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Full text of "Commento alla Divina commedia d'Anonimo Florentino del secolo XIV ora per la prima volta stampato a cura di Pietro Fanfani .."

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COLLEZIONE 



DI 



OPERE INEDITE RARE 



DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 



PUBBLICATA PER CURA 



DELIA 1. COMMISSIONE N' TESTI M LINGUA 



NELLE PROVINCIE DELL EMILIA 



BOLOGNA 

Presso Gaetano Romagnoli 

1866 



OPERE IN CORSO DI STAMPA 



Prediche inedite del B. Giordano da Rivalto, per cura del 
prof. Enrico Narducci. 

// Romuleo di Mcss. Benvenuto da Imola, inedito volgarizza- 
mento del secolo XIV, con note e illustrazioni del dottor 
Giuseppe Guatteri. 

Storia di Santa Caterina da Siena , con Lettere inedite di suoi 
Contemporanei, per cura e con illustrazioni del dottor 
Francesco Grottanelli. 

Volgarizzamento del Libro di Sidrach, per cura e con illustra- 
zioni del Prof. Adolfo Bartoli. 

Trattati di Mascalcia di Lorenzo Rusio , per cura e con an- 
notazioni del Prof. Cav. Pietro del Prato e Prof. Luigi 
Barbieri. 

De 9 Rimedii dell 9 una e dell'altra fortuna, di messer Francesco 
Petrarca, volgarizzati nel buon secolo della lingua, per 
Don Giovanni Dassaminiato, a cura di D. Casimiro Stolti. 

Volgarizzamento di Valerio Massimo fatto nel buon secolo 
della lingua, per cura dal cav. prof. Roberto de Visiani. 



COLLEZIONE 



DI 



OPERE INEDITE RARE 

DEI PRIMI TRE SECOLI DELLA LINGUA 
PUBBLICATA PER CURA 

mu i. chiusimi ir tbsti m unm 

NELLE PROVINCIE PSLL'KttLIA 



COMMENTO 

ALLA DIVINA COMMEDIA 

D'ANONIMO FIORENTINO 



DEL SECOLO XIV 



ORA PER LA PRIMA VOLTA 



STAMPATO A CURA 



DI PIETRO FANFANI 



Tomo I. 



BOLOGNA 

PRESSO GAETANO ROMAGNOLI 
1866. 



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TIPI FAVA E GARAGNAM 



AI LETTORI. 



Il presente Commento anonimo è conosciuto e 
desiderato da molto tempo in qua, non solamente 
dagli studiosi della Divina Commedia, ma da 1 let- 
terati in generale, così per le notizie più tosto 
larghe datene dal De Batines nella Bibliografia 
dantesca, come per il saggio che io stesso ne stam- 
pai nella Etruria: e però mi è sembrata opera 
degna di esser data fuori in questa nostra Colle- 
zione; e però mi conforto che gli amatori del buo- 
no, del bello e dell 1 utile in opera di lettere me 
ne abbiano a volere tanto o quanto di bene. Non 
mi metto qui a celebrare tal Commento per il mi- 
gliore de 1 conosciuti sin qui, al modo di parecchi 
editori, i quali, pari a 1 fratacchioni panegiristi, il 
loro santo, sia pure de' patellarii, celebrano per il 
più gran barone di paradiso: dico solo che allo 
studio della Divina Commedia esso è di efficacis- 
simo ajuto: che di massimo conto è rispetto alla 
storia, specialmente per la parte biografica de' per- 
sonaggi contemporanei a Dante, da lui o puniti o 
beatificati nel suo Poema, di molti de' quali, o 



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■* e ^ 



non si avevano notizie, o si avevano false e mal 
certe: dico per ultimo esser cosa <T oro in oro cir- 
ca alla lingua, tutta quanta toscanamente pura, 
semplice, e schietta come uno specchio. Le molte 
e gelose cure spese da me, e le difficoltà senza 
numero dovute vincere, affine di ridurre il testo 
presente ad una lezione fedele e corretta: il mi- 
nuto ragguaglio de 1 codici; con le altre cose for- 
mali ad una prefazione, mi bisogna serbarle da 
ultimo, perciocché non so ancora quante altre delle 
nuove intopperonne per via, né quanta altra ma- 
teria da prefazione potrà fornirmi il rimanente 
lavoro. In fine poi del terzo volume, che, per la 
maggior brevità del Commento, riuscirebbe assai 
più sottile degli altri due, porrò anche lo spoglio 
delle più belle voci e maniere di tutta V opera; 
e porrò quivi altresì tutte quante le osservazioni 
da me fatte già tempo sopra le tre cantiche, ben- 
ché in alcuna nota abbia detto che le avrei recate 
in fine di ciascuna cantica. 

Accolga intanto il benigno lettore questo 
primo tomo con lieta fronte: e se pur volesse che 
io, almeno de' codici, gli toccassi alcun motto, 
sappia eh 1 e' sono quegli descritti dal De Batines 
nella Bibliografia dantesca, e da me nella Etra ria, 
anno I, pag. !z8; tenendo per altro come testo 
unico da meno diffidarne il codice riccardiano. Il 
testo poi della Divina Commedia è secondo la 
lezione dell' anonimo Commentatore. 



TIETRO FANFANI. 



• • t. 

» • • 



CANTO I. 



Nel mezzo del cammin di nostra vita 
Mi ritrovai per una selva oscura; 
Che la diritta via era smarrita. (1) , 

E, quanto a dir qual era, è cosa dura 
Questa selva selvaggia e aspra e forte, 
Che nel pensier rinnuova la paura. 

Tanto è amara che poco è più morte: 
Ma, per trattar del ben eh' i' vi trovai, 
Dirò dell' altre cose eh' io v' ho scorte. 

T non so ben ridir com' io v' entrai, 
Tan t'era pien di sonno in su quel punto 
Che la verace via abbandonai. 

Ma, poi ch'io fui al pie d'un colle giunto, 
Là ove terminava quella valle, 
Che m'avea di paura il cor compunto, 

Guarda' in alti, (2) e vidi le sue spalle 
Vestite già de' faggi del pianeta , 
Che mena dritto altrui per ogni calle. 

(1) Del mettere l'accento su questa particella Che, e prenderla per 
congiunzione, ne parlai distesamente nelle mie Osservazioni sopra oleum 
luoghi di Dante, che si registrano in fine di ciascun volume. 

(2) Conforme al nostro Commentatore leggono in alti quasi tutti 
migliori codici antichi; ed é questa senza Gallo la lezione germana, per- 
ché tal modo fii allora di uso generale, ed é più proprio. Vedine asse- 
gnate la ragione nelle dette Osservazioni. 

i 



Allor fu la paura un poco queta, 
Che nel lago del cor m'era durata 
La notte, eh' i' passai con tanta pietà. 

E come quei, che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva, 
Si volge all'acqua perigliosa, e guata; 

Così l'animo mio, che ancor fuggiva, (1) 
Si volse indietro a rimirar lo passo, 
Che non lasciò giammai persona viva. 

Poi eh' e' posato un poco (2) il corpo lasso, 
Ripresi via per la piaggia diserta, 
Sì che il pie fermo sempre era il più basso; 

Ed ecco, quasi al cominciar dell' erta, 
Una lonza leggiera e presta molto, 
Che di pel maculato era coperta. 

E non mi si partia dinanzi al volto; 
Anzi impediva tanto il mio cammino, 
Ch'i' fui per ritornar più volte volto. 

femp' era dal principio del mattino; 
E il sol montava su (3) con quelle stello 
Ch' eran con lui, quando P amor divino 

Mosse da prima quelle cose belle; 
Sì che a bene sperar m'era cagione 
Di quella fera la gajetta pelle, 



(1) Anche Cicerone chiamò la paura e lo spavento recessum quon- 
dam animi et fugam. 

(2) Nel secondo Dialogo de* Diporti filologici mostrai come questa 
lezione del presente commento Poi eh' e (o èi ) posato, è fatto buona dal 
più e dal meglio de* codici antichi; e mostrai com'essa é molto più ra- 
gionevole della comunemente accettata da' moderni: Poi eh' ebbi riposato, 

(3) La lezione comune ha Montava in su: questa del nostro com- 
mento è più schietta e più vera; è nel testo Viviani, nel testo cortone- 
se, ed in altri antichi. 



L'ora del tempo, e la dolce stagione: 
Ma non sì, che paura non mi desse 
La vista che mi apparve d' un leone. 

Questi parea che contra me venesse 
Con la* test' alta e con rabbiosa fame, 
Sì che parea che 1' aer ne temesse: 

E una lupa, che di tutte brame 
Sembiava carca nella sua magrezza, 
E molte genti fé' già viver grame. 

Questa mi porse tanto di gravezza 
Con la paura che uscia di sua vista, 
Ch' i' perde' la speranza dell' altezza. 

E quale è quei che volentieri acquista, 
E ghigne il tempo che perder lo face, 
Che in tutt'i suoi pensier piange e s'attrista; 

Tal mi fece la bestia senza pace, 
Che, venendomi incontro, a poco a poco 
Mi ripirtgeva là dove il Sol tace. 

Mentre eh' io rovinava in basso loco, 
Dinanzi agli occhi mi si fu offerto 
Chi per lungo silenzio parea fioco. 

Quando vidi costui nel gran diserto: 
Miserare di me, gridai a lui, 
Qual che tu sia, od ombra, od uomo certo. 

Risposemi: Non uomo, uomo già fui, 
E li parenti miei furon Lombardi, 
E Mantovani per patria ambedui. 

Nacqui sub Julia, ancor che fosse tardi, 
E vissi a Roma sotto il buon Augusto, 
Al tempo degli Dei falsi e bugiardi. 

Poeta fui, e cantai di quel giusto 
Figliuol d'Anchise, che venne da Troja, 
Poi che il superbo Ilion fa combusto. 

Ma tu perchè ritorni a tanta noja? 



Perchè non sali il dilettoso monte, 
Ch' è principio e cagion di tutta gioja? 

Or se' tu quel Virgilio, quella fonte, 
Che spande di parlar sì largo fiume? 
Risposi lui con vergognosa fronte. 

degli altri poeti onore e lume, 
Vagliami il lungo .studio e il grande amore, 
Che m'han fatto cercar lo tuo volume. 

Tu se' lo mio maestro e il mio autore: 
Tu se' solo colui, da cui io tolsi 
Lo bello stile che m' ha fatto onore. 

Vedi la bestia, per cui io mi volsi: 
Ajutami da lei, famoso saggio, 
Ch' ella mi fa tremar le vene e i polsi. 

À te convien tenere altro viaggio, 
Rispose, poi che lagrimar mi vide, 
Se vuoi campar d'esto loco selvaggio: 

Che questa bestia, per la qual tu gride, 
Non lascia altrui passar per la sua via, 
Ma tanto lo impedisce che l'uccide: 

Ed ha natura sì malvagia e ria 
Che mai non empie la bramosa voglia, 
E dopo il pasto ha più fame che pria. 

Molti son gli animali a cui s'ammoglia, 
E più saranno ancora, infin che il veltro 
Verrà, che la farà morir di doglia. 

Questi non ciberà terra né peltro, 
Ma sapienza e amore e virtute, 
E sua nazion sarà tra Feltro e Feltro. 

Di quell'umile Italia fia salute, 
Per cui mori la vergine Cammilla, 
Eurialo, e Turno, e Niso di ferute. 

Questi la caccerà per ogni villa, 
Fin che l'avrà rimessa nello inferno, 



6 



Là onde invidia prima dipartilla. 

Ond' io per lo tuo me' penso e discerno, 
Che tu mi segui, ed io sarò tua guida, 
E trarrotti di qui per luogo eterno, 

Ove udirai le disperate strida, 
Vedrai gli antichi spiriti dolenti, 
Che la seconda morte ciascun grida: 

E vederai color, che son contenti 
Nel fuoco, perchè speran di venire, 
Quando che sia, alle beate genti; 

Alle qua' poi se tu vorrai salire, 
Anima fin a ciò di me più degna: 
Con lei ti lascerò nel mio patire ; 

Che quello imperador che lassù regna, 
Perch'io fui ribellante alla sua legge, 
Non vuol che in sua città per me si vegna. 

In tutte parti impera, e quivi regge, 
Quivi è la sua cittade e l' alto seggio. 
felice colui, cu' ivi elegge! 

Ed io a lui: Poeta, i' ti richieggio 
Per quello Iddio che tu non conoscesti, 
Acciocch' io fugga questo male e peggio, 

Che tu mi meni là dov' or dicesti , 
Si eh' io vegga la porta di san Pietro, 
E color che tu fai cotanto mesti. 

Allor si mosse, ed io li tenni dietro. 



COMMENTO DI DANTE 1343 



CANTO I. 



JVrf mezzo del cammin di nostra vita. Avea cominciato 
l'Autore questa sua tripartita Commedia in questi versi 
latini: 

Ultima regna canam fluido contermina mumfo, 
Spirititms quae lata patent f quae proemia solvunt 
Pro meritis cuicumque suis etc; 
et già distesa la materia alquanto inanzi, quando mutò 
consiglio, avendo rispetto che i signori et gli altri uomini 
et potenti avean quasi del tutto abbandonati gli studj libe- 
rali et filosofichi, et quasi veruno era che a scienzia at- 
tendesse; et se pur veruno v'attendea, facea i libri degli 
autori traslatare in volgare. Et l'Autore, disiderando onore, 
eh' era il premio eh' egli aspettava della sua fatica : et 
i Signori et gli alti uominf ab antico erano quelli che 
avevono tratto inanzi et dato fama a Poeti die altro 
non desideravano (Quid queritur sacris nisi tanttim fama 
poeti*. Et che s'addimanda altro se non fama da Poeti?); 
et l'Autore della presente opera quella meritamente aspet- 
tando, pensò fare questo suo trattato et maravigliosa medi- 



tazione» almeno nella corteccia di fuori conforme agi' inge- 
gni et agli studj loro: e lasciando i versi latini, la ridusse 
et compose in ritti mi volgari. Tratta in questo suo primo 
libro dello Inferno, et delle pene de 9 dannati: et perchè sono 
varie openioni dove elli sia et che cosa sia; et molti inanzi 
a lui n' hanno trattato non pienamente né tanto sostenzial- 
mente quanto elli; ma perchè più chiara notizia se n'ab- 
bia, è da toccare subbrevità quello che n'hanno sentito 
i Santi et gli antichi autori et poeti. Et secondo che seri* 
ve Papia, et secondo Santo Gregorio libro iiij del Dialogo 
questione xlj, alcuni pongono che lo 'nferno sia sotterra; 
ma T animo mio tocca che però il chiamano inferno per- 
ché giace di sotto. Quello che è la terra al cielo de' essere 
lo 'nferno alla terra: onde forse per lo Salmista si dice: 
Liberasti, Signore mio, V anima mia dallo 'nferno di sotto; 
si che lo 'nferno di sopra si è la terra , et lo 'nferno di 
sotto si è sotto la terra. Et in questa estimazione si con- 
corda santo Giovanni nell'Apocalissi, il quale dice che 
con ciò fosse cosa che elli vedessi il libro segnato con sette 
suggelli, però che niuno fosse trovato degno nò in cielo 
né in terra né sotto terra d' aprire il libro et di sciogliere i 
sigilli d'esso, aggiunse: Et io piangea molto; et dice che 
poi aperse il libro: Inde nel nome del tribo di Juda e te. 
Omero poeta, eh' è de più antichi che di ciò menzione fac- 
cia, scrive nel xj° libro della sua Odixia: e Per nave dicea 
mandate per lo mare verranno allo 'nferno, per sapere da 
Tiresia tebano i suoi futuri accidenti » et essere pervenuti 
appo certi Popoli chiamati Scitii, dove non risplende alcuna 
luce di sole; et quivi dice essere lo 'nferno. Virgilio nel vj° 
dell' Eneida dice, l'entrata dello 'nferno essere appo il lago 
d' A verno tra la città di Pozzuolo et Baja: Spelunca alta 
fmt etc. et per questa spilonca dice Enea et Sibilla essere 
discesi allo 'nferno. Stazio nel j° libro della sua Tebaida, 
dice questo luogo essere in una isola non guari lontana 
da quella estremità d'Acaja, la quale è più propinqua 
all' isola di Creti, chiamata Taenaron; et di quindi, a' prieghi 
d' Edippo Re di Tebe, dice essere venuta Tesifone a mettere 



8 

discordia fra Tiocle et Polinice suoi figlinoli. Pomponio nel 
primo libro della sua Cosmografia dice, questo luogo essere 
appo i popoli i quali abitano vicini air entrata del mare 
maggiore: et cosi ancora i Santi pajon sentire. I poeti s' ac- 
contano essere tre inferni: et chiamano l'uno superiore, il 
secondo mezzano, il terzo inferno, volendo che 1 superiore 
sia nella vita presente piena di pene, d'angoscie et di pec- 
cati. Et di questo parlando dice il Psalmista: Circumdederunt 
me dolore* morti*, et pericttla Inferni invenertmt me. Et di que- 
sto parlano i Poeti, fingendo questo inferno esser ne' cuori 
de 9 mortali; et qui dilatano le loro finzioni, come appresso si 
troverrà in più parte di questo libro sponendo la lettera. Il 
secondo inferno chiamano mezzano, sentendo quello essere 
vicino alla superficie della terra, il quale volgarmente noi 
chiamiamo Limbo; et la Santa Scrittura talvolta il chiama 
il Seno d'Abraam: et questo vogliono essere separato da' luo- 
ghi infernali; et dicono i Santi in esso essere stati i giusti 
antichi et aspettanti la venuta di Cristo. Et di questo mo- 
stra il nostro Autore sentire, dove pone quelli, o che non 
peccorono, o che bene adoprorono, et cosi operando mori- 
rono senza battesimo: ma questo è differente da quello de" 
Santi, in quanto quelli che v'erano desideravano et spe- 
ravono, et venne la loro salute; et quelli che l'Autore dice 
desiderano, ma non sperano. Estimarono ancora esser uno 
inferno inferiore: et questo è quello di che più piena- 
mente di sopra è stato parlato essere il luogo di pene 
dato a 9 dannati. Et di questo dice il Vangelio: Mortuus est 
dive*, et sepultus est in inferno. Et di questo inferno tratta 
il nostro Ajitore dal quinto canto in giuso, et discrive la 
forma sua essere fatta a modo d'uno vaso, il quale sia 
stretto nel fondo et largo da bocca; et ponendo il fondo 
del vaso stretto in sul centro della terrà, et la bocca ve- 
nire verso la superficie della terra medesima; et la scesa 
essere intorno, continuamente calando di grado in grado 
verso il fondo, a guisa d'una scala o d'una scesa dirupi- 
nata, che muova d'uno poggio, che si volge, per fare la 
scesa meno erta: et in parte essere cavernoso et in parte 



9 

solido, secondo i cerchi eh' elli truova e* valichi e' fiumi 
che hanno a interporre il detto ordine come si può ima- 
ginare: et questo luogo dice essere etema prigione all'ani- 
me de 9 dannati. È questo luogo nominato per diversi rispetti 
con diversi nomi dagli antichi poeti. Chiamalo Virgilio nel 
principio dell' Eneida Averno: Tros Anchisiada, facili* de- 
scensus avernù Et è detto Averno ab A. qitod est Sine, et 
Vernos qttod est Laetitia, cioè Luogo sanza letizia. Chiamanlo 
Tartaro, et è detto da Tortura. Ancora il chiamano Dite, et 
cosi è detto dal suo re, nomato Dite da' Poeti , cioè ricco 
et abondante d' anime. È similmente dinominato Orco, cioè 
obscuro, però che è oscurissimo. Ancora Herebo: Venimus et 
magno s Herebi trasnavimus amnes. Chiamalo l'Autore nostro 
Baratro per similitudine d'uno Baratro, cioè d'uno vaso 
di giunchi. Chiamasi Abisso et altri nomi: ma questi ba- 
stino al presente. Et è ancora da sapere che '1 modo del 
trattare del nostro Autore è ritimico, distinto per libri 
overo cantiche, et per capitoli overo canti. Il titolo del 
libro è Commedia , detto da Comos greco che è a dire Villa, 
et Odos che è a dire Canto, quasi Canto di villa. Et quattro 
sono li stili del poetico parlare, ciò sono, Commedia, Tra- 
gedia, Satira, et Elegia. Commedia è quello stile poetico 
per lo quale si scrivono i fatti delle private persone et 
basse con stilo mezzano, et alcuna volta tratta storie di 
persone autorevoli. Tragedia è quello stilo de' poeti , nel 
quale si trattano le magnifiche cose et scellerate de' potenti 
uomini, siccome fece Virgilio, Lucano et Stazio. Satira è 
uno stilo di trattare riprendevolmente i vizi umani, sic- 
come fece Orazio. Elegia è uno stile lamentevole quale 
scrisse Boezio De consolatione. La forma del trattare è di 
sette guise , siccome di sette guise lo intendimento che usa 
il nostro Autore in questa sua poesia, cioè litterale, super- 
ficiale e parabolico, cioè, che scrive alcune cose che non 
importono altro intendimento, se non come suona la let- 
tera; et secondariamente usa senso storico, et contiene cose 
vere et verisimili: siccome dice storialmente Jerusalem, s' in- 
tende quella Città eh' è in Soria. In terzo luogo usa senso 



10 

apologico quando non contiene verità né simile a verità; 
ma è trovato a amaestraniento tran su ulivo degli uomini; però 
che l'Autore, inducendo le favole a nostra informazione, 
o vuogli fare utile, o 'dilettare, o mostrare la natura delle 
cose o pur costumi. Il quarto è senso metaforico. Metafora 
è uno detto quasi fuori di natura, come quando l'Autore 
finge uno legno parlare, siccome nel xiij canto d'Inferno. 
Il quinto è allegorico: l'allegorico favella infra sé; il me- 
taforico fuori di sé: Jerusalem s tonalmente è la Città di 
Soria; allegoricamente é la Chiesa di Dio militante. Scri- 
vesi allegoricamente quando per quello eh' è fatto s' inten- 
de un'altra cosa fatta, sicome per la battaglia fatta fra 
Davit et Golia s'intende la battaglia che Cristo fece col 
diavolo in sulla croce: et così quando l'Autore dice sé es- 
sere sceso in Inferno per fantasia et non personalmente, 
ma essere disceso allo 'nferno allo strazio de' vizj, et quin- 
di essere uscito. Il sesto senso é tropologico. Tropologia 
è detta quasi Morale intendimento, quando le nostre parole 
convertiamo a informare costumi: et scrivesi tropologica- 
mente , quando per quello eh' è fatto si dà a intendere 
quello eh' è da fare, come questa voce Jerusalem s' intende 
per l'Anima fedele. Il vij° luogo usa senso anagogico. Ana- 
gogico ciò è Spirituale intendimento, overo soprano, siccome 
la detta voce Jerusalem anagogicamente s'intende la cele- 
stiale et triunfante ecclesia. Anagogicamente si favella quan- 
do si danno a intendere cose celestiali. 

Dette queste cose, che ad avere chiara notizia del pre- 
sente libro sono state necessarie, é da venire alla sua sposi- 
zione, et alla divisione del primo capitolo dello 'nferno Nel 
mezo del camiti di nostra etc. L'Autore in questo principale 
capitolo fa quattro cose: la prima, ritrovandosi, secondo il 
discorso comune del vivere, nel mezzo della nostra età in 
questa vita mortale piena di miseria, di peccati et d'oscurità 
d' ignoranzia, veggendo quanto eli' era contraria, chi in essa 
s' invesca, a potere levare la luce dello intelletto verso la glo- 
ria et vera beatitudine, alla quale ciascuno uomo che vive si 
debbe dirizzare come a suo dove, pensò di lasciarla et vali- 



li 

care questo passo, il quale radissime volte s'abbandona; e da 
veruno vivente preso consiglio, si drizò verso il monte (ielle 
virtù et della vera conoscenzia. La seconda, rivolto verso 
il diserto cammino, dice esser sospinto addirietro dalli sti- 
moli de 9 pensieri verso P usato vivere, invitato dalle lusin- 
ghevoli impromesse della lussuria, et dalle fallaci sue delet- 
tazioni, et dal caldo et dalla intemperanzia della superbia, 
et dalla insatiabilità et disordinato appetito et desiderio 
delle cose terrene, punto dalli speroni della avarizia, tanto 
che quasi aveva cangiato pensiero, et tornava addirietro 
verso la miseria del mondo. La terza è che dice che, men- 
tre eh' elli minava fra vizj et partiasi dalle virtò et per- 
fette operazioni, per la grazia di Dio, senza la quale niente 
s'acquista di bene, gli apparve Virgilio, il quale qui si pi- 
glia per umana ragiotfe; et riprendendolo del suo vile ani- 
mo, manifestandolisi chi egli era per nazione, per usanza, 
et per dignità, et mostrandoli i mali che seguitano della 
avarizia, et quanto elli erono pericolosi et da schifare, il 
confortò eh 9 elli il seguitasse, et che di quindi il trarrebbe 
et menerebbelo a vedere et contemplare le pene de' dan- 
nati dello Inferno et li spiriti d' esso luogo, et similmente 
quelli del Purgatorio; et ivi troverrebbe anima più degna 
di lui, la quale il menerebbe a vedere la gloria del cielo. 
Ora qui per Virgilio si dee intendere che per umana ra- 
gione si può imaginare, considerare, et vedere le cose uni- 
versalmente dello 'nferno et del Purgatorio; ma, a volere 
sentire la vita <Je' beati, non è possibile per umana ragione. 
Et pertanto dice che al fine di Purgatorio fia anima più 
degna, ciò è, per la grazia di Dio, eh' è sopra i senni et sopra 
r accorgimento de' mortali , elli poteva ire a contemplare 
la gloria del Paradiso et della corte celestiale. La quarta 
et ultima cosa è che l'Autore prega Virgilio eh' egli il meni 
et conduca ove egli ha promesso di menarlo; et egli si 
proffera d'essere presto et abile a poterlo seguitare, et cosi 
compie suo capitolo. La seconda comincia quivi: Et ecco 
quasi. La terza quivi: Mentre eh 1 io rovinava. La quarta et 
ultima quivi: Et io a lui. 



12 

Dice adunque, per venire alla sposizione della lette- 
Terao i a' 9 ra: (1) Nel mezo del camino di, ove, a evidenzia di questo 
primo capitolo et principio, è da sapere, la vita de 9 mortali, 
et massimamente di quelli i quali a quel termine diven- 
gono il quale pare per convenevole ne sia posto, cioè di 
lxx anni, quantunque alquanti et poco più ne vivono et 
infinita moltitudine meno, come dice il Psalmista Psalmo 89: 
Dies annorum nostrorum in ipsis lxx anni. Si antera in polenta- 
tibus, octoginta anni; et amplins eorum labor et dolor. Et per- 
ciò colui il quale perviene a xxxv si^ può dire essere nel 
mezo della nostra vita; et cosi si figura in forma d'uno 
arco dalla prima estremità del quale infino al mezo si 
salga, et dal mezo infino all'altra estremità discenda. Et 
infino in xxxv anni pajono le forze dell'uomo aumentarsi; 
et passato il termine, diminuirsi. — Mi ritrovai per una. 
Questa selva s'intende moralmente la nostra vita, piena di 
peccati et d' oscurità et d' ignoranzia; però che la obscurità, 
cioè P ignoranzia, è principio et cagione del peccare; che, 
come dice il Filosofo: Omnis malus est (gnorans; et l'Autore 
pone sé esser peccatore, et essere smarrito dalla diritta via 
della verità et della vera conoscenza — Tanto è amara. Nella 
verità la morte dell'anima è più oscura che la morte del 
corpo; et qui secondo la lettera pare sentire il contrario: 
Non est de virtute sermonis secundum corticem literae expo- 
nendum. Non sono da sporre queste parole secondo la 
corteccia della lettera, ma pigliarle che l'Autore parlasse 
poeticamente, et secondo la consuetudine de' volgari , che 
pongono niuna cosa più oscura che la morte corporale. — 
Ma per trattar del bene. Qui pare che l'Autore si contra- 
dica , però che dice, questa selva essere piena d' oscurità 



(1) Questo preambulo, nel quale a me par mirabile, per chiarezza 
e per semplicità, la dichiarazione dell' allegoria e la partizione del canto, 
ha qua e colà alcuni tratti che si leggano tali quali nel Commento del 
Boccaccio e in quello del Buti; né è cosa strana che ed il Buti e l'ano- 
nimo nostro accattassero qualcosa da chi già avea trattato la materia 
medesima, e doveva esser loro in altissima riverenza. 



13 

di peccati et di vizj , et qui dice che tratterà del bene che 
elli v' ha trovato. Et qui si può rispondere che '1 peccatore, 
come eh 9 elli sia pieno di peccati, ogni volta ch'egli si volge 
a Dio, questo suo peccare li è assai volte cagione di bene; 
però che, sentendosi essere stato peccatore, più gli pare 
avere a satisfare, et cosi più effetto avere alla dilettazione 
di Dio, et del prossimo, come intervenne a San Paolo et a 
molti altri Santi. Et questo esemplo basti al presente. 

Io non so ben ridire. Dice l'Autore ch'egli era si pieno ^"JqJ^ 
di sonno eh' elli non sa bene ridire come elli entrasse in 
questa selva : et qui è da notare che '1 sonno si prende 
per lo peccato; che, come il sonno è figliuolo di dimenti- 
canza, s' abandona la verità cioè Iddio: et l'Autore, essendo 
pieno di questa ignoranzia del peccato, dice eh' elli non sa 
dire come la grazia di Dio gli sopravenne eh' elli potò per- 
venire a questa chiara verità che appresso seguita, et come 
elli entrasse in questa selva, cioè nella oscurità del pec- 
care. — Ma poi eh* io fui. Qui mostra F Autore che , poi 
eh' elli pervenne alla vera et grande cognizione et intel- 
letto, lasciò quella valle, cioè quella bassezza et viltà di 
miseria, la quale si figura per la valle eh' è bassa, sic- 
come l'animo è basso et vile del peccatore, che abbandona 
la via della somma altezza et discende alle cose terrene, 
che sono, vili, basse et oscure. — Guardai in alti. Vidde le 
spalle del monte, cioè della vera cognizione et intelletto. 
Le spalle sue s'intende li excellentissimi uomini addottri- 
nati per scienzia et chiarissimo conoscimento. — Vestite 
già de' raggi, cioè della spirazione divina, la quale è prin- 
cipio d'ogni scienzia, d'ogni bene, et d'ogni chiaro intel- 
letto. Et pertanto questo pianeta, questa virtù divina, mena 
altrui per diritto calle a quella vita eterna che non ha 
fine. — Attor fu la paura. Pervenuto al monte della vera 
conoscenzia, fu la paura alquanto chetata, perchè, essendo 
stato in peccati , si potea alquanto disperare, et ora, per la 
illuminazione de' raggi del pianeta, gli sopravenne speranza 
di procedere per diritta via, et per conseguente a diritto 
fine, onde a lui fu cagione di grandissimo conforto. — Che 



14 

non lasciò giammai. Il qual passo veruno vivo lasciò mai. Et 
questo è vero, però che ogni uomo comunemente è pecca- 
tore, escettuando sempre nostro Signore, ohe fu vero uomo 
et vero Iddio, et nostra Donna; che né dell' uno né dell' al- 
tro non s'intende, parlando de mortali, 
canto i. Poi eh* e posato un poco. Cioè in* quello conoscimento 

ver» «8 « eo et a ff ez j one di virtù, sì cominciò a mettere ad esecuzione, 

perchè cominciò il suo salire. — Per hi piaggia diserta: tanto 
vuole dire quanto abbandonata dalli uomini che al presente 
vivono. — Sì che il pie fermo. Il pie fermo, salendo, come per 
sperienzia si può vedere, che ogni uomo si ferma salendo 
in sul pie che lascia addirietro quando sale, eh' è il più basso, 
che T altro alza salendo, (i) Et qui moralmente si può inten- 
dere che gP uomini il pie più basso, cioè l'appetito alle cose, 
terrene, fermono, et in su quello si fondano; et l'altezza 
delle cose celestiali et divine abbandonano. — - Et ecco quasi. 
Dice che nel principio di questa sua opera lo impediscono 
tre animali che trovò. Per questo s' intendono tre vizj delli 
uomini, cioè Lussuria, Superbia, et Avarizia: chi non gli 
scaccia da sé non può mai venire a salutevole fine, però che 
tanto tengono l' animo occupato a loro, che quasi a veruna 
altra operazione può attendere, come chiaramente chi l' ha 
provato ne può rendere testimonianza. — Una Lonza ec. Ch'è 
cioè mischiato et vario il pelo suo. Questa Lonza, overo Lio- 
pardo, vuole qui per figura intendere il vizio della Lussuria. 
La lonza è leggerissimo animale et veloce et corrente et 
crudele quando s'adira: pieno d'inganno. Vince il leone 
per inganno, che fa una tana sotterra, larga dall'entrata et 
stretta nel mezzo; poi va a scherzare col leone, et scher- 
zando il tira alla buca, et quivi pungelo si che il Leone 
s' adira, poi fugge nella buca: il leone gli va dirietro: quan- 
do egli è nel mezo non può andare inanzi , né prestamente 

(1) È notevole che a niuno de' commentatori più vicini a Dante 
non venisse in pensiero di impugnare che il poeta volesse descriver V at- 
to di chi sale. Basta, io non vo' entrare nel gineprajo di tal quistione , 
parendomi che noi valga né tanto nò quanto. 



18 

tornare a dirietro: la lonza esce dall'altra parte, et èlli 
dirietro alla groppa, et quivi l'uccide. Veramente la Lussuria 
si può assimigliare a questo animale, perchè chi ha Tap- 
petilo inclinato a questo vizio sempre sta in sollecitudine. 
Onde Ovidio: Res est soUicili piena Umori* amor. Figurasi 
T amore con due ali per la sua velocità, et di varj colori, 
perchè in varie forme si muta , et ingannato, gli giova d' in- 
gannarsi: è variato, che li animi di questi cotali, inclinati a 
vizio et appetito di lussuria, non stanno mai fermi. Onde 
Plauto: Agitar, stimulor, versar in amoris rota etc. : è crudele, 
che per questa cagione si conducono gli uomini a ogni 
crudeltà. Medea uccise il fratello, abandonò il padre et il 
paese per andarne con Jansone: ogni cosa pospose per 
amore di lui. Come sia pien d'inganni l'Autore medesimo 
parlando della fraudolenzia dice: 

Et con questo pensai alcuna volta 
Prender la Lonza alla pelle dipinta. 
— E'I sol montava su. Cioè il conoscimento, che già dinanzi 
della divina grazia aveva inmaginato, con quelle stelle delle 
virtù, che già alquanto risplendeono in lui, gli davono gran- 
dissima cagione di speranza di poter vincere sé medesimo 
et ciascuno (i). Secondo la lettera gli dava speranza il tempo; 
eh' era il Sole nell'Ariete, in quel punto quando Iddio creò 
il mondo, che, secondo gli astrolaghi, quel punto et quel 
segno è cagione di speranza, come monstra l'Autore nel 
primo capitolo del Paradiso: et ancora nella primavera ogni 
lavorio, per lo tempo acconcio, è più atto a producerlo al 
suo fine. — La gajetta pelle. Prende ancora conforto per 
la gajetta pelle, però che questo vizio non procede da ma- 
lizia d' animo, ma più tosto da uomini lieti et gaj , onde 
Seneca nelle Tregedie. Nutritur in te ec. — La vista che 
m apparve. Qui pone il Leone per la superbia. Il Leone è 
superbissimo animale: sempre va colla testa alta, con grido 
spaventevole: presso a sua caverna non usa veruno animale 
appressarsi: col gridare spaventa tutta la selva: mai non 

(i) Cosi ha il codice. Ma forse è da intendere e ciascumo vizio. 



i6 

chiude gli occhi dormendo; et veramente bene è assimi- 
gliato alla superbia, che l'uomo superbo mai non si trae 
addirietro, sempre vegghia nel vizio suo: non si vuole ve- 
dere presso veruno vicino: ogni uomo abbatte insta suo 
potere; et non solamente col fare, ma col minacciare, vuole 
tenere con paura et con tremore ogni uomo, come Lucifero 
che volle essere maggiore che '1 suo Fattore, onde fu ful- 
minato da cielo infino allo 'nferno con tutti quelli che '1 
seguirono; come Campaneo che, combattendo a Tebe et es- 
sendo in sulle mura gridando; Venga Bacco nostro Iddio, 
che con lui vo combattere et non con voi, T ebani, venne 
una folgore da cielo et arselo et fukninollo a terra con 
tutta la torre, cioè con gran parte della torre, et simiUa. 
Et questo cotal vizio molti uomini ha condotti a mal fine, 
et però imaginando diede gran paura all'Autore. — Et una 
Lupa. La Lupa, eh' è qui figurata per l'Avarizia, è di questa 
natura che sempre appetisce et mai non si sazia, et vera- 
mente levato animo (i) quanto più à più desidera. Onde Se- 
neca Tragedie. Avarus animus nullo satiatur lucro, Avarus 
semper egei Dice Oratio: Inexpleta est avara cupidità s. Ha 
ancora la Lupa altra natura; che si legge nella Proprietà 
degli animali che la lupa, essendo incitata da lussuria, va 
in qua et in là per la selva, et seguitata da molti lupi, 
quando ella gli ha assai menati et affaticati, ella fa vista 
di dormire et tutti s'addormentono, e '1 più tristo et il più 
vecchio et il più stizzoso lupo che v" è , pianamente desta, 
et a quello si fa montare. Et cosi questo vizio, come che 
in molti regni, generalmente pare che regni più nelli uo- 
mini vili, et nelli uomini di basso ingegno et animo, et 
rimessi, che in altra generazione; che non è cosi delli altri 
vizj. Ancora, per chiarire alcuna quistione che quinci pote- 
rebbe surgere: perchè pone l'Autore, poterebbe alcuno dire, 
il vizio della lussuria, poi della superbia, ultimamente l'a- 
varizia? Rispondesi che, come che 1' età degli uomini si 
distingua in sei parti, si ristrignie a tre principali, cioè 

(1) Qui il testo è senza fallo difettoso; ma non ho modo di correggerlo. 



.*7 

adolescenzia eh' è la prima, et questa è detta adolescenzia 
quìa semper anget, cioè sempre accrescie in vita, in forza 
et in ingegno, che comincia dal principio del nascimento 
degli nomini infino in 35 anni, com' è detto dinanzi; la 
seconda età eh' è detta virilis etas, ab viro idest virtuiein 
habens, eh 9 è da xxxv anni infino in 46 infino ne' l, nella 
quale quasi gli uomini comunemente non mancano di niuna 
loro agilità, ma quasi si stanno in su 'n una fermezza: 
P ultima età dicitotr Senectus, cioè Vecchiezza, et dura co- 
munemente fino in anni settanta: da indi inanzi si è de- 
crepita*, che non si conta nella vita degli uomini, eh' è 
quasi morte. Ora pone P Autore che prima fu assalito e 
tormentato dalla superbia, cioè da questo vizio: si dee in- 
tendere dalla ambizione, eh' è parte di superbia, però che 
fimbitio est alicuius honoris immoderata appetitio; desiderare 
et cercare (Y essere onorato et messo inanzi più che non si 
conviene, et con più appetito che non si dee. Nella vecchiez- 
za, (1) che è P ultima parte, oltre all' ozio, sono gli uomini 
naturalmente avari , perocché temono di non potere mante- 
nere loro vita, et manca il potere procacciare; et benché 
l'Autore non fosse ancora nella vecchiezza, avicinandosi, era 
punto di questo vizio. Ma conchiudendo, l'Autore pone na- 
turalmente et ordinatamente li tre animali come successi- 
vamente procedono negli uomini. Et ancora si poterebbe 
sopra a questa parte dire: Non fu PAutore stimolato dagli 
altri vizj, cioè da Invidia, da Accidia? Qui si può rispondere: 
Però che questi tre comprendono et ristringono a sé P altri, 
non si curò di parlare più inanzi: et questo basti avere 
detto al presente. — Questa mi porse. Qui vuol dire che per 
questo vizio si sbigotti più che per gli altri due: et certa- 
mente P avarizia occupa più P animo degli uomini che 
veruno altro vizio, però che sempre P animo è inquieto, 
com'è detto. — CK % perde la speranza, cioè quella speranza 
perde che aveva presa, com 9 è detto inanzi, dal punto 

(1) Anche qui panni doverci mancare qualche cosa; ma non vo' 
procedere per indovinatico. 

2 



18. 

eh' elli incominciò questa opera , che fu in quel tempo 
quando entra nel segnio dell'Ariete, cioè il Sole, eh* è 
cagione di speranza: et ancora per un altra ragione non 
tocca. Il segno dell'Ariete si è di natura caldo et secco. 
eh' è propriamente la natura del fuoco; et l'amore è assi- 
miliate al fuoco, che sempre arde ne' cuori delli uomini. 
Et però che l'amore è fondamento d'ogni operazione d'ogni 
movimento, che come dice l'Autore medesimo: Amor semen- 
za è in voi d' ogni viriate Et $ ogni operazione etc. e "n 
questo cotal modo poeticamente pone essere sé impressio- 
nato, et prendere effetto di tal costellazione. — Tal mi fece 
la bestia cio£ l'Avarizia. — Ove il Sol tace. Qui per figura 
loqnitur improprie, cioè parla non propriamente, che dice 
essere sospinto dove il Sole tace, cioè non luce; et è questo 
uno modo di parlare che in molti luoghi asono i Poeti, 
come quando dicono, il prato ride: et moralmente vuol dire 
ch'era sospinto nella selva, nella valle d'onde era uscito, 
ove dice essere spento ogni razzo di virtù e d'ogni bene. 
canto i. Mentore ch'io rovinava nella valle della miseria et de'pec- 

«•«oei a 78 cat j — Chi per lungo silenzio. Qui introduce Virgilio: et dice 
che però che gli uomini, intenti alla cupidigia delle cose 
terrene, hanno abandonato il libro di Virgilio come degli altri 
poeti, et quanto in loro fatto fioco, et non suona chiara come 
già sonò la fama et la sua nominanza. Ora qui piglia Dante 

te v'h-m^w P er suo maestr0 et P er umana ragione Virgilio: et bene 
mio maestro, eh' egli il pigli per suo maestro, come che forse in poesia 
elli avanzasse l'Autore, egli non lo avanzò nell'altre cose, 
et massimamente nella filosofia; però che l'Autore fu buono 
filosofo. Di Virgilio si legge che poi eh' egl' ebbe fatto 1" E- 
neida, andò a studiare in filosofia. Perch'egli il pigli per 
umana ragione puossi dubitare: perchè non prese elli Aristo- 
tile, Plato o Seneca? Rispondesi che, perche alcuno filosofo 
forse avanzasse Virgilio in umana ragione* pure Virgilio no 
vidde quasi ciò che per uomo vedere se ne può. Et perchè 
Virgilio fa il libro suo delTEneida con siile poetico, e 
cosi intende d'ordinare il suo libro, però prese Virgilio, 
et piacquegli di fargli questo onore; et di qui al fine di 



19 

Purgatorio il fa suo Duca, però che infino quivi per umana 
ragione si comprende quello che intende dire: da indi in 
là piglia la Teologia, però che intende trattare teologica- 
mente. Et veramente Virgilio avanzò ogni altro poeta; e 
quasi da lui inanzi ogni fama , ogni libro d" ogni altro 
poeta è spento; et gli altri che hanno scritto poi, perchè 
hanno seguito et imitato lo stile suo, et ingegnatosi di 
somigliarsi et accostarsi a quello quanto hanno potuto, 
vive per quello la fama loro, come s' è Ovidio, Lucano, Sta- 
zio et gli altri poeti. — Miserere di tue. Qui usa le pajrole 
del Salmo che fé Davit quando elli ebbe mandato in alcuna 
oste, alfine eh' elli morisse, il suo conestabole, et cosi gP in- 
tervenne che Davit poi si tenne la moglie per sua amica, 
eh' ebbe nome Bersabè: onde poi Davit, ripentutosi et rico- 
nosciuto il fallo suo, fece il Salmo Miserere mei, damine etc. come * p Cr - 
et fece asprissima et grave penitenzia del fallo eh' egli avea SubSSIT 6 
comesso. — Qual che tu sia. Egli è differenzia infra uomo et 
ombra: uomo è quando F anima è insieme mista et organiz- 
zata col corpo; et quando l'anima si parte dal corpo, allora 
è ombra e detta anima : il corpo morto che rimane è detto 
cadavere. — Et li parenti miei. Parenti sono detti i padri et 
le madri; et però dice Virgilio: Mio padre et mia madre 
furono Lombardi della città di Mantoa. Fu il padre di Vir- Nazione di 
gilio et la madre di vile nazione : facea a Mantoa vasi di Virgi,io * 
terra: questa era loro arte et di questo viveano. Quando 
la madre fu gravida di lui, sogniò una notte ch'ella par- 
toriva una verga, la quale si stendea da terra infino al 
cielo, et delle fronde sue grandissimi valenti et savj uomini 
coglievono et coronavonsene; onde, nato Virgilio, il proprio 
nome che gli fu posto fu Maro, et poi, per lo sognio che 
la madre avea fatto, fu chiamato per cognome Virgilio a 
virga. Studiò uno tempo in medicina et fu medico; poi, 
veggendo che la poesia era in grado a quel tempo comu- 
nemente agli uomini , et massimamente a Ottaviano Augu- 
sto, studiò in poesia. Fu Virgilio del corpo piccolo, sparuto, 
et nero: fece la Boccolica et la Geofgica, et pare che fa- 
cesse F opera per dilettare Ottaviano, che vedea dilettarsi 



80 

alcuna volta nelli arbori et ne lavorìi delle terre; et a 
fine ancora che per questo li ristituisse alcuno suo campo 
ch'egli avea a Mantoa, il quale gli avea tolto per dare con 
altro terreno a uno suo caporale che aveva mandato con 
gente d'arme nelle parti di Lombardia: et questa opera 
piacque si a Ottaviano che gli rendè il terreno che gli 
aveva tolto. Fece il libro della Buccolica con tanto ordine 
poetico et maraviglioso stilo, che , veggendolo Tulio, eh' era 
già vecchio et Virgilio giovane , si maravigliò dell' altezza 
del dire suo: et non lo cognoscendo, Tulio il volle vedere, 
et disse queste parole: Magna spes altera Roma e. Le quali 
parole dette in loda di Virgilio gli piacquono tanto che poi 
venti anni, poi che Tulio le aveva dette, essendo morto, le 
misse nel libro suo dell' Eneida. — Nacqui sub Mio. Queste 
parole si possono intendere in due modi: l'uno ch'elli fu 
tardi, però che nacque intorno di cinque anni inanzi alla 
morte di Cesare, quasi voglia dire che, se prima fosse nato, 
sarebbe stato in grazia di Cesare. Mio perchè fu della casa 
de' Julj antichissimi uomini in Roma , come più inanzi si 
conterà. Ancora per altro modo si può intendere che nacqe 
tardi a sua salvazione, però che al tempo d'Ottaviano Augusto 
crisi"' " di nac( I ue Cristo; che Ottaviano succedette a Cesare; e s' elli 
fosse stato più innanzi, udendo parlare di Cristo, sarebbe 
salvato. — Et vissi a Roma sotto lo'mperio d'Ottaviano, a 
cui petizione scrisse tanto in poesia. — Poeta fui et cantai. 
Qui si manifesta Virgilio all'Autore, et dice ch'elli fu poeta, 
et che fece versi d'Enea, il quale venne di Troja, et fu 
figliolo d'Anchise et di Venere. Chiamalo giusto per segui- 
tare Virgilio in ogni sua opera; onde Virgilio nel primo 
dell'Eneida: Rex erat Eneas nobis, quo justior alter Nec pie- 
tate fuit nec bello major et armis etc. Egli è da sapere che, 
come che Virgilio con stilo poetico tratti, la verità fu 
che poi eh' e Greci ebbono morto Ettor figliuolo del re 
Priamo, Trojolo, et molti altri, et la Città di Troja quasi 
assediata, Antenore et Enea dissono al re Priamo che de* 
fatti suoi prendessi partito. Onde Priamo, raunato il consi- 
glio de' suoi baroni , Antenore si levò, et consigliò l' accor- 



21 

do: Enea il segui; onde Anfimaco figliuolo del re Priamo 
molto gli biasimò di tal consiglio. Tornati adunque Ante- 
nore et Enea alle loro case, la notte medesima presono 
partito d'accordarsi co' Greci et mettergli nella terra. Man- 
darono adunque Polidamas , eh' era di loro compagnia et 
de' loro congiurati, al re Agamenon nell'oste per accordarsi 
con lui. Il re Agamenon ebbe consiglio da' suoi baroni, et 
per accordarsi insieme, doppo certe composizioni fatte con 

n ■ - ■ ì i • • ii Come et chi 

Polidamas, mandarono con lui uno signor greco, al quale tra<i. Troia. 
imposono che parlassi co' traditori Trojani. Partissi adunque 
la notte medesima Polidamas et Sinone. Ricevuto Polidamas 
la impromessione da' Greci, che tutti quelli ch'erono nel 
tradimento de' Trojani sarebbono le loro case et le loro 
famiglie sicure; et viceversa Sinon ricevuta la promissione 
da' traditori, che gli darebbono la terra e '1 modo d' entrare 
nella terra, vennono la notte i Greci a pie d'uno cavallo 
intagliato ch'era appiè della porta; et ivi accozzatosi co' 
Trojani che tradivono, finalmente gli missono nella terra 
et quella disfeciono et missolla sotto le fiamme. (1) Allora di T ^JJ r "^ n r ! 
si parti Enea colla sua masnada di Troja, con Anchise suo uu dEnea - 
padre, et con Ascanio suo figliuolo, che poi fu nomato Julio; 
et finalmente, navicando per lo mare Oceano, venne in Italia, 
come largamente et distesamente scrive Virgilio. — Poi che 7 
superbo llion. Egli è da sapere, come che altrimenti alcuno 
intenda, che llion era la città di Priamo, Troja era la pro- 
vincia. Dice che poi che fu combusto, disfatto et arso. Chia- 
malo superbo llion, cioè grande et alto, et questo medesimo 
modo di parlare usa Virgilio nel principio del terzo libro 
dell' Eneida: Postqtiam re* Asine Priamique evertere gentem 
Immeritam, ti superi*, ceciditque superbum llion etc. ^^ , 

Or se tu quel Virgilio. Chiama l'autore Virgilio fonte™*»™*'™ 8 
della eloquenza, et degniamente, donde tutti gli altri dici- 
tori, versificatori et poeti, sicome rivi, escono da questo fonte 

(1) Degna di opi attenzione panni questa storia di Enea, e l'altra 
di Virgilio, cosi perché sono scrìtte con molto efficace chiarezza, come 
perché *i discostano dai racconti ordinari che* se ne fanno. 



22 

in ogni opera: et massimamente il monstrò nel suo Eneida. 
il quale libro avendo lasciato imperfetto et non compiuto, 
andò verso Atene, et lasciò questo suo libro a due poeti stati 
suoi maestri in poesia, cioè furono Mario et Gallo, et impose 
loro che, s'elli non tornassi, clfegliono ardessono il libro, 
però che nollo volea lasciare imperfetto. Venne per caso che 
taSdi^jJ; Virgilio, ch'era di debole natura, picciolo, sparuto et nero. 

tai^rh^n morì ne ' cam * no: on d e Mario et Gallo, reggendo questo libro 
<• arde**?, nobilissimo, et che trattava d'Enea, et avevalo fatto per 
onorare et compiacere Ottaviano Augusto, che volle dire 
che Cesare fusse sceso del lignaggio d'Enea, non ardirono 
a fare del libro niente, s'elli non lo mostrassono a Otta- 
viano: onde elli, veggendo l'opera nobilissima et che dicea 
bene di lui, mandò pe' savj suoi, et dimandogli quello che 
del libro fusse da fare. I savj dissono che, a volere osser- 
vare la legge ch'era in Roma, il libro, perchè non era com- 
piuto, si doveva ardere; onde lo 'mperadore, veggendo il libro 
di tanta escellenzia, di tanta maravigliosa dottrina, disse 
che non piacesse a Dio che s'ardesse; et usò di dire che 
prima si dovevono rompere le leggi, che ardere il libro. 
Dicendo queste parole: Frangatur potitts legum veneranda 
potestà*, Quam tot congesto* noctnque dieque labore*. — Va- 
gliami la pietà. Dello amore che l' ha invitato a studiare il 
libro suo. — // bello stilo il bel modo del parlare: Stila* est 
modus agendi secundum merita persomrum. — Vedi la bestia 
cioè l'Avarizia. — Ajutami da lei. La ragione et la vera co- 
scienzia è quella che difende gli uomini, non solamente 
dall' avarizia, ma ancora d'ogni vizio. Et è differenzia infra 
avarizia et diligenzia, onde Tulio nella sua Rettorica: Diti- 
gentia est accurata conservano suorum: Avartitia est injuriosa 
appetìtio alienarmi. — Et doppo il pasto etc. L'avarizia mai 
non si sazia, et quanto più ha più desidera. Et veramente 
eli' è uno Caos. Chaos et inestticabile laberintum habet haec 
avaritia: torquet curis immanibus , nec animum satiat, sed in- 
cenditi et quod est deterius, praesentibtts uti prohibet, dum ve- 
nientia potticetur — Et pia saranno ancora. Perchè chi si sia 
questo Veltro non è difflnito. et è pretermesso da molti 



23 

valenti uomini et excellentissimi storiografi, è da passare 
oltre leggiermente, et lasciare gli oppinioni comuni che sia 
uomo, re, o di vile nazione, o tra quelle due città che l'Au- 
tore fa menzione. Dice adunque che tale bene complessio- 
nato dalle costellazioni superne caccierà questa avarizia del 
mondo, (i) — Per cui morì. Camilla fu una vergine, la quale 
venne in ajuto a Turno nella guerra eh' egli ebbe con Enea, 
leggerissima et destra della persona; et essendo nella bat- 
taglia contro la gente d'Enea, trascorrendo per lo campo, 
Anius Trojano, preso tempo, gettò uno dardo eh' egli avea cmSSZ!* ai 
in mano, et percossela et fedi Ila nella mammella. Ella, ca- 
duta in terra et sferrandosi et traendo il dardo della feri- 
ta, subitamente, detta alcuna parola, mori. Si che conchiu- 
dendo, Camilla mori per lo regno d'Italia, il quale et per 
lo quale Enea combattea contro a Turno. — Eurialo e Niso. 
Euriale et Niso, come scrive Virgilio nel nono libro del- 
l' Eneida, furono due giovani i quali vennono in Italia con 
Enea. Era Niso cacciatore col dardo et colle lieve saette: 
Eurialus era bellissimo giovane di prima barba; et come 
scrive Virgilio, niuno fu più grazioso fra' compagni d'Enea. 
Questi due giovani s'amavono insiemi, et essendo partito 
dallo steccato Enea, dentro dal quale avea lasciata la gente 
sua, et ito al re Evandro, che abitava dov' è oggi la città 
di Roma, per impetrare ajuto da lui; et essendo Turno Come Tur 
signore de' Rutoli intorno colla gente sua al campo et alla »°£ vinto da 
fortezza d' Enea; questi due giovani posti insieme alla guar- 
dia della porta per danneggiare i nemici, et per portare 
novelle a Enea come Turno avea posto il campo suo in- 
torno alla sua gente, avuto d'Ascanio figliuolo d'Enea et 
ajuto et consiglio et conforto con grandi impromesse, di 
notte si partirono insiemi, sperando per occulte vie, come 

(1) Notisi che anche questo buon' antico, simile ad altri suoi coe- 
tanei, crede non parlar qui Dante di veruna persona specificatamente; 
ma solo di un generoso che quandochessia o comecchessia caccerà la 
Lupa ec. Il codice riccardiano 1026 ha scritto in margine, di fronte a 
questo verso del Veltro: Loquitur hk Dantes de Salvalalio. 



24 

quelli ch'erono cacciatori et usati in quelli luoghi, et sa- 
peano tutti i segreti sentieri, potere passare la gente di 
Turno et andare a Enea: et passando di notte per la selva, 
et i raggi della Luna percotendo nell'arme loro, gli fece ma- 
nifesti a' nimici , et uccisi assai in prima de' nimici loro, 
combattendo, in ultimo furono morti. *— Et Turno. Chi fusse 
Turno, et perchè l'Autore ne fa menzione, è da sapere che. 
come scrive Virgilio nel vij° libro, essendo Enea arrivato 
navicando per mare alla foce del Tevero, et passando per 
quello, vidde in sulla riva una selva dilettevole et delli 
albori et de' canti degli uccelli : ivi smontato in terra colla 
sua gente et avuto responso, et significatoli per fati che in 
quello paese si dovea posare, mandò suoi ambasciamoli al 
re Latino per impetrare pace et luogo da lui , dove potessi 
porre la sedia agli dii della patria. Il re Latino, ricevutogli 
benignamente, et udito da loro come molti popoli gli ave- 
vono voluti ricevere, ma i fati avevono voluto ch'ellino 
si posassono nelle sue terre, et ricevuto da loro doni per 
parte d'Enea, rispose: e Gli dii a' vostri cominciamenti sieno 
prosperevoli ; a Enea sarà dato quello ch'egli desidera, 
et i vostri doni ricevo volentieri: et se Enea ha tanta vo- 
lontà d'essere con noi, a me sarà parte di pace toccare 
La sua mano. Et ancora gli significate eh' io ho avuto re- 
sponso da miei iddii che Lavina mia figliuola io nolla 
mariti a uomini del paese, ma a uomo strano, il quale di- 
cono che rileverà il sangue nostro. Penso che Enea sia 
quello eh' e fati vogliono, et a lui intendo di dare Lavina 
mia figliuola per moglie » . Et così fece. Ora, perchè la don- 
na sua, nome Amata, l'avea promessa di dare per moglie 
a Turno signore de' Rutoli, fue questione fra Enea et Turno, 
per lo reame del re Latino, chè'l marito di Lavina ne 
dovea essere successore: et doppo molte battaglie avute 
insieme, combatterono a corpo a corpo; et combattendo Enea 
d' in sul carro dov' era, gli lanciò uno dardo, et passogli lo 
scudo et il petto et cadde in terra. Turno colli occhi umili 
et colle mani confessò d'essere vinto; et pregò Enea che. 
morto o vivo il rendessi a' suoi, et ch'egli non seguisse più 



ttf 

gli odj. Enea già gli perdonava; ma, reggendolo cinto dello 
setteggiale di Pallante, eh' egli avea morto nella battaglia, 
il percosse et accise. 

Questi la caccerà. Questo tale bene impressionato dalle canto i. 
costellazioni superne caccerà questa avarizia del mondo. 436* 
— Villa. Villa si può chiamare ogni città, per rispetto della 
città celestiale di Jerusalem. — Laonde Invidia prima. Qui 
è da sapere che il primo peccato commesso fu la super- 
bia, però che, essendo gli Angioli fatti dalla infallibile 
sapienza, incontanente Lucifer, il maggiore e'1 più bello, 
insuperbi tanto che li parve essere pari del suo Creatore: 
onde Iddio cacciò lui et i compagni che '1 seguivano nel 
centro della terra, ove si dice essere lo 'nferno. Onde poi 
Lucifero, vedendo il primo uomo esser creato a possedere 
il regnio che aveva perduto, per invidia il tentò et fello 
peccare, onde segui che tutti gli uomini poi sono stati sot- 
tomessi a' peccati d'avarizia, lussuria, et altri vizj gene- 
ralmente. — Et trarrotli di qui. Io ti trarrò di questa tua mi- 
seria, dice Virgilio, et menerotti per lo luogo eterno, cioè 
per T inferno: et chiamalo eterno improprie et per simili- 
tudine, che tanto vuole dire quanto perpetuo: eterno è detto 
quello che mai non ebbe principio né averà mai fine, et 
questo è Iddio: perpetuo è detto quello che ha avuto princi- 
pio, ma non ara fine, et questo è V inferno. — Che la seconda 
morte. Egli è da sapere che "1 maggiore dono che Iddio abbi 
fatto alla creatura, è Tessere; et questo tale essere non è 
ninna altra cosa per la quale gli uomini volessono non 
essere (et questa è oppenione di Teologi), eziandio quelli 
che Sono in Inferno: et l'Autore dice che elli chiamono fa 
seconda morte, cioè la morte dell'anima; et questo pare 
contradire a quello eh* è detto di sopra. Puossi cosi rispon- 
dere, che l'Autore intese la seconda morte, cioè ritornare 
un altra volta nel corpo ciascheduna anima, et aspettare 
ancora di morire: o veramente per altro modo, che pare 
più verisimile et più accostarsi all' oppenione dell'Autore, 
/che queste anime per la pena soverchia che sentono, chia- 
marono la seconda morte, cioè la morte dell'anima, non 



26 

perchè egli avessono volontà, ma per uno modo di parlare, 
come uno che abbia una grande infermità che grida spesse 
volte ldio dammi la marte, et quando venisse allo effetto 
non vorrebbe: et accordasi col detto di Seneca nelle trege- 
die: Etiam innocente» cogit mentiri dolor. — Poi mederai coloro 
che si pascono di speranza, et con questa speranza si con- 
forto no come duellino non abbino bene, perchè sperano 
venire a quello regno che non ara fine. — Anima fin a ciò. 
Io t' accompagni per lo inferno, dice Virgilio, infino al fine 
di purgatorio. Et qui vuole inferire et monstrare che per 
umana ragione si può intendere et vedere le cose che trat- 
terà in questi due libri; et questa umana ragione s'intende., 
com' è detto, per Virgilio: da indi in là, però che tratta della 
fede cattolica, non la può conoscere Virgilio, però che V uma- 
na ragione nolla può intendere senza la verace fede et la 
vera credenzia. — Perchè io fui rubellante. Cioè infedele et non 
cristiano, non posso venire in cielo. — In tutte parti impera. 
Qui vuole dire: Egli è Signore in ogni luogo, ma nel Para- 
diso regge et altrove impera. Et fui pare differenzia intra 
reggere et imperare. Reggere è governare gl'uomini sudditi 
a sé senza veruno mezzo, cioè volere egli stesso provedere 
a ogni loro atto, a ogni loro cura; Imperare è comandare 
che le cose sieno fatte: imporre a Piero et a Martino, alle 
città et alle castella et alle Provincie generalmente et non 
particularmente quello eh' è di sua intenzione. — Et io a lui. 
Poeta, io ti priego, io ti scongiuro che per Dio tu mi meni 
per lo inferno et per lo purgatorio, dov'è la porta di santo 
Piero, come dice nel principio del Purgatorio. 

L'altre cose sono chiare infino air ultimo del capitolo. 



CANTO II. 



*•• 



Lo giorno se n'andava, e Taer bruno 
Toglieva gli animai, che sono in terra, 
Dalle fatiche loro; ed io sol uno 

M'apparecchiava a sostener la guerra 
Si del cammino e sì della pietà te, 
Che ritrarrà la mente, che non erra. 

Muse, o alto ingegno, or m'ajutate: 
O mente, che scrivesti ciò eh* io vidi , 
Qui si parrà la tua nobilitate. 

lo cominciai: Poeta che mi guidi, 
Guarda la mia virtù, s'ella è possente, 
Prima che all'alto passo tu mi fidi. 

Tu dici che di Silvio lo parente. 
Corruttibile ancora, ad immortale 
Secolo andò, e fu sensibilmente. 

Però, se V avversario d' ogni male 
Cortese fu, pensando l'alto effetto, 
Che uscir dovea di lui, e il chi, e '1 quale, 

Non pare indegno ad uomo d' intelletto: 
Ch' ei fu dell' alma Roma e di suo impero 
Neil' empireo ciel per padre eletto; 



28 

La quafe e il quale (a voler dir lo vero) 
Fur stabiliti per lo loco santo, 
U' siede il successor del maggior Piero. 

Per questa andata, onde gli dai tu vanto, 
Intese cose, che furon cagione 
Di sua vittoria e del papale ammanto. 

Andovvi poi lo Vas d'elezione, 
Per recarne conforto a quella fede, 
Ch' è principio alla via di salvazione. 

Ma io perchè venirvi? o chi 4 concede? 
Io non Enea, io non Paolo sono: 
Me degno a ciò né io né altri crede. 

Perchè, se del venire io m' abbandono, 
Temo che la venuta non sia folle: 
Se' savio, e intendi me' eh' i' non ragiono. 

E quale è quei che disvuol ciò che volle, 
E per nuovi pensier cangia proposta, 
Sì che del cominciar tutto si tolle, 

Tal mi fec' io in quella oscura costa: 
Perchè pensando consumai la impresa, 
Che fu nel cominciar cotanto tosta. 

Se io ho ben la tua parola intesa, 
Rispose del magnanimo quell'ombra, 
L'anima tua è da viltate offesa, 

La qual molte fiate l' uomo ingombra, 
Sì che d' onrata impresa lo rivolve, 
Come falso veder bestia quand' ombra. 

Da questa tema acciò che tu ti solve, 
Dirotti perch' io venni, e quel eh' io 'ntesi. 
Nel primo punto che di te mi dolve. 

P era tra color che son sospesi, 
E donna mi chiamò beata e bella, 
Tal che di comandare io la richiesi. 

Lucevan gli occhi suoi più che la Stella: 



29 



E cominciommi a dir soave e piana, 
Con angelica voce, in sua favella (i). 

anima cortese mantovana, 
Di cui la fama ancor nel mondo dura, 
E durerà quanto il mondo lontana, (2) 

L'amico mio e non della ventura, 
Nella diserta piaggia .è impedito 
Si nel cammin, che volto è per paura: 

E temo che non sia già sì smarrito, 
Ch' i' mi sia tardi al soccorso levata, 
Per quel eh' i' ho di lui nel cielo udito. 

Or muovi, e con la tua parola ornata, 
E con ciò che ha mestieri al suo campare, 
L' ajuta sì, eh' i* ne sia consolata. 

Io son Beatrice, che ti faccio andare: 
Vegno di loco, ove tornar disio: 
Amor mi mosse, che mi fa parlare. 

Quando sarò dinanzi al Signor mio, 
Di te mi loderò sovente a lui. 
Tacette allora, e poi comincia' io: 

donna di virtù, sola, per cui 
L' umana spezie eccede ogni contento 
Da quel ciel che ha minori i cerchi sui, 

Tanto m' aggrada il tuo comandamento, 
Che T ubbidir, se già fosse, m' è tardi; 
Più non t' è uopo aprirmi il tuo talento. 



ri 



(1) Con angelica voce in sua favella. Parlando con voce angelica; 
lacchè qui é da intendere non della lingua che essa parlava, ma del 
<nono della voce con cui parlava. E di fatto parecchi buoni codici 
leggono: Con angelica voce in la favella. 

(2) La lezione quanto il mondo parmi la più schietta e la più 
semplice; ed è nel più de' codici più antichi. Vedi le osservazioni in 
fine del volume. 



30 

Ma dimmi la cagion, che non ti guardi 
Dello scender quaggiuso in questo centro 
Dall'ampio loco, ove tornar tu ardi. 

Da che tu vuoi saper cotanto addentro, 
Dirotti brevemente, mi rispose, 
Perch' io non temo di venir qua entro. 

Temer si dee di sole quelle cose (1) 
Ch'hanno potenza di fané altrui male: 
Dell' altre no, che non son paurose. 

Io son fatta da Dio, sua mercè, tale, 
Che la vostra miseria non mi tange, 
Né fiamma d'esto incendio non m'assale. 

Donna è gentil nel ciel, che si compiange 
Di questo impedimento ov' io ti mando, 
Sì che duro giudicio lassù frange. 

Questa chiese Lucia in suo dimando, 
E disse: Or abbisogna il tuo fedele 
Di te, ed io a te lo raccomando. 

Lucia, nimica di ciascun crudele. 
Si mosse, e venne al loco dov' io era. 
Che mi sedea con I' antica Rachele. 

Disse: Beatrice, loda di Dio vera, 
Che non soccorri quei che t'amò tanto, 
Che uscio per te della 'volgare schiera? 

Non odi tu la pietà del suo pianto? 
Non vedi tu la morte che il combatte 
Su la fiumana, ove il mar non ha vanto? 

Al mondo non fur mai persone ratte 
A far lor prò, ed a fuggir lor danno, 
Com' io, dopo cotai parole fatte, 



(1) Temer si dee. ecc. Coloro che questo verso hanno stampalo 
temer si deve sol di quelle cose, oltre al ridurlo un verso da colascio- 
ne, non hanno fatto l'orecchio a' più sinceri costrutti degli antichi 
scrittori 



31 

Venni quaggiù dal mio beato scanno, 
Fidandomi nel tuo parlare onesto, 
Che onora te e quei che udito Y hanno. 

Poscia che m' ebbe ragionato questo, 
(ili occhi lucenti lagrimando volse, 
Perchè mi fece del venir più presto: 

E venni a te così com' ella volse; 
Dinanzi a quella fiera ti levai, 
Che del bel monte il corto andar ti tolse. 

Dunque che è? perchè, perchè ristai? 
Perchè tanta viltà nel core allette? 
Perchè ardire e franchezza non hai, 

Poscia che lai tre donne benedette 
Curari di te nella corte del cielo, 
E il mio parlar tanto ben t* impromette? 

Quale i fioretti, dal notturno gelo 
Chinati e chiusi, poi che il Sol gì' imbianca, 
Si drizzan tutti aperti in loro stelo, 

Tal mi fec' io di mia virtute stanca; 
E tanto buono ardire al cor mi corse, 
Ch'io cominciai come persona franca: 

O pietosa colei che mi soccorse, 
E tu cortese, che ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse! 

Tu m' hai con desiderio il cor disposto 
Si al venir, con le parole tue, 
Ch' io son tornato nel primo proposto. 

Or va, che un sol volere è d' ambedue: 
Tu duca, tu signore e tu maestro. 
Così gli dissi; e poi che mosso fue, 

Entrai per lo cammino alto e Silvestro. 



32 



CANTO IL 



Lo giamo se riandava e t aer bruno. Ebbe l'Autore 
nel principio di questo capitolo questa condizione, cioè con- 
siderazione, che conciosiacosaché nelle cose ch'egli ha rac- 
contate nel primo capitolo dovea naturalmente esemplifi- 
cando avere intervallo di tempo, et però dice qui in questo 
in fare o inmaginare, in trovare Virgilio et quelli animali che 
quivi truova , nelle paure et nelle suasioni; essere trascorso 
tanto del giorno, che qui dice essere compiuto et l'aere 
diventata bruna, come adiviene nella sera. Onde egli è da 
sapere che l'aria non muta colore né di di né di notte, 
ma il lume del Sole la fa parere chiara; et quando la notte 
viene, partendosi il Sole, rimane senza lume, et pare nera 
in apparenza et oscura. Divide l'Autore il presente capitolo 
in sei parti : nella prima discrive l' ora del tempo eh' é 
data a' mortali in luogo di riposo, et invoca le Muse al 
modo poetico. Nella seconda parte, temendo l'Autore di non 
essere sufficiente, né in tanta grazia, da potere venire a per- 
fezione di questa opera, priega Virgilio che esamini la 
virtù sua, dicendoli i dubbj che sono cagione di farlo te- 
mere. Nella terza, mostrando Virgilio d' averlo bene inteso, 
gli dice che donne celestiali si mossono dal luogo loro, 
dove la provedenzia divina 1' ha ordinate, et annoio fatto 
venire a lui per suo ajuto et per suo conforto. Nella quarta 
Virgilio dimanda Beatrice, dicendo in prima alcune parole 



33 

in sua loda, et offerendosi presto a uno partito et a' suoi 
comandamenti d'alcune cosette, le quali la pregò che li 
debbi chiarire. Nella quinta, chiarendo Beatrice a Virgilio 
quello di che egli la richiese, gli dice che P anime glorifi- 
cate, scendendo tra le cose mortali, et ancora tra' dannati , 
non possono essere offese uè tocche dalla loro miseria. 
Nella sesta et ultima parte, doppo alcuna leggiadra compe- 
razione, dice l'Autore a Virgilio ch'egli è tanto confortato 
per le promesse et per le parole sue, ch'elli è tornato nel 
suo primo proponimento, et ch'egli è disposto a seguirlo 
come suo duca et maestro dove sia di suo piacere di gui- 
darlo. — La ij parte comincia quivi: Io cominciai. — La 
terza quivi: S' io ò bene. — La quarta quivi: Donna di 
virtù. — La quinta: Dirotti brievemente. — La vj parte: Qwile 
i fioretti. 

Dice adunque, tornando alle lettera: Lo giorno se n' an- Ye ^ o nl J J 1 ; 
dava. Chiaro appare per quello eh* è stato detto. — Toglie- 
w gli animai. Questo principio et modo di parlare usa Vir- 
gilio nell'ultimo del quarto libro dell' Eneida: 

Nox erat et plnciium carpebant fessa soporem 

Corpora ec. 
Et io sol uno. Io solo, dove tutte le cose si posano, dice 
l'Autore, m'apparecchiava d'affaticarmi. — Che ritrarrà la 
mente. Qui vuole alcuno ripigliare questa parola et recarla 
a superbia; ma questo è uno modo di parlare, come chi 
dice d'una cosa ch'egli abbia veduta ben chiara: Io vidi 
li tal cosa, et non erro eh' io la ridi; in quella cosa singo- 
lare sola s'intende. — muse, o alto ingegno. Qui fa una 
invocazione poetica, et a modo poetico, chiamando le muse 
et l' alto ingegnio che 1' ajutino. Alto ingegnio, non alto 
quanto in sé, ma alto per rispetto delle cose che ha a 
trattare, che sono alte et maravigliose. Chiama addunque 
le Muse come gli altri Poeti, onde Virgilio Musa mihicausas 
memora quo Numine laeso, Quiive dohns etc. Et Orazio Die 
mihi musa Vintm capine post termina Trojae. Sono le Muse 
nove, cioè: Clio, Euterpe, Melpomene, Talia, Polimna, Era- 
to, Tersicore, Urania, et Caliope, che sono vocaboli greci. 

3 



34 

Nove cose che hanno a formare la voce umana, ciò sono 
quattro denti principali dinanzi, due di sopra e due di 
sotto, la lingua, la concavità dello strozzule, due labra. 
Et perchè altrove più inanzi toccherà a parlare più con- 
venevolmente, lascio stare l'altre sposizioni, cotne elle sono 
quelle nove parti che bisogniono a ciascuno a volere per- 
fettamente essere savio, come chiaramente se ne tratterà. 
— mente che scrivesti cioè, o memoria che notasti ciò 
ch'io viddi — Qui si porrà la nobiltà tua, cioè com'io seri- 
verro et ritrarrò cosi sarà da laudare la tua nobilita, però 
che dal libro tuo io esemplo ciò che io scrivo. Et è da 
notare che la mente di ciascuno uomo è come uno foglio 
bianco, nel principio quando gli uomini nascono: poi ciò 
eh' egliono apparono scrivono nella memoria come in foglio 
bianco. Et ancora perchè l'Autore in questo principio fìnge 
essere al fare della notte, è da vedere però che nel prin- 
cipio del Purgatorio et del Paradiso pone essere al princi- 
pio del dì, dove dice: Si che le bianche et le vermiglie guance. 
Et nel Paradiso: Et di subito parve giorno a giorno Esswe 
agiunto. Rispondesi che con ciò sia cosa che ora in questo 
capitolo, dove scende allo 'nferno, però che il peccato è 
assimigliato all'ombra et alla oscurità, et però finge questo 
scendere allo 'nferno, per confermare alla sua natura, essere 
stato di notte. 
«* n H "ia Guarda la mia rirtìi. Dire che guardi a due cose: Puna 

alla impromissione sua, che disse di condurlo per questi 
luoghi; et questo per rispetto a Virgilio è bene possibile ; 
ma la seconda cosa ciò è, s'elli è sufficiente citelli guar- 
di, prima che '1 conduca per quello viaggio; che pare a 
lui non essere sufficiente. — Tu dici che di Silvio. Qui l'Au- 
tore risponde a una tacita quistione che si poterebbe fa- 
re, et usa uno colore retorico che si chiama confatatio, 
idest contrariorum locorum dissolutio. Dice addunque: Tu 
di' che '1 padre di Silvio allo 'nferno andò, ciò fu Enea. Et 
qui è da sapere che Enea ebbe di Gelista (1), figliuola del 

(1) Celista. La figliuola di Priamo, che Tu moglie dì Enea, si 
chiamò Creusa non Celista. 



▼erto 11 a 42. 



. 35 

re Priamo sua prima moglie, uno figliuolo nome Ascanio; 
poi di Lavina, figliuola del re Latino, ebbe un altro figliuolo 
nome Silvio; si che Enea fu padre di Silvio, postumo detto, 
perchè nacque doppo la morte d'Enea. Perchè elli ebbe 
nome Silvio, et come egli nacque in selva, il chiamò et 
posegli nome Silvio — Secolo andò e fu sensibilmente. Secolo 
ciò è lo 'nferno: chiamalo cosi, però che lo 'nferno fìa eter- 
nalmente. E secolo è uno tempo che contiene in sé cento 
anni, si che si può dire ch'egli inchiuda in sé tutti i tempi, 
però che più innanzi del cento si va per composizione; 
onde ancora la Chiesa, per omnia saecula saeculonm, per 
tutti i tempi s' intende — Sensibilmente, corporalmente v' an- 
dò; et ancora dice che v'andò corruttibile et immortale: 
corruttibile è quando gli uomini vivono, però che quando 
l'anima si parte dal corpo, quando questo cotale bisogno 
et congiugnimento e coli' anima et col corpo, quando da 
questo tale legame dissolvesi, che ciò è altro la morte? come Cho è moIio 
dice il Filosofo: mors est separalo nnimae a corpore; allora 
il corpo, che rimane senza l'anima, si corrompe, si cjie è 
corruttibile, però che ancora s'avea a corrompere. — Andò 
air immortale secolo, cioè allo Inferno che é immortale, che 
mai non vien meno et non mancherà. — Però se l'aver- 
sario. Se Idio, che è aversario d'ogni mala operazione, a 
cui dispiacciono tutte le cose mal fatte, gli fu cortese a 
volere che le porti gli fussono aperte oltre alla legge usata — 
Pensando l allo effetto, pensando quello che di questo dovea 
uscire — Di lui e il chi e 7 quale. Cioè chi dovea nascere 
di lui o il quale; e qui è una differenzia che è a dire in 
grama tica. Quis es? puossi rispondere: Petrus — Qttalis esf 
bonus, malus; et cosi dice l'Autore, pensando chi era quello, 
cioè quello et quelli uomini che di lui dovevono uscire, o 
il quale, cioè di quale o di quanta bontà, come furono i 
Romani, che di lui discesono, Cesare et Ottaviano et gli 
altri , et prima et poi — Non p'ire indegno: chiaro appare — 
CK et fu dell alma Roma. Cioè della santa Roma et del suo 
Impeiio eletto per principe e per padre — Nello empireo 
cielo. Et qui è da notare che li antichi filosofi poneano i 



36 

cieli essere otto, cioè sette cieli de' «pianeti, come s'è Sa- 
turnus, Mars, Jupiter, Sol, Venus, Mercurius, et Luna; poi 
l'ottavo cielo, dove sono le stelle fisse. Poi altri Filosofi, 
come Tolomeo, posono essere uno altro cielo, dove è il 
movimento di tutte le cose, et le intelligenzie che muovono 
questi altri cieli. Et questo cotale cielo l'Autore nel Para- 
diso chiamalo Real manto di tutti i volumi, ciò è quello 
d'onde tutti i pianeti et cieli et stelle sono causate, et 
quindi prendono forma. Hanno agiunto poi i Teolaghi et 
la santa Fede Cristiana, essere sopra tutti un altro cielo 
ove stanno i Beati, il quale si chiama Impirio; et dicitttr 
ab pir qttoi est ignis idest caelum ignis, cioè cielo di fuoco, 
cielo di carità et d'amore. In questo tale cielo, dove più 
risplende la divina potenzia, fu ordinato da Dio et eletto 
Enea padre et principio di Roma. Ancora per chiarire più 
aperto quello eh' è detto di sopra, chi fu Enea, et d'onde 
venne, a che fine, chi di lui discese, subbrevità se n' è toc- 
cata alcuna particella. Egli è da sapere che Enea, com'è 
statp detto nel primo capitolo, si parti di Troja, et navi- 
cando per lo mare, ebbe molte avversità, come scrive Vir- 
gilio nel principio dell' Eneida. Dice che Junone, moglie 
di Giove, pregò Eolo, il re de' venti, che aprisse a' venti 
suoi et soffiassono verso Enea, et facessono pericolare lui 
et la sua gente. Ricevuto addunque Eolo la preghiera di 
Junione, aperse a' venti, et fece grande noja ad Enea; et 
questo è secolo la finzione poetica. La verità è che Vir- » 
gilio cui nil lattrit, a cui veruna cosa fu nascosa, pone 
Junone per le cose terrene, Enea per la ragione, Eolo 
per lo divino freno, i venti per le tentazioni et pungi- 
mene che vengono negli animi spesso degli uomini. Dice 
addunque (jhe Junone, (le cose terrene) colle tentazioni, 
(co' pungimenti) stimolono Enea, cioè la ragione, con quelli 
venti, cioè tentazioni, come detto è. Eolo (il freno di Dio) 
quando allenta et quando strigne et quando permette; et 
se questo freno di Dio non fosse, tanti sarebbono questi 
venti soffianti, queste tentazioni, che'l mondo rovinereb- 
be: et questo appare chiaro. Ora Enea ultimamente, con 



37 

grande danno scampato, arrivò a Cartagine. Ivi stato alcu- 
no tempo con Dido reina di quello luogo, per lo amoni- 
mento di Saturno si partì, et da capo mettendosi in mare 
colla sua gente, arrivò air isola di Cicilia: quivi mori 
Anchise suo padre a quella città Cumana; et quivi andò 
a quella profetessa che in quello luogo abitava. Era questa 
femina grandissima nigromante, et a lei andò Enea et uno 
suo compagno nome Miseno; et lui uccise per farne sacri- 
ficio a costei, per avere da lei quella risposta ch'egli atten- 
deva: benché Virgilio pone, per ricoprire Enea, che Miseno 
mori quivi di sua morte. Ma come che '1 fatto s'andasse, 
Enea, fatto il sacrifizio a questa Sibilla, ebbe risposta da 
lei in questa forma: tandem niagnis pelagi defuncte peri- 
eli* Sed terra graviora etc., cioè: • Tu se' campato di grandi 
pericoli del mare; ma maggiori pericoli ti sono rimasi nel 
regno del re Latino; » poi confortandolo, gli dice: Non te 
ne rimuovere però, compi tuo viaggio, et non dare luogo 
a' mali (1), però che molti ajuti arai che tu non pensi. Poi, 
ito con lei all'inferno, doppo molte cose nuove, vidde An- 
chise suo padre, il quale gli mostrò molti, i quali disse 
che scenderebbono re di lui, i quali disse essere grandissimi 
et valentissimi uomini, dandogli grande speranza d'acqui- 
stare Italia: le quali speranze forte il confortarono nelle 
battaglie et guerre ch'egli ebbe con Turno; et nell'ultimo, 
combattendo a corpo a corpo, il vinse, uccise et superò, et 
poi prese per moglie Lavina figliuola del re Latino, et fu 
signore di ciò che Latino tenea; et di questa Lavina et di 
lui nacque Silvio, come detto è. Si che, conchiudendo, bene 
dice l'Autore, per questa andata allo 'nferno che fece Enea pa P i! sme 
gli segui la vittoria, et ultimamente ne seguitò il papale 
amanto, cioè la sedia appostolica, fermata et posta nella 
città di Roma, che da' suoi discendenti fu signoreggiata et v 
cresciuta et aumentata. Come di lui ancora, et come di 
questa cagione scendessono i Romani, è da sapere b rie ve- 

(1) Non dare luogo a mali. Non fuggire da essi, Non gli cansare, 
Non ti tirare indietro. 



38 

mente che, morto Enea, rimase di lui et di Lavina uno 
figliuolo nome Silvio. È vero che Ascanio tenne prima la 
città di Laurenzia et il reame. Doppo Ascanio tenne il 
reame Silvio suo fratello; et doppo Silvio uno figliuolo 
d'Ascanio, nome Julio: et di questo Julio scese Julio Cesare 
d'ivi a molti tempi di discendente in discendente. Di Julio 
figliuolo d' Ascanio nacque Julio postumo, poscia Latino 
Silvio; et cosi, lasciando i nomi in questo mezzo, ultima- 
mente di questa discendenzia venne il reame nelle mani 
del re Procas; et da costui incominciorono le storie roma- 
ne, come da Nino cominciarono le storie del reame di 
Media et di Siria: et dal re Nino infino a Procas ebbe m. 
ce xl anni. Quello Procas ebbe due figliuoli, l'uno ebbe 
nome Numitor, l'altro Amolus (i). Numitor dovea tenere il 
reame dopo la morte di Procas, ma Amolus, il minore 
fratello, il cacciò et tennelo egli, et una figliuola di Numitor 
fece scacciare et servire la Dea Vesta, overo Marte: et 
questo fece elli, perchè ella non avesse figliuoli che gli 
origino e togliessono il reame. Questa, di Marte, secondo le favole 
KmoPo°e a! V oe ^ c ^ e bb e due figliuoli, Romolo et Remelo. La verità 
Remolo o di f u che uno cherico della chiesa ebbe a fare con lei, et di 
lui et di lei nacquono Romolo et Remolo. Et come che la 
storia si potesse distendere, come Romolo et Remolo, cre- 
sciuti, saputa la verità come Tavolo loro era stato cacciato 
del reame da Amolo suo fratello; et come Romolo et Re- 
molo, ritenuto grande tempo malandrini et uomini sviati 
et rubatori, colla forza di questi cotali si mossero, et per 
forza tolseno il reame a Amolio, et andorono per Numitor 
loro avolo, et fecerlo re et signore, et elli se ne vennono 
a fare quello ch'erono usati: poi abitorono la città d'Alba, 
et ultimamente posono in sul Tevero la città di Roma, in 
quello luogo dove era già stato il re Evandro et altri, co- 
me si contiene ne' libri che di ciò parlano. Ma basti, a di- 
chiarazione del testo, che de Enea scese Ascanio et Silvio, 
et ultimamente Romolo et Remolo, che furono i principia- 

(1) Amolos. Leggi Amuliu*, Àmulio. 



39 

tori et fondatori della città di Roma: et da Romolo fu 
Roma dinominata. — Andovvi poi lo Vaso. Àssegnia qui l'Au- 
tore la seconda cagione, perchè Iddio consentì l'andata a origine di 
santo Paulo. Et qui è da sapere che santo Paulo fue paga- 8anl ° aol °' 
no, et grandissimo persecutore de' Cristiani , et trovossi a 
fare lapidare santo Stefano. Fue chiamato Saulo, grandis- 
simo scienziato, et essendo grande rettorico, scrisse molte 
pistole a Seneca morale. Ora, brevemente, perseguitando i 
Cristiani, impetrò lettere da potergli perseguitare; et an- 
dando verso Damasco, venne per divino miracolo uno splen- 
dore grandissimo da cielo sopra santo Paulo, di tanta chia- 
rezza che santo Paulo, vinto, smarrito et cieco degli occhi, 
cadde in terra, et una voce in quella ora venne da cielo: 
Sitile, Sanie, cut me persequerisf Jesus Nazzarenus sum, q tieni 
tu persequeris: durimi est contro, stimulum calcitrare. Et udite Como «m- 
l'Apostolo queste parole, et ricevuta vera cognizione di Dio, convert?. 
gli disse Iddio: Va, in Domasco, et quivi troverrai Anania, 
et fa quello ch'egli ti dice. Et ancora apparendo Idio a 
Anania, gli disse ch'egli ponesse le mani agli occhi a 
santo Paulo, et che egli ralluminerebbe. Signore, disse 
Anania, che vuoi tu fare? ciò è: Questi è grande persecu- 
tore de' Cristiani. • Va, disse Cristo, quoniam ras electionis erit 
mihi iste, ut portét noinen menni coram regibus, et g&ntibus, 
et filiis Israel. Giunto addunque santo Paulo, Anania gli 
pose le mani addosso, et agli occhi, et fugli ristituito il 
vedere; et convertito, il battezzò. Ora', per chiarire dove 
dice che santo Paulo andò allo 'nferno, questo non si ri- „ 

7 n Come san- 

truova scripto; ma coraprehdesi che quando Cristo gli ap- cto Paulo fu 
parve si dice ch'elli fu rapito in fi no al terzo cielo, et in zo P doio. 
quello stante egli ficcasse P occhio nella individua Trinità, 
nella vera Sapienza del figliuolo di Dio, et quivi vedesse 
et lo 'nferno et il purgatorio, et il paradiso tanto piena- 
mente quanto vedere si puote, però ch'egli ne parlò cosi 
chiaramente come ne parlassi mai veruno, et tutto vidde 
in quella divina essenzia etc. Ora, al proposito dello Auto- 
re, dice che santo Paulo vidde et trasse tante cose dello 
"nferno et del Paradiso, che n' ha grandissimo conforto alla 



40 

salvazione de* Cristiani, et chiaramente si truova che santo 
Paulo inalzò la fede cristiana più che mai veruno altro, 
con scrivere lettere a quelli di Corinto, ad Ephesios, ad 
Romanos, generalmente a tutti i pagani con si dolci mo- 
di, con si gravi sentenzie, con si mature predicazioni, che 
mai prima né poi fu veruno che tanti ne convertisse alla 
fede cattolica. Perchè Iddio il chiamassi vaso d'elezione, 
si dee sapere che nel cospetto divino sono scritti tutti gli 
eletti, cioè tutti quelli che salvare si debbono; et questo 
provedere di Dio niente projudica al libero arbitrio, come 
altrove se ne tratterà: in quello cospetto divino sono scritti 
quelli che si salveranno, per le parole di santo Paulo. Si 
che, conchiudendo, bene si può dire che san Paulo fu va- 
so, tenuta, et capacità grandissima di quelli che eletti do- 
vevono ' essere. — Per recarne conforto. Di quello luogo, 
com' è detto di sopra, recò conforto alla Fede cristiana , 
eh* è fondamento sopra il quale murando, cioè bene ope- 
rando, si salva, quia sine fide impossibile est piacere Beo, 
come scrive l'Apostolo — f non Enea; cioè: io non sono 
costoro, né degno come ellino — Oscura costa: oscura per 
peccati — Consumai la 'mpresa. Compie' la 'mpresa; consumo, 
mis, sta per consumare, et per disfare. Consumo, mas per 
Compiere et per Recare a termine, 
volitò a 1 57 Rispose del Magnanimo. Blagnificentia est praeclararum 

rerum consumatio, dice Tulio, cioè Pervenire a perfezione 
d'ogni cosa alta et grande: la qual virtù sommamente fu 
in Virgilio, che lasciò le cose mondane, volgari et basse, 
et attese alle cose alte et famose — Come falso \eder bestia. 
La cagione della paura eh' hanno gli animali è questa, 
che quando eglino veggiono alcuna cosa di chi (i) egli 
temono, secondo il Filosofo, rimane loro questa paura 

(1) Chi detto di cosa é raro, ma si trova appresso qualche classi- 
co. Elegantissimamente usollo l'Alamanni nel Lib. 3 della Coltivazione: 

elle, al fuoco, 

Alla rocca tator traggon la chioma, 
van tessendo chi le scaldi o cuopra. 



41 

nella memoria (nella fantasia, eh 9 è una parte della me- 
moria) in questo modo, che la cosa di che egli hanno 
temuto se ne fa una imagine, una effigie, et questa tale 
imagine, come uno corpo d'aria, si rappresenta agli occhi, 
et quivi moltiplica; et di gonna in gonna (i) passa nella 
memoria, apresso nella fantasia; et quivi rimane per lun- 
ghezza di tempo, secondo come è stata grande la paura, a 
modo come rimane una cosa dipinta in una tavola o in 
uno foglio; onde poi, se questo cotale animale vede, non 
solamente la cosa che altra volta ha veduta, ma similiante 
a quella, spaurisce, però che non può subito particular- 
mente discernere, vinto dalla subita visione et dalla paura: 
come quando vedrà uno animale morto; poi vedére una 
pelle, uno tavolaccio (2), subito spaventerà; et questo, come 
dice Pulitore, per falso vedere: et similmente vuole dire 
Virgilio che intervenga all'Autore — D' ornata impresa. Onrata 
per onorata;' et è qui una figura che si chiama sincope, 
eh' é quando alcuna sillaba si trae del mezzo d'alcuno 
nome. Ora si poterebbe qui muovere uno dubbio, però 
che l'Autore disse, nel fine del precedente capitolo, di se- 
guitare Virgilio, et parve che la paura gli fusse uscita, 
cioè quella ch'elli disse che ebbe nel salire del monte 
delle virtù, per quelli tre animali che gli apparvono; et 
poi, rassicurato per le parole di Virgilio, disse che il se- 
guiterebbe; et ora pare qui contradirsi a quello eh' ha det- 
to. A dichiaragione di questo dubbio è da sapere che, co- 
me è scritto nei principio della Bibbia: Vidi duo luminaria, 
unum preesse dici, alfrrum noeti. Questi due lumi, secondo 
il senso litterale, è il Sole et la Luna: il Sole signoreggia 
il di, la Luna la notte; cosi nel minore mondo, cioè ne' 
corpi degli uomini, sono due lumi, l'uno che risplende 
chiaramente sopra le virtù et l'alte in telligenzie, et l'altro 
che risplende sopra la oscurità de' peccati: et quello che 

(1) Di gonna in gonna. Oggi i varj involucri dell' occhio si chia- 
mano da' medici con la stessa metafora, ma più esagerata, (uniche. 
(f) Tavolaccio. Targa, scado di legno bislungo. 



42 

risplende chiaro è il lume della ragione, eh' è assimigliato 
al Sole; et l'altro, che risplende sopra la oscurità de' vizj 
et de' peccati , è assimigliato alla Luna. Et fra questi due 
lumi, cioè fra la ragione et la sensualità, hae continuo 
combattimento, benché ne' più degli uomini la ragione 
tenga piccolo luogo; pure sempre s'oppone a'vizj. Ora da 
questi due combattimenti, per le parole che l'Autore hae 
usate nel primo capitolo, era deliverato, et tutto disposto 
a seguitare Virgilio, cioè la ragione, et la ragione avea 
vinto in lui. Addunque qui si poterebbe dire, perchè temè? 
rispondesi, che, bene che la ragione parea avere vinto in 
lui al tutto, né sicuramente non correa per la sua via, né 
di lei era al tutto abituato, però che, dopo a queste due 
cose dette di sopra, viene uno terzo combattimento; che 
quando l' uomo s' è accostato alla ragione, et inchinasi a 
quella, viene uno pensiero nella mente in questo modo: 
• SMo non sono avaro et vo' vivere virtuosamente, di che 
vivo io? come divengo io ricco? > Et cosi conchiudendo, in- 
terviene d' ogni vizio. — Da questa tema: chiaro appare. — 
Io era tra color. Sospesi, ciò è non al tutto in inferno, né 
fuori di quello luogo: ciò é quelli del limbo, che non sono 

trieo' 1 ' fu Bca " con P ene ey identi né fuor di pene. — Et donna mi chiamò. 
Questa fu Beatrice. Chi fosse Beatrice è da sapere che nel- 
la verità questa fu una donna da Firenze, la quale Dante 
amò in sua gioventù con grande affezione, et fece per lei 
molte cose in rima, canzon morali, et ballate. Fue questa 
giovane figliuola di Folco Portinari, et moglie di messer 
Simone de' Bardi: ma allegoricamente intende per questa 
Beatrice la santa Teologia, et dice eh' eli"' è beata et bella: 
beata in quanto ella tratta de' Beati et della beatitudine. 
Boi , perchè, interpetrando Beatrice, tanto vuole dire quanto 
Beata Gioja, dice ch'era bella; et questo è vero che la 
Santa Scrittura parla bello et pulitamente, et con metafore 
et belle similitudini, et con ornate parole et chiare — Luce- 
von gli occhi suoi. La scienzia della Teologia escede ogni 
altra scienzia, et è più chiara che le stelle, più che queste 
scienzie mondane. — Soave e piana. Parla la Santa Scrittura 



(• 



43 

soavemente, piana, chiara et aperta. — Con angelica voce 
Parla delle cose angeliche. Et è vero che la Scrittura santa 
prima fu scritta in lingua ebraica, come la Bibbia et il 
Psaltero fu traslatato d' Ebreo in greco, di greco in latino; 
et per questo perde assai della sua dolcezza, come che lo 
effetto non si mutasse. Dicesi che '1 Psaltero fu detto Psal- 
tero da questo stormento cosi nomato, eh' ha tante corde, 
però che le parole sue sonavono dolcemente a guisa di 
quello stormento. Et è detto il Psaltero da psallo psaUis, 
che sta per Saltare per allegrarsi. c^ llm 

anima cortese. Fue Virgilio da Mantoa. Dice cortese, vereo M a 75 * 
et qui si piglia cortese non per quel modo che molti in- 
tendono che sieno coloro che spendono il loro et gèttollo; 
ma cortese, costumato, uso in corte, dov'è gF uomini va- 
lenti et costumati: et quindi scende la cortesia della Cor- 
te — Et dfrerà cioè perpetualmente — Lontana da questo 
presente tempo — ÌJ amico mio e no della. Come Dante fosse 
amico di questa donna, di questa scienzia, chiaro appare; 
et simile quanto fosse nemico della fortuna; che Dante fu 
cacciato di Firenze, della sua terra, come più oltre si di- 
rà: andò per lo mondo sempre tribolando; et fuori della 
sua terra mori — Per quel che i ho di lui. Cioè, .io ho udite 
cose di lui nel cielo, et veggiolo tanto smarrito nella di- 
serta piaggia, cioè ne' peccati, ch'io temo che io non sia 
levata tardi al soccorso suo — Colla tua parola ornata. Vir- 
gilio parlò ornato più che niuno altro poeta; et da lui 
chiunque ha voluto parlare ornatamente ha seguito lo stile 
suo, et ciò che i poeti (1) pagani si sieno adorni di fiori della 
sua eloquenzia; ma i dottori della santa Chiesa hanno par- 
lato con suoi proprj vocaboli: Silae sancta parens, iterum 
solvete retecti etc. et quasi per tutta la Scrittura santa si q u j f U „. 
truovono ornamenti di parole stratte da' Poeti. Leggesi di{^^J?*£ 
santo Girolamo che una notte gli parve essere menato Mbo )* . * v< * 

° r prosi da Cice- 

rone. 

(1) E ciò che i poeti ec. Qui pare incompiuto il costrutto, e forse 
diceva : e ciò non è vero solo de poeti ec. Richiedendo così il senti- 
mento. 



44 

dinanzi a uno giudice, et il giudice il dimandò chi egli 
era, et quelli rispose: Ego sum Christiana*; e '1 Giudice 
rispose: Imo es Ciceronianus, però che santo Girolamo sem- 
pre s' ingegnava di seguire il parlare di Tulio Cicerone: et 
perchè troppo s'era dato a quello parlare ornato et pulito, 
il volle Iddio correggere. Dice che quello giudice, dette 
queste parole, a' suoi sergenti aspramente il fece battere, 
tanto che lunghi tempi se ne senti — /' son Beatrice. Qui 
si palesa Beatrice, et dice che donna fu nel cielo si com- 
piagniea dello impedimento dello Autore. Questa donna 
era l'Orazione, che l'Autore avea fatta nel primo capitolo, 
in quella valle de' peccati , quando egli alzò il viso in 
alto, dove dice che guardò le spalle del monte. Et perchè 
si prende et considera che qui orasse, et perch'egìi levò 
gli occhi in alto, eh' è proprio dell'oratore un atto, per- 
chè l'orazione è uno effetto della mente che si rivolge 
verso Iddio, onde è scritto: Oralio est (ictus mentis in Deum, 
dice che questa donna si compiagne; et questo è che 
quando l'uomo si raccomanda a Dio si compiagne, cioè si 
duole de' peccati suoi et di quelli si rammarica — Et dice 
ancora che questa donna chiese Lucia. Come appresso in 
questo capitolo si noterà, Lucia, eh' è la seconda donna, 
umuJdcwdu s' intende la misericordia di Dio, che luce et risplende 
diDio - super omnia opera sua, come dice il Salmista; et se la mi- 
sericardia di Dio non fosse si grande, male starebbe ogni 
uomo, però che sono tanti i peccati che noi commettiamo 
continuamente, che, se secondo giustizia fussono puniti, 
pochi o niuno si salverebbe; et però dice il Salmista: Mi- 
sericordia Dei piena est terra, in aeternum cantabo; et altro- 
ve: Universae viae Domini misericordia et txritas. Adunque 
ben conchiude l'Autore che la Misericordia, cioè Lucia, è 
nimica di ciascheduno crudele. Mossesi adunque questa 
donna, et venne a Beatrice, venne alla santa Teologia, 
che soccorresse l'Autore, cioè spirò Iddio per grazia nel- 
l'animo dello Autore di fargli venire voglia et pènsierb di 
studiare in questa scienza, la quale scienzia tratta, com'è 
detto, e di Dio, e delle cose celestiali, et delle sue mise- 



43 

ricordiose opere, et della sua giustizia; et ha tanto a ri- 
trarre gli animi degli uomini a sé per lo subietto suo, 
che quasi non è veruno che non si disponga bene, chi 
collo intendimento s'accosta a questa scienzia; et si per 
la sperienzia, per la ragione delle cose perfette et virtuose, 
et si pe' meriti che di quelle operazioni seguitano in tali 
operatori. Ora, perché questo modo di studiare in questa 
scienzia era più modo acconcio a potere ritrarre l'Autore 
dal peccare, et da quella oscurità de'vizj, gli fu per escel- 
iente grazia apparecchiata questa via. Ora, conchiudendo, 
per questo eh' é detto s' intenderanno più agevolmente le 
parole dell'Autore — Di te mi loderò. Io mi loderò di te; 
questo non vuole dire altro se non la teologia, la santa 
Scrittura, è tutta vestita delle parole de' Poeti, com'è det- 
to: et questo é a loro grandissimo lodo. 

V umana spezie excede. Cioè per la coscienzia gli urna- T m w "'sé. 
ni ingegni avanzono ogni cosa et ogni altra scienza eh' è 
contenuta sotto il minore cerchio. I cerchi de' Pianeti sono 
vij; et benché in ciascheduno cerchio sieno altri cerchietti, 
come differenti et piccoli, pur è il cerchio maggiore, dal 
quale dipendono gli altri cerchietti; nei quali cerchi si 
volgono continuamente queste stelle de' pianeti: e '1 mag- 
gior cerchio è quello di Saturno; il minore è quello della 
Luna: et quanto il cerchio- è più di lungi dal centro tanto 
è maggiore cerchio; et il punto che fa il geometra, dove 
ferma la sesta, quando va egli faccendo d'intorno la cir- 
cumferenza, dicesi che la terra è il punto dove lo etternal 
Maestro pose la sesta quando fece questi cerchi de' cieli 
etc. (1) Conchiudendo, l'Autore non vuole dire altro, se non 
che ogni cosa eh' è sotto il cerchio della Luna , avanza la 
scienzia della teologia. Et però che qui si poterebbe rispon- 
dere: perchè non avanza ancora la teologia le cose che 
sono infino al cielo impirio? qui si risponde che gli angioli 
avanzano et eccedono la spezie umana; et per che i cieli 

(1) Pose la sesia ec. Vedi nel canto xix del Paradiso, verso IO, e 
commentalo con queste parole. 



46 

sono governati dagli angioli, mossi dalle in telligenzie ange- 
liche, però non dice l'Autore che V umana spezie per que- 
sta scienzia avanzi et passi sopra questi cieli. — Tanto m'ag- 
grada. E' m' è tanto a grado il comandamento tuo, dice 
l'Autore, che, se già fossi ito dove tu mi mandi, mi par- 
rebbe tardi; ch'io ti vorrei ubbidire prima che mei coman- 
dassi. Et qui si può ancora allegoricamente intendere che, 
dove ha bisogno di fede nelle cose che sono nella santa 
Scrittura, non dee con la ragione umana, né con ragioni 
loicali né filosofiche, volerle disputare, et trarle allo inten- 
dimento suo; et non dee volere assottigliarsi a intendere 
quelle cose che lo 'ntelletto umano non è capace, però 
che tanto avanzono sopra nostro intendimento, che ingegno 
umano non vi può aggiughere. Et non pigliare errore, come 
molti che vogliono che le cose- non sieno altrimenti che 
come elli le 'ntendono; et egli è lutto il contrario. Onde 
Boezio nel quinto libro, redarguendo questi tali dice: Omnia 
quae quisq e novit ec. — Ma dimmi la cagione. Egli è lecito 
di dimandare delle cose che per intelletto umano si posso- 
no comprendere. — Ove tornar tu ardi. Cioè in cielo; che 
quaggiù non è tua stanza, non e' è tua volontà, ma lassù 
fra' Beati appetisci di tornore. 
canto iì. Da che tu imo' saper. Questo di che l'Autore dimanda 

aib nne. è caso assai sottile a Virgilio, che, posto per la ragione 
umana, sopra quella non si stende il suo intelletto. • — 
Temer si dee di sole. Qui risponde Beatrice, et dice che 
di quelle cose che non possono offendere altrui non si 
dee temere; et soggiugne che, merzè di Dio, elli l'ha 
fatta tale, che, benché gli uomini che studiono in quella 
scienzia la distendono et ristringono et stracciono per di- 
versi modi, ella si sta salda et ferma; et di questa miseria 
degli uomini non si cura, poi che non la possono offen- 
dere; che la Scrittura non si viziò per lo fallire altrui, 
ma sta salda nel vigore suo. Dice Valerio Maximo che 
Antigenide poeta, insegnando a Tibiceo suo figlinolo, ov- 
vero discepolo, poesia, et dolendosi a lui che la scienzia 
ch'egli gì' insegnava non era molto prezzata dagli uomini. 



47 

disse non te ne curare mihi cave et musis, quia videlinet 
perfecta ars fortunae lenocinlo deferta insta fiducia non exiri- 
tur. — Non ni assale. Pare sentire l'Autore che l'anime che 
sono nel Limbo, dove era Virgilio, Omero, et altri , che 
fuoco né altra cosa materiale nolli tormenta, ma solo il 
tormento eh' egli hanno è che hanno perduta ogni speran- 
za, et non aspettono mai vedere Iddio; et secondo le pa- 
role di Beatrice né incendio desta fiamma non tn assale, che 
qui sia fuoco materiale. Qui s'argomenta con due ragioni, 
che, benché Virgilio potesse intendere del luogo proprio 
dove egli era, puossi dire che Beatrice intendesse di tutto 
lo "nferno: et ponitur hic pars prò toto et totum prò parte. 
Et questo modo si salverebbe il detto suo. Per lo secondo 
modo, sponendo questo passo allegoricamente, che gli uomi- 
ni quando sentono pena et angoscia nell'animo, ch'egliono 
sospirono, et qu^lo sospirare non è altro che una calde- 
za dell'animo, si può intendere che Beatrice parlasse per 
simile modo di parlare. — Donwi è gentil nel cieh Per 
questa donna, com' é detto, s' intende l' Orazione; ma per- 
ché ci ha due altre oppenioni, sono da chiarire. Nel libro 
della divina providenzia é scritto il fine di ciascuno uomo, 
non perchè questo tale prevedere imponga agli uomini 
necessità, perchè hanno libero arbitrio; che come scrive 
Boezio nel quinto libro: Nam, si cut scientia praesentium 
rerum nihil hiis quae fiunt, ita praescientia futurorum nihil 
hiis quae ventura sunt necessilatis imponit. Ora questo cotale 
prevedere di Dio, et questa sua elezione che fa, et scrive 
in questo suo libro qualunque salvare si dee, vogliono 
dire che sia quella donna che mandò Lucia a soccorrere 
l'Autore. L'altra oppenione è, che, secondo che vogliono 
i filosofi, che su nel cielo delle inmagini siano le idee di 
ciascuna cosa; et che, come quivi sono queste idee, cosi Iddio 
nella mente sua abbia immaginata et sformata qualunque 
creatura nasce, qualunche cosa fa, tutto a simile del di- 
pintore, che, prima ch'egli dipinga la figura, inmagina 
nella mente; et questa cotale idea, questa imagine, voglio- 
no dire che sia quella donna che detto è. Ma quella oppi- 



48 

Dione ciré più conforme è l'orazione, come detto è di 
sopra. - — Di questo impedimento. Qui si dee intendere che 
r Orazione mandò a Virgilio Lucia, che andasse, non allo 
impedimento di Dante, ma dove egli era impedito. — Sì che 
duro gvidicio. L'Orazione piega assai volte il duro giudicio, 
però che Iddio si piega per l'Orazione: Flectitur iratus voce 
rogante Deus; Iddio si piega per la voce dell'oratore; che 
Oratio est actus mentis in Deum. — Questa chkse Lucia. Cioè 
l'Orazione chiese la Misericordia di Dio. — Lucia nimica di 
ciascun; Questo si può intendere in due modi, che la mi- 
sericordia di Dio non si piega contro a veruno crudele, 
stori» d'isau n ^ c ^ e verun0 crudele non cerca la misericordia di Dio, 
e di Jacob. — Con V antica Rachele. Egli è da sapere che Isac. figliuolo 
d'Abraam ebbe due figliuoli di Rebecca sua donna. Il pri- 
mo ebbe nome Isau, et l'altro Jacob; et di questi due 
uscirono xn tribù d'Israel, et grandissimi popoli, i quali 
popoli furono nimici: nacquono d'Isau'i pagani et altri 
aderenti infedeli; di Jacob nacquono et discesono i Giudei; 
et parve che, infine nel ventre della loro madre, questi 
due figliuoli si nimicassono; et ben lo senti Rebecca loro 
madre, che più volte si maravigliò di quello che questo 
potea essere. Et questo significava la differenzia che dove- 
vano avere i loro discendenti, però che "1 Testamento vec- 
chio, non è altro che figura del nuovo. Ora ultimamente 
questi due figliuoli nacquono a un'ora: è vero che Esaù 
usci prima del ventre di loro madre, ma Jacob il tenea 
per lo piede quasi come dicesse: Io voglio nascere prima 
di te. Ebbono sempre questi due fratelli guerra insiemi et 
malvolere. Invecchiò Isach loro padre tanto ch'egli perde 
il vedere, et stavasi in camera sua: un di chiamò Esaù et 
disse: e Va, figliuolo mio, nel bosco, et recami qualche cac- 
ciagione et cuocila, et dallami mangiare; et poi ti benedi- 
rò. » Esaù rispose che sarebbe fatto: tolse F arco et le saette 
et inviossi verso il bosco. Rebecca, che avea sentite queste 
parole, spirata da Dio, chiamò Jacob, et disse: Tuo padre 
vuole benedire Esaù: io voglio ch'egli benedica te et non 
lui; io cocerò quella vivanda che io so che gli piace, e 



49 

tu gliel porterai; et acciò eh 4 egli non ti conosca, ti fasce- 
rò d'una pelle arrovescio il collo et le mani: et questo 
facea che, s' egli '1 toccasse, il trovasse piloso, però che Jacob 
era morbido et delicato, Esaù era piloso: si ch'ella il volle 
ingannare, perch' ella sapeva eh' egli voleva benedire Esaù, 
ch'era il maggiore, F antinato. Era a quel tempo usanza 
che 1 padre benediceva il maggiore figliuolo; et quello era 
benedetto in cielo, et rimaneagli il redi t aggio del padre. 
Cosse addunque Rebecca de' due cavretti che Jacob avea 
tolti, i migliori di suo bestiame, in quello modo che più 
piacevano a lsac. Portò adunque Jacob la vivanda et disse: 
Padre, mangia della mia cacciagione, et poi mi benedirai 
com' è dovere. Isac rispose: Figliuolo, dove trovasti si tosto 
la cacciagione? disseli: Padre, questo fu volontà di Dio. 
Isac disse: Fatti presso di me, che io ti possa toccare," se 
tu se' Esaù. Isac, toccandogli le mani et il viso disse : Al 
tatto mi pari Esaù, alla voce Jacob; pure mangiò della 
vivanda; poi il basciò et benedisselo, et disse: Iddio ti dia 
tutti i beni terreni, et tutti i popoli ti servino, et sia si- 
gniore di tutti i tuoi fratelli. Tornò appresso Esaù, et recò 
la cacciagione al padre, et disseli ch'egli il benedicesse. 
Isac s'avvide ch'egli era stato ingannato; disse: Figliuolo, 
Jacob ci fu et ingannommi; io, credendo che tu fussi, l'ho 
benedetto. Disse Exau: Adunque non hai tu più che una 
benedizione? Rispose Isac: No. Il figliuolo cominciò a pia- 
gniere; al padre increbbe, et disse: La tua benedizione sarà 
nella rugiada et nella abondanzia delle terre; et cosi fu. 
Isau si parti, et usò di dire die, dopo la morte del padre, 
elli ucciderebbe Jacob. Rebecca, temendo, gli disse ch'egli 
si partissi, tanto che Fira uscisse al fratello. Jacob rispose 
che non si partirebbe senza la parola del padre; il padre 
gliel comandò che andasse in Mezzopotamia a Laban, fra- 
tello di Rebecca sua madre, et prendesse moglie di quella 
schiatta. Avea Laban due figliuole, nome Funa Lia, l'altra 
Rachel. Era Rachel la minore et bella del corpo; Lia era 
la maggiore, et era cispa et non bella. Stette Jacob con 
Laban suo zio, et servillo sette anni per aver per moglie 

4 



60 

Rachel. Compiuti vij anni, la notte che Jacob credette 
dormire con Rachel, Laban gli misse segretameate al lato 
Lia. Fu ingannato; et la mattina s'avidde dello 'nganno et 
dolsesi; Laban rispose che quivi era usanza di maritare 
prima la maggiore che la minore, et questo era ancora 
convenevole; ma, snelli il voleva servire ancora sotte anni, 
gli darebbe Rachel per moglie; che a quel tempo si pote- 
vano tórre quante donne altri volea, per avere figliuoli. 
Servillo adunque Jacob altri sette anni, guardando suo 
bestiame, et ebbe Rachel per moglie. Et senza seguitare 
più innanzi la storia, è da sapere che Lia, la prima sua 
moglie, figurasi et si piglia per la vita attiva, et questo 
perch'ella fu del corpo rustica, corno sono gli esercizi de- 
gli uomini che seguono la vita attiva, come ch'egli sieno 
molto meritorj, come in pascere i poveri, dare limosine, 
servire et visitare gl'infermi, che son cosi rustici a vede- 
re. Et ancora come Jacob schifò Lia, et volle inanzi Rachel, 
communemente gli uomini schifono la vita attiva, et vo- 
gliono piuttosto la contemplativa, però che quella è cispa 
in apparenza di fuori, e rustica et malagevole et nojosa. 
Rachel è posta et figurasi per la vita contemplativa; che 
come Rachel era bella del corpo, così la vita contempla- 
tiva è bella, con belli pensieri et piacevoli parole, che sono 
nelle orazioni, nelle inmaginazioni che vengono negli uomi- 
ni; et è quella vita che ogn'uomo eh' è bene disposto co- 
munemente piuttosto elegge, come Jacob elesse piuttosto 
Raehel che Lia. Ora, a recare a intenzione dell'Autore 
quello eh' è detto, è da sapere più inanzi che la Teologia 
ha due parti; et queste si toccheranno per concordare que- 
sti sensi insieme: la prima parte della Teologia è litterale, 
overo parabolica, che non contiene se non senso litterale, 
come tocca la lettera ignuda; come a dire Jerusalem s'in- 
tende di quella città eh' è in Soria; l'altra parte contie- 
ne senso allegorico, cioè figurativo et contemplativo, quan- 
do per una cosa fatta s'intende un altra eh' è a fare, come 
per la battaglia fra Davit et Golia s' intende la battaglia 
che Cristo ebbe col diavolo in sulla croce; et come è a 



Si 

dire Jerusaleni s'intende la città celestiale o visione paci- 
fica; et per questo secondo modo dello intendere si cerca 
per contemplanti, per quelli che seguono la vita contem- 
plativa: sicché ragionevolmente et con acconcio modo disse 
l'Autore che Beatrice si sedea coir antica Rachel. — Loda 
di Dio. Chiaro appare. — Che non soccorri. Questo parlare 
si può recare a due intendimenti et a due sensi; l'uno 
litterale et l'altro allegorico. Litterale in questo modo. Egli 
è da sapere che l'Autore nella sua juventute amò tre don- 
ne, l'una appresso dell'altra. La prima fu Beatrice, come comeD«nu 
è stato detto: amò costei xvj anni, com' egli racconta nella *™ 6 lre d0D " 
sua Vita nuova, però che, quando ella mori, aveva ella 
xxiiij anni, et egli xxv; et questo chiarisce egli nel Pur- 
gatorio, dov'egli dice ch'era stato dieci anni senza vedere 
Beatrice; però che l'Autore cominciò questo suo libro i 
xxxv anni. Resta adunque che l'Autore aveva venticinque 
anni quando Beatrice mori. Morta Beatrice, amò una gio- 
vane da Lucca ch'egli chiama Pargoletta, onde una sua 
ballatetta che fece per lei comincia: V mi son pargoletta 
bella et nova, Et son venuta etc. L' altra et ultima fu una 
giovane da Pratovecchio, poi ch'egli fu cacciato da Firen- 
ze, per cui fece quella canzona morale: Amor da che con- 
rien pur cK i mi doglia, Perchè la gente m? oda etc. Tornan- 
do adunque alla intenzione dell'Autore, egli amò questa 
Beatrice con grande effetto. Ancora allegoricamente s'in- 
tende per Beatrice, come detto è, la Teologia: et per stu- 
diare in quella scienza, T Autore lasciò, non solamente 
l'uso de' volgari, ma ogni altra cosa, e solo a quella si 
diede; si che bene usci per lei della volgare schiera et 
del comune vivere delli uomini. — Sulla fiumana ove. Il 
peccato degli uomiui, il vivere vizioso, si può assimigliare 
alla acqua de' fiumi, eh' è labile e transitoria come il pec- 
care; et l'Autore, volendol mostrare, dice altrove: Quando 
colei che siede sopra f acque etc. — Del tuo parlare onesto. 
Virgilio parlò cosi onestamente come parlassi mai veruno 
j>oeta; et quando egli parla delle cose disoneste, come toc- 
ca alcuna volta alla materia, parla onestissimamente, come 



m 

i 

quando parlò di Dido et d'Enea, quando si congiunsono 
insieme nel iiij libro. 

Speluncam Dido, dux et trojanus eamdem 
Deveniunt: prima et Teliti* et pronuba Juno 
Dant signum, f altere ignes, et conscius aether 
Connubii, summoque nlulant vertice nimphae. 
Che del bel monte. Cioè il monte delle virtù, di che è 
fatta menzione nel j° capitolo. — Poscia che tre lai donne. 
Ciò sono T orazione tua, la misericordia di Dio et Beatrice. 
E'I mio parlar. Sojunge ancora. Virgilio: io t' ho promesso 
tanto bene, che pure è da darmi fede; si che muoviti si- 
curamente, poi che vedi che tanti et tali t'ajutono. — Qtmle 
i fioretti. I fiori comunemente s' aprono quando il sole gli 
scalda, et la notte stanno più socchiusi. — L'imbianca, cioè 
chiarisce et lustra. — In loro stelo. In su' loro piccioli, in 
su loro gambi. — Tal mi fec' io. Chiaro appare la compa- 
razione. — E tu cortese. Non si dee intendere pure di co- 
loro che spendono, ma cortese si chiama chiunque è co- 
stumato et uso nelle corti de' Signori: Cortese della lingua, 
della persona, et di sue cose. — CK io son tornato. Io sono 
in quello buono proponimento ch'io ebbi nel primo capi- 
tolo. Et cosi compie suo capitolo. 



CANTO III. 



» Per me si va ne la città dolente, 
» Per me si va ne P eterno dolore, 
» Per me si va tra la perduta gente. 

» Giustizia mosse il mio alto fattore: 
» Fecemi la divina potestate, 
» La somma sapienza e il primo amore. 

» Dinanzi a me non fur cose create, 
» Se non eterne, ed io eterno duro: 
» Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate. 

Queste parole di colore oscuro 
Vid' io scritte al sommo d* una porta; 
Perch' io: Maestro, il senso lor m' è duro. 

Ed egli a me, come persona accorta: 
Qui si convien lasciare ogni sospetto; 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 

Noi sem venuti al luogo, ov' i' t' ho detto 
Che tu vedrai le genti dolorose (1), 
Ch* hanno perduto il ben dello intelletto. 



(1) Che tu vedrai ec. Molti amichi testi, e la Nidoleatina leggono 
CÀe federai. 



54 

E poi che la sua mano alla mia pose, 
Con lieto volto, ond* io mi confortai , 
Mi mise dentro alle segrete cose. 

Quivi sospiri, pianti e alti guai 
Risonavan per P aer senza stelle, 
Perch'io al cominciar ne lagrimai. 

Diverse lingue, orribili favelle, 
Parole di dolore, accenti d' ira, 
Voci alte e fioche, e suon di man con elle, 

Facevano un tumulto, il qual s' aggira 
Sempre in queir aria senza tempo tinta , 
Come la rena quando il turbo spira (1). 

Ed io, eh* avea d' orror la testa cinta, 
Dissi: Maestro, che è quel eh' P odo? 
E che gent* è, che par nel duol sì vinta? 

Ed egli a me: Questo misero modo 
Tengon P anime triste di coloro, 
Che visser senza infamia e senza lodo: 

Mischiate sono a quel cattivo coro 
Degli angeli, che non furon ribelli, 
Né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 

Cacciarli i ciel per non esser men belli: 
Né lo profondo inferno gli riceve, 
Che alcuna gloria i rei avrebber d' elli. 

Ed io: Maestro, che è tanto greve 
A lor, che lamentar gli fa sì forte? 

(1) // turbo spira ec. Parecchi ottimi codici, il Dionisi, il Viviani 
ed il Witte leggono quando a turbo. Contro la qual lezione, perché accet- 
tata dal Witte, si levò il signor Gregorctti con ragioni in vero troppo 
strane, allegando che non è la rena, ma bensì il turbo che spira , e 
mostrando di credere che spirare sia usato per muoversi a spira. Ma il 
turbine non é propriamente il vento, è il vortice dell'arena messa in 
giro dal vento; e spirare non vale altro che soffiare detto cosi intransi- 
tivamente : Spirare a turbo, Tirar vento in modo da produrre il turbine. 



ss 

Rispose: Dicerolti molto breve. 

Costor non hanno speranza di morte, 
E la lor cieca vita è tanto bassa, 
Che invidiosi son d' ogni altra sorte. 

Fama di loro il mondo esser non lassa; 
Misericordia e giustizia gli sdegna: 
Non ragionar di lor, ma guarda e passa. 

Ed io, che riguardai , vidi un' insegna, 
Che girando correva tanto ratta, 
Che d'ogni posa mi pareva indegna: 

E dietro le venia si lunga tratta 
Di gente, eh' i' non avre' mai creduto, 
Che morte tanta n' avesse disfatta. 

Poscia eh' io v' ebbi alcun riconosciuto. 
Vidi e conobbi 1' ombra di colui (1) 
Che fece per viltate il gran rifiuto. 

Incontanente intesi, e certo fui, 
Che quest' era la setta dei cattivi, 
A Dio spiacenti ed a' nemici sui. 

Quelli sciaurati, che mai non fur vivi, 
Erano ignudi e stimolati molto 
Da mosconi e da vespe eh' eran' ivi. 

Elle rigavan lor di sangue il volto, 
Che, mischiato di lagrime, a' lor piedi 
Da fastidiosi vermi era ricolto. 

E poi che a riguardare oltre mi diedi, 
Vidi gente a la riva d'un gran fiume; 
Perch' io dissi: Maestro, or mi concedi 

Ch' i' sappia quali sono, e qual costume 
Le fa parer di trappassar sì pronte, 
Com' io discerno per lo fioco lume. 

(1) Vidi e conobbi ec. La lezione comune é Guardai e vidi; ma 
la nostra, che è pure in parecchi buoni codici, mi sembra più efficace. 



m 

Ed egli a me: Le cose ti fien conte, 
Quando noi fermerem li nostri passi 
Su la trista riviera d'Acheronte. 

Allor con gli occhi vergognosi e bassi, 
Temendo no '1 mio dir gli fusse grave, 
Infino al fiume di parlar mi trassi. 

Ed ecco verso noi venir per nave 
Un vecchio bianco per antico pelo, 
Gridando: Guai a voi, anime prave: 

Non isperate mai veder lo cielo. 
r vegno per menarvi air altra riva, 
Nelle tenebre eterne, in caldo e 'n gelo. 

E tu che se' costì, anima viva, 
Partiti da cotesti che son morti. 
Ma poi eh' ei vide, eh' i' non mi partiva, 

Disse: Per altre vie, per altri porti 
Verrai a piaggia, non qui, per passare: 
Più lieve legno convien che ti porti. 

E il duca a lui: Caron, non ti crucciare: 
Vuoisi così colà, dove si puote 
Ciò che si vuole; e più non dimandare. 

Quinci fur quete le lanose gote 
Al nocchier della livida palude, 
Che intorno agli occhi ave' di fiamme ruote. 

Ma queir anime, eh' eran lasse e nude, 
Cangiar colore e dibatterò i denti, 
Ratto che 'nteser le parole crude. 

Bestemmiavano Iddio e i lor parenti, 
L' umana spezie, il luogo, il tempo e il seme 
Di lor semenza e di lor nascimenti. 

Poi si ritrasser tutte quante insieme, 
Forte piangendo, alla riva malvagia, 
Che attende ciascun uom che Dio non teme. 

Caron dimonio, con occhi di bragia 



57 

Loro accennando, tutte le raccoglie; 
Batte col remo qualunque s' adagia. 

Come d' autunno si levan le foglie 
L' una appresso dell' altra, infin che '1 ramo 
Bende alla terra (1) tutte le sue spoglie, 

Similemente il mal seme d'Adamo: 
Gittansi di quel lito ad una ad una 
Per cenni, come augel per suo richiamo; 

Così sen vanno su per 1' onda bruna, 
Ed avanti che sien di là discese, 
Anche di qua nuova schiera s' aduna. 

Figliuol mio, disse il maestro cortese, 
Quelli che muojon nelP ira di Dio 
Tutti convegnon qui d'ogni paese, 

E pronti sono al trapassar del rio; 
Che la divina giustizia li sprona 
Sì che la tema si volge in disio. 

Quinci non passa mai anima buona; 
E però, se Caron di te si lagna, 
Ben puoi saper ornai che '1 suo dir suona. 

Finito questo, la buja campagna 
Tremò sì forte, che dello spavento 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

La terra lagrimosa diede vento, 
Che balenò una luce vermiglia, 
La qual mi vinse ciascun sentimento; 

E caddi come l'uom cui sonno piglia. 

(1) Rende alla terra ec. Anche a me par questa lezione da prefe- 
rirsi; ma non mi pare né anche tanto strana l'altra lezione Vede alla 
terra, fatta buona da ottimi codici, che il signor Gregoretti si dovesse 
levar contro al Witte per averla egli accettata, quasi che avesse com- 
messo un arbitrio imperdonabile, e privo di senso comune. E si mara- 
viglia del ramo che vede, esclamando: ah questo è troppo, quasi che 
Virgilio noi dicesse anch' egli tale e quale, noi ripetesse poi l'Ariosto, e 
come se questa lezione non fosse piaciuta, e difesa da valentissimi uomini- 



38 



CAPITOLO ITI. 



Per me si va ne la città dolente. Questo terzo capitolo si 
può dire essere principio <T una nazione (i) a tutti gli altri 
del presente j° libro dello 'nferno: et però che, come é 
stato narrato nel primo capitolo, l'Autore pone essere lo 
'nferno nel centro della terra, Centro si chiama quello 
punto che fa il geometro quando ferma la sesta, si che 
Centro è il mezzo della terra, et la terra è la superficie. 
Et è da considerare eh' e peccatori, che sono qui puniti 
in questo luogo, dispiacciono a Dio per la gravezza de' loro 
peccati, et scacciagli , acciò che giustamente sieno tormen- 
tati di lungi da quello cielo impirio, dove sono i Beati, et 
la Divina Maestà, come che Iddio sia in ogni luogo; ma ivi 
è non circumscritto, ma più risplende, et è più di lungi a 
questo centro della terra, per che i peccatori sono più di 
lungi alla divina essenzia; et giù di grado in grado nelli 
cerchi i quali truova, dice esser puniti i peccatori secondo 
la qualità e la gravezza de' peccati loro, però che più aspra 
punizione si richiede a uno peccato grave, che a uno lieve; 
che i peccati che procedono da natura, da uno stinto natu- 
rale, sono minori et men gravi che quelli che procedono 

(1) Principio duna nazione ec. Se dee dir veramente cosi, questo 
discorso significherà è principio da cui nascono e si derivano gli altri 
capitoli. 



89 

da mala disposizione, come più innanzi di questa materia 
l'Autore pienamente tratterà; et quanto il peccato è più 
lieve, tanto il pone più presso in quello cerchio eh' è vi- 
cino alla superfluità dell'anima (1) et superficie della terra; 
et quanto il peccato è più greve tanto pone esser punito 
più presso al fondo dello 'nfemo, però che vuole che la 
pena sia uguale et corrisponda alla colpa; et vuole, quanto 
il peccato è più grave, sia più di lungi alla divina maestà. 
Pone adunque come il principe de' peccatori, il primo tra- 
valicatola dalla legge, Lucifero; et pone lui essere circum- 
scritto et contento da questo luogo. Et è da inmaginare 
che F essere circumscritto si può intendere in tre modi : o 
ella è cosa corporale et circumscritta da cosa corporale; 
o ella è cosa incorporale et è circumscritta da cosa corpo- 
rale; o ella è cosa incorporale et non è circumscritta né 
contenuta, et circumscrive et tutto contiene. La cosa corpo- 
rale che è circumscritta da cosa corporale, é il corpo de- 
gli uomini, la terra, la casa: verbi gratia, un campo é cir- 
cunscritto, cioè contenuto, dagli altri campi che sono in- 
torno a quello et da" suoi termini; o egli è in mezzo fra' 
suoi confini et occupa il luogo dove egli è, in modo che 
altra cosa non vi poterebbe stare, se già quello non se ne 
levasse. La cosa incorporale eh' è circumscritta da cosa cor- 
porale è il detto Lucifero, sono l'anime nostre, le quali 
non hanno corpi, sono spiriti et non occupono luogo; che 
in quello medesimo dove sono l'anime vi può stare qua- 
lunque altra cosa; et non di meno sono circumscritte dal 
luogo ove elle sono; che Lucifero cogli altri dimonj sono 
circumscritti dallo inferno, mentre che laggiù sono. La terza 
cosa che non è circumscritta da veruna altra cosa, et tutto 
circumscrive, è Iddio. Ora, tornando al nostro proposito, 
Lucifero, com'è detto, è circumscritto dallo 'nferno, et è in 
esso fondo, come di lui in quel luogo pienamente si trat- 
terà. Questo terzo capitolo si divide in due parti principal- 
mente. La seconda comincia quivi : Quivi sospiri et pianti. 

(1) Che cosa venga a dire, e che ei abbia che fare questa super- 
fluità dell' anima io non comprendo: sospetto esserci errore. 



60 

Nella prima parte l'Autore, a modo poetico, inmagina, 
come inmaginare si dee, che ciascheduna cosa della quale 
si ragiona ahbia il suo principio, le sue proporzioni, le sue 
parti corrispondenti, acciò che il parlare sia continuo, et 
non paja svariato, né remoto né diviso dalla intenzione di 
colui che parla; come chiunque ragionasse di veruna abi- 
tazione, di veruna (i) casa senza venire alle sua particularità, 
debbasi inmaginare che la casa abbia 1' uscio, 1' entrata, et 
le finestre, et l'altre cose che sono necessarie e d'usanza 
di fare alle case. Il tutto a simile imagina l'Autore, et cosi 
discrive essere una entrata, una porta, allo entrare dello 
inferno, sopra la sommità della quale sono scritte quelle 
parole che appresso si chiariranno. Chi le scrivesse, o chi 
fusse il maestro non lo scrissono, eh' è da pensare ch'elle 
fosseno ordinate per la providenzia di Dio; o forse per lo 
principe de'dimonj, a fine che l'anime che avevono a en- 
trare per la detta porta, leggendo quelle parole, doloris ad 
cumitlum, sentissono maggiore pena et maggiore dolore. Nel- 
la seconda parte è da inmaginare che gente d' ogni paese, 
d'ogni linguaggio, cosi di levante, come di ponente o di 
mezzo giorno o di tramontana , ogni uomo che '1 merita 
quivi è costretto d'andare: et non pure solamente quelli 
del paese, luoghi strani et oscuri (2), et non che di questi tali 
s'abbi notizia; ma, come dice Boezio, non che la notizia 
o la fama d' uno uomo singulare possa agiugnere per tutto 
il mondo; ma la fama de' Romani, quando egliono fìorivo- 
no, non era giunta al monte Caucaso, si che bene si può 
comprendere ch'egli abbia parte nel mondo, dove oltre a' 
lxxij linguaggi, i quali ebbono principio alla Torre di Ba- 
billonia, fatta per Nembrot, v'abbia altre nuove lingue stra- 
ti) Veruna. Nota qui il veruno usato per il semplice qualche: nota 
pure la voce abitazione per casa, da alcuni chiamata neologismo, e voce 
erronea. 

(2) Del paese luoghi strani ce. Qui per avventura e' è qualche di- 
fetto. Il senso dovrebbe essere: Non pure quelli del paese a noi noto, 
ma quelli altresì di luoghi strani ed oscuri. 



61 

ne et salvatiche a maraviglia. Pone qui essere puniti coloro 
che vissono al mondo senza veruna fama , senza veruno 
esercizio, senza veruna perfetta operazione; et di questi 
tali fa due parti, et falli esser puniti in diversi modi, come 
appresso si chiarirà nella sposizione del testo. Questi pri- 
mi ch'egli truova sono ancora di più vile condizione et di 
più rimessa che i secondi, i quali egli truova apresso a 
una insegnia. Et puossi dire che questi, di cui parla TAu-. 
tore al presente, tossono uomini negligenti, senza darsi a 
veruno esercizio, a veruna operazione umana: non si curorno 
di veruno onore, di darsi a veruna arte, di non volere pen- 
sare di veruna cosa: il bene et il male per ugualmente (i) 
pigliavono: non si volsono più a destra che a sinistra, senza 
atare sé o altrui; et brevemente, questi si possono dire es- 
sere stati poltroni, gaglioffi, et loro simili. Sono tormen- 
tati dalle vespe, da mosconi, da tafani, ciò è da loro mi- 
seria medesima et non di fuori da loro; che come la loro 
operazione non si stese né a lungi né appresso, né non 
furon con fama, né con infamia, per tanto i toimenti loro 
sono fra loro medesimi con piagnere, con battersi, con per- 
cuotersi, o dalle cose misere che da loro procedono* canto ih. 

Dice adunque, tornando a sporre il testo: Per me si va { %*9, ycno 
nella cioè d'inferno — . Dolente non dolente per sé, ma per 
F anime eh' entro vi sono tormentate — Fra la perduta gente, 
qui parla secondo l'usanza del parlare fiorentino, et dice 
quella gente essere perduta: non ch'ella sia perduta; che 
si sa dov' ella è; ma perduta quanto a ogni bene et alla 
etema gloria; però che di loro non si dee avere remissione 
né uscire di quello luogo — Justizia mosse. Giustamente sono 
puniti i peccatori ch'entrono per quella porta — Fecemi 
la divina. Qui non vuole dire altro, se non che la fece 
quella individua Trinità del Padre, del Figlio, et dello Spi- 
rito Santo. Et per più chiarire è da sapere che, come che 
queste tre persone sieno una essenzia, uno Iddio, per fare 
la scrittura meglio comprendere allo 'ntelletto, che non può 

(1) Per ugualmente. Come se importassero ugualmente. 



62 

per ragioni naturali attigniere né comprendere si altamen- 
te, s' attribuscie al padre la potenzia, al Figliuolo lasapien- 
zia, allo Spirito Santo V amore; non perchè nel Padre non 
sia et la sapienzia, et l'amore, come la potenzia, et allo 
Spirito Santo; che in ciascheduno è ogni cosa et sono 
una medesima potenzia, una medesima sapienzia, uno 
medesimo amore; ma distinguonsi in questo modo per 
la bassezza del nostro intelletto — Dinanzi a me non fur. 
Egli è da sapere che, come è scritto nel principio del 
Genesis, che Iddio in principio fece tutte le cose: In prin- 
cipio creavit Deus caelum et terram. Fece adunque Iddio in 
una medesima ora, inanzi a tutte l'altre cose, il ferma- 
mente, cioè il cielo, la natura angelica, i quattro elementi, 
Nei mei- non divisi, ma misti insieme in una confusione, chiamasi 
«o di questo Cros: Uhm eral loto naturae vultus in orbe Quem dixere 

mondo si dice ^ 

essere lo *n- C/vws, rudis indigestnque moles etc. Ora in questo Chaos, 
erno? nel mezzo di questo nostro mondo, è posto lo 'nferno, 

com'è detto; si che, se Iddio fece il primo cielo et la 
natura angelica, com' è detto, et poi fece la terra, et divise 
l'una cosa dall'altra, si che bene dice l'Autore che inanzi 
allo 'nferno non furono cose create se non etterne, cioè il 
cielo et la natura angelica, che sono cose etterne, cioè 
perpetue. Et di licenzia poetica pone qui etterno per perpetuo. 
Et è da sapere che Iddio tutte le cose ch'egli fece imme- 
diate, cioè senza veruno mezzo, queste non verranno meno, 
queste saranno perpetue; et acciò che meglio l'una cosa 
et r altra s'intenda, dico che le cose che Iddio fece me- 
diante alcuna altra cosa sono queste: i corpi degli uomini, 
gli animali, et generalmente tutte le cose dementate, però 
che nella creazione de' corpi degli uomini s' adoperò la 
natura eh' è fatta da Dio, e pianeti, le costellazioni et i cieli. 
Tutto questo, acciò che meglio s" intenda, si può dare uno 
piccolo esempio: il fabbro fa il coltello, lo instrumento con 
che egli fa è il martello, si che il martello è il mezzo fra 
il fabbro et il coltello. Tutto a simile, Iddio fa i corpi de- 
gli uomini et le cose dementate: lo instrumento con che 
egli le fa sono i cieli, i pianeti. Et l'altre cose che sono 



Canto III. 



63 

fatte da Dio immediate, sono gli angioli, i cieli, le stelle, 
F anime nostre; in queste non s'adopera niuno strumento, 
se non che Iddio le fece con la sua parola: Dixit et facto 
tunt; egli disse et furono fatte. Queste tali cose che dette 
sono, perpetualmente torneranno et dureranno, et non ver- 
ranno a corruzione. Et pertanto bene dice l'Autore che, 
prima che quella porta fosse fatta, non furon fatti se non 
gli angioli e' cieli, i quali dureranno in eterno et non 
verranno meno — Et io eterno. Cioè durerò sempre — 
Lasciate ogni speranza. Chi va allQ 'nferno mai non escie, 
nulla est redemptio. 

Queste parole di colore. Vuole mostrare che le parole "£>ai Ve«© 
scritte sieno conforme a quello di che elle parlano; et 
però che elle parlano d' una cosa spaventevole et obscura, 
però pone le parole scritte di colore scuro — Perch'io, 
Maestro, il senso. Queste parole mi sono malagevoli a in- 
tendere. Dice alcuno sponitore che V Autore le 'ntendea 
bene, ma per farle chiarire a Virgilio piglia luogo d* igno- 
rante; ma piuttosto, secondo il giudicio mio, si può spor- 
ne che quello senso gli paresse duro, non alla sposizio- 
ne, ma allo effetto che in esso si contenea; et non tanto 
per paura ch'egli avesse di sé, ma per compunzione ch'e- 
gli aveva dell' anime che v' entravono — Ogni viltà convien. 
Virgilio, per confortare l'Autore et levarlo da quella com- 
punzione, o se sespetto avesse preso di sé, usò quelle pa- 
role che egli nel sesto libro dell' Eneida fa usare alla Si- 
billa verso Enea, quand'ella il menò a vedere lo'nferno per 
confortarlo: Nunc animo* opus, Eneas, nnne pectore firmo. Ora 
è bisogno d'avere grande animo, et il petto fermo et non 
trepidante — Che hanno perduto. Lo intelletto degl'uomini, 
mentre ch'elli è qui nel mondo, sempre sta inquieto, in 
fatica et in affanno; et non si posa mai s'egli non ferma 
la sua intenzione in quello signiore che tutto governa. Quivi 
si posa, quivi si contenta, et però che queste anime che 
sono in inferno non sperono mai vedere Iddio, puossi dire 
avere perduto ogni beatitudine, ogni cen tentamen tondello 'n- 
telletto — Con lieto volto Qui è da notare ch'egli convie- 



64 

ne, chi ha a consigliare, a conducere et a governare altrui, 
che non solamente egli insegni, amaestri et conforti il di- 
scepolo, ma ancora con volto lieto (1) o dolente, secondo 
che richiede la materia di che egli tratta, però che '1 viso 
apresso alle parole a muovere (2) molto l'animo di qualun- 
che ascolta, 
^afv"™ Per T aer senza stelle. Com'è detto, lo 'nferno è nel 
a ai 49. centro della terra, si che undique è chiuso, et non può 
vedere 'il cielo, et per conseguente le stelle — Diverse lin- 
gue. Anime d' ogni generazione, d' ogni paese — Accenti 
d'ira. Accentua est regularis modula fio vocum, facto in signi- 
ficata prolntione; et acctntus sunt trcs: actitus, gratis, et cir- 
cumflexHS. L'accento è uno regolare temperamento di voci, 
fatto in significata prolatione; et gli accenti sono tre, se- 
condo la regola, aculo, grave et circumflesso. Ma, acciò che 
più chiaramente s' intenda, accento non è altro che proffe- 
rire ogni dizione o brieve o lunga, secondo quello ch'ella 
richiede; et questo accento è buono ogni volta che così si 
proffera, se altrimenti si proferisse non sarebbe l'accento, 
buono né dolce, né sonoro: vuole essere acuto, grave et 
circumflesso secondo come richiede la materia di che tu 
parli — Et suon di man con elle. Cioè con quello grido 
ancora s'udia il suono di picchiare il viso e l'una mano con 
l'altra — Senza tempo tinta. Quella aere è sempre tinta, 
perchè ivi nolla allumina il sole; et questo dice a diffe- 
renzia di questa nostra aere, che, come il sole si lieva la 
mattina dal suo oriente, così, percotendo nell'aere, il fa 
parere chiaro et lucido; et la sera, partendosi, rimane quel- 
lo tale emispero onde si parte oscuro et tenebroso. Laggiù 
in inferno, perchè no v'è né sole né luna, sempre v'è 
tenebroso d'uno medesimo modo et qualità; et non si parte 



(1) Ma ancora con volto lieto ec. Qni pare che manchi ii verbo sia 
o stia. 

(2) Alle parole a muovere. Ed anche qui pare che abbia a dire: 
Vale a muovere o simile. 



68 

o divide per veruno tempo (1) — Come la rena. Turbo è uno 
vento, et chiamalo l'Autore turbo per gli effetti suoi, però 
ch'egli è quello vento annodato, il quale, volgendosi in 
circulare moto, fa muovere la rena, la polvore, in giro, et 
raccogliersi insieme: et il Filosofo il chiama nella sua Me- 
teora Tifone. Et questo vento non produce sempre gli effetti 
suoi con uno medesimo modo, perchè secondo i paesi sono 
gli effetti suoi varj et differenti; et ancora generalmente 
tutti i venti, com'è mutevoli effetti loro, mutano i nomi. I 
venti principali sono quattro: il primo, che viene da levan- 
te hae nome Euro; quello da ponente Zeffiro; quello da 
tramontana Borrea; quello di mezzo di Austro: hanno da 
lato, ciascheduno di questi venti principali, due venti quasi 
bastardi. Euro è ultimo da settentrione: et i marinaj il chia- 
mano Greco, perchè viene questo verso di Grecia: dall'al- 
tra parte verso mezzo di è Scilocco. Austro à uno vento 
da lato che viene verso il levante, che ha nome Garbino, 
secondo i marinaj Libeccio; di verso tramontana hae Coro, 
i marina] il chiamono Maestro. Borea ha dal lato verso 
ponente Circe: (2) et questo basti avere tocco de' venti — 
Et io che atea d' orror. Orrore è una paura la quale viene 
subito ne' cuori degli uomini; et però che l'Autore udì quel 
romore non oppinato (non pensato) il chiama per lo suo 
proprio vocabolo, et dice che la sua paura, il suo orrore, 
gli cinse la testa, cioè la memoria et lo 'ntelletto — Et egli 
a me. Ora in questa parte comincia l'Autore a distinguere 
l'anime dannate, et dice che quivi sono puniti coloro che 
vissono al mondo senza veruna fama o esercizio — Mischiate 
son a quel. Pone costoro essere tormentati insieme con 
quelli angioli che caddono da cielo, com'è scritto nel prin- 



(1) E non si parte ec. E non si fa veruna divisione o misura di 
tempo. 

(2) Circe. Questo vento Circe debb' essere, come ha 1* Ottimo, &>- 
cio; ed e quel vento chiamato da Catone Circius, il qual soffia in Italia 
dalla parte di Francia. Altri, come Seneca, lo fanno derivare da Circum 
per amore del suo produrre turbini e vortici. 

6 



Nomo do' 
Tenti. 



66 

bcomeiN C *P*° ^ Genesis: ' n principio creavit Deus cwlum et far- 
ce iddìo a ram. Comandò adunque Iddio che '1 mondo fosse fatto, ciò 
è cielo, et terra et gl'angioli; et cosi di niente fu fatto: 
et queste et V altre cose appresso, cioè gli uomini , gli 
uccelli in sei di: il settimo di si riposò. Il primo di del 
mondo fece gli angioli; et fatti che Iddio gli ebbe, incon- 
tanente si fece di loro tre parti: runa parte tenne con 
Doiia «i- Lucifero loro principe, ch'essendo stato fatto da Dio, non 
H&o. dlLu " e ** e rispetto al benefizio* del suo Creatore, et fu tanto 
superbo ch'egli pensò nell'animo suo d'essere maggiore 
che '1 suo Creatore, con una prosunzione di volere che Iddio 
fosse fatto da lui* non esso da Dio; onde, è scritto: Ponam 
sederti meam in aquilone, et ero similis Altissimo. Et per 
questa prosunzione, avendo potuto coiicepere nell'anima 
superbia et tanta ignoranzia di Dio, il quale (o al quale) 
ninna cosa è segreta, incontanente il fulminò di cielo in 
terra. Ora, acciò che questo detto non potessi generare alcu- 
na oscurità, è da notare che gli angioli sono spiriti natu- 
ralmente, e loro natura è mutabile; ma la loro chiarità 
perdurabile gli guarda senza commozione; et cosi sono 
permanevoli per grazia et non per natura; che, se per 
natura fossono, non arebbono peccato. Caddono adunque 
questi rei angeli infino all' inferno, et quivi sono posti 
perpetualmente con Lucifero a tormentare l' anime de' pec- 
catori. Furono adunque tanti che per veruno modo nume- 
rare si poterebbono: et acciò che quelle sedie onde cad- 
dono si riempino, vuole la Scrittura che tanti beati abbino 
andare in cielo, quanti furono quelli agnoli rei che ne 
furono cacciati. Et questo è fermo nel proponimento di 
Dio, conje dice l'Autore nel Paradiso: In fino a tanto che 'l 
numero nostro Collo eterno proposito s 3 agitagli ec. cioè quanti 
furono quelli che ne furono cacciati; o veramente, secondo 
alcuna altra oppenione, quanti sono quelli agnioli che ri- 
masono. Fu l'altra setta, che rimase, conoscente del gran 
beneficio che Iddio aveva loro fatto, et cominciorono a rin- 
graziare et a lodare Iddio come doveano; et loro principe 
fu santo Michele Agnolo: questi furono grati et conoscenti 



«7 

a tenere Iddio per loro Creatore. Fu la terza setta d'an- 
gioli rei, che non tentoro però, come quelli di che fatta è 
menzione, di volere essere pari di Dio, né di fare contra 
a lui; ma non riconobbono essere stati fatti da Dio nò sue 
creature; né adororono Iddio, né nollo ingraziorono: stet- 
tono come gente rimessa con niuno conoscimento di veruno 
bene; perché Iddio, veggendo l'animo di costoro di tanta 
viltà, di tanta miseria, et di non riconoscere il benefizio 
loro fatto, ingrati et sconoscenti, gli scacciò di cielo, et 
non andorono allo 'nferno con quelli di prima; che non 
avevono tanto peccato; ma rimasono per questo aere eh 9 è 
tra noi et sopra noi; et questi sono quelli che ci tentono, Angioli ri- 
che ci muovono a mal fare in sogni et incitazioni , et co' ™Lndo q jw 
pensieri et colle inmaginazioni ec. Ora, conchiudendo, per- tenUrci - 
che l'operazione di questi rei angioli non fu di veruno 
bene, et rimessi com'è detto, gli mette l'Autore a essere 
puniti meritevolmente con quelli miseri cattivi de 9 quali 
di sopra é fatta menzione — ' Che alcuna gloria i rei. Il cie- 
lo, dice l'Autore, non gli volle per non essere macchiato 
della loro cattività, della loro miseria, et per conseguente 
ciò, perdere del suo splendore; né lo 'nferno non gli riceve. 
Le cagioni possono essere assai; ma, infra l'altre, perché 
questi non peccorono come i primi: Tal tra cagione perché 
i rei che sono in inferno, veggendo costoro che non pec- 
carono tanto quanto egliono, et essere tormentati con uguali 
pene, averebbono ricevuto gloria: benché l'Autore dica 
gloria, ma, pogniendo questo vocabolo gloria per consola' 
zione, di licenzia poetica, dice che i rei avrebbono conso- 
lazione di loro. Ma come questa consolazione sia in coloro, 
questo é malagevole a giudicare; che, pogniamo che tutto 
il mondo avesse male, però non si lieva il loro male; ma 
pare che intervenga che, veggendo male a molti, la pena 
di colui che F ha pare che diventi minore: Solatium est 
tniseris sotios habere penantes. Egli é sollazzo a' miseri , dice 
Orazio, avere compagni nelle pene, (i) — Costor non hanno 

(1) Socio* habere ec. 11 verso, come lo reca Y anonimo, è spropo- 
sitatissimo, e non è certo di Orazio; né m' è venuto latto raccapezzarne 



68 

speranza. Non hanno speranza di morire per levarsi da 
quelli tormenti; non perchè eglino volessono morire per 
non perdere Tessere, per le ragioni che sono state asse- 
gniate, ma per uno modo di dolersi. Assai volte chiede 
l'uomo la morte, avendo gran pene, che, se la morte egli 
la vedesse venire, la fuggirebbe quanto potesse. L'altra 
cagione, perch' elli si dolgono è perchè e' sono stati si cat- 
tivi (1) et si rimessi, che non è veruno uomo, che a loro 
non paja che non sia stato et sia da più di loro. Et que- 
sta invidia gli consuma et affligge — Non ragionar di lor. 
Qui è da notare che di questi miseri non è convenevole 
ragionarne; ma lasciagli stare, però che non mentono ve- 
canto ni. runa fama, né veruna notizia di veruno uomo — Et io che 

Hai verso 

52 ai 70. riguardai. Ora qui sotto questa insegnia pone l'Autore es- 
sere puniti l'altra spezie de' cattivi, et dice ch'egli erono 
infinito numero. Et qui dice alcuno chiosatore che, trovan- 
dosi l'Autore a Vignone, et veggendo tanti gaglioffi quanti 
Molto si sono quelli che seguitano la corte del Papa, egli usò di 
Ìr? e ri? , p3- d' re * e P aro * e tei test0 > c ^ e ma * non avrebbe potuto cre- 
^ìion et ga " ( * ere c ^ e * a natura n'avessi tanti fatti quanti quelli erono. 
Sono questi della seconda setta de' cattivi, non tanto rimessi 
quanto quelli di chi è stata fatta menzione; ma puossi 
comprendere essere stati uomini che poco si sono curati 
di veruna operazione, di veruno esercizio, di veruno bene; 
ma in ciò differenti da' primi, che sono stati gente che 
alcuna volta è venuto loro nell'animo di volere fare al- 
cuna operazione di nulla (2), poi lasciate stare «imperfette 



Fautore. Sarà forse quello che dice Solamen miseris socios habere ma- 
lorum; se non che qui pure c'è il baco di queir ha di habere che è 
breve e dovrebbe esser lunga. Fatto sta per altro che tal verso è pure 
stampato cosi per epigrafe al Capitolo del Castaldi contro a y Petrarchisti 
riprodotto dairAntolini nel 1829. 

(1) Cattivi intendilo qui per Vili e Dappochi; si come poco di so- N 
pra avrai inteso Cattività per Dappocaggine. 

(2) Operazione di nulla. Operazione di piceol momento, da nulla. 
Nell'uso continuo si dice è una cosa di nulla. 



69 

et non compiute: ora cominciata questa cosa a fare, et la- 
sciata quella; poi finalmente messo ogni cosa a non calere, 
né di loro medesimi, né di loro onori, né di loro cose, 
ritratti addirieto da viltà, da tristizia d'animo, da nigli- 
genzia: et così sono tormentati tristamente da mosconi et 
da vespe, et egliono cosi tristi, cosi negligenti come furo- 
no in vita, da questi animali così vili non si difendono. 
La giustizia di Dio non vuole che difendere se ne possino. 
— Vidi et cognobbi V ombra. Chi si fusse costui vaij opi- 
nioni se ne tengono; et perchè l'Autore non nomina, può 
opinare chi vuole: ma delli opinioni altrui, non è da ri- 
flettere^) veruna colpa nelF Autore. Vuole dire alcuno (et 
questo non si dee tenere né parlare contro a quelli che 
sono canonizzati) che questi fosse frate Piero del Murrone, „. ^i? 16 

' ^ 7 Piero del Mur- 

uomo di santa vita, et stette a fare penitenzia nelle mon-rone che h- 
tagne del Murrone in una spelunca lunghi tempi; et sonan-uco a MrvC 
do la fama della bontà di costui, vacando la Chiesa di 1^?"° Gae " 
Roma , per comune concordia de' cardinali fu fatto Papa. 
Essendo Papa, come quelli ch'era uso a starsi in quella 
spelonca, et pareagli che quello amanto papale fosse di 
gran peso, com'egli è; et temendo non fallire; et credendo 
per T anima sua et più et meglio operare a starsi in quella 
spelonca che a esser Papa, fu tanta la volontà ch'egli ebbe 
di voler fare questo, che questo suo pensiero imagi nò di 
palesare. Era a quel tempo cardinale messer Benedetto 
Gaetani, valente uomo, per cui consiglio si governava tutta 
la Corte; detto il Papa la intenzione sua a messer Bene- 
detto, se prima l' aveva nel pensiero, messer Benedetto gliel 
confermò; et pensò troppo bene che gli venisse fatto quello 
che ultimamente gì' intervenne. Ordinò messer Benedetto 
col re di Francia ch'egli procacciasse di farlo chiamare 

(1) Non è da riflettere ec. Riflettere una colpa in alcuno di chec- 
chessia per Scriverglielo a colpa, Dargliene, o Recarglielo a colpa manca 
al Vocabolario ed è delle proprie a belle frasi. Nota pure qui poco in- 
nanzi, e lo noterai altre volte, gli opinioni in genere mascolino, come 
fu detto lo origine, il rete, il fronte e altri molti. 



70 

papa a' cardinali; et promisse al re di fare certe cose 
eh 9 egli volle che facesse; et egli disse di fare rinunziare 
il papato a Piero del Marrone. Dato questo ordine, raes- 
ser Benedetto sollecita papa Celestino, mostrandogli come 
egli era bene quello ch'egli aveva pensato; et che meglio 
potea salvare P anima sua nel diserto; che quivi , coir esser 
Papa, era di gran pericolo. Di che ultimamente il Papa, di 
consiglio di messer Benedetto, fece una consti tuz ione che 
ogni Papa potesse rinunziare al papato. Messer Benedetto, 
che aveva messo in ordine ogni cosa, incontanente fu egli 
chiamato Papa — Quelli che fece per viltà il gran rifiuto, 
vuoisi credere che l'Autore intendesse d'Exau figliuolo 
d'Isach. Poi che Exau gli parve essere stato ingannato da 
Jacob suo fratello per la benedizione avuta da Isac, et non 
egli ch'era il primogenito, come abbiamo addirietro nar- 
rato, stette grandissimo tempo irato contro a Jacob. Aven- 
ne uno giorno che Esaù era ito a cacciare, però che ben 
ideila di sapea fare quella arte, et in quello era tutta la sua solle- 
Exau uWdn citudine: essendosi molto affaticato in questa sua caccia 
u patema. j n an( j are di r j e t ro alle fiere per boschi , et essendo valica 

Torà dell'uso del suo mangiare, tornò verso casa. Avenne 
per caso che Jacob, come fu volontà di Dio (però che tutto 
il Testamento vecchio non è se non figura del nuovo), aveva 
Jacob quel di cotte lenti; et cosi dice la Scrittura, et di 
quelle venia odore infino di fuori. Isau, tornando dalla 
caccia et avendo grandissima fame, senti forse quello odore 
che per la fame gli parea di migliore cosa. Disse a Jacob 
suo fratello ch'egli aveva voglia di mangiare, et che gli 
desse delle sua vivanda. Jacob disse ch'egli era apparec- 
chiato di dargliene, si veramente ch'egli per scrittura ri- 
nunziasse l' antinato (1), et la benedizione del padre; et egli 
gliele rifiutò, forse più tosto perchè gliele parea avere per- 



(1) Rinunziasse l' antinato. Cioè la primogenitura. Qui usasi l'a- 
stratto per il concreto, o come altri direbbe, la quidità per la qualità. 



71 

cinta. (1) Allora Jacob gli diede di quelle sue lenti. Si che per 
picciol fatto rinunziò la benedizione paterna, che fu gran 
rifiuto — A Dio spiacenti et a? nimici. Iddio non gli vuole , 
et il Diavolo gli rifiuta. Questo proverbio si può dire per 
costoro che Iddio non gli riceve in cielo, et Lucifero non 
gli vuole in Inferno — Quelli sciamati che. Dice che co- Ct °J° "J 
storo mai non vissono per virtù: sempre furono addor- ™«ini 
mentati. Vivere , idest operationem viri facere, d' uomo vir- 
tuoso — Vidi gente alla riva. Qui comincia V altra parte 
et dice che vidde gente alla riva — Et egli a me. Qui è 
da notare che tempo è d'aspettare ogni sua operazione et 
parole: Ante omnia tempus verbis tuie requirito; Anzi che 
tu parli aspetta tempo — Allor cogli occhi. L'Autore, per- 
chè era caduto in questo errore d' avere parlato inanzi 
tempo, vergognandosi dell'errore suo, chinò gli occhi a 
terra, et infino al fiume, dove parlò la ragione, si tacque, 
cioè, parve a Vergilio eh 9 egli parlasse, che umana ragione, 
come è detto, è qui. È ancora da notare che quando agli 
uomini sono assegniate le ragioni sufficienti alle dimande, 
o per qualunche altro modo, si dee tacere et non più inanzi 
dimandare — Et ecco verso. Inanzi che più oltre si proce- 
da è da vedere chi è questo vecchio, et questo fiume d'A- 
chironte, et per che cagione quelle anime erono si pronte; 
et poi è da vedere quello che voglia dire questa Azione 
poetica; et quello che si nasconde sotto questo velo delle 
parole dell'Autore. Onde, come più volte è stato detto, 
l'Autore seguita Virgilio in ogni sua operazione, dove poe- 
ticamente parla, et con ragioni naturali; qui in questo 
presente capitolo ad licteram pone ordinatamente quello 
che pone Virgilio nel sesto dell' Eneida, onde, sposto Vir- 
gilio in quella parte, è esposta la intenzione dell'Autore 
nel rimanente del presente capitolo. Et acciò che ordinata- 

(1) Gliele purea ec. Invece di dire: Gli purea averla perduta. 
Questi iperbati sono comunissimi appresso gli antichi; e non ci è cosa 
per avventura in tutta la lingua che tanto si acconci all'iperbato quanto 
fanno le particelle pronominali. 



72 

mente si proceda, è da sapere che. come gli antichi filosofi 
tatti, o la maggiore parte (benché quasi niuno ne falli, si 
che tutti si possono dire), furono dell'una di queste tre 
sette: o egli furono Epicurj seguitando quello filosofo nome 
Epicuro; et questi furono quelli che vivevono secondo la 
sensualità del corpo, et dell' anima non si curarono; onde 
Epicuro è detto quasi porco: Epicurus dicitur ab epi grasce 
qui latine dicitur supra, et Cura idest super curam. Gli altri 
sono detti Stoici: gli altri Peripatici (1). Ora, come furono le 
sette de' poèti, chi ha tenuto 1' oppenione et seguitato et 
confessato Aristotile, et chi Platone; et come che oggi si 
tenga per le scuole che Aristotile fosse maggiore maestro 
che Platone, comunemente tutti i poeti, come s'è Virgilio, 
Lucano, Ovidio, tengono gli opinioni di Platone più che 
quelli d'Aristotile. L'uno et l'altro fu grande filosofo: Quo- 
rum atium divinum aliutn demonem Greci vocant: l'uno Di- 
vino, l'altro Dimonio chiamano i Greci. Fue adunque opi- 
nione di Platone (et questa openione seguita Virgilio) che 
nella ottava spera, dove sono le stelle fisse, fussono tutte 
l'anime che sono state et che saranno; et quando elle ve- 
nivono a discendere quaggiù ne' corpi, ch'elle si moveano 
dal luogo, et ascendeono in questo modo; che quando Iddio 
volea ch'elle fossono punite d'alcuno fallo, le mandava 
quaggiù nel mondo a purgarsi et a portarne penitenzia: et 
poneono che questo mondo fosse lo 'nferno, et che qui 
fossono punite V anime; et poi (2), che state eh' eli' erano 
in questo mondo tanto che a Dio parea eh' e peccati loro 
fussono purgati in questo inferno, Iddio le tirava lassù onde 
erano partite, et lasciavono i corpi morti al mondo. E 
mentre ch'elle vivevono quaggiù, dicevono che mai non 
apparavono niente , se non che secondo come eli' erono 
agravate dalle complessioni de' corpi, et più et meno: quella 
che '1 corpo meno la 'mpediva, o meno la ingiuriava, quella 

(1) Peripatici. Meglio che Peripatetici, orignando da Peripàto. 

(2) E poi che, questo che pare in aria; ma va sottintesoci : Ponea- 
no, o credeano che. 



73 

tale anima si ricordava meglio di quello che già seppe; 
però che voleono dire che l'anima, quelle cose che noi 
diciamo che altri impara è uno ricordasi, però che già 
l'abbiamo sapute (1). Dicevono ancora che quando r anima, 
partendosi dalla ottava spera, venia nel corpo, scendea per 
nove cerchi , cioè per tutti a nove (2) i cieli de' pianeti , 
che sono sotto l'ottava spera, et per due alimenti: per lo 
fuoco eh' è sotto il cielo «Iella luna, et per l'aire dove noi 
spaziamo; et da ciascuno pianeto dov' ella scendea pigliava 
et più et meno come eli' era adatta da ricevere la impres- 
sione et natura di quello pianeto. Diceono pigliare da Sa- 
turno d' essere grosso et materiale ; da Jove benigna im- 
pressione; da Marte impetuosa et piena di guerra et di 
scandali; da Venere la concupiscenzia et la lascivia: poi 
queste tali impressioni eh' elle avevono ricevute era quello 
che le tormetava in questo inferno, cioè in questo mondo, 
infino a tanto eh' elle stavano con questa consunzione del 
corpo. Onde i poeti, seguendo questa tale opinione, fingeo- 
no queste pene dell'anime, et questi loro tormenti sotto 
una favola poetica in questo modo, ch'elli diceano che, 
nata grandissima guerra tra li Iddii, tra Jove et Saturno, 
et soprastando Jove colle sue forze a Saturno, Circes, la 
figliuola di Saturno, per paura di Giove, si nascose in una 
spelonca, in una gran selva nelle montagne di Greti, là 
presso a monte Olimpo; et ivi, per paura di sé et del suo 
padre Saturno, si consumò piagniendo; et di queste sue 
lagrime si fece uno lago (una palude), il quale si stende 
per lo 'nferao: questa palude nominò Stige. Ora, volendo 
monstrare Virgilio Topenione di Platone et suo, et che 



(1) L abbiamo sapute. Allude al detto del filosofo: Scire nostrum 
est reminisci ; sentenza verissima; ma frantesa da' commentatori. Dante 
la inlese e la tradusse che par suo là dove pose, che 

non fa scienza 

Senza lo ritenere avere appreso. 

(2) Tutti a nove. E così dissesi, e dicesi, Tutti a sette, Tutti a 
due, Tutti a tre. • 



74 

lo 'nferno sia in questo mondo, et che le nostre pene cia- 
scuno da' nostri appetiti et dalle /ìostre passioni, dice che 
questa acqua di Stige si volge per nove cerchi, et tor- 
menta T anime dello 'nferno. Stige tanto vuole dire quanto 
Tristizia: questa tristizia nasce ne' cuori degli uomini per 
gli appetiti loro, i quali gli tormentano; et, non possendo 
empiere la loro voglia, pigliono tristizia, la quale tristizia 
viene per nove cerchi, cioè per le impressioni che danno 
i setti pianeti, et questi due elimenti il fuoco et l'aere: 
degli altri due elementi non fa menzione, perchè sono sotto 
noi, come la terra et l'acqua: onde Virgilio: Illic et novies 
Stix interfusa chohercet ec. Quivi Stige è nove volte inter- 
cisa, et distendesi, et constringnie l'anime et tormentale 
et affligge. È ancora uno altro fiume in inferno, fratello 
carnale di questa Stige; di questo fa l'Autore espressa men- 
zione in propria forma come Virgilio nel vj° libro. Dice 
adunque Virgilio (et esponendo Virgilio sarà esposta la 
intenzione dell'Autore) che all'entrare dello 'nferno hae 
una porta, la quale mena altrui all' onde del fiume d'Ache- 
ronte, onde dice: Hic via tartarei quae fert Acheronte ad 
undas. Pone poeticamente essere a questo fiume d'Ache- 
ronte uno nocchieri, o navolesco, con una nave, il quale 
egli chiama Caron. Questo Carone pone essere uno vecchio 
colla barba canutissima, et dalli omeri gli pendea uno 
mantello, che non ha altro che uno bottone, del quale 
Virgilio parla in quello medesimo libro: Terribili squalore 
Charon cui plurima mento Canities inculta jacet: stant lumina 
flamtnae, Sordidus, ex humeris nodo dependet amictus. Onde 
tutti quelli che debbono ire allo 'nferno, de' quali la cene- 
re loro è stata arsa da' loro parenti, corrono quivi et prie- 
gono Carone che li passi : Impositique rogis cineres ante ora 
parentum... Stabant orantes primi trasìnictere cursum; quelli 
de' quali non erano state arse le corpora , non potevono 
valicare, se prima cento anni non s'avolgeano intorno al 
lito, onde le parole sonavano così: Centum errant annos vo- 
litantque haec litora circum. Ora detta la favola poetica, è 
da vedere quello che si* nasconde sotto questa corteccia, et 



75 

trame quello fratto eh' è dentro a questo guscio. Com' è 
stato detto di sopra, i poeti poneono essere lo'nferno que- 
sto mondo; et questa openione, che ogni uomo che nasce 
passi questo fiume chiamato Acheronte, eh' è interpetrato 
in latino senza allegrezza, ab a quod est sine et Charon quod 
est gaudium, idest sine gaudio. È interpetrato questo fiume 
senza allegrezza; et veramente qui bisogna durare poca 
fatica a mostrare che gli nomini che vivono sono senza 
allegrezza pe' pensieri , per le maninconie , per le solleci- 
tudini : et per tanto bene com" è questo fiume per V animo 
di ciascuno che vive, poneono uno nochiere a questo fiu- 
me, che passa 1' anime dall' una air altra riva. Questo no- 
chiere è chiamato Carone, et dicono avere la barba canuta, 
il mantello con uno bottone, gli occhi pieni di fiamme. 
Nella verità questo Carone fu re di Molossia (1); et dicono i 
poeti che due fiumi d'Acheronte si trovavono, Fimo in 
Italia , T altro in Cicilia. Ora perchè questo Carone era 
presso a questo fiume, et era uno uomo antichissimo, dis- 
sono lui essere valicatore et nochiere di questo fiume. In- 
tendeono per Carone V età degli uomini e '1 nostro vivere; 
et però che l'età del mondo è stata lunga et vecchia, 
diceano costui avere la barba canuta; che la barba più 
ch'altro ha mostrare la vecchiezza. Pendeagli il mantello 
che non avea altro che uno bottone. Questo hae a mostra- 
re l' antichità, che consuma et logra ogni cosa, onde Ora- 
zio: Omnia de nobis anni predantur euntes. Tutte le cose 
consumono gli anni et predono. Avea costui gli occhi pieni 
di fiamme : questo a mostrare che '1 fuoco consuma ogni 
cosa, più che veruno altro elimento o altra cosa. Diceono 
essere questo Carone nato d' Èrebo et della Notte. Chiara- 
mente il tempo ebbe principio dalla notte, però che, pri- 
ma che fosse luce, tutto era tenebre, nera obscurità, si che 
il principio del tempo venne dalla notte. Ancora per altro 
modo il tempo si prende dal movimento dei cieli, dal 

(1) Molossia è quella regione che poi si disse Epiro, tra l'IUirio 
« la Macedonia: oggi Albania. 



76* 

movimento del sole, però che sette di fanno la settimana, 
trenta di il mese ec. Et questi di sono tante volte quante 
volte il sole torna sopra la terra, onde il filosofo: Tempus 
est mensura motus. Il tempo è misura di movimento. Dico- 
no essere stato suo padre Èrebo, che tanto vuole dire quanto 
Profondità; et questa profondità s'intende la profondità 
del consiglio Divino. Iddio è quelli che fé il tempo, come 
generalmente fece ogni cosa; et ancora nella prescienzia 
di Dio è terminato a ciascuno il suo di ch'elli debbe vi- 
vere et ch'egli debba morire: Nemo nisi suo die moritur. 
Niuno non muore se non il suo di diterminato: Stat stia 
cuique dks 9 breve et inreparabile tempus Omnibus est vitae ec. 
A ciascuno è fermo il suo dì, il tempo è brieve et da non 
poterlo riparare. Passava questo Caron F anime dall'una 
alF altra ripa del fiume: questo hae monstrare il transito 
di questa vita dal principio del nascimento di ciascheduno 
alla morte. Il tempo è quello che ci passa, però che per 
lo tempo noi passiamo da puerizia a infanzia, da infanzia 
a giuventute, da juventute a vecchiezza; et passiamo su 
per F acque, cioè corriamo alla morte, come i fiumi al 
mare, et per le cose labili, caduche et transitorie come 
F acque. Ancora si dice che Garone non passava F anime, 
se non quelle che i corpi loro erono stati sepeliti, et tor- 
nati cenere; onde è da sapere che anticamente i pagani, 
quando voleano fare onore a uno corpo morto, come oggi 
usiamo gran quantità di lumi, cosi egliono faceono una 
pira, cioè una catasta di legne, et ardevonla, et quanto era 
più ricco, tanto era maggiore la catasta et ardevonla; apres- 
so ricoglievono la cenere et serbavonla in certe urne, in 
certi vasi o d'oro, o d'ariento, o di rame, secondo ch'era 
onorato. Ecce gubernator sese Palinurus agebat, Qui libico 
nuper cursu dum sidera ferat y Exciderat puppi ec. Dice 
Virgilio che Polinuro, governatore della nave d'Enea, ca- 
duto in mare, et rimaso in sul lito, pregava Enea che '1 
seppellisse, cioè valicasse: Enea gli rispose che i fati noi 
consentivono, però che non era stato arso, né sotterrato. 
Al proposito nostro, come detto è, il tempo, che si figura 



# 77 

per Carone, non potea questi corpi, che non erano arsi, 
né tornati in cenere, passare. La cagione è questa, che 
certi Filosofi tengono che, benché 1' anima sia partita dal 
corpo, infino a tanto che '1 corpo non sia al tutto disso- 
luto, ch'era congiunto coir anima, questa tale compagna 
al tutto non era partita; et però che i corpi, et massima- 
mente de' giovani, si penavono bene C anni a dissolvere, 
come s"é il teschio del capo, i capelli, che penavono bene 
ottant' anni; et però dice Virgilio che molti giovani non 
poteono passare: ciò si dee intendere che non erono tor- 
nati ne' primi elimenti de' quali tutti i corpi sono composti , 
et quando egli si dissolvono tornono in quelli elementi. 
Et pertanto Carone non li potea passare , tanto è a dire 
finalmente che non era ancora compiuto il tempo loro (1) 
— Et ecco verso noi. Chiaro appare — Non aspettate mai. Però 
che Io 'nferno durerà perpetuatmente. — Et tu che se 9 costì. 
Non potea Carone passare l'Autore per le ragioni dette; che 
non era morto, et pertanto T accomiata — Vuoisi così colà 
dove. L'Autore in questa risposta che fa a Carone seguita 
quella medesima Azione poetica che Virgilio fa usare a Enea 
a questo Carone, quando volle valicare allo 'nferno con Si- 
billa; et dice che Sibilla, quella profetessa, che fu a Enea 
umana ragione, come Virgilio all'Autore, volendolo menare 
a vedere lo 'nferno, amaestrandolo di ciò eh' egli aveva a 
fare. Et perch'ella sapea che Carone nollo lascerebbe va- 
licare, usa queste parole: Ricogli quello che io ti dirò: egli 
è uno arbore verdissimo et obscuro d'ombra, consecrato 
a Junione dello 'nferno, il quale arbore ha uno ramo d'oro 
mestato in su questo arbore, et niuno può ire allo 'nferno 
s'egli non coglie quello ramo dell'oro, et monstrilo a Ca- 
rone; et è questo ramo di tale natura che, bene che tu il 
divelle dell'albore, o altri che : 1 divellesse, incontanente 
in sulP albore vi nasce uno altro ramo: Aureus, et simili 

(1) Chi torni con la mente alla filosofìa ed alla scienza del secolo 
xiv, non potrà non giudicare tutto questo discorso una bella e nobile 
cosa. 



78 

frondesclt virga metallo; e nato il ramo hae le foglie di 
simile metallo. Piglialo adunque con mano, dice la Sibilla, 
però che, se i fati il consentiranno, egli è agevole a dive- 
glierlo; altrimenti non poteresti né con ferro, né con tue 
forze. Per questo àlbore verde con oscura ombra, s' intende 
per P àrbore la concupiscenzia de' mortali; che, come que' 
sto arbore è verde, cosi questo vizio regna et verzica ne* 
giovani; et come il verde viene tosto meno, et piglia altro 
colore, così la giovinezza passa tosto, et mutono gli uomini 
altra volontà che quella giovanile. È posto in su questo 
arbore il ramo dell'oro: questo non vuole dire altro se 
„ non che il ramo dell'oro de 9 significare la ragione, la quale 
debba essere sopra tutte nostre volontà. Et come l'oro è 
più fine et più caro e sopra a tutti i metalli, cosi la ra- 
gione debba essere ne' nostri animi sopra tutte l'altre vo- 
lontà et appetiti. Et dice ancora che, colto quello ramo, 
incontanente [rimette l'altro: questo vuole dire che ogni 
ora che gl'uomini si vestono della ragione, incontanente 
nasce ne' loro animi uno altro simile ramo, cioè il ramo 
dell'amore di Dio, della carità, della giustizta. Ora vera- 
mente, perché uno uomo colga uno ramo, non toglie che 
a mano a mano non ve ne rimanga pur uno altro. Dice 
apresso che, se i fati vogliono, quello ramo é agevole a 
diveglierlo, però che agevolmente ne viene tirandolo, altri- 
menti, oppognendosi i fati, non è veruna forza né veruno 
ferro che '1 possa divellere. Per quesfo fato s' intende la 
disposizione de' cieli, la volontà di Dio: et qui vuole dire 
che nelle disposizioni del divino consiglio sono poste le 
Autorità di disposizioni degli uomini , et che da Dio vengono tutte le 
su p*oio. grazie, onde l'Apostolo: Orane datura optimum et orane do- 
num perfectum demrsum est, descendens a patre luminum; 
et se da Dio non vengono, altrimenti con veruna forza, 
con veruno ferro si poterebbe tagliare né divellere questo 
ramo. Ora questo tale ramo divelto si dee mostrare a Ca- 
rone, et egli valica altrui all'altra ripa: questo vuole dire 
che i vivi non possono valicare questo fiume, cioè valicare 
il nostro vivere, se l'anima non si parte dal corpo, salvo 



• 79 

s'egli non colgono il ramo dell'oro, s'egli non vanno alle 
dimostrazioni della ragione naturale colle speculazioni del- 
le scienzie. Ora l'Autore, ch'era bene fornito di virtù et 
delle ragioni naturali, et con scientifica speculazione face- 
va questo viaggio, et la grazia di Dio l'avea promosso a 
questo atto meritorio (et questo si può comprendere per * 
quelle tre donne delle quali è stato fatto menzione); et però 
disse a Garone: Io non vegnio qui come ignorante, nò co- 
me questi che sono morti; io vengo a fare questo viaggio 
colla ragione che mi conduce, figurata per Virgilio; et 
vengo perchè di volontà et di consentimento della provi- 
denzia di Dio; et pertanto non ti crucciare, chò a questo 
non puoi tu contradire. — Quinci fur chete le lanose. Cioè 
canute; et rimase contento ~ Quelle anime. Quelle anime 
ingnode, cioè senza il corpo, udendo la virtù dell'Autore, 
che speculando facea quello viaggio, et elle non aveano 
avuta tale virtù, diventarono smorti come chi ode cosa 
che gli spiaccia o di che tema — Bestemiavono Iddio. Qui, 
per quello eh' è stato detto, l'anime, per la pena ch'elle 
sentiano, bestemmiavano il nascimento loro, bench'elle 
volessono pure essere nate — Che attende ciascun. Initium 
sapientiae est timor domini; Chi teme Iddio si guarda di 
mal fare, chi non teme capita a quella ripa — Caron di- 
menio con occhi. Perchè Carone avesse le fiamme agli occhi 
chiaramente é stato monstrato; et qui allegoricamente si 
dee intendere, il tempo, figurato per Garone, accenna agi' 
uomini, cioè gl'invita con false promissioni, monstrando 
loro onori, potenzie, guadagni ; di qui a uno anno sarà 9 rie- 

« 

co, sarai possente, et simiglianti sogni fanno credere gli uo- 
mini a sé medesimi; onde pare loro mille anni che sia 
passato il di, che sia passato l'anno, per venire a quelle 
false loro intenzioni , non considerando che continuamente 
mojamo; et questo dice Seneca: Quotidie morimur, quotidie 
enim diminuitur aUqua pars vitae, et tunc quoque concresemus: 
tita decresciti infantiam amisimus, deinde pueritiam, deinde odo- 
le&centiam, usque ad extremum, quidquid transit temporis petit: 
hunc ipsum quem egimus diein, cum morte dividimus — Batte 



80 

col remo. Assai volte interviene che gP uomini , pensando 
<T agiarsi , vanno navicando per mare per arrichirò; andan- 
do per lo mondo, spesse volte sono percossi dagli affanni 
et da fatiche, et da altri accidenti: per questo modo s'af- 
fretta più la loro morte che non farebbe, et sono morti 
violentemente, et pur talora col remo; ciò è che l'ordine 
C D n ai°v"iii naturale conduce gli uomini al fine loro — Come d'autun- 
ni ai nne. no Q ues ta similitudine usa Virgilio dove dice: Quam multa 
in silvis autunni (rigore primo, Lapsa cadunt folia; aut terram 
gurgite ab alto, Quam multae ec. — Sémilemente il mal seme. 
Cioè i discendenti d'Adamo, che fu padre et seme d'ogni 
uomo — Per cenni come. Qui moralmente si può intendere 
che, come l'uccello di ratto torna a colui che il chiama, 
per volontà assai volte di pascersi, forse che non torne- 
rebbe, cosi il nimico della umana natura, mostrandoci o 
guadagni, o potenzie, sotto tale esca ci piglia, perchè noi 
non veggiamo che sotto quella è il veleno, il quale ci ucci- 
de colla morte de' peccati: et «questa è la via per la quale 
ci mena a perdizione — Su per V onda bruna. Bruna la 
chiama, però che ivi nell'inferno non ha luce, et per con- 
seguente tutte le cose che vi sono sono brune, cioè nere 
et oscure — Anco di qua. Chiaro appare — Neil' ira di Dio. 
Questo si dee intendere per gli effetti, et non pigliare le 
parole ignude, però che Iddio non ha ira, non ha volontà 
veruna nuova; ma de'si intendere per quello modo che poco 
inanzi abbiamo detto; che questo modo del parlare piglia 
la Scrittura per condiscendere verso la picciola capacità 
del nostro intelletto; ondb il Psalmista usa questo modo 
del parlare: Domine, ne in furore tuo arguas me, neque in 
ira tua corripias me ec. — Che la Divina Giustizia. Egli è 
da sapere che negl'uomini peccatori puote intervenire assai 
volte eh' egliono commettano uno peccato sì orribile et 
grande, che incontanente di necessità, disperati della mise- 
ricordia di Dio, sono constretti a fare Y altro peccato; come 
Giuda, che, avendo tradito Cristo, fu tanto grande il pec- 
cato che, sfidatosi al tutto della misericordia di Dio, fu 
constretto, et quasi per uno sfogare sé medesimo, paren- 



81 

dogli avere troppo fallato, per uno rigore sfrenato di fare 
vendetta di sé medesimo (1), con volontà et desiderio impic- 
cossi per la gola. Così queste anime, sentendo avere tanto 
peccato quant' eli' hanno, quasi con volontà di fare ven- 
detta di sé medesime, con desiderio, il quale procede da 
uno rigore di giustizia, levata la paura della pena, vanno 
con volontà al tormento, come Muzio a Porsenna re de' 
Toscani, non possendo ucciderlo, con propria volontà ten- 
ne la mano nel fuoco; et elli, come benignio signiore 
et giusto et misericordioso, gli perdonò: Revertere tuie, et 
eis referes, te, cum vitata meam f eteree, a me vita donatum; 
come scrive Valerio Massimo nel iij° libro — Quinci non 
passa. Puossi qui muovere uno dubbio, per che cagione non 
voglia Garone che l'Autore andasse allo 'nferno, con ciò sia 
cosa ch'egli debba essere lieto di fare male capitare gli 
uomini? Qui si risponde che '1 dimonio sarebbe stato con- 
tento che l' Autore fosse rimaso; ma, per che egli sapea 
ch'egli andava per scrivere ,et ridire le pene de' dannati 
a 9 viventi, acciò ch'eglino si guardassono et pigliassono 
esemplo, pertanto si dolea. — Et però> se Carone. Ora, per 
quello che è stato detto infino a qui, s'è detto seguitando 
lo stilo de' poeti; ma, però che l'Autore non in ogni cosa 
segue il modo poetico, ma, in assai cose in questo libro 
diversifica da loro, puossi sopra la parte eh' è detta di 
sopra, infino dove dice Come d'Autunno, recare questo suo 
trattato a uno altro intendimento; però che ivi si rompe 
il senso poetico, et pare che, come che l'Autore, per orna- 
mento del suo Pogma abbia seguito quella allegorica fin- 
zione di Virgilio, et intendere per Acheronte questo pre- 
sente mondo, e '1 vivere de' mortali , e per Carone il tem- 
po; vuole l'Autore scendere da quello modo del parlare, 
et per questo Acheronte intendere altro: però che chiara- 



(1) Fare vendetta ec. Punire sé stesso del delitto commesso. Cosi 
Dante disse: 

E fé di sé la vendetta egli stesso. 

6 



82 

mente, per quello che si può comprendere per tutto lo in- 
ferno, l'Autore intese che lo 'nferno essenzialmente et real- 
mente fosse nel centro della terra, dove assai teolaghi 
s' accordono eh 9 egli sia; et che lo 'nferno sia distinto, et 
per quelli cerchi et per quelle valli, delle quali fa men- 
zione essere per tutto lo 'nferno; col presente pare volere 
intendere per Acheronte lo 'nferno, et per Carone uno mi- 
nistro a questo luogo; però che a ogni cerchio pone ministro 
del cerchio alcuno dimonio; come in Purgatorio pone a 
ogni cerchio et transito per ministro un agnolo. Et di que- 
ste transuptioni del parlare dell'Autore non è da prendere 
amirazione, però che la Santa scrittura, dove altro che let- 
tera non suona, et dove parla allegoricamente o moral- 
mente, et quando discensive; et questo tal modo del par- 
lare usa la Scriptura santa per conformare il parlare a 9 
nostri intelletti. Onde questo parlare, né propriamente si 
può chiamare fictione fabulose, né poetico; ma propria- 
mente parlare discensivo, come detto è, che discende dalla 
altezza delle cose che parla verso la forza del nostro in- 
telletto. Ora, senza stendersi più inanzi , si vuole intendere 
ornai l'Autore per lo modo chiarito, cioè che Acheronte 
sia lo 'nferno, et Carone alcuno dimonio, il quale è posto 
per valicare F anime dalF una riva all' altra — La buja 
campagna. Buja la chiama, perchè ivi non ha né sole né 
stelle; e ancora buja per la oscurità de' peccati — La terra 
lacrimosa. Qui nelF ultimo del capitolo, vuole dire che la 
terra, che era bagnata di quelle esalazioni, che si lievono 
da quello umido delle lagrime, se ne eneo uno vento, però 
che quelle tali esalazioni che muovono dalla umidita della 
terra percuotono F aria; et con ciò sia cosa che il vento non 
è se non movimento d'aria, queste esalazioni, col gridare 
dell' anime, lo mossono, et quindi si creò il vento. — Che 
balenò una luce. Qui è da considerare che, veggendo l'ani- 
me eh' erono in inferno giugnere altre anime, si contristo- 
rono della loro venuta, et ancora rimorse dalla loro co- 
scienzia. Et di questo contristare nacque uno romore tra 
loro, dolendosi, et battendosi, et movendo alte le voci; il 



83 

quale romorte mosse Tana et creò vento, come detto è; 
et* questo movimento d'aria, questo vento, percosse ne' fuo- 
chi, che si dehbe inmaginare essere in quello luogo, il 
quale vento movendogli gli rischiarò; et quello chiarore 
percosse nell'aria, et a modo d'uno baleno fé divenire 
quella aria vermiglia, quello luogo, come dice nel resto (i). 
Ora poterebbesi qui dubitare, per quello che interviene nel 
mondo, che quanti più sono gli uomini condennati a una 
medesima pena più pare confortarsi, come scrive Orazio: 
Sollatium est miseris socios habere penante* (2). Qui si può 
rispondere che gli uomini del mondo si possono muovere 
da altri rispetti che quelli d'inferno, però che nel mondo 
quanto più sono i dannati che debbono essere puniti d' una 
medesima pena, tanto più interviene assai volte la loro li- 
berazione; onde Lucano nel quarto libro: Quidquid multis 
peccatur inultum est (3): Quello peccato eh' è commesso per 
molti non si punisce et non si vendica. L'anime dello 
inferno, per essere quantunque mai ne nacquero, non po- 
terebbero però uscire d'inferno o delle loro pene. — La 
qual mi tinse. Pensando l'Autore quanti erono quelli che 
venivono allo 'nferno, quanto era la loro pena; et pensan- 
do ancora come era stato brieve il diletto del peccare (la 
quale brevità figura et somiglia alla luce; et per quella 
luce che subito venne come un baleno et subito si parti, 
vuole dare a intendere questa brevità del peccare), et per 
questo minimo tempo ch'egli peccaro stare in eterno in 
tante pene, ricordossi di sé; e mosso da molta piata et com- 
passione di tante anime, cadde come colui che s'addor- 
menta. Et qui è da sapere che quando gì' uomini sono 



(1) La ragione di questo vento e di questa luce vermiglia è qui, 
secondo le teorie scentifichc d' allora, spiegata mirabilmente, e qualunque 
lettore ne riman chiaro; il che non avviene co' pazzi anfanameli di certi 
moderni, rispetto alla luce vermiglia massimamente. 

(2) Solarium. Vedi la nota seconda di questo canto. 

(2) Quiquid ce. Che il Davanzati tradusse: Dove molti fallano nin- 
no si gastiga. 



84 

affaticati et hanno molto vegghiato, le membra indebolisco- 
no, et naturalmente dimandano da riposarsi, et da questo 
nasce il sonno, però che '1 sonno nasce da debolezza. Et 
qui compie il terzo capitolo. 



CANTO IV 



Rup perni l'alto sonno della testa (1) 
Un greve tuono, sì eh' io mi riscossi , 
Come persona che per forza è desta: 

E T occhio riposato intorno mossi , 
Dritto levato, e fiso riguardai 
Per conoscer lo loco dov' io fossi. 

Vei^ è che in su la proda mi trovai 
De la valle d' abisso dolorosa, 
Che tuono accoglie d' infiniti guai. 

Oscura, profonderà e nebulosa, 
Tanto che, per ficcar lo viso al fondo, 
r non vi discernea veruna cosa. 

Or discendiam quaggiù nel cieco mondo, 
Incominciò il poeta tutto smorto: 
Io sarò primo, e tu sarai secondo. 

Ed io, che del color mi fui accorto, 
Dissi: Come verrò, se tu paventi 
Che suoli al mio dubbiare esser conforto? 



(1) Della testa. Lezione, non dirò preferìbile, ma neramen disprez- 
zabile. 



86 

Ed egli a me: V angoscia delle genti 
Che son quaggiù, nel viso mi dipigne 
Quella pietà, che tu per tema senti. 

Andiam, che la via lunga ne sospigne: 
Così si mise, e così mi fé' entrare 
Nel primo cerchio che l' abisso cigne. 

Quivi, secondo che per ascoltare, 
Non avea pianto, ma' che di sospiri, 
Che T aura eterna facevan tremare: 

E ciò awenia di duol senza martiri, 
Ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi, 
E d' infanti e di femmine e di viri. 

Lo buon Maestro a me: Tu non dimandi 
Che spiriti son questi che tu vedi? 
Or vo'che sappi, innanzi che più andi, 

Ch'ei non peccaro; e s* eli i hanno mercedi, 
Non basta, perch' e' non ebber battesmo, 
Ch'è porta della fede che tu credi: 

E, se furon dinanzi al Cristianesmo, 
Non adorar debitamente Dio. 
E di questi cotai son io medesmo. 

Per tai difetti, e non per altro rio, 
Semo perduti, e sol di tanto offesi, 
Che senza speme vivemo in disio. 

Gran duol mi prese al cor quando lo intesi , 
Però che gente di molto valore 
Conobbi che 'n quel limbo eran sospesi. 

Dimmi, Maestro mio, dimmi, Signore, 
Comincia' io, per voler esser certo 
Di quella fede che vince ogni errore: 

Uscicci (1) mai alcuno, o per suo merlo, 
per altrui, che poi fosse beato? 

(1) Uscicci ò lezione di molti codici; e forse più propria. 



87 



E quei, che intese il mio parlar coverto, 

Rispose: Y era puovo in questo stato, 
Quando ci vidi venire un possente 
Con segno di vittoria incoronato. 

Trasseci V ombra del primo parente, 
D'Abel suo figlio, e quella di Noè, 
Di Moisè legista e ubbidiente; 

Abraam patriarca, e David re, 
Israel con suo padre e co' suoi nati, 
E con Rachele, per cui tanto fé', 

Ed altri molti; e feceli beati. 
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi , 
Spiriti umani non eran salvati. 

Non lasciavano l' andar, perch' ei dicessi , 
Ma passavam la selva tuttavia, 
La selva dico di spiriti spessi. 

Non era lungi ancor la nostra via 
Di qua dal sonno (1); quand' i' vidi un foco, 
Ch' emisperio di tenebre vincia. 

Di lungi v' eravamo ancora un poco, 
Ma non sì eh' io non discernessi in parte, 
Che orrevol gente possedea quel loco. 

tu, che onori ogni scienza ed arte, 
Questi chi son ch'hanno cotanta orranza, 
Che dal modo degli altri li diparte? 

E quegli a me: L'onrata nominanza, 
Che di lor suona su nella tua vita, 
Grazia acquista nel ciel che sì gli avanza. 



(1) Dal sonno. Cosi legge e spiega l'anonimo: cosi molti buoni 
codici: cosi il Witte. Tal lezione è difesa dal Perazxini, e da ottimi 
critici; anzi il Perazzini derìde la lezione sommo della volgata. Con tutto 
ciò il Gregoretti fa capo di accusa al Witte per aver abbandonato la 
lezione sommo, e chiama l' altra un enigma!! 



88 

Intanto voce fu -per me udita : 
Onorate l'altissimo poeta; m 
L'ombra sua torna, ch'era dipartita. 

Poi che la voce fu restata e queta, 
Vidi quattro grand' ombre a noi venire: 
Sembianza avevan né trista né lieta. 

Lo buon Maestro cominciommi a dire: 
Mira colui con quella spada in mano, 
Che vien dinanzi a* tre sì come sire. 

Quegli è Omero poeta sovrano, 
L'altro è Orazio satiro, che viene, 
Ovidio è il terzo, e l' ultimo è Lucano. 

Però che ciascun meco si conviene 
Nel nome, che sonò la voce sola, 
Fannomi onore; e di ciò fanno bene. 

Cosi vidi adunar la bella scuola 
Di quel signor dell'altissimo canto, 
Che sovra gli altri com' aquila vola. 

Da eh' ebber ragionato insieme alquanto, 
Volsersi a me con salutevol cenno; 
E il mio Maestro sorrise di tanto: 

E più d' onore ancora assai mi fenno, 
Ch'essi mi fecer della loro schiera, 
Si eh' io fui sesto tra cotanto senno. 

Così n' andammo infino alla lumiera, 
Parlando cose, che il tacere è bello, 
Sì com' era il parlar colà dov' era. 

Venimmo al pie d'un nobile castello, 
Sette volte cerchiato d'alte mura, 
Difeso intorno d'un bel fiumicello. 

Questo passammo come terra dura; 
Per sette porte intrai con questi savi; 
Giugnemmo in prato di fresca verdura. 

Genti v' eran con occhi tardi e gravi , 



89 

Di grande autorità ne' lor sembianti : 
Parlavan rado, con voci soavi. 

Traemmoci così dall' un de' canti 
In luogo aperto, luminoso ed alto, 
Sì che veder si potean tutti quanti. 

Colà diritto, sopra il verde smalto, 
Mi fur mostrati gli spiriti magni, 
Che del vedere in me stesso n' esalto. 

lo vidi Elettra con molti compagni, 
Tra' quai conobbi ed Ettore ed Enea, 
Cesare armato con gli occhi grifagni. 

Vidi Cammilla e la Pentesilea 
Dall'altra parte, e vidi il re Latino, 
Che con Lavinia sua figlia sedea. 

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino, 
Lucrezia, Julia, Marzia e Corniglia, 
E solo in parte vidi il Saladino. 

Poi che innalzai un poco più le ciglia, 
Vidi il Maestro di color che sanno, 
Seder tra filosofica famiglia. 

Tutti l'ammiran, tutti onor gli fanno: 
Quivi vid' io e Socrate e Platone, 
Che innanzi agli altri più presso gli stanno. 

Democrito, che il mondo a caso pone, 
Diogenes, Anassagora e Tale, 
Empedocles, Eraclito e Zenone: 

E vidi it buon accoglitor del quale, 
Dioscoride dico; e vidi Orfeo, 
Tullio e Lino e Seneca morale: 

Euclide geometra e Tolommeo, 
Ippocrate, Avicenna e Galieno, 
Averrois che il gran comenlo feo. 

r non posso ri tra r di tutti a pieno; 
Però che sì mi caccia il lungo tema, 



90 

Che molte volte al fatto il dir vien meno. 

La sesta compagnia in duo si scema: 
Per altra via mi mena il savio duca, 
Fuor della queta nell' aura che trema; 

E vengo in parte, ove non è che luca. 



91 



CAPITOLO IV. 



Ruppemi F alto sanno della testa. Egli è da sapere che 
l'Autore, nel fine del precedente capitolo, pone che la terra, 
la quale era bagnata di lagrime, diede il vento, il quale 
vento si figura pe' pensieri che vennono nella mente del- 
l'Autore , pietosi de 9 tormenti di quelle anime , pensando, 
come è stato figurato per quello baleno che diede il vento, 
cioè per così brieve piacere, quanto è il loro nel peccare, 
eglino abbino a portare ettemali pene. Onde questa tale 
pietà et compassione gli vinse tanto la mente eh 1 egl' inde- 
bolì, et per debolezza s'addormentò. Ora nel presente ca- 
pitolo dice che uno tuono il percosse, onde egli si svegliò, 
et trovossi in su l'altra riva d'Acheronte, che ponemmo 
che passare dall'una riva all'altra di questo fiume, inten- 
desse Virgilio, in quella sua fictione preallegata, il transito 
dal principio del nostro nascimento alla morte nostra. Co- 
me passasse pare ignoto et oscuro. Onde, a dichiaragione 
di questo passo, è da sapere che l'Autore in ogni luogo 
per l' inferno si fa passare ad alcuno dimonio, come a Fle- 
gias, a Gerione, a Anteo; et qui non si fa passare da Ca- 
rone. La cagione è questa, però che questa fictione, a vo- 
lerla avere seguitata ordinatamente come intesa l'abbiamo, 
se l'Autore fosse passato per Carone , seguiterebbe eh' elli 
fosse morto; però che, come detto è, quello passare dal- 
l'una riva all'altra, non vuole dire se non passare dal 



92 

nostro nascimento alla morte. Come passasse pare ignoto 
et oscuro. Onde, a dichiaratone di questo, è da sapere che 
l'Autore, o convenia ch'egli dicesse, sé essere stato morto 
(che non era vero), o elli contradicesse a se medesimo, ve- 
gniendo contro alla fictione predetta. Et ancora per quello 
che disse quinci non passò mai anima buona, ancora per 
questo, avendosi fatto passare, si con tradicea , però che 
vuole mostrare che, per scienzia acquisita, egli facesse que- 
sto viaggio speculando. Perchè l'Autore si facesse passare 
a Flegias, a Gerione ec. qui si risponde che '1 farsi passare 
a costoro, potea fare come a lui piacea, perchè queste fu- 
rono sue fictioni; potea stenderle a quello intendimento 
ch'egli volea. Di quello di Virgilio non potea trarlo dello 
intendimento di Virgilio non dovea (1): finge dunque conve- 
nevolmente che in sonno si trovò portato in sull'altra riva 
d'Acheronte; et questo medesimo modo tiene in più luoghi 
in questo libro. Et in effetto l'Autore vuole mostrare che 
qui et altrove egli andasse et per inferno, et per purgatorio, 
et per paradiso, non corporalmente, ma speculando et me- 
ditando. Per vedere il modo come quivi venisse, è da sa- 
pere una fictione poetica di Virgilio; et in quello medesi- 
mo modo che la fictione fia sposta passò l'Autore. Dice 
adunque: Sunt geminae somni portae, quarum altera fertur 
Cornea, qua veris facili* datur exitus umbris ec. Le porti del 
sonno, dice Virgilio, sono due; l'una è di corno, l'altra è 
d'avornio (2); per quella del corno è data vera et agevole 
uscita all'ombre; per quella dell' avornio falsi sogni man- 
dono al cielo P anime per la porta dell' avorio ec. Or qui 
è da considerare sottilmente (et se bene ci ricorda, noi 
dicemmo nel precedente capitolo eh' eli' era sentenzia di 
Platone), che l'anime che venivono in questo mondo, ciò 

(1) Di quello di Virgilio ec. Questo luogo è senza fallo difettoso; 
ne vo' racconciarlo a fantasia. 

(2) Avornio é da intendersi qui per Avorio; e forse è errore di 
copia, essendo T avornio cosa diversa dall'avorio; tuttavia, ripetendosi 
anche più qua, mi sto contento al puro notarlo. 



93 

ch'elle sapeano avevono saputo un'altra volta; et quello 
che noi diciamo apparare era uno ricordarsi; et secondo 
la complessione de' corpi dove elle entravono, si ricorda- 
rono et più et meno, poi che de' corpi de 9 quali si vesti- 
rono, quar era (T una complessione dura, che agravava P a- 
nima, et quale di complessione leggiera; onde aviene, per 
questa medesima ragione, che, quando gli uomini dormo- 
no, non la sera, però che infino alle due parti della notte 
i corpi sono agravati da 9 cibi, et la virtù digestiva ha con- 
sumata ogni materia, et i sensi si posono, onde P anima è 
più forte nella sua virtù, et è meno impacciata dal corpo; 
che '1 corpo è quella che P occupa, però che, se il corpo 
non fosse, l' anima vederebbe, et sarebbe mobile come uno 
spirito. Ora Virgilio, immaginando questa ragione in quella 
sua finzione poetica, il dimostra dove e' vuole dare a in- 
tendere che l'anime che sogniano veggiono in due modi, 
et per la porta del corno, et allora veggiono il vero, 
et per quella dell'avorio, et allora veggiono le bugie. Et 
quasi in ogni luogo dove Virgilio vuole mostrare alcuna 
cosa et non sia vera, monstra latentemente non dire vero 
con certe figure. È l'avorio d'una materia grave et non 
penetrabile, onde, assottigliando l'avorio tanto che fosse 
una foglia, che più sottile non può essere, ponendoselo 
inanzi agli occhi, niente si vederebbe: tutto a simile Pani- 
ma, quando ella ha in corpo di grossa materia, assai sia 
il corpo assoltigliato dal cibo che P anima però vegga (3). 
Il corno, per la porta del quale dice che P anime veggiono 
le cose vere et penetrabili et trasparenti, tutto a simile 
al corpo che è di terra et di sottile materia; onde, sotti- 
gliando il corno et faccendolo sottile, si vede ciò che è 
di là da esso come di là da uno velo; cosi a simile Pani- 
ma, eh 9 è in corpo di materia tenua et sottile, in quel tem- 
po della mattina massimamente, nel sonno alcuna volta 

(1) Assai sia il carpo ec. Modo ellittico singolare, usato da altri 
antichi. Si spiega; sia pure il corpo assottigliato quanto vuole, l' anima 
però non vede. 



94 

vede cose vere. Et nota che le cose che si veggiono nel 
sonno, non si veggiono in propria forma, quantunque l'a- 
nima sia in nobile corpo; ma veggionsi in figura: tutto a 
simile come guardare di là da uno velo, che non si veg- 
giono tutte le cose chiaramente, ma veggionsi certe spezie 
delle cose. Ora l'Autore, per questo tal modo del vedere 
speculando et inmaginando, dice esser passato in su 1' altra 
riva d'Acheronte; et per questo modo avere veduto ciò che 
tratterà per questa forma in questo suo libro. Dividesi il 
presente capitolo in due parti, la seconda comincia quivi. 
Quivi secondo che. Nella prima parte l'Autore seguita questo 
capitolo, et annodalo col precedente; et immediate come 
seguita l'ordine del trattare, cosi la intenzione sua, però 
che nell'ultimo del precedente capitolo rimase alquanto 
obscura la sentenzia dell'Autore. Ora, seguitando l'orazio- 
ne inperfetta, viene nel presente capitolo a chiarire quello 
che rimase alquanto oscuro; et dice che si trovò in sulla 
proda ultima dal fiume, in sulla proda della valle che va 
allo 'nferno; et pone essere il fiume tra coloro che sono 
di fuori quasi dallo 'nferno, cioè quelli cattivi , a modo 
come noi dicessimo nell' antiporto dello 'nferno, et lo 'nfer- 
no dentro alla porta. Ma come l'Autore distintamente o 
particularmente eili sia venuto quivi non chiarisce: et so- 
no scusati quelli che parlano in questo modo, grafia Ore- 
vitatiSj per uno colore retorico, che per una particella della 
cosa si suole intendere l'altre parti che non si dicono; et 
chiamasi intelletto, come dice Tullio nella sua Rettorica; 
et quando tutta la cosa si cognoscie per una piccola parte 
d'essa, o la parte del tutto ec. Nella seconda parte è da 
sapere che l'Autore fa essere puniti in questo primo cer- 
chio certi peccatori che sono di quattro maniere: o elli 
sono gente senza peccato attuale; o gente che peccorono 
per malignità del tempo; o uomini che , bene eh' elli pec- 
cassono, ebbono molte virtù morali, che forse arebbe con- 
troapesalo la bilancia; et donne, secondo arti naturali, d'o- 
nesta et virtuosa vita. Et per discendere dal tutto nelle 
parti, acciò che meglio s'intenda, i primi che peccarono, 



95 

ma non attualmente, sono fanciulli nati et sì subitamente 
morti, et in corpo ancora delle loro madri. Questi tali, 
perchè non ebbono battesimo, come ch'elli fossono senza 
peccato attuale, perchè ebbono in loro il peccato originale, 
et perchè non ebbono battesimo, sono in questo luogo: o 
elli sono uomini, come Omero, Orazio, Aristotile, i quali 
moralmente vissono, ma non ebbono vero conoscimento 
di Dio; et questo perchè si trovorono a tempi che quasi 
tutto il mondo era scorso a mala disposizione, et di lungi 
tanto da' Giudei che adorarono Iddio, che non udirono né 
le loro prediche, né le loro dimostrazioni; o di quelli 
ancora che di lungi si trovorono da altri che mostrassono 
loro la verità de' fedeli cristiani , onde non poterono inten- 
dere le ragioni teologiche et divine; che, se intese l'aves- 
sono, erono si bene dotati dalla natura, che credere si dee 
che convertiti sarebbono alla fede cattolica. I terzi sono 
uomini stati di gran valore, i quali, come ch'egli avesso- 
no assai peccati, et facessono assai male, pure, vivendo 
moralmente, feciono molti beni; tanto che forse, avendoli 
posti in sulla bilancia, arebbono pesato più che i mali. I 
quarti et ultimi furono donne che vissono onestamente. 
et moralmente. Ora tutti costoro pone l'Autore essere dan- 
nati, perchè non furono fedeli, et non ebbono vera creden- 
zia né vero conoscimento di Dio. Ora, perchè questi sieno 
perduti, i quali al nostro giudicio non pare ch'elli l'ab- 
bino meritato, et la fede nostra gli tiene per dannati, que- 
sto aviene perchè i nostri intelletti non sono capaci a in- 
tendere il divino giudicio, però che eccede et avanza le 
nostre cognizioni naturali. Pertanto moralmente si dee in- 
tendere che Virgilio, che tiene luogo d' umana ragione , 
non possendo intendere questo misterio né questo giudicio, 
eh' è sopra la ragione naturale, si turbò; et questo atto 
avviene a tutti coloro che odono et non intendono la cosa, 
quia res animos incognita turbai. Et è dato a questi tali 
detti di sopra per pena che mai non hanno speranza di 
vedere Iddio, nel quale si cheta et contentasi ogni intel- 
letto; e '1 desiderio ch'egli hanno di vederlo gli affligge 



96 

^Jlf^no et ^tormenta. Dice adunque, tornando alla lettera. Rup- 
* ** **• perni V alto sonno. Qui , a modo che interviene a coloro 
che dormono, che hanno legate tutte le potenzio naturali 
in atto et non altrimenti, se viene romore di fuori dell'a- 
nima che la percuota, allora le potenzie naturali, che so- 
no legate , si dissolvono, et 1' anima si sdormenta ; cosi 
l'Autore, per quello trono ch'egli senti, che non fu altro 
che '1 gridare et lamentare di tante anime quante erano 
laggiù raccolto in uno tuono, il fé destare — Et V occhio 
riposato. Tutto a simile di coloro che per forza si destono, 
che in quel subito non veggiono niuna cosa chiaramente, 
infino a tanto che r ochio non è riposato — Per conoscer 
lo loco. Qui dimostra l'Autore essere venuto in sonno, come 
detto è, poi che dice non sapere dove era, né come era 
venuto — Vero è che 9 n sulla proda. Dice che si trovò in 
sulla proda ultima del fiume, et in sulla proda della valle 
che va air inferno — Che tuono accoglie. Quelli sospiri , 
quelli guaj che laggiù si faceano, faceano uno tuono, come 
aviene in uno coro di frati che con molte voci fanno uno 
canto — Io non vi discernea. Il luogo di laggiù è tenebro- 
so, però che il sole non vi luce, né il fuoco non é simile 
al nostro fuoco materiale — Et io che del color. Veggen- 
do l'Autore, per lo color mutato, Virgilio sconfortato, gli 
disse Virgilio, che '1 colore eh' egli avea mutato era per 
pietà ch'egli avea a quelle anime: et l'Autore mutò colore 
per paura eh' ebbe — Quivi secondo che. Questo si dee in- 
tendere che, secondo che per l'ascoltare interviene, come 
che non sia nella orazione o nel verso, vi si debba met- 
tere questo pronome, altro che di sospiri. (1) Et é qui una 
figura in gramatica che si chiama ecclisis, quia occupai alte- 
rius locum. Et que' sospiri faceano tremare quella aura, quel 
vento che là giù era, et sarà eternalmente. Et qui si può 
comprendere che'l sospirare e'1 gridare muove l'aria, co- 
me di sopra in questo capitolo é stato mostrato — Ciò ave- 

(1) Questo pronome, altro che di sospiri. Qui c'è mancanza di 
qualche cosa, e forse di più versi. Pazienza! 



97 

nia di duolo. Qui non avea tormenti, se non quelli eh' a" 
medesimi si davono; et qui dice eh' erono infanti, ciò è 
fanciulli, femmine et uomini — Or to' che sappi. Dice che 
non peccaro, et questo si dee intendere non simpliciterj ma 
secundum quid; che, se semplicemente s'intendesse, come 
suona la lettera, che non avessono peccato (che già gli avea 
chiamati peccatori), contradirebbe l'Autore a se medesimo; 
ma debbasi intendere che non peccarono attualmente. — 
Perchè non ebbon battesmo. Il battesimo è uno degli articoli 
della fede, et è necessario ut in Symbolo: Et in unum san- 
ctum baptisma eie. — Et se furon dinanzi. È di necessità 
alla salvazione avere creduto in Cristo, come dice l'Autore 
nel Paradiso, e A questo regno Non sali mai chi non cre- 
dette in Cristo, Né pria né poi che si chiavasse al legno » 
nel cristianesimo et inanzi — Di quella fede che vince. Dice Ca Jf® l I JJj i0 
che nella fede non è alcuno dubbio, però che la fede cri- « al «• 
stiana vince ogni resia et ogni errore; che, come dice 
l'Appostolo: Fides est substantia sperandarum rerum et argu- 
mentum non apparentium — Vsckci mai alvuno. Perchè l'Au- 
tore sa che l' anime che sono laggiù non possono meritare, 
ripiglia iì dire suo et sogiugne, o per P altrui merito — Et 
quei che intese il mio. Chiama questo parlare coperto, però 
che per le parti si viene in cognizione del tutto — Rispose: 
io era nuovo. Virgilio mori xv anni inanzi alla natività di 
Cristo, et Cristo visse xxxiij anni et mesi; et poi andò al 
Limbo, come appresso si dirà: si che resta che Virgilio era 
stato anni 48 in quello limbo, quando Cristo andò laggiù 
a trarne quelli santi padri, i quali v' erono stati si lunghi 
tempi aspettare (1) che il figliuolo di Dio incarnasse et so- 
stenesse passione: si che Virgilio v'era nuovo, a rispetto 
di quelli santi antichi padri — Con segno di vittoria. Dice 
che Cristo in apparenza mostrava segnio di vittoria; non che 
andasse con bandiera, né con insegnia. La vittoria ebbe 

(1) Stati aspettare, cioè Stati ad aspettare. Gli antichi in questi 
casi d'incontro della preposizione a con un infinito che incominciasse 
per la stessa lettera, la preposizione toglievano via per dolcezza di suono. 

7 



98 

Cristo col (limonio, però che, come il demonio ingannò 
Fumana generazione, cosi Cristo coir umanità ingannò il 
demonio, ciò è il demonio s'ingannò elli stessi, però che 
mai noi potè conoscere, se in quella umanità era la divi- 
nità; et più volte il tentò, et in sul monte et altrove, infino 
che Cristo lo scacciò et ebbe vettoria di lui quando disse: 
Va; et, consumata ogni tentazione diabolica, Recessi t ab 
ilio usque ad tempus — Trasseci V ombra del primo. Questi 
fu Adam nostro primo padre: parentes sono i padri et le 
madri. Chi fosse Adam è noto a ciascuno vivente, et per 
comoidio tanto non bisogna troppo stendersi in parlare di lui: toc- 
croò Adamo. c h erenne una particella. Quando Iddio ebbe fatto, come è 

scritto nel principio del Genesis, il cielo et la terra; et 
elli fece il primo omo de limo terrae y d'una terra come 
dice la Scrittura, molle et fraile, et alquanto rossa; et die- 
gli forma simigliante a lui; et fatto ch'egli l'ebbe, il guar- 
dò nel viso, et diegli vita, et posegli nome Adamo: poi 
tutte le bestie, et uccelli et cose del mondo, chiamò inanzi 
Adamo; et elli a tutte pose nome per quello nome che 
ancora si serbono. Egli parlò ebreo; et però dicono ancora 
molti savj chi tenesse uno fanciullo infino in età di xv 
anni rinchiuso che non udisse voce umana, poi il traesse 
fra la gente, parlerebbe ebreo più che altro linguaggio. Et 
fu Adamo il .più eccellente omo in bellezze et in ogni cosa 
che mai fosse, però che Iddio il fé colle sue mani. Et Cristo 
et Adamo furono più formosi et meglio complessionati che 
uomini che mai fossono; tanto che Galieno, veggendo Cristo 
in su la croce, che prima avea negato (che quando gli era 
detto: Cristo risusitò, tale motto rispondea: Dunque non era 
morto), quando il vidde in sulla croce, guardando la com- 
plessione sua et proporzione, disse: e Questo uomo di morte 
naturale mai non sarebbe morto • ; però che le infermità 
si creono dal caldo et dall'umido; et quando si stemperano 
la c f ^jJ. e Tieno insieme allora viene la febbre: in Cristo era, seconde na- 
tura, questi umori et gli altri si temperati, che, secondo 
quello filosofo, mai non dovea morire. Visse Adamo 930 
anni, et 4302 stette nel limbo. Et questo basti avere detto 






99 

di lui — W Abel suo figlio. Come che F Autore dica che 
Cristo prese prima per mano Adamo, et trasselo fuori del 
Kmbo, quando Adamo disse: Ecce manus quae me plasma- 
zerunt, et poi Abel et poi gli altri, egli gli trasse tutti in 
uno stante; ma parla secondo F intendimenti nostri. Poi . Quando a- 

7 r ^ damo usci dal 

che Adamo fu cacciato del paradiso, da quello di a 30 anni, i«nbo disse : 
ebbe d'Eva uno figliuolo, nome Caino; apresso ebbe una cJ°m*JSn- 
figliuola, nome Talmona ; et ivi a 30 anni ebbe un altro taro110 ' 
figliolo, nome Abel; poi una figliuola nome Delcora. Caino 
fu lavoratore di terre, fellone, di mala maniera, invidioso: 
Abel fu pastore et guardatore di bestie, et visse diritta- 
mente senza invidia. Avea loro comandato nostro Signore 
che offerissono a lui la decima de le loro cose. Caino por- 
tava il più tristo caveretto, o altro eh' egli avesse, et fa- 
ceane sacrificio a Dio: Abel portava sempre il migliore 
senza veruna macchia. Il fumo che uscia del sacrificio di 
Caino in qua et in là si spargea verso la terra, et il fumo 
d'Abel andava verso il cielo: quello era segno che piaceva 
a Dio, et F altro in dispregio; per la qual cosa grande in- 
vidia portava Caino a Abel, tanto che un di ti disse: Abel 
fratel mio, andiamo a vedere i nostri lavoratori et lavorìi „ C u"c?s« C à- 
alla campagna; et come là furono, Caino con uno bastone bel ° 
uccise Abel — Et quella di Noè. Fu Noè grande amico di Dio; 
et fu.nel secondo agio (i) del secolo. Il primo agio fu Adamo 
primo nostro padre; et da Adamo infino a Noè furono anni 
1697. Lo secondo da Noè infino ad Abraam, che v'ebbe 
1440. Il terzo da Abraam infino al re Davit, che furono 
anni 973. In questo tempo fu Troja la' grande, disfatta da' 
Greci. La quarta età da Davit re infino alla trasmigrazione 
di Babilonia, che furono anni 612. La quinta età dalla 
trasmigrazione di Babilonia alla natività di Cristo, che fu- 
rono anni 572. Il sesto dalla natività di Cristo infino che 
a lui piacerà. Tornando a Noè, dico che, essendo il mondo 
per peccati sviato tanto che Iddio disse: Me poenitct fecisse 

(1) Agio. Sta qui per Età, dal francese Age. Gli antichi nostri il 
dissero non di rado, massimamente poi parlando delle età del mondo. 



«•r^SOvSOil 



100 

di n^ò" arct hominem, parlò Iddio a Noè et disse: • La fine di tutte crea- 
ture s'appressa; che la terra è piena di fellonie e di pec- 
cati. Sappi che io farò piovere et ventare 40 giorni et 40 
notti, et distruggerò tutta la lussuria (ch'era sormontata 
sopra ogni altro peccato). Però ti dico che tu facci fare 
una arca di legname: si l' apiastrerra' dentro et di fuori: 
40 gomita la fa larga et 150 lunga, et 30 alta; et favi una 
finestra co' colonnelli nella parte dritta, et tre camere; et 
mettivi teco i tuoi figliuoli et loro mogli, et tu et la tua 
donna, et d'ogni spezie d'animali maschj et femine cAvea 
allora Noè anni 600. Durorono l'acque sopra la terra 40 
di; et scemato et ito via il diluvio, Noè fece uno altare, 
et fece sacrificio a nostro Signore Iddio. Allora il benedis- 
se, et promisseli che mai il mondo non disfarebbe per 
acque;- poi disse: Tu, et chi di te scenderà, quando vede- 
rete l'arco eh' è di diversi colori nel cielo, quello fia segno 
che io mi ricorderò della mia parola. Ultimamente, doppo 
il diluvio anni 13, generò Noè Jonetu: poi dal diluvio a 
340 anni mori, et dal diluvio a la sua natività ebbe 600 
anni; sì che visse 940 anni — Di Moise legista ed ubbidiente. 
Al tempo che Faraone era re d'Egitto, cresciendo il popolo 
de' Giudei, et multiplicando tanto che gli Egiziani temet- 
tono di loro, fece il re uno ordine, a petizione del popolo 
suo, che tutti i fanciulli delli Ebrei quando nasceona fos- 
Nasdaionto sono m <>rti, et femine egiziane guardavono le donne delli 

di Mo»e. Ebrei. In quello tempo nacque Moise bellissimo fanciullo, 
tanto che alla balia ne increbbe d' ucciderlo: fece fare una 
cesta di giunchi , tessuta per modo che acqua non vi potea 
entrare, et messevi dentro Moise, et misselo nel fiume del 
Nilo. L'acqua ne 1' portava: una sua sirochia picciola su 
per la riva del fiume il seguitava. La figliuola di Faraone, 
ch'era alla finestra del palagio, fece pigliare la cesta per 
vedere che cosa fòsse: trovòvi il fanciullo. Ella non avea 
figliuoli; veggendolo bello, tenne costui per suo figliuolo; 
et non volendo Moise pigliare il latte di veruna balia, et 
la figliuola del re avendone maninconia, una sirochia di 
Moise picciola, che l'avea seguito su per la riva et rimasa 



101 

quivi , disse che li menerebbe bene una balia eh 9 egli pop- 
perebbe. La figliola del re le disse ch'ella andasse per lei: 
menòvi la madre, et ella il .lattò. Cresciuto, misesi al ser- 
vigio di Faraone, et vennegli in grazia; et avendo Moise 
più et più volte detto eh' egli si rimanessi de la legge 
ch'egli aveva fatta contro i Giudei, et d'altre cose ch'egli 
facea, monstrandogli più et più segni che Iddio ne V paghe- 
rebbe; ultimamente il popolo di Dio, essendo ol treggia to 
dal re et dagli Egiziani, si parti, et andoronne verso terra 
jdi promissione, et Moise fu loro duca, al quale Iddio ap- 
parve più volte: et secondo la Scrittura, Iddio gli parlò a 
faccia a faccia più che mai facesse a veruno uomo; et nel come moìm 
diserto gli die la .legge. Et però il chiama Pauttore Legista da dìo in g «5 
et ubbidiente, che mai non si parti dal comandamento di mont0. 
Dio — Abraam patriarca. Abraam fu prima che Moises; ma 
per l'ordine delle rime il mette di rietro. Abraam fu figliuolo 
Tures figliuolo Naccor: Tures ebbe tre figliuoli: Abraam, d . A ^ aa ^ lori * 
Naccor, et Aram; et fu Abraam al tempo del re Nino di 
Bambillonia: et da Abraam cominciono tutte le storie de' 
Gindei: et perch'egli fu il principio, fu chiamato Patriarca 
ab arcos quod est princeps et pater, principe de' padri. Eb- 
be Abraam da Agar ancilla, che fu volontà di Dio, uno 
figliuolo nome Smael (1): aveva allora anni 87. Avenne uno 
giorno che , sedendo all' uscio suo, tre agnoli venivono 
verso l'uscio. Abraam, credendo che tossono pellegrini, gli " 
ricevette; et fatto loro onore, et stando a tavola, dissono: 
Ov'è Sarra tua donna? et appresso si scopersono a lui, et 
dissongli da parte di Dio eh' egli arebbe di Sarra sua donna 
uno figliuolo. Sarra, ch'era loro dirietro, udendoli, comin- 
ciò a ridere et dire in se stessa: e Come averò io figliuolo, che 
ho lxxx anni e'1 mio marito n'ha cento? •. Ora finalmente 
la sera, stando fuori Abraam, et gli angioli dissono: Sappi 

(3) Smael. Questo Smael non accade dire che é Ismael; e cosi 
non accade correggere sempre tutti gli aftri nomi alterati; che parrebbe 
un insulto a' lettori di questo Commento, essendo cose note ed agevoli 
a qualunque fanciullo. 



102 

se tu puoi annoverare le stelle che sono in cielo. Disse 
Abraam: 0, come le poterei io annoverare? elle sono tante, 
che non è uomo vivente che annoverare le potesse. Allora 
dissono gli angioli: Cosi non è uomo che viva che potesse 
né annoverare né inmaginare i figliuoli et i popoli che 
usciranno del figliuolo che tu arai. Nacque uno figliuolo 
di Sarra, come gli angioli avevano detto, ch'ebbe nome 
Isac. Volendo adunque provare Iddio Abraam, gli disse che 
in sulla montagna gli facesse sacrificio del figliuolo; et fatto 
Abraam l'altare, et preso il figliuolo, et postovelo, et al- 
zando il braccio per colpillo, venne una voce dall'Agniolo, 
et dissegli che non toccassi il giovane: et guardandosi 
Abraam d' intorno, vidde uno montone con gran corna. 
Prese il montone et sacrificollo a Dio in quello luogo ap- 
punto ove Salamone fece poi il grande tempio. Et in ulti- 
mo, essendo Abraam di età d'anni clxxv, mori nella valle 
di Nebrone, et ivi ebbe sepoltura — Et Darti rè. Davit fu 
padre di Salamone, et del suo lignaggio nacque nostra don- 
storia di na: f u savissimo uomo et ubbidiente a Dio, tanto ch'egli 
Davit dio reco fljggg che avea f a tt uno uomo secondo il cuore suo. Fece 

il Misererò. , 

Davit il Psalterio, che furono quelli Salmi di grandissima 
dolcezza; fu chiamato Psaltero da Psallo psallti, che sta per 
Sai-tare, et da quello stormento di tante corde e' ha molla 
dolcezza detto Psaltero: perde poi quello libro la dolcezza 
de' versi, perchè fu traslatato d'ebreo in greco et di greco 
in latino. Peccò in lussuria in quella donna del suo cone- 
stabole, detta Bersabé; et per poterla avere più a sua vo- 
lontà, mandò il marito colla sua gente d'arme in luogo 
dove egli fu morto: onde poi Davit, riconosciuto et ripen- 
tito, fece quello Salmo Miserere mei, domine. Mori ultima- 
mente in grandissima grazia di Dio — Israel col padre et 
co 9 suoi. Perchè di Jacob figliuolo d' Isac è stata fatta men- 
zione, non tocheremo se non la parte per che egli ebbe 
nome Israel. Tornando Jacob da Laban suo zio, con due 
sue figliuole, ch'egli avea per moglie, Lia et Rachel, et 
con sua masnada in suo paese; et avendo passato la sua 



103 

masnada (1) il fiume Giordano, Jacob si pose adorare et 
ringraziare Iddio in sulla riva del fiume: quivi gli apparve 
T angiolo di Dio in forma umana et abbracciossi (2) con lui, 
et Jacob con lui, et cosi stettono tutta notte; et la mattina 
P agnolo il dimandò com'egli avea nome. Jacob gliel disse. 
Allora P agnolo gli disse: Io voglio cambiarti nome, et vo- 
glio che tu abbi nome Israel; et poi che non se' stato vinto 
da Dio, non sarai vinto da veruno omo: et nel partire il 
toccò P agnolo; onde poi sempre Jacob zoppicò da quello 
lato; et questo fu figura che Israel, uscirebbe di lui gran- 
de popolo, che si dividerebbe, et parte ne sarebbe con Dio 
et parte contro a lui: et cosi fu chiamato Israel quello 
luogo dove s'abracciò coir angiolo Samuel, che vale tanto 
a dire in nostra lingua come la Faccia di Dio tutta pro- 
pria. — Col padre et co J suoi nati et con Rachel II padre di 
Jacob, chiamato dall'agnolo Israel, fu et ebbe nome Isac. 
Di Jacob scesono dodici figliuoli, de' quali discesono i do- 
dici tribù d'Israel. Ebbe nome il primo Ruben, et P altro 
Juda, et Beniamin, et Jose di cui tanto parla la Scrit- 
tura che fu signore in Egitto, venduto da' suoi fratelli. Ora 
per che di questi, di che fa menzione P autore, è stato toc- 
co addirietro pienamente, basti a chi bene si ricorda: et 
similmente di Rachel, per cui tanto fece Jacob per averla 
per moglie, che servi sette e sette anni Laban suo zio ec. 
— Spiriti umani non eran. Inanzi alla natività di Cristo tutti 
andavono al limbo, et niuno saliva a vita eterna — La selva 
dico di spiriti. Cioè molti spiriti , com' ha molti alberi la 
selva — Di qua dal sonno. Cioè di qua da quello luogo 
ove io dormi' — Che emisperio di tenebre. Ogni cosa tonda, 
polla dove vuogli, sempre la metà se ne vede. Et pertanto 
il mondo, eh' è tondo, P una metà è alluminata dal sole, e 
nell'altra parte è notte. Emisperio dicitur ab enti quod est 

(1) Masnada sta qui a significare tutta la famiglia, come fu comu- 
ne in questo senso agli antichi. Poi venne a significare anche la fami- 
glia del podestà ec., e di qui l'odiosità che ha presentemente tal voce. 

(2) Abbracciossi. Si mise a fare alle braccia, a lottare. 



104 

medium et spera, cioè meza spera — tu che onori. Virgi- 
lio fece onore alla scienzia, però che bene l'apparò; et al- 
l' arte, cioè la- teorica, che fu sommo pratico — Et elli a 
tne: V onrata. Ciò è l'onorata; et è qui una figura che si 
chiama sincopa, che toglie del mezzo del nome alcuna sil- 
laba. Et vuole mostrare l'Autore che essere famoso in virtù 
et in scienzia acquista grazia et in questo mondo et nel- 
l' altro; che, bene che non sia a salute, è a minore pena. 
— L ombra sua torna. Tornava Virgilio, che s'era partito 
quando Beatrice il mandò all'Autore — Sembianza avieno. 
Proprio è atto di savio non si rallegrare troppo delle cose 
prospere, né turbarsi delle avverse — Mira colui con quella 
spada. Omero fu poeta greco, anzi padre de' Poeti. Quid 
loquar Homerum poetarum patrem? Fu figliuolo d' uno vinat- 
tieri et d'una che guardava le donne del parto. Sogniò la 
madre gravida di lui ch'ella partoriva uno cieco che allu- 
minerebbe tutto il mondo. Omero tanto vuole dire in latino 

Di Omero. 

quanto cieco. Fece xiij volumi di libri; ma i principali 
furono VOlixea, nel quale libro parla d'Ulisse altamente 
et delle sue virtù; et l'altro Biada, che parla d'Ilion, cioè 
di Troja; et però ha questo titolo. Fu il primo poeta che 
parlò di battaglie, come egli parlò in questo suo libro, di- 
stinto in xxiiij° libri, delle battaglie de'Trojani et de' Gre- 
ci; et però il pone l'Autore colla spada in mano. Et tiensi 
che Virgilio seguitò Omero nella Odissea ne' primi sei libri, 
negli altri sei il segui nella Iliada. Et come Omero pone 
Achille più valente uomo che Ettor, così Virgilio pone 
Turno meno prò che Enea: et l'uno et l'altro fu il con- 
trario. Truovasi che Alessandro di Macedonia, avendo vinto 
Dario re di Persia, infra gli altri suoi giojelli ch'egli ebbe, 
ebbe una cassetta d'oro et di pietre preziose, tanto lavo- 
rata sottilmente ch'era una cosa maravigliosa; et dimandò 
Alessandro molti de' suoi cavalieri et compagni che fosse 
da fare della cassetta; tutti di concordia gridorono: Mettivi 
Iliada. Mori Omero nell' isola di Cicilia qui sopra pensieri (1): 

(1) Qui sopra pensieri. Allude forse a ciò che si favoleggia esser 
morto Omero dalla stizza del non poter indovinare un enimma propo- 



105 

et per che fu di picciola nazione et ignoto, non si seppe 
chiaro di qual città fosse di Grecia. Atene et altre ne qui- 
stionaro, che ciascheduna il volea: fece ciascuna di cinque 
città quistionanti una sepoltura finta. Ma i più tennono 
che fosse di Smirna — V altro è Orazio satiro. Orazio fu 
grande poeta, et era deputato pe' Romani a correggere i 
libri che lascia vono i poeti, ch'eron tutti rappresentati a 
lui. Fece molti volumi di libri: la Poetria, le Pistole ec. fu 
aspro riprenditore de' vizj degli uomini, et per tanto fu poeta 
satiro — Ovidio è il terzo. Ovidio fu poeta, et fu chiamato 
Publio, et per sopranome Ovidio ab ovo, perchè aveva ton- 
do il viso, ritratto come uno uovo: fu ancora chiamato 
Nasone, per che aveva uno grande naso. Fu al tempo 
d' Ottaviano imperadore, et Ottaviano il cacciò di Roma, et 
mandòrolo nell' isola a' confini. Due furono le cagioni : una 
per uno libro che fece De arte amandi, dove insegnia a 1 
giovani amare, per che molte donne romane furono ingan- 
nate: l'altra cagione maggiore, perchè Ovidio vidde Otta- 
viano una volta in camera colla figliuola; unde in libro 
de tristibtts dolendosene : Mei mihi cur vidi ec. Fece molti 
libri, però che fu grande versificatore, che ciò ch'egli volea 
dire gli venia (atto versi, come egli dice: Sponte sua carmen 
numeros veniebat ad aptos , Quidquid tentabam dicere versus 
erat. Fece Ovidio Itetamorfoseos, distinto in xv libri: YOvi- 
dio delle pistole, De arte amandi , De fastibus, De tristibus ec- 
— V ultimo è Lucano. Lucano poeta fu da Corduba, nipote 
di Seneca morale, figliuolo del fratello. Fece in versi il 
libro delle battaglie di Cesare et di Pompeo, dove dice 
che per loro divisione sparsone) i Romani tanto sangue, 
che cori meno si dovea acquistare tutto il mondo. Poi dice 



D* Orazio. 



Di Lucono. 



stogli da certi pescatori. L'enimma era questo: Quella cosa che fu presa 
è morta y e quelle che non furon prese son qui; e que' pescatori parla- 
vano (con buon rispetto) de' pidocchi che avevano addosso. 11 vero per 
altro si é che Omero morì di 108 anni, e di morte naturale; dacché 
non parmi dover darsi fede a certi altri scrittori che lo fanno esser 
morto di fame. 



106 

che quello sangue fu bene speso, però che Nerone per 
quello fu imperadore: et monstrando di dire bene di Ne- 
rone, ne dice male, perchè avea fatto morire Seneca suo 
zio. Non fu coronato poeta, però che gli fu negato, perchè 
tenne più stilo di storiografo che di poeta: fu di grande 
animo, che trattò contro a (i) Nerone; et presa una meretrice, 
in casa cui era fatto il ragionamento, mai per tormenti 
noi confessò. Lucano incontanente rivelò ogni cosa, quasi 
contro la volontà del giudice, che gì' incresceva di lui, per 
che era valente giovane: in ultimo fu fatto morire come 
Seneca suo zio — Nel nome che sonò. Egliono s' accordono 
meco nel nome, dice Virgilio, però che furono poeti com' 
io — Che sovra gli altri. Il parlare et lo stile de' poeti va 
più alto che veruno altro stile; o veramente eh' elli volessi 
dire che que' cinque poeti avanzavono tutti gli altri : et 
cosi fu vero — * Poi eh 9 ebbon ragionato. Qui si de' compren- 
dere che quelli poeti dimandarono Virgilio chi era l'Auto- 
re, et Virgilio il lodò; onde poi il salutorono et fecionli 
onore. Et dice che fu il sesto fra loro. Questo si può in- 
tendere in due modi: ò che l'Autore dicesse che fu il sesto 
per senno; et questo non si debbe opinare: o che voglia 
dire per lo numero; et questo è più credibile, con ciò sia 
cosa eh' elli erono cinque — Venimmo a pie d' un. Questo 
castello, allegoricamente parlando, intende l'Autore collo- 
care in esso (2) il trono della filosofia. Et dice eh' egli era 
cerchiato di sette mura, erono altissime, et per sette porte 
vi s' entrava; et nel mezo del castello era uno prato verde, 
et in esso prato pone essere il trono de la filosofia: et 
ancora dice essere il detto castello cinto et difeso d'attor- 
no d'uno fiumicello. Vuole adunque intendere l'Autore 
che la filosofia sta in prato verde: questa verdezza del 
prato hae a mostrare la verdezza et la perpetuità della 
fama, la quale è in coloro che studiono in quella scienzia, 

(1) Trattò contro a Nerone. Congiurò contro Nerone. 

(2) Questo castello.... intende l'Autore collocare in esso, è quel me- 
desimo che dire: In questo castello intende l'Autore collocare. 



107 

però che la loro fama trascende et avanza V altre. Era 
cerchiato di sette mura altissime: per questo s'intende le 
sette arti lil.erali, che avanzano, d'altezza dico, tutte l'altre 
cose, ciò è Trivio et Quadrivio. Le tre del Trivio hanno a 
mostrare et insegniare il parlare colle sue parti et colle sue 
proporzioni; et quando et come si conviene; et sono queste: 
Gramatica, eh' è fondamento dell'altre, Loica, et Rettorica. 
Le quattro del Quadrivio hanno a insegniare sapienzia; et 
sono queste: Arismetrica, Musica, Geometria, Astronomia. 
Le sette porti hanno a mostrare lo 'ngegno et lo spirito 
di colui che studia in esse scienzie; che, a volerle compren- 
dere, conviene che sia unito, solo et ristretto in sé, et libero 
da ogni altra cosa, altrimenti non entri ad acquistare que- 
ste scienzie; et perchè lo 'ngegno vuole esser libero, per 
tanto sono chiamate arti liberali. (1 fiumicello, che difende 
queste mura da chi volesse entrare, s'intende per le cose 
labili et caduche et transitorie del mondo, nelle quali chi 
troppo s'aviluppa l'animo non può mai pervenire a esse 
scienzie; per che l'Autore, volendo dare a intendere, il mo- 
strò pel fiumicello. Dice che '1 passoron come terra dura. Qui 
vuole monstrare che in su queste cose del mondo egli pose 
i piedi , et non s' immollò, se non come s' egli andassi in 
su terra dura. Per lo pie s'intende l'affezione dell'animo: 
onde santo Agostino: Pes animi amor est; et l'Autore chia- 
rendo questo effetto: passava stige colle piante asciutte, ciò 
è colla affezione non molle d'essa acqua et né tocca — 
Genti r' eran con occhi tardi. Qui vuole mostrare che per 
exteriora cognoscuntur interiora, per segni di fuori si co- 
nosce l'animo dentro; et per tanto dee il savio mostrare la 
sua sapienzia, et non solamente dentro a sé, ma fuori di 
se; onde Valerio Massimo: Non solum manus, sei etiarn ocu- 
los abstinentes oportet habere; non solamente le mani, cioè 
l'operare, ma il guardare vuole essere astinente: onde non 
basta solamente avere studiato nelle scienzie, et non avere 
apparato come si debba contenere (1) et come debba vivere; 

(1) Come si debba contenere. Sottintendi V uomo, cioè Come l'uomo 
s! debba contenere. 



108 

et ancora debbe parlare con voce soave et umile, per di- 
mostrare P animo essere simile: quia, ut sapienti viro inces- 
sus modestus conventi, ita ovatto non audax — In luogo 
aperto, luminoso, chiaro appare — Sopra il verde smalto. 
Parla qui l'Autore improprie: chiama smalto verde ciò è 
prato verde — Che del vedere in me. Exaltare ciò è ralle- 
ietS m wno d\- grarsi et farsi maggiore — lo vidi Elettra con molti com- 
prMplnV?- PW* 1 *- Perchè pare forse ad alcuno maraviglia, che l'Au- 
po dei mondo, tore, avendo a parlare di tanti famosi uomini, si faccia da 
una femina, puossi et debbasi (1) rispondere che l'Autore 
con gran providenzia et singulare rispetto si fece da lei. La 
ragione è questa: egli è da sapere che, fra V altre proge- 
Tre sono nie et generazioni del mondo, tre ne sono singularmente 
dpaiiTrojrnì" famose: runa quella de' Trojani; l'altra quella de' Roma- 
h TFranSr ni ; l'altra quella de' Reali di Francia. Ora, secondo che 
scrive Virgilio, Elettra fu figliuola d' Attalante: di quale 
Attalante fosse figliola, è da sapere che tre furono gli At- 
lanti, l'uno fu re di Mauritania, cioè di Spagna, et fu 
grande astrologo; et per lui fu nomato il monte eh' è nello 
estremo di Spagna, eh' è cosi alto, Attalante; l'altro Atta- 
lante fu re di Grecia: il terzo fu re di Fiesole: et di costui 
pare che si voglia credere che fusse figliuola. Elettra fu 
sirochia di Maja, che fu madre di Mercurio. Elettra fu ma- 
ritata a uno Italiano, eh' ebbe nome Coreto; et fu quelli 
che principalmente pose la città di Corneto in Maremma. 
Di questa Elettra scese Dardano, il principale de' Trojani: 
Dardanus iliacae primus pater urbis et auctor; Dardano fu 
il primo padre et facitore di Troja. È vero che di questo 
Di DarJano - Dardano dissono gli Autori che fu figliuolo di Jove: la 
ragione era questa, che quando alcuno nascea valente uomo, 
et la sua generazione non fosse convenevole a lui, minore 
dico che a lui o alla sua virtù non si facea, o uomo non 
molto conosciuto, diceano quello tale essere figliuolo di 

(1) Debbasi è presente dell'indicativo, che gli antichi dissero spesso 
debba per debbe; e chi volesse fare alla Nannucci, direbbe che viene 
dall' antico delibare. Io però non lo dico, veli! 



109 

quello pianeta di che egli era impressionato; et perché 
Dardano fu impressionato di quella stella di Giove, dissono 
lui essere suo figliuolo. Questo Dardano fece principalmente 
una città in Grecia che per lui fu chiamata Dardania; et 
questo fu dal cominciamento del mondo anni mmmccxlu. 
Di Dardano nacque Eritanus; d'Eritano nacque Trous, che 
fece la città di Troja, et fu chiamata Troja per suo nome; 
di Trous nacque Ilius, che fece la mastia fortezza di Troja 
chiamata Ilion; d' Ilius nacque Laumedon; di Laumedon il 
re Priamo, al cui tempo la seconda volta fu distrutta Troja 
dgccxlii anni appresso al suo principio; si che, conchiu- 
dendo, abbiamo che d 1 Elettra scesono i Trojani. Come de' 
Trojani scendessono i Romani è da sapere che, poi che 
la città di Troja fu distrutta, come dice Virgilio: Postquam 
re* Asiae Priamique evertere gentem ec; poi che a Dio 
piacque di distruggere le cose d'Asia et la gente di Pria- 
mo, furono i Trojani, ciò è Enea et Antinore, costretti, et 
loro compagnia, d' andare cercando diverse terre. Ora Enea 
colla sua compagnia, navicando per lo mare Oceano, ebbe 
molte avversità nel mare, per la crudele ira di Junone- 
Ultimamente capitò in Italia presso alle parti di Lauren- 
zia, della quale era re et signiore Latino, figliuolo di 
Fauno et di Marica; per che Enea, volendo abitare quivi 
colla sua gente, mandò imbasciadori al re Latino per aver 
pace con lui; et il re Latino, ricevette volentieri gì' imba- 
sciadori, et trattorono con loro di dare a Enea per moglie 
Lavina sua figliuola; però che aveva avuto responso da' suoi 
Iddii che non accompagniasse la figliuola con veruno Talia- 
no; ma che verrebbono strani generi , i quali eleverebbono 
il nome suo et de' suoi discendenti colla fama alle stelle, 
et metterebbono il mondo sotto loro giurisdizione. Et per 
che a Turno re de'Rutoli Pavea la madre promessa di 
dargliele, fu grandissima battaglia tra Enea et Turno; onde u der|v> 
nelF ultimo Enea superò Turno, et morto il re Latino, che ■««■• de* r*- 
non avea figliuolo maschio, rimase il reame a Enea per 
Lavina sua moglie, et visse re doppo Latino tre anni et 
sei mesi; et di lui et di Lavino nacque uno figliuolo nome 



mani. 



no 

Julio Silvio, però che la madre il fece nodrire nelle selve 
per paura d'Ascanio: et questo fu quando Davit regnava 
in Giudea. Di Julio Silvio nacque Enea et Bruton: Enea 
fu re d'Italia, et di lui nacque Latino, di Latino nacque 
Albano, che fé la città d'Alba: da Albano nacque Egipte, 
et di lui nacque Carpanaces; di Garpanaces nacque Tiberio 
Agrippa; da Agrippa nacque Aventino; d'Aventino nacque 
Procas; di Procas Numentor, et Milio Numentor fu re, et 
ebbe una figliuola nome Emilia: Milio gli tolse il reame, 
et cacciò Numentor, et sua figliuola: di Milio nacque 
Romulus et Remulus, et questi fondorono la città di Ro- 
ma; et di loro ultimamente discendette Julio Cesare et 
Ottaviano imperadori, et gli altri: si che, ricogliendo, 
d' Elettra scesono i Romani. Come ancora d' Elettra scen- 
dessono i reali di Francia è da sapere che, come noi ab- 
biamo detto, Trojano re di Troja, per Bardano suo antico, 
discese d'Elettra; ora, quando Troja fu disfatta, indi Priamo 
il giovane, figliuolo d'una sirochia del re Priamo, et con 
lui Antenore, se n' andorono per mare con xiij mila uomi- 
ni, et fondorono la città di Vinegia; et fondata, si partiro- 
no Priamo et Antenore, 'et fondorono Padoa: et ivi è il 
corpo d'Antenore. Et appresso si parti Priamo et andò in 
Siccamber, et quivi fece una città; et poi elli e sua gente 
andorono in Germania, et però furono appellati Germani: 
et di lui discese Priamo, che fu morto da' Romani in bat- 
taglia. Di lui rimase uno figliuolo nome Arcomedes, et di 
lui Saramet et poi Ermictus. Allora cominciò Roma a 
mancare, et Francia a crescere. Doppo Ermicus fue re Gil- 
debore: appresso Glodoveo suo figliuolo: di Glodoveo nacque 
Miroben; di Miroven nacque Idris; d'Idris nacque Glodoven, 
che fu il primo re di Francia che fusse Cristiano negli 
anni di Dio 751; poi fu Arnouls, che fu vescoA'o d'Emes; 
apresso regnò Anagiocus suo figliuolo, ch'ebbe sopranome 
Croissus: et di lui nacque Carlo Martello: apresso Pipino, 
che fu padre di Carlo Magno; et cosi, conchiudendo, d'Elet- 
tra scesono i Trojani, i Romani et i Franceschi: si che 
bene fu convenevole che l'Autore facesse principio da lei. 



Ili 

Poterebbesi qui dire: Perchè non fece l'Autore principio 
d'Atalante, che fu padre d'Elettra? La ragione fu, però 
che, com'è detto, questi Atalanti furono tre: di quale 
Elettra fosse figliuola non si sa chiaramente (1). Et pertanto 
d' Elettra, che chiaro si sa di lei , et fu , famosa et nomi- 
nata donna, il marito non fu suo simile — Tra 9 quaì cognobbi 
Ettor et Enea. Ettor fu figliuolo del re Priamo; et di lui 
è stato fatto menzione, et similmente d'Enea, che fu il 
principio de' Romani, come di sopra è chiarito: et pone 
l'Autore insieme Ettor ed Enea per seguitare Virgilio, che 
dice che per loro virtù Troja si mantenne x anni — Cesare 
armato cogli occhi grifagni. Grifagno, come che alcuno voglia 
dire grifagno, cioè con occhi di grifone, questo non appare 
vero; però che de' grifoni non si truova , et pertanto sua 
natura non si può discrivere; ma l'Autore prese questo 
grifagno dallo sparvieri, però che li sparvieri sono di tre 
maniere, cioè nidiaci, raminghi et grifagni. Nidiaci sono 
quelli che si traggono del nido et concionsi; Raminghi 
sono quelli sparvieri che sono presi in sul ramo o per 
altro ingegno: Grifagni sono quelli che sono presi all' en- 
trare del verno; et sono fieri uccelli, et hanno gli occhi 
rossi come fuoco (2); et quinci prende l'Autore gli occhi 
grifagni, cioè eminenti et spaventevoli, per mostrare la fie- 
rezza et l'altezza del suo animo. Et ancora hae a significare 
per gli occhi rossi, che sono di colore di fuoco, che, come 
il fuoco consuma ogni cosa, cosi Cesare recò a fine et a 
sua intenzione ciò ch'elli imprese; etnei xxii capitolo dice 
l'Autore: L'altro fu bene sparvier grifagnio; et per questo 
verso si può intendere il dire del presente, et la sua in- 



(1) E qui ed altrove si ammiri e si gusti il garbo e la leggiadrìa 
del racconto; ma non venga la crìtica e la storia a sindacare il nostro 
povero Autore, che sarebbe un vero tradirlo: come sarebbe opera vana 
ed inutile il volergli raddirizzare tutti gli svarioni di storia antica che 
gli cascano dalla penna. 

(2) Hanno gli occhi rossi. Queste sono per poco le parole medesi- 
me che usa Brunetto nel cap.- 144, lib. I del Tesoro. 



112 

è m^to VÌ di unzione. Fue addunque Cesare della famiglia de'Julii, et 
cesar*. disceso del lignaggio d' Enea; et fu chiamato per tre nomi, 
come era usanza de' Romani, Cajo Julio Cesare; et in sua 
giovinezza studiò in molte scienzie, et fece libri metrichi, i 
quali Tulio loda in alcuna parte ch'era di setta contraria; 
et lui fu mandato per lo Senato ad acquistare Francia, et 
fu fatto Dittatore a racquistarla, ch'era ribellata, et ricon- 
quistolla tutta, et sottomissela alla signoria de' Romani. È 
vero che, quando avea conquistata una parte della provin- 
cia, un'altra si ribellava: pertanto vi misse assai tempo, 
tanto ch'elli valicò il tempo di cinque anni. Era una leg- 
ge a Roma che ogni Dittatore non dovea stare più che 
cinque. Cesare (pensando: S'io vo a Roma nel termine di 
cinque anni , io lascerò il paese acquistato male in ordine, 
et non tutto alla sobjezione dei Romani; et se un altro 
nuovo ci fia mandato, non fa il bisognio com' io: et s' io 
acquisto ogni cosa, benché valichi il termine di cinque 
anni, io avaro buona pace co' Romani), soprastette, et sot- 
tomise tutto il paese alla signoria de' Romani. Di che per 
questa cagione cadde nella prima contumace. Poi, tornan- 
do verso Roma colle vittoriose insegnie, Pompeo et quelli 
di sua setta et il Senato, sentendo la venuta di Cesare, o 
per invidia, o per paura eh' egli non volesse essere il mag- 
giore, come fece, però che venia vittorioso, con grande 
animo, et arricchito della preda de' Franceschi , gli nego- 
rono il triunfo, et imposono per legge eh' egli ponesse giù 
l'arme, et non passasse armato il fiume di Rubicone. Giunto 
Cesare a Ravenna (1), dice Lucano che la immagine di Roma 
gli apparve paurosa dicendo: «0 cittadini miei, ove andate' 
voi più inanzi? Se voi siete cittadini, infino qui v'è lecito 
di venire ». Cesare, sbigottito, Curio con queste parole il 
confortò: Bum trepidarti nullo firmatae robore partes, Tolte 
moras 9 semper nocuit differre paratis; Mentre che le parti 
hanno paura, et non sono fermate con niuno vigore, toglie 
le dimoranze, però che sempre lo 'ndugio nocque alle cose 

(1) A Ravenna. Fallo di copista; leggi Rùninì. 



113 

apparecchiate (1). Onde Cesare colla sua gente velocemente 
il fiume di Rubicone passò. Pompeo et il Senato non lo 
aspettorono in Roma. Cesare senza contrasto entrò in Ro- 
ma; et spogliata la camera del comune, donando a" suoi 
cavalieri, si parti di Roma, et seguitò i Pompeiani; et ivi 
et in ogni altro luogo gli vinse in battaglia et superò: e 
fu morto Pompeo per fattura di Tolomeo re d'Egitto. Ce- 
sare si ritornò a Roma vittorioso, et riformò la terra a suo 
modo; et elli fu il primo fra' senatori. Poi finalmente, per- 
chè Cesare cercò d'essere re, i Romani, che avevono in 
odio il nome del re, per Tarquinio superbo, udendo quello 
guardiano de' libri di Sibilla che, profetando a petizione 
di Cesare, dicea che Roma non si potea bene reggere né 
bene governare senza re; onde Cassio et Bruto et altri 
Romani feciono congiura contro a Cesare, et deliberarono 
(T ucciderlo. Ora, perchè non ardiva veruno, quando andava 
al consiglio, portare arme, deliberarono di fare colli stili; 
et venuti nella presenzia di Cesare nel consiglio, si ri voi- 
sono verso Cesare, et dierongli colli stili xxiij ferite, et 
ucciserlo; et di quelle xxiij ferite solo una n' appariva , et 
questa una fu quella che gli diede Bruto. Morto Cesare, 
grande onore gli fu fatto pe' Romani; et infra gli altri tutte- 
le panche ove sedeano i Senatori furono arse in uno rogo 
dove fu messo il corpo di Cesare; et ricolta la cenere fu 
messa in uno vaso, et quello vaso messo in quella pietra 
che si chiama PAguglia (2) — Vidi Cammilla. Di Cammilla è 
stata fatta menzione, di sua condizione et di sua morte, 
nel primo capitolo di questo libro — Et la Pantassilea. Il 
re Yiciones d'Egitto, essendo possente d'uomini et d'avere, 
pensò d'acquistare et sottomettere a sé tutta Europa; et 



(1) Alle cose apparecchiate. Veramente Lucano volle dire agli uomini 
apparecchiati. 

(2) Mira con che efficace brevità son qui raccontati i fotti di Cesare! 
Chi non direbbe che il nostro scrittore non abbia voluto ritrarre, con 
la sua concisa ed incalzante narrazione, la mirabile ed operosa celerilà 
di (pel fulmine di guerra, che veniva, vedeva, vinceva? 

8 



114 

pensò d'assalire prima il re di Siria, ch'era signore nelle 
fini (i) d' Europa al lato al mare Oceano: et assembrato il 
re d'Egitto con quello di Suria, fu sconfitto; et egli che 
volea conquistare tutto il mondo, si parti solo in sun uno 
destriere; et sua gente rimase sconfitta. Quelli di Siria gli 
perseguitarono infino in Egitto, et guastorono et arsono 
tutto il paese; et oltre a ciò guastorono, et per forza et 
per battaglia vinsono, una grande parte d'Asia, senza tor- 
nare a casa in termine di xv anni. Le donne loro, elicero- 
no rimase in Siria, mandorono loro a dire ch'egliono tor- 
nassono, che troppo l'aveano lasciate; etj, s'egli non tor- 
nassono, elle piglierebbono altri mariti per avere figliuoli : 
et per tutto questo non tornorono; ma tanto stettono con 
battaglie et brighe che pochi ne camparono: et quelli po- 
chi in effetto, tornando in loro paese, non furono conosciuti 
da' figliuoli né dalle mogli. Et veggendo queste donne gli 
uomini loro essere quasi tutti morti, posonsi in cuore di 
vendicarli; et mai non pigliare marito, né d'essere sotto 
signoria d' uomini. Ordinorono con effetto che tutti gli 
uomini , eh' erono in quel paese et reame, f ussono morti , 
et cosi feciono uomini et fanciulli: poi di loro feciono due 
Teine colle loro donzelle, et con archi et con saette, et 
andorono sopra i nimici , et vendicorono ultimamente i loro 
mariti. Poi quelle che tornorono a casa ebbono questo 
costume, che, quando elle voleono, giaceono con uomini 
strani per avere figliuoli: se lo avevono maschio, si lo uc- 
cidevono; se femina fosse, la riteneano con loro: et perchè 
potesse portare scudo, com'elle nasceano, con ferro caldo 
faceano incendere (2) la sinistra poppa; et per questo furono 
chiamate amanzone ab a 9 quod est sine, e mamilla idest sine 
mammilta y cioè senza poppa; et insegnavono loro cavalcare 
et fare tutte quelle cose che a uso d' arme s' apartenea: et 

(1) Nelle fini. Ai conGni. 

(t) Incendere fu termine proprio a significare ciò che ora dicesi 
da 9 medici cauterizzare; e qualunque altra bruciatura si faccia sulla per- 
sona o con fuoco o con ferro infocato. 



115 

cosi si missono a conquistare grande parte d'Europa. Fi- 
nalmente queste due reine furono morte in battaglia. Di 
questa Morpasia rimase una figliuola, che fu reina doppo 
lei, eh 9 ebbe nome Sinope, et una sua sirochia, ch'ebbe 
nome Orda; et poi, morte queste altre due reine, rimase 
d' Orcia una figliuola che fu fatta reina, et ebbe nome Pan- 
tassilea: e di questa fa menzione l'Autore. Fue Pantassilea 
valorosa donna, et udendo parlare dell' oltraggio che i Greci 
faceano a Trojani, che avevono assediata Troja; et udendo 
parlare della prodezza d' Ettor; per aitarlo, et ancora a fine 
d'avere figliuola di lui (che si pensava che fosse valente 
donna, assomigliando il padre), si mosse con M. pulzelle, le 
più valenti di tutto il reame, et venne in ajuto a Trojani; 
et per la via andando verso Troja fu morto Ettor: sì che 
ella giunse a Troja et noi potè vedere: et dolutasi , et pen- 
sosa della morte sua, con volontà di vendicarlo, armossi 
colle sue pulzelle et usci fuori di Troja per combattere 
co' Greci; et doppo molte battaglie in più giorni, Pantassi- 
lea s'affrontò un di con Pirro figliuolo d'Achille; et final- 
mente, essendo Pirro et ella in terra abattuti, fedi scon- 
ciamente Pirro, onde, preso grande sdegno, pensò di vendi- 
carsi; et un di la reina, combattendo, trascorsa fuori di 
tutte le sue compagne, et alzando il braccio colla spada 
in mano, Pirro prese tempo, et fedilla sotto il braccio 
dov'era scoperta; et quivi Pantassilea tanto valorosa donna 
fini sua vita — fi re Latino che con Lavina sua figlia. Chi 
fosse il re Latino, et Lavina moglie d'Enea et figliuola di 
Latino ed della reina Amata, è stato narrato nel j° capitolo 
di questo libro — Vidi quel Bruto. Però che Bruto, Tar- 
quino et Lucrezia, de' quali fa menzione l'Autore, sono in 
una medesima storia nominati, è da toccare la storia loro. 
Scrive Titulivio, nel primo libro de la prima Deca, che, 
venuto la signoria de' Romani nelle mani di Tarquinio 
superbo, che fu P ultimo de' sette re, che Tarquino, essen- 
dogli venuto inanzi uno serpente eh' usci d' una colonna 
del tempio miracolosamente, et avendogli messo paura, 
mandò al tempio d'Apollo per risponso, il quale era in 



ii6 

quello tempo di gran fama, in una Isola di Grecia nome 
Delfos, mandòvi due suoi figliuoli Tito et Àrons, i quali 
menoron con loro uno loro zio nome Junio Bruto, figliuolo 
di Tarquinio, giovane di buono affare, et molto diverso da 
quello eh' egli fingea; però che, quando s' avidde che '1 re 
suo zio facea morire tutti li principi et buoni uomini della 
città, fra' quali avea fatto uccidere uno suo fratello chia- 
mato Arons, egli pensò di vivere in tale modo che '1 re non 
dubitasse di lui, et non si lasciò niente (1) ch'elli potesse 
desiderare; et volle essere schernito et tenuto a vile, per 
vivere sicuramente: et però fu elli per sopranome chiamato 
Bruto. Costui menaro in compagnia i figliuoli del re, per 
giuoco et per sollazzo: Junio Bruto portò seco mazza d'oro 
rinchiusa in uno corno cavato, per offerire segretamente 
nel tempio d'Apollo. Et quando i figliuoli del re ebbono 
compiuto ciò che il re aveva loro commesso, grande desi- 
derio venne loro di sapere quale di loro dovessi essere re 
doppo la morte del padre. Del profondo del tempio venne 
una voce che disse cosi: e Quello di voi giovani ara in 
Roma la somma signoria, che in prima bascerà la madre » . 
Egli comandorono che questa cosa si tenessi celata, acciò 
che Sesto Tarquinio, ch'era rimaso in Roma, non lo po- 
tessi sapere; et tra loro ordinarono che quelli di loro pri- 
ma basciasse la madre, a cui la ventura il concedesse- 
Bruto, pensando che la divina voce altro significava, s'in- 
finse di cadere et di basciare la terra, intendendo che la 
terra è comune madre di tutti gli uomini. Allora si tor- 
norono a Roma, ove si facea apparecchio della guerra che 
doveano fare a Ardea; et essendo all' oste d'Ardea, essendo 
raunati nella tenda di Sesto Tarquinio, et Tarquinio Con- 
latino figliuolo del re Egeno mangiando con loro, egli co- 
minciarono a parlare delle loro mogli. Ciascheduno pre- 
giava la sua maravigliosamente; onde grande tendone et 
pronta si levò fra loro: e Qui non ha bisogno di parole, 
> disse Collatino; in poco d' ora possiamo sapere come Lu- 
ti) Non si lasciò niente. Alienò tutti i suoi beni e cose preziose. 



117 

• 

» crezia mia moglie avanza tutte V altre di bene e di pre- 
» gio. Saliamo a cavallo: andiamo a Roma, et sappiamo (i) 
t che opere fanno; et quella che in migliore opera sarà 
» trovata abbia migliore pregio, quando ella non ara niente 
t saputo della venuta del suo marito » . Egli erono caldi 
di vino, et senza indugio montarono a cavallo et andoro- 
no a Roma. Quando furono giunti, si facea notte; quindi 
si partirono, et andorono a Collatio, dove trovorono Lucre- 
zia, cuius virili* animus maligno errore fortunae muliebre 
corpus sortitus est; il cui virile animo, per maligno errore 
di fortuna, fu sortito a corpo di femina; non era in ballo 
né in sollazzo, come aveano trovate le altre nuore del re, 
anzi la trovorono nella camera sua che vegliava colle ca- 
meriere sue, et lavorava una opera di seta, la quale volea 
mandare al marito: onde egli la pregiorono sopra tutte 
T altre. Ella ricevette il suo barone (2) et i suoi compagni 
benignamente. Collatino invitò i compagni et fece loro gran- 
de festa. Quivi Sesto Tarquinio s'innamorò di Lucrezia si 
arrabbiatamente, ch'elli si pose in cuore d'averla per for- 
za: et P onestà di Lucrezia lo Sfiammava et accendea du- 
ramente. Quando ebbono f estato et sollazato quanto piacque 
loro, egli si tornorono nelF oste. Et doppo alquanti di Sesto 
Tarquinio se ne venne a Collatio senza saputa di Colla- 
tino. Lucrezia il ricevette con buona aere, si come paren- 
te, et come quella che a nullo male pensava. Quando venne 
doppo la cena, che tutti erono colicati, egli si levò cheta- 
mente et andossene al letto di Lucrezia, tenendo una spada 
innuda in mano, et posele la mano in sul petto dicendo: 
« Lucrezia , sta cheta: io sono Sesto Tarquinio: se tu farai 
motto, tu se 9 morta » . Quando ella fu svegliata fu tutta smar- 
rita, et vide che non era alcuna persona che la soccorresse, 
et che tanto era presto alla sua morte. Allora le manifestò 

(i) Sappiamo. Il verbo Sapere per Vedere, Accertarsi per veduta, 
fu comune agli antichi; né fu avvertito convenientemente da' vocabolaristi 

(2) li suo barone. Le antiche donne, conoscendo e pregiando la 
prevalenza del marito, lo onoravano del titolo di signore, e di barone. 



118 

Sesto il suo amore, et cominciolla a pregare et a minac- 
ciare; et mescolare minacce con prieghi; ma quando egli 
la vidde si dura et si ostinata che non ch'altro, ma per 
paura di morte nolla potea piegare, egli aggiunse oltre alla 
paura (4), et disse eh' egli P ucciderebbe, et uno suo servo 
allato a lei, acciò che l'uomo dicesse ch'ella fusse morta 
in brutto adulterio. Di quello vituperio ebbe la valente 
donna paura maggiore che della morte: per questo modo 
Sesto le fé vergogna, et tornossi air oste. Lucrezia, dolente 
et vergognosa, mandò uno messo a Roma a suo padre, et 
poi quello medesimo ad Ardea al suo marito, dicendo che 
incontanente venissono a lei con tutti i loro amici, però 
ch'ella avea grande bisogno; che cruda aventura gli (2) era 
avenuta. Lucrezio suo padre vi venne insieme con Lucre- 
zio et suo figliuolo Valerio, et dall'altra parte vi venne 
Collatino con Bruto, il quale, tornando a Roma, lo incontrò 
il messo della moglie. Egliono trovorono Lucrezia nella 
camera sua, trista et dolente. Quando ella gli ebbe veduti, 
ella cominciò fortemente a piangere. Collatino suo marito 
dimandò quello eh" ella avea, dicendo: e Non se' tu sana et 
salva? » e No, diss' ella: come può essere salva la donna che 
ha perduta la sua castità? Torme d'altro uomo sono nel 
tuo letto: ma solamente il corpo è oltraggiato; Lucrezia è 
senza colpa: la morte ne fia testimonio; ma promettetemi 
per vostra fé che '1 disleale traditore che m' ha fatto P onta 
non scampi ch'elli non sia punito ». Tutti per loro fede 
gliel promissono; et confortoronla quantunque poterono, et 
dissono che tutta la colpa era di Sesto Tarquinio; et che '1 
corpo avea peccato et non P animo; et che l' uomo non 
era colpevole di quello ch'elli facea contro a suo grado. 



(1) kggiutue olire alla paura. Aggiunse altra cosa oltre alla paura 
di morte. 

(2) Gli per Le femminino ha altri esempj anche appresso gli anti- 
chi, ma non resta per questo eh' e' sia un solecismo beli' e buono; chec- 
ché si dicano coloro che per sola autorità degli esempj autenticano qua- 
lunque strafalcione. 



149 

Poi disse ella: e Giudicate questo che '1 traditore hae ser- 
» vito; (ì) ma avegna Dio che io sia fuori di peccato, io non 
» mi chiamo niente libera della pena; né giammai diso- 
i nesta donna viverà per esemplo di Lncrezia ». A quella 
parola si feri ella per mezzo il cuore con un coltello eh 9 
ella avea celato sotto la sua roba, e cadde in terra morta. 
Il marito e '1 padre incominciorono a gridare et piangere; 
et mentre eh' elli si lamentavano, et Bruto trasse il coltello 
della ferita tutto sanguinoso et disse udenti tutti: e Io giuro 
per questo sangue, il quale inanzi air oltraggio di Sesto 
fa castissimo et puro, et voi Iddìi he siete testimoni, che 
io caccerò di Roma Tarquinio superbo insieme colla sua 
moglie disleale; et perseguiterolli et con ferro e con fuoco 
et con tutti i modi che io poterò >. Poi appresso diede il 
coltello in mano a Collatino et a Lucrezio et a Valerio: 
elli giurorono si come elli comandò, et seguitorono Bruto. 
Egli portarono il corpo di Lucrezia nel mezzo della piaz- 
za: tutto il popolo si raunò intorno a loro; et per la 
maraviglia et per lo sdegno del malefizio, ciascheduno si 
cominciò a biasimare della dislealtà del re, et Bruto con- 
fortandogli, i giovani, fieri et animosi, tantosto corsono 
air arme, et andorono di rietro a Bruto. Egli ne lasciò una 
compagnia air uscio di Collatino, et posono guardie acciò 
che niuno facesse niente assapere al re; poi col rimanente 
corse in sulla piazza; et monstrando al popolo l'oltraggio 
del re et de' figliuoli, corsono la terra, et di comune con- 
cordia sbandirono il re, la moglie et i figliuoli: et rifor- 
mata la terra a popolo, feciono due consoli, l'uno Junio 
Bruto, et Lucio Tarquinio Collatino fue V altro — Julia. 
Due donne romane ebbono nome Julia, runa fu figliola 
d'Ottaviano imperadore, lussuriosa donna, et con pronte 
risposte. Scrivesi che le fu detto, perchè ella usava cosi vo- 
lentieri co" giovani; rispose: Per morire insieme con loro. 
Et uno altro le disse riprendendola, perchè ella andava 
cosi leggiadra, et Ottaviano andava cosi onesto? rispose: « Se 

(1) Hae servito. Ha meritato. 



120 

elli non si ricorda <T essere lmperadore, io mi ricordo d' es- 
sere sua figliuola. Gredesi che l'Autore intendesse di Julia 
figliuola di Cesare e moglie di Pompeo, il quale ella amò 
sommamente, tanto che dice Valerio Massimo, che, divi- 
dendo Pompeo una zuffa tra certi romani et del loro san- 
gue tinto il mantello et mandatolo a casa, Julia, veggen- 
dolo et temendo di lui, subito spaurita cadde in terra 
quasi senza vita, et sconciossi d'uno fanciullo che avea 
generato di Pompeo. Et dice Valerio che, s' ella fosse vivuta 
(che mori giovane), e '1 figliuolo, che avea di Pompeo comu- 
ne pegno dell' uno et dell' altro, che sarebbe stata sufficien- 
te cagione a levare via la divisione et la nimistà che fu tra 
Cesare et Pompeo, di che tanto sangue si sparse — Mar- 
zia. Fu Marzia prima moglie di Catone. Era usanza di ri- 
maritarsi la donna, non potendo avere figliuoli: rimaritossi 
a Ortensio; et morto Ortensio, Marzia ritornò a Catone; et 
essendo Catone in su 9 pensieri di difendere insieme la li- 
bertà di Roma con Pompeo et col Senato, però che già 
Cesare venia verso Roma, senti picchiare a Marzia la porta, 
la quale, avendo riposta la cenere d'Ortensio suo secondo 
marito, con uno viso d' averne misericordia, sparta la chio- 
ma et divelti i capelli, et battuto il petto, et sparsa della 
cenere del sepolcro, non altrimenti dobbiendo piacere al 
suo marito, giunse a Catone. Aperta la porta, et cosi me- 
sta piena di dolore cominciò a parlare: e Mentre che io 
ebbi il sangue disposto come vuole la ragione del partorire, 
comandandomel tu, io presi due mariti; ora, stanche le mie 
interiora et vuote del parto, torno a te. Poi che io non 
sono più da fare figliuoli, priegoti che tu mi dia i patti 
del primo letto non corrotti; dammi solamente il nome 
che io sia detta tua moglie: sia contento che si possa scri- 
vere nella mia sepultura : Qui giace Marzia moglie che fu 
di Catone. Io non vengo a te, perché tu mi riceva nelle 
liete case, né per essere tua compagna nelle prosperità: 
io vengo per aver parte della tua fatica. Sia contento che 
io ti seguiti nelle battaglie et ne 9 tuoi padiglioni; et per- 
chè rimarrei io sicura nella pace, et Cornelia seguiterebbe 



121 

Pompeo nella guerra, et fosse più prossimana nella batta- 
glia a lui che io a te? » Queste voci di Marzia, piegorono 
T animo di Catone; et benché il tempo fosse contrario alle 
nozze, però che i fati lo 'ncitavono nella guerra , la rice- 
vette nelle sue case; et in fi no ch'ella visse mai non l'ab- 
bandonò nelle fortune et nelle sue aversi tà — Corniglia. Egli 
ebbe a Roma due donne famose chiamate Cornelia: l'Au- 
tore la chiama Gornilia tirato dalla forza delle rime. Fu 
la prima Graccorum mater; et dice Valerio ch'ella fu va- 
lorosa donna; et massimamente in sapere bene reggere et 
governare la sua famiglia: et scrive che, essendo in Roma 
venuta a starsi con lei alquanti di una gentil donna di 
Campagna, et come è d' usanza che le donne comunemente, 
le più, sono piene di vanità, questa gentil donna mostrava 
a Cornelia, gloriandosi , tutti i suoi ornamenti, le sue ghir- 
lande, le cinture et vestimenti: et Cornelia, come matura 
et pesata donna, avea tutto il suo pensiero et 1' animo suo 
volto alle sue cose et alla sua famiglia, tenne costei in 
questi ragionamenti, tanto che i figliuoli suoi tornorono 
dalla scuola; et tornati, si volse verso la gentil donna con 
queste parole :< Tu m' hai mostrato, diss' ella, gli ornamenti 
tuoi, et io ti voglio mostrare i miei; gli ornamenti miei 
sono questi miei figliuoli che tu vedi >; et poi soggiugne 
Valerio: Omnia nimirum habet qui nihil concupisciti eo qui- 
dam certius quia cuncta possidet. Ma quella di cui si crede 
che parli l'Autore fu Cornelia, gentil donna nata de' Cor- 
netti et moglie di Pompeo, la quale teneramente con ca- 
stissimo amore amò Pompeo et Pompeo lei. Tanto che, 
scrive Lucano, che, veggendo Pompeo ristrignere le forze 
di Cesare, et disporsi tutto alla battaglia con lui , il primo 
pensiero ch'egli ebbe fu di porre in luogo sicuro il caro 
diposi to della sua moglie, ciò è del matrimonio. Et qui 
mostra quanto il giusto amore signoreggia le diritte menti, 
che trepido et pauroso fece Pompeo alla battaglia, che, 
veggendo tutto il mondo et la città di Roma sottoposta al 
perìcolo della guerra, non gli sofferse l'animo che Corne- 
lia fosse in tanto pericolo: egli la mandò di lungi alquanto 



122 

a Tessaglia nell' isola di Lesbos, dove tenea eh' ella fosse 
sicura: et vinto Pompeo in Tessaglia, et superato da Cesa- 
re, et fuggendo; entrato in una picciola navicella, che appe- 
na era sicura dall'onde del fiume di Penneo, comandò al 
governatore (1) che la guidasse nell'alto mare et dirizzas- 
sela verso risola di Lesbos. Quivi trovata Cornelia, stata 
in continua paura (et bene avea imaginato che gli potea 
intervenire), veggendo alquanto dalla lungi venire Pompeo 
sformato et pallido et la barba canuta che "1 premea, et 
coprivagli il viso; et suoi vestimenti obscuri, coperti dalla 
polvere; mossa per andarli incontro, subito per lo dolore 
una tenebre gli coperse gli occhi, et il dolore le chiuse 
P animo, et i membri suoi, abbandonati d'averli in se stessa, 
non si sosteneano, et cosi quasi morta, non possendo 
andare più innanzi, cadde in terra; et le sue cameriere, 
sostenendola, la rilevoron di terra. Et intanto, giunto Pom- 
peo, l'abbracciò, et stringnendo il petto riconfortò gli af- 
flitti e sbigottiti membri. Il sangue suo, che a poco a poco 
era fuggito, richiamato nel corpo, cominciò a sentire la 
mano di Pompeo, et guardandolo nel viso mitigò alquanto 
il dolore che già la strignea nella morte. Pompeo tenera- 
mente la cominciò a riprendere dicendole: e Femina nobile 
per tanti titoli et per tanti onori degli avoli tuoi, come 
ti lasci tu così tosto abattere da' primi colpi della fortuna, 
et mancare la fama tua, la quale durerà per molti secoli 
per la tua pazienza et per la tua virtù? la tua pietà debbo 
combattere co' fatti, et ora che sono vinto mi debbi mag- 
giormente amare, et riserbarti per confortarmi: poi che tu 
vedi che le mani de' re, de' signori et del Senato mi han- 
no lasciato, tu sola mi dèi seguitare; né ti dèi chiamare 
né tenere diserta, mentre che ancora vive il tuo marito; 

(ì) Al governatore. Qui vale al nocchiero, usandosi questa parola 
latina. 

(2) Abbandonati ec. Frase alquanto strana. Pare che significhi come 
Cornelia, dimentica quasi di vivere, si abbandonò di tutte le membra, e 
cadde. 



123 

et de'ti ingegniare di serbarmi Y ultima fede (4), la quale 
ultimamente si dee riserbare nelle doline di piagniere con 
debito amore i loro mariti ». Da queste parole ricreata 
Cornelia, prese Pompeo insieme partito con lei, et colla 
sua compagnia, di partirsi dell 1 isola; et postala in sulla 
nave, pianse tutto il popolo, tanto fu P amore che le por- 
tavono; però che la sua onestà, la sua temperanzia del 
casto volto, avea costretto ogni uomo ad amarla, et la 
sua umiltà, che fu tanta che mai non fu grave né nojosa 
a veruno della turba. Et quindi partitisi, et navicando 
per lo mare d'Egitto, Tolomeo il giovane re d'Egitto, 
preso partito, per piacere a tìèsare, di fare morire Pom- 
peo Settimo, co' suoi compagni , in una navicella adorna 
mandò incontro a Pompeo, mostrando di volerlo onorare; 
et giunto a Pompeo, et egli fidandosi, et dando fede 
alle finte parole, entrò nella navicella. Costoro, alquanto 
per lo mare dilungatosi, trassono fuori le spade et ucci- 
sono Pompeo, et tagliorongli la testa per portarla a Tolo- 
meo, e '1 tronco gettorono in mare. Cornelia quanto ella 
fosse dolente, quanto teneramente amasse il suo marito 
ne' suoi processi il monstrò, però che poi sempre dolo- 
rosa visse, et fini sua vita — Et solo in parte vidi il Sala- 
dino. Il Saladino fu soldano: non si truova veruno libro ™ s » UdiB0 « 
autentico che di lui parli (2); pure si truova che fu valentis- 
simo uomo. Universalmente tiensi per alcuno che, facen- 
dosi pe' Cristiani uno general passaggio al tempo dello 
imperadore Federigo primo, il Saladino, presentendolo assai 
dinanzi, ordinato ch'ebbe in Egitto ogni cosa, si dispose 



(1) Di serbarmi V ultima fede. Di conservarti fino alla mia morte 
fedele a me. 

(2) Non si trova veruno libro autentico. E di fatto quanto ne dice 
il nostro commentatore è presso a poco quel medesimo che ne dice il 
Boccaccio nella penultima novella del Decameron. Un'opera veramente 
bella, e dottamente critica, e ricca di note e di documenti, ne fece più 
d'un secolo fa M. Mann, intitolandola: Histoire de Saladm Sulthan 
d Egypte et de Syrie ec. ec. Paris, Tilliard, 4758 voi. 2 in 12.° 



124 

di passare il mare et venire sconosciuto per vedere 1' ap- 
parecchio de 9 signori Cristiani , et quindi prendere aviso 
ne' fatti suoi; et così fece. Egli si mosse con due compa- 
gni sàvj uomini, et con tre famigli, sconosciuti in guisa 
di mercatante. Ricercò grande parte della cristianità, et 
massimamente per la Magnia et per Italia, et de" fatti de' 
Cristiani avisato, tornò in Egitto. Et questo prevedere gli 
fu poi grande ammaestramento nella guerra. Fue della 
legge di Macometto: è vero che, per la sua grande cogni- 
zione naturale, non credette fermamente a quella legge, 
né non fu Cristiano: et pertanto dice l'Autore che '1 vidde 
in parte diviso et separato Uagli altri (1) — Vidi il maestro 
di color che sanno. Aristotile fu maestro di tutti i filosofi : 
fu al tempo d'Alessandro di Macedonia et fu suo maestro; 
et per suo senno si crede che Alessandro conquistasse tanto 
paese. Scrisse molti libri ad Alessandro della dottrina del 
suo vivere: scrisse la Fisica et la Metafisica: scrisse il libro 
dell'artificiale medicina; ma mori in quel mezo, et rimase 
imperfetto; ch'era di tanta perfezione, che, chi l'avesse 
usata, era quasi impossibile a morire (2). Fue discepolo di 
Platone; et leggendo Platone Fisica in Atene, non trovan- 
do vi si Aristotile, disse queste parole: Frustra est auditus 
ubi non est intellectus. Ebbe in tanta scienzia luogo invidia; 
che scrive Valerio Massimo, che, avendo donato uno suo 
libretto De arte oratoria a uno suo discepolo, il quale in 
grazia gli aveva chiesto il titolo del libro, et Aristotile 
concedendogliene, non si potè tenere che poi in alcuno 
suo altro libro non facessi memoria come questo che gli 
avea donato era di sua dottrina. Dice qui Valerio: Nisi 
tantae, et tara latae scientiae verecundia teneret (Se non 

(1) Nei Conti di antichi cavalieri, dati fuori anni sodo da me, ed 
ora citati dalla Crusca, vi si parla spesso del Saladino, e si ricordano 
parecchi tratti di lui, che il fanno degno della onorata sedia assegnata- 
gli dal Poeta. 

(2) Questa è un po' grossa veramente; ma siccome il nostro com- 
mentatore le dice con tanto garbo, lasciamogli dire qualche fandonia. 



188 

fosse che la vergogna di tanta profonda et si famosa scien- 
zia mi tiene) io direi che fosse giusta cosa che la scienzia 
sua gli fosse tolta et data a uno altro filosofo di mag- 
giore animo (1) — Socrate. Socrate, dice Valerio, quasi 
uno terrestre oraculo della umana sapienzia, ninna cosa 
più oltre giudicava che dalli Iddii inmortali fosse da di- 
mandare, se non ch'egli dessono altrui bene; però che, 
a dimandare a Dio le cose particolarmente, noi possiamo 
errare, perchè assai volte noi addimandiamo delle cose, le 
quali, se noi F abbiamo, sono per lo nostro piggiore: et 
però si vuole rimettere in Dio che dia altrui quello che 
bisogni. Fu si savio oltre agli altri uomini, et di scienzia 
et di senno naturale, che suo pari non ebbe; tanto che 
di lui rispose Platone: Appollo nesciret utrum se illum ho* 
minum an deorum numero aqgregaret. Ch' elli non sapea se 
Socrate fosse da mettere o nel numero degli uomini o de- 
gli Iddii; et essendo usato di scrìvere et di dire che gli 
Iddii combatteono insieme, intendendo che Giove, Marte ec. 
che li teneano Iddii, la impressione dell'uno era contraria 
a quella dell'altro, gli Atteniesi, pigliando solo la cortec- 
cia delle parole, et per invidia mossi, il missono in car- 
cere, et dannorolo a capitale sentenzia. Santippa sua mo- 
glie, lamentandosi del torto che gli era fatto, et che egli 
moriva innocente, quella immensa sapienzia, dice Valerio, 
che infino nell'ultimo stette nel suo petto, la riprese 
dicendo: Vorresti tu innanzi, che io morissi nocente? — Et 
Platone. Platone fu similmente grandissimo filosofo et di 



(1) Che fosse giusta cosa ec. Qui il nostro commentatore vuol tra- 
durre le parole di Valerio Massimo che seguono a quelle poco innanzi 
da lui recate; ma non viene a dir nulla, dacché Y autore latino continua 
cosi dopo aver raccontato il tratto un poco invidioso di Aristotile verso 
il giovine Teodatto: Nisi me tantae ec. dicerem (ed ecco dove inciampa 
il nostro) dignum philosophum cujus stabiliendi more* altioris animi 
philosopo traderentur. Le quali parole suonano: Direi esser degno quel 
filosofo che i suoi costumi si dessero a ritemprare a un altro filosofo di 
più gentile animo. 



126 

dì piatone, gentil sangue, disceso di Solone d'Atene. Fue Platone disce- 
polo di Socrate, et sotto lui udì filosofia. È scritto che la 
notte innanzi che Platone venisse a Socrate, Socrate avea 
in sogno veduto che uno cigno venia a beccargli in grem- 
bo. Et veggendo poi il di Platone, egli immaginò subita- 
mente, lui dovere essere quello cigno: et così fu, però che 
Platone parlò più dolcemente et più soave che veruno al- 
tro, simigliarne al cigno, che canta soavissimamente. Scrive 
di lui Valerio Massimo che, essendo picciolo in culla, fu- 
rono vedute api volare nella bocca a Platone, e fare ivi il 
loro mele; onde gì' interpreti de' prodigj, essendo loro an- 
nunziato, dissono che quello significava che della bocca 
sua dovea uscire dolcissima soavità di parole. Ebbe oltre 
a questo una singulare virtù, ch'elli fu temperatissimo et 
umile uomo; tanto che gli Atteniesi, dovendo fare et dire 
contro a lui, et massimamente uno suo discepolo et udi- 
tore che avea sparlato di lui; essendogli detto, Platone ri- 
spose, che non poteva essere, però ch'egli amava con tanta 
opera (1) questo suo discepolo, ch'egli non potea essere ch'e- 
gli non amassi lui: et essendogli raffermo, et fatto toccare 
et sentire che cosi era come detto gli era, rispose: e Dunque 
gliel convenne dire, et fuj^i necessità eh' egli il dicesse; 
che altrimenti non arebbe usate queste parole. — Demo- 
crito. Democritus filosofo fu d'Atene, et ebbe varj et di- 
versi oppinioni dalli altri filosofi. Egli ebbe oppenione che '1 
mondo si reggesse a caso fortuito, et non con ordine; che 
di ciò che avenia niente era proveduto; et in queste cose 
mondane schiudea la divina providenzia: e ancora oppenio- 
ne che tutte le cose che nasceano venivono o per odio o 
per amore; per amore quando egli erano nel ventre della 
terra; per odio quando elle uscivono fuori. Disse che, non 
pure questo mondo, nel quale noi siamo, ma eh' egli era- 
no innumerabili mondi. Onde si truova che, recitando 
alcuno questa oppenione, di Democrito ad Alessandro di' 

(1) Con tanta opera. Tanto efficacemente, o Tanto effettuosamente, 
come si disse per antico, cioè a fatti e non a parole. 



127 

Macedonia, ebbe tanto animo, che egli, uditolo, sospirò di- 
cendo: e Comet noi non abbiamo acquistato questo) » come 
s' elli avesse appetito di non stare contento a essere signo- 
re del mondo, ma a volere andare più inanzi. Fue ric- 
chissimo uomo, tanto che tutta 1' oste del re Dario di Per- 
sia, che fu innumerabile esercito, pascè delle rendite delle 
sue possessioni; et tutto abbandonò et diessi allo studio. 
— Diogene* fu grande filosofo et fu al tempo d'Alessandro 
di Macedonia, il quale, udita la fama sua, ch'era grandis- 
sima , ebbe volontà d' avere amistà et contezza con lui. 
Mandogli suoi imbasciadori , i quali, trovandolo a cena 
che mangiava erbe crude et pane et picciolissime cose, 
come sono frutte o simili, lascioronlo stare per la sera, 
et dissono che l'altro di tornerebbono a lui. Et tornati 
l'altro giorno, il salutorono da parte d'Alessandro, et dis- 
sono come Alessandro con grande effetto (1) desiderava d'es- 
sere suo amico, et che per sua parte gli profferivono (acciò 
che l'amistà si conservasse, et che i doni d'Alessandro 
fossono uno pegno dello amore suo) quella provisione 
ch'egli voleva da lui. Diogene rispose agli Ambasciadori: 
Esterna cena non intellexistis ea me non indigere? Non in- 
tendesti voi, disse il filosofo, per la cena che voi mi ve- 
desti fare iersera, ch'io non ho bisogno di coteste cose? 
Onde conchiudendo dice il filosofo: Alessandro re di Mace- 
donia vuole comperare l'amistà del filosofo, et il filosofo 
non gliel volle vendere — Anassagora. Scrive Valerio che 
Anassagora fu di tanta contenenza (2), che, essendo detto 
che uno suo figliuolo, il quale era di lungi da lui, era 
morto, non si mutò, né levossi dall'opera sua, et disse al 
messo queste parole: « Tu non mi di' cose nuove, io sapevo 
che quelli ch r era nato di me era mortale» — Tale. Talete 
grande filosofo, non piacendogli il reggimento d'Atene. 

(1) Con grande effetto. Molto, Efficacemente. Effetto ed effetuosamente 
in questo significato fu comune agli antichi. 

(2) Contenenta. Qui vale Forza d'animo che sa frenare e vincere 
ogni moto e passione dell'animo. 



128 

eh' era venuto nelle mani , non solamente di xxx citta- 
dini (1) tiranni, si parti et lasciò tutte le sue possessioni: 
poi venne per caso che costoro perderono la signoria, et 
furono cacciati; et tornato ad Atene d'ivi a gran tempo, 
trovando in male ordine le sue possessioni, et guaste, piene 
d'erba et salvatiche, disse cosi: e Sarebbe la mente mia 
piena di vanità et salva tica, se io avessi atteso alle pos- 
sessioni et lasciato lo studio » . — Et vidi il buono accoglitor 
del quale. Cioè, io vidi il buono ricoglitore della qualità 
dell'erbe et delle virtù loro palesi et secrete, et di ciascuna 
tocca con aperto et disteso sermone. Egli è differenzia fra 
quid et qualis: quid dimanda del sustantivo; qualis della 
qualità — Euclide. Scrive Valerio che, con ciò fosse cosa 
che certi cittadini d'Atene fossono deputati a fare il sacrato 
altare et maraviglioso di Minerva, andorono a Platone che 
desse la forma et il modo dell' altare. Platone, cosi grande 
filosofo, gli mandò a Euclide, di cui parla l'Autore, gran- 
dissimo maestro dell'arte del misurare, gran geometro. 
— Orfeo. Quid loquar? Orfeo fu greco, eccellentissimo poeta, 
inanzi a Omero, apresso a Lino et Museio poeti ; et perchè 
egli era usato di dire molte cose contro alle donne, non 
molto loro amico, et ch'elle si doveano guardare d'uscire 
di casa et di non andare alle feste, però che il loro difetto 
lunare, eh' è una volta il mese, poterebbe offendere et no- 
jare et loro et altrui, costoro se '1 recorono a noja; et pas- 
sando un giorno dove n'erano molte raunate, costoro, ri- 
cordandosi delle parole sue, infiammate e accese d' ira, in- 
considerate come le più delle femmine sono, corsono ver- 
so lui , et con mazze et con rami d' alberi , et con sassi 
F uccisono — Tulio. Fue Tulio il più famoso uomo, et il 
più eloquente, et con la lingua et con la penna, che mai 
fosse in lingua latina, grandissimo rettorico. Dividesi la 
rettorica in due parti : in Poesia et in Arte oratoria: Poesia, 
è in quello modo che partono i poeti con loro metafore 

(1) Non solamente ec. È certo che qui mancano alcune parole; e 
forse dee dire: Non solamente d'uno, ma di trenta. 



129 

et finzioni: Oratoria parlare a lingua o scrivere distesa- 
mente in prosa. Dice Lucano in onore di Tulio queste 
parole: Cunctorum voces Romani maximus auctor, Tullius 
eloquii cutus sub jure togaque pacifica» saevus fremuti Cati- 
lina secures. Et scrive Valerio di lui che Antonio, vendi- 
catore della morte di Cesare, Tulio, come colpevole, aven- 
do mandato a" confini, et ancora poi desiderando la morte 
sua, Pompilio Romano, il quale Tulio già per Taddirietro 
avea difeso con la eloquen2ia sua della accusa fatta contro 
a lui, et campatogli la vita, né poi mai offeso da lui né 
con parole né con fatti, per piacere ad Antonio si prof- 
ferì d' ucciderlo, et cosi fece; che, ito a lui, l'uccise. Onde 
dice Valerio: Il capo della romana eloquenza, e la clemen- 
tissima mano di Tulio tagliò et portolla a Roma a Antonio 
— Seneca morale. Seneca nelle cose morali meglio senti et 
parlò che mai veruno altro uomo; et pertanto l'Autore 
degnamente il chiamò morale. Plutarco, omo greco et di 
grande scienzia, maestro di Trajano principe, essendo da 
lui dimandato, se in scienzia i latini autori et filosofi era- 
• no pari a' greci , o s' egli si potessono comparare a loro; 
ricercando i nomi famosi et antichi de 9 greci et latini , 
comparava a Platone Aristotile in filosofia; a Omero in 
poesia Virgilio; in arte oratoria a Demostene Marco Tulio 
Cicerone; et neir ultimo fu ardito, contastado la riverenzia 
di tanto discepolo et la riverenzia del paese dove egli era 
dimandato, non si ritemette di confessare, che i greci non 
avevono veruno del quale potessono fare comperazione a 
Seneca nelle cose morali. Fu Seneca da Cordoalia, zio di 
Lucano il poeta, et maestro di Nerone imperadore, il quale 
gli rendè male merito, però che, essendo Nerone crudelis- 
simo uomo, et volendosi levare dinanzi qualunque in ve- 
runo modo, o in parlare o in amaestrare o in risponderli, 
o in vederlo, non gli piaceva, parendogli avere a Seneca 
alquanto di riverenzia avuta da giovane, et allora se ne 
ricordava, pensò d'ucciderlo; et per non avere alcuno co- 
lore^), mandò uno suo messo a lui dicendogli com'egli avea 

(2) Per non avere ec. Non avendone pretesto alcuuo. 

9 



130 

sentito ch'egli trattava di torgli la signoria. Seneca rispo- 
se: e Nerone sa bene che io non tratto contro a lui, ch'elli 
mi conosce bene » . Onde Nerone, presa maggiore ira et più 
indegnazione, gli mandò a dire eh' egli eleggesse quale 
morte egli volesse. Seneca si fé mettere in uno tino d'a- 
cqua tiepida et pungersi le vene per morire con meno 
tormento; et cosi fini sua vita. — Et Tolomeo. Fu Tolomeo 
astrologo, maraviglioso in mathematheos, il quale più ag- 
giunse nelP arte dell' astronomia che tutto ciò che innanzi 
a lui era stato. Fue nella statura moderato, di colore bian- 
co, forte a raffrenare Tira, di poco cibo, sempre vesti 
nitidi et splendidi vestimenti: observò et ordinò nelli in- 
strumenti astronomici le stelle; compose molti libri: Liber 
almagesti et perspecti; et ne' giudicj quadripartito et centi- 
logio (1), et più altri. Et intorno agli anni lxxviii della sua 
età, fece il libro de 9 Proverbi, et ìn quello libro questo 
intra gli altri notabili si trova: Inter homines altior existit 
qui non curai in cuius manus sit mundus; et questo: Qui 
per alios non corrigitur, ahi per ipsum corrigentur etc. 
— Ipocrate Avicenna, et Galieno, Averois che 9 l gran contento. 
Averois fu grande filosofo et fu dopo la morte d'Aristotile 
bene md anni; fece uno grande comento, forse de' mag- 
giori che si truovi, sopra i libri d'Aristotile. Et è da sa- 
pere ch'egli è differenzia infra Comento, et Scrìtto, overo 
Chiosa: Scritto è quello che si fa sopra uno capitolo, divi- 
dendo et assegnando le parti, et chiarendole: Comento 
piglia le sentenzie del capitolo, et le difflnizioni; et sopra 
quello argomento assegna ragione, et alcuna cosa v'ag- 
giugnie l' autore di suo, cioè lo scrittore o chiosatore. Ora, 
perch'è lasciato alcuno di sopra, non seguendo l'ordine 
del libro, è da tornarvi et farne menzione — Zenone. Ze- 
none Eleate fu filosofo, et fu grande rettorico, et somma- 

(1) E ne* giudicj ec. È certo che qui si intende di nominare altre 
opere di Tolomeo: saranno forse il De judiciis astrologica, il Planisphe- 
rittm ec. Né anche quel Perspecti ricordato poco innanzi s' indovina che 
cosa possa essere. 



131 

mente con soave et pulite parole sapea tirare V animo 
degli uomini a fare quello bene ch'egli volea. Et essendo 
egli nella sua patria, nella quale egli potea stare con si- 
cura liberti, udendo come Fallaris re tenea tirannescamente 
i cittadini d'Agrigento con gravezze, imposte, storsioni et 
ingiurìe, sdegnando che tanti buoni uomini fussono dal 
tiranno tanto oltreggiati, non costretto, non sforzato, pos- 
sendo stare nella sua terra, deliberò di trarre i cittadini 
d'Agrigento di servitudine. Et giunto nella città, incomin- 
ciò a parlare a' cittadini giovani soavemente, che pensava 
che fossono di grande animo, et monstrare quanto la vita 
loro era misera, quanto era la servitudine dove egli erano, 
come poco poteono fare ragione (1) di loro o di loro cose; 
ch'elli non erono uomini, ma peggio che animali; et tanti 
giovani avea sommossi , che la voce si sparse e venne agli 
orecchi del tiranno. Subitamente il fé pigliare, et per sbi- 
gottire il popolo, il pose al tormento in sulla piazza, ove 
tutto il popolo il potea vedere. Costui, prima misse sospet- 
to al tiranno, accusandogli tutti, o la maggior parte di co- 
loro di cui il tiranno più si fidava; poi, rivolto verso il 
popolo, passamente con quelle medesime parole che avea 
usate co' giovani in segreto: di che il popolo, riscaldato et 
infiammato dalle parole sue, levorono il romore: Muoja il 
tiranno, et corsono alle sue case, et disfeciorle et caccio- 
rolo fuori della terra, et la terra rimase libera come Zeno- 
ne avea cercato. Ora, poi che l'Autore ha nominati tanti 
filosofi qui di sopra, et poeti et valenti uomini, et postoli 
insieme co' parvoli innocenti, puossi dubitare, perché co- 
munemente hanno una medesima pena? con ciò sia cosa 
che Ovidio fu uomo peccatore, massimamente in lussuria; 
Cesare grande usurpatore et tiranno; Saladino contro a 
cristiani ec. Rispondesi che le cose divine non si possono 
mostrare a' mortali, se non per sensata forma (2): ora questi 
valenti uomini, per li meriti della loro scienzia, gli pone 

(1) Poteano fare ragione, Poleano far conto, Fare assegnamento. 

(2) Per sensata forma, Sotto forma sensibile, Per mezzo dei sensi. 



132 

essere ivi, et è malagevole a trovare uomini di tanto nome 
et di tanta scienzia senza peccato; et però fa comperazione 
al merito della loro fama, non stante che in loro fosse 
alcuno peccato. Ancora di loro peccati si possono scusare 
in questo modo: egli è differenzia infra ignorantia juris et 
ignorantia facti: verbi grazia, il Papa fa una costituzione 
nel conspecto de' suoi cardinali, che non sia niuno cristia- 
no che porti mercatanzie nella terra del Soldano: non è 
palesata molto la co istituzione: viene uno di strano paese, 
et fa contra air ordine: noi sa, che non n' ha avuto noti- 
zia; questo non sapere è ignorantia juris; et sappiendolo 
et faccendolo, è ignorantia facti. Idio Padre diede la legge 
a Moises in sul monte Sinai. Egli sparse et manifestò que- 
sta legge tra '1 popolo giudaico: di che questi valenti uomi- 
ni, di sopra nominati, non lo udirono et non lo intesono; 
che forse, se Pavessono intesa, Farebbono meglio obser- 
vata che i Giudei; et ancora erono i Giudei male in con- 
cordia fra loro; che forse costoro non sarebbono stati. Sì 
che si può conchiudere che '1 peccato loro fusse ignorantia 
juriSj et non ignorantia facti. Quelli parvoli innocenti sono 
posti ivi, però che non ricevettono battesimo, et non per 
altro. Il battesimo è di quattro maniere: il primo è d'acqua 
di fiume, come quello che riceverono i Giudei quando 
passorono il fiume Giordano; che tutti quelli che passorono 
et toccorono l'acqua s' intesono essere battezzati. Il terzo 
è di sangue, però che uno che muoja per esser battezzato, 
sia morto in quello mezzo, basta, che ha ricevuto il bat- 
tesimo del sangue. L'ultimo e il diritto battesimo è d'acqua 
nelle chiese sagrate (1). Pone l'Autore avere trovati costo- 
ro in uno castello di sette cerchia di mura, cinto da uno 
fiumi cello, et in mezzo uno prato verde. Per allegoria 
s' intende che '1 prato della verzura hae a significare la 
perpetuità della fama, però che la perpetuità è assimigliata 
agli àrbori, che non perdono foglia, sempre stanno verdi: 

(1) Il secondo battesimo è rimasto nella penna al copista; e non 
posso metterlo io, non avendo altro codice da poter riscontrare. 



133 

però ancora che quello verde é allegro et chiaro come la 
fama et la nominanza; et però quivi in quel prato pone 
essere il reale trono della filosofia. Convenevolmente le 
sette mura del castello significano le sette arti liberali. Il 
fiumicello d'attorno, però che l'acqua è labile et mobile, 
vuole mostrare per questo le cose del mondo essere tran- 
sitorie et caduche. Dice adunque che que' poeti passorono 
quello fiumicello come terra dura, a dimostrare che, chi 
vuole pervenire a filosofia, conviene che le cose del mondo 
non curi, et ch'elli se le metta sotto i piedi come terra 
dura, et non s'immolli le piante dell'acqua, ciò è l'affe- 
zione dell' animo, eh' è assomigliato a' piedi , però che , co- 
me i piedi muovono la persona, cosi l'affezione muove 
T animo. I cinque poeti, non occupata la loro affezione 
delle cose del mondo, passorono il fiumicello, et le sette 
mura, et le sette porti; et come che i poeti non sieno 
strutti singularmente in tutte a sette l'arti liberali, non 
di meno, a volere comporre le loro poesie, conviene che 
particularmente almeno di ciascuna abbino cognizione; et 
massimamente di gramatica debbono avere intera cogni- 
zione. Et che ciò sia vero, Prìsciano, componendo i libri 
di Gramatica, dà per testimoni in assai sue regole i detti 
de' poeti; Tullio nella Rettori e a similmente, alcuno filosofo 
in filosofia, alcuno nella astrologia, rende per testimonio, 
allegando massimamente Virgilio e Lucano. Ancora perchè 
in questo prato, dov'è il trono della filosofia, pone l'Au- 
tore uomini d'arme et femine, puossi dubitare et diman- 
dare perchè meritino quello luogo? Rispondesi che gli 
uomini d' arme , quelli grandi caporali eh' elli vi mette, 
non poterono bene guidare le loro schiere, né assediare le 
terre senza sapere l'arte militare, eh' è parte di filosofia; 
et come ch'egliono non sapessono sollecitare né silogiz- 
zare, né com' e filosofi disputare, non dimeno i loro effetti, 
il ragionare, l'argomentare intorno a quello' che voleano 
fare, è quello medesimo amaestramento insomma che dà 
filosofia. Ancora si può fare simile questione di quelle va- 
lente donne, se meritavono quello luogo: rispondesi ch'elle, 



134 

stando nelle camere loro, vivere onestamente senza vizio 
et con virtù, ancora iconomica insegna (1) come si debba 
governare la propria famiglia; si che queste donne, gover- 
nando sé bene et le loro famiglie et le loro cose, segui- 
tarono filosofia, et meritevolmente tengono quello luogo. 
— La sesta compagnia in due. Rimase Omero, Orazio, Ovi- 
dio, et Lucano in quello limbo, et l'Autore et Virgilio si 
partirono — Fuor della cheta. Uscirono fuori di quella aria 
che non v' avea né pianto né romore; et però la chiama 
cheta: Puno per lo sentire, che niente vi si sentia di gri- 
do et di romore; P altro perchè ogni suono, ogni voce, ogni 
romore fa muovere P aria et dàlie movimento — Ove non 
è chi luca. Scesi dal primo cerchio, et entrati nel secondo, 
non v'era chi lucesse, veruno uomo, s'intende, per scien- 
za o per virtù; et ancora quanto più s'ascende verso il 
centro della terra v'è più scuro et più di lungi alla divi- 
na luce. 



(i) Questo luogo é difettoso per qualche salto del copiatore; ma 
non indovino come sia da acconciare. Chiaro è per altro il sentimento: 
Anche attendendo alle cose di casa, seguitarono filosofia, che anche l'arte 
economica è parte di filosofia. 



CANTO V. 



Così discesi del cerchio primajo 
Giù nel secondo, che men loco cinghia, 
E tanto più dolor, che pugne a gaajo. 

Stavvi Minos orribilmente, e ringhia: 
Esamina le colpe nelP entrata, 
Giudica e manda secondo che avvinghia. 

Dico, che quando Y anima mal nata 
Li vien dinanzi, tutta si confessa; 
E quel conoscitor delle peccata 

Vede qual loco d' inferno è da essa: 
Cignesi colla coda tante volte, 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
Dicono e odono, e poi son giù volte. 

tu, che vieni al doloroso ospizio, 
Gridò Minos a me, quando mi vide, 
Lasciando l' atto di cotanto ufizio: 

Guarda com' entri, e di cui tu ti fide: 
Non t* inganni V ampiezza dell' entrare. 
E il duca mio a lui: Perchè pur gride? 



136 

Non impedir lo suo fatale andare: 
Vuoisi così colà, dove si puote 
Ciò che si vuole; e più non dimandare. 

Ora incomincian le dolenti note 
A farmisi sentire: or son venuto 
Là dove molto pianto mi percuote. 

Io venni in loco d'ogni luce muto, 
Che mugghia come fa mar per tempesta, 
Se da contrarj venti è combattuto. 

La bufera infernale che mai non resta, 
Mena gli spirti con la sua rapina, 
Voltando e percotendo li molesta. 

Quando giungon davanti (1) alla ruina, 
Quivi le strida, il compianto e il lamento, 
Bestemmiar* quivi la virtù divina. 

Intesi che a così fatto tormento 
Eran (2) dannali i peccator carnali, 
Che la ragion sommeltono al talento. 

E come gli stornei ne portan V ali, 
Nel freddo tempo, a schiera larga e piena, 
Così quel fiato gli spirili mali 

Di qua, di là, di giù, di su gli mena: 
Nulla speranza gli conforta mai, 
Non che di posa, ma di minor pena. 

E come i gru van cantando lor lai, 
Facendo in aer di sé lunga riga, 
Così vid'io venir, traendo guai, 

Ombre portate dalla detta briga; 
Perch'io dissi: Maestro, chi son quelle 



(1) Davanti. Buoni codici antichi leggono De venti; e questa lezione 
io discorsi nelle mie osservazioni, che si riproducono in fine del volume. 

(2) Eran. Molti buoni codici leggono Enno: cosi pone il Witte; e 
cosi mi par meglio anche a me. Altri codici leggono Sono. 



137 

Genti, che l'aura nera (1) sì gastiga? 

La prima di color, di cui novelle 
Tu vuoi saper, mi disse quegli allotta, 
Fu imperatrice di molte favelle. 

A vizio di lussuria fu si rotta, 
Che libito fé 9 licito in sua legge 
Per torre il biasmo, in che era condotta. 

EH' è Semiramis, di cui si legge, 
Che succedette (2) a Nino, e fu sua sposa: 
Tenne la terra che il Soldan corregge. 

L' altra è colei, che s' ancise amorosa, 
E ruppe fede al cener di Sicheo: 
Poi è Cleopatras lussuriosa. 

Elena vidi, per cui tanto reo 
Tempo si volse; e vidi il grande Achille, 
Che con amore al fine combatteo. 

Vidi Paris, Tristano; e più di mille 
Ombre mostrommi, e nominolle, a dito (3), 
Che amor di nostra vita dipartille. 

Poscia eh' io ebbi il mio dottore udito 
Nomar le donne antiche e i cavalieri, 
Pietà mi vinse, e fui quasi smarrito. 

Io cominciai: Poeta, volentieri 
Parlerei a que' duo, che insieme vanno, 
E pajon sì al vento esser leggieri. 



(1) L'aura nera. La più comune lezione, e per avventura migliore, 
é F aer nero. Anche il Witte però pone Paura nera, trovata negli otti- 
mi codici. 

(2) Alcuni, per ismania di novità, leggono e difendono la lezione 
j *ugger dette; ma non merita né anche di esser discussa. Nino successit 
* Semiramis uxor; lo dice Orosio, autore studiato assai da Dante. 

(3) E nominolle. Qui ci é ipertato. Ordina: Mostrommi a dito e 
nominolle. 



138 

Ed egli a me: Vedrai quando saranno 
Più presso a noi; e tu allor li prega 
Per queir amor che i mena; e quei verranno. 

Si tosto come il vento a noi li piega, 
Mossi la voce: anime affannate, 
Venite a noi parlar, s'altri noi niega. 

Quali colombe dal disio chiamate, 
Con Tali aperte e ferme, al dolce nido 
Volan per l'aer dal voler portate: 

Co tali uscir della schiera ov' è Dido, 
A noi venendo per Y aer maligno, 
Sì forte fu l'affettuoso grido. 

animai grazioso e benigno, 
Che visitando vai per Y aer perso 
Noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

Se fosse amico il Re dell'universo, 
Noi pregheremmo lui per la tua pace, 
Poi e' hai (1 ) pietà del nostro mal perverso. 

Di quel che udire e che parlar ti piace 
Noi udiremo e parleremo a vui, 
Mentre che il vento, come fa, si tace. 

Siede la terra, dove nata fui, 
Su la marina dove il Po discende 
Per aver pace co ? seguaci sui. 

Amor, che al cor gentil ratto s'apprende, 
Prese costui della bella persona 
Che mi fu tolta, e il modo ancor m'offende. 

Amor, che a nullo amato amar perdona, 
Mi prese del costui piacer sì forte, 
Che, come vedi, ancor non mi abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte: 



(1) Poi chaù Ottimi codici leggono, e forse meglio: Da e hai. 



130 



Caina attende chi vita (1) ci spense. 
Queste parole da lor ci far porte. 

Da che io intesi quelle anime offense 
Chinai *1 viso, e tanto il tenni basso, 
Finché il poeta mi disse: Che pense? 

Quando risposi, cominciai: lasso. 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
# Menò costoro al doloroso passo! 

Poi mi rivolsi a loro, e parla' io, 
E cominciai: Francesca, i tuoi martiri 
A lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri, 
A che e come concedette amore, 
Che conosceste i dubbiosi desiri? 

Ed ella a me: Nessun maggior dolore, 
Che ricordarsi del tempo felice 
Nella miseria; e ciò sa il tuo dottore. 

Ma, se a conoscer la prima radice 
Del nostro amor tu hai cotanto affetto, 
Farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancillotto, come amor lo strinse: 
Soli eravamo e senza alcun sospetto. • 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura, e scolorocci il viso: 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo, il disiato riso 
Esser baciato da cotanto amante, 
Questi, che mai da me non fia diviso, 



(1) Chi vita. La lezione più comune è Chi'n vita; ma è falsa senza 
fallo. La nostra è confortata da infiniti codici; e anche dagli ottimi del 
Witte. 



140 

La bocca mi baciò tutto tremante. 
Galeotto fu il libro e cbi lo scrisse: 
Quel giorno più non vi leggemmo avante. 

Mentre che 1' uno spirto questo disse, 
L'altro piangeva sì, che di pietade 
P venni men cosi com' io morisse; 

E caddi come corpo morto cade. 



141 



CANTO V. 



Così discesi del cerchio primajo. L'Auttore in questo 
quinto capitolo fa sei parti; la seconda comincia quivi: 
Starti Mino*; la terza quivi : Io venni in luogo; la quarta 
quivi: Intesi eh 9 a così; la quinti quivi: La prima di color; 
V ultima quivi: animai Dice adunque nella prima parte, 
continuando sua materia, ch'egli discese del primo cer- 
chio, ciò è del Limbo, dove erano quelli savj di che è stato 
trattato di sopra; et venne nel secondo cerchio: et dice 
che quanto il cerchio era più stretto che '1 primo, tanto 
era più ampio in guaj et in tormenti; però che nel primo 
cerchio avevono i tormenti solo de' loro sospiri medesimi; 
in questo hanno i peccatori tormenti ordinati dalla divina 
giustizia. Nella seconda parte pone Minos ministro a que- 
sto cerchio. Fu Minos re di Creti, et figliuolo di Giove; et 
fu quasi il primo che fece legge: Ut legum Minos justis- 
simus auctor. Fue giustissimo datore et facitore della legge; 
et per la ?ua giustizia diceono i poeti antichi, lui essere 
giudice d' inferno, ciò è di questo mondo. Ebbe Minos uno 
suo figliuolo nome Androgeo, il quale mandò a studiare 
ad Atene, et giucando cogli scolari al giuoco della palestra, 
et vincendogli tutti, per la invidia finalmente Tuccisono. 
Minos, adirato, andò ad oste Atene; et già prima ch'egli 
giugnesse assediò il re Nisso nella sua terra. Ave' questo 
Nisso una sua figliuola nome Assilla: costei, inamorata di 



142 

Minos, mozzò il capo al padre. I poeti dicono eh' ella tolse 
il cappello del padre dormendo egli, et portollo a Minos, et 
diegli la terra, credendo rimanere et piacere a Minos. Minos, 
reggendo questa scelleratezza, la fece pigliare et gettare in 
mare dicendo: « Idio ti spenga, o infamia del nostro secolo ». 
Andò poi Minos Atene, et doppo lungo assedio, fu in patto 
cogli Atteniesi, ch'egliono dovessono mandare per censo 
ogni anno e uomini al Mkiutauro, ch'era mezzo uomo et 
mezzo bue. Et perchè altrove più convenevolmente si toc- 
cherà questa storia, nolla distendo; se non che finalmente il 
Minutauro fu morto da Teseo d'Atene. Nella terza et nella 
quarta parte è da sapere che in questo primo cerchio del- 
lo 'nferno sono puniti i peccatori carnali, a dare a inten- 
dere che questo vizio, però che procede da incontinenzia, 
et non da malizia né da bestialità, meno dispiace a Dio; 
et però sono puniti in quello cerchio, eh' è più di lungi 
al centro della terra, et più vicino del cielo. Dispiace an- 
cora questo vizio meno, però che quasi naturalmente viene 
negli uomini; che la natura, che adopera segretamente et 
discretamente quasi, acciò che non manchi che uomini 
non sieno (che questo seme non si spenga), come s'ella 
perdesse l'arte sua, si sforza di producere questo atto ne- 
gli uomini. Ayiene ancora che per questo si cresce et mol- 
tiplica il numero degli uomini, eh' è necessario. Dice anco- 
ra l'Autore che quelli peccatori erano puniti in questo 
modo, eh' egli erono menati per l' aere, et erono percossi 
da quella bufera, ciò è da quello vento, ch'era freddissi- 
mo, perchè fosse degno tormento a' falli loro; però ch'egli 
è da sapere che la lussuria procede principalaente da una 
caldezza et da uno fervore del cuore: di che, volendo 
PAuttore mostrare come per lo suo contrario ella sia punita, 
dice eh' erono percossi da questo vento freddo, eh' è fred- 
dissimo, come è stato detto addirietro. Dice ancora ch'elli 
si percoteano l'uno coli' altro, accostavonsi insieme: et 
ancora questo è cagione del tormento loro. Onde egli è da 
sapere per questo che l'Autore si sforza dar eguale la pena 
alla colpa quantunque può; et però che queste anime, di 



143 

che al presente parla., non furono contente solamente colla 
persona amata di sedere, di ragionare, di guardare l'uno 
P altro, se Tono coir altro strettamente non si congiugnesse 
(e questo è natura di questo vizio, che amore si sforza in 
quantunque può di fare due anime divenire una medesima; 
et questo è quello per che chi ama si sforza di seguitare i 
modi, le vie et i costumi della cosa amata) ingegnandosi 
quantunque possono; da questo* onde egli hanno il loro 
contentamento (onde- egli hanno preso piacere), vuole l'Au- 
tore ch'egliono sentano la pena del tormento. Dice ch'e- 
gliono si percoteano, et si strigneono percotendo insieme, 
et da questo percotimento sentivono, come nel mondo avea- 
no sentito piacere, cosi in Inferno sentivono pena et dolo- 
re. La quinta et la sesta parte apparirà chiara- nella spo- 
sizione del testo. 

Così discesi del cerchio. Chiaro appare per quello eh' è 
detto di sopra — Starvi Minos. Fu Minos re di Greti do- 
natore della legge, come abbiam detto — Dico che quando 
l'anima. Stava Minos, et confessava Minos l'anime che gli 
andavano inanzi; et secondo i peccatale mandava a quel- 
lo luogo che si con venia, come giusto giudicatore — Cigne- 
si con la coda. S'intende moralmente che, come di ciascu- 
no animale il fine suo è la coda, cosi la gravezza del pec- 
cato è il fine del peccato, ciò è a che fine l'uomo pecca; 
e secondo che'l fine è scempio o doppio, grave o lieve, 
secondamente la giustizia divina il condanna — tu che 
vieni, chiaro appare — Non impedire il suo. Questo si pi- 
glia, ciò è il fato, per la provedenzia di Dio; onde Boezio 
nel iiij libro della Consolazione: Fato è una disposizione 
che s'accosta alle cose mobili, ciò è temporali, per lo quale 
la providenzia divina ciascuna cosa annoda, ciò ò dispone 
a' suoi ordini — Vuoisi così colà. Questo andare procede 
dalla volontà divina, la quale non si può piegare né con- 
tastare: Desine fata deum ec. — Io venni in luogo, d'ogni luce 

(6) Confessava. Curiosa! Minos confessore. Esaminava le anime do- 
mandando loro de* lor peccati, come il confessore fa al penitente. 



144 

privato. Loquitur improprie; pone muto per privato — Che 
mughia come fa. Dice che quello luogo, per lo lamentare 
dell'anime, mughiava come fa il mare combattuto da con- 
tinui venti. Ora, perchè del mare quello romore che fa non 
ha proprio vocabolo, piglia quello vocabolo che più si confà 
a quello romore. Mughiare è del bue: anitrire è del cavallo 

— La bufera infernale. Bufera è uno vento grandissimo, 
et generasi di certe esalazioni in forma di fumo, calde, 
che si partono dalla terra et vanno verso l'aere; et quan- 
do sono in quella regione dell'aere, che truovono alcuna 
nuvola frédda, la quale gli percuota in giù, et quello mo- 
vimento si converte in vento; et questo vento è di gran- 
dissima forza, et abbatte albori et ciò ch'elli si truova 
inanzi : et chiamalo Aristotile nella sua Meteora Ethesias 

— Et come i gru van. Lai sono versi franceschi lamente- 
voli et rammarichevoli; et cosi quelli spiriti s'andavono 
dolendo per l'aere — Che V aura nera. Aura è propria- 
mente uno picciolo venticello: ora, perch'egli è grande la 
licenzia eh* è data a' poeti nel parlare, mettono ne' versi 
loro, pure che gli attagli, l'uno vocabolo per l'altro: cosi 
l'Auttore piglia quest'aura per quello grande vento chia- 
mato bufera — La prima di coloro. Il re Nino di Siria fu 
figliuolo di Belo et marito di Semeramis: et fu il primo 
uomo che acquistò terre o provincie, perchè infino a lui 
erono i re et signiori contenti d'avere gloria solamente, 
senz'altro acquistare, pure di vincere la battaglia. Il re 
Nino sottomisse molti paesi in Asia sotto sua signoria; et 
finalmente, combattendo co' Partiani (1), popoli nel fine 
d'Asia, fu ferito d'una saetta nella coscia, e morì. La reina 
Semeramis, la quale fu detta figliuola di Nettuno (la ca- 
gione fu ch'ella venne quivi apportata dal mare, et non 
si seppe mai dond'ella si fosse, et gli antichi diceano, 
quando ignoravano i parenti d'alcuna persona, s'elli ve- 
nivano per mare, perchè '1 mare era quello che gli facea 
venire quivi, quelli tali essere figliuoli di Nettuno; chi 

(1) Partiani. Co' Parti: 



145 

Tenia per terra diceono quelli essere figliuoli della Terra ec.). 
Semiramis rimase con uno figliuolo nome Nino, et posse- 
dette il reame dopo la morte del marito: ella pensò, come 
valente donna (però che il figliuolo era quasi di sua gran- 
dezza, non avea ancora barba, somigliavate molto), di figne- 
re essere ella il figliuolo; et cosi, ingannando i suoi, ten- 
ne la signoria. Et per bene celare ogni atto feminile, fu 
la prima che fece uno vestimento dalla cintola in già quasi 
a modo di brache (Brache sono dette a barcos quod est 
breve); et in testa portava una copritura quasi a modo di 
corona, che si chiamava tiara; et fece legge che ciasche- 
duno dovessi fare simile portamento: et cosi ella col suo 
esercito conquistò grande parte d' Etiopia et d'Asia. Costei, 
faccendosi uno giorno pettinare il capo, et essendo già fatta 
Tuna treccia, et l'altra rimasa a fare, gli venne novelle 
che uno figliuolo bastardo del re Nino gli avea ribellata 
Babillonia: ella, coir una treccia fatta et coir altra rimasa a 
fare, et cosi co' capelli sparti, s'armò, et promisse di mai 
non fare l'altra treccia, s'ella non avesse la terra: Nec 
prius decorerà capillorum in ordinerei, quam tantatn urbem 
in potestatem redegit; né prima l'adorneza de' capelli recò 
in ordine, che tanta città quanta è Babillonia riebbe et 
misse sotto sua jurisdizione. Poi, tornata a casa, lasciata 
Tarme, datasi all'ozio, divenne lussuriosa femina, tanto 
che con molti uomini ebbe a fare carnalmente: et per co- 
prire il fallo suo, acciò eh' ella non fosse scoperta, et non 
si ridicesse, gli facea uccidere. Ancora, non contenta di 
questo, carnalmente usò col figliuolo, come s' egli fusse 
suo marito, temendo di non perdere la signoria, s'elli non 
fosse suo marito; et poi con nuova legge pensò ricoprire 
il fallo suo: ordinò che a ciascuno fosse lecito d'usare la 
lussuria come volea. Ora finalmente il figliuolo, crescendo 
in tempo et in senno; et temendo, veggendo costei cosi 
pessima femina , o eh* ella noi cacciasse o noi facesse 
uccidere; et ancora per levar via tanto biasimo quanto era 
quello, l'uccise, et doppo lei rimase re — Tenne la terra 
cheH SoMano. Soldano tanto vuole dire in nostra lingua 

10 



146 

quanto Imperadore. Il Soldano tiene Babilonia , eh' è in 
Egitto; et Semeramis tenne Bibillonia di Siria, dov'è la 
torre che fé Nembrot; ma accordasi nel nome, che Babillonia 
è chiamata F una et F altra, et non nelF effetto — V altra 
è coki che s 9 (incise. Bel, re di Sidonia, ebbe fra gli altri 
due figliuoli , Pigmaleon et Elissa; et morto Belo rimase.il 
reame a Pigmaleon: Elissa fu maritata a Siccheo di Tiro. 
Questo Siccheo era sacerdote del tempio di Giove, et era 
il maggiore del reame presso al re, molto ricco uomo; tanto 
che Pigmaleon, per avarizia, a fine d' avere il suo (4), F ucci- 
se. Elisa, veggendo morto il marito, cui ella amava tenera- 
mente; et cognoscendo che '1 fratello F avea morto per ru- 
barlo, pensò di partirsi da Tiro col tesoro suo; et avuto 
colloquio di ciò con alcuno suo stretto amico, pensò d' in- 
gannare li altri in questo modo: fece apparecchiare navi, 
perchè Tiro era in sul mare, et disse a quelli che guida- 
vono le navi ch'ella volea portare il tesoro al fratello; et 
misse, mostrando che fosse tesoro, sacca di rena nelle na- 
vi. Partitasi dal lito fece gettare le sacca colla rena nel 
mare; et poi raunò tutta la brigata sua, et manifestò loro 
come Pigmaleon avea morto Siccheo per torgli l'avere suo; 
et che Pigmaleon era il piggiore uomo del mondo; et disse 
loro che '1 tesoro che era nelle sacca aveva fatto gettare 
in mare, perchè il fratello non l'avesse, et a fine che, 
quando ella fosse giunta a lui, egli la facessi morire, però 
che, doppo la morte di Sicheo, non volea vivere. Costoro 
la pregorono ch'ella non vi dovessi andare: Elisa, veg- 
gendo averli recati ove ella volea, monstrando loro come 
essere sotto cosi fatto re era una morte, confortandoli et 
promettendo loro d'essere sempre loro guidatrice, volte le 
vele alle navi, arrivò con questa compagnia nell'isola di 
Cipri. Ivi era usanza che gran parte delle vergini di Cipri, 
che si voleano dare a servire la Dea Venere, veniano a 
parte a parte in sulla riva, et a' forestieri faceano cortesia 

(1) // suo. 11 suo avere, Le sue ricchezze. Se pure non manca nel 
codice la voce Tesoro, o simile. 



147 

di loro persone; et traevano da loro quello che poteano 
avere di loro giojelli: poi diveniano buone donne et one- 
ste. Arrivata Elisa a quello luogo, da 70 vergini mise nelle 
navi, per dare piacere a sua brigata; et poi, lasciatele, si 
parti da quello luogo, et andò a Tunizi, ove era allora n principio 
Cartagine; et trovata ivi gente venuta ad abitare antica- £jjSE$cv!> 
mente di loro paese, prese conteza co loro, et trasse mer- tag,ne ' 
calo ch'ella volea comprare tanta terra da loro quanto 
uno cuojo di bue cignesse: et egli, non pensando, furono 
ingannati; però che Elisa fece d'una pelle di bue fare 
strettissime coreggiuole, et legata 1' una coreggiuola col- 
T altra, cinse grande paese. Ivi fondò Cartagine, et abitò 
co' suoi compagni. Jarba re de' Gentili (i), udita la fama 
d" Elisa, però che era ivi vicino, pensò d' averla per mo- 
glie. Ella fu, com'io ho scritto, valente donna, tanto che 
ella fu chiamata Didone, idest virago cioè femina che ab- 
bia operazione d' uomo (2). Jarba la fece chiedere a' suoi 
cittadini, ch'egli la voleva per moglie; et quando che non 
T avesse, moverebbe loro guerra. Questi cittadini , che sa- 
peano al tutto che Didone rifiutava compagnia d'uomo, 
non ardirono d'aprirle lo intendimento del re, ma in que- 
sto modo le parlarono: « Madonna, il re Jarba dice che vuole 

► certi cittadini di noi, acciò che noi gì' insegnarne* i nostri 
costumi; et vuole che noi abitiamo con lui nella sua ter- 
ra: questo è a noi grave a lasciare la nostra terra et i x 
nostri amici et parenti ». Di che Didone gli riprese, dicendo 
loro che, per bene della loro terra, acciò che il re non 
s' adirasse contro a loro, egliono vi doveono andare. Onde, 

, giunta Didone ove voleono, dissono: « Madonna, questo tocca 
a voi; il re vuole sola voi per sua moglie; et dice che, se 

i voi non consentite, egli ci moverà guerra ». Veggendo Di- 
done non potere contradire a quello che poco inanzi avea 

(i) Re de Gentili. Forse dee dire dei Getuli, che insieme co' Libj 
* abitarono quelle regioni. 

(2) Fu chiamata Didone ec. Cosi dice Servio, antico commentatore 
' dì Virgilio. 



148 

consigliato, disse eh' eli' era conlenta, et ch'ella voleva 
alcuno termine; et avuto il termine, et giunto il termine 
ch'ella dovea essere sua moglie, fece fare uno grandissimo 
rogo a lato alla ròcca di Cartagine: la ròcca si chiamava 
Delia morie Birsa. I cittadini credeono eh* ella volesse fare sacrificio. 

di Didone. 

Ella montò in sul rògo, et disse ch'ella voleva morire mo- 
glie di Sicheo et non di Jarba; et diessi d'uno coltello 
per lo petto et mori; come che Virgilio ponga la novella 
altrimenti, et quella segua l'Auttore. Che scrive Virgilio che 
Enea, giunto a Cartagine, inamorossi con Didone; poi nella 
caccia, entrati nella spelonca per la piova che sopra venne, 
ebbe a fare con lei; et stato per alcuno tempo con lei, et 
chiamandolo i fati in Italia, si parti: ella, che avea con- 
ceputo et raccolto nel petto grande amore, et lui aveva 
caro quanto la vita, partendosi Enea, per dolore ch'ebbe 
della sua partita, s'uccise — Poi è Cleopatras. A conqui- 
stare (i) con lui si divisono fra loro quello che avea acqui- 
stato, però che Alessandro mori senza reda, et furono tren- 
tasei fra re et signori. È vero che feciono ordine fra loro 
che ciascheduno dovessi tenere il paese che gli toccava 
come vicario et tributario d'Alessandro. Fra gli altri a To- 
lomeo toccò il paese d'Egitto; et egli, passando l'ordine 
già fatto fra loro, si fece re, et diede questo principio; et 
assai degli altri feciono il simigliante. Mori Tolomeo: rimase 
il figliuolo reda del regno et del nome: è vero ch'ebbe 
alcuno soprannome: et cosi molti re l'uno doppo l'altro; 
et ciascheduno fu chiamato Tolomeo infino a Tolomeo 
Dionisio. Costui ebbe due figliuoli maschi, che ciascheduno 
ebbe nome Tolomeo, et Cleopatra, di cui fa menzione TAu- 
tore. Questa Cleopatra, però che'l padre avea lasciato il 
reame a lei et al figliuolo maggiore, il prese per marito: 
et morto questo suo marito Tolomeo, rimase a lei sola il 
governo del reame. Ora Cesare pe' Romani avendo acqui- 
ti) Qui comincia un parlare interrotto, procedente forse da omis- 
sione di copista. Forse mancano le parole: Morto Alessandro, coloro che 
erano stati; o altre simili. 



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149 



slato gran parte del Levante, venne verso Egitto; di che 

Tolomeo minore si dolse a Cesare che Cleopatra tenea il 

reame che toccava a lui; però che dicea che ivi era usanza 

eh' e maschi redassono. Cesare, fatto richiedere Cleopatra, 

[ eh 9 era bellissima , comparì ornata con molti ornamenti 

dinanzi a Cesare, sforzandosi di piacerli. Cesare, veggen- 

l dola cosi bella, ne innamorò, et ebbe a fare con lei; et 

cacciò Tolomeo, et soprastette quivi alcuno tempo: poi, 

» partendosi, per merito delle notti ch'era stato con lei, la 

L lasciò reina. Morto Cesare , rimase lo 'raperio di Roma a 

Ottaviano Augusto et Antonio; et morto Cassio et Bruto, 

per vendetta della morte di Cesare, et vendicato in tutto 

1 Cesare, divisono il regno. Ottaviano rimase imperadore a 

Roma, et a Antonio toccò in parte Egitto. Cleopatra gli 

* venne incontro ornata quanto poteo, et vinselo come avea 

v vinto Cesare; di che Antonio, inamorato di lei, la prese 

( per moglie, et lasciò la sirocchia d* 1 Ottaviano, che avea 

> presa per moglie; poi finalmente Cleopatra, montata in 
I superbia, lusingò tanto Antonio eh' elli sforzatamele con 
{ lei insieme vennono verso Roma contro a Ottaviano impe- 
; radore, però che Ottaviano avea detto Cleopatra che volea 

disporre (1), acciò che Antonio fosse imperadore et ella im- 
peradrice. Ottaviano gli venne incontro, et combatterono in- 

> sieme; di che Antonio fu morto et sua gente rotta, et Cleo- 
patra presa et tenuta a cortese guardia. Di che ella si sforzò 
di piacere a Ottaviano, convella avea fatto a Cesare: et 
reggendo non aver luogo il pensiero suo, però che Otta- 
viano conobbe troppo bene le sue lusinghe; et ella, veg- 
gendo eh' elli avea intendimento di menarla a Roma di- 

V nanzi a sé nel trionfo; sdegnando, deliberò anzi morire. 
Ita sopra la sepoltura d'Antonio, si fece pugnere le veni 
(Tamendue le braccia, et appiccovvi due serpentelli che 
hanno forza di tirare il sangue a loro et fare altrui morire 
dormendo; et cosi, tirando il sangue a poco a poco, morì. 

b> (1) Ottaviano avea detto Cleopatra ec. Strano iperbato, che va or- 

dinalo cosi: Cleopatra avea detto che volea disporre (deporre) Ottaviano. 



150 

È vero che Ottaviano, sentendo il fatto, vi sopragiunse et 
fé levare i serpentelli per camparla; ma eir era già morta. 
Ella fa quella che recò in Egitto 1' àlbore del balsimo, 
il quale ella ebbe da Erode re de' Giudei — Elena vidi. 
Tindaro re di Sparten, di Leda sua moglie ebbe quattro 
figliuoli, due maschi e due femine: i maschi Furio ebbe 
nome Castore et l'altro Polluce; le femine Elena et Clite- 
nestra. È vero che i poeti, fingendo, dicono che Giove ina- 
morò di Leda; et non possendo per altro modo recarla a 
fare il volére suo, prese forma d'uno cigno, et andò di- 
nanzi a Leda bianchissimo e bello quanto potea, et can- 
tava sì dolcemente che Leda, invaghita del canto et della 
sua bellezza, il trasse a sé et menollo nelle sue camere. 
Jove, essendo dove egli volea, et coll'alie aperte et col 
petto soprastette a Leda; et di quello giacimento conce- 
pette et partorì due uova: dell' uno nacque Castore et Pol- 
luce, dell'altro Elena et Clitenestra. La verità fu che Jove 
re di Creti, innamorò di Leda; et sforzandosi di piacerle, 
cantava dolcissimamente dinanzi a lei et adornavasi di 
puliti et belli vestimenti, di che Leda, tratta per la dol- 
cezza del canto et per l' ornamento che '1 rendea più gra- 
zioso, fece il volere suo. Dicono adunque che diventò cigno, 
cioè cantante bene come* il cigno, però che r l cigno canta 
dolcemente l'anno ch'elli dee morire. Cosi gli amanti can- 
to no et fanno versi et parole accostanti alla morte, quanto 
possono lamentevoli, per muovere la cosa amata. Le due 
uova dicono perchè sono conforme alla favola, però che 
il cigno genera uova come gli altri uccelli. Nata adunque 
Elena, et essendo bellissima donna, et essendo la fama 
della sua bellezza grande, mosse Teseo figliuolo d'Egeo. 
Di Tesaglia venuto in Sparten, trovolla con altre vergini 
giucare al giuoco della palestra. Il giuoco si facea che, 
fatto uno cerchio di pali, dentro v'entravono gli uomini 
vestiti d'uno cuojo assettato alle carni quanto poteano, et 
chiusi in questo cuojo, scoperto gli occhi et la bocca, ugnea- 
no tutto il cuojo di fuori o di sevo o d'olio, et faceano 
alle braccia: et perchè il cuojo era unto et sdruc ci olente 



151 

era malagevole cacciare l'uno l'altro a terra. Conosciuta 
Elena Teseo fra F altre vergini che stavo no a vedere, la 
prese, et menollane in Tessaglia. Ora, perchè era ancora 
picciola, dicesi che non usò con lei, pure violò la sua vir- 
ginità, però che le tolse alcuno bascio. Ito poi Teseo per 
altri suoi fatti, Castore e Polluce la raddimandorono a Ele- 
tra madre di Teseo: ella la rendè loro; maritorolla al re 
Menelao, et Clitemestra a Agamenon suo fratello. In questo 
tempo il re Priamo di Troja mandò Paris con xx navi, 
accompagnato da Enea et d' orrevole compagnia, in Grecia, 
a ridimandare Ensionna sirochia di Priamo, tolta nella 
prima s trazione di Troja da Talamone. Et fu in Grecia 
Paris ricevuto onorevolmente dal re Menelao, però che non 
gli piacea che Ensionna fosse tenuta. Paris in casa il re 
invaghi d' Elena. Il re in quel mezo andò in Greti con 
Periteo suo compagno, a dividere certo tesoro con Agame- 
non, che fu del loro padre. Paris, dopo lettere mandate a 
Elena, di concordia la prese, et menollane con quelle navi 
in Troja; et ivi sua moglie stette venti anni. Et avendo 
Paris morto Achille, et Pirro per vendetta morto Paris, 
Elena si maritò a Deifebo; et presa Troja et disfatta pe' 
Greci, il re Menelao riprese Elena et perdonolli; però che 
si die a credere che Paris F avesse presa per forza, però 
che Elena, ita a uno tempio (ch'era usanza di stare la 
nòtte le donne nel tempio a orare et gli uomini di fuori, 
et inO no al tempo de' Cristiani fu questa usanza, infino a 
tanto che, per molti mali che vi si faceono, la chiesa levò 
questo uso, et permutossi questo bene ne" digiuni; et ancora 
è rimaso il nome et non F effetto, che i di dinanzi alle 
feste si chiamono vigilie dal vegghiare delle notti), Paris 
la trasse di quello tempio et menollane — Et vidi il granr 
de Achille. Stazio chiama Achille magnanimo, et quindi 
FAu to re. Pelle o re d'i Mirmidoni ebbe di Tetis sua moglie, 
dea del mare, uno figliuolo nome Achille. Tetis, però 
eh 9 era sirochia di Chirqne Centauro, mandò Achille alle- 
vare a lui , acciò eh' egli venisse sperto delle virtù del zio. 
Fue questo Clarone, secondo i poeti , mezzo uomo et mezzo 



182 

cavallo: la verità fu che Ghirone era grandissimo medico, 
et massimamente hi cognoscere le malizie et le bontà de 9 
cavalli; et perdi' egli ne fu cosi grande maestro, dissono 
ch'egli fu mezzo cavallo, quasi d'una natura del cavallo. 
Ghirone amaestrò Achille in molte cose, in astrologia et 
in altre scienzie; et perclTegli divenisse destro, gli fece 
apparare a trarre coir arco, et andare cacciando et saet- 
tando alle fiere; et acciò eh' egli mangiasse fcibo che gli 
dessi nodrimento et noi gravasse, dicesi ch'egli il facea 
vivere solo delle midolla dell'ossa delle fiere; et d'indi 
fu detto Achille, idest sine cibo. Et Tetis, veggendo per 
sua arte che Achille dovea morire a Troja, dormendo un 
giorno Achille nel tempio, il prese nelle braccia et por- 
tello a Schiro al re Licomedes, vestito a guisa di femina 
(però ch'era giovane senza barba), et diello a compagnia 
fra certe vergini, fra le quali era Deidamia figliuola di 
Licomedes. Ebbe Achille a fare con Deidamia, et ebbe- 
ne uno figliuolo nome Pirro. Avenne che i Greci, avuto 
responso d'Apollo che Troja mai non si piglierebbe, se 
Achille non vi venisse, fu mandato Ulisse, sagace uomo, a 
cercare di lui. Ulisse, come ch'egli lo spiasse, ito a Lico- 
medes in guisa di mercatante, portò giojelli feminili, arco 
ed altri arnesi da uomo, pensando che le femine toglies- 
sono cose feminili, et Achille da uomini: et com'egli pensò 
venne fatto. Conosciuto Achille come nelle sue mani stava 
la vittoria de' Greci, di suo volere il menò nell'oste. Achille 
co' suoi Mirmidoni che '1 seguirono, prese assai terre de' 
Trojani, et fra l'altre due vergini, che runa diede a Aga- 
menon et l'altra volse per sé. Venne in quello tempo una 
grande pestilenzia nell'oste de' Greci; di che mandorono 
ad Apollo: et egli rispose che mai la pestilenzia non reste- 
rebbe infino a tanto che la figliuola del sacerdote del suo 
tempio non si rendesse. Teneala Agamenon, il quale, te- 
mendo il pericolo, la rendè al sacerdote suo padre, et tolse 
Griseida d'Achille. Achille, sdegnato di ciò, non s'armava, 
onde Ulisse fu mandato a riconciliare Achille et professer- 
gli di rendergli Griseida. Achille per questo priego non 



153 

rimosse dallo sdegno; ma pure consentì che Patrocolo, suo 
caro amico et compagno, s'armasse colle sue armi, et in 
su il suo carro; et cosi andò alla battaglia. Ettor, reggen- 
dolo, et credendo ch'elli fosse Achille, venne verso lui et 
leggiermente F uccise; et armato delle sue armi tornò in 
Troja. Achille, sdegnato per questo, prese F arme; et doppo 
molte battaglie uccise Ettor, et xij di il tenne senza sepol- 
tura: et poi, per prieghi et doni di Priamo, il rendè; et 
altra volta uccise Trojolo: di che Ecuba, veggendo Achille 
essere la morte de' suoi figliuoli , et accortasi al tempo 
delle triegue eh 9 egli era innamorato di Pulisena , gli fé 
profferire ch'ella gliel darebbe per moglie, et egli non 
s'armassi contra a Trojani: onde Achille contento, fu fer- 
mo il patto fra loro. Poi, temendo Eccuba ch'egli non l'at- 
tenessi, mandogli* a dire maliziamente ch'egli venisse a 
vedere Pulissena; di che Achille venne, come gli fu detto, 
al tempio d'Apollo Timbreo, ch'era presso alle mura di 
Troja. (Era chiamato Timbreo, però che intorno a quello 
era molta erba chiamata Umbre; noi la chiamiamo tigna- 
mica); di che Paris, essendo nascoso et occulto, di consiglio 
d" Eccuba, giunto Achille nel tempio, il saettò et fedillo 
nel calcagno; però che Tetis sua madre nella sua infanzia 
F aveva preso per lo calcagno et attuffato nell' onde di Sti- 
ge: et però che le Dee non debbono essere tocche dalle 
cose infernali, avendo Tetis presolo per lo calcagno, non 
toccò F acqua con le mani, né Achille col calcagno; di che, 
per la virtù di quest' acqua, non potea Achille essere ferito 
in alcuno luogo, altro che nel calcagno. La Azione della 
favola si chiarisce in questo modo. Stige è interpetrato 
tristizia: fu attuffato in quello per la madre per le cose 
celestiali amaestrato in esercitarsi et in guardarsi cauta- 
mente; et questo non si può fare senza assai pensieri che 
danno altrui tristizia. Achille era savio e cauto in ogni 
sua operazione; ma lasciavasi vincere et ingannare alla 
lussuria. Et questo si figura per lo calcagno, però che nel 
calcagno ha certo vene che rispondono al filo delle reni, 
onde procede l' atto della lussuria — Che con amore alfine 



154 

combatteo; ciò è per amore; et pone qui di licenzia poetica 
la conj unzione per la proposizione — Vidi Paris. Quando 
la reina Eccuba era gravida di Paris sognò una notte 
ch'ella dovea partorire una faccellina che dovea ardere tutta 
Troja: detto il sogno a Priamo, egli, avutone consiglio, co- 
mandò che quando il fanciullo fosse nato, incontanente 
fosse morto. Nato il fanciullo, et nominato Alessandro, la 
madre, veggendolo bello, gliene increbbe cT ucciderlo: man- 
dolio, perchè novelle non se ne sapesse, a nutricare a' suoi 
pastori nella selva Ida. Et crescendo il fanciullo, non sap- 
pi end o di veruna sua nazione, era giovane ragionevole et 
di buono giudicio, et terminava dirittamente tutte le qui- 
stioni eh' erono tra' pastori : et quinci fu chiamato Paris , 
ciò è diritto giudicatore. Saputo eh' egli ebbe di sua nazio- 
ne, se ne venne verso Troja, et trovò al palagio reale 
giucare Ettor con altri giovani al giuoco della palestra; 
di che Paris entrò nel giuoco et abbracciossi con Ettor et 
misselo in terra. Ettor, sdegnato, gli corse addosso: Paris 
gli chiese perdono, manifestandogli come egli era suo fra- 
tello; et in segno di ciò mostrò le fasce in che la madre 
l'avea involto, in quello tempo che Paris era nella selva 
Ida. Avenne che Pelleo tolse per moglie Tetis, onde alle 
nozze furono tre Dee, Juno, Pallas et Venus; et non invi- 
tata la Dea della discordia, per sdegno, tolse uno pome 
d'oro scrittovi pulchriori detur (sia dato alla più bella), et 
geltollo in mezzo delle Dee. La quistione incontanente 
nacque fra loro, perchè a ciascheduna parea essere la più 
bella; et getterò, cioè rimissono la quistione in Giove. Egli 
non volle giudicare; ma disse loro ch'elle andassono a 
Paris nella selva Ida. E tutte e tre itevi, Junone, reina del 
cielo et de' reami, gli promisse ricchezze; Pallas, sapienzia; 
Venus, Elena la più bella donna del mondo. Paris, per lo 
dono promesso et per la verità, giudicò che '1 pomo fusse 
di Venere, vedutole in prima innude tutte e tre; onde 
T altre due sdegnorono. Sta la verità in questo modo. 
Queste tre Dee significano le tre vite, attiva, contemplati- 
va, e voluttuosa, delle quali le due sono biasimate da'mor- 



1SS 

tali. L'attiva con dire: Egli piglia più briga che non gli 
iacea; la contemplativa con dire: Egli cerca le cose del cielo 
et non sa quelle della tetra; seguendo la voluttuosa eh' è di 
lussuria et di diletto. Jove fu dimandato qual fosse meglio, 
ciò è Iddio; ma egli noi volle giudicare per non contradire 
al libero arbitrio; mandolle a Paris, cioè al diritto giudicio 
della ragione — Tristano, et più. Secondo le favole, che 
si dicono de' cavalieri della tavola ritonda , Artù fu re di 
Brettagna; del quale alcuna memoria fa di lui la cronica 
martiniana, et dice che al tempo di Illaris Papa regnava 
Arturus in Brettagna come si trova nelle storie de' Bret- 
toni, il quale, per la sua benignità et probità, Fiandra, 
Francia, Norvegia, Dacia et 1' altre marine isole (i) d'intorno 
sottopose a sé et a sua signoria; et combattendo, fu ferito 
villanamente; di che, cercando di guarire, non trovando 
nel paese guarigione, andò in alcuna isola a curarsi, et mai 
poi di lui non si seppe novelle quello che di lui avenisse. 
Ora, secondo i romanzi, il re Artù ritenne la tavola riton- 
da, et trasse a sé tutti i valenti uomini del paese. Fu tra 
gli altri fra 9 principali Tristano, figliuolo del re Meliadus 
di Leonis: questi inamorò d'Isotta la bionda, figliuola del 
re (T Irlanda et moglie del re Marco di Cornovaglia; et uno 
giorno essendo con Isotta, et sonando una arpa nella sua 
camera, il re Marco sopragiuntolò, da una finestra gli lan • 
ciò una lancia avelenata, et ferillo a morte; et veggendo 
Tristano non potere campare, venuta Isotta a lui, doppo 
molto pianto, abracciandosi insieme, per grande passione 
et per amore, dice la favola che morirono l'uno nelle 
braccia dell' altro — Che pajon sì al vento. Vuole l'Autore 
che quanto il peccato è più grave, più siano menate l' ani- 
me dal vento; et costoro, (eh' è più grave il peccato il 
loro perchè furon cognati) dice essere leggieri al vento 
— Siede la terra dove. Egli è da sapere che gran tempo fu 
guerra tra messer Guido da Polenta et messer Malatesta 

(6) Non é ozioso raggiunto di marine a queste isole, essendoci 
anche le isole ne' laghi ec. 



156 

vecchio da Rimino. Ora, perchè era rincresciuta (i) all'una 
parte et all'altra, di comune concordia feciono pace, et 
acciò che meglio s'osservasse, feciono parentado insieme; 
che messer Guido maritò la figliuola al figliuolo di messer 
Malatesta, et messer Malatesta maritò a lui delle sue. Ma- 
donna Francesca, figliuola di messer Guido, fu maritata a 
Gianciotto di messer Malatesta; et come ch'egli fosse savio, 
fu rustico (2) uomo, et madonna Francesca bellissima, tanto 
che fu detto a messer Guido: « Voi avete male accompa- 
gnata questa vostra figliuola: ella è bella e di grande ani- 
mo: ella non starà contenta a Gianciotto ». Messer Guido, 
che avea più caro il senno che la bellezza, volle pure che 
il parentado andasse inanzi: et come ch'elli s'ordinasse, 
acciò che la buona donna non rifiutasse il marito, fece 
venire Polo a sposarla per Gianciotto suo fratello; et cosi, 
credendosi avere Polo per marito, ebbe Gianciotto. È vero 
che, inanzi ch'ella fosse sposata, essendo un di Polo nella 
corte, una cameriera di madonna Francesca gliel mostrò 
et disse: t Quegli fia tuo marito ». Ella il vide bello: po- 
segli amore, et contentossene. Et essendo ita a marito, et 
trovandosi la sera a lato Gianciotto et non Polo, com'ella 
credea, fu male contenta. Vidde eh' eli' era stata ingannata: 
non levò l'amore ch'ella aveva posto a Polo; ma crebbe 
continuamente: onde Polo, veggendosi amare a costei, come 
che prima ripugnasse, inchinossi agevolmente ad amare 
lei. Avenne che in questo tempo eh' egliono s' amavano 
insieme, Gianciotto andò di fuori in signoria (3); di che a 



(1) Era rincresciuta. Era venuta a noja, venuta in fastidio. 

(2) Rustico. Non di atti e di maniere, ma della persona, essendo, 
tra T altre, anche zoppo; onde ebbe il soprannome di Ciotto; che Gian- 
ciotto è lo stesso che Gianni ciotto, cioè Gianni zoppo. Il chiamarlo 
Lanciotto, come fece il Pellico, è errore non perdonabile. 

(3) In signoria. Molte città che si reggevano a popolo usavano di 
chiamare lor podestà (e il podestà 'aveva suprema balia) un forestiero 
di alto paraggio: ed una di queste potesterie fu appunto la signoria 
onde qui parla il nostro anonimo. 



157 

costoro crebbe speranza per la sua partita: et così crebbe 
amore tanto che, segretamente essendo nella camera, et 
leggendo uno libro di Lancilotto, com'egli innamorò della 
peina Ginevera; et come, doppo molte novelle scritte nel 
libro, che scrisse il prenza Galeotto, leggendo come Lanci- 
lotto scoperse alla reina V amore ch'egli le portava; et 
trovandosi insieme soli; di quello ridere della reina Gine- 
vra, et ancora della donna di mano alto (sic) che'l mosse in 
prima, et che Lancilotto, veggendola ridere, prese sicurtà 
et basciolla; questi due, leggendo et venendo a questo 
punto, si guardorono nel viso et scolororonsi per voglia 
di fare il simigliante; et prima colla mano et con alcuno 
bascio invitando l'uno V altro, neir ultimo posono in pace 
i loro disii. Et più volte in diversi tempi faccendo il simi- 
gliante, uno famiglio di Gianciotto se n'avvide: scrisselo 
a Gianciotto; di che, per questa cagione tornato Gianciotto, 
et avuta un giorno la posta (1), gli sopraggiunse nella camera 
che rispondea di sotto; et troppo bene si sarebbe partito (2), 
se non che una maglia del coretto ch'egli avea in dosso, 
s'appiccò a una punta d'aguto della cateratta, et rimase 
cosi appiccato. Gianciotto gli corse addosso con uno spun- 
tone: la donna entrò nel mezzo; di che, menando, credendo 
dare a lui, diede alla moglie et uccisela; et poi uccise ivi 
medesimamente Polo dove era appiccato. Fu costei figliuola 
di messer Guido da Ravenna /dove il Po, corso per Lom- 
bardia, entra in mare adriano, et à posa co' fiumi che met- 
tono in lui, che sono 30 fiumi — Amor cti al cor gentil. 
Egli è vero che '1 cuore che à questa virtù della gentilezza, 
in quanto amore è passione et è vizio, non s'accosta dove 
sia virtù; ma vuoisi intendere gentile in questo modo vol- 
gare, che tanto è a dire quanto trattabile: come quando 
altri vederà uno legno senza nòchiero, che '1 maestro ne 
possa fare quello lavorio ch'egli vuole, dirassi ch'egli sia 
legno gentile — El modo ancor. Il modo com' ella fu morta 

(1) Avuta un giorno la posta. Appostatigli un giorno. 

(2) Si sarebbe partito. Cioè Polo si sarebbe partito. 



158 

T offende ancora; ciò è perdi' ella sia morta violentemente, 
et per sua cagione ne patisce laggiù pena — Amor che a 
nullo amato. Vis amari? ama. Chiunque ragionevolmente 
debbe essere amato; ma questo amore concupiscibile n&. 
E simile è bene vero che quando due sono d' una medesi- 
ma complessione et aguaglianza, se F uno ama, F altro s' in- 
china ad amare lui; ma quando fusse di complessione con- 
traria, quando Fama et quando non ama. Però che elli è 
il più delle volte che chi ama ama simile a sé, di licenzia 
poetica largo modo (i) F autore piglia questa generalità — 
Che, come ve^i. Questo non è vero, che F anime dannate non 
pigliono veruno piacere né veruno diletto; ma vuoisi tórre 
come parlare poetico — Caina attende. Però che Gianciotto 
uccise Polo, dice che Caina, ciò è quello luogo ove sono 
puniti coloro che offendono i loro fratelli o congiuuti, 
F aspetta per tormentarlo — Et caddi come corpo. Fu FAu- 
tore punito (2) da questo vizio, et però ebbe quella pas- 
sione di costoro che dice nel testo. 



(1) Largo modo. In modo largo, Senza considerare tante gradua- 
zioni ec. 

(2) Punito. Cosi ha il testo; ma non dubito minimamente che abbia 
a leggersi Punto. 



CANTO VI. 



Al tornar della mente, che si chiuse 
Dinanzi alla pietà de' duo cognati, 
Che di tristizia tutto mi confuse, 

.Nuovi tormenti e nuovi tormentati 
Mi veggio intorno, come eh' io mi mova, 
E come ch'io mi volga, e ch'io mi guati (1). 

Io sono al terzo cerchio della piova 
Eterna, maledetta, fredda e greve: 
Regola e qualità mai non 1' è nova. 

Grandine grossa, e acqua tinta, e neve 
Per l' aer tenebroso si riversa: 
Pute la terra che questo riceve. 

Cerbero, fiera crudele e diversa, 
Con tre gole caninamente latra 
Sovra la gente che quivi è sommersa. 

(i) Il Witte legge: 

E eh' io mi volga , e come eh' io mi guati. 

Meglio della lezione comune. Altra variante trovai io in alcuni codici, 
che a me par migliore di tutte; 

E eh' io mi valga, e come e che io guati. 

Vedi le osservazioni in fine del volume. 



160 

Gli occhi ha vermigli, e la barba unta ed atra, 
E il ventre largo, e unghiate le mani; 
Graffia gli spirti, gli 'ngoja, ed isquatra. 

Urlar gli fa la pioggia come cani: 
Dell' un de* lati fanno air altrQ schermo; 
Volgonsi spesso i miseri profani. 

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, 
Le bocche aperse, e mostrocci le sanne: 
Non avea membro che tenesse fermo. 

E il duca mio distese le sue spanne; 
Prese la terra, e con piene le pugna 
La gittò dentro alle bramose canne. 

Qual è quel cane che abbajando agugna, 
E si racqueta poi che il pasto morde, 
Che solo a divorarlo intende e pugna; 

Cotai si fecer quelle facce lorde 
Dello demonio Cerbero che introna 
L' anime sì, eh* esser vorrebber sorde. 

Noi passavam su per 1' ombre che adona 
La greve pioggia, e ponevam le piante 
Sopra lor vanità che par persona. 

Elle giacean per terra tutte quante, 
Fuor eh' una, che a seder si levò, ratto 
Ch'ella ci vide passarsi davante. 

tu, che se* per questo inferno tratto, 
Mi disse, riconoscimi, se sai: 
Tu fosti, prima eh' io disfatto, fatto. 

Ed io a lei: L'angoscia che tu hai 
Forse ti tira fuor della mia mente, 
Sì che non par eh' io ti vedessi mai. 

Ma dimmi chi tu se', che in sì dolente 
Luogo se' messa, ed a sì fatta pena, 
Che s' altra è maggio, nulla è sì spiacente. 

Ed egli a me: La tua città, eh' è piena 



1GI 

D' invidia si, che già trabocca il sacco, 
Seco mi tenne in la vita serena. 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: 
Per la dannosa colpa della gola, 
Come tu vedi, alla pioggia mi fiacco. 

Ed io anima trista non son sola, 
Che tutte queste a simil pena stanno 
Per simil colpa; e più non fé' parola. 

Io gli risposi: Ciacco, il tuo affanno 
Mi pesa sì, che a lagrimar m' invita: 
Ma dimmi, se tu sai, a che verranno 

Li citladin della città partita: 
S' alcun v' è giusto; e dimmi la cagione, 
Perchè 1' ha tanta discordia assalita. 

Ed egli a me: Dopo lunga tenzone 
Verranno al sangue, e la parte selvaggia 
Caccerà V altra con molta offensione. 

Poi appresso convien che questa caggia 
Infra tre soli, e che V altra sormonti 
Con la forza di tal che testé piaggia. 

Alte (1) terrà lungo tempo le fronti, 
Tenendo V altra- sotto gravi pesi, 
Come che di ciò pianga, e che ne adonti. 

Giusti son duo, ma non vi sono intesi: 
Superbia, invidia ed avarizia sono 
Le tre faville eh' anno i cori accesi. 

Qui pose fine al lacrimabil suono. 
Ed io a lui: Ancor vo' che m'insegni, 
E che di più parlar mi facci dono. 

Farinata e il Tegghiajo, che fur sì degni, 
Jacopo Rusticucci, Arrigo e '1 Mosca, 
E gli altri che a ben far poser gP ingegni, 

(!) Anche il lesto del Wittc legge Alte, che a me pare più sem- 
plice, e più chiara della lezione di Crusca Alto. 

11 



162 

Dimmi ove sono, e fa ch'io li conosca; 
Che gran desio mi stringe di sapere, 
Se il ciel 'gli addolcia, o lo 'nferno gli attosca. 

E quegli: Ei son tra le anime più nere; 
Diversa colpa giù gli aggrava al fondo: 
Se tanto scendi, gli potrai vedere. 

Ma quando tu sarai nel dolce mondo, 
Pregoti che alla mente altrui mi rechi: 
Più non ti dico, e più non ti rispondo. 

Gli diritti occhi torse allora in biechi: 
Guardommi un poco, e poi chinò la testa: 
Cadde con essa a par degli altri ciechi. 

E il duca disse a me: Più non si desta 
Di qua dal suon dell' angelica tromba. 
Quando verrà la nimica podestà, 

Ciascun ritroverà la trista tomba, 
Ripiglierà sua carne e sua figura, 
Udirà quel che in eterno rimbomba. 

Si trapassammo per sozza mistura 
Dell'ombre e della pioggia, a passi lenti, 
Toccando un poco la vita futura. 

Perch' io dissi : Maestro, esti tormenti 
Crescerann' ei dopo la gran sentenza, 
fien minori, o saran sì cocenti? 

Ed egli a me: Ritorna a tua scienza, 
Che vuol, quanto la cosa è più perfetta, 
Più senta il bene, e cosi la doglienza. 

Tutto che questa gente maledetta 
In vera perfezion già mai non vada, 
Di là, più che di qua, essere aspetta. 

Noi aggirammo a tondo quella strada, 
Parlando più assai eh' io non ridico: 
Venimmo al punto dove si digrada: 

Quivi trovammo Pluto, il gran nemico. 



163 



CANTO VI. 



Al tornar della mente che si chiuse. Era V animo del- 
l'Autore sviato di rieto alla passione ch'ebbe a' due cognati, 
de' quali è stato ragionato nel precedente capitolo: et nel 
principio di questo dice essere ristretto in sé (1), et le sue 
potenzie ritornate. Et qui è da sapere che, quando P animo 
sente alcuna passione, che incontanente il sangue et gli 
spiriti vitali corrono al cuore come fontana della vita, do- 
ve si sente la passione, come in più luogo sicuro, per con- 
servarsi meglio, o per dare ajuto a quella parte che sente 
più il dolore: alcuna volta è tanto il sangue et gli spiriti 
che sono tratti al cuore, che le membra di fuori rimangono 
smorte, quasi senza sangue, et si debili che pajono quasi 
senza vita, però che nel cuore é chiusa ogni potenzia di 
vita. Dividesi questo capitolo in tre parti. La seconda co- 
mincia quivi: P sono al terzo. La terza parie quivi: E'I Duca 
disse. La prima parte apparirà chiara nella sposizione del 
testo: nella seconda parte, perchè l'Autore pone purgarsi 
qui il vizio della gola, pone per ministro Cerbero a questo 
cerchio; et perchè non ingeneri alcuna oscurità nell'animo 
dell' auditore, vuoisi intendere, inanzi che più si proceda, 
la sua allegoria. In prima tocca alcune cosette intorno al 
vizio della gola, di che al presente si tratta. Et si truova 
nella Santa Scrittura che l'età del mondo sono sei; che 

(1) Ristretto in se. Cosi il codice: ma senza fallo dee dire o rim- 
irato o ritornato. 



164 

la prima fu da Adamo, primo nostro padre, infìno a Noè, 
che v* ebbe mcglxii anni. Ora questa prima età dicono i 
poeti eh' ella fu d' oro, però eh' ella fu la più nobile di 
tutte l'altre. In questa età vivevono gli uomini secondo 
, la legge di natura: erono contenti solo di quello che pro- 
ducea la terra senza altro lavorio. In questa aventurata 
età non sapeano gli uomini che bere si fosse vino; sola- 
mente erono contenti all' acque de' ruscelletti. Non era 
ancora venuta Ceres, che fu una femina savissima, et fu 
la prima che seminò la biada nell'isola di Sicilia; et Satur- 
no, cacciato da Giove dell'isola di Greti, non era venuto 
in Italia, che fu il primo che ivi insegnò seminare. Bacco 
non era ancora venuto a insegnare conciare i vini con 
spezie indiane, et con altro, acciò che desse più dolce sa- 
pore: né non erono fatti venire i fagiani dell'isola di Col- 
cos, che prima furono trovati in quella isola. Sono venute 
l' età peggiorando: et per questo si duole l'Auttore, massi- 
mamente in questo vizio della gola. Pone adunque questi 
cotali golosi essere tormentati da diversi tormenti; et che, 
come è detto, acciò che la pena sia uguale alla colpa, 
pone questi dannati essere tormentati da continua pioggia 
d'acqua, di gragnuola, et di nieve: et questo fa però che, 
come questo vizio gli fé' montare in caldezza, onde pro- 
cedette altro vizio et umori, nelle braccia, negli occhi et 
in tutta la persona, etc. et questi umori faccendo puzza, 
ci dimostra questi accidenti per la continua pioggia gli a- 
viene: per dimostrare ch'ancora per questo vizio appari- 
scono, et nello stomaco et in sulle mani et nel viso bolle, 
segni rustichi, et machie diverse, et dilatate et ristrette, 
per la grandine, con ciò sia cosa che ella avveleni et 
ristringhi et secca tutti i frutti, dove ella percuote; cosi 
per questo soperchio mangiare et bere, però che lo stoma- 
co, non possendo patire (1) le vivande che vi sono messe, 

(2) Patire cioè Digerire. In tutto questo periodo ci ha senza fallo 
qualche omissione, dacché il senso non corre bene. Ma cosi ha il codi- 
ce, ne io voglio metterci le mani. 



165 

diventa frigido; et questo freddo discende per le membra, 
onde i nerbi si ristringono et si rattrappano, et secconsi. 
Et sopra a ciò pone ministro Cerbero, ciré interpretato 
carnfconts, cioè divoratore et consumatore di carne. Dice 
ch'egli ha tre gole: per allegoria si dee intendere i tre 
modi ne* quali peccono i golosi, nel quale, nel quanto 
et nel continuo. Sono molti, et questi sono i primi, che 
non curono che la vivanda sia grande, sia ella pure (1) di 
dilicati cibi et di buoni et odoriferi, et di soave sapore; et 
questi peccono nel quale, cioè nella qualità del cibo. I se- 
condi non curono nella qualità del cibo, sia pure la vivan- 
da grande ch'eglino possino empiere il corpo; et questi 
peccono nel quanto. I terzi vogliono poco per volta, ma 
continuamente vogliono mangiare et bere, et mai non pen- 
sare d'altro. Pone che Cerbero tiene aperta la bocca, et 
mostra le sanne; et questo hae a significare certi uomini 
vogliono continuamente essere pasciuti da altrui; et quan- 
do manca, aprono la bocca et monstrono le zanne, ciò è 
ringhiono, minacciono, et dicono male d'altrui; onde i 
savj, acciò eh' ellino non dichino, assai volte gli pascono: 
et questo vuole mostrare per Virgilio, eh' è posto qui per 
umana ragione, che gli gettò in gola della terra, et egli 
s'acchetò attendendo a divorare quello; et cosi s'acchetono 
coloro che sono pasciuti, mentre che mangiono la terra; 
però che la terra è madre e subietto di tutte quelle cose 
ch'egliono desiderano. Gli occhi dice che ha vermigli: que- 
sto è segno che apparisce ne' gulosi et soperchi mangia- 
tori; che, per questi soperchi, si partono dallo stomaco 
certi vapori, et giunti alla testa, si stillono nel bianco degli 
occhi, et danno quello colore sanguineo. La barba unta. 
Et questo però che mangiono bruttamente et uiigonsi la 
barba: per la unzione ne diviene atra, cioè nera et obscu- 
ra. Dice ancora ch'à le mani unghiate, per prendere il 
cibo, et ancora perché sono quasi di natura d'animali che 
vogliono vivere di ratto. Scuoja gli. spiriti; cioè l'anime, 

(i) Sia ella pure, Pur che ella sia. E cosi appresso. 



166 

ricordandosi di questo vizio si divorano per dolore et con- 
sumonsi. Ancora è da sapere che, con ciò sia cosa che 
questo vizio proceda, non da malizia, ma da inconlinenzia, 
come la lussuria, il pone TAuttore essere punito nel terzo 
cerchio doppo il peccato della lussuria, però eh' è più grave 
et più dispiace a Dio; et è meno grave che gli altri che sus- 
seguentemente seguiranno. Nella terza parte risponde Vir- 
gilio allo Auttorè di due cose ch'elli volea sapere, runa 
tacita, et l'altra espressa; et dice che l'anime tutte piglie- 
ranno i corpi loro al di del giudicio, et sigeranno i buoni 
a quelle parole della tromba angelica: Venite benedica ec. 
et i rei alle parole: Et ite maledirti in ignem aeternum; 
et tornati ne' corpi, averanno maggior pena i rei, et i buoni 
più diletto. Pone ancora l'Auttore, nel fine del capitolo, 
Pluto, il quale fu uno grande et ricco uomo, onde fu chia- 
mato Re delle ricchezze; et però che le ricchezze sono ma- 
dre della avarizia, et l'avarizia è madre di tutti i mali, 
dice che Pluto è grande nimico dell'umana generazione. 

Al tornar della mente. Chiaro appare per quello eh' è 
stato detto — Nuovi tormenti, cioè altri tormenti, che in- 
fino a qui non avea veduti — V sono al terzo cerchio. Il 
primo cerchio fu dove elli trovò il trono della Filosofia: 
il secondo dove sono puniti i golosi — Regola et qualità. 
Dice che questa pioggia è continua et sempre piove, così 
l'una volta come l'altra, et non muta sua qualità, però 
eh' è sempre fredda, ghiacciata, nojosa d'uno medesimo 
modo — Grandine grossa. Egli è da sapere che '1 sole, che 
è capo et fondamento di tutti altri calori, fiede nell'u- 
midità della terra et d'altre cose bagnate, et rasciuga et 
trae gli omori fuori, per vapori che montono nell'aere in 
guisa di fumo, et raccolgonsi a poco a poco, et in tanto 
ingrossono che diventono scuri per loro spessezza, si che 
alcuna volta celano la vista del sole (Vero è che i detti 
nuvoli non hanno in loro tanta oscurità che ci tolgano la 
chiarezza del di, però che la virtù del sole splende per la 
spessezza loro come la candela nella lanterna); et quando 
questo nuvolo è bene ingrossato, è nero et si umido che 



167 

non può sostenere Pabbondanzia della acqua, per forza 
conviene che a terra caggia; et ciò è la piova. Dunque (i) 
sottiglia quella cotale oscurità, et diviene chiaro et leggiere, 
et il razzo del sole allora spande il lume suo per co tali 
nuvoli, et fa del suo splendore uno arco etc. L'aria eh' è 
sopra noi è più fredda che quella eh" è *n bassa regione; che 
quanto la cosa è più grossa et di più spessa natura, tanto 
vi s'accende il fuoco più forte, onde Paria ciré in alto è 
più leggeri e più sottile che quella eh' è bassa , eh' è grossa 
et spessa: onde.il Sole s'accende più nell'aria bassa che 
nell'alta, però che, com'è detto, la trova più spessa; et 
però è questa aria più calda. Et ancora il Sole è più presso 
a' nuvoli di verno che d' istate ; et però molte volte aviene 
che questo umidore che lieva il sole, quando elli non è 
molto spesso, passa alto a quella aria fredda et ghiacciata; 
quivi si congela insieme et cade alla terra questa acqua 
congelata; et questa è la nieve: ma d' istate, quando il sole 
si trae più alto verso l'aria fredda, trova alquanto di que- 
sto vapore ghiacciato , il quale egli serra molto più che la 
nieve, si che diviene grossissima gragnuola; ma nel cadere 
aminutisce, per lo percuotere che fa insieme. Fa venire la 
gragnuola d' istate, la nieve d'inverno, però che, con ciò sia 
cosa che la nieve e la gragnuola sieno d'una medesima 
qualità, il sole la serra più d' istate che di verno, però 
che dà più calore, perchè è più sopra a noi et più dura: 
è vero che, però che questa acqua, questa gragnuola, questa 
nieve che scrive PAuttore, non si causa per questo modo, 
anzi la causa la giustizia di Dio,' è eterna et continua, et 
quella a tempi — Pute la terra. Come noi veggiamo , d' i- 
state quando piove, però che l'acqua suscita vapori puzzo- 
losi, per lo luogo secco pute la terra — Cerbero fiera. Pon- 
gono i poeti che Pluto iddio dello inferno hae uno cane 
ch'egli pone alla porta d'inferno, et qualunche vuole en- 
trare dentro agevolmente il lascia; ma poi che alcuno v'è 
entrato, il tornare in dirietro è malagevole, che questo cane 

(1) Dunque. Intendilo come se dicesse : Per la qual cosa. 



168 

sta alla porta et divoralo, si che chi v'entra non esce mai. 
Questo è chiamato Cerbero : et dice che ha tre gole , et la- 
tra come cane: la barba unta e nera; et graffia et ingoja 
gli spiriti e squartali. Intesoro i Poeti che questo Cerbero sia 
la terra: dicono che divora i morti; cosi la terra, poi ch'e- 
gli sono sotterrati. Sta alla porta d'inferno. Inferno è nel 
centro della terra, et la terra è d'attorno, et qualunche va 
allo 'nferno entra per la terra; si che ben si può dire che 
la terra sia porta d'inferno. Lascia entrare in inferno, ma 
non uscire; cosi la terra s'apre et riceve chiunque v'en- 
tra; ma qualunche valica questo usciuold della morte, im- 
possibile è che mai torni addirietro. Dice che latra et mi- 
naccia l'anime; et rammentonsi per questo che mai non 
torneranno a vedere il mondo — Urlar gli fa la piog- 
gia. In tutto il capitolo dice questi spiriti avere maniera 
di cani: dice che qui ululavano. Ululare è el gridare che 
fanno i lupi; ma puossi dire che il lupo è cane salvatico, 
si che bene si può usare ululare per abbajare — Dell 9 un 
desiati; cioè volgonsi spesso or l'uno or l'altro lato per 
la pena, et schermisconsi dalla pioggia — 1 miseri profani. 
Luoghi profani sono luoghi abbandonati, luoghi già stati 
sacri — Cerbero il gran vermo. Ogni animale che vive sotto 
terra si può chiamare vermo; et Cerbero che sta sotto terrai 
per comperazione de' piccioli vermini, si può chiamare gran- 
de (i) — Non atea membro. Monstrava la grande sua volontà 
di nuocere in muovere ciascuno membro — Distese le sue 
spanne. Di questo è stata chiarita l'allegoria — Ch'esser 
vorrebbor sorde, per non udire et non avere quella noja — 
Ch' adona. Agrava et prieme — Lor vanità che pare. Come 
l'anime si vestono d'ombra et pigliono abito dell' aere, se 
ne tratterà più convenevolmente nel capitolo di Purgatorio: 
si tace al presente — Tu fosti prima eh 9 io. Ciò è tu fosti 
innanzi che io morissi, cioè vivesti — La tua città. Che 



(1) // gran vermo. Questa interpretazione la dà pure il Boccaccio; 
se non che qui è più compiuta, per amor di quel notare che Cerbero 
é chiamato gran vermo rispetto agli nitri vermi tutti, che sono piccoli. 



169 

avvi tanta invidia in Firenza , che già esce fuori ; et vedesi 
nelP operazioni. Dov'io menai la vita serena; dice serena 
per rispetto a quella dov'egli è — Voi cittadini mi chiamaste. 
Però che questi fu goloso, et piacquongli le buone cose, fu 
chiamato Giaco per sopranome ; (1) tenne costui quasi vita 
d'uomo di corte, però che, non avendo da sé, andava a 
mangiare ora con questo ora con quello altro. Fue eloquente 
uomo, et di buon sentimento; et però, come uomo prati- 
co, il dimanda Fautore come apresso segue — Dimmi se 
tu sai a che. Egli è da sapere che le sette de* Bianchi et 
A&Neri ebbono principio in Pistoja nella famiglia de' Can- 
cellieri: e *1 comune di Firenze, per accordargli insieme, 
fece venire runa parte et Tal Ira in Firenze. La parte de' 
Neri si ridusse a casa i Frescobaldi , et la parte de Bianchi 
a casa i Cerchi nel Garbo, per parentado che aveano fra 
loro: et giunti in Firenze, partirono tutte le famiglie di 
Firenze, grandi et popolani et singulari cittadini. Et avenne 
che, intorno a quelli tempi, che per troppa grassezza della 
terra si divisono i cittadini, et vennono a discordia, et la 
principale setta et discordia fu fra' Cerchi et i Donati; Puna 
parte per invidia, V altra per salvatica ingratitudine: et te- 
mendosi in Firenze che la discordia loro non desse male 
stato alla città, fu mandato a Corte a papa Bonifazio che 
vi mettessi rimedio. Per la qual cosa il Papa mandò per 
messere Vieri de' Cerchi capo de" Bianchi, et pregollo ch'e- 
gli facesse pace con messere Corso Donati capo de' Neri, 
promettendogli eh' egli per questo rimarrebbe maggiore 
in grado a Firenze ch'egli non era; et ancora grazie spi- 
rituali. Qui fu messere Vieri, come che egli fusse savio 
cavalieri, troppo duro et bizzarro: dicendo che nulla guerra 
avea co' Donati, non ne volle fare niente della chiesta del 



(1) Per sopranome. E chi dice per proprio nome, come fa Guini- 
forto delli Bargigi, e altri più antichi. Io non istarò a difendere o l'ima 
o 1* altra opinione, che in fondo poco rileva: ma questo nome di Ciacco 
par che fosse usitato a Firenze, dacché non di rado mi e capitato sot- 
tocchio leggendo antiche carte. 



170 

Papa; onde tornò a Firenze, e '1 Papa rimase sdegnato. 
Avenne che a poco appresso, andando a sollazzo a cavaìlo 
per Firenze dell'una setta et dell'altra, la sera di calendi 
maggio anni mcgg , essendo uno ballo di donne in sulla 
piazza di Santa Trinità, Puna parte et l'altra si fermò qui- 
vi, così a cavallo, et cosi sdegnosi: venne, come il dia- 
volo gli accese, che l'uno speronando il cavallo verso l'al- 
tro (et la gente v'era assai a vedere), gli sdegni già prosi 
suscitorono leggiermente. Nacque zuffa fra loro, ove ebbe 
più fedite; et a Ricoverino di messere Ricovero fu per di- 
savventura tagliato il naso: et per la detta zuffa fu tutta 
la città sotto l'arme. Fu mandato pe' Guelfi da Firenze a 
papa Bonifazio, che quivi mettessi il suo rimedio: per la 
qual cosa il Papa, per piacere et pacificare le dette sette, 
mandò a Firenze frate Matteo d' Acquasparta cardinale 
ostiense, suo legato; et non possendo operare niente, né 
pacificare le dette parti, si tornò a Corte. In questo mezzo 
i caporali di parte nera segretamente si raunorono in Santa 
Trinità per mandare al Papa che sommovessi uno signore 
che fosse buono mezzo per loro a questi fatti. Saputosi il 
consiglio, et sdegnatone il popolo et il comune, furono di 
loro condennati pe' rettori della città, et mandati a' confini 
a Castello della Pieve: et poi, per bene della terra, certi 
caporali bianchi mandati a' confini a Serrezzano. Quelli 
del Castello della Pieve, per la vicinanza, sollecitorono il 
Papa per la venuta d'uno signore; et venne, a' prieghi del 
Papa, Carlo senza terra fratello del Re di Francia, mo- 
strando d'andare alla guerra di Cicilia: et prima venuto a 
papa Bonifazio, il Papa, che non avea ancora dimenticato 
lo sdegno preso contro a messere Vieri, essendo sollecita- 
to, mandò per paciaro Carlo di Vales in Firenze. Et rice- 
vuto in Firenze, dopo più consigli, a grande onore, et 
volendo dal consiglio et da' priori in mano la guardia et 
signoria della terra per potere pacificare i cittadini, et non 
possendola avere; a di 5 di novembre, essendo in Santa 
Maria Novella et gli signori, priori, podestà et capitano 
et il consiglio, missesi il partito, et fu vinto ch'egli avessi 



171 

la signorìa et guardia della terra: et egli promisse, come 
figliuolo di Re, di conservare la città in quello stato ch'e- 
gli la trovava. Incontanente fatto questo, s'armò la gente 
sua; et doppo molte cose, finalmente corse la terra con 
gran danno de' cittadini in Firenze et in contado. In que- 
sto tempo tornò messere Corso Donali , et entrato per forza 
nella terra, corsela et vinsela: poi V aprile vegnente, con 
ordine del detto messere Corso et suoi seguaci, uno barone 
del detto messere Carlo, nome messere Pietro Ferrante di 
Lingua d'oca, monstró a messere Carlo che i caporali de' 
Bianchi voleono fare contro a lui. vero o bugia che si 
fusse, i caporali et gran parte de' caporali bianchi ebbono 
bando, et furono cacciati di Firenze. Si che, conchiudendo, 
bene dice l'Auttore che prima i Bianchi cacceranno i Neri, 
et poi i Neri cacceranno i Bianchi. I Neri, mandati a' con- 
fini a Castel della Pieve; et ora i Bianchi da' Neri sbanditi 
et cacciati — Verranno al sangue. Però che s'azzuffarono 
in sulla piazza di Santa Trinila, come detto è — Et la parte 
sikaggia. Silvaggia chiama la parte de' Bianchi per messere 
Vieri et suoi consorti , che furono uomini salvatichi et su- 
perbi, per la loro potenzia; overo per la risposta che fece 
messere Vieri a papa Bonifazio, che fu salvatica et non cor- 
tese né trattabile — Poi appresso convieni che. Dice che in- 
nanzi che sieno tre anni , Donati et loro setta torneranno 
in Firenze, et cacceranno i Cerchi: per tre soli s'intende 
tre anni solari, ciò è quando il sole hae corso per xij se- 
gni, et tornato al primo cerchio, ciò é segno che fa que- 
sto corso in dodici mesi: et cosi fu, però che i Donati fu- 
rono cacciati nel mille trecento; poi tornorono nel m. e ccc° iij, 
innanzi pochi mesi che compiessi il terzo anno — Colla 
forza di tal. Dice eh' e Cerchi fieno cacciati colla forza di 
papa Bonifazio, che in prima piaggiava, et non monstrava di 
tenere parte, volendo fare l'accordo — Giusti son due. 
Però che quali fussono questi due non si può comprende- 
re, se non per imaginarsi, puossi errare in discrivergli: 
pure pare che alcuno voglia dire che l'uno fu l'Autore, 
et l'altro Guido Cavalcanti, che più volte consigliaro i Cer- 



172 

chi, ch'erano ili loro parte, ch'egliono si ponessono mente 
alle mani, che questi loro niniici non gli cacciassono, mon- 
strando loro delle vie giuste et ragionevoli, che, se Taves- 
sono tenute, non sarehhono stati cacciati —Superbia, in- 
vidia et avarizia. Dice che la superbia cITebbono i Cerchi, 
trovandosi ricchi et granili, et non curandosi di veruno, 
accese invidia et malvolere nell'animo de 1 cittadini contro 
a loro; et ancora l'avarizia di non spendere dove doveano, 
et jion tenere gli amici ancora ne fu cagione. Et veramente 
pare che TAuttore voglia dire che la superbia de' denari, 
sentendosi grandi; la invidia ch'egli avevono allo stato et alla 
ricchezza de' Cerchi; l'avarizia che gli volgea et movea per 
cupidigia d'avere et acquistare il loro (1), furono queste tre 
le faville che accesono l'animo loro contro a' Cerchi — 
Farinata et il Tegghiajo. Dimanda l'autore Ciacco dov'è 
messere Farinata degli liberti, messere Tegghiajo degli Ami- 
dei, overo degli Adimari; messere Arrigo Giandonati, e'1 
Mosca degli liberti; con ciò sia cosa che fu in loro questo 
vizio della gola. Ciacco risponde che, ben ch'egli avessono 
questo vizio, egli ebbono de' maggiori che l'aggravavano a 
essere puniti più giù, però che '1 Mosca è punito ove sono 
puniti gli scismatici, et gli altri tre nominati nel cerchio 
de'soddomiti — Gli diritti occhi. Ciacco il guardò con oc- 
chi biechi et non diritti, però che non avea intendimento 
di vederlo mai; et fece quello atto che fanno quelli che 
sono nello stremo della morte, guardando gli amici loro 
posano gli occhi fermi loro addosso, et poi gli travolgono, 
come uomini paurosi di morire, et malvolentieri gli abban- 
donano — Esti tormenti. Qui dimanda, se quelli tormenti 
cresceranno dopo il di del giudicio, con ciò sia cosa che 
ora siano qui l'anime, et allora vi saranno i corpi; di che 
Virgilio gli risponde, et dice che torni a specularsi alla 
sua scienzia , cioè alla filosofia , però che da lei , come dalla 
fontana delle scienzie, si può avere buono consiglio delle 
cose morali et naturali: che vuole il filosofo che quanto 

(1) // loro. Le loro facoltà, cioè dei Cerchi. 



> 



• 173 

la cosa e più perfetta più senta il bene et il male, però 
che uno corpo giovane, robusto et bene proporzionato, più 
sentirà ogni tormento ch'egli ara, che non farà uno corpo 
vecchio et debole — Tutto che questa gente. Acciò che que- 
sto vocabolo perfetto non si pigliasse come suona, dice PAut- 
tore, correggendo et chiarendo, che questa perfezione non 
s* intenda avere queste anime, che mai non aranno perfe- 
zione: ma vuoisi intendere che saranno col corpo più et 
più intere, et per conseguente sentiranno più il bene et il 
male — Di là più che di qua. Vuole dire TAuttore che que* 
ste anime aspettono di là dalla sentenzia più che inanzi 
aver pena, come di sopra è detto — Quivi trovammo. Chi 
fusse Pluto è stato chiarito su nella divisione del capitolo. 



CANTO VII. 



Pape Satan, pape Satan, aleppe, 
Cominciò Pluto colla voce chioccia. 
E quel Savio gentil, clic tutto seppe, 

Disse per confortarmi: Non ti noccia 
La tua paura, che, poder ch'egli abbia, 
Non ti torrà (I) lo scender questa roccia. 

Poi si rivolse a quell'enfiata labbia, 
E disse: Taci, maledetto lupo: 
Consuma dentro te con la tua rabbia. 

Non è senza cagion l'andare al cupo: 
Vuoisi nell'alto là dove Michele 
Fé* la vendetta del superbo strupo. 

Quali dal vento le gonfiate vele 
Caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca, 
Tal cadde a terra la fiera crudele. 

Così scendemmo nella quarta lacca, 
Prendendo più della dolente ripa, 
Che il mal dell'universo tutto insacca. 

(1) Non fi torrà. Altri codici leggono, assai meglio, non ri torrà. 



/o 

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa 
Nuove tra va gli e e pene quante io viddi? 
E perchè nostra colpa sì ne scipa? 

Come fa V onda là sovra Cariddi , 
Che si frange con quella in cui s'intoppa, 
Così convien che qui la gente riddi. 

Qui vid'io gente più che altrove troppa, 
E d'una parte e d'altra, con grand' urli, 
Voltando pesi per forza di poppa: 

Percotevansi incontro, e poscia pur li 
Si rivolgea ciascun, voltando a retro, 
Gridando: Percliè tieni e Perchè burli? 

Cosi tornavan per lo cerchio tetro, 
Da ogni mano all'opposito punto, 
Gridandosi anche (2) loro ontoso metro: 

Poi si volgea ciascun, quando era giunto 
Por lo suo mezzo cerchio all'altra giostra; 
Ed io, che avea lo cor quasi compunto, 

Dissi: Maestro mio, or mi dimostra 
Che gente è questa; e se tutti fur cherci 
Questi chercuti alla sinistra nostra. 

Ed egli a me: Tutti quanti fur guerci 
Sì della mente, in la vita primaja, 
Che con misura nullo spendio ferci. 

Assai la voce lor chiaro Pabbaja, 
Quando vengono a' duo punti del cerchio, 
Ove colpa contraria li dispaja. 

Questi fur cherci , che non han coperchio 
Piloso al capo, e papi e cardinali, 
In cui usa avarizia il suo soperchio. 

Ed io: Maestro, tra questi colali 

(1) Ondandosi anche. Perchè a me paja questa lezione migliore 
dell'altra Gridando sempre, vedilo nelle Osservazioni in fino di»! volimi e. 



176 

Dovre' io ben riconoscere alcuni, 
Che faro immondi di cotesti mali. 

Ed egli a me: Vano pensiero aduni: 
La sconoscente vita che i fé' sozzi, 
Ad ogni conoscenza or li fa bruni. 

In eterno verranno agli due cozzi; 
Questi risurgeranno dal sepulcro 
Col pugno chiuso, e questi co' crin mozzi. 

iMal dare e mal tener lo mondo pulcro 
Ha tolto loro , e posti a questa zuffa : 
Qual ella sia, parole non ci appulcro. 

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 
De' ben, che son commessi alla fortuna, 
Per che l'umana gente si rabbuffa. 

Che tutto Toro eh' è sotto la luna, i 

E che già fu di queste anime stanche, 
Non poterebbe farne posar una. 

Maestro, dissi lui, or mi di' anche: 
Questa fortuna, di che tu mi tocche, 
Che è , che i ben del mondo ha sì tra branche ? 

E quegli a me : creature sciocche, 
Quanta ignoranza è quella che vi offende! 
Or vo'che tu mia sentenza ne imbocche. 

Colui, lo cui saver tutto trascende, 
Fece li cicli, e die lor chi conduce, 
Si che ogni parte ad ogni parte splende, 

Distribuendo ugualmente la luce: 
Similemente agli splendor mondani 
Ordinò general ministra e duce, 

Che permutasse a tempo li ben vani, 
Di gente in gente, e d'uno in altro sangue, 
Oltre la difension de' senni umani: 

Perchè una gente impera, e l'altra langue, 
Seguendo lo giudicio di costei , 



1 



177 



Che è occulto, come in erba l'angue. 

Vostro saver non ha contrasto a lei: 
Ella provvede, giudica e persegue 
Suo regno, come il loro gfi altri Dei. 

Le sue premutazion non hanno triegue: 
Necessità la fa esser voloce; 
Si spesso vien chi vicenda consegue. 

Quest'è colei, eh' è tanto posta in croce 
Pur da color che le dovrian dar lode, 
Dandole biasmo a torto e mala voce. 

Ma ella s'è beata, e ciò non ode: 
Con T altre prime creature lieta 
Volve sua spera, e beata si gode. 

Or discendiamo ornai a maggior pietà: 
Già ogni stella cade, che saliva 
Quando mi mossi , e il troppo star si vieta. 

Noi ricidemmo il cerchio all' altra riva 
Sovra una fonte, che bolle e riversa 
Per un fossato che da lei diriva. 

L'acqua era buja molto più che persa: 
E noi, in compagnia dell'onde bige, 
Entrammo giù per una via diversa. 

Una palude fa, che ha nome Stige , 
Questo tristo ruscel, quando è disceso 
Al pie delle maligne piaggie grige. 

Ed io, che a rimirar mi stava inteso, 
Vidi genti fangose in quel pantano, 
Ignude tutte e con sembiante offeso. 

Questi si percotean, non pur con mano, 
Ma con la testa e col petto e co* piedi, 
Troncandosi coi denti a brano a brano. 

Lo buon Maestro disse: Piglio, or vedi 
L'anime di color cui vinse l'ira; 
Ed anche vo* che tu per certo credi, 

12 



178 

Che sotto l'acqua ha gente che sospira, 
E fanno pullular quest'acqua al su mino, 
Come l'occhio ti dice u'che s'aggira. 

Fitti nel limo (ficon: Tristi fummo 
NelPaer dolce che dal sol s'allegra, 
Portando dentro accidioso fummo: 

Or ci attristiam nella belletta negra. 
Quest'inno si gorgoglian nella strozza; 
Che dir noi posson con parola integra. 

Così girammo della lorda pozza 
Grand' arco tra la ripa secca e il mezzo, 
Con gli occhi volti a chi del fango ingozza: 

Venimmo appiè d'una torre al dassezzo. 



179 



CANTO VII. 



. Pape Satan, pape Satan, aleppe — L'Auttore nell' ultimo 
del precedente capitolo trovò Pluto, grande nimico, come 
è stato detto, dell'umana generazione: in questo presente 
dice che, come egli el vidde, il minacciò. Et la cagione che 
"1 mosse fu per trarlo fuori del suo buono proponimento, 
perchè vedea il bene che seguire ne potea. Et però che 
TAuttore hae intendimento di trattare al presente dell'ava- 
rizia, convenevolmente pone Pluto ministro et principale 
in questo vizio, con ciò sia cosa che, come fu tocco di 
sopra, fosse re delle ricchezze; et le ricchezze sono il fon- 
damento della avarizia. Dividesi questo capitolo in quattro 
parti; la seconda comincia quivi: Così scendemmo; la iij 
quivi : Questa fortuna; la quarta et ultima quivi : Noi rici- 
demmo. Et nella prima parte è da notare principalmente 
chi fusse Pluto. Fue questo Pluto, secondo i gentili, re 
d'Inferno; et perchè egli era re di si fatto luogo, non si 
trovava chi dare gli volesse moglie; di che egli la procac- 
ciò in questo modo. Truovasi che nell'isola di Cicilia fu 
sotterrato uno gigante nome Tifeo, et sopra il petto di 
costui fu posto monte Vulcano, et in su n'uno braccio 
monte Peloro, el in sull' altro Pacchino. Questo gigante, 
con ciò fosse cosa che egli fosse sotterrato vivo, si scuote 
alcuna volta, et fa tremare i monti; onde, scotendosi forte, 
una volta fra l'altre s'aperse la terra; onde alcuno raggio 



180 

di sole andò infino in inferno. Temendo Pluto, eh" è posto 
alla guardia d'inferno, che l'anime non uscissono per 
questa fessura, venne fuori dell' inferno, per vedere ove il 
monte fosse aperto; et andando per F isola di Cicilia, vidde 
Proserpina figliuola della dea Ceres, dia delle biade, con 
altre vergini in uno prato che cogliea fiori: di che Pluto, 
essendo saettato da Cupido figliuolo di Venere, il quale il 
punse per volontà della madre, però che Venus volea che 
la sua signoria si stendessi in inferno come era distesa 
et nel mondo et ne' cieli; di che, essendo Plutone per la 
saetta di Cupido inamorato di Proserpina, la prese tra 
quelle giovani et menolla allo 'nferno, et fa sua moglie; 
che in altro modo non la potea trovare; et menolla iù sul 
carro suo, eh' è di tre ruote, et però si chiama trige, me- 
nato da tre cavalli. Diceono ancora che questo Pluto avea 
uno cane, com' è detto, et che avea nome Cerbero, con tre 
gole et con tre capi, et i crini del cane con tre ruote pieni 
di serpenti, a significare la continua sollecitudine de' pen- 
sieri che mordono et trafiggono. Ancora diceono che gli 
fu data una città nome Dite. Et questa città ha le mura 
sue di ferro, et piena xli cittadini et di baroni, i quali 
baroni ponevono essere furie infernali. La verità nascosa 
sotto questa favola sta in questo modo. Saturno fu re del- 
l' isola di Creti, et ebbe uno suo fratello nome Titanio, il 
quale, essendo ito altrove, trovò Saturno in tutto avere 
preso la signoria. Titano raddimandò la parte sua, di 
che furono in questa composizione; che il reame fosse di 
Saturno mentre che egli vivesse, et tre figliuoli ch'egli 
avea dovesse uccidere, si che, doppo la morte di Saturno, 
il reame venisse a lui et a' figliuoli; di che la moglie di 
Saturno Noobis (i), con Rea avola de' fanciulli, nascosono 
questi tre fanciulli in una montagna ch'era in una grande 
selva nell'isola di Creti, mostrando d'averli morti. Cre- 
scendo questi fanciulli, Jove, che era il maggiore, cacciò 
Saturno dal reame; onde Saturno se ne venne in Italia, 

(I) Noobis. Questa s'intenda essere Opc. 



* 181 

et fu il primo che insegnò seminare la biada e '1 grano B J^n^j£ 
a 1 Tali a ni, che infino a quel tempo erono stati contenti a ;*• ìiao « nò »» 

7 -ir I lali« a semi* 

quello che producea da sé la terra. Et si fondò una citta n*«i twe e 
in Italia, che per lui fu chiamata Saturnia, et oggi è chia- 
mata Su tri. Et perchè Saturno fu il primo che insegnò 
seminare il grano et di quello fare pane, si dipinsono 
Saturno doppo la sua morte uno vecchio a cavallo colla 
falce et colle spighe in mano. Jove, rimaso signore in Creti ri^osigiore 
per la cacciata del padre, divise il reame tra' fratelli et sé. dl Creti " 
A Jove toccò monte Olimpo, eh 9 è uno altissimo monte, 
con ciò che soggiogava d' attorno; et perchè il cielo si 
chiama Olimpo, fu chiamato Giove iddio, et re del cielo. 
A Nettuno, secondo fratello, toccò quella parte eh' è cinta 
da quello mare eh" è chiamato il mare mediotro; et perchè 
la signorìa sua si stese molto per lo mare, fu chiamato t«£a ift 
Nettuno da quelli antichi iddio del mare. A Plutone toccò medUerrano - 
quella parte che ha per confine il mare, il quale chiama- 
no i Greci mare inferiore; eh' è a loro inferiore, perchè 
verso il ponente, e a noi il contrario, eh' è verso il levan- 
te: et da questo inferiore fu detto iddio dello inferno, cioè 
del mondo di sotto. Ora, fatta questa divisa fra costoro, 
che divisone* a sorte, et stando Pluto in questa parte che 
a sorte gli era tocca, tristissimo uomo et d'ogni mala con- 
dizione, fu chiamato, oltre al diritto nome Orco, che tanto 
vuole dire quanto ri tenitore di morte; et questo perchè 
egli ritenea tutti uomini malandrini et micidiali, che ucci- 
devono, rubavono et davono morte. Et essendo di si mala 
condizione, non era veruno che dare gli volesse moglie; 
onde, essendo nell'isola di Cicilia, una vergine figliuola 
di Ceres reina di Cicilia, la quale fu chiamata iddea della 
biada, però che la sagacissima femina fu la prima che in- 
segnò seminare il grano et la biada in Cicilia; questa Pro- 
serpina per la sua bellezza era molto nominata, tanto che 
Pluto, udita la fama, la quale si può assimigliare a quello 
lume che apparve in inferno, si mosse ron sua gente; et 
trovata questa fanciulla in uno prato fra altre giovani et 
colla madre, che s'andavano a spasso non molto di lungi 



182 

a Saragusà, Pluto che la conobbe, la prese, e posela in su 
n'una barchetta di pochi remi, et questo fu il carico suo, 
et menollane in suo paese: et perchè Pluto fu detto re 
d'inferno, costei, fatta sua moglie, fu chiamata reina d'in- 
. ferno. Dicono ancora che Pluto fu signore di Dite, et da 
questa città fu nominato Dispiter. Questa Dite tanto vuole 
dire quanto ricchezza; et procede da questo verbo dito, 
ditas, che sta per Arricchire: et fu data a Pluto, perch'elli 
fu ricchissimo uomo et avaro, et ricchezza non si può fare 
senza avarizia. Poneano a questa città mura di ferro, a 
significare la durezza et la tenacità di coloro che sono 
avari in tenere tenacemente i denari senza spendere. I cit- 
tadini che sono dentro a Dite sono quelle furie infernali, 
le quali significano V angoscie e le sollecitudini et i pen- 
sieri, le quali affliggono et divorano gli avari, pensando 
pure il modo come possono arricchire. Ancora* si può dire 
che, perchè la ricchezza di Pluto si fece di quello che 
anticamente si faceano le ricchezze, di grano et di biada, 
perchè non usavono altra mercatanzia, convenevolmente 
Proserpina figliuola della Dea della biada essere moglie di 
Plutone. Nella seconda parte secondariamente segue che in 
questo cerchio sono puniti i prodighi et gli avari. È la 
prodigalità opposita alla avarizia; et tengono gli estremi, 
ugualmente di lungi dal mezo. È V avarizia Auri cupidità*. 
Et è da sapere che infino al tempo di Saturno questo vizio 
si potea dire non essere entrato nel mondo; però che infino 
a quel tempo, che fu la prima età (et chiamossi l'età del- 
l'oro, però che fu la migliore et la più nobile dell'altre 
età, come l'oro è il più nobile et il migliore degli altri 
metalli); a quelli tempi erono gli uomini contenti de' loro 
campi et di quello che la terra produceva per se medesi- 
ma. Gli armenti erano a comune, i campi non erono divisi. 
Non bisognava mettere i carboni sotto i termini , acciò che, 
se il termine fusse divelto, i carboni, che non infracidono 
mai, si trovassono. Ma poi che questi due pronomi mio e 
mìo e tuo. tuo vennono nel mondo, venne il vizio della avarizia: ven- 
ne però che ciascheduno ha desiderato d'avere i termini 



{83 

delle terre di lungi alle sue case: prestare a usura: fare 
i mali guadagni. Larghezza é Virtù che tiene il mezzo di 
questi due vizj: Avarizia tiene la parte di sopra: Prodiga- 
lità quella di sotto. Et come Avarizia è cupidità d'acqui- 
stare et di ritenere quello che spendere si dee, così Pro- Prod^auu 

n r ' e avarizia. 

di gal ita è gettare via il suo come non si dee, et spendere 
dove non si conviene. Ora per questi due vizj, cioè avari- 
zia et prodigalità, che sono puniti in uno medesimo cer- 
chio, puossi fare quistione qual sia maggiore peccato. Et, 
secondo che tratta Aristotile nel quarto dell'Etica, F avari- 
zia è maggiore, però che l'avaro fa male a se medesimo, 
et del suo veruno uomo sente mai veruno bene. Il prodigo, 
come che egli spenda male et dove non dee, pure alcuna 
volta di quello ch'egli getta si sente alcuno bene, et per 
conseguente pecca meno. Et ancora per un altra ragione: 
r avaro sempre cresce nel vizio dell'avarizia; et quanto 
più viene in tempo (1), però che più ha bisogno et meno può 
procacciare, diventa più avaro. Il prodigo, però che quanto 
più viene in tempo più ha speso et più gli manca da 
spendere, scema il vizio; et per conseguente il vizio è mi- 
nore. Poterebbesi qui argomentare, et riprendere l'Auttore 
in questo modo. Se '1 vizio della prodigalità è minore che 
quello dell'avarizia, perchè punisce l'uno et l'altro in 
una medesima pena, in uno medesimo cerchio? Il quale 
argomento si può rimuovere in questo modo. Il peccato 
dell'avarizia, come ch'egli sia maggiore in se medesimo, 
niente di meno colui che pecca in avarizia non pecca più 
che '1 prodigo, però che l' avarizia procede quasi da natura, 
che naturalmente gli uomini desiderano d'avere. La prò. 
digalità procede da sciocchezza et da bestialità, et però, come u pro- 
contrapesato l'uno coli' altro peccato, ugualmente peccono. d'ieri P e™™ 
Ancora, benché il prodigo invecchiando si rimanga del J«ri°sono 8 pu- 
vizio, questo gli avviene, non per propria volontà, ma per- nit1, 
che gli manca robba, onde non ha più che spendere; et 
benché il suo spendere alcuna volta farr/i bene ad alcuno, 

(2) Viene in tempo. Cresce negli anni, Invecchia. , 



184 

questo non è perclr egli sei creda fare: et Iddio non misura 
secondo V opera , ma secondo V operante. Onde , ricolte 
queste ragioni, TAuttore ragionevolmente dice che la giu- 
stizia di Dio punisce con uguale pena in uno medesimo 
cerchio il prodigo et V avaro. Ancora si può dubitare, però 
che pare che TAuttore descriva quasi tutti coloro che han- 
no peccato in questi due vizj essere cherici, se i cherici 
sono prodighi. Rispondesi di si; che, bene che paja comu- 
nemente i cherici tutti essere avari, non di meno e' sono 
ancora prodighi, però che il Papa, dispensando i benefizj 
a 9 cardinali, agli arcivescovi, et a" vescovi, in dispensare i 
benefizj senza provedere s' egli il mentono o no, pure che 
venga in pensiero, o per amistà o per parentado, dà questi 
suoi benefizj a uomini a cui non si convengono; et cosi 
successivamante fanno gli arcivescovi et vescovi in dispen- 
sare quello che hanno a dispensare; si che gli danno come 
non si conviene, et dove non si conviene: onde peccono 
forse altrettanto in prodigalità quanto in avarizia. Dice 
ancora PAuttore che sono puniti gli avari et i prodighi in 
questo modo, che, riscontrandosi insieme a' due punti del 
cerchio, portono gravissimi pesi, et con questi si percuo- 
tono insieme, rimproverando l'uno all'altro il vizio suo, 
dicendo: Perchè tieni? il prodigo air avaro, perchè rauni? 
et l'avaro dice al prodigo: Perchè burli? cioè spendi et 
getti come non si conviene? Et questo non vuole significa- 
re altro, se non gli avari, in pensare come egliono possono 
raunare, s'affaticono con andare et in ponente et in levante 
con gran fatica et con gran rischj che occorrono loro; et 
questi sono loro gravissimi pesi: et similmente i prodighi, 
pensando come egliono abbino danari da potere spendere. 
Et ancora hanno compunzione gli avari veggendo i prodi- 
ghi, però che si ricordono et aveggonsi meglio del loro 
vizio; et i prodighi, veggendo gli avari, però che, come 
dice il filosofo: Obposita juxta se posila magis elucescunt. 
Et queste sono le villanie che vuole dire TAuttore ch'elli 
si dicono insieme. Vanno costoro a percuotersi per uno 
camino fatto a modo d'uno cerchio, a dimostrare che que- 



18B 

ste loro pene sieno eterne, però che ogni cerchio in lui 
non si vede il principio, et cosi non si vede il fine. Simil- 
mente, benché il peccare di costoro abbia avuto principio, 
la pena eh 9 è loro imposta sarà senza fine. Quello che 
resta alla terza parte apparirà chiaro nella sposizione del 
testo. Alla quarta ancora rimane, et de'si notare che l'Àut- 
tore pone ancora esser puniti in questo cerchio Tira et 
l'accidia, che sono due vizj obpositi, il cui mezzo è la 
virtù della temperanzia. È adunque Ira uno disordinato 
appetito, onde il filosofo: Ira est appetitus vindictae; et è 
da recare qui in esemplo che Iddio fece i quattro elementi. 
Questa (1) riceve ingiuria non solamente da coloro che per 
trovare V oro et gli altri metalli la cavano, la forano, le 
traggono le sua interiora , ma ancora da' lavoratori, che 
continuamente la volgono colle vanghe, cogli aratri. In su 
questa terra sono posti i gran templi deg1'iddj, et i gran 
palagj de" nobili et potenti uomini; et di questa terra, che 
è tanto umile, fece Iddio et formò l'uomo de limo terrae, 
cioè di quello fiore della terra. Si che, se V uomo si recasse 
a memoria di che egli è fatto, non piglerebbe sdegno 
(F ogni picciola cosa, et per conseguente non si moverebbe 
cosi spesso a ira. È ira secondo il filosofo appetitus vindi- 
ctae. Viene adunque Tira negli uomini in tre maniere, però 
che sono molti uomini i quali per ogni picciola cosa s'a- 
dirono, ma incontanente tornono; et questa cotale ira pro- 
cede dalla collera: altri sono che non per ogni cosa, ma 
per grande ingiuria s'adirono forte, et cercono di vendi- 
carsi, et dura loro assai l'ira: nella terza et ultima con- 
dizione sono quelli i quali si penono assai adirare, et tanto 
dura in loro questa ira ch'ella si converte in odio, et mai 
non esce loro, s'egli non si vendicono. Sono puniti adun- 
que costoro in questa palude di Stige; et pertanto quella 
caldezza dell'acqua che bolle hae a significare quella col- 
ti) Questa. Qui senza fallo manca qualche cosa; e senza fallo, 
noverando gli elementi, il commentatore si fermò sulla voce Terra, alla 
quale si riferisce il pronome questa, da cui ha principio il periodo. 



186 

lera che muove la prima condizione degli adirati; però 
che questo umore della collora è caldo et secco, simile a 
questo colore della palude. La mota in che egli sono con- 
fìtti, et il fumo ch'esce di quello, hae a significare la 
seconda condizione degli irati; la mota hae a significare 
quello umore tenero, il quale è cagione della seconda ira; 
et quel fummo la cechità della loro ignoranzia; la tenerezza 
dell'acqua hae a significare la terza et ultima condizione 
degl'irati, però che quelli che hanno convertita per lun- 
ghezza di tempo Tira loro in odio, non è senza maninco- 
nia grande, la quale maninconia hae a dimostrare questa 
tenerezza dell* acqua, però che maninconia è detta da milan, 
graece, quod latine dicitur niger, cioè nero. Sono ancora 
puniti nel quinto cerchio gli accidiosi; che l'accidia, com'è 
detto, è opposita all'ira; et secondo il filosofo, l'accidia è 
un vizio per lo quale gli uomini non si curono di veruno 
bene, et non s'adirono di veruna ingiuria, et è madre de 
vizj: Accidia namque est vitiorum mater, noverqa virtutum. 
L'accidia è madre de' vizj, matrigna delle virtù. Ora per- 
chè il giudicio eterno vuole che la pena sia conforme al 
peccato, sono questi accidiosi posti nel fango di questa 
palude; acciò che questa loro accidia, la quale muove da 
pigrezza et da freddezza d' animo, porti pena per lo suo 
contrario; et sieno riscaldati da quello bollore et da quella 
caldezza dell'acqua. Il fummo del padule vuole significare, 
com' è detto, la cechità della ignoranzia, però che l' essere 
accidioso et non attendere a veruno bene, questo non pro- 
cede se non da poco conoscimento. La nerezza dell'acqua 
altro non vuole mostrare, se non 1' oscurità della loro vita, 
la quale fu offuscata, né fama ebbe d'alcuna virtù, né 
splendida d'alcuna chiarezza di nominanza. Il fango in che 
egliono erono involti, et gorgoglia vono nella strozza, hae 
a monstrare la loro viltà, però che gran viltà è a non 
curarsi di veruno bene né di veruna virtù. È il fango vi- 
lissima cosa, et pertanto sono aviluppati nel fango, come 
in cosa vilissima. Ornai, veduto questo, è da venire alla 
sposizione della lettera. 



187 

Pape Satan, pape Satan, aleppe. L' A littore, continuan- 
do sua materia, dice che Pluto, quando egli ebbe veduto 
FAuttore, cominciò a gridare. Questo Pluto, secondo le sto- 
rie antiche, fu figliuolo di Saturno, et fu, secondo i poeti, 
marito di Proserpina, com'è detto; il quale, come vidde 
FAuttore essere vivo et andare per lo 'nferno, si maravi- 
gliò; et ancora temette di lui forse, perchè altra volta 
erono discesi due volte ivi allo 'nferno chi (1) V una vol- 
ta et T altra V aveano oltreggiato: prima quando vi scese 
Teseo et Penteo; l'altra quando Ercole andò per trarne 
Proserpina; che scrivono i Poeti eh' egli prese Cerbero cane 
di Plutone, et con una catena il misse fuori d' inferno, et 
a Pluto jpeló la barba; di che Pluto, veggendo FAuttore, 
temette un' altra volta non ricevere il simigliante. Et è da 
notare che chiunque TAuttore noma il minacciono per farli 
paura, per trarlo dal suo buono proponimento, perchè ve- 
deano il bene che ne potea seguire: Caron con gli occhi 
di brascia il minacciò: Cerbero gli mostrò le sanne: Pluto 
lo spaventa. Dice adunque Pluto gridando: Pape, quocl est 
adverbium admirandi; et è vocabolo greco; come che ancora 
i nostri gramatichi l'usano: et viene da questo vocabolo 
papa, da papas grece quod latine dicitur admiratio. Papa 
stupor mundi eie. Satan, idest Satanas. Cristo il chiamò 
Satan. Ora, perchè Pluto il chiama due Volte, è da sapere 
che questo iterare è segno d'affettuoso parlare. Alep est 
interiectio dolentis; et tanto vuole dire quanto oimè; et è 
vocabolo ebraico, et è la loro prima lettera a modo come 
la nostra è A. Onde ogni fanciullo, com'egli è fuori del 
corpo della madre comincia a piangere, et piagnendo dice 
et canta questa lettera — Colla voce chioccia. Gli uomini che 
hanno uno subito accidente, o di paura o di maraviglia, 
non parlano con voce chiara, volendo subito questa cotale 
paura o maraviglia manifestare; et però Pluto, chiamando: 
Satan oimè, dicendo: questa che maraviglia è, non lo pro- 
nunziò con voce chiara, ma con tremante et roca — La 

(i) Chi, usato ellitticamente, suona qui Alcuni i quali. 



/ 



188 

tua paura. Non ti noccia tua paura, eh' egli non ci può 
tórre V andata allo 'nferno — Enfiata labbia. A quello su- 
perbo aspetto di Plutone, disse Virgilio: Consumati colla 
rabbia tua; e vuole dare a intendere che li avari portono 
penitenzia de' loro peccati, con ciò sia cosa che col pen- 
siero et coir agone (1) d'acquistare si rodono dentro et con- 
stili) onsi — Fé la vendetta. San Michele Angnolo fé la ven- 
detta di Lucifero, il quale per superbia, venendogli nel- 
l'animo d'essere simile a Dio, incontanente fu cacciato 
da santo Michele et dagli altri buoni agnoli , che rimasono 
in cielo. Egli cadde nel profondo d' inferno. Chiamalo Strip- 
po, però che qualunque sforza una vergine è detto questo 
peccato strupo; cosi Lucifero volle sforzare e ledere la 
deità del cielo, la quale è incorrotta et immaculata — Quali; 
chiaro appare — Così scendemmo. Lacca si chiama una 
parte della coscia da lato dell'animale, cosi per similitudine 
il fianco ciò è la costa del monte, et dice quarta; il primo 
cerchio è Limbo; il secondo quello della Lussuria; il terzo 
della Gola; il quarto è questo dell'Avarizia — giustizia 
di Dio. Justizia è vocativo; et voglionsi questi versi con- 
struire a questo modo: giustizia di Dio, chi stipa, cioè 
impone, tante pene et travagli quant' io vidi? perchè nostro 
peccare se ne guasti, cioè se ne sconci, et non si pecchi 
più — Come fa V onda. Egli è da sapere che al Faro di 
Messina, dov' è monte Pelloro, v' è il mare strettissimo tre 
miglia o meno; et ivi si divide Cicilia da Italia et da Cala- 
vria; però detto il Faro, a faros quod est dicmo. Quivi si 
divide monte Pelloro da monte Apennino: et ben pare, a 
chi guarda le dirupinate, essere stati uno monte medesimo; 
et cosi dice Virgilio essere stato uno monte solo. Ivi in quello 
stretto v' ha due luoghi pericolosi fra Cicilia e Calavria, che 
uno ha nome Siila, et l' altro Cariddi; et lasciando stare le 
finzioni poetiche, Siila è dove è grande ravolgimento d' ac- 
que, però che ivi si percuote l'uno mare et l'altro insie- 

(1) Agone cioè Brama, Desiderio ec. E da questa voce è formato 
il verbo Agognare. 



189 

me, et fanno una revoluzione, a modo come noi diciamo 
qui r acqua ritrosa; ove ogni legno che ivi capita conviene 
che vada al fondo. Et è uno altro presso di questo che si 
chiama Cariddi, et da questo si guardano i marinaj, però 
che ivi si congiugne questo mare che confina Italia dal- 
l'una parte che si chiama Tirreno, col* mare groneo (1), cioè 
greco. Ora quivi gonfia il mare per sua natura, et qualun- 
que legno s' abattesse ivi in quel punto, non può fallire 
ch'egli non pericoli. Fa FAuttore similitudine al percuotere 
che fanno quelle onde et quelle anime voltando pesi per 
forza di poppa; et pone qui la poppa per lo petto — Per- 
chè timi et perchè burli. Rimprovera F uno alF altro il vizio 
sup, dicendo il prodigo: Perchè tieni? cioè perchè non spendi? 
l'altro dicea: Perchè getti via il tuo? et cosi qui sono 
puniti gli avari et i prodighi, che sono gli estremi della 
magninimità: et pone FAuttore essere puniti in questo cer- 
chio, questi due peccati, che negli altri cerchi di sopra 
non punisce se no uno; però che nel primo cerchio la Lus- 
suria, nel secondo la Gola, in questo F avarizia et la pro- 
digalità — Per lo cerchio tetro tanto vuole dire quanto 
oscuro, et qui il pone per scalpitato e pesto — Loro ontoso 
metro. Metro, come che molti vogliono intendere il par- 
lare in prosa, egli è propriamente il verso che fa il poeta, 
et i versi sono misurati da piedi et da sillabe — Et se 
tutti fur chetici. Virgilio risponde alFAuttore, ma non ad 
interogata; et dice che tutti fuor guerci in non spendere 
dirittamente, come o dove doveano; come il guercio, che 
non vede la cosa dirittamente come ella è, ma la sua luce 
travolta gliel fa parere altrimenti. I guerci naturalmente 
non hanno diritta anima. Dice che quelli che non hanno 
coperchio, perchè hanno la cherica,non v'hanno i capelli 
che sono coperchio del capo, furono papi et cardinali, che 
furono oltre a misura avari. Et è da sapere che tutti i 
cherici portano la cherica, a riverenzia di santo Piero papa, 0ndo priina 

però che santo Piero, andando predicando fra gF infedeli n . ac «l ucIa do- 



rica. 



fi) Grotwo intendilo per discrizione Jonio. 



190 

la fede di Cristo, fu preso per farne strazio, et fugli fatta 
quella cherica per schermilo, come si fa d'uno pazzo. An- 
cora vuole significare, quella ghirlanda de' capelli d' attorno, 
la corona della gloria; si che i preti, essendo contenenti 
come debbono, non sono degni di picei ola, ma di grandis- 
sima riverenzia — Ad ogni conoscenzia. Tennono vita si 
misera ch'ella tolse loro ogni cognoscenzia — In eterno 
verranno. Cioè eternalmente si cozzeranno — Questi risur- 
geranno. Cioè gli avari al di del giudicio, per mostrare 
T avarizia loro, risurgeranno col pugno chiuso, no spen- 
denti; et i prodighi co' capelli mozzi, a significare la loro 
prodigalità. Et è da sapere che i capelli sono simigliati 
alle sustanzie temporali , però che i capelli non hanno ve- 
runo omore né veruna forza, et spiccati dal capo, non sono 
per loro medesimi nulla; cosi le sustanzie temporali non 
hanno in loro veruno bene, né veruna potenzia, se non 
solamente quella che danno loro gli uomini; et levate da- 
gli uomini, per loro medesime non sono nulla. È vero che 
pare che dieno alcuna adornezza agli uomini mentre che 
stanno con loro: cosi i capelli sono per ornamento del 
viso, et mentre sono in sul capo danno grande ornamento 
al capo et al viso; onde dice un Poeta che, se Venere fosse 
senza capelli, non piacerebbe al suo Marte — Mal dare et 
mal tenere. Dice che '1 tenere quello che si conviene spen- 
dere, et spendere quello che si conviene tenere ha tolto 
loro il mondo bello, cioè il cielo, che è adorno di tante 
stelle — Quale ella sia parole non e 5 inpulcro. Inpulcro è 
verbo innovato, et declinasi pulcro pulcras, per addornare 
per imbellire. Qual sia, vuol dire, questa zuffa, io non ci 
addorno parole, cioè non ci spendo — Or puoi veder, figliuo- 
lo. Tu puoi vedere di quanta potenzia sieno i beni tem- 
porali — Questa fortuna di che tu mi tocche. Chiaro appare 
— Creature sciocche. Il non cognoscere i beni della fortu- 
na, dice a' mortali, procede dalla vostra ignoranza, eh' è 
grande cecili tà a non cognoscere; et siete ingannati: come 
chi pensasse che'l ghiaccio, ponendolo al petto, dovesse 
rendere caldo, così similmente è a pensare eh* e beni tem- 



191 

porali possono dare alcuna felicità — Colui lo cui saver 
tutto. Iddio, il sapere del quale trascende, ciò è trapassa 
et avanza ogni altra cosa, fece i cieli, ciò è la nona spera, 
dov' è la inmagine di tutti i cieli, et da questa prende for- 
ma T ottava spera, dove sono le stelle fisse, et i sette cieli 
de 9 pianeti; et secondo che vuole Aristotile, la divina mente, 
quasi come operante continuamente, per non stare oziosa, 
governa senza veruno mezzo questa nona spera, però che 
hi è il principio degli altri cieli, et (Fonde ogni altro 
piglia forma: et se questa nona spera fosse manca in ve- 
runa parte, tutti gli altri cieli converrebbe che fossono 
manchi, come causati da questo: et però è di bisogno che 
"1 primo sia governato da governatore infallibile, come la 
mente divina che non può fallire. L'ottava spera, dove 
sono le stelle fìsse, prende forma da questa prima causa; 
et è come una imagine et uno esemplo agli altri cieli. 
I sette cieli de' pianeti hanno ciascuno una intelligenzia 
separata, la quale, mediante Iddio, gli governa et regge; 
però che'l sole et la luna. Mercurio, et Marie non sono 
corpi sensibili, quantunque egliono abbino di chiarezza; 
et pertanto bisogna una intelligenzia che gli governi Si 
che, conchiudendo, Idio diede a questi cieli chi li conduce. 
— Si eh 9 ogni parte a ogni parte. Ogni pianeto, ogni stella, 
risplende ugualmente in ogni luogo, secondo che i luoghi 
hanno bisogno, però che altrimenti bisogna essere lumino- 
so più uno luogo che uno altro; et però distribuisce ugual- 
mente la sua luce, non uguale secondo la qualità della 
luce, ma secondo la qualità di colui che la può ricevere, 
però che cosi è pieno uno piccolo vaso d'acqua come uno 
grande, come che il grande ne tenga più — Similmente alti 
splendor mondani. Ora dice l'Auttore che, come Iddio diede 
le intelligenzie che governassono i cieli, cosi a questi beni 
temporali diede et dispose et ordinò una, che fosse gene- 
rale ministra, et che gli conducesse; et questa tale è chia- 
mata Fortuna. Perch'ella abbia questo nome più che altro 
non c'è altra ragione, se non che perchè piacque a colui 
che prima la nominò di chiamarla cosi, come Piero et 



192 

Martino. È delta questa fortuna providentias ministra, et 
divinarum voluntatum executrix; et perdi' eli' è esecuzione 
delle divine volontà, dice TAuttore che la providenzia di 
Dio P ha commesso che permuti i beni del mondo d' una 
gente in un'altra; et cosi veggiamo che ella fa: però che, 
in. fra gli altri regni, quattro sono stati i maggiori, et come 
l'uno è mancato, et l'altro é su levato colla forza di que- 
sta fortuna. Et prima fu la signoria in Oriente nella città 
di Babillonia, che cominciò da Nino al tempo d'Abraam; 
poi mancata, fu quella de' Cartaginesi, eh' è nel meriggio, 
che cominciò al tempo di quelli che judicavono Israel , sot- 
to Tola duca, quando Cartagine fu posta et compiuta; poi 
venne nel settentrione in quelli di Macedonia, che comin- 
ciò da Alessandro al tempo de' Macabei: ultimamente, man- 
cato questo, venne ne' Romani, che sono nel ponente, il 
quale ebbe suo principio da Romolo, che edificò la città 
di Roma. Et cosi d'uno in altro sangue; però che in una 
medesima città si vedea una famiglia signoreggiare et es- 
sere i maggiori della terra; et incontanente questa fami- 
glia mancare, et una altra sorgere, et cosi fare successiva- 
mente — Oltre la difension de 9 senni umani. Nulla tamen 
providentia fatum imminens movieri potest. Dice Titulivio 
nella terza Deca che'l fato, cioè la fortuna, non si può 
muovere, né' essere rimossa, per veruna providenzia uma- 
na; et con costui s'accorda l'Auttore, però che questi mo- 
vimenti della fortuna (et cosi sono da pigliare le parole 
dell'Àuttore) procedono da volgimento de' cieli; et questi 
loro corsi non si possono ritenere, come l'età degli uomi- 
ni non si può ritenere ch'ella non fugga; però i senni 
umani non si possono difendere che questa fortuna non 
volga le cose del mondo come è di suo piacere. Puossi 
bene (però che'l movimento de' cieli non ha signoria so- 
pra l'anima, con ciò sia cosa che l'anima degli uomini 
fosse fatta di sopra i cieli nel grembo* di Dio) rifiutando 
questi beni temporali et non apprezzandogli niente: colui 
che cosi fa la fortuna non gli può nuocere di niente — 
Perchè una gente impera. Dice ancora che, seguendo i giù- 



183 

dicj di costei» una gente ha signorìa et un altra è sotto- 
posta; i quali giudicj Tengono si occultamente che gli 
uomini non se ne possono preaccorgere, però eh' elli ven- 
gono occulti come quello serpente che si chiama Anguis, 
il quale sta sempre nascoso nell' erba , et è quasi del co- 
lore dell'erba — Vostro saver non ha. Il sapere degli uo-^J $JjS£: 
mini non può contastare che questa fortuna non faccia il JjjJj^JJjJ ^ 
corso suo, se non in quella forma che detto è; però che, fortuna. 
come gli altri iddei governono i loro regni, cosi costei 
governa queste cose del mondo, come le intelligenzie i 
cieli. Et chiamala iddea, seguitando il modo de* Gentili, o 
veramente lo stilo poetico, che quelle cose ch'erano eter- 
ne, et pareva loro che molto durassono, le chiamavono 
iddee; ma secondo il vero, altro che le creature intelligenti 
non si possono chiamare iddee propriamente; et queste si 
possono chiamare per participazione — Le sue permutazion 
non hanno. Continuamente questa fortuna fa il suo ufficio 
in volgere, in muovere, queste cose del mondo senza dare 
opera o altro studio, se non continuamente operare, però 
che il movimento de' cieli è continuo, et cosi l'operare 
della fortuna — Questa è coki. Gli uomini che hanno avu- 
te le grandi ricchezze, i grandi stati, che sono doni della 
fortuna, sono quelli che più la biasimano et più la vitu- 
perano, quando egli la perdono, che none a cui ella non 
die mai nulla di bene (1) — Coli* altre prime creature. Con 
ciò sia cosa ch'ella aoperi coli' altre intelligenzie de' cieli, 
insieme si gode con loro, et non cura il dire de' mortali. 
Ora, poi che detto è universalmente che cosa è fortuna, è 
da chiarirla in particularità. Fortuna non è altro che uno 
effetto singulare dell' universale movimento de' cieli : et 
questo cotale effetto singulare è quello che si chiama for- 
tuna, perchè fortuna più ch'altro nome non ci ha veruna 
ragione, se non che piacque agli antichi di chiamare que- 
sto effetto cosi, come Piero et Martino a beneplacito — Già 

(1) Più la vituperano.... che none a cui ec. La vituperano più di 
coloro, a cui ella non ha mai dato nulla di bene. 

13 



194 

ogni stella. Dice eh 9 era passata la mezza notte , et questo 
dimostra perchè ogni stella di scende a al suo ponente. Et 
è da sapere che, di verno o d'istate che sieno, le stelle 
infìno a mezzanotte montano infino a quel punto eh' è 
nel mezzo di questa nostra concavità del cielo, et da mezza 
notte inanzi discendono verso il loro ponente. Et è da 
sapere eh 9 egli era stato in questo suo camino più d' una 
mezza notte, però che dice che quando si mosse ogni stella 
saliva, che comincionno a salire nel principio della sera, 
et nel principio del secondo capitolo di questa prima can- 
tica dice: Lo giorno se n'andava et l'aere bruno — Noi 
ricidemmo il cerchio. Dice che riciderno il cerchio, cioè pre- 
sono una via a traverso, per andare all'altra riva, sopra 
una fonte che continuamente bolle et versa l'acqua per 
uno ruscelletto che scendea da quella. Et ù da sapere che 
in Inferno non ha riva, né acqua, né fonte, però che ivi 
non giungono le veni dell'acqua; si che si dee intendere 
che quella fonte fosse fatta per arte della divina giustizia. 
— V acqua era buja. Il perso è colore nero, et è meno 
che nero. Dice che l'acqua era più buja che persa, si che 
resta che l'acqua fosse nera; di che, seguendo questa 
acqua, vennono in uno luogo, dove questa acqua discesa, 
fa una palude a piò delle ripe grigie, cioè bige, la qual 
palude si chiama Stige, che tanto vuole dire quanto tri- 
stizia in latino. Ora, secondo le Azioni poetiche, questa 
palude infernale discende da uno luogo che si chiama 
Acheronte, et è questa Stige notrice et alberga trice degl' 
iddii: et ha una figliuola nome Vittoria, la quale fu in ajuto 
agi' iddii quando combatterono co' giganti; onde gli dii vin- 
sono, di che per questi benefizi ricevuti da Slige gli dii non 
ardiscono di giurare per Stige, et temono spergiurarsi per 
la sua deità : onde Virgilio nel vj°: Dii ejus jurare tìment 
et fallere numen. Sia, quello che importa la Azione poe- 
tica, in questo modo. Stix, com'è detto, vuole dire tristi- 
zia: Acheronte, onde discende, è interpetrato sine gaudio; 
et questo è vero, che quando gli uomini sono senza alle- 
grezza incontanente nasce in loro tristizia. Dicono ciré 



495 

notrice e albergatrìce degr iddìi; et qui è da sapere che 
tristizia è di due maniere: l'una è quando gli uomini pi- 
gliono tristizia d' i falli et d" i peccati che hanno commesso, 
et senza sodisfare a' peccati si stanno maninconosi; et di 
questo nasce accidia, che è peccato mortale. L'altra tri- 
stìzia è quando gli uomini , avendo pentimento de' loro 
peccati, incontanente n'hanno tristizia, et pentonsi d'aver* 
gli fatti, et incontanente corrono alla sodisfazione; et que- 
sto è buono pentere et virtuoso, perchè gli uomini virtuosi 
si possono chiamare iddìi per participazione. Pertanto gli 
uomini che hanno prima la tristizia nell'animo, et poi 
della loro tristizia nasce loro contrizione, in questo cotale 
animo ben disposto, cioè in questa tristizia, si può dire 
che alberghino gli dii, et ch'ella sia notrice et creatrice 
degli dii. Per la figliuola, che si chiama Vittoria, si dee 
intendere che questi uomini virtuosi, doppo questa sodisfa- 
zione hanno vittoria contro a' giganti, ciò è contro a' pec- 
cati; et finalmente hanno questa altra vittoria in vita etter- 
na, disfatti et vinti i lor peccati. Ancora per altro modo, 
in Egitto è questa palude di Stige piena d'attorno di pa- 
piri, cioè di quelli lai giunchi, et però che al tempo del 
verno il sole et gli altri pianeti in gran parte sono di 
lungi et più lontani che d'istate da noi, et massimamente 
verso quello paese d'Egitto, diceano i pagani antichi, con 
ciò sia cosa che '1 sole trae verso l' aere tutte le umidità 
della terra, et e'parea loro scendere il sole verso questa 
palude, et trarne l'acqua per suoi razzi, che poi bagnava 
la terra (il sole, et gli altri pianeti, perchè pareano loro 
etemi, gli chiamavono iddii), pertanto poetando diceano 
che gli dii erano pasciuti da questa Stige, et ivi alberga- 
vono — Piagge gri.e. Grigello, è uno panno simile al bi- 
gio, si che si possono chiamare queste piagge bigie — Et 
fanno pullulare. Però che sotto la terra ha certi venti rin- 
chiusi, i quali, uscendo alcuno all'aere per parte dove 
truovino acque, vegnendo nella superfice dell' acqua fanno 
quelle pullole, similmente, però che sotto l'acque di Stige 
avea gente che sospirava, et questi sospiri, vegnendo alla 



196 

superfice dell'acqua, fanno quelle pullole similmente, però 
che sotto Tacque di Stige avea gente che sospirava, cioè 
quello bollire nell'acqua come dice FAuttore — Fitti nel 
limo. Limo è propriamente cotal grasso della terra, il flore 
della terra, che lascia alcuna volta F acqua alla riva de' 
fiumi: molti la chiamano belletta. Et dice FAuttore che in 
questa palude erono puniti due spezie di peccatori, ciò è 
quelli cui vinse Fira, et gli accidiosi — Quest'inno si gor- 
goglion. Dice ancora che queste anime, però chè'l fango 
di che aveano pieno il viso et la gola impediva loro la 
boce, di che gorgogliavono nella strozza, et dicevono uno 
inno. Et qui è da sapere che san Gregorio fece uno libro 
di salmi che si cantano nella Chiesa di Dio, i quali si 
chiamono Inni, che tanto vogliono dire, quanto Loda di 
Dio: ora queste anime bestemiavono, sì che faceono il con- 
trario; ma però che a' poeti é dato licenzia di parlare im- 
propriamente, è scusato FAuttore — Così girammo, dice che 
cerchiorono questa pozza, ciò è palude, tra la ripa et il 
mezzo della palude, che v'ha uno grandissimo arco. 



CANTO Vili. 



Io dico seguitando, ch'assai prima 
Che noi fussimo al pie dell'alta torre, 
Gli occhi nostri n'andar suso alla cima, 

Per due fiammette che'i vedemmo porre, 
E un' altra da lungi render cenno, 
Tanto eh' a pena il potea l'occhio tórre. 

Ed io, rivolto al mar di tutto il senno, 
Dissi: Questo che dice? e che risponde 
Quell'altro foco? e chi son quei che '1 fenno? 

Ed egli a me: Su per le sucide onde 
Già puoi scorger quello che s'aspetta, 
Se il fummo del pantan noi ti nasconde. 

Corda non pinse mai da sé saetta, 
Che sì corresse via per 1' aere snella, 
Com'io vidi una nave piccioletta 

Venir per l'acqua verso noi in quella, 
Sotto il governo d' un sfol galeoto, 
Che gridava: Or se' giunta, anima fella? 

Flegiàs, Flegiàs, tu gridi a voto, 
Disse lo mio signore, a questa volta: 
Più non ci avrai, se non passando il loto. 



198 

Quale colui, che grande inganno ascolta 
Che gli sia fatto, e poi se ne rammarca, 
Tal si fé' Flegiàs nell' ira accolta. 

Lo duca mio discese nella barca, 
E poi mi fece entrare appresso lui, 
E sol quand'io fui dentro parve carca. 

Tosto che il duca ed io nel legno fui, 
Secando se ne va V antica prora 
Dell'acqua più che non suol con altrui. 

Mentre noi correvam la morta gora, 
Dinanzi mi si fece un pien di fango, 
E disse: Chi se' tu, che vieni anzi ora? 

Ed io a lui: S'io vegno, non rimango; 
Ma tu chi se', che sì se' fatto brutto? 
Rispose: Vedi che son un che piango. 

Ed io a lui: Con piangere e con lutto, 
Spirito maledetto, ti rimani: 
Ch' io ti conosco, ancor sie lordo tutto. 

Allora stese al legno ambe le mani; 
Per che il Maestro accorto lo sospinse, 
Dicendo: Va costà (1) con gli altri cani. 

Lo collo poi con le braccia mi cinse, 
Baciommi il volto, e disse: Alma sdegnosa, 
Benedetta colei che in te s' incinse. 

Que'fu al mondo persona orgogliosa; 
Bontà non è che sua memoria fregf: 
Così è r ombra sua qui furiosa. 

Quanti si tengon colassù gran regi (2), 



(1) Va costà. Cosi ha il nostro Commentatore; né a me par lezione 
da dispregiarsi. 

(2) Colami gran regi. Né questa lezione parmi da dispregiare; cbé 
queir or della comune si tengono or lassù, mi pare esserci per un 
di più. 



199 

Che qui staranno come porci in brago, 
Di sé lasciando orribili dispregi! 

Ed io: Maestro, molto sarei vago 
Di vederlo attuffare in questa broda, 
Prima che noi uscissimo del lago. 

Ed egli a me: Avanti che la proda 
Ti si lasci veder, tu sarai sazio: 
Di tal disio converrà che tu goda. 

Dopo ciò poco, vidi quello strazio 
Far di costui alle fangose genti, 
Che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. 

Tutti gridavano: A Filippo Argenti. 
E '1 fiorentino spirito bizzarro 
In se medesmo si volgea co' denti. 

Quivi il lasciammo, che più non ne narro; 
Ma negli orecchi mi percosse un duolo, 
Perch' io avanti intento P occhio sbarro. 

Lo buon Maestro disse: Ornai, figliuolo, 
S'appressa la città che ha nome Dite, 
Co' gravi cittadin, col grande stuolo. 

Ed io: Maestro, già le sue meschite 
Là entro certo nella valle cerno 
Vermiglie, come se di foco uscite 

Fossero. Ed ei mi disse: Il foco eterno, 
Ch' entro P affoca, le dimostra rosse 
Come tu vedi in questo basso inferno. 

Noi pur giugnemmo dentro alP alte fosse, 
Che vallati quella terra sconsolata: 
Le mura mi parean che ferro fosse. 

Non senza prima far grande aggirata, 
Venimmo in parte, dove il nocchier, forte, 
Uscite, ci gridò, qui è P entrata. 

Io vidi più di mille in sulle porte 
Dal ciel piovuti, che stizzosamente 



200 

Dicean: Chi è costui, che, senza morte, 

Va per lo regno della morta gente? 
E il savio mio Maestro fece segno 
Di voler lor parlar segretamente. 

Allor chiusero un poco il gran disdegno, 
E disser: Vien tu solo, e quei se n' vada, 
Che sì ardito entrò per questo regno. 

Sol si ritorni per la folle strada: 
Provi se sa; che tu qui rimarrai, 
Che gli hai scorta sì buja contrada. 

Pensa, Lettor, s' io mi disconfortai 
Nel suon delle parole maledette; 
Ch' io non credetti ritornarci mai. 

caro duca mio, che più di sette 
Volte m'hai sicurtà renduta, e tratto 
D'alto periglio che incontra mi stette, 

Non mi lasciar, diss'io, così disfatto; 
E , se T andar più oltre e' è negato, 
Ritroviam V orme nostre insieme ratto. 

E quel signor, che lì m' avea menato, 
Mi disse: Non temer, che il nostro passo 
Non ci. può torre alcun, da tal n' è dato. 

Ma qui m' attendi ; e lo spirito lasso 
Conforta, e ciba di speranza buona, 
Ch' io non ti lascerò nel mondo basso. 

Così se n' va, e quivi m' abbandona 
Lo dolce padre, ed io rimango in forse; 
Che '1 sì e '1 no nel capo mi tenzona. 

Udir non potè' quello eh' a lor porse : 
Ma ei non stette là con essi guari, 
Che ciascun dentro a pruova si ricorse. 

Chiuser le porte que' nostri avversari 
Nel petto al mio signor, che fuor rimase, 
E rivolsesi a me con passi rari. 



201 



Gli occhi alla terra, e le ciglia avea rase 
D'ogni baldanza, e dicea ne' sospiri: 
Chi m' ha negate le dolenti case ! 

Ed a me disse: Tu, perch'io m'adiri, 
Non sbigottir, ch'io vincerò la pruova, 
Qual eh' alla difension dentro s' aggiri. 

Questa lor tracotanza non è nuova; 
Che già T usaro a men segreta porta, 
La qual senza serrarne ancor si trova. 

Sovr'essa vedestù la scritta morta. 
E già di qua da lei discende l' erta, 
Passando per li cerchi senza scorta, 

Tal che per lui ne fia la terra aperta. 



202 



CANTO Vili. 



Io dico seguitando, che assai prima. L'Auttore, seguitan- 
do il presente capitolo al precedente, dice che vidde una 
torre, et in su questa torre fare cenno, con due riammette, 
a una altra fiammetta, alla quale risposono; et pare che 
alcuno voglia dire che quelle tre flammette vogliono signi- 
ficare quelli tre vizj, cioè quelle tre parti dell'ira dette 
et chiarite di sopra; et la torre la dureza di quelli che 
hanno questo vizio in non rimuoversi, et la loro ostina- 
zione: ma per altra forma si chiarirà nello sporre delle 
parti. Dividesi questo capitolo in quattro parti; la seconda 
comincia quivi: Concio vidi una; la terza quivi: Mentre 
noi correvamo. La quarta quivi: Uscite, ci grida. Nella prima 
parte vuole dire alcuno che quelle tre fiamme dette di 
sopra, et quella torre, altro senso non portino, se non 
solamente senso litterale; et che queste cose sieno poste 
per acconcio deir altre cose che seguitano, per adornezza 
del poema. Et a ciò che niuno si maravigli, santo Augu- 
stine) in libro De Civitate Dei, dice che ogni parola della 
Scrittura Santa, non è allegorica; et molte non importono 
altro senso che litterale et parabolico; et molte sono poste, 
che non importono se non adornezza et acconcio dell'altre 
che seguono: et dà due esempli , che V uno basterà a dire 
al presente. Colui che fa il bomere, et colui che V aopera, 
il fa a fine di lavorare la terra; et il bomere è quello 



203 

che la lavora; et non di meno si fa l'aratro, il ceppo nel 
quale si ficca il bomere, et fassi la bara, et fassi il manico 
dove Taratore poggia la mano; et tutte queste cose per 
se medesime fanno al fatto, et non volgono la terra, ma 
fanno a acconcio del bomere. Si che i poeti, che hanno 
potuto, seguitando la regola de' profeti che hanno parlato 
sotto certe figure; et qual figura importa senso allegorico, 
et quale litterale, et quali parole pongono con significa- 
zioni, et quali non importono, se non a bellezza et acconcio 
del poema, come fa qui TAuttore. Nella seconda parte truova 
Flegias, il quale minaccia FAuttore, et dice, dinominandolo, 
anima fella, et poi si ravidde per le parole di Virgilio et 
acchetossi, et passollo in sul suo legno concavo alla città 
di Dite. Et qui è da imaginare che, come il legno, ponen- 
dolo in suir acque, non va al fondo, anzi sta sopra l' acque 
(che interviene di poche altre cose che non vadino al fon- 
do) cosi TAuttore, volendo passare da questi tre vizj che 
procedono da natura, de 9 quali pone esser tocco, per volere 
mostrare che'n questi altri vizj puniti nella città di Dite 
elli non fosse viziato, che procedono da bestialità et da 
malizia, valicò su'l legno, ciò è leggermente valicò et 
trapassò a questi vizj, et che i piei suoi non s' immollaro, 
ciò è T affezione sua non essere tocca o contaminata da 
essi. Ancora per altro modo vuole mostrare che, chi vuole 
giudicare et discernere questi vizj, conviene che egli passi 
ad essi et guardigli et discernagli, però che, non passando 
tra essi, non se ne può avere intera cognizione. Et per 
tanto TAuttore, volendo mostrare di volere conoscere questi 
vizj, dice che valicò ad essi com' è detto. Et la terza et la 
quarta parte, avendo narrato questo, perchè non ha a 
sporre alcuna moralità o allegoria, appariranno chiare spo- 
nendole. 

Io dico seguitando. In questo capitolo, o vero canto, 
non pare che PAuttore tenga il modo usato negli altri 
sette precedenti capitoli; però che in questo che io dico, 
senza ripetere veruna cosa del primo a ire al secondo, in 
questo presente continua il precedente, intanto ch'egli 



204 

dice: Io dico seguitando; et pertanto è da sapere che 
Dante, quando messer Vieri de' Cerchi fu cacciato di Fi- 
renze, TAuttore, eh 1 era di sua setta, cogli altri Bianchi 
fu cacciato: capitò in Lunigiana a messer Moroello de'Ma- 
lespini. Messer Moroello gli fece onore, et ritennelo seco 
più et più tempo. Ora, riposato lo stato di Firenze, et ces- 
sate via le ruberie, fu conceduto ad assai cittadini, come 
ch'elli tessono di fuori, di potere raddimandare il loro, 
che era stato occupato: onde la donna di Dante, che fu 
sirochia del Baccellieri de' Donati, et al tempo della cac- 
ciata di Dante avea portato uno suo forziere a casa il fra- 
tello; per volere raddimandare certi beni, i quali erono 
com di fama occupati da uno grande uomo di Firenze, andò a questo 

di Dante. # .. A x ri- n • - j • 

forzieri, et menò seco ser Dino Penni, uno grande amico 
di Dante; et cercando di sue carte, trovò nel forziere sette 
capitoli di Dante, infino al presente capitolo, scritti di sua 
mano. Onde ser Dino, tolti questi capitoli, gli portò a Di- 
no di messer Lambertuccio Frescobaldi, che fu valente 
uomo, massimamente in dire in rima: onde Dino, inva- 
ghito dell'opera, mandò il quaderno copiato a messer Mo- 
roello Malespini, eh' era suo amico, confortandolo che ram- 
mentasse a Dante ch'egli il compiesse; et, compiuto che 
fosse, il pregò eh' egli aoperasse eh' egli l' avesse. Dante , 
veggendo questo quaderno et maravigliatosi; ch'era bene 
cinque anni che lasciato l'avea; essendone confortato forte 
dal marchese, ripigliò il capitolo nel modo scritto di sopra (1) 
— Gli occhi nostri n* andar. Egli è gran quistione fra' fisici, 
se'l nostro vedere va alla cosa, o se la cosa veduta viene 
agli occhi; et come che molte oppenioni ne sieno, comu- 
nemente s'accordono che l'ojetto (2) viene agli occhi. Onde 
è da sapere che l'occhio è corpo sperico et acquoso; et, 

(1) Con poche varietà fra loro é questo fatto raccontato da più 
commentatori antichi; né ini occorre buona ragione da impugnarlo, co- 
me fanno alcuni moderni. 

(2) Ojetto. Per Oggetto o Objetto. Neghisi un po' che qui la j ha 
forza e natura di consonante. 



205 

se non fosse che quest' acqua è ritenuta da uno panniculo 
che é di sopra, questo licore cederebbe et disfarebbesi. Et 
è da considerare ancora che sono due nervi, i quali si 
muovono dal celabro, de" quali quello che si muove dalla 
nucrea (1), cioè dalla parte dirietro del cerebro, dà il movi- 
mento alla virtù visiva: l'altro, che si muove dalla parte 
dinanzi verso la testa, gli dà il sentimento della cosa. Or tt dSrMdK 
questo occhio sperico et acquoso ha tre parti, et tutte ^ coaioècro * to - 
tre sono divise da uno pannicolo eh' è in mezzo di cia- 
scheduna. La prima parte, dico del bianco di fuori dell' oc- 
chio, si chiama cornea; et è detta cornea da quello corno (2), 
cioè da quello osso che si pone alcuna volta inanzi a certe 
lettere di tavola o d'altro, acciò che le lettere si conser- 
tino molto et possansi leggere. L'altra parte è detta cri- 
stallina, et ancora è divisa da uno altro pannicolo; la terza 
et ultima parte è detta vitrea. Ora è fuori di queste parti 
quello nero dell' occhio che si chiama Luce (3), ove si mul- 
tiplicano le spezie visive. Sotto questa luce è una parte che 
si chiama Uva (4), et è fatta come uno acino d'uva; et quindi 
prende il nome, et cosi è forata; et quello foro viene al 
lato alla Luce: et ancora procede dal cerabro uno nerbo, 
il quale poco dilungato dal cerabro, si divide in due, et 
incrocicchiasi insieme , che '1 nerbo destro va air occhio 
sinistro, et il sinistro nervo va all'occhio destro, et ven- 
gono infino a quel forato dell'Uva; et come che l'occhio 
veggia la cosa, nolla può stimare quello ch'ella sia, se la 
cosa, ita per queste parti dell' occhio, non è giunta dove 



(1) Neurea. Non accatterà ch'io dica essere questa voce scoppia- 
tura di nuca. 

(2) Da quello corno ce. Sulla faccia esterna delle tavole onde copri- 
vano gli antichi codici si vede spesso un cartellino quadro, scrittovi il 
titolo dell'opera, e poi incorniciato e ricoperto con sottile lamina d'osso 
trasparente, acciocché esso titolo possa leggersi. Di questa usanza parla 
qui il nostro commentatore. 

(3) Luce. Sta qui per ciò che gli anatomici chiamano Retina. 
(i) Uva. Gli anatomici veramente la chiamano Uvea. 



206 

questi nerbi sMncrocicchiono insieme: ivi giunta, che vi 
viene in uno stante, giudica se la cosa è alta o bassa, et 
se gli è bue o cavallo (1) — Per due fiamme t te. Mostra che 
quivi si facea come si fa alle fortezze di guardia, che ogni 
volta che veggiono verso il castello gente a cavallo, quanti 
uomini sono tanti tocchi dà la campana. Cosi colui posto 
alla guardia alla corte, per Virgilio et per Dante, fece due 
flammette, et una altra di lungi rispose al cenno, et fece 
un'altra fiamma, a dimostrare che avea intese quelle due 
flammette — Io mi rivolsi al mare. Ciò è a Virgilio, eh' é 
mare, et gli altri poeti laghi et fiumi. Dimandollo chi tos- 
sono quelli che feciono i fuochi, et quello eh' e fuochi 
voleano dire — Et egli a me. Risponde Virgilio alla diman- 
da, et dice: Incontanente vedrai la cagione per che quelli 
fuochi si feciono, se '1 fummo o Y acqua sucida del panta- 
no, ciò è nera, noi la toglie — Sotto il governo d 9 uno. Dice 
che vidde venire ratto una navicella sotto il governo d* uno 
galeotto. Et qui di licenzia poetica piglia l'uno vocabolo 
per T altro; però che galeotto è quelli che governa la galea; 
et questi non era galeotto, ma poteasi chiamare barche- 
ruolo, ciò è governatore della barchetta — Or se 9 giunta, 
anima. Qui mostra che questo Dimonio avesse notizia di 
Dante ch'era vivo, però che parlò in singulare et non in 
plurale, quando disse anima et non anime — Flegias, Fle- 
gius, tu gridi. Virgilio risponde a Flegias: Tu parli indarno, 
però che tu non ci avarai, come tu credi: passatici che tu 
ci arai, non arai a fare più nulla con noi. Fue questo Flegias 
reissimo uomo; et fu figliuolo di Marte, però che Marte è 
una stella, che Ita a dare influenzia a zuffe, a battaglie et 
a scandali. Et però che questi fu di questa natura, diceono 
lui essere figliuolo di Marte, ciò è della complessione di 
quella stella. Ebbe Flegias due figliuoli, l'uno maschio et 

(1) Il lettore avrà ben trovalo di che ammirarsi in questa descri- 
zione dell'occhio fattaci dal nostro commentatore con tanta esattezza 
scientifica (dico esattezza, secondo quel tempo), e con tanta maestria di 
descrizione*. 



207 

T altro (emina: il maschio nome Iasione, la femina Coroi- 
de. Con questa Coroide giacque Apolline; et di loro nacque 
uno figliuolo nome Esculapio. Fu questo Esculapio tagliato 
dal ventre della madre. Ora perchè Apolline fu il primo 
che medicò con erbe et con sughi <T erbe, et seppe bene 
la loro virtù, però che parea che questa fosse più che 
oppenione d'uomo, fu chiamato Iddio. Fu detto Esculapio 
suo figliuolo, però che, per questa arte della medicina, fu 
tagliato dal ventre della madre et visse: si che, come il 
padre dà Tessere al figliuolo, et però è detto padre, cosi 
similmente P arte della medicina diede la vita a costui; et 
pertanto acconciamente fu detto Apolline suo padre inven- 
tore dell'arte della medicina. Ora, perchè Apolline era 
* giaciuto con Coroide, Flegias il fulminò et ucciselo. Pone 
l'A ultore, però che Flegias fu cosi reo uomo, ministro del 
presente cerchio. Et benché Carone et Pluto, et gli altri 
ch'egli avea trovati, abbi posti nel principio del cerchio, 
et Flegias truova fca'l cerchio, non è però che l'effetto 
si rimuti; ma usa Parte de' Rettorici , che variano alcuna 
volta il dire, perchè sia più adorno, non mutando l'effetto 
— Secando se ne va V antica prora. Dice PAuttore che, però 
eh' egli era col corpo, la barca di lui parve carca; et dice 
che andava secando, cioè solcando l'acqua; et usa qui 
l'Autore una figura eh' è la parte per lo tutto, però che 
pone la prora per tutta la barca. Prora è detta la parte 
dinanzi della nave, et la parte di dirietro, dove stanno i 
marinaj, è detta Poppa; la parte di sotto, eh' è tra la prora 
et la poppa, è detta Carena; et è tutto quello mezzo della 
nave — Mentre noi correvam. Dice che innanzi a loro si 
fece uno pieno di fango, punito per lo vizio dell'ira; et 
vuole mostrare l'Autore quanto egli fu sdegnoso et super- 
bo alla dimanda che fé lo spirito, e ancora alla sua rispo- 
sta — Con piagnere et con lutto. Pej;ò che piagniere si 
puote intendere in diversi modi, è da sapere che plorare, 
cioè questo verbo ploro plora*, è quel piagnere che si fa 
lamentandosi et dicendo parole. Gemere, che viene da questo 
verbo gemo gemi*, è T piagnere che si fa senza dire niente: 



208 

Ululo ulula* il pianto proriamente delle femine (1): lugere è 
il pianto che si fa pe' morti, però che quando uno muore 
è usanza di serrare le finestre che danno lume; et lugere 
tanto vuole dire quanto luce egere. L'Auttore colla presente 
anima, di cui si parla, s'adira. Et pertanto» a ciòcheniu- 
no creda, l'Auttore adirarsi per quello modo che l'anime 
che sono quivi punite s' adirono, è da sapere che, secondo 
che scrive Aristotile nell'Etica, eli' è una ira, la quale tie- 
ne il mezzo tra questi due estremi, ira et accidia. Questa 
cotale ira, di che si parla, è detta mansuetudine; et come 
la mala ira muove altrui dove non si conviene, cosi questa 
mansuetudine è adirarsi del vizio delli uomini e de' loro 
falli, non per appetito di vendetta, ma al fine di ritrargli 
dal loro male aoperare: et questa cotale ira muove gli 
uomini con uno sdegno, il quale sdegno procede da virtù. 
Onde Dante, mosso da questa virtù, s'adira verso questa 
anima — Va costà cogli altri cani. Però che quest' anima, 
come era uso mentre visse, volle assalire l'Auttore ponendo 
la mano al legno, Virgilio, eh' è posto qui per umana ra- 
gione, il sospinse: et chiamalo cane, però che, come fanno 
i cani, cosi queste anime mordea l'una l'altra; et poi che 
questa umana ragione vidde lo sdegno dell'Auttore e com- 
mendollo, vuoisi intendere che la ragione loda et confer- 
ma la virtù, et biasima i vizj — Benedetta colei che in te 
s 9 incinse. In te, ciò è sopra a te; o veramente, seguitando il 
volgare antico, che dicono molti d'una donna gravida: Ella 
è incinta in uno fanciullo; ciò é eli 9 è gravida — Bontà 
non è. E' non è veruna bontà, però che nulla n'ebbe men- 
tre visse, che ora adorni la sua fama — Quanti si tengon 
colassù gran regi. Non solamente si dee intendere de' re 



(1) Non dia noja che poco addietro abbia detto il Commentatore 
nostro che ululare è proprio de' lupi, i quali sono, a vedergli, cosa 
tanto lontana dalle donne: egli se n'è stato agli antichi etimologisti che 
dicono: Ululare est luporum et foeminarum. E così le differenze tra 
ploro, gemo, ululo e lugeo son tolte di quivi, e sono certo da aversi per 
buone. 



209 

et de" signori , ma ancora degli uomini privati. Venne que- 
sto Re da questo verbo Rego regi*; et cosi si può reggere 
bene sé come altrui — Davanti che la proda. Proda: le rive 
sono cosi dette dalla prora della nave, che su vi si riposa. 
— Tutti gridavano a Filippo Argenti. Questi fu messer Fi- 
lippo Argenti delli Adimari: fu uno uomo bruno et grande 
et pieno d'ira; et fu nominato Argenti, però che, essendo 
grande ricco uomo, et disordinato nello spendere come 
nelPira, avendo uno bellissimo cavallo, del quale si dilet- 
tava molto, una volta il fece ferrare di cappie (1) d' ariento; 
et quinci fu nominato Filippo Argenti — Ma nelV orecchie 
mi percosse uno duolo. Monstra che udisse gridare alcuna 
di quelle anime della città di Dite, nella quale dice essere 
cittadini gravi, non per autorità né per senno, ma gravi di 
peccati — Et io, maestro, già le sue moschite (2). Moschete 
si chiamano i tempj et le chiese che fanno i Saracini a 
onore de' loro Iddj; et però che, quando altri giugno pres- 
so alle terre, si veggiono in prima le maggiori altezze, cosi 
dice FAuttore che vidde in quella i tempj, che sono più 
alti che V altre case delle cittadi. Dice ancora che gli par- 
vono vermigli; et Virgilio, per rimuovere questo dubbio, 
dice eh' egli non erono vermigli, ma il fuoco che vi splen- 
dea gli rendea di colore vermiglio — Che vallati questa 
terra sconsolata. Però ch'egli ò d'usanza che intorno alle 
castella, per fortezza, si faccino antimuri bassi, i quali si 
chiamon Valloni, cosi dice TAuttore che uno fosso vallava, 
cioè afforzava, quella terra, quale chiama sconsolata per 
rispetto deir anime che sono dentro sconsolate et ostinate, 
et mai non hanno speranza d'uscirne di quello luogo. 
Ancora dice le mura essere di ferro, a mostrare la grande 
durezza et fortezza della terra; et seguita Virgilio dove 



(1) Cappie. Par questo il vocabolo speciale de' ferri da cavallo; ed 
é il primo esempio che io ne abbia veduto. 

(2) Moschite. Credo esser questa la vera lesione; più vicina a Mo- 
schete, comune agli antichi, e a Moschee dell'uso odierno. 

14 



210 

dice porta adversa ingens solido adamante ec. — Non senza 
prima. Ciò è girando gran pezza intorno, vennono final- 
mente alla entrata della terra, dove il nochiere gridò: 
Ecco V entrata — Per la folle strada. Non perchè la strada 
sia folle, ma perchè folli sono coloro che per essa vanno. 
— savio duca mio. L'Auttore chiama il soccorso di Vir- 
gilio, ciò è della ragione, dicendo che più di sette, ciò è 
assai volte, da Cerbero, da Plutone, da Flegias l'avea difeso, 
et dagli altri, che tutti voleano storpiare V andata dello 
Auttore — Non ci può torre alcuno. Per voler di Dio ve- 
gniamo: non temere, che io non ti lascierò in inferno, ciò 
è nella bassa operazione ove io ti trovai — Che 9 l sì e 'l no. 
Temea delle minacce di coloro, et non credea che Vir- 
gilio il potesse a tare; et queste due cose gli tencionavo- 
no nel capo — Non sbigottir > eh* io vincerò la prova. Qui 
ancora, persuadendo TAuttore, dice Virgilio: Non temere, 
che, come ch'egliono s'aggirino per difendersi (1), io gli vin- 
cerò, però che questa loro traccutanza nolla usano pure ora 
di nuovo; però che altra volta V hanno usata in porta men 
sacreta, ciò è alla porta del limbo, il quale è luogo meno 
segreto che questo, però che la porta del limbo è nella 
parte di sopra dello 'nferno, et è parte aperta (2); et quest' è 
più fra r inferno et è più segreta. Et questa traccutanza 
usorono quando Cristo andò al limbo per trarne i santi 
padri. Allora i demoni s' opposono et serrorono le porti 
del metallo, et Cristo le ruppe et spezzò; et d'allora inanzi 
stette quella porta senza serrarne — Sovr'essa vedestù la 
scritta. Dice che quella porta è essa, sopra la quale TAut- 
tore vidde la scritta morta: et chiamala morta, perché parla 

(i) Per difendersi. L'Autore intende difensione per difesa; ma qui 
sta per Impedimento, Divieto. Il senso è: Chiunque sia là per impedirci 
il passo, io T'incerò la prova. 

(2) È parte aperta. È presentemente aperta. L'avverbio parte per 
ora, al presente o simili, fu usi Lato agli antichi, e tuttora si usa a 
Firenze: eppure alcuni commentatori hanno almanaccalo miserabilmente 
in quei luoghi dove lo usa Dante! 



211 

di morte; et ancora perché era scrìtta, come ivi dice, di 
colore scoro — Et già di qua da lei discende Verta. Di qua 
da quella porta, dice, dove vedesti la scrìtta, discende una 
erta, ciò è una china, per la quale viene uno senza scorta, 
però eh' è messo di Dio, per la cui virtù ci sarà aperta 
la porta. 



CANTO IX. 



*•* 



Quel color che viltà di fuor mi pinse, 
Veggendo il duca mio tornare in volta, 
Più tosto dentro il suo nuovo ristrinse. 

Attento si fermò com'uom che ascolla; 
Che l'occhio noi potea menare a lunga, 
Per l'aer nero e per la nebbia folta. 

Pure a noi converrà vincer la punga, 
Cominciò ei: se non... tal ne sofferse. 
Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga! 

Io vidi ben sì com' ei ricoperse 
Lo cominciar con Y altro che poi venne, 
Che fur parole alle prime diverse. 

Ma nondimen paura il suo dir dienne, 
Perch' io traeva la parola tronca 
Forse a peggior sentenzia eh 1 ei non tenne. 

In questo fondo della trista conca 
Discende mai alcun del primo grado, 
Che sol per pena ha la speranza cionca? 

Questa question fec' io; e quei : Di rado 
Incontra, mi rispose, che di nui 
Faccia il cammino alcun per quale io vado. 



213 

É ver eh' altra fiata quaggiù fui 
Congiurato da quella Eriton cruda, 
Che richiamava l'ombre a' corpi sui. 

Di poco era di me la carne nuda, 
Ch'ella mi fece entrar dentro a quel muro, 
Per trarne un spirto del cerchio di Giuda. 

Queir è il più basso loco e '1 più oscuro, 
E'1 più lontan dal ciel che tutto gira: 
Ben so il cammin; però ti fa securo. 

Questa palude, che il gran puzzo spira, 
Cinge d'intorno la città dolente, 
U'non potemo entrare ornai senz'irà. 

Ed altro disse, ma non 1' ho a mente; 
Però che l' occhio m' avea tutto tratto 
Ver 1" alta torre alla cima rovente, 

Ove in un punto furon dritte ratto 
Tre furie infernal di sangue tinte, 
Che membra femminili aveano, ed atto, 

E con idre verdissime eran cinte: 
Serpentelli e ceraste avean per crine, 
Onde le fiere tempie eran avvinte. 

E quei, che ben conobbe le meschine 
Della regina* dell' eterno pianto: 
Guarda, mi disse, le feroci Enne. 

Questa è Megera dal sinistro canto: 
Quella, che piange dal destro, è Aletto: 
Tesifone è nel mezzo: e tacque a tanto. 

Coli' unghie si fendea ciascuna il petto; 
Batteansi a palme, e gridavan si alto, 
Ch' io mi strinsi al poeta per sospetto. 

Venga Medusa, sì'l farem di smalto, 
Gridavan tutte riguardando in giuso: 
Mal non vengiammo in Teseo l'assalto. 

Volgiti indietro, e tien lo viso chiuso; 



214 

Che, se il Gorgon si mostra, e tu il vedessi, 
Nulla sarebbe del tornar mai suso. 

Così disse il Maestro; ed egli stessi 
Mi volse, e non si tenne alle mie mani, 
Che con le sue ancor non mi chiudessi. 

voi, che avete gì' intelletti sani , 
Mirate la dottrina che s* asconde 
Sotto il velame degli versi strani. 

E già venia su per le torbid' onde 
Un fracasso d'un suon pien di spavento, 
Per cui tremavano ambedue le sponde; 

Non altrimenti fatto che d' un vento 
Impetuoso per gli avversi ardori, 
Che fier la selva, e senza alcun rattento 

Li rami schianta, abbatte, e porta fuori: 
Dinanzi polveroso va superbo, 
E fa fuggir le fiere e li pastori. 

Gli occhi mi sciolse, e disse: Or drizza il nerbo 
Del viso su per quella schiuma antica, 
Per indi ove quel fummo è più acerbo. 

Come le rane innanzi alla nimica 
Biscia per l' acqua si dileguai) tutte, 
Fin che alla terra ciascuna s' abbica; 

Vid' io più di mille anime distrutte 
Fuggir così dinanzi ad un che al passo 
Passava Stige colle piante asciutte. 

Dal volto rimovea queir aer grasso, 
Menando la sinistra innanzi spesso: 
E sol di queir angoscia parea lasso. 

Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo, 
E volsimi al Maestro; e quei fé' segno, 
Ch' io stessi cheto, ed inchinassi ad esso. 

Ahi quanto mi parea pien di disdegno! 
Giunse alla porta, e con una verghetta 



218 

L'aperse, che non v'ebbe alcun rilegno. 

cacciati del ciel, gente dispetta, 
Cominciò egli in su 1' orribil soglia, 
Ond'esta oltracotanza in voi s'alletta? 

Perchè ricalcitrate a quella voglia, 
A cui non puote il fin mai esser mozzo, 
E che più volte v' ha cresciuta doglia? 

Che giova nelle fata dar di cozzo? 
Cerbero vostro, se ben vi ricorda, 
Ne porta ancor pelato il mento e il gozzo. 

Poi si rivolse per la strada lorda, 
E non fé' motto a noi; ma fé sembiante 
D'uomo, cui altra cura stringa e morda, 

Che quella di colui che gli è davanle: 
E noi movemmo i piedi in ver la terra, 
Sicuri appresso le parole sante. 

Dentro v'entrammo senza alcuna guerra: 
Ed io, eh' avea di riguardar disio 
La condizion che tal fortezza serra, 

Com' io fui dentro, l' occhio intorno invio; 
E veggio ad ogni man grande campagna 
Piena di duolo e di tormento rio. 

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna, 
Sì com' a Pola presso del Quarnaro, 
Che Italia chiude e i suoi termini bagna, 

Fanno i sepolcri tutto il loco varo, 
Così facevan quivi d' ogni parte; 
Salvo che il modo v' era più amaro: 

Che tra gli avelli fiamme erano sparte, 
Per le quali eran sì del tutto accesi, 
Che ferro più non chiede verun' arte. 

Tutti gli lor coperchi eran sospesi, 
E fuor n'uscivan sì duri lamenti, 
Che ben parean di miseri e d' offesi. 



216 

Ed io: Maestro, quai son quelle genti, 
Che, seppellite dentro da queir arche, 
Si fan sentir con gli sospir dolenti? 

Ed egli a me: Qui son gli eresiarche 
Co' lor seguaci d' ogni setta, e molto 
Più che non credi son le tombe cardie. 

Simile qui con simile è sepolto; 
E i monimenti son più e men caldi. 
E poi ch'alia man destra si fu volto, 

Passammo tra i martiri e gli alti spaldi, 



217 



CANTO IX. 



Quel color che viltà di fuor mi pinse. Dividesi il pre- 
sente capitolo in cinque parti; la seconda comincia quivi: 
Ih questo fondo; la terza quivi: Ver l'alta torre; la quarta 
parte comincia quivi: E già venia; la quinta quivi: Et noi 
movemmo i piedi eie. La prima parte apparirà chiara spo- 
nendo la lettera; la seconda parte, però che v'è alcuna 
storietta dubbia, è da chiarire inanzi che più si proceda. 
Pare che TAuttore dubiti che Virgilio non gli sia fida scorta, 
et non sappi il cammino; al quale Virgilio risponde ch'egli 
non dubiti, però che altra fiata vel tirò Eriton. Fu addunque 
Erithon magica incanta tri ce in Grecia, nella contrada di 
Tesaglia: estratta da ogni operazione d'uomo, la sua vita 
era in caverne, et invocava i demonj, et stava molto fra 
le sepolture de' morti, però che al suo uso operava teste 
et ossa d'uomini morti. Lucano scrive nel sesto libro suo 
che, apparechiandosi di combattere Cesare et Pompeo, Sesto, 
figliuolo di Pompeo, desideroso di sapere il fine della bat- 
taglia, cercò per costei; et lei trovata esaltò, et disse queste 
parole: decus Eumenidumec. onore, disse Sesto, delle 
Eumenide infernali, che puoi manifestare i fati, ciò è le 
disposizioni del cielo a ciascuno popolo; et puoi le cose 
che debbono venire rivolgere dal suo corso; io ti priego 
che mi sia lecito cognoscere il fine certo della battaglia, 
et quello che ci apparecchi la fortuna: io non sono ultimo 



218 

nella turba et nelle genti de" Romani ; io sono chiarissima 
schiatta, disceso di Pompeo, et debbo essere, o signore di 
tutte le cose, o reda di tanto male quanto seguirà ec. 
Erìton, udite queste parole, si rallegrò (Impia laetatur vul- 
gato nomine famae ec), udita la sua fama, e rispose a Sesto: 
Se tu dimandassi minori cose, io era pronta, o giovane, 
di volgermi in qualunque atto, et dare i non vinti (1) Iddii 
alla mia arte, però che m'è conceduto; et bene che le stelle 
co 9 loro razzi ponghino et dieno la morte ad alcuno, io vi 
posso interporre la dimoranza et indugiarla. Ma, poi che 
da prima la cagione delle cose discende dalla orrigine del 
mondo, et dal suo principio tutti i fati s'affaticano, s* al- 
cuna cosa vuole seguitare (2), et sotto uno occaso sta tutta 
la generazione umana, allora è vinta la turba di Tesa- 
glia dalla fortuna; ma con ciò sia cosa che qui ha tanta 
copia d' uomini morti , e' mi conviene tirare uno corpo 
morto, che ancora sia tiepido, et convienimi aspettare la 
notte, acciò che, tirando il corpo riscaldato dal sole, non 
suoni et non strida per l'ombre. Et finalmente con suoi 
incantamenti fatto levare un corpo morto di terra, et dato 
a lui voce et lingua da potere rispondere: • Dimmi il vero, 
disse Erìton. di quello che si dimanda: fa che questo gio- 
vane si parti certo dalla tua ombra, il quale cerca mancini (3) 
e risponsi degl'Iddìi, i quali sono scuri alli uomini mor- 
tali ». Allora il tristo corpo, lasciato il pianto, cominciò a 
dire: e Quello che io ho potuto comprendere da tutte 
F anime infernali è questa crudele discordia spaventa l'a- 
nime de" Romani, et F empie armi hanno rotto il riposo 
dello 'nferno; le buone anime hanno lasciate le sedie Elisee, 
et F altre i tristi inferni: et quello che apparechino i fati 



(1) Non vinti. Il testo di Lucano, che qui si traduce, ha invito* , 
ma si vede che il codice onde tradusse il Commentatore, aveva invictos. 

(2) Vuole seguitare. Dee succedere, Dee accadere. Anche qui è 
mal tradotto Lucano, che ha: Sì quicquam mutare velis. 

(3) Qui ed altrove c'è gran confusione, né se ne trova il bandolo 
nemmeno col testo di Lucano, che suona in tutto diversamente. 



219 

costoro il fanno palese. Tristo volto era nelle felici anime: 
io vidi i Decii, il padre et il figliuolo, chiari et famosi 
uomini stati nelle guerre; et vidi piagnere Camillo e' Curii, 
et Siila che si lamentava della fortuna, et Scipione che si 
dolea che i suoi discendenti doveano perire nelle terre di 
Libia, grande et famosa schiatta, et che è maggiore nimico 
che Annibale cartaginese; era nato in Roma. Bruto primo 
consolo, solo te, cacciati i primi tiranni, vidi lieto ec. Il 
possessore del frigio regno apre le palide siede, et inaspri- 
sce gli aperti sassi, et crudele vincolo di diamante s' appa- 
recchia per dare pena al vincitore. giovane, porta questi 
sollazzi teco, Y anime il padre tuo et la casa aspetta nel 
piacevole seno, in parte serena del regno è serbato luogo 
a Pompeo, nò gloria sollecita di piccola vita ec. Ma tu, 
dice a Sesto, non dimandare da me il tuo fato, né la tua 
fortuna, et perdonami se io taccio, et fla detta a te più 
certa ogni cosa per altro indovino nelle contrade di Cici- 
lia. Schifate tu et il tuo padre Libia, Asia, et non Europia. 
La fortuna distribuisce le sepolture co 9 vostri triunfl: o 
casa d'averne misericordia in tutto il mondo! non trove- 
rete paese più sicuro che Tessaglia » . Et cosi ambiguo gli 
rispose; et incerto di quello luogo si parti. Trovasi ancora 
che Cassio et Bruto, morto ch'egli ebbono Cesare, et essen- 
do perseguitati da Ottaviano Augusto, però ch'egli perse- 
guitò tutti quelli ch'ebbon colpa nella morte di Cesare, 
volendo sapere il loro fine, dimandorono questa Eriton: 
et ella allora, per forza di congiuramenti, trasse Virgilio 
novellamente morto del limbo, et mandollo per una anima 
nel cerchio dov' è Giuda, ciò è nel profondo inferno; et da 
questa anima seppono il loro fine. Pare però che questo 
non sia vero, però che dice alcuno che a quel tempo Vir- 
gilio non era morto, con ciò sia cosa che egli vivesse al 
tempo d' Ottaviano Augusto doppo questo fatto molti anni. 
Puossi adunque qui per allegoria intendere che, con ciò 
sia cosa che Virgilio fosse struttissimo et ammaestrato, 
et nelle cose naturali et in molte scienzie, et fu grande 
maestro in nigromanzia, et questi scongiuramenti Eriton 



220 

facea, et per cose naturali et per parte di nigromanzia, 
eh 9 ella traesse Virgilio, ciò è la scienzia sua et il sapere 
suo, a sapere et intendere le cose inferiori, ciò è segrete 
della natura, per quali segreti et per quale scienzia ella 
trattava et facea questa sua arte. Nella terza parte è da 
sapere che, con ciò sia cosa che, inanzi che FAuttore entri 
nella città di Dite, truova tre furie infernali, diceano i 
poeti fabulose, che Aletto, Tesifone e Megera erono tre 
furie, sirochie, et figliuole d'Achironte et della Notte in- 
tempesta; et che queste tre sirochie erono poste al ser- 
vigio di Pluto et al soglio di Giove per essere preste al 
suo servigio. La verità è che Aletto, che è la prima furia, 
è quella la quale commuove 1* animo degli uomini, o per 
ingiuria ricevuta o per altra offesa, a gridare , arabbiare, a 
dire villania, a consumarsi in se medesimo. La seconda, 
ciò é Tesifone, è quella che, poi che gli uomini sono 
mossi con voce (Tira, si muovono con impeto et con ira 
a mettere ad esecuzione la loro furia, et i loro pensieri 
vendicativi; et sono seguitati da pazzia et da insania. La 
terza, eh 9 è chiamata Megera, è quella per la quale gli 
uomini, poi che sono pervenuti per la seconda furia a 
quello ch'egliono desiderono, mettono ad effetto il loro 
pensiero con sfogarsi et vendicarsi et colle mani et colle 
coltella et in qualunque modo possono offendere altrui. 
Dicono che sono poste al servigio di Pluto idio dello 'n fer- 
ii o, però che queste tre furie sono cagione di gravi pec- 
cati, pei quali peccati gli uomini vanno allo'nferno, si 
che bene sono servigiali dello idio dello 'nferno. Sono 
ancora al servigio di Giove, che si dee intendere Iddio, 
però che Iddio, come che egli in sé non s'adiri mai, per- 
chè i peccatori si rimuovano dal peccato, manda spesse 
volte nel mondo, ciò è permette che vengano, pestilenzie, 
fami et guerre, che sono negli uomini cagioni di gravissi- 
me furie: si che bene sono poste al servigio di Dio et al 
sup soglio. Vuole dire Aletto, secondo Fulgenzio, Voce di 
dolore: Tesifone tanto vuole dire quanto, Straboccamento; 
Megera tanto vuol dire quanto Gran litigio. Et che ciò sia 



221 

vero, per gli effetti loro detti di sopra, assai è chiara la 
interpetrazione de 9 loro nomi. Sono queste tre furie nomate 
in inferno Cani, in terra Furie, in cielo Dite: et questo si 
può distinguere in tre gradi negli uomini, de' quali colui che 
tiene il grado di sotto è come lo 'nferno che tiene il grado 
di sotto dal cielo et dalla terra; et questi sono uomini 
bassi di potere et di condizione, ne' quali regnano queste 
furie; et però che non possono mettere ad effetto il loro 
furioso pensiero, si sfogono gridando et arrabbiando in 
guisa et in maniera di cani che abbajono: et però sono 
in costoro queste furie chiamate cani. Sono nel mondo, 
ciò è negli uomini mezzani, come il mondo è mezzo fra '1 
cielo et lo 'nferno, chiamate Furie: perchè furie? per le ra- 
gioni dette di sopra. Sono dette nel cielo Dite, ciò è negli 
uomini grandi, ne' signori et altri principi, però che, come 
gli uomini mezzani seguitono queste furie in vendicarsi 
comunemente, et con offese comunali et non rilevate, cosi 
questi signori et grandi uomini, però che hanno le loro 
potenzie grandi, procedono, mossi dalle furie, a offendere 
qualunque si para loro inanzi per ogni minima cosa ch'e- 
gliono abbino ricevuta, a fare rilevare le crudeli offese con 
morte et disfazione d' uomini : et per tanto sono chiamate 
Dite(i), ciò è crudeli. È detto nella favola che queste tre 
furie furono figliuole d'Acheronte: puossi intender per 
questo che Acheronte, che è interpetrato Senza allegrezza, 
è il padre loro, però che inanzi che gli uomini sieno mossi 
da queste furie si turbono, et questa turbazione gli fa es- 
sere senza allegrezza; incontanente nascono in loro queste 
furie: si che bene si può intendere che Acheronte sia il 
padre di queste furie. Et la Notte intempesta è detta loro 
madre. Intempesta è quella parte della notte, nella quale 
gli uomini non operano niente; et questa ora è quasi in- 
torno alla mezza notte. Si che per questa intempesta si 
può intendere l'oziosità, et per la notte, però eh' è cosa 
oscura , si può intendere l' ignoranzia : et queste furie 

(1) Dite. Qui e sopra il codice ba Dite, ma forse é da leggere Dire. 



222 

nascono certamente da ozio et da ignoranzia; che gli uomini 
oziosi et ignoranti sono quelli che sono mossi da queste 
furie: sì che bene si può dire che la notte intempesta sia 
loro madre. È da chiarire ancora dove PAuttore dice che 
i demonii si feciono in sulla porta di Dite, et chiusono la 
porta nel petto; ma prima è da vedere che le tre furie di 
sopra nominate, veggendo l'Auttore, chiamarono Medusa, 
acciò che PAuttore diventasse pietra. Onde è da sapere, 
che Forco fu re di certe isole, le quali si chiamono For- 
cades , et sono nelle parti d' occidente ne 9 confini di Libia. 
Questo Forco ebbe tre figliuole di maravigliosa bellezza: 
morì Forco, et però che non avea figliuolo maschio, rimase 
il reame a queste tre sirocchie. Costoro attesono a cresce- 
re et empiere il reame che rimase loro del padre; et però 
furono chiamate Gorgoni, che tanto vuole dire Gorgone in 
greco quanto Coltura di terra in latino: dilettoronsi molto 
costoro in fare coltivazione et porre frutti. Seguita ancora 
la favola che Medusa, che fu la prima sirochia a l'altre 
(l'una ebbe nome Etrenio (i), et l'altra Euriale), oltre la 
bellezza sua, che fu la più bella delle sirocchie, fu crudelis- 
sima tanto che, essendo vagheggiata da molti giovani, per 
la sua fierezza facea diventare pietra chiunque la guarda- 
va. Finalmente Nettuno giacque con lei nel tempio di Mi- 
nerva; onde Minerva, adirata che questo peccato tosse com- 
messo nel suo tempio, converti i capelli di Medusa, ch'e- 
rono biondissimi, in serpenti: pure di quello giacimento 
ne nacque il cavallo con ali, ch'ebbe nome Pegaso. Per- 
seo, uno giovane greco, udito di Medusa che chiunque la 
guardava diventava pietra, per desiderio di lode, venne in 
quelle isole di Forcades; et ivi, preso uno scudo di cristallo, 
combattè con Medusa et vinsela; et finalmente le tagliò la 
testa, et portò la testa et i capelli nel paese suo. Sta il 
senso della favola in questo modo. Medusa et l'altre sue 
sirocchie si dilettorono, com' è detto, in questa coltivazione 
delle terre; di che ne crebbe forte le loro possessioni. 

(1) Etrenio, 11 vero nome fu Stenia. 



M3 

Giacque con Nettano idio del mare. Il mare, per la scrit- 
tura, é assiraigliato all'abondanzia delle cose: Medusa giac- 
que con lui, ciò è si dilettò et prese piacere di queste ab- 
bondanze. Peccò nel tempio di Minerva. Minerva fu una 
femmina sagacissima, la quale venne d'Affrica in Grecia, et 
fiat la prima che insegnò trarre assai d' utile de' lavorìi 
delle terre. Ella insegnò a' Greci a macinare V ulive et farne U n ddrtuo! 
olio, che prima noi sapeano fare : ella insegnò loro armare, 
che prima non si sapeono armare: onde costei fu chiamata 
iddea. Peccò Medusa nel tempio di Minerva, ciò è in queste 
abondanzie delle cose, che furono tempio, ciò è opera di 
Minerva. Fece Minerva i capelli di Medusa diventare ser- 
penti. I capelli, come é detto più volte, significano le sustan- 
zie temporali: fece Minerva i capelli diventare serpenti, 
ciò è Medusa in acquistare sustanzie temporali ebbe solle- 
citudini et pensieri che, come serpenti, la mordeono er 
affliggeono. Nacque di Medusa il cavallo Pegaseo. Pegaseo 
in greco tanto vuole dire quanto Fama in latino; questa 
fama con due ale volò per lo mondo, portando novelle 
delle ricchezze di Medusa: venne agli orecchi di Perseo: 
desideroso d'acquistare, venne nelle sopra dette isole et 
vinse Medusa, et tagliogli il capo; ciò è portonne gran par- 
te delle sue ricchezze nel suo paese, che sono, come detto 
è, simigliami a' capelli. Faceva diventare di pietra. Chiun- 
que la guardava, per maraviglia diventava attonito et smar- 
rito, freddo di sentimento come una pietra. Sono ancora 
queste tre sirocchie le tre paure, le quali vengono nell'a- 
nimo degl'uomini: et questo è quello che intende l'Aut- 
tore, però che Stenia tanto vuole dire quanto Timidezza; 
et questa è la prima paura; però che gli uomini, sentita 
o udita cosa d'averne paura, primamente diventono timidi. 
Euriale è la seconda paura, che tanto vuole dire quanto 
Larga profondità, però che questa timidezza incontanente 
si comincia a distendersi per tutto l'animo. Medusa, eh' è 
la terza, tanto vuole dire quanto Oblivione, però che, rice- 
vuta la timidezza, et dilatatasi questa timidezza per l'ani- 
mo, incontanente gli uomini diventono smarriti et fuori di 



224 

sé; et pertanto si può dire che Medusa gli faccia diventare 
pietra, però che gli uomini usciti fuori di sé rimangono 
freddi et senza sentimento com'una pietra. Et, com'è detto 
più volte, tutti i demonii che l'Auttore truova s' ingegnono 
et si sforzono, et con paure et con minacce, di, rimuovere 
l'Auttore da questo suo buono proponimento. Dice che Vir- 
gilio gli chiuse il viso, ciò è Fumana ragione, colle sue 
mani , ciò é colle sue dimostrazioni , gli volse il viso dello 
intelletto da queste colali paure, et dirizzollo al suo primo 
et buono pensiero. Nella quarta parte è da sapere che, 
come più volte è stato detto, per l'Auttore si dee intendere 
i peccatori che sono rimossi et levati da' loro peccati: per 
li demonj, i quali si feciono incontro a Virgilio, et fogli 
serrata la porta, la quale l'angiolo aperse colla bacchetta, 
si possono intendere i malvagi pensieri, che ritornono 
spesso nell'animo di colui eh' è levato da' peccati. Et però 
che questi peccatori, già rimossi da peccare, come era 
l'Auttore, sono atati da Virgilio, ciò è dalla umana ragione, 
incontanente questi cotali pensieri muojono in loro, vinti 
et cacciati dalla ragione. Ma, però che gli ostinati pecca- 
tori, i quali pone l'Auttore che sono puniti nella città di 
Dite, seguitano pure questi loro malvagi pensieri, aviene 
che questi demonii, ciò è questi loro malvagii et bestiali 
pensieri, chiudono la porta a Virgilio, ciò è serrano l'en- 
trata alla ragione, onde elli vivono nell'animo a questi 
cotali ostinati, et la ragione n'è cacciata fuori. Nella quinta 
et ultima parte, con ciò sia cosa che l'Auttore truovi ere- 
tici peccatori, i quali dice essere chiusi in avelli di pietra, 
et intorno ad essi avelli grandissime fiamme, è da vedere 
se la pena a loro data sia conforme alla colpa. L'avello 
di pietra è di fuori bello et dentro è sozzissimo: così la 
vita di costoro, però che l'apparenza loro di fuori mostra 
bella (che ciò che fanno si vogliono sforzare di mostrare 
eh' eglino faccino a buono fine, et questo monstrono con 
ragioni che nella corteccia di fuori pajono essere vere, et 
dentro sono pessimissime et ree); et pertanto quelli avelli 
non hanno altro a mostrare, se non la loro vita. Et però 



225 

che questi eretici furono freddi dello amore di Dio, per 
tanto sono riscaldati dal fuoco dentro a questi avelli: non 
che questo riscaldare gli accenda a veruno bene, però che 
non gli può accendere: ma con pena gli affligge et tor- 
menta. Et perchè il fuoco gli affligga bene, non è sempli- 
cemente il fuoco in luogo largo, ma è ristretto in quelli 
avelli, che cuoce più e più tormenta; che quanto magis 
tegitur, tanto magis suscitai ignis. Ancora è da sapere che 
rÀuttore, vogliendo passare da' vizii che procedono da na- 
tura, come sono lussuria, gola, accidia, a quelli vizii che 
procedono da bestialità o da malizia, vi viene da quello 
vizio che più prosumono (1), et questo è quello dell' ira: però 
che gli altri vizii, com'è la lussuria, usato il vizio, hanno 
qualche tregua inanzi che all'altra volta si ritorni a pec- 
care; che poi che gli uomini hanno una volta usata la 
lussuria sono sazii; et non senza intervallo di tempo ven- 
gono a questo vizio. La seconda volta il guloso, pieno 
eh* egli abbia il ventre, s'accheta et non torna più a man- 
giare, se non gli ritocca l'appetito; et cosi degli altri. 
L'ira non è simile, però che quella spezie dell'ira, la 
quale si converte in odio, non si parte mai dall'animo di 
colui eh' è irato; però che qualunque cosa è consumata 
dal fuoco, sempre vi si pare l'arsione: similmente l'animo, 
la cui ira è convertita in odio, mai questo odio da esso 
non si diparte. Et però per questo vizio dell'ira bene si 
procede a quelli vizii che vengono per malizia o per be- 
stialità, però che l'animo in cui sono questi vizii è tanto 
trascorso in questi peccati, che sono convertiti in una osti- 
nazione et in uno continuo peccare. Punisce addunque la 
giustizia di Dio questi ostinati nella città di Dite, dove 
con più grave pene sono tormentati, che gli altri che sono 
fuori della città; però che gli altri peccatori, come sono 
lussuriosi, golosi ec. hanno i loro vizii che, come è detto, 
procedono da natura, et questi da bestialità et da malizia. 

(I) Da quello vizio ce. Forse è errore di copia, e dee leggersi 
eh' è più prommano. 

15 



226 

Ancora gli mette in questa città, non perch'ella sia città, 
che ivi non è né casa né palagio, ma però che, come la 
città é detta civium unitas, ciò é unità di cittadini, cosi 
costoro, che sono posti nella città di Dite, come che i pec- 
cati loro sieno stati diversi, tutti sono ostinati, et proce- 
duto il loro peccare da quella unità della ostinazione. È 
da venire ornai, poi che sono chiariti questi passi, alla 
sposizione del testo. 

Quel color che viltà di fuor mi pinse. L'Auttore, con- 
tinuando il presente capitolo al precedente, dice che, con 
ciò sia cosa che, veggendo Virgilio non essere lasciato 
entrare dentro alla città di Dite da quelli che si gli fe- 
ciono incontro, mutò colore per viltà nel viso, però che 
temette forte, o di non rimanere ivi, o di non potere 
tornare addirietro; ma, guardando Virgilio nel viso, che 
ancora avea mutato colore, temette più che prima, però 
che stimò Virgilio avere dubitato; però che TAuttore, che 
andava sotto sua sicurtà, ebbe cagione da temere; et per- 
tanto dice che '1 colore di Virgilio ristrinse al cuore più 
il suo di prima. Et è qui da sapere che quando gli uomini 
temono d'alcuna vergogna, o di cosa di fuori da loro che 
non sia troppo grave, incontanente il sangue si spande 
per lo viso partendosi dal cuore; ma quando una grande 
paura d'uno grande caso viene ad altrui, incontanente il 
cuore trema forte et teme, di che il sangue, eh' è sparto 
per le membra, sentendo per natura temere il cuore, ciò è 
tutto si rauna nel cuore o intorno ab cuore, per a tare la 
vita: onde in simile maniera la paura ch'ebbe TAuttore 
veggendo temere Virgilio, ristrinse più al cuore il colore, 
ciò è il sangue, come detto è — Attento si fermò. Dice ancora 
che Virgilio, riconfortando TAuttore, fermandosi, che '1 vid- 
de temere; et disse: • Non dubitare, che a noi pure con- 
viene vincere la punga nostra » — Io vidi ben sì come. 
Però che Virgilio, poi eh' egli ebbe detto pure a noi con- 
verrà; et egli soggiunse Se non tale ne sofferse, temette 
TAuttore, perchè vidde che Virgilio avea cominciato a con- 
fortare TAuttore, et poi con altro dire et diverso da quello 



287 

ricoperse il primo. Et per tanto temette, però che traeva la 
parola tronca, ciò è divisa et mozza, a piggior sentenzia 
eh' elli non trasse o intese Virgilio; però che l'Auttore forse 
intese quando Virgilio disse Tale ne sofferse, che egli volessi 
dire che, con ciò sia cosa che Pluto, Flegias et gli altri 
demonii, i quali aveano sofferto che Virgilio et Dante 
(assono venuti infino a quello luogo, et aveangli lasciati 
entrare per loro cerchi, con ciò sia cosa che la loro venuta 
a quelli principi della città di Dite fosse dispiaciuta, che 
ancora da loro ne sarebbono pagati. Onde l'Auttore pensò: 
elli, che ci hanno lasciati entrare infino qui, non ci lasce- 
ranno tornare addirietro; et Virgilio intese tal ne sofferse, 
ciò è, tal sofferse et volle che io fossi tua guida, ciò è Iddio, 
quelli che puote ogni cosa non vorrà che l'andata nostra 
sia contesa; et contro al volere di Dio niuna cosa può in- 
tervenire; et però bene disse: E 9 converrà che noi vinciamo 
la punga — In questo fondo della. Pone l'Auttore et somi- 
glia lo 'nferno a una conca, però che, com' è detto, lo 'nfer- 
no è largo da bocca et stretto nel fondo — È vero che 
altra fiata. Chiaro appare per quello che è stato detto 
dinanzi a Eriton magica incantatrice — V ombre, ciò è 
r anime e* corpi morti — IT non potemo entrare. Erono 
adirati per lo chiudere della porta che feciono i demonii 

— Dove in un punto. Nel quale luogo dice che subita- 
mente furono diritte tre furie infernali: et chiamale sotto 
nome femineo, forse però che la furia s'accende più tosto 
nelle femine che negli uomini; però che sono più mobili 
et meno ferme, o perchè furia è femminino, ciò è di quel 
genere — Et con idre verdissime. Idre sono una generazio- 
ne di serpenti, quali sono verdissime; et sono dette da 
Idros greco che tanto vuol dire, quanto Corno in latino, 
però che questi serpenti hanno uno cornicello in sul capo 

— Serpentelli ceraste. Serpentelli ceraste sono una altra 
generazione di serpenti, i quali hanno gran parte del vele- 
no loro ne' denti, però ch'egli hanno uno ventricolo nel 
gorgozule, il quale è pieno di certa acqua, et spesso la 
manda a' denti; et questa è quella che getta veleno a' denti. 



228 

come ìi vo- Stanno questi molto fra l'acqua, et ogn'ora che animale 
uon° 'uò'nuoì ve ^ enoso stó * n acqua, nell' acqua non può nuocere: la ca- 
cero. gione è però che '1 veleno, che in loro viene per caldezza, 

et T acqua è fredda, et pertanto spegne il veleno; et veg- 
giamo per questa ragione i serpenti nuocere più d' istate 
che di verno. Sono dette Cerastre da Ceras in greco che 
vuole dire acqua in latino (i) — Della regina dello eterno. Si 
come pongono i poeti, Proserpina, la quale, allegorizzato, 
vuole dire Seme gettato nella terra, moglie fu di Pluto 
figliuolo di Saturno iclio d' inferno, alla quale regina, ciò è 
Proserpina, cosi fatte servigiali sono attribuite, come Me- 
gera, Aletto et Tesifone sorelle, et furie come detto è. 

— Venga Medusa. Medusa fu figliola di Forco, la quale 
avea serpenti per capelli; et ciò gP intervenne , però che 
fornicò con Nettuno nel tempio di Pallade, eh' è dea della 
sapienzia, la quale, presi i crini di Medusa, feceli mutare 
in serpenti; et prese questa proprietà, che qualunche la 
riguardava diventava di pietra. Perseo, figliuolo di Giove, 
udito questo, prese uno scudo vitreo, et venne a questa 
Medusa; et portato lo scudo inanzi a sé, acciò eh' essa non 
potesse vedere, et cosi, appressandosi ad ess3, le tagliò la 
testa. Et però gridavono quelle furie venga Medusa, acciò 
che l'Autore diventasse pietra. Smalto è duro come pietra. 

— Mal non vengiammo. Teseo, figliuolo d'Egeo duca d'Atene, 
con Penteo suo compagno, s'erano vantati di mai non 
tórre moglie, s'ella non fusse della schiatta degl'iddìi; et 
Theseo era già ito et tolta Etra, la quale dicono i poeti 
essere figliuola d'Jove, si che bene tolse della schiatta 
degli dii. Restava a Penteo tórre moglie; et, non trovando 
in terra veruna della schiatta delli iddii, scesono allo'nfer- 
no per tórre Proserpina; onde intervenne che Cerbero 

" cane di Pluto strangolò Penteo: et Teseo, però che fu ami- 
co di Pluto, non fu morto, ma fu bene preso da lui et 

(1) Ceras in greco. Qualunque lettore introdotto tanto o quanto 
negli sludj si sarà accorto che il Commentatore ha applicato la etimo- 
logia delle idre alle ceraste, e la etimologia di queste a quelle. 



229 

ritenuto; onde, tornando Ercole, et avendo vinto Gerione 
Egeo, gli si fece incontro et pregollo che andassi a soccor- 
rere Teseo suo singolare amico; onde Ercole scese allo "nfer- 
no ? et prese Cerbero, però che gli con traci icea l'andata, 
et trasselo fuori della porta d'inferno; di che, veggendo 
il lume, non uso di vederlo in inferno, si maravigliò et 
temette forte: et finalmente Ercole tolse Teseo, et trasselo 
fuori d' inferno et liberollo dallo 'nferao. Onde dicono que- 
ste furie: Mal non vengiammo l'assalto di Teseo > però che, 
se noi l'avessimo vendicato, questo Dante non arebbe avuto 
ardire di venirci — voi che avete gV intelletti sani. L'Aut- 
tore rende attento r uditore, et dice che guardi collo in- 
telletto sano quello che per questa favola si figura: et 
allegoricamente s'intende, et dice, che questa dottrina 
s'asconde sotto il velame de' versi strani. Chiamagli strani, 
però che trattano di strana et non usata materia; o per- 
chè queste cose non furono mai descritte per versi vol- 
gari, però che gli altri poeti infino a Dante hanno trattata 
la loro materia per versi in latino — Et già venia. Intanto 
venia uno fracasso, ciò è uno grido che rompea et fracas- 
sava, ciò è parea fracassare; et dice che tremavono le spon- 
de, ciò è le rive. Egli è vero che '1 suono muove P aria 
et falla tremare, onde pare altrui che la terra tremi; ma 
la terra non triema, però eh' è ferma et inmobile: et in- 
terviene che, sonando una campana grossa in su una torre, 
pare che la torre triemi, però che Faria, mossa dal suono, 
percuote chi è in sulla torre, et pare loro che triemi la 
torre. Onde similmente, di licenzia poetica, FÀuttore usa 
questo modo di parlare, et dice che le sponde tremavono. 
— Non altrimenti fatto che. Qui fa comperazione dal romore 
predetto a uno vento, il quale, come è scritto poco inanzi, 
si chiama tal vento Enefflas; et è grandissimo vento, tanto 
che rompe spesse volte et i rami et i pedali degli alberi 
delle selve, et ciò che si gli para inanzi, onde i pastori e 
le fiere si fuggono: et è questo vento cosi sonoro di state, 
però che il caldo del sole attrae a sé i vapori della terra, 
i quali sono caldi et secchi, onde, essendo percossi dal 



230 

vento eh' è di quella natura, fanno grande suono, però che 
i vapori umidi non farebbono suono. Dice ancora che 
questo vento è superbo, però che niuna cosa gli si para 
inanzi ch'elli non abbatta et schianti, come il superbo 
che non vuole né pari né compagno — Et disse: dirizza 
il nerbo. Virgilio conforta TAuttore a vedere quello che 
venia, et disse dirizza il nerbo.. Come detto è poco avanti 
il vedere procede da uno nerbo che si muove dal cerabro 
— Ove quel fummo. Però che presso all'Agnolo era la per- 
cussione maggiore che altrove — Come le rane inanzi. Qui 
dà una similitudine, che quando per uno lago viene una 
biscia (per quello idro che abbiamo conto in questo capi- 
tolo che solo sta nell'acque e gli altri no; ma per lo ge- 
nere chiama biscia), et come le rane fuggono inanzi a 
questo idro, cosi quelle anime inanzi all'agnolo: et dice 
più di mille, ponendo il finito per lo infinito — Passava 
Stige colle piante asciutte. Però che l' angiolo era cosa cele- 
stiale, come eh' egli passasse per le cose infernali non per 
la sua beatitudine, et pertanto non è tocco dall'acqua, 
ciò é dalla tristizia di Stige. Et è da sapere che, di nove 
ordini degli angioli, Idio quando vuole mandare una am- 
basciata, manda di quale ordine vuole: et non si truova 
che de' cherubini mandassi mai; degli altri si. È detto 
angiolo da angelos in greco, che tanto vuole dire quanto 
messo in latino — Dal volto rimovea quell'aere grasso. Ogni 
acqua di pantano et di palude getta esalazioni nell'aere; 
et però che queste esalazioni et questi vapori si muovono 
dall'acque, che per la mota che fanno di non correre, 
diventono morbide et grasse, similmente diviene l'aere 
vicino. Et però che l'Auttore era mortale, dice che l'an- 
giolo, rimovendo da sé quello aere, parea lasso: non che 
l'agnolo s'allassasse, ma però che uno mortale sarebbe 
lasso facendo cosi, o avendo cosi fatto — Menando la sini- 
stra, però che nella destra avea la bacchetta — Ben m'ac- 
cors 9 io eh 9 egli era di cielo messo. Però che l'Auttore vidde 
l'anime de' dannati fuggire, che per l'aspetto degli altri 
dannati non si fuggono, stimò bene ch'egli fosse messo 



231 

di Dio — Ch'io stessi cheto, et inchinassi ad esso. Non era 
FAuttore tanto in grazia di Dio che fosse convenevole che 
F angiolo gli parlasse, et per tanto gli ammoni Virgilio che 
gli facessi rìverenzia senza parlargli. Ora si poterebbe 
quinci trarre uno dubbio: se convenevole non era che 
r agnolo. parlasse alFAuttore, quanto maggiormente a'de- 
monii? Rispondesi: che a'demonii parlò cose che dispiac- 
quono loro, et FAuttore non meritava questo, né era degno 
di più grazia — Ahi quanto mi parea pien di disdegno. Com' è 
chiarito inanzi nel capitolo, dove sono tormentate F anime 
per F ira, Ira è peccato mortale; ma sdegno delle cose mal 
fatte non è peccato né vizio ma è virtù; come in queste 
parole che F agnolo sdegnò si può comprendere — Venne 
alla porta et con una verghetta. Giunse F angiolo alla porta 
di Dite, et con una bacchetta F aperse che non ebbe rite- 
gno, però che al volere di Dio non ha veruno riparo — 
O cacciati del dei Però che Lucifero, et gli altri agnoli 
che s' attennono a lui, pensorono essere simili di Dio, per 
la loro superbia furono cacciati del cielo, et piowono nove 
di et nove notti; et per tanto F angiolo messo di Dio ri- 
prendendogli dice: Ónde està tracotanza in voi s'alletta, 
ciò è di là della debita cura — A cui non puote il fin. 
Però che la intenzione di Dio, però eh' è inmobile , convie- 
ne ch'ella venga sempre a quello ch'ella intende, et niuna 
potenzia può contradire al voler di Dio, per tanto non è 
mai mozzo né diviso il fine della intenzione di Dio — Et 
che più volte v y ha cresciuto doglia. Però che quando Cristo 
scese al limbo, i demonii contradissono F entrata, onde 
egli spezzò le porti del ferro, et trassene i santi Padri; et 
ancora quando il demonio, dubitando s'egli era figliuolo 
di Dio, il tentò di superbia, di vanagloria, et del peccato 
della gola, di che Cristo gli comandò ch'egli tornassi al- 
l'inferno, et che mai quindi non si partisse, per che egli 
più nel mondo non venisse a ingannare persona. Allora 
gli fu cresciuta doglia. Ancora si truova che quando i rei 
angioli furono cacciati del paradiso, che sempre questa 
regione dell'aere eh' è vicina alla terra (però che l'aere 



232 

Iia due regioni, 1* una è vicina alla terra, et in questa re- 
gione sono i nuvoli, i venti et l'altre impressioni; l'altra 
regione è contermine al foco, et è continua di sopra a 
questa), quivi è sempre l'aere chiaro, non vi piove, non 
vi nevica mai; et di questo si tratta nel paradiso terrestre, 
però che comincia dall'entrare della porta del purgatorio; 
ma nel paradiso terrestre ne tratta PAuttore, com'è detto. 
Or finalmente in questa regione di sotto sono molti dimo- 
ri ii; et già a molti santi hanno fatto noja, et molti santi 
gli hanno rilegati allo'nferno et comandato loro che mai 
non se ne partano, di che è loro cresciuto pena et doglia; 
et però dice bene PAuttore che resistere alla volontà di 
Dio ha spesse volte loro cresciuto doglia — Che giova nelle 
fata dar di cozzo? Secondo uno poeta greco, maestro d'O- 
mero, Demogorgon, che fu il primo iddio, ebbe di Caos 
fein ina, toccandole il ventre, quattro figliuoli, uno maschio 
„ u . A ., et tre femine: il maschio ebbe nome Pan, le femine Puna 

Chi fu il 

primo dìo De- Cloto , P altra Lachesis , P altra Atropos : queste furono 
mogorgon. Sfornate fo^. et Demogorgon impose loro questa legge, 

che mai elli non si partissono dalla volontà di Pan loro 
fratello, et che quello che Pan imponesse loro dovessono 
osservare. Per questo Demogorgon che fu il primo Iddio, 
s'intende Iddio onnipotente fece i cieli. Divisa et partita 
questa confusione, per la virtù di questi cieli, tutte le 
cose che nascono nel mondo, che vivono o che muojono, 
vengono a' loro termini per questa disposizione de' cieli ; 
et questa cotal virtù si chiama natura naturata. Ora questo 
Pan s'intende essere questa natura naturata, il quale im- 
pone legge a queste sue sorelle. La prima è detta Cloto, 
che tanto vuol dire quanto Produzione, però che tutte le 
cose create sono prodotte. Lachesis tanto vuol dire quanto 
Protrazione, però che tutte le cose che sono prodotte per 
virtù di Cloto nel mondo, Lachesis le tira verso il loro 
termine, et consumando le viene sempre. Atropos dicitur 
ab A quod est sine et tropos quod est conversio, idest Sine 
conversione. Ora queste tre dee, overo fate, sono poste alla 
vita dell'uomo, che Cloto il fa nascere, Lachesis il tira 



233 

verso la morte, Atropos l'uccide. Somigliarono ancora gli 
antichi poeti la vita dell'uomo a una rocca, et diceono 
che Cloto ponea la rocca; Lachesis la filava et sconocchia- 
vaia; Atropos la logliea via. Onde il verso Cloto colum 
bajulatj Lachesis trahit, Atropos necat (1). Et molto gli anti- 
chi credeano a questi fati, onde Seneca nelle tregedie: Fati* 
agimur, credito fatis; et altrove: fata nolentem trahunt volen- 
te™ ducunt. Et questo cotal credere si è contro alla fede 
cattolica, et da tórre le parole delPAuttore come parole 
poetiche — Cerbero vostro. Theseo et Penteo suo compagno 
s'erano vantati, com'è detto in questo capitolo, di non 
tórre moglie, se non fosse della schiatta degli dii. Teseo, 
rapita Etra, et non trovandosi veruna altra in terra, sce- 
sono allo'nferno per trarne Proserpina figliuola di Cere- 
re et di Giove; ivi scesi, furono ritenuti: finalmente dice 
alcuno che Penteo fu lasciato, onde egli andò a Ercole a 
pregarlo che andasse a soccorrere Teseo. Ercole colla mazza 
del ferro scese allo 'nferno; et da Caron fu passato in nave. 
Cerbero, veggendo che Caron avea trapassato uomo vivo, 
agramente il morse, la qual cosa veggendo Ercole, prese 
Cerbero per la barba, et pelandogliele, il trasse infino fuori 
d' inferno, et fecegli gettare schiuma velenosa per la bocca 
et liberò Teseo. Et però dice TAuttore a' demoni: Che giova 
contastare contro a quello che è fatato et disposto? però 
che sapete quello che intervenne a Cerbero, volendosi op- 
porre — Securi apresso le parole sante. Detto V agnolo le 
parole contro a demonj, TAuttore prese sicurtà, et sicura- 
mente con Virgilio entra ro, et andoron verso la città di 
Dite, et ivi non trovorono veruna resistenzia — Siccome ad 
Arti ove. Il Rodano, è uno grandissimo fiume,. et esce i, fillmeRo . 
iT una medesima montagna col Reno et col Danubio. Corre d » no - 

(1) Necat. Il verso qui ricordato si legge nel Catholicon in questa 
forma 

Clotho colum bajulat, Lachesis trahit, Atropos occat, 

dove quell'ocra/ significa taglia, recide. Il Commentatore lesse e tradusse 
malamente necat. 



234 

il Rodano alquanto verso il mezzo di, et poi si dirizza 
verso ponente, et ricoglie in sé molti fiumi, Isera, la 
Durenza, et Arli: finalmente alla città d'Arli. eh' è in Pro- 
venza, mette in mare, et ivi presso fa uno stagno; et 
detto stagno, quando alcuna acqua dolce si mescola col- 
P acqua salsa, quella raccolta dell'acqua che fa lo stagno 
suole gettare cattivissima aria. Ora ivi presso a questa 
città d'Arli si dice pe' paesani che fu grandissima batta- 
glia fra' cristiani abitanti nel paese sotto il governo del 
grande Amerigo, e' Saracini che vennono pel mare d'Affri- 
ca et di Spagna : a' Cristiani , conosciuti per divino segno, 
quantità di monimenti si trovorono fatti, et in quelli, in 
quali pochi et in quali assai, furono sotterrati. Simil- 
mente a Pola, che è una città nella Provincia d'Istria, 
di lungi forse un mezzo miglio presso al mare, grande 
quantità d'avelli sono, ne' quali furono sotterrati grande 
quantità d'uomini, morti ivi presso a una grande batta- 
glia. È questa Pola presso a uno gorgo di mare Adriano, 
il quale golfo, overo porgo, si chiama Carnaro; et è uno 
de' confini d'Italia. Carnaro si chiamò, però che intomo 
abitorono popoli che furono chiamati quaranares, et quindi 
venne Carnaro — Fanno i sepolcri tutto. Vajo è bianco in 
parte et in parte bigio, overo grigio; et levatone il grigio, 
rimane bianco. Di questo dipignesi et adornasi le camere, 
onde altro non vuole dire loco vario, se non incamerato 
o riposto. Cosi similmente, come erono fatte quelle sepol- 
ture, dice l'Auttore eh' erono nella città di Dite; et fiamme 
di fuoco erono nelle sepolture, et di quelle uscivono gran- 
dissimi lamenti come di persone che si doleano — Et egli 
a me: Qui son F eresiarche. Eresiarche vuol dire Principe 
di resia, et dicitur ab arcos grece quod est princeps, et 
heresis quod est eresia — Co 9 lor seguaci d' ogni setta. Ere- 
tici sono detti quelli che la fede di Dio dividono in diversi 
modi. Onde santo Agostino pone che questi principi della 
eresia, non dico coloro che gli hanno seguitati , sono stati 94, 
che'l primo fu Simone mago, a mano a mano Epicuro et 
altri; onde l'Auttore dice che in quelle arche ve n'avea più 



235 

che FAuttore non credea — Simile qui con simile. Dice ancora 
che non sono in una medesima arca dìTerse sette; ma 
ciascheduna setta è di per sé in ciascheduna arca: et se- 
condo Terrore loro, secondo hanno il caldo del fuoco più 
et meno cocente; et però i monimenti sono più et meno 
caldi. Et è da sapere che queste sepolture si chiamono in 
diversi modi a diversi rispetti, però che arca dicitur ah 
arcani* (i); tumutum ah tumeo, però che quella sepoltura 
eh 9 è chiamata tumulo è quella eh' è elevata et scolpita , 
fatta a modo d'uno monticello. AteUum dicitur ah hoc 
verbo evello, erelUs, che sta per divegliere: et sono queste 
sepolture che si chiamono avelli quelle che si cavono sotto 
terra senza altro adornamento. Monimentum quia monet, 
però che (sic) guarda il monumento, eh' è detto quello ove 
s'intaglia il nome di colui che vi giace; et è ammoni- 
mento a chiunque il legge. Sepukrum idest seorsum ab 
pulchro, però che chi il guarda dentro è sozzissimo, et di- 
viso d'ogni bellezza a chi il guardasse dentro gli parrebbe. 
Bustum dicitur ab comburo, però che anticamente si soleo- 
no i corpi de' famosi uomini ardere, et riporre la polvere 
in certe vase che si chiamano urne. Locellum quia modi- 
cum locum tenet etc. — Passammo fra? martirj et gli alti 
spaldi. Intanto a mano destra, volto l'Auttore a Virgilio, 
tennono fra queste arche dove sosteneano martiro gli ere- 
tici, et gli alti spaldi. È alcuno che intende che spaldo tanto 
voglia dire quanto muro di fortezza; et altro vuole dire 
che spaldo tanto voglia dire in romagnuolo quanto spazzo, 
et l'uno et l'altro si può conferire alla intenzione del- 
l'Auttore. Se si piglia per muro di fortezza, si dee inten- 
dere che l'Auttore passasse tra l'arche et il muro della 
città di Dite, eh' è di ferro com'è detto; se s'intende nel- 
l'altro modo, puossi intendere ch'egli andassono fra l'ar- 
che et lo spazio che v'era. Et cosi compie suo capitolo. 

(1) Ab arcani*. Il Commentatore nostro sta con Servio, il quale fa 
procedere Arca da Arcanum, piuttosto che con Festo ed altri che Arca- 
num fanno procedere da Arx o da Arca, ed ambedue poi queste voci 
da Arceo. 



CANTO X. 



Ora sen va per un secreto calle (1) 
Tra '1 muro della terra e li martiri 
Lo mio Maestro, ed io dopo le spalle. 

virtù sola (2), che per gli empi giri 
Mi volvi, cominciai, com' a te piace, 
Parlami, e satisfammi a' miei desiri. 

La gente, che per li sepolcri giace, 
Potrebbesi veder? già son levati 
Tutti i coperchi, e nessun guardia face. 

Ed egli a me: Tutti saran serrati, 
Quando di Josaffà qui torneranno 
Coi corpi che lassù hanno lasciati. 

Lor cimitero (3) da questa parte hanno 

(1) Per un secreto. La Crusca novella, ed altri leggono per uno 
stretto; molti ottimi codici e stampe e la Crusca antica, seguite anche 
dal Witle, hanno secreto; e secreto ha il nostro Commentatore, e lo di- 
chiara acconciamente. 11 signor Gregoretti combatte questa lezione, per- 
chè accetta dal Witle, e ne parla come se questi se la fosse inventata. 
Povero signor Gregoretti! Lasciamo dire. 

(2) Virtù sola. La lezione comune è somma; ma questo sola è di 
altri buoni codici, e chi vi pensi bene, non è punto strana. 

(3) Lor cimitero. La comune é suo cimitero: questa è più secondo 
grammatica; e scansa la ripetizione della voce suo e suoi. 



237 



Con Epicuro tutti i suoi seguaci, 
Che P anima col corpo morta fanno. 

Però alla dimanda che mi faci 
Quinc' entro soddisfatto sarai tosto, 
E al disio ancor che tu mi taci. 

Ed io: Buon Duca, non tegno nascosto 
A te mio cor, se non per dicer poco: 
E tu m' hai non pur mo a ciò disposto. 

Tosco, che per la città del foco 
Vivo ten vai così parlando onesto, 
Piacciati di ristare in questo loco. 

La tua loquela ti fa manifesto 
Di quella nobil patria natio, 
Alla qual forse fui troppo molesto. 

Subitamente questo suono uscio 
D'una dell'arche: però m'accostai, 
Temendo, un poco più al duca mio. 

Ed ei mi disse: Volgiti, che fai? 
Vedi là Farinata che s'è dritto: 
Dalla cintola in su tutto il vedrai. 

P avea già il mio viso nel suo fitto; 
Ed ei s' ergea col petto e colla fronte, 
Come avesse lo'nferno in gran dispitto: 

E l'animose man del duca e pronte 
Mi pinser tra le sepolture a lui, 
Dicendo: Le parole tue sien conte. 

Com' io al pie della sua tomba fui , 
Guardommi un poco, e poi quasi sdegnoso 
Ni dimandò: Chi fur li maggior tui? 

lo, ch'era d'ubbidir disideroso, 
Non gliel celai, ma tutto gliel' apersi: 
Ond'ei levò le ciglia un pòco in soso, 

Poi disse: Fieramente furo avversi 
A me e a' miei primi ed a mia parte, 



238 

Sì che per due fiate gli dispersi. 

S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte, 
Risposi lui, Tuna e l'altra fiata; 
Ma i vostri non appreser ben quell'arte. 

Allor surse alla vista scoperchiata 
Un'ombra lungo questa infino al mento: 
Credo che s'era inginocchion levata. 

D' intorno mi guardò, come talento 
Avesse di veder s'altri era meco; 
Ma poi che il sospicar fu tutto spento, 

Piangendo disse: Se per questo cieco 
Carcere vai per altezza d' ingegno, 
Mio. figlio ov'è? e perchè non è teco? 

Ed io a lui: Da me stesso non vegno: 
Colui, che attende là, per qui mi mena, 
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. 

Le sue parole e il modo della pena 
M' avevan di costui già letto il nome: 
Però fu la risposta così piena. 

Di subilo drizzato, gridò: Come 
Dicesti egli ebbe? non viv'egli ancora? 
Non fiere gli occhi suoi lo dolce lome? 

Quando s'accorse d'alcuna dimora 
Ch' io faceva dinanzi alla risposta, 
Supin ricadde, e più non parve fuora. 

Ma queir altro magnanimo, a cui posta 
Restato m' era, non mutò aspetto, 
Né mosse collo, né piegò sua costa. 

E se, continuando al primo detto, 
S' egli han queir arte, disse, male appresa, 
Ciò mi tormenta più che questo letto. 

Ma non cinquanta volte fi a raccesa 
La faccia della donna che qui regge, 
Che tu saprai quanto queir arie pesa. 



239 

E se tu mai nel dolce mondo regge, 
Dimmi, perchè quel popolo è sì empio 
Incontro a' miei in ciascuna sua legge? 

Ond' io a lui: Lo strazio e il grande scempio, 
Che fece l'Arbia colorata in rosso. 
Tale orazion fa far nel nostro tempio. 

Poi eh' ebbe sospirando il capo scosso: 
A ciò non fui io sol, disse, né certo 
Senza cagion sarei con gli altri mosso: 

Ma fu' io sol colà, dove sofferto 
Fu per ciascun di tórre via Fiorenza, 
Colui che la difesi a viso aperto. 

Deh, se riposi mai vostra semenza, 
Prega' io lui, solvetemi quel nodo, 
Che qui ha inviluppata mia sentenza. 

E' par che voi veggiate, se ben odo, 
Dinanzi quel che il tempo seco adduce, 
E nel presente tenete altro modo. 

Noi veggiam, come quei e' ha mala luce, 
Le cose, disse, che ne son lontano; 
Cotanto ancor ne splende il sommo Duce: 

Quando s'appressano, o son, tutto. è vano 
Nostro intelletto; e, s'altri noi ci apporta, 
Nulla sapem di vostro stato umano. 

Però comprender puoi che tutta morta 
Fia nostra conoscenza da quel punto 
Che del futuro fia chiusa la porta. 

Àllor, come di mia colpa compunto, 
Dissi: Or direte dunque a quel caduto 
Che il suo nato è co' vivi ancor congiunto. 

E s' io fui dianzi alla risposta muto, 
Fatei saper che il fei, perchè pensava 
Già nell' error che m' avete soluto. 

E già il Maestro mio mi richiamava; 



240 

Perch' io pregai lo spirito più avaccio 
Che mi dicesse chi con lui si stava. 

Dissemi: Qui con più di mille giaccio 
Qua entro è lo secondo Federico, 
E il Cardinale, e degli altri mi taccio. 

Indi s'ascose; ed io in ver l'antico 
Poeta volsi i passi, ripensando 
A quel parlar che mi parea nimico. 

Egli si mosse; e poi cosi andando. 
Mi disse: Perchè sei tu sì smarrito? 
Ed io li satisfeci al suo dimando. 

La mente tua conservi quel eh' udii 
Hai contra te, mi comandò quel saggio 
Ed ora attendi qui: e drizzò il dito. 

Quando sarai dinanzi al dolce raggio 
Di quella, il cui bell'occhio tutto vede. 
Da lei saprai di tua vita il viaggio. 

Appresso volse a man sinistra il pied- 
Lasciammo il muro, e gimmo in ver lo 
Per un sentier eh' ad una valle fiede, 

Che in fin lassù facea spiacer suo le? 



241 



CANTO X. 



Ora sen va per uno secreto calle. L'Auttore, continuan- 
do il presente capitolo al precedente, dice che, partitosi il 
maestro suo, a lui fu necessario et convenevole seguitarlo. 
Dividesi il presente capitolo in quattro parti; la seconda 
comincia quivi : Tosco che per la città; la terza quivi : 
Deh! se riposi mai; la quarta et ultima quivi: Ed io inver 
l'antico. La prima et le due seguenti, ciò è la seconda et 
T ultima, appariranno chiare nella sposizione del testo. Alla 
terza parte è da sapere che PAuttore, per accattare la be- 
nevolenzia di messere Farinata, gli disse: Se 1 vostro seme, 
ciò è i vostri discendenti, tornino a Firenze et riposinsi, 
ditemi eh 9 è ciò che voi vedete (1) le cose future et non le 
presenti: però che voi m'avete detto che io sarò cacciato 
di Firenze, et questo era nel futuro; et messere Cavalcante 
non sapea se'l figliuolo vivea, ch'era nel presente. Onde 
messere Farinata risponde et dice, che veggono come quelli 
che hanno mala luce. Egli è da sapere che gli uomini che, 
per difetto naturale, è mancato loro il vedere, però che 
sono tanto attempati che veggion male, procede questo 
loro difetto da due cagioni; o lo spirito visivo è ingros- 
sato, o egli è troppo assottigliato; et coloro che l'hanno 

(1) Che è ciò che voi vedete. Cioè: Qual è la cagione per la quale 
vedete, o secondo che direbbesi familiarmente: Come mai vedete. 

16 



242 

assottigliato, però che lo spirito visivo è debole et fragile, 
quando rojetto(l) si dilunga dall'occhio punto, la vista non 
vi può giugnere, però eh' è manca; et questi cotali non veg- 
giono, se rocchio non è presso alPojetto. Altri sono che 
lo spirito visivo è ingrossato in loro: questi, avendo l'objet- 
to molto presso agli occhi, non veggiono; ma, essendo al- 
quanto di lungi, veggiono meglio. Et questo avviene, però 
che la virtù visiva, dilungandosi un poco dall'occhio, 
s'appunta et assottigliasi et è più unita; et ancora perchè 
fra robjetto et l'occhio v'ha più aere et per seguente 
più lume; et questi cotali per speri en zia si vede che, aven- 
do una lettera presso agli occhi, non la sanno leggere, et 
scostandola alquanto dagli occhi, la veggiono meglio. Di 
questi secondi intende messere Farinata. Ancora è da sapere 
che gli spiriti immondi, et così l'anime de' dannati, sanno 
le cose future non fermamente; ma per certe conjetture 
s'appongono, però che gli spiriti immondi, che non sono 
occupati di veruna carne, sono sottilissimi et sagaci, però 
che in uno stante si gettono dovunque egliona vogliono: 
sono presenti al parlare et al consigliare degli uomini; et 
però ch'egliono cognoscono meglio che gli uomini ex subii- 
litate naturae, ex multarum rerum experentia, quello che 
delle parole, degli atti et de' consigli debba seguitare, di- 
ranno troppo bene: // cotale uomo capiterà male; et il tale 
bene; et per queste così fatte conjetture assai volte hanno 
predetto il fine d'una battaglia, però che sono stati pre- 
senti al parlare et al consiglio di ciascheduna parte, han- 
no veduta la gente et dell'una parte et dell'altra, et che 
modi tiene il capitano: onde per queste cosi fatte conjet- 
ture si sono avisati (2). Et per questi modi messere Fari- 
nata, però che avea udito per molte anime che venivono 
allo'nferno i modi che teneono i Fiorentini, et ancora 
forse perchè era stato presente tra' loro consigli, giudicò 
che Dante ed i suoi dovessono essere cacciati. 

(1) L'ojetto. L'objetto, L'oggetto. Nemmen qui la j ba forza e uf- 
ficio di consonante 4 ? 

(2) Sì sano avisati, Si sono apposti, Hanno indovinato. 



243 

Tornando al testo dice: Ora sen va per un secreto. Secre- 
to il chiama che non per quelle vie che vanno l'anime, che 
sono spiriti che possono andare per ogni luogo, ma per 
quello luogo dove l'anima era meno erta (1), ch'era forse 
tra '1 muro della terra et 1' arche, passorono, et quindi forse 
mai veruno vivo passò; si che bene si può il luogo chiamare 
segreto. Calle è propriamente quello viottolo che per le 
foreste et per le pasture è scalpitato da' buoi et da altro 
bestiame; et è scalpitato per questo uso, et non per uso 
d'uomini; et è detto calle da quello callo che hanno le be- 
stie naturalmente ne' piedi, dal quale egli è scalpitato. Ora 
questa via chiama l'Auttore calle, non per lo suo proprio 
vocabulo, ma impropriamente, di licenzia poetica — virtù 
somma. L'Auttore chiama Virgilio, nominandolo per virtù, 
et priegalo che egli gli sodisfaccia a' suoi disii, i quali egli 
hae intendimento di palesargli in questo modo: La gente 
che per li sepolcri; dimanda s' elli si poterebbono vedere, 
con ciò sia cosa che non v' abbia nulla che gliel contenda. 
— Et egli a me. Virgilio non risponde ad interrogata; ma 
muove da sé, non però cosa vana, ma cosa che dipende 
per alcuno modo dalla dimanda dell'Ali ttore ; et dice che 
quelli spiriti che sono ne' sepolcri aranno maggior pena 
doppo il di del giudicio, però che quelle sepolture saranno 
serrate. Josafà è una valle presso alla città di Jerusalem, 
et è piccioletta valle, nella quale, secondo la fede catto- 
lica, verranno tutte l'anime d'ogni parte, et riprenderanno 
i corpi ch'egli hanno lasciati, et ivi, darà Cristo onnipo- 
tente il giudicio, quando elli dirà a buoni: Venite Benedicti 
patris mei etc. et a rei : Ite maledici in ignem aeternum. Et 
non fa forza perchè la valle sia picciola, però che l'anime 
co' corpi eh' elle riprenderanno non occupono luogo, si che 
in ogni luogo caperanno. Josafà è detta la valle dov' elli 
hanno a venire, per uno ch'ebbe nome Josafà, et fu il 
sesto re de' Giudei, il quale doppo la sua morte gli fu fatta 

(1) L'anima era meno erta. Cosi il codice; ma pare che debba leg- 
gersi la ripa, 



244 

una sepoltura, et riposto in quello luogo; et da lui prese 
poi la valle il nome di Josafà — Lor cimitero. Cimitero è 
detto quello chiostro il quale si suole fare al lato alle 
chiese per sepellire i morti; et però che quello luogo è 
comune a tutti, per tanto é detto cimitero, idest communi* 
terra eie. (1) — Con Epicuro tutti i suoi seguaci. I seguaci 
d'Epicuro furono tutti quelli che seguitorono la dottrina 
sua. Epicuro fu uno filosofo, valente uomo in iscienzia, et 
fu ingannato da due falsi oppinioni, i quali sono proibiti 
per la santa chiesa; però ch'elli tenne che tutte l'anime 
degli uomini morissono, quando morissono i corpi, come 
muojono quelle delli animali bruti. Et quinci fu ingan- 
nato, però che tutte le cose che sono fatte dalle stelle in 
giù, con ciò sia cosa che elle sono fatte per virtù de' pia- 
neti et degli elementi, i quali sono mortali, queste cotali 
debbono morire et venire meno, come sono i corpi delli 
uomini, et i corpi et l'anime degli animali bruti; ma l'a- 
nime degli uomini, con ciò sia cosa ch'elle sieno fatte 
dalle stelle in su, per mano di quello Signore che è eter- 
no, ciò è Iddio onnipotente, debbono essere perpetue, et 
mai non venire meno. Ebbe ancora Epicuro questo altro 
openione falso et dannabile, che disse che la beatitudine 
somma constava nelle concupiscenze, ciò è in mangiare 
et in bere et in lussuriare. Et non di meno non fu Epicuro 
uomo lussurioso né goloso, anzi fu uomo modesto et tem- 
perato, però che non mangiava dilicate vivande, anzi si 
pascea et di pane grosso et di radici d'erbe, et indugiava 
tanto a mangiare ch'elli avea si fatto appetito che queste 
vivande gli piaceano et con tenta vono, come a uno altro le 
dilicate et le sottili vivande; et così l'acqua del ruscello 
gli parea soave et dolce a bere come a uno altro qualun- 
che buono vino — Però alla dimanda che mi faci. Ora ri- 
torna Virgilio a rispondere all'Auttore, chiarito ch'ebbe 
alcuna cosa di sopra, com'è detto, intorno al fatto degli 

(1) Cimiterio. Viene da una voce greca che vale Dormentorio, coinè 
ciascuno sa; e il nostro fa qui una etimologia da Carafulla. 



348 

Epicuri. Epicurus dicitar ab super et cura, idest super cura. 
Et dice ancora Virgilio che sodisfarà alla dimanda dell'Aul- 
tore, et al disio che li tacea. El desiderio che avea l'Aut- 
tore non potea sapere ancora Virgilio, però che TÀuttore 
nollo avea chiarito; se non che potè comprendere, quando 
FA littore dimandò della gente ch'era pe' sepolcri, che l'Aut- 
tore avesse desiderio di parlare con loro et dimandargli 
d'alcuna cosa — Et io, buon Duca. L'Auttore risponde a 
Virgilio, et dice che non si nasconde a lui di parlare, se 
non per parlare poco, perchè Virgilio 1' avea amonito al- 
cuna volta di parlare poco, massimamente nel terzo capi- 
tolo quando l'Auttore volle andare a sapere chi erono 
quelle anime eh' erono sì pronte a trapassare* alla riva; 
et Virgilio T amoni ch'egli si tacesse allora, dicendogli : 
Tu '1 saperai sulla trista riviera d'Acheronte — Tosco, 
che per la città del. Però che l'Auttore avea risposto a Vir- 
gilio, et detto: Io non tengo riposto a te il mio cuore, se 
non per dicere poco; che fu una onesta risposta et una 
cortese /per tanto disse quella anima: Tosco, che parli 
onesto; et chiamalo Tosco, dinominandolo da Toscana, onde 
egli era toscano. Toscana è dentro a questi confini: dall'uno 
lato il mare Tireno, dall'altro lato il Tevero, dal terzo il 
monte Appennino, dal quarto il fiume della Magra, che è 
uno fiumicello che si muove dall'Alpe di Parma, et mette 
in mare di sotto a Serezzana; et come che Appennino divida 
Toscana dalla Romagna, et Toscana et Romagna fu già uno 
paese solo. È vero che Toscana fu già anticamente chia- 
mata Lidia; onde Virgilio Lidia tota fremii etc. Et fu così 
chiamata, perchè due fratelli venuti ad abitare, vi furono 
signori: l'uno ebbe nome Lido, et fu quello che la signo- 
reggiò: il mare vicino a Toscana (i) et il paese d'appresso. 
Ebbe costui nome Tirreno, et però il mare che confina 
Toscana, come eh' elli si distenda più innanzi et più addi- 

(1) // mare vicino a Toscana. Qui ci ha senza dubbio un errore 
di omissione; e par che dovesse dire. U altro signoreggiò il mare vicino 
a Toscana ec. 



246 

rieto, non di meno tatto quello mare è chiamato Tireno. 
Fu poi Lidia chiamata Toscana, però che quelli che l*abi- 
tavono furono tenuti ch'elli sacrificassono meglio che ve- 
runa altra gente, et in ogni loro sacrificio operarono in- 
censo. È lo 'ncenso in gramatica thus, ris; et da questo di- 
citur tuscus — Alla qual forse fui troppo. Questa anima 
che parla fu messere Farinata degli liberti; et dice eh 9 elli 
fu troppo molesto alla città di Firenze d'onde fu natio 
egli et l'Auttore; et dice forse, però che, secondo il parere 
suo, non fu molesto; ma secondo il parere di coloro che 
T aveano cacciato fuori di Firenze, et teneano il reggimen- 
to della terra — Temendo più un poco. L'Auttore, udendo 
la voce, temendo, non per paura, ma dubitando non potere 
da se medesimo chiarire il significato della voce, s' accostò 
a Virgilio, il quale era quelli per cui niuna cosa gli era 
ascosa. — Dalla cintola in su. Conforta l'Auttore a guar- 
dare messere Farinata , il quale uscia fuori dell' arca da' 
lombi in su, però che anticamente in quello luogo si ci- 
gnevono gli uomini, et non in su l'anche, dove oggi è 
usanza di cignersi — Et è 9 s' ergea col petto. Messere Fari- 
nata fu di grande animo, sdegnoso uomo; et pertanto l'Aut- 
tore, volendo mostrare il suo sdegno, dice che quivi in 
inferno era levato col petto et colla fronte superbamente. 
— Et l'animose man. Le mani, per loro medesime non 
sono nò vili nò animose, ma per l'atto ch'elle fanno, nel 
quale atto si considera l'animo et la volontà di colui che 
le muove — Ond' ei levò. In questo si può comprendere 
ancora V animo sdegnoso di messere Farinata , però che '1 
levare delle ciglia è grande segno di sdegno; et questo 
cotal segnio monstrò messere Farinata udendo contare al- 
l'Auttore i suoi antichi, i quali disse averli due. volte cac- 
ciati, però che furono contrarj d'animo et di setta al detto 
messere Farinata — Poi disse fieramente. Udito messere Fa- 
rinata contare i maggiori di Dante ( i suoi antichi maggiori 
gli chiama, ch'era cosi usanza de' Romani: majores nostri 
diceano), disse messere Farinata all'Auttore, ch'elli furono 
contrarj forte a lui et a' suoi passati et a sua parte, ciò è 



247 

a parte Ghibellina; però che TAuttore fa ab origine Guel- 
fo. Et però che questi Guelfi et Ghibellini si nominano in 
questo libro in assai luoghi, inanzi che si proceda più 
oltre, egli è da sapere che, secondo certe cronache tedesche, 
che la contessa Matelda, essendo senza marito et donna 
di molte terre nelle parti di Lombardia, massimamente 
nel contado di Reggio et di Modona, volendo prendere ma- 
rito, et non trovando forse in Italia parentado che a lei 
si convenisse, o che le piacesse, prese per marito uno gran 
gentile uomo della Magna, nato di quelli di Soavia, nome 
Gulfo; et essendo costui per venire in Lombardia per stare 
et contraere matrimonio colla donna sua, uno suo consor- 
to, nome Ghibellino, mosso da invidia, pensò: Se costui 
prende questa contessa per moglie, la forza sua fia gran- 
de, tanto ch'egli soggiogherà me et gli altri suoi consorti. 
Non possendo palesemente storpiare (1), ordinò con uno Te- 
desco, et fece una fattura, per la quale Gulfo non potesse 
giacere con questa sua donna. Gulfo, non accorgendosi, 
ne venne in Italia; et volendo consumare il matrimonio, 
riprovatosi et una notte et più, questi per veruno modo 
potò dare effetto al matrimonio; onde la contessa, che nollo 
avea tolto a veruna altra intenzione, gli parve rimanere 
beffatta; et disse finalmente a questo buono uomo che s' an- 
dasse con Dio; et cosi fé, come ch'elli si scusasse che 
quello dovea essere per fattura, et non per manco naturale 
che in lui fosse. Pure non dimeno si tornò nella Magna. 
Ghibellino, temendo che a Gulfo non pervenisse agli orec- 
chi il fatto, gli fece dare prestamente veleno et in segreto, 
onde questi morì. I parenti suoi stretti, sappiendo che 
Pavea avelenato, et la cagione ancora, pensorono di ven- 
dicarsi; et Ghibellino di difendersi. Ciascuna parte fece 
suo sforzo; et però ch'egli erono grandi gentili uomini, 
tutta la Magna si divise, et chi tenea coir uno et chi col- 
T altro. La contessa Matelda , sentendo lo Sganno che co- 
stui avea ricevuto, ciò è il marito suo, gliene increbbe: 

(1) Storpiare. Frastornare, e mandare a monte il parentado. 



248 

mandò gente in ajuto di coloro che '1 voleono vendicare; 
onde gli altri Italiani circavicini (i) della contessa, perchè 
gli erono contrari, andorono in ajuto air altra parte; et 
doppo molte zuffe si tornorono in Italia, et fu il principio 
della divisione de' Taliani. Et perchè V una parte era ita 
in ajuto a Gulfo, questi cotali si chiamorono Guelfi da Gulfo 
overo Guelfo; gli altri Ghibellini, però che avevono preso 
a tare Ghibellino: et cosi si sparse questo mal seme in Ita- 
lia — Poi disse fieramente fur avversi. Essendo lo 'mpera- 
dore Federigo disposto del titolo dello imperio per papa 
Innocenzio, fece poi sempre contro alla Chiesa, et contro 
a" fedeli di santa Chiesa; et sentendo essere divisione nella 
città di Firenze, mandò suadendo per suoi ambasciadorì 
et lettere quelli della casa degli Uberti, ch'erano caporali 
di sua parte et loro seguaci, che si chiamavono Ghibelli- 
ni, ch'elli cacciassono della città i loro nimici, profferendo 
loro ajuto de' suoi cavalieri. Si fece cominciare in Firenze 
battaglie cittadinesche et scommuovere tutto il popolo: et 
partironsi i nobili et il popolo, et chi tenea co" Ghibellini (2). 
In più parti della città si combatterono più tempo, et infra 
gli altri luoghi il principale era per gli Uberti, eh" erono 
le loro case dove è oggi il palagio del popolo, et combat- 
teansi co 9 Guelfi di san Piero Scheraggio, onde erano capo 
quelli da Bagno, detti Bagnesi, et Pulci et Guidalo tti. L'al- 
tra battaglia era in Porta san Piero ec. In questo contasto 
et battaglie Federico imperadore mandò a Firenze il re Fede- 
rigo suo figliuolo bastardo con m. vj. cento cavalieri di sua 
gente tedesca. Sentendo i Ghibellini ch'elli erono presso 
a Firenze, presono vigore, et con più forza et ardire pugno- 
rono contro a' Guelfi, che non attendeano ajuto, perchè la 
Chiesa era a Leone sopra al Rodano, et la forza di Fede- 
rigo era grande in tutte parti in Italia. Et sentendosi i 
Guelfi aspramente assalire da' Ghibellini , et sentendo già 
la cavalleria di Federigo entrare in Firenze, dalla dome- 

(1) Circavicini Lo stesso che Circonvicini. 

(2) E chi tenea co' Ghibellini. Pare che manchi. Echi tenea co Guelfi. 



249 

nica mattina si tennono i Guelfi infino al mercoledì vegnen- 
te. Allora, non possendo più resistere alla forza de' Ghibel- 
lini, si abbandonorono la difesa, et partironsi della città 
la notte di santa Maria candellaria gli anni di Cristo m. ce. 
xlviij. Et di questi che furono cacciati furono gli antichi 
deirAuttore: et questa fu la prima volta. Dipoi, ivi a due 
anni o circa, morto Federigo imperadore, la notte mede- 
sima ch'elli mori, morì il Podestà che per lui era in Fi- 
renze, messere Rinieri da Monte Merlo, che, dormendo nel 
letto suo, gli cadde addosso una volta ch'era sopra la 
camera su», che abitava in casa gli Abati, che fu mani- 
festo segno che la sua signoria doveva morire in Firenze: 
et cosi avvenne assai tosto; che, essendo levato il popolo 
in Firenze per la forza et oltraggio de' nobili Ghibellini, 
et vegnendo novelle in Firenze della morte di Federigo, 
pochi giorni appresso il popolo rapellò et rimissono in 
Firenze la parte de' Guelfi, facendo loro fare pace co' Ghi- 
bellini a dì vu di gennajo gli anni di Cristo m. gc. l. Av- 
venne poi che del mese di luglio gli anni di Cristo m. gg. lj 
il comune di Firenze fece oste alla città di Pistoja, et 
combatterono co" Pistoiesi et sconfissongli a monte Rombo- 
lino, con gran danno di morti et presi de 9 Pistoiesi , essen- 
do podestà di Firenze messere Ruberto da Mandella di 
Melano; et per cagione ch'alia maggior parte della casa 
degli liberti non piacea la signoria del popolo, perchè 
senza dubbio parea loro che favoreggiassono i Guelfi, non 
vollono seguire et andare air oste a Pistoja, anzi lo con- 
tradissono: per la qual cagione et sospetto, tornata T oste 
da Pistoja, le case de' Ghibellini furono cacciate di Firen- 
ze, et allora mutarono T arme del Comune; che, dove por- 
tavono il giglio bianco nel campo rosso, feciono il giglio 
rosso nel campo bianco ; e' Ghibellini di fuori tennono 
Tarme antica e il giglio bianco. Poi nel m. ce. lx del mese 
di maggio, il comune di Firenze fece oste generale sopra 
la città di Siena, et poi, partitosi et ritornata Toste a 
Firenze, gli usciti Ghibellini di Firenze, cb" erono a Siena, 
mandorono al re Manfredi per ajuto. Il re Manfredi vi 



2B0 

mandò il conte Giordano con viu cento cavalieri tedeschi , 
et non erono pagati per più di tre mesi, et già n'era ito 
uno mese et mezzo. Yeggendo messere Farinata et gli altri 
usciti passare il tempo, et non fare niente, essendo com- 
messo in messere Farinata degli Uberti et in messere Ghe- 
rardo Chioccia de" Lamberti, costoro sottilmente ordinorono 
due savj frati minori loro messaggi, et accozzorongli con 
otto cittadini i più possenti di Siena, i quali fintamente 
feciono veduto a questi frati, come spiacea loro la signoria 
di messere Provenzano Salvani, eh 9 era il maggiore del po- 
polo di Siena, et che volentieri darebbono la tèrra a" Fio- 
rentini, avendone fiorini xmilia d'oro: etch'egliono venis- 
sono con grande oste, sotto cagione di fornire Monte alci- 
no, et andassono in fine in sul fiume d'Àrbia, et allora, 
colla forza loro et di loro seguaci, darebbono la terra a* 
Fiorentini per la porta di santo Vito. Questi frati, iti a 
Firenze et parlato prima cogli anziani, dando fede alle 
parole loro, si prese per partito di fare oste; et così feciono, 
et missono in diposito e detti xmilia fiorini addimandati; 
et giunta la detta oste in su' colli di Monte aperto, et J 
savj anziani guidatori del trattato et dell' oste attendeano 
che per traditori dentro fosse data la terra, uno popolano 
di porta santo Piero, nome Razzante, avendo alcuna cosa 
spiato dello attendere dell'oste de' Fiorentini, con volontà 
de' Ghibellini del campo eh' erono al tradimento, gli fu 
commesso eh' entrasse in Siena, onde elli si fuggi a cavallo 
del campo per fare sapere agli usciti di Firenze come si 
dovea tradire la città di Siena, et come i Fiorentini erono 
con molta potenzia, per dire a quei dentro che non s' avi- 
sassono a battaglia: et scoperte queste cose a messere Fa- 
rinata et a messere Gherardo, gli comandorono eh' egli 
stesse cheto et eh' egli non spandesse le novelle per Siena, 
però che per noi fa il partito della battaglia. Il Razzante 
con una ghirlanda in capo andò per Siena dicendo come 
i Fiorentini erano male in ordine et peggio in concordia; 
et che, s'elli gli assalissono, egli sarebbono vincitori: et 
fatto il falso rapporto per Razzante, a grido di popolo fu- 



2Ki 

rono tutti sotto Tarme, et uscirono fuori , et appressandosi 
le schiere insieme per combattere, i traditori, eh' erono nel 
campo de" Fiorentini , si partirono et andorono dalla parte 
de' Sanesi, di che sbigottirono forte i Fiorentini; et come 
la schiera de 9 Tedeschi percosse ramosamente la schiera de 9 
Fiorentini, messere Bocca Abati tagliò la mano a messere 
Jacopo de" Pazzi eh 1 era con lui et al lato, di che la inse- 
gna del comune di Firenze et la mano cadde in terra; di 
che in poca d' ora i Fiorentini sbigottiti si missono in scon- 
fitta: et questo fu a di 4 di settembre gli anni di Cristo 
m. ce. lx. Venuta in Firenze la novella della sconfitta, tutta 
la terra fu in pianto et in gelosia, e'rubelli et confinati 
da Firenze cominciarono a tornare nella terra: per la qual 
cosa i Guelfi sbigottiti, senza altro comiato o cacciamento, 
colle loro famiglie uscirono di Firenze, et andoronsene a 
Lucca giovedì a di xiu di settembre. Et partiti i Guelfi, 
la domenica vegnente a dì xvi di settembre gli anni di 
Cristo m. ce. lx, ritornorono i Ghibellini et entrorono in 
Firenze. Si che, conchiudendo, bene dice messere Farinata 
all'Autore eh 9 e suoi passati, eh 9 erono Guelfi, furono cac- 
ciati da lui et da' suoi — Ma i vostri non appresoti bene 
queir arte. Rispose TAuttore a messere Farinata: I maggiori 
miei, se furono cacciati due volte, egliono ritornorono V una 
et P altra volta; ma i vostri 1' ultima volta che furono cac- 
ciati non vi tornarono mai. Et qui è da sapere che, poi 
che i Ghibellini tornorono in Firenze, sentendosi grandi 
et vittoriosi, feciono molti oltraggi et soperchi al popolo 
di Firenze e alla cittadinanza, tenendosi sotto il titolo 
et forza del re Manfredi. Sconfitto in Puglia il re Manfredi 
da Carlo conte d'Angiò, et venuta la novella in Firenze 
della sconfitta, i Ghibellini incominciorono a invilire et 
avere paura; et i Guelfi, eh' erono fuori di Firenze, et chi 
per lo contado, et quali dentro, cominciorono a invigorire 
et a prendere cuore, et feciono in Firenze più trattati co' 
loro amici; di che i cittadini di Firenze incominciorono a 
parlare contro a quelli del reggimento, dolendosi delle 
spese et incarichi disordinati del conte Guido Novello vi- 



282 

cario del re Manfredi in Firenze. Avendo paura che 9 1 po- 
polo non si levassi contro a loro, elessono quelli del reg- 
gimento, per una cotale mezzanità, et per contentare il 
popolo, due cavalieri frati gaudenti di Bologna per podestà 
di Firenze, che Fimo fu messere Catalano de' Mala voi ti , 
et l'altro messere Odorigo delli Andalò: messere Catalano 
era Guelfo, messere Odorigo di nazione Ghibellina; et fu- 
rono messi nel palagio del popolo in Firenze, eh 9 è contro 
all'Abbadia, credendo che per 1' onestà dell'abito fossono 
comuni, et guardassono il popolo di soperchie spese: i 
quali, sotto falsa ipocresia, furono in concordia più per 
loro bene proprio, che per bene del comune; et ordino- 
rono che fussono chiamati xxxvj buoni uomini, mercatanti 
et artefici de' maggiori et migliori della città, i quali do- 
vessono consigliare e detti due podestà, et provedere alle 
spese del comune, et furono guelfi et ghibellini mescola- 
tamente; et raunavansi i detti xxxvj consiglieri ogni di, 
per lo buono stato della città, nella bottega de' consoli del- 
l' arte di Calimala, eh' era in mercato nuovo: i quali fecio- 
no molti buoni ordini, fra gli altri che ciascheduna delle 
sette arti maggiori di Firenze avessono consoli et capi tu- 
rimi. Per detti ordini et altre novità fatte pe'due podestà 
et xxxvj uomini, i grandi ghibellini di Firenze presono 
sospetto, parendo loro eh' e detti xxxvj sostenessono et 
favoreggiassono i guelfi più che non voleano. Per questa 
gelosia, et per la sconfitta del re Manfredi, il conte Guido 
Novello mandò per tutta Toscana, che si reggea a parte 
Ghibellina, per ajuto di gente. Avvenne che, per pagare le 
masnade de' Tedeschi ch'erono col conte Guido Novello, il 
quale volea che si ponesse una imposta di soldi xx il cen- 
tinaio d'estimo de' Fiorentini ; et i xxxvj cercavono altro 
modo di trovare danari con meno gravezza del popolo, et 
per questa cagione alquanti di aveano indugiato più che 
non parea loro; i grandi ghibellini ordinorono di mettere 
la terra a romore, et disfare gli ordini de' xxxvj colla 
forza de' cavalieri forestieri. I primi che cominciorono fu- 
rono i Lamberti, che co' loro masnadieri armati uscirono 



283 

delle loro case in Galimala dicendo: e Dove sono questi 
ladri de'xxxvj, che noi gli taglieremo tutti a pezzi? » I 
quali xxxvj ch'erono allora a consiglio insieme, sentendo 
ciò, si partirono da consiglio; et incontanente si levò la terra 
a romore, et ogn' uomo fu sotto Tarme. Il popolo si ri- 
dusse tutto nella via larga di Santa Trinità, appiè delle* 
case de'Soldanieri; et messer Gioanni Soldanieri si fece 
capo del popolo. Il conte Guido Novello con tutta la caval- 
leria si tornò in sulla piazza di Santo Giovanni, et mos- 
sonsi per andare incontro al popolo, et schierarsi alla 
contra del serraglio del popolo in su' calcinacci de'Torna- 
quinci, et feciono vista et saggio di combattere. Il popolo 
si tenne francamente. Yeggendo il Conte non poter diser- 
rare il popolo, volse le 'nsegne, et tornossi in su la piazza 
di santo Giovanni; et poi ne vennono al palagio in sulla 
piazza di santo Pulinari, ove erono e due podestà. Il conte 
dimandava le chiavi delle porte della città per partirsi , et 
che non gli fussono gettati i sassi: si misse dal lato tre 
de' xxxvj. I due podestà feciono chiamare il Conte, et pre- 
goronlo eh' egli non si partisse, et eh' egli tornassi all' al- 
bergo, et ch'egli metterebbono accordo in questi fatti. Il 
Conte, spaurito, non si volle attenere à ciò; vollesi partire: 
et ciò parve giudicio di Dio; et volle le chiavi, et ebbele: 
essendovi gran silenzio, fece gridare se v' erano tutti i Te- 
deschi, et ri&posono di si. Fece volgere le'nsegne, et ten- 
nono per la via larga di santo Firenze, et diretto a santo 
Piero Scheraggio, et da santo Romeo dirietro alla porta 
vecchia de' buoi, et per quella usci fuori. Et tenne su pe' 
fossi, di rietro a santo . Jacopo, et dalla piazza di santa 
Croce, et per Pinti et per Cafaggio, et la sera se n'ando- 
rono in Prato il di di santo Martino a di xj di novembre 
gli anni di Cristo m. ce. lxvj; et mai poi messer Farinata 
et gli altri grandi caporali de' ghibellini non tornorono in 
Firenze — Aliar surse. Yeggendo l'Àuttore dal mento in 
sa quella ombra che si levò, comprese che finocchione si 
fosse levata, con ciò sia cosa che di messer Farinata, ch'era 
ritto, si vedea dalla cintola in su — Et poi che il sospicar. 



«54 

Quando vidde che coll'Auttore non era persona — Mio 
figlio ov' è. Se tu vai , disse questa anima alPAuttore , per 
T inferno per altezza d' ingegno, mio figlio, che fu tanto 
ingegnoso (et ancora perchè mentre visse fu conto del- 
l'Auttore) perchè none teco? Questi che parlò fu messer 
Cavalcante de" Cavalcanti da Firenze, padre di Guido, dan- 
nato in questo luogo però che fu della setta d'Epicurio, 
che parve che vivesse con quella medesima oppenione. Et 
però che Guido suo figliolo fu valente uomo, grande loico 
et gran filosofo, per tanto si maraviglia com'egli non era 
coll'Auttore. Fece Guido Cavalcanti molte cose in rima et 
fra T altre una canzone morale, dove mostra bene inten- 
dere filosofia che comincia: Donna mi priega perchè io 
voglia dire D'uno accidente ec. Ora, o perchè Guido gli pa- 
resse^) che la scienzia sua fosse si alta ch'ella avanzasse 
molto quella de' Poeti, o ch'egli non leggessi mai loro 
libri , parve eh' egli sdegnasse il libro di Virgilio; et per 
tanto rispose l'Auttore: Io non vengo qui per mia virtù, 
ma per quella di Virgilio, il quale Guido vostro sdegnò. 
— Dicesti egli ebbe. Però eh' ebbe est temporis praeteriti , 
dubitò messer Cavalcante che'l figliuolo non fosse morto; 
et però ne dimandò l'Auttore; et perchè egli non gli ri- 
spose subito, per dolore cadde. Ma quell'altro magnanimo 
et valente uomo per tutte quelle parole di messer Caval- 
cante non si mutò; et continuando il dire suo, disse: S'è 
miei non sono tornati, mi tormenta più che il luogo ov' io 
sono — Ma non cinquanta volte fia. Dice che non passe- 
ranno l mesi che l'Auttore sarà cacciato di Firenze; et 
questo mostra per la donna che regge in inferno, la quale 
è la luna, eh' è chiamata Proserpina. È detta cosi però che 
il sole et gli altri pianeti vanno per uno cerchio solo; la 
luna va per molti cerchi sotto il sole, però che ella va 
svariata dal sole, quando inanzi et quando a traverso: per 
questo andare, eh' è detto serpere, da questo verbo Serpio 
serpi*, è detta la luna Proserpina. Va la luna per lo suo 



(1) Guido (jli paresse. Cioè A Guido paresse. 



288 

epiciclo, per lo equatore et per molti altri ; et è moglie, 
com'è detto, di Pluto iddio dello inferno. Et è da sapere 
che, quando la luna è appunto sotto il sole, non rende 
lume; quanto più si scosta et dilungasi dal sole più s'ac- 
cende il corpo suo, et più dà lume: et però che ogni mese 
s'accende una volta tutta, però si comprende che l volte 
eh' ella si raccenda sono l mesi — Et se tu mai nel dolce. 
Messer Farinata, per accattare benivolenzia dall'Auttore, 
dice: Se tu mai torni nel dolce mondo (et chiamalo dolce 
per rispetto dello inferno), dimmi perchè il popolo di Fi- 
renze è cosi crudele contro a me in sue leggi et riforma- 
gioni. Però che PArbia, risponde l'Auttore, si tinse del 
sangue de' Fiorentini quando, per vostra operazione, furono 
sconfitti a Monte aperti. Et chiama tempj il luogo ove si 
ranna il popolo* al consiglio, però che ancora i Romani 
chiamavono tempio il luogo dove si raunavono; et però 
che i Romani, quando avevono a fare alcuna cosa, essendo 
sollecitati da' loro amici, diceano ex tempio, ciò è, com' io 
sarò tornato dal consiglio sarò al fatto tuo, ancora s'usa 
questo vocabolo pe' gramatici ex tempio ciò è Testé — Ma 
fui solo colà. Dice messer Farinata: Io non fui solo a scon- 
figgere i Fiorentini, né non mi mossi senza cagione, però 
che io ebbi più cagione di fare quello che io feci che 
alcuno altro; ma fui ben solo a rendere il consiglio. Et 
qui è da sapere, in questi tempi, tornati i Ghibellini in 
Firenze, i Pisani, Sanesi, et Aretini cogli altri ghibellini di 
Toscana, ordinorono di fare parlamento a Empoli, per 
riformare lo stato di parte ghibellina in Toscana et fare 
taglia; et cosi feciono, però che al conte Giordano convenia 
tornare in Puglia al re Manfredi, et fu fatto suo vicario 
et capitano generale in Toscana per re Manfredi il conte 
Guido novello de' conti Guidi da Modigliana; et nel detto 
parlamento tutte le città vicine, e conti Guidi, e conti Al- 
berti, e conti di santa Fiora, et gli Ubaldini, proposono et 
furono in concordia, per lo migliore di parte ghibellina, 
di disfare al tutto le mura della città di Firenze et recarla 
a borghi, acciò che di suo stato non fosse rinomèa né 



286 

potere. Alla qual proposta contradisse et levossi a dire 
contro il valente e savio cavaliere messer Farinata degli 
Uberti; et nella sua diceria propose; Asino com 9 sape, cosi 
minuza rape, et vasti capra zoppa se 'l lupo nolla intoppa; 
recando poi con savie parole alla sua intenzione il grosso 
proverbio; et com'era follia di ciò parlare; et come gran 
perìcolo et danno ne potea a venire; et conchiudendo, s' al- 
tri ch'egli non fosse, mentre ch'elli avesse vita in corpo, 
colla spada in mano la difenderebbe. Veggendo ciò il conte 
Giordano, l'uomo della autorità ch'era messer Farinata, et 
il suo gran seguito, et' come parte ghibellina se ne potea 
partire et avere discordia, si si rimase, et attesono ad 
altro: si che per uno buono uomo cittadino scampò la 
città di Firenze di tanta ruina et furia et distruzione; co- 
me che poi i Fiorentini furono mal grati contro a lui et 
suo lignaggio — Dehf se riposi mai vostra semenza. L'Auttore, 
per accattare la benivolenzia di messer Farinata , gli disse : 
S' e vostri discendenti tornino a Firenze, ditemi che è ciò, 
che voi vedete le cose future et non le presenti? però che 
voi m' avete detto che io sarò cacciato di Firenze, et questo 
era nel futuro; et messer Cavalcante non sapea se il figli- 
uolo vivea, ch'era nel presente. Onde messer Farinata 
risponde; et è da sapere che gl'uomini che per difetto 
naturale è mancato loro il vedere, però che sono tanto 
attempati che veggiono male, procede questo loro difetto 
da due cagioni; o lo spirito visivo è ingrossato, o egli è 
troppo assottigliato; però che lo spirito visivo è debile et 
fragile quando l'objetto si dilunga dall'occhio punto, la 
vista non vi può aggiugnere, però che manca, et questi 
cotali non veggiono se l'occhio non è presso all'ometto: 
altri sono che lo spirito visivo è ingrossato in loro; questi, 
avendo l'ojetto molto presso, non veggiono; ma, essendo 
alquanto di lungi, veggiono meglio. Et questo avviene però 
che la virtù visiva, dilungandosi un poco dall' occhio 9 
s' apunta et assottigliasi; et ancora perchè tra l'objetto 
et l'occhio v'ha più aere, et per conseguente più lume: et 
questi cotali per sperienzia si vede che, avendo una lettera 



287 

apresso agli occhi, non la sanno leggere, et scostandola al- 
quanto dagli occhi, la vegglono meglio: et di questi secondi 
intende messe r Farinata, com' è stato detto dinanzi (1). — 
Quando s'apressono. Per la ragione già detta dinanzi, dice 
messer Farinata: Le cose presenti non possiamo sapere, con 
ciò sia cosa che per confetture non possiamo speculare, se 
cosi è y così dovrà seguire; si che, se le cose non ci sono 
dette, non sappiamo niente dello stato del mondo — Pero 
comprender puoi. Però che li spiriti immondi fieno rilegati 
allo ìiferno, et non si potranno partire; et anime non ver- 
ranno quaggiù dal vostro mondo che niente ci dichino. 
— Aliar come di mia. Soluta la quistione, et veduto l'Aut- 
tore la colpa sua di non avere risposto a messer Caval- 
cante, pregò messer Farinata che lo scusasse — Qui entro 
è lo secondo Federigo. Lo imperadore Federigo secondo fu 
incoronato da Onorio papa nella chiesa di santo Pietro di 
Roma, et regnò xxxuj anni. Costui, dalla sua infanzia, dalla 
chiesa come per madre fu allevato, et fu fatto imperadore, 
levato et tolto a Otto lo 'mperio; poi Federigo non tenne la come io m- 
chiesa di Dio per madre come dovea; ma maggiormente (2) §£Sì^o™ì~ 
come matrigna la trattò; però che, richiesto per papa Gre- J^JgJJJSJ 
gorio lo "mperadore Federigo d'andare al passaggio (3), come «omo indietro! 
avea promesso per suo sacramento, con un legato cardi- 
nale, et elli fosse signore dello stuolo, fece tutto P appa- 
recchiamento, et collo stuolo de' Cristiani si parti da Bran- 
dizio in Puglia gli anni di Cristo m. gc. xxxiij; et come lo 
stuolo fu alquanto fra mare, et mosso a piene vele, lo 
imperadore Federigo segretamente fece volgere la sua ga- 
lea et tornossi in Puglia senza andare oltre a mare egli 
et sua gente: per la qual cosa il papa et tutta la chiesa 
sdegnò dell'opera e falli di Federigo, tenendo eh' elli avesse 

(1) Qui ripete la sua teoria del miopismo e presbiterismo, espressa 
pure nel principio del canto presente. 

(2) Maggiormente ba qui forza avversativa, e vale Ansi, Piuttosto 
o simile. 

(3) Al passaggio. Or si direbbe alla crociata. 

17 



258 

tradita la chiesa et tutta cristianità, et messo in grande 
pericolo il soccorso della santa terra d'oltre mare; d'onde 
il papa Gregorio lo scomunicò. La cagione perchè elli tor- 
nò addirietro, disse ch'egli avea sentito che, com'egli fosse 
stato oltre a mare, el papa et il re Giovanni suo suocero 
gli doveano ribellare il regno di Cicilia et di Puglia. Dis- 
sono che Federigo s' in te n dea col s old ano di Babilonia, 
con patti fatti et fermi che, se elli rompessi il detto pas- 
saggio, che a sua volontà il metterebbe in signorìa del 
reame di Jerusalem senza colpo di spada, he quali cagioni 
et Tuna et l'altra poteano essere il vero, però che poi 
negli anni di Cristo m. ce. xxxiiij Federigo imperadore, sen- 
za richiedere il papa o nullo altro signore de' Cristiani, si 
parti di Puglia et andonne oltre a mare; et giunto lui in 
Cipri, et mandato inanzi il suo maliscalco in .Sorta con 
parte di sua gente, non attese a guerreggiare i Saracini, 
ma i Cristiani; che, tornando i pellegrini d'una cavalcata 
fatta sopra i Saracini con gran preda, molti n'uccise, et 
rubò tutta la preda. Et questo si dice che fece per Io trat- 
tato che lo'mperadore avea col Soldano: et compiè il detto 
trattato in questo modo, che'i Soldano gli rendè a cheto 
la città di Jerusalem. salvo che'l tempio, che volle che 
rimanesse alla guardia de' Saracini ; et lo 'mperadore F es- 
senti per dispetto et mala volontà che avea co' Tempieri ; 
et lasciogli tutto il reame di Jerusalem, salvo il castello 
di Monale et più altre castella fortissime alla frontiera: 
alla qual pace non fu consenziente il legato del Papa, né 
il patriarca di Jerusalem, ne' Tempieri, né gli Spedalieri, 
né i capitani de' pellegrini, però che a loro parea falsa 
pace. Ma però lo 'mperadore non lasciò: n'andò in Jerusalem 
con sua gente, et fecesi coronare a mezza quaresima gli 
anni di Cristo m. ce. xxxv. Come papa Gregorio seppe la 
falsa pace fatta da Federigo al Soldano, ordinò col re Gio- 
vanni, ch'era in Lombardia colla sua forza et della chiesa, 
entrasse nel reame di Puglia, et cosi fece; et rubellò gran 
parte del regno, et recollo a' suoi comandamenti. Intesa 
Federigo la novella, lasciò in Jerusalem il suo maliscalco 



289 

con gente, et egli se ne venne in Puglia, et in poca d'ora 
racquistò quello che li s'era rubellato; et più del patri- 
monio di santo Pietro, e 1 ! ducato di Spoleto et la marca 
d'Ancona et la città di Benevento; et papa Gregorio quasi 
assediato in Roma. Poi negli anni di Cristo m. cg. xl entrò 
nella contea di Romagi^ , et quella rubellò et tolse alla 
chiesa; et poi nell'anno m. ce. L, essendo Federigo in Puglia 
nella terra di Fiorentino air uscita d'Abbruzi , si amalo 
forte: et già del suo agurio non si seppe guardare; che 
trovava che dovea morire in Firenze, et come detto abbia- 
mo (i) per la detta cagione mai non volle intrare in Firenze 
né in Faenza. Ma male seppe intendere la parola mendace 
del diavolo, che gli disse eh' elli si guardasse eh' elli mor- 
rebbe in Firenze , et elli non si guardò di Fiorentino. Et 
avvenne che, agravando della detta infermità, et essendo 
con lui uno suo figliuolo bastardo nome Manfredi, deside- 
rando d' avere il tesoro di Federigo et la signoria del regno 
di Sicilia et di Puglia, temendo che Federigo di quella in- 
fermità non scampasse o facesse testamento, consigliandosi 
col suo segreto cameriéro, promettendogli molti doni et 
signoria, con unb primaccio che a Federigo pose in sulla 
bocca si lo affogò. Per lo detto modo mori il detto Fede- 
rigo disposto dello imperio et scomunicato di santa chiesa, 
senza penitenzia o nullo sacramento di santa chiesa — E 9 l 
Cardinale. Questi fu il cardinale Ottaviano delti Ubaldini 
valente uomo, come che avesse poca fede; et fu molto 
grande con papa Gregorio X da Piagenza, tanto che, per 
piacergli et a sua petizione, papa Gregorio sogiornò gran 
parte d'una state in Mugello alle fortezze degli Ubaldini; 
et prima venuto in Firenze col re Carlo primo et collo 
imperadore Baldovino di Costantinopoli, i quali entrorono 
nella città di Firenze a di xviu di giugno gli anni di 

(1) Come detto abbiamo. Veramente egli non l'ha detto; ma come 
questi son peni di storia levati generalmente de' cronisti di quel tempo, 
così quel come abbiamo detto, vuol riferirsi all'autore da cui é preso 
questo racconto. 



260 

Cristo m ce. lx&iij.' Per V agio deir acqua et per la sana 
aria, et che la Corte avea ogni agiamento, si ordinò di 
sogiòrnare et taire la festa in Firenze , pregato ancora dal 
cardinale Ottaviano, per ch'egli facessi quello che apresso 
segui. Et egli , reggendo si buona città com' èra Firenze , 
et era guasta per cagione delle parti, che n'erano fuori i 
ghibellini , volle che ritornassono a Firenze , et facessono 
pace co' guèlfi, et cosi fu fatto a di due di luglio detto anno. 
Il papa co' suoi cardinali, col re Carlo, et collo 'mperadore 
Baldo+ftlo, congregato il popolo di Firenze sul greto d'Ar- 
noj af>piè del bapo del potate? Rubacon te, fatti in quello 
luogo 'grandi pergami di legname, in presenzia di tutto il 
popolò diede sentenzia sotto pena di scomunicazione, chi 
rompesse la pace eh' era fra parte guelfa et parte ghibel- 
lina, faccendo basdiare in bocca i sindachi di ciascuna parte, 
et fare pace et dare mallevadori et statichi; et tutte le 
castella che i ghibellini teneano renderono in mano del 
re Cario. La qual pace pobo durò, però che, rimasi in Fi- 
rerize i sfidatili de' ghibellini per dare compimento alla 
))ace, et ^orbando albergo a casai Tebalducci in orto santo 
Miéhèle, a Joro fu detto che'l malisrialco del re Carlo, a 
petizione de* grandi guèlfi di Ftfetoze, gli farebbono tagliare 
per pèzzi, s'egli rieri si partissorio 5 della' città: ónde incon- 
tanènte si partirono, et Tu rotta la détta pace. Et papa 
Gregorio, ingrossato feontro al re Carlo, lasciando la città 
interdetta, andossene col cardinale Ottaviano, còme è detto, 
ad abitare alquanti di' in Mugello. Et però che questo car- 
dinale Ottaviano fu il maggiore di veruno altro cardinale 
H quel tempo, per eccellènzia (1), dicendo il Cardinale, s'in- 
tendea di' Ottaviano. Questi guidò la corte di Roma com' egli 
volte, et ibateò molto i consorti suoi et i ghibellini di 
Toscana, tanto ch'egli usò di dire: Se anima è, per li Ghi- 
bellini io P ho perduta; et però che parve dubitare se ani- 
ma fosse o spirito doppo il corpo morto, il pone l'Auttore 
tra gli eretici. Et però che furono molte oppenioni di filo- 

(1) Per eccellentia. Per antonomasia. 



261 

sofi infedeli et eretici, è da toccarne alcuna cosa et parti- 
cella succintamente. Plato et Aristotile dissono che 'l mon- 
do era etterno: Democrito disse eh' elli erono innumerabili 
mondi; Epicurio et la sua setta, la quale seguitorono que- 
sti che FAuttore punire dice in questo cerchio, disse eh" elli 
non era niuno Iddio, et l'anima moria col corpo: Pittagora 
tenne che F anime, morto il corpo, si girassono et andas- 
sono intorno a quelli luoghi dove erono vivute col corpo; 
furono di quelli che tennono che per spazio di tempo tor- 
narono a' corpi; et di quelli che tennono eh' elle rimanes- 
sono nel mondo. I quali opinioni sono dannati et ripro- 
vati per la santa Fede cattolica — A quel parlare. Virgilio 
conforta FAuttore ch'egli tenessi a mente quello che detto 
gli fu per messer Farinata, et ancora non si sbigottisse, 
però che F anime de' dannati non dicono ogni volta il vero- 
— Di quella il cui beli' occhio. Quando tu sarai inanzi a 
Beatrice, ciò è alla beatitudine, il cui bell'occhio non è 
offuscato da veruna nebbia d' ignoranzia , anzi vede chia- 
ramente le cose che debbono seguire, però che le vede in 
Dio, da lei saprai il termine et il vivere tuo, et come debbi 
arrivare (6), disse Virgilio alFAuttore. Et cosi compie il suo 
capitolo. 



(1) E come debbi arrivare. E ciò che ti dee accadere, o inter- 
venire. 



CANTO XI 



In su l'estremità <T un'alta ripa, 
Che facevan gran pietre rotte in cerchio, 
Venimmo sopra più crudele stipa: 

E quivi, per P orribile soperchio 
Del puzzo, che il profondo abisso gitta, 
Ci raccostammo dietro ad un coperchio 

D' un grande avello, ov' io vidi una scritta 
Che diceva: Anastasio papa guardo, 
Lo qual trasse Potin della via dritta. 

Lo nostro scender conviene esser tardo, 
Sì che s' ausi prima un poco il senso 
Al tristo fiato; e poi non fia riguardo. 

Così il Maestro; ed io: Alcun compenso, 
Dissi lui, trova, che il tempo non passi 
Perduto; ed egli: Vedi che a ciò penso. 

Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, 
Cominciò poi a dir, son tre cerchietti 
Di grado in grado, come quei che lassi. 

Tutti son pien di spirti maledetti; 
Ma perchè poi ti basti pur la vista, 
Intendi come e perchè son costretti. 



263 



D'ogni malizia ch'odio in cielo acquista, 
Ingiuria è il fine, ed ogni fin cotale 
con forza o con frode altrui contrista. 

Ma perchè frode è dell' uom proprio male, 
Più spiace a Dio; e però stan di sutto 
Gli frodolenti, e più dolor gli assale. 

De' violenti il primo cerchio è tutto: 
Ma perchè si fa forza a tre persone, 
In tre giorni è distinto e costrutto. 

A Dio, a sé, al prossimo si puone 
Far forza, dico in loro ed in lor cose, 
Come udirai con aperta ragione. 

Morte per forza e ferute dogliose 
Nel prossimo si danno, e nel suo avere 
Ruine, incendj e toilette dannose; 

Onde omicidi e ciascun che mal fiere, 
Guastatori e predon, tutti tormenta 
Lo giron primo per diverse schiere. 

Puote uomo avere in sé man violenta 
E ne' suoi beni ; e però nel secondo 
Giron convien che senza prò si penta 

Qualunque priva sé del vostro mondo, 
Biscazza e fonde la sua facultade, 
E piange là dove esser dee giocondo. 

Puossi far forza nella Deitade, 
Col cor negando e bestemmiando quella, 
E spregiando natura e sua bontade: „ 

E però lo minor giron suggella 
Del segno suo e Sodoma e Caorsa, 
E chi, spregiando Dio, col cor favella. 

La frode, ond' ogni coscienza è morsa, 
Può l'uomo usare in colui che si fida, 
Ed in quel che fidanza non imborsa. 
Questo modo di retro par che uccida 



264 

Pur Io vinco d'amor che fa natura; 
Onde nel cerchio secondo s' annida 

Ipocrisia, lusinghe e chi affattura, 
Falsità, ladroneccio e simonia, 
Ruffian, baratti e simile lordura. 

Per l' altro modo queir amor s' obblia 
Che fa natura, e quel eh' è poi aggiunto, 
Di che la fede speziai si cria: 

Onde nel cerchio minore, ov'è il punto 
Dell' universo in su che Dite siede , 
Qualunque trade in eterno è consunto. 

Ed io: Maestro, assai chiaro procede 
La tua ragione, ed assai ben distingue 
Questo baratro e il popol che '1 possiede; 

Ma dimmi, quei della palude pingue, 
Che mena il vento e che batte la pioggia, 
E che s'incontran con sì aspre lingue, 

Perchè non dentro della città roggia 
Son ei puliti, se Dio gli ha in ira? 
E se non gli ha, perchè sono a tal foggia? 

Ed egli a me: Perchè tanto delira, 
Disse, lo ingegno tuo da quel ch'ei suole? 
Ovver la mente dove altrove mira? 

Non ti rimembra di quelle parole, 
Colle quai la tua Etica pertratta 
Le tre disposizion che il ciel non vuole, 

Incontinenza, malizia e la matta 
Bestialitade? e come incontinenza 
Men Dio offende e men biasimo accatta? 

Se tu riguardi ben questa sentenza, 
E rechiti alla mente chi son quelli, 
Che su di fuor sostengon penitenza, 

Tu vedrai ben perchè da questi felli 
Sien dipartiti, e perchè men crucciata 
La divina giustizia gli martelli. 



dilli 

ZOO 

So) che sani ogni vista turbata, 
Tu mi contenti sì, quando tu solvi, 
Che, non men che saver, dubbiar m'aggrata. 

Ancora un poco indietro ti rivolvi, 
Diss' io, là dove di' che usura offende 
La divina bontade, e il groppo svolvi. 

Filosofia, mi disse, a chi la intende, 
Nota, non pure in una sola parte, 
Come natura lo suo corso prende 

Dal divino intelletto e da sua arte; 
E, se tu ben la tua Fisica note, 
Tu troverai, non dopo molte carte, 

Che r arte vostra quella, quanto puote, 
Segue, come il maestro fa il discente; 
Sì che vostr' arte a Dio quasi è nipote. 

Da queste due, se tu ti rechi a mente 
Lo Genesi dal principio, conviene 
Prender sua vita ed avanzar la gente. 

E perchè V usuriere altra via tiene, 
Per sé natura e per la sua seguace 
Dispregia, poi che in altro pon la spene. 

Ma seguimi oramai, che il gir mi piace: 
Che i Pesci guizzan su per 1' orizzonta, 
E il Carro tutto sovra il Coro giace, 

E il balzo via là oltre si dismonta. 



266 



CANTO XI. * 



In sulla estremità d 9 un 9 alta Ripa. L'Auttore, seguendo 
la sua materia, per quattro parti viene al fine del presente 
undecimo capitolo. La seconda parte comincia quivi : Figliuol 
mio, dentro; la terza quivi: Ma dimmi, quei della palude; la 
quarta et ultima: Filosofia, mi disse. Et perchè giace cia- 
scuna parte nel testo chiara, è da venire alla sposizione 
della lettera, seguendo la intenzione dell'Ali ttore sempre 
quanto è possibile et intendere si può. 

In sulla estremità. Però che TAuttore lasciò il muro di 
Dite nel precedente capitolo et tenne verso il mezzo, dice 
che e' capitò in su una estremità d'una ripa alta, la quale 
ripa si volgea in cerchio. Ripa è uno luogo alto, fatto per 
natura o per arte, al quale luogo si sale malagevolmente. 
Stipa è uno luogo calcato d'alcuna cosa, come quello luogo 
era stivato, cioè calcato, d'anime — Che diceva: Anastagio 
papa. Era segnato V avello di lettere intagliate, come è d' u- 
sanza alle sepolture degli uomini d'autorità o di fama; et 
diceano le lettere: Io guardo papa Anastagio, cioè: Qui giace 
dentro papa Anastagio. Fu costui papa Anastagio secondo, 
nato di Fortunato cittadino Romano, che sedette nella sedia 
apostolica anni due et mesi undici et dì xxhj. Questi con- 
stigli che ninno cherico, né per ira né per rancore né per 
simile accidente, pretermettesse o lasciasse di dire l'ufficio 
suo. Scomunicò Anastagio imperadore; et però che in quel 



267 

tempo molti chetici si levorono contro a lui, però ch'egli 
tenea amicizia et singolare fratellanza et conversazione con 
Fortino Diacono di Tessaglia (1), che poi fu Vescovo d' una 
città chiamata Gallogrecia, la quale è in Siria; et questo 
Fortino fu famigliare et maculato d'uno medesimo errore 
d'eresia con Acazio dannato per la Chiesa Cattolica; et 
perchè Anastagio volea ricomunicare questo Acazio, avegna 
iddio ch'egli non potessi, fu percosso dal giudicio di Dio; 
però che, essendo ratinato il concilio, volendo egli andare 
a sgravare il ventre ne' luoghi segreti, per volere et giudi- come uno 
ciò divino, sedendo et sforzandosi, le interiora gli uscirono ^\^ ndo 
di sotto, et ivi finì miserabilmente sua vita — Siche s' ausi 
in prima un poco il senso. Però che '1 puzzo dello abisso 
era grande, disse Virgilio che P ascendere si volea fare 
lentamente, però che a pigliare un puzzo di subito, può 
essere tale che ne va al cerabro, et è cagione di morte 
cosi soperchio odore; ma avezzarsi a poco a poco il senso 
dell' odorato non nuoce tanto, però che ab assuetis non fit 
passio — Cominciò egli a dire. Dice che sono in quelle ripe 
tre cerchi, ciò è il settimo, l'ottavo, e'1 nono, pieni di 
spiriti; et qui reca quasi in somma (2) tutto l'ordine d'in- 
ferno. Et acciò che l'Auttore sia informato, et bastigli pure 
vedere la forma de' peccati che vi si puniscono, dice Vir- 
gilio che quelli tre cerchietti sono fatti come gli altri cer- 
chi ch'egli hanno lasciati, salvo che questi sono minori, 
però che tutti i cerchi vengono ristrignendo verso il fondo. 
— D 9 ogni malizia eh 9 odio. Malizie si possono dire in due 
modi, o ella è malizia di corpo, o ella è malizia d'animo. 
La malizia del corpo è quando il corpo in alcuno membro 
è infermo da alcuna infermità; similmente uno àrbore, 
quando è in alcuna parte guasto, si dice egli è maliziato. 
L'altra malizia è quella dell'animo; et questa si chiama 

(1) Di Tenaglia. Intendi Fotino diacono di Tessalonica. V. a pro- 
posito di Anastasio e di Fotino, la osservazione in fine del, volume. 11 
Commentatore traduce qui la cronaca di Martino Polono. 

(2) In somma. In succinto, In compendio. 



269 

malizia animale, o mentale; et' questo è quando l'animo 
degli uomini s' inchina a fare veruno male , et da questo 
male è détta malizia; et di questa tale malizia park PAut- 
tore — Ch 9 odio in cielo acquista. Ogni uomo che fa male, 
con ciò sia cosa che questo cotale male si fa contro a 9 co- 
mandamenti o contro la legge di* Dio, per tanto offende 
Iddio, ciò è fa contro a suo comandamento, et provoca 
Tira di Dio contro a lui — Ingiuria è il fine. Il fine d'ogni 
male et d'ogni operazione rea ò la ingiuria, però che con- 
tro a qualunque altri opera male per qualunche modo, il 
buono uomo che sostiene riceve ingiuria; et chi fa il male 
il fa affine di fare ingiuria, et però dice la legge: Nulli 
videtur fecisse injuriam qui utitur jure suo. A ninno fa in- 
giuria chi usa la sua ragione — con forza o con frode. 
Et ogni tal fine, ciò è ogni ingiuria, o con forza o con frode 
offende altrui, però che colui che non può aoperare le 
mani o la forza, opera lo 'ngegno allo 'nganno et alla frau- 
dolenza — Ma perché frode è dell 9 uom. Egli è da sapere 
che frode è propria azione umana, et muove solo dall' ani- 
mo degli uomini ; et non è mossa da cosa di fuori , né da 
veruna passione: et pertanto dispiace più a Dio che non 
fa la forza, però che colui che forza altrui il fa .sentendosi 
possente di persona, o di stato di signoria; et però si muo- 
ve: et pertanto dispiace meno a Dio. La froda, com 9 è detto, 
è mossa solamente da reo animo; et per tanto dispiace più 
a Dio et è punita di sotto — De 9 violenti il primo cerchio. Il 
primo cerchio è de violenti; et però che, come si chiarirà 
apresso, si può fare violenzia a tre persone, questo cerchio 
primo, ciò è il settimo, è diviso in tre cerchi, però che si può 
fare forza a Dio, a sé, et al prossimo — Morte per forza. 
Tutti gli uomini del mondo sono nostri prossimi, con ciò 
sia cosa che tutti siamo scesi d' uno padre; che, come 
scrive Boezio: Omne hominum genus simili surgit ab ortu 
unus nani rerum pater est; ma sono più prossimani a noi 
quelli cfya credono in Dio, et sono con noi congiunti con 
uno medesimo legame di legge, che non sono gl'infedeli; 
cosi più i vicini che gli strani, et più i parenti che non 



209 

sono i vicini. In questi cotali prossimi si può dare morte 
per forza, ciò è uccidergli a ghiado (1), o in altro modo, et 
dare ferite et percosse et similia — Et nel suo avere Buine. 
Ciò é fare minare sue case, arderle, et guastare — Et toi- 
lette dannose ciò è ruberie con danno et vergogna del pros- 
simo — Et ciascun che mal fiere. Dice mal fiere, però 
che si può ferire senza mal fare, però che colui eh 9 è posto 
in luogo di fare ragione et giustizia* ferendo, ciò è laccan- 
do uccidere j ustamente, non pecca, anzi merita — Guasta- 
tori et predoni. Ciò è coloro che guastano i beni et ohe li 
rabono: questi cosi fatti sono puniti nel primo giro — Per 
diverse schiere. Non sono tutti costoro tormentati con una 
medesima pena, però che ha peccato più Puno che l'altro, 
et però sono posti a diversi tormenti in diverse schiere. 
— Pud l'uomo attere. Viene TAuttore alla seconda colpa, 
et dice che F uomo può avere mano violenta sforzando se 
stesso con impiccare se medesimo, ferirsi o segarsi (2), o 
in altro modo offendersi — Qualunque priva sé. Ciò è ucci- 
dendo se medesimo — Biscazza et fonde la sua f acuita te. 
Ciò é giucando, gettando via il suo, struggendo — Piagne 
là dove. Questi cotali, gettando via il loro, di quello che 
doveano godere et vivere lieti , perdendo o avendo perduto 
o gettato, si consumono poi et piangono; et questi cotali 
sono puniti nel secondo cerchio — Puossi far forza nella 
Ueitate. Puossi fare forza a Dio, faccendo contro alle sue 
leggi, negando lui col cuore, et colla lingua bestemmian- 
dolo; spregiando la natura, eh 9 è fattura di Dio; et ancora 
faccendo peccati contro a natura, che sono gli usura j et i 
sodomiti: questi cotali dispregino Iddio, facendo contro a 
natura — Sodoma. E' si legge nel Testamento vecchio che 
Sodoma, et altre quattro città presso al mare morto, furo- 
no forte viziate di questo peccato contro a natura, tanto 
che Iddio, adita tosi, parlò ad Abraam et disse, che per 
quello peccato intendea disfare quelle città. Onde Abraam 

• 

(1) Ucciderli a ghiado. Uccidergli con ferita di coltello. 

(2) Segarsi. Cioè segarsi le vene. 



270 

gli disse: Deh, Signore, se v'ha entro e giusti, è conve- 
nevole che muoino pe' peccatori? Iddio gli disse che non 
v'erano. Brevemente, d'uno numero in un altro, Abraam 
trovò che altro che Lotto suo nipote non v'era giusto; 
onde Iddio, perchè Lotto non morisse cogli altri, mandò 
due agnoli in forma di due belli giovani a casa Lotto. 
Costoro, andando per la terra, tutto il popolo gli seguita- 
va: finalmente, giunto a casa Lotto, il popolo assediò la 
casa, dicendo che voleono questi giovani. Lot, perchè non 
pigliassono questi giovani, profferse loro due figliuole che 
aveva: costoro non furono contenti; onde Iddio gli accecò 
tutti, et gli angioli, detto a Lotto che si partisse egli, la 
moglie et la famiglia, andatisene per mezzo del popolo, 
non furono veduti né sentiti; et similmente Lot. Et essen- 
do amoniti dall'agnolo che non si volgessono addirietro, 
essendo già in una costa presso alla terra, Iddio mandò 
fuoco da cielo et arse gli uomini et tutta la città, 4e pie- 
tre, et ciò che v'era. La moglie di Lot si volse addirietro, 
et incontanente divenne una statua, com' eli' era fatta cosi 
statua di sale; et dicono ancora alcuni ch'ella, veduta dalle 
bestie del paese, la leccono et scemolla, però che le bastie 
comunemente sono vaghe del sale; et un paese ci ha dove 
ne' prati si semina sale , acciò che l' erba sia di buono 
sapore, et che le bestie la paschino più volentieri. Questa 
cotale statua, come ch'ella sia scemata dalle bestie, torna 
nell' esser suo, et è oggi di quella grandezza eh' ella fu il 
primo di (1); si che per costoro di Sodoma, che furono viziati 
di quello peccato, si chiamono oggi questi peccatori contro 
a natura Sodomiti — Caorsa. Similmente gli usuraj pre- 
sono nome da Caorsa, che cosi sono chiamati Caorsini. 
Caorsa è una terra in Lunigiana (2), dove tutti uomini et 
femmine quasi comunamente prestano a usura; et però che 
questo peccato v'è cosi scorso, sono detti i peccatori in 
questo vizio Caorsini — La frode onde ogni coscenzia è 

(1) E chi noi crede vada egli a vedetta'. 

(2) In Lunigiana. Chiama e rispondi! Voleva dire della Guienna. 



271 

morsa. Dice che la frode, ciò é lo 'nganno, morde ogni co- 
scenzia, però che morde primamente colui che 1' usa; però 
che non è veruno che Tosi, però che'l peccato ò gravis- 
simo, non sia morso dalla coscenzia sua. Similmente an- 
cora pochi o non veruno è che si sappi guardare da coloro 
che vogliono ingannare, però che stanno gl'ingannatori 
continuamente avvisati: et questo cotale inganno puossi 
usare in due modi, più grave l'uno che F altro; il primo 
è ingannare colui che si fida, ciò è ha preso fidanza: et 
però che di questa frodolenzia si tratterà pienamente in 
quello capitolo Ecco la fiera colla coda aguzza etc. è da 
parlare qui succintamente — Pur lo vinco d'amor che fa 
natura. La natura ha legato tutti gli uomini con uno me- 
desimo vinco, ciò è legame, cosi gli Spagnoli, come gl'In- 
diani; et però chi inganna, benché non si fidi di lui, et 
sia chi vuole, offende et scioglie questo legame naturale. 
— Onde nel cerchio secondo." L'Auttore ha detto eh' e vio- 
lenti sono puniti nel settimo cerchio, ciò è nel primo di 
questi tre ultimi ragionati. Or dice che nel secondo cer- 
chio, ciò è nell'ottavo, s' annidiano, s' avolgono gl'ipocriti, 
i lusinghieri, et quelli che fanno fatture, ciò è malie, fal- 
sar] etc. Et di questi, et degli altri che appresso nomina, 
per dieci capitoli che appresso verranno, distesamente ne 
parlerà l'Auttore — Che fa natura et quel eh 9 è poi. Dice 
che altrimenti debbe essere punito colui che offende pure 
il vinco naturale, che quelli che offende et scioglie l'altro 
legame posto sopra a questo, al quale ci costrigne la fede 
speciale, ciò è quella fede che noi diamo fidandoci l'uno 
dell' altro — Onde nel cerchio minore. Il punto universo, 
tutto quello eh' essi contengono, i quattro alimenti , et tutto 
ciò che si contiene dalla nona spera in giù: et però che 
l'inferno è nel mezzo della terra, e '1 punto di che parla 
l'Auttore è nel mezzo dell' inferno, et nel mezzo della terra 
è il punto ciò è l'ultimo luogo, puossi dire che questo 
luogo sia il punto di tutto l'universo, però che da questo 
punto infino al cielo eh' è sopra noi ha tanto quanto da 
questo punto al cielo eh' è sotto a noi; et però si può dire 



272 

che questo sia il punto; et la nona spera et gli altri cieli 
sono i cerchi che si Tolgono intorno a questo punto — Su 
che Dite siede. Questi si può dire in due modi et intendere. 
Il primo modo intendendo Dite, non la città nominata, ma 
il signore della città, ciò è Lucifero, il quale in questo 
centro che TAuttore trova nell'ultimo capitolo di questa 
tersa parte del libro, ciò è ivi ne ragiona, che siede in 
questo centro della terra ; F altro modo d' intendere si è 
che la città di Dite segga in sul punto ragionato, però che 
ogni città et ogni edificio, che in qualunche parte del 
mondo sia, viene perpendiculare sopra questo centro della 
terra, et qualunche sottilmente raguarda, questo non ((ti 
parrà maraviglia, inmaginato quel punto il centro, e la 
superiìce del mondo la circunferenza — Qualunche frode 
in eterno. Poi che FAuttore ha detto che tutti coloro che 
offendono, rompendo il vinco naturale, sono puniti nel se- 
condo cerchio de' tre, ora dice che qualunque offende, sopra 
il vinco naturale, la fede speziale che v'è aggiunta, però 
che tradisce colui che si fida di lui et che gli* ha data la 
sua fede , questi cotali traditori sono puniti nel!' ultimo 
cerchio, ciò è nel centro dello 'nferno eternalmente — Questo 
baratro. Et dice che sopra la presente materia egli ha par- 
lato si chiaro et distinto de' peccatori et si del baratro. 
Tanto vuole dire baratro quanto vaso, et noi abbiamo detto 
più volte che lo 'nferno è detto come un vaso ritondo, lar- 
go da bocca et stretto da fondo. — Ma dimmi: quei della 
palude. Poi che tu m' hai chiarito infino a qui , dice FAut- 
tore a Virgilio, dimmi, coloro che sono nella palude pin- 
gue, ciò è nel fiume Stige, in quello limo del pantano 
eh' è grasso: et questi sono gl'iracundi et gli accidiosi. 
— Che mena il vento. Ciò sono i lussuriosi — Che batte la 
pioggia. I golosi — Et che *' incontron con si aspre lingue. 
Ciò è gli avari et prodighi, eh' è stato detto quando si 
risoontrono insieme rimproverando l' uno all' altro, perché 
tieni et perché burli — Perché non dentro dalla città roggia. 
Questi sopradetti peccatori , perchè non sono eglino puniti 
nella città roggia, ciò è rossa, nella città di Dite rossa di 



i 



273 

fuoco, se Iddio gli ha in ira? et se non gli ha, perchè sono 
puniti qui o altrove? — Et egli a me: Perche tanto delira. 
Perchè tanto escie fuori del solco lo ingegno tuo? Lira, lirae 
è il solco che fa il bifolco. Interviene questo, dice Virgilio, 
perchè lo 'ngegno tuo sia ingrossato, overo perchè la mente 
tua guardi altrove? Non ti ricorda di quello che si tratta 
nel settimo libro dell' Etica , dove si tratta di filosofìa 
morale? Et dice Etica tua, però che TAuttore studiò molto 
in questo libro — Le tre disposizion che 'l del non vuole. 
In questo settimo libro dell' Etica dice Aristotile che '1 ciel 
non vuole (et intendesi cielo per P uomo virtuoso) le tre 
disposizioni, ciò è incontinenzia , malizia, et bestialità; et 
che la incontinenzia meno offende Iddio, et meno biasimo 
è che la malizia o la bestialità, però che, come è detto, 
la incontinenzia è vizio naturale, la malizia et la bestiali- 
tà procedono da proponimento di male (i) animo: et questi 
cotali peccatori, che sono puniti di fuori della città, che 
peccorono naturalmente, come prodighi, lussuriosi e te. fu- 
rono incontinenti; et pertanto che meno offesono Iddio, 
sono puniti di fuori della città, e meno crucciato Iddio 
s'adira verso loro — sol che sani. Il sole naturale cac- 
cia via le tenebre della notte et disfà i nuvoli et la cechità 
della nebbia; cosi Virgilio nello Auttore dissipò et spense 
ogni cechità d' ignoranzia ; et pertanto per similitudine 
chiama Virgilio sole — Che non men. Le ragioni tue sono 
migliori che quelle che io so da me — E 9 l groppo. Ciò è 
il nodo sciogli, dimmi per che modo usura offende a Dio. 
— Filosofia, mi disse. La filosofìa, a chi bene la intende, 
dice Virgilio, nota, non pure in una parte, ma in molte, 
come la natura piglia il corso suo dal divino intelletto; et 
dèi intendere natura naturata, però ch'egli è differenzia 
fra natura naturans, et natura naturata. Natura naturans 
è Iddio; natura naturata, è questa natura che fa nascere 
quaggiù nel mondo le cose, et di questa intende PAutore, 

(1) Di male animo. Di animo tristo, Di maltallento. Male per adjet- 
tivo fu usalo spesso dagli antichi. 

18 



274 

la qual prende il principio suo dal divino intelletto, però 
ch'ella non ha spera, la quale è forma et motore di tutti 
gli altri cieli; et àe informata una immagine della divina 
essenzia, et quinci prende la natura il suo principio, et 
ancora dagli altri cieli, che sono arti, cioè strumenti di 
Dio, a producere queste cose del mondo — Tu troverai non 
dopo. Se tu hai bene a mente la tua fisica, dice Virgilio, 
tu troverai nel u libro, poche carte innanzi al principio, 
che T arte, in quantunque ella può, imita e seguita la na- 
tura; però che la natura fa gli uomini, fa gli animali, le 
piante etc. et gli artefici, pogniamo esemplo ne" dipinto- 
ri, et cosi negli altri artefici meccanici, i dipintori dipin- 
gono gli uomini, gli animali , le piante; nelle quali pitture 
egliono si storcono d'imitare la natura in quanto possono; 
ciò è di fare la pittura simigliarne, nel viso et nell'altre 
parti, agli uomini eh' à fatto la natura: et cosi i calzolaj 
in fare le scarpette simiglianti al pie; gì' orafi in fare le 
corone simiglianti al capo, ciò è che la larghezza loro sia 
appunto come il capo: onde si può conchiudere che Parte 
sia nipote di Dio, però che la natura è figliuola di Dio; 
che Iddio è prima causa, et la natura è causata da Dio, 
ciò è fatta da lui. Et noi diciamo quante volte una cosa fa 
un'altra, esempio (1): l'uomo fa il figliuolo, l'uomo è padre 
del figliuolo, però che l'ha fatto; cosi Iddio fa la natura: 
la natura è figliuola di Dio; et l'arte, però che seguita la 
natura in fare le cose simiglianti alla natura, è l'arte cau- 
sata dalla natura, et per conseguente è figliuola della na- 
tura: seguita adunque che l'arte, se è figliuola della natura, 
et la natura è figliuola di Dio, che l' arte sia nipote di 
Dio — Da queste due, se tu ti rechi. Ciò è da natura et da 
arte, se tu ti rechi a mente il Genesi, che è il primo libro 
della Bibbia, conviene che l'uomo s'affatichi per vivere, 
come è scritto nel iu capitolo del Genesis in fine dove 

(1) E nei diciamo quante volle ec. Qui debb* esserci difetto, e forse 
doveva esser significato questo concetto. E noi diciamo quante volte una 
cosa fa un altra cosa , che quella che la fa è padre ec. 



278 

dice: Misse Iddio Adamo et Eva fuori del paradiso, acciò 
eh 9 egli lavorassi la terra, della quale egli era fatto. Si con- 
viene che gli artefici tragghino denari dell'arte loro per 
alcuno mezzo, acciò che possino vivere, però che i calzolaj 
fanno le scarpette, et queste vendendo, traggono denari: 
i lavoratori ricolgono il grano et l'altre cose, onde e' vi- 
vono; et cosi gli altri artefici per alcuno mezzo — Et per- 
ché Vusuriere altra via tiene. Però che Tusuriere tiene 
altro modo, ciò è che de' danari vuole fare danari senza 
veruno altro mezzo, vendendo ancora il tempo, che è co- 
mune a ciascheduno, et non è proprio di veruno, né se- 
guita la natura, ma vuole che la natura seguiti lui in fare 
altro che non ha fatto la natura, pertanto dispregia la 
natura, et dispregiando la natura, però che è operazione 
di Dio, dispregia Iddio, però che pone speranza fuori delle 
cose di Dio, et dispregiando chi seguita le cose di Dio. 
Usuriere dicitur ab um> però che vende il tempo a uso. 

— Ma seguimi oramai. Poi che Virgilio ha assoluto et mo- 
strato perchè usura offende Iddio, conforta l'Auttore a se- 
guitare loro viaggio, et assegna la ragione come seguita. 

— Che i pesci guizzan su. Orizzonte è uno circulo, il quale 
divide amendue gli emisperi. Emisperio, com'è detto ad- 
di net ro, è quella parte del cielo che noi vedemo. Egli è 
da sapere che dodici sono i segni per i quali va il sole. 
Haec sunt signa poli quae semper sunt via soli: Est aries, 
taurus, gemini , cancer, leo, virgo, libraque 3 scorpius, arci- 
tenens, caper , anphora, pisces. Questi dodici segni signoreg- 
giono fra'l di et la notte catuno due ore, et muovono lo 
fermamento dove sono collocati da oriente a occidente in 
uno di , si che F altra mattina sono tornati alla parte onde 
mossono. In oriente il sole entra a xiiij di all'uscita di 
marzo nell'ariete, et è questo il primo di che'l mondo fu 
fatto: et questo di comincia l'Auttore, com'è detto, quest' 
opera. Ora questo di si iieva aries, allora che il sole; et 
sempre quel segno nel quale é il sole è la mattina il - ^) ri- 
mo in oriente; et tanto mette a montare su che passono 
due ore. Questo aviene il primo di che v'entra: il secondo 



«78 

di vi sta uno grado meno; et il terzo uno altro grado me- 
no; et cosi seguentemente: si che quando il sole vi fla stato 
quindici di, si prenderà quel segno un'ora della notte et 
Ma' del di; et quando il sole vi fia stato xxvmj di, quel 
segnale entrerà tutto nella notte, se non uno grado (1), il 
quale prenderà del di, onde l'altro di che'l sole vi fia 
stato xxx di, fia l'altro segnale, ciò è Taurus. Apparec- 
chiato il sole entrerà in esso uno grado, e'1 secondo di 
due, e'1 terzo tre; et aries dimorerà addirietro tutto nella 
notte. Ora a tornare a nostra materia, se il segnale del 
pesce era in sulla orizzonta orientale, il sole era nell' arie- 
te, con ciò sia cosa che aries vada inanzi al pesce imme- 
diate, era segno ch'egli era alto di, et qui si può com- 
prendere che gli è compiuto uno di naturale che l'Auttore 
cominciò questa opera, però che nel principio del libro 
ha detto che'l sole montava su con quelle stelle ec. et 
qui dice che'l sole era tornato sopra l'orizzonte un'altra 
volta — E 9 l carro tutto sopra il coro. Ancora soggiugne 
TAutlore, a dimostrare che'l di era, che'l carro tutto etc. 
Per l'altra costellazione egli dimostrò l'ora ch'era per la 
parte del levante; qui la mostra per la parte del ponente; 
onde è da notare che in ciascheduno de'xu segni del zo- 
diaco sono altre costellazioni che quelle per cui gli segni 
ricevono nome. Onde nel segno del leone, verso il polo 
che da noi è veduto, si è una costellazione eh' è appellata 
carro, che sono sette stelle più grosse che l'altre, et due 
stelle che sono dirietro appellate le ruote del carro sono 
appunto nel segno del leone. Dice l'Auttore che'l carro 
giacea sopra il coro. Qui è da sapere che le sette stelle 
che costituiscono il carro, le quattro le ruote, et le tre 
dinanzi per la bure che tira il carro, si girano continua- 
mente intorno alla tramontana. Or dice l'Auttore ch'elle 
erano tanto girate la notte, che la mattina giaceano sopra 
il coro, ciò è verso il coro. Questo coro è uno vento che 
viene da tramontana, di buona aria, et costui chiamano i 

(I) Se non uno grado. Fuorché un grado, Salvo che un grado. 



J77 

marinai mastro per le vu stelle onde viene. Ora di questo 
vento parla l'Auttore, et dica che le sette stelle pendeano 
et giaceono tutte sopra a questo vento, ciò è sopra a quella 
parte onde viene il vento — E'I balzo via là oltre. Balzo 
tanto vuol dire quanto monticello. salita, ovvero ripa; et 
Virgilio, avendo mostrato come egli era alto di, et ch'egli 
era tempo di camminare, et che ancora il luogo ove elli 
aveano a scendere era di lungi, cosi compie sua materia 
di questo capitolo. 



CANTO XIL 



Era lo loco, ove a scender la riva 
Venimmo, alpestro, e per quel eh' ivi er' anco, 
Tal, ch'ogni vista ne sarebbe schiva. 

Qual è quella ruina, che nel fianco 
Di qua da Trento l' Adice percosse, 
per tremuoto o per sostegno manco; 

Che da cima del monte, onde si mosse, 
Al piano è si la roccia discoscesa, 
Ch'alcuna via darebbe a chi su fosse, 

Cotal di quel burrato era la scesa. 
E in su la punta della rotta lacca 
L'infamia di Creti era distesa, 

Che fu concetta nella falsa vacca: 
E quando vide noi, se stesso morse, 
Sì come quei, cui Tira dentro fiacca. 

Lo savio mio in ter lui gridò: Forse 
Tu efedi che qui sia'l duca d'Atene, 
Che su nel mondo la morte ti porse? 

Partiti, bestia, che questi non viene 
Ammaestrato dalla tua sorella, 
Ma vassi per veder le vostre pene. 



279 

Qual è quel toro che si slaccia in quella 
Ch' à ricevuto già '1 colpo mortale, 
Che gir Don sa, ma qua e là saltella, 

Yid' io lo Minotauro far cotale. 
E quegli accorto gridò: Corri al varco; 
Mentre eh' è in furia, è buon che tu ti cale. 

Così prendemmo via giù per lo scarco 
Di quelle pietre, che spesso moviensi 
Sotto i miei piedi per lo nuovo carco. 

lo già pensando; e quei disse: Tu pensi 
Forse a questa rovina, eh' è guardata 
Da queir ira bestiai eh' io ora spensi. 

Or vo' che sappi, che 1' altra fiata 
Ch' i' discesi quaggiù nel basso inferno, 
Questa roccia non era ancor cascata; 

Ma certo poco pria, se ben discerno, 
Che venisse Colui, che la gran preda 
Levò a Dite del cerchio superno, 

Da tutte parti 1' alta valle feda 
Tremò si, ch'io pensai che l'universo 
Sentisse amor, per lo quale è chi creda 

Più volte il mondo in caos converso: 
Ed in quel punto questa vecchia roccia 
Qui ed altrove tal fece riverso. 

Ma ficca gli occhi a valle; che s'approccia 
La riviera del sangue, in la qual bolle 
Qual che per violenza in altrui noccia. 

cieca cupidigia, o ira folle, 
Che sì ci sproni nella vita corta, 
E uelF eterna poi sì mal e' immolle! 

Io vidi un'ampia fossa in arco torta, 
Come quella che tutto il piano abbraccia, 
Secondo ch'avea detto la mia scorta: 

E tra il pie della ripa ed essa, in traccia 



280 

Correan Centauri armati di saette, 
Come solean nel mondo andare a caccia. 

Vedendoci calar ciascun ristette, 
E della schiera tre si dipartirò 
Con archi ed asticciuole prima elette; 

E Fun gridò da lungi: A qual martirio 
Venite voi, che scendete la costa? 
Ditel costinci , se non, F arco tiro. 

Lo mio Maestro disse: La risposta 
Farem noi a Chiron costà di presso: 
Mal fu la voglia tua sempre sì tosta. 

Poi mi tentò, e disse: Quegli è Nesso, 
Che morì per la bella Dejanira, 
E fé' di sé la vendetta egli stesso: 

E quel di mezzo, che al petto si mira, 
É il gran Chirone, il qual nudrì Achille: 
QuelF altro è Folo, che fu sì pien d' ira. 

Dintorno al fosso vanno a mille a mille, 
Saettando quale anima si svelle 
Del sangue più che sua colpa sorti He. 

Noi ci appressammo a quelle fiere snelle: 
Chiron prese uno strale, e con la cocca 
Fece la barba indietro alle mascelle. 

Quando s'ebbe scoperta la gran bocca, 
Disse ai compagni: Siete voi accorti, 
Che quel di retro move ciò eh' ei tocca? 

Così non soglion fare i pie de' morti. 
E il mio buon Duca, che già gli era al petto, 
Ove le duo nature son consorti, 

Rispose: Ben è vivo, e sì soletto 
Mostrarli mi convien la valle buja: 
Necessità '1 e' induce, e non diletto. 

Tal si partì dal cantare alleluja, 
Che mi commise quest' uficio nuovo: 



281 

Non è ladron, né io anima fuja. 

Ma per quella virtù, per cui io muovo 
Li passi miei per sì selvaggia strada, 
Danne un de' tuoi, a cui noi siamo a pruovo, 

Che ne dimostri là ove si guada, 
E che porti costui in su la groppa; 
Che non è spirto che per 1' aer vada. 

Chiron si volse in sulla destra poppa, 
£ disse a Nesso: Torna, e sì li guida, 
E fa cansar, s' altra schiera v'intoppa. 

Noi ci movemmo colla scorta fida 
Lungo la proda del bollor vermiglio, 
Ove i bolliti facean alte strida. 

Io vidi gente sotto infino al ciglio; 
E il gran Centauro disse: Ei son tiranni, 
Che dier nel sangue e nell'aver di piglio. 

Quivi si piangon li spietati danni: 
Quivi è Alessandro, e Dionisio fero, 
Che fé' Cicilia aver dolorosi anni : 

E quella fronte ch'ha il pel così nero 
É Azzolino; e quell'altro eh* è biondo 
É Obizzo da Esti, il qual per vero 

Fu spento dal figliastro su nel mondo. 
Àllor mi volsi al Poeta, e quei disse: 
Questi ti sia or primo, ed io secondo. 

Poco più oltre il Centauro s'affisse 
Sovra una gente che inflno alla gola 
Parea che di quel bulicame uscisse. 

Mostrocci un' ombra dall' un canto sola , 
Dicendo: Colui fesse in grembo a Dio 
Lo cor che in sul Tamigi ancor si cola. 

Poi vidi genti, che di fuor del rio 
Tenean la testa, ed ancor tutto il casso: 
E di costoro assai riconobb* io. 



282 

-Cosi a più a più si facea basso 
Quel sangue sì, che copria pur li piedi (1): 
E quivi fu del fosso il nostro passo. 

Si come tu da questa parte vedi 
Lo bulicame che sempre si scema, 
Disse il Centauro, voglio che tu credi, 

Che da quest'altra più e più giù prema 
Lo fondo suo, infin eh' ei si raggiunge 
Ove la tirannia convien che gema. 

La divina giustizia di qua punge 
Quell'Attila che fu flagello in terra, 
E Pirro, e Sesto; ed in eterno munge 

Le lagrime, che col dolor disserra 
A Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, 
Che fecero alle strade tanta guerra. 

Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo. 



(1) Che copria pur li piedi. 11 Witte, e molti ottimi codici leggono 
Cocea pur li piedi; e quel Gregoretti da Venezia quasi quasi mette in 
canzonella l'illustre tedesco, dell'avere scelto una lezione priva del senso 
comune. Combattere il Gregoretti sarebbe tempo perduto: basti il notare 
che la lezione coceva non è da disprezzarsi; e che, se il tormento di 
queste anime era, com'era, non tanto Tesser coperti, ma molto più 
Tesser bolliti e cotti in quel sangue, dicendo coceva non solo è lo stesso 
che dir copriva, ma è detto anche più efficacemente, dacché non si 
esprime solo Tesser coperti i piedi dal sangue, ma Tessere anche colti, 
che è il tormento maggiore. 



283 



CANTO XII. 



Era lo loco ove a scendere la riva. Però che più age- 
volmente per le parti si viene a cognizione del tutto, 
Facilxus enim per parte* m cognitione totms adducimur, 
per tanto è da venire alla divisione. Dividesi il capitolo in 
quattro parti ; la seconda parte comincia quivi : Cosi pren- 
demmo; la terza : lo vidi un 9 ampia; la quarta et ultima : 
Or ci movemmo. Nella prima parte trova PAuttore il Minu- 
tauro, il quale, secondo i poeti, fu figliuolo di Pasi fé, don- 
na del re Minos. Questa Pasife innamorò d'uno toro. Era 
questo toro et pascea dirietro al suo palagio; et non tro- 
vando da se stessa modo da potere congiugnersi con lui, 
per consiglio di Dedalo si congiunse et usorono insieme ; 
del qual con giugni mento nacque uno mostro mezzo uomo 
et mezzo bue, che fu chiamato il Minotauro. Et più chia- 
ramente si stenderà questa storia quando noi sporremo la 
lettera; ma per trattare al presente della sua allegoria, 
Pasife, che partorì il Minutauro, diceono i poeti esser 
figliuola del sole. Egli intendono figliuoli del sole tutti gli 
uomini el le donne belle, però che, secondo gli astrolaghi, 
il sole è quello pianeto che dà influenzia sopra i corpi 
belli, ciò è per la cui virtù i corpi nascono belli. Per 
questa Pasife figliuola del sole si dee intendere moralmente 
T anima nostra, la quale è bella sopra ogni cosa mortale, 
et è figliuola di quel sole eterno che mai non ara fine; 



284 

però che Iddio senza veruno mezzo ha fatta l'anima. Dico- 
no che Pasife, perchè era figliuola del sole, con ciò sia 
cosa che Venere fosse nimica del sole et di tutta la sua 
schiatta, essere stata nimica (1) di Pasife sua figliuola; et 
questo intendono i poeti, però che tutti i corpi belli sono 
tirati più dalle concupiscenzie di Venere che non sono gli 
altri, si che bene è Venere loro nimica. Et questo moral- 
mente ancora s'intende per P anima nostra, la quale ni- 
mica Venere, ciò è la concupiscenzia delle cose mortali 
P offendono et sozzonla; et se P anima nostra s'accosta a 
questi appetiti, incontanente si congiugne col toro, ciò è 
si congiugne et uniscesi colla bestialità; et di questo con- 
giugnimento nasce il Minutauro mezzo bue et mezzo uomo; 
ciò è, consentendo P anima agli appetiti mortali, fa il corpo 
suo di due forme, ciò è bestiale et umana; et in quanto 
egli hae apparenza d'uomo umano, et in quanto, non co- 
noscendosi, appetisce et seguita le sue sensualitadi con 
quel medesimo modo che fanno le bestie. Pone PAuttore 
questo uomo cosi fatto avere tre effetti, ciò è bestialità, 
ira et furia; bestialità in quanto gli effetti suoi sono bestia- 
li: pieni d'ira, in quanto ne' suoi desideri, appetendoli in 
se medesimo, consumando s'adira: furioso, in quanto non 
procede con modo ordinato ne' suoi desiderj; ma senza 
veruno ordine sfrenato gli seguita. Et però che PAuttore 
intende in questo cerchio essere puniti tiranni et uomini 
che con bestialità hanno offeso il prossimo per desiderio 
del sangue suo o del suo avere, póne il Minutauro che lo 
spaventò: et benché PAuttore parli di sé, si dee intendere 
per l'anime che sono punite nel cerchio dove egli entra, 
le quali, ricordando del modo del loro peccare, sono spa- 
ventate et tormentate dalla coscenzia delle cose mal fatte, 
che continuamente sono morse. La seconda parte apparirà 
nella sposizione della lettera. Alla terza et alla quarta 
parte è da sapere che PAuttore pone essere tiranni tor- 

(1) Essere stata nimica. Pare che avesse dovuto dire fu anche; ina 
queste enallage sono comuni agli antichi. 



285 

mentati dal caldo del sangue, nel quale egliono sono at- 
tutiteti et più et meno, secondo la qualità del loro peccare; 
il quale sangue continuamente bolle. Et puote l'Auttore 
muovere una storia di Tamaris (1) reina, che signoreggiò 
certo paese posto nelle parti di tramontana , la quale sta et 
scrivesi in questo modo. Il re Giro di Persia pensò di con- 
quistare et sottomettere a sua signori^ il reame della reina 
Tamaris: mossesi con grandissima gente, però ch'egli era 
di gran forza, onde Tamaris gli mandò incontro uno suo 
figliuolo con tutto suo sforzo per chiudergli l'entrata da 
venire nel suo reame. Il re Ciro, sentendo la venuta del 
giovane, pensò d' ingannarlo: fece porre tavole et apparec- 
chiare di tutte le vivande, et cosi apparecchiato et recate 
le vivande, lasciò le tavole imbastite et i padiglioni, et 
fece vista d'essere fuggito per paura, et abbandonato il 
campo (2), et nascosesi non molto di lungi in una valle. 
Questo figliuolo di Tamaris sopragiunse colla sua gente: tro- 
vando apparecchiato, et non trovando persona nel campo, 
pensò che Ciro fosse fuggito per paura: posesi elli et sua 
gente a mangiare sicuramente senza veruna guardia, et però 
che'l paese della reina Tamaris era sterile (che Scizia, 
onde elPera reina è paese sterilissimo), non erono usi di 
mangiare di quelle vivande eh' elli trovorono; che bene in 
prova l'avea fatte apparecchiare le migliori ch'egli seppe; 
mangiato di soperchio costoro, et bevuto, et cosi avinaz- 
zati; il re Ciro, che avea le spie apparecchiati, e senti 
convelli stavono, gli assali; et finalmente il figliuolo della 
reina morto vi fu, et gli altri et presi et morti, et pochi 
ne camparo. La reina Tamaris, sentendo la novella, non 
si pose a piagnere come l'altre femmine: armossi con 
tutta la gente che gli era rimasa, et imboscossi fra certe 
montagne, donde il re dovea passare a uno stretto passo; 

(1) Tamaris. Leggi Tamiris, cioè Tamiri. 

(2) D' essere fuggito et abbandonato il campo. Spesso appresso gli 
antichi si trova un ausiliare fatto servire a due participj che il voglion 
diverso. Qui è da intendere: esser fugito e avere abbandonato. 



286 

onde il re, non sappiendo di suo essere niente, a poco a 
poco senza guardia niuna passava con sua gente. La reina 
gli giunse sopra che il re non se ne accorse, et in effetto 
sconfisse lui et tutta sua gente; et prese il corpo del re 
morto, et tolse uno otro et fecelo empiere di sangue, et 
mozzò il capo al re, et gettollo in quello otro dicendo: 
Sanguine sdisti, et ego te sanguine impleo. Et così l'Auttore 
a simile dice essere quelli tiranni attuffalti nel sangue; 
però che, convelli mentre vissono non si saziaron del 
sangue del prossimo con rubarli il suo e con ucciderlo, cosi 
la giustizia di Dio gli fa essere riscaldati nel sangue, dal 
bollore del sangue. Pone ancora l'Auttore che, se veruno 
si sciorinava, egli era imberciato dalle saette de' Centauri; 
onde egli è da sapere che Isione fu grandissimo auruspice 
et fu sacerdote del tempio di Jove. Costui, com'era usanza 
degli altri auruspici, poi ctTelli aveano sacrificato al loro 
iddio, montavono in una sedia, et teneano una mazza in 
mano torta nella punta, et divideono il cielo, ciò è di se- 
gnavo no dalla tale parte alla tale; et per quella parte 
ch'egliono aveano disegnata quelli uccelli che volando vi 
valicavono, notavono i modi loro et i canti; et secondo i 
canti loro, o bassi o alti o mezzani, da quelli compren- 
deono et indovinavansi quello eh' elli voleono sapere; et 
diceono che'l corbo era uccello d'Apollo, et ch'egli avea 
più significazioni che veruno altro uccello, perchè dicevo- 
no la voce sua avere 64 significazioni. Et è detto auruspes 
ab ave et aspicio, et augur da quello gridare dello uccello. 
Ora questo Isione, per questa sua arte degli augurj, vidde 
ch'egli dovea signoreggiare gran parte di Tessaglia: onde 
i poeti ne compongono una favola in questo modo. Egli 
dicono che Ision inamorò di Giunon moglie di Giove; et 
itole dirietro più tempo, montò nell'aere ove era Giunone; 
et giunto a lei con dolci parole la lusingò, et ultimamente 
la richiese eh' egli volea giacere con lei. Junone sdegnò, et 
partissi da lui, et ciò che egli avea detto ridisse a Jove 
suo marito. Jove gli disse che ella non se ne curasse, ma 
ch'ella facessi una nuvola simigliante a lei, et quella gli 



287 

mostrasse: et ella cosi fece. Ision, reggendo questa nuvola, 
credette ch'ella fosse Junone: corse et abbraccicela et 
giacque con lei, et di questo giacimento caddono in terra 
certe gocciole, et da queste nacquono i centauri. Ision 
ne venne in terra, et non fu contento del piacere rice- 
vuto; ma andavasi vantando eh' egli era giaciuto con Juno- 
ne. Onde Giove, adirato, il fulminò et cacciollo allo 'nfemo, 
dove elli è legato a una ruota che continuamente si volge 
sopra. di lui. La verità della favola è questa. A Giove é 
attribuito il cielo, et a Junone la regione dell'aere: et però 
che l'aere è contermine al cielo, el cielo è detta Junone 
moglie di Giove, et alcuna volta sono questi regni comuni; 
che a Giove è alcuna volta attribuito il cielo et Faere 
dove sono i nuvoli; et allora dicono hae signoria nell'acqua 
et nella terra, però che de' vapori che escono della acqua 
et della terra si condensono i nuvoli neir aere. Ora questo 
Ision, per Parte degli auguij, com'è detto, vidde ch'egli 
dovea signoreggiare gran parte di Tessaglia. Per dare effetto 
al suo desiderio fu il primo che raisse uomini in su cavalli; 
et con questi discorse tutto il paese. Scrivesi che certi 
grossi uomini del paese, trovando alcuno di costoro co' 
cavalli nel fiume che beevano, et il cavallo avea messo il 
capo nell'acqua, non veggendo il capo del cavallo, pensò 
che l'uomo et il cavallo fosse uno medesimo (1), et cosi 
Tuno il disse all'altro, et in questo modo si sparse la voce. 
Furono chiamati questi centauri, però che da prima furo- 
no per numero e. Seguita la favola che Ision cercò di gia- 
cere con Junone; et però eh' elli non fu signore naturale, 
come debbono essere i re, giacque colla nuvola simigliante 
a Giunone; et però che Junone hae signoria nell'aere et 
ne' nuvoli, tutti i signori naturali si possono dicere giacere 
con Junone in propria forma, ciò è nella pura aere, e i 
tiranni giacere colla nuvola: che, come che la nuvola sia 
turba, et non chiara in veruna parte come l'aere, pure 
hae similitudine d'aere; et cosi i tiranni, come che le loro 

(1) Uno medesimo. Cosi alla latina, cioè Una cosa medesima. 



288 

terre non tenghino et non signoreggino come signori natu- 
rali, pure la loro signoria ha alcuna similitudine alla loro, 
però che i tiranni comandano et sono ubbiditi come il re. 
Di questo giacimento colla nuvola nacquono centauri, ciò 
è che la signoria prese soldo et fece genti a cavallo co' quali 
si può guerreggiare, com'è detto. Seguita ancora la favola 
che Ision si vantò d'essere giaciuto con Junone, ciò è si 
vantò d'essere signore et tenere signoria come re; et per 
questa superbia Jove il fulminò, ciò è Iddio il saettò et 
condannò con diritto judicio, et mandollo allo'nferno; et 
ivi fu legato a una ruota, che continuamente gli si volge 
addosso, ciò è continuamente è tormentato, ricordandosi 
de" pensieri delle sue male operazioni, che continuamente 
gli si volgono per l'animo. Pone adunque susseguen temen- 
te TÀuttore che questi tiranni, eh' erono bolliti nel sangue, 
erono saettati da' centauri; et questo vuole significare eh* e 
tiranni tutti gli omicidj, tutte l'arsioni, tutte le ruberie 
fanno per la forza et per le mani de' soldati loro; onde, 
essendo in inferno per questa cotale cagione, ricordandosi 
di questa gente eh' è stata loro cagione di cacciargli allo 
inferno, sono queste ricordanze le saette colle quali elli 
continuamente sono tormentati. 

Era lo loco ove a scender la riva. Poi che l'Auttore nel 
precedente capitolo ha mostrato come egli era di, eh' elli 
era loco da camminare, in questo presente dice essere 
venuto alla riva, ciò è al balzo di sopra nominato: et diriz- 
zando la tema (1) vuol dire, era lo loco alpestro ove venim- 
mo a scendere alla riva — Et per quel eh 9 ivi era. Il luogo, 
non solamente alpestro, ciò è salvatico era; ma, per quello 
che v'era, orribile, ciò è il Minutauro, che pone l'Auttore 
preposto qui come incontinente et bestiale, simile a quelli 
peccatori, de' quali intende di trattare — QuaV è quella 
mina. Qui parla per similitudine, et dice che quella ruina 
ove vennono a scendere avea tale la scesa, quale hae una 
montagna, la quale è in Lombardia sopra il fiume dell' Àdi- 

(1) La tema. L'argomento, il tema, la proposizione. 



gè, la quale si trova andando Terso Tiralli partendosi da 
Trento — per tremoto, o per sostegno. Qui assegna la 
ragione di tale mina, la quale dice essere proceduta per 
Tana delle due cagioni, o per manco di sostenimento o 
per tremuoto: per manco di sostenimento può essere, però 
che'l fiume, scalzando le ripe da pie delle montagne, a 
poco a poco entra di sotto portando via la terra, di che 
la ripa, che rimane di sopra, perchè non ha di sotto chi 
la sostenga, conviene che caggia: per tremuoto può essere, 
che con ciò sia cosa che la terra sia cavernosa, l'aria 
entra et rimane rinchiusa in quelle caverne: se viene per 
caso che vento vi percuota, questa aere rinchiusa fugge di- 
nanzi al vento, et percuote la terra, et sospigne per uscire 
fuori. Se cosa è che la terra sia si forte che l'aere non 
la rompa, la fa tremare forte: quando che l'aere sia più 
forte, che uscendo fuori apra la terra et falla minare (1). 
Or dice TÀuttore che l'una o l'altra può essere cagione di 
quella ruina — Cotal di quel baratro. Baratro tanto vuol 
dire quanto vaso; et noi abbiamo detto più volte che lo'n- 
ferno è fatto come uno vaso largo da bocca et stretto in 
fondo — V infamia di Greti era. Egli è da sapere che An- 
drogeo (benché alcuna cosetta ne sia tocca dinanzi quando 
sponemmo la sua allegoria), figliuolo del re Minos dell'isola 
di Creti, fu morto nella città d'Atene dalli Ateniesi; onde 
Minos suo padre, per vendicarlo, si mosse con tutto suo 
sforzo dell'isola di Creti, et pose oste et assedio alla città 
d'Atene; et in effetto, dopo molte cose che intervennono, 
prese la città et sottomissela a sua signoria. In questo 
mezzo ch'egli stette ad oste, la reina Pasife, donna del re 
Minos, rimasa nell'isola di Creti nel suo palagio, dirietro 



(1) Se cosa è ec. Questo perìodo é difettoso; e per avventura va 
letto a questo modo: Se cosi è che la terra sia si forte che X aere non 
la rompa, la fa tremare forte: quando che /' aere sia più forte che uscen- 
do fuori apra la terra, et falla minare. Cotesto et, sarebbe qui riempi- 
tivo per aggiugnere efficacia, o avrebbe forza di allora o simile. Osser- 
visi che i due perìodi camminano concordissimi. 

19 



290 

al quale palagio avea uno prato, nel quale prato fralli altri 
armenti v'era uno bellissimo toro, del quale toro Pasife 
s'accese di disusi tata (1) lussuria; et però che non sapea da 
sé trovare il modo d' usare con questo toro, ebbe consiglio 
con uno ingegnoso maestro chiamato Dedalo, il quale fece 
una vacca di legno, et poi la coperse d'uno cuojo di vacca, 
et missevi dentro la reina a giacere per quel modo che 
più v'era acconcio, onde il toro, credendo questo essere 
vacca, la montò, onde Pasife, ingravidata, partorì uno il 
quale era bue dalla cintola in giù et da indi in su uomo 
ferocissimo, et questo mostro fu chiamato Minutauro. Di 
che, tornato il re Minos con vittoria dalla città d'Atene, 
trovato questo abominio et infamia, per consiglio di Dedalo 
medesimo, fece fare una prigione a certe giravolte con certi 
ingegni che chi v'entrava non sapea uscirne, et dentro vi 
misse il Minutauro in questo luogo chiamato Labirinto; 
nel quale essendo rinchiuso, fece il re Minos che ciasche- 
duna città da lui signoreggiata per censo dovesse mandare 
in capo di tre anni uno uomo con questo patto che chi 
vincesse il Minutauro, la città sua fusse libera dal censo. 
Onde Teseo, figliuolo d' Egeo duca d'Atene, per liberare la 
sua terra, vi venne, et soprastando per alcuno di nella 
corte del re, Adriana figliuola del re Minos, innamorata di 
Teseo, gli fé dire che, s'egli la volesse tórre per moglie, 
ch'ella gli insegnerebbe com' elli potesse uccidere il Minu- 
tauro, et com' elli potrebbe uscire del labirinto; et elli a 
ciò consentendo, cogli amaestramenti di lei, la quale gli 
diede uno gomitolo di spago del quale legando il capo al 
principio della prigione gì' insegnò poi tornare addirietro. 
Ucciso et morto il Minutauro, il quale cosi morto liberata 
la sua terra dal censo, tornò con Adriana in suo paese; 
benché Adriana fu poi ingannata da lui, come altrove si 
toccherà. Ora tutto questo é secondo la favola poetica; ma 
la verità fu che, essendo il re Minos ito ad Atene, la reina 

(1) Disuritata. Cosi ha il codice, e forse dee dir disusata; se poi 
ha voluto il chiosatore scriver proprio cosi per contrario di usi lato, al- 
lora é voce nuova. 



291 

'Pasife s'innamorò d'uno scrittore del re, il quale ebbe 
nome Toro; et non sappiendo per se medesima dare luogo 
né effetto al suo desiderio (1), per consiglio di Dedalo, ch'era 
ingegnoso uomo, questo Toro giacque colla reina; et però 
ch'egli avea nome Toro, i poeti, per dare colore alla fa- 
vola, dicono che Pasife entrò nella vacca, ciò vuole dire 
ch'ella s'ingegnò in ciò ch'ella seppe d'essere tale et si 
fatta, ch'ella piacessi a questo toro. Nacque di questo gia- 
cimento uno figliuolo, il quale la reina volle fare vedere 
al re ch'elli fosse bene suo; che gli uomini del paese chi 
credea ch'elli fosse di Minos, et chi credea ch'elli fusse 
pure figliolo di Toro come egli era; et per questa discor- 
dia delle genti prese questo nome Minutauro, il quale no- 
me composto si diriva da Minos et da Tauro; et per que- 
sto nome et per l'effetto diceano, lui essere mezzo uomo, 
cioè quella parte ch'elli avea da Minos, et mezzo bue da 
quella eh' egli avea da Tauro. Et però che '1 Minutauro 
fa nato in questo modo, e'1 re n'ebbe alcuno sospetto, 
il tenne alcun tempo in una prigione che fece Dedalo; et 
finalmente, perchè egli era forte et fiero, fu fatta la legge, 
com'è detto, che chi volesse liberare la sua terra venisse 
a combattere col lui. Onde Teseo, valoroso uomo, per libe- 
rare Atene, venne in Creti, et Adriana, innamorata di lui, 
gli insegnò assai co-e, le quali gli giovorono forte nella 
battaglia ch'egli fece col Minutauro; et com'è detto, Teseo 
il vinse et uccise — Tu credi che qui sia. Ciò è Teseo, che 
fa duca d'Atene, ch'uccise il Minutauro — Ammaestrato 
dalla. Ciò è d'Adriana, sirochia di madre di Minutauro. 

— QuaV è quel toro. La similitudine è chiara, et liquida. 

— Di quelle pietre. Perchè l'Auttore era col corpo, dice 
che le pietre poste nella chinata si moveano — Or vo' che 
sappi. Risponde Virgilio alla tacita domanda dell'Auttore, 
et come è trattato nel nono capitolo di questo libro, Vir- 
gilio discese all'inferno; et dice allora quando vi scese 
quella ruina non v'era — Ma certo poco pria. Ma poco 

(1) Non sappiendo ec. Non sapendo por giù, abbandonare (dare 
luogo) alla sua passione; né sfogarla (darle effetto). 



292 

tempo prima che Cristo benedetto venisse a trarre l'anime* 
del limbo, quell'anime de' santi padri, quali erano nel cer- 
chio di sopra di Dite, ciò è d'inferno, che quella mina 
cadde, et sentilla cadere. Et questo fu quando nostro Signo- 
re Jesu Cristo sofferse morte et passione, che scurò il sole, 
com'è scritto: tenebrae factae sunt per univei % sam terram, 
et tremuoti furono per tutto il mondo; si che allora fu 
quella ruina in inferno, della quale di sopra è narrato. Et 
fu la passione di Cristo poco tempo poi che Virgilio scen- 
desse air inferno, però che al tempo d'Ottaviano impera- 
dore visse Virgilio, et Cristo benedetto nacque nel lxij anni 
e sei mesi dello imperio d'Ottaviano — Tremò sì ch'io 
pensai. Uno filosofo, nome Empodocles, com'è scritto in- 
nanzi, pose che il mondo si reggesse a caso et fortuna, 
et che tutte le cose erono fatte da due principi, cioè d'a- 
more et da odio; et pose che quando odio signoreggiava tra 
le cose create, che allora si reggono bene, però che l'uno 
alimento, per invidia dell' altro, bene adoperava; ma quan- 
do era amore tra le cose create, pose che allora si dissol- 
vesse il mondo, però che per la concordia metterebbono a 
non calere el reggimento; et per questo modo il mondo si 
disfacea, et ritornava nella prima confusione chiamata Caos, 
una materia grossa et rozza, la quale separandola, fu creato 
il mondo. Et pertanto dice Virgilio che nella passione di 
Cristo, sentendo tremare i monti, non sappiendo la cagione, 
pensò che amore fosse nell' universo — Che s' aproccia. 
Aproccia, ciò è s' appressa la riviera del sangue, nel quale 
sangue sono puniti x come innanzi si tratterà, quelli che 
danneggiono il prossimo nella persona et ne' suoi beni. 
— cieca cupidigia. Qui riprende l'avarizia et Tira, due 
peccati mortali, i quali sono cagione d'offendere il pros- 
simo nella persona et nel suo avere — Io vidi un' ampia. 
Questo è il primo cerchio de' tre seguenti, overo vu di 
tutti, il quale è diviso in tre gironi, com'è detto, et secon- 
do quello che avea ragionato Virgilio quando fece distin- 
zione de' peccati — Et tra il pie della ripa. Ciò è tra '1 pie 
della ripa et questa fossa, della quale si ragiona, dice che 



293 

correano Centauri con saette, i quali ferirono se alcuno 
di quelli tiranni si svellevono del sangue bollente. Erono 
questi Centauri ministri di questa fossa — Armati di saette. 
Però che i Centauri saettarono et rubarono, credeono però 
che le saette erono simili alle folgore del cielo, la gente 
grossa, e che tossono della schiatta delti Iddj — Et V un 
gridò da lungi. Però che l'Auttore ha posto innanzi che 
tutti i ministri posti a" circuii passati con minacce hanno 
guardato di spaventarlo, qui, al modo usato, pone uno di 
questi Centauri che'l minaccia dimandandolo a qual mar- 
tirio discenda — Lo duca mio disse. Noi faremo la risposta, 
disse Virgilio, al principe vostro, citò è a Chirone; ripren- 
dendolo che male per lui fu sempre la volontà sua cosi 
tosta. Fu adunque Chirone balio d'Achille, figlinolo di 
Pelleo et di Tetis, del qual Chirone è trattato inanzi nel 
V capitolo, dove si trattò d'Achille — Quelli è Nesso. Nesso 
Centauro fu alcuna volta compagno d' Ercole : ora una 
volta fra 1* altre, andando il detto Nesso con Ercole et con 
Dianira moglie d'Ercole in camino, trovorono per la via 
uno gran fiume, il quale dividea il loro camino; onde, non 
possendo passare Dianira, Ercole l'accomandò a Nesso che 
la ponesse in sulla groppa, et che la passasse dall'altra 
parte del fiume, il quale, sentendosi Dianira sopra, della 
quale egli era già invaghito, pensò di tòrla a Ercole et in- 
gannarlo fuggendo col lei; et troppo bene gli venia fornito 
il pensiero suo, se non che Ercole, veggendo fuggire costui, 
il saettò, et con una lancia, gettando (i) il feri a morte. 
Sentendosi Nesso ferito, si volse a Dianira, dicendo come 
per lei moria; et però ch'ella avea partito col suo amore 
l'amore ch'era prima fra Ercole et Junone, le disse Nesso 
che ancora V amore che Ercole le portava le sarebbe tolto, 
aggiugnendo che la camiscia sanguinosa, la quale in dosso 
avea, potea fare innamorare qualunque se ne vestia; onde 
la donò a Dianira, che l'ebbe cara, et in effetto Nesso 
della ferita morì; di che Dianira, acciò che Ercole stesse 

(1) Gettando. Scagliandola. 



294 

sempre fermo del suo amore, gli misse questa camiscia in 
dosso, la quale come Ercole si misse, però ch'era avvele- 
nata, riscaldandosi a poco a poco, ultimamente morì: et 
però bene dice l'Auttore che Nesso di se medesimo fé ven- 
detta — QueW altro e Folo. Di questo Folo parla Stazio 
nel ìu libro del Tebaidos, et dice che con ciò sia cosa che 
Anfiarao, grande indovino, avesse detto a Apolline, et a' sette 
re che andorono assediare Tebe, ch'egliono non andas- 
sono a quella guerra, però ch'elli vi sarebbono morti; et 
così intervenne loro; onde Folo pieno d'ira rispose: e O 
» Anfiarao, noi non dovemo temere gli detti degli Dii, anzi 
i dobbiamo andare virilmente contro a' nimici nostri: noi 
i abbiamo forza et armi»; quasi dicessi: Noi siamo sì sof- 
ficienti in tutte le cose che bisognono a vincere il nimico, 
che quello che tu di non è da temere — D'intorno al fosso 
tanno. Pone qui di licenzia poetica il numero finito per 
lo infinito, et dice eh' e Centauri saettarono quelle anime 
che uscivono fuori del sangue più che le fosse dato in 
sorte. Secondo il peccato commesso erono nel sangue, qual 
più et qual meno — Quando s 9 ebbe scoperto. Mostrando 
alto maraviglioso, significò et mostrò accompagni che l* A lit- 
tore era vivo — Dove le due nature. Sono consorte le due 
nature al petto, dove è congiunta la natura equina et 
l'umana — Tal si partì da cantare alleluja. Tal si parti, 
ciò è Beatrice, la quale commise a Virgilio che guidasse 
Dante. Alleluja tanto vuoi dire' in latino, però eh' è nome 
ebraico, quanto loda ali 9 altissimo Iddio; et pertanto scon- 
giura Virgilio Chirone che, per la virtù per la quale s'è 
mosso, gli dia uno de' suoi che gli scorga, et che porti 
l'Auttore, se bisogno fosse, con ciò sia cosa che l'Auttore 
sia vivo, et non possa andare per l' aere come gli spiriti. 
— Or ci movemmo colla scorta. Ciò è con Nesso Centauro: 
fida scorta, perchè era loro data che gli guidasse — Io vidi 
gente. Tiranni, che hanno fatto morire ili uomini et tolto 
loro il loro avere — Quivi è Alessandro. Que>to Alessandro 
forse poteo essere Alessandro bisavolo di Erode et figliuolo 
d'Aristotile, del quale parla Josepo nelle storie dei Giudei , 



290 

il quale fu uomo crudelissimo, di cui si scrive che fece 
uccidere di quelli di Jerusalem a una volta viu mila fami- 
glie. È vero che pare che la intenzione dell'Aiuto re fosse 
d'Alessandro il grande. Questo Alessandro teneasi figliuolo 
del re Filippo di Macedonia et della reina Olimpiades. È 
vero che si scrìve che la reina giacque con uno valente 
uomo in scienzia, nome Ottobo, et di costui nacque Ales- 
sandro, però che il re Filippo era ito in Grecia a certe 
terre che s'erano rubellate; onde la reina Olimpiade in 
questo mezzo tempo ebbe spazio di potere essere con co- 
stui: pure il re Filippo, come che elli sospettasse, il tenne 
per figliuolo; et morendo il re, venne il reame nelle mani 
d'Alessandro. Costui, crescendo con grande animo, et essen- 
do d'età di xviu in xx anni, andò in Grecia et sottomis- 
se alla sua signoria tutta Grecia, seguitando la 'mpresa 
già fatta per lo re Filippo suo padre: poi conquistò tutta 
Persia, et vinse il re Dario, ciò è Ciro, ch'era in quel 
tempo uno de' maggiori re del mondo; et tornato a casa 
con grande vittoria, non stette contento, ma posesi in cuore 
di cavalcare in India, et cosi fece. Et prima ch'egli si par- 
tisse tutti gli amici suoi, ciò è quelli che avevono potere 
di torgii la signoria, et di cui egli temea, tutti inanzi 
ch'egli si partisse gli fece morire: poi, parendogli essere 
sicuro, cavalcò in India, et .doppo molte battaglie, però che 
in quel paese v'avea grandissimi signori, sottomise tutto 
a sua signoria. Poi, essendo venuto nell'Isola di Cipri, et 
avendo conquistalo gran parte del mondo, entrò nel tem- 
pio di Jove Amonio, il quale era uno ricchissimo tempio; 
et ivi per le vittorie quasi tutti i signori del mondo, et 
da levante et da ponente, che non erano ancora stati vinti 
né cavalcati da Alessandro, per paura di lui mandorono 
ambasciadori a comporsi et a patteggiarsi con lui, salvo 
eh' e Romani. Scrive Tito Livio, nel nono libro della prima 
Deca, che, poi che in alcuna parte hae fatto menzione di que- 
sto grande re, che fu così pregiato guerreggiatore, eh' elli 
vuole proporre quello ch'egli ha pensato nell'animo suo: 
Se Alessandro gli* avessi cavalcati che fine arebbono fatta 



296 

i Romani? Et dice che a fare guerra vale abbondanzia et 
virtù di cavalieri et senno di comandatore, et fortuna, che 
in tutte le cose umane più è potente in fatti di guerra: 
et chi vuole riguardare tutte le cose insieme, et ciascheduna 
per sé, tutto così Iddio arebbe donato vittoria allo'mperio 
di Roma contro Alessandro, come la diede loro contro agli 
altri regi et contro air altre genti. Io non vo' mica disdire, 
dice Titulivio, che Alessandro non fosse buono guerriere; 
ma egli é più nominato et più pregiato però che fu solo, 
et eh 9 elli mori giovane, in accrescimento di pregio; et an- 
cora non avea assaggiata avversità di fortuna. Egli arebbe 
guerreggiato co' principi che furono al suo tempo in Roma, 
innanzi che egliono pigliassono la guerra d'Affrica, ciò fu- 
rono Marco Valerio Corbo, Gajo Marzio Rutilio, Gajo Sul- 
pizio, Tito Mallio Torquato, Quinto Publio Filo, Lucio 
Papiri o Cursore e te. In ciascuno di costoro avea tanta no- 
biltà di cuore et di senno come in Alessandro, et aveano 
la disciplina della cavalleria, la quale fu stabilita dal co- 
minciamento della città, et aveala data l'uno all'altro di 
mano in mano, et fermata per regola et per comandamen- 
ti , a modo delle altri arti : arebbe egli giovane soperchiato 
il senno et il consiglio di tutto il Senato di Roma, et la 
forma et la sembianza? Molto gli sarebbe parata diversa 
la contrada d'Italia da quella d'India. E' m' in cresce, dice 
ancora, d'uno si grande re il superbo cambiare delle rob- 
be ch'egli facea; et ch'egli Sofferta d'essere adorato come 
Iddio, et la crudeltà ch'egli usava. Et finalmente per molte 
ragioni conchiude, a chi bene intende, eh' e Romani avreb- 
bono vinto. Ora, tornando a' fatti d'Alessandro, andando 
elli per accozzarsi colli imbasciadori Romani di sopra per 
lo cammino, uno suo famiglio nome Cassandro, di cui Ales- 
sandro sommamente si fidava, benché prima per sogno et 
visione avea veduto che uno eh' elli vidde simigliarne a 
lui gli dovea tórre la vita, non guardandosi , ma fidandosi, 
sprezzato il sogno fatto, Casandro gli diede a bere certo 
licore nel quale egli mescolò veleno; et sentendo Alessan- 
dro essere avvelenato, et veduto non potere campare, final- 



297 

mente morì — Et Dionisio fero. Dionisio fa re dell' isola 
di Cicilia, et scrive Valerio Massimo che, essendo la madre 
sua gravida, ch'ella sognò una notte ch'ella partoriva uno 
tigro; onde la mattina questa, detto il sogno suo, mandato 
che fu per certi àguri del paese, dissono che costui che 
nascerebbe -sarebbe gran fatto et di grande animo; et 
ancora una femina di nobil sangue di Siragusa, nome 
Smera, gli parve nella sua visione essere menata nel cielo 
dinanzi a Giove, et vidde al soglio di Giove a 9 piedi suoi 
legato uno giovane di bianco colore et litigginoso nella 
faccia. Con dimandando ella uno ch'ella vidde appresso a 
Jove (che gli parve che fosse uso et dovessi sapere le con- 
dizioni del luogo) chi fosse costui , gli disse : Questi , com' 
egli sarà sciolto del legame al quale il vedi legato, sarà 
per suoi fatti crudele tiranno a Sicilia et a Italia. Ora; 
essendo nata divisione et discordia fra gli uomini della 
città di Siracusa, chiamarono loro signore questo Dionisio, 
et cavalcando per la terra come signore, Smera che V avea 
prima veduto nel sogno, il conobbe, et disse che ogni 
nomo la potè udire: « Costui è quegli che io vidi nella mia 
visione che sarebbe crudele tiranno air isola di Sicilia •; et 
cosi fu. Questi signoreggiò tutta Pisola et visse tiranne- 
scamente, facendo morire assai uomini. Questi avea nella 
sua corte uno. nome Damocles, il quale, veggendo Dionisio 
in tanta pompa, usò di dire più volte che Dionisio avea 
miglior tempo che uomo del mondo; onde Dionisio V ebbe 
un di et disselli: e Io voglio che tu provi il bene eh' i' ho i . 
Fece apparecchiare una tavola riccamente in una reale sala, 
et fece porre a sedere costui come signore, servito da molti 
famigli, et con gran baroni d'intorno che lo onorarono, 
et fecegli recare innanzi dilicatissime vivande. Costui, man- 
giando, guardossi sopra il capo, che v'era uno coltello 
colla punta diritta sopra il capo suo; et questo coltello 
v' avea fatto legare Dionisio, il quale coltello tenea sola- 
mente uno filo ch'era una setola di cavallo; onde Damo- 
cles, veggendo questo, spaurì forte, et non potea mangiare: 
pregò Dionisio che il levasse di tanta paura. Onde Dioni- 



298 

sio, fattolo levare, gli disse che di quelli coltelli elli avea 
assai sopra al capo, come eh' egliono non si vedessi do. 
Questo Dionisio, come che molte cose se ne potrebbono 
dire, come tiranno, fece uccidere molti uomini dell isola; 
in ultimo fu morto da' suoi baroni. Rimase Pisola nelle 
mani et nella signoria del figliuolo, nome Dionisio come il 
padre, pessimo uomo; et di costui intende piuttosto l'Aut- 
tore. Questi fu il più sospettoso uomo del mondo. Questi 
per paura dormia in una camera solo, la quale era intor- 
no affossata, et entravavisi dentro per uno ponte levatojo. 
Ognora che volea che la moglie andasse a dormire, per 
levar via ogni sospetto, la facea cercare diligentemente 
s'ella avea coltello, ovvero ferro addosso veruno. Ebbe 
alquante fanciulle piccole, le quali egli fece imparare (1) a 
radere la barba, et a costoro si facea radere, però che non 
volea che veruno barbiere gli ponesse rasojo al viso: quan- 
do le fanciulle furono grandi et ebbono malizia, non volle 
che elle il radessono più, che non si fidò più di loro: 
facea tórre certi gusci di nocciuole et metterle nel fuoco, 
et quelli cotali gusci accostare alla barba, et faceala abbru- 
ciare. Et molte cose di sospetti piene di lui si poterebbo- 
no dire. Questi fu nimico degl'iddìi, dispregiando chiunque 
gli adorava. Era nelF isola uno tempio di Jove et d' Iscu- 
lapio suo figliuolo. La statua di Jove et d'Isculapio era 
nel tempio, et detto Giove senza barba, et Sculapio con 
una gran barba d'oro: Dionisio gli fece levare la barba, et 
disse che non era convonevole che '1 figliuolo avesse barba 
et il padre non l'avesse. Era usanza che certe statue delli 
Dii stavono colle braccia aperte, et dentro alle braccie avea 
assai corone d'oro et d'ariento: tutte le fece tórre, et dicea 
che poi che gli Dii porgeano loro il bene, che gli uomini 
il dovevono tórre; et ultimamente tutti i tempj dell'isola 
fece spogliare dell' oro et dell' ariento che v' era. Fece co- 
stui uccidere et rubare molti uomini dell'isola. Ora, per- 

(1) Le quali egli fece imparare a radere ec. Qui imparare sembra 
che stia per insegnare, ammaestrare. 



299 

che Dionisio si dava ali 1 ozio, et attendea a mangiare et a 
lussuriare, divenne grassissiroo tanto che appena si potea 
muovere, et gli omori gli erono scorsi negli occhi, onde 
gli occhi erono vermigli et guasti, et era sozzissimo a ve- 
derlo, onde molti, che gli venivono innanzi, temendo ch'elli 
non si facessino beffe di lui, gli faceva uccidere: et cosi 
ne fece morire assai. Ultimamente, non possendo i Sicilia- 
ni soffrire la signoria di costui, lo spodestarono, et impo- 
songli che stessi sempre in esilio; et cosi cacciato se n'an- 
dò a Corinto, et ivi vilmente si stette et insegnava a gin- 
care alla palla i fanciulli, et usava in sulle piazze, et altri 
giuochi insegnava, et cosi vilmente finì la sua vita — Et 
quella fronte che ha il pel cosi nero. Questi che avea nero 
il capo et la barba fu Àzzolino da Romano. È uno monti- 
cello Romano fra«Padova et Vinegia, in sul quale è una 
villa. Fu costui di tanto animo ch'egli signoreggiò la Mar- 
ca trivigiana, et gran parte di Lombardia. Di costui si dice 
molte crudeltà, in fra l'altre, essendo da lui rebellata Pa- 
dova, et avendola ripresa, ritrovandosi dentro alla città» 
fece raunare uno consiglio, mostrando di volere rimune- 
rare coloro che contro a lui nella rebellione della terra 
non erouo stati colpevoli; et fatta raunare la cittadinanza, 
ne fece pigliare \j mila, et tennegli in su n'una piazza che 
si chiama Prato, nella città di Padova, et fece steccare la 
piazza intorno dove elli erano; et cosi fatto, mandò per 
uno suo cancellieri, che avea nome ser Aldobrandino, il 
quale sapea tutti i suoi segreti. Ora, perchè forse non se 
ne fidava più, et per paura eh' elli non manifestasse i 
segreti suoi, il dimandò quanti erano quelli che erono le- 
gati in sulla piazza. Ser Aldobrandino rispose: Signore e" 
sono xj mila. Àzzolino disse: E' sono più. — Non dee poter 
essere, signore, disse ser Aldobrandino: io l'ho scritto, et 
non si può errare: io ve lo posso mostrare. Disse allora 
Àzzolino: Noi abbiamo avute molte vittorie et molte avven- 
ture; et mai non ne 'fummo conoscenti verso il diavolo (1): 

(i) Non ne fummo ec. Cioè Mai non ne mostrammo al diavolo il 
nostro grato animo. Nota crudele ironia di crudelissimo tiranno! 



300 

mai non gli presentammo niente: io intendo di mandargli 
r anime di coloro che sono nella piazza; et non so chi sa- 
pessi fare meglio questa imbasciata di te: io voglio che tu 
vada con loro. Ser Aldobrandino disse: signor mio, io 
ti sono sempre stato fedele, perchè mi fai tu morire? nel* 
T ultimo egli il fece pigliare et legarlo in sulla piazza cogli 
altri, et fece mettere fuoco nello steccato, et arseli tutti. 
Un" altra volta, cavalcando, trovò nel contado di Padova 
una femminella che piagnea uno suo fanciullo morto: di- 
mandolla perchè ella piagnea; disse la buona femmina: Io 
piango il fanciullo mio; et ancora perchè i tali monaci 
vicini T hanno lasciato stare da ieri in qua, et nollo hanno 
sotterrato. Azzolino mandò, et fece pigliare incontanente 
r abate et i monaci , et fecegli vivi sotterrare in quello 
luogo. Altra volta fece armare tutti i soldati suoi, et fece 
pigliare quanti fanti aveva egli o veruno cittadino, et fece* 
gli tutti tagliare a pezzi, dicendo: Date loro, che sono 
nostri nimici. Ora in effetto, nell'ultimo, cavalcando verso 
Melano, a uno ponticello al valicare d'uno fiume, fu assa- 
lito dal conte Palavigino et da sua gente. Azzolino si gettò 
in uno fiume: fu fedito el preso, et mandato in uno castello 
in Lombardia cfte si chiama Gasciano. Ma per chiarire più 
ordinatamente. Nel m. ce. lx. Azzolino da Romano dal mar- 
chese Palavigino et da* Cremonesi nel contado di Melano 
presso al ponte di Casciano, in sul fiume d'Adda, avendo 
seco più di m. n. cavalieri, et andava per tórre la città di 
Melano (i), fu sconfitto et fedito et preso, delle quali fedite 
in prigione mono nel castello di Gasciano in sul fiume 
d'Adda, et nobilmente fu seppellito. Egli trovava per sue 
profezie eh' egli doveva morire in uno castello del contado 
di Padova che ha nome Basciano, et in quello non entra- 
va; et quando e' fu portato fedito in quello castello dove 
egli mori presso al fiume d'Adda, dimandò come si chia* 
mava il castello et quello luogo: fugli detto Gasciano. Al- 
ti) Avendo seco.... et andava. Di questo far rispondere l'imperfetto 
dell' indicativo al gerundio ce ne ha infiniti esempj appresso gli antichi. 



301 

lora disse: Casciano et Bastiano è tatto uno; et giudicossi 
morto. Egli fa il più ridottato tiranno che fosse mai in 
Italia; et signoreggiò per sua forza et tirannia, essendo per 
nazione della Casa da Romano gentile uomo, gran tempo 
tutta la marca di Trevigi et la città di Padova et di Vero- 
na, et gran parte di Lombardia: et i cittadini di Padova 
molto consumò et caccionne fuori di Padova molti, pure 
de 9 maggiori et de 9 migliori cittadini, togliendo loro le pos- 
sessioni , mandandogli mendicando per lo mondo; et molti 
per diversi (i) martirj et tormenti fece morire. Et in quello 
luogo dove fece morire quelli xj mila uomini detti di sopra, 
per la innocenzia del loro sangue, in su quel prato mai 
non nacque erba. Et sotto ombra d'una cruda et scelle- 
rata giustizia, fece molti mali. Egli fu uno gran flagello a 
suo tempo nella Marca trevigiana et in Lombardia, per 
loro peccati. Quando fu morto venne meno la signoria a 
tutta sua gente et tutto suo legnaggio — Et queir altro 
eh 9 è biondo. Questi fu Obizo de' marchesi daEsti, il quale 
fu chiamato marchese della Marca d'Ancona; et fece ulti- 
mamente contro alla chiesa di Roma: onde parve che Iddio 
permettesse che uno suo figliuolo, il quale ebbe nome Azzo, 
essendo il detto Obizzo infermato, con uno pimaccio, an- 
dando a lui al letto, P affogò. Et però che pare dura cosa 
a credere che '1 figliuolo uccida il padre , PAuttore imma- 
gina che la donna del detto Obizzo, forse alcuna volta che 
Obizzo era cavalcato altrove, il dovesse acquistare da alcu- 
no altro uomo; et pertanto PAuttore noi chiama figliuolo 
d' Obizzo, ma chiamalo figliastro — Questi ti sia. Nesso, il 
quale guidava Virgilio et PAuttore, aveva detto alPAuttore 
assai vose delP anime di coloro che erano in quel sangue. 
Onde PAuttore, dubitando che Nesso non dicessela verità, 
si volse a Virgilio per dimandarlo et chiarirsi; onde Vir- 
gilio gli rispose: Questi ti fia primo, ciò è Nesso ti dica 
testé ogni cosa innanzi a me, et io secondo, ciò è poi te 

(1) Diversi intendilo qui per Strani, come fu di uso appresso gli 
antichi. 



302 

lo conterò io; quasi voglia dire: Non dubitare, che ciò che 
Nesso t' ha detto, è la verità — Purea che. Bulicame chia- 
ma TAuttore quel sangue che bolliva, et faceva cotali bolle 
come fa l'acqua calda, et da quelle gallozzole è detto buli- 
came, ciò è bolicame — Mosti occi una ombra. Egli è vero 
che '1 conte Simone da Monforte fu morto, come che a sua 
colpa, dal re d'Inghilterra, et rimase del conte Simone 
predetto il conte Guido suo figliuolo. Ora in quel tempo, 
passando il re Carlo vecchio al conquisto del regno di 
Puglia, a petizione della chiesa di Roma, venne col re 
Carlo Arrigo figliuolo del re d' Inghilterra, et Adoardo suo 
fratello, e'1 conte Guido et altri baroni assai; et fornito 
in Sicilia et in Puglia la bisogna, essendo il re Carlo ve- 
nuto alla città di Viterbo, dove erano assai de' cardinali , 
et avevono novella che '1 Papa era morto, soprastette il re 
Carlo in Viterbo per questa cagione; et essendo una mat- 
tina Arrigo figliuolo del re d'Inghilterra et Adoardo suo 
fratello, il conte Guido et altri baroni assai , essendo Arri- 
go in disparte a udire messa, il conte Guido pensò di 
vendicarsi: venne nella chiesa con sua compagnia, et corse 
addosso ad Arrigo predetto. Arrigo fuggì verso il prete, 
che levava il Corpo di Cristo; il conte Guido, non lascian- 
do per questo, accostato al lato al prete, l'uccise. Et poi 
si parti il conte Guido, et andò a uno conte di Maremma 
suo suocero, et ivi stette alquanti di; poi, non tenendosi 
bene sicuro, si partì et venne a Monte tignoso, et ivi fu 
raccettato da messer Sloldo vecchio de' Rossi, et fattogli 
assai onore; di che, partendosi poi il conte Guido, gli 
donò Tarme sua, che è uno leone bianco con due code 
nel campo vermiglio, et ancora la portano tutti quelli de' 
Rossi, che sono di quello lato di messer Sloldo. Rim'aso 
adunque Adoardo in Viterbo, com'è usanza degli oltramon- 
tani, fece trarre il cuore ad Arrigo suo fratello, et con 
gran pianto nel portò in Inghilterra, et nella città di Lon- 
dra sopra il fiume di Tamici, che passa per la città: in 
capo d'uno ponte fu posta una statua con una coppa in 
mano; et in questa coppa messo il cuore d'Arrigo, acciò 



303 

che i parenti suoi si polessino ricordare del fatto, si che 
vendetta ne fosse fatta, come che mai non se ne fece. Et 
nella vesta della statua è scritto cosi. Cor gladio scissura 
do, cui consanguineus sum — Lo cor che 9 n su 9 l Tornisi 
ancor si cola. Cola ha due significazioni, però che questo 
verbo colo colas, sta per colare; et se questo si piglia, si 
dee intendere che! cuor si cola sopra! fiume; et puossi 
declinare colo colis, che sta per onorare, però che ivi an- 
cora si fa al core onore, et questa pare ancora piuttosto 
la intenzione dell'Auttore — Tenea la testa. Casso è quella 
parte del corpo dove sta il cuore, eh' è dalle costole in 
su ; et è detto casso quasi vacuo, però che in quella parte 
sta il cuore et il polmone, et il fegato; da indi in giù è 
pieno, però che v'é il ventre et le interiora: et ha prov- 
veduto la natura che in quella parte del casso dov' è largo 
stia il cuore, però che'l cuore per se medesimo è caldis- 
simo: se fosse in parte stretta, riscaldarebbe tanto che si 
consumerebbe. Ancora ha dal lato il polmone che conti- 
nuamente batte et ricoglie l'aria, et dà rifrigerio al cuore. 
Ancora il fegato continuamente batte et ricoglie l'aria, 
però che, s'elli stessi fermo, con ciò sia cosa che tutte le 
parti superflue del cibo si ricolgono nel fegato fatte san- 
gue, se'l fegato stesse fermo, si corromperebbono. Dice 
adunque l'Auttore che di costoro, ch'erono fuori del san- 
gue dal casso in su, ne cognobbe assai; ma, perchè non 
erono uomini molto conosciuti, non li nomina — Così a 
più a più. Dice che quel bulicame , quanto più venivono 
oltre, più si facea basso: et pare che voglia l'Auttore che 
i tiranni, però che hanno rubato con qualche titolo, ab- 
biano per questo minore pena che gli altri — Siccome tu 
da questa. Dice Nesso all'Auttore, come da questa parte 
del bulicame, onde noi siamo venuti, a più a più andando 
oltre, hae il fondo suo cupo, infino che si raggiugne dove 
noi abbiamo lasciati Dionisio, et que' tiranni che piangono. 
— La divina giustizia di qua. Negli anni di Cristo iiu cento 
xl, al tempo di santo Leo papa et di Teodosio et Valen- 
tino imperadori, nelle parti d'Aquilone fu uno re de'Van- 



Sto 

dali et de 9 Goti, che si chiamò Bela, sopranomato Totila* 
Questi fu barone senza legge, et crudele di costumi et di 
tutte le cose, nato della provincia di Gozia et di Svezia; 
et per la sua crudeltà uccise il fratello, et molte diverse 
nazioni di gente per sua forza et potenzia si sottopose, et 
poi si dispose di distruggere et consumare lo'mperio de' 
Romani et disfare Roma: et cosi per sua signorìa raunò 
innumerabile gente del suo paese di Svezia et di Gozia, 
et poi di Panonia, cioè d'Ungheria, et di Dorismarche, 
per entrare in Italia. Et volendo passare, da' Romani , Bor- 
gognoni, et Franceschi fu contrastato, et gran battaglie 
contro a lui fatte nelle contrade di Lunia, cioè Frigoli et 
Aquilea, colla maggiore mortalità di gente che mai fusse 
in niuna battaglia dall'una parte et dall'altra; et fu morto 
il re di Borgogna: et Totile si tornò addirietro, come scon- 
fitto in suo paese colla sua gente che gli era rimasa. Ma 
poi, volendo seguire suo proponimento di distruggere lo 
imperio di Roma, si raunò maggiore esercito di gente che 
prima, et venne in Italia, et prima si pose ad assedio alla 
città d' Aquilea, et stettevi per tre anni, et poi la prese et 
arse et distrusse con tutte le genti , et entrarono in Italia: 
et per simile modo distrusse Verona, Yicenzia, Brescia* 
Bergamo, Melano, Ticino, et quasi tutte le terre di Lom- 
bardia, salvo che Modana per li meriti di santo Gimignano 
che n'era vescovo; che per quella città trapassando con 
sua gente, per miracolo di Dio non la vidde, se non quan- 
do ne fu fuori, et per miracolo la lasciò che noi) a distrus- 
se. Et distrusse. Bologna, et fece martorizzare san Brocolo 
vescovo di Bologna; et cosi quasi tutte le terre di Roma- 
gna: et poi, trapassando in Toscana, trovò la città di Fi- 
renze poderosa et forte. Udendo la nominanza di quella, 
et come era edificata da nobilissimi Romani, et era came- 
ra dello imperio di Roma, et come in quella contrada era 
stato morto Rodagasio re de' Gotti et suo antecessore, con- 
gregò grande moltitudine di gente et comandò che fosse 
assediata, et più tempo vi stette invano; et veggendo che 
per assedio nolla poteva avere, però che era fortissima di 



308 

torri et di mura et di molta buona gente, per inganno, 
lusinghe, et tradimento s' ingegnò d' averla, che i Fiorenti- 
ni avevono continua guerra co' Pistoiesi. Totile si rimase 
di guastare d' intorno alla città, et mandò a' Fiorentini a 
dire ch'egli volea essere loro amico, et in loro servigio 
distruggere la città di Pistoja, promettendo et mostrando 
loro grande amore, et di dare loro franchigia, con molti 
larghi patti. I Fiorentini, male avveduti (et però furono 
sempre in proverbio Fiorentini cechi), credettono alle sue 
false lusinghe, et varie promessioni: apersonli le porti, et 
missonlo nella città lui et sua gente; et albergò nel Cam- 
pidoglio. Il crudele tiranno, essendo nella città con tutta 
sua forza, con falsi sembianti mostrava amore a' citta- 
dini. Uno giorno fece richiedere a suo consiglio i maggiori 
et più possenti cittadini in gran quantità, et come giugnea- 
no in Campidoglio, passando a uno a uno per uno valico 
di camera, gli faceva uccidere et ammazzare, non sentendo 
l'uno dell'altro; et poi gli facea gettare negli acquidotti 
del Campidoglio, ciò è per una gora che capitava ad Arno 
per lo Campidoglio, acciò che niuno se n'accorgesse; et 
cosi ne fece morire in gran quantità, che niente se ne 
sentia nella città: se non che all'uscita della città, dove si 
scoprivano i detti acquidotti , ovvero gora , et rientrava in 
Arno, si vedea tutta l'acqua rossa et sanguinosa. Allora 
la gente s'accorse dello 'nganno et tradimento; ma fu tar- 
do, però che Totile aveva fatto armare tutta sua gente, et 
come s' avvide che '1 fatto era scoperto, comandò che cor- 
ressono la terra, uccidendo piccoli et grandi, uomini et 
femmine, et cosi fu fatto senza riparo, però che i cittadini 
erono senza arme et sprovveduti. Et truovasi che in quel 
punto avea nella città di Firenze xxu milia d'uomini d'ar- 
me, senza i vecchi et fanciulli. La gente della città, veg- 
gendosi a tale dolore, chi potè campare il fece, fuggendosi 
in contado et nascondendosi in fortezze, in boschi, et in 
caverne; ma molti e più de' cittadini furono morti et ta- 
gliati, et la città fu tutta spogliala d'ogni sustanzia et ric- 
chezza per la detta gente Vandoli et Ungari. Et poi che 

20 



306 

Totile l'ebbe cosi consumata della gente et dell'avere, 
comandò che fusse destrutta, arsa et disfatta, et non vi 
rimanesse pietra sopra pietra; et cosi fu fatto: et cosi fu 
distrutta la città di Firenze a di xxviu di Giugno negli 
anni di Cristo ecce, l.; anni d. xx. dalla sua edificazione- 
Scrivesi ancora di Totile che, essendo attendato colla sua 
gente in sulla riva dove Mincio mette nel fiume del Po, 
Leone, che era allora Papa, venne a lui , et pregollo dalla 
parte di Dio che egli si dovesse rimanere dall'impresa sua, 
mostrandogli come Iddio, s'egli non se ne rimanesse, fa- 
rebbe gran vendetta sopra lui, recandogli in esemplo assai 
aversità. Onde Attila, temendo, si Ritornò addirietro colla 
sua gente; onde, ripreso da alcuno suo barone, dicendogli: 
I Romani con tutto il loro sforzo non t' hanno potuto vin- 
cere, et uno t'ha fatto paura, rispose Totile: Io non ho 
avuto paura di papa Leone, ma d'uno ch'era collui con 
un coltello in mano et continuamente mi minacciava. Tor- 
nossi poi in suo paese; et avendo preso moglie, il di delle 
nozze, bevuto di soperchio, la notte ch'egli si colico colla 
sposa novella, gli si ruppe il sangue per lo naso et per 
certe vene, et quella notte medesima affogò. Ora, perchè 
l'Auttore dice ch'egli fu flagello in terra, è da sapere che, 
essendo egli in Puglia, quelli di Monte Cassino pregorono 
santo Benedetto, ch'era in quel tempo in Monte Cassino 
abbate, che gli liberasse da questo furore. Santo Benedetto 
se ne venne in contro a Attila, et bascfògli la mano, et 
tanto gli seppe dire, come fu volere di Dio, ch'egli non 
fece (tanno a Monte Cassino: poi fa ripreso santo Benedet- 
to, per che egli a cosi crudele tiranno aveva baciato la 
mano; rispose: Però ch'elli è flagello di Dio, però che Iddio 
gli ha permesso ch'egli faccia questo pe' peccali degl'Ita- 
liani — E Pirro. Pirro fu figliuolo d'Achille et di Deida- 
mia; et essendo i Greci intorno alla città di Troja doppo 
la morte d'Achille, et avuto responso da' loro lddii che mai 
non àrebbono Troja, se nell' oste loro non fosse uno della 
schiatta di Pelleo, mandorono Ulisse con sua compagnia al- 
l'isola del re Licomedes, padre di Deidaraia madre di Pirro, 



307 

et prega ron lo, assegnandogli la cagione, ch'egli dovesse 
dare loro Pirro. Il re il concedette loro: costoro menarono 
Pirro nell'oste, ch'era ancora molto giovane, et poi ulti- 
mamente presono la città di Troja. Et scrìvesi che Pirro 
fa il primo che entrò nel cavallo del rame, il quale fu 
messo nella città di Troja; et la notte, uscita la gente fuori 
del cavallo, et mettendo fuoco nella terra, et uccidendo 
chiunque trovavono, Pirro et sua brigata andorono verso 
llion, et spezzata la porta, entrorono dentro; et secondo che 
scrive Virgilio, Pirro feri Polites, uno figliuolo del re Pria- 
mo. Polites cosi ferito, fuggi innanzi a Pirro infino air al- 
tare di Giove, dove era ricorso il re Priamo, et ivi nella 
presenza del padre l'uccise. Onde il re Priamo volse gli 
occhi a cielo pregando gli Dii che rendessono degno gui- 
derdone a Pirro, che innanzi alla faccia del padre avea 
morto il figliuolo. Poi si rivolse verso Pirro e disse: Tu non 
se' nato d'Achille, perchè tu se' più crudele che non fu 
mai elli; onde Pirro gli lanciò una lancia et ucciselo, di- 
cendogli: Va ad Achille allo'nferno, et digli com'io sono 
più crudele di lui. Poi ultimamente, essendo arsa Troja et 
morta Pulissena, la quale uccise Pirro sopra la sepoltura 
d'Achille, però che Achille era morto per suo amore, 
com' è scritto addirietro, divisono i Greci la preda. Toccò a 
Pirro in parte Andromaca, moglie che fu d'Ettor, et Ele- 
no figliuolo di Priamo. Partironsi i Greci: andorono per 
mare; onde la maggior parte arrivorono male et perirono. 
Eleno, che sapea bene Parte degli Auguri, disse a Pirro 
che, snelli andasse per mare, ch'egli perirebbe: Pirro ten- 
ne per terra, et arrivò in Grecia a Durazzo, et occupò quello 
paese, et ivi si rimase et assegnò certa parte a Eleno, et 
diegli per moglie Andromaca per merito di quello ch'egli 
gli avea insegnato. Chiamossi poi quello paese, doppo la 
morte di Pirro, Epirro per lui , che l' avea acquistato. Non 
tbrnò mai al reame de' Hirmidoni , eh' era suo proprio, 
però che Achille non Favea mai posseduto; che, inflno 
picciol fanciullo, Tetis sua madre il die a nodrire a du- 
rone Centauro, et poi il mandò all'isola di Licomedes, 



onde i Greci il dipartirono. Similmente Pirro si stette in 
quella isola con la madre infino che i Greci mandoro- 
no per lui, com'è detto; onde in questo mezzo il reame 
de' Mirmidoni fu occupato per altrui. Essendo adunque 
Pirro a Durazzo, et non stando contento a quello, diessi 
a andare per mare rubando qualunque trovava; et per lui 
ancora si chiamono tutti i corsari rubatori del mare Pira- 
te. Finalmente, essendo Pirro in uno tempio, Orestes, per 
consentimento del sacerdote di quel tempio nome Machero, 
T uccise; et questo fece Oreste, però che Pirro gli avea tolta 
Ermione sua prima moglie, et figliuola di Menelao et della 
reina Elena — Et Sesto. Questi fu figliuolo di Pompeo 
magno, et non tenne la via nella vita paterna, ma tutto 
in contrario. Costui, essendo morto il padre per Tolomeo 
re d'Egitto, et sconfitto Igneo, et la turba Pompeana in 
Amonda da Julio Cesare, raunò tutti uomini disposti a fare 
male et divenne corsaro di mare, rubando chiunche potea: 
poi si ridusse in Sicilia, et prese una parte di Sicilia et 
di Sardigna; et però che i Romani avevono posta una ta- 
vola dinanzi alla porta del palagio de' Senatori, dove erono 
tutti i proscritti, cioè scritti tutli quelli eh' erono in con- 
tumacia del comune di Roma, fra' quali era scritto Sesto; 
onde egli chiuse queste isole, et non lasciava andare a 
Roma né grano né biada, eh 9 erono quasi due granaj del 
comune di Roma; onde i Romani gli scrissono ch'egli si 
rimanesse della impresa: onde Sesto proibisse di rimaner- 
sene, et i Romani il cancellarono della proscrizione. Poi 
a poco tempo Sesto cominciò a ritenere et a ratinare tutli 
i nimici de' Romani, massimamente quelli che scamparono 
della sconfitta ch'ebbe Bruto et Cassio da Ottaviano Augu- 
sto; onde, sdegnato Ottaviano, fece armare sua gente per 
andare contro a lui. Sesto fece tanto sforzo ch'egli armò 
trecentosessanta legni, et venne per mare contro a Otta- 
viano, et fu gran battaglia fra loro per due volte: in effetto 
Sesto fu sconfìtto et rimase solamente con sei navi: l'al- 
tre furono tutte fra prese et affondate. Venne Sesto con 
queste sei navi per Italia, ciò è per lo mare d' Italia, dove 



309 

finalmente da gente de' Romani fu preso et morto — Le 
lagrime che quel bollore. Messer Rinieri da Corneto di Ma- 
remma fa grandissimo rubatore, tanto che mentre visse 
(enea in paura tutta Maremma, et in fine in sulle porti 
di Roma; però ch'elli per se medesimo facea rubare in 
sulle strade, et ancora chiunque volea rubare era da lui 
ricevuto nelle fortezze sue et datogli ajuto et favore. — Et 
Rinier Pazzo. Messer Rinieri de' Pazzi di Valdarno fue si- 
milmente grande rubatore dounche potea, massimamente 
in sulle strade di Valdarno infino alla città d'Arezzo. — 
Poi si rivolse. Dice TAuttore che, poi che Nesso ebbe dette 
queste cose narrate di sopra, si rivolse ponendo TAuttore 
in sulla groppa, et passolli di là dalla riviera del sangue. 



CANTO XIII. 



Non era ancor di là Nesso arrivato, 
Quando noi ci mettemmo per un bosco, 
Che da nessun sentiero era segnato. 

Non frondi verdi, ma di color fosco; 
Non rami schietti, ma nodosi e involti; 
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco. 

Non han sì aspri sterpi né sì folti 
Quelle fiere selvagge, che in odio hanno 
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti. 

Quivi le brutte Arpie lo/ nido fanno, 
Che cacciar delle Strofade i Trojani 
Con tristo annunzio di futuro danno. 

Ale hanno late, e colli e visi umani, 
Pie con artigli, e pennuto il gran ventre: 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

E il buon Maestro: Prima che più entre, 
Sappi che se' nel secondo girone, 
Mi cominciò a dire, e sarai, mentre 

Che tu verrai neir orribil sabbione: 
Però riguarda bene, e sì vedrai 
Cose, che torrien fede al mio sermone (1). 

(1) Cose che torrien fede. I quattro accademici, anche contro V au- 
torità dell'antica Crusca, accettano la falsa lezione cose che daricn fede. 



311 

lo sentia d'ogni parte tragger guai, 
E non vedea persona che ii facesse; 
Perch' io tutto smarrito m' arrestai. 

T credo eh' ei credette eh' io credesse, 
Che tante voci uscisser tra que' bronchi 
Da gente che per noi si nascondesse. 

Però disse il Maestro, se tu tronchi 
Qualche fraschetta d' una d' este piante, 
Li pensier ch'ai si faran tutti monchi. 

Allor porsi la mano un poco avante, 
E colsi un ramuscel da un gran pruno; 
E il troncon suo gridò: Perchè mi schiante (1)? 

Da che fatto fu poi di sangue bruno, 
Ricominciò a gridar: Perchè mi scerpi? 
Non hai tu spirto di pietate alcuno? 

Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi: 
Ben dovrebb' esser la tua man più pia, 
Se state fossim' anime di serpi. 

Come d'un stizzo verde, che arso sia 
Dall' un de' capi, che dall' altro geme, 
E cigola per vento che va via; 

Cosi di quella scheggia usciva insieme 
Parole e sangue; ond' io lasciai la cima 
Cadere, e stelli come V uom che teme. 

S'egli avesse potuto creder prima, 
Rispose il Savio mio, anima lesa, 
Ciò eh' ha veduto, pur con la mia rima, 

Non averebbe in te la man distesa; 
Ma la cosa incredibile mi fece 
Indurlo ad ovra, che a me stesso pesa. 



(1) EH troncon suo. Questa è senza dubbio la vera lezione, perché 
Troncone é propriamente il Pezzo che rimane dal ramo troncato; dove 
tronco, come ha la volgata, vale // pedale, o come anche dicesi, // fusto 
dell'albero; che qui non ha che far nulla. 



312 

Ma dilli chi tu fosti, sì che, in vece 
D'alcuna ammenda, tua fama rinfreschi 
Nel mondo su, dove tornar gli lece. 

E il tronco: Si col dolce dir m'adeschi, 
Ch'io non posso tacere; e voi non gravi 
Perch' io un poco a ragionar m' inveschi. 

Io son colui, che tenni ambo le chiavi 
Del cor di Federigo, e che le volsi 
Serrando e disserrando sì soavi, 

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi: 
Fede portai al glorioso ufìzio, 
Tanto eh' io ne perdei lo sonno e i polsi. 

La meretrice, che mai dall'ospizio 
Di Cesare non torse gli occhi putti , 
Morte comune, e delle corti vizio, 

Infiammò contra me gli animi tutti, 
E gì' infiammati infiammar sì Augusto, 
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti. 

L' animo mio per disdegnoso gusto, 
Credendo col morir fuggir disdegno, 
Ingiusto fece me contra me giusto. 

Per le nuove radici d'esto legno 
Vi giuro che giammai non ruppi fede 
AI mio signor, che fu d' onor sì degno. 

E se di voi alcun nel mondo riede, 
Conforti la memoria mia, che giace 
Ancor del colpo che invidia le diede. 

Un poco attese, e poi: Da eh' ei si tace, 
Disse il Poeta a me, non perder 1' ora; 
Ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace. 

Ond'io a lui: Dimandai tu ancora 
Di quel che credi che a me soddisfaccia; 
Ch'io non potrei, tanta pietà m'accora. 

Però ricominciò: Se V nom ti faccia 



313 



Liberamente ciò che il tuo dir prega, 
Spirito incarcerato, ancor ti piaccia 

Di dirne come l'anima si lega 
In questi nocchi; e dinne, se tu puoi, 
S' alcuna mai da lai membra si spiega. 

Allor soffiò lo tronco forte, e poi 
Si convertì quel vento in cotal voce: 
Brevemente sarà risposto a voi. 

Quando si parte 1' anima feroce 
Dal corpo, onci' ella stessa s'è divelta, 
Minos la manda alla settima foce: 

Cade in la selva, e non 1' è parte scelta; 
Ma là dove fortuna la balestra, 
Quivi germoglia come gran di spelta; 

Surge in vermena, ed in pianta silvestra: 
L'Arpie, pascendo poi delle sue foglie, 
Fanno dolore, e al dolor finestra. 

Come l' altre verrem per nostre spoglie, 
Ma non però ch'alcuna sen rivesta; 
Che non è giusto aver ciò eh' uom si toglie. 

Qui le strascineremo, e per la mesta 
Selva saranno i nostri corpi appesi, 
Ciascuno al prun dell'ombra sua molesta. 

Noi eravamo ancora al tronco attesi, 
Credendo ch'altro ne volesse dire; 
Quando noi fummo d'un romor sorpresi, 

Similemente a colui, che venire 
Sente il porco e la caccia alla sua posta, 
Ch'ode le bestie e le frasche stormire. 

Ed ecco duo dalla sinistra costa, 
Nudi e graffiati fuggendo sì forte, 
Che della selva rompièno ogni rosta. 

Quel dinanzi: Ora accorri, accorri, morte. 
E V altro, a cui pareva tardar troppo, 



314 

Gridava: Lano, sì non furo accorte 

Le gambe tue alle giostre del Toppo. 
E poi che forse gli fallia la Iena, 
Di sé e d'un cespuglio fece groppo. 

Dirietro a loro era la selva piena 
Di nere cagne bramose e correnti, 
Come veltri che uscisser di catena. 

In quel che s' appiattò miser li denti, 
E quel dilaceraro a brano a brano; 
Poi sen portar quelle membra dolenti. 

Presemi allor la mia scorta per mano, 
E menommi al cespuglio che piangea, 
Per le rotture sanguinenti, invano. 

Jacopo, dicea, da sant'Andrea, 
Che t' è giovato di me fare schermo? 
Che colpa ho io della tua vita rea? 

Quando il Maestro fu sovr' esso fermo, 
Disse: Chi fusti, che per tante punte 
Soffi col sangue doloroso sermo? 

E quegli a noi; anime che giunte 
Siete a veder lo strazio disonesto, 
Ch' à le mie frondi sì da me disgiunte, 

Raccoglietele al piò del tristo cesto: 
Io fui della città che nel Batista 
Cangiò '1 primo padrone; ond'ei per questo 

Sèmpre con l'arte sua la farà trista: 
E se non fosse che in sul passo d'Arno 
Rimane ancor di lui alcuna vista, 

Quei cittadin, che poi la rifondarno 
Sovra il cener che d'Attila rimase, 
Avrebber fatto lavorare indarno. 

Io lei giubbetto a me delle mie case. 



318 



CANTO XIII 



Non era ancor di là Nesso arrivato. Dividesi il presen- 
te capitolo in tre parti, la seconda parte comincia quivi: 
E y l troncon suo gridò; la terza et ultima parte comincia 
quivi : Et ecco due. 

Pone adunque PAuttore in questa prima parte del ca- 
pitolo certe anime di peccatori, i quali, o per ira o per 
tedio di vita, o per altra cagione, uccisono se medesimi. 
11 tormento che gli affligge in questo cerchio, dice T anime 
loro essere rinchiuse in tronconi et in pruni, quali in 
quello luogo sono tanti che fanno una folta selva, et da 
quelli tronchi mai non si partono, se non come l' anima, 
mentre fu nel mondo, non si parti dal corpo suo. Onde, 
sponendo la sua allegoria, è da sapere che, come la ma- 
trice della femmina, ciò è il vaso naturale, ha ricevuto 
dentro a sé il seme dell'uomo, incontanente, per virtù di 
Saturno, si ristrigne, acciò che'l freddo, il quale vi pote- 
rebbe entrare, non dannifichi. Questo cotal seme sta in 
questo vaso naturale pochi dì innanzi che vi si formi il 
cuore: et questo s'intende nella generazione degli uomini, 
però che nelle femmine sta più. In capo di pochi di la 
natura informa dentro il cuore, per la cui virtù tutte le 
membra si fanno, però che il cuore mette la sua virtù in 
fare et in stendere le membra nell'embrione, ciò è in 
questa cotal materia: et questo cotale embrione hae anima 



316 

vegitativa, quasi come una pianta che cresce senza avere 
altro sentimento. In capo di 46 dì vi si forma il cèrabro; 
et allora hae anima sensitiva , come uno animale : poi, per 
virtù divina, v'è messa l'anima razionale, la quale alcuno 
filosofo dice eh' ella (1) è nel cèrabro, et alcuno altro dice 
ch'ella è nel cuore; et allora ha anima razionale. Questi 
cotali adunque, i quali si sono privati della propria vita, si 
può dire non avere anima razionale, però che l'anima ra- 
zionale si conosce et discerne se medesima, et mai non 
consente a torsi il corpo; che ancora questo non consen- 
tono gli animali: Omne namque animai tueri saluterà labo- 
rat, mortem vero pemiciemqtie devitat. Ancora si può dire, 
questi cotali non avere avuta anima sensitiva, ciò è fecio- 
no operazione per modo che non pare che abbino avuta 
anima sensitiva; che ogni animale, quando altri il percuote 
o ferisce, gli duole, et schifa et fugge quanto puote. Costo- 
ro, mostrando non dolere loro la morte, mostrono non 
avere anima sensitiva: sì ehe si può conchiudere, avere 
costoro avuta solamente anima vegetativa, come hanno gli 
àrbori (2), però che pure aveono vita come gli albori ; et tòrsi 
elli medesimi questa vita parieno non avere anima sensiti- 
va, se non come gli albori (3). Et però meritamente TAuttore 
dice che la giustizia di Dio gli fae essere et trasmutarsi 
in piante vegitative, però che l'altre due potenzie egliono 
medesimi si tolsono, ciò è anima razionale et sensitiva. 
Dice ancora che l'Arpie davonó loro dolore, pascendo Je 
foglie de' loro pruni. Arpia in greco, tanto vuole dire quanto 



(\) La quale — che ella. Questo e simili pleonasmi, che tante le 
volte ajutano la chiarezza efficacemente, non faranno maravigliare chi 
abbia usanza con gli antichi. 

(2) Arbori. Arbore o Albore dicevano più volentieri gli antichi, o 
masculino o femminino, alle piante tuttora barbate in terra, ed albero 
solamente mascolino a quel delle navi. 

(3) Et torsi elli medesimi ec. Questo infinito sta qui per il gerundio 
(togliendosi), come gli antichi usavano volentieri l' infinito per altri modi 
di verbo, per la figura Enallage. 



3i7 

Rapina, ovvero Rapacità in latino; et però che costoro 
rapirono a se medesimi la vita, di questa cotale rapina 
ricordandosi (che sempre se ne ricordono), hanno morsi di 
grandissimi dolori. Poneano i poeti queste Arpie, come 
scrive FAuttore nel testo, eh' elle stavano in su' liti del 
mare, et avevono viso umano, et da indi in giù forma 
d'uccello, pennuto il ventre, Tale late, et sozzavono ciò 
ch'elle toccavono. Per queste Arpie, che tanto vogliono 
dire quanto Rapacità ovvero Rapina, come è detto, inten- 
devono i corsari del mare, i quali rapiscono, stando in 
su' liti in aguato, ciò che passa per lo mare. Diceono che 
avevono viso d'uomo, pure avevono viso ciò è sembianza 
d'uomo, in quanto egli hanno le membra loro come gli 
altri uomini; avevono l'alie late, però che, per forza di 
remi, che sono alie alle loro saettie (ì), corrono il mare co- 
me gli uccelli volono per l'aria: hanno pennuto il ventre, 
ciò è che si mettono in corpo, mangiando, ogni dilicata 
vivanda ch'egliono possono, et similmente si vestono de' 
più morbidi vestimenti et d'assai, pure ch'egliono ne pos- 
sino trovare: hanno ì pie uncinati come gli uccelli di ra- 
pina; questo per mostrare la loro rapacità: bruttano ciò 
ch'egli toccono, però che ogni cosa che a questi colali 
rubatori perviene alle mani disertono et guastono. La se- 
conda parte apparirà chiara, sposta la lettera. Nella terza 
parte pone l'Auttore fra questi co tali che si sono morti 
egliono medesimi, peccatori ch'anno diserto et guasto ogni 
loro bene; et pone ch'egliono sono morsi et sbranati da 
cagne nere et correnti: et questo non vuole significare 
altro, se non che gli uomini, i quali hanno perduto et g el- 
fi) Saetlia è un legnetlo lungo e sottile, detto cosi dall' esser ve- 
loce nell'acqua quasi come una saetta o dardo per l'aria. Dante dice 
altrove : 

Corda non pinse mai da sé saetta 
Ohe si volasse via per V aer snella, 
(lom io vidi una nave picciolelta 

Venir per V acqua verso noi in quella. 



318 

tato il loro, avendo bisogno delle cose necessarie, come 
dell'altre dilettevoli, ricorrono a' parenti et agli amici, 
pregandogli che gli sovènghino, i quali come il faccino, 
chi l'ha provato ne può rendere testimonianza: onde co- 
storo, avendo avuto doppo il danno mala risposta, nasce 
in loro grandissima maninconia, la quale genera in loro 
uno omore tenero et nero, che continuamente gli cosuma 
et disfà; et queste sono quelle cagne nere che gli disfanno 
et mordono: et cosi com' egliono sono morsi nel mondo, 
cosi poi nello 'nferno sono morsi et consumali dalla con- 
tinua ricordazione di questi colali pensieri. 

Non era ancora di là Nesso. ITAuttore nella fine deJ 
precedente capitolo, tornando alla sposizione della lettera, 
disse come Nesso Centauro avea valicato dalla riviera del 
sangue lui in sulla groppa: ora nel presente dice che Nes- 
so, con ciò sia cosa che elli fosse tornato addirietro a Chi- 
ione che l'avea mandato, non era ancora arrivato dall'al- 
tro lato del sangue (1), quando egli et Virgilio si missono 
per lo bosco — Che da nessun sentiero. Egli è differenzia in 
fra selve et boschi: le selve sono quelle che non fatte, non 
coltivate per mano d'uomini, sono grandi, et pieno di 
pruni il loro suolo: boschi (2) sono quelli che si sogliono fa- 
re, per diletto degli uomini, con arbori rimondi, et il suolo 
loro senza veruno pruno, pieni d'erba et dilettevoli. Dice 
adunque l'Auttore che il bosco dove egli entrorono non 
era segnato di niuno sentiero. Sentieri sono cotali viottoli 
scalpitati, che vanno a traverso per boschi, et sono detti 
sentieri perchè in que' viottoli non si truovono spine, et 
per lo bosco se ne truovono: è detto sentiero da Sente*, 
sentis, eh' è la spina, o egli è detto Sentieri, perchè 'n quelle 
viottole sogliono gli uomini andare, non come coloro che 
vanno per le strade, che vanno ratti et abbandonatamente, 

(1) Del sangue. Cioè del fìumicello che mena sangue, come si disse 
Acqua invece di Fiume. 

(2) Boschi. E cosi la voce Nemus appresso i Latini ebbe tal signi- 
ficato di amenità, e può definirsi con le parole del nostro commentatore. 



319 

ma vanno adagio et assentitameli te (1) — Non frondi verdi. 
Dice che quel bosco non era di frondi verdi come gli altri 
boschi; ma le foglie sue erano di colore fosco, ciò è di 
colore nero; e' rami suoi non erano schietti, ma nodorosi, 
come piacque alla giustizia divina — Non ha sì aspri sterpi. 
Dice che si aspri sterpi non sono in quelle selve che sono 
tra Cecina (che è uno fiume che si muove dalle montagne 
di Volterra et mette in Arno tra Marti et Montopoli) et 
Corneto, che è uno castello presso a Viterbo quasi a 30 
miglia; et fu già quello castello una città chiamata Corinto, 
per Io suo signore ch'ebbe similmente nome Corito(2), et 
fa il padre di Dardano, il quale si parti di quello et fondò 
la città di Troja. Ora questa selva eh' è fra Cecina et Cor- 
neto è forte, salvatica, disabitata, et evvi dentro Monte Ar- 
gentario, che fu già bene abitato: oggi è diserto et disfatto, 
onde é poco cammino sicuro — Quelle fiere selvagge. S 1 han- 
no eletto per loro covacciuoli quello paese, avendo in odio 
i luoghi colli, ciò è coltivati, i quali hanno in odio per 
due cagioni, runa perchè le fiere selvagge comunemente 
guastono ogni coltivazione; et pertanto si può dire i luoghi 
colti avere in odio: V altra cagione, per che le fiere hanno 
in odio ogni luogo ove sono uomini, con ciò sia cosa che 
temono di non essere offese da loro — Quivi le brutte Arpie. 
Arpie sono uccelli, com'è detto, che hanno Talie late et 
il viso d'uomo, come TAuttore discrive: onde egli è da sa- 
pere che Fineo re, per consiglio della moglie, uccise due 
sue figliuole, figliastre della moglie, onde scrivono i poeti 
che gF Iddii s' adirarono della sua crudeltà, et vollono che 
Fineo ne portasse penitenzia in questo modo: mandorongli 



(1) Abbandonatamente — assenlitamente. Avverbj efficacissimi: Ab- 
bandonatamente vale qui Senza badar più che tanto dove l'uom mette 
i piedi, per sicurtà della buona strada; e assentitamente vale il contra- 
rio, e viene dall'additivo sentito che anticamente fu detto per accorto 
guardingo ec. 

(2) (borito. Questa origine veramente non ó dagli storici assegnata 
a Corneto, ma a Cortona. 



320 

queste Arpie, che sono uccelli spiecevolissimi et fastidiosi , 
i quali uccelli, quando Fineo volea mangiare, si poneono 
in sulla tavola et levavongli dinanzi le vivande ch'egli 
dovea mangiare: et quello che vi rimanea, se nulla vi ri- 
manea, brutta vono sì che persona né egli non ne potea 
mangiare: et in questo modo gran tempo il vororono. Av- 
venne che in quel tempo Janson, per acquistare il vello 
dell'oro, ch'era nell'isola di Colcos, si mosse di Tessaglia 
con assai famosi giovani, et entrarono in quella loro nave 
chiamata Argon, et arrivati a Fineo nel suo paese due gio- 
vani ch'erono con Janson figliuoli di Borea, ch'erano ve- 
locissimi et destri, si posono in cuore d'atare Fineo da 
questi maladetti uccelli. Profferto l'ajuto Iofo a Fineo, mes- 
se le tavole, incontanente apparvono uccelli. Zeta et il fra- 
tello figliuoli di Borea corsono addosso a questi uccelli et 
cacciorongli della mensa di Fineo. Gli uccelli si partirono 
et volorono altrove: questi due giovani tennono loro dirie- 
tro, che correano come il vento di cui egli erono figliuoli, 
et scacciorongli infìno in Romania. Et ivi udirono una vo- 
ce da celo: Non cacciate più gli uccelli di Giove. Questi 
due giovani lasciorono gli uccelli in quelle isole di Roma- 
nia, et incontanente si tornorono addirietro: et per quello 
tornare furono chiamate poi quelle isole l' isole delle Stro- 
fade, da Strofos graece idest conversio, ciò è conversio ov- 
vero rivolgimento in latino. Ora, navicando Enea, venendo 
da Troja et andando verso la Sicilia, però che avevono avuto 
responso d'Apollo, et veniano in Italia come Apollo gli 
avea consigliati, smontorono in queste isole delle Strofade, 
et preso eh' ebbono la sua gente buoi et altro bestiame 
per mangiare, posono le tavole in uno luogo riposto sotto 
certi albori in queste isole; et come egliono si posono a 
tavola per mangiare, ecco queste arpie, et levorono loro 
le vivande dinanzi; onde Enea et sua gente le cacciorono 
colle spade; onde elle, levatesi et postesi in su certi arbori 
ivi d'appresso. Cileno, la maestra (i) di loro, secondo che 

(1) La maestra. La prima, la principale di esse. 



321 

scrìve Virgilio, disse loro queste parole: Ibitis Italiani, por- 
tumque mirare licebit; Sed non ante datam cingete tnoe- 
nibus urbem Quam vos dira fame* nostraeque infuria eoe- 
dis et e. Voi anelerete in Italia, et saràvi lecito entrare 
nel porto; ma prima non tignerete di mura la città a voi 
promessa, che per fame mangerete le mense. Enea, parti- 
tosi dell'isole delle Scrofade, et venuto ultimamente in 
foce dove il Tevero mette in mare, tennero pel Tevero (1). 
Evandro re d'Arcadia, per consiglio di Carmenta sua madre 
avendo morto il fratello, se ne venne in Italia, et aveva 
ordinata et fatta una città dove è oggi Roma; et però 
eh' eli' era steccata, et non ancora murata, si chiamava ' 
Pallantea. Era il re Evandro di fuori dalla terra in luogo 
solitario in sul Tevero con sua gente, et faceano una festa, 
la quale egliono erono usati di fare ogni anno a onore 
d'Ercole, però che Ercole, arrivando in quello paese, a 
stanza del re Evandro, uccise Caco, eh 9 era uno grande 
rubatore nel paese, et abitava sotto uno sasso ch'era nel 
monte Aventino; onde Ercole avea lasciato che ogni anno, 
a onore di lui, si celebrassi una festa; et così faceano. Et 
essendo il re Evandro in questo bosco già a tavola colla 
sua gente, viddono venire per lo Tevere le navi di Enea; 
onde Pallante, figliuolo d'Evandro, andò loro incontro per 
vedere che gente era quella; et conosciuto ch'egli erano 
amici, menò Enea al re Evandro. Il re, udito il nome 
d'Enea, ch'era famoso molto, il vidde volentieri, et feceli 
grande onore, et poselo a sedere a lato a sé, et ivi man- 
gi oro no tutta la brigata: et però che la gente v'era soprav- 
venuta, mancò loro il pane; onde assai di loro comincio- 
rono quello pane, di che egliono avevono fatto taglieri, a 
mangiare. Allora cognobbe Enea et sua gente che questo 
era quello luogo che queste Arpie avevono loro detto, in- 
tendendo il pane per le mense, però che il pane è ancora 
mensa al servigio delle vivande — E'I buon Maestro. Sappi 

(1) Enea partitosi.,., tennero pel Tevero. Enea tennero è una delle 
solite sillessi, perche nel nome di Enea vi è compresa anche la sua gente. 

21 



322 

che tu se' nel secondo girone, dice Virgilio all' A ultore, 
ciò é nell'ottavo, eh' è il secondo de 9 tre nominati, et di- 
stinti poco innanzi dall'Autiere. Et dice che durerà in fino 
a tanto ch'egli verrà nell'orribile sabbione, del quale man- 
zi si tratterà — Cose che torrien fede. Tu vederai cose an- 
cora, che, se io le dicessi, sono si maravigliose che tu non 
le crederesti — Io credo eh 9 et credette. Chiaro appare — 
El troncon suo gridò. Però che l'Auttore non era ministro 
posto dalla divina giustizia a tormentarli, però si duole il 
tronco, ciò è il pedale di lui — Come d' un stizzon. La 
cagione del cigolare che fa lo stizzone arso dall' uno capo, 
è che, con ciò sia cosa che ogni arbore tira a sé sustanzia 
da tutti e quattro elementi; et però uno legno messo nel 
fuoco, quella parte ch'egli ha dalla terra si converte in 
cenere; quella parte eh 9 egli ha dal fuoco senza resistenzia 
si converte in fuoco; ma dall'aria et dall'acqua la parte 
ch'egli ha, che è contraria al fuoco, si parte volentieri 
et risiste;et per tanto l'acqua et l'aere ch'esce dallo stiz- 
zone, con ciò sia cosa che eli' eschino per pori di legno 
che sono strettissimi, fanno quel cigolare. Et dice l'Auttore 
che'l sangue et le parole, che uscivono del ramo ch'egli 
avea schiantato, pareano sonare per quello medesimo mo- 
do — S* elli avessi potuto. S' egli avessi potuto credere 
quello ch'egli hae veduto, dice Virgilio in scusa dell'Àut- 
tore, solamente colla rima sua, ciò è colle parole sue, clic 
sono rictimate (i), non arebbe tronco quello ramo; ma perchè 
la cosa era incredibile, fu necessità all'Auttore di fare cosa 
che le ne duole — Ma digli chi tu se 9 . Qui si può com- 
prendere quanto sia la dolcezza della fama, che ancora a* 
dannali giova — Io son colui. Io ebbi le due chiavi in 
mano, ciò è le suasioni et del si et ilei no, del core di 
Federigo secondo, che fu Imperadore di Roma — Serrando 
et disserrando. Fu costui maestro Piero delle Vigne, citta- 
dino di Capua; el fu valente uomo, massimamente nell'arte 

(1) Rictimale. Consideralo Ritmo come contratto di Hillimo, Rimato 
sarebbe contratto di Rittimato, posto qui intero dall'autore. 



323 

del dittare. Costui fu cancellieri delio imperadore Federigo 
secondo, come detto è; et fu in tanta grazia con lui che 
ogni altro uomo era nulla. Onde i cortigiani, veggendo 
costui essere in tanta grazia con lui, gli portarono gran- 
dissima invidia; et quelli eh' erono cacciati del luogo loro 
per costui, et quelli che aspettarono di venire in grazia: 
onde tanto morse la invidia, eh 9 ella fé pensare costoro 
sopra il male di maestro Piero. Fu lo 'mperadore Federigo 
valentissimo signore, forse più che fosse mai veruno da 
lui in qua; et fu grandissimo nimico della chiesa romana: 
onde questi, così invidiosi, dissono allo 'mperadore che'l 
maestro Piero s' in te n dea col Papa, et ch'egli il tradiva; 
et oltre sf ciò, monstrorono lettere finte et contrafatte con- 
tro allo onore dello Imperadore , le quali dissono avere 
scritte il maestro Piero et mandate al Papa; et ancora eb- 
bono testimoni subornati a provare il fatto. Lo 'mperadore 
fece pigliare il maestro Piero, et come che poi egli si cre- 
dessi il fatto o no, pure pensò che questi non gli sarebbe 
mai leale: non lo volle fare morire: fecelo abacinare et 
cacciollo da sé. 11 maestro Piero si parti et venne ultima- 
mente a stare a Pisa, però che i Pisani erono fedelissimi 
dello Imperadore; et ivi, per mostrare la sua innocenzia 
si stette; et veggendo mai non potere tornare in grazia 
dello Imperadore; et udendo forse quando egli andava per 
Pisa dire di so villania, uno di, essendo menato attorno 
da uno che '1 guidava, et essendo dirimpetto a santo Paulo, 
che è a Pisa in sulla riva d'Arno, disse a colui che '1 gui- 
dava che'l volgesse verso il muro della chiesa: come egli 
l'ebbe volto, questi corse et percosse il capo al muro, on- 
de le cervella gli cascorono di capo et ivi mori — Tanto 
eh 9 io ne perde 9 . Dice che con tanta diligenzia et con tanta 
meditazione stava a fare fedelmente i fatti dello Impera- 
dore, ch'egli ne perde i sonni et i polsi: et questo può 
avvenire però che per molti pensieri la vita notritiva non 
può adoperare le forze sue, onde aviene che '1 corpo in- 
debolisce, et indebolendo, i polsi battono lentamente; onde 
assai volte è intervenuto che i medici, per questa cagione 



32ì 

non hanno potuto trovare polso allo ìi fermo. Ancora per 
molti pensieri non si può dormire, come bene lo sa chi 
T ha provato — La meretrice che mai. Questa si è la Invi- 
dia: et chiamala meretrice, però eh' eli' è pronta, et è co- 
mune a tutti, come sono comuni le meretrici: et ancora 
non riguarda il merito d' alcuna persona, simile alle mere- 
trici. Et di questa invidia distesamente parla Ovidio nel 
secondo libro del Hetamorfoseos. Dice che la casa della 
Invidia è nera d'oscuro veleno, però che la mente dello 
invidioso sempre si turba et tignesi per lo bene altrui: è 
piena di veleno, ciò è di pensieri velenosi d'offendere 
altrui; et siede nelle valli basse, però che la mente dello 
invidioso ogni altezza di qualunque stato vede aitimi, de- 
sidera di trarlo a basso: sempre manca di sole, ciò è di 
lume di carità: non aperta a veruno vento, non ha mai 
veruno refrigerio, sempre si consuma et rode: è piena di 
freddo, ciò è freddo dello amore altrui, senza mai sentire 
veruno fuoco: sempre piena di caligine, ciò è di oscura vo- 
lontà et malvagia etc. — Di Cesare. Cesare è detto ogni 
imperadore, per riverenzia di Cesare che fu il primo impe- 
radore — Morte comune et delle corti. La invidia è comu- 
ne vizio d'ogni uomo, et massimemente de' cortigiani — 
Et gì 9 infiammati infiammar. Questa invidia infiammò et ac- 
cese l'animo di tutti i cortigiani: i cortigiani infiammaro- 
no Augusto. Per riverenzia d' Ottaviano, sono ancora delti 
Augusti tutti gl'imperadori; et viene da questo verbo augeo, 
ciò è accresco, et accrescitore. E questo nome ebbe Otta- 
viano, però che, avendo vinto Antonio et Cleopatra, i Parti, 
ch'erono grandissimi popoli che non voleano prima stare 
all'ubidienzia dello Imperadore né de' Romani, allora si sot- 
tomissono; et da quella ora inanzi l'ufficio delle pugne di 
fuori, ch'era commesso a tre cittadini chiamati Triunviri, 
fue commesso a Ottaviano, che fu chiamato Augusto, ciò è 
accrescitore della Repubblica romana; et successivamente 
poi tutti gl'Imperatori hanno usurpato questo nome. — 
Conforti te memoria mia. Priega che dica nel mondo la 
innocenzia sua, la quale, com'è detto, fu maculata per 



325 

invidia. — Brevemente sarà. Dice che quando l'anima si 
parte dal corpo, Minos, del quale è ragionato nel v° cer- 
chio, la manda alla settima foce, ciò è al settimo cerchio; 
et dice che non v'è luogo ordinato, se non come la fortu- 
na sua la mena — Surge in vermena. Vermena è detto uno 
picciolo ramuscello; poi quando egli è ingrossato, ch'elli 
si può trapassare (sic) é detto pianta — L'Arpie pascendo. 
Ciò è quelli uccelli danno pena a questi tronchi: et dice 
che fanno finestra al dolore, però che le voce di quelli 
che si rammarìcono escono di quelle rotture. Chi sono 
queste Arpie è stato tocco et chiarito di sopra — Ma non 
però che alcuna. Qui seguita l'Auttore la legge comune, 
che non vuole che l'uomo di quello ch'egli si priva il 
possa riavere (con ciò sia cosa che una volta se ne sia pri- 
vato), se '1 buono uomo (i) per sua volontà non lo rendesse. 
— Qui li susciterem. Per la trista selva, dice lo spirito, 
susciteremo i corpi, et veruno se ne rivestirà. Questo pare 
contro la fede cattolica; et però è da chiarire. Egli è vero 
che la santa chiesa tiene che al novissimo di tutte P ani- 
me verranno nella valle di Josafat quando sonerà quella 
voce Venite mortui; et ivi ciascuno prenderà il corpo suo, 
et si quelli che saranno salvi, et ancora i dannati; che 
dice Cristo nello Evangelio: Non peribit capillus capitis 
eorum; et questo spirito dice che non piglieranno i corpi 
loro, che pare contradire alla fede. Onde egli è da sapere 
che tutti i filosofi comunemente, quando vogliono dire al- 
cuna cosa, o veramente scrivere, la quale non sia confor- 
me alla verità, introducono uno altro, a cui egli fanno par- 
lare quello ch'egli vogliono; et fannolo affine di terrore 
o di qualche argomento; et questo modo usa Virgilio nel 
principio dell' Eneida dove dice: Con ciò sia cosa che Enea 
con sua gente navicando per lo mare Oceano per venire in 
Italia al regno promesso, Junone nimica della generazione 
de'Trojani andò a Eolo re de* venti, et pregollo ch'egli 

(1) Se'l buono uomo. Intendi che questo buono uomo sia quegli a 
cui fosse stato donato qualcosa; e nota la piacevolezza della frasr. 



326 

facesse arrivare le navi d'Enea altrove, onde Ènea arrivò 
a Cartagine; onde Venere andò a Giove dolendosi che'I 
figliuolo non venia al regno che gli era promesso; di che 
Giove, basciata Venere sua, disse: Non temere, che Enea 
verrà al regno promesso, et questo non può fallire, et ivi 
signoreggerà per tutti i tempi. His ego nec metas rerum, 
nec tempora porto: Imperium sine fine dedi. Et sì sapea Vir- 
gilio che la signoria de' discendenti d'Enea dovea manca- 
re, et venire meno: però che Virgilio sapea bene questo 
noi volle dire egli; pure il volle scrivere per compiacere 
a Ottaviano imperadore; introdusse Giove, che per Giove 
intende cosa fabulosa: cosi l'Auttore, per mostrare quanto 
dispaccia a Dio chi s'uccide se medesimo, et per terrore 
degli altri che l'udiranno, introduce una anima, la quale 
dice questo. Egli è manifesto che l'anime de' dannati, come 
de'dimonj, sono bugiarde, et non si dee dare fede a cosa 
ch'elli dicano. Et ancora queste anime se'l credono, come 
che non sia cosi; et permétte la giustizia di Dio ch'elle 
il credano, per ch'elle abbino più tormento, et più scon- 
tentamento di sé — Et ecco due dalla sinistra costa. Chiaro 
appare essere due anime — Et quel d 9 innanzi. Chiamava 
questi la morte che l' uccidesse. Et qui si può comprendere 
come a lui pareva stare, quando, per sentire minore pena, 
chiamava la morte — Et V altro a cui. A questo altro, a 
cui parea troppo tardare che la morte nollo uccidea, ciò è 
noi soccorrea, et era addirietro del corso et rimproverava 
all'altro la morte sua. Et questo, a cui era rimproverato, 
fu Lano da Siena, il quale Lano fu uno ricchissimo uomo; 
et fu della brigata spendereccia di Siena, i quali consu- 
morono ciò ch'elli aveano, non solamente come prodighi, 
ma come gettatori; però che, fra Y altre cose che si dice 
di loro, si dice ch'egliono friggeono i fiorini et recavongli 
in tavola, et poi gli gettavono fuori delle finestre, et diceo- 
no ch'elli avevono fatto il loro ufficio. Ora questo Lano, 
al tempo che gli Aretini ebbono guerra co' Fiorentini, ven- 
ne con gente de'Sanesi in ajuto a' Fiorentini, avendo già 
consumato ciò ch'egli avea, et nulla gli era rimaso: et con 



327 

questa gente avuta vittoria i Fiorentini negli anni di Cristo 
m. ce. lxxxviu, i Fiorentini coir altre terre guelfe della ta- 
glia aveano raunata gente assai a pie et a cavallo, et stet- 
tono a oste in sul contado d'Arezzo xxu di, et presono il 
castello di Lcona et Castiglione degli libertini et molte 
castella et fortezze di Vald ambra; et posonsi a oste al ca- 
stello di Laterìno, et ebbonlo a patti, essendo dentro ca- 
pitano Lupo degli liberti, et guernironlo i Fiorentini et 
fornironlo di gente. In questa stanza (1) vi vennono i Sanesi 
collo sforzo di quattrocento cavalieri et tremilia pedoni, et 
guastorono ciò eh 9 era intorno ad Arezzo, et tagliorono V ol- 
mo il dì di san Giovanni Battista; et vennono i Fiorentini 
schierali in sul prato d'Arezzo, et fecionvi correre il palio; 
et ciò fatto, Toste de 9 Fiorentini si parti, et vollono eh" e 
Sanesi per loro sicurtà venissono colla loro oste insieme 
inflno a Montevarchi, et di là se n'andassono a Siena per 
la via di Monte grossolino: onde i Sanesi, tenendosi pos- 
senti, non vollono fare quella via né compagnia de" Fio- 
rentini; et feciono la via diritta per guastare il castello 
di Lucignano di Yaldichiana; et con loro andò il conte 
Alessandro da Romena. I capitani di guerra della città 
d'Arezzo, che ve n'avea assai et buoni, sentendo la partita 
che doveano fare i Sanesi, missono uno aguato con iu cento 
cavalieri et u milia pedoni al valico alla Pieve al toppo, 
onde valicavono i Sanesi male ordinati, et per troppa bal- 
danza sprovveduti; et giugnendo al detto valico, assaliti 
dagli Aretini , per loro poco ordine et sproveduto assalto, 
furono assai tosto sconfitti, et furonne fra morti et presi 
più di iij cento, pure de" migliori cittadini di Siena, fra 9 
quali fu questo Lano da Siena di cui parla TAuttore: et 
dicesi che, possendo campare, non volle, anzi 3i misse, 
come quelli che avea in odio la vita, nel mezzo de' nimici, 
dove subitamente fu morto — D'un cespuglio fece. Ciò è 
s'avviluppò et ascosesi in uno di quelli cespugli della 
selva; et cagne nere che gli correvono dirietro tutto il 

(1) In questa stanza, In questo mezzo, Fra tanto. 



328 

lacerarono — Giacomo dicea da. Fue questi che s' ascose 
nel cespuglio uno Padovano chiamato messere Jacopo dalla 
Gapella di santo Andrea di Monselice, il quale fu uno ric- 
chissimo uomo, et poi strusse il suo per modo ch'egli 
venne in gran povertà. Et, fra l'altre sue bestialità, si 
dice che, avendo egli una villa in quello di Padova, ch'e- 
ra sua, piena di case, avendo voglia di vedere uno grande 
fuoco in questa villa, onde tutta la villa arse (1) — Io fu 9 
della città. Dice che fu della città di Firenze, onde santo 
Giovanni Battista mutò il primo padrone. Onde egli è da 
sapere che, al tempo di Carlo Magno imperadore di Roma, 
certi gentili et nobili uomini cittadini stati di Firenze in- 
nanzi a Totile flagellum Dei, come furono i Figiovanni, i 
Fighineldi, i Firidolfi, si congregorono insieme con quelli 
cotanti Fiorentini ch'elli poterono trovare; et mandorono 
ambasciadorì a Carlo et a papa Leone et a' Romani , pre- 
gandogli eh' elli si dovessono ricordare della loro figliuola, 
ciò è della città di Firenze, la qual fu guasta dai Gotti et 
da' Yandoli in dispetto de' Romani : et eh 9 ella si rifacesse. 
Di che al loro priego Carlo mandò le sue forze a cavallo 
et a pie: appresso stanziorono i Romani in consiglio che, 
come anticamente i loro precessori avevono fatta et popo- 
lata Firenze, cosi si facesse per la seconda volta; et ciò 
fosse de' migliori abitanti di Roma et delle maggiori schiatte. 
Et postisi et attendatisi in su" calcinacci et anticaglia (2), 
Carlo, i Romani et i Fiorentini , tratti da ogni parte, inco- 
minciorono a rifare et a murare la citta, non però della 
grandezza eh' eli' era stata prima, ma di minore; et ciò 
feciono acciò che più tosto fosse murata: et ciò fu negli 
anni di Cristo viu cento uno, all'entrare del mese d'Aprile. 
Et dicesi che li antichi avevono oppenione che di rifarla 
non s'arebbe il potere, se prima non fosse ritrovato et 

(1) Avendo voglia.... onde tutta l'arse. Anche in questo costrutto 
c'è una sinchisi; e il gerundio Avendo sta per il passato Ebbe. 

(2) Anticaglia. Ciò che da molti si dice i ruderi, che sono il rima- 
sto dopo l'antica rovina. 



320 

tratto d'Arno la immagine di macigno, consecrata per li 
primi edificatori della città di Firenze pagani per nigro- 
manzia a Marte, la quale era stata nel fiume d'Arno dalla 
distruzione di Firenze infino a quel tempo; et ritrovata, 
la posono in su uno pignone soprastante alla riva del fiu- 
me, ove è oggi la coscia del ponte vecchio. Et dicesi an- 
cora che quando i Romani, per consiglio de' savi astrola- 
ghi , al cominciamento quando la fondorono, presono V a- 
scen dente dell'Ariete, essendo il sole nel grado della sua 
esaltazione, et la pianeta di Mercurio congiunta in grado 
col Sole, et il pianeto di Marte in buono aspetto dello 
ascendente, acciò che la potenzia della città moltiplicasse 
per forza d'arme, et di cavalleria et di popolo sollecito 
et procacciante. Et però che la città fu fondata sotto l'a- 
scendente di tal pianeto, coloro che prima la edificorono 
posono uno tempio, dove è oggi san Giovanni Batista, ad 
onore di Marte; et feciono nel mezzo del tempio una co- 
lonna; et in su questa colonna feciono, et posono un idolo 
di Marte a cavallo, il quale era di macigno. Poi quando 
la seconda volta, quando la città fu redi ficaia, com'è det- 
to, fu posta, secondo l' openione d' alcuno, prima che posta 
fosse in sul pignone, fu posta in su una torre. Era questa 
pietra per lo tempo molto logra, e '1 capo di Marte non si 
discernea; ma bene si scolpiva (1) essere uno a cavallo dalla 
cintola in giù — Sempre coli 9 arte stia. Marte è uno pia- 
neto, il quale chiunque nasce sotto il suo ascendente, ciò 
è sotto la sua costellazione, è, secondo natura, uomo dis- 
posto a guerra et a scandali; et però dice l'Auttore che 
Marte sempre colla sua arte, ciò è colle guerre et colle 
tribulazioni , farà tristi i Fiorentini: et bene è seguito in- 
fino al di d' oggi — Et se non fosse che 'w sul passo. Se 
non fosse che'n sul Ponte vecchio, com'è detto, rimase 
Marte, non avrebbe lasciato reedificare Firenze; con ciò sia 
xosa che quando i Fiorentini lasciorono il paganesimo, et 
vennono fedeli cristiani, cacciorono Marte del luogo suo, 

* 

(i) Sf scolpiva. Si discernea, si veda scolpito. 



330 

et ivi feciono il tempio a onore di san Giovanni Ballista, 
eh' è padrone et protettore de' Fiorentini — F fé giubbetto 
a me delle* Fa costai , secondo V oppenione d' alcuno, uno 
giudice della famiglia degli Agli, il quale, avendo renduto 
uno consiglio falso, et essendo stato condennato per questo 
vituperevolmente, se ne pose tanto dolore a cuore ch'egli, 
tornato a casa sua, per disperazione s' impiccò per la gola. 
Giubetto sono chiamate le forche in Francia. 



— - -*■**• <*5»-*. . — 



CANTO XIV. 



■•••■ 



Poi che la carila del natio loco 
Mi siri rise, raunai le fronde sparte, 
E rende' le a colui eh' era già fioco. 

Indi venimmo al fine, ove si parte 
Lo secondo giron dal terzo, e dove 
Si vede di giustizia orribil arte. 

A ben manifestar le cose nuove, 
Dico che arrivammo ad una landa, 
Che dal suo letto ogni pianta rimuove. 

La dolorosa selva l' è ghirlanda 
Intorno, come il fosso tristo ad essa: 
Quivi fermammo i piedi a randa a randa. 

Lo spazzo era un'arena arida e spessa, 
Non d' altra foggia fatta che colei , 
Che fu da' pie di Caton già soppressa. 

vendetta di Dio, quanto tu dei 
Esser temuta da ciascun che legge 
Ciò che fu manifesto agli occhi miei! 

D* anime nude vidi molte gregge, 
Che piangean tutte assai miseramente, 
E parea posta lor diversa legge. 



332 

Supin giaceva in terra alcuna gente; 
Alcuna si sedea tutta raccolta, 
Ed altra andava continuamente. 

Quella che giva intorno era più molta, 
E quella men, che giaceva al tormento, 
Ma più al duolo avea la lingua sciolta. 

Sovra tutto il sabbion d' un cader lento 
Piovean di fuoco dilatate falde, 
Come di neve in alpe senza vento. 

Quali Alessandro in quelle parti calde 
D' India vide sovra lo suo stuolo 
Fiamme cadere infino a terra salde; 

Perch' ei provvide a scalpitar lo suolo 
Con le sue schiere, per ciò che il vapore 
Me* si stingueva mentre eh' era solo: 

Tale scendeva l'eternale ardore; 
Onde P arena s' accendea com' esca 
Sotto focile, a doppiar lo dolore. 

Senza riposo mai era la tresca 
Delle misere mani, or quindi or quinci 
Iscotendo da sé l'arsura fresca. 

lo cominciai: Maestro, tu che vinci 
Tutte le cose, fuor che i Dimon duri, 
Che all'entrar della porta incontro uscinci, 

Chi è quel grande, che non par che curi 
L'incendio, e giace dispettoso e torto, 
Sì che la pioggia non par che il maturi? 

E quel medesmo, che si fue accorto 
Ch' io dimandava il mio duca di lui , 
Gridò: Qual io fui vivo, tal son morto. 

Se Giove stanchi il suo fabro, da cui 
Crucciato prese la folgore acuta, 
Onde l'ultimo dì percosso fui; 

s' egli stanchi gli altri a muta a muta 



333 

In Mongibello alla fucina negra, 
Gridando: Buon Vulcano, ajula ajula; 

Sì coiti' ei fece alla pugna di Flegra , 
E me saetti di tutta sua forza, 
Non ne potrebbe aver vendetta allegra. 

Allora il Duca mio parlò di forza 
Tanto, eh* io non l' avea sì forte udito: 
Capaneo, in ciò che non s'ammorza 

La tua superbia, se' tu più punito: 
Nullo martirio, fuor che la tua rabbia, 
Sarebbe al tuo furor dolor compito. 

Poi si rivolse a me con miglior labbia, 
Dicendo: Quel fu l'un de' sette regi 
Ch'assiser Tebe; ed ebbe, e par ch'egli abbia 

Dio in disdegno, e poco par che il pregi: 
Ma, come io dissi lui, li suoi dispetti 
Sono al suo petto assai debiti fregi. 

Or mi vicn dietro, e guarda che non metti 
Ancor li piedi nell'arena arsiccia: 
Ma sempre al bosco li ritieni stretti. 

Tacendo divenimmo là 've spiccia 
Fuor della selva un picciol fiumicello, 
Lo cui rossore ancor mi raccapriccia. 

Quale del Bulicame esce il ruscello, 
Che parton poi tra lor le peccatrici, 
Tal per l'arena giù sen giva quello. 

Lo fondo suo ed ambo le pendici 
Fall' eran pietra, e i margini da lato: 
Pcrch' io m' accorsi che il passo era liei. 

Tra lutto V altro eh' io t' ho dimostrato, 
Poscia che noi entrammo per la porta, 
Lo cui sogliare a nessuno è negato, 

Cosa non fu dagli tuoi occhi scorta 
Notabile com' è il presente rio, 



334 

Che sopra sé tulio fiammelle ammorta. 

Queste parole fur del Duca mio: 
Perchè il pregai, che mi largisse il pasto 
Di cui largito m' aveva il disio. 

In mezzo mar (1) siede un paese guasto, 
Diss' egli allora, che s' appella Creta, 
Sotto il cui rege fu già il mondo casto. 

Una montagna v* è, che già fu lieta 
D'acque e di fronde, che si chiama Ida; 
Ora è diserta come cosa vieta. 

Rea la scelse già per cuna fida 
Del suo figliuolo, e, per celarlo meglio, 
Quando piangea vi facea far lo grida. 

dentro dal monte sta dritto un gran voglio, 
Che ticn volte le spalle inver Damiata, 
E Roma guarda sì come suo speglio. 

La sua testa è di fin' oro formata , 
E puro argento son le braccia e il petto; 
Poi è di rame infino alla forcata: 

Da indi in giuso è tutto ferro eletto, 
Salvo che il destro piede è terra cotta , 
E sta in su quel, più che in su Tal Irò, erotto. 

Ciascuna parte, fuor che V oro, è rotta 
D'una fessura che lagrime goccia, 
Le quali accolte foran quella grotta. 

Lor corso in quella vallo si diroccia: 
Fanno Acheronte, Stige e Flegetonla; 
Poi sen van giù per questa stretta doccia 

Infin là ove più non si dismonta: 
Fanno Cocito; e qual sia quello stagno, 



(1) In mezzo mar. Questa lezione del nostro commento è anche in 
ottimi codici, ed é quella prescelta dal Wille. È più alla latina: Medio 
mari» In mezzo al mare, Nel mezzo del mare. 



335 

Tu il vederai: però qui non si conta. 

Ed io a lui: Se il presente rigagno 
Si deriva così dal nostro mondo, 
Perchè ci appar pure a questo vivagno? 

Ed egli a me: Tu sai che il luogo è tondo, 
E lutto che tu sii venuto molto, 
Pur a sinistra giù calando al fondo, 

Non se' ancor per tutto il cerchio volto; 
Perchè, se cosa n'apparisce nuova. 
Non dee addur maraviglia al tuo volto. 

Ed io ancor: Maestro, ove si trova 
Flcgetonte e Lete, che dell' un taci, 
E 1' altro di' che si fa d' està piova? 

In tutte lue queslion certo mi piaci, 
Rispose; ma il bollor dell* acqua rossa 
Dovea ben solver l' una che tu faci. 

Lete vedrai, ma fuor di questa fossa, 
Là ove vanno V anime a lavarsi , 
Quando la colpa pentuta è rimossa. 

Poi disse: Qmai è tempo da scostarsi 
Dal bosco: fa che diretro a me vegne: 
Li margini fan via, che non son arsi, 

E sopra loro ogni vapor si spegne. 



336 



CANTO XIV. 



Poi che la carità del natio loco. Dividesi il presenle 
capitolo in due parti; la seconda comincia quivi: Tacendo 
divenimmo. 

In questa prima parte del capitolo sarebbe da veder 
quanto la giustizia di Dio dia la pena ragionevole et con- 
forme a' falli commessi pe' peccatori che qui sono puniti; 
ma però che nel xvi capitolo se ne trattela più convene- 
volmente, tacesi al presente, et dov'è detto distesamente 
se ne tratterà. Nella seconda parte è da vedere, sopra la 
intenzione della lettera, la sua allegoria, et quello che vo- 
glia intendere per quella statua della quale fa qui menzio- 
ne, che si dice essere nell'isola di Creti. Onde egli è da 
sapere che la Terra è in torneata dal mare Oceano; et da 
questo mare dipendono lutti gli altri mari et bracci di 
mare, che sono sparsi per la terra; onde quel mare che 
viene per Spagna et in Italia et in Grecia all' isola di Cre- 
ti, dove si congiugne coli' altro mare, è questo maggiore 
mare che gli altri: et però è detto il Mare grande; e' più 
il chiamono mare Tirreno, però che viene per mezzo la 
Terra verso Oriente, et divide et parte le tre parti della 
Terra, appunto all'isola di Creti; però che tutta la Terra 
è divisa in tre parti , Asia, Affrica, et Europa : et non sono 
però uguale, però che Asia tiene bene la metà di tutta la 
Terra, dal luogo ove il fiume del Nilo cade in mare in 



337 

Alessandria, et dal luogo ove il fiume del Tanay cade in 
mare al luogo eh' è detto il Braccio di santo Giorgio verso 
Oriente, tutto infino al mare oceano et al paradiso ter- 
restre). L'altre due parti sono il rimanente della terra; et 
per occidente infino al mare Oceano: ma elle sono divise 
per lo mare grande , eh' è tramendue le parti. E quella 
parte eh' è verso mezzo di , et verso occidente, è Affrica : 
T altra parte eh' è verso tramontana et settentrione verso 
ponente, è Europa. Ora, però che l'Auttore vuole per que- 
sto vecchio, di che è stato parlato nel testo, ch'à la testa 
d'oro etc. vuole mostrare il decorso di tutto il tempo, il 
pone nell' isola di Greti ; et non senza cagione , però che 
il discorso del tempo è fatto solo per li uomini , distinto 
in ore, in di, et in mesi; però che per gli altri animali non 
si distingue et non s'adopera più o meno l'una ora che 
l'altra; et degli uomini che sono vivuti per tutto il tempo, 
cosi in Oriente come in Ponente, et cosi in Asia come in 
Affrica et in Europa, vuole l'Auttore che questa statua 
rappresenti il loro essere et il loro stato. Pone questa sta- 
tua acconciamente nell'isola di Greti, però che, com'è 
detto, Creti contiene il confine di' tutte e tre le parti, ciò 
è d'Asia, d'Affrica, et d'Europa. Et ancora per una altra 
ragione: Creti in greco tanto vuole dire quanto Terra in 
latino; onde si può dire che la generazione umana avesse, 

[ secondo la carne, il principio suo di Greti, ciò è della 
terra: et però, in memoria che gli uomini si ricordino di 
quello ch'elli sono fatti, il primo di della quaresima si 
pone cenere, dicendo: Cinte es et in cmerem reverteris. Pone 
l'Auttore questa statua in una montagna chiamata Ida, la 

' quale montagna fu già piena d' àlbori et di fontane, come 
che oggi sia diserta et non coltivata: et però ch'ella fu 
cosi ubertosa, fu chiamata Ida, che tanto vuole dire in 
latino quanto formosa, ciò è bella. Et questa montagna 
vuole ancora significare la congregazione umana, eh' è 
stata pe' tempi; però che la spezie umana è più bella et 
più nobile che niuna altra cosa, o niuna altra spezie. Tiene 
questa statua le spalle volte a Damiata. Damiata è una 

22 



338 

città in Levante; et per questo si dimostra che la genera- 
zione umana ha avuto il suo principio da Oriente, però 
che ivi è il Paradiso terrestre, dove fu fatto Adamo; et il 
Levante fu il primo paese abitato. Dice che guarda Roma. 
Roma è in Occidente, et è l'ultimo paese che s'abitò; et 
però che il dicorso dell'età del mondo è in declinazione, 
questa statua, che ciò significa, guarda verso Occidente, ciò 
è dirizzasi, avendo volte le spalle a Damiata, verso Occidente, 
ciò è dirizzarsi, avendo volte le spalle al suo principio, verso 
Occidente, ciò è verso il suo fine. La testa dell'oro hae a 
significare la prima età, ciò è quella che Adam visse nel 
paradiso terrestre, senza peccato, che fu nel circa di sei ore. 
È vero che questa statua, la quale vidde Faraone nel sogno, 
la quale fu interpetrata per Daniel, significò le sei età del 
mondo, che fu la prima da Adamo infino a Noè; ma, secon- 
do il vero giudicio, l'Auttore parve che intendesse di quello 
tempo che Adamo visse senza peccato, com'è detto; et 
però che l'oro è il più nobile metallo che si truovi et il 
più puro, né per fuoco, ognora eh' egli è affinato, non sce- 
ma, cosi a simile l'uomo eh' è senza peccato ha l'animo 
più nobile che veruno altro, et è puro et netto senza ve- 
runa macula, né per fuoco del disio delle cose terrene non 
scema la sua perfezione. Le braccia et il petto dice essere 
d'ariento. Per l'ariento vuole mostrare la seconda età, 
quando gli uomini, tratto Adamo dal paradiso per lo pec- 
cato, tutti quelli che in quelli principi scesono di lui abi- 
to ro no in certe parti et diverse della terra. È adunque 
l'ariento uno metallo nobile non quanto l'oro, ma di co- 
lore più bello, però eh' è bianchissimo et chiaro: et tutti 
i colori dipendono da due, dal bianco et dal nero, secon- 
do il Filosofo; et l'ariento tiene l'uno, ciò è il bianco. Et 
per questo vuole mostrare l'Auttore che la terra, la quale 
era oscura et non conoscea gli uomini , però che gli uomi- 
ni si sparsono ad abitare per lo mondo, fu schiarata et 
bianca per la loro cognoscenza. L'altra parte è di rame. 
Però che il rame è uno metallo sonoro, vuole mostrare 
per questo quella terza età, quando gli uomini comincio- 



339 

rono a speculare in scienzia, et diventare famosi per scien- 
zia, però che, come il rame è sonoro, cosi la fama della 
scienzia suona et fa nominare gli uomini che hanno questa 
cotale scienzia. Da indi in giù è di ferro. Per lo ferro 
vuole mostrare quello tempo nel quale gli uomini in pri- 
ma incominciorono coir arme, le quali sono di ferro, ad 
acquistare i paesi , et a occupare per forza F uno le ragio- 
ni dell'altro; che fu il primo che acquistò il re Nino di 
Siria: che, bene che prima avessono combattuto insieme, 
non cercavono se non di vincere 1' uno V altro et essere 
maggiore. Il re Nino cominciò, com' è detto, ad acquistare. 
Per lo piede, eh' è di terra cotta, vuole mostrare 1 ultima 
età, però che la terra è più debile che niuna altra cosa 
della quale la statua sia formata, et cosi 1' ultima età è 
più debole di veruna altra. Ancora la terra cotta, come 
ch'ella sia assai forte, come sono i mattoni et gli altri 
lavorìi che si fanno della terra, ognora ch'ella sia carica, 
si disfà et rompesi, et fa cadere ogni cosa che su vi fosse 
posta; et però dice l'Auttore che questa statua si ferma 
in sul pie diritto eh' è di terra; et questo però che l'altre 
età passate pingono alla morte et caricono questo, et ognora 
che sia compiuto il termine, che solo è nel segreto di Dio, 
questa terra, ciò è questa ultima età, cadrà, et caggendo 
ella, caderanno tutte l'altre etadi, et verranno meno. Dice 
adunque l'Auttore che da questa statua, la quale è fessa, 
fuori che l' oro, per lo fesso suo piovono lagrime, le quali 
docciono et forono una grotta, et vanno in inferno, et fanno 
di sé quattro fiumi , Acheronta, Stige, Flegetonta, et Cocito. 
Per questo vuole mostrare l'Auttore che, con ciò sia cosa 
che gli uomini di ciascuna età et d'ogni paese, in gran 
parte abbino peccato mortalmente, che di questi loro pec- 
cati patiscono pena et lagrimano; et non pure le lagrime 
solamente, ma ancora l'anima loro colle lagrime et col 
pianto insieme vanno allo'nferno, ove sono i dannati a 
perpetua pena. Et fanno queste lagrime quattro fiumi, 
com* è detto: il primo ha nome Acheronta grecae, quod la- 
tine dicitur sùie gaudio, ciò^è senza allegrezza; et questo 



340 

è vero, però che, come gli uomini hanno peccato mortal- 
mente, incontanente, compunti, rimangono senza allegrez- 
za nell'animo. Il secondo fiume è detto Stige, che tanto 
vuole dire quanto tristizia, però che gli uomini per pec- 
cati, com'è detto, rimasi senza allegrezza, incontanente 
caggiono in tristizia. Il terzo è detto Flegetonta, che tanto 
vuole dire quanto ardore, overo incendio; et questo è che 
la tristizia dà agli uomini uno incendio di dolore, che 
continuamente gli arde et consuma. Il quarto è detto Oocito, 
che tanto vuole dire quanto pianto, però che, dopo lo in- 
cendio del dolore, nasce negli uomini continuo pianto. Ve- 
duto adunque questo che di sopra è narrato, è da tornare 
a dare sposizione alla lettera. 

Poi che la carità del natio loco. Però che l'Auttore nel 
precedente capitolo fu pregato che le foglie, le quali erano 
digiunte da lui, le raunassi a pie del suo cesto, qui nel 
presente capitolo, continuando al dire suo di prima, dice 
che raunò le foglie sparte, però che'l vinse la pietà del 
loco natio, però che fu da Firenze, onde similmente fu 
l'Auttore — Indi venimmo al fine. Dice che vennono al fine, 
dove si parte il terzo girone dal secondo de' tre gironi no- 
minati, eh' è secondo l'ordine di prima l'ottavo— Orribile 
arte. Orribile, ciò è spaventevole a vederla; quanto agli 
occhi de' mortali s' intende — A una landa. Landa è voca-. 
bolo francesco, è propriamente la via che va lungo alcu- 
no fiume — Lo spazzo era una rena arida et spessa. Dice 
che lo spazzo, per lo quale andavono, era una rena arida. 
Arida viene da questo verbo areo ares, che sta per disec- 
care, o per aridire; et è detta la rena arida in quanto 
ella è asciutta: in quanto ella fosse molle, viene da questo 
verbo haereo haeres che sta per accostarsi; et allora si vuole 
scrivere per h harena: quando ella é asciutta senza h, che 
viene allora da quello verbo areo, com'è detto — Non 
d 9 altra foggia. Dice che quella rena era fatta come la rena 
di Libia et di Numidia, per la quale valicò Catone. Onde 
egli è da sapere quando il giovane Tolomeo re d'Egitto 
f ebbe fatto uccidere Pompeo et tagliargli la testa, Sesto 



341 

Pompeo et Cornelia si partirono dal mare d'Egitto, reg- 
gendo morto Pompeo, con quella navicella nella quale egli 
erano andati, et con loro compagnia arrivorono in Libia 
a una isola che si chiamava Coronea; et ivi trovarono Igneo 
et Catone, et altri Romani assai, campati della battaglia 
di Tesaglia; et vedutisi volentieri insiemi, come che male 
novelle avessono, deliberarono ancora d'accozzare gente 
et fare contro a Cesare, principio di loro male. Et perchè 
quello mare è pieno di scogli, et era di state quando ar- 
rivorono ivi, non volle Catone navicare per quello mare 
pericoloso; onde Igneo et Sesto, et assai altri Romani si 
partirono da Catone et entrorono in loro legni, et preso- 
no via per mare: Catone et sua compagnia tenne per terra 
per quelli diserti di Libia et di Numidia, nel qual paese 
non v'ha terra che lavorare si possa, però eh 9 è tutta rena 
asciutta et arida, et per la sua aridezza non v'ha arbore 
vivo et è piena di rena; onde Catone, dovendo caminare 
per cosi aspro paese, conforta i cavalieri suoi per fargli 
più pazienti alla fatica, come scrive Lucano con queste 
parole: e voi che avete seguitati i miei segni, a' quali 
una salute sola è piaciuta, di volere morire con indomita 
fronte, componete le vostre menti a grande opera di virtù 
et a somme fatiche. Noi andiamo ne" campi sterili et sec- 
chi luoghi et arsi dal molto sole, et rade acque vi si truo- 
vono nelle fonti, et pieni di mortali serpenti: duro viag- 
gio, per lo quale si conviene ire. per conservare la libertà 
della patria. La pazienza si rallegra delle cose dure, però 
che sono dolci alla virtù, et le cose oneste sono più liete 
quando elle s' acquistano con gran fatica ». Et tiensi che 
quello paese sia tanto sterile et renoso, perchè già fu co- 
perto dal mare; et questo si può comprendere, però che 
in quello paese non si trova acqua viva, et la rena non 
è altro che terra lavata dall'acqua: et per questo si può 
sapere che gli elementi non scemono mai, ma lievonsi al- 
cuna volta d'una parte et pongonsi in una altra; et però 
si crede che quella acqua, della' quale era coperta Libia et 
Numidia, sia oggi altrove. Trovasi che quando Ercole tagliò 



342 

quella montagna che è verso il Ponente, fra Setta et Sibi- 
lla, eh' è una aperta bene di spazio di quindici miglia, che 
T acqua del mare vicino prese per quella la via, et fece il 
mare Mediterraneo, il quale dura infino air Esponto, e'1 
mare Egeo et altri bracci di mare; onde allora Libia et 
Numidia, dove era più alto il mare, rimasono scoperte et 
lasciate dall' acqua — vendetta di Dio quanto. Però che 
PAuttore distingue le pene come appresso si conterà, le 
quali sono date a tre maniere di peccatori, come sono dis- 
pregiatori di Dio, usurieri , et peccatori contro a natura; et 
queste pene sono grandi come si conviene al peccato; per 
rimuovere da cotali peccati gli animi degli uomini, chiama 
et grida quanto la vendetta, ciò è la giustizia di Dio, deb- 
bo esser temuta; quasi voglia dire molto. Et dice qui ven- 
detta, impropriamente usando questo vocabolo, però che 
F opere di Dio sono tanto rilevate sopra noi che i nostri 
sensi nolle possono comprendere, se non per vocaboli et 
per similitudini naturali, come che non.sieno simili; ma 
per questo modo se ne può avere alcuna scienzia — D'ani- 
me innude riddi. Qui comincia a distinguere le pene che 
avevono i peccatori — Sovra tutto il sabbion. Dice che falde 
di fiamma cadeano sopra questi peccatori, eh 9 erano innu- 
di, et dice essere come falde di nieve non percosse dal 
vento, che sono maggiori, però che'l vento le percuote et 
divide et falle minori — Quale Alessandro in quelle parti. 
Andando Alessandro re di Macedonia in quelle parti calde 
d'India, per combattere col re Ciro di Persia, per la cal- 
dezza del sole et dell'aere, gli vapori affocati vidde discen- 
dere sopra Toste sua; contro alla qual pestilenzia Ales- 
sandro , prò wide, che comandò alla gente sua che scalpi- 
tasse quella terra, dove ardeano quelli vapori, acciò che 
P uno vapore non si congiugnesse coli' altro a rendere mag- 
gior caldo — Senza riposo mai. Dà la similitudine a coloro 
che sono in certe danze, che spesso menono le mani, che 
si chiama questa cotal danza tresca a Napoli et in quel 
paese — Incominciai: Maestro. Tu vinci ogni cosa, dice a 
Virgilio, fuori che i demonj che ci serrorono le porti alla 



343 

città di Dite; però che Virgilio aveva vinti infino a quivi 
tutti i demonj che li avevono spaventati, come dinanzi a 
parte a parte è stato narrato; et a quelli bisognò che l'A- 
gnolo venisse con una verghe tta ad aprire la porta. Et 
questo non vuol dire altro, se non che la ragione dimo- 
strativa, la quale s'intende per Virgilio, vince ogni cosa 
fuori che r ostinazione — Chi è quel grande. Questi fu Cam- 
paneo: onde egli è da sapere che Edippo re di Tebe, come 
scrive Statio, veggendosi dispettare da' figliuoli , et essen- 
dosi accorto come egli fu ingannato, et tolta per moglie 
la madre, si disperò, et in presenzia de 9 figliuoli si trasse 
gli occhi, et andò a nascondersi in certe solitudini; onde 
il reame venne nelle mani de' figliuoli, ciò è di Tiocles 
et di Pollinices: et però che il reame non parve loro da 
dividere, feciono questa convegna, che l'uno di loro si 
partisse et stesse uno anno, et in questo anno signoreg- 
giasse questo che rimanesse; et poi l' altro tornasse l' anno 
seguente, et quelli ch'era stato uno anno si partisse. Et 
però che Tiocles era il maggiore, rimase a lui il primo 
anno il reame. Polinice si parti, et andò in Grecia a una 
città che si chiamava Argo, la quale signoreggiava Adastra 
re, il quale Adastra ricevette Polinice cortesemente (1); et 
saputo chi egli era, gli diede per moglie la figliuola: poi, 
compiuto il termine d'uno anno, questi ridimandò il rea- 
me al fratello co' patti ordinati. Il fratello gliel negò: onde 
Polinices richiese le sue amistadi (2), e '1 suocero, et poi si 
mossono di Grecia et vennono verso Tebe, et furono sette 
re. Il re Adastra, Polinices, Gampaneo, del quale racconta 
l'Auttore, et altri quattro re; et essendo costoro ad assedio 
a Tebe, Gampaneo, ch'era orgoglioso et superbo, combat- 
tendo con scale montò in sulle mura di Tebe; et incomin- 
ciò a dire villania a' Tebani , et contro loro Iddii dicendo: 
9 Tebani, ov'è testé, Bacco et Ercole vostri Iddii? che 
non chiamate ch'ellino vi soccorrine)? Ma che dico io? se 

(1) Adastra. Non accade il dire che questi é Adrasto. 

(2) Le sue amistadi. Cioè gli alleati e confederati suoi. 



344 

Jove medesimo ci fosse, non vi poterebbe atare » . Dicendo 
queste parole., discese da cielo una piova con grandissi- 
mi troni, et subito una saetta con gran turbine uccise 
costui T ultimo di della sua vita; onde incontanente cadde 
a terra delle mura — Se Jove stanchi. Dice Campaneo, che 
con ciò sia cosa ch'elli fosse molto superbo et dispettoso 
con tra agl'Iddìi, che Giove non poterebbe fare vendetta di 
lui, s'elli stancasse tutti i fabbri suoi. Onde egli è da sa- 
pere che Vulcano, il quale abitava nell'isola di Cicilia, fu 
detto fabbro di Giove, et gli altri fabbri suoi , cbe general- 
mente furono chiamati Ciclopi, contavono i poeti che quan- 
do Giove voleva fulminare alcuno per offesa commessa» 
ch'egli richiedea questi suoi fabbri che fabricassono le 
saette; et questi fabbri andavono neir isola di Cicilia, et in 
altre sette isole d'intorno, ove ha continuamente fuoco, 
et ivi a quelle fiamme fabricavono le saette. Et fingeono 
questo i poeti, però che Mongibello, ciò è Etna, getta mag- 
gior fuoco che veruna altra parte che si trovi; et però 
diceono che ivi si fabricavono le saette di Giove. Et è 
cosa mirabile di quello monte Vulcano, che dall' una parte 
del monte è tutto arso, pieno di queste pietre che noi 
chiamiamo pomici; et l'altra parte del monte è piena di 
giardini et di fontane — Si come fece alla pugna. Egli è 
da sapere che Saturno fu padre di Giove; et é vero che 
Nembrot, che fece la gran torre di Babel , ebbe molti figliuo- 
li, il primo ebbe nome Crete, che fu il primo re di Gre- 
cia: il suo regno incominciò nell'isola di Creti; et per lui 
fu quell'isola dinominata, eh' è verso Romania. Appresso 
a lui fu il re Celus suo figliuolo. Questo Celus ebbe più 
figliuoli, chel primo fu Saturno, che rimase doppo la 
morte del padre solo con uno suo fratello nome Titanio. 
Questi furono in concordia che il reame di Creti rimanessi 
un tempo all'uno, et uno tempo all'altro. Rimaso Saturno 
nel reame, et compiuto il termine che vi dovea stare, il 
fratèllo raddimandava il reame. Saturno, per consiglio et 
della madre et dellq sirocchie, gliel negò et noi volle ren- 
rendere: il fratello, veggendosi mal parato, fue in concor- 



348 

dia con lui che tutti i figliuoli che nascessono a Saturno 
si dovessono uccidere et essergli rappresentati; et di Satur- 
no fosse il reame mentre eh 9 egli vivesse: et questo facea, 
perchè egli avea molti figliuoli: volea che Saturno ucci- 
desse i suoi figliuoli, si che, dopo la morte di Saturno, 
rimanesse il reame a 9 suoi. Avvenne che, doppo la concor- 
dia, Saturno ebbe d'Òpis sua moglie Jove, Nettuno, et 
Plutone; et come egli erono nati gli mandava in qua et 
in là, et celavagli al fratello, et non rappresentava, se 
non le femmine, Junone et V altre due. Onde il buon uomo, 
accortosi del fatto, s'adirò, et con quello sforzo che fare 
potè venne contro a Saturno. Saturno, atato da Jove suo 
figliuolo, finalmente combattendo uccise il fratello et scon- 
fisse la sua gente, et rimase signore. Et avuto Saturno re- 
sponso da 9 suoi àuguri che Giove suo figliuolo il do ve a cac- 
ciare del reame, ordinava di fare morire Giove. Giove, ac- 
cortosi, cacciò Saturno con suo sforzo fuori del reame, et 
Giove rimase signore. Dicono i poeti che della battaglia 
che fu tra Saturno et il fratello, che del sangue che si 
sparse si bagnò la terra et nacquonne giganti; et questi 
giganti vogliono intendere i poeti i figliuoli del fratello 
di Saturno et altri loro seguaci , non grandi di corpo, ma 
di potere. Si dee intendere questi colali giganti raddiman- 
davano il reame a Giove, che toccava a loro fra" patti fatti 
tra Saturno et il loro padre: et questo è quello che dico- 
no i poeti, che i giganti combatterono con Jove per torgli 
il cielo, ciò è il reame, et raunoronsi in uno luogo che 
si chiama Flegra, onde fu ivi gran battaglia tra loro: onde 
Giove colle saette et altri generi d'arme gli sconfisse et 
vinse, et rimase signore. Et questo è quello che tocca 
FÀuttore — Tacendo divenimmo. Trovorono che usciva fuori 
della selva uno fiumi ce Ilo rosso com'è scritto nel testo. 
— Quale del Bulicame esce. Fatto dice che era il fiumicello 
come il ruscelletto, il quale le peccatrici che stanno ivi 
presso per lavare loro panni volgono in co tali viottoli, 
come appare agli occhi, chi va in quello luogo, il quale 
ruscelletto esce del bagno di Viterbo detto Bulicame, ciò 



346 

è bollicarne — Poscia che noi entrammo. A differenzia, ac- 
ciò che ne sia schiusa quella porta di Dite, la quale fu 
serrata all'Auttore et a Virgilio, dice di quella dello 'nfer- 
no superiore, la quale Cristo spezzò quando ne trasse i 
santi Padri — Notabile com 9 è il presente rio. Per le cose 
che appresso si diranno nel presente capitolo, che sono 
maravigliose et di gran sentenzia, dice Virgilio all'Auttore, 
che poi eh 9 elli fu air inferno non vidde cosa più notabile. 

— Che mi largisse il pasto. Poi che Virgilio gli ha dato 
colle parole sue desiderio di sapere, ch'egli gli dia pasto, 
ciò è materia la quale sazj suo desiderio — In mezzo mar. 
In mezzo il mare è uno paese, il quale è disabitato et non 
coltivato, ciò è Creti, il quale paese fu signoreggiato da 
Saturno, come che Saturno non s' intitolassi re di Creti , 
ma intitolossi re d'Olimpo, eh" è uno monte altissimo et 
grande; et similmente Giove fu re d'Olimpo, eh' è uno 
monte altissimo et grande, et però è chiamato il cielo 
Olimpo da' poeti. Sotto questo Saturno dice che fu il mon- 
do casto, ciò è che gli uomini vivevono castamente, non 
tanto d'astenersi dal peccato della libidine, ma erono gli 
uomini casti, ciò è senza veruna mala cupidità d' acquista- 
re, ma avevono V appetito loro diritto alla virtù — Una 
montagna v' è. Questa montagna fu in Creti chiamata Ida , 
la quale era adorna et piena d' àlbori et di fontane : ora 
è non coltivata et disabitata et guasta — Rea la scelse già. 
Rea fu moglie di Saturno; et però che patti erano stati 
tra Saturno et Titanio suo fratello, che tutti i fanciulli 
maschi che nascessono a Saturno, come innanzi è slato 
detto, egli gli dovesse fare morire, Rea, partorito Jove, 
Plutone et Nettuno, non gli rappresentò, ma occultagli, et 
mandogli a notricare in questa montagna d'Ida, et tene- 
vavi gente che gridavono et bussavono, acciò che niuno 
potesse sentire il pianto de' figliuoli. — Dentro dal monte. 
Dice che in su questo monte sta uno uomo vecchio, et 
guarda Roma, ciò è verso il suo fine, però che questo 
vecchio, com'è detto, è a significare il corso dell' etadi. 

— La testa sua è di. Ciò è la prima età, la quale dicemmo 



347 

essere simile all'oro — Ciascuna parte, fìwr che Foro. Che 
fu il vivere senza fine, com'è detto: ciascuna altra parte 
della statua era fessa, et per questo fesso gettono lagrime, 
le quali lagrime raccolte insieme forano la grotta, ciò è 
quella parte della montagna, et vanno così air inferno per 
quella, ciò è per una doccia stretta. Doccia è detta da 
questo verbo duco ducis, però ch'ella conduce et mena 
acqua da uno a uno altro luogo — Fanno Acheronta. Que- 
ste lagrime fanno quattro fiumi, Acheronta, Stige, Flege- 
tonta et Cocito — In fin là ove più. Ciò è colà dove più 
non si scende, ciò è nel fondo d'inferno; et Cocito è ivi: 
il vederai — Et io a lui: se 9 l presente. Dice PAuttore a 
Virgilio: Se questo rigagno (rigagno è detto da Rigo rigas 
che sta per rigare), viene dal mondo, come nollo abbiamo 
noi trovato? Et Virgilio rispose: Tu sai che, come noi sia- 
mo molto ascesi pure a mano sinistra, et questo inferno 
é tondo, come detto è, non se' tu ancora venuto per tutto 
il cerchio, si che, se cosa nuova apparisse, non ti maravi- 
gliare — Et io a lui. Chiaro appare — Rispose: ma il bol- 
lore. Virgilio, maravigliandosi delPAuttore, risponde et dice: 
Per te medesimo dovevi immaginare, quando noi nel xu° 
capitolo trovammo in quello fiume del sangue bogliente 
Azzolino da Romano, Atile, et quei tiranni, che quello era 
Flegetonta, però che '1 bollor del sangue tèi dovea mostra- 
re, per che tanto vuole dire Flegetonta quanto Incendio. 
— Lete vedrai. Lete è uno fiumicello al fine del purgato- 
rio, dove vanno F anime a lavarsi, poi che sono purgate, 
il quale dice che FAuttore troverà ancora — Poi disse: ornai 
Poi disse: Egli è tempo di mutare luogo: gli argini che non 
sono bagnati fanno una via che non é arsa; et per quella 
il conforta che vada dirieto a lui. Et cosi ha fornito il 
capitolo. 



CANTO XV. 



Ora cen porta Y un de' duri margini , 
E il fummo del ruscel di sopra aduggia 
Sì, che dal fuoco salva P acqua e gli argini. 

Quale i Fiamminghi tra Guzzante e Bruggia, 
Temendo il fiotto che ver lor s' avventa, 
Fanno lo schermo, perchè il mar si fuggia; 

E quale i Padovan lungo la Brenta, 
Per difender lor ville e lor castelli, 
Anzi che Chiarentana il caldo senta; 

A tale imagine eran fatti quelli, 
Tutto che né sì alti né sì grossi, 
Qual che si fosse, lo maestro felli. 

Già eravam dalla selva rimossi 
Tanto, eh' io non avrei visto dov' era , 
Perch'io indietro rivolto mi fossi, 

Quando incontrammo d' anime una schiera , 
Che venia lungo V argine , e ciascuna 
Ci riguardava, come suol da sera 

Guardar l'un l'altro sotto nuova luna; 
E sì ver noi aguzzavan le ciglia, 
Come vecchio sartor fa nella cruna. 



319 

Cosi adocchiato da cotal famiglia, 
Fui conosciuto da un, che mi prese 
Per Io lembo, e gridò: Qual maraviglia? 

Ed io, quando il suo braccio a me distese, 
Ficcai gli occhi per lo cotto aspetto 
.Sì, che il viso abbruciato non difese 

La conoscenza sua al mio intelletto; 
E chinando la mia alla sua faccia, 
Risposi: Siete voi qui, ser Brunetto? 

E quegli: figli uol mio, non ti dispiaccia, 
Se Brunetto Latini un poco teco 
Ritorna indietro, e lascia andar la traccia. 

Io dissi lui: Quanto posso ven preco; 
E se volete che con voi m' asseggia, 
Faròl, se piace a costui, che vo seco. 

figliuol, disse, qual di questa greggia 
S' arresta punto, giace poi cent' anni 
Senza arrostarsi quando il fuoco il feggia. 

Però va oltre: io ti verrò a' panni, 
E poi rigiugnerò la mia masnada, 
Che va piangendo i suoi eterni danni. 

Io non osava scender della strada 
Per*andar par di lui: ma il capo chino 
Tenea, come uom che riverente vada. 

Ei cominciò: Qual fortuna o destino 
Anzi l'ultimo dì quaggiù ti mena? 
E chi è questi che mostra il cammino? 

Là su di sopra in la vita serena, 
Risps' io lui, mi smarrì* in una valle, 
Avanti che l'età mia fosse piena. 

Pur ier mattina le volsi le spalle: 
Questi m' apparve, tornand' io in quella, 
E riducemi a ca per questo calle. 

Ed egli a me: Sa tu segui tua stella, 



380 

Non puoi fallire a glorioso porto, 
Se ben m'accorsi nella vita bella: 

E s' io non fossi sì per tempo morto, 
Veggendo il cielo a te così benigno, 
Dato t' avrei all' opera conforto. 

Ma quell'ingrato popolo maligno, 
Che discese di Fiesole ab antico, 
E tiene ancor del monte e del macigno, 

Ti si farà, per tuo ben far, nimico: 
Ed è ragion; che tra li lazzi sorbi 
Si disconvien fruttare al dolce fico. 

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi, 
Gente avara, invidiosa e superba: 
Da' lor costumi fa che tu ti forbi. 

La tua fortuna tanto onor ti serba, 
Che T una parte e l' altra avranno fame 
Di te; ma lungi fia dal becco l'erba. 

Faccian le bestie fiesolane strame 
Di lor mcdesme, e non tocchin la pianta, 
S' alcuna surge ancor nel lor letame, 

In cui riviva la sementa santa 
Di quei Roman, che vi rimaser, quando 
Fu fatto il nido di malizia tanta. 

Se fosse pieno tutto il mio dimando, 
Risposi lui, voi non sareste ancora 
Dell'umana natura posto in bando: 

Che in la mente m' è fitta, ed or mi accora, 
La cara e buona imagine paterna 
Di voi, quando nel mondo ad ora ad ora 

M'insegnavate come l'uom s'eterna: 
E quant'io l'abbo in grado, mentre io vivo 
Convien che nella mia lingua si scerna. 

Ciò che narrate di mio corso scrivo, 
E scrbolo a chiosar con altro testo 
A donna che il saprà, s' a lei arrivo. 



351 

Tanto vogP io che vi sia manifesto, 
Por che mia coscienza non mi garra, 
Che alla fortuna, come vuol, son presto. 

Non è nuova agli orecchi miei tale arra: 
Però giri fortuna la sua ruota 
Come le piace, e '1 villan la sua marra. 

Lo mio Maestro allora in sulla gola 
Destra si volse indietro, e riguardommi; 
Poi disse: Bene ascolta chi la nota. 

Né per tanto di men parlando vommi 
Con ser Brunetto, e dimando chi sono 
Li suoi compagni più noti e più sommi. 

Ed egli a me: Saper d'alcuno è buono: 
Degli altri fia laudabile il tacerci, 
Che il tempo saria corto a tanto suono. 

In somma sappi, che tutti fur cherci, 
E letterati grandi e di gran fama, 
D' un medesmo peccato al mondo lerci. 

Priscian sen va con quella turba grama, 
E Francesco d'Accorso anco, e vedervi, 
S'avessi avuto di tal tigna brama, 

Colui potei che dal Servo de' servi 
Fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione, 
Ove lasciò li mal protesi nervi. 

Di più direi; ma jl venir e il sermone 
Più lungo esser non può, però eh' io veggio 
Là surger nuovo fummo dal sabbione. 

Gente vien con la quale esser non deggio. 
Sieti raccomandato il mio Tesoro 
Nel quale io vivo ancora; e più non cheggio. 

Poi si rivolse, e parve di coloro 
Che corrono a Verona il drappo verde 
Per la campagna; e parve di costoro 

Quegli che vinbe, e non colui che perde. 



352 



CANTO XV. 



Ora cen porta Pun de 9 duri margini. L'Auttore, poi 
ch'egli ha narrato nel precedente capitolo come, poi che 
vidde essere tempo da seguire sua materia per trattare più 
innanzi, lasciò la selva et tenne lungo il fiume, nel pre- 
sente, continuando suo poema, dice che andava su per 
V argine del fiume: i quali argini, però ch'erono bagnati, 
facevono la via più agevole, et meno offesa da' vapori. Di- 
videsi il presente capitolo in due parti; la seconda comin- 
cia quivi: Già eravam dalla selva. La prima parte l'Aut- 
tore brievemente ordinando, acciò che la descrizione della 
via per la quale egli tiene appaja chiara et in propria for- 
me com' ella giace allo studente del presente libro, la di- 
mostra apertamente per due similitudini ovvero esempli. 
Nella seconda, dette alcune proprietà del fiottare che fa 
il mare ne' luoghi bassi, et qual sia la cagione del movi- 
mento sposto su nella prima parte, in questa, distesa- 
mente ampliando sua materia, dimandandolo ser Brunetto 
Latini dimestico et noto delPAuttore, quale fortuna il con- 
ci ucea in quelli luoghi, et confortando a seguire sua opera, 
però che gli dice lui essere bene disposto et bene ordinato 
da' cieli a dovere essere in lui nobile ingegno, et nato sotto 
benigne stelle, tali che, come che alcuno arduo gì' inter- 
venga per malignità del luogo dove nacque, gli dice che» 
seguitando il corso della natura sua, non può fallire ch'egli 



353 

non venga a glorioso fine. Et appresso, faccendo TAultore 
nominare certi peccatori a ser Brunetto, puniti in questo 
loco con lui per uno medesimo peccato, finalmente a 
un'ora si parte da lui et compie suo capitolo. 

Ora ce rC porta P un. Chiaro appare per quello eh" ò 
narrato di sopra — E'I fummo del ruscel. Com'è d'usanza 
negli altri fiumi, che certi fummi umidi surgono dall'acque, 
i quali sogliono gettare umiditi et freddo alle rive, cosi 
da questo uscia uno fummo umido et aquoso, che amor- 
tava et spegnea le fiammelle che piovevono in sulle rive 
et nel fiume — Quali i Fiamtnghù Bruggia è una città in 
Fiandra, buona di mercatanzia: Guizzante è ancora in 
Fiandra, bonissimo porto di mercatanzia; et però che ivi 
il mare cresce due volte fra di et notte, qual sia la ca- 
gione dice Lucano: Ventus ab extremo ec. et elli dice la 
cagione di questo crescere et discrescere essere il vento, il 
quale viene dallo estremo polo artico, il quale gonfiando il 
mare il fa alzare, et non soffiando l'abbassa; o veramente 
F onda è mossa dalla seconda stella , ciò ò di Mercurio, 
et è cagione di questo accidente; o il mare è mosso dalle 
proprietà della luna; o veramente che'l sole, per tempe- 
rare le sue fiamme, tira a sé il mare et fallo movere. 
Neir ultimo conchiude qual sia di queste cagioni non 
sapere; ma pare che si creda comunemente che la na- 
tura per se stessa produca questo effetto per conservazio- 
ne dell'acqua, però che, se'l mare stesse fermo, l'acqua, 
diverrebbe putrida, et per quel muovere si conserva insie- 
me. Ora i Fiamminghi, per questo cotal crescere del ma- 
re, acciò che'l fiotto non venga ne' loro campi et nelle 
loro semenze, fanno argini, ciò è ripe tra Guizzante et 
Bruggia — Lungo la Brenta. Egli è vero che Antenore, 
partitosi di Troja con gente che'l seguitò, che si chiamo- 
rono, per lo luogo onde egli erono, Venetri, fondò et fece 
priemeramente la città di Padoa; et per quella gente fu 
già dello tutto quel paese di Padoa Vinezia; come che i 
Viniziani si pigliassono poi quello nome. Corre per lo pa- 
dovano uno fiume chiamato la Brenta, il quale fiume di 

23 



354 

verno è piccolo; ma, però eh 9 egli nasce dell' alpe di Chia- 
rentana, et quell'alpe é piena di neve, quando viene verso 
l'estate del mese di maggio, la neve si disfà per lo caldo, 
e'1 fiume cresce et forte esce del suo letto; onde i Padova- 
ni, temendo che l'acqua non entri ne' loro campi, anzi 
che venga la state, fanno argini lungo il fiume — A tale 
imagine eran. A quella similitudine, et di Padoa et di 
Fiandra, erano quelli argini che l'Auttore truova in infer- 
no — Quando scontrammo. Chiaro appare — Ci riguardava 
come suol. Come suole guardare l' uno l' altro quando la 
luna è nuova, che non si possono distinguere chiaramente 
le cose — Sì che'l bruciato viso. Non li. tolse il conoscerlo, 
bene che'l viso fosse bruciato dalle fiamme — S'arresta 
un punto. Poi per pena gli è dato e. anni di non potersi 
arrostare — Io non osava scender della. Usa queste parole 
TAuttore per onorarlo. Fue costui ser Brunetto Latini da 
Firenze, il quale fu valente uomo, però che egli fu grande 
rettorìco, et uomo moralissimo, notajo: et avendo fatto 
una carta, et essendone stato accusato, potevasi scusare 
troppo bene, et aveva colore di potere dire che quello che 
avea fatto, l'avesse fatto per ignoranzia: fu tanto sdegnoso 
che mai non volle dire che per ignoranza egli avesse fatto 
nulla, come quelli che si sentiva avere assai bontà; onde, 
non comparendo, fu condennato per falsità. Onde ser Bru- 
netto si partì et andò in Francia, ove elli stette per assai 
tempo, et divenne per studio assai più valente uomo ch'e- 
gli non si partì da Firenze. Compose a Parigi uno libro, 
il quale fu et è notabile et bello libro, chiamato il Tesoro, 
dove egli tratta d'assai belle cose et notabili in lingua 
francesca; et avea in prima fatto un altro libretto in rima 
in italiano, chiamato il Tesoretto. Fu costui mentre eh' elli 
visse singulare amico dell'Auttore come appare nel testo. 

— Ricominciò: Qual fortuna. Ciò è, qual disposizione di 
cielo t' ha condotto quaggiù? disse ser Brunetto all'Auttore. 

— Risposi lui: mi smarrf. Dice che, innanzi che l'età 
sua fosse piena, ciò è nel mezzo del camin di questa vita, 
eh' è ne' xxxv anni, secondo il Salmista, si smarrì in una 



355 

valle, della quale valle, com'è detto nel J° capitolo di 
questo libro, Virgilio con suoi conforti il trasse — Pur 
ter mattina. Qui mostra che sia compiuto uno di naturale, 
poi che l 1 Aulto re cominciò quest' opera — Questi. Ciò è 
Virgilio — Tua stella. Fue ser Brunetto, com'è detto, molto 
amico deU'Auttore; et per arte d'astrologia mostra ciTelli 
avessi saputo, il di del nascimento deU'Auttore, sotto quale 
costellazione et sotto l'ascendente di quale stella egli era 
nato, et per questo modo vedesse che, secondo natura, 
Dante era disposto bene a essere d'assai et valente uomo; 
et però dice che non può fallire eh 9 egli non venga, come 
innanzi è stato detto , a glorioso fine — Dato f averei al- 
l' opera conforto. Chiaro appare — Ma quello ingrato popolo. 
Poi che fu disfatta per Cesare la città di Fiesole, scese al 
piano con sua oste presso al fiume d'Arno, là dove Fiori- 
no con sua gente era stato morto da' Fiesolani. In quel 
luogo fece cominciare a edificare una città, acciò che Fie- 
sole mai non si rifacesse, et rimandò i cavalieri latini, i 
quali seco aveva, arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani. 
Adunque, compreso lo edificio della città, et messovi den- 
tro due ville chiamate l'nna Camarle et l'altra Villa Arni- 
na, volea quella appellare Cesarea. Il Senato di Roma, sen- 
tendolo, non sofferse che Cesare per suo nome la nomi- 
nasse; ma feciono decreto et ordinorono che quelli mag- 
giori signori ch'erano stati alla guerra di Fiesole et allo 
assedio, dovessono andare a edificare con Cesare insieme, 
et popolare la detta città; et qualunque di loro soprastesse 
. al lavorio, ciò è facesse più tosto il suo edilìzio, appellasse 
la città di suo nome. Quanto la città fosse grande, et dove 
si stendeano i muri della città, che questi cittadini romani 
feciono, non si truova cronaca che ne faccia menzione; se 
non che, quando Totile flagellum Dei la distrusse, fanno 
le storie menzione ch'era grande. Costoro con Cesare in- 
sieme, si studiorono ciascuno di compiere il suo lavorio 
preso con ordine fatto fra loro: a un'ora avvenne che 
ciascuno il compiè, si che niuno ebbe a dare il nome alla 
città; ma per molti al cominciamento fu chiamata Roma 



386 

la picciola; altri V appellorono Floria, perchè Fiorino fu 
ivi morto, che fa il primo edificatore di quello luogo, et 
fu in opera d'arme et di cavalleria fiero, et in quello 
luogo e campi intorno ove fu la città edificata, sempre 
nascea fiori et gigli; et però la maggior parte degli abita- 
tori furono consenzienti di chiamarla Floria, sì che fosse 
in fiori edificata, ciò è con molte delizie. Et cosi fu popo- 
lata della migliore gente di Roma, et de' più sufficienti, 
mandati per senatori, di ciascuno rione di Roma per erra- 
ta, (1) come toccò per sorte che l'abitassono; et tolsono con 
loro quelli Fiesulani che vi vollono abitare et dimorare. 
Ma poi la città per lungo uso fu nominata Florenzia, ciò 
è Fiorita. Ma quello che più tosto intende TAuttore è della 
seconda volta che Fiesole fu disfatta pe' Fiorentini. Onde 
egli è da sapere che, al tempo d'Arrigo primo imperadore, 
quelli della città di Firenze erono molto cresciuti di gente 
et di potere per Pajuto delli Imperadori, et di Otto impe- 
radore, et del secondo et del terzo, che sempre la favoreg- 
giorono; et come Firenze crescea, cosi Fiesole mancava, 
avendo sempre guerra insieme. Et veggendo i Fiorentini 
che per forza nolla potevono avere, feciono triegua co' Fie- 
solani, et lasciorono il guerreggiare con loro: et cosi di 
triegua in triegua si cominciorono addimesticare insieme, 
et piccola guardia facea 1' uno dell' altro. Et veggendo i 
Fiorentini, avendo cosi fatta fortezza sopra capo come era 
Fiesole, la loro città non potea fare grande montata (2), pro- 
vedutamente et sagacemente una notte misono aguato di 
loro gente armata da più parte di Fiesole. I Fiesolani, 
essendo assicurati da' Fiorentini, et non prendendo guardia 
di loro, la mattina della loro festa principale di santo Ro- 
molo, aperte le porti et disarmati, molti Fiorentini entra- 
li) Per errata. Lo stesso che Pro rata, cioè Di ciascun rione 
un dato numero di uomini. Per errata è idiotismo tuttora vivo per il 
contado. 

(2) Non potea fare grande montata. Non poteva crescere di potenza 
e di forza. 



357 

rono dentro sotlo titolo d'andare alla festa. Essendo ciò 
fatto, gli agnati annali presono, et fatto cenno a Firenze 
come ordinato era, tutti i Fiorentini si missono a cavallo 
et a pie et montarono al poggio; et saliti neir altezza (1), 
entrorono nella città et corsono la terra tutta senza uccì- 
dere o danneggiare, salvo che i difendi tori d'essa, i quali 
furono pochi nobili fiesolani: onde i Fiesolani, così im- 
provviso veggendosi assalili, parte di loro fuggirono nella 
ròcca, la quale era fortissima, et ivi si tennono lungo 
tempo; ma, essendo da 9 Fiorentini presa la città di sotto 
alla ròcca, et disperse le fortezze et le genti che si con- 
tendeano, P altro minore popolo s' arenderono a patti che 
non fussono morti né rubati di loro cose. I Fiorentini fe- 
ci ono la loro volontà della città, salvo che'l vescovado 
rimanesse in sua jurisdizione. Allora i Fiorentini, così 
patteggiati, feciono che chi volessi de" Fiesolani abitare in 
Firenze venisse sano et salvo, et sarebbe trattato cittadi- 
nescamente, et arebbe libertà di tutti i suoi beni et cose; 
et chi non volesse, andassi et abitasse in quali parti a lui 
piacesse. Per la qual cosa gran parte ne venne ad abitare 
in Firenze, et altri n'andorono d'attorno ad abitare per 
Io contado, ove avevono loro possessioni; et ciò fatto, la 
città, vota di gente et di cose, i Fiorentini la feciono ab- 
battere et tutta disfare, salvo il Vescovado et certe altre 
chiese; et la ròcca, che ancora si tenea. Et ciò fu negli 
anni di Cristo m. x. Allora furono fatti i Fiesolani cittadini 
di Firenze, et furono uno medesimo popolo; et per più 
pace, raccomunorono Parme, eh 9 e Fiorentini portavono il 
campo vermiglio et il giglio bianco, et i Fiesolani porta- 
vono il campo bianco et una luna cilestra; si che levo- 
rono il giglio dell'arme de' Fiorentini et la luna dell'arme 
de 9 Fiesolani, et feciono Parme dimezzata, la quale si solea 
portare in sul Carroccio; et ancora s'appicca per le feste 

(1) Nell'altezza, In cima al poggio, dove é la città di Fiesole. 
Anche Dante, parlando di un poggio, disse: Ch' i' perde* la speranza del- 
l' altezza. 



388 

in san Giovanni. — Che discese di Fiesole. Chiama il popolo 
di Firenze ingrato et maligno, et dice che discese di Fiesole, 
com'è detto — Et tiene ancor del monte et del macigno. Ciò è 
quel popolo tiene del monte, ciò è del montanaro, del co- 
stume suo antico: et del macigno, ciò è della durezza usata. 
— Ti si farà per tuo ben. Gli uomini che sono buoni sono 
odiati et nemici de" rei, si che per fare bene si diventa loro 
nimico — Et è ragion, che. Che non è convenevole che'l 
fico, che è frutto dolce, sia in uno còlto (1) insieme colle 
sorbe, che sono lazze; intendendo TAuttore sotto questa 
metafora, so per la dolcezza del fico, e' Fiorentini per la 
lazzezza delle sorbe — - Vecchia fama nel mondo li chiama orbi. 
Conta Giovanni Villani nella Cronaca, come negli anni di 
Cristo m.g.xvij i Pisani feciono una grande armata di galee, 
et andorono sopra l'isola di Majolica, la quale teneano i 
Saracini: et come fu ita la detta armata, i Lucchesi per 
comune vennono a oste sopra Pisa; et i Pisani, avendo la 
novella, per paura non ardirono andare più innanzi; et 
ritrarsi della impresa non parea loro che fosse onore. 
Mandorono a' Fiorentini , i quali in quelli tempi erano 
amici loro, et pregorono ch'egliono guardassono la città 
loro. I Fiorentini accettorono graziosamente, et ciò rispo- 
sto, vi mandorono gente a pie et a cavallo; et giunti presso 
a Pisa a due miglia s'accamporono, et per loro onestà non 
vollono entrare in Pisa, perchè alle donne non fosse fatta 
villania; et mandorono uno bando che niuno entrasse in 
Pisa a pena della persona: onde entratovi un di loro, il 
Podestà il condennò nella testa. I Pisani antichi rimasi in 
Pisa, sentendo questo, pregorono il Podestà che per loro 
amore gli perdonasse: il Podestà ricusando, i Pisani dis- 
sono che non voleano ch'egli il facesse in sul loro terre- 
no: il Podestà segretamente da uno villano comperò uno 
campo in nome del Comune di Firenze, et ivi gli fece 
mozzare il capo. Poi, tornata Toste de' Pisani dal conqui- 
sto di Majolica, ringraziorono i Fiorentini, et sopra ciò 

(1) In uno colio. In un medesimo campo coltivato. 



389 

dissono eh- elli pigliassono quale delle due cose voi essono 
recare dal conquisto, o le porti del metallo, o le due co- 
lonne di profferito. I Fiorentini chiesono le colonne: i 
Pisani le mandorono fasciate di scarlatto (per alcuno si 
dice che innanzi che le mandassono le feciono affocare), 
le quali colonne si posono dirimpetto alle reggi di san 
Giovanni. È per questo comune openione, perchè i Fio- 
rentini non guardorono le colonne et furonne ingannati, 
che per questo Tossono chiamati Fiorentini ciechi. Ma la 
cronica dice, et è più verisimile, che fu che, con ciò sia 
cosa che, come è narrato ne" precedenti capitoli, quando 
si fece menzione come Totile flagellum Dei promisse a' Fio- 
rentini che, s'egli il mettessino nella terra, ch'egli sareb- 
be loro amico et ajuterebbegli contro a" Pistoiesi loro ni- 
mici; onde i Fiorentini, sotto questa fidanza, che fu vana 
et sciocca a credere et fidarsi del nimico loro, il quale 
come fu dentro disfè la città di Firenze, però quindi pre- 
sono il nome, et furono chiamati Fiorentini ciechi — Gente 
mura, invidiosa. Et se i Fiorentini sono avari, invidiosi 
et superbi, come dice l'Àuttore, l'effetto gli manifesta. 
— La tua fortuna. Ciò è la tua disposizione de" cieli. — 
Che runa parte et l'altra. Ciò è la parte bianca et la nera 
di Firenze aranno fame, ciò è desiderio, di vederti et d' a- 
verti et d' udirti — Ma lungi fia 9 l becco dall' erba. Et mo- 
stra sotto questa metafora che l'effetto fia di lungi dal 
loro desiderio, però che mai nollo poteranno avere — Fac* 
ciati le bestie Fiesolane strame. Ciò è paglia et fango di sé 
paedesimi, come fanno l'altre bestie strame di quello che 
hanno da rodere, et non della paglia altrui — Et non toc- 
chiti la pianta. Ciò è la pianta eh' è discesa di radice in 
radice da quello àrbore che vi piantorono i Romani, quan- 
do edificorono la città di Firenze. Egli era antica usanza 
de' Romani che quando elli voleano edificare una terra, 
che volevono che fosse bene popolata, mandavono uno 
bando per Roma che chiunque volesse andare ad abitare 
in tale luogo andassi a farsi scrivere; onde le più delle 
volte uomini poveri et di vile condizione si facevono seri- 



360 

vere in una tavola, et a costoro era dato loro certo terre- 
no et certo luogo da potersi accasare nella città: et chia- 
ma vasi questa cotale brigata Colonia. Et, come è stato 
detto, quando i Romani posono la città di Firenze soprai 
cenere di Totile, mandorono i cittadini romani ad abitare 
in Firenze, et fra questi mandorono, secondo che vuol 
fare fede l'Auttore, uomini d'una nobile schiatta di Roma 
chiamati Fregi pani; et di costoro successivamente scesono 
Eliseo, et di loro mostra essere l'Auttore — Della umana 
natura. Ciò è non aresti ancora bando della vita, fuori 
non saresti del vivere degli uomini — Che in la mente n? è 
fitta, et or m 9 accora. L'Auttore dice che sempre V amistà 
paterna ch'egli ebbe con ser Brunetto gli è stata sempre 
nella mente; et ora eh' elli il vede, più V accora, però che 
mostra che ser Brunetto gli insegnasse come l'uomo s'e- 
terna, ciò è gli mostrasse che per la scienzia gli uomini 
vivevono lungo tempo per fama. Et pone qui il finito per 
lo infinito, mostrando di licenzia poetica — Et serbolo a 
chiosar con altro. Ciò che voi mi narrate, dice l'Auttore, 
io lo scrivo, et con altro testo il serbo a Beatrice che '1 
chiosi, che mei faccia intendere, et dichiari con altro testo, 
ciò è con quello che gli fu detto alcuno arduo di sua 
vita, et sì per messer Farinata delli Uberti, et si per Ciacco 
da Firenze — Pur che mia coscienzia. Sappiate che ciò che 
mi darà la fortuna a sofferire, et bene et male, sono di- 
sposto a sostenere, pure che la mia coscenzia non mei 
contradica et mei consenta — Però giri fortuna. Faccia la 
fortuna il corso suo come le piace, che in ogni modo la 
sofferrò, et sofferendo la vincerò — E 7 villan la sua marra. 
Et però eh" elli ha chiamati i Fiesolani bestiali et monta- 
nari , qui da capo gli chiama villani: et però che la marra 
è instrumento da villani , però dice girino i villani la mar- 
ra loro come a loro piace, ciò è faccino in verso me in 
qualunche modo egli vogliono, in ogni modo sofferendo 
gli vincerò — Poi disse: Bene ascolta. Però che le parole 
che tu hai dette sono belle et notabili, dice ser Brunetto, 
chiunque le nota et tielle a mente ha apparato assai. 



36i 

— Et egli a me: saper. Sapere d'alcuno può essere utile, 
con ciò sia cosa che gli uomini, udendo le pene date a 9 
peccatori, si rimangono, per paura, di peccare — Insomma 
sappi che tutti. Cherici si può intendere però che pare 
questo vizio regnare più ne' cherici che in altra gente. La 
cagione può essere che, con ciò sia cosa che a' cherici 
sia vietato di tenere femmine, però che questo peccato 
credono fare più copertamente, s'accostano a questo vizio. 
Ancora in altro modo si può intendere, però che a Pa- 
rigi tutti gli scenziati comumente sono chiamati cherici. 
-r- Priscian seri va. Prisciano fu di Gappadocia, valentis- 
simo uomo; et fu compilatore della grammatica et trasla- 
tore: compose due volumi in grammatica, l'uno intorno 
all'ortografia et declinazione, detto Prisciano maggiore: 
l'altro intorno alla costruzione, detto Prisciano minore. 
Ora, perchè questo Prisciano non si truova ch'elli pec- 
casse in questo vizio, pare che l'Auttore ponga qui Pri- 
sciano per maestri che 'nsegnano grammatica, che comune- 
mente pajono maculati di questo vizio, forse per la como- 
dità de' giovani a' quali elli insegnano * — Et Francesco 
d'Accorso. Questi fu messer Francesco di messer Accorso 
dottore di legge; et il padre et il figliuolo tessono et l'uno 
et l' altro gran tempo nel generale studio di Bologna. Fece 
messer Accorso uno scritto sopra la legge di grande auto- 
rità, il quale al di d' oggi s' usa più che veruno altro. Fue 
messer Francesco, cittadino di Firenze, maculato ancora 
di questo vizio della sodomia — Che dal Servo de? servi. 
Fu costui messer Andrea de' Mozzi vescovo di Firenze, il 
quale fu per questo peccato disonestissimo, et ancora oltre 
a questo di poco senno: et non stava contento di tenere 
occulto il suo difetto et il suo poco senno, anzi ogni di 
volea predicare al popolo, dicendo parole sciocche et dila- 
vate: onde il Papa, sentendo la sua misera vita, gli tolse 
il vescovado di Firenze, il quale l'Auttore dinomina per 
lo fiume d'Arno che corre per Firenze, et fecelo vescovo 
di Vicenza, la qual città l'Auttore dinomina per lo fiume 
di Bachinone che corre a Vicenzia. Et parve che! Papa 



362 

questo facesse a'prieghi del fratello, che fu valente cava- 
liere et d' assai. Dice dal Servo de' servi di Dio, et da lui 
in qua tutti i Papi s'intitolano Servus servorum Dei. — Dove 
lasciò li mal protesi. Mori il vescovo Andrea a Yicenzia : et 
però ch'elli fu gottoso, pare che alcuno voglia dire che 
l'Auttore intese per questo i mal protesi nervi ; ma questo 
non è protendere, ma è ristrìgnere et ratrappare i nervi; ma 
protendere è di cosa che si stenda innanzi: et però inten- 
de de' nerbi genitali — Già surger nuovo fummo. Io dicerei 
d'altri che sono - qui tormentati; ma io veggio surgere nuovo 
fummo, eh' è segno che gente viene: però fatti con Dio (i), 
e sieti raccomandato il Tesoro, ciò è il libro del quale è 
fatto menzione, nel quale vivo, ciò è per fama — Poi si 
rivolse. Corresi a Verona uno palio verde per la campagna 
di fuori, et è d'usanza che li uomini che'l vengono a 
correre si spogliono et corronlo a pie, et dice che ser 
Brunetto parve di questi; et cosi compie suo capitolo. 



(4) Fatti con Dio. Notisi che Farsi con Dio é saluto di chi parte 
a colui che rimane, e Andarsi con Dio è. l'Andarsene. 



CANTO XVI. 



«•••■ 



Già era in loco ove s' udia '1 rimbombo 
Dell' acqua che cadea nelT altro giro, 
Simile a quel che l'arnie fanno rombo; 

Quando tre ombre insieme si partirò, 
Correndo, d'una torma che passava 
Sotto la pioggia dell' aspro marliro. 

Venian ver noi; e ciascuna gridava: 
Sostati tu , che all' abito ne sembri 
Essere alcun di nostra terra prava. 

Aimè, che piaghe vidi ne' lor membri 
Recenti e vecchie dalle fiamme incese! 
Ancor men duol, pur eh' io me ne rimembri, 

Alle lor grida il mio dottor s' attese, 
Volse il viso ver me, e: Ora aspetta, 
Disse, a costor si vuole esser cortese: 

E se non fosse il fuoco che saetta 
La natura del luogo, io dicerei 
Che meglio stesse a te che a lor la fretta. 

Ricominciar, come noi ristemmo, ei 
L'antico verso; e quando a noi fur giunti, 
Fenno una ruota di sé tutti e trei. 



364 

Qual sogliono i campion far nudi ed unti (1), 
Avvisando lor presa e lor vantaggio, 
Prima che sien tra lor battuti e punti: 

Così, rotando, ciascuna il visaggio 
Drizzava a me, sì che contrario al collo (2) 
Faceano i pie continuo viaggio, 

E, se miseria d' esto loco sollo 
Rende in dispetto noi e nostri preghi, 
Cominciò l' uno, e il tinto aspetto e brollo, 

La nostra fama il tuo animo pieghi 
A dirne chi tu se', che i vivi piedi 
Così securo per lo inferno freghi. 

Questi, Torme di cui pestar mi vedi, 
Tutto che nudo e dipelato vada, 
Fu di grado maggior che tu non credi. 

Nepote fu della buona Gualdrada: 
Guidoguerra ebbe nome, ed in sua vita 
Fece, col senno assai e con la spada. 

L'altro che appresso me l'arena trita, 
É Tegghiajo Aldobrandi, la cui voce 
Nel mondo su dovrebbe esser gradita. 

Ed io, che posto son con loro in croce, 
Jacopo Rusticucci fui; e certo 
La fiera moglie più eh* altro mi nuoce. 

S' io fussi stalo dal fuoco coverto, 



(1) Qual sogliono. I quattro Accademici, il Witte ed altri leggono 
qual soleano: io non dubito che debba dir sogliono, come legge il nostro 
codice, perché, se dovesse dir soleano, riscontro necessario dovrebbe 
essere prima che fossero e non prima che sien. 

(2) Si che contrario al collo. Io non dubito di accettare la lezione 
del commentatore si che contrario al collo faceano i pie, si perché é 
più naturale ed il verso ne viene più spedito, si ancora perchè sparisce 
la strana catacresi di far fare il viaggio al collo piuttosto che a* piedi. 
Eppure i più leggono nell'altro modo! 



365 



Gittato mi sarei tra lor di sotto, 

E credo che il Dottor Pavria sofferto; 

Ma, perch' io mi sarei bruciato e cotto, 
Vinse paura la mia buona voglia, 
Che di loro abbracciar mi facea ghiotto. 

Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia 
La vostra condizion dentro mi fisse 
Tanto che tardi tutta si dispoglia, 

Tosto che questo mio signor mi disse 
Parole, per le quali io mi pensai, 
Che qual voi siete, tal gente venisse. 

Di vostra terra sono; e sempre mai 
L' ovra di voi e gli onorati nomi 
Con affezion ritrassi ed ascoltai. 

Lascio lo fele, e vo pei dolci pomi, 
Promessi a me per lo verace Duca; 
Ma fino al centro pria convien eh' io tomi. 

Se lungamente l'anima conduca 
Le membra tue, rispose quegli allora, 
E se la fama* tua dopo te luca, 

Cortesia e valor di' se dimora 
Nella nostra città si come suole, 
se del tutto se n' è gito fuora: 

Che Guglielmo Borsiere, il qual si duole 
Con noi per poco, e va là coi compagni, 
Assai ne cruccia con le 6ue parole. 

La gente nuova, e i subiti guadagni, 
Orgoglio e dismisura han generata, 
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni. 

Così gridai colla faccia levata: 
E i tre, che ciò inteser per risposta, 
Guatar P un P altro, come al ver si guata. 

Se P altre volte sì poco li costa, 
Ri spose r tutti, il satisfare altrui, 



366 

Felice te, che sì parli a tua posta. 

Però, se campi d'esti luoghi bui, 
E torni a riveder le belle stelle, 
Quando ti gioverà dicere lo fui, 

Fa che di noi alla gente favelle. 
Indi rupper la ruota, ed a fuggirsi 
Ale sembiaron le lor gambe snelle. 

Un ammen non saria potuto dirsi 
Tosto così, com' ei furo spariti; 
Perchè al Maestro parve di partirsi. 

Io lo seguiva, e poco eravam iti, 
Che il suon dell' acqua n' era sì vicino, 
Che per parlar saremmo appena uditi. 

Come quel fiume, che ha proprio cammino 
Prima da monte Veso in ver levante 
Dalla sinistra costa d'Àpennino, 

Che si chiama Acquacheta suso, avante 
Che si divalli giù nel basso letto, 
E a Forlì di quel nome è vacante, 

Rimbomba là sovra San Benedetto 
Dall'alpe, per cadere ad una scesa, 
Ove dovria per mille esser ricetto; 

Così, giù d'una ripa discoscesa, 
Trovammo risonar quell'acqua tinta, 
Sì che in poc' ora avria V orecchia offesa. 

Io aveva una corda intorno cinta, 
E con essa pensai alcuna volta 
Prender la lonza alla pelle dipinta. 

Poscia che l'ebbi tutta da me sciolta, 
Sì come il Duca m'avea comandato, 
Porsila a lui aggroppata e ravvolta. 

Ond' ei si volse inver Io destro lato, 
E alquanto di lungi dalla sponda 
La gittò giuso in quell'alto burraio. 



367 

E pur convien che novità risponda, 
Dicea fra me medesrao, al nuovo cenno 
Che il Maestro con l'occhio si seconda. 

Ahi quanto cauti gli uomini esser denno 
Presso a color, che non veggon pur F opra, 
Ma per entro i pensier miran col senno! 

Ei disse a me: Tosto verrà di sopra 
Ciò eh' io attendo; e che il tuo pensier sogna (1) 
Tosto convien ch'ai tuo viso si scopra. 

Sempre a quel ver eh' à faccia di menzogna 
De' F uom chiuder le labbra quanf ei puote, 
Però che senza colpa fa vergogna; 

Ma qui tacer noi posso: e per le note 
Di questa commedia, lettor, ti giuro, 
S' elle non sien di lunga grazia vote, 

Ch* io vidi per quelF aer grosso e scuro 
Venir notando una figura in suso, 
Meravigliosa ad ogni cor sicuro, 

Sì come torna colui che va giuso 
Talora a solver ancora, ch'aggrappa 
scoglio od altro che nel mare è chiuso, 

Che in su si stende, e da pie si rattrappa. 



(1) Ciò ch'io attendo; e che ec. I più mettono punto e virgola dopo 
sogna, faceudo tutto una cosa del ciò eh' io attendo e che 7 tuo pensier 
sogna; io invece metto punto e virgola dopo ciò eh 9 io attendo, perchè mi 
pajono due incisi diversi: Tosto verrà ciò che attendo; e tosto si scoprirà 
al tuo viso che (ciò che, quod) il tuo pensier sogna. Cosi l' ordine logico 
è più naturale, e non resta un brutto mozzicone il Tosto convien che 
al tuo viso si scopra. 



368 



CANTO XVI. 



Già era in loco ove s'udia il rimbombo. L'Auttore, poi 
che ser Brunetto si parti da lui correndo per giugnere i 
suoi compagni, com'è detto nel precedente capitolo, andò 
tanto, Virgilio et elli, su per l'argine del fiume, ch'egli 
pervennono dove l'acqua scendea del fiume, et cadea dal 
vu cerchio nello ottavo. Dividesi questo canto in nove 
parti. La seconda comincia quivi: Quando tre ombre; la 
terza quivi: Et se miseria; la quarta segue: Poi cominciai; 
la quinta appresso: Se lungamente; la sesta soggi ugne: La 
gente nuova; la settima poi: Io il seguiva; tocca l'ottava: 
Io area una corda; la nona et ultima: CW io vidi per quel. 
Nella prima parte dice l'Auttore ch'egli era tanto innanzi 
ito ch'egli udiva il romore dell'acqua del fiume che scen- 
dea; et mostra quel romore per una similitudine come nel 
testo si chiama. Nella seconda dice che tre anime si par- 
tirono della schiera dell'altre, et venivono verso loro, et 
pregavono l'Auttore ch'egli aspettasse, però che all'abito 
parve loro essere da Firenze; i quali Virgilio conforta TAut- 
tore che gli aspettasse, et intendesse quello che li volevo- 
no dire. Nella terza queste tre anime pregono l'Auttore 
che, per amore della fama ch'egli ebbono nel mondo, gli 
piaccia di manifestarsi loro; et appresso l'uno nomina gli 
altri et se stesso: delle quali anime TAuttore mostra d'a- 
vere compassione. Nella quarta si manifesta l'Auttore a 



questi cod cui parla, et dice che sempre con grande amore 
cercò F opere loro, et udi la fama eh' era di loro nel mon- 
do: et dice ch'egli avea lasciate le cose del secolo, et an- 
dava cercando le virtuose, promesse a lui per la ragione 
demostrativa. Nella quinta dimandono TAuttore dello stato 
della città di Firenze, et se dentro a essa v'erono degli no- 
mini virtuosi come già ebbe. Nella sesta l'Auttore risponde 
et dice che i nuovi uomini, i quali sono fatti cittadini di 
Firenze, non hanno amore alla patria come gli antichi; 
et ancora i subiti et inopinati guadagni ch'egli hanno 
fatti hanno generato nella terra oltraggi et dismisura. Nella 
settima discrive il fiume et il luogo che truova, con alcuna 
similitudine. Nell'ottava, fatta alcuna allegoria, dimostra 
come la ragione umana, la quale intende per Virgilio, co- 
me più volte è detto, discerne et dirizza ogni cosa. Dice 
adunque in questa ottava parte et nell'ultima TAuttore 
ch'egli avea cinta una corda, la quale, come Virgilio gli 
comandò, la si scinse, et annodata et avvolta, gliele pose 
in mano; onde Virgilio la gettò dalla sponda nell'acqua, 
et subito apparve notando una cosa maravigliosa et fiera, 
come più distesamente nel seguente capitolo si mosterrà. 
Ha qui intende l'Auttore per Virgilio la ragione umana: 
la corda, la quale egli gettò avviluppata et ravvolta, 
s'intende per la froda, però che l'uomo frodolente, acciò 
che gli venga fatto il suo pensiero, il quale egli ha sem- 
pre teso per offendere altrui, non parla mai schietta- 
mente; però che, s" elli parlasse quello ch'egli ha nell'ani- 
mo, altri si guarderebbe da lui; ma parla suffisticamente, 
con nuovi colori et con nuove volte, et con nuovi nodi di 
parole, non parlando mai disteso, ma sempre ritenendo et 
sostegnendo il dire suo. Dice ancora che per questa corda 
incontanente venne la fiera. Per questo vuole mostrare 
che la ragione umana assai volte piglia colla corda la fro- 
dolenza, ciò è colla froda si piglia la froda: verbi grazia 
uno uomo pieno di ragione umana, volendo vedere la in- 
tenzione <T uno uomo frodolente, le più delle volte la ve- 
rterà con frode, però che, se l'uomo si mosterrà buono, 

24 



370 

incontanente il reo el il frodolento si guarderà da lui, et 
mai non li paleserà la sua intenzione; ma quando gli parrà 
reo come egli, allora s'assicura di palesarsi a lui. Et per 
questo modo assai trattati, fatti per sudditi contro a' loro 
signori, si sono manifestati in questo modo, che alcuno 
cortigiano, di cui il Signore si fida, s'è mostrato stare 
male col Signore; et accozzatosi cogli altri che gli voglio- 
no male, mostrando di volere tradire il Signore, hae saputa 
la intenzione de' traditori, i quali per questo inganno a lui 
si sono palesati. Ancora, perchè ne' due precedenti capitoli, 
et in questo et nel seguente, l'Auttore ha trattata et trat- 
terà di tre maniere di peccatori, i quali dice essere tor- 
mentati da etternale fuoco; cosi runa generazione come 
P altra (1), in questo capitolo convenevolmente, perchè tiene 
il mezzo, è da trattare della loro allegoria. Dice che le tre 
qualità de' peccatori sono puniti da etternale fuoco, il quale 
continuamente con dilatale falde piove addosso a queste 
anime: et queste stanno in sulla rena calda. Sono queste 
tre qualità di peccatori divise per tre maniere di peccati. 
I primi sono quelli che offendono Iddio, bestemmiando et 
negando la deità: i secondi sono quelli che hanno peccato 
contro a natura; et questi sono soddomiti: i terzi sono 
quelli che hanno offeso la natura, la quale noi diciamo 
essere figliuola di Dio; et per conseguente l'arte, la quale 
è figliuola della natura: et questi sono usuraj. Sono questi 
adunque tormentati dal fuoco, però che, come 1' opere 
loro furono sterile et non produttive di veruna cosa, cosi 
il fuoco è sterile et non generativo, ma distruttivo: et per 
tanto feciono i Romani uno tempio a onore della deità 
del fuoco, il quale chiamavono il tempio della dea Vesta, 
et in questo tempio, a volere mostrare che'l fuoco non 
era generativo ma distruttivo, rinchiudeono vergini, quali 
dovevono stare al servigio della deità; et per questo era 
loro manifesto ch'elle doveano stare vergini, et non do- 

(1) Cosi Vuna generazione come V altra,... è da trattare ec. Intendi 
È da trattare dell'allegoria cosi dell'una generazione come dell* al tra. 



371 

veono avere figliuoli. Sono posti quésti peccatori ancora 
in sulla rena per simile ragione, però che chi seminasse 
o piantasse veruno arbore, o veruna sementa facesse, in 
sulla rena, non nascerrebbe, et per conseguente non fa- 
rebbe alcun frutto. Stanno in sulla rena supini i pecca- 
tori, i quali hanno per superbia bestemmiato et negata 
la deità: et per questo vuole mostrare PAuttore che la 
giustizia di Dio gli abbatte, et come egliono tennono il 
capo alto nel mondo, bestemmiando et dispregiando Iddio, 
cosi stanno per contrario abbattuti in terra, et non a mo- 
do che gli umili, i quali, umiliando, si gettono bocconi in 
terra; costoro stanno supini a modo di quelli che vuole 
pure ri si st ere col petto innanzi, tanto che finalmente egli 
è abbattuto et cade rovescio prostrato. Gli altri, i quali 
peccorono contro a natura, ciò è i soddomiti, vanno conti- 
nuamente: et per questo vuole mostrare FAuttore la qua- 
lità del peccato loro, il quale discorse nello appetito loro 
con sfrenata lussuria, senza veruno freno et senza veruno 
ordine; cosi a simile senza mai posarsi, senza veruna mi- 
sura, per lo'nferno discorrono. I terzi, i quali peccorono 
offendendo l'arte et prestando a usura (Usura è detta ab 
usu ciò è da prestare il tempo a uso), costoro stanno rac- 
colti a sedere; et per questo vuole mostrare FAuttore la 
loro viltà et la loro miseria, i quali, senza veruna buona 
imaginazione d'acquistare mai veruna virtù, se non sola- 
mente acquistando et accumulando danari, si stettono pigri 
et miseri. Sono trovati assai, i quali sono stati continui 
in uno posto senza mai indi partirsi, et x etxv anni rac- 
colti in uno picciolo luogo; et cosi la giustizia di Dio mi- 
seramente gli fa stare in inferno raccolti. 

Già era in loco ove studia il rimbombo. Chiaro appare 
per quello eh' è stato detto — Simile a quei Però che questo 
romore dell' acqua che cade non ha proprio vocabolo, F as- 
somiglia FAuttore, et dice ch'elli è simile a quello rombo 
che fanno l'api all'arnie, ciò è loro casse, ov'elle fanno 
il miele — Quando tre ombre insieme. Mostra che queste 
anime non fossero pure in una schiera, ma in più: onde 



372 

dell'una di queste schiere si partirono queste tre ombre, 
sotto quelle fiammelle che piovevono — Sostati tu, che 
ali 9 abito. Ciò è, hai il vestimento che a quel tempo usa- 
yono i Fiorentini — Et se non fosse il foco. Virgilio conob- 
be costoro che chiamorono l'Auttore essere uomini di gran* 
de autorità; et però dice alPAuttore che, se non fosse che 
la natura del loco ove egli erano saettava il fuoco, ciò è 
quelle fiammelle, ch'elli arebbe confortato TAuttore d'es- 
sere loro ito incontro. Et qui si può comprendere che gli 
spiriti, con ciò sia cosa che elli sieno spogliati della carne, 
ch'elli conoscono et comprendono le cose per piccioli segni 
come fece Virgilio — Ricominciar come ris terno, et. Ciò è 
elli — L'antico verso. Ricominciorono a dire: Sostati tu 
che a l'abito n'assembri — Fero una rota di sé. Giraronsi 
attorno, però eh' era loro vietato di star fermi , et per scher- 
mirsi meglio dal fuoco — Qual soleono i campioni. Sole- 
vasi anticamente fare certi giuochi che si chiamavono i 
giuochi della palestra, dove gli uomini si spogliavono ignu- 
di, et qual si vestia di cuojo assettatissimo, et ugnevonsi 
o di sevo o di sapone, et poi si pigliavono alle braccia, 
et sforzavasi di gettare in terra l' uno l' altro : et però 
ch'egli erono unti, facevono grande resistenzia. Ora, in- 
nanzi ch'elli venissono alle mani, avvisava in prima cia- 
scuno, volgendosi attorno, d'avere migliore presa. Chiamali 
l'Auttore a modo taliano questi combattitori Campioni. 
— Sicché contrario al collo. Però che, volgendosi costoro 
a ruota, non potevono tuttavia essere rivolti col viso verso 
l'Auttore, si sforzavono et rivolgevonsi addirietro; et pertan- 
to dice che i pie andavono verso una parte et il viso verso 
un' altra — La nostra fama il tuo. V uno di costoro inco- 
minciò a parlare a l'Auttore et dire: Se'I nostro aspetto 
unto et brollo, ciò è povero, ci fa dispettosi, la nostra fa- 
ma ti muova a volere parlare con noi — Questi V orme. 
Chiaro appare — Nipote fu della buona Gualdrada. Egli è 
da sapere che negli anni di Cristo vhu cento lv, Otto J° fu 
eletto imperadore, et coronato et consecrato in Roma da 
papa Leone. Questo Otto fu di Sansognia, et regnò impe- 



373 

radore dodici anni. Questo Otto amendò molto Italia, et 
missela in pace et in buono stato, et abbattè le forze de' 
tiranni: et al suo tempo assai de 9 suoi baroni rimasono 
signori in Toscana et in Lombardia, in fra' quali fu il co- 
minciamento de 9 Conti Guidi; de" quali il primo ebbe nome 
Guido, cbe il fé conte paladino, et diegli Modigliano et il 
suo contado in Romagna; et poi i suoi discendenti furono 
quasi signori di tutta Romagna, infino cbe furono cittadini 
di Ravenna, et tutti furono morti dal popolo di Ravenna 
per li loro oltraggi, salvo che uno piccolo fanciullo che 
avea nome Guido, sopranominato sangue (et chi dice Be- 
sangue, per che i suoi furono tutti morti in sangue), il 
quale per lo imperadore Otto quarto fu fatto signore in 
Casentino. Però che Otto imperadore, tornando da Roma 
et ricevuto onorevolmente nella città di Firenze, fecesi in 
quel tempo, forse per onorarlo, una bella festa in san Gio- 
vanni Battista, alla qual festa vennono tutte le donne belle 
et orrevoli di Firenze; onde lo 'mperadore, sentendo questa 
festa, venne co' suoi baroni in san Giovanni, et però che 
messer Bellincione Berti de'Ravignani era il maggiore cit- 
tadino di Firenze,. lo "mperadore, per onorare lui et la ter- 
ra, l'aveva sempre al lato; el ancora per dimandarlo delle 
condizioni della terra. Menollo adunque seco in santo Gio- 
vanni; et guardando ora una giovane et ora un' altra, vid- 
de la figliuola di messer Bellincione, eh' era una delle più 
belle giovani di Firenze et costumata et accorta, la quale 
ebbe nome Gualdrada. Piacque costei forte allo 'mperadore: 
non cognoscendola dimandò messer Bellincione chi eli' era: 
messer Bellincione disse: Costei è una che io ne posso fare 
a mio senno; dice alcuno eh' egli disse : Questa vi posso io 
fare baciare, quando vi piacessi. La fanciulla era si presso 
ch'ella intese il padre; disse, arrossita tutta per vergogna: 
» Padre mio, non profferite cosi di largo le cose che non 
sono vostre: voi avete poco cara l'onestà mia; e' non è 
veruno che di me potesse fare a suo senno, se non colui 
che fosse mio marito » . Allo 'mperadore piacque questa 
risposta, che fu bella et notabile. Incontanente disse: E' con- 



374 

viene che, innanzi che io mi parta, io ti dia uno che di 
te possa fare a suo senno. Chiamò il conte Guido Besan- 
gue, et fece eh 9 elli sposò questa giovane, et fecelo signore 
in Casentino: di costui et della giovane poi sono discesi i 
conti Guidi. Fu adunque il conte Guido Guerra nipote del 
conte Guido Besangue, et di questa Gualdrada, figliuolo 
del figliuolo, il <}uale fu valoroso uomo et in senno et in 
arme; che rade volte sogliono queste due virtù regnare 
insieme, le quali compiutamente furono in costui. Fu que- 
sto conte Guido del consiglio del re Carlo vecchio; et per 
lo senno suo et per lo suo valore, ebbe il re Carlo vittoria 
contro al re Manfredi, et venne al di sopra d' ogni sua im- 
presa — V altro che appresso a me. Fue costui Teghiajo 
Aldobrandi degli A di ma ri, il quale fu notabile et valo- 
roso uomo. Trovasi nella vecchia cronaca intitolata in Gio- 
vanni Villani, che, avendo mandato il re Manfredi, a peti- 
zione degli usciti Ghibellini di Firenze, viij cento uomini a 
cavallo Tedeschi col conte Giordano loro capitano, et i 
detti Tedeschi non erano pagati per più di tre mesi, et 
giunti a Siena, et passato già un mese et mezzo, né il re 
Manfredi non arebbe più speso, né gli usciti aveano più 
danari; et compiuto il termine di tre mesi, si lornavono 
in Puglia, et i Sanesi et gli usciti da Firenze rimaneano 
in male stato, non adoperando niente. Fu commessa la 
faccenda che con alcuna maestria di guerra si facesse di 
trarre a campo fuori i Fiorentini in messer Farinata degli 
Uberti et in messer Gherardo Chioccia de" Lamberti. Costo- 
ro sottilmente ordinorono due savj et saputi Frati minori 
loro messaggi al popolo di Firenze, et innanzi gli accozzo- 
rono con otto (i) cittadini i più possenti di Siena, i quali fin- 
tamente (2) feciono veduto a questi frati come spiacea loro 
la signoria di messer Provenzano Salvani, ch'era il mag- 
giore del popolo di Siena,. et che volentieri darebbono la 

(1) Con otto. 11 Villani dice con nove, e dice bene. 

(2) Fintamente. Con grave errore la edizione del Villani citala dal- 
la Crusca dice qui infinitamente, certo per infintamene. 



578 

terra a' Fiorentini: ili che per questa cagione si raunò uno 
consiglio in Firenze. Sposta i Frati la loro commessione, 
dove si propose che parea agli Anziani che si facesse oste 
per fornire Montealcino, i nobili delle gran case Guelfi 
di Firenze, non parendo loro che oste si facesse, commis- 
sonq in messer Teghiajo Aldobrandi la loro intenzione, et 
eh 9 egli rispondesse per tutti con quelle ragioni che appres- 
so si diranno, il quale disse che, cagnoscendola masnada 
de 9 Tedeschi ch'era venuta a Siena, et la mala vista che 
avea fatto il popolo di Firenze Tanno passato a santa Pe- 
tronilla, non parea loro la 'mpresa senza gran pericolo, et 
che Montalcino si potea fornire per gli Orbetani, et che, 
compiuto il termine di tre mesi, i cavalieri Tedeschi s' ave- 
Yono a partire. Lo Spedito il riprese, mentre dicea, dicendo 
ch'egli si cercassi le brache, s'egli avea paura. Messer 
Teghiajo rispose che al bisogno non ardirebbe di seguirlo 
nella battaglia. Ora per questo che là dove innanzi trat- 
tammo della tornata de' Ghibellini in Firenze, ne facemmo 
menzione, non è da estendersi più innanzi: et basti questo 
eh' è detto per memoria di messer Teghiajo — Et io che 
posto sono. In croce, ciò è tormentato. Fu costui uno po- 
polare di Firenze di picciol sangue, cavaliere, chiamato 
messer Jacopo Rusticucci, il quale fu valoroso uomo et pia- 
cevole. Ebbe costui una sua moglie, diversa et spiacevole 
tanto, che costui la divise et seperolla da sé, et mandolla 
a casa i parenti suoi. Ora, per che egli era giovane et 
onesto uomo, credendo potere meglio coprire colla usanza 
de' giovani che delle femmine, usò questo peccato, come 
che rade volte — & io fossi stato dal foco. Qui mostra l'Àut- 
tore P amore et l' affezione eh' egli avea a costoro; et per 
questo comprende alcuno, l'Auttore essere stato maculato 
di questo vizio, però che sua usanza è che quante volte 
egli trova peccatori essere puniti d' alcuno vizio di che 
egli abbia sentito, se ne duole et hanne compassione, pen- 
sando similmente essere punito elli — Parole per le quali. 
Com'io senti' da Virgilio di vostro essere, incontanente 
ebbi compassione di voi — Di vostra terra sono. Ciò è da 



376 

Firenze — Lascio lo fele. II fele, ciò è l'amaritudine de' 
vizj — E vo pé* dolci pomi. Ciò è per le virtù teologiche 
et per la beatitudine a luì promessa per Virgilio nel prin- 
cipio del libro, dove disse: Alle qucf poi se tu vorrai salire; 
ma pria eh 9 io vada lassù convien ch'io vadia infino al 
centro dello 'nferno — Che Guiglielmo Borsiere. Questi fu 
uno uomo di corte che ricevette P altrui cortesia, et disse 
loro che tutta quella condizione che a loro tempo era in 
Firenze al tutto era mutata, onde costoro se ne dolgono, 
et però ne dimandono. Fu Guiglielmo di quello medesimo 
vizio lordo: usò con valenti uomini, et da loro portava fa- 
ma et pregio: visse molto tempo per la sua buona com- 
plessione, tanto che ogni buono costume era mutato in 
Firenze quando elli mori. — La gente nuova e i subiti. 
La cagione, dice TAuttore, perchè la città di Firenze ha 
mutata condizione, però che i contadini et altri d'attorno 
a Firenze sono venuti di fuori a essere cittadini; et però 
che sono nuovi nella città, non hanno tanto amore alla 
terra quanto gli antichi cittadini; et però hanno generata 
dismisura in Firenze: et ancora per guadagni subiti sono 
montati in superbia, et sono diventati orgogliosi , et sono 
cagione d'ogni male della terra. È vero che pare che al- 
cuno senta che questo che dice PAuttore egli intenda solo 
della famiglia de' Cerchi, i quali furono nuovi cittadini, 
et montorono in tanto orgoglio, sentendosi subitamente 
esser grandi et d'avere et di persone, eh' elli missono 
quella divisione in Firenze, della quale è stato trattato nel 
sesto capitolo di questo libro, quando PAuttore dimandò 
Ciacco — Così gridai colla faccia. Dice l'Auttore che questa 
risposta fece loro alzando il capo al cielo come fanno co- 
loro o che priegono Iddio, o che contro a lui s'adirono. 
— E i tre che ciò inteser. Dice PAuttore che avea diritto 
il parlare suo verso la città di Firenze, di che questi tre, 
quello eh' elli avea detto avevono ricevuto per risposta alla 
dimanda loro — Quando ti gioverà dicere io fui. Coloro 
che di strano paese sono tornati a casa loro, giova loro 
di dire: Io fui in tale luogo, et nel tale; et fanno novelle. 



377 

Cosi dicono alFAuttore: Quando tu sarai tornato, fa che 
parli bene di noi alla gente — Uno amen. Amen è nome 
ebreo, et tanto vuole dire quanto Sta in latino — Che 'l 
suon dell'acqua. Avicinavansi dove l'acqua cadea dal sesto 
cerchio nell'ottavo, et eran si presso che per parlare non 
sarieno stali intesi — Come quel fiume eh 3 à proprio. Egli 
è da sapere che sopra Monferrato et Canavese è uno monte 
chiamato Veso, il quale divide la Provenza da Italia, et è 
il principio di monte Appennino, come che ancora pare 
che monte Appennino, partendosi dal monte abbia il prin- 
cipio suo più innanzi, ciò è tra Varo, che è uno fiume, et 
Tunizi. Ora questo monte Appennino, partendosi da monte 
Teso si stende verso la Lombardia per Frigo lì fppra la rivie- 
ra di Genova, per Carfagnana, per le montagne di Modana 
et di Pistoja sopra Bologna, et per Romagna, et per la Marca 
d'Ancona, per Abruzzo, per Puglia, infino al Faro di Mes- 
sina: ivi divide uno piccolo braccio di mare, questo monte 
di monte Pel loro (1) eh 9 è in Sicilia; et questo monte Appen- 
nino, partendosi da monte Yeso, onde esce il Po, il quale 
corre per Lombardia, ricogliendo assai fiumi in sé, et 
finalmente mette in Romagna nel mare Adriano, sempre 
si dirizza questo monte verso Ponente; poi, quando viene 
più oltre verso Romagna, si dirizza verso il Levante. Ora 
il fiume di che parla l'Auttore, poi che questo monte è 
verso il Levante volto, è '1 primo fiume doppo il Po, che 
ha proprio cammino, et mette nel mare Adriano in Roma- 
gna. Proprio cammino si dice avere quel fiume che va 
infino al mare senza mettere in altro fiume — Dalla sini- 
stra costa. Esce questo fiume dalla parte sinistra del monte, 
la quale è verso Romagna, et la destra verso Toscana, 
però che questo monte Appennino, cominciandosi dal suo 
principio, Ita sempre la sua dritta parte verso il mare Me- 
di terra no, ovvero Tirreno, et la sinistra verso il mare 
Adriano — Che si chiama Acqua. Questo fiume, che ha il 

(1) Questo monte di monte Pelloro. Qui vi ha confusione; né a fan- 
tasia vo' correggere. 



378 

principio suo dall'Alpe di san Benedetto, per tutta l'Alpe, 
infino ch'egli discende giuso al piano, è chiamato Acqua 
cheta: poi per Romagna muta nome, et chiamasi Montone, 
però che corre con grandissimo impeto. Furli in gramma- 
tica è detto Forum Livii: la cagione è eh 9 e Consoli roma- 
ni aveano divise le province, alle quali aveano a tenere 
ragione; et però che molte province concorrevono in Ro- 
magna, stavono ivi alcuno de 1 Consoli a tenere ragione alle 
loro province; et facevono al luogo il tribunale, ciò è il 
banco dove sedeano in quello luogo; et però che a Forlì 
stette uno Romano che ebbe nome Livio, fu poi la città 
che ivi si edificò chiamata per la gente che vi venia, chi 
per suoi fatti» et chi per guadagnare, che poi vi s'accasaro 
et rimasorvi , Forum Livii , com' è detto. Per questo modo 
assai città di Romagna ebbono principio come Fossumbro- 
ne, ciò è Forum Bruni et altre assai (i) — Rimbomba là. 
San Benedetto, dove cade questo fiume in valle molto da 
alto, et fa grandissimo romore, è una badia di Monaci, et 
per quella badia si chiama quello Alpe di san Benedetto. 
— Ove dovria per mille. Uno conte di quelli da Monte 
granello, che fu de' conti Guidi, avendo in quella Alpe di 
san Benedetto assai suoi fedeli sparti in qua et in là, per 
avere più utile de' suoi fedeli, et per avere a fare minore 
guardia, ordinò di fare uno castello presso a san Benedet- 
to, dove quest'acqua scende, et fece tale impresa che mai 
né elli né altri noi compiè; et però dice l'Auttore: dove 
si dovea fare ricetto per mille famiglie; o veramente che 
dica che '1 letto del fiume è si largo che ricetto et luogo 
sarebbe per mille tali fiumicelli — Così giti d' una. Chiaro 
appare la similitudine — Io avea una corda. Quello che 
s'intende per la corda è detto nel principio et allegoria 
del presente capitolo. Dice qui l'Auttore che colla corda, 

(1) Forum Bruni. Se mai, Forum Sempronii. Chi volesse correg- 
gere tulli gli sfarfalloni di geografia e di etimologia che sono in questo 
commento, come in lutti gli antichi, avrebbe troppa faccenda, e farebbe 
opera vana. 



379 

ciò é cogl' inganni et frodolenzà, pensò alcuna volta ingan- 
nare alcuna giovane ch'egli amava, però che le giovani 
sono assai credule et disposte a essere ingannate — Corsila 
a lui aggroppata et avvolta. Però che la fraudolenza è ag- 
groppata, ciò è annodata et avvolta di molti pensieri. 
— Et pur convien che. Pensò PAultore, per che Virgilio 
aveva gettata quella corda nel fossato, pensò che ciò non 
fosse senza cagione, el però disse: E' conviene che novità 
apparisca — Ahi quanto cauti. Sono di molti uomini tanto 
savj che, non solamente operando cosa che apparisce di 
fuori, ma veggendo pensare alcuno sopra quella cosa, sti- 
meranno quello ch'elli debba voler fare: onde dice PAut- 
tore che con questi cotali si vuole essere cauto — Et co- 
méncia. Ciò è Virgilio — Et che 'l tuo pensier. Però che 
PAuttore non vedea quello che dovea essere. Dice Virgilio 
che questo cotale immaginare è uno sognare, però che 
quando è vero et quando no, come sono i sogni — Ma pur 
tacer. Poi che PAultore ha detto come il vero che ha fac- 
cia di bugia non si dee dire; qui dice, et scusasi ch'egli 
non può tacere eh' egli non dica cosa incredibile, costretto 
dalP ordine della sua poesia — Et per le note. I cantori 
hanno con certi punti segnati i loro canti, i quali punti 
chiamono note, et secondo che queste note sono alte et 
basse, cosi cbinono et alzono le voci , onde rendono a' loro 
canti dolci concordanze; cosi a simile PAuttore chiama le 
rime di questa sua commedia note, però che quelle rime 
fanno sonare i versi et rendongli accordanti insieme — Ve- 
nir notando una. Questa è la Frodolenzia, come appresso 
si tratterà — Sì come torna colui. Come colui che scende 
dalla nave per spiccare P àncora. Àncora sono certi ferri 
uncinuti con certo anello, i quali si gettono in mare ognora 
che i maiinaj per loro medesimi vogliono pigliare porto; 
et queste àncora, appicate a uno canape, il quale s'acco- 
manda alla nave, stanno in sulla rena; et per la gravezza 
loro tengono ferma la nave; che, come ch'ella si muova 
o qua o là, poco si può dilungare. Ora avviene alcuna 
volta che il mare ove è gettata l'ancora ha cattivo fondo; 



380 

onde T àncora s'appicca a qualche scoglio; onde, per ria- 
vere T àncora, uno si spoglia et va giù per lo canape cogli 
occhi aperti , et spicca V àncora, et poi tornando suso alla 
nave, distende le braccia et ratrappa et strignesi dirietro, 
ciò é recandosi i pie verso le cosce: et cosi simile la fiera. 



CANTO XVII. 



+—• 



Ecco la fiera con la coda aguzza, 
Che passa i monti, e rompe i muri e l'armi; 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza: 

Sì cominciò lo mio Duca a parlarmi, 
Ed accennolle che venisse a proda, 
Vicino al fin de 9 passeggiati marmi: 

E quella sozza imagine di froda, 
Sen venne, ed arrivò la testa e il busto; 
Ma in su la riva non trasse la coda. 

La faccia sua era faccia d'uom giusto, 
Tanto benigna avea di fuor la pelle; 
E d'un serpente tutto l'altro fusto. 

Duo branche avea pilose infin l'ascelle: 
lo dosso e il petto ed ambedue le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

Con più color sommesse e soprapposlc 
Non fer mai 'n drappo Tartari ne' Turchi, 
Né fur tai tele per Aragne imposte. 

Come tal volta stanno a riva i burchi, 
Che parie sono in acqua e parte in terra; 
E come là tra li Tedeschi lurchi 



382 

Lo bevero s' assetta a far sua guerra; 
Così la fiera pessima si stava 
Su P orlo che, di pietra, il sabbion serra. 

Nel vano tutta sua coda guizzava, 
Torcendo in su la venenosa forca 
Che, a guisa di scorpion, la punta armava. 

Lo Duca disse: Or convien che si torca 
La nostra via un poco infino *a quella 
Bestia malvagia che colà si corca. 

Però scendemmo alla destra mammella, 
E dieci passi femmo in sullo stremo, 
Per ben cessar la rena e la fiammella: 

E quando noi a lei venuti semo, 
Poco più oltre veggio in su la rena 
Gente seder propinqua al luogo scemo. 

Quivi il maestro: Acciò che tutta piena 
Esperienza d* esto giron porti , 
Mi disse, or va, e vedi la lor mena. 

Li tuoi ragionamenti sien là corti: 
Mentre che torni parlerò con questa, 
Che ne conceda i suoi omeri forti. 

Così ancor su per la strema testa 
Di quel settimo cerchio tutto solo 
Andai, ove sedea la gente mesta. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: 
Di qua, di là socco rrien con le mani, 
Quando a' vapori, e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di state i cani, 
Or col ceffo, or col pie, quando son morsi 
da pulci, o da mosche, o da tafani. 

Poi che nel viso a certi gli occhi porsi, 
Ne' quali il doloroso fuoco casca, 
Non ne conobbi alcun ; ma io m' accorsi 

Che dal collo a ciascun pendea una tasca, 



383 



Che avea certo colore e certo segno, 
E quindi par che il loro occhio si pasca. 

E corn' io riguardando tra lor vegno, 
In una borsa gialla vidi azzurro, 
Che di lione avea faccia, e contegno. 

Poi, procedendo di mio sguardo il curro, 
Vidine un'altra più che sangue rossa 
Mostrare un' oca' bianca più che burro. 

Ed un, che d'una scrofa azzurra e grossa 
Segnato avea lo suo sacchetto bianco, 
Mi disse: Che fai tu in questa fossa? 

Or te ne va ; e perchè se' vivo anco, 
Sappi che il mio vicin Vitaliano 
Sederà qui dal mio sinistro fianco. 

Con questi Fiorentin son Padovano: 
Spesse fiale m' intronan gli orecchi, 
Gridando: Vegna il cavalier sovrano, 

Che recherà la tasca coi tre becchi. 
Quindi storse la bocca, e di fuor trasse 
La lingua, come bue che il naso lecchi. 

Ed io, temendo noi più star crucciasse 
Lui che di poco star m' avea ammonito, 
Tornarmi indietro dall'anime lasse. 

Trovai lo Duca mio ch'era salilo 
Già sulla groppa del fiero animale, 
E disse a me: Or sie forte e ardito. 

Ornai si scende per si fatte scale: 
Monta dinanzi, eh' io voglio esser mezzo, 
Sì che la coda non possa far male. 

Quale colui, eh* à sì presso il riprezzo 
Della quartana, eh' à già Y unghie smorte, 
E triema tutto pur guardando il rezzo, 

Tal divenn' io alle parole porte; 
Ma vergogna mi fer le sue minacce, 



384 

Che innanzi a buon signor fa servo forte. 

r m' assettai in su quelle spallacce: 
Sì volli dir, ma la voce non venne 
Com' io credetti: Fa che tu m' abbracce. 

Ma esso che altra volta mi sovvenne 
Ad altro forte (1)» tosto' eh' io montai, 
Con le braccia m'avvinse e mi sostenne: 

E disse: Gerion, moviti ornai: 
Le ruote larghe, e lo scender sia poco: 
Pensa la nuova soma che tu hai. 

Come la navicella esce di loco 
In dietro in dietro, sì quindi si tolse; 
E poi eh* al tutto si sentì a giuoco, 

Là V era il petto, la coda rivolse, 
E quella tesa, come anguilla, mosse,. 
E con le branche P aere a se raccolse. 

Maggior paura non credo che fosse, 
Quando Fetone abbandonò li freni, 
Perchè il ciel, come pare ancor, si cosse; 

Né quando Icaro misero le reni 
Sentì spennar per la scaldata cera, 
Gridando il padre a lui: Mala via tieni, 



(1) Ad altro forte. 11 Commento legge cosi, e cosi, commenta: Vuol 
dire che Virgilio l' avea sovvenuto altre volle ed a forte cose. Forte per 
difficile, pericoloso, orribile e simili fu usitalo agli antichi: Punto forte 
per Momento di gran perìcolo fu pure usato. Qui abbiamo Forte a mo- 
do di sostantivo, che suona la Cosa o il punto forte; come se io dicessi 
// difficile, per la Cosa o il punto difficile. E nell'uso c'è: Il forte sta 
nel poter arrivarci, o simile; ed è in questo signiGcalo appunto. I quat- 
tro Accademici, non pensando a ciò, posero: Ad alto, forte,... con le 
braccia rn avvinse; ma a me par che si fatta lezione non dia buon co- 
strutto, e che sia contraria al fatto. 11 Wilte legge Ad altro forse, che si 
avvicinerebbe alla lezione qui adottata, prendendo il forse come sostan- 
tivo, e intendendolo per Punto dubbioso, periglioso ec. 



385 

Che fu la mia, quando vidi eh' i' era 
Neil' aer d' ogni parte, e vidi spenta 
Ogni veduta, fuor che della fiera. 

Ella sen va notando lenta lenta; 
Ruota e discende, ma non me n' accorgo, 
Se non ch'ai viso e di sotto mi venta. 

I' sentia già dalla man destra il gorgo 
Far sotto noi un orribile stroscio; 
Perchè con gli occhi in giù la testa sporgo. 

Allor fu* io più timido allo scoscio; 
Però ch'io vidi fuochi, e sentii pianti, 
Ond' io tremando tutto mi raccoscio. 

E vidi poi, che noi vedea davanti, 
Lo scendere e il girar, per li gran mali 
Che s* appressa van da diversi canti. 

Come il falcon eh' è stato assai sull'ali, 
Che, senza veder logoro o uccello, 
Fa dire al falconiere: Oimè tu cali! 

Discende lasso, onde si muove snello, 
Per cento ruote, e da lungi si pone 
Dal suo maestro disdegnoso e fello; 

Così ne pose al fondo Gerione 
A piede a pie della stagliala rocca, 
E, discarcate le nostre persone, 

Si dileguò come da corda cocca. 



2o 



386 



CANTO XVII. 



Ecco la fiera colla coda aguzza. Poi che PAuttore nel 
precedente capitolo s'è scusato della cosa incredibile ch'elli 
intendea dire, che per l'ordine della sua Comedia noi 
potea tacere; et mostro, per una comparazione chiara et 
aperta, come la fiera, di che intende di trattare, venia no- 
tando per l'acqua; ora nel presente capitolo, continuando 
dice: Ecco la fiera. Et per venire al modo usato alla divi- 
sione, fassi del presente cinque parti. La seconda comincia 
quivi: Poco più: la terza quivi: Trovai il duca mio; la 
quarta quivi: Come la navicella; l'ultima quivi: Io sentia 
già. Ora, perchè queste cinque parti sono insieme ristrette 
et connesse, et poco si sviano da uno medesimo termine, 
insiememente se ne tratterà. Intende i'Autlore trattare in 
questo capitolo pienamente della frodolenzia, la qual figura 
per questa fiera, dalla quale egli si principia. Dice addun- 
que che questo animale ha la coda aguzza, la faccia sua 
d'uno uomo giusto et benigno, et d'uno serpente avea 
Torma dal viso in giù; due branche pilosissime; il dosso e 
il petto et amendue le coste dipinte di rotelle et di nodi, 
et di colori varj et diversi era mischiato. Per lo viso beni- 
gno et abito d' uomo giusto, si dee intendere che l' uomo 
che è frodolente si mostra benigno et piatoso, affine che 
altri si fidi di lui, però che chi non si fidasse, non pote- 
rebbe essere ingannato mai. Dice che, dalla faccia in fuori. 



387 

è di serpente tutto il rimanente. 11 serpente, fra le pro- 
prietà degli animali si truova ch'egli è frodolentissimo; 
et sempre, per potere ingannare et per non esser veduto, 
sia occulto neir erba; che sa per natura che '1 colore suo 
è simile a quello dell'erba. Et però ch'egli è cosi frodo- 
lente, pone la Scrittura ch'egli fosse quello che ingannasse 
Eva; et però dice che, dal viso in fuori, è tutto serpente, 
ciò è tutto frodolente. Le branche, che avea pilose infino 
alle ascelle, ciò è mammelle, vuole qui mostrare che, co- 
me gli animali ciò ch'elli vogliono pigliono colle bran- 
che, cosi gli uomini frodolenti non ingannano mai, se non 
per tirare a loro. Et dice che sono pilose, ciò è gli uomini 
hanno le branche pilose, la loro intenzione è coperta et 
ascosa. Perii nodi, di che era dipinta la fiera, et le rotel- 
le, si dee intendere che gli uomini frodolenti partono con 
belli colori variati, et le sentenzie loro sono annodate et 
avvolte in forma et in modo ch'altri non gli può inten- 
dere; onde, sotto questi colori del parlare, ingannono al- 
trui. Per la coda s'intende il fine, per lo quale l'uomo 
frodolente adopera et parla, per venire alla sua intenzione. 
Dice che i'avea fessa a modo di scarpione. Lo scarpione 
ha questa natura, che quando vuole mordere altrui in ve- 
runo luogo, ha certe branche d'innanzi, colle quali e' vie- 
ne solleticando, et menando queste sue branche, in pelle 
fa il sangue tornare, et assottiglia la buccia; et quando 
egli l'ha bene assottigliata, et quelli pugne quello luogo 
colla coda, ove egli ha il veleno, il quale veleno non offen- 
de s'egli non- tocca il sangue. Ancora dice che i'Auttore 
montò in sulle spalle dell'animale; et per questo si dee 
intendere che la ragione umana dee vincere ogni cosa. Et 
per allegoria ancora si dee intendere che gli uomini deb- 
bono avere la frodolenza a vile, cavalcarla, et tenerla sotto 
i piedi. Montò Virgilio in mezzo fra I'Auttore et la coda 
della fiera. Per questo si dee intendere che la ragione 
umana si debbe sempre mettere fra'l buono uomo et il 
frodolenle, a ciò ch'egli noi possa ingannare né offendere 
colla coda, ciò è col fine suo, col quale il frodolente offende. 



388 

coir ultima intenzione: cosi l'ultima parte, colla quale la 
fiera offendea, era la sua coda. L'altre cose che restano 
appariranno chiare nella sposizione del testo. È da venire 
alla lettera al modo usato. 

Ecco la fiera colla coda. Quello che sia questa fiera, 
et quello che s'intende per essa, è chiarito et aperto- 
— Che passa i muri. Veramente alla frodolenzia è debile 
ogni riparo, et male si può resistere, o con muro o con 
arme. Et puossi recare, in esemplo et in chiarezza di ciò, 
una novella di Teodonzio, che scrive che, essendo stati i 
Greci nell'oste di Troja gran tempo, tanto che molti et 
de' Greci et de' Trojani v'erono morti et consumati, faceo- 
no i Greci spesso consiglio per trovare il modo per lo 
quale più tosto potessono prendere la città. In questo tem- 
po venne a Ulisse uno suo compagno, il quale avea nome 
Dolus : costui , veggendo ogni di Ulisse tornare dal consi- 
glio, il dimandò quello ch'egli faceano nel consiglio. Uljsse 
gliel disse. Rispose Dolus, ch'egli volea andare uno giorno 
con lui. Ulisse contento, et menato Dolus nel consiglio, et 
levati a dire molti de' Greci, i quali comunemente consi- 
gliavono che da Troja non si partisse mai infino a tanto 
che per forza non l'avessono, Dolus, doppo molti final- 
mente si levò, et disse che per forza egli non vedea che 
la città mai si potessi prendere, però che eli' era forte, et 
piena di cavalieri, che bene la poteono difendere; ma che 
per inganni et per frode egli vedea ch'ella si potea pren- 
dere. I Greci furono contenti, et attennonsi al consiglio di 
costui. Questi ordinò che si facesse uno gran cavallo di 
rame, nel quale si nascondessono cavalieri; et che, fatto 
questo, i Greci s' infignessono di partire, et lasciassono 
questo cavallo; et ordinò che uno sagace uomo, nome Si- 
none, rimanesse, il quale, infìntisi i Greci di partirsi, fu 
preso da' Trojani, al quale per sue parole maliziose i Tro- 
jani dato fede, disse loro che, s'egliono facessono mettere 
dentro quello cavallo di legno, che sempre egliono areb- 
bono vittoria, però che i Greci l'avevono fatto a onore di 
Pallade, la quale trasse Ulisse per inganno di Troja, sii- 



389 

mando: Questo cavallo è si grande, ch'egli non potrà en- 
trare per la porta, onde i Trojani il lasceranno di fuori; 
onde Pallade sdegnerà contro a Trojani, et umilierà Tira 
sua, la quale avea contro a' Greci. I Trojani, dato fede alle 
paiole, ruppono il muro della città et missono dentro il 
cavallo, ch'era pieno di cavalieri; et venuta la seguente 
notte, questi, eh' erono nel cavallo ascosi, uscirono fuori, 
et feciono cenno a' Greci eh 1 erono ascosi nelle navi, parti- 
tosi dall'isola di Tenedos. Vuole dire alcuno che Elena 
fosse consenziente al trattato, et eh 9 ella d' in sul palagio 
facesse cenno a' Greci; ma come che '1 fatto andasse, i Greci 
entrarono in Troja et presono Uion, et arsono ogni cosa; 
si che veramente Dolus, che tanto vuol dire quanto Ingan- 
no, il quale era gran compagno d'Ulisse, però che Ulisse 
fu pieno d'inganno, ruppe i muri et l'armi, quello che i 
Greci per forza non avevono potuto fare — Ecco colei che 
tutto. Veramente la frodolenzia dispiace a ogni uomo; et 
pertanto ben dice ch'ella appuzza tutto il mondo — Sì co- 
minciò il mio Duca. Ciò è queste parole dette di sopra 
disse Virgilio — Vichi al fin. Questo argine era di pietra, 
come è detto, al quale erono venuti al suo fine. Chiama 
l'Auttore queste pietre marmo, però che '1 marmo è spezie 
di pietra, et è dentro come pietra — Et quella sozza im- 
magine. Questa frodolenzia misse fuori dell'acqua la testa 
et il busto, et la coda non trasse fuori, però che per la 
coda, com'è detto nell'allegoria, s'intende il fine dell'uo- 
mo fro dolente, il quale mostra il viso benigno, et abito et 
statura d'uomo onestissimo, affine che altri si fidi di lui. 
— Dipinte avea di nodi. Chiaro appare per quello eh' è 
stato detto — Con più color. I drappi de' Turchi, quelli 
che sono tessuti in Turchia, non hanno tanti colori, nò 
cosi varj. Furono già i Turchi la più vile generazione di 
gente che avessi il mondo; et cosi vissono gran tempo sen- 
za ninno signore, infino a tanto che uno Turco, ch'ebbe 
nome Cignis, gli parve che uno loro iddio gli apparisse in 
visione et dicessigli: Di a quelli che sono i maggiori del 
popolo de' Turchi, ch'egliono ti facciono signore. Questo 



390 

Cingis si levò la mattina, et disse a alcuno de' maggiori la 
visione, dicendo loro che il loro iddio, s'egli il facessono 
signore, farebbe loro grande vittoria. Questi si feciotio beffe 
di lui infino a tanto che una notte a sette del popolo, 
ch'erono i maggiori, apparve loro in visione il loro iddio, 
dicendo loro ch'egli facessono signore Cingis. Costoro, leva- 
tisi la mattina, l'uno cominciò a dire air altro quello ch'e- 
gli avevono sentito la notte; et trovatisi accordare tutti a 
sette, pensorono che questo non potessi essere senza volontà 
di Dio. Dierono ordine, et raunato il popolo, dicendo loro 
quello ch'elli aveono sentito la notte, et trovatosi tutti 
essere accordati, pensorono che questo non potesse essere 
senza volontà di Dio, e di comune concordia il feciono signo- 
re. Costui, presa la signoria, cominciò a conquistare per 
India, et sottomettere sotto sua signoria molti popoli verso 
le parti orientali, et divennono i più valenti uomini del 
mondo, che prima erono i più vili — Né Tartari. Tartari 
ancora sono gran maestri di drappi. Sono questi Tartari 
in paese freddo verso la tramontana, et scesono antica- 
mente di uba selva sotto tramontana sopra il fiume del 
Tanay, che si chiama Tarcon, et per lo fiume furono poi 
chiamati Tarteri — Né fur lai tele. Ovidio, racconta nel 
vj° l° del Matamarfoseos che Aragne di Meonia, figliuola 
di Dimon Coloferno, fu grandissima maestra di tessere: fu 
costei di vile nazione, nata di vile padre et di vii madre; 
ma quello che le mancò di nobiltà, fu ristorala nella bontà 
del tessere. Costei facta le tele sue si bene che dice Ovidio 
che le Ninfe, per vedere tessere costei, abbandonavono le 
vigne del monle Timolo, et venivono a vederla. Ora questa 
Aragne montò in tanta superbia, ch'ella si vantò ch'ella 
tesserebbe meglio della dea Pallas; et pervenuto questo 
agli orecchi a Pallas, venne in forma d'una vecchierella 
ad Aragne. Cominciò a dire: Aragne, non spregiare i mìei 
detti per eh' io sia vecchia, però che l' uso et il tempo in- 
segna altrui molte cose: tu se' grande maestra di tessere; 
voglia stendere la fama tua fra' mortali, et non ti vantare 
d'essere maggiore maestra che Pallas. Aragne, non aramo- 



391 

nita per questo, montò in più superbia, et disse oh' ella 
si proverebbe con Pallas, ognora ch'ella volesse. Pallas 
non potè sostenere più: levatosi l'abito della vecchierella, 
fu presente all'opera, et cominciò a fare la sua tela, et 
Aragne la sua. Aragne fé una tela di svariati colori, et 
tessè in ciascuno canto della tela tutte le vergogne et le 
cose abominevoli che avevono mai fatte gli iddìi: Pallas dal- 
l' altra parte fece la tela sua, et tessette in quella tutte le 
vittorie et gli onori degl'iddìi. Et come che la tela d'Ara- 
gne fusse nobile, pure quella di Pallas avanzò in magiste- 
ri o; onde Aragne, animosa et sdegnosa, si misse uno laccio 
in collo et impiccossi per la gola. Pallas, avuto misericor- 
dia di lei, la sostenne; et quello filo a che eli' era appic- 
cala divenne sottile; et secondo la favola, divenne ragno, 
et fa ancora, com'eila solea fare, le sue tele — Come tal- 
volta stanno. Quando i navolesti (1) non vogliono più navi- 
care, sogliono menare le nave, ovvero burchj, alla riva, 
et quivi rimangono che la prora è in sulla terra et la 
poppa è nell'acqua — Et come là tra. Lurchi, ciò è ghiot- 
ti; et non solamente ghiotti, ma ancora .con bruttezza. 
— Lo bevevo s 9 assetta. Ne' laghi della Magna usono certi 
animali, i quali si chiamono Beveri, i quali sono grandi 
a modo che cotali catelli, salvo che hanno il niffolo più 
lungo a modo di volpe, et hanno la coda a modo d' una 
lingua di bue, soda et grassissima; et della lana loro si fa 
questi cappelli morbidi. Usano nell'acqua, et pasconsi di 
pesci in questo modo, eh' egli hanno la coda grassa, com' è 
detto: entrono nell'acqua; la coda, eh' è grassa, fa cotali 
scandelli per l'acqua; i pesci, che sono vaghi di quello 
grasso, traggono là; il bevero, eh' è parte di fuori del- 
l' acqua e la coda hae nell'acqua, veggendo i pesci presso, 
gli percuote colla coda et uccideli. Ora, però che alcuna 
volta i fiumi et i laghi dov'egli sta crescono, questi fa in 
sulla riva in luogo occulto cotali casette di legname, con 
palchetti dentro; et quando il fiume cresce v'entra dentro, 

(1) Navolesti. È lo stesso che Navalestri; e forse per errore. 



392 

et come il Piume cresce così monta di palco in palco, te- 
nendo la coda et la parte dirietro nell'acqua, et l'avanzo 
da indi in su fuori dell'acqua — Così la fiera pessima. 
Come il bevero, et come i burchi, et nell'acqua et fuori 
dell' acqua — Nel vano tutta. Chiama 1' acqua cosa vana ; 
non ch'ella sia vana, ma per rispetto eh' è liquida è si- 
mile alle cose vane — Che a guisa di scarpion. Chiaro 
appare per quel eh' è detto nella allegoria — Al luogo 
scemo. Scemo dice essere il luogo, però che ivi cadea 
l'acqua del settimo cerchio nell'ottavo, si che il luogo 
dov' ella cadea avea scemato et roso. Et qui si purgo no 
ancora i peccatori di quella altra qualità, ciò è della terza, 
i quali, prestando a usura, offendono l'arte, la quale noi 
dicemmo essere nipote di Dio et figliuola della natura. 

— Cosi ancora su. Ciò è per l'ultimo orlo del sabbione. 

— Per gli occhi fuor. Ciò è piangeano, et piangendo sfoga- 
vono il loro duolo, et veniansi arrostando colle mani da' 
vapori che cadeano — Non altrimenti. La similitudine è 
chiara — E quindi par che. Guardando la tasca ch'egli 
aveano a collo, si dilettavono gli occhi loro: il perchè si 
dirà appresso *— In una borsa gialla. Questi, il quale 
l'Auttore non nomina, fu de' Gianfìgliazzi, grande usurajo, 
i quali portono per arme uno leone azzurro nel campo 
a oro — Poi procedendo. Parla qui metaforice — Viàine 
un'altra. Questi fu degli Obriachi, i quali portono per 
arme una oca bianca nel campo vermiglio — Et un che 
d'una scrofa. Questo fue degli S ero fi gni di Padoa, i quali 
portono per arme una scrofa azzurra a traverso nel campo 
bianco — Sappi che 9 l mio vicin. Questi fu messer Vitalia- 
no d'Àsdente della città di Padoa, grandissimo usurajo. 

— Spesse fiate m 9 intronon. Dice ancora questo Padovano 
che i Fiorentini, ch'erono presso a lui, gridavono tanto 
Venga il cavalier sovrano, ch'egli l'aveono intronato. Fue 
costui, ch'era chiamato, messer Gianni Bujamonti da Firen- 
ze, il quale portava per arme il campo giallo et tre bec- 
chi neri l'uno sopra l'altro, come stanno i Leopardi che 
sono nell'arme del re d'Inghilterra — Trovai il Duca mio. 



393 

Chiaro appare — Monta dinanzi. Virgilio conforta a salire 
l'Auttore per la ragione detta su nell'allegoria — QuaV è 
colui. Colui che aspetta la febbre quartana, innanzi eh' ella 
giunga, comincia avere l'unghie smorte, per lo sangue, il 
quale si tira verso il cuore per scaldarlo, per lo freddo 
che gli dee dare la febbre: et dice che costui, guardando 
pure il freddo, ogni cosa gelata, immaginandola triema. 
— Spallacce. Perchè erono disordinate et sconce — Ad al- 
tro forte. Vuol dire che Virgilio Tavea sovvenuto più vol- 
te, et a forte cose, come quando furono alla porta di Dite, 
et agli altri demonj che lo spaventaro — Et disse: Gerion. 
Chiama questa frodolenza Gerione. Fue Gerione uno signore 
crudelissimo et frodo lente nelle parti di Spagna, il quale 
accoglieva gli uomini et tiravagli a sé d'ogni paese, et poi 
ch'egli gli avea nel suo albergo, mostrando di volere loro 
fare cortesia, gli rubava et uccidevagli, et davagli a man- 
giare et a divorare a sue cavalle eh' egli avea, però eh' era 
molto ricco di bestiame. Ora finalmente Ercole Tebano, 
arrivando nel paese, et sentendo la crudeltà di questo Ge- 
rione, finalmente l'uccise, però che trovò le mangiatoie 
piene d' uomini morti. Et perch' elti fu cosi frodolente, 
chiama l'Auttore questa fiera Gerione — Pensa la nuova 
soma. Ciò è, questi eh' è vivo, che mai più veruno non ne 
passasti — Come la navicella. Chiaro appare — E con le 
branche. V acqua, come eh' ella sia liquida et spessa, pure 
tiene dentro a sé aere, et piglia qui l'Auttore l'aere per 
T acqua — Maggior paura. Racconta Ovidio nel principio 
del u° libro del Metamorfoseos, et nella fine del j° libro, 
che Feton, il quale fu figliuolo del Sole, superbo per lo 
padre, essendo uguale di tempo a Epafo, et usando con 
lui, gli disse più volte parole ingiuriose et superbe: onde 
Epafo, non possendo sostenere la ingiuria, gli disse un di 
ch'egli si tenea troppo grande, et questo gl'intervenia per 
sciocchezza, ch'egli credea troppo alla madre, Ja quale gli 
avea detto ch'egli era figliuolo del Sole; et che questo non 
era vero, ch'egli non era figliuolo del Sole. Onde Feton, adi- 
rato et sdegnoso, tornò alla madre, et piagnendo gli disse 



394 

ch'egli gli era stato rimproverato com'egli non era figliuolo 
del Sole, et pertanto che la pregava che gli dicessi i veri 
nascimenti. La madre levò le mani al cielo, et disse: Io ti 
giuro per colui che vede tutte le cose, ciò è il Sole, che tu 
se' suo figliuolo; et se non è cosi, io priego lui che mai non 
mi si lasci vedere; et se tu non mi credi, va a lui: egli è in 
cotal parte, egli tei dirà. Feton andò dove la madre gli disse, 
et trovato il Sole, il quale era nella sua casa reale, si mara- 
vigliò. Il Sole, con quelli occhi co' quali vede tutte le cose 
vidde il figliuolo, et dimandò della cagione per la quale egli 
era venuto. Feton gli disse et prego! lo ch'egli gli desse se- 
gno convelli fusse suo figliuolo. Il Sole gli disse ch'egli non 
dubitasse, che chiaramente egli era suo figliuolo; et che ciò 
fosse vero, egli addimandasse qualunque cosa volesse, ogni 
cosa arebbe da lui. Appena aveà il Sole compiuto di dire 
queste parole, ch'egli addimandò di reggere i carri del 
sole. Il Sole, udendolo, si pente d' avergli promesso: volle 
rimuovere Feton; non v'ebbe luogo: finalmente, poi che 
promesso gliel'avea, gli diede (1), et ammonillo di quello 
ch'egli avessi a fare; et venuta l'aurora, il Sole gli pose 
in capo la diadema de' razzi, et egli si mosse col carro 
del Sole; et sentendo i cavalli che tiravono il carro, non 
esser retti com' elli soleano, cominciorono in qua et in là 
ad andare per lo cielo, non per lo diritto cammino; onde 
per lo calore giù nel mondo molti fiumi si seccorono: 
poi finalmente, venuto il Sole al segno dello scarpione, 
Feton per paura lasciò al tutto i freni de' cavalli, et i ca- 
valli corsono in qua et in là per lo cielo. Ultimamente la 
terra, arsa et divorata per lo caldo, pregò Giove che gli 
levasse il calore da dosso. Jove fulminò Feton, onde egli 
cadde del carro et cadde nel Po; onde incontanente fu 
levato il calore della terra, et i fiumi ch'erono secchi si 
rifeciono. Ora questo mezzo dove andorono i carri del 
sole, cossono tutto il cielo. Questo è secondo la favola. La 

(1) Gli diede. Forse dovea dire Gliel diede, cioè Gli diede ciò che 
promesso gli avoa. 



303 

verità fu die in quel tempo stette il cielo bene per spazio 
di più di sei mesi che in Grecia non piovve; onde per lo 
secco' tutti i fiumi di Grecia scemorono, et qual si seccò. 
Feton hae a significare questo; che tanto vuol dire Feton 
quanto Incendio: per ciò dicono i poeti Feton figliuolo del 
Sole. Et è vero che lo incendio et il calore è figliuolo del 
Sole: non che'l sole sia caldo da sé; ma quando egli per- 
cuote in questi elementi, per la chiarezza de' razzi suoi, 
riscalda. La terra, non possendo più sostenere, pregò Giove. 
Ciò è Iddio onnipotente, veggendo la terra essere sterile, 
acciò ch'ella menasse frutto, fulminò Feton, ciò è fece 
piovere, onde tutta la terra si bagnò et mori questo incen- 
dio; onde i fiumi ch'erono secchi tornorono ne' loro luo- 
ghi. Cadde Feton in Po. Gli Ebrei fìgurono nel cielo tutta 
la terra et i fiumi; ora in quella parte dello Scarpione, 
di che è ragionalo, è figurato il fiume del Po. Dicono an- 
cora i poeti che "1 cielo si cosse in quella parte; et questo 
non vuol dire altro, se non che il Sole, poi eh' è entralo 
in Libra, da venti punti di Libra infino a dieci punti dello 
Scorpione, per la virtù del Sole, tutte le foglie degli albori 
si seccono, onde pare il cielo essere arso: quando egli arde 
così , quando il sole è in quella parte, tutte le cose che 
sono sopra la terra, ciò è queste delle, quali è ragionalo; 
et è questo tempo dal principio d'Ottobre infino a venti 
di del mese: et in quello tempo venne quella piova della 
quale è fatta menzione (4) — Né quando Icaro. Com' è trat- 
tato addirietro nel xu capitolo di questo libro, Pasife, mo- 
glie del re Minos di Creti, essendo innamorata del toro, 
non trovando da sé modo di potere giacere con questo 
loro, mandò per Dedalo ingegnoso uomo, il quale fece la 
vacca del legname, nella quale entrò Pasife et usò col toro, 
del quale congiugnimento nacque il Minutauro. Era torna- 
to il re Minos d'Atene, et saputo V adulterio commesso per 
T artificio di Dedalo, il fece pigliare et mettere in una 

(1) Tutte le cose che sono sopra la terra ec. Qui certo ha difetto 
dì qualche cosa; ma non saprei qual racconciatura proporre. 



396 

torre, lui et Icaro suo figliuolo, la qual torre era molto 
fra U mare; et questo fece per non avere mai remissione. 
Dedalo, sentendosi rinchiuso, et chiuso il mare et la terra 
da poter fuggire, et non veggendo altro aperto che V aere, 
pensò d'andare per quella: fece artificiose ale, et appiccolle 
a sé et al figliuolo, et tutto s'empiè di penne con cera 
legate; et mostrò questo al figliuolo dicendo: Vedi, per 
queste ale si conviene tornare a casa nostra; ogni altra 
via ci ha chiusa il re Minos. Et ammonillo ch'egli non 
tenessi troppo verso il cielo, però che per lo caldo del sole 
la cera si scalderebbe; et, s' elli tenessi troppo basso, pote- 
rebbe incappare ne' poggi, et forse per 1' umidore immollarsi 
le penne. Ammonillo adunque ch'egli tenessi la via del 
mezzo, et baciato Icaro suo figliuolo, sei misse innanzi, et 
egli volò appresso a lui. Icaro, per la vaghezza del volare, 
non contento agli ammonimenti del padre, tenne verso il 
cielo. Gridando continuamente Dedalo Tu tieni mala via, 
Icaro, non si ritenendo per questo, tenne tanto verso il 
cielo che le penne si scaldorono, et la cera con che eli' e- 
rono appiccate si strusse; onde, rimaso senza penne, però 
che si spiccorono, Icaro, non possendo sostenere, in mare, 
là presso all'isola di Sardigna, cadde, et ivi affogò; et per 
lui ebbe nome quel mare il mare Icaro. Dedalo campò, et 
tornò a casa sua. Ora questo è secondo la favola. La veri- 
tà fu che Dedalo, com'è scritto nel xu capitolo di questo 
libro, fue ingegnoso uomo, per lo cui ingegno et arte 
Pasife usò con quello scrittore del re, nome Toro; onde 
il re Minos, saputo il fatto, fece mettere Dedalo et Icaro 
suo figliuolo in una torre fra mare, a fine che mai questo 
fatto non si ridicesse, et che mai di quello luogo non 
uscisse; onde Dedalo, veggendo chiusa ogni altra via, fece 
due navicelli, nell'uno entrò il figliuolo, nell'altro entrò 
egli. Ora, come gli uccelli hanno l'ale, per le quali elli 
volano per l'aere, cosi le navi hanno remi, pe' quali van- 
no per l'acqua; et però dicono i poeti che Dedalo fece 
alie. Ammoni Dedalo Icaro ch'egli non tenessi troppo pres- 
so alla terra, però che potea percuotere negli scoli et rom- 



397 

pere la nave. Icaro, per vaghezza di navicare, che poco 
v'era uso, tenne fra'l mare, onde sopravvenne una tem- 
pesta, per la quale la nave ruppe, onde Icaro là presso a 
Sardigna cadde et affogò in mare: et perch'egli affogò in 
quello luogo, fue quello mare chiamato il mare Icaro. 
— - Che fu la mia. Fa la comparazione — Ella sen va. Dice 
l'Auttore, che, però che quella scesa del fiume era dirupi- 
nata molto, et Gerione aveva addosso l'Auttore, per fare 
che la scesa fosse più leggeri, pigliava le rote larghe, a 
simile di una scesa dirupinata d'uno monte, che la via 
per la quale vae ha volte, acciò che la scesa sia meno 
fatichevole: onde era si poco lo smontare, che appena se 
n" accorgeva l'Auttore — Et vidil poi. Dice PAuttore che, 
però ch'egli senti pianti, che in prima non gli avea sen- 
titi, s'accorse ch'egli era appressato al luogo, et per tanto 
che Gerione era sceso," che in prima non se n'era accorto. 
— Come 7 falcon. Chiaro appare — Così, ite pose. Rotando 
a modo di falcone, che scende alla terra per molte ruote: 
Gerione, per simile modo sceso, posò l'Auttore a pie della 
scesa eh' è stagliata, ciò è senza scoglio: et cosi compie la 
intenzione del decimo settimo capitolo. 



■«e 



CANTO XVIII. 



Luogo è in inferno dello Malebolge, 
Tulio di pietra e di color ferrigno, 
Come la cerchia che d' intorno il volge. 

Nel dritto mezzo del campo maligno 
Vaneggia un pozzo assai largo e profondo, 
Di cui suo luogo dicerà V ordigno. 

Quel cinghio che rimane adunque è tondo, 
Tra il pozzo e il pie dell' alta ripa dura, 
Ed ha distinto in dieci valli il fondo. 

Quale, dove per guardia delle mura 
Più e più fossi cingon li castelli, 
La parte dovrei son rende figura, 

Tale imagine quivi facean quelli; 
E come a lai fortezze dai lor sogli 
Alla ripa di fuor son ponticelli, 

Così da imo della roccia scogli 
Movien, che rccidean gli argini e i fossi 
Infino al pozzo, che'i tronca e raccogli. 

In questo luogo, dalla schiena scossi 
Di Gerion, trovammoci; e il Poeta 
Tenne a sinistra, ed io dietro mi mossi. 



•i 



390 



Alla man destra vidi nuova pietà; 
Nuovi tormenti e nuovi frustatori, 
Di cbe la prima bolgia era repleta. 

Nel fondo erana ignudi i peccatori: 
Dal mezzo in qua ci venian verso il volto, 
Di là con noi, ma con passi maggiori; 

Come i Roman, per l'esercito molto, 
L'anno del Giubbileo, su per lo ponte 
Hanno a passar la gente modo tolto; 

Che dall' un lato tutti hanno la fronte 
Verso il Castello, e vanno a santo Pietro; 
Dall' altra sponda vsmno verso il monte. 

Di qua, di là, su per lo sasso tetro 
Vidi Dimon cornuti con gran ferze, 
Che li battean crudelmente di retro. 

Ahi come facean lor levar le berze 
Alle prime percosse! e già nessuno 
Le seconde aspettava né le terze. 

Mentr' io andava, gli occhi miei in uno 
Furo scontrati; ed io sì tosto dissi: 
Già di Veder costui non son digiuno. 

Perciò a figurarlo i piedi affissi; 
E il dolce Duca meco si ristette, 
Ed assenti eh 1 alquanto indietro gissi ; 

E quel frustato celar si credette 
Bassando il viso, ma poco gli valse; 
Ch'io dissi: Tu che l'occhio a terra getto, 

Se le fazion che porti non son false, 
Venedico se' tu Caccianimico; 
Ma che li mena a sì pungenti salse? 

Ed egli a me: Mal volentier lo dico; 
Ma sforzami la tua chiara favella, 
Che mi fa sovvenir del mondo antico. 

T fui colui, che la Ghisola bella 



400 

Condussi a far la voglia del Marchese, 
Come che suoni la sconcia novella. 

E non pur io qui piango Bolognese: 
Anzi n'è questo luogo tanto pieno, 
Che tante lingue non son ora apprese 

A dicer sipa tra Savena e il Reno: 
E se di ciò vuoi fede o testimonio, 
Recati a mente il nostro avaro seno. 

Così parlando, il percosse un demonio 
Della sua scuriada, e disse: Via, 
Ruffian, qui non son femmine da conio. 

10 mi raggiunsi con la- scorta mia: 
Poscia con pochi passi divenimmo, 
Dove uno scoglio della ripa liscia. 

Assai leggieramente quel salimmo, 
E volli a destra sopra la sua scheggia, 
Da quelle cerchie eterne ci partimmo. 

Quando noi fummo là, dov' ei vaneggia 
Di sotto, per dar passo agli sferzati , 
Lo Duca disse: Attendi , e fa che feggia 

Lo viso in te di questi altri mal nati, 
A' quali ancor non vedesti la faccia, 
Però che son con noi insieme andati. 

Dal vecchio ponte guardavam la traccia, 
Che venia verso noi dall' altra banda, 
E che la ferza similmente scaccia. 

11 buon Maestro, senza mia dimanda, 
Mi disse: Guarda quel grande che viene, 
E per dolor non par lagrima spanda, 

Quanto aspetto reale ancor ritiene! 
Quelli .è Giason, che per cuore e per senno 
Li Colchi del monton privati fene. 

Egli passò per l' isola di Lcnno, 
Poi che le ardite femmine spietate 



401 

Tutti li maschi loro a morte dienno. 

Ivi con segni e con parole ornate 
Isifile ingannò, la giovinetta, 
Che prima 1' altre avea tutte ingannate. 

Lasciolla quivi gravida e soletta: 
Tal colpa a tal martiro lui codanna; 
Ed anche di Medea si fa vendetta. 

Con lui sen va chi da tal parte inganna: 
E questo basti della prima valle 
Sapere, e di color che in sé assanna. 

Già eravam là 've lo stretto calle 
Con l'argine secondo s'incrocicchia, 
E fa di quello ad un al (r* arco spalle. 

Quindi sentimmo gente che si nicchia 
Nell'altra bolgia, e che col muso sbuffa, 
E se medesma con le palme picchia. 

Le ripe eran grommate d' una muffa, 
Per I' alito di giù che vi si appasta, 
Che con gli occhi e col naso facea zuffa. 

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta 
V occhio a veder senza montare al dosso 
Dell'arco, ove lo scoglio più sovrasta. 

Quivi venimmo, e quindi giù nel fosso 
Vidi gente attuffata in uno sterco, 
Che dagli uman privati parea mosso. 

E mentre ch'io là giù con l'oèchio cerco, 
Vidi un col capo si di merda lordo, 
Che non parea s' era laico o cherco. 

Quei mi sgridò: Perchè se' tu si ingordo 
Di riguardar più me che gli altri brutti? 
Ed io a lui: Perchè, se ben ricordo, 

Già t' ho veduto coi capelli asciutti , 
E se' Alessio Interminei da Lucca: 
Però V adocchio più che gli altri tutti. 

26 



402 

Ed egli allor, battendosi la zucca: 
Quaggiù m'hanno sommerso le lusinghe, 
Ond' io non ebbi mai la lingua stucca. 

Appresso ciò lo Duca: Fa che pinghe, 
Mi disse, un poco il viso più avarile, 
Si che la faccia ben con gli occhi attinghe 

Di quella sozza e scapigliata fante, 
Che là si graffia con Y unghie merdose, 
Ed or s' accoscia, ed ora è in piede stante: 

Taide è la puttana, che rispose 
Al drudo suo, quando disse: Ho io grazie 
Grandi appo te? Anzi meravigliose. 

E quinci sien le nostre viste sazie. 



403 



CANTO XVIII. 



Luogo è in Inferno detto Malebolge. Montato l'Auttore, 
egli et Virgilio, in su Gerione, ciò è in sulla frodolenzia, 
et venuto dal vu cerchio air ottavo, il quale chiama Male- 
bolge, dice che questo ottavo presente cerchio è distinto 
in dieci altri cerchietti, ciò è in dieci valli contenute nel 
presente cerchio, ne' quali dieci cerchietti fa essere puniti 
x maniere d* ingannatori et frodolenti, come -susseguente- 
mente appresso si dirà. In questo primo cerchietto adun- 
que pone essere puniti coloro, che, per inganni et con lu- 
singhevole modo, tolsono la onestà et la pudicizia alle 
donne, et tirarolle alla loro carnale intenzione et appetito 
disordinato. Et perchè il vizio di questi tali procedette 
comunemente da ozio in certi di loro, et ancora in certi 
da pungimene et da stimoli delle cose vedute, le quali 
piacciono, che poi rimangono scolpite et figurate nella loro 
fantasia et immagine; questa cotale immagine, che rappre- 
senta la cosa veduta, per appetito di sé, continuamente 
gli batte et gli pugne, et gli sollecita a trovare il modo 
et lo'nganno d'avere la propria persona di cui l'imma- 
gine è ri ma sa nella mente. Considerando adunque questo 
FAuttore, per conformare quanto più può la pena alla 
colpa del peccato commesso, dice ch'egli erono battuti da 
dimonj cornuti con gran ferze; et per questo ci vuole dare 
a intendere che questi cotali peccatori che si pongono 



404 

a 'ngannare le femmine, el massimamente per trarre (1) da 
loro, o per trarre da altrui a cui le fanno consentire, 
questi colali peccatori, che volgarmente si chiamono ruf- 
fiani, però che questo loro lenocinlo, ciò è questo loro 
peccato, spiace et è abbominevole nel cospetto della gente, 
et ragionato di loro, e' sono mostrati a dito dovunque pas- 
sano, onde egli prendono vergogna, vuole dare a inten- 
dere che sia quelli demonj che li battono; et per quelle 
dita colle quali sono mostrati, danno a intendere le corna 
che hanno quelli dimonj; el la ferza colla quale sono bat- 
tuti è propriamente la puntura, et le ponture della solle- 
citudine, eh' è nimica et contraria alla oziosità, d'onde co- 
munemente procede questo vizio. Onde Ovidio: Otta si tol- 
las periere cupidinis arcus. El ancora perchè il vizio di 
questi colali peccatori, dico di coloro che ingannono le 
femmine per tirarle alla intenzione altrui, o per trarre da 
loro, come è detto di sopra, è peccato basso, rimesso et 
abominevole, TAuttore gli avvolge et pongli essere alluf- 
fati in quello sterco, per dare loro la più viluperevole et 
la più abominevole et più spiacente pena che ricevere si 
possa. Dividesi questo capitolo in tre parti; la seconda 
comincia quivi : Nel fondo erano; la terza quivi : Già era- 
vamo. Nella prima parte continua il precedente capitolo 
al seguente, ciò è al presente, et descrive il luogo del quale 
egli ha a trattare. Nella seconda parte pone essere puniti, 
nel primo cerchietto tutti coloro che per amistà d'altrui 
hanno ingannate certe femmine; et veramente l'hanno in* 
gannate mostrando loro d'amarle per trarre ultimamente 
da loro; et a questo modo l' hanno condotle a fare la loro 
volontà. Nella terza parte, et nel secondo cerchiello de' dieci 
detti di sopra, pone essere puniti gli uomini che per da- 
nari hanno tirate le femmine a fare la volontà altrui; et 
le femmine che hanno venduta l'onestà loro et la loro 
pudicizia per danari: et cosi compie suo capitolo. Ora, 

(1) Per trarre da loro, Per levar loro di sotto denaro o allra cosi, 
direbbesi ora. 



405 

detto questo al modo usato, è da vedere la intenzione 
del testo. 

Luogo è in Inferito detto Malabolge. Dice l'Auttore che 
questo luogo dello inferno, dove poeticamente discrive 
dieci cerchietti, è chiamato Malebolge, che tanto vuole 
dire quanto Male sacco, o veramente Male valige; et è 
nome indeclinabile in plurali numero, et declinasi haec 
malae bolgae ec. Ancora dice essere il luogo petroso, et di 
colore simile alla ruggine del ferro, che volgarmente si 
chiama ferrigine: et questo vuole dare a intendere la du- 
rezza et l'ostinazione de' peccatori , indurati et ostinati in 
questo vizio — Come la cerchia. Ciò è cosi è fatto il luogo 
presente come quello cerchio dal quale è contenuto, per 
lo quale era venuto l'Auttore, per non mettere i pie nella 
rena, com'è detto nel precedente capitolo — Nel dritto 
mezzo. Discrive universalmente il luogo del quale egli ha 
a trattare per tutto lo 'nferno; et dice che questo ottavo 
cerchio, com'è detto nel precedente capitolo, è distinto in 
dieci altri cerchietti, ciò è in dieci valli; poi nel nono 
cerchio pone essere uno pozzo, nel quale hae quattro ca- 
merette, dove si punisce quattro maniere di tradimenti, 
come chiaramente et distintamente si mosterrà quando sa- 
remo a quelli capitoli — Dicerà l'ordigno. Ciò è l'ordine, 
et la materia ne tratterà — Quel cinghio che rimane. Come 
più volte è stato trattato, lo 'nferno pone l'Auttore essere 
a modo d'uno vaso tondo, distinto per cerchj, et l'uno 
cerchio è contenuto (1) dall'altro, si che ogni cerchio, a chi 
bene immagina, rimane tondo — Quale dove. Rende simi- 
litudine, come molti fòssi l'uno innanzi all'altro cingono 
uno castello, cosi quelli cerchietti, era l'uno innanzi al- 
l' altro; et come i ponticelli sono sopra i fossi per poter 

(1) È contenuto. Il codice veramente legge convenuto, e da prima 
avevo inteso che significasse quel medesimo che Circonvenuto, Circon- 
dato ec; ma fatto accorto che poco sopra ci sono le parole quello cer- 
chio dal quale è contenuto, ed a pag. 403 altra frase simile, non ho 
dubitato che anche qui dovesse stare in questo modo. 



406 

passare, cosi uno scoglio si movea che attraversava quegli 
cerchietti infino al pozzo; et in quella schiena dove questo 
scoglio si parte dalla ripa, dice TAuttore ch'egli lascia 
Gerione — Come i Romani Panno del Giubileo. Giubileo, 
id est Remissivus, ciò è Tanno che si rimettono i peccati, 
ciò è si perdonono, che fu nel m. ecc. fatto per papa Boni- 
fazio. Concorse tanta gente a Roma, che la gente ch'anda- 
va a santo Pietro di Roma su per lo ponte sopra il Teve- 
ro era assai volte tanta che molti, per le strette, nello scon- 
trarsi insieme, sarebbono morti; se non che si provvidde 
che certi, sopra ciò diputati, stavono in sul ponte; et quei 
che venivono da san Piero mandavono da una parte del 
ponte, et quei che v'andavano, che veniano dal monte 
eh' è di là da Tevero, mandavono dall' altra parte — Su 
per lo sasso tetro. Tetro tanto vuol dire quanto oscuro per 
lo scalpitare de' peccatori — Le berze. Vocabolo antico et 
volgare, et vuol dire le calcagna; che chi avea una sfer- 
zata non aspettava la seconda. — Et quel frustato. Il pec- 
cato di costoro era sì abominevole ch'egliono si celavono 
volentieri per non esser conosciuti. Et qui è da conside- 
rare che ancora i dannati hanno cura della fama loro, 
eh' è rimasa nel mondo. — Se le fazion che. Ciò è, se tu 
non m'inganni per troppa somiglianza che tu abbi ad 
altrui, ciò è che io l'abbi colto in scambio, tu se'Venedi- 
co. Fu costui messer Venedico de' Caccianimici da Bologna; 
et fu provigionato uno tempo del marchese Àzzo da Esti, 
signore di Ferrara. Avea messer Venedico una sua sorella, 
bellissima donna, detta madonna Ghisola, et antonomaslice, 
per eccellenzia, però che avanzava in bellezza tutte le 
donne bolognesi a quello tempo, fu chiamata la Ghisola 
bella. Il marchese Azzo, udendo parlare della bellezza di 
costei, et avendola alcuna volta veduta per l'amistà di 
messer Venedico, ultimamente, sotto questa fidanza, si partì 
da Ferrara sconosciuto, et una sera di notte picchiò al- 
l'uscio di messer Venedico: messer Venedico si maravigliò, 
et disse che la sua venula non potea essere senza gran 
fatto. Il Marchese, sotto gran fidanza, et perchè conoscea 



407 

l'animo di messer Vénedico, gli disse ch'egli volea meglio 
alla sua sirocchia, a madonna Ghisola, che a tulio il mon- 
, do; et ch'egli sapear eh' eli' era in quella casa: el pertanto, 
dopo molti prieghi, messer Vénedico consenti et discese 
alla volontà del Marchese: partissi della casa, et lasciò lui 
dentro; onde il Marchese, giunto a costei, doppo alcuna 
contesa, ebbe a fare di lei; onde poi in processo di lempo 
la novella si sparse: et perchè parea forte a credere che 
messer Yenedico avesse consentito questo della sirocchia, 
chi dicea la novella et apponevala a uno, et chi a un'al- 
tro; di che ora messer Vénedico chiarisce a Dante, et dice 
che, come che questa novella si dica, io fui quelli che 
condussi costei a fare la volontà del Marchese — A si pun- 
genti salse. L'Auttore somiglia questo luogo, ove e' trova 
messer Vénedico, a uno luogo che è a Bologna appiè della 
Chiesa eh' è sopra Bologna, che si chiama santa Maria a 
Monte, dov'è una valletta che si chiama le Salse, dove 
sono sotterrati tutti quelli che in sacralo non vogliono 
seppellire, come usuraj et simili — La tua chiara favella. 
Egli è qui da sapere che, se Iddio non mutasse nuovo uso, 
però che nulla è che sia impossibile a Dio, uno agnolo, 
uno spirito, uno dimonio, quando, o per volontà di Dio o 
per sua permissione, vengono a parlare ad alcuno uomo 
mortale, però che non hanno corpo, pigliano uno corpo 
d' aere, et di quello corpo esce la voce con che parlano; 
et però che quella cotale voce che non è organizzata dal 
polmone, dalla concavità dello slrozzule, dalla lingua, da' 
quattro denti et dall'altre cose che hanno a formare la 
voce umana è voce contraffalla; et la voce contraffatta non 
è chiara né sonora com'è la propria voce, conviene che 
questo loro parlare sia più offuscato et meno chiaro che la 
voce viva; et pertanto messer Vénedico, udendo parlare l'Aut- 
tore, che parlava come uomo più chiaramente che gli spiriti, 
dice che la sua chiara favella lo sforzò a manifestargli ciò 
ch'egli volea udire — Et non pure io. Vuole dire che questo 
vizio non regna pure in lui, ma in molti Bolognesi, però 
che, per lo Studio, et perchè gli scolari che vi corrono et 



408 

usono di molti paesi, molte donne vi sono condotte a simili 
atti , et molti uomini bolognesi per avarizia V hanno già 
a ciò condotte. Et perchè P A littore era uso a Bologna, dice 
messer Venedico: Recati a mente la nostra avarizia, ciò è 
quanto i Bolognesi sieno avari: et dice ancora che per 
questo vizio era in quello luogo tanti Bolognesi che tanti 
non ha ora vivi in Bologna. Et dice che tante lingue non 
vi sono use a dire Sipa. Sipa, è vocabolo bolognese, et 
tanto vuol dire quanto Sia — Tra Savina e 9 l Reno. Savina 
et Reno sono due fiumi che corrono a Bologna, et nel 
mezzo di questi due fiumi è la città di Bologna — Ruffiati, 
qui non ha. Ciò è che qui non ha femmine da poterle co- 
niare, et ingannare (1) per danari o per altro illicito modo. 
— A 9 quali ancor non vedesti. Però che'l cerchio era ton- 
do, et l'Auttore era ito per runa parte del cerchio, et per 
tutto il cerchio erono i peccatori, aveano veduto quella 
parte che veniano loro incontro: gli altri eh' erono venuti 
dirieto a loro non avevono veduti. Et però disse Virgilio: 
Fermati in su questo vecchio ponte, ciò è scoglio, et guarda 
questi altri che ancora non hai veduti — Mi disse: Guarda 
quell'è Jason. Jason fue bellissimo giovane, et fu figliolo 
d'Erison nipote di Pellia re di Tessaglia; et essendo Pellias 
a sacrificare a' suoi Dii, ebbe responso che colui che trove, 
rebbe che gli venisse incontro, tornando egli verso la città- 
che avesse l'uno pie scalzo et l'altro calzalo, gli torrebbe 
il reame. Onde avvenne che, tornando Pellia, Jason essendo 
uscito d'uno fiume et calzatosi già l'uno piede, et l'altro 
piede scalzo, si fece contro al zio. Pellia, guardando Janson, 
si ricordò del risponso degli Dii: pensò subitamente di 
farlo morire. Era in quel tempo il re Oette signore del- 
l' isola di Colchi; et in quella isola era uno montone col 

(1) Da foterle coniare oc. Conjellatores si Irò va in antichissimi sta- 
tuti per bagallellieri , ciurmadori o simile; e non è difficile che coniare 
e conio fosse usato anche per ingannare ed inganno o simile, e che in 
questo significato lo usasse Dante. La chiosa del nostro Anonimo dà 
gran fona a questa conjetlura. 



409 

vello dell'oro, secondo le Azioni poetiche, guardato da 
dragoni che geltavono fuoco per gli occhi et per la bocca, 
et per buoi che avevono i pie di rame etc. Ma, secondo la 
verità, il re Oette aveva molto tesoro raunato, et questo era 
quello vello eh' e Poeti dicono; et era guardato da draghi 
con fuoco, ciò è da buone guardie, che la notte faceano 
gran fuochi. Pellias, per fare male capitare Jason, il confortò 
et sospinselo eh" egli andasse a conquistare questo vello 
del Toro. Jason, cupido di gloria, fece fare una nave a uno 
maestro che ebbe nome Tifi, et fu chiamata questa nave 
Argon; et fu la prima nave che intrasse in mare, o vera- 
mente che in mare fosse veduta; et tolto Janson una com- 
pagnia di giovani, montò in su questa nave, et navicò verso 
risola di Colcos; et prima che a quella isola giugnesse, 
arrivò air isola di Leno. Questa isola era signoreggiata pel 
re Toanta, il quale re, con tutti i suoi paesani che arme 
poteano portare, era ito nell'isola di Tracia ivi vicina a 
guerreggiare quelli di. quella isola; et quivi stettono per 
spazio di tre anni. Queste loro donne, ch'erono rimase 
air isola di Leno, più et più volte scrissono a' loro mariti 
-che torci assono; et una donna saputissima, essendo uno dì 
molte di queste donne ramiate insiemi, disse, come la 
notte dinanzi Venere gli era apparita armata, mostrando 
sdegnata forte verso loro, però che dicea non essere sacri- 
ficata da loro. Onde ultimamente queste donne delibera- 
rono che, tornati i loro mariti et i figliuoli, una notte 
ordinata ucciderli tutti, et cosi feciono. Essendo tornati 
con vittoria et bene bevuto una sera, quella notte mede- 
sima tutti furono morti dalle loro donne; fuori che Isiflle 
ingannò l'altre, et non volle uccidere il padre, anzi nel 
mandò vìa certamente. Arrivato adunque Janson in questa 
isola, Janson fu ricevuto da Isifile onorevolmente, et giacque 
con lei, et ebbene due figliuoli, de 9 quali egli la lasciò gra- 
vida, et promisse di tornare a lei, et mai non vi tornò. 
Et però dice l'Autlore ch'egli ingannò lei di non tornare, 
come Isiflle avea ingannato l'altre donne di non uccidere 
il padre. Partitosi poi Janson da Isifile, et venuto all'isola 



410 

di Colcos, Medea, veduto Janson el innamorata di lui, però 
che fu ricevuto dal suo padre Oete onorevolmente, ella, 
avendo spazio di poterlo vedere nella sua propria casa, li 
manifestò ultimamente l'animo suo; et promissegli il modo 
et d'insegnargli come egli acquisterebbe il montone del 
vello dell'oro, s'egli la volessi tórre per moglie: et inse- 
gnolli come egli farebbe addormentare i draghi che'l guar- 
davano, et ch'egli seminasse i denti, de' quali nascerete 
bono cavalieri armati, et poi tra loro s' ucciderebbono. Et 
nella verità questo vello dell'oro era grandissima quantità 
d'oro del re suo padre, il quale era guardato da molti 
uomini, da molte guardie. Medea uccise il padre, et tolse 
il tesoro, et fece seminare i denti, ciò è misse scandalo 
et zizzania in quelli cavalieri che'l guardavono, onde egli 
s'uccisono insieme, et Medea salvamente con questo tesoro 
se n'andò con Janson; et per paura di quelli dell'isola di 
Colcos nolla giugnessono, uccise uno suo fratello et la- 
sciolto squartalo nella via, acciò che quivi soprastessono, 
se veruno la seguitasse: et bene nell'ultimo arrivò come 
meritava; che, giunta in Tessaglia, et avuti già due figliuoli 
di Janson, la lasciò, et tolse per moglie Creusa figliuola 
del re Creonte, onde Medea, dolorosa sempre, poi male finì 
sua vita — Con lui sen va chi. Vuole dire che chiunque 
inganna per simil modo come Janson è qui punito — Et 
fa di quello a uno. Lo scoglio, sopra il quale era ito 
l'Auttore, dice ch'era giunto colla ripa del secondo cerchio, 
et facea spalle, ciò è rincalzava da lato lo scoglio che so- 
prastava al terzo cerchietto. Et qui dice l'Auttore ch'egli 
si fermò; et quindi dice che sentirono i peccatori dal se- 
condò cerchietto de' dieci, che si picchiavano, et sbratta- 
vansi il meglio che potevono, et smuffavono, ciò è trae- 
vono il muso di fuori, a guisa che fa il porco del fango. 
— Che colli occhi et col naso. Le ripe d'attorno, ch'erono 
grommate di fetore del luogo, per modo che a guardarvi 
tormentarono il naso col puzzo, et gli occhi che vi guar- 
davono — Che non parca s'era laico. Vidde uno si coperto 
di quella feccia , et si n' avea pieno il capo, che non si 



tu 

pò tea vedere s'egli avea cherica o no — Et se 9 Alesso 
Interinine i. L'Auttore mostra d'avere conosciuto costui in 
sua vita, et però guardava lui più che gli altri, però che 
fu uomo che sempre attese a ingannare le femmine, et 
condurle, per danari et per ogni altro modo disonesto, a 
perdere la loro pudicizia. Et in questo secondo cerchietto 
é da notare che sono puniti l'altra spezie de' ruffiani, co- 
me è stato detto di sopra nello esordire del capitolo. Fu 
costui Alesso degr Interminelli da Lucca — La lingua stuc- 
ca. Ciò è la lingua mia non si stuccò mai di lusingare, 
ciò è non s' empiè mai la voglia sua — Taide è la puttana. 
Questa Taide, secondo che descrive Teodorio, fu d'Atene, 
bellissima femmina, et grandissima meretrice, tanto che, 
essendo Demostene in Atene, et piacendogli costei, cercò 
di potere essere con lei: il mezzano che facea il mercato 
disse che le cose erano in punto, s'egli volea pagare cento 
talenti d'oro; onde a Demostene, udendo questo, gli man- 
cò la voglia, et rispose: Io non voglio che mi costi tanto 
il pentere. Ora uno giovane d'Atene, ch'ebbe nome Fedra, 
era innamorato di lei, et di costui fa menzione l'Aut- 
tore, et quasi in lei consumò ciò ch'egli avea; et una 
volta fra l'altre, credendo che costei gli tenessi fede, an- 
dando alla sua casa, trovò che uno altro era con lei. Costei, 
che fu sopraggiunta per modo che di quello non si potea 
scusare, come sagacissima meretrice, prese un'altra scusa, 
dicendo a Fedra: Non ti curare di questo fatto, però che, 
perchè io faccia cosi, io non gli voglio bene, però che io 
amo te, et non altra persona. Questo che io fo, fo per- 
eti' egli mi ha .promessa la tale fanciulla che mi servirà: 
avuta che io 1* arò, io non m' impaccerò più con lui. Que- 
sto smemorato rimase per contento alla scusa; et dissegli: 
Vuommi lu bene come tu di? ho io grazia in te? Questa 
rispose che si, sopra ogni altra persona. Costui a questa „ 
risposta rimase per contento, et pregolla ch'ella noi dimen- 
ticassi, et che egli era contento; et partissi da lei — Et 
quinci sien. L'Auttore, avendo riguardalo assai in questo 
fosso, Virgilio si volse a lui, et disse che loro viste dove- 



412 

vono essere sazie di guardare laggiù. Et qui si può moral- 
mente intendere che cose tanto disoneste et abominevoli 
quanto quelle erano, si debbono gli uomini, non che ra- 
gionarne volentieri, ma fuggirle et schifare di vederle 
quanto si può, dove la necessità non stringa altrui, come 
al presente strinse FA littore, a ragionare di ciò per ritrar- 
ne altrui. Et' cosi compie la materia di questo capitolo. 



CANTO XIX. 



Simon mago, o miseri seguaci, 
Che le cose di Dio, che di boriiate 
Deono essere spose, e voi, rapaci, 

Per oro e per argento adulterate; 
Or convieni che per voi suoni la tromba, 
Però che nella terza bolgia state. 

Già eravamo alla seguente tomba 
Montati, dello scoglio in quella parte, 
Che appunto sovra mezzo il fosso piomba. 

somma Sapienza, quanta è l'arte 
Che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo, 
E quanto giusto tua virtù comparte! 

Io vidi per le coste e per lo fondo 
Piena la pietra livida di fori 
D'un largo tutti, e ciascuno era tondo. 

Non mi parean meno ampj né maggiori, 
Che quei che son nel mio bel San Giovanni 
Fatti per luogo de' battezzatori; 

L'un degli quali, ancor non è moli' anni, 
Rupp'io per un che dentro vi annegava: 
E questo fia suggel ch'ogni uomo sganni. 



ili 

Fuor della bocca a ciascun soperchiava 
D' un peccator li piedi , e delle gambe 
Infino al grosso, e P altro dentro stava. 

Le pianto erano a tutti accese intrambe; 
Perchè sì forte guizzavan le giunte, 
Che spezzate averian ritorte e strambe. 

Qual suole il fiammeggiar delle cose unte 
Muoversi pur su per l'estrema buccia; 
Tal era lì da 1 calcagni alle punte. 

Chi è colui, Maestro, che si cruccia, 
Guizzando più che gli altri suoi consorti, 
Diss' io, e cui più rossa fiamma succia? 

Ed egli a me: Se tu vuoi ch'io ti porti 
Laggiù per quella ripa che più giace, 
Da lui saprai di sé e de' suoi torti. 

Ed io: Tanto m'è bel, quanto a te piace: 
Tu se' signore, e sai ch'io non mi parlo 
Dal tuo volere, e sai quel che si tace. 

Allor venimmo in su Y argine quarto; 
Volgemmo, e discendemmo a mano stanca 
Laggiù nel fondo foracchiato ed arto. 

E il buon Maestro ancor dalla sua anca 
Non mi dipose, sì mi giunse al rotto 
Di quei che sì piangeva con la zanca. 

qual che se', che '1 di su lien di sotto, 
Anima trista, come pai commessa, 
Comincia' io a dir, se puoi, fa motto. 

lo stava come il frate che confessa 
Lo perfido assassin, che, poi eh' è fitto, 
Richiama lui, perchè la morte cessa; 

Ed ei gridò: Se' tu già costì ritto, 
Se' tu già costi ritto, Bonifazio? 
Di parecchi anni mi mentì lo scritto. 

Se' tu si tosto di queir aver sazio, 



415 



Per lo qual non temesti torre a inganno 
La bella Donna, e poi di farne strazio? (1) 

Tal mi fec' io quai son color che stanno, 
Per non intender ciò eh* è lor risposto, 
Quasi scornati, e risponder non sanno. 

Àllor Virgilio disse: Dilli tosto, 
Non son colui, non son colui che credi; 
Ed io risposi come a me fu imposto. 

Perchè lo spirto tutti storse i piedi; 
Poi sospirando, e con voce di pianto, 
Mi disse: Dunque, che a me richiedi? 

Se di saper chi io sia ti cai cotanto, 
Che tu abbi però la ripa scorsa, 
Sappi eh' io fui vestito del gran manto; 

E veramente fui figliuol dell' Orsa, 
Cupido sì, per avanzar gli orsalti, 
Che su l'avere, e qui me misi in borsa. 

Di sotto al capo mio son gli altri tratti 
Che precedetter me simoneggiando, 
Per la fessura della pietra piatti. 

Laggiù cascherò io altresì, quando 
Verrà colui ch'io credea che tu fossi, 
Àllor eh' io feci il subito dimando. 

Ma più è il tempo già che i pie mi cossi, 
E eh' io son stalo così sottosopra, 
Ch'ei non starà piantato coi pie rossi; 

Che dopo lui verrà, di più laid' opra, 
Di ver ponente un pastor senza legge, 
Tal che convien che lui e me ricuopra. 



(1) E poi di farne strazio. La lezione comune è e di poi farne. 
Questa lezione del nostro codice la trovò anche il Witte ne 1 codici su 
cui fece la sua edizione, e Y accettò. 



116 

Nuovo Jason sarà, di cui si legge 
Ne' Maccabei; e come a quel fu molle 
Suo re, così fia a lui chi Francia regge. 

Io non so s' F mi fui qui troppo folle, 
Ch* io pur risposi lui a questo metro: 
Deh, or mi di', quanto tesoro volle 

Nostro Signore in prima da san Pietro, 
Che ponesse le chiavi in sua balia? 
Certo non chiese se non: Viemmi dietro. 

Né Pier né gli altri chiesero a Mattia 
Oro od argento, quando fu sortito 
Nel luogo che perde 1' anima ria. 

Però ti sta, che tu se* ben punito; 
E guarda ben la mal tolta moneta, 
Ch' esser ti fece contra Carlo ardito. 

E, se non fosse che ancor lo mi vieta 
La riverenza delle somme chiavi, 
Che tu tenesti nella vita lieta, 

F userei parole ancor più gravi; 
Che la vostra avarizia il mondo attrista, 
Calcando i buoni e sollevando i pravi. 

Di voi pastor s'accorse il Vangelista, 
Quando colei , che siede sovra Y acque, 
Puttaneggiar co' regi a lui fu vista : 

Quella che con le sette teste nacque, 
E dalle diece corna ebbe argomento, 
Fin che virtute al suo marito piacque. 

Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento: 
E che altro è da voi all' idolatre, 
Se non eh' edi uno, e voi n' orate cento? 

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, 
Non la tua conversion, ma quella dote 
Che da te prese il primo ricco patre! 

E mentre io gli cantava cotai note, 



417 

ira o coscienza che 'l mordesse, 
Forte spingava con ambo le piote. 

lo credo ben che al mio duca piacesse, 
Con sì contenta labbia sempre attese 
Lo suon delle parole vere espresse. 

Però con ambo le braccia mi prese, 
E poi che tutto su mi s'ebbe al petto, 
Rimontò per la via onde discese; 

Né si stancò d' avermi a sé ristretto, 
Si men portò sovra il colmo dell'arco, 
Che dal quarto al quinto argine è tragetlo. 

Quivi soavemente spose il carco, 
Soave per lo scoglio sconcio ed erto, 
Che sarebbe alle capre duro varco: 

Indi un altro vallon mi fu scoverto. 



27 



418 



CANTO XIX. 



Simon magOj, o miseri seguaci. Intende nel presente 
capitolo l'Auttore, continuando sua materia, di trattare de" 
Simoniaci; et però che pare che questo vizio tocchi più 
a'cherici che altra gente, come che a molli tocchi, molti 
cherici pone essere puniti del predetto vizio. Et acciò che 
piena cognizione s'abbia di quello che importa questo no- 
me Simonia, è da sapere che al tempo che santo Piero et 
gli altri apostoli andavono predicando la fede di Cristo, 
però che a quel tempo la fede avea bisogno d'aumentarsi, 
Iddio mostrò molti miracoli per gli apostoli et per suoi 
discepoli, tanto che nelle loro parole erono salvi, et del 
corpo et dell'anime, a chiunque poneano la mano in capo, 
dicendo solamente: Descendat super te Spiritus Sanctus. 
Furono a quel tempo molti nigromanti pagani, et fra gli 
altri fue Simone mago, che fu grandissimo maestro di ni- 
gromanzia, d'astrologia et d'arte magica; et più volte, per 
virtù della sua scienzia, contastò a santo Piero et agli altri 
apostoli; ma niente era, che nulla potea innanzi a loro. 
Onde Simone, veggendo che, non solamente gli apostoli di 
Cristo, ma ancora quelli a cui poneano le mani in capo 
faceano grandissimi miracoli, per potere fare simile opera- 
zione, et non per altro rispetto, andò a santo Piero dicen- 
do: Togli quanta moneta tu vogli, però che assai n'avea, 
et pommi la mano in capo. San Piero guardò costui con mal 
piglio dicendo: Via, Satana» 9 abi: pecunia tua sit tecum in 



419 

per ditto ne. Onde da quel punto innanzi, però che costui 
volle comperare le cose sacre per denari , qualunque P ha 
poi vendute per veruno modo, o qualunche l'ha poi com- 
perate, sono stati chiamati, dal nome di Simone, Simoniaci. 
Fa PAuttore in questo terzo cerchio essere puniti questi 
peccatori di che farà menzione, in questa forma, eh 9 egli 
immagina certe fossette tonde quanto uomo vi possa en- 
trare, et mettegli col capo di sotto nella fossa, et co' pie 
di sopra: et bene è rispondente la pena alla colpa, però 
che, come questi peccatori dovevono avere P animo et il 
capo loro diritto verso il cielo, verso le cose spirituali, 
egli Pavevono volto alle cose basse et terrene, alPoro et 
airariento che si cava di sotto alla terra. Pone le piante 
loro essere accese; et questo non vuole altro immaginare, 
se non come P animo loro fu acceso et riarso da questo 
disordinato desiderio dell' avere, sono per simile modo arsi 
i loro piedi, però che lo pie s'intende P affezione dell' ani- 
mo. Onde il filosofo: Pes animi amor est; et PAutlore et 
l'anima non va con altro piede, (sic) Ancora per questi ri- 
spetti et similianli hanno ordinato le leggi che chi per denari 
uccide gli uomini , che sono creature di Dio, non avendo 
l'animo loro volto a Dio, ma alle cose terrene, all' oro e 
all'ariento, sieno messi col capo nella terra, et quivi muo- 
iano. Dividesi il presente capitolo in tre parti: qual tu 
se 9 , è la seconda parte; la terza comincia quivi: Io non so 
s'io mi. Nella prima parte fa una esclamazione contro a' 
simoniaci, faccendo suo principio da Simone Mago, di che 
è fatta menzione, et discrive il luogo et il modo del tor- 
mento. Nella seconda parte induce a parlare seco papa 
Niccola degli Orsini, che gli manifesta com'egli fu viziato 
di questo peccato; et similmente certi Papi, che precedet- 
tero nella apostolica sedia dirietro a lui. Nella terza et 
ultima parte redargue i pastori di santa Chiesa de' loro 
vizj, mostrando come san Giovanni Evangelista previde la 
loro vita, et la loro mala disposizione, dimostrando come 
Costantino, quando dotò la Chiesa, misse veleno negli 
animi loro: et quinci viene all' ultimo del capitolo. 



420 

Simon mago, o miseri. Chiaro appare, per quello eh 9 è 
detto di sopra — Per oro e per argento. Ciò è le cose di 
Dio, che le dovete amare, et tenerle come vostre spose, et 
voi per oro le tenete come si tengono l'adultere; et tanto 
vuol dire: queste cose non usono quelli di cui elle debbono 
essere, ma quelli di cui elle non sono di ragione, perchè 
l'hanno comperate per denari, et per illicito modo l'han- 
no avute — Or convicn die. Qui dice che la sua Comme- 
dia tratterà di loro vizj, et dice tromba. Alla tromba s'as- 
somiglia quello siilo de' poeti che esclama, o veramente 
quello ch'egli discrìve parla con altri eccellenti vocaboli; 
et pertanto è a Lucano attribuita la tromba, perchè cercò 
ne' suoi libri di parlare altamente, et con vocaboli eccel- 
lenti; ma non con molla dolcezza. A Virgilio la musetta, 
però che il parlare di Virgilio è alto, dolce et reflessivo, 
et ha in se ogni modo bello di parlare che dee avere ve- 
run poeta — somma sapienza, quanta. Qui fa una escla- 
mazione, et dice che la sapienzia di Dio ordina giusta- 
mente ogni cosa, et in cielo et in terra et in inferno. 
— Non mi parimi men. L'Autlore somiglia questi fori a 
quelli che sono intorno alla fonte maggiore del Battesimo 
in santo Giovanni di Firenze, ne' quali fori è d'usanza che 
stieno i preti che battezzano et che benedicono l'acqua; 
l' uno de' quali dice l'Auttore avere rotto, per uno fanciullo 
che dentro v'era caduto, et se non ch'elli il ruppe (1), 
vi moriva: et però che quelli ch'era disposto a dire male 
forse n'abbominò l'Auttore, che ciò avea fatto ad altro 
fine, egli dice la cagione il perchè; et dice che questo 
puote ogni uomo chiarire. Et chiamalo bel san Giovanni, 
però che la cappella di santo Giovanni è delle belle et 
notabili cappelle del mondo — Infino al grosso. Ciò è che 
infino al grosso delle gambe era coperto dal foro del sasso: 
dal grosso delle gambe in su, ciò è dalle polpe, era sco- 
perto — Qual suole. Quando il fuoco s'appiglia in sulle 

(1) Et se non ch'elli. E so non l'avesse rotto, vi annegava. Più 
compiutamente dicevano allora, se non frisse che elli il ruppe. 



431 

cose che sono unle, come è una padella, arde la fiamma 
intorno a quello unto nello estremo della cosa unta; et 
a simile le piante de 9 peccatori — Allor venimmo, Vennoro 
al quarto argine; et benché V argine fosse il quarto, il cer- 
chio dove erano, era pure il terzo. Et come questo sia, si 
vuole immaginare più fossi l'uno appresso all'altro, et 
sempre rimarrà la ripa più una eh' e fossi , però che uno 
fosso ha due ripe, due fossi hanno tre ripe, tre fossi han- 
no quattro ripe; et però bene dice eh 9 egli erono in sul 
quarto argine, ciò è in sulla quarta ripa — E arto. Arto 
tanto vuol dire quanto stretto — qual tu se 9 . Però che 
questo vizio spiacque sempre all'Auttore, non lusinga que- 
sta anima, ma maggiormente pare volerla riprendere; et 
però nolla priega ch'ella parli — Et e' gridò: Se 9 tu. Vuole 
mostrare l'Auttore che questi che parla credette che Dante 
fosse papa Bonifazio; et dice che di parecchi anni li mentì 
la scrittura; che pare eh' elli avessi veduto forse, mentre 
che ci visse, nel papalisto fatto per l'abate Giovacchino, 
il tempo che vivere doveva papa Bonifazio: o forse per 
detto d' alcuno dimonio, che per alcuno modo preveggono 
le cose future. Mori Bonifazio nel m. ggc. iiij. — La bella 
donna et poi. Egli è da sapere che negli anni di Cristo 
m. ce. Lxxxxuu del mese di luglio, essendo stata vacala la 
chiesa di Roma, doppo la morte di papa Niccola d'Ascoli, 
più di due anni in Perugia, costretti i cardinali di chia- 
mare papa, elessono uno santo uomo che avea nome Piero 
del Murrone d'Abruzzi. Questi era romito et d'aspra peni- 
tenzia; et per lasciare la vanità dei mondo, ordinati più 
santi monisteri di suo ordine, si se ne andò a fare peni- 
tenzia ne' frati del Murrone, i quali sono sopra a Sermona; 
et questi eletto et fatto papa, fece xu cardinali, gran parte 
oltramontani, a petizione del re Carlo di Sicilia; et ciò 
fatto, andò colla corte a Napoli: et perchè egli era sem- 
plice et non litterato, et delle pompe del mondo non si 
travagliava, i cardinali il prezzavono poco. Il detto santo 
padre, aveggendosi di ciò, et non sentendosi sufficiente al 
governo della Chiesa, come quello che amava più il servire 



422 

Iddio et rullile di sua anima che F onore del mondo, 
cercava ogni via come egli potesse rinunziare al papato. 
In fra gli altri cardinali della chiesa di Roma, era uno 
messer Benedetto Gatani, che fu poi papa Bonifazio, d 1 Ala- 
gna, molto savio uomo di scrittura, et delle cose del mondo 
molto pratico, et savio et sagace, il quale avea gran volontà 
di venire alla dignità papale; et questo con ordine avea 
procacciato col re Carlo, et co" cardinali; et già avea di 
loro la promessa, la qual poi gli venne fatta: et questi si 
misse dinanzi al santo padre, sentendo ch'egli avea volon- 
tà di rinunziare al papato, et dissegli eh 9 egli facesse nuo- 
vo decreto che, per utilità di sua anima, ciasceduno potessi 
rinunziare al papato; et cosi conF egli il consigliò fece 
papa Cilestrino il detto decreto: et ciò fatto, il di di santa 
Lucia di dicembre vegnente, fatto concestoro di tutti i 
cardinali, in loro presenzia si trasse la corona et il manto 
papale, et rinunziò al papato et partissi della Corte, et 
tornossi a esser romito et fare sua penitenzia: et così regnò 
nel papato cinque mesi et otto di. Ma poi il successore 
papa Bonifazio il fé prendere alla montagna di santo Agnolo 
in Puglia di sopra a Bescia, ove s' era ridotto a fare peni- 
tenzia, et poi privatamente nella rocca di Sulmone in Cam- 
pagna il fé tenere in cortese prigione, acciò che, lui viven- 
do, non si potesse opporre alla sua elezione; però che 
molti cristiani tenevano Cilestrino per vero papa et diritto, 
nonstante la sua renunziagione. Dice ancora alcuno che 
messer Benedetto Guatani, essendo papa Cilestino ancora 
nella sedia apostolica, per farlo rinunziare, veggendo ch'e- 
gli n' avea voglia, misse alcuno fanciullo di notte segreta- 
mente nella camera sua, dicendogli la notte ch'egli rinun- 
ziasse al papato, et simili inganni facendogli; ma, come che 
le favole si dicano, la verità fu che, per consiglio di papa 
Bonifazio et per sua arte et inganno et sagaci tà, papa Cile- 
strino rinunziò al papato — Et poi di farne strazio. Ànco- 
ra è da sapere che nel m. ce. lxxxxiiij messer Benedetto 
Guatani, ili che è fatto menzione, avendo operato, com'è 
detto, per sua sagacità che papa Cilestrino avea rinunziato 



423 

a! papato, come dicemmo, segui la sua impresa, et tanto 
operò co' cardinali et col procaccio del re Carlo, il quale 
avea l'amistà di molti cardinali, spezialmente de' xu nuovi 
eletti per Cilestrino. Et stando in questa cerca, una sera 
di notte, sconosciuto con poca compagnia, andò al re Car- 
lo, et dissegli: Re, il tuo papa Cilestrino t'ha voluto et 
potuto servire nella guerra di Sicilia, ma non ba saputo; 
ma, se tu aoperi co' tuoi amici cardinali che io sia eletto 
papa, io saprò, et poterò, et vorrò; promettendogli per sua 
fede et saramento tutto il potere della Chiesa: onde il Re, 
fidandosi in lui, gli promisse, et ordinò co' suoi xu cardi- 
nali ch'egliono gli dessono le loro voci. Essendo alla ele- 
zione messer Matteo Rosso et messer Jacopo della Colonna, 
ch'erono capo della setta de' cardinali, s'accorsono di ciò; 
incontanente gli dierono la loro voce; et per questo modo 
fu eletto papa nella città di Napoli la vilia della Natività 
di Cristo del detto anno: et incontanente ch'egli fu eletto, 
si volle partire da Napoli colla corte et venire a Roma; 
et là si fece coronare con grande solennità et onore a 
mezzo gennajo. Questo papa Bonifazio fu della città d'Ala- 
gna, assai gentile uomo, figliuolo di messer Lifredi Guatani, 
et di sua nazione ghibellino; et mentre ch'egli fu cardi- 
nale protettore fu di loro, et spezialmente de'Todini; ma 
poi ch'elli fu fatto papa molto si fece guelfo, et molto 
fece per lo re Carlo nella guerra di Cicilia; con tutto che 
per molti savj si disse ch'elli fu partitore della parte guel- 
fa, sotto ombra di mostrarsi molto guelfo. Molto fu magna- 
nimo et signorile, et volle molto onore, et seppe bene 
mantenere et avanzare santa Chiesa et sua ragione; et fu 
molto ridottato et temuto. Pecunioso fu molto, per avanzare 
i suoi parenti non faccendo coscienzia di guadagno, che 
tutto dicea ch'era lecito lutto quello ch'era della Chiesa; 
et per guadagnare, come fu fatto papa, annullò tutte le gra- 
zie de' vacanti benefizj fatti per papa Cilestrino, chi non 
avesse la possessione. Fece fare al re Carlo il nipote conte 
di Cesarea, et due figliuoli del nipote l' uno conte di Fondi 
et l'altro conte di palazzo; et comperò il castello delia 



4*4 

milizia di Roma, che fu il palazzo di Trajano imperadore: 
et quello crebbe et fece edificare con grande spendio, et 
più castella in Campagna et in maremma; et sempre la 
stanza sua fu il verno in Roma, et la state et la primavera 
in Rieti et in Orvieto; ma poi il più in Alagna per aggran- 
dire la sua città et i suoi, togliendo dell'avere della Chie- 
sa, et non guardando a coscenzia — Sappi eh 9 io fui vestito 
del gran manto. Fu costui, del quale parla TAuttore, messer 
Gianni Gatani cardinale della casa degli Orsini di Roma, 
il quale mentre fu giovane cherico, et poi cardinale, fu 
onestissimo et di buona vita, et dicesi ch'era di suo corpo 
vergine; ma poi ch'elli fu chiamato papa, che fu negli 
anni di Cristo m. gg. lxxvjj, e nomato papa Niccola terzo, 
fu magnanimo, et per lo caldo de' suoi consorti imprese 
molte cose per fargli grandi; et fu il primo papa nella cui 
corte s'usasse palese simonia per li suoi parenti: per la 
qual cosa gli aggrandì molto di possa et di castella et di 
moneta sopra a tutti i Romani, in poco tempo ch'egli 
vi vette. Questi fece sette cardinali romani, più suoi parenti; 
et infralii altri, a' prieghi di messer Gianni capo de' Colon- 
nesi suo cugino, fece cardinale messer Jacopo della Colon- 
na, acciò che i Colonnesi non s' accozzassero cogli Anibal- 
deschi loro nimici; ma tossono in loro ajuto: et fu tenuta 
gran cosa, però che la Chiesa avea privati tutti i Colonnesi, 
et chi di loro progenie fosse, d'ogni benefizio ecclesiastico 
in fino al tempo di papa Alessandro terzo, però che avieno 
tenuto collo imperadore Federigo primo contro alla Chiesa 
di Roma. Appresso fece i nobili et gran palagi a santo Pie- 
tro: ancora imprese col re Carlo (4), per cagione che '1 papa 
fece richiedere il re Carlo di 'mparentarsi con lui, volendo 
dare una sua nipote al nipote del Re, il quale parentado 
il Re noi volle assentire dicendo: e Per che egli abbia il 
calzamento rosso, suo legnaggio non è degno di mischiarsi 
col nostro, et sua signorìa non è retaggio ». Per la qual 

(1) Imprese col re Cario. Forse ci ha qui difetto: il sentimento è 
prete briga, o si crucciò o simile. 



428 

cosa il Papa contro a lui indegnò, et poi non fu suo ami- 
co; ma in tutte cose in segreto gli fu contrario; et del 
palese gli fece rifiutare il Senato di Roma, et lui cacciato 
dello imperio, il quale avea della Chiesa mentre vacasse lo 
imperio; et fugli molto incontro in tutte sue imprese; et 
per moneta che si disse ch'ebbe dal Palialoco, acconsenti 
ed diede ajuto et favore al trattato et alla rebellazione che 
al re Carlo fu fatta dell'isola di Sicilia, come per l'avve- 
nire faremo menzione; et tolse alla Chiesa castello santo 
Agnolo, et diello a messer Orso suo nipote. Ancora si fece 
previlegiare per la Chiesa la contea di Romagna, et la città 
di Bologna, a Ridolfo re de' romani, però eh' elli era ca- 
duto in ammenda alla Chiesa della impromessa eh 9 egli 
avea fatta a papa Gregorio, al concilio che fu a Leone 
sopra il Rodano, di passare in Italia per fornire il passag- 
gio d'oltra mare, la qual cosa non avea fatta, per altre 
sue imprese et guerre della Magna. Et questo dare et pre- 
vilegiare alla Chiesa il contado di Romagna, et la città di 
Bologna, non dovea né potea fare di ragione, in fra l'altre 
cagioni, perchè il detto Ridolfo non era venuto alla bene- 
dizione imperiale: ma quello che i cherici prendono non 
sanno mai lasciare. Incontanente che il Papa "ebbe questo 
brevileggio, si ne fece conte per la chiesa messer Bertoldo 
degli Orsini suo nipote, et con forza di cavalieri et di 
gente d'arme il mandò in Romagna et recolla in breve 
tempo sotto sua signoria: si che, conchiudendo, fu papa 
Niccola in ogni atto, come dice l'Auttore, avarissimo si- 
gnore — Et veramente fui. Qui manifesta eh' elli fu avaro 
come è stato narrato di sopra, et dice ch'egli fu figliuolo 
dell'orsa, però che cosi si scrivono gli Orsini de filris ursae. 
— Che su Pavere e qui. Su nel mondo imborsai Pavere 
et questa pietra hae imborsato et insaccato me — Co 9 pie 
rossi. Usono i papi d' essere calzati di scarlatto o d' altra 
cosa rossa; dice i piedi, a significare l'affezione dello amore 
che debbe essere ne 1 loro animi, et dice profetando, ch'egli 
è stato più in inferno che papa Bonifazio non starà nel 
mondo — Che doppo lui verrà. Qui pare antivedere papa 



426 

Niccola come papa Clemente sarà papa; onde, per chiarire 
meglio, è da tornare a dirielro dove lasciammo di papa Bo- 
nifazio. Uno suo nipote, al quale egli portava grandissimo 
amore, et avealo fatto conte di Romagna; ora questo suo 
nipote voleva bene a una giovane de' Colonnesi , onde 
papa Bonifazio, per contentarlo di ciò ch'egli volea, ordi- 
nò uno mangiare di donne in Roma, et fuvvi invitata 
questa giovane de' Colonnesi , et ordinò la mattina che 
costei venne in una certa camera, et questo suo nipote 
sforzatamele ebbe a fare di lei; onde i Colonnesi tutti 
forte sdegnorono del fatto, tanto che papa Bonifazio s' av- 
vici de che due cardinali " che v'erono de' Colonnesi il ni- 
micavono; onde egli gli dispose et tolse loro il cappello: 
per che crebbe sdegno sopra sdegno. Sciarra et Stefano 
della Colonna si partirono di Roma, et pensorono di fare 
quello che ultimamente venne loro fatto. Egliono si mis- 
sono a servire al re Filippo di Francia nella sua guerra; 
et come quelli eh' erano valenti uomini , vennono Del- 
l' amore del Re. Onde, sentendosi nelle grazie del Re, 
gli dissono che, s'egli dessi loro picciolo ajuto, egliono 
avevono da loro tanti amici et tanta forza in Roma, ch'e- 
gli farebbono morire papa Bonifazio, che'l nimicava a pe- 
tizione del re Carlo. Il re Filippo diede orecchio alle pa- 
role, et fece Analmente ciò eh' egliono voltano. Costoro 
celatameli te, colla forza del Re, se ne vennono a Roma, et 
mosso parte del popolo a loro petizione, se n'andorono 
Alagna, et per forza entrarono nel palagio del Papa. Il Pa- 
pa, sentendo il romore et la forza, et il popolo convocato 
contro a lui, et entrato Stefano et Sciarra nel palagio, si 
pose addosso l'amanto papale, et colla croce in mano si 
pose a sedere in sulla sedia apostolica dicendo: e Papa 
sono, et come papa m'ucciderete ». Stefano et Sciarra di- 
cendogli molta villania, et vegnendo verso lui, mai non 
ardirono porgli le mani addosso; onde il popolo d'indi a 
pochi di s' avvidde dello errore loro: vollono rimettere il 
Papa in ogni sua dignità, et ch'egli perdonasse loro. Il 
papa, sdegnato, mai non volle loro perdonare; et dicesi 



427 

che per dolore ci' ivi a pochi di si mori: et cosi fini sua 
vita — Un pastor senza. Negli anni di Cristo m.ccc.mij del 
mese di luglio, doppo la morte di Bonifazio papa, mori 
questo anno papa Benedetto nella città di Perugia; et dis- 
sesi di veleno, che, stando egli a mensa a mangiare, gli 
venne uno giovane vestito et velato, in abito di femmina 
servigiale delle monache di santa Petornella di Perugia, con 
uno bacino d'argento iv' entro molti be' fichi fiori, et pre- 
sentagli al Papa per parte della badessa di quel monisterio 
sua divota. Il Papa gli ricevette a gran festa, per ch'egli 
gli mangiava volentieri; et senza farne fare saggio, per che 
era presentato da femmina, ne mangiò assai, onde incon- 
tanente cadde, et in pochi di mori, et fu seppellito a gran- 
de onore a' frati predicatori , perch' era di quello ordine. 
Questi fu buono uomo, et giusto et di santa vita: per in- 
vidia de 5 suoi cardinali si disse fu avvelenato; onde Iddio 
in poco tempo fece giusta vendetta, che, doppo la morte 
sua, nacque scisma et divisione fra' cardinali d'eleggere 
papa. Erono divisi in due parli: dell'una era capo messer 
Matteo Rosso degli Orsini con messer Francesco Guatarli, 
nipote di papa Bonifazio; dell'altra erono caporali messer 
Napoleone degli Orsini del monte, e '1 cardinale di Prato, 
per rimettere loro parenti et amici Colonnesi in stato; et 
erono amici del re di Francia, et pendeano in animo ghi- 
bellino: et essendo stati per più volte, per spazio di più 
d' otto mesi rinchiusi i cardinali, et costretti per Perugini 
d'eleggere papa; et non avendo concordia, al fine, trovan- 
dosi il cardinale da Prato con messer Francesco Guatani 
cardinale in segreto luogo, disse: Noi facciamo gran male 
et guastamenlo della Chiesa di Roma a non chiamare papa; 
et messer Francesco disse: E' non rimane per me. Quello 
da Prato disse: Se io ci trovassi buono mezzo, saresti con- 
tento? disse di si; et cosi ragionando insieme, vennono a 
questa concordia, per industria et sagacità di messer Nic- 
colao cardinale da Prato; et diegli questo partito, che l'uno 
collegio, per levare via ogni sospetto, eleggesse tre oltra- 
montani, sufficienti uomini a papato, cui a loro piacesse; 



428 

et F altro collegio infra quaranta di prendessi Funo di 
quelli tre, quale loro piacesse; et quello fosse papa. Per la 
parte di messer Francesco Guatani fu preso di fare la 
lezione, credendosi prendere il vantaggio; et etessono tre 
arcivescovi oltramontani, fatti et creati per papa Bonifazio 
suo zio, molto suoi amici et confidenti, et nimici del re 
di Francia loro avversario, confidandosi che, quale che 
F altra parte prendesse, avere papa a loro modo et di loro 
amici. Infra quelli tre fu Farcivescovo di Bordella, il primo 
confidente: il proveduto messer Nicolao si pensò che meglio 
si potea fornire il loro intendimento a prendere messer 
Ramondo Del Gotto arcivescovo di Bordella che nullo degli 
altri, con tutto che fosse nimico del re di Francia et crea- 
tura di papa Bonifazio. Et la nimistà che avea col Re di 
Francia era per offesa fatta a' suoi per lo Re nella guerra 
di Guascogna, et per messer Carlo di Yalos; ma, conoscen- 
dolo uomo vago di onore et di signoria, ch'era Guascone, 
che naturalmente sono cupidi, et che di leggeri si potea 
pacificare col re di Francia; et così presono il partilo se- 
cretamente et per saramento egli et la sua parte del col- 
legio. Et ferme dalFuno collegio et F altro le carte, et le 
cautele delle dette convenenze et patti, per sue lettere 
proprie et degli altri cardinali di sua parte, scrisse al re 
di Francia, et inchiuse dentro sotto i loro suggelli i patti 
et convenenze et commessione da loro air altra parte del 
collegio, et per fidati corrieri et segreti, non sentendone 
nulla F altra parte, mandorono da Perugia a Parigi in xj di, 
pregando il re di Francia, per lo tenore delle loro lettere, 
che, se volessi racquistare lo stato suo, si facesse amico 
messer Ramondo Del Gotto arcivescovo di Bordella, Funo 
de' tre eletti più confidenti dell' altra parte de' cardinali , 
cercando et trattando patti larghi per lui et per suoi ami- 
ci; però che in sua mano era messa la elezione delFuno 
di quelli tre, quale più a lui piacesse. Il re di Francia, 
avuta la lettera et commessione, fu molto allegro; et in 
prima mandate lettere amichevoli in Guascogna a messer 
Ramondo Del Gotto, arcivescovo di Bordella, ch'elli gli si 



429 

facessi incontro ch'egli gli volea parlare; et infra sei di 
fa il Re con poca compagnia et segreta collo arcivescovo 
di Bordella in una foresta a una Badia nella contrada di 
santo Giovanni Angelini, et uditi insiemi la messa, et giu- 
rato in sull'altare credenza, il Re, tiratolo da parte, con 
amichevoli parole disse di conciliarlo con messer Carlo, 
et poi gli disse: Vedi, arcivescovo, io ho in mano di poterti 
fare papa, s'io voglio; et però sono venuto a te: se tu mi 
prometti di farmi sei grazie eh" io ti domanderò, io ti farò 
questo onore; et acciò che tu sia certo ch'io n'ho il po- 
tere, trasse fuori et mostrògli la elezione et la coramessio- 
ne dell'uno collegio de' cardinali et dell'altro. Il Guasco- 
ne, desideroso della dignità papale, veggendo subito che 
nel potere del Re stava di poterlo fare papa, gli si gettò 
a' piedi, et disse: Signor mio, ora conosco che m'ami più 
che uom che sia, et vuommi rendere bene per male: tu 
hai a comandare, et io ho a ubbidire; et sempre farò cosi. 
Disposto il Re il rilevò su, et baciollo in bocca, et poi gli 
disse: Le sei speziali grazie che io voglio da te sono que- 
ste: la prima che tu mi rìconcilii perfettamente colla Chie- 
sa, et facciami perdonare del misfatto eh' io oommissi della 
presura di papa Bonifazio: il secondo di comunicare seco, 
ciò è di lasciargli tutte le decime et rendite ecclesiastiche 
del reame per cinque anni, ajuto alle sue imprese, et per 
le spese fatte per la guerra di Fiandra: la terza di con- 
sentirgli alla disfazione de' Tempieri: la quarta ch'egli ri- 
durrebbe di là la Corte et leverebbela d'Italia: la quinta 
che tu renda l'onore del cardinalato a messer Jacopo et 
a messer Piero della Colonna, et rimettigli in stato, et facci 
con loro insiemi certi miei amici cardinali: la sesta grazia 
et promessa mi riserbo a luogo et tempo, eh' è segreta et 
grande; et questo fu ch'egli pronunziasse eretico papa Bo- 
nifazio, et fare ardere l'ossa sue, et spegnere la sua me- 
moria. L' arcivescovo promisse tutto per sacramento in 
sull'altare super Corpus Domini; et oltre a ciò gli die per 
stati* hi il fratello, et due suoi nipoti. Il Re giurò a lui, et 
promisse di farlo eleggere papa. Et ciò fatto, si partirono, 



430 

et il Re riscrisse incontanente al cardinale da Prato, et 
agli altri cardinali che eleggessono papa messer Ramondo 
Del Gotto arcivescovo di Bordello; et in xxv dì fu tornata 
la risposta a Perugia, et di comune concordia de' cardinali 
fu fatto papa messer Ramondo, chiamato papa Clemente 
quinto. Óra, perchè queste furono cose disonestissime a 
prometterle, et peggio a osservarle, dice PAuttore die que- 
ste cosi sconce cose di costui, ricopriranno la infamia degli 
altri passati, però che, oltre a questo, ancora fue di vita 
disonesta, et fue grande astrologo et nigromante, tanto che, 
essendo morto uno suo nipote a cui portava molto amore, 
per questa sua arte disse un di a uno suo cappellano che 
volea che andasse a sapere novelle di lui: questi consenti, 
et tornò al Papa, et fra l'altre cose che gli disse, disse 
che avea trovato il nipote in inferno, et avea veduto uno 
palagio di fuoco, nel quale gli fu detto che'1 Papa vi sa- 
rebbe messo doppo la morte sua. Questi n'ebbe gran paura, 
et fu questa paura gran cagione d'affrettare la morte sua. 
Cercò costui di fare ardere le ossa di papa Bonifazio a 
petizione del Re; ma i cardinali mai non consentirono, 
dicendo il cardinale da Siena ch'egli era stato valente 
uomo et fedele cristiano; et che, s'egli fusse pronunzialo 
eretico, egli avea il cappello da lui (1), et gli altri cardinali 
nollo poteano avere, né gli altri prelati; et non gli fu con- 
sentito. Mori poi papa Clemente, et Iddio ne mostrò nfira- 
colo; che, essendo messo in una arca la notte, et quelli 
che'l guardavano addormentati, cadde uno torchio in sulla 
arca, et arse la metà del corpo suo dalla cintola in giù. 
E 'I re Filippo, andando a cacciare, uno porco salvatico 
corse fra le gambe del cavallo del Re; onde egli cadde in 
terra et mori. Di tre suoi figliuoli le donne loro si trovo- 
rono in adulterio — Nuovo Gianson sarà di. Dice che papa 

(1) Egli avea il cappello ec. L'argomento del Cardinale è questo: 
Se il papa fu eretico, né io né gli altri cardinali e prelati creati da lai 
siamo creali legittima mente, e per conseguenza non possiamo essi di- 
chiararlo tale. 



431 

Clemente quinto sarà simile a uno Giason, il quale, come 
si legge nel libro de' Maccabei , fu sommo sacerdote in 
Jerusalem, et fu fatto papa per danari ch'elli diede et 
promisse di dare al re Antioco, eh' era re ivi a quel tempo, 
et continuamente fu suo tributario; che ogni anno donava 
et rendea certo tributo al re Antioco. Fue questo Janson 
di scelleratissima vita et disonesta, et uomo cT ogni lasci- 
via, grandissimo sodomito, che palesemente il facea, et 
non si curava che ogni uomo il vedesse, che sempre 
n'avea piene le sue camere. Tutto a simile dice che sarà 
Clemente al re Filippo, come Janson al re Antioco; et fien 
simili di vita et di costumi — Io non so s* io. Dice l'Aut- 
tore ch'elli si rivolse adirato contro a papa Niccolò, ripren- 
dendolo della sua avarizia; che per avarizia avea venduti 
et dati i benefizj: non si debbono vendere, ma dargli a 
chi li merita per virtù. Recagli in esemplo come Giuda 
che tradì Cristo, poi ch'elli s'impiccò, santo Piero, il cui 
luogo in terra tengono i presenti papi, et gli altri apostoli 
di Cristo, quando elli missono santo Mattia apostolo nel 
luogo che avea perduto Giuda, non volsono da lui né oro 
né ariento, se non che gl'imposono che gli seguitasse 
nella via di Cristo, come si contiene negli Atti degli apo- 
stoli; et cosi simile quando Cristo fece santo Piero suo 
vicario in terra, non volle da lui né oro né ariento, se 
non solamente gli disse sequere me: seguitami, fa buone 
operazioni — Ch'esser ti fece contro, Carlo ardito. Chiaro 
appare, per quello ch'é detto di sopra, che papa Niccola, 
essendo caldo di molti danari, per lo sdegno del paren- 
tado che rifiutò Carlo re di Puglia et di Cicilia, papa Nic- 
cola fece sempre contro a lui; o veramente che TAuttore 
voglia intendere che, sentendosi papa Niccola caldo di 
moneta, ardi di richiedere il re Carlo di imparentarsi con 
lui — Et se non fosse che ancora lo mi. Usa qui TAuttore 
uno colore rettorico che si chiama occupai io: quae est cum 
dicimus nos praeterire, aut non scire, aut nolle dicere id 
quod, ut tane esset, maxime dicimus. Occupatio dice Tullio 
nella rcttorica, é quando noi diciamo lasciare stare, o non 



432 

sapere, o non volere dire quello che, come allora fosse, 
maggiormente il diciamo; cosi dice, se non fosse la rive- 
renzia ch'elli ha a papa Niccola, egli il riprenderebbe; et 
tuttavia il riprende — Di voi postar s* accorse. Nel lxviiu 
capitolo dell'Apocalissi (tanto vuol dire Apocalissis quanto 
Revelatio in latino) scrive san Giovanni evangelista: Quando 
udì: Vieni et mosterrotti la dannazione della gran meretri- 
ce, che siede sopra le molte acque, colla quale fornicano i 
regi et inebriano coloro che abitano la terra dell 9 uomo del 
suo bordellaggio; et tolsemi et portommi nel diserto; et ridi 
una femmina sedere sopra la bestia sanguinea piena di nomi 
di bestemmie, la quale hae x teste e vu corna. Ad avere 
chiara sposizione di queste parole è da notare che questa 
femmina, grande puttana, significa l' avarizia et la cupidi- 
gia de' pastori, la quale tutta s" atuffa in desiderare et per- 
seguire gì' idoli, et le cose terrene, et in dispettare et fug- 
gire le cose celestiali. Questa femmina é quella vanagloria 
disonesta et temporale dilezione eh' è cieca, et in ogni par- 
te della terra inganna et accieca tutti, della quale è scrìt- 
to in Ezechiel capitolo xvj: Tu ti edificasti il bordello* et 
facesti luogo da puttaneggiare in tutte le piazze. Questa é 
quella della quale si legge per Isaia: Capo è di ciascuna 
avarizia; et ultimamente dire si può, secondo la sentenzia 
di Salamone: Questa è quella vanità, perdimento della 
umana generazione, e morte che siede sopra a molte acque, 
ciò è sopra le ricchezze, le quali, a modo d' acqua, mobili 
et labili et caduche, discorrono; colla quale meretrice, va- 
nità et cupidigia mondana, fornicano i regi della terra; 
però che il re di Francia singularmente, et quelli pastori 
che con lui si sono intesi, hanno fornicato, ciò è usato, 
per cupidigia et vanità, con questa meretrice, come di 
sopra è stata fatta menzione. Et come che molte sposizioni 
si potessono dare, queste bastino al presente — Quella che 
colle sette. Quella è quella meretrice, di che è stata fatta 
menzione, nella quale sono radicate sette corna, ciò sono 
i sette peccati mortali, per li quali gli uomini periscono 
et sono dannali a perdizione; et non solamente per le sette 



433 

corna, ma per le dieci teste, ciò é per li dieci trapassa- 
meli ti contro a' dieci comandamenti della legge, che s'in- 
tendono per queste dieci teste; i quali trapassamenti sono 
questi: il primo adorare gl'idoli; secondo bestemmiare 
Iddio; terzo non guardare la domenica; quarto Podio del 
prossimo; quinto disonorare il padre et la madre; sesto 
l'adulterio; settimo il furto; ottavo falso testimonio; nono 
mormorare d'altrui; decimo desiderare l'altrui cose — Fin- 
ché virtute al suo marito. Vuole dire che questa vanità 
viziosa, cogli sette peccati mortali et dieci prevaricamenti, 
si lungamente stette desiderata dagli animi et dalla opera- 
zione degli uomini, et ciascuno peccatore per essa peccò, 
infino che piacque allo umano et razionabile intelletto di 
conoscere verità et virtù, et congiugnersi ad esse, sì come 
sua sposa essa virtù; et cosi ha corrotto questa vanità gli 
animi rei, infino che Iddio misse vero conoscimento nel 
vero intelletto degli uomini, et cosi susseguen temente in 
eterno — Fatto v'avete Dio d'oro. Chiaro appare, per 
quello eh 9 è detto di sopra — Ahi, Gostantin, di quanto 
mal. Dice l'Auttore che Gostantino imperadore è stato ca- 
gione del peccare (le 9 prelati, per la dota grande ch'egli 
diede alla Chiesa. Onde egli è da sapere che Cristo lasciò 
in terra suo vicario santo Piero a Roma, ove egli predicò 
il santo Evangelio. Fu vescovo di Roma, ciò è papa, anni 
xxv, et mesi sette et di ventotto, infino al tempo di Nerone 
imperadore, che per sua crudeltà fece in uno medesimo 
di san Piero crucifiggere et santo Paulo dicollare: et santo 
Piero, quando seppe ch'egli dovea morire, lasciò uno suo 
discepolo papa, ch'ebbe nome Clemente; ma egli il co- 
strinse che fosse papa; et dopo costui fu papa Clete, e 
poi Clemente medesimo. Et però che gì' imperadori, eh' e- 
rano pe' tempi, erano infedeli, et persecutori de' Cristiani, 
i papi si fuggivono loro dinanzi: et durò questa perse- 
cuzione infino al tempo di Gostantino imperadore, del 
quale fa menzione al presente l'Auttore. Al tempo di costui 
era papa santo Silvestro, che per paura s'era fuggito da 
Roma, et abitava in una montagna strana, nome Siratti; 

28 



43i 

ei Goslantino, però ch'era infermato di lebbre, per una 
visione che gli venne di san Piero, il mandò caendo, per- 
eti' egli il guarisse; et finalmente egli il guari et baltez- 
zollo. Onde Goslantino, avendo ferma credenzia in Cristo, 
per riverenzia dotò la Chiesa di molte jurisdizioni tempo- 
rali, che prima non avea niente: et questo fu negli anni 
di Dio ecc. xxxiu ; et poi si parti Costantino, per lasciare 
il Papa libero a Roma, et andò in Costantinopoli, che per 
suo nome fu cosi chiamata, che prima era chiamata Bisan- 
se. Tenne poi lo'mperio di Grecia, ch'elli non sottomisse 
a' Romani; et poi che Costantino ebbe tanto donato a santa 
Chiesa, cessarono le persecuzioni degl'infedeli contro a' 
Cristiani etc. — Io credo ben. Qui mostra PAuttore che 
dette queste parole, P anima di papa Niccola storse i piedi 
quasi come ira or coscienzia il mordesse, per le parole del 
PAuttore; et a Virgilio, che tiene luogo d'umana ragione 
parve che piacessono — Sì mi portò sopra il colmo. Qui 
discrive PAuttore come egli, per mezzo di Virgilio, passò 
del presente cerchio al seguente; et qui fa One al capitolo. 



CANTO XX, 



•*•*• 



Di nuova pena mi couvien far versi, 
E dar materia al ventesimo canto 
Della prima canzon, eh' è de' sommersi. 

lo era già disposto tutto quanto 
A risguardar nello scoverto fondo, 
Che si bagnava d'angoscioso pianto: 

E vidi gente per lo vallon tondo 
Venir, tacendo e lagrimando, al passo 
Che fanno le letane in questo mondo. 

Come il viso mi scese in lor più basso, 
Mirabilmente apparve esser travolto 
Ciascun dal mento al principio del casso: 

Che dalle reni era tornato il volto, 
E indietro venir gli convenia, 
Perchè il veder dinanzi era lor tolto. 

Forse per forza già di parlasia 
Si travolse così alcun del tutto; 
Ma io noi vidi, né credo che sia. 

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto 
Di tua lezione, or pensa per te stesso, 
Com' io polea tener lo viso asciutto, 



436 

Quando la nostra imagine da presso 
Vidi si torta, che il pianto degli occhi 
Le natiche bagnava per lo fesso. 

Certo i* piangea, poggiato ad un de' rocchi 
Del duro scoglio, sì che la mia Scorta 
Mi disse: Ancor se' tu degli altri sciocchi? 

Qui vive la pietà quando è ben morta. 
Chi è più scellerato di colui 
Che al giudicio divin passion porta? 

Drizza la testa drizza, e vedi a cui 
S' aperse agli occhi de' Teban la terra, 
Perchè gridavan tutti: Dove rui, 

Anfiarao? perchè lasci la guerra? 
E non restò di minare a valle 
Fino a Minòs, che ciascheduno afferra. 

Mira che ha fatto petto delle spalle- 
Perche volle veder troppo davante, 
Dirietro guarda, e fa ritroso calle. 

Vedi Ti resi a, che mutò sembiante, 
Quando di maschio femmina divenne, 
Cangiandosi le membra tutte quante; 

E prima poi ribatter le convenne 
Li duo serpenti avvolti con la verga, 
Che riavesse le maschili penne. 

Aronta è quei che al ventre gli s'atterga, 
Che nei monti di Luni, dove ronca 
Lo Carrarese che di sotto alberga, 

Ebbe tra' bianchi marmi la spelonca 
Per sua dimora; onde a guardar le stelle 
E il mar non gli era la veduta tronca. 

E quella che ricopre le mammelle, 
Che tu non vedi, con le trecce* sciolte, 
E ha di là ogni pilosa pelle, 

Manto fu, che cercò per terre molte; 



' 437 

Poscia si pose là dove nacqu' io; 
Onde un poco mi piace che m' ascolte. 

Poscia che il padre suo di vita uscio, 
E venne serva la città di Baco, 
Questa gran tempo per lo mondo gio. 

Suso in Italia bella giace un laco 
Appiè dell' alpe che serra Lamagna 
Sovra Tiralli , eh' à nome Benaco. 

Per mille fonti, credo, e più si bagna, 
Tra Garda e Val Camonica, Pennino, 
Dell'acqua che nel detto lago stagna. 

Luogo è nel mezzo là, dove il trentino 
Pastore, e quel di Brescia, e il Veronese 
Segnar potria, se fesse quel cammino. 

Siede Peschiera, bello e forte arnese 
Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, 
Ove la riva intorno più discese. 

Ivi convien che tutto quanto caschi 
Ciò che in grembo a Benaco star non può, 
E fassi fiume giù pei verdi paschi. 

Tosto che T acqua a correr mette co, 
Non più Benaco, ma Mincio si chiama 
Fino a Governo, dove cade in Po. 

Non molto ha corso, che trova una lama, 
Nella qual si distende e la impaluda, 
E suol di state talora esser grama. 

Quindi passando la vergine cruda, 
Vide terra nel mezzo del pantano, 
Senza cultura e d' abitanti nuda. 

Lì, per fuggire ogni consorzio umano, 
Ristette co' suoi servi a far sue arti, 
E visse, e vi lasciò suo corpo vano. 

Gli uomini poi, che intorno erano sparti, 
S'accolsero a quel luogo, ch'era fòrte 



438 

Per lo pantan che avea da tutte parti. 

Fer la città sovra queir ossa morte; 
E per colei, che il luogo prima elesse, 
Mantova l'appellar senz' altra sorte. 

Già fur le genti sue dentro più spesse, 
Prima che la matlia di Casalodi, 
Da Pinamonte inganno ricevesse. 

Però t'assenno, che, se tu mai odi 
Originar la mia terra altrimenti, 
La verità nulla menzogna frodi. 

Ed io: Maestro, i tuoi ragionamenti 
Mi son sì certi, e prendon sì mia fede, 
Che gli altri mf sarian carboni spenti; 

Ma dimmi della gente che procede, 
Se tu ne vedi alcun degno di nota; 
Che solo a ciò la mia mente rifiede. 

Allor mi disse: Quel, che dalla gota 
Porge la barba in su le spalle brune, 
Fu, quando Grecia fu di maschi vola 

Sì che appena rimaser per le cune, 
Àugure, e diede il punto con Calcante 
In Aulide a tagliar la prima fune. 

Euripilo ebbe nome, e così il canta 
L' alta mia Tragedia in alcun loco: 
Ben lo sai tu, che la sai tutta quanta. 

Quell'altro che ne' fianchi è così poco, 
Michele Scotto fu, che veramente 
Delle magiche frode seppe il giuoco. 

Vedi Guido Bonatti, vedi Asdente, 
Che avere inteso al cuojo ed allo spago 
Ora vorrebbe, ma tardi si pente. 

Vedi le triste che lasciaron 1' ago, 
La spola e il fuso, e fecersi indovine; 
Fecer malie con erbe e con imago. 



439 



Ma vienoe ornai, cbè già tiene il confine 
D' ambedue gli emisperi , e tocca 1' onda 
Sotto Sibilla, Caino e le spine. 

E già iernotte fa la luna tonda: 
Ben ti dee ricordar, che non ti nocque 
Alcuna volta per la selva fonda. 

Sì mi parlava, e andavamo introcque. 



440 



CANTO XX. 



Di nuova pena mi convieni far versi. Poi che lAuttore 
hae trattato di tre spezie di frodolenti, in questo capitolo 
tratta della quarta spezie. La prima spezie fu di coloro 
che, con false impromissioni et parole ornate, ingannorono 
le femmine, per recarle alla loro volontà o air altrui; la 
seconda spezie furono coloro che, con parole pulite et con 
lacciuoli, ingannorono qualunque di loro, che ingannando 
loro et altrui, vogliono indivinare, et auguriare le cose 
che debbon venire. È vero che è differenzia in questi 
indovinatori; però che chi giudica le cose che debbono 
venire per rispetto delle passate, ciò è questo suo antive- 
dere non è condennato, come chi giudica dell'anno la 
state essere calda, per lo verno passato; e l'autunno, per 
la primavera; et sic de singulis; ma chi giudica delle cose 
sottoposte air arbitrio umano, o per virtù delle stelle o 
de' pianeti, et del cielo, questo cotal modo d'antivedere é 
condennato per la fede cattolica. Et è da sapere che, in- 
nanzi allo avenimento di Cristo, quasi tutto il mondo 
andava dirietro a questi indovinamenti (fuori che'l popolo 
giudaico, che adoravono et credevono in Dio) eziandio i 
Romani; onde scrive Valerio: Apud antiquos nil gerebatur, 
non solum private, sei etiam publice, nisi auspitio prius 
sumpto; Appo gli antichi niuna cosa si facea, non sola- 
mente publica, ma ancora privata, se prima non andava 



441 

innanzi V agurio. Et voleono vedere le cose, non solamente 
per agurio, ma in diverse maniererò egli giudicavono per 
lo corso del cielo, per pianeti, per le stelle, et questi erono 
detti astrologhi ab Osiris; o egli giudicavono per vedere 
certi uccelli volare per 1' aria, quale in uno modo et quale 
in uno altro, e questi erono chiamati ab ave, ciò è dallo 
uccello, aurispici: o egli giudicavono per udire cantare 
gli uccelli . più in un modo che in uno altro, o per segno 
di certe interiora o vene di certi animali ch'elli uccidea- 
no; o per alcuna cosa nuova che vedevono nell'aere o 
nella terra; et questi erano chiamati àuguri; o egli erono 
giudicatori per certi segni che vedeano gettando nell' acqua 
piombo o altre cose, et questi ab idro erono chiamati idro- 
malici: o per impressione dell'aria de' nuvoli, et questi 
erono detti nigromantici (1); o per vigore di certi spiriti 
ch'egli scongiuravono, et questi erono nominati plutonici, 
da quello principale spirito che gli antichi pagani chia- 
mano Phiton, ovvero Apolline, del quale fa menzione nel 
vj libro dell' Eneida: et cosi per diversi rispetti et per 
diverse operazioni aveano diversi nomi. Ora di questi co- 
tali fa menzione l'Auttore nel presente capitolo, et fagli 
essere puniti in questo modo, che tutti dal principio del 
casso, ciò è dov' è il nodo del collo, ciò è quella parte 
del capo che dee essere dirietro è dinanzi, et cosi e con- 
verso: si che resta che '1 viso loro era volto verso le reni, 
et il capo verso il corpo. Et per questo tormento non ci 
vuole mostrare altro l'Auttore, come egli medesimo mo- 
ralizza nel testo, che gli uomini che vogliono vedere più 
innanzi che non è dato loro dalla natura, et che non è 
d' ordine né di volontà di Dio, questi tali, per divina giu- 
stizia, sono volti i visi loro addirieto, per l' opposito a 
quelli che tanto innanzi, oltre al modo naturale, vollono 

(1) Nigromantici, Quelli che indovinano per impressione del? aria ec. 
sono gli Aeromanti; qui dunque pare che sia stato saltato un verso 
dove, appresso questa parola Aeromanti, fossero queste o simili; o per 
osservazione di corpi morti, et questi erono detti Nigromanti. 



442 

vedere et giudicare. Dividesi il presente capitolo in quat- 
tro parti. Nella prima parte, continuando PAuttore sua 
materia, connette et annoda il dire del precedente capi- 
tolo col presente, (accendo alcuno esordio a quello eh' egli 
intende trattare; nella seconda parte fa menzione di certi 
spiriti famosi in questo peccato, et discrive la loro pena; 
nella terza parte fa una digressione, mostrando onde ven- 
ne Manto, et discrivendo il luogo per suoi contermini et 
confini, dov' è posta la città di Mantova; nella quarta par- 
te, avendo Virgilio fatti noti all'Auttore certi spiriti puniti 
in quello luogo, gli mostra per certi segni del cielo Torà 
del tempo, per farlo sollecito al suo cammino. La seconda 
parte comincia quivi: Dirizza la testa; la terza quivi: 
Poscia che 'l padre suo; la quarta quivi: Già fur le genti sue. 
Di nuova pena. Ciò è pena inaudita et non oppinata 
né pensata; et questo s'intende dove dice nuova pena. 

— Della prima canzon. Ciò è del primo libro, il quale è 
intitolato Inferno, dove sono sommersi, ciò è messi sotto 
la terra, nelle sue interiora, l'anime di coloro che sono 
dannati — Io era già disposto. Discrive la sua disposizione. 

— Che fanno le letame in questo. Tanto vuol dire quanto 
al modo che vanno le genti dirietro a 9 sacerdoti, quando, 
leggendo et orando, vanno a processione. Et ancora si può 
qui moralizzare questo loro andare piccino eh 9 è per op- 
posi to del trascorrere ch'egliono feciono collo intelletto in 
giudicare le cose di lungi et lontane, et in questo modo 
perderono et non seppono le presenti — Ciascun tra '/ 
mento. Ciò è volto il mento addirietro, cominciandosi que- 
sto loro travolgiménto dal principio del casso, ciò è dove 
il collo s' annoda alle spalle — Forse per forza già. Qui 
rende similitudine di quelli che per infermità, la quale 
è detta parlasia, che sono quelli a cui triema le mani e 
il capo, la qual procede per debolezza de' nerbi, alcuno 
ha il collo o il capo travolto — Qui vive la pietà. Egli è 
da sapere che V anime de 1 beati sono concorde alla volontà 
di Dio, altrimenti non sarebbono beate; et pertanto con- 
viene che in quel grado che Iddio le pone, o basso o alto 



443 

che M grado sia, in quello sieno contente. Onde seguita 
che di quelle anime che la giustizia di Dio condanna allo 
inferno, che ciascheduno debba esser contento di tale 
giustizia; et chi contradicesse coir animo discorderebbe 
dal volere di Dio, che tutto giudica dirittamente; et però 
dice Virgilio: la pietà è viva qui quando ella muore, però 
che avere compassione a' dannati è partirsi dalla divina 
volontà — Anfirao, ove mi. Qui è da sapere che, come 
scrive Stazio nelle sua Tebaida, morto il re Adastro di 
Tebe, et rimaso il reame a due suoi figliuoli, Tiocles et 
Pollinices, non possendo V uno et V altro essere re insie- 
me, furono in concordia che il reame ciascuno il tenesse 
un anno, et cosi successivamente d'anno in anno ciascu- 
no il tenesse il tempo suo. Toccò il primo anno a Tiocles, 
eh' era il maggiore. Polinices si parti, et capitò ad Arges, 
dove era re Adastrus uomo di gran potenzia; et giunto 
ivi Polinices, il re, dopo molte novelle, innamorato di lui 
et della sua bellezza et prodezza, gli die la figliuola per 
moglie colla metà del suo reame doppo la morte sua, la 
quale ebbe nome Argia; et 1* altra sua sorella Deifile in 
quello di medesimo diede per moglie a Tideus, valente 
cavaliere. Seguitò che, compiuto il termine del patto che 
Polinices avea con Tiocles, gli ruppe il patto, et non gli 
volle rendere il reame, tnde Adastrus suocero di Pollinices, 
sdegnato, fece bandire V oste addosso alla città di Tebe; 
et come scrive Stazio, sette re vennono in ajuto al re 
Adastrus, fra' quali fu Campaneo et Amfirao. Questo Amfl- 
rao era grande augurio: onde il re Adastro, sappiendo di 
sua scienzia, volle sapere da lui il fine della guerra. Am- 
firao con Menelampo andorono in su 'n uno monte, et viri- 
dono venire da una parte sette uccelli, che al primo uc- 
cello volando venne una saetta et ucciselo; onde per que- 
sti sette uccelli conobbe Amfirao ch'egli significavono i 
sette re che dovevono andare a Tebe: quel primo che fu 
morto dalla saetta intese per Campaneo, che cosi morì a 
Tebe come innanzi è scritto; et finalmente a ciascuno di 
questi uccelli vide mal capitare il suo uccello di ciascuno 



444 

re, et bene lo cognobbe: vidde cadere in su'n uno àlbore 
il suo Becello et F arbore aprirsi , et nello aprirne» to del- 
l' arbore entrare l'uccello, et appresso vidde richiudersi 
P albero: Y uccello di Melampo suo compagno vidde cadere 
neir acqua et affogare; et cosi come egli vidde, cosi inter- 
venne a ciascuno. Onde Amfirao, sbigottito dalla visione, 
notificato al re Adastro et sconfortandolo del fatte, per 
non andare nell'oste, si nascose, et disse alla moglie, 
ch'era figliuola del re Adastrus, che nello insegnasse a 
persona, però eh 9 egli avea veduto che, s'egli andasse a 
Tebe, egli vi morrebbe; et il simile disse a Almeon suo 
figliuolo. Ora ultimamente il re Adastrus, cercando *T Am- 
firao et noi trovando, non volea andare air oste senza lui. 
Argia, moglie di Polinices, perchè la cosa non rimanesse, 
andò alla moglie d' Amfirao sua sirocchia, et pregò che 
insegnasse il marito et dielle uno scheggiale bellissimo 
ch'ella avea avuto da Polinices, ch'era stato della reina 
Giocaste, madre di Pellinices, che, secondo che scrive 
Stazio, chiunque sei cignea capitava male, et fa cosi la 
verità. Onde per questa cagione la moglie, insegnato che 
ebbe Amfirao, gli convenne andare nelF oste cogli altri re; 
et essendo un di a combattere innanzi a Tebe, s' aperse 
la terra, et Amfirao colla spada in mano armato in sul 
carro, insieme col cavallo, cascò nella fessura, et minò 
infino in inferno et la terra si richiuse; onde i Tebani 
eh' erono in sulle mura gridorono: Amfirao, dove rumi? 
et questo è quello che dice FAuttore — Vedi ch y à fatto 
petto. Qui dice FAuttore che, come costui volle vedere si 
innanzi, cosi si guarda addirrelro et ha il petto dirìetro, 
dove sogliono essere le spalle — Vedi Tiresia. Fu Teba- 
no, grande indovino et grande auguro: fu al tempo d'Am- 
firao, et fu padre di Manto. Scrive di lui Ovidio nel terzo 
libro del Metamorfoseos che Giove et Giunone sua moglie, 
avendo lasciate le gran cure et attendendo a lascivia, ven- 
nono insiemi a quistione quale era maggiore libidine nel 
generare, o nell'uomo o nella femmina: Jove dicea della 
femmina, Junone dell'uomo. Finalmente commi ssono la 



445 

quistione in Tiresia, arbiter de lite jocosa, perchè era 
stalo maschio et femmina in questo modo, che, andando 
un di Tiresia per uno bosco, trovò due serpenti che s' az- 
zuffavono et erano insiemi avvolti: Tiresia, con uno basto- 
ne ch'egli avea in mano, percosse questi serpenti; onde 
incontanente fu diventato femmina; et cosi stette sette 
anni: poi in capo del termine, tornando in quello bosco, 
rividde i serpenti similmente avvolti: per vendicarsi, gli 
percosse la seconda volta; onde incontanente altrettanto 
tempo tornò et stette maschio. Venuta adunque la quistio- 
ne a Tiresia, diritto giudice per le due nature che avea 
provate, diede per sentenzia che la libidine della femmi- 
na era maggiore che • quella del maschio. Junone, sdegnata 
della sentenzia, il privò degli occhi et fecelo cieco: Jove 
gliene parve male; ma pure quello ch'era fatto per l'uno 
iddio, 1 altro noi potea rimuovere: restoròllo in altro, che, 
per la vista degli occhi che avea perduta, il fé grandissi- 
mo indovino. La sposizione della favola è questa: per Ti- 
resia s' intende il tempo; pe' due serpenti il caldo et l' ti- 
mido, che sono cagioni della vita degli uomini, et ogn' ora 
che veruno manca, manca la vita. Percossegli Tiresia, ciò 
é il tempo, colla verga, ciò è il tempo percuote ogni vi- 
vente colla stagione, coli' anno, col mese et col di; diven- 
ne femmina sette anni et altrettanti maschio: per questo 
s'intende l'anno diviso in due parti, sei mesi che ten- 
gono del verno, quando le terre non mostrono i loro frutti 
per lo freddo pajono tutte le cose di picciola forza, et la 
terra non ha l' erba, et gli arbori non hanno le frondi ; 
et però dicono i poeti essere questi sei mesi di natura 
femminea; gli altri sei mesi della state sono lieti: mostra 
la terra i suoi frutti; gli arbori et le piante vigorosi, si- 
mile alla natura masculina: et però dicono in quel tempo 
essere l'anno maschio. Privò Junone Tiresia della vista: 
per Junone s' intende l' aere grossa di sotto; per Jove l' aere 
di sopra: priva Junone l'anno della vista, massimamente 
nel verno, co' nuvoli, colle piove et colla nebbia, che ac- 
ciecono al tempo la vista del sole, per lo quale si misura 



446 

il tempo. Restorò Jove Ti resi a in farlo indivino, ciò è che 
per quello che apparisce il verno, e dell'acqua, et della 
nebbia, et del freddo, s' indovina la semente della terra, 
come (febba esser buona o rea, et poca o assai. La sen- 
tenzia di Tiresia, della quistione tra il mascio et la fem- 
mina, questo s' intende tra la forma et la materia. La for- 
ma è quella impressione dell'aere et del cielo che dà 
alla terra, eh 9 è la materia, di producere suoi effetti: ora, 
perchè questi effetti che produce la materia sono più evi- 
denti et più apparenti negli occhi umani, che li muove 
ad atto et produce, disse Tiresia che nella femmina hae 
maggiore volontà di generare che nel maschio — Aronta 
è quei. Scrive Lucano nel primo libro che in Lunigiana, 
presso alle montagne di Lucca, fue uno grande auguro, 
nome Aruns; onde i Romani, spettando l'avvenimento 
di Cesare per molte maraviglie che apparvono a Roma, 
come egli scrive in quello medesimo libro, mandorono i 
Romani per questo Aruns. Questi era grande maestro nel- 
Tarte degli àuguri, in conoscere nelle viste degli animali 
et nelle loro interiora et nelle loro vene le cose ch'essere 
doveano. Fece costui , giunto a Roma, aprendere uno toro; 
et quel toro egli stesso non sforzato inchinò il collo, et 
fedito il toro, della piaga usci sangue non vivo, ma palli- 
do et macchiato: onde egli forte sbigotti et spaventò del 
mal segno. Cercò Tira degli Dii nelle interiora del toro. 
Erono le interiora macchiate et tinte d' uno sangue gelato 
et livido: prese il cuore e '1 fegato del toro, et vidde dalla 
parte che assegnò per Cesare sangue chiaro et vivo; per 
la parte di Pompeo il contrario; e'1 polmone senza vena: 
et poiché, per questi cotali segni concepette Arons i mali 
ch'essere doveono, gridò; et ultimamente con ambage, 
ciò è con parole dubbiose et non chiare, disse a" Romani 
gran parte della loro avversità. Dice l'Auttore che questi 
s'atterga al ventre di Tiresia, ciò è seguita i libri di Ti- 
resia, che fu innanzi a lui grandissimo maestro in questa 
arte — Che né manti di Luni. Ronca, ciò è rotta spezzata 



et divisa (1) — Lo Carrarese. Ciò è quella villa ove si truova 
et cava il marmo bianco — Onde a guardar le. Però che 
il luogo di Carrara ove Arons abitava nelle montagne di 
Luni, è sopra la marina, dice l'Auttore che innanzi alla 
sua vista non erono né colli né montagne che l'occupas- 
sono, che molto di lungi sopra la marina non vedesse le 
stelle; et però che questo luogo era adatto all' arte sua, 
lo scelse per sua abitazione — Et quello che ricuopre. Però 
che il viso era in ciascheduno rivolto alle reni, seguitava 
che le mammelle erano coperte de' capelli — Manto fu 
che. Manto fu figliuola di Tiresia tebano. del quale in 
questo capitolo è fatta menzione. Ma, però che la storia 
di Manto è connessa con quella di Tebe, di che l'Auttore 
fa menzione, brevemente è da toccare la storia. Racconta 
Stazio che, venuto il re Adastrus allo assedio di Tebe, et 
già morto Amphirao per quello modo eh' è stato detto, 
et molto di sua gente in diversi assalti et in diverse bat- 
taglie; et morto Tideo, il buono cavalieri, cognato di Polli- 
nices, et il re Parennopeo nella battaglia morto, et il re 
Ipomedorì che annegò in acqua; ultimamente, riscontra- 
tosi Polinices con Tiocles, Polinice feri Tiocle nel corpo 
d' una lancia et abbattello a terra. Quando Polinice vidde 
il sangue del suo fratello versare, n'ebbe pietà; si scese 
del cavallo a terra, et abbracciollo et baciollo tanto che 
il cuore gP inteneri. Polinices baciandolo, Tiocles, che si 
senti ferito a morte, trasse la spada et missela per lo 
corpo al fratello; et cosi uccise l'uno l'altro. Doppo la 
loro morte pochi n' erono rimasi dall'una parte et dall'al- 
tra. La novella della morte de' Greci ita ad Arges, si mos- 
sono le donne del paese per dare sepoltura a' loro mariti, 
eh' erono morti innanzi a Tebe. Mandorono al re Creonte, 
ch'era fatto re di Tebe doppo la morte di Tiocles, che 
consentisse eh' egliono seppellissono i morti: il re Creonte 
il negò. Avvenne per ventura che il duca d'Atene valicava 

(2) Spezzata e divisa. Troppo sarebbe strana questa chiosa, chi non 
volesse credere qui errato il codice. 



448 

per lo paese per andare addosso a' suoi nimici che s' ero- 
no rubellati: il re Adastrus, veggendolo venire, gli andò 
incontro colle donne, et pregorollo ch'egli gli a tasse con- 
tro al re Creonte, che negava la sepoltura: il duca pregò 
Creonte che lasciassi seppellire i morti: il re Creonte 
rispose al duca quello medesimo che a' Greci, che mai 
sepultura non arebbono. Il duca, adirato, assalisce con 
sua gente la città di Tebe dall'una parte, et dall'altra 
parte il re Adastrus, et Campaneo et le donne, et ultima- 
mente entrorono nella città per forza. In quella zuffa fu 
morto il re Creonte, et Campaneo: poi missono fuoco nella 
città et tutta Parsono. Il duca prese la reina et le figliuole 
et molti Tebani, et menollene in Atene suoi prigioni; et 
sottomisse a sé tutto il paese. Et questo è quello che dice 
PAuttore. In questa uccisione fu morto Tiresia padre di 
Manto. Chiama PAuttore Tebe la città di Bacco; et la ca- 
gione è questa. Ovidio scrive nel Metamorfoseos che Giove 
conobbe et ebbe a fare con Semele figliuola di Cadmo re 
di Tebe: onde Giunone, sappiendo che il suo marito usava 
con Semele tebana, in forma di vecchierella la ingannò 
dicendole che Giove non usava con lei come con Giunone 
sua moglie. Semele, dato fede alle parole, credendo avere 
più piacere come Giunone gli avea detto, addimandò a 
Jove uno dono. Jove concedutogliele, addimandò che gia- 
cesse col lei come con Giunone. Giove malvolentieri, ma 
poi che promesso gliel'avea, tolse la saetta folgore; et 
appressandosi a Semele, per lo caldo Semele mori: et 
perchè era vicina al parto, Jove la fece fendere, et trarne 
la creatura, ch'era gravida di lui, et fu costui, ch'era tratto 
di Semele, Bacco iddio del vino. La cagione perchè Bacco 
fue detto iddio del vino, fue Bacco grandissimo maestro 
di composizioni di certi beveraggi, i quali egli componea 
di zucchero et di mele et d' altre cose, et dando queste 
acque lavorate a bere a' Tebani chi le lodava et chi no. 
Per discordia che nacque nel popolo, et per invidia i Te- 
bani, un di lapidorono Bacco et uccisonlo; et poi gli dii, 
secondo le favole poetiche, il risuscitorono. La verità fu 



449 

che i Tebani nel principio non gustarono Tacque di Bac- 
co, né non conobbono sua scienzia: poi che fu morto il 
conobbono, lui et sua scienzia, et i suoi beveraggi piacquo- 
no loro, et usorongli sopra tutti i Greci. Et per questo 
si dice essere Bacco risuscitato, ciò è la fama sua riven- 
ne, che era morta: poi ultimamente i Tebani adororono 
Bacco tra' loro iddìi, et loro iddio principale fu chiamato. 
Et per questa cagione fu detta Tebe città di Bacco: et 
questo è quello che dice l'Auttore — Questa gran tempo. 
Manto, distrutta Tebe, come detto è, morto Tiresia suo 
padre, grandissimo auguro et nigromante, ammaestrata nel- 
l'arte paterna, si parti da Tebe; et cercato gran parte di 
Grecia, ultimamente capitò in Italia; et passando dove è 
oggi Manto a in Lombardia, et veggendo ivi nel mezzo del 
padule di Mantoa terreno non coltivato, di lungi da ogni 
abitazioni d'uomini, parvele che quello luogo fosse atto a 
potere fare studiare (1) in quella sua scienzia dell' auguriare 
et indivinare. Ristette quivi con alquanti suoi servi, et 
quivi nel fine morì. Poi, ivi a certo tempo, i paesani delle 
ville d' attorno, veggendo quello luogo essere forte, vi fe- 
cero una terra, et per lei che elesse prima il luogo, chia- 
morono la terra Mantoa — Suso in Italia. In Lombardia 
è uno lago appiè degli Alpi, che dividono Italia dalla Ma- 
gna, appiè d'uno Castello che si chiama Tira Ili, et è chia- 
mato il lago di Garda, ovvero che anticamente fu chia- 
mato per quello nome che '1 chiama l'Auttore Benaco. 
— Per mille fonti credo. In questo lago sono i termini di 
queste tre città, di Brescia, di Verona et di Trento; si che 
i vescovi di quelle tre città, se passassono per quello 
luogo, ciascuno in quello poterebbe segnare come in suo 
vescovado — Siede Peschiera bello. Peschiera è uno castello 
de' Veronesi, fortissimo et bello, eh' è in sul lago, in quel- 
lo luogo eh' è più basso, onde tutta l'acqua del lago esce, 

(1) A potere fare studiare. Cosi ha il codice; e, se veramente ha a 
dir così, lo studiare avrebbe qualità di sostantivo; ma forse, o c'è di più 
il fare, o, invece di studiare, ha da leggersi studio. 

29 



450 

ciò è quella acqua che non cape in quello lago di Benaco 
— Tosto che l'acqua. Ciò è tosto che l'acqua fa capo per 
se medesima, uscendo del lago, perde il nome del lago, 
et chiamasi Mincio, et Virgilio il chiama Mictius (1 V'et cosi 
corre infino a Governuolo di Mantoa, nel quale luogo mette 
nel fiume del Po — Et suol di state talor. Questo Mincio 
non corre molto che truova uno piano più basso che P al- 
tro d'attorno, nel quale discende et fa uno padule d'acqua, 
che assai volte di state per gran parte si secca, et però 
dice eh" è grama — Quindi passando. Ciò è Manto, figliuola 
di Tiresia tebano; et chiamala cruda però eh' era stratta 
da ogni usanza di uomo, per che era tutta data all'arte 
sua della auguriare et indivinare — Già fur le genti sue. 
Qui risponde Virgilio a una tacita dimanda, et dice che 
in Mantoa ebbe già più genti et più popolata, onde 
egli è da sapere che, essendo Alberto conte di Casalodi, 
egli et i consorti suoi, i maggiori et quasi signori di 
Mantoa, messer Pinamonte de" Buonaccorsi di Mantoa, por- 
tando invidia al conte Alberto, et Alberto fidandosi al- 
quanto di lui, per sua mattia et per sua sciocchezza, gli 
disse un dì che quasi molti delle famiglie di Mantoa 
Podiavono, et che, s'egli non vi ponessi rimedio, egliono 
s' accorderebbono un di, et colla loro forza et del popolo 
il caccerebbono. 11 rimedio che gli parea era eh' egli con- 
finassi certi di quelli caporali delle famiglie; et per quello 
modo sicuramente terrebbe la terra. Il conte Alberto cre- 
dette al consiglio, et cosi fece, onde molti sdegni nacquo- 
no nella terra. Messer Pinamonte, veggendo il tempo da 
ricogliere quello che avea seminato, va per la terra con- 
fortando i cittadini di fare contro a quelli di Casalodi, 
mostrando loro come un di sarebbe loro fatto come a' loro 
consorti. Ultimamente, avendo infiammato et inanimato il 
popolo, levò la terra a romore, et fu cacciato il conte Al- 
berto et suoi seguaci et consorti: per la qual cosa molto 

(1) Mictius. Forse il commentatore nostro avrà avuto no. Virgilio 
che lo ha scritto cosi. 



451 

si votò la terra di abitanti — Però V assenno. Ciò è ti 
mostro et insegno che, se altrimenti odi dare origine alla 
mia città, che questa novella et questo origine ti sia più 
chiaro che altro — Allor mi disse quel. Dice l'Auttore che 
quando i Greci si partirono di loro paesi per andare a 
oste a Troja, fu tanta la moltitudine che appena ne rima- 
sono nelle culle, però che infino a' fanciulli si partirono 
per andare all' assedio di Troja, fra' quali fu uno grande 
auguro nome Euripilo, maestro in questa arte; et essendo 
l'esercito de' Greci partito tutto et raccolto in una isola 
che si chiama Aulide, questo Euripilo, insieme con Calcas 
maestro de'Trojani, il quale s'era partito da Troja però 
che avea avuto responso da Apolline che Troja dovea es- 
sere disfatta per Greci, non volendo tornare a Priamo re, 
che l'avea mandato per lo risponso nell'isola di Delfos, 
andò dalla parte de' Greci, et insieme con questo Euripilo 
greco viddono per la loro arte ne' segni del cielo il punto 
buono a partire le navi del porto di Aulide; et veduto 
eh' egli ebbono il segno, gridorono, et tutti i maestri delle 
navi de' Greci tagliorono insieme le funi delle navi et 
missonsi andare verso Troja; et questo Euripilo fu quello 
che tagliò la prima fune: allora tutti gli altri il seguirono. 

— Et così il canta. Dice Virgilio: questo auguro ebbe no- 
me Euripilo, et cosi in alcuno luogo il ricorda la mia 
tragedia; et è vero che nel u libro dell 1 Eneida, come scri- 
ve, Sinone, rappresentato al re Priamo, disse queste parole: 
che i Greci, volendo partirsi dell' oste per ritornare in Gre- 
cia, grandissimi venti s' elevorono per mare et tempeste, 
et mandorono Euripilo nel tempio di Febo, per dimandare 
la cagione di questa novità; si che in questa parte con- 
chiudendo, di questo Euripilo fa menzione Virgilio et dice 
cosi: Suspensi Euripilum scitantein oracula Febi, Mictimus ec. 

— V alta mia Tregedia. Tregedia è quello stilo poetico 
che tratta di signori o di gran fatti di fortuna. Et dici tur 
ab tragos graece quod latine dicitur hircus, però che nella 
faccia dinnanzi i fatti de' signori, di che i poeti trattano, 
sono cose grandi belle et dilettevoli, poi nel fine sono 



453 

rùstiche et villane le loro eversioni (1), et molti simili al 
becco, eh 9 è bello dinnanzi et fetido dirietro — Ben lo sai 
tu. L'Auttore seppe singularmente bene l'Eneida di Virgi- 
lio, però che forte in quello libro si dilettò: et puossi 
scusare, se alcuno dicesse che la sua fu superbia a lodar- 
si; però eh 9 è lecito agli uomini questo modo di parlare 
in due modi, o per scusarsi d'alcuna infamia, come PÀut- 
tore medesimo nel capitolo d' inferno: Facciati le bestie fie- 
solane strane Di lor medesime , et non tocchin la pianta; o 
dove altri non fosse conosciuto in paese strano, come Vir- 
gilio nel j libro, faccendo parlare ad Enea: Sumpius Enea* 
raptos qui ex hoste penates Classe veho mecum, fama super 
aetliera notus; Io sono il pietoso Enea, il quale reco meco 
gl'iddìi della patria, conosciuto sopra l'aria — Michele 
Scoto fu. Questo Michele Scoto fu grande nigromante, et 
fu maestro dello imperadore Federigo secondo. Dicesi di 
lui molte cose maravigliose in queir arte; et fra V altre 
che, essendo giunto in Bologna, invitò una mattina a man- 
giare seco quasi tutti i maggiori della terra, et la mattina 
fuoco non era acceso in sua casa. Il fante suo si maravi- 
gliava, et gli altri che'l sapeano diceano: Come farà costui? 
uccella egli tanta buona gente? Ultimamente, venuta la bri- 
gata in sua casa, essendo a tavola, disse Michele: Venga 
' della vivanda del re di Francia; incontanente apparirono 
sergenti co' taglieri in mano, et pongono innanzi a costoro, 
et costoro mangiono. Venga della vivanda del re d'Inghil- 
terra; et cosi d'uno signore et d'altro, egli tenne costoro 
la mattina meglio che niuno signore — Delle magiche frode 
seppe. Però che questa arte magica si può in due modi 
usare: o egli fanno con inganno apparire certi corpi d'aria 
che pajono veri; o elli fanno apparire cose che hanno ap- 
parenza di vere et non sono vere, et nell' uno modo et nel- 
l'altro fue Michele gran maestro. Fue questo Michele della 
Provincia di Scozia; et dicesi per novella che, essendo 

(1) Le loro eversioni. Le loro parti di dietro, le parli opposte alla 
faccia. 



453 

adunata molta gente a desinare, che essendo richiesto Mi- 
chele che mostrasse alcuna cosa mirabile, fece apparire 
sopra le tavole, essendo di gennajo, viti piene di pampani 
et con molte uve mature; et dicendo loro che ciascheduno 
ne prendesse un grappolo, ma eh 9 egliono non tagliassero, 
s'egli noi dicesse; et dicendo tagliate, sparvono Fuve, e 
ciascheduno si trova col coltellino et col suo manico in 
mano. Predisse Michele molte cose delle città d' Italia, co- 
minciando da Roma; et molte cose avvennono di quelle 
ch'egli predisse: et fra l'altre dice della città di Firenze: 
Non din solida stabit Florentia, florem Decidet in foetidum, 
dissimulando ruet etc. — Vedi Guido Bonatti. Fu da Forli, 
maestro del conte Guido da Monte Feltro, signore che fu 
di Forli, et fu grande astrolago, tanto che molte guerre 
eh' ebbe il conte, dando Guido Bonatti il punto, et egli 
uscia della terra, et quando si ritrovasse ancora altrove; 
et d' assai sue imprese ebbe vittoria. Fece Guido Bonatti 
più libri giudiciali in astrologia, che hanno più corso che 
altri libri d' astrolago moderno — Et vedi Asdente. Fu 
costui calzolajo, et diessi tutto a questa arte degli àuguri 
et dello indovinare, lasciando la sua arte — Vedi le triste 
che. Comunemente cotali femminelle molte se ne trovono 
che vanno dirietro a incantamenti et a malie; et questo 
è per loro sciocchezza, che sono credule, o per arte di 
demonio, al quale elle, che sano di natura inconsiderata 
che non pensono, si danno in corpo et in anima; onde 
molte volte fanno alcuna dimostrazione — Con erbe et con 
imago. Puossi fare malie per virtù di certe erbe medianti 
alcune parole, o per immagine di cera o d' altro fatte in 
certi punti, et per certo modo che, tenendo queste imma- 
gini al fuoco, o ficcando loro spinetti nel capo, cosi pare 
che senta colui a cui immagine elle sono fatte, come la 
immagine che si strugga al fuoco. Ora questa arte dell' au- 
guriare et dello indivinare, della quale tratta l'Auttore in 
questo capitolo, hae molte parti, però che magica ars quin- 
que habet speties sub se: quatuor secundum quatuor demen- 
ta ^ quinta secundum inferos. — Ma vieni ornai. Secondo gli 



45i 

astrolaghi era compiuta la notte del di che TAuttore co- 
minciò questa opera, la quale cominciò nel ccc, addi xiiij 
all'uscita (I) di Marzo, quando il sole entra in ariete; etera 
la luna piena. Onde avviene che a quel tempo, ogni volta 
che la luna va nello emisperio di sotto, in quel punto il 
sole viene in questo nostro emisperio. Emisperium dicitur 
ab emi, quod est medium, quasi mezza spera, ciò è la metà 
del cielo che noi veggiamo — Et tocca fonde sotto. Sibilia 
è una città notabilissima in Spagna, nel diritto ponente 
in sul mare Oceano, appunto onde si parte questo mare, 
che va per la metà della terra, che si chiama mare Medi- 
terano, o Tireno: et in quel tempo, eh' è detto che guarda 
la luna quando tramonta, pare che ivi s'attutii nel mare 
Oceano appunto sotto Sibilia — Caino et le spine. Però che 
si legge nel Genesis che quando Abel sacrificava a Dio 
toglieau più belli agnelli ch'egli avea, et Caino suo fra- 
tello toglieva fasci di spine et cose sterili et triste, et con 
quello sacrificava, dicono le favole che Caino fu messo 
con questo fascio delle spine nel corpo della luna, et an- 
cora si vede; che dicono eh' è quella parte bruna che ap- 
parisce nel corpo lunare: ma come questo fatto sia, et 
perchè, se ne toccherà distesamente nel u capitolo di 
Paradiso. 



(t) Addì 14 alt uscita ec. come anche dicetrono quattordici uscente, 
cioè quattordici giorni innanzi ài principio del mese seguente. 



CANTO XXI 



■+**- 



Così di ponte in ponte altro parlando, 
Che la mia commedia cantar non cura, 
Venimmo, e tenevamo il colmo, quando 

Ristemmo per veder P altra fessura 
Di Malebolge, e gli altri pianti vani; 
E vidila mirabilmente oscura. 

Quale nelPArzanà de 1 Viniziani 
Bolle P inverno la tenace pece 
A rimpalmar li legni lor non sani, 

Che navigar non ponno, e in quella vece 
Chi fa suo legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece; 

Chi ribatte da proda, e chi da poppa; 
Altri fa remi, ed altri volge sarte; 
Chi terzeruolo, ed artimon rintoppa: 

Tal, non per fuoco, ma per divina arte 
Bollia laggiuso una pegola spessa, 
Che inviscava la ripa da ogni parte. 

Pvedea lei, ma non vedeva in essa 
Ma' che le bolle che il bollor levava, 
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 



486 

Mentr' io laggiù fisamente mirava, 
Lo Duca mio, dicendo: Guarda, guarda, 
Mi trasse a sé del luogo dov' io stava. 1 

Allor mi volsi come Tuoni cui tarda 
Di veder quel che gli convien fuggire, 
E cui paura subita sgagliarda, 

Che per veder non indugia il partire, 
E vidi dietro a noi un diavol nero 
Correndo su per lo scoglio venire. 

Ahi quanto egli era nelT aspetto fiero! 
E quanto mi parea nell'atto acerbo, 
Con Tale aperte, e sovra i pie leggiero! 

L'omero suo, ch'era acuto e superbo, 
Carcava un peccator con ambo T anche, 
Ed ei tenea de' pie ghermito il nerbo. 

Del nostro ponte, disse: Malebranche, 
Ecco un degli anzian di santa Zita; 
Mettetel sotto, eh' io torno per anche 

A quella terra che n' è ben fornita: 
Ogni uom v'è barattier, fuor che Bonturo: 
Del no, per li denar, vi si fa ila. 

Laggiù il buttò/ e per lo scoglio duro 
Si volse, e mai non fu mastino sciolto 
Con tanta fretta a seguitar lo furo. 

Quei s* attuffò, e tornò su convolto; 
Ma i demon, che del ponte avean coverchio, 
Gridar: Qui non ha luogo il Santo volto; 

Qui si nuota altrimenti che nel Serchio; 
Però, se tu non vuoi de' nostri graffi, 
Non far sovra la pegola soverchio. 

Poi P addentar con più di cento raffi; 
Disser: Coverto convien che qui balli, 
Si che, se puoi, nascosamente accaffi. 

Non altrimenti i cuochi a' lor vassalli* 



i57 

Fanno attuffare in mezzo la caldaja 
La carne cogli uncin, perchè non galli. 

Lo buon Maestro: Acciocché non si paja 
Che tu ci sii, mi disse, giù t'acquatta 
Dopo uno scheggio che alcun schermo t' haja. 

E per nulla offension che a me sia fatta, 
Non temer tu, eh' io ho le cose conte, 
Perchè {dira volta fui a tal baratta. 

Poscia passò di là dal co del ponte, 
E com'ei giunse in su la ripa sesta, 
Nestier gli fu d' aver sicura fronte. 

Con quel furor e con quella tempesta 
Ch' escono i cani addosso al poverello, 
Che di subito chiede ove s' arresta, 

Usciron quei di sotto il ponticello, 
E volser contra lui tutti i roncigli; 
Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 

Innanzi che P uncin vostro mi pigli, 
Traggasi avanti V un di voi che m' oda, 
E poi di roncigliarmi si consigli. 

Tutti gridaron: Vada Malacoda; 
Perchè un si mosse, e gli altri stetter fermi; 
E venne a lui dicendo: Che gli approda? 

Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
Esser venuto, disse il mio Maestro, 
Securo già da tutti i vostri schermi, 

Senza voler divino e fato destro? 
Lasciami andar, che nel cielo è voluto 
Ch' io mostri altrui questo cammin Silvestro. 

Allor gli fu l'orgoglio si cadutOy 
Che si lasciò cascar 1' uncino ai piedi, 
E disse agli altri: Ornai non sia ferulo. 

E il Duca mio a me: tu, che siedi 
Tra gli scheggion del ponte quatto quatto, 



458 

Sicuramente ornai a me li riedi. 

Pereti' io mi mossi, ed a lui venni ratio; 
E i diavoli si fecer tulli avanti, 
Sì eh' io temetti non tenesser patto. 

E così vid' io già lemer li fanti 
Ch' uscivan patteggiali di Caprona, 
Veggendo sé tra nemici colanti. 

lo m'accostai con tutta la persona 
Lungo il mio Duca, e non torceva gli occhi, 
Dalla sembianza lor, ch'era non buona. 

Ei chinavan gli raffi, e, vuoi eh' io '1 tocchi, 
Diceva Pun con l'altro, in sul groppone? 
E rispondean: Sì, fa che gliele accocchi. 

Ma quel demonio che tenea sermone 
Col Duca mio, si volse tutto presto, 
E disse: Posa, posa, Scarmiglione. 

Poi disse a noi: Più oltre andar per questo 
Scoglio non si potrà, però che giace 
Tulio spezzato al fondo V arco sesto: 

E se T andare avanti pur vi piace, 
Andatevene su per questa grotta; 
Presso è un altro scoglio che via face. 

Ier, più oltre cinqu'ore che quest'otta, 
Mille dugento con sessanta sei 
Anni compier, che qui la via fu rotta. 

lo mando verso là di questi miei 
A riguardar s' alcun se ne sciorina: 
Gite con lor, eh' e' non saranno rei. 

Tratti avanti, Alichino e Calcabrina, 
Cominciò egli a dire, e tu, Cagnazzo, 
E Barbariccia guidi la decina. 

Libicocco vegna oltre, e Draghignazzo, 
Ciriatto sannuto, e Graffiacene, 
E Farfarello, e Rubicante pazzo. 



459 



Cercate intorno le bollenti pane; 
Costor sien salvi insino air altro scheggio, 
Che tutto intero va sopra le tane. 

me! Maestro, che è quel che io veggio? 
Diss' io; deh! senza scorta andiamci soli, 
Se tu sa' ir, eh' io per me non la chieggio. 

Se tu se' si accorto come suoli, 
Non vedi tu ch'ei digrignan li denti, 
E colle ciglia ne minacciar) duoli? 

Ed egli a me: Non vo' che tu paventi: 
Lasciali digrignar pure a lor senno, 
Ch'ei fanno ciò per li lessi dolenti. 

Per l'argine sinistro volta dienno; 
Ma prima avea ciascun Ja lingua stretta 
Co' denti, verso lor duca per cenno, 

Ed egli avea del cui fatto trombetta. 



460 



CANTO XXI, 



Così di ponte in ponte altro parlando. Hae trattato 
l'Auttore nel precedente capitolo, et nella quarta bolgia, 
della quarta spezie d' inganno di coloro che, controfaccen- 
do certi corpi d'aria et altre similitudini, mostrono una 
cosa per un'altra, come sono i nigromanti, de' quali è 
stata fatta menzione. Ora in questo presente capitolo inten- 
de trattare della quinta spezie della froda, ciò è di coloro 
che con nuovi modi, con mostrare di fare più ch'ei non 
fanno, di dare una cosa per un' altra come non si dee, di 
vendere per denari quello che per merito si debbe dare; 
quello che si debbe dare per giustizia darlo per doni o per 
promissioni: et questi sono nominati barattieri, i quali puni- 
sce in questa quinta bolgia. Et perchè questo nome non 
s'intenda sotto altro effetto che si debba, de' barattieri in- 
tende l'Auttore solamente che vendono, mercatono o ba rat- 
tono gl'ufficj che si debbono dare a chi gli merita per virtù, 
et questi per denari gli concedono; o veramente le grazie 
de' signori, le quali questi indebitamente vendono a cui elle 
sono fatte, faccendole loro agramente comperare, come fanno 
gli uomini cortigiani. Fa essere puniti l'Attore questi tali 
barattieri in una pegola nera, la quale continuamente bolle: 
et bene è conforme questa pena alla loro colpa; che, come 
egliono nascosamente et sotto il mantello riceveano i doni 
et promissioni da coloro che di loro aveano bisogno, cosi 



Mi 

la giustizia di Dio gli tiene atuffati et coperti da questa 
bogliente pegola: et ancora come l'animo loro ardea per 
lo desiderio dell'acquistare, cosi qui conviene ch'egli ar- 
dano sotto il caldo del presente bagno: et per una terza 
ragione, come chiunche avea a trafficare con loro, fosse 
di quanta auttorità volesse, non si potea partire che in 
alcuna parte non rimanesse appiccato, et che non vi la- 
sciassi della pelle, come la pegola che d'ogni pelo tira. 
Dividesi appresso il presente capitolo in tre parti. La se- 
conda parte comincia quivi: Mentre laggiù fisamente; la 
terza quivi: Credi tu, Malacoda. Nella prima parte l'Aut- 
tore, seguitando 1' orazione sua, che rimase imperfetta nello 
anticedente capitolo, in questo presente le dà sua perfe- 
zione; et pone una similitudine dall' Arzana' de' Viniziani 
al bollore del bagno, del quale hae intendimento di trat- 
tare. Nella seconda parte, doppo alcuna picciola pau^a 
ch'egli finge avere avuta, discrive alcuno peccatore eh' è 
punito nel presente luogo. Nella terza et ultima, doppo 
alcuna questione eh' elli finge avere avuta, egli et Virgilio, 
co' ministri di questa bolgia; et doppo molte minacce, mo- 
strando loro come dal voler divino procedeva la loro an- 
data, presa la loro scorta, compie suo capitolo. 

Così di ponte in ponte. Egli è stato detto come sopra 
ciascuna bolgia hae uno scoglio, che attraversa dall'una 
all' altra ripa in guisa di ponte, si che l'Auttore dice che, 
d'uno in altro ponte venia, ragionando di sua materia. 

— Che la mia Commedia. Quello che vuol dire commedia 
altre volte è detto: una differenzia hae fra l' altre dalla 
tragedia: quella comincia da prosperità di signori o di 
gran fatti, et finisce in avversità et in miserie: questa in 
contrario, che viene, da miserie, in prosperità seguendo. 
Dice l'Auttore che contorono et ragionarono più cose che 
non scrive: questo è d'usanza d'ogni scrittore et poeta. 

— Quale nelP arzanà. La similitudine è chiara. L'arzanà 
é uno luogo in Vinegia, ove s'acconciono le navi, come 
chiaramente si manifesta nel testo — Tal, non per fuoco. 
Chiaro appare per divino mistério — Io redea lei. Io vedea. 



462 

dice PAuttore, la pegola; ma in essa non vedea altro 
che le bolle: et quello era per l'aria che si ricogliea 
quando la pegola alzava sotto quelli bollori, i quali a 
modo di gallozzole gonfiarono — Allor mi volsi. Ciò è, 
sentendo dire guarda, ciò è guardati, mi volsi come uomo 
che diviene timido — Non indugia il partire. Ciò è che, 
per volgersi o guardare, non indugia eh' elli si parta 
meno tosto, però che, guardando, continuamente corre. 
— Ahi! quanto egli era. Qui descrive la forma spavente- 
vole — Corcava un peccator. Questo s' intende che '1 pec- 
catore carcava P omero del dimonio; et il dimonio, aven- 
dolo in sullo omero a guisa che fa il lupo la pecora, 
et tenealo, avendo Atto gì' unghioni ne' nerbi che sono 
sopra' piedi, tra' piedi et le gambe — Ecco un degli anzia- 
ni. Ciò è de' maggiori della città di Lucca, del numero 
degli anziani, ciò è dello Stato et ufficio di Lucca. In santa 
Zita hanno gran . divozione i Lucchesi — A quella terra. 
Qui mostra l'Auttore che quella città n' é bene fornita di 
barattieri; et hanno singularmente questo vizio — Fuor 
che Buonturo. Bonturo vuol dire eh' è il maggiore barat- 
tieri di veruno. Egli è da sapere che ser Bonturo Dati fu 
mercatante cittadino di Lucca, uomo che in quella terra 
ebbe grande stato, tanto che i Lucchesi, avendo mandato 
questo ser Buonturo imbasciadore a papa Bonifazio vili, il 
Papa, come quelli che volea pigliare la benivolenzia di 
tutti i cittadini che poteano nella città, per essere grande, 
et per avere delle città d' Italia la benivolenzia et la mag- 
gioranza, ognora che veruno cittadino venia a lui per al- 
cuna cagione, s' egli era grande nella città sua, egli, che '1 
sapea troppo bene, P onorava et faceagli festa et doni et 
promissioni. Ora un di, essendo ser Buonturo con papa 
Bonifazio, et andando qua et là per uno suo chiostro, et 
ser Bonturo appresso a lui; il Papa, per dimesticarsi con 
lui, et per mostralli amore, avendolo preso per lo braccio, 
et scotendolo dimesticamente et amorevolmente, ser Bon- 
turo gli disse: Padre santo, voi scotete la metà della città 
di Lucca. Ora quivi, et anche altrove, vuol dire PAuttore 



463 

ch'egli facesse grandi baratterie — Del no per li. Ciò ò 
in Lucca per denari si fa del si no, et del no si, pur 
eh' egli intagli — Qui non ha luogo. Dice Santo, parlando 
con quello vocabolo che fanno i Lucchesi — Qui si nuota. 
II Serchio è uno fiume ch'esce per le montagne di Carfa- 
gnana, et passa al lato alle mura di Lucca, et mette in 
mare di sotto a Pisa verso Pietra Santa — Nascosamente 
accaffi. Come tu facevi vivo, che nascosamente et secre- 
tamele acaffavi et commettevi baratteria, cosi conviene 
che qui stia sotto la pegola a caffare, ciò è pigliare: et 
è uno vocabolo volgare fiorentino et antico — Lo buon 
maestro. Virgilio fa nascondere l'Auttore, acciò che i de- 
moni n °l veggiano. Et qui é da notare una bella mora- 
lità: PAuttore mostra, al venire a queste bolge, essere 
affaticato, et discrive il luogo più scuro; et in veruno 
altro cerchio trova tanta resistenzia quanto qui: et, come 
che alla città di Dite i demonj gli serrassano la porta, 
pure non gli convenne nascondere: qui si nasconde; et 
molte viste feciono i demonj di volere offenderlo. Questo 
moralmente non vuole dire altro, se non ch'egli è fati- 
chevole a ogni uomo, sia chi vuole, a campare delle ma- 
ni de' barattieri; che per qualunche modo tu t'accosti a 
loro, o per virtù, o per amistà, o per qualunque modo, 
egli è di necessità ch'eglino tragghino da te: et è forte 
et fatichevole, a volere grazia o niente da veruno si- 
gnore o da veruna corte, a scampare dalle mani de' cor- 
tigiani; che l'uno tira di qua et l'altro tira di. là: et se 
pure alcuna volta interviene che tu ne scampi senza ri- 
comperare, et egli se n' avvegghino, poi che se' partito, 
egliono, come feciono i demonj che corsono di rietro a 
Virgilio et all'Auttore, cosi egliono ti correrebbono volen- 
tieri dirietro, et mangerebbonti volentieri; ma rade volte 
interviene ch'altri da loro si parta senza donare loro. Et 
sentendo questo chiaramente Virgilio. nell'Eneida, volen- 
do Enea et Sibilla che Carone gli passasse quando anda- 
rono allo 'nferno, mai non li volle passare, se non quando 
vidde il ramo dell' oro, il quale trasse di sotto alla vesta. 



464 

— Per eh* altra volta fui. Dice Virgilio all'Auttore: Non 
temere, perchè altra volta fui a tal partito. Questo si può 
intendere in due modi; o che Virgilio fosse stato in quello 
luogo, pure come suona la lettera, quando fu convitato, 
com' è detto, da quella Eriton cruda; et puossi intendere 
moralmente che Virgilio, mentre visse, usando nelle corti, 
et massimamente d' Ottaviano imperadore, che per veruna 
grazia che avesse da veruno signore non si ricomperò: 
onde si trova di Virgilio che, essendo giovane uomo, aven- 
do studiato in medicina, venne per caso che Antonio, in- 
nanzi che dividesse lo imperio con Ottaviano, volendo de' 
servigj ricevuti remunerare uno suo cavaliere, fra l'altre 
cose gli diede certi campi a Mantova, ch'erono di Virgilio; 
onde Virgilio si parti povero da Mantoa, et vennesene ver- 
so Roma. Truovasi Virgilio essere stato uomo timido in 
parlare in altrui cospetto; ma restorò colla penna; et spa- 
ruto uomo. Ora, essendo venuto a Roma, fece versi che, 
venuti alle mani a Ottaviano, gli piacquono; onde, cercan- 
do chi avessi fatti i versi, et Virgilio sappiendolo, mai 
per timidezza non si volle appalesare. Uno poeta, a cui 
Virgilio avea mostrati questi versi, disse che esso gli avea 
fatti, et ebbe il dono da Ottaviano: poi, trovandosi che 
Virgilio gli avea fatti, per merito della virtù sua gli rendè 
Ottaviano i campi suoi, che gli erono stati tolti a Mantoa. 
Onde poi Virgilio, per piacere a Ottaviano, fece il libro 
della Georgica >. — Da co del ponte. Da capo al ponte — in 
su la ripa sesta. La ripa era sesta, ma il cerchio era il 
quinto: come questo sia innanzi è dichiarato — Con quel 
furore. La^omperazione è chiara et aperta — Tutti gri- 
daron. Fatto V assalto che feciono i demonj contro a Vir- 
gilio, nel quale moralmente si può denotare il costume et 
il modo de' barattieri , che con ogni modo, et con buono 
et con mal piglio, usono ogni arte per tirare a loro, et 
fare mettere mano alla borsa di quelli che a loro capi- 
tano alle mani. Detto eh' ebbe Virgilio che niuno di loro 
il toccasse infino a tanto che elli non parlasse ad alcuno 
di loro, elessono Malacoda. Come suona il nome, Malacoda 



465 

è uno degli effetti di coloro che sono di questo peccato 
viziati; et cosi De porrà undici nomi di quelli dimonj che 
importeranno ciascuno uno delli effetti del peccato: et 
questi dimonj dice nella lettera essere ministri e principi 
a questa bolge. 1 nomi, come toccherà il testo, dichiare- 
remo, accordandogli agli effetti. Come è detto, Malacoda 
adunque, eh' è il primo nome, tanto vuole dire, come suo- 
na il proprio Tocabolo, mal line, ciò è reo fine, però che 
ciò che fanno i barattieri traggono a mal fine, ogni loro 
parlare, ogni loro dimostrazione, ogni loro atto; affine 
di vendere altrui le grazie che liberamente si debbono 
dare da' loro signori — Et venne a lui dicendo. Ciò che tu 
dirai sarà uno perdere di parole, però che in qualunque 
modo altri s'impaccia con questi tali cortigiani, sia savio 
et eloquente a suo senno, e' convien che vi lasci del pelo, 
et ch'eglino ne levino qualche pezzo da lui, inanzi che 
altri si parta da loro — Credi tu, Malacoda. Senza volere 
di Dio credi tu essere venuto qui? non lo pensare, dice 
Virgilio — Fato destro. Et ancora dice: Credi tu che senza 
fato destro, ajutatrice (I), et avventurato, io fossi venuto? 
Come che addirietro si sia trattato del fato, quando si parlò 
della fortuna, qui si rammenta ch'egli è differenzia fra 
provvidenzia et fato. Secondo che scrive Boezio, la provi- 
denzia è quella divina ragione nel sommo principe ordi- 
nata, la qual dispone ogni cosa, ciò è quel pensieri eh' è 
nella mente divina, innanzi che niente di quello produca 
in atto; simile agli uomini, che, inanzi che faccino niente, 
hanno il pensieri nell'animo di quella cosa che vogliono 
fare. Fato è una disposizione divina intorno alle cose mo- 
bili, per lo quale la provvidenzia ogni cosa annoda nel 
suo ordine, -ciò è ogni atto che procede dalla provvidenzia 
di Dio, o mediante i cieli, o' pianeti, o le stelle, intorno a 
queste cose quaggiù del mondo — Allor gli fu V orgoglio. 
Veduto ch'egli ebbe che ciò era volere di Dio, chinò le 

(t) Ajutatrice. Cosi legge il codice, ma corto per islrano error del 
copista. 

30 



466 

reni — E i diavoli si fecion. Ciò è che, avuta la licenzia, 
venne FAuttore verso Virgilio; et bench' eglino avessono 
promesso, si feciono innanzi per modo che FAuttore te- 
mette eh' egliono non attenessono i patti. Et qui per co- 
storo si può moralmente intendere P atto che hanno i 
cortigiani; che alcuna volta avviene che, volendo troppo 
mordere altrui, la lamentanza et la querimonia ne viene 
al signore; et ricevuto ch'anno alcuna volta comandamento 
dal loro signore che niente tolghino, fanno mille modi et 
mille atti di minacciare, lasciando andare colui che s'è 
ito a lamentare — Et così vidi già temer. Egli è da sapere 
che nel m. ce. lxxviu, essendo rinchiusi molti fanti in Ca- 
prona, che è uno castello nel contado di Pisa, et questi 
fanti aveano più tempo guerreggiato in sul contado mas- 
simamente di Lucca, et levate prede, et morti uomini, et 
presi et fatti rimedire; onde finalmente il Comune, et quel 
di Lucca et quel di Pisa, andorono a oste a Caprona; et 
FAuttore dice essere stato in quello oste, eh' a quel tempo 
avea anni xiu, però che, come è stata fatta menzione, 
nacque nel 6S. Avvenne che quelli fanti trassono patti di 
dare la fortezza salve le persone; et essendo fatto il patto, 
egliono uscirono per mezzo il campo, dove erono forse 
molti di quelli eh' egliono avevono offesi; perchè, andando 
fra tanti nimici, mostrorono grande paura che a loro non 
fosse stato attenuto quello eh' era promesso. Tutto a simile 
dice PAuttore mostraron d' avere temuto — Et vuoi eh' io 
il tocchi. Per questi atti ancora si può notare i modi che 
tengono i barattieri; che non basta loro rubare, senza in- 
sieme fra loro vantarsene, et uccellare cui egF hanno ru- 
bato — Posa, Scarmiglione. Scarmiglione, come suona nel 
proprio nome, tanto vuole dire quanto P altro effetto che 
hanno i barattieri, che sono scarmigli a tori, ciò è dilania- 
tori, stracciatori de' beni, della moneta altrui, per recarla 
a loro uso — Più oltre andar. Dice Malacoda che, a vo- 
lere valicare nell'altro cerchio, non ha luogo, a volere 
andare su per lo ponte; però che'l ponte era caduto. E 
vero che insegnò loro una grotta, per la qual disse che 



467 

poleano andare, et in altra parte più innanzi troverebbo- 
no un altro ponte: et questo non era vero, come sarà loro 
detto per quelli frati bolognesi che trovo rono (che i dia- 
voli per loro natura sono bugiardi); ma era vero che quello 
scoglio che facea ponte era in giù piegato per modo che, 
bene che fosse malagevole, pure vi si potea passare su per 
quello sesto arco, overo ponte — ler più oltre cinque ore. 
Come fu detto nel j° capitolo di questo libro, PAuttore fe- 
ce questo libro nel m. ecc. di marzo, quando il sole entra 
nell'Ariete: quello di, ch'era venerdì santo quello anno, 
cominciò PAuttore questa opera, però che'l giovedì santo 
era nella selva oscura, et nel fine del precedente capitolo 
dice PAuttore ch'era nella prima ora del di, che venia 
a essere il sabato santo nella prima ora: si che era ap- 
punto uno dì che PAuttore avea principiato questo libro. 
Ora dic.e quello dimonio all'Auttore: Ieri cinque ore più 
innanzi che questa ora, si spezzò questo ponte et rovinò; 
si che, se'l # di innanzi rovinò cinque ore più oltre che 
quella ora, fue nelle sei ore del venerdì santo quello ro- 
vinare, che fu quella ora che Cristo spirò, secondo che 
scrivono i Vangelisti: Tenebrae factae sunt per universum 
terram usque ad horam nonam, et obscuratus est Sol> et ve- 
lum templi scissum est per medium etc. Fatte tenebre nella 
passione di Cristo per tutto il mondo, molte montagne 
rovinorono, et fessonsi, come in assai luoghi del mondo 
appare; et in fine nel centro della terra fue quello tre- 
muoto, onde allora si ruppe quello sesto arco. Et dice 
PAuttore che da quella ora al di della passione di Cristo 
ebbe 1266 anni, et egli fece il libro nel trecento. A volere 
accordare adunque questi due tempi insieme, si vuole, sopra 
la somma del 1266 anni, porvi gli anni che Cristo visse, 
che si tiene comunemente che Cristo visse anni 33 et 
mesi tre, et mesi nove stette nel ventre di nostra donna; 
si che hai in tutto, dalla incarnazione del nostro Signore 
alla passione sua, anni xxxnu, et da quel di che al pre- 
sente si fa menzione alla passione di Cristo ebbe anni 
1266: ponvi su anni 34 per le ragioni che sono dette, ai 



^468 

mille ecc. anni, nel quale tempo compilò FAuttore, come 
è stato detto, questa presente opera — Tratti avanti Ali- 
chino. Per questo Alichino è da notare l'altro effetto de' 
barattieri. Alichino dicitur ab aliciendo. Allicio, cis> in 
grammatica sta per Allettare; et questo é vero, che questi 
peccatori sempre, et con parole et con operazione, allet- 
tono et attraggono ogni uomo da cui possono trarre — Et 
Cale abrina. Come suona il vocabolo, tanto vuol dire quan- 
to Scalpitatore di brina, ciò è vizio invecchiato assai tem- 
po et pratico: come volgarmente si dice quelli hae scalpi- 
tate quante nevi, ciò è, quelli è pratico et saputo — Ca- 
gnazzo. Ciò è cane; et bene sono propriamente cani con 
abbajare et con mordere ogni uomo eh' ha bisogno di loro 
servigj — Barbariccia guidi. Barbariccia volle che fosse 
il decimo, il capitano della masnada; et bene gli si con- 
venne F ufficio, però che Barbariccia. poniiur hic quasi 
Inveterata consuetudo, ciò è usato et invecchiato si fare 
male, et barbuto in quell'arte — Libicocco idest libenter 
coquenSj ciò è Volentieri arde, cuoce, et sboglienla ne' suoi 
. mali desiderj et appetiti, che hanno sempre per trarre da 
ogni uomo, et ardono sempre senza mai avere niuno ri- 
pòso — Draghinazzo. Ciò è acuto, velenoso et pugnente desi- 
dero di mal fare, a guida et a guisa di drago (1) — Ciriatto. 
Cir è detto il porco volgarmente; et bene l'appetito et la 
volontà è loro fatta a guisa del porco, che sempre si dilet- 
tone di stare nel brago delle loro cupidità et appetiti; et di 
quello non pare che si possano divellere, però che F uomo 
che è usato et invecchiato nel male fare, mai di questa 
consuetudine, direi, non si sa partire — Graffiacane. Questi 
è quello principe degli altri rei ; che gli altri cani graffia- 
no ogn' uomo che di niente, di poco o d'assai gli richie- 
de; et questi graffia gli altri cani, ciò è ruba i rubatori, 
et è dirittamente quello ufficiale che ha rivedere le loro 

(i) A guida et a guisa. Quelle parole a guida le ha il codice, ed 
io le lascio slare; ma che cosa ci abbiano che fare non lo indovino 
davvero. 



469 

ragioni — Farferello. Ciò è promettitore di frasche o di 
truffe, tirando a sé moneta: fa promessioni frustatone et 
vane, senza veruno frutto, simile a quella erba eh' è detta 
fàrfero, eh' è di veruno fruito — E Rubicante pazzo. Ciò 
è pazzo et inconsiderato rubatore. Et tanto vuole dire 
Rubicante quanto insanus rubor> et dicitur ab rubro idest 
ab igne; et ancora si può dire essere senza veruno freno, 
et senza mettere veruno colore alle sue pazzie, et tracu- 
tate operazioni — Cercate intorno. Comanda loro Malacoda 
ch'eglino cerchino, se veruno peccatore traesse il viso o 
altro membro fuori della pegola : et per questo moralmente 
si può intendere che, benché alcuna volta gli uomini rei 
sieno puniti dalla coscenzia (che pochi ne sono che, ricor- 
dandosi et considerando il loro mal fare, non sieno ri- 
presi da' loro pensieri et dalle loro coscenzie); inconta- 
nente, se vogliono trarre il capo della pegola, trarre il 
capo de 9 peccati, incontanente questi tali ministri, ciò é 
questi loro ardenti desiderj d'acquistare, gli rattuffono 
nella usata rea operazione — Non vedi tu eh 9 ei. Questo 
digrignare condenti non vuole altro significare che* il de- 
ridere et lo straziare, come è stato detto di sopra, di co- 
loro, cui questi tali barattieri hanno rubati et usurpati. 
— Co 9 denti verso lor. Et faceano quello atto che fa chi 
sta attento a ferire o a percuotere, mosso da ira, da ini- 
quità et da sdegno. Et questo loro decurio gli rassegnava 
con cosi piacevole stormento, come suona nel testo. 



«CT-QS-'Ossr- 



CANTO XXII. 



r vidi già cavalier muover campo, 
E cominciare stormo, e far lor moslra, 
E talvolta partir per loro scampo: 

Corridor vidi per la terra vostra, 
Aretini, e vidi gir gualdane, 
Ferir torneamenti, e correr giostra, 

Quando con trombe, e quando con campane, 
Con tamburi e con cenni di castella, 
E con cose nostrali e con istrane; 

Né già con sì diversa cennamella 
Cavalier vidi muover, né pedoni, 
Né nave a segno di terra o di stella. 

Noi andavam con li dieci dimoni: 
Ahi fiera compagnia! ma nella chiesa 
Co* santi, ed in taverna co' ghiottoni. 

Pure alla pegola era la mia intesa, 
Per veder della bolgia ogni contegno, 
E della gente eh* entro v' era incesa. 

Come i delfìni, quando fanno segno 
Ai marinar con l'arco della schiena, 
Che s'argomentin di campar lor legno. 



471 

Talor così, ad alleggiar la pena, 
Mostrava alcun dei peccatori il dosso, 
E nascondeva in meri che non balena. 

E come air orlo dell' acqua d' un fosso 
Slan li ranocchi pur col muso fuori, 
Sì che celano i piedi e 1' altro grosso; 

Sì stavan d' ogni parie i peccatori : 
Ma come s' appressava Barbariccia, 
Così si ritraean sotto i bollori. 

Io vidi, ed anche il cuor mi s'accapriccia, 
Uno aspettar cosi, com egli incontra 
Che una rana rimane, e 1' altra spiccia,* 

E Graffiacan, che gli era più di con tra, 
Gli arroncigliò le impegolate chiome, 
E trassel su, che mi parve una lontra. 

lo sapea già di tutti quanti il nome, 
Sì li notai quando furono eletti, 
E poi che si chiamaro, attesi come. 

Rubicanle, fa che tu li metti 
Gli unghioni addosso sì che tu lo scuoi, 
Gridavan tutti insieme i maledetti. 

Ed ìo: Maestro mio, fa, se tu puoi, 
Che tu sappi chi è lo sciagurato 
Venuto a man degli avversari suoi. 

Lo Duca mio gli s' accostò allato, 
Domandollo ond'ei fosse, e quei rispose; 
lo fui del regno di Navarra nato. 

Mia madre a servo d' un signor mi pose, 
Che m' avea generato .d* un ribaldo 
Distruggi lo r di sé e di sue cose. 

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; 
Quivi mi misi a far baratteria, 
Di che i' rendo ragione in questo caldo, 

E Ciriatto, a cui di bocca uscia 






472 

D' ogni parte una sanna come a porco, 
Gli fé' sentir come l'una sdrucia. 

Tra male gatte era venuto il sorco; 
Ma Barbariccia il chiuse con le braccia, 
E disse: State in là, mentr' io lo inforco; 

E al Maestro mio volse la faccia: 
Dimanda, disse, ancor, se più disii 
Saper da lui, prima ch'altri il disfaccia. 

Lo Duca dunque: Or di', degli altri rii 
Conosci tu alcun che sia Latino 
Sotto la pece? (1) E quegli: Io mi partii 

Poco è da un, che fu di là vicino; 
Così foss' io ancor con lui coverto, 
Ch' io non temerei unghia né uncino. 

E Libicocco: Troppo avem sofferto, 
Disse, e presegli il braccio col runciglio, 
Sì che, stracciando, ne portò un lacerto. 

Draghignazzo anche 'i volle dar di piglio 
Giù dalle gambe; onde il decurio loro 
Si volse intorno intorno con mal piglio. 

Quand' elli un poco rappaciati foro, 
A lui che ancor mirava sua ferita, 
Dimandò il Duca mio senza dimoro: 



(1) Lo Duca dunque. Tutte le stampe, copiandosi l'una l'altra, in- 
terpungono così: 

Lo Duca: Dunque or di' degli altri rii: 
Conosci tu alcun che sia latino. 

A me è sembralo che quella particella dunque si riferisca meglio a 
Virgilio che a quel povero navarrese, perchè a Virgilio avendo detto 
Barbariccia che domandasse altro, mi par naturale che il discorso con- 
tinui: Virgilio dunque ridomandò. Come mi par più naturale che la 
domanda, piuttosto che esser «fatta co' due incisi rotti: Dunque or di 
degli altri rii: conosci alcun latino? sia fatta: Ora' dimmi: conosci verun 
che sia latino di questi rii? 



473 

Chi fu colui, da cui mala partita 
Di' che facesti per venire a proda? 
Ed ei rispose: Fu frate Gomita, 

Quel di Gallura, vasel d' ogni froda, 
Ch' ebbe i nimici di suo donno in mano, 
E fé' lor sì che ciascun se ne loda: 

Denar si tolse, e lasciolli di piano, 
Sì com' ei dice: e negli altri uficj anche 
Barattier fu non picciol, ma sovrano. 

Usa con esso donno Michel Zanche 
Di Logodoro; e a dir di Sardigna 
Le lingue lor non si sentono stanche. 

me! vedete Y altro che digrigna: 
r direi anche; ma i' temo che elio 
Non s' apparecchi a grattarmi la tigna. 

E il gran proposto, volto a Farfarello 
Che stralunava gli occhi per ferire, 
Disse: Fatti in costà, malvagio uccello. 

Se voi volete vedere o udire, 
Ricominciò lo spaurato appresso, 
Toschi o Lombardi io ne farò venire; 

Ma stien le male branche un poco in cesso, 
Si che non teman delle lor vendette: 
Ed io, seggendo in questo loco stesso, 

Per un eh' io son, ne farò venir sette, 
Quando sufolerò, com'è nostr' uso 
Di fare allor che fuori alcun si mette. 

Cagnazzo a cotal motto levò il muso, 
Crollando il capo, e disse: Odi malizia 
Ch'egli ha pensato per gittarsi giuso! 

Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia, 
Rispose: Malizioso son io troppo, 
Quando procuro a' miei maggior tristizia. 

Alichin non si tenne, e di ri n toppo 



474 

Agli altri, disse a lui: Se tu ti cali, 
lo non ti verrò dietro di galoppo, 

Ma batterò sovra la pece T ali: 
Lascisi il colle, e sia la ripa scudo, 
A veder se tu sol più di noi vali. 

tu che leggi, udirai nuovo ludo: 
Ciascun dall' altra costa gli occhi volse; 
Quel prima, eh' a ciò fare era più crudo. 

Lo Navarrese ben suo tempo colse, 
Fermò le piante a terra, e in un punto 
Saltò, e dal proposto lor si sciolse, 

Di che ciascun di colpa fu compunto, 
Ha quei più, che cagion fu del difetto; 
Però si mosse, e gridò: Tu se* giunto; 

Ma poco valse; che Tale al sospetto 
Non poterò avanzar quegli andò sotto, 
E quei drizzò, volando, suso il petto. 

Non altrimenti 1' anitra di botto, 
Quando il falcon s' appressa, giù s' attuffa, 
Ed ei ritorna su crucciato e rotto. 

Irato Calcabrina della buffa, 
Volando dietro gli tenne, invaghito 
Che quei campasse, per aver la zuffa. 

E come il barattier fu disparito, 
Così volse gli artigli al suo compagno, 
E fu con lui sovra il fosso ghermito. 

Ma T altro fu bene sparvier grifagno 
Ad artigliar ben lui, e ambedue 
Cadder nel mezzo del bollente stagno. 

Lo caldo sghermitor subito fue: 
Ma però di levarsi era niente, 
Si aveano inviscate F ale sue. 

Barbariccia con gli altri suoi dolente 
Quattro ne fé' volar dall'altra costa 



475 



Con tutti i raffi, ed assai prestamente 

Di qua, di là discesero alla posta: 
Porser gli uncini verso gì' impaniati, 
Ch'erari già cotti dentro dalla crosta; 
E noi lasciammo lor così impacciati. 



476 



CANTO XXII 



Io vidi già cavalier muover campo. Dividesi il presente 
capitolo in quattro parti; la Seconda parte comincia quivi: 
Io vidi et anco; la terza quivi : Quando elli un; la quarta 
et ultima: tu che leggi. Nella prima, maravigliandosi del 
suono dello stormento, fa molte similitudini di suoni; et 
dice che mai e si strano et si diverso suono non udi co- 
me quello: et rende alcuno esemplo del modo che tenea- 
no i peccatori del presente vizio. Nella seconda parte fa 
nomare uno peccatore, et dire la cagione del suo pecca- 
to, et il luogo dov' egli peccò, soggiugnendo certi giuochi 
che feciono i demonj. Nella terza fa nomare a costui altri 
che erono coperti della pegola, dicendo appresso d'alcuno 
inganno che ricevettono i demonj. Nella quarta et ultima 
parte pone una zuffa clTebbono demonj insieme per la 
fuggita di Ciampolo; et come nel ftne egli et Virgilio si 
partirono da loro. 

Io vidi già cavalier. Qui rende uno esemplo, et poi 
appresso ne rende molti, et si di muovere campo, et si 
di fare mostra d'uomini d'arme, alle quali cose s'usono 
certe maniere et diverse di stormenti — Corridor vidi. 
Pone che Arezzo hae avuti molti mutamenti et molte re- 
voluzioni et stati, dal tempo in qua eh' egli dice l'Auttore: 
et a suo tempo più et più volte quella terra s' ò corsa 
per le loro divisioni; però che, come dice alcuna memoria 
antica : Inter cetera vitia Aretini nanquam fuerunt reipubli- 
cae amatores; mai gli Aretini non amorono la republica: et 



477 

per questa cagione s'è molte volte corsa quella terra per 
le loro divisioni. Ma però che l'Auttore non ne fa men- 
zione del quando, non si può chiarire; se non che men- 
tre visse che quella città si corse, et egli dice che v'era. 
— Né nave a segno. Et ancora dice TAuttore eh' à veduto 
muovere per mare quando al levare d'alcuna stella, quan- 
do al segno d'alcuno lume che si pone nel porto onde i 
legni si muovono. Et conchiudendo brievemente, mai non 
vidde muovere veruna delle predette cose con si diverso 
et strano stormento, come quello di quello dimonio — Ma 
nella chiesa. Qui ammaestra che, dovunque gli uomini si 
truovono, debbono usare i costumi et le maniere della 
terra o della compagnia ch'egli hanno, però che: Inter 
omnia dissimilia similis populo frons nostra conteniat; Fra 
tutte le cose dissimili il volto et la maniera si vuole adot- 
tare smagliante al popolo dove altri si truova — Come i 
delfini. Dalfini, secondo che si truova nella Natura degli 
animali, sono pesci grandissimi; et sono di questa natura, 
che quando sentono turbare il mare, che si muove la no- 
vità et la tempesta dal fondo del mare, questi dalfini per 
natura il sentono e corrono per lo mare mostrando la schie- 
na et saltando sopra l'acque: allora i marinari s'avveg- 
gono della tempesta che de' venire. Egli genera figliuoli 
et non uova; et portali nel ventre x mesi: et quando sente 
la tempesta, s' egli ha i suoi figliuoli piccioli per lo mare, 
gli piglia et rimettegli dentro nel ventre tanto che passi la 
tempesta. Truovasi nelle storie antiche che uno fanciullo 
di Campagna notri uno dalfìno di pane et fecelo dimesti- 
co. Uno altro dalfìno fu in Babbilonia; che amò tanto uno 
fanciullo ch'egli vidde in sulla riva, che uscì fuori del- 
l'acqua, et fuggendo il fanciullo il dalfìno non si parti, 
et tanto stette ivi che fu preso — Et Graffiacane. Questi 
ch'erano nella pegola dice l'Auttore che, come fanno i 
ranocchi, cosi egliono alcuna volta traevono il capo fuori 
della pegola; et com'è detto, moralmente per questo atto 
s'intende l'ostinazione di questi colali barattieri, che ra- 
de volte traggono il capo fuori di questa loro perversa 



478 

operazione: et però debitamente TAuttore dice che la giu- 
stizia di Dio non gli lascia trarre il capo della pegola, si 
che risponda la pena alla colpa de' loro peccati. Dice che 
Graffiacane r arroncigliò, et trasselo come una lontra del- 
l'acqua. Lontra è uno animale che vive nell'acqua, et 
sua pastione, come che alcuna volta esca dell'acqua, e 
de' pesci eh' egli piglia — Et io, maestro mio. Costui fu 
avarissimo uomo, come appresso si conterà: et veramente 
l'avarizia è quella che, come dice l'Auttore nel Purgato- 
rio, spegne ciascuno bene, et è cagione d'ogni male, et 
conduce gli uomini et assottigliali a fare ogni cosa rea, 
et ogni strana operazione. Truovasi che, morto Cesare, in 
Roma si fece uno ufficio che si chiamò duoviri, di due 
uomini, che avevono tutto il governo della repubblica, 
che furono Ottaviano et Antonio. Questi due, essendo qui- 
stione fra loro di cui dovea essere lo imperio, posonsi 
d' azzuffarsi insieme, e '1 popolo di Roma il sofferse: rau- 
nò ciascuno la forza sua, et finalmente Ottaviano vinse, 
et tornò a Roma in sul carro triunfale più onorato et più 
riccamente adorno che mai altro carro; et fu fatto impe- 
radore. Ora uno povero uomo, mosso da questa avarìzia, 
s'assottigliò, et avvezzò, prima che fusse il tempo della 
battaglia, due corbi, et insegnò loro dire queste parole: 
Ave, imperator auguste, gaude, quia meruisti victoriam; et 
avvezzò l'altro corbo con queste medesime parole; salvo 
che della orazione levò Ottaviano, et missevi Antonio, per 
dire: qualunche di costoro vincerà, io gli porterò innanzi 
il corbo che sa il suo nome; et vogliono dire queste pa- 
role in volgare: Iddio ti salvi, imperadore Ottaviano, che 
hai meritato la vittoria. Fecesi addunque questo povero 
uomo con questo corbo incontro a Ottaviano; et il corbo, 
come era avvezzo, disse quelle parole Ave, imperator etc. 
tanto scolpitamente che ognuno si maravigliò. Ottaviano, 
che gli piacque il fatto, fece donare a costui ventimila 
monete d'oro. Ora uno suo vicino per invidia l'accusò a 
Ottaviano, ch'egli aveva un altro corbo che parlava d'An- 
tonio, com'è detto. Lo 'mperadore, fatto venire il corbo, 



479 

et veduta la verità, tolse a costui la metà di quelli dena- 
ri che dati gli avea. et diegli air accusatore. Avvenne che 
uno altro povero uomo avvezzò uno altro corbe a dire 
quelle medesime parole, sperando d'avere denari: è vero 
che gran fatica vi durò prima che avvezzare lo potesse; 
et quando il corbo non rispondea bene le parole; et questo 
buono uomo dicea da se medesimo queste parole: Opera 
et impensa petit; perisce 1" opera et la spesa. Il corbo 
troppo bene apparò, doppo le parole che colui gP inse- 
gnava, quelle ch'egli era usato di dire da se medesimo; 
et portato questo corbo finalmente allo imperadore, il cor- 
bo disse: Ave, hnperator Octaviane, qia victoriam mentisti. 
Ottaviano se ne fece beffe, dicendo: Troppo arei a fare, 
se ogni uomo che avvezzasse uno corbo a dire queste pa- 
role, io il facessi ricco. Detto che Ottaviano hae le parole, 
il corbo dice quelle parole ch'elli avea apparate da sé: 
Opera et impensa perit; Y opera et la spesa è perduta. Lo 
Imperadore si maraviglia della risposta del corbo; ultima- 
mente fece donare a costui due tanti che air altro. Tor- 
nando adunque alla materia nostra, e" non è cosa veruna 
a che gli uomini non s' assotiglino per avarizia. Fue que- 
sto avarissimo uomo, del quale fa menzione PAuttore, 
figliuolo di una gentil donna di Navarra, la quale fue ma- 
ritata a uno grande ricco uomo di basso essere, il quale 
gettò via et spese et giucò ciò ch'egli avea. Ebbe costai, 
di cui si fa menzione, nome Ciampolo: la madre il pose 
con uno cavaliere; et questo Ciampolo divenne sperto tanto 
che ultimamente fu famiglio del re Tibaldo di Navarra, 
et venne in tanta grazia del Re, che fu il maggiore uomo 
che fusse presso a lui, et per le cui mani tutte le cose 
del reame andavono. Egli permutava gli ufficj come a lui 
parea: non fu contento della grazia del Re; fece molte va- 
rie et diverse baratterie, onde, per questa cagione, TAut- 
tore il mette in questo luogo — Ne portò un lacerto. Lacerto 
in grammatica è il braccio, massimamente quella parte 
del braccio che è dal gomito in su — Onde il decurio loro. 
Ciò è Barbariccia, si volse con mal viso verso gli altri 



480 

dimonj, accennando che più non si facesse — Fue frate 
Gomita. Chiama l'Aultore frate Gomita vasello d'ogni fro- 
dolenzia. Egli è da sapere che Pisola di Sardigna era 
ricchissima isola, abitata da Saracini et da infedeli. Accor- 
datosi insieme, secondo che raccontano le cronache, i Gè- 
novesi et i Pisani ad andare a conquistare P isola di Sar- 
digna con questo patto che, se P acquistassono, la ruberia 
et la preda fusse de' Genovesi et P isola rimanesse al Co- 
mune di Pisa, andorono, et finalmente la conquistorono. 
I Genovesi la ruborono tutta: i Pisani ebbono Pisola; et 
essendo signori i Pisani, feciono quattro ufBcj, quattro vi- 
cariati, ovvero signori nelP isola, che si chiamorono giu- 
dicati. Il primo fu quello di Galluria; P altro quello di 
Logodoro; P altro Calcheri; P ultimo quello d'Arboria. Fue 
questo frate Gomita di quella parte delP isola che si chia- 
ma Galluria, grandissimo barattiere, tanto che, essendo 
maestro grande et ufficiale del giudice Nino di Galluria, 
avendo il giudice Nino presi suoi nimici là di quella iso- 
la, et datogli in guardia a frate Gomita, questi prigioni, 
ch'erono ricchi, dierono grande quantità di denari a frate 
Gomita: egli aperse loro una notlr. et fece vista eh' eglino 
si fussono fuggiti; ma ultimamente costui, veggendolo il 
giudice Nino più ricco che non solea, cercò della verità del 
fatto, et trovatolo colpevole, il fece impiccare per la gola. 
— Di suo donno in mano. Ciò è di suo signore, che ivi si 
chiamono donno, come noi qui chiamiamo messere — Et 
fé 9 lor sì che. Ciò è egli gli trattò si bene quei prigioni, che, 
essendo lasciati, ciascuno se ne lodò — Donno Michel Zanelle. 
Di questa altra parte dell' isola tenne la signoria dì tutto 
Logodoro, doppo la morte del marito, la madre che fu del 
re Enzo, figliuolo dello imperadore Federigo secondo, il qua- 
le Federigo ebbe a fare di questa donna di Logodoro, et 
nacquene il re Enzo, il quale re, negli anni di Cristo m.cc.l. 
del mese di maggio, essendo rimaso generale vicario et capi- 
tano della guerra di Lombardia, venne a oste sopra la città 
di Bologna, i quali si lenevono colla chiesa di Roma, et eravi 
il legato del Papa con gente d'arme al soldo della Chiesa. 



481 

I Bolognesi uscirono fuori vigorosamente, popolo ej cava- 
lieri, incontro al re Enzo, et combattersi con lui, el scon- 
flssonlo, et presonlo nella detta battaglia con sua gente, 
et lui missono in prigione in una gabbia di ferro, et in 
quella con gran disagio fini sua vita a grande dolore. 
Essendo adunque questo messer Michele Zanche di Logo- 
doro grande con questa madre del re Enzo neir isola , 
morto il re Enzo, la donna non guardò che questi fosse 
sciancato: tolséselo per marito. Egli era ricchissimo uomo, 
però che sempre attese a fare baratteria, benché nell'ul- 
timo ne capitasse male; che, avendo avuta una figliuola 
di questa sua donna, la maritò a messer Brancadoria da 
Genoa. Questo messer Brancadoria, avvisando troppo bene 
d'essere signore di Logodoro, perchè avea per moglie la 
figliuola di donno Michele Zanche, giudice di Logodoro. 
non avendo rispetto né al parentado, né ancora che Fa ve a 
fatto grande et ricco, lo invitò un di a desinare seco a 
uno suo castello eh' egli tenea nell' isola; et essendo don 
Michele con questo suo genero nella forza sua, messer 
Brancadoria il fece tagliare per pezzi, lui et la sua com- 
pagnia, et fessi signore di Logodoro — Età dir di Sardigna. 
Dice che costoro, don Michele Zanche et frate Gomita, ra- 
gionavono di Sardigna; et qui seguita Virgilio: < Quella 

> medesima sollecitudine eh' ebbono gli uomini mentre 

> vissono, quella medesima cura gli seguita quando sono 

> sotto la terra • — Cagnazzo a coiai motto. Pensò Cagnaz- 
zo ch'egli usassi quelle parole per fuggirsi — Ond* ei 
che atea lacciuoli. Dice l'Àuttore: Ciampolo, ch'era mali- 
zioso, rispose: Che malizia sarebbe la mia, s' io guardassi, 
Cagnazzo, di fare quello che tu di? Guarderei d'andare 
sotto la pegola, che continuamente bolle: frate, la mia 
sarebbe bella malizia! — Non si tenne di rintoppo. Ciò è 
non si tenne di non rispondere, et disse: Lascialo in 
questo colle, et avrà vantaggio, che si può fare suo scudo 
della ripa; et veggiamo s'egli sa fuggire: egli pensa che 
io il seguiti di gualoppo, ciò è tra '1 correre e il trot- 
tare; io noi seguirò com'egli pensa: io il seguirò coli' ali. 

31 



482 

— Ciascun dall' altra costa. Per dare vantaggio a Giampolo. 
ciascheduno di quelli dimonj si volse verso l'altra costa. 
Quasi vollono tacitamente dire: Noi vogliamo vedere, se 
noi abbiamo malizia quanta hai tu; o se noi possiamo 
volare come tu fuggire — Ma quei più. Ciò è Alichino si 
mosse prima che gli altri a tenergli dirietro, però che 
s'era vantato di giugnerlo; ma poco valse, ch'egli s'era 
gettato già sotto la pegola — Irato Calcabrina. Iratosi 
dello 'nganno che ricevuto aveano da Ciampolo, però che 
Alichino era stato maggiore cagione del suo fuggire, si 
volse verso lui et presersi insieme; et però che azzuffan- 
dosi non poteano menare l'alie, caddono amendue nel 
mezzo della pegola. Et è qui da notare che tutti questi 
inganni de' dimonj et di Ciampolo hanno a mostrare gl'in- 
ganni che fanno, et fra loro et altrui, questi maladetti cor- 
tigiani, che sempre hanno mille lacciuoli per tirare a loro 
moneta: et pure, se alcuna volta alcuno si parte insa- 
lutato ospite et sanne più di loro, troppo se n'adirono, 
et pare loro ricevere troppo grande scorno — Lo caldo 
schermidor. Ciò è per lo caldo che sentirò Alichino et Cal- 
cabrina subito si schermi l'uno dell'altro, ciò è divise et 
parti; ma tutto fu nulla, ch'egli aveano l'ale invescate 
dalla pece, ch'egli per loro medesimi non ne poteono uscire. 

— Barbariccia cogli altri. Barbariccia, eh' era il demonio 
loro capitano, et apparteneasi a lui la guardia della sua 
masnada, fé volare quattro de' suoi compagni per fare 
trarre coloro della pania. Et qui è da notare che, se alcu- 
na volta i cortigiani, che sono barattieri, alcuno di loro 
6 abominalo d'alcuna baratteria, et cade nella pegola, ciò 
è in alcuna infamia, tutti gli altri, perchè pare loro che 
la infamia d'uno trascenda in tutti, l'ajutono in ciò ch'e- 
gli possono, et ricuoprollo con scusarlo, con mostrare ra- 
gioni che quello di che egli è accusato non è vero; et 
cosi, ajutando l'uno, ajutono tutti — Et noi lasciammo lor. 
Contendendo fra loro, et ajutando loro compagni quei 
dimonj, dice l'Auttore, ch'egli e Virgilio si partirono da 
loro, eh' erano così impacciati. 



CANTO XX 111. 



■••*" 



Taciti, soli e senza compagnia, 
N' andavam V un dinanzi e V altro dopo. 
Come i Frati minor vanno per via. 

Volto era in su la favola d' Isopo 
Lo mio pensier per la presente rissa, 
Dov'ci parlò della rana e del topo: 

Che più non si pareggia mo ed issa, 
Che T un coli' altro fa, se ben s' accoppia 
Principio e fine con la mente fissa. 

E come V un pensier dell' altro scoppia, 
Così nacque di quello un altro poi, 
Che la prima paura mi fé doppia. 

lo pensava così: Questi per noi 
Sono scherniti, e con danno e con beffa 
Sì fatta, ch'assai credo che lor noj. 

Se l' ira sovra il mal voler s' aggueffa. 
Ei ne verranno dietro più crudeli 
Che cane a quella levre ch'egli acceffa. 

Già mi sentia tutto arricciar li peli 
Della paura, e stava indietro inlento, 
Quando io dissi: Maestro, se non celi 



484 

Te e me tostamente, i' ho pavento 
Di Malebranche: noi gli avem già dietro: 
lo gì' immagino si che già gli sento. 

E quei: S' io fossi d' impiombato vetro, 
L' imagine di fuor tua non trarrei 
Più tosto a me, che quella d'entro impetro. 

Pur mo venieno i tuoi pensier tra i mici 
Con simile atto e con simile faccia,. 
Sì che d'entrambi un sol consiglio fei. 

S'egli é che sì la destra costa giaccia, 
Che noi possiam nell' altra bolgia scendere, 
Noi fuggi rem Y immaginata caccia. 

Già non compio di tal consiglio rendere, 
Ch'io gli vidi venir con l'a*i tese, 
Non molto lungi, per volerne prendere. 

Lo Duca mio di subito mi prese, 
Come la madre ch'ai romore è desta, 
E vede presso a sé le fiamme accese, 

Che prende il figlio, e fugge, e non s'arresta, 
Avendo più di lui che di sé cura, 
Tanto che solo una camicia vesta, 

E giù dal collo della ripa dura 
Supin si diede alla pendente roccia, 
Che P un dei lati all' altra bolgia tura. 

Non corse mai si tosto acqua per doccia 
A volger ruota di mulin terragno, 
Quand' ella più verso le pale approccia, 

Come il Maestro mio per quel vivagno, 
Portandosene me sovra il suo petto, 
Come suo figlio, e non come compagno. 

Appena furo i pie suoi giunti al Ietto 
Del fondo giù, eh' ei giunsero sul colle 
Sovresso noi; ma non gli era sospetto; 

Che V alta provvidenza, che lor volle 



485 

Porre ministri della fossa quinta, 
Poder di partirs' indica tutti tolle. 

Laggiù trovammo una gente dipinta, 
Che giva intorno assai con lenti passi 
Piangendo, e nel sembiante stanca e vinta. 

Egli avean cappe con cappucci bassi 
Dinanzi agli occhi, fatte della taglia 
Che per li monaci in Cologna fassi. 

Di fuor dorate son sì ch'egli abbaglia; 
Ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, 
Che Federigo le mellea di paglia. 

in eterno faticoso manto! 
Noi ci volgemmo ancor pure a man manca 
Con loro insieme, intenti al tristo pianto: 

Ma per lo peso quella gente stanca 
Venia sì pian, che noi eravam nuovi 
Di compagnia ad ogni muover d' anca. 

Perch' io al Duca mio: Fa che tu truovi 
Alcun, ch'ai fallo o al nome si conosca, 
E gli occhi, sì andando, intorno muovL 

Ed un che intese la parola Tosca, 
Diretro a noi gridò: Tenete i piedi, 
Voi, che correte sì per V aura fosca: 

Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi. 
Onde il Duca si volse, e disse: Aspetta; 
E poi secondo il suo passo procedi. 

Ristetti, e vidi duo mostrar gran fretta 
Dell' animo, col viso, d' esser meco; 
Ma tardavagli il carco e la via stretta. 

Quando fur giunti, assai con l'occhio bieco 
Mi rimiraron senza far parola; 
Poi si volsero in so, e dicean seco: 

Costui par vivo all' atto della gola; 
E s' ei son morti, per qual privilegio 



486 

Vanno scoverti della grave stola? 

Poi disser me: Tosco, eh* al collegio 
DegP ipocriti tristi se' venuto, 
Dir chi tu sei non avere in dispregio. 

Ed io a loro: Io fui nato e cresciuto 
Sovra il bel fiume d'Arno alla gran villa, 
E son col corpo eh' i' ho sempre avuto. 

Ma voi chi siete, a cui tanto dislilla 
Quant' io veggio dolor giù per le guance, 
E che pena è in voi che sì sfavilla? 

E T un rispose a me: Le cappe rancc 
Son di piombo sì grosse, che li pesi 
Fan così cigolar le lor bilance. 

Frati Godenti fummo, e Bolognesi, 
Io Catalano, e costui Loderingo 
Nomati, e da tua terra insieme presi, 

Come suole esser tolto un uom solingn, 
Per conservar sua pace, e fummo tali, 
Ch* ancor si pare intorno dal Gardingo. 

Io cominciai: frati, i vostri mali... 
Ma più non dissi; che agli occhi mi corse 
Un, crocifìsso in terra con tre pali. 

Quando mi vide, tutto si di storse, 
Soffiando nella barba co' sospiri: 
E il Frate Catalan, eh' a ciò s' accorse, 

Mi disse: Quel confitto che tu miri 
Consigliò i Farisei, che convenia 
Porre un uom per lo popolo a' martiri. 

Attraversato e nudo è per la via, 
Come tu vedi, ed è mesti er eh* e' senta 
Qualunque passa com' ei pesa pria: 

E a tal modo il suocero si stenta 
In questa fossa, e gli altri del concilio 
Che fu per li Giudei mala sementa. 



487 

Allor vid* io maravigliar Virgilio 
Sopra colui ch'era disteso in croce 
Tanto vilmente nell'eterno esilio. 

Poscia drizzò al frate cotal voce: 
Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci 
Se alla man destra giace alcuna foce, 

Onde noi ambedue possiamo uscirci 
Senza costringer degli angeli neri, 
Che vegnan d'esto fondo a dipartirci. 

Rispose adunque: Più che tu non speri 
S* appressa un sasso, che dalla gran cerchia 
Si muove, e varca tutti i vallon feri; 

Salvo eh' a questo è rotto, e noi coperchia: 
Montar potrete su per la mina, 
Che giace in costa, e nel fondo soperchia. 

Lo Duca stette un poco a testa china, 
Poi disse: Mal contava la bisogna 
Colui, che i peccator di là uncina. 

E il frale: Io udi' già dire a Bologna 
Del Diavol vizj assai, tra i quali udi' 
Ch' egli è bugiardo, e padre di menzogna. 

Appresso il Duca a gran passi sen gì 
Turbato un poco d'ira nel sembiante: 
Ond' io dagl' incarcati mi parli' 

Dietro alle poste delle care piante. 



488 



CANTO XXI IT 



Taciti soli et senza compagnia. Nel precedente capitolo 
disse PAuttore come Virgilio et egliono si partirono, veg- 
gendo Calcabrina et Alichino essere caduti nella pegola 
senza dire alcuna parola, come che P animo loro rimanes- 
se pregno di paura. Ora in questo presente, discrivendo 
la cagione della sua paura, dice che gli venne in pensie- 
ro: questi che sono cotti nella pegola, sono cosi conci per 
noi et a nostra cagione, però che gli abbiamo menati per 
nostra scorta, et ancora per volere parlare a Ciampolo è 
loro questo intervenuto. Et dicendo questo suo pensiero 
a Virgilio, Virgilio dice per alcuna similitudine, sé avere 
avuto quello medesimo pensiero; ma, confortando PAutto- 
re, gli disse che, se P altra costa giacesse per modo che 
desse via, eh 9 egliono tosto enterranno nelP altra bolgia, 
dove non fia loro mestiero d'avere paura: et questo brie- 
vemente conchiude nella prima parte del capitolo. Nella 
seconda parte, che comincia quivi: Laggiù trovammo^ discri- 
ve certi peccatori con cappe in dosso et con cappucci bas- 
si; per che PAuttore priega Virgilio che cerchi se alcuno 
n' è tra costoro che conoscere per nome o per fatto si 
possa; et uno di loro, udendo parlare PAuttore, gridò di- 
cendo: Aspettati, et arai da me quello di che tu prieghi: 
io ti dirò ciò che ti piacerà ch'io dica; et cosi compie la 
seconda parte. Nella terza parte, che comincia quivi: Poi 
disse a me, o Tosco, dice ancora questa anima, che s" era 



489 

profferta chiamando et pregando FAuttore, che nolli abbia 
in dispregio di manifestarsi chi egli era; et FAuttore, ma- 
nifestandosi per luogo et non per nome, pregò loro ch'e- 
gliono si manifestassono a lui; et quelli, rispondendo ch'e- 
gli erono Bolognesi, et manifestandogli ancora alcuno altro 
spirito insieme punito con loro in quel medesimo luogo; 
ultimamente, insegnata la via onde ellino possino usci- 
re della presente sesta bolgia, è compiuta la sentenzia del 
capitolo. Fa addunque FAuttore essere puniti in questo cer- 
chio gl'ipocriti, F altra spezie degl'ingannatori et frodo- 
lenti; et pone loro esser vestiti di cappe grandissime, le 
quali sono di fuori d' oro et dentro di piombo; et queste 
cappe gravono questi peccatori in sulle spalle con gran- 
dissima loro pena: et questo conforma al modo del loro 
peccare, però che gF ipocriti mostrano di fuori F oro, ciò 
è le faccie loro piene d'amore verso Iddio et verso il 
prossimo, et questo si figura per F oro, che è il più nobi- 
le metallo, come amore è la più nobile virtù dell'animo. 
Et è detta la ipocresia ab epi quod est supra et crisi* 
quod est aurum, ciò è di sopra orati. Sono dentro di piom- 
bo, ciò è gravi come il piombo et freddi: gravi ciò è ca- 
richi del peso delle cose terrene, che gli fa gravi et tardi 
verso Iddio, et verso il bene del prossimo; freddi d' ogni 
amore di Dio et degli uomini. Et perchè non possa nascere 
dubbio; che forse sarebbe alcuno che direbbe, argomen- 
tando da quello eh' è detto: Non è egli meglio a fare il 
male et farlo certamente, coprendolo di fuori nelF appa- 
renza, che fare il male et non curarsi ch'ogni uomo il 
sappia, che prendere se ne può esemplo* reo et se' cagione 
et del tuo peccato et dell'altrui? A questo si risponde che 
si; ma il peccare degli ipocriti é per altra forma, ch'eglio- 
no si di le t tono di fare male, et sono peccatori uomini, et 
vogliono mostrare di fuori d'essere buoni, non a fine di 
dare buono esemplo di sé, ma a fine di potere meglio in- 
gannare, et perchè altri, tenendogli buoni et non rei, si 
fidi di loro ec. 

Taciti, soli. Ciò é. lasciata la compagnia de' dimonj, 



490 

se n' andavono soli l'Auttore et Virgilio — Come i Frati 
minor. È usanza de" Frati minori più che degli altri frati, 
andando a cammino, andare l'uno innanzi, quello di più 
auttorità, l'altro dirietro et seguitarlo — Volto era in 
sulla favola. Isopo fu uno poeta d'Asia antichissimo in- 
nanzi al tempo d'Aristotile, et fece uno grande et uno 
bello libro che si chiamò Isopo, et è in grammatica gre- 
co. È vero che questo Isopetto, che è in lingua lati- 
na, fue tratto da quello certi fioretti come piacque allo 
scrittore. È adunque nella terza sua favola di questo 
Isopo che comincia Muris iter rumpente lacu e te, che la 
rana, avendo (i) promesso di passare il topo di là dal 
fiume et legati insiemi pe' piedi, per che l'uno non ab- 
bandonasse l'altro, essendo la rana in mezzo il fiume, 
vollesi attuffare per fare morire il topo: il topo si scotea 
quanto potea; et in questo combattere uno Nibbio, volan- 
do per P aere, si calò per pigliare il topo, onde egli prese 
il topo e la rana et amendue rimasono morti. Ora dice 
l'Auttore che chi considera bene come là Barbariccia et 
Alichino furono ingannati da Ciampolo; et come per quello 
inganno seguitò che l' uno et l' altro, et ciascheduno di 
loro, cadde nella pegola et capitoronne male, et lo'ngan- 
natore et lo'ngannato, et chi penserà a questa favola 
d' Isopo, vederà essere uno medesimo effetto P uno et l'al- 
tro, et confarsi più insieme che mo e issa. Mo tanto vuole 
dire, secondo i Lombardi, quanto Ora; et Issa, secondo i 
Romagnuoli, quanto Ora: si che mo et issa è uno medesi- 
mo effetto — Et come F un pensier. Come l'Auttore mede- 
simo nel capitolo di Purgatorio dice: Però laonde venga 
lo 'ntellettoj Delle prime notizie uomo non sape, però che 



(1) E adunque nella terza favola che la rana ec. Questo pare 

uno di quei costrutti alla francese tanto abusati oggi, e tanto giusta- 
mente ripresi. Ma chi bene consideri, e conosca gli antichi modi della 
lingua, fedra essere il presente periodo da parafrasarsi cosi: Il fatto al- 
legato da Dante è adunque nella terza favola, nella quale (ebe) la ra- 
na avendo ec. cioè nella quale ti racconta che la rana. 



491 

le prime cagioni sono ignote et ascose, ma vengono in noi 
naturalmente et da propria natura, come da propria na- 
tura viene nell'api di fare il mele; ma i secondi pensieri 
chiaramente si vede che procedono da' primi, come chi 
pensasse del re di Francia, eh' è il primo pensiero, ciò è, 
pogniamo che sia, viene incontanente nella fantasia la 
città di Parigi: apresso può venire la mercatanzia et i 
mercatanti, et i cittadini d'essa città; et così segue che 
l'uno pensieri è scoppiato dall'altro, ciò è nato dall'altro 
pensiero. Et cosi, dice l'Auttore che, pensando della beffa 
eh' eglino avevono fatta a' dimonj, si che per loro cagione 
s' azzuffarono, et ancora essi si partirono da loro insalu- 
tato ospite, dice che nacque da questo uno altro pensiero, 
che raddoppiò la paura, ciò è il male volere et la mala 
natura de' dimonj, eh' è sempre di fare male, aggiunto che 
n' abbino cagione, come egli aveano, fece dubitare doppia- 
mente l'Auttore, et fé guelfa. È detta guelfa lo spago av- 
volto insieme 1' uno filo sopra l' altro — Che 9 l cane a 
quella. Chiaro appare — Già mi sentia. Secondo i filosofi 
naturali, quando gli uomini hanno una gran paura, subi- 
tamente il sangue et gli spiriti vitali si partono da ogni 
parte del corpo et corrono verso il cuore, come alla fon- 
tana della vita; onde l'Auttore, in una sua canzona mo- 
rale: // sangue eh 9 è per le vene disperso, Correndo fugge 
verso II cor che 9 l chiama, ond 9 io rimango bianco. Smorti 
nella faccia rimangono gli uomini, et la pelle perche ri- 
mane vota di sotto dal sangue, si ristrigne insiemi et rìn- 
crespa, onde, per quello ristrignere della pelle, i peli che 
sono in su' pori, asciutti del sangue, si dirizzono et più 
et meno secondo la paura grande o picciola, tutto a simi- 
le chi ponesse una carta di qualunche animale a fuoco, 
et questa carta fosse alquanto pilosa, la carta, per lo cal- 
do del fuoco, rattrapparebbe et ristrignerebbesi insiemi, 
et per quello ristrignere i peli che prima giaceano si di- 
rizzerebbe no — Io V imagino sì. Secondo il Filosofo ima- 
ginatio facit casum, lo immaginare fa caso, et vede effetto; 
et questo adviene per che l' anima, eh' è immediate, ciò è 



402 

senza veruno mezzo é messa da Dio in noi, ha in sé al- 
cuna divinazione, perchè participa di quella; et, se non 
che ella è aggravata dal corpo dove eir è messa, vedereb- 
be le cose dinanzi a sé come gli spiriti: et per questo 
avviene alcuna volta la mattina, quando in sul fare del 
di il cibo è digesto, et V anima è meno gravata dal corpo, 
vede in forma di sogno talvolta delle cose future. Ora per 
questa ragione, quando gli uomini temono forte d'alcuna 
cosa, l'anima si strigne dentro a sé, et come dice il filo- 
sofo: Virtù* unita est fortior quam dispersa, la virtù che 
é unita è più forte che la dispersa; onde, ristretta Fani- 
ma nella sua virtù, et strettamente imaginando alcuna 
cosa, vede alcuna volta innanzi a sé di quello che gP in- 
terviene, et massimamente de' mali — Et quei: S* ? fossi. 
Dice Virgilio che, s' egli fosse uno specchio, nel quale si 
ferisse la immagine del pensieri deirAuttore, non Tedereb- 
be meglio il pensieri suo ch'egli il vede. Ora questa arte 
prospettiva é poco in uso, et forte è malagevole. Come 
la imagine delle cose venga nello specchio chiaramente 
per veruno filosofo si disflnisce; se non che dicono che 
la imagine di ciascuna cosa per retta linea ferisce all' op- 
posito suo nello specchio, et in qualunche altra materia 
che sia rara et lucida, ovvero liquida, et quella passa in- 
fino alla cosa densa et oscura; ond' è il vero che cosa 
lucida passa per entro la imagine et idea della cosa, 
truova dirietro al vetro il piombo, et quello piombo, che 
é denso et saldo, non può passare; onde ritorna addirie- 
tro, et manifestasi agli occhi nostri. Et dicesi che fare si 
poterebbe, e fatto è stato, questo che al presente si toc- 
cherà, che di specchio in specchio in uno stante si pos- 
sono vedere le cose che universalmente si fanno di lungi 
molte miglia. Verbi grazia: chi ponessi in su Monte Mo- 
rello uno specchio per quello modo che '1 maestro sapreb- 
be acconciare; et uno altro specchio ponesse in sul giogo 
dell'Alpe che rispondessi a quello di Monte Morello; et 
uno altro in su l'altro giogo che rispondessi a quello, et 
d'onde si vedessi Bologna, e ciò che universalmente si 



493 

facesse in Bologna, di quello riverberando nell'altro spec- 
chio, et di quello in queir altro, si Tederebbe dallo spec- 
chio di Monte Morello ciò che fatto fosse in Bologna in 
uno stanti. Come questo possa essere chi ha fatta la spe- 
rìenza il sa — Si che d' entrambe un sol consiglio. Ciò è del 
tuo pensiero, dice Virgilio airAuttore, et del mio ch'é 
uno medesimo, io n'ho preso consiglio — Segli è che 
si la. Dice Virgilio: Se la costa destra giace per modo che 
dia alcuna via, però che quanto più vanno verso il fondo 
queste. coste tanto sono meno erte, però che, come dice 
più innanzi, Malabolge pende verso il pozzo del centro, 
noi lasceremo tosto la paura, però che e n terremo nell'al- 
tra bolgia, dove i demonj non poteranno venire — Come 
la madre. Chiaro appare — Supin si diede. Chi va verso 
una valle, et discenda per una erta rovinosa et bene rit- 
ta, pare a chi guarda ch'egli vada supino, ciò è ch'egli 
vada eoi petto verso il cielo — Che P un de 9 lati. Dice che, 
dove questa costa si giugne air altra bolgia, ciò é tocca 
et appoggiasi air altra, in quello tale luogo la chiude co- 
me fa dove s' apoggia Parco del ponte alla ripa — Quan- 
do ella piti. Approccia, ciò è s'appressa; et è da sapere 
che ogni cosa che cade, quanto più s'appressa al luogo 
dov'ella viene a percuotere, tanto più viene velocemente. 

— Che P alta previdenza. Vuole dire che, come la pro- 
videnzia divina pose quelli dimonj ministri della quinta 
bolgia, cosi non volle che da quella si potessono partire. 

— Egli avien cappe. Avevono cappe et cappucci in guisa 
di monaci di Cologne nella Magna. In questa badia di 
Cologne, che* è una ricchissima badia, furono già monaci 
di tanta prosunzione et superbia, per la loro ricchezza, 
che di comune consiglio mandorono al Papa a impetrare 
grazia che quelli di quella badia, per dignità, et per che 
fussono evidenti dagli altri monaci, assegnando quelle ra- 
gioni che in ciò seppono assegnare, come che varie Tosso- 
no, eh 1 egliono per nuovo decreto potessono portare le 
cappe di scarlatto, con fibbie al collo et intorno a' giri, a 
guisa che sogliono portare il vajo i dottori. Il Papa, con- 



494 

siderata la loro superbia et la loro prosunzione, comandò 
loro che vestissono una maniera di cappe vilissime a 
modo d' uno cilicio bigio cenerognolo, lunghissime et gran- 
di tanto che di gran lunga se le strascinassono dirietro 
a" piedi. Ora a questa maniera dice l'Aiuto re eh' erano 
fatte le cappe di quelli peccatori — Di fuor dorate. Per- 
di' elle sieno orate di fuori é detta la cagione — Che Fe- 
derico le mettea di paglia. Lo'mperadore Federico secondo, 
che fu tanto nimico della Chiesa, fue avventurassimo 
signore, et molto paese conquistò; et come egli fu avven- 
turato in acquistare, così per divino miracolo, per quello 
che fatto avea contro a' pastori et contro a santa Chiesa, 
cominciò a perdere senza veruno freno quello ch'egli 
avea acquistato. Ora, credendo porre rimedio alle sue per- 
dite, qualunque trovava colpevoli in veruno trattato, con 
asprissime pene gli facea morire; et fra l'altre egli gli 
facea vestire d'uno vestimento di piombo, dove tutto il 
fasciava, et poi cosi vestito il facea mettere in una cal- 
da j a, et facea fare d'intorno grandissimo fuoco; l'acqua 
della calda j a si scaldava, e'1 piombo, sentendo il cal- 
do, si struggeva a poco a poco, et insieme col piombo si 
struggeva la carne: a questo modo gli facea morire. Ora 
dice l'Auttore che quelle cappe che facea Federigo erono 
niente di gravezza et di tormento a rispetto di quelle. 

— Di compagnia a ogni. Movendo il passo, rimanea addi- 
rietro la compagnia — Par vivo all'atto. Però che, per 
lo battere che fa continuamente il polmone a guisa d'uno 
mantaco, esce vento per la gola, ciò è su per la gola, et 
viene alla bocca; onde quelle anime, veggendo all'Aul- 
tore fare questo atto, si marayigliorono perchè era vivo. 

— Sopra il bel fiume. Chiama l'Auttore il fiume d'Arno 
bello, per rispetto del paese bello per lo quale egli cor- 
re; et chiama Firenze villa a modo francesco et d'altri 
paesi, dove chiamono le terre ville, et per eccellenzia, 
dove dice grande, vuole che s'intenda grande di Firenze. 

— Fa così cigolare le bilance. Quanto maggiore peso vi si 
mette più cigola, tutto a simile quelle anime — Frati 



4fl5 

Godenti fummo. Poi che il re Manfredi fu sconfitto dal re 
Carlo,- i ghibellini, che reggevono la città di Firenze, co- 
minciorono a temere di loro stato, et i guelfi a invigorire 
et a prendere cuore; e '1 popolo di Firenze, eh' è più guel- 
fo che ghibellino, per la sconfìtta stata a Monte Aperti, 
incominciorono ancora a prendere cuore, et cominciorono 
a dolersi per la terra delle soperchie spese che riceveano 
dal conte Guido Novello vicario del re Manfredi, et de' 
ghibellini che reggeano la terra; onde quelli del reggi- 
mento, sentendo mormorare i cittadini, et avendo paura 
che '1 popolo non si rubellasse contro a loro, per una 
cotal mezzanità, et per contentare il popolo, elessono due 
cavalieri frati Gaudenti di Bologna per podestà di Firen- 
ze, che Puno ebbe nome messer Catalano de'Malavolti, 
et l'altro messer Odorigo delli Andolò; et l'uno era tenuto 
di parte guelfa, et l'altro di parte ghibellina. Et nota 
eh' e frati Gaudenti erano chiamati cavalieri di santa Ma- 
ria, et cavalieri si faceano quando prendeano quello abito, * 
che le robe aveano bianche et uno mantello bigio; et l'ar- 
me il campo bianco et una croce vermiglia con due stel- 
le: et doveano difendere le donne vedove et i pupilli, et 
intramettersi di paci et altri ordini, come religiosi. Il detto 
messer Odorigo fu cominciatore di quello ordine; ma poco 
durò, che segui il nome et il fatto, ciò è d' intendere più 
a godere che ad altro. Questi due frati per lo popolo di 
Firenze furono fatti venire, et messoli nel palagio del po- 
polo di rincontro alla Badia, credendo che, per l'onestà 
dello abito, fussono comuni , et guardassono il Comune di 
soperchie spese; i quali, tutto che d' animo di parte fosso- 
no divisi, sotto coperta di falsa ipocresia furono in con- 
cordia più al guadagno loro proprio che al bene comune. 
Ordinorono xxxvj buoni uomini mercatanti et artefici de' 
maggiori et migliori che fossono nella città, i quali doves- 
sero consigliare e detti due podestà et provedere alle spe- 
se del Comune; et di questo numero furono de' guelfi et 
de' ghibellini, popolani et grandi non sospetti, ch'erono 
rimasi in Firenze alla cacciata de' guelfi; et raunavansi i 



496 

detti xxxv j a consigliare ogni di, per lo buono stato et 
comune della città, nella bottega et arte de' consoli di Ca- 
limala; i quali feciono molti buoni ordini a stato comune 
della terra, in fra' quali ordinorono che ciascheduna delle 
sette arti maggiori avessono consoli et capitudine, et suo 
gonfalone, et altre cose. Et per le dette cose et ordini 
fatti per loro, i ghibellini per le gran cose sospetto preso- 
no di parte, parendo loro che i detti xxxvj sostenessono 
il popolo et i guelfi rimasi in Firenze, ordinorono di le- 
vare la terra a romore, et così feciono; nel quale romore 
egliono furono cacciati, come addirietro pienamente n' è 
stato fatto menzione. Et fu tenuto che questi frati Gau- 
denti tenessono nel detto fatto parte, et ebbonne poco 
onore; et allora furono cacciati gli Uberti, et Lamberti et 
altre famiglie ghibelline, et furono loro disfatte le case. 
Gli Uberti avevono le loro case presso a san Piero Sche- 
raggio, et dirietro ove è oggi il Palagio de' Priori, che si 
chiama il Guardingo — Come suole essere. Come si suole 
tórre uno santo uomo et solitario — Intorno dal Guardingo. 
Ciò è a' casolari degli Uberti , che furono le case loro di- 
sfatte per l'operazioni di quelli frati — Io cominciai: 
frati, i vostri. Qui usa TÀuttore uno colore rettori co che 
si chiama praecisio, che vuole dare a intendere, per quello 
ch'egli ha detto, quello che rimane nel giudicio et stima 
dell'uditore. Et conciossiacosaché sieno dette alcune pa- 
role, quelle che rimangono sono nel giudicio dell'uditore. 
— Un crocifisso in terra. Questo eh' è confitto con tre pali 
fue il prìncipe degli ipocriti et della resia: questi fu Caifas, 
di cui parlano gli Evangelisti, che, essendo il mormorio 
nel popolo, quando gridavono cruci fige, Caifas disse, stan- 
do in dubbio di crucifiggere Cristo: Necesse est ut unus 
moriatur prò populo> ne tota gens pereat; egli è di neces- 
sità, disse Caifas, che uno sia morto per lo popolo, acciò 
che tutta la gente non perisca — Et a tal modo il suocero. 
Per sfurile modo et a simile tormento è punito ancora 
Anna, quello altro principe ch'era in Giudea pe' Romani, 
suocero di Caifas, nelle cui mani ancora venne Cristo; et 



497 

poi egli il mandò legato a Caifas predetto. Ancora a simile 
modo sono tormentati tutti quelli che furono nel ratina- 
meli to, quelli principi et sacerdoti, a ordinare la morte 
del nostro Signore, che fu, come dice FAuttore, mala se- 
menta pe' Giudei — Attor yid' io. Virgilio si potea mara- 
vigliare dello errore di costui che, avendo innanzi Cristo 
signore del Cielo et della terra, com'egli noi conobbe, 
dolendosi ancora di sé, che non era a quel tempo che lo 
avrebbe conosciuto — Senza costrigner. Qui mostra ancora 
Virgilio che, se avessono voluto, egli poteano di licenzia 
divina comandare a' demonj di questo presente cerchio 
che facessono loro compagnia — Rispose adunque. Dice 
quest'anima: Più che tu non credi è presso uno sasso che 
ricide tutte queste valli, del quale è stato fatto menzione, 
eh 9 è uno scoglio che ricide i fossi et fa ponte dall'uno 
all'altro fosso, salvo che in questo presente è rotto, et 
giace per modo che, come che malagevolmente, pure per 
su vi si può ire — Poi disse: mal contava. Per che nel xxj 
avea detto Malacoda a Virgilio dimandando del cammino: 
Presso è un altro scoglio che via face; et Catalano li dice 
ora che vadino su per la ruina; si maravigliò Virgilio, et 
disse che Malacoda avea detto loro frasche et menzogne. 
Et innanzi che più avanti si proceda, per questa rottura 
dello scoglio che giace al fondo, si dee intendere che ogni 
giudicio umano è rotto in giudicare de' fatti degli ipocriti, 
però che mostrono di fuori buoni et dentro sono rei, si 
che qui è rotto quello detto: In facie hominis legitur secreta 
voluntas; nelle facce di costoro non si vede quello che 
dentro giace, ma bene piuttosto il contrario — E '/ frate: 
io vidi già. Fra gli altri vizj che ha il diavolo è ch'egli è 
bugiardo: Diabolus est mendax. — Turbato un poco. Questo 
turbare che si fé Virgilio fu per le bugie che dette gli 
avea Malacoda, come è stato detto di sopra. 



32 



CANTO XXIV. 



■*•«> 



In quella parte del giovinetto anno, 
Che il sole i crin sotto l'Aquario tempra, 
E già le notti al mezzo dì sen vanno: 

Quando la brina in su la terra assempra 
L' imagine di sua sorella bianca, 
Ma poco dura alla sua penna tempra; 

Lo villanelle», a cui la roba manca, 
Si leva e guarda, e vede la campagna 
Biancheggiar tutta, ond'ei si batte l'anca: 

Ritorna a casa, e qua e là si lagna, 
Come il tapin che non sa che si faccia; 
Poi riede, e la speranza ringavagna, 

Veggendò il mondo aver cangiata faccia 
In poco d'ora, e prende suo vincastro, 
E fuor le pecorelle a pascer caccia: 

Così mi fece sbigottir Io Mastro, 
Quand' io gli vidi sì turbar la fronte, 
E così tosto al mal giunse lo impiastro: 

Che, come noi venimmo al guasto ponte, 
Lo Duca a me si volse con quel piglio 
Dolce, eh' io vidi in prima a pie del monte. 



499 

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio 
Eletto seco, riguardando prima 
Ben la mina, e diedemi di piglio. 

E come quei che adopera ed istima, 
Che sempre par che innanzi si proveggia, 
Così, levando me su ver la cima 

D' un ronchione, avvisava un' altra scheggia, 
Dicendo: Sopra quella poi t'aggrappa; 
Ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia. 

Non era via da vestito di cappa, 
Che noi a pena, ei lieve, ed io sospinto, 
Polevam su montar di chiappa in chiappa. 

E se non fosse, che da quel precinto, 
Più che dall'altro, era la costa corta, 
Non so di lui, ma io sarei ben vinto. 

Ma perchè Mal ebolge in ver la porta 
Del bassissimo pozzo tutta pende, 
Lo sito di ciascuna valle porta, 

Che l'una costa surge e l'altra scende: 
Noi pur venimmo alfine in su la punta 
Onde l' ultima pietra si sconscende. 

La lena m' era del polmon si munta 
Quando fui su, eh' io non potea più oltre, 
Anzi mi assisi nella prima giunta. 

Ornai convien che tu così ti spoltre, 
Disse il Maestro; che, seggendo in piuma, 
In fama non si vien, né sotto coltre: 

Sanza la qual chi sua vita consuma, 
Cotal vestigio in terra di sé lascia, 
Qual fumo in aere od in acqua la schiuma: 

E però leva su, vinci l'ambascia 
Con l' animo che vince ogni battaglia, 
Se col suo grave corpo non s'accascia. 

Più lunga scala convien che si saglia; 



500 

Non basta da costoro esser partito: 
Se tu m' intendi, or fa si che ti vaglia. 

Levami allor, mostrandomi fornito 
Meglio di lena eh' i' non mi sentia; 
E dissi: Va, eh' io son forte e ardito. 

Sa per Io scoglio prendemmo la via, 
Ch'era Tonchioso, stretto e malagevole, 
Ed erto più assai che quel di pria/ 

Parlando andava per non parer fievole, 
Onde una voce uscio dall' altro fosso, 
A parole formar disconvenevole. 

Non so che disse, ancor che sovra il dosso 
Fossi dell'arco già che varca quivi; 
Ma chi parlava ad ira parea mosso. 

lo era volto in giù; ma gli occhi vivi 
Non polean ire al fondo per l' oscuro; 
Perch' io: Maestro, fa che tu arrivi 

Dall'altro cinghio, e dismontiam lo muro; 
Che, com' i' odo quinci e non intendo, 
Così giù veggio, e niente affiguro. 

Altra risposta, disse, non ti rendo, 
Se non lo far; che la dimanda onesta 
Si dee seguir coli' opera tacendo. 

Noi discendemmo il ponte dalla testa, 
Ove s'aggiunge coli' ottava ripa, 
E poi mi fu la bolgia manifesta: 

E vidivi entro terribile stipa 
Di serpenti, e di si diversa mena, 
Che la memoria il sangue ancor mi scipa. 

Più non si vanti Libia con sua rena; 
Che, se chelidri, jaculi e faree 
Produce, e ceneri con anfesibena, 

Né tante pestilenze né sì ree 
Mostrò giammai con tutta 1' Etiopia, 






SOI 



Né con ciò che di sopra il mar rosso èe. 

Tra questa cruda e tristissima copia 
Correvan genti nude e spaventate, 
Senza sperar pertugio o elitropia. 

Con serpi le man dietro avean legate: 
Quelle ficcavan per le ren la coda 
E il capo, ed eran dinanzi aggroppate. 

Ed ecco ad un, ch'era da nostra proda, 
S'avventò un serpente, che il trafisse 
Là dove il collo alle spalle s* annoda. 

Né sì tosto mai, né I si scrisse, 
Com'ei s'accese e arse, e cener tutto 
Convenne che cascando divenisse: 

E poi che fu a terra sì distrutto, 
La cener si raccolse per se stessa, 
E in quel medesmo ritornò di* butto: 

Così per li gran savj si confessa, 
Che la Fenice muore e poi rinasce, 
Quando al cinquecentesimo anno appressa. 

Erba, né biada in sua vita non pasce, 
Ma sol d' incenso lagrime e d' amomo; 
E nardo e mirra son 1' ultime fasce. 

E qual è quei che cade, e non sa corno, 
Per forza di demon eh' a terra il tira, 
O d' altra oppilazion che lega 1' uomo, 

Quando si leva, che intorno si mira 
Tutto smarrito dalla grande angoscia 
Ch'egli ha sofferta, e guardando sospira; 

Tal era il peccator levato poscia. 
giustizia di Dio quant'è severa. 
Che cotai colpi per vendetta croscia! 

Lo Duca il dimandò poi chi egli era: 
Perch'ei rispose: T piovvi di Toscana, 
Poco tempo è, in questa gola fera. 



1 



302 

Vita bestiai mi piacque, e non umana, 
Si come a mul eh' io fui: son Vanni Fucci 
Bestia, e Pistoja mi fu degna lana! 

Ed io al Duca: Dilli che non mucci, 
E dimanda qual colpa quaggiù il pinse; 
Ch' io il vidi uom già di sangue e di corrucci. 

E il peccator, che intese, non s' infinse, 
Ma drizzò verso me l'animo e il volto, 
E di trista vergogna si dipinse; 

Poi disse: Più mi duol che tu m'hai colto 
Nella miseria dove tu mi vedi, 
Che quand' io fui dell' altra vita tolto. 

Io non posso negar quel che tu chiedi: 
In giù son messo tanto, per eh' io fui 
Ladro alla sagrestia de' belli arredi; 

E falsamente già fu apposto altrui. 
Ma, perchè di tal vista tu non godi, 
Se mai sarai di fuor de' luoghi bui , 

Apri gli orecchi al mio annunzio, ed odi: 
Pistoja in pria di Neri si dimagra, 
Poi Firenze rinnova genti e modi. 

Tragge Marte vapor di vai di Magra 
Che è di torbidi nuvoli involuto, 
E con tempesta impetuosa ed agra 

Sopra Campo Picen fia combattuto: 
Ond' ei repente spezzerà la nebbia, 
Sì eh' ogni Bianco ne sarà feruto: 

E detto P ho, perchè doler ten debbia. 



i 



503 



CANTO XXIV 



In quella parte del giovinetto anno. Poi che nel prece- 
dente capitolo l'Aultore hae trattato della sesta spezie del- 
la froda, ora in questo settimo cerchio resta a trattare della 
seguente spezie, ciò è di coloro che, contrapponendosi alla 
giustizia, vogliono le cose, eh' eglino hanno acquistate et 
non sono loro, recarle et convertirle a loro uso: et questi 
sono quelli che volgarmente sono chiamati ladri. Dividesi 
il presente capitolo in quattro parti; la seconda parte co- 
mincia quivi: Su per lo scoglio; la terza quivi: Noi discen- 
demmo il ponte; la quarta: Vita bestiai mi piacque. La pri- 
ma et la seconda parte appariranno chiare nella sposizione 
del testo; nella terza parte è da sapere che FAuttore fa 
qui essere puniti quelli eh 9 anno F altrui cose tolte contro 
al debito della giustizia, però che Justitia est virtus jus 
suum unicuique tribuens prò dignitate cujusque: La giusti- 
zia è una virtù che dà a ciascuno quello eh 9 è suo, rispetto 
la dignità et la qualità di ciascuno; et i ladroni vogliono 
quello che non dà loro la ragione, né veruno dovere, con- 
vertire in loro uso. Onde ancora è da considerare che dif- 
ferenzia è fra coloro che pubblicamente rubono, et fra co- 
loro che tolgono F altrui occultamente. Comunemente è 
tenuto, et cosi tengono i teolaghi, che i rubatoli palesi 
offendono più Iddio, et per conseguente il prossimo; et 
r Auttore pone questi che tolgono F altrui occultamente 



301 

esser puniti più verso il centro dello 'nferno in guisa di 
più gravi peccatori; sì che pare contradire alla ragione 
de' teolaghi. A questo si può rispondere ch'elli è vero che 
chi ruba offende (1) più il prossimo, però che gli toglie il 
suo più aspramente, et ancora gli fa villania alla persona; 
il ladro l'offende solo nelle cose: ma però che il ladro oc- 
culto viene a tórre l'altrui con industria, con malizia, con 
sagaci tà et con inganni, per questi rispetti pone l'Auttore 
questo peccato esser punito più verso il centro. Ora, volen- 
do salvare la ragione teologica et quella dell'Auttore, è da 
dire che i teolaghi hanno rispetto al fatto, et l'Auttore 
alla intenzione. Pone questi cotali essere puniti, che certi 
serpenti trafiggono et pungono questi maculati di tale vi- 
zio; et questa è la loro pena; et come ella sia corrispon- 
dente alla colpa è da sapere che, secondo che scrìve Al- 
berto, i serpenti hanno tre proprietà tutte simili al ladro: 
egli è il più astuto animale che sia, come la colomba è 
il più semplice; et è il più frodolente, che, secondo ch'e- 
gli scrive, egli usa fra l'erba verde per potere più occul- 
tamente offendere, perchè vi si nasconde entro, che l'erba 
et il serpente hanno quasi uno colore: la terza proprietà 
è che niuno animale è che stia volentieri appresso a lai. 
Tutto a simile il ladro ha queste tre proprietà, ch'egli è 
astutissimo in pensare di potere tirare a sé l'altrui; fro- 
dolentissimo nel modo dello 'mbolare; ischivato dalla usanza 
et dalla conversazione d'ogni altro uomo. Nella quarta par- 
te fa l'Auttore nomare uno spirito, et dirgli il peccato suo; 
et poi, quasi per rispetto di vendetta, predice al FA attore 
una certa novella della quale il volle turbare; et cosi vie- 
ne all'ultimo del capitolo. 

In quella parte del. Come è stata dinanzi fatta men- 
zione, i segnali per i quali va il sole sono xu: Aries, Tau- 
rus, Gemini, Cancer, Leo, Virgo, Libra, Scorpio, Sagittarìas, 
Aquarius, et Pisces; però che^a'xnu di all'uscita di Marzo 

(1) Chi ruba. Cosi il codice; ma senza dubbio dee intendersi chi 
ruba palesamento, come richiederebbe 1* ordine della sentenza. 



505 

entra nello Ariete (1); et poi di mese in mese, procedendo 
oltre, entra in Aquario, et stavvi da xvj di di Gennajo in- 
fino a di xvu di Febbrajo, et in questo tempo tempera il 
sole i razzi suoi, però eh' è il freddo grande: onde tempera 
il caldo del sole. È Gennajo il principio dell'anno; però 
Gennajo è detto anni janua, ciò è porta dell' anno, et tutte 
le cose cominciono a generare nella terra et sotto la terra. 
— Et già le notti. Due tempi sono l'anno eh' è tanto il dì 
quanto la notte; l' equinozio et il solestizio, eh' è a mezzo 
Marzo et a mezzo Settembre. Ora, perchè all'uscita di gen- 
najo sono alquanto cresciuti i di et scemate le notti, dice 
l'Aultore che le notti sen vanno verso il mezzo di, ciò è 
verso quella parte del tempo che sono i di uguali alle 
notti — Quando la brina in sulla tetra. Il sole, eh' è capo, 
secondo il Filosofo, di tutti i calori, fiede nell'umidore 
della terra et d'altre cose bagnate, et rasciuga et tranne 
gli umori fuori per vapori, e montono nell'aere a modo 
di fumo, et raccolgonsi a poco a poco, et tanto ingrossono 
che diventono scuri per la loro spessezza; et quando questo 
nuvolo è si ingrossato et si nero che non può più sostenere 
l'abbondanza dell'acqua, cade et viene alla terra; et questa 
è la piova. Ora, perchè l' aria eh' è presso alla terra è più 
calda che quella aria eh' è più alta verso i nuvoli, la ra- 
gione è che quanto l'aria è più presso alla terra è più 
grossa et più spessa; quanto è più di lungi alla terra è 
più tenua et più sottile, onde il calore del sole, come gli 
altri calori, s'apprendono più nelle materie grosse, et più 
riscaldano che nelle sottili; onde avviene che questo umi- 
dore, del quale di sopra è detto, viene in quella aria fred- 
da et agghiacciata; et cosi cade l'acqua ghiacciata alla 
terra, et questa è la neve. La brina viene per simile mo- 
do, et per simigliante cagione; se non che l'umidore del 
quale ella nasce è più tenue et più sottile che quello di 
che nasce la neve; et però dice l'Auttore che la brina è 

(1) A' quattordici di te. Intendi quattordici giorni prima che finisca 
il marzo, che sarebbe il 18 marzo. 



506 

sirocchia della neve, però che nasce da una medesima 
madre, ciò è da una medesima cagione; et ancora n' esco- 
mio medesimo panno (1), però che la neve è bianca, el so- 
migliante la brina — Ma poco dura alla sua penna. La 
tempera della penna della brina dura poco, però eh 9 è di 
sottilissima materia, com'è detto; onde il sole co" razzi suoi 
subito la dissolve — Lo villanella. Gli manca lo strame 
ch'egli ha riposto per notricare il suo bestiame di verno: 
veggendo mancare lo strame, et non possendo mandare il 
bestiame alla pastura, si duole come dice nel testo — La 
speranza ringavagna. Gavagne sono certi cestoni che fanno 
i villani; si che ringavagnare non vuole dire altro, che in- 
cestare, ciò è insaccare speranza, avere maggiore speranza 
che prima — Così mi fece sbigottir. Virgilio si turbò, com' è 
stato detto nel fine del precedente capitolo, per la bugia 
che detta gli avea Halacoda: ora dice qui l'Au ttore eh' egli 
aperse le braccia, et preselo per passarlo al ponte guasto, 
con quello piglio, ciò è con quella buona cera eh 9 egli gli 
vidde avere quando egli il trovò nel primo capitolo di que- 
sto libro in quella selva oscura, quando cosi altamente il 
confortò. Onde la similitudine è chiara che a lui avvenne 
come a quello villano che prima si turbò et poi prese spe- 
ranza — Et come quelli. Gli uomini provveduti non basta 
loro più quello che al presente adoperano; ma sempre si 
guardono innanzi, simili al buono lettore, che mentre legge 
T uno verso ha V occhio air altro che segue — Sopra quel- 
la poi f aggrappa. Ciò è t'appicca — Di chiappa in chiappa. 
Ciò è ciocco <T erba o di radici — Ei lieve et io sospinto. 
Virgilio era lieve, perchè era spirito; et l'Auttore sospinto 
da 9 conforti di Virgilio — Da quel precinto. Precignere, ciò 
è innanzi cignere. Dice ancora ch'era la costa corta più 
che nell'altro precinto: et questo è vero, che quanto più 
vanno verso il fondo più ristringono i giri, et similmente 
le costi sono minori — // sito di ciascuna valle porta. Ogni 

(1) Panno. Cosi ha dello per non dir colore, perchè propriamente 
il bianco non é colore. 



S07 

bolgia pende verso il centro, sì che il centro è il pozzo, 
et porta sopra sé ciascuna valle, però eh 9 è di sotto a tutte. 

— Onde P ultima pietra. Yennono al fine della rottura, 
onde T ultima pietra è discoscesa, che poi non n' é veruna 
più scoscesa, ciò è spiccata dalla coscia dell'arco — La 
lena m'era del polmone. Il polmone è uno manta co del 
cuore, come altra volta è stato detto, il quale dà rifrigerio 
al caldo del cuore, che continuamente bolle. Dice eh' era 
si lasso che dal polmone, ch'era vinto, non prendea più 
rifrigerio; et benché questo affannare che pone qui l'Aut* 
toro sia del corpo suo, che s'era affaticato, et questo fa 
per seguitare la sua Azione, che vuole mostrare che cor* 
poralmente sia ito allo'nferno, debbesi intendere intellet- 
tualmente che questa fatica, che TAuttore dice che prese, 
fu nel comporre di tanto libro; che non senza fatica il fece 
et compose, però che conviene che, non che nel comporre 
di tanta opera quanto fue questa, ma nel comporre d'una 
piccola operetta, si sudi più volte innanzi ch'ella venga 
a perfezione et che si legga; pensi, immagini, innanzi che 
uno poeta componga solamente uno verso, et la cosa letta 
rilegga più volte nell'animo, et sopra a quella pensi di 
giugnere alcuna cosa di nuovo, et scriva, et cancelli. 

— Ornai convten che tu. Qui conforta Virgilio l'Auttore, et 
dice ch'egli è di necessità ornai all'Auttore, poich'egli ha 
impreso a fare tanta opera, eh* egli si sperimenti et eser- 
citi, confortando et mostrando la fama che gli seguita di 
questa opera; et, s'egli l'abbandonasse, dice che di lui 
non rimarrebbe veruna fama, se non come rimane vestigio 
alcuno della schiuma nell'acqua. Et qui vuole mostrare 
come la fama che rimane de' poeti é quella che gli fa si 
affaticare nelle loro composizioni. Quid queritur sacris, nisi 
tantum fama poeti*? Che si dimanda da' poeti per meriti 
delle loro opere, se non fama? Et Cassiodoro nell' epistole: 
Quello piuttosto ci conviene acquistare, per lo quale la 
nostra fama possa crescere — Su per lo scoglio prendemmo. 
Dice ch'era la via malagevole: et moralmente si dee in- 
tendere la via delle virtù, quia virtus in arduo posila est. 



308 

La virtù è posta in luogo eh' è malagevole ad andarvi. 

— Disconvenevole. Fu la voce si alta che a formare parole 
fu fuori d' uso et non convonevole — Ma gli occhi vivi. 
Nota, in tre parti per tre spezie di peccatori hae mostrato 
FAuttore che dall'arco o dal ponte non ha potuto vedere 
le pene loro, né ancora loro, s'egli non è sceso verso il 
fosso. Et questi sono simoniaci, barattieri, de 9 quali hae 
trattato; et ora dice di questi ladri, che al presente hae 
intendimento di trattare: et la ragione è questa, perchè ci 
vuole dare a intendere che questi peccatori sono oscuri et 
difficili a potergli giudicare per aspetto, dove degli altri 
peccati non è cosi, però che più leggermente si possono 
comprendere per l'apparenza di fuori; che, come dice il 
Filosofo, per exteriora cognoscuntur interiora. Ma de 9 ladri, 
de' simoniaci, de' barattieri, perchè le vie loro sono occul- 
te et incognite, per yniversali spezie non si possono com- 
prendere, se non si viene alla particularità, però che i la- 
dri di os trono, et cosi gli altri de' quali abbiamo ragionato, 
di fuori cortesi, et dentro sono avari: mostrano di volere 
andare per uno cammino, et vanno per un altro; il di con 
uno abito, la notte con uno altro; et sic de singulti — La 
dimanda onesta. Juste deprecantibus non est ausilium dene- 
gandum: La dimanda onesta debba essere esaudita — Colla 
ottava ripa. Yennono alla testa del ponte, ove s'appoggia 
et fa sua coscia della ripa ottava, bench'ellino sieno nel 
settimo cerchio: et questo avviene, a chi considera bene, 
che, chi facesse fossi, sempre sono le ripe più una che 
non sono i fossi; et questo si coglie perchè il primo fosso 
ha due ripe — Terribile stipa. Stipa è detta ogni cosa 
eh' è calcata et ristretta insieme, et questo è detto stipato. 

— // sangue ancor n£ stipa. Scipare è detta quella cosa 
che non viene a suo tempo ordinato; come una donna che 
non produce il feto, ciò è il fanciullo, a bene, è detta sci- 
pata. Tutto a simile dice l'Auttore che la memoria scipava 
il sangue. Gli spiriti- vitali, nello estremo della morte, cor- 
rono al cuore come alla fontana della vita; et quivi, come 
in luogo più sicuro, fanno resistenzia. Or dice l'Auttore che 



509 

la memoria di quelle cose orribili, per lo spavento gli fa- 
ceva il sangue correre verso il cuore anzi al tempo della 
morte; et pertanto dice essere il sangue scipato, ciò è fatto 
quello atto anzi il debito tempo — Piti non si vanti Libia. 
Racconta Lucano che, poi che Cesare ebbe sconfitto Pompeo 
et i pompeani in Tessaglia, che Catone, maestro et capita- 
no di quelli che scampati erano, raccoltigli insieme, caval- 
cò verso Libia per andare- al re Giuba, che tenea che fosse 
amico di Pompeo, per ricogliere ivi tutti quelli che scam- 
pati erano di Tessaglia, et per affrontarsi et contastare a 
Cesare. Onde, volendo andare là verso Egitto, o per errore 
delle vie, o per altra cagione, arrivorono in Libia. Libia 
è uno diserto in mezzo giorno nelle parti d'Etiopia, che 
fra P altre parti del mondo abonda di serpenti et d'ani- 
mali velenosi. La cagione dice Lucano, e maggiormente 
Ovidio nel Metamorfoseos, che Perseo, tagliato il capo al 
Gorgone, il portò sopra a quelle parti di Libia, et le goc- 
ciole che caddono del sangue nella rena diventarono ser- 
penti; et questa è la cagione perchè quello luogo abonda 
di serpenti. La verità è che, perchè *1 serpente, et quasi 
ogni animale velenoso, è freddo di sua natura, et non 
poterebbe vivere se non in paese caldo: ora quivi, per lo 
assiduo sole, v'è continuamente caldo; et per tanto, come 
il luogo è conforme a loro natura, v'abbonda di tali ani- 
mali. Ora conta ivi Lucano che questi Pompeani, arrivati 
ivi, ebbono molta lesione da questi animali; et conta più 
di venti spezie d'animali, delle quali spezie PAuttore ne 
toglie cinque, che più si fanno alla materia sua. La prima 
spezie sono Chelidre: Chelidre sono una spezie di serpenti che 
gettono fuoco et fumo terribile per la bocca; et per questo 
vuole intendere PAuttore il fuoco del desiderio che hanno 
i ladri di tórre P altrui, e'1 fumo dell'avarizia che a ciò 
gli conduce. Jacule è la seconda spezie, che sono animali 
velenosi che volono per l'aere, et cosi, percotendo altrui, 
passono come una lancia; onde dice Lucano che in quello 
luogo di Libia una di queste Jacule percosse il capo a 
Paolo. Quelli d'Affrica chiamano queste generazioni di ser- 



510 

penti Jacule, et uno di loro percosse Paolo, et passate le 
tempie si fuggi; et niente vi s'adoperò il veleno, però che 
col colpo incontanente V uccise. Per questo ci vuole dare 
a intendere l'Auttore la via che tengono i ladri, che rade 
volte entrono per V uscio usato, anzi, o per le finestre, o 
per tetti delle case, per vie alte, che pare che senza ale 
non si debba potere andare. La terza spezie sono Far». 
Questi animali quando vanno su per la- rena la riardono 
et solcolla per modo che farebbe uno bomero che fenda 
la terra: et per questo vuole l'Auttore mostrare che questi 
tali, non possendo entrare nelle case per altro modo, alcuna 
volta rompono chiavistelli, usci, serrami, casse e cassette, 
et fanno la via per forza solcata per modo che, veggendosi 
questo, ciascuno dice: Quinci è ito il ladro, tutto a simile 
come chi vede quello solcare della rena dice: Quinci è ito 
quello animale ietto Fare. La quarta sono Ceneri, che so- 
no animali che vanno ritti in sulla coda: per questo ci 
vuole mostrare che i ladri vanno diritti, non torcono roc- 
chio a veruna cosa disonesta, non fanno finalmente atto 
veruno per lo quale si possa comprendere altro che bene. 
Amfisibena è la quinta spezie, che sono animali che han- 
no due capi, Tuno dinnanzi, V altro di rietro, per modo 
che conoscere non si può quale è il capo principale: tutto 
a simile il ladro ha due maniere, runa quella che ha il 
di, l'altra la notte; che il di si mostra giusto et buono, 
la notte pessimo; et non si può conoscere quale sia il suo 
capo principale, ciò è veruno suo effetto, veruna sua ope- 
razione, tutte sue operazioni sono incognite et ascose. 
— Ne con ciò che di sotto al mar rosso èe. Tanti animali 
né si rei quanti sono in questo cerchio, dice l'Auttore, che 
né Libia, di che è stato detto, né Tiopia, che è paese caldo 
nelle parti d'India, né il Mare rosso, quello mare che é 
verso Egitto in India è detto Rosso per lo sabbione d'at- 
torno, et per la terra in sulla quale giace, che gli rende 
tale colore in apparenza — Senza aspettar pertugio. Elitro- 
pia, secondo Alberto, é una pietra di questa natura, ch'el- 
la è verde, salvo eh' ella hae venuzze sanguigne; et è della 



4M 

Eutropia ovvero lor favella (1), et dice che per virtù del 
pianato di Marte si forma questa pietra, ciò è questa virtù 
in fra l'altre, che chiunque l'ha addosso il rende invisi- 
bile, si che bene è pietra da ladri; et però la conta qui 
l'Auttore. Et recita Tullio de Officiis una favola di questa 
pietra, benché dice essere creduta vera da Platone, che 
Giges re di Lidia, con ciò sia cosa che prima fosse pastore 
del re di Lidia, trovandosi nella campagna, et scendendo 
grandissima piova da cielo, fuggi in una spelonca solitaria, 
et grande et occulta caverna: ivi trovò uno cavallo di ra- 
me, et aperto il lato, vidde entro uno corpo d' uomo morto 
d'una grandezza smisurata, et vidde a costui uno anello 
d'oro in dito, il quale gli trasse et misselo a sé nel dito, 
et con questo anello andò fra' pastori et parlava con loro 
et non era veduto. Questi, trattosi l'anello, era veduto. 
Et cosi fatto più volte et provato, con questa opportunità 
dello anello giacque colla reina di Lidia; et ancora, leva- 
tosi d'inanzi tutti quelli che ostare gli poteano, alandolo 
la reina, la prese per moglie et fu fatto re di Lidia. Dice 
addunque l'Auttore che questi che fuggiano non aspettavo- 
no, per fuggirsi innanzi a quelli serpenti, né pertugio ciò 
è buca dove nascondere si potessono, né Elitropia che li 
rendessi invisibili — Con serpi le mani dirietro. Qui non 
vuole dare a intendere altro, se non che questi animali 
gli s'avvolgevono loro addosso et per le reni et per lo 
capo: tanto vuole dire che per tutta la persona, egli erono 
di questa natura et compressione et condizione di tali ani- 
mali — Ne si tosto mai ne I. Queste due lettere et I 
si scrivono a uno tratto di penna; et pertanto si scrivono 
più velocemente che l' altre, che con più tratti di penna 
è dato loro forma — E'n cener tutto si converse. Egli è da 
sapere che in tre maniere si trasforma una cosa in una 
altra; o ella si trasforma realmente, come del granello del 
grano che, seminato, si stramuta et trasformasi in erba, et 

(1) Ovvero lor favella. Cosi ha i! codice; che qui è senza dubbio 
difettoso. 



312 

poi in paglia, et cosi d'ogni seme; o ella si trasmuta et 
trasformasi potenzialmente, ciò è casu fortuito, come d' uno 
ricco che diventa povero, d'uno gran signore che diventa 
picciolo; o ella si trasmuta moralmente, come d'uno scioc- 
co che diventi savio, o d'uomo simile a bestia. Et queste 
sono le trasformazioni che fanno i poeti, onde dice Boezio 
nel quarto libro de Consolatane. Cosi avviene, dice Boe- 
zio, che chi ha abbandonato il valore et la bontà, rimane 
d'essere uomo; et con ciò sia cosa che nella condizione 
divina possa passare, si converte et trasforma in belva. 
Ora l'Auttore fa la quarta trasformazione, che, dove gli 
altri poeti trasformono d'uomo in animale, od' animale in 
uomo, si che, tornato l'uomo in animale, lascia la forma 
dell'uomo, o d'animale in uomo, lascia la forma dell'ani- 
male, l'Auttore fa che, giunto il serpente alcuna volta 
coli' uomo, il serpente lascia la forma sua, et l'uomo la 
sua; et però dice nel seguente capitolo — Taccia di Cadmo 
et di Aretusia: Taccia Ovidio quando trasforma; quasi: né 
egli né altro poeta le fa simili a queste mie trasformazio- 
ni. Ora qui al presente pone l'Auttore che, trafitto eh' eb- 
be il serpente Vanni Pucci, ch'elli diventò cenere; et per 
questo vuole dare a intendere che questo peccatore altro 
che solo una volta non peccò in questo vizio d'essere 
ladro, però che prima era stato micidiale et d'altri difetti 
pieno: et però dice che il serpente il trafisse, ciò è questo 
peccato del ladroneccio, onde egli diventò cenere, ciò è si 
disfece et non fu uomo; poi quella cenere si raccolse et 
diventò uomo, ciò è, peccato ch'egli ebbe una volta, non 
tornò più in su quello peccato, onde si ritornò uomo. 
— Così per gli gran sarj. Fenice è un uccello eh' è solo 
nel mondo, et non è più che uno, et usa in Arabia, et vi- 
ve 500 anni; et quando viene al termine di 500 anni, egli 
ricoglie legne di tutti arbori odoriferi, et poi vi monta 
suso contro al Levante, et batte l'alie, et per quello bat- 
tere vi s'accende entro fuoco, et ardevi su, et diventa ce- 
nere; et poi in su quella cenere vi nasce uno verminuzzo 
il primo di; il secondo di è grande come uno pulcino; il 



813 

terzo giorno é grande come due et vola. E di grandezza 
come un' aquila , et ha in capo una cresta : il cibo suo, 
come dice nel testo, è di licori di certi arbori, come s'è 
di quello arbore che fa la mirra, o d'amomo, eh 9 è uno 
simile arbore; et di quelli ramuscelli della mirra, et nardo, 
che è una spiga, fa il fuoco dove arde: et di quello nardo, 
eh' è forte odorifero, era fatto V unguento prezioso che santa 
Maria Maddalena sparse a" piò di Cristo — Per forza di. 
Egli avviene, come spesse volte si vede, che spiriti diabo- 
lici occupono alcuno per modo che subito caggiono in 
terra, o per altra infermità, come a quelli a cui si dà il 
male maestro, o per altra infermità; dove alcuna volta in- 
terviene che le vie per le quali corre il sangue et gli 
spiriti, certe arterie sono oppilate et chiuse, per la qual 
cosa subito avviene questo accidente; et poi che caduti 
sono, si lievono tutti smarriti — Son Vanni Fucci. Vanni 
Fucci fu de" Lazzari da Pistoja, secondo che scrive r Alato- 
re, bastardo et figliuolo di bastardo; et perchè egli era 
bestiale, fu chiamato Vanni bestia: et essendo giovane, et 
farcendo delle forze et violenze ad altrui, ebbe bando da 
Pistoja, faccendo quello male che sapea. Ora avvenne per 
caso che costui venne in Pistoja segretamente a casa uno 
cittadino di Pistoja, ch'era molto amico de* suoi consorti 
et di lui, et avea nome ser Vanni della Nonna. Era tenuto 
questo ser Vanni de' buoni uomini di Pistoja. Avvenne per 
caso che questo ser Vanni, volendo bene a una donna di 
Pistoja, andò una notte a fare una mattinata, et con lui 
andò questo Vanni Fucci. Sonando et cantando costoro 
a casa alla donna, questo Vanni con alcuno suo compagno 
si parti da loro, et andò alla chiesa di santo Jacopo di 
Pistoja, et per forza et per ingegno rompendo i serrami, 
entrò nella sagrestia di santo Jacopo, et nella cappella, eh' è 
meglio fornita et d'oro et d'ariento et d'altri arnesi che 
altra di Toscana; et entrato dentro, la rubò, et venne con 
queste cose ch'egli avea imbolate a casa ser Vanni, et dis- 
segli il fatto. Ser Vanni, ch'era buon uomo, gli disse vil- 
lania, et ch'egli avea fatto male, et ch'egli non gli volea 

33 



514 

ritenere. Costui scongiurandolo, dicendo: Voi disfarete me 
et i miei et vi tu pe ire te, ser Vanni, veggendo eh" egli dicea 
il vero, per non vituperare n' e parenti suoi né lui, gii 
ritenne. La mattina, trovandosi Tuscia rotte et rubata 
la sagrestia , il Podestà , cercando di questo fatto, et per- 
chè la cosa era grande, tutti quelli che per veruno modo 
si potè pensare che fatto Pavessono furono presi et ri- 
chiesti et tormentati , fra" quali fu preso uno Rampino 
figliuolo di messer Francesco Vergellesi; et tanto fu tor- 
mentato che questi disse ciò che il rettore volle udire. 
Fugli assegnati tre di ad avere acconci i fatti suoi: la no- 
vella si spande, et questo viene agli orecchi di Vanni 
Fucci. A Vanni increbbe di questo giovane, ch'era suo 
amico: mandò per messer Francesco che gli volea parlare 
per scampo del figliuolo. Ito messer Francesco a Vanni 
dove egli era fuori di Pistoja, Vanni gli disse eh" egli volea 
campare il figliuolo; et volea innanzi avere vergogna, ch'e- 
gli morisse; et poi gli disse come avea lolle quelle cose 
et messe in casa ser Vanni. Questi si tornò lieto a Pistoja; 
et detto il fatto al Podestà, mandò et trovò ch'egli era 
vero, et riebbonsi le cose; et il Rampino fu libero, et i col- 
pevoli condennati — In giù son messo tanto. Vuole dire 
che quello rubare l' ha messo qui, però che, da questa vol- 
ta in fuori , non imbolò mai; anzi era micidiale et d' altra 
mala foggia: et però, se questo non avesse fatto, sarebbe 
di sopra in quel cerchio dove sono puniti quelli che dier 
nel sangue et nell'avere di piglio — Et falsamente fu già. 
Chiaro appare per quello eh' è detto — Ma perchè tu di 
tal rista. Dice Vanni: Tu ra' hai trovato qui, et ha'mi fatto 
dire quello che io non volea: io ti dirò una novella che 
non ti piacerà — Pistoja pria di Neri. Negli anni di Cri- 
sto m.ccc, del mese di Maggio, la parte bianca di Pistoja, 
coli' ajuto et favore de' Bianchi, che signoreggiavono la 
città di Firenze, ne cacciorono la parte nera, et disfeciono 
le loro case et palagj et possessioni; infra l'altre una forte 
et ricca possessione di palagj et torri ch'erano de' Cancel- 
lieri neri, che si chiamava Dainiata — Poi Firenze rin- 



515 

nuota. Ciò è, quando i Bianchi furono cacciati di Firenze, 
come addirietro è stata fatta menzione, dove l'Auttore, in 
forma di profezia, il fé dire a Ciacco, allora la città di 
Firenze ne' suoi reggimenti mutò forma et modo — Traggo 
Marte vapor. Vuole ancora PAuttore, sotto forma di profe- 
zia, predire la cacciata de' Bianchi di Pistoja; et pertanto 
non dice le cose in propria forma, per dare più colore alla 
sua profezia; et dice che Marte trae vapore di Val di Magra, 
ciò è la gente dell' arme de' Lucchesi , come appresso si 
conterà, però eh' e Lucchesi teneano parte di Val di Magra, 
et in parte erano vicini, et forse atati da loro. Poi dice 
che sopra Campo piceno, Piteccio, ovvero già detto Piceno, 
eh' è paese presso a Pistoja, dove stette l'oste et le caval- 
cate, et scaramucce che si feciono quando furono cacciati 
i Bianchi di Pistoja. Onde, per dire le cose ordinatamente, 
nel m. ecc. v, tenendosi la città di Pistoja a parte bianca, 
col favore de' Pisani et degli Aretini, et ancora de' Bolo- 
gnesi, i quali si reggevono a parte bianca, si dubitorono 
che non crescessi la loro potenzia; chiamorono i Fioren- 
tini loro capitano di guerra Ruberto Duca di Calavria, il 
quale venne in Firenze del mese d'Aprile; et riposato 
alquanto in Firenze, s'ordinò l'oste sopra la città di 
Pistoja pe' Fiorentini et Lucchesi, et mossonsi di Firenze 
a di xxu di Maggio; e' Lucchesi vennono dall'altra parte, 
et posono l'osle intorno a Pistoja, et poco tempo appresso 
l'afTossorono et steccoronla tutta di fuori, che nullo vi 
potea entrare nò uscire; et dentro v'era capitano messer 
Tosolatto degli Uberti con trecento cavalieri et pedoni 
assai. In quel tempo papa Clemente mandò due suoi le- 
gati per bene et pace del paese d'Italia, per fare levare 
Toste da Pistoja; et comandorono a' Lucchesi, et al duca 
Ruberto, che si dovessono partire dell'oste di Pistoja, sotto 
pena di scomunicazione. Il duca Roberto, per non disubi- 
dire al Papa, si levò dell' oste et partirono; ma crebbono 
et afforzoro no più l'oste, et convenne che tutti i cittadini 
da Firenze v' andassono o mandassono, o pagassono una 



516 

imposta per capo d* uomo, come era tassato; la quale 
imposta si chiamò la Sega. Nel detto assedio ebbe molti 
assalti et badalucchi a cavallo et a pie, a danno dell'una 
parte et dell'altra; et cosi durò la detta oste tutta la ver- 
nata, non lasciando per nevi né per piove: nell'ultimo, 
venendo a quelli dentro meno la vittuaglia, et avendo 
perduto ogni speranza del soccorso, s'arrenderono salve 
le persone; et ciò fu a di x del mese d'Aprile m.iij.vj: 
et data la terra, se n'uscirono le masnade et caporali 
de' Bianchi; et i Fiorentini et i Lucchesi feciono tagliare 
le mura della città, et gli steccati feciono rovinare ne' fos- 
si, et più torri et fortezze feciono disfare: et la signo- 
ria delia città rimase a comune signoria de' Fiorentini et 
de' Lucchesi, mettendovi capitano et potestà; et allora fu 
quasi, et ivi et altrove, al tutto abbattuta la parte bianca. 
Si che bene fu combattuto sopra Campo Epiceno ch'èi 
come è detto, dov' è Pistoja, et dove i Romani scon Assono 
Catellina. Ancora, perchè l'Auttore dice nel testo che que- 
sta guerra fu mossa da Marte, secondo Tolomeo nella sua 
Maestra, tutte le stelle che annoverare si possono sono 
m.xxij, e' Pianeti sono sette, et dodici segni pe' quali corre 
il sole. Ora questi vu pianeti hanno a dare influenzia a 
queste cose di sotto; et dicono gli strolaghi che quale na- 
sce sotto l'ascendente d'alcuno di questi pianeti tragge 
quindi la sua natura; et secondo l'ore attribuite a' pianeti 
è utile a cominciare alcuna cosa che proceda da tale piane- 
to. Onde dicono che nell'ora di Marte è buono cominciare 
ogni lavorio di fuoco, et comperare arme, et tutti instru- 
menti maliziosi; et tutti i raunamenti che a quel tempo 
et a queir ora si fanno si debbono partire a cruccio et a 
ira; et qualunque nasce a quell'ora fia di natura calda et 
secca, et non sarà di bella forma, et ara orribile sguardo, 
et fia ultimamente disposto a zuffe et a battaglie: et per 
questa cagione dicono che Marte hae a signoreggiare et 
muovere le battaglie — Spezzerà la nebbia. Questa influen- 
zia di Marte, infusa negli animi degl'uomini, spezzerà la 



617 

nebbia, ciò è combattendo fieno rolti i Bianchi , com' è 
stato detto di sopra, i quali assomiglia alla nebbia, perchè 
è bianca — Et detto l y ho perchè doler. Io ho detta, dice 
Vanni Fucci all'Autore, questa novella, perchè ti dispiac- 
cia, però che se 9 di quella setta. 



CANTO XXV 



•*•«. 



Al fine delle sue parole il ladro 
Le mani alzò con ambeduo le fiche, 
Gridando: Togli, Dio, che a te le squadro. 

Da indi in qua mi fur le serpi amiche, 
Perch' una gli s' avvolse allora al collo, 
Come dicesse: Io non vo' che più (lidie, 

Ed un' altra alle braccia, e rilegollo, 
Ribadendo se stessa si dinanzi, 
Che non potea con esse dare un crollo. 

Ah Pisloja, Pistoja, che non stanzi 
D' incenerarti, sì che più non duri , 
Poi che in mal far lo seme tuo avanzi! 

Per tutti i cerchi dello inferno oscuri 
Spirto non vidi in Dio tanto superbo; 
Non quel che cadde a Tebe giù de' muri. 

Ei si fuggì che non parlò più verbo; 
Ed io vidi un centauro pien di rabbia 
Venir gridando: Ov' è, ov' è l'acerbo? 

Maremma non cred' io che tante n' abbia, 
Quante bisce egli avea su per la groppa, 
Infin dove comincia nostra labbia. 



5L9 



Sopra le spalle, dietro dalla coppa, 
Con l' ale aperte gli giaceva un draco, 
E quello affuoca qualunque s' intoppa. 

Lo mio Maestro disse: Quegli è Caco, 
Che sotto il sasso di Monte Aventino 
Di sangue fece spesse volte laco. 

Non va co' suoi fratei per un cammino, 
Per lo furar frodolente eh' ei fece 
Del grande armento ch'egli ebbe a vicino; 

Onde cessar le sue opere biece 
Sotto la mazza d' Ercole, che forse 
Gliene die cento, e non senti le diece. 

Mentre che si parlava ed ei trascorse, 
E tre spiriti venner sotto noi, 
De' quai né io né il Duca mio s' accorse, 

Se non quando gridar: Chi siete voi? 
Perchè nostra novella si ristette, 
Ed intendemmo pure ad essi poi. 

I' non gli conosce a; ma ei seguette, 
Come suol seguitar per alcun caso, 
Che T un nomare air altro convenette, 

Dicendo: Cianfa dove fia rimaso? 
Perch' io, acciocché il Duca stesse attento, 
Mi posi il dito su dal mento al naso. 

Se tu sei or, Lettore, a creder lento 
Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia, 
Che io, che il vidi, appena il mi consento. 

Com' i' tenea levate in lor le ciglia, 
Ed un serpente con sei pie si lancia 
Dinanzi all' uno, e tutto a lui s' appiglia. 

Co' pie di mezzo gli avvinse la pancia, 
E con gli anterior le braccia prese; 
Poi gli addentò e V una e l' altra guancia. 

Gli diretani alle cosce distese, 



520 

E miseli la coda Ir* ambedue, 
E dietro per le reo su la ri lese. 

Eller a abbarbicala mai non fue 
Ad al ber sì, come l' orribil fiera 
Per 1' altrui membra avviticchiò le sue: 

Poi. s'appiccar, come di calda cera 
Fossero slati, e mischiar lor colore; 
Né l'un né l'altro già parea quel ch'era, 

Come procede innanzi dall' ardore 
Per lo papiro suso un color bruno, 
Che non è nero ancora, e il bianco muore. 

Gli altri duo riguardavano, e ciascuno 
Gridava: Omè, Agnèl, come ti muti! 
Vedi che già non se' né duo né uno. 

Già eran li duo capi un divenuti, 
Quando n' apparver duo figure miste 
In una faccia, ov'eran duo perduti. 

Persi le braccia duo di quattro liste; 
Le cosce colle gambe, il ventre e il casso, 
Divenner membra che non fur mai viste. 

Ogni primajo aspetto ivi era casso: 
Due e nessun l' imagine perversa 
Parea, e tal sen già con lento passo. 

Come il ramarro, sotto la gran fersa 
De' dì canicular cangiando siepe, 
Folgore par, se la via attraversa, 

Cosi parea, venendo verso Y epe 
Degli altri due, un serpentello acceso, 
Livido e nero come gran di pepe. 

E quella parte, donde prima è preso 
Nostro alimento, all' un di lor trafisse; 
Poi cadde giuso innanzi lui disteso. 

Lo trafitto il mirò, ma nulla disse; 
Anzi co' pie fermati sbadigliava, 



Pur come sonno o febbre l'assalisse. 

Egli il serpente, e quei lui riguardava: 
L' un per la piaga, e 1 altro per la bocca 
Fumavan forte, e il fummo s' incontrava. 

Taccia Lucano ornai, là dove tocca 
Del misero Sabello e di Nassidio, 
E attenda a udir quel eh' or si scocca: 

Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio; 
Che, se quello in serpente, e quella in fonte 
Converte poetando, io non l' invidio: 

Che duo nature mai a fronte a fronte 
Non trasmutò, sì ch'ambedue le forme 
A cambiar lor materia fesser pronte. 

Insieme si risposero a lai norme, 
Che il serpente la coda in forca fesse, 
E il feruto ristrinse insieme 1' orme. 

Le gambe con le cosce seco stesse 
S' appiccar sì, che in poco la giuntura 
Non facea segno alcun che si paresse. 

Togliea la coda fessa la figura, 
Che si perdeva là, e la sua pelle 
Si facea molle, e quella di là dura. 

Io vidi entrar le braccia per 1' ascelle, 
E i duo pie della fiera, eh' erari corti , 
Tanto allungar quanto accorciavan quelle. 

Poscia li pie dirietro insieme attorti, 
Diventaron lo membro che l'uom cela, 
E il misero del suo n' avea duo porli. 

Mentre che il fummo l'uno e l'altro vela 
Di color nuovo, e genera il pel suso 
Per l' una parte, e dall' altra il dipela, 

L' un si levò, e l' altro cadde giuso, 
Non torcendo però le lucerne empie, 
Sotto le quai ciascun cambiava muso. 



m 

Quel eh' era dritto il trasse in ver le tempie; 
E di troppa materia che in là venne, 
Uscir gli orecchi delle gote scempie: 

Ciò che non corse in dietro e si ritenne, 
Di quel soverchio fé' naso alla faccia, 
E le labbra ingrossò quanto convenne. 

Quel che giaceva il muso innanzi caccia, 
E gli orecchi ritira per la testa, 
Come face le corna la lumaccia; 

E la lingua, che aveva unita e presta 
Prima a parlar, si fende, e la forcuta 
Nell'altro si richiude, e il fummo resta. 

L' anima, eh' era fiera divenuta, 
Si fugge sufolando per la valle, 
E T altro dietro a lui parlando sputa. 

Poscia gli volse le novelle spalle, 
E disse all' altro: Y vo' che Buoso corra, 
Com' ho fati' io, carpon per questo calle. 

Così vid' io la settima zavorra 
Mutare e trasmutare; e qui mi scusi 
La novità, se fior la penna abborra. * 

E avvegna che gli occhi miei confusi 
Fossero alquanto, e l'animo smagato, 
Non poter quei fuggirsi tanto chiusi 

Ch' io non scorgessi ben Puccio Sciancato: 
Ed era quei che sol, de' tre compagni 
Che venner prima, non era mutato: 

L' altro era quel che tu, Gaville, piagni. 



523 



CANTO XXV. 



Al fine delle sue parole il ladro. In questo settimo cer- 
chio, come nel precedente, tratterà TAuttore di coloro che, 
contro a) debito della ragione, convertono furtivamente 
T altrui in loro uso; et per eh* egli ha fatta menzione di 
Vanni Fucci, del quale è stato detto che solamente una 
volta imbolò, che questo gli venne per caso, in questo 
capitolo l'Auttore tratta dell' altre spezie de' ladri» Onde 
egli è da sapere che l'Auttore fa tre differenzie di ladri: 
la prima spezie è di coloro che, per caso et abbattimento, 
una sola volta si conducono a imbolare, et da quella volta 
innanzi se ne rimangono; la seconda spezie è di coloro 
che non da natura sono sospinti in questo vizio, ma pure 
quando alcuna volta v' incappono, non se ne rimangono; 
et benché mettano intervallo di tempo dair una volta al- 
l'altra, pure vi si rimettono ognora ch'essi veggono il bel- 
lo; la terza spezie è di coloro che naturalmente sono in- 
clinati a questo vizio, et infino alla morte il seguono. I 
primi, pe' quali ci vuole mostrare l'Auttore il primajo ef- 
fetto, fa che il serpente il trafigge, onde il peccatore cade 
et diventa cenere; poi ritorna quella in uomo, et poi più 
non si muta: et per questo ci dà a intendere che solo una 
volta questi caddono in tale vizio, onde egliono divente- 
remo cenere, ciò è mutoronsi d' essere uomo; et poi , più 
non peccando, ritornorono nella forma di prima. I secondi 



fa che'l serpente, appiccatosi con loro, muta la forma 
serpentina e ellino P umana; et per questo ci dà a inten- 
dere la seconda spezie, che gli uomini che sono ladri non 
naturalmente, com' è detto, lasciono la loro propria natura 
in parte, et trasformonsi nella natura serpentina, et la 
serpentina si trasforma nella umana; si che vuole dire 
che vicendevolmente et non continuo fanno tali operazio- 
ni. La terza et ultima spezie è di coloro che naturalmente 
hanno in loro questo vizio, i quali dice trasformarsi in 
serpente, et il serpente in loro, per forma che né Puna 
forma né P altra rimane; mischiansi si queste due forme 
insiemi che non pare Puna né P altra: tutto a simile co- 
me chi struggessi insieme la cera bianca et la verde, ma 
piglierebbe uno terzo colore (1), cosi costoro, lasciata la loro 
natura, pigliono si la serpentina, et la serpentina P uma- 
na, che 1 una et P altra lascia P essere suo, et tornono 
una medesima cosa, però che sempre questi tali destinati, 
non attendono mai ad altro che a questa operazione, come 
chiaro apparirà nella sposizione della lettera. Et fa PÀut- 
tore cinque cose in questo capitolo: la prima fa fare, al 
modo poetico, una esclamazione verso Iddio a Vanni Fucci, 
del quale è stato trattato nel precedente capitolo, per mo- 
strar^ la sua mala et superba disposizione; et appresso se- 
guita alla vendetta. Nella seconda parte esclama PAuttore 
contro alla città di Pistoja, dicendo ch'egliono doverreb- 
bono ordinare d'ardere quella terra, acciò che tanto mal 
seme non vi moltiplicasse. Nella terza parte nomina uno 
centauro, et rende la cagione perch'egli è punito in que- 
sto luogo; et nomina tre spiriti moderni, che Puno di lo- 
ro fa trasmutare maravigliosamente. Nella quarta parte fa 
trasmutare il secondo de' tre spiriti, et rilevatamente dice 
che mai né Lucano ne Ovidio feciono simili trasmutazioni 



(1) La cera bianca e la verde, ma piglierebbe ec. È evidente che 
qui mancano alcune parole, e forse il codice archetipo avea queste o 
simili: la cera bianca e la verde, che non tornerebbe né bianca né 
verde, ma piglierebbe uno terzo colore. 



588 

alla sua. Nella quinta et ultima fa, poetando, che il ser- 
pente piglia la natura umana, et V uomo quella serpentina, 
nomando alcuno peccatore sobpreso di tale vizio per certe 
circustanzie; et cosi finisce sua opera. La seconda parte co- 
mincia quivi: Ah Pistoja, Pistoja; la terza quivi: Coli 9 ale 
aperte; la quarta quivi: Come il ramarro; la quinta et ulti- 
ma: Vun si levò. 

Al fine delle sue parole. Detta ch'ebbe Vanni Fucci 
quella novella airAuttore, levò le mani al cielo — Da indi 
in qua. Vuole mostrare l'Auttore che sempre gli spiacquo- 
no le serpi; ma poi che s'appiccarono al collo a colui, gli 
sono piaciute. Et qui è da notare che d' ogni offesa che 
gl'uomini ricevono, secondo i teolaghi, si debbo lasciare 
fare la vendetta a Dio che grida: Miki v indie ta, et ego re- 
tribuam; ma l' offese che si fanno nella deità non sono da 
sofferire: et questo confermono per Cristo, che l'offese 
fatte alla sua umanità comportava, per esemplo di noi; 
l'offese della divinità, n'era impaziente, ciò è mostrava (2), 
per dare esemplo a noi — Che non potea con esse. La serpe 
naturalmente ha tanta forza, ch& assai volte s'è trovato 
avere stretto colle volte della sua coda alcuno membro 
umano, che l' ha debilitato per modo che mai buono sen- 
timento non ha avuto, senza niuna puntura; et questo 
perché di sua natura è arrendevole et flessibile — Ah, 
Pistoja, Pistoja, che non stanzi. Perchè non ordini che tanto 
tuo mal seme si spenga et non rifigli in te? Et qui è da 
sapere che'l seme onde sono discesi i Pistoiesi, furono 
quelli ch'erono con Catellina, i quali, essendo assediati 
da' Romani in Fiesole, segretamente si partirono da Fiesole 
et abbandonorono la terra, et vennorne verso Pistoja: ivi 
furono sopraggiunti da' Romani; onde combatterono insie- 
me, et grande uccisione vi fu dall'una parte et dall'altra, 
et pochi ne rimasono: pure quelli cotanti che rimasono 
fondorono la città di Pistoja, et ivi abitarono. È vero che 
Salustio dice che la battaglia fu presso a Pistoja, sicché è 

(t) Mostrava. Faceva mostra, cioè, d'essere impaziente. 



826 

segno che Pistoja era già; ma puossi credere che questi 
tali scampati l'accrebbono et ripopolorono. Ora fu Catel- 
lina de' piggiori nomini del mondo; et per conseguente 
chi il seguitava; si che tacitamente TAuttore vuole dire 
che quel mal seme redunda ancora ne' Pistoiesi — Non 
quel che cadde. Questi fu Campaneo, che fu percosso dalla 
folgore, come innanzi è stato narrato — Ov' e, ov'è l'acerbo? 
L'acerbo cui egli chiama fu Vanni Fucci, che fu acerbo 
et duro et salvatico uomo — Maremma non crei io. Hae in 
maremma molti di questi animali; et dice che tanti n' avea 
in sulla groppa il centauro infino dove egli cominciava a 
essere uomo; eh' è dalla cintola in su uomo et dalla cintola 
in giù è cavallo — Dirietro dalla coppa. La coppa chiama 
quello concavo che fanno le spalle dirietro, sotto il nodo 
del collo — Lo mio maestro. Come scrive Virgilio nell'ot- 
tavo libro dell' Eneida, essendo ito Enea al re Evandro per 
ajuto, per volersi difendere da Turno (ch'era il re Evan- 
dro signore di Pallantea, dov'è oggi fondata la città di 
Roma), trovollo fuori della terra presso a Monte Aventino 
che facea sacrificio a Ercole; onde il re Evandro, veduto 
Enea volentieri, et mangiato ch'ebb'ono insiemi, il re co- 
minciò a contare ad Enea la cagione perchè quivi sacrifi- 
cava ad Ercole, dicendogli che in quella spelonca ch'era 
ivi vicina stava questo Caco centauro, et come grandissi- 
mo danno si facea al paese di rubare, di guastare et d'ar- 
dere; et però gli pone l'Auttore uno drago in sulla groppa 
che gettava fiamma et affocava; et questo vuole mostrare 
che con incendio et con fuoco alcuna volta si conducea a 
rubare et a imbolare, ardendo case et capanne: onde av- 
venne per caso, disse il re Evandro, che Ercole, tornando 
di Spagna con preda che avea tolta a Gerione, si posò 
quivi. Caco pensò d'imbolare a Ercole, et, come scrìve 
Virgilio, questo Caco rivolse dalle stalle d'Ercole quattro 
bellissimi tori, et quattro giovenchi che gli avanzavano 
di bellezze; et acciò che le vestigio de' loro piedi non si 
vedessino, gli tirò nella spelonca sua per la coda dal lato 
di rietro et occultagli el ascose, disse il re Evandro. Il 



527 

bestiame, ch'era rinchiuso in questo oscuro sasso, incomin- 
ciò a mugghiare: Ercole s'avvidde: va d'intorno alla spi- 
lonca; et non possendo entrarvi per altro modo, a vi so uno 
sasso grandissimo che pendea sopra la spilonca: Stava, dice, 
una acuta massa di pietre, et tutti i sassi tagliati d'attor- 
no sopra il dosso della spelonca altissima a riguardarla, 
dirittamente casa necessaria a' nidi degli uccelli di ratto. 
Questa, com' ella stava inchinevole verso il manco fiume, 
Ercole, sforzandosi, dalla parte destra la scommosse, et 
divelta repentemente, la smosse dalle sue radici: infine 
ella cadde in sulla spelonca et tutta l'aperse; et però lo 
gran romore del cadere risonò Paria assai di lontano, et 
risonato et tremate le ripe vicine, el fiume spaventato ri- 
tornò in dirietro; onde Ercole, entrato nella spelonca, rieb- 
be il bestiame suo, et uccise Cacco. Et dice l'Auttore che 
gli diede cento mazzate, et non senti le dieci, però che 
prima mori che n' avessi dieci — Non va co* suoi. Come 
è stata fatta menzione nel capitolo xu di questo libro, i 
centauri Nesso et gli altri sono puniti nel sangue insieme 
co' tiranni. Ora, dice l'Auttore. Cacco sarebbe stato co' fra- 
telli suoi, ciò è cogli altri centauri in quel sangue, se non 
fosse quello furto che fece a Ercole — De' quai né io né 
il Duca. Dice che vennono tre spiriti si occultamente 
eh' egli non se ne accorsono, et per questo vuole mostrare 
T occulte vie et gli occulti modi che tengono i ladri. 

— Dicendo, Cianfa dove. Questi fu messer Cianfa de' Do- 
nati, che, secondo l'Auttore, fu macchiato di questo vizio. 

— Se tu se? or, lettore , a creder. Come dice Jesus Sirach: 
Innanzi a ogni tua opera fa che la parola vera vada in- 
nanzi, et innanzi a ogni tuo atto lo stabile consiglio: ora 
l'Auttore, parendogli dire cose maravigliose et da non do- 
verle credere, si scusa — Ellera abbarbicata mai. Ellera 
s'appicca all'arbore, et avvolgevisi in torno — Et mischiar 
lor colore. Egliono si mischiorono si i colori, il serpente 
collo spirito et lo spirito col serpente, che feciono uno 
terzo colore; et piglierebbono uno altro colore mischialo 
dell'uno et dell'altro, tutto a simile al papiro, ciò é alla 



328 

bambagia. Chi togliessi uno foglio di. bambagia et ardessi- 
to, Tederebbe che, quando il fuoco vi si mettesse, in quel 
principio si muove uno fumo su per lo foglio, il quale, 
mischiato colla bianchezza del foglio, perde il foglio delta 
sua bianchezza, e il fumo della sua nerezza, et appare uno 
colore cenerognolo che non è né V uno et né V altro colore. 
— Fersi le braccia due. Ciò è le braccia dell'uomo, ch'e- 
rano due, et quelle del serpente altre due; sì che due brac- 
cia furono di quattro pezzi — Divenner membra. Questi 
che al presente si mutò fue Agnolo de' Brunellescbi, vizialo 
di questo peccato — Come il ramarro. Ella è una stella 
che è presso al segno del Leone, che si chiama Canis, che, 
quando ella signoreggia sopra la terra, genera grandissimo 
secco et grandissimo caldo, però eh' eli' è di natura calda 
et secca, simile al segno del Leone, et simile alla natura 
del fuoco; et getta la sua influenza air uscita del mese 
d'agosto: durono i di caniculari 40 di, cominciando a di 
10 di luglio, poi che il sole è uscito del Leone, ciò è del 
segno, grandissimo caldo et grandissimo secco. Ora, perchè 
il ramarro, et ogni animale velenoso, sono di natura fred- 
da, pigliono forza et confortasi la loro natura per lo caldo; 
si che in questi di, che sono detti caniculari da quella 
stella Canis, attraversando la via pajono folgore. Ma onde 
nascesse il ramarro volendo chiarire, scrive Ovidio nel 
Hetamorfoseos, che Ceres, cercando la figliuola, che fu ra- 
pita in Sicilia da Plutone, avendo grandissima sete, et ca- 
pitata a casa una vecchierella, addimandò bere: questa 
femmina gli diede uno beveraggio di certe cose, come uno 
beverone di polenta, ciò è di farina et d'altro; et beendo 
Ceres, uno fanciullo ch'era presente la riprese ch'ella 
beeva troppo: costei, spruzzatoli nel viso di quello beve- 
rone, diventò il fanciullo stellio, ciò è ramarro. La verità 
della Azione è: per Cerere s'intende la terra, eh' è madre 
delle biade et madre di Proserpina, ciò è della luna, però 
che la terra coir ombra sua cuopre la luna et conserva la 
sua frigidità. Ora, brevemente, dell' umore della terra, che 
si conserva per la frigidità della luna, nasce la piova, et 



8» 

quella piova che viene nella state, però che la terra ha 
patita grande sete, rasciuga et bee tutta; et di quella 
acqua, che viene in quelli tempi mischiata con certa pol- 
vere della terra percossa da' razzi del sole, nasce quello 
stellio, ciò è il ramarro — Livido et nero. Come il granello 
del pepe — Et quella parte d 9 onde. Come ò stato detto, 
PAuttore punisce tre spezie di ladroni: la prima per caso 
quelli che una volta peccorono, come fu Vanni Fucci de' Laz- 
zari; la seconda spezie sono coloro che non sono abituati 
in tal vizio, né in loro è proceduto da natura; et in questo 
vizio caduti, assai volte, doppo la prima, vi caggiono, et 
pigliono l'uso per natura, et diventono serpenti, ciò è di 
quella natura: et in questo vizio cadde Agnolo di ser Bru- 
nellesco, del quale hae fatto menzione PAuttore; la terza 
spezie è di coloro che, abituati in questo vizio dal principio 
della loro natura, mai da questo non si lievono, se non 
quando pia non possono adoperare: in questo fa essere 
punito, come appresso si dirà, messer Buoso Donati. Et per 
volere mostrare l'Auttore che messer Buoso Pebbe di na- 
tura, dice che il serpente il trafisse dove prima è preso 
nostro alimento, ciò è nel bellico; però che, quando il 
fanciullo è nel ventre della madre, prende la sustanzia di 
che si notrica, non dalla bocca, ma dal bellico, al quale 
risponde il cibo digesto della madre: et come sanno chi 
gli ricoglie, quando sono nati i fanciulli, quella bocca del 
bellico è aperta, onde subito la tagliono et ricuscionla, ciò 
è legonla. Ora questo messer Buoso Donati, et in ufficio et 
altrove, avendo fatto dell'altrui suo, non possendo più ado- 
perare, o forse compiuto l'ufficio, misse in suo luogo (non 
però che coli' animo non fosse sempre bene disposto; ma, 
come è detto, non toccando più a lui) misse in suo luogo 
messer Francesco, chiamato Guercio, de' Cavalcanti , dal 
quale, essendo fatto serpente, fu morso, come nel testo si 
dirà — // trafitto il mirò. Costui è messer Buoso; et dice 
che, trafitto che elli fu, non disse niente: ciò vuole mostra- 
re che, essendo tentato da questo vizio, mai no) biasimò, 
sempre gli piacque tale operazione — - Sbadigliava. Sbadt- 

34 



530 

gliare è ano ricreare degli spiriti, il quale viene innanzi 
al sonno, o innanzi alla febbre — Etti il serpente et quei. 
L' uno guardava V altro; e '1 fummo che uscia della bocca 
air uno, et air altro per la piaga, si scontravono insie- 
me, ciò è il fummo della loro rabbia et della loro avarìzia 
vicendevolmente si riscontrava, et V uno il mettea neir al- 
tro, ciò è egli pigliava la natura del serpente, et il ser- 
pente la sua: et ancora, ad altro intendimento, egli era 
cupido dell' altrui et per natura et per volontà: et questo 
è l'uno fummo et l'altro — Taccia Lucano ornai. Dice FAut- 
tore che Lucano et Ovidio si taccino delle loro trasforma- 
zioni, et attendano alla sua, che fia maggiore che la loro. 
Pone che Ovidio et gli altri poeti hanno nelle loro poesie 
descritto come uno uomo si converte in fonte o in uccel- 
lo, et fanno trasformare la forma nella materia, o la ma- 
teria nella forma; ma l'Auttore trasforma l'una et P altra; 
ch'egli fa d'uno uomo* diventare serpente, et di quello 
uomo diventato serpente il fa altra volta diventare uomo. 
Ovidio, come appresso si dirà, fa bene d'una giovane di- 
ventare una fonte, ma della fonte diventare poi donna non 
fa elli in veruno luogo — Del misero Sabello. Scrive Luca- 
no nel nono libro, che, giunto Catone ne' diserti di Libia 
co' Pompeani, come è slato narrato innanzi, dove ha gran- 
dissima quantità di serpenti et d'animali velenosi, molti 
de' suoi, trafitti da questi animali velenosi, vi morirono; et 
fra gli altri Sabello compagno di Catone, di che fa men- 
zione l'Auttore: dice che la morte era innanzi agli occhi 
suoi, et uno picciolo animale fatto a modo d'uno ramarro, 
chiamato Seps, in prima il punse nella gamba, et poi col 
minace dente gli spiccò la mano dalla lancia et Accolla 
nella rena: la piaga che rimase nella gamba di Sabello 
venne aprendendosi, come fa il male del cancro, et ar- 
dendo per le carni sue a poco a poco, et struggevate* come 
Austro (quello vento) fa la neve, o il sole strugge la ceni; 
et cadevono a terra le sue carni: et poi che fu arsa tutta 
la carne, essendo morto, arsono a poco a poco V ossa, et 
cosi sventuratamente ivi fini sua vita — Et di Nassìdw. 



531 

Scrive ancora Lucano, in quello medesimo nono libro, che 
uno tondo serpentello nome prester, percosse Nassidio col- 
tivatore de" campi marsi, et subito uno rossore focoso gli 
accese la faccia, et gonfiò la pelle ? per modo eh' egli per- 
de la figura, né non parea uomo, però che ogni cosa avea 
mescolata l'enfiatura et passato il modo umano; et sopra 
tutte le membra uscia et correa la puzza che venia dalle 
sue carni, facendola stillare il veleno, et al tutto la ferita 
era nascosa et coperta dallo enfiamento, né la lorica né 
la sua vesta noi potè contenere crescendo il corpo: né la 
schiuma quando bolle la caldaja non si lieva tanto alto, 
né le vele delle navi gonfiate da quel vento chiamato Coro 
non fanno si gran seno, quanto Nassidio crebbe. Ancora, 
poi ch'elli fu morto, et i suoi nollo ardirono a sepellire, 
spauriti di toccarlo et di vederlo: et ivi il lasciorono senza 
sepoltura — Taccia di Cadmo. Come scrive Ovidio nel quarto 
libro del Metamorfoseos cominciando: Nescit Agenorides ec. 
poi che per V ira di Junone moglie di Giove, la quale per 
Semele era adirata, come innanzi più distesamente si toc- 
cherà in quel capitolo: Nel tempo che Junone ec, Cadmo, 
figliuolo d'Agenore re di Tebe, poi che Atamante, figliuolo 
d'Eolo suo genero, impazzò per Tira di Jonone, et prese 
la moglie, figliuola di Cadmo, credendo ch'ella fosse una 
leonessa; et avendo costei due suoi figliuoli seco, credendo 
ch'egliono fossono leoncini, ciò è Learco et Melicerta; et 
Alamante, preso Learco, percosselo a uno sasso et ucci- 
selo; et la moglie s'affogò coli' altro figliuolo. Brevemente, 
per queste et per altre assai disavventure che avvennono 
a Cadmo, egli et Ermione sua moglie si parti da Tebe, 
credendo che la città gli fosse cagione delle sue disavven- 
ture, come scrive Ovidio ivi medesimo. Et essendo Cadmo 
molto vecchio, et per li casi fuori della sua città sventu- 
rato, ricordandosi, come scrive Ovidio nel preallegato libro» 
che, avendo Cadmo, mentre visse re in Tebe, mandati suoi 
servi a una fonte per acqua, togliendo di questa acqua 
colle mezzine, furono subito trasformati et diventorono 
serpenti, venne Cadmo a vedergli maraviglioso del fatto: 



538 

et riguardando ano suo servo Oso ch'era diventato ser- 
pente, udì una voce: Serpentoni speda* , et tu spectabere 
serpens. Tu, dicea la voce, guardi il serpente, et tu sarai 
riguardato serpente. Ora, ricordandosi Cadmo di questa 
promessa che gli avevono fatta gli Dii, per quella voce 
ch'egli udi, et tu spectabere serpens, gli pregò ch'egliono 
il facessono diventare serpente, come eglione aveono detto. 
Fugli troppo bene attenuto, eh 9 egli diventò serpente, et la 
moglie serpen tessa. La verità della Azione è questa, come 
è stato detto addirietro: egli invecchiò tanto che gli con- 
venne andare carponi per terra, come vanno i serpenti, 
et similmente la moglie — Poetando. Fanno i poeti queste 
loro Azioni per dilettare et trarre a sé colla dolcezza delle 
pulite parole P animo delP uditore; et non muovono per 
le favole la verità del luogo suo; ma mutando Padornono 
colle loro Azioni; che, come dice il Petrararca: L'ufficio 
de 9 poeti è questo, che le storie che sono vere non rimuo- 
vono; ma quelle rivolte con oblique Agurazioni, con bello 
et addorno modo di parole in altra forma traducono — Che 
due nature mai. Chiaro appare per quello eh' è detto, che 
mai veruno poeta non fece simile trasmutazione — A tot 
norme. Norma, ciò è regola — E d'Aretusia Ovidio. Scrive 
ancora Ovidio in quel medesimo libro del Hetamorfoseos 
che Alfeo d'Arcadia innamorò d'una giovane di Cicilia, 
che avea nome Aretusia, bellissima giovane. Innamorato 
d'Aretusia, la seguia, come è di consuetudine degli amanti; 
et come dice ella medesima, per eh' io era ignuda, il faceo 
più ardere nel suo desiderio: Et quia nuda fui, sum vtsa 
paratior UH; io gli parea più apparecchiata, perch'io era 
ignuda, il facea più ardere nel suo desiderio. Ultimamente 
costei, fuggendogli inanzi, et non volendo consentire a 
lui, si converti et trasmulossi in una fontana. Alfeo, come 
prima avea amala Aretusa in forma umana, l'amò fatta 
fontana; et per esser conforme a lei in ogni cosa, lasciò 
la forma dell' uomo, et fu convertito in Aume, et è quel 
fiume eh* è in Arcadia, che ancora ama Artusa, che è una 



833 

fontana in Cicilia. La verità di questa Azione è che Alfeo 
ò ano fiume in Arcadia, et corre per più spazio per quello 
paese d'Arcadia; et poi, senza mettere in mare, ricovera 
et entra sotto terra, et dove poi si capiti non si sa: ma ò 
raaravigliosa cosa che, essendo uno braccio di mare da 
Cicilia a Arcadia, et intorno intorno a Cicilia è mare, però 
eh 9 è isola, et ha parecchie centinaja di miglia dall'uno 
paese air altro, dicono molti che assai volte s'è trovato 
che s' è gettato uno legno, o un altra cosa, in questo fiume 
d'Arcadia, et èssi poi veduto in questo lago d'Aretusa, per 
che si comprende che Alfeo quel fiume capiti in Aretusa: 
et questo sentono i poeti in queste loro fizioni. Et in quel 
paese d'Arcadia presso a questo fiume è una città ch'à 
nome Pisa, dalla quale ebbe origine et nome questa Pisa 
che è in Toscana; onde Virgilio nelPEneida: Alphea ab 
origine Pisae urbs; et declinasi quella Pisa d'Arcadia in 
singulari, et questa in plurali numero — Insieme si rispo- 
sero. Chiaro appare — Che 'l serpente la coda in forca. Qui 
l'Auttore discrive poeticamente et maravigliosamente come 
il serpente prese forma d'uomo, et l'uomo diventò ser- 
pente, a poco a poco vicendevolmente trasmutandosi l' uno 
et l'altro; et comincia et dice che'l serpente fesse la coda 
sua, et di quella eh' è una intera, fessa che fu, se ne fé 
due gambe di uomo — E'I feruto si strinse. Messer Buoso, 
che fu ferito nel bellico, com' è detto, ristrìnse V orme, ciò 
è i piedi et le gambe, et fessene una coda di serpente. 

— Le gambe colle cosce. Le gambe et le coscio feceno una 
giuntura insieme che appena si vedea la congiuntura. 

— Togliea la coda fessa la figura. La figura che si perdea, 
ciò è l'uomo, che avea per gambe la coda fessa, togliea 
la figura del serpente et perdea la sua umana — Et la 
sua pelle si facea molle — Ciò ò la pelle del serpente 
si facea molle , ciò è morbida , come quella dell' uomo 
(molle in grammatica è detto morbido) — Et quella di là 
dura. Et quella pelle dell'uomo si facea dura come era 
quella del serpente — Io vidi entrar le braccia per Fascette. 



834 

Ascelle sono gli omeri (i). Dice che le braccia dell'uomo, 
perchè sono troppo lunghe a fare gambe di serpente, tor- 
norono negli omeri; e' due piedi del serpente, eh' erono 
corti a fare le braccia dell'uomo, tanto allungorono quanto 
quelle delP uomo accorciorono — Poscia gli pie di ritiro. 
I piedi di rielro del serpente si giunsono insieme, et di- 
yen torono il membro genitale dell'uomo; e'1 membro ge- 
nitale se ne fé due gambe di serpente — Mentre che 7 
fummo. Il fumo che uscia della piaga dell'uomo et della 
bocca del serpente coprìa et l'uno et l'altro, et in quel 
e opri mento del fumo il pelo dell' uomo s' appiccava al ser- 
pente che si facea uomo, et la pelle del serpente, eh 9 è 
senza peli, s' appiccava all'uomo — Vun si levò et l'altro 
cadde giuso. Ciò è l'uomo, diventato serpente, cadde in 
terra per andare come vanno i serpenti; e '1 serpente fatto 
uomo si levò ritto — Non torcendo perà le lucerne empie. 
Ciò è, bene che diventasse uomo, non mutò gli occhi ser- 
pentini; et la cagione è che, per questi occhi, si vuole 
dare a intendere la intenzione et gli occhi della mente; 
che, bench' egli lasciassi V operazione del ladro et- com- 
mettesse l'ufficio a uno altro, egli però non lasciava il 
pensiero, che avea ancora intendimento di ritornare al 
furto — Sotto le quai ciascun. Ciascuno cambiava muso, 
ciò è faccia: che la faccia dell' uomo divenia muso di ser- 
pente, e '1 muso del serpente divenia faccia d'uomo — Quel 
ch'era dritto. Ciò è il muso del serpente tornò addi- 
rietro, faccendosi piano come la faccia dell'uomo, et di 
quella lunghezza che avanzò del muso che tornò in dirie- 
tro, si feciono gli orecchi: ciò che non corse in dirietro, 
ciò è il muso del serpente, tornò addirietro faccendosi pia- 
no come la faccia dell'uomo; et di quella lunghezza, che 
avanzò del muso che tornò in dirietro, si feciono gli orec- 

(1) Ascelle sono gli omeri. No, ascelle propriamente sono quelle 
cavità che sono sotto il braccio nell'appiccatura di questo con la sca- 
pula. Omero è propriamente l'osso del braccio, e particolarmente la parte 
superiore di esso con la spalla; e pigliasi anche per spalla. 



835 

chi — Ciò che non corse in dietro. Per che il muso del 
serpente era sì lungo che, fatti di quella lunghezza ancora 
gli orecchi dell' uomo, n' avanzò materia ; et di quello 
avanzo se ne fé il naso alla faccia dell' uomo — Et le lab- 
bra ingrossò. Et le labbra del serpente, per farsi labbra 
umane, ingrossarono quanto si conviene a faccia et alle 
labbra delPuomo — Quel che giacea. Ciò è quelli che, 
essendo stato uomo, giacea et era fatto serpente, del viso 
suo, eh 9 era piano, il cacciò innanzi, et fecene muso di ser- 
pente; et gli orecchi d'uomo ritira dentro nella testa come 
ha il serpente — Le corna la lumaccia. Come ritira la lu- 
maca le sue corna in dentro quando altri la tocca — Et 
la lingua che avea. Ciò è la lingua d'uomo, ch'era prima 
presta a parlare, si fesse per farsi lingua di serpente, che 
si dice averne due — Et la forcuta nell 9 altro. La lingua 
del serpente, ch'era forcuta, di due rami, si raggiunse in- 
sieme in uno ramo, et fessj lingua d'uomo, eh' è d'uno 
solo pezzo — E il fummo resta. Fatta questa trasmutazione, 
il fummo si si acchetò, ciò è il fummo dell'avarizia, com'è 
detto, et della oscurità del furare — L'anima eh 9 era fera. 
Ciò è quelli che, essendo stato uomo, divenne serpente, 
si fuggi per la valle non parlando più come uomo, ma 
zufolava come serpente, però che'l serpente non ha voce: 
la cagione è per che la lingua salda gli manca, eh' è una 
pala dell'aria, la quale aria manda alio struzzùle, et poi 
riverbera ne' denti principali dinanzi, percossa dalla punta 
della lingua ne' detti denti, et quindi si forma la voce. 

— Et V altro dietro a lui. Ciò è quelli ch'era fatto uomo 
quasi per scherno sputava dirietro al serpente; et ancora 
è quello atto d'uomo, ciò è lo sputare, et non atto di 
serpente — Le novelle spalle. Ciò è le spalle mutate di 
serpente in uomo; et disse al compagno: Io voglio che 
Buoso, ch'è fatto serpente, corra carpone come ho fatto io. 

— Cosi vid'io la settima zavorra. Ciò è la settima bolgia, 
trasmutarsi — Et qui mi semi. Ciò è, se io non ho detto 
il fatto pienamente, et non ho l'effetto vestito bene colle 
parole come si conviene, scusimi la novità, che non ho 



836 

potuto parlare chiaro come si converrebbe — Non poter 
quei fuggirsi. Non poterono tanto chiudersi che io non 
conoscessi che l'uno era messer Buoso Donali, et P altro 
Puccio Sciancato da Firenze, e l'altro messer Francesco 
chiamato messer Guercio de 1 Cavalcanti — Che tu, Gaville, 
piagni. Questi è il detto messer Francesco Cavalcanti, che 
fu morto da certi uomini da Gaville, eh 9 è una villa nel 
Val d'Arno di sopra nel contado di Firenze, per la qual 
morte i consorti di messer Francesco molti di quelli da 
Gaville uccisono et disfeciono; et però dice TAuttore che 
per lui quella villa ancor ne piagne, et per le accuse et 
testimonianze et condennagioni et uccisioni di loro, che 
per quella cagione ne seguitarono, che bene piangono an- 
cora la morte di messer Francesco, del quale dice l'Aut- 
tore che di serpente diventò uomo. 



CANTO XXVI. 



— ■« > !■ 



Godi, Firenze, poi che se' sì grande, 
Che per mare e per terra baiti Tali, 
E per lo'nferno il tuo nome si spande. 

Tra li ladron trovai cinque cotali 
Tuoi cittadini, onde mi vien vergogna, 
E tu io grande orranza non ne sali. 

Ma, se presso al mattin del ver si sogna, 
Tu sentirai di qua da picciol tempo 
Di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna, 

E se già fosse, non saria per tempo: 
Così foss' ei, da che pure esser dee; 
Che più mi graverà, com' più m' attempo. 

Noi ci partimmo, e su per le scalee, 
Che n'avean fatte iborni (1) a scender pria, 
Rimontò il Duca mio, e trasse mee. 

E proseguendo la solinga via 



(1) Iborni legge Jacopo della Lana, che spiega Freddi e stanchi; e 
nota opportunamente Luciano Scarabelli che legge cosi, e cosi spiega 
anche il codice cassinese. 11 nostro però spiega diversamente. Ma sarà 
proprio tutta una voce, e adjeltivo; o avrà ragione chi poi scrisse ? borni? 



538 

Tra le schegge e Ira' rocchi dello scoglio, 
Lo pie senza la man non si spedia. 

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio, 
Quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi; 
E più lo ingegno affreno eh' io non soglio, 

Perchè non corra che virtù noi guidi; 
Sì che, se stella buona, o miglior cosa 
M' ha dato il ben, eh' io stesso noi in' invidi. 

Quante il villan, eli' al poggio si riposa, 
Nel tempo che colui che il mondo schiara 
La faccia sua a noi lien meno ascosa, 

Come la mosca cede alla zanzara, 
Vede lucciole giù per la vallea, 
Forse colà dove vendemmia ed ara, 

Di tante fiamme tutta risplendea 
L' ottava bolgia, sì com' io m' accorsi, 
Tosto che fui là 've il fondo parea. 

E qual colui che si vengiò con gli orsi, 
Vide il carro d' Elia al dipartire, 
Quando i cavalli al cielo erti levorsi, 

Che noi potea si con gli occhi seguire, 
Che vedesse altro che la fiamma sola, 
Sì come nuvoletta, in su salire, 

Tal si movea ciascuna per la gola 
Del fosso, che nessuna mostra il furio, 
Ed ogni fiamma un peccatore invola. 

Io stava sovra il ponte a veder surto, 
Sì che, s'io non avessi un ronchion preso, 
Caduto sarei giù senza esser urlo. 

E il Duca, che mi vide tanto atteso, 
Disse: Dentro da' fuochi son gli spirti : 
Ciascun si fascia di quel ch'egli è inceso. 

Maestro mio, risposi, per udirti 
Son io più certo; ma già m'era avviso 



/ 



539 

Che così fusse, e già voleva dirti: 

Chi è 'n quei fuoco, che vicn si diviso 
Di sopra, che par surger della pira, 
Ov' Eteòcle col fratel fu miso? 

Risposerai : Là entro si marlira 
Ulisse e Diomede, e così insieme 
Alla vendetta corron com' all' ira; 

E dentro dalla lor fiamma si geme 
L' agualo del cavai, che fé 1 la porta 
Ond' uscì de' Romani il gentil seme. 

Piangevisi entro l'arte, per che morta 
Deidamia ancor si duol d'Achille, 
E del Palladio pena vi si porta. 

S* ei posson dentro da quelle faville 
Parlar, di ss' io, Maestro, assai ten priego 
E ripriego, che il priego vaglia mille, 

Che non mi facci dell'attender niego, 
Finché la fiamma cornuta qua veglia: 
Vedi che del desio ver lei mi piego. 

Ed egli a me: La tua preghiera e degna 
Di molta lode, ed io però Faccetto; 
Ma fa che la tua lingua si sostegna. 

Lascia parlare a me, eh' io ho concetto 
Ciò che tu vuoi; eh' e' sarebbero schivi, 
Perch'ci fur Greci, forse del tuo detto. 

Poi che la fiamma fu venuta quivi, 
Ove parve al mio Duca tempo e loco, 
In questa fórma lui parlare audivi: 

voi, che siete duo dentro ad un fuoco, 
S' io meritai di voi mentre eh' io vissi, 
S' io meritai di voi assai o poco 

Quando nel [fiondo gli alti versi scrissi, 
Non vi movete; ma l'un di voi dica 
Dove per lui perduto a morir gissi. 



840 

Lo maggior corno della fiamma antica 
Cominciò a crollarsi mormorando, 
Pur come quella cui venlo affatica. 

Indi la cima qua e là menando, 
Come fosse la lingua che parlasse, 
Gillo voce di fuori, e disse: Quando 

Mi diparli' da Circe, che sottrasse 
Me più d'un anno là presso a Gaeta, 
Prima che si Enea la nominasse; 

Né dolcezza di figlio, né la pietà 
Del vecchio padre, né il debito amore, 
Lo qual dovea Penelope far lieta, 

Vincer poter dentro da me l' ardóre 
Ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto, 
E degli vizj umani e del valore; 

Ma misi me per Tallo mare aperto 
Sol con un legno e con quella compagna 
Picciola, dalla qual non fui deserto. 

L' un lito e l' altro vidi insin la Spagna, 
Fin nel Marocco, e l'isola de' Sardi, 
E l'altre che quel mare intorno bagna. 

Io e i compagni eravam vecchi e tardi, 
Quando venimmo a quella foce stretta, 
Ov' Ercole segnò li suoi riguardi, 

Acciocché l'uom più oltre non si metta: 
Dalla man destra mi lasciai Sibilia, 
Dall'altra già m'avea lasciala Setta. 

frati, dissi, che per cento milia 
Perigli siete giunti all' occidente, 
A questa tanto picciola vigilia 

De' vostri sensi, eh' è del rimanente, 
Non vogliate negar l'esperienza, 
Direlro al sol, del mondo senza gente. 

Considerate la voslra semenza: 



541 

Patti non foste a viver come bruti, 
Ma per seguir virlule e conoscenza. 

Li miei compagni fec' io sì acuti, 
Con questa orazion picciola, al cammino, 
Che appena poscia gli avrei ritenuti. 

E, volta nostra poppa nel mattino, 
De' remi facemmo ale al folle volo, 
Sempre acquistando del lato mancino. 

Tutte le stelle già dell' altro polo 
Vedea la notte, e il nostro tanto basso, 
Che non surgeva fuor del marin suolo. 

Cinque volte racceso, e tante casso, 
Lo lume era di sotto dalla luna, 
Poi ch'entrali eravam nell'alto passo, 

Quando n' apparve una montagna bruna 
Per la distanza, e par ve mi alla tanto, 
Quanto veduta non n' aveva alcuna. 

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; 
Che dalla nuova terra un turbo nacque, 
E percosse del legno il primo canto. 

Tre volte il fé' girar con tutte Tacque, 
Alla quarta levar la poppa in suso, 
E la prora ire in giù, com' altrui piacque, 

Infili che il mar fu sopra noi richiuso. 



S42 



CANTO XXVI. 



Godi, Firenze, poi che se* sì grande. Dividesi il presen- 
te capitolo in quattro parti; la seconda parte comincia 
quivi: Noi ci partimmo; la terza quivi: Rispose a me; la 
quarta et ultima quivi: Lo maggior corno. Nella prima par- 
te, seguendo P A littore la materia usata, poi che ha trat- 
tato nel precedente capitolo di coloro che contro a giu- 
stizia T altrui s' ingegnorono di tórre et recarlo a loro 
uso; pensando quanto questo vizio è pericoloso et abomi- 
nevole, et veggendo tanti cittadini di Firenze essere puniti 
per cosi vituperevole peccato, recando in parte alla città 
et a sé la vergogna de' suoi cittadini; in questo presente 
fa una esclamazione contro alla città di Firenze, che è 
uno colore rettorico: Exclamatio est quae conficit significa- 
tionem doloris aut indignationis alicujus personae, hominis, 
aut urbis, aut loci, aut rei cujuspiam complantionem; Excla- 
matione, è che fa una significazione di dolore, o di inde- 
gnazione d'alcuno uomo, ovvero di città, o di luogo, o 
compiagnersi d'alcuna cosa, come fa al presente PAuttore 
della sua città. Nella seconda parte è da sapere che PAut- 
tore comincia a trattare di coloro che tutto il loro sapere 
mettono in ingannare per astuzia et per callidità, sten- 
dendosi per tutto il capitolo. Tiene questo vizio Puno 
degli estremi della prudenzia. La prudenzia, come Tirtù, 
tiene il mezzo: il grado di sotto, et uno degli estremi é 



543 

la semplicità et la sciocchezza; il grado di sopra é l'astu- 
zia et la callidità. Et pare che questi tali, a cui iddio ha 
dato sapere, o dalla natura loro sia proceduto, non aven- 
do rispetto al donatore di tutte le grazie, che ogni cosa 
produce a buono fine, costoro quello che a bene più che 
gli altri che non sanno doverrebbono dirrizzare e attendere 
a virtù o a valore, egli si sforzono aoperare con astuzia 
et con reta il loro sapere, et in danno et in detrimento del 
prossimo. Per la qual cosa l'Auttore, considerando quanto 
male seguita del loro open re, volendo che la pena sia 
conforme alla colpa, gli fa punire in questo ottavo cerchio 
in fiamme accese di fuoco, et dentro a queste fiamme 
gì' inchiude, per volere mostrare che sempre le loro ope- 
razioni furono coperte et ascose, per potere più piena- 
mente fornire la loro malvagia operazione; et cosi coper- 
tamente sono per la divina giustizia puniti in queste fiam- 
me del fuoco. La terza et la quarta parte appariranno 
chiare nella sposizione del testo. * Vegnendo dunque alla 
lettera. 

Godi Firenze poi. Qui, com'è detto, l'Auttore si volge 
verso la sua città, dicendo ch'ella è grande; et come che 
egli per lo contrario senso il voglia altrui mostrare, pure la 
città di Firenze è grande et famosa , et sparti i suoi citta- 
dini per diverse parti del mondo, e cresciuta in brieve 
tempo, però che Firenze è quasi delle più nuove città 
d'Italia — Tra liladron. Ciò furono Angiolo Brunelleschi, 
messer Buoso, messer Cianfa de' Donati, messer Francesco 
Cavalcanti, et Puccio Sciancato — E tu in grande orranza. 
Dice l'Auttore ch'elli si vergognò d'essi cittadini, et Fi- 
renze non ne viene in orranza: et parla qui sincopato; 
usa quella figura che in grammatica si chiama sincopa, 
che toglie le sillabe del mezzo del nome, dicendo orranza 
per onoranza — Ma, se presso al mattiti. Per che di questa 
materia fu trattato addietro in questo libro, non la distendo 
qui, se non che l'anima nostra nel sonno, però che non è 
occupata da' sensi corporei essendo ristretta et unita in sé, 
a' quali intende essendo l'uomo desto, poi nel sonno vuoisi 



844 

ricordare delle cose passate, et non patito il cibo, che da 
quello é offuscata, confusamente le sogna; ma in sul di 
alcuna volta, perchè il cibo è digesto, et l'anima non 
mette la sua potenzia ne 9 sensi corporei, essendo ristretta 
et unita in sé, alcuna volta sogna del vero, et vede dinan- 
zi a sé, quasi indivina. In sul fare del giorno sogliono i 
sogni apparire veri, dice il verso — Di quel che Prato. I 
Pratesi sogliono essere mal vaghi della signoria de 9 Fioren- 
tini; et però l'Auttore, volendo mostrare che sinistri avver- 
ranno alla città di Firenze, usa le parole del testo. Quali 
fossono i sinistri non nomina; ma molti possono essere, 
che al tempo dell' Auttore avvennono, come fu la cacciata 
de 9 Bianchi che fu nel 1302 inflno nel 1303: l'arsione di 
Galimala messo (1) per ser Neri Abati, mentre che i Bianchi 
et i Neri s' azzuffa verno: la venuta dello imperadore Arrigo 
che fu nel 1312: la sconfitta di Hontecatino che fu nel 
1315; che tutte queste cose potè vedere l'Auttore, bench