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COMMEDIA 



11 



DANTE ALLIGHIERI 




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DI 



DANTE ALLIGHIERI 



CON RAGIONAMENTI E NOTE 



Di 



NICCOLO TOMMASEO 



IL.' IIVI^EIPIIVO 



FRANCESCO PAGNONI, TIPOaRAFO EDITORE 



in 



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1 1' 



PROEMIO. 



M, 



olto fu scrìtto intorno al secolo e ai poema di Dante, 
molte nuove bellezze nel suo canto scoperte, molte pre- 
ziose notizie ad illustrarlo raccolte; onde pare che nulla o 
poco rimanga a sapere più oltre di lui , del suo libro, del- 
l' età nella quale egli visse. Ma cosiffatta è la natura delle 
cose grandi, che di quanta più luce si rischiarano intorno, 
più nuove appariscono, e più arcane; laddove i piccoli og- 
getti, le tenebre e il dubbio giovano a rinvolgerli di mae- 
stà. Più studiasi 1' anima di Dante, e più varia riesce l'ar- 
monia degli elementi che ne costituiscono la grandezza: 
più studiasi quel secolo, irradiato da tanta luce di storia, 
di tradizioni, di poesia; e cresce il desiderio di penetrarvi 
più addentro, di riguardarlo da' lati meu luminosi, che 
non sono i meno importanti, di cercare le cagioni d'effetti 
così singolari, e gli effetti di sì memorande cagioni. Quando 
l'erudizione e la scienza hanno investigato, meditato; al- 
lora sorgono, quasi rampolli a pie del vero, altri dubbi. 
Non è del nostro intendimento penetrare quanto ha di più 
recondilo la natura d' uomo e di secolo così fecondi: ma 
non saranno qui forse inutili alcuni cenni a indicare con 
quale disposizione convenga leggere i libri di Dante. Né le 



VI PROEMIO. 

dichiarazioni storiche, né le estetiche considerazioni , né 
le note diligenlissime basteranno a dare a conoscere l' a- 
nima dell' Allighieri , che è l' anima che agitava il suo se- 
colo, se il lettore con la propria meditazione non se ne 
crea a poco a poco un concetto, e non sa collocarsi nel 
vero punto a contemplare l'uomo interprete de' dolori di 
un popolo. 

Chi è egli dunque l'autore che, postosi accanto al soglio 
della giustizia sapientissima, sentenzia buoni e rei, gli uni 
esalta e beatifica, gli altri aggrava di tormento e d' infa- 
mia ? Chi é egli il guerriero scienziato, 1' amante teologo, 
il magistrato poeta, il giudice delle nazioni e dei re? Per- 
chè tante contradizioni nella sua natura, nelle opere sue 
tanti toni diversi? Ora giusto come spirito più che umano, 
ora implacabile quasi demone, or tenero come amante? A 
conoscere quest'uomo tutti gl'indizi! son preziosi: di- 
spersi, accrescono le contradizioni; raccolti, le vengono 
concihando. 

Leggiamogli parte del suo segreto nel volto. Miriamo 
quella fronte alta, pronta a contrarsi alla meditazione, a 
aggrottarsi allo sdegno; quelle guance alquanto incavate, 
quel mento sporgente , che dicono vigore e accensibilità : 
dall'aria altera della fìsonomia non so che di posato , di 
raccolto, e (in profilo riguardandola) di malinconico e di 
pietoso. Non un pensiero solo , un affetto , da quel volto 
traspare: que' lineamenti che, leggermente considerati, o 
infedelmente ritratti, non spirano che la ferocia e la rab- 
bia; la gravità, la sicurezza, il dolore, li modellano a espres- 
sione più varia e più profonda. Tu vi leggi un animo ar- 
dente , ma signore del proprio pensiero, ma rinchiuso in 
sé tanto da non lasciar prorompere invano scintilla del 
fuoco che lo divora; ma disposto a sentire in mezzo al- 
l' ira e all'orgoglio i più miti e nobili affetti; accessibile 
alla compassione che ama, al dolore ch'esalta l'anima, o 
la rende migliore. Ognuno avrà conosciuto fisonomie so- 
miglianti a questa di Dante, e, nonché impresse de' segni 
del rancore, informate a indulgenza e a pietà. Tale era l'a- 



PROEMIO. VII 

mante di Beatrice negli anni più belli, quando il dolore di 
un affetto solitario e le cure della repubblica sole gli agi- 
tavano il cuore: né, prima delle umiliazioni che avvelena- 
rono lo scorato suo esilio , si svolse in lui quello sdegno 
feroce che poi pullulò si robusto. E quando io riguardo 
attentamente que' lineamenti che mi si offrivano alterati 
dall'ira, riconosco in essi il cantore di Francesca, di 
Matilde, di Beatrice , tanto chiaramente quanto il nemico 
di Filippo e di Bonifazio. Questa quasi commistione di 
due contrarli elementi, la sensibilità dell' ira e la sensibilità 
dell' amore, è come il fondo della natura di lui; le sono 
due corde dalle quali esce, or alterna e or unita, la potente 
armonia. 

E l'attitudine che domina in quell'aspetto , che dà ri- 
lievo a tutte le qualità dell'uomo e del poeta, si è la fer- 
mezza : quella fermezza che, accoppiata all'amore, gì' ispi- 
rava nella grave età un lungo inno trionfale di gloria alla 
giovanetta del suo cuore, perduta negli anni più spensie- 
rati ; quella fermezza che, accoppiata alla giustizia , lo co- 
stituiva giudice de' nemici e degli amici; che, accoppiata 
al dolore, gli faceva sotto alle mutate opinioni tenere nel 
fondo dell' anima i sensi stessi; che, accoppiata all'orgo- 
glio, lo rispiugeva dalle mura desiderate della terra natale, 
la qual egli sdegnava racquistare a prezzo di viltà; quella 
fermezza che, accoppiata all' amore di patria e di vendetta, 
non gli permise porre mai giù la speranza , lo spinse di 
provincia in provincia, di corte in corte; e, ributtatone , 
ve lo ricondusse non tanto per mendicarne un ricetto , 
quanto per arrotare la più possente delle armi, la parola 
armoniosa , che doveva echeggiare per tanta via di spazii 
e di tempi ; quella fermezza che diede forme giganti all'e- 
difizio della sua imaginazione, e tutte le parli sin dal primo 
ne predispose, e le architettò fortemente; e avventò ri- 
gido , intero , diritto , come saetta , quel verso vanis- 
simo , e nell' apparente negligenza sempre ponderato e 
sicuro. 

Da questa dote un' altra gliene veniva , eh' è l' essenza 



VHI PROEMIO, ' 

deiruomo onesto, cosi come del grande poeta; la sincerità: 
e gliela leggi scolpita nel viso, e ne' suoi scritti la trovi, o 
sia eh' esalti se stesso, o sia che i propri difetti confessi; 
ragioni freddo de' suoi, e caldo degli estranei; o taccia 
di coloro che gli sarebbe giovato lodare, e parli altamente 
di quelli de' quali il pur bisbigliare in segreto era risico. 
Per dare a conoscere l' animo suo senza sotterfugi , egli 
trasceglie un soggetto dove abbiano luogo accomodato 
fatti coetanei, ne crea sé medesimo attore , rigetta la lin- 
gua dei dotti, come impotente a sfogare tutto quant' egli 
sentiva; e là dove più fervono gli sdegni, quivi egli alza 
più chiara la voce , le parole più schiette quivi fa risuo- 
nare ; ansioso di trasfondere se negli spiriti tutti. Certa- 
mente non temeva che il suo segreto si divulgasse, l'uomo 
che addita le bestie liesolane , e la p sciolta tre- 
scante co' re, e V Italia non donna di Provincie ma bor- 
dello y e la cloaca di sangue e di puzzo , e la rogna delle 
umane viltà. Queste voci esalate dall'ira, accanto all' espres- 
sioni di un amore gentilissimo , d'un alto sdegno , d'una 
religione severa e composta, dimostrano che la sua propria 
grandezza appunto gli rendeva intollerabile l'ipocrisia. 
Egli si confessa superbo , lascivo , traviato dall' alto sen- 
tiero della virtù: e gli par cosa vile sopprimere nulla dei 
proprii sentimenti dalla cui mistione era quasi conflato il 
suo genio. Lui felice, se i tempi men duri avessero tem- 
perato il suo sentire in tranquilla armonia con le cose di 
fuori, tanto che il dolore e l'orgoglio, innaspriti, non fos- 
sero diventati rabbia divoratrice, superba febbre d' immor- 
tale vendetta! Lui felice, s'egli avesse potuto mostrare sé 
stesso, e nulla manifestare che puro non fosse ! Ma poiché 
le vicende del secolo, e quella debolezza che viene dalla 
non regolata forza, gliel tolse; apprezziamo almeno la sua 
animosa sincerità; e compiangiamolo. 

Un'osservazione ancora innanzi (h partirci dall' iraagine 
del poeta. Chi punto conosce la schiatta toscama vivente , 
ne ravvisa in Dante (altri già l'osservò), quasi il generale 
modello: quella fronte, quel profilo , quel mento, a ogni 



PROEMIO. IX 



rivolger d' occhi rincontransi in tutta Toscana ; e nelle 
terre venete altresì, che portano una delle più antiche e 
più gentili schiatte d'Italia. Lo direste nato a rappresen- 
tare cosi la sua nazione , come l' intero suo secolo. Quella 
forza mista di soavità che distingue il genio toscano dal- 
l' attico, e lo rende men vivido , ma più fermo ; nell' Al- 
lighieri chi non la riconosce eminente, come in una di 
quelle creature in cui la natura si compiace di raccogliere 
e congegnare i disparati suoi doni? 

Or dalla vita sua quali conseguenze possiam noi de- 
durre a meglio conoscere l' uomo? Nato di padre già dalle 
civili discordie cacciato in esilio, e' comincia nelle dome- 
stiche tradizioni a succiare sin da' primi anni l' ira e il do- 
lore: al sentimento degli odii fraterni congiungesi la salu- 
tare esperienza della sventura, e la sventura in parte rat- 
tempera quanto è in quelli di soverchiamente selvaggio; la 
sventura maestra d' amore e di mansuetudine. Si pensi da 
quale famiglia e' nascesse, e s'avrà in mano una chiave, a 
dir così, del suo cuore. 

Disposto dalla natura e dalla fortuna all'amore, egli 
ama nella puerizia: e 1' affetto gì' insegna la forza di ta- 
cere, di soffrire, di perfezionare sé stesso; gì' insegna i 
più intimi e più soavi fra i terreni dolori. La guerra di 
quest' amore ideale coi doveri di padre di famiglia , e con 
altre passioni , non turpi (io vo' sperarlo) ma meno gen- 
tili , è una di quelle contradizioni che la sua natura ci 
spiega : dall' un lato, ingegno che ha di bisogno del gran- 
de; cuore ardente dall'altro, al quale una passione più 
prossima, più irrequieta, appare come necessità pre- 
potente. 

Educato nelle massime e nelle pratiche di religione se- 
vera e profondamente sentita , l' umana corruzione lo in- 
dusse a discernere la religione dai ministri di lei; a ono- 
rare quella, e questi giudicare severo ; a congiungere col- 
r umiltà di credente devoto l' irriverenza d' incredulo au- 
dace. Gli uomini, che per solilo non amano le distinzioni , 
e si compiacciono, per fuggire fatica , di guardare le cose 



PROEMIO. 



da un lato solo; si trovano impacciati a giudicar quest'in- 
gegni a' quali apparisce così netto il limite che separa il 
vero dal falso; imparziali, talvolta almeno, nella stessa par- 
zialità, e nell'ardore della passione presenti a sé stessi. Io 
non dico che Dante nell' ira non abbia varcalo mai quel 
tenuissimo limite : dico che in mente sì retta non solo 
non s' hanno a chiamare contradizione ma logica necessità 
questi due elementi contrarli ; riverenza alla religione , e 
dispetto di chi ne prostituisce l' amabile dignità. 

E pare che la Fortuna (quella eh' egli imaginava mini- 
stra degli splendori mondani , e regnatrice beata nel voU 
gere della sua spera) abbia voluto per tanti casi agitare la 
sua vita, e quasi per tanti stadii d'educazione condurre, e 
in contrarie posture atteggiare, quell'anima, acciocché 
riuscisse più intero il suo svolgimento. Egli, insieme con 
le gioie e le inquietudini dell'amore, uso a provare i con- 
forti e ad esercitare i rigidi uffizi della vera amicizia , ve- 
dersi a un tratto trasportato in una regione d' odio e di 
rancore, e quivi per forza di sempre sopravvegnenti sven- 
ture confitto e compresso! Prima non timido guerriero, 
poi cittadino autorevole, poscia in tempi difficili magistrato 
infelice, quindi esule e nemico impotente : l'onore e il di- 
spregio, r agiatezza e la povertà, gli affetti di famiglia e di 
patria, la vita meditativa e l' attiva, il vizio e la virtù : tutto 
egli ha sentito in sé stesso. E le lettere e le arti, e le di- 
vine scienze e le umane, e quelle che la materia riguar- 
dano e quelle che lo spirito, e l'antichità lontana e il 
mondo vivente, e la propria e le straniere provincie , e i 
vicini popoli e i remoti, e gli orrori della selvaggia e 1* a- 
menità della coltivata natura, e i principeschi e i popolari 
costumi, e i tirannici slati e gli anarchici e i liberi, egli ha 
visitati, dipinti, com'uomo che serba nella contemplazione 
la sicurezza e l'agilità della vita operante, con un'escla- 
mazione, con un' imagine, con un cenno. Onde si potrebbe 
affermare che quella mirabile varietà che corre tra il suo 
Paradiso e l'Inferno, indichi la varietà delle sue proprie 
esperienze, e la guerra d' opposti principii che commoveva 
il suo secolo. 



PROEMIO. XI 



Nessuna maraviglia dunque se l' odio in quel canto siede 
allato all'amore ; se gli uomini stessi, per opposte qualità, 
sono qui rammentati con lode, altrove segnati d'infamia ; 
se il sentimento della pietà viene a spargere una stilla di 
refrigerio sulle fiamme dell'ira, un po' di dolcezza sul fiele 
del crudele disprezzo. Nessuna maraviglia se il ghibellino 
Federico, l'uomo si degno d' onore, è rammentato come 
precursore dell'Inquisizione, cacciato tra gli atei; se la 
cara buona paterna imagine del vecchio che gV insegnò 
come V nomo s' eterna, è da lui rincontrata sotto le fiamme 
punitrici di Sodoma; se Bonifazio, eh' egli tanto acremente 
accusa, empiamente vessato dal coronalo suo complice, gli 
trae di bocca accenti di compassione sinceramente addolo- 
rata, accenti che onorano non tanto la poesia e l'animo 
suo, quanto l'umana natura , la qual vi si mostra capace 
d'equità tanto degna del cielo. 

E' non cessa però d'esser uomo : l'equità sua a quando 
a quando traluce magnanima; ma poi le ire la offuscano, 
e il provocato dolore la irrita. Ardente nelle lodi, arden- 
tissimo ne'vituperii; ora vantatore della propria grandez- 
za, ora dimesso, e conoscente (al modo che i vili non la 
conoscono) la fiacchezza propria; nemico d'ogni simula- 
zione, ma non padrone di se tanto da non adoperare la 
forza della mente nel dare alla passione stessa aspetto di 
austera virtù; pronto insomma a mostrarsi altrui non pur 
quale egli è, ma quale si crede d'essere; e in ciò non mai 
ingannatore, ma talvolta ingannato egli stesso. E ben disse 
che al suo poema avevano posto mano e cielo e terra; 
perchè in esso s'alterna quant'ha la parola ispirata di più 
austero, e la virtù di più candido, e l'amore umano di più 
profondo, e l'ira di più meditato, e di più amaro il dis- 
prezzo, e l'amicizia di più cordiale, e la riverenza di più 
modesto, e i bassi affetli di più difficile a indovinare a chi 
non li abbia sperimentati, e i nobili di più generoso. Sem- 
plice e forte, ardente e grave, conciso e abbondante, ima- 
ginoso ed esatto, severo ed umano, tragico e comico, dotto 
e poeta, Fiorentino e Italiano, simbolo delle contradizioni 



XII PROEMIO. 



che rendono gloriosa e infelice questa nazione e l'umana 
natura. Chi cerca in esso non altro che il poeta, non saprà 
degnamente apprezzarlo, giungerà forse a deriderlo; chi lo 
considera come un infelice mal conosciuto da suo secolo, 
e che anela darsi a conoscere mostrandos intero, facendo 
pompa dell'ira sua come della scienza, sdegnando e nei 
concetti e nei sentimenti e nello stile e nel iinguagpo le 
raffinatezze dell'arte; quegli saprà doppiamente ammirarlo 
nelle bellezze, degnamente scusarlo nei vlifetti, indovinare 
gl'intendimenti ch'egli ama talvolta nascondere sotto il 
V elo dei versi strani. 

I destini di Firenze erano a quel tempo si collegati ai 
destini della nazione intera, e l'Italia, allora più che mai, 
aveva tal parte nelle ambizioni e ne' timori e nei raggiri 
di tutti i potentati europei, che Dante non poteva cantare 
della gran Villa, senza stendere la sua voce al di là del 
mare e de' monti. Quella missione che ai dì nostri è affi- 
data ai negoziati politici o alla libera voce de' giornali, o a 
gravi trattali scientifici, Dante, l'esule e quasi mendico 
cittadino, esercitava, unico tra gli uomini di stato d'allora, 
unico tra i poeti di tutti i secoli, in mezzo all'intera na- 
zione; la esercitava in quei canti, che i rozzi artigiani ri- 
petevano nelle officine, che i grandi temevano e ambivano; 
che poi suonavano interpretali dalle cattedre, nelle chiese; 
che Irasvolarono i secoli, ed ora risuohano sino in quei 
mondo ch'egli diceva senza gente, eternando, coi dolori 
e coi rancori d'un uomo, le glorie e le sventure d^un po- 
polo. Nella mente di Dante, le miserie e le vergogne della 
discordia che agitava Firenze non erano che un anello di 
quella grande catena che si avvolgeva intorno al bel corpo 
d'Italia. Egli piange sul suo nido natio, ma dopo avere ese- 
cralo i tiranni di cui le terre d' Italia erano tutte piene. 
Gli Svevi da Federico a Gorradino, gli Angioini da Carlo a 
Roberto, gli Aragonesi da Pietro a Federico, i Tedeschi 
da Alberto ad Arrigo, i Francesi da Carlo Magno a quel 
di Valois, e i Re di Spagna, di Navarra, di Portogallo, 
d'Inghilterra, di Scozia, d'Ungheria, di Boemia, di Norve- 



PROEMIO. XIII 



già, di Cipro, passano tutti a rassegna, o lodati con parole 
miste d'esortazione, di rampogna, o maledetti con la poten- 
za che dà l'ira, l'ingegno, il dolore. Non provincia in Italia, 
non città ragguardevole quasi eh' egli non tocchi nel volo 
della concitata passione, dond' egli non tragga un idolo di 
speranza o di vendetta. Gli uomini di tre secoli gli pas- 
sano dinnanzi quasi, paurosi di essere marchiati di in- 
famia; ed egli come il suo Minosse, conoscitor de' peccati 
segna a ciascuno il suo grado in quell'inferno il cui mo- 
dello la vendetta gU stampa rovente nell'anima. 

Dal vero gli venne il suggello del genio. Quel vasto di- 
segno de' tre mondi è ordinato alle civili intenzioni del- 
l'esule. Le fosse ardenti e ghiacciate, i cerchi della solita- 
ria montagna, le sfere armonizzanti di luce, sono il paese 
posto ad aggiungere alle figure storiche più evidente ri- 
lievo. E le pitture stesse della natura corporea, le stesse 
visioni del mondo della fede, in tanto nel poema di Dante 
son vive, in quanto vi scorre per entro, quasi sangue, la 
storica verità. Gh altri poeti, ai fatti che cantano, cercano 
una similitudine nel mondo de' corpi: Dante agU oggetti 
del mondo corporeo cerca un' illustrazione ne' fatti della 
storia; e il suo tremore alla vista dei diavoli è paragonato al 
sospetto di que' che uscivano patteggiati di Caprona, e le fi- 
gure dei giganti alle torri di Montereggione, e le tombe de- 
gli eresiarchi a quelle d'Arli e di Fola, e la scesa infernale 
alle rovine del Trentino, e la selva dei suicidi agli sterpi 
tra Cecina e Corneto, e gli argini del ruscello fumante a 
que' de' Fiamminghi e de' Padovani, e le cappe degl'ipo- 
criti alle cappe degh eretici arsi, e le piaghe de' falsarli al 
marciume di Valdichiana, e il ghiaccio de' traditori al Da- 
nubio in Austerich, e l'atteggiamento della frode al gia- 
cersi del bevero là tra' lurchi. Le storiche allusioni ora 
prorompono dalla poesia dantesca come incendio dilatato, 
ora come guizzare di lampo; ora scendono quasi fiume 
pieno, ora serpeggiano quasi per vie sotterranee. Gli è un 
cenno talvolta, che significa una serie di fatti, di passioni; 
gli è talvolta un simbolo, che la rabbia assume per traspa- 
rir più potente dal velo della profezia e del mistero, 



XIV . PROEMIO. 



Quindi la difficoltà di penetrare certi intendimenti di 
Dante; difficoltà che gli antichi comentatori confessano o 
col tacere, o col poco dire, o col contradirsi. Inutili di- 
chiarazioni grammaticali, e ingiurie a' precedenti comen- 
tatori, e dubbi accumulati a dubbi, e allegorie a allegorie; 
tali i più de'comenti. Ma quello che più deve recar mara- 
viglia, è l'abbattersi in uomini ai quali lo studio di Dante 
fu professione prediletta, e quasi unico vanto, e trovarli 
non curanti de' fatti più importanti che commettono la 
poesia dantesca alla storia. Eccovi un autore di fama rac- 
contare che i Guelfi ajutati da Manfredi sconfissero i Ghi- 
bellini: eccovi il PerLicari creare Gianciotto signore di 
Rimini, e chiamar degno amico di Dante l'uomo che cen- 
t' anni innanzi amò la sorella di Ezzelino beatificata da 
Dante. 

Non accade fermarsi a confutare V idea strana del Fo- 
scolo, della missione apostolica che Dante riceveva lassù 
in Paradiso per riformare la Chiesa; egli che, gridando 
con ira passionata l'enormità degli abusi, professava ad un 
tempo La riverenza delle somme chiavi; e affermava l'im- 
pero di Roma essere stato stabilito da Dio 

. . 4 per lo loco santo 

U' siede il successor del maggior Piero, 

Non accade fermarsi a confutare quelle ragioni di mera 
probabilità con le quali egli, il Foscolo, s'ingegna di dimo- 
strare che Dante non diede fuori in vita sua del poema al- 
tro che i canti meno storici e meno iracondi ; poiché non 
solamente le tradizioni a ciò contradicono, ma i fatti e 
l'indole del poeta, e le sue speranze, e i suoi fini, e la na- 
tura de' tempi. Ma dal bene studiare le allusioni storiche 
del poeta viene dedotta questa conseguenza, che uomo di 
tale ingegno, di tale esperienza, e tanto desideroso di di- 
mostrare in piena luce parte almeno di certe verità, oltre 
al dover essere onorato come poeta, dev' essere interro- 
gato come narratore e pittore di grandi memorie; e sic- 



l'ROEMlO. XV 



come le altrui autorità servono a rischiarare i suoi versi, 
cosi devono i versi di lui servire a confermare e conciliare 
le autorità degli storici antichi. In questo aspetto non è 
stata forse ben riguardata finora l'opera dell' AUighieri, e 
nessuna poesia: e pure la storia da simili comparazioni 
trarrebbe inaspettata e amenità e moralità ed evidenza. 

Speriamo che la nostra letteratura, incominciando a 
considerare in Dante il cantore della rettitudine e della 
religione, l'amico della patria e del vero, il poeta storico, 
apprenderà, non più ad echeggiare la durezza de' versi, o 
ad affettare l' ardimento di certi modi, o a ricopiare in 
nube le forme fantastiche della visione da lui scolpita, ma 
ad emularne la storica fedeltà, la libertà coraggiosa; e co- 
noscerà finalmente, essere inefficace e peggio che inutile 
ogni poesia che non venga dall' anima. 



XVII 



IL SECOLO DI DANTE. 



Per le terre d'Italia die ricettarono un profugo, corre 
la gloria a baciare le sue vestigia; interroga i monumenti, 
le storie , le tr adizioni per poter dire : Qui stette Dante 
AUighieri. Qust' Italia ch'e^-li Vagellò con la fiera libertà 
del suo verso, lo adora. Moltiplicano le ristampe, i comenti, 
le vite, i ritratti; sempre nuove germogliano questioni, 
sempre nuove bellezze sfavillano. Lo citano i dotti e gli sto- 
rici, lo studiano come maestro di b^ii dire i prosatori e gli 
scienziati. Leggere Dante è un dovere, rileggerlo è biso- 
gno ; sentirlo è presagio di grandezza. 

Notabile che nessun secolo, dopo il decimoquarto , tale 
onoranza rendesse al n^me di lui, quale il nostro. Dalle 
querimonie amorose, dall'argute gonfiezze, e dalle arcadiche 
semplicità sollevar.-si a così nobile esempio, pare a me lieto 
augurio di sorti migliori. 

Ho detto che primo a degnamente onorar l' AUighieri fu 
il secolo nel quale egli crebbe. Chi non sa del Boccaccio, 
che cinquant'anni dopo la morte di lui ne comenta in una 
chiesa di Firenze il poema , e co' propri rincalza i rimpro- 
veri di Dante innanzi a' cittadini che non temono d'ascol- 
tarlo; il Boccaccio che la Commedia manda al Petrarca, 
trascritta di sua propria mano, dono e consiglio'^ Chi non 
legge con gioia nel guelfo Villani le schiette parole: «Que- 
sto Dante fu onoievcih- andco cittadino di Firenze... fu gran- 
de letterato quasi in oL'ni scienza... fu sommo poeta e filo- 
sofo? T> E perchè la nazione, a que' tempi non isfiordta della 
sua giovane vita, sentiva l'alito della poesia, però d: poeti- 
che forme vestiva la lode; e narrava d'un sogno rivelatore 
ch'ebbe la madre incinta di lui. E un suo discepolo raccon- 
tava poi come « ruttavo mese dal dì della morte del suo 
maestro, una notte Jacopo fìg^liuolo «li Ds»T>te avesse, nel 
IUntf. 6 



XVllI IL SECOLO DI DANTE. 



sonno, veduto il padre, vestito di candidissimi vestimenti, 
e d'una luce non usata risplendente nel viso, venire a lui 
per mostrargli, dietro una stuoia al muro confitta in una 
finestretta da nessuno giammai più veduta,» i tredici canti, 
cercati indarno, del compiuto poema. Questa è lode invidia- 
bile d'un poeta, quando un secolo imbevuto di poesia lo 
comprende e l'ammira. Ed era non solo poetico , ma vera- 
mente poeta quel secolo; al par di Dante, nutrito di fran- 
chi sdegni e di schietti amori; infaticabile, coraggioso, ad- 
dolorato, credente. 

Chi dubitasse de' vincoli i quali congiungono le sorti del- 
l' uomo alle sorti d' Italia , rammenti l' anno in cui Dante 
nacque. Era la primavera del MCCLXV, quando Carlo 
d'Angiò, chiamato in Italia da papa Clemente IV, e trion- 
falmente ricevuto entro le mura di Roma, veniva a fondare 
in sede omai certa le speranze de'Guelfi, a schiantare l'an- 
cor giovane tronco dell arbore ghibellina, ad aprire il duello 
che dovevasi per tanti secoli sui campi d'Italia combattere 
tra Francia e Alemagna. Quali benefizj apportasse l'avve- 
nimento francese all' Italia , lo dicono i saccheggiamenti e 
le disonestà dei novelli liberatori, lo dicono gli eccidii e gli 
stupri di Benevento; lo dicono le nuove gravezze al regno 
di JNapoli imposte per voler d'un Francese, e per consiglio 
scellerato d'un Italiano ; lo ripete la vostra squilla tuttavia 
risonante, o Vespri di sangue. 

In quell'anno nasce all'Italia un ordine nuovo di cose: la 
causa che a Dante doveva, trentasei anni poi, costar tanto 
dolore e tant'ira, fin dall'anno ch'egli nacque era vinta. I 
quattrocento Guelfi fiorentini che, armati di splendide ar- 
mi, capitanati da Guidoguerra, accorrono in aiuto di Carlo, 
portano un peso non leggero sulla straniera bilancia che 
pesa le sorti d' Italia. Trentamila crociati scendevano per 
la Savoja, e trovavano alleati il Monferrato, i Torriani, il 
principe estense, i cittadini di Mantova; trovavano contra- 
ria Piacenza, Cremona, Pavia, Brescia, la bellicosa Brescia 
dal furor loro saettata, non presa. Un tradimento, se a Dante 
crediamo, dava ad essi il passo del Po, un tradimento il 
passo del Garigliano; e fin d'allora eran peste d'Italia quelle 
perfidie che sì largo luogo dovevano tenere nell'inferno della 
sua ira. La fame dell'oro, tante volte da lui maledetta, an- 
che qui cospirava alla vittoria di Carlo. E la fazione ghibel- 
lina morì nel febbraio del seguente anno sul campo ove 
cadde Manfredi. E, al par della sua, fu lungo tempo igno- 
rata là morte di lei ; e le speranze di Dante stavano già 




IL SECOLO DI DANTE. XIX 



italiane speranze, che le speranze stesse di Dante potevano 
in gran parte reputarsi lontane memorie; onde che i suoi 
desiderii son tinti di cruccioso dispetto, e i suoi cantici di 
trionfo somigliano a lamento d'esequie; e tanta parte del 
suo Paradiso è un ditirambo di dolore; e il metro stesso 
del poema è il metro della triste elegia. Né, se così pieno 
di memorie non fosse, tanto poetico in lui sarebbe l'afletto ; 
perchè tutta dalle memorie sgorga la poesia; e con le ima- 
gini del passato compongonsi, dall'anima che sogna, gl'idoli 
dell'avvenire. 

Incomincia dunque all'Italia un tempo nuovo. Con la 
vittoria de'[Guelfi, alle spade da taglio sottentrano gli stoc- 
chi da ferire di punta, simbolo della nuova politica, più 
acuta che vasta, più sottile che forte. Con la vittoria dei 
Guelfi, all'Italia si comunica il lusso, sì austeramente con- 
dannato da Dante; la contessa Beatrice, più malefica del 
marito, porta seco il contagio de'dorati arnesi e delle vesti 
eleganti e delle amorose dònne di Francia. Con la vittoria 
di Carlo cominciano a farsi consuetudine le adulazioni turpi 
al vincitore qualunque egli sia , le bugiarde acclamazioni , 
gli applausi rei, le chiavi "^ofFerte in tributo dalie città prima 
vinte che viste. Con la vittoria di Carlo imparano i vinci- 
tori a dividersi l'oro italiano co' piedi, a trarre oro dalle 
lagrime, oro dalle maledizioni de' popoli. 

Intanto che Carlo nel regno di Napoli trionfava, le con- 
dizioni di tutte quasi le italiane città venivano più o meno 
apertamente cangiando. Reggio, di ghibellina fatta guelfa, 
riceve i Modenesi co' Guelfi toscani ; a Filippo To^riano 
succede Napoleone; la Marca è conquista d'un cardinale; 
Brescia scuote il gio^o di Pelavicino tiranno, si dà a'Tor- 
riani, va incontro a Napoleone e a' fratelli con rami d'uli- 
vo: un Torriano è morto da' Ghibellini milanesi in Vercelli, 
e il sangue suo vendicato con la morte di cinquanta o figli 
congiunti de' fuorusciti uccisori ; e Napoleone grida : il 
sapo-ue di questi innocenti cadrà sul mio capo, e sul capo 
de' tigli miei. I Legati del Papa mettono in Lombardia più 
discordia che pace: i Guelfi cacciano i Ghibellini di Parma; 
Ghibellini e Guelfi si riconciliano in Firenze, e stringono 
matrimonii. Pisa umiliata, per trenta mila lire si libera 
dall'interdetto: i Veneti pigliano tutta la fiotta genovese, e 
Genova un'altra sull'atto ne crea: i Ghibellini di Modena 
son difesi da Tedeschi, da Toscani, e da Bolognesi; com- 
battuti da Bolognesi, Toscani, Tedeschi. Vittorie insomma 
alternate a sconfitte, più vergognose talvolta delle sconfit- 
te; brevi concordie, brevi trionfi, lungjii guai, tenaci odii, 
propositi perseveranti, fortissime volontà; esuberante la vita, 
in estrinseci atti sfogate e dilatantisi le potenze dell'anima: 



XX IL SECOLO DI DANTE. 



passioni non fiacche, virtù non bugiarde, misfatti non ti- 
midi. Robusti i corpi, ardenti le fantasie, svariate le usanze, 
giovane e maschio il lingua^rgio. La donna or conculcata 
come creatura men che umana, or venerata com angelo, ora 
partecipante della virile fierezza, comunicante all'uomo le 
doti che la fanu) divina. Vicenda a vicenda succedere cotn' on- 
da a onda; la sventura alternata alla gioia, come a brevi 
dì lunghe notti; il governo de'pochi e il governo de'troppi 
confondersi insiemer Alti fatti di guerra, esempi degni del- 
l'ammirazione de' secoli, chiusi nel cerchio d'anguste città; 
grande talvolta, nella piccolezza de' mezzi, l'intenzione e lo 
scopo ; parole e opere che pajono formolo d' un principio 
ideale. La religione sovente abusata, ma non sì che i bene- 
fizii non ne vincano i danni: ignudi i vizii, ma non senza 
pudore; efferate le crudeltà, ma non senza rimorso; memo- 
rabili le sventure, ma non senza compenso di rassegnazione 
o di speranze o di gloria. Le plebi occupate alle nuove arti, 
al traffico, al conquisto de' civili diritti; i no' ali operosi 
spesso al bene, spessissimo al male, ma pure operosi ; e dalle 
inquietudini dell'animo e dalle fatiche d-r^ corpo fugata 
l'inerzia, peste degli Stati, la noja, inferno degli animi. La 
religione non divisa dalla morale, né la scienza dalla vita, 
né la parola dall'opera: il sapere composto a forte unità. 
Le dottrine de' secoli pa-<sati abbellite di novità o per 'l'igno- 
ranza delle moltitudini, o pe' nuovi usi in cui si venivano, 
applicate, innovando. Novità ad ouni tratto nelle costitu- 
zioni, ne'co.^tumi, ne' viaggi nelle arti. Tale era il secolo in 
cui vide la luce Durante Aldighicri. 

A lui fu grande maestra la pratica appunto de' civili ne- 
gozii. « Ninna legazione (dice il Boccaccio) si ascoltava, a 
niuna si rispondeva, ninna leg'j-e si riformava, ninna pace 
si faceva, niuna guerra s'imprendeva... s'egli in ciò non 
desse pìima la sua sentenza.» E quale dalla vita attiva pro- 
venga temperamento e(|uabile alle umane facoltà, sempre 
intese a soverchiar l'una l'altra: quanta rettitudine di j^iu- 
dizii, agilità di concetti, sicurezza di modi, parsimonia d ar- 
tifizii, autorità, compostezza: i letterati modei*ni sei sanno, 
che, per volere o per fortuna lontani dulia esperienza delle 
pubbliche cose , svampano in fiamma fumosa il caler del- 
railetto; i fantasmi dell imaginazione scambiano con la viva 
realtà, or troppo meno or tioppo più bella che ai lor oc- 
chi non paja: e parlano sì che gli uomini involti nella pra- 
tica delle t-iccende, quelle loroartifiziose declamazioni disde- 
gnano, le mpltitudini quell' alfaticaro linguaggio compren- 
dono api)ena. Molto dunque dovè l'Allighieri all'essere vis- 
suto cittadino non inerte di repubblica sua: dovè forse la 
somma delle sue lodi, quella franca e virile severità, che 



IL SECOLO DI DANTE. XXl 



già comincia nel Petrarca ad ammorbidirsi in gentilezze 
letterate, e nel Boccaccio è sepolta sotto le molli eleganze. 

Né "gli studi dalle civile faccende, né queste lo stolsero 
dairli studi: rara costanza e concordia di due in apparenza 
contra? ii esercizio « Pei* la bramosia degli amati studi non 
curò (dice il Boccaccio) né callo né freddo, né vigilie né 
digiuni, né alcun altro corporale disa'2:io : » ed egli medesi- 
mo parla de' lunghi studi con grande amore consumati, e 
delle fami, de' freddi, delle vigilie sofferte, che lo dima- 
grarono per pili anni. Queste cose son buone a ridire. Per- 
chè, sebbene ne' giovani italiani sia in moio fausto scemata 
la cupidigia delle vergognose ricchezze e de' vituperevoli 
onori, e s'additino con dispetto gli esempi di chi vende a 
speranze indegne la coscienza e la fama; pur tuttavia manca 
ai più l'animosa pazienza di battere le lunghissime vie che 
alla vera lode conducono. Le facilità molte oggidì procu- 
rate a molte opere della vita fanuo altrui parere mirabil- 
mente agevole della sapienza T acquisto; sì che il piacere 
é da costoro creduto premio e corona al piacere. E vera- 
mente piene di diletti inenarrabili sono le fatiche del- 
l'uomo che intende a conoscere e a difender-e il vero; ma 
fatiche pur sono, e richieggono tempo e intensione d'animo 
e di mente, e vita modesta e astinente dalle turpi inezie del 
mondo. 

« Se. inimicato (dice il Boccaccio di Dante) da tanti e 
siffatti avversarli, egli, per forza d'ingegno e di perseve- 
ranza, riuscì chiaro qual noi veggiatno; che si può spe- 
rare 'h'esso fosse divenuto avendo altrettanti aiutatori if » 
No. Con meno avversità l'Allighieri sarebbe sorto men 
grande: perchè gli uomini rari alla natura debbono il ger- 
me, alla sventura l'incremento della loro grandezza. Quella 
vena di pietà malinconica che nel poema pare che scorra 
soavemente per entro alla tempera ferrea dell'anima sua, 
quell'evidenza che risulta dalla sincerità del profondo sen- 
tire, quella forza di spirito sempre tesa e che par sempre 
C[uasi da ignoto movente irritata e in alto sospinta, sono 
in gran parte debite alle umiliazioni e ai disagi della sua 
calunniata, raminga e povera vita. 



XXII 



VITA DI DANTE. 



Na^^que in Firenze nel 1265, morì nel 1B21 in Ravenna. 
Gli All)o:liieri o Aldighieri, delle più illustri rase della cit- 
tà, avevano Toriprine da Homa: ebbero affinità in Ferrara, 
co;2fna/.ione in Parma: e l'ultimo loro rampollo, del r-asato 
de'Sere^ro, io vidi in Verona, ritraente ne' lineamenti non 
so che dell'antico Poeta. Famiglia guelfa, e guelfo maestro 
ebbe Dante, il Latini; e traTTueUl combattè a ^ampaldino 
nell'anno venticinquesimo dell'età sua; traMruelti , dico, 
combattè nelia ))rima schiera a cavallo fortemente, e provò 
la prima e unica gioia, ma amara gioia, della vittoria. Que- 
sta è cosa importante ad intendere gli scritti e le opinioni 
dell'uomo; il quale, nel giudicare severamente gli amici 
Ghibellini, rispettosamente taluni de' Guelfi nemici, e ubbi- 
diva al vero, e ricordava i prmii piaceri ed affetti della infe- 
lice sua vita. 

Sull'età di nov'anni. il dì primo di maggio, dì solenne a 
Firenze, vide la figliuola di Fol o Portinari, fanciulla di 
ott'anni circa, e l'amò. Della gioventù spese gran parte in 
istudi severi sui Padri della Chiesa, Aristotele e la sua 
scuola, i filosofi morali, e i poeti di Roma. Né le scienze 
naturali negK sse. Nella lettura di un libro nuovo si pro- 
fondava tanto da non s'accorgere di moltitudine che schia- 
mazzasse in gran lolla. 1 poeti provenzali e francesi e ita- 
liani conosceva; e eia ogni cosa traeva ocrasione e materia 
a far più ricco il concetto e il dire suoi. Dal ventesimo al 
ventesimo sesto anno d'età (non smettendo il pensiero del- 
le cose civili, e tutta l'Italia co' suoi desiderii abbraccian- 
do) meditò versi di schietto amore che lo angoscia\a con 
dolce forza, e vinceva queir alletto delle mon.lane vanità 
che, morta Beatrice, lo tenne. Dal 12<>7 eli' era moglie a 
.Simone de' Bardi; ma che né prima né poi egli avesse da 
lei altro che iS|)irazioni pure, i suoi versi purissimi e 
la Commedia, il cui concetto dobbiamo a Beatrice, l'atte- 
stano. 



VITA DI DANTE XXIlt 



Sei giugno del 1290 ella muore, e lo lascia percosso 
di tanto dolora, che per lungo spazio di tempo parve come 
tra disennato e salvatico. E pensò forse allora a rendersi 
frate: certo, allora o poi, s'ascrisse ai terziari i di S. Fran- 
cesco d'Assisi, Santo da lui con si affettuosa venerazione 
cantato; e con quell'abito indosso volle, a quanto si narra, 
morire. 

Dopo morta Beatrice, scrisse la Vita Nuova, nella quale 
già promette opera maggiore in onore dell'Angelo suo. 
Fin d'allora l'aveva collocata nell'alto de' cieli, e fattala 
come simbolo della morale virtù; ma le sventure soprav- 
venute con gli anni lo condussero a porla simbolo della 
virtù civile eziandio, la qual mai dalla morale non fu nel 
suo pensiero disgiunta. Fra. le vampe dell'odio splende 
modesta e ispiratrice dell ingegno suo la fiamma quieta 
d'amor<^ 

Consigliato da parenti e da amici, nel 12^)2 prese moglie 
Gemma Donati della possente famiglia di Corso il barone 
superbo di lì a poro avverso al poeta. Tal parentado gli 
parve onorevole, fin doj'C accesi gli odi; nuova ragione a 
credere declamazione rettorica quell'unico testinjonio del 
Boccaccio, che Gemma gliiO>se discara. Confessa egli me- 
desimo, lei, neir esilio dei marito, aver le possessioni sue 
proprie non senza fatica difese dalla rabbia cittadina, e con 
quelle sé i figliuoli piccoli sostentati. Dante non ne fa mot- 
to, perchè parlare di cose domestiche a lui ])areva atto di 
debole vanità. E neppure de'fi-;li fa cenno: non li amò for- 
se? Ma troppo è vero ch'altre donne egli amò nell'esilio: 
una fanciulla di Lucca, madonna Pietra degli Scrovigni di 
Padova, e vogliono ch'altre. Ma siccome la morte recente 
della Portinari ai>pena lo salvò da un amore novello, e il 
matrimonio seguito due anni poi no:i ispense l' imagine no- 
bilitatrice de'suoi primi pensieri; cosi possiam credere che 
le affezioni, pure forse, le quali alleviarono, variando, i suoi 
tanti dolori, non gli cancellassero dal cuore il nomedi Gem- 
ma. Né gli odii politici potevano a lei nuocere nel pensie- 
ro di Dante, che così tenero f^arla di Forese il fratello, e 
di Pif'carda la sorella, di Corso: di lui che i nemici onorò 
sovente di loie si piena. 

Per otto anni o nove la repubblica l'ebbe tutto. Le nuo- 
ve costituzioni popolari, stringendolo, per aver parte nel 
reggimento, ad aggregarsi a una delle arti, e' scelse quella 
de medici e degli speziali, più prossima a scienza. Forse in 
questo frattempo cominciò il suo poema in lingua latina, 
che smesse ben presto, spinto da necessità di trasfondere 
più schietto in anime molte il dolore e lo sdegno dell'ani- 
ma sua. E a questo tempo si rechino ancora le varie ara* 



XXIV TITA DI DANTE. 



bascìate sue in Siena, in Perugia, in Ferrara, in Genova, 
in Roma, in Napoli, in Francia, se crediamo al Filelfo; ta- 
luna delle quali a.ssai rilevante, e le più con esito buono. 
La più notabile, e acutamente notata da Cesare Balbo, fu 
quella del novantanuve in nome della T.iglia guc^lfii ai Co- 
muni toscani ch'^ a tale società appartenevano, percriè ve- 
nissero a nominare un capitano novello di detta Taglia. 
Nei governo popolano era dunque un altro jìo verno guelfo 
più pretto: e Dante, poco tempo innan/.i l'esilio suo, ci ebbe 
parte. Era di questa Taglia Pistoia: nella quale città, sorta 
discordia tra i Cancellieri Bianchi e i Neri, Firenze, per 
chetare la cosa, li chiamò a sé. Quindi i Guelfi di Firenze 
divisi in Neri e Fianchi: e de' Bianchi, a' quali s'accosta- 
rono i Ghibellini, capo Vieri de' Cerchi, uomo rozzo delle 
cose civili; de' Neri, Corso Donati, uomo di spiriti ambiziosi 
ed ardenti. Papa Bonifazio VIU teneva da' Neri. Si venne 
al sangue. Nel giugno del mille trecento Dante é creato 
de' sei priori; i Bianchi e i Neri rivengono alle prese, inci- 
tati più che placati dalla medicazione del cardinal d'Ac(|ua- 
sparta: i priori, per non si mostrare di parte, mandano a 
confino alcuni tra i capi de' Neri e alcani Bianchi, tra i 
quali era Guido Cavalcanti amico di Dante, genero di Fa- 
rinata, odiato da Corso. 1 Bianchi furon più presto richia- 
noati de' Neri, ma dopo finito il priorato di Dante. Nel di- 
cembre s'azzuffan da capo; e poi nel gennaio del trecentu- 
no. I Neri (più torbidi, a quanto pare, de' Bianchi) congiu- 
rano per chiamar lo straniero come paciere ; scoperti, sono 
mandati a confino. Corso va a Roma, brigando perchè ve- 
nisse paciere il Valesio, nemir-o di que' d'Aragona, accetto al 
Papa. Dante è dcilla repubblica inviato ambasciatore con 
altri; fatto già Gueifo de' Bianchi, non Ghibellino cioè, ma 
prossimo a quelli. Allora disse quella parola altera, macho 
ben distingue l'uomo e la debolezza di parte sua: S'io vo, 
chi resta? S io resto, chi va? 

Carlo Valesio scende in Italia: i Bianchi di nuovo man- 
dano Danto ambasciatore a Bonifazio: ma questi aveva già 
nominato il Francese Senzaterra, pacier di Toscana; cre- 
dendo fo'seraen guai di que'che successero. E che ligio in 
tutto non fosse Bonifazio alla Francia, la sua morte ce' 1 mo- 
stra. I due ambasciatori compagni al Poeta, ritornano; egli 
rimane a Roma, intanto che il primo di novembre del 1301 
Carlo metteva piede nella tradita città. Addi cinque, Corso 
ritorna, e la guerra civile seco: sacheggiate, arse le case 
de'i'ianchi; una legge dona al podestà licenza di chiamare 
a sindacato i fa. ti de' priori, anco assenti. La qual legge, 
direttamente nemica al Poeta, pesò su lui, quando, accu- 
sato di baratteria, all'avvenimento di Carlo fu ben tre volte 



VITA DI DANTE. XX:V 



in quattro mesi condannalo con altri a grave multa,; e, se 
non pagava, guasti e coiitìscati i beni, e due anni frattanto 
in esilio pernii ' en della pa^e; e nell'ultima condanna, 
s'è' torna, bruciato. Che e iluriniosa tosse l'accusa di ba- 
ratteria, superfluo accennarlo: nessuno de' suoi nomici la osò 
sostenere. Il Papa mandò di nuo\o |)aciere il cardinale di 
Ac(iua<parta: ma, i Neri negando raccomunare gli Oiiìzi , 
la città tu da esso interdetta. 

Da Roma giunto a Siena, riseppe Dante meglio le nuove 
vicende, e deìla casa sua arsa, ch'egli aveva onorevole in 
Porta San Piero presso i Portinari, i Cerchi, i Donati; e 
de'terreni guasti in pian di Ripoli e altrove. Ebbe compa- 
gno nell'esìlio il padre di Francesco Petrarca, nato nell'e- 
silio appunto, e nel fornire d'una spedizione disavventura- 
ta. Degli altri compagni ebbe a dolersi, e forse troppo se- 
veramente, come di stolta compagnia e di malvagia. Forse 
i difetti loro erano vizii immedicabili della parte.Ma Dante 
in mezzo ad essi rimane quasi solitario; pellegrino scritto- 
re, ardente d'odio, ma puro di cupidigia, innamorato di una 
sua ideale giustizia, difficilmente applicabile a' tempi, ma 
che de' tempi ritraeva in parte gli errori e le antiche cala- 
mità dell' Italia. 

Scacciciti dalla guelfa Siena, sorretti da alcuni signori e 
da qualche città, i fuorusciti crearono un loro nuov'o reg- 
gimento, del quale era Dante, accostatosi ai Ghibellini, seD- 
bene non mai Ghibellino pretto; e m ArezTO stavasi pre- 
parando la guerra. Incitato dal Papa, il podestà ne li scac- 
cia; ond' eglino si ritraggono in Forlì, dove aveva potere 
il ghibellino Scarpetta degli Ordelaftì, capitano degli esuli 
e di una gnin lega stretta da molte città romagnuole. Con 
quattromila fanti'^e settecento cavalli incorronoin quel di 
Firenze: ma vanno respinti. Vennero da Verona soccorsi 
impetrati da Dante, che v'andò ambasciatore a Rartolom- 
meo della Scala. 

A Bonifazio succede Benedetto XT, che a pacificare Firenze 
manda il cardinale di Prato. Questi eW^e con I),inte e col 
padre del Petrarca, come principali dei fuorusciti, un collo- 
quio. Ma perchè la mediazione fumai gradita da' Neri, altri 
tumulti nella città, nuovi esilii. 

Nel 1304 io troviamo in Toscana de' dodici consiglieri di 
parte sua, macchinante la guerra; troviamo sottoscritto il 
suo nome tra* fuorusciti che guar-entiscono agli Ubaldini ri- 
facimento di danni nell'impresa che stava per farsi contro 
il Castello di Monte Accianico. Ed ecco i Bianchi, raftbrzMti 
(mentre che pendevano i trattati del papa mediatore pro- 
curati in Roma), dissuadente il Poeta, dopo breve indugio 
ma funesto, entran di nuovo nella contesa città; ma, non 



XXVI VITA DI DANTE. 



SO per qual fato esitanti, ben tosto si danno a vituperosa 
fu^a. Allora forse il Poeta, sdegnato e scorato, si scosta da- 
gli esuli. 

Nell'agosto del 1306 ^li era in Padova, e ci chiamava 
Pietro il figliuolo maggiore; che 1* acrompagnò poscia in 
Ravenna: poco dopo, era in Lunigiana pressoi Malaspina, 
che lo eleggon arbitro d'una lite domestica: poco prima o 
poco dopo, se n' hanno vestigie nel Casentino. Che in que- 
sto tempo e' chiedesse, con la ietterà: Popolo mio.che t ho 
io fatto'i^ ritornare in patria, non so negare né affermare: 
e parmi che, vivo il Doaati, tale speranza dovesse parergli 
vana. 

Su questo tempo pose mano al Convito, dove intendeva 
comentare qu^tttordioi sue canzoni, a far mostra di scienza, 
e a presentare Beatrice come simbolo della purissima sapien- 
za. Qui il simbolo ammazza la pOL^sia: le citazioni solfocano 
la scienza stessa: e poche, ma potenti, incontransi le parole 
ispirate da quella virtù di fede amorosa e di coraggioso do- 
lore che lo lece poeta. 

Circa il medesimo tempo mise pur mano al Trattato del 
Volgare Eloquio, nel quale, dopo filosofato al suo modo in- 
torno all'origine e alla natura dell'umano linguaggio, e' di- 
scende alla lingua d'Italia e alla insuflicienza letteraria 
de' suoi dialetti: trattato il cui scopo è men filologico che 
civile, e mira a temperare il soverchio rigoglio del muni- 
cipio, che fu la debolezza insieme a la forza della stirpe 
itaiiyna. Perchè s'abbia, die' egli, lingua letteraria degna, 
vuoisi una norma di perfezione alla quale attem iterarla: e 
poiché le favelle d'Italia son tutte dell'altezza di tal norma 
minori, conviene da tutte scegliere le forme più evidenti, 
più nobili, e' quelle che a più favelle ad un tempo siano co- 
muni. Le cose che Dante con intendimento politico diceva 
dell'Italia antica, affine di congiungerne le foize sparie, ta- 
luni intesero tor<^erle all'Italia presente per sempre più le 
sue forze dividere. Ma a dimostrare quant' e' s'ingannino, 
basti avvertirij che la Commedia da costoro additata come 
modello del dire illustre, é, nell'intenzione T3i Dante, del- 
l'umile: e illustri al contrario le canzoni sue scritte ch'e- 
gli non aveva per anco lasciato Firenze. Ma qui non é luo- 
go a disputare di ciò. 

Quando avesse il Poeta smessi, quando ripresi, gli ac- 
cennati lavori (de quali il Concito e il Volgare Eloquio ri- 
masero incompiuti), impossibil cosa accertarlo. Né crederei 
al Boccaccio, là dove narra che i j)rimi sette canti del poe- 
ma (t'esser pure latini), dimenticati in Firenze, e trovati da 
un amico, e mandatigli nell'esilio, lo invogliassero a setrui- 
tare. Non a caso riprendonsi opere tali , che sono la vita 



VITA DI DAKTE. XXVII - 



della vita. L'avess'egli cominciato innanzi l'esilio, certo che 
poi gli venne e variato e aggrandito il disegno. Ma certo 
è alti'esi che dai pr^mi canti (rinnovelìati o no) le propor- 
zioni dell'intero poema erano già con esattezza materna ica 
'misurate (1). I)o;e degl'ingegni sovrani ; l'imaginazione 
potente , ma signoreggiata dall' intelletto , e però signora 
di sé. 

Nuove speranze, duramente deluse. Nel 1307 un esercito 
condotto dal cardinale degli Orsini assale i Neri; è respinto. 
Il Poeta ha in Lunigiana ospitalità dai buoni marchesi di 
Malaspina, discendenti di (|ue' Frangipane da quali si vuole 
che anco gli Allighieri avessero origine. Poi valica l'Alpi, 
e Vede la Francia, e negli studi teologici si profonda. Forse 
di là trapassò in Inghilterra. 

Ad Al e. IO imperatore, ucciso, succedeva Enrico VII, che 
nel seguente anno si appresta al viaggio d'Italia. Allora 
le speranze di Dante gli det!ano quella rabbiosa lettera con- 
tro Firenze, o piuttosto contro la parte che i]uivi teneva 
alta la fronte. Èi^li Je implora l'ira d'Enrico, e la chianna 
co' |)iù alibominevoli nomi: macchia grande in vita sì pura, 
se non la lavassero in parte le parole d'alletto più mite 
ch'egli poi prut'eri mansuefatto dal dolore impotente e da- 
gli anni. Del resto, Enrico, mediocre uomo, amava il bene 
d'Italia a modo suo e de' tempi, e tendeva a riconciliazione 
sincera con qualche condimento di stragi e di sfratti. Mal 
fece: ma Italiani parecchi avrebberOj nella condizione sua, 
fatto di peggio. 

Il Poeta, veduto che l'ebbe (forse in Lombardia\ e s'tato 
forse un po'O a Forlì, se n'andò ad aspettarlo in Toscana. 
Dopo resistenze molte, superate a stento, l' imperator • è fi- 
nalmente sotto le mura di Firenze , il nerbo de' Guelfi: la 
qua:e aveva richiamati taluni de' ruorusciti,eccettone Dante 
- (On quattrocento e più altri. Ma il prolungato assedio fa 
l'imperatore spregevole. Dante, a quanto sappiamo, nei 
campo non era; f'sse diffidenza dell'esito, o piuttosto pu- 
dore d'it diano. Ma levato l'assedio, dopo un vano armeg- 
giare altro poco, Enrico nell'agosto del 1313 muore. Né 
Dante cessò d' onorarlo com' unico salvatore d' Italia. Tanto 
errano coloro che la sua dottrina politica fanno pura di 
pregiudizii e di passione. E^^li che d' essere nato de' nobili 
se ne teneva, che voleva gli ordini civili distinti, e poche 
mani regger la somma delle cose; egli che con Aristotele 
pensava, altri uomini essere n iti a governare, altri a ub- 
i3idire, non era in tutto jjrecursoie de' liberi d'oggidì. 

(') V«'>:j;asi 1' XI e il XXIX «lelT Inferno e il XXXIIl, che rispondono al primo 
e al XXXIIl del Puri;aturio; ma veggasi segnatamente là corrispondenza del II 
dair Inferno col XXXIl del Paradiso. 



XXVllt VITA DI DANTE. 



Stette per poco a Ravenna presso Guido da Polenta pa- 
dre di Bernardino, che aveva in Campaldino combattuto 
con Dante, e di Francesca da Rimini. Nel 1314 gli era a 
Lucca, innamorato di giovane donua, accoltovi o almeno 
sofferto da Uguccione signore di Pisa, che l'aveva cacciato 
d'Arezzo. Ha questo vedi se Uguccione potess' esj-ere il 
Veltro, salute d' Italia. 

Poteva Dante nel 1315 (altri vuole nel diciotto), pagando 
una multa e ])resentandosi in chiesa con un cero alla uiano, 
riavere la patria: rifiutò i vili patti con lettera memoranda. 
Onde i nemici irritati rinnovarono la condanna. Si rifuggi 
poi presso Cane della Scala, che in sul primo l'accolse de- 
gnamente: ma poi pare gli usasse men riverenza, o nojato 
dall'indole tetra dei Poeta, o preso dalla solita volubilità 
de' potenti. E, a quanto pare, gli diede 1' uffizio di giudice, 
non taiit' umile for-se quant' altri pensa. Irriverente affatto 
non è da credere fosse mai: che non avrebbe Dante nella 
dedica (da taluni stiruata apocrifa non vedo perchè), nella 
dedica, dico, del Paradiso non anche finito, osato o degnato 
parlargli delle proprie necessità: urget me rei familiaris 
egestas. 

Dimorò nel P>iuli presso il patriarca Tornano, guelfo: 
a Gubbio, presso Bosone, suo comentatore poi, e già esule 
anch' egli, ghibellino; a Ravenna, sempre coli' animo più 
scuorato, e più alto il pensiero. Poco avanti la morte , diede 
fine al poema. Circa il 1308 gli era forse morta la moglie, 
e prima o poi, due figliuoli de^sei. 

E forse dopo compiuto il poema, cominciò quella storia 
di parte guelfa e ghibellina, che accenna il Filelfo; e con- 
tinuò, o, comiLciato, finì il Trattato della Monarchia, dove 
s'ingegna di porre i limiti tra il sacerdozio e l'iuipero; di 
dimostrare come il diritto dell'imperatore è divino, e come 
spetta a lyi da lontano vigilare sopra h' sorti de' poi)oli , 
senz'olfésa de' nazionali poteri e delle franchigie municipali. 
Applicando alle cose del reggimento quel che sani' Agostino 
pensò ae' religiosi fini ai quali era serbata la romana gran- 
dezza, e' voleva conciliare l'unità politica con le civili libertà, 
gli opposti vantaggi di parte guelfa e di parte ghibellina. 
Le voglie dei Ghibellini d'allora non erano né tar:to strane 
né tanto dotte. Lui morto, quel libro fu invocato da Lodo- 
vico il Bavaro, al quale era indirizzato, e che nel suo ghi- 
bellinesimo violava i diritti della sede con le ambizioni della 
corte; onde il libro fu arso per cenno d'un cardinale, e per 
poco non Sj.arse al \ento le ceneri del Poeta. Alcune pro- 
posizioni poi di quello, dannate dal Concilio di Trento. 

Sull'ultimo, che il nome di Dante era aliettuosamente ve- 
nerato da molti. Guido, signor di Ravenna, nipote di Fran- 



VITA DI DANTE. XXIX 



cesca da Riraini, e guelfo, gli offerse la laurea, proffertagli 
anco a Bologna: ma egli la sperava sul fonte del suo bat- 
tesimo. Invano. Nel 1321, tornato da un'ambasciata per Gui- 
do avuta a Venezit, 1' anno di sua età ciuquantesimosesto, 
con vivo dolore de' suoi falli, e co" cattolici sacramenti morì. 
Splendide le eS:^quie, e come trionfo. Gli ultimi tredici canti 
favoleggia il Pioccaccio scoperti come per visione divina. E 
forse nella favola è questo di vero, che solamente" dopo la 
morte di lui apparvero in luce. 

Ebbe mezzana statura, curvo sul declinare degli anni: 
grave e mite l'andare, il vestito decente: mt-sto sempre, ma 
non senza amorevolezza il sorriso. Naso aquilino, grandi 
occhi, viso lungo, mento rilevato, il labbro di sopra spor- 
gente, forte ossatura; colorito bruno, barba e capelli spessi, 
neri e crespi. Dicitore facondo in ringJiiera, ne'colloquii ra- 
do e tardo, ma arguto: contegnoso, cortese, astinente e or- 
dinato ne' cibi, vigilante. Sapeva di disegno: ebbe amici 
Giotto, al quale fuT dicono, consigliatore; il miniatore Ode- 
rigi da Gubbio, il cantore Casella. E sapeva auch'egli di canto. 

Poi la repubblica di Firenze inviò Giovanni Èocraccio a 
Ravenna, portando fiorini cinquanta d'oro, alla figliuola 
Beatrice, monaca in S. Stefano dell'Ulivo; non in soccorso, 
ma quasi in otferta d'espiazione. Due de' figliuoli, litornati 
a Verona, fermarono dimora quivi. E Pietro vi lasciò di- 
scendenza. E il Boccaccio e altri dopo dichiararono la Com- 
media nelle chiese di Firenze , che i proprii biasimi rive- 
rente ascoltava. 

Non è qui bisogno discorrere del poema e della sua tes- 
situra e de' fini. ì personaggi mitologici in esso accennati, 
sono a lui parte di stona: Anteo, Mirra, Achille, Ulisse, 
Capando, Sinone, RifcO, Diomede. Della stona antica hai 
Adamo, Raab, Davide, Ezechiele, Catone , Curione, Tra- 
iano, Costantino, Giustiniano, Maometto. De' più recenti, 
nell'Inferno, Nicolò 111 e Celestino V papi. Catalano e Lo- 
tenngo- e Guido di Montefeltro, frali. Brunetto Latini, Ru- 
sticucci, Aldobrandi, Guidoguerra, Ciampolo, Bertrando del 
Bornio, Alberti, Bocca degli Abati, Ugolino, cittadini più o 
men rinomati, con altri quattordici o quinoici oscuri. Dì 
donne storiche, l'Inferno ha sola Francesca, trattata con 
amorosa pietà: il Purgatorio, Pia e Sapia, e, come simbolo, 
Alatilde. Ivi sono due papi. Martino V pappone, e Adriano V 
avido d'oro; un abate degli Scaligeri, accidioso: molti si- 
gnori e re, Ugo Capeto , Manfredi, Nino, Malaspina, uno 
de' Santafiore; cittadini notabili, meno che nell' Inferno: Del 
Cassero, Guido del Duca, Ranieri da Calboli, Marco Vene- 
ziano. Ma molti i cari al poeta: Casella, Belacqua, Buon- 
conte, Oderigi, Forese, Buonaggiunta e Guido Guinicelli, 
poeti d'Italia, Arnaldo di Provenza. Il Paradiso ha tre 



XXX VITA DI DANTE. 



donne, Piccarda, Costanza, Cunizza; di moderni al Poeta 
non hai die Romeo, il pellegrino; Carlo Martello, il figliuol 
di Carlo II di Puglia, che fu re d'Ungheria, e fin dal 1289 
aveva in Firenze veduto Dante e postogli affetto; e il tri- 
savolo Cacciaguida. 

Le digressioni di storia e di scienza non mancano: nel- 
l'Inferno sola una, dell' origine della città di Mantova, forse, 
per rendere onoro a Virgilio: così come quella del vige- 
simo secondo del Purgatorio, in memoria di Stazio , un 
de' poeti a Dante diletti. Ma nella seconda Cantica i tocchi 
geografici non son forse rapidi assai ; nella terza , la dis- 
sertazione sulle macchie della luna è a pompa d' ingegno 
e di stile. Ma quello che nel diciottesimo del Purgatorio è 
toccato dell'amore, e nel Paradiso dell'inviolabilità del 
voto, del merito della Redenzione, delle facoltà innate, 
della sapienza di Salomone, de' giudizi! temerarii, della 
predestinazione, della salute eterna de' Pagani, delle virtù 
teologiche, del peccato di Adamo, è parte essenziale del 
sacro poema. 

11 Bettinelli, tranne poche terzine, il resto avrebbe but- 
tato via ; r Alfieri , trascritto ogni cosa. 1 più si fermarono 
nell'Inferno; e non videro come le bellezze della seconda 
Cantica fossero più pure e più nuove, della terza meno 
continue ma più intense, e, dopo la Bibbia, le più alte cose 
che si siano cantate mai. Gli ammiratori lo calunniarono: 
chi fa di lui un altro Maometto, chi un libero Muratore, 
chi un empio, chi un deputato francese de' meno regi. Il 
Ginguené volle la visione tutta quanta d'invenzione sua: 
e pochi, se questo fosse, l'avrebbero intesa, nessuno sentita. 
Il Monti lo loda del dire le cose per perifrasi, eh' è lode 
direttamente opposta di quella che gli dava a miglior di- 
ritto il Rousseau-: il Perticari lo fa dispregiatore della sua 
lingua materna ; gì' interpreti gli danno del loro mille astuzie 
ingegnosette, di quelle che son 1' unica suppellettile de' me- 
diocri. Ma Dante le tradizioni religiose, popolari, scientifiche 
del suo tempo ha con riverenza raccolte; ogni suo concetto 
informò del presente e del passato; mai rinnegò l'alta fede 
dei padri suoi: fin laddove egli fulmina i preti indegni, al- 
l' autorità che lor viene dall'alto, s'inchina. Le circonlocu- 
zioni fugge^ e va quasi sempre per la via più spedita: e 
attesta egli stesso, che mai la rima lo trasse a dire altro 
da quel ch'ei'voleva: e pone per norma dell'arte, che sem- 
pre la veste poetica dee coprire un'idea vera e viva. Della 
sua lingua materna nulla immutò; ma trascelse. E fu poeta 
grande, perchè seppe con vincoli possenti congiungere na- 
tura ed arte, meditazione e dottrina, il sentimento suo e 
l'italiano, il culto del bello e del retto, gli affetti veementi, 
l'amore sereno dell'altissima verità. 



XXZI 



AMORE DI DANTE. 



il Boccaccio nelle prose ci dava la parte prosaica dell'a- 
more, intantochè la parte poetica ne dava nelle rime il Pe- 
trarca. Nel secolo decimosesto l'amore, salvo quel di Ga- 
spara Stampa, e altri che non lo verseggiarono né prosa- 
rono ma lo sentirono , e in prosa e in "rima era prosaico 
del pari: prosa i sonetti e prosa i sospiri del cardinale 
Bembo e de' molti commilitoni di lui. Nel decimonono pare 
che dalla melma dell'amore prosaico cominci a spicciare 
una vena di poesia, la quale per suo canale presceglie alla 
canzone il dramma e il romanzo. Ma in latto d' amore la 
poesia più vera è la prosa che le donne innamorate fanno 
quando dicono il vero. Non parlo della stampata: ma se 
tutti i pensieri e i dolori e gli inni dell'amore femmineo 
si potessero in un volume raccogliere, quello sarebbe de' più 
poetici libri e più gravi d'arcani. Ora noi, lasciando le donne 
innamorate del secolo decimonono e la prosa loro, verremo 
alle rime amorose di Dante. 

Come lo sdegnoso uomo le abbia sapute cospargere di 
soavità, parrà meno mirabile a chi pensa che ne' forti in- 
gegni s'accoppiano le qualità apparentemente contrarie; 
che né vera forza senza delicatezza , né vera delicatezza è 
mai senza forza. E ben dice egli stesso , ripetendo il verso 
di Guido Guinicelli, che amore e a.r gentil sono una cosa. 
E in questo nome io comprendo non pur l'amore della 
femminile bellezza, ma di quante bellezze ai nostri occhi 
profondono instancabili la terra ed il cielo: 1' amore del 
giusto ; l' amor della patria, che tutti in sé gli altri umani 
amori comprende. Pure non resta che rara cosa non deva 



XXXII AMORE DI DANTK. 



a tutti parere tanta soavità quanta spira da* versi se- 
guenti : 

Negli occhi porta la mia donna amore, 
Perchè si fa {gentil ciò eh' ella mira... 
Fugge dinanzi a lei superbia ed ira. 
Aiutatemi, donne, a farle onore. 

Quanto spirito lirico in questa invocazione alle donne, che 
ad onorar Beatrice lo ajutino, come se tanta gentilezza po- 
tesse da sole le donne essere sentita e onorata degnamente! 
Più fina lode alla bellezza dell' anima femminile non ha 
forse la poesia italiana di questa: 

Ogni dolcezza, ogni pensiero umile 

Nasce nel core a chi parlar la sente : 

Ond' è laudato chi prima la vide. 
Quel eh' ella par, quand' un poco sorride, 

Non si può dicer né tener a mente ; 

^i è nuovo miracolo e gentile. 

E questi sono versi antichi di cinquecento sessanta a piti 
anni, e sono più chiari che i versi di tanti chiarissimi poeti 
viventi. 

Sovente nelle Rime di Dante ricorre la parola timiltà ; 
e Beatrice si chiama d'umiltà vestita; e dicesi che umili 
pensieri nascono in chi la sente, e che ogni nos-à si ì's. umile 
alla sua vista. Perchè l'altero uomo conosceva quanto gen- 
til cosa l'umiltà fosse, e quanto la superbia villana: cono- 
sceva quanto giovi a tar miti i pensieri l'aspetto d'una 
pura bellezza. Oh questa ttitta umile Fiorentina è ben più 
sublime cosa della Francesce umilemente altera, altera- 
onente um'le. che il canonico Petrarca cantava. 

Domanderete in quali ore e in che luoghi amasse più 
Dante onorare ne' versi la donna sua; se nel sorriso della 
solitaria natura, o nel frastuono della città popolosa; se 
passeggiando dal Gardingo, o fuor della cerchia antica, o 
salendo l'altura di Trespiano, o scendendo ne' luoghi do- 
v'oi^a villeggia più d'uno tra' moderni Fiorentini a tutt' al- 
tro pensando die a versi. A cotesto una sola costi io posso 
rispondere, che la bela canzone la qual comincia: Donne, 
che avete iyitelletto d'amore^ fu imaginata da ini passando 
per un cammino lungo il quale sen giva un rivo chiaro 
7nolto. Allora gli venne volontà di dire ; e la sica lingua 
parlò, quasi per se stessa mossa, quel primo vers^cheho 
detto, ed egli lo ripose nella mente con gy^an letizia; onde 
poi, ritornato alla città, pensando alquanti di, scrisse la 
intera canzone. Non so se quel verso, caduto nella mente 



AMORE DI DANTE. XXXIII 



a lui passejrgiante lungo le acque d'un chiaro ruscello a 
voi paja più dolce. E veramente non è forse cosa tra le 
visibili che più soave parli all'anima, e più soave la ispiri, 
d'una pura acqua corrente. Quell'umore che fugge, rende 
imagine lieta insieme e malinconica degli umani piaceri; 
quella vita diffusa in ogni minuta stilla, raffigura la vita 
d'un' anima che in sé non ristagni, ma corra al bene come 
per dolce pendio; ri nell'abbondanza modesta pare gradito 
alimento ai pensieri dell' uomo, così come ai fiori del campo; 
pare che rinfreschi , con l' erbe del margine , l' imagina- 
zione appassita ; quel placido mormorio par che accom- 
pagni ed inviti l'armoniosa parola; e quello specchio fe- 
dele, se^npre offerto alle bellezze del cielo e della terra, par 
che disponga l' anima del Poeta a farsi specchio essa stessa 
di quante bellezze intorno diffondono la terra ed il cielo: 

Egli parla in quella canzone alle donne e alle donzelle 
amorose^ Che non è cosa da parlarne altrui, e per isfogar 
la inente (perrhè nella mente .non meno 'che nel cuore è il 
suo fuoco) ragiona. Or quali imagini sceglie il poeta alla 
lode? Fa che un Angelo parli a Dio d'una maraviglia che 
si vede nel mondo : 

Lo cìpIo, che non ha altro difetto 

Che d'aver lei, al suo Signor la chiede; 

E ciascun Santo ne grida mercede. 

Iddio risponde : Aspettate alquanto , sì che gli uomini la 
possano ancora contemplare , e coloro che vanno all' In- 
ferno, raccontino: 

1' vidi la speranza de* Beati. 

Quindi venendo a narrare le lodi di questa desiderata da- 
gli Angeli, dice due versi che toccano il sublime: 

E qual soffrisse di starla a vedere, 
Diverria nobìl cosa, o si morria. 

E dopo aVer detto che la sua vista umilia l'uomo si da 
fargli dimenticare ogni offesa, le attribuisce virtù santifi- 
catrice dell'anima, e afferma: 

Che non può mal Unir chi le ha parlato. 

Ecco in queste due stanze i germi della Sacra Comme- 
dia. Già di Beatrice, ancor viva, Dante udiva parlare ^ìi 
Angeli in cielo, 'e nell'Inferno i dannati; già le imagini 
degli eterni destini dell'uomo s'erano nella sua mente 

DaJSTS. (f 



^^ 



XXXIV AMORE DI DANTE. 



congiunte al nome d' una giovanotta toicana ; e già di- 
ceva : ' 

Per esemplo di lei beltà si prova. 

Non solo bellissima, ma l'esempio eli' era della bellezza 
vera: qua! maraviglia che il Poeta la convertisse in forma 
ideale non solo di corporea ma di spirituale bellezza ? 

Alle donne sovente l' austero uomo amava rivolgersi, e 
a loi'o confidare i suoi segreti dolori. Vedendo schiere di 
donne tornare da un compianto, e udendole parlare del do- 
lor di Beatrice per la morte del padre, si dà a piangere, e 
interroga in un sonetto quelle donne pietose, ed esse in un 
altro rispondono: 

Ella ha nel viso la pietà sì scorta, 
Che qual l'avesse voluta mirare, 
Saria, dinnanzi a lei, caduta morta. 

Voi risponderete con senile verità, che né uomini né donne 
cascano morti per cosi poco; e io non voglio rispondere 
alla vostra senile severità: dirò solo che un giovane di 
venticinque anni, il quale tanto altamente idoleggia l'a- 
more, era nato per scrivere a trentacinque altra cosa che 
versi amorosi. Tra 1' estasi dell' amante e la visione del 
politico, tra le teologiche aspirazioni a Beatrice visibile e 
i teologici inni ^ Beatrice simbolo di sapienza civile, voi 
scorgerete potente armonia. 

E siccome, al dir di lui, la luce di sua salute nelle altre 
donne si diffondeva, così nel proprio amore comprendeva 
egli quante erano belle donne, tutte ponendole sotto a quella 
bellezza regina. E' rincontra un c:iorno l'amata di Guido 
Cavalcanti, il primo amico di Dante; e'I nome suo era 
Giovanna; ma, forse per la bellezza, la chiamavano Pri- 
mavera. Dietro le YenÌYa la. 7mrabile Beatrice. Allora parve 
che Amore gli parlasse nel cuore per dirgli: quella gentil 
donna non per altro ha nome Primavera, se non perchè 
doveva un giorno precedere Beatrice. E qui fantasticando 
sui nomi di Giovanna e di Primavera, e' rinviene che am- 
bedue significano la medesima cosa: perchè Giovanni Bat- 
tista precesse a Gesù, coTne Giovanna a Beatrice; e cita 
il vangelo deli' altro Giovanni ; e in certa guisa assomiglia 
la donna sua al Redentore del mondo. Se amore cosifiatto 
non finiva in un dramma sacro, io non so qual miglior 
esito avesse potuto sortire. 

Ma le cose dal poeta cantate son eglino simboli o realtà? 
11 canonico Biscioni crede Beatrice né figliuola del nobile 
Fiorentino, né donna vera; ma la sapienza in largo signi- 



AMORB DI DANTE. XXXV 



ficato presa; il saluto di Beatrice essere la capacità della 
scienza; le donne che Beatrice accompagnano, scienze an- 
ch' esse. Il Biscioni non nega però che la Bice sia stata in 
questo mondo, e dotata, c'om' egli gravemente dice, di ri- 
guardevoli prerogative. Ma un altro canonico, forte an- 
ch' egli in filologia, il canonico Dionigi , nega che Beatrice 
sia cosa fantastica, condanna il Filelfo, condanna il Bi- 
scioni. E voi pure, o signori, darete ragione, io spero, al 
canonico Dionigi, e conoscerete in Beatrice la figlia di quel 
Portinari che Dante chiama buono in alto grado, al quale 
Firenze deve la fondazione del suo spedale di Santa Ilaria 
Nuova; per merito del qual gentile atto e pio, è da cre- 
dere che il Cielo abbia dato alla sua Bice vivere splendi- 
damente ne' libri di Dante. E questo pensiero, sappiatelo, 
non è mio, ma i' ne reco 1' onore all' illustre autore del di- 
scorso su Michelangelo Buonarroti. Del resto, che per esal- 
tar Beatrice e per riferire a lei i grandi effetti di sapienza 
nel cuor suo dall'amore promossi, Dante in questa femmina 
viva e vera simboleggiasse talvolta or 1' umana sapienza , 
or la sapienza delle cose celesti, eli' è cosa certa. 

A celare l'amor suo vero. Dante si finse amante d'altra 
gentil donna ; e durò la finzione alquanti anni e mesi; e, 
per più far credente altrui, feci (die' egli) per lei certe co- 
sette per rima. La donna alla quale e' fìngeva amore , do- 
vette partirsi di Firenze; ed egli, per non tradire il se- 
greto, scrisse versi di simulato dolore: tanto curava che il 
suo vero affetto non si scoprisse. Or perchè ciò ? Ritegno 
di pudore non era, s'egli fingeva d' amare altra donna: ma 
forse modesto riguardo di non offendere la sua con istrane 
significazioni d' affetto così veemente ; forse timore del sor- 
riso de* galanti di quella età ; forse altezza di fantasia, che 
temesse, manifestandolo, spogliar l' amore di quel velo ideale 
che lo fa sovrumano; era forse una di quelle tante pro- 
saiche ragioni che è facile imaginare, ene indovinare è 
difficile, che si frammettono tra 1' occhio del poeta e i suoi 
fantasmi, e gli vieterebbero di contemplarli s egli, per ve- 
dere a suo agio, non avesse 1' accorgimento di cniudere gli 
occhi. 

Partitasi di Firenze la donna eh* era velo all' amor suo , 
un' altra invece di quella ne sceglie il Poeta : e perchè que- 
ste dimostrazioni d' amore davano che dire alla gente, Bea- 
trice se ne offende e gli nega il saluto. Egli allora che fa? 
« Misimi nella mia camera, là dove io poteva lamentarmi 
senza essere udito ; e quivi chiamando misericordia alla 
donna della cortesia, e dicendo: Amore, ajuta il tuo fedele» 
m'addormentai, come un pargoletto battuto, lagrimando. » 
E le gioie e le lagrime del Poeta, a quel che pare, fini- 



XXXVI AMORE DI DANTE. 



scono in sonno: un saluto concesso lo fa dormire, un sa- 
luto negato lo fa dormire : fortunato Poeta ! 

Dopo tale vicenda, e' potè mettersi tranquillamente a pen- 
sare se amore sia o no buona cosa. Questo pensiero era lo- 
gicamente diviso in quattro; e gli dettò il sonetto: Tuttili 
miei pensier yarlan d' amore, dove il primo verso è il più 
bello di tutti: e più singolare si è '1 decimo che dice: E 
vorrei dire» e non so ch'io ini dica; verso che, passati i 
trent'anni, Dante non avrebbe forse pensato. 

È cosa notata già da Leonardo Aretino l'altezza de* ge- 
nerosi com'nciamenti ne' versi lirici d> ll'Allighieri: né alla 
prima mossa sempre la tratta del volo conisi onde; e al- 
l'evidenza delle imagini l'astruseria de' concetti fa velo: 
ma ad ogni tratte il Poeta si ritrova animoso e più forte 
che mai: si che può bene affermarsi col Ginguené che, 
quand' anco alla gloria di lui mancasse la Commedia, ba- 
sterebbero a collocarlo primo poeta del suo secolo la Vita 
Nuova e le Rime. E a stimarlo il primo prosatore del suo 
tempo sarebbe titolo la Vita Nuova, e alcuni tratti del 
Convivio, se non fossero le Storie di Dino Compagni e di 
Giovanni Villani, e le lettere di Caterina da Siena. 

Un giorno persona amica lo conduce-dov' erano molte va- 
ghe donne; e la vista della sua lo turba in fiero modo: so- 
pra questo e' scrive un sonetto, ove dipinge Amore. 

Che fiere tra miei spirti paurosi : 
E quale ancide, e qiial caccia di fuora, 
Si eh' ei solo rimane a veder vui. 

Più nobile e più civile questa imagine d'Amore prepotente 
guerriero, che non del molle e alato e bendato fanciullo , 
di quel che il Chiabrera dipinge Viperetta, Serpentello. Dra- 
goncello: diminutivi eloquenti, perchè dimostrano come l'a- 
more italiano si venisse, coli* impiccolire degli altri affetti, 
ogni dì. più ristringendo. Or che è egli a giorni nostri l'a- 
more? É egli volatile o rettile? Fanciullo o guerriero ? Be- 
stia o nume ? Non mai forse volò tant' alto , non mai stri- 
sciò così basso come a' giorni nostri 1' amore. Ora puro spi- 
rito, ora ca'ne morta; ora un pensiero, ora un calcolo ; or 
astro, ora fango; or sottile e tenace, or pesante e volubile; 
sconosciuto a chi più ne parla, a chi meno lo studia rive- 
lante i suoi casti misteri; vergognoso dell'antica mollezza, 
avido di opere e di gloria; allegro di mesta gioia, mal 
pago di sé e delle cose , conoscendo di non essere più fine 
sufficiente a sé stesso, non più idolo unico della umana 
natura ; sollecito egli stesso d' inchinarsi innanzi agli al- 
tari della virtù , della patria , di Dio. Tale a' giorni nostri 



AMORE DI DANTE. XXXVII 

ò il guerriero di Dante, la vipera del Cliiabrera, il fanciullo 
de' Greci. 

Ma finalmente si fa noto a molti il segreto del Poeta ; e 
chi lo deride, e chi lo compiange. Muore il padre di Bea- 
trice nel 1289 il dì trentuno di dicembre (nel 1285 aveva 
fondato lo spedai fiorentino) ; e egli canta il dolore di lei. 
Inferma egli stesso, e delirando imaffina che Beatrice sia 
morta, e canta l' a-ubascia di quel delirio. Altre avventure 
del suo amore non narra, se non l'ultima, la morte dell'an- 
gelo suo. 

Di quali corrispondenze lo confortass' ella, non dice: e 
dopo, avere narrato eh' ella rise di lui, non prende la cura 
di pur notare se Beatrice si penti di quel riso: tanto sin- 
cera e sì poco timida dello scherno (che alf anime pic- 
cole è gastigo insopportabile) era la sdegnosa anima del 
Poeta. 

Il Boccaccio fa lei maritata a un Simone de' Bardi; il 
quale fu nel 1300 condannato da Dante priore, come agi- 
tatore di civili discordie. E a voi dorrà veramente che la 
sua beatitudine fosse stata sposa a un Simone. Mail Pelli, 

10 spietatamente prosaico Pelli, nota il testamento del pa- 
dre, rogato a dì 10 gennajo 1287, dove lascia cinquanta 
fiorini Bici filice suce et uxori D nnini Simonis de Bardis. 

11 perchè nella Vita Nuova V abbia egli taciuto, non è dif- 
ficil cosa a vedere. A questo schietto romanzo della Vita 
Nuova Dante non intese affidare tutti quanti i segreti del- 
l' amor suo, ma solo e-porre l' occasione e l' argomento del- 
l' amorose sue rime. Né comento poteva farsi piti gentile 
di questo, che pare la storia de' giovanili moti di quell' a- 
nima, e dello svolgersi che faceva l'ingegno ai raggi di 
un candido e fervente affetto. Però Y amore qui si consi- 
dera come cosa seria, come parte d'educazione, come pro- 
fessione, per dir così, come scienza. Qui si ha la storia in- 
teriore di un uomo a cui pochi somigliano dogli uomini 
presenti; e la storia amorosa di un tempo al quale il pre- 
sente quasi nulla somiglia. E negli annali della passione^ 
nella pittura di quant' ha più delicato e ineffabile l'anima 
umana, ris:ede la più profonda bellezza e la vera efficacia 
del romanzo. A questo pregio molti difetti perdonansi ; 
senza questo gli altri pregi languiscono. E di quello scritto 
potrebbe Dante dire quel che d otto anni della sua vita 
diceva il Rousseau: « In questo spazio poche avventure 
avrò a raccontare, perchè la mia vita fu tanto semplice 
quant' era soave; e di tale uniformità aveva appunto di bi- 
sogno l'indole mia per formarsi. In questo prezioso tempo 
r educazione , che fin allora fu sparsa e interrotta , s' as- 
sodò, e tale mi rese qual poscia rimasi per tutto il corso 



XXXVIII AMORE DI DANTE. 



della procellosa mia vita. » Poteva egli ancora con Gian 
Jacopo stesso ripetere : « Quanto m' è caro ritornare di 
tempo in tempo a' bei momenti della mia giovinezza ! 
Erano pur dolci, e durarono pure brevi, e venivano sì rari, 
e sì poco mi costava il gioire ! Ah la sola memoria mi rin- 
fonde neir anima una voluttà pura, necessaria troppo a rav- 
vivare il mio stanco coraggio, e a vincere il tedio de' miei 
dolorosi anni. » 

Dante, per certo, non ha voluto svelarci tutte intere le 
pure gioie dell' amor suo : non le notturne ore passate nel 
contemplare dalla sua le finestre della vicina casa di Bea- 
trice (che gli Allighìeri stavano in Porta San Piero, e i 
Portinari presso al canto de' Pazzi, e i Portinari e gli Al- 
lighìeri erano del popolo di Santa Margherita) ; non l' alle- 
grezza delle civili solennità festeggiate nella patria comune; 
non le preghiere da entrambi forse alla medesima ora in- 
nalzate a Dio nel suo bel San Giovanni ; non le prolun- 
gate speranze; non l'imaginato e forse vero ricambio che 
ella rendeva al suo timido affetto. Ma quel tanto eh' egli 
ne dice, già basta a farci conoscere, lui essere stato ben 
più contento in queir amore che finì in un saluto, che non 
altri in quelli i quali da più forte cosa che da un saluto 
incominciano. 

Moriva Beatrice nell' età d' anni ventiquattro , nell' anno 
1290, venticinquesimo della vita di Dante: moriva lascian- 
dogli in retaggio un affetto immortale , un tesoro di me- 
morie senza rimorsi, un'imagine che doveva di luce serena 
irradiare i versi di lui, e con la sua gentilezza accrescere 
potenza a quel gagliardo intelletto. Oh venne pure oppor- 
tuna alla gloria d' entrambi, e forse alla loro innocenza, la 
morte! Tempo era che Dante ad altro che ad amorose con- 
templazioni indirizzasse l'ingegno, e per altro apprendesse 
a palpitare che per bellezza di donna. La patria lo chia- 
mava, la patria, e la religione, e il diritto, e la natura, e 
quanti mai possono amori capire in cuor d' uomo. Se Bea- 
trice viveva, noi non avremmo né la Commedia quale ab- 
biamo ora, nò la Vita Nuova stessa; avremmo un precur- 
sor del Petrarca, un Petrarca più guerriero, più uomo. Oc- 
cupato dall'amore, non avrebbe torse Dante ambito le cure 
della discorde repubblica, non forse sofferta la di^^nità del- 
l' esilio; bella non sarebbe del nome e dell'esempio suo la 
sventura. Di grandi arcani è ministra la morte ! Ella è che 
insegna ai felici il dolore, ai prepotenti la paura, agli scel; 
lerati il rimorso, ai pii la speranza: eli' è che santifica chi 
va, e nobilita chi resta; e fa, più della viva persona, o ter- 
ribile o amabile un nome. La morte è il gran pernio cosi 
degli umani destini come delle umane virtù: la morte è il 



AMOITE DI DANTE. XXXIX 



^e?me che si nasconde e poi sorge da terra; la morte èli 
fìore che allega in frutto; la morte è l'Angelo dell'On- 
nipotente ; la morte è il quotidiano miracolo della crea- 
zione. Adorate la morte. 

Tempo era che l'anima di Dante, dopo avere dall' amore 
di donna (juasi da notturna rugiada, bevuta freschezza, 
s'aprisse rigogliosa al vivo sole del vero. Già troppo sdol- 
cinate saranno a voi parse alcune di quelle sue parole 
amorose, e troppo devota quella maraviglia, e troppo teo- 
logico quel dolore. Io credo al Boccaccio, il quale attesta 
che egli « di questo libretto, composto nel ventesimo sesto 
anno, negli anni più maturi si vergognas^se molto. » Non 
già che si vergognasse di quella schietta eleganza e di 
quelle imaginazioni leggiadre, ma del peso dato a cose cui 
non iscusa l'estasi deìr amore. Altri cita in contrario la 
menzione che della J^ifa Nuova si fa nel Convito, dovere 
cose in quel volumetto esjioste conferma. Ma il Convito 
stesso fu scritto poco innanzi o poco dopo il quarantesimo 
anno; e poteva ben Dante nell' ultima età vergognarsi di 
certe sottigliezze peripatetiche ben più che platoniche. E 
già l'amore stesso giovanile era sì alto |in lui, che mag- 
giori cose chiedeva di quelle. Apparve, die' egli, apparve 
a me una mirabile visione, nella quale io vidi cose che mi 
fecero proporre di non dir più di quella benedetta insino a 
tanto ch'io non potessi più degnamente trattare di lei ; e di ve- 
nire a ciò, studio quanto posso, siccom' ella sa veramente.» 

Il Gesuita Venturi crede che Beatrice l'amasse, e la 
chiama civettìna tutta sraorfìe, e ride i parossismi dell'a- 
more di Dante e le sue languidezze, e con semplicità ma- 
liziosetta conclude: « Io di questi loro delirii non me ne 
intendo. » Sempre venerabile una creatura umana che piange, 
per nualunque cagione ella pianga: e tale era l'indole di 
quell anima, tale la natura di quel secolo, chele gioie stesse 
prendevano qualità di dolore. 

Ma intanto che Dante piangeva d'amore, l'Italia pian- 
geva di rancore e di rabbia; e l'anno che l'amor suo co- 
minciò, il 1274, fu, non meno degli altri, anno di sventure 
all'Italia. Nel mese appunto di maggio, quando lo spirito 
della vita prese a tremare ne polsi di Dante ianciullo, e 
un Dio più forte a signoreggiarlo, in quel mese la maledetta 
discordia signoreggiaX'a una delle più fiorenti tra le città 
italiane, Bologna; e i guelfi Geremei s' azzuffavano co' ghi- 
])ellini Lambertazzi; e più giorni durava la strage, l'in- 
cendio più giorni. Accorrono^ de'Guelfi, Parrpa, Cremona, 
e Modena e Reggio, e giungono sino al Reno; ma, dalla 
nuova concordia della città "fatto inutile il soccorso, ritor- 
nano. Breve e infida concordia: perchè nuova rabbia li az- 
zufta, e a sosteg^no de' Geremei accorrono di nuovo da Parma, 



Xli AMORE DI DANTE. 



da Reggio, da Ferrara, da Modena, da Firenze: onde la 
parte de' Lambertazzi sono forzati lasciare la patria in nu- 
mero di quindici mila, e a portar l'ira e l'onta nella vi- 
cina Faenza. Quivi correva poscia a assaltarli il popolo 
di Bologna, ma invano: bene scacciava da Imola i <Thibel- 
lini, e la muniva di guelfo presidio. Vicenda orribile di 
vittorie e sconfitte, dove il vanto del valore era infamato 
dalla stoltezza dell' ire. 

In quel mese stesso che fu primo all'amore di Dant3, in 
Modena la fazione de'Rangoni e de' Boschetti cacciai Gras- 
soni; e i fuorusciti assaltano la città, e rompon l'esercito 
de' vincitori. In quel mese Astigiani, Pavesi, e Guglielmo 
di Monferrato, il rammentato da Dante, guastano le torri 
d'Alessandria, immemori della grande concordia che creò 
(luella città, che tanta gloria fruttò all'Italia, e tanta ver- 
gogna allo straniero nemico. Tommaso marchese di vSaluzzo 
abbandona l'alleanza di Carlo; il Piemonte si sottrae quasi 
tutto al dominio di Carlo; e i marchesi di Fossano, spos- 
sessati dell'avito castello, vanno in Paglia a mendicar pane 
e onta dal tristo Angioino, 11 quale, tolto a' Genovesi il 
castello d' Aiaccio, ode bruciati da loro m Sicilia i suoi le- 
gni ; ode saccheggiata l'isola di Gozzo; li vede, gli alteri 
cittadini della feroce repubblica, venir sotto Napoli a gri- 
dargli improperi! e a sommergere nel mare le reali ban- 
diere. Vincitori per tutto fuorché a Montone, dove infeli- 
cemente s' azzuffano col siniscalco del re. 

In questo mese stesso dell'amore di Dante, Gregorio X 
convocava splendido concilio a Lione, di cinquecento ve- 
scovi e più che mille prelati; e Michele Paleologo ritor- 
nava, per paura de' Crociati e di Carlo, alla Chiesa latina. 
Rodolfo d'Austria prendeva anch'egli [la croce; e in gui- 
derdone il Pontefice a lui confermava non so che diritti 
sull'impero d'Italia, negandoli a Alfonso, re di Castiglia. 
Ma il re di Castiglia mandava trecento de' suoi soldati a 
Pavia; intantochè Napoleone Torriano, precursor di Lo- 
dovico il Moro, offriva all' imperatore d'Austria il dominio 
di Milano, e n'era eletto Vicario, e riceveva a tutela della 
città soldati tedeschi. Così tra un re spagnuolo e un im- 
peratore austriaco era conteso in quei tempi il diritto d'un 
regno sul quale e Austria e Spagna dovevano interi secoli 
dominare. 

Nell'anno appunto di cui ragioniamo, Tommaso conto 
d'Aquino e Bonaventura di Bagnoi'ea, che soli valevano un 
grande Concilio, due glorie immortali della scienza italiana, 
ingegni non meno alti di Dante, altamente da Dante cele- 
brati, morivano: l'uno cinquantacinque giorni prima, l'al- 
tro settantacin([ue giorni dopo ch'egli apprmdos.so i primi 
fremiti e 1« ])rimc lagrime dell' amore. 



XLl 



ANCORA DELL' AMORE 
DI DANTE. 



Quanto d'intellettuale fosse nell'amore di Dante, tutti i 
luoo:hi dove di lei parla vel dicono: e se prova ne volete 
ben chiara, vedete là dov'egii narra la morte di lei, se- 
guita il di nono d'ottobre; e, a questo proposito, si mette 
a ragionare del numero nove, numero a Beatrir-e amico, 
perchè i cieli son nove, e tutti nella generazione di lei ave- 
vano di concordia operato; perchè tre via tre fa nove: e 
il tre non è altro che Padre, Figliuolo e Spirito Santo. 
« Beatrice dunque era un nove, cioè un miracolo, la cui ra- 
dice è solamente la mirabile Trinità. » In tali arzigogoli il 
cuore non ha, per vero, gran parte: e ben die- il Poeta 
stesso, che dalla mente a lui moveva talvolta l'ispirazione 
dell'amore; e nello spirito dell' anata donna già morta e' non 
vedeva che un nobtle intdletto, (Questo giova notare; per- 
chè nessuna letteratura, io ere lo. può mostrare un amore 
di si nuova maniera, di tanto caldi sentimenti e di tanto 
astrusi concetti. 

E nessuna letteratura può mostrarne altro dove a tanta 
serenità d'ima^ini sia congiunta tanta mestizia e tanta om- 
bra di morte. L'amor di quest'uomo è simile a cenobita 
penitente che si tiene continuo dinnanzi agli occhi la vista 
d'un teschio ignudo. Ogni pensiero all'aspetto di lei, non 
si dilemma, ma muore; il viso tramortisce; morta è la vi- 
sta Degli occhi ch'hanno di lor morte voglia. — E per 
r ebrietà del gran timore Le pietre par che gridin: Muoia, 
muoia. 

Ma quello che meirlio d'ogni altra cosi fa riconoscere 
nell'amante il cantore della gente morta, e nelle significa- 
zioni del suo affetto un preludio dell'Inferno, è la fantasia 
che gli viene quand'egli si crede morire, e imagina morta 
la donna sua. La qual fantasia egli racconta di nuovo in 



XLII ANCORA DELL* AMORE DI DANTE. 



una canzone dove la narrazione, per l'evidenza e l'attetto 
ond'ò colorata, si fa più lirica d'ogni più lirico volo; ge- 
nere di poesia nuovo, il quale giunge a conferma d'una ve- 
rità non indegna d'essere meditata: come, nei grandi mo- 
menti di costituzione o di rinnovellamento intellettuale o 
sociale, la lirica e la drammatica, siano dalla poesia narra- 
tiva comprese e quasi assorbite; di che la Bibbia e Omero 
ed Eschilo stesso, de' cui drammi la narrazione è non pic- 
cola parte, e i poemi indiani, e il gran poema tedesco, e i 
frammenti d' Ossian, e la Commedia dantesca, e le ballate con- 
tenenti le tradizioni volgari, e i canti popolari della Grecia 
e que' della Serbia, son prova. 

Vedete come pieno di morte fosse l'amore in quell'ani- 
ma; come dal sepolcro gli sorgesse più pura e più lieta 
che mai l'imagine d'una immarcescibile bellezza. P'orte, ben 
dice la Bibbia, come la morte, e l'amore; e nessun uomo 
lo senti più che Dante. Amore, morte, immortalità erano 
nella sua mente una triade generatrice di sé, creatrice di nuo- 
vo universo. A questi tre nomi noi dobbiamo le tre cantiche. 
Quando il pensiero dell'amore è scompagnato da quel della 
morte, e quel della morte dal pensiero deli' immortalità, e 
la morte ^i fa orribile, e l' amore diventa più aborrevole 
della morte. 

Che malinconico, perchè male ricambiato, fosse nell'Al- 
lighieri l'affetto, io noi vorrei dire. Schiava nel Trionfo 
d' Amore pone il Petrarca Beatrice con Dante, e Selvaggia 
con Cino: di che si scandalizza il Castelvetro; e il Tassoni 
con la solita sveltezza risponde : « Quanto al dire che Bea- 
trice e Selvaggia non riconoscessero gli amanti e poeti lo- 
ro, altro testimonio che quello di loro stessi non ne abbia- 
mo; tanto degno di fede quanto merita l'insaziabilità degli 
amanti, che sempre ingrate e crudeli chiamano le donne 
loro. » Ma non è affatto vero, ben nota uno storico de' dan- 
teschi amori, che Dante, insaziabile sempre, chiamasse Bea- 
trice ingrata e crudele. E sebben dica nelle sue i?^>><e: Coyi 
lei non state, che non v* è Amore; narra pure altrove e 
F arridere delle labbra e l'arridere degli occhi di lei; narra 
come Beatrice al vederlo si facesse d' una vista pietosa e 
d'un color pallido; e fa dire a lei stessa che Amore le ha 
fatto sentir de' suoi dardi. Né si tenace sarebbe durato nel 
Poeta l'affetto, se da qualche apparente lusinga almeno 
e' non fosse stato allettato o illuso. Dante, non bello, alla 
bellezza era non solamente amico, ma accetto, piucchè a poe- 
ta teologo non dovesse parere desiderabile. Nella Vita Nuo- 
va vediamo una schiera di donne sospirar de' suoi mali, una 
donna gentile piangere di compassione al suo letto, due donne 
chiedergli de' suoi versi; vediamo a lui dall'amore non so 



ANCORA dell'amore DI DANTE. XLIII 



s'io dica rasserenato o contristato l'esilio. Ma quanto a Bea- 
trice, rade e mal certe, e dal pudor della donna e dalla ti- 
midezza stessa di lui temperate, gli venivano quelle gioie, 
onde cresceva e intensità e purità al desiderio, che moveva 
vestito d'un velo quasi religioso, e come sull'ali della fede 
portato. Se a lui crediamo, questo culto tenevasi a lei dovuto 
da quanti la conoscessero: e quando passava per via, le per- 
sone correvano per veder lei ; e dicevano molti, poiché pas- 
sata era: « Questa non è femmina, anzi uno delli bellissimi 
Angeli del Cielo. » 

La morta donna egli colloca nel del dell' umiltà dov'è 
Maria; e prega il Sire della cortesia « gli piaccia che la 
sua anima se ne possa gire a vedere la gloria della sua 
donna. « Religiosa è la più bella parte d'una bella canzone 
ch'egli indirizzava a lei morta, e alle donne gentili. Questa 

.santa speranza nell'amor d' un'estinta, questa ferma fede 
nella corrispondenza del mondo visibile coll'invisibile , e 
della terra col cielo, aggiunge all' amore altezza e tenerezza 
nuove. 

E da questa altezza e parsimonia di concetti e di stile 
io non so se voi vorrete dedurre meco, la lirica dantesca 

• essere della petrarchesca e più virile e più schietta e più 
ispirata e più varia: non so se vorrete dar piena ragione 
al Tasso laddove dice: « Io ho Dante e l'Ariosto nel nu- 
mero di coloro che si lasciano cadere le brache. « Ma so 
il Tasso se le fosse lasciate talvolta al meJesirao modo ca- 
dere, si sarebbe, cred'io, mostrato e meglio uomo e meglio 
gentiluomo. Il Muratori pone le Rime di Dante accanto 
alla Commedia, e non erra; e quelle dove si riconosce il 
cantor de' tre mondi, pajono degne di più attento amore, 
che finora non abbiano dai critici venerandi impetrato. A 
farne pregiar la bellezza, quel semplice quasi romanzo della 
Vita Nuova conferisce assai, perchè mostra l'occasione che 
ne dettò parecchie, e ne svolge il primo germe, e il con- 
cetto insieme ne svela, e la ispirazione del poeta a filosofi- 
che considerazioni assoggetta. Nella Vita Nuova abbiamo 
varianti, nella Vita Nuova abbiamo frammenti. Abbiam la 
canzone da lui cominciata quando pareva che l'amore gli 
si facesse più lieto, e interrotta per morte dell' amata don- 
na. Intuona egli un inno di gioia; ed ecco la morte a tron- 
carglielo: tTint'era fatale alla sua vita il dolore. 

1/ anno in cui questa donna moriva, era di grandi fatti 
ripieno e di granai sventure, per le quali si venivano matu- 
rando i destini della sfortunata Italia e del suo sfortunato 
Poeta. I popoli dall' un lato abusanti della libertà, mano ma- 
no condotti dall'imprudenza propria o dagli altrui avvol- 
gimenti a prescegliere volontarii , come rimedio , la tiran- 



XLIV ANCORA DELL'AMORE DI DANT E. 

nide; i tiranni dall'altra o impunemente audaci o infruttuo- 
samente puniti. Scorrerò brevemente e i colpevoli successi 
loro, e le colpe sventurate de' popoli. 

Guglielmo, marchese di Monferrato, incorreva nel Nova- 
rese e in quel di Milano e in quel di Piacenza. Senonchè 
in Alessandria, da precipitata sommossa de' cittadini sopraf- 
fatto, egli è preso e chiuso in gabbia di ferro; quivi freme 
per ben diciassette mesi; quivi lo coglie, preceduta certo dai 
rimorsi della vergogna, e forse dal pentimento, la morte. 
Perchè la gabbia di ferro era nel medio evo la scure, e lo 
scoglio di Sant' Elena preparato ai principi soggiogati. E i 
popoli d'allora, nella forza propria e nella costanza del pro- 
prio volere sicuri, temevano il dominio, non il nome del- 
l'uomo; contenti di togliergli ogni strumento di nuocere. 
Barbara, chi lo nega?, era quella gabbia di ferro: men bar- 
bara forse de' moderni spedienti, e certo men vile. Intanto 
dunque che Dante Alighieri piangeva sulla tomba della 
leggiadra donna fiorentina, fremeva in gabbia il reo Gu- 
glielmo: e giova collocarsi dinnanzi alla mente cosiffatti 
contrapposti, perchè in essi è il mistero e la poesia della 
vita. • 

Il giovane figliuolo di Guglielmo fuggiva intanto in Pro- 
venza a invocaì'e il soccorso straniero; antica e sempre fu- 
nesta speranza degli italiani signori. Intanto i Beccaria 
s'impadronivano della pavese libertà; e un Visconti si fa- 
ceva per cinque anni capitano, cioè signore, di Vercelli; e 
Obizzo da Este, signore di Modena e di Ferrara, dai di- 
scordanti cittadini di Reggio, in ciò solo concordi, era eletto 
signore: e signore perpetuo di Piacenza sorgeva fra i tu- 
multi civici Alberto Scotto; e signore di Pisa per tre anni 
il conte Guido di Montefeltro, il dannato da Dante; onde 
il Papa scomunica e gli eleggenti e l'eletto. E intanto che 
questo Nicolò IV fulminava la città toscana a; dominio suo 
non soggetta per aver voluto ubbidire a quella volpe astu- 
tissima, egli, il Papa ubbidiva ai Colonna, e i Colonna di 
molti favori privilegi;\va, e un di loro, su cocchio trionfale 
condotto per le vie di Roma, era onorato col titolo impe- 
riale di Cesare; onde dai Romani, alia satira da gran tem- 
po usi, fu dipinto il Papa rinchiuso in una colonna, con 
sola fuori la te^ta mitrata e due colonne dinnanzi. Un Co- 
lonna frattanto era marchese d' cincona, un Colonna conte 
della Romagna; e ambedue a loro posta le cose romagnuo- 
le volgevano s'immisi^hiavano ne' negozii di Cesena, di Ri- 
mini, d'Imola, di Forlì; mandavano un Malatesta a confi- 
no: né la cosa aveva termine se i Ravennati, levati a ru- 
more, non imprigionavano questo franco negoziatore di ne- 
gozii non suoi. Malatesta tornava signore di Rimini ; i Man- 



ANCORA DBLL AMORE DI DANTE. XLV 

fredi non perdevano il dominio di Faenza se non per dar 
luogo a Mainardo e al Polentano. Giacomo di Sicilia man- 
dava indarno Giovanni da Precida al Papa per offrire le 
sue forze alla nuova crociata, perchè il Papa ubbidiva al 
cenno straniero; invano CarJo Martello, il lodato da Dante, 
figliuolo al re di Napoli e nipote al re d'Ungheria, la co- 
rona ungarica s'aspettava. Per raccogliere molte cose in 
una, i forti, dalle reciproche ambizioni fiaccati, tramando 
rovina agli altri, la preparavano a sé; i piccoli tiranni 
della discordia de' popoli e delle brighe de' principi appro- 
fittavano per farsi grandi. Le libertà frattanto d'Italia pe- 
rivano. 

Invano Milanesi, Cremaschi, Bresciani, Cremonesi, Co- 
maschi a danno del Monferrino invasore s'univano; po- 
scia .Astigiani, Milanesi, Piacentini, Cremonesi, Bresciani 
e Genovesi: invano al soldo de' liberi popoli accorreva un 
conte di Savoja con cavalieri, con balestrieri, con fanti. 
Brevi erano le concordie, fugaci della concordia gli effetti, 
instanca' ili le ire, i frutti dell'ira immortali. Piacenza già 
s'arma contro Pavia, Genova contro Pisa: fra le mura di 
Rimini risse e sangue; in Imola gli Alidosi coi Nordili a 
fiera battaglia: e Bologna accorre per dare vittoria ai Nor- 
dili, e per adeguare a terra ogni bellico guarnimento della 
città. La pace gravida di nuove sventure. feconda di servitù 
nuove la guerra. La causa dei popoli incauti ogni giorno 
più in ba«so, o^ni giorno più in alto la causa degli "astuti 
oppressori. Tale era nel 1290 l'Italia. E già le sventure della 
patria a più forti pensieri chiamavano e a più maschi af- 
fetti r infelice Allighieri. 



XLVI 



LE RIME. 



L' amore di patria, l' amore di donna, V amor degli studi, 
r amore della religione in cui nacque, riempievano non alter- 
namente ma tutti insieme 1' anima dell' Allighieri: non la- 
sciavano in essa quel vano eh' è più tormentoso dell'acuto 
dolore. Dante credeva nella gloria della sua terra, credeva 
nel vero e nella potenza propria a comprenderlo e a ren- 
derlo, nella donna credeva, credeva in Dio. Senza fede non 
è né amore né sapienza né patria: la fede in ogni cosa 
grande e bella fece lui grande e lo ajutò a rappresentar la 
bellezza. Cittadino, e' non era posseduto dall' cimore come 
da furia indomita, né occupato come da puerile trastullo: 
cittadino, e' volgeva gli studi ad utile intento, e aguzzava 
l'ingegno com'arme che deve un giorno servire a difesa: 
cittadino, le verità religiose e' non faceva nemiche alle ci- 
vili utilità , e la divina legge poneva fondamento all' u- 
mana. Amante, 1' affetto a una donna devoto e' diffondeva, 
senza avvedersene quasi, ad ogni uomo, ad ogni cosa non 
indegna d* affetto : amante, fin gli studi più severi allegrava 
d'impeti animosi e d'imagini liete: amante, la religione ri- 
guardava sovente come fonte d' amore , non come fomite 
d'odio. Religioso, nobilitava con quegli alti pensieri i ci- 
vili diritti, gli studi, gli affetti, e di questi sovente tempe- 
rava r eccesso. Scienziato, faceva razionale V ossequio della 
pietà, faceva contemplante l'amore, e le patrie cose rin- 
grandiva con le antiche memorie, e moltiplicava a sé le 
ragioni e i modi d'essere leal cittadino. 

Le quattro doti insomma, si giovavano anziché contra- 
riarsi a vicenda; e, siccome da quattro ^ran parti, se ne 
formava rimanine dell'uomo intero. A noi moderni le quat- 
tro cose appariscono separate , e quasi inconciliabili : l' a- 
more ci chiude in noi stessi , e ci fa strani alle calamità 
della patria; ci fa impazienti dello studio, impazienti so- 
vente di credere e ai soffrire Gli studi ci fanno duri e 



LH RIME. XLVII 

freddi ; impotenti all' operare , orgogliosi del dubbio. L' a- 
more di patria è spesso passione, nutrita più d'odio che di 
benevolenza, più di parole vane che di meditati pensieri , 
più di stolta e imitatrice credulità, che di quella fede che 
crea le alte cose, e fa puro, soave, efficace il martirio. La 
religione, da ultimo, in taluni rifugge dagli studi come da 
peccato; dall'amore di patria come da peccato; da ogni af- 
fetto e cura delle cose sensibili come da peccato; e di più 
gravi peccati si fa colpevole intanto, che tutti sanno, e 
ch'io non vo' qui numerare. Le quattro forze in Dante an- 
davano con vincoli possenti congiunte : e però Dante era 
uomo. Tutte e quattro son forze: il titolo di cittadino, d'a- 
mante, di letterato, e di cristiano. Chi d' uno si contenta 
o di due, sarà debole od infelice; a lui più difficili che non 
chieda la natura delle cose^ saranno a adempire i doveri 
suoi, a lui troppo cocenti sopravverranno i dolori; i pia- 
ceri stessi a lui intollerabili come solletico che, prolungato, 
si fa tedio e spasimo e morte. E sotto il nome d' amore non 
comprendo io tanto l'ahiore di donna, quanto lo Jt-tudio e 
la gioia d'ogni cosa bella, sia di bellezza visibile, sia d* in- 
visibile; sia di bellezza ovvia, sia di sublime e profonda. 

D'ogni bellezza era Dante innamorato cultore. « In quel 
giorno nel quale si compieva 1' anno che questa donna era 
fatta delle cittadine di vita eterna, io mi sedeva in parte 
nella quale, ricordandomi di lei, io disegnava un angelo so- 
pra certe tavolette. E mentr'io il disegnavo, volsi gli occhi, 
e vidi lungo me uomini alli quali si conveniva di fare 
onore. E riguardarono quello che io faceva; e secondo che 
mi fu detto poi, eh' erano stati già alquanto anzi eh' io me 
ne accorgessi. Quando li vidi, mi levai , e salutato loro, 
dissi : Altri era testé meco, e perciò pensava. » 

Questo esser còlto da uomini degni d' onore nell' atto del 
disegnare un angelo e del pensare a una donna, rammenta 
la narrazione di quell' altro Fiorentino bizzarro , dantesco 
ingegno, se non per la varietà e la potenza, per la schiet- 
tezza e per gl'impeti, Benvenuto Cellini. La qual nar- 
razione non vi dispiaccia ascoltare. « In questo tempo io 
andava a disegnare quando in cappella di Michelangelo, o 
quando alla casa di Agostino Chigi sanese, nella qual casa 
erano molte opere bellissime di pittura, di mano dell' ec- 
cellentissimo Raffaello d' Urbino. Avevano molta boria quando 
vedevano de' giovani miei pari che andavano ad imparare 
dentro alla casa loro. La moglie di messerGismondo Chigi, 
vedutomi sovente in questa sua casa (questa donna era 
gentile al possibile, e oltre modo bella), accostandosi un 
giorno a me, guardando li miei disegni , mi domandò b' io 
era pittore o scultore : allorquando io dissi eh' io era ore- 



XLVIII LE RIME. 

fice, ella disse che troppo bene disegnavo per orefice. E 
fattosi,, portare da una sua cameriera un giglio di bellis- 
simi diamanti legati in oro, mostrandomegli , volse che io 
gli stimassi. Appresso mi domandò se mi bastava 1' animo 
di legargli bene: io dissi che molto volentieri. E alla pre- 
senza di lei ne feci un pochette di disegno: e tanto meglio 
io lo feci quanto io pigliava piacere di trattenermi con 
quella bellissima e piacevolissima gentildonna. Finito il di- 
segno, sopraggiunse un'altra bellissima donna romana, la 
quale domandò alla Porzia quel eh' ella quivi faceva. La 
quale, sorridendo, disse: Io mi piglio piacere di veder di- 
segnare questo giovane dabbene, il quale è buono e bello. 
Io, venuto in un poco di baldanza, pure mescolato un poco 
d' onesta vergogna, divenni rosso, e dissi : Quale io mi sia, 
sempre, Madonna, sarò paratissimo a servirvi.- La gentil- 
donna, anch'olla arrossita alquanto, disse: Ben sai ch'io 
voglio che tu mi serva. E pòrtomi il giglio, disse che me 
lo portassi; e di piti mi diede venti scudi d'oro che avea 
nella tasca. La gentildonna romana disse: S'io tossi in 
quel giovane, volentieri me ne anderei con Dio. Madonna 
Porzia aggiunse, che le virtù rare volte stanno co'vizii;e 
che, se tal cosa io facessi, ingannerei quel bell'aspetto, 
ch'io dimostravo, d'uomo dabbene. E voltasi, presa per 
mano la gentil donna, con piacevolissimo riso mi disse: 
Addio, Penvenuto. » 

Io non so quale scena di romanzo possa parere più leg- 
giadra di questa. Non è dato airimitnzione produrre si 
cari e placidi alletti. L'affètto con quelle schiette parole 
manifestato da bella dama al povero artista , un affetto a 
cui non sai se la stima sia cagione o pretesto, cui non sai 
se la modestia di lui tarpasse le ale o l' imaginazione le 
distendesse, sarebbe cosa degna che un poeta lo tratti, se 
un poeta vero osasse credere di poterlo pur toccare senza 
privarlo di vita. Ma dal cittadino severo all'orefice dise- 
gnante nella casa de' Chigi noi riconosciamo già distanza 
immensa. JNè donna a' tempi di Dante avrebbe con simili 
parole accarezzata la baldanza d'un uomo; né l'arte era 
ancora per sola sé professione così grave da occupare tutti 
i pensieri della vita, da abbellirne le noie, da palliarne i 
dolori; né un affetto concepito da Dante sarebbe, siccome 
questo, ito a finire in un cartoccio di monete, non buono 
ad altro che a far njorire d'invidia Lucagnolo. Più nobili, 
più raccolti, più forti erano nel trecento gli affetti. Né l'a- 
more, né l'arte, né cosa alcuna al mondo occupava l'anima 
intera dell'uomo; l'anima umana era capace ancora. Ma a 
chi più delle gioie ardenti e severe piacciono i luccicanti 
affetti e gai, pensi a madonna Chigi, la quale, prendendo 



LE RIME. XLIX 

per mano la bella amica sua, con sorriso si volge, e dice: 
Addio, Benvenuto: e troverà ancora in questo saluto in- 
nocente tanto di poesia quanto molti altri amori insieme 
uniti non danno. 

Or lasciando Benvenuto, e tornando all' Alliprhieri; delle 
rime amorose attribuitegli , parecchie è cosa chiara venire 
da altro ingegno; e lo dice la povertà del concetto, lo stile 
prolisso, la lingua inceppata dalla schiavitù della rima, 
tortura perpetua e supplizio giusto ai deboli ingegni. Pro- 
prietà deilo stile di Dante è l'austerità dello spirituale 
concetto, che d' imagini corporee si vela. Stolto poeta re- 
putava egli chi sotto il fiore poetico nessun germe frut- 
tifero sapesse nascondere. Non pero che Y utilità e la ve- 
rità reputa ss' egli unica bellezza delle nobili rime; ma il 
forte albero e ordinatamente ramoso voleva vestito di 
fronde gaie e mobili e armoniose. Il concetto pertanto e 
lo stile son fida norma a distinguere dalle falsamente ap- 
postegli le rime vere di Dante: non già che tra quei me- 
desimi che non si possono togliere ad esso , non v' abbia 
alcun costrutto perplesso, alcun verso cadente, qualch'ima- 
gine pallida, qualche concetto freddo: ma, dopo breve al- 
lentare si rialzano le forti ale al volo usato, e prendono 
più gran tratto di cielo. E buon pe' suoi versi amorosi 
che presto gliene morisse l'oggetto, clie nuovi dolori 
r han salvo dal rifriggere e ribollire e riscalducciare i 
concetti medesimi sempre: disgrazia della poesia petrar- 
chesca. 

Un' altra delle proprietà che la dantesca distinguono da 
altre molte, si è quel potente congiungimento del concetto 
severo col caldo alfetto e con l'imagine viva. Le quali tre 
lodi, congiunte, danno il grande poeta. E quando Orazio 
diceva che il nome di poeta s'addice ad uomo che abbia 
ingegno e mente divina e bocca da risuonaré alte cose, 
aveva piuttosto abbozzata che disegnata Timagine del poeta. 
Mente divina al pensare, divina'al vestire d'appropriate 
imagini le cose pensate, anzi così costituita che le cose 
pensate, come cernie in fiori, per se medesime si svolgano 
e si vengano figurando in imagini; ingegno atto aconlem- 
perare insieme il raziocinio austero e "la libera fantasia: 
animo ardente di affetti veri e moderati, e nella modera- 
zione più forti: ecco il vero poeta. L'affetto sen^a pensiero 
si ripiega so|;ra sé stesso; fiamma senza materia che l'ali- 
menti, lambe la terra o si spegne: il pensiero senza l'af- 
fetto è freddo, arido, schiavo del dubbio, ammiserito nel 
giro di forme anguste: il pensiero senza imaginenon parla 
alle moltitudini, non è recato nell'umano linguaggio, ri- 
mane infecondo. L'imagine insomma senza pensiero è fan- 

D.\NTK. ,f 



LE RIME. 



tasma, senza affetto è cadavere: il pensiero senza imagine 
è nebbia informe, senza affetto è pallida nube: l'affètto 
senza imagine non fa lunga via nò varia, senza pensiero 
non conosce la via. 

Di pensieri, d'affetti, d'imagini abbondano, più ch'altre 
rime liriche, queste di Dante. Io sull'imaginare, come su 
iacoltà più a' nostri giorni fiaccata, amo insistere un poco. 
Osservate in che varii modi egli esprima il suo pensare e 
sentir d'amore. Amore ferisce'tra gli spiriti suoi, quale uc- 
cide, qual caccia. Al vedere la sua donna, ogni pensiero gli 
muore. Amore l'assale, e la vita quasi l'abbandona; e gli 
campa solamente uno spirito, che riman vivo perchè gli 
ragiona di lei. Quand'ella va per via, amore getta un gelo 
ne cuori villani, ond'ogni lor pensiero agghiaccia e peri- 
sce; de' suoi occhi escono spiriti infiammati d'amore, che 
feriscono negli occhi di chi la guarda, e passano sì che cia- 
scuno ritrova il cuore. Altra volta parlano d' amore i pen- 
sieri suoi tutti ; altra volta gli si sveglia nel cuore uno 
spirito amoroso che dormiva; dalle labbra di lei move uno 
spirito amoroso che dice all'anima, sospira: e gli spiriti 
suoi parlano ed escono chiamando lei; il pensiero gliela 
reca nella mente; i sospiri vanno via sconsolati cercando 
lei morta; e in loro si raccoglie un suono di pietà che 
chiama la morte. Ella è nella sua mente; e Amore che nella 
mente la sente, si sveglia nel cuore, e dice ai sospiri : An- 
datene ; ed essi vanno con voce che mena le lagrime agli 
occhi. E un pensier gentile che parla di lei, viene a dinào- 
rare seco, e fa consentire il cuore; e l'anima interroga il 
cuore, ed esso risponde; e ne' pensieri e ne' sospiri ascritto 
il nome di Madonna, e molte parole della sua morte; e un 
sospiro gli esce dal cuore e passa i cieli pieni dello splen- 
dore di lei, e lo ridice al cuore, che appena intende quel- 
r alto linguaggio. E così, pensieri, sospiri, spiriti, forze in- 
tellettuali, morali, vitali, son vestite di forme leggiadre, e 
poco partecipanti della tenace materia. 

Ben vedevano i poeti dell' Italia rinnovellata, che gli an- 
tichi miti potevano ancora essere soggetto di sapienza sim- 
bolica, non di vera e razionai poesia ; ma sapevano insieme 
non essere poesia senz' imagini , non essere senz' imagini 
linguaggio alcuno evidente ; e una mitologia si creavano di 
spettri tenuissimi, dove la personificazione non fosse deifi- 
cazione, dove ciascuno ingegno sopravvegnente potesse a 
genio suo modellare gli stessi fantasmi. Questa libertà, 
come r altre libertà tutte, ha i suoi vantaggi e i suoi ri- 
schi; richiede uomini degni di goderla, e d'usarla capaci: 
ma è libertà che scioglie l' ingegno dai ceppi della materia 
senza rinnegar la materia, e nel corpo delle vecchie fanta- 



[le rime. LI_ 

sie infonde spiriti sempre nuovi, di numero inescogitabile. 
In siffatta poesia, 1' Amore è il signore de' cuori gentili, 
ma tale che, a pensare 1' essenza sua, mette orrore: e pure 
egli è allegro, e tiene i cuori nelle mani, e tra le braccia 
vaghe donne dormenti, e sale al cielo. E or lamenta sopra 
r imagine morta di bella donna; ora veste da pellegrino, 
quasi signore caduto dal regno, e viene a fronte bassa per 
via, e sparisce nell'atto che si comunica all'amante e s'in- 
carna in esso ; e or va con rime amorose, quasi compagno 
orrevole, e le presenta alla leggiadra donna; e ora è l'es- 
senza del cor gentile , come la ragione è 1' essenza dell' a- 
nima razionale ; or vaga donna lo porta negli occhi, or 
egli precede allegro il venire di lei: ora cinge gli occhi 
dell' amante di corona di martiri, ora tramortisce egli stesso 
nell'anima innamorata. Dalle Intelligenze celesti, dai sen- 
timenti tutti, dalle poesie stesse , fatte persone , traggonsi 
idoli nuovi che popolano il pensiero : creature lievi che ap- 
pariscono e si dileguano, e sott' altro colore ritornano; e 
con la stessa brevità dell'apparizione e coli' agitarsi fre- 
quente ravvivano e tengon desti gli sguardi. In questi sot- 
tili e quasi sfumati disegni si riconosce di quando in quando 
la mano che doveva architettare le bolge ferrigne , e scol- 
pir le pareti del sacro monte, e colorire talvolta con sì 
pura trasparenza gli armoniosi splendori del paradiso. Né 
certamente l' Italia ha poeta che tanto volo lasciasse alla 
fantasia, né poeta che con più forti freni sapesse la fan- 
tasia moderare. Ed erano tempi di poesia viva quelli, poe- 
sia schietta e severa, pensosa e fremente di gioventù ; poe- 
sia fondata nelle istituzioni, fusa ne' monumenti dell'arte, 
dalle credenze sublimata, rinfrescata dalla libertà; rac- 
chiusa, come in germe fiorente , nel giovane e gentile lin- 
guaggio ; negli amori corrente , corrente nell' ire ; abbeve- 
rata di lagrime, inebriata di sangue. 

E veramente, se la varietà, se la novità delle cose ve- 
dute, operate e sofferte è potente a levare a nuovi e varii 
concetti l'ingegno; non poteva non essere di poesia pieno 
quel secolo, di si varii avvenimenti distinto. AH' Italia tutte 
allora le genti d'Europa e le note parti del mondo porta- 
rono tributo di tirannidi e di consuetudini, di poesia e di 
misfatti. Un Francese che semina tradimenti e violenza per 
raccogliere tradimento ed infamia ; che dal meridionale giar- 
dino d' Italia distende 1' ugno alla penisola intera, e rin- 
viene città non poche che si offrono spontanea preda: un 
Castigliano che aspira alla corona di Sardegna, e diventa, 
a dispetto di cardinali e di baroni, senatore di Roma, e 
caccia in esilio illustri cittadini, e saccheggia i luoghi sa- 
cri : Spagnuoli e Tedeschi che per Siena combattono con- 



Lll LERIME. 

tro r Francesi, che rauqjono per Firenze: e un Aragonese 
erede di corona tedesca, e un giovane Tedesco che, onorato 
di lieta accoglienza dalle italiane città, va sul piano di Ta- 
gliacozzo a portare la pena di colpe non sue: e Saraceni 
ohe yengon da Tunisi in favore di lui , Saraceni fatti già 
concittadini agl'Italiani in Nocera : Italiani che vanno nel- 
l'Asia ad apprendere guerra e commercio e vizii e lusso, 
e vi piantan colonie: e tradizioni orientali, settentrionali, 
romane, cristiane, infondersi nelle nascenti o nelle rigene- 
rate città. Questo allargava gì' ingegni oltre il giro delle 
anguste lor mura; sì che a que' tempi una terra, un ca- 
stello nutriva più vasti spiriti che parecchie delle nostre 
dominanti al presente non nutrano. E le città si collega- 
vano tra loro, come nazione con nazione; e movevano 
guerra or a un povero villaggio, or a un re potentissimo : 
e più soldati e più marinari contavano parecchie di loro 
che ora non hanno abitanti. 'Le sommosse frequenti, le in- 
cessanti discordie, il variare di parti da palmo a palmo di 
terra ; il conflitto della campagna con la città, della plebe 
co* nobili, dell' impero col sacerdozio; i messi regii e i le- 
gati apostolici, i placiti e gli anatemi, i concilii eie diete: 
ogni cosa era un incalzarsi continuo di novità, continuo 
attrito che dagli animi e dagl' ingegni traeva scintille d'in- 
cendio, scintille di vita. Farsi Guelfi i già Ghilellini, Ghi- 
bellini i già G^uelfi ; principi fugati, venduti, trucidati sui 
campo, strozzati ne' palagi, carcerati, ingabbiati, abbacinati, 
impiccati. Fuorusciti illustri a colonie, ospiti infelicissimi 
a torme; tradimenti fortunati; lunghi assedii, battaglie san- 
guinose; ambizioni audaci, disperato coraggio. La repub- 
blica attigua al principato, la libertà con la tirannide con- 
fusa talvolta, alternata sovente; grandi che sorgono dalla 
polvere, grandi che nella polvere precipitano; corti ma- 
gnifiche, magnifiche assemblee: cerimonie solenni e cre- 
dute; giuochi maschi, spettacoli popolali, violenti esercizii; 
prede, trofei, monumenti. L'eleganza che spunta dalla forza; 
il piacere che, quasi molla compressa, rimbalza dall' intimo 
del dolore; martirii ambiti, terribili voluttà. L'arte che già m 
comincia a frenar la natura, la natura che della propria li- 
bertà sente ancora gì' impeti divini; l'esperienza giovane, 
la religione gigante. Su ciuest' ampio e fermo terreno s'in- 
nalzò T edifìzio che noi cliiamiamo la Commedia di Dante, 



Ltn 



s NUOVO AMORE. 



Dopo quella passione sì pura e sì calda, farà maraviglia 
vedere da altri amori occupata l'anima di Dante Allighieri. 
Quali discolpe l'infelice uomo avrebbe potuto addurne, io 
non cerco : ma certo è che la memoria di Beatrice non la- 
sciò mai di sedergli in cima alla mente, spiritua'e così che 
lasciando il cuore quasi libero, confortava di so l'intelletto- 
Sul primo fiore degli anni egli aveva trovata una donna 
che rispondeva alla forma di perfezione concetta nella se- 
vera sua m^te: e questa donna gli sarà forse giovata a 
meglio delineare e stamj)are essa forma. Le cose belle del 
mondo, contemplate daUJanima, sono ad essa occasioni di 
abbelfre o deturpar sé medesima, non cagioni. Raccogliendo 
in questa vergine diletta quanto di gentile e di grande gli 
presentavano le memorie de' tempi andati e la dottrina dei 
libri, e gli spettacoli dell'arte nuova e della sempre rina- 
scente natura; e aggiungendo del proprio le ricchezze del- 
l'affetto, egli se n'era formato un idolo al quale prestare il 
suo culto. Meglio era certamente prestarlo ad altro che a 
bellezza fugace; ma certo è altresì che fra gli amori umani 
nessuno è poggiato tant'alto. Sotto a quest'altezza altri amori 
si vennero poi collocando : ma la fiaccola accesa in sommo 
alla mente non spensero mai. Alcuna cosa bisogna, in casi 
tali , condonare (non dico perdonare) all' imaginazione , al- 
cuna al cuore, alcuna all'orgoglio (conciliatore facile degli 
amori men degni); poi pensare alla cura con che gii amo- 
rosi adetti erano, quasi a sempre presente antidoto dell'odio 
(inefficace antidoto e sovente stimolo), accarezzati; molto 
finalmente alle pericolone varietà della incerta ed errante 
sua vita. Sopra ogni cosa, quel fomentare con istudio tanto 
sollecito, e quasi stillar, l'amore, e farne scienza e profes- 
sione, doveva di piaghe perpetue essere cauterio perenne. 

Dalla morte di Beatrice y)Oco più d'un anno era corso, e 
già un nuovo amore s' insinuava furtivo nell' anima del 



tlV Nuovo AMORE. 



Poeta. Egli narra come il sentirsi, il temersi infedele alla 
morta donna, gli paresse orribile cosa. « Vidi che una gen- 
til donna, giovane e bella molto, da una finestra mi guar- 
dava... sentii li miei occhi cominciare a voler piangere.. 
Mi partii dagli occhi di questa gentile... e proposi di dire 
un sonetto nel quale io parlassi a lei... Là dovunque questa 
donna mi vedea, si facea d'una vista pietosa, e d'un color 
pallido, quasi come d'amore... mi venne volontà di dire an- 
che parole, parlando a lei; e dissi: Colo7^ d'amore, e di 
pietà sembianti... » 

Recati i versi, soggiunge: « Questo sonetto è chiaro; e 
però non si divide. » Perchè gli altri sonetti e canzoni e' 
si prende la cura di dividere in due , tre , quattro parti , 
come fanno i sacri oratori le prediche, e di mostrar l'ossa- 
tura del gracile componimento, e di smidollarne i sensi na- 
scosti. Uso che oggidì pare, e non immeritamente, pedan- 
tesco: ma che pure prova com'egli solesse i voli della fan- 
tasia colle norme del raziocinio misurare, e voler ch'altri 
de' suoi accorgimenti s' avvegga. Della qual cura parecchi 
sono, e non sempre poetici, nella Commedia gli esempi. Da 
questo difetto i moderni si sono con tanta felicità liberati, 
che non solo disdegnano far parere che nelle opere dell' ima- 
ginazione il raziocinio abbia parte, ma non ne manca a cui 
non parrebbe essere poeti se , usando la facoltà del dire , 
non buttassero via, come arnese incomodo, la facoltà del 
pensare. 

Torniamo al novello amore di Dante , che gli è consola- 
zione insieme e rimorso. Quel cercar di vedere la donna 
cara, e maledire gli occhi suoi che in essa si pascono : quel 
voler piangere la Beata estinta, pur sospirando alla viva, 
e fremere quasi di non poter piangere, e far suo dovere 
del lutto, e guardar con terrore la speranza; questa vitto- 
ria delle memorie sul senso, d' un'idea sugli aftetti ; questa 
morta rivale della viva; questa pietà che concilia l'amore; 
questo lutto mezzano all'infedeltà; questa tomba che s'in- 
terpone, quasi anatema, fra due cuori desiderosi; questa 
leggiadra giovanotta che impallidisce al pianto di lui, che 
sparge forse in segreto lagrime più cocenti ; questo amore 
insomma del quale la donna è manifestatrice e quasi isti- 
gatrice, senza punto perdere della sua dignità ; non vi par 
egli cosa che valga per cinquanta sonetti di Francesco Pe- 
trarca ? Solo colui che in sua vita sperimentò alcuna cosa di 
simile, può sentire quanta poesia si nasconda in questa 
particella della vita di Dante, può conoscere come in questa 
battaglia amoro5<a sia rivelato al cuore dell'uomo un de'suoi 
più cari seg]'eti e tremendi. 

Nell'amore ammettendo gli scrupoli della pietà, col nome 



NUOVO AMORE. LV 



di tentazione egli chiania il solletico del nuovo attetto ; e 
gli occhi suoi condanna per penitenza a più abbondanti la- 
grime, e a non più mirare bellezza di donna. La religione 
era allora così profonda negli an'mi , che religioso colore 
prendevano le passioni più terrene, religiosa fòrza gli odii 
stessi, la libertà religioso linguaggio. Ora che la religione 
è a' mondani fatta spettacolo o maschera, spettacolo o ma- 
schera son fatti insieme e 1' amore di donna e l'amore di 
patria, e molte delle umane virtù. Pro anazione era quella; 
ma dimostrava fede ancor viva alle verità profanate. 

E osservate come a ravvedersi del novello ajnore p'ii fo^^se 
cagione una fatiia^ia nella quah^ Beatrice gii a}>parve viva, 
e nell'età giovanetta ch'egli in prima la vide, e de'medes mi 
panni vestita. Cotesta apparizione hHStereb1)e sola a mostrare 
non simbolico ma reale essere stato 1' amore di cui ragio- 
nia;no; ed è come ora lo chiamano , fenomeno psicologico 
da meditare. Perchè le impressioni deU'a'iiore infantile so- 
gliono agli uomini tutti (anche l'amo e cessato, e spentane 
fin la memoria) ritornare, non foss'alrro, ne'sogni; e Ja donna 
che prima f)iacque, sotto varie spoglie e in diversi moti at- 
teggiata si presenta a!!' animo sradico e dei piaceri e dei 
dolori, e al piacere e al dolore lo rinnovella. Or questo 
pensare che fa l'amante la donna sua non già nella grande 
bellezza ma tanciuUetta, e questo sentirsene tanto proronda- 
mente commosso, è fatto che importa non meno alla scienza 
del pensiero che alia scien/.a del cuore. 

Anco al Petrarca men vivamente però, vale a dire raen 
poeticamente, simile avventura seguiva: che, morta Laura, 
altra donna minacciava di fargli per un'altra quindicina 
d'anni il medesimo giuoco. E egli allora scrisse la canzone: 
Amor , se vuoi... ; dove l'eleganza è tanto squisita e i con- 
cetti fon sì lungo amore accarezzati , che ben dimostrano 
quanto delle tentazioni di Dante quelle del Petrarca fos- 
sero men gagliarde. In questa avventura agli amori del 
Petrarca quelli dell' AUighieri somigliano, in altra somi- 
gliano a quelli del Tas.-o; che ambedue sotto il velo d'al- 
tro alletto coprivano il verace ; o 'l nome della vera amata 
volevano a tutti nascoso; ma il Ta-so per salvare la fama 
d'una duchessa. Dante per giovanile verecondia, o per fine 
a noi sconosciuto, e, certo, meno ducale di quello dei 
Tasso. 

Pochi giorni durò la febbre amorosa a turl)argli l'ima- 
gine della morta donna: e rivennero poscia le tristezze di 
prima. Delle quali il Boccaccio: « In tante lagrime ri- 
mase, che molti de' suoi più congiunti e parenti ed amici 
ninna fine a quelle credettero altro che solamente la mone... 
Egli era già, sì per lo lagrimare e sì per lo non avere di 



LM ^uovo amorl:. 



sé alcuna cura di fuori, divenuto quasi una cosa sai valica 
a riguardare... 

Ma le lagrime dell'amore dal pensier della patria non lo 
distoglievano: ch'anzi l'un dolore roU'altro accoppiando, e 
i propri danni e que' della patria lamentava. E della morte 
di Beatrice diceva, Quomodo sedei sola civìtas p^e^« pò- 
pillo? Facta est vidua Domina fjentium; poi queste me- 
desime parole scriveva ai principi della terra, ragionando 
loro della sua desolata città. Con le medesime voci piangeva 
e una donna e la patria ; dell'un dolore e dell' altro eragli 
interpete Geremia. Basterebbe questo a comprovare , che 
amore, politica, religione, dottrina, erano in lui un si tutto; 
e che da questa complicata unità risultava e la straordina- 
rietà e la stranezza dello scrittore e dell'uomo. 

La ietterà ai principi s' è pierduta. Gioverebbe vedere 
con quali parole parlasse ai grandi della terra questo gio- 
vane di vensei anni : e di lì conosceremmo chiare le opi- 
nioni di Dante guelfo innanzi che gliele mutasse in parte 
l'amaritudine dell'esilio. Da questa lettera forse rileveremmo 
che, siccome pretto Ghibellino e' non fu nic^i, ma il ghibel- 
linesimo a certe sue proprie norme attemperava, così non 
fu mai Guelfo pretto ; che sotto i nomi di militi e di po- 
polo, <!' imperatore e di papa, e più cose e diverse com- 
prendeva egli che i più de' compagni suoi non facessero. 
Non accettabili a noi certamente vedremmo essere in lui 
le opinioni guelfe , come né accettabili le ghibelline : ma 
vedremmo, cred' io, che, sicrome dopo il mille trecento e' 
non intendeva dare troppo ali" impero, troppo detrarre alla 
Chiesa ed al p polo; così avanti il mille trecento e' non 
intendeva né distruggere il muro che divideva i nobili dalla 
plebe , né congiungere le chiavi d' ItcUia alle chiavi del 
cielo, e fare un fascio della lancia e del pastorale. Mostrarsi 
in tutto uomo di parte non poteva l'Allighieri: ma pure a 
una parte attenersi gli era quasi forza in que' tempi; a 
quella che meno infedelmente rispondesse alle sue dottrine, 
a suoi desiderii , alle sue passioni. Dico passioni^ poiché 
l'AUighiFri era uomo anch' egli: e cercare in lui il cheru- 
bino della giustizia divina, l'interprete delle dottrine del 
Lafayette e del Desmoulins, gli è un falsare i tempi, uno 
sconoscere gli uomini. Certo che vile non doveva essere la 
lettera di cui parliamo : e dalle prime parole vediamo as- 
sai che lieta non era. 

Anco il Petrarca di poco più che vens )' anni intuonava 
Italia mia ; e parlava delle piaghe mortali della sua pa- 
tria e s'accorgeva già di parlare indarno; e delle straniere 
spade notava V infamia : e non i principi della terra ma il 
re del cielo invocava. Ecco due grandi poeti nell' età delle 



NUOVO AMORE. I.VJI 



ardite speranze condotti a piangere sulle calamità della 
patria. Destino di questa Italia doloroso , che uomo non 
crudele e non stolto non le possa rivolgere parola che non 
sia parola di pianto ! destino tristissimo, che il suono delle 
sue querele sia sovente coperto o dallo strepito dello ca- 
tene, o dal cozzare de' ferri, o dal ^rido de' vili, e dal vanto 
ancora piìi lagrirnabile, degli sciocchi! E il Petrarca pian- 
geva presente "quella forza che Dante lontana invocava. Con- 
tradizione di lamenti, quanto prossima tanto piti terribile 
a ripensare. 

Non a un imperatore, non a un papa volgeva Dante in 
quella lettera il suo lamento , ma a tutti i principi della 
terra, perchè tutti vedeva i principi della terra immischiarsi 
nelle cose d'Italia; vedeva Fireuze quasi centro di quella 
vita che per gran parte del mondo civile si diifondeva; in 
Firenze vedeva il destino d' Italia compendiato. E la voce 
di lui teneva allora ve^ e di que mille giornali che assordano 
di grida discordanti i popoli e i re. La voce d' un giovane 
Fiorentino, ignorato o sprezzato da'vecchi politicanti, spi- 
rimentava la" forzai di qudl'accento che doveva echeggiare 
canoro per tanta misura di secoli. 

E bene aveva di che lamentarsi Firenze in quell'anno, 
dico il MCCXCI , quando il Soldano di Babilonia, con 
grand' oste attorniando la città d'Acri, difesa indarno dai 
proc'.i Templari , la sa -cheggiò tutta, e sessantamila rima- 
sero tra morti e presi ; e il commercio fioreptino n' ebbe 
inestimabile d-inno : poiché Acri dal Villani è chiamata, 
come Bonifazio chiamò poi Firenze, uno elemento del 
mondo: il MCCXCI, qv.ando Filippo re di Francia, per 
infame consiglio di due Italiani, fece prendere quanti Ita- 
liani erano nel suo regno, sotto pretesto di punir gli usu- 
rai, onde le ricche negoziazioni de' Fiorentini furono rovi- 
nate; il MCCXCI, quando Guido da Montefeltro, signoro di 
Pisa, per difetto di guardia o per baratteria de' custodi, 
prese a Firenze Pont*-ad-Era, il più forte castello d'Italia 
che foss3 in piano ; c^uando la deliberata oste generale con- 
tro Pisa, di cui capitano dovev' essere Corso Donati, andò 
repentinamente fallita per venalità, dicevasi, di certi grandi; 
quando morivano Nicolò IV , Alfonso d'Aragona , Rodolfo 
d' Ostericche ; e Toscana e Romagna e Sicilia erano da 
nuovi turbini minacciate. 

E osservate strano avvicendarsi e confondersi di virili a 
teneri affetti. Nel 1289 Dante guerriero in Carapaldino ; 
nel UO Dante" trasfigurato dalle ango«:cie d'amore; nel 91 
Dante scrittore di cose politiche ai re della terra. Combat- 
tendo per la j)atria, egli amava ; amava, per la patria scri- 
vendo : r imagine della bellezza faceva piti intonso il valore. 



LVIII NUOVO AMORE. 



r imagine della morte faceva l'amor della patria piii santo 
e più doloroso. La bellezza appunto, che pare al volgo de- 
gli uomini sì lieta cosa; la bellezza , cosi posseduta come 
perduta, è all'anime sorgente di desiderii forti affannosi, 
e d'arcani terrori, e di penetranti rimorsi, e di acute me- 
stissime rimembranze. Oh come bene s'affratellano la bel- 
lezza e il dolore! 

Indotto dai congiunti e dagli amici, forse desideroso egli 
stesso di trovar posa nel porto dell' affetto legittimo alle 
lunghe tempeste e a' brevi «terribili riposi dell'altro amore, 
il Poeta delibera di farsi marito. Ma intanto che Dante 
Allighieri all'onor del suo letto assumeva la congiunta di 
Corso Donati, quale sarà stato il cuore della giovane donna 
che aveva tanta pietà dimostrata di lui, che impallidiva alla 
vista del suo dolore ì Questa pietosa , della qual Dante ci 
tacque il nome, avrebbe forse meglio intesa l'anima sua, 
che la Gemma, e meglio iorse che Beatrice stessa. E quando 
il giovane devoto a Beatrice estinta, per iscrupolo di do- 
lore causò di mirare al jiallore di lei, chi sa quant'ella sof- 
friva nel silenzio dell' anima? E quando le sarà giunta la 
novella delle nozze di Dante, e avrà veduto l'affarcen darsi 
degli amici e la gioja delle due case e sentita la solennità dei 
conviti, chi mi sa' dire quale affetto su lei prevalesse, se 
dispetto o invidia , o quel mansueto dolore eh' è in aonna 
non meno profondo del dolor disperato? E chi ci vieta ima- 
ginarla accompagnante sempre con le rimembranze pie, 
co' taciti augurii, colle umili preghiere, la vita dello sven- 
turato cittadino, dell'esule celebrato ? Chi ci vieta imaginare 
il pensiero di lei che lo segue e quando e' varcava gli Apen- 
nini e quando le Alpi , e quando per le città dì Toscana 
pellegrinava, intorno a Firenze volgendosi come uccello 
intorno al nido conteso; e quando il Friuli lo accoglieva e 
quando Padova e quando Verona: e quando le stanche ossa 
posavaxio dai travagliosi errori in Ravenna? Egli è dolce 
pensare, fra lo strepito delle armi e i tormenti dell' odio e 
le tetre speranze della vendetta, fra le vergogne dell'esilio 
e le strette della povertà, pensare il cuor d'una donna che, 
misero anch'esso, i vostri dolori indovina, che con l'ima- 
ginazione dell'amore li esagera, quasi innamorata del tor- 
mentarsi. E chi sa che, in quelle ore che l'anima corre, 
come in rifugio fidato, nelle memorie degli anni più giovani 
chi sa che a Dante stesso non tornasse alla mente in atto 
d'amore il turbamento della nobile giovanotta? E l'infelice 
uomo in rincontrando qualche suo cittadino, dopo interro- 
gatolo della famiglia, de' figliucli, della patria, avrà forse 
domandato se quella pietosa fosse ancora viva ; e sognando 
il ritorno, avrà sperato di rivederla, e poi temuto di paì'ere 



NUOVO AMORE. Ll?t 



troppo mutato agli occhi di lei già mutata. Ma destino era 
eh' e' non si dovessero rincontrare mai più sulla terra. 
Che dunque è la vita, se le poche anime che parevano nate 
a consolarsi di mutuo compatire, sono dall'impeto de' casi 
divelte, e costrette a cibarsi di mesto desiderio e di rimem- 
branze! Ma quelle rimembranze sono tanto santamente te- 
naci, che la gioja del bene posseduto non ne potrebbe la 
soavità pareggiare. Non lamentiamo la condizione nostra 
quaglili; ma accendiamoci un vivo lume di nobili affetti, 
che "ci scorgano infino al luogo ove tutte rincontreremo le 
creature che avremo amate in silenzio, che ci avranno in 
silenzio amati. 



DANTE E IL PETRAECA. 



Là dove l'acque spumavano, una scorsa di fiamma sotter- 
ranea fa balzar le montagne; e rimangono Je conchiglie fra 
le alte rupi; e da vulcani novelli scorro nel mare la lava; 
le isole più e più si dilatano e si congiungono alla terra 
lontana; i massi ignudi si vestono di musco, di macchia, di 
grande foresta. Similmente dall'anima agitata le passioni 
prorompono: e la rovinosa forza è pur tuttavia creatrice, 
che porta in alto il vero latente ; e poi, freddato il primo 
impeto, le rovine, per tenetizio del tempo e per la fatica- 
dell'uomo, s'ingentiliscono di coltura fruttuosa. Per simil 
modo altresì, dal dolore e dall'amore violento si generano 
a poco a poco i grandi concetti e le imagini belle: come ri- 
pide alture seminate di fiori, come prospetti da' quali lo 
sguardo domina gran tratto di cielo, e vagheggia tra' 1 ver- 
de il raggio d'oro, e s'insinua tra valli amene, guidato dalla 
lucida striscia delle acque correnti. 

Sui colli Euganei non a caso vennero a riposare le stan- 
che ossa del fiorentino che amò di doloroso amoro Laura 
e l'Italia. Nulla è caso nel mondo: ma nella vita degli uo- 
mini singolari appariscono in singolar modo distinte le ca- 
gioni e gli effetti delle vicende che j)aiono essere abbando- 
nate alla fortuna cieca. Nella regione euganea memorie 
diverse di diversa età dovevano lasciare vestigi, da Fe- 
tonte al Foscolo, da Antenore a Napoleone. Padova e Ro- 
ma e Firenze erano, secondo la favola, colonie di Troja: 
gli Euganei e gli Etruschi erano forse davvero il sangue 
medesimo. Nelle medesime mura dovevano a breve inter- 
vallo di tempo trovarsi due esuli fiorentini del cui verso 
l'Italia più s'onora: Dante, sospirando amaramente alla 
])atria perduta; il Petrarca, freddamente gli inviti di lei ri- 
fiutando. 

Certo che in tutta Toscana non facilmente potevasi tro- 
vare ricetto più ameno di Arquà. Ugo Foscolo, che in un 



DANTE E IL PETRARCA. LXI 

Ae Saggi intorno al Petrarca descrive così vivamente Val - 
chiusa, nelle Lettere di Jacopo Ortis non dipinge la bel- 
lezza de'liioghi sì che il pensiero li riconosca, e sal,2"a e 
scenda per essi. Non vedi i poggi, ma l'aura ne senti. E 
in que' tocchi stessi che son più rettorie!, è notabile nias>i- 
mamente in giovine, la parsimonia, pregio ignoto agli ab- 
baiatorelli ammiratori del Foscolo, e che talvolta i più co- 
muni concetti fa parer singolari. 11 vero si è che, tranne 
l'unico Dante, i poeti nella rappresentazione de' luoghi as- 
sai sovente tralasciano le particolarità minute e più pro- 
prie; e colgono que' punti di bellezza che sono comuni a 
numero grande a oggetti ; ma li scelgono tali che il comune 
tenga dell'universale anziché del triviale, del semplice an- 
ziché dell'abbietto. In Dante, la forma universale conserva 
insieme la fedeltà del ritratto; e tanto più mirabile è l'ef- 
ficacia del suo dipinge! e, che poche pennellate gli bastano, 
pure una sola, a far balzare alla mente i'imagine inte- 
ra; laddove nello Scott e in altri moderni la cura del par- 
ticolareggiare disperde, anziché raccogliere l'attenzione dei 
leggenti; e per aggiungere chiarezza, scema alle volte evi- 
denza. 

Non è parola che valga a rendere le tinte, con sì deli- 
cata e sì ricca varietà digradanti, dell'azzurro e del verde; 
il color delle nubi, e la forma de' colli che, o soli o appog- 
giati l'uno all'altro fraternamente, s'abbelliscono con la mu- 
tua bellezza; le rapide chine, i dolci declivii; le cime o sa- 
lenti quasi gradini d' altare magnifico, o ratto levantisi 
come un pensiero ispirato; i grandi alberi che da lontano 
appaiono come macchie, da vicino ondeggiano come mare 
fremente per vento; la pianura che lieta per breve spazio 
si distende, come viandante che posa per ripigliare la via; 
e le vallette rimote che paiono, quasi un angusto sentiero, 
correre sinuose tra monti. 

La casa del Petrarca volge le spalle a tramontana: ha 
da mezzogiorno un prospetto assai ampio di piano legger- 
mente ondeggiante, con di fronte un colle men alto: che 
solo s'innalza, e )>ar che renda Fimagine della lirica pe- 
traicliesca, solinga e gentilmente pensosa. Laddove l'epor 
pea dell' Allighieri è catena di monta.?ne, l'uiia sull'altra 
sorgenti, con ghiacci e verde, nebbia e sereno, ruscelli e 
torrenti, fiori e foreste, ardue cime e caverne cupamente 
eche":gianti. Da manca a levante, altre case tolgono la vi- 
sta de' colli, che forse un tempo era libera; e certo quelli 
d'allora erano men poveri e meno ineleganti edifizii: dac- 
ché tuttavia ci rimangono frammenti di stile archiacuto, 
siccome altrove pe' colli riscontransi tuttavia macerie e la- 
pidi romane. Da ponente a diritta, i poggi vengono più 



LXII DANTE E IL PHTRARCA. 

presso alla casa, e la rallegrano delle lor forme snelle; a 
ponente è l'orto, il quale avrà allora avuto certamente un 
più vago disordine che i giardini moderni, e altre piante 
che i giuggioli e i fichi d adesso. A ponente era lo stan- 
zino dello studio, dove il vecchio onorando, inchinando il 
capo o a preghiera o a meditazione non dissimile dalla 
preghiera, mori. Grato all'anime meste l'aspetto del sol 
cadente; grata quell'ora di sereno e stanco riposo, eh' è 
come augurio di morte placida, consolata da luminose spe- 
ranze. 

In queste stanze, digiunando sovente a pane e acqua, vi- 
gilando sempre dalla mezza notte, limando, con cura squi- 
sita i suoi versi, e meditando la morte, egli visse quat- 
tr'anni: se non che a mal suo grado talvolta ne lo chiama- 
vano a Padova o a Venezia le faccende de' suoi protettori 
ed amici. A Venezia già nel 1363 gli erano passati tre mesi 
della state in compagnia d'un amico, povero, ma illustre 
assai piìi de' principi protettori ; di quel Boccaccio, la cui 
novella di Griselda egli, vecchio e famoso, nella solitudine 
d'Arquà tradusse in latino; quel Boccaccio al qual egli nel 
testamento lasciò da comprarsi una zimarra pel verno. E 
nella Venezia del trecento, nella quale tuttavia sobbolliva- 
no de popolani spiriti antichi, più mirabile assai di quella 
che noi vagheggiamo, fìtta già d'armate galee gravide del 
commercio d'Europa, fìtta di genti animose, infaticate, fitta 
di templi e di civili edifìzii, o^ni giorno sorgenti con sem- 
plice e puro disegno (che i Longhena e i Benoni erano 
lontani ancora), nella Venezia del trecento passe^-giava il 
Petrarca, ripensando forse alla Francia, e a Parigi tren- 
t'anni fa visitato, il cui sudiciume doveva, come a lui, far 
uggia all'Alfieri quattrocento e venti anni dopo. 

Alla parete forse di questa piccola stanza di fronte ai 
poggi, a ponente, era appesa l' imagine della Vergine, 
egregia dipintura di Giotto, la quale il Petrarca morendo 
lasciava al signor di Carrara; dono da poeta, e più che da 
principe. A quella imagine riguardando (oh perchè non 
l'abbiamo noi"^ perchè non possiamo affissare gli occhi a 
quella bellezza dolcemente austera, nella quale s'affissavano 
commossi gli occhi di Francesco Petrarca? e la pietà de- 
gli sguardi del vecchio ritornerebbe a noi quasi rifiessa 
dalla tavola cara), a quella imagine riguardando, e ora alla 
parete, or al monte, orai cielo sereno volgendoli viso, egli 
avrà ripensati, e come santa preghiera ridetti nell'anima, 
i versi: Vergine bella; dove a ogni stanza è ripetuto con 
instante fervore e con soavità penetrante il dolce nome di 
Vergine. 

In questa camera accanto dormiva col marito la figliuola 



DANTE E IL PETRARCA LXIII 

che Francesco ebbe da illecito amore, d'altro amore che 
quello di Laura. Come potesti, o Fiorentino, adorare la fi- 
gliuola del Sindaco di Avignone, e con tutti i desideri! del 
cuore e dei sensi desiderarla, e sospirare di lei in ogni val- 
le, e spargere ai quattro venti i sospiri; e in questo men- 
tre abbracciarti a un' altra donna, e, avutone un figlio, riab- 
bracciarleti ancora? E averne questa figliuola; che adesso, 
mentre tu, vecchio e pentito, correggi, cantando, un sonetto 
in morte di Laura, entra nella tua stanza, e ne' suoi linea- 
menti ti porta altri rimorsi e l'imagine di un'altra bellez- 
za? Oh poeta, tu che hai tanto pianto d'amore, hai tu in 
verità amato mai? 

La tavola di Giotto che ornò la casa del Petrarca, è pe- 
rita, è perita la signoria Carrarese: ma consoliamoci; la 
gatta del Petrarca non ha abbandonato il suo posto. E 
molti di coloro che visitano Arquà non per amore del dolce 
tuo canto, o Poeta, o dell'ameno soggiorno, ma lo visitano 
perch'altri l'ha visitato; guarderanno più attentamente 
alla gatta che ai colli, più alla gatta che ai due terzetti del- 
l'Alfieri, che sono de' meglio temprati e più antichi versi 
ch'abbia la moderna poesia; più alla gatta che al nome di 
Giorgio Bjron, che senza titolo né altra parola sta confuso 
fra tanti, e dice più d'oj^ni lode. Tale è il destino della glo- 
ria mondana, acciocché gli uomini se ne svoglino : che, quando 
eli' ha vinto la calunnia e l'invidia, quando non le può più 
dar noja né la rabbia de'deboli, né la paura de' forti, riman- 
gano a perseguitarla l'ammirazione stupida, la lode sgua- 
iata e profanatrice. Accorrevano da molte parti di Europa 
del mondo a vedere la casa di P'rancesco Petrarca; e 
intanto lasciavano che la pioggia e le lucertole entras- 
sero nella sua sepoltura. Ma il conte Carlo Leoni, pado- 
vano, assumendo co' titoli gli obblighi aviti, fece quello che 
un da Carrara avrebbe fatto potendo, riparò la tomba ca- 
dente; né con questo esempio soltanto agl'Italiani il pro- 
prio nome raccomandò. Possano le ossa di colui che riposa 
in mezzo a poveri contadini, di colui che aveva pregiato 
tanto il contadino di Valchiusa e l'orefice di Bergamo,"pos- 
sano rammentarci coni' uno de' più grandi ingegni d'Italia 
sia morto, morto nella solitudine, dopo aver conosciute le 
dimore di certi grandi; dopo avere, se non lusingate, almen 
viste senza sdegno le loro crudeli ingiustizie, e accettata da 
loro l'ospitalità, e ricusatala dalla propria repubblica, e sof- 
ferto da essi il nome d'amico. 



LXIV 



LODI DATE ALL'UMILTÀ' 
DAL SUPERBO POETA. 



Quanto più grande è l'oggetto che la niente considera, 
e quanto la mente è più piccola, tant'ella più lo disforma 
sforzandosi d'adattarlo alla sua poca capacità: ond'ò so- 
vente che noi con la stessa ammirazione offendiamo, lo- 
dando vituperiamo. Questo avviene segnatamente degli uo^ 
mini e de' tempi antichi, i quali ciascuna generazione giu- 
dica secondo le esperienze e le affezioni proprie, e cerca in 
quelli o consolazione ai propri difetti o scusa agli eccessi, 
ossivvero alle nuove idee e a' tatti nuovi puntello d'esempi. 
Di quant'io dico son prova le opinioni che corrono intorno 
all'animo e agl'intendimenti di Dante, il quale a taluni del 
tempo nostro parve uomo che non prendesse allegrezza se 
non dall'ira feroce e superba, eie sue imagini tingesse tutte 
di fosco colore, e ogni religiosa autorità rigettasse. Ma a 
chi ben legga la parola di Dante, appare chiaro com'egli 
altamente sentisse ad ora ad ora e 1' umiltà generosa e la 
letizia quieta e il mite affetto e la divozione pensatamente 
sommessa. Noi qui di soli una cosa vogliamo fornire le 
prove, dell'affetto che quest'anima altera ebbe alla virtù 
creatrice della vera grandezza, l'umiltà. 

Lascio stare lo strazio che agli orgogliosi iracondi egli 
destina in inferno (1) ; lascio stare i tre cariti del Purga- 
torio, serbati tutti all'espiazion del peccato della superbia, 
del quale egli confessa so reo, ma pur esce in un lungo 
quasi sermone con tr' esso abbandonando l'usata via della 
narrazione e del dialogo, abbandonando quella parsimonia 
di sentenze che gli è cara tanto. Ma rammento con quanta 
dolcezza risuoni nella ì'ita Nuova il titolo d'umile, dato 
alla donna delle meditazioni sue intense e ardenti, conje se 

(i) Quanti si tengon or lassù gran rtgi, 

Glie qui siaranno come porci in brago ! 



LODI DATE AU/uMIL TA' DAL SUPERBO POETA. LXV 

in quel titolo, come frutto nel fiore, tutte le lodi fossero 
contenute, quasi per farla più prossima alla luce di quella 
che fu Umile ed alta phl che creatura. Ed egli, l'anima 
sdegnosa, si diletta di rigLuardare le imagini che gli par- 
lano al cuore umiltà, e si discosta un po' da Virgilio, la 
scienza profana, per meglio contemplarle. Uscito appena 
d'inferno, come ghirlanda di speranza, gli si cinge alla 
fronte l'umile pianta del pieghevole giunco, della nuale si 
cingono tutte le anime che vanno a farsi degne di salire alle 
stelle. Virgilio con parole e con mani e con cenni Rive- 
renti gli fé le gambe e il ciglio dinnanzi a Catone; e vuol 
dire che, come a fanciullo si fa, lo mette ginocchioni e gli 
china la testa. E Dante, l'austero Priore della repubblica 
fiorentina, per tutto il ragionare che fanno Catone e Vir- 
gilio, se ne sta ginocchioni capo chino; e, sparito il vec- 
chio, senza parlare si leva, e come fanciullo porge il viso 
al maestro, che gliene terga con la recente rugiada. Simil- 
mente Sordello, anima altera e disdegnosa, s'inchina con 
affettuosa ammirazione a Virgilio, Ed abbracciollo ove il 
minor s'appiglia; e non gli domanda del suo venire, che 
prima non dica: S' io son d'udir le tue parole degno. Vir- 
gilio stesso, tuttoché turbato da un doloroso pensiero, dà 
retta all'avviso di Dante, e lo guarda, ma senza adontarne, 
e con libero j[)igUo risponde che va per chiedere di quel 
ch'egli ignora. 

Il Poeta, che pure si gloria della nobiltà del suo sangue, 
vuol che si pensi alla terra, comune madre; e riprende i 
patrizii arroganti, ed insegna: Rade volte risurge per li 
rami L'umana probitate. 11 Poeta, che TÌs^ondie umilmente 
a re Manfredi, aricorchè reo di peccati orribili, rammenta, 
con amore la bontà di Traiano che ascoltò le querele della 
vedovella accorata, e le rispose: Conviene che io solva il 
mio dovere. E il lamento risoluto della donna, e la rispo- 
sta dimessa del principe, si fanno in mezzo alla calca di 
cavalieri e sotto le insegne dell'aquile mosse dal vento; 
come per dim.ostrare che l'ubbidienza dagl'imperanti pre- 
stata ai sudditi non deturpa, anzi fregia, ìa maestà dell' im- 
?ero. Perchè siccome l'umiltà, al dir di Dante, Ad aprir 
'alto amor volse la chiave, e fu mezzo a recar sulla ter- 
ra La verità che tanto ci sublima; così quelli de' superbi 
egli chiama ritrosi passi, e che senza l'alimento del cielo 
A retro va chi più di gir s' affanna. Le due sentenze, l'u- 
na non lontana dall'altra, dimostrano chiaro, come al Fio- 
rentino tremendo l'umiltà fosse motore unico di quel che 
ora noi chiamiamo progresso. Il che, quanto s'accordi con 
le opinioni e col sentire di certi politici d'oggidì, lascio al 
secolo giudicare. 

Dantf. . e 



Lxyr 



NOBILTÀ' DI DANTE. 



Attesta il Boccaccio, trovata moglie alFAllighieri quale 
alla sua condizione era dicevole, d' una, cioè, delle più il- 
lustri famifrlie llorentine. Nò i parenti di lui erano uomini 
da non badare a tal cosa: né egli medesimo la nobiltà dei 
sangue spregiava. Enel poema grida contro la gente nuo- 
va che ha generato in Firenze dannoso orgoglio: ed è vero 
che quando, i nuovi ricchi non cercano lode per l'ampia via 
dello virtù cittadine ma per titoli vani o per predominanza 
d'uffizi, accrescono della nobiltà le piaghe, e ie diffondono 
per tutto quanto lo Stato. E cotesta è pure sventura dei 
tempi nostri; che, mentre la boria de' titoli nelle antiche 
schiatte viene scemando , cresce intanto una nuova mise- 
rabile aristocrazia di commerci tirchi, di sminuzzato sa- 
pere, di lusso mercatante, di vizii ragionacchiatori, d'iner- 
zia timidamente faccendiera. E però superbo ma non ine- 
scusabile è il lamento sulla cittadinanza fiorentina non 
più pura ma mista di terrazzani , e sul mal odore portato 
in città dal villano da Signa. E segue lagnandosi che, per 
questo travasarsi della campagna nell'antica città, ì conti 
Guidi, venduto ai Fiorentini il castello di Montemurlo (no- 
me per amare memorie famoso), venissero a soggiornare 
tra loro; che Valdigreve lasciassero i Buondelmonti, occa- 
sione, non causa, delle sette che dal MCCXV straziarono 
la terra, ed ebbero miserabile fine sotto gli artigli di Co- 
simo. Sempre, dice Dante, la confusione delle persone fu 
principio del male della città, come al male de' corpi il cibo 
indigesto: similitudine che vale un trattato. Perchè dimo- 
stra, 1 accrescersi degli Stati e il comiiicscolarsi degli or- 
dini sociali allora solo essere perniciosa cosa, quando i nuo- 
vi elementi non siano omogenei agli antichi, e, per dir 
così, digeriti; quando le nuove aggiunzioni, congiunzione 
non facciano ma discordia. E però dice che cieco toro cade 
più presto e più grave che agnello cieco. In queste due 



NOBILTÀ DI DANTE. LXVII 



imagini è l'arcano e dell'antica e della moderna politica: 
porche non nella quantità stala vita, ma nell'armonia delle 
forze. 

Ma nell'atto che della nobiltà imbastardita si duole, e af- 
ferma con Aristotele l'alterazione precedere sempre a cor- 
ruzione; confessa insieme l'Allighieri, questa essere inevi- 
tabile sorte di tutte le cose umane; nò maraviglia disfarsi 
le schiatte se han termine lo città: tutte lo cose umane 
avere lor morte: verità che, s'entrasse ia mente a coloro 
i quali combatton per la perpetuità non del diritto ma 
delle schiatte in cui dicesi incarnato il diritto, risparmie- 
rebbo molte stoltezze crudeli. E per questo senza maravi- 
glia ma non senza dolore il Poeta va numerando gli aiti 
Fiorentini caduti; e mentre rammenta il fugace splendore 
dell'altrui nobiltà e della propria, e la dice manto che sotto 
le forbici del tempo presto 'Raccorcia e diventa meschino se 
di giorno in giorno per virtù non s'accresce; e' non puòtut- 
t' insieme non se ne gloriarle. 

Ma quale irnagine delia nobiltà si formasse egli in mento, 
lo dice la canzone che comincia: Le dolci r?me, nella quale 
riconosci un Guelfo che gode in cuor suo d'esser nobile, 
ma che a modo guelfo, cioè più ragionevole, intende la no- 
biltà. E comentando la detta canzone, egli avverte: « Per 
mia donna intendo sempre quella luce virtuosissima, filoso- 
fia, li cui raggi fanno i fiori rinfronzire, e fruttificare la 
verace degli uomini nobiltà. » Qui vorreÌ3be il Poeta darci 
a intendere che per un amore allegorico egli sospirò e 
pianse tanto ; ma sarà lecito in ciò non credere a Dante. 
La canzone parla degli atti sdegnosi d'una donna vestita 
d'umana carne: il Convito composto da Dante, esule filo- 
sofo e politico teologante, vuol trarre ad allegoria le can- 
tate rime d'amore, sì per secondare l'umor del tempo, che 
di simili avvolgimenti si dilettava, onde la scienza e l'arte 
talvolta parevano enimmi; poi, per nobilitare con arcane 
interpretazioni i giovanili concetti d'amore, e far pompa di 
(lottrin;i, alfettazione a que' tempi comunissima, e cara a 
Dante; da ultimo, perchè veramente, come della Vita Nuo- 
va apparisce, nello perfezioni di Beatrice, ancor viva, e' ri- 
conosceva il simbolo del bello e del vero ideali. Un germe 
simbolico si trovava già nella canzone, ma nel cemento il 
Poeta ne fece una grande pianta che cela l' imagine viva 
della sua donna. Perocché dice che in lei è tutta ragione. 
che gli occhi di lei sono le dimostrazioni della filosofìa, 
e che il trasmutargli ch'ella faceva i sìioi dolci sembian- 
ti, significa la scienza ritrosa a certe sue indagmi sulla 
prima materia degli elementi. Questa menzogna filosofica, 
che corrompe e distrugge la poetica verità^ non è punto bel- 



LXVIll NOmLTA DI DANTE. 

lezza, e eriova notarlo. Il simbolo a tempo è cosa altamente 
poetica, filosofica, religiosa; ma, senza misura adoperato, fa 
della- religione e della scienza un lungo vaneggiamento, e 
trasmuta la viva luce poetica in nuvola opaca. 

Una conseguenza bensì, e nobilissima, possiamo da queste 
sottigliezze dedurre; ed è, che, siccome nell'amore il Poeta 
cercava la filosofia, così nella filosofia ritrovava l'amore: e 
però la definiva amoroso uso di scqnsnza. Amore della sa- 

S lenza lo disse con italiana affettuosa modestia Pittagora: 
ante, amoroso uso, perchè non è sapienza vera senz'uso, 
e la filosofia vera e pratica tutta, e l'uso, che si fa delle 
teorie, prova che vere sono. Questo ridurre la sapienza ad 
afiTetto, è l'arte per cui Dante fu grande, per cui possono 
tutti gli uomini farsi grandi. 

In questa canzone della nobiltà, Dante intende a ripro- 
vare il giudizio falso e vile del volgo pezzente e del volgo 
patrizio: e vile lo chiama perchè da villa d'animo forti- 
ficato. E, nell'atto del cementare una canzone tra amorosa 
e morale, egli esce in dispule filosofiche, in citazioni sacre, 
in accenni politici, tutte parti d'un solo concetto. De' no- 
bili ragionando, e' si scaglia contro i tiranni: la nobiltà 
vera non solo a' nobili tristi ma insieme a' re malvagi l'Al- 
lighieri negava. Così del buon guelfismo e del ghibelline- 
simo buono e' raccoglieva insieme i vantaggi. E Torse a tal 
fine egli diventato Bianco, cementava una canzone com- 
posta da Guelfo; quasi per dimostrarci che, nella contra- 
dizione apparente, l'opinione sua interna conservava una 
tal quale continuità; che mutati erano i mezzi, il fine no. 
E, chi ben considera, in questa che par questione dei titoli 

ali e 




ìpor- 
iprudenza è a lasciare 
la mala opinione prendere piede. Oh com'è grande la mia 
impresa in questa canzone, a volere ornai così trafoglioso 
campo sarchiare come quello della comune sentenza! » Dalla 
torta opinione ben vedeva egli provenir molti mali della 
privata e pubblica vita; intendeva come gli scrittori pur- 
gando l'errore, si facciano dell'umanità benemeriti grande- 
mente. 

Per dimostrare com'egli sopra la nobiltà della nascita 
e delle ricchezze e de' gradi ponesse la nobiltà delle virtù 
e del pensiero, nel senso del vocabolo maggiore e' com- 
prende non solo la potestà imperiale ma la dignità filoso- 
nca. Dante co>ì gl'inconvenienti del ghibellinesimo politico 
con un suo ghibellinesimo filosofico temperava. E il filoso- 
fo, in quanto è filosofo, non voleva che fosse alla maestà 
jmperi^iÉi soggetto: eh' è quanto dire, le dottrine del giù-. 



^sOiilLTA DI DANTE. L>^IX 



sto e dell'ingiusto, tutta la morale e la più alta parte della 
politica, essere indipendenti dagli arbitrii della regia po- 
testà. 

Promulgatore e custode della ragiono scritta poneva 
Dante l'Imperatore; che il popolo non gli pareva da tanto, 
e la nobiltà forse meno. Al principio della real potestà era 
egli dunque venuto, parte per questo ragionamento fondato 
non sulle universali ragioni delle cose ma sulla convenien- 
za del governo, secondo lui. men disadatto all'Italia d'allo- 
ra; parte per le passioni politiche, le quali al ghibelline- 
simo l'avevano trabalzato. Ond'egli, tra per sofisma di pas- 
sione, tra per espediente di politica pratica, diceva l'Impe- 
ratore essere cavalcatore dell'umana volontà: e il medesir 
mo risuonava ne' versi dove chiama l'Italia cavalla indo- 
mita, e ai preti briganti rimprovera che non lascino seder 
Cesare sulla sella. A' preti briganti, non alla natura dei tem- 
pi, attribuiva il Poeta quella febbre d'inquieta libertà che 
travagliava l'Italia; febbre che i principi stranieri potevano 
non ispegnere, ma con la presenza loro irritar piti che mai. 
So quelle contenzioni tremende avesse l'ecclesiastica pote- 
stà temperate con la leggo divina, non inacerbite con le 
limane ambizioni. Dante non avrebbe forse avuta occasione 
d' invocare estrani soccorsi, e sarebbe vissuto Italiano pretto, 
e uomo tutto di repubblica; e i nomi di Guelfo e di Ghibel- 
lino sarebbero in piccol tempo iti in disuso. 

Ma, ripetiamo, se le cose politiche voleva l'Allighieri al- 
l'imperiale autorità sottoposte, libere ne voleva le intellet- 
tuali e le morali, che sono delle politiche fondamento. E però 
contro Messer lo imperatore Federigo argomenta tuttoché 
fosse laico e chierico grande: e dimostra, le ricchezze essere 
vili. « Così fosse piaciuto a Dio che quello che domandò il 
Provenzale, fosse stato; che chi non è reda della bontà, per- 
desse il retaggio dell'avere!» Ed ecco da cinquecent'anni 
vaticinata la setta che prese nome dal Saint-Simon, ed ebbe, 
per le abusate dottrine, misera e disprezzata line. Così lar- 
gamente intendeva, almeno in teoria, il lilosofo nostro le 
massime ghibelline. 

Noìjile si stimava egli dunque: e la genealogia propria 
tesseva làin cielo tra le gioie d^* Santi e le armonie delle 
sfere. I miei antichi, dice Cacciaguida, e io, nascemmo nel 
Sesto ultimo a toccarsi dai corridori del palio la festa di San 
Giovanni, nel Sesto, cioè, di Porta a San Piero. E segno 
d'antichità, nota il Lami, è 1' avere abitato nel cuore del- 
l'antica città. Più antichi e più nobili de' Buondeimonti, 
de' Bardi, degli Albizzi erano gli Allighieri. Ma chi t'ossero 
i maggiori di Cacciaguida, e donde ili Firenze venissero, 
])iù onesto, die' egli ò^ tacere che dire. Altri vuole che Dante 



LXX NOBILTÀ DI DAiSTE. 



si vergognasse dell'essere i Frangipani stati ligi al Ponte- 
fice forse più che al novello Ghibellino non paresse onore- 
vole: ma forse e' tacque de' suoi antichi per non ne sapere 
gran cosa (e chi sa se sapesse che un ramo di questi Fran- 
gipani, e forse il ceppo, era slavo, e avevano dominio sulle 
coste di Dalmazia?); forse ne tacque per modestia, come 
quando de' ragionamenti tenuti co' quattro poeti nel limbo, 
dice con modo simile ch'essi andavano |)arlando di cose che 
è bello tacere. I\Ia s'altri pur volesse riconoscere un Dante 
erede dei Frangipani, potrebbe del suo silenzio trovar ra- 
gione non tanto negli aiuti da quella famiglia prestati alla 
romana corte, quanto nel tradimento da uno dei Frangi- 
pani tramato al misero Corradino: il quale arrivato alla 
spiaggia di Roma in una terra di costoro, quando con una 
saettiti navigava verso Sicilia, un di cotesti Frangipani, 
« veggendo (dice il Villani) ch'erano in gran parto" Tede- 
schi, belli uomini e di gentile aspetto, e sappiendo della 
sconfitta, s'avvisò di guadagnare ^ d'esser ricco: e però i 
detti signori prese, e, saputo del loro esj^ere, e come era 
tra quelli Corradino, sì li menò al re Carlo prigioni: per 
gli quali lo re gli donò terra e signoraggio alla Filosa tra 
Napoli e Benevento. » Dante, nemico d'ogni avara perfidia 
e d'of>ui vii tradimento, dell'appartenere ai Frangipani 
non si poteva al certo dar vanto; e forse per questo ne 
tacque. 

Ma a Corradino lo stranir^rc accento fu morte, come ai 
nemici suoi poscia: e fu senijiv" ì più funesta a chi la prof- 
ferì, che a chi l'ascoltò, la voce de' cercanti in Italia deto- 
stato imperio o vituperosa rapina. 



LXXI 



GUELFI E GHIBELLINI. 



La perpetua questione italiana, agitata, quasi in urna fa- 
tale, ne' nomi di Ghibellini e di Guelfi, è questione i cui 
principii ed effetti furono la gloria e la sventura e la vita 
intera di Dante: questione che in sé racchiude i destini 
d'Italia e del mondo. 

Dice Senofonte, i grandi al popolo eterni nemici. Aristo- 
tele narra che nelle oligarchie del suo tempo i nobili giu- 
ravano alla plebe odio eterno. Patrizi, cioè divoratori, erano, 
al dir di Piatone, i Ciclopi; patrizi, eh* è quanto dire inva- 
sori, erano i Dori nell'Apia terra: e l'Egitto era sede an- 
tichissima d' un'aristocrazia religiosa, dottrinale, politica; e 
all' Egitto in ciò rispondeva l' Etruria ; 1* Etruria, alla cui scuo- 
la mandavano i figliuoli loro i cittadini di Roma. x\ntica e 
perpetua è la guerra; e il dettato romano, che la salute 
del popolo sia légge suprema, non era alla fine che l'arti- 
colo decimoquartó della costituzione di Roma; era l'arbi- 
trio ai pochi concesso di reprimere ogni moto di soggetti 
aspiranti a piii giusta uguaglianza; e ciò si faceva per la 
salute del popolo, ben distinto, come ognun sa, dalla plebe. 
Or questo dettato della terribile sapienza romana, fu, se 
non in parole, in fcitto, la lepge di quante società fondarono 
l'autorità di pochi sull'abbassamento de' molti. Ma tutte, 
nella prima origine e nell'età della gloria loro, le aristo- 
crazie questo vizio ammendavano con la potenza del senno 
e con l'esercizio di virtù generose. 

Il ghibellincsimo in Italia è, corno ognun sa, cosa origi- 
nariamente straniera. Le invasioni germaniche, imponendo 
al suolo italiano signori nuovi, inerti e armati, imponevano 
al vinto il debito di vivere non armato se non per altrui, 
operoso all'utile altrui. 11 nome di gentili, con che per 
tutto il trecento si chiamarono (che corrisponde a majorum 
gcntiu)n)^{\.Q\\QÌà.Ndk che nella costituzione della famiglia era 



L^tXII GUELFI E GHIBELLINI. 

l'orig-ine cosi della loro come d'ogni umana potenza. Le 
castella da essi abitate e le torri dimostrano come stra- 
niera cosa e' fossero, e nemica alla nazione della quale vi- 
vevano; i nomi di G-hibollini e di Guelfi troppo compro- 
vano la straniera origine delle italiane discordie. Né for- 
tuita, nò tutta imputabile a' regnanti e a' popoli, ò quella 
antica smania di chiamare arbitra delle intestine liti la 
spada straniera. Ai militi italiani non erano estrani gl'im- 
peratori tedeschi; e' non facevano che invocare il capo della 
famiglia, alla quale si conoscevano appartenere: e i ponte- 
liei dal canto loro, invocando la gente di fuori, imitavano 
l'esempio olferto. E per tal modo il Ghibellino dava fomite 
continuo al Guelfo, non solo per la ragion de' contrarli, ma 
per il contag'io degli esempi. 

riguardisi dunque come straniero, o come fondato so- 
pra un' inuguaglianza insopportabile a popolo di vivi spi- 
riti, il Ghibellinesimo era contrario all'indole della nuova 
civiltà italiana. Ho già toccato come il nostro Poeta le mas- 
sime ghibelline temperasse, parte con la rettitudine del- 
l'animo suo, parte con le guelfe memorie della sua giova- 
nezza. Avvertirò solamente, che nò quella rettitudine nò 
quelle memorie lo salvarono da certe opinioni crudeli che 
appena a' politicanti pagani si possono perdonare. Perchè 
l'Allighieri nella Monarchia insegna chiaro, citando la 
Politica d'Aristotele, che « certi non solo uomini ma po- 
poli interi, son atti e nati a comandare, altri a stare sog- 
getti e servire; e che a tali uomini e popoli, l'essere retti 
non solo è spediente, ma giusto, quand'anco vi si dovessero 
condurre per forza; efiamsì ad hoc cogantur. » 

Del resto, le due parti che appariscono così nettamente 
distinte ne' due vocaboli, nobili e jìlehe, nel fatto si confon- 
devano insieme, per l'avvolgersi degli affetti, e per la in- 
stabilità degli uomini, e per la incertezza delle idee, e pel 
mutare de' tempi, e per la varia natura delle razze e dei 
paesi, causa perpetua delle italiane glorie e sventure. Quindi 
è che il medesimo nome sovente due cose diverse signifi- 
cava; quindi òche l'uomo nelle suo dottrine costante do- 
veva nel fatto parere mutabile, e coloro che per un verso 
condannava, per un altro lodare o compiangere. La quale 
considerazione ci giova a conoscere e la storia d'Italia e 
l'animo di Dante, italiano e ne' difetti e nelle virtù, s'al- 
tri mai. 

Da questo confondersi di parte ghibellina con guelfa se- 
guiva che un'intera città paresse or guelfa ed or ghibel- 
lina, guelfi i nobili, ghibellina la plebe; che l'una parto 
.vuir altra sortisse vittorie sì brevi, e poi sconfìttesi facili; 
che tra pontefici stessi taluno a' Ghibellini inc'liiuis,se; che 



GLKLFI E GHIBELLINI. LXXill 

gl'imperatori punissero i Ghibellini; che i pontefici da ul- 
timo alla causa de' nobili e dell'impero si dessero, abban- 
donando quella del papato e de' popoli. 

E di qui si comprende come non sola cupidigia de'do- 
minii germanici, non sola negligenza di quel che dovevano 
lare, ma un presentimento delle lor vere e legittime utilità 
abbia sviati dal potentemente f.ivoreggiare parte ghibellina 
gl'imperatori alemanni. Dopo la Lega Lombarda, l'Italia, 
se savia era, più non aveva a temere d'estera prepotenza. 
Ma non era ancora mezzo secolo passato, ed ecco sorgere, 
co' nomi di Ghibellino e di GueUb. la vendetta dello scor- 
nato Barbarossa. Gli Svevi dominanti in un angolo d'Italia, 
combattevano per i loro utili propri di dinastia, non per 
amore de'grandi, nemici loro. La parte guelfa, immedesi- 
mata allora nella causa de' papi, e i tradimenti de'grandi, 
non operarono ma attrettarono la sveva rovina. Che se 
ouella famiglia avesse vinto, e disteso in tutta o in parte 
d'Italia il potere loro, avrebbero la parte ghibellina ben 
tosto negletta, poi anche fieramente oppu£,nata. L'impero 
servivasi de' Ghibellini come di freno all'inalberarsi delle 
ringiovanite città; non già che ad alcuna delle due parti 
egli credesse sicuro procacciare vittoria a>^soluta. Purché 
docili al cenno imperiale, poco importava ai Tedeschi se a 
popolo si reggessero o a nobili le città: ch'anzi l'inquieto 
agitarsi dei molti poteva al loro futuro dominio parere pili 
conducevole dello stretto e bene assodato governare de' po- 
chi. Che se i viaggi e le spedizioni dello straniero non 
erano in Italia tanto frequenti quant' avrebbero i Ghibellini 
bramato, se ne dia cagione parte alle guerre germaniche, 
parte, ripeto, a quel sentimento vero che agl'imperatori 
tedeschi diceva, l'Italia essere il giardino dell'imperio, non 
il palazzo; l'Italia meritar tante cure quante bastassero a 
trarne danaro, ma non essere terreno dove la speranza ger- 
manica potesse mettere radici profonde. E quando una ger- 
manica dinastia si fosse in Italia stabilmente fondata, e 
gl'imperatori si sarebbero accorti quanto nemica a loro 
fosse la parte ghibellina, e i Ghibellini si sarebbero sentiti 
languire sotto la vicina ombra della imperiale potestà. 
Quando avessero le due unite forze domato le riluttanti 
volontà delja plebe, si sarebbero azzuffate tra loro; e o 
raristocrazfa avrebbe tradito i principi, come fece gli Svevi 
nel regno; o se ne sarebbe sordamente alienata, come fece 
sotto Leopoldo in Toscana; o li avrebbe fatti alle sue vo- 
glie ministri, e, se ribelli, strozzatili, come seguì in altre 
parti del mondo; ossivvero, perdendo ogni politica e so- 
ciale potenza, si sarebbe ristretta ai vantaggi miseri della 
ricchc/.za, e fatta venale e ignolàle, e avrebbe trovato o un 



LXXIV GUELFI E GHIBELLINI. 



Luigi XI che la fiaccasse, o un Luigi XIV che la vilipen- 
desse, un Napoleone che la finisse di disfare ricreandola. 
Io non son qui per vantare i benefìzi resi da' Guelfi all'Ita- 
lia: anch'io ne so tutti i danni, ne so le vergogne, e le 
piango: ma dico che i Guelfi sono T Italia, che l'Italia cri- 
stiana è, per essenza sua, nazione popolana. 

Pensano: l'Italia ghibellina si sarebbe a poco a poco 
composta in unità di fortissimo regno; nazione, non gente; 
società, non armento. Altri potrebbe recare in dubbio se 
gli Svevi o altra forza di re potesse tutta comporre in vo- 
lontaria soggezione l'Italia; se la soggezione forzata po- 
tesse a lungo durare in tanto concitamento di popoli, in 
tanta cupidigia di principi forestieri. Ma poniamo l'unità 
del dominio: bastava ella forse a felicitare l'italiana fami- 
glia? Una era pure sotto i Romani la Grecia, una la Gre- 
cia sotto i Turchi, una l'Italia sotto i Cesari, sotto Napo- 
leone. Il regno d'un solo risuscita o rinsanica i popoli, non 
perchè d'un solo ma perchè buono: or chi mi guarentisce 
la bontà degli Svevi V 

Par fatale all'Italia che ogni sorta di gioie e di sventu- 
re, di libertà e di tirannide, d'orrori e di gentilezza, do- 
vesse nella storia di lei rinvenire un esempio. Aristocrazie 
sacerdotali, militari, senatorie, mercatanti, natie, forestiere, 
non ben forestiere e non bene natie; aristocrazie pacifiche, 
bellicose, invaditrici, prete ggitrici, castellane, cittadine, con- 
sentite da' popoli, da' popoli combattute. Democr.:zie aristocra- 
tiche e plebee, parche e lussurianti, selvagge e gentili ; giuoco 
dei re, ai re tremende; viventi d'industria, di commercio, di 
rapina; con armi proprie, con mercenarie; con propri, con 
stranieri magistrati; potenti d'astuzia, potenti di lingua; 
vivaci e conscie di sé fino all'ultimo, o morenti in obli- 
viosa agonia. Regni e brevi e lunghissimi, alternati a reg- 
gimento popolare o a usurpazione straniera; invocanti l'usur- 
pazione, o ad essa ricalcitranti, e poi confederati con essa. 
Bandi, esilii, confische, saccheggi, rapine, supplizii; discor- 
die italiane con nomi stranieri, discordie straniere sotto 
colore d'interessi italiani; giuochi inaspettati dell'arte, del 
valore, del tradimento : e, le questioni dilatandosi in importan- 
za, restringersi il numero di coloro che prendevano parte a di- 
batterle; le moltitudini stanche degli odii, della libertà, della 
gloria, delle sventure, sdraiarsi in disperata i)ace, e non si 
riscuotere a quando a quando, se non per sentire lo stre- 
pito e il peso delle catene. Dov'è la nazione a cui la Prov- 
videnza abbia data tanta varietà di dolori V La storia d'Ita- 
lia ora simile all'Inferno, ora al Purgatorio, ora al Para- 
diso di Dante, ora allo caste leggiadrie del Petrarca, or agli 
animosi capricci di Lodovicc^ ora a un desolato periodo 



r-UELFI E GHIBELLINI. LXXV 



del Bembo, e ora a un'ampolla del secento, ora alla gioia 
rafìaellesca, or alla muscolosa gagliardia del Buonarroti, 
ora alle incalzanti svariate melodie del Rossini; per tutti 
gli sperimenti e pensieri ed aifetti trasporta il contemplante, 
e lo getta, quasi affannato da visione tra splendida e an- 
gosciosa, sulla soglia del tempio in cui si nascondono i mi- 
steri degli anni avvenire. Piangiamo le guelfe e le g ibel- 
line arroganze: delle guelfe e ghibelline glorie, là dove ci 
appariscono, col pensiero godiamo; ma non osiam ricreare 
il passato, non desideriamo all'Italia quella unità che dalla 
natura de' tempi e delle stirpi era alle sue provincie inter- 
detta. Pensiamo che guelfo, non ghibellino, era il germe 
di quella vita in cui le repubbliche del medio evo esulta- 
rono baldanzose; pensiamo che, senza il contrasto di quelle 
due forze, l'Italia giacerebbe forse tuttora nel letargo in 
cui l'abijandonava l'incuria de' suoi imperatori: pensiamo 
che, se Mario era plebeo, patrizio era Siila; ed era mo- 
narca Caligola, Romolo Augustolo anch' egli monarca: pen- 
siamo che, se le repubbliche del medio evo non fossero, 
l'Italia non avrebbe forse nò Dante nò Giotto. I popoli, 
per acquistare nell'avvenire, convien che smarriscano al- 
cuna cosa del passato, e la memoria si ristringa acciocché 
s' ingrandisca l'intelligenza. 

Ho detto che allo spirito guelfo noi dobbiamo l'ingegno 
di Dante Allighieri. Guelfo egli nacque, e Guelfo crebbe, 
Guelfo combattè. Guelfo amò. Guelfo governò la sua patria: 
infmo a mezzo il cammin della vita fu Guelfo. Come Ghi- 
bellino, egli odia; come Guelfo ama. La sua lingua stessa, 
che pur vorrebb' essere ghibellina, è guelfa tutta: e basta 
leggere senza pregiudizi! d'amore ne d'odio i libri della 
Volgare eloquenza per rinvenirne ivi stesso la prova. 

Or per conoscere quanto d'illiberale fosse di necessità 
nel ghibellinesimo dell' Allighieri, basta rammentare la let- 
tera da lui scritta ad Arrigo, quando, sceso in Italia, in- 
dugiava di venir a quotare con le armi gli odii della tu- 
multuante Toscana. Al santissimo trionfatore, egli. Dante 
Allighieri e i suoi consorti, baciavano i jnedi, e in lui ere- 
devano e speravano; e Dante rammentava con vanto quando 
le sue mani trattavano i piedi d Arrigo: « ed esultò in 
me lo spirito mio quando dissi fra me\ Ecco V agnello di 
Dio, ecco chi toglie i peccati del mondo. « Ed egli mede- 
simo, queir Allighieri che in inferno cacciava, stranamente 
sbigottito e con la lingua tagliata, Curione, il qual vinse 
i dubbi di Cesare consigliandolo in Rimini alla guerra ci- 
vile, egli medesimo il consiglio di Curione ripete ad Arrigo 
col verso del suo Lucano. È si noti che Cesare alla guerra 
da Curione consigliata dovette la fondazione dell'imperio 



LXXVI GUELFI E GHIBELLINI. 



tanto esaltata da Dante. Ma Dante e gl'istigatori e gli uc- 
cisori di Cesare fa dejjni di pena: e, se al pensiero di lui 
venerabile cosa era l'impero, non mono venerabili gli ap- 
parivano le virtù dell'antica repubblica; e Catone, il nemico 
di Cesare, era da lui collocato alle falde del santo monte a 
guidare o a sospingere a purgazione le anime incerte o in- 
dugianti. Cosi Virgilio accanto a magnifiche Iodi del nuovo 
impecio, pone le lodi di Fabrizio e di Curio e di Catone; 
la morte del quale ad uomo cristiano doveva ì)arere men 
bella. Ma checché di ciò sia, non resta che non paia irri- 
verente e atroce il consiglio dato ad Arrigo dall'esule, di 
portare diritto la guerra contro la sconoscente sua patria, 
ch'egli chiamava insieme e volpe e vipera e pecora scab- 
biosi), e Mirra e Amata e Golia, contro lei l'ira e l'arme 
dell'imperatore imprecando. E se tale era il ghibellinesimo 
in Dante, or qual sarà stato in uomini meno retti e men 
alti! Ma Dante, nell'atto stesso di vituperare Firenze, la 
loda come la città più potente d'Italia; e confernja il te- 
stimonio del Villani, del Compagni, e d'altri, che Firenze 
dicono delle lombarde sommosse efficacissima istigatrico. 



LXXVII 



DOTTEINF. POLITICHE 
DI DANTE. 



Il Poeta che con Lucano afferma le civili discordie mosse 
dalla ricchezza, eh' è la vilissima delle cose, non poteva né 
commendar né soffrire la nobiltà derivata da ricchezza so- 
la. E però loda i tempi quando Firenze viveva sobria e pu- 
dica. Quella era nel pensiero di Dante la stagione dell'ideale 
felicità, quando alle donne leggiadre e agli agi si mesce- 
vano i cavalieri valenti e i bellici affanni. Spenta, piutto- 
sto che degenerata, voleva egli l'antica nobiltà: e della nuo- 
va non a tiitti i rampolli malediceva, ma a quelli che re- 
putavano potersi l'onore delia stirpe da virtù scompagna- 
re; a quelli che in ricchezza ponevano studio soverchio, che 
è d' ogni nobiltà corruttore. E rammentava con lode gran- 
de la liberalità del Saladino, cui solo vide sedere in disparte 
tra gl'illustri del limbo, come se la liberalità avesse lui 
fatto salvo dalle fiamme infernali. Tra' liberali annovera 
egli anco quel Galasso da*Montefeltro che nel MCCXG an- 
dava podestà in Arezzo, domata dalla sconfìtta di Campal- 
dino, e s'interponeva tra Guelfi e Ghibellini conciliatore di 
pace. Dante, nel MCCXC nemico d' Arezzo, nel M(XCVIII 
mutato in parte, loda il podestà d'Arezzo ghibellina, né 
questa è la sola volta che a lui cada di commendare la vir- 
tù de' nemici. Più circa le persone che circa le cose (avver- 
timento importante a intendere le opere dell' Aliighieri). 
più circa le persone che circa le cose rinvengonsi mutabili 
e contradittorii i giudizii di Dante. E circa le persone stesse 
assai retta ne' contrarli giudizii è sovente serbata la nor- 
ma d'una leale equità. Bertrando di Hautefbrt è cacciato in 
interno come reo consigliere, ma lodato altrove come scrit- 
tore valente e com'uomo liberale; Carlo H, in tanti luoghi 
e per tanti versi vituperato come vile tiranno, è duo volte 



LXXVIII * DOTTRINE POLITICHE DI DANTE. 

lodato siccome liberale uomo; tanto in questa virtù del 
dare, che allora chiamavano cortesia, trova di commende- 
vole r Allif^hieri; sì perchè contraria all'avarizia de' nobili 
nuovi e dei preti malvagi e de' re tristi; sì perchè l'animo 
non alieno dal donare sembra altresì non alieno dalla ge- 
nerosa compassione, dalla socievole affabilità, dal desiderio 
di perdonare e d'essere benedetto, e di creare la gioia de' 
suoi fratelli. Poi, questa virtù della larghezza, oltre all'es- 
sere direttamente opposta all'angustia deg"li uomini chiusi 
d'affetto, d'imaginazione, d'ingegno, era virtù nobile vera- 
mente, che poneva tra grandi e popolo una perpetua e, 
secondo il Poeta, desiderabile inuguaglianza; gli ordini so- 
ciali congiungeva senza confondere; i pericoli e i mali del- 
la strabocchevole ricchezza e della cupida povertà tempe- 
rava. Queste cose dico io, interpretando i principii di Dan- 
te; non già ch'io creda potersi tale stadio di società tra 
patriarcale e feudale, quando la stagione ne sia già passata, 
rinnovare a talento. Possono bene i ricchi, almeno in parte, 
rappresentarne un'imagine, anco nelle società mature, anco 
nelle decrepite: possono la liberalità proporre a se ste^^'si non 
come fine ma come passaggio ad un ordine nuovo di cose, 
ad una non materiale uguaglianza d'averi, ma virtuale ar- 
monia di doverle d'affetti. 

Contro le ricchezze autrici d'ignobile aristocrazia spes- 
so tuona il Poeta, e le chiama false meretìnci , e piene di 
tutti i difetti. Or ecco la lupa carica di tutte brame; ecco 
colei che pecca co' re, la impudicamente abbracciata al gi- 
gante e da lui flagellata; ecco in somma le ricchezze mere- 
trici per sé, e in chi le onora infonditrici d'animo meretri- 
cio. Nell'avarizia era dunque, al parer di Dante, la piaga 
d'Italia; nell'avarizia come togli trice di beni e come appor- 
tatrice di mali: e nella lupa non era figurata soltanto l'avari- 
zia d'una corte, ma di tutte le cotti', di tutti i nobili gua- 
sti, degli uomini tutti. 

E però nel luogo ove stanno raccolti, fìtti, tanti trava- 
gli, ove gli avari co' prodighi si risconi-rano come l'onde 
che si frangon con l'onde, quivi non tutti gli avari son chie- 
rici, sebbene in molti chierici e papi e cardinali l'avarizia 
dimostri il soperchio suq. E sebbene Nicolò III papa stia 
per tal cupidigia capovolto tra' simoniaci ne' fori infiamma- 
ti; sebbene tra gli avari sia legato il pontefice Adriano V 
de'Eieschi; tra gii avari purganti è anche posto un re fa- 
moso, Ugo Capeto, radico della mala pianta, che, al dire di 
Dante, «aduggia la terra cristiana tutta. « Coloro che nella 
lupa non vilì.ero altro che l'avarizia di Dante stesso, falsa- 
rono al certo o restrinsero il concetto di lui; ma coloro 
ch'altro non vi conoscono se non l'avarizia d'una corto, 



DOTTRINE POLITICHE DI DANTE. LXXIX 

10 restringono anch'essi. Dante, siccome poeta dell'univer- 
sale giustizia, rappresenta in sé la natura dell'uomo cristia- 
no combattuto daVizii del suo secolo; tra'quali il più dan- 
noso era la cupidità dell'avere. Bestia senza pace la chia- 
ma; siccome nel Convivio le ricchezze dimostra essere d'in- 
quietudine cagione perpetua: e soggiunge che a molti ani- 
mali s'ammoglia, cioè a molti vizii, e ad uomini molti. S'ac- 
coppia l'avarìzia airabusa:a religione e a' sacerdoti perver- 
si; s'accoppia all'orgoglio regio e a principi tristi; s'ac- 
coppia alla sete de' piaceri, e alle corrotte donne, e agli ef- 
femminati e prodighi cittadini. 

Siccome pertanto la lonza rappresenta forse, con la sen* 
sualità del Poeta, i vizii de' Brunetti e la lussuria delle 
Cianghelle e d'altro sfacciate donne del tempo suo, e la 
frode crudele de' corruttori di giovanotte, e il soverchio 
lusso delle ammollite repubbliche, e la gola de' Ciacchi e 
de* Martini e de'Buonaggiunta; e siccome il leone rappre- 
senta, insieme col men reo orgoglio di Dante stesso e di 
Odorico da Gubbio, l'or^oglio'iracondo di Filippo Argenti, 
invidioso di Sapia, o incredulo del Cavalcanti, o impo- 
store di Michele Scotto, o suicida di Pier delle Vigne, o 
torbido del villan d'Auuglione, o ambizioso del Salvani e 
di tutti gli occupatori'di libere città, o invasore, quel dei 
re stranieri e italiani, o barbarico, quel de' tiranni, o falso 
de' perfidi consiglieri e seminatori di scandali; cosi la lupa 
simboleggia quanti mai cittadini e principi e popoli pec- 
cano d'avarizia; e nell'avarizia è compreso ogni smodato 
desiderio, ogni violento o frodolento acquisto d'averi. 

La lupa sono i tiranni che diedero nell'avere di piglio, 
la lupa son gli assassini da strada, la lupa gli usurai col- 
locati da Dante co'soddomiti e co' bestemmiatori di Dio. 
Nella lupa soii figurati quelli che per danaro mercanteg- 
giano l'onor delle donne, gli adulatori avidi e vili che giac- 
ciono nello sterco, i simoniaci che adulterano per oro e 
per argento le cose di Dio. La lupa sono i barattieri che 
vendono la giustizia, e con moneta o con lucro qualsia la 
barattano. La lupa sono i ladri: la lupa i folli, che da ogni 
cosa si studiano di trarre oro; la lupai falsarli, la lupa i 
traditori per vii cupidigia; ed ultimo, in bocca a Lucifero 
stesso, Giuda il traditore avarissimo. Quante mai dunquo 
ha generazioni l'avariz a, sia privata, sia pubblica, sia vio- 
lenta, sia vile, di tutte la lupa è figura. Questo, tra' vizii 
il peggiore, fece già vivere misere molte genti, anche pri- 
ma ciie in Corte romana, secondo Dante, annidasse; e, uni- 
co perchè principale, tolse a Dante l'andar del bel monte. 

11 quale simbolo ben risponde alle dottrine nel Convivio 
toccate circa la ricthezza e il pericoloso godimento {di quel- 



LXXX DOTTR INE POLITICHE DI DANTE. 

la. E però ristringere a una corte il concetto, sarebbe un 
renderlo e men filosofico e men poetico di quel ch'egli era 
nella niente dell'esule. Al modo ch'io dico, le due opinioni 
si conciliano, non si distruggono: non è dal simbolo esclu- 
sa nemmen l' avarizia della tracotante schiatta che s'4ndra- 
ga contro chi fugge, e si placa a chi mostra il dente o la 
borsa; la schiatta degli Adimari, un de'quali occupò i con- 
fiscati beni dell' Allighieri sbandito, e sempre per vii cupi- 
digia stette avverso al nome di lui. 

Se ne volete altra prova, ascoltate que' canti che nel 
Purgatorio gli avari fanno sentire a correzione del passato 
lor vizio: e udrete in essi rammentare e la modesta po- 
vertà di Maria, e la severa povertà di Fabrizio, e la gene- 
rosità di Niccolò nel dotare fanciulle pericolanti; e poi del- 
l'avarizia gli esempi contrarli, che cantano nella notte (per- 
chè nella luce del giorno si celebra la gioia del bene, e 
nelle tenebre meglio 1' anima si raccoglie al pentimento del 
male); gli esem|)i contrarli, che sono il tradimento e il la- 
trocinio di Pigmalione, la ridevole miseria di Mida, il fur- 
to d' Acamo, la morte d'Anania e di Saffira, le busse di 
Eliodoro, e Poli nestore e Crasso. Ed è cosh notabile che 
questa commemorazione de' danni dall'avarizia portati, è, 
al dir di Dante, Tamarissima tra le pene del purgatorio; 
col qual verso è mirabilmente significata si la turpitudine 
di quel vizio, e sì la potenza che ha al pentimento pure il 
pensiero del male sull'anima dal terreno carcere liberata. 
Ora, siccome gii esempi del bene sono dedotti dalla madre 
di Gesù, da un vescovo, da un cittadino romano; e gli 
esempi del male da tre principi, da un cittadino di repub- 
blica, da un ministro di principi rubatore di cose sacre, 
da un guerriero, da una donna; così nella lupa è figurata 
l'avarizia e di preti e di laici, e di ricchi e di poveri, e di 
guerrieri e di donne. E siccome tra gli esempi della virtù 
contraria sono rammentati e poveri continenti e poveri 
liberali con virtù; similmente col vizio dell'avarizia è in- 
sieme punita la prodigalità tra purganti non meno che tra 
dannati. Sapiente accoppiamento: perchè tanto il prodi- 
go quanto l'avaro oltraggiano la giustizia e l'umanità; 
l'uno e l'altro vuole oro, quegli per isperdere, questi per 
nascondere; l'uno e l'altro defrauda i meritevoli; l'uno e 
l'altro conduce gii Stati a rovina. Così nelle cose morali 
serbava il Poeta quella impnrzialità che ad ora ad ora nel- 
le politiche lo fa singolare. E notate che nessun altrovizio 
Dante accoppiò al suo contrario come fece la prodigalità 
e l'avarizia; perchè nessun altro è così chiaramente e così 
dannosamente cagione del suo contrario, ed eltetto. Il pro- 
digo è: costretto patire le cupide angherie dell'avaro per 



I 



DOTTRINE rOLlTICHK BI DANTE. LXXXI 



pascere le voraci sue voglio; l'avaro accumula materia e 
tentazione ai vizii del prodigo. In bene ordinata repubblica 
non si conosce ne prodigalità né avarizia; ma gli animi, 
contenti del poco, ogni soverchio consacrano ad utile e onor 
del comune: ne' popoli depravati sorgono insieme, e insie- 
me si tormentano e si burlano e si corrompono e si divo- 
rano prodighi e avari. E nella medesima person-i i due vi- 
zii talvolta miserabilmente s'alternano, ridevolmente s' ac- 




tanto a lui parevano questi due vizii gemelli. E di qui me- 
glio intendesi come Dante chiami i più tristi de' concitta- 
dini suoi, gente avara; e poi le disoneste magnificenze ne 
pianga, e fé squisite lussurie. Gli era a' suoi occhi un me- 
desimo male sotto faccia diversa. Così alla smodata cupi- 
digia degli averi i danni d'Italia imputando, e alle ricchez- 
ze negando potere di crear libertà, e dimostrando quello 
essere delle preminenze sociali infedel fondamento, deduceva 
Dante dal seno delle morali le sue civili dottrine, e la mo- 
rale verità con le sentenze d' Orazio e di Giovenale e di Se- 
neca e della Bibbia convalidava. 

Maledette chiama nel Convivio il Poeta lo ricchezze, o 
nella Commedia maledetta lupa l'avarizia, e, con Virgilio, 
sacra, cioè maledetta, la fame dell'oro, e Pluto lupo malo- 
detto, e maledetto il fiorino coniato dalla sua patria; e 
alle ricchezze egli imputa fare gli uomini odiosi o per in- 
vidia ch'altri porta al ricco, o per desiderio di que'beni 
miseri. Or se la ricchezza partorisce odio, da essa è sciolto 
il vincolo delle repubbliche, dico, l'amore; ed è tolto delle 
repubbliche il sostegno, vo'dire, il coraggio; perchè ta gli 
uomini vili e a ogni muovere di foglia tremanti. E qui cita 
i tre versi di Lucano che spirano la sapienza delle cristiane 
dottrine circa la sicurezza beata e libera della innocente 
povertà : 

. . . . vitic tuta facili tas 
Pauperis, angusliqiie lares, et miniera nondum 
Iiiteilecta Deùm ì 

A* quali versi mirabili accenna nel Paradiso,, laddove gli 
accade di esaltare la povertà di Francesco d'Assisi. Fran- 
cesco egli riguarda come inviato dalla Provvidenza che go- 
verna il mondo con quel consiglio che è inscrutabile ad oc- 
chio di creatura, inviato acciocché la spoia ritornasse al 
suo Diletto die l'ha sposata col sangue. E, raccontate le 
Danti:. /• 



LXXXII DOTTRINE POLITICHE DI DANTE. 



geste dell'ammirabile uomo (che, insieme con una istituzione 
altamente religiosa, fondava una società altamente civile, e, 
chi ben pensa, tutrice della popolare dignità), scende a mor- 
dere i vizii della degenerante famiglia. 

Non le ricchezze adoprafe a bene malediceva il Poeta, 
non la sordida e turpe inopia lodava. Ma perchè ne' reli- 
giosi principalmente l'abuso della ricchezza e della potenza 
è scandalo grave e pericolo; perciò contro le ricchezze am- 
bizione de' preti e' s'avventa, e ad esse imputa le calamità 
dell'Italia e del mondo. E chiaramente lo fa dire a Marco 
Lombardo; il quale, dolendosi che l'arco dell'umana volon- 
tà non è più teso alle nobili cose, e interrogato da Dante 
perché sia il mondo coperto e gravido di malizia, rispon- 
de, questo non essere influsso reo di pianeti prepotenti; 
che, se'l mondo si svia, negli uomini è la cagione; e que- 
sta è l'avara abbiettezza di taluni collocati nell'alto d'ec- 
clesiastiche dignità. La libertà morale e^li pone fondamen- 
to della civile, negando che i mali degli uomini e de' po- 
poli siano cieca necessità. In un luogo del Convivio rincon- 
triamo i concetti, e talvolta le parole stesse dette nel Pur- 
gatorio da Marco: e da tale corrispondenza raccogliamo 
che questa idea delle cose umane soverchio desiderate da 
quelli che meno desiderarle dovrebbero, sempre sotto forme 
varie s'aggirava ne' pensieri di Dante. , 

Siccome l'orgoglio diabolico, così all'umana avarizia egli 
dà compagna l'invidia; e dice, l'invidia avere dipartita 
d'inferno primieramente la lupa. E veramente l'avaro non 
può non essere invido; e l'invido è una razza d'avaro, è 
un superbo vigliacco: funesta fratellanza e terribile mari- 
taggio d'iniquità. Col nome d'invidia intendeva significare 
il Poeta il peccato più direttamente contrario all'amore; 
perchè, siccome amore è voler bene, invidia è non solo non 
volere, ma non poter vedere, il ben del fratello. E sicco- 
me all'invidia, così all'avarizia e alla superbia, è contrap- 
posto l'amore; vizii pertanto insociali tutti e tre, più che 
altri, e di libertà distruttori. Per meglio vedere come Dan- 
te credesse collegata l'invidia con l'avarizia, udite laddove, 
degl' invidi ragionando, esclama: « gente umana, perchè 
poni tu il cuore in beni che non si possono godere in con- 
sorzio , e , se r uomo li vuol per sé solo, conviene che agli 
altri tutti l'uso promiscuo ne interdica'!'» La brama de' beni 
esterni reputava egli nemica alla vera uguaglianza; non 
come la possessione della virtù e dell'ingegno, che la vera 
aristocrazia costituiscono, perchè né accomunare si possono 
senza merito a tutti, nò di forza restringere in pochi; son 
beni per natura loro diffusivi di sé, e quanto più dilfusi, 
altrettanto più giovevoli a coloro da' quali si partono. I^a 



M 



DOTTRINE POLITICHE DI DANTE. LXXXIII 

ricchezza all'incontro è vantaggio che sul divieto si fonda, 

e per sé medesima tende a inveii tere, in quelli che meno ne 
sono forniti, la voglia di materiale consorzio, di- material 
parità. Dalla falsa inugua^lianza che Io ricchezze pongono, 
procede dunque una falsa idea d'uguaglianza che i meno 
aventi cominciano a vagheggiare coniG felicità suprema, 
co'm' unica libertà. 

Le tre teste bicorni Spuntate sul timone del carro mi- 
stico là sul monte del Purgatorio, simboleggiano anch'esse 
l'avarizia, la superbia, l'invidia; e il carro trasformato è 
in parte il medesimo che la donna veduta dall'Apocalisse 
fornicare coi re. Senonchò il simbolo stesso dell'Apostolo 
ha ne' due luoghi interpretazione un po'diflerente. Nell'In- 
lérno le sette teste significano i sacramenti, e le dieci cor- 
na, istrumento alla donna e argom.ento di sua divina ori- 
gine, i dieci comandamenti della Chiesa fin tanto che l'os- 
servarli piaceva ai pontefici sposi di lei. Nel Purgatorio, 
all'incontro, il carro della Chiesa, ricoperto della piuma 
dell'aquila, diventa mostro con sette teste, che sono i pec- 
cati mortali. Quel variare l'interpretazione d'un simbolo si 
perdoni all'oscurità del simbolo stesso (che al tempo spetta 
dilucidare le verità nascoste sotto i profetici veli del con- 
templante ispirato); oscurità che fino ai cementatori pro- 
saici allarga a libero volo la fantasia. 

Del resto, se la donna fornicante era degna di biasimo e 
di compianto, degni di non minor vilipendio e di pena era- 
no i drudi feroci. 



LXXXIV 



MONUMENTO A DANTE 
IN FIRENZE. 



Se quando, in sul primo salire del sacro monte, l'infe- 
lice Poeta ascoltava da re Manfredi quelle parole dove al 
pastor di Cosenza è rinfacciato che, più rigido della divina 
giustizia, gettasse di fuori del regno le ossa del vinto ne- 
mico e le sperdesse alla pioggia ed al vento; se il cuore 
in quel punto avesse predetto all'esule che sarebbesi mi- 
nacciato il simile al suo proprio cadavere, dopo. solennemente 
sepolto! Se, quando, impaziente del lungo ed irritato do- 
lore, egli invocava sulla patria sua le armi d'Alberto e im- 
precava a colui la vendetta di Dio per aver lasciato in ab- 
bandono il giardino dell'imperio, lo spirito del Poeta avesse 
potuto vedere l'Italia del secolo decimonono, e vedere so- 
vra il bel fiume ci' Arno nel seno de\\i\r/rcm villa onorato 
il suo nome con più splendida pompa che non avrebbe ar- 
dito egli stesso desiderare! Ben gii dicevauna voce, che non 
per merito del grande amore che lo legava alla patria, non 
per mercè di nobili uffizii e di durati travagii, ma per la 
gloria del sacro suo canto, egli sarebbe con altra voce ri- 
tornato poeta. Ma se in uno di quegl' istanti terribili , 
quando il grande ingegno abbandonato dalla sua forza par 
che rimanga men cli^uomo, quando l'intensità del senti- 
mento infaticabile si profonda nel riguardamento delle mi- 
serie presenti e delle avvenire, quando l'ingiustizia degli 
uomini e la veemenza delle proprie passioni, quasi congiu- 
rando insieme, traggono l'anima a tale stato al cui para- 
gone la disperazione sembrerebbe un sollievo; se in uno di 
quegli istanti la voce del suo geni^ gli avess'e gridato: Tu 
ritornerai, ma non quando né come tu spori; e dal sepol- 
cro uscirà più potente e più sacra per antichità la tua vo- 
ce; e n'echeggerà tutta Europa; e i tuoi dolori, cittadino 
derelitto e mendico, saranno dell' intera nazione il compianto 
e la gloria! 



310NUMENT0 A DANTlC IX FIRENZE. LXXXV 

Un monumento è egli forsa la piìi eloquente significazione 
Iella gratitudine e dell'ammirazione de' popoli';' Il Boccac- 
cio, che cinquant'anni dopo la morte dell'esule ne cemen- 
ta in una chiesa di Firenze il poema, e con i proprii ri- 
schiara i rimproveri di Dante dinnanzi ai cittadini che non 
temono d'ascoltarli: il Boccaccio, che per commissione so- 
lenne della Repubblica reca a Ravenna un tributo alla 11- 
gliuola di Dante: il Boccaccio che la Divina Commedia 
manda al Petrarca, trascritta di sua mano, come il più 
caro de' doni, e Michelangelo, che, in nome della patria 
chiedendo a Leone X le ceneri del Poeta, si offre fare la 
sepoltura sua condecente in loco onorevole in questa cit- 
tà; ìMichelangelo, che con pitture e con disegni cementa 
le visioni della Cantica; Michelangelo, che afferma pre- 
porrebbe le sventure di Dante al pTìi felice stato del mon- 
do: ecco testimonianze d'onore più desiderabili d'ogni spjen- . 
dido mausoleo. Ma il monumento dell'esule era debito di Fi- 
renze, Solennemente conveniva riaprire le sue porte a co- 
lui al quale il Cielo, come Michelangelo canta, non con- 
tese le sue. Ch'ella di quel nome andasse superba, ce'l di- 
cono le sue memorie, i libri de' suoi scrittori, i suoi palagi, 
i suoi templi. D'altr'uomo potrebbesi dire che un busto, un 
ritratto, una lapida, un'edizione delle opere, un'annua com- 
memorazione , e sopra tutto l'imitarne gli esempi, è de' 
monupienti il migliore; giacché questa tanta prodigalità 
che si pone in un masso, quest'ammirazione fredda e ir.> 
mobile come il marmo che n'è unÌT?o indizio, sembra quasi 
ludibrio in tanta degenerazione dalla gloria avita, in t^uto 
bisogno d'incuorare con segni efficaci di riverenza la ne- 
gletta e invidiata industria de' vivi. Ma qui di Dante si trat- 
ta: e il monumento di lui è quasi il decreto solenne di sua ri- 
vocazione, è politica ammenda. In un tempio egli vaticinava 
a sé stesso di dover essere incoronato poeta, e in un tem- 
pio è collocato il suo monumento. 
Qui le censure cominciano. Non è assunto nostro nò ap- 




ne risulterebbe soggetto di dolorosi pensieri sulla scarsità 
di giudici atti a formarsi un'opinione non ligia né all'al- 
trui detto né alle .proprie passioni. Ognun sa che negli 
onori ollerti alla gloria dei sommi l'ammirazione e la ri- 
conoscenza tacciono sovente softbcate dalla smania di ri- 
provare, di deridere; o danno luogo a certo entusiasmo fat- 
tizio, sacrilega cosa. C'era chi non in un tempio ma in un 
portico, che dal Poeta si denominasse il portico di Dante, 
avrebbe desiderato rizzare il simulacro; e era chi a ciò de- 



LXXXVI MONU.MENTO A DANTE IN FIRENZE. 

stinava la loggia dell' Orcagna, ringhiera un tempo delle 
civili solennità, e degna nicchia alki statua del Ubero cit- 
tadino. Chi voleva nella piazza di Santa Croce collocata l'ef- 
fìgie colossale del Poeta, sopra un gran masso, da cui, quasi 
Ippocrene, spicciasse la fonte. A chi dispiaceva per monu- 
mento una tomba, quando Firenze non ha le ceneri, indarno 
chieste, dell'uomo al quale un cardinale minacciava di to- 
gliere la sepoltura, e un cardinale poi più magnifica la ri- 
téce. Chi la Poesia al suo sepolcro avrebbe amato non pian- 
gente, ma lieta: chi il portamento dell'Italia stima compo- 
sto a troppa maestà: e chi non vorrebbe il Poeta ignudo; 
e chi non vorrebbe che il gomito gli stesse appoggiato sul- 
l'aperto volume. Alle quali cose altri potrebbe rispondere, 
che all' autore del poema sacro, degno luogo di monumento 
era un tempio; che a Dante un cenotafio in Firenze doveva 
sorgere quasi indizio del desiderio inesaudito della patria; 
che la Poesia mezzo prostesa sul monumento, per Dante 
non piange, ma piange le sventure, retaggio dei disprezzati 
e perseguitati annunziatori d'austere verità; che l'Italia 
spira gravità virile e religione imperiosa, perchè tale spi- 
rava ne' pensieri di lui; che ignudo siede il Poeta, quasi 
imagine delle anime altere e torti, viventi in tempi di di- 
scordia e di calunnia; che il gomito gli posa suU' opera c/^e 
V ha fatto j)er più anni inaerò, per denotare che le avver- 
sità della vita e la smania di legittime speranze deluse , 
tanto possono sul cuore de' più sofferenti , da far loro di- 
menticare ogni idea di conforto, e fino il sentimento della 
propria grandezza. Insomma mi si mostri lavoro al quale 
non si possa con un po' d'ingegno e di buon volere apporre 
censura, o censura da cui non si possa trarre argomento 
di lode. La passione è ingegnosa quasi come F affetto. Basta 
talvolta un'idea del meglio perchè paia deforme anche il 
bello; e la fantasia preoccupata perviene a scoprire molte 
più bellezze in un'opera, che non concepisse forse l'autore 
nel proprio intelletto. 

Nel giorno che la patria , lieta insieme e dolente , cele- 
brava l'espiazione di un'antichissima mesta ma illustre me- 
moria, ai canti d'espiazione religiosa era forse conveniente 
soggiungere inni di civica gioia e pubblico festeggiamento; 
e una voce poteva innalzarsi, e, con più efficaci parole che 
io non saprei, dire alla gioventù fiorentina: « Educatore 
dell'ingegno, cote alle anime forti, è il dolore. Oh se sapes- 
sero coloro i quali la viltà propria tenta a tormentare la 
grandezza eh* e' non possono comprendere, se sapessero di 
quanta gloria è ministra, di Quanti fecondi affetti nutrice 
la loro incauta vendetta! Oh chi l'avesse detto a quel 
Baldo d'Aguglione, che il cittadino da lui tante volte con- 



l 



MONUMENTO A DANTE IN FIRENZE. LXXXVÌI 

dannato, calunniato, ridotto, nel dispregio che segue anco 
all'immeritata indigenza, a fremere di dolore e arrossir di 
disj)etto, avrebbe dalla sventura dedotte nuove forze all'in- 
gegno, e anch' egli alla volta sua giudicati, raa di ben altro 
giudizio, i suoi n-mici, e alla lontana posterità tramandato 
il puzzo della loro villana superbia e della codarda arro- 
ganza! Ma Baldo d'Aguglione si credeva di percuotere un 
iti vano e più inesperto di sé; reduce lo temeva, non esu- 
e; e il titolo di poeta, di dotto, non sarà stato nella sua 
mente che un altro titolo di disprezzo. E que' potenti d'Ita- 
lia, a cui la fama del nome metteva curiosa o boriosa voglia 
in sul primo, poi la povertà ben presto destava irriverente 
confidenza, e la severità de' modi o sdegno o sospetto; que' 
potenti d'Italia, che con sguardo di pietà insultatrice l'a- 
vranno veduto sedere alla mensa loro e mangiare il loro 
pane; come ne avranno in ogni atto spiati i pensieri, e 
frantesi, e interpretati al peggio, e preso ad onta il suo 
dolore, a noja la sua presenza, a scherno il suo senno! 
Quante volte, assetato di libertà, dalla stolta magnificenza 
di custoditi palagi, dallo schiamazzare di giocolari e di pa- 
rassiti, dalla pressa de' vili tumultuanti per adulazione ed 
ebbri di servitù, l'infelice sarà uscito quasi anelante con 
l'animo prostrato, non ritrovando più sé in se medesimo, 
sarà corso a sfogare il dolore nella solitudine fida; e quivi 
riavutosi, avrà ripigliati, quasi scultura intermessa, i suoi 
versi, e con accento disperato fattili risuonare per quelle 
stesse campagne che, ricreate dalla civiltà, dovevano an- 
cora dopo cinquecent'anni echeggiarne! Quante volte, nelle 
lunghe e povere peregrinazioni che lo facevano esperto de' 
costumi avviliti e delle irreparabili sventure d'Italia, in- 
contratosi in un viandante, e accompagnatosi ad esso, egli 
avrà conosciuto un concittadino, e con l'ansia dell'amore 
non corrisposto, l'avrà interrogato della divisa repubblica, 
della moglie, de' figli, degli amici, di quant'egli ignorava, e 
di quanto da gran tempo sapeva; e l'ira, il" dolore, assai 
più che l'accento, l'avran dato a conoscere per Fiorentino, 
per Dante Allighieri! Né la fama grande, né la riverenza 
sincera, e le ospitali accoglienze de' pochi degni di lui, va- 
levano a temperare l'inesausta amarezza de' suoi rancori: 
sospettoso, diffidente, torbido lo rendeva la sventura; mor- 
tilicato dalla esperienza lunga della propria impotenza, e 
tanto più intollerante ed altero; acre, severo, talor anco 
crudele contro la fama di chi lo aveva oltraggiato. Né 
tra' suoi sprezzatori e nemici eran tutti villani e vili: v'eran 
uomini provati anch'essi dalia sventura, educati a genti- 
lezza, atti a indovinare, se non comprendere, il pensiero e 
il cuore di Dante; e i coetanei li onoravan costoro, e nella 



J.XXXVlII MONUMENTO A UAKTIì IN FIRENZE. 

boria di loro dottrina si tenevano ben più grandi, si spe- 
ravano ben meglio immortali di lui. Ma di costoro non re- 
sta che una smorta memoria negli scritti di qualche eru- 
dito; tanto ne suona il nome, in quanto amareggiarono 
la vita di Dante Allighieri. » 

« E però voi che potete, rispettate nel genio voi stessi, 
e la vostra fama avvenire. Troppo già della grandezza sua 
lo puniscono e l'inerzia de' molti, più ingegnosa ad offen- 
dere e meno evitabile dell'invidia, e il dolore del non es- 
sere creduto; e la tormentosa ricerca del meglio, che, anco 
in mezzo all'orgoglio, lo riduce sovente a tremare e a di- 
sperare di sé; e le smanie che dentro gli suscita la soprab- 
bondanza della fervida vita. E voi che per ardua via, mossi 
da sincero irresistibile imputso, v'incamminate, apprende- 
tene da Dante gli uffizii, i pericoli, i tardi ma incommuta- 
bili premi: pensate che il vero può e deve omai dimostrarsi 
non più minaccioso tra le fiamme dell'ira o della vendetta, 
ma limpido no' raggi vivifici dell'amore. Non confondete col 
desiderio del meglio la torbida passione dell'orgoglio sde- 
gnoso: siate coraggiosi, ma a tempo, ma per affetto del 
bene: parlate a' coetanei un linguaggio che consuDni alle 
più nobili parole del passato, e preparateli a intendere al- 
tre più nobili ancora nel tempo avvenire. Non sperate però 
risanare i rancori, e sperder^ la calunnia; ma potrete in- 
nanzi a lei levare sicuri la voce e la fronte, vivrete re di 
voi stessi. E avranno luce i pensieri, e le parole autorità, 
dalla pace generosa dell'anima vostra. » 



LXXXIX 



TRIONFO Di DANTE. 



Il Poeta, ritto sulla cima di uà colle, guarda verso oriente 
a Beatrice, che in mezzo a luce modesta gli appare dal cielo 
qucìl egli la dipinge sull'alto del monte. Non intera appar 
la figura, ma parte celata di lucide nuvolette, e perchè l'oc- 
chio del riguardante più sia chiamato versola bellezza del 
viso, e perchè all'amore son fomite i veli, e all'imagina- 
zione il limite talvolta aggiunge grandezza. La luce della 
donna si spande di lontano sulla fronte al Poeta, per mo- 
strare che dall' ciflètto gli venne l'ispirazione all'ingegno. E 
quella luce, non ramo d'alloro, gli è corona, sì perchè ve- 
ramente la corona desiderata mancò all'esule sulla terra, sì 
perchè non c'è premio più vero di quello che viene dalla 
degnamente amata bellezza. 11 lume delia donna e del cielo 
si spande d'intorno, perchè le imagini d'alto amore chela 
giovane Fiorentina raggiò nella mente all'infelice, si diffu- 
sero feconde in altri intelletti per lo spazio de' secoli. La 
cima del colle è scoperta; ma dietrogli selva amena, e fiori 
arbusti all' intorno , con qua e là qualche pianta robusta 
e antica. Egli appoggia la manca ad un tronco scapezzato e 
sfrondato, ma forte, il qual mette dalla radice polloni no- 
velli: il che significa e il vecchio mondo sul quale egli per 
meditazione e per ammirazione s'appoggia, e la sventura 
che tempestosa vedovò e disfrondò la sua vita. La destra 
mano, non tesa in atto di declamatore o di saltimbanco, ma 
lungo la persona, allentata, non cascante, siccome d'uomo 
che non ha timori né speranze oramai. 11 viso non di vec- 
chio accipigliato, ma quale nel palazzo del Comune l'hanno 
scoperto or ora dipinto di mano di Giotto. Egli guarda al- 
l' angelo suo, senza rovesciare il capo all' indietro, senza 
furore ne stupore, ma in atto umile e consolato. Lo sdegno 
dà luogo all'efiètto sommesso, alla pietà mansueta. A' piedi, 
due libri, l' uno della scienza divina, dell' umana l' altro ; un 
compasso, a simbolo sì del suo sapere di cose natuFali, e sì 



XC TRIONFO m DANTE. 



della misura mirabile ordinata a' suoi pensieri ed imagina- 
menti; una spada spuntata, per rammentare le giovanili 
battaglie, e l' inutilmente bellicoso esilio; uno scudo che co- 
pre una croce, non sai se a proteggerla o a celarla; sopra 
lo scudo e vicino alla spada, una penna nera, e da cima, 
non. in punta, un po' macchiata di sangue; sotto, e accosto 
alla croce, una penna bianca e più grande. 

Sul colle, ma men alto di Dante, Giotto, Casella, Guido 
da Polenta, e Dino Compagni. Giotto riceve dall'alto più 
luce, e con in mano la matita ed un foglio ^'uarda al cielo, 
non a Beatrice però. Casella ha sulle ginocchia un liuto e 
guarda a Dante con amorevole domestichezza. Dino, concit- 
tadino di lui, e narratore onesto e piamente sdegnoso delle 
reità della patria, tien gli occhi a terra. I tre son seduti, 
(ruido sta ritto e s'inchina all'esule venerato; Guido che 
diede l'ultimo e tollerato ospizio ai sempre più intolleranti 
dolori dell'esule stanco; Guido che con onore regio onorò 
la sepoltura del povero dalla patria sua maledetto. I tre 
siedono, a dimostrare la famigliarità con cui da' coetanei 
sono trattati coloro che le generazioni avvenire non senza 
religioso pudore da lontano ameranno. Giotto e Guido alla 
destra di Dante, Casella e Dino a manca. 

A man manca, alquanto lontano e un po' più giù (a si- 
gnificare la distanza e dell'età e dell'ingegno),, stanno il 
Petrarca e il Boccaccio; quegli, coronato d' alloro, riguarda 
non Dante, ma fra settentrione e occidente non so che in 
aria, e si tiene con la manca la corona sul capo: il Boc- 
caccio, men prossimo a Dante, lo rimira fiso con amore, e 
accenna con mano al Petrarca che riguardi a lui. Sul pen- 
dìo del colle, ma non si che la vista del Poeta ad essi sia 
tolta, stanno a diritta Michelangelo e Leonardo da Vinci, 
a manca l'Ariosto ed il Tasso. A diritta i due artisti, per- 
chè Leonardo con l'ingegno meditante e inventore abbracciò 
più grande spazio del senno umano e della intellettuale 
bellezza, che non l'Ariosto ed il Tasso; e perchè Michelan- 
gelo fu di que' due cittadini più vero e più devoto alla me- 
moria di Dante. Il Da Vinci è seduto, a dimostrare la pace 
interiore di quell'ampio e sereno intelletto, con appiedo un 
liuto e la sesta, e in mano il pennello; e' guarda non Bea- 
trice, ma in alto, come se vedesse un'imagine di donna 
amata. Michelangelo ritto mostra a Dante con pietà disde- 
gnosa i n:ali def pendio e della valle. 11 Tasso guarda a 
Beatrice, e volge «iuasi a Dante le spalle: 1' Ariosto le volge 
alla donna, s'affisa in Dante. Perchè l'uno reca del vecchio 
Poeta in alcuna parte lo spirito intimo, l'altro in alcuna 
parte l' eistrinseca forma. L'Ariosto è seduto, a dimostrare 
la sbadata tranquillità di quell'anima che poco conobbe le 



TRIONFO DI DANTE. XCI 



ispirazioni terribili del dolore; il Tasso è ritto, per dire gli 
errori della volontariamente inquieta vita sua. 

In cima del colie, alla destra di Dante, e più su, sorge un 
tempio gotico; a manca, in pari di lui, un castello. Dalla 
parte del castello comincia la selva, che si distende per lo 
scosceso pendìo: selva forte in sul primo di grandi alberi, 
e alquanto luminosa, poi sempre più buja e litta e selvag- 
gia. Tra la selva appariscono bastite e armature; lontano, 
un tempio in fiamme, e una rocca assaltata. Scendendo pel 
colle, due schiere in battaglia, più giù cavalieri alla spic- 
ciolata duellanti con lance, più giù fanti con daghe, più 
giù con pugoali; e uomini appostati tra'l folto delle piante 
col fucile spianato: nel fondo della valle gente che s'acca- 
piglia, corridori al palio, che si danno il gambetto, e spet- 
tatori che fischiano e urlano, e fanno atti sconci. Sulle al- 
ture del colle, aquile, da capo della selva leoni e tigri, poi 
lupi, poi volpi e gufi. Più scende, e più la selva si fa stenta, 
e di piante basse e spinose: qua e là qualche giardino, ma 
tra l'oro degli aranci gialleggiano gli occhi d'una tigre: 
rusignuoli tra gli allori, e appiè dell'alloro vipere e galli- 
nacci. 

Nel fondo della valle ^ente, che dorme, e dormendo si 
stira e dà de' pugni al vicino; gente che sbadiglia, e sdra- 
iata mangia e trinca. Altri ballano, e ballando calpestano 
capi umani. Chi raccatta monete nel fango , chi soffia nel 
fuoco e fa fumo, chi ginocchioni dinnanzi a un Mercurio; 
chi arde incenso a un torso di Venere smozzicato. Più si 
scende, e più la nebbia s'addensa; qua e là C|ualche spera 
di luce che sfavilla da uomini solinghi seduti in un rialzo, 
ritti su una colonna come il paziente Stilila. Dall'altro 
lato la valle lenta lenta alza in costa, e la costa in poggio ; 
la costa e il poggio coperti di macchie e di spine , sempre 
salendo più rade, e miste di giovane bosco, e distinte di 
fiori. Il Parini tra le spine penosamente col bastone s'apre 
un sentiero; l'Alfieri, da manca, con la spada; il Byron 
sdraiato tra i fiori e le spine in abito di pari d'Inghilterra, 
con un berretto greco alla mano e con un velo di donna, 
l'iù su il Manzoni seduto, guardando dalla parte di Dante, 
ma con lo sguardo più alto del capo di quello; e Beatrice 
a Dante lo accenna, e della luce di Beatrice piove più su 
lui che sugli idtri di sotto. In cima del poggio di contro a 
Dante un altare ed un globo; e il Vico, a manca, posa la 
mano sul globo, e quasi tutto lo prende: perchè quest'uo- 
mo i tempi prevenne, e fu come in visione trasportato nei 
mondi dell'umanità passati e negli avvenire. 



XCII 



PREFAZIONE 

ALL' EDIZIONE DI VENEZIA. 



In questo comento m'ingegno di stringere in poco le cose 
sparse per moUi volumi. Interpreto sovente citando: per- 
chè le citazioni dichiarano la lettera, illustrano il concetto, 
mostrano onde Dante l'attinse, e con quali intelligenze e 
fantasie l'intelligenza e fantasia di lui s'incontrò, e come 
egli fu creatore imitando. Cito sovente lui stesso; che nelle 
prose e nelle rime e ne' luoghi del pooma, che pajono più 
disparati, riconosconsi i suoi intendimenti. Più frequenti a 
rammentare mi cadono la Bibbia e Virgilio, San Tommaso e 
Aristotele, M'ajuto di fonti inedite: e preziosissimo ra* è un 
comento attribuito a Pietro figliuolo di Dante , dal quale 
attingo esposizioni e allusioni nuove, o le già note, ma non 
certe, confermo. Quant' ha di necessario l'Ottimo e gli altri 
vecchi, quanto i moderni, rendo in poche parole. Cerco nella 
prosa antica gli esempi di quelle che finora. parvero licenze 
poetiche; le cerco nel toscano vivente. E di queste citazioni 
escono insegnamenti e considerazioni ed affetti, quali nes- 
suna parola di critico può suscitare: si conosce quello eh' è 
proprio all'uomo, quello che al secolo; quale e quanta armo- 
nia tra la imaginazione e l'intelletto, la natura e l'arte, la 
dottrina e l'amore. Le nuove mie interpretazioni difendo 
in breve, senza magnificarne la bellezza; né le contrarie 
combatto. Prescelgo le più semplici: e solo là dove è forte 
il dubbio, ne pongo due. Le lezioni del testo conformo al- 
l'autorità di più codici e stampe; ligio a nessuna. Se circa 
le lezioni o le interpretazioni mie cadrà disputa, potrò so- 
stenerle o correggerle: ma lo spediente del citare parvemi 
buono appunto a troncar molte liti; e la brevità parvemi 
debita cosa nell' illustrare uno de' più parchi scrittori che 
onorino l'Italia e l'umana natura. 



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PREFAZIONE 

ALLA NUOVA RISTAMPA. 



Del presente cemento aggiungerò poche cose. Ai concetti 
e alle locuzioni di Dante io soglio spessissimo porre a ri- 
scontro i concetti e le locuzioni del suo maestro Virgilio. 
Tale corrispondenza potrà parere a taluni troppo fr,equente, 
e però imaginaria più d'una volta. Io, dopo aver rammen- 
tato i molti studii da Dante fatti (come nel Convito egli 
accenna) sopra Virgilio, e il chiaro suo dire, del hello stile 
che da solo Virgilio egli tolse, e .dell' alfa tragedia eh' e* sa- 
peva tutta quanta a memoria, dirò che, se in uno o in al- 
tro luogo la locuzione virgiliana non pare ch'abbia ispirata 
la dantesca, fa almeno vedere come talune di quelle che in 
Dante pajono licenze o stranezze, egli possa giustificarle 
con autorevoli esempi, r^tla il lettore s'accorgerà che il più 
delle volte la convenienza de' modi dell' Eneide con quelli 
àeWà Commedia non ò casuale: né, per essere ciò tanto 
frequente, se ne farà maraviglia. Dall'ingegno profondo 
son tratte le più delle stesse imitazioni di Dante: tanto 
con la forza propria egli le doma; e, ruminate, le converte 
in propria sostanza. Perchè, non è da dimenticare che, sic- 
come in tutte le opere umane, nella Commedia \q bellezze, 
se cosi posso chiamare, relative occupano luogo non pìc- 
colo, e si congiungono alle assolute ed eterne e natie in 
modo che a nessun amico dell'arte è lecito tutte dispre- 
giarle. 

Un'altra cosa io credetti necessaria in questo cemento: 
togliere quel pregiudizio che sovente taccia l'Allighieri di 
licenzioso quanto alle forme dello stile e della lingua; al 
qual fine, ad ogni apparente licenza che no' suoi versi s'in- 
contra, io m'ingegno dimostrare com'essa sia, o diretta- 
mente per ragione evidente d'analogia, confermata dal- 



XCIV PREFAZIONE ALLA NUOVA RISTAMPA. 

l'uso della lingua del suo secolo, e spesso della parlata og- 
gidì. Tempo è che l'ingegno di Dante cessi di sembrar 
singolare di quasi diabolica bizzarria: tempo è che le doti 
comuni a lui con gl'ingegni dell'età sua, cessino di parere 
proprie a lui solo. 

In questa ristampa, per ajuto ai comincianti e agli stra- 
nieri, pongo, distinte dalle note letterarie e storiche, alcune 
glosse dichiaranti la lettera. Superfluo avvertire che le pa- 
role da me sostituite a quelle del Poeta io non do per equi- 
valenti, io che la proprietà del dire pongo condizione pre- 
cìpua di bellezza. _ 

Necessario incremento al mio lavoro stimai dimostrare, 
in alcuna parte almeno, quanta luce verrebbe alla parola 
di Dante dal raffrontare a lei b dottrine del suo secolo, 
dico, la filosofìa aristotelica e la cristicina, condensate, ap- 
purate e coordinate nell'alta mente di Tommaso d'Aquino. 
Tutt' intero il raffronto non ho potuto compire, sì perchè 
mei vieta la mia quasi cecità, sì per non isgomentare alla 
prima con la copia delle citazioni il maggior numero de' 
leggitori. E simile lavoro sarebbe da compire sopra tutto 
Aristotele, e sopra quelli de' cristiani e de' pagani che Dante 
e nel poema e nelle prose rammenta con più riverenza, e 
mostra d'aver meditati. Acciocché quelli a cui tale' illu- 
strazione non garba, possano passarsene, distinguo le note 
filosofiche dalle altre ; e, per agevolarne l'intelligenza, le 
reco in italiano il più delle volte. Ma si vedrà che certi 
luoghi di Dante senza la filosofia di que' vecchi non si pos- 
sono intendere; e si vedrà insieme, quella filosofìa non es- 
sere tanto tenebrosa quanto taluni vorrebbero dare a cre- 
dere. Sopra non poche delle illustrazioni che vengono al 
Poeta da una citazione, non avvertita fin qui, della Bibbia 
de' Padri o degli antichi Latini, io potevo distendere un 
assai lungo e non vuoto nò disameno ragionamento , e te- 
nermene come di scoperta più vera che non siano le tante 
scoperte di cui certuni si tengono. Ma io non ho né tempo 
né modestia da tanto; e lascio agl'intelligenti giudicare 
quanto l'opera mia abbia di nuovo, e quanto, nel nuovo, 
(U vero. 



PREFAZIONE ALLA NUOVA RISTAMPA. X«V 

Alle lezioni del tet^to, m'è norma ordinaria la stampa 
della Crusca, siccome quella che mi pare consigliata da un 
senso della bellezza delicato e sicuro. Né questo pregio le è 
tolto dalle non poche lezioni erronee che la critica venne 
poi emendando. Ma a poco a poco la critica volle tener le 
veci del gusto; e ne vennero quelle lezioni strane, quelle 
edizioni bliis te materie che sappiamo. Al che si aggiunge la 
mania del pubblicar la Conunedia tutta fedelmente secondo 
la lezione d' un codice solo ; il quale, per quanto sia puro e 
autorevole, non può mai offrire tutte le varianti più sane. 
S'aggiunga la smania di volere a ogni costo far qualche 
mutazione nel testo, pur^jer alterare comecchessia la vol- 
gata. Contraria dovrebb' essere, io credo, la cura degli editori 
di Dante. Postasi per fondamento una edizione, un codice (e 
l'edizione della Crusca sarà sempre ad ogni uomo di gusto 
il miglior fondamento), a questo quasi canone dovrebbersi 
osare quelle varianti sole che la logica e la poesia richiedo- 
no; alle restanti dar bando. 

Ma a questo line gioverebbe avere raccolte le varianti di 
tutti di gran parte almeno dei molti codici della Com- 
media; sì per procedere con sicurezza, e sì per tarpare 
ogni ardimento ai novelli editori che venissero a presentare 
un codice nuovo come grande scoperta. Allora forse vedreb- 
besi che, quantunque di molti siano i codici, tutti si rida- 
cono a certe quasi famiglie, secondo che il signor Witte 
ingegnosamente pensava: delle quali non si può nulla de- 
terminare giusta certe divisioni di luoghi e di tempi; ma 
si può con sicuri indizii notarne le differenze. Nò questo 
del raccogliere tutte le varianti sarebbe lavoro infinito. 
Imaginate venti persone che sappiano decifrare gli antichi 
manoscritti: l'uno d'essi legga a alta voce, gli altri lo se- 
guano coir occhio; e ciascuno noti le varietà che nel suo 
codice trova. In un mese venti lettori compiono la revi- 
sione di venti codici, in un anno di dugento quaranta, in 
tre l'opera è quasi compiuta. Ne uscirebbe un'edizione cri- 
tica della Commedia, con tutte, a pie di- pagina, le varianti, 
accennate per abbreviatura, e con brevità esaminate. Già 



XCVI PREFAZIONE ALLA NUOVA RISTAMPA. 

rimarrà sempre aperto il campo alla disputa, se pure in- 
torno a siffatte cose vorrà taluno disputare, o non piutto- 
sto seguire il sentimento proprio, rispettando l'altrui. L'in- 
tolleranza è cosa tanto radicata in questo secolo tollerante, 
che non se ne può fare a meno anco quando si tratta della 
Divina Commedia (1). 

(I) Giovila Scalviiii, bresciano, lasciò a nio, morenilo, gran parte de' suoi 
scritti lelterariij che io li sceglìessi e dessi in luce ordinali. Tra* quali erano 
alcune noterelle al poema di Dante, gettate qua e là come principio e saggio 
(li più ampio lavoro; ma dimostrano arguto ingegno ch'egli era e ornalo di 
gtudii eleganti. « Tanti comenli, scriveva egli, abbiamo alla D/t'jHO Commc- 
« rfj'a, e sì pochi che non valgano (siamo ardili di dire) più spesso a spargerla 
« di dubbiezze, anzi che a metterla in luco e farla (se pur tanto mai possono) 
« più efficace al commuovere! « — Queste noterelle congiungiamo con le nostre 
a' suoi luoghi, chiudendole tra parentesi, e tralasciando quelle che trovavansi 
già nella prima stampa ilei nostro comcnlo. 



PREFAZIONE 



ALU PRESENTE RISTAMPA (*). 



Le giunte fatte qua e là tra le note; e le correzioni (delie 
quali non sono le meno importanti a me le omissioni dì 
qualche idea o parola superflua) ; e brevi cenni alla fine di 
ciascun canto, ne' quali da' difetti stessi far meglio risaltare 
la conoscenza del Poeta e la lode; e le appendici le quali, 
raffrontando i passi sparsi, illustrano e quelli e l'intero 
poema; e le dotte osservazioni astronomiche generosamente 
forniteci dal P. Giuseppe Antonelli, onore e delle Scuole Pie 
e del clero italiano; ecco le cose che questa distinguono 
dalla precedente ristampa. 

Per saggio degli esercizii che i giovani nelle scuole e da 
sé potrebbero fare, dico del raccogliere sotto certi capi le 
idee del Poeta, e le locuzioni ch'egli usa, acciocché le s'il- 
lustrino mutuamente, e ne apparisca quella poetica e filo- 

(*) La prefuzioue , che Ukcsì »ellu pag. XCIII, alla nuova ristarupoj ÌQteDd«fi 
essere quella che acconipognu i'Etiizione irilaorse del 1854. 



XCVIII PREFAZIONE ALLA PRP:SENTE RISTAMPA 

«ofica e morale e religiosa bellezza, rhe l'unità e la costanza 
dona alle opere dell' in'?egno e della vita; possono servire 
i discorsetti che seguono a'*Canti. Per esempio, al sesto 
dell'Inferno sono raccostate le imagini di selvatichezza e 
coltura, al sestodecimo le forme di dire che riguardano le 
misure di numero e quelle di tempo. Ma questi son saggi: 
e il maestro e lo studioso (che, avviato, è a sé medesimo 
il più idoneo maestro) devono di tali esercizii farne e in 
Dante e su tutti i poeti e oratori e filosofi grandi; para- 
gonandoli seco stessi, e gli uni con gli altri, in parità o di- 
versità di paesi e di secoli e d'altre condizioni. 

E di Dante parlando, intorno a lui che ra'^colse per dot- 
trina e per esperienza e per desiderii animosi, e nel suo 
Terso condensò, tanta storia e passata e coetanea e avve- 
nire (storia intendo nel senso del Vico, comprendente e le 
credenze e le cognizioni e gli affetti); potrebbersi intorno 
a lui tessere parecchi distinti cementi, ciascuno in sé ricco 
e fecondo: e materia d'un comento fornirebbero soli i passi 
della Bibbia a cui Dante accenna; uno la Somma; uno le 
opere degli altri teologi e Mistici; uno gli altri trattati 
delle scienze morali e corporee, a lui roti; uno il suo mae- 
stro Virgilio; uno i tre che sovente e' ramqienta , Ovidio, 
Stazio. Lucano ; uno le visioni somiglianti alla sua, che gli 
precedettero; uno i poeti di Francia e d'Italia, o anteriori 
di poco di poco posteriori; uno gl'imitatori suoi tanti; 
uno gli storici ; uno la lingua vivente del popolo toscano , 
che, e nelle campagne intatte e nel bel mezzo delle città 
pili miste di forestieri, conserva tuttavia tanta parte del 
poema sacro, e ne' vocaboli e ne' loro congegni; uno le opere 
«li Dante stesso; uno finalmente le varianti de' codici. 

Io nel debole mio lavoro ho di tali comenti posto non 
più che il germe; il quale, meglio che dall'opera de' cemen- 
tatori , sia svolto dalla viva voce dell' i«segnante, e dagli 
esercizii di ciascheduno che si consacra religiosamente allo 
atudio e alla espressione di quella bellezza eh' è bontà e ve- 
rità. Molte citazioni avrei in pronto io stesso da aggiun- 
gere; ma il tempo e 1# forze mi mancano: e già quell* 



PREFAZIONE ALLA PRESENTE RISTAMPA XCIX 

molte sarebbero poche al tutto; e ne ingrosserebbe di so- 
verchio il volume. 

E, toccando delle varianti, io intendevo della punteggia- 
tura altresì: alla quale nella presente ristampa ho posta 
maggiore cura che quand'io potevo adoprarvi gli occhi miei 
proprii; e ho nor solo distinte con segni le parlate, con 
che si agevola l'intelligenza; ma, dettando, assegnato il 
luogo alle virgole ad una ad una. Perchè la virgola, ag- 
giunta tolta, non solamente fa il senso più chiaro o meno, 
ma aggiunge al concetto e al numero, o toglie, potenza. Né 
ozioso esercizio nelle scuole sarebbe insegnare a leggere il 
verso e la prosa non solo a senso, ma a sentimento , e in 
modo che non tanto l'alzare o l'abbassare della voce quanto 
i respiri e le pose, dando valore alle parti, accres<!ano al 
tutto efficacia. Senza né cantilena né declamazione , senza 
quell'affettata cura che pongono taluni oggidì a rompere 
il verso, che non si senta, e accentuare con penosa violenza 
ogni sillaba, per configgerla nell'anima quasi punta; c'è un 
modo di dire il verso schi ttamente, così come i bene par- 
lanti, quando un affetto li muove, naturalmente pronunzia- 
no. E tale era il canto eziandio, ne' tempi alla musica più 
felici: e chi si rammenta di quel meritamente celebrato can- 
tante che fu il Tacchinardi toscano, intenderà quel ch'io 
dico affermando che perfezione suprema dell'arte sarebbe il 
cantare come si parla. E così Dante canta. 



L' EDITORE 



Al BENEVOLI LETTOEI. 



Se un segno precursore del risorgimento italiano fu in 
ogni tempo il rinnovato amore e lo studio di Dante, lo è 
tanto più a dì nostri, in cui gl'Italiani^ intenti a ricostruire 
la grande unità della patria, lo salutano da un capo all'al- 
tro della Penisola la più compiuta sintesi biella civiltà cri- 
stiana, il poeta dell'umanesimo e il padre della lingua, in 
cui s'immedesima la nazione. Divisa finora l'Italia nostra 
da rancori municipali, da cieche antipatie e da inveterati 
pregiudizi!, è 1 elio e consolante il vedere la concordia e la 
gara , onde tutti coloro che aspirano a cementare T unità 
intellettiva e morale della patria, danno opera a riconsa- 
crare il culto del più grande poeta della Cristianità, che 
accolse nell'anima dolorosa e felice gli spiriti d' Eschilo e 
d'Aristofane, d'Alceo e d'Aristotele, di Virgilio e della 
Cantica, d'Ezechiele e di Tommaso d'Aquino. 

Già da tempo la Germania, l'Inghilterra e la Francia so- 
gliono celebrare gli anni versarli dei loro grandi uomini; 
onde alle feste religiose si consertano le civili, quelle prò- 



V EDITORE AI BENEVO^i Lèi TOui GÌ 



prie di un dato culto, queste dell'intera nazione. Rimossa 
così ogni differenza di religione e d' opinione, ne sono gran- 
demente vantaggiate la tolleranza e la fraternità de' popoli. 
Massimamente la Germania ebbe ricorso a questi nazionali 
convegni, come già gl'Italiani ai congressi scientifici e alle 
esposizioni industriali, per affermare l'unità delle origini e 
la concordia dei voti, e vi ebbe per essi sviluppo quello 
spirito patriotico ed unitario, di cui vedemmo in questi ul- 
timi anni gli splendidi risultati. 

Queste solennità" civili crescono i popoli al culto nel ge- 
nio e alla fede nel progresso, e viene con esse a stabilirsi, 
per così esprimerci, una specie di religione universale, che 
onora i rappresentanti dell' umanesimo come i rivelatori 
d'un vero destinato di secolo in secolo ad esplica'"si, e i 
cui incrementi coincidono con quelli della socievolezza, del 
[ diritto e della libertà. 

Fra queste sovrane intelligenze, che per la concordia 
delle stirpi umane fecero inconsapevolmente più assai di 
molti predicatori di fratellanza e di pace, siede primo tra 
i primi Dante Allighieri, il cui Centenario che venne con 
tanta pompa celebrato in Firenze nel giugno del 1865, e 
nel quale fummo sortiti all'onore di rappresentare l'illustre 
Municipio di Lecco, non ebbe solo un valore nazionale, ma 
fu il segno foriero, il consolante preludio di quel patto in- 
ternazionale , a cui aspira la varia famiglia dei popoli eu- 
ropei cresciuti ed educati alla civiltà moderna. 

E in vero, il poeta dell'Italia e del Cristianesimo, l'ispi- 
ratore di Giotto e di Michelangelo, Dante, l'esule e quasi 
mendico cittadino, esercitò, al dire del Tommaseo, quella 
missione che a' dì nostri è affidata ai negoziati politici o 
alla libera voce de' giornali o a gravi trattati scientifici; la 
esercitò unico tra gli uomini di Stato d'allora, unico trai 
poeti di tutti i secoli, in mezzo all'intera nazione; la eser- 
citò in que' canti: che i rozzi artigiani ripetevano nelle of- 
ficine, che i grandi temevano e ambivano; ohe poi sonavano 
interpretati dalle cattedre, nelle chiese; che trasvolarono i 
secoli, ed ora risonano sino in quel mondo ch'egli diceva 



cu L EDITORE AI BENEVOLI LETTORI 

SENZA GENTE, eternando coi dolori e coi rancori di un uo- 
mo le glorie e le sventure di un popolo. Nella mente di 
Dante le miserie e le vergogne della discordia che agitava 
Firenze, non erano che un anello di quella grande catena, 
che si avvolgeva intorno al bel corpo d'Italia. Egli piange 
sul suo nido natio, ma dopo avere esecrato i tiranni, di cui 
le terre d'Italia erano tutte piene. Gli Svevi da Federico 
a Corradino, gli Angioini da Carlo a Roberto, gli Arago- 
nesi da Pietro a P'ederico, i Tedeschi da Alberto ad Arri- 
go, i Francesi da Carlo Magno a quel di Valois, e i Re di 
Spagna, di Navarra, di Portogallo, d'Inghilterra, di Scozia, 
d'Ungheria, di Boemia, di Norvegia, di Cipro, passano tutti 
a rassegna, o lodciti con parole miste d'esortazione, di ram- 
pogna, maledetti con la potenza che dà l'ira, l'ingegno, 
il dolore. Non provincia in Italia, non città ragguardevole 
quasi ch'egli non tocchi nel volo della concitata passione,, 
dond'egli non tragga un idolo di speranza o di vendetta. 
Gli uomini di tre secoli gli passano dinnanzi quasi paurosi 
di essere marchiati d'infamia; ed egli, come il suo Minosse, 
conoscitor de' peccati, segna a ciascuno il suo grado nel- 
l'inferno, in quell'inferno il cui modello la vendetta gli 
stampa rovente nell'anima. 

, Quindi non è meraviglia se Dante colla DIVINA COM- 
MEDIA sollevando la poesia italiana a un'altezza non pri- 
ma tentata, e adoperandola nei gravi argomenti della po- 
litica e della morale, sia nel volgere dei secoli divenuto 
poeta universale ; se lo studio di lui sia più sparso di quello 
di nessun altro scrittore ed abbia avuto tanti cultori, tra- 
duttori, chiosatori, illustratori; se la letteratura dantesca. 
stia come da sé e conti proprii storici e bibliografi r se la 
Germania onora nell' Allighieri uno dei più splendidi lumi 
che irraggiò tutta l'Europa, diradando le tene! Te dell'età 
del ferro coi canti, d'una nuova poesia; mentre l'Italia lo 
«aluta creatore della sua lingua affratellata indivisibilmente 
colla musica, lingua bellissima invidiataci dalle nazioni , a 
cui esce dal labbro men colorato il pensiero, men dolce 
l'affetto. 



L FDITORE AI BENEVOLI LETTORI CHI 

La lingua, espressione di quanto v'è di più intimo nel- 
l'uomo e nella società, questa leva del pensiero, questo 
«imbolo dell'affetto, donde viene tanto lume alla storia dei 
popoli, siccome quella in cui rifìettesi quasi «specchio il ge- 
nio, il grado, il carattere e la qualità della loro coltura, la 
lingua mostravasi , a' tempi di Dante , in ciascuna città 
d'Italia, ma non dimorava in alcuna. Questa lingua de- 
rivata dai vulghi italici, presso cui perseverò tenace con 
tutte le sue sgramaticature, si è grado grado ripulita per 
la prodigiosa virtù degli ingegni e dell'arte, che bastò in 
liberi tempi a signoreggiare le menti italiche, e dare ori- 
gine e perenne vigore alla nostra letteratura. Ecco perchè 
il divino AUighieri è onorato dagli Italiani come il padre 
della loro letteratura, e il fondatore di quell'unità morale, 
che resistette per tanti secoli alla spada dei conquistatori 
« del tempo. 



Canto 1°, Inferno 



Terzina, 8 




H r£>rì>*' tju^^ rJw, fu>/i //"//«v ti^arnva/^a 
f/srt/x> ftu)r> dr/ pr/rtt/o tj//*i riva.. 



L'INFERNO 



Dantf» Inferno, 



AVVERTIMENTO DELL'EDITORE 



Alle note è premesso un numero che risponde 
alla terzina a cui esse note appartengono. Le note 
poi si dividono in letterali, - storiche e letterarie - e 
filosofiche; le prime distinte colla lettera (L); le se- 
conde colle lettere (SL); le ultime colia lettera (F). 
Tra parentesi sono le noterelle di Giovila Scalvini. 



L'IMFERNO 

OAIVTO I. 



ARGOMENTO. 



Si trova smarrito in una selva: gli vengono incontro una 
lonza, un leone, una lupa; e gV impediscono salire al monte: 
apparisce Virgilio; propone, per toglierlo di pericolo ^ con- 
durlo a vedere l'Inferno ed il Purgatorio: Dante seco s'av- 
via. 

Nota le terzine 3, 6, 8, 9, 12, 13, 14, 16, 17, 19, 21, 27, 34, 35, 36, 43. 

1. Liei mezzo del cammin di nostra vita 

Mi ritrovai per una selva oscura; 
_ Che la diritta via era smarrita. 

2. Ahi quanto, a dir qual era, è cosa dura, 

Questa selva selvaggia e aspra e forte, 
Che nel pensier rinnova la paura! 

3. Tanto è amara, che poco è più morte. 

Ma, per trattar del bea ch'i* vi trovai. 
Dirò dell'altre cose ch'i' v'ho scorte. 

1. (L) Che.... era: perch'io avevo qualii eraf ! -^ Selva. Del viaggio in 

smarrita. inferno. .'Ea , VI: Quah.... est iter 

(SL) Cammin. Con\ : Nel nuovo in silci^. H >r Sit , 11, 3: Velut sil- 

cnmmino iH queda tiioi. Anonimo: vis^, ubi pasnm Palanle'i errar certo 

Cominciò questa opera a mezzo mar- de tramile peUit.... hoc te Crede modo 

zo. — Seira. Conv. : Selva erìonea in<anum — Sdnaggxa. Gonne ii cavai 

diqueita Hta E quasi selva e' figura caverna: di Virgilio (iE<i , Ih. — 

l'Italia n'alia Vokart^ ElcM^npnz:i(l, 18) A<pra. Gt^orgr ., l : A'Pera silva, hip- 

(F) Mezzo 11 m* zzo della vi'a ai vcBqueJnbuHque. — Forte Par., XXII; 

perfett'imente naturati, <\{ce Tì^\ Con- Pa^so forte. — Rinnova, ^robr ^ de 

vivio è ''anno XXXV P-;ai LXXXIX, ex-^essii frat : Rfco ri aUone^ dolor em 

10: Diea anno'Um nostro Ulti ... iep renooant .En, II: Infandum... re- 

tuaqi'ita unni. Is., XXX Vili, IO: lo nona- e dolorem. 

difisi: nel mezzo de' miei oì and,ò 3 (SL) Mor/«. R^g. , I, XV, 32: 

alle porte d'inferno, che s. Bernardo Cosi dunque dicidi tu, amara viorte? 

interpreta: Inferni mctn, incipit de Jer., II, 19: Il tuo traviare ti sarà 

bonii qv'ìerere conaolationem. rampogna. Ferma, e vedi che triito 

1. IL) Forte : difficile a r>assare. e amaro sia avere abbandonato il 

(SL) Qual. jEn.t II: Hei wiiM, tito Dio. 



INFERNO 



4. r non so ben ridir com' io v' entrai ; 

Tant'era pien di sonno in su quel punto 
Che la verace via abbandonai. 

5. Ma, po' eh' i' fui al pie d'un colle giunto 

Là ove terminava quella valle 

Che m'avea di paura il cuor compunto; 

6. Guardai in alto: e vidi le sue spalle 

Vestite già de' raggi del Pianeta 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 

7. Allor fu la paura un poco quota, 

(he nel lago del cuor m'era durata 
La notte ch'i' passai con tanta pietà. 

8. E come quei che, con lena affannata 

Uscito fuor del pelago alla riva, 

Si volge all'acqua perigliosa, e guata; 

9. Così l'animo mio, che ancor fuggiva; 

Si volse indietro a rimirar lo passo 
Che non lasciò giammai persona viva. 



4. (F) Verace. Conv ; VI : Nella 
vita umann sono dio*'riii cammini, 
óelli quali uno è veracisù'no , e un 
altro fallacissimo ; e certi men falUci, 
e certi men aeraci Insiste ivi a lun- 
go sulla m*»'ìesiii)a indagine. — Ab- 
landonni. E^ii è Dante che abbm- 
dona la vìa: l'allegorìa dunque ha 
senso non sulampote oolitì-o ma mo 
rale Pura., XXX: E roUe i pam 
fi noi per oia "non ce-a Prov., ll,i;i: 
Ladano la strada dirit'a, e vnno 
per rie buie. Boet : Ubi acuìoi a 
sammce luci^ veritate ad intenora 
et tenebrerà dejeceiint, moxinscitice 
nube cnliyant, pernicwds lurbantur 
alTectibUìS 

6. (L) Sue: del colle. — Pianeta 
sole. 

(SL) Guardai. Pi=ìal CXX. 4 
Levai gli occhi a' monti, onfie i-enga 
Vaita'a me.— Vesti e iEn. , VI 
Campos lumine ve<iit Purpureo — 
Óiini ìE I IV: Sol, qui terrarum 
flammis oppra omnia luslras. 

(K) Guardai SotU) figura di 
nuovo giorno in una lettera Ialina 
presenta Dante il venire d'Enrico in 
Italia. E nel convivio chiama Dio 
sole spirituale e intelligibile. Ev 
ci». ,XXm, 28: CU occhi del ^V^ 



gnore son più lucenti del sole, veg- 
genti tutV intorno le vie degli uo' 
7nini . e V fondo fieW abiiso Prov., 
Vi , 23 : Il precetto è lucerna, e la 
legge tui é ma di vita, 

7. (L) Pietà: dolore da indurre 
pietà. 

(SL) Paura. JEn., 1: Hoc pri- 
mum in luco nova res nbtata limo- 
rem Leniit : hic primum jEncai spe- 
rare salutem Ausua 

(F) L^QO (:o>ì chiama an'^o in 
unn canzone quella cavila del «-uore 
eh' è ricettacolo del ssngue. e che 
IHarvey chiama sanguinici promptua- 
ìium et cisterna, li B •(•i-a(v io dice 
che in quesia --avita abitano gli ^pi- 
riti vitali, e di li viene il sangue e 
il calore che per tutto il corpo si 
spande. Lattanzio Opif. Dei: Globìis 
cordi >, qui unus anguinit fons est. 
9 (Li Fuggiva di ^laura. — La- 
sciò passare (Ih sé. 

(SL) Fuggiva. ^En. , Il : Ani- 
mus ìur.lu rcfugit — Vira Mn., 
VI : Lucoi '^Wg^O'(, legn i invia tini^. 

(F) Viva Jo. , XIV, 6: Ego 
8um via. veritai et vua Esco per- 
chè , smarrita la via vera, egli en- 
tra in una selva amara che poco é 
più mone. Prov., XII, 28: Insanita 



CANTO I. ^_^ 

10. Poi ch'ebbi riposato '1 corpa lasso, 

Ripresi via per la piaggia diserta, 

Sì che il piò fermo sempre era'l più basso. 

11. Ed ecco, quasi al cominciar dell'erta, 

Una lojiza leggiera e presta molto. 
Che di pel maculato era coperta: 

12. E non mi si partia d'innanzi al volto; 

Anzi impediva tanto il mio cammino, 
Ch' i' fui,, per ritornar, più volte vòlto. 

13. Tempo era dal principio del mattino; 

E '1 sol montava in su con quelle stelle 
Ch'eran con lui quando l'Amor divino 

14. Mosse dapprima quelle cose belle: 

Sì che a bene sperar m'era cagione 
Di quella fera alla gaietta pelle, 

15. L'ora del tempo e la dolce stagione; 

Ma non sì che paura non mi desse 
La vista, ^che m'apparve, d'un leone. 



jastiliw, vita: iler... devium ducit 
ad muriem. 

iO (SLi Corpo. ;Ea , VII: Corpora 
' sub V'imis dfponunt arbo'ù alte. 

(F) Bai^o. D'uomo one snle il 
pie chH! mu ivtì è sempre più alto 
fuor chfl nt'ì primo atto del muo 
vere. Qui signifi'ia che, ven^'Ildo da 
mate a bene . il dt^sideno si posa 
tro^/po <uiia m-^mona del passato 

il. (Li Mcfuiato : di <'olore vario. 
(SL) Ei er.co- F^mitrli.ìre in 
Vireilio la cortnA Erc" mile'n — 
Leggiera. Sl^it , 74: Ejf'enae lynces. 
Fi-ia liei gr-nere delit^ paniere , li- 
bidinosa e leggiera Or la iuS'^U'ia, 
nota il nocca<'''io , è vizio voiuble. 
— Coperta .En. , l: Mmitosce te- 
grhinc lynci^. G^'0^s .III: Lyncei Bac- 
chi ii'irii^, et genui aae luporma 
BjiCCO. il D"t de' sensuali pÌH.i-eri. 

(F) Lonza Per lei intendono 
anco Firen/i''.ktr^leramui«iricpii'or- 
dini (toliiici e usa. se.'on lo Dinte, 
a piacer*» con parte guelfa. Pui? , Xi : 
La rabbia fiorentina, che., ora è 
putta 

42. (Ft Volto. Jer. , V, 6: Confor- 
tata; &nnt anersi^nes eorum. — VII, 
'2i : Abiernnl in pravUale cordis sni^ 



faciique sunt retrorsum , et non in 
aule. 

i3. (L) S'ellp.: l'Ari<»t.n. 

(SL) MiHino. Della scesa d'E- 
nea (/E'i. , Vh: Primi sub lumina 
salii. — S Ve Par , l — Te'ii)o. 
.E I , II : Tempus eral quo pri^na 
quiei 

44 (L) Mosie: creò — Beile: 
celesii. —Sparar di prender la fie- 
ra. — A'ia : 'la'h, 

(^L) BJic. laf., XVI: Le bilie 
s'elle Geur^r .11: T'Hr magnus afe- 
b U Qrbis... Cit 'i primum (quandi» .. 
da pnmd) lace-n pecudes hawieie.. 
I>nniisi'teqne leva' «ifri< , et tidera 
ca^lo— Alla. Inf , XVl : Lonzi alla 
pdle iitpinta. lo quel canto egli dice 
che voleva con una corda prender 
la lonza: la nelle dunque di lei non 
poteva con U bePezza ispirargli spe- 
ranza (jOsì Pietro e il Bocciacelo. 

(F- Mo<<e. Dinte , Kime (di 
Dio): Chi ihOìSe V uni ver so . Cn-a-. 
zione è moto . e moto è creazione , 
se'-onlo Platone e san Tomm tso E 
Il M-ilebi anche dice chf> soU 1' idea 
di Do l'Uó far chiara l'idea del moto. 

13. (L) Ora : il mattino. — • Sta- 
gione : la primavera. 



INFERNO 



16. Questi parea che contra me venesse 

Con la test' alta e con rabbiosa fame, 
Sì che parea che l'aer ne temesse. 

17. Ed una Iq^a, che di tutte brame 

Sembiava carca rella sua magrezza, 
E molte genti fé' già viver grame. 

18. Questa mi porse tanto di gravezza 

Con la paura ch'uscia di sua vista, 
Ch'i' perdei la speranza dell'altezza. 

19. E quale è quei che volentieri acquista, 

E giunge '1 tempo che perder lo face, 

Che 'n tutti i suoi pensier' piange e s'attrista; 



(SD Vora del tempo usa an- 
che rouimo , per quel che noi di- 
ciamo oro. 

(b) Ora. Ps. CUI. 20 22: An- 
nottò: Passeranno le beslie della 
seloa, i leoncelli ruggenU a rapire... 
Nucque il iole... ne' loro coctli si 
poseranno — Slagwne : (ieììa in'VTr- 
nazione del Veibt» e. della creazione 
del mondo. In primavera , dice il 
Boc<'acrio, le ìorzei i rinnovellano: 
però spera di vincete — Leone 3^r., 
XI Ij 7, 8 : Abbandonai la rida cusa, 
lisciai la 'itiia eieailà: die'n la di- 
letta aninia mia nelle moni de' suoi 
nemici : mi $i lece la. mia eredità 
quasi leone in sei' a 
i6. (L) Venesse: Venisse. 

(vL) L'aer: Ovid. Met., XIII: 
Latraiu lernut auras Vite de' ss. 
Padri : Credo che non sol'imfnie li 
tuoi orecchi, ma eziandio V aria ri- 
ceca infezione da quel parlare. 

(F) Teviesae Amos, HI 8 : Il 
leone ruggirà : chi sai à che non temo? 
Anche iiot^z'o pone il leone simbolo 
della ."upt^rbia vio'enia. E;cli. XIII : 
23 Venaiìol eonis, onager in e» e mo : 
sic et puacua diiitum suntpauperes. 
Il demonio tipo dell'orgoslio, éleone 
rupgenie in san Pietro 'I). 
17 (L) Seihbiaìia: sembrava. 

(F) Lup'i Jer. , V, 6: li per- 
cosse il leone dulìa seliia , \l lajo a 
sera li gu'is'ò; il pardo veuU'inte 
sulle città loro ; ognuno < i loio che 
uscirà saia p-teso 0^., Xill; Ti co- 
nobbi nel deserto... Si scordarono di 
ìM : e io sarò qitasi liontssa, come 



pardo, nella via de9^li Asairidi... ,Li 
concimerò gwa>i leone ; la bestia del 
campo li lacererà. Conv. : Ricchezze 
piene di tutti i difetti. JNel XX del 
Puia'aU'riG il Poeta chiama l'avarizia 
antica lupa, s'intende dunque per 
la lupa e l'avarizia e la corte di Koma 
sozzamente , ser-ondo luì , avida di 
beni terreni. Ézecli. , XXII, 27: 1 
2Jrincipi nel mezzo di lei, quasi lupi 
che rapiscono la preda Cosi per il 
leone, e la regia supeibia, e la su- 
perba Francia, e Carlo di Valois 
ch^ nel VI del Paradiso è chiamato 
leone Prov., XIX, 12: Con,e il tre- 
milo del leone, co ì Vira regia. Prov., 
XX, 2 —Molle. Wella Volgare Elo- 
quenza dice tutti qu'isi i principi 
(\^-\ tempo suo seguiiatori d'avarizia. 
Che altro, dice nel Convivio , mag- 
giomente pericola e uccide le città, 
le contrade , le singolari persone , 
tanto quinto lo nuovo raunamento 
d.'avere ? E-di., Vili. 3 . Mult.os per- 
didit aururn et aigentum. et usque 
ad cor regum extendit et concerni. 
Serifca. cii dall'ut!. H, 367; L'ava- 
rizia recò pooertade. E, molle cose 
deainetnnio , tutte le co^e perde. 
E'' I., XXXI, 6 .• Malli dati sunt in 
auro casa< 

18 (-L) Paura Is - XXX, <7: A 
facietenoìis imms. Georg , IV: Ca- 
ligantem vigia furmidine lucum. 

19 (L) Acqnisla bc(\\ — Face: fa. 
(SU Pender. Più fotte nelle 

Rime : Mi pianse ogni pensiero Nella 
mente dogliosa. 



CANTO I. 



20. Tal mi fece la bestia senza pace, 

Che, venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripingeva là dove il sol tace. 

21. Mentre ch'i' minava in basso loco. 

Dinnanzi agli occhi mi si iu offerto 
Chi per lungo silenzio parca fioco. 

22. Quando vidi costui nel gran diserto, 
' — Miserere di me (gridai a lui), 

Qua! che tu sre, od ombra od uomo certo. — 

23. Risposemi: — Non uomo; uomo già fui: 

E li parenti miei furon lombardi, 
E mantovani per patria amendui. 

24. Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi; 

E vissi a Roma sotto '1 buono Agusto, 
Al tempo degli dei falsi e bugiardi. 

25. Poeta fui, e cantai di quel giusto 

Figliuol d'Anchise, che venne da Troia 
Poi che '1 superbo Ilion fu combusto. 



20. (L) Ripingeoa. Rispingeva nel 
bujo. 

(SL) -Tace Jer. Thr. ,11,18: 
Né taccia la pupilla delVocchio mio. 
Ma , VI : Loca nocìe sikntia late. - 
Il : Silentia Lunw. 

(K) Pace. JSel Conv. dimostra 
le ricchezze essere d' inquieiudine 
perpetua cas;ione. — Tace. Sap., V. 6 : 
Errammo d dia via di verVà , e il 
lume di giu'ifizia non riipìeudetle a 
noi, e il sole 'iella infe.lligenza a noi 
non nacque. Eccli.. XX', U : La via 
de' peccanti. . nella fine loro, abisso e 
tenebre e pene. 
2i. (L) Chi : un che. 

(SL) Rainava. Os. , XIV. 2 : 
Corruiiti in iniqnitafe tua — Of- 
ferto /Eo., Il : Mihi <ee ocuUs... vi- 
denimm obtulit. — Fioco 'otn'om- 
bra. iEo., VI (dell'omb'-^): Pars tol- 
lerevoiem, Exiguam -U'ubxBque %i- 
lentei. - Silenìwn pcenat. perchè 
Viri/Uioe le antiche If-tiere da lungo 
tempo tacevano, taceva la scienza na- 
turale, che Dinte slimava ajutatrioe 
alia scienza divina. Chi, dopo tacere 
luneo, si prova parlare, sentesi che 
ha taciuto. 
22. (L) Certo : reale. 

(SL) Qual che. ^n, I : quam 
te mem«rem , virgo? namque hand 



libi vultui Mortalis, nec vox homi- 
nem sonai. Dea certe.,. Sis felix , 
nostrumqui'. leves, qucecumque, labo- 
rem — Miierere Enea alia Sibilla , 
che lo conduceva all'Eliso: Alma, 
precor miserere 'Mn.. VI). 

(F) Diserto. Deserto in una 
lettera ialina e chiamata l' Italia alla 
mano de' Guelfi. 

23. (SL) Lombardi. Rammenta il 
gran Lombardo (Parad , XVI D, Sca- 
ligero, speranza di Dmte e dell' Ita- 
ila ghibellina E ghibellina era gran 
parte di Lombardia. 

24. (L) Sub : sotto Cesare , poco 
prima delia sua Qne. — Aguste : 
Augusto. — Dei: Paganesimo. 

(?L) Agusto Agusfmo nel Con- 
vivio. 

(F) Bugiardi. \ug.,deMen., IV: 
Dire il 'àlio per ingannare, è bugia. 
Può dunque la fals là essere s^^nza 
fiugia. Som . in Jer^-m , Vili : Men- 
zogna è ^piegato per Holo GV Holi 
dicon<i mendaci in quanto la falsa 
opinione degVidoUè contraria alla 
vera della divina unità. 

25. iL) Gin lo : E<ieu. 

(."'L) Giusto. iEn., I: Mneas... 
qiio jnstior alter Nec pietatc fuit. E 
Dante reca nella Monarchia questo 
verso. — Venne. jGn., 1 ; Trojce qui 



h INFERNO 

26. Ma tu perchè ritorni a tanta noia? 

Perchè non sali il dilettoso monte 

Ch'è principio e casfion di tutta gioia? — 

27. — Or se' tu quel Virgilio, e quella fonte 

Che spande di parlar sì largo fiume? 
(Risposi lui con vergognosa fronte.) 

28. Oh degli altri poeti onore e lume, 

Vagliami il lungo studio e '1 grande amore 
Che m*ha fatto cercar lo tuo volume. 

29. Tu se' lo mio maestro e '1 mio autore; 

Tu se' solo colui da cui io tolsi 
Lo belio stile che m' ha fatto onore. 

30. Vedi la bestia per cui io mi volsi: 

Aiutami da lei, famoso Sag'gio; 

Ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi. — 

31. — A te convien tenere altro viaggio 

(Rispose, poi che lagrimar mi vide) 
Se vuoi campar d'esto loco selvaggio. 

32. Che questa bestia per la qual tu gride, 

Non lascia altrui passar per la sua via; 
Ma tanto lo impedisce, che l'uccide. 

primus ah oris Itnliam . venU — Lo cita aouni tmtto Monar., pn^. U», 

Sape ho. Mn., HI: CfCiiVqne avper- 33 fi seg ; 42. 45. 46. 47. .^0. Volg. 

bum Iliu'"^ — Combusto. l\\ : Humo li^l'^q , n^ef 'i8'>. "296 2 '8. 3^0. 

fumai... Troj'i. 2) (SLt A>itn-e Ci- Orai., TU: 

'26 (F) /!/ n'c P-5. XLH.3: Man- Non in'elUg-nfli sohim -ed etiom 

da la tua luce e la tua lerità , cKa dicendi maximm auctor et mogisfcr 

rtii Qui'iarono e con4us<ero ul tuo Pialo. — S<ile N' avea fairo prova 

monte <nnto — Cioion Arisi. Fis., ritmila VìIh Nuova e nelle Canzoni. 

I( [: P incipio e causa- Non indiai, dice tolsi, ch'è meno 

'27. (Li Lui: a Ini, insi^^rrifi p. più 

(>L) Quel. -Ei , I : Tane ille 30 (L) Le vene e i polii: tremore 

.f^neas qnc,n. .? [Fonte Ovidio di e febbre. 

Omero (Am. Ili, 9»: A quo, ceu fonte (F) Pol<i : Vita Nuova: Lo gpi- 

perenni. Vntum P èrii^ ora rigantur rito della vita incominciò a tremar 

aquis] — Largo. /En, XII : Larga ti fortemente, che appariva nelli 

copia fnu'ii — Fronte. Ma.. XI: meno mi poi <i 

Haui, laeta fronte, 3t (S) Viaggio: via. — Eito : 

2S. (Ti) Fa^fiawtt presso te.— Ccr- questo. 

car : sv.ilae'-p (SD Tenere jEq.,I: Quove te- 

(SL) Lungo. D"*' f?iioi lunghi netisVer? 

studi i.arla e nel XXV Parad e nel (F) Altro G'-fg X, ep. 37: La- 

XXXIX Purg , e nella lettera a chi .sciato l' oscuro deìV e-rore , alla co- 

Sli olTriva di tornare o^r via di^o- gnizione neili luce e alla via della 

rior<»vole in patri i. — S'udio Mn. : verità <i 'l'ito'nino. 

M: Hic amor, hoc studium{\n altro ?2. (L) Gride: Rfidi- 

senso ). — Grande. Ma., ingenti (F) Passar. Aug., de ver. rei. 

umore e, magnò , più volte. — Tao. XLÌX: À noi, ritertianti a investi' 



CAKTO T. 

33. Ed ha natura sì malvagia e ria 

Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo '1 pasto ha più fanie che pria. 

34. Molti son gli animali a cui s'ammoglia; 

E più saranno ancora, infin che'! Veltro 
Verrà, che la farà morir di doglia. 

35. Questi non ciberà terra né peltro. 

Ma sapienza e amore e virtute: 

E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 

36. Di quell'umile Italia fia salute, 

Per cui morì la vergine Cammilla, 
Eurialo, e Turno, e Niso di ferute. 

37. Questi la caccerà per ogni villa 

Fin che l'avrà rimessa nello 'nferno 
Là onde invidia, prima, dipartilla. 



gare la verità, i fantasmi delle, co»e 
sensibili nei viaguio •>» tanno incon- 
tro e pasiare non ci lasciano — Uc- 
cide. Boezio [)ar.igona l'avaro al 
lUi.>o. 

33. (SLì Ria Malvagia è meno 
di ria. Maiyai^io fiiiama D<inie un 
cammino (Inf. , XXXIV); e dicevasi 
d^orii otjeeiti corpuiei, come il fran- 
cese man ait. 

{Pi E'f'p'e Prov. , XVU , 46; 
Né Vaoaro .s'e»«pif di pecunia B 'et.. : 
Q.ìCi tncxplet. «m re<Hriguere avari- 
tiim nequeitnt. — Faine JEn ^ 11' : 
Anri «ìCfi fame^ Hiiat. Cdrm., lil; 
16: Majorv'iique fames. 

34 (i^') Molli. L'avarizia s'accop- 
pia a molli vizii; e l'avara cort« di 
Koma. di'fi aUrnv» Dinte, puttaneg- 
gia co'rf» (Inf ,XIX'; e ha un drudo 
fero.'p (Pur? , XXX'h. — Più D<n., 
VII 2 7: Ve evo nella mia visione 
di nulle..- e quaUro bestie grandi 
ascendevano dal fnare.. la prima 
qua^t leonessa, ed ecco inVoltra be- 
stia ornile a orso . Poma guardavo, 
ed ecco xm' a'dra qn-i i pardo . ei 
ecco la quarta bestia . terribile e 
forte molto 

:-5 (Li Ciberà: mangerà. — Pel- 
tro : m^-'all" vile, 

(-L) C'berà Cibare erba per 

pa%Cor<i d'erba, nin.l . VIVO tosoano. 

— Virtute Par., XVII: (Di Cane) 

Parran faville della sua virtute. 

(F) Terra. Par., XVII : Innón 



curar d'argento né d'affanni. Peltro 
qui, l'ome aigi^ntu,'<ta per ogni nie- 
llilo e ri •chezza ; terra j per egni 
potere E forse aci-ennasi al. serpente 
nemico dell'uomo, che si eìpi di ter- 
ra «eroiido la G^'ne.si , cioè di vili 
be>i|. h LXV 25: Al serppn'e • la 
polve il Un pine P-ir : Che tifa 
ir superbi oro e terreno — Sapien- 
za e amore e virtute Salus. amor ^ 
virtus suno i ire tini dei la poesia 
spcon lo i'Allisih'eri : e poesia, poli- 
tica, religione ►^r^no nt^lU sua niente 
una rosa. — Sapienza J^r., HI, 45 : 
Vi pa<ceranno "i <iienza e dotti ina. 
S 'm : II. nono di <apienzii, la quile 
unisce le altissi'f-e iiee. co'ii^iiun<tc 
aVa caii à, U qu de unisce, athinunt-c 
gli spirili. Cor II: Li Virtù e la 
Sifji^'nza di Dio, primo amore 
(inf., hi) 

.^6. (L) Ferule: ferite. 

(SLi U'nUe Mn..\\\: Humileni' 
que videmu^ i<u/iam(inalin> senso). 
La parie d'Italia a rui Dante a'ii-en- 
na. é qnasi tutta in pianura; quella 
dove Enea combattè, dove le gare 
noni fi ie ardevano cer umìlinrl;). — 
F^rgojie ^Sovente Virgilic»: decHS 
It.ticB, viron (.Ei.. XI, 5X3 604, 
6^4. 676. 718 7tì2 778, 79! »>04, 
80-5). — Eurialo. Ea , X — Turno. 
ìE. XII 

37. (L) Villa: clUà..—' Prima: pri- 
mamente. 

(SL) Caccerà. Qui intende quella 



10 



INFERNO 



38. Ond' io, per lo tuo me' , penso e discerno 

Che tu mi seffui; ed io sarò tua guida, 
E trarrotti al qui per luogo eterno : 

39. Ove udirai le disperate strida, 

Vedrai gli antichi spiriti dolenti, 
Che la seconda morte ciascun grida. 

40. E po' vedrai color che son contenti 

Nel fuoco, perchè speran di venire, 
Quando che sia, alle beate genti. 

41. Alle qua' poi se tu vorrai salire,' 

Anima fia a ciò di me più degna: 
Con lei ti lascerò nel mio partire. 

42. Che quello Imperador che lassù regna, 

Perch' i' fui ribellante alla sua legge. 

Non vuol che in sua città per me si vegna. 

43. In tutte parti impera, e quivi regge: 

Quivi è la sua citiate e l'alto seggio. 
Oh felice colui cui ivi elegge! — 



che Dante chiamava (Volo^. Eloq.) 
armorumprobitaf — Inferno. Dan., 
VII: Villi die fu uccisa Ix bestia, e 
perì il corpo suo, e fu dato arciere 
al fuoco. 

(F) Invidia. Sip., II, U: Per 
Vinvidia del diavolo entrò nel mon- 
do la morte, intendasi innuifre cue 
le invidie e gare civili accendono la 
brama del possedere, come st.rumi^nto 
alle ambizioni ed as:!! odii. Cyor., 
de zelo et liv : L'inviiia dalco'hin- 
ciarnento del mondo ]U cagione al 
demoìlio lii ruina e in sé e neu'uo- 
mo. Così Tert ,de Nat ; Mm , Tract. 
5. in Joan : Greg. Nyss., Teact. 

38. (L) Me': meglio. — Discerno: 
giudico. 

(SL) Me\ Davanzali, Ann , II, 21. 
— Dhcerno. Ha qui senso di quasi 
deceì'no 

(F) Eterno. Il Umor della pena, 
Il dolore dell'espiazione, la speranza 
del premio, son le tre scale per ri- 
tornare a virtù Ecco la chiave del- 
l'Inferno, dei Purgatorio, del Para- 
diso. 

39. (L) Morte dell'anima. — Grida : 
piange. 

(SL) Antichi, Non vedrà solo gli 
antichi ; ma col desiderio de' più ono- 



revoli e pù onorati da Dante, Virgi- 
lio lo Invo-^lia. 

(F) Seconda. Cosi chiamano Ago- 
stino e Aiiibrogio (Comm. in Ap«)c., 
XX) e C'primo (do on et el.) l'in- 
ferno. PdUlin. Ep. XXV!: - e II: 
L'i prima morte è La dissoluzione 
della natura animale; la seconda é 
il pitifncnlo dell'eterno dolore, 

40 (L) FuOi'O pUfi^arite. 

{F) Beile. Ks XXXli, i^: Beata 
la uente di che Dio e it suo Sig^iore, 
il popolo ch'e' -.'eleise in eredità. 

'41. (L) Qua': quali. — Anima: Bea- 
trice». 

42. (L) Quello: Dio. — Fui paga- 
no. — Che io venga in cielo. 

(F) hriperador. Vite de'ss Pa- 
dri, e Dino: Lo imperatore del cido. 
Ma qui s'usa non senza inlen/Jone 
politica. Cunv Lo 'mperatore dall'u- 
niverso, eh' è Cristo — Per: Ottimo. 
All'i terza no'n si va per mturale 
ragione, ma oer fede cattolica e co- 
gnizione di Dio 

43 (L) Pirti dell'universo. — Beq- 
gc dui';e.ineme e presente. — Ivi 
elegge a stare. 

(F) Im,pcra. Som.: L'imperante 
ordina intimando e denunziando. U 
signore irtuove H servo per impero... 



CANTO I. 



11 



44. Ed io a lui: — Poeta, i' ti richieggio 
Per quello Iddio che tu non conoscesti, 
Acciò eh' i' fugga questo rnale e peggio, 

45; Che tu mi meni là dov' or dicesti,' 

Si ch'io vegga la porta di san Pietro, 

E color che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse, ed io gli tenni dietro. 



il servo si regge per impero del si- 
gnore Anco nell'impero di Dio è 
dolce reggimento; ma in cielo il 
reegere è più immediato. Virgilio 
(.En., VII) dice impero quello d'In- 
ferno e Giove re. — Seogio. Ps. XI, 
5: Il signore, in cielo il suo seggio. 
Boet : Hic sreplrum Dominui ienet, 
orbi^que hahenai tempcrat. 

U (Fi Cono cesti C^nio<cere Dio, 
DQOilo flel'H B'bbia e de'Palri. 

45 (L) Porta: del Purgatorio, ove 
siede un angelo con le cniavi dì Pie- 
tro. — Color: dannatr — Fai: dici. 
(SL) [Meni. Br. Latini, Tesoret- 
to, II 3: Perdei il gran cammino, 
E tenni alla traversa D'una selva 



diversa. - Ma, tornando alla mente. 
Mi volti, e voà mente Intorno alla 
montagna, E ridi turba magìia Di 
diversi animali. Ch'i' non so ben dir 
gaa/t] — Porta. Pur»., IX: La no- 
mina prima dell'inferno, come Idea 
molto più consolante. Il Rossetti , 
rammentando che 1« case di Dante 
erano a Porta San Pietro, vuole che 
qui a Firon^e s'accpnni. Piccolezza. 
(F) Dietro. Virgilio, il p'ù spi- 
rituale de' ito^^ti profani, quello che 
più lo ispirava di religione e di amo- 
re e di soave mestizia, il cantore 
dell'impero di Roma sognalo da Dan- 
te, è da lui tolto a guida. 



12 INFERNO 



IL VELTRO. 

CANE DELLA SCALA, E GLI ALTRI 

IN CUI DANTE SPERAVA. 



A conoscere le intenzioni di Dante, giova raccogliere i giudizi i sparsi 
eh' e' fa dogli uomini e delle cose, e tra sé raiTrontarli, senza tema 
che ne venga detrimento alla fama del Poeta, o offesa alle opinioni 
nostre, perchè il vero é onorevole ed utile sopra ogni cosa. 

Dante che dislingue il Barbarossa (1), così come Augusto (2), col 
nome di bnonn, e tocca dell'eccidio di Milano senza mai rammentare 
la seguente vittoria; Dante che reca Pisistrato, l'avveduto usurpatore 
della libertà d'Alene, come esempio di mansuetudine, accanto a Maria 
Vergine e a Stefano protomartire (3) ; Dante che esalia Cesare distrug- 
gitore della Repubblica, e chiama Federico degno d' onore (4), né lo 
colloca in Inferno (3); se non per quell'amore d'equità che gli fa avere 
tanta riverenza al Rusticucci e a Brunetto, aFarinata ed al Mosca, uo- 
mini, secondo lui, degni, ma posti tra le anime più nere (6); Dante 
che ragiona con tanta pietà di Mnnfre'di e della sua ca>a, con tutto 
che confessi orribili i peccati di lui (7): aveva intorno alle sorli d'I- 
talia opinioni e desideri! dilTerenti da que' che taluni al tempo nostro 
gli danno. Le due sue maggiori speranze furono Cane della Scala vi- 
cario dell' Impero, uomo v;iloroso ma luti' altro elio puro; e Arri- 
go Vii, principe non so s'io dica mansueto con qualche condimento di 
crudeltà, o fiero e tenace con qualche moto di bontà e di giustizia , 
ma certamfiìte inuguale alla grande impresa (\\ cavalcare, coma \)Ar\\c, 
voleva, la fiera iiulomita, e al pio uffizio di far da balia all'intlocile 
fantolino (8). Le minori speranze di Dante erano poste in Carlo Mar- 
tello nella ca-^a Malas[)ina, in qtiella da Polenta, e certamente anche 
in Ug'icciono d^•lla Fasiriuola, massime dopo la battaglia di Monteca- 
tini, ancnr-hè nonio nomini mai, né lo additi con segno chiaro. Vero 
è che il Poeta talvolta sì compiace d'adombrare le cose, anziché di- 
segnarle; ma se la sua stima e P a (Tello a Ug'iccione erano tali quali 
richiedeva l'alta speranza in lui posta, non li avrebbe cosi cauta- 
mente velati, egli che dello Scaligero dice espressamente tanto nota- 
bili cose. 

Cane della Scala è chiamato Calulns in una profezia dì Michele 
Scoto, notata da Giovanni Vil'ani; al qual Cane il Poeta indirizzò il 
Paradiso con lettera dov'è resa ragione dell'intero poema. Di lui parla 
nel XVII del Paradiso e n'augura Ci)se incredibili a quaglino stessi 
che le vedranno. 

(1) Pnrg, XIX. (5) Inf., X. 

(2^ h.r., I. (6) l.if., VI, XV, XVI, XXVIIl. 

(3)Puig., Xf. , {7)Purg., Ili, MI; Inf., XXVIIl. 

(4) Inf., XIII. (8) Purg., VI; Par., XXX. 



CANTO I. 13 

I due Peltri indicati in Dante sono, l'uno Feltre città del Friuli, 
l'altro Montefeltro in Romao:na: in questo spazio erano i Ghibellini 
più ardenti. Il nome di Felire gli rinnoveliava molte dolorose memo- 
rie. E forse e' pensava al Friuli dov'earli ebbe ospizio e al quale Ce- 
sare lasciò il nome. Così dall' un lato gli si presentava alla mente il 
passaggio del fondator dell'Impero verso quelle Alpi che dividevano 
Italia da Alemagna, e dall'altro lato il parse dov'è il Rubicone. 

Questo segnare larghi contini a' paesi non dispiace al Poeta, forse 
per isfoggio d'erudizione non sempre opportuno. Così disegnasi nel 
IX del Paradiso il colle dove nacque Ezzelino; e nel X, la città dove 
nacque Folcheito. Ma qui 1' indeterminato è quasi richiesto dal teno- 
re, mezzo profetico, delle parole: al modo medesimo che nell'ultimo 
del Purgatorio non solamente non è detto il nome del Duce aspettato, 
ma DVX adombrasi nel numero cinquecento dieci e cinque. 

Nel XVII del Paradiso dice che Cane fu impresso, nascendo, del 
forte pianeta di Marte. Cane doveva cacciare la lupa e battendo gli 
avari tiranni e vincendo l'avarizia co' nobili esempi. Le sue magnifi- 
cenze conosciute Saranno ancira, si che i suoi vimici Non nepotran 
tener le lingue mute .... Per lui fia trasmutata molta gente ^ Cam- 
biando condizion ricchi e mendici. 

Questa terzina dà per certo cosa che nel XX del Purgatorio è desi- 
derata incertamente siccome lontana: Quando verrà per cui questa 
disceda? Notateli medesimo modo: il Veltro verrà. Nel Tritemio è 
questa profezia del 1347: Unus crii mundi Dominus solus. Imperiuni 
rom. exaltabitur. Contentiones mullce et mugnce erunt in terra. Tij 
rannus Gallorum rex cadet cum baronibus suis... (1). 

(1) II, 205. 



14 INPERNO 



OAIVXO II, 



ARGOMENTO. 



Teme non sia troppo ardito il viaggio : Virgilio gli rac- 
conta da chi fu mandato. Scese a lui Beatrice, la inno- 
cente amata da Dante, morta da quasi dieci anni, e lo pre- 
gò di soccorrere l'amico suo. La ragione conduce l'uomo 
fino al pensiero della necessità della j^ena, V Inferno; e 
della espiazione, il Purgatorio: ma una guida divina gli 
bisogna per sollevarlo alla speranza del premio, il Pa- 
radiso. 

Nola le terzine 1 alla 4; 7, 8. 10, IJ, 15, 16, 18 alla 21; 23 alla 
20; 33 alla 37 ; 39, 42, 43, 47. 



1.L, 



io porno se n'andava; e l'aer bruno 
Toglieva gli animai che sono in terra 
Alle fatiche loro: ed io sol uno 

2, M' apparecchiava a sostener la guerra 

Sì del cammino e sì della piotate, 
Che ritrarrà la mente che non erra. 

3. Muse, alto ingegno, or m' aiutate ; 

mente, che scrivesti ciò ch'io vidi, 
Qui si parrà la tua nobilitate. 

1. (SL) IGiorne. V. Virg. ^Ea, IV, Virgilio era passato quel giorno. — 
522: e Apoll. Hhod., HI, 7U; IV, Uno. Conv., I. 42: Uno e solo 
1058 ] — Aniava. Semint..: Il c/i se 2 (L) Guerra che dovea darmi. — 
rimandavi — ToQlieO'% Hor. Cairn. Ritrarrà : esporrà la guerra. ■— 
III. 6: Sol ubi mon'ium, Miitaret Mente: nipmoria fed*^le e pensata. 
umbras, et jaga demeret B<tbu<( fa- (SL) M' apparecchinoa. Mn., VI : 
tigotis. — Animai. Ma. , IH : Nox Paris StyQiairt.... inmre paludem, 
erat, et terr s nninalia somnu< ha- -^ RUranà. Cnnv., I M. 
bebat... - \V:Noxerat,etpliCidum 3. (L) Parta: apnarirà. 
carpebant fesia s-ypùrem Corpora (F) Ingegno .. Mente. L'ingegno 
per terra$ .. . Lembant cura», et è la forza meditante , la mente è la 
corda oblila laborum. -Vili: Nox memoria Imaginante. Inf. , III: La 
erat , et terrai ammalia fessa per mente di sudore ancor mi bagna. La 
omnes... Sopor altus habebat. Tra Memoria madre delle Muse. Bara- 
le noi* della selva e i discorsi con menta l'invocazione di Virgilio (Mn., 



CANTO li. 



15 



4. Io cominciai : — Poeta che mi guidi, 

Guarda la mia virtù, s' eli' è possente, 
Prima che all' alto passo tu mi fidi. 

5. Tu dici che di Silvio lo parente, 

Corruttibile ancora, ad immortale 
Secolo andò ; e fu sensibilmente. 
(3. Però, se l' Avversario d' ogni male 
Cortese i fu; pensando l'alto effetto 
Che uscir dovea di lui, e '1 chi e '1 quale, 

7. Non pare indegno ad uomo d'intelletto: 

Ch'ei fu dell'alma Roma e di suo 'mpero* 
Neil' empireo ciel, per padre eletto. 

8. La quale e '1 quale, a voler dir lo vero, 

Fur stabiliti per lo loco santo 

U' siede il successor del maggior Piero. 



VI): Di, quibu$ imperium put ani- 
marìi*ìi,untb' ceqiiesilenie<i,Ei Ch'ios, 
et Fh^egethon , loca nocte tacenlia 
late. Sii inihi fai audxta loqui; ait 
numine vestro Pantìltre res alta 
terra et caliQine niersas \lle Mu'^p, 
jEn., VII : Et. me mini ti s enim, Di- 
vce, et memorare poteslis invoca l'i- 
spirazione divina, le forze naiarali 
del ( ensiero, e la potenza dell' ima- 
ginazione risuscitante i fantasmi. 

4. (L) FUi: cim-nti 

(SL) Fidi. JEn. , VI : Ausm se 
credere cesio - XI: 5o2"o relles te 
credere Marti. ìùxì'i. , XXXII, 2o: 
Nec credas te vi'ce laboriosa. 

5. (L^ Parente: padre Enea. — 
Corruttibile: vivo. — Secolo: l'E- 
liso. — S-'nsibilmente : in corpo. 

(SL) Silvio. Mn. , VI : Silvius, 
Albanurn nomen. tua po^lhumn pro- 
lei ■ .. qui te nomine reddet, Siloius 
jEneas. 

(F) Corruttibile. Mach. Il, VI, 25: 
Della vita cor ruVibile . Arìst. M^'t., 
X: V eterno ed il corruttibile non 
sono della medesima ragione Monar., 
Ili, XV: Himo, si con^ideretur se- 
cundum uiran que partem ei^eniia- 
lem, corruptibilii est. — Sucolo Vit. 
Nuov. : Partita di quedo secolo. 
Marc. : Secolo futuro. Som. : La fi- 
nale perfezione è che V uomo venga 
introdotto nel ucolo eterno. Georg., 
I : Impia. . scBcula. 
«. (L) L' : Dio. - I : a lui. - Ef- 



fetto: Roma. — Chi... QualCt: Ce- 
sare l'imoero, la s^-de papale. 

(SL) Cortese. Dante chiama Dio 
nella Vita Nuova nre ^ella cortesia. 

(F) Anenario Monar. II : Il 
popolo romano a tutti i pugnanti 
per l'impero del mondo prevalse: 
dunque perdioinogiuHzio prevalse. 
— Quale S. Leon., Serm. I de Ap. : 
All' opera divinarti ente disposta , 
maisitnumente si concentra che. di 
malti regni <i confederassero in un 
impero , e la predicazione generale 
avesse agevole la via a' popoli di cui 
tenesse- una --ola città il reggimento. 

7. (L) Ei' Enea. 

(SL) Ingegno. Georg., I: Nec 
fuit inaignum Superis, bis sanguine 
nostro Emathiam.. pinguescere. — 
Paire. jEn , Xll : PUer JEneas. ro- 
man e stirpii origo. - Vili: Pater 
u'bis et auctor. Rom. IV. 17 . Padre 
dì molte genti 

(F) Impero. Eoli è scritto: na- 
scerà il trojano Celare dclit bella 
schiatta ■ il quale lern.inerà lo in>.~ 
pei io colV Oceano , e la jama cotte 
stelle. Così sirive ad \rritJo. V. Conv. 
1,4 - IV. 5; e Mona/chia. dalla 
oag 7 alla 9 Conv. : E manifesta 
la divini elezione del so 'fimo impe- 
rio per lo naicimento della Sdinta 
Città ; che fu contemporanea alla 
radice della progenie di Maria. 

8. (L) La quale ' Roma. — E'iquale: 
r Impero. 



16 INPERNO 



9. Per questa andata onde gli dai tu vanto, 
Intese cose che furon cagione 
Di sua vittoria, e del papaie ammanto. 

10. Andovvi poi lo Vas d'elezione 

Per recarne conforto a quella fede 
Ch' è principio alla via di salvazione. 

11. Ma io, perchè venirvi ? o chi '1 concede ? 

Io non Enea, io non Pilolo sono; 
Me degno a ciò né io né altri crede. 

12. Perchè, se del venire io m'abbandono, 

Temo che la venuta non sia folle. 

Se' savio, e intendi me' ch* i' non ragiono. — 

13. E quale è quei che disvuol ciò eh' e' volle, 

E per nuovi pensier cangia proposta, 
Sì che dal cominciar tutto si toUe; 

14. Tal mi fec* io in quella oscura costa ; 

Perchè pensando consumai la 'mpresa 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 

(SL) La quale e'I quale. Forma (/En., VI): Si potuit Mane& arces- 
simile nella Som. : Ai parenti e alla sere conjugi^ Orpheus... 
patria, dai quali enella quale fumnio i2. (L) DH : ai. — Me': meglio. 
nati e cresciuli. — Sunto. Modo dei (6L) Abbandono. Ramondo di 
Salmi. Tolosa, poeta provenzale , dice che 
(F) Piero: Gesù Cristo dicendo V u4gnuolo s' abbmdona del con- 
ia Lwa: Pietro , conferma i tuoi tare Semini. : Si confida del cor- 
fratelli , lo fa quasi il fraiel mag- ^rere. — Folle. M(\. , VI : Nigra vi- 
ttore de'^sacerdoti tutti: onle nella dere Tirtara , et insano juoat in- 
novami il mido: Sacerdoti minori, diligere labori Vinnuigere risponde 
Bocc : Pietro il magifiore a differenza all' abb m'ionani di Dante. 
dimolti santiuomininomnaiiPiptro. i3. «L) Tolte l^va. 

9 {L) Andata aiìli Elisi. — Tu, (F) Volle. Som : La vùlonia si 

Virgilio, n^'ll'Eneide. muta ne V uomo comincia a volere 

(SL) Vanto. ,En., VI: Pauci, quel che prima non voleva., ohurAa 

quos cequui amaoit Jupiter, autar- di volere quel clic voleva II che non 

den$ eoexit ai culhera virtui, Dìs può accadere se nonpresupposta mu- 

genili , potuere. — Cagione. Non ò tazione o dolla parte della cono - 

già elle le cose udite da Enea In- scema o nella disposizione di colui 

torno all' impero di Cesare (iEn., vi) che voleva. Altrove: Opera contro 

fossero causa della sua vittoria e quello che prin.a proponeva, non 

della dignità pontificia ; ma la di- già contro quello che vuole a^^esM 

gnilà pontificia era l'ultimo fine (tiai qui le naro^ vo/ere e proporre), 

delle cose da Enea allora udite che Altrove: Mutando ProposUuoi. 

loinanimironoavincere V.DeMowar U. (L) Consumai: pierorsi colpen- 

10. (Li Andoyi;» : in cielo. — 7as; s'^ro le diffl'olià rie i' impresa. — 

vaso (S. Paolo). Tosta: subitamente voluta. 

(SL) Vas. Ada, IX, 15: Vas {SD Consumai. Mn , Wl: Omnia 

electionii. prcecepi atqne onin.o mecum anta 

^i. (SL) Ma. Il discorso di Dante peregi. - XI : Arma parate ani- 

é il contrappesto di quel d' Knea mis , et «pé prcetumiU l>ellnm. — 



Canio XI iafen: 



rerzma.1* 




//f su// ' ej'/rt'vni/'a e/ un' a/ùa ripa . 
Tenirrtmo sopra più crud^/^ j-/^a^ . 



\ 



CANTO II. 



17 



15. — Se io ho ben la tua parola intesa 

(Rispose del magnanimo quell'Ombra), 
L'anima tua è da viltate olì'esa^ 

16. La qua! molte fiate V uomo ingombra, 

Sì che d'onrata impresa lo rivolve, 
Come falso veder bestia quand' ombra. 

17. Da questa tema acciò che tu ti solve. 

Dirotti perch' i' venni, e quel che 'ntesi 
Nel primo punto che di to mi dolve. 

18. Io era tra color che son sospesi ; 

E Donna mi chiamò beata e bella, 
Tal ohe di comandare io la richiesi. 

19. Lucevan gli occhi suoi più che la stella ; 

E cominciommi a dir soave e piana 
Con angelica voce in sua fovella: 

20. « anima cortese mantovana, 

» Di cui la fama ancor nel mondo dura, 
» E durerà, quanto '1 moto, lontana; 



Tosta. Ma. , XII : Incwptum su- 
itum. 
<5. (L) D4 : Virgilio. 

i-L) Mi guani 0,0. y\T\\ì t nota 
l'Ottimo, conirai la alla pusillanimità 
da cui D^n'e era preso 

16. (L) Onrata : onorata. — Om- 
bra : ad umbra 

(SD Owfera Novellino, XXXVI: 
Pungea V unno , credendo che om- 
brasse. 

47 (L) Solve: sciolga. — Dolve. 
dolse ebbi l'ieià. 

(SL Solfe. Bucol., IV: Solvcnt 
fortniaine. 

18. <L) Co'or: nel limbo, fra cielo 
e inferno. — Richieii : dissi, coman- 
dami. 

{¥) Beata Dice nel Convlvioche, 
dacché liealrn^e era mort •, e' la ri- 
guardava come la sainema tehcis- 
stma e iuprema. E altrove : Beatrice 
beota. 

19. (L) Piana: del tono. 

(^L) Sfdiiu. Ola stella mattutina, 
il sole che i Greci chiamsvano 
ostro, e i trecentisti stella : e Dante : 
La bella stella che 'i temf:o niisura. 
E stellone, dicesi in To>icafia luiuvia 
un Sul cocente La stella ytio disse 
altrove ppr una stella, o por le 

Dante. Infermo. 



stelle. Turbar lo sole ed apparir la 
stilla. - Li nostri occhi. . Chiaman 
la della ta^ot tenebiosa G Guinic : 
L'I luceme stella Diana, Che appare 
anzi che il giorno tenda albore — 
Piina. àlbertano: Con pinne pa- 
role e con soo»t mi luo' induce' e... 
Dante, R me : Quanto piani. Soavi 
e dolci ver me si levai o (gli occhi 
dì finatricp) 

20. (Lt Moto: creazione. — Lon- 
tana ' lunqra, continua. 

(SL) Lontana. e verbo, come 
VDO e il Boccaccio, e vale: quanto 
il molo procede e si prolunga nello 
spa7io e nel tempo; o meglio, è 
nome, e vale : durerà lunga e pe- 
renne quanto la creazione di questo 
un'Vei.so Lonton aigiuvo, per lung-j 
(Par, XV, 49, E Fr. da Barb.: lou- 
tane cure, ^.er lunghe. Anon.: Lunga 
nominanza 

(F)Moto. y Inf.,I: Arlslot. Fis : 
Tevipus est numerus motus Platone 
afferma, il moto non potere aver 
principio se non da forza la quale 
si muova da sé. Co>-i s. Tommaso 
(Sem ): Il moto e il tempo hunno 
quantità e cfìul nvilà dalla gran- 
aezza sopra la quale passati molo, 
iiccome è detto nella lisica. Al- 



ÌS INFERNO 



21. » L'amico mio, e non della ventura, 

» Nella diserta piaggia è impedito 

» Sì nel cammin, che vòlto è per paura ; 

22. » E temo eh' e' non sia già si smarrito 

» Ch' i' mi sia tardi al soccorso levata, 
» Per quel eh' i' ho di lui, nel cielo, udito. 

23. » Or muovi, e con la tua parola ornata, 

» E con ciò eh' è mestieri al suo campare, 
» L'aiuta sì ch'i' ne sia consolata. 

24. » F son Beatrice, che ti faccio andare : 

» Vengo di loco ove tornar desio. 
» Amor mi mosse, che mi fa parlare. 

25. » Quando sarò dinnanzi al Signor mio, 

» Di te mi loderò sovente a lui. » 
Tacette allora ; e po' comincia' io : 

26. Donna di virtù, sola per cui 

L' umana specie eccede ogni contento 
Da quel ciel ch'ha minor' li cerchi sui; 

27. Tanto m' aggrada il tuo comandamento, 

Che 1' ubbidir, se già fosse, m'è tardi. 
Più non t'è uopo aprirmi il tuo talento 

trove : La generazione e il moto non (SL) Donna. Ruth, IH, 11: Mu- 

rimarranno in eterno. Mn , l: in lierem te esse viriutis Nella Vita 

freta dum fluvii current polusdum IS'uova la chiama donna <ii cortesia, 

sidera pascei; Semper honos , no- — Contento. On'imo : Lo P eia com- 

menque tuum , laudesque mane- menda... Voi fido di questa donna , 

bunt. ppr lo quale V uomo trapassa ciò 

21. (L) Mio: me ama, non i beni che $i contiene dal cielo della luna... 

estrinseci a me (F) Eccede. Som.: Coie note per 

{SL) Amico. Cornelio: Non for- rivelazione , che eccedano V umana 

tunw ■'ied hominihu>{ solere esse ami- ragione Altrove: Li bealitìidine £ 

cum. F. Puroj. XXX un henp- che eccede la natura creata. 

(F) Impedito Som.: i' impedì- — Contento, som : Per la scienza 

mento del peccato. delle co<e supreme V uor/,o sovrasta 

2r{SL) Ornata. V. S.Girol.: Or- a quanti enti sono sotto taluna.— 

nati parlari Cii5 , Sutnn. SMp.: Infra nihil est 

(F) Parola. Prov., XV , 24 : Za ni4 mortale et caducum ^ prwter 

via di oita all'uomo erudito ^ che animai generi horninvm... datas : 

scann V inferno uttinio. supra htnam sunt odierna oniìUa. 

24. (SL) Amare. Questa missione Aui^., De Trin. . XIV: Nulla mag- 
somisriia un po' aquella (ii Giuturna giore deliamente umana y se non 
nei Xll d-ir Eneide Auctoregoau- Dio. 

denrii. E d' Opi neli'Xl. 27. (L) M' : vorrei avcHo p:ià fatto. 

25. (L) Signore : Dio. — Tacette : — AiJrirmi : dirmi. — Talento : vo- 
tacque. Ionia. 

36. (L) Eccede : vince in dignità (SL) Comandamento. Metto , a 

ogni cosa contenuta sotto la luna. Giunone che viene a trarla d' in- 



CANTO li. 



19 



28. Ma dimmi la cagion che non ti guardi 

Dello scender quaggiuso in questo centro 
Dall' ampio loco ove tornar tu ardi. 

29. «-Dacché tu vuoi saper cotanto addentro, 

» Dirotti brevemente, mi rispose, 
j) Perch' io non temo di venir qua entro. 
oO. » Temer si dee di sole quelle cose 

» Ch' hanno potenzia di fare altrui male : 
» Dell' altre no ; che non son paurose. 

31. » r son fatta da Dio, sua mercè, tale 

» Che la vostra miseria non mi tango, 

» Né fiamma d' esto incendio non m' assale. 

32. » Donna è gentil nel ciel, che si compiange 

» Di questo impedimento ov' io ti mando ; 
» Sì che duro giudicio lassù frange. 

33. » Questa chiese Lucia in suo dimando, 

j) E disse : Ora abbisogna il tuo fedele 
j> Di te, ed io a te lo raccomando. 



ferno : Fatta pula, qucecumque ju- 
bes : in'irììubile rpgnum deseie 'Ov'il. 
Met.. IV). — T'.iidi Par., X : Gli 
parve es er tardo Mb^riaoo , l, 2: 
Alla cupi'iUà per tarda Vavaccianza. 
Ma . I : Tuus, o regina, qui i oples, 
Explorare latior: mihi jussa capes- 
$ere jas e$t. È più coriese nel poeta 
italiano 1' offerta. 

2< 'SD Loco. Mn , XII: Quis 
Olytnpo Demissam, tanto i roluit. te 
Jerre labores? — Ardi- JEa. , IV: 
Ardet abiro, 

20. (Li Pìuroie: terribili. 

(SL) Pauto^e : Armannino : Fi- 
gure pauiusi^y palliae e scure. Vive 
in Tos'oTu. 

(F) Paurose La sentenza è del- 
l' Etica di .\risiotel^,1ib Vili -Som: 
Il timore riiiuirda due oggetti, cioè 
il rnale e la coia dilla cui potenza 
può essere il male recato, liitt^nde 
di mal morale: altrimenti, sarebbe 
sentenza scipita e vile : e inconve- 
niente a chi vuole in Dinte eccitare 
il cofiiegio 

31. (L) Tinge: tocca. 

(K) Fiamma. Is., XLIll,2: An- 
dando nel fuoco , non brucerai ; t 



la fiamma non arderà te. PsaL 
XXI l 4: Sì anirò per mezzo ai- 
V oii.bra ai vtoite , non temei ò dei 
mali. Non é ^ia che que'del Limbo 
panino in ftamme. Incendio f qui 
per r inferno in genere. L' inferno 
di Dante è simbolo dt^l moT^lo. e lo 
dice nella lettera a Cm^- : Trattaci 
questo inferno: nel quale, peilegri- 
nindo co 'ne viandanti , meritare e 
deiììerilarp possiamo 

32 (Li Donna: la Vergine. — Si: 
Si dudle a Dio. — Questo: impaccio 
dì Ddnle — Frange: temperalo 
sdegno r.nleste 

(SL) Compiange. Novellino: Co- 
me uno giullare si conipi'in<e di- 
nanzi ad A'es 'andrò d'un caraliere. 
Vive np| dialetto li Corfu — Duro. 
Sap., VI 6: Juiicium durisimum 
hii , qui prcesunt , fiet. — Frange: 
('*-er : Fi angereiententiam. Ma., Wl: 
Si qua T'Ua'asDera rumpas. Prov., 
XXV 15 : La lingua soace frange la 
du ezza 

3^ tL) Lucia: carità illuminante. 
— Dinun o: domanda. — Il: Dante. 

(SL) Fedele. Vita Nuova: Amorg, 
ajuta il tuo fedele. 



20 



INFERNO 



34. » Lucia, nimica di ciascun crudele, 

» Si mosse, e venne al loco dov' i' era, 
» Che mi sedea con l' antica Rachele. 

35. » Disse: Beatrice, loda^di Dio vera, 

» Che ìion soccorri quel che V amò tanto 
» Ch' uscì per te della volgare schiera ? 

36. » Non odi tu la 2^ìéta del suo pianto ? 

» Non vedi tu la morte che 'l combatte 

» Sulla fiumana onde 'l mar non ha vanto ì 

37. » Al mondo non fur mai persone ratte 

» A far lor prò ed a fuggir lor danno, 
» Com' io dopo cotai parole fatte : 

38. » Venni quaggiù dal mio beato scanno, 

» Fidandomi nel tuo parlare onesto, 

» Che onora te, e quei eh' udito l'hanno, » 

31). Poscia che m'ebbe ragionato questo, 
Gli occhi lucenti, lagrimaudo, volse; 
Per che mi fece del venir piti presto: 

40. p] venni a te, così com'ella volse; 
1)' innanzi a quella fiera ti levai 
Che del bel monte il corto andar ti tolse. 

34. (L) lo: Beatrice. — Rachele: (SD Fiumana. Inf., XIV: Non 
COnleuiplazM'ne. già che Dante nella selva (osse alla 

35. {L) Loda: studiar le cose di riva di <i<i»S'fi tiDmana. ma poco lon- 
Dio è 'o larlo. — Che: perché. tanit. M'^ , VI : Tenent meóia omnia 

(SI.) B-atrice Vita Nuova: La silroi , Cucytunque siuu labens cir- 

gloriosa aonna aella mii 'n<en<e. la cU" fluii alio 

quile luchianiat'ida nuiVi B^ai-nce, 37. (Li Fur: furono 

li quali non sapeoano che si chia- 38 (L) Ouedo : nobile. — Udito 

mare (cioè non saopvano qiial senso e pruti't^iojit^. 

arcano fosse in qur-ila voce ; ovvero (F) Onefto Gporer., IV, della 

non sapevano «on quale uiù alto PKiad^: 0?»... honeslum, — Udito. 

nom*' chÌHOiarla). — £oda. L' ha nel In senso sim le d'e di Beauie: 

Convivio; e il Passav..nii; e vive in Ond^é loU'iuio chi prima la ti'e 

Tosct-n^ (SLt Onesto. Li bellezza e purità 

{F)Loda .?>om.:LalodediDi"Con- dell' ififregno di Vngilio è posta da 

silvie nella intenzione . coutiiiione e Dante qu^si grado dalla scienza tem- 

offeZìone — Uscì Cuov •.Faltoamxco poiale all'eitma. 

dx questa conni, incon,inci<n ad 39 (L) Perchè: onde. - Bel: al. 

amare li seguifatori aelln verità, e (SL) Volse p^r nascondere il lur- 

odiaie i uguilaUjii nello errore, bamenio ; o. loise, al cielo. 

Hor. Carm , HI, 2: Virlua... Cwins- 40. (L^ Volse: volle. — Fiera; 

que vulgarei , et. udam Sperrat ha- lupa. 

ìiium luyUmte penna (^) Fiera Ambr , devirsr : Gri/i- 

36 (L» Pietà: i.ieià! — Fiuffona : contri e vaKronntgli delle bcflie spi- 

Acheroule, che iil mare non dà tri- rituali, l.s., XXXV , 9 : Non erit ibi 

buio, ma cade all' inferno. leo, et nuda bestia vonascendit per 



CANTO II. 



21 



41. Dunque che è? perchè, perchè ristai ? 

Perchè tanta viltà nei cuore alletto? 
Perchè ardire e franchezza non hai, 

42. Poscia che tài tre Donne benedette 

Curan di te nella corte del cielo, 

E '1 mio parlar tanto ben t' improraette? — 

43. Quale i fioretti, dal notturno gielo 

Chinati e chiusi, poi che '1 sol gì' imbianca, 
Si drizzan, tutti aperti, in loro stelo; 
44. Tal mi tee' io di mia virtute stanca; 
E tanto buono ardire al cuor mi corse, 
Ch' io cominciai come persona franca : 

45. — Oh pietosa colei che mi soccorsa ! 

E tu cortese, che ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse! 

46. Tu m' hai con desiderio il cor disposto 

Sì al venir, con le parole tue, 

Ch' i' son tornato nel primo proposto. 

47. Or va ; eh' un sol volere è d' amendue : 

Tu duca, tu signore, e tu maestro. — 

Cosi gli dissi; e, poi che mosso fue, 

Elntrai per lo cammino alto e Silvestro. 

Dixi : non videbo Dominum Veum 
in terra noen'iwn , non aspiciam 
hominem, uUr a et hibitatorc'nquic- 
tii . . . S>erab kin u-que ad luane: 
quin leo, sic contri it omnia ossa 
mea . . . Attenuati sunt ocnli «»«, 
sn^picientei in exielium. Do'oine, 
vim patior re<pondc prò w.e .. Ecce 
in p'ice amaritudo mea amurissMna. 



eam: et ambulabunt qui liberati 
fueri'it. Hab., i, 8 ; Pm tegmen dui 
ptrdo i iHoi cacalti f e ptù cetoci 
de' lupi da ^era 

51 (L) All''lte: acco.?!i e nutrì. 
{MA Alette . Pier KilipnoP-in.iol- 
fini : All'-tt'ue a «é steai pericoli e 
danni — Franchezza. ^oVfUnìoYll : 
/ regni non si tengono p-^r pa>ote , 
ma per prodezza, e per iranchezza. 
Valeva /orza a' animo libero 

4'{. (SL) Qu'ile i: s*oin;otdanza ap- 
parente , come in Virg. , Huo V : 
Quale sopor. — [Fioretti. V B^irni, 
Uri [nnam. I, 12 si. 3i . 86; Poli- 
lian Kiii<t.,lib Vili; Mirini, Adone, 
cap. XVLl st C3 ] 

4i (-L) Corse In senso oonosto. 
-E'i., VI : Teucrii per dU' a ciicurril 
Oi^a tre'nor. Mi p'iì b^'lo al cuore. 

45 (>L) Porse. ìEu., V, IX: Talia 
dieta dab it 

(K)0 pietosa. Is., XXXVm, 10- 
19. Ezecnia, dopo aver delio in di- 
midio diernm tneornm, prosegue: 



Tu aiitern eruiiti anitnam ineam ni 
non pe'iret... Quia non intemns 
confiltbitur libi . ; ?iOfi exprct-tbunt 
qui de^cendunt ìì lacun, Cfrifatem 
tu ira. Vicem, vicens ipse confit.bi- 
tur libi 

46. (L) P-opotlo d' andare. 

47. (L) Fue: fu — Alto : fondo. 
(SL) Duca, .En., Vt : Enea alia 

Sibilla: aocea< iter, et sacra ostia 
paìHas. ~~ A'to. DifF^-ile, come so- 
pra allo passo ;o profondo Geori?., 
Ili: Attornili nemorum . \[:alta 
terra. Ovìd. Mei., IX: Eitri-idecli' 
via, funesta nubila taxo ; Ducit ad 
internai... sedes. 



22 



INFERNO 



L'accenno al viaggio d'Enea nella 
regione dei morti, nell' espressione 
non assai poetico, inchiude un prin- 
cipio (he ora dirf^bbesl appartenere 
alla filosofia della storia, in quanto 
collega il Paganesimo col Cristiane- 
simo, la storia dell' Asia con quella 
d'Europa, la storia d'Italia con quflla 
de! mondo; e dimostra, le conquiste 
sulla materia essere preparazione 
alla vittoria dello spirito, i regni e 
gli imperi essere servitori e mano- 
vali agli affetti e alle idee Nella 
scesa di Beatrice è la macchina del 
poema: dovf la parte mistica, non 
evidente a noi , doveva essere, ai 
tempi del poeta, più chiara. Qui la 



narrazione sa di dramma e d'idil- 
lio. La comparazione de' fiori nota- 
bile per la freschezza; e fa presen- 
tire il Purgatorio al di qua dell' In- 
ferno. Quella dell' uomo che cambia 
proposilo, pili lunghetta che Dante 
non soglia, dichiara il medesimo col 
medesimo; men bella dell'altranel 
primo canto, di chi perde a un tratto 
il bene af^quistato. Beatrice che pro- 
mette a Virgilio di lodarsi in cielo 
dì lui, con qualche altro tocco non 
conforme alla pura verità del dom- 
ma, è da intendere o umanamente 
simbolicamente, né da ammirare 
né da condannare alla leggiera. 



CANTO II. 



23 



LE DONNE DEL POEMA. 



Nel Convito la ragione è chiamata donna gentile. I più antichi co- 
raentatori, l'Ottimo, Pietro di Dante, Benvenuto, il Butl vedono nella 
Donna gentile, in Rachele, in Lucia, la grazia preveniente, la illumi- 
nante, la cooperante: il Boccaccio, nella Donna gentile, l'orazione; 
in Beatrice vede la divina bontà, la Grazia in Lucia. Ma forse la 
Donna gentile è la Vergine, alla quale nel XXXllI del Paradiso: Donna 
se' tanto grande.... E poi: La tua benignità non pur soccorre A chi 
domanda, ma molte fiate Liberamente al dimandar precorre ; eh' è il 
caso di Dante. E la preghiera di s. Bernardo a Maria, che conceda a 
Dante la visione della Divinità, e sempre ne custodisca gli affetti, con- 
ferma l'opinione mia. 

La Vergine, simbolo, se cosi piace, della Grazia, perché piena di 
grazia, richiede Lucia, simbolo di carità, di carità che é luce e calo- 
re; Lucia, che nel IX del Purgatorio reca Dante fino alla porta del- 
l'espiazione: e Dante è il fedele di Lucia, perchè ama la verità rive- 
lata, e crede Dio unico bene dell'intelletto; e fors'anco perché l'In- 
fermità d'egli occhi patita in giovanezza lo fece devoto al nome di lei. 

Siccome Beatrice, Virgilio, Rachele sono persone reali insieme e 
simboliche, così la Donna gentile e Lucia, sono, al mio credere, per- 
sone reali, cioè la Donna gentile, Maria; Lucia, la vergine che per 
la luce del vero (secondo la tradizione popolare) perde la luce degli 
occhi, e odia ogni crudeltà come quella che sofferse ingiusto dolore. 
La luce della verità, simbolicamente, odia i crudeli, percVvé la barba- 
rie è ignoranza. 

Beatrice che, secondo il Convìvio, è la sapienza felicissima e su- 
prema, siede con Rachele, simbolo della contemplazione (i). Ma mia 
suoì^a Rachel mai non si smaga Dal suo miraglio, e siede tutto gior- 
no Beatrice é la scienza teologica, Rachele la vita contemplativa ac- 
compagnata da affetto sovente doloroso, come suona il bellissimo di 
Geremia: Rachele piangente i suoi figli, e non si volle consolare per- 
chè, più non sono; però siedono insieme (2); e Beatrice nell'ultimo 
del Purgatorio si mostra anch'essa dolente de' mali della Chiesa, tan- 
to, che poco Più alla Croce si cambiò Maria. Nella rosa celeste, in 
alto, è Maria; sotto lei, Eva; soli' Eva, Rachele e Beatrice: ma più 
su di lor due, di faccia a Adamo, Lucia La Vergine dunque a Lucia 
é più vicina. Lucia scende a Beatrice, Beatrice a Virgilio. Ciò vuol 
dire che per la scala degli umani studii Dante doveva salire alla 
scienza religiosa, quindi illuminarsi nel vero supremo ed avere la 
Grazia. 

Se alcuno volesse innoUro vedere in quest'allegoria la ragione uni- 
versale che, illuminata da Dio, si congiunge alla sapienza divina e 
all'umana per salvare un'anima da'pericoli, e per mostrarle la verità 
religiosa, morale, politica; noi non contradiremo a questa interpreta- 
zione, purché la s'accoppii alla prima. Dante amava le allegorie non 
pur semplici ma doppie e triplici ; e lo dice nel Convivio, e nella let- 
tera a Cane le chiamò polisense. 

(I) Purg., XXVII. (2) Par., XXXII. 



24 INFER^'0 



Tre le fiore che as.>algono Dante, tre le donne che prendono di lui 
cura. Le fiere son la lussuria, la superbia, l'avarizia; le donne, V Umile 
Cd alta più che crcaliwa, la vergine Lucia, cquella Beatrice, della 
quale nel XXXI del Paradiso ò lodata la magnliicenza. E se non fosse 
così facile come pericoloso l'arzigogolare sojtra i concelli degl'ingegni 
grandi e trovarvi per entro cose eh' e' non vi hanno mai messe, direi' 
che la Donna gentile, umile ed alta si contrappone, al leone ne( quale 
è simboleggialo da s. l^ietro il superbo Lucifero; Beatrice la fiorenti- 
na, la pura Imagine dell'amor suo, alla Lonza, cioè a que' piaceri che 
corrompevano Firenze e la preparavano asiM'vitù; Lucia, che sull'alba 
prende il Poeta e lo porta all'entrata de'giri ove si pursa ogni colpa, 
alla lupa, animale d'insidie notiurne (1). E potrei soggiungere, che 
alla lupa mossa fuor d'Inferno per opera dell'invidia, ben si contrap- 
pone Lucia, mossa dall'alto per opera di Maria vincitrice dell'invidia 
infernale; Lucia, che col nome dice il contrario di quel vizi^', il quale 
porta nel nome il difetto del vedere, e nel Purgatorio è punito con 
dolorosa cecità. 

«Confessiamo per altro, che se almeno il principale significalo del 
simbolo fosse stato indicalo un po' più chiaramente, la poesia non 
jìerdeva delta sua luce. Quanto a bellezza di colori, la più alta figura 
è la Donna gentile. Maria, della quale il trionfo comincia nel vigesi- 
mo terzo del Paradiso, e si svolge, come la rosa, dal Poeta dipinta 
negli ultimi canti. E nel Purgatorio ritorna, ad esempio delle virtù 
opposte ai vizii espiati, sempre in luce soave l'imagine di Maria (2). 
Poi viene Beatrice, che già in questo secondo dell'Inferno apparisco 
fin sotterra lucente di chiarezza celestiale; sempre lungo la via orri- 
bile di laggiù e ardua del monte, rammentala con desiderio, quasi 
redentrice dell'anima del Poeta; della qual Beatrice il trionfo negli 
ultimi del Purgatorio non è che l'iniziamento della sua sempre cre- 
scente e gioia od amabilità per le sfere della raggiante armonia. Il 
poco che qui nel secondo dicesi di Lucia è cosa gentile, e prepara a 
quel più che se ne tocca laddove eli' è rappresentala portare il Poeta 
dormente fin presso alla porla sacrata. Anco Rachele ritorna, prima 
che nell'alto del fiore celeste, in un cenno che ne fa Lia, bella anch' es- 
sn. non, quale nella Genesi, cogli occhi cispicosi, appunto per dimo- 
strarci come nella fantasia del Poeta e nelle tradizioni religiose del 
tempo le imagini storiche si trasfigurino in forma ideale Ed è ima- 
gine storica, trasfigurata, Matilde, nella quale l'antioo Guelfo vedeva 
conciliali a qualche modo i suoi desiderii della riverenza debita alla 
suprema potestà cristiana residente in Italia colla civile grandezza 
della nazione e coll'avviamento alla sua futura unità. 

Belle, ciascuna d'un suo proprio genere di bellezza, le figure della 
Pia, di Piccarda e di Cunizza (3); mi più prcdilella da Dante Piccar- 
da, come Fiorentina e come affine alla moglie di lui, e tanto più ac- 
carezzata con religiosa afi^ezione, quasi per compensare lo sdegno ver- 
sato sul fratello superbo {'t). Mcn pietose che quelle della Pia, moglie 
infelice, suonano le parole di Sapia cittadina invidiosa (5); ma suo- 
nano anch'esse pietà: e per contrapposto richiaman alla mente quel 
clic dell'invidia altrove è detto: La ìiK^rptrkc cha mai dall' ospizio Di 
Cesura no:>. torse qli occhi putti (0). E qne.ne parole rammentano quel 
che della donna inverecondi e straziata è in più luoghi tuonalo (7). 

(1) Aùn., \1. C'ì Par.,X[n. 

(2) Pnrg , X, XIII, XV, XX. XXVL {('>) lai"., XIII. 
(3)Piirg., V, XXIV: Par., Ili, I\. '7) Inf, XIX; Piirg., XXXÌI. 



l\) Inf., VI; Ping.. XXfV: P.u\. III. 



CA^TO li. ' 2o 

Gli occhi putti rammentano la rabbia fiorentina, che superba Fu a 
quel tempo, sir.com' ora è putta (M : e dalle riprcn-^ioni di sdegnoso 
doloro contro il lusso sfaccialo delle donne tlorentine (2), il pensiero 
ricorre alla vedova di Forese, con si care parola commendata, e gli 
antichi costumi di Firenze pudica (3». Alla vedova di Forese fa con- 
trapposto quella di Nino di Gallura (4), e questo nome rammenta quel- 
l'altra' C/ie succedftte a Nino e fu sua sposa (5), la imperatrice no- 
minata insieme con Elena e Bidone e Cleopatra, rcjrine tutte. Tra le 
donne in quel cerchio punite, quella a cui sì raccoglie la compassione 
del Popta è Francesca da Rimini. Ed è co>a notabile che, tranne le 
anzidette, altre donne egli non rincontri nell' Inferno che laide e Mir- 
ra, l'una personaggio della commedia, della favola l'altra, men per- 
ione che simboli (6). 

(1) Purg., \h (A) Pnrg., VIIF. 

(2) Purg., XXIH. , (5) l.if, V. 

C^) Par., XV. (6) Inf, XVIil, XX\. 



26 INFERNO 



OAIVTO III. 



ARGOMENTO. 



Entrano per la porta infernale: trovano miste agli An^ 
geli, che furono né ribelli a Dio con Lucìfere né fedeli , 
l' anime dei dappoco : tra' quali e' conosce Celestino V. 
Giungono ad Acheronte, dove l'anime passano^ da Ca- 
ronte tragittate, a' supplizii. Trema la terra, balena una 
luce, il Poeta cade. 

Nota le terzine 1, 7, 9, 10, 16, 17, 19, 22, 23, 28, 33, 34, 35, 37, 38, 
39, 42, 45. ^ • - 



1. 1 ER ME SI VA NELLA CITTÀ DOLENTE, 

Per ME SI VA nell** eterno dolore, 
Per me si va tra la perduta gente. 

2. G-iusTiziA mosse il mio alto Fattore, 

Fecemi LA divina Potestate 

La somma Sapienza e il primo Amore. 

3. Dinnanzi a me non pur cose create, 

Se non eterne: ed io eterno duro. 
Lasciate ogni speranza, voi che entrate, 

4. Queste parole di colore oscuro 

Vid' io scritte al sommo d'una porta; 
Perch'io: — Maestro, il senso lor m'è duro. — 

J. (L) Me; parla la porla. .Ea. , VI: jEtcrnum... tarreal. — 
i. (V) Fecemi. Sani' Agostino: Le Lisciale. Stai : Tart'xreoi limeu pc- 
tre Persone sonoij^iieme il principio U( irremeabilu portai. .-Ea., VI : Pa- 
della creazione , perché tutte e tre tei atri jiuua Ditti ; Sed revocare 
hanno la de isa virtù mUoidai <ii gradum, superasque evadere ad au- 
creare. Som : Quel che con >nene alla ras. Hoc opus 
natura dioina m sé conoieneatutte (F) Eterne. Gli Animali, spiega il 
e tre le Persone, ccn", la bontà, la Bociac;io, pn' quali fu fatto prima 
sapienza e simili. — A "-ore L i p^na 1' inferno : eterni, non mort'ili come 
è amore, se giusta. Som : Lo Spirito V uomo. — Eterno. Maitn., XXV, 41 : 

f Procede dal Figlio, e dalla SÀpienza Ignem ceternun. 

' Amore. 4. (Li Duro : come uscirò io ? 

3. (SL) Eterno. Avverbio in Ar- (SL) Sommo Georg. , IV : Alta 

mannino: Eterno qui rimangonp. ostia Ditis. 



CANTO III. 



Zi 



5. Ed egli a me, come persona accorta : 

— Qui si convien lasciare ogni sospetto, 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 

6. Noi sem venuti al luogo ov' io t' ho detto 

Che tu vedrai le genti dolorose 

Ch'hanno perduto '1 ben dello intelletto. — 

7. E, poi che la sua mano alla mia pose 

Con lieto volto, ond' i' mi confortai ; 
Mi mise dentro alle segrete cose. 

8. Quivi sospiri, pianti, e alti guai 

Risonavan per l' aer senza stelle : 
Perdi' io, al cominciar, ne lagrimai. 

9. Diverse lingue, orribili favelle, 

Parole di dolore, accenti d' ira. 
Voci alte e fioche, e suon di man con elle, 
10. Facevano un tumulto, il qual,s' aggira 
Sempre in quell' aria senza tempo tinta, 
Come la rena quando il turbo spira. bij^W» 



5. (L) Sospetto : paura. 

(SL) i\]orta : In Virgilio (.En., VI) 
la Sibilla : Nunc animis opnj, jEnea, 
nnnc pectore firmo. 

6. (L) Ben: Dio, verità. 

(>L) Dolorose. Vite ss. Pad.: Non 
muoia così aoloroso. 

(F) Ben. Arist., de An., Ili : Il 
bene aeW infelletto éV ultima bmti- 
l.udine Coqv : Il vero e ilhene del- 
l'intelletto SoQi.: Il laUo e il male 
deW intelletto , siccome il vero é ti 
bene di quello , secondo che é detto 
nel VI aeiVEtica Som : L' ente è il 
proprio oggetto delV intelletto. 

7. ih) Cose. /En.,\l.Res alla terra 
et caligine néersai. 

8. (L) Perch' : onde. 

(SL) Qiati. .En.,VI : Hinc exau- 
diri gemitui , et sceoa sonarp Ver- 
gerà — Roonaoan. JEn. . IV: La- 
fnentis gemilKque et lonnineo ìUulatu 
Tcctcr iremunt; / e^on'd niaynis plun- 
gortbui cether — S'elle. Mn. Ili, VI : 
Sine sidc.ie noctp<. - Sne sole do- 
rnos. - Vi : Vestibulunt ante tp.snm 
priiiiisque in fauctbus Orci, Luctiis 
et ullrices posuere cubilia cune. 
raragonisi la potenza di questi con 



la troppa facilità di que' dell' Ario- 
sto : Lecossi un pianto , un grido , 
un'alta voce. Con un batter di man 
che an<iò olle stelle. 

9. (SL) Favelle. Pronunzie che la 
disperazione rendeva più aspre. — 
Accenti. L'uomo irato suol accentua- 
re più forte Distingue la lingua, il 
discordo, l'a-'^ento, la voce. — Suon. 
-En,, Xli: Resonant late plangoribus 
wiles. 

iO.iL) Senza: buia eternamerite. 
— Turbo: lurbine. 

l^L) Turi'Ulto. Nell'Inferno dì 
Stazio. Il: S'Tiaor ibi ci, gemituì 
poinarum alroque lU'nultu Fervei 
auer. — Tinta ln(.-Vl: Acqua tin- 
ta. ^ Spira. .En., I: Terras Tur- 
bine perllmt Georg . l : Fretii spi- 
ranttbu^ Lncan : XJnibrii er am con- 
torto pubere nubemln flcxumvio' 
lenlu< ogit OriiZiO deii'AViro (Sat , 
I 4i: Per mala prceceps Ferlur ìiii 
pulci < coilectus turbine. 

(F) Tumulto. Cypr.: Con grande 
ruììure e strepito di piangenti per 
l'orrenda caligine. — Tempo. Ambr.: 
Nec tcmpm illii accedei, quia totos 
aeternilas possidebit. 



28 INFERNO 

11. Ed io, eh' avea d' orror la testa cinta, 1 ^*fr4 

Dissi: — MaestroTehe è quel eh' i' odo? 
E che gente è che par nel duol si vinta? — 

12. Ed egli a me: — Questo misero modo 

Tengon l'anime triste di coloro 

Che visser senza infamia e senza lodo. 

13. Mischiate sono a quel cattivo coro 

Degli Angeli che non furon ribelli 
Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 

14. Cacciarli i Ciel', per non esser men belli; 

Nò lo profondo Inferno gli riceve, 
■ Ch' alcuna gloria i rei avrebber d' elli. — 

15. Ed io: — Maestro, che è tanto greve 

A lor, che lamentar li fa sì forte ? — ^ 
Rispose : — Dicerolti molto breve. 
1(3. Questi non hanno speranza di morte; 
E la lor cieca vita è tanto bassa, 






Che invidiosi son d'ogni altra sorte. 



Il.(SL) Orror. Ma.y II: Me tum 
primwn saeiu< circumstetit horror. 
Mf^gifO qui orror, '-hn crror, ileb'tie 
e i(idet<-imìria(o. — Chu è /Ei., VI: 
Quce KC^lerum. 1acie<, o nirgo. effa 
re, qutbu^re UrgHntur pcems? Q di 
tantìK ■dangnr ad uurus? — Fw^-t. 
iEfi., VI: E ictn dolore 

12 {Li Loto: Iole di bfìn«. 

(SL) L)do L'ha Albertuno. Vir- 
gilio ((ieorg., Ili) chiama illauduto 
J5aslrid»^ 

{F)Smza. L'Oct.: Dir.e s. Ago- 
stino: niut b>sf,'i mtenersi dal male, 
se non .>t f * bene. 

13 (L) Ciiiiro: vile. 

(>L) Mischiate Bue, IV: Di '>H .. 
fermrxtoi heroat [Xpoo. til, i6 V. 
Chateauhrirtrifl. JE..S'U sur la litié- 
rai.ure angioine, Tom. I, pag. 21, 

ediZ. di n ^lX^1ll^'S ] 

(F) Angeli Qn- sta dfgU Angeli 
ondeggiami ira Lmiifero e Dio é sen- 
tenza non canoni''a di G'^^menCw Ales- 
sandrino. Str., VII; AUquo^ ex An- 
gelis propter socordtu'n humi esse 
lapso i, quoA nondum perferAe ex illa 
in ^Uramq^le partem procliritatef in 



simpliccm illum alqae unum expe' 
diisienl se hibitum. Nella leggenda 
di s Blindano sono Angeli cai:ciati 
di (;ìh|o uer mala voglia, senza ch'ab- 
biano cospirato. 

14 (L) Cacciarli: Il cacciarono per 
non essere dt-lmpali da'vilì. — / rei: 
si glorierebbero e del vedere in pari 
peni spiriti men rei, e dell'essere 
stali men vili 

(SD Profondo. Georg . I: Ma- 
nemie prò} un »t — Ricece Mn., VII : 
lUyia cceH acciiiit 

(^h Alcuna Alcuno qui non vale 
ninno Votóie «he gli \iKeli tiepiii 
nuli ro>se,ro messi in inferno per ri- 
spettare l'orgoglio d^^gii Angeli ribel- 
li, è un fare Dio lro^'MO cerimonioso 
con LaMfero'e i suol compagni Se 
questo fo>se, K' poteva non li cacciare 
all'infernn 

15 (L) Di eroUi: te. Io dirò 

(SLi Li'nent'ir. E-;ooo: Il forte 
lamentare. Cnvaloa: Comncii a la- 
ìvenlare di lui — Brere yEi , VI: 
Olii de breriter taf-a est longcB'^a 
sacerdos:. . Cocyli stagna alla vides, 
16. (li) Morte: che li tolga all'onta 



CANTO III. 



21) 



17. Fama di loro il mondo esser non lassa; 

Misericordia e Giustizia gli sdegna. 

Non ragioniam di lo:% ma guarda e passa. 

18. Ed io, che riguardai, vidi un' insegna 

Che girando correva tanto ratta 
Che d'ogni posa mi pareva indegna; 

19. E dietro le venia sì lunga tratta 

Di gente, eh' i non avrei mai creduto 
Che Morte tanta n'avesse disfatta. 

20. Poscia eh' i* v' ebbi alcun riconosciuto, 

Guardai, e vidi 1' ombra di colui 
Che fece per viltate il gran rifiuto. 

21. Incontanente intesi *i certo fui 

Che questa era la setta de' cattivi 
A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 

22. Questi sciaurati che mai non fur vivi, 

Erano ignudi, e stimolati molto 
Da mosconi e da vespe ch'eran ivi: 

23. Elle rigavan lor di sangue il volto, 

Che, mischiato di lagrime, a' lor piedi 
Da fastidiosi vermi era ricolto. 



tormentosa. — Ogni: fin de' dannali. 

i^L) Cieca, in senso simile (.Eq., 
II): Coeoeque fora. 

18 iL) Indegna: indegnata, impa* 
zieiiie. 

(SLi Iniegna. In Toscana cerco, 
sgori.enfo u*'r cerraio, sgonèeatatO. 
Uvii.: C'arda in nyn iiUia pacein. 

19. (Li T-attu: s n'era 

(SL) :.railn .En , l: Longum... 
agmen D^ a io, oiif ''orriSKurnir n'alia 
ral. e h taHa. — D^<f'ilta lQf,Vi: 
Tu tosti firitnachio di ^j alti', 1 allo: 
na (» p. iuM r.h'io iiiClO 

20. L' Rtniitu: del papato. 

21 (sL) CUtiri l vili disuiacniono 
a tutte le parti Armannino, n*^! sao 
Inferno: L'anime ai quegli perduti, 
che, né bene, né muie lecero nel 
tìion'io. nia, come cuttici, ii,enmo 
li vita senzi imito. Cresen'.io: 
Fi'inte inìeritie e cattive. La ser>ilii 
(capUritn) tali risn-a >li rr id<-rp «li 
uoiiilni. B.j IV : It fante di Rinaldo, 
vegyenjolo assalire, come cailico, 
ninna cosa al suo ainln adoperò. 



Cenv.: GUabomine-'oU cattivi d'Ita- 
lia ch'hanno a vile quKslo prezioso 
vofQ re 

22 (F) Vii San, V. 13: Appena 
tiuu, CfsS'iiuiiio a'esere e ai virtù 
niun -^egno ro'("n»,o moòtrare. E> 
cli., XLlV 9: J)i turo non è ni emo- 
ria . pt-rirono qu isi non. fonerò 
sfati; e nacqneru quasi non 1 onero 
nati Nei Cuiivivio, iiHf Unito dfi "O- 
b Ih indegno: B^co, qiie tu nHa^imo 
eisere m«riu, ptrtuio vio. Ptrchè 
vivere nfll'ao un é rap on n^are. 
Ci-.. De K^i l)«-or il: Mhi qui 
nihil agi'. e<<e omnino ìi<>n 'Vielur. 
SallU"<i : Horuiii rita niinque p ir 
e<t — Mosconi S:ìi» . XVI, 9: GH 
uccitero i ifor.^i ai Ioni te e di mo- 
sche .. perche eran oeyni d'essere 
sterminali da tali. 

23 (L) Ricotio: suc^'-'^to. 

(SL) Rigaoun. .En., XU: Rigat 
arma rru<>re 

(Fi Ver-i. Ane , Vlt. Err-m., 
LXlX: Injiciunl ignibus exurendos, 
tradnnt vermibns lacerandoci. Is., 



30 INFERNO 



24. E, poi che a riguardar oltre mi diedi, 

Vidi genti alla riva d' un gran fiume; 
Perch' i' dissi : — Maestro, or mi concedi 

25. Ch' io sappia quali sono, e qual costume 

Le fa parer di trapassar sì pronte, 
Com' io discerno per lo fioco lume. — 

26. Ed egli a me: — Le cose ti fien conte 

Quando noi fermerem li nostri passi 
Sulla trista riviera d* Acheronte. — 

27. Allor, con gli occhi vergognosi e bassi. 

Temendo no 1 mio dir gli fusse grave 
Infino al fiume di parlar mi trassi. 

28. Ed ecco verso noi venir per nave 

Un vecchio, bianco per antico pelo. 
Gridando : — Guai a voi, anime prave ! 

29. Non isperate mai veder lo cielo. 

r vegno per menarvi all'altra riva 
Nelle tenebre eterne, in caldo, e 'n gielo. 

30. E tu che se' costì, anima viva, 

Partiti da cotesti che son morti. — 
Ma, poi eh' e' vide eh' i' non mi partiva, 



LXV[, 24: Vermis eorum non ino- il contrario di salute, di gioia. — 

rietur. La lor pigrj«ìa stim<tiata da Rioiera i£n., VI: Pedem... Adver- 

insetti ; la vilià himbjlppt^'ata nei tere ripcc 

vermini. Dante, n- m'co de' mezzi uo- 27. (L) No H • che non il. — - Trassi: 

mini , caccia in Inferno costoro per ast^-nni. niras-^i. 

indicar con Soione, che in certi mo- 28 (SD Vecchio Mn , V[: Portitor 

nienti par che sia f.rza an^o mH'uo- /ias hnrri^ndui oqua< et flu'hina sev' 

mo pacifico f^rsi di parte E Dinte vat Terribili ^quiiore Churon, cui 

mal suo grado si fece. Mi altro è plurnha n.enfo C'inUies inculln ja-, 

prendere un partito, altr'è sposare cet . Jam semar; sei cruda Dea vi- 

una parto. ridisque neneofm 

24 (I-.) Perch': onde. 2j {^jCdio . pie'o. l due siipolizìi 

(SL) Gi'nte. Mn , VI: IIuc omnis dominanti d-^ll' interno di Dinfe. 

turba ad ripas effixa ruebat: Ma- Som , Su op. 97 : Le pene de' darum^t: 

tres a'qup, ciri - Quioe viri tanto fuoco, fencbrp, pianto. 

compiei int ogmiìie ripas 3'i. (Sl.» Via. /Ea , VI: Navita 

23 (SL) Quali Mn., VI: Mneai quos jan inde ut S'i/gia pro'ipe.ctt 

(miralus eni't , molnque twuullu) ah una a Pur taci'U'u nemu$ ire... 

Die, ail, VirQo! qu-i vult con- Sic piior aggreilitur dicli< , atquc 

curiiu< ad aninem? Qaiive petunl increpai ul'rò • U'ubrnrum hic lo- 

anin,a;? cu< e'it , xomni nocli^que sopora;: 

26. (L) Conte: note. Cor pora viva nefas Stygia vectare 

(SL) Trista. Georg., IV: Palus carina, 
inamabilis. Acheronte, in greco, vale 



CANTO III. 



31. Disse: — Per altre vie, pei* altri porti 

Verrai a piaggia, non qui, per passare: 
Più lieve legno convien che ti porti. — 

32. E '1 duca a lui: — Garon, non ti crucciare. 

Vuoisi così colà dove si puote 

Ciò che si vuole. E più non dimandare^ — ^ 

33. Quinci fur quote le lanose gote 

Al nocchier della livida palude, 

Che intorno agli occhi avea di fiamme ruote. 

34. Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude. 

Cangiar colore e dibatterò i denti, 
Ratto che'nteser le parole crude. 

35. Bestemmiavano Iddio e' lor parenti. 

L'umana specie, il luogo e il tempo e '1 seme 
Di lor semenza, e di lor nascimenti. 

36. Poi si ritrasser tutte quante insieme. 

Forte piangendo, alla riva malvagia 
Ch'attende ciascun uom che Dio non teme. 



31. (L) Porti: tragitti. 

(SL) Porto nel Veneto il navi- 
ceHo da oa-s-^are i fiumi. — Qui: 
Georg., IV: Nec porlitor Orci .. ob- 
jectam pa<w< trawitre pa'udem. — 
L^eoe L»^ anime buone vanno su 
un vagello snellelto e leggero alla 
plagiala del monte del Purgatorio. 
(Purg.. II.) 

32. (L) Colà: in cielo. 

(SL) Caron. Cacone usa sempre 
Armannido. — Crucciare In Virgi- 
lio, la S'biUa a Caronte: ^ibmfe 
moveri (yEn , VI ) 

(f) Vuo'.e. Sap.. XII, 18: Sub- 
est... libi, CUTI volueris, posse Vir- 
gilio, alla sibilla: Poles... omnia. 
(En , VI ) 

33 iL) Quinci: allora. — Lanose 
per barbi 

(SL) Quete Mn., VI: Rabida 
ora quicninL - Tu-tdda ex ira twn 
coroa reiiunt Proprio de' vecchi 
quando sono inquieti, è agitare le 
gote. Go^ì Madarua Perlictri. — Li- 
nose. Ano*.. I, 14: C'ipeUi candidi 
come lana bianca Stai, II: Veli"' a 
nota Ttiiresice. — Nocctiier. Ma., VI: 
Navita... tristis—' Livida. JEn., VI., 
Vada livida. [Lialul., XVII, 10:] — 



Palude. Georg., IV: Tirdaque palus 
inamabilis linda. — Ruote. Mn.y VI: 
S^.nnl lumina fi mma. - Xll : Arden- 
tes ocnlorun orbe^ 
34. (L) jRwfo; tosto. 
(SL) Nude. Nel 1304 allo spetta- 
colo dei u'onte alla Garraja rappre- 
sentante l'inf^^rno « nitri areano A- 
gui e fi^aninie igìiud e. » (Vili. Vili. 69 ) 
■— Dèn'i Au'i., Vit Ereiw.: S'unt 
rriiscri ^iridenles dentibas.nudo la- 
ter e palpitante^, aspectu horribiles, 
dejec'iqup pudore. 

35 (L Pirenti: genitori. — Seme.* 
la prossima, la lontana generazione, 
l'umana natura; il luogo e tempo 
del nascere. 

(SL) Parenti. Vii. ss. Pad.: Re- 
atenmi'ire la madre — Seme, is., 
XIV, 22: Perdam Ribyfoni< nomen 
et rchquias et germen et progeniem. 
(F) IidiOy S.Tommaso, nella 
Sornma, to"-'--! della bestemmia dei 
dannati (2 2 13 ). 

36 (SL) Ritrasser. Eran venute 
soarte, nota il B-Mr('a''''lo. — AUenie. 
Hor Garm . 'Il, U: Seraque fati, 
Qnce manent culpas etiam sub Orco- 
— Teme. Comune, n^lla Bibbia, e 
ne' Padri, timore di Dio. 



32 



INFERNO 



37, Caron dimonio con occhi di bragia, 
Loro accennando, tutte le raccoglie; 
Batte col remo qualunque s'adagia. 

33. Come d'autunno si levan le foglie, 

L'una appresso dell'altra, infin che'l ramo 
Vede alla terra tutte le sue spoglie; 

39. Similemente il mal seme d'Adamo 
Gittansi di quel lito ad una ad una 
Per cenni, com'augel per suo richiamo. 
Così san vanno su per l'onda bruna: 
E, avanti che sien di là discese, 
Anche di qua nuova schiera s'aduna. 
— Figliuol mio (disse il maestro cortese), 
Quelli che muoion nell' ira di Dio, 
Tutti convengon qui d'ogni paese. 

42. E pronti sono al trapassar del rio. 
Che la divina Giustizia gli sprona 
Sì che- la tema si volge in disio. 



40. 



41. 



37. (L) Bragia: fiamma. — Aio^ia: 
indugia 

(.•>L) Bi'igia Un del trpconto 
rendn Varitnlia liiniiwi di Virgilio, 
ocrhi obhraciati — Riccugli"., Ma., 
VI: N'ii'ita CI Ir sili nunc hoi uc- 
cipil. illo<; Ad oiios loniiip. swumo'os 
arcet arena — Ileno. J'^m , VI: Ha 
tem, conto aulufjit — A'Wgia. ìEu.. 
VI: Aitai un' tu a , qnce per juga 
longa 'Kie^ani, De iirbat. 

{P)Di"<onw Virgilio (.Ea., VI) 
lo chiama D'o: a Dmte, questo, co- 
me luul gli altri enti mi'oloirìcì. è 
spirilo (lìab-liro Psal. XCV S: 
mnes ii geuHum dca'nonia- Mi«-,tie- 
langelo nei Giui|iz;o 'lip'Ciije Caronte 
sei'ondo il tn"i|.-iio rjii'e il Vasari, 
del suo taniiijlinriiid'fio Ddnte. 

38 (L) Appren'^o: dopo. 

(SL) Fe"e Cinrgr ^]\: Mirniur- 
que novin ironda el non su'i poma. 
-Ea , VI: Quat/i, multa in i^ili-i an- 
tanftni Irigure. primo L<ip<a caaunt 
(olia 

39. (L) Mil: \ rei uomini 

(>Li Seme. \<.. l. 4: Vcv. .. pò- 
palo grirA iniquUatp. , xe "ini m 
quani'l — Gii tuli 4 ,Eri Vi : P.irs . 
avrd lenuere. (lo nr.cord'ì sane con 
gitlaiiù)— Afigel. .En , VI: Ai ter- 



ram Qurgite ab allo Quam mjilfw 
Qlompr<ni ur are%, ubi^frigidui an- 
nus Trans pomani ìugfjLt, et terris 
ii/tìiiiUii, opricii. 

40 (SL) Bruna. iEo.,V: Fluclm.... 
atroi llor, Ca-m.. II. 14: Aier flu- 
itine longui'ìo CocyiK err'in- Mn., 
Vi: T'irbinK lue cceno tia^taque -o- 
rayinc uurges. stat., VII: Airaq;u3 
DiUó fium'k'i 

M SL, Convengon Mn.. II: Vndi- 
Qun ,con' enere. Ov Mei.. IV:.. f/rn-' 
bra<que recen'ei Dàcewinnl iilnc 
siruuiicraque iWtcìa -einilcns. . Ut- 
que i return fie tota flu-Kina terra. 
Sic on.n>'< anirnnH to'-u^ nccipil ille, 
nec ulti Exiyuui popu'o e 4 ftam- 
m misi il veiso.. Injerno li riceve. 

42 (L) Tema: par che desiderino 
la pen^ temuta. 

(SL) Rio. Paò essere più che 
ruscello: in altre lingue romiuze «i 
gran linme. 

(?) Tema Sircome nel Parg., 
l'animi tin che non atdìia espiato, 
va. le il proprio tormento; co^ì nel- 
rinf. la stessa disperazione sospifige 
il dannato nel vortice della pena; 
onde Ja volontà sua. tuttoché rit)el- 
le, consente a quella di Dio nell'es- 
sere inferno a sé stessa. 



Canto III, 1 Inferno 



Teri:mt 




JiTr^-C se^n^ -vernali- cU luoyo ffo 't'z> t Jì4f eieMìf 



CANTO III. 



33 



43. Quinci non passa mai anima buona: 

E però, se Caron di te si lagna, 

Ben puoi saper ornai che'l suo dir suona. — 

44. Finito questo, la buia campagna 

Tremò sì forte, che dello spavento 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

45. La terra lagrimosa diede vento, 

Che balenò una luce vermiglia. 
La qual mi vinse ciascun sentimento: 
E caddi come V uom cui sonno piglia. 



43. (L) Te: vivo. — /Suona: si- 
gnifica. 

(SL) Buona. JEn., Vi: Nulli 
fas casto scelerahi'Ti. insistere lin,en. 
•^ Suona Sim.: Qund nomen aonat. 

44. (Li Mente: luemoria dello spa- 
vento aviiio 

(SL' Tremò. .En., VI: Sub ve- 
(ìihìis mvqire soium. G'^org , iV: 
Terque fragor stagnis audilui a- 
vernis. 



43. (SD Lagrimosa. -En., VI) del- 
l'Inferno): LuQentPi campi. Hor. 
Carni , I, 21: Bellum lacryniomm 

(F) Terra C'C, .le Dlv II. 19: 
Piace agii stoici che gli aneliti biella 
terra freddi, co ><e si co "•■melino a 
ihuooe'e siano i renii — Balenò. 
Fospi qui ac<>nni al falminf' cu'esoe 
di terra sia noio aszii E'rufJ'^hi, al 
diro di Seneca. — Sonno: Ma.j VI 
(dell'iaferno) : Noctis soporce. 



-O^i^g^SO- 



L'intonazione del canto è lirica, 
sebbene non da iscrizione la prima 
terzina cl)e ampliflca; dotta la se- 
conda; il forte delU terza é raccolto 
neiruliimo verso. Q'iesto è del poe- 
ma forse il primo canto che Dmte 
abbia scritto: agziuntivi gli filtri due 
pili tardi; forse il primo mutato più 
d'una volta Canto oriainale fra le 
tante imitazioni del Poeta latino 
Quel che Virgilio stend*^ In un rag- 
gio di splendida poesia Dante lo rac- 
coglie in un lampo. I mediocri imi 
latori annacquano In Virgilio sono 
le simditudinì dplle foglie che ca- 
dono e degli uccpiii che s'affolfano 
vfrso terra; ma Dnnt*» le innova colle 
imagini del richian.o, e d^l ramo 
che vede, o, come ^-Itri leggono, 
rende alla terra le sue spoglie. Ma 



nuovo in tutto é quel comparare il 
confondersi delle voci disperate al- 
l'arena aggirata dal turbine. 

Quelli cne peccarono di dappocag- 
gine, sospinti a correre e punzec- 
chiati; e il sangue loro con le lagri- 
me é bPiVUto da vermini. Il mesco- 
larli agli tngeli che non ebbero il 
coraggio né dell'amore né dell'odio, 
è concetto da uomo di parte ; che 
non doveva a que' cattivi confondere 
Celestino, non foss'altro perchè, per- 
seguitato da Bonifazio, e' doveva de- 
stare la compassione di Dante Ma 
la gentilezza modesta dell'anima al- 
tera si dimostra i-n quel chinare gli 
occhi e tacere dopo la risposta di 
Virgilio alla quarta delle interroga- 
zioni sue; che a lui stesso ora pa- 
jono troppo moleste. 



Dante. Inferno. 



S4 



INFERNO 



CELESTINO V, BONIFAZIO YIII, E ALTRI PAPI. 



Dante fra i dappoco riconosce alla prima alcuno de' già noti a lui, 
e così marchia gli uomini del suo tempo. Poi guarda e vede Celestino, 
e nel vederlo , incontanente intende ed è certo che coleste sono le 
anime de' dappoco. NeW incontanente e nel certo, quanto veleno! 

Celestino nel 1294 rinunziò, dopo cinque mesi e olio giorni, al pa- 
pato, e gli successe Bonifazio, l'amico de' guelfi (1), da cui tutti i 
mali di Dante. Questo é il gran rifiuto, il rifiuto di quello che ìl poeta 
chiama (2) Qvan manto; del quale rifiuto l'Ottimo disse: donde la 
Chiesa di Dio e 'l mondo incorrea in grandi pericoli. Cosi spiegano 
Benvenuto e altri antichi. 11 Caro, in una lettera, nomina, tra i degni 
amici della solitudine, Celestino. Egli accettò con terrore il papato; 
era dunque umiltà la sua , non viltà. Bonifazio lo perseguitò accani- 
tamente. Gettato dalla tempesta a pie del Gargano, mentre stava per 
passare l'Adriatico, fu tratto in un castello della Campania nel 1296, 
e ivi mori. Bonifazio, al dir del Boccaccio, il fece in una piccola chie- 
sicciuola, senza alcuno onore - funebre , seppellire in una fossa pro- 
fondissima : acciocché alcuno non curasse di trarnelo giammai. Fu 
nel 1313 canonizzato da Clemente: ma Dante allora aveva già scrìtto 
r Inferno. 

Forse il rifiuto fatto non per moto spontaneo, ma dopo i terrori, come 
dicevasi, messigli da Bonifazio, parve a Dante non umiltà generosa: 
e certamente quel rifiuto al Poeta dolse non tanto in sé , quanto per 
aver dato il seggio al polente e astuto avversario di sua parte. Nel 
confessare che Dante usò troppa o irriverenza o severità contro lui , 
giova d'altra parte soggiungere eh' e' poteva averne u'na qualche ra- 
gione storica non nota a noi, o almeno, nella falsa fama del tempo, 
una scusa. Così quello che nel vensetlesimo dell' Inferno é detto dì 
Guido, tuttoché paia inverisimile, non si può rigettare siccome falso. 
Non aveva Bonifazio di bisogno di ricevere da nessun frate il consiglio 
del molto promettere e poco attenere ; nò per la carità di tale consi- 
glio accadeva ch'egli promettesse indulgenza al peccato futuro; ma, 
spogliata la narrazione di quella ironia passionata che le dà aspetto 
di favola, riman possibile che Bonifazio chiedesse al frate guerriero 
e politico del u3ome vincere i suoi nemici, e che questi gli consigliasse 
non forza ma frode. Del resto, la prigionia di Celestino sarà ritor- 
nata terribile più che spettro negli occhi di Bonifazio insultalo dai 
suoi indarno insidiali e combattuti nemici. La qual trista fine dimo- 
stra quanto eccedano il giusto le lodi da taluno date alla sapienza 
politica del disprezzalo e compianto da Dante. 

I papi dunque nella Commedia biasimali, olire a Celestino nel Limbo 
per dappocaggine, a Martino nel Purgatorio per ghiottoneria, e ad 
Adriano ivi slesso per avarizia, sono nell'Inferno Anastagio, che egli 
per isbaglio storico scambia con un imperatore il qual cascò in eresia ; 
poi de' più prossimi al tempo suo, Nicolò IH. fra' simoniaci , e fìoni- 

(1) Iiif., XIX, XXVII. (2) Piirg., XIX, 



CANTO III, 35 

fazio Vili e Clemente V, a' quali ancor vivi e' forava la buca infuo- 
cata, come intesse su in paradiso ad Arrigo VII la corona di luce. 
Ultimo viene Giovanni XXII, francese anch' egli come Clemente, e ful- 
minato con lui da s. Pietro nel verso : Del sangue nostro. Caorsini e 
Guaschi S' apparecchiali di bere (1). 

Ma egli non rinnega la reverenza delle soinme chiavi , e del gran 
manto che non può non pesare a chi lo guarda dal fango, e del luogo 
santo ove siede il successor del maggior Piero (2) ; acciocché sia smen- 
tito il sogno del Foscolo che voleva fare di Dante un Maometto, senza 
che egli, anima franca, mai pronunziasse parola accennante a cotesto : 
cioè farne un pazzo e un vile e un ipocrita ; dappoiché nel Poema sono 
puniti di pene eterne gli eretici e i seminatori di religiose discordie (3). 
Ma più sono in numero i papi da lui rammentati con lode, per verità 
antichi tutti : Pietro, Lino, Gemente, Sisto, Pio, Callisto, Urbano, Sil- 
vestro (non ostante la donazione alla qua! Dante credeva), Gregorio 
il grande (notabile eh' e' non rammenti Leone); e del secolo prece- 
dente al suo, Innocenzo ed Onorio, senza che sia cenno di quel Be- 
nedetto XI, il qual doveva pur essergli memoria onorata i4). Ma del 
papi e de' prelati e de'chierici in genere tocca nella prima Qantica & 
proposito d'avarizia e di simonia (5): nella seconda, ove è detto della 
persecu&ione da Clemente fatta contro il cadavere di Manfredi, e delle 
maledizioni date quaggiù, ma talvolta disdette dalla misericordia in- 
linita : e là dove son ripresi coloro che non lasciano sedere Cesare 
sulla sella; e là dove é detto del non si dovere il regno temporale 
confondere con quello dello spirito ; e nella visione della donna con- 
taminata dall'osceno gigante e del carro fatto cosa mostruosa (6) : 
nella terza Cantica finalmente laddove riprendesì chi s'oppone al se- 
gno dell'aquila non meno di chi lo combatte appropriandoselo: e là 
dove é gridato che i fiorini di Firenze fanno lupo del pastore, è va- 
ticinata al Vaticano libertà da quell' adulterio ; e là dove è commen- 
data la povertà sposa a Francesco d'Assisi , fino a lui dispregiata, e 
a proposito di lui e di Domenico gettate contr' altri parole di sentenza 
severa: e là dove recansi alla corte di Roma i dolori e di Firenze e 
di Dante; e di nuovo rinfacciasi l'amore del fiorino che fa scono- 
scere l'Apostolo pescatore in grazia del Battista inciso sulle monete; 
e altre querele iraconde e contro il lusso sfoggiato e contro la dege- 
nerazione dagli antichi costumi , e il prezzo posto al ministero delle 
cose sacre, e gli odi! dalla religione attizzati (7). 

(1) Inf., XI, XIX; Purg., XIX, (4) Inf.,XIX, XXVII: Purg., X; 
XXIV^ Par., XXVII, XXX. Par., XI, XXVU. 

(2) Inf. , 11 , XIX ; Purg. , XIX. E (5) Inf.^ VII. XIX. 

nel IX del Purgatorio e nel V del (6) Purg., Ili, VI, XVI, XXXII, 

Paradiso ritorna sulla podestà delle XXXIII. 

chiavL (7) Par., VI, IX, XI, Xll, XVI, 

(3) Inf., X, XI, XXVIII. XVllI, XXI, XXIV, XXVII. 



36 INPERNO 



OATVTO IV, 



ARGOMENTO. 



Si trova nel primo cerchio, portatovi da forza super- 
na. Ivi i non battezzati: bambini e adulti, Entro a un re- 
cinto di lume dimorano i savìi e buoni che non credettero 
in Cristo, L' Inferno dantesco è un cono rooesciato, diviso 
in nove ripiani circolari, come i gradi negli antichi an- 
fiteatri. Nel primo, che è il limbo, non è la pena del sen- 
sOj m,a solo del danno. San Tommaso divide appunto V In- 
ferno in tre parti: dei fanciulli, de' patriarchi, e de' dan- 
nati; e Dante ai patriarchi, già beati, sostituisce i savii 
e gli eroi. Taluni bruttati di vizii; ma Dante (avverte 
il Boccaccio/ li considera come simboli. 

Nota le terzine 2, 4, 10, 18, 20, 22, 23, 28; 33 alla 43; 50, 

1. Jiuppemi l'alto sonno nella testa 

Un greve tuono: sì ch'io mi riscossi 
Come persona che per forza è desta, 

2. E l'occhio riposato intorno mossi, 

Dritto levato; e fiso riguardai 
Per conoscer lo loco dov'io fossi. 

3. Vero è che'n su la proda mi trovai 

Della valle d'abisso dolorosa, 
Che tuono accoglie d'infiniti guai. 

1. (SL) Rappemi. Mn., VII: Olii 3- (SL) Proda. La valle è tonda, 
somnum ingerii rupit pacor. Vit,. cìnta dal fiume e va dif-hinando, e 
Nuov.: Io mio .. sonno... si ruppe, strinjjfindosi. — Tuono yEn., VI: 

— Alto. Mn., VJIl: Sopor allu^. - Intonatore. - Xll: Exorilur da- 
vi: Alla quies. — Testa. Dan., VII, mor... ccslum tonat omne tumuUu, 
l: Viiio capitis ejus in cubili »uo. 

— Tuono. Forse il (Mono... d'infiniti 
guai, della terrina 3. 



^ CANTO IV. 31 

4. Oscura, profonda era, e nebulosa 

Tanto, che, per ficcar lo viso a fondo, 
Io non vi discernea veruna cosa. 

5. — Or discendiara quaggiù nel cieco mondo 

(Incominciò 1 poeta, tutto smorto), 
Io sarò primo, e tu sarai secondo — 

6. Ed io, che del color mi fui accorto, 

Dissi : — Come verrò, se tik paventi. 

Che suoli al mio dubbiare esser conforto? — 

7. Ed egli a me: — L'angoscia delle genti 

Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 
Quella pietà che tu per tema senti. 

8. Andiam; che la via lunga né sospigne. — 

Così si mise; e cosi mi fe'ntrare 

Nel primo cerchio che l'abisso cigno. . 

9. Quivi, secondo che per ascoltare. 

Non avea pianto, ma' che di sospiri, 
Che l'aura eterna facevan tremare. 
10. E ciò avvenia di duol senza martiri, 

Ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, 
E d'infanti, e di femmine, e di viri. 



4. (L) Tiso: 03chi. >' (SL) Secondo. Scorcio simile 
(SL) Fiso. Con.: Non si lascia- ì\e]ìa. Somma : Secundum qiiod homo. 

no vedere senza eolica i<el vi^o. — Marche Magis quam Vive in Pie- 

(F) Oscura. Jer. Tur.. Ili, 6: monte. L'usa nei XXVIIL dell'Inf. 

In tenebrone coUocaiit me, quasi - Modo e provenzale e italiano. Il 

■mortuo< sempilemos. maii francese, il ma nostro, sono 

5. (SL) Mondo. Ov Met., V: Opaci acrorciamento del magis. Sallustio e 
mundi — Primo. Accenna alla de- altri usano magis in senso di ma. 
sanzione dell'Inferno fatta già da (F) Ma' che. Oli.: Non v' è pian- 
Vir(Jiiio. lij però che H pianto procede dape- 

6. (L) Color pallido suo. — Duft- wa e da iorrr.errto; ma sofpiri che 
tiare: dub^arp. segìiono al disio. 

7. (L) Senti: giudichi esser ti- 10 (Li Duol dello spirito. — E 
more. prandi: e ciascuna grande. — Viri: 

(SL) Pietà. Era anch' egli in uomini. 
quest'ango>ci.T. Così hpI IlldelPnrg., (SL"» Infanti. Mn., V[: Malres 

pensandov i, nVtrt He» furbatn. — Senti, atque Hi i ... pueri innupfacque puel- 

I Latini: ita sentio (co>ì giudico). Utf - Cnntinuo auditae ,oce^,vagiius 

Conv., II, 4: Aristotele pare ciò sen' et ingenti, latantumque animae flen' 

tire. tes in limine pnmo; Quos dulcis 

8. (L) Sospigne: ci sospinge a vitae exsortes, et ab ubere raptos 
far presto. Abstulit atra dies. 

0. (L) Secondo: secondo che si 
poteva intendere ascoltando. — Avea : 
era. — Marche: fuorché. 



-^ INFERNO 



11. Lo buon maestro a me: — Tu non domandi 

Che spiriti son questi che tu vedi. 
Or vo' che sappi, innanzi che più andi. 

12. Ch'ei non peccaro: e s'egli hanno mercedi, 

Non basta; perch'e' non ebber battesmo. 
Ch'è porta della Fede che tu credi. 

13. E se furon dinnanzi al Cristianesmo, 

Non adorar debitamente Dio. 

E di questi cotai son io medesmo. 

14. Per tai difetti, e non per altro rio, 

Semo perduti; e sol di tanto offesi. 
Che, senza speme, vivemo in desio. — . 

15. Gran duol mi prese al cuor quando lo'ntesi; 

Perocché gente di molto valore 
Conobbi che 'n quel Limbo eran sospesi. 

16. — Dimmi, maestro mio, dimmi, signore 

(Comincia' io ; per volere esser certo 
Di quella fede che vince ogni errore); 

17. Uscinne mai alcuno, o per suo merto 

O per altrui, che poi foss j beato? — 
E quei, che 'ntese il mio parlar coverto, 



11. (L) Andi: vada, dileUo sono del bene presente ed 
(SL) Dimandi Non rispose su- avuto; il dedderio e la speranza, di 

bito alla dooiatida fatta da Dante bene non ancora acquistato. 

nell'altro canto. Qui per compenso IS (F) Valore. Munar : Nessuno, 

il buon maestro gli spipe;a la eoa quantunque perfetto di virtii morali 

da sé.— Fedi. iEn., VI: Haec omnis, e intellettuali, senza fede salvare si 

quam cernis, inopf^, inhumataque può. Que>to la ragione umana per 

turba ed. — Andi. E in autori del sé non può verfer che sia giunto, ma 

sec. XIV e del XV. aiutata dalla Fede può. In Virgilio, 

12. (L) Mercedi: meriti di bene. Enea compiange la sorte de'sospesl 
(SL) Mercedi. Par., XXXIl, 23, insepolti. Multa putan<i, sortemque 
(F) Porta. Janna saeramento- animo miseratus iniquam{jE(ì.,\ì). 

rum è dfitto il battesimo. ?om : Per 16. (L) Vince: Rispondendo a ogni 

il battedmo npresi la porta del dubbio. 

cielo. D^l Limbo, nella Som.: 3, 1, (SL) Signore. La compassione 

52. e Suppl , 69. dello stato di Virgili© sentita da 

13. (L) Dio, ma idoli. D.tnte, rende ragione di qut'sto dop- 
(F) Debitamente. Som.: Molte pio titolo, cli'é una Ijde delicata e 

sono le specie di superstizioni e in- pietosa. 

debito culto del vero Dio. 17. (L) Uscinne del Limbo. — Al' 

H. (L) Rio: reità. — Offesi di imi: di Gesù Cristo. — Coverto: 

dolore. accennante alla scesa di Gesù Cristo. 

(SL) Rio. Purg., VII, 3. (SL) Coverto. Albert.: parali 



(F) Desio, Som.: La gioia « il coperti. 



CANTO IV. 



39 



18. Rispose: — l'era nuovo in questo stato, 

Quando ci vidi venire un Possente, 
Con segno di vittoria incoronato. 

19. Trasseci l' ombra del primo parente, 

D'Abel suo figlio, e quella di Noè, 
Di Moisè legista ubbidiente; 

20. Abraàm patriarca, e David re; 

Israel con suo padre e co' suoi nati, 
E con Rachele per cui tanto te; 

21. Ed altri molti; e fecegli beati. 

E vo'che sappi che, dinnanzi ad essi. 
Spiriti umani non eran salvati. — 

22. Non lasciavàm l'andar perch' e' dicessi. 

Ma passavàm la selva tuttavia, 
La selva, dico, di spiriti spessi. 

23. Non era lungi ancor la nostra via 

Di qua dal sommo, quand'io vidi un fuoco 
Ch'emisperio di tenebre vincia. 



<8. (L) Nuovo: morto di poco. — 
Possente: G''sù Cristo, 

(>L) Nuoco Di meno di cìq- 
qnanl'anni. In questo senso Virgilio 
(.En.. VI): Recem a vulnere BHo 
Errabat nlva in magni. — Pos<en- 
te. Saocti.: Un possente di quella 
città. 

(F) Ponente. Au2;u3t,, S'orno, 
de Pass : Cristo quanto aniò all'In- 
fernoj di^ceie, spezzò le porte e i 
serrami di quelle e sciolse tulli i 
Giudi. — Viitoria. Som.: Dilla 
morte fu fatto Cristo vincitore glo- 
rioso. 
19. (L) Ci: ne. — Parente: Adamo. 

(SL) Trasseci. Ci per ne anco 
in prosa, p viene da hinc. 

(F) Parente. Som : Primi pa- 
rentìs (Adan), - 1 pa'iri nel luogo 
superiore e men tenebro o - L* ^tt" 
periore parte dell' Interno dicevi 
Limbo ^-Lepida S>>m.: L'ubbC'Uen- 
za, in quanto procede da rirerenza 
di Dio, carie soliti lareligi<'ne. e op 
paritene a deiozione. — Ubbidiente. 
Di quando M^lio luandó ini scilin- 
saato al re d'Egitto; e sempre poi. 
Percli^ altamente ubbidiva, coman- 
dava altamente. Jos., XXII, 2, 4, 5: 
Mojjses famtihis Domini. Som.: Uub- 



bedienza pomi da taluni parte di 
giuitizia. - Carità non può essere 
senza ubbedienza. Grpg.: L'ubbedien- 
za tutte te virtù nella mente inseri- 
sce, e le serba. 

20. (L) Israel: Giacobbe. — Pa- 
dre: Isacco. — Nati: dodici figli. 

(■"Lì Fé. Pf Ir.: D'aver non gVin- 
cresce Sette e setVanni per Rachel 
servito. 

21. (F) Altri: Grerr.. Ep. VI, 18. 
■- Silvati. Som.: Aliquifuerunt sal- 
vati. 

a. (L) Dicessi: dicesse. 

(SLi Dicessi. Nel IX dell'In- 
ferno c/tiuie< a per chiudesse. — Sei- 
va Arios.: Selva d'aste e ai spade. 

23. (L) Sommo, di dove movem- 
mo. — Vincia: vinceva, o rmcteba^, 
cingeva. 

(SL) Sommo. Non lontani dal 
flume da <ui ci partimmo, ch'era 
più in alto sp la valle era fonda E 
però disse: Or disceniian. — Vidi. 
Non lo vedeva quando fico il viso 
a f>ndo (Un 4) — Fuoco. Virgilio, 
degli Elisi (jEn., Vii: Largi§r hic 
eampos aether et lumine vestii Puv 
pnreo. — Vincia. Solia nel Petrarca 
per solca: se non viene forse da 
vincire; e nei XIV del Paradiso ha 



40 INPERNO 



24. Di langi v'eravamo ancora un poco, 

Ma non sì ch'io non discernessi in parte, 
Che orrevol ^ente possedea quel loco. 

25. — tu 'cfì onori ogni scienza ed arte, 

Questi chi son, ch'hanno cotanta orranza 
Che dal modo degli altri li diparte? — 

26. E quegli a me: — L'onrata nominanza 

Che di lor suona su nella tua vita, 

Grazia acquista nel ciel, che sì gli avanza. — 

27. Intanto voce fu per me udita: 

— Onorate l'altissimo poeta: 
L'Ombra sua torna, ch'era dipartita. — 

28. Poi che la voce fu restata e queta. 

Vidi quattro grand' Ombre a noi venire : 
Sembianza avevan né trista nò lieta. 

29. Lo buon maestro cominciò a dire : 

— Mira colui con quella spada in mano, 
Che vien dinnanzi a' tre sì come sire. 

,30. Quegli è Omero, poeta sovrano ; 

1/ altro è Orazio satiro, che viene: 

Ovidio è'I terzo; e l' ultimo è Lucano. 

vinci per vincolile pm sopra, cerchio in Rainj, nudila eit. JE.a , III: Gè- 

che V abisso cigne Le leni^bre ciT' on- ìtiitu> . "untur. 

davano il fuocu: o il fuoco vinceva 28 iL) QaeU: cessata la voce , 

le tenebre. queto il su'wi.» di lei. 

(F) Tenebre. In altro senso, (SL) Ombre Son quésti i poeti 

Sap., XVII, 20 XVlll liEidera- che a Dante parevano sommi Omero 

no a sé più gravi delle tenebre. Mjk al suo tempo era noto(Viia Nuova), 

a' santi tuoi era grandissima luce. e anche Armannino lo olia (Pelli, 

2i. (L) Of-reoole: onoievole pag 8"> e seg.). Notissimi gli altri, 

(SL) Di^cerncssi. A taluno che e Dante li studiava con cura: i quali 
ne vedeva, o alia forma del nobil (dice di lo'O) l'amica solitudine in- 
castello — Possedea. Stat.: Posses- vita a visilare. 
saque manUms arva. tF) Ne trista,, perchè non in- 

25 (L) Tu, Virgilio. >— Orranza: felici affitio: non lieta, perchè senza 
onoranza speranza. Innulire è propria della 

(F) Onori. La filosofia morale sapienza questa temperie d'afTeiii. 
e la naturala-, spinerà il B.>c-accin; D»nie è più «'Oiiese a' poeti non ori- 
la teoria e la pratica, l'Oiltmo Qui siiani che a' Santi non ah'bellini, 
Virgilio è come sanbolo della sa- Au-^ , de Giv D.^i, XIV 26: Nell'uo- 
pienz'. umana. AMiimenU la lode mo eiusio mhil triste, mhil imma- 
sarebbe smodata. Ma siii^nza era al- ni er laetwn 
lora la stessa roesia: così lOnimo 29 iL) Sire: signore. 

26 (L) Onr«ta; oiiwrata. — iVef/a; 30. (L) ii^i/tro: satirico. 

nel mondo. — Avanza: distingue. (SLj Satiro. Lo nomina nella 

27. (L) Per; da. — l'Ombra: V ir- Volgare Eloquenza. Nel Convivio 

gllio. cita Orazio, e chiama SUiro nobile 

(SL) Udita. Mallh., Il, 18: Vox Giov«nalo; e anco 1 Latini satyrus, 



CANTO IV. 



4Ì 



31. Perocché ciascun meco si conviene 

Nel nome che sonò la voce sola, 
Fannomi onore; e di ciò fanno bene. — 

32. Così vidi adunar la bella scuola 

Di quel signor dell'altissimo canto, 
Che sovra gli altri, com' aquila, vola. 
313. Dacch'ebber ragionato 'nsieme alquanto, 
Volsersi a me con salutevol cenno; 
E '1 mio maestro sorrise di tanto. 

34. E pili d'onore ancora assai mi fenno: 

Ch'ei sì mi fecer della loro schiera: 
Sì eh' io fui sesto tra cotanto senno. 

35. Così n'andammo infìno alla lumiera, 

Parlando cose che '1 tacere e bello, 
' Sì com'era il parlar colà dov'era. 

33. Venimmo al pie d'un nobile castello, 

Sette volte cerchiato d' alte mura, 
Difeso intorno d'un bel fiumicello. 



scrittore di satire. — Ovidio. V. Voler. 
Kloq : Mon., n 44 e 43; Inf., XXV; 
Leu. 42 — Ultimo Più ampul'oso 
e però p ù fid--(-o Nella Volgar^^ E o- 
qaenzH, neil^ Leiiere. nelli Monar- 
chia (n^'j 37, 44, 46. 47 50, 72 96), 
nel XXV dell'lnf., e altrove accenna 
a' SUOI versi. 

31. (L) Nome...: son tulli poeti. 
— Sola: urta di quattro, e unanime. 
(sL) Conviene. Som.: hi quo 
alia ammalili cum honiine conce- 
niimt Bo:i;. IX: In uno. cioè, ch'e 
i lur parili odiarano, tanto si con- 
venivano — S')la Mn.. V: Vox 
omnibus una Mirt. in \muli , III: 
Vox dioeri'i \onat: pooulorum eU 
vox tamen una — Bene Non per- 
ch'onorino me, ma in me l'arte lo- 
ro. Così Danf" sperava essere < no- 
rato poHia della sua patria; e cre- 
deva all'arte debito quest'onore. 

32 (Lt A'unar: adunarsi. — Si- 
gnor: UmP'O 

(l'"i Signoì\ Omero, maestro 
di Virgilio, d'Orazio, di Lucano, e 
lodato da Orazio (De Arte poet.) nei 
versi : Res geatce reoumque ducumque, 
et tristia bella, Quo scribi poìsent 



numero, ìnon^travit Homerus, citali 
da IMeiro di Dante Altrove (Epist., 
1 2): Quid sit pulcru'n,quid turpe, 
quii utile, quii non. Pleniui acme- 
lias Chrynppo et Ci autore uicit, che 
dichiara come la pot^sia possa ono- 
rare ogni arte e Sfi^nza. Altri po- 
trebbe per quel Signor intendere 
Virtiiiio l'aUii4n,o poeta: ma ^nel 
XXll <lel Purgatorio dice d'Omero: 
Quel Greco Che le muse Jattàr più 
cWallro mai. 
33. (L) Cenno: di saluto. 

(SL) Salutevol Come convene- 
vole [)er cow^eniente, avvenevole per 
avrenenfe. *• simili 

34 <L) Si. Riempitivo; ma rin- 
calza. 

35 (L) Lumiera: Lume diduso 
nell'aria. 

{^D Lumiera. Dante, Rime: 
Dtg^i oci.hi «uot gitlava una lumiera. 
— Tiicert. C'j-^e trot>po onorevoli a 
Dante Parlando co' grandi, la co- 
sci.-nzà della grandezza non é orgo- 
glio; co' piccoli, che frantendono, è 
vanità. 
36. (SL) Nobile. L'usa anche Dino. 



42 



INFERNO 



37. Questo passammo come terra dura: 

Per sette porte entrai con questi Savi: 
Giugnemmo in prato di fresca verdura. 

38. Genti v'eran con occhi tardi e gravi, 

Di grande autorità ne'lor sembianti; 
Parlavan rado con voci soavi. 

39. Traemmoci così dall' un de' canti, 

In luogo aperto, luminoso, e alto, 
Sì che veder si potén tutti quanti, 

40. Colà diritto sopra '1 verde smalto 
,Mi fur mostrati gli spiriti magni; 

Che di vederli in me stesso m'esalto. 

41. Io vidi Elettra con molti compagni; 

Tra' quai conobbi ed Ettore ed Enea, 
Cesare armato, con gli occhi grifagni. 



37. (L) Dura: asciutta. 

(SL) Verdura. JEn., VI: Deve- 
nere locoi laetos, et amaena virela 
Fortunatumm nemorum. 

38. (SL) Tardi Pur^ , V(: E nel 
mover degh occhi onesta e tarda ~ 
III: La fi ella Che gravitate ad ogni 
atto diunaga. Ferclié la tardità sola 
potrebb'essere stupidezza; però ag- 
giunge graoijB nei Pargatorio, one- 
sta. 

(F) Parlavan. Vico: Non mai 
in suono alterata, né in tempo af- 
frettata, parola. 

39. (SL) Allo. Ma., VI: Et tumu- 
Inm capii f unde omnei longo ordine 
possit Adversos legere,et venientum 
discere vuUus. 

40. (L) S ■rialto: d'erba. 

(SL) Migni. M^ì., VI : Defuncta- 
que corporn vita M'iqnanimùm he- 
roum. — M' ch'alio. Verso citato con 
ammirazione d.^l Byron. 

41. (L) Grifagni: qiia<;i rapaci 
(SL) Elettra Mn.. Vili: Dar- 

danus, lliacae primu^ pater urbis et 
auclor, Electra, ut Grari perhibentj 
Atlantile cretus. — Compagni. Tro- 
iani, diS'',pndenti di lei; tra' quali 
Ettore ed Enea, l'uno difensore di 
Troia, l'altro portator dell'impero in 
Italia. Però da Enea salta a Cesare. 
Elettra, moglie di Corilo re d' Italia 
e madre dì Dardano re di Troia, qui 



posta forse per indicare ch'Enea sul 
Lazio aveva quasi diritto d'eredità, 
come dice nel libro De Monarchia. 
Con ciò dava un diritto d'erf^dità 
fino a Cesare, discendente di Julo. 
Elettra ebbe tal diritto da Giove; e 
il Poeta la nomina nel dello libro 
con Eaore. Nell'Eliso di VireriJio 
{Ma , VI): Hic genui antiquum TeU' 
cri, pulcherrim-i proles. Magnanimi 
heroès, nati melioribu^ annidi, Ilus- 
que, A^saracusqne et Trojae Di'da- 
n^ii auctor. — EUore. Mn., Vi: Hec- 
loris magni Fiori d'Italia: Elitre ei 
Enea aoeano li maggiori anirrii, ed 
erano più forti in arme — Ces'are. 
M(\., I: Nascetur putchra Tr"j<ìnus 
origine Caesar, Imperium Oceano, 
famam qui terminet astrii. Di Troo 
discendono in una line.i Eriilonio, 
Laomeilonte, Priamo, Ettore; nell'al- 
tra, Assaraco, Capi, Enea, Anctiise, 
Julo. ultimo Cesare, non d'altro reo, 
dice Dante, die di non aver avuto 
il bitiesimo. — Grifagni. Come di 
sparviero, e come d'uno Grifone, 
dice l'O'timo Sv^ionio dip'n:e Ce- 
sare caesiii ocnlif Dot.: Con cue 
orchi in teUa che parevano d' un 
falcon pellegrino. Negli ocelli di En- 
rico VII, lodalo da Dante, notai. o 
gli storici una particolarità non dis- 
simile. 



CANTO IV. 



48 



42. Vidi Cammina, e la Pentesilea 

Dall'altra parte; e vidi '1 re Latino, 
Che con Lavina saa figlia sedea, 

43. Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino; 

Lucrezia, Julia^ Marzia, e Corniglia. 
E, solo in parte, vidi il Saladino. 

44. Poi che innalzai un poco più le ciglia 

Vidi '1 maestro di color che sanno, 
Seder tra filosofica famiglia. 

45. Tutti l'ammiran, tutti onor gli fanno. 

Quivi vid'io e Socrate e Platone, 
Che innanzi agli altri più presso gli stanno. 
4(3. Democrito, che '1 mondo a caso pone; 
Diogenés, Anassagora, e Tale, 
Empedoclés, Eraclito, e Zenone. 



42. (SL) Litino. Dice un inedito 
trecentista: Quinto re d^ Italia, dal 
quale noi Italiani iiamo chiamati 
Latini. — Cainmilla. Cantata da Vir- 
gilio {JEn.. VII, XI). — Pentesilea. 
Alleata a'Tiojani : la nomina nell'E- 
neide (I, 491). Trecentista inedito: 
Vidde la Penteiilea, con le sue care 
donzelle, tutta affocata in battaglia. 
— Re. Epiteto rlie gii dà sovente 
Virgilio. — Lavina. Ma., Vii, e al- 
trove Per Lii'inia, anco in prosa. 
Cosi Tarquino pn- Tarquinio. 

43. (L) Co'niglia: Cornelia.— In 
parte; in di-; parie. 

(SL) Bruta. Ma., VI: Vis et 
Tarqvinios reqei, animamque super- 
barn UltorisBiuli. JEn., Vili: Tar- 
quinium ejecium. Lue, VI: Solum 
te, consiil, depuhia prime lijrannis. 
Brute, pian inter gauientem vidimui 
nmbrai Qui solo Bruto; In Dinte, 
nella terzina medesima, solo il Sa- 
ladino. — Lucrezia. Di lei Ovidio e 
Livio, leitl da Dante. — Julia. Fi- 
glia di Gasare, moglie a Pomoso La 
rammenta Lucano (Pliars , VII). E 
cosi Marzia, moglie di Catone, della 
Quale nel primo del Pursatorio. — 
Corniglia. Moglie di Pompeo, rara-' 
ment.Hia da Lucano (Pnars., Vili): 
alla madre de' Gracchi accenna Par. 
15. Corniglia, nel trecento, anclie 
in r^rosa — Saladino. Novellino, 
XXV : Siladino fu soldano, nobilis- 
fimo signore, prode e largo. Ottimo: 
Dicesi che seppe tutte le lingue. Petr., 
Tr. della Fama: Poi renia solo il 



buon duce Goflrido. {V. D'Herbelot, 
Btbliotheque Orientale, e KnoUes's 
Hi>lory or the Turki, pag 57, ec] 

44. (L) Maestro: Aristotele. 

(K) S'xnno Conv : Coloro che 
sanno. Dice nel Convivio (lil, 5), 
che ad Aristotele la natura più aper- 
se li suoi segreti. -1,9: Mio maestro. 
— Famiglia. Hor. Carm., I, 29: So- 
cralicam... domum. 

45 (SL) Ammiran. Virgilio, di 
Museo nell'Eliso (.En., VI): Medium 
nam plurima turba Rune habet , 
atque humeris extantem suipicit al' 
tii. In tutte le opere sue accenna 
sempre a Aristotele. 

(F) Platone. Conv., II, 5: Uo- 
mo eccellentissimo. Monar., pag. 33, 
40, 41. 4-2. 43, 52, 55, 60. 66, 73, 74, 
75, 76, 79 81. Volg. Eioq., pag. 294, 
304. Har. IV. 

46. (L) Pone: che il mondo sor- 
gesse dal fortuito accozzarsi degli 
atomi. — Tale: Talete. 

(F) Diogenés. Lodato da Sene- 
ca. — Anaaagora Mieslro di Peri- 
cle, facondo, dotto in fìsica, credente 
allo spirito. Aristotele lo nomina con 
Empedocle (Fis I, 4) — Tile. Fnn- 
d.itore della Scuola Ionia. Per Ta- 
lete si diceva anco in prosa: e i^osi 
Empedoclei. OH : Dopo la politica, 
fu speculatore di naturale filosofia, 
e trovatore ài naturale astronomia 
e deWOrsa maggiore; e antidisse le 
oicurazioni del sole .. puose che le 
anime erano immortali,... e attribuì 
anime alle cose inanimate. Puose 



44 



INPERNO 



47. E vidi '1 buono accogli tor del quale, 

Dioscoride, dico. E vidi Orfeo; 
Tullio, e Lino, e Seneca morale. 

48. Euclide geometra, e Tolommeo; 

Ippocrate, Avicenna, e Galieno; 
Avverrois, che 'i gran comento feo. 

49. Io non posso ritrar di tutti appieno, 

Perocché sì mi caccia il lungo tema 

Che molte volte al fatto il dir vien meno. 

50. La sesta compagnia in duo si scema: 

Per altra via mi mena il savio duca 
Fuor della queta nell'aura che trema: 
E vengo in parte ove non è che luca. 

che'l principio di tutte le cose era 48. (L) Comento. D'Aristotele. — 

V acqua; e àuse ch&H mondo avea Feu; "fece. 

ont'f.a e era "pieno ai demo'ii: di lui (SD [Averrois. V. Tirabosi^hì, 
favello. S. Àgoslino nell Vili de Ci- Storia let ter., lom. V, lib 2 e D'Her- 
tit. Dei. Di lui Aristotele (Touica. e b-lot, Bibtiolhèque Orientale, art. 
nel libro della GenerazìoriP) Eraclito Roschd^ col qual nome gli Arabi chia- 
ritasi nella Somma (2. 2, 156). Di mano Averroe.] — Comento. Gonv., 
Zenone, Cicerone e Seneca eri Ari- pag. 272, e Mon., paif. 9. 
stotele (Fis , iV); d'Euclide, Boezio; (F) Avicenna. Arabo del seco- 
di Democrito, Arist. nella Fisica e lo X. Scrisse di medicina, di metal- 



nel Libro dell'Anima 

47. (L) Buono : buono valente rac- 
coglitore delle qualità naturali dei 
corpi. 

(-L) Buono. yEn., X: Bonus 
Euryfhion: d'un artista — Quale, 
pf^r qualità, l'u^a nel Paradiso. — 



lurgia, di chimica, di filosofìa razio- 
nale. Lo nomina nel Convivio. — 
Tolommeo Conv., IV, 3. — Galieno. 
M n , p. 22; Conv., I, 8. — Aoenois. 
S'ausava anro in prosa, e cosi il Ra- 
bHais (Prognosi,.. IH). 0^.: Spuohe 
molti libri d'Aristotele Fu di nobi' 



Orfeo Virgilio (^En , Vl)collo<'a ne- Un'imo ingeornt, piii che uomo; ma 

gli Eii'5' Museo ed Orfeo: Orazio non contesso Cnsto 

(Poei.y.SacerinterpresqueDeorum... 49. (L) Ritrar: dire. — Sì: tante 

Orpheui. — Tullio, Lo nomina nel cose ho a dire che tutte non posso. 

Convivio (pag. 35, 38, 39, 43 48), (SL) Ritrar. Conv.: Lucano, 

nella Monarchia (pag 34, 37. 38, 46, quando litrae come Cesire .. — Me 



50), e nella Volgare Eloquenza (pag 
d96i. E accenna a detti di lui nel 
poema. — Lino. Il poeta sacio no- 
minato da Virgilio ''ome figliuolo di 
Apollo (Buf',., IV. VI). Altri legge 



no. Conv : La fantasia vien meno 
talora aWinlelletto. 

50. (Li Susta: di sei. — In: di. — 
Tremn di sospiri; e poi di turbine. 
— Non- non è cosa che dia lume, 



lido, niù voitr" citato da DantPiM'O., astro, né aKro 

pag. 34 3^ 38, 40 e Inf. XXVIII). (SL) Se^tn. In Arrighetto: Scl- 

CF) Morale Ro'c : Seneca mo- ti>yta cowpaynia, compagnia di sette 

rnle, maestro ni Nero*» e. D' ini n^Ha de^ Così binui a'Latlni valeva e di 

Volgare Eloquenza (paii. 227). Nel d^i" e dopoio — Trema: Più sopra: 

Convivio è cit<ito dop > Divide e Sa- Sofipiri, Che Vaura eterna facecan 

lomone. Nella Somma citati come tremare. 
autorità Seneca e Tullio. 

o^Sgg^o 

All'entrata nell'orrore Infernale fa e ne'contrappostl, purché non ricer- 

contrapposto l' entrata del castello cati, è la potenza poetica e la oratoria 

circondalo di luce, dove spirasi del- e la logica. Il resto è un tessuto di 

l'aura serena della seconda cantica: storia sacra e civile e letteraria, arido. 



CANTO IV. 45 



IL LIMBO DI DANTE. 



In una regione che risplende in mezzo alle tenebre, stanno le ani- 
me di coloro ch'ebbero virtù naturali, ma senza la fede vera; le quali 
virtù raggiarono appunto come una luce che rompeva le tenebre de'luo- 
ghi e tempi in cui vissero: così nell'Eliso di Virgilio secretosque 
pios (1). Nelle sette mura che cingono il castello altri vede le sette 
arti liberali, di cui nel Convivio, grammatica, rettorica, dialettica, 
aritmetica, musica, geometria, astronomia: altri le tre teologali e le 
quattro virtù cardinali. Meglio forse intendere il numero sette come 
nel Canto Vili ed altrove, e come nella Bibbia , per un numero 
compiuto, a indicare la fortezza del luogo e della virtù che ricovera- 
vano in esso. E prima ancora della scoperta del Newton gli antichi in- 
dovinarono settemplice il raggio; e nell'Eliso di Virgilio, Orfeo obi o- 
quitur numeris septem discrimina vocum (2) : Il castello é simbolo 
dell'umana scienza e bontà, anco a' Pagani accessibile. Passano franco 
il flumicello, perchè quella difesa é agli ignoranti e a' vili ; e i buoni 
ingegni e i forti animi v'han l'adito aperto. Pietro interpreta il fiu- 
me per l'affetto: che, l'affetto de' saggi essendo solido e fermo, e' giun- 
gono sicuri al lor tìne, e se ne fanno non impedimento, ma via. Il 
Boccaccio vede nel flumicello i beni terreni che il saggilo deve calcare 
passando, e reggersi senza tuffarvisi; belli, ma fugaci com' af'qua. Me- 
glio imaginare che il passo de' due poeti, non aggravato dal peso del 
male, non affondi; e rammentarsi l'andata di Pietro sulle acque. Già 
il modo maraviglioso come il Poeta nel sopore é portato all' altra riva 
d'Acheronte, dichiara questo secondo passaggio, il quale si raffronta 
c®n quel dell'Angelo che poi passa Stige con le piante asciutte (3), e 
con quel della bella donna che traendosi dietro Dante tuffato in Lete, 
sene va sovra 1' acque'leggera come spola (4). 

Nel Limbo de' giusti e' rammenta. Adamo, Abele, Noè,poi Mosè (non 
a caso forse preponendolo», poi Abramo, Davide, Isacco, Giacobbe e i 
suoi flgliuoli, e di donne sola Rachele, come un de' simboli del poe- 
ma. Nel Limbo de' non credenti, di persone storiche o tali volute da 
luì, e' non nomina che i progenitori di Roma e romani ; e degli altri, 
unico il Saladino. Dall'una parte Elettra co' discendenti di lei fino a 
Cesare, dall'altra Latino, e Lavinia e Camilla già avversi a' Troiani, 
e Pentesilea quasi anello fra loro, e anco perchè alle Amazzoni è nel- 
r Eneide paragonata Camilla {^). Saladino, Soldano di Babilonia, lo- 
dalo anche da' Cristiani per la sua probità, rimane solo, perchè d'al- 
tra fede, e perchè solo celebre tra'Soldani. Ordino una tregua tra sé 
e i Cristiani': disse dì voler vedere ì nostri modi, e, se gli piacesse- 
ro, diverrebbe Cristiano A'Crìstìani si mostrò umano nel H87. Dante 
lo nomina nel Convivio com' uomo liberale; virtù opposta all'avari- 
zia, tanto da lui detestata. Morì nel 1199, tolta Gerusalemme al do- 

(i) Mn., VITI. (4) Purg., XXXI. 

(2)iEn.,VI. i5)X.n., XF. 

(3) Inf., IX. 



46 INFERNO 



minio francese, e salito al regno egli ignoto soldato. Del collocare in 
luogo di salvazione anime d'uomini non nati alla Fede, rende Dante 
ragione nel ventesimo del Paradiso, ove Rifeo troiano è nell' occhio 
dell'Aquila con Davide e con altri santi: ma più strano forse parrà 
questo Maomettano nel limbo a chi non pensa quanto sia strano collo- 
carci Giulio Cesare e Democrito e Seneca. Dire eli' e^ sono simboli non 
serve, giacché possonsi scegliere appropriali anco i simboli. 

Innalza il Poeta gli occhi e vede gli uomini di scienza, secondo lui, 
virtuosa o aiutatrice a virtù; e però li pone più in alto, per quello 
stesso che S. Tommaso pone sopra l'attiva la vita contemplativa. Fino 
a Zenone il Poeta numera i filosofi teoretici; da Dioscoride in Poi, 1 
savii di storia naturale, d'eloquenza e di medicina. L'enumerazione 
non è tanto confusa quanto pare, E notisi che Orfeo e Lino, poeti teo- 
logi e insieme della natura. Cicerone e Seneca, che scrissero di cose 
naturali, non vanno male uniti a que' che di cose naturali filosofarono. 
Guai posto poi egli assegni ad Omero e a Virgilio e agli altri tre poeti 
nominati, se sopra Aristotele o sotto, non dice, ma II verso tu 
ch'onori ogni scienza e arte j e l'altro nel XXI del Purgatorio Col 
nome che più dura, e più onora, farebbero credere che Dante met- 
tesse in cima i poeti. Forse Cicerone e Seneca, Orfeo e Lino, fonda- 
tori di civiltà, rappresentano la filosofia civile e pratica sottordinate 
alla teorica nel concetto. dì Dante. E invero, siccome Orfeo nella do- 
dicesima Ode del primo d' Orazio è detto ducere quercus col canto, 
e nella Poetica porre leggi alle nuove città insieme con Anfione, An- 
fione perciò rammentato da Dante nel XXXII dell'inferno; cosi Lino 
in Virgilio, nell'Egloga quarta, è nominato accanto ad Orfeo, questi 
figliuolo di Calliope, quegli d'Apollo; e n^Ila sesta Lino dà in nome 
delle Muse a un pastore la zampogna d'Esiodo, poeta naturale e ci- 
vile anch' esso, con la quale soleva rigidas deducere montibus ornos. 
E nell' Egloga stessa è paragonato il canto di Sileno a quello d' Or- 
feo, e dettone rigidas molare cacumina quercus. 

Dice poi Seneca Morale, per distinguerlo dal tragico, come disse 
quel Bruto che cacciò Tarquino, per distinguerlo dall' uccisore di Ce- 
sare. Forse il morale e il tragico a lui erano un solo, ma volle inti- 
tolarlo così per distinguere il suo pregio maggiore, come disse Ora- 
zio satiro per assegnare alle 'Salire più valore che alle Odi, delle 
quali non poche, né delle men belle, tengono della satira, o dell'e- 
pistola. In quell' epiteto è tutt' intero im ragionamento di critica let- 



teraria. 



CA^'TO V. 47 



OAIVTO V, 



ARGOMENTO. 



Al secondo cerchio trovano Minosse, giudice e distri- 
hutor delle pene di tutto l'Inferyio : che qui l'Inferno co- 
mincia. In questo cerchio i lascivi entro un turbine che 
li aggira, e minaccia precipitarli ne' cerchi di sotto. Dan- 
te qui trova Francesca da Rimini, e sente la storia del 
suo misero amore. • 

Nota le terzine 4, 5, 10, 11, 12, 14, 13, 16, 18, 21, 24, 25, 27, 28, 
31, 33, alla 41; 43 all'ultima. 



1. Liosì discesi del cerchio primaio 

Giù nel secondo, che men luogo cinghia, 
E tanto più dolor, che pugne a guaio. 

2. Stavvi Minós orribilmente, e ringhia; 

Esamina le colpe neir entrata: 

Giudica, e manda secondo che avvinghia. 

3. Dico che, quando Y anima malnata 

Gli vien dinnanzi, tutta si confessa: 
E quel conoscitor delle peccata 

4. Vede qual luogo d' inferno è da essa : 

Cignesi con la coda tante volte 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

1. (L) Primajo; primo. — iJitn; (asque el mmina dtsci(. Aneo Vlrgi- 

clnge meno spazio, ma'abbraccia più lio pone Minosse subilo dopo la sede 

dolore. — A: 'a far gridare guai. de' bambini: ma il suo è il savio di 

■2. (L) Ringhia: freme d'ira. — Creta; il Mìnos di Dante è un de- 

Secondo: Quante volte avvolge a sé monio che giudica con la coda e se 

la co'ta, manda il dannato tanti cer- la morde per rabba. Inf., XXVII. 

chi giù. — Eiamina Stai., Vili: Popiilos pò- 

(SL) Minós. ^En.,VI: Nec vero scebat crimine vitae. 

hae iine sorte datae sine judice sedes: 3. (SL) Peccata. Inf., XXIX: Mi- 

Quaesilor Minos urnam movet • nói, a cui fallir non lece, 

ille siltntum Conciliumque vocat, vi- 4. (L) QManlimqtte; quanti. 



48 INFERNO 



5. Sempre dinnanzi a lui ne stanno molte; 

Vanno, a vicenda ciascuna, al giudizio; 
Dicono, e odono, e poi son giù vòlte. 

6. — tu che vieni al doloroso ospizio 

(Disse Minós a me, quando mi vide, 
Lasciando l' atto di cotanto uffìzio), 

7. Guarda com' entri, e di cui tu ti fide. 

Non t' inganni l' ampiezza dell' entrare, — 
E '1 duca mio a lui : — ■ Perchè pur gride ? 

8. Non impedir lo suo fatale andare: 

Vuoisi così colà dove si puote 

Ciò che si vuole. E più non dimandare, — 

9. Or incomincian le dolenti note 

A farmisi sentire; or son venuto 
Là dove molto pianto mi percuote. 

10. Io venni in luogo d'ogni luco muto, 

Che mugghia come fa mar per tempesta 
Se da contrarii venti è combattuto. 

IL La bufera infernal, che mai non resta. 
Mena gli spirti con la sua rapina, 
Voltando e percotendo gli molesta. 

5. (L) Molte: aoim»^. — A vicen- (SL) Fatale. Mn., VII: Falalis 
da: alla voliuloro. — Odono la seri- crusli - XI: t'alalem JEneam. 
lenza 9 (SL) Incomincian Georg., I: 

(SL) Vicenda Bqc.V: Yieimm Frati ponti lacipiunt agitata tume- 
Dicemui, «ioé aopo te. '— Olono. scere, et nriaui. . >>uiiin ìragor — 
Dante raccoglie in uni le due pit- Sentire. ìEo , V[ : Urne exauairi ge- 
lare virgiliane di Minosse e di Ri- mttui. — Percuote l'ort^ccmo e l'a- 
darnanto (iEn , Vi»: Gnosius haec nimo. - G^^oig, IV: Impulil aures 
Rhadam'intlius habet durissima re- Ludui. - E ìEh , XI 
gna; Ca^tigalque, auditque, doloi; 10 (.>L) il/ttpyft.ia. Hor. E tist.. 11,1 : 
subigilque fateri... — Volte Una Mugire palei .. mare... Tanto cuoi 
forza superna quella cbe della a Mi- strenuo ludi ■ipectantur. — Combat- 
nosse il giudizio, lo eseguis.;e, spin- luto. Dm VII, 2: Venti., pujna' 
j^endo giù l'anima per t'Hppuntonel bant in -uaà. Hor. (];irin., I, «: La- 
luogo ass'^ijnato. Inf , XliI e Parg., ct'tntem fluctibus Atricwu M'x X: 
XXV in qa<-s"o sen-'O; cade. Migno discor •e.< oitlif.re remi P' celia 

6. (li) Ufizio: di tf'ii!ii(',are. cnu 'oUiml . N'>n if)Si inter sc,non 

7. (L) Cai: cui. — Fide: fiii. — mibila. nonmare cettt. - l: Lactan- 
Gride: trridi - tes venlo<, tempedate.^qae sonaras. 

(SL» Ammezza. Ov M-^t , IV: (K) Mulo, i ^b, XX IV. 15: Oca- 

{D^\VE< bit Mille capax atitui, et l!i.<i ndul'rri nb'icri'at caiiginem iad. 

apcrla< umiqae porta' Urhs h'ibet Epìst., (3: A' quali le't>pe,sti di le- 

(F) Am)iezza Mn . VI: Palei ui'bre è serbaui in eterno !<., LVII, 

airi januaDitis; Sid... Mtiiii , Vii, 20: Gii empi quan mare che jerve. 

13: Lirga e la porta, e spaziosa è 11. (L) Reda: cessa. 

la via che conduce a perdizione. (F)5ii/era dell'incostanza nella 

8. (L) Fatale: voluto dal fato di lussuria. Som.: 2, 2, 153; 3, (ì. — 
Dio. 



Canto ni. i Irif^ern o 



Terzina 3i 




l'*'<i^ ^rUl^c^ /^^/.«^ fy^/f^^ /<3 ^^^^ j-poyli^- 



CANTO V. 



49 



12. Quando giungon davanti alla ruina, 

Quivi le strida, il compianto, e il lamento ; 
Bestemmian quivi la Virtù divina. 

13. Inte i che a così fatto tormento 

Eran dannati i peccator' carnali, 
Che la ragion soramettono al talento. 

14. E come gli stornei ne portan. l'ali, 

Nel freddo tempo, a schiera larga e piena; 
Così quel fiato gli spiriti mali 

15. Di qua, di là, di su, di giti li mena. 

Nulla speranza li conforta mai, 
Nonché di posa, ma di minor pena. 

16. E come i gru van cantando lor lai. 

Facendo in aer di sé lunga riga; 
Così vid' io venir traendo guai, 



Mena. La vita molle è punita dal 
coniinao dibattere, ch*^ figura la 
temp»'"!-! •leirani'Tìo; e l'oscurità fi- 
gara l< lu "'^ dpirinie!l*»tto t'^-hata 
— R'ipina Virgilio de'vpnti <iEn I): 
Mann ac lerr-.i . teiant «api't <e- 
cu'Hj oerranique per aurati Gonv.: 
La r -pina fiel lìiimo rt-obUe R^^/., 
1, XXV -29: Lmimi de^iuoi ne-nici 
saà rotata qua4 impeto e giro di 
fionda 

12 (L) Ruina dell'altro giro. — 
Strida., p-^i' 'pm^i di cad*»rp. 

{'^\.)Ruina Vasari: D li •>'0)nTno 
d'una ruina a veie una nonna che, 
avendo un figliuolo, lo pe'la nd uno 
che sia nella strada. — Compimlo. 
.En . IV: Lameniia, gp.mi'uque, et 
femineo ululutu Tecla fremunt. Vu- 
luWo risponde aile strida, il gemito 
al coffipionfo 

( F ) Ruina Asostino, nelle Con- 
fessioni, .liitinge il SU') amopp "«ime 
una via \ \^rpr^^)'7.l0. — Vi'th 
Mutiti . XXVI 6t: AUi ^eaim della 
Yirtk ai Dio. Rtin. I, 20: La <«'«- 
pi>e>na Vi-iu i Dio Di<»asc., lib. 
8: Poienlia <eu Virlus diHni. 

13. (L Talen'o: au^f'tiui 

(K» C i nati. \ minti de' beni 
che 0'--*?A-> ili e temp^s'alii prope 
rifu Mobilia, et caeca fluitantia sorle 
(Sat., l(, 3). — Ragion. Vita Nuova: 
Amore mi reggesse senza il fedel 
consiglio della ragione. Som.: Il di- 

Dante. Inferno. 



letto della voluttà assorbe la vo- 
lontà e li ragione tanto che fa 
disprezzarfi gli altri bpni — Som- 
n.e'iono. JEa . IV: Animos <ub'iiit- 
tei e amo-i Sap. {. k: Cirpo nudiito 
a* veccnli Ci'*., S-mn. S -p : Ciani- 
Vii f>i coloro chp. P' e^iar (ino <e quasi 
<n>ini<t-i ni piacere, e per intpulso 
di libidini il ni iUo violarono, usciti 
de' corpi, intomo alla lerra x^aoool- 
gnno S BhsìI'o: S'iQQetii, quasi ser- 
vi, a vizii e bruttare. Som : Le for- 
ze inferiori non «t commettono alla 
ragione, ma alle inferiori co>ie si 
voiQono »econ<io il proprio impelo. 
- Per la Grazia intenore la carne 
è swinVa allo spirito - In quanto 
la volontà soguiace a passione, le 
sorrata Vappelito sensUivo. 

14 (ì.) AH C^so retto. — Nel: 
verno. — Fiato: vpnto. 

(>L) Sornei. Urlili, di'"*» l'Ot- 
timo, Zh< m/ìo<ì. romei gru. ì\ Va- 
sari dipinge s\'< Eb eì come "«torni 
fhe vanno oornl snbato a vpd*^rft il 
Mose' di Mi hphngr^'lo. — Tempo. 
.C'-*>s''en , l, 6: Ne" tempi cai i. — 
Piena Ov , Art. Am . I: Pienius 
aq'nen. — Fiato (j^o'-er.. Il : Hiber- 
nis oarr.eb m' flitibus Eu'i. 

t.T (F' Spertnza Sesia ne' dan- 
nati, Snm , i, 2, 18. 

16. (-iL> Gru. niasf^olino, è nel 
Fior di Virtù. .En., X: Quales sub 
nubibus atrit Stn/moniae dant tigna 

4 



50 



INFERNO 



17. Ombre portate dalla detta briga. 

Perch'io dissi: — Maestro, chi son quelle 
Genti che l'aer nero si gastiga? — 

18. -r- La prima di color di cui novelle 

Tu vuo' saper (mi disse quegli allotta), 
Fu imperatrice di molte favelle. 

19. A vizio di lussuria fu sì rotta, 

Che libito fé' licito in sua legge, 

Per tórre il biasmo in che era condotta. 

20. EU* è Semiramis, di cui si legge 

Che succedette a Nino, e fu sua sposa: 
Tenne la terra che '1 Soldan corregge. 

21. L' altra è colei che s' ancise amorosa, 

E ruppe fede al cener di Sicheo. 
Poi è Cléopatràs lussuriosa. — 

22. Elena vidi, per cui tanto reo 

Tempo si volse ; <e vidi '1 grande Achille, 

Che con Amore alfine combatteo. 

grues, afque aethera trannnt Cam 20 (L) Tenne: Regnò dove. — Cor- 

sonitu , fugiunique Notos clamore regge: reg^ie. 

ser.undo. Geuig., l: lllum (imbrem) .. (SL) Semiramis. Amante del fl- 

Aèiiae fugete grues — Lai. Cosi nel glio; secondo Giusiinn, morta da lui. 

IX del Pureaiorìo il canto della ron- Rf^lla reticenza. — T'-nne. Mn,.^ I: 

dine. Neli'imagine degli storni di- Cyprum . . diUone Une.bat Hor. 

pinge la folla; in questa delle gru, Cirm., Ili, 14: Tenente, C'ie^are ter- 

ia schiera in lunga fila, dov'è' può ras — Citrregge Psal. XGV, iO; Cor- 

discernere l'un'ombra dall'altra — rexit oibem <errae. P^tr.: L'onorata, 

editando. Georg, l: Cecinere quae- verga Con la quol Roma e suo^ er' 

relam. — Aer. Senza articolo. Bart. vanti correggi. Vive in Tusc. e a 

S. (^onc: vol'ìnii por aere Co- fu. 

17. {>L) Bri'ia. Nelle Vite de'.-^s. ^{.{L) Colei. 



Padri sfa per guerra Par., Vili: 
Golfo. Che riceve età Euro rrniggior 
briga — Gasliga Mn.y VI: Rhada- 
manihus .. r.as^igat .. dolus. 

48 (L) Molle: Gemi. — Allolla : 
allora 



Didone. — Ancise: 

uccise, 

(SL) Amorosa OEn , I e IV). — 
Ruppe. Geo'g , IV: Rapere fidem. 
Dino Comp : Riippongli je^e — Ce- 
ner. Mn , IV : Nnu serrata fides ci- 
neri piO'uiisa Si'h'teot Trccent-ine- 



{F) Favelle Apoc, XI, 9, e altre dito: Ron-peo lede alla cenere dì 

sette volte. Varie tribii, e popoli e Sieheo — Poi. Tasso : B issa la com' 

lingue. posizione se <iirà xcùdta rt' ogtèinu- 

'ig. (^L) Fé'; disse lecito quel che -mero , e il verso lungni'o ufj'itto, 

place. - E'-a per l'opre sue. co'>>e : « PcjI v di Cl^-opatias lus- 

(>L) Rolt^ Alb'rt.inoj Si di- suriosa. » Il verso fu malwhttudal 

sciolgono a tiUtili rei viziiAn ^enso Tasso, che non dice vidi, o le due 

similf i Lailiii abruplus — Licito, dieresi di lussuriosa e di Cliiopa- 

Nel Convivio. E Purg., VI. irà; (forma dal genitivo greco), e 

{P) Libilo. Sparziano (in Cara- 1' accento sull' ultima ritraggono la 

cai ) : Si libet, licei. Aug.: Fiunt in sozzi regina. 

nobis conciipiscentice malce quando 22. (l.) jReo : di guerra. — Com- 

id quod non licet, libet. batiao: combattè. 



CANTO V. 



51 



23. Vidi Paris, Tristano: e più di mille 

Ombre mostrommi (e nominolle) a dito, 
Che Amor di nostra vita dipartine. 

24. Poscia eh' i' ebbi il mio dottore udito 

Nomar le donne antiche e i cavalieri, 
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 

25. r cominciai : — Poeta, volentieri 

Parlerei a que' duo che insieme vanno, 
E paion sì al vento esser leggieri. — 

26. Ed egli a me : — Vedrai quando saranno 

Più presso a noi ; e tu allor li prega 

Per queir amor che i mena ," e quei verranno. — 

27. Sì tosto come il vento a noi li piega, 

Muovo la voce: — anime affannate, 
Venite a noi parlar, s' altri noi riiega. — 

28. Quali colombe, dal disio chiamate. 

Con l'ali aperte e ferme, al doce nido 
Vengon per 1' aere, dal -voler portate; 



(SL) Elena. Uccisa da una donna 
greca per vendetta del mariio uc- 
cisole scilo Troia. Tutti i quln- mi- 
Dati da hanie moriiono à\ mala 
nìorte. — Grande Bue, IV: MagniK.. 
Achillei. Eiili, invino nell'arthi^ da 
amcre di Polissena fu vinto, e, nello 
sposarla, mono (.En., VI). 

23. (SL) Paris. Il cavaliere del 
medio evo smanie di Vienna. — 
Triitano. Amante d'Isotta, trafitto 
dal re Marco con dardo avvelenalo: 
ed ella morì con lui. Dante ccn- 
giunge la mitologia col romanzo ca- 
valleresco, eh' erano, dopo la Bibbia, 
le due fonti poetiche dov'egli at- 
tinse. — Dipartine. Petr. . Trionfo 
d'Am., I : Ch' anzi ten.po ha Civita 
Anior dirisi iEn. , Vi; Quique ob 
adulterium cce>-i. 

24. ìL) Dotloi e: mBesìTO. 

(SL) Vinse. Vit ss. Pad: Sila- 
sciasse .n vincere alla pietade. 

25. (SL Le()gieri: più forte me- 
nati, pf n he più rei: eanche perti;é 
più volonterosi a correre irsieme. — 
Vento. JEa., VI : Pandìintur inanes 
Suspensa' ad venlos. 

' 26. (L) /.- li. 

(SL) I per li l'usa Fran. da Bar- 
berino e Dante altrove. 



27. (SL) Muovo. Fav. d' Esopo : 
Mosse un'alta voce JEn.t VII: Can- 
tusque nocete. — AWi Modo antico, 
per indicare forza «uueriore e in- 
determinata. Inf., XXVI : Com'altrui 
piacque 

28 (SL) Colon be .En.,V: Quali» 
spehinca subito coviniota coluniba. 
Cui domis et aulcei latebroso inpu- 
ntice nidi, lertur in arva volans, 
plausun que exterrita pennii Dat 
tecto insentem; mox aere lapsa 
quitto, ìladit Ver liqnidum, celeres 
neqne coniwovet ala^^. - VI : Gemince 
quum torte coluìnbce Ipsa svb ora 
viri ccelo renere rolanles .. - Liqui- 
dnmqve per aera lapt^w , Seaxbxis 
cptatis genina snpfr athore sidunt. 
— Chiav ate JEn., XII : Vocant ani- 
ntuni... curae. — Dolce. Georg., I : 
Juvit, iv.bribus actis ^ Pioyeniem 
parvam nulce'qne rpri'<ere nidos. — 
Portate. JEn.. IX : Cupidme lerri - 
V: Fert in.petus , ipse volaniem. - 
VI: leit ita corde loluntas. Chia- 
ri. afe indica la prima n)cssa ; por- 
tate, la tendenza amorosa del volo; 
con Vali ferme che così gli uccelli 
volano d'alto in basso. 



52 



INFERNO 



29. Cotali uscir della schiera ov*è Dido, 

A noi venendo per l'aér maligno: 
Sì forte fu l'affettuoso grido. 

30. — animai grazioso e benigno, 

Che visitando vai per l'aer perso 

Noi che tingemmo il mondo di sanguigno; 

31. Se fosse amico il Re dell ' universo, 

Noi pregheremmo lui per la tua pace, 
Po' eh' hai pietà del nostro mal perverso, 

32. Di quel eh' udire e che parlar ti piace : 

Noi udiremo, e parleremo a vui, 
Mentre che il vento, come fa, si tace. 

33. Siede la terra dove nata fui, 

Sulla marina dove il Po discende 
Per aver pace co' seguaci sui. 

34. Amor, che a cor gentil ratto s'apprende. 

Prese costui della bella persona 

Che mi fu tolta ; e '1 modo ancor m' offende. 



29. (SL) Dido. Rinomina Bidone , 
perch' una delle più sventurate, 
per accennare a que' versi r;he gli 
ispirarono l' idea del secondo cer- 
chio : Mie qiios fiurus amor crudeli 
tabe pereait... Inter quas Phceniasa, 
recens a vulm> e, Di^o Errabat sili^a 
in magna {Miì., VI). — Muligno. 
Mn., vi : sub luce maligna. 

30. (L) Grazioso : cortese. —Perso: 
buio. 

(SL) Perso. Convivio. E vni^io 
di purpureo e di nero; na vince il 
nero ; e da lui si denonrina Più d'o- 
scuro ; onde il Petr. Panni.,, oscuri 
e persi 

(F) Animai. Dante, Vol^:. E'oq : 
SenHbilis anima et corpin, est ani 
mal. Arislorele chiam'-» I' uomo ant- 
mal cicile. Som : NelV uomo è li 
natura semibile, dalla quale eQli s'è 
delio animale; e la ragione i; ole y 
dalla quale, uomo. 

31. (L) Fosse a noi. 

(SL) Amico. A^Aì. Xll : Jupiter 
hostii. 

(F) Re. Conv.. Il Signore del- 
l' universo. Mon., p. 81 : Principem 
universi, qui Deus est. Dappertutto 
lo presenta come re , principe , im- 
peratore. 



33. (L) La : liavenna. — Seguaci : 
confluenii. 

(SI ) Siede. Conv.: Il suolo dove 
Roff.a siede. — Fui. liìf._, XXlll : i' 
jui nato... Sovra il bel fiume. Ra- 
veena stava già più presso all' A- 
driaiii'o, alla foce del Po, i' quale 
acco-'lìe p-^rvta moltissimi fonfluenti. 

— Seguaci G^org., I : Fluvium ri- 
voiQue sequentei. 

34- (SL) ArfiOr. Dante in un so- 
netto : Amor e' l cor gentil sono una 
co%a Guinicelli : Al cor gentil ri- 
para sempre Amore Sicco'ne •^ugello 
in ironda alla verdura; Non fé* 
Amore anzi che, gentil core ; Nf gen - 
iil core, anzi che amor , Natuta .. 
E prende A'uore in iientilezza loco, \ 
Co<ì propriamente, Come cido-e in 
chiarità ni foco-. Fuco a'A • ore a 
gentil cor s' appren"e Vii. N : A- 
f'Ote, eisenza del cuor gentile — 
Pre e. >;!• O'H^t , XI V : A'no/e cipta. 
iEn , IV: Genilori. i.nagine Capta. 

- Turpi . capiaine cnptos Uucc: 
Dei piacer aella bella giovane era 
peso. - Piii ùel piicer di lui s^ ac- 
cede. — Persona Dante. Hìme: Par- 
tissi dalla sua bella persona... Va- 
nima genlile. 



CA^TO Y. 53 

35. Amor, che a nullo amato amar perdona, 

Mi prese del costui piacer, si forte 

Che, come vedi, ancor non m' abbandona. 

36. Amor condusse noi ad una morte. 

Caina attende chi vita ci spense. — 
Queste parole da lor ci fur pòrte. 

37. Dacch' io intesi queli' anime otfense. 

Chinai il viso; e tanto '1 tenni basso. 

Fin che '1 poeta mi disse: — Che penso? — 

38. Quando risposi, cominciai: — Oh lasso! 

Quanti dolci pensier', quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo ! — 

39. Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 

■ E cominciai : — Francesca, i tuoi martiri, 
A lacrimar, mi fanno tristo e pio. 

40. Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 

A che, e come, concedette Amore 
Che conosceste i dubbiosi desiri? — 

35. (L) A: non riinetie a alcuno /En , X[l : Qui te cumque manent... 

amato il debllo d'amare canua. — Spense Giambuli., I: Spento 

(5L> Perdona. Nel sposo del la- di vita. 

Vino pucere. Bug , [il: Pirciie,ooes, 37. (L) Da. Dal primo momento. 

nimium procedere E v^le, non ri- — Offende: offese di doppio dolore, 

.s/à di far sì che alcuno amato ami. — Pen<e : p^nsi. 

Giova -onfermar con eSf^mpi-GHorgr. (^SL' Bnao. Duguesclin : Il te- 

IV: Parces . .. futuro. Buf. Vili: noit sa tele inclinée en peuiées d'a- 

Parcite carmina Mn , II : Non ta- mour 

men abihnuit nec roci, trceqae pe- 38 (F) Pernierà Conv.: Non subi- 

perdi. -XII : Pircite jam Raiuli ; et tamente nisce amore, e fassi grande 

vos tela inhibele, Latini, -i: Parce e viene perfetto: ma vuole tempo 

melu. E il Mi 'iilaveMi : Non perno- alcuno e nutrimento di penHerijmas- 

navano nessuna inQÌuria — Abb m- simamfinte là ove sonopensieiiccn- 

dona, JEfì.. vi : Cuicc non ip>a in trarii che lo impediscano 

morte relinquunt - I due amanti 39 iL) A: fino alle lagrime. — 

(dice il BO'"cai;cio) furon posti nella Pio : nii spirano doglia e pietà. 

mede'iima sepoltura. FiaCfamenie il (SL) Cominciai. Pare che con 

Peiran-a : Nostra sorte j, Come ven, questa ripeiizione voglia mostrare il 

e indici-ia : e pi-r td seguo Si vede suo turbamento, e la difticoltà che 

il nostro amor tenace e torte. ebbe di muover parole. Simile so- 

{F ) Abb'tn'iona G-es. Uial , IV. pr.,bbondanza In Virgilio (,En., I) : 

33: I cattiri e^^enio to'wentali Tum sic reqinam ulloquitur , cun- 

c<in colmo che in questo mondo ama- cti^que repente Impro'isus ai-t — 

rono.non cumnao di Dio, sono con- A lacrimar. (Terz.^^ I.*'») : Pugne a 

sunti non so'o dalla propi ia y ma fluaib — T/tsio. Nel canto seguente: 

dallf pene 'U quelli hnpietà oe'due cogniti. Che di tri- 

3G (L) Caini : bolgia ove pani- slizia tutto mi contuse. 

scoosi i fratricidi. 40. iL) A che: a che segno si è pa- 

(SL) Cai/li. Inf., XXXII : —i«- lesalo l'amore. 

tende. Hor. Carm., HI. , il : Fata (¥) Dubbiosi. Som,: Se speranza 

Quos manent ciilpas etiam sub Orco, sia causa d'Amore. 



54 INFERNO. 



41. Ed ella a me: — Nessun maggior dolore 

Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria. E ciò sa '1 tuo dottore. 

42. Ma se a conoscer la prima radice 

Del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
Farò come colui che piange e dice. 

43. Noi leggevamo un giorno, per diletto, 

Di Lancillotto, come amor lo strinse: 
Soli eravamo, e senza alcun sospetto. 

44. Per più fiate gli occhi ci sospinse 

Quella lettura, e scolorocci '1 viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

45. Quando leggemmo, il disiato riso 

Esser baciato da cotanto amante, 
Questi, che mai da me non fia diviso, 

46. La bocca mi baciò, tutto tremante. 

Galeotto fu '1 libro, e chi lo scrisse. 

Quel giorno piti non vi leggemmo avante. — 

47. Mentre che l'uno spirto questo disse, 

L'altro piangeva; sì che di pìetade 
I' venni man, così com'io morisse: 
E caddi come corpo morto cade. 

41. (SL) Tempo. Ov.: Tempore felici. 43. (L) Di, amante di Ginevra.— 

(F) Ricordarsi. Accenna forse Sospetto : Umore, 

alle parole dì Didone morente (jEa., (SL) Strinse.Yìta. Nuova: Amore 

IV) ; alla renitenza d' Enea a ricor- ti stringe. Ma. , IX : Animum pa- 

darsi della patria distrutta (iEn., II). triae strinxit pietatis imago. 

Altri intende Boezio, là dove dice : 44. (SL) Vinse. Ma. , Xll : Victus 

In ogni avversità di fortuna , la piii amore lui 

infelice sorte d' infortunio è V es- 45 (L) Rino : bocca. 

sere stato felice. E nel Convivio 46. (L) Il corruttore nostro. — 

chiama Boezio consolatore: ed esso Avante'. olire. 

Boezio ((Jons., Ili): Che le riuscite (SL) Galeotto. Fu mezzano tra 

della voluttà siano tri te, chiunque Lancillotto e Ginevra A noi , dice 

voglia ricordarsi degli errori prò- Francesina, mezzano fu il libro e l'àu- 

prii, inteniierà. toredi quello. Nelle vecchie ♦'dizioni 

U^. {SL} Pi ima. Ma.f il: Bincmihi il Decamerone s'intitola Principe 

prima mali labes. - iV : Itle die< GaZeot'o; e Galeotto sinrnifì.'.ava raez- 

primus lethi primuique malorum z^no di turpi amori. — Quel. Ma. , 

Caussa fuit. — Ridice Gino : D' o- IV : Ille dies primus lethi... C-Missa 

gni mia mal sei la radice. — Af- fui>.. 

fello. Ma., li: Sed si tantut amor 47. (L) Movine : morissi. 

ca&ui cogìioscere nostro/, Quam- (SL) C'ide. Suono imitativo : si- 

quam animus meminisse fiorre>, . . . mile in Ovidio (Met., XI): CoUapsa- 

Ineipiam. — Piange. Inf. XXXIII, que corpore foto est, 
3 : Parlare e lagrimar mi vedrà' in- 
sieme. 

>^^g»o 



CANTO V. 



Più fondo è l'inferno, più i do- 
lóri sì condensano , e , come suole 
delia materia condensata , §i fanno 
più forti. Mi la lussuria viene prima, 
cioè meno rea della gola e dell'ava- 
rizia : e così é . finché non s'am- 
mogli, come accade , con altri opc- 
cali più turpi. La bufera è dipinta 
come da uomo che lìa vedute tem- 
peste del cìpIo e dell'acqn»», e pro- 
vate tempeste dell' anima. Quel farli 
bestemmiare suU' orlo della rovina 



è, come nella stretta finale delle 
musiche, cosa potente. Il porre Bi- 
done tra Semiramide e Cleopatra è 
giudizio di quella severa equità che 
piaceva al poeta esercitare anco con- 
tro sé stesso ; e qui per vprn non 
mi pare equità. Il verso Piefà mi 
vin<e. e fui quaH smarrito, mi suona 
de' più belli del canto , perchè è 
confessione e giudìzio de' falli suol 
proprii. 



56 INFERNO 



FRANCESCA. 



Guido, il nipote di Francesca, ospite di Dante, non si recò ad offesa 
questi versi, ne' quali l'odio dell'uccisore e la piota degli uccisi risuona 
si forte. A questo Guido é una Canzone che credesi di Dante, e non 
é, sulla mone di Enrico VII. Ospite di Guido pare che l'osse il Poeta 
nel 1313, quando e' non era per anco Signore; poi dopo il 1318, quan- 
d'ebbe la signoria di Ravenna con Oslagio da Polenta. 

Dice il Boccaccio che, Gianciotlo essendo bruttissimo della persona, 
fu mandalo Paolo a Ravenna, fralel suo, a celebrare le sponsalizie: e 
Francesca ne invaghi; poi, vistasi moglie allo zoppo, n'ebbe sdegno. 
Questo varrebbe ad attenuare la colpa degli amanti, e a scusare il 
Poeta che la narra con tanta pitta. Aggiunge alla pietà il modo della 
morte, preparata forse con qualche insidia (siccome è da argomentare 
dal dannar che fa Dante l'uccisore al ghiaccio de' traditori) ; e certo 
consumata con crudeltà che sarebbe da riprendere, nonché in fratello, 
in nemico. Finge il marito di partirsi, e li coglie: l'uscio era chiuso 
dì dentro; Paolo si precipita per iscendere: Ja falda dell'armatura lo 
ritiene sospeso; la donna apre; Gianciotto va per trafiggere Paolo; ma 
Francesca interpostasi riceve il primo colpo, l'amante il secondo. Ben- 
venuto d'Imola dice di Paolo: Uomo corpore pulchcr et poliluSj dedi- 
tus magis olio quam labori. 

Nel capo sessanlesimosesto del romanzo del Lancillotto, è narrato 
come Galeotto, il conciliatore di quell'amore, volesse che la regina 
Ginevra baci Lancillotto l'amante. La reina vede che il cavaliere non 
ardisce j e lo prende e lo bacia avanti Galeotto assai lungamente. 
Questo romanzo fu da Innocenzo IH proibito nel 1313. Singular cosa 
che Dante in età più severa e in quella parie del poema dove l'anima 
sua più si leva da terra, nel luogo ove canta di Cacciaguida e di Bea- 
trice, accenni a cotesto romanzo, e assomigli la donna della sua bea- 
titudine, il simbolo della scienza teologica, la assomigli non a Gine- 
vra, ma a quella che tossì al primo fallo di lei. Sia pure quel che 
l'Ottimo dice, che l'autore fu mollo invescato in amore, e però volen- 
tieri ne parla: sia pure che negli anni maturi Dante nel Volgare Elo- 
quio, in massima generale, sentenziasse: Iltud maxime delcctabile 
quod per pretiosissimum objectum appctitus delectat : hocautem Venus (1). 
Ma non s'intende come possa egli con Cacciaguida più desiderare quei 
tempi quando Firenze era sobria e pudica: né so se allusione men de- 
gna di Beatrice potesse cadere in mente alla vituperata Cìanghella. 

Il Buti pisano aveva giustamente notato come queir imprecare a Pisa 
che Arno annej^hi in lei ogni persona, tante donne e fanciulli e vecchi 
innocenti, per vendicare la morte de' figliuoli e nepoli innocenti del 
traditore Ugolino, fosse cosa infernalmente spietata. Il ver^^o che con- 
chiude quell'altra narrazione Poscia, più che'l dolor polè'l digiuno^ 
sebbene assai chiaro e da non lasciare a persona di senno imaginare 
che il padre si fosse mangiati i figliuoli, non è però della bellezza di 

(1) Lib. II, cap. II. 



CANTO V. 57 

questo con che Francesca finisce, accanto al quale parrebbero rettorie! 
i versi dell'Eneide: Prima et Tellus et pronuba Juno Dani signuvi; 
fulsere iynes et conscius cether Connubii, summoque iilulàrunt vertice 
Nymphw, se non ci si sentisse espressa da quell'anima verginale, una 
gr.tnde moralità, e tutte le potenze della natura, insieme con le so- 
prannaturali, compiangere al fallo, così come nella caduta de' primi 
parenti d). 

Una contradizione, non morale ma letteraria, cade forse a notare: 
se la butera ìnfernate non resta mai, se gli spirili non hanno speranza 
mai di pena minore, nonché di posa, come é che nel colloquio di 
Francesca con Dante il venio si face? Qualche codice legge ci tace; 
che rammenterebbe quel dell'Egloga IX: Et nunc omne tibi stratum 
silet cequorj et omnes, Aspice, ventosi ceciderunt murmuris aurae. Ma, 
ollrecclié il ci tace non fa dolce suono, resterebbe tuttavia a sapere 
com'è che a' due amanti il vento tacesse. Altri può rispondere, che 
siccome sotto la pioggia e la grandine che fiacca i golosi Dante va e 
sta non percosso, cosi non solamente in favore di lui non dannato la 
legge eterna è per un istante rotta, ma e in prò de' dannali stessi. 
Senonchè qui balza agli occni un difetto più grave, pen-hè morale; 
dico che cotesta legge sarebbe rotta per la preghiera che volge ad essi 
il Poeta; e la preghiera è in nome di quell'amore che é la colpa dei 
due infelici e la pena. La quale inconvenienza é temperata da quelle 
parole di mesta e profonda bellezza: 5e fosse amico il Re dell'univer- 
so. Noi pregheremmo lui per la tua pace; dove le parole il nostro 
mal perverso pajono confessione e rimorso del fallo loro, e un quasi 
riconoscersi immeritevoli di pietà. Senonchè poco appresso la donna 
abbellisce la sua passione; e, nel pur dirf della bella persona che le 
fu tolta e del costui piacer^ non lascia dubbio che l'amor suo al Poeta 
paresse cosa degna di cuor gentile , e che l'amata in tal modo non 
potesse risparmiare il ricambio. Non dimentichiamo però che la donna 
parla come tuttavìa passionata, al rnQdo che gli altari dannati fanno; 
e che i Teologi stessi ammettono nell'inferno il dolore e la vergogna 
che tormentano, senza il pentimento che ammenda. Quel motto: 'l modo 
ancor m'offende^ dopo l'altro tingemmo il mondo di sanguigno, e In- 
nanzi chi vita ci spense, risalta vieppiù dal ripetere che il Poeta fa 
anime offense; e qui pure la colpa del rancore sopraggiungesi ad ag- 
gravare la pena. Similmente nel verso. Questi, che mai da me non 
fia diviso, la passione disperata si sfoga, e segna la propria condan- 
na, dactihè il veder patire anima amata tanto, è de' f alimenti il più 
atroce. Ma guardando più addentro. In questi versi stessi, che Dante 
ha forse composti innanzi i trentacinque anni, e ardenti delle sue pro- 
prie memorie, e impressi della pietà de' due miseri (i quali e' poteva 
aver conosciuti, dacché, quand'essi morirono, volgeva a lui l'anno 
ventitré di sua età), in questi versi stessi è un senso di tanto più 
polente quanto meno spiegata moralità. Alle parole della donna il 
Poeta si raccoglie in sé, china gli occhi, e non si riscuote se non al 
dire di Virgilio: che pensi? E allora, dopo breve silenzio, esclama, ri- 
flettendo a sé insieme e ad essi: Oh lasso! Quanto desiderarono quel 
che li trasse a tanto dolore, e quanti dolci pensieri furono via a ter- 
mine così amaro 1 La donna poi, rispondendo, attesta che di lutti i 
dolori il maggiore, cioè più del turbine che senza posa li volta e per- 
cuote, è la memoria del passato piai^ere; ondose la bufera resta, non 
resta a' due sciagurati il tormento. E da ultimo la radice del nostro 
amor è parola che tinge di moralità quant' altre la compassione degli 
altrui falli e de'proprii trae dal cuore al Poeta. 

(1) .*:b., IV. 



58 INPERNO 



OAIVTO VI 



ARGOMENTO. 

Si riscuote, e si ritrova nel terzo cerchio, de' golosi. 
Come venutovi? Per quella forza che in Paradiso lo spin^ 
gè di pianeta in pianeta. E perchè in questi due luoghi 
tale passaggio, e non piti per tutto l'Inferno? Perchè, a 
passare Acheronte, altra via non v era che la barca o 
un volo; e scendere dalla rovina del secondo cerchio per 
mezzo alla bufera, non può. - Parla con Ciacco de' mali 
della patria, con Virgilio della vita futura. Scende nel 
cerchio degli avari. 

Nota le terzine 2 alia 10; 12 alla 15 ; 25, e 31 alla 34. 

1. Al tornar della mente, che si chiuse 

Dinnanzi alla pietà de' duo cognati, 
Che di tristizia tutto mi confuse ; ^ 

2. Nuovi tormenti e nuovi tormentati 

Mi Veggio intorno, come ch'i' mi muova, 
E come ch'i' mi volga, e ch'i' mi guati. 

3. Io sono al terzo cerchio della piova 

Eterna, maledetta, fredda, e greve: 
Regola e qualità mai non l'è nuova. 

4. Grandine grossa, e acqua tinta, e neve 

Per l'aer tenebroso si riversa: 
Pute la terra che questo riceve. 

l. (L) Chiuse a ogni impres- 3. (L) Mai: vien sempre a un 

sìone. modo. 

(SL) Tornar. Mn.. XII: Ut (F) Cenhio. Del vizio della 

ììrimum discus^ce w.b'ce , et lux gola, Som.. 2 2, U8. 

reddita menti. — Chiude. Bocc. : Si 4. (L) Tiii.a: bua. 

ogni virtù sensitiva le chiusero, che, (SL; Rioersa Mn,\: Effusa.., 

così morta, nelle braccia del figiimlo (Uraniine nimbi Prcecipitant.- V: 

cadde. [Lue: Ànimam clausit do- RnU relher^, loto Turbidus imber 

lor.] aqua densisqut nigerrimus austris.l 



CANTO VI 



59 



5. Cerbero, fiera crudele e diversa, 

Con tre gole caninamente latra 
Sovra la gente che quivi è sommersa. 

6. Gli occhi ha vermigli, e la barba unta e atra, 

E '1 ventre largo, e unghiate le mani; 
Graffia gli spirti, gli scuoia, ed isquatra. 

7. Urlar li fa la pioggia, come cani: 

Dell' un de' lati fanno all' altro schermo ; 
Volgonsi spesso i miseri profani. 

8. Quando ci scorse Cerbero, il gran verme, 

Le bocche aperse e mostrocci le sanno: 
Non avea membro che tenesse fermo. 



Sap., XVI , ÌQ: Aqnis et grandini- 
bus et plumis persecutionem passi. 
3. (L) Diversa dalle tìere note. 
(SL) Cerbero. iEn. , VI : Cerbe- 
rus hcec ingem latratu regna tri- 
fauci Personat , adcerso reeubans 
immanis in antro. Stai., V|| : Ter- 
geminoique mali cu^toiis hiatus. — 
Diversi. Di-re- to P>>.rie>sa, di spe- 
cie mostruosa Inf.XXXIll: Uomini 
di'^ersi D'ogni codu'fc. Vita Nuova: 
Visi diversi ed orribili a vedere. — 
Caninamente. Petr. : Nemica nalu- 
ralmente di pace. 

(F) Tre. Tre gole ha Cerb'^ro; 
tre facce h\ Lucifero (Inf., XXXIV). 
L'Oti.: Significa che abbia §«* giu- 
stizia sopra li peccatori delle tre 
parti del mondo. E età Fulgenzio. 
— Sommersa. Som.: Lo smergo, del 
qu^le è natura dimorare lungamente 
sott'acqua j significa il golow che 
nelle acque delie delizie s' immerge. 
6. (L) Lquatra: squarta. 

(SL) Unta. Proprio de' golosi. 
Orazio, di Cerbero (Carm. , ili, H): 
Spiritu$ teter saniesque manet Ore 
trilingui. Sen , Htìr.% , For. v. 784: 
Sordxdum tabo caput. — Mani. Cosi 
chiama Plinio le zampe anteriori 
dell'orso (Vili, 36) Ma qui Cerbero 
é demonio con forma tra umana e 
bestiale Somiglia un poco alla de- 
Sf^rizione che fa Virgilio d' un appa- 
recchio da mangiare. Te^gora diri- 
piunt cosds, et vincerà nudant. Pars 
in jruHta secant {JEa. , 1). — Isqua- 
tra. Come interpetrare per tn-(crpre- 
tare. Anche Lucano (VI) fa le viscere 
umane lacerale e ingoiate da Cer- 
bero Armannino, degli iracondi: 
La Gorgona costoro iranghiottisce 



e fanne grandi bocconi : poi per lo 
sesso li caccia fuori. 

(F) liquatra. Sap.. XM7: Per 
quce peccai quis, per hcec et lorque- 
tur. Norma da Dante osservata in 
parecchi de' suoi supplizi!. 

7. (L) Schermo: si voltano orsul- 
l'un fianco or sull'altro. 

(SL) Schermo. Nel XVII del- 
l'Inferno ì dannati, per difendersi 
della pioggia di foco. Di qua di là 
soccorrén con, le mani , Quando a' 
vapori e quando al caldo suolo. — 
Volgonsi. Ma., ili: Fessum... mutat 
lalus , di un gigante dannato. — 
Profani. Stat., l : Dapibuique pro- 
fanis Instimulat. Lucan. : Profana 
morte 

(F) Urlar : Joel., 1, 5 : Ululate... 
qui bibitii vinum in dulcedine. — 
Profani. Aveva anche senso di scel- 
lerati (Machab., Il, Xll, 23) , e pro- 
fani ben chiama coloro quorum deus 
venter est (ad Philipp. , HI, 19). II 
mangiarli che fi Cerbero e Io star 
essi cosi distesi, somiglia al tor- 
mento di Tizio nel Vi dell'Eneide. 
8. (SL) Gran. Mn. , VI: Cerbe- 
rm... ingem. Ov. Met , IV: Tria 
Cerberus extulit ora. Et tres Latra- 
tus simul e^i'iit — Vermo. au an- 
tico valeva qualunque sia fiera schi- 
fosi. Pulci (IV, i5). Ariosto: Che al 
gran vermo internU mette la briglia. 
Vermo, nei salmi penitenziili, fal- 
samente atfribuifi a Dante, il demo- 
nio. — Aperse. JEa. , V[ : Fame ra^ 
bida tria guUura pandens. — Fer- 
mo. Virgilio, di Cerbero {Ma, VI): 
Horrere videns jam colla colubris. 
Georg., HI : Tota] iremor perteniet 
equorum Corpora. - MI: Tremit ar- 



60 INFERNO 



9. E '1 duca mio distese le sue spanne, 

Prese la terra, e con piene le pugna 
La ^ittò dentro alle bramose canne. 

10. Qual' è quel cane che abbaiando agugna, 

E si racqueta poi che 1 pasto morde, 
Che solo a divorarlo intende e pugna; 

11. Cotai si fec r quelle facce lorde 

Dello dimonio Cerbero, che introna 
L' anime sì eh' esser vorrebber sorde. 

12. Noi passavam su per 1' ombre che adona 

La greve pioggia, e ponevàm le piante 
Sopra lor vanità che i)ar persona. 
12. Elle giacén per terra tutte quante, 

Fuor d'una, che a seder si levò, ratto 
Ch' ella ci vide passarsi davante. 

14. — tu che se' per questo inferno tratto 

(Mi disse), riconoscimi, se sai: 

Tu fosti, prima eh' io disfatto, fatto. -— 

15. Ed io a lei: — L' angoscia che tu hai. 

Forse ti tira fuor della mia mente 
Sì che non par eh' i' ti vedessi mai. 

fu?, stai., Il: O'nnei capitum svb- H. (SL) Facce. jEn., IV: Tiia 

rexil hiatus. Qui forse (rema anco ora. Il Cerbero dantHs-io non ha ceffo 
per la memoria, di Teseo. Inf., IX di cane: latra caninamen'e, a modo 
{■iì Cerbero). di cane, — Introna JEu., VI; Per- 

(F) Fermo. Cerbero co' suoi la- sonat. Ov. Mei., Vii: Rabita qui 
Irati è simbolo della rea coscienza, concitus ira Implevit pariter fernis 
della quale Isaia: Vermis eorumnon lairatibui auras. — Anime Ma , VI : 
morietur [LWl. H\. lagena junitor antro jE'emuni la- 

9 (SD Gitlò Mn.t VI: Offam trans exangues lefreat umbrQs. 
objicit Quivi d'una ciambella sopo- 12. (L) Aduna : doma.. — Per nona : 
rifera. del cortio. 

(F) Térra.*l\Iostra la viltà della (^L) Adona. L'us^ il Villani 

fiera, cioè del vizio. Qui meglio s'in- (VI, 80). — Persona Mn., VI: Te- 
tende quello del '-aitio l: Non ci- miei sme corpore vitas.. rana sub 
berci terra. — GWò. Virgilio è la imagine tornifc. - Domos Dilis va- 
ragione che vince la tì^ra vile. cuhh, et inana regna. 

10. (L) Agugna: agognar al cibo. 43 (L) Ritto: losto. — Ci: noi 
— Pugna: par comballa col cibo dfivanii a ^é. 

mangianlfdo avido H {LìDìì atto: morto —Fatto: n&lo. 

{>L) Cine II Cerbero di Dìnte {S\.) Disiano Bocc. : Ilmno sé 

non è proprio un oane.ripe'o, è un meie4ihidi<one<tamenlerìi-ifatli({ìC' 
demonio, come Caronte e Minosse, cisi) Per n.orto l'avevano i Francesi 
I>eió la similitudine reecre. — hi Ano nel 5'^0 (Moniluc, I, 32) 
tende. Som , I, i, 49: Leo occidens 15. (L) Ti'a: traslimra l'imagine. 
ceroum, intendit cibum. Intende e (SL) Tira. Il contrario dell'im- 

pugna rendono insieme il simile pressione, che fa quasi entrare nella 
senso del latino contendere. mente l'imagine ; e ve la ferma. 



CANTO VI. 61 

10. Ma dimmi chi tu se', che in sì dolente 
Luogo se' messa, e a sì fatta pena. 
Che, s' altra è maggio, nulla è si spiacente. — 

17. Ed egli a me: — La tua città, eh' è piena 

D' invidia sì che già trabocca il sacco, 
Seco mi tenne in la vita serena. 

18. Voi, cittadini, mi chiamaste Ciacco. 

Per la dannosa colpa della gola, 
Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 

19. Ed io, anima trista, non son sola; 

Che tutte queste a simil pena stanno 
Per simil colpa. — E più non fé' parola. 

20. Io gli risposi: — '■ Ciacco, il tuo affanno 

Mi pesa sì che a lagrimar m'invita. 
Ma dimmi, se tu sai, a che verranno 

21. Li cittadin' della città partita; 

Se alcun v' è, giusto : e dimmi la cagione 
Perchè r ha tanta discordia assalita. — 

22. Ed egli a me : — Dopo lunga tenzone, 

Verranno al sangue: e la parte selvaggia 
Caccerà 1' altra con molta oftensione. 



16 (L) Maggio: maggiore. — Nul- Fiacco. Sotto la grandine grossa e 

la: nessuno la pioggia che adona. 

(SL) Maggio (Par., XXVIII , iV) Dumosa. Hor. En., I, iS: 

t. 26) Com- yeoQio ^ex peggiore. \ìi D'irrinom Venu$. Berli , XXX VII, 34: 

Firenze: Via Maggio. Per la crapula niolli perii ono Grida 

17. (L) Tua: Kirenze. — J»; vivo, anche il Boccaccio contro quft'suoi 

18. (L.) Clicco : porco. concittadini che trattavano briachi 
(SL) Ciacco. Lo nomina il Boc- le cose pubbliche. 

caccio e loia per piacevoli motti e 20. (^Li In>:ita. Con meno parsi- 

per gaia rarlantina. Uno da tutti monia il Tasso: E ali occhi a lagri- 

chiamalo Ciacco. L'anonimo lo «lice mar gVinvogha e sforza M« forse 

uom tìi coite, cioè buffone: li quali in itaie è langui io. B-^ne i'Aifleri: 

più usurio questo tizio che altri Che mi percuote e a lagrimar mi 

dente.. Ebbe in sé. ^ectmdu buffone, sforza 

leg'Àadri coitunii e belli niotli : nsó 21. (L) Pirtita: divisa. 

coi*' li viilenli uo'fiini e aispeUó li (SD Paitita. Gio Vili.: Per 

cattivi E bene ii contiene a sì cai- ii^iegno Firenze fu guasta e ptrliia. 

lieo vizio e Cile mettere ù iHe va- 22. (M.ì Sm^ue B^g . L XXV, 33: 

niera ai genie, conte uoruini che Ireni ad >uuijiiinetn — Offeasione. 

stanno alla mercè d'ogni uomo, e Da gran forza il poet.i ali,* soce Of- 

con lusinghe e bnqie vogliono ser- fendere. ìnf., Y : Anime offense. Con 

vire... l mali di Firenze Dante co- questa l'arola Dante condanna gli 

nosceva originati da' vizi» di qaei eccessi de' Bianchi. 
grandi co* quali Ciacco viveva. — 



62 



INFERNO 



23. Poi appresso convien che questa caggia 

Infra tre Soli ; e che V altra sormonti, 
Con la forza di tal che testé piaggia. 

24. Alte terrà lungo tempo le fronti, 

Tenendo l'altra sotto gravi pesi, 
Comecché di ciò pianga e che n'adonti. 

25. Giusti son duo; ma non vi sono intesi. 

Suberbia, invidia, e avarizia sono 

Le tre faville eh' hanno i cuori accesi. — 

26. Qui pose fine al lacrimabil suono. 

Ed io a lui : — Ancor vo' che m' insegni, 
E che di più parlar mi facci dono. 

27. Farinata, e '1 Tegghiaio, che fur sì degni, 

Jacopo Rusticucci, Arrigo, e '1 Mosca, 
E gli altri eh' a ben far poser gì' ingegni, 



23. (L) Soli: anni. — Tal: uno. 
— Tede- ora. — Piaggia: lusinga 
Firenze: viene adagio con cautela 
frodolenta. 

(SL<J Soli. In Nemftsiano. La 
visione si finge nel 1300. nel 1302 
Dante co' Bianchi fu soppiantato e 
sbandilo — Sormonti. Assoluto nel 
Mnchiavelli ( Fiamm. storici ). — 
Pitggia C'irlo -di Valoi< , per lo 
quale, dice l'Ottimo, papa Bonifazio 
ave a mandaU), per cocciure quelli 
dell'I casi d'Aragona dalla ngnoria 
di Sicilia Vili. , Vili. 69: / grandi 
di parte Nera, e quelli che piaggia- 
vano con il legato. 

24. (L) Fronti de' Guelfi. — iV': 
se ne 

(SL) Alto. Carlo altrove è detto 
alto leon; e nel primo canto è for- 
s'anco il leone dalla test' alta. El 
era veramente rabbiosa la fame di 
questo leone di Fran -ia. — Tenendo. 
Dino: Tenuti sotto gravi pe&i. Ma., 
1 : Ser- itio premei. 

25. (L) Son : ci son. 

(sL) Duo Dante e Guido Ca- 
valcanti, amico suo, richiamato d'e- 
silio da lui quand'era priore. Dante 
volle con tinte arte roncìliaFP le ci- 
vili dis<"ordie « non potr. Ezech., 
XIV, 13, U: Terra cum peccaverit 
mihi... conteram virgampanis ejus... 
Et si fuerint tres viri isti (jusii) in 
medio ejus. Giusto qui vale amico a 
giustizia , non santo. Neil* XI del 
Purgatorio Dante accenna a sé e al 



Cavalcanti in modo slmile senza 
dire il suo nome: Ha tolto Vuno 
aW altro Guido La gloria della lin- 
gua: e for^e è nato Chi Vuno e Val- 
irò caccerà di nido. Nel Purgatorio 
di tre vecchi di Komagna , rimpro- 
vero d»^l l'amica età alla moderna. 
[Dante, Rime: Cunzohe, a tre men 
tei "i nostra terra Te n'andrai, anzi 
che tu cadi altrove L» due sntutu ; 
e Valtro la che prove Di trarlo fuor 
di mola sella in pria: Digli che il 
buon col buon non prende guerra 
Prima che co' ifalvagi ilncer prore, 
S'Titia circa il 1304.] — Fadlle. Inf., 
XV: Gente avara, imiaiom e su- 
Verba. Vili. . Vili, 96: Per le pec- 
cata della superbia, invidia ed ava- 
rizia, erano portiti a fletta - ivi, 68 : 
Molti peccati contmessiper la super- 
bia, inridia ed avarizia di nostri 
cittadini che allora guidavano la 
terra. Altrove (VÌI, 37; accusa d'in- 
vidia i Donati. 

(K) Duo. Arist. Fis., IV : Il due 
è il nn.v>eo minimo. 
26 (L) Snono : parole. 

('•L) L'ioimobil. Mn. , XI: La- 
crymosii vocibas - III: GeniLus la- 
nyn-obiUs. — Suono. Geoig. , IV: 
Sonitum... sen4t (di voce di'lente). 

— Insegni Mn.j VI : Ne quwre do- 
ceri. E in questo sen.<o assai volte. 

— Dono. Petr. : /*; in don le chieggo 
sua dolce favella. 

27. (SL) Farinata. Inf., X. — Teg- 
ghiaio. Inf. XVI. Fa Tegghiaio di due 



CANTO VI. 



63 



28. Dimmi ove sono, e fa ch'io gli conosca; 

Che gran desio mi stringe di sapere 

Se '1 ciel gli addolcia e lo 'inferno gli attosca, 

29. E quegli : — Ei son tra 1' anime più nere : 

Diversa colpa giù li aggrava al fondo. 
Se tanto scendi, gli potrai vedere, 

30. Ma quando tu sarai nel dolce mondo. 

Pregoti eh' alla mente altrui mi rechi. 
Più non ti dico, e più non ti rispondo. — 

31. Gli diritti occhi torse allora in biechi; 

Guardommi un poco, e poi chinò la testa: 
Cadde con essa, a par degli altri ciechi. 

32. E *1 duca disse a me: — Più non si desta 

Di qua dal suon dell'angelica tromba, 
Quando verrà la nimica Podestà. 

33. Ciascun ritroverà la trista tomba, 

Ripiglierà sua carne e sua figura, 
Udirà quel che in eterno rimbomba. — 



sillabe » che co«ì pronunziavano. 
Petr : Ecco Ciri da Pi<toih Guitton 
d'Arezzo — Degni. Li kda. n«'n 
come pecca'ori ni.* com'^ ber'pmerlU 
riitadinl. Ru>^1inicfi. Ipf . XVI. — 
Mosca. Inf, XXVlil — Po<er. Eool., 
VIH, 16: Apfjosni cor n.eutn nt nei- 
rem sapieniiam D'no. XII: Poniite 
Vanirrio a Quiia che la nostra città 
debba posare. 

28. (L) Ad'ioleia, consola. — At- 
tosca d'»^tprna amarezza. 

(SL) Addolcia. Prov . XXVII 9: 
Anim>i óulcoiatur. — Attosca. Nel 
i^ovellino e in Esopo. 

29 (5L) Aggrava. .Efi , VI: Ur- 
gentur poeni<. 

30 (SL) Dolce. Mn. , \l : Dulcis 
ritue — Rechi I non vili Dante fa 
desiderosi di vivere np|U memoria 
degli uomini (Inf, XHl XV, XVI e 
altrove). Ciicco dunque era a D^nte 
uomo non tanto dispregevole. E i 
disi^orsi ih' e' gli pone in bocca sono 
di pio cittadino. 

31. (SL) Torse. Georg, IV: Ocu- 
losintorquens. — Cadde. Lucan.,Vl : 
Sic poitquam fata peregit Sialvultu 
rncealui tacilo, mortemque reposcit. 
— Ciechi, Nel canto seguente, guerci 



della mente rIì avari. Ciechi, innol- 
tre, per la g'-andine tenebrosa. 

(F) Ci'Chi Som. (de 'dannati); 
Caecitas et htbeludo. 

32 (L) Di qua: prima del. ,— 
T'omba del giudizio. -'Podestà: 
di Gesù Cristo 

(SL) Verrà Nel Vangelo pa- 
rola solenne dell'ultimo avvenimento 
di G. C. — Podestà. Nel Paradiso 
soddisfarà, e nell'uso comune Feti- 
cUa, Trinità. 

(F) Drisfa. Dal letargo tormen- 
toso in cui giace a pena della cra- 
pula s^onnnienta. — Podestà Dan., 
VII. U: La potedà dt Lui , pot&ità 
eterna. VirgiHo. a Giove (^Én., X): 
hofhinum ùicunique eterna pote- 

St '.<i. 

33. (L> Q'iel: la sentenza. 

(-L) T'ista, che chiude un 
corpo dannafu a pena la quale dopo 
la risurrezione s'aggrava. — Ripi- 
glierà Som..- Ripreio il corpo. Se- 
gntTi : Se voi poteste ritornare nel 
monio e ripigliare i vostri cadaveri. 
— Quel. Maiih. , XXV , 41; Itene da 
me, maledetti nel fuoco eterno. 

{¥) Rimbomba. Som. ,3, 59^ 5: 
Suppl. 83 (dei Giudizio). 



64 



INFERNO 



34. Si trapassammo per sozza mistura 

Dell'ombre e della pioggia, a passi lenti; 
Toccando un poco la vita futura. 

35. Perch'io dissi: — Maestro, esti tormenti 

Crescerann' ei dopo la gran sentenza , 
fìen minori, o saran sì cocenti? 

36. Ed egli a me: — Ritorna a tua scienza, 

Che vuol, quantQ la cosa è più perfetta, 
Più sente il bene, e così la doglienza. 

37. Tuttoché questa gente maladetta 

In vera perfezion giammai non vada; 
Di là più, che di qua, essere aspetta. — 

38. Noi aggirammo a tondo quella strada. 

Parlando più assai eh' i' non ridico. 
Venimmo al punto dove si digrada: 
Quivi trovammo Pluto, il gran nemico. 



3 4. (L) Sì : co=;i. ^ La : questione 
della vita futura 

(SLi Ombre. Star. : Per nm~ 
hrai £>■ cnliunnle^ umbrarum exa- 
mine campos Calia insieaie ie ani- 
me e il r^ngo ; per dimostrale la 
viltà di q'!**! vizli). 

[F) Falara Som., 2, 1, 106: 
Della lito, futura. 

35 {Lì Pei eh' .-onde. --J?s<t: questi 
tormenti d' mf^^rno. 

(F) Senienza. Bern., de trans. 
S. Malach.: È definita, ma non an- 
cor promulgata, la sentenzi. 

36. (L) Tua Anco la scienza uma- 
na io inten.ie — DugHenza: dolore. 

(H") Scienza, Aristotele (de Ani- 
ma) dice cnrt l'anima in corpo più 
perfetto m^fflio cono-^ce : In corpo 
cui aliuuio orerano m^^cl^i, manco è 
l'intenderp. Greg., Dial.. IV, 28 
:^7. (L) Di là ri^\ giudizio : dopo. 

(F) Perfezion S'»m. : La bea- 
Ui.uiine. è bene perfeiln. co't'e è pio- 
valo nd primo deW E'iC'i, il che non 
sarebbe se Vuomo non si peftezionnse 
per easa in tutte sue parli. - L'ani- 



ma senza corpo non ha perfezione 
(linttwa — Appella .">om .: Sic- 
co'ne tra' beati sarà pfrfet'is sima ca- 
ri' à . coi t> a dannati perteUiisimo 
adii). Ce àn"•.n^^ n»^! male uni certa 
P'^rfe/iune, onte neliaSimm^: Per- 
fezione dell'ira E altrove: La bea- 
titilline deW oni'fia ridonderà nel 
corpo 4 che anch' e- <o po>>e'i'* ta 
propri * perfezione. - Del corpo è ul- 
tinnì periezione congitingersi alla 
natura <piiitaale. - Ogni ente appe- 
lince l'I propii'i perfezione . cioè il 
bene perfetto , che si'i complemento 
dell'essere di lui - Della perfezione 
dono il giudizio, vedi Sum Suopl.. 
8, 5. [S. Agost. : Quando seguirà la 
risurrezione della carne, e t gnudii 
de buoni e i tormenti deHridi saranno 
maggiori.] 

38. (L) Si si scende al quarto 
cen;hio. — Plato: dio delle ric- 
cliezze 

(SD Aggirammo Dopo parlato 
«on Ci t eco, non andarono per mezzo 
il cercho, ma sull'orlo.— Gran. 
A^j(ì., Vi : Ditis magni. 



Raccoglie nei primi versi del canto sfosjhi iracondi che poi gli abbonde- 

la pietà degli amanti: poi fa vedere ranno. Da ultimo una questione teo- 

e sentire il tormento seguente. Il logica; acciocché sin dal principio 

colloquio con Ciacco è rimesso, senza dell' Inferno presentiscasi 11 Paradiso, 
grandi bellezze , ma senza quegli 



Canto V i Inferao 



Terzina 2. 







CANTO VI. 65 



LA PARTE SELVAGGIA. 



Parte bianca é cosi chiamata anche da Giovanni Villani perché co- 
mandata da Vieri de'Cerchi, venuto di Val di Kievole, il quale com- 
batté in Gampaldino insieme eoa Dante nel 1289 (1), e sin dal 1291 
era avverso ai Donati nobilissirtii (2). La casa Cerchi, detta da Ben- 
venuto Rustica e proterva, venne dalla Pieve d'Acone; nobiltà nuova 
e disprezzata da Dante (3). Ricchissimi mercatanti, che la loro com- 
pagnia era delle maggiori del mondo; morbidi, salvatichi, e ingrati, 
come gente venuta, in picciol tem[io, in grande stalo e potere. Corso 
Donati chiamava Vieri de' Cerchi 1' asino di porta, perch'era uomo 
bellissimo, ma di poca malìzia né di bel parlare (4). » Salvatico in 
antico chiamavasi ogni uomo nemico di civile uguaglianza. Salvatichi 
l'Ottimo chiama i tiranni. 

Ma perché meglio comprendasi la consonanza che è ne' concetti e 
nelle imagini e sin nelle parole di questo Poeta, consonanza tra loro 
e con la tradizione e con la storia de' tempi, giova raccogliere da' luo- 
ghi varii del poema i significati ch'egli da manifesti alle voci selva ^ 
de^rto, villano, coltura, frutto, giardino, e apparrà chiaro come sotto 
il velo de' versi suoi si nasconda non solo un'Idea politica, ma e ci- 
vile e morale che tutte sono dalla religiosa abbracciate. 

Cammin Silvestro è a lui quel d'Inferno là suU' entrare e là nella 
bolgia de' barattieri ove selva non è (5). Il mondo a lui appare de- 
s'^rto d'ogni virtù, e gravido di malizia: deserto aspro (6j ab- 
bisognante del ristoro della manna verace; e la vita una selva, e i 
'viventi silvani (7); e una sola la città (8), ìa.Roma celeste, della qual 
Cristo é romano. Tanto più maligno e Silvestro il terreno dell'ani- 
ma (9) col mal seme e non coltivato quant' egli da natura ha più di 
vigore. Italia gli appare come fiera indoìuita e selvaggia (10). Firen- 
ze trista' selva (11) lasciata dal francese cacciatore in istato tale che 
mill'annl son poco a ben rinselvarla; Arno fiero tìume, come que' del- 
l' Inferno vallon /"eri (12). Le donne florenrine più sfacciate che le bar- 
bare e le saracine,men pudiche che quelle della Barbagia sarda (13). 
Il secolo tutto in Italia selvaggio (14), e il drudo feroce (lo), che conta- 
mina de' suoi baci la mistica donna, trarre il carro e lei perla selva^, 
e nasconderla al doloroso desiderio del Poeta. 

(1) G. Vili., VII, 131. (9) Purg.^ XXX. 

(2) G. Vili., VÌI, 146. (10) Purg., VI. 

(3) Par, XVI. (H) Purg., XIV. 

(4) Dino. p. 50. (12) Inf., XXIII. 

(5) lof, XXL (13) Purg., XXIII. 

(6) Purg., XI. XVI. (14) Purg., XVI. 

(7) Conv., e Purg ,JXXX1I. (16) Purg., XXXII. 
(8)Purg,XIIL 

DANTE._/«/#r«0. ^ 5 



Od INFERNO 



Alle quali Imagini fanno contrapposto quelle della cortesia e del va- 
lore (1) lodali nella Firenze d'un tempo, e che più non si trovavano 
nel paese irrigato dall'Adige e dal Po (2); e quelle dell' awore e della 
cortesia che ispiravano a nobili affanni e ad agi non vili le doline e 
j cavalieri della poi immalvagita Romagna (3). Cortesia e valore fa 
il Poeta essere rimprovero del secolo selvaggio; e siccome nel XVI del 
Purgatorio egli dice rimasti per saggio della gente spenta tre vecchi, 
cosi nel VI dell'Inferno, appunto laddove è parola dì Parte selvaggia, 
dice essere in Firenze due giusti, ma no7i intesi. Non é da tacere che 
in Virgilio la cultura della terra è più volte rappresentata con figure 
che concernono l' umana civiltà : jEn., IX : Rastris terram domat. Georg., 
II: Cogendce in sulcum ac multa mercede domandce. Georg., I: Impe- 
rat arvis. - Georyr., II: Dwra exerce imperia, et ramos compesce flU' 
entes... mansuescit arando. E Orazio (Ep., I, "i) : Incultfp pacantur vo- 
mere silvce. — Ep., II., 2: Silvestrem flammis et ferro mitiget agrum. 
E in Virgilio (Georg., II): mitis vindemia vale matura, e fa contrap- 
posto ai lazzi sorbi (Inf., XV). A cortesia, nel linguaggio del Poeta, 
opponesi villania (4). Che se in più luoghi il villano è nominato da 
lui senz'accenno di biasimo (5, più sovente queste voci hanno senso 
non buono, come quando dipinge il montanaro che stupido si turba 
entrando a città rozzo e salvalico (6) il che rammenta l'ardito modo 
gente selvaggia del luogo (7i, per dire nuova ed ignara, e dà a ve- 
dere come la parte .selvaggia a lui fosse la gente nuova 8», ignorante 
del civile governo. Alla quale accenna il proverbio: volga il villan la 
sua marra (9). A Dante doleva vedere misti alla pura cittadinanza fio- 
rentina il villano d' Aguglione e il villano da Signa <10i; non tanto 
perchè di plebea origine, quanto perchè barattieri, e ingranditi per 
guadagni subiti, che nella gente nuova generarono orgogli intempe- 
ranti , e fecero , più che mai , manifesta in Firenze quella vena fie- 
solana di monte e macigno che è il contrapposto del gentil seme di 
Roma (di). Né in Firenze soltanto e'piangcva cotesta confusione, ma 
per Italia tutta, piena di tiranni, perchè ci diventa un Marcello ogni 
villano che vien parteggiando (12). 

Il seme degli alti Fiorentini{i3) è àluì il dolce fico (Ut), gli altri son 
sorbi lazzi: ma nel mal' orto dì Frate Alberico crebbe quel fico di 
tradimento che gli si cambia laggiù con un dattero 15 . Crescono dal 
letame delle bestie di Fiesole piante che non somigliano alla satita se- 
menta (16' di prima, dacché il Mosca disse la parola che fu mal seme 
(17) a tutta Toscana ( cosi come la parola del Sacerdote) fu mala se- 
menta per i Giudei (18) ; e altri al Mosca successero seminatori di 
scandali e di divisioni (19). E già tutta Romagna era ripiena di sterpi 

(1) Inf., XVI. (9) Inf, XV. 

(2) Purg., XVI. (IO) Par., XVI. 

(3) Purg., XIV. (11) Inf, XV e XXVI. 
, (4) Inf, XXXIII. (12 Purg., VI. 

(5) Inf., XXVI: Quante il villan... (13) Par . XVI. 
vede lucciole. Vur.^lV : Maggiore aper- (14) Inf , XV. 

ta... impruna... L* unmdeUaviUaquan- (15) Inf..XXXin, e nel XXIX il lusso 

do l* uva imbruna. Inf., XXXII : (Juan- vano di certi Senesi è sorto dove s^ap- 

do sogna Disptgntar sovente la villana, picca mal seme. 

Inf.^ XXW ■.Lovillanello... vedelacam- (16) Inf., XV. 

pagna Biancheggiar tutta, (17) Inf., XXVMI. 

(6) Purg., XXVI. (18)Inf.;XX[ll. 

(7) Purg., II. (19) Inf., XXVIII. 

(8) Inf., XVI. 



CANTO VI. 



67 



vene.nosi , che tardi per coltivare sradicherebbesi (1) ; e In tutto II 
mondo il buon volere da prima fiorisce negli uomini, ma poi la piog- 
gia continua fa imbozzacchire le ausine vere (2). E nella Chiesa di 
Dio sono non solamente sterpi eretici (3), ma la vigna eletta an- 
ch'essa imbianca se il vignaiuolo è reo H), e se non lo punge l'or- 
fica IO) del pentimento; e la vite diventa pruno (6). l chiostri già 
rendevano fertilmente al cielo, ma poi fecersi vani : e muffa dov' era 
la gromma il). Le badie son fatte spelonche •\i-. le cocolle, sacca 
piene di farina ria. Aveva già detto Firenze piena d'invidia sicché 
il sacco trabocca (9), e l'inferno il luogo che insacca il male di tutto 
V universo dO . 

Pistoia è degna tana di Pucci ladro di sagrestia (11). Le infer- 
nali son grotte (12) e foci (13 1. Esso Pucci piove di Toscana nella gola 
fera (14 > de' ladri ; e tutto l'inferno é un'ampia gola 13», una trista 
conca "16); e le sue bolgie fosse <17); e il pozzo profondissimo tristo 
buco (18". Il passaggio dall'una all'altra bolgia é rovine alpestri (19); 
e r imagine che ricorre sovente a denotare l'abisso é quella di 
valle (20). Il Poeta si smarrisce in una valle selvosa <21): fondo 
d'inferno, misero vallone (22 , e gran parte di Toscana, gli è misera 
valle (23i; e valle il suo esilio i2t) : dalli quile egli innalza gli 
occhi al colle vestito di luce *23i, cosi come in Paradiso li leva a' 
monti ne' quali flguransi, secondo il linguaggio biblico, i sereni del- 
l'ardua santità i26'. 

1 santi si specchiano nella bellezza de' loro compagni elegantemente 
ordinata sott'essi, come collina nell'acque correnti a' pie, per vedersi 
quatìt' é ricca nel verde e ne' fiori (27). l santi veduti sul monte del- 
l'espiazione, si fan brolo al capo, quali di gigli, quali di rose e al- 
tri fiori vermigli (28). I buoni sono fronde di cui s'infronda l'orto 
i\e\V eterno ortolano 29: Cristo é l'agricoltore che manda all'orto 
suo cultori per aiutarlo i30), e questi cultori combattono per il buon 
seme: dacché nel pensiero e nell'età di Dante le idee stesse di pace 
erano conciliai e intrecciate con quelle di guerra. Ma se la gloria 
celeste é un bel giardino che s'infiora sotto i raggi di Cristo 31), l'I- 
talia é il giardino dell'imperio ( 2 , diserto perché non ci viene Al- 
berto tedesco. Le palle dell'oro ne' tempi migliori fiorivano Fioren- 



(l)Purg.,XIV. 

(2) Par , XXVII. 

(3) Par., XII. 

(4) Pdf., XII. 

(5) Purg.. XXXI. 

(6) Par., XXIV. 

(7) Par., XII. 
(S) Par., XXII. 
(9) I..f, VI. 

(10) liif, VII. 

(il) Inf,XXIV. 

(12) liif., XXI. 

(i3) Inf, XIII, XXIII e Purg., XII. 

(14) Iiif.,XXIV. 

(15) Purg., XXI. 

(16) Inf., IX. 

(17) Inf.^ XXIII. 



(18) Inf. XXXII. 

(19) Inf., XII, e altrove. 

(20) Inf., XII : Valle buia; Purg , I: 
Valle in ferna; Purg., XXIV: Valle 
ove m'ìi ìt'in si scolpa. 

(21) Inf, I. XV. 

(22) Inf, XXXI. 

(23) Purg.. XIV. 
(2 i) Par., XVII. 

" (2.i) Inf, I. 

(26) Par , XXIV. 

(27) Par , XXX. 

(28) Purg. .XXIX. 
(^29) Par., XXVI. 

(30) Par., XII. 

(31) Par., XXIII e XXXII. 

(32) Purg., VI. 



C8 INFERNO 



za (1), la gran villa sovra il bel fiume d'Arno (2); e l'esule , pelle- 
grinando per r inferno del mondo lontan da Firenze, lasciava il fiele 
e cercava i dolci pomi (3). Le quali imasrini, così raccolte, e illustra- 
no il concetto e ritraggono l'animo del Poeta; e fanno, senza lunghi 
ragionamenti evidente, quel eh' è d'imperfetto e nelle idee sue e ta- 
lor anche in quel suo, d'ordinarlo, sì schietto e potente linguaggio. 



(i) Par, XVI. (3) lDf.,XVI. 

(2) Inf., XXIII. 



CANTO Vlt. C^ 



OAIVTO VII. 



ARGOMENTO. 

Vinta, con la risposta di Virgilio, V ira di Pinta, di- 
scendono; dico discendono, perchè Fiuto stava sul peri- 
dio tra 'l terzo cerchio ed il quarto. Quivi puniti insie- 
me i prodighi e gli avari, e rotolano pesi col petto, e si 
scherniscono vituperando. Di qui viene il Poeta a parla- 
re della Fortuna, genio motore dei beni terreni. Poi 
scendono al quarto cerchio lungo l'acqua di stige che 
s'impaluda ad accogliere gV iracondi per superbia, per 
invidia, per malignità accidiosa ; che tra loro si percuO' 
tono marciscon 7iel fango, U ira furiosa sopra; V in- 
vidia cupa sotto. 

Nota le terzine 4, 3, 6; 8 calla 12; 18, 19, 2-2, 2G, 28, 30, 32, 35, 
38 , 40 , 4-2 , 43 . 

1. — 1 ape, Satàn! pape, Satàn, aleppe! — 

Cominciò Pluto con la voce chioccia. 
E qu«?l Savio gentil, che tutto seppe, 

2. Disse per confortarriii: — Non ti noccia 

La tua paura; che, poder ch'egli abbia, 
* Non ti torrà lo scender questa roccia. — 

3. Poi si rivolse a quella enfiata labbia, 

E disse: — Taci, maledetto lupo: 

Consuma dentro te con la tua rabbia, 

1. fL> Fipe : olà! Satana re! — In sffnso simile all'Egeo mm A^pha 

Chioccia: «o-^. — Quel: Virgilio. (\poc., XXII 13) Lh parole ili Hiuio 

(SL) Pape: (leful d'Ombro, sono di miraviglia, e un volgersi a 

— Tallo l'if. , IV: 'u ch'onori S itana, suo capo, per ctiiedere riparo 

ogni icip-nza e arte Virgilio é sim- contro l'invasione d'un vivo ne're- 

bulo drll'ntntno sipere Enea alla gni della morte 

Sibilla: Po'Ci. . omnia (/Ei., VI). 2. (bL) Torrd Altralezione Terrà. 

(F) P pe Pietro tli Dinte, o — Bat> : L» n,aif, amore delle cose 
queiraltro tniiìo •o-'taneo, ode non moniane ci tiene l'entrata della pe- 
lo potevi fa l'Im-^nt^" imaginare di uitenza 

suo sDi-gi : Paoe esci vu-izione la 3 {[.) Labbia: hoc'A. e vì'^o. 

Una: S itan a'ep^e y iucipe 'te de- {^Li Eafidi: ,Ea. . VI: Tu- 

monii J.) , XII 3\ : Il p-inipe di midn ex ira - Hjr S^i . I. 1 : Am- 

qite-ito inomo \ I E •»! , VI i2 : delle bas Iratus bwc n inflet. — Labbia 

lerìebre - [[.i: Il principe deUa pofe- Come i Latini osj»er vullu< ; è ne\ìe 

sta Iti quest'aere Iv egli parU d'hi- rime e prose antiche,»^ sin «►'li'An- 

fernali principatie potenze. E Matth., dreini , del secolo XVII. — Dentro. 

XU, 21; Lue, XI, lo : Belzebù prin- Semint. : Si distrugge dentro, 

cipe de' denionii. — Aleppe. Aleph., (F) Lupo. Simbolo dell'avarizia. 



70 



INFERNO 



4. Non è senza cagion l'andare al cupo: 

Vuoisi così nell'alto, ove Michele 
Fé' la vendetta del superbo strupo. — 

5. Quali dal vento le gonfiate vele 

Caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca; 
Tal cadde a terra la fiera crudele. 

6. Così scendemmo nella quarta lacca, 

Prendendo più della dolente ripa 
, Che '1 mal dell'universo tutto insacca. 

7. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa 

Nuove travaglie e peno, quante i' viddi! 
E perchè nostra colpa sì ne scipa? 

8. Come fa l'onda Ica sovra Cariddi, 

Che si frange con quella in cui s'intoppa; 
Così convien che qui la gente riddi. 



4. (L) Vendetta: pena. — Strupo : 
stupro, ribellione degli Angeli. 

(SL) Cupo. Corrisponde al- 

l'AV8y)(; lie'Greci e all'amba de' Ton- 
chinesi che vale buio; e o.o^ì chia- 
man essi l' Inferno. — Vuoisi Ripete 
la risposta data a Cinonte (Inf , III, 
t. 32), e a Minosse (Inf., V. t. 8) 

(Fi Mtchele Dm. . X, T'» : Mi- 
chele uno ae' primi principi; 21: 
principe DOfit-'O. Rispondn ail' A lepp>'.. 
La Criiesa: Mtr.hàel principi n.iUf.ice 
Angelo rum. -Non le assorbm H Tir- 
turo ; ma il vei<tlliiero ■■cmlo Michele 
le rappresenti nella luce smtn. — 
Strupo. Oltraggio violenta. M^-tatesi 
usata dagli antichi anco in prosa. 
Altri intende strupo oer moltUaiine. 
ìllifar la vendetta 'Vuna mnliitu'iin<} 
non ilare ctie ri»Ks:a. Sip , XIV, ì± : 
Principio delln forni: azione e la ri- 
cerca fteuV idoli. Os ,1. -2: Fornicherà 
dal Signore Interra. N^ìt lib'-o i' E- 
no'ti gli angnli mali siifrano le 
donne e M'^hei^ li lega. 

5, (L Fiicca: è 'otto dil v-^nto. 
(SL) Ginfi'ite. .-Sn., HI: Infli- 

tur carhams amtro — Cagiono 
Bocc: Il forte albero rotto da... 
venti, con le véle nvviluppate. 

6. (L) Lacca: valle.— Prendendo: 
co'passi. 



(SL) Prendendo. Geor?. , IH . 
Campum Corripuere Mn.. VI: Cor- 
ripiunt fpatium mediura G'^org.jIV 
Tenuemque migii , magis aera car 
punì. L «r. Med , meno elegante . 
Quani' hanno poi di campo preso 
un pezzo 

7. (L) Chi , se non tu? — Stipa: 
affolla. — S'ipa: dis^ipa, sciupa. 

(Sli S'ipa Mn., l p Georg., IV : 
MeUa stipnl. ^Ea. , IH : Stipat... 
carinis .. argenlwn. — Travaglie E 
nel Villani e nel Davanzali. — Scipa. 
Div., Ann. Ut 5i 

(F) Perché. Perché slam noi 
tanto stoltamente rei e cupidi di ro- 
vinoso guidigno? Lo stipar delle 
pene si contrappon-^ all'ammucchiare 
dell'oro ; e lo sciupo che U la colpa 
alle ricchezze avare da'prodlghi sciu- 
pate. 

8. (L) Riiii: balli. 

( L C irida, .Ea.. IH : Impla- 
cali Chirijbti<, — Frange. .Ea., I : 
A^ allo F untfitur inque dnu< xcin- 
ad se>c unt'i reiucloi. — Onta. 
Georij., Il : lagentem .. dooi^a olla... 
vo-nit tclibut unian. —Riddi An- 
eli' in iirosa. Ridda è biliu in ton- 
do; e biliare e far biliare dicesi 
tuttavia in senso di dolore e di pena 
(Inf., XXI). 



CANTO VII. 71 



9. Qui vid'io gente, più ch'altrove, troppa, 
E d'una parte e d'altra, con grand' urli 
Voltando pesi per forza di poppa. 

10. Percotevansi incontro: e poscia pur lì 

Si rivolgea ciascun, voltando a retro. 
Gridando : - Perchè tieni ? - e : - Perchè buuli ? - 

11. Così tornavan per lo cerchio tetro, 

Da ogni mano, all' opposito punto, 
Gridandosi anche loro ontoso metro. 

12. Poi si volgea ciascun, quand'era giunto 

Per lo suo mezzo cerchio, all'altra giostra. 
Ed io, ch'avea lo cor quasi compunto, 

13. Dissi: — Maestro mio, or mi dimostra 

Che gente è questa; e se tutti fur cherci 
Questi chercuti alla sinistra nostra. — 

14. Ed egli a me: — Tutti quanti fur guerci 

Sì della mente in la vita primaia, 
Che con misura nullo spendio férci. 

15. Assai la voce lor chiaro l'abbaia 

Quando vengono ai duo punti del cerchio, 
Ove colpa contraria gli dispaia. 

9. (L) D'ima pirte , prodighi. — che gli avari per pena opposta alia 

D'altra avAri — Popoa: ppttn. colpa, spingano più innanzi 11 sasso, 

(SD Volfando. JEn . I: M mi- e abbiananosì più travaglio, e ì pro- 

bnMubi-nlcei e %axa — Peii JEu. XI t dighi si sforzino di tenerlo mentr'é 

Torm»-n^o pondtirts ac'i. Orazio della in via dì sc^npare ; fa rimprovero 

ricchpzzd : A gen't poniUi{Sii., LI), contrario e più acuto. Ma può anco 

— Poppa. Inf , XII Dovevano dun- inrendersi che il prodigo dica all'a- 

que ro'ola rio carponi. varo: perche tenace anche in in- 

40. (L) Pu,r lì: Iter l'appunto. — ferno? E l'avaro al prodigo il raf- 

Tient, tu prodigo? — Bitrfi? ; tu, fa^fio nintrario. 

avaro, R^iti? H (L) Anche: di nuovo — On- 

(SD Pur H. Fi rima con 6Mr/t, <oso; ingiu-ise parole, 

come nell'Arinsio a>ier de' rima eoa (SL) OnJo o. È nel Villani. — 

verde; e in D-nie (Inf XXX) non Metro, laf. ^ XIX : Rispoiilui a questo 

ci ha , con on'ia. — Bnrli. Burlare v.etro. 

nell'amico S^^n^se valeva gettare: iì iDAifra; a scontrarsi nel punto 

e boria nel Milanese vm'*> >uzzolare. opposto — Compunto: di pietà. 

Il greco moderno ha poSoXàw. l-* (F) Sinidra Gli avari a sinl- 

(F) Burli. Gli av^ri: pt^rch^ stri. Seraore a sinistra il pesrgio. 

tieni quel sasso, e non lo spingi o 44 (L) Jfi ; al moni". — Con. .chi 

lasci ire più presto, tu ehe si po^o troppo ctiì poco. — Férci: ci fecero, 

sapesti tener le ricchezze?! prodighi: (SL) Guerci. ,Buc. , I : Mens... 

Perché getti innanzi e non ritieni Iceva. — Spendio- E nel Sacchetti, 

quel sasso , tu che afferrasti l' oro 15. (L) Dispaia : tornano a girare 

con mano si ferma ? Supponendo e a rincontrarsi all'altro cerchio. 



i^ INPERNO 



16. Questi fur cherci, che non han coperchio 

Filoso al capo; e papi e cardinali, 

In cui usa avarizia il suo soperchio. — 

17. Ed io: — Maestro, tra questi cotali 

Dovrà' io ben riconoscere alcuni 
^ Che furo immondi di cotesti mali. — 

18. Ed egli a me: — Vano pensiero aduni. 

La sconoscente vita che i te' sozzi, 
Ad ogni conoscenza or gli fa bruni. 

19. In eterno verranno agli duo cozzi. 

Questi risurgeranno del sepulcro 

Col pugno chiuso; e questi co' crin' mozzi > 

20. Mal dare, e mal tener, lo mondo pulcro 

Ha tolto loro, e posti a questa zuffa: 
Qual ella sia, parole non ci appulcro. 

21. Or puoi, fìgliuol, veder la corta buffa 

De' ben' che son commessi alla Fortuna, 
Fer che l'umana gente si rabbuffa. 



(SD Ahbnia. Hor. Eplst., I, «8 : ima enunziazione - Cogito dAco-ago. 

Q'iod placet .. Acriler elatrem Boet. : Vireriiio, in sen-o inversa: Quid co- 

ìlaecubi d elatraci Sem ni.: Abbaias- gitpt... a<isfer iG^^f^rs ,1): Ch^ va- 

se cosa piioneoole pori aduni. — Sconoscente S<'nza 

16 (L) Coperchio: chierica. — 5o- cono<ceMza < '••li s-auirn nast^.e l'uo- 

perchio: ec,'es>;o. mo (Inf , XXVI) L'avaro e il pro- 

(SL) Soperchio. Sostantivo nel di;?o disconoscono il valor delle 

ConviviQ. cos«. 

(F) Soperchio- Semint.. Avari- 19. (L) Due: a s''ontrarsi e rim- 
ata è appelilo soverchio d'avere rie- provprarsi — Questi: gli avari. — 
chezza. — E questi : p i prM.ligrhi. 

17. (SL) Cotali. Gol quedi è nel (P) Chiuso. Diod. Sioul : La 
Boccaccio. — Mali Per colpe è in sinistra Chu le dita strette signitì.ca 
Virgilio (iEn.. VI). Ov.Met., 1: Opsì aimrizia tenace E'cii.. IV. 3« : iVoH 
irritanien'a malorum sia distesa la mano tua al ricevere ; 

(F) Alcuni. V Inferno di Dante a dare, stretta — Mozzi Perditori 
é l' Imag^lne del mondo quii era ai d'ogni cosa, oprleranuo i capelli, 
suoi tempi, com'egli dice nella Let- ornamento e difesa del caoo. Sca- 
lerà a Cane pigli iti dicevansi i disordinali; e 

18. (L) A'iimi : \ccof^li in te. — pelare di^'^si togliere ad altri il suo. 
Sco/iofcen/e : del bene vero.— j?nmi: 20, (L) Dare: r-cchezza. — Lo: il 
Oscuri, ignoti cielo — Palerò; hello. — iVo»- .• non 

(F) Anmi.L^ memoria è l'atto rabbelli^f^o -'on mie oan.le: lo vedi, 

di far uno m'i oensiero 11 presente (SI.) Palerò. I' Pu\'\ fuor di 

e il passalo; e il oens'ero stesso ri- rima 'Mo^g , XVI 38) Le belle stelle 

chiede e dimostra l'unità della mente, per cielo l'ha nel XVI deh' Inferno. 

Som.: Quello che noi separatamente 21. (L) Buffa: gioco. — Rabbuffa: 

intendiamo, dobbiamo ridurre in ano si turba, e l'un con l'altro s' irri- 

componendo e dividendo a formavo tano. 



CANTO VII. t3 



22. Che tutto l'oro eh' è sotto la luna, 

E che già fu, di quest'anime stanche 
Non poterrebbe farne posar una. — 

23. — Maestro (dissi lui), or mi di' anche: 

Questa Fortuna di che tu mi tocche, 

Che è, che i ben' del mondo ha sì tra branche? — 

24. E quegli a me: — O creature sciocche, 

Quanta ignoranza è quella che v'offende! 
Or vo'cbe tu mia sentenza n' imbocche. 

25. Colui lo cui saver tutto trascende, 

Fece li Cieli, e die lor chi conduce 

(Sì ch'ogni parte ad ogni paite splende), 

26. Distribuendo ugualmente la luce: 

Similemente agli splendor' mondani 
Ordinò general ministra e duce, 

27. Che permutasse a tempo li ben' vani 

Di gente in gente, e d' uno in altro sangue, 
Oltre la difension de' senni umani. 

22. (SD Luna. Dan , IX, 42 : Mìle Vappetito, e questa fa il peccato mag- 

(inai mai «un fu sotto tiUto il ci>lo. giO'e. 

(F) Pjsar la una lan/one di'"e 25 (L' Cnhii : Dio. — Chi: un 

ch<> le ricchezze racoiie Nonpo<son Angelo. — Otjni: ogni sfera na uno 

qn'iet -r , ma dan più cura (Iti'é la spirito '•orri,o«in if^uie. 

beUt'x senza pace (Inf f . B .ezio , (F) Sirer. Psil. CHI. 24 : Tutto 

cicalo nel Coovivo'lV <2i: Seqìi'in^a fare ti in xnpi^nza < XLVi. =•; Della 

rem colg" tornare tmb'ifo dal cea sapienza di lai non e ?iumer<i — 

to : se qu'inie stelle rilucono, la Truscenie Mod >famiJliHre alia Sorn- 

Bòa detti ricihezza largisca, Vuma- ma. — Fere. P-tal . XCV, .*> : Ccelos 

na (jenerazione nonceiseià di pian- Jecit —Conduce Pir. IleXXViH. 

gere. ' Ad Ejti. VI, i2: Principe^ et pote- 

33. (F) Branche Parola di spregio. state< (d^ali ang-li, assoimameme). 

Onde Virgilio lo riprende, e dimo- — Sfjlenie kWo splendore di ogni 

stra ciie la Fortuna è spirito cele- cielo risponde u^i lame spirituale; 

ste minist'O d' Dio. e da qn^^sio diretti tutti i cieli r'flet- 

24. (L) Sentenza: rag'onampnto. tono la propria ìnca a vicenda in 

(FL> Se'tfe'tza Modo comune armonica pnipuz-one. 

ai L^tmi — i '«bocche Li scienza ha 25 (Li Splendor': di ricchezza, 

In lui sovente fiacura di cibo: ma potere e fama. — Mlnistra^^: la For- 

qui gii è rimprovero, quasi a bimbo luna, angelo, 

da imh')'^''are (F) Di'ilribuenlo. Som : Nulla 

ìF) Ignoranza Nella Monarchia vieta dire rheuii anpeUin e-fo-i /u- 
parla d^^lu i^nor mtia regata afque rono per di ino colere fliit.ibnìii ai 
principuin toliain. >om : l'onoranza amministrare i co- pi inferioii. i su- 
deW inteHe'to talcolli precp.de i' m perititi a« amninidraie i corpi su~ 
din. 'Zione •ieli.'nppeUfo ei e cagimie perfori i supremi ad assidete in- 
di quella; e pero qnant émaggio>e nunzi a Dio. 

l'ignoranza, pm scema il pece ito e 27. (L) Oltre: il senno umano non 

lo fa involontario; ma c'èun'igno- può difenderli né vietarne la per- 

ranza che segue aìV incUnazioìte del- dita. 



74 



INFERNO 



28. Perch' una gente impera, e altra langue, 

Seguendo lo giudicio di costei, 
Ched è occulto com' in erba l'angue. 

29. Vostro saver non ha contrasto a lei; 

Ella provvede, giudica, e persegue 
Suo regno, come il loro gli altri dei. 

30. Le sue permutazion' non hanno triegue; 

Necessità la fa esser veloce; 

Sì spesso vien chi vicenda consegue, 

31. Quest' è colei eh' è tanto posta in croce 

Pur da color che le dovrian dar lode, 
Dandole biasmo a torto e mala voce. 



(SD Permutasse. Mn. , XI : 
Multa diet, va'iiique labor mutabi- 
lis ae"i Retulif, in melius : muUos al- 
ierua re isens Lmit et in solido rur~ 
sum Fortuna locaoit (il lusit ram- 
menu la buffa}. — Ben\ Detti però 
beni della Kortuna , <",rie n'è duce , 
ma come ministra d'una sipienza 
che lutto trascende. — Pi ension. In 
senso simile l'Ariosto: Del ponte... 
Che Rodomonte ai cavalieri difende 
(XXXI, 6 

(F) Tempo Le alterazioni dal 
bene al mdle non possono essere se 
non circa le cose che S'>trgiacciono al 
temoo e al moto. — Genie. Prov , 
XX Vi 1,24 : Non avrai perpetuamente 
pofe-ilà , mn la corona passerà da 
generazione a generazione. Din.. Il, 
21 : Egli trasferisce i >eqni e li sti- 
biliicé. Eccli. , X, 8: Il re^no tra- 
sportai di gen\e in gente per le in- 
giustizie. 
28 (L). PercW : end'. — Ched : eh'. 
(F) Occulto Luf^rezio riiiama la 
Fortuna vis ab 'ita. Ma . X Neccia 
mens homiunmfati nortisque futurae. 

29. (L) Persegue: fi esei^ulre. 

(F) Perseiue. Nel senso latino 
di persequi suum jui , che seguiva 
all' atto del giudiz/io. Nota i tre atti 
di vedere, giudic tre, operare secondo 
la sentenza da a. — f)ei Con Mi'e 
nel Convivio) chiamano i (jen'ili U 
intelligenze celesti. E eli \ngeil nelle 
Scritture cnitnunsi Dei. Nel Para- 
diso le serarchiedegU Angeli chiama 
Dee (XXVI II. t. 41). 

30. (L> Si: sono tanti che dev©n 
passare alla 'volta loro, che poso 
spazio resta a ciascheduno. 



(SLjiVecessttà Orazio alla Fortu- 
na: Te se-'tper anieU sceoa Necessitas 
(Garm. , I , 35); ma Orazio intende 
la Morte. [Cecco d' Ascoli , Acerba, 
lib. l e. I: In ciò peccaci, o fioren- 
tin poeta. Ponendo che li ben aella 
fO'tuna Neceaitaii sieno con lor 
meta. Non é ìo-tunacuira' ion non 
vinca; Or penta, Dinle, !<e prona 
nessuna Si può piii fare che questa 
convinca. Questo Cecco non ha in- 
teso Dante. | 

(F) Chi Costrutto ambiguo Se 
intendi primo caso, conseguire vale 
ottenere; se quarto, con eguire vai 
segMre ; la vicenda allora segue, in- 
segue l'uomo Mn., XII : Qui me ca- 
sus, qu(B .. sequmlur Be'la. - For- 
san mise-oi , meliora sequenfur, - 
Retec.'wn Lance iconsequitur Mich., 
Il, Vili, li : Viniictam quae eum... 
esset con ecutura. l'ar. , XvH: La 
colpa upguirà li pai te offensa. — 
Som.: Come l'essere consegue la for- 
ma , con f iniendf'te consi^gue la 
specie infelliyibile. Consequire nelle 
scuole denotava II vm'olo indissolu- 
bile delle due cose ; con 'eg^we vicen- 
da può valere esser naturnimente 
Soggetto a mutamento. — Vicenia. 
Il dolore di pochi è compensato dal 
SI iddi sfacimento di molli. Jic, l, 17 : 
Apud (Deums non e-^t trans mulatio ^ 
ncc vir.iHsituUnit ohuntbratio. 

31 {^L)CiOCe. Il Rusti'U''<-,i sotto le 
fiamme oiid -nii dice .sé po>to in cro' 
ce (Inf. , XVl) : e croce chiamavasi 
ogni dolore. 

(F) QuesV. Plìn. : Sola cum 
conviciii colitur. La Fontaine : Et si 
de quelque èchec notre faule est sui- 



CANTO VII. 



75 



32. Ma ella s'è beata, e ciò non ode: 

Con l'altre prime creature lieta 
Volve sua spera, e beata si gode. 

33. Or discendiamo omai a maggior pietà. 

Già ogni stella cade, che saliva 

Quando mi mossi: e 'l troppo star si vieta. — 

34. Noi ricidemmo '1 cerchio all'altra riva 

Sovr' una fonte, che bolle, e riversa 
Per un fossato che da lei deriva. 
^. L'acqua era buia, molto più che persa: 
E noi, in compagnia dell'onde bige, 
Entrammo ^iù per una via diversa. 

36. Una palude fa, eh' ha nome Stige, 

Questo tristo ruscel, quand'è disceso 
Al pie delle maligne piagge grige. 

37, E io, che di mirar mi stava inteso, 

Vidi genti fangose in quel pantano. 
Ignudi tutti, e con sembiante offeso. 



vie Nous diwns injures au nort. — 
Croce. Un lamenio delta Fortuna 
conno i suoi detrattoci è In Boezio. 
E' dovrebbero , dice Dante , lodarla 
come ministra di Dio; la qual si 
muove p*T norme più alte dell'u- 
mano vedere. 

3-2. (L) S'. A modo di^Tiempitivo , 
vìve in Corsica. — Con gli Angeli. 
— Spera: <\^\ mondo. 

(F) Ole Boet. : Non illa mi- 
«ero! audit : haud curut flehi-<; Ul- 
troqup. Qe'nilui dura, qnos jecit , 
ridet. Qii str ne fa un^ tiranna. Dan- 
te una Dea; niù ooetico insieme e 
più vero. — Spera, Mi^rlìore ima- 
gine che in Pacuvlo : Fortunam in- 
sanam , ei'e et ccecam , et br ulani 
perhibent phi'oophi. S ixoque inst'i- 
re iiìam globow praedlicant volubi- 
lem (11. 3 ad H-ren ) 

33. (L) Pietn : dolore. 

<SL) C'ide È mezza notte pa.q- 
STla. Mn.. Il : J tm nox humida amlo 
Praci litat, twi en'ciuec'ideniia side- 
ra somnoi Entrarono sall'imbi-unire. 
3i. (L) Noi : Passammo per 
mezzo , per giungere alla parte op- 
posta. — Riversa : sé. ^ 

(SL) Ricidemmo : I dannati gi- 
rano intorno ; il mezio rimane vuo- 



to ^Eo , VI: Viamnecat adnavef.- 
Xll: Qnacumque viam secai. - X: 
Cùrru medili'" secnt -oihen.^^ Bol- 
le. ^En., VI : Guigei jE^hini. 

(F) Bolle. Pel- denotare le in- 
quietezze dell'ira, e le nas oste sma- 
nie dell'invidia, e la viltà dell'or- 
gofflio. 

35 (L'> Perm: rosso scuro. ■— Di- 
te r si : non in dirittura del cercnio 
che lasciammo. 

(SLiBuia Platone dà allo Stige 
un colore cyaneuni prope. 

36. (L) Uat. Q larto caso 

(SL) P'duie. iEn-, VI. llinc via, 
T'iriarei qnce ]e't Ache' oniis ad un- 
da<: TiirbiiUi hic caeno, vaiaque 
vor<iQiiie gurgei jEffuat, atqiie o- 
vìne'ti Cocyo eiuctat arenum - 
SUjgi'ift que p-ilmem. — Miligne. 
Georg , Il : ColUs. . maligni : sassosi 
e sterili. 

37. (L) Di: a. — OlTeto- d'ira. 
(SL) Baritono Ov. Met., IV: 

Styx npbulai exhalit iners. 

(F) Pantano. D^^gl'lnglusti su- 
perbi , H<ba-., Il 6, 7: Aggrava 
contro sé fango den.\o. Or non in- 
sorgeranno repente chi mordano te, 
e sbalzeranno laceratovi, e sarai 
l»ro in rapina? 



76 INPERNO 

38. Questi si percotean non pur con mano 

Ma con la testa e coi petto e co' piedi, 
Troncandosi co' denti a brano a brano. 

39. Lo buon Maestro disse: — Figlio, or vedi 

L'anime di color cui vinse Tira. 
E anche vo* che tu per certo credi 

40. Che sotto l'acqua ha gente che sospira: 

E fanno pullular quest'acqua al summo. 
Come r occhio ti dice u' che s' aggira. 
4L Fifti nel limo dicon: « Tristi fummo 
» Nell'aer dolce che dal sol s'allegra, 
» Portando dentro accidioso fummo. 

42. » Or ci attristiam nella belletta negra. » 

Quest'inno si gorgoglian nella strozza, 
Che dir noi posson con parola integra. — 

43. Così girammo della lorda pozza 

Grand' arco tra la ripa secca e '1 mezzo, 
Con gli occhi vòlti a chi del fango ingozza. 
Venimmo appiè d'una torre, al dassezzo. 

40. (L) Ha: è. — Pu^^t^^r; gorgo- gentile mestizia. Somma (1,2,39,1). 

gliar. — Al: Hoo aiU superficie. — 42 (>Lt O»'. M i ^I Quam vel- 

U' : (lovuiKjtirf. leni, ce'here in aUo Nane et. p lupe- 

4i. (SD DiiUe. .^a.. Vi: Cosli ju- rie» ci duroi perie'-re lobures ! — 

cundu'ulamenet aaia<. — Fa mno. — Negri G^-or^j., iV Li-nu< niyer , 

Per turno, in nnii'-o an^'o in orosa. et iieio'this arun^o C>cy'i tar-uque 

Alberi-ann I 9 Lo 'nmìio ddl'oHo pahis imm'ibi'ii unda Alligut ^ et 

sempre si na cunde in pedo del ne- n()'ie< S'yx interfUia coercet. 

ndco. 43 {Li'M'zzo: il ffulicio dei pa- 

(F) FiUi Ps., LXVlll 3: Son dule. — Ai: -U ultimo. 

fiUo nel puntino <iel ondo — Tri (SLi Di^iezzo. Lat. sequior. 

sti Hjr. Carm., l i6: T idei.-.irce. Ariosto, XI, i3. Si diceva anco in 

Della tristezza mala, disiiuta dada prosa. , 



-o^^^^o- 



L'aim^ire la rabbia di Cerbero con nel dipingere l'agone de' prodighi e 

un pugno di terr gettatagli in gola, d'agli avari, merita che le consideri 

e il far cascare a terra Sifana co- '^hi s'addestra all'arte di scrivpre. 

m'albero fiaccato dal vento (juasi N.jn sempre così S'dendido nella 

còllo da convuhioni di rabbi-i <IU elocuzion^^, com« grande n^'l concet- 

rnemoria di S Michel^; ooteva of- to il discorso suda Fortuna: ma la 

friff^ niatrt. ia di fa-'ezìe al Bettinf-lli pena de* rancore superb'». Invido, 

e al Voltane; ma n*^!' leggere Dinte, ira-on lo(i tre mali si volgono l'un 

l)iso?na fare l'orecchio a ([uesleco^e, dill'aliro e si confondono insieme) 

o intenderle per il suo verso. Le ha tratti franchi e valenti, 
difficoltà superate o tentate superare 



ANTO VII. 77 



GLI AVARI E 1 PRODIGHI. 
GLI ACCIDIOSI, GL'IRACONDI, GL'INVIDIOSI. 



Vede il poeta qui troppa più gente che altrove, perchè 1' avarizia é 
la lupa Che più che tutte le altre bestie ha preda (l). E similmente 
in Virgilio: Aat qui dioitiis soli incubuére repertis, Ncc partem po- 
suere suis : quce maxima turba est 2.. Il supplizio del volgere sassi 
é pure in Virgilio: Saxum ingens volvunt alii (3 , ch'egli tolse da 
Sisifo: e Dante forse da Virgilio tolse l' imagine del farglieli volgere 
a forza di petto; che gli a\rà dato negli occhi il divitiis incubuére, 
mo^lo potente il quale ^i rincontra anco nel II delle Georgiche : i on- 
dit opes alius , di'fossoque incubat auro Ivi stesso Virgilio chiama 
avaro Acheronte, ma nel-senso, cred' io, d'avido divoraiore di vite, 
che Dante avrà preso alla lettera, e però messo Pluto , il dio della 
ricchezza, alla soglia di questo luogo, e poi confitti nella palude stigia 
altri rei, la qua! palade circonda 1' Inferno virgiliano con ben nove 
giri. 

Sapiente 1' idea del mettere alla medesima pena gli avari e i pro- 
dighi, come son anco nel Purgatorio t4); che la prodigalità non é 
forse men dispregevole dell'avarizia e a molli vizii é ministra. Il pro- 
digo per aver che gettare commette le indegnità dell'avaro Nel Con- 
vivio rimprovera ai principi italiani la prodigalità e 1' ingordigia, del 
pari sfacciate. E san Tommaso anch'esso mette accanto alla prodiga- 
lità l'avarizia i5'. 

Men facile a dichiarare e meno osservato è quel che spetta all'ac- 
cidia; Pietro c'insegna che la palude stigia è dal Poeta destinata non 
solo agl'iracondi, ma agli accidiosi, agi' invidiosi, ai superbi. Né po- 
teva dedurlo tanto da' versi quanto dalla viva \oce di quello : il quale, 
nominando gl'iracondi, adopera la parola accidioso, e nel Canto se- 
guente parla degli orgogliosi quivi entro sepolti ; ma degl' invidi non 
fa cenno chiaro. D'altra parte noi vediamo nel Purgatorio espiarsi e 
la superbia, e l'accidia, e l'iuvidia: verisimile é dunque che il Poeta 
abbia voluto ponerle altresì nell' Inferno. Certo 1' invidia da lui rim- 
proverata a' suoi concittadini sovente, meritava una pena. S'aggiunga 
che accidia negli antichi non ha solamente senso d' inerzia al bene , 
ma d'ogni non buona tristezza e d'ogni malinconia maligna, e però 
può comprendere anco l' invidia iraconda. E il Nostro colloca 1' invi- 
dia accidiosa al disotto, come Aristotele giudica gli accidiosi più col- 
pevoli desi' iracondi. Né paia strano eh' e' ponga a marcire insieme 
i tre vizii, perchè tutti spesso vengono da ira, e son fomite d'ira. 
Onde può dirsi che il quarto cerchio contenga soli gì' iracondi, in più 
specie, ma confusi insieme nel fango, per la viltà di queir ira ch'egli 

(1 Purg., XX. (4) Purg., XXI e XXII. 

(2) ;Eu., VI. (5) Som., 2, 2, 9, 115, H9. 

(3) Ma., VI. 



78 INPERNO 



intende espressamente distinguere dall' onesta indegnazione. L'idea 
della pena par tolta da Virgilio (1): Aliis sub gur gite vasto Infectum 
eluitur scelus. In Stazio, mentre che Laio passa lo S^^ge incontra de- 
gl' invidiosi. Di la forse il Nostro prese l' idea della scena di Filippo 
Argenti, scena ch'egli fa, come suole, sua propria. 

Il Damasceno dislingue quattro specie di tristezza: accidia, ansietà 
angustia, compassione, ed invidia. Or se rammentiamo che la ge- 
losia e la Nemesi sono sotto V invidia contenute (2), e che 1' ira sup- 
pone tristezza (3); intenderemo come nella palude sllgia siano coloro 
che V ira vinse, che furon tristi sotto la gioia del sole portando nel- 
P anima fumo accidioso, e come tra essi sia Filippo Argenti, persona 
orgogliosa senza fregio di bontà, e però furiosa e invida del bene al- 
trui, che si volge in sé stesso co' denti, così come Pluto , il- demone 
custode del cerchio, consuma sé dentro con la «Ma rabbia. Invidia , 
dice il Misseno (4i, è tristezza de' beni altrui. Accidia, dice Tom- 
maso (5i, è la tristezza che abbatte lo spirito. L'uomo in tristezza 
non facilmente pensa co-ie grandi e gioconde, ma pur tristi; che il- 
lustra Tristi fummo Neil' aer dolce che dal sol s' allegra. E piange là 
dov'esser dee giocondo (Gì. L'accidia rende immobili all'operare le 
membra esteriori '7^; che illustra lo star di coloro fitti sotto l'acqua 
sospirando, assorti in tristezza i8). Accidia è tristezza che toglie la 
voce (9): che illustra Quest'inno si gorgoglÌÀU nella strozza, Che dir 
noi posson con parola integra. 

(l)^n,Vr. (6)Inf,XI. 

(2) Som., i, 2, 35. (7) Som., 1, 2, 35. 

(3) Som., d, 4, 20. (8) Ad Cor., II, li, 7: Tristitia absor- 

(4) De Nat. hom.^ XIX. beatur. - Leo, 151, Inmdioe lacu. 

(5) Som , 2j 2, 20. (9) Greg. ISyss, de Nat. hom., XIX. 



CANTO VII. ' 79 



LA FORTUNA DI DANTE. 



Qui Dante ritratta una sentenza del Convivio, clie diceva: Nell'av- 
venimento (delle ricchezze) nulla giustizia distributiva risplendere, 
ma tutta iniquità quasi sempre: sentenza in parte vera, ma disperata 
se l'idea della Provvidenza divina non la rischiari. Così il Tasso con 
un giuoco di parole de' soliti chiamava la Fortuna cruda e cieca Dea.... 
Che è cieca e pur mi vede. Ma più cristianamente Virgilio (1): Me 
pulsum. patria, pelaqique extrcma sequentem. Fortuna omnipotens et 
ineluctahile fatum His posuere locis , matrisque egere tremenda Car- 
mentis Nymphce monita, et deus auctor Apollo; dove l'idea del fato è 
temperata da quella della Provvidenza divina, e dell'umana autorità 
santificata dall'amore e dal senno. Similmente il messo di Dio, dopo 
detto del non ricalcitrare a quella voglia A cui non puote il fin mai 
esser mozzo, accenna del non dar di cozzo ne' fati (2). E Aristotele: 
Nella materia è necessità^ ed è nella ragione il fine delle cose (3). — 
Ragioìie ha luogo nelle cose che sono o sempre o sovente: fortuna, in 
quelle che fuori di questo accadono (4). — L'elezione non essendo 
senza mente, la mente e la fortuna versano nel soggetto medesimo. 
Però le cagioni di ciò che segue fortuitamente non essendo d( finite, 
necessario è che le cose che vengono da fortuna siano occulte all'uma- 
no vedere (5). Dove ognun vede come nel verso Ched è occulto com'in 
erba l'angue si vengano a fondere e la sentenza del Filosofo e l'ima- 
gine del Poeta: latet anguis in herba (6). E il Filosofo stesso: Sono 
taluni a cui la fortuna pare che sia cagione delle cose, ma incognita 
all'umana mente. Quasi divino e ammirando nume (7). E qui cade a 
capello^ la sentenza d'Agostino: Quelle cause che diconsi fortuite 
non le diciamo nulle, ma latenti, e le rechiamo alla volontà o del 
vero Dio o d'altro spirito (8). Le quali ultime parole dimostrano co- 
me l'idea del commettere ad uno spirito il ministero de' beni mon- 
dani non sia capriccio del Poeta, ma abbia fondamento in religiose 
tradizioni; e come la spera che la Fortuna dantesca volge non sia 
già la volubile ruota della dea favolosa, ma veramente una sfera di 
lume celestiale: onde il passo del Canto XV dell'Inferno: Giri For- 
tuna la sua ruota Come le piace, e'I villan la sua marra, sia un 
modo proverbiale e non contradica all'imagine qui lungamente svol- 
ta, che é quasi la macchina d'un intero poema. E pero nella Monar- 
chia Dante stesso: Pirro la chiamava Signora, la qual causa noi 
meglio e più rettamente Previdenza divina appelliamo. Platone a ogni 

(1) Mn., Vili. - L'accoppiamento (3) Fis., 11, 9. 
delle due idee torna altrove. Nel canto (4) Fis., IL 
slesso: Si numina vestra Incolumem Pai" (5) Fis., IL 
lantamihi, si fata reservant. Nel VI: (6) Bue., HI. 
Fataque fnrtunasque virùm. (7) Fis., Il, A. 

(2) Inf., 9. (8) De Civ. Dei, V. 



80 INFERNO 



cielo dà anch' egli un motore ; di clie è lodato nel Convivio di Dante. 
E siccome qui Dante cliiama la Fortuna, general ministra del sapere 
divino, e duce delle umane potestà; cosi Paolo (1) chiama gli Angeli 
spiriti ministratovi e diaconi. A ogni nazione la Bibbia e i Padri 
danno un Angelo custode e ministro (2). Le corrispondenze della poe- 
sia e religione pagana con la cristiana non sono oggidì tanto osser- 
vate quant' erano da' primi Padri, credo, non meno credenti di noi. 
E qui, per esempio, il passo dei Salmi: Quando coglierò il tempo io 
giudicherò le giustizie. Si è sfatta la terra e quanti sono in essa abi- 
tanti. Io assoderò le colonne di lei. Dissi agli iniqui: Non vogliate 
iniquamente operare: e a' rei: Non vogliate rizzare il corno.... Iddio 
è giudice: questo umilia e quello esalta (3), ha mirabile consonanza 
con quel d'Orazio: Namque Diespiter Igni corusco nubila dividens, 
Plerumque per purum tonantes Ègit equos volucremque currum; Quo 
bruta tellus.... Concutitur. Valet ima summis Mutare, et insignem at- 
tenuai Deus, Obscura promens. Hinc apicem rapax Fortuna cum stri- 
dore acuto Sustulit: ìiic posuisse gaudet (4). Altrove meno sapiente- 
mente: Fortuna saevo laeta negotio, et Ludum insolentem lude.re per- 
tinax T ransmutat incertos honores, Nunc mihij nunc alii benigna (5). 
Ha però qui il permutasse j e il lieta di Dante. 

(i) Ad Hebr., I, ÌL - Ps. CU, 20, Exod.; Chrys., tom. 3, ep.: ad Eph j 

21 : Angeli ejiis.... ministri ejus, qui Ciryl., IV, contr. Julian. 

fat'i'is Viduntatem ej'us. (o) Ps. LXKIV. 

(2) Daii.,X; Act.,XVI; Orig.,IIom. (4) Carm., I, 34. 

XXXV in Lue; XVI in Gen.j'^Ylil in (5) Carm., Ili, 29. 



Canto VITI Inferno 



Terzina I. 




Pop ^ , Satàn, /J^a^ ^ , Sata^, a/^jp/y ^ / 



CANTO Vili. 81 



OAIVTO Vili, 



ARGOniENTO. 

Flegids viene a tragittare i dice poeti, e li sbarca sot- 
to la città di Dite infuocata : nel tragitto, salta dal fcm- 
go Filippo Argenti, Fiorentino bestialmente iracondo, del- 
la famiglia Adimari, nemica a Dante, la quale egli chia- 
ma oltrarotata schiatta che s' indraca Dietro a chi fugge 
[Par., XVI): ed è maltratlato da Dante, da Virgilio, da 
tutti i compagni. I demonii che fan guardia alle porte, 
negano accesso al Poeta vivo. 

Nota le terzine 2, 5, 8, 9, H, 12, 14, 16, 17, 21, 22, 24, 26, 27, 28, 
37, 38, 40, 43. 

1. lo dico seguitando, che, assai prima 

Che noi fussimo al pie dell'alta torre, 
Gli occhi nostri n'andar suso alla cima, 

2. Per duo fiammette che vedemmo porre; 

E un'altra da lungi render cenno, 
Tanto, che appena il potea l'occhio tórre. 

3. Ed io> rivolto al mar di tutto il senno, 

Dissi: — Questo che dice, e che risponde 
Quell'altro fuoco? e chi son que' che '1 fenno? — 

4. Ed egli a me: — Su per le sucid' onde 

Già scorger puoi quello che s'aspetta, 

Se '1 fummo del pantan noi ti nasconde. — 

1. (SL) Siguitando. Non è. come Una di qua dell'acqua per dare II 

vuole il B,».;(;icio !n.li/.to d'iuit-r- segnale di quinti arrivano, una di 

ru/.ione lunga dui lavoro ma vìn- la dove sono le Furie, 

rolo tra l'iin G'O'oe l'altro \rios., 2. (L) Tò'-re: prendere, scernere. 

XVI: Dico, li b'.lla iitona fin- (SL) Tórre. Geoig., Il: Locum 

glwniu Cunv , I 10 P o seguendo, capies ocuìis. 

aicn. Geor^ , IV: P,oiinui uèiu 3. (L) Al: Virgilio. 

n'iHìii cailedia dona Exiequar. — (SL) Mar. Inf., VII: Che tutto 

iorre. Nell'Inferno di Virgilio (.En., seppe. 
VI): Slat ferrea turris ad auras. 

Dante, Inferno, 6 



82 



INFERNO 



5. Corda non pinse mai da sé saetta 

Che sì corresse via per l'aer snella, 
Com' i' vidi una nave piccioletta 

6. Venir per l'acqua verso noi, in quella. 

Sotto '1 governo d' un sol galeoto. 

Che gridava: — Or se' giunta, anima fella! 

7. — Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a vuoto 

(Disse lo mio signore) a questa volta. 

Più non ci avrai se non passando il loto. — 

8. Quale colui che grande inganno ascolta 

Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca; 
Tal si fé' Flegiàs nell' ira accolta. 

9. Lo duca mio discese nella barca, 

E poi mi fece entrare appresso lui : 
E sol quand' i' fui dentro, parve carca. 
10. -Tosto che '1 duca, ed io nel legno fui, 
Segando se ne va l'antica prora 
Dell'acqua più che non suol con altrui. 



5. (L) Pime: spinse. 

(SLi Pinne: U^a in Toscana.— 
Saetta. Ma.- Xll: Illa volai.. Non 
secuSj ac nervo per nuhem inpid^a 
sagilta... S t idens et celerei incognila 
trandlil umbras. G^org . IV: Eru- 
pere.'. ut nervo puUante sayillce. 
Giamb.: Cavò tre fterce, e po4a 
V una alla corda... [Mn , V: Illa 
Noto ciUus volucriq-ie sa.ilta Ai 
terram fvgU., tt po'tti se cunflidt 
alto. X : Fagit illa per undaa Oeyor 
et jaculo fi ventos ceguf^nte sagilta. 
Apuli. Hhnl , A-tf.Mi II.] 

6. (L) Qitelli : quei , unto. 

(SLi la quella Si <li -h nittora. 
— Guleolo. L\uiui':ig'de i non eia sì 
gran le : quiri.li l'ai-Airescliivo ^aico 
ne. Virg.ljo, di Cronfe (JEn. V[): 
Ipiò ritem conio xubigH, 'C/t-que 
minidrat. — Fella P.irla ^ll'unu : 
conosca eh' l'altro non eragiàombi'a. 

7. (L) Più: dannati non siamo. 
(SL) Flegiàs. Virgilio pone nel 

suo Inferno Flegiàs, il quale, per 
avere sua figlia Coronide partorito 
d'Apollo Esculapio, cieco dall'ira, 
bruciò il tempio del Dio: Phlegi/as- 



que miserrimus omnes Admonet, et 
magna te it'itur voce per un^hras : 
Dicale jìititiim nionili^ et non te- 
mnere Dioos. Il Flegiàs di Dante è, 
al solito, un demonio. E 11 nome 
Flegìas da i^^eyw, ardere^ sta bene 
al barcaiuoU» delia città rovente. Lu- 
ca n., VI : Fl'igranlii porlUor undce, 

8. (^L) Accolta Hirat. , Foet. : 
Iran» colligit acponii temere. Ma., 
IX: Colt'Cia.. Ex tongo rabies. 

9. (L) Pir'e: un vivo la premeva. 

• SL) C>'Ca Ma. VI: Accipit 
aheo Jitget'te'u Mneam. Gentuit sub 
pomere cyubì Sn'iiii, et mulliam 
acreuit. ri >.,}.ui pulaiem 

10 (L) Segando: tagliando. -- Più: 
per me viv - 

(>L) Fui: La grammatica ma- 
teriale ir)s^giii funi "0 ; ma anche 
Vi'gìlio (.Eh.. I): Hic illius arma, 
Eie curru<iviL — Seganio. Ma., V: 
Secat.... Jiiquora. - Ftuctusque... se- 
cabat. - Freta. - X: Campos salis 
mre iecabant. — Antica. En. , VI : 
Rimosa. Caronte &'' antico pelo; e 
Cerbero colla barba. 



I 



CANTO Vili. 88 



11. Mentre noi correvam la morta gora, 

Dinnanzi mi si fece un, pien di fango, 

E disse: — Chi se'tu, che vieni anzi ora? — 

12. Ed io a lui: — S'i' vegno, non rimango. 

Ma tu chi s^, che sì se* fatto bratto? — 
Rispose: — Vedi, che son un che piango. — 

13. Ed io a lui : — Con piangere e con lutto, 

Spirito maledetto ti rimani : 

Ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto. 

14. Allora stese al legno ambe le mani ; 

Perchè '1 maestro accorto lo sospinse. 
Dicendo : — Via costà con gli altri cani. — 

15. Lo collo poi con le braccia mi cinse, 

Baciommi'l volto, e disse: — Alma sdegnosa, 
Benedetta colei che 'n te s'incinse! 

16. Que' fu al mondo persona orgogliosa: 

Bontà non è che sua memoria fregi; 
Così, s'è l'ombra sua qui furiosa. 

17. Quanti si tengon or lassù gran regi. 

Che qui staranno come porci in brago, 
Di sé lasciando orribili dispregi ! — 

11. (L) Ora; tempo. Pnrg., XIV: BofoU... Ringhiosi più. 

(SD Coìrevam. JEn., V: yE- che non chiede lor possa 1 Gtiibel- 

quora curio. — Morta. H'ir. Carni., Imi in Firenze chiamavano 1 oopo- 

U, 44: Flumine languido Cocylus er- lani cani del popolo. Bisil. : Gl'ira- 

rans. — Anzi Mostra di credere che condi tw/nniwo a gui-^a di cani. 

un giorno quel vivo verrebbe In Io- 43 < Si.) Collo. lEn ^11: Collodare 

ferno davvero. E anche perciò Dan- brachia circum. — Slegnosa. Ha qui 

te ijsMondH cruvioso. ~ nob ' setisd : che non desina il male. 

12 (L) Rimango in Inferno. — Benedplia Rammenta s. Luca 

(SLi Ve-i Non vool dire il (XI. 27): Beato il ventre che ti portò. 

nome. Indizio d'uum vile, secondo — Te. Tunoia In T'-sc^na: essere 

Dante (Inf . XXXIl), e di dispettoso, nel pti-^-o. nel terzo figliuolo. 

13. (L» Ancor ch^^. — Sie: sii. 16. (L) Qup'.- Qaegij. — Coii. Però: 
(>L) Ancor Usava anco in prò- itaque — S' tì'empilivo. 

sa. Omettere il che piace al popolo (F) Funata. BhhI : Molti di- 

vlvenie toscano tennero paaroni di coloro dai quali 

14. (L) Ambe: per ribaltarlo. — erano stali offesi; ma per essersi 
Perche: onde. vH».enle po»(a't, ninn no'ne di gè 

(SL) Artibe. Era (dice il Boc- lasciarono a' iti^cendenH. Suli quelli 

caccio) uomo grande e nerboruto e che seppero affienare lo suegno, la 

*OTle. vr-cinoiia loro all'immortalila con- 

(F) Via. Prov., XXII, 24. 25: sacrarono 

Non camminare con Vuomo furioso ; 17. (L) Brago: fango. — Dispregi: 

non forse tu impari le vi& sue. — nel mondo. 

Cani. De' cani la rabbia Impotente. (F) Brago : Hor. Ep. , I, 2 : Vi- 



84 



INFERNO 



'18. Ed io: — Maestro, molto sarei vago 
Di vederlo attuffare in questa broda, 
Prima che noi uscissimo del lago. — 

19. Ed egli a me : — Avanti che la proda 

Ti si lasci veder, tu sarà' sazio; 

Di tal disio converrà che tu goda. — 

20. Dopo ciò poco, vidi quello strazio 

Far di costui alle fangose genti, 

Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 

21. Tutti gridavano: — A Filippo Argenti! — 

Lo fiorentino spirito bizzarro 

In sé medesmo si volgea co' denti. 

22. Quivi '1 lasciammo: che più non ne narro. 

Ma negli orecchi mi percosse un duolo; 
Per ch'io avanti intento l'occhio sbarro. 

23. E '1 buon maestro disse: — Omai, figliuolo, 

S' appressa la città eh' ha nome Dite, 
Co' gravi cittadin', col grande stuolo.— 



xisset cani< immundus vel amica 
luto sus Piov . X 7: Li memoiia 
del viu4o con ioli; e il no 'ip deyli 
enifi ini) adicei à. Is.. XX VI II 3: 
Co^ piedi sarà conculcala la coroni 
della supeibia. i>>h, XX, 6, 7: Si 
perbia.. q'i'iyi sierqxiHmnm in fine 
perdelur. EccW.. X 21 : Dissipò Dio 
la rne.moria de'' superbi. Soption., I, 
12: Filli nelle loro fecce. Pif^irociia 
qui : RPÉT , Il XXII 43: Quasi mola 
delle piazze, h calof^teiò — La- 
scianno E rli.. XXIII. 36: Laiceià 
meniorii \n maledizione 

18. (SDL-go .Ed , VI : Slyqioì 
inn'ire l ciis — Ps-il., XXXlX 2: 
De lacu i>.i<pii(Bj et de luto laecis, 

20 (L> A'k: «uiih. 

(-Li Slrazio Pftfr . Tr. Cast,.: 
Legar il oidi; e farne quello ■itr'izio 
Che ba^lò ben a mUi" altre nenle'ie: 
Et io per II, e ne fui co dento e ^a- 
zio. l II lato Uui!ai(lamenie; e non 
era qui il « imitm'e. 

21 (L A: dagli a. — Bizzarro: 
iracond » 

(SL) Argenti. Box.: Un cava- 
liere chiamato M. Filippo Argenti, 
uomo sdegnoso, iracondo e bizzarro 
più ch'altro, Post.God. Caet.: liicco 



e forte ; che fe^e il suo desinerò fer- 
rare a'argento- Ouimo: Di grande 
vita e ai grande biL>b tnza , e di 
molta ape a, e di poct, virtuie e va- 
lore — Bizzarro li Roc'accio: Biz- 
zarra, spiacevole e rifi-o^a. Bizza 
in Tose ina vive. — Volgea. M(ì., 
VII Vertere morsus... in.. Buco.: 
M. Filippo... era rimaso fieramente 
turb'itu. e tutto in se mede imo si 
rodea Non lo Nbrantno gli altri, lo 
siraziano con le grida egli poi pa- 
ni '^'"t' sé sfosso, 

22 (L) Duolo- grido dole ;te. — 
Sbirro : «o-o 

i^L) Percosse Inf., V: MdHo 
pifìnto mi : e'-cuofe G«'>'g , IV: Ma- 
temm inpuW -ivrei LuctìK Aisioii. 
— Dwli) \no-! . XI : Uit lunii» gri- 
do , Uà alto duol te orecchie gli 
feria 

23 (L) G-ai)i: a sé e ad altri. 

• SL. Dite Gftorg.. IV: Alta 
o<tii D^tii E I . VI: Diti< magni 
sub •nQ3tii'i leitAit h^noia veilemmo 
i sobbi^fglii d'Inferno Ov. ,\Ui. IV: 
Siygiam .. urbern .. niyri fera rcQta 
DitU. — Gravi.., Arios,, XXXI: Rug- 
giero Ch'era ferito e stava ancora 
grave. 



CA NTO Vili. 85 

24. Ed io:— Maestro, già le sue meschite 

Là entro certo nella valle cerno, 
Vermiglie come se di fuoco uscite 

25. Fossero. — Ed ei mi disse : — 11 fuoco eterno 

Ch'entro la affuoca, le dimostra rosse, 
Come tu vedi, in questo basso inferno. 

26. Noi pur giugnemrao dentri all'alte fosse 

Che vallan quella terra sconsolata. 
Le mura mi parea che ferro fosse. 

27. Non senza prima far grande aggirata, 

Venimmo in parte dove il nocchier forte 
— Uscite, ci gridò: qui è l'entrata.— 

28. r vidi più di mille in sulle porte, 

Da ciel piovuti, che stizzosamente 
Dicean : — Chi è costui che, senza morte, 

29. Va per lo regno della morta gente? — 

E'I savio mio maestro fece segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

30. Allor chiusero un poco il gran disdegno, 

E disser: — Vien' tu solo: e quei sen vada, 
Che sì ardito entrò per questo regno. 

24 (L) Meichite: moschee. — Cer- glaucaque exponit in ulva. — Alte, 

no: scarno G^-org , iV: Àtfce... pdudi '-Mara. 

(SL) Me<ehife. Sìgoli : Chieie Mn-, VI : Mcenia lata videt tiiplici 

de^ Saraceni chu 4 chitmano mo- ciicwnaata muro. — Ferro ^En , Vi: 

schetie. Meschile s'usava an^'O in prò- Porta adoers'i, ingens .solidoque adi' 

sa. MfS line l^ì eh ama, come se le mante colwunw .. terre* tu>ri<. Jer., 

mos(;nen fosser cosa diabolica; e XI. i: Foin ice terrea. — Fo<'<e. B^Ila 

cosi Snigoga dic^-si per luogo di s oiiooHUuza Novellino, XXI Uìia 

confusiun-: o '"•• trame. JEi., Xll: gr'*gnuola che pirea cappelli d'aC' 

Duri tacraria DUi — Cerno È in ci»io. 

Arrannaino ,£ ■ Vi: Cydopum 27 [L) Forte: FJpgias. 

educla cumini. Moeuia eoa picio — 28. iL) Seaza morte: vivo. 

Vermiglie. .Eo , Vi R^spicit jEneis (>Lt Di. Treinrir. [ned. : Questo 

subito, et. sub rupe si ai tra Moema che da cieio o'e miniato — P o'U'i. 

lata videi. Q ice rapiiu< fluw.ii G-org. , IV- Pmit tlice gianiis. 

anibit lor enlious aiunis T*rtareus Birgn.: Gli ang o Uguali, pio rendo 

Phiegitho'i.. in terra si trasmutano in nianoli. 

25. F;. Fuoco S'm.3 97; 6. 98; 29 fSL) Mor«a Ge-.rg., [V /«^t'na 
I. 5. G. Cy^^r. : Gl'>biit ignitirn ar- leihi Tirtara. Uv. Mei., XIV: Loca 
ctalwì obitruiturj et in cariai poìnce mo'ti< adire. 

exitui ret-ixitur 30 (D Chiusero: repressero. — 

26. (L» Par: alfine. Quei: Dimn. 

(6U Giugnerumo. JEn. , VI: {SL}R0gno.JEn.,'Vi:HaecRadha- 

Tandem trans fluviam incolames tnanlhus habet durissima regna. - 
ìvatemque virumque Informi limo Inaniei regna. 



86 ^ INPERNO 



31. Sol si ritorni per la folle strada: 

Pruovi, se sa. Che tu qui rimarrai, 
Che gli hai scorta la buia contrada. — 

32. Pensa, lettor, s'i' mi disconfortai 

Nel suon delle parole maladette; 
Ch'i' non credetti ritornarci mai. 

33. caro duca mio, che più di sette 

Volte m' hai sicurtà renduta, e tratto 
D'alto periglio che 'ncontra mi stette; 

34. Non mi lasciar (diss'io) così disfatto. 

E se r andar più oltre m' è negato, 
Ritroviam 1' orme nostre insieme ratto. — 

35. E quel signor che lì m' avea menato, 

Mi disse : — Non temer ; che '1 nostro passo 
Non ci può torre alcun: da tal n'è dato. 

36. Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso 

Conforta e ciba di speranza buona; 

Ch' i' non ti lascerò nel mondo basso. — 

37. Così sen va, e quivi m'abbandona. 

Lo dolce padre; e io rimango in forse; 
Che sì e no nel capo mi tenzona. 

31. (L) Si : tornare. — S'-orta : (SL) DiifaVo. Nella Vita Nuova 

mostrata. fli'e sòdt.r'ifto da arbore. —Neg do. 

3"^ (L) R fornarci: al mondo. /En., X : Fortuna neqnrat... rentui. 

33 (SL) PerigLio -En.. Ili: Heu l — Ritioiiam Os . K , 6: Se'rntas 
tanfi< necquicqnafn erepte periclii. snas non inwhiet. Mn., IX: Vesti- 
— Si-eVe. yEa., VI: S'^timus tela a- già reto O'ì^ervatalegit. 
spera con.l> a. 35. (L) Tal: Tdifi è cui ''pI dà. Dio. 
(F) Sene. Nella selva delle (SL» Til Petr.: Mi mirncol 
fiere; poi quando sciolse i suoi non è : da tal ai 'itole — Dito. Ma., 
dubbi ; poi quando lo prese per VI Dnimn moUtnr iter. 
manoairent,r;Mdellaperta;poiqu«n- 30 (SL) Ciba Mn X: 5pes pa- 
do rispose alle grida di Caronte . di sci< inane<. ^u^. : Nu'.'ita <H ape- 
Mlnos di Piuto, di Flegias;e quan- tanza — Buona Su». Xil 19: So- 
do gli rese pigione d^*ir inairovvi^o nae spei Prtr, Son. 193: In ^peraa- 
pallore h\V en'rare nei Limbo S m se buone. C è anco l« iri le e le tra- 
più di sette. Mt forse qui sette sta dittici. 

per numero ìndetprminuto . rome 37. (Lì Tenzona : rombitte, 

ne' ProvHi-hii <XXi V, 16) : S'-He voVe , (SLt S\ M-'tr : ATc .si ne no nel 

cadrà d (jiusto e riiorgeià. E l« di- cuor mi suona intero - li cuore in- 

vina lfg2e li Ila rrtmissiuriH : Non ve;e del capo « il <uoniire non in- 

solo si'fie ro'fe . *na elianti voUe tcro inve^N^ del /«usonire disuuguo- 

xette E Luf. . XI 2G; Vili, 2: Man'., no le anime d •' du*; pu^'li ben più 

XVI, 9. Som.: Il numero settenario chedisseriazioni lunghe. Gozzi: Com- 

significa il luHo, universitalcin. battuto dal sì e dal no. 

3i. (L) Disfatto: perduto.— Ri- 
troviam: torniamo. 



CANTO Vili. 87 



38. Udir non potè' quello eh' a lor porse : 

Ma e' non stette là con essi guari, 
Che ciascun dentro a prova si ricorse. 

39. Chiuser le porte que' nostri avversari 

Nel petto al mio signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 

40. Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 

D'ogni baldanza; e dicea ne' sospiri: 
— Chi m' ha negate le dolenti case? — 

41. E a me disse: — Tu, perch'io m'adiri. 

Non sbigottir ; eh' i' vincerò la prova, 
Qual ch'alia difension dentro s'aggiri. 

42. Questa lor tracotanza non è nuova; 

Che già r usaro a men segreta porta. 
La qual senza serrarne ancor si trova. 

43. Sovr'essa vedesti! la scritta morta. 

E già di qua da lei discende l'erta, 
Passando per li cerchi senza scorta, 
Tal, che per lui ne fia la terra aperta. — 

38. (L) Potè' : Pot^i. — Porse : ai vinse la prova. — Difension. Anco 
demonii disse. — Prova: quasi a nei Convivio. 

gara si riiirò. 42 (L) Lor : de'demonii. — Porta : 

(SL) Porse. D'un oratore di- d'Inferno, 
ciamo cne porge con grazia ; e non (K") Serrarne. I'.,XLV, 2 : Spez- 

solo del gpsto zero le porte di bronzo , e i chiavi- 

39. (L) Rivi : lenti. stelli ferrei frangerò. Quindi é clie 
(SL) Rari. Mn. , ili , d' uomo il P età potè passar iibt^ro. La Gliie- 

turbato : Riris... vocibus. sa, nel Sabato Santo: Ho'iie portas 

40. (Li Raie : contrario d' aggrot- mortit et seras Salvator noster dis- 
tate, rupit II Vangelo : Le porte d' in- 

(SL) Rifie. Esprime e dipinge. Jerno non preoarranno. 

Petr. : Dil cor mi rade ooni delira 43. iL) Veleitù : tu vedesti. — 

impreia. Dante , R me : Mi spoglia Scrina: Per n,e si »a. . (Inf. , Ili). 

D^ogni baldanza. Mn. , VI: F'Ons — Di qua: entratoci. Erta. I cerchi 

lael'iparum. etdejec'o luo.inatultu. sceri'lono sempre. — Scorta II mes- 

— C .se ..En., VI : T'i'<tes sine *o.'e so celeste non n' ha di bisogno. — 

dornos. G^-org , IV: Do'tiUi... Whi. — Ttl: un messaggio del cielo. — 

Semini., da Ovidio: Le caie celi In- Terra: r-iiià 

ferno (SL) Morta. Purg., l : La morta 

41. (L) Perch' : quantunque. — poe<ia cne duiinse l'Inferno. Ad 
Qual: quaiiiiique. H'-Dr., VI, l; IX, 44: Oueribus mor~ 

(SL) Prova. Bocc. : Il mulo tuli —Erta. \'iil..,y\.\ Al punto dove 
passò avanti ; perché 'L mulattiere si digrada. 



MSSg^c 



Paragonisi l' agile legno condotto nel Purgatorio : e' li chiama ambe- 
da Fiegias, col sospinto dall' Angelo due galeotti. Caronte e Minosse e 



88 INFERNO 



Flegias e le Furie e Malebranche Ma questa città di diffìcile entrata 

s'oppongono al viaggio del Poeta; figurava all'esule la sua patria, che 

perche i tristi negano che si prenda era il contrario di popolo giinfo e 

conoscenzì di loro per far noi mi- sano. Il canto tutto , narrazione e 

gliori. Virgilio vince gli ostaceli col- dramma, è di sdegno contro i su- 

i'autorità del cenno divino; e qui pefbi;non però chft sia esso crl^Ha- 

non basta, ma vuoisi un messaggie- nam^ nip umile. Il dialogo coH'Ar- 

ro del Cielo, che a' Diavoli faccia genti è di rara fermf'zza. In questo 

forza. La r.jgione da .'•è non sei ve canto, come nel teizo, lo stile è più 

neanco a farcf ben conoscere il male, sicuro che in altri. 



CANTO Vili. 89 



IRA E SDEGNO. 



li Poeta configpje nel fango gl'iracondi orgogliosi e dappoco, e però 
furiosi; e respinge 1' un d'essi con parole, e Virgilio co» mano; e 
gode e ringrazia Dìo dello strazio che gli altri iracondi ne fanno: e 
per avere cliiamaro lui spirito maledetto, fa che Virgilio l'abbracci 
e lo baci e benedica sua madre. Appare di qui come Dante distìn- 
guesse dall'ira rabbiosa Io sdegno onesto; distinzione conforme alla 
lilosotìa cristiana, siccome provano le seguenti autorità 

Aristotele (1), laddove dice dell' ira che non ascolta ragione si con- 
viene con Girolamo 2;, laddove l'ira dal Vangelo ripresa dice quella 
che é senza causa; e Tommaso (3»: L' ira si coriviene con que' pec- 
cati che appetiscono il male del prossimo^ come invidia e odio. Il che 
dichiara ancor meglio perchè gl'invidiosi siano cogl' iracondi nel 
fango medesimo; il qual ribolle a denotare il moto dell^ iracondia ri- 
bollente (*). Ivi entro i dannali si percuotono e si sbranan co' denti , 
perchè quando l' ira percuote la tranquillità della mente, la perturba 
lacerandola in certo modo e scindendola i3;. E quella è palude esa- 
lante fumo, che Virgilio e Dante 6; chiama amaro e acerbo, perché 
queir ira che Aristotele e Tommaso distinguono dalla acuta col nome 
di amara, non si scioglie presto, per la tristitia che nelle viscere 
tiensi rinchiusa '7 , e quella è quasi fuoco che accieca l' occhio del 
cuore '8 . E son brutti di fango, e ignudi, e con sembiante offeso, 
perchè nulla è più deforme del viso d'uomo furibondo [9>; e si gor- 
gogliano voci nella strozza senza parola integra, perché la lingua 
dell' irato forma pure un grido , ma ignora il senso di quello che 
dice (JOi. La Glosa ai Proverbii 14): Furia di tulli i vizii è l'ira- 
condia; chiusa la quale, a tutte le virtù sarà dato quiete. E alla 
porta di Dite stanno diavoli stizzosi che respingono il Poeta , e sono 
poi vinti dille sdegnose parole del celeste messaggio. E qui riapparisce 
la distinzione notata tra ira e sdegno. 

Dice Tommaso : Secondo i Peripatetici , la cui sentenza più ap- 
prova Agostino (De Civ. Dei, IX >, l'ira e le altre passioni dell'animo 
diconsi molo dell'appetito sensitivo, o che siano moderate secondo ra- 
gione, che no 12 . E perù essa Somma dice l'accidia essere piuttosto 
originala dall'odio, cioè dall'ira non giusta, che dall'ira proprio, 
cioè dalla giusta indignazione. Non fa maraviglia che lo sdegnoso Gi- 
rolamo dica: a iiarsi è dell' uomo (13) ; ma Tommaso stesso da l'ira 
ministra a fortezza il4i; Gregorio ii5 : allora più robustamente l'ira 
erge sé contro i vizii quando si fa suddita alla ragione. E il Griso- 
stomo (16) : L' iracondia che e con ragione , non è iracondia ma giu- 
dizio; perchè iracondia propriamente intendesi commovimento di pas- 

(1) Et., VII. (9) Chiysost. in Jean., IV, M. 

(2) in Matth., V. (iO) Greg., !Mor., V. ' ^ 
(3> Som., 2, 2, 158. (11) XXIX. 

'4) Cass .Vili, Insl. Cren. (12) Som., 2, 2, 458. 

J5) Greg., Mor., V. (13) Ep., ad Salv. 

V6) Mn., XII ; Inf., IX ; Parg. XVI. (!4) Som., 2, 2, i23. 

(7) Som., 2,2,158. (15) Mor., V. 

(8) Cassiano, I. e. (16) In Matth., XI. 



^ INFERNO 



sione. Tommaso con queir acume ^severo e insieme indulgente che é 
proprio del grande intelletto congiunto ad anima grande, confessando 
pur ditììcile il non mescolare passione d' ira allo sdegno, afferma tut- 
tavia essere nello sdegno una parte buona. L' ira giusta^ anco che iti 
qualche modo impedisca il giudizio della ragione , non però toglie la 
rettitudine d'essa ragione (1). Salomone dello sdegno fa debito e me- 
dicina laddove dice: Migliore è l'ira che il riso: che per la mestizia 
del colto correggesi l'animo dell'errante (2;. Parole illustrate dal Grì- 
sostomo sapientemente: Se sdegno non ci sia, né la dottrina fa prò, 
né i giudizii stanno, né le ingiustizie raffrenansi 3 .■ Chi non si 
sdegna quando n'ha cagione, pecca; perchè la pazienza irragionevole 
-Semina vizii, nutrica la negligenza, e non solo i cattivi incita al male, 
ma i buoni altresì. La Somma poi determinando con l'usala preci- 
sione: Trovasi male in alcuna passione secondo la quantità di lei, 
cioè soprabbondanza o difetto. Così può nell' ira trovarsi male quando 
taluno si sdegna più o meno della retta ragione. Ma chi si sdegna 
secondo la ragione retta, allora lo sdegno è laudabile. Se, però, altri 
appetisce che facciasi vendetta, a ogni modo, .contro l'ordine della ra- 
gione, come punire chi non ha meritato, o oltre a quanl'ha meritato, 
non secondo il legittimo ordine o non per il fine debito , che è la 
conservazione della giustizia e la correzione della colpa, l'appetito 
dell'ira sarà vizioso (4). Così svolge il Cristiano la sentenza arida 
del Pagano : L'adirarsi in tale o tal modo è ora lode, ora biasimo (5). 
Salomone aveva già detto : quando cadrà il nemico tuo non godere (6). 
Se Dante gode dello strazio desiderato di quell'Argenti che era della 
schiatta Adimari, suo tracolante vile nemico, è da credere che ne goda 
pur come di cosa conforme alla giustizia suprema. Ciò nondimeno sarà 
più sicura cosa, massime quando si tratta d' ingiuria propria e non 
della patria, attenersi ai consigli evangelici della carità generosa. 
Ogni ira.... e indignazione sia tolta da voi {1 k E Gregorio e' insegna 
che V indignazione dello zelo, anche santo , turba l' occhio della ra- 
gione ; e Tommaso , con quella conoscenza profonda del cuore che 
viene dalla meditazione virtuosa: La vendetta si appetisce sotto colore 
del giusto o deironesto che alletta con la sua dignità *S<. E il detto 
dei Savio : In multa sapienza molta indegnazione , è da credere sia 
piuttosto osservazione del fatto che lode. Certo è che in Dante lo sde- 
gno trascese talvolta, massime negli ultimi anni della infelice sua 
vita, all' ira fiera e alla rabbia. Senonchè negl' imitatori di lui 1' af- 
fettazione dell' ira è cosa imbecille. E frantendono anche il linguaggio 
del Poeta, dacché in lui vendetta non suona ultio, ma vindicta, e cor- 
risponde a rivendicazione, a pena giudicata e ordinata. Pena valeva 
l'effetto del male che sugli slessi colpevoli si ritorce (9). Similmente 
ira ha nel linguaggio di Dante senso più mite che nel moderno, ap- 
punto come ne' Salmi dove la voce ebraica significa naso, la quale fi- 
gura ai Latini denotava giudizio purgalo e schizzinoso, e però so- 
vente sdegno^^o o schernevole. Cosi nella medesima imagine dalle v^- 
rie lingue e civiltà troviamo congiunte le idee di giudizio e di passione, 
di sdegno e di spregio, di coscienza retta e di gusto delicato UO;. 
(i) Som., 2, 2, 158. serbare a Din, secondo quello del Deu- 

(21 Ei'cl.,' n'|I,'4. tcrniìoittù) (XXXII, àò): «Hlmè laven- 

(u) Luo^'o cit.' della.» Bill Dante (Iiif,VII), Michele 

(4) Som", 2, 2, 158. f« ven. letta cl.gli Angeli.- La morte di 

(5) Arisi. Et. Gtsù Cristo è veiitlclla del primo pec- 
{6) Prov.,XXIV, 17. cato^ veiidelta poi vendicata sopra gli 

(7) Ad Eph., IV, 31. uccisori di- lui (Par., VII). 

(8) Som., 2, 2, 158. (1^) Emuncla: naris. - ISaso suspen- 

(9) Così s. Tommaso : La vendetta è da deve adunco. E altri simili nell'italiano. 



CANTO IX 9Ì 



OAIVTO IX. 



ARGOMENTO. 

Dante minacciato dalle Furie; Virgilio lo salva; un 
Inviato del cielo apre loro le porte di Dite. Entrano, e 
veggono tombe infocate da fiamme sparse tra l'una e Val- 
tra, dove penano gli eresiarchi e gli increduli. 

Stìge è chiamato in Virgilio amnis severus Eumenidum: però Dan- 
te le colloca in pro>peito del fiume. Neil' Angelo è imitato un 
po' Stazio là dove Mercurio scende a cercare 1' ombra di Laio. 

Si notino le terzine 1, 2, 5, 13, i4, 17, 20, 2'2 ; 24 alla 30; 32, 34, 
37, 38, 40, 41, 44. 

1. yu-el color che viltà di faor mi pinse 

Veggendo '1 duca mio tornare in volta, 
Più tosto dentro il suo, nuovo, ristrinse. 

2. Attento si fermò, com' uom eh' ascolta ; 

Che r occhio noi potea menare a lunga > 

Per r aer nero e per la nebbia folta. 

3. — Pure a noi converrà vincer la punga 

(Cominciò ei); se non... Tal ne si offerse... 
Oh quanto tarda a me eh' altri qui giunga! — 

4. Io vidi ben siccome ei ricoperse 

Lo cominciar, con' l' altro che poi venne ; 
Che fur parole, alle prime, diverse. 



1. (L)Ouer..: Il pallore dipintomi ci solT.^rs8 ad ajnto che ingannare 

in viso da paura fece a lui ritenere non può.: B-^. di ice. — Tarda a me : 

il pallor suo pftf non acere^siere la deS'dero. — .4.'/.<»; un me-s<o del ciele. 

paura mia. — In volta: dietro. — iSL) Punga Co ne .spen jcre per 

Suo: color. spegnere. E ni Villani —Se non... 

(>L) VoHa L'w. : Scon^ggen^o Trli sospensioni non sono Ir^^q-if^nli 

e meitenio in olU due oli. Uiam- in Din «. imi re ce n'è (Inf., XXlil , 

bull. : Il oi'upo >u tutto in colta. Purg.. XXVII). 

|. (y) A lunga: ìonuno. 4. iL)Bicoper«e...: esprimeva dub- 

3. (L) Pungi • pugna. — Se..: bio, pbl si ritratta e lo rassicura. — 

se non errai. — Tal... : ma tat donna Alle: dalle. 



92 



INFERNO 



5. Ma nondimen paura il suo dir dienne, 

Perch' i' traeva la parola tronca 

Forse a peggior sentenzia eh' e' non tenne. 

6. — In questo fondo della trista conca 

Discende mai alcun del primo grado, 

Che sol per pena ha la speranza cionca ? - 

7. Questa quistion fec' io. E quei : — Di rado 

Incontra, mi rispose, che di nui 

Faccia '1 cammino alcun, pel quale i' vado. 

8. Vero è ch'altra fiata quaggiù fui. 

Congiurato da quella Eriton cruda 
Che richiamava l' Ombre a' corpi sui. 

9. Di poco era_di me la carne nuda, 

Ch' ella mi fece entrar dentro a quel muro 
Per trarne un Spirto del cerchio di Giuda. 



5. (L) Pianne : diede a noi , per, 
o me. — Trueoa: a quella sospen- 
sione davo più tristo senso eh' e' 
non l'av. s-^e 

(SL) Dienne Noi i^fr we nei 
Latini trt^qif^f'e Buo. l : Nobit haec 
o'ia lecit — T'-aeoa M<\ Vll:P't- 
man>que loquentis ab Oie Airi^>uit 
(voce II)) 

(F) Tenne. Tenere un senso, 
nell'inieipietauoae d'un tesio , è 
modo scoIhsiìoo. 

6. (L) Gra o : del limbo. — Spe- 
ranza di vedere Dio. — Cionca: 
tronca. 

(SL) Conca L'Inferno di Dante 
é conr'av^j q'iasi con -a — Cionca Pnr 
nionco viv-^' in qa^I'*!!'^ «li-tledo. 
Inf , XllL: Piimier monchi Qui più 
sotto, leiv, 32 ; fine mozzo 

(K) Cionca, inf , IV : Sòl di 
tanfi offtit. Che, sen:,a speme, cioè- 
mo in ae.<in 

7 (L) Q'U-^ion ; domanda. —Im.- 
contra : avviene. — Nui: noi nei 
Limbo. 

8. (L) Congiuralo : scon Efi tirato. — 
Sui: loru; >'biiaii dall'anime invila. 
(SL) Cruda. Viveva in caverne, 
usava tra le sepolture. Lucano la 
oUiama fera^ enferà, tristii. Fa che 
Eritone, maga ..tessala,, lo scongiuri. 
Virgilio era nei bassi tempi creduto 
mago (Bue, Vili ; JEa., IV), cora« 



lo chiama il Villani , e tuttavia il 
vol^o di Napoli ; e grande astrologo 
lo dit'P il BoffiH' ciò. — Richiamavi. 
Mn , V( : Poiuìt Manes a>cessere 
conjugif pheùi. - Iv ; Anin.a^.., 
e''oc<ii. co —Ofib'e Lacan., VI: 
Al me re euniibus U'ubrii. 

(Fj Fai. Dime prende a guida 
Virgilio, non solo come descrittor 
d' un Inferno , ma come cantore di 
queir E lea '-he fu principio all' im- 
pero di Roma. Or nell'impero ideato 
da IJanie (Mon . [Il) si ricniele l'o- 
perazione aelle morali e inieilettuali 
virtù, secondo i filosofici precetti , i 
quitti <on mezzo alia leliciià i que- 
sta vit'i Go>i SI concilia r opinione 
(li taluni che fanno Virgilio simbolo 
delia M o-ii>tia naiur.le. 

9 (L) Nuda, ero morto. — Muro 
d' infeudi» — Ce'C/iio ; de' tr.iiiiori. 
(SL) D- po<;o C jsì qnel soldato, 
di cui Lugano (Pdd'.s. . Vi), era di 
po'o defunto: T>itia non equifiem 
P trcarii'U xtamini , dixit Riinpexi, 
tacilae revocahi> ab '>gge-e rtpae — 
Nuta M'ì. j IV : Vita ^potiaoit, - 
XI I : Corpui npoliatum lunine. Lu- 
i;;in.: M iwbus nuais. -— Muro. Inf., 
XXXI l. 

(f) Fece. Della ìiecromanzia , di- 
stinta da altre sorti d' indovinamenli 
la Somma. 



CANTO IX. 



10. Quello è '1 più basso luogo e '1 più oscuro, 
E '1 più lontan dal elei che tutto gira. 
Ben so '1 cammin; però ti fa sicuro. 

IL Questa palude che 'l gran puzzo spira, 
Cinge dintorno la città dolente 
U' non potemo entrare cmai senz' ira. — 

12. E altro dis>e: ma non 1' ho a mente; 
Perocché l' occhio m' avea tutto tratto 
Vèr r alta torre, alla cima rovente : 

1.3. Ove in un punto vidi, dritte ratto, 
Tre Furie infernal', di sangne tinte, 
Che membra femminili avéno e atto. 

14. E con idre verdissime eran cinte; 

Serpentelli e ceraste avean per crine. 
Onde le fiere tempie erano avvinte. 

15. E quei che ben conobbe le meschine 

Della regina dell' eterno pianto, 

— Guarda, mi disse, le feroci Erine. 



10. (Lì Dal. Primo mobile. 

(SD Gira. (Par ,11) — So. 
Erltone : cniam'x una miaja annie 
Ovidio (ller. , XV); ma qai parla 
della rammentita da Ladani , la 
quale per dir risposta a Sdsto Pom- 
peo ciri:a al fine dell^ guerra civile, 
richiamò d'Inferno lo soirito d'un 
soldato pompeiano. Erltone, al dir 
di Lucano, cercava per le sue opera- 
zioni 1 morti di poco. Non sia che 
Vjrtrllio fosse da lei scona;lu''ato p-^r 
trarre il soldato pompeiano, il quah, 
al dir di Lucano, non era an ora di- 
sceso al fondo d'Inerno; m« Dinte, 
dietro all' invenzion di Lucano, ne 
imagina un'altra pe-* far di'--- a Vir- 
gilio, lo Siioo s'a'o fin laggiù; t'as- 
si''Ura (]o>i Virgriiio fa die alla Si- 
bdia: S'id me, cu'n luridi Hecale prae- 
fecit A'>-'rni<, Ip<a Deàn p lenai do- 
cu>A, perqtiA O'unii d-ixit (M<ì., Vi) 

U (L) l/': dove. — /ra per il passo 
negatu 

( >L) Puzzo ./E^ , VII : Sae'^am- 
que exhalai. od ic i M •ohiU n — SiJÌ- 
ra Geur^j , IV: Graoiter ^plranu< .. 
ihijtnbrae. - Dalci< .. ipiraoit crinibas 
aura. Grescenz.: Spirano vapore pe- 
stilenziale. — Cinge. In Vircfilio (.En., 
VI) Flegetonte (lammis ambii la nera 



città. G<^org., IV: Palus... alligat... 
Slyx interfuvx coercet. 

\P) Puzzo. Som.: Foelor pecca- 
to "y^n 

12 (SL) Torre. Torre, sentinelle , 
velette, s^ijn-ili: vera città. 

13 (L) Riito: tosto. — Atto: por- 
tamento 

(SL) Furie. Virgilio (.En., VI) 
pone nel vestibolo dell'Inferno ifev' 
rei talami d-ile Eumenidi; poi le di- 
pinj;e eniro alle mura, a siraz^at-e i 
colpevoli. — Sm'ìae.JE\ ,Vl: Vipe- 
reun ccine'n «i/'ì-j imi^X'i cnientiì. 
Ov. vi-t . IV: Fl'uioq<ie cruore ni- 
benf.en Iniwiur paUam. 

• F) H'O. Il Coivo, secOUdo le 
m-^mbi-i diverse, h» diversi atti. \d 
Rom , Xl[ I \d Cor. I XM 12. 26. 
U ( L) lire Eh ,Vll: Tot E yn- 
wis sibilai hyirii. — Ver tii^,,ne. 
B i'. , Il 9: VniLei. l -cprtoi — 
Se'-pm eHi. G^. >rs. IV: Cieruleo<... 
impiexiecrimbu^ ainnii-i H »•• C r n., 
V .5: Breocbuii ''plicata mpe'in C i- 
ne< —Cine Ov. Me' X: Atro cri- 
nitai angue ^orores. —A'ci'i e. .iìn., 
Xll: Verbena tempora oincti. 

15. (L) Meschine: serve. — Dàlia: 
Proserpina. — Erine: Erinni. 

(SL) Meschine. Nell'antico fran- 



94 



INFERNO 



16. Questa è Megera, dal sinistro canto; 

Quella che piange dal destro, è Aletto : 
Tesifone è nel mezzo. — E tacque a tanto. 

17. Con r unghie si fendea ciascuna il petto; 

Batteansi a palme, e gridavan sì alto 
Ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto. 

18. — Venga Medusa: si '1 farem di smalto 

(Gridavan tutte, riguardando in giuso). 
Mal non vengiammo in Teseo l'assalto. 

19. Volgiti 'ndietró, e tien lo viso chiuso: 

Che se '1 Gorgon si mostra, e tu '1 vedessi, 
. Nulla sarebbe del tornar mai suso. — 



cese (V. Dufresne). Come cattivo, di 
schiavo, vennf^ a signiti -are dappoco, 
maloagio. — Repina. Mn , Yi: Do- 
minirn Di'in — E'ine. Baco p^*»" Bac 
co (Inf., XX). e Naiade per Naiadi 
(Purg., XXXIII) 1 La.lìai : Erinuyei, 
Semini : E tni< 

16. (L) A tonto: a qupJ nunto 
{SL)Mi'Qe'a M^.,Xl — Pian- 
ge. iE(i. Vii: Lncliticam AiecJo .cui 
tristia bella, ha^qu^,, in idiueqne et 
cri ina nuxia cofi - Tnali J)sa. 
— Tedone M().,Y[: Ti'^ìjiihoneqiie 
sedens, palla auccincla cruenta. Ve 
Slihulurn insonints serrot noctesque 
diesque. Ovidio (Met., IV) da a Tt-si- 
fone fìacccila insanguinata. — Tanto. 
Modo provenzale e ae' vecchi Italiani 
(Dicerie del Ceffi). 

{7. (L) A : i^on le, — Per: per paura. 
(SD Unghie Ma., IV: Ungui- 
bui ora noi or joedans et pectora pu- 
pnis. E XI. — BaHeani, Mn , 1: 
Tmuie pectora pulmn —Allo Star., 
II: Eiinienidum voce^q^ie ruanuyqne. 
Mn , XI: . Gc^-itU')! tttwsts a<i side- 
ra iollunt Pedonbu . — So^ppUo. 
Vive in Orsi a. .^fniannino : Il Tur- 
taro da ciascun lato sia pauroso e 
pieno di ■o<petto. 

18 (L) Si ìUftooìlìvo — S'nalto: 
corpo duro e freddo — Mal .: mal 
fecimo a non punire {jia l'ardiiedei 
vivi. — Ve'iQia uv o: vonliciimnio. 
(SL) Vtnga. D\ M^.lusa. Ov. 
Met., IV, e aliiove : Illa f,oi orps Node 
vocat genitas, grave et in-placabile 
numen. Carceris ante fores clau^as 
adamante sedebant: Dequesnis atros 
pectebant crinibus angues. Mn., VI: 
Tisyphone... vocat agmina saeva so- 



rorum — Medusa. Virgilio pone le 
Gorgoni nel Vestibolo dell'Inferno.— 
S'nalto, Petr : Medusa e Verror mio 
vi' hin fatto un iia<!<o Lunan., IX: 
Et clypeum laevae fulvo dedit aere ni- 
ten'em In quo saxi^cani jussit spe- 
Care Medusa-n. — Mtl. Georg., Ili: 
Heut male tum Libyae soli» erratur 
in agrii. — Yentjiainwio Rim^ anti- 
f"e: Venginnza. - Star., Vili: /. 
Tarlar eai ulciscere sedes Tisypìpme, 
— Teseo. Scese in Inferno u^r libe- 
rare Proserri'na {Mn . VI: Ov. M«H., 
VII; H^r, X) Stai ,\l\l: Me PirUhoi 
Ipwerarius anìor T>ntat, et audaci 
Theseìi^ juratus an.ico. 

(F) Teseo Un anonimo: Se Te- 
seo fu ad'inferno , come nel II dice 
che soli v' andarono Enea e Paolo? 
Kispondesi: eh", Te^eo non vi pene' 
ilo: e i norninatt nel II non esclu- 
dono lutti gli aiiri che ci fossero sta- 
ti: e in tanfo Danie vi rammenta 
que^d.ue in quanto l'uno è fonddor 
(letVI'r.pero oie si stabilì la fede di 
Petro, e Valtro piopagalor della 
]e le. 

19 (L) Viso: occhi.— Nulla: Koa 
lornernsii niù al mondo. 

(SLi Gorgon: mascolino in Se- 
mintendi Virgilio unisnti \» Gorgone 
con le Fune, Mn , VII: Gorgoneis 
Atec'o infecia venenis - Vili: jEii- 
daque horfificam... &qiiainis serpen' 
tum.. Conu' xosqne angues, ipsam- 
que... Gorgona nesecto rertentem lU" 
ihina collo. — Vedesii. Lucan , IX : 
Quem, qui recto se Inmine vidit. Pai' 
sa Medusa mori est? — Nulla Petr.: 
Del riposo è nulla. 



CANTO IX. 95 

20. Così disse '1 maestro: ed egli stessi 

Mi volse; e non si tenne alle mie mani, 
Che con le sue ancor non mi chiudessi. 

21. voi che avete gl'intelletti sani, 

Mirate la dottrina che s'asconde 
Sotto '1 velame degli versi strani. 

22. E già venia su per le torbid'onde 

Un fracasso d' un suon pien di spavento, 
Per cui tremavano araendue le sponde. 

23. Non altrimenti fatto che d'un vento 

Impetuoso per gli avversi ardori, 
Che fier la selva senz' alcun rattento, 

24. Gli rami schianta, abbatte, e porta i fiori; 

Dinnanzi polveroso va superbo, 
E fa fuggir le fiere e gli pastori. 

25. Gli occhi mi sciolse, e disse: — Or drizza il nerbo 

Del viso su per quella schiuma antica. 
Per indi ove quel fummo è più acerbo. — 

90. (L) StesH: stesso. — Tenne: volume, riversa, per equilibrarsi, le 

contento. — Chiudessi: ch'n lesse sue più alte colonn*^ sulle più fredde: 

(SL) Siei'i. Sacch : Tu stessi, quindi ì gran calori dell'una parte 

Cosi da ille, egli. — Man' Luoan., del glot)o danno venti dall'altra. 

IX: tpsa regi' irevidum Pallas, de- 24 {^L) Fiori. Altri legge porta 

xiraque trernente Perseos aversi Cyl- fuori, perchè pofo gli paiono i fiori 

leniaa dirigit Htrpen. — Chiudersi, dopo i ranO': ma 1 rami 11 vento 

Anco in prosa (Oti. e Gellini). Ario- schianta; i fiori, li porta La polvere 

sto: imporia<si per in>portasse. è meno de' fiori; pur viene poi. E le 

2i. {¥) Sani. Som.: Smumintelìe- gradazioni rettoriciie dal meno al 

ctum. l'iù son gioco d'umanisti. Arios. , 

'22. i^L) Già. Xinque. Comincia- XXX, 51: Granaine .. Che spezza 

m^nto famieiiar»^ a Virgilio. — Ve- fronde e rana e grano e stopp a. A 

nia JEn . VII: M igno veniente ira- 'Iw piace il fuori, rammenti ..En., I, 

goie. — Torbide- JEa j\l. Tur btdus.. Maiia ac tenan. lemnl rapidi se- 

QurQe<, cum Georg., Il : Sijl'^ne, Quai ani- 

23 (L) Ardori: 1 caldi di nae^e op- tnosi Euri assidue fiangunique , fé- 
posto — Fier: ferisce. — Rallento: runique. M* il fuori soi«t, uial suona 
ritegno a me, m; s-^ime c<l d'Ununzi i^he se- 
(SL) Altrimenti. Houd alUer: gut^. — Pi ti.ri. Georg., l: Quo ma' 
freqni-ni»- m Virgilio. •— [Few/o. Her- xima tìiolu Terra iremit, iuyere 'fé- 
li*., 1 inn ,1 XI st 6 ] — A''vprsi. rae, et rrivrttita corda Per genles 
Mn W : A^-er òole — Fii-r Dan- huvdhi strarit parar. M». . XII: 
te. Rime: Che fier tra li y>iei *ptrfi Quuti^, ubi ad tenuf abrupfo si'le- 
paurosi. E inf., X, terz. 23. Fior di re, nw-bui It mare ter me^nim: 
virtù: Fiere per leri^ce. Bue, IX: miseris, heul prae<cia longe Horre" 
Feriant... littoia fluctns. scunt corda agricoUS; dabit illerui- 
(F) Ven/o. Is., LXVI, 15: Qu^st nas Arboìibus , stragemque satis ; 
turbo le sue quadrighe. Jer., IV, 13: rnet omnia late; Antevolant , soni- 
Quasi tempesta il suo cocchio. -^ Av- tumque fertmt ad Htora venti, 
versi. L'aria scaldata, crescendo in 25. (L) Sciolse Virgilio. — Nerbo: 



96 



INFERNO 



26. Come le rane, innanzi alla nimica 

Biscia, per l'acqua si dileguan tutte. 
Fin ch'alia terra ciascuna s'abbica; 

27. Vid' io più di miir anim(3 distrutte 

Fuggir così dinnanzi ad un, .eh' al passo 
Passava Stige con le piante asciutte. 

28. Dal volto rimovea quell'atir grasso 

Menando la sinistra innanzi spesso; 
E sol di quell'angoscia parca lasso, 

29. Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo'; 

E volsimi al maestro; e quei fé' segno 
Ch' i' stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

30. Ahi quanto mi parea pien di disdegno ! 

Giunse alla porta, e con una verghetta 
L' aperse, che non v' ebbe alcun ritegno. 

31. -- Oh cacciati del ciel, gente dispetta 

(Cominciò egli in su 1' orribil soglia), 
Ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? 



forza del vedere. — AnUcj: siagnm- 
te — Per indi: di la. — Acetbo: 
punge gli o-crii. 

(SL) Netbo. Risponde all' ocies 
oculont >t dii' Li \a\ — Antica .Eri., 
Vili: Fluctu spumtbMU caerulu ca- 
no. — Acerbo Ma.j XII: Fumo... 
amaro 

{F) Fuvimo. S. Bern., Serm. 
Ili: Il peccalo è alla natura quel 
che il fumo agli occhi. 
2G (Lt Abbica: ammucchia. 

(SL) Rme. Vicgiiio, d'un ser- 
pente ciiH SI pa'^ -e di rana (Georg., 
ìli) —Abbica J5:ca, mu;chio «li gra- 
no, e rie|i'ii-i(j iu>i', «no di esM'em'^diO. 
tE'i , Vi: Guryile ab alto ai te'raoi 
ftlO'nerantU'- arei Sfai, Tiieb . 1: 
Exdluit. lipii : diiceitt inine Vul- 
gus. et occuisus domiiiae parel 

27 (L Z)tsit/Mf/,e li lurmeuto e ««pa- 
Vr-nlo — f/'i iii'^^so del cielo. — Pai- 
so : luo^M più prossimo. 

(SD Didrutie In senso sim le 
al disfatto del canto Vili Di-itp, [{\- 
mt^: A"0r S'ifgliuto nel._ <ii<t' ulto 
core Altiove: G i occhi >{ f'Ulti 

(Fi A-Ciulie. l'S'il., LXV, r,: Qui 
convertii mare ia aridani, in fiumi' 
np, pertrannibunl pede. 

28. (SL) Grasso. Geori?., Il: Crai- 
sis... paludibus. Stai. Tlieb., II: Ga- 



li Hi Maia S'ìtuy aliger umbris Jussa 
gerem magni retneU Joii^; un<iique 
pigiae le cetani nube i, et lurbidus 
l'upHmt aer... Styx iaie tìocemcir' 
curnflua c^mpis; llliic objeota viai 
torrentara incendia clauiunt (F. 
Ce, 1)^ Nat D._'or, II.. C ) O^' Met., 
IV: Styx nebulas exhalat iners. 

(F) Gra>iSo H»bic ili. l'i: Fa- 
centi nel mare via a' tuoi destrieri 
sul lo'o d' acque molte. — Sinistra, 
Otr,.: In quelle ijart< inferiori V Ari- 
gelo Uia <'* sua minore itoienz'i. 

29. (L) Meno: mandalo. — lii:hi' 
nasn me. 

<SLi Me^w Fior di Virtù: Co- 
nobbe ch'egli era aortico di D.o e suo 
meuo. — ìnchinaid. Vii. ss. Padri, 
ed altrove 

(Fi M>i<!io. Della missione degli 
An'^pli. V Som., «, 1 H2 

30. 'L) Alti. .'Eri. X: Ilei n.ihi 
quintum.. I — Vc' ghetta Se.;tno di 
co'nando. blaz'o fa ■;iie Alef-uiio eoa 
la vertja <»l.it^hi la furia di Cerbero. 

31. iL Di <pe/^a.- spregiala —OnV, 
Di elle cuiesu tracotanza si nuire 
ia voi? 

(SL) Dispclta. Huc, Il : Despe- 
ctus Ubi sum. K in senso slmile nella 
Somma. — Soglia. Stat., Vili:... Fé- 
rus Alcides lune cum custode remoto 



Canto IX t Inf em-o 







CANTO IX. 



97 



32. Perchè ricalcitrate a quella voglia 

A cui non puote il fin mai esser mozzo, 
E che più volte v' ha cresciuta doglia ? 

33. jOhe giova nelle fata dar di cozzo ? 

Cerbero vostro, se ben vi ricorda. 

Ne porta ancor pelato il mento e' 1 gozzo. 

34. Poi si rivolse per la strada lorda ; 

E non fé' motto a noi; ma fé* sembiante 
D' uomo cui altra cura stringa e morda 
dò. Che quella di colui che gli è davante. 
E noi movemmo i piedi invér la terra, 
Sicuri appresso le parole sante. 

36. Dentro v'entrammo senza alcuna guerra: 

Ed io, ch'avea di riguardar desio 
La condizion che tal fortezza serra, 

37. Come fui dentro, l'occhio intorno invio; 

E veggio ad ogni man grande campagna, 
Piena di duolo e di tormento rio. 



Ferrea Cerhp.reae vatuerunl limina 
portue. — Omi' ^n , l : Tanta ne 
roi genpri, t^nuit fiducii ventri? 
Jiìu coplum terr "ique n^eo sine nu- 
niirie, Venti, Mi^cee,. . ouieli* — 
ÀUetla. Alb^Ttiino: V uomo adiroso 
allett'i brighe Tasso, )>iù lansuiil'-i- 
DQPnte, Oni'è ch'or tanto ardire in 
voi s' alleH"? 

32 (L) Voglia..: divina che non 
può e^spre iiiprrotta. 

(Fi Ricalcitrate Act. XXVI U: 
Cilcit a>t> cont'O lo limolo — Fin. 
Sao , Vili. 1: DiWun fine all'altro 
giunge lo' temente 

33. (L) Fata: df>stini dì Dio. — 
Ancor : da (iunrido T»^spo ne io trasse. 

(SL) Cerbero. Vii}?ilio, di IVseo 
(.En , Vi): Tartureutt. ille rnanucu- 
itoiem in vinchi peHint Ipiim a <0' 
Ho regi* , traxiique tre'nentem. Ov. 
Met., VII: Tr!jnthiu<ihe>o<... nexis 
adamante cateniiy Ce'beron abitra- 
xit. — Fata In Pose ina tuttavia le 
P'ata, e le Iella. — Pelalo Dal. a q.2l- 
tena o oh^f^ntip stringa e arroti, e 
dalla violenza del trarlo. 

(F) Futa Ijopz., IV: Lo quale 
modo , qu mio si ragguarda ndla 
puritade stesm della dioma intelli- 
gcnza, si chiama provvidenza di Dio ; 

Dante. Inferno. 



ma quando si riferisce a quelle cose 
che mo'-e e dispone, allo' a e appellato 
dalli antichi fato. /E'i . Vili: Ine- 
lucl'tbVe latun Virgilio U'ù volte 
• ongiunge l'idea di divinità lib^^rae 
prote^Jiirice con quella di fato. .En., 
IH: F'ita viam imenient, w^erilque 
vocalus Apollo - IV: Fata Dmsqie 
sinebint - Et. 4c fata Jo'ts' pò cvnt, 
hic terminus haeret. - VII: Fata 
Dr'ùm... Juoiisque inoenhbu^ urqet 
Apollo. Piiraa'ono. XXX : Fato di Dio. 

34. (SL) S''ingp. M < , IX: Animuni 
7"l^iue stiinxit pìetatii i-uago. — 
Mor a Ma , l: C« - a rew-ordef. Non 
pirla a' ^*o^^ti per uscire tosto, come 
colui che arde tornarsene in liioso 
migliore (Inf.. il) Hor. Carm., l, 18: 
Mordor.es ■^oHcit Udine i. Boet., de Con- 
Soi : Solirituiinum morswi. 

33. (L) Terra : città — Appresso : 
dono. 

36. (L) Coniizione: di gente e di 
pene. 

(F) Coniizion. Condizione, nel 
lingnaagio scnlasiii'O, era lo stato e 
la qualità dfllH cose Crescptiz. : Gli 
arnciidi eh", coniizione siano, 

37. (L) Min : parte. 

(SD Inoio. Meno strano óo.l 
ferre oculos di Virgilio (^n., Vili), 

7 "^ 



98 , INPERNO 



38. Siccome ad Adi, ove '1 Rodano stagna, 

Siccome a Pola, presso del Quarnaro 
Che Italia chiude e suoi termini bagna, 

39. Fanno i sepolcri tutto il loco varo; 

Così facevan quivi d'ogni parte; 
Salvo che '1 modo v' era più amaro. 

40. Che tra gli avelli fiamme erano sparte, 

Per le quali eran sì del tutto accesi 
Che ferro più non chiede verun' arte. 

41. Tutti gli lor coperchi eran sospesi ; 

E fuor n' uscivan sì duri lamenti, 
Che ben parean di miseri e d' offesi. 

42. Ed io : — Maestro, quai son quelle genti 

Che, seppellite dentro da quell'arche, 
Si fan sentir con gli sospir' dolenti '! — 

43. Ed egli a me: — Qui son gli eresiarche. 

Co' lor seguaci, d'ogni setta: e, molto 
Pili che non credi, son le tombe carche. 

44. Simile qui con simile è sepolto; 

E i monimenti son più e men caldi. — 
E poi ch'alia man destra si fu volto, 
Passammo tra i martiri e gli alti spaldi. 

— Man. Mn., VI : Partem fusi mon- (F) Carche. Flegiàs iracondo e 

strantur in omnem Lugentea campi, disprezzatore del cielo , è ben posto 

(F) Tormento. Lue, XVI, 28 : per tragittare gì' iracondi dalla pa- 

Locum tormenlorum. lude alia campagna infocata degli 

38. (Lt Termini: confini. eretici e de' miscredenti. Eresiarchi 
(6L) Arli. In Provenza, dove chiama gl'increduli tutti , come se 

fu data nel VII secolo gran battaglia dal negare una cosa al negare tutto 

tra S^racini e Cristiani. [Arios., Ori., non sia grande il passaggio. 

XXXIX] — Pola. J^eir Istria, dove ii. (L) Simile nell'errore. — Mó- 

sono monumenti romani. nimenti: moiiurneniì. — Più e men: 

39. (L) Varo: vario di tombe gran- secondo l'errore. — Tra : traJe tom-^ 
diepiccole. — Modo .-dolore del fuoco, be infocale e le mura infucate. 

(SL) Varo: Come impero per (F) Simile. Greg., Dial. iV, 35: 

imperio. Consociano i simili o' gimili in pari 

40. (L) Arie per infocare. lormenli, che i mperbi co' superbi, 
(SL) Si del lutto. Inf. , XXIX: i lussuriosi co' lussuriosi, gli avari 

Sì d'assai. con gli avari, gli ingannatori con gli 

H. (L) Otfesi di dolore. ingannatori, gl'invidiosi con gì' in- 

42. (H") Seppellite. Eccl. , Vili, 10: vidiosi, gli iutedeli con gli infedeli 
Vidi gli empi sepo'li. ardano. — Più. Cypr. : Par sceleri 

43. (SL) hresiarchc. Anco In prosa, discrimen imponit. 

o-Slg^Sx) 

L'accenno mitologico a Teseo, e la quale rende ragione del pot«>re 
la invenzione fondala sopra Lucano, Virgilio condurre Dante in fondo 



CANTO IX. 



99 



all'abisso, non sono bellezze; ma 
quand' anco difetti fossero , li com- 
pensa la bellezza morale dell'afTetto 
con cui Virgrilìo rassicura il Poeta 
temente, e 'iella schiettezza con che 
questi confessa il proprio timore, 
chiamandolo addirittura viltà I vili 
non sono cosi modesti. E la paura 
In Dante dell'essere abbandonato è 
più bella che la spavalderia d' Enea 
a avventarsi col ferro per trafìggere 
le Ombre L'avvertimento del porre 
mente alla dottrina nascosta sotto il 
velo de' versi , credo io che princi- 
palmente riguardi il rivolgere gli oc- 
chi dal teschio di Medusa, e il chiu- 
derglieli che fa Virgilio con le mani 
proprie, mosso da materna sollecitu- 
dine; per insegnarci che l'affisarsi 
nel male non giova a prenderne or- 
rore, ma che dalle cose abiette e vili 



bisogna saper rifuggire. Altre bel- 
lezze morali sono ì rimproveri del- 
l' Angelo a chi cozza contro la prov- 
vida necessità delle cose per Impe- 
dire ad altri il cammino del bene; 
e la fatica che prova esso Anselo non 
del correre leggero sulle acque, ma 
del rimovere da sé l'aria grossa del 
pantano (giacché alle anime elette, 
più ch'altro, pesa il dover vivere in 
più bassa regione di quella a cui sì 
sentono destinate); e quindi il rivol- 
gersi ch'egli fa, senza dire parola 
ai Poeti , come da più alta cura oc- 
cupato. Le Furie, il vento, i sepol- 
cri, le voci ch'escono di sotterra, e 
le fiamme, e la memoria de' monu- 
menti sepolcrali della Provenza e 
dell' Istria, sono poesia che fa que- 
sto canto forse più originale del 
quinto. 



10(5 INPERNO 



ALLEGORIE DEL POEMA, 



Macroblo (i); Sacrarum rerum notio sub}pìo figmmtorum vel amine j 
honestis et teda rebus et vestita nominibus enunciatur. É impossibile^ 
dice Dionigi Areopa^ita, o l'autore qualsiasi clie porta quel nome, è 
impossibile che il raggio divino risplenda a noi se non circovvelato dalla 
varietà di velami sacri (2). E Tommaso: SoUo le similitudini e figure 
s'asconde la verità figurata (3). E altrove: Il velo del Tempio signifi- 
cava le cose nascoste ai più, note a' saggi (4). E il Vangelo, congiun- 
gendo le due imagini di nascondere e di togliere il velo: Sia lode a 
te. Padre... che ascondesti queste cose a' savii e agli avveduti, e le hai 
rivelate a' par voli (5). Dante ritorna sovente su questo che era lo spi- 
rito dei tempi suoi e di tutta l'antichità. Nella Vita Nuova e' disprezza 
quella poesia che sotto gli ornamenti delle parole non porta sodezza di 
cose; e nel Convivio: L'uno senso si chiama letterale, e questo è 
quello che non si stende più oltre chela lettera propria ; V altro si chia- 
ma allegorico, e questo è quello che si nasconde sotto il manto delle 
favole: ed è una verità ascosa sotto bella menzogna... E altrove: In- 
tendo anche mostrare la vera sentenza... che per alcuno vedere non 
si può sHo non la conto, perdi' è nascosa sotto figura allegorica. 

11 Rossetti qui vede un simbolo dell'esilio di Dante, al quale i Fio- 
rentini chiudon le porte, e Arrigo gliele apre. Gli altri fomentatori 
Intendono che la sola filosofia naturale flgu'-ata in Virgilio non può 
penetrare ì decreti della giustizia sempiterna. Una forza superna bi- 
sogna che riveli ed apra; poi la ragione va franca da sé. Io accetterei 
e la interpretazione filosofica e la politica: tanto più che il cenno di 
Teseo rammenta Atene, alla quale in tre luoghi il Poeta accenna, e 
in due la raffronta a Firenze (6); l'accetterei purché per il messo 
s'intenda non Arrigo, ma in genere un rfwa;, chiamato nell'ultimo del 
Purgatorio messo di Dio: e ciò tanto più che al tempo che questo 
Canto fu scritto, egli forse non pensava ad Arrigo. Quanto al chiudere 
oli occhi, spiegherei che la ragione li deve distorre dal volgere pure 



(d) Somn. Scip., I, 2. (6) Mallh., XI, 25. 

(2) Dionys. I, Ilier. (Q) Viiv^ ,\l: Alene e Lacedemona... 

(3) Som., 2, 2, 8. E 2, 2, 6: Sodo Fecero al ^u'ver bene un pkcivl cenno 
le similitudini e salto i segni: parola Verso di te. - XV: La villa. Del cui 
più generale, che sapieiilemeiile de- nome ne' Dot fn tn»la He, H onde ogni 
nota come ogni segno sia (ìgnra e velo scìenzia disfavilla Parad.,XVir. Qual 

di più verità E 2, 2, 2 : // velame si partì Ippolito d'Alene Tal di 

delle antiche cerimonie. Fiorenza partir ti conviene. 



(4) Som., 1, 2, 102. 



CANTO IX. 101 

uno sguardo ai nemici del giusto quando mirano ad arrestarci in 
cammino. Ma l'interpretazione morale non si può rigettare dacché 
neU'VIIl del Purgatorio abbiamo un passo tutto somigliante, e con 
i'avvsrtimento medesimo, inserito come qui, nella narrazione in guisa 
di nota: Agvzza qui, lettor ^ ben gli occhi al vero; ChèH velo è ora 
ben tanto sottile. Certo, che'l trapassar dentro è leggiero. E il ser- 
pente s'atTaccia alla valle, e due Angeli scendono per fugarlo. Là due 
Angeli per custodire il ricetto de' giusti, qui un Angelo per aprire a 
un giusto il ricetto degli empii: là viene il demonio come biscia ; qui 
d'innanzi all'Angelo le anime fuggono come rane d'innanzi a biscia. 
Ognun vede qual delle due similitudini sia la più appropriata. Cecco 
d'Ascoli miseramente si fa beffe di questo passo nella Acerba sua: 
Qui non si cantei al modo delle rane; Qui non si canta al modo del 
Poeta Che finge imaginando cose strane. Ma Dante con le sue cose 
strane rimane sempre Poeta, e Cecco sempre Cecco. Un altro France- 
sco, e ben più illustre, biasimava l'Allighìeri imitafidolo; di che gli 
si doleva riverentemente il Boccaccio amico: né cagioni a censura 
ìerlamenle mancavano, ma le ragioni dell'ammirare erano molte più. 



102 • INFERNO 



OAIVTO X, 



ARGOMENTO. 



In una tomba trova Farinata Degli liberti, e Caval- 
cante de' Cavalcanti ; Farinata, capo de' Ghibellini biella 
gran rotta di Montaperti del 1260, dove i Ghibellini Usci- 
ti co' Senesi e cogli aiuti di re Manfredi, sconfissero la 
guelfa Firenze. Dopo la vittoria, gli Usciti raccolti in 
Empoli a paì^lamento trattavano d'ardere Firenze e vio- 
lare le donne, rubare le case: solo Farinata negò. Morì 
nel 1264. Cavalcante era padre di Guido, e marito alla 
figlia di Farinata: Guido, V a^nico di Dante, per cui ri- 
chiamar dall' esilio Dante perdette e patria e averi e pa- 
ce. Il Boccaccio dipinge questo Cavalcante inteso a cerca- 
re se trovar si potesse che Iddio non fosse. 

Nota le terzine 3, 4, 9; 11 alla 20; 22 alla 28; 30, 31, 37, 39, 
40 , 44 , 45. 

*\t^ Ura san' va per un secreto calle, 

Tra"*! muro della terra e gli martiri, 
Lo mio maestro, e io dopo le spalle. 

2. — virtù somma, che |>er gli empi giri 

Mi volvi (cominciai) come a te piace; 
Parlami, e soddisfammi a' miei desiri. 

3. La gente che per li £!epolcri giace, 

Potrebbesi veder? Già son levati 

Tutti i coperchi ; e nessun guardia ace. — 

-!. (L) Dopo: dietro a lui. (F) Virtù. Dì persona, anco In 

(SL) Secreto. ìEo., VI: Sfcrcli Vineilio: Exigui numero, sed bello 

celant cdles. — Murliri. Inf., IX, t. vicida liitui (/En , V). Qui Vireiliq 

ult. : Tra i martiri e gli alti spalai, è simbolo della ragione politica. Dan- 

2. (L) Virtù: Virgilio. te, così dicendo, pensa a Farinata e 

(SL) Empi. yEn., V, VI: Impia... a.quello che si dirà poi. 
Tartara. — Volvi. Scendevano gi- 
rando in tondo (Inf., XIV). 



CANTO X. 



103 



4. Ed egli a me : — Tutti saran serrati 

Quando di Josaff'à qui torneranno 
Co' corpi, che lassù hanno lasciati. 

5. Suo cimitero da questa parte hanno, 

Con Epicuro, tutti i suoi seguaci, 
Che l'anima col corpo morta tanno. 

6. Però, alla dimanda che mi faci, 

Quinc* entro soddisfatto sarai tosto, 
E al disfo ancor, che tu mi taci. — 

7. Ed io : — Buon duca, non tegno nascosto 

A te mio cuor, se non per dicer poco; 

E tu m' hai, non pur mo, a ciò disposto. — 

8. — Tosco, che per la città del fuoco 

Vivo ten vai, così parlando onesto, 
Piacciati di ristare in questo loco. 

9. La tua loquela ti fa manifesto 

Di quella nobil patria natio. 

Alla qual- forse fui troppo molesto. — 



4. (L) Saran...: dopo il giudizio 
non n'avrà a cadere altri. 

(F) Josaflà. [Soeì, ITI. 2: Con- 
grcgabo omnea g&nles, et deiucarn ea$ 
in vailem JoiaphaL.] Somma, 3 88. 

5. (L) Suo : lor. — Fanno: dicono. 
(SL) Fanno. Inf., l : Fai cotanto 

mesti. 

(F) Cimitero. 11 ricco del Van- 
p:elo (Lue. , XVI , 2-2) , epicureo nel 
fatto, fu sepolto in inferno. — Epi- 
curo. Il Ferreto dice d'Uguccione, 
eh' altri vuole tanto ammirato da 
Dante : Amò seguitare gli atti degli 
epicurei. 

6 (L) Faci : fai. — Disio di ve- 
dere due al'i Fiorentini. 

(SL) Taci. Virgilio indovina 1 
deslderii e i pensieri di Dante (Inf., 
XVI , XXIII , XXV). Ma di Farinata 
domando Dame nel VI. 

7, (L) Per : per non essere grave 
a te. — Par: sol — Mo ■ ora. 

(SL) Cuor Greg. Mor.,X: Cor 
tegere. — Mo Forma fiorentina, co- 
me dicere e fet/no, onde Dante è co- 
nosciuto per llorenlino da Farinata, 
e alla [«ronunzia altresì (inf ,XXXlll. 
E XXVI h. — Di'podo. Quando gli 

disse: Non ragioniam di lor Le 

cose ti Hen conte (Inf., Ili, 1. 17, 26): 
e quando gli fece cenno che stesse 



cheto (inf., IX, t. 29). E coli' esem- 
pio del dire parco. 

8. (L) OnestOy e di modestia me- 
glio che a' ftlrganza. 

{iL) Oneito. Inf., II: Parlare 
onesto. 

(F) Foco. Dante condanna, co- 
me la terrena Inquislziune, gli ere- 
tici al fuo'^o e gli usurai e quelli di 
Sodoma (Inf., XIV, XV). 

9. (L) Quella : H'iri-nze. 

(SL) Nobil. Dino (ai Fiorenti- 
ni) : Voi poseiete la più nobile ciltd^ 
del fitondo. Bocij. : Firenze tra le al- 
tre città italiane più nobile, 

(F) logitcii. IN-^l Convivio parla 
del naturale amore d^^lla prouria lo- 
quela. Matlh, XXVI, 73 : Loquela tua 
manifeslutn te facit. Il Boxacelo , 
nella Vita di Dante, dice il poema 
scritto in fioreniino idioma : e nella 
Volgare Eloquenza Dante dice essere 
più nobile la lingua parlata : Q'iam, 
sine omni regula, nutricem imitan- 
tes , accipiinui : più nubile perchè 
prima a usarsi, e perchè tutti l'usa- 
no, e perchè naturale. Dunque la 
nobile sua loquela lo dimostrava na- 
tivo di nobile patria. — Molesto, 
^Neila rotta dei Quelli, che ne mori- 
rono diecimila. E dice foi^se per non 
s' incolpare affatto ; e in quel forse 



104 INPERNO 



10. Subitamente questo suono uscio 

D'una dell'arche. Però m'accostai, 
Temendo, un poco più al duca mio. 

11. Ed ei mi disse: — A^olgiti: che fai? 

Vedi là Farinata, che s' è dritto : 
Dalla cintola in su tutto il vedrai. — 

12. r aveva già il mio viso, nel suo, fitto; 

Ed ei s'ergea col petto e con la fronte, 
Com' avesse lo 'nferno in gran dispitto. 

13. E l'animose man' del duca e pronte 

Mi pinser tra le sepolture a lui, 
Dicendo: — Le parole tue sien conte. — 

14. Tosto eh' al pie della sua tomba fui, 

Guardommi un poco ; e poi quasi sdegnoso 
Mi dimandò : — Chi fur gli maggior' tui ? — 

15. Io, eh' era d' ubbidir disideroso. 

Non gliel celai, ma tutto gliele apersi: 
Ond' ei levò le ciglia un poco in soso ; 



è riposto il dubbio pensiero di Dante gioiti G. Villani. Somiglia al Me- 
circa l'opportunità delle guerre ci- zenzio di Virgilio (^Ea., X): Manet 
vili (Vili.. V( 7P)). imperterritu< ille , Hosfem mugna- 
io ("L) Temendo. W Guelfo teme ni'num opperiem, et mole sun <t<it. 
un suon ginbelliao. E 11 Gliibellino li Tas'^o , di DiUtw : Quan^io intro- 
Farinata, che - Dinte an-or aruelfo duce qualcuno a parlare gli fa fare 
parla contro i Guelfi crudeli, è sce- quei ge<ti che sono <uoi voprii 
na di profoofla bellp/za (F) Eig'=,a. Arisi Efh.. IV: Il 
(F) Uicio. Is . XXiX 3. 4: Ja- magnanimo ama in o ani cos-a essere 
ciam contra te aagereni... Hamilia- mmite4o: uiù sotto Farinata é det- 
beri^, de terra loqueris ^ et de hwrio to magnanimo, che è raggiunto in 
audietur eloq'iium tuum ; et erit Virgili., degli eroi (Georg., IV; 
quan pylhonii de terra vox tua, .et /En., VI). 

de hunio efoqdum tuum mwixilibit. 13, (L) Piacer: spinsero. — Conte: 

Èn . Ili '• Gemitui lacrymabilii imo chiare e nobili. 

Audilur tu'Hulo, et vox reddita fer- (SD Animose. Georg., Ili : Ani' 

tur ad aure<(. mosum pectus. 

41. (SD Farinata. Noa credeva (F) Conte. A' contemnoranel 

P immortalila : voluttuoso, intpmpe- parla Dini« asli antì'^hi Virgilio. 

rame "pI vitto. - Cintola Vite ss. (V. i Cm ì IFL V, VI. XII. XIV XV, 

PBidù: Si coprisse dalla cintoli in su. XVI . XV-I XVlll,XIX, XXI. Nel 

12 'L) Viio : occhi. — Diritto: Xlll e n^i XX.II, noa cosi), 

dispetto *5 (L) So<o : su. 

(SD Fitto Mr\., XII : FigUque (SL) Soso. Fr. da Barberino : 

in virgine vultus. — Dispilio. L'usa Gioso. Leva gli occhi In segno d'a- 

il Petrarca (Son. 81) , e l' Ariosto mara ricordanza. 
(XXX) ; e dispetto In senso di disprC' 



CANTO X. 



lOo 



16. Poi disse : — Fieramente furo avversi 

A me, e a' miei primi, e a mia parte ; 
Sì che per duo fiate gli dispersi. — 

17. — S'ei fur cacciati, e' tornar d'ogni parte 

(Risposi lui) 1' una e l'altra fiata; 

Ma i vostri non appreser ben quell' arte. — 

18. Allor surse alla vista scoperchiata 

Un'ombra, lungo questa, infino al mento: 
Credo che s'era inginocchion levata. 

19. D'intorno mi guardò, come talento 

Avesse di veder s'altri era meco; 

Ma poi che '1 sospecciar fu tutto spento, 

20. Piangendo disse: — Se per questo cieco 

Carcere vai per altezza d' ingegno ; 

Mio figlio ov'è? e perchè non è teco? — 

21. Ed io a lui: — Da me stesso non vegno. 

Colui ch'attende là, per qui mi mena; 
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. — 



IG. (L) Miei : antenati. — Parie 
ghibellina. — Di5p<?rù-in esilio. 

(3L) A<iver4. 1 masclori di Dan- 
te furono guelfi ; e guelfo nel <300 
egli stesso — Primi. JEa., V(i[ : 
Virummonimen'apnorurn. — Parte. 
Oitimo: Queste f^xie pirti si scopri- 
rono in grande perdizione oellp. ani- 
me e disfacimeni de' corpi delti no- 
mini e "elle loro ficultadi. — Pi- 
spersi. Prima , qnanilo Federico II 
destò tumulto io Firen/*» ; poi, dono 
la rotta di MontHoerti (Pelli, pag. 26). 

17. (L) Arte di tornare. 

(SL) Arte G*''.' iati a pasqua del 
4267 ai venire di Guidoguerra man- 
datovi da Girlo d' Angiò , nessuno 
np tornò per allora ; ma taluni nel 
febbraio del 68 , per intercessione 
del Legato apostolico (Vili.). Lo sde- 
gno di Farinata muove Dante, mal- 
grado la riverenza, ad acerbi rispo- 
sta. Forse voli' egli rimproverare ai 
compagni d'esil'O, cti»^ non sapes- 
sero rla'qnisiare la patria. 

18. (L) Vi^t.a: rinesira, apertnri, 
(SL) Vida Pur^., X : Ai una 

viita D'un gran palazzo. Gosi fine- 
stra dal verbo greco che vale appa- 
rire. — Mento. Farinata , come più 
forte, sovrasta. 



19. (L) Talento: voglia. — Sospec- 
ciar : sospetto. Poi che vide eh' io 
era solo con Virgilio. 

(SL) Tafen'o. Novellino : Aveva 
talento di oo'-mire. 

20 (SL) PianQen-ìo. Dante quasi 
dimentica il pidre dell'amico suo 
per pensare allw parole dell'eroe ghi- 
bpllino. — Cieco .En., VI : Carcere 
eaeco. Semini : C'eci via. Garo : Cie- 
che strade Qui l'aUpororia tra^oare. 
Oit. : Amendue stwHarono in Firen- 
ze, amendup. amarono per amore.. , 
amendiie secfuiturono un rolere in 
QO prnare la repubblica di Firenze. 
— Figlio Guido . amico di D^nte 
(Pelli, p. 80, 8i. Vita Nuova). Il Boc- 
ca 'Vio . di Guido : Alquanto tenea 
della opinione degli epicurei. .Ma forse 
confuseli padre c"l fidcMo Vili., Vili, 
41 (del figlio): Virtudioso uomo in 
moUe cose: se non che era troppo 
tenero e slizzo'io. — Oo'è? R^m- 
m«nia il divino. Hector xibi est? 
(/Eq., III). 

21. (Fi Farne Guiio non curò l'e- 
lej^nza d«llj stile e lo studio dfgli 
antichi cosi come Dante, e ce lo pro- 
va la canzone : Donna mi prega... 
guazzabuglio peggio che prosaico; 
ma in alcune ballate il dire è di 



106 



INFERNO X. 



22. Le sue parole e 1 modo della pena 

M' avean di costui già letto il nome : 
Però fu la risposta cogì piena. 

23. Di subito drizzato, gridò : — Come 

. Dicesti: egli ebbe? non viv'egli ancora? 
Non fiere gli occhi suoi lo dolce Ipme? — 

24. Quando s'accorse d'alcuna dimora 

Ch' i' faceva dinnanzi alla risposta ; 
Supin ricadde, e più non parve fuora. 

25. Ma quell'altro magnanimo, a cui posta 

Ristato m'era, non mutò aspetto, 
Né mosse collo, né piegò sua costa. 

26. E — Se, continuando al primo detto, 

Egli han quell'arte, disse, male appresa, 
Ciò mi tormenta piti che questo letto. 



tutta freschezza. Non mai però l'arte 
e lo studio non sono quanto in Dante 
profondi, \llegoricamente intenden- 
do: la filosotia naturale e politica di 
Virgilio era religiosa insieme e ghi- 
bellina; Guido non così religioso e 
guelfo : ma in cuore aveva i semi 
del ghibellinpsimo come li aveva già 
Dante nel 1300 : però dice forse. E 
fu nemico a Corso Djnaii , e tentò 
un giorno d'ttcciderh). Parecchi Ca- 
valcanti furono poi confinati con Dan- 
te (Dino). 

2-2. (L)Le. Dalla pena lo seppe in- 
credulo, e dalle parole, palre e uo- 
mo che sentivaquel ch'è debito agli 
alti ingegni. — Letto : detto. 

(SL) Letto. Leggere in questo 
senso usa Arrighetto , e Xsyoj vale 
dico. 

23. (L) Drizzato. Era ginocchioni. 

— Fiere: ferisce. — Lame : lume di 
vita. 

(SL) Gridò II verso si drizza, 
esprime spavento. — Viv' : Mn.y III : 
Vicisne? aut si lux '4ma recesdt .. 

— Fiere. Lucret., I 11,111 VI: Tela 
òiei. — Lome ppr lume, come ad- 
dotto per udduUo. Altri antichi l'u- 
sano fuori dì rima. 

(F) Dolce. Ain., VI : Caeli ju- 
cundum lumen. Eccl. , XI, 7 : Dolce 
lume è , e dilettevole agli occhi, ve- 



dere il gole. Non gli basta dire: 
viv'egli? Insiste sulla dolcezza della 
vita, il tormentato, il padre. In Vir- 
gilio . Ilioneo : Quem si fata virìim 
servant , n vescitur aura J^lheria , 
ncque adhuc crudeUbus occubat um- 
brii (Mu , I). Men b^llo, perchè raen 
passionato che nella bocca del padre. 

2'*. (L) Parve: comparve. 

(SL) Ricadde In Virgilio An- 
dromaca, al vedere Enea e gli abiti 
trojanl , dubbia tutiavia se morio o 
vivo. Dirignit visu in medio; calor 
Oisa reUqùit ; Labitur... (.En., I II), 
dilTerenie qui e non men bello. 

25. (L) Posta: chiesta. 

(SL) Mignnninio. Gapaneo ' la 
cui figura somiglia questa di Fari- 
nata , Stazio lo dice magnanimo. — 
Mala. In Virgilio rettorico alquanto: 
^n., VI : Nec magis incaepto cultum 
sermone movetur, Q'ia>n si dur<i si- 
lex aut slet Marpesia cauleì. Non 
fece mossa né col capo né col corpo, 
tutto il tempo ch'io parlavo con 
l'altro. Queste pitture dipingono 
Dante ancor meglio che P'arinata. 
Del suo attendere immobile in un 
pensiero narra il Rucciiccio. 

2G. (L) Egli: essi. — Arte: di ri- 
tornare. — Lello : di fuoco. 

(SL) Dello V. sopra, terzina 47. 
— Letto : Questo motto ficolpisce 
l'aomo ed 11 secolo. 



CANTO X. 



lai 



27. Ma non cinquanta volte fia raccesa 

La faccia della Donna che qui regge, 
Che tu saprai quanto quell'arte pesa. 

28. Deh, se tu mai nel dolce mondo regge, 

Dimmi: perchè quel popolo è sì empio 
IiKJontr'a' miei, in ciascuna sua legge? — 

29. Ond'io a lui: — Lo strazio e 1 grande scempio 

Che fece l'Arbia colorata in rosso, 
Tale orazion fa far nel nostro tempio. — 

30. Poi ch'ebbe sospirando il capo scosso: 

— A ciò non fu' io sol, disse : né certo 
Senza cagion sarei con gli altri mosso. 

3L Ma fu' io sol, colà dove sofferto 

Fu per ciascun di tórre via Fiorenza, 
Colui che la difesi a viso aperto. — 

32. — Deh, se riposi mai vostra semenza 
(Prega' io lui), solvetemi quel nodo 
Che qui ha 'nviluppata mia sentenza. 

27. (L) Volte : mesi. — Donna. 29. (SL) Arbia. Fiume presso Mon- 

Praserpina eh' è luna in cielo. — taperti nel Senese, dove fu data la 

Qui : in Inferno. — Arte: di ritor- baitaglia, dopo la quale i Gueili flo- 

iiare. — Pe<a : è dinicile e dura. renilni andarono fuoruscili co' Guelfi 

{SL> Ricceia. Georg. , l : Ac- di Fisioja e di Prato. Gli liberti sol- 

cendit lumina vesper- — Donna, toposero la citia a re Manfredi, fin- 

Ma., VI • Dominam Ditis. — Stprai. che, vmciiore 1' Angioino, andarono 

Le pratiche dei Cardinale Alheriini, in bando {Machiav , Ist. Fior., lib.II.] 

mandato nel maggio dei 1304 da Be- — Ros$0. L'Ariosto quasi sempre più 

nedetto XI per far rientrare in Fi- hniiìì\(io. ^er-fai'lejarrerbe*i sangue 

renze gli Usciti, tornarono vane rosse — Tempio. Dino: Tennono con- 

2». (L) Se..: cosi. — Ri'gge: rie- siglio nella chiesa di San Giovanni, 

da, ritorni -- Empio : spietato. — 30 (L)» A : a combitltere Firenze. 

Miei: agli liberti. — Sirei : mi sarei. 

(SL) Se. Modo frequente in (SL) Cagion E^ule, perseguì- 

Dante per conciliare favore al iiscor- tato. Scuse (he Dame prepara a sé 

so, Bue, IX : Sic tua Ojrneaa fu- stesso. — Altri. Vili. , VI : 1 conti 

giant exantina taxos... Incipe. — Guidi e i senesi e i Pisani, e anco 

Aia» qui é intensivo, come quando gli Uberti. 

tiene dell'esclamazione. — Regge. 31. (L) Per: da.— Tórre via: di- 
Come reggia da veda. Non credo struggere. 

che gli auguri il reggere la repub- (SL> Per. Compagni: Per tutti 
blira. — Empio Bu*^ , l : Impius... sidisseche... — Tó'ìy-e. Volevano tra- 
miles. Hor. Carm. , III , 2i: Impias piantare altrove la città. Farinata, più 
caedes ; ma qui ancora più proprio, generoso di Camillo, dissuase, 
dacché le lejjgi deJ.rodin (^raro por- 32. (L)Se... Cesi. — Ripo4: in pa- 
tate in un ttmpio. —Miei. Da tutti tria. — Semenza: discendenza. — « 
i perdoni concessi a'tìf>ibellini , gli Nodo: difticolia. — Sentenza: opi- 
Uberti erano esclusi (Vili.). Piena nione. 

d' alletto questa domanda della cru- (SL) Vostra. Per riverenza usa 

deità di Firenze conilo il sangue suo. il voi , come all'avolo eacciaguida 



108 INFERNO 



33. E' par che voi veggiate, se ben odo, 

Dinnanzi, quel che il tempo seco adduce; 
E nel presente tenete altro modo. — 

34. — Noi veggiam, come quei ch'ha mala luce, 

Le cose (disse) che ne son lontano: 
Cotaato ancor ne splende il sommo Duce. 

35. Quando s'appressano, o son, tutto è vano 

Nostro intelletto ; e, s' altri non ci apporta, 
" Nulla sapem di vostro stato umano. 

36. Però comprender puoi che tutta morta 

Fia nostra conoscenza da quel punto 
Che del lutiiro fia chiusa la porta. — 

37. Allor, come di mia colpa compunto, 

Dissi: — Or direte dunque a quel caduto, 
Che '1 suo nato è co' vivi ancor congiunto. 

38. E s'io fui dianzi alla risposta muto, 

Fate i saper che '1 fei perchè pensava 
Già nell'error che m'avete soluto. — 

39. E già '1 maestro mio mi richiamava: 

. Per ch'io pregai lo Spirto più avaccio. 
Che mi dicesse chi con lui si stava. 



(Par., XVI).-- Sentenza. Alla latina. {F) Intellello. Som.: Nessuna 

Mn., V: Quae nunc ani^o sintentia potenz'i conomliva rimane neJl a- 

con4et Hor. Ep.. I, i.Mea cumpu- nimajefarata, se non V intelletto. 

gnai xenlentia fecum. 36 (L) Da : dopo il giudizio non 

33. (L) Nel: Non sapete quel che c'è più tempo, ma eternità, 

segue di presente nei mondo , ma (SL) Chiusa. Ma., Vi: Aperit' 

sì il futuro que futura. 

{ SL) Additce Jpr.,XLVl, 17 : li 37 (L» Colpa: d'avsr tenuto In 

tempo ndduisf tumulto liur.. Sat. Il, ambasciai! cuore del padre. —Nato: 

2 : Diem festum re^'inns adduxerit figlio. 

annus. Geol-g. , I: Quid vesper... (F) Congiunto. Anime separate 

vehat. era il modo delle scuole 

3i. (L) Iwce; vista. —iVe: ci. — Pw- 38. (L) J: gii. —J?n or .del non sa- 
ce: Dio per voi il pres^^nte —Soluto: sciolto. 
(SL) Luce. Petr. : A guisa d^or- (SL) Pensava. Quel suo non 
bo senza luce Vive in qualche dia- sapere della sorte di Guido, e quel- 
letto. — Duce. Che mena dritto.., l'avere udito da Ciacco e da Farina- 
per ogni culle (Inf., I). ta annunzii dp| futuro, lo confonde- 

35 (L) Apporta: novella. — Sa- vano. — Soluto, nel Crescenzio. 

pem: sappiamo. 39. (L) Ajaccio: in fretta. 

(sL) Apporta: Afferre \ Latini. (SL) Ajaccio. Usa in certi pae- ; 

Gic, prò Cicl., 21; Liv., VII. 39, in si toscani. ] 
questo senso. ;En. , IV : Fama fu- \ 
venti Delulit armari classem. 



CANTO X. 



109 



40. Dissemi: — Qui con più di mille giaccio. 

Qua entro è lo secondo Federico, 

E 1 Cardinale. E degli altri mi taccio. — 

41. Indi s'ascose. Ed io invcr l'antico 

Poeta volsi i passi, ripensando 

A quel parlar che mi parca nemico. 

42. Egli si mosse: e poi, cosi andando, 

Mi disse : — Perchè se' tu sì smarrito ? — 
Ed io gli soddisfeci al suo dimando, 

43. — La mente tua conservi quel che udito 

Hai contra te (mi comandò quel saggio). 
E ora attendi qui. (E drizzò '1 dito.) 

44. Quando sarai dinnanzi al dolce raggio 

Di quella il cui bell'occhio tutto vede. 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. — 

45. Appresso, volse a man sinistra il piede: 

Lasciammo il muro, e gimmo in vèr lo mezzo 
Per un sentier che ad una valle iìede. 
Che infìn lassù facea spiacer suo lezzo. 



49. (SL) Feierico. Coronato dal 
Papa nel 1220 s'omunicato n^l i250. 
mori sen/H paciQcarsi alla Cfiiesa. 
Conv : Felcrico tu laico e chierico 
grande. L'Ott : Seppe latino e gre 
co e saracinesco : 1u largo , savio , 
operò d^arme ; fu ìusmrioo, soctao- 
mita e epicureo; fece a cia^icuni ca- 
porale citta te di Siciha e ai Puglia 
un torte « ricco caAelìo Di lai nel 
Xlll dell'Inferno. —Cardinale. Ot- 
taviano Ubaldinl , il qu^le etibe a 
dire (ma ora forse modn enf ifif^o) : Se 
anima è, io V ho perduta pe' Ghibel- 
lini Ctiiamaio pt-r antonomasia il 
Cardin le (G. Villani). 

(F) Mille. Inf . IX: Mollo Più 
che non credi son le tombe carche. 
Molli dunque erano al suo tempo 
rV increduli. Più notabile in Dante 
l'amore di liberta tanto ardita con 
fede sì schietta. Prova di nobile in- 
gegno. 

41. (L) Invér : verso. — Poeta: 
Virgilio. — Parlar: di Farinata: 
saprai quanto que -farle pesa. 

43. »L) A tenti : bida. 

(p) C'juterri. Prov. , VI. 20: 
Comerva, figliuol mio, i precetti del 



padre Ino. Dan. VII, 28: Conserrai 
in cuor mio le pa<ole. Apoc, XXII, 
7 : Beato chi conterrà le parole di 
profezia < i questo lib' o. — Dito. 
Per eiC't^r l'at'enzione, e per a^ldi- 
Tare ov' è R -atrir^e. Alto similf nel 
VII e nei XXIII del Purgaturio Som. : 
Il dito iigmfica discrezione. 

44. (L) D' : Beatrice. 

(SL) S'irii. P:ir.. XVll. 

(H) cliio. Purg. , VI: Cìie 
lume fia tra'l 'ero e lo 'ntelletto. 
Conv : Gli occhi di questi roana 
sono le sue i'uodrazioni le quali, 
dritte neifli occhi dell' intelletto, in- 
na'norano Vanima. Virgilio lutto 
sa umanamente; Beatrice tutto vede 
di scienza religiosa. 

45. (L) Appresso : poi. — Piede : 
ferisce, va a finire. 

(SL) Mezzo ^n. , VI : Corri- 
piunt spatium medium. — Lassù. A 
pa agon dell'abisso, erano mnavla 
molto in alto Joel, II ìQ; Monterà 
la sua putredine . perchè superb'i- 
v-ente opeiò — Lezzo Mn. , VI : 
Loca scn'a òilu - Fauces graveolen' 
tis Averni» 



no 



INPERNO 



Tante cose egli ha a dire , e del- 
l'anima , in questo Canto ; tuttavia 
non s' affretta ; e incomincia da un 
accenno teologico , e dall' usato ri- 
tegno suo verso il dolce Poeta. Poi 
trova spazio alla fine, d'ascendere al 
cielo alla sua Beatrice. Come gli af- 
fetti civili in lui rimanessero affetti, 
anche quando sì tingevano dì pas- 



sione, questo Canto dimostra; che 
tale pero non credo egli avrebbe 
scritto negli anni ultimi della sua 
vita amareggiata. In Farinata l'amore 
di patria dall'altero disdegno traspa- 
re pietosamente. Nel Cavalcanti, non 
men bello di non vio' egli ancora? 
forse più tenero e più accorato è : 
direte dunque a quel caduto» 



C ANTO X. 111 

ANTIVEGGENZA DELLE ANLME DE' TRAPASSATL 
MACCHINA DEL POEMA. 



Il Foscolo loda Dante, come d'un suo trovato, del fare che le anime 
veggano il futuro lontano, e del presente non sappiano; acciocché cosi 
facciasi al Poeta comodità di raccontare ad esse la storia di certe cose, 
e di certe altre sentirsela raccontare da loro. 11 trovato sarebbe inge- 
gnosetto, e proprio da dramma o da romanzo moderno: ma trovato 
non é; e come altrove, qui Dante attinge alla gran sorgente delle tra- 
dizioni, eh' è la vera fonte de' veri Poeti. I quali più che inventare, 
trovano ; e non nelle nuvole, ma edificano sul fondamento fermo delle 
credenze de' tempi. Non sarebbero a Dante mancali altri spedientl 
molli e più semplici a cantare e il presente e il futuro , come voci e 
apparizioni dì spiriti celesti, o digressioni , e Impeti lirici suoi (delle 
quali cose il poema abbonda) se lo spediente notato non gli si fosse 
otferto dall'opinione de' Padri intorno alla conoscenza delle anime se- 
parate, opinione fondata non solo in alcune parole della Bibbia, ma 
e nella filosofia dominante. 

Insegna Tommaso che Vanima separata conserva la scienza acqui- 
stata (1) ; vede i demonii e gli angeli, come il ricco crudele vede dai 
tormenti la gloria del povero già spregiato (2). Ma se degli angeli ha 
cognizione imperfetta, dell'altre anime V ha più piena. La sostanza 
separata dal corpo intenderà quel che è sopra e sotto di lei al modo 
che porta la natura sua propria; intenderà non volgendosi ai fan- 
tasmi, ma alle cose che sono intelligibili in sé ; onde intenderà sé per 
sé stessa. Gli angeli hanno perfetta e propria cognizione delle cose; 
e le anime separate, confusa : onde gli angeli conoscono anche i sin- 
golari sotto le specie contenuti ; ma quelle anime non possono cono- 
scere per via d'esse specie se non que' singolari soltanto ai quali sono 
in certo modo determinate , o per precedente cognizione^ o per alcuna 
affezione j o per naturali abiti, o per divina ordinazione : dacché ogni 
cosa ricevuta in altra , ci sta al modo che porta la natìira del sog- 
getto ricevente. 

Dottrina dell' antica filosofia, raffermata e illustrata in nuovo modo 
e più ampio da Antonio Rosmini , alla quale invano s' oppose taluno 
con leggerissima loquacità , si è che 1' intelletto per natura sua vede 
gli universali, e quindi per operazione seconda i singolari: e di qui 
Tommaso deduce che l' intelletto, separato dagli organi corporali, co- 
nosce per ispecial modo alcuni singolari, ma non tutti ncppur quelli 
che sono al presente. E reca quel di Giobbe : Sive nobiles fuerint filii 
ejus, sive ignobiles, non intelliget (3). E dichiara così: L'anima sepa- 
rata conosce i singolari per questo , eh' è determinata a quella cono- 
scenza per il vestigio d'alcuna precedente cognizione o affezione , a 
ptr ordinazione divina. Or le anime de'morti segregate dalla conver- 
sazione de'viventi e congiunte a quella delle sostanze spirituali sepa- 
rate da'corpi, ignorano quel che si fa tra di noi (4). E siccome le 
cose corporee e le incorporee sona diverse di genere, così sono distinte 
di cognizione (5). Quanto all' anime de' beati. Gregorio afferma che 

(1) Som., i. 2, 89 : e gli altri passi (X) Job. XIV, 21. 

della Somma son tutti di questa me- (4) Qui cita Greg. Mor.^ H. 
desima Questione. (5) Aug., de cura prò mort.^ XIU : 

(2) Lue, XVI, 23. V / 8 , f 



112 INFERNO 

H 



nel lume divino esse vedono le cose del mondo; Agostino par che ne 
dubiti là dove dell'amata sua madre dice: S'ella vedesse il dolor mio 
non può che non venisse a consolarmi in visione. Ma cotesto , ben 
nota Tommaso, è detto in forma dubitativa ; e altri potrebbe soggiun- 
gere die é voce di troppo umano dolore, sfuggita all'uomo non ancora 
maturo nella meditazione e nell' esercizio delle cristiane cose , e di 
spiriti pagani imbevuto. E non é questo il solo passo dove Agostino 
poteva parere men che maturo a'Crisiianì così fortemente severi com'era 
Girolamo, e meritarsi parole di querela sdegnosa, alle quali egli, gio- 
vane tuttavia, mal rispose con alteltata e quasi schernevole riverenza. 

Segue Tommaso : Le anime de' morti possono avere cura delle cose 
de' viventi anco che ignorino il loro stato ^ come noi abbiamo de'morti 
ancorché il loro stato ignoriamo. E posson anco conoscere i fatti dei 
viventi^ non di per sé, ma per le anime di coloro che di qui vanno 
ad esse. Agostino: Fatendum est nescire mortuos quid agalur , dum 
agitur , sed postea verum audire ab cis qui hinc ad eos moriendo 
pergunt. per gli angeli , o pe'dentonìi , o che lo spirito di Dio lo 
riveli. 

Ecco dunque la prima parte della supposta invenzione di Dante , 
cioè l'opportunità del narrare egli vivo a' morti le cose del mondo ^ 
fondata nella tradizione de' tempi. Quanto al preconoscere esse anime 
il futuro, sebbene nell'Ecclesiaste sia detto : Sed ìiec eorum quidem, 
quaè postea futura sunt, erit recordatio apud eoSj qui futuri sunt in 
novissimo (1); e sebbene Tommaso anch'egli affermi che l'anima se- 
parata non conosce le cose future, le quali non essendo enti in atto , 
non sono in sé conoscibili, perchè quel che manca d' entità manca di 
conoscibilità : nondimeno egli slesso concede che esse conoscono l'av- 
venire in parte nelle cagioni di quello, e dietro agi' indizii delle cose 
passale, la cui memoria non é spenta in loro. E possiamo aggiungere 
che r intelletto, sgomb-o dal peso de'sensi , siccome Dante dice del- 
l'anima dormente .2, raccogliendo in sé più chiaramente il passato, 
ne deduce meglio che gli uomini non possano, l'avvenire. Forse avrà 
Dante di ciò avute agli occhi altre autorità che a noi non ricorrono 
(per esempio i Bollandisti, 1-1050: Diabolus licet tutius caput obtineat 
mendaciii multa tamen , conjiciendo de his precipue quae frequenter 
evenerunt, praenoscit) e avrà forse pensato che la ignoranza del pre- 
sente ai dannati era pena ; ai purganti diminuzione di pena : e così 
l'antiveggenza del futuro a quelli maggiore tormento i3» pe'mali che 
leggevano in esso cagionati da'propriì peccati e dagli altrui; a questi 
cagione di pentimento , ed insieme anticipazione di quel soddisfaci- 
mento che le anime rette provano nel vedere adr-mpilo comecchessia 
r ordine della giustizia infallibile. A soste^rno di questa , che non é 
mera invenzione, viene anco la comune opinione de' Padri (4) , che 
il demonio innanzi l'avvenimento di Cristo lo prevedesse, e nato lui 
non lo sapesse riconoscere come vindice della scliiava imianità : pen- 
siero, lasciando stare gli argomenti teologici , di lilosofica sapienza , 
che accenna a una generalissìma legge, cioè, gli S|)iriti erranti cono- 
scere sempre tanto del vero quanto basta o ad illuminarli o a pu- 
lirli^ e l'ignoranza di alcuna parte d'esso vero essere loro data in 
pena dell'averlo disconosciuto e opjmgnato. 

Am'iìiccmortnnrum rebun vincììtiiim non avvte saranno ci dannati tormento, 
inlersuiit. Ibi sunt ubi ea quas hìc fiunt {h) Ang , 2 Gru. : Gli .tpiriii iu.nion- 

scire ììon possunt, di è ficrinessit che snpfivino tilcnn che 

(1) ì, 11. di vero delle cose temporali. - Nella 

(2) Purg., Vin. Somma è toccato di quel cliei doiDonii 

(3) Som,^ Siippl. 98 ; Le cognizioni sappiano del futuro (i, 86 •, 2, 2, 9h). 



Canto 511, l'Inferno 



Terzina 1, 







CANTO XI. Ili 



OAIVTO XI. 



ARGOMENTO. 



Ristanno dietro a un sepolcro portante il nome di un 
2mpa. Virgilio dichiara le partizioni dell' infernale città: 
e que.<ito canto, ben dice Pietro, è la chiosa di tutta la 
Cantica. La città è costrutta in tre cerchi, e d'uno in al- 
tro si scende. Idea conforme al virgiliano: Moenia lata 
videt triplici circumdata muro. 

Nola le terzine 2 , 3, 9, 15, IG, 31 , 35 , 38 . 

, 1. in sull'estremità d'un' alta ripa 

Che facevan gran pietre rotte in cerchio, 
Venimmo sopra più crudele stipa. 

2. E quivi, per l'orribile soperchio 

Del puzzo che '1 profondo abisso gitta, 
Ci raccostammo dietro ad uh coperchio 

3. I3' un grand' avello: ov'io vidi una scritta, 

Che diceva: Anastagio jja_pa guardo. 
Lo qual trasse Fotin della via dritta. 

i. (L) Jitpa; le p'^tre rotte fanno Fotìno, diacono d! T ssalonlca, tinto 

la ripa «oionila. — S'ipa: ammasso nell'eresia d'Aca<'io. Natale Alessan- 

(11 tormenti « <1i tormeniati dro (Ann., S*.\ V) dimostra che non 

(SL) lìipa Gamcn nando per fu Anastasio papa l'errante, ma i-'i 

me^zo la campagna delle sepolture imperatore. Il Poeta fu ingannato 

giungono alla si-esa, tana circolare, dalla Cronaca di Martino Polono Gii 

di gran pietre tagliate e sfesse, di eruditi ora trovano che papa Ana- 

rhe si dira nel seornente onto. — stagio fu da taluni ai^cusato dell'a"?- 

Sipa Inf., VII: Tmfe chi atipa... cogliere troppo amorevolmente ¥o- 

tmvag'ie e pene? - XXIV: SUpa di Imo; e la morte d'esso papa, quasi 

se' penti subila, a ga.stigo di Do attribuiscono. 

2 (L; Soperchio: eccesso. — Die- Mi. non è detto ch'egli ammettesse 

tro: ernu unti I-vati i copp''chi. Fotinoalla comunione: e rar:ct glierlo 

('^D Orribile /En , VII: Rie poteva essere prudente ••arità veden- 

fppcu honeniu'h, et scie l'i xpir amia do quanto impurianie l'unione delle 

D'tis, Mon^itrantur. 'Upioque innewi due Chiese e la s'is-^nr^ dannosa. 

Acheioìfe torogo Peòliitras aperti >«vn.: FoUno poe che Cito Ione 

Jaiices. primauoitO puro, e per tnertlo della 

3. (L) Lo. Quarto caso. buona vita ai oentussefiglitiolo ai Dio, 
(F) Anant'ìQio, papa nel 498. — 

Dante. Inferno. 8 



114 



INFERNO 



4. — Lo nostro scender conviene esser tardo, 

Sì che s' ausi un poco, prima, il senso 
Al tristo fìato. E poi non fìa riguardo. — 

5. Così '1 maestro. Ed io: — Alcun compenso, 

Bissi lui, trova, che '1 tempo non passi 
Perduto. — - Ed egli: — Vedi che a ciò penso. 

6. Figliuol mio, dentro da cotesti sassi 

(Cominciò poi a dir) son tre cerchietti, 
' Di grado in grado, come que' che lassi. 

7. Tutti son pien' di spirti maladetti. 

Ma perchè poi ti basti pur la vista, 
Intendi come e perchè son costretti. 

8. D'ogni malizia eh' odio in- cielo acquista, 

Ingiuria è '1 fine: e ogni fin cotale 

con forza o con frode altrui contrista. 

9. Ma perchè frode è dell' uom proprio male, ^ 

Più spiace a Dio. E però stan di sutto 
Gli frodolenti, e più dolor gli assale. 
10. De' violenti il primo cerchio è tutto: 
Ma perchè si fa forza a tre persone. 
In tre gironi è distinto e costrutto.. 



4. (L) Ausi: assuefaccia al puz70 Stivar la terra intorno alle piante, e 
a poco a poco. — Non: andremo più quella fortemente costringere. G^^org., 
franchi IV S'yx. . coeicel. JEn., Wi: Inclusi 

(SL) 4itst. NpI Convivio. —Fta- poenam expectant. Machiav.: Strin- 

lo. Mn.t NI: Talis se>^^e halitus atris yere alla iena. 

Faucibus eIJundtni supeia ad con- 8. (L) Ingiuria: Ingiustìzia. 

vexa Jereb'it (^L) Acqui la in mal senso, 

5. (L) Tfmpo dell'aspettare. Petr., >on. lAlli Biasnio s'acquista. 
(F) Perduto Consiglio che so- (F) Inoturia. Parola solenne 

ventp ritorna Ififfrno XXIX;Parg., d'Arisioirle (EUi.). 

Ili, XII; Par,, XXVI ^<l XVil del 9. \L) Uuin ragionevole. — 5u«o.- 

Purgaioiiu appioniia d'un simile ri- sotto. 

po.so per farsi spiegare l'ordine delle (SL) Spiace. Ad Hobr., XI, 6: 

pene. Piacere a Dio Colla npir-'zione, non 

6 (L) Grado .'digradane '—Lasd: co-ì degno. -- Sutto. Sabtus. 

lasci. Ddi ia-!':ivi in gù, cala sempre. 10. {F) Costruito Fot maio a bella 

(SL) Cerchietti In paragone dei posta in ispa/i ci.nienlrici Nel XV 

gran cerchi celesti; e de'Cfichi fl- parla del mae.slro fiibbricalor dell'ln- 

nora percorsi, ch'erano maggiori, ferno. Nove i cerchi d'Inferno; nove 

Ma è diminutivo anche circuii. \ cieli; nove le divisioni del Purga- 

7, (L) Par; senza dichiarazione. — torio. All'Empireo risponde il Para- 

Coilreiti: stivati. diso terrestre, a questo 11 centro ove 

(SL) Coiiretti. Crescenzio, II: siede Lucifero. 



CANTO XI. 



115 



11. A Dio, a sé, al prossimo si puone 

Far forza: dico in sé, ed in lor cose; 
Com' udirai con aperta ragione. 

12. Morte, per forza, e ferute dogliose, 

Nel prossimo si danno; e nel sa' avere, 
Ruine, incendii, e toilette dannose. 

13. Onde, omicide, e ciascun che mal fiere, 

Guastatori e predon', tutti tormenta 
Lo giron priaio, per diverse schiere. 

14.. Puote uomo avere in sé man violenta, 
E ne' suoi beni: e però nel secondo 
Giron convien che senza prò si penta 

15, Qualunque priva sé del vostro mondo. 
Biscazza, e fonde la sua facultade, 
E piange là dov' esser dee giocondo. 

IG. Puossi far forza nella Deitade, 

Col cuor negando e bestemmiando quella, 
E spregiando Natura e sua bontade. 



H. (L) Puone ; può. — In sé: nella 

persona. — Ragione: ragiunamenio. 

(SL) Puone Us.to in Toscana. 

— Co^e luf.. XlX: Le cose di Dio. 

— Ragione. Purg., XXll. E dicevasi 
pure ili prosa 

12. (L) Ferute: feritr^. — Nel: con- 
tro. — TolWite: rapln»^, b^lZflii 

(SL) Nel W , XXV: In, Dio... 
superbo. — Danno: <ì<'org ,111: Dat 
straciem. ,En , XI: Dant fnnera - 
Rninam dant. — ToUeile Dicevano 
mal tolWlo, per vtul tolto. 

<3. (L) O'hicide: orni' i'ii. — Mal 
fiere: frisce a torlo. -- Guastatori: 
devastatori. 

(SL) Omicide. Questa terzina 
corrìsporiiipal'aprece'iHrae. Omicide sl 
morte; mal fieren /"e/ u'^r (p iirebbesi 
ferir fiiusiam^nte): gnadatori a rui- 
ne, derastazioni, incendii; predoni 
a toilette. Dice dannose Der disitn- 
guf re k gro<<;p raiiin-^ d «Ile leggiere. 
45 (L> Vostro: al Pueia che é vi- 
vo — Biscazza: giuoca in bbche. — 
Fonde: prufundH, 

(bL) Biscazza. D<vanz., Ann., 
V[, e Firenzuola. — Fonie. Arios., 
XI: Il ianque... fonie. 

(F) Piange. Suno colpevoli que' 
che si pascono del pensiero delle 



loro miserie; tanto più se coi loro 
falli se le son provocate. — Giocondo. 
Perchè libero dalle ricchezze ch'egli 
usava a peccato Ovvero, piange nel 
mondo dov'è comandato servire a 
DiO <on letizia. Dante condanna le 
ingiurie c^'mmesse contro sé, perché, 
chi non ama sé, non può amare al- 
trui E punisce i prodigni co' suici- 
di, sebbene i prodighi abbia posti 
già cogli avari, perché qui intende 
di quelli che per proligalna si ridus- 
sero a morire o a un vivere non dis- 
simile d'Ila morte. 

46. (L) Nella: contro. — Bontade: 
ì doni di natura. 

(F) Dettade Conv.: La somma 
Deitide. cioè Litio. Som.: La Deità 
delle Perone. Dio é la si<^ssa Daiià. 
— Negando La Chiesa: Pitrem ne- 
gant — Cuor. Psal , Ylll, 1: Dixit 
in<ipU'ni in cordp suo: Non e^l Deus. 
Qui cuore non è il mer»j pensl-ro; 
il quale, anrhe sfurzindosi di nega- 
re», .iffHnn^ Dio; né il pensiero può 
bf'-tpmmiarlo, ma la pas.sione. Purg., 
XVll — Bontade Gunv .Le bontadi 
della natura. Aug , d« JNat. et Con- 
cupisc. , II, 2: Humana natura a 
creatore Deo bona condita bona... 



116 



INFERNO 



17. E però lo minor giron suggella 

Del segno suo e Soddoma, e Caorsa, 
E chi, spregiando Dio, col cuor favella. 

18. La frode, ond' ogni coscienza è morsa, 

Può l'uomo usare in colui che 'n lui fida, 
Ed in quel che fidanza non imborsa, 

19. Questo modo diretro, par eh' uccida 

Pur lo vincol d'amor, che fa Natura; 
Onde nel cerchio secondo s'annida 

20. Ipocrisia, lusinghe, e chi affattura, 

Falsità, ladroneccio, e simonia, 
Ruffian', baratti; e simile lordura. 

21. Per l'altro modo quell'amor s' obblia 

Che fa Natura, e quel eh' è poi aggiunto, 
Di che la fede speziai si cria. 



47. (L) Minor: quel Hi m^zzo, più 
stretto del primo. — Suggella, con 
marchio di fuo(o. 

(SL> Minor. Inferno, XIV, XV, 
XVI XV II. — Caofsa Pone v^td do- 
ma pe'sorìdoruiii, Caorsa per eli usu- 
rai, per(*lié molli ve n'era in Cahors, 
e caorsino, al dir del Boccaccio, va- 
leva u»uruio; ed era caorsino '• hia- 
simato da D^nte, Giovanni XJCII. 
Par , XX VII : De'. sariQuenoslro Caor- 
sinie Guaschi S'apparecchianrli bere. 
Il Ducange reca derreii di Fili'po 
l'Ardi'o contro gli n«ural,gia oulgw 
riter Coomni dicuntur. 

(F) SauQflla Modo biblico. 
ApoR, V, VI VII, Vili, X. XX. 

48. (SL) 2«. borsa. Inf. XXiV: li 
speranza rinya>oQnn. Dii mettere 
la speranza in borsa al met'erla in 
paniere non corrp errpn rosa Le bolge 
rammentano la bolgetta della po^ta 
toscana delle leitert- ; e i simoniaci 
son mf'S'^i in borsa di fuoco. E •! no- 
stro confiscare rammenta Ih fiscelle 
pastorali: e voce arcadica Drl rcsio, 
conservare, cu>Ì0'iite la speranza, 
farne tesoro, e simili, sono modi 
comurii tri eletti. 

(F) Miirs't. Intendi, o che la 
frode é lai vizio* hn le coscìenz»- pù 
dure n'hftnno rim< rso; e Ci<er : S m 
quen^que fraus, aiiun tiv or viax^ihC 
vexat; o che Virgilio voglia rimpro- 



verare i contemporanei di Dante co- 
me 1 più maccnialj di frode. 

19 (L) Modo- 1 frodare chi diffida. 
— Uccida: r^^^cida. — Pur: sol. — • 
Che. C^so obi quo. 

(SL) Uciida. Viene da. caedere; 
e in senso snnile l'ha sovente Cate- 
rina da Siena 

iF) Vincol. Som.: Non polreb- 
bero gli vo-'-nii insieme coniirere. se 
Vuiio oli' alti non crede.E C<irilàj 
vincolo (he uni^^ce 

20 tL) Luiìi[,he: adulatori. — Chi: 
maghi. — FaLilà: falsarli. — • Ba- 
ratti: barai' ieri. 

(SL) Ipocrisia Tnf., XXIIF. — 
Luintfhe. inferrir XVI II — Affal- 
tnra.'ìiif XX —F'At4là, Inf. XXIX, 
XXX — L'ili. oneci io. Lif XII. — 
Si'ioi'ia Inf., XIX — Rii fìnn\ 
I t XVm — Barata. I.it., XXI, 
XXII — Lo'du'a. Bocc: i ghiotto- 
ni , i ta trnieii ea altii, d% cimile 
lordura, ai onesti uoiìdni Ma senza 
il 'H, I iù (H'iente. 

21. (Li Alt'to: frodando chi si fida, 
rfiiipes* e il vincolo naturale e qiu4 
della fprl*^ data — Natura Caso 
reno. — - Spelai: tia conosoeijii fi» 
dati. — C ia: crea. 

(F) Fede. C<»nv.: Il fradUore 
velia fnccia si n ostra n > irò, ii-.chè 
fa »i sé iene a>eie — Speziai. Voce 
delle Scuole ; e dicesi anco de' singoli. 



CANTO XI. 117 

22. Onde nel cerchio minore, ov'è '1 punto 

Bell'universo, in su che Dite siede, 
Qualunque trade, in eterno è consunto. — 

23. Ed io: — Maestro, assai chiaro procede 

La tua ragione, e assai b.^n distingue 
Questo baratro, e il popol che '1 possiede, 

24. Ma dimmi: quei della palude pingue, 

Che mena '1 vento, e che batte la pioggia, 
E che s'incontran con sì aspre lingue, 

25. Perchè non dentro della città roggia 

Son ei puniti, se Dio gli ha in ira? 

E se non gli ha, perchè sono a tal foggia? — 

26. Ed egli a me: — Perchè tanto d lira, 

Disse, lo 'ngegno tuo da quel eh' e' suole? 
Ovver, la mente dove altrove mira? 

27. Non ti rimembra di quelle parole 

Con le quai la tua Etica pertratta 

Le tre disposizion' che '1 Ciel non vuole; 

28. Incontinenza, malizia, e la matta 

Bestialitade? e come incontinenza 

Men Dio offende, e men biasimo accatta? 

32. (L) Minore: più sfretto, per- rat imber humum; IV: Vento pul- 

Rh' uUimu. — « Dite ; Lucifero. — satur et imb>i. 

Traae : iradisce. 2."» (L) Roguia : rossa di foco. — 

(SL) T'ide. Inferno, XXXII , Foggi i : ir» Iri'erno. 

XXXIIl, XXXIV. Anco nel XXXllI tSL) Roggia. Par., VI: rubro; 

per tradisce XiV : tobbto 

(F) jWt/iore. I traditori, come 1 (F) .So» Sona ; lidio ama i 

più rei, stanno nel più sireito cer- peccatori in quanto sono, e sono da 

cliio; e i sod. torniti e u-^a'ai, rome Lui: ma in quinto son ppccatorif 

i più reidei cerchio secondo, stanno non e is'ono , mancino dalV essere, 

nel più streito girone e p ù declive: e cote to n n viene in loro da Dio, 

si p»^rctié niù rari, e si per più pena, onte in questo rispetto £' gli ha in 

53. (L) jRiyiowe. • ragionamento. — ojìo 

Postierle :■■ b>ià 26 (F) Oorer. Perchè l'ingegno 

(F' Procede. Som : ratio illa travia o la mente si svaga. Due ca- 

j)rocederet. Forma s olastica e d'ar- gioni d'errore, 

gomeiiiazione : ad primum sic prò- 27 tLi Dixpoiizion^ deU' animo. 

cctitur, e simili. (Ft Tut Onv.: Dice il mio 

2i. (L) Pingue (di loto): gii ira- moestio ÀrislQtfli^ nel p'tmo deTEti- 

condi — V'aito: i lascivi. — PiOg- ca P li vtto: Litu<i Fisica — Per- 

fjia : i gol<Ki. — Lingue: sii avari trutta E in Aibprtano; e era voce 

(■^L) Pingue Mn , IX: Pingui scoi^siica (Aristotele e Som ) <*- Di- 

flumine (jeorj?.. Il: Cra-4i pulu i- sr.o izion\ Parola aristotelica (Et., 

bus. Segneri : Acqua pingue. — Me- VII). 

na. Conv. : Le toglie che H vento fa 28. (SL) Accatta. Albert. : Accat- 

menare. — Ratte. Mn., IX : Verbe- tare odio. 



118 



INFERNO 



29. Se tu riguardi ben questa sentenza, 
E rechiti alla mente chi son quelli 
Che su di fuor sostengon penitenza; 

30 Tu vedrai ben perchè da questi felli 

Sien dipartiti, e perchè men crucciata 
La divina Giustizia gli martelli. — 

31. — Sol che sani ogni vista turbata. 

Tu mi contenti sì, quando tu solvi, 

Che, non men che saver, dubbiar m'aggrata. 

32. Ancora un poco indietro ti risolvi 

(Diss' io) là dove di' che usura offende 
La divina bontade: e '1 groppo svolvi. — 

33. — Filosofia (mi disse), a chi 1' attende, 

Nota, non pure in una sola parte, 
Come Natura lo suo corso prende 

34. Dal divino intelletto e da sua arte. 

E, se tu ben la tua Fisica note. 
Tu troverai, non dopo molte carte, 

35. Che l'arte vostra quella, quanto puote, 

Segue, come '1 maestro fa '1 discente: 
Sì che vostr' arte a Dio quasi è nepote. 



29. (L) Su : gli incontinenti. 

(F) Soitengon. boni. : I pecca- 
tori soiferranno inali penali dt Dìo. 
31. (L) Solii ì dubbìi. — Sater : 
sapftr. — Dubbiar: dubitare — Ag- 
grata : aggrada. 

(SL) S'jL Inf., I: degli altri 
poeti... lurne. — Aggrata. Par.,XXllI: 
In che i gravi labor' gli sono ag- 
(jrati. — Dubbiare nella Vii.» N>iova. 

(F) Soki. Arlst. Fis. : Solvere 
dubitationem. Som.: Soltens.sub'Ht. 
Assolutantente, Crescenzio: Dubitasi 
perché. . Solresi in quetto iiiodo — 
Dubbiar, beila fecoiìdità del dubbio 
sapiente ragionò, prima del Cartesio, 
Aristotele. 
■ 32. (L) Rìvolvi : torna. — Di'; dii:). 

(-L) Rivolci Ov. MRt .X. Quid 
in iuta revoli or? A^^n., Il: Quin igo... 
haec ingrata revolvo ? — S ohi. 
Inf., X: Solvetemi quel nodo. Dan., 
V) 16 : Obscura interpretali, ci liga- 
la dissolvere. 

33. (U) Chi: chi ci bada. — In : in 
pili d'un luogo. 



(SL> Attende. Col quarto caso. 
Psal., LXXVll, 1 : Altenaite... legcm. 
Sum. : Si. uttendatur ìnuf abilitai rei. 
Conv., 11,4: Aiiitotele pare ciò sen- 
tire, chi bene lo attende, nel primo 
Di cielo e mouiio. 

(F) Pt/ re. Fisica ed Eticadl Ari- 
stotele- — Natura. Boezio nel libro 
delle Due Nature e Arlst. Met., V. 
Sonim-i : N-^tnra vale m principio 
intrinseco alle cose; e tale n'itUra è 
la nKìteria o la ^orma materiale. 
In (diro sen<o dicesi natura oi,ni so- 
stanza ente , e in questo rispetto 
diceà naturale olla cusa c^uello che 
conoiene alla o-^tanza di lei ed è 
int'in-^eco a quella 

34. (L) Inielletio : la sapienza. — 
Arte : la no>enza 

(F) Intelletto. Som.; L'esser di 
Dio è tuli' ìtno col s-uo in teli ilio. — 
Il di'ino intelletto è Vi^H'nfore della 
niìtuia. Nel i.onvivlo: Diiino intel- 
Idio. — Arte Som :Jn Dio von .«-omo 
piii arti. — Molte. K nel libro II. 

35. Ouella: la natura segue l'art» 



CANTO XI. 



119 



36. Da queste due (se tu ti rechi a mente 

Lo Genesis dal principio) conviene 
Prender sua vita, e avanzar, la gente. 

37. E perchè l'usuriere altra via tiene, 

Per sé Natura, e per la sua seguace, 
Dispregia; poi che in altro pon la spene. 

38. Ma seguimi oramai; che '1 gir mi piace: 

Che i Pesci guizzan su per l'orizzonta, 
E '1 Carro tutto sorra '1 Coro giace: 
E '1 balzo via là oltre si dismonta. — 



corno fliscepolo segue 11 maestro. — 
Nepote : Figliuola ia,!ia figlia. 

(SD Discente Nel Convivio. 

(F) Sgne. Arist. : A''» imilatur 
ntturam iti qumlufn po'eit. 'lOm : 
Arte e la retta rayione dHle co$e 
fattibili. Aris'. Fis', II: Le co<e di 
ni' Ut a hmno in sé un principio lii 
moto, ... che n»n hanno quelle del- 
Vdrte... Quell'i g nera co-^a da coaa^ 
co"'e uoit.o da nomo... . Larle può 
reniere a qualchf. violo feconie le 
opere sue, ma non già nel lue'ieàmo 
modo - V arie ali re coie fa che 
natura non pvó f'ire , altre inata. 
\Arte. Aiam^ìnni, Cottivaziotie, l ] — 
— Nepote Trisso: Eaen'lo Varie /?- 
gHnola della na'ura ; e la natura, 
di Dio ; V arte, di e«>o Dio tiene ad 
eaere tn cerio mo/io nipote. 

36. (L) Due : n^iura e art^. — 
Prender : che la gente prenda il 
campamento, e s'avvoniaggi. 

(SL) Genesici. L' acc<^nto posa 
snll' ultima , come in Sernirnmis 
(Inf., V) 

(Fi Gemna. Gen. , II, 15: Lo 

'po%e nel giardino accocchi. e<)U 

opera<se. - III , \9 : Nel sutore ìiel 
volto tuo, ti ciberai del tao pane. 
Dalla natura trar^ p'ù direMamenle 
il vitto l'agricoltura; dall'arte, le 
industrie e il commercio. 

37. (L) Seguace: H.n«. — Altro che 
natura e lavoro umano 

(SL) Pon. S^)enr^ ponere è nella 
Bibbia e io Virgili.) 

(F) Nitura [B-un. Latini. T«. 
sor. : Un altro che non cura di Dio 



né di Natura , si diventa usuriere ] 
L' usuraio offende la-naiura in sé, e 
poi nell'arte seguace di lei, volendo 
che il danaro partorisca senza fati- 
che danaio, e rubando gli altrui su- 
dori. — L' argomento non è de' più 
diretti , ma da un «'erto lato é pro- 
fondo. E il dispregio eh' Dinle di- 
mostra degli usurai, e la compagnia 
eh' e' dà loro, provano ciò oh' é con- 
fermato dalle memorie del secolo, 
il molto male che faceva 1' usura a 
que' tempi. 
38. <Li Vii là: là. 

fSL) Orizzonta. AUa greca co- 
me Calcanta (Inferno XX) Essendo 
il sole in Ariete, e all'Ariete prece- 
dono i Pesci: due ore dunque man- 
cavano a giorno. Il carro di Boote 
giaceva sopra quella parte donde 
spira Coro, vento tra ponente e mae- 
stro. Se il Carro eh' é in Leone ó 
sopra Coro, duoijue il Leone era già 
tramontato, o sfava per tramontare 
la Vergine.— Vìa là. D'cesi in To- 
scana. Virgilio : Hac vice sermonìim 
ro<eis Aurora quadriQi^ Jam medium 
aetherio curu trojpcerat ax^m : Et 
}ors o'finp datum iraerent per talia 
(".mpui, Se l cornea admonuit, breci- 
terque uffila S bylla eat : Nuxruit, 
Mma (jEn., Vi). Dante passò nella 
Selva dieci ore; entrò nell' Inferno 
sull' imbrunire ; nel cerchio degli 
avari sulla m^zz^notte; entra in 
Dite sull'alba: Virgilio lo sa per 
comput >. non perchè veda luce. Il 
primo giorno é compito. 



Non canta qui , ma ragiona con bellezza; ma troppi, e non cosi splen- 

precisione evidente. Cominciano gli didl come in Virgilio e in altri Greci 

accenni astronomici, che in questo e Latini, 
poema erano necessario corredo e 



120 INFERNO 



DOTTRINA PENALE DI DANTE. 



j\cl dislribnire che fa 11 Poeta le colpe e nel 1' appropriare ad esse 
lo pene, é un ordine d' idee rilosotìche erelip:iose clie imporla seETuire. 
ì Pa^'ani s'e>si vedevano quanto la loro UlosoHa e religiosa e morale 
e civile fosse in tale rispetto incompiuta, e però desse luojro a ins:iu- 
stizie nellh praiiche della vita. Dep;!i Stoici, più severi, e quelli che, 
a detta di taluni , più s'accostano al sen'^o della rettitudine cri- 
stiana, Or.izlo notava (1) : Adsit Regula, peccalis quae poenas irroget 
aequas : Ne scuticà clignum, horribili sedere flagello. 

Cicerone (2): In due modi si fa ingiuria, cioè o con forza o con 
frode.... e V una e V altra alienissima daW uomo; ma la frode degna 
d'odio maggiore. Virginio ad Aletto dà la passione delle ire e delle 
insidie (3), distinjrupniio anch' esso gì' impeli del peccare da' freddi 
consigli. Per sola la mente l' anima nostra differisce daliabestiale i'^) : 
la frode duncpie, che abusa della mente, è più rea, e però punita con 
]iiù fieri dolori. Tommaso distingue sapientemente 1' aslu/ia che può 
essere a buon line ma usa mezzi non buoni, e che è nel linguaggio 
delle ScriMure detta prudenza del mondo o della canie (5), d;il dolo 
che é esecuzione dell'astuzia rea segnatamente in parole; e questo 
dalla frode che riguarda l'esecuzione dPlT astuzia nei fatti. Grego- 
rio (0) mette alla [iena i frodqlenti insieme co' frodolonti : Tommaso 
contrappone più direttamente violenza a giustizia ; tradimento e frode 
e fallacia a prudenza (7). Oanle nel Convivio: Quelle cose che prima 
non mostrai-o i loro difi'tti, sono più pericolose, perchè di loro,ìnolte 
fiate, prendere guardia non si può ; sirrome vedi'mo nel traditore. 

La frode, così la Sonima, usurpa e ritiene V altrui : è un modo di 
lei l'avarizia 8i. Figli deW avari zio, tradimento, frode, spergiuri , 
inquietudine, violenza, durezza spietata (9>. Figli dice Isidoro (10), 
de W avarizia, m nzogna, fi ode , furto, spergiuro, appetito del turpe 
lucro, testimonianze false, violenza, inumanilà, rapacità. Con più lì- 
losolica precisione la Somma di): V avarizia in due modi eccede: 
■primo, nel ritenere: e così uasce d' avarizia, la durezza che non sente 
misericordia : secondo, nel prendere; e in questo rispetto può riguar- 
darsi doppiamente. Riguardata nell' affetto, ne nasce che, nell'acqui- 

(l)Srtt.. 1.3. ■ (7) Som., 2, 2, 118. 

(2) Ho un-, 1,13. (S) 2, 'i, .SJ. 

(3)yE.i,\n. ,l))^2, 2. 118. 

(4) Somma. (IO) li» Di-ut., XVI. 

(.V) Somma., 2, 2, ò:>. (11)2,2,118. 
(6) Dial., IV, 35 : Fidlaces eum fai- 
lucihuH ardcaiil. 



CAJJ70 XI. 121 

Htare l' allrui, talvolta usa violenza, talvolta dolo. Se il dolo è in sole 
parole, dicesi fallacia, se con giuramento, spergiuro: e se il dolo com- 
meitesi in opera; quanto alle cosp. , sarà frode; quanto alle persone, 
sarà tradimento. Di qui sì raccòglie vieraearlio come il Poeta faccia la 
Lupa ammogliarsi a molli animali, e, più che tutte le altre bestie, 
avere preda (1); perché dall'avarizia nascono, o con lei crescono, i 
peccati e i vlzii quasi tutti. E però profondaraenie Tommaso i3) : N^on 
accade che i figli d' un peccato capitale appartengano ai vizii del gè- 
nere stesso; che al fine d'un vizio anco i peccati d' altro genere pos- 
son rivolgersi. 

Abbiamo pia ne' passi recati sentito numerare parecchie delle colpe 
alle quali Dante destina una bolgia da sé: altri ne rincontriamo in 
questo d'Aristotele; anche qui a proposito degli avari : Generi d'a- 
varizia: tenaci, gretti, operanti servigi vili, viventi d'amori venali ^ 
usurai,.... giuocatori di sorte, spogliatori di morti, ladroni (3). Con- 
giunge alla forza la frode e alla frode l'avarizia anco Virgilio, lad- 
dove alle età pacitìche fa succedere la rabbia della guerra e 1' amor 
dell'avere (4). E qui cade a no are sirigolar consonrinza delle dottrine 
recate con un passo eh' è nei Bollandisti : « Qumio la povertà é lu- 
minoso e mirabile indirizzamento a virtù, tanto l'amore della pecunia 
è vile e reo strumento di vizio: con verità l'Apostolo Paolo lochiamo 
causa e fonte di tutti i mail (Si. Di qui seguono la cupidigia de' di- 
letti, gli spergiuri, le rapine, le stragi, 1' invidia, l'odio fraterno, le 
guerre, l'idolatria, la smania del -sempre ingrandire; e, rampolli dei 
mali su Idetti, 1' ipocrisia, l'adulazione, la buffoneria, delle quali con- 
vìenjron fessa re essere causa I' amor del danaro. ÌSé solo Dio punisce 
costoro; ma eglino se medesimi distruggono dentro, portando sempre 
un appetito insaziabile ; e del desiderare non hanno termine (6); ed 
è insanabile piaga. Sempre l'amore della pecunia porta seco l'in- 
vidia (7). » 

Ecco dunque nell'ordine suo penale l'Inferno di Dante. La forza 
ingiusta offende gli altri uomini nella vita e nell'avere; quindi gli 
omicidi e i feritori e i devastatori e i predatori dell' allrui in un 
liume di sani'ue. L'uomo fa forza iusìusla a sé nella vita, ucciden- 
dosi; nejrli altri beni^ disperdendoli e abusandoli in modo da condursi 
a vile disperazione; onde i suicidi insieme coi prodighi di-<perali : non 
i semplici prodighi: i suicidi, tronchi che sanguinano sotto i morsi 
ilelle arpie: i prodighi, quasi here che corrono inseguite da cani e 
sbranate. Si volge la forza ingiusta contro Dio negandogli onore in 
atti empii, o in parole, o violando le leggi df^lla nafura sua figlia, o 
dell' arte eh' é figlia della natura ; i quali vizii punisconsi con una 
pioggia di fiamme. 

La frode, come più nera della violenza, è più basso e più tormen- 
tata. Que' che la usarono per trarre da vili passioni altrui vile lucro, 
che per proprio diletto crudele incrannarono donne , sono frustali 
da' diavoli : jrli adulatori giacciono nello sterco ; i simoniaci, capovolti 
in buche infuocate ; gì' indovini e maghi hanno la faccia per forza ri- 
volta dalle spalle: ì barattieri, tuffati nella pece bollente ; gl'ipocriti 
camminano gravati in cappe di piombo dorate ; i ladri, morsi da serpi 

(1) Inf., I: Piirg., XX. (6) Purg., XX: Fame senza foie 

(2) Som. 2, 2, il 8. cupa. 

(3 Eih.j 'V. {l)\i\l.\. Là onde iiìviiliij pri-na, 
(i) /Eli., VIIL diparidlla Bolland., 1,247. Vit.s. Sia- 
lo) Par., TX : // mnlaicllo fiore Che ci etica. 
ha dt\pUìtc. 



122 IN PERNO 



che si atlortigliano ad essi e si trasformano ne' corpi loro; que' clie 
frodarono altrui con consigli perfidi e fecero quasi un furto del vero, 
avvolti entro una fiamma che li invola alla vista; i seminatori di di- 
scordia, secondo che più o meno grave scissura fecero, lacerati o mon- 
chi troncali nelle mani , nel vi-^o, nel petto, o reciso il capo dal 
busto que' che falsarono o la verità con parole o il prezzo delle cose 
con r opera, sbrananlisi tra loro , o giacenti e ricoperti di piaghe e 
di lebbra puzzolente. Queste specie di frode esercitansi in genere con- 
tro chi non ha fiducia speciale , e però offendono la fede pubblica e 
la società, non infrangono i più stretti e più sacri legami. Ma sotto 
alle bolge digradanti nel pozzo profondo sono i traditori nel ghiaccio 
in quattro schiere: quei che tradirono fratelli o altri congiunti; que' 
che tradirono la patria, che è parentela più intima come di madre; 
que' che tradirono i benefattori, che son da tenere più che se padri; 
que' che tradirono o Dio o il re che, nel concetto di Dante, è 1' ima- 
gine di Dio sulla terra. 

Or egli dichiara il perchè fuori della città infuocata rimangono i 
lascivi, i golosi, gli avari e i prodighi, gì' iracondi con gli accidiosi 
e con gì' invidi e co' superbi ; e lo dii hiara con le dottrine d' Aristo- 
tele suo maestro. Il quale distingue l' incontinenza àjtpxaia, la 
malizia xax'ta «^ la bestialità :^v)QtOTy)?. E bestiale fa. sinonimo a. vile (l). 
E incontinenza , dice Tommaso , non serbare il modo della ragione 
nella concupiscenza degli onori, delle ricchezze e d' altro simile, che 
in sé pajono essere bene (2). Per essa, la carne che brama contro lo 
spirito, lo soverchia. Onde Aristotele (3) : Se alcuno è vinto da forti 
e soverchianti dilettazioni o tristezze, non è da stupirne ma da scu- 
sare. E ben lo stesso filosofo noia, che l' incontinente non falsa il sU' 
premo principio del vero, ma eccede nel desiderio del bene e erra 
nella scelta de' mezzi ; nell' incontinenza 1' uomo , anco nell' atto del 
mal fare, in certa guisa si pente o arrossisce. L' incontinenza, sog- 
giunge Tommaso, è nella violenza degl'iracondi, nella veemenza dei 
malinconirj, che sono di complessione troppo terrestre , nella rilas- 
satezza de' flemmatici , nella debilità delle femmine (4). il che di- 
chiara la sentenza del filosofo : Due sorte sono di incontinenza ; la 
sfrenatezza che previene il consiglio della ragione , e la debolezza che 
non si regge a seconda di quello. Può l'uomo essere incontinente di 
piaceri, d'onori, di ricchezze, dì cibi, di sdegno; può, cioè, non si 
sapere ne' movimenti suddetti moderare ; ma il mal dell'incontinente 
non è malizia profonda.' Ecco perché alcuni vizii sono puniti e dentro 
e fuori della dantesca città; l'avarizia fuori, dentro la simonia; per- 
chè la prima è incontinente desiderio, l' altra è malizia i)iù nera. 

Ma v' è, secondo Aristotele stesso, un' incontinenza più colpevole e 
da riguardare come un certo genere di malizia; massime quella in- 
continenza che trascorre a essere intemperanza, ed è dal lilosofo di- 
stinta così : L' incontineìite sa che le cose desiderale da lui soìt cat- 
tive : V intemperante si gode nell' abito ; quella è terzana , questa è 
tisi. - L' intemperante , anco con pochi incentivi, ama il male (5). E 
forse anche per questo il Poeta pone quasi anello queir incontinenza 
che viene da incredulità; e, collocando gli eretici tutti a pena men 
dura de' frodolenli , poi gli scismatici a pena più grave (0) , mostra 

(1) Poi. (3) Eth., VII. 

(2) Som., 2,2,i5G. AllrjOve(l,1, 6) (4) Som , 2, 2, 156. 
incontinenza è spiegato per concupi- (5) Klli., VII. 
scenza^ che è di per sé moto naturale, (6) Inf., XXVIll. 
pervirtito poij non con tanto delibe- 

ruta malizia come la frode. 



CANTO XI. 



123 



com' egli disiingua la incredulità personale dalla incredulilà sedut- 
trice e sconvolgitrice de' popoli (1). 

Bestialità, secondo il greco filosofo, è qualunque vìzio condotto a 
tale eccesso che par degno di ente irragionevole , che degrada 1' u- 
mana dignità. Ogni viziosità è furore trasmodato . Diversa è l' umana 
malizia dalla bestialità (2). In questo sistema lutti quanti i peccati 
possono passare per detti tre gridi, d' incontinenza, malizia, bestia- 
lità; e però Dante a' bestiali non assegna luogo distinto, ma questi 
insieme co' maliziosi rinchiude entro delle mura infuocate. Levando a 
questa distinzione la corteccia scolastica, resta un succo di buona e 
teologica iilosolìa. Incontinenza è la corruzione del volere; malizia, 
v'aggiunge la perversione dv'll' intellett» ; bestialità, l'operazione di- 
slruggitrice della social fede e unità. La ferocia della natura corrotta 
sconvolge le anime, la quale ferocia, palpando aizzi (3). E direbbesi 
adombrata la triplice distinzione nelle paiolo dell' Apostolo (4) : cri- 
minatoreSj incontinenteSj immites. 



{{) [C] Wonar., 3, 15; Homineatam- 
quam equi, sua beslialdate vaganlcs. 

(2) Som , 1, \, 84, 6 2,2, 159. E 
laddove Irj'figli deiravarizia è anno- 
verata l'inumanità c/te è durezza in- 
sensibile alla misericordia (2, 2, 118), 
anche cotesta è una specie di bestialità 
perchè rompe il vincolo sociale in quel 



ch'egli ha di più intimo, la compas- 
sione. 

(3) Vico, De Univ. Jur. Princ.j ec, 
XXIII. 

(4) Segnatamente se a criminatores 
non si dia il vero senso latino^ ma un 
generale derivato da crimen. 



124 INPERNO 



OA.IVTO XII. 



ARGOMEaiTO. 



Scendono al settimo cerchio, de' violenti: e il primo giro- 
ne è de' violenti in altrui. Sulla scesa sta a guardia il 
Minotauro : i violenti sono in un fiume di sangue bollente. 
Fiegetonte in Virgilio (VI, 550) non è sangue ma fiam- 
ma. Stantio sepolti altri fino agli occhi, altri al naso, 
altri con soli i piedi, secoìido i misfatti. J Centauri saet- 
tano chi si leva piil su per alleggerirsi la pena de' bol- 
lori. Virgilio parla a Nesso e a Chirone. Nesso porta Dan- 
te di là dal fiame, e gli mostra parecchi dannoM. 

Nota le terzine 4, 8, iO , 14; 17 alla 22; 21, 25 , 28 , 3'i-, 33, 37, 
42, 44. 



1. Ijra lo loco, ove a scender la riva 

Venimmo, alpestro; e, per quel ch'ivi era, anco 
Tal, eh' ogni vista ne sarebbe schiva. 

2. Qual è quella ruina che nel fianco. 

Di qua da Trento, 1' Adice percosse 
per tremuoto o per sostegno manco. 



1. (L) Era : alpestre, e per il Mi- via ci dev' essere ; e 1' alcuna della 

notauro cne v'era, tale da spaven- terz na se^iu^^nte non puòsignitlcare 

larp (in gli o-otii. nes una Asiriiins-isi chf; qaesto can- 

2 (L) Aiice. Gaso obbliquo. — io fu probihiimt^nie composto in- 

Minco: che ci mancasse il buslegno nanzi il l'MO. — PAvcome yEo., IX 

sotiu. , (<1'uiia gran mole di shsso) : Rainain 

(SL) Fianco. /En , I; l'npulit Prona trahU, penitvsque 'aii< ilU- 

in l'ìtai. La rovina di mi)nie B>rco sa rf.cwnbU. — 0. /E<i., XII : Veiuli 

presso Ri)verelo si v^tleiaiiora L'\- monlii saxii^n ne vcrlir.e prue.ceps 

d'ge. f^orr^ va allora forsH di li. Alni Q ut - mii. amUnn lenio, aeu tur- 

jntpodf^ la rovina della Gniusa pres- Uiiua imber P oluit, atit anms ^ol- 

.su Rivoli sesjuita nel >3 "; e (òsco- nit su6/'».u*a vetHstua .. Siai., VII: 

glio allora cadde an moto nell'Ali- S'C ubi n'ihitfiru'n inonUi Intus aut 

gH e lo perco-ise Mi la rovina <li no i)a vanii i Sdrit hcnsaut vieta 

Monte B «rito ha 'licurt'i tua per isct^n- sita non perlulit aetas... Aut vai- 

dere, quella della Gniusa no, almeno lem cavat f aut incdios intercipit 

adesso. E acciocché regga ia slmili- nmncs. 
turline col borro infernale, qualche 



CANTO XI. 125 

3. Che da cima del monte, onde si mosse, 

Al piano, è sì la roccia discoscesa, 
Ch' alcuna via darebbe a chi su fosse ; 

4. Cotal di quel burraio era la scesa. 

E 'n su la punta della rotta lacca 
L'infamia di Greti era distesa, 

5. Che fu concetta nella falsa vacca. 

E quando vide noi, sé stesso morse, 
Sì come quei cui l'ira dentro fiacca. 

,6. Lo savio mio invèr lui gridò: — Forse 
Tu credi che qui sia '1 duca d'Atene, 
Che su nel mondo la morte ti porse? 
7. Partiti, bestia. Che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella; 
Ma vassi per veder le vostro pene. — 

^8. Qual è quel toro che si slaccia in quella 
Ch'ha ricevuto già '1 colpo mortale. 
Che gir non sa, ma qua e là saltella; 

9. Yid'io lo Minotauro far cotale: 

E quegli accorto gridò: — Corri al varco. 
Mentre eh' è 'n furia, è buon che tu ti cale. — 

10. Così prendemmo via giù per lo scarco 
Di quelle pietre, che spesso moviensi 
Sotto i mie' piedi per lo nuovo carco. 

3. (L) Alcuna: ma dura per scen- 6. (L) Du'^a (duce) d'Atene : Tpseo. 
dere. 7 (L Qneti: Duiie. — Tua. 

4. (L) Lacca: ruìna formante col Ari nna ìn-.etjitò a Trseo uccidere il 
piano soiitM>osto nn bacino: la imn- Alinot.inro. — Vi^si : sp ne va. 

ta è l'estnmi più nlfo. (SL- Sheila. Ov M-t., Vili. 

(SLi Licca. Così Pluto lo tro- 8. tL In: in quei pun'o. 

vano dove si diQrata (Inf , VI), — (>L) S''iCcia JEn II: Quales 

Infamia. Ov\(] Fst. ,1 Cicm Aen- mugilui , iv0t quum suncim aram 

tinae tif<or a'que inf arnia ^ilcue. T'tU'Us, et incerlam excuasil cervice 

Mn , VI ; Venefici vtonimenla np- stcuri'u 

fanóne. — C<e>i Vili.. I 6. C'e'a 9. (L) Cotale: cosi. — Quegli: 

nel Xl^' del' Inferno. Qu Cieli fa Vinr lio — Vaico: dove si scende. 

11 numero più variato e dcevasi — Cale: f«l» 

come Cipri —Difesa Vngrilio, di (?L) Cale JEn., VI Occupai 

Ce'b»ro (.En., vij: To'oqne inyem jEneix aiii'am. E'aditque ceUr. 

exlendUur antro 10 L) Scarco' ujuoouio. — Mo~ 

5 (L) V'icca: Pasifie e Ri^fTìna vitiisi : "*> m.vpai o 

i^L) Co 'I celti Bue.. VI ; En VI. (-^L) S:arco Scarico, '\n Firen- 

(F) Fiacca. Lh fnrza fi- ir ira é ze , mufcliio di sassi e di terra che 

debolezza. Inf VII : Consuma dm- da t-ìù luoghi in uno s'ammonta. 

tro te con la tua rabbia. — Nuovo, Inf. , Vili. Quand'V fui 



126 



INFERNO 



11. Io già pensando. E quei disse: — Tu pensi 

Forse a questa rovina, che è guardata 
Da queir ira bestiai eh' i' ora spensi. 

12. Or vo' che sappi, che, 1' altra fiata 

Ch'i' discesi quaggiù nel basso inferno, 
Questa roccia non era ancor cascata: 

13. Ma certo, poco pria (se ben discerno) 

Che venisse Colui che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio superno, 

14. Da tutte parti 1' alta valle feda 

Tremò sì, eh' i' pensai che 1' universo 
Sentisse amor; per lo quale è chi creda 

15. Più volte '1 mondo in caos converso. 

E in quel punto, questa vecchia roccia, 
Qui e altrove, tal fece riverso. 



dentro, paros car«a. Ov. Met. . IV: 
S'iC'oque a carpare pressmn Inge- 
muit Umen. 
H (L) Spensi: rammentandogli 

(F) Bestiai Som. : U ira impe- 
disce Vino della ragione. — Spensi. 
Al Minotauro rammenta Testo; a 
Pluto. Mì'li*^le; al diavoli, Teseo. 

12 (L> Diocesi. Virgilio vi scese 
poco dopo morto, e Gesù Cristo scese 
al Limho, mezzo secolo Poi. 

(SD Ancor. Inf. IV. IX. 

(Fi Bi-sso. Psal., LXXXV, 12: 
Inferno inferiori , per distinguerlo 
dal L mbu. detto Inferi. 

i3. (L) Diicerno. Giudico, vedo 
comouiando. — Colui: Gesù Cristo. 
— Cerchio : Limbo. 

(F) Colui. Quìndo Cristo mori, 
la terra crollò e le sepolluresi aper- 
sero e le pietre si spaccarono (Maith., 
XXVll, 5i,5i).It girone dei violenti 
o quel degl' ipocriii soffersero soli 
la detta rovina, quasi a significare 
l'odio ohe' il mansueto e candido 
Agnello dimostrò a questi due sopra 
lutti i vizii . e le due cause della 
morte di lui: ipocrisia e violenza. 
Come mal Virgilio , che dopo la 
mort'- di G. C. non era S'-eso laggiù, 
poteva sapere di questo? Virgilio 
tutto seppe. E pare che Dante ai 
savi e buoni del suo Limbo attribui- 
sca la facoltà d'acquistare cognizioni 



fuor della {naturale sfera loro , con 
lutto che privati della visione di 
Dio — Preda. [C] Ad ■ oloss Ex- 
polians principntus etpotedatex, tra- 
duxit cunfiteuter palam triumphans 
illos ili se"<etipso. 

14. PL) Fi'.da : sozza. 

(SL) Ftaa. FedUà in .liberiano; 
e feio in Pier Filippo Alamanni 
del 500. 

(K) Amor. Georg. , IV: Chao 
densos Dioùm nurnerabat amores. 
Opinione d'Empedocle . che l'omo- 
geneità degli atomi fosse amore; i 
quali tendendo col tempo a nuo- 
v'ordine di cose, producono il Caos. 
Aristotele ( Phys.; De anima, I ) lo 
combatte. Mi da Aristotele stesso l'at- 
trazione è detta figuratamente amo- 
re, la quale figura taluni intenden- 
do alla lettera, ridicolamente ne ri- 
sero. Ott. : Democìito... appelUva il 
tempo della detta confusione tempo 
d'amista'ie ; che ogni cosa amichevol- 
mente stavano insieme. In altro sen- 
so |tiù aeni.ile e non meno flit sufico, 
nelle Rin>e: Fàgli natura quando e 
avi or osa 

15. L) Rimrso: rovina 

(^L) Vecchia yEa , XII : Saxu,m 
anliquum, inuens. .En.. IH e Vili : 
Saxo... vetuito. — Altiom. Inr. ^ 
XXI 11 , XX(V. Si notino gli lati del 
verso, sonante rovina. 

(F) Caos. Ov. Met. , 1. E anco 






CANTO XI. 



127 



10. Ma ficca gli occhi a valle; che s'approccia 
La riviera del sangue, in la qual bolle 
Qual che per violenza in altrui noccìa. — 

17. Oh cieca cupidigia, oh ira folle. 

Che sì ci sproni nella vita corta, 
E nell'eterna poi si mal e' immolle! 

18. r vidi un'ampia fossa in arco 'torta: 

Come quella che tutto il piano abbraccia. 
Secondo ch'avea detto la mia scorta: 

19. E tra '1 pie della ripa ed essa, in traccia 

Correan Centauri armati di saette, 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

20. Vedendoci calar, ciascun ristette: 

E della schiera tre si dipartirò, 

Con archi ed asticciuole prima elette. 

21. E r un gridò da lungi : — A qual martiro 

Venite voi che scendete la costa? 
Ditel costinci : se non 1' arco tiro. — 



tradizione cristiana , e la dlvisionfì 
che fa nella Genesi degli elementi 
il Ctealore corrisponde quasi letse- 
ralmenie alla descrizione di Ovidio, 
e ai vetsidi Virgilio ntll'Kglo^a VI. 
Un inno della Ctdesa, sublime : ll- 
lu-itre quiddani cernio.us, Quod ne- 
sciat finein pali , Snhii'ne , cel u u, 
interrninu'ii, Antiquiu^ caelo et Ch'io. 
16 (L) A vaile : \iu — Approccia : 
appressa — Qual che: qti.:luriqao. 

(SL) A valle. Inf.» XX : Ruma- 
re a volte 

(F) Bolle. Ambr. , Prxf. H ad 
miss. : Liyo misto di sangue e di 
luoco, quanti ricere , gli ingoia in- 
sieme e ante. Lucan.,Vl: Ripaihque 
sonanlem lynibui. 
17. (L) IiamoUe: bagn' in sansue. 

(;L) Ciec'i.. Ciò in Pis : Cupi- 
(litas . caecu rapiebat. — Cnoiaiyia. 
JE\., IX: Fu>-or 'iraentem cuedi^que 
insani, cupido Ei/U Georg., l: Rd- 

gnanJi atra cupido. Hai qui le 

due i'iee del canto , la cupiiliia li- 
rrtnni'i t^ la predai rii-.e. — Inihollp.. 
l'ai" , XXVll • Oh cupidigia che i nior- 
t'ili "\\onde Sì Aollo te. L\ durezza 
de' tiranni e de' ladroni è mt^ssa a 
bollire nel liquore che sparsero. 

(F) Foi/c. Ciò. : Ira iniliximin- 



saniae. — S ìroni. .En., XI : StimuUs 
huud ttiollibui irae. Som. : Slimo-' 
lato da cuucupisctnza. 
48. (L) Su.ria : Virgilio. 

ìSl.) A'co JEn., Ili : Forine.., 
curv'lur in arcum G^^org., Il : Tar- 
quentur in arem — Abbraccia. Hor., 
Poei.: Ui beili L itior amplecli murm. 

iF) Abbrat:cia. Molli i tiranni. 
<9. (L) Ira .. : tra '1 sasso erto e 
taglialo in tondo ^ra un sentiero. 

(SL) Tra Molti de' sentieri 
d' Inferno >ì Poeta fa si rettissimi 
(Inf. , X, XXlll). — Correan. JEn. , 
VII : Vertice montii ab allo Descen- 
dunt Cenlnuri.... cursu rapido. 

20. (Lt E'fHe : a meglio ferire. 
(SL) £<ef<e. Virgìlo, di Panante 

al vedere igaoii venire (Ma , Vili): 
Riptoque volai telo oboiu^ ipse. 

21. (L) Costinci: di cosiì. 

(bL) Lungi Virgilo ivi : Et 
procul fi tiitiiulo : Jurene^, quae caus- 
A'i subegit lunolat ten'are viaì? 
Quo ttnaitis'/ ivquit. — VI : N'irita 
(Ctronie) quo< jau ime ut Siygia 
pro<pfXil ab unda Per tucituiu ne- 
mus ire, pedeii.quf. adcerteie ripie. 
Sic prior aggredilur diclis , alque 
increp'it ullro: Quisquii es , arrna- 
tu$ qui nostra ad flumina teniis. 



128 



INFERNO 



22. Lo mio Maestro disse: La risposta 

Farem noi a Chiron costà di presso. 
Mal fu la Yoglia tua sempre sì tosta. 

23. Poi mi tentò; e disse: — Quegli è Nesso 

Che morì per Ja bella Dejanira, 
E fé' di sé la vendetta egli stesso. 

24. E quel di mezzo, che al petto si mira, 

E 1 gran Chirone, che nudrì Achille: 
Quell'altro è Eolo, che fu sì pien d'ira. 

25. D'intorno al fosso vanno a mille a mille, 

Saettando- quale anima si svelle 

Del sangue più, che sua colpa sortille. 

26. Noi ci appressammo a quelle fiere snelle: 

Chiron prese uno strale, e con la cocca 
Ecce la barba indietro alle mascelle : 

27. Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 

Disse a' compagni: — Siete voi accorti, 
Che quel dirietro move ciò eh' e' tocca? 



Fare age , quid venias , jam isthinc 
et comprime greaum. 

22 (L) M d: caro ti 'Osta II nreci- 
Dìtoso volere, com<» quando volesti 
Dejanira m^2lì« «l'Ercole 

(SD Di presso. ^ovelHno, X: 
Mi fo^se tanto ai pre<>o. Si volge al 
iruggiore dei tre ai men furioso — 
Mal fu. Ov. Mrtt., IX Nesso, saettato 
dd Ercole . si vendi 'ò , dando alla 
donna la veste intrisa dell'avvele- 
nato suo san^ift Ond'E'Cole mon- 
tò in furorn L'ira è contagio. 

23. (Lì Ipu^ò: to-oó ppr cenno 
(SLi Tentò H'KHt. Snt , II, 5 : 

Cuhiio 4imf,fm prope tiinQen<. E 
pist,L6: Foiiat l<>l'i< [nf.,XX»^ll: 
Mi tentò di confa Tentare da tenere. 

24. (I.) N'i- l'i: ♦'du ò. 

(SL) Chirone Lucano nomina 
d«' G«"iHuri q't^^sti IIP : Ho pes et 
AlciottP nimmi Phol- (Piiais , VI). 

(F) Mira Prisoso, come dotto, 
lìi Chironr, v.di Suzio (Adi , Il i e 
Vir^ilid (Georg. Ili) O'Iifnn: Smerlo 
in ar*ne e S'ioio in vheii'ini — 
Foto. Lo nomina Sta/.io (Tii-^b III) 
e Virfiilio (G^^'Ttr.. Ili tra i furib-indi 
Centauri: e l'epiteto furente^ mosse 
forse il PoPta a por't^ i Centauri 
saettatori de'tiranni e de'IadrU Altri 



si lagna che l'aio d'Achille sia mes- 
so all'Inferno Virgilio anch' egli vi 
meite i Centauri ; altri lo facevano 
assunto in cielo Folo era di quelli 
cliP. tentaronor il r^tto d' Ippodamia 
(Ov Mei.) In Nesso è figurata la 
cupidigia violenta; in Folo, il vio- 
lento furore, Boezio nomina i Cen- 
tauri e li Hice domati da Ercole. 

25. (L) Quale : qiià\afì\xìe. — S'^el' 
le: s'al/.a i»er m-'U seinire i| bollore. 
— Ch : n le ;,ssegnó la sua colpa. 
(SL'S u'ile ContiitavidallaGiu- 
siizìa eiein< Divellere in senso si- 
mile, Inf XXX <V 

(F) S rlilU S)rl.fl non è sem- 
pre ca^o M'i yilLabore.mxortHi. 
Sai) , Vili 19: SortUm surn unitnam 
bonam. 

2(i (L» C'cca: il di sotto della 
saettJi. F^ce •' per parlare più ctiìaro 
e lib'^nt. 

ISL\ Birba Per i>a'hre,nna 
ninfa in Ovidio (Mn , V) : R')r<)nf.c,s- 
que co'iKii a ironie remoiH ad au~ 
»r<. Atqu" nil. 

27. (L) SiPle : vi siete. — Quel : 
Dante 

<F) Tocca '^om.: Agena corpo- 
re, agens per contactum. 



.Cajibo XV" 1 Inferuo 



Ter 5 




Crta^ i^r^ez^t? a^n-^ e/ftl/<z^^ ^raZu tz^ fi'fri^^rsC 



CANTO XII. 



129 



28. Così non soglion fare i pie' de' morti. — 

E '1 mio buon duca, che gi^ gli era al petto, 
Ove le duo nature soq consorti, 

29. Rispose: — Ben è vivo, e, sì soletto, 

Mostrargli mi convien la valle buia. 
Necessità '1 c'induc^, e non diletto. 

30. Tal si partì da cantare alleluia. 

Che ne commise quest'ufficio nuovo. 
Non è ladron, né io anima fuia. "" 

31. Ma per quella Virtù per cui io muovo 

Li passi miei per sì selvaggia -trada, 
Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 

32. Che ne dimostri là ove si guada, 

E che porti costui in su la groppa; 
Che non è spirto che per l'aér vada. — 

33. Chiron si volse in sulla destra poppa, 

E disse a Nesso: — Torna, e sì li guida : 
E fa cansar s' altra schiera v' intoppa. 



28. (U PdtQ : non arrivava più su : 
Tallio (.hirone era grande. —• Due: 
d' uuDin e fli cavallo 

(SL) Petto Dipinpe da popta 
l'altezza del mostro. — N Uurp. Lu 
crez!0(V; 'Itrtp i G-^mauri aupUci n *- 
iura , et corpo-e b^no -Ea., Vili : 
Niibig-na< bimPnibrei 

(F) Morti Som. • Anima sepa- 
rata rion può muoe'-e il corpo — 
Conforti. >t.eithan. : Cinsot les, quo- 
rum lin>^t contigui sunt. In S. fieno, 
in altro senso: Connorles naturae 
(II. l 4). 

29. (L) Si: cosi io con lui.— 'Le': 
ee lo 

(SL) Induce. Som. : Necessitate 
inducpiite. 

30 (L) Tal: Beatrice. — Di: di 
cielo. — Nn: a. lui e a me. — fuia : 
ladra. 

(SL) Fui'i Di Fur. Nicc. So'da- 
nieri ciiiami la tuia la volpe Altri 
intende ^uia per n^ra (i\ ìuinn. 
r.hiama ladri i re irisii. laf. , VI : 
Tra V nniiKf più w^re- 

{?) Alleluia. Apoc, XIX, 6: elu- 
divi quasi eocem .. oquaruin multa' 
rum... dictnlium : alleluia, — Nuo- 



vo. La filosofia naturale e politica 
boli fu mai posta finora così diret- 
tamente per grado alla divina. 

31 (L) Cui: che ci sia presso e ci 
guidi 

(SL) Pruovo. Nel trecento an- 
ciie in prosa. Wo-.e viva, dicono, in 
Lombardia. Da prope i Latini prò 
pUiU 

32 (L) Guada : Il sangue. — Co- 
stui : DaniH. 

33. (Li Poppa: lato. — Si. Riem- 
pitivo. — Fa: che non noccia. 

(SL) Poppa II Boccaccio (Tes., 
Ut): Si volse... in su la poppa man- 
ca. Inf . XVIl: Alla destra ifiammel' 
la. Gioven., VII: Laeoa sub parte 
marrillae -^ Guida Lucano, di Nes- 
so (VI): Teque ptr arr.nem I'r>probe 
Lernaeas cecior paaure iagittai Qui 
JNesso fa il mesiier snodi iragiitare: 
già s^tìttato, saetta — lutoftpa. Pt- 
cfiè D'inforno al iOi»o canno a mille 
a u.ilte Inioppare cui quarto caso 
vive in Toscana. Nel celebre pi-over- 
b o dal quale incominciò Farinata: 
Vitssi eapra zoppa, se lupo non la 
intoppa. 



Damtb. Inferno. 



430 



INFERNO 



34. Noi ci movemmo, con la scorta fida, 

Lungo la proda del bollor vermiglio, 
Ove i bolliti facéno alte strida. 

35. r vidi gente sotto infino al ciglio: 

E '1 gran Centauro disse: -— Ei son tiranni 
Che dièr nel sangue e nell' aver di piglio. 

36. Quivi si piangon gli spietati danni: 

Quivi è Alessandro, e Dionisio fero, 
Che fé' Cicilia aver dolorosi anni. 

37. E quella fronte eh' ha '1 pel così nero, 

È Azzolino. E quell'altro che è biondo, 
É Obizzo dà Esti, il qual per vero, 

38. Fu spento dal figliastro su nel mondo. — 

Allor mi volsi al poeta; e quei disse: 

— Questi ti sia or primo; e io, secondo. — 

39. Poco più oltre, il Centauro s'affisse 

Sovr' una gente che fino alla gola 
Parca che di quél bulicame uscisse. 



34. (L) Del: del sangue. 

(SD Bollor. Stat ♦ II: Obiecta 
viat torrentnm incendia cludunt. 

36. (L) Danni: recati altrui. 

(sL) Aleisandro Nel Convivio 
è lodato per la liberalità, non per 
altro. Distrusse Tebe; uccise i pri- 
gioni di Persia, e Menandro, Efe- 
slione, Calllstene, Glilo. Altri inten- 
de Alessandro di Fera atrocissimo , 
che vestiva di pelli gli uomini per 
farli mangiare a' suoi cani. Contro 
Alessandro il Macedone declama Lu- 
cano. Di Dionisio, il Poeta trovava 
menzione in S. Agostino e in Boe- 
zio Du*^ sono i Dionisii, e due gli 
Alessandri. G-^lebrl 1 sospetti tiran- 
nici di Dionisio e la line di lui., — 
Cirilla per Sicilia il Boccaccio, sem- 
prp. E tuttavia in Firenze: gran ci- 
ciliano. 

37. (SD Azzolino. Anco nel Novel- 
lino. Ezzelino di Romano morto nel 
1360, al quale acceiìna nel IX del 
Paradiso, non aveva fuori del san- 
gue se non la fronte, segno di effe- 
rata tirannide. — Edi. Per Eite è 
in Glo. Villani. Solfocato dal llglio, 
Guelfo rabbioso, crudele, rapace. Co- 
stui fece lega con Carlo d' Angiò 
nella conquista di Napoli; onde fu 



complice alla rovina sveva. Fu fatto, 
dice il Boccaccio, per la Chiesa mar- 
ohese della Marca d'Ancona: nella 
quale fece un gran tesoro, e con 
quello e con l'aiuto de' suoi ami- 
ci occupò la città di Ferrara, e 
caccio di quella la fantiglia de' Vin« 
ciguerra con altri seguaci di parte 
Imperiale Ma perché 11 parricidio parer 
incredibile, Dante lo chiama figlia- 
stro, e dice per vero, o per qaesto, 
perchè dp correva incerta la voce. 

38 (SD Mondo. Vuol indicare che 
la vita dp| corpo gli fu tolta dal fi- 
glio, quplla dell'anima e' se la tolse 
da sé. Onde nel I dell'Inferno: La 
seconda V'Orte. 

(F» Vulsi. Dante, che non ama- 
va gli E-<tensi, si volge a Virgilio in 
atto tra di maraviglia e d' orrore. 
Dove trattasi ni deliUi. Virgilio non 
parla; lascia dire i dannati. Il Tasso, 
metteva tanta distanza dal prin'-ipi 
d'Este a sé, quanta dal Cielo all'In- 
ferno. 

39. (L) S'affisse: si fermò, 

(SL) S'affisse. Purg., XXXIII. 

— Gente. Fin qui i tiranni , ora gli 
omicidi , men fitti nel sangue. — 

— Biilicame. Cosi dlcevasi un'acqua 
termale a Viterbo (Inf. XIV). 



eANTO XII. 



131 



40. Mostrocci un' ombra dall' un canto sola, 

Dicendo: — Colui fesse, in grembo a Dio, 
Lo cuor che 'n su Tamigi ancor si cola. — 

41. Po' vidi genti che di fuor del rio 

Tenean la testa ; e ancor, tutto '1 casso : 
E di costoro assai riconobb' io. 

42. Cosi a più a più si facea basso 

Quel sangue, sì che copria pur li piedi : 
E quivi fu del fosso il nostro passo. 

43. — Si come tu da questa parte vedi 

Lo bulicame che sempre si scema 
(Disse '1 Centuaroì, voglio che tu credi 

44. Che da quest' altra, a più a più, giù prema 

Lo fondo suo, infin che si raggiunge 
Ove la tirannia convien che gema. 

45. La divina Giustizia, di qua, punge 

Queir Attila che fu flagello in terra, 
E Pirro, e Sesto : ed in eterno munge 



40. (SL) Sola. Per l' enormità del 
misfatto. Nel IV dell' Inferno fa solo 
il Saladino oer la singolariià del- 
l'uomo. — Fesse. Nel i270 Guido di 
MoT'forte , Vicario di Carlo d' An^ió 
in Viterbo, nell'alto dell'elevazione 
dell'ostia, uccise d'una stoccata nel 
cuore Arrigo tìg:rmoI di Riccardo con- 
te di CorDOvaglia(cltt'oto e buongio- 
rine , dice il Boccacrio; semplice, 
dolce, e mannielo e angelico , dice 
roitimo). per vendicare suo padre 
che nella battaglia d' Evesham , il 
4265, combattendo contro Enrico III, 
fratel di Riccardo, fu ucciso, e il ca- 
davere strascinato nel fango. Cosi 
fece Guido ad Arrigo: uccìso (dicesi 
con assenso di Carlo d' Angio) , lo 
strascino fuor di chiesa, il cuore di 
lui fu portato a Londra e posto in 
un calice d'oro In man d'una statua 
sul Tatnigi : nella veste della statua 
è scritto: Cor gladio sci^sum, do cui 
consanguineus sum. — Grembo. Par 
di vedeilo trafitto tra le braccia di 
Dio Slesso, e nell'ostia levata vedere 
Cristo ( Vili. , VII ). — Cola. Cola 
sangue e grida giustizia ; come il 
sasgoe d' Abele nella Genesi. [Vili., 
Ist., VII.] 

41. (L) Casso: petto. 



42. (L) A più a più : sempre più. 
— Pur : sol. 

(SL) Passo. Nesso lo prende In 
groppa: Virgilio va a guado o per 
l'aria. Ovld. Mei., IX: Neìnis adii, 
membriique valens scitu^que vado- 
rum. Nel sangue basso giacciono i 
rei di ferite, d'estorsioni. 

(P) Piedi. Ezech., XLVH. 3, 5, 
6 7: Mi condusse per l'acqua infino 
alle calcagna .. infino alle reni... 
Gtjiifie erano V acque del profondo 
torrente cUe non si può guadare. E 
disse a me: Hai pur veduto , o fi- 
ghuol delVuomo. E mi condu<se e 
mi volse alla ripa del torrente E 
come io mi volsi, ecco sulla ripa del 
torrente legni di molti dall'una e 
dall'altra parte. Veggasi il principio 
del Canio sf^guente. 

43. (SL) Vedi. Bue, I: Ut cemis. 

44. (L) Prema .. : quanto il fondo 
è più giù , tanto il sangue è più 
alto. 

(SL) Prema. Virgilio, d'un fiu- 
me (.£n., 1) : Pelago premit arra 
sonanti. Semini. •• Premuto, per b<is~ 
so, depressa. 

(F) Raggiunge. Os. , IV, 2: 
Sanguis sanguinem tetigit. 
41. (L) Munge : spreme. 



132 



INFERNO 



46. Le lagrime che col bollor disserra 

A Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, 
Che fecero alle strade tanta guerra. — 
Poi si rivolse, e ripassossi'l guazzo. 



pr 



(SL) Pirro. Epirota; assalitore 
^, Ima Ut*,' Huiuani , poi de' G ei*' ; o 
il NfOttolemo infesto a' Trojaiii {Ma , 
il e III ) , il qnale fece sua sposa 
AndrumHca, Sf^bb^^of» sposo ad Er- 
inìone(Isid , E ym ,X, citato dd un 
contemporaneo di Dnite). Peròdop- 
piaoipnie violento e tiranno — Se- 
sto Figliuol di Tarquinio; o il fl- 
Riluol di Pompeo. Lucan VI: Pro- 
les indigva parente .. Polluit acquo- 
rt^Oi sicului pvata trinmphoi. — 
Munge Purg. . Xlll : P-r gli occhi 
fui di grave dolor ntunto. li sangue 
bollente allarga quasi il varco alle 



laorrime : il gelo lo stringe (Inf. , 
XXXll). Co>ì l'acqua calda, dopo le 
njiiinaMP. agevola di sangue l'usi^Ua. 
46 [L RipasiO'isi : Ritìmpilivo il si. 
— Gu'izzo : iiuado. 

(»L) Corneto. Assassino alla 
spiaggia di Hóiua -^ P.tzzo De'Paz- 
zi di Vdldarno « famiglia nuuiinata 
an<-o nel XXXll dell'Inferno. D'ac- 
cordo coti federico II e' rubava l 
prelati di Roma circa il lì28 , onde 
ebbfl S'omunica, e contro lui e' suoi 
furon date leggi in Firenze. 

(F) Pmzzo Di Aitila a Sesto, 
tiranni ; da Sesto a Rinieri, predatori. 



La prima parte del Canto non ha 
dicitura cosi netta e spedita come 
altrove ; se t^ur non sì voglia che co- 
testo ritragga il luogo alpestre e la 
malagevole discesa. Ma la similitu- 
dine del Toro è forse piti viva che 
nell'Eneide. Accenni teologici e mi- 
tologici insieme misti ; e di storia 



antica e moderna, d' Italia e d* Eu- 
ropa. L' enumerazioni però mén fe- 
lici che ne' grandi poeti dell'antichi- 
tà. L' idea del sangue che forse gli 
venne d^Ha storia di T^mlri, accen- 
nata nel Xlldel Purgatorio, e molte 
espressioni potenti, fan bello il Canto, 



CANTO XII. 133 



I TIRANNI. 



Non paia strano che nell' entrare alla pena de' violenti il Poeta 
esclami : Oh cieca cupidigia, oh ira folle ! L' Apostolo chiama radice 
di tulli i mali la cupidità, cioè la volontà disordinala di cosa qual- 
siasi ; però C entra 1' ira violenta e rapace si de^li omicidi, si de' la- 
droni di strada, e si de governanti non giusti. Stazio (1): CaTumque 
cupidine regni. Oray.'io : Fervei avarilia miseroque cupidigie pectus d). 

Dice Aristotele (3) meno turpe l' incuntuìenza dell' ira che della con- 
cupiscenza. Ira j dice Tommaso (4), è meno di concupiscenza, e con 
quella ricchezza che fa maravigliosa la sua parsimonia, lo prova con 
quattro argomenti : perchè iiell' ira è un principio di ragione, dove 
nella concupiscenza soverchiano % sensi ; perchè nelV ira può più la 
subita forza del tempcramenlo , il quale trasmeltesi anco per la ge- 
nerazione, onde più spesso da iracondi nascono iraeondi, che da in- 
continenti incontinenti ; perchè l' ira si sfoga apertamente, la concu- 
piscenza ama tenebre e frodi; perchè in questa è diletto, in quella il 
male stesso è accompagnato da pena. Ma d' alira parte l'ira, nota 
Tommaso (o>, è più grave in quanto fa al prossimo peggior nocu- 
mento. 

L' ira incontinente è fuori di Dite ; 1' ira bestiale de' tiranni, dentro. 
Il Minotauro, bestia e figlio di re, figura 1' ira e la rapina tirannica, 
la quale si nutre di carne umana e di giovane sangue. 

La rapacità si contiene sotto la violenza , della quale è una spe- 
cie (6). La cupidigia muove i tiranni a rapina, l'ira a dare la morte. 
Ne' Centauri figura, dice il Boccaccio, gli uomini ''eli' a/-me, co' quali 
i tiranni tengono le signorie contro a' piaceri de' popoli. Virgilio li 
pone alle jtorle d' Inferno, a posare (7) : slabulant. Meglio metterli in 
caccia. I violenti in Ezechiele (8) son detti cnccialori , e nella Genesi 
Kemrod. E i Centauri in Inferno saettano i tiranni come fossero fiere 
selvagge; il che rammenta la storia di Nabucco. 

Della rapina e privata e pubblica, cosi la Somma (9): La rapinaè 
violenza e costringimento per cui togliesi contro gixistizia ad altri 
quel che è suo. Chi per violenza toglie coxa altrui, se e persona pri- 
vata opera illecitamente e commette rapina, siccome apparisce ne'la- 

(l)Tlieb., II. (6)Som,2, 2, 118. 

(2) Ed., l, 1. (7) Mn.. VI 

(3) Kth , VII. (8) XXXII. 30. 

(4) Som., 2, 2, 156. (9) '2, 2, 6U. 
{h) Som,, l5o e 156 : ha conduce a 

omicidio. " ' 



184 INFERNO 



droni ; ai principi poi la podestà pubblica commettesi per questo che 
siano della giustizia custodi, e però non è lecito ad essi usare vio- 
lenza e costringimento se non secondo tenore di giustizia , e ciò con- 
tro i nemici con la guerra o contro i cittadini rei con la pena. Se 
poi contro giustizia essi prendono violentemente le altrui cose , com- 
mettono rapina e sono alla restituzione tenuti. E quanto alle prede 
di guerra^ è da distinguere che se la guerra sia giusta , le cose con 
forza acquistate in guerra diventano di chi le prende; e cpiesta non 
è rapina : quantunque si possa anche in guerra giusta peccare con 
V intenzione per cupidigia di preda; cioè, quando non per la giustizia 
principalmente combattasi, ma per la preda (1). E quanto a' principi j 
se eglino da' sudditi esigono quel che è ad essi dovuto secondo giu- 
stizia per conservare il comun benej anco se violenza s' adoperi, non 
è rapina. Ma se indebitamente per vielenzn estorcano , gli è rapina 
siccome il ladrocinio, onde dice Agostino (2)- Remota justitia, quid 
sunt regna nisi magna latrocinia ? Quia et latrocinia quid sunt nisi 
parva regna ? Ed Ezechiele (3): Principes ejus in medio illius quasi 
lupi rapientes praedam. Onde sono tenuti alla restituzione siccome i 
ladroni, e tanto più gravemente peccano do' 1-adroni, quanto più peri- 
colosamente e più comunemente contro la giustizia pubblica fanno: 
della quale son posti a custodi. 

Tranni maxime violientias subditìs inferunt (4) ; e Aristotele (o) : 
I tiranni che guastano la città e rubano le cose sacra non chiamiamo 
semplicemente illiberali, cioè avari. Il motto di Geremia {6}:praedo 
gentium corrisponde al titolo che dà Lucano al Macedone di felix 
praedo (7) ; e forse ad ambedue i passi avrà Dante avuta la mira. 
L' Ottimo a questo luogo: È da notare come la tirannica signoria è 
pestilenziosa e malvagia... Intende il tiramio solamente il suo bene 
proprio ; di che elli è male di tutto il rimanente. Item è iracondo ac- 
ciocché li sudditi per forza non sperino in alcuna sua tranciuillitade... 
Ed è senza ragione rubesto e fiero.... e cjuesto perocché non si fida: 
elli crede che ciascuno procuri il suo distruggimento. Ed è salvatico, 
che mai colli suoi cittadini non usa , né ha con loro dimestichezza o 
fxmiliaritade ; e questo perchè 7iol conoscano, e perchè 7iol trovino la- 
scivo e abile alti loro voleri.... Toglie le forze d'ogni singolare per- 
sonaj perchè non gli possano rubellare ; vive con gente strana e di 
mala condizione, li quali per la loro crudeltade tengono sotto paura 
tutto il popolo.... E però che litiranni hanno tali condizioninel mondo^ 
sì li accompagna là con quelli centauri^ animali mostruosi. 

Tommaso (8) : Tyrannorum dominium diuturnum esse non potest 
cum sit multitudini odiosum: che rammenta quello dell' Vili del Pa- 
radiso: Se mala signoria che sempre accana Li popoli suggelli. Ma 
quella sentenza è per terrore e ammaestramento de' popoli temperata 
dall' altra (9) : Tyranni sunt instrumentum divinae justitiae ad pu- 
niendum delieta hominum. 

Due volte, a quel eh' io rammento, ha Dante la voce tirannia (10), 
due volte la voce tiranno, laddove dice che Romagna non è, e non fu 



(ì) Aug., Ver. Dom., ser. XIX: .Vj7ì- (7) Phars., X. 
tare per la preda è piccato. (8) De Reg. priii., I, 10. 

(2) De Civ. Dei, IV. (0) De Reg. priii., Ili, 7. Cosi di- 

(3) XXII, '27. cliiura quel d'Osea (Xill. Il): DuOo 

(4) Som., 2, 2, 118. libi rcricm in furore tnen. 

(5) Elh , IV. (10) Inf., XII, t. 4i; XXVII, l. 1$. 



(fi) IV, 7. 



CANTO XTI. 135 



mai Senza guerra ne' cuor de' suoi tiranni (l) f e che le terre d'I- 
talia tutte piene San di tiranni 2): egli che tante volte pronunzia 
con riverenza i nomi di re e imperatore, e die da Tommaso appren- 
deva a distinguere re da tiranno. Regnum non est propter regem, sed 
rex propter regnum, quia ad hoc Deus providit eis j ut regnum re- 
gant et gubernent, et unumquemque in suo jure conservent : et hic 
est finis regiminiSy quod si aliud faciunt in seipsos commodum retor- 
quendo, non sunt regeSj sed ty ranni (3). 



(i) Inf., XXVII. (S) De Reg. prin., IH, 11. 

(2) Purg., VI. 



136 INFERNO 



OAIVTO XIII. 



AROOMEIfTO. 

Nel secondo girone de' violenti penano i suicidi^ tra- 
sformati in aspri tronchi sensibili, come il corpo di Poli- 
doro in Virgilio. Le Arpie li divorano, come in Virgilio 
V avoltoio divora il cuore di Tizio. E le Arpie da Virgi- 
lio son poste sulla soglia d' Inferno. Il Poeta trova Pier 
d^lle Vigne, segretario di Federigo IJ. Poi rincontrano 
ombre nude inseguire da. cagne nere che vanno per lace- 
rarle ; e sono i prodighi che disperati si uccisero o si la- 
.sciaron morire, prodighi bestiali, nonché incontinenti. 

Nota le terzine 1, 2, 5, 8, 9, 12, 14, 15, 19, 22; 24 alla 27; 31; 33 
alla 48. 



1. iVon era ancor di là Nesso arrivato, 

Quando noi ci mettemmo per un bosco 
Che da nessun sentiero era segnato. 

2. Non frondi verdi, ma di cojor fosco; 

Non rami schietti, ma nodosi e involti; 
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. 

3. Non han sì aspri sterpi né sì folti 

Quelle fiere selvagge che in odio hanno, 
Tra Cecina e Corneto, i luo;2:hi colti. 

4. Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, 

Che cacciar delle Strofade i Troiani 
Con tristo annunzio di futuro danno. 

1. (L^ Di là: df>.1 Riiado. gllio, ^IpI r.esnnorlin di Polidoro (/En., 

2. (L) S''hipAU: lis'i. ^ ili); P^/is'v hutUibai horrida... 
(SL. S h'.eitL P.>iiz. : L'abito 3. (L) 0>'/.i : •••.liiv ,ii, 

schietto e senza nocchi. — Pn ni Per {:>L) Corneto Tra gli Slati del 

frutta ìq gtìnero, aricne nei XVI del- Papa e Tos-api. Firto a' di nostri 

l'inferno. Semlnt : V drbuto oirico luoa;o palustre. 

di rossicanti pomi, — Stecchi, Vir- '«. (1-) Bmfte/ sozze. 



INFERNO 137 



5. Ale hanno late, e colli e visi umani, 

Pie con artigli, e pennuto il gran ventre: 
Fanno lamenti in sugli alberi strani. 

6. E '1 buon maestro: — Prima che più entre, 

Sappi che se' nel secondo girone, 
Mi cominciò a dire; e sarai, mentre 
^ 7. Che tu verrai nell' orribil sabbione. 
Però riguarda bene; e sì vedrai 
Cose che torrien fede al mio sermone. — 

8. l'sentia d'ogni parte tragger guai, 

E non vedea persona che '1 facesse ; 
Per ch'io, tutto smarrito, m'arrestai. ■ 

9. r credo eh' ei credette eh' io credesse 

Che tante voci uscisser tra que'bionchi 
Da gente che per noi si nascondesse. 
10. Però disse '1 maestro: — Se tu tronchi 
Qualche fraschetta d'una d'este piante, 
Li pensier, ch'hai, si faran tutti monchi. — 



(8L) Brutte. /En., Ili : Ob<ce- fSL) Torri'n. Fetr. : !^ospiri 

n«s ... Vùlucrei. — S'^'ofaffe iEn., Che nrqmxtan ffde nVa penosa vita. 

Ili — Annunzio. .En. Ili : Ibili^ la- — Fe/n .E»»., Ili : D clu vimo mira- 

lia'n, fìOilusq-ie intrnrf liC'bii. S'd hite n-on '•ntn . E'oq"ar, an siteam? 

non, antt" dulam cingeii< v.ofni'ius (F) To-'rien. l >uicidi sono in- 

v.r'ìfn*- Quam l'os' oira faniCi... Am- carcerali in un ironco, perchèavendo 

basili Sìibiofitmalii abaUintierriensas. gpiiata via la spoglia moitale, non 

5. »L L'ite.: larghe. meritano riavHrla Avranno vita ve- 
i^L' Late. .Ei , III: MiQvis gefarll^'. m;» pf*r ciù strazio, sensitiva. 

qn-ìtiiim ci TKiO'tfeus alus. — IJnnni. 8 tH P^r ilV : onrl»^. 

,£i» , I l: T"yi«n" ntlucrum ciiltns i^L'Gu<i Dame. Rinn*> • r/'a/>n- 

— A'tifli .E'»., Ili: Pedibiii... vn- Vo guai. — S «triito. JEn . ili: 

cis — Unr. ^qu« ■ii.onu'i — V n'-'e. M Ha vofu. nnin o — An>-'piti 

.Gn., Ili : FofC't.s t -a ventris nrolu rucntem fornndin iiìeKVi - Arre- 

ctes — L<ii'tnH. .Ei , III: Vox te- stm. .En.^Vl : Con titii jf!neas,stre' 

tt"um dim mler oiorerh. piiun qn xieriiim fiiustt. 

(F) S rnni Lu -ano le chiama 9. iLi Per : per non egser vista 

cani volaiiir. N-^l 30J sapevano la gre- da noi. 

ca etimoloviia d^-lu voce e l'anoni- (*>! ) Cedpsse. '^a''^.: Ioavei*e. 

mo in«^'iiio chp h dichiara, di'v : Li P-^tr. : C''edo ben che tu cre-ii. [C] 

Vìzii^'. li pece > ti sono prefigurati per Simile in KsuhIo. L' Xtk.sio, cun 

It ti' unni p por ìp. fi^re. cinnoo più all'aitato: V crede a , e 

6. (Li M ntre: tìn credo, e c-der credo ti reto 

(^Li M alte Vnle anco fino a IO. (L) E^le: q-i^-sie. — Monchi: 

cfee. Come il d?tm de' Latini. P^nd'ilf : vedrai chp son are me npgii sif-rni. 

Sfata con voi, nienti eché non Vab- (SD F'aichélla. .En., Ili : Leti- 

banaoneretp. tum convellere vimen. — Monchi. 

7. (L) Torrien ■' non le crederesti Pare giuoco con V imagine del tron- 
a me. care. 



13S 



INFERNO 



11. Allor, porsi la mano un poco avante, 

E colsi un ramuscel da un gran pruno; 

E '1 tronco suo gridò: — Perchè mi schiante? — 

12. Dacché fatto fu poi di sangue bruno, 

Ricominciò a gridar: — Perchè mi scerpi? 
Non hai tu spirto di pietate alcuno? 

13. Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi. 

Ben dovrebb' esser la tua man più pia 
Se stati fossim' anime di serpi. — 

14. Come d' uu stizzo verde, eh' arso sia 

Dall' un de' capi, che dall' altro geme, 
E cigola per vento che va via, 

15. Così di quella scheggia usciva insieme 

Parole e sangue. Ond'io lasciai la cima 
Cadere, e stetti come l'uom che teme. 

16. — S'egli avesse potuto creder prima 

(Rispose il Savio mio), anima lesa, 

Ciò ch'ha veduto, pur con la mia rima; 

17. Non averebbe in te la man distesa: 

Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra che a me "stesso pesa. 

■ 11. (SL) Porsi. lEn.. HI : AccesH e con strepilo boiler Tanto che quel 

viridemqup. ab humo cowelhre mI~ furor trooila via: Con mormora e 

vani Conatuì. — Schiante? /Eo., Ili: stride e si corruccia Quel vàrio of- 

Gemilus lacrimabilis imo Auditur teso.] — Geme. C>e-icenz- : La nera 

tumulo, et vox redaila feriur ad au- terra gemerà e renderà cotaliri>iuda' 

res : Quid nàierum., /Enea, lacerai? menti, e non grandi gronda d'acqua. 

ì^ì. (L) Scerpi: laceri. (F) Come. Accenna a un passo 

(SL) Bruno. /Kn. , IH: Nam , di Aristotele (Meteor). 

qua", prima solo ruptis radicibui ar- 15 (L) Scheggia : ramo rotto, 

éos Vellilur y huic atro liquuntur (SL) Sheggia. Ain., Ili: Ater 

sanguine gu>t'ie,Et terramtaboma- et allerius sequitur de cortice san- 

culant. — Spirto. Bocc: Se in lui guis — Come Modo che rammenta 

fia spirito ai pietà alcuno. il virgiliano : Similis tenenfi... im- 

13. (SL) Uomini. Ma., Ili: H'iud ploranti... laboranti (En.. Xll. VII; 

cruor hic de stipite manat. — Pia. Georg, , III), e l'oraziano: Similis 

.ìÙQ.t Ili : Puree pias scelerare ma- metuenti (Sat., Il, 5).-- Teme. Ma., 

nus — Serpi. Lue. , 111, 7: Gzni- III : Mihi frigidui horror membra 

mina vipcrarum. qualit. 

I'k (Li Gem"-: umor^. 16. (L) Pur: sol— Rima: parola. 

(SL) [S^i^zo■ Non bene e con (SL) Lesa. Lesione per mutili- 

freddo ragi.namonio l'imitò l'Ario- zione era voce del t*>mpo ed è lut- 

slo(Vl): Cifme cpppo ialor chi le tavia termino medico e lecrale. — 

midolle Jixre e vote abbia, e jìoito Rima. Metro per grido (Inf. , VII). 

al loco sia ; Pai che per gran calor Altri intende del III dell'Eneide, 

qxielV aria molle Resta consunta che cIìb gli doveva parer favoloso. 

in mezzo l' empia, Dentro risuona 17. (L) Ocra: opera. 



CANTO Xlll. 



139 



18. Ma digli obi tu fosti; sì che, in vece 

D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. — 

19. E '1 tronco : — Sì, col dolce dir, m' adeschi 

Ch' i' non posso tacere. E voi non gravi 
Perch' io un poco a ragionar m'inveschi. 

20. Io son colui che tenni ambo le chiavi 

Del cuor di Federigo, e che le volsi, 
Serrando e disserrando, sì soavi, 

21. Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi. 

Fede portai al glorioso ufizio. 

Tanto, eh' i' ne perdei lo sonno e i polsi. 

22. La meretrice che mai dall'ospizio 

Di Cesare non torse gli occhi putti. 
Morte comune, e delle corti vizio, 

23. Infiammò centra me gli animi tutti; 

E gì' infiammati infiammólr sì Augusto, 
Che i lieti onor' tornaro in tristi lutti. 



(SL) Averehbe. E nel Saccheili. 

<8. (L) Ammenda : del dolore a te 
fatto. — Rinfreschi: rinnovi in bene. 
— Gli lecf : può. 

i9. (L) Voi: a voi non sia grave che. 

20. (L) Tenni : V aprivo al volere 
e al disvolere. — Soavi : dolcemente. 

(SL) Chiavi. Petr.: Dei mio cor, 
donna, l^una e l'altra chiave Aoete 
in mano. Par., XI: A cui, co n^' alla 
morte , La porta del piacer nesaun 
disserra. —■ Soavi. Inf., XIX: Soa- 
vemente spoie il carco. Oit.: Per la 
virtù... e massimamente per lo suo 
bello dittare.... fu litnto eccellente 
consigliere appo lo imperadore Fe~ 
deiigo, che per suo operamento e 
consiglio solo, quasi tutte le cose che 
erano, per lo imperarsi governavano. 

21. (L) Tolsi: solo ebbi i suoi se- 
greti. — Sonno : prima la pace, poi 
la vita. 

(SL) Sonno: in Virgilio (.En. , 
IV) : al suicidio precedono vigilie af- 
fannose. — PoUi. Dante, Rime: Che 
fa da' polsi T anima partire. 

22. (L) Lì: invidia — Cesare.* im- 
peratore. — Putii: sfacciati. 

(SL) Comune. .En., II: Trojae 
et patriae communis Ednny^. 

(F) Meretrice, Sen.. Phoen. : 
Simul isln vnindi condifor posnit 



Deuì, Oéiumalque regnum,^ Putti. 
Aug. Conf., IV : Meretrices cupidità- 
tes. Conv. : L% bocci meretrice di 
questi adulteri. Meretrice e cortigia- 
na sinonimi Questo aiuta a spiegare 
ìostrupo del VII dell'Inferno. L'in- 
vidia diabolica, cagione de' nostri 
mali, è stupro tentato contro la leg- 
ge di Dio. — Morte. L'invidia, me- 
retrice e morte comune, nel I del- 
l'Inferno muove dagli abissi la lupa 
(avarizia), la quale impedisce e uc- 
cide. Accusarono Pier delle Vigne i 
cortigiani dell' avere tradito 11 se- 
greto alla Chìesadi Koma. Oli.: Per 
lo comiglio di costui V imperadore 
ebbe sospetto Enrico suo primogenito, 
il quale elli avea latto re della Ma- 
gna, e temendo che non tradisce la 
corona , il mandò preso in Puglia , 
nel qual luogo il detto Enrico... alla 
sua vita impose fine, onde lo impe- 
radore molto addolorò, siccome elli 
mostra in qu^llache corhiìicia: « Mi- 

seticordia pii patris » E creden 

che per questo troiane cagione so- 
pra il detto Piero, che tlli medesimo 
a istanza del papa avesse fatta una 
lell'-ra contro a quella che lo impe- 
raiore avea fatta alli principi cri- 
stiani.... 
23. (L) Tornavo : si volsero. 



140 



INFERNO 



24. L'animo mio, per disdegnoso gusto, 

Credendo, col morir, fuggir disdegno, 
Ingiusto fece me contra me, giusto. 

25. Per le nuove radici d'esto legno 

Vi giuro, che giammai non ruppi fede 
Al mio signor, che fu d'onor sì degno. 

26. E se di voi alcun nel mondo riede, 

Conforti la memoria mia, che giace 
Ancor del colpo che invidia le diede. — 

27. Un poco attese; e poi: — Dacch'ei si tace, 

Disse '1 poeta a me, non perder l'ora; 
Ma parla, e chiedi a lui se piìi ti piace. — 

28. Ond'io a lui: — Dimandai tu ancora 

Di quel che credi eh' a me soddisfaccia: 

Ch' i* non potrei: tanta pietà m'accora. — 

(^V\ Infiammò Mvn ,U XIV, (-D- Disdegnoso Hor. ,EporI., 

11: /l^'JfTiM- Juiitrij infli'fiitiuoe- XVI II Fosti'itoii'iirisli^ negritrionia. 

■nint Dirietriurn. — Ani'fi Dmu : — Moni. Ov Alet. . \'\\: Anitiiam 

Aociie gli animi di iidli conti, i .. — liqwo ci -uivrìt ; *» O'tiqne Umorem 

Infiammar. L' a''<'u-<Hr<.»nt» olira'iiò M<n'U mg ut — GtvMo. IPa\., VI: 

d'avarizia e (i'amb'ziune ; on le Fé- S^bi letnm lu^ontes peperere »>nnu. 
derigo lo fece aocincare ♦^ ohiudt-re (Fi C>>'d*n'0 àom. : Taluno 

in carcere 5 dove np| 1249 s' U'-i-ise per V ucn^ùone di $è stfnfio si cvàe 

dando del capo nel rrinro. D'^l resto, evitate altro ">ale ■mnagiore. •— In- 

se vere non etano quelle accuse era giusto Vrhi, E n > V: Niuno può fare 

ben vero che Pie-lio aveva condotto inoiuitizi' a >e stes o. 
Fed^■^■tgo a intierire nei fio:lio, onde 23 (L) Nnooe : da poco più di cin- 



il padfp secondò le calunnie corti- 
gian^. Di Pif-ro son le leitpre scritte 
in nome d'i F-'ed^-iioo ; abbiamo suoi 



quani' ^'rird 6' a morto. 

(SL) Leuno. Giura per la nuova 
vp«te, I- me fier la propria sna vita. 



versi italiani, mediocri, citati da ./En. , IX: Pr caput, hoc jmo — 
Dante ; abbiamo un'iiivfUiva contro Onur. Pure il P.ieta lo cac'ia ira gli 
il papa in nma larlna. E^a di Capila, increduli rudle tìninm'' F^^derigo era 
INè a lu' è da imputar^ il Ib'o : De. delfino d'<nore cofue anuco d^^lle let- 
tribus impo^itonbns —L> ti i^n , V: tere, ce m' uomo dì valore, e Gh'b^'l- 
Lteiuni. . honotent — Tornaro In Imo ard^-n'e; ma Dante doveva dan- 
nna'-^n/one si.- liana ciuia .la O.in- nare l'empietà «li luì. e lecorr<SMon- 
te : Vo lio O'goulia-e riuvqiie e io- denze aiì npmii-o di tutta Europa, 
stra alt^-zz'i.. loiriino in b s azza. Il 8oldano. E nel (^lonvìvio lo • Inama 
Vit. ss. Padri: Il pimlo U GaUiana I' ullimo inijie»aioie le' RomJini per- 
fu tomnin in Qiunie I/tizia chetali non gii parevuo né Rodolfo, 
(F; T isi Pare airu'iun o su- ne X'bp'to: e Arrigo Vii non era su- 
perfluo a hUti ; ma signi(i.-a forse la cura. Lo loda poi come lotco e chc- 
morale tristizia del dolore E an<'he rico gmndp.. 
il sevro .\quinai^: Milum est cai- 2'^. M,) Conforti: d'onore. 
sa tri litine et iucim. '7 {L) Attese: Virgilio. —Ora: 

24, (L) F>'r... Per l'amaro piacere tempo, 
che c(^'('usi nella soiMisfa/i'>ne di (>L| Ora Modo antico e mo- 
llerò disdegno , credendo liberarmi derno dei (irecì, Armannmo: In 
dal peso dell'ira, fui ingiusto con- que' fuochi 4anno per grande ora» 
tro me cbe ero puro innocente del- iEn., VI: Flendo ducimus horas. 
r appostemi colpe. 28. (F) Soddiìffaccia. Som.". Iwpii- 



CANTO XIII, 141 



29. Però ricominciò: — Se l'uom ti faccia 

Liberamente ciò che 1 tuo dir prega, 
Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 

30. Di dirne come l'anima si ìega 

In questi nocchi: e dinne, se tu puoi, 
S' alcuna mai da tai membra si spiega. - 

31. Allor soffiò lo tronco, forte; e poi 

Si convertì quel vento in cotal voce: 
— Brevemente sarà risposto a voi. 

32. Quando si parte l'anima feroce 

Dal corpo ond'ella stessa s'è disvelta, 
Minòs la manda alla settima foce. 

33. Cade in la selva, e non le è parte scelta; 

Ma, là dove fortuna la balestra, 
Quivi germoglia come gran di spelta. 

34. Surge ir> vermena, ed in pianta silvestra. 

Le Arpie, pascendo poi delle sue foglie^ 
Fanno dolore, e al dolor finestra. 



sivit ut per Chriilvm satisfieret di- -Eri., Vt : Faucibus Orci. - Fauces 

scipulù. Aofini O-'ni cerchio é com'* hocoa 

29 (L) Uom: non ombra. — Dbe- cne i'i-r<»iorte e diyura, dirà nel XXXI 

rainenle : e "ii volontà litiprale. df^'l 'Inferno 

\SL) Vn^n. inf. , I: 01 O'nbra 33. (SL) Fortuna. AQChe qnì non 

od vomn — Lib-'ramente Gt^oig.. 1: è caso, ma fato di Dio. — Bdestra. 

Telln:t '^'niaubenns.nnlloposcentet Getta, com'essi sdeenosamenie get- 

fereba'. NovhII.. XiX: D'Ila g'ande tarono la propria vita. — Germoglia, 

libertà e cortesia del re Giovane.— JEn. , HI; Texi Telorum seges, et 

Incarcerato. Rammenta la carcere jaculis increcit acntis. La spelta 

disperata del eonlgiano indarno fé- m^^tt^ di molti permcgli. [L'à-ve re- 

dele. to be d<m< nn autre corpa et y 

30. (L) Nocchi: piante nodose. — pr end racine co mmp rme piante dam 
Spiega: sviluppa. la terre on elle a été sen>ée. Plat., 

(>Lt Spieg'i Nel. senso del la- Phédon ; Trai, di <:ousin.] 

tino explicw e. GtOTg. t U '- Frondes (Fi Cide E/.ecti , XXIX. 5: 

expliC'it Sulla faccin ddli terra cadrai: non 

{F j Lega: Gony.W,^: Vani ma sarai raccolta, né i accaititn ; alle 

è legata e incai cerata per gli or- bestie atlU terra e ai volanH del 

pani etri. .. corpo Lucan , Vi : Exa- ci-lo rtiediti a airorare — Scelta* 

•niiiipn aitu<, inns'ique clau.Ara ti- Giiiaion la vita quasi a caso; a caso 

menlen, C'rce»t< unUqui. germoaiìtino nella pena. 

31. (L) Fo'le: follemente. 34 (L) Fanno: straziano, e n*esce 
(SL> Brevemenfe. Delle prò- parole »- sj-naue 

prift sv.mure s' invesca a ragionare; (SL) Su'-gp. G*>crg, , II: Spante 
del suDuP/io, breve. sita quae <fi toHunt . .. jortia <nr- 
32 (L) F'-roce : in sé. — Settima: gicnt. — Vermena JEn. , III: Cor- 
di' è questa. ne » virguUa. — S loe.<tra. Mn., \\l- 
(SL) Feroce. Ma.y VI: Lueem- Ttridem syloam. — Finestra. Vir- 
queperoii Projecere animan.'^ Foce, gillo, di porta .scassinata (^£0., H); 



148 INFERNO. 



35. Come l'altre, verrem per nostre spoglie; 
Ma non, però, ch'alcuna sen rivesta: 
Che non è giusto aver ciò ch'uom si toglie. 

86. Qui le strascineremo: e per la mesta 
Selva saranno i nostri corpi appesi, 
Ciascuno al prun dell'ombra sua molesta. — 

37. Noi eravamo ancor al tronco attesi, 

Credendo ch'altro ne volesse dire; 
Quando noi fummo d'un romor sorpresi, 

38. Similemente a colui cho venire 

Sente '1 porco e la caccia alla sua posta, 
Ch' ode le bestie, e le frasche stormire. 

39. Ed ecco duo dalla sinistra costa, 

Nudi e graffiati, fuggendo sì forte 
Che della selva rompiéno ogni rosta, 

40. Quel dinnanzi: — Ora accorri, accorri. Morte! 

E l'altro, a cui pareva tardar troppo. 
Gridava: — Lano, sì non furo accorte 



bigentem lato vledit ore fenestram. 37. (L) Attesi : inlenti. 

L' Ariosto, d' un cignale, men bpne: 38. (L) Forco: cignale. — Caccia: 

Che col peiio e col grifo e con le cacciatori. — Posta : ove 1' atien- 

zanne Fa doounque si volge ampie dono. 

finestre. Più languido il Tasso: Oh (SL) Similmenie. ^eìCoxwhìo. 

che sanguigna e spaziosa porta Fa — Cflcrta, dei cacciatori, il Manzoni; 

Vana e 1^' altra spada ovunque giunga ! Vedea sul pian discorrere La ca7- 

35. (L) Altre: anime. — Sjwglie: eia affaccendala. 

corpi. — Si : a. sé. 39. (L) Rnsla : rami e frasche. 

(SL) C«me. Risponde alla se- (SL) Sinistia. Tengon sempre 

conda dimanda: Dinne... a sinistra (laf^rno, XIV) — Rom- 

36. (L) O'ftb'^a ...•■ anima mole- pièno. Mn.y VII: O^hrì/mqne nioa- 
sta ai corpo di cui si privò. lem TAnqueìitet cursu rapido: dat 

(>L) Me<ita. Virgilio, de' suicidi cunttbui ingens Si/tca locuin, et ma- 

(.En. , vi); Proxima deinde tenent gno ceivt vtrguìta fragore, 

rnoesti loca. (F) G^ affidi. Soffrono il sup- 

(P) Appesi. Non dice cosa a plizio d'Atteune (Ov. Met. , ili), il 

religione contrarla, perciié quella so- <iu;Ue, secondo Pietro di Dante, era 

spehsione è una specie d'unione, un prodieo che nella caccln consumo 

Solo intende, che questa singoiar l'aver suo, onde fu detto che i suoi 

congiunzione farà più grave il tor- proprii cani lo lacerarono, 

mento, giacché, al dire di s. Ago- 40. (L) Tardar: dalla rabbia del 

stino citato dall'Ottimo, è bisogno lacerare.— bi:co>i. — Accorte.- pronte, 

dell' anima continuo ricongiungersi (SL) Imo. Giovane S^^npse. 

alcorpo. Equi l'Ottimo chiama Dante: Alla battaglia della Pieve del Toppo, 

allo dottore e tanto cattolico, non di qua d'Arezzo, dove l Senesi fu- 

solamentedi perfetta lede, ma gran- rono vinti dagli Aretini il H88, an- 

dissimo maestro di tutte scienze, mas- zichè vivere nella miseria, sopravve- 

simamente di te»l§gia e di filosofia, nutagli per tua prodigalità, si cacciè 



(JANtO XIII 148 



41. Le gambe tue alle giostre del Toppo. — 

E, poiché forse gli fallia la lena, 
Di sé e d'un. cespuglio fé' un groppo. 

42. Dirietro a loro, era la selva piena 

Di nere cagne, bramose, e correnti 
Come veltri ch'uscisser di catena. 

43. In quel che s'appiattò miser li denti; 

E, quel dilacerato a brano a brano, 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

44. Presemi allor la mia scorta per mano, 

E menommi al cespuglio, che piangea, 
Per le rotture sanguinenti, invano. 

45. — Iacopo (dicea) da Sant'Andrea, 

Che t'è giovato di me fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita rea? — 

46. Quando '1 maestro fu sovr'esso fermo, 

Disse: — Chi fusti, che per tante punte 
Soffii, col sangue, doloroso sermo? — 
47.'^ quegli a noi: — anime, che giunte 
Siete a veder lo strazio disonesto 
Oh' ha le mie frondi sì da me disgiunte, 

tra' nemici a morire. Era ridila bri- mostri infernali. Così Cerbero al cane, 

^ata godereccia di cui nel XXIX dPl- Greg. , ìX.ep.7 : Ildiauoloinform'à 

V Inferno. — Accorte. Inf. , XXXIV: ai cune nero In queste cagne taluno 

Forse a me Vaccorto pa<in. vede la povertà, la vergogna, le cure 

(F) Morte. Apoc. , IX, 6: Bra- che incalzano il prodigo. Kzecli., V, 

meranno rr<orirej e fvgQùà la v<orte 17: Avcenlerò conti'' essi be.die pes' 

da es%i. 1 suicidi di Vìreiiio: Quam sime infino a consunzione. Lucan. , 

veltent cethere in ulto Nunc et pan- VI: Styginxque cane<. 

pertem, et duros perferre labores ! 44. (sL) Rotture. Mfì. y III: Ruplis^ 

(JEn.. VI). raaicibus arbos Veilitur. 

41. (L) Fa^ia.- mancava. —G»-oppo.- 45 {SL) Jacopo Padovano prodigo: 
s'accoccolò Sulto un cespuglio, eh' è pervedere una bella fiammata fece ar- 
poi lacerato con esso. dere la sua villa: gettava 1 danari 

(SL) Giostre. Così le chiama nel fiume (Bocc). 

perchè qui si tratta di correre; e in 46. (L) S^rmo: sermone, 

quella battaslla, di fuggire; e Lano (SD S-rmo. In prosa, come 

noi volle. Quest' ironia ritrae il prò- Plato e Cito. Qaesii è Rocco de' 

djgo, spensierato anco in mezzo a' Mozzi, il qaal forse, disse l'Anonimo, 

tormenti. — Fai/ia. Gio. Vili: Fai- visse in Francia dove la furca ha 

lito il lignaggio di Carlo MaQUO. — nome gibet; altri dice Lotto degli 

Gropm. Flavio : Accozzarono i lati Agli, fìoreniino, che venuto in po- 

loro l uno con l'altro; e copertisi di verta diede per danari falsa sentenza, 

sopra con iscudi molto lunghi feciono onde per vergogna morì. 

di loro un gomitolo inespugnabile. 47. (L) Disonesto: sozzo. 

42. (F) Veltri. Paragona le cagne (SL) Anime. Li crede Ombre 
a'veltri perchè cagne non erano ma ambedue, come Alberigo nel XXXIIl 



144 



INFERNO 



48. Raccoglietele al pie del tristo cesto. 

r fui della città che nel Battista 

Cangiò '1 primo padrone: ond' e', per questo, 

49. Sempre con l'arte sua la farà trista. 

E, se non fosse che 'n sul pa^so d' Arno 
Rimane ancor di lui alcuna vista, 

50. Quei cittadin' che poi la rifondarno 

Sovra '1 cenar che d'Attila rimase, 
Avrebber fatto lavorare indarno. 
r fei giubetto a me dello mie case. 



dPll'[nferno. — Di^onpsto. Mn. , Vi : 
Tmncas ivhon«'sio culnfre nnrs. 

48 (L) Cesio: .vspo — CiUà: Fi- 
renze. — F "I- one : M irle. 

(SL) B dilata. M^rie, non più 
patrono di Fuenzt', ^legnalo ne la 
flagella ; e p^-figio san bb^* se al Ponte 
Vt-cchio non se ne vedesse ancora la 
statua smoz/.icaia; fatta levare dal 
fiume dove gran lemoo già' que. Fi- 
renze, tovò di quegli anm molie 
sconfitte L' accenno è i""? eme ironìa 
e commiseraz'one. — Padro>e Ma- 
chiavelh; S G^oo'tnni prolfllo>e e 
padroìie di q-iedi vpubblica 

49 (L) Arte: la guerra. — Vista: 
Imagine, 

(SL) Arte. Mirte, ì Latini as- 
solutamente, per guerra. yEn. , VII: 
Insani M irtii amore. 

(F) Vista. Discorso supersti- 



zioso posto In bocca a un dannato ; 
è allegorico. Vuol dire Glie Firenze, 
smessi gli usi guerrieri, non aveva 
più pace; datasi k\ trs^fflco de' suoi 
fiorini portanti l' Imagine del Bitii- 
sta. Di ciò fii lagnano altri del tempo 
di Dante. E a questo pas-jo danno 
Jnce quelli del Paradiso (IX e XVIIl). 
F. G. V.li.. l. 42 60; II, 1; HI, 1. 
50 ìL» Gnhftto : patibolo. 

(SL) Riiondarno. Totila dan- 
neggiò F-reiue. ma non la distrusse : 
co!>i U storia. C^rlo Masino, se<'.ondo 
f-tvolnst tradizione, la ri^-flìfì-ò — 
Ginbpllo. Post. Ciet. : Qinhetio, torre 
a Piiqi one iinpiCi.ami oli vomini. 
- Giubbeiln ha il ^oml (Il iO> 

(F) lada>no. Psal. .'XXVI, I : 
S' il S griore non a'^tà e ificnta la 
C'iS'i, iiiiiarno lucoreranno Qite' che 
la muiano. 



-""^Sgl&o- 



Da Virgilio è il concetto princi- 
pale del llanto; ma Virgilio non tia 
quel polente: mei 'a inàeme parole 
e sanaue; né il ceipuglio eh" pian- 
gca, Por le rollure aanguinenti., in- 
vnno. Li effi Vice famisrliania del lin- 
guaggio asigiunge potenza alle due 
nuove similitudini del tizzo che ci- 
gola e della l'accia ciie vien rumo- 
rosa come tempesta, I lamenti delle 
arpie che straziano cogli ariiifli e col 
becco i (Unnaii, Dare che ag'^iunsjano 
la beffi al tormento: e qu-^l oroiiiro 
che. ansando al corso, né potendo 
con U fuga sottrarsi ai m >rsi delle 
cagne nere rabbiose, ha pur flato da 
rinfacciare all'altro corrente la sua 



s'^onfìtta in battaglia; e poi s'appiatta 
sotti» un cespuglio, ed è lacerato con 
quello, si che al suicida aggiuntesi 
alle arpie il m trso de' cani: è com- 
media infernale. 

Il Ghibellino, che a Firenze re- 
pubblica rimprovera il vizio dell'in- 
vidia confessa che l'invidia é il vi- 
zio delle coni ^on so se il dire di 
Pier delle Vigne sia qua e là men 
p^r>'o e meno schietto di quel che 
in D.inte suol essere, per a. lattarsi 
alla mmir^ra del cortigiano e del let- 
terato: ma Dante, all' udirlo, ne sente 
tanta pietà che non può profferire 
parola. 



Canto SXH, rinf ern o 



Terzina 17. 







CANTO XIII. 145 



I SUICIDI E CATONE. 



Il suicidio, così nella Somma, è colpa perthè è contro all' istinto na' 
turale per iì quale ciascuno ama l' essere proprio; perchè V uovi o non 
è di sé stesso ma della comunità, alla quale fa frode sottraendosi con 
la morte; finalmente perchè egli è di Dio in cui mano è la morte e 
la vita, e del quale egli usurpa in tal modo il giudizio supremo (1). 
Apostino av^va già fletto cUp il generale precellodel non uccìdere qui 
pure ha luogo, dacché 1' uccidere sé stesso é fare violenza all' umana 
vita e natura '2)r 

Non può, s.ggiunge Tommaso, non può V uomo uccidere sé stesso 
per evitare un male, dacché egli va cosi incoìitro a mal maggiore in 
pena dell' aver rutti i vincoli che lo stringono alla natura e alla so- 
cietà e lo fanno dipendere da Dio. Non lo può neanco per sottrarsi 
alla violenza del peccato altrui, dacché se egli a questo non consente, 
non pecca. N-n lo può finalmente per evitare il proprio peccato u per 
punirsene, dacché V uomo non è giudice di sé stesso, e togliendosi di 
vita si toglie il tempo e il luogo all' ammenda. E non è certo che egli 
debba peccare; poiché può Dio da qualunque siasi cimentB liberarlo ,\ 
ond' egli così dispera di Dio e rinnega la propria libertà. E poi : È 
fortezza se l'uomo non rifugge dal soffrire da altr'ìionio la morte 
per fine di virtù e per evitare la colpa ; ma darsi la morte per evi- 
tare un dolore ha sembianza di fortezza ; fortezza vera non è, anzi 
fiacchezza d' animo che non vale a sostenere i dolori (3). 

Or com'è (cade qui di dover domandare), come è che Dante colloca 
in luogo tanto onorevole a pie del monte del Purgatorio il suicida 
Catone? Virgilio, il suo maestro, il lodatore di Cesare e dell' impero, 
dà luogo al nemico dì Cesare tra le anime pie , e lo fa giudice loro. 
Non direi, che l'imitazione abbia qui chiusi gli occhi al Poeta; ma 
egli forse intendeva, in più alto modo che Virgilio , far prova d' im- 
parziale giustizia lodando il nemico dell'impero \agheggialo da lui, 
appunto come loda e compiange uomini gueltì del tempo suo, e vitu- 
pera ghibellini. Cosi tra color-» che morirono per 1' Italia egli an- 
novera insieme Eurialo e Camilla, e tra Niso ed Eurialo pone Turno ; 
il che non avrebbe fatto per servire al numero, se cotesto non era 
un servire al proprio concetto ancor più che a quello del Poeta mae- 
stro. Di Cesare slésso egli accenna un vizio turpe (4), di Cesare che 
da lui è posto tra i grandi spiriti eh' e' si esaltava in vederli (.5). Di 

{i) Som. 2, 2, 6i. , (Et., HI) e d'Agosfiiio (De Civ. Dei , I). 

(2) De Civ. Dei, 1. (4) Purg., XXVI. 

(3) Qui reca l'autorità d' Arislotels (5) Inf. IV. 

Dantb. Infsrn; - JO 



146 INFERNO 



silTatte contradizioni morali, che in lui sono sforzi di equità politica, 
gli esempi non mancano nel poema : e por questo egli colloca tra' beali 
Costantino, la cui dote donata al Pastore di Roma , siccome a' tempi 
di Dante crede vasi, fu madre di tanto inale^ ma non toglie la buona 
intenzione che fece mal frutto (1). E quanto a Catone, egli avrà cer- 
tamente avuta al pensiero la sentenza paganatuenle rettorica di Lu- 
cano ; La causa vincitrice piacque agli Dei, a Catone la vinta. E Dante 
era animo da mettersi volontieri dalla parte de' vinti si per genero- 
silcà, e sì perchè non ignaro degl' immeritati dolori. Né egli ignorava 
come tra gli uomini dell'età di Catone un de' più sguaiati lodatori 
della vittoria (2), forse per adulare anche così la riverenza da' Cesa- 
riani affettata per pudore e per arte verso la memoria di Catone, chia- 
masse la fine di questo, nobile letum ; che rammentali wo&ififer mori, 
detto ne' Maccabei (3) del suicidio di Razia. 

« Razia, un de' seniori, da Gerosolima fu condotto a Nicànore. Ra- 
zia, uomo amante della p; tria e d'autorevole fama , che per affetto 
padre de' Giudei era chiamato. Questi per molto tempo si tenne fermo 
nel proposito del giudaismo, contento d'offrire in pegno di sua per- 
severanza il corpo e la vita. Or volendo Nicànore manifestare 1' odio 
che aveva contro i Giudei, mandò cinquecento soldati che lo prendes- 
sero: che si credeva, pigliando lui, poter fare de' Giudei grande strage. 
Or volendo la schiera far forza nella sua casa, e sfondare la porta e 
metterci fuoco, già stando per essere preso, si trafisse di spada, eleg- 
gendo morire nobilmente anziché farsi suddito a' tristi, ed essere mal- 
menato da ingiustizie non degne dell' orìgine sua. » Le quali ultime 
parole Contra uatales suos indignis injuriis agi, io intendo non delle 
onte da temere per la sua nobiltà, ma delle violenze eh' egli avrebbe 
patite come Giudeo, perchè fosse in lui offesa e la religione e la pa- 
tria, e così scuorati i fedeli , e imbaldanziti ì nemici. Questa inten- 
zione rende più scusabile l'atto narrato, atto che san Tommaso non 
loda ; ma che Dante poteva riconoscere somigliante a quel di Catone.; 
e porre differenza tra Bruto che, ucciso Cesare amico e quasi padre , 
muore rinnegando la virtù, e Catone che, senza atto o parola d'odio, 
anziché continuare, come poteva, le stragi civili, uccide sé stesso tran- 
quillamente dopo Ietto Platone, laddove ragiona dell' immortalità, rac- 
comandandosi l' anima come poteva un pagano alla cui fede non era 
colpa il suicidio, anzi lode. Tommaso stesso commenda la morte vo- 
lontaria di alcune sante che così intesero sottrarsi alla colpa e alla 
\iolenza tirannica, la commenda come un' ispirazione di Dio. E an- 
che secondo la filosofia umana può dirsi che se nel punto dell' uc- 
cidere sé stesso l'uomo crede fermamente che dall'un lato non v'è 
altro scampo al peccare, e dall'altro che la sua morte per le altrui 
mani è inevitabile, e se crede che l'esempio dato da lui può confer- 
mare nel bene i fratelli, sarà errore il suo dì intelletto, o, se vuoisi, 
una mania parziale , ma può non essere giudicato certamente per 



(4) Inf., XIX ; Par., XX. una mossa guerriera di Cesare ; Utica^ 

(2) Orazio (Od. 11,7): relieta non la morte dell'avversario di luì. E di 

bene parmula. E distendendo ad altrui ta'i accenni di indiretta Insinga e tanto 

le vergogne proprie: mìnaces Turpe più serpentina, Orazio era dotto ; sic- 

solum tetigern mento. E forse un altro come quando, parlando di pazzi, no- 

aciennodi adulazione vile, laddove mi- mina Labeone il giureconsulto aniiao- 

naccia per celia al suo libro: Aut fu- so (Sai., 1, 3.) 



gies Uiicam ; aut vinctus miUerÌH Ilcr- {'i) Mnehab., ti. 
dam (Epist., 1, 20). lierda rammentava 



GANTa XIII. 147 



colpa dagli uomini,\ e Dio solo ne è giudice. Ad ispirazion* Tommaso, 
reca allresi la morte di Sansone ; il qual poteva anco umanamente es- 
ser mosso da questo pensiero , che la sua schiavitù era pur tuttavia 
una continuata battaglia; e che siccome può 1' uomo in guerra esporre 
sé stesso a morte certa, anzi deve, per domare l'ingiusto nemico; 
così Sansone poteva con la morte di un solo comprare lo sterminio di 
molli. 

Cotesto non era però di Catone; del quale apparisce chiaro che' 
Dante volle, al solito fare una specie di sinìbolo, e metterlo solo ap- 
piè del monte, come solo Saladino nel Limbo, e farlo degno di tanta 
riverenza quanta dee a padre figliuolo, appunto come era Razla da' 
Giudei detto padre. Senonchè passa i confini del simbolo e d'ogni 
imaginazione il chiamare regni di Catone i sette cerchi delle anime 
purganti, e farle appunto purgare sotto la balia di lui , creandolo 
contr' ogni sua aspettazione e volontà bailo e re. Virgilio lo fa dan- 
tem jura (l); ma Dante gli è più IFberale. Senonchè nella mente.del 
Fiorentino più comodamente che in quella del Mantovano si concilia- 
vano le idee di Roma impero e di Roma repubblica, dappoiché l'Al- 
lighieri desiderava, come ideale felicità dell' Italia, repubbliche pa- 
trizie guerriere e dotte e religiose sul fare di quella di Roma, e poi 
in lontananza l'impero che le proteggesse con generosa pazientissima 
carità. 

Notisi che il nome di Catone pronunziato altrove (2), là dove ne è 
parlato così a lungo, si tace; come il nome della Donna gentile che 
è primo movente, al viaggio del Poeta e al poema. Così in questo la- 
voro r arcano del simbolo e della scienza congiungesì all' evidente 
dell' imagine e della passione; così intendeva egli, e gli riusciva, es- 
sere qui uomo di chiesa e là d'arme; qui dettare in cattedra e là 
tuonare nella piazza. Di dire schietto e evidente esempi notabili ha 
questo canto, dove , anco traducendo Virgilio alla lettera , rimane 
Dante: e imitandolo lo condensa, e risparmia certe ripetizioni a che 
il poeta latino si lascia pensatamente andare , per istudio di numero 
squisito e di finita elejranza (3). Ed esempio del come 11 coni^iungere 
lo tradizioni pagane con le cristiane fosse vezzo non solo di Dante, 
ma del tempo suo e di tutto il medio evo, son le parole seguenti di 
s. Bernardo, che spiegano come nel canto de' suicidi s' intreccino le 
due pitture virgiliane delle Arpie e delle frasche gementi parole e 
sangue: Homo absque gratta, ferens frnctvs, quib^is porci infernales, 
ut Arpiae, pascuntur. Qui abbiamo anche il germe della pittura che 
viene appresso , cioè de' prodighi che si lacerano tra loro, e la cui 
rincorsa è assomigliata alla caccia del porco. E Dante aveva di certo 
alla mente il passo del Padre, dacché Pietro lo cita; il quale riscon- 
tro conferma altresì quanto meriti che sia posto mente al comento di 
Pietro. 



(1) /Eli., VI. sanguine ■ aler... sangitù - Frigidus 

(2) luf , XIV. horror • gcUdus... sangin's • Co'ivellcre 

(3) Mi}., Ili : Convellere sylvam - insequor - sanguis... seqntìur - Sccun- 
convellere vincm - Uorrcndum .. «jo«- clareiìt vùiis omenqne Icvarent - Tcr- 
slrtim - horror Membra quaUt - Dieta tia.... haslilia - dcnsis hasiìUbus - Co- 
mirnhilc - eloquar an sileam ? ■ ^Atro... nalus - aggredior - obludnr. 



148 INFERNO 



OAIVTO XIV. 



ARGOMENTO. 



Il terzo girone è un' ignuda campagna su cui piove 
fuoco. I violenti contro t)io, supini, ricevono tutto l'ar- 
dore; i violenti contro natura se ne schermiscono meglio, 
ma durano la fatica del corso; i violenti contro natura 
e arte, cioè gli usurai, siedono rannicchiati. Tra' supini 
e* trova Copayieo. Camìniyiando tra la selva e l'arena, 
giungon là dove della selva esce un fìumicello rosso i 
cui margini son di jjietra. Di qui prende a parlare de' 
fiumi infernali. 

Nota le terzint^ 1, 3, 4, 5, 7, 8, 10, 11, 13, 14, 16, 17; 19 alla 22; 
27, 36, 37, ?8, 39. 

1. 1 ciche la carità del natio loco 

Mi strinse, raunai le fronde sparte, 
E rendéle a colui, ch'era già roco. 

2. Indi venimmo, alfine, onde si parte 

Lo secondo giron dal terzo, e dove 
Si vede di Giustizia orribil'arte. 

3. A ben manifestar le cose nuove, 

Pico che arrivammo ad una landa 
Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 

4. La dolorosa selva le è ghirlanda 

Intorno, come il fosso tristo ad essa: 
Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 

l. (L) La; l'amor patrio; era Fio- 2 (L) Oade : là onie si d'vide. 
rpn.m... — Spaile: dalk .-aiziie. — 3 (Li Lmlr. niano Fcmudo. 
Renue: le rendtii. — R >cu : del {-L> 0)e .En. , Vi: P.mdere 

['aridi' creiiipnd'i sangue rcs nìtn tt-n a et caliijìnp. menu. 

(SL) Carila: Li • , d^- 0(T . I , 17 : 4 L) Lt . . : il f »>so d«* viol'^ntl 

Pi'rijC eari'"S >:otì\/.: C>rilà"e.Ua pi/d, in uMido la selva; quesia l'a- 

pallia — S vinse. Nuveii , XV: rena — Fermammo : ita la selva e 

V an> ore de^ suoi atlaaini che. .. yi- l'arena, andinlo adagio in quel li- 

d'jioùno Vii ree, lo stringea. Ma. , X : mite. — A l'àììia : rasente, 
fnen'.em patrine strinxilpietatisimagQ 



CANTO XIV. 



149 



5. Lo spazzo era una rena arida e spessa, 

Non d'altra foggia fatta, che colei 
Che fu da' pie di Catoa già soppressa. 

6. Oh vendetta di Dio, quanto tu dèi 

Esser temuta da ciascun che legge 
Ciò che fu manifesto agli occhi miei! 

7. D'anime nude vidi molte gregge, 

Che piangean tutte assai miseramente; 
E parca posta lor diversa legge. 

8. Supin giaceva in terra alcuna gente, 

Alcuna si sedea tutta raccolta, 
E altra andava continuamente. 

9. Quella che giva intorno, era piti molta; 

E quella men, che giaceva al tormento; 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 
10. Sovra tutto il sahbion, d' un cader lento 
Piovean di fuoco dilatate falde. 
Come di neve in alpe sanza vento. 



(SD Ghirlanda: Ov. Met. , V: 
Sylva corunit nquai. — F>'rmam'no. 
N-^l senso <lel HI «lell' Inferno (i^rz. 
26» — Rmta N'^ la Imsjua vìva tDx- 
vanz , An., II.. 51'. I Veneti arente 
per preao f luriyu: forse amhe'u^ 

da haerem; i G e^Ji moderni apaSx 

apaSac, in Ola, di filo. 

5 (L) S>'izzi): SQuIo. — Colei: 
areua — S>opre<'ia: pesta. 

(SLi Sp'izzo Pacg. , XXlir, 
Siccli : M tiere la boriti... ioUo 
un maftum dell ammat fonalo . . 
A^ei gtà miufo come qiiello spazzo 
slaoa — Culei. Di cosa p^rUndo, ha 
esempi au in prosi L'ii cmì ''o- 
mun»' — P«> La-'aa . IX: Pcece- 
dit avheli MdiU< o-a p-ie^: man- 
strat loeraie laboies Kon juh^t ~ 
A'euiiayiin . . . CalO'ien — Sop- 
pTfSia V-a>rgiodi udiufi»' per learr-ne 
dolila Libia. Lu-^n , IX: VaU'nm 
in cinipo< sterile i . Qua ni't-iui 
T'tan et rarae in lonUbiK un-tfe. 
Iiigrfdi ,r, piimuyque graduf m pul- 
veie ponim ... - Piiet omne «ofu*n^ 
hbet qae meatu ^Eoliam rabiem to' 
ti 5 exercet arcnis. 



6. (U \endeHa: glastizia. 

OD [CI \p. 3. Tmass. In 
fiamma tgnis dantis vindictai Ut , 
qui nun noncrnnt Deum — Oh. 
&\., VI: Docile jUiUltam monili, 
et non temnea Diui. 

7. (SL) Miseramente. Bocc. : Mi- 
ser-am?nte piinge It sua titroiia. 
Viti N.: Pianyeano atsat pieiusa- 
mente. 

S.ibL) Seie^. In', XVII ^o.. VI : 

S'iiel aeternu-nque sedebit lafelix 

The eui — An-aca. Inf.,XV, XVI. 

9. (Li Men: In numero. — Acea: 

gridava. 

(SL> Molta. Co' più, come in 
Virgilio (.E I , VI) : Qaim multae . . 
aces. — Sciolta. Mi. , VI : Falts ora 
resolo' t. 
10 (L- V>'nto : che la snerda. 
("L) Fuoco Lugano. (\fi Vi-^g- 
glo di Cnune P nr< .IX): .. Jtn 
spi^Kior igai:. Et plaga., calci tur^ 
et unta Riftor — [Fald" l'asso, 
G-<us. . X. 61 — iv e. E bianca 
nfO" '^cente'- xenz<À venti f-eir. T^. , 
M : N''»e, Che ttnza vento in un bel 
colle fiocchi. ] 

(F) Piovean. Ezech., XXXVIII, 



Ì50 INPERNO 



11. Quali Alessandro, in quelle parti calde 

D'India, vide sovra lo suo stuolo 
Fiamme cadere in fino a terra salde; 

12. Per eh' e' provvide a scalpitar lo suolo 

Con le sue schiere (perciocché '1 vaj3ore 
Me' si stingueva mentre eh' era solo) ; 

13. Tale scendeva l'eternale ardore; 

Onde la rena s' accendea, com' esca 
Sotto '1 focile, a doppiar lo dolore. 

14. Senza riposo mai era la tresca 

Delle misere mani, or quindi or quinci, 
Iscotendo da sé l'arsura fresca. 

15. Io comiQciai: — Maestro, tu che vinci 

Tutte le cose fuor che i dimon' duri 
Ch'air entrar della porta incontro uscinci; 

16. Chi è quel grande che non par che curi 

Lo 'ncendio, e giace dispettoso e torto, 

Sì che la pioggia non par che '1 maturi? — 

17. E quel medesmo che si fu accorto 

Ch' i' dimandava il mio duca di lui, 
Gridò: — Qual i' fui vivo, tal son morte. 

22: Judicaho eum peste et sanguine. Irata di Dite.— Duri. Ma., XII : 

et imbte vehementiy et laindibùi im- Dari sacrarla DUis. - VI: Duris- 

mensts : ignem et sulphur pluam su- sima regna, 

per eum. IG. (L) Torto: bieco. — Maturi: 

H (L) Quali: fiamme. — Salde: ammolli. 

Intere.. (SD Grande. Stat., XI : Magna- 

(F) Quali. A'berto Magno citato nimus'.. Capaneus. - X : Ingenti The- 

da Benveiiuio da Imola :M'j.ratig'iioia hai exterruit umbra — ^NccnUo 

impressione scrive Alessan'iro ad dell'Inferno Gres... Mor. , IV: 7n- 

AniUìtelc nella lettera dei Mirabili cendiumpaiiatur. — Giace. Stai. , XI: 

dell'India, dicendo come nuvole di Ille jacet, lacerue complcxus frag- 

fuoco fioccanano a modo di nececa- ndna turris Torvus aohuc visu. me- 

dendo dal cielo , le quali egli atte viorandaque facta relinqì(ens Gen~ 

milizie comandò che le scalpitassero, tibus, aique ipsi non illauda'a To- 

12 iL) Me': meglio si spegneva nanti. — Dispeltoio. St^i^, X: In 

prima che ne «'adesse dell'altro. media verligine mundi Stare virunit 

(SL) Stingueva, anco in prosa, insana^que vident iiepo<cere pugnai. 

14. (L) ]. scolendo: scuotendo. — — Torto, Torvo nel viso, o torto 
Fresca: nuova semure. nella po'^tura. Meglio 11 primo. Sie- 

(SL) Tresca. Per agitarsi^ stu- pbn. : Torvus, a. torto adapeetu. 

àiani, tia ^-sempi antichi. — Misere. Stat. , VII: Turbidun... Capaneus. 

^0 ,11: Miieros. . . artui. — Maturi. Acerbi diconsi gli orgo- 

15. (L) U<cìnci: ci uscirono. gliosi: acerbo è contrario di maturo, 
(SL) Vinci. Vede in costui una e la pioggia ammollisce le frutte ca- 

superbia ostinala slmile a quella de' dendo. 

demonii che gli si opposero all' en- 17. (§L) T'ivo. Stat., X: Experiar. 



CANTO XIV. 



151 



18. Se Giove stanchi il suo fabbro, da cui, 

Crucciato, prese la folgore acuta 
Onde l'ultimo di percosso fui; 

19. E s'egli stanchi gli altri a muta a muta 

In Mongibéllo alla fucina negra. 
Gridando: « Buon Vulcano, aiuta aiuta!, » 

20. Siccpm* e' fece alla pugna di Flegra; 

E me saetti di tutta sua forza; 

Non ne potrebbe aver vendetta allegra. — 

21. Allora il duca mio parlò di forza 

Tanto, eh* i' non l' avea sì forte udito : 
— Capanéo, in ciò che non s'ammorza 



quid sacra juoent, an falms Apollo. 
(F) Quel. Una canzone attri- 
buita a Ddflte, di Firenze dice, che 
la divorano Gapaneo, Grasso, A.glauro, 
cioè r empietà, l'avarizia, l' invidia. 
Gapaneo è dunque un simbolo del 
dispregio di Diu. 

48. {L)Fibbro: Vulcano. >- Fui. 
Gapaneo, basiemmiatore fulminato 
sotto Tebe. 

(SL) Giove. In Stazio, Gapaneo 
a Giove: NuUane prò trepidis, cla- 
ììiibat, nu'nina Tkebii S'atis? - Tu 
potius veaiat (quis enim concurrere 
nobis Dignior ?). — Stanchi. Ma., 
Vili: Haècp iter Moliis proverai dum 
Lernnius orii. — Fabbro. Virgilio, di 
Vulcano {Mn. , Vili) : Opera ad la- 
brilia surgit. — Folgore. Stazio di 
Gapaneo (tneb Vllh : Fulminis ignes 
Injeiilumque Jooeni clypeo fumante 
repellat. Virgilio, delia fucina di 
Vulcano e de' Giclopi (.Eq. , Vili): 
Hii inWrmatum maìiibus . . Fulrien 
erat, loto gi'nitor qaae plurima caelo 
Dejicit in te-ras . . . sonitumque, me- 
tU'tiqae Miicebanl operi, fl'i'nmi<que 
sequucibu^ i'as.Geurs., 1: Ip e Fa- 
ter. . . Fulmina molitur aextra. . . 
mortalia corda Per gente^ humilis 
stra-it pavor Vie flugranti .. Ce- 
raunia telo Di'jicU. : ingeminant .4'i- 
stri el den^isiimui iniber. 
19. (Li Altri: i Ciclopi. 

(SD Altri. Virsilio, dei Ciclopi 
(.Eo., Vili): Parilerque laboren 
Sortiti. - IIU inier sese magna vi 
brachia tollunt In numerum. Georg., 
IV ; .le vcluU Icntis Cyclopes fulmi- 



na massis Cam, properant. •— Mon- 
gibéllo, Mn.y Vili : Insula Sicanium 
juxla latus... fumantibui ardua sa- 
xii : Quam s'>bter specui et Cyclo- 
pum exe<acaminis AìiirajElnaea to- 
nanl... et tornacibus igms anhelat. 

— Buon. Titolo non di bontà ma di 
valore : l'usa altrove Venere a Vul- 
cano (.Eq., Vili): Non uilum auxi- 
lium miserii... rogavi Arlis opisque 
tuae ; nec te , carinine conjuo:,'ln- 
cassumve tuos volui exercere labore:, 

— Aiuta. Vulcano a' Ciclopi {Ma. , 
Vili): Nunc viribui ums Nnnc ma- 
nibus rapidiif omni nunc arte ma- 
gistra: Praecipitate moras .. at illi 
Ocius incubuire omneì. 

20 (L) Pugna: contro I giganti. — 
Non : non piegherei. 

(SL) Flegra. Va!. Flac.V : Phle- 
graeae pugnae. Stazio di Giove in 
Gapaneo ^Ttif-h. , V) : Phlegrae ceu 
fesòu < anhelet Praelia. — Tutta Siat., 
X : Nunc oge nunc totis in me con- 
nitere flarimis Jupiter. — Talia di- 
ccntem toto J'joe pdmeri adactum 
Corripuit. — Forza Novellino, LXV: 
Ti disfido di tutta mia forza. - Yen- 
detta del fulmine che percosse Gapa- 
neo, Stat ,XI : Ullrici<... flammee. X: 
Paulumsi tardius artui Cessii sent, 
polìiit fulmen meruisne secundum. 
21. (L) Udito : lui dire. 

(SL) Ammorza. Bene sta di chi 
fu spento dal fulmine. 

(F) Forte, i- luche a Pluto; per- 
chè r empietà è peggior cosa dell'a- 
varizia, e Virgilio è il poeta de' pii. 



152 



INPERNO 



22. La tua superbia, se' tu più punito. 

Nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. — 

23. Poi si rivolse a me con miglior labbia, 

Dicendo: — Quel fu l'un de' sette regi 
Ch'assiser Tebe: ed ebbe, e par ch'egli abbia, 

24. Dio in disdegno, e poco par che '1 pregi. 

Ma, com'io dissi lui, gli suol dispetti 
Sono, al suo petto assai debiti , fregi. 

25. Or mi vien' dietro: e guarda che non metti 

Ancor li piedi nella rena arsiccia; 

Ma sempre al bosco gli ritieni stretti. — 

26. Tacendo divenimmo là 've spiccia 

Fuor della selva un picciol fiumicello , 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 

27. Quale del Bulicame esce il ruscello 

Che parton poi tra lor le peccatrici; 
Tal per la rena giù sen giva quello. 

28. Lo fondo suo e ambo le pendici 

Fatte eran pietra, e i margini da lato: 
Perch'io m'accorsi che 'ì passo era liei. 

(SD Diicnimmo. S'usa In To- 
{«"ana. .E i , VI : Decenere locon. — 
Racr.ap'iccia. Anco per la memoria 
ile'iiranni (Int. XII) ribile a ve- 
dere quei sangiiK ira il fos-o della 
selva, il rosso iM fuoco, il gialliccio 



32. (SD Furor. Stai., X : Furen- 
tem riiit XI: Furias virtutis iniquae 
(F) Mìxrti'io S A|?osUri<»: Ogni 
animo diaor/.inito è pena a se ste'iso. 
Som : La pei oersa volontà ne' da- 
nati è la loro pena. i 

23 (D L bòia •• viso — Aùiser : 
assedÌHrono. 

(SL) Labbia. Vita Nuova. —A<- 
siser. An 'o n^-lia pro<a d'allora L'as- 
sedio di T' bfl gli facpva f :»rse pen- 
sare a Firenze — Pur Cne vera- 
mPTit" non l' aveva in disdegno ; e 
quìnill il maaglor furore. 

2; (D Lui: a lui. — Fregi. La 
pena e I' 1'*^ più lo cucciano. 

(SD Disdpgno Srat. , Iir Si- 
pemt, conte -v'O'- Vi<gilioL4ìln , VI), 
più fio: Pili -gii l'iqw- mi-errimus 
Ofinp.is Ai'ont, e' >aa'm'i le.d-itnr 
voce ver n'ub''fn : D<cil'' j>isWian 
manìH, et non temnern D o« — Di- 
itp'iii: Stat ,X : D« pectua Deos. — 
PAI» D< G^paneo fiiim nato Siat., 
X: C in rem. tub pectore Iractat. 

26. (L) Divenimmo: venimmo. — 
' Ve : ove. 



dfila rena. Non r aveva urima ve- 
duto questo ruscello : dunque dn Ca- 
paneo a quivi , era non breve lo 
spazio. 

27. (SL) Bulicame. Laghetto d'acqua 
bollente e ros.siccla due miglia dà 
Viieibo; del quale laghetto usciva 
un rus ;ello. Feinmine quivi ab tanti, 
forse perché que' bagni erano fre- 
quentati, si dividevano un rigagnolo 
diquell'aqua, ria servirsene agli 
u>ii loro Siiii'liiudinp degni dnl sog- 
getto. Bulicami, in To^^^-ana, i L igoni 
che <*oii Sotterraneo if0ig'>iili • e t)U- 
licam^nto b'iz-ino a s-aiii «li suolo 
f-inzDso, e levano un fuino che par 
da hintano una nuvola bianca. 
2i. [Lì V'-i : li. 

(>L) Pitrt Anco nel bulicame 
di Viterbo le sponde erano impie- 
trite ; e co.ìi fa r Elsa in Toscana 



CANTO XIII. 



153 



29. — Tra tutto l'altro ch'io t'ho dimostrato, 

Poscia che noi entrammo per la porta 
Lo cui sogliare a nessuno è serrato, 

30. Cosa non fu dagli tuoi occhi scorta 

Notabile, com'è '1 presente rio, 

Che sopra sé tutte fiammelle ammorta. - 

31. Queste, parole fur del duca mio: 

Perch* i' pregai che mi largisse il pasto 
Di cui largito m' aveva '1 disio. 

32. — In mezzo mar siede un paese guasto 

(Diss'egli allora), che s'appella Creta, 
Sotto 1 cui rege fu già '1 mondo casto. 

33. Una montagna v'è, che già fu lieta 

D'acque e di fronde, che si chiamò Ida: 
Ora è diserta come cosa vieta. 

34. Rea la scelse già per cuna fida 

Del suo figliuolo; e, per celarlo meglio, 
Quando piangea, vi facea far le grida. 



(Pare., XXX(II), in Tivoli l'Aniene. 
— Lei. Quid e quici in Toscana. 

29. (L) L altro : il resto. — So- 
gUare : su/Iìh. 

(."^Li Sognare. Anco In prosa. — 
S'r-mo. [)x cae Cristo vi scese (inf., 
IV Vl.l, 

30. L) Attmorla: spegne. 

(aL) A'Tirnortu Grt-scenz. , U, 
27. e n-iif u me .li D.ntH E ^"brtr- 
tano: Le satUe affocate ammortare. 

31. (L) L'Vtjiise: iticesse ctiiaru 
(F) Palo Li metHfor* del ciba 

appli-ai^ hIIh conosiinrizeilella mente 
torna frtqu-ntis^^mi n*'! P.ii^ma L'ha 
Plaionp p'ù volte Greg , Mor. l, io. 
Ignoi anii.-e jejuimifn. 

32 (L) Mezzo: oei. — Giusto: 
devasiHio. 

<-Li Mtr. I^ifioro X, '3 : Ma.. 
IH ; C-eti J.) i< magni l'-fdio j fet 
tn<u(a ponto, Semiiit : NI ni* zzo 
ma' e — Guasto N >» ha p.u le ct^u 
to-ina .1^11- qj II V raiiio(/Efi., Il[) 
e Ovir.io (M'ir. , X, 6") Auiiuirati»: 
Guastare la città a'uoiiini e d'edt- 
fizii. — Creta. Tenuta quasi 11 mezzo 



dtìl mondo allor conosciuto. ^ Sotto. 
JEi , Vili ; Aure-M qnie perhibent , 
itio sub rege fuennit SiecxOa : sic 
placida populoi in p ice retjebat. — 
Ctsto. Ov. Mei ,1, ^ I , III For<e 
i* .renila a qup| .n (iiovtri^ie (VI): 
C' e io p'i Hcitiain. S iiu-no r^gt-» w.o- 
rata II la lerria M Calo vilevain 
^'-n.re ^-uro di m« cma. jE'ì. . VI: 
Nulli fas Ci to sceleratum insiAere 
t\nen. 

33 (L) Vi''fa : vec^h'a. 

(SLi Montagna .E a , HI : Mom 
Idaeui ubi, et yeaiìs cunibula no^ 
Urae — i'e''4. tluri : Cone iion- 
dihiK lie't G^orsj ,1 : Liftu ayer. — 
Fonie ìE'i.. Ili I iata-i.quene>nus. 

31 Li Figliuolo: Giove. — Grida: 
ai Cur»"i 

(SL' R^a JE'ì. Ili: H'nr.mater 
cult'ix Cybeie. C "ij'inn'i q-ie -ea. 
— Fiaa. £,> . Ili : Hin' fi<ta <tl,iita 
sncris. Ov. H ■•• X: Pue>o dignità 
terra J> i —G t "i «ieo-g. IV: Ca- 
no'o-i CU'ftU'u soniiui crepitamii' 
que aera secutae, Dictaeo caeli regem 
pacerc sub antro. 



154 INFERNO 



35. Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, 

Che tien vòlte le spalle invèr Damiata, 
E Roma guarda sì come suo speglio. 

36. La sua testa è di fin oro formata, 

E puro argento son le braccia e 1 petto; 
Poi è di rame infino alla forcata: 

37. Da indi in giuso, è tutto ferro eletto, 

Salvo che '1 destro piede è terra cotta; 

E sta 'n su quel, più che 'n sull'altro, eretto. 

38. Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta 

D'una fessura, clie lagrime goccia; 
Le quali, accolte foran quella grotta. 
,39. Lor corso in questa valle si diroccia: 
Fanno Acheronte, Stige, e Flegetonta; 
Poi sen va giù per questa stretta doccia 

40. Infin là ove più non si dismonta. 

Fanno Cocito: e qual sia quello stagno, 
Tu 'i vederai: però qui non si conta. — 

41. Ed io a lui: — Se '1 presente rigagno 

Si deriva così dal nostro mondo. 

Perchè ci appar pure a questo vivagno? — 

42. Ed egli a me: — Tu sai che '1 luogo è tondo: 

E, tutto che tu sii venuto molto. 
Pur a sinistra, giù calando al fondo; 

43. Non se' ancor per tutto '1 cerchio vòlto. 

Perchè, se cosa n'apparisce nuova. 

Non dee uddur maraviglia al tuo volto. — 



Ò5. (F) Diruto. Lo fa diritto forse 39. (L) Diroccia * scende, 

per indicare la serie non interrolia 40. (L) Là: al centro della terra, 

delle umane cose. (SL) Là. Inf. , XXXIV. — 5M- 

36. (L) Forcata: roscie. gno. G'-or?., IV: Stagnis .. Acernis. 
{>L) Af gerito Ov. Met., I : PoH- Mn., VI : Cocyti stagna alta vides. 

quam Saturno tenebrosa in Tarla- 41. (L) Far'ti:so[.— Vivagno : orlo 

ra miiso , Sub Joce rmindui erat , del girone. 

subiilque argentea protei. (SL) Si deriva. Crescenz., VI: 

37. (L) Eretto : aouoggiato. Le piove che vi caggiono se ne deri- 
(aL) Terra. Juven., Sat, XllI : ri»Jo e xcolmo. — Vioagno. Inf., 

Nona aetas agitur, pejoraque saecula XXUI. Nel IX del Paradiso, vioagno» 

ferri Tempofibus : quorum sceleri orlo di veste, come ic/nbo e di veste 

non incenit ipsa Nornen, et a nullo e d'altro, 

posuit natura metallo. 4'^ (L) Luogo: l'Inferno. — Pur: 

38. (L) Quella: del monte. sempre. 



CANTO XIV. 



155 



44. Ed io ancor: — Maèstro, ove si truova 

Flegetonte e Letéo? che dell' un taci; 
E l'altro, di' che si fa d'està piova. — 

45. — In tutte tue question', certo, mi piaci 

(Rispose): ma '1 loUor dell'acqua rossa 
Dovea ben solver l'una che tu faci. 

46. Lete vedrai, ma fuor di questa fossa, 

Là dove vanno l'anime a lavarsi 
Quando la colpa pentuta è rimossa. — 

47. Poi disse: — Ornai è tempo da scostarsi 

Dal hosco. Fa che di retro a me vegne. 
Li margini fan via, che non son arsi; 
E sopra loro ogni vapor si spegne. — 



•U. (L) Utéo : Lete. — Piova: la- 
grime del vecchio. 

(SL) Letéo. Armannino. Forse 
qui avrà oreso alla lettera il virgi- 
liano; LethaeufTique, domoi placidas 
qui praemtatf amnem (.Eq. Vi), — 
Piooa. PntT. : Piooonmi amare la- 
grime dal vi%o. 

45. (L) Questioni domande. — J?oj- 
&a : di Fiegetonte : 1' hai vista. — 
Faci : fai. 

(SL) Roisa. Ma , VI : Flammis 
torrentibvs .... PMegelhon. 



Dovrebbe Gioaneo, nell.' Inferno 
cantato da un Cristiano, non parlare 
di Vulcano e di Giove : ma questi, 
al solilo, sono simboli a D.inte. Non 
è da imitarlo in cotesto, né da con- 
dannamelo : bensì da lodare lo zelo 
severo ond'egli accende Virgilio con- 
tro gli empii, e il dipingerli dispettosi 
e rabbiosi ; notando cbe il loro di- 
sdegno contro la verità è affeiiazio- 
ne, e uni specie d'ipocrisia. Il che 
concludesi nella potente parola: pO' 
co par che H pregi. 



46. (L) Vedrai , In Purgatorio. — 
Penluta'. espiata dal pentire. 

(SL) Lavarsi. Purg.XXXIll.— 
Penlxila : passivo : come ^oipxralo e 
lagrimato, eh' hanno origine da ver- 
bi neutri. 

47. (L) Vegn».: tu venga. — Non : 
il fumo che cade é vinto dall'umor 
del ruscello. 

(SL) Fan. Modo Virgiliano. — 
Spegne. iEn.,V: Restinctus... vapor. 



L3 due slmilitndlni storiche di Ca- 
tone e d'Alessandro nella elocuzione 
son meno felici chela terza del Bu- 
licame; migliore, perché più schietta. 
La descrizione dell' Ida, e la que- 
stione proposta da ultimo , men fe- 
lici che la pittura del vecchio, stil- 
lante lagrime ree e punitrici de'rei. 
Perchè, anco gì' ingegni capaci d'i- 
spirazione, sono, secondo il concetto, 
più meno valentemente ispirati. 



156 Inferno 



FILOSOFIA STORICA DEL POEMA. 
E ANCHE DEL LUOGO D'INFERNO. 



Quella eh' ora chiamiamo filo^olìa della storia , cioè la considera- 
zione delle lejjgi che governano J fatti umani, e delle cause e de' fini, 
le quali e i qiali possono solo rischiarare la narrazione delle occa- 
sioni e de' casi; la tilosoila della storia, nata innanzi al Cristianesimo, 
raccolta siccome in germe nelle parole di Mosé e de' profeti, fu dal 
Cristianesimo svolta e ampliala. Dante, e per Istinto e per medita- 
zione, ci aveva la mira; e lo provano, oltre al primo e al quattordi- 
cesimo dell'Inferno, e oltre al sedicesimo e al trentaduesimo del Pur- 
gatorio, e oltre al sesto e al ireniaduesimo del Paradisi» e ad altri 
luoghi parecchi, il Convivio e la Monarchia, e la slessa Volgare Elo- 
quenza. In questo Canto rappresentasi la vila dell' umanità com' un 
uomo, e le et.i del mondo come parti d'un corpo , formato di più o 
men prezioso metallo. L'imagìne lungamenie d '-scritta nelle Metamor- 
fosi è da Virgilio toccata a proposito delle duo cose che più impor- 
tavano a Dante, la religione e l'Italia. Nell'egloga quarta le lodi di 
Pollìon? son riguardate da D;inte come un vaticinio della reliiiione 
di Cristo, prenunziaia dal Poeta inconsapevole; e il verso: Jam re- 
dit et virgOj redeunt calarnia rt-yna, é tradotto nel ven:iduesimo del 
Purgatorie : Toiua giustizia e ijrimo tempo umano Né a caso sarà 
parso a Dante che l'eia dell'oro fosse denominata dal regno di Sa- 
turno, e che Saturno regnasse nella terra latina. E Vir-'ilio appunto 
nell'ottavo dell'Eneide airitalia specialmente appropria qu«dla distin- 
zione delle età dell'oro e d'altri metalli : Deteriur dome pauUatim ac 
decolor cetas... Tarn reges... E perché esso Virgilio nel sesto promette 
rinnovellata a' tempi d' Augusto la civiltà pacitica di Saturno, però 
Dante lo sceglie a sua guida, siccome il can ore della Monarchia, da 
non si confondere co' regni ferrei, la quale egli in fantasia vagheg- 
giava. 

Il vecchio, figu a della vita del mondo, sta ritto siccome quello che 
mai deve giacere in vile riposo; sta nella montagna di Cre.a ^1>, ohe 



(\) Forse l'esule inferce pensando accenna alla comunanza d'origine fra* 

al inuiilf Idi, I idiciva in Cdore qii I Troiani e Crei si ; e eo>i, iiuii msno 

verso: Lumincl Idi xupiVj priì/'tigtt dottamente che pìuinente, congiuoge il 

gratissima Teucris (/Eu., X) cheèdel- sangue greco al Ialino. 



l'Ida nell'Asia Minore. Con ciò Virgilio 



CANTO XIV. 15T 



è, insieme con l'Italia, una delle origini della gente troiana, cioè a 
dire, da ultimo, dell'impero di Roma. E la chiama cosa vieta, per in- 
dicare l'origine tenebrosa de' primi secoli, e forse la dimenticanza 
delle vere origini della buona monarchia, in Plutarco II tempo è Dio 
sotlerraneo e terrestre. In Daniele (1) la statua veduta da Nabuccodo- 
nosor è- dichiarata cosi: Quella statua grayide e alta stava di contro 
a te... Il capo di questa statua era d' oro fine ; il petto e le braccia 
d'argento puro; il ventre e le coscio di rame; le gambe di ferro; de' 
piedi una parte era di ferro, e una di coccio... Tu sei la testa d'oro; 
dopo te sorgerà un regno minore del tuo, d'argento... e 'l quarto re- 
gno sarà come ferreo. La statua riposa più sul piede che é dì terra 
cotta, che non su quel di ferro, a denotare la caducità della grandezza 
umana e la fallacia delle umane voglie ; e questo è dichiarc^zione a 
quel verso del primo canto : Sì che 'l pie fermo sempre era 'l più 
basso. Il vecchio tien volte le spalle a Damiata , e guarda a Roma 
siccome a suo specchio: e Creta è in linea retta ira Darniala d'Egitto 
e Roma. Nota il Costa af^cennarsi alla monarchia egizia e al romano 
impero. I più intendono l';intica idolatrica civiltà, e per Roma il cen- 
tro del mondo no\p|lo. Niella statua in cui Daniele ligura gl'imperi 
doi mondo antico, [).in''3 vuole rappre-jontarf» non solo le eia del mon- 
do civile , ma si gli stali dt^l mondo morale e le varie nature degli 
uomini : santi, buoni, men buor\i , cattivi , possimi , e vili. Congiun- 
gendo l'Idea biblica con la tr;idi/Jone mitologica dflle quattro età del 
mondo da Ovidio descritte, congesrna l'imagine simbolica dell' umana 
vita, e fors'anf"0, siccome vuole il Costa, del progresso dei go' erni 
monarchici. Questo canto dimostra, maglio d'ogni altro, con quali fini 
accoppiasse Dante nel suo poema la mitologica con la storica tradi- 
zione. E' liiiuardava quella come simbolo della verità slessa, come 
deposito delle antiche dottrine del genere umano. E si compiaceva in 
quegli autori, principalmente poeti o tiloson , che facevano dalla fa- 
vola trasparire le sembianze del vero. Qui cade quello che dice del 
Poeta il Boccaccio: Famigliarissimo divenne di Vii gilioj d'Orazio, di 
Ovidio, di Stazio e di ciascun altro poeta famoso. 

La fessura onde è rotta ciascuna par'e della statua, salvo il capo 
dell'oro, denota la perduta integrità dell'umana innocenza; che ap- 
punto siccome integro vale puro; e .mno agli antichi Toscani e a' pre- 
senti e nel regno di Napoli vale intero; così rotto e corrotto dicono 
il peggiorare dell'anima. Ed è bello presentare i vizi! e i peccali come 
un rivo di lagrime, la quali corrono a tormentare i dannali; come 
dire che il male é pena a sé stesso. Boezio: Improbis uequitia ipsa 
supplicium est 2). Per Acheronte tragittano le anime : passano, cioè, 
per quel Piume di lagrime che dai loro vizìi derjva: Stige è tormento 
agl'iracondi e ad altri ; Flegetonte, a' tiranni. Esce dalla selva o tra- 
versa l'arena, e va in fondo all'abisso l'aequa che fa Cocito. Com'è, 
si dirà, che le lagrime accolte facci;ino qua tro fiumi, uno de' quali 
ha colore sansuigno? Forse la natura del girone é tale da render 
sanguigna l'acqua che scorre jier esso. Ma di questo non dà ragione 
il Poeta. Quello che taluno po'rebbe alTermare si è. che di questo fiume, 
il qual viene dalla terra, gli fosse ispirata .1' idea anco da queir Eri- 
dano che scende qeir Eliso, e che Virgilio ^3; dipinge: Inter odora- 



{\)\,Z\. 32,33, 3S. 39, 40. gcthonquc ci Slyx ; ma svolto qui da 

(2) IV , 3. Il germe è nel verso di maestro. 
Slazioy(Theb., VII): i4s«,v<«ttf lacri- (3) /En., VI, 



mis atatie igne tumentes CocytuSf Phh* 



158 INFERNO 

ium lauri nemus, imde superne. Plurimus Eridani per sylvam volvi- 
tur amnis. Platone: In quella selva precipilano tutti i fiumi ^ e di 
quella tutti, di nuovo discorrono. Ma ve n'è quattro fra' molti, de'quali 
il più grande è scorrente fuori in tondo e chiamato l'Oceano. E Anco 
nel quarto della Georgica: Omnia sub magna labentia fiamina terra 
Spectabat diversa locis. K ci' Acheroiiie (1) : Est locus Italice in me- 
dio... Hic specus horrendum etsceoi spiracula Ditis Monstratur^ rupto- 
que ingens Acheronte vorago... E Ovidio, volgarizzalo cosi da un del 
Irecenio : Sì come 'l mare riceve i fiumi di tutta la terra , così l'in- 
ferno riceve tutte l'anime (2). Utque fretum de iota fiumina terra. 
Sic omnes animas locus accipit ille. 

Fra l'aride argomentazioni di Tommaso d'Aquino è talvolta poesìa 
che spiccia dal fondo come fonte da masso. E ragionando del regno 
de' tristi collocato nel centro della terra, la Somma ha (jueste due si- 
militudini ^h fare riscontro alla. Ovidiana : Sicut cor est in medio ani- 
malis, ita et infernus in medio terree perhibetur esse (3). Siccome nel 
mondo c/e' corpi, se tengano l'ordine loro, i più gravi sono i più bassi ; 
così nell'ordine degli spiriti i più bassi sono i più tristi. Non si cre- 
da, però, che i Padri fossero tanto semplici da fare del luogo di pena 
un domma di fede; dacché Agostino confessa incerto esso luogo (4), e 
similmente Gregiirio (5': e se talvolta ne parlano materialmente, fan- 
no [)er accomodarsi all' intelligenza de' molti, come nella Bibbia slessa 
adopransi iioagini materiali parlando di Dio; e ligure tolte da oggetti 
corporei sfuggono a' filosofanti più secchi e più seccaginosi, e ligure 
tolte dal mondo spirituale sfuggono a coloro che dicono di negare lo 
spirito; se non che questi non hanno il merito della verità inavver- 
tita; né quelli, della spropositata eleganza. 

Nella Bibbia come nella Mitologia sono messi sotterra i giganti ; Isi- 
doro colloca l'Inferno agli Antipodi: Pittagora collocava la sfera del 
fuoco nel mezzo del mondo (6). E nel seguente della Somma trovia- 
mo la dichiarazione del verso di Dante: Nelle tenebre eterne in caldo 
e in gelo (7). Ignis ibi erit fortissimce caliditatis, quia calor ejus erit 
undi([ue congregatus propter frigus terrae undique ipsum circum- 
stans (8'. Ma Dante acconciamente distribuisce la fiamma ed il ghiac- 
cio ; che, non avvertendo la dottrina del calor centrale presentila da' 
yittagorici come il sistema copernicano e tante altre scoperte moder- 
ne, caccia nel centro della terra i traditori e li circonda diplomatica- 
mente di gelatina, a figurare la freddezza di quelle anime che fa es- 
sere il loro peccalo più nero. 

Dante scendendo volge sempre a man manca : talché quando sarà 
in fondo all' abisso, avrà percorsa tutta la circonferenza del mondo In- 
fernale. La forma dell' Inferno, nota il Boccaccio, è in Dante un cone 
diritto, la cui punta è nel centro della terra , la bocca alla superfi- 
cie: e si scende quasi per iscala a chiocciola. Anco in Virgilio il re- 
gno della pena è a man manca (9).... sub rupe sinistra Mwnia lata 
videt triplici circumdata muro. Nella prima bolgia il Poeta una volta 
piega a man destra; cioè quando da coloro che servirono con inganno 
alle passioni altrui, passa a vedere coloro che 1' inganno adoprarono in 
servigio delle proprie passioni (10) : il quale vizio essendo mcn turpe. 



(1) ^.n., VII. (0) \v. de Ceni, et mundo, li. 

(2) Semintcndi (Mctamorph , V ). (7) Int., III. 

(3) Som., Suppl., 89, 7. (8) Som , Suppl., 97, 7. 

(4) De Civ.Del,!!, 2i.-Rcli'., II. 24. (9) JF.a.j VI. 

(5) Dial., IV. (IO) Inf., XVIII, 



CANTO XIV. 15^ 



viene a cadere alla destra. Cosi nel poema ogni cosa, quanto ad uo- 
mo ò possibile, apparisce moderata dal freno dell'arte (1). 

& come il freno delV arte governi questa fantasia si potente , cel 
mostra la pittura di Capaneo, che, quandunque un po' più abbondante 
delle solite sue (2>, in vensetfe versi rincliiude più cose che non quella 
di Stazio in dugento settanta ; ed é tutta impregnata del succo di Sta- 
zio, come nel precedente Canto 1' altra di quel di Virgilio, ma con 
bellezze nuove, men nuove però di quelle del canto decimo, dov'è, 
somigliante a Capaneo, l' imagine di Farinata. Il Canto di Farinata, 
con quel misto d'orgoglio e di accoramento, d'ira civile e di patria 
pietà, di vittorie e di sconfìtta, con quel contrapposto tra il cittadino 
ferocemente affeituoso e il padre disperato, è da mettersi a paro, e 
forse sopra, al Canto di Francesca e a quel d' Ugolino. 

(1) Purg., XXXIII. V uvea si forte udito - ne' la più punito 

(2) Non par che curi- nonpar che* l -\ullo marlirio - la tua superbia - la 
maturi -par eh' egli ubbia... in disdc- tua rabbia - al tuo furor - poco par 
gno - stanchi il suo fabbro • buon VhL che' l pregi - gli suoi dispetti - di$pet* 
eano aiuta aiuta - parto di forza - non toso e torto. 



160 INFERNO 



OATVTO XV, 



ARGOMENTO. 



Siccome le esalazioni de' vapori spengono un lume, e 
quelli segnatamente dalla palude ou' era Soddoma; così 
da' vapori del ruscello è ammorzata sui margini la fiam- 
ma piovente: onde i Poeti camminano illesi. E allonta- 
natisi gran tratto dalla selva de' suicidi, si trovano non 
pili tra' dispregiatori di Dio ma tra violenti contro natu- 
ra. Egli incontra Bruyietto ; e parlano di Firenze, e del- 
le sventure al Poeta destinate» Brunetto poi corre via jper 
raggiungere la sua schiera. 

Nola le terzine 3; 5 alla 15; 19, 20; 26 alla 29; 31, 34, 39, 40, 41. 



1. Ura cen* porta l'un de' duri margini; 

E 'i fummo del ruscel, di sopra, aduggia, 
Si che dal fuoco salva l'acqua e gli argini. 

2. Quale i Fiamminghi tra Guzzante e Bruggia, 

Temendo '1 fiotto che invér lor s'avventa, 
Fanno lo schermo perchè '1 mar si fuggia; 

3. E quale i Padovan' lungo la Brenta, 

Per difender lor ville e lor castelli, 
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 



1. (L) Cm' por/i; aneliamo su — 3 (L) Fi'ic : cUfà. 

AiuQQia-.t ornnrae sppsrne il fuoco. (^L) Cfiiarenlana. A levante 

(>L Dìi i inf XIV. d^l lisjo tli L'arici e un monte 'letto 

2 (L G'i'zaute, (]{'<q\ìPi leciie da C-inzana e Cirenzan^;e dai due la- 

Braa:-s — Schermo: d'argini. — glii appiè d' esso nasce l.i Bren'a, 

Fuggi'i: si <(i«i ini.^'iro. oti" in/njssa deil« aci^ue scandenti 

( L) B uggia Vili . Vili, 32 ddlle allure in cu* la Oaren^an^ vìa 

— Fuggii. JEn XI: Q'ialis ubi., via si protende S^nza gli argini , 

pontui Nunc ruit ad terras, ff.opa- dice l'Anonimo, olfenierebbe qua^.i 

loique superjacit uniam... Nane... mezzo il contado ai Padooa. Nel 

fuQit. 1306 Dante fu in quella città. 



Canto XXir.Inferno 



Terzina 32 




/ y.«//. /.■/■o/.'<"j/:'. tu'/tf fi /■af-/fì/'f//o. 



CANTO XV. 



161 



4. A tale imagine eran fatti quelli ; 

Tuttoché De sì alti né sì grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro fèlli. 

5. Già erav4rQ dalla selva'rimossi 

Tanto, ch'i' non avrei visto dov'era 
Perch'io indietro rivolto mi fossi: 
G, Quando incontrammo d'anime una schiera 
Che venia lungo l'argine; e ciascuna 
Ci riguardava, come suol da sera 

7. Guardar l'un l'altro sotto nuova luna; 

E sì vèr noi aguzzavan le ciglia 
Come vecchio sartor fa nella cruna. 

8. Così adocchiato da cotal famiglia, 

Fui conosciuto da un, che mi prese 

Per lo lembo, e gridò: — Qual maraviglia! — 

9. Ed io, quando '1 suo braccio a me distese, 

Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto, 
Sì che 'i viso abbruciato non difese 
10. La conoscenza sua al mio 'ntelletto; 
E, chinando la mano alla sua faccia. 
Risposi: — Siete voi qui, ser Brunetto? — 

4. (L) Qudli: argrinl. — Maestro. (SL) Cotto. Georg. I: Glebas... 
Costruiforc. — Fèlti: li fecf coqua' maturis solibui aestas. — Di- 

(òL) Maestro inf , XXXI; A /ese Novell : Atea difeso sotto pena 

cinger lui. qual Qìie tosse il m testro del cuore , che ninno tornasse- Nel 

Non so .. Ili (deild porta) : Fccerni senso di interdisie., JEa. , X: Hunc 

la diana Potes'ale. de,ende lurorem. È rioiasio ai Fran- 

5. (L) Era: la selva. — Per eh'' : cesi. 

per quariio. 10 (SL) Brunetto. Pelli , pag. 65, 

6. (SL) S&ra. Ma., VI : Ibmt oli- 66. Maestio di D^nte , dice l'Aooni- 
scuri sola sub nocte per umbram... riio ,- in certa parte ài scienza mo- 
Quale per xncerlatn lunam sub luce vale ; al dir del Boccaccio, nella /E- 
MiaUgni. EU iter. - Attno inique per lowfia naturale: nato alla Lastra 
uynbram Obscuram , qualeti primo nel 1220, visse guelfo, e fu da Kl- 
qui SUI gei e nume Aut i^tdet awt vi- renze esiliato , chi dice per fallo di 
disse puf.at per nubita lunam Ovid. scrittura pubblica eli' e' non volle 
Mrtt , IV: Quam simul agnorunlin- correggere poi, chi per fallo mag« 
ter caligini^ umbrai. giore. Autorevole cittadino, gioviale, 

7. (L) Cruna: d'ago per infilare modesto: mondano lo chiama Gio- 
ii re e vanni VillHr»i , ma gran filosofo e,.. 

8 (L^ Lembo. L'argine er'alto. — somiho mae Irò in reitorica... e in 
Qual ! Tu qui? digrossare i FtOrenUni e larli scorti 

(SL) F ciniglia. Inf., IV : Filo- in bene pattare e in sapere .. reg- 

sofica famiglia. gore la repubblica. iFilipiJO lo dice 

9 (L) Cotto : arso. — Difese : iracondo. Il Poeta lo colloca tra i 
vietò. soddomiti, sebbene non sia del La- 

Dante. Inferno, . ^ 11 



1G2 



INFERNO 



11. E quegli: — fìgliuol mio, non ti dispiaccia 

Se Brunetto Latini, un poco, teco 

Ritorna indietro, e lascia andar la traccia. - 

12. Io dissi lui: — Quanto posso, ven preco. 

E so volete che con voi m'asseggia, 
Faròl, se piace a costui; che vo seco. — 

13. ~ fìgliuol (disse), qual di questa greggia 

S'arresta punto, giace poi cent'anni 
Senza arrostarsi quando '1 fuoco il feggia. 

14. Però va oltre: i' ti verrò appanni; 

E poi rigiugnerò la mia masnada, 

Che va piangendo i suoi eterni danni. — 

15. r non osava scender della strada, 

Per andar par di lui; ma '1 capo chino 
Tenea, com'uoui che riverente vada. 

16. Ei cominciò: — Qual fortuna o destino, 

Anzi l'ultimo dì, quaggiù ti mena?. 

E chi è questi che mostra '1 cammino? — 



lini l'infamo Pataffio: né si può 
credere che Dante calunnii, raostran- 
doglisi così rispettosamente affezio- 
nato. Mondano del resto sì chiama 
il Latini stesso nel suo Tesoretto. 
Andò ambasciatore ad Alfonso re di 
Castìglia perchè reprimesse Manfredi. 
Morì nel 1294 : nel 1260 esulò in 
Francia; nel 1269, ripatriò. [Dante 
mette a questa pena Brunetto, e tutta- 
via troviamo nel Tesoretto (XXI) : Ma 
ira questi peccati Son vie più con- 
dannati Que' che non soddomiti. Deh, 
come son periti Quei che cantra na' 
tura Brigan con tal lussura t] 

(F) Intelletto. La memoria sen- 
za r intelletto non riconosce . per- 
chè non raffronta (Purg., XXllI). 

11. (L) Traccia : fila de' suoi. 
(SL) Indietro. Mn. , VI : Juvat 

uique morari ; Et conferre gradum, 
et veniendi diicere caussai. — Trac- 
cia, lof. , Xll : In traccia Correan 

12. {L)Preco: prego. — M'asì^egQia': 
sleda. — Farai : lo farò. — Costui : 
Virgilio. 

(SL) Preco. Nel XXVill dell' in- 
ferno, per preghiera. 

13. (L) Qufil'- qualunque di noi. 
-^ Arrostarsi: sventolarsi, né corre- 



re ; clie par sollievo dal fuoco. — 
Feggia; ferisca. 

(SL) Greggia. Mach., Il, XIV, 23 : 
Gregei... turbirum. Orazio, ad un 
grande raccomandando un amico 
(Epist., L9): Scribetui gregis hìuic, 
e non per biasimo nò per cplìa. — 
~ Arrostarsi: Armannino : S'arro- 
sta con la spada. 

(F) Arrostarsi Costoro cammi- 
nano sempre , a castigo , dell'antica 
mollezza. 

14. (L) Panni: non a fianco, s'era 
più basso. — Rigiugnerò : raggiun- 
gerò. 

(SL) Mamada. Non aveva mal 
senso. Novell. XX : La masnada {d'un 
cavaliere). Anco nel Villani e nel 
Machiavelli. 

15. (L) Par: di pari con. 

(K) liiverentc. Som. : Refugit 
se comparari, reverendo ipsum. 

Ifi. (L) Anzi: avanti. — Mostra: 
a te. 

(SL) Quìi. yEn., V[ : Sed te 
qui viv'im casus, age, fare vicissim, 
Attulerint... An tnonila Divùmi an 
quae te fortuna faligat , Ut Iristes 
sine sole domos , loca turbida, adi' 
res? In Dante fortuna non vale caso 
(Inf., VII). — Desumo. ^En., Vi: Fa- 



CANTO XV. 



163 



17. — Lassù di sopra in la vita serena 

(Rispos'io lui) mi smarrì' in una valle, 
Avanti che l'età mia fosse piena. 

18. Pur ier mattina le volsi le spalle: 

Questi m'apparve, ritornando in quella; 
E riducemi a ca per questo calle. — 

19. Ed egli a me: — Se tu segui tua stella. 

Non puoi fallire a glorioso porto, 
Se ben m'accorsi nella vita bella. 

2D. E s' i' non fossi si per tempo morto, 
Veggendo '1 Cielo a te così benigno. 
Dato t'avrei all'opera conforto. 

21. Ma quello ingrato popolo maligno 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno, 



tnque, fortvm^que virùm. — Mostra. 
.Et)., l : Momlrante viam. 

17. (L) Lui : a lui. — Piena : iì 35 
anni. 

(SL) lassù. Pandolf. : Su , di 
sopra. — Serena- Contrapposto de' 
ìpgni bui. .En., V( : Dulcis vitae — 
Pieni. Nacque nel H di maggio del 
1-265, si smarrì nel marzo del 1300; 
non 35 anni Interi. - Ovid. Met. , 
Vili: Pienti annis. AdEph,IV, 13: 
Pleniludinii aetafAs. 

(F) Valle. .lei'., II, 23: Quomo- 
do dicis... post B mlim non ambula- 
vi ? Vide vias tuas in convalle, scito. 
Quid feceris. 

18 (L) Pur : sol. — Quella : valle. 
— Ca: casa. 

(SL) Pur. Da un giorno e mez- 
zo si trovava in Inferno. — Queiti. 
Non nomina Virgilio né al Caval- 
canti né a Brunetto né ^l tre del 
canto seguente; si per non ripetere 
sempre, e si per non deviar l'atten- 
zione in iscene estraisee al suo te- 
ma. Virgilio si palesa ad Ulisse, a 
Sordello, e Dante lo nomina a Sta- 
zio , perchè ne aveva in qae' luoghi 
special ragione. — Apparcc. Indica 
che gli è un morto : e a qualche 
modo risponde alla domanda: chi è 
questi ? — Ritornando. Per a me 
ritornante . al modo del 300. — Ca. 
Vive In Toscana od altrove. E mo- 



stra che non pur morale ma politi- 
co era lo scopo di questo viaggio. 

19. (L) Fallire: 'mancar di giun- 
gere a fine degno. — Bella: del 
mondo. 

(SL) Bella. Inf., VII : Mondo 
pnlcro. 

(F) Segui. L'impulso che ti 
vien dalla stella,, la quale potè sul 
tuo nascere. Petr., meno moralmen- 
te : Non mio voler^ma mia stella se- 
guendo. (Par., XXII.) Nacque entran- 
do il sole in Gemini, che, dice l'A- 
nonimo, secondo gli astrologhi, è si- 
smi ficaiore di scrittura e di scienza, 
E 11 Boccaccio; Nella sua infanzia 
a^sai segni apparirono della futura 
gloria del suo ingegno : dal princi- 
pio della puerizia... Non secondo i co- 
stumi de'nobili odierni si diede alle 
fanciullesche lascivie e agli ozii. — 
Porfo. Psal. evi, 30: Deduxit eos in 
portum volmitatis eorum. 

20. (SL) Tempo. Non già che mo- 
risse giovane ; ma tanto non visse 
da potere aiutare D.ante nell'opera 
sua letteraria e civile : e il Poeta 
vuol dar a conoscere che Brunetto 
avrebbe pensato con lui. 

21. (SL) Quello, Piacque , disse il 
Rosselli, al incela porre in bocca ad 
nn Guelfo la condanna de' Guelfi. — 
Ingrato. Vili. , VI, 79 : La rabbia dello 
ingrato popolo di Firenze. — Fiesole. 



164 



INPERNO 



22. Ti si farà, per tuo ben far, nimico. 

Ed è ragion: che tra gli lazzi sorbi 
Si disconvien fruttare il dolce fico. 

23. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi: 

Gente avara, invidiosa, e superba. 
De' lor costumi fa che tu ti forbi. ^ 

24. La tua fortuna tanto onor ti serba. 

Che runa parte e l'altra avranno fame 
Di te: ma lungi fia dal becco l'erba. 

25. Faccian le bestie fiesolane strame 

Di lor medesme; e non tocchin la pianta, 
S' alcuna surge ancor nel lor letame; 

26. In cui riviva la sementa santa 

Di quei Roman' che vi rimaser quando 
Fu fatto '1 nidio di malizia tanta. — 



Distin|?ne i Fiorentini discesi da Fie- 
sole, disfatto Catìlina, a popolare la 
città , dove uochi eran restati della 
colonia romana: li distingue, dal 
puro seme romano ; come se la mon- 
tagna desse uomini più stupidi e 
molli e corrotti. [G. Vili. , l. IV, e. 
5 ; e Ma^'liiav., ist. Fior . I. XI ] — 
Monte. Nella Volerare Eloqunnzd bia- 
sima le morìf.iinine e ruaticane lo- 
quele , nfl XVI del Paradiso grilla 
contro Del villnn d'AguQlwn. di quel 
da Signa — M icignu. Virgilio, delie 
pietre di Df'u aliane: Uudehotiines 
nati, durum genus (Georg . h Inde 
genus durun suruu^ experien>'que la- 
borum: Et documenta dan-us qua 
siniìis origine nati (Ovid., Met., 1). 

22. (L) Lazzi : aceibi. 

(L) Lizzi. Vive in Corsica. 
Crescenz.. il G — Disconvien. Pe^r.: 
Gentil jianfa in aiiio terreno Pir 
che it diicont^enga. —- Fico Imagi- 
ne ctie nella Hdibia torna frequente. 

23. (SL) Orbi Fiorentini ciechi : il 
proverbio vive luUo-^a; fin dacrhè i 
Pi.sani conqai<?fata M-jorica. (pren- 
do a Firenze due porte di bronzo o 
due colonne, quesia scelse le colon- 
ne^ed erano annerile d;d fuoco ; ma 
perchè rinvoltate , i Fiorentini non 
ne ne avvidero se non tardi. Altri 
vuole che qui s' accenni alla cecità 
di Firenze «laando apersero le porle 
a TotiU, che poi la distrusse, vili.» 



il, l: I Fiorentini malavveduti , e 
però furo. .. chiamati ciechi, credei- 
tono olle sue false lusinghe... e mi- 
sero dentro lui e sua gente. Ciò fu 
nel U9. Il Viiifinl ancora: Noi Fio- 
rellini etti, orbi per antico volgaie 
proverbio per li nostri dijetti e di' 
scord te 
24. (L) Mi: Invano ti brameranno. 

(SLi Parte. Bianchi e Neri. Dil- 
l'accoglienza avuta o offerta o spe- 
rata nelle corti de'jiignori roma- 
gnuoli, lombardi o toscani e'd^^'la- 
ceva l'augurio. — Fame Ma nel XVll 
del Paradiso egli, l' infelice, ha fame 
della ingrata sua patria In S. Cate- 
rina sovente : fame drll'anime (della 
salute loro) — Becco. Nel verso se- 
guente li chiamjv l)esiie. Qui pare 
intenda rostro se p&i parla del hidio. 
"25. (L) Medesme: s'ammontino e 
irifradlcirio fra loro. 

20. (L) Fu: fu creata Firenze. ■— 
Nidio : nido. 

(SL) S'inta [C ] l. Esdr. IX. 2. 
Co>nrniiCuerunt serncn sanclum cum 
. pupulis tcrarum. 

(Fi Roman. Dante si stimava 
doppi- mniiH romano, se vero è che 
si leiiesse disci'ndnnte della nobtl 
tamislia Frangipani I pregludi/.ii 
d'astrologia e ili tiobili.n nella mente 
di lui s'accoppiano a' sentimenti più 
alti: sebbene questo delle schiatte , 
che in Dante é pregiudizio , in sé 



CANTO XV. 



165 



27. — Se fosse pieno tutto il mio dimando 

(Risposi io lui), voi non sareste ancora 
Dell'umana natura posto in bando. 

28. Che 'n la mente m'è fitta, ed or m'accuora, 

La cara buona imagine paterna 

Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 

29. M'insegnavate come l'uora s'eterna. 

E quant'io Tabbo in grado, mentr'io vivo, 
Convien che nella mia lingua si scerna. 

30. Ciò che narrate di mio corso, scrivo; 

E serbolo a chiosar con altro testo 
A Donna che '1 saprà, se a lei arrivo. 

ol. Tanto vogl'io che vi sia manifesto; 

Pur che mia coscienzia non mi garra: 
Ch'alia Fortuna, come vuol, son presto. 

3'2. Non è nuova agii orecchi miei tale arra. 
Però giri Fortuna la sua ruota 
Come le piace, e 1 villan la sua marra. — 



sìa princìpio V.he ha la sua verità. 
Nel convivio Firenze belliisima e fi- 
mosUsima lÌQlia r.i Roma. Vili. (IV, 
6). 1 Fiorenliin son oggi stralli di due 
popoli con di' ersi ai codiami e ni- 
tu'-a, e sempie stuii ■ne"'ici per an- 
tico, siccoif'P- era il popolo romano e 
quello de' Fi-^wlani l Roiiicini nel 
Convivio xtrii'uenii di'Di». 

27. (Lì Pteno .- esdUduo. — Lui: a 
lui. — B mio : mono. 

(F) Pieno K<al. CU, o : Revlet., 
desideriurti. — Natura. Som. : E pro- 
prio deW umana natura. V anima 
essere unita al corpo — B mdo Ri- 
p:uarfla la morte come un bando , 
li bando rome una morte. 

28. (L) Ad: sovente. 

(SD Fdla.. ,En., IV: Haerent 
infili pectore cuftu'i Verbaque. Gres., 
Ep. , XLl ; Vultui lui imayinem in- 
tra cordia viicera imprcx«aw porlo. 
— Imagine JRa , IX : M^ntem pa- 
triw strinxit pietatis imago. - Il : 
Subiit cari geniloris imago. — Ac- 
cuora, vedendola si deturpala. N<^1 
XXI [[ del Purgatorio, a Forese : La 
faccia tua, ch'io lagrimai già morta. 
Mi dà di pianger mo non minor vo- 
glia. . . veggendola sì torta. 
'29. (L) Eterna: per l' Ingegno. — 



Abbo : lìo. —MenU-e: fincliè. — Li?t- 
gìia: parole, — Scema: conosca. 

30 (L) Cor<o: vita. — Serico: in 
mtMite. — fedo: la minarla di fa- 
rinata. — Donni: da B'^atrice. 

(SL) Stprà lnf„ X. Ddlei sa' 
prai di Itili Olla il viaggio. 

(F) Corw. Tim II: IV, 7: 
C'ir^um con U'uavi. Ma. , iV : Fiat 
et, quem deterat cursum lortun'i, 
peregi. — Scrivo Inf. , Il : i' ente 
che scrice^ti ciò eh' io vidi. — Chio- 
sar. Krase troppo scolastica, ma Dante 
ne ha spesso. 

31. (L) Tanto: questo. — Garra : 
rii^renda. — Presto: preparato. 

3:2 (L) Non: l'intese da Farinata. 
— Arra: La predizione è caparra 
del futuro — Fortuna..: lei ri- 
spettò i villani da Fiesole non curo. 
(SL) Nuova. iEi. , VI : Non 
lilla laborum . nova mi faciet ino- 
pinate surgit ' O'nnia praecepi, at- 
que animo mccum aule peregi. 

(F) Fortuna. Dà Virf^ilio si es- 
sere providf^nti e immutabdi gli or- 
dini di lei. iCn., VI : Tu ne cede nta- 
lis ; sei cantra audeniior' ilo , Quo 
tua te fortuna sinet (Inf., VII). Di- 
rei che il motto del villano non sia 
da recare alla Fortuna, ma quasi a 



1()6 



INFERNO 



133. Lo mio maestro allora in sulla gota 

Destra si volse 'ndietro, e riguardommi; 
-Poi disse: — Bene a-scolta chi la nota. — 

34. Né pertanto di men parlando vommi 

Con ser Brunetto; e dimando chi sono 
Li suoi compagni più noti e piti sommi. 

35. Ed egli a me: — Saper d'alcuno è buono: 

Degli altri fia laudabile tacerci; 

Che '1 tempo sana corto a tanto suono. 

36. Insomma sappi che tutti fur cherci, 

E letterati grandi e di gran fama, 
D'un medesimo peccato al mondo lerci. 

37. Priscian sen va con quella turba grama, 

E Francesco d'Accorso anco; e vedervi, 
S'avessi avuto di tal tigna brama, 

38. Colui potei, che dal servo de' servi 

Fu trasmutato d'Arno in Bacchigliene, 
Ove lasciò li mal protesi nervi. 



contrapposto di quella: come dire, 
l'ordine delie cose segua la via sua, 
e gli uomini facciano pure male; io 
questi non temo, m' assoggetto a 
quello. 

Z3.{L)'Ndielro Precedeva. — 5ewe: 
hai ben badato a' miei detti. 

(SL) La: Così: Chi la fa, Va- 
spetfa. Da questi modi famigliari il 
Poeta del dire illustre non rifugge. 
— Nota. jEn. , III: Sidera cuncta 
notat. Peir. : E come intentamente 
ascolta e nota La lunga istorici delle 
pene mie. ' 

(F) Dedra. Parte più fausta. Il 
Poeta ha semnre riguardo a questi 
accenni. — 'Ndietro. Lo precedeva 
sempre (Inf. , IV, XXXIV) solamente 
nel sangue de' tiranni, il Geniauro 
va innanzi. — Nota. Dante aveva no- 
tate le parole di Virgilio: Saperanda 
owinis fortuna ferendo ex< (j£n., V) 
e: Durate, et roitnet rebm servate 
secundis (yEn. I); Dan., Vili, 2G: 
Visionem signa quia post mullos dies 
erit. 

34. (L) Né : nò lasciò però di par- 
lare. 

(SL) Men. Simile al virgiliano 
(Georg., Il): Nec ininus interea. Aln.j 
\l: Nec Minus Aìneas... Prouqui- 
tar lacrimans longe. Né la lodo iì 



Viigiiio, né le triste predizioni stur- 
barono il mio desiderio di sapere. — 
Più. Nel trecento le particelle inten- 
sive accoppiavansi anco a' superlativi. 

33. (L) Suono : dire. 

(SL) Suono. Inf. , VI : Pose fine 
al lagrimabil suono. 

3G. (L) Cherci: chierici. — Lerci: 
sudici. 

(SL) Tatti. La plebe disprez- 
zata è men lercia per certi vizii squi- 
siti. Intendi no che fossero cherici 
insieme e letterati, ma l'uno o l'al- 
tro : e cherico qui vale uomo colto : 
letterato, più innanzi /iella .scienza. 
Que' della masnada di Brunetto 
erano tutti tali: ce n'era altri poi, 
come nel seguente canto. — Lette- 
rati Comprendeva gli scienziati Vili. 
L?Aterato in ogni scienza. — Lerci. 
Vive In Toscana, Albert. : Di pec- 
cato ù lercia. 

37. (L) PriiCiàn. Grammatico. 
(6L) Priscian. Forse simbolo 

de' pedagoghi che in tal cenere han 
mala fama. — Accorso. Fiorpntlno, 
llglio del celebre giureconsulto del 
medesimo nome professore anch' egli 
valente, morì nel ì22d. — Tigmu 
Anco la tigna è prurito. 

38. (L) Potei: potevi.— Dal ; papa. 
— Trasmutalo : di sede vescovile. 



CANTO XV. 



KM 



39. Di più direi: ma '1 venir e '1 sermone 

Più lungo esser non può; però ch'i' veggio 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 

40. Gente vien, con la quale esser non deggio. 

Si'eti raccomandato il mio Tesoro, 

Nel quale i' vivo ancora: e più non cheggio. 

41. Poi si rivolse; e parve di coloro 

Che corrono a Verona il drappo verde 
Per la campagna; e parve di costoro 
Quegli che vince, e non colui che perde. 



— D'; di Firenze in Vicenza. — 
Ove... • dove morì. 

(SD Colui. Andrea de' Mozzi , 
vescovo dì Firenze ; il quale per que- 
sto vizio fu trasferito al vescovato 
di Vicenza, dove morì gottoso. 

(F) Nervi. Som. : hi sanguine 
et nervo intelligitiir prohiberi crude' 
litas et voluptaiy et fortitudo ad pec- 
candum. 

39, (L) Fummo per la rena mossa 
dalio scalpitar di gente. 

(SL) Sermone. Mn. y T: Longo 
sermone. — Può. Rammenta il con- 
gedo di Deifobo. Mn. , Vt : Explebo 
numeruvi reddarque tenebris. I de- 
cus j i wosfjnm; melioribus utere 
fatis. — Veggio. iEn., IX : Hic subi- 
tam ni§ro glomerari pulvere nubem 
Prospiciunt Teucri ac tenebrasinsvr- 
gere campis.— Fummo. Come nel XV[ 
del Purgatorio, Marco si congeda da 
."ìante. 

40. (L) Vivo : di fama. — Chieggio : 
chiedo. 

(SL) Vivo. Ennio : Nemo me 



lacrimis decoret ... volito vivu^ per 
ora virum. Ov. Met. , XV: Si quid 
habent veri vatum praesagia, vivam. 

(F) Tesoro. Allora, che nonave- 
van la stampa alia fama d' un' opera 
era più bisogno della cura de' bene- 
voli per non perire. Del Tenoretto 
non parla, come cosa minore. Ma 
questo è l'abbozzo d'un viaggio si- 
mile a quello di Dante. Il Tesoro è 
un' enciclopedia del suo tempo scritta 
dopo il Tewrelto ; lo tradusse in 
parte Bono Giamboni. Lo stile poe- 
tico di Brunetto è nella Volgare Elo- 
quenza biasimato da Dante. 
41. (L) Drappo: palio. , 

(SD Uivolfe. Parlando guar- 
dava al Poeta. Ora si volge per rag- 
giungere la sua sctiiera : non si ri- 
volge già indietro. — Drappo. Dante 
l'avrà veduta, essendo in Verona, 
cotesta corsa, che face vasi la prima 
domenica di Quaresima da uomini 
Ignudi. Comico vt^dere il segretario 
della Repubblica fiorentina correre 
al palio. 



-©-•^S^^S^-»- 



Col dir^ che, giungendo al secondo 
stadio della campagnainfuocata, s'era 
persa di vistala selva de' suicidi, 
trasporta sopra luogo la fantasia, che 
misura gli spazii. E cosi il far ascen- 
dere dal ruscello il fumo che spe- 
gne gì' incendi pioventi dall'alto, e 
contrapponendo bollore a bollore, 
eccesso a eccesso (secondoctiò suole il 
male e il dolore , che a sé medesimo 
si fa limite ) , e assicurando a S(> 
stesso sull'argine innocua la via; 
Dante adopra uno di que' congegni. 



che a lui stesso non sempre riescono, 
e non sempre li cura, ma troppo ci 
badano e troppo ne abusano i mo- 
derni facitori d' epopee e di romanzi 
e di drammi, confondendo il pro- 
babile reale con l'ideale poetica ve- 
risimiglianza-. 

Il chinare la mano dall' argine 
verso Brunetto più giù, fa pittura: 
ma l' andare a capo cliino per rive- 
renza al dannato maestro, è morale 
bellezza, ispirala da quella bontà 
eh' é unica vera ispirazioue. Tre volte 



16S 



INFERNO 



ridice il nome di lui, non a caso. 
Ed é bello il riconoscerlo, tutto ciiè 
dlfformato dapiaajhe recenti e vec- 
chie, fatte e bruciate dal fuoco; ma 
1' asrnizione di Forese, rami'.o, n«l 
Purgatorio, affettuosa anch' essa, nel 
dire è più schietta Più affettU')Sfl qui 
sono le dipartenze : e l'accenno a 
Beatrice, la donna pura e sua mi- 
gliore maestra, qui fa contrapposto 
insieme e armonia. 

Contrapposto non così moralmente 
felice, sono le dure altere parole , 
che tengono di macigno , contro la 
patria ; e quel discernimento tra Fio- 
rentini fiesolani e Fiorentini romani , 
è pregiudizio letterato. Predlcenio 
che le due parti contrarie avrebbero 
fame di lui^ non antivedeva le lun- 



ghe fami e freddi e vigilie dell'esilio ; 
né il m'osto preludio del venticinque- 
simo del Paradiso, poeticamente oiù 
bello anche perchè mesto p mite. Ve- 
ram^^nte nell« aspre Oirole di que- 
sto canto senti più il lazro del sorbo 
che la dolcezz'i del fico. A ogni 
modo, prova che Dinte voleva es- 
sere fico. '■<. le locazioni orbi, forbirsi 
de'' coslumi imouri , becco, strame t 
letame; e i modi famigliari quasi 
proveriji'Tli, il villan la sua marra, 
ben accolta chi la vola; e. le simili- 
tudini del sirto e del palio, p'ù ori- 
ginali che rjuella della nuova luna e 
degli argini padovani e fiamminghi; 
dimostrano che della dignità poetica 
Dante aveva tutl' altro concetto che 
noi. 



CANTO XV. 1(39 



DELLA CHLVRÉNTANA , 
E D' ALCUNE VARLVINTI DI DANTE. 

(liCttera a 1%'sccolò Filippi di Trento.) 



Lo scritto del professore LiiucUi mi piace e rischiara in modo nuovo 
il verso di Dante; ma il Dembslicr non intendeva che fosse Carintia 
il Tirolo. Quantunque in antico il nome di Carintia si distendesse a 
ben più larghi conlini, e forse signiticasse la regione montana, come 
suona la radice ar, non solo nelle lingue orientali , ma in altre di- 
molte. Dante pur disse lombardi i parenti di Virgilio: non fece con 
ciò Virgilio longobardo. Né credo che quelle voci e modi che nella 
Commedia sono, e sono nel dialetto di Trento , il Poeta le traesse di 
costì, non dall' uso toscano. Que' medesimi modi troviamo in Toscani 
che mai non videro Trento. Ed è cosa dimostrata oramai, che il Poeta 
da' luoghi dell'esilio attingeva affetti, pensieri, imagini, non parole. 
Ma quella lista, giova alla storia della lingua; e lascia indurre che 
Dante avrà nel Trentino rincontrati vestigi, più che adesso non paia, 
della favella materna. 

M' era già nota la varia lezione : die suggcr dette a Niìio (1) ; ma 
la mi pare affettata, e non di quella potente evidenza che è propria 
del Nostro. Nel succedette è adombrata la morte del marito e la ca- 
gion della morte, e quel che Semiramide fece e patì, succedutagli. 

Nel mio Comenlo non ho disputalo delle varie lezioni né dette le 
ragioni della mia scelta; che m'avrebbe condotto a lunghezza infi- 
nita: ma qui per saggio darò qualche esempio. 

. . . . Lupcij che di tutte brame 
Sembiava carta nella sua magrezza (2) : 

ntlla, non colla ; perchè nella magrezza par di vedere incarnate le 
brame : e risalta il contrapposto tra le idee di magrezza e di carca. 

Or se' tu quel Vigilio, e quella fonte 
Chi spande di parlar sì largo fiume ? (3) 

Della fonte è lo spandere , non di Virgilio ; no spandi , dunque, ma 
!<pande. 

Me degno a ciòj ne io né altri crede (4) : 

il crede riempie il verso, ma è riempitivo troppo alflerìano. 



(l) lof., V, t. 20 : Eli' è Semiramìs (2) Inf., 1, l. 17. 
dì cui si legge Che succedette a ÌSino, e (3) luf., I, t. 27. 
fu sua sposa. (4) Inf., II., t. Il . 



170 INFERNO 



Su la fiumana, onde 'l mar non ha vanto (1). 

Dicendo ove, il mare trasportasi nella fiumana, miracolo non ne- 
cessario. 

Bestemmiavano Iddio e' lor parenti (2) : 

e i lor toglie al verso e snellezza e armonia. 

Vede alla terra tutte le sue spoglie (3). 

Vedere alla terra le spoglie sue è più poetico , parmi, del renderle, 
Virgilio : 

Miraturque novas frondes et non sua poma (i) ; 

oltreché rendere le sue spoglie è quasi contradizione ; il suo non si 
^ rende. 

. . . Per ficcar lo viso a fondo (5). 

Se dici al fondo togli quell' indeterminata immensa profondità che in- 
tende il Poeta. S' e' sapeva di llccar gli occhi al fondo, lo dìscerneva 
egli dunque. 

Caina attende chi vita ci spense (6). 

Se tu dici in vita , sarà come dire ci ha morti vivendo , sebbene un 
modo slmile trovisi in altro antico. 

Che tutto V oro eh' è sotto la luna, 
E che già fu, di quest' anime' stanche 
Non poterrebbc farne posar una (7). 

Non che. Lasciamo agli scolastici le particole disgiuntive. L' e rin- 
calza r idea, Vo V ammezza. Scrivo non poterebbe , che vien da po- 
lare, ma poterrebbe che cosi sentii pronunziare a' vecchi del popolo 
fiorentino. La lezione non e' potrebbe mi suona non so che barbaro. 

Perdi' una gente impera e altra langue (8). 

Se una va senz' articolo, perchè apporlo nd^altra? 

Vidi genti fangose in quel pantano. 
Ignudi tutti (9). 

Non ignude, ma, ignudi, che è più proprio', più vario, più evidente. 

Piacciati di ristare in questo loco (10) : 

restare dice durata più lunga che non abbia fiui luogo. Ristare ri- 
sponde a sislere ; restare a manerc. 

(I)lnf, f!,t. 36. (G) Inf,, V, t. 36. 

(2) Inf., HI, t. 35. • (7) Inf., VII, t. "22. 

(o)]uf,IlI, t. 38. (8) Inf., VII, t. 28. 

(4) Georg., II. (9) Iiif., VII, f. 37. 

(5) Iiif., IV, t. 4. (10) liif., X, t. 8. 



CANTO XV. 171 

Le varianti del poema s' hanno a giudicare secondo la maniera del 
Poeta, che 1 grandi scrittori son pietra di paragono a sé stessi. 

Fiso in luogo dì fisso è caro a Dante : diremo dunque non fisso ri- 
guardai (1), ma sì fiso. Famigliarissimo a Dante , come alla vivente 
lingua toscana, è l' uso de' pronomi io, tu, egli. Diremo dunque : 

. . . . quand' io vidi un foco (2). ' 

Ch' et sì mi fecer della loro schiera (3). 

Qui vid' io gentii (4). 

Ch' i' non credetti (5). 

Della famiglia dantesca non sembrano, per esempio, i seguenti versi 
del Codice Bartoliniano : 

Ombre mostrommi e nominornmi a dito (6). 

scoloricci il viso (7). 

. . . . parlare non ci pulcro (8). 
Non Vii celai, ma tutto li l' apersi (9). 
Hai contro te, ne comanda quel saggio (40). 

Domandasi se Dante scrìvesse i' talvolta o sempre io. Certo è che 
r i' in molti luoghi rinfranca il verso come : 

r non so ben ridir com' io v'entrai (11). 
Perchè mai ammogliar sempre Vi con l'o se tanti raaudscrilti ve lo 
lasciano solo? e se i Toscani tuttavia l'hanno? 

Le regole della prosodia, della grammatica e della pedanteria; l'au- 
torità di parecchi manoscritti cospiranti a difendere una lezione, ogni 
cosa deve, cedere alle norme del gusto vero che misura i versi con 
r anima e no con le dita, e che porta le regole della grammatica e 
della logica nella propria coscienza. Altri dica pure che nel verso : 

E' l sol montava in su .... (12). 

sia inutile 1' in. Io veggo in quel!' in, non l' andar su quasi per una 
scala, ma l'ascensione nell'immensità dell'altezza. Dicasi pure che 

Mi rimpingeva . . . , (13). 

è meglio che ripingeva\ perché viene da impingo: io sento che il 
suono stesso di rimpingere cozza coli' idea di rispingere a poco a 
poco, e suona più capitombolo che ritrarsi lento ; pingere è in To- 
scana vìvo, e forse i Latini stessi prima dì impingo in questo senso 
avevano pingo. Dicasi pure che api^unto perciò a rovinava andrebbe 
sostituito 

Mentre eh' io ritornava . . . , (14). 

Io rispondo che questo ritornava^roxina. ogni cosa, che minare non 

(1) Inf., IV, t. 2. (8) Iiif., VII, t. 20. 

(2) liif., IV, t. 23. (9) Inf., X, t. dò. 

(3) Inf., IV, t. 34. (tO) luf., X, t. 43. 

(4) Inf., VII, t. 9. (il) Inf., I, t. 4. 

(5) Inf., Vili, t. 32. (12) Inf., I, t. 13. 

(6) Inf., V, t. 23. (13) inf., I, t. 20. 

(7) Inf., V, t. 44. (iì)Inf., 1, t. 21. 



172 INFERNO 

I > Il ■ ——»——»— 

vuol già dire sempre cadere a precipizio. Ruit sol, diceva pure Vir- 
gilio. 
Vuoisi che nel canto quinto 

Genti, che V aura nera ù gastiga (l). 

sia meglio d' aer nero: ma pare a me che aèr conia dieresi, e 1' o 
di nero accresca all' orrore. 

Che torno accoglie ci' infiniti guai (2) 

secondo eh' io per ascoltare (3) 

chi sono, eh' han cotanta onranza (4) 

Mentrechè il vento, come fa, ci tace (5) 

Loco se' messa, e a così fatta pena. 

Che s' altra è maggior, nulla è sì spiacente (6) 

Tal cadde a terra la bestia crudele (7) 

Pigliando più della dolente ripa (8) 

Già puoi scorgere quello che s' aspetta (9) 

Io vidi come ben ei ricoperse (10 > 

Di c[uella patria nobile natio (11) 

varianti bartoliniane che lo non accetto. Torno di guai può passare, ma 
non rimbomba nell'nnima come tuono; - secondo ch^ io per ascoltare 
guasta l'ellissi, e offende forse la grammatica; han cotanta onranza 
è un troppo salleUare di consonanti ; - ci tace, dice più loquacità clie 
silenzio; - se attrae maggior, strangola il verso; - a così fatta pena 
sembra che aggiusti un verso fallato , ma la vera armonia per lui , 
falla; - la bestia crudele, non fa sentir la rattezza delia caduta; - 
pigliar la ripa, è qui più materiale di prendere; - puoi scorgere, per 
medicare il verso, lo ammazza; come ben ei ricoperse, non è ne verso 
né prosa ; - patria nobile è giacitura di parole in questo luogo igno- 
bilissima. 

Come V arena quando a turbo spira (12), 

leggesì nel Barloliniano ; e cosi vogliono che sia ben letto, perchè 
l'arena spira, non il turbine; e io credeva al contrario che la rena 
s'aggiri spirando il turbine: sebbene in Virgilio (13): Fervetque fre- 
tis spirantibus aequor ; ma il modo che nel latino è potente, non mi 
sa d' italiano. 

Di qìiei Signor dell' altissimo canto 

Che sopra gli altri com' aciuila vola (14). 

Che il canto voli, lo vedo: che voli com' aquila, voli sopra altri canti, 
non posso vedere. Se tutti i manoscritti fuor eh' uno , dicessero di 
quei, io vorrei di plurale far singolare T autorità di tutti i manoscritti 

(i)Inf.,V,t.l7. (8)lnf,Vn, t. 6. 

(2) li.f., IV, t. 3. (*») l.-f.VIlI, t. 4. 

(S) Inf.. IV, t. y. (10) Inf. IX, t. h. 

(4)L)f,lV, t. 25. (ll)Inf., X,t. 9. 

(5) Inf., V, t. 32. ' (i2)lnr,lll, t. 40. 

(6) Inf., VI, t. IG. (13) Georg,!. 

(7) luf., VII, t. 5. (14)Inf,lV, l. 33. 



CANTO XV. T7^ 

per leggere di quel Signor. Taccio che il secondo verso consuona a 
quel che sopra fu detto d' Omero poeta sovrano. 

Pietà mi giunse, e fai quasi smarrito (1). 

Vinto dalla pietà di queir anime , sebbene meritamente dannate, è 
giustissima locuzione: giunto dalla pietà, quasi par voglia intendere 
che il Poeta fuggisse da lei. Ben é vero che altrove (2) : Fuggèini, er- 
rore e giugnémi paura; ma ivi é il contrapposto di fuggire e (Wrag- 
giungere forse troppo ingegnoso , e che perciò appunto a questa pie- 
tosa narrazione de' due amanti men si conviene. 

Graffia gli spirti^ gli ingoja ed isqìiatra (3). 

lo non so come Cerbero faccia a squartare dopo aver ingoiato; e non 
so che cosa si facciano gli ingoiati spiriti nel ventre di Cerbero. 

E durerà quanto il mondo lontana (4). 

Io leggo molo, ed ecco le mie ragioni. 1.° Dopo aver detto nel mondo 
dura, dir quanto il mondo , non mi pare conforme alia maniera di 
Dante, a.*^ Il moto, olire alle idee nobilissime di cr.>azione , dategli 
da' platonici , da Cicerone, da san Tommaso, comprende anco quella 
del mondo. 3.° Se Dante invece di moto, poteva com' altri oppongono 
dire tempo , poteva anco invece di mosse nel primo canto dire creò 
quelle cose belle, non lo disse però. 4." Lontanare è più proprio al 
moto che al mondo. ^.° Lontana non é forse qui da prendere come 
aggettiNO, che Dante non avrebbe forse detto durare lontano. Ma fos- 
s' anche aggettivo, meglio sarebbe lontana quanto il moto, che quanto 
il mondo. Lontanare, del resto, é un di que' neutri italiani, a' quali 
è levato lo strascico del si, come a movere, partire, e cent' altri. 

Li rami schianta abbatte e porta fuori (5). 

Io sto per i fiori , perchè cotesto indeterminato portar fuori , è pro- 
saico ; perchè la lezione di fiori aggiunge una idea; perché i due av- 
verbi fuori e dinanzi, oltre al suonar male, confondono 1' imagina- 
zione; perchè vedere i rami portati faori dalla burrasca è imagine 
moria; vedere i rami abbattuti e i fiori volanti, è imagine vaghissima 
fra l' orrore. 
Vorrebbe il signor Parenti nell' Vili del Paradiso leggessimo 

Rivolsersi alla luce, che promessa 

Tanto s' avea, e : di' chi siete ? fue 

La voce mia, di grande affetto impressa . . . (G), 

in luogo di chi se' tu, che gfi pare suono da bargello e da bolgia, e 
da pareggiarsi alle busse, «la Dante stesso per bocca dell' ombra cara 
risponde: Co<l fatta . . . il mondo m' ebbe : e seguita parlando di 
solo Carlo Martello. Dopo la quale risposta, Dante contento, fatto m' hai 
lieto, dice. E se il se' tu pare all'erudito modenese suono di bargello, 
il chi siete, accanto a luce . . . fue, voce, mi sa di femmineo. Nò gli 

(1)lnf., V. t. 24. ^ (4)Inf., Il, l. 2n. 

(3) Inf., XXXI, t. 13. (5) Inf., IX, t. U, 

(3) Inf., VI, t. G. (6) T. i5. 



174 



INFER O 



aiUichl avevano del numero quel senso sdolcinato che noi. Son piir 
di Dante, e in soggetti non d' Ira ì versi : 

Ond' ella che vedea me sì coni' io (i). 
Beatrice 'n suso, ed io in lei fjuardava (2). 
Quel sol che pria ci' amor mi scaldò 'l petto (3). 

Chi se' tu pronunziato da labbro toscano (4), e con la debita posa, in- 
nanzi a fue, suona più efficace assai di chi siete, che fa troppo scor- 
rere la lingua alla fine del verso, e non è punto impresso d' affetto. 
Questo sia notato semplicemente per saggio delle ragioni che gui- 
darono la mia scelta. Coloro del resto che certe lezioni spropositate 
del Codice Bartoliniano e del Padre Lombardi prepongono a quelle de- 
gli Accademici della Crusca (i quali errarono , ma non mai contro il 
numero né contro la lingm), troppo più bisognerebbe che le mie ra- 
gioni a far loro mutare sentenza. La bellezza nella sua maravigliosa 
unità, è cosa tanto relativa al diverso sentire degli uomini, che la 
concordia pur di pochi giudizii ed affetti somiglia a miracolo; ed è 
agli occhi miei indizio certo d' un comune ispiratore , conciliatore e 
maestro. 



(1) Par., L t. 29. facevano /bs/a e simili: i dialetti ve- 

("2) Par.. II, t. 8. neti ancora voslu per vuoi tu, e tulli i 

(3) Par.i III, t. i. monosillabi dopo parola aecenlafa 

(4) Che il tu innanzi ad altro ac- smorzavano l'accento loro; ond' ò pos- 
cenlo perda più che mezzo il suo lo sibile il rimare non ci ha con oncia 
prova il composto che i Toscani ne (Inf., XXX). 



CANTO XVI. 175 



OA.IVTO XVI. 



ARGOMENTO. 



Procedono lungo l'argine, e giungono là dove si sen^ 
Uva l'acqua rossa cadere nel cerchio di sotto : rincontra- 
no. U7i' altra schiera, che, al dire di Pietro, era rea di pec- 
cato contro natura, ma in altra maniera esercitato. Il 
Biagìoli vuol le schiere divise secondo le professioni : pri- 
mi i letterati, ì politici poi. Così V Ottimo. Dante parla a 
tre Fiorentini, e grida co7itro Firenze. Poi giunge alla 
cateratta del fiume: e Virgilio getta la corda, di cui Dan- 
te era cinto, per chiamar Gerione. 

Nota le terzine 1, 2, 4, 6, 9, 11, 1-2, 13, IG, 18, 20; 22 alla 28; 30, 
34; 37 alla 40; 43, 44, 45. 



1. iJià era in loco ove s'udia '1 rimbombo 

Dell'acqua che cadea nell'altro giro, 
Simile a quel, che l'arnie fanno, rombo; 

2. Quando tre ombre insieme si partirò, 

Correndo d' una torma che passava 
Sotto la pioggia dell'aspro martiro. 

3. Venian vèr noi; e ciascuna gridava: 

— Sostati, tu che all'abito ne sembri 
Essere alcun di nostra terra prava. — 



1. (SL) Giro. De'frodolenli : l'otta- innanzi tempo tempie. Qui rende il 

vo di tutto l' inferno; della città di cupo confuso rumore. Il rumore poi 

Dite il se^'ondo. — Arnie. Virgilio cresce (terz. 31). 

(Georg., IV) paragona il rombo delle 3. (L) Terra: Firenze, 

api al mormorio dell'onde del mare. (F) Prava. In senso politico, 

— Rombo. Trasposizione in Dante non morale : che a costoro nonls'ad- 

rarissimasimile mamiglioredi,<iuella diceva notare la pravità de' costumi, 

eh' è nel Petrarca : Del fiorir queste Par., IX : Terra prava Italica. 



17C) INFERNO 



4. Aliimè, che piaghe vidi no'lor membri, 

Recenti e vecchie, dalle fiamme incese! 
Ancor meri' duol, pur ch'io me ne rimembri. 

5. Alle lor grida il mio dottor s'attese; 

Volse il viso vèr me, e — Ora aspetta, 
. Disse. A coslor si vuole esser cortese. 

6. E,- se non fosse il fuoco che saetta 

I.a natura del luogo, i' dicerei 

Che meglio stesse a te, che a lor, la fretta. — ■ 

7. Ricominciar, come noi ristemmo, ei 

L'antico verso: e quando a noi fur giunti, 
Fenno una ruota di sé tutti e irei. 

8. Qual solcano i campion' far, nudi e unti. 

Avvisando lor presa e lor vantaggio, 
Prima che sien tra lor battuti e punti; 

9. Così, rotando, ciascuna il visaggio 

Drizzava a me; sì che 'n contrario il collo 
I^aceva ai piò continuo viaggio. 

4. (Lì Incese: bruciate. in Francia; vietata da' papi io Italia. 
(SL) ince<e. Le fiamme aprivan — Unti Ain., lU: Exercent palrias, 

la piìga, poi la bruciavano Vprs'> pò- oleo labent<', palaesirai Nudati ■^ odi J 
lento. — Par. Inf. , XXXlll: Dolor Vettori: Innanzi che i gionani eri- 
che H cuor mi preme. Già jmr peii- trassero viellaptieslra, >poylinii';i si 
Bando vgncranii; e co i vfnivonu a ^arsi 

5. ih) S'aliese : haàò. — Si vuole: più dedii e più agili alla zuffa. — 
bisogna. Aoiisando. Caro, fon Ja soIìm ele- 

(SL) S'attexe Maf'liiav., Fram, genl^- loquaciià: E n, olle ralle S'ac- 

slOT. : S'attese ciascuno a guardai e visar _, s'accennato e s' in- estiro, 

le cose sue. Mn., V : Alt''rnt.que.- Bruchi > prò- 

6. (L) Dicerei: direi. —• Stesse: teìidenf, et verbetat icttUiisaur ts. - 
convenisse. CoinUlit in diuHos cxlemplo urreclus 

(SL) Natura. Aùa , X: Natura uterque. — Bntivli. Mn . V: Densis 

loci. ictibas heros Cieher ulraque inanu 

■7. (Lì Come: appena. — £i;essi. pul at rer<nlque Darela. 

— Verso: suono più o meno artico- 9. (Lì Vi'>aggiu : viso. — Collo... 

lato. — Ruota: girando in tondo so- \ollo a noi senipre, ì piedi in londo. 

pra sé stessi. (SLÌ Fisofliftjo. Vive in Tos'ana. 

(SL) £i. Verso clìenpssuno ose- (K) Dnzziva. Convivio (4, 8): 
rebbe a' di nostri, l secoli mediocri, Atto libero e qu^mdovnaperwnaca 
così c(;me i corrotti, hanno il loro pu- volenlieri ndalcuna parte, che si ivo- 
dorè. — yer<o S'usa in Toscana — - stra nel tenere rollo lo nsoin quello 
Trci C'irne f/uoi per rìrtcanfo in prosa, a'to s orzilo: è quando contrita «o- 
8. (L) Aoriuindo: badando. — Pre- gitasi ra, inn<>ny>i<irci are nella par- 
fa: ooiue prendere l'avversario. — te ore si va. Qui dice: Giiavano in 
lì tinti: dal cesto o dal pugno. — tondo, e mi volgevano ad ogni mo- 
Punti: da «rme. mento le spalle: ma il viso era sem- 

(•^Lì Campioìi. Virg., volg ant. : pre volto a me ; sicché nella giravolta 

Combatlono al giuoco de' campioni, torcevano il collo per riguardarmi. E 

La lotta a' tempi di Dant« era usata giravano perchè la lor pena è non 



Canto ZXXm, [nferrto 



Ter rana L 







CANTO XVI. 



177 



10. -^ E se miseria d'esto loco sollo 

Rende in dispetto noi e' nostri preghi 
(Cominciò l' uno), e '1 tìnto aspetto e brollo ; 

11. La fama nostra il tuo animo pieghi 

A dirne chi tu se', che i vivi piedi 
Così sicuro per io 'nferno freghi. 
1?. Questi, l'orme di cui pestar mi vedi, 
Tuttoché nudo e dipelato vada, 
Fu di grado maggior che tu non credi. 

13. Nepote fu della buona Gualdrada; 

Guidoguerra ebbe nome: ed in sua vita 
Fece col senno assai e con la spada, 

14. L'altro, che appresso me la rena trita, 

É Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 



stare mai fermi; se no Kiaf^erebbero 
cent'anni immsbili soito il fuoco, co- 
me i dispregiatori di Dio : onde, non 
potando f'amminare innanzi per par- 
lare col Poeta, si fermano, e pur si 
muovono, si muovono in tondo per- 
chè l'orlo dpl cerchio era vi(^ino, né 
avrebbero potuto seguitar Dante a lun- 
go , andando diritto; né tutti e tre 
parlargli, come bramavano a Inngo. 

10. (L) E se: sebben*^ — Sollo: 
cedevo!"! , arenoso. — Rcniìe : ci fa 
essere disprezzati. — Biotto: scorti- 
calo dal fnow. 

(SLt B'OÌIo. Inf., XXXIV: La 
schicm Riniunei della pelle tutta 
l}rulia 

n. (SL) PieQhi. Mn.y XH: Haud 
quaquau aictis... flectiinr. Eaiuove 
più volte. — Freghi. Era vivo e cal- 
cava più sul terreno; molto più, poi, 
andando sul duro margine. Le dif- 
ferenze tra l'essere di corno vivo e 
d'ombra, le vedemmo nfl III e nel- 
rvill e nel Xll dell'Inferno, e le 
vedrpHio snvpnte. 

<2. (L) Dipelato: dal fnofo. 

(F) Nulo. Ani'o ppr dfnotarp e 
punire il vizio svergognato Is , IH, 9 : 
Pecciitum sìiui'' qwi i Sodon.a prae - 
dicncerunl, nec abacomerunt 

■13. (sL) Gnaldra-la Figlia di Rei- 
lincione Berli , nominato nel XV e 
Dante. Inferno^ - 



nel XVI del Paradiso.'Ottone IV, sul 
principio del secolo XII venuto in 
Firenze, in una festa data nella cat- 
tedrale, motteggiò dì volerla baciare ; 
quf^lla rispose, né egli né altri il fa- 
r^'bbe che suo marito non fosse : onde 
Ottone ne f^-ce stima e la maritò al 
conte Guido, uno de' suoi baroni, di 
cui nacque Buggeri e di lui Guido- 
guerra. Gitone gli diede in signoria 
il Casentino. — Guido. Dall'opere, 
dice r Anonimo, ebbe soprannome di 
Guerra. Gf n quattrocento de' Guelfi 
usciti di Firenze fece compita la gran 
battaglia dell'Angioino contro Man- 
fredi e rilevò il' Firenze parte guelfa, 
che nel 1267 potè rientrarvi. Esnlecon 
Gu'dnguerra era il padre di Dante. 
— Senno. Ariosto: Col senno e con 
la lancia. Tasso: Molto egli «prò col 
senno e colla mano. 

14. (L) Appresso : dopo. — Voce di 
pace. 

(SL) rrt/a.iEn., V: Cnlcemque 
ferii jam calce Diores — Tegghiaio. 
Degli Adimari, famiglia nemica al 
Poeta Te-gghiaio snonsigliò la batta- 
glia ronlro i Senesi e gli usciti Ghi- 
bf llini, ma non fu asr^oltato, e ne se- 
gui la gran rolla di Montaperti. Fa- 
rinata, il Ghibellino vincitore, e Teg- 
ghiaio, il Guelfo costante, ambedue 
con encoailo li rammenta il Poeta. 

12 



178 INPfERNO 



15. Ed io che posto son con loro in croce, 

Jacopo Rusticucci fui: e certo 

La fiera moglie, più ch'altro, mi nuoce. — 

16. S' i' fossi stato dal fuoco coverto, 

Gittato mi sarei tra lor di sotto; 
E credo che '1 Dottor Tavria solterto. 

17. Ma, perch' i' mi sarei bruciato e cotto, 

Vinse paura la mia buona voglia 

Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 

18. Poi cominciai: — Non dispetto, ma doglia, 

La vostra coiìdizion dentro mi fìsse 
(Tanto che tardi tutta si dispoglia), 

19. Tosto che questo mio signor mi disse 

Parole per le quali io mi pensai 
Che, qual voi s:ete, tal gente venisse. 

20. Di vostra terra sono: e sempre mai 

L'ovra di voi e gli onorati nomi 

Con aftezion ritrassi e ascoltai. 

21. Lascio lo fele, e vo pei dolcifpomi 

Promessi a me per lo verace duca: 

Ma fino al centro pria convien ch'i' tomi. — 

13. (SL) Croce. - Valeva qualsiasi fatto non frequente nel Nostro. Ve- 
tormento, appunto come tormento, stire fortezza, virtù, è modo biblico, 
da torquere, si stende; ad altri dolori. Psal., XXXIV, 26 : Induantur... re- 
li Petrarca^ accoppiando non bene le verentia. Georg. , Il , delle piante» 
due imagini diverse : Amor c/ie «n'/ia Exuerint siloestrem animum. JEn : 
legato e lienmi in croce. — Jacopo. Vi : Exue mentem. Dante : E d' ogni 
Ricco e valente cavaliere. consolar l'anima spoglia. Bart. S. 

16. (L) 5of<o, scendendo dall'argine. Cene: Dei vizi spagliati Giambull. : 
— Sofferto, tuttoché guelfi e rei. Dispogliatosi d'ogni compassione, 

17. (SL) Colto. Il primo indica l' Im- i9. (L) Qnal : alta. 

pressione della fiamma ; l'altro del- (SD Q^mi. Quanto più modesta, 

l'ardore. Inf. , XV : Cotto aspetto, tanto più degna d'alto lodatore e 

Vita s. Girol. : Né puote l' uomo an~ d'alti lodati, la lode. 

dare sopra le brace, che le sue piante 20. (L) Terra: città. —Ocra: po- 

non si cuociano. Seorg., IV : Flund- litica. — Ritram : rappresentai a me 

na... adlimum radi tepefacta coque- stesso per imitarla. 

bant. Lucan., VI: lacnclas admifso (SL) Oora. Inf., XV: Dato Va- 

sole medullas. - IX: Quoscalor ad- vreiaWopera conforto. Dànleneì Ì300 

juvit , putrique incoxil arenae. — era Guelfo; ma tale non si sarebbe 

Ghiotto. Ariosto, XXIX, 61 Con gli dimostro qui se ì tre Guelll non a- 

piacqne il delicato volto. Si ne di- vesserò meritatala stima anco di, lui 

venne immantinente ghiotto. non più guelfo. -- Ritrassi. Dante, 

18. (L) Dispetto: dispregio. — La. nel VI dell'Inferno, aveva già par- 
Caso retto. — Doglia: il vostro stato lato a Ciacco di Tegghlaio e del Ru.- 
m'accora, e lungamente mi dorrà, siicucci. 

(SL) Dispoglia. Le metafore fisse 21. (L) Fcle: del male. — Per lo: 
e dispoglia non Istanno insieme : di- dal. — Centro : della terra. — Tomi: 

cali. 



CANTO XVI. 



179 



23. 



24. 



o-^ì 



2(\ 



:::/ 



— Se lungamente l'anima conduca 

L3 membra tue (rispose quegli allora), 

E se la fama tua dopo te luca; 
Cortesia e valor, di', se dimora 

Nella nostra città, si come suole; 

se del tutto se n'è gito fuora. 
Che Guiglielmo Borsiere, il qual si duole 

Con noi per poco, e va là co' compagni, 

Assai né cruccia con le sue parole. — 

— La gente nuova e i subiti guadagni, 
Orgoglio e dismisura han generata, 
Fiorenza, in te ; si che tu già ten' piagni. 

Così gridai con la faccia levata: 
E i tre, che ciò inteser per risposta, 
Guatar l'un l'altro, come al ver si guata. 

— Se l'altre volte sì poco ti costa 
(Rispcser tutti) il soddisfare altrui; 
Felice te, che sì parli a tua posta. 



(SL) Promessi. Inf , I, II, X. 

(P) Fele. Jer, Vili, i4 : Ci die 
bere acqua di fide per clié peccammo 
al Signore. E IX , 15 [G] Dent. 29. 
Radix Qcnerans fel et amaritudinem. 
Som. : La perversità de* costumi è Va- 
maritndine della mente. — Pomi. 
Frolli in genere. Apoc. XVIH, 14: 
Le poma desiderate dalVanima tua, 
si partiranno da te. [C] Deut. 33. De 
pomis collium aeternorum. — Tomi. 
La meditazione (ielmale è un cadervi 
col pensiero per vederne gli effetti: 
e evitare di rovinarvi con l'opera. 

22. (L) Sp: co-i. — Te: morto 
(SL) Coniuca. Jin., iV: Dnm 

fniritus /io5 reget artiis. Lucan-^ VI : 
Vivnites anima ij et adhuc sua mem- 
bra rcgentei. ì?('Ar. : Spirto gentil che 
quelle TTiembra reggi. — Luca. Para- 
disoXli : Laglorii loro imicme luna. 

23. (F) Corleiia. In antico compren- 
deva oizni interna e I esterna genti- 
lezza Pirg , XVI ; In sul paese ch'A- 
dige e Po riga Solca valore e corte- 
sia trovarii. — Valor. Dan'»^ Conv. : 
Potenza di natura. E nel XXVI del 
Paradiso traduce omne bonum, oyni 
valore. 

2i. (L) Per poco: da t)OCo in qua. 

(SL) Guiglielmo. Così anclie il 

Roccaccio, che in una novella lo chia- 



ma gentile cortigiano. Par che mo- 
risse vecchissimo verso il 1300 

23. (L) La: la gente del contado 
arricchita. — Piagni: duoli. 

, (SL) Nuova, io questo senso ì 
Latini : homo noom. — Piagni. Bocc. : 
l' abbominevole avarizia de' Fioren- 
tini. 

(F) Guadagni. Co'' riaggi e con 
V usure, cosi l' ©ttimo.Nel Convivio 
cita Lucano, il quale fa le romane 
discordie ingenerate dalla ricchezza, 
Ja villssima delle cose. T'. il passo 
del Villani citato al Canto VII, t. 22. 
Ezech., XVI, 49 : Questa fu Viniquità 
di Soioma sorella tua : superbia, sa- 
tollanza di pane e abbondanza. Ari- 
stotile fra le cause della sedizione 
pone il guadagno. 

26 (L) Guata: come si fa al senr 
tir dire il vero. 

(SL) Levata. Verso Firenze in 
atto d' ira , dì dolore , d' amore. — 
Guata. .En., XI : Olliobdupuere si- 
lentes, Conversique oculos inter se 
ntque oratenebant. L'italiano ha mag- 
giore efficacia. 

27. (L) Altrui : domanda. — Posfa : 
franco. 

(:5L) Soddisfare. Lodano l'ar- 
dita sincerità del Poeta, ma non gliela 
predicono sempre cosi fortunata. 



ISO INFERNO 



28. Però, se campi d'esti luoghi bui, 

E torni a riveder le belle stelle, 
Quando ti gioverà dicere : « Y fui » ; 

29. Fa che di noi alla gente favelle. — 

Indi rupper la ruota; e, a fuggirsi, 
Ale sembiaron le lor gambe snelle. 

30. Un cimmeri non saria potuto dirsi . 

Tosto così com'ei furo spariti: 
Perch' al maestro parve di partirsi. 

31. Io lo seguiva. E poco eravàm iti, 

Che '1 suon dell'acqua n'era sì vicino 
Che, per parlar, saremmo appena uditi. 

32. Come quel fiume ch'ha proprio cammino 

Prima da monte Veso invèr levante, 
Dalia sinistra costa d'Apennino, 

33. Che si chiama Acquacheta suso, avante 

Che si divalli giù nel basso letto, 
E a Forlì di quel nome è vacante; 

34. Rimbomba là sovra San Benedetto 

Dall'Alpe, per cadere a una scesa, 
Ove dovrfa per mille esser ricetto; 

28. (L) Bai d'Inferno. — Dicere: veso, Solino, conosciuto dal Nostro, 

rammentare i mali veduti, ad esem- 3:^. (Lt Dioalli: S'',pnda. — Lello: 

pio. pian di Rom^iena.— À'yacun^é;: perde. 

(SI.) Bui Ma. VI : Loca lurbi- (SLi Acquacheta Sopra Forlì 

da. - Jjjca spnta sihi nocteit>que prO' perde quel nutiie, e si chiama Mon- 

fundani. — Ilireder Sut, . ì[:Heu Ione dall' impeto; siccome il fiero 

dìdces viture, polos solemqw reli- Muntone più alto si chiama Acqiia- 

clurn. — Ciò 'era. Mn . ì : Ef haec cheta, così Fl'gPionte. che più su è 

olimfiiemini'isejurabit Tass": Quon- stagno, eiù p'e(^iplia con rimbombo. 

do li gio>'e)à narra' e altmi Li'- no- (F) Vacante Frase non bolla 

viià vedute, e di>e : io ivi L^ìv^u'hio. ma delle s'uoIh Arisi,, Fis. : Mutii 

20 (L) Rìipper: noti più girjiiio in vucit. - Vacuila^ amotu quiei est. 

tondo. — S^'iibi'iron : sembraron. Parer., V: Là ve H vocabol $uo di- 

(•^L) Rapper : V.ierz. 9.-' Ale. venta vano; e nella -^onamajCya- 

Mn., Vili : Pexibus Umor addidil cuazione vale ce.ixazione. 

alas. 34. (L) San : badia. 

30. C^L) Ammen Mn. I; Dicto ci- (.>) ittc-e^o. Ci dovrebbe essere 

lina : Ov. Mi , V : CUiu< quam nitnc luop;o p^r mona'-i molli ; e pochi so- 

tibi facta renarro Vivf>: in un ame/i. no. Il Rossetti pen-^ando che Arrigo 

.SI L Sirem»io: stati. VII in (jiiesti luoghi fu combaliulo 

33 (-1.) Ve<o MontHveso sopra il da' Gupitl, spiega i^lie da quella rupe, 
Genovese. Mn. , X : Veo'lìi^ Quivi so'ondo il desiderio del Poeta , sa- 
l'Anennino cominca: la sinistraci' \- rebbt-ro dovuti p-ecipiiar mille Quel- 
pennino guarda a levante, e Pasque n TropDo ingegnosamenie crudele, 
che da manca scendono, m'Hiono Né, se Dante questo pensava, direb- 
nell' Adriatico. Del Po e di Monte- be ricetto. 



CANTO XVI. 



181 



35. Così, giù d'una ripa discoscesa 

Trovammo risonar quell'acqua tinta, 
Sì che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa. 

36. Io aveva una corda intorno cinta; 

E con essa pensai, alcuna volta, 
Prender la lonza alla pelle dipinta. 

37. Poscia che l'ebbi tutta da ma sciolta, 

Sì come '1 duca m'avea comandato; 
Porsila a lui aggroppata e ravvolta. 

38. Ond'ei si volse invèr lo destro lato, 

E, alquanto di lungi dalla sponda, 
La gittò giuso in quell'alto barrato. 

39. — E pur convien che novità risponda 

(Dicea fra me medesrao) al nuovo cenno 
Che '1 maestro con l'occhio sì seconda. — 

40. Ahi quanto cauti gli uomini esser denno 

Presso a color che non veggon pur l'opra 
Ma per entro il pensier miran col senno! 



33. (L) Tinta : rossa.— Ora: tem- 
po. — Olìe<a : assordata. 

(SL, Tinta. Inf , XIV. Nel VI: 
Acqua tmia. 

36. (L) Intorno : al corpo. —Alcu- 
na: utid. — Alla: dalla. — Dipinta: 
maccbiata. 

(SL) D pinta. Inf., l. —Georg., 
Ili : Pictaeqiie volucreì. — Ov. Met., 
IV: Pic'ù . trenii. 

(F) Corda. Signiflca la mortiQ- 
cazlone Con cui Dinte sperò vincere 
la lussuria. Lu a (XII. 3^) : S^-ino i 
lombi co^iri pre'inli Som. : Il ginto 
denoti continenza. E <ignifl:a la buo- 
na fede per cui sperò trarre a ^é i 
Fiorentini , e ora spera matteggiare 
con la frod*'*. si cn<^ non gli possa far 
male. Is . XI 3 : E'-it jinfitia cinou- 
lum lumhorum ejus: et fide s cinctO' 
rium renum ejus Alla buona fede 
s'oppone la fr^le; della quale dice 
Il Poeta (Inf., Xli che recide il vin- 
colo d'amore Di che la fede xpeziil 
si cria. Questo poi della corda é sim- 
bolo tnoirflpiice : onde D^nie (Pur- 
gatorio, VII), di PjHtro d'Araffona: 
D'o'ìni valor por'ò cinta la corda ; 
cioè d'ogni bene. V. la nota alla l 23. 
S'aggiunge, ch3 Dante, come ter- 
ziario dei Francescani, nel Giovedì 
Santo avrà forse avuto indosso quel- 



l' abito e f]uel cordone, col quale 
mori (lelli.pag. 79) Altri perla 
corda Intende la fortezza, contraria 
insipmp. e alla lussuria e alla frode. 
Jo . XXI, 18 : Quan •' eri più giovane 
cinQeoi tt stesso e n^ andavi do<e ro- 
leni ; ma quando invecckierai, sten- 
derni le tue mani, e altri ti cing<"à 
e condurrà ^o>e tu non vuoi. — Di' 
pinta. J^-r . XHI 23: Si mutire po- 
lest jE hiips petlem suam, aut par~ 
dus v'trieiafei yua< ; et vos potei itis 
benefac^re cum didiceritii matun. 

37. (L) Aggroppata: ctie chi s' ar- 
T'impioa, .s' affsrappi a' nodi. 

38 (L) Lungi, perchè la non desse 
in un m^sso 

(SL) Di Novell., LXI : Molto 
di lungi da Roma. 

(F) Destro. Sempre nel bene 
la mossa è a destra. 

39. (L) Novità: ci ha essere qual- 
cosa di nuovo. — Seconda: segue. 

(SL) Cenno Seguiva con l'oc- 
chio la corda per vedere se G<^rìone 
saliva : e getta quel segno, perchè 'I 
suon dell'a-qua non avrebb*» lasciato 
intendere ogni chiamata. Poi si con- 
vengono alla frode l taciti cenni. — 
Seconda. Mn. , VIII : Oculitque se- 
quuntur... nubem. 

40. (L) Pur : sol. 



182 



INFERNO 



41. Ei disse a me: — Tosto verrà di sopra 

Ciò eh' l'attendo, e che '1 tuo pcnsier sogna; 
Tosto convien ch'ai tuo viso si scuopra. — 

42. Sempre a quel ver eh' a faccia di menzogna, 

De'Tuom chiuder le labbra quant'o' puote, 
Perocché, sanza colpa, fa vergogna: 

43. Ma qui tacer non posso; e, per le noto 

Di questa Commedia, lettor, ti giuro, 
S'elle non sien di lunga grazia vote, 

44. Ch' i' vidi per queir aer grosso e scuro 

Venir nuotando una figura in suso, 
Maravigliosa ad ogni cuor Bicuro; 

45. Sì come torna colui che va giuso 

Talora a solver ancora che aggrap]ja 
scoglio altro che nel mare è chiuso; 
Che 'n su si stende, e da pie si rattrappa. 



(F) Veggon Vede non solo le 
opere esteriori, ma l'interna volontà. 

41. (L) Sogna: imagina in confu- 
so. — Vif!0 : sguardo.' 

4:2 (L) Faccia: aspetto. — Fd: fa 
dir cose strane ; anco so vere, non 
è creduto- 

(F) Faccia. B. Giamb. trad. del 
Tesoro di Brunetto e coetaiveo di 
Dante : La veritade ha moUe volte 
faccia di me>izogna. Albert., XXVllI : 
Spesse volle la verità ha faccia di 
bugni... Tal verità dèi dire che ti sia 
crèdula; che aUrimcnti ti sarebbe 
riputala per bugia. ^Ea., Il : Armo- 
rum facie (apparenza). 

43. (L) S' : così. —Non: piacciano 
a lunpo. ^ ^. ,. 

■ (SD Véle, Inf., XX: Se T)io li 
lasci, lettor , prender frutto Di tua 
lezione. 

44. (L) Sicuro : ardilo. 



(SL) iVitolEan^o. Virgilio, di De- 
dalo: Eiiavit ad Arctos (.En., VI). 
Ma qui nuotava nell'aria grossa, co- 
me ia acqua f^ràve. — Miravigliosa. 
VirRiJio, di Proteo (Georg., IV): 0- 
mnia transformat seze in wir acuta 
rerum. Ignemque horribilemque lc- 
ram. Vita iN uova: Maravigliosamente 
tristo. Georg. , I : Simulacra rnodis 
pallentia mirii. 

(K) Sicuro. Giamboni. La si- 
curtà è non dubitar delle cose che 
sopravvengono. Som. : SecurVas ani- 
mi quies a timore. Casa : Animosi 
uomini e sicuri. 

45 (L) Aggrappa : legata.— C7i.m- 
so : ascoso.'— S't: colle braccia. — 
Rattrappa : raccoglie. 

(Sf.) C7UUS0. JEn. , VI : Obscu- 
ris claudunt convnltibus umbrae. — 
Ji'xltrappa.Viwe In Toscana rattrap- 
pire. Vettori : Braccia rallrappate. 



Bello 11 principio, che, facendo sen- fine ; che, v^r cenno alla Frode^ che 

lire nel verso il suono dell'acque salga, Virgilio getta la corda di cui 

lontane cadenti, misura lo spazio Danto era cinto: come per denotaro 

corso e 11 da correre.' Originale la clic quei che agli onesti e ritegno, 



CANTO XVI. 



1&3 



jciova a fare chei tristi, tnttoohè ne- 
mici al bene, con la furberia loro 
gli servano. 

Il luna;o colloquio coi tre Fioren- 
tini , che a Dante parevano grande 
cosa, dimostra quanto le angustie 
municipali in Italia scemassero anco 
gli spiriti grandi. Mi 1' imputare le 
sventure della patria all' orgoglio e 
agli eccessi di tutta sorte, e questi 
ai guadagni subiti e alle ambizioni 
della nuova nobiltà generata dalla 
ricchezza, è giusto ; ancorché nell'ab* 



bominazione della gente miova on- 
tri alquanto ii dispetto del nobile 
d' antica schiatta, incomincia dal 
Guelfo a svolgersi il Bianco. Lirica 
però la mossa di questa risposta; e 
moralmente bello il non negare 
quello che, al parer suo, dovesse ai 
Ire , tutto viziosi , la patria ; moral- 
mente bella l'esclamazione, dell'an- 
dare cauti a giudicare le intenzioni 
di chi con senno maggiore ci legge 
dentro e ci giudica. 



184 INFERNO 



COMPARAZIONI E IMAGINI 
TOLTE DALL'IDEA DI TEMPO E DI NUMERO. 



Dante come propriclà e riposo della mente umana pone la facoltà 
del raffrontare (l); facoltà potente in lui clie ben sapeva accoppiare 
Principio e fine con la mente fìssa (3). Da una comparazione die in 
questo Canto rincontriamo concernente la misura del tempo , non 
sarà discaro trascorrere per altre somiglianti qual più qual meno ef- 
ficaci. 

Un ammeu non saria potuto dirsi Tosto così , coni' ei furo sparili. 

— Né sì tosto mai, né 1 si scrisse, Coni' e i s'accese e arse, e cc- 
ner tutto Convenne che cascancl.o divenisse (3). — Tu non avresti in 
tanto tratto e messo Nel fuoco il dito, m quanto io vidi ' l segno Che 
segue 'l Tauro e fui dentro da esso _ (4). — In tanto in quanto un 
qxi0drel posa E vola e dalla noce si disclwiva , Giunto mi vidi... (5). 

— E sì come saetta che nel segno Percuote pria che sia la corda queta, 
Così corremmo nel secondo regno (fi). — Quant' è dal punto che il 
Zenit inlibra (il sole e la luna), Infìn che l'uno e l'altro da quel 
cinto. Cambiando V cmisperio, si dilibra; Tanto, col volto di riso di- 
pinto, Si tacque Beatrice (7). — E qual è il trasmutare , in picciol 
varco Db tempo , in bianca donna quando 'l volto Suo si discarchi di 
vergogna il carco; Tal fu negli occhi miei (8). — E funne ricoperta 
E l' una e V altra ruota, e 'l temo, in tanto Che più tiene un sospir 
la bocca aperta (9). — Pria che passin mill' anni? eh' è più corto 
Spazio all'eterno, eh' un mover di ciglia Al cerchio che più lardi in 
cielo è torto (10). — Mostrava alcun de' peccatori il dosso, E nascon- 
deva in men che 7ion balena (il). — E come in vetro, in ambra, od 
in cristallo Raggio risplende si che dal venire All'esser tutto non è 
intervallo... (12). 



(1) Piirg., XVII. (o) Par., II. 

(2) Inf. , XXllI. Purg. , XVI : ISclla (6) Par., V. 
sentenzia tua , che mi fa certo. Qui e (7) Par., XXIX. 
oltr ve, quello Olì* io l'accoppio ; raui- (y>) Par, XVIII. 
me ita l'evangelico della Madre di (0) Purg , XXXII. 
Ge^ù: confercns incorde suo. (10) Purg., XI. 

(3) Inf., XXIV. (Il) I..f., XXII. 

(4) Par., XXII. (12) Par., XXIX. 



CANTO XVI. 



Wl 



Che del fare e del chieder tra voi due Pia primo quel chs tra gli 
altri è più tardo (l) Non so... quant' io mi viva: Ma già non fia ' l 
tornar mio tanto tosto , Ch' f non sia col Voler prima alla riva (2). 
— Tu sentirai di qua da picciol tempo D' quel che Prato, non ch'ai- 
'.ri, l'agogna: E se già fosse, non sana per tempo (3). 

Ma del S'ilire Non m' accors' io, se non com'nom s'accorge, Anzi ' l 
nrinw pensier , del suo venire (4). — Nello speglio In che, prima che 
hcnsijilpensier paìuli (3). — Sì subitamente Che V atto suo per tempo 
ton si sporge (6). 

IVelle Imaglnl che il Poeta sce?:1ic , ritrovansi le minime quantità 
del temf)0, e denotate le immensurabili, e tutti i limili del tempo da 
litimo sorvolali. Del soggiorno d' Adamo nel paradiso terrestre dice 
eie fu, Dalla prim' ora a quella eh' è seconda. Come 'l sol mula qua- 
dri, j alV ora sesta {!). Dell'intervallo dalla creazione degli angeli 
alli caduta dice: Né giugneriesi , numerando j al venti Sì tosto come 
dctli Angeli parte Turbò 'l suggello de' vostri elementi (8). 

)all' idea del tempo passanrk) a quella del numero, di' è più gene- 
ral!, anche qui troviamo ricchezza di modi e d' imagini. D' un dub- 
bio: Prima era scempio, e ora è fatto doppio (9) ; dello splendore d' un 
Celsle: Sopra lo qual doppio lume s' addua HO) ; del raggio della 
graia ne' Beali: Moltiplicato in te tanto risplende (li); della virtù 
dell intelligenza divina operante negli astri : . . . Sua bontale Molti- 
pli'-da per le stelle spiega , Girando sé sovra sua unitale (i2 ; della 
natun degli Angeli : . . SI oltre s' ingrada In numero, che mai non 
fu loaiela Né concetto mortai che taìtlo vada (i3). 



- (!) *ar. , XVII. 11 modo francese mi 
taroa ler esprimere desiderio vivo si 
che egli intervallo di tempo par lungo 
e tarde, che ora dicesi : vii pare mil- 
V anni era della lingua antica ed è in 
Dante (rif..lX, XXD con bella varietà : 
Par., X; Corse e eorrcndn qI parv'es- 
scr tarli Por., XVI : E par lur tardo 
Che Di<> luiglinr ritrt liripogna. Inf. , 
Il : Talli vi' aggrada il lao comanda- 
mento, ('. L'ubbidir, se già fosse, m'è 
tardi. Oizio : Sic miìii larda flmint in- 
gralaquc'.iiipora qucespeni Consilium- 
que niorctiir aqondi qnaviter.,. 

(2)., Pig., XXIV. A significare bre- 
vità di tapo hai non solo senza in- 
dugio {h\ XXVII) , ma senza dimoro 
(In., XXi, e senza canta (Piirg. , 
XXXI). 

(ó) InfXXVI. 

(4) ParX. 

(5) Pai XV. 

(6) l'aiX. 

(7 ParSXVI. 

(8) ParJiXIX. 

(9) PuiXVI. Senso più spirituale 
ha scmpli Dell' essenza di Dio, sem- 
plice liart della sua visione, sc»j- 
plice scmifile {Par., XXXIII). /^ suo 



raggiare aduna. Quasi specchiato , in 
nuove sussistenze, Eiernalmcntef r>ma- 
ìiendosivna (Par..XlH). — Par., XXIX : 
Tanti Sp( culi fatti s' ha, in che sispezzOj 
Uno innnendo in sé come davanti, 

(IO) Par, VII. 

(H) P..r., X. 

(12) Par., II. 

(13) Par ., XXIX. Anco in Paradiso il 
Poeta però si rammenta che commedia 
è la sua, e dice : iSon ha Firenze tanti 
Lupi e lìi'idi. Quante si fatte favole per 
anno In pergaiho si gridan quinci e 
quindi(VAr , XXIX). E rammenta 1' al- 
tro: Che laiìli'. lingue non san ora ap- 
prese A dicer sipa tra Savenn e '/ Reno 
(Inf., XVIII). Sinosical falso monetierc: 
Son qui per un fallo ; E tu per più 
eh' alcun altro dimonio (lisf, XXX). Di 
gente eh' i' non avrei mai creduto Che 
Morie tanta n* avesse disfa'ta (Inf. III). 
Se s\idunasse ancor tutta la gente Che... 
Con quella.'. E l' altra... E qual forato 
Suo membro, e qual mozzo Mostrasse; 
d' agguagliar sarebbe nulla II modo ddla 
nonabulgiasozzo...{\\\i.,Wy\\\). Qual 
dolor fora se degli spedali Di Valdi- 
chiana... E di Maremma e di Sardigna i 
mali Fossero in una fossa tutti insem- 



186 INFERNO 



11 voto non si può commutare, secondo Dante, se la nuova offerta 
non sia maggiore di quella prima: se questa in quella, Come'l quat- 
tro nel seij non è raccolta (1). Domenico non domanda al papa di 
poter dispensare o due o tre per sei (2) , cioè commutare il maggior 
peso col minore. Da Dio raggia la vita del pensiero altrui nell' anima 
contemplante, come raggia Dall' un, se si conosce, il cinque e 'l sei (5). 
Nelle faccende civili, massime nel di del pericolo, taglia Più e meglio 
una che le cinque spade (4). Romeo, il povero pellegrino, richiesto di 
rendere conto all'ingrato re, gli assegnò sette e cinque per diece (5). 
E sette volte sta per grande numero indeterminato (6)^ così come ce?tic 
e come mille. Ercole al ladro Gliene die' centone non sentì le diece 0) 
Dante a' simoniaci : E che altro è da voi all' idolatrCj Se non eh' egli 
uno , e voi n' orate cento? (8). — Chi s'arresta un po' sotto la piog- 
gia del fuoco, per pena, giace poi cent' anni senza poter con le mail 
scuotere da sé gli ardori; i diavoli addentano i barattieri con piiiM 
cento raffi; al sentire i falsatori che un vivo viaggiava tra essi, ?iù 
fur di cento che s'arrestarono a riguardarlo; se un falsatore in c^n- 
t' anni potesse fare un'oncia di strada, sì metterebbe in via per Mi- 
surare le undici miglia della sua bolgia, e raggiungere il reosigrore 
che lo indusse al peccato; il falcone senza preda discende muo^n- 
dosi per cento ruote . . . disdegnoso e fello (9) ; più dì cento spriti 
siedono nella barchetta coli' angelo ; sopra il divino cocchio Si Ivàr 
cento.... Ministri e messaggier' di vita eterna (10). Nel pianeta de'con- 
templanti cento sperule... s'abbellivan con mutili rai {lì). Più dinille 
ombre Virgilio mostra e nomina a Dante tra' sensuali ; più dìmille 
anime distrutte fuggono per la gora dinnanzi al messo celese che 
vien per aprire la porta chiusa a' poeti da' diavoli, i quali eraiop/ù 
di mille a impedirne il passo. Farinata giace con increduli oiù di 
mille; a mille a mille vanno i Centauri saettando le anime luigo il 
fosso dì sangue. 

Dante a Virgilio : Tenpriego, E ripriego,clie 'l priego vaglia mile (12). 
Firenze è dagli amici perfidi fatta selva tale, che di qui a mi 'anni 
Nello stato primaio non si rinselva (13). Se Dante stesse nellaiamma 
purgatrìce ben mill'anni. Non lo potrebbe far, d'un capei, caJO (14). 
La volontà ferma è come fuoco che si ridirizza sempre se mie volte 
lo torca violenza: il traditore non vuol dire il suo nome a Unte se 

bre; Tal era quivi... (Inf., XXIX). 3Ia- Fselte teste della bestia nel XI dell' la- 

remma non cred' io che (ante n'' abbia ferno riappariscono nel XXM del Pur- 

Qunnte bisce egli atea (Ini ,XXy)Quan- gatorio. Nel IV dell' Infern il castello 

te il villun.... Vede lueeiéle... Di tante de'savìi e giusti pagani è5e//e t'o//e 

fiamme tutta risplendca L' ottava bolgia cerchiato d' atte mura, e perette porte 

{Inf., XXYl). Tanti splendor' eh'' i' peti- ci si entra. 

sai eh' ognilume Che par nel del, q>nn- (7) liìi.,XX\ . - Alle priinpcrcossc! 

di fosse diffuso (Par. , XXI).... Un ben E già nessuno Le seconde cocllava né 

distributo I più posseditor faccia più /<? /erze (Inf, XVII 1.) 

ricchi Di se, che se da pochi è posseduto (8) Inf., XIX. 

(Purg., XV). (9; Inf. XVII. Pm'g.,XIX: Non 

(1) Par., V. eran cento tra' suoi passi eiei Quando 

(2) Par., XII. le ripe iguatmente dicr voi, 

(3) Par., XV. (10) Parg., XXX. 

(4) Par. XVI. (M) Par, XXII. 

(5) Par., VI. (12) Inf., XXVI. 

(6) Inf., VIII:... più di sette volle (13) Purg., XIV. 
m' h'ii sicurtà renduta, Inf., XXII: /^cr (li) Purg., XXVIf, 
wij ch'io so , ne farò venir sette. Le 



CANTO XVI. 187 



questi mille finii gli caselli addosso a strappargli i capelli ; 1' nomo 
assorto ia un forte pensiero non s'accorge se d'intorno gli suonino 
mille trombe. Mille disivi più che fiamma caldi (1) stringono gli oc- 
chi di Dante agli ocelli di Beatrice. In una valle ove soggiornano po- 
chi monaci, dovria per mille esser ricetto (2) ; nella valle onde Sci- 
pione ebbe gloria, Anteo recava mille lion per preda (3); nella valle 
ove attendono i principi negligenti è soavità di inille odori (4). Ulisse 
a' compagni suoi dice: Per cento milia Perigli siete giunti all'oc- 
cidente (5). Della divina tìamma di Virgilio sono allumati più di 
viiille (G). L' uomo superbo vuol giudicare da lungi mille miglia Con 
la veduta corta d' una spanna (7). Il lume di Beatrice splende piit 
di mille miglia; più di mille luci appariscono a Dante nel pianeta di 
Giove; nel trionfo di Maria ammira migliaia di lucerne, piii di mille 
splendori (8) accesi da un lume altissimo di cui non vede il prin- 
cipio : più di mille foglie ha la rosa di Paradiso. Delle sostanze an- 
geliche il numero.. .^ Fiù che H doppiar degli scacchi s'immilla (9): 
ma nelle loro migliaia contate dà Daniele, Determinato numero si 
cela (10). A cantare le bellezze di Paradiso se tutte le lingue de' poeti 
suonassero al millesmo del vero Non si verria (H) ; al miracolo del 
Cristianesimo diffuso, gli altri miracoli non sono il millesimo. E per- 
chè la commedia s' intrecci pur sempre alla Cantica, nel libro della 
giustizia la bontà d' un re zoppo è segnata da / come uno, e il con- 
trario da un' M che significa mille. E d'un altro re : E a dare ad in- 
tender quanto è pocOj La sua scrittura fien lettere mozze (12), che sì 
contrappone alla volontà misericordiosa onnipossente A cui nonpuote 
il fin mai esser mozzo (13), 

Nel *poema Al quale ha posto mano [e cielo e terra (11) dovevano 
trovar luogo anco le lettere dell'alfabeto lasse e nude, e vestire poe- 
tica veste. Ne' principii dell' umano linguaggio / s' appellava in terra 
il Sommo Bene (i5). L'alfa e l' omega delle sacre carte vale anco in 
Dante principio ed ultima perfezione ; e il Satan aleppe non è che 
r alfa come titolo di principato, e una versione di sua Slaestà sotter- 
ranea. L'Angelo descrive ai Poeta in fronte sette P con la punta della 
spada, e altri angeli, col ventilare dell'ali, devono cancellargliele su 
su a uno a uno; e Virgilio, dopo cancellato il primo e rimastegli pur 
sei le lettere, gli dice: Quando t P, che son rimasi Ancor nel volto 
tao, presso che stinti. Saranno, come l'un, del tutto rasi (16), allora 
salirai la montagna leggiero come nave che scende a seconda. Il nomo 
di Beatrice è compitato per B e per ice da colui che sovente paragona 
sé stesso a fanciullo. Nel viso umano compitando i due occhi col naso 
e le occhiaie, egli legge omo; e ne' dimagrati, a' quali le occhiaie più 
fonde e più nere e più livide, vede risaltare la M. Gli spiriti amanti 
giustizia dispongono sé in forma da rappresentare le leilere dell' al- 
fabeto e le parole Diligile justitiam.... qui judicatis tcrram. E si fanno 
or D, or I, or L in sue figure (17) ; poi si riposano nell'ultima let- 
tera e s' ingiliano all' emme, che non si può veramente, non che let- 
tera d' alfabeto, ma in più fiorito modo, fregiare manto di re. 

(i) Purg., XXXL (10) Par., XXIX. 

(2)Iaf,XVL (U) Par., XXIII. 

(3) Inf., XXXI. (12) Par., XIX. 

(4) Porg., VII. (13) Inf., IX. 

(5) Inf. XXVI (14) Par , XXV. 

(6) Purg., XXL (16) Par., XXVI. 

(7) Par., XIX. (16) Purg., Xll. 

(8) Par., XXIII, V. (17) Par., XVIII. 
(?) Par., XXVIII. 



188 INFERNO 



I nomi de' numeri non paiono prosaici a lui clic , picchiando forte, 
fa balzare d'ogni selce scintilla, e zampilli da ogni terreno scavando 
profondo. Né gl'ingegni veramente poetici paventano d' apparire pro- 
saici; appunto come la schietta innocenza ignora il falso pudore. Dante 
nomina dunque le cose col loro nome proprio, e intende quasi sem- 
pre d'essere inteso quanto comporta l'arduità delle co^e che dice. 
Egli scende nel primo cerchio che V abisso cigne iì) Poi dal cerchio 
primaio (2) giù nel secondo ; poi io sono al terzo cerchio. Di nuova 
pena mi convien far versi, E dar materia al ventesimo Canto (3). Ma 
perchè piene son tutte le carie Ordite a questa Cantica seconda (4). 
Virgilio gli dice dapprima Io sarò primo e tu sarai secondo (5) ; poi 
quando sono al Centauro: Questi ti sia or primo ed io secondo (6). E 
nell' uscire d'inferno: Salimmo sUj ci primo, ed io secondo (7). E 
quasi sempre numerati ad uno ad uno i cerchi e le bolge (8). Ma chi 
volesse abbondanza dj numeri vada nel Paradiso, e senta come in- 
torno a quel punto, da cui dipende il cielo e tutta la natura, si gi- 
rino le intelligenze angeliche in forma di nòve cerchi , il primo ra- 
pid''issimo : E questo era d' un altro circoncinto j E quel dal terzo, e' l 
terzo poi dal ciuarto. Dal qu.nto 'l quarto, e poi dal sesto il quinto. 
Sopra seguiva il settimo.... Così l'ottavo e' l nono : e ciascheduno Piìi 
tardo si movea, secondo ch'era, In numero, distante più dall' uno (9j. 

Quest'uno, che é Dio, altrove dicesi semplicemente qwei c/ie è primo, 
e la prima virtù, àa prima volontà, imprima ugualità, \\ primo vero: 
e altrove: Quell'Uno e Due e Tre che sempre vive. E regna sempre 
in Tre e Due ed Uno (10). Adunare a lui vale, unificare; e della Tri- 
nità : Quella viva Luce che sì mea Dal suo Lucente , che non si di- 
suna Da lui né dall' Amor che 'n lor s' intrea Hi) ; intrearsi e in- 
ternarsi gii é non già farsi triplo, ma essere trino. Della Trinità, pa- 
recchie volte : trina Luce che in unica Stella Scintillando. — Tre 
giri Di tre colori e d' una contenenza. — Tu trino ed uno. — Una 
sostanza in tre Persone. — Tre Persone in divina natura, Ed in una 
sustanzia essa e l'umana (i2). — E credo in tre Persone eterne; e 
queste Credo una essenzia sì una e sì trina , Che sofferà congiunto 
sunl et este (13). Abbiam visto adduare, che non è per l'appunio dop- 
piare, usato da lui in altri sensi (14). Incinquarsi (15) vale moltipli- 
carsi per cinque ; e immillarsi,- per mille. 

(1) Inf. IV. (8) laf., XXIX: bell'ultima bolgia 

(2) Prima a ha più volto per primo delle r/ieee. 

e primièro, e sczzaio per uliimn, e per (9) Par , XXVIII. 

finalmenlc ha al dassezzo (I.if , VII), e (10) P..r., XIV. 

ultimamente (Purg., XX); uè rifugge (1 1) Par., XIII. 

dai dire pe>iulthno (Par., XXVIll); o (12) Par., XIII. Par., X: Guardando 

fin questo modo di retro, per dir« il se- nel suo figli') con l' amore Che l' uno 

coiido de' modi indicati (Inf., XI) Sez- e l' altro eternalmentc spira. Lo primo 

zaio da scquior-sequor che è anche l'o- edincffnbilc Valore. - Ucll' atto Padre, 

rigine di secondo : onde secondare più che sempre la sazia Mostrando come 

volte nel senso di seguitare (Pur»;., spira e come figlia. hì(.,lìl; La dtuina 

XVI ; Par. , I; e ite'^nrc (Purg. , VII), Potcstatc La somma Sapienza e il pri- 

e reiterare (Pnrg , XIII) ; ha poi pò- mo Amore. 

stremo e .<>tremo e mvissimo {Pa.r.,XVì ; (13) Pur, XXIV. Oe'giri angelici ter- 

Purg XXVI e XXX). jioro (Par. , XXVIII) ; e de'ct-rrhi del 

(3) Inf, XX. Piiriiatorio, tripa-tito (Par., XVII); e 

(4) Purg., XXXIII. ncir XI dell' Inferno : tre ccrchiitli. 
(6) Inf., IV. (14) Inf., XIV : Doppiar lo dolore. 

(6) Inf., XII. (15) Par., IX : Questo centesim' anno 

(7) Inf., XXXIV. 



CANTO XVI. 



189 



Di corpo trasformalo in altro corpo si elio la trasformazione non è 
.'incora compiuta, egli dice: Vedi che già non se' uè duo né uno .... 
Due e nessun V imagine perversa Parea (1). D'un dannato che porta 
in mano la testa propria: Ed eran due in uno, e uno in due (2). 

A significare l'inesperienza del male: nuovo augelletlo due a tre 
aspetta (3) ; e a dipingere il movere di genie mansuefa : Come le pe- 
corelle.... a una (4) a due a tre. Il noto modo virgiliano e reso là 
in quelli: L' accoglienze oneste e liete Furo iterate tre e quattro 
volte (5). De' sensi simbolici dati nel poema al numero tre non é qui 
luogo a dire. Ma seguitando de' semplici numeri : Tre ninfe, le virtù 
teologali, danzano dall' una parte del carro mistico; quattro dall'al- 
tra, le cardinali ; i^ Grifone tende le ale Tra la mezzana e le tre e 
tre liste i6) che fanno i candelabri segnando un solco di luce ; i quat- 
tro animali simbolici sono pennuti di sei ale; Lucifero piange con 
sei occhi ; dieci sono le corna e sette le teste della bestia mostruosa. 
Una diecina sono i diavoli Malebranche (7). Niobe è impietrita tra 
sette e sette suoi figliuoli spenti (8'. Le lettere formanti la scritta nel 
pianeta di Giove com'oro in argento sono cinciue volle sette vocali e 
consonanti (9). La bolgia de' falsatori gira undici miglia, E men d'un 
mezzo di traverso non ci ha (10) ; la bolgia di sopra volge miglia ven- 
tidue (11). Ventiquattro i seniori coronati sul monte; ventiquattro le 
■ anime sante che gli appariscono dentro al sole. Trenta gran palmi e 
cinqu' alle vede il Poeta dal collo al ventre della grande corporatura 
de' giganti legali; per ogni tempo che l'anima in vita ha indugialo 
il pentirsi ne starà in Purgatorio trenta. Cinquanta gradi è salito il 
sole sull'orizzonte del Purgatorio e Dante non s'era accorto, tutto 
no' suoi pensieri. Cinquanta mesi non saranno passali, e Dante saprà 



nncor s* incinqua. Così nel IV dell' In- 
ferno, sesta compagnia vale di sei per- 
snnc. 

(t) Inf. XXV. 

(2) i.if,xxvni. 

(3) Inteso volle (Purg. , XXXI) : e 
Inf., XXVIIi : Quel Iradilor che vede 
pur con C uno (inteso nccht'i) come nel 
dialetto «li Corfù co' quattro vale a 
quattro pirdi: e in una, ad un trnltn ; 
come il (luntp«co ad una vale ad una 
voce (Piirg , IV), 

(i) Ad, uno ai uno più volte (Pin-g., 
XXIV; Par., XXXIII) Puig. , XXVI: 
Baciarsi una con una. Inf., II: Edio 
sol uno. Inf., XI : iSon pure ii una sola 
p«r/e , per denotare più [)arti. Ancora 
più spesso l'uno e l'altro, che parrebbe 
l)iù prosaico (Par , XIV, XXIX, XXX). 
Abbiamo ambo , a>iibe , entrambe ^ en- 
Irambif iulrambc , entrnmbo , auibodue, 
noieudue , nmcudun , amendui (Inf. , 
XXXIII, XIX, XXI, I); tree e trci 
(Par., XXVIII; Inf., XVI); tutti e tre , 



t»iti e cinque, tutte e sette (Purg. , 
XXVII, IX, XXXIII). 

(5) Purg., \ II. 

(6) Pnrg., XXIX. 

(7) Dieci pnxsi in più d'un luogo. I 
moli del ciclo misuransi dal primo mo- 
bile , Si corno diece da mezzo e da 
quinto (Par . XXVII). 

(S) Pnrg., XII. 

(9) Par., XVI! r. 

(10) Inf., XXX. 

(H).)W/e passi camminano i duePoetì 
e sono lontani tuttavia dalla schiera 
mansueti . dov' è il vinnsuclti^simo re 
iVa"/'rer/i (Pnrg. , IH). Nel giro dove si 
[nu'ga il vizio della gola Ben viille passi 
e pili ci pnrtiìr oltre (Pnrg , XXIV). 
Nel gii dell' invidia: Quanto di qua 
per iiu miijliaio si conta , Tanto di là 
cravam niii giìt jVj' Pnrg., XIII). In quel 
dell' ira Dante viene più di mezza lega 
con gli occhi chiusi e barcollando come 
uomo picn di sonno o di vino. Forse 



190 INFERNO 



quanto pesa 1' arte del ritornare dall' esilio. AI ritorno I' aiuterà un 
cinquecento dieci e cinque. Stazio sta nell'esilio del Purgatorio più 
che il quarto centesimo cioè più di quattro cent' anni a purgarsi della 
tiepidezza al vero; e migliaia di lunari perla prodigalità (1). Più di 
cento e cent' anni sta I' aquila trasportata da Costantino nell' estremo 
d'Europa; cinquecent'anni e più fece dimora in Alba. La Fenice 
muore e poi rinasce Quando al cinquecentesimo anno appressa (2). 
Dalla nascita di Cristo a quella di Cacciagulda girò cinquecento cin- 
quanta volte il pianeta di Marte. Dalla morte di Cristo a Francesco 
la Povertà se ne stette mille e cent' anni e più dispetta e scura (3). 
Dalla morte di Cristo alla visione di Dante corsGTosinnì mille dug e nto 
con sessanta sei (4). Il punto in eh' egli ebbe la visione di Dio è più 
lontana cosa a richiamare alla mente che ì venticinque secoli corsi 
dagli Argonauti. Novecento treni' anni visse Adamo; cinquemila se- 
cento e due aspettò il Redentore. Queste non diamo tutte come bel- 
lezze, ma neppur come macchie. 

Notate le minime mi.sure del tempo, giova notare altresì talune delle 
locuzioni con le quali il Poeta significa l'eternità. Della breve im- 
mortalità del nome parlando, egli dice Virgilio pregio eterno di Man- 
tova, ed è riconoscente a Brunetto che gì' insegnasse come V uom s' e- 
terna, e sente che la vita sua s'infutura per fama^in più largo spazio 
di tempo che non possano essere al mondo punite le perfidie de' suoi 
nemici. Ma poi del secolo veramente immortale parlando, dimostra il 
perchè la creatura ragionevole non abbia fine, e chiama 1' anima, con 
sostantivo degno, assolutamente l'eterno (5). L'infernale egli chiama 
luogo eterno y eterna pri^g ione , eterne cerchie ^ aura eterna; eterno 
pianto j eterno dolore, eterni danni; fuoco eterno, eternale ardore; 
eterna notte , tenebre , rezzo ; eterna la pioggia con grandine e neve ; 
la bufera infernale non resta mai, faticoso in eterno è il manto che 
aggrava gl'ipocriti ; i falsatori non danno volta in sempiterno , e il 
Poeta desidera che al lavoro del grattarsi V unghia a lor.... baciti 
eternamente (G). In quella valle nessun mai si scolpa; nessuna spe- 
ranza li conforta mai di minor pena nonché di riposo. La citià dolo- 
rosa eterno dura; l'aria sua è senza tempo tinta; ed è ragione che 
senza termine si doglia Chi, per amor di cosa che non duri Eternal- 
mente,... si spoglia l'amore delle cose immutabili (7). Eterne le rote 
de' cieli, eterne le loro bellezze, eterni i raggi della vita beata : eterna 
la luce ove i Beati riguardano: eterna margarita j un'anima eletta; 



gemila miglia di lontano Ci ferve l' ora laggiù neghila. Purg. , XXIV : l'aura 

sesta (Par., XXX). (^ì maggio muovesio olezza. Inf , XXIX: 

(1) A dimostrare la misura dei mesi Degli spedali Di Valdichiana tra *l la- 

egli ka modi varii: Inf., XXXIII: Breve glio e U settembre. Purg. , V: A'è^ Sol 

pertugio. . . . t«' area mostrato . . . più calando j nuvole d^ agosto. - VI : /l mezzo 

lune già. Par., XXVll : Divora qualun- novembre ISon giunge quel che tu d' ot' 

que cibo per qualunque luna, Purg. , tobre fili. 
XXIX: Luna... nel suo mezzo mese. (2) I.if., XXIV. 
Purg, XVI: Partissi ancor lo tempo (o) Par,, XI 
per colendi, luf., X: Cinquanta vòlte ('0 Lif., XXI. 
fìa raccesa La faeeia della luna.... I»t., ('0 Purg , V : Tu le ne porti di co- 

XXVI: Cinque volte racceso e tante stwi/' c/erno. Il Petrarca del corpo : // 

casso Lo lume era di sotto dalla luna, miomorud. 
Par., XXVII: Ma prima che gennaio (G) Inf., XI, XX. 
tutto si sverni, Per la cenfcsma eh' è (7) Par., XV. 



CANTO XVI. 191 

e tutte senza fine cittadine della Roma superna. Eterne le penne de- 
gli Angeli, i quali notaìio sempre le loro armonie dietro alle note de- 
gli eterni giri, ed in qnelloi. primavera sempiterna p?riìetualmente sver- 
nano Osanna; e i Beati vegliano in amore con perpetua vista, e 11 
loro Diletto fa perpetue nozze nel cielo e v' insempra il gioire. Egli 
che in sua eternità fuor di tempo s' aperse ^ amore eterno, in miovi 
amori; egli eterno spiro, eterno valore che ardendo in sé, dispiega 
di fuori le eterne bellezze; egli nel cmlcospetto eterno sì dipìnge oomì 
cosa; egli sempiterna lej'ote lucenti, con sempre nuovi desiderii de- 
siderato. 



192 INFERNO 



OAIVTO XVII, 



ARGOMENTO. 



Salita la fiera, Virgilio scende dalV argine a parlarle'. 
Dante per V orlo di quel cerchio, orlo che non_è tocco dal 
fuoco (altrimenti il fuoco cadrebbe nel cerchio ottavo] , 
va guardando gli udirai che, seduti e rannicchiati, s' a- 
iutano con le mani a rinfrescarsi alla meglio. Riconosce 
taluno all' arme del casato dipinta sopra una tasca: ma 
non parla con loro, come a ^troppo spregevole razza. 
Torna a Virgilio; salgono in 'groppa a Gerione, il quale 
nuotando per V ayna, discende all' ottavo cerchio; e, depo- 
stili, si dilegua, sdegnoso dell' insolita soma, egli che non 
usa portare se non' frodoleyiti par' suoi. 

Nota le terzine 1 alla 9; 11; 15 alla 19; 23, 2i, 25, 27, insiiio alla 
fine. 

V 

1. — JJcco la fiera con la coda aguzza, 

Che passa i monti, e rompe mura ed armi; 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza. — 

2. Sì cominciò lo mio duca a parlarmi; 

E accennolle che venisse a proda 
Vicino al fin de' passeggiati marmi. 

3. E quella sozza iraagine di froda 

Sen venne, e arrivò la testa e '1 busto; 
Ma 'n sulla riva non trasse Ja coda. 

1. (^L) Ecco. Si badi alla movsa Paride ruppe l'armi d'Achille (-En., 

(]p\ romin-i^tinpriio n*»' Canti 1, III. VI): eosi Pietro. Orazio, dell'oro: 

IV, VII , X, XV. — Tulio. Inf , XI : F<ir mcdios ire satellite^. E', penum.' 

Li frode 'nd'ogni coscienza è runrsa. pere ama' sua;a (Garin., UI. 10). 

ìF) Fier'i A|»().;. X\, 7: Badia 2 (Li Marmi: gii argini impietrati 

che aacmde d' abiuo JNun é senzi dall'acqua 

Init-ndimentjquesio salii; della frode <^L) Panaeggialt. Come: Erra- 

did fondo e pt-l vano — Rompe La ia... Li'ora {Mn., 111). 

f'Ode del cavallo ruppe le mura di 3. (L) Arrivò. Attivo. 

T't'i V (En , I!) : il dardo Insidioso di (F) Froda. Virgilio collooa sulle 



CANTO XVJI. 



193 



4. La faccia sua era faccia d'uom giusto, 

Tanto benigna avea di faor la pelle; 
E d'un serpente tutto l'altro fusto. 

5. Due branche avea, pilose infia l'ascelle; 

Lo dosso e '1 petto e ambedue le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

6. Con più color* sommesse e soprapposte 

Non fèr' ma' in drappo Tartari né Turchi, 
Né fur tal tele per x\ragne imposte. 

7. Come talvolta stanno a riva i burchi, 

Che parte sono in acqua, e parte in terra; 
E come, là tra li Tedeschi lurchi, 



soglie d' Inferno Gerìone. Forma 
tricorporis umbrae, (Mn , VI). Dime 
che tra' violenti in altrui pone i C^a- 
taurl , tra' suicidi le Arpie, e quasi 
passaggio dall' alto Inferno a Dite, 
Fl»^giàs; dagli eretici ai violenti, il 
Minotauro; da' violenti a' frodolenli 
colloca Gerione ; sia perchè quel 
triplice corpo simboleggi le forme 
varie della frode; sia perchè vinto 
Gerione, Ercole venne in Italia (iEn., 
Vili ) e fu annoverato tra I padri 
dell' Italica civiltà ; e siccom' Ercole 
è simbolo della forza, cosi l'altro 
vien posto imagin^ della frode. Pie- 
tro, nel triplice corpo, intende i tre 
modi di frodare: in parole, come 
adulatori, mezzani, seminatori di 
scisma e di scandalo; in cosh. come 
falsificatori, simoniaci ipocriti , ma- 
ghi ; in opere, come barattieri, ladri, 
traditori: e questa di-^tinzione corri- 
sponde con qut^lla che è nt-lla Som 
ma tra dolo ^- foie. L' Ottimo dice 
che i tre Curpi di Gerione erano tre 
fratelli, che l'uno lusingava, |' altro 
rapiva, il terzo feriva ; e ciò rispon- 
de alla faccia benigna, al busto ser- 
pentino, alla coda velenosa Dmte 
non gli dà tre corpi Hir. Garm. , 
IV, 9 : Astrae fraudi^, pen'hè l'ava- 
rizia è frodolenla; e la frode è qua- 
si sempre tinta rii cupidità. 
4. (Lt Alt o: il res'ante 
("^Lt Giu<lo. Ariosto della frode 
(XIV , 87) , sf'mpre con meno parsi- 
m-inia >1p| N -stro e quasi scolaro 
che maPstrevolm>^ntP aniplifl'^a: Ai'ea: 
piacevol viso, abito onesto. Un umil 
volger d'occhi, un andar grave. Un 
Dante. Inferno, 



parlar sì benigno e ut modesto. Che 
pirea Gabriel che dicesue : Aoe Era 
bruiti e deior'uein tufto il resto — 
Pelle. Har Eoist. t 16 : Introrsum 
tur peni, tpecionim pelle di^corà. 

• F) Serpente. G^n. , III , I : Il 
sentente piii astuto di tutti gli ani- 
m'di nella terra. La frodf ispira sul 
primo fiducia, ha forma di giustizia; 
poi viene agi' inganni, fusto di ser- 
pe ; vibra in ultimo il colpo: n^lla 
coda il veleno; e ha coda aguzza, 
perchè acuto al mal^ è 11 frodolento, 
ha branche pelose, perchè cosa be- 
stiale è la frode; i nodi figurano 
gl'intrighi; le rotelle, i raggiri. 

5. (L) Infin le: alle. 

(SL) Pilone. Anfo in pi-osa. — 
Infin Purgaiorio, XXXI l : In^in le 
jnanle. — Nodi Virgilio pone nel 
suo Inferii,, -'oloro quibu^ .. fraus 
innexn clienti Orazio d'un leguleio: 
Cicu'ae N>i-i(tsitahulni centu II (Sat., 
II, 3; — Ro'elle A-i«.s : D^itrier.,. 
tutto spargo di macchie e di rotelle. 

6. (Li l'upoite : su telaio. 

(SD Ara'jne Ov. M-t , VI , e 
Purg. , XII Bnn torna 1' imaglne 
delle tele a significare i tramati in- 
ganni , le ordite insidie , le tessute 
frodi E ben tornano le sommesse , 
il fondtj, e le sovrapposte, il ricamo 
a denotare la doppiezza del frodo- 
lento. 

7. {L)Ln*-chi: divoratori Immondi. 
(SL' Lurchi Tacito dice l Ger- 
mani deiiti sonino ciboqne In la- 
tino lurcanes vale yhtoHuni Dante 
accenna fors'anco al cento Tedeschi, 
i quali mandati da Manfredi a soc- 

13 



194 



INFERN* 



8. Lo bevero s'assetta a far sua gaerra; 

Cosi la fiera pessima si stava 

Sull'orlo che, di pietra, il sabbion serra. 

9. Nel vano tutta sua coda guizzava, 

Torcendo in su la venenosa forca, 

Che, a guisa di scorpion, la punta armava. 

10. Lo duca disse: — Or convien che si torca 

La nostra via un poco, infino a quella 
Bestia malvagia che colà si corca. — 

11. Però scendemmo alla destra mammella; 

E dieci passi femmo in sullo stremo. 
Per ben cessar la rena e la fiammella. 

12. E quando noi a lei venuti semo. 

Poco più oltre veggio in sulla rena 
Gente seder, propinqua al luogo scemo. 

13. Quivi '1 maestro: — Acciocché tutta piena 

Esperienza d'esto giron porti, 
Mi disse, va, e vedi la lor mena. 



corso de' Fiorentini Usciti, furon da 
questi, pe'loro fini, empiuti di cibo 
e di vino, e commessi a morte certa. 
Forse accenna agi' imperatori tede- 
sclii, i quali volevano tenere 1' Italia 
e non la soccorrere , e non stavano, 
come suol dirsi , né qua né là. Di 
qui si vede come sola necessità lo 
movesse a invocare l'armi straniere ; 
quella, dico , ch'egli stimava neces- 
sità. 

8. (L) Bp.vero : Castoro.-— Guerra: 
colla coda intorbida l'onda e piglia 
i pesci. — Orlo : orlo che , essendo 
di pietra, serra il sabbione. 

(SL) Bevero. Cosi anco la prosa 
antica. Questa guerra attesta Pietro. 
Io non n'entro mallevadore. — Pes- 
sima. Frase della Genesi.— ■ Orlo. 11 
cerchio de' violenti era cinto d'un 
orlo di pietra : se no, Dan'e non sa- 
rebbe potuto scendere illeso dalle 
fiamme cadenti. 

9. (L) Vano... : non la trasse a 
riva. — Forca: coda biforcuta. — 
Che. Case retto. 

(SL). Sco)-ptow.Purg., IX: Fred- 
do animale Che conia coda percuote 
la gente. 

(F) Vano. Significa la vanità e 
Instabilità della frode. — F»rca, Pie- 



rio Valeriano : Miele ha sulla 'bocca: 
occulto Vaculeo nella coda. Così gli 
uomini che con lingua blandiscono , 
di soppiatto feriscono. 

H. (L) Mammella: parte. — Ces- 
sar : cansar. S'avanzano alcuni passi 
sull' orlo per più allontanarsi dalla 
fiamma e dalla rena accesa com'esca, 
Inf. XIV. 

(SL) Mammella. Inf., XII : De- 
stra poppa. - Cessar. Nel convivio. 
Novellino : Cessar briga a coloro ed 
a me. Dino, pag. iO, 

(F) Destra. Fin qui avevan sem- 
pre svoltato a sinistra ; ora scendono 
a destra pur per andare a chi age- 
voli loro 11 viaggio. Poi , per iscen- 
dere la via dell' inferno, ripigliano 
sempre da manca. 
d2. (L) Scemo : all'orlo, al vano. 

(F) Scemo. Gli usurai stanno 
ultimi de' violenti, e contigui alla 
frode. 

13. (L) Mena : il dimenarsi che 
fanno. 

(SL) Piena. Som : Habere ple- 
niorem notiUam.'— Mcna.lnf.,X\lV : 
serpenti... di sì diversa mena... Ram- 
menta anco 1' origine di agmen, da 
ago. 



CANTO XVII. 



195 



14. Li tuoi ragionamenti sien là corti. 

Mentre che torni, parlerò con questa, 
Che ne conceda i suoi omeri forti. — 

15. Così ancor su per la strema testa 

Di quel settimo cerchio, tutto solo 
Andai, ove sedea la gente mesta. 

16. Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: 

Di qua di là soccorrén con le mani 
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

17. Non altrimenti fan di state i cani 

Or col ceffo, or col pie, quando son morsi 
da pulci o da mosche o da tafani. 

18. Poi che nel viso a certi gli occhi porsi, 

Ne' quali il doloroso fuoco casca. 

Non ne conobbi alcun : ma i' m' accorsi 

19. Che dal collo a ciascun pendea una tasca 

Ch'uvea certo colore e certo segno; 

E quindi par che 1 loro occhio si pasca. 



U. (L) Mentre: fin. — Questa: 
fiera. 

15. (L) Tesia: orlo. 

(F) Solo. L'usura è vizio p'.ù 
moderno che antico. E gli usurai 
italiani, odlatisslml in Francia, forse 
perchè stranieri [e perchè impaccia- 
vano le faccende degli usurai del 
paese (de'qnali erano famosi quei 
di Cahors) li discacciò re Filippo. 

i6. (L) Mani, scotmdo la liamma 
cadente, smovendo il suolo. 

(SL) Soccorrén. Petr. : Soccorri 
alla mia guerra. 

17. (SL) Cani, .\rios. X : Simil bat- 
taglia fa la mosca audace Contra 'I 
mastin nel polveroso a'joslo , nel 
mese dinanzi o nel seguace , V uno 
di spiche e V altro pien di mosto : 
Negli occhi il punge e nel grifo mor- 
dace ; Volagli intorno, e gli sta sem- 
pre accosto. E quel' sonar fa spesso 
il dente asciutto: Ma un tratto che 
gli arrivi, appaga il tutto. Eviden- 
te, ma lun«ro. 

48. (SL) Porsi. Altrove dice invia- 
re, gettare, ficcare, porgere l'occhio, 
e più sotto ii curro dello sguardo : 
modi non tutti felici. Petr. : Ove gli 
occhi prima porsf. Bolland. , 1, 51 : 



Porrigeni vi$um. Tengono il viso 
basso a guardare la tasca ; sia per 
denotare la lor cupidigia; sia per- 
chè Dante voglia mostrare di non 
aver mai avuto commercio con tale 
genia; sia perché, come gli avari. 
La sconoscente vita che i fé' sozzi. 
Ad ogni conoscenza or gli fa bruni 
• Inf., VII). — Casca: col suono di- 
pinge e pesa. 

(F) Fuoco. Ezech.,XXll,27,31: 
I principi suoi, avarU... in fuoco 
d' ird> gli consumò. 
49. (L) Quindi: di questa vista. 

(?L) Tasca. Poi la chiama sac- 
chetto : non dice se pieno; forse, a 
più scherno e tormento , meglio è 
farlo vuoto. — Pasca. Ma., I : Ani- 
mum pictura paicit inani. Georg., II: 
Animum,... pascal prospectus ina- 
iiem. Eccl. IV, 8 : Né si sazia V oc- 
chio suo di ricchezze. 

(F) Segno. La tasca portava l'ar- 
ma del casato : ingegnoso per darà 
conoscere que' dannati senza lungo 
discorso, e per portare in Inferno lo 
scherno della sudicia nobiltà. Firen- 
zuola: Mi leiM la tasca dalla spal- 
la. — Pasca. Lue., XIl, 34 : Ou' è il 
vostro tesoro, ivi è il cuore vontro. 



196 



INFERNO 



20. E, com'io riguardando tra lor vegno, 

In una borsa gialla vidi azzurro, 
Che di lione avea faccia e contegno. 

21. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, 

Vidine un'altra come sangue rossa, 
Mostrare un'oca bianca più che burro. 

22. E un, che d'una scrofa azzurra e grossa 

Segnato avea lo suo sacchetto bianco, 
Mi disse: — Che fai tu in questa fossa? 

23. Or te ne va. E, perchè se' vivo anco, 

Sappi che '1 mio vicin Vitaliano 
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 

24. Con questi Fiorentin' son, Padovano. 

Spesse fiate m'intronan gli orecchi, 
Gridando: « Vegna il cavalier sovrano 

25. Che recherà la tasca co' tre becchi! » — 

Quindi storse la bocca, e di fuor trasse 
La lingua, come bue che '1 naso lecchi. 

26. E io, temendo no '1 più star crucciasse 

Lui che di poco star m'avea ammonito, 
Tornami indietro dall'anime lasse. 



20. (L) Contegno : atto. 

(SLi Contegno. Inf.^ IX. Mem- 
bra femminili avéno e atto. Arme 
de' Gl^tnfigliazzi fìorent ni. 
24. (L^ Cii'ro: co'-ctiio o corso. 
(SLi Curro. S' us^va Anco in 
prosa. L'oca, è arme dpgli Ubriachi, 
nobili d" Fi'finxp, usurai (iMdlespini). 

22. (Li Qro'iia: pregna. 

(-L) Scrofa. Dhì/Iì Scrovlffni. 
D'una Scioviprni narrasi nel 1306 in- 
namorato in Padova D mte : fama 
forse mendace. — Fai Tu che non 
se' né usuraio, né dannalo. Simile 
alla domanda di Caronte, di Fiegias, 
dei diavoli. Lo conosce vivo all'an- 
dar lib*»ro fra' tormenti. — Fossa. 
Inf . XXIIl 41. 

23. (\j> Vìcin : connlttJidino. 

(SD Vir.m. ' ntr : Pianga Pi- 
ifoj I e i ciUadiin peroersi Che per- 
duV hanno si dolce vicino (da vicus). 
« Vitaliano. Del Dente, di Padova. 
— Sinistro. Dunque più reo. 



(F) Sederà. Anon. : Perchè seg- 
gono in In, erno? La cagion può es- 
sere che sede ano anche vivendo e 
guadactn'ìn o oziosi 

2i (L) Snuaao: usnraio. 

(SL) So 'vano. Inf., XXll: Su- 
raUier fu unn picciol ma covrano. 
Gìov;inni Buimonie fiorentino, an- 
cor vivo nel i300, che poi morì iio- 
verissimo. \vev.i per insegna in cam- 
po giallo tre beci'hì neri: e l'atto che 
segue, è in isuresio de' iHorentinl 
usurai, ed é appropriato alla viltà di 
talf^ pf creato. 

25 (F) Sforte Is., LVII, 4: Super 
quem luH^lis? Suoer qaern dilata>tis 
Ov, et pjeriatii lingnam? 

2G (L) No '/ ; <;hH il mio star li più 
a iung" non cru'r-'inssf^ Virgilio. 

(SL) Las<e. Fe^<u< in Virsrilio 
ha sen'^o di dolora: Qnen fessis fi- 
nem rebus ferat (iEn„ HI). 



Canto xvii. 



197 



27. Trovai lo duca mio ch'era salito 

Già sulla groppa del fiero animale; 
E disse a me: — Or sie forte e ardito. 

28. Ornai si scende per sì fatte scale. 

Monta dinnanzi; ch'i' voglio esser mezzo, 
Sì che la coda non possa far male. — 

29. Qual è colui ch'ha sì presso '1 riprezzo, 

Della quartana, cl||^ha già l'unghie smorte, 
E trema tutto, pur guardando il rezzo; 

30. Tal divenn'io alle parole pòrte: 

Ma vergogna mi fér' le sue minacce, 
Che, innanzi a buon signor, fa servo forte. 

31. r m'assettai in su quelle spailacce: 

Sì volli dir (ma la voce non venne 

Com' i' credetti): — Fa che tu m'abbracce. — 

32. Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne 

Ad altro fòrte, tosto ch'io montai. 

Con le braccia' m'avvinse e mi sostenne. 

33. E disse: — Gerion, muoviti ornai. 

Le ruote larghe, e lo scender sia poco: 
Pe'nsa la nuova soma che tu hai. — 



27. (L) Sie : sii. 

(F) Forte. Reg.,n, X.12 : Esto 
vir forlis. 

28 (L) Mtfzzo : tra te e la coda ve- 
lenosa — Mule: a te. 

(SL) 5i;ate. Gerione, Antflo([nf., 
XXXI); Luatero (Inf. , XXXIV) — 
Mezzo Ma. , VI : Mediunt. ... turba 
Hunc hnbet. Mm'hiav.: 1 popoli mez- 
zi Jra loro e i Cartagine n, 

(F) Mezzo. Tra l' aomo e la 
frode si jM n^' la scienza onesta. 

29. (L) Riprezzo : brivido. — Rez- 
zo : non vurrcbb^ escir dal sole, e 
al pur vpdpr 1' ombri trema. 

(^L) Riprezzo Vit. ss. Padri : 
St'ntire ribrezzo di lebb'e Petr : 
Qu'il ha già i nervi e i pulsi e i pen~ 
sier egri , Cui do'uestira febbre as- 
salir aere; i»iù languido. 

30 (L) Pòrte: dette. — Che: la 
qual vergogna dà coraggio. 

(SL) Minacce. Non sempre osti- 
la. Minae 1 Latini , le voci con che 



11 bifolco stimola t bovi al lavoro.— 
Seno. Similitudine di padrone con 
servo è nel Canto XXIX dell'Inferno. 

31. (SL) Spailacce Virgilio, di Cer- 
bero: Iirrnanìa teiga {^n., VI ) — 
Venne vEn., XII : Nec vox aut ver- 
ba sequuntur. - VI : Inceptut cla- 
mor frustratur hiantes - li, III, IV 
e Xil: Vox taucibui hoesit. 

32. <L) Altro forte: diftltMle passo. 
(F) Forte. Cosi diciamo qui sta 

il forte. Lo soccorse dall'avarizia; e 
dalla frode adesso ; due mali ctie in- 
festarono la politica e il rostump di 
Roma e ditali^. Greg Mor., XXXI: 
È figlinola dell' avarizia la fro e. 

33 (L) Poco: scendi lento e a chioc- 
ciola per non is-uotere troppo il vivo. 
(sL) Ruote. <;ome sogliono gli 
uccelli spetM.iimente di rapina Conv.: 
Meglio sarebbe, voi, come rondine, 
volare basso, che, come nibbio, altis- 
sime rote fare sopra cose vilissime. 



198 INFERNO 



34. Come la navicella esce di loco 

In dietro in dietro, sì quindi si tolse: 
E poi ch'ai- tutto si senti a giuoco, 

35. Là 'v'era '1 petto, la coda rivolse; 

E quella, tesa come anguilla mosse; 
E con le branche l'aere a se raccolse. 
38. Maggior paura non credo che fosse 
Quando Fetonte abbandonò gli freni, 
(Perchè '1 ciel, come pare ancor si cosse); 

37. Né quando Icaro misero le reni 

Sentì spennar per la scaldata cera 

(Gridando il padre a lui: « Mala via tieni! »); 

38. Che fu la mia, quando vidi ch'i' era 

Nell'aer d'ogni parte, e vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della fiera. 

39. Ella sen va nuotando lenta lenta: 

Ruota, e discende; ma non me n'accorgo; 
Se non ch'ai viso e di sotto mi venta. 

40. V sentia già dalla man destra il gorgo 

Far sotto noi un orribile stroscio; 

Perchè, con gli occhi, in giù la testa sporgo. 



34. (L) Giuoco : a tiro, da poter re nel sommo dosgo presero spazio. 
muovere libero. 37. (L) Gridando: Abl. ass. — Pa- 

(SL) Navicella. Rammenta ì bur- dre : Dedalo, 
chi della terzina 7. — A giuoco. Vo- (SL) Misero. 11 verso suona ca- 
tare a giuoco, nota la Crusca, degli duta. — Reni. Ov. Met,, Vili : Mol- 
uccelli di rapina quando si spaziano Ut odoratas, pennarum vinculij ce- 
lasciali liberi dal cacciatore.il fran- ras. Ovid. Art. Am., 11: Tabuerant 
r.ese avoir beau jeu; e l'italiano far cerae ; nudos qualit ille lacertos. 
giuoco, di cosa che torni comodo. 38. (L) Mia : paura.— Spenta: al- 

35. (L) Anguilla: come nuotando. Irò non vidi. 

(SL) Tesa. Come fa 1' uccello (SL) Vidi spenta ogni veduta. 

dell'ala. Rammenta le tenebre visibili. 

36. (L) Fosse: in FeiorWe.— Freni: 39. (L) Venta : pel moto dell'ani- 
dei carro solare. — Perc/iè : onde.— male sente vento al viso, pel moto 
Pare : apparisce nella via lattea. — dello scendere lo sente sotto. 
Cosse : bruciò. 40. (L) Gorgo : di Flegetonte. 

(SL) Fosse a Fetonte. Modo la- (SL) Desira. Scesero dal mar- 
tino. Bue ^ I: Dum Vìe Galalea te- glne destro: il fiume dunque re- 
ncbaiy Nec spes libcrtatis erat. Mn., stava a sinistra. Per averlo ora a de- 
ll : Ast ubi jam palriae perventum stra, convìen che le rote che fa Ge- 
ad limina sedis (cioè pervenimus). — rione scendendo si tengano vicine al 
Freni. Ov. Met., \l : Mentis inops j fiume. —Sporgo. Passa da senlia 
gelida formidine tara reinisit. Se- a sporgo ; come alle terzine 20 e 21 
mint : (Fetonte) lascioe i freni , gli da regno a vidi. Passaggi frequenti 
quali poi eh' e' cavalli sentirò giace- in Virgilio. 



CANTO XVII. 



199 



41. Allor fu' io più timido allo scoscio; 

Però eh' i' vidi fuochi, e sentii pianti, 
Ond'io, tremando, tutto mi raccoscio. 

42. E vidi poi (che no '1 vedea davanti), 

Lo scendere e '1 girar per li gran mali 
Che s'appressavan da diversi canti. 

43. Come '1 falcon eh' è stato assai sull'ali, 

Che, sanza veder logoro o uccello, 

Fa dire al falconiere: « Oimè tu cali! »; 

44. Discende lasso, onde si muove snello 

Per cento ruote, e da lungi si pone 
Dal suo maestro, disdegnoso e fello; 

45. Cosi ne pose al fondo Gerione, 

A piede a pie della stagliata rocca; 
E, discarcate le nostre persone, 
Si dileguò, come da corda cocca. 



41. (L) Scoscio: per guardar giù 
s' era piegato, quasi scosciato. 

(SL) Raccoscio. Il Varano, du'O 
ma forte, assai voile, imitatore delle 
estrinseclieforme dello stile di Dante: 
Su ronde in rotatori circoli strette 
Fissai, rilorsi, chiusi le pupille Da 
un improvviso orror vinte e ri- 
strette. 

42. (L) Girar: dal suono appres- 
santesi sentiva di scendere, dal va- 
riare del suono sentiva «di girare 
con larghe ruote. 

(SL) Appressa»an. Inf. , Vili, 
t. 23. — Girar. Arios. : Oce dopo un 
girarsi di gran tondo, Con Ruggier 
seca il grande augel discese. 

43. (L) SulVali : In alto. —Logoro: 



di cuoio di 'penne per richiamar 
il falcone o dirizzarlo alla preda. — 
Cali: senza preda. 

44. (L) Fello: perchè senza preda. 
(SL) Maestro. Francese : Malti e. 
— Fello. Par., IV ; Petr., Tr. d'Ani: 
Al su' amante più turbata e fella. 

43. (L) A piede a pie: per l'ap- 
punto a pie. — • Stagliata : si ritta 
che pareva stagliata. — Cocca : saetta. 
(SL) A piede a pie. Come a lato 
a lato , e simili. — Stagliata, .En. , 
Vili: Stabat acuta silex praecidi 
undique saxiì , Speluncae dorso in- 
surgenSy aliissima visUj Dirarum ni- 
diì domiis opportuna volucrum. — 
Cocca. .En.,VlI : Arundov>QTÌstraU. 
Georg., IV: Nervo pulsante sagittae. 



-o<SS@S>o- 



Nel canto precedente la compara- 
zione del rumore dell' acque a quello 
delle api[nell'arnifi,e del salir della be- 
stia al marinaro che .s'aggrappa alla 
fune, sono più notabili che la erudita 
degli Atleti, e iatroppo geografica del- 
l' Acquacheta. Ne abbiamo due, anco 
in questo canto, erudite; d'Icaro e 
di Fetonte; ma segnatamente la pri- 
ma è allusione in Dante politica (e 



ritorna più volte) al carro dello Stato 
senza governo valente, cioè al rovi- 
nare d' Italia,, che aveva, secondo lui, 
di bisogno d'un carrettiere tedesco. 
Qui perù più molte che altrove le 
similitudini nuove e belle : accanto 
alle tele d'Aracne (un po' di Mitolo- 
gia ci ha sempre a essere; e anco 
Aracnc ritorna nel Purgatorio), ì ric- 
chi ricami de' Turchi e de' Tartari ; 



200 



IN PERNO 



1 Burchi (vedati forse da lui più fre- 
quenii in Venezia e in Padova); la 
navicella ; il servo fatto forte dalla 
voce del sisnore ; la febbre, il san- 
gue ; i cani, il bue, il castoro, il falco, 
r anguilla. 

La pittura della Frode è più accu- 
ratamente lunga che in Dante non 
sogliano, come preludo ;i tutto il 
restante dell'Inferno, che è regno di 
frode Anche qui nuovi confessione 
di paura dalla bocca dell'uomo ani- 
moso ; anzi doppia^ e innanzi il mon- 



tare in groppa al mostro , e nello 
scendere; il quale è dipinto in ma- 
niera da fare di questo Onto uno 
dn' più orisinali, ani'.or-hè de' meno 
notati dai critici dotti ; meno notato 
perchè s-^nza invettive. 

Si domanderà perchè Gerione salga 
aggrappato alla fune, egli che po- 
teva per r aria nuotare. Dieci rispo- 
ste potrebbersi dare , ingegnose più 
l' una che l' altra, Io lascio questo 
indovinello ai lettori. 



CANTO XVII. 201 



LA PENA DEL FUOCO. 



Giova ritornare sull' ordine delle pene qual' è ragionato da Dante , 
di che già fu detto nell' undecimo Canto. La Somma (1), con l'usata 
profondita ed esaltezza, viene distinguendo le colpe secondo gii og- 
getti a' quali esse tendono, secondo che riguardano più specialmente 
lo spirilo la materia, secondo le cagioni che le muovono, secondo 
le persone contro Ih quali si ppcca , secondo la gravita che le rende 
più meno remissibili, secondo il commettere ahun atto o 1' omet- 
terlo, secondo l'eccesso o il difetto degli atti, secondo le circostanze, 
secondo il procedimento : poi cerca come e in quanto siano le colpe 
connesse fra loro, se pari di gravila o no ; se questa sia da misurarsi 
secondo la condizione di chi pecca, o secondo la quantità del nocu- 
mento che reca. Nella Somma stessa è la distinzione principale del 
peccati, contro Dio, sé, i prossimi; che è altresì in Isidoro (2). Nel- 
1' assegnare a' peccati gravità diversa, Tommaso nota, come, seguendo 
r errore degli Stoici, e forse interpretando male un passo di Jacopo, 
certi Eretici facessero pari a tutti i dannati le pene. Dante le viene 
variando secondo la qualità e quantità della colpa, come può umana 
ragione e fantasia; ma non già che in alire visioni non si rincontrino 
supplizii forse più convenevolmente appropriati. Né è maraviglia che 
la poesia non ritrovi proporzioni giuste tra il fallo e la pena, se non 
le rinviene irreprensibili neppure la scienza politica e la filosofica : e 
molto ci sarebbe da dire sopra quel passo di Tommaso, ove appunto 
alla triplice distinzione delle relazioni dell'uomo applicando 1' altra 
notissima delle virtù, dice: Le virtù teologiche ordinano l'uomo ri- 
spetto a DlOj temperanza e fortezza rispetto a sé stesso, giustizia a' 
prossimi. Ognun vede che la giustizia comprende le relazioni verso 
Dio e verso sé, e che da quelle verso i prossimi non possono essere 
escluse la fortezza e la temperanza. 

Ma per seguire le consonanze del pensiero di Dante con quello di 
S. Tommaso leggansi i luoghi seguenti : Pecca contro Dio r eretico e 
il sacrilego e il bestemmialore .... Peccano contro sé il goloso , il 
lascivo e il prodigo . . . Contro il prossimo, il ladro e l' omicida... 
L'uomo è naturalmenfe animale politico e sociale (3). Chi pecca nel 
prossimo, pecca e in Dio e in sé medesimo... (4). In quanto V ordine 
rispetto a Dio inchiude ogni ordine umano, il peccare contro Dio è 
comune a ogni peccato; ma inquanto l' ordine rispetto a Dio sovrasta 

(1) 1, 2, 72, 73. (4) Ecco il modo: avere in sé man 

(2) De suraiuo bono. violenta. 

(3) .\rist. Po!., I. 



202 INFERNO 



alle relazioni dell' uomo con sé e col prossimo , il peccalo contro Dio 
è uno speciale genere di peccato. 

Sempre i peccati contro Dio sono più gravi .... Bestemmiare è dir 
contumelia o parola di spregio in ingiuria del Creatore... Il nome di 
bestemmia importa una certa negazione (1) di bontà eccellente , e prin- 
cipalmente della divina (2)... La bestemmia deroga alla bontà divina 
con l' opinione o con la volontà detestante; può essere bestemmia 
del cuore (3) e bestemmia del labbro . . . La bestemmia che deroga 
allabontà divina non solo quanto alla verità dell' intelletto ma anche 
quanto alla gravità della volontà detestante j e che impedisce al pos- 
sibile l'onore divino ^ è bestemmia compiuta.... La bestemmia deroga 
alla carità. Con quest' ultima sentenza il gran pensatore vuol farci 
accorti che i vincoli delle anime singole coli' invisibile sono insieme 
vincoli sociali, e che 1' idea religiosa non può dalla civile mai essere 
separata. E però forse Dante sceglie per tipo de' bestemmiatori Capa- 
neo, il guerriero, assediatore di Tebe, il ministro di fraterna guerra. 

A questo Canto ho serbato appunto il parlare della pena del fuoco 
che quattro Canti prende , acciocché sia più chiara l' intenzione del 
Poeta, nella varia intensità d' essa pena. La sentenza evangelica del 
fuoco eterno (4) il Damasceno dichiara così : fuoco non materiale ; 
ma quale, Dio sa (5). E la Somma : Il fuoco è massimamente afflit- 
tivo per ciò che abbonda in virtù attiva; e però col nome di fuoco 
significasi ogni azione che sia veemente (6). Gregorio: Uno è il fuoco 
d Ila Geenna j ma non in un modo cruciati i peccatori, che ciasche- 
de no, quanto sua colpa richiede, tanto sentirà della pena (7j. E an- 
cora la Somma : Siccome V uomo allontanandosi dall' uno per il pec- 
cato, pose il proprio fine nelle cose materiali che sono molte e diverse, 
così da molte cose e in moltiplici modi saranno afflitti. In Dante, dun- 
que, bestemmiatori, soddomiti, usurai son puniti di fuoco perchè ful- 
mini piovvero sul disprezzatore di Dio , Lucifero; e fulminato fu Ca- 
paneo bestemmiatore sotto le mura di Tebe ; fuoco sopra Gomorra ; e 
r usura era da' vecchi canoni punita con fuoco. E un antico : Come 
fuoco che si distende è V usura. 

I violenti contro Dio sono supini, per ricevere tutta senza riparo la 
tìamma, e forzati a riguardare in alto la potenza che oflesero, im- 
mobilij quasi da lei continuo fulminati : i violenti alla natura , cor- 
rendo, per denotare l' inquietezza delle ignobili voglie, ma nei corso 
schermendosi alquanto dall' incendio piovente : i violenti nel prossimo 
per usura, che offendono insieme Dio e la natura, e l' arte, delle quali 
due creature di Dio abusano a inerzia spietata, se ne stanno ran- 
nicchiati in sé, per significare la grettezza inoperosa dell' avaro usu- 
raio ; ma appunto col porgere meno spazio alla fiamma e coli' aiuto 
delle mani per pure far prova di rinfrescarsi , hanno tormento men 
duro de' bestemmiatori di Dio. E stanno più basso degli altri, perchè 
1' usura è cosa vile, e più confinante alla frode punita nelle bolgie di 
sotto ; laddove la bestemmia ha più del violento , e però è men lon- 
tana dalla sanguinosa selva de' suicidi. 

{\) Inf., XI: Far forza nella De ilad e, I, XIL Forse così Inlerprclavano quel 

Col cuor negando e beslcynmiando quello, di Giobbe: Devorabit cum ignis qui non 

(2) Ivi ; E spregiando natura e sua succcnt/rtwr (XX, 26). 
bontiide. (G) Sup., 97. 

(3) Ivi: Col cuor negando e beslcm- (7) Dial., I V. I»f. , XII :.... Si svelle 
miando. Del sangue più che sua colpa sortillc. 

(4) Matlh., XXV, 41. Inf., IX: £ e monimenti son più e men 



(6) Dara. , de ori. fid. j Aug. , Gen. , caldi. 



CANTO XVII. 203 



Dell'acquisto usurarlo dice Aristotele che est maxime prceter ìiatu- 
ram (1); e la Somma, ragionando dell'usura, eccettua dal biasimo 
di essa solo quel frutto che serve a compensare il danno che il pre- 
statore avesse dal mutuo a patire (2). Se non che i moderni teologi 
ed economisti consentono clie per compenso del danno abbiasi ezian- 
dio a computare quel tanto che il prestatore potrebbe ritrarre di frutto 
dal suo danaro s'egli medesimo l' adoprasse ; del quale fruito privan- 
dosi nel mutuo, egli viene a ricevere danno vero, quasi come di somma 
perduta. Ma sola la coscienza può essere giudice di casi tali ; né ba- 
sta la lontana possibilità del guadagno ])er farsi titolo al prò del da- 
naro, ma richiedesi che il prestatore abbia forza e d' industria e di 
volontà da poter rendere il danaro fruttuoso operandolo. Di qui con- 
segue che gli oziosi, per poco di censo che piglino, sono usurai e pec- 
cano di comunismo tanto più reo, quanto più mascherato. 



(l)rol.,I. 

(2) 2, 2, 78 ; e 2, 2, il8 : L* usuraio lucra di quello che devesi dare gratuito 



204 INPERNO 



OAIVTO XVIII. 



ARGOMENTO. 



Siamo all' ottavo cerchio, diviso in fossi, e su ciascun 
fosso un fonte: i fossi girano in tondo, l'uno inchiude 
V altro, come i tre gironi de' violenti; si che la decima bol- 
gia è la ìnen ampia di tutte. Nel mezzo della decima, 
cioè di tutte, s' apre il pozzo che ingoia i traditori. Le 
dieci bolge sono pe' frodo lenti: nella prima i seduttori di 
donne per propria libidine o per altrui. Tra' m,ezzani 
trovano un Bolognese; tra' seduttori, a propria libidine, 
trovati Giasone, /seduttori si rincontrano co' mezzani, 
quasi per farli arrossire a vicenda delle loro turpitudi- 
ni e delle frustate che pigliano^ Nell'altra bolgia gli a- 
dulatori tuffati in sterco. 

^ Nota le terzine 1 alla 6; 9, 10, 12, 13, 16, 21, 22, 27, 28, 31, 32; 
35 alla 40; 42, 43, 4i. 



1. Li 



luogo è in inferno, detto Malebolga, 
Tutto di pietra, e di color ferrigno. 
Come la cerchia che d'intorno il volge. 
2. Nel dritto mezzo del campo maligno 

Vaneggia un pozzo assai largo e profondo. 
Di cui suo luogo conterà l'ordigno. 



1. (L) Li cerchia: il muro di {Ma., VI). — Cerchia. Cerchie dice- 

masso dal quale discese per l'aria. Vinsi le mura di Firenze. — Volge. 

— Il volge, eli ffira intorno dtme girare, è attivo e neutro as- 

(SL) MiiUboloe. l di^ivoli chia- soluto, 
mera poi Mrtleb'dni^he. Bolgia ar- 2. (L) Nel: nel bel mezzo. — da- 
nese simijp a bisaofia ; co>*ì chiama negyi'i: s'apre vuoio. — Conlerà: 
il liioco. Che 'l mal deW imivpno duo a luogo suo come è fatto. 
tuVa inaacca (Int., VII), dove giac- (SL)D»ttfo; aveva sensodiuro- 
ciono i frodatori di chi fidanza non prlo, per 1' appunto. — Maligno. Inf., 
imborsa (Inf., XI). — Ferrigno. Vir- VII : Maliane piagge. Il pozzo è come 
gilio, di Caronte : Ferruqinea .. ci/m' lo scolo del dieci fossi ; sentina d' In- 
ba. - Ferreique Enmenidum ihaiami ferno. — Vaneggia. V. la terzina 25, 



CANTO XVIII. 205 



3. Quel cinghio che rimane, adunque, è tondo, 

Tra '1 pozzo e il pie dell'alta ripa dura; 
E ha distinto in dieci valli il fondo. 

4. Quale, dove per guardia delle mura 

Più e più fossi cingon li castelli, 
La parte dov'è' son, rende figura; 

5. Tale imagine quivi facean quelli; 

E come a tai fortezze, da'Jor sogli 
Alla ripa di fuor, son ponticelli; 

6. Così da imo della roccia scogli 

Movén, che ricidean gli argini e i fossi, 
Infìno al pozzo che i tronca e raccògli. 

7. In questo luogo, dalla schiena scossi 

Di Gerlon, trovammoci; e '1 poeta 
Tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. 

8. Alla man destra vidi nuova pietà, 

Nuovi tormenti, e nuovi frustatori, 
Di che la prima bolgia era repleta. 

9. Nel fondo erano ignudi i peccatori: 

Dal mezzo in qua ci venian verso '1 volto; 
Di là con noi, ma con passi maggiori: 

3. (L) Quel...: il terreno che'cinge arcum. - Tutti ad esso convergono, 
il pozzo e la rocia a perpendico'o come l'asse d'una ruota raccoglie 
é tondo e diviso da dieci argini, so- i raggi e quasi li tronca. I fossi e i 
pra ciascuno dei quali un uontp. ponti tutti pendono verso il pozzo, 

(SL) Dieci. Gnorg. , IV: Nocies onde gli argini vanno scemando in 

Styx interTuui coercet. altnzza —RirrÓQU, piccolo ppr acco- 

4. (L) Quale: qual figura pre- glilo {i'urn., XiV, t. 2). f còle, anco 
sdnta la parie dove sono i fossi che nella orosa amina p^r eogUle 
cingono il ''astello. 7 (SL) Scoisi Esurinie il dispetto 

(SL) Figura. Conv. : Tutto cuo- con .-ui li pusó. .Eq , X : Excmsus 

pre l'I nece e renie una figu-a in curru. 

ogni parte, sicché d'alcuno sentiero (F) Siniifra. Solita direzione 

vest gio non »i vede. d**' due Poeti ; perché scendon sem- 

5. (L) Quelli: argini. — Sogli: pre a tormenti e rejia maggiori. I 
soglie. frodatori stanno chiusi in bolge , 

(SL^ S'iqU. Vive in Corsica. come rei di più chiuso delitto. 

6. (L) Mooén: 'iiàl fondo, dal piò H (L) Pietà: dolor. 

ÙP\ masso s- partono s'^ogli che quasi (SL) Piét.a Perr. : Di pietà e di 

ponti aco.valcian le bolge e le ta- paura smorto —Frustatori. Mn.f 

gliano a traverso, p m^'ttono al pozzo VI : Hmc exnudiii gi"»it.ii<,et saeoa 

il qual o^rp li tron'^hi e rn-'ol^a. sonare Verterà — Repleta l»ar. . 

(SL) Mo'én Inf. . XXIH: Un Xll, t 20 

sasso che dilla gran ci'rchi ■ S' ntunue 9. (L Dal... : dal mpz70 della lar- 

e varca tallii oallon' fé' i Rrtmm«nia ghezza della bolgia venivano vòlti 

la pot^ntH eviif^nza di quel di Virgilio: al Poeta ; dall' altro mezzo, in la e 

RefuQitquealillorelemplum{Mn.,lU). più veloci. 
— TfUìnca: Mn., V e IX: Secmt.., 



206 



INFERNO 



10. Come i Roman', per l'esercito molto, 

L'anno del giubbileo, su per lo ponte 
Hanno, a passar la gente, modo tolto; 

11. Che dall' un lato tutti hanno la fronte 

Verso '1 Castello, e vanno a Santo Pietro, 
Dall'altra sponda vanno verso '1 monte. 

12. Di qua, di là, su per lo sasso tetro, 

Vidi dimon' cornuti, con gran terze, 
Che li battean crudelmente di retro. 

13. Ahi come facén lor levar Je berze 

Alle prime percosse! E già nessuno 
Le seconde aspettava né le terze. 

14. Mentr'io andava, gli occhi miei in uno 

Furo scontrati; ed io sì tosto dissi: 

— Già di veder costui non son digiuno. - 

15. Perciò, a figurarlo, gli occhi affissi: 

E '1 dolce duca meco si ristette, 

E assentì che alquanto indietro gissi. 



10. (L) E'iercito : moltitudine. — 
Passar. Attivo. — Tolto : preso spe- 
diente. 

(SL) Esercito. Georg., I: Cor- 
vorum... exercitns. — Ponte di Ca- 
stel Sant'Angelo; l'anno < 300, quan- 
do Dante fu a Roma ambasciatore 
della repubblica a Bonifazio. Questo 
papa, primo istitutore del Giubbi- 
leo , fece dividere il ponte per lo 
lungo , sicché la genie dall' un lato 
andasse verso Castel Sant' Angelo a 
S. Pietro, dall'altro verso il Monte 
Giordano a 3. Paolo, senza intop- 
parsi ; e v'erano guardie dice l'Otti- 
mo, che additavano il passo. Altri pel 
monte intende il Gianicolo. — Tolto. 
In questo senso anco in prosa. 

11. (SL) Santo. Così, intero Inel 
Malespini : Santo Giovanni. 

12. (L) Sasso : La bolgia è tutta 
pietra. — Ferze : sferze. 

(SL) Sasso, Saxum per parte di 
monte ò in Virgilio (jEn. , li). — 
Ferze. Mn. , VI : Sontea ultrix ae- 
cincta flagello Tisipìlone quatit in- 
sultans. — Battean. Orazio, de' ver- 
seggiatori che reciprocamente si adu- 
lano , dice , con finissima urbanità : 
Caedimur , et totidcm plagis eonsu- 
mimus hostem. Lento Samnitei at lu- 
mina prima duello (Eplst., Il, 2). 



(F) Cornuti. Siamo alla pena 
del lenocinlo. Le visioni del diavolo 
cornuto frequenti nelle leggende. 
Boll., I, 329. 

13. Berze : la gamba dal ginocchio 
al pie. — Nessuno : correvano. 

(SL) Berze. Alzar le gambe^ di- 
cesi tuttora per fuggire. Altri berza 
per pustola. 

14. (L) Non: lo vidi già. 

(SL) Scontrati. Sovente in Dan- 
te gli occhi hanno vita e quasi ani- 
ma propria. — Digiuno. Cosi dirà la 
vista sazia ; e le luci inebbriate (Inf., 
XXIX) ; e pascere gli occhi Clnf. , 
XVII). Arios. : Vorrebbe dell' impresa 
esser digiuno. -Nessuno Di far festa 
a Ruggier restò digiuno. Ma non é 
de' modi più belli. 

15. (L) Figurarlo: raffigurarlo.— 
Gissi : andassi più presso per par- 
largli. 

(SL) Indietro. Se correvano , 
come il Poeta ritorna egli addietro 
per parlare a costui ? Forse per ce- 
larsi a Dante, e non gli passare in- 
nanzi, il dannato s'era fermato ab- 
bassando il viso per più celarsi; a 
costo di toccare altre sferzate de'dia- 
voli. 



«ANTO xvm. 



207 



16. E quel frustato celar si credette 

Bassando '1 viso: ma poco gli valse; 

Ch'io dissi: — Tu che l'occhio a terra gette^ 

17. Se le fazion* che porti, non son false, 

Venedico se' tu Caccianimico. 

Ma che ti mena a sì pungenti Salse? — 

18. Ed egli a me: — Mal volentier lo dico: 

Ma sforzami la tua chiara favella, 
Che mi fa sovvenir del mondo antico. 

19. r fui cohii che la Ghisola bella 

Condussi a far la voglia del Marchese, 
Come che suoni la sconcia novella. 

20. E non pur io qui piango, Bolognese; 

Anzi n'è questo luogo tanto pieno, 
Che tante lingue non son ora apprese 

21. A dicer sipa tra Savena e '1 Reno. 

E se di ciò vuoi fede e testimonio. 
Recati a mente il nostro avaro seno. — 



16. (SL) Bacando. Mn, , VI: Yix 
adeo agnovit pavitantem, et dira te- 
gentem Supplicia.— Gelte. Inf., XVII, 
l, 21. Dan. , X^ 15 : Dejeci vultum 
meum ad terram. JEn. , X : Oculos 
Ratulorum rejicit ariis; XI: octilos 
dejeda. 

(F) Celar. I viziosi più vili 
fuggono ogni conoscenza. Aug. , de 
Erem. : Per la turpezza del corpo e 
la nudità confusi vorranno celarsi, 
e non potranno. — Confusi dejecli- 
que pudore. 

17. (L) Fazion' : fattezze. — ^ Che : 
chi seducesti e vendesti? 

(SD Porti. Mn. , IH: Sic ora 
ferebat. Novellino. Vili: Era di r,o- 
bili fazioni, e stava con peritosa fac- 
cia. — Salse. Cosi chiamavasi una 
angusta valle circondata di grige co- 
ste senz'alberi, fuori di Porta S. iMam- 
molo in Bologna , dove punivansi i 
malfattori, frustavansi i ruffiani e si- 
mil genie, gettavansi l corpi scomu- 
nicali. Ed era proverbio infame quel 
nome. E tuttodì ì contadini chiama- 
no quel luogo le Sarse. Cosi da geen- 
na, valle d'Infamia presso Gerusa- 
lemme ebbe nome l'infernale tormen- 
to. Parlando a un Bolognese, Dante 
gli rammenta l supplizii del luogo 
natio; egli ch'era stato a studiare a 



Bologna, E però II dannato dice chia- 
ra la sua favella, che gli ridesta le 
memorie della patria, e con questo 
lo muove a dire quel che avrebbe 
celato. Salse, in Toscana, fanghi vul- 
canici. 

18. (SL) S/'orzawi. Simile nel XXIV 
dell' Inf. (t. 46). 

19. (L) Novella: fama. " - 

(SL) Ghisola. Sorella di Vene- 
dico; egli la indusse a servire alle 
voglie d'Obizzo da Este (detto anche 
dal Villani semplicemente Marchese), 
signor di Ferrara. Pare che varia cor- 
resse di ciò la voce: ma Dante, In 
odio de' Guelfi Estensi, asseverante- 
mente l'afferma. E la guelfa Bolo- 
gna é da lui detta madre di mez- 
zani feconda, perché avara; e l'ava- 
rizia è lupa (Purgatorio, XX); e la 
potestà sacra dagli avari abusata si 
fa meretrice. — Novella. Albertano: 
La falsa novella tosto vien meno. 

20. (L) Apprese: ammaestrate. 
(SL) Bolognese. Inf., XVII: Con 

questi Fiorenlin' son. Padovano. — 
Apprese. Brunello: Ben appreso di 
guerra. 

21. (L) Sipa: sia. — Tra: fiumi 
tra' quali è Bologna. — Testimonio: 
testimonianza. 

(SL) Sipa. I Bolognesi Io dico- 



208 INFERNO 



22. Così parlando, il percosse un demonio 

Della sua scuriada, e disse: — Via, 
Ruffiani qui non son femmine da conio. — 

23. r mi raggiunsi con la scorta mia: 

Poscia, con pochi passi, divenimmo 
Dove uno scoglio dalla ripa uscia. 

24. Assai leggeramente quel salimmo; 

E, vólti a destra, su per la sua scheggia 
Da quelle cerchie eterne ci partimmo. 

25. Quando noi fummo là dov'ei vaneggia 

Di sotto, per dar passo agli sferzati, 

Lo duca disse: — Attienti; e fa che foggia 

26. Lo viso in te di quest'altri malnati 

Ai quali ancor non vedesti la faccia. 
Perocché son, con noi insieme, andati. — 

27. Dal vecchio ponte guardavam la traccia 

Che venia verso noi dall'altra banda, 
E che la ferza similmente caccia. 

28. E '1 buon maestro, senza mia dimanda, 

Mi disse ; — Guarda quel grande che viene, 
E per dolor non par lagrima spanda. 



no tottavia. — Seno. Quasi vuoto go eterno. Lrn'.ano, del monte che 

voraginosocheinghioile.Jav.: Qnan- copr^T'fe-»: M'em'ì jrioieiP'iars, V). 

do Major acaritiae patuit sinus L'Oi- 23 (Li Vaneggia...: era vuoto per 

timo (lice che Ih ruflianeria ivi ger- dar passo ai dannati. — Attienli: 

mugliò per l'Universilà popolata di fermali — Feggia...: Prisca, venga 

gioventù spenditrioe. diritto a te il Imo aspetto. 

22 (L) Scuri laa: frusta. — Da: (SLi AHienli Vit, «■< Padri: lo 

da venderti non mi po<.so atlenere ch'io non fra 

i^L) Parlando Luiconparlan' Ieri. — Feggia I<if., X: Scnlicr che 

do, al modo ialino: lalia oi-entem. ad una nnUa fiede. 

— S'-uriada S'urìa Vive nel V'-neto. 26 iL) Vi^o: vista. 

23. Scorta: Virgilio — Dioenim- (SL) Faccia. (F. la terz. 9.) Si 
ma: Vf-nimoio. ferman sul ponte e volgono il vi-o 

(SL) Mi. Inf . XII. t 44: S^i rag- in diritfurii opposta a quella da cui 

giunge e... — Ripa Costet;giarouo son venuti lungo la rupe, 

finora'l'alio muro a sinistra, guar- 2'. (L) T' accia: (ila 

dando a destra : ora trovano un ponte (SLi Vecchio. Inf., X(I, t. 15: 

che si parte dal muro, e accavalcia Vecchia roccia. — Traccia. Inf. , 

il fosso, lo salgono, e si partono d;'lla XII. i 19. 

siauliata rocca, eterna, non ra.lm^a 2S (<L) Dimanda- Glielo mostra 

com^* qu^"!!" della ciira di Firenze. perch'eia un aniii-o Virgilio gì' in- 

24. (L) Sheggia Ristava una stri- segna sempre! chiar uomini de' se- 
scia del masso per far da ponte. coli oiù remoti. — P^ir. Inf., XIV, 

(SL) Eterne. Inf., l, t. 38: Zmo- i.\6:La pioggia non par che Hmaluri. 



CANTO XVIII. 209 



29. Quanto aspetto reale ancor ritiene! 

Quelli è Jason, che per cuore e per senno 
Li Colchi del monton privati fòtie. 

30. Elio passò per l'isola di Lenno 

Poi che le ardite femmine spietate 
Tutti li maschi loro a morte dienno. 

31. Ivi con segni e con parole ornate 

Issiiile ingannò, la giovinetta 

Che prima l'altre avea tutte 'ngannate. 

32. Lasciolla quivi gravida e soletta. 

Tal colpa a tal raartiro lui condanna: 
E anche di Medea si fa vendetta. 

33. Con lui sen va chi da tal parte inganna. 

E questo basti della prima valle 
Sapere, e di color che in sé assanna. — 

34. Già eravam là 've lo stretto calle 

Con l'argine secondo s'incrocicchia, 
E fa di quello ad un altr'arco spalle. 

35. Quindi^ sentimmo gente clie si nicchia 

Nell'altra bolgia e che col muso sbuffa, 
E sé raedesma con le palme picchia. 
30. Le ripe eran grommate d'una muffa. 
Per l'alito di giù che vi s'appasta, 
Che con gli occhi e col naso facea zuflà. 

29. (Lì Cuore : coragcrio. — Monton: 32 (L) Melea : abhanir-natada Già* 

veUo (l'uro. — Fene : ft^'-e. sonf; — V&nietta: ppna, 

<SLi Quanto ìEd , IV: Quam<ese 33. (L) Pule : in tal modo, sedu- 

oriferen^t — Ja<on gv M«t VII .^. cendo. — Assonna: ^ITt^rra.. 

30 iL; Elio : égli. •— Dienno : die- (SL) A'isunnjL : Inf., XXXI : Di- 
dero, torà 

(SL) Lenno Ov Her., VI, —Ir- 34 (Lì £/aua»n. II ponte sul fosso 

dite. Per ti è uccisero uomini' spie- s' incro.'icchlA coil'argine pere è il 

tate prT'tiè padri e mariti: in wn- mt^desimo songlio travrrsa gli argini 

d'-tt.H dell'essersi que'dì Lf nno addo- tuiii e fa sovr' essi tanti archi L'ar- 

raftsti'aii con le .ii«nn'^ de'vin'i ne- g'n^ è spalla rh^. regg»^ trli archi, 

mici. — Dienno Mn . V, XI: Dd... 35. iL) Nicchia: dolersi con ripu- 

Wo. Semi'i' : Di'C alla ■morti' gnanza. 

31. (L) Sitqni: d'am-irn — Ingan- { S Lì iV*Cf/«"a Erano nello sterco, 

nò, salvanti !• padre T'>'tnie-. e però sbuffavano: allodi chi sente 

(<\.> S'Qni P.Hr : Con parolf. e gran imi/.n. 

concenai niìeya'o —O'uaie l''f.,ll. 36 (L) Alilo: efflovlo fetente. — 

L'I tua parola ornala — Ihsifile. Appaiti: at>piasiti'Cia. — Zaffi: fa- 

Apoll hhod., lib. I , Valer. Flacc, ceva schifo e a vedere e a sentire. 

Argon., lib. II]. (SL) Alito, .Ea., VI : Talis sese 

Dante. Inferno. 14 



210 INFERNO 



37. Lo fondo è cupo sì, che non ci basta 

L'occhio a veder, senza montare al dosso 
Dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta, 

38. Quivi venimmo: e quindi, giù nel fosso 

Vidi gente attuilata in uno sterco 
Che dagli uman' x^rivati parca mosso. 

39. E mentre ch'io laggiù con l'occhio cerco, 

Vidi un col capo sì di merda lordo, 
Che non parea s'era laico o cherco. 

40. Quei mi sgridò: — Perchè se' tu sì 'ngordo 

Di riguardar più me che gli altri brutti? — 
Ed io a lui : — Perchè, se ben ricordo, 

41. Già t'ho veduto co' capelli asciutti; 

E se' Alessio Interminei da Lucca : 

Però t'adocchio più che gli altri tutti. — 

42. Ed egli allor, battendosi la zucca: 

— Quaggiù m'hanno sommerso le lusinghe 
Ond' i' non ebbi mai la lingua stucca. — 

43. Appresso ciò lo duca: — Fa che pinghe, 

Mi disse, un poco il viso più avanti, 

Sì che la faccia ben con gli occhi attinghe 

halilus airis Faucibus effuniens su' (SL) Lordo. Anche Quintiliano 

pera ad convexa ferebat. (X, l) concede che a luogo s'adoprino 

{¥) Zuffa. Dicesi urtar l'odorato, le parole proprie di cose anche su- 

offender la vista, percuoter l'udito, dice.— C/ierco. Questo fors'anco per- 

S. Gregorio pone in Inferno, felore che rAntelminelii era cavaliere, un 

intollerabile, flagelli di percuotenti, che di mezzo tra chierico e laico. 

orribile veduta di Demonii. In queste 40. (L) Brutti : sudici, 

parole pare sia come il germe del (SL) Brutti, Inf., Vili: Chi se' 

Canto. che ù se' fatto brutto. 

37. (L) Ove...: nel mezzo che è più il. (SL) Interminei. Illustre fami- 
alto, glia, da cui nacque Castruccio : Bian- 

(SL) Dosso. Scoglio. .'En. , l: ohi, cacciati di Lucca; biaslm-iii dal 

Dorsum immane mari summo. Villani (Vili, 45)- 

(F) Dosso. Conveniva salire nel 42. (SL) Zucca. Per disprea:io. L'Ot- 

più alto del ponte, giacché per poco limo la nota come voce lucchese : ora 

che il raggio visuale si fosse scostato di tutta Italia, 
dalla perpendicolare , sarebbe ilo a 43. (L) Appresso . dopo. — Pinghe: 

ferire no '1 fondo, ma l'una o l'ai- tu spinga gli occni. — .l^^mg/ia ; rag- 

tra sponda del fosso, Slgnitlca forse, giunga. 

che per bene osservare certi vizii e' (SL) Allinghe. Fr. .lacop.: Passa 

bi.sogna allontanarsene; l'adulazione il del lutto stellalo, Ed attinge allo 

segnatamente, cupa insieme e schi- sperare. 
fosa. (F) Altingh<\ Som. : Ad viden- 

38. (L) Privati,- cessi. dìim pertingere. - Li vista in alto e 
(SL) Privati. Dicesi tuttavia. la cosa visibile in atto, in quanto 

39. (L) Parea; appariva. s'informa deW imagine ài quella. 



CANTO XVIII. 



211 



44. 1)1 quella sozza scapigliata fante 

Che là si graffia con l'unghie merdose, 
Ed or s'accoscia, e ora è in piede stante, 

45. Taida è, la puttana che rispose 

Al drudo suo, quando disse: « Ho io grazie 
Grandi àppo te? - Anzi maravigliose. » 
E quinci sien le nostre viste sazie. — 



come le pupille delV imagine del co- 
lore. Altrove : Il sapere e assimila' 
zione alla cosa saputa. - L' oggetto 
conosciuto ènelcono<icente. Così s'il- 
lustra quello del XXlll dell'Infer- 
no: S'io foisi d' impiombato vetro, 
V imagine di fuor tua non trarrei 
Fiii tosto a me che quella d'entro im- 
petro. 
44. (L) Fante : donna vile. 

(SL) Fante. Par?., XI : E salto 
in Campagnalico ogìii fante. Ario- 
sto XXIll : A farsi moglie d'un po- 
vero fante. — Unghie. Altro segno di 
dolore. .En., IV : Unguibus orasoror 
toedans et pectora pugnis. 

(F) Scapigliata. Per contrappo- 



sto ai meretricii ornamenti. — Or, 
Atti d' inquieta e di sfacciata. 

45. (L) Ho ? mi sei tu grata ? — 
Sazie: s'ò visto assai. 

(F) Taida. Non la Greca famosa, 
ma laide dell'Eunuco di Terenzio. 
Trasone in Terenzio domanda al lu- 
singhiero Gnatone : Magnas vero gra- 
ttai agere Thais mihi? E Gnatone: 
Ingentes. - Ain tu lacta eit ? - Non 
tam ipso quidamdono, quamabs te 
datura esse. Forse Dante avrà inteso 
che le lusinghe venissero da Taide, 
e Gnatone le riferisse ; e ponendo 
lei neir Inferno, avrà voluto indicare 
che adulazione è vizio meretrìcio. — 
Sazie. Eccl.,il, 8 : Non saturatur ocu- 

lU3 ViSU. 



-o^gg^^o 



Nella prima bolgia un antico e un 
moderno, Caccianemico e Giasone ; 
nella seconda un moderno e un an- 
tico, Alessio e Talde : i moderni due 
gentiluomini ; gli antichi un princi- 
pe e una meretrice. Il canto é del 
genere comico ; né Dante intendeva 
comporre epopea : e del resto son 
cose che rasentano il comico in Vir- 
gilio stesso e in Omero. 

Chi seduce per sé, echi seduce per 
altri, la donna debole, é messo nella 
medesima pena, perchè nel soddi- 
sfare alle basse voglie proprie è viltà, 
né si può senza viltà, forse peggiore 
che quella del corruttore prezzolato 
(perchè più perfida), simulare l'af- 
fetto, e quella riverenza che è indi, 
visibile dall'amore, e che più dell'af- 
fetto inganna e tradisce le misere 
donne. Poi il prezzolato non ha In 
animo di tradire ; e può essere dalla 
miseria e dall'abiettezza sua e dall'e- 



sempio e dalle tentazioni de' ricchi 
tratto al mestiere ; dove coloro che 
si danno vanto di gentili, dal vanti 
loro stessi e dalla educazione avuta 
dovrebbero apprendere pudore e ri- 
tegno. Finalmente, chi seduce per 
sé , può usare a questo fine le arti 
medesime di chi seduce per riscuo- 
tere lucro : onde le carezze finte , e 
fin le affettate, diconsi lenocinli. 
Quindi nuova ragione del mettere 
seduttori e adulatori in due prossi- 
me bolge ; e gli adtilatori^ più sotto, 
perchè spesso più vili. 

La descrizione delle bolge e del 
passaggio dall'una all'altra, difficile 
a farsi in parole. -è tanto più mae- 
strevole che concisa. Un facitore di 
Romanzo storico ci spendeva una 
mezza dozzina di pagine : descriven- 
do, non dipingeva. Qui è architettura 
e scultura. 



212 INFERNO 



PENA DEGLI ADULATORI. 



L'adulazione è da Tommaso definha lode a fin di piacere ad altrui; 
e la delìnizione è mep:lio dichiarala nelle condizioni seguenti, che se- 
gnano i gradi varìi del turpe peccato: se lodato il male; se lodalo 
per semplice debolezza o per line di lucro; se lodato il bene oltre al 
giusto, se innanzi tempo, se fuor di luogo, se in maniera da invanire 
il lodato e sviarlo. E questa è senienza che non solo gli uomini pil, 
ma i politici e i letterati dovrebbero aver sempre alla mente: Anco 
il biasimare il male e lodare il bene, se non si faccia nel modo de- 
bito, è vizioso (1). Non so se nel sottomettere alle frustate de' demonii 
que' che lusingano per sedurre il pudore in servigio proprio o altrui. 
Dante avesse la mira a queste parole del Grande Gregorio: Acciocché 
dall' immoderate lodi non siamo inorgogliti , Dio permette che le de- 
trazioni ci lacerino (2). Certo è che tra la corruzione indotta dalle 
lusinghe nel pudore della donna, e tra quella che generano le lusin- 
ghe nel pudore d' ogni anima umana, è trista afdnità : onde il Poeta 
le accosta. Nulla così, come V adulazione corrompe la mente {3). Adu- 
lare, dice il Crisostomo, è de' seduttori ; e Plutarco: l' adulatore è 
ministro di voluttà. Onde il comune: lenocinio delle parole. Montai- 
gne: Il n' est chose qui empoisonne tant les princes que la flalterie — 
ni maquerelage si propre et si ordinaire à corrompre la chasteté des 
l'emmes, que de les paìlre, et entretenir de leurs louanges. FA Orazio, 
paragonando l'adulatore al buffone, aveva già dello: Ut matroname- 
retrici, dispar crii , aique Discolor, infido scuirae dislalnl amicus 4). 

Kella prima bolgia Giasone che seduce con ornate parole ; nell' al- 
tra Taide che lusinga l' amante sedotto. E nota la gradazione della 
pena: il mezzano e il seduttore ingrato, men rei dell' adulatore vile. 
Pson tutti, note. Pietro, qui sono gli adulatori, ma que' ciie lusingarono 
il male. 

Forse che Dante collegando i due passi dell' Apostolo : Si adhuc ho- 
minibus placerem, Christi servus non essem (5). Omnia... arbilror ut 
stercora , ut Christum lucrifaciam (6i, avrà trovalo il passaggio tra 
i due vizli, e la pena al secondo. For^e scrivendo dell' adulatore, co- 
perto il capo di immondizia, sì che non parea s'era laico o cherco, 
avrà pensato alle decretali che sentenziano: i chierici adulatori o 
traditori dover essere degradati [li. Qui il capo dell'adulatore lor- 
dalo, altrove il les^chio dell' arcivescovo traditore divorato dalla eterna 
fame del traditore Ugolino. 

(1) Som., 2, 2, 115. (n) Ad Gal., I, 10. 

(2) Mor., XXII. (G) Ad Philip., Ili, 8. 

(3) Hier., Ep. XIV. (7) Part. I, Disi. XLVI, Cop. IH. 
(4)Epist., 1. 4 8. 



CANTO xviir. 



213 



Avrà Dante letto in Agostino: jEtP^rnis fcetoribus deputent suffocan- 
dos ; e in Gregorio d» : Era %tn ponte sotto il quale un fiume nero e 
caliginoso scorreva, esalando nebbia di puzzo. E Gregorio stesso (2) : 
Peccata a mentis ntstrae utero tanquam excrementa faetida ege.run- 
tur. — Tommaso (3) : Ea quae sunt fcetida despiciuntur quasi 
vilia. 

Ne' Profeti troviamo : Posò nelU prop rie fecce (4^. Defìxos in fceci- 
bus suis (DI. Gloria ejus stercus et ver mis (>). Omnis mulier... forni- 
carla, quasi stercus in via conculcabitur i7). Putredo inossibus ejus, 
quoe confusione res dignas gerit (8). Qui nntriebantur in croceis, am- 
plexati sunt stercora '9). Sarebbe facile , colle concordanze della Bib- 
bia alla mano, moltiplicare siffatte citazioni; ma basti rammentare: 
de stercore erigens pauperem, ut collocet eum cum principibus (10). 

Il Poeta della Nuova Eloisa (mi si perdonni il nominare qui lei) dice 
a tutta lode di Dante, eh' egli significa le cose coi loro propril nomi. 
11 Menzini, men poeta di Giangiacopo, osa affermare: che Dante ebbe 
la cura sol cIpI concetto e sprezzò l'esterno ornamento. Ma (in nella 
pittura di cose orribili e sconcie, il Filosofo mal grazioso, come Gio- 
van Villani lo chiama, è più accurato ed elegante scrittore che non 
sia il satirico del Pont'^ alle Grazie. E in compenso delle sconcezze e 
orribilità che U'^l poema di lui , co.ne in quello della natura, fanno 
per il contrappo-iio ri-;altare viemeglo le alte cose e gentili, in com- 
penso avete, ove il luo-co e il tempo ricliiegga , ricchezza di forme 
terse e trasparenti, d'auro e di lìori, di gemme e di stelle, di melo- 
die e di sereni. 



(1) Dial. IV, 36. 

(2) Mor, XXXI, 13. 

(3) Som., t, -2, 102. Non tanto a di- 
scolpa di Dante, quanto per dare a co- 
noscere l' indole de' tempi meno schiz- 
zinosa, ma ajtpunlo per questo più ve- 
reconda insieme e più dìgiiitosu si nel' 
V anifno e sì nel linguaggio , noteremo 
che nella Somma la similitudine tolta 



dall' orina dell' ammalato cade più 
d' una volta. 

CO Jereni, XLVIII, II. 

(ò) Sophon, I. 12. 

(6) Machab , I, 11^ 62. 

(7) Eccli., IX, 10. 

(8) Prov, XII,4. 

(9) Jer. Thr., IV, 5. 

(10) Ps. CXII. 



214 



INFERNO 



OATVTO X.IX, 



ARGOSIEKTTO. 

Nella terza, i simomaci La pietra è piena di fori, tutti 
d'uguale larghezza, da contenere il corpo d'un uomo. 
Dalla bocca del foro spuntarlo i j^iedi d'un dannato» e 
parte delle gambe, ardenti di ftanime ; perchè l'intero re- 
cinto è infiammato, Qucoido giunge un dannato nuovo, quel 
eh' esce del foro co' piedi, vi casca dentro^ e il recepite rima- 
ne a dimenare in fuora le gambe. Al vedere uno guizza- 
re e ardere più degli altri, il Poeta s' invoglia dì sapere 
chi e' sia. Virgilio lo porta di peso fin giti, nella bolgia. 
E' parla a papa Niccolò Terzo, e gli rimprovera il suo 
peccato. Poi Virgilio lo porta sul ponte della bolgia se- 
guente. 

Nota le terzine 1, 4, u; 7 alla 11 ; 20, 22; 24 alla 27; 30; 33 alla 
36; 38, 40, 41, 42. 

1. U Simon mago, o miseri seguaci, 

Che le cose di Dio, elio di bontate 
Déono essere spose, e voi, rapaci, 

2. Per oro e per argento adulterate; 

Or convien che per voi suoni la tromba, 
Perocché nella terza bolgia stato. 
3. Già eravamo alla seguente tomba 

Montati dello scoglio in quella parte 
Ch'appunto sovra ì mezzo fosso piomba. 

1, (L) Spose: vengono da bontà cm pì~ocurat qìtni Ecclesia quae d^t 
divina, alla bontà umana dovrebbero sponsa Christi, de aliii graoida sit 
andare cont^iunte. quam de xpomo. Cyor., p. CìG:Adul- 

(F) Cose. Tertulliano: Le co-c tcram calhedram collocare. Jer.. Ili, 
di Dio non hanno prezzo. — Bontate. 9 : Maechata ed cum lapide et Ugno. 
A Simon Mago: Act. , Vili, 20: La Conv : Ricchezze, false meretrici. Ad 
tua p(i4unia sia ieco in perdizione, Corinlh., II, IV, 2: Non ambalantei 
giacché il dono di Dio stimasti po~ in aslulia, neque aduUerantes ver- 
tersi per pecunia poxsedere. bum Dei. 

2. (F) Adulterate. Som.: Simonia- 3. (L) .Tiezzo del fosso. Ln più alta 



CANTO XTX. 



215 



4. somma Sapienza, quant'è l'arte 

Che mostri in cielo, in terra, e nel mal mondo! 
E quanto giusto tua virtù comparte! 

5. r vidi, per le coste e per lo fondo. 

Piena la pietra livida di fori, 

D'un largo tutti; e ciascuno era tondo. 

6. Non mi parén meno ampi nò maggiori 

Che quei che son nel mio bel San Giovanni, 
Fatti per luogo de' battezzatori. 

7. L'un degli quali, ancor non è molt'anni. 

Ruppi io per un che dentro v'annegava: 
E questo sia suggel ch'ogni uomo sganni. 

8. Fuor della bocca a ciascun soperchiava 

D'un peccator li piedi, e delle gambe 
Infine al grosso: e l'altro, dentro stava. 



parte dell'arco. — Piomba : cade a 
piombo. 

(SL) Mezzo. .Ea.,lU. Medio... 
Vonto. — Tomba. Rialzo, come il la- 
tino tumulus : Vive in Corsica. — 
Piomba. Georg., Ili: Spelancaeque 
tegantt et aaxea prociibet umbra. 

(F) Tomba. Eccl., Vili, 10. Vidi 
impioi sepultos : qui etiam quum 
adhuc viverent, in loco sancto erant. 
4. (L) Sapienza di Dio. 

(F) Arte. Som.: L'arte della di' 
vina sapienza. Cono. Ephes. : In luto 
magnitudinem suaeartis oatendit. — 
Mondo. [G.]. Frov Ili, 19, "20 : Domi- 
nus sapientia fundavit terram, stabi- 
livit coeloi prudeìitii ; sapientia il- 
lius. eruperunlabyssi — Giusto [G.]. 
Sap. XII, 15 : Cam .sisjitstu^ jus^e o»i ■ 
nia disponis. — Comparte ! Nel tjan- 
to VII inorridisce alia vista degli 
avari ; qui conosce sapiente la peaa 
de' simoniaci. 

5. (L) Fori, dai lati della bolgia e 
sai piano. 

(SL) Lìvida. Inf., XVIII, t. 1: 
CoiOr ferrigno. 

6. (L) San : chiesa di Firenze. 
(SL) Quei. Che si vedevano {Al- 
ce l'Anonimo) in certi battezzatorii^ 
nella chiesa maggiore di San Gio- 
vanni di Firenze, (he sono di tale 
ampiezza che un garzone v'entra. - 
Sono (dice il Landino) quattro poz- 
zetti intorno alla fonte , posta net 
mezzo del tempio , fatti perchè vi 
stiano i preti che battezzano, accioc' 



che stieno più presso all'acqua, e poS' 
sano molti in un tempo attendere a 
battezzare. (I battesimi facftvansi tutti 
nel Sabato Santo.) NeH62o tal lava- 
cro fu demolito. —• Bei. In quel bat- 
tistero pendevano l'elmo e la spada 
del vescovo d'Arezzo, morto alla bit- 
taglia di Gampaldino, dove il l'oeta 
combattè fortemente. Il suo San Gio- 
vanni gli destava la memoria anco 
di giornata. E le armi dette (malau- 
gurato trofeo)jVi stettero appese tino 
a Cosimo HI (Pelli, pag. 9i). 

7. (L) l' un foro. — Suggel di ve- 
rità. 

(SL) Ruppi. Eran forse di le- 
gno. — Annegava. Scnerzandovi so- 
pra, vi caide, pare, a capo all' ingiù. 
Indi forse i' idea della pena descritta 
qui. — Sganni. Quest'atto all'esule 
sarà staio forse apposto ad aulace 
empietà. Però qui ne parla; e dice 
suggel, perctié il suggello distingue 
il vero te.stìmonio dal falso. 

8. (L) Bocca del foro. — Ciascun 
foro. — Soperchiava: uscivano i 
piedi. — I' altro : il resto del corpo. 

(SL) Soperchiava Ceìì'mì: Da 
uno de' lati avanzava fuori la coda^ 
e dall'altro avanzava tutte e due le 
bocche. — [ Piedi. Co i. Gaet. : Per 
pena hinno la mente confittain terra 
e le gambe in allo, quasi scalciando 
a Dio, come se dicessero : Io disprez- 
zo m tutto le cose celesti, e quelle 
della terra voglio poìsedere. ] 



216 INFERNO 



9. Le piante erano accese a tutti intrambe; 
Perchè sì forte guizzavan le giunte, 
Che spezzate averian ritorte e strambe. 

10. Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 

Muoversi pur su per l'estrema buccia, 
Tal era lì da' calcagni alle punte. 

11. — Chi è colui, maestro, che si cruccia. 

Guizzando più che gli altri suoi consorti 
(Diss'io), e cui più rossa fiamma succia? — 

12. Ed egli a me: — Se tu vuoi ch'i' ti porti 

Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da lui saprai di sé e de' suoi torti. — 

13. Ed io: — Tanto m'è bel quanto a te piace. 

Tu se' signore; e sai ch'io non mi parto 
Dal tuo volere; e sai quel che si tace. — 

14. Allor venimmo in su l'argine quarto; 

Volgemmo, e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato e arto. 

15. E '1 buon maestro ancor dalla sua anca 

Non mi dipose, sì mi giunse al rotto 

Di quel che si piangeva con la zanca. 

9. (L) Intmwbe : ambedue. — Per- (Fj Giace. Altra volta Virgilio 

che: onde. — G'«ii/e; giiiniure collo lo porterà per salvarlo da' diavoli 

df'pi^di. — Riturie: legami di ra- punitori della baratteria, 

muscelli atlorii. — Strambe: legami 13. (K) Bel. mi piace, 

d'erbe intrecciate. {^^L) Bel. in q\ies*osens,o ahbella 

(2L) Giunte. Pviicì: Corte le giunte, nel Paiiidiso; e nel i^urgatoiio, in 

il pie largo. lingua iiov nzale, a6eii<. — Signore. 

10. (L) Pm : sol. — Buccia: super- Bm-.. , V : Tu major: libi me est ae- 
ficie. — Panie: bruciavano di peJle qaum parere — Tace. Inf. , X, t. 6; 
in pelle. XVI, t 43. 

11. (L) Consorti: compagni al do- i4. (L) Stanca: sinistra. — Arto ' 
lore. — Succia : sorbe ogni nmore. stretto 

(SL) Saccia. iEn.. II : Limbere (SL) Quarto. Scesero il ponte 

fiamma comas, et circum tempora della bolgia lerza ; perché da ogni 

'paaci. Hor. Su. , 1,5: Flanuaa . . . bolgia il muro verso la roccia, è 
summumpropeiabat larnbei e tectum. . \)\ù allo — Stanca per sinintra, SlIìco 

(F) C uccin Lue , XVI ìM in prosa. — Arto Stretto è il fondo 

Crucior m hac fiamma. — Più. Come della bolgia, e perctiè il pendio delle 

papa, più reo. irfg , Dial. IV 43: muraglie tale lo rende e perchè de' si- 

Unui c4 gehennae igais ned non moniaci non ve n' è moltissimi, e per- 

uno "OiO i.nes C'uciat peccatotes chèsiandone' foridel fondoedelleco- 

<2 (L)P*ù: ai più dolce pendio.— • ste, tengono meno si» zio degli altri 

Torti- falli. d^innail Purgatorio (XXV, t. 3): ar- 

(SL Gi'^ce Geors.. IH : T >ntum tezza 
campi jacel Mn . Ili: TiiJ-^U'i.que 15 (L) Anca. : tenendolo alzato, 
jacentem. — Torli. Petr. : Ooe pian- lo reggeva quasi sul llanco. — Di- 
giamo il nostro e V altrui torlo, pose: depose. — Sì: sinché. — Rol~ 



CANTO XI K. 217 



16. — qual che se', che '1 di su tien' di sotto, 

Anima trista, come pai commessa 
(Comincia' io a dir), se puoi, fa motto. — 

17. Io stava come '1 frate che confessa 

Lo perfido assassin, che, poi eh' è fitto, 
Richiama lui, perchè la morte cessa. 

18. Ed ei gridò: — Se' tu già costì ritto, 

Se' tu già costì ritto, Bonifazio? 

Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 

19. Se' tu sì tosto di quel!' aver sazio 

Per lo qual non temesti torre a inganno 
La bella donna, e di poi farne strazio? — 

20. Tal mi fec'io quai son color che stanno 

Per non intender ciò eh' è lor risposto, 
Quasi scornali, e risponder non sanno. 

21. AUor Virgilio disse: — Digli tosto: 

« Non son colui, non son colui che credi. » — 
Ed io risposi come a me fa 'mposto. 

to: foro.— Piangeva: lamentava. — dispettoso, deiito a fare ogni cosa, 
Zanca: gamba cono mignanirao e possente r;h' egli 

(SL)R'>''o Por., IX. — Si [ C. ]. era. Multo ad opef-ó per abbassare lo 
Apoc. l^ 7 : Plangcnt se. — Zanca, sfato de' Ger-rii e d*^' loro seguaci 
In Toscana ciancti, in Corsica zanca. (Dino, 52) Quando Ddnie scriveva 
Virgilio lo trasporta, perchè 1' asp^ez- qu^^^to B mifazio era murio di poco, 
za del cammino, il pendio rovinoso, — Anni. ALn., VI: Ducebim anino 
i fori, la fiamma, erano inciampi al rebirqm luliuum, Tempora ainu- 
pas-^od'un vivo. vieians;nec me mea cara fefellit. 

46 (L) 'L di su: il capo. — Com- — Scritto. Inf., X. Bonifazio doveva 
rwesa: fina si cfie combacia col foro, sedere poni (ice oti'anni e più: ed 
— Fa niotto : di'. era sialo ooronato nel 4294. Il viag- 

(SL) Commesfia. Che H palo , gio di Dinte è nel 1300: ond' erano 
dice rOttiiuo, o' é il più sullile ti corsi sei nnni e dne mesi. 
sotto. Cresc. : Si commetta nella fes- 19 (L) A'^er- ri-chezze. — • Torre: 
sura, sposare. A : '■• n. — Donna : la Cniesa. 

17. (L) Richiama: a^ capo in giù {S\.) Inganno ingannando Ge- 

chiama il frate per confessarsi di lestino V; e con voci fatte sentire di 
qualche altro peccato, e così differì- notte, come di cielo, Inducendolo a 
sce la morte. rlflutare il apato. 

(F) Ai^a<isin. A^sa^ninus pian- (F) Bulla S. Paolo, della Chie- 

telur capite neorsum^ ita qìio'i nio- sa (\d Ei»n . V 27) : Non a- ente mac- 
riatur: gii anticni .lecreti di F renze. chi% né lUQa- — Strazio ? L' Onimo: 
Questa pena chiamavano propaggi- Nnllo maug^ore strazio pvote uomo 
nire fare della sua ionna.. che sottomet- 

18 (L) Scritto: il libro del futuro t*>rla per v anela a chi più ne dà. 
ove leggono, secondo il Poeta, i dan- Monann. : Matrem pto^itiiunt fra- 
nati. tre< expelluut (de' reti malvagi). 

(i>L) Bonifazio 'l N'ico\ò III si Troppo mundane furono le tresche 
crede d'aver sopra, e d nnato già, poli'iche di Bonifazio con la Francia. 
Bonifazio Vili. Lo dice simoniaco 21. (SL) Colui. Ripete la risposta, 
anco U Villani (Vili, 62); superbo, come fu la domanda Se' tu?,., -^ 



218 INFERNO 



22. Per che lo spirto tutti storse i piedi: 

Poi sospirando e con voce di pianto 
Mi disse: — Dunque che a me richiedi? 

23. Se di saper chi io sia ti cai cotanto 

Che tu abbi però la ripa scorsa; 
Sappi ch'io fui vestito del gran manto: 

24. E veramente fui fìgliuol dell'Orsa, 

Cupido sì, per avanzar gli orsatti, 

Che sii l'avere, e qui me misi in borsa. . 

25. Di sotto al capo mio son gli altri tratti 

Che precedetter me simoneggiando, 
Per la fessura della pietra piatti. 

26. Laggiù cascherò io altresì, quando 

Verrà colui ch'io credea che tu fossi 
AUor eh' i' feci 1 subito dimando. 

27. Ma più è '1 tempo già che i pie mi cossi, 

E ch'io son stato così sottosopra, 
Ch' ei non starà piantato co' pie rossi : 

28. Che dopo lui verrà, di più laid'opra, 

Di vèr ponente, un pastor senza legge, 
Tal, che convien che lui e me ricuopra. 

Come, G. Vili.: Disse come gli fu im- 2fi. (L) Colui: Bonifazio. ~ 

posto. 27. (L) Così: capovolto. — Eì : Bo- 

22. (SL) Storse. Per vergogna d'a- nifazio. 

vere parlato ad altri che a complice (SL) Più. Dalla morte di Nic- 

suo. — Foce. .En., IV: Longas in colò a quella di Bonifazio, veni' anni ; 

fletum ducere voces. da Bonifazio a Clempnte , undici. — 

23. (L) Scorsa: scesa. — Fui papa. Sottosopra, Arios. ,XXIX: Sozzopra 
(SL) Manto. Purg., XIX: Pesa se ne va con la cavalla. 

'l gran manto. 28. (L) Ver: di verso Guascogna, 

24. (L) Orsa : Orsini. — • Avanzar : a ponente di Homa. — Ricuopra nella 
accrescere di potenza. buca. 

(SL) Orsa. Niccolò ili, eletto (SL) Dopo. Non subito dopo, 
nel dicembre del 1277, re^nò due Tra Bonifazio e Clemente V venne 
anni e otto mesi: era degli Orsini, Benedetto X[; buon papa, inlento a 
ciìiamati anticamente filii Ursi, ani- rappaciare le toscane discordie. Mor) 
male vorace. Il Petrarca in una can- il 27 di luglio dSOi — Opra. G Vii- 
zone giuoca su questo cognome. Oli. : lani: Uomo di male opere. Opera^ 
Tutti li benefica di Santa Chiesa a' nel singolare, nell' Inf., XVI.— Po- 
suoi consorti vendè, confeiì grazie, nenie. Vili., V, 80 - Par. , XXVIl. 
sempre accettando quellx persona la — Legge. VOWimo: Comelbesliadat<i 
cui borsa qU era più copiosa. alle c«se temporali, ed ai diletti della 

25. (L) Traiti ; tirati giù. — Ptafii; carne. - Popol senza legge cliiama 
appiattati. il Petrarca i Tedesi^ii. 

(SL) Piatti. Albert. : Piatti tra- 
dimenti. Arios. : Nel fodero lasciando 
il brando piatto. 



CANTO XIX. 



219 



29. Nuovo JasoQ sarà, di cui si legge 

Ne' Maccabei. E come a quel fu molle 
Suo re, così fia lui chi Francia regge. — 

30. Io non so s'i' mi fui qui troppo folle, 

Ch'i' pur risposi lui a questo metro: 
— Deh or mi di': quanto tesoro volle 

31. Nostro Signore in prima da San Pietro, 

Che ponesse le chiavi in sua balìa? 

Certo, non chiese se non « Viemmi dietro. » 

32. Né Pier né gli altri chiesero a Mattia 

Oro argento, quando fu sortito 
Nel luogo che perde l'anima ria. 

33i Però ti sta; che tu se* ben punito. 
E guarda ben la mal tolta moneta. 
Ch'esser ti fece centra Carlo ardito. 

34. E se non fosse che ancor lo mi vieta 
La reverenzia delle somme chiavi 
Che tu tenesti nella vita lieta. 



29. (L) Molle : facile. —Lui : a lui. 
(SL) Si legge. E modo del No- 
vellino e di tanti altri. — Molle. Ma., 
VII : Mollius , et solito matrum de 
more locuta est. 

(F) Jason. Sommo sacerdote 
per favore d'Antioco usurpatore; il 
quale avuto il censo promesso da 
Giasone in mercede, gli vendè 11 sa- 
cerdozio. Machab, II, IV, 8 : Ambie- 
bat Jason... summum saeerdotium... 
promiitens ei... talenta.... ex reddi- 
tibui. Simil patto dicono facesse Cle- 
mente a Filippo: favorisse 1' elezion 
sua, ed egli trasferirebbe in Avi- 
gnone la sede. 

30. (L) Folle a contendere seco. — 
ila : a lui. 

(SL) Metro. Più sotto (terz. 40): 
Cantava colai note. — Di\ Novelli- 
no, LX : Rispose , or mi dV, conte , 
perdeì'ò io ? 

(F) Tesoro. Nel vangelo è ogni 
prezzo an'-he piccolo. 

31. (F) Chiavi. Matth., XVl, 19: .1 
te darò le chiavi del regno de^ cieli. 

32. (L) Altri apostoli. 3/ai/ta, elet- 
to Invece di Giuda. 

(F) Mattia. Act., t, 26 : Ceeidit 
sors super Mathiam. Cita nella Mo- 
narchia questo passo. — Oro. Act , 
HI, 6 : Oro e argento non ho. 



33. (L) Sia costi. — Ben. Ironia. 
■(SL) Guarda. Act., Vili, 20: 

Pecunia tua tecum sit in perditio^ 
nem. Ora che tu pure se' in borsa , 
custodisci il mal tolto danaro, avuto 
da Procida per far contro all'angioi- 
no (ond' e' scrisse lettera a' congiu- 
rati con Procida, ma non la bollò 
con bollo papale) ; o piuttosto il da- 
naro che tu accumulasti onde ti ven- 
ne baldanza di volerti imparentare, 
per via d' un nipote , con la casa 
d' Angló ; e , rifiutato , le diventasti 
nemico, lo stringesti a rinunziare la 
dignità senatoria di Roma , il vica- 
riato di Toscana. Nicolò III ingrandi 
i suoi congiunti, si fece da Hodolfo 
imperatore donare la Romagna e Bo- 
logna. Voleva fare due regni, Tosca- 
na e Lombardia, per donarli a due 
suoi nipoti. Per lo riduto di Carlo 
d'Angiò , il qual disse non volersi 
imparentar con un prete, assentì con 
iscritto a' diritti di Costanza d' Ara- 
gona sul regno di Sicilia. - Costan- 
zo: Re Carlo aveva alienato da sé 
V animo del papa, schifando di ap- 
parentarsi con lui.... Procida trovò 
il papa dispostissimo d'entrare a fa- 
vorire V impresa. 

34. (L) Chiavi di Pietro. 



220 



INFERNO 



35. r userei parole ancor più gravi: 

Che la vostra avarizia il mondo attrista 
Calcando i buoni e sollevando i pravi. 

36. Di voi, Pastor', s'accorse il Vangelista 

Quando colei che siede sovra l'acque, 
Puttaneggiar co' regi a lui fu vista; 

37. Quella che con le sette teste nacque, 

E dalle diece corna ebbe argomento, 
Fin che virtute al suo marito piacque. 

38. Fatto v'avete dio d'oro e d'argento. 

E che altro è da voi all'idolatre, 

Se non, ch'egli uno, e voi ne orate cento? 

(F) Reoeì^enzia Som. : La ri- corna ; e la doana era vestita di 
verenza <eUe co^e che appariennono pò poraj, colore di cocco e dorata 
al callo • L* noerenzt pin-qe cui 
lo ed onore a' ^itpe>iori. - Lt riie- 
renza tig>uirda airelt i/enie la ai- 
gnilà della pei sona e però secondo abondnazioni 'tellilerra .Poi dime 



d'oro. ■ E in fi onte acev i scrilLo un 
nome aiuéi.rero: B ibilonit li gr in- 
di-^ midre aeUe tornicnzioni e delle 



la nari* ragione della digniià h* 
spfcie laiie. 

35 iSL) Uberei. iEn., I: His voci 
bus ma est. Suoi. : Utaiur con'-enien- 
tibus verbm 

(F) Attrista. Prov. , XV, 27; 
Conturb'i ci^a sua chi •ieguilaVaoa- 
rizia — C'ilcfindo Boni : Pe oer4 
reàdent cel<o Moiei so/io. sunctaque 
calc'iat Injadà dee coita nocemei. 
Nel Convivio e si lamenta . L•n^^ t)Hr 



a " e : L'acque che tu vedesH, dove 
la meretrice mede, sono i popoli e le 
genU eie 'i«9iue{<'hH scorrofi cofn'a;- 
quH) —PatiAneggiar Ez^ctì. , XVI, 
25 : A ogni cipo di vit e tifici ti un 
segno ài prò Illazione. G Vili. : £ 
co<ì putt m'uggì lOi e disòimulaoa il 
D iC'i C(/ citl'iaini. 

37 (L) Argomento: modo di gover- 
nare. — A' : 111 pi. 

(F) Quella lì Poeta fa tutt' un 



amore d<^ile ri<^,chez«e i bunni siano corpo e della gran mi^retrice e della 



in dispetto tenuti, e li maloagi ono 
raH ed eialtati 

36. (L) Accorse: vi scorse e giudi- 
cò profer.arido — A : da. 

(SD [Pidor. Apoc. . XVII, 1, 
2, 3 Petr. , jera , edit. Bis.. 455i. 
Kpist. sinn Inalo; Epist. XVI, palli- 
na 729 ] — S'accorse. Inf.. XV. Non 



gran bt^siii; e il Bjssuet noia ctie l 
due simboli slsinifìomo una cosa. Ma 
gì' inierpeti tìjrurano nel'a bastia il 
uftC'iaio — Sette teste. Apoc. , XVII. 
Dice Pietro : Le sulle tede i doni 
dello Spirito Smto e le dieci corna 
i con ndamenti molaici — Corna. 
Din , VII. «0.2i: De comibus decem. 



puoi fallire a gloriout porto. Se ben qu'ie habebal in capite... Curnua de- 

m'accorsi. A. Viig. Ma., II: Vtsa ce a... dece^n reQe> erunt 

mihi. 38 (Li E: corre. — Uno idolo. — 

(F) Vangelista Apoc, XVII, < : Cento : le monete. 
Venne un de' sette Angeli che aoeoa- (SLi Idolatre. Profete per pro- 
no le net'e coppe, e parlò a me di- feta, ne' Giadi di san Girolamo. 
cenao : Vieni lo H mostrerò la dan- (F) Dio Os , Vili, 4: Il loro 
nazione aella gran meretrice che siede argento e l'oro, sene fecero idoli, 
sull'acque mòlle, con li qU'Ale for- Ad Eiih , V, 5: Avarizia è servitù 
nicarono i re dclli terra , e s' me- aegl' idoli S Tom.: Si "Oniac?i«, of- 
briarono coloro eh' nbit'ino li terra fe>ens au-u>n idolo anaritiae. Fs. 
del oino della /no diluzione sua E CXllI, 4: I simulacri delle genti ar- 
mi rapì , in ispirilo , nel oeserto E genio, e oro. — Cento? \lano, citato 
vidi una donni sedente sopranni dili'Onimo: L'aoirizia è quella per 
bestia di rosso colore^ piena di nomi la quale la pecunia è adorata neh 
di bestemmia, avente sette capi e dieci V anima de"* mortaU, 



CANTO XIX. 



221 



^^. Ahi Costantin, di quanto mal fu matre, 
Non la tua conversion, ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco patre! — 

40. E mentr'io gli cantava cotai note, 

ira coscienzia che '1 mordesse, 
Forte spingava con ambo le piote. 

41. r credo ben ch'ai mio duca piacesse; 

Con sì contenta labbia sempre atteso 
Lo suon delle parole vere espresse. 

42. Però con ambo le braccia mi prese; 

E, poi che tutto su mi s'ebbe al petto, 
Rimontò per la via onde discese; 

43. Né si stancò d'avermi a sé ristretto 

Sì men' portò sovra '1 cohno dell'arco 
Che dal quarto al quint' argine é tragetto. 

44. Quivi soavemente spose il carco, 

Soave, per lo scoglio sconcio ed erto, 
Che sarebbe alle capre duro varco. 
Indi un altro vallon mi fu scoverto. 



39 (L) Matre: rau^a — Dote: henì 
temporali. — Fatre : Silvestro 

(SL) Ahi [Danie d^^ Monar- 
chia, lib. (Il: All' ifTiperatore non è 
lecito scin'i''rp. r imperio E però ie 
alcune dignità sono , co «.e oico'io, 
stale da Cosi ntino alienate . ] — Mi- 
ire L' Usa 1' \iiuSfo, p iQ .lOiic. era. 
pur «Italia prosi — Dote. Dice dote 
poiché rl''S^P . arilo 

(F) Palre Monarch , l-b II: 
popolo lelice, e le linlia glo'io^a, se 
queli^ inferniatore del tuo i" perio 
mai nato non tosse, o l' in'enzione 
sua pii non gli are^<e 'rr.ni fatto in- 
ganno. .\iirovp(lib ili : Diclini qui- 
darn adhuc, quo > Condanimus inp 
fìiundalus alepr-i tnteice<4une Syl- 
ve-iiri.. tlnr. XXVll), i«.pe»i' ^eitem, 
tcilicet Romani , dona il Eccle-i «e , 
tum mnUis nliis i"ipe,iii 'litjnitali 
bili .. Coml'in'ifiui aliena- e mm pò 
ternt aiguit-iteni . nec Ecclesia reri 
j.e'e ... Ei:cle4'i omnino in'ipo4ia 
erut ai lemporalin recipiemia : per 
praeceptum prohibiiimm expreisum, 
ut habemvi per M dlhaeum. 

40. (L) Spingava : guizzava , scal- 
ciava. — Piote : piante. 



(SL) Cantava. Mn., IX : Talia 
jnclantem aicUi , at dira canentem. 
— Piote F,«zio IV, 4. L' usauo nel 
Piemonip, fi' animali. 
41 (L) Labbia : viso. 

(Sui £.,>/e.^e Anos.: Coniali- 
V ira Esp-eae il suo parlare 

ìF e pie^sc. N'jn amnipzzate 
ma S''hieiiH . e quasi sprunme dal- 
l'aninria. Virgilio, n. mico dell' ava- 
rizia e camor dt-H'onore d'Italia, si 
compiace nniJo sdegno di Dante. 

*2 (-L) Pe;ò. Quasi in segno d'af- 
feiio. 

43 (L^ Sì: sinché. 

(-L Sì. Inf , XXIX, t. 10: Sì 
fu partito.— Colmo. Portarlo fin ol- 
trn al bisogno è in^l zio 'I' alTetto. 

44 (Lt Spose • depose —Indi : di là. 
(>Li Soae nenie Novellino LX: 

Ponarione in h> accio molto <oaoe- 
vienie Vi^ir. : Mi>e la schiera sua 
snu' e ente. — Spoie Purtr. , XX: 
S one4i H tuo portalo. — Soaoe. 
Uvid Am., li, 16 e altrove: Dutce.., 
onus. 

(F) Valloti. PIÙ grande ; per- 
chè di falsi profeti, maghi, indovini, 
stregoni era abbondanza aque'ienipi. 



222 



INFERN® 



Le similitudini, del frate, delle co- 
se unte, del palo; 1 '(accenno al foro 
del battistero , eh' egli , per salvare 
una vita, ruppe con quel braccio che 
aveva brandita la lancia e ora av- 
ventava saette di fuoco contro la si- 
monia ; r altera e fiera famigliarità 
de' rimproveri contro tre papi ; di- 
mostrano come in questo lavoro ab- 
biano parte viva e l' erudizione e la 
passione , e la scienza e 1' affetto, e 
la privata vita del poeta e la vita 



d'Italia e d'Europa, la vita della 
terra e de' cieli. 

Il partito eh' e' trae dalle buche 
dove son capofitti i dannati, per no- 
minare Bonifazio, così per isbaglio, 
è squisito trovato della passione; e 
la similitudine di chi non intende 
la risposta e rimane scornato, é iro- 
nia delle più sanguinose. Ma sentesi 
poi fra r ira lo zelo , e, sotto il fre- 
milo della vendetta , il gemito del 
l'onesto dolore. 



CANTO XIX. 223 



I SIMONIACI. 



Da coloro i quali per danaro mercanteggiano 1' onor delle donne e 
per lucro lusingano , passa a coloro che per danaro vendono le cose 
di Dio che di bontà devono essere spose, e fanno strazio della sposa 
di Cristo, la Chiesa, e nel nomo- di lei adulterano co' potenti. Questo 
passaggio é di_4i£JL§è solo una satira amara. 

Simonia, dice Tommaso, è volontà deliberata di comprare o ven- 
dere cosa spirituale o annessa a spirituale (1). Il nome è da Simone 
mago, del quale si legge negli Alti (2) che offerse agli Apostoli danaro 
per compera di potere spirituale , cioè, che a quanti egli imponesse 
le mani j ricevessero lo Spirito Santo. — Per pecunia, nota Aristo- 
tele (3) {citato nella Somma), intendesi tutto quello che il prezzo se 
ne può con pecunia estimare. Siccome V anima vive di sua propria 
vita, e il corpo vive dell' unioìie con V anima , così certi oggetti sono 
spirituali in sé stessi, come i sacramenti e altre cose tali; certi altri 
diconsi spirituali in ciò, che sono a tali cose congiunti (4). 

Indebita è la- materia della vendita e compera spirituale per tre ra-. 
gioni. Primieramente, perchè cosa spirituale non può con alcun prezzo 
terreno essere compensata; siccome della Sapienza è detto (5), eh' el- 
V è più cara di tutte ricchezze, e nessuna delle cose desiderabili può 
a lei compararsi. In secondo luogo, perchè non può vendere chi non 
è della cosa il padrone : or il Prelato della Chiesa non è padrone delle 
cose spirituali , ma dispensatore , secondo quel detto : Reputi l' uomo 
sé come ministro di Cristo e dispensatore dei misteri di Dio (6). In 
terzo luogo, perchè esse provengono da volontà di Dio gratuita ; onde 
il Signore dice : Gratuito riceveste, gratuito date (7). Chi vende le cose 
spirituali imita il discepolo d'Elia, Jesi, che ricevette danaro dal leb- 
broso mondato (8). Nessuno, dice Gregorio VII, de' fedeli ignora es- 
sere eresia simoniaca comprare o vendere V altare o le decime o la 
Spirito Santo (9). I vizii, segue la Somma (10), opposti alla religione, 
sono quasi una professione d' infedeltà, sebbene talvoìta l'incredulità 
non sia nella mente. E però la simonia è detta eresia, perchè il mo- 
strar di credere vendibile il dono dello Spirito Santo è eresia, se non 
di dottrina, di fatto. 

L' adulto , cosi Tommaso con sentenza che pare arditissima , ma é 
consegnenza diretta delle premesse, l'adulto dal quale il prete chie- 

(1) Som., 2, 5, 400. (6) Ad Cor., 1. IV, i. 

(2) Ad , Vili. (7) Matlli., X, 8. 
(3)Eth.,IV. (8) Reg., IV, V. 

(4) Som., I. e. (9) Reg., I. 

(5) Prov., IH. (10) Q. 1 « 3. 



224 INFERNO 

desse il prezzo del battesimo, e , se no , noi volesse battezzare, fos- 
s' anco in punto di morte, dovrebbe morire senza battesimo, anziché 
dare prezzo: che il suo desiderio basterebbe. Di qui si vede quanto 
meno necessario dovesse a lai maestro apparire che per 1' ottenimento 
di beni troppo men preziosi del battesimo, facessersi negoziazioni si- 
mili a mercimonio. 

Col nome (prosegue) di compra e vendita intendesi ogni contratto 
non gratuito ; onde né la permutazione delle prebende o de' benefica 
ecclesiastici può, senza pericolo di simonia, farsi d'autorità delle 
parti; e neanco transazioni, siccome il Jus Canonico stabilisce. Ma 
può il prelato di suo uffizio tali permutazioni fare per causa neces- 
saria pur utile. Urbano 11 (J) : Chi da o acquista cose ecclesia- 
stiche non con quel fine che sono istituite , ma per prezzo di lingua 
d' ossequio indebito o di danaro, è simoniaco. ~ Se il chierico, «sen- 
tenzia la Somma, servì al ptelato a utilità de' consanguinei di lui o 
del costui patrimonio, o a. cosf simili, è simoniaco. Chi per mezzo d'un 
presente consegue cosa spirituale, non la può ritenere lecitamente ; 
eh' anzi, i venditori di cose spirituali e anco i mediatori loro, puni- 
sconsi : se chierici , ci' infamia e deposizione ; se laici , di scoww- 
nica. 

Ricevere però qualche cosa a sostentamento di quelli che ìninistrano 
i Sacramenti di Cristo, secondo V ordine della Chiesa e la consuetu- 
dine approvata , è cosa lecita, purché non si prenda come prezzo a 
mercede, ma come stipi-ndio a necessità. Senoriclié : Anco laddove Ix 
consuetudine consente il pagare certo prezzo non per le cose sacre, 
ma per la necessità del sacerdote , deve e questo e il fedele non sola- 
mente non ci congiungere l' int&nzione del comprare o del vendere, 
ma astenersi anco dalle apparenze d' umana cupidità. 

In questo Canio il Poeta non nomina che tre papi : dacché, secondo 
Tommaso, anco il papa può incorrere in vizio di simonia, come qua- 
lunque altro siasi uomo, e il peccalo é tanto più grave quanto la per- 
sona tien luogo maggiore. Perchè , sebbene le cose della Chiesa siano 
a lui affidate siccome dispensatore principale ; non però sono come a 
padrone; onde, s'egli ricevesse, per alcuna cosa spirituale, danaro 
dalle rendite d' alcuna chiesa, non andrebbe senza vizio di simonia; e 
similmente potrebbe commettere simonie ricevendo danari da' laici , 
non da' beni di Chiesa. 

In una canzone attribuita all' Allighieri, di Firenze è detto che la divo- 
rano Gapanco e Grasso e Aglauro e Simone mago e Simone e Maometto, 
cioè la simonia tra gli altri peccali. La simonia di Bonifazio, l'amico 
allora di Kirenze , la confessa il Villani guelfo. E mi sia lecito qui 
notare che sotto gli auspicii di Bonifazio fu cominciata in Firenze la 
chiesa di Santa Maria del Fiore, degno monumento d'un popolo grande; 
e Bonifazio stesso diede il primo vescovo a Sebcnico mia patria, ove 
sorge un tempio che in qualsiasi città del mondo sarebbe notabile e 
singolare. 

Dante, dopo fatte le mura di Dite vermiglie dal fuoco eterno ^2) , 
qui fa lo S(;oglio forato, e ne' fori i dannili cui succia la fiamma. Ac- 
cede sono ad essi le piante, per assomigliare i simoniaci a coloro che 
peccarono contro Dio e agli usurai. Stanno capovo'ii a indizio dilla 
perversione des;li animi loro, volti alla terra; 1' estremità sola vol- 
gesi al cielo. Cosi nel Purgatorio gli avari giacciono bocconi, e un 
papa tra quelli. Co^i nell' Inferno gli avari vanno carpone ; e gli uni- 
rai stanno a terra raccolti: e questi qui, futi nel sasso quasi a cer- 
care l'oro che nei monti si chiude. 1/ idea de' i)lò rossi sarà forse 

(1) Ep. XVII ad I.ucluiu. (2) Purg., Vili. 



CANTO XIX. 225 



venula al Poeta dal color delle scarpe papali. Il conti tto che parla a 
Dante è paragonato al perpio assasaiìio, che è colui, come spiega 1" Ot- 
timo, che por pecunia uccido V uomo. Ben paragona c!)ì uccide prez- 
zolato a chi prezzolato consacra, l fori rappresentano le borse, a' si- 
moniaci care: e cosi gli usurai pascon l'occhio della lasca che por- 
tano appesa, con tormento minore perchè meno rei. In una visiono 
infernale narrala da Gregorio VII, gli usurpatori dei beni della Chiesa 
di Metz stanno schierali giù giù lungo una scala, e quando un nuovo 
ne capita, il precedente scende un grado più sotto: ima'_'ine simile a 
quella di Dante che fa 1' un dannato cacciare qui V altro più adden- 
tro nel foro infuocato; senonché qui più squisito il tormento, perchè 
capovolti, e percliè la pietra da lutti i Iati li stringe , e concentra e 
ripercuote gli ardori ; e perchè 1' un dannato soprapponendosi all' al- 
tro lo arde egli stesso col tocco, col peso lo aggrava; quasi a rap- 
presentare come sui peccati precedenti si facciano soma i seguenti , 
che da loro si generano per l' esempio. II Poeta trovava per tutto il 
terreno da sé calcato gli elementi del proprio lavoro; ma egli li rac- 
coglieva sparsi, li condensava dissipati, li formava con l'arte sua crea- 
trice in viva figura. In tulio il Canto spirano il dispetto, lo scherno ; 
abbondano le allusioni bibliche per combattere gli avversari con le 
loro armi proprie. IN'ella Monarchia cita quel di Matteo (1): Non vo- 
gliate possedere né oi-o né argento né moneta nelle cinture vostre. E 
prosegue : Etsi per Luram habemus relaxationem praecepti quantum 
ad quaedam ; ad possessionem tamen auri et argenti licentiatam Ec' 
clesiam, post prohibitionem illam, invenire non potili. Poterai impe- 
rium in patrocinium Ecclesiae patrimonium et alia deputare : immoto 
semper superiori dominio: poterai et vicarius Dei, non tanquampos- 
sessor, sed tanquam fructuum prò Ecclesiae Chrysti pauperibus di- 
spensator ; quod Aposlolos fecisse non ignoratur. 

Senonché, le parole dure dell'esule sventurato sono, in modo degno 
degli alti spirili, temperate dal verso. La riverenza delle somme chiavi, 
che divide lui dalla greggia de' declamatori scabbiosi e rabbiosi , e 
che consuona al detto di Leone Magno: La dignità anco in erede inde- 
gno non viene meno, consuona colle affettuose parole che leggonsi 
nella Monarchia: Appoggiato a quella ricerenza che pio figliuolo deve 
a padre; pia figliuolo a madre; pio verso Cristo, pio verso la Chiesa, 
pio ver.^o il pastore, pio verso tutti che la religione cristiana profes- 
sano. 



(•)X,9. 



Dante. Inferno, 15 



226 INFERNO 



OAIVTO XX. 



ARGOMENTO. 



Nella quarta gli auguri, i sortilegi, i venefìci, gV in- 
dovini. Hanno il collo e la testa volti per forza dalla 
parte della scliiena; onde carmniìiano a ritroso, e guar- 
dano dietro a sé, perchè vollero veder troppo davante : 
rovesciamento non senza conti?iuo dolore. Altrimenti, trop- 
po leggera sarebbe la pena. 

Nota le terzine 3, 8, 10, 12, 16, 17, 18, 43. 



1. 1/i nuova pena mi convien far versi, 

E dar materia al ventesimo Canto 
Della prima Canzon, eh' è de' sommersi. 

2. V era già disposto tutto quanto 

A riguardar nello scoverto fondo, 
Che si bagnava d'angoscioso pianto. 

3. E vidi gente per lo vallon tondo 

Venir, tacendo e lagrimando^ al passo 
Che fanno le letane in questo mondo. 

4. Come '1 viso mi scese in lor più basso, 

Mirabilmente apparve esser travolto 
Ciascun, tra '1 mento e il principio del casso: 

5. Che dalle rene era tornato '1 volto; 

E indietro venir gli convenia, 
Perchè '1 veder dinnanzi era lor tolto. 

1. (L) Canzon: Cantica. — Som- patio lento. — Lelane. Vili. , II, <3:, 
meni in Inferno. Così ciiiamano le processioni i Greci 

(SL) Canzon. Ps. CXXXVI, 3 : tuttavia e gì' Illirici del rito greco. 
Cantica canlionurn. i. {L) Viso : sguardo.— Casso- 

2. (DSYoterfo a nifi stante in cima, petto. 

(SL) Scouerto. V. ult. verso del (SL) Scese. Inf., IV: Ficcar Io 

Canto precedente. viso a londo. 

:{. (L) Letane .Litanie. Processioni. n. (L) Tur» a/o.: voltalo. —Gli: 

iiìlj) Al passo. Così diciamo.' a loro. 



4 
CANTO XX. 227 



0. Forse per forza già di parlasia 
Si travolse così alcun del tutto; 
Ma io noi vidi, né credo che sia. 

7. Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto 

Di tua lezione ; or pensa per te stesso 
Com' i' potea tener lo viso asciutto 

8. Quando la nostra imagine da presso 

Vidi sì torta, che '1 pianto degli occhi 
' Le natiche bagnava per lo fesso. 

9. Certo i' piangea, poggiato a un de' rocchi 

Del duro scoglio: sì che la mia scorta 

Mi disse : — Ancor se' tu degli altri sciocchi ? 

10. Qui vive la pietà quand' è ben morta. 

Chi è più scellerato di colui 

Che al giudicio divin passion porta? 

11. Drizza la testa, drizza, e vedi a cui 

S' aperse, agli occhi de' Teban', la terra ; 
Per che gridavan tutti : « Dove rui, 

12. Anfiarào? perchè lasci la guerra? » 

E non restò di ruinare a valle 

Fino a Minc3s, che ciascheduno afferra. 

0. (L) Parlaiia\' parallsia. timo accenna a slmil passo diGlob- 

(SL) Parnasia. Crescenzio. be. — Giudicio. Tertull., Mart. : La 

7. (L) Se : così. — Lezione : leltu- giustizia di Dio anch' essa è bontà. 
ra di questi versi. Som. : Dio vuole non il wia/e, ma il 

{6L) Lezione per leitùraj in Feo tene a cui qualche male é congiunto 

Belcari. così, volendo la fiustizia, vuole la 

8. (L) No'itra: umana. pena. — Passion. Som. : La passione 

9. (L) Rocchi: massi. — Ancor: della misericordia sorge dalle a^fii- 
anclie lu. zioni altrui. Altrove:'! beati non 

(?) Sciocchi ? Matlh. XV . 16 : compaliicono alle pene dei dannati. 

Adhuc et voi sine intellectu estis ? — Distingue la misericordia di pas- 

lnf.,Vll: creature sciocche ì Petr. : sione, elie è quasi di istinto, e quella 

Non errar con gli sciocchi; Né par- di eiezione, clie è ragionevole. 
Zar, dice, o crédere a ìnr modo. 11. (L) Cui: chi. — Rui: rovini. 

H'. (L) Qui : è pietà non avere pietà. (SL) Tebàn\ Anfiarào, uno dei 

Scellerato è portare le umane passio- sette che assediarono Tebft (un altro 

ni nell'esame de' divini giudizi!. ne rincontra nel XIV) era indovino. 

(Fj T'ire Inf., XXXIH : E cor- — Terra. Stat., VII : Ecce alte prae- 

teiìa fu lui esser villano. Par,, IV: ceps humus orp.profundo Dissilit.— 

Per non perder pietà si fé' spietato. Rui. Par., XXX, l, 28: Rua. Ed è 

Girol., Eph. XXIII: Grandis in suos modo usato più volte in Virgilio. 
pietax, impietaì in Deum eit... Ma. <2. (L) Restò • cessò, — A valle : 

della giustizia umana parlando , la giù. — Afferra, e giudica, 
sentenza risica di diventare spieiata. (SL) Lasci. I nemici gli rinfac- 

Eccl., XII, 13: Quis miserebitur in- davano con ischerno la stia renitenza 

cantatori a serpente percusso ? L'Oi- del venire alla guerra. E' non voleva. 



228 



INFERNO 



13. Mira che ha fatto petto delle spalle. 

Perchè volle veder troppo davante, 
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 

14. Vedi Tiresia, che mutò sembiante 

Quando, di maschio, femmina divenne, 
Cangiandosi le membra tutte quante; 

15. E prima, poi, ribatter le convenne 

Li duo serpenti, avvolti, con la verga, 
Che riavesse le maschili penne. 

16. Aronta è quei che al ventre gli s'atterga ; 

Che ne' monti di Luni (dove ronca 
Lo Carrarese che di sotto alberga) 

17. Ebbe tra' bianchi marmi la spelonca 

Per sua dimora; onde, a guardar le stelle 
E 'l mar, non gli era la veduta tronca, 

18. E quella che ricuopre le mammelle, 

Che tu non vedi, con le treccie sciolte^ 
E ha di là ogni pi Iosa pelle, 



La moglie lo tradì (Parad. IV). Unm- 
menta )l Vii d-^ir Inferno : Ptrchè 
tieni ? E perché burli ? 

4 3 (Lì Sìùlle: ha il mento verso 
la schì>'na 

(F) Dirietro. M'ch., Ili- G ; la 
notte avrete per viyione, e per aici- 
nazione le tenebre. Anche in un Pa- 
gano, e studialo da Dante, i falsi va- 
ticinli sono dannati. Lucan , IX : Sor- 
tilegii egeant dubii, semperque julU' 
ris Ca^ibus ancipites. 

14. (L) Membra: viso, seno, cute, 
pelo. 

(SL) Tirena. Stat.Thfh , e Ov. 
Mei., III. — Di. St^mint : D'uomo^ 
faHo femwini. — Membra Ov. iMet., 
ili : Nant diio magnoi um vi> idi coeun- 
tia ftylva Corpo'a >:erpentuni baculi 
violavp.rot ictu; D'^ue viro f>clus 
(mirabile l) 1oe>ntni, nepiei^i Enerat 
autumnoi . Percussis anguibu}! ìsdern 
Forma prior redid. 

13. (Li Le ; a Tiresia, fatto femmi- 
na. — Avvolti in amore. — Penne: 
peli. 

(SL) Penne. Fuor di rima , in 



questo «enso, il Pttrarca. Piume, la 
bi'ba di Catone (Pur? , h. 

16. (L) Atterga: avemio ambfdue 
il c.ipo a rovescio, Aron le che vpniva 
dietro a l'ire-id volta le spalle al 
vt-rìlre di quello, invecp che all'altro 
s'atterghi il vehlic suo. — Rauca: 
coliiva. 

(SL) Ironìa, come poscia CaU 
canta. Altri coil.^rjmia Lue. Phars , 
l: Tuscoi... rates ; quoru>n qui ma- 
ximiK a(>io A'riinx incoluit de^ertae 
rrtoemaLunoe .. — lionca. Inf., XXVI : 
Dove veitdemnia ed. ara. - Iloncàcte: 
una tf^rra nel Veneto, come dire luo- 
go coltivato. Roncare p^r runcare 
dlcevasi in Italia Un dal 753 (Murar., 
Mon. Nona ni Fund ). 

17. (L) So-lonca: Luni deserta. 
(SL) Selle. Lucano, d'Aronte : 

Fu/ mini'! e.ductm motus , venasque 
calentea Fibrarum, et nionit-wi erran- 
Vis in aere pennae (Piiars., 1). Virgi- 
lio, d' un augure : Qui sidera sentii 
(.'En.. HI). 

is. (L) Pelle: capelli e peli del 
pellignone. 



CANTO XX. 



2:^9 



19, Manto fu; che cercò per terre molte, 

Poscia si pose là dove nacqu' io ; 
Onde un poco mi piace che m'ascolte. 

20, Poscia che 1 padre suo di vita uscio, 

E venne serva la città di Baco, - 
Questa gran tempo per lo mondo gi'o. 

21, Suso in Italia bella giace un laco 

Appiè dell'Alpe che serra Lamagna, 
Sovra Tiralli; ed a nome Benaco. 
2?. Per mille fonti, credo, e più, si bagna. 
Tra Garda e Val Camonica, Pennino 
Dell'acqua che nel detto lago stagna. 

23. Luogo è nel mezzo, là dove il trentino 

Pastore e quel di Brescia e '1 veronese 
Segnar poria, se fèsse quel cammino. 

24. Siede Peschiera, bello e forte arnese, 

Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Onde la riva intorno più discese. 



<9. (L) Cercò: girò. — Là: Man- 
tova. — 0»iìe: di ctie. 

(SL) Mtuìo. Viene ai sortilegi. 
Applica alla Minto di Tiresia quel 
che Virgilio dif'^* dflla iialiana. — 
Pose. .Ea. Ili: Punere sedes. 

20. (L) Pdtaresi'o : Tirpsia. — Ven- 
ne : divf^nne. — Sena : Tebe, poioìié 
Teseo uc<;isft Ci eonte. 

(SL) Ptdre. Ov Met , VI : Sala 
Ttre ia. renliiH jnaacia, Manto. — 
B iCo per Bacco, come Efine per E- 
rinni (Ifif., IX). 

21. (Lf Sa<o Parla dall' Inferno. — 
Serra: divide Italia da Germania. — 
Tiralli: Tirolo. 

(SL) Bella. JEa., IV : Pulchro... 
Latio — iena. Inf IX: Quarnaro 
Che llaWi chiude. — Ti' alti Vili., 
XII 85, per Tiralo — Benaco. Lo 
nomina Virgilio nel lld^'lleGeorgiche. 
22 (L) Fon/i.- Pennino si bagna 
deli' acqua... Millefontìctie pei fanno 
Il lago, scendono dall' Alpi Pennine, 
che fanno un triangolo con Garda e 
Valcamonicn. 

(SL) Bagna. In senso alquanto 
differente dal comune e aflìoe al la- 
tino halneum^ che indica non sem- 
l'iice umidità, ma copia d' acqua. 
Forse si bagna e impersonale da 



soti intendervi il luogo tra Garda , 
Vaicamonica e Pennino, leggendo e, 
che ritrovasi in al<'uni colici. Purg., 
X : D" intorno a lui parea calcato e 
pieno Di C'ualieri. 

i'S. (S) Po'iu: potrebbe. —Se: i 
tre vescovi potrebbero, esercitando le 
loro funzioni, benedire, se moves- 
sero verso l' uliimo confine delle 
diocesi loro 

(SL) Luogo. Ma., VII: Bit lo- 
cus haliac in rnedio, e altrove più 
volte. — Mtzzo La sinistra è diocesi 
di Trento, la destra di Bre.scia, il 
lago tutto di Verona Anche l'Al- 
berti {Italia) pone il detto confine li 
presso. Altri per mezzo intende l'i- 
soleita nel lago. 

24. (L) On^de: là dove la riva scende. 
— Arnese : rocca. — Fronteggiar : 
far fronte. 

(SL) Arnese. Da arme&e. Nella, 
vita di s. Anionio, orne:e un mona- 
stero Tasso ; Gaza, bello e forte ar- 
ne<e Da fTonteijgiare i regni di So- 
ria. — Fronteggiar Peschiera era al- 
lora di VeroriH. Questo cenno è forse 
dato in riguardo itgli S<'-aligeri. Pe- 
schiera fu sempre luogo di geste im- 
portanti (Jour. de l' armée, t. II, 
pag. 300). — Discese per discende. 



230 INFERNO 

25. Ivi convien che tutto quanto caschi 

Ciò che 'n grembo a Benaco star non può; 
E fassi fiume giù pe' verdi paschi. 

26. Tosto che l'acqua a correr mette co' , 

Non più Benaco, ma Mincio si chiama 
Fino a Governo, dove cade in Po. 

27. Non molto lia corso, che trova una lama, 

Nella qual si distende, e la impaluda; 
E suol di state talora esser grama. 

28. Quindi passando la vergine cruda, 

Vide terra nel mezzo del pantano, 
Senza cultura e d'abitanti nuda. 

29. Lì, per fuggire ogni consorzio umano, 

Ristette co' suoi servi a far sue arti; 
E visse, e vi lasciò suo corpo vano. 

30 Gli uomini, poi, che intorno erano sparti. 
S'accolsero a quel luogo, ch'era forte 
Per lo pantan eh' avea da tutte parti. 

31. Fèr la città sovra quell'ossa morte: 
E, per colei che '1 luogo prima elesse, 
Mantova l' appellar, senz* altra sorte. 

Muta il tempo, come Virgilio e luti' i crudo campo sia tre a' Iquallro 

poeti, e la lingua parlata, sovente, volte arato Stazio la dice innuba e 

23. (Lì Ciò : l'acqua. libatrice di sangue. Egli stesso : Sae- 

(SL^ Grembo Virgilio, di un vorum arcana tu ago rum. — Nuda. 

fiume : Caeruleum in gren.ium (^^n., Cesare dice w», <o)c liitora per isguav 

Vili). — Paschi. Qporg . II : Et qua- nir di soldati. Is. , XXXIV, I, Ter- 

lem infelix amisit M mfua campum, ram... nudabit... et aiiperget habi- 

JPascenlem nioeos herboio flamine tatorcì fjm. 

cijcnos. 29 {D Alti, maghe. — Vano: vuoto 

^Z''. (L) Co' ; capo. — Governo : ora dell'anima. 

Governolo, al confluenie di iMincio (SL) ^;«. Novellino, XXI : Gil- 

In Po. taro loro mcanttmcnli e fecero loro 

(SL) Co' Georg.. IV: caput... arti. Stat. , IV: Oftmes Ter circum 

amnis. — Mincio. Ma., X: Patre acta pyras, sancii de mo'eparenlis, 

Benace... Mmcius. Semineces fibras et aóhuc spirantia, 

27. (L) Lama: plano. — Grama: reddit Viscei-a. 

malsana. (F) Arti. Voce propria della 

28. (L) Cruda: intatta. magia, Aug. , de Civ. Dei, II: Arti 
(SL) Vergine Poi s'uni al fiume fallaci e vane, per inganno de' dcmo- 

Tosco. Virgilio , di Camilla : A^pera nii introdotte. 

virgo (^n., Xn. Stazio, di Manto: 31. (L) Sorte. Gli antichi per dar 

Phaeba virgo (Theb., IV). — Cruda, nome alle città solevano trarre le 

Hor. Carm., HI, II: Nupiiarum ex- sorti, e consultare oracoli. 

pers, et adhuc protervo Cruda ma- (SL) Elesse. Georg., IV : Eligi- 

rito. Semini-, troppo letteralmente : tur locus. 

Crudel verginità. Creso. ,11, <5: /i (F) Sorfe. Le sorti propriamente 



CA.NTO XX. 



231 



32. Già fur le genti sue dentro più spesso 

Prima che la mattia di Casalodi 
Da Pinamonte inganno ricevesse. 

33. Però t'assenno, clie, se tu mai odi 

Originar la mia terra altrimenti, 
La verità nulla menzogna frodi, — 

34. Ed io; — Maestro, i tuoi ragioDamenti 

Mi son si certi, e prendon sì mia fede, 
Che gli altri mi sarien carboni spenti. 

35. Ma dimmi della gente che procede, 

Se tu ne vedi alcun degno di nota: 
Che solo a ciò la mia mente rifiede. — 

3(3. Allor mi disse: — Quel che dalla gota 
Porge la barba in su le spalle brune, 
Fu, quando Grecia fu di maschi vota 

37. (Sì che appena rimaser per le cune). 

Augure; e diede il punto con Calcanta, 
In Aulide, a tagliar la prima fune. 



diconsi quando si fa cosa dal cui esilo 
si venga a conoscere alcun che d'oc- 
culto. User : Le sorti con le quali 
voi tutto decidete nei vostri giuaizii, 
le quali i Padri condannarono, sen- 
tenziamo non essere altro che divina- 
zioni e malefizii. 

32. (L) }]aUta: stoltezza folle. 
(SD Mattia. Vive in Toscana. 
— Casaloii. Conti gnelfl, insitrnori- 
tisi di Mantova il 4272; il ghibellino 
Pinamonte de' Bonacossi, nobile, co- 
noscendo quanto i nobili fossero 
odiali, persuase al conte Alberto db' 
Casalodi relecjasse per alcun tempo 
i gentiluomini suoi aderenti ch'eran 
più forti. Questi lo fece. Pinamonte 
col popolo uccise {;li altri nobili tutti, 
e si fece signore. Dante, non loda il 
tradimento, ma chiama stolto il 
guelfo tradito. Mur Rer. Ital. , t XX 
(His'. M-int.) — Riceoeise. Arrnan. : 
Per tirannia forza ricevevano. Dante 
r ha nf Ile prose. 

35. (L) Altrimenti: darle altra ori- 
gine. — Menzogna. G^«o retto. 

(SL) OH. Afios. , XVII, 68 : E se 
n'udite mai far al Ir i gridi. Direte a 
chi li fa che mal n' è iitruUo. Più 
schietto e più nobile in Dante. -- 
Frodi. Questo racconto può conci- 



liarsi con le cose dette nell'Eneide ; 
l'avvertimento del Poeta cade sopra 
altre origini eh' e' teneva per false; 
per esempio, da Tarconegtoscano. 

(F) Fro'fi. Som.: Fi odati della 
cognizione di Dio. 

34 (F) Carboni. Siccome nel Salmo 
CXIX {V. -i) i carboni denotano lin- 
gue potenti al nuocere, cosi nel no- 
stro i carboni spenti denotano pa- 
rola impotente. [C.] In sfn<o con- 
trario. Prov , XXVI: Sicut carbones 
ai prunas et Ugna ad ignem. 

33. (L) Procede: va innanzi. — Ri- 
fiede: lorna a ferire, rimira. 

(SD Procede: Mn , XI: Omni* 
longe conàturn nrocei^erat ordo. — 
Rifiede. Purg. , XV( : La genie, che 
sua guida vede Pure a qnel ben fe- 
rire ond'elVé ghiotta Iiif.,X: Sen- 
tier che ad una valle fiede. Lhì legge 
liiede può i^onfermarlo con quel di 
Virgilio: Seiet... sentenlia - Lique.., 
sedei (sta fitto in mente) {Mn., VII); 
ma gli é ni ido più languido. 

36. (L) Vola : tutti «li' assedio di 
Troia. 

(ìL) Quel. Viene agi' indovini. 

57. (L) Tagliar: salpare, uccisa IQ- 
genia 

(SL) Calcanta. ^a., II, iJ2. — 



232 



INPERNO 



38. Euripilo ebbe nome. E cosi '1 canta 

L'alta mia tragedia in alcun loco. 
Ben lo sa' tu, che la sai tutta quanta. 

39. Quell'altro, che ne' fianchi è cosi poco, 

Michele Scotto fu; che veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 

40. Vedi Guido Bonatti: vedi Asdente, 

Che avere inteso al cuoio e allo spago 
Ora vorrebbe; ma tardi si pente. 

41. Vedi le triste che lasciaron l'ago, 

La spola e '1 fuso, e fecersi indovine; 
Fecer malie con erbe e con imago. 

42. Ma Vienne omai: che già tiene '1 confine 

D'ambeduo gli emisperi, e tocca l'onda 
Sotto Sibilia, Caino e le spine. 



Aulidfi, Mn., IV, 426. — Fune. £.q., 
IV: Torios... incidere luna. 

38. (L) Trageùiu: Eneide. — Al- 
cun: un. 

(■^L) C'intt. Mn.. Il: Eurypilum 
icitatu*n nmcula Phacbi Miliintu%. 

(F) Tmgeoia Conime»ia chiama 
la propria, reme iJOtsìa più dimessa, 
risietto air Etieidi^ 

39. (L) Poco: esile. 

(SL) Poco Vive In Toscana. — 
Scollo Indovino a' tempi di Fede- 
rico II, maestro in nt'gromanzia al 
dir del Boccaccio. Il suo nome è ce- 
lebre ani'ora in Iscozia. Aveva, di- 
cono, tanti spiriti al suo comando 
che non sapeva a che lavoro occu- 
parli. In una notte gli fecero un ar- 
gine che portava ancora il suo nome. 
Li mise da ultimo a far delle funi 
con sola rena; e ci lavorano ancora. 
Michele era tra' negromanti uno de' 
più innocui e buoni. Trjdnsse in Ia- 
lino il l'bro di Aristotele: DecìU oni- 
mali [ Ttie lay of the last Miiistrel 
by W. àcoit , e le note, dove a Iole 
del suo casato ha dis>ep;jeMito tutti 
gli Sfott che ha potuto Anche War- 
ton, UidO' ij 01 English Poelrìj, voi. 
1, disserl 11. ] 

40. (L) Intero: atreso- 

(SL) Guido di Forlì, autore d'un 
Trattato d'astronomia, non inutile 
alla scienza, stampato tre vòlte e tra- 



doUo in italiano, in francese, in te- 
desco: fu consultato da Federico II, 
da Ezzelino, da Guido di Moniefel- 
tro. di cui coopeio df»>si . all'im- 
presa accennata nel XXXVll dell'In- 
ferno Era astrologo della repubblica 
fiorentina. — Asdtvte. Conv. : A- 
sdente, calzol'io oi Parma. 

41. (L) Imago delia persona da in- 

(SD Erbe. Virgilo (Bue Vili), 
e Ovidio (M-t ) e Orazio (Epod.) par- 
lano di venetlcìo con erbe. — Imago. 
DimaliPcon l' imagine, Virgilio(Bdc., 
Vili) Orazio (Sat. , l. 8): Linea el 
effigies, erat, aUera cerea... Excidere 
aiqu herbas, atque incanlala lacer- 
tis VinciUa 

42. (L) Onda marina. — Caino: 
la luna. 

(SL) Confine. La luna è per tra- 
montare dal nostro emisfero, e tocca 
l'opposto, cioè il mare sotto Siviglia 
di Spagna, occidentale rispetto all' l- 
talia. La luna, invisibile ai due Poeti 
toccava l' o-cidenie: dunque il dì 
chinava ai Poeti, e nasceva nei no- 
stro emisfero. Ecco i>;ìssaii due gior- 
ni. Onda. Georg.. I : Sol... se con- 
dii in undas. — Caino. Credeva il 
volgo, e crede nel regno di Napoli, 
le macchie della luna esser Caino 
che innalza una forcata di spine 
(Par., li). 



CANTO XX. 






43. E già iernotte fu la luna tonda: 

Ben ten' dee ricordar; che non ti nocque, 
Alcuna volta, per la selva fonda. — 
Sì mi parlava: e andavamo introcque. 



i3. (L) Non ti nocque : ti gnMò in- 
nanzi chf il sole sorgf-.sse. — Alcuna : 
una. — Introcque : intanto. 

{SL) Alcuna, per una: come 
sopra alcun loco (lerz. 38) Qualche 
p^k'crjo difesi a Corfù. —^ Selva. 
l^km visione dei nundo eterno il 
Malespini romincia. Ei'<endo a cac- 
ciare per lo bosco si smarrì da sua 
gente (Gap. 48). E cosi la visione di 



un certo Tedesco di cni rozinnm. 
— Fonia. Ain., Vii : Sylcae .. pto- 
luìidue C'esc, X, 33 : Siepe fonda. 
ìioM.: Fondissime selce. —Introcque. 
Inter hoc Antica voce fiorentina usa- 
ta dal volgarizzatore di Livio. Dante 
la giudica non i/fujtre nella Volgare 
Eloquenza. Di qui si vede che il poe- 
ma suo non è scritto nella lingua 
detta da lui cortigiana. 



Non avrebbe Dante agi' indovini e 
ai magiii assegnata una bolgia se 
molli al suo tempo non erano cre- 
duti gì' indovini e i maghi, e S" ta- 
luno non credeva forse sé ste-so, 
come accade nel contagio de' pregia- 
dizii umani per f<)rz<4d' imitaziofie e 
di fantasia. Virgilio^ che altrove in- 
segna al poeta temperarsi dalle in- 
terrogazioni impronte, e dai preciià- 
tosi giujizi del senno altrui, e dai 
sospetti e timori irragione\o!i; qui gli 
rimprovera le lagrime di passionata 
pietà verso questi d nnati, sebb^n^ il 
giudizio divino con uguale giustizia 
punisca e qat^siì a i lascivi, al tor- 
mento d^^' quali Dante seu/a rimpro- 
veri di Viririlio, è vinto di pietà e 
quasi smarrito, poi di %>ielà viene 
meno. 

Il canto prenie le forme qua e là 
del trattato: e l'amore alla patria di 
Virgilio si distende troppo, come fa 



il Mincio, in una geografica esposi- 
zione di luoghi noti, noti e agli Ita- 
limi e a stranieri pur troppi. 

L'accenno alle trasformazioni di 
Tiresia prende la favola oscena trop- 
po alla lettera ; né so se a scusa ser- 
virebbe l'andare arzigozolando che 
in esse trasformazioni simboleggiasi, 
o la doppiezza fallace de' falsi pro- 
feti, o le umiliazioni alle quali ogni 
frodolento assoggetta sé medesimo, o 
il vano riluttare allo Spirito che spi- 
ra là dove vuole il che sii antichi 
adombravano nelle trasformazioni di 
Proteo, e Virgilio nel dibattersi della 
Sibilla angos'iioso. 

Ma da! Canio qua e la la poesia, 
roiiie luce da nuvole acquose, brilla. 
Il ruìnare d'\nlìarao, e le alture di 
Luni fanno pittura ; le altitudini dei 
corpi stravolli, scultura nuova, e non 
deforme nella mostruosità. 



234 INFERNO 



DEGL'INDOVINI^ 
DI MANTOVA, E DEL TITOLO DI COiMMEDIA. 



Dal Giasone della favola, guerriero seiluttùre, passa il Poela al Gia- 
sone de' Maccabei, sacerdote profano (1); da coloro che sedussero lu- 
singando per proprio piacere o per lucro, a coloro che per lucro ven- 
dettero le cose sacre e ne contaminarono la purità ; da coloro che ado- 
rarono come idoli le monete, e di li presero a sé ed alla Chiesa au- 
spizii sinistri , a coloro che con augurii e profezie false e malie 
ingannarono sé ed altri ; poi da questi che con patto espresso o tacilo 
servirono o credettero servire a spirili non buoni , passerà a' barat- 
tieri, graffiati dagli uncini de' diavoli : onde i simoniaci hanno dall' un 
lato gli adulatori e le meretrici, dall' altro gli stregoni ; e gli stregoni 
dividono i simoniaci da' barattieri , il reo prete dal reo cittadino. 
Mette gl'indovini più sotto de' simoniaci, perchè qui la frode fatta al 
vero è più grave: il simoniaco vende le cose dì Dio; l' indovino s'ar- 
roga un attributo di Dio. 

Nel cerchio degl'inetti indolenti il Poeta trova un solo moderno; 
tra' lascivi, più amichi che moderni; tra' golosi, un moderno solo, e 
cosi tra gli iracondi ; tra gì' increduli, cinque moderni ; tra gli empi, 
un antico; tra' suicidi , tre moderni; tra' soddomiti , un antico, mo- 
derni sette ; tra gli usurai, quattro moderni ; tra' mezzani, un moderno; 
tra' seduttori, un antico; tra gli adulatori, un moderno e un antico ; 
tra' simoniaci, tre papi. Dal che vediamo altre bolgie essere destinate 
a sfogo de' suoi disdegni, altre a mostra di storica e morale dottrina. 
La quarta bolgia ha molli dannati antichissimi , ed è piena di mito- 
logica erudizione; clie a raccoglierne tanta in quel tempo bisogna- 
vano studii non volgari; e ad esporla cosi chiaramente, rara fermezza 
d' ingegno e di stile. 

l maglii e indovini, nota Isidoro (2i sono delti divini, quasi pieni 
di Dio; perchè, simulandosi pieni della, divinità, con certa astuzia di 
frodolenza congetturano agli uomini l'avvenire. Agostino confessa, 
che anch' egli in gioventù interrogava i planetarii , con antico nome 
chiamati matematici (3i; la quale superstizione, comune al suo tempo 
e dalle Decretali gasligata con cinque anni di penitenza, egli attesta 
insieme e condanna, scrivendo : A superstizione appartengono le mac- 

(I) Machab., II, IV, 7 et scq. (3) Confess., IV. 

(2)Isid., Etym., Vili. 



CANTO XX. 2cÒ 

chinazioni delle arti maijichc, e le legature, e que' rimcdii che la 
scienza stessa de' medici riprova, ossia in preghiere, osòia in depre- 
cazioni, in certe note che chiarnan caratteri j o in cose qualsivogliano 
da tenere appese o legate (l). E altrove attesta, le divinazioni farsi 
per varii generi di pietre, di erbe, di legni, d' animali, di carmi, di 
riti (2); e riprova Porfirio, al quale pareva che con erbe e pietre e 
animali e suoni e voci e figure, e coli' osservazione di certi viotÌ7iella 
conversione degli astri, si possano effetti straordinarii ottenere (3). 

Tommaso, che tutto reca a sommi capi , distingue i due fini della 
raagia^ l'operare cose straordinarie, e il conoscere occulte (4). Egli 
però, presentendo una scienza che non é quasi ancor nata , concede 
che si possa, per 1' osservazione del cielo, antivedere non solo i ri- 
volgimenti degli astri, ma le meteore che paiono più casuali, come i 
tempi secchi o piovosi. E dalla tradizione, più che credenza, diffusa 
in tutti i luoghi e i secoli, dell'influenza degli astri sulle cose ter- 
rene, deduce, con un ardimento di credulità eh' è degnissimo di con- 
siderazione in ingegno tanto considerato, deduce che dalla scienza 
astronomica e meteorologica possonsi ordir congetture non già sugli 
atti> di tale o tale uomo, ma sui movimenti e i fatti d' intere moltitu- 
dini, sopra le quali ognun vede potersi e filosoficamente e fisicamente 
provare che le varietà de' climi e dell'atmosfera nel clima medesimo 
(varietà certamente originale, almeno in parte, dai climi e dalle at- 
mosfere di tutti i corpi del sistema mondiale) devono avere influenza. 
E i seguenti sono documenti di storia : Le imagini astronomiche dif- 
feriscono dalle negromantiche in ciò che nelle negromantiche faiinosi 
espresse invocazioni agli spiriti, e certi prestigi; ma nelle altre ima- 
■ gini è un patto con essi spiriti quasi tacito per segni di figura o ca- 
ratteri (5). — Gettar le sorti è far atto perchè ci si manifesti cosa 
occulta ; come considerar le figure che fa il piombo liquefatto gettato 
nell'acqua; o porre cedole scritte o no in luogo nascoso , e vedere a 
chi toccano; o fare a chi tira il fuscello piii o meno grande; o get- 
tare dadi; o aprire un libro e notare su quale parola cade l'oc- 
chio (6i. 

Ma contuttoché riprovate da' Padri le sorti, un nobilissimo esempio 
dell'usarle é in quel consiglio d'Agostino: che j quando sovrasti pe- 
ricolo di morte a' preti, e sia incerto chi deva ol pericolo rimanere 
per la cura del gregge , e chi salvarsi j acciocché altri pastoH non 
manchino, la sorte sia giudico (7). Vedi così sottratta all'arbitrio e 
della generosità inopportuna e della vile paura la vita de' martiri ; i 
quali tutti insieme diventano marf-ri o fuggano o si rimangano. 

Altra maniera di sorte, dice Tommaso , è la prova del ferro, del 
fuoco, e anche del giudizio di Dio, per duello. Le quali consuetudini 
barbariche, levandosi com' aquila sopra il suo tempo, giudica il graa- 
d' uomo così. Reca in prima le btflle parole di Stefano V: Estorcere 
da alcuno la confessione col tormento del ferro rovente o dell'acqua 
bollente , noi consentono i sacri Canoni ; né quel che dal documento 
de' Padri santi non è sancito, è da presumere con trovato supersti- 
zioso. I difetti palesati da spontanea confessione o da prova di testi- 
moni, avuto dinnanzi agli occhi il timore di Dio, sono dati giudicare 
al nostro discernimento ; ma gli occulti e incogniti sono da lasciare 

(1) De Doctr. Chrisl., II. (5) Som., 2, 2, 96. 

(2) De Civ. Dei, XXI. (6) E altrove : Ora per vìa di aorte j 

(3) De Civ. Deij X. ora d* augurio ; ora per la tvocazione 
(i) Som., 2, 2, 95. Della falsa prò- delle Ombre. 

fezia^ 2, 5, 172. (7) Aag., Ep. ad Honoraf. 



236 INFERNO 

a Lui che solo conosce i cuori de' figliuoli degli uomini. Poi, del duello, 
1' Aquìnale : La imde'iima ragione pare che sia da farsi della legge 
de^ duelli ; senonchè più s^ accosta al comune modo del gettare le sorti, 
in quanto non s'aspetta ivi l'effetto miracoloso, se non forse quando 
i campioni son troppo inuguali di valore e d'arte (1). 

Le tradizioni che rìemhiono questo Canto son tolte dagli scrittori 
più famiyrliari al Poeta: di Manto da Virgilio , di Tiresia da Ovidio, 
di Aniìarao da Stazio, da Lucano d' Arrunie. Da Manto prende oppor- 
tunità a narrare le origini di Mantova, patria del suo maestro, della 
quale in Virgilio sono si pietose e si belle e sì dotte parole. Pietose 
laddove compiange : Mantua vae miserae inimium vicina Cremonae ! (2), 
laddove accenna, con liberta notabile il Poeta devoto d'Augusto, al 
commiismo imperiale, esercitato sopra i terreni di quel paese distri- 
buiti ai soldati, cosi com^^TNapoleone distribuiva i ducati: Impius haec 
tam eulta novalia miles habcbit? Barbarus has scgetes? (3). Belle lad- 
dove come pittore disegna la giacitura dei paese : Qua se subducere 
colles Incipiiint, mollique jugum demitiere clivo, Usque ad aquam, et 
veteris jam fracta cacumina fagi (4); e Hic vii idi s tenera praetexit 
arundine,ripas Mnicius Co). Belle insieme e pietose laddove, nella 
coscienza d' una gloria pura acquistata con istudii profondi non meno 
che amorosi, e con le faticose prove della bellezza, egli fa del suo 
nome tributo alla patria: Primus Idumaeas referam libi ^ Mantua, 
Palmas (6», che sta in armonia con quegli altri di più ampio amore 
all' Italia tutta: Tibi res antìquae laudis et artis Ingredior , sanctos 
ausus recludere fontcs. Ascraeumque cerno romana per oppida Car- 
men »7). Dotte parole laddove di Manto\a sua cantale origini etrusclic 
e insieme la costituzione civile con precisione degna del trattato d' A- 
rislotele sulle repubbliche, la quale non poteva non essere frutto di 
studii sopra l'antichità diligenti: F^tidicae Manlus et Tusci filius 
amnis. Qui muros matrìsquc dedit libi. Mantua nomen. Mantua dives 
aviSj sed non genus 07nnibus unum: Gens UH triplex , populi sub 
gente qualerni ; Ipsa caput populis : Tusco de sanguine vires (8). 
Così l' Allighieri , che teneva sé discendente dal sangue romano, e 
per le antiche origini di Firenze e per 1' origine della famiglia sua 
propria, ed aveva affinità con la gente di Val di Pado '9), si sentiva 
compatriota al poeta romano che nacque in città ctrusca, lungo il lìumo 
che cade in Po. Del fiume Tiberino dal qunl Manto ebbe Ocno, il fon- 
datore di Mantova (il cui nomo si^mifìcMnie in 'r^reco tardità g inerzia, 
accenna forse al tardis fìexlbus del Mincio) : di Tiberino conservansi 
In Romagna tuttavia tradizioni popolari ; e del liunie Tiberino se ne 
fa un re Tiberino, per rammentare il re che diede il suo nome al Te- 
vere, prima nominato altrimenti dO) : e chi sa chela congiunzione del 
Tevere, fiume etrusco, con !a fondatrice di Mantova, non accenni al- 
l' etrusca origine della clilà ? Nell'origine di Mantova Dante si com- 
piace cosi a lungo non solamente per venerazione a Virgilio, ma si 
ancora perchè nelle origini prime delle città e degli Stati, la storia e 
la poesia e la religione ammiransi in modi arcani conciunte. Le fon- 
dazioni de' paesi ebbero in tutti i luoghi e tempi auspizii religiosi o 
di tradizioni vere, e di veri presentimenti e vaticlnii, o almeno di sa- 

(I) Som., 2, 5, 95. (7) Georg., IL Sempre una tinta re- 

(2; Bue, IX. ligiosa, anche senza saperselo: i fonti 

(3) Bue., L sanlif te palme iJumee. 

' (4) Bue., IX. ' ii)A<:tt.,\. 

(5) Bue., VII. (9) IiJf., XV, Par., XV. 

(6) Georg., III. (10) .En., Vili. 



CANTO XX. 237 

crìfizii e di soni. Onde Virgilio, dell' usule Evandro: Me pulsumpa- 
tria . . . . Fortuna omnipottiiis ci ineluctabile falurn Ilis posile re loda , 
rnalrisque egcre Iromendu Carmentia Nymphaemonila,el Di'ua auclor 
Apollo il). E di questi conf^eiii l' Eneide è piena; e gli amichi scris- 
sero molti e luncriii tratiali intorno alle origini della città. Dante, ac- 
cennando come gli uomini sparli intorno s' accogliessero a quel luogo 
eh' era forte per il pantano che aveva da tutte le parli, si nnjstra non 
inconscio di quello i:he accompagnò le origini di parecchie cillàe Stati 
illustri, segnatamente d'Atene, Roma e Venezia; dico il raccogliersi 
d'uomini di varie genti nel luogo medesimo, e formare un popolo, 
che non sempre fa nazione , anzi della nazione impedisce o ritarda 
r unitcà. 

Tra' più notabili passi della Tebaide, lavoro di retore, ma retore di 
ricco ingegno e d' animo buono, é la morte d' Anflarao , il quale (e 
augure e re, come il Ramnele, e 1' Anio, e TEleno, e l'Enea dì Vir- 
gilio (2) ; e come tutti i re primi, che erano sacerdoti, siccome signi- 
fica anco il Melchisedech della Genesi) abborriva dalla tirannide di 
Creonte (3), appunto come la figlia di Tiresia , Manto, dalla tirannia 
di Creonte si salva con l'esilio, con 1' esilio eh' è padre sovente di 
Slati novelli di nuove idee. E co>ì collegansi , non a caso, le tre 
storie in questo Canto toccale, di Tiresia e di Manto e d' Anflarao, il 
quale era, a detta di Cicerone, avuto da' posteri per iddio ("4), come 
Romolo ; senonchè questo rapilo di sopra e quel'o di sotto. Tutte e tre 
tradizioni di Tebe, città fondata da gente più aflìne agli Slavi che 
a' Greci, e che per Manto diventa consanguinea di Mantova, onle ap- 
parisce afnnilà singolare Ira Virgilio e Anllone ed Orfeo. E perchè 
vedasi insieme quello che Dante tolse da Stazio, e al suo solilo in 
breve spazio condensò , recheremo de' molllssìmi versi , in cui si di- 
stende il pun!o di quella subita morte, taluni de' più notabili . . . Non 
arma manu, ìion frena remisit : Sicut erat , rectoa deferì in Tartara 
currus : Respexilqne cadens codum, cnmpumque coire (5) Ingemuit, 
donec levior distaulia mrsus Miscuit arra trernor , lucemque exclnsit 
Averno. — l'I suMtus vates pallenlibus inridit (6) ambris.... Al Ubi 
qiio'i (inquii) manes qui limite prneceps Non licito per inane ruis ? (7) 
— Subii ille minantem, Jnni teuìiis visu, jani vanescenlibua armis , 
.Tarn pedes: extinrto tamen interceplus in ore Augurii perdurai ho- 
«OS, obscuraciue fronti Villa tnanet , ratmimqne tenet morienlia oli- 

vae.... Subilo me turbine mundi mediis e millibus hausit Nox 

tua (8). Quae mihi mens, dum per cava viscera terrae Vado din pen- 
dens ? et in aere volvor aperto? Ihi miìii nil ex me sociis patriaeque 
reliclum estj Vel captum Thebis : non jam Lernaea videbo Tecla,, nec 
attonito saltem cinis ibo parenti. Non tumulo, non ignemiser , lacry- 
misque meorum Produclus, loto pariter libi funere veni. 

Notate altresì nel lunghissimo passo di Lucano, e assai men poetico 
che quel di Stazio, il verso che dice dell' augure Arrunte : Atqueiram 



(1) Eli., Vili. (7) Qui parla Plutone. Dante che 

(2) .¥.n.. II, MI, IX, XII. vuole rif)rovarc l'augure e quasi scher- 

(3) Slat.,Vll : iN'onf)crpc«4MrcCrfo/i- nirlo, fa dire a'guerreggianti : Dove 
lis Impervi. rui ? 

{'ir) De Divinai., 1. 40. (8) Fino a Minós,che aaxcherluno af- 

(ó) A c»i S' apersr, agli occhi de' /<?»Ta. Anche Stazio nel caso d' Aidìarao 

Tibivì, la terra. rammenta Minosse j fra lo tante altre 

(G) ^ non restò di ruiitare a ralle. cose, 



238 INFERNO 

Superàm ruptis quaesivit in extis (1). E anche Arrunte è augure to- 
scano, e però non a caso forse collocato da Dante tra Bonifazio, l'a- 
mico di Firenze, e i barattieri di Lucca. E non a caso il poema, che 
procede severissimo inlìno al goloso Ciacco, e comincia sentire del co- 
mico laddove tocca di coloro che non hanno al capo coperchio piloso, 
e si rifa grave infino agli usurai, da questi in giù scendendo ai mez- 
zani e agli adulatori e a' simoniaci e a' maghi e a' barattieri, diventa 
commedia più e più. E non a caso il Poeta, che nel sedicesimo l'a- 
veva appunto denominata Commedia, qui chiama l'Eneide Tragedia, 
siccome canto non pure serio e dolente, ma civile e religioso, qual 
era la tragedia nell' origine, e quale nel n)edio evo ridivenne, rap- 
presentata nelle chiese in persone vive, ed in pietra. Comico, secondo 
l'intendimento del Poeta, diventa, in questo Canto più che sopra, il 
linguaggio. Che due le ironie: Dove rui? ad AnPiarao, e ad Aronte la 
spelonca, di dove poteva guardare il mare e le stelle. Poi avete le 
letane e la parlasia^ le maschili penne e la pilosa pelle, le natiche e 
lo spago. Caino e le spine _, la mattia ed introque. Avete ripetizioni 
di modi alla sua parsimonia inusitate : al ventesimo Canto della prima 
Canzon — lettor, prender frutto di tua lezione — Dirietro guarda e 
fa ritroso calle — indietro venir li convenia. Perchè 'l veder dinnanzi 
era lor tolto — mutò sembiante, cangiandosi le membra — cade in Po. 

— ivi convicn che caschi. E ben quattro volte ripetuto il modo fami- 
gliare tutto quanto, dal quale ora rifuggirebbe non dico la cortigiana 
de' poeti, ma 1' eleganza degli avvocati e la venustà de' notai (2). 

(1) Lucan., \. - lei convien che tutto quanto caschi. - 

(2) S' era già disposto tutto quanto. Ben lo sai tu che la sai tutta quanta. 

- Cangiandosi le membra tutte quante. 



CANTO XXI. 239 



OAIVTO XXI 



ARGOaSENTO. 



Nella quinta i barattieri , entro un lago di pece bol- 
lente. Il poeta vede venire, portato da un demonio, un 
magistrato lucchese. Comico tutto il canto. 

Nota le terzine 4 alla 10 ; 12 ; U alla 19 ; 33, ai, 32, 33, 3i, a6, 3t% 
39, 40, 45, 46. 

1. l><osì, di ponte in ponte, altro parlando 

Che la mia Commedia cantar non cura, 
Venimmo: e tenevamo '1 colmo, quando 

2. Ristemmo per veder l'altra fessura 

Di Malebolge, e gli altri pianti vani; 
E vidila mirabilmente oscura. 

3. Quale nell'arzanà de'Viniziani 

Bolle, l'inverjio, la tenace pece 
A rimpalmar li legni lor non sani, 

4. Che navicar non ponno; e 'n quella vece 

Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece; 

5. Chi ribatte da proda, ò chi da poppa; 

Altri fa remi, e altri volge sarte; 
Chi terzeruolo e artiraon rintoppa; 

1. (L) Ponte: da quel che è sul il Rucellal chiamerà Navali V Arza- 

quarto fosso a quello del quinto. — nà. Cosi la poesia si fa cortigiana 

Colmo : il più alto punto dfl ponte, davvero. [Rucellai , le Api , 165 , e 

(SL) Tenecamo. .En., Vi: Tuia Dryden, Annui Mirabilis , st. 143.]. 

tcnebam. - Il : Jamque arva tene- 4. (SL) Navicar. Anco nel Pan- 

hant. doiflni. — Coste. Virgilio, d'una na- 

J. (L) Feìsura: valle. ve: Laterum compagibus (>'En., l). 

(*ìL) Mirabilmente Vita Nuova: M. (L) Terzeruolo : piccola vela. 

Maravigliosamente triste. — Artimon : vela maestra. — Rin~ 

3. (t) Arzanà : arsenale. — Tim- toppa : rattoppa, rifa. 
palmar: rispalmare. (SL) Rinloppa per rattoppa, il 

(SL) Arzanà. Due secoli dopo, R«di. 



240 INFERNO 



0. Tal, non per fuoco ma per divina arte, 
Bolha laggiuso una pegola spessa, 
Cile inviscava la ripa d'ogui parte. 

7. r vedea lei, ma non vedeva in essa, 

Ma che le bolle che '1 bollor levava, 
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 

8. Mentr'io laggiù fisamente mirava, 

Lo duca mio, dicendo: « Guarda! guarda! », 
Mi trasse a sé del luogo dov' io stava. 

9. Allor mi volsi come l'uom cui tarda 

Di veder quel che gli convien fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda ; 

10. Che, per veder, non indugia '1 partire: 

E vidi dietro a noi un diavol nero 
Correndo su per lo scoglio venire. 

11. Ahi quanto egli era, nell'aspetto, fiero! 

E quanto mi parca, nell'atto, acerbo, ~ 
Con l'ale aperte, e sovra i pie leggiero! 

12. L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 

Carcava un peccator con ambo l'anche; 
Ed ei tenea de' pie ghermito il nerbo. 

13. — Del nostro ponte (disse) o Malebranche, 

Ecco un degli anzì'an' di Santa Zita: 
Mettetel sotto; ch'i' torno per anche 

6. (SL) Arte. Ma.f"l,ìl: Divina <2. (L) Superbo: allo.— Peecalor. 
Paltadis arte. Caso retto. — Ei: il diavolo.— Nei'' 

(F) [C] Isal ,'3l : Et converten- bo : calcagno 

tur torrenlei ejas in pice'a , el erit (SL) Superba. Mn.^VW : Tibvr- 

terra ejat in picfm ardefUen. — Pe- que superbiim. Diavolo gobbo ; che 

gola. Fiutando (De Ser. Num. Vinti.) meglio vi siiano insellali i rei ch'e- 

pone iiell' Inferno stagni di metalli gli porta, 

fusi. (F) Pie. In una visiona dpscrit- 

7. (L) Lei: la pece. — Ma che : ta da Gregorio (IV, 36) i diavoli tl- 
fuor che. — Riseler: abbassarsi rano i rei giù per le coscie , gli an- 

(SL) Ma che. Inf , IV. —,Rise- geli i salvati levano su p^^r le braccia. 

der. Georg., Il : Qua vi maria alta 13 (L) 0: o voi. — Anche: altre. 

iamescant... rursusque in seipsa re- i^L) Anzian Ott. : Anziano è 

aidant. wi offizio oer le citladi , rnasiima- 

(F) Fciea. Le tenebre fljurano mente di Toscani, il quile hi spe- 
l'arti de' barattieri — Compressa: ziaie cura del gooerno della cUtadej 
Arisi. Fis. , IV: Compressione per e che elli sia bene retta per li rei- 
condensamento, tori forestieri, e eh' ella non na op- 
9. (L) Tarda : preme. pressata da' polenli. Henv.: Ftoren- 

(SL) Sgagliarda. Ov. Her.,XIV: tiae appellaninr priores. Il Dati dice 

Yirei stiblrohit ipso timor, essere un ciarlino Mollai; r.\nonlmo: 



CANTO XXI. 



241 



14. A quella terra che n' è ben fornita. 

Ogni uom v'è barattier, fuor che Buonturo: 
Del no, per li danar', vi si fa ita. — 

15. Laggiù 1 buttò; e per lo scoglio duro 

Si volse: e mai non fu mastino sciolto 
Con tanta fretta a seguitar lo furo. 

16. Quei s'attuiTò; e tornò su con volto. 

Ma i demon che del ponte avean coverchio, 
Gridar: — Qui non ha luogo il Santo Volto: 

17. Qui si nu9ta altrimenti che nel Serchio. 

Però, se tu non vuoi de' nostri graffi. 
Non far sovra la pegola soverchio. — 

18. Poi l'addentar con più di cento raffi: 

Disser: — Coverto convien che qui balli; 
Si che, se puoi, nascosamente accaffi. — 

19. Non altrimenti i cuochi a' lor vassalli 

Fanno attuffare in mezzo la caldaia 

La carne con gli uncin', perchè non galli. 



che costui nel 4300 era In carica e 
morì di subito. — Zita. Vergine luc- 
chese, oatrona della città, e venerata 
in S Frediano. — Per anche. Arios., 
XXXIV 91 : Portarne vii non «» ve- 
dea mai stanco Un vecchio j e ritor- 
nar sempre per anco. 

i4. (L) Terra: Lucca. — Itx: sì. 
(SL) Buonturo. Ironia. Qui non 
accenna al tradimento di costui nel 
1315 quindo fece sorprendere i Luc- 
chesi a' Pisani; e già il Canto era 
scritto orima di quel tradimento: 
se no, Dante l'avrebbe cacciato nel 
ghia'V'io. Il Lucchesini qui intende 
un Buonturo poverissimo, dalla po- 
vertà tolto al pericolo d'^^s^-^re ba- 
rattipre (G'or. dì Pisa, t, XIX, pagi- 
na 216» Meglio qu'^ll'altro Buonturo. 
V^di di lai U Muratori 'R-r It., X); 
M«i<i*ato (III , 3). — Per JEn. , Vi : 
Fixit leqes preiio atque » efixit. — Ita. 
Non Df-r sì ma per così negli nlti 
pubbli -1 to'scani Uno nel cinquecento. 

15. (L) F'iro: ladro. 

(SL) Duro. Inf., XIX : Che sa- 
rebbe alle capre duro varco, — Furo. 
Vit. s. Girolamo. 



Dante. Inferno, 



16. (L) ConvoUo : sottosopra e av- 
volto in sé — Coverchio : stavano 
sotto il Don te 

(SL) Convolto. L'usa l'Ottimo. 
Bocc : Per lo loto concolgersi. — Vol- 
to. L'ertlgie del Redentore, alla quale 
l tuoi Lucchesi si curvano come tu 
fai nella pece. Il Volto Santo è tut- 
tavia venerato in S. iManinodi Luc- 
ca; e credevasi opera d'angelo. Nel 
poema De praeliis Tasciae (lib. I)^ 
un Lucchese giura Per faciem san- 
clam, per corpm et utique Zitae. 

17. (L) Sarchio : fiume vicino a 
Lucca. — iVoa ; non esci r delh pec^. 

(>L) Sovrchio. Inf. , VII : In 
cui uìa aoarizii il sno soperchio; 
ed è p'-oprio d I biraitiere. 
^8 (L) Accaffi: rub'. 

(sF Aidfìitar .«o.. VI : Dente 
tenoci Anchora. — Accaffi^ nel Sac- 
chetti. 

19 (L) Fatjal/t; ministri. — Ga/ii; 
galleggi. 

(SL) Vassalli. Vita s. Margh. - 
Galli. E nel Buti. 



16 



242 INFERNO 

20. Lo buon maestro: — Acciocché non si paia 

Che tu ci sii, mi disse, giù t'acquatta 

Dopo uno scheggio che alcun schermo t'haia; 

21. E, per nulla ofFension che a me sia fatta, ' 

Non temer tu : eh' i' ho le cose conte, 
Per ch'altra volta fui a tal baratta. — 

22. Poscia passò di là dal co' del ponte : 

E com'ei giunse in su la ripa sesta, 
Mestier gli fu d'aver sicura fronte. 

23. Con quel furore e con quella tempesta 

Ch'escono i cani addosso al poverello. 
Che di subito chiede ove s'arresta; 

24. Usciron quei di sotto al ponticello, 

E volser contra lui tutti i roncigli: 
Ma ei gridò: — Nessun di voi sia fello. 

2o. Innanzi che l'uncin vostro mi pigli, 

Traggasi avanti l'un di voi, che m'oda; 
E poi di roncigliarmi si consigli. — 

26. Tutti gridaron: — Vada Malacoda. — 

Per eh' un si mosse (e gli altri stetter fermi), 
E venne a lui, dicendo: Che gli approda? 



20. (L) Si paia : apparisca. — Do- forza o rapione ti fa venire a que- 
pò : dietro. — Hùa: masso che ab- sta proda ? 0, togliendo la interro- 
bia per te un qualctie riparo. gazione : venne a lui, domandando, 

(SD Dopo Bnc., IH : Post, ca- die cosa lo fa venire. Come nel Canto 

recta latebai. Novellino, XLVII : Era s*^cuente per venire a proia^ e nel 

dopo la parete. Addoparsi in Tose. XVII : Arricò Ix teita. la condusse 

permettersi dietro. — //aia. Par. , a riva. Tradurrebbe 11 virgiliano: 

XV41, t. 47. Qme vis immanibus applicai oriif 

21. (L) Ho: conosco qui. {Ma., l). 

(SD Altra. Inf., IX, t. y. Scen- (K) Malacoda, Il nome è presa- 

dendo al cerchio di Giuda, passò gio ehelacosa usnirf bb»^ a mal fine. 

anco per quello de' barattieri. Abbiamo in Milibolc/e, M'ilebranche, 

2?. (L) Co'; capo. — Ripa: argine, e Farfarello, mal oagio uccello, e Bar- 

23. (L) Tempeita di rumore. — òanccia che si volge a Lui con wjai pi- 
Chiede elemosina. gìio. e Ciamp&lo venuto tra male 

24. (L) RonciQli : graffi. gatte, e che fa moia parfita dal frate 
26. (L) Fer eh' : ond'. — Che gli Sardo e che pensa una malizia per 

appi^oda: Che gli fa prò', che gli gettarsi a raggiungerlo. Onde l'ira 

fiiova venire. de' diavoli contro l due Poeti s' ag- 

(SL) Approda ? Intendere , giO' giunge al mal volere e li Inseguono. 

va, pare alquanto contorto. Se pò- In S. Caterina e nell'uso delle mo- 

tessesl leggere : che lo approda, o nache Senesi fin nel secolo passalo, 

ctie ti approda, Intenderebbesi : Qual 11 diavolo Malatasca. 



CANTO XXI. 



24P, 



21. — Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
Esser venuto (disse il mio maestro), 
Sicuro già da tutti i vostri schermii 

28. Senza voler divino e fato destro? 

Lasciami andar: che nel Cielo è voluto 

Ch'i' mostri altrui questo cammin Silvestro. — 

29. Allor gli fu l'orgoglio sì caduto, 

Che si lasciò cascar l' uncino a* piedi. 

E disse agli altri: — Omai non sia feruto. — 

30. E '1 duca mio a me: — tu che siedi 

Tra gli scheggion' del ponte, quatto quatto. 
Sicuramente omai a me ti riedi. — 

31. Per ch'io mi mossi e a lui venni ratto. 

E i diavoli si fecer tutti avanti; 
Sì ch'io temetti non tenesser patto. 

32. E così vid'io già temer li fanti 

Che uscivan patteggiati di Caprona, 
Veggendo sé tra nemici cotanti. 

33. r m'accostai con tutta la persona 

Lungo '1 mio duca; e non torceva gli occhi 
Dalla sembianza lor, ch'era non buona. 

34. Ei chinavan li raffi, e — Vuoi ch'io '1 tocchi. 

Diceva l'un con l'altro, in sul groppone? — 
E rispondean: — Sì, fa che gliele accocchi. — 

27. (U Schermi : al mio passaggio. (SL) Tenesser. Petr.: Tener fede. 

28. (L) Destro : propizio 32. (SL) Patteggiati. G. Villani (VII. 
(SD Ssnza. .Eri., V : Haud equi- e. 436). — Caprona. Castel de' Pisani 

dem sine m<>nie, reor, sine numine su Arno. Quando, dice l'Anonimo. 

Dioiim. — Destro. Ma., Vili ; e più la renderono a pattij salce le verso- 

volte. — Foiu<o. Inf., V : Vuoisi co- ne e tutte le cose. Lucchesi eFioren- 

sì colà .. tini li corsero a vedere, ond' è per- 

(F) Silrcifro. Anche qui per or- ch'ellino aveano già fatti di molti 

rido ; e lo dice nella bolgia de' rei mali a parte guelfa, temerono il fu* 

di dell Ilo civile. Nella Volgare Elo- rore delia minuta gente. Ciò nell'a- 

quenza distingue i modi silvestri da- gosto del 1289. Dante, a quanto pare, 

gli urbani. La voce selva era solen- era e vederli, 

ne simbolo a lui. 33 (SL) Tutta. Inf., X : M'accostai 

29. (L) Ferìito : ferito. Temendo, un poco più al duca mio. 
(SL) Caduto. Boccaccio : Lo sde- — Lungo. Vita Nuova. Vidi lungo 

gno caduto. Stai. Ttieb., VII : Exci- me uomini. 

derunt irae. E in Livio. 34. (L) Accocchi: glielo accocchili 

(F) Uncino. Som : Fides est in colpo, glielo dia. 

daemonibus coacta propter signorum (SL) Gliele. intendasi alla fio- 

evidentiam. rentina per glielo ; o come modo fa- 

31. (L) Per cft': ond'. — Pa<(o; non migliare, slmile a quel dellMnfer- 

sla ferito. no XXI V: Gliene die cento, e non 

senti U diect. 



244 



INFERNO. 



35. Ma quel demonio che tenea sermone 

Col duca mio, si volse tutto presto 

E disse: — Posa, posa, Scarmiglione. — 

36. Poi disse a noi: — Più oltre andar per questo 

Scoglio non si potrà; però che giace 
Tutto spezzato, al fondo, l'arco sesto. 

37. E se l'andare avanti pur vi piace. 

Andatevene su per questa grotta: 
Presso è un altro scoglio che via face. 

38. ler, più oltre cinqu'ore che quest'otta, 

Mille dugento con sessanta sei 
Anni compier che qui la via fu rotta. 

39. r mando verso là di questi miei 

A riguardar s' alcun se ne sciorina. 
Gite con lor; che non saranno rei. 

40. Tratti avanti, Alichino, e Calcabrina 

(Cominciò egli a dire), e tu Cagnazzo: 
E Barbariccia guidi la decina. 



35. (F) Scarmiglione. Qaasi cupido 
dì scarmigliare, scompigliare perso- 
ne e cose. 

»6. (L) Al: fino al. 

.(SL) Scoglio Nella dirittura del 
ponte da cui venite, non potete pro- 
seguire, perché il sesto ponte in que- 
sta linea è rotto : ma potete andare 
per l'argine^ e troverete un ponte 
intero di dove oas^are. Qui il diavolo 
mente (Inf., XXllI, t. 46) E Virgilio 
che tutto sa, che era stato lino in 
fondo all'Inferno (ma innanzi la mor- 
ie di Gesù Cristo), gli crede. 

37. (L) Grolla: argine cavernoso 
nel fondo. - Face : ha il ponte intero. 

(SL) Grolla. Nel I del Purga- 
gatorio, grotte quelle del monte del- 
resplaziopft. 

38. (L) Olla: ora. 

(^L) ler : Se agli anni 1260 
corsi dalla morte di Gesù Cristo al 
momento in cui parla Malacoda, s'ag- 
gianzano i 33 della viia di Cristo, e 
1 pochi mesi dell'anno 34. nel quale 
mori , s'avranno <299 compiuti, « i 
pochi mesi sino al marzo del 1300. 
Meglio ancora se pongasi la morte 
di G. G. nel principio del suo tren- 
tacinquesim* anno d'età, che corri- 
sponde a quel che Dante dice essere 



il mezzo della vita ai perfeltamente 
naturati; e se si rammenti ch>i il 
1300 de' Fiorentini va lino ai 25 di 
marzo, e poi I301 comincia. — Otta. 
Vive nel contado di Firenze. Quel- 
l'ora era la prima del giorno, e Ge- 
stì Cristo mori nella sesta. 

(F, Rolla. Miith., XXVII, 51 : 
Pelrae sciuae sunt. Mirch.,XV, 33: 
Et facta horasexia. La visione dun- 
que comincia nel venerdì santo. L'A- 
nonimo : Forse l'autore, confeimloni, 
riconosciuti li suoi difetti, il dello 
venerdì per alcuna ammenda imaginò 
qiieila buona opera. 

39. (L) Rei : non vi faran male. 
(SLt Sciorina. La roba tuffata 

sciorinasi; così gl'immersi nella pe- 
ce, a sollievo se n« It-vano all'aria. 

— Rei. Terz. 24 : Nessun di voi sia 
fello. 

40. (L) Traili : vieni. 

(F) Alichino. Pronto a chinare 
le ali per voiar sulla pece contro I 
dannati: co f.i nel seguente Canto. 
Benp sia a diavolo volgere l'ali in 
giù — C>gnazzo. Dal colore del viso. 

— Birbaiiccia. Più strani nomi di 
diavoli adopra nell'Adamo l'xndrei- 
ni : Arf arati Ruspicano, Ondoso, 
Lurcone. 



CANTO XXI. 245 



41. Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 

Ciriatto sannuto, e Graffiacane, 
E Farfarello, e Rubicante pazzo. 

42. Cercate intorno le bollenti pane. 

Costor sieri salvi insino all'altro scheggio 
Che tutto 'ntero va sovra le tane. — 

43. me! maestro, che è quel ch'i' veggio? 

(Diss'ioì. Deh senza scorti andiamci soli. 
Se tu sa' ir: ch'i' per me non la cheggio. 

4i. Se tu se' sì accorto come suoli, 

Non vedi tu eh' e' digrignan li denti, 
E con le ciglia ne minaccian duoli? — 

45. Ed egli a me : — Non vo' che tu paventi. 
Lasciali digrignar pure a lor senno; 
Ch'ei fanno ciò per li lessi dolenti. — 

4G. Per l'argine sinistro volta dienno: 

Ma prima avea ciascun la lingua stretta 
Co' denti, verso lor duca, per cenno. 
Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



41. (F) Libicocco. Da Libia, ns' cui 42. (L) Cercale: girate. — Pane: 

deserti si credeva abitassero molti Panie, fossi di pece, 

demonii: come scirocco da Siria. — (SL) Pane. Bocc: Inviscata in 

DroQhignazzo Da Drago — Cirinlto. Vamoro^e pane. Come letane per li- 

da Chiros porco nei greco; così fu tante Irif , XX. — Salvi. Ironica rac- 

detio anciie nei medio evo: onde 11 comandazione ; giacché i'aiiroico^ho 

Poeta lo fei'.e sannuto : A cui di boc- non era intero. 

ca uicia D'ogni parie una sanna 44. (F) Denti Jer. , Tiir ,11, 46: 

come a porco tlnf. , XXll, t. 19); e Fischiarono e digrignarono i denti e 

V.^r'ìosio: Mostrale Zanne fuor, come dissero : 'Divoreren,o. Invece del fl- 

fa il porco (XVII. 39). — Farfarello, schio, qui senilreie altro. 

Forse affine ai francese forfaire o al 45. (L) Lessi: nei bollore, 

tedesco vorfaUen , quasi furfante 46 (L" Arpine, tra la sesta bolgia e 

(Ducange: Forfallim) — Rubicante. la settima. 

Oa Ruber. Simile al Cagnazzo. I (SL) Stretta Veiiendochft Vir- 

Greci lianno per proverbio che il dia- gllio crede alla menzogna, essilo 

volo cercando in chi entrare, entrò atto di beffa, guardando Barbariccia, 

ne' capelli rossi. Il Bassetti vede in metion fuori un poco la lingua, e la 

Malebranche un Manno Br^inca, pò- stringun co' denti come chi tiene il 

desta di Firpnze n»-U303 quando il riso, o chi golT.impntft si beffa. Atto 

cardinale, da Prato venne indarno a non dissimile nei XVII dell'Inferno, 

riconciliare i iNeri co' Bi;inchi, e quelli Fa .'^ciiipre vili i rei di colpa acuì 

stavano attendendo 1' esito a Trespia- sia incentivo il danaro, 
no. Vede in (ìrafll icane un Raffa^a- 
ni, allora priore. Le altre congeiture 
sono ancor più contorte. 



■«^S^s»- 



246 



INPERNO 



La pittura della pece bollente sì 
fa più viva nell'ultimo tratto di 
mano maestra : E gonfiar tutta e ri' 
seder compressa ; ciie fa vedere il ri- 
cascare per il proprio peso sopra di 
sé e il condensarsi dell'ardore tenace 
intorno al miseri tormentali La lun- 
ga similitudine dell'arsenale di Ve- 
nezia ci fa ripensare che i due ac- 
cenni a questa città , scevri d' ogni 
biasimo, in mezzo alle tante acri 
riprensioni contro altri paesi d' Italia, 
e la memoria onorata nel Purgatorio 
fatta di quel Marco che pare sia stato 
della Veneziana famiglia de'Lombar- 
di, dimostrano come il poeta, seb- 
bene aliena dagli spiriti ghibellini, 
rispettasse quella forma di civile go- 
verno che manteneva un patriziato 
mite, non ligio a parte guelfa, e con- 
servante un sentimento di pretta ita- 
lianità. 



Oltre alla similitudine storica della 
resa di Caprona, abbiamo le due dei 
cani che s'avventano al mendicante, 
e del cane che insegue il ladro : ma 
l'altra de' cuochi che attuffano cogli 
uncini la carne nella caldaia ; Il dia- 
volo gobbo, l'anziano, non di Lucca, 
di S. Zita ; l' ironia di Buonturo, le 
salse parole de' demonii graffiatori ; 
l'appiattarsi di Dante, e il temere di 
lui prima e poi ; la bugia di Mala- 
coda, l nomi de' diavoli, la trombet- 
ta; ogni cosa dimostra che Dante sui 
barattieri volle versare lo scherno, e 
sprezzare così l'accusa de' suoi ne- 
mici, che come barattiere lo caccia- 
vano dalla patria. Ora domandasi : 
coloro che bello stimavano (ed è) 
questo canto ; come poi disprezzare 
lo Shakespeare? 



CANTO XXI. 



247 



L' ANNO DELLA VISIONE. 



La visione di Dante cade nel trecento e nel trecent' uno, dacché 
r anno fiorentino cominciava col dì venticinque di marzo. Quest' av- 
vertenza concilia con l'opinione comune gli argomenti dell'abate Zì- 
nelli. Il più difflcile passo è quel di Casella: Veramente da tre mesi 
egli ha tolto Chi h-i voluto entrar con tutta pace (Il Io intendo, non ? 
ha cominciato a togliere; ma sibbene : ha finito di togliere, dacché 11 
giubileo era finito nel dicembre del milletrecento, onde verso la fine 
di marzo gli eran circa tre mesi. Intendendo all'incontro com' altri 
vuole, che s'abbia a recare la visione al dì otto d'aprile, il conto dei 
tre mesi non torna. Parrebbe stare per 1' aprile del trecento quell'al- 
tro luogo della bolgia de' seduttori di donne. L' anno del giubileo... 
Che dall' nn lato tutti hanno la fronte... vanno verso il 'monte (2); 
ove pare che parli di cosa presente. Ma prima dice : Hanno a passar 
la gente modo tolto, eh' é nel passato; e poi hanno e ranno, per cau- 
sare 1' avcan , e 1' andavan , sonanti male , ed é mutar di costruito 
che piace a Dante e a lutti i poeti. E chi sa che quello scompartr- 
mento del ponte non sia rimasto anche dopo ? che, levata pure la 
sbarra di mezzo, i Romani avessero d'allora preso uso a j)artire la 
folla in due diritture opposte, com' usa a Venezia sotto le Procuratie 
di S. Marco? Certo pare a me che dicendo l'anno del giubileo accenni 
a tempo passato. 

Un uomo Ingegnoso, il signor Gregoretti, dopo combattute le prove 
dello Zinelli, a dette de' preti avidi di signoria le note cose , entra a 
difendere l'Allighlerl perché ponesse negli imperatori germanici la 
speranza, e domanda a chi si sarebbe potuto allora conferire tanta 
dignità? Prima di conferire tanta dignità, bisognava far chiaro, in 
quali e quanti la voglia di riconoscerla; far chiaro che fa7ifa dignità, 
fosse allora inevitabile alla pace d'Italia. Qui cade la risposta sempli- 
cissima del padre Cristoforo : Il mio debole parere sarebbe che non vi 
fossero né sfide, né portatori, né bastonate (3). A chi conferire la di- 
gnità d' imperatore romano nell'anno di grazia mille trecento dieci? 
— A nessuno. 



(i) Purg., II, dell'angelo che condu- (2) Inf., XVIII. 
ee le anime in luogo di salvazione. (3) Manr-oni, Promesn' Spoii, cap.V. 



248 



INFERNO 



OA.IVTO XXII. 



ARGOMENTO. 



Vanno co' deraonii lungo l'argine, e vedono i barattieri 
ballonzolar nella pegola. Un Navarrese è a/ferrato dal 
rampitio d'un diavolo : e racconta di due Sardi vicini 
suoi. 

Nola le terzine 1 alla li; 10, 19; 23 alla 26; 30 alla 33; 35 alla 39; 
41 alla line. 

1. l vidi già cavalier' muover campo, 

E cominciare stormo, e far Jor mostra, 
E talvolta partir per loro scampo; 

2. Corridor' vidi per la terra vostra, 

Aretini; e vidi gir gualdane. 
Ferir tornéamenti, e correr giostra: 



1. (L) stormo : combaltimento.'-— 
Moitra: rassegna. 

(SL) Stormo Vili., I, 21: Per- 
duta C''fusix sua moglie allo dormo 
de' Greci. Circa qaesii alti di guerra 
l'Anonimo cita Vegezio. 

2 Gaaldane: cavalcate nel terren 
(li nemici per scorrerie. 

(SL) Vostra Qa^'Sio dell' apo- 
strofe improvvisa é moilo famigliare 
a Virgilio. Mn , VI : Pxr coque po- 
tenteoi Fabricium? vel te sulco, Ser- 
rane, serentem. Accenna forse alle 
frequenti sorrerle dn' Piorentini in 
quel d' Arezzo, e degli Aretitii a rin- 
coniro: onde poi la >lisfatta fiorentina 
del 1309 II postill<tore del e dice 
(ìaet : Tocca d\irezzo perchè in can- 
tico quella città, quarta' eia in fiore, 
si rta"a a n,otii spettacoli e giuochi: 
e anche furono molte parti e sedi- 
zioni in cs.sa; e Dante ci si trovò in 
lertipo di sii« glomnczza. — Gual- 
dane G. Vili., vili, 48: Andando le 



guoliane, rubando, e ardendo le case 
e i cn-npi Vegfzio : la gualdana va 
caendo vivanda. Malespini ; iRibaldi 
dipinti in guatdnna piucindo — Fé- 
tir. iiJoveliino, LX: Un torneamente 
lascia voi fedire. Buti : 1 to-nea- 
me-nti ni tacevano quando si conce- 
nionno volonte' osamente li caoalieri 
a co 'ubati ere dentro d' uno palan- 
calo per acquistare l'onore, nel quale 
tnrntamento l'uno ìertsce l'altro a 
fine di mirrie. xe non richiama •iuta, 
- Giostra è quando l'uno caraliere 
corre contro l'altro con l' aste. . aove 
mm si cerca vittoria xe non dallo 
uaoallare : Landino: Torncamenlo 
è quando le iquodre vanno l'una 
contro dell' alt' a e rappre<entinn 
una specie di battaglia. Gioitra è 
quando l'uno va contro l'altro a 
corpo a corpo, e rapprescntii la bat- 
taglia iiivgolarc. K il Machiavelli, 
d'un torneamento ordinato per pub- 
blica festa nel rr^S : CoA chiama- 



ex^TO XXII. 24^ 



3. Quando con trombe, e quando con campane, 

Con tamburi, e con cenni di castella, 
E con cose nostrali, e con istrane: 

4. Né già con si diversa cennamella 

Cavalier' vidi muover né pedoni, 
Né nave a segno di terra o di stella. 

5. Noi andavam con li dieci dimoni: 

Ahi fiera compagnia! Ma nella chiesa 
Co' santi, e in taverna co' ghiottoni. 
G. Pure alla pegola era la mia 'ntesa. 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente ch'entro v'era incesa. 

7. Come i delfini, quando fanno segno 

A* marinar' con l'arco della schiena, 
Che s'argomentin di campar lor legno; 

8. Talor così, ad alleggiar la pena, 

Mostrava alcun de' peccatori il dosso, 

E nascondeva men in che non balena. 

^ y, E come all'orlo dell'acqua d'un fosso 

Stanno i ranocchi, pur col muso fuori, 

Sì che celano i piedi e l'altro grosso; 

vano uno spettacolo che rappreienta tibus actos ìAtra subegit hyems ve- 

una zuffn cL^ uomini a cavallo. stiii snccpdere terris ; Nec sidus re- 

3. (sL) Campane. Ai carrocci era gione viae , Ultu^ve felelltt. li UUu$ 
appesa per lo più una campana. 1 cornspondp al segno di terra. 
Fiorentini l'avevano. V»ll. . VI, 73: 5 (F) Chìeia. Proverbio che tra- 
Poncvasi in su tino cadello ai le- dn^.f» in cerio modo quello de' Salmi 
gnameinsu un carro: e al xnono di (XVll, 26): Cum sanclo sanctus eris, 
quella ni guidava V oste. — Tamburi, che dalU Vulgata perù non é tradotto 
L'espositore de' Salmi traduce ti secondo Io spirito. Più sotto, il pro- 
fympanis « nel tamburo. « Muti: verbio triviale : T^ a fr»aZe paf<e (t.20). 
Prendono cammino con suoni di tam- Poi: Grattarmi la tigna (t. 31). Go- 
burelli , ai corni, di naccure Sa-!- mi^'O ogni '^osa. 

nielli: Già tromhe e irombftUni, 6. (L) 'iYtesa .• sempre bidavo alla 

Sceg'ioni e naccherini Vèr li nemici pegola. — Conlegno: cose contenu- 

conii, e tarriburelli. — htrane Usi levi. 

francesi e tedes;lii , eh' egli avrà (SD Contegno. Inf., II, t. 26. 

troppo in Italia vednll. 7. (Li S'a'por/tf7if»n; s'ingegnino. 

4. (Li Diversa: strana — Cfnna- (SLi Arco. iEn , V : Delphinum 
mella : slrumenlo da flato. — Terra : simle.i : qui por maria humida nando 
fallo da terra. Carp'ttlUum Libycumqiie secant, lu~ 

(SD Di'-ersa. Inf., VI, t. 5. — duatque per unaa^. Baonar., Fiera : 
Cennamella. Tav. Rit. : E fa .<ion'ìre Far arco delti schiena. 
Irortibe e cennamelle ; e fa sonar le 8. (L) Alleggiar: alleviare II boi- 
campane a martello. Bnrt. da S. Conf. loro. 

Cennamelle e satterii fauno soave (iL) Alleggiar. Ma.,\ìl: jE^Iuì. 

melodia. — Segno. Tuttodì nelle navi levaret. 

molti ordini si danno a suon di cara- 9. (L) Pur : SQÌ, »— Groiio: del 

pana, - SUll^^ Ma., VII ; Nw flug- wrpo.j 



250 INFERNO 



10. Sì stavan d'ogni parte i peccatori: 

Ma come s'appressava Barbariccia, 
Cosi si ritraean sotto i bollori. 

11. r vidi (ed anche '1 cuor mi s' accapriccia) 

Uno aspettar, così com'egli incontra 
Che una rana rimane e l'altra spiccia. 
12» E Graffiacan, che gli era più di contra, 
Gli arroncigliò le impegolate chiome, 
E trassel su, che mi parve una lontra. 

13. r sapea già di tutti quanti '1 nome: 

Sì li notai quando furono eletti; 
E poi che si chiamaro, attesi come. 

14. — Rubicante, fa che tu gli metti 

Gli unghioni addosso, sì che tu lo scuoi: — 
Gridavan tutti insieme i maladetti. 

15. Ed io: — Maestro mio, fa, se tu puoi, 

Che tu sappi chi è lo sciagurato 
Venuto a man degli avversarli suoi. — 

16. Lo duca mio gli s'accostò allato, 

DomandoUo ond'e' fosse; e quei risposo: 
— r lui del regno di Navarra nato. 

17. Mia madre a servo d' un signor mi pose, 

Che m'avea generato d'un ribaldo, 
Distruggitor di so e di sue cose. 

(SL) Ramuhi. Inf., XXX[I. — Arios., XXX, 5 : Perché sa nuotar 

Grosso. Inf. , XIX, t. 8. Paragona il com' una lontra. Entra nel fiume. 

bal/ar de' dannali a quel dei delfìni ; 13. (L) Tutti: i demonii. -- Chia- 

il loro mettere fuori il capo, allo maro: tra loro, 

star de' ranocchi. (SD Eletti. Inf.. XXI, t. 39. 

M. (L) Anche : ancor. — Incontra : 14. (SL) Rubicante. Per rosseggiante 

segue. — Spiccia: salta sott'acqua, usa l'Oitimo questa voce (T.ll, pa- 

(SL) Uno. Ciambolo. Dice l'A- gina òiO). 

nomino: Bastardo d^ una vile per- 16. (L) Onde: di che paese. 

sona e prodiga. — Incontra. Nel (SL)Doma?idoI/o. Novellino, IV; 

Convivio per aiwi^ne. Domandollo dove andava. - Vili : 

12. (L) Arroncigliò : Inviluppò col- Donàndo'i d'onde se\ — Navarra. 

V uncino. I Navarred, dice l' Anonimo, abbon- 

(SL) Di contra per dirimvetto dano in guaito vizio. 
vive In Tos'^ana, Di contro. '-' Lon- 17. (L) Co e: averi. 
tra. Fa ne' tiumi , ne' laghi , negli (SL) Signor. Barone del re Te- 
stagni , ne'oaduli ostiensi, nell'A- baldo. — Generalo. Mn ^ W : Troia 
niene, nel Tevere ; ha gambe, cam- Criniso conceplum flamine mater 
mina di notte, fa strage de' pesci ; e Quem genuit. — Ribaldo. Uomo de- 
li mangia mezzi. Vive intanata. Sta voto a signore; e perchè costoro eran 
tra la mustela e la foca. Buona ima- anco devoti al misfatto, però ribaldo 
gine de' barattieri. Leggiera molto, prese col tempo mal senso. Cosi m<i- 



CANTO XXII. 251 



18. Poi fu' famiglia del buon re Tebaldo: 

Quivi mi misi a far baratteria; 

Di eh' i' rendo ragione in questo caldo. — 

19. E Cirìatto, a cui di bocca uscia 

D'ogni parte una sauna, come a porco, 
Gli fé' sentir come l'una sdrucia. 

20. Tra male gatte era venuto il sorco. 

Ma Barbariccia il chiuse con le 1)raccia, 

E disse: — State 'n là, mentr'io lo inforco. — 

21. E, al maestro mio volse la faccia, 

— Dimanda (disse) ancor, se più disii 
Saper da lui, prima eh' altri '1 disfaccia. — 

22. Lo duca: — Dunque or di' degli altri rii. 

Conosci tu alcun che sia Latino, 

Sotto la pece ? — E quegli : — 1' mi partii, 

23. Poco è, da un che fu di là vicino. 

Così foss' io ancor con lui coverto! 

Ch'i' non temerei ugna né uncino. — 

snadiere. — Cose. Inf., XI : In sé, lil detto il Grosso, il qaale nel li74, 

ed in lor cose. sposò Bianca, flojliuola a Roberto di 

18. (L) Famiglia : servo. Nanoli. Quel Tebaldo che morì nel 

(SL) Fawt^Ua. Così chiamavansi 1253 fu conto di Sciampagna; e la 

i servi ; anche un solo. Come il rai- casa di lui tuttora mostrasi in Aix. 

nlstero può essere anche un solo mi- Grazioso poeta, primo a alternare le 

nistro. Phaedr. : vi^sopus domini... fa- rime mascoline icon le femminine: 

milia. Murat., Inscript., pag. 1600, n. amò Bianca madre di Luigi IX ; ebbe 

4: Libertonim et familiae. — [ jRc. tre mogli ; tra queste, Gertrude della 

Mariana. Historia de E^pana, I. Xil, casa d'Absburgo. 

e. 9, e Henault , Abrégé Chron.de (F) Be/iio. Matth.,XII, 36: Jlci- 

l'Hìstoire de France, 1-2.32. ] — Te- dent rationem in die jwiicii. 

baldo. Non quel che mori nel «253, 19. (F) Porco. Arìos.,XVn,30: Ma- 
poeta valente citato d^. Dante nella stra le zanne fuor come fa il porco.-. 
Volgare Eloquenza, pag 292 295; ma Si notino gli aiti de' diavoli : Graffia- 
li figlio di lui e di M^rgiierita di cane lo leva col graffio ; Rubicante 
Borbone, nato nel 1250 Fu re a tre- è chiamato p^r adugnarlo; Ciriatto 
dici anni, prese con s. Luigi la croce l'assanna. — Sirucia: dicono in To- 
per combaitere sotto Tunisi, vide scana, lo sdruccio del porco, quando 
Luigi morire. Di lui abbiamo su que- in campagna lo macellano e fanno 
sto caso una lettera eh' è nel VI festa. 

del Marlene. Morì poco dopo egli 20 (L) Sorfo : sorcio. — Mentr* : 

stesso il 4 settembre dell'anno me- finché. — 'Nforco^ con le braccia 

desimo, e lo sezuì di li a poco Isa- strette. 

bella sua moglie: e, nota il Join- (SD 5orco. Come cero da cerfio. 

ville, figliuola di s. Luigi. Rutebeuf, — 'Nforco Parg, , Vili. t. 45: Nel 

trovatore illustre, pianse la morte di letto che il Montone Con tutti e 

lui. e nella canzone gli dà 11 titolo quattro i pie cuopre ed inforca. 

di buono, di prode, di generoso, d'a- 2i. (L) Latino : Italiano, 

mico ai minori; lodi che, lette da (SL) Latino. Purg., XIll ; Inf., 

Dante, gli avranno ispirato amore di XXVU. 

re tanto raro. Gli succedette Enrico 23. (L) Vicino : Sardo. 



2è2 



INFERNO 



24. E Libicocco: — Troppo avém sofferto, ~ 
Disse, e presegli '1 braccio col runciglio, 
Sì che, stracciando, né portò un lacerto. 

^. Draghignazzo, anch' ei, volle dar di piglio 
Giù dalle gambe: onde '1 decurio loro 
Si volse intorno intorno con mal piglio, 

26. Quand' elli un poco rappaciati foro, 

A lui, che ancor mirava sua ferita. 
Dimandò '1 duca mio senza dimoro: 

27. — Chi fu colui, da cui mala partita 

Di' che facesti per venire a proda? — 
Ed ei rispose: — Fu frate Gomita, 

28. Quel di Gallura, vasel d'ogni froda; 

Ch'ebbe i nimici di suo donno in mano, 
E fé' lor sì che ciascun se ne lodai 

29. Donar' si tolse, e lasciogli di piano, 

Sì com' e' dice. E negli altri uffici anche 
Barattier fu non picciol ma sovrano. 

30. Usa con esso donno Michel Zanche 

Di Logodoro: e a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

:2i. (L) Lacerto: la parte dinnanzi 29. (L) Di piano: sftnza processo. 

del braccio. (SL) Di pi-mo. De plano, modo 

(SL) Portò. -En., XU : Apicem giudiciale. De llano gli vSpagnuoli. 

incita suramum Ilasta tulit. — X ; Un antico: Je>Uialem avuta di pia- 

Caout... nb'tulit en<is. -no (fa'ilmenie). — Soirano. Bucc. : 

25. (L) Decario : decurione , Bar- Del rubare e del h'ivattare maestri 
bariccia. so'^rani. 

(SL) Dci-urio. Che guidala de- 30. (L) Vm: conversa. 

Cina (Inf., XXI); come iem-o (Inf. , (SL) U^a Lat.: Eoutitur fami' 

Xlil.t. 46) L' usa anche 1' Ouimo /tanssirr<c. — Zmr/iff. Sardo: Siniscal- 

nel VI (\^\ Paradiso, pag. 127. co delia madre (i' Knzo, il fl iliuolo 

26. (L) J? ippaci'if i /o/o : chetali fu- di Federico II. Enzo nel <238 sposò 
rono. — Di'rtoro : dimtira. Adejasia marchesa di M^ssa, erede 

(SL) Dimoro- G VMl., I, 3"). delle giudioaiure di Gailurae diLo- 

27. (L) Di'. ... Meglio mi sarebbe gojoro in Sardegna. Federico padre 
(disset 23), essere oun lui sotto! A pe- di lui. conquistò poi tutta l'i«ola,ed 
ce.— /<^a'e.• "^ardo vicario di Nino. Enzo fu coron .to re: nel 1249 pri- 

28 (L) Donno, signore. l''u%.. li li- gione de'Boioanesi, mori nel <472, 
boro per un». — .\non. : Znuhe per une rivendprie 
(SL) Donno. Titolo alla manie- in tante ricchezze divenne che, die- 
ra sarda e sicula, N'irò de' Visconti, tro alla morte d' Adelasia moglie 
amico di Dante, signore del Giudi- d' Enzo, divenne signore dtl Giudi- 
cato di Gallura, lo fece impiccare. calo di Logoioio. 

(F) Vasel. Vit. s. Girol. : Va- 
sello d' ineffabile virtii. 



CANTO XXII. 253 



31. me! vedete l'altro che digrigna. 

r direi anche : ma i' temo eh' elio 

Non s'apparecchi a grattarmi la tigna. — 

32. E '1 gran proposto, vòlto a Farfarello, 

Che stralunava gli occhi per ferire, 

Disse : — Fatti 'n costà, malvagio uccello. — 

33. — Sa voi volete o vedere o udire 

(Ricominciò Io spaurato, appresso). 
Toschi Lombardi, i' ne farò venire. 

34. Ma stien le Malebranche un poco in cesso, 

Sì eh' ei non teman delle lor vendette: 
Ed io, seggendo in questo luogo stesso, 

35. Per un, eh' io so', ne farò venir sette. 

Quando sufolerò, com' è nostr' uso 

Di fare allor che fuori alcun si mette. — 

36. Cagnazzo, a cotai motto, levò '1 muso, 

Crollando il capo, e disse : — Odi malizia 
'Ch'egli ha pensata per gittarsi giuso! — 

37. Ond'ei, che avea lacciuoli a gran divizia, 

Rispose : — Malizioso son io troppo, 

Quand' io procuro a' miei maggior tristizia! — 

38. Alichin non si tenne, e, di rintoppo 

Agli altri, disse a lui : — Se tu ti cali, 
r non ti verrò dietro di galoppo. 



3». (L) me ! Oimè! — Anche: (F) Malizia. Trecent. ined.: La 

più. — Grattarmi la tigna : conciar- malizia che Dido aveva pensata. Os., 

mi male. Vii, 13. In me cooifaverunt malitiam. 

(SL) Elio. Nel Sacchetti e1 in Ho^Ep.,ll i : Fraudem... incopitat, 

altri.— Tigna. E modo famigliare 37 (L) Lacciuoli: a.st\ii\e. — Ti op- 

di celia, pettinare uno, per maltrat- pò. Ironia. — Maggior: farli iacera- 

larlo bene bene. re da voi 

32 (L) Proposto : Bai baricela. (SL> IicciwoH.Vit. S.Girolamo : 

34 (L) S'ien : c^ssin. Ordinanlo contro lui insidie e lac~ 

(SL) Cesso. Ha esempi anco in duoli —Miei, \ilri 1 gge mia ; men 

prosa. b.-ne, giacché trattasi d' altri da far 

35. (Lì So\- son. — Mette, per re- venir»>. Mai collii (lurenìini scriven- 
frlgerio , e sufola se non vede dia- do a' uia intendono a' miei. 

volo, ptr chiimarei compagni a un 38 (L) Rintoppo: contro, 

po' di sollievo. (SL) R'.moppo. Arios , XXVIII, 

(>L) Suiolerò Bugia del barat- 66 : Rispose di rimando. Qui vale e 

tlere : tutti in questa bolgia bugiardi, di contro e di botto. 

36. (L) Gittarsi: cogliere il destro 
per fuggirci. 



254 



INFERNO 



39. Ma batterò sovra la pece l'ali. 

Lascisi '1 colle, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali, — 

40. tu che leggi, udirai nuovo ludo. 

Ciascun dall' altra costa gli occhi volse ; 
Quel prima, eh' a ciò tare era più crudo. 

41. Lo Navarrese ben suo tempo colse; 

Fermò le piante a terra, e in un punto 
Saltò, e dal proposto lor si sciolse. 

42. Di che ciascun di colpo fu compunto; 

Ma quei più, che cagion fu del difetto ; 
Però si mosse e gridò: — Tu se' giunto. - 

43. Ma poco valse: che l'ale al sospetto 

Ncn poterò avanzar. Quegli andò sotto; 
E quei drizzò, volando suso, il petto. 

44. Non altrimenti 1' anitra di botto, 

Quando '1 falcon s'appressa, giù s'attuffa; 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 



39. (L) Colle , cima dell' argine , e 
ci porremo di là per non esservisti. 

(SD Colle. Inf., XXlll , t. 15: 
Collo della ripa dura. Imaj?inate il 
lago di pece in mezzo alla bolgia sì 
cUe rimangono due margini di qua 
e di là al passaggio de' diavoli ; ima- 
ginate che ai due lati sì alzino due 
alti orli di pietra; le sommità di 
ciascun rilievo chiamate collo ; il 
pendio ripa; e vedrete, come la ri- 
pa neir opposto pendio faccia scudo 
e nasconda i diavoli ai dannali, e i 
dannati a quelli. — Scrtdo. Per qual- 
siasi riparo, anco ne' Salmi. 

40. (L) Ludo : gioco. — Quel : Ca- 
gnazzo. — Crudo : diffidente e acerbo. 

(SD Ludo, Ha qui forse doppio 
senso e di gioco e di corsa, come ai 
Latini. 

(F) VoUe. Potevano appiattarsi 
dietro in agguato, senza volgere gli 
occhi. Ma Dante vuol rappresentare 
i barattieri più furbi del diavolo , e 
vuol trovare al diavoli stessi una 
pena che li trafigga più addentro di 
tutte, quella dell'essere canzonati e 
vinti d' astuzia. 

41. (L) Fermò, come chi spicca un 



hHìq. — Sciolse : liberò dal proposito 
che avevano di straziarlo. 

(SL) Colse. Mn. , XI : Arrepto 
tempore. Sacch.: Colse tempo. — Fer- 
mò. Arios. : Il destriere punto, punta 
i pie alla rena. 

(F) Fermò. Arist. de incessu a- 
nimalìum : Il corpo che si muove di 
un salto s' appunta e a sé stesso e al 
suolo che a pie gli soggiace. 

42. (L) Compunto : d'ira e dolore. 

— Quei- Alichino; composto sulla 
fornii di bianco -vestili (l^urg , Xll, 
l. 30) e d'altri die possonsi usare 
tuttavia. — Pi^e<(o : inganno toccato. 

— Giunto : l' awhiappo. 

43. (L) Atìanzar...'. l'ali d'Alichino 
non furono più pronte della paura 
di Giampolo. — Quegli : Clampolo. 

— Quei • Alichino. 

(SL) Avanzar. .En., Vili : P«- 
dibus timor addidit alai. 

44. (L) Rotto: scornato. 

(SL) Botto. Avete nel medesi- 
mo Canio di rintoppo, di botto, di 
colpo. — Falcon. JEn. , Xl : Quam 
facile àccipiter sa.vo sacer ales ab 
alto Contequilurpennii.,. columbam. 



CANTO XXII. 205 



45. Irato Calcabrina della butta, 

Volando dietro gli tenne, invaghito 
Che quei campasse, per aver la zuffa. 

46. E come 1 barattier fu disparito. 

Così volse gli artigli al suo compagno; 
E fu con lui, sovra '1 fosso, ghermito. 

47. Ma l'altro fu bene sparvier grifagno 

Ad artigliar ben lui: e amendue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

48. Lo caldo sghermidor, subito, fue: 

Ma però di levarsi era niente; 
Sì aveano inviscate 1' ale sue. 

49. Barbariccia, con gli altri suoi dolente. 

Quattro ne fé' volar dall'altra costa 
Con tutti i raffi ; e assai prestamente 

50. Di qua di là discesero alla posta; 

Porser gli uncini verso gì' impaniati, 
Ch' eran già cotti dentro dalla crosta. 
E noi lasciammo lor così 'mpacciati. 



43. (L) Buffa : mal gioco. — Quei : IX, t. 19. — Sue. Il verso stesso é 

Ciampolo. — Zuffa: coU'altro diavolo, invischiato. E tutti questi ultimi che 

(F) Quei. 1 malvagi si volgono paiono tirati giù, son lavoro di ma- 

l'uno contro l'altro , quando non no maestra; e ognuno ritrae col suono 

hanno più deboli da danneggiare. l'imagine. 

46. (L) Socra : in aria. 49. (SL) Costa. Fa che 1 due diavoli 
(SL) Fu. Legg. Tobia: L'angelo inseguendosi caschino più là, tanto 

fu disparito. che per acchiapparli altri di loro devan 

47. (L) Altro: Alichino. volare lontano da dove sono i Poeti, 
(SL) Grifagno. Lo sparviero di acciocché questi possano più sicura- 
nido dicevasl nidiace: quando spie- mente spaociarsi da loro. — Raffi. 
ga l'ali, ramingo ; adulto, grifagno. Mn., V: Acuta cuspide conios Expe- 

48 (L) Sy/icrmtdor • il dolore della diunt , fractosque legunt in gurgife 

bruciatura li staccò. — Niente: non remos» 

si potetier levare. 50 (L) Crosta : che faceva la pece 

(SL) Sp/iermtior: Arios., XXIX, densa. 
47 e 48 : Cadon nel fiume e vanno (SL) Posta. Firenzuola : Il ca- 
tti tondo insieme ... I' acqua li /ece pocaccia parti i cacciatori alle pò- 
distaccare in fretta. — Niente. Inf., sle; scitlsero i bracchi. 



-o^S^C^^o- 



256 



INFERNO 



I dodici versi checomentano l'ul- 
timo dell'altro canto, e paiono vole- 
re echeggiare a qaella trombetta 
maladeila, li riputerà degni di scusa 
se non d' ammirazione , chi pensi 
non tanto che D«nte volesse scher- 
nire Insieme e abbominare 1« guerre 
fraterne e i segni che le annunzia- 
vano , qnanto che questi due Ganti 
sono tutti commedia : commedia nel 
dialogo e nel!' Intreccio, e nelle ima- 
gini, e ne' modi volgarmente pro- 
verbiali ; e che alla trombetta del 
diavolo baffone risoonde il sufolare 
del barattiere , onde segue la buffa 
che fa montare In collera CaK-abriua; 
e fluisce che un de'fg<«t dolenti fa 
cader nelle panie due diavoli cotti. 
Le similitudini della gatta e del 
sorcio, del porco, della loalra, della 
rana, de' ranoc.hi , de'deltìni , dal- 
l'anatra, del falcone (A.lichino Spar. 
viere grifigno , e Farfarello mUoa- 
pio uccflloì dimostrano la ricca vena 
dell' ingea;no , che non può , anco 
scendendo ìd ora al ora, non si le- 
vare a rearione oiù degna di sé. Lo 
dice il verso: A lui, che ancor mi- 
rava sua f trita : che fa ripensare il 



virgiliano : Maestamque Eriphylem 
Crudelis natimonstrantem vulnera 
cernit. 

L'accenno a Frate Gomita e a Mi- 
chele Zanche (la cui memoria tinge 
di commedia anco il Canio d'Ugoli- 
no) gli era forse dettato dalla rimem- 
branza di Nino, il gentile, Giudice 
amioo. 

Notiamo che de'diavoli nel suo in- 
ferno Dcinte non fa grande uso. Li 
nomina nel terzo ; li mostra alle 
porte di Dite nell' atto di fare uno 
sbarbo al maestro; poi frustatori di 
chi s^^duce le donne; poi qui armati 
d'uncini; e un diavolo solo armato 
di spada tagliare nasi e orecchi e al- 
tre cose a chi divise uomo da uomo, 
o per discordie il corpo civile stra- 
ziò Poi non abbiamo che C'I'"Om di- 
inonto, Il dimori'O cerbero, Pluio, e 
Lu ;ifero : « del resio ( quantunque 
an'.o la bo'gia dejl' ipocriti abbia i 
suoi angeli ne i ; dal che s'arguisce 
che da per tutto e- n'è) , i dannati 
o sono tormentati da bestie o dagli 
elementi, o si vengono tormentando 
da sé , eh' é il più oribile degl' in- 
ferni, homo omini Salanas. 



CANTO XXII. 257 



I BARATTIERI E I DIAVOLI. 



Barattieri dicevasi ciii vendesse altrui degli alti del proprio uffizio, o 
truffasse, a ogni modo, delle pubbliche cose. Pietro distingue le ba- 
ratterie che si fanno giuocando, giudicando, amministrando. Baratteria, 
dice l'Anonimo, è quella frode per la quale V uomo inganna e baratta 
la Repubblica, e la sua patria in comune o in particularitade. Distin- 
gue la Repubblica e la patria, intendendo il primo delle istituzioni, il 
secondo delle sorli del popolo. Baratteria è dunque ogni inganno che 
abbia il lucro per fìi^e, o diretto o indiretto, o prossimo o remoto; e 
non solamente chi traffica sulle soni e le istituzioni del popolo in co- 
mune; ma chi lo fa in casi particolari, per minimi che siano, é barat- 
tiere; e il barattiere al minuto é reo di lesa maestà patria, se non 
quanto, almeno come il barattiere indigrosso; e può essere più. Dice 
l'Anonimo, che nel ventunesimo Canto si tratta di barattieri in Re- 
pubblica libera ; nel seguente, di que' che vi\ono in corte di principi. 
Anco nell'Inferno di Virgilio troviamo i barattieri: Tendidit hic auro 
patriam, dominumque potentem Imposuit, fìxit leges pretto atque refi- 
xit. E più sopra: Nec veriti domincrum fallere dextras : che vengono 
a essere appunto i due generi che dislingue l'Anonimo. E due volte 
è in Virgilio dominus come due volte in Dante: donno Michel Zanche; 
e : ebbe i nemici di suo donno in mano : senonchè qui donno ci cade 
ancor meglio, dacché un Navarrese parla d' un Sardo. 

Dante da' suoi nemici,, con quella stoltezza che é la pena delF odio 
accusato di baratteria, egli che nota il villan... da Signa, Che giàper 
barattare ha rocchio aguzzo! (1); egli che nomina i barattieri ac- 
canto ai mezzani mercenarli d'amore (2): egli che dal suo titolo di 
poeta, il quale porta tanti malanni seco, doveva almeno essere lavato 
di questa pecca (3), si vendica dell'acgusa volgendo in deriso i calun- 
niatori, con una di quelle ironie delle quali egli é potente, per più 
di due Ganti continuata. RidiciUum acri Fortius et melius magnas 
plerumque secat res (4). E veramente il suo verso è spada che taglia. 
E però nel principio del Canto ripete il titolo di Commedia dato al 
poema: al qual proposito potrebbesi del resto notare che anche Lon- 
gino di que' versi d'Omero in cui moralmente discorre della vita do- 
mestica d^ Ulisse, li dice racconto che è una specie di commedia in cui 
sono dipinti costumi (5). E Pietro a proposito della trombetta diabo- 
lica : Per dimostrare i turpi abiti e atti di questi tali : ed è scusato 
di dire simili cose , siccome poetaj del quale è proprio indurre imagini 
di virtù anco per via di ciualche rappresentazione indecente (6). 



(1) Par., XVf. rum, incendia ridet: i^on fraudem so- 

(2) Inf., XI -.Ruffìan, baratti, e simile ciò, puerove incogilnt ullam Pupillo, 
lordura. (4) Ilor. Sat , ì, 10. 

(3) Hor. Ep ,11, i : Valisavarus Von (5) Trad. di E. Tipaldo. 

temere est ammus ; versus amai, hoe (6) Qui cita Tommaso al primo dei 

studet unum; Detrimenla,fugasservO' posteriori. 

Dante. Inferno, 17 



258 INPERNO 



I barallierl sono tuffali in pegol a bollente perchè questo è vizio 
contagioso ; e ogni frode è attaccaticcia e ogni avarizia tenace e nera ; 
perché la mente del barattiere è un continuo fermento : in callidi- 
tate et deceptione bullit, cosi Pietro di Dante. Dicesi tuttavia aver le 
mani impeciate e sporche chi riceve o piglia mal guadagnato danaro. 
Ma l'idea del tormento e' l'avrà forse attinta dal virgiliano: Per pice 
torrentes atraque voragine ripas (1). E Ambrogio : Cujus torrentes in 
piceni convertuntur (2). 

In una visione rammentata dal signor Ozanam un dannato è prima 
incatenato, poi fatto in pezzi e gettato a bollire in una caldaia; il che 
rammenta gli uncini^ de' demoni! di Dante; e la sua comparazione 
dei cuochi che fanno a' lor vassalli (i cuochi avevano allora vassalli; 
ora i vassalli hanno cuochi) tuffare nella caldaia la carne. E Arman- 
nino fa clie Tesifone faccia a' suoi ministri voltare con forconi i bu- 
giardi e i seminatori di scandali: e ripe'e la comparazione de' cuo- 
chi. Ne'bollandisli (3): Il diavolo è veduto pescare in aria coli' amo... 
Un demonio con tanaglie infiammale e uncini tira un' anima fuor 
del corpo, lì diavol nero che corre su per lo scoglio, fiero nell'aspetto 
acerbo negli atti, aiutandosi de' piedi insieme e dell'ali, come il 
legno delle vele e de' remi, e portando sulla gobba un Lucchese a ca- 
valcioni, tenendogli con le nlani f piedi stretti, è una imagine più 
scolpita tra quelle tante delle quali formicolano le solile visioni. Te- 
Iros et nigerrimos spiritus (4). Hominem nebulosum deformis statura^, 
nigrum, squallidum, pannis et annis obsitum (5). Le grida de' diavoli 
prima contro il Poeta (quasi per illudere alle accuse avventategli dai 
suoi Fiorentini), poi contro il Navarrese, rammentano quel di Bernar- 
do: Griderà il demonio al demoniX): Lacera ratto: strappa le spo- 
glie. Agostino (così Tommaso (6) tocca (7) delle opinioni di coloro che 
posero i demonii avere corpi naturalmente a sé uniti, ma non lo af- 
ferma di suo (8). Il Gaetano e l'Eugubino fanno i demonii con organi 
corporali (9). 

Tommaso fa questa questione: Utrum inter dacmones sit praelatio ; 
e risponde che sì; cioè che altri sovrastano, e altri obediscono (10), 
come qui Malacoda ordina ai dieci che accompagnino i due Poeti, e 
per decurione gli dà Barbarìccia : sebbene questo Malacoda sia eletto, 
quasi per suffragio universale, che vada al parlamento, forse in gra- 
zia del nome che rappresenta l'intenzione di tutti (11). 

I demonii non sono uguali di natura come sono gli uomini: ma 
l' assoggettarsi che fanno gì' inferiori di natura ai superiori non è 
a bene di questi, anzi a male; perchè il malfare essendo miseria^ il 
soprastare nel male è più misera cosa. — La pena de' demonii ìion 
è mitigata dalla potestà di punire altrui. E a cotesta podestà Danto 
pon per confine il giro della bolgia dalla quale non si possono dipar- 
tire (12). E la zuffa che tra due di loro accade, oltre all' essere comi- 
ci) Mn.. IX. (10) Girolamo afTerma (Adv. RuGn., 

(2) Prifif. ad Mis. IX) : Daemoncs inter se diversa officio- 

(3) I, pag. 92: pag. 234. rum genera esse sortitos. 

(4) Greg , Dial., IV, 38. (1 1 ) Traggasi avanti l'un di voi, che 

(5) Boll., I, pag. 119. m'oda... Tutti gridaron ; Vada Mala- 

(6) Som,, 1, 2, 89. cod% (Inf., XXI). 

(7) De Div. dem,, IV. (12) Lue, XVL 26 : Quivoltint hine 

(8) Come appare dal detto De civ. transìre ad vos, non passini, hug. Dia- 
Dei. bolus vitit plerumque nocere... et non 

(9) In Ephes. , XI. Eug.^ de Per. poiest quia polestas ejus est sub pott- 
PhibVIIi, 26. slate. 



CANTO XXII. 



ca, ritrae il proprio de' barattieri u di tutti 1 frodolenti e 1 cattivi, 
che dopo collegatisi per nuocere altrui, s'azzulTano poi tra sé, e 1' uu 
sull'altro si vendicano del tristo esito dell'arti loro. Della quale zuffa 
la ragione filosofica è in questo della Somma: La concordia de' de- 
mouii, per cui taluni ubbidiscono agli altri, non viene da effetto che 
abbiano tra sé, ma da comune nequizia che li fa odiare gli uomini^ 
e ripugnando, adempire la giustizia di Dio. Perchè proprio è de' cat- 
tivi, che si congiungano e si sottoìncttano ad altri cattivi per mettere 
ad effetto la malizia propria^ quando li veggano più potenti di for- 
ze (!'. 

Belle in questi due Canti le molte similitudini. Sembra quasi che 
dopo sfoggiata nel ventesimo erudizione profana, o nel diciannovesimo 
dottrina sacra e poetico sdegno, in questi due voglia riposare la pro- 
pria mente e de' lettori con imagini più rimesse. 

All' aridità del secondo Canto abbiamo vedute succedere le bellezze 
del terzo, e alle enumerazioni del quarto la pietosa poesia del se- 
guente; e alla disputa sulla Fortuna, il furor dell'Argenti; e a que- 
sto la venuta dell'Angelo, e le scene del Farinata e dei Cavalcanti: 
e dopo la scolastica precisione del Canto XI e le enumerazioni del 
Xil, il Canto de' suicidi ; e dopo la descrizione de' lìumi d'Inferno, 
la scena con Brunetto e co' tre Fiorentini ; e innanzi alla tromba che 
suona pe' simoniaci, la faceta rappresentazione di Venedico, d'Alessio 
e di laide. Varietà mirabile s^ pensala ; se Inavvertita , più mirabile 
ancora. 



(I) 1,1, 109. 



260 INFERNO 



OAIVTO XXIII. 



ARGOMENTO. 



Sdrucciolano nella bolgia degV ipocriti: trovano due 
frati bolognesi, coperti di cappe di piombo dorate di fuori, 
e Caifasso e gli altri nemici di Gestì, croci/issi per^ terra 
con pali, e passare gV ipocriti gravi su i loro corpi. Vir- 
gilio s'accorge che i diavoli avevano detta bugia, e se 
ne turba come sincero ch'egli è. 

Nota le terzine i, 2, 4 ; 6 alla 10; 12, 13; 14 alla 24; 26 alla 30; 
32, 34, 36, 37, 38, 40, 41, 42, 48. 

1. 1 aciti, soli e senza compagnia, 

N'andavam, F un dinnanzi e l'altro dopo, 
Come i frati minor' vanno per via, 

2. Vòlto era in sulla favola d'Isopo 

Lo mio pensier, per la presente rissa, 
Dov' ei parlò della rana e del topo : 

3. Che più non si pareggia mo ed issa. 

Che r un con l' altro fa , se ben s' accoppia 
Principio e fine con la mente fìssa. 

4. E, come 1' un pensier dall' altro scoppia. 

Così nacque di quello un altro poi, 
Che la prima paura mi fé' doppia. 

1. (SL) Soii. Aggiunge senza com- 3. (L) Mo : ora. — Issa: adesso, 
pagnia, per alludere alla fiera com- —Fine: della nostra avventura: vo- 
paQìiia da cui s' erano liberati. — levano copliercl. furon col,'i. 
Frati. DiPDessi, raccolll in silenzio. (SL) Mo. Da modo. E nel Sac- 

2. (L) Favola , una rana per clietti. — Usa. Da ìiac ipta hora. 

annegare un topo se lo lega al piede Inf., XXVII, t. 7; Piufi; , XXIV, 1. 19. 

dicendo ti passerò di là dal fosso: L'uno i.omliardo, l'altro Toscano. 
un nibbio scende e li afferra tutti e 4. (SL) Scoppia , Bnonar., Fiera: 

due. — liovo : Esopo. Questo a quello Pi'.nsier succede , e 

(SL) hopo. An-^o in prosa. — visco aìVaUro fasd, E Valtro alVal' 
Rana. Nel Canto XXI paragona i ba- ^ro. Pensieri ioap^golati. 
rattieri alle rane ; nel seguente un 
d' essi al sorcio. 



CANTO XXIII. 



261 



5. r pensava così: t Questi per noi 

Sono scherniti; e con danno e con belFa 
Sì fatta, eh' assai credo che lor nói. 

6. Se r ira sovra "1 mal voler s' aggueffa, 

Ei ne verranno dietro più crudeli 

Che cane a quella levre eh' egli acceffa. » 

7. Già mi sentia tutti arricciar li peli 

Della paura ; e stava indietro intento : 
Quando i' dissi: — Maestro, se non celi 

8. Te e me tostamente, i' ho pavento 

Di Malebranche. Noi gli avem già dietro: 
Io gì' imagino sì che già gli sento. — 

9. E quei : — S' io fossi d' impiombato vetro, 

L' imagine di fuor tua non trarrei 
Più tosto a me, che quella d'entro impetro. 
10. Pur mo venieno i tuoi pensier' tra' miei 
Con simile atto e con simile faccia, 
Sì che d' entrambi un sol consiglio fei. 



5 (L) Per... La voglia cheli Poe- 
ta ebbe di parlare a Giampoio fu oc- 
casione alla rissa. — Nói: spiacela e 
noccia. 

6. (L) Aggueffa: aggiunge. — Ac- 
ceffa : preniie cui celTo. 

(SL) Aggueffa. Nel proprio vale 
aggiungere filo a filo, come si fa po- 
nendo il filo dal gomito alla mano, 
e innaspando. Qai per aggiungere : 
come se i' ira s' avvolgesse e s' ag- 
gomiinlssse col malnato talento. 
da gueffo che vale sporto. G. Vili. , 
HI, 42; M. Vili., Ili 83. Parte quisi 
aggiunta ad un edifliiio. Virg. Agge- 
rat iras. 

7. (L) Della: dalla. 

(SD Arricciar. Ala. , IV : Ar- 
rectae . hnrrore comae. 

8. (L) Pacenlo : paura. 

(SL) Pavento. Voce del tempo. 
(F) Sento. Questo verso dipin- 
ge il Poeta. 

9. (L) Vetro: Specchio.— Trarrei: 
riflessa. — Impetro : formo, rilevata 
come in pietra 

{SD Trarrei. .En. ,IV: Mille 
trahens varios ad verso sole colores. 
— Impetro. Purg., XIV: Se ben lo 



Hnfendimento tuo accarno Con lo 'm- 
telleUo. Petr. : Cristallo o vetro Non 
mostrò inai di fore Nascosto altro 
colore ; Che l'olma sconsolata altrui 
non mostri Più chiari i pensier no- 
stri si fiso Li tenni nel bel viso 

(gli occhi) Per iscolpirlo, imaginan' 
do, in parte. 

(P) Fossi. Prov.,XXV[l. 19 : Sic- 
come nelle acque rispUndono i volti 
de' riguardanti , co<ì i cuori degli 
uomini sono manifesti a' prudenti. 

iO. (L) ilio ; ora. — Venieno : pen- 
savo come te. — Consiglio : delibe- 
razione. 

(SL) Venieno. Purg. , XIII : 
Quando fui si presso di lor giunto , 
Che gli atti loro a me venivan certi. 
Quel che ivi del conoscere le cose di 
fuori, qui del vedere nell'animo al- 
trui. Più arri ito e più beilo.— Atto. 
Mn.j XII: Nec... ruihi curae Saepe 
tuo dulci tristeì ex ore recursent. 
Questa personKicazione segue la fi- 
gura dello specchio. —Faccia. Georg., 
I : Vertuntur species animorurn. — 
Scelerum facies. Bart. da S. Conc: 
Volto dell' anima come quello del 
corpo. 



262 INFERNO 



11. S' egli è che sì la destra costa giaccia, 

Che noi possiani nell'altra bolgia scendere, 
Noi faggirem l' imaginata caccia, — 

12. Già non compio di tal consiglio rendere, 

Ch' io gli vidi venir con l'ale tese, 
Non molto lungi, per volerne prendere. 

13. Lo duca mio di subito mi prese, 

Come la madre ch'ai remore è desta, 
E vede presso a se le fiamme accese, 

14. Che prende '1 figlio e fugge e non s' arresta, 

Avendo più di lui che di so cura, 
Tanto che solo una camicia vesta. 

15. E giù dal collo della ripa dura 

Supin si diede alla pendente roccia 
Che r un de' lati all'altra bolgia tura. 
10. Non corse mai sì tosto acqua per doccia 
A volger ruota di mulin terragno, 
Quand' ella più verso le pale approccia ; 

17. Come '1 maestro mio per quel vivagno, 

Portandosene me sovra ì suo petto 
Come suo figlio e non come compagno. 

18. Appena furo i pie suoi giunti al letto 

Del fondo giù, eh' ci giunsero sul colle 
Sovresso noi : ma non gli era sospetto. 

19. Che l'alta Provvidenza, che lor volle 

Porre ministri della fossa quinta, 
Poder di partirs' indi a tutti toUe, 

11. (LI Giaccia: pendasi che pos- va. Turare. In Toscana dicesì non di 

slamo siracciolare giù. — Ciccia: solo il cliìudere soprapponendo, 

de' diavoli. tt>. (L) Approccia •- s'approssima 

(SL) Giaccia. Inf. , XIX, t. 12 : dov' è più rapida. 

Quella ripa che più giace. — Caccia. (SL) Doccia. Caro : Giunta l'ac- 

Loncordà colla sirniiiludine delUi qii'i a un dito vicino alV orlo ^ trova 

lepre, un doccione aperto donde se ?i' eue 

<4. (SL) Lui. Mn. , XI : Caro ed entra in una chiaveUa chela por- 
oneri tiniPt. la al fiump. 

i5. (L) Collo: SLV^ìno. — Diede: 17. (L) Vivagno: orlo. 

a])bindonò. —• Lati..,: è il smiìiro (SL) Vivagno. In'., XIV, t. 41. 

argine della bolgia sesta. —Figlio. Torna" questo titolo sp-ssa. 

(SL) Collo sua. Tlieb. , IX : 18. (L) Lc<<o : al piano. — G/i : vi. 

Parnassi... Colla. — Dura Inf,, XXI: — Sospetto : Wmore. 

Scoglio dtiro. — Diede. Georg., IV: (SL) Letto, l'urj?., Xli, t. ò. — 

Se jadu dedil aequorinaltum.Mn., Gli. l'ur^r., XIII, t. 3. 

XI . Dal sese {Invio. — Fmdenlc. 19. (L) Lor : 11. 

.En.,I ; .Vcopwiis pendmit&HS. — T'f- (SL) Ministri. Armannlno nel 



CANTO XXIII, 



568 



20. Laggiù trovammo una gente dipinta, 

Che giva intorno, assai con lenti passi, 
Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta. 

21. Egli avean cappe con cappucci, bassi 

Dinnanzi agli occhi, fatte della taglia 
Che per li monaci in Cologna fassi. 

22. Di fuor dorate son, sì eh' egli abbaglia; 

Ma dentro tutte piombo; e gravi tanto 
Che Federigo le mettea di paglia. 

23. Oh in eterno faticoso manto ! 

Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
Con loro insieme, intenti al tristo pianto. 

24. Ma, per lo peso, quella gente stanca 

Venfa sì pian, che noi eravam nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d'anca. 

25. Perch' io al duca mio : — Fa che tu truovi 

Alcun eh' al fatto o al nome si conosca ; 
E r occhio, sì andando, intorno muovi. — 

26. E un, che intese la parola tosca, 

Diretro a noi gridò: — Tenete i piedi, 
Voi che correte sì per l'aura fosca. 



suo Inferno: !ftiniUri sopra gli tor' 
menti. 

20. (SD Dipinta. Mn., VII : Pidi 
sctda Labici. — Stanca. Si raffronti 
la tardità di questi co' versi che dì- 
cono la precipitevole scesa. 

(F) Dipinta. Come il colore di- 
pinto cela il vero : così l'ipocrita fa. 
Bocc: Le ricchezze dipingono l'uomo 
e con li loro colori cttoprono e na- 
scondono non solamente i difelli del 
corpo, ma ancora q<ielli dell'animo, 
che è molto peggio. La povertà nuda 
e discoperta , cacciata la ipocrina, 
sé medesima manitesta, e fa che da- 
gl' intendenti sia la liriù onorata e 
non gli ornamenti. 

22. (L) Egli. Impersonale. 

(bL) Federigo. Federigo II, l'in- 
credulo : non a' Palerini , com' altri 
vuole , metteva le cappe , ma a' rei 
dì lesa maestà, come accenna Pietro. 
L' Ottimo : A certi malfattori. Le 



cappe di Federiji^o eran piomba ; e 
con esse posti al fuoco, si strugge- 
vano i miseri in lun^o tormentò. 

(F) Dorate. Brunetto : V ha 
taluno ammantato Come rame do- 
rato. Barberino: Non lice sotto spe- 
cie d' oneslafe Con finta cappa co- 
prir falsitate. Il piombo anco nella 
B bbia contrapposto dell' oro. 

23. (SL) Manca. Cosi giunto al fon- 
do avrà corso tutto a tondo l' Infer- 
no (Y. Canto XIV). 

2'(.. (L) Nuovi: a ogni passo, pas- 
savamo una coppia di dannati. 

2'j. (L) Per eh' : onde. — Conosca : 
da me. — Sì : così. 

(SL) Sì. lùf., X,t. 42: Si mol- 
te ; e poi, così andando, Mi disse. 

2'5- (SL) Parola. La pronunzia e i 
modi : fa che tu.... sì andando. — 
Tenete. .En. , VI : Juvat usque mo- 
rari, Et conferre gradam. 



264 INPERNO 



27. Forse eh' avrai da me quel che tu chiedi. — 
Onde 1 duca si volse, e disse: — Aspetta : 
E poi secondo il suo passo procedi. — 

2H. Ristetti: e vidi duo mostrar gran fretta 
Dell'animo, col viso, d'esser meco; 
Ma tardavagli il carco e la via stretta. 

29. Quando fur giunti^ assai con l'occhio bieco 

Mi rimiraron senza fcir parola: 
Poi si volsero in sé, e dicean seco: 

30. — Costui par vivo all'atto della gola: 

E s'ei son morti, per qual privilegio 
Vanno scoverti della grave stola? — 

31. Poi disser me: — Tosco, che al collegio 

Degli ipocriti tristi se' venuto , 

Dir chi tu se' non avere in dispregio. — 

32. Ed io a loro: — T fui nato e cresciuto 

Sovra '1 bel fiume d'Arno alla gran villa; 
E son col corpo, eh' i' ho sempre avuto. 

33. Ma voi chi siete a cui tanto distilla, 

Quant' i' veggio, dolor giù per le guance? 
E che pena è in voi che sì sfavilla? — 

34. E r un rispose a me : — Le cappe rance 

Son di piombo, sì grosse, che li pesi 
Fan così cigolar le lor bilance. 



27, (L) Paiw : piano- patriae a quibm et in qua nati et 

28 (h) Fretta : \o^liA. nulriii sumui. Conv. : Fioreàza ... 

29. (L) In sé : tra loro. net sìio dolcissimo seno , nel quale 
(F) Bieco. Come ipocriti trilli, nato e nutrito lui fino al co ine o ctella 

e irati alla vista d'un privilegiato mia vita — Bel ALn ., Vii : Flumine 

da' loro tormenti. pulchro. Georg , 11 : Pulcher Gange$. 

30. iL^ AUo: al moto dell'alitare. — D' Arno. Georg., IV: Flumina 
(SL) Gola. Purg. , li, t. 23. — Mdiae. — Gran. Conv. : Della bel- 

SJoIo? In antico lunga veste ed intera, lisiima e famosi^'^ima fi,glxa di Ro- 
si. (L) Me: a me. ma, Fiorenza. Nella leiiera ;:d Ar- 

(SL) Me. Inf., l, t. 27: Risposi rie:n : Firenze , ta città piii potente 

lui.'— Collf'gio. Som.: Praelali et d'Italia. — Villa. Per città , Gio. 

eor^lm collegium. Dìcevasì d'ocni or- Villani. 

dine di persone. Anon. : Dante fu 33. (>L) Distilla Petr.: Che^ldnol 

nel lor collegio {de^ ì^scìv]). per gii occhi si distille. Som.: Hn- 

(F) r/i<(t. Matlh., VI, (6 ; ////- morit resultino quae per lacrimai 

pocriloe tristes. dislillat. — Pena. INou sa ancora ch« 

32. (L) Villa: città. — Corpo ; non la capita sia piombo, 

son mono. 34. (L) Rance •' gialle. 

(SL) Nato. Som. : Parentibus et 



CANTO XXIII. 26d 



^. Frati Godenti fummo, e bolognesi: 
Io Catalano, e costui Loderingo, 
Nomati, e da tua terra insieme presi, 

36. Come suole esser tolto un uom solingo, 

Per conservar sua pace. E fummo tali, 
Che ancor sì pare intorno dal^Gardingo. — 

37. 1' cominciai: — frati, i vostri mali. . . — 

Ma più non dissi ; eh' agli occhi mi corse 
Un, crocifìsso in terra con tre pali. 

38. Quando mi vide, tutto si distorse. 

Soffiando nella barba co' sospiri : 

E '1 frate Catalan, che a ciò s'accorse, 

39. Mi disse: — Quel confitto che tu miri, 

Consigliò i Farisei che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

40. Attraversato e nudo è per la via. 

Come tu vedi ; ed è mestier eh' e* senta 
Qualunque passa, com'ei pesa, pria. 



33. (L) Terra : a Firenze. — Presi : dingo, là dov' è San Firenze oggidì, 

scelti. 37. (L) Un: Gaifasso. 

(SL) Frali. Napoleone Catalani (SL) Mali. Può intendere o : i 

e Loderingo Loterico degli Andalò, mali che qui patisce o: i mali che 

0, come l'ottimo, de' Carbonesl , di nel mondo operarono {mali ^per colpe 

Bologna, di quell' ordine cavaliere- Inf., VU), Lascia in tronco, quasi non 

SCO di S. Maria che. isUtuilo da Ur- degni esprimere la condanna; e il 

bano IV e dal detto Loderigo per frate stesso, parlando, lo svia Hai pen- 

combattere gì' infedeli, ebbe sopran- siero di sé. — Pm. ^Eo., Vili, XI, 

nome dft' Godenti. Di sotto bianco, XII: Nec vlura ejfatuu 

e disopra nero portacano: viceansi (K) Co'*»e. I pensieri gli ven- 

con ioro wogii, dice ruitimo Gaia- gono in forma d' uomo, gli oggetti 

lano era guelfo , l'altro ghibellino ; gli corrono all'occhio, egli invia e 

e però i Fiorentini, nel luglio del scende l'occhio agli oggetti. La na- 

<260, gli dettero il governo dì sé, in- tura è in corrispondenza animata con 

vece d' un solo podestà siccom' era 1' anima sua. 

l'uso, sperandoli, come solltarii, 38. (3L) Diiiorse. Pensando che un 

cioè fuori del tumulto mondano, rap- vivo gli doveva col ceso suo passar 

pacificatori dell'ire [G. Vili , VII, 45.] sopra derz. 40); o per vergogna che 

36 (L) Solingo-' lontano da amore la sua ipof^risia sia palese. 

di partì. — Pare. . si vede quali noi 39 (F) Uom. Joan., XI, 50: E $pe- 

fummo diente che un uomo muoia per il 

(SL) Tolto. Sach. : ToqU ( sce- popolo e non tutta la nazione pe- 

gll) uomini che possano spendere. — risca. 

Tuli. Loderingo cercava fare i Ghi- 40. (L) Pesa: gli passano tutti sul 

bellini maggiori, onde l'altro lo cac- corpo. 

ciò con parte ghibellina, della quale (F) Quilunque. Come per por- 
gli liberti eran capi, e arsero le loro tare in sé tutta l'Ipocrisia dell' in- 
case poste nella contrada del Gar- forno. 



26Q 



INFERNO 



41. E a tal modo il suocero si stenta 

In questa fossa, e gli altri del concilio 
Che fu per li Giudei mala sementa. — 

42. Allor vid' io maravigliar Virgilio 

Sovra colui eh' era disteso in croce 
Tanto vilmente nell'eterno esilio. 

43. Poscia drizzò al frate cotal voce : 

— Non vi dispiaccia, so vi lece, dirci 
Se alla man destra giace alcuna foce, 

44. Onde noi ambeduo possiamo uscirci 

Senza costringer degli angeli neri 

Che vegnan d' osto fondo a dipartirci. — 

45. Rispose adunque: — Più che tu non speri, 

S' appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
Si muove, e varca tutti i vallon' feri: 

46. Salvo che a questo è rotto, e noi coperchia. 

Montar potrete su per la ruina, 

Che giace in costa, e nel fondo soperchia. — 



41. (L) Suocero; Anna. — Concilio 
che condannò Gesù Cristo. 

(SL) Stenta : ben s' applica ai 
crocifìssi distesi. In senso slmile ha 
diUentare Virgilio. — - Sementa. Inf., 
XX Vili, t. 3G: Clie fit, n mal seme 
della gente tasca. 

(F) Concilio. Joan. , XI, 47: 
Collegerunl... Pontifices et Pharisaei 
conciliurn,. 

42~(.SL) Eiiìio. Horat. Carm., II, 3 : 
Mternum exilium. 

(F) Virgilio. La ragione umana 
stupisce ri[)e'usando alla maledizione 
del deicidio. — Nel quinio dell'E- 
neide è una sentenza simile a quella 
diCaif.is: Unum prò mullii dabi- 
tur caput. Quando Virgilio scese 
scol^giurato da Erltone, Caifasso non 
era per anco dannato. —Soura Ezech., 
XXVIII, 18, 19: Dahn te in cinerem 
super terram in compcctu omnium 
viienlium te. Omnet, qni viperini te 
in Qentibva, obstape^icent super te. 

43. (L) Voce: parole. — Lece ; é le- 
cito. — Foce: uscita per salire alla 
bolgia setlima. 

(SL) Voce. Georg. , IV : Ifac 
adfatus voce parentem. Voce per di- 



icorsù dicono in Corsica. — Foce. 
/Rn., XI: Angmtae... fauces. 

44. (L) Neri : diavoli. 

(SL) Costringer m\ ripetere 
l'annunzio di nostra missione divina, 
('rinveniva loro tornare a sinistra. — 
Uscirci. Firenz. : Si vsci. 

(F) Angeli' Tali anco la Scrit- 
tura li chiama. E son diavoli anco 
qui. E in ogni Bolgia. 

45. (L) Ri■^roie. Catalano. — Cer- 
chia, dove Gerione li pose. — Varca : 
fa un ponte su tutte le bolsrie. 

(SL) Apprarn. ^n ,Vl! : Pro- 
pinquabanl lurres. — Varca. Inf. « 
XXIV, t. 23. Non è il solo, ma il più 
vicino. -— Feri. Bue, V: Montesqns 
feri. 

4G. (L) Coperchia: Non accavalcia 
il vallone. — Costa: men ripida, — 
Soperchia: slza. 

(SL) Questo... Nella morto di 
Gesù Cristo non crollò solo il ponte 
ma lutto l'argine rovinò. I.o sca- 
rico delle pietre rovinate venne al 
fondo, e vi fece un rialzo , quasi 
scala a salirr». Cotesto Illustra il passo 
del Canto XI l dell'Inferno. 



CANTO XXIII. 



267 



47. Lo duca stette un poco a testa china; 

Poi disse: — Mal contava la bisogna 
Colui che i peccator di là uncina. — 

48. E '1 frate : — V lidi' già dire a Bologna 

Del Diavol vizii assai; tra' quali udi' 
Ch'egli è bugiardo, e padre di menzogna. 
40. Appresso, il duca a gran passi sen gì, 
Turbato, un poco, d' ira nel sembiante : 
Ond' io dagli incarcati mi parti' 
Dietro alle poste delle care piante. 



47. (L) Contava: raccontava la cosa. 
— Colui : Barbariccia. 

(SL) Contava. Qaando disse : 
Presso é un altro scoglio che via face- 
Tatti i ponticelli die accavalciano la 
bolgia dei politici nemici di Cristo 
dall'ora della sua morte son rotti ; 
onde non potevano l due Poeti avere 
altra via che lo sdrucciolar dall' un 
argine e l'arrampicarsi per l'altro. 
Que' diavoli fingevano di rispettare 
Il volere divino nel viaggio de' due; 
ma meditavano, da birattieri, qual- 
che frode. Però le bugie; però gli 
atti beffardi, e il volare dietro ai fug- 
giti per prenderli Così la malizia torna 
loro in vergogna. Così scornali i 
diavoli della porta di Dite. 

48. (SL) Udi\ Per «tu, anco in 
prosa, — Bologna. Sempre amaro 
alla guelfa città. 

(F) Bugiardo Joan., Vili, 44: 
Non est veritas in eo : CHm.loquUur 
mcndacium , ex propriis loquitur , 
quia mendax est, et pater ejus. Alber- 



tano, I, 25 : Lo diavolo è bugiardo e 
padre di menzogna. E Porti rio dice 
i demonii di natura fallaci. E l'ipo- 
crita di menzogna se ne intende, per- 
chè simulazione è menzogna con- 
sidente in segni di fatti etteriori 
(Som.). 

49. (L) Appresso : poi. — Poste : 
orme. 

(SL) Turbato. Senza agsinnto 
d'tm, in Virgilio: Tarbatae Palla- 
dii arma (Ma. , Vili), che Orazio 
soiattella : Galeam Palhis et aegida 
Currusque, et rabiem parai (Carm., 
l, i5}. — Piante. Petr. : U orme im- 
preste dell' amate piante. .En., XI : 
Uique pedum primis infans vatigia 
planU'i Instilerat. 

(F) Grait. Per ira dell'inganno, 
che a' savi! e a' leali dispiace. Vuole 
indicare quale a.stnzia sia ne" barat- 
tieri, polene il senno di Virgilio n'é 
illuso.- Ira. Job., XXXVl , 13: Si- 
mulatores et callidi provocant iram 
Dei. 



Si ferma ancora a lungo nella beffa 
de' diavoli; e la ripii^lia alla line, 
rinforzandola con altra ironia. Ma il 
resto del Cìnto è notabili) segnata- 
mente per locuzioni di novità non 
ricercata e di potente evidenza. 

Virgilio, che tutto seppe, si mara- 
viglia sopra il supplizio dell' ipocrita; 



e quindi si turba d'ira nell' inganno 
del diavolo mentitore. Nel Purgatorio 
rimarrà turbato dal pensiero di non 
essere degli eletti ; e per trovar chiuse 
a sé le porte di Dite, abbassa gli oc- 
chi e sospira e s' adira. Confessioni 
della debole virtù e scienza umana. 



26$ INFERNO 



GL'IPOCRITI. 



Dice la Glossa citata dalla Somma: In comparazione de' due mali, 
è più leggiero peccare apertamente che simulare santità; e la Somma: 
Quegli che non cura essere buono ma parere, pecca gravemente. La 
colpa si misura dal fine , come chi simula santità per disseminare 
dottrina falsa, o per salire , indegno, a ecclesiastica dignità, o per 
altro vantaggio temporale. Ma chi si dà per più buono di quel eh' egli 
è, pure per compiacersi in cotesta finzione, è più vano che tristo (1). 
E più innanzi: 1/ occultare il peccato talvolta l'attenua quand' è se- 
gno di verecondia o c^uando diminuisce lo scandalo. - Siccome V uo- 
mo, in parola , mente significando quel che non è, non però sempre 
mente tacendo quel che è, il che- talvolta è lecito; così non sempre è 
simulazione, non significare ne' fatti quel che è. Oìid' altri può senza 
simulazione nascondere la propria colpa , acciocché scandalo non ne 
venga. E però Girolamo dice che celare la colpa è come un rimedio 
dopo il naufragio seguilo (2). Poi nota acutamente un'altra specie di 
ipocrisia della quale non mancan gli esempi ne' tempi corrotti e fiacchi. 
Può tahmo fingersi più cattivo di quello eh' egli è, che nessuno si finge 
cattivo facendo opere veramente buone; ma può l'uomo voler parere 
cattivo con opere in sé non cattive, le quali per altro abbiano appa- 
renz,.a di male: e tale simulazione è peccato, sì per esseì^e menzogna 
e sì per essere scandalo. 

Gl'ipocriti qui son coperti dì cappe, come in una Visione del Pas- 
savano, e come nell'Inferno d'Armannino. Qui sono gli felli incapuc- 
ciati, che lor falsità coprirono con qV ingannevoli mantelli. I frati di 
Colonia rammentati da Dante avevano cappe lunghe e larghe nel cap- 
puccio; però queste degl'ipocrili essendo di piombo, dovevan essere 
tanto più gravi. E rammentisi il dilatare le fimbrie che nel Vangelo è 
detto de' Farisei ; e quel di Giobbe; Non... veniet in conspectu, ejus 
omnis liypocrita (3): dacché se gl'inviluppi tolgono il tristo alla vista 
del buono, tolgono insieme la vista del buono a esso tristo, E qui cade 
quel d'Isidoro (4) : Il nome ci' Ipocrita è tolto da coloro che negli spet- 
tacoli vanno con la faccia coperta, distinguendo il volto con vario co- 
lore per imitare il personaggio che rappresentano, in sembianza ora 
d'uomo or di femmina per illudere il popolo ne' pubblici giuochi. E 
Agostino (5): Siccome chi rappresenta in iscena un personaggio, sem- 
bra quel che non è (che colui che fa la parte d' Agamennone non è 
veramente desso), così nella chiesa e in tutta la vita umana chi vuol 
parere ciuel che non è, gli é un ipocrita. 

Le cappe di piombo sono dorate di fuori che rammenta il parics 
dealbale degli Atti (G), e le parole di Cristo: Simili a' sepolcri imbian- 



(1) Arisi. Eth., IV. (4) Etym., X. 

(2) Il simile in Gregorio (Mor. , (5) Serm, mon., II. 
XXXI). (6) XXIII, 3. 

(3) Job., XIII., i6. 



CANTO XXIII. 269 



cati che hanno pulita apparenza^ e dentro sono ripieni di tutta im- 
mondezza.... Badatevi da' falsi profeti che vengono in vestimenti di 
pecore, e dentro son lupi rapaci (1). E forse Dante avrà avuto In mira 
r etimologia falsa della voce ipocrisia da orOj sebbene da Isidoro sia 
data l'origine vera (2). 

L' ipocrisia j nota Tommaso, s' oppone per contrario alla verità, per 
la quale uomo tal si mostra qual è (3), E Gregorio: Il simulatore al- 
tro dimostra e altro fa: castitcì finge e segue lascivia; ostenta povertà 
e riempie la borsa (4). La Somma: Ipocrita non assume le opere della 
virtù come chi intende a quella per lei proprio j ma le assume a modo 
di strumento j siccome segni d'essa virtù (5). E Gregorio: Gl'ipocriti 
sotto pretesto di Dio servono alle intenzioni del secolo: perchè pur 
con le cose sante che dimostrano d^ operare non cercano la conversione 
degli uomini j ma V aura de' favori (6). Matteo: Tutte loro opere fanno 
per essere visti dagli uomini (7). Gregorio (8): Non considerano quel 
che operano; ma come, operando, possano agli nomini piacere. La 
Somma: Fine dell'ipocrisia è il lucro e la vanagloria. 

Acciocché, dice l'Anonimo, la fatica del peso sia loro continua, sem- 
pre stanno in movimento: e il gravare del peso sovr' essi rappresenta 
in imagine la sentenza della Glossa: simulata equità non è equità, 
ma peccato doppio. Ipocriti camminano sopra ipocriti e li calpestano: 
posuisti ut terram corpus tuum, et quasi viam transeuntibus i9). 

In questa bolgia il Poeta non rammenta che i nemici di Cristo e i 
nemici di Firenze ipocriti religiosi insieme e politici. E da questa 
passa alla bolgia de' ladri, come per accennare che l'ipocrita sta tra 
il barattiere ed il ladro, e simulando si ruba la lode degli uomini. 
AI passo d: Giobbe: Qure est spes hypocritcB si avare rapiat (10), la 
Glossa soggiunge che costui rapisce le lodi dell' altrui buona vita: ma. 
Dante poteva dargli senso ancora più ampio, pensando che ipocrisia e 
avarizia si collegano sovente insieme, e che avari erano i Farisei, e 
che i due frali Godenti aizzarono ì cittadini a rapina. 

Nel presente Canto abbiamo le similitudini de' frati minori che vanno 
per via, della rana e del topo, del cane e della lepre, dello specchio, 
della madre, del mulino, de' frati di Cologna, delle cappe di Federico, 
de' pesi delle bilancie. La più lunga é quella della madre ed é la più 
alTeltuosa. Questa fiera anima nelle scene d'affetto più vogliosamente 
si posa. 



(1) Matth., XXIII, 27; VII, i5. (3) Som., 2,2,111. 

(2) Nel medio evo badavasi alle ori- (-4) Mor., XXVI, 23. 
giiii delle voci, ejcercavansi in esse le (5) Som , I. e. 
ragioni delle cose e i vincoli dulie idee. (G) Mor., XXXI. 
Tommaso più d' una volta le sbaglia, (7) Hatlh,, XXIII, 5. 
così come Dante e Varrone e Platone: (8) L. e. 

ma facendoci fondamento , mostra dì (9) Is., LI, 23. 

credere alla solidità del principio. (10) XXVll, S. 



210 INFERNO 



OAr«fXo xxiv. 



ARGOMENTO. 

Al turbarsi di Virgilio sbigottisce il Poeta, sì per af- 
fetto , e si per timore di nuovi inganni e pericoli : ma 
Virgilio si rasserena pensando che la menzogna di Ma- 
lacoda aveva avuto, dice l' Anonimo coda corta: e Dante 
si rasserena con lui. S'arrampicano sulla rovina dell'ar- 
gine destro per giungere alla settiina bolgia. Montano il 
ponte: per meglio vedere, scendono sull'argine ottavo: ve- 
dono i ladri tormentati da serpi. In questo canto dipinge 
i ladri di cose sacre, dice l'Anonimo; altri d'altra specie 
nel seguente. Qui son feriti da serpi , cadono in cenere» e 
tornano in forma umana : là si tì^as formano d'uomini in 
serpi, di serpi in uomini, 

Nola le terzine 1, 3, 4, 8, 9, 10, 13, IG, 17, 18, 20, 22, 26, 28; 31 
alla 35; 39, 40, 42, 44, 45, 49, 50. 

1. In quella parte del giovanetto anno, 

Che '1 sole i crin' sotto 1' Aquario tempra, 
E già le notti al mezzo dì sen vanno; 

2. Quando la brina in su la terra assempra 

L' imagine di sua sorella bianca, 

Ma poco dura alla sua penna .tempra];. 

1. (L)7n. (Ant.)lnquellapartedel- la vesta e la giovanezza non si con- 

1' anno ancor nuovo , nella quale il vengono più.) Petr. : Ringiuvanisce 

Sole apparisce nella costellazione del- Vanno. Macrob. : Sol in aUitudinctn 

l'Aquario, cioè verso la metà di feb- snam ut in robur reverlitnr jnven- 

brajo a tempo del Poeta, e quindi tutis. '- 6rin' JEn.^W : jElheria tum 

allorché le lunghe notti han già co- forte plaga crinitus Apollo. — Aqnci- 

minciato il loro passaggio dall' emi- rio. Hor. Sat., I, l : Invertnm cou- 

sfero nostro a quello di mezzodì per tristat Aqiiarius annum. Georg., Ili: 

l'opposto moto del Sole istesso, che, Frigidin... jam cadit exlremnqueir' 

procedente da ostro^ sì appressa or- rorat Aquarius anno. — Tempra. 

mai all'equatore. Geoif^. ìli: Frigidus aera vesper Teni' 

(SL) Giovanetto. Pèlr.: In gio- perat. 
vanii figura, Incominciarsi il mondo 2. (L) Asiempra...: copia. Quando 
a vettir d'erba. (Qui la personillca- la brina par neve, ma presto dile- 
zione ritorna al proprio , e r erba e guasi. 



CANTO XXIV. 271 



3. Lo villanello a cui la roba manca, 

Si leva, e guarda, e vede la campagna 
Biancheggiar tutta: ond'ei si batte l'anca; 

4. Ritorna a casa, e qua e là si lagna, 

Come '1 tapin che non sa che si faccia: 
Poi riede, e la speranza ringavagna 

5. Yeggendo il mondo aver cangiata faccia 

In poco d'ora; e prende suo vincastro, 
E fuor le pecorelle a pascer caccia. 
G. Così mi fece sbigottir lo mastro 

Quand* i' gli vidi sì turbar la fronte ; 
E così tosto al mal giunse lo 'mpiastro: 

7. Che, come noi venimmo al guasto ponte, 

Lo duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, ch'io vidi in prima appiè del monte, 

8. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 

Eletto seco, riguiirdando prima 
Ben la ruina; e diedemi di piglio. 

9. E come quei che adopera ed istima, 

Che sempre par che innanzi si proveggia; 
Così, levando me su vèr la cima 



(SL) Assèmpra. Nel Convivio 6. (L) Jiasiro: Virgilio. — Gt«n*e' 

asemplo per esempio. Prosegue il tras- si serenò. 

lato in modo contorto, e dà alla brina (SL) Fronie, Virg. : Turbata 

copiatrice una penna , e alla penna fronte — 'Mpiastro. Troppo materìa- 

una tempra. Non é però senza poesia le. Petr. : All'italiche doglie fiero im- 

l'imagine delia terra scritta di neve pia»tro. 

o di brina. — Sorella. La brina so- 7. (L) Guasto: diroccato. —Appiè: 

rella alla neve, e perla somiglianza, prima d'entrare in Inferno, 

e per la simile causa che la produce. (SL) Piglio. Nel HI del Purga- 

— Bianca. Georg., Il: Frigora... cana torio Virgilio si turba e si rasserena. 

concreta pruina. — Poco. L\xcsLn.,iy: 8. (L) Consiglio: proposito. 

Non duralurae, conspecto sole prui- (SL) Sec». .1j:n.,XI: Omnia se- 

nae. cum Versanti. 

3. (L) Batie per dolore di non poter (F) Consiglio. Som.: S'oppone 

pascolare. alla precipitazione il consiglio (Del 

4. (L) jRinaayapna: rimette in cuo- consìglio che precede l'elezione, 1,2, 

re ; da (jayagfno (paniere). 14). 

(SL) Ringavagna. Inf.,XI: Fi- 9. (L) Adopera: opera insieme e 

danza... iìnborsa — Cavagna vive ragiona. — Proi'<?(/gia aquel che deve 

nel Milanese. Più nobile ed efficace seguire. 

in Virgilio: Animo .''pem turbidus (SL) Prowcgfgta. Novellino, VII: 

hamit inanetn (<£n., X). Salomone si provvide di... ordinare 

si io reame. Simile In G. Villani. 



272 INPERNO 



10. D' un roncliione, avvisava un' altra scheggia. 

Dicendo: — Sovra quella poi t'aggrappa: 
Ma tenta pria s' è tal eh' ella ti reggia. — 

11. Non era via da vestito di cappa ; 

Che noi appena, ei lieve, e io sospinto, 
Potevam su montar di chiappa in chiappa. 

12. E se non fosse che da quel precinto, 

Più che dall'altro, era la costa corta; 
Non so di lui ; ma io sarei ben vinto. 

13. Ma, perchè Malebolge invér la porta 

Del bassissimo pozzo tutta pende; 
Lo sito di ciascuna valle porta 
14 Che r una costa surge, e 1' altra scende. 
Noi pur venimmo alfine in sulla punta. 
Onde r ultima pietra si scoscende. 

15. La lena m'era del polmon sì munta, 

Quando fui su, eh' i' non potea più oltre: 
Anzi m' assisi nella prima giunta. 

16. — Omai convien che tu così ti spoltre 

(Disse '1 maestro) : che, seggendo in piuma, 
In fama non si vien, né sotto coltre; 



(F) htima. Altrove stimativa per (SL) Malebolge. Inf. , XVIII. — 

facoltà di raziocinare. Sap., Vili, 8: Poria. Virgilio così chiama l'apertura 

De futurii aestimat. d'un antro (J^^o., l). — Porta che. Cic, 

10. (L) Roncliione: masso. — Av- Somn. Scio.: Natura Jert ut. 

visava: notava. — Scheggia : rupe. — i4. (L) Surge : V argine a manca è 

Reggia: Resga, non ceda. più alto; quello che guarda il centro, 

(SL) Ronchione. ìnf., XXVI , meno. — O^ide: dov'è l'ultima pietra 

1. 15 ^Avvisava. Novellino, XX: Ay- che nel terremoto rovinò 

viso... un coperchio d'uno nappo d' a- (SLi Scende: Bue, \X:Se sub- 

riento. ducere colle i Incipiunt. La differenza 

H. {VjEi: ombra. — Chiappa: ag- d'altezza non dev'essere piccola, se 

grappandoci. il pozzo è bassissimo. — Scoscende. 

(SL) Chiappa. Mn., VI: Pren- Seno alla fine della rovina; resta sa- 

santemque uncis rnanibus capita aspe- lir fino al ponte. 

ra montis. Mi altrove 1' ombra del 15 (L) Manta: non avevo flato.— 

maestro non ha dal cammino corpo- Giunta: aitpena giunto, 

rea fatica. (SL) Munta. Georg., IH : Haurit 

12. (L) Corta: l'argine della setti- Corda pai or pìUsam. — Potea. uKn., 

ma é men alto dell'altro, perché le XI : Bactenus... potui. 

bolge pendendo verso il centro, via 16. {L) Spoltre: s\)o\lron\scA. — Seg- 

via scemano. — Sarei ' sarei stato ben gendo : sed endo. 

lasso. (SD Coltre: Petr. : La golae'l 

(■^L) Fosse. Nel Sacchetti per sonno e rozioscpirtme. Altri intende: 

fosse stato. sotto baldacchino ; men bene. 
43. (L) Porto .• buca. 



CANTO XXIV. 273 



17. Senza la qual chi sua vita consuma, 

Cotal vestigio in terra di sé lascia, 

Qual fummo in aere, od in acqua la schiuma. 

18. E però leva su ; vinci 1' ambascia 

Con r animo, che vince ogni battaglia 
Se col suo grave corpo non s' accascia. 

19. Più lunga scala convien che si saglia: 

Non basta da costoro esser partito. 

Se tu m' intendi, or fa si che ti vaglia. — 

20. Levami allor, mostrandomi fornito 

Meglio di lena eh' i' non mi sentia; 

E dissi: — Va; eh' i' son forte e ardito. — 

21. Su per lo scoglio prendemmo la via, 

Ch' era ronchioso, stretto, e malagevole, 
Ed erto più assai che quel di pria. 

22. Parlando andava, per non parer fievole: 

Onde una voce uscio dall'altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 

23. Non so che disse, ancor che sovra '1 dosso 

Fossi dell'arco già, che varca quivi; 
Ma chi parlava, ad ira parca mosso. ' 

17. (L) Qual fama. animoque et corpore torpet. Mn., VI : 
(F) Fummo Os.Xlll, 3: Erunt Tarda. .. corpora. - Igneus &sl ollis 

quasi nubes maiuHna.... et sicuttu- vigor , et coelestis origo Seminibus, 

mui de iumario. /Eq , V: Fugit Cku quantum, non noxia corpora tar- 

fumus in auras. Psal. CXLUI-, 4 : Dieì dant, Terreniqae hebetant artus, mo- 

ejui sicut iirribra praclereunt. CI, 4: ribunduque w.em&ra. Sa[i., IX, 15: Il 

Deiecerunt sictit fumus diei mei — corpo che ti corrompe aggrava V a- 

Schiuma. Os., X. 7: Trannrc fedi Sa- nirtia. 

maria regem suum quan f^pitotam 19 (L) Scaia per vedpr Beatrice. — 

super faciem aquae. Sap., Il, 3 : T'/iJi- Costoro: dannati. — Vaglia: giovi 

sibit vita noatra tamquam vestigium a farti pronto. 

nubis, et sicut nebula diisolcetur.—' (F) Costoro. Non basta, dice 

V. 15: Tamquam spuma grociUs,quae 1' Anonimo, lanciare il male, convien 

a procella dispergiiur : et tamquam giungere al bene, li Poeta esce a 

fumus. qi'i a vento diffums est. a stento da' barattieri ; a stento da- 

18. (L) Leca: Levati. gì' ipocriti: l'allusione è ciiiara. 
(SL) Leva. Medit. Alb. Croce: 20 (L) Lemiwi; mi levai. 

Leva su .. — Animo Qui per forza di (SL) Forte. Parole dettegli da 

cuore, alla latini. Purgatorio, XVI, Virgilio n^l Canto XVII. 

t. 26 — Battaglia. Cavalca: Batta- 21. (L) Rondilo <o : tutto massi. 

glia deWanima. (SL) Erio Lo scarico deUe pie- 

(F) Accascia. Horal. Sat.. Il, 2 : Ire roiolate dal terremoto dà via men 

Corpui onuslum Hedernii vitiis, a- dura che l'argine, tutto scoglio. 

nimum quoque praegravat una, At- 22. (L) Fievole : abbattuto. 

que affigit humi divinae parliculam 23. (L) Dosso: ponte. 

aurae. Eplst., I, 6: Defixis oculis, (SL) Dosso. Cony,: In suW arco 

Dante. Inferno, 18 



274 



INPERNO 



24. Io era vólto in giù ; ma gli occhi vivi 

Non potean ire al fondo per 1' oscuro : 
Per eli' io : — Maestro, fa che tu arrivi 

25. Dall'altro cinghio; e dismontiam lo muro: 

Che, com' i' odo quinci e non intendo, 
Così giù veggio, e niente affiguro. — 

26. — Altra risposta (disse) non ti rendo 

Se non lo far: che la dimanda onesta 
Si dee seguir con l'opera tacendo. — 

27. Noi discendemmo il ponte dalla testa 

Ove s'aggiunge con l'ottava ripa; 
E poi mi fu la bolgia manifesta: 

28. E vidivi entro terribile stipa 

Di serpenti, e di sì diversa mena 

Che la memoria il "sangue ancor mi scipa. 

29. Più non si vanti Libia con sua rena: 

Che, se chelidri, iaculi, e farée 
Produce, e ceneri con anfesibena; 



nvver dosso di questo cerchio JEn. , 
Vili : Speluncae dorso. — Varca. 
Inf., XXIII: Un sasso... varca tulli 
i vallon' feri. 

24. (L) Per eh' : onde. 

(SI) Viin. Inf., XXIX, t, 18: 
Fu la rrda vista più viva. — Fa. 
Dame, Canz. : Faccia, che gli occhi 
d' està lioììna miri. 

25. (L) Cinghio: l'argine tra l'ot- 
tava e la seiUma bolgia, più basso, 
di dove si vedrà meglio. 

(SL) Muro. Il ponte si leva più 
alto dell' argine ; onde per andare 
dal ponte all'argine scendesi : e la 
scesa dal ponte all'argine non deve 
essere tanto corta; se, non vedendo 
nulla dal ponte, dall'argine la bol- 
gia gli si fa manifesta. 

(F) Odo Dan., Xll, 8: Àudivij 
et non inlcllexi. 

26. (SL) Rendo. /En., VI : Huic re- 
sponsum... reddidit. 

(F) Seguir. Simile in Cicerone 
(De Am.). 

28. (L) Stipa: folla serrata. — JWma.' 
razza e guizzo. — Scipa: dissipa, e 
fa tornare al cuore. 



(SL) Stipa. Lacan. , IX : Quem 
serperdum turba lenebat , Vix ca- 
piente loco. - Stipare in Virgilio più 
volte per circondare con mollitudine 
fitta. — Mena. Wel senso del virgi- 
ilano che denota il dimenar de' ser- 
penti : Agmine certo Laocoonta pe~ 
Inni {Ma., li). - Agmen da ago. 

29. (SL) Vanti. Georg., I : J^ullo 
tantum se Mysia cultu Jactat. — Li- 
bia. Ov. iMeu, IV: Libycai... arenas. 
Lucan. , VI : Lybici... cerastae. Vir- 
gilio (Georg., HI), Lucano(Phars., IH), 
ed altri. — Chelidri. Lucan., IX: Ifnc 
Ubìjcae mortes... tractique via fu- 
mante Chelydri : Et semper recto la- 
psurus limile Cenchris... Et gravis in 
geminum surgens caput Arriphisbae- 
na .. . Jaculique volucrei, Et conten- 
tu^ iter cauda sulcare Pareas. Georg., 
Il: Nigris... Chelydris. Il clielidro, 
anfibio; il iaculo si lancia dagli al- 
beri contro l'uomo; il ceneri, di va- 
rio colore; l' anfesibena credevasl 
avere un altro capo là dove gli al- 
tri la coda; il farea va ritto, con sola 
la coda strisciando il suolo. 



CANTO XXIV. 



275 



30. Ne tante pestilenze né sì ree 

Mostrò giammai, con tutta l'Etiopia, 

Né con ciò che di sopra al mar Rosso èe. 

31. Tra questa cruda e tristissima copia 

Correvan genti nude e spaventate. 
Senza sperar pertugio o elitropia. 

32. Con serpi le man' dietro avean legate: 

Quelle ficcavan per le ren' la coda 

E '1 capo ; ed eran dinnanzi aggroppate. 

33. Ed ecco ad un, eh' era da nostra proda, 

S' avventò un serpente, che 1 trafisse 
Là dove il collo alle spalle s' annoda.* 

34. Né sì tosto mai né I si scrisse 

Com' ei s' accese e arse, e cener tutto, 
Convenne che, cascando, divenisse. 

35. E poi che fu a terra sì distrutto. 

La cener si raccolse, e per sé stessa 
In quel medesmo ritornò di butto. 



30. (L) jÉe, è In Egitto. 

(SL) Pestilenzie. Lucan. , IX : 
Sei mojora parant Libycae specta- 
cìila pesles. Virgilio, d'una serpe: 
Pesili acerba bonm (Georg., III). 
Fior. s. Fr-dnc: Pestilenze (d'ani- 
mali dannosi). — Ciò. .En. , I : Quid- 
quid nbique est Geidis Durdaniae. - V : 
Quidquia tecum invalidum, metueìis- 
qiiepericli est. Similf^ in Tacito. Giam 
buUari : Taltn aó che viveva nella 
ci</à. Questo di Dante è sovranamenle 
imitalo dall'Ariosto: Quanto... Ye- 
hnow erra per la calia sabbia. 

31. (L) Pertugio, ove salvarsi, come 
ladri. — Entropia, ch« li renda in- 
visibili. 

(F) Elitropia. Pietra, dice Pie- 
tro, verde, rossa o persa, che, ba- 
gnata nel sugo della pianta qnani 
dicimui mira'olem, rf^nde invisibile 
chi la porta Era credenza comune a 
que' tempi. E ognun sa la novella 
di Calandrino. Bocc. , Gior Vili, 3. 
Solino, e. XXVII, Jer. , Vili, 47: 
Ecce ego millam vobii serpentes re- 
gulu$, quibui non eit incantano ; et 
mordebunt to*. 



32. (SL) Legate JEn., Il: Spirisque 
ligant ingendhui. — Dinnanzi. Ma., 
II: Bis medium amplexi.— Aggrop- 
pale. .En., II : Tendit divellere nodos. 

33. (L) Nostra: parte dell' argine 
ove noi eravamo. —• Là: la collot- 
tola. 

fSL) Trafisse. Lucan.. IX : Ati- 
lum, Torta caput retro Dipsas cal- 
cita momordit. — Collo: Lui'.an., IX : 
Colubriferi rumpens confinia colli. 

34. (SL) Accese. Lucan., IX: Ecce 
subit virus tacH'irrij carpitque me- 
duHas Ignis edax, calidaque incendit 
viscera tabe.— Arse. Lucan., IX: 
Ardentem... vinim. 

(!'') Cener. Pena condegna alla 
loro viltà. Quanto tormentosa debba 
essere questa dissoluzione frequente, 
per accurgersene basta pensire alla 
morte, e morte di fuoco. 
33. ^L) Di butto: subito. 

(SL) 5è. Virgilio, di Proteo, 
dopo trasformatosi in serpe e in al- 
tro : In «e?e redit, atque hominis tan- 
dem ore loculus (Georg., IV). 



276 



INPERNO 



36. Così per li gran savii si confessa 

Che la Fenice muore, e poi rinasce, 
Quando al cinquecentesim' anno appressa. 

37. Erba né biada in sua vita non pasce, 

Ma sol d'incenso lagrime e d'amomo: 
E nardo e mirra son l'ultime fasce. 

38. E quale è quei che cade, e non sa comò, 

Per forza di demon eh' a terra il tira, 
d' altra oppilazion che lega 1' uomo ; 
89. Quando si leva, che 'ntorno si mira, 
Tutto smarrito dalla grande angoscia 
Ck'egli ha solterta; e guardando sospira ; 

40. Tal era il peccator, levato poscia. 

Oh giustizia di Dio, quanto è severa, 
Che cotai colpi per vendetta croscia ! 

41, Lo duca il dimandò, poi, chi egli era: 

Per eh' ei rispose : — Y piovvi di Toscana, 
Poco tempo è, in questa gola fera. 



36. (L) Per: da. - Con/'ejsa : insegna, 
professa. 

(SL) Savii. Convivio , I, 8 : li 
savii dicono che... — Confessa. Modo 
de' trecentisti e dei Latini : e nel Con- 
cìlio di Trento, per affermare, Syno- 
dus fateliir et sentii. —Fenice. Ovid. 
Met. , XV : Una e^t, quae reparet^ 
seque ipsa reseminetj ales ; Asayrii 
Phaenica vocant: non fruge.nec lier- 
bis, Sed Ihuris lacrimiSj et succo vivit 
amomi. Haecubi quinque suaecomple- 
vil saecula vitae, Ilicis in rams, tre- 
mulaeve cacumine palmae, Unguibus 
et pando nidum siti conìtruit ore. 
Quo simili ac casias , et nardi lenii 
aristaSy Quassaque cum fulva sub- 
stravit cinnama nvijrrha; \Se super 
imponit: finitque in odoribui aevum. 
Inde Jerunt, totiiiem qui vivere de- 
beat annos, Corpore de patrio par- 
vum Phaenica renasci. 
37. (L) Pa^ce : mangia. 

(SL) Pasce. Bue. , I : Florem 
depasta. Semini.: Pascere-^e erbe.'-' 
L'igrime Galileo: Bruciare una la- 
crima .d' incenso. — Fasce. Accenna 
alla vita novella a cui la Fenice ri- 
nasce. 



38. (L) Como - come. — Lega .• chiu- 
de il varco agli spirili. 

(SL) Con.o. Da qiiomodo : era. 
usato anco in prosa; e vive in qual- 
ctie dialello. 

(F) Oppilazion. Nel ventricolo 
del cervello, dice l'Anonimo. R^nser- 
raraenlo delle vie dcerli spiriti vi- 
tali, o per opera diabolica, come ne- 
gli ossessi; o naturalmente, come 
negli apoplettici, epilellici e simili. — 
Lega, i'arola solenne, trattandosi di 
magia o d'altra forza 'straordinaria. 
Aug., Doct. Christ. - Som. : La ra- 
gione è legata o da passione violenta 
da perturbazione corporale. 

39. (SL) Angoscia. Vita nuova: Sì 
grande angoscia sostenni. 

40. (L) Vendetta : pena. — Croscia: 
fa suonare. 

(SL) Vendetta. Ad Rom. ,Xn, 
19 : Mihi vindictam ; et ego retribuam. 

— Cro<cin. Baco. : Ai colpi che di 
fuor Fortuna croscia. 

41. (SL) Piovvi. Arios., XVJ, 86: Il 
demonio tìal del è piovul' oggi. — 
Gola. Mn. , Vi : Fauces... Averni — 

— Fera. Ov. Met. , IV : Fera regia 
Ditis, 



CANTO XXIV. 



27? 



42. Vita bestiai mi piacque, e non umana, 

Siccome a mul eh' i' fui. Son Vanni Fucci, 
Bestia: e Pistoia mi fu degna tana. -^ 

43. Ed io al duca : — Digli che non mucci : 

E dimanda qual colpa quaggiìi '1 pinse ; 

Ch' io 1 vidi uom già di sangue e di corrucci. — 

44. E '1 peccator, che intese, non s' infinse ; 

Ma, drizzò verso me 1' animo e 1 volto, 
E di trista vergogna si dipinse 

45. Poi disse : — Più mi duol che tu m'hai còlto 

Nella miseria dove tu mi vedi. 

Che quand' io fui dell' altra vita tolto. 

46. r non posso negar quel che tu chiedi. 

In giù son messo tanto, perch' i' fui 
Ladro alla sagrestia de' belli arredi; 

47. E falsamente già fu apposto altrui. 

Ma, perchè di tal vista tu non godi, 
Se mai sarai di fuor de' luoghi bui, 



42. (L) Mul: nato d'adulterio. 
(SL) [FuecL Vili., Vili } 
(F) Mul. Psal. XXXI, 9: Nolile 
fieri sicid equui et mulus, quibus non 
est intellectus. — Bestia. S. Greg. : 
Chi secondo ragione umana non tem- 
pera sé stesso, beitialmente vice. Ciò 
spiega il senso che da il Poeta a ba- 
stialilà. 

43 (L) Mucci-' fugga. — Pinse: 
spinse. 

(SL) Mucci. Vive in alcune parti 
di Toscana. Albert. , 1 , 40 : Mucciar 
la contenzione. In meno antictiì : 
smucciare. —Pinse. Mn. ■, VI: Ne 
quaere doceri quum poenam, aut 
quae forma viros fortnnace mersit. 
— Sangue. Psal. CXXXVllI, 18: Viri 
sanguinum. Eccl., XXXIV. 23 : Homo 
sanguinis. Reg., II, XVI, 7 : Vir sau' 
guinum et vir Beliat. Dante stupi- 
sce trovarlo fra' ladri : credeva fosse 
tra gl'iracondi o tra' violenti. [Psal. 
V, 6: Il Signore abbomina V uomo 
di sangìie e di frode ] 

44, (SL) Drizzò. /Eu., XI : Conver' 

tère animos acres oculosque tulere. 

. l(F) Trista. C è la vergogna Che 

fa r uom di perdon talvolta degno 

(Parg. , V). Som. : Vergogna è li - 



7nore di atto turpe. - S. Ambrogio 
(Trad. di Birt. da S. Conc.) : Bella 
virtii è vergogna e soave grazia. 
Hor. Epist. l, 16: StuUorum incu- 
rata pudor ìualus ulcera celat. Som.: 
Pai ii vergognano gli uomini del 
furto che della rapina. Eccl., V, 17 : 
Super furem... »A confusio, et pae- 

7lÌtC7liÌ(X 

45. (SL) Colto. Ottimo: Il furto.... 
c/i' eili fice alla sagrestia de^ belli 
arnesi di Meis. S. Jacopo di Pistoia, 
il quale ha piii belli arnesi d' oro e 
d' argento e di pietre preziose, che 
uomo sappia, in calici, fornimenti, 
ornamenti nobili e di grandissimo 
valore... E quello furto... falsamen- 
te fu apposto a tali che non t?' ave- 
vano colpa: e questo fu per la pò- 
lenza de' Cancellieri , de' quali co- 
stui era. L' innocente imputato era 
Vanni delia Nona, che mori sul pa- 
tibolo. Pucci era di parte Nera. Il 
Ciampi dimostra che il Pucci tentò 
il furto, ma non lo potè consumare. 
(P) Miseria. Girol : Le eterne 
miserie. 

't7. iSL) Luoghi. .En., VI: loca 
turbida. 



278 



INFERNO 



48. Apri gli orecchi al mio annunzio, e odi. 

Pistoia in pria di Neri si dimagra ; 
Poi Firenze rinnuova genti e modi. 

49. Tragge Marte vapor di Val di Magra; 

Gli' è di torbidi nuvoli involuto ; 
E con tempesta impetuosa e agra 

50. Sopra Campo Picen fia combattuto; 

Ond' ei repente spezzerà la nebbia, 
SI ch'ogni Bianco né sarà feruto. 
E detto l'ho, perchè doler ten debbia. — 



48. (L) Dimagra : spopola. — Gen- 
ti: per gli esilii. — Modi-' costumi 
e reggimenti , a occasione de' Neri 
usciti di Pistoia. 

(SL) Annunzio. Nella Somma 
prenunziare era voce usata per va- 
ticinare. — Dimagra. Gli abitanti 
sono come il succo della vita civile. 
Vili., Vili, 41. Un Cancellieri, ricco 
mercante di Pistoia , ebbe due mo- 
gli, 1' una chiamata Bianca, 1 Agli di 
lei furono Bianchi, Neri quelli del- 
r altra. Ne nacquero varie famiglie, 
si nimicarono, e straziarono la città. 
Coli' esilio portarono questa peste 
in Firenze, dov'erano potenti i Cer- 
chi e i Donati, guelfi e questi e quelli: 

I Donati tennero da' Neri ; i Cerchi 
da' Bianchi ; onde 1 Guelfi fiorentini 
divisi in due sette. Nel maggio del 
1300 i Bianchi da Pistoia, aiutati da 
que' di Firenze, cacciano di Pistoia i 
Neri ; nel novembre i Bianchi di Fi- 
renze son cacciati da' Neri. Nel det- 
to anno il Marchese Moroello Mala- 
spina uscì di Val di Magra a capi- 
tanare i Neri di Pistoia, e ruppe i 
Bianchi in Campo Piceno ; onde I 
Bianchi di Firenie, anch' eglino de- 
bilitati , II'- asciarono in bando ; e 
Dante con loro. Questo è Moroello 
tìgliuol di Manfredi, che nel «310 
giurò co' Fiorentini ubbidlenzaa Cle- 
mente : diverso da quello che nel 
1311 andò ambasciatore d' Arrigo in 
Brescia. Questo amico d'Arriso era 

II quarto Moroello a cui Dante vo- 
leva intitolare il suo Purgatorio. 11 
vapore di Val di Magra combattè poi 
per Lncca contro Pistoia. Questo Mo- 
roello era marito di Alagia de' Fie- 
schl (Purg., XIX). e Marchese di Gio- 
vagallo. Nel 1300 entrò in Firenze 
con Corso Donali , quando furono 



saccheggiate le case de' Bianchi , e 
quella di Dante distrutta. 

49. (L) Marte. Caso retto. — Va- 
por : Moroello. 

(SL) Vapor. Nella Cronaca di 
s. Gallo rammentasi , al venire di 
Carlo una nuvola da cui ferri lam- 
peggiavano. Forse Dante cosi lo chia- 
ma perchè , dice il Villani , apparve 
a quel tempo una meteora annun- 
ciatrice di pubblici guai (VII, 42).— 
Tempesta. Mn. , VII : Quanta per 
Macoli saevis effusa Mijcenis Tempe- 
stas ierit campai. 

(F) Tempeila. Dante, XI , 40: 
Combatterà coutr^ eno il re d' Au- 
stro, e, gli verrà contro, quasi tem- 
peata, il rtì d' Aquilone. Ezechiele , 
XXXVll[,9: Quaii tempeitas venies, 
et quasi nubes, ut operias terram tu, 
et omnia agmina tua. 

50. (L) Ei: il vapore. — Ferula: 
ferito. — Ten debbia : ne deva a te. 

(i^L) Picen. Benv.: Campo pres- 
so Piitoia nel quale fu rotto già Ci- 
tilina: e ora dicesi eh' e' sia ivi un 
castello. — Vili., VlU, 82. — Spez- 
zerà. Mn.y IX: Torqnet aquosam 
hyemfm et caelo cava nubila rumpit. 
Plutarco (Apopht.): iVo)i v'ho io detto 
che quella nuvola della montagna ci 
manderà da ultimo pioggia ? — iV< b- 
bia. Mn., X : Nubevi belli, dum de- 
tonet , omnem Suatiìiet. — XII : It 
loto turbida caelo Tempestai telorum, 
ac ferrens ingruit imber. Kilicaja: Di 
Val d'Ebro attrasse Marte Vapor 
che sifèr nuvoli, e s'aprirò, E piov- 
ver d' ogni parte A^pra tempesta 
sulV ansiriachc genti. — Doler. Dan- 
te a quel tempo era guelfo; n»'' po- 
teva intendere il senso del vaticinio 
di Vanni ; il qual già prevede che 
il Poeta sarà un giorno de' Bianchi, 
e si dorrà della loro sconfitta. 



CANTO XXIV. 



279 



Direste che tra questo e il prece- 
dente Canto corresse un lungo inter- 
vallo, non ricco d'ispirazione al Poe- 
ta ; ossivvero che troppo presto dal 
componimento dell' uno e' corresse 
all'altro, forse troppo assicurato dalla 
felice riuscita di quello : giacché la 
sicurtà soverchia nuoce quanto alla 
virtù tanto all'arte. Le lunghe simi- 
litudini, troppo erudite, della brina 
«della Fenice, la troppo erudita de- 
scrizione di quelle razze di serpi ; il 
salire, e i conforti di Virgilio, dov'è 
meno parsimonia del solito; l'ac- 



cenno alquanto rettorico alla Balta- 
glia di Campo Piceno (dove non semi 
la semplicità di queir altro: il gran- 
de scempio Che fece VArbia colorafa 
in rosso); le amare infernali parole 
contro Pistoia , ancora più feroce- 
mente rincalzate nel Canto seguente; 
sono per verità compensate in parte 
da bellezze parecchie : tra le quali 
notiamo il grido oscuro che s' alza 
dal fondo della vallea serpentifera, 
e il risentirsi dell'epilettico che in- 
torno simira... e guardando sospira. 



5^80 INPERNO 



IL FURTO. 



Il furto eh' è occulto offende meno della rapina che è violenta (1), 
perchè la rapina offende più direltamente la volontà dell' uomo, e per- 
chè^ oltre che nelle cose^ ella può fare ingiuria nella persona (2). Ma 
quantunque e la rapina e l'omicidio (3) siano in sé più gravi del 
furio, Dante colloca i ladri più sotto de' violenti e degli omicidi, per- 
chè quello é vizio vile, e la frode è a lui più rea della forza; e 
perché nori tutti i ladri intendonsi messi in questa bolgia, ma i sacri- 
leghi (4), come il Pucci; e coloro che sciolsero i vincoli dell'umana 
civiltà, come Caco nemico d'Ercole uno de' padri della civiltà greco- 
italica; e coloro che, essendo in alto grado, con l'esempio di colpa 
così turpe, contaminarono la città, come esso Pucci e i Piorentini più 
giù nominati. 

La questione del furto si collega a quella oggidì tanto agitata e agi- 
tante della proprietà delle cose materiali, la quale la legge mosaica 
praticamente sciolse in modo mirabile, e la legge evangelica può 
sciorre in modo più mirabile ancora; e i Padri della Chiesa la dichia- 
rarono con l'usata rettitudine e acume. Ambrogio (5): Proprium ne- 
mo dicat quod est commune. Tommaso (6): Quanto all'uso de' beni 
esteriori non deve l'uomo averli come proprii ma come comuni j cioè 
all' altrui necessità facilmente comunicarli. Il ricco non opererebbe illeci' 
tamenle se, preoccupando la possessione di cosa che da principio era 
comune^ la comunica ad altri. Ma pecca se indiscretamente allontani 
altrui dall'uso di quella cosa. E Basilio (7): Siccome chi va primo a 
spettacolo, mal farebbe a impedire altri che vengano, appropriando a 
sé V ordinato a comune uso ; così sono i ricchi i quali le cose comuni 
che preoccuparono, stimano essere proprie. Ambrogio (8): None meno 
colpa togliere a chi ha, che, potendo e abbondando , negare a chi n' ha 
di bisogno. - Plusquam sufficeret sumptui, violenter obtentum est (9). 
Tommaso, venendo al noto fatto degl'israeliti in Egitto, lo dichiara 
cosi: Furto non fu che i fi'gliuoli d' Israello si prendessero le spoglie 
degli Egizii secondo il precetto del Signore, per le afflizioni con che 

(4) Arist, Eth., V. peculato che è furto di cosa del comune. 

(2) Som., 2, 2, 56. - V. Aug., in Joan., L. 

(3) Som., 4, 2, 73. (5) Serra. LXIV. 

(4) Som., I. e: // furio non è punito (6) Som., 1. e. 

di morte se non quando è aggravalo da (7) Serra, del ricco. 
qualche circostanza; come nel sacri' (8) L. e, 
legio che i furto di cosa sacra, o nel (9) Ambr., I. e. 



CANTO XXIV. 28Ì 



gli Egizii li avevano senza cagione afflitti. — La proprietà non è di 
jus naturale, ma di positivo. — Il furto è detto non essere grande 
colpa per la necessità che v' induce^ la quale diminuisce o totalmente 
toglie la colpa; onde Prov., VI, 30: Perchè egli ruba ut esurientem 
impleat animam. Nella necessità tutte le cose sono comuni: e però non 
pare che sia peccato se alcuno prenda cosa altrui divenuta comune ad 
esso per causa della necessità. Tommaso con logico ardimento soggiun- 
ge: In casi di simile necessità può V uomo eziandio occultamente pren- 
dere cosa altrui per sovvenire al fratello indigente (1). 

Ma la ragione suprema che interdice il furto, é da Tommaso segnata 
così: Se tutti gli uomini si rubassero V un l' attro^ perirebbe l'umana 
società. Anzi, ecced(3ndo apparentemente in rigore quanto prima pa- 
reva eccedere in indulgenza, sempre però rimanendo nei limiti della 
rettitudine, aggiunge: Se il ladro, nel rubare anche minime cose, ha 
aniìno di portar nocumento, può essere colpa mortale, come può essere 
pur nel consentire in pensiero. Onde deducesi che l' intenzione del 
nuocere può rendere reo di furto e di peccato maggiore di furti molti 
anco colui che richiede il suo o lo ritiene, ma con cuore a' fratelli ne- 
mico; con cuore nero. 

Perché fur, dice Isidoro (2), da furvus, o piuttosto le due voci hanno 
entrambe comune origine dall'idea d'oscurità, che a ogni furto e ma- 
teriale e morale é accomodata. Ogni occultazione è una specie di fur- 
to, anco la frode e il dolo (3). E però Dante che usa fuio per oscU' 
ro (4), chiama fuia l'anima rea (5), come nera (6), e fuia la chiama 
nel cerchio de' violenti contro le persone e le cose, così come il dia- 
volo messo a caccia de' barattieri è paragonato al mastino che corre 
a seguitar lo furo Ci) : e delle lìamme che rinvolgono gì' insidiatori e 
consiglieri frodolenli è detto che nessuna mostra il furto. Ed ogni 
fiamma un peccatore invola (8) ; e appunto tra i barattieri e i consi- 
glieri rei stanno i ladri. 



(1) E però Dante slesso (Par.,Xlll): (3) Som., I. e. 
Ao» creda monna Berta e ser ciarlino, I (4) Par., IX. 
Per vedere un furare i altro offcr ere, (5) hif., Xil. , 
Vederli dentro al consiglio divino; Che (6) Inf, VF. 
quel può surgere j e quel può cadere. (7) Inf., XXI. 

(2) Etym., X, (8) laf., XXVI. 



S8^ INPERNO 



O^^IVTO XXV. 



ARGOMENTO. 



Siamo ancora tra' ladri. A dimostrare quanto fosse 
loro intrinseca la malizia , le serpi s' immeaesiinano hi 
essi; e son ignudi acciocché possano per tutto ricevere 
le trafitture ; e in terrore continuo della pena; e corrono 
senza potersi involare ai morsi della coscienza figurata 
ne' serpi. Le mani , si pronte al furto , qui son legate ;^ e 
siccome in tante guise e' si trasformarono per fuggire 
alla pena, così qui si mutano d'uomini in serpi e a vi- 
cenda. 

Nota le terzine 2, 3, 7, 8, il, li, 13 ; 17 alla 31 ; 3i alla 47 ; 49, 50. 

1. Al fine delle sue parole, il ladro 

Le mani alzò con ambedue le fiche, 

Gridando: — Togli, Dio! che a te le squadro. — 

2. Da indi in qua mi fur le serpi amiche; 

Perch' una gli s' avvolse allora al collo, 
Come dicesse : « 1' non vo' che più diche ; » 

3. E un'altra alle braccia; e rilegollo, 

Ribadendo sé stessa sì, dinnanzi, 

Che non potea con esse dare un crollo. 

1. (L) Fiche. Tra l'indice e il me- Sfociatosi contro Dante, si sfogacon- 

dlo mettendo il pollice : alto di spre- tro Dio,e mostra il bestiale ch'egli era. 

gio. — Squadro ■ misuro, squaderno. Atto da sacrilego vile, Zach. V, 3: Haec 

(SL) Alzò. Novellino, LVIII: est maledictio, quae egreditur super 

Fece la fica quasi infino ali' occhio, faciern omnis terrae, quia omnisfur, 

dicendoli villanie. Dice Giovanni Vii- sicul ibi scriptum ed, judicabitur. 
lani che sulia rocca di Garmignano 2. {L} Amiche: che lo punirono.— 

era una torre alta, con due braccia Diche: lu dica, 
di marmo che facevano le tìche a Fi- (SL) Collo. /En., II: Bis collo 

renze. squamea circum Terga dati. — Di- 

(F) Dio. Nello Statuto di Prato cip. Cavale,: Voglio cheHdichi. 
chiunque ficas fecerit vel momtrave- 3. (SL) Braccia. .'En., Il : Manibus' 

rit naten versus coelum vel versus fi- tniUt divellere noios. — Rilegollo. 

gfitrami^eio della Vergine, paga dieci Mn., Il: Corripiunt,spirisqueligant 

lire per ogni volta; se no, frustato, ingeulibus, — Ribadendo, Gli si fa 



CANTO XXV. 



283 



4. Ahi Pistoia, Pistoia, che non stanzi 

D' incenerarti, sì che più non duri, 
Poi che 'n mal far lo seme tuo avanzi? 

5. Per tutti i cerchi dello Inferno oscuri 

Spirto non vidi in Dio tanto superbo; 
Non quel che cadde, a Tebe, giti de' muri. 

6. Ei si fuggì, che non parlò più verbo. 

E io vidi un Centauro, pien di rabbia, 
Venir gridando : — Ov' è, ov' è 1' acerbo ? 

7. Maremma non cred' io che tante n' abbia 

Quante bisce egli avea su per la groppa, 
Infino ove comincia nostra labbia. 

8. Sopra le spalle, dietro dalla coppa 

Con l'ale aperte gli giaceva un draco; 
E quello affuoca qualunque s' intoppa. 

9. Lo mio maestro disse : — Quegli è Caco, 

Che, sotto '1 sasso di monte Aventino, 
Di sangue fece spesse volte laco. 



quasi anello alle braccia, gli si avvol- 
f£« dietro, poi un altro giro dinnanzi. 
L'imagine è talia forse dal noto passo 
di Virgilio: Biitnedium amplexi,. .. 
saperant capite et cervicibus aUis 
(.En., 11). — Dire. D'una serpe, Vir- 
gilio : Ne quicquam longos fugiens 
dat corpore tortus {Mn., V). 

4. (L) Stanzi: risolvi. —Seme: di 
Catilina. 

(SD Stanzi per deliberi. G. Vil- 
lani. — Ingenerarli come 11 ladro (uo 
cittadino, poiché avanzi in mal fare 
1 soldati di Catilina, rifuggiti nell'a- 
gro tuo, de' quali tu esci (Sallast. , 
Cat.). Simili imprecazioni nel XXXllt 
dell'Inferno e nel XlVdel Purgato- 
rio. Dino. LXII : Naturalmente i Pi- 
stoiesi sono uomini diìfcordevoli, cru- 
deli e selvatici... - LXIV : Come villa 
disfatta, rima'ie. 

(F) Incenerarli Ezech, XXVIII, 
18: Trarrò fuoco di mezzo a te, che 
ti divorij e farò te cenere sopra la 
terra. 

5 (L) In: contro. — Quel: Ga- 
paneo 

(SL) In. Bib, Volg. : Adiralo in 
te. Tasso : Impugnerami in te Varriii 
di Giuda. Som : In quem peccalur. 
— Quel. Inf., XIV, t. 16. 



6. (L) Ei : YànnìFazcì..'- Acerbo: 
duro, mordace. 

(SLl Verbo, \rlos. , XXX, 4.5: 
Non vuol piii dell accordo intender 
verbo. — Centauro. .En., Vili : Pe- 
ctora serniicri. — Rabbia. ìEq. Vili : 
Furiii Caci mem effera. — Acerbo. 
Nel XV dell' Inferno chiama i Neri 
lazzi sorbi; e di Capaneo: la pioggia 
non par che 'l maturi (Inf. , XIV). 
jEn , V: Saevire animis... acerbis. 

7. (L) Maremma: padule. — Lab- 
bia: viso; il di sotto aveva di cavallo. 

(SL) Bisce. JEn.y Vili: Mon- 
strum... Facies dira. — Labbia. Lab- 
bia dice del viso di Beatrice (Vita 
Nuova). 

8. (L) Intoppa: incontra. 

(SL) Affuoca. Virgilio, di Caco: 
S drantem.... ignibus (.En., Vili). 
Flammisqne armata Chimaera (VI). 
— Intoppa. Lacan., ]X: Sibilaque ef~ 
funient cunctas terrentia pesles. Ante 
venena nocens , late sibi submovet 
omne Vulgus, et in vacua regnai Ba- 
sHiicui arena. Altrove : DucHii altum 
Aera quum pennis, armentaque tota 
secuti Rumpitis ingentei amplexi 
verbere tnutoi. 

9. (L) Sangue d'uomini da lui uc- 
cisi. 



2^4 



iNFEUts^O 



10. Non va co' suo' fratei per un cammino. 

Per lo furar frodolente eh' ei fece 

Del grande armento ch'egli ebbe a vicino. 

11. Onde cessar le sue opere biece 

Sotto la mazza d' Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non sentì le diece. — 

12. Mentre che sì parlava, ed ei trascorse: 

E tre spiriti venner sotto noi, 

De' quai né io né '1 duca mio s'accorse, 

13. Se non quando gridar: — Chi siete voi? — 

Per che nostra novella si ristette; 
E intendemmo pure' ad essi poi. 

14. r non gli conoscea; ma e' seguette. 

Come suol seguitar per alcun caso. 
Che r un nomare all' altro convenette, 

15. Dicendo : — Cianfa dove fia rimaso ? — 

Per eh' io, acciò che '1 duca stesse attento, 
Mi posi '1 dito su dal mento al naso. 



(SD Caco. .Ea., WUiJampri- 
mum saxis suspensam hanc adspice 
rupem... Ilic speluncafuit... Serniho- 
viiniS'Caci facies quamdira tenebat, 
Solii inacce nani raditi, semperque 
recenti Caede tcpcbat humus —Sas- 
so. Della preda dL Caco, Virfjdio: 
Saxo occultibat opaco (.Ea., Vili). 
-^Acentino Ma., Vili: Lustrai Aoen' 
tinimontem.Ov. Fase, l: CicusAoen- 
tinae timor atque infamia silo ae. Ne 
parla anco Boezio, leilo da Dante. 

10. (L) Fratei: co'Gentauri nella 
bolgia de'tiranni. — Armento {<i'Ec~ 
cole). Ne rubò Caco oito capi. 

{SDFratei ln( ,XU. — Grande. 
Ma.., Vili: Alcidesaderat, tauro sque 
hac Victor agebat Ingentes ; vallem- 
que booes amnemque tenebjLnt. 

11. (L) Biece: perverse. — Cento: 
percosse per l'ira. 

(SL) Biece. Arios. , XXIX, 12: 
Atto bieco (lo stupro). Biece per bieche 
nelle lettere di Gulttone. — Mazza. 
Virgilio lo fa morire strozzato; Ovi- 
dio sotto la clava. Ma., Vili : Desu- 
per Alcides telis prernit; omniaque 
arma Advocat, elramis vaUisquemo- 
laribus instai... Ripit arma manu , 
nodisque gravaturn Robur... Corripit 
in nodum complexus.— Diece. Reg. I, 
XXVI, 8 : Perfodiam eum lancea in 



terra semel, et secundum opus non 
erit. Tante gliene diede , preso ''o- 
m'era dall'ira: Fernius ira.... Fu- 
rens animis... Furiisexarserat atro . 
Felle dolor (Mu.^YìU). 

(F) Biece. Bieco in Dante è con- 
trario di giudo, e nello Monarchia de- 
llnisce la giustizia: Reclitudosioere' 
gula, obliquum hinc inde abjiciens. 
Soni.: Obtiquilas et deflexio animae 
a Lege Dei, 

12 ( L) Sotto: i due Poeti erano sul* 
l'argine 

(SL) Trascorse. Virgilio^ di Ca- 
co: Fugit ilicet ocuor Euro {Ma., 
Vili). 

13 (L) Gridar : a noi. — Novella: 
discorso. — Pvu'e: solo. 

(aL) Nocella, la questo senso è 
nel Boccaccio, come favellare da fa- 
bula. — Pare. Erano Fiorentini di 
famiglie note: però Dante li guarda 
si attento. 

14. (L) Seguelte : segui. — Segui- 
tar : avvenire. — Convenette : con- 
venne. 

(SL) Seguelte. Par., IX, t. 8. — 
Convenette. Cosi venette e venilte. 

15. (L) Dove, mutato nel serpe di 
sei piedi... . ^ 

(SL) Cianfa: Donati, della fa- 
miglia della moglie di Dante : forse 



CANTO XXV. 2S5 



16. Se tu se' or, lettore, al creder lento 

Ciò eh' io dirò, non sarà maraviglia ; 
Che io che '1 vidi, appena il mi consento. 

17. Com' io tenea levate in lor le ciglia, 

E un serpente con sei pie si lancia 
Dinnanzi all' uno, e tutto a lui s' appiglia. 

18. Co' piò di mezzo gli avvinse la pancia, 

E con gli anterior' le braccia prese ; 

Poi gli addentò e 1' una e 1' altra guancia. 

19. Gli diretani alle coscio distese, 

E misegli la coda tr' amendue, 
E dietro per le ren' su la ritese. 

20. Ellera abbarbicata mai non fue 

Ad alber sì, come 1' orribil fiera 

Per l'altrui membra avviticchiò le sue. 

21. Poi s' appiccar, come di calda cera 

Fossero stati ; e mischiar lor colore : 

Nò r un né r altro già parea quel eh' era: 

22. Come procede, innanzi dall' ardore. 

Per lo papiro suso, un color bruno; 

Che non è nero ancora, e '1 bianco muore. 

rubò ne' pabblioi uffìzi!. — Dove, gote col morso. Biagioli: i ladri si 

T. 17. — Poh. Ovid. Met., IX: Bigi- assaltano fra loro, 

toque silenlia suadel. Jav., l: Digito 19. Gli piprli di dietro: 

compesce labellum. (SL) Gli: Ariosto: Gli deretan' 

16. (L) Consento: credo. ginocchi. — Rilese. Di Gerione, die 
(F) Consento. Dante, Rime: Il lia il fusto di serpente, Inf., XVII •- 

suo aspetto giova' A consentir ciò che ii coda .. tesa, come aìiguilla mosse, 

par maraviQlia. Ed é bello riporre 20. (SL) Ellera Horat. Epod., XV, 

Ja fede in un sentimento, in un con- 5: Arclius atque hedera procera ad- 

senso dell'anima coi vero. stringiturilex. Leniti adhaerensbra- 

17. (L) Levate: inarcate guardando chiii. Arios: Né co>ì strettamente el- 
giù,— Uìio: Agnolo Bruneliesohi. lera preme Pianta no' intorno abbar- 

(SL) E Modo virgiliano comune bicata s'abbia. — Orribile. Virgilio, 

in Toscana Georg., l: Si brachia forte di Proteo che sì trasforma : ìlorribi- 

rendsit, Alqueillamin praeceps prò- lem feram,. - Fiet... subito sus horri- 

no rapitalopus amni — Lancia. Lu- dm.... Squamoiusque draco (Georg., 

can., IX: Ecce procul saevm sti-rili IV). 

se robore trunci Tonit , et immisit 22. (L) Innanzi: prima che arda. 
{Jaculwn vocat Africa) serpetis; Per- (SL) Papiro. Crescenzio, VI, 

que caput Panili Iramactociue lem- 93: Elba bianca che .si metteva per 

pora lauit. Nili bi virus agii: rapidi lucignolo in lampone e in lucerne, e 

cum vulture fatum. — Tutto. JEii., era una specie di giunco, spugnosa e 

M: Curpora... serpens amplexus. ... poioso. S. Pauiin de nat. Fel , 111: 

Iniplicat. Lumina ceralis adolentur odora pa- 

18. (SL) Addentò. JEa.tU: Miseros pyris. 

morsa depascitur artus. Tanto era (F) Muore. Arist. Fis , Vili : Mi- 

grando da «prendergli entrambe le bum cum ortum est..., cum interiit. 



286 , INFERNO 



23. Gli altri duo riguardavano; e ciascuno 

Gridava : — me, Agnèl, come ti muti ! 
Vedi che già non se' né duo né uno. — 

24. Già eran li duo capi un divenuti, 

Quando n' apparver duo figure miste 
In una faccia, ov' eran duo perduti. 

25. Férsi le braccia duo di quattro liste : 

Le cosce, con le gambe, il ventre e '1 casso, 
Divenner membra che non fur mai viste. 

26. Ogni primaio aspetto ivi era casso : 

Due e nessun V iraagìne perversa 
Parca: e tal sen già con lento passo. 

27. Come '1 ramarro, sotto la gran fersa 

Ne' dì canicular', cangiando siepe, 
Folgore par se la via attraversa; 

28. Così parea, venendo verso l'epe 

Degli altri due, un serpentello acceso. 
Livido e nero come gran di pepe. 

29. E quella parte donde prima è preso 

Nostro alimento, all' un di lor trafisse: 
Poi cadde giuso, innanzi lui, disteso. 

30. Lo trafitto il mirò ; ma nulla disse : 

Anzi, co' pie fermati, sbadigliava. 

Pur come sonno o febbre l' assalisse. 

Erit aut simul album et non album dìcaniculari. — Siepe, liac^ II: Nunc 
et ens omninn atque non ens simul virides eliam occultant spineta la- 
esse neeesse est. cerlos.^ Folgore. Orazio d'una serpe 

23. (L) me- Oimé. — Agnèl. A- che attraversala via: Si per obiigmt/n, 
gnolo, Agnolello. simili^ sagittae . Terruit mannos 

(SL) Come. Ov. Met., IV: Cad- (Carm., IH, 27). 

me, quid hoc ? ubi pes ? ubi sunt hu- 28. (L) Epe : pancia. — Acceso - in- 

merique manusque? Et color, et fa- furialo. 

cies, et, dumloquor,omnia? — Uno: (SL) Acceìo. Armann. : A nuo- 

Lucan,, VI: Nouduni facies viventit cere più acced. 

in ilio, Jam morientii erat... 29 (L) Ptirfe; bBllico. — I/ft:Baoso 

24. (L) Perduti: dana.-itl. degli Abbati. 

(SL) Perduti. Inf., Ili ; Perduta (SL) Triflise. Lucan., IX : In^o- 

genle. lilasque vidans parrò cum vulnere 

2'). (L) Fèrsi: si fecero. — Braccia mortes. - At libi, ifl"<J misera fixus 

di qut^l ch'era uomo. — Ca?so: petto, praecordia pressit Niliaca serpente 

26. (L) Primaio: di prima. — Casso: cruor. 

cancellalo. (F) Preto. Dotlrlna eli' era il 

27. (L) Fr-rsa: sferza. Avicenna e in Egidio Romilano, cir- 
(SL) Fersa. Tuttora in Toscana ca la form;i7Jone del corpo dell' uo- 

]a sfcrzadel sole. — Di. Crescenz., Il, mo. Tass) (tX, 68) e l'Ariosto. 

''20: Del mese di Luglio dinaiizi a' :]0. {S\.) Sbadigliava. In Lucano 



CANTO XXV. 



287 



31. Egli il serpente, e quei lui riguardava. 

L* un per la piaga, e l' altro per la bocca, 
Fummava forte ; e il fummo s' incontrava. 

32. Taccia Lucano ornai là dove tocca 

Del misero Sabello, e di Nasidio ; 

E attenda a udir quel eh' or si scocca. 

33. Taccia di Cadmo e d' Aretusa Ovidio : 

Che, se quello 'u serpente, e quella in fonte 
Converte poetando, i' non lo invidio : 

34. Che duo nature mai a fronte a fronte 

Non trasmutò sì eh' amendue le forme 
A cambiar Jor materie fosser pronte. 

35. Insieme si risposero a tai norme, 

Che il serpente la coda in forca fesse, 
E '1 feruto ristrinse insieme l'orme. 

36. Le gambe con le cosce seco stesse 

S' appiccar sì che 'n poco la giuntura 
Non facea segno alcun che si paresse, 

37. Togliea la coda fessa la figura 

Che si perdeva là : e la sua pelle 
Si facea molle; e quella di là, dura. 



(IX) è un avvelenamento sonnifero 
di serpente. 

31. (F) Fummavan. Forse a deno- 
tare là caligine in cui s'avvolgono l 
ladri. Lucan.. IX : Traclique via fil- 
mante Chelyiri. 

3-2. (L) Scocca : esprime. 

(SL) Sabdlo. Lucan., IX : Mise- 
rique incrure Sxbelli Seps stetitexi- 
gnus, quem fixo dente tenacem... 
Parla dell'esercito di Catone ne' de- 
serti di Libia : quivi morì anche Nasi- 
dio Sabello mori sfatto. Nasidio enfia- 
lo. — Scocca Purg., XXV : L'arco del 
dir. Qui denota la novità della cosa, 
che deve pungere con gli strali à'am- 
mirazione. Par., It. - Arios. , XXX, 
69 : Il pennero ha differente Tatto 
da quel che fuor la hngua scocca. 

33. (SL) Concerte. Dr^l canto di Si- 
leno, Virgilio: Tum Phaelontiadas 
mu^co circumdat amarae Corticii , 
aiqne solo proeerat erigit alnos 
(Buo. Vi). 

3i. Forme, L'uomo divien serpe . 
il serpp uomo. 

(F) Nature. Già s' intende che 



forma nel linguaggio scolastico non 
signitlca 1' esteriore contorno e ri- 
lievo e apparenza de' corpi, ma l' in- 
tima sostanza che fa essere gli og- 
getti materiali e gli oggetti spirituali 
ciascheduno nella sua specie, quello 
appunto eh' egli è Intende dunqui 
il Poeta : nelle trasformazioni can- 
tate da altri, l'una forma, pt| esem- 
pio l'anima vivente dell'uomo, pren- 
de !a materia d'animale di pianta: 
ma qui la forma dei serpente piglia 
il corpo dell'uomo, e a vicenda la 
forma dell'uomo piglia il corpo della 
serpe. Cotesto baratto subitano.cote- 
sta confusione dalla quale riesce un 
distacco sì nuovo , é la terribilità del 
mirabile ciie qui vuoisi notare. 

33. (L) Risposero: corrisposero, — 
Orme: piedi 

(SL) Orme. Mn. , V : Vestigia 
primi Albo pedis. 

36. (L) Si pareise: apparisse. 
(SL) Giuntura. Ov. Met. , IV: 

Commissaque in unum Paullatim te' 
reti sinuantur acumine crura. 

37. (L) Togliea : la coda prendeva 



288 INPERNO 



38. r vidi entrar le braccia per le ascelle; 

E i duo pie della fiera, eh' eran corti, 
Tanto allungar quanto accorciavan quelle. 

39. Poscia li pie dirietro, insieme attorti, 

Diventaron lo membro che 1' uom cela: 
E il misero, del suo, n' avea duo pòrti. 

40. Mentre che '1 fummo l'uno e l'altro vela 

Di color nuovo, e genera '1 pel suso 
Per r una parte, e. dall' altra il dipela; 

41. L'un si levò, e l'altro cadde giuso; 

Non torcendo però le lucerne empie. 
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 

42. Quel eh' era dritto, il trasse invèr le tempie ; 

E di troppa materia che in là venne. 
Uscir le orecchie delle gote scempie. 

43. Ciò che non corse indietro e si ritenne, 

Di quel soverchio fé' naso alla faccia, 
E le labbra ingrossò quanto convenne. 

44. Quel che giaceva il muso innanzi caccia; 

E le orecchie ritira per la testa. 
Come face le corna la lumaccia. 



figura di gambe. — Sua; dell'aomo. l'uomo al serpe. Ovid. Met. , IV: 

(SL) Togliea. Virg., Bue, VI: Nipraque caeruleis vaìiari corpora 

Sumere ìormai. — Dura. Ov. Mei. , gaUii. D'altra trasformazione: Et 

IV : Durataeque cuti squamai in- maciemnumeriimquepelum,nigrHìn- 

crescere senlit. D' un' altra trasfor- que colorerà Ponere ; et hvmannm 

mazione in albero: In Mognos bra~ membns inducere 1orrnam[ì>lel.., VII). 

chia ramos; In parvos diaiti; dvra- 41. (L) Lucerne: occhi. 

tur cortice pellii (Met. , X) — Per- (SL) Cidde. Ovid. Met., IV: Ut 

deva. Ov. Met.. XIII : Perdidit... ho- serpens, in longam, tenditur alcnm. . 

minis... forrnam. Lucan. , Pertunte In pectuiquc cadit pronus. — Ln- 

figura cerne. E nel Burchiello e iifìiru.<<o 
"38. (L) Bi-accii all'uomo. — Quelle: ~ toscano. Matth., VI 22 : Lucerna del 

le braccia dell'uomo. corpo tuo é !U)Cchio tuo. Gli occhi ri- 

(SL) Accorciavan. in Ovidio manevan ferini nel novello uomo, 

(Met. , V) è una trasformazione in umani nel serpe. 

lucertola, con imagini simili. 42. (L) Trasse: l'angolo facciale 

39. (L) Misero uomo. — Duo: ave- crebbe. — Gote prima scenjpi«, senza 
va due piedi di serpe. orecchi. 

40. (L) Una: al serpe fall' uomo. 43. (L) Ciò. La materia del muso 
— Dipela: l'uomo fatto serpe. di serpo, che non va negli orecchi, 

(SL) Color. Il fumo , emana- si fa naso umano, 

zlone dell'una e dell'altra natura, 4i. (L) Lumaccia: lumaca, 

dà li colore del serpe all'uomo, del- (SL) Lumaccia : G. Villani. 



CANTO XXV. 



45. E la lingua, che aveva unita, e presta, 

Prima, a parlar, si fende; e la forcuta 
Nell'altro si richiudo: e '1 fumaio resta. 

46. L' anima eh' era fiera divenuta, 

Si fugge sufohxndo per la valle: 

E l'altro dietro a lui, parlando, sputa. 

47. Poscia gli volse le novelle spalle ; 

E disse air altro : — I* vo' che Buoso corra, 
Com' ho fatt' io, carpon per questo calie. — 

48. Così vid' io la settima zavorra 

Mutare e trasmutare. E qui mi scusi 
La novità, se fior la lingua abborra. 

49. E avvegna che gli occhi miei confusi 

Fossero alquanto, e l'animo smagato; 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi 

50. Ch' io non scorgessi ben Puccio sciancato ; 

Ed era quei che sol, de' tre compagni 
Che venner prima, non era mutato: 
L' altro era quei che tu, Gaville, piagni. 



45. (Lì JRe'^a; cevsa. 

(SL) F'ncie. B fc-cnte crpde- 
vansì \f iifiifue de' serpi. 0^/i<1. M-ii.. 
IV : Lingud repente la partes est 
fisu'i rtuas. 

46 (L) Sputa Parlare e sputare, 
proprio «l^'Tiiomo. 

(-L) Fugge. Ovid. , Mpt. . IV: 
Jiinchiqne > uldniine ae'pnn' ; Dm^c 
in op o-tfi nenW'i* subi re la eb ai. 

— Safolan II tlst;hi<. è "t-'iaiii, 
di'P K'ifiro Ov. M^^i . IV : Q u.'iV que 
aliquo' P'ì^at edere qn-^lus S bilui. 

47. (Lì No'.elle. Prima ern -^^rte. 

— AH'O : Pnnoio sciancalo. — Buo o: 
il riuveiiu S' rfiPiile 

{S\.) Novelle Armanrilno. dei 
golosi: D'o'G in o-a mutuno loto 
forma: ma pa'Orio poct, vi lupi , 
or ari'Xih*, per di-oia'e parali 

48. (L) Zavoirn: ren»*: tlié ppr 
zavorra -i mette an<'n ^^rl^^. — Se 
fior: sp il mio lin^uapp o ^l'un pMo 
erra; non e ferm^, pie«'(sa al si lito. 

(SL» Novità. N^*ile rin"- Cd e 
ch^tiO'n von può rtlrorre Ptr lO'O 
altezza e per toro esier nuoio... E 
altrovH, : IJiite il ragiinar c/i' e nel 

Dante. Inferno:, 



mio core ; Ch' V noi so dire altrui , 
si uip'ir uuuco. — fior. liif., XXXIV. 
t 9: S' h<u r-or d' myfyno — Ab- 
bona. L'usa fazìo U: aburrisce (la 
quH.sio seii-»o sarnbbD sut;t;iuniivo , 
indi' ativo negli alifi) i (iuii del dire : 
o: ubhoria si st- n le (da borra cosa 
s..vtrciii« () dapi^to^o) i>\ù che noa 
f.ii» errel b^. ;>el primo sen>o Inf. , 
XXXl t 8: NI rnagtnure aborri l 
L'iiiii A Ctro itbbontre. i.onv. . l; 
Lo liilmo wolte cose vianift'sta con- 
C'piit- ìitllji ii,enle, che il volgare 
n<n /'*. 

49 (L) Avvegna: quantunque.— 
Smagalo: smdirito. — Chiusi: na- 
scosi i. 

(SL) Smaglilo. Pur?., Illit 4. 
Sriagii>e. per dispera re vive in To- 
s'-^ri . OiPip ^^\u^■ : E^ furon n sma- 
glili Gli .'ipiiti V'iei eh?, aaicun giva 
erxtudo. ^jfi . W : In iti- a* animus 
di'Uci'.ni uii.nea — Chnisi Chiuso 
[)^r lopeilo ;iii o in pr-sa. Oli. 

50 I Li Puccio : De' (ìaìitiiii 

(sL) L'altro che feiì Ruoso , e 
tornò uomo, é Francesco Guercio o 
Guelfo Cavalcante, ucciso in Gaville, 
' 19 



290 



INFERNO 



castello dì Val d'Arno; il qual pian- 
se non la sua morte, ma ler la sua 
morte , dacché per vendetta di lui 
molti furono uccisi d' (Quegli abii.antl. 
Tre de' lioientini l^^dri ap(>Mrisfion 
dapprima: A.^nolo , Banso, Pa'-cio ; 
Agnolo domanda ov' è Gianfa : Cianfa 



in forma di ^erpe a sei piedi, viene e 
s'incurpoiM a lui Buoso, Assalito da un 
serperitnlio. che òGuercio Cavalcante, 
si trasforma in s^-r e : G'iercio in 
uomo. Il solo che non muti , gli é 
Puccio. 



Quanto ha di più fiero il secolo 
piattosto che il cuore di Dìnte, rli- 
slilla dal verso: Mi fur le serp' ami- 
che E queste paf-ole sono tìero com 
mento ai suoi atti, del coli^-tr^^'"-'' per 
alcun tempo a malvagi e i scempi , 
e dell'invocare '• ' >/.< stumirira. 
Alle italiche don ic fi' o imuiaitìo 

Tra i più i-'oieuii versi del Canio, 



sono : Che non potei con esse dare 
un crollo, — Lo trafitto ti mirò, ma 
nulla disse ^èda questo e dagli al- 
l' l ''OSI fortprafule lem orati , sgna- 
gliano al spnlire mio, quagli schiet- 
ti; lo non gli conoscpa: ma e' ve* 
iwtte C'irne mot seguitar per al- 
ci'» caso Ch^ Vuìi nomare aW altro 
convenette. 



CANTO XXV. 



291 



ERCOLE, CACO, I SERPENTI. 



Caco, cpnlauro, è messo a punire non già con saette i tiranni, ma 
i ladri, affuocandoli con un drago ch'egli tia dalle spalle, tutte orride 
di serpenti. \ù questo perché il ladro d'Ercole é dipinto da Virgilio 
come mostro violento in>iejie e frodolento: ne quid inaasum Aut iìi- 
tentalum scelerisve dolioe fuisset il-. Caco figliuolo di Vulcano, si di- 
fese da Ercole per alcun temp), riemijiendo la caverna di fiamme e 
di fumo: onde il drago che U.inte gli mette dietro le spalle corri- 
sponde al virgiliano atros ore vomsns igruis 2/ e alTimagitie dell'elmo 
di Turno con la chimera: efflanti^m faiieibus iynes : Taiti magis illa 
fremens , et tristibus effera (lammis , Quam magis effuso crnde- 
scunt sanguine pagare (3;. Della Medusa del V^inci, il Vasari con po- 
tente parola: aooelenaoa con l'alito. e faceva l'aria di fuoco. 

Caco e Vanni Pucci, uomo d'ire e di sangue, da' viulenti il Poetali 
caccia ne' ladri. Avrà torse trovato qualche prossimità tra il nemico 
de' Bianchi e il nemico di qnell' Vlcide che vnnìam in Italia ospite al 
padre di Fallante, all'alleato d'Enea, congiunto anch'esso ai destini 
dell'italico impero. Tanto più che. Ovidio citato da un del trecento 
inedito, accenna come taluni de' seguaci di Ercole rimasero ad abitare 
dov'è oggi Roma, partendosi Ercole poich'ebbe mirto Caco. Cosi Vir- 
gilio. Il Rossetti vede in Caco quel Giovanni fratello di BobrTO re di 
Napoli, guelfo ardito che Ccesarem cojitinuis contameliis vexaDat ad 
scopulum Aventini montis (cosi il Mussato); e mori alla battaglia di 
Montecatini. 

Ma senza questo, Ercole che veniva di Spagna in Italia maximus 
ultor Tergemini nece Genjonis spoliisque superbus (4), vincitore cioè 
di quel mostro in cui Dante simboleggia la frode ; Ercole che aveva 
combattuti i centauri (5;; Ercole che aveva tentato il viaggio de' re- 
gni d'Inferno, che aveva spento il leone nemeo, altro simbolo politico 
del nostro Poeta al cui viaggio contrasta fra le altre lìere un leone; 
Ercole che in culla schiaccia i serpenti avventatigli da Giunone nemi- 
ca; e che aveva per l'odio d'essa dea sostenuti duros mille labores 
Rege sub Cnrystheo (6>, doveva tanto più pensatamente esser qui ram- 
mentato, che Giunone essendo insieme nemica e a Troia e ad Ercole 

(1) ^1)., VII! I-iaamm pace si rechi (3) J£.^\., VII, 
a sceler>.t, intcntittcn a 'tuli. E il Ciro (4) Eì., Vili. 

con la soppabboiulanzi-iolira; Cric»/a- (5) Viij;ito, nelI'VIlI dell' Eneide, 

dron feroce e farut^o U'oijin msfuto e noiniua tra gli altri, puluiulo d' Efco- 

d'ogiii '(celleriizit. Ariti t e frodìfeuto le, appunto qu.'l Kolo che Dante ram- 

execttlore Quadro tori involonne e quat- menta noi XII doirinferjJO. 

tro vacche. (6) yEn., VIII. 

(2) ^n., TIII. 



292 INFERNO 



distruggitore di Troia, sarà parso a Dante d'esercitare anclie in que- 
sta allusione q«iel!a sua certa ,equità politica, della quale egli dà saggi 
strani ma pur generosi. \(in però ch'egli non potesse col pensiero 
anche accennare a quel titolo che Virgilio ad Krcole dà di maximus 
ultor; e che consuona col tiero verso avventalo a guisa di ser[)e con- 
tro il besiemmiaiore Pucci : Da indi in qua mi far le serpi amiche. 
Sempre severo agl'insultatori di Dio, e a tutti i rei di delitto religio- 
so, il PotHa 1). Ed Ercole in Virgilio é concetto religioso insieme e 
civile: che Evandro ad Enea fa notare, la sua festa non essere vana 
superstitio, vet-rumque ignara Deorum (2), ma riconoscimento di sal- 
vezza ottenuta da crudeli pericoli. E quel chiamare Ercole </iO comune 
a'Troiani ed a'Greci. siccome piaceva a Virgilio, conciliatore delle 
due civiltà e per istudio e per istinto, doveva piacere in certi suoi 
risppiti anco a Dante: il quale poi nel vedere i sacerdoti d'Ercole 
venuti d'Arcadia in Itali» pellibus in morem cmcti (3, avrà vagheg- 
giati» in fantasia V atto Bellincioae cinto di caco e d'osso (4); ch'era 
una specie d'Arcadia politica sognata dal nostro Poeta. 

l serpenti, non senza perchè, sono dati tormento a' larlri. Cipriano: 
Iriimicus quum lalenier surripit faUens, occaltis accessibitx serpit. Co- 
me la serpe, così il ladro, dice 1' Anonimo, sofi nemici di'lV mtmo na- 
scosti. E' si frovf.no aver legale le mani e le brac,cìà per averne fatto 
mal uso. Bene le serpi striscianti S(jn pena del vile delitto, (^osì nella 
Genesi, il tentatore che di furio sedusse, é con<lannaio a strisciarsi 
sulle proprie spoglie, e mangiare la polvere: co-^i ne' Salmi 5 : Ini- 
mici ejus terrant lingent. In una visione pagana un tiranno è tagliato 
in Inferno a foggia di vipera 6. E la rena feconda di serpenti e ste- 
rile d'ogni altra vita, rammenta non solo le gocciole che il verso di 
Lucano spreme dalla Gorgone a sìilla a stilla, ma e le parole di Ge- 
remia: Dabo Jerusalem in acervos are'nce, et cnbdia draconum (7). 

Forse creando il suo Inferno, Dante aveva al pensiero P Ecclesiasti- 
co 8 : Ignis (9, grando (lOi, fames (11), et mors; omniahcec a' vin- 
dictam (12) creata sunt. Bestiaru >i dentes (13 , et scorpii (U) et ser- 
pentes et romphcea 15 vindirans in cxterminium impios. Poi «16): 
MorSj sanguis (17), contentio -18 , et romphcea, oppressiones (19), fa- 
mes. et conlrilio, et flagella (20) ; super in.quos creata sunt hcec omnia. 
In que' passi dove rappresentasi il verme come punitore de' reprobi: 
Dabit.... ignpm, et vermes in carnes eornm (21'. Vindi-cta carms im- 
pii, ignis, et vermis 22 intendesi non solo il rimorso della coscienza, 
il qual nasce dalla, putredine <iel peccato, e affligge l'anima, siccome 
il verme nato di putredine affligge pungendo (23»; ma (juesta imagine 
si reca a quella altresì de' serpenti e d'ogni fiera orribile; dacché Cer- 

(t) l.if., X. XIV, XIX, XXVII. Qiuxtizia (h' Dio, quanto è seirv. Che 

(2) JEiì .Vili. Culai col/ie, per »• iifiei'a. crn<c>al 

(3) Ivi. (13) Inf , VI XIII. XXX, XXXIV. 

(4) Par., XV, XVI. (14) liif., XVII Gerioue ha coda di 

(5) Psal , LXXI, 9. scorpi.. m». 

(6) Pini., Sera Aitryj. vind. (15) I .f.. XXVIII. 

(7) IX 11. ( «) Ec.lì . XI. 9,10. 
(S) XXXIX. 35. 3fi. (»7) Inf, XII. XIV. 

(9 l..f Vili, X. XIV, XV, XVI, XVII, (18) Inf. XXX. 

XIX XXVI (19) I.f. XXIII. 

(10)1 f.. VI (<20) luf, XVIII. 

(It)Iiif, XXXII XXXIII. (21) Ju'litli.XVI, 21. 

(12) Inf, XIV: O/è roiiletia 'li Da. (22)Eccl.., VII. 19. 

quanto tu dèì'Jìsser temuta l XXIV : Oh (23) Aug., de Civ. Dei, XX< 



CANTO XXV. 293 



bero è detto il gran vermo (1), e Luf^ifero nella visione dWlberico 
COSI come in quella (li Dante, il vermo reo che il mondo fora; e nel 
Salmo (2) la balena è dragone. 

Amos: Mordeat eum coluber (3). - Mandabo serpenti et mordebit 
eos (4). Gregorio (5): Cauda sua mea genua pedesque rolligavit , 
caput suum intra os m um mittens^ spiritum nieum ebibens extrahit (6). 
Armannino deijrr invidiosi : Di corpo esce loro un nero serpente, il 
quale si rivolge loro intorno, insino alla bocca: quivi morde loro gli 
occhi e poi la lingua, e poi ritorna al cuore, e quello gli passa col 
forte aguglio. Queste ima?:ini illustrano le dantesche: e così qupll' ac- 
cendersi di Vanni Pucci al morso del serpente, e ardere , e farsi ce- 
nere a un tratto, e poi la cenere raccogliersi e rifarsi uomo, e questo 
continuo rivivere per di nuovo morire , è idea che ha forse il suo 
germe nel passo d' Ezechi'^le: Producavi. ... ignem de medio tui , qui 
comedat te, et dabo te in cinerem super terram in conspectu omnium 
videntinm te (7); e in quel di Lucano: Hoc et fiamma potest. Sed 
quis rogus abstulit ossa? Hobc quoque disc edunt, pntresque secuta me- 
dullas Nulla manere sinunt rapidi vestig a f ti -S). E cosi forse il 
dissolversi de' due dannali al tocco l'un dell'altro e appiccicarsi e 
confondersi gli sarà venuto da quel di Lucano: Ossaque dissolvens 
cum rorpore tahificus Seps (9). r<é Dante dimenticava , insieme col 
Jaculo di Lucano, che si slancia e porta passando la morte, il ser- 
pente che Aletto avventa in seno ad Amata: Huic Dea caeruleis unum 
de crinibus angucm Conjirit, inque sinus praecordia ad intima subdit: 
Quo furibunda domum rnondro permisceat omnem. lite, inler vpstes 
et laevia pectora lapsus, VolvUur attaclu nullo , fallitqne furentem , 
Viperenm inspirans animnm: fit tori le collo Aurum ingens coluber, 
fit longae taenia vittae, InnectUque comas, et membris lubricus errai. 
Ac dum prima lues udo sub'apsa veneno Pertentnt sensus, atque os- 
sibus implirat igncni HO)...; dove segnatamente le parole vipeream in- 
spirans animam con quel di Gregorio spiritum meum ebibens extrahit 
lo potevano condurre all'idea della orribile trasformazione di serpente 
in uomo e d'uomo in serpente E della mutazione in generale, anco 
della più ordinaria in quel ch'ell'abbia di misterioso, tocca Aristoiele 
con profonde parole (11). E pare ch*^ tutti i serpenti ond'é fitta l'arena 
infernale siano ladri lutti, che ad ora ad ora ritornino in uomini; e 
che col morso s'attossichino a vicenda. — L'Anonimo e Pieiro qui 
fanno una distinzione di ladri che non può e-sere tutta di loro fan- 
tasia: ve n'é, dicon essi, che rubano d'elezione alcuna co^a , l'altre 
non toccano, come il Pucci: questi al mordere del serpente, cadono 
in cenere, poi tornan uomini. C'è de' ladri che han sempre l'animo 
al furto, ma non sempre lo tentano: e questi diventrono mezzo tra 
uomini e ser|)i, dopo- morsi da quelli Ve n'é che rubano non sempre, 
ma colto il momento: e quesii d'uomini si fanno serfii, e di serpi uo- 
mini: fìnch'e'son ladri, lasciano l'umana forma, poi la riprendono. 
Altre distinzioni pongono i comentatori de' ladri complici , e mezzo 



(1) I.if., VL (8) Phnrs., IX. 

(2) Psal, CHI, 27. (9) Phars., IX. 
{3)V. 19. (IO) .Eli., ' II 



(4) IX, 3. ( i l)Aii^t. Fis.,VI: ycecsxé eat idquod 

(5) l)i;d.. XXXVin. mulfilum est,cnm pn'iiunn niutafufn est, 

(6) Dante Gli ahlenlò e l' H»a e in eo exse in qnnrl mnhtluin est. !S(i)n 
r nitro ijuancia... E misegli la coda quoliwUutur ub eo exit ex quonintalnr, 
ir'amcndnp. aut ipsum deseril. 



(7) XXVni, 48. 



294 INFERNO 



penlili: ma distinzioni troppo sottili. Certo la diirerenza della pena 
suppone d'ftVrenza di colpa. 

Il Poeia raffronta lo sue trasformazioni con le pitture di Lucano e 
d'Ovidio; e d'0\ìdio ne rammenia due die iianno qualclìe conformità 
con la sua, dico Cadmo in serpente, <■ Aretusa in fonie, clie riirae a 
qualche modo il dissolversi che fa ne' dannati la vita. Ma perché la 
pittura di Lucano corrisponde in più parli a quella di Dante, conviene 
retarla acciocché vedasi come la inusitata minuziosità nel Nostro, sia 
pur tuttavia meno reitorica che nel poeta latino. 

• • • . . . » : Misprique in crure Sabelli 

Scps stetit exiguus (1) qvem fixo (2) dente (3) tenacem (4) 
Avulsitque manu, piloque adfìxit arenae. 
Parva modo scrpens: sed qua non ulla cruentae 
Tantum mortis habet. Nam plagae proxima circuni 

Fugit rupia cutis 

Janique sinu Inxo nudum est sino corpore vulnus. 
Membra iiatant .sanie: surae fìaxere (5); sine ulto 
Tegmine poples erat: femorum quoque musculus omnis 
Liquilur, et nigra distillant inguina tabe. 
Dissiluit stringens uterum (6) membrana, fluuntque 
liscerà: nec, quantum iotO'de corpore dcbetj 
Effluit in terras: sncvum sed membra venenum 
JJecociuit (7); in minimum mors contrahit omnia virus. 
Vincula nervorunij et laterum (8) iextura, cavumque 
Pectus (9) et abslrusum fibris vitalibus omne 
Quidquid homo (10) est, operit pestis. Natura profana 
Morte palei: manant humeri fortesque acerti: 
CoUUj taputciue fìuunt. Calido non ocyus Austro 
Nix resolula cndit, ncc soletn cera (H) seqnetur . • 
Cyniphias inter j^cstes libi palma nocendi est: , 

Ertpiunt omnes animam. tu sola cadaver (12). 
Ecce subit facies leto diversa fluenti. 
Nasidium Marsi cuUorem torridus agri. 
Percussit Prester. UH rnhor (13) igneus ora 
Succenditj tendifque cutem, pereunte figura (14j 
Miscens ciincta tumor loto jam corpore major. 

A ragione Dante si scusa con la novità del sosKeito; ma la novità 
stes a apl'inorepni forti, é impulso anziché impedimento. Si noli del 
resto, come nel testo stesso della poesia Dame iniramischia una spe- 
cie (ii noie. Innanzi di cominciare: Se tu se^ or, lettore, a creder lento 
Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia; Che io che 'l vidi appena il mi 
coìisento. E poi nel mezzo: l'accia Lucano; e questa nota piglia ben 
nove A'ersi. Poi da ultimo: E qui mi scusi la novità. E così spessissi- 
mo in tutto il poema; il che non è da notare comò grande bellezza; 

(1) Serpenlello. (9) Il ventre e *l casso. 

(2) Che 'l trafisse. (IO) Ln'gmc perversa - Ne.... già pa- 
{'ò) Gli ndi/enfò. rea quel eh' c> a. 

(■4) Eltcra abbarbicala mai non fue (tt) Cnula cera. 
Ad albcr sì. (12) Ce-cr .. dircuis.'<e. 

(b) S'appiccar. {\'ò) Vischiiir. lor colore. 

(6) Verso l'epe. (14) Cj'iipritituio aspetto ivi era cas- 

(7) S'accpse e ar.se. so - fifcnibra che non far inai viste. 
(h) Alle cosce distese - le gambe con 

le cosce. 



CANTO XXV. 2^ 



ma dimostra che l'arte dì Dante étutt' altra da quella de' più tra'poe- 
tanti d'adesso; che l'uomo della piazza e del campo era anche l'uo- 
mo della saprreslia e della scuola; e che la paura di parere prosaico 
non Io tormenta punto, non lo f.» parere prosaico davvero e sempre. 
Ma chei-chè sia delle no'e , questa pitinra in sé slessa è di maravi- 
gliosa evidenza. F.a bellezza sta tutta nelle particolarità, che frl'inpeRni 
potenti amano, ma le sanno sreirliere: i fiacchi le ammontano e fanno 
confusione e trasiacrlio. Delle bellezze di Dante, non poche stanno nel- 
rin>istere sopra un'idea e cercare la poesia nel fondo di <iuella ; stanno 
nel riguardare il vero da vicino, e coglierlo nelle sue pieghe. 



296 INPERNO 



O.A.TVTO XXVI. 



ARGOMENTO. 



Rimontano dall'argine al ponte; giacché la tenta del 
ponte fa un rialzo ^idVargine e giungono sopra /a nona 
bolgia, di que' che la frode esercitarono in cose di guerra. 
E questi vanno ravvolti in un'i fiamma che si muove con 
loro: a significare dice Pietro, che i tr'sii consit/li sono 
faville d' incendio, Vengono insieme Ulisse e Diomede , 
uniti a opera frodolenta quando tolsero il Palladio di 
Troia quand' feltrarono notturni nel campo nemico, Ulisse 
narra della sua fine. 

Nota le terzine 1, 2, .4 ; 6 alla 15 ; 19, 20, 25, 27, 29, 30, 32,33, 3i, 
39, 40, 41, 43, 45, 47. 

1. iJodi, Firenze, poi che se' sì grande 

Che per mare e per terra batti V ali, 
E per lo 'nferno il tuo nome si spande. 

2. Tra gli ladrond' trovai cinque cotali 

Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna, 
E tu in grande onranza non ne sali. 

3. Ma (se presso al mattin del ver si sogna) 

Tu sentirai, di qua da picciol tempo, 

Di quel che Prato, non eh' altri, t'agogna: 

1. (SD Ah". Ennio: VitUlo viou' rovina mi idiaJe del ponte alla Car- 

per ora virum Vera !a lui»': q-iiuili rajs all'in'vnilio di iiiiiles^-nect-nto 

l'ironia pù nm.iia Bt^nv :lFiuten- fus--, alle dis-.ordie de'Bi mchi « de' 

tini corrono qua^t per tulio ti tnonao N-ri. di lì a po-o avvpnnie. E f<»rse 

in mfire e in lena. a<wnna a' m • i avvenire più lerri- 

2 (SL) Sili Ci'. Oi-at : Propter bili hih'oi*.. Vi.s/iiio, in senso di ini- 
qnef» a-ccnait in tantum honorem r\ *<'Cìa : Rex ip^e La'inus .. . s<'?i'ia< 
eluquentta. (ì-Em., Vii. — D: l'ir., VI: 'L Nil 

(K) L'idron'' J^'-., XLVIII. 27: cahio senli^^ nel auolo. — [Prato. 

Fu in lini ione Israele to /.e Vacf.S'ii Vili , Vili 70. 71 ] 

rìtrora'o tril-^tri. (l^ S>uni. Purcr., IX Era fd è 

3 'Li Se: se i ai'fì nrp<:pntinfìenti onin'i>n^' dt l vok". Ov.. H'^r. , XlX: 
non nj' tii^aiintno. — J)iquadn:UA. Sub Au'O'afft... Sonini'i quo cenii 
— Quei; del male. — iVufo, oppres- tempore cera solent. Djnie sojnava 
sa già da Firenze. continuo la pena della parte nemica, 

(SL) Smlirai. Accenna forse alla 



CANTO XXVI. 



29': 



4. E, se già fosse, non saria per tempo. 

Così tbss'ei dacché pure esser dee! 

Che più mi graverà com' più m' attempo. 

5. Noi ci partimmo : e su per le scalèe 

Che n' avean fatte i borni a scender pria, 
Rimontò '1 duca mio, e trasse mee. 

6. E, proseguendo la solinga via 

Tra le schegge e tra' rocchi dello scoglio, 
Lo pie sanza la man non si spedia. 

7. Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio 

Quando drizzo la meiiie a ciò eh' io vidi; 
E più lo ingt^gno affreno eh' i' non soglio, 

8. Perchè non corra che virtù noi guidi: 

Sì che, se stella buona o miglior cosa 

M' ha data '1 ben, eh' io stesso no '1 m' invidi. 

9. Quante il villan, eh' al poggio si riposa 

(Nel tempo che colui che 'ì mondo schiara, 
La faccia sua a noi tien meno ascosa. 



4. (L) Per tempo ; tropno presto. 

— Più: uiù invecctiioe più lo vedrò 
con iJolor*^. 

{-D Per tempo Petr : Il del 
m'(i<ip<'tta: a voi pana per te'r-po. 

— Co'n' p^r conte sin'Ui il Pr-ti irca. 

— Af'iempo. Pnrr : Q<ie4a <pe>anza . 
Or ien n,ancando e troppo in dei 
m'attempo. 

(F) Com'. N^I XX dfl Pn-s^ o- 
rJo di'"'^ iiii'aniin ■ : Qu ■n'io sa ó io 
lido A vp.'ier la Vìntit'? .. - Più 
tarila é. la penu^ fi i-e V^.l^^rio Massi- 
mo, e pili g-ace pio • b'i Ooiit^ pr^ga 
sia jronia Der<'hè où leen^ra Is. [, 
14: Jht.. vi H Lahoraisutinens. 
5 (L) Boni; tmssi siiorif»nti ira 
l'argine e 1 ponte. — Rimontò sul- 
l'arginp. — M^e : mp, 

{SD Borni N-^l francese ftorwes, 
qne' sassi o rn-itiorti ^he sporsuii dal 
mufo o per ad1entellat!i o per difen- 
dere nt'\\>^ stradt^ la muraglia e ì pas- 
santi d II' urto dn'f-arii o .cimile La 
radice or denota altezza di sasso o 
d'altro 

fi- (L) Schegge: minori de'ro:chi. 

— Min: carponi. 



(SU Man. Pnrg,, IV: E piedi e 
min' role a il <uol di aotto. 

7. {L) RiJoglio. Middlsjodi nuovo. 
Teme d'r. bucare' l' in^^egno pensando 
la pnna de' fntdolenti 

8 (L' Co^a: grazia divina. — i5i'tn- 
vidi : ! .|'-'a a me ste^«'> 

(F) Stdla lnf.,XV. t. 19; Par., 
XXIf, i. :ìS Vita nuova : Tutti e nore 
i C'cli a Pipano opf<ato n Ila gene- 
r-ziune di li. — la iti JE v. Vili: 
M fu .. ^cneclusì Inni'tci i-.peiiii •• - 
Xl : Inri-UtìO' tana mihi.^ :■•}'. XIV: 
6: Chi insidia a sé <'e<>o, non e' e 
cosa f,i>i raUva di contai Paulin., 
E(t XXXii : Non 4i -i t.e ^tp< o in- 
dio e acaro delle coie die Dio fece 
tue 

9. (L) Quante: quante lur-ciole 
vede il vdl.no 1^1 poifsin nplla v«lle, 
di rtaie — Colui; il sole. — Moio : 

le notti Sorxt u'il l'orto, 

(SD Coìui Pur^., XXIll: La 
suora di fofui (E 'l Sol vos'rni). 

(?) TeiTipo. [ Ani. 1 Sulh ui^^tà 
di giugno; avuto riguardo al tempo 
dtl sols[izio estivo col principio dei 
secolo MV. 



298 INFERNO 



10. Como la mosca cede alla zanzara), 

Vede lucciole giù per la vallèa. 
Forse colà dove vendemmia od ara; 

11. Di tante fiamme tutta risphnlea 

L' ottava bolgia ; sì com' io m' accorsi 
Tosto che fui là 've '1 fondo parca. 

12. E qual colui che si vengiò con gli orsi, 

Vide '1 carro d' Elia, al dipartire, 
Quando i cavalli al cielo erti levórsi, , 

13. Che noi potea sì con gli occhi seguire, 

Che vedess' altro che la fiamma sola, 
Sì come nuvoletta, in su salire; 

14. Tal si movea ciascuna per la gola 

Del fosso: che nessuna mostra il furto, 
E ogni fiamma un peccatore invola. 

15. r stava sovra '1 ponte, a veder, surto, 

Sì che, s' i' non avessi un ronchion preso, 
Caduto sarei giti senza esser urto. 

16. E '1 duca, che mi vide tanto atteso, 

Disse : — Dentro da' fuochi son gli spirti : 
Ciascun si fascia di quel eh' egli è inceso. — 

10. (L) Zanzira: di notte. ii^a., Vili: OculUque seqwin^ur tui- 
(SL) Ccif. G-ors-. \: A'iver^o veream nubem.. — Nucoletln [ C. ] 

cedens O^tnis orxi tt astro -^ Ara. A'-i , [, 9: Nube.-i smceptl eum ab 

h-^ f!ue prin-ipnli Oi)eiv d-l couiva- oculi$ eoru<u Nella Vda Nuova: Una 

re. J«r., XLV[!I, 32: i'* l>ia messe e nebuleita bianchissima 

la' iui' vendemmia predarono (F) Salir,', Retr., IV, II, 1M2: 

(F) Lucriol-" L)i loro Aristotele Eccecurnis iyn"us et equi iynpi di- 

(M'^teor. , lì, ìli 6) viserunt ut'U que; et asceniit Elias 

11. ìL) Là : sul ponte. — Parea : per turbineni in caelnm. EUseui au- 
appariva. ^^'^* videbat, et clamabat .. Et non vi- 

(SL) lìi^plendea. iEn.,Xl : Un- dit eum amplius. 

diqne vasti Certatim crebris coline nt U {L) Ciasctma: fiamma. — /n- 

iqnibnf agri. - Lucet 'ia longo Or- vola: cola iti sé. 

dine hammjirnm ; ellate aiscriminat (SL) Furto. Ma., IV: Abscon- 

aaros ^^*'^ turto .. fugam. -^ Inrola. Ben- 

42 (L)Cofni.- Eliseo, discepolo d' E- tivo-ilio : Può restar dubbio se più 

jia. — Vengiò : vomWcò , punì l'In- grande si-i lo spazio che dalle arque 

giuria de' giovanelli crudeli alla vec- ticn rubalo alla terra o dalla terra 

chiala. — L'JtoVsi/ si levarono. all-^acqu>'.. ,. . j. 

(SL) Leoórsi. Inf., XXXilI. i^ (L. Surto: iQ punta di i ledi. 

(F) Orsi, l fan'.iulli ' tie Kriiìa- — Ronchion: masso. — Uro: ur- 

vano a Eliseo': a^ccnie cal'-e, furono tato. ,, . ,„ , , 

sbranali dauMi c-sl iReg., IV II, 23). (iL) Urto. Troro per trovatole 

— Carro Rej? , IV, VI 17: Muns pie- altri a mill^, vivi nell'uso toscano. 

nus eqiioruni et carruum iun'orum. iG. (L) AUeso : allerto. — Di : quel 

43. (SL) Seguire. Crescenzio, I, 5 : fuoco che l'arde. 

Che gli occhi non possono seguire. ~ (r) tasaa. Aug., deCivU. Dei 



CATsTO XXVI. 



299 



17. — Maestro mio (risposi), per udirti 

Son io più certo : ma già m'era avviso 
Che cosi fosse; e già voleva dirti: 

18. Chi è 'n quel fuoco che vien si diviso 

Di sopra, che par surger della pira 
Ov' Eteócle col fratel fu miso? — 
19. Risposemi: — Là entro si martira 
Ulisse e Diomede: e così 'nsieme 
Alla vendetta corron, come all' ira. 

20. E dentro dalla lor fiamma si geme 

L' aguato del cavai, che fé' la porta 
Ond' uscì de' Romani il gentil seme. 

21. Piàngevisi entro l'arte perchè morta 

Deidamia ancor si duol d'Achille; 
E del Palladio pena vi si porta. — 
^2. — S' ei posson dentro da quelle faville 

Parlar (diss' io), maestro, assai ten priego 
E ripriego, che '1 priego vaglia mille. 



Anima ligatiir igni, ul accipiens ah 
eo p'ienim. Grtg. Dial IV : lyiii te- 
ndar. 

il. (L) Avviso: m' avvedevo, 0, mi 
pareva, credt^vo 

(SL) Aoviso. Lat. : }Lhi vi^um 
erat. Cresc. : È ceduu» a noi conve- 
nevole coia ^rius., X[, Il : E le fu 
avi iio es<n' poiata assai E Peir. Ir. 
dell." Famn. 

is. (I ) Pira: i dna fratPlM nemici 
s'odiavano la nio,cUe nel briio/ar de' 
cadaveri la tiainma si divìse. — Miw : 
Messo. 

(SL) Pira Stat., Xll: Ecce ite- 
rum fraires: primoì ut. conitgit ar- 
tus Ignii edax, tre<r>uere rogi, et 
novus afivena busHs Pellilur: txun- 
darU diriso ocilicpflammae lineari, l: 
Sciìifiiiiir in partes, geminoque ca- 
ca r, ine surgit, Th biìno> imitala ro- 
gos — Mi^o In Pier DUle Vigne. 
Commi .a. Hurg . VI. 

19. IL) Vendetta: pena. — Ira 
coiiiro Tmia. 

(SL) Veni^-tta\)e'r pena, far.. VL 

20 (L) Geme. Attivo. — Porta : per 
far passare il cavallo in Troia fanno 
una breccia nei mezzo, di dove po- 
scia esce Enea. 

(SL) Geme, iio., 1 : Casum gè- 



niit. — Agnato .En , II: DoUfahri- 
cator Eyeui — Cival. Virgilio fa 
scenderti dal cavallo il dtro Ulisse. 
— Porta. JIn , II ; Di' l'Umili muros 
et waenia pandirìius uihii. Porta 
p r apertura qualsiasi^, in Virgilio: 
Venti . qxui ùnta port-i numi lEo., 
I) Di quH^to parhm Dilli e Darete, 
citati da Pietro; ma quelli allerma- 
no ì Greci entrati nella città a tra- 
dimento d' Antenore e d' Enea per 
la porta che aveva ad insegna un 
cavallo. Il che contradice tioopoalle 
tradizioni virgi!iè.ne, alle quali Dante 
sempre si reca. 

21. (L) Ancor, benché morta. Achil- 
le per art« fi' Ulisse fu rapilo all'a- 
more di Deidamia, colla quale vive- 
va vestito da donna. — Palladio ra- 
pito da que' due. 

(L) Diidarrda. Deidamia nel 
XXII del Purgatorio di -e il poeta es- 
ser posta tra quelli del Limbo ; e nel 
IX tocca d' Achille trasportato da 
M'irò; e quindi tolto da Ulisse. — 
Ancor Purg. . XXII: Ei Ismene si 
triìta, Come lue. 

22. (L) Faville: v,impe sfavillanti 
(bL) Faville. Claud., Bell. Gel. 

Rapiiis ambìtsta tavillis. E in Vir 
gilio. 



3ÒÒ INFERNO 



23. Che non mi facci dell' attender niego, 

Fin che la fiamma cornuta qua vegna. 
Vedi che, del desio, vèr lei mi piego. — 

24. Ed egli a me: — La tua preghiera è degna 

Di molta lode; ed io però l'accetto. 
Ma fa che la tua lingua si sostegna: 

25. Lascia parlare a me ; eh' i' ho concetto 

Ciò che tu vuoi: eh' e' sarebbero schivi, 
Perch' ci fur Greci, forse del tuo detto, — 

26. Poi che la fiamma fu venuta quivi 

Ove parve al mio duca tempo e loco, 
In questa forma lui parlare audivi : 

27. — voi che siete duo dentro a un fuoco 

(S' i' meritai di voi mentre eh' io vissi, 
S' io meritai di voi assai o poco 

28. Quando nel mondo gli alti versi scrissi), 

Non vi movete : ma 1' un di voi dica 
Dove per lui, perduto, a morir gissi. — 

29. Lo maggior corno, della fiamma antica 

Cominciò a crollarsi mormorando, 
Pur come quella cui vento affatica. 

30. Indi, la cima qua e là menando. 

Come fosse la lingua che parlasse, 

Gittò voci di fuori, e disse : — Quando ^ 

23 (Lì ISliègo : Jitiendi. 27 (&L) Ss. ^En ,,IV: Si bene quid 

24. iL) S-jstegna: s'astenga dal de te, ■>■ e "i 

dire. (P) Meritai. Non seniore Vlr- 

(SL) Lo'le Vdler parlare a no- p:ilio p ri.i odiusamenre di loro; a 

mìni tal , e sentir d^l a tìne fV \] ouni modo lì rese immortali: però 

li>se. yEfi , XI: Qan^ bonux JKnei, dh-f : aa-oi o roco. 

haud u^iipmanua pv canl.es Frusf- 28. (L) Doye : dove andò perduto 

qnilur venia — Susiegria. Era gà a morii <- 

dfMa pif^a (SL)yl^t Taf., XX: L nUawia 

'io (h) Concetto •.'m{QSQ — Stilici: trngeóii. — Gì-si, Mn . IV: Yen- 

ignari e siift.'rKisi tnm in niunte'f - Inf. , I; In ma 

(SL) Schivi. E rome Greci sn- città per vhC i regna. 

perbi, e ci.mt- temici de Ih." città da 29 ( L) Antica E an dannati da 

cui sorse l'impero die il Ghibellino dumiil'aom di'Pi'O wm". — Alfa^ 

vaghr»ifi3. t^ca. Vitìt. : Exprcct B tir, : Lfyno m 

(F) Concetto Sf^m. : Vette- tanta lenrje la luticnnte 

riore parola e ordinuti a Kignifi- (F) M iQQior . IJus-i'i era il più 

cat'p quello che si concepisce nel reo di fu d" •■ d oiù n«>'ninito 

cuore 30. (.-L) GiUò. Bue , V : Vocct . . . 

^G. (SL) Audivi. Dante da Maiano : jactant. Dante, Hime:. .So>j)ir di' io 

Andito. Conv. . Audi per odi. Purg., gitlo. 

Xll : Givi slM&ì. (F) i>is»c. Drjrete , tradotto da 



CANTO XXVI. 



301 



31. Mi diparti' da Circe (che sottrasse 

Me più d' un anno là presso a Gaeta, 
Prima che sì Enea la nominasse); 

32. Né dolcezza di figlio, né la pietà 

Del vecchio padre, ne '1 debito amore 
Lo qual dovea Penelope far lieta, 

33. Vincer poter dentro da me l'ardore, 

Ch' i' ebbi, a divenir del mondo esperto, 
E degli vizi umani e del valore: 

34. Ma misi me per l' alto mare aperto, 

Sol con un legno, e con quella compagna 
Piccioia, dalla qual non fui deserto. 

35. L' un litò e 1' altro vidi infin la Spagna, 

Fin nel Marocco ; e V isola de' Sardi, 
E l'altre chj quel mare intorno bagna. 



un del trftf^ento, UHxes fue ricco re, 
e fue... $avio e sotUle e fu-' il più 
b''tlo P'irindore che Vuomo safse^se. 
DiO'tiKiei tue bello, yranae e formalo, 
Ot'u'^Q'^o-o e a'nO'uso. 

31 L» SitH'asse me: a' miei desti- 
ni. — Enea: la chiamò Gaéia dalla 
sua nuincH 'vi mona. 

<-L) Circe Orazio, parlando 
d' Ulisse . r.imm^nta Ciices pocnla 
(EMlst.,1,2. DMlir.H, Virsfilinnel VII 
dt-ll' tónei'ie. — Sotlraise '.o<ì asso 
luto é nella ^apiffiza : Non... >(ub- 
tr ihet fip.r-ioiiatii cuja>iqu'i>ii Deus ( VI, 
8). — P>in,a Ov M-i. XiV : lilora 
a \t rion'iu-i. nvt tris- hnb>nlia no 
rr,en — Enea /Eii., VII: Ta quoque 
W'o ibus nolr'i, Mnn -^ nutnx. 
jE'rnim n,0't>»is tu>'an Ciitna, 
ae<ii ti: Et nunc <ervat hnno^ seiem 
tuu>i;o- aqne no'i.ea. . ^tyn'd. 

32.(LjPif'a .' nmpassinneriv^ reptp. 
(>L) Dolcezza Mn , IV: Nec 
dulce^ na'oi Venerii nec prae-ni i no ■ 
ris. NuMiina li'iijn il liirl o, indi il 
padre, n'tim» U moarl e ; -ornH V r- 
giiiii : A^C'ininm p tremque nieum^ 
jHXlaqn^ C 'U<a'>i(.Ef( li) — Pifia 
M<* X\\. M 'e-er puniti Linunei 
- IX ■ A'-i iiii'n nulli e ^tnn.rit. pi", 
talis imago — DbHo. Ovid. Her., l : 
T-e< mmu: ioihflh-.-i numero: s>m 
vinb'ii ujcoo Lierte.que scnex, Te- 
UmQChUiqu9 patr. 



(F) Piéla. Tasso, Vili, 6. Clc, 
Partii O.^if.. XX'ì: L'I giustizia 'er- 
so i)li Dei (iicesi leUyione, vena i ge- 
nitori pifla 

33. (6L) E<perto. Virgilio, in una 
parlala .siiuM^ a quella d' Ulisse ai 
comoas- i : Vo< et S lUoemi rabiem.., 
et Cyclopea saxa experli {Ma . l) 

{F' Mondo. H 'Hf. . Poet.: Qui 
more.s hominurn ihulionim vidit, et 
U'bp.^ P^ir. Tr. della Fam^: Che de- 
Sia del mondo veiier troppo. Cassio- 
duro: T'vora %% connette In patria 
la e are acciocché V vo"0 possa aC' 
qui tare se7ino Ulisse Varo, se cosi 
non aces!<e fatto, s^nza ra'ore &isa- 
■lebbe rimao — Vizii. E ci. I, M : 
L'I sci'em pnidentiam ntqne (ìoctri- 
nam., e>ìo eque et >itultUiam Ec- 
cli , XXXIX, 5: In terram aiienige- 
naiii'n geìifiun pertran let: bona.., 
et mal > in ho-"irnbu< teniabit — Va- 
lore. Con»'.: Valore è poteaiia ai na- 
turi. ovvp'O bo'-fà da quella data. 

34 (Li Ci'npugna: compagnia. — 
Duerfo: anhHcidufMto. 

(>L) Aperto ìE -., V: Pelago... 
aperto li.oig, IV:^£q(/o-m alium. 
— Co pagna Pdrvr., XXIU Arios., 
XVlIl, 39 etr. — i)e>vWù Par. XV. 

33. (L) Altro: l'Ueano e il M-di- 
terraneo. — L'altre: ^Jicilia, Corsica, 
Miijorioa< 



302 



INFERNO 



36. Io e' compagni eravam vecchi e tardi, 

Quando venimmo a quella foce stretta 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 

37. Acciocché 1' uom più oltre non si metta. 

Dalla man destra mi lassai Sibilia, 
Dall'altra già m'avea lasciata Sefta. 

38. « frati (dissi), che per cento milia 

» Perigli siete giunti all'occidente; 
» A questa tanto picciola vigilia 

39. » De' vostri sensi, eh' è del rimanente, 

» Non vogliate negar 1' esperienza, 

» Diretro al Sol, del mondo senza gente. 

40. » Considerate la vostra semenza : 

» Fatti non foste a viver come bruti, 
» Ma per seguir virtute e conoscenza, » 



36. (L) Tardi d'anni. — Foce di 
Gibilterra, — Riguardi: limiti. 

(SL) Tardi .Ed., Vili: Tivda 
pelu... seneutui S-^inint: Tardi per 
la vecchiezza. — Rigmrdi. DetU iu 
Romai^ui, noia il Feriioari, i termini 
che dividono i cim )i , o pali, o co- 
lonne lungu la via; forse a guardia 
de' limi' i. 

(F) Foce. Pietro: Procedendo 
venit ad G t.ieè innd m siloetdrci ul- 
tra Hi<piniain tn Oxidfnfiun, a qai- 
bus mare iltud diàiar G iflitanuni, 
uhi pnruo ab Od-ano n,aii linen 
apcrUur fine Baeticae prooiuciae 'n- 
rifnentK Earop m ab Africa... Ibi 
po^U't Uercideicolunma', 4gnificim- 
tea ibi evse finem ten-ae hab-t'ibi^ii, 
Sohno: Cdpe et Abyl-i tnonUbui, 
qiioi dicunt colu^r-nas Herculis. 

37. (L) Sibilla: Sivijriia. — Setta: 
Ceuta in Aficu sullo stretto. 

(SL) Sibilia: Villani. — Setta. 
Anco l'Ariosto — L'isciai /l'In., Il: 
Po<ite< .. Re isti a tergo. 

38. (L» Frili: frau'lli. — Milia: 
mille. — Picr.iola: la vita ò txeve 
vieilia alsjriiio drlla morte. AH.» viti 
che rimane non negale l'esperienza 
degli finliooril. 

(SLt Milia Dii^evasl allora. Pi- 
radiso, XXVl. Per num^^ro in.leler- 
minato. Psal., XG, 7 : Cadeni a la- 
tere tuo milieu et dccern miilia a dex- 
tri$ tuis ; ad te autem non appro- 



pinquabit. — Perigli Luoan.^ I : Bel- 
lorant, , odi , qui »,iUe pencula 
M irlts M'^.cuin , ai'., exp rti , decimo 
j irmnncitis anno — Viijilia 'Ma., I: 
sodi (n'que emm ignari itu-nus 
ante malorum) . Par rarios ca<ui, 
per tot diicrimina rerum, Teaai'fius 
in Litiam .. Barate et vosmet rebus 
servate secundi'i. 

39 (L) Diretro: oltre a dove il sol 
cad^, : seguendo il suo corso d' o- 
riente a o<'cidente 

(SLi jRtY/a/ienfe. Lat. : Reliqui 
est —• G^nte Purg., I. 

40 iL) Seiienza umana. — ConO' 
scenza: scieaza 

(-L) Semenza- AZn., Vili : 
sale g^nte Dsitm — F itti Vtice bi- 
blica. — Conoicenza. E nel Convivio. 

(F) Bruti. Som : GU animali 
bruti che hanno natura soltanto sen- 
sibile, non possono pervenire al fine 
della razionala natura. Cnnv. .• Vi- 
ve- e neW uomo , é, ragione usare. 
Altrove: E non si parte datVuio 
della ragione chi non ragiona ti fine 
della sua n'a. — Conoccnza Som.: 
Gli enti non cono<ccnii non hanno 
chu le forine lo>o, ma il cnnoxcente 
e nato ad ave' e la jorma alireù di 
afro oggetto, perchè l' idea 'lei co- 
nosciuto ènei conoicente. Però la na- 
tura dell'ente couoKente è più ampia 
La forma è riilretta dalla materia ; 
onde le forme piit sono immateriali 



CANTO XXVI. 



303 



41. Li miei compagni fec' io sì acuti, 

Con questa orazion picciola, al cammino, 
Che appena, poscia, gli avrei ritenuti. 

42. E, vòlta nostra poppa nei mattino, 

De' remi facemmo ale al folle volo. 
Sempre acquistando del lato mancino. 

43. Tutte le stelle già dell' altro polo 

Vedea, la notte, e' 1 nostro, tanto basso 
Che non surgeva fuor del marin suolo. 

44. Cinque volte racceso, e tante casso 

Lo lume era di sotto dalla luna 

Poi eh' entrati eravam nell' alto passo : 



e più s'ppre^sano ad una certa infi- 
nità Però V inimateri ^lità <ìeir ente 
é la ragione dell' evser lui conoscen- 
te. Onde nel II delV \.ii\mii airefi elle 
le piante non conoscono perche ma- 
ttriali : il >eftAO econoscUico «n quan- 
to rice>:e In >peie senza materia, e 
V intelletto ancor più cono ^cente per- 
ché piii s^»? >nio dati » materia, come 
è detto ttet IlIdeW Anima. 

4.1. (L) Acuii: vo'2li'isi. 

(SD Acuti: Acuire per inro- 
gliare, JEn , VII: Quim Juno hit 
acatt ve>bis. G^'0^e , IV: Auaitique 
lupos acwmt b'ilitibus agni. 

43 (L» Mattino: verso levante. — 
Acqui<tan'to : s\ m^i\6o 

(SL»A^e/ Gpoto;.. h\ : Ore omnei 
ver<ae in Zephijium. — Volo H irat.. 
Eijod. XVI: Eiru<ca praeter et vo- 
late litlora .Eli., Ili: V>lf>rum pan- 
dimus alas. Pri'p., lib àV, Elee , VI: 
Ctasxis centenis rerrtioet ali* JEn.. Ili: 
Pelagoqìie vulamui. E l' inverso... re- 
rnigio nlnmm (^En. I). — Acquietan- 
do Purp:., IV : Par su al monte die- 
tra me acquista 

(F) M.ncino, [.\nt J II Poeta fa- 
cenio ?:inccrpré Uliss^i alle viste del 
monte de' Pur^storio, supposto sotto 
il meridiano di Gf^rusalpunue, biso- 
gnava semiire t^ntT la sini-tra, chi 
movesse da Gibilterra, fine appoggiar 
sempre a levante, quanto comporta- 
vano le coste occidentali dell' Africa, 
per riguadagnar la distanza che se- 
para le Colonne d'Ercole da Geru- 
salemme. E cosi viene a dirci anco 



la direzione di ostro levante, che do- 
vevano aver quelle coste, acciocché, 
secondandole, si avanzasse sempre a 
mancina. Quante cose in un verso! 
43. (L) Pale: antartico.— Vedea io. 
— Noslia: ariico. 

(SLi Snolo Virgilio del mare: 
Sub Ir ah'.tui que solum (iEn., V). 

(F) Talte [vili] Viene a dirci 
con mirabile esattezza astronomica, 
che Ulisse era ffin^ito alla lineaequi- 
noziaie, cioè'iir Equatore; ove alcuno 
trovandosi avrt-bne ambedue i poli 
della sfera sull'orizzonte. C»t>ì ci de- 
scrive le parvenze astronomiche, che 
dovrebbe incontrape chi da' nostri 
paesi s' indirizzasse agli antipodi no- 
stri , in virtù di qui^lla situazione 
della sfera che appellasi retta- 

44 (L) Cinque: cinque mesi dal 
nostro partire da Gades. — Casso: 
spento, 

(Sf.) Racceso. Inf. , X. Casso 
£n.. II: Lnitiine cas^nnt. 
(F) Di .sotto. [Ant.] A denotare i 
cinque m- si di navisazione d' Ulisse, 
doiio uscito dal nostro mare, ricorre 
alla fase del plendunio: e, da vero 
astronomo, accenna alfa parte luna- 
re ove t»a !uo/o il raccendimento, 
ci» è Ih parte che il nostro Satellite 
tien sempre volta alla terra. Senza 
tale determ.nazione, non noteva stare 
l'imigine del riaccenderai, giacché, 
rispetto al Sole che sempre la illu- 
mina, la luna è sempre accesa, tran- 
ne i casi d'ecclissi lunare. 



:304 



INFERNO 



45. Quando n' apparve una montagna, bruna 

Per la distanzia; e par verni alta tanto 
Quanto veduta non n'avea alcuna. 

46. Noi ci allegrammo; e tosto tornò 'n pianto; 

Che dalla nuova terra un turbo nacque, 
E percosse del legno il primo canto. 

47. Tre volte il fé' girar con tutte 1' acque ; 

Alla quarta, levar la poppa in suso, 
E la prora ire in giù, com' altrui piacque; 
Infin che '1 mar fu sopra noi richiuso. — 



45. (SL^ Appa've Mn . HI: Q>iarto 
te- ra die pri nwn yeatlollcre lauie'n 
Vi <i; afjirire prucul monie , nc voi- 
vere fumwn - Jorn ■•< e^lio apuarel 
fl'icu nu'nerosa Zucyntho>. Altri in- 
tende d'una riioiiiagna dell'Atlanti- 
co, dì cui Platone e i g«^ografì anti- 
chi: altri, e meglio, di (jiif-Ua ove 
Dante Colloca il Purs^torlo — Bruna. 
Ma , HI : Cw^i P'ocul ohuciiros col- 
lei hU'nile"'qut> viatmtis llaliam. 

46. (L) Pi imo: la prua. 



(^L^ Perco^ie. iEn., l: lagem 
a vertice pontn.< ìa fnippim. ferit. . 
ast, illam ter fluctus ibitem To>quet 
og-ns ciicurn, fJ rpiiux torni ne- 
quore ro'iex. — Crulu ^o . l: Pro^ 
ia ave» Ut, et un<iii Dit luius. 
47. <L) Al' 'Ili. Per non dire Do. 
(SL) Piacqw. M < ., Il : Siperis 
placet. - I : Sic placitum (di Giove) 
— Ri chimo Geur!;.,lV: Spumunkm 
unaam sub vertice torsit. 



-o^Qg^o- 



Abbondano In questi ultimi G^nti 
le ìmprt'cazioni;, e gli spr^ai, più fl*^ri 
se r ironia gli a<"uiscp. E i è terribile 
te^tìmnnian/.a dell' minio del Poetali 
verso che »;t renQiò con u^ or<i; dove 
non si può rome altrove, intendere 
benignamente ven^iett'i p^r p^na , 
giacché non d^^e --he Dio fe^^e ven- 
detta della irreverenza contro Eliseo, 
dice chp Eliseo stesso si vendi-ó oer 
mezzo degli oisi Veramente riompa- 
rare le fiamme infernali de' frodo- 
lenti al carro etereo del franco Pro- 
feta, non ci eadeva se non nìir 1 1 so- 
miglian'a delIVs-^ere e questo e quf^l- 
li invìsihiii aH'o'fliio d»^' riguardanti: 
ma più bella é la similitudine delle 
luf^ciole. tuttoché a'qn^nto protratta 
e involuta non so se a bello studio 
per simboleggi *re gli avvolgimenti 
della f<ode l'os rome la minutezza 
dellf» ^l'-cinle ne denoterebbe la me- 
schinità E quel '^avHlliì «'he feee la 
porti Onde vaci il gpn'H ^emeroma- 
no, nfm é de' mo li t»iù bnlli ; ma ptió 
si.-nidc^re ch^' dalle tristizie degli 
Uodiini la Provvidenza trae a' ooooli 
rinnovellamenio di gloria e di vita; 
e fa certamente otmsare che, essendo 
la Fiienaie non Fiesolana una figlia 



di Roma , e rivivendo in lei quella 
sem