sant'). 1194. 
Amedeo VI di Savoia. 1147, 

Î557. 

Amedeo Vili. 1147. . 

Ammiano Marcellino. 70, 1343. 

Ammonio. 144 1. 

Amyot. 1568. 

Andrieux. 576, 577, 1250. 

Anelli Angelo. 358, 1733- 

Anna di Bretagna. 1644. 

Anonimo Fiorentino. 1549. 

Antonini G. 1360. 

Apelle. 415, 997. 

Apollo. 1582. 

Apostolio. 1737. 

Appio Claudio. 482. 

Apuleio. 226. 

Aragona (D') Nicolò. 565. 

Arbuthnot Giovanni. 934. 

Archimede. 298, 1678, 1679. 

Aretino. 1438. 

Ariosto Lodovico. 67, 148, 213, 
261, 384, 459, 375*498, 526, 
756, 828, 882, 956, 1117, 
1135, 1270, 1283,1451, 1640, 

1711, 1712. 

Aristotile. 46, 685, 947, 1378, 

1548. 
Arleville (D') Collin. 215. 
Arlìa Costantino. I77I,.I788. 
Arlotto (Piovano). 1589. 
Arneth. IT 37. 
Arnulfi Alberto. 877. 
Arrighi Cletto. 1888. 
Artois (D'). 1143. 
Augusto. 1602, 1760. 
Ausonio. 1625. 



Averroè. 1333, 1334, 1414. 
Azeglio (D') Massimo. 617, 1 145, 
1302, 1899. 

Baccarini Alfredo. 1838. 

Bacone Francesco da Verulamio. 
750, 1597, 1745. 

Bacone Ruggero. 1441. 

Balbi Stamatio. 239. 

Balilla. 448. 

Barbèra Gasparo. 1590. 

Barbi Alessandro. 725. 

Barbiano (Da) Alb. 1078. 

Barbier Giulio. 212, 333, 525, 
887. 

Bardare Emanuele. 1734. 

Barère Bertrando. 862. 

Baretti Giuseppe. 325. 

Barrili Anton Giulio. 1073. 

Bartoli Adolfo. 1080. 

Baruffaldi A. E. 903. 

Baruffaldi G. 1825. 

Bassi Calisto. 137. 

Batacchi D. 503. 

Bautru. 1336. 

Bayard Pierre. 1120. 

Bayle, i, 876 

Bazzoni Giunio. 275. 

Beacon sfield (Conte di) Beniami- 
no. 591. 

Beaumarchais. 50,441, 510, 750, 
795, 1263, 1491, 1730. 

Belisario. 495. 

Belinzaghi Giulio. 1727. 

Bellarmino Roberto. T195. 

Belli G. Giovacchino. 852, 919, 
1019, 1245, 1666, 1922. 

Benedetto XIV. 969. 

Benti voglio. 325. 

Béranger G. P. 413, 1169, 1172. 

Berchet Giovanni. 446, 738, 1063, 
1064, 1065, 1066, 1067, T088. 

Berchoux. 1906. 

Berni Francesco. 1867. 

Berninzone Raffaello. 112, 1575. 

Bersezio Vittimo. 1792. 

Bertarelli Achille. 601. 



commentatori, illustratoh, ccc 



553 



Bertolini Francesco. 630. 

Berlolotti A. 325. 

Besso Marco. 915. 

Bettinelli Saverio. 362. 

Beugnot. 1143. 

Beyle Enrico. 1728. 

Bianchi Nicomede. 455. 

Biante. 201. 

Biadego Giuseppe. 702. 

Bione. 398, 644. 

Bismarck. 328, 513, 627, 634, 

770, 932. 
Bisticci (Da) Vespasiano. 80T. 
Boccaccio Giovanni. 353, 1134, 

1705. 
Boccalini Trajano. 687. 
Boezio. 681, 1269. 
Boileau. 544, 1013, 1448, 1498. 
Boislisle (De) A. 12 15. 
Boito Arrigo. 245, 342, 369, 

553, 705, 776, 807. 
Bombelles (Conte di). 1079. 
Bonaparte Girolamo. 1196. 
Bonghi Ruggero. 341, 1441. 
Bonifacio Vili. 103 1. 
Borgia Cesare. 948. 
Bosi Carlo Alberto. 673. 
Bossi G. 518. 
Bosquet P. F. G. 652. 
Bossuet. 938. 
Boswell. 39 T. 
Boulanger. 1847. 
Bourdaloue. 1184. 
Brandeburgo (Di) Ernesto. 314. 
Brantôme. 349. 
Brants Seb. 507. 
Brenne. 659, 
Brentari Ottone. 777. 
Bresca. 1359. 

Brianzi Napoleone. 1793, '934« 
Brillât-Savarin (De) Antelmo. 

1565, 1566, 1567. 
BrofiFerio Angelo. 676. 
Brueis. 1349. 
Bmnellesco. 1824. 
Brunschvigg. 1123. 
Bruto. 1813. 



Büchmann Giorgio. 3, 513, 586, 
588, 946, T454, 1676, 1719. 
Buffon. 1492. 
Bunyan. 958. 

Buonarroti Michelangelo. 238. 
Bürger G. A. 867. 
Buridan Giovanni. 1378. 
Burton R. F. 1850. 
Busembaum. 1293. 
Bussy-Rabutin. 1215. 
Byron. 918, 1087, 1521. 

Cabba, 1467. 

Cadorna Carlo. 630. 

Caetani di Teano M. A. 1543. 

Cailly (De). 1522. 

Cairoli Benedetto. 583, 625, 626. 

Calderon della Barca. 643. 

Caligola, 16 r 6. 

Calonne. 19 12. 

Cambronne Pietro. 1123. 

Cammarano Salvatore. 104, 105, 
106, 109, 146, 294, 471, 532, 
677, 709, 1095, 1173, 1734, 
1735. 1736,1857, 1858, 1904. 

Cancellieri Francesco. 948, 1359. 

Capecelatro Alfonso. 1826, 1828. 

Capecelatro I. 115T. 

Cappelletti Licurgo. 1557. 

Capponi Piero, il 19. 

Caprara G. B. 1142. 

Caracciolo 969. 

Caraffa Carlo. 507. 

Carbone Domenico. 1253. 

Carducci Giosuè. 280, 297, 604, 
607, 618, 619, ']']'], 900, 913, 
1071, 1140, 1144, 1190,1203, 
1264, 1400, 1466, 1508. 

Carlo I, re d'Inghilterra. 1849. 

Carlo III, re di Spagna. 357. 

Carlo V, imperatore. 933, 950, 
1680. 

Carlo X, re di Francia. 578, 1143, 
1532. 

Carlo Alberto. 169, 1083. 

Carlo il Temerario, 1240. 

Carlyle. 1296. 



554 



Indice dei nomi degli autori 



Carré M. 212, 333, 525, 887. 

Cartesio Renato. 299, 1536. 

Carugati Romeo. ']']']. 

Casanova Giacomo. 1547. 

Castelar Emilio. 328. 

Castelli Carlo. 518. 

Casti G. B. 516. 

Catalani Angelica. 148 5. 

Catinai. 1296. 

Catone Dionisio. 233, 1022, 1432. 

Catone M. Porcio, censore. 322, 
592, 737, 1469. 

Catullo. 54, ']'], 1664. 

Cavour. 630. 

Cedreno Giorgio. 1814. 

Celano (Da) Tommaso. 272,1615. 

Celso juniore. 570. 

Cervantes. 1200, 1441. 

Cesare Giulio. li 18, 1202, 1357, 
1701, 1812. 

Ceva (Di) Massimino. 1147. 

Chabannes Giacomo. 192 1. 

Chamlbrt. 50, 1395. 

Chancel (De) Ausonio. 780. 

Charron. 1394. 

Chateaubriand. 1201, 133 1. 

Chateaubriand (Signora di). 58. 

Checchi Eugenio. 1564. 

Chénier G. 1771. 

Chiabrera. 1785. 

Chilone. 484. 

Chiurazzi Luigi. 1880. 

Chivot. 1244. 

Churchill. 591. 

Ciampi Sebastiano. 1332. 

Cianchettini Tito Livio. 1936. 

Cicconi Teobaldo. 850. 

Cicerone. 24, 33, 46, 66, 70, 
78, 196, 201, 260, 380, 560, 
562, 567, 568, 589/591, 644, 
645,662, 765, 925, 951, 977, 
991, 1015, 1047, 1076, 1090, 
1171, 1209, 1241, 1286, 1319, 
1334, 1365, 1393,1405, 1414, 
1467, 1469,1538,1539, 1545, 
1586, 1616, 1627,1650, 1659, 
T761, 1762, 1811. 



Cicerone Quinto. 354. 

Cicognini Giac. Andr. 1830. 

Cipio. 1466. 

Civinini Giuseppe. 920. 

Clairville. 615. 

Claretie Giulio. 700. 

Clarck Riccardo. 935. 

Clasio L. 334, 392, 636, 1667. 

Claudiano. 1260, 16 18. 

Clément. 1906. 

Clemente VII. 1726. 

Clemente XIII. 669. 

Coco Vine. 1682. 

Coffinhal. 1483. 

Cognetti de Martiis L. 1360. 

Colbert. 1178. 

Coletti Francesco. 1926. 

Colombo Giuseppe. 604. 

Colombi (Marchese). 1927, 1928, 

1929, 1930, 1932, 1933. 
Columella. 257. 
Contarini. 518. 
Cooper Fenimore. 1278. 
Coraccini Federico. 1142. 
Corneille Pietro. 149, 658, T455, 

1598, 1844. 
Cornelio Nipote. 60, 662. 
Corni ficio. 1627. 
Cornuel. 1296. 
Correggio. 703. 
Cossa Pietro. 55, 650, 1651. 
Costa de Beauregard. 1557. 
Costantino imp. 651. 
Costantino papa. 1820. 
Coucherat. 1148. 
Cousin Vittore. 931, 1530. 
Crébillon. 1234, 1330. 
Cretineau-Joly. 969. 
Crispi Francesco. 621, 623, 939, 

1745. 
Croce Benedetto. 1530. 
Cromwell Oliviero. 1221. 
Crudeli Tommaso. 187 1. 
Cucheval-Clarigny . 1 1 23 . 
Curzio Quinto. 70, 644. 
Cusani- Gonfalonieri . 1 1 4 2 . 
Gustine. 945. 



coynmentatori, illustratori, ecc. 



555 



D'Ancona A. 746. 

Dante. V. Alighieri Dante. 

Danton 1099. 

Da Ponte Lorenzo. 356. 

Darwin Carlo. 797. 

Dati Michele. 1462. 

De Amicis Edmondo. 1730. 

De Angelis. 1868. 

Deboscq Montandré. 229. 

De Cailly. 1522. 

De Castro Giovanni. 601. 

Deffand (Du). 1109. 

Defuk Giovanni. 1868. 

De Gubernatis Angelo. 1084. 

Delavigne Casimiro. Ó70, 671, 

1420. 
Del Buono Luigi. 232, 1788. 
Del Carretto Filippo. 11 23. 
Delille. 185, 237, 401, 1719. 
Della Lana Jacopo. 1192. 
Demante Gabriele. 1242. 
De Marchi Attilio. 798. 
Demonatte. 856. 
De Mont-Rond. 1007. 
Demostene. 403, 644, 989. 
De Polignac. 295, 978. 
Depretis Agostino. 624, 954. 
De Renzi Salvatore. T381. 
De Renzis. 422. 
Des-Barreaux. 1908. 
Desbarreaux-Bernard. 15. 
Descartes Renato. 299, 1536. 
De Simone. 11 19. 
Destouches. 249. 
Diderot. 609. 
Didier Ch. 357. 
Dietrich. 669. 
Di Giacomo Salvatore. 616, 854, 

1881. 
Diodoro Siculo. 23, 1680. 
Diogene Laerzio. 398, 680, 1597. 
Dione Cassio. 480, 1356, 15 19, 

1814. 
Dionisio Catone. 233, 1032, 1432. 
Disraeli. 591. 
Dombrowski. 451. 
Donatello. 1824. 



Donato Tib. Claudio. 506. 
Donaver Federico. 448. 
Doni Anton Francesco. 1454. 
D'Ovidio Francesco. loii, 1777. 
Duis Giovanni Francesco. 655. 
Du DefFand (Signora). 1109. 
Du Lorens J. 362. 
Dumas. 1483. 
Dumas Alessandro padre. 357, 

1233, 1849. 
Dumas Alessandro figlio. 368, 

1007. 
Dunan-Mousseux. 19 13. 
Dupin Andrea. 1797. 
Dupont de Nemours. 573. 
Dum. 1244. 

Eckhart Meister. 300. 
Edgeworth de Firmont. 864. 
Edoardo III re d'Inghilterra. 4 19. 
Elisabetta, regina d' Inghilterra. 

1239, 1760. 
Engels Federico. 612. 
Enotrio Romano. V. Carducci 

Giosuè. 
Enrico III, re di Francia. 491. 
Enrico IV, re di Francia, ti 78. 

1464, 1840. 
Epicuro. 258, 1335. 
Erastus Tommaso. 1380. 
Erodoto. 950, 1676, 1763. 
Esiodo. 176. 
Esopo. 1108. 
Este (D') Ippolito. 1825. 
Esteurmel (D') Giuseppe. 610. 
Etienne. 37, 215. 
Euclide. 1677. 
Eula Lorenzo. 578. 
Euripide. 817, I185. 

Fabio Quinto. 662. 
Faciol Pietro. 580. 
Failly (De). 972, 973. 
Faldella Giovanni. 1302. 
Fambri Paulo. 968, 1038. 
Fantasio. io 16. 
Fantoni Giovanni. 543. 



556 



Indice dei nomi degli autori 



Farini L. C. 583, 613, 1208. 

Fa varo Antonio. 325. 

Favre Giulio. 661. 

Federico di Prussia. 23, 36, 576, 

1235, 1261. 
Fedro. 416, 1171. 
Felice V, papa. 1147. 
Fénélon. 395. 

Ferdinando I di Aragona. 1644. 
Ferdinando I di Borbone. 1624. 
Ferdinando I d'Ungheria. 572. 
Ferrari Paolo. 457, 1014, 1039, 

1513. 1835,1884, 1927, 1928, 

1929, 1930, 1932, 1933. 
Ferrari Vittorio. 1927. 
Ferravilla Edoardo. 1888, 1889, 

1890, 1893, 1894. 
Ferretti Jacopo. 1254, 1731,1 897, 

1898, 1899, 1900. 
Ferrigni Coccoluto Pietro, i, 1649. 
Ferroni. 190. 
Ferrucci Francesco. 729. 
Festo Paolo. 214. 
Feuerbach Lodovico. 1566. 
Fiacchi Luigi. 334, 392, 636, 

1667. 
Filangieri Gaetano. 1935. 
Filicaia. 1053, 1054, 1055. 
Filippo, duca di Savoia. 169. 
Filippo il Macedone. 758. 
Fiorentino Giovanni. 1276. 
Fischer Lodovico. 1536. 
Flavio Giuseppe. 133 1. 
Florimo Francesco. 411. 
Fonseca Pimentel Eleonora. 1682. 
Fontana Ferdinando. 1793, 1891, 

1892, 1911. 
Fontenelle.9,82 1,858,1439,1532. 
Fornaretto. 580. 
Foscari Francesco. 638. 
Foscolo Ugo. 52, 115, 116, 144, 

145, 181,605, 753.837, 838, 

839, 840, 866, 909, 976, 1049, 

1139, 1540, 1560. 
Fouché. 357, 389, 1432. 
Foulon Giuseppe. 1266. 
Fouquier-Tinville. 1483. 



Fournier Edoardo. 4, 362, 401, 
419, 1169, 1349, 1465, 1546, 
1840. 

Francesco I, re di Francia. 933, 
120T. 

Francesco (San) d'Assisi. 161 5. 

Francks Seb. 507. 

Franklin Beniamino. 608, 1381, 

1571. 
Frati Ludovico. 342. 
Freinshemio. 1759. 
Frontone. 15 16. 
Fucini Renato. 853, 1197, 1879. 
Fugger Giovanni. 1868. 
Fusinato Arnaldo. 453,769,1086, 

1412. 

Gabelli Aristide. 600, 1488. 

Gabillaud L. 1847. 

Galfredo. 733, 734- 

Galiani Ferdinando. 357. 

Galilei Galileo. 325. 

Gallina Giacinto. 431,1887,1 794, 

1182. 
Galland. 1850. 

Galvagno Giov. Filippo. 953* 
Gambetta Leone. 631, 974. 
Ganci (Di) Matteo. 854. 
Gandolin. 1886. 
Garibaldi G. 215, 620, 885, 920, 

1612, 1649. 
Gaudenzi. 1863. 
Gauthier Teofilo. 1533. 
Gavarni. 540, 1006. 
Gayarre. 470. 
Geilio Aulo. 989, 1623. 
Genée R. 1746. 
Gesner. 692. 
Geyler. 20. 
Ghislanzoni A. 375. 
Giacosa Giuseppe. 143, 1153. 
Giannone. 1644. 
Gibbon. 1343, 1541. 
Gigli Giacinto, 518. 
Gilbert. 401, 918. 
Giorgini G. B. 1206. 
Giovanni (Duca). I705' 



commentatori, illustratori, ecc. 



557 



Giovanni di Cappadocia. 496. 

Giovanni da Milano. 138t. 

Giovenale. 51, 202, 357, 381, 
536, 714. 951, 1170, 1232, 
1240, 1379, 1393,1433, 1440, 
1501, 1769, 1818. 

Giovio Paolo. 729, 948, II 19, 
1136, 1644. 

Girardin (De) Emilio. 368, 691. 

Giraud Edoardo. 1895, 1935« 

Girolamo (San). 1184. 

Girolamo Napoleone. 1196. 

Giuliani G. B. 1564. 

Giuliano l'Apostata. 1343. 

Giulio II, papa. 1078. 

Giulio III, papa. 588. 

Giuriati Domenico. 1723. 

Giuseppe Flavio. 1331. 

Giusti Giuseppe. 11, 51, 120, 
179,232, 273, 331, 336, 339, 
417,462, 492, 559, 707, 740, 
767,771,826,875,992,1069, 
1070, 1084, 1090, 1119, 1158, 
1181, 1252, 1265, 1274,1275, 

1373, 1427,1443, 1444, 1468, 

1611,1621, 1724, 1791, 1836, 

1876. 
Giustiniano imperatore. 495, 562. 
Gladstone W. E. 454. 
Goethe. 341, 705, 706, 791, 839, 

865, 886, 928, 940. 
Goldoni Carlo. 526, 1452. 
Gournay. 742. 
Govi Gilberto. 325. 
Gozzi Gasparo. 1422. 
Gravina Domenico. 233. 
Graziani Anton Maria. 948. 
Grégoire. 1483. 
Gregorio Magno. 200. 
j Gregorio VII papa. 565. 
\ Gregorovius. 916. 
Gresset. 695. 

Grimaldi Bernardino. 1544. 
Grimarest. 1497. 
Grimm Fratelli. 1850. 
Gritti Francesco. 1883. 
Grolier Giovanni. 17. 



Grossi Tommaso. 286, 287, 288, 
289, 654, 851, 1179, 1252, 

1723. 
Groto Luigi. 466. 
Guadagnoli Antonio. 138, 139, 

140, 371, 420, 1301, 1622, 

1877, 1878. 
Gualterio Filippo. 1557. 
Gualtiero di Lilla. 1737. 
Gualtiero Inglese. 733, 734. 
Guarini Batt. 303, 950. 
Guasti Cesare. 1590. 
Guerrazzi F. D. 96, 3 15, 363, 806. 
Guerrini O. 25, 97, 98, 99, 270, 

619, 704, 878, 1512, 1574. 
Guerzoni Giuseppe. 920. 
Guicciardini Frane. 1078, 1119. 
Guidiccioni Giovanni. 1052. 
Guglielmo II imperatore. 1240, 

1241. 
Guibert. 346. 
Guichard. 370. 
Guilbert René-Charles. 15. 
Guillaume J. 1483. 
Guizot. 337. 

Hahnemann Samuele. 1380. 
Halévy Ludovico. 635, 711, 762, 

1918, 1350. 
Hangeste Girolamo. 1568. 
Harbottle. 1632. 
Harel. 1432. 
Harrebomée. 1295. 
Harvey Guglielmo. 302. 
Heine Enrico. 407, 151 1. 
Heis E. 325. 
Hénault. 14 16. 
Herbert Giorgio. 391. 
Hertslet. 865, 944. 
Hervieux. 733, 734. 
His Carlo. 864. 
Holtzmann. 669. 
Horton Smith Riccardo. 1547. 
Hotman. 970. 
Hugo Ermanno. 1801. 
Hugo Vittore. 21, 158, 183,349, 

367, 684, 1123, 1747. 



558 



Indice dei nomi 



'i autori 



Hume. 1849. 

Huss Giovanni. 14 18. 

Ibn-Roscd. 1333, 1334, 1414. 
Ideville (Enrico D'). 368. 
Illsung. 1293. 
Imbriani Vittorio. 331. 
Ippocrate. 404, 1380. 
Irnerio. 1863. 
Isidoro di Siviglia. 1627. 
Ismail pascià. T080. 

Johnson Samuele. 391. 
Jortin. 1632. 
Jourdan. 669. 
Jouvenot (De). 1798. 

Kant Emanuele. 1537. 
Karr Alfonso. 40, 614, 1481. 
Kempis (Da) Tommaso. 39, 1304. 
Kirchhofer. 1295. 
Koning. 615. 
Kosciuszko Taddeo. 450. 

Labiche. 19 19. 
La Bruyère. 344, 548. 
Lacaita Giacomo. 454. 
La Chaussée. 142 1. 
Lacretelle Carlo. 864. 
Ladre. 608. 
Laffitte J. 1580. 
La Folie Giovanni. 1142. 
La Fontaine. 160, 161, 397, 512, 
541, 860, 1297, 1740, 1909. 
La Harpe. 609, 1437. 
La Hire. 1256. 
La Marmora. 16 12. 
Lamartine. 669, 1084. 
Lamberti Mosca. 1358. 
Lambruschini Luigi. ,613, 1488. 
La Monnoye (De) Bernardo. 192 1 . 
La Moricière Cristoforo. 1086. 
Lamotte-Houdard, 58. 
Lampridio. 1288. 
Lana (Della) Jac. I192. 
Lanari Alessandro. 949. 
Lancellotti Secondo. 410. 



Lanza Giovanni. 132. 

La Rochefoucauld. 31, 69, I13, 
114, 123, 124, 205, 234, 248, 
366,464, 556, 587, 696, 697, 
698, 747, 754,959, 960, 961, 
982, 1227, 1271, 1303, 137t, 
1406,1423,1428, 1429,1458, 
1459,1471,1473, 1474, 1475, 
1476, 1583, 1645, 1646. 

Las Cases. 943, 1465. 

Lattanzio. 1335, 1520. 

Lauria Amilcare. 854, 1151. 

Lavoisier. 1483. 

Layard A. H. 760. 

Laymann. 1293. 

Leclercq Teodoro. 16. 

Leczinska Maria. 1465. 

Lefranc. 19 19. 

Leibnitz. 300, 778. 

Lemierre Antonio. 859- 

Lenclos (De) Ninon. 12 15. 

Lenet Pietro. 927. 

Leone X. 1191. 

Leopardi Giacomo. 56, 57, 204, 
224, 347,410, 440, 561, 649, 
721, 782, 805,839,841,842, 
914, 1059, 1374, 1477, 1480, 
1631, 1722. 

Leopardi Piersilvestro. 1083. 

Le Roux de Lincy. 1790. 

Le Sage. 1547. 

Leterrier E. 941. 

Leti Gregorio. 808. 

Levi Primo. 923. 

Levis (De) P. M. G. 1269. 

Libanio Sofista. 1343. 

Licomede. 1520. 

Ligne (Principe di). 944. 

Lille (De) Gualtiero. i737- 

Lingendes (De) Giovanni. 376. 

Linneo. 300. 

Lioy Paolo. 525. 

Lisle (De) Rouget. 669. 

Li ver ani L. it 47. 

Livio Tito. 323, 592, 659, 662, 
755, 916, 925, 1098, 1348, 
1647. 



commentatori, illustratori, ecc. 



559 



Lombroso Cesare. 685. 
Longfellow. 404, 1097. 
Loustalot. 229. 
Lucano. 189, 190, 292,313,497, 

500, 645, 916, 1630. 
Lucrezio. 29,301,312,799,1339, 

1368. 
Luigi XI, re di Francia. 491 , 758. 
Luigi XII, re di Francia. 169, 

644. 
Luigi XIV, re di Francia. 1091, 

1239, 1258. 
Luigi XVIII, re di Francia. 1257. 
Luigi-Filippo, re di Francia. 1 580. 
Lulli G. B. 191 1. 
Lutero Martino. 48, 1441. 

Mac Mahon. 326. 

Machiavelli Niccolò. 340, 418, 
499, 574. 644, 1119, 1293, 
1358» 1372, 1456. 

Macrobio. 263. 

Maddalena Fausto. 948. 

MafFei Scipione. 1883. 

Magalotti Lorenzo. 410. 

Maineri Baccio. 1868. 

Maioli Tommaso. 18. 

Maistre (De) Gius. 928. 

Malebranche. 694. 

Malherbe. 861. 

Mallet Davide, 936. 

Mameli Goffredo. 542,902, 1072. 

Mancini P. S. 925. 

MandelH A. 899. 

Manetti Giannozzo. 801. 

Manfredi Eustachio. 1056, 

Manilio. 295. 

Manin Daniele. 970, 1068. 
\ Manno Giuseppe. 925. 

Mantovani. 1142. 

Manzoni Alessandro. 26, 150, 
182, 211, 241, 246, 282, 361, 
424, 490, 495, 549, 603, 647, 
654, 656, 672,739. 759,843. 
844,845,883,895,965,1060, 
1082, 1125, 1128, 1204, 1205, 
1300, 1321, 1322, 1323, 1325, 



1422, 1472, 1509, 1554, 1610, 
1643, 1668, 1723, 1786, 1882. 

Maramaldo Fabrizio. 729. 

Marangio Pasquale, il 19. 

Marcello Marco Pomponio. 15 19. 

Marcolini Francesco. 1438. 

Maréchal Silvano. 609. 

Margherita di Savoia. 327. 

Margotti Giacomo. 632. 

Mari. 503. 

Maria Antonietta, grailduchessa 
di Toscana. 720. 

Maria Antonietta, regina di Fran- 
cia. 1266. 

Maria Cristina di Savoia. 1828. 

Mariano Raffaele. 1615. 

Marini G. B. 789. 

Mario Alberto. 622. 

Mariotti Filippo. 1544. 

Marmontel Giovanni-Francesco. 
427, 494. 

Marot Clemente. 1907. 

Martello Pier Iacopo. 1268. 

Martini Antonio. 730. 

Martini Ferdinando. 617, 1016, 
1060, 1061, 1062. 

Martino IV. 1192. 

Marx Carlo. 612. 

Marziale. 2, 79, 201, 448, 916, 
1356,1592, 1625,1628, 1629, 
1665, 1819. 

Masi Ernesto. 1083. 

Mas Latrie. 1242. 

Massari Giuseppe. 455, 630, 1145. 

Massillon. 1235. 

Mastriani L. 615. 

Mazarino Giulio. 49, 927.- 

Mazzarella Farao. 596. 

Mazzini Giuseppe. 611, 891, 970, 
1144, 1633, 1829. 
! Mazzoni Raffaele. 777. 

Mazzuchelli. 1136. 
1 Mecenate C. Clinio. 18 14. 
j Medici (De') Lorenzo. 51. 
1 Meilhac E. 711, 762, 1350, 1918. 
I Meldenius Rupertus. 743. 
i Menagio Egidio. 1522. 



56o 



Indice dei nomi degli autori 



Menandro. 813, 1430. 

Menestrier. 1148. 

Mercantini Luigi. 674, 889, 1068, 
1073, I074- 

Mermet Claude. 65. 

Meslier Giovanni. 609. 

Metastasio Pietro. 68, 90, 91, 
92, 93, 134, 155, 173, 174, 
250, 255, 265, 304,410» 463, 
501, 508, 779, 833, 834,874, 
983, 996, 1026, 1034, 1035, 
1045, 1103, 1104,1113,1154, 
1157,1180, 1216, 1217, 1243, 
1316, 1317, 1318,1341, 1354, 
1355, 1402,1450, 1554, 1601, 
1614, 1637,183t, 1832, 1833, 

Metternich(princ.di). 1085, 1557« 

Meyer Giulio. 703. 

Micard. 1798. 

Miceli Luigi. 1838, 1839. 

Michelangiolo. 238. 

Mignet. 449. 

Minghetti Marco. 629. 

Minucio M. Felice. 1335. 

Mirabeau. 1263. 

Mole Matteo. 208. 

Molière. 4, 271, 372, 539, 699, 
1497, 1519, 1842,1843, 19TI, 
1924. 

Moller. 1148. 

Moncrif. 1336. 

Monnier Marco. 1084. 

Monroe James. 108 1. 

Montaigne. 505, 1296. 

Montausier (Duca di). 1796. 

Montesquieu . 1 5 1 7 . 

Monti Vincenzo. 71, 236, 296, 
665, 693, 719,731, 835, 917, 
1058,1138, 1139, 1249, 1314, 
1315, 1446, 1507,1620, 1721. 

Morandi Luigi. 1078. 

Moroni. 808, 1359. 

Moser (G. von). 1800. 

Muratori L. A. 12 7 7. 

Mureto Marc' Antonio. 1738. 

Musatti Cesare. 601, 1721. 

Musset (De) A. 239, 1439. 



Napoleone I. 452, 494, 
925,928,937, 938, 943, 
1121, 1141, 1142. 

Napoleone III. 598, 600, 

Napoleone Girolamo. 1196. 

Nelson. 11 22. 

Nencini. 1479. 

Nerazio Prisco. 222. 

Neri Filippo. 1826, 1827, i 

Neri Tanfucio. 853, 1197, i 

Nerone. 170. 

Nevio. 196. 

Niccolini G. B. 552, 884, 
901, 1079, 1463. 

Niceron. 1136. 



646, 
944. 

891. 



879. 



)0, 



Oliphant L. 865. 

Olivet (D'). 577. 

Olivier Emilio. 423. 

Omero. 176, 305, 486, 1582, 
1682, 1737. 

Ongaro (Dall') Frane. 720, 971, 
1266. 

Orazio. 5, 14,35,38, 164, 177, 
178, 199, 225, 256, 258,259, 
306, 308, 316, 332, 388,399. 
405, 408, 434, 476,487,524, 
551, 585, 602,649,688, 701, 
708, 761, 763, 788, 803, 804, 
818,879,916,955,995,1021, 
1023, 1024, 1025, 1048, Ilio, 
1183,1262, 1370, 1414,1435, 
1487, 1488, 1498, 1500, 1502, 
1503, 1518, 1523, 1524,1526, 
1531,1550, 1577, 1591,1606, 
1631, 1660, 1662, 1694, 1695, 
1696, 1697, 1698, 1699, 1767, 
1768, 1816, 1817. 

Orselaer (Von). 588. 

Ortlepp E. 451. 

Ovidio. 32, 59, 66, 80, 157, 
187, 218, 258, 312,319, 387, 
484, 545, 555,557.584,692, 
816, 975, looi, 1002, 1021, 
1077, 1090, 1102, 1165, 1174, 
1220, 1225, 1378, 1396,1397, 
1499,1579,1595. 1638,1763. 



commentatori, illustrato n, ecc. 



5Ö1 



Owen Giovanni. 733, 800. 
Oxenstierna (Di) Aless. 184, 586. 

Padelletti Guido. 630. 
Padiglione Carlo. 1147. 
Pagani Gentile. 1124. 
Palaprat. 1349. 
Pan (Du) Mallet. 412. 
Pananti Filippo. 331, 1027, 1874, 

1875. 

Panai (De). 412. 

Paolella Mariano. 854. 

Paolo (San). 8, 47, 1643, 1808. 

Papanti Giovanni. 1705. 

Pappo Alessandrino. 298. 

Para din Claudio. 948. 

Parini Giuseppe. 12, 228, 290, 
310, 365, 383, 772, 897, 
1203, 1277, 1281, 1457, 1504, 

1873. 

Parrasio Giano. 18. 

Pascal. 6, 1580. 

Pasqualigo Cristoforo. 601. 

Pavesi. 1769. 

Pecci Alfonso. 1357. 

Pellico Silvio. 94, 95» 373, 667, 
912. 

Pepe Gabriele. 1084. 

Pepoli Carlo. 678. 

Perasso G.-B. 448. 

Perez Antonio. 970. 

Perrault Carlo. 1841. 

Persano (Di) Carlo. 504. 

Persio. 301, 1292, 1770. 

Peruzzini Giovanni. 378, 529. 

Peschel. 141 1. 

Peto Arria. 1356. 

Petrarca Francesco. 88, 135, 198, 
203, 235, 252, 279, 285, 293, 
309, 353, 382,459,477,483, 
485,511, 523,534, 547,666, 
708, 783, 784, 790, 825, 826, 
827, 882, 884, 976, 1004, 
1112, 1117, 1152,1223, 1231, 
1363,1368,1377, 1419,1447, 
1489, 1495, 1496,1535,1558, 
1590, 1600, 1711, 1714, 1780. 



Petronio Arbitro. 159, 217, 262, 

354, 1330. 
Petruccelli della Gattina Ferdi- 
nando. 939. 
Peyrat Alfonso. 631. 
Piave F. M. 107, 108, no, in, 

242,243, 283, 314, 348, 489, 

546, 638, 668, 724, 1094, 

1096, 1151, 1584, 1641. 
Pico della Mirandola Giovanni. 

1484. 
Pieri Giuseppe. 675. 
Pieri Mario. 1079. 
Pieri Buti L. 1868. 
Pierpoint Roberto. 591. 
Pignotti Lorenzo. 517, 1198, 

1872. 
Pindaro. 403, 1680. 
Pindemonte Ippolito. 837, 1551. 
Pio IX. 1082, 1725, 1726. 
Piron Alessio. 362, 1169, 191 5. 
Pirro. 1759. 
Pixérecourt. 15. 
Platone. 133, 680, 1232, 1393, 

1441. 
Plauto. 168, 380, 396, 460, 537, 

800, 813, 957, 1018, 1211, 

1294, 1578. 
Plinio Secondo il vecchio. 22, 

415, 947, 997, 1176, 1310, 

1571. 
Plinio Secondo il giovane. 13, 

628, 991, 1356, 1407, 1611. 
Plutarco. 321, 648, 925, 948, 

1118, 1202,1332,1357, 1467. 

1701, 1813. 
Pola, 1050. 

Polignac (Cardinale di). 295, 978. 
Pompadour (Marchesa di). 330. 
Pons de Verdun. 19. 
Pontano Giov. Gioviano. 190. 
Pope Alessandro. 979, 1394, 

1416. 
Porta Carlo. 1885. 
Portogallo (Di) Giacomo. 1644. 
Porzio Festo. 1482. 
Poussin Nicola. 1719. 



30 



502 



Indice dei notili degli autori 



Poysel J. A. 946. 

Prati Giovanni. 207, 846, 847, 

848, 1542, 1837. 
Promis. 1147. 

Properzio. 871, iioo, 1126. 
Proto Francesco. 516. 
Prudhomme. 229. 
Proudhon. 610, 1337. 
Publilio Siro. 151, 219, 338, 

359,395.403,581,640,1424, 

1584. 
Pulci L. 336, 985, 1785. 
Pungileoni Luigi. 703. 
Pyat Felice. 610. 

Quintiliano. 7, 70, 748, 1407, 

1414, 1455, 1515, 1520. 
Quinto Curzio. 970. 

Rabelais. 18, 434, 644, 855, 
856, 1568. 

Racine. 136, 192, 706, 1470. 

Redi Francesco. 1569, 1876. 

Regnard Giov. Fran. 19 io. 

Régnier. 122, 1255. 

Renzi (De) Salv. 1381. 

Resta Sebastiano. 703. 

Ricasoli Bettino. 583, 1207. 

Riccardo Cuor di Leone. 1259. 

Riccardo di Venosa. 1527. 

Ricci Corrado. 777. 

Ricci Lorenzo. 969. 

Ricci Luigi. 773. 

Riccio Pier Francesco. 725. 

Richelieu. 644, 751. 

Righetti Carlo. 1888. 

Rigutini G. 1076, 1488. 

Robespierre. 573, 1344. 

Robilant (Di). 422, 1838. 

Roland (Madama). 744. 

Romani Felice. 43, 103, 374, 
530, 710, 735, 773, 915, 987, 
1037, 1092, 1151, 1168, 1328, 
1639, 1732, 1733, 1901,1902, 
1903. 

Ronconi. 735. 

Roqueplan Nestore. 635. 



Rosny (Duca di). 1464. 
Rt)ssi Gaetano. 533, 1728. 
Rossini Gioacchino. 239, 527. 
Rouget de Lisle. 669. 
Rouher Eugenio. 971. 
Rousseau G. G. 1206, 1433. 
Roy. 1298. 
Royer A. 470. 
Royer-CoUard. 442. 
Rozan. 578. 

Rudinì (Di) Antonio. 129. 
Ruggieri Pietro, 543. 
Ruscelli. 933. 

Sabelli G. A. 1290. 

Sacco Raffaele. 100. 

Sade (De). 1535. 

Saint-Simon. 121 5. 

Sallustio C. C. 60, 482, 662, 

757, 1516. 
Salvioni G. B. 1785. 
Santeuil (De) Giovanni. 251, 

364- 
Sardou Vittoriano. 768, 1251, 

1846, 191Ò. 
Sartine (De). 357. 
Sbodio Gaetano. 1893. 
Scartazzini G. A. 597. 
Schedoni Bartolomeo. 1719. 
Schiller. 186, 950, 1342. 
Schleinitz (Von). 627. 
Schoell. 107Ò. 
Schöntan (Fr. von). 1800. 
Schrader. 18Ò8. 
Schwartz. 1 680. 
Sciesa Antonio. 1124. 
Scipione Africano. 637. 
Scott Gualtiero. 391. 
Scotta Cesare. 892, 893. 
Scribe G. 19, 670, 671, 1917. 
Sebastiani Orazio. 656. 
Seguier. 578. 
Ségur. 1570. 

Sella Quintino. 132, 323. 
Seneca Lucio Anneo. 38, 170, 

210, 253, 312, 404, 478, 

502, 570, 595. 685, 736, 



commentatori, illustratori, ecc. 



563 



757, 795, 959, 1012, 1171, 
1175, 1235, 1410,1414,1415, 
1430, 1436, 1479, 1528, 1584, 
1663, 1814. 

Seneca Marco Anneo. 1650. 

Senofonte. 1393, 1810. 

Sevigné. 1296. 

Sforza Giovanni. 1564, 1927. 

Shakespeare. 284, 291,311, 355, 
456, 760, 764, 869, 1042, 
1299, 1742, 1743, 1744, 1799, 
1859, 1860,1861, 1862. 1920. 

Siéyès. 449. 

Sigismondo I imperatore. 15 19. 

Silio Italico. 1593. 

Sillery. 1237. 

Simon Giulio. 337. 

Sincerus Junior. 1 5 7 1 . 

Siraudin. 615. 

Sisto V papa. 808. 

Smiles Samuele. 1362. 

Smith Adamo. 742, 937. 

Socrate. 1335, 1441, 1627. 

Sofocle. 484. 

Solera Temistocle. 206, 896, 
1093. 

Solone. 484, 1582. 

Somma Antonio. 244,1905,1925. 

Sonntag Enrichetta. 1485. 

Soubise. 639. 

Southey Rob. 936. 

Sozomeno. 1343. 

Spada Giuseppe. 1725. 

Sparziano Elio. 821, 1652. 

Spencer Fil. Giac. 1801. 

Spinoza. 167. 

Staël. 167. 

Suhl. 1380. 

Stazio. 916, 1330. 

Stecchetti Lorenzo. 25, 97, 98, 
99, 270, 619, 704,878, 1512, 

1574. 
Stendhal. 1728. 
Sterbini Cesare. 102, 335, 343, 

558, 749,966,967,1036,1730, 

1789, 1790,1791, 1852, 1853, 

1854, 1855, 1856. 



Sterne Lorenzo. 52, 53, 1862. 

Stoppani. 969. 

Strabone. 46, 1680. 

Stringa. 580. 

Strozzi Filippo. 190, 725. 

Strozzi Gian Battista. 238. 

Strozzi Lorenzo. 725. 

Svetonio. 128, 444, 599, 650, 
916, 1005, 1129, 1357, 1519, 
1602,1616, 1701, 1760, 1812. 

Tacchinardi Nicola. 147. 

Tacito. 591, 594, 653, 657, 
723, 820, 916, 1617, 1700, 
1771. 

Tallemant des Réaux. 491, 1908. 

Talleyrand. 412, 442, 700, 927, 
1432, 1572, 1581, 1742. 

Tansillo Luigi. 466. 

Taparelli D'Azeglio Emanuele. 
630. 

Tasca Pietro. 580. 

Tassini. 601, 

Tasso Torquato. 89, 119, 121, 
141, 163, 195,240, 278, 351, 
352, 377, 409, 493,519, 582, 
663, 664, 712, 717,718, 726, 
727, 829, 830,831,832, 952, 
1003, 1044, 1267, 1268, 1445, 
1490, 1505, 1514,1587, 1603, 
1634, 1713, 1714, 1715, 1716, 
1717,1718, 1781, 1782, 1783, 
1784. 

Tassoni Aless. 520, 899, 904. 

Teissier Antonio. 1739. 

Temistocle. 321. 

Tennemann. 1378. 

Teodoreto. 1343. 

Teofrasto. 1597. 

Terenziano Mauro. 14. 

Terenzio. 197, 227, 329, 568, 
870, 1018, noi, 1417, 1438, 
1525, 1561, 1582, 1659. 

Terrasson. 1465. 

Tertulliano. 221, 1324. 

Texier Edmondo. 780. 

Thackeray. 958. 



5^4 



Indice dei nomi degli autori 



Thiers. 390, 971, 1236. 
Thode. 1615. 
Thompson Samuele. 745. 
Thomson Giacomo. 936. 
Thou (De) Giac. Ang. 507, 1739. 
Tiberio imperatore. 599. 
Tibullo. 312, 916. 
Tillotson John. 1344. 
Tito imperatore. 1005. 
Tommasini Oreste. 1293. 
Tommaseo Niccolò. 21. 
Tommaso (San). 1378. 
Torelli Giuseppe. 1145. 
Tornielli Girolamo. 1870. 
Torti Giovanni. 1786. 
Touquet. 1741. 
Traversa Rocco. 1075. 
Trier (De) G. 1790. 
Trivulzio Gian Giacomo. 644. 
Tucidide. 662. 
Turgot. 295. 
Tur pino. 171 2, 
Tzetza Giovanni. 496. 

Uchard Mario. 1845. 
Ulpiano. 1032, 1290. 
Umberto I. 922. 
Urbano Vili papa. 518. 

Valaresso Zaccaria. 1883. 
Valentini Ambrogio. 1668. 
Valentini Antonio. 1871. 
Valerio Massimo. 415, 637, il 71, 

1679. 
Vanloo A. 941. 
Vanneschi. 187 1. 
Vannucci Atto. 1463. 
Varchi Benedetto. 729. 
Varrini. 434. 

Varrone M.Terenzio. 1287, 1521. 
Vasari Giorgio. 238, 1824. 
Vassallo L. A. 1886. 
Vayra P. 455. 
Vedova. 949. 
Vegezio. 662. 
Velay Umberto. 169. 
Vellejo Patercolo. 1424. 



Venosa (Di) Riccardo. 1527. 

Venturi Adolfo. 12Ò5, 1325. 

Verböczi. 602. 

Verdi Giuseppe. 411. 

Verdier (Du) Antonio. 491, 1739. 

Verga Andrea. ']']']. 

Verville (B. de). 1007. 

Vespasiano imperatore. 128. 

Viennet. 593. 

Vignolles Stefano. 1256. 

Villa Tommaso. 891. 

Villani. 1358. 

Villari Pasquale. 991, 1293. 

Villemessant. i486. 

Villon Francesco. 1795. 

Virgilio. 28, 73, 74, 76, 117, 
118, 127, 162, 180, 188, 209, 
257, 317, 318, 320, 332,350, 
398,400, 401, 443, 474,479, 
506, 575, 590, 642, 660, 716, 
722, 725, 794, 798, 814,815, 
872, 880, 898, 916, 956, 998, 
999, 1000, 1040, 1041, 1046, 
1102, 1107, 1116, 1147, 1159, 
1185,1219, 1279, 130Ò, 1307, 
1308,1361, 1403, 1425, 1534, 
1536, 1546, 1594, 1681,1682, 
1083,1684, 1685, 1686, 1687, 
1688, 1689, 1690, 1691, 1692, 
1693, 1763, 1764, 1765, 1766, 
1815. 

Visconti- Venosta Emilio. 629. 

Visconti- Venosta Gino. 1923. 

Vitale Vito. 1276. 

Vitruvio. 1678. 

Vittorio Emanuele II. 455, 921, 
1146. 

Voltaire F. A. 40, 51, 401, 425, 
690, 694, 750, 778, 795, 942, 
1017, 1091, 1215, 1336,1338, 
1344, 1432, 1442, 1453, 1484, 
i486, 1541, 1840. 

Voss Giovanni Enrico. 48, 689. 

"Waez Gustavo. 470. 
Wagemann. 1293. 
Wander. 1295. 



commentatori, illustratori, ecc. 



565 



"Wellington (Duca di). 14] 
Wesley Giovanni. 1381. 
Wieland. 706. 
Wolf Ch. 191. 
Wright Tomaso. 1790. 
Wyon Arnaldo. 1148. 

Ximenes Francisco. 643. 

Yorick. I, 1649. 
Yriarte Carlo. 948. 



Zaffira Giuseppe. 887. 

Zamoyski Giovanni. 1236. 

Zanardelli Giuseppe. 583. 

Zanella Giacomo. 849, 1097. 

Zazzera Francesco. 1827, 1828. 

Zeli F. 1746. 

Zenatti Oddone. 1134. 

Zenobio. 947. 

Zeviani Gio. Agost. 702. 

Zola Emilio. 1848. 

Zonara. 1356. 



INDICE DELLE FRASI 



Il numero che segue la frase 
si riferisce al numero progressivo delle citazioni 



À aucuns les biens viennent en dormant. 491. 

A battesimo suoni o a funerale. 740. 

Ab Jove principium. 1306. 

Ablue peccata, non solum faciem. 990. 

Ab ovo j Usque ad mala. 1767. 

Abruzzo forte e gentile. 923. 

Absit injuria verbo. 755. 

Ab uno disce omnes. 209. 

Abyssus abyssum invocat. 1656. 

A can, che lecca cenere | Non gli fidar farina. 1667. 

A cavallo d'un cavai. 1923. 

Accipe nunc Danaum insidias et crimine ab uno. 209. 

A chi natura non lo volle dire | Noi dirian mille Ateni e mille 

Rome. 702. 
A chi un segreto.? Ad un bugiardo o a un muto. 1027. 
A compir le belle imprese. 13 18. 
A consolarmi affrettati | O giorno sospirato. 533. 
Acqua alle corde. 1359. 
Adagio nelle voltate. 1894. 
Ad calendas graecas. 1760. 
Addio del passato | Bei sogni ridenti. 243. 
Addio, mia bella, addio. 673. 
Addio mia bella Napoli. 824. 
Addante, Pedro, con juicio. 1300. 
Adess disi. 1727. 

Adgnosco veteris vestigia flammse. 74. 
Ad graecas, bone rex, fient mandata calendas. 1760. 
Adhuc sub judice lis est. 585. 
Adieu, adieu, my native shore. 1087. 
Ad majorem Dei gloriam. 1326. 
A donna non si fa maggior dispetto. 384. 



568 Indice delle frasi 



Ad usum Delphini. 1796. 

Adversus hoslem seterna auctoritas [esto]. 1076. 

Advocatus sed non latro. 766. 

A egregie cose il forte animo accendono. 840. 

'Ast cpspet TI Atßuy) xatvóv. 947. 

Aequam memento rebus in arduis | Servare mentem. 316. 

Afflavit Deus et dissipati sunt. 1342. 

A fosco cielo, a notte bruna. 530. 

A franco parlar risponderò franche parole. 1446. 

A' generosi | Giusta di glorie dispensiera è morte. 181. 

A' giusti prieghi | Di tanto intercessor nulla si nieghi. 173. 

Agli infelici | Difficile è il morir. 833. 

Agli infernali Dei | Con questo sangue il capo tuo consacro. 1834. 

Agnosco veteris vestigia flammae. 74. 

Ah ! bello a me ritorna. 103. 

Ahi Costantin, di quanto mal fu matre. 445. 

Ahi dura terra! Perchè non t'apristi? 1163. 

Ahi fiacca Italia, d'indolenza ostello. 1057. 

Ahi Genovesi, uomini diversi. 894. 

Ah! il n'y a plus d'enfants! 539. 

Ahi Pisa! vitupero delle genti. 905. 

Ahi povero Yorick ! 1862. 

Ahi serva Italia, di dolore ostello. 105 1. 

Ahi ! sugli estinti | Non sorge fiore. 838. 

Ahi sventura! sventura! sventura! 1723. 

Ahi vista! ahi conoscenza! 1717. 

Ah! le métier est bien gâté!... 1251. 

Ah! n'insultez jamais une femme qui tombe! 367. 

A horse! a horse! my kingdom for a horse. 291. 

Ah ! pace | O esacerbati spiriti fraterni. 667. 

Ah! perchè non posso odiarti. 710. 

Ah quest'infame, l'amore ha venduto. 109. 

Ai nostri monti ritorneremo. 1095. 

Ait latro ad latronem. 1865. 

Ajunt multum legendum esse. 140 7. 

Alagria ! alagria ! 1890. 

Alas, poor Yorick! 1862. 

Alcun non può saper da chi sia amato. 67. 

Alfana vient à^equus sans doute. 1522. 

Alfredo, Alfredo j Di questo core. ili. 

Aliquando et insanire jucundum est. 1430. 

Alle incolpate ceneri | Nessuno insulterà. 844. 

'AXX' 75x01 {lèv xaöxa Oswv sv youvaot xstxai. 486. 

All'idea di quel metallo | Portentoso, onnipossente. 335. 

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne. 837^ 

Allons, enfants de la patrie. 669. 

Allons, saute, marquis. 19 io. 



Indice delle frasi 569 



Ali the perfumes of Arabia. 284. 

Alma terra natia. IO59. 

Alme incaute, che torbide ancora. 250. 

Almen la destra io ratta ebbi al par della lingua. 458. 

Alone with his glory. 191. 

À l'origine de toutes les grandes fortunes il y a des choses qui 

font trembler. 1184. 
Al quale ha posto mano e cielo e terra, io. 
Altera figlia | Di quel Monarca, a cui | Né anco quando annotta, 

il sol tramonta, 950. 
Altera manu fert lapidem, panem obstentat altera. 121 1. 
Altera pars revocat quidquid pars altera fecit. 1606. 
Alterius non sit, qui suus esse potest. 733. 
Altissimo I Signor del sommo canto. 1133. 
Amandosi e vivendo lemme lemme. 707. 
Araant alterna Camoenae. 1534. 
Ambo florentes aetatibus, Arcades ambo. 1692. 
Ambo le man' per lo dolor mi morsi. I162. 
A me chiedesti sangue. 728. 
Amen dico vobis. 1756. 
'Ajiepat S'èîtdXotJiot jxdpxupsç oocpwxaxoi. 403. 
A mezzo novembre | Non giugne quel che tu d'ottobre fili. 597. 
Amici, diem perdidi. 1005. 

Amico, hai vinto: io ti perdon...; perdona. 163. 
Amicus certus in re incerta cernitur. 66. 
Amicus Plato, sed magis amica Veritas. 144 1. 
Amleto della monarchia. 1144. 
Amor che a nullo amato amar perdona. 84. 
Amor che al cor gentil ratto s'apprende. 83. 
Amor che nella mente mi ragiona | Della mia donna. 82. 
Amore e Morte. 842. 
Amor mi mosse, che mi fa parlare. 81. 
Amour sacré de la patrie. 670. 
Anathema sit. 1808. 
Anca lu, sur Piccaluga, a Milan? 1888. 
Anche la speme, ultima dea | Fugge i sepolcri. 1560. 
Anche questa é da contar. 1733. 
Anch'io sono pittore. 703. 
Ancora luce ! 865. 
Andare a Canossa. 328. 
Andava combattendo, ed era morto. 1867. 
Andiam, che la via lunga ne sospigne. 1353. 
Andrem, raminghi e poveri. 471. 
'Avs^j&icpd-u) x'jßoc. 1357. 
Anima sciocca. 1372. 
Anima tapina. 1892. 
Animula, vagala, blandula | Hospes, comesque corporis. 821. 



570 Indice delle frasi 



Animum debes mutare, non cœlum. 38. 

Anne, ma soeur Anne, ne vois-tu rien venir? 1841. 

An nescis, fili mi, quantilla prudentia mundus regatur? 588. 

An nescis longas regibus esse manus ? 1246. 

Ante mortem ne laudes honinem quemquam. 484. 

'AvO-ptoTióc sau ^wov ôtîiouv ccTixspov. 680. 

Appena vidi il Sol che ne fui privo. 466. 

Après nous le déluge ! 330. 

Apriti, Sesamo! 1850. 

Aquse furtivse dalciores sunt, et panis absconditus suavis. 1155. 

À quelle sauce voulez- vous être mangés? 19 12. 

Arbor vittoriosa trionfale. 279. 

Arcades ambo. 1692. 

A re malvagio, consiglier peggiore. 1268. 

A rifare l'Italia bisogna disfare le sètte. 605. 

A Roma ci siamo e ci resteremo. 921. 

Arrotini impazziti. ']']']. 

Ars longa, vita brevis. 404. 

Arte nata da un raggio e da un veleno. 776. 

Arte più misera, arte più rotta. 769. 

Art is long, and time is fleeting. 404. 

Asino di Buridano. 1378. 

Assai lo loda e più lo loderebbe. 194, 1364. 

Assai più giova, che i fervidi consigli, ] Una lenta prudenza a' gran 

perigli. 12 16. 
Assommer un garde-champêtre, ce n'est pas assommer un homme. 

1916. 
A sto paese ggià tutt' er busilli. 919. 
A tutti, se vuole, la donna la fa. 358. 
Auctor opus laudat. 1002. 
Audaces fortuna iuvat. 1102. 

Audacter calumniare, semper aliquid hœret. 750. 
Audax Japeti genus. 804. 

Au demeurant le meilleur fils du monde. 1907. 
Audentes fortuna iuvat. 1102. 
Audiatur et altera pars. 569. 
Auf Flügeln des Gesanges. 15 11. 
Àuguri di Cicerone. 1469. 
Aujourd'hui, ce qui ne vaut pas la peine d'être dit, on le chante. 

1491. 
Aurea mediocritas. 256. 
Aurea Roma, prima inter urbes. 916. 
Auri sacra fames. 127. 
Aut Csesar aut nihil. 948. 
Aut insanis homo, aut versus facit. 1500. 
Aut nomen, aut nihil satis. 190. 
'A'JTOç scpa. 14 14. 



Indice delle frasi 57] 



Avea del e... fatto trombetta. 1280. 

Ave, Imperator, morituri te salutant. 650. 

Avere il cervello nella schiena. 687. 

Aver perduto il ben dell'intelletto. 1426. 

A* voli troppo alti e repentini | Sogliono i precipizj esser vicini. 493. 

Bagolamentofotoscultura. 1793. 

Barbarus hic ego sum, quia non intelligor uUi. 1077. 
Barufe in famegia. 431. 
Batti ma ascolta. 321. 
Beati gli occhi che la vider viva. 382. 
Beati mortui qui in Domino moriuntur. 857. 
Beati pauperes spiritu. 1369. 
Beati possidentes. 1183. 

Beati qui in iure censentur possidentes. 1183. 
Beato asperges del baston. 1885. 
Beato non far nulla. 992. 
Beatus ille, qui procul negotiis. 763. 
Becchini della Monarchia. 1839. 
Belisario obulum date imperatori. 496. 

Bella I Come un angiol, che Dio crea nel più ardente | Suo tra- 
sporto d'amor. 373. 
Bella coppia, il ciel vi guardi. 1896. 
Bella figlia dell'amore. 108. 
Bella, horrida bella. 642. 
Bella Immortai! benefica. 1323. 
Bella Italia, amate sponde. 1058. 
Bellum a nulla re bella. 152 1. 
Ben dell'intelletto. 1426. 
Benedetta colei che in te s'incinse! 1822. 
Benedette figliuole! non veggo l'ora che si maritino! 1016. 
Benedictio patris firmat domos filiorum. 439. 
Benedite, gran Dio, l'Italia! 1082. 
Ben è '1 viver mortai, che si n' aggrada. 783. 
Bene qui latuit, bene vixit. 258. 
Benignamente d'umiltà vestuta. 1648. 
Ben se* crudel, se tu già non ti duoli. 1167. 
Ben ti riveggo con piacer Lisandro. 1721. 
Bestemmiando fuggi l'alma sdegnosa. 956. 
Bevendo in fresco, e bestemmiando Cristo. 1574» 
Beverei prima il veleno. 1569. 

Bibite, fratres, bibite, ne diabolus vos otiosos inveniat. 1568. 
Bigotti della Monarchia. 1839. 
Bis dat qui cito dat. 151. 

Bisogna mangiare per vivere e non vivere per mangiare. 1627. 
Bis vincit qui Se vincit in victoria. 1584. 
Bollente Achille. 711. 



572 Indice delle frasi 



Boni pastoris est tendere pecus, non deglubere. 599. 

Bonos corrumpunt mores congressus mali. 221. 

Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi. 12 io, 

Brescia la forte, Brescia la ferrea. 900. 

Brevis esse laboro : | Obscurus fio. 1498. 

Brillare per la propria assenza. 1771. 

Britons never shall be slaves. 745. 

Cada uno es hijo de sus obras. 1200. 

Caddi come corpo morto cade. 1392. 

Cselum non animum mutant qui trans mare currunt. 38. 

Ceesarem vehis Caesarisque fortunam. il 18. 

Csesar non supra grammaticos. 15 19. 

Ça ira. 608. 

Calende greche. 1760. 

Calomniez, calomniez ; il en restera toujours quelque chose, 750« 

Camicia rossa, camicia ardente. 1075. 

Canis a non canendo. 152/. 

Canoro elefante. 772. 

Cantabit vacuus coram latrone viator. 11 70. 

Cantoma, crioma, cinciand a la douja. 893. 

Caput mundi, regit orbis frena rotundi. 916. 

Cari luoghi, io vi trovai. 1092. 

Cameade! chi era costui? 11 28. 

Carpe diem, quam minimum credula postero. 1591. 

Car tel est notre plaisir. 1242. 

Caseus ille bonus quem dat avara manus. 1388. 

Casta Diva che inargenti. 1328. 

Castigat ridendo moçes. 251. 

Castum esse decet pium poetam | Ipsum. 1664. 

Caton se la donna, [ Socrate l'attendit. 859. 

Caussa patrocinio non bona peior erit. 584. 

Ceci tuera cela. 21. 

Cédant arma togse, concédât laurea linguae. 765. 

Cedite Romani scriptores, cedite Graii. li 26. 

Cela ne va pas, cela s'en va. 858. 

Celeste Aida, forma divina. 375. 

Celeste è questa | Corrispondenza d'amorosi sensi. 115. 

Cenerentola, finiscila. 1898. 

Ce n'est pas assez d'avoir de grandes qualités, il faut en avoir 

l'économie. 1583. 
Ce n'est pas possible: cela n'est pas français. 1121. 
Ce n'est rien, | C'est une femme, qui se noyé. 1909. 
Ce n'était pas la peine, | Non, pas la peine, assurément, | De 

changer de gouvernement. 615. 
Ce qui manque aux orateurs en profondeur, ils vous le donnent 

en longueur. 15 17. 



Indice delle frasi 573 



C'era una volta un re e una regina. 1266. 

Certum est, quia impossibile est. 1324. 

Ce sont là jeux de prince. 577. 

Ces malheureux rois, | Dont on dit tant de mal, ont du bon 

quelquefois. 1250. 
C'est beau, mais ce n'est pas la guerre. 652. 
C'est du Nord aujourd'hui que nous vient la lumière. 942. 
C'est elle! Dieu que je suis aise! 19. 
C'est la faute de Voltaire. 1741. 
C'est le commencement de la fin. 1742. 
C'est magnifique, mais ce n'est pas là guerre. 652. , 
C'est plus qu'un crime, c'est une faute. 389. 
C'est une grande habileté que de savoir cacher son habileté. 1423. 
Cet âge est sans pitié. 541. 
Ceterum censeo. 322. 
Chacun dit du bien de son cœur, et personne n'en ose dire de 

son esprit. 696. 
Chaque âge a ses plaisirs. 544. 
Chaque jour a sa peine. 792. 
Chassez le naturel, il revient au galop. 36. 

Chassez les préjugés par la porte, ils rentreront par la fenêtre. 36. 
Che bella lingua il greco! 1933. 
Che chiede sempre e nulla dà a nessuno. 1198. 
Che di Giuda il leon non anco è morto. 917. 
Che fu il mal seme per la gente tosca. 1358. 
Che giova nelle fata dar di cozzo ? 48 1 . 
Che i più tirano i meno è verità. 875. 
Che la rompo? 448. 
Che Tinse? 448. 

Che 'nanzi al di de l'ultima partita. 483. 
Che più ti resta? infrangere. 693. 
Cherchez la femme. 357, 
Che si? che si? 717. 

Chevalier sans peur et sans reproche. 1120. 
Che vi sia ciascun lo dice, | Dove sia nessun lo sa. 92. 
Chiare, fresche e dolci acque. 293. 
Chi delitto non ha, rossor non sente. 1637. 
Chi di voi è senza peccato, getti su di lei la prima pietra. 165 
Chiedete, e vi sarà dato; cercate e troverete. 1556. 
Chi l'acqua beve. 1569. 

Chi la pace non vuol, la guerra s'abbia. 663. 
Chi la squallida cervogia. 1569. 
Chi lo dice non lo fa. 457. 

Ch'i' non curo altro ben né bramo altr'esca. 1590. 
Chi non è con me è contro di me. 72. 
Chi non lo dice lo fa. 457. 
Chi non sa ubbidire non sa comandare. 161 1. 



574 Indice delle frasi 



Chi per la gloria muor ] Vissuto è assai. 1050. 

Chi per la patria muor | Vissuto è assai. 1050. 

Chi può vantarsi | Senza difetti? 874. 

Chi semina vento raccoglie tempesta. 641. 

Chi tace, acconsente. 1031. 

Chi vede il periglio | Né cerca salvarsi, il 13. 

Chi versa l'uman sangue, il sente. 207. 

Chi vive amante | Sai che delira. 90. 

Chi vuole vada, chi non vuole mandi. 215. 

eh' un bel morir tutta la vita onora. 825. 

Cicero pro domo sua. 1761. 

Cifre son del suo volere. 13 16. 

Ci-gît ma femme : oh qu'elle est bien. 362. 

Ci-gît Piron, qui ne fu rien. 19 15. 

Ci rivedremo a Filippi. 18 13. 

Ci siamo e ci resteremo. 921. 

Città fetente. 904. 

Ciurma sdraiata in vii prosopopea. 992. 

Clamitat ad ccelum vox sanguinis et sodomorum. 1655. 

Claudite jam rivos, pueri : sat prata biberunt. 1691. 

Cœli enarrant gloriam Dei. 1309. 

Ccelum a non celando quia apertum est. 1521. 

Cogito, ergo sum. 1536. 

Colla febbre, Don Basilio, | Chi v'insegna a camminar? 1856. 

Colli beati e placidi. 897. 

Col senno e con la mano. 1781. 

Coloro che vincono, in qualunque modo vincano, mai non ne 

riportano vergogna. 499. 
Coloro I Che visser senza infamia e senza lodo. 1366. 
Colui che la difesi a viso aperto, mi. 
Comanda chi può e ubbidisce chi vuole. 16 io. 
Come dell'oro il fuoco. 68. 
Come frati minor vanno per via. 1277. 
Come il pan per fame si manduca. 1779. 
Come la ucciderò? 369. 
Come le pecorelle escon del chiuso, il 15. 
Come quei che con lena affannata. 1552. 
Come rugiada al cespite | Dell'erba inaridita. 282. 
Come rugiada al cespite | D'un appassito fiore. 283. 
Comes facundus (0 jucundus) in via pro vehiculo est. 219. 
Come un forte inebriato. 1325. 
Come what come may. 311. 
Comme fuie e comme non fuie. 1880. 
Compagnia della Lesina. 129. 
Comparisons are odious. 873. 
Compelle intrare. 1805. 
Componitur orbis regis ad exemplum. 1260. 



Indice delle frasi 575 



Comprate il mio specifico. 1902. 

Con alti e spessi | Segni del tuo valore, o Sfregia, impressi. 1873. 

Concordia parvse res crescunt, discordia maxumae dilabuntur. 757. 

Congedo e paga intera. 771. 

Con la politica più fina e bella. 1301. 

Con le idee donna Prassede si governava come dicono doversi 

far con gli amici. 965. 
Connu dans l'univers et dans mille autres lieux. 19 17. 
Conosci te stesso. 1393, 

Conosci tu il paese ( Dove non s'è mortali. 878. 
Conosco i segni dell'antica fiamma. 75. 
Conscia mens recti famse mendacia risit. 1638. 
Consentire è confessare. 1033. 
Considerate la vostra semenza. 1626. 

Consuetudo quasi altera natura. 33. » 

Consuetudo est secunda natura. 34. 
Consuma dentro te con la tua rabbia. 752. 
Consummatum est. 1674. 
Contala, contala come fu ! 1880. 

Content, if hence th' unlearn' d their view may wants. 1416. 
Conticuere omnes, intentique ora tenebant. 1041. 
Contra miglior voler, voler mal pugna. 393. 
Contraria contrariis. 1380. 
Contritionem praecedit superbia. 964. 
Conveniunt rebus nomina saepe suis. 1527. 
Con vent' anni nel core | Pare un sogno la morte. 850. 
Convier quelqu'un, c'est se charger de son bonheur pendant tout 

le temps qu'il est sous notre toit. 1567. 
Cor hominis disponit viam suam. 395. 
Corregge ridendo i costumi. 251. 
Corrispondenza d'amorosi sensi. I15. 
Corrumpunt bonos mores colloquia mala. 221. 
Corruptio optimi pexima. 200. 
Corruptissima republica plurimae leges. 594. 
Cortesia fu in lui esser villano. 1282. 
Cosa bella mortai passa e non dura. 790. 
Cosa fatta capo ha. 1358. 
Cose che il tacere è bello. lOii. 
Cosi fan tutte. 356, 

Cosi nell'un come nell'altro passo. 1228. 
Cosi va il mondo, bimba mia. 1794. 

Cras amet qui numquam amavit; quique amavit, eras amet. ']']. 
Cras credo, hodie nihil. 1287. 
Credat Judaeus Apella. 476. 

Crede ratem ventis, animam ne crede puellis. 354. 
Credo quia absurdum. 1324. 
Cremonesi raangia-fagiuoli. 899. 



576 Indice delle frasi 



Cresci! eundo. 1687. 

Crimine ab uno | Disce omnes. 209. 

Crucifige, crucifige eum. 1807. 

Crux de cruce. 1148. 

Cui concessus est finis, concessa edam sunt media ad finem 

ordinata. 1293. 
Cui licitus est finis, illi licet etiam medium ex natura sua ordi- 

natum ad talem finem. 1293. 
Cui prodest scelus, is fecit. 210. 
Cujusvis hominis est errare. 977. 
Cujus vulturis hoc erit cadaver? 1819. 

Cum autem sublatus fuerit ab oculis, etiam cito transit e mente. 39. 
Cum finis est licitus, etiam media sunt licita. 1293. 
Cum nomine Caesaris omen. 948. 
Cuor leggero. 423. 
Curia romana non petit ovem sine lana. 1188. 

Dalla cuna alla tomba è un breve passo. 789. 

Dal pigro e grave sonno, ove sepolta. 1052. 

Dal sonno alla morte è un picciol varco. 829. 

Dal tuo stellato soglio. 1327. 

Da me son fatti i miei pensier diversi. 1377. 

Dammi, dammi quel ferro. 1720. 

Dammi un punto d'appoggio e moverò la terra e il cielo. 298. 

Dans cinquante ans, l'Europe sera républicaine ou cosaque. 943. 

Dans l'adversité de nos meilleurs amis, nous trouvons toujours 

quelque chose qui ne nous déplaît pas. 69. 
Dans un grenier qu'on est bien à vingt ans! 11 72. 
Da Scilla in Cariddi. 1737. 
Das Ewigweibliche. 341. 
Date un obolo a Belisario. 496. 
Dat veniam corvis, vexât censura columbas. 202. 
Da ubi consistam, et terram cœlumque movebo. 298. 
Davus sum, non Oedipus. 141 7. 
Debbono i saggi | Adattarsi alla sorte. 255. 
Decet verecundum esse adolescentem. 537. 
Declina il mondo, e peggiorando invecchia. 410. 
De duobus malis, minus est semper eligendum, 1304. 
Degna ] Di poema chiarissimo e d'istoria. 1489. 
Degno è di gloria quei che ruba un regno. 516. 
Deh fossi tu men bella o almen più forte. 1054. 
Deh non parlare al misero. 242. 
Dei re congiurati la tresca finì! 1065. 
Dei sonetti, corti, da far prestino. 1928. 
De la costanza sua scudo ed usbergo. 310. 
De l'altrui fida sposa a cui se' caro. 365. 
De l'audace, encore de l'audace, et toujours de l'audace! 1099. 



Indice delle frasi 577 



Del bel paese là, dove il sì suona. 881. 

Delenda Carthago! 322. 

Del fare e del chieder, tra voi due. 152. 

Delieta juventutis meae et ignorantias meas ne memineris. 986. 

Della madre il camin segue la figlia. 434. 

Delle spade il fiero lampo. 676. 

De male quaesitis vix gaudet tertius haeres. 266. 

De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti. 301. 

De omnibus rebus et quibusdam aliis. 1484. 

De omni re scibili et quibusdam aliis. 1484. 

Deos iratos laneos pedes habere. 263. 

De par le roy, défense à Dieu. 19 14. 

Der Mensch ist was er isst. 1566. 

Der preussische Schulmeister hat die Schlacht bei Sadowa gewon 
nen. 141 i. 

Descriver fondo a tutto l'universo. 1777. 

De summo planus, sed non ego planus in imo. 1606, 

Détestables flatteurs, présent le plus funeste. 1470. 

Deus in medio eius non commovebitur. 307. 

Deus nobis haec otia fecit. 1546. 

Devine si tu peux et choisis si tu l'oses. 1844. 

Dicitque bea tus | Ante obitum nemo supremaque funera debet. 
484. 

Dictum sapienti sat est. io 18. 

Die Fortsetzung folgt. 1746. 

Diem perdidi. 1005. 

Die Politik der freien Hand. 627. 

Die Politik ist keine exakte Wissenschaft. 634. 

Dies irae, dies illa. 272. 

Dies mei sicut umbra declinaverunt. 787. 

Die Sonne geht in meinem Staat nicht unter. 950. 

Die Todten reiten schnell. 867. 

Dietro l'avello | Di Machiavello. 232. 

Dieu, c'est le mal. 1337. 

Dieu et mon droit. 1259. 

Dieu me l'a donnée: garde à qui y touchera. 1142. 

Difatto, dopo morto, è più vivo di prima. 179. 

Difesa miglior, ch'usbergo e scudo. 1634. 

Difficile est satiram non scribere. 18 18. 

Dii lanatos pedes habent. 262. 

Dii, talem terris avertite pestem ! 1815. 

Dilexi justitiam, et odivi iniquitatem, propterea morior in exi- 
lio. 565. 

Di libri basta uno per volta, quando non è d'avanzo. 26. 

Diliges amicum tuum sicut teipsum. 62. 

Dio dell'or, | Del mondo signor. 333. 

Dio me l'ha data, guai a chi la tocca! 1142. 

37 



Indice delle fr 



Di papaveri cinto e di lattuga. 1373. 

Di più direi; ma di men dir bisogna. 475. 

Di poema dignissima e d'istoria. 1490. 

Di quell'amor eh' è palpito, ilo. 

Di quella pira | L'orrendo fuoco. 1736. 

Diruit, sedificat, mutat quadrata rotundis. 1696. 

Discipulus est prioris posterior dies. 403. 

Discite iustitiam moniti et non temnere divos. 575. - 

Diseur de bons mots, mauvais caractère. 6. 

Disjecti membra poetae. 1768. 

Dis-moi ce que tu manges; je te dirai ce que tu es. 1565. 

Di sua bocca uscieno | Più che mei dolci d'eloquenza i fiumi. 

Di tanti palpiti. 1729. 

Dite ai regi | Che mal si compra co' delitti il soglio. 1249. 

Dito di Dio. 1749. 

Diu nature übertritet nicht. 300. 

Diverse lingue, orribili favelle. 1029. 

Diversi aspetti in un confusi e misti. 17 16. 

Divide et impera. 758. 

Di viltade | Siam fatti esempio alla futura etade. 1374. 

Divina Commedia. 1134. 

Diviser pour régner. 758. 

Diviserunt vestimenta ejus. 514. 

Divûm domus. 916. 

Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus. 1329. 

Dixitque Deus : Fiat lux. 1669. 

Dolce color d'orientai zaffiro. 277. 

Dolce dell'alme universal sospiro. 731. 

Dolce far niente. 991. 

Dolce Stil nuovo. 1494. 

Do lode I Alla ragion, ma corro ove al cor piace. 976. 

Dominedio ci salvi [ Da i libri troppo lunghi e dai poemi! 25. 

Domine, salvum fac regem. 1238. 

Dominus dédit. Dominus abstulit. 247. 

Domum servavit lanam fecit. 37