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Full text of "Con me e con gli Alpini. Primo quaderno"

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CON ME E CON GLI ALPINI 



Dello stesso autore: 

Resultarne in inerito alla vita e al carattere di Gino Bian- 
chi — con un allegato. Quaderni della Voce, Fi- 
renze, 19 15. 

L* Astica — giornale delle trincee. Zona guerra, feb- 
braio-novembre 19 18 — fuori commercio. 

Canti di soldati, raccolti da barba Piero. Tipografia de 
« L'Astico - giornale delle trincee ^. Zona guerra, 
estate 1918 — fuori commercio. 

Canti di soldati — raccolti da Piero Jahier, armoniz- 
zati da Vittorio Gui. Edizione numerata della Se- 
zione P. Comando I* Armata. Trento 19 19 — fuori 
commercio. 

Canti di soldati — id. id. — Casa Musicale Sonzogno, 
Milano 1919. 

Ragjazzo — Quaderni della « Soc. An. Ed. La Voce > 
Roma, 19 19. 



In lavoro: 

Con me e con gli alpini — secondo quaderno. 
La passione dì Cesare Battisti. 






PIERO JAHIER 



CON ME E CON 
GLI ALPINI. 



primo quaderno 



PRIMA RISTAMPA 







8-1 



« LA VOCE . SOC. AN. ED. - ROMA 



PROPRIETÀ RISERVATA 



Ogni esemplare onesto di questo libro 
porta la firma dell'Autore 




%/k^^ 



Aquila, 1920 - Officine Grafiche Vecchioni, Via Verdi, 13 



— 5 



Arrivo 



al Comando dopo un viaggio di 19 ore - 
l'ultimo in carro cavalli - e una notte di sonno 
a terra nella stanza di Ico malato, impacciato 
nell'uniforme nuova di ufficiale - senz'esser 
mai stato soldato - triste e fiero di questo 
dono già irrevocabile dentro: la vita: - pren- 
dete pure, ina spendetela bene. 
E tutto questo approda nel corridoio dove 
un capitano mi congeda, ridendo, a cercarne 
un altro che non si trova; e un impiegato in- 
siste per la lira e venti del giuramento che 
ora non si può fare, ma non importa, purché 
sia pagato; e colleghi che beffano perchè mi 
son presentato puntuale e vedono soltanto 
un'occasione di bottiglie nel nuovo arrivato. 



— 6 



E la città della guerra 



intorno, che fu un'isola di quiete case nel 
porto delle alpi dolomitiche e ora è un im- 
menso magazzino di traffici e un' oasi di 
piacere. 

Tutta schizzata di fango, tutta rombante 
di motori. 

Tutta adoprata, tutta consumata. 

Col suo teatro gonfio di sacca di grano 
e la sua stazioncina imbottigliata di vagoni, 
e i suoi alberghi Comandi Militari, e le sue 
scuole polveriere e i suoi campanili osserva- 
torii, e sbuffi di latrine e ossami alle sue vil- 
leggiature e i suoi portici rigurgitanti di mi- 
litari che tutti vogliono passeggiare, che tutti 
vogliono comprare, che tutti si vogliono di- 
vertire. 

Città della guerra che ogni mattina deve 
preparare ai bisogni dell'armata lassù tra le 
nevi i suoi convogli automobili di uomini fre- 



scili, di viveri nuovi, di materiali, di niiini- 
zioni ; e prepararsi a ricevere ogni sera i tristi 
convogli di ritorno: dei suoi malati, dei suoi 
stanchi, dei suoi rifiuti. 

Città del piacere che deve soddisfare l'im- 
mensa sete di piacere nata lassù in trincea. 
Sete di chi sale e sete di chi scende, sete di 
chi fa la scappata e imparadisa a riveder case. 

Città dell'ultima compra alla partenza e 
della prima al ritorno. Città dell'ultimo len- 
zuolo e del primo desinare. Disordinata che 
non fa più neanche le sue vetrine, ma accu- 
mula in vista al passeggero merci giovani e 
merci vecchie, molto più ricche delle sue bot- 
teghe: tanto non mancano i compratori. E non 
finisce di fabbricar le sue paste che sono già 
divorate, e riempie più volte al giorno con 
qualunque spettacolo il suo sporco saloncino; 
e ha dovuto regolare a orario,/^;" gradi, l'af- 
fluenza nel suo casino. 

Città fredda che incassa, sollecita, il prezzo 
del sangue e lo serba per dopo, quando ri- 
tornerà un'isola di quiete case, nel porto delle 
dolomiti ! 

Dove ti svegli stonato, tu che sei senza 
dovere, mentre i capannoni pesanti dei primi 
autocarri fan già fremere i vetri; e ti corichi 



— 8 — 

inutile e stonato, quando rientrano traballanti 
a vuoto, tu che hai abbandonato le cose fe- 
lici e alla soglia della morte aspettavi un'ac- 
coglienza austera che potesse compensare. 

Ecco invece l'eterno uomo che si vuol di- 
vertire. 

E la fede diventata amministrazione. 

O casa rossa! O trotto dei quattro pie- 
dini sul marciapiede! 

A ogni sbocco, alzo gli occhi verso le 
erode bianche con desiderio infinito. 

E apprendo con sollievo che gli alpini 
son tutti distaccati, che la mia caserma sarà 
una fornace lontana, dove si aspettano reclute 
dell' ultima chiamata. 



9 — 



Reclute 



che sono andato a vestire al Deposito degli 
alpini. Non erano reclute comuni. 

Niente fiori al cappello, niente allegrezze, 
niente canzoni. Avevo visto i giovani colare 
a picco in fiume le vecchie mutande e camice 
tra scherzi e grida di evviva. 

Ma questi son padri tristi e quieti che 
non si aspettavano la chiamata. 

32 anni: saltare non è più un piacere; 
cambiare non è più distrazione. 

Stavano silenziosi e tranquilli come una 
squadra operaia che aspetti il suo turno di 
paga. Un solo signore tra loro, strano nel suo 
soprabito a campana. 

Tutti contadini in giacchetta; più usati di 
me come corpo, quantunque della mia leva; 
parecchi bevuti, come sempre il montanaro 
nelle emozioni. Si provavano le uniformi, si 
mettevano i fregi con imbarazzo, come roba 



IO — 



non (la loro: con un senso di ridicolo pe- 
noso. 

I giovani li han da mostrare alle morose, 
ma questi bisognerà che rimettano l'abito 
vecchio per non spaventare i bambini. 

Si son lasciati incolonnare senza chieder 
nemmeno dove andavamo. 

Solo un nanerello mattacchione venuto 
d'America è riuscito a far rider la compagnia, 
quando ha alzato la coda a una vacca e le 
ha baciato la fessa chiamandola: me' nona. 

Pioveva lugubremente; qualcuno aveva 
sottobraccio l'ombrello che, ormai, non si può 
più aprire. 

Andavano già al passo, da soli, natural- 
mente disciplinati 

E si scusavano di non sapere. 

Volevo dir loro qualcosa: ma anch'io, 
soldato novizio, ero imbrogliato. Quantunque 
capissi i loro pensieri. 

Sono al mio stesso punto di vita, e, come 
me, sono padri. 

Ogni età ha i suoi pensieri comuni. 

Questo mi potrà aiutare. 

Li ho accompagnati ai paglioni. Ogni tre 
uomini, due. 

Nessuna osservazione. 



1 1 



Poi al silenzio son ripassato. 

Camminavo in mezzo ai corpi abbando- 
nati sul grigio. Tutto uniforme, tutto uguale; 
eppure ciascuno i suoi ricordi e i suoi affetti; 
ciascuno una sua storia di uomo. 

Ho sentito bisogno di dar loro un segno 
di cura. 

Ho detto: buonanotte figlioli. E tutti han 
risposto: buonanotte. 

Nessuno era addormentato. 



— 12 — 



Primi giorni 



che salto il letto al segnale e imparo questa 
inesorabile vita. 

È tempo da mali; ma un malato non è più 
uno che soffre; è uno che resta indietro. 
Usciamo all' alba col nostro vestito di tutti i 
tempi, sotto la pioggia battente nera; pe- 
stiamo tutti trecento scarpe nuove la stessa 
melletta, anche se un passo più in là ci sa- 
rebbe sodo; beviamo - fermi tante ore - la 
nebbia reumatica che le ali funebri dei corvi 
remano piano piano. E proprio questo ci af- 
fratella; questo diventa soddisfazione ! 

Non ci chiamate « poverini » quando pas- 
siamo così gocciolanti infangati : sentite pur 
che cantiamo; non compiangete il fardello che 
fuma sotto la mantellina. 
È perchè ci sembri una reggia la nostra for- 
nace coperta quando rientreremo. 



13 — 



È perchè il nostro pallido rancio ci paghi 
sublime ristoro. 



Primi giorni che coi nostri corpi tren- 
taduenni dobbiamo correre. Comincia di corsa 
la nostra giornata. Anzi, dobbiamo saltare: il 
montanaro che per non saltare faceva il giro! 
Ma ora ^i scalda all'esercizio, ci prende pas- 
sione. 

Impossibile resistere a questi anziani. 
Niente ginnastica di manuale. 
La patria non passa attrezzi nella fornace. 
Nostra ginnastica sono i giochi che ci ralle- 
gravan fanciulli per tutte le piazze d' Italia: 
sbarra, querciola, cavallina. 
E che fantasia grottesca i « pensi > alle « di- 
sgrassie > ai macacchi, ai « ga7nbadolceI > 
« Da permanenti > bisognava guadagnarselo 
il suo posto di alpino. 

Alte quel e recie! Fora la fiaca! Saldi su le 
gambe da driol 

Il debole finisce per sentirsi infelice. E lacri- 
ma di non potere. 

(Sono graduati paesani. Potrebbero raccontare!) 
Ma questa fede alpina nella forza, giustifica la 



— 14 — 



vita del soldato che è devozione alla forza. Ci 
rincaserma felici nelle nostre camice allagate. 



Primi giorni che debbo fingere di control- 
lar Tistruzione, mentre son io che cerco d'im- 
parare dai caporali. (Ma non voglio coman- 
dare sbagliato. Comandare è un'assoluto) 
Han fatto più presto di me loro: rapati, sbar- 
bati, fasciati a spiga come veterani; li ritrovo 
in rango all'alba che scattano alla pa'--^^'. 
Non riconosco più i miei tristi padri. 
Ma vivevano nella tradizione alpina: qui anche 
il ragazzo che incontro batte il suo piccolo 
tacco e saluta: sono già il suo ufficiale! pas- 
sano soldati e soldati, ma la donna cede il 
suo sguardo soltanto all'alpino. 
Tutti son fieri di appartenere ai battaglioni 
che portano i nomi delle valli e delle monta- 
gne di casa. Non sanno star sull'attenti che 
già disputano se onori più nappina sangue 
(Cadore) o nappina erba (Belluno), 
Vederli all'esercizio! Mettono tutta l'anima nei 
minimi movimenti con la serietà più amorosa; 
li provano e riprovano da soli: è un colpevole 
quello che sgarra e L compagni lo riprendono 



~ 15 — 

prima ancora del superiore; si aggiustano la 
penna come una reliquia; si sfasciano e fa- 
sciano dieci volte nella giornata; ce ne sono 
che van perfino in cerca di ufficiali per im- 
pratichirsi nel lungo saluto alpino che esige 
risposta, la mano li ferma alla tesa. Gli an- 
ziani sorvegliano, custodi della tradizione. 

Sono severi. 
Non la finiscono più di ricordare ai « veci » 
che « da permanenti ^ erano scelti, gli alpini; 
che bisognava baciare il fregio stinto e passar 
la prova del peso e del grugnito; che c'è la 
minaccia di andare in buffa chi non ce la potrà 
fare. 

Stan >ulle sue i primi giorni e non am- 
mettono reclute alla conversazione; le lunghe 
ore di guardia si confidan tra loro. Tirano 
fuori di seno la spoletta nemica e scolpiscono 
in un cerchietto l'aquila colle ali spiegate che 
distinguerà dalle altre anche la donna che a- 
spetta il ritorno d'un alpino. 

Ma è un sussiego che dura poco. 
I « veci » fan più presto dei giovani a im- 
parar l'arte. 

Son fuori dalle passioni: sanno che valore ha 
la disciplina. 
Presto bisogna venire a una conciliazione. 



6 — 



E sarà alla libera uscita quando il cantiniere 
mette fuori i tavolini in cortile. 

Qualche gotto biondo bagnerà la penna 
e suggellerà la stima. 



Primi giorni d\ caserma. Ma è proprio una 
caserma questo cortile colonico formicolante 
di bambini dove bisogna segnare il passo per 
far largo alle vaccine, quando si rientra dal- 
l'istruzione? 

Quella sposa che torna bilanciando in 
spalla le due secchie sprazzanti, dovrà fer- 
marsi e passare in rivista la compagnia! 
Ci son dei vasi da fiori sui poggioli che guar- 
dano in corte e l'immensa montagna pesante 
di tutta la sua neve invernale s' affnrrin <;u- 
bito dietro. 

Siamo in famiglia, noi alpini. 
Provvediamo da soli ai nostri bisogni. Ci 
siam fabbricati il nostro focolare. Due fo- 
gliucci sbiaditi a muro son tutta la nostra 
amministrazione. 

Non conosciamo superiori che fino a capitano. 
Ed è un re il nostro capitano che manda in 
permesso a casa anche quando è proibito. 



— 17 - 



Primi giorni che quasi non riesco a per- 
suadermi dopo il lungo tormento sedentario 
che sia proprio « il mio dovere > questa gioia 
di uscire neHaria frizzante della mattina che 
intona in sereno tutta la giornata e farmi 
compagnia con questi franchi cuori. 
Braccianti, muratori, carrettieri della lunga 
vallata dove \ Italia, per rispetto ali* Austria, 
non ha ancora portato ferrovia. Han dovuto 
farsi furbi presto e girar mondo chi voleva 
mangiare. Ciascuno sa parecchi mestieri. Ma 
ci tengono a dirlo con una bella fierezza di 
povero sano che ha coscienza del suo valore. 
Stan sempre attenti; abituati a riflettere nella 
regione delle solitudini dove si ascolta il fru- 
scio della falce lontana, e 1' uccello che passa 
è un'avventura. 

Ci sono dei visi di santi: usati soltanto 
dalla passione del lavoro. Guardano con oc- 
chi senza malizia, le iridi chiare della monta- 
gna dove la lotta è coH'elemento, no coH'uomo. 
Non sono scettici loro; sono forti: quello che 
credono lo potranno operare. 

2 - Jahier. Con me e con gli Alpini 



20 — 



Silenzio 



Tutto il giorno questo scansarsi reverente, 

tutto il giorno qttesti lunghi saluti: 

tre passi prima la mano alla visiera, 

quattro passi durante lo sguardo fitto in cuore. 

E chi sono io, superiore? 

Questi saluti chi li ha meritati? 

Ma la sera, giornata finita, 

traiiersando i cortili annerati 

son io che sul l' attenti, rigido, 

la 7nano alla tesa 

tutti e ciascuno 

per qtiestu notte e per questa vita 

vi saluto, miei soldati. 



21 — 



Tu non persuaderai 



che quello che è in te persuaso 

Abbi le loro scarpe nel fango 

Non ti sedere finché stanno in piedi 

Salta prima tu e poi dimostra 

Nessuno li fermerà se tu sei passato primo. 



22 



Criticano 



perchè sto tanto coi soldati. 
Anche dopo Torario. 

Ma questi son soldati che migliorano i 
superiori. 

È per migliorarmi che sto con loro. 

Cerco di farmi a questa virile rassegna- 
zione. A questa allegra bravura. 

Eppoi l'assistenza vera comincia dopo l'o- 
rario, fuori di disciplina. 

Questa è assistenza d'amore. Questa sola 
sarà creduta. 

Dunque - quando l'esercizio è finito - vado 
a sentir cosa pensano in camerata. 

Scherzo sul loro piccolo bucato. 

Mi interesso alla scarpa slabbrata; alla 
lettera che doveva arrivare. 

Strizzo il foruncolo nero. 

Presenzio anche l'iniezione; perchè of- 
frano il petto fieri, e, reggendo lo sgir^'-'M 



^3 — 



nel mio, nessuno tremi quando penetrerà 
Vago; perchè salutino, calmi, al primo sangue 
versato. 



Criticano perchè assaggio ogni marmitta 
di rancio. E non una volta sola. 

Sarà ostentazione. La spesa è pur sempre 
uguale. 

Ma nessun rancio è uguale, se pure è 
uguale la spesa. 

Disuguale di sale, disuguale di cottura: 
e lo sa valutare il soldato che mangia rancio 
solo, che ha il fresco appetito di tutto il corpo 
e non appetito di stomaco, come il borghese 
viziato. 



Criticano perchè divido troppo col sol- 
dato. 

Anzi; vorrei dividere il rancio, vorrei di- 
videre il paglione. 

Sarebbe giusto e opportuno. 



— 24 — 

Alla guerra chi ha meno bisogru ^^ su- 
periore. 

In questo l'ufficiale di guerra non è su- 
periore. 

In questo Tufficiale è inferiore. 

Se qualcuno ha bisogno di allenarsi a ri- 
nunzia non è il soldato; è proprio l'ufficiale 
che viene dai tre pasti di casa, che viene dal 
letto rimboccato. 

Questi, a rinunziare, da 30 anni ci sono 
allenati. 

Semmai avrebbero bisogno di esser cu- 
rati, di esser rimessi in forma dalla patria. 

Ma l'autorità.... ma il prestigio.... 

Ammetto che è grande familiarità il cibo. 
Ma, pure, tu mangi con tuo padre o col tuo 
capitano. 

Anzi, un uomo che mangia come un altro 
non gli resta che il prestigio dell'anima per 
distinzione. 

Sentiresti il bisogno di questo prestigio 
mangiando insieme. 

E il risparmio vorrebbe dire il binocolo, 
vorrebbe dir l'aneroide. Oltreché la salute. 

Questa è superiorità vera. 

Guadagnarsi di essere il loro capo. 



— 25 ~ 



Criticano ancora: l'autorità all'ignorante 
son le stellette e il grado. È semplice e con- 
vincente: stellette e prigione. 

Certo: è la disciplina di pace; e ha ser- 
vito a sfilare in parata a contatto di gomito, 
sul piazzale. 

Ma ora si tratta di andare a morire sulle 
Alpi, sparsi e lontani. "" 

Era la disciplina comoda quella; l'impo- 
sizione. 

- Buona se ti contenti a veder berretti 
che girano insieme. 

Ma io vedo, sotto il berretto, le faccie 
nobili di questo popolo italiano. Mi fermano 
le facce intelligenti di questo popolò provato 
che pensano, come Gioietta, mentre tu imponi: 
ah! perchè te sei grande mi picchi, nevvero.... 
ma mi fai male: io son piccina, sai.... 

Perchè hai le stellette e il codice mi fai 
ubbidire.... 

Guardati; perchè è nata e cresce la disci- 
plina vera del pericolo; è nata al fronte 
dove non .si saluta questo superiore a]stel- 



— 26 — 

lette, ma gli si pesta i piedi, ma gli si fa la 
canzone. 

Ora noi andiamo verso la morte. È una 

strada senza bugie. 



Criticano di nuovo e uno si volta al mio 
saluto, pronto a scattar sull'attenti. 

< Mi avevi fatto paura. 

Ma è un soldato. 

Tu saluti un soldato meglio del generale ». 

No - ma saluto il suo dovere di ubbidire 
uguale al mio dovere di comandare. 
Sono doveri uguali, per questo è uguale il 
saluto. 

Eppoi è un soldato che conosco bene. 

Non conosco bene il signor generale. 



Critican sempre perchè mi accompagno 



cogli inferiori 



Ma non mi accompagno cogli inferiori: 
mi accompagno coi miei uguali. 

Tu credi di esser più istruito perchè hai 



— 27 — 

fatto le scuole; e che il soldato popolo ti sia 
inferiore. 

Credi che la saviezza dipenda dall'alfa- 
beto. 

E la nobiltà dal sartore. 

Ma io tutte queste cose non le credo. 

Tu, cos'è stata fin qui la tua vita? 

Sei nato, ài empito pelle, vuotato pelle, 
fregato pelle. 

Eppoi tuo zio Capo Divisione ti ha im- 
piegato. 

E da allora ài empito più pelle, vuotato 
più pelle, fregato meglio pelle. 

E se mi parli non mi sai parlar altro che 
di questo empir pelle e vuotar pelle e fregar 
pelle che ti è stata la vita. 

E allora io mi accompagno col mio trom- 
bettiere contadino, invece. 

Che à un'anima tanto ricca che trabocca 
in poesia, quando mi racconta il combatti- 
mento contro la miseria eh' è stata la sua 
delle vite. 

\'iaggi e battaglie di un contadino ita- 
liano contro la miseria. 

E mi porta le notti sul piroscafo quando 
dormiva sopra la caldaia e i piattini gli fa- 
cevan la musica per compagnia; e mi fa veder 



— 28 — 

la barchetta di salvamento nel naufragio, che 
quando faceva cocuzzolo l'acqua saliva come 
un uccellino. 

Vado con lui dove lavorava, tra i neri 
che vogliono bene ai gentili italiani, perchè li 
fanno passar sui marciapiedi e no camminare 
come i cavalli nel mezzo di strada; quando 
accettava anche i lavori sforzati : sott' acqua 
dieci ore, e scendeva a cercar la collina di 
sabbia per far passare lo stima, (1), e por- 
tava con sé la bocca della macchina fino alla 
collina e poi drincava (2) tre volte, a segno 
che la bocca doveva mangiare. 

E si è francato 5500 lire in tre anni, ci- 
bato onesto. 

Ma mai perdeva il colpo di lavorare, né 
il colpo di mangiare. 

Neanche la festa che spendevano i paesani. 
Lui trovava una scusa per restar tutto solo; 
- nel luogo straniero. 

E si era fatto una casetta al paese - ca- 
sanova - per poter prender moglie; che nes- 
suno ridesse quando ha preso moglie * che 
non ho luogo da portarla, io -. 

(i) steamer. 

(a) € drink ». Suonava il campanello che i palombari portano 

alla vita. 



— 29 — 

Invece la guerra è venuta; e la casa ap- 
pena coperta s'è chiusa e la moglie è tornata 
a suo padre. 

Ma quando va al borgo, per sussidio, lei 
passa alla casa nuova tra le spine e nel comò 
ripone - di frodo - qualche cinque lire per 
il suo uomo. 

Perchè non vuole che torni oltremare dopo. 

Se scamperà questa guerra cattiva. 

L' ha portato alla casa serrata per la li- 
cenza invernale; e gli ha aperto il tiretto e 
mostrato la sorpresa. 

Mi ride come un angelo e lacrima a rac- 
contarmi la moglie brava. 

Le serba fede sempre; non ha toccato 
altra donna mai. 

Ma se scampa, nella Merica ritorna listesso 
per finire; siccome ci vuol la terra intorno 
alla casa: lui è un uomo. 

E ha della mitraglia nel corpo, sai. 

Ah! si che mi accompagno con questo 
inferiore. 

Quando son stato con lui mi sento con- 
solato. 

E prego per lui che torni alla sua donna 
- e alla patria - che allevi i suoi figlioli a sé - 
E alla patria. 



30 



Ma tu, che sei superiore, va pure al tuo 
destino. 

E stanne pure lontano. 

Se ti ubbidisce è perchè stai lontano. 

Il suo rispetto è fondato sulla fede che 
la gerarchia sia giustizia, che sia merito, che 
sia premio. 

Forse crederà che tu l'abbia guadagnato. 

Guai se perdesse questa fede! 

Guai se ti conoscesse davvero! 

Tu PER SERVIRE LA PATRIA dcvi Stargli 

lontano. 

Lontano come quand' era sott' acqua a 
cercar la collina di sabbia; e tu sul Corso a 
impolverar gli scarpini. 



Ridono che Giaiè sta sempre sull'attenti. 

Ridono che Giaiè legge sempre « Rego- 
lamenti ». 

Giaiè che « ha il solo difetto di prender 
tutto sul serio ». 

Ma tu, ricordati di fare il bene con di- 
sperazione. 



— 31 — 

Se fosse con soddisfazione chi non fa- 
rebbe bene? 

È bene perchè latto con disperazione; 
perchè abbandonato - a ogni costo - a qua- 
lunque opinione. 

E del resto apri tranquillo il tuo solco e 
lascia cadere il tuo seme. 

Tanto il vento e il sole sono di Dio. 



— 32 — 



Giorni 



che la ininima buona azione 
vale la più bella poesia. 



— 33 — 



Scarpe 



Stando più basso di loro che mi circondano 
seduti sul declivio, vedo luccicar le brocche 
delle cento scarpe ferrate. 
Attacco a parlar scarpe, allora. 
Pochi han serbato le proprie. 
Avevano la moglie o il padre a cui doverle 
passare; erano scarpe aspettate. 
Eppoi son stati tentati dalle scarpe nuove che 
dà la patria. 

La patria - che è tanto potente - avrà certo 
preparato scarpe migliori del loro ciabattino. 
Ma quelli che han confidato nella patria si 
sono sbagliati; quelli che confidavano nel cia- 
battino han fatto bene. 

Levano il piede asciutto di dentro l'onesta 
scarpa puntuta del montanaro, tomaia arcuata 
su cui scivola l'acqua, suola che non sporge 

3 - Jahier - Con me e con gli Alpini. 



— 34 — 

per farsi vedere, ma aderisce alla tomaia con 
stretta fessura che un fià de grasso basta a 
impermeabilizzare. 

Le scarpe che la patria ha dato - invece - 
son massa (1) grame. 

O se bagnassero soltanto d'acqua! Ma mordono 
cogli acidi di conciatura. 
O se bagnassero solo quando piove! Ma sen- 
tono la nuvola in cielo; se appare la nuvola 
siamo belle fregati. 

Sono il nostro barometro le scarpe della patria. 
O se sciupassero soltanto i piedi ! 
Ma sciupano le calze col tannino. Sapete che 
una calza dura una marcia a un soldato? 
Si nutre di calze la scarpa americana. 
€ Noi eravamo abituati che ne le nostre scarpe 
prima d'un ano no ghe pioveva ». 
È una parola che fa pensare. 
Eppoi, anche la forma sbagliata. 
È stata scelta la scarpa quadra. 
Ma noi non siamo plantigradi americani. 
A noi ci vuole la scarpa puntuta perchè sotto 
la punta c'è il dito grosso, dito forte che 
piega, che trova la ruga sulla parete e ci si 
tiene; che spezza la crosta, che fruga. 

(i) troppo. 



— 35 — 

A noi ci vuole la scarpa che si cambia di 
piede: piede sinistro fa piede destro, quando 
uno è consumato. 

Abbiamo perso I:i sua utilità cosi giovevole 
all'alpino. 

E perchè tanto forti nel mantice dove bisogna 
esser gentili? 

Guardo con tristezza le scarpe della civiltà 
presuntuosa che ha sprezzato quell'altre pri- 
mitive, figlie allo zoccolo montanaro e somi- 
glianti al loro padre. 

E la superba civiltà del progresso senza confini. 
Da une parte entra i bovi; dall'altra esce 3000 
tomaia confezionate. 

Ho saputo che un nostro capitano ha fatto fare 
le 250 scarpe della sua compagnia dì tipo montanaro 
da calzolai montanari. 

Ha speso dì più, ma tutti i soldati han pagato la diffe- 
renza volentieri. 

E un falso risparmio quello della meccanizzazione mo- 
derna. E una falsa moltiplicazione di beni questa ci- 
viltà cittadina. 

Tutti i beni son limitati da inviolabili confini. 
Chi non li riconosce paga pena. 

Queste scarpe che non durano, che non si possono ri- 
parare, fan scontar proprio in ieììipo e denaro il van- 
taggio di tempo e denaro realizzato colla celerità di 
preparazione. 



- 3Ò - 

O se sciupassero soltanto i piedi queste to- 
maie civili! 

O se bagnassero solo quando piove! 
Ma durano bagnate nella locanda di vento 
eli* è la camerata. 

Guardo con tristezza le scarpe della nostra 
potente patria: le mie e le loro, qui su questo 
prato d'Italia dove vorrei spiegare perchè la 
scarpa d'Italia è la migliore. 
Poi dico: ragazzi, sopportiamo perchè è la 
nostra patria. 

Facciamo conto di essere un po' maltrattati 
da nostra madre. 

Rimediamo col grasso, rimediamo colla cura. 
È un po' giovane la nostra patria. Quando 
si è giovani pare di far più presto a non se- 
guire la strada. 

Anche la ferratura - che ora copiano le e Calzo- 
lerie Alpine » è nata in montagna: - le 4 punte d'acciaio 
al tacco sono i ferri cadorini e zoldani, industria dome- 
stica montanara. Un paio almeno delle scarpe militari 
dovrebbe esserne fornito. Li comprano da sé i soldati 
più intelligenti e vengono a chiedere il permesso di 
poterli applicare. 

E le scarpe da riposo del soldato italiano dovrebbero 
essere le papusse di cencio vecchio agordine, cadorine, 
alpagote, industria domestica montanara, buone a an- 
dar per rocche senza strappo e senza rumore. 



— 37 — 

Era già fatta la scarpa alpina. 

E invece l'ha voluta inventare. 

Però nessuno ci impedirà di cantare che: 

le scarpine 

che noi portiamo 

son le rovine 

di noi soldà 

ovverosia che 

le scarpette 

che noi portiamo 

son le barchette 

di noi soldà 

cara porca Italia, che coi piedi in molle vuoi 
farci morire! 



38 ~ 



Parlato a solo 



col piccolo capitano che organizza cosi bene 
il nostro accantonamento della fornace: e dun- 
que si chiama « pignolo > come si chiama in 
Italia chiunque fa il suo dovere. 

Perchè amo tanto l'esercito ? 

Perchè la forza è un bene da quando Ti- 
struzione. E dovrebbe essere obbligatoria co- 
me l'istruzione. 

L'esercito è l'organizzazione obbligatoria 
della forza e della salute. 

Unica scuola che abbia serbato un orario 
ragionevole: accordato col sole; che abbia 
serbato un abito razionale: accordato alla 
media del clima; e un cibo proporzionato al 
consumo. 

Unico istituto che possa educare comple- 
tamente perchè ha un completo potere e pos- 
siede veramente un uomo nel suo cibo, nel 
suo riposo, nel suo costume. 



39 



C'è una gioia e una potenza nella salute 
che va perduta. 

L'esercito la potrebbe far pregiare. 

Non e' è più responsabilità del corpo che 
tra contadini, che chiamano « scarto » il rifor- 
mato. 

\^edo operai trentenni far valere il ventre 
del mangiatore, le scarne braccia cascanti, l'in- 
capacità alle fatiche, non meno del borghese 
sedentario. 

E gli intellettuali che gridavano guerra tra 
sigarette e stravizi ora trovano naturale di la- 
sciar difendere la loro libertà dai contadini. 

A questo l'esercito obbligatorio per tutti 
può rimediare. 

Perchè amo tanto l'esercito? 

È perchè credo che il corpo sano non sia 
sorte né caso, ma conquista e dovere. 

11 corpo fatto, consegnatomi da mia ma- 
dre, l'ho rifatto ogni giorno anche io. 

L'ho ripreso dagli abusi e piaceri; non 
'ho mai saziato che non potesse gustare an- 
cor pane; l'ho addormentato in terra nel mio 
studio e sulla tavola dura nelle stazioni; ho 
controllato la sua salute giornaliera; gli ho 
conservato la eioia della fatica. 



— 40 — 

E nel momento in cui la giustizia è affi- 
data alla forza, mi sento al mio posto e sco- 
pro con amore l'accordo tra la legge dell'e- 
sercito e la mia vita, io che non son mai 
stato soldato. 

Per questo amo l'esercito e confido che 
d'ora in avanti passerà a questa scuola tutta 
la nazione. 



43 — 



Fratello 



A mezz'ora di strada — fiammòi, villa-ca- 
serma tra pometi e rosai ex-padronali — con- 
forta ritrovare alla stessa opera il viso amico 
deir ultimo fratello minore. 

Ora soltanto, all'uniforme, al comando, 
alla vita propria, riconosciuto uomo. 

Con sorpresa e pentimento del suo fratello 
padre. 

Perchè siamo separati ora. 

Non che non ci amiamo; godiamo di ri- 
trovarci nella somiglianza di impegno e di 
intenzione; ci scambiamo piccoli favori affet- 
tuosi con sobrietà di parole; ci lodano reci- 
procamente i nostri soldati: ma c'è riserbo tra 
noi sulle cose gravi; ma la sua confidenza va 
altrove. 

Quando crescevano tanto le tasse e l'ap- 
petito ho dimenticato che anche l'anima sa- 
rebbe cresciuta. 



— 44 — 

Ecco la separazione. 

L'ho ricevuto in casa come un peso, lui 
che prendeva legge dal suo maggiore, che re- 
plicava all'autorità materna: sentiremo quan- 
do tornerà Piero. 

Gli ho affogato nell* economia la venera- 
zione. 

Ho di nuovo commesso l'eterno peccato 
del povero. 

Dicesi povero cui la quistione SUSSI- 
STENZA è diventata prima. 

Sempre lo stesso discorso: sei uomo il 
giorno che ti separi pagandoti la vita. 

Scontalo ora. 

Ecco la guerra e mentre il destino vi riu- 
nisce alla stessa fatica d'amore e T amore è 
diventato indispensabile come il pane, siete 
separati. 



Lo seguo mentre fa manovrare - alla 
voce - il suo affezionato plotone lontano; è 
fatto, ora; bello; 20 anni e di tutto il capo più 
alto di ogni suo alpino. 

Può vivere solitario nella canonica ca- 
gliata tra i gerani rossi del prete patriotta; non 



45 



tasta le ragazze; non gioca; non è un collega 
ufficiale. 

Basta a se stesso: uomo. 

Sarà air armonio o ai soldati (Anzi ora è 
malato perchè non prese mantellina il giorno 
della bufera: siccome non l'avevano loro). 

È il mio fratello minore rilevato, sangue 
di privazione, buon campione d'uomo. 



E l'orgoglio di genitore si rammarica che 
il figlio-fratello sia cosi suo, sia così separato. 

L' orgoglio vorrebbe pubblicare : \ ho 
fatto anch'io: questo è il mio primo figliolo 
uomo. 
Esce dalla mia casa. 

Era un gracilino che impensieriva quando 
papà l'ha lasciato. 

Son io che l'ho mandato alle Valli perchè 
si irrobustisse tutte le estati. 

Con me ha sceso in cordata - faccia 
nord - il Granerò, bianco di maldimontagna 
e l'ho consolato io: che avrebbe fatto più 
tardi il fermo cuore alpino. 

Son io che ho custodito lo spirito della 
casa e gliel'ho comunicato. 



46 



Potevamo esser travolti dovunque dal 
mare dell'economia. 

È l'orgoglio di genitore che vede solo la 
propria storia. Questo separa. 

Ma se entri nella sua storia invece, ecco 
l'amore che lega. 

Dice la sua storia: 

chi dimentica come è cresciuto? 

Diciannove anni, senza spensieratezza mai. 

Non sei tu che l'hai fatto uomo, ma la 
patria che gli ha dato il suo primo vestito. 

(E ricordati che su questo scherzava; ber- 
retto di F, cappello di M, giacchetta di Z). 

Chi non guarda indietro le tappe di pas- 
sione del ragazzo cresciuto? 

La Montagna: partì solo la prima volta, 
coir uomo che passa, e tornò colla febbre, ma 
colla visione. 

La natura: è il ragazzo che ha telegra- 
fato - lui partito con 5 lire - perchè ac- 
chiappato il ParnassÌ7is Apollo che sta solo 
sulle cime. 

L armonio: è vero che è fatto col tuo 
scritto l'armonio; ma tu dicevi; quant'è noioso; 
sempre a quell'armonio. È il suo vizio l'ar- 
monio. 

E lui paziente a indovinar quelle testine 



— 47 — 

nere, e lui perseverante a comprar gli albunis 
Peters coi denari delle ripetizioni; ma ora scro- 
scia colle 800 canne del vecchio organo ve- 
neto in Duomo (guardano in su i 1000 sol- 
dati perchè è un alpino che suona) lui che ti 
rende l'aria di casa come non potrebbe nes- 
suna parola. 

Dunque non commettere anche il peccato 
del genitore. 

È suo - Va bene che sia suo; è neces- 
sario. 

Un padre è la separazione di una gene- 
razione. 

Te la sei dovuta dare. 

È una distanza la disciplina. 

Gli hai reso odioso non essere indipen- 
dente. 

Per questo si è liberato. 

È anche inimicizia la disciplina. 

L'hai obbligato a adempiere i doveri vol- 
gari nel misero mondo quotidiano, invece che 
sentirsi angelo spodestato nei cieli dell'armonia. 

Per questo è entrato nell'armonia vera. 

Ma ora non commettere il peccato eterno 
del genitore. 



- 48 - 

Ora è suo. 
Ora è finito. 

Ritirati, fratello-padre, perchè è il mo- 
mento di ritirarsi e di soltanto guardare: que- 
.sto forte adolescente che sorpassa di tutto il 
capo ogni alpino. 

Tanto più forte del suo fratello-padre. 

Con meno fantasia e meno violenza. Ma 

più bontà vera. 

Che deve somigliare il capitano Giaiero 
suo avo alpino: 

« lequel estoit fort comme un lion et doux 
comme un agneau y>. 

Dunque addio, Enrico 
Dunque va e continua. 



Profittare ogni giorno 
di questa chiarezza di moribondo die la guerra 

ha donato. 



4 - Jahier. Con me e con gli Alpini 



— 51 — 



Fanfara 



Finalmente è uscita la nostra fanfara che 
da tanti giorni stava nella stalla a provare. 

Era un freddo mucchio di ottoni ammac- 
cati quando è arrivata. 

Rimasero in terra - scaricata la spesa - 
sei trombe rigate di salive verdi, coi pistoni 
suggellati dal fiato dei morti. E un basso 

senza bocchino. 

Roba rientrata in Deposito chissà di dove. 

Roba che faceva pena. 

Ma non faceva pena ai soldati. 

È il destino. 

Ciascuno ha afferrato subito il suo e tro- 
vato che andava bene. 

Destino che non si può scegliere, resta 
solo obbligarlo a cantare. 

Dunque raccogliamo i libretti così diteg- 
giati e le trombe così ammaccate perchè tocca 
a noi, terza clas.se, continuare. 



— 52 — 

E saremo un'altra compagnia distesa lungo 
le stesse strade, colla testa squillante delle 
stesse fanfare, noi, compagnia di padri. 

Mancavano strumenti; ma i musicanti nelle 
bande paesane offrirono i loro personali. 

Mancò la cornetta; ma uno fu pronto a la- 
sciare il bombardino per la cornetta faticosa 
che gonfia le corde del collo e empie la testa 
di sangue da scoppiare. 

Quelli che non sapevan di musica suona- 
ron coi numeri, invece; ogni numero un tasto; 
e giurarono che fa proprio lo stesso; che sen- 
tono quando si deve cambiare. 

Poi ci furon le partiture da ricopiare. Ri- 
copiare: pena mortale alla mano pesante del- 
l'alpino. 

Sudarono, isolati nella stalla; ciascuno gra- 
ve e tremante davanti al suo libretto delle 12 
marce assortite. 

Ma finalmente è uscita la nostra fanfara; 
si è messa alla testa della compagnia silen- 
ziosa; ha preso il Marc dal vecchio Pedol un 
po' imbarazzato; tutte le labbra si son premute 
amorosamente a cercare la nota; e il N. 1 è 
venuto fuori « pn/ifo ». 

Allora ho capito perchè volevano tanto la 
fanfara. 



— 53 — 

È lei che ci fa essere uniti; che esige que- 
sto passo uguale, e dietro il passo un'anima 
uguale, paziente, intonata; è lei che ci costringe 
a entrar nei lacci della cadenza di dove non 
si può uscire. 

E ci fa prigionieri felici nella disciplina. 

Tutti i plotoni vorrebbero esserle vicino; 
bisogna alternare questo privilegio. Perchè ci 
porta, lei, quando suona. Oggi tocca al se- 
condo a farsi portare. 



Ora vogliamo molto bene alla nostra fan- 
fara. 

È lei che sveglia inesorabile prima della 
fabbrica, prima del prete, prima del sole, per- 
chè noi prima del sole arriviamo. E tutte le 
finestre si debbono aprire, e tutte le porte si 
debbono disserrare; e tutti i fuochi debbono 
divampare. 

E tutte le tose si debbono affacciare scar- 
migliate ancor calde di letto, che verrebbe 
voglia di salir su a rinfrescargli il collo col no- 
stro viso lavato in brezza alpina: 
Le ragazzette belle l amor non lo san fare... 
glielo fare^no fare alle quattro del mattino 
e gli farem provare la forza dellalpino. 



— 54 — 

Siamo forti, noi che tra squilli di tromba 
arriviamo. 

Siamo i padroni, noi che la notte la fac- 
ciamo finire. 

E il paese, destato in musica, è lei che ce 
lo rende cordiale: eia fata la polenta ? doman- 
diamo ridendo al passare; e chi esce dai ran- 
ghi e infila un uscio riporta la fetta g-ialla fu- 
mante davvero. 

Ora vogliamo molto bene alla nostra fan- 
fara. 

È lei che ci fa fare un po' de mafia quando 
torniamo. 

Ci prende sudati e rotti alla voltata e ci 
prepara una bella entratura in paese e ci la 
fieri, siccome ha chiamato tutta la gente a ve- 
dere gli alpini che < iè forti i alpini, fioi de 
cani ». 

Diventa nostro quel paese: è un paese li- 
berato. 

Come e erano nella guerra antica. Escono 
dalle case per ringraziare. 

Ora amiamo profondamente la nostra fan- 
fara. 



— 55 



O quei dieci scalcinati che si dondolano 
in testa, che immenso potere! 

Purché puntino ancora in cielo le trombe 
d'oro! 



Amiamo profondamente la nostra fanfara. 

Non suona più soltanto quel N. 1. 

Può suonar delle marce sprezzanti che 
fanno alzar la testa in qualunque momento 
come se ci chiamassero a nome: e Anemo, fioi; 
tanto più scur de la mezanòt noi podarà ve- 
gnir mai >; suona per me la vecchia marcia 
che ci sgambettavamo sulla piazzola di Susa 
noi tre fratelli piccini; può suonar delle ariette 
felici che han sapore di sagra : cento bandiere 
rosse tra le frasche del padiglione; può darci 
il sole dei nostri compari siciliani col N. 7 
« Motivi Siciliani > che ci ha costretti a taran- 
tellar nella neve sopra i duemila. 

Ora amiamo sopratutto la nostra fanfara. 

Ci saran delle musiche più belle nei luo- 
ghi di pace. 

C'è l'arte : tanto bella che non può servire 
a qualcosa. 



- 56 - 

Queste musiche invece voglior servire noi 
militari. 

Sanno che bisogna camminare. 

Noi amiamo la musica che lo sa e che ci 

aiuta. 

Sanno che bisogna rallegrare. 

Noi amiamo la musica che rallegra. 

Ogni volta che ha finito la nostra fanfara 
ci ha detto una buona parola. 

Non ci lascerà penetrare negli occhi il su- 
dore. 

Non ci lascerà ripiombare nelle stanchezze 
e afflizioni. 

Ci accompagnerà dappertutto. 

Dove il fucile è passato passerà il suo 
trombone. 

Via via che ci inalziamo qualc*altra cosa 
ci abbandona. 

Ma questa non ci può abbandonare. 

Suona sulle cascate di sassi, in discesa, an- 
che se il suo bombardino è scomparso a gambe 
levate; suona quando ci sgraniamo un per uno 
franando col bastone; suona appena sotto- 
vento in cima. 

E suonerà - ancora - coi suoi ottoni ter- 
rosi - nella notte tremenda, finché dura l'as- 
salto, siccome ha detto il Capitano Rossi della 



— 57 — 

96 Monte Antelao : « ora aiutate i vostri com- 
pagni a morir bene » . 

Non sono morti nei ringhi delle palle te- 
desche. 

Sono morti negli squilli delle trombe 
italiane. 

Riposano neir e Inno degli Alpini >. 



- 58 - 



Regioni 



Si è venuta formando una classificazione 
delle regioni per valore. 

In coda i « num me fido > i « <i -cappa» 
Gigi >. 

Ma c'è il cameratismo tra 3^ e 7^ che la- 
vorano insieme per queste montagne e si sono 
stimati. 

E si scambiano lingua, oltreché trincee e 
posizioni. 

Commovente sentire gli agordini sforzarsi 
al piemontese, e i segusini taroccar veneto per 
ricambio di affetto militare. 

Gridare « pais » invece che « ciò ti » alle 
casere, come alle bergerie di Val Chisone. 

Brava Italia che si lega per sempre nel 
sacrificio. 



— 59 — 



Dialetto 



Bisogna farli parlare. 

Non la risposta alle interrogazioni, ma quel- 
lo che sentono e dicon tra loro è prezioso sapere. 

Mi volto alle parole più concitate di qual- 
che gruppo e provo a chiedere: cosa? ma sor- 
ridono e si ritirano rispettosi. 

Bisogna imparare il dialetto, unica lingua 
dei loro pensieri. 

Far presto a imparare questo dialetto, 
anzi lingna veneta, così armoniosa e sensitiva. 

Io che vorrei sapere tutti i dialetti d'Ita- 
lia, anziché il dialetto toscano dei letterati. 

Ogni dialetto rappresenta una terra e un 
sangue che deve trovar luogo così nella pa- 
tria come nella lingua italiana. 

E che potenza e che varietà di creazione i 
dialetti di questo popolo ramingo che ha un piede 
sui ghiacci delPAlpi e uno sulle lave dei vulcani I 

Unità della lingua vuol dir questa con- 
tribuzione. 



6o 



La bella giornata che mi hanno parlato 



Finora mi studiavano taciturni, nello sforzo 
di capire, accucciati sul pagliericcio mencio 
della bassa camerata bruna. 

Parlavo io, tra crosci di pioggia e rigide 
folate, verso le macchie bianche che sono i visi. 

A una schiarita, sortivamo dalla tetra ca- 
serma, ma per entrare nella tetra stagione. 
Nei ranghi fangosi dove non son più che uo- 
mini alti e uomini bassi, uomini che si coprono 
prima e uomini che si coprono dopo. 

Stamani invece siam sortiti dalla tetra ca- 
serma e dalla tetra stagione. 

Abbiam camminato i mosaici puliti della 
massicciata in pendio, che serviva a mano- 
vrare, e non ci siamo fermati: ho indicato la 
strada, ho serbato la sorpresa. 

Poi abbiamo imboccato la mulattiera tra 
gli specchi delle rupi bagnate, ma non ci siamo 
fermati : ho indicato avanti ancora. 



— 6i — 

Finalmente la lunga fila di pellegrini che 
si appoggiano al candido bastone ha fatto 
fronte alla montagna dove si sale in libertcl, 
dove si va alla ventura. 

E, vinta la prima arsiccia collina, siamo 
entrati nel chiaro delle catene argentate. 

O nostra patria pura tra i venti e i geli ! 

Veniva appena dal Cordevole la romba 
del cannone remoto come un avvertimento a 
godere il bene oggi che è giorno di bene. 

Il cielo miosotide ritagliava le cento torri, 
amoroso. 

Allora la lunga fila fraterna ha sentito bi- 
sogno di dire qualcosa. A un tratto si è aperta 
l'armonica delle quattro voci e ha aggiunto 
alla terra serenata: 

// mazzolin di fiori 

che vien dalla montagna 

bada ben che non si bagna 

perchè f èda regala. 

Ero indietro, quando il canto si è alzato 
così improvviso. 

Ho visto sollevarsi al suo tempo e riab- 
bassarsi tutte le schiene e tutti i bastoni man 
mano che l'ondata prendeva la fila in salita. 



— 62 — 

Mi son trovato gli occhi pieni di lacrime 
e tra le lacrime a balbettare parole: 

Uno per imo 

bastone alla mano 

e alla salita cantiamo 

Più su è nato - in terra - il mazzolino: 
una genzianella ha stirato subito le cinque lin- 
guette turchine; il nidietto di primule si è af- 
frettato a incollarsi sulla frana. 



La bella giornata che ci siam chiamati 
« ragazzi » e corso a far mattane - « Semo 
scampadi da le pianure > gridiamo agli incontri 
nel passare. « I va a ciapàr sòl, che beati! » 
invidiano le donne tribolate ai lavori 1 



La bella giornata che ci siam conosciuti. 
Ho imparato nella luce i nomi dei visi tanto 
cercati in camerata. Corretto gli errori di im- 
maginazione. 



- 63 - 

Veduto dal colle i paesi. Ai piedi dei tor- 
renti di ghiaia le impallinate bianche delle case 
lontane. « Guardi il mio, Signor Tenente, 
guardi il mio, ora » — Laggiù è la valle: 
ALPAGO. (Andrò a visitare: non si conoscon 
gli uomini senza i paesi). 

E là dietro, il lungo canale buio, senza 
ferrovia: - AGORDINO. 

Ho assaggiato il salame del musso (1) 
che trottava tanto bene e anche dopo la di- 
sgrazia - da morto - costava quanto da vivo. 

Abbiam parlato di mestieri: Meneghel, 
quando gli scoppiò addosso - al Mont d'Or, 
in galleria - la finestra d'acqua gelata; e co- 
me si preparano le rtibe di caffè al Brasile; 
Bortoluzzi di come approfittava il todesco di 
noialtri italiani « che avém la passión de la- 
vorar forte > che fissava a contratto quel 
tanto di scavo, ma poi, quand'era il momento 
di pagare si ritirava: « avete lavorato troppo 
voialtri taliani » e di quando si sorte dalla 
mina che si dura tanto a sputar la pussièra; 
e di malattie: De Demo boscaiolo, quando lo 
colse in capanna la polmonite, che bisognava 
camminar tutto un giorno per trovare la prima 
casa; col polmone che ardeva. 

(i) somaro. 



- Ò4 - 

Abbiani parlato dei vizi del montanaro: 
del barba che se si svegliava senza al mat- 
tino, era buono di far 3 ore di strada per 
andar a tor il tabacco da fiuto, sennò la falce 
non gli lavorava bene; — e della falsa con- 
solazione del vino (ma di questo non ne vo- 
glion sapere). 

— E che è vero che quei baccani (1) todeschi 
consumano più di noi e spendono tutti i loro 
denari anche prima di averli guadagnati e se 
si sposano si montano una casa grande, tutto 
debito da pagare, e non rinunziano mai a 
nulla di comodo e di piacere (per questo fanno 
la guerra, spiego). 

Hanno una buona conoscenza di cose te- 
desche; son io solo a non saper tedesco tra 
loro. Parecchi, d'abitudine, mi rispondono : 
ia, ia, interrogati. La loro esperienza germa- 
nica in generale è questa: sono ammirati di 
come il tedesco organizza e apprezza il lavoro; 
avevano buone posizioni in Germania: capi 
squadra, capi d'arte, maestri muratori; lodano 
la Germania che li ha apprezzati; per amor 
proprio. 

Ma la superbia tedesca non la possono 

(i) padroni. 



- 65 - 

tollerare: « i xe abituai fin da puteli ne le 
scole a crederse pi bravi. I xe prepotenti lori >. 

Han camminato tutti per l'Austria e co- 
nosciuto Ceco Bepo - chi all'inaugurazione 
della ferrov ia, chi alla festa militare. 

Gli han fatto le rotabili e le ferrate e an- 
che i forti e i ponti e i trinceroni contro TI- 
talia. Tremenda forza della via del guadagno. 

Ma è un ricordo di schiavitù e di sprezzo 
quel d'Austria. 

Ceco Bepo: un vecio pien de bave e de 
pis co le so basete de beco, che no se po- 
deva gnanca conosser in mezo di so generai 
tuti stampa compagni. 

E son tornati tutti ogni inverno. 

Han preso tutti donna al paese; solo al 
paese han fermato casa. Quelli là son paesi 
per dove si viaggia; questo è il paese dove 
si rimane. 

E dove si torna, anche se è per morire, 
se tocca tornare. 

Così si canta, allora: 

O Tirolesi, mandème a casa 

che la campagna mi gò termina 

sarà tre anni, sarà tre mesi 

5 - JahlER. Con me e con gli Alpini. 



66 



ne sti paesi non ci torno piti.,.. 

ma se per caso io ritornassi 

da militare sarò vestì.... 

< 

La bella giornata che li ho confessati. 
Bisogna che sappia di ciascuno come gli è 
andata fin qui la vita. Così quando entro 
in discorso con lui entrerò nel suo paese, nel 
suo mestiere e nel suo focolare. 

Allora quell'uomo sarà mio. 



La bella giornata che alla fine ho scoperto 
perchè eran tanto felici. Quando uno mi ha 
detto: è come se avessi mangiato di grassa, 
signor Tenente, ancùo. 

Come ho fatto a non scoprirlo prima! 

È perchè oggi è la prima volta che han 
camminato per passeggiare, per godere. 

Si va in montagna per fascine; si fa la 
forcella per il fieno. 

Ma questa è stata la prima passeggiata 
inutile, passeggiata di poesia. 

€ I va a ciàpar sol, che beati I > 

Senza neanche un sacco, senza un arnese, 
senza neanche una bestia da badare I 



69 - 



Prima marcia alpina 



[/no per imo 

bastone alla mano 

e alla salita cantiamo 



Se chiedi le reni rotte alla mina 

se chiedi il polso della gravina 

se chiedi il ginocchio piegato a salire 

se chiedi F amore pronto a patire: 

son io, l'alpino, rispondiamo 

e air adunata corriamo 



Ma la mofitagna, alpino, è franata 

ma la tua tenda, alpino, è sparita 

alpino, tutta V acqua è seccata 

alpino, il vetrato gela le dita 

ma la tua penna è folgorata 

ma la gran notte di nebbia è salita.. 



— 70 — 



Uno per tino 

corda alla mano 

dove non si passa, passiamo. 



E la balma di roccia ci ricoprirà 

e l'acqua di neve ci disseterà; 

la penna il fulmine domesticherà 

la nebbia il sole l' avvamperà 

quando F alpino passerà. 



Uno per uno 

zaino alla mano 

e nei riposi ci contiamo 



Alpino, tu sei passato 

ma il compagno che fnanca è ferito 

la mitraglia l ha arrivato, 

dalla et oda Iha distaccato 

nella gola Iha tranghiottito. 



— 71 ~ 

Dove sei, compagno caro, 

al paese dovevi tornare; 

se qualcuno lo potrà rivedere 

gliene chiederà la tua fnare. 

Ma non sei stato abbandonato 

ma ti veniamo a ritrovare. 

Sei il nostro ferito 

ti riprendiamo 

al paese ti riportiamo 

Tidti per uno 

mano alla mano 

dove si muore, discendiamo. 



Tutti per uno 

mano alla mano 

dove si muore^ discendiamo. 



Ma il tuo compagno^ alpino, è spirato 

al paese non può tornare ; 

ma il suo lamento è dileguato 

non ti chiama piti a ritrovare. 



— 72 — 



Sulla coltrice del nez^ato 
resterà solo a riposare. 



Dove sei, compagno caro, 

se al paese non pnoi ritornare 

ma non sei stato abbandonato 

ma ti veniamo a ritrovare. 

Il viso bianco gli rasciughiamo 

il corpo stronco ricomponiamo, 

È il nostro morto 

ce lo riprendiamo 

alla patria lo riportiamo. 



Uno per uno 
bomba alla mano 
e lo vendichiaino. 



MarzOf Soracroda 



Ai miei soldati dell'Alpago 
e a ogni alpino 



75 — 



Ritratto del soldato Somacal Luigi 



Il soldato Somacal Lui^i da Castion - 
recluta dell* 84, 3^ categoria - era stato cre- 
tino dalla nascita e manovale fino alla chia- 
mata. 

Cretino vuol dir trascurato da piccolo, de- 
nutrito; inselvatichito. 

Manovale vuol dir servo operaio, me- 
stiere sprezzato. Il suo lavoro consisteva in 
nulla essere, tutto fare. 

Ne porta i segni il corpo presentato alla 
visita militare. 

Somacal ha offerto alla patria un fardello 
di ossa tribolate in posizione di manovale. 

Sporge in fuori l'osso dell'anca che aiuta 
a camminar sciancati quando si deve equili- 
brare la secchia di calcina; 

gli ingranaggi dei suoi ginocchi pesanti, 
gonfi di nocciolini reumatici, empiono i pan- 
taloni; 



/^ 



76 



il SUO busto è una groppa che aspetta in 
eterno di ricevere pesi; 

la testa si rannicchia fra le spalle come 
cosa ingombrante, perchè un uomo che porta, 
la testa gli dà noia; 

le sue mani di corame chiaro stringono 
sempre il badile; lo sguardo cerca terra: per 
non inciampare. 

Questa è la posizione del rnanovale in 
cui Somacal si è presentato. 

Somacal deve star sulla posizione di at- 
tenti, invece. 

E che cos'è la posizione di attenti che 
« dovete prender subito voi, se siete buon mi- 
litare » se non : « le calcagna unite sulla 
stessa linea, le punte dei piedi egualmente 
aperte e distanti fra loro quanto è lungo il 
piede, le ginocchia tese senza sforzo, il busto 
a piombo, il petto aperto, le spalle alla stessa 
altezza, le braccia pendenti, le mani natural- 
mente aperte con le palme rivolte verso le 
cosce, le dita unite col pollice lungo la costura 
laterale dei pantaloni, la testa -alta e diritta, 
lo sguardo diretto avanti » ? 

La posizione di attenti è la negazione 
della sua vita. 

Snmaral vorrebbe essere buon soldato, 



77 



perchè è un me5rtiere che consiste nel passeg- 
giar col fucile e vi passano la minestra il 
pane e il vestito come agli altri tale e quale, 
(lui che non gli toccava che resti quand'era 
in squadra operaia), ma il suo corpo tutte 
queste cose non le può fare. 

Prova l'attenti; prova il saluto; ma quando 
gli pare di esser riuscito, la mano non resiste 
più a mantenersi tesa, le ginocchia cominciano 
a tremare (vieni presto, caporale, a verificare) 
e quando il caporale arriva a lui, tutto ha ce- 
duto. 

È tornata la posizione di manovale. So- 
macal in uniforme è un burattino. 

Il caporale lo tira fuori dai ranghi, Io fa 
marciar solo; e ridono tanto i suoi paesani 
cottimisti con lui per la Germania perchè « le 
qua Somacal > che era anche allora una 
< macia >. Ci vuole in carovana, per sopportar 
la fatica. 

Infine Somacal è interrogato e, parlando, 
scopre l'ultima qualità di burattino: ha anche 
la lisca Somacal Luigi. Per esser completo. 

Somacal gli hanno impedito di imparar 
l'operaio perchè era così buon manovale. 

Ora gli impediranno di imparare il soldata 
per serbarlo ridicolo. 



- 78 - 

Ci vuole, in camerata; € una macia > per 
sopportare la noia. 

È vero che Somacal si nnfag"otta, che non 
sa farsi la cravatta (perchè non si deve sfor- 
zar il collo chi vuol portare), che si mette il 
cappello torto (perchè è impossibile che sul 
suo cappello ci sia un fregio); ma se c'è una 
giacca macchiata alla vestizione finirà certo 
sulla groppa di Somacal l-^uigi; sarà suo il 
fucile che non ha tempo, fucile scappatore; 
e la scarpa del gigante che nessuno ha voluto, 
e la borraccia che geme; mentre sarà di tutti 
invece, il suo barattolo di grasso che tesoriz- 
zava nel buco del tavolato, o il suo stoppac- 
cio per nettare il fucile. 

Su Somacal tutti si arrangiano; è una fe- 
sta quando viene ripreso: ora ci farà ridere 
il nostro burattino. 



Ma appunto perchè si sente burattino, di- 
ventare un soldato ammodo è la gloria. 

C'è .speranza di riuscire. 

Il suo tenente non ha riso quando l'ha 
guardato; anzi ha detto che un soldato non 



— 79 — 

conta per quel che Than fatto i suoi parenti, 
ma per quello che sa diventare. 

È un tenente « che conosce >.* e manovale 

- ha detto - è come la donna di casa che 
anche se fa tutto non è riconosciuta, ma poi 

- quando si è soldati - e oggi manca il 
bottone, e domani il fondo della mutanda è 
partito : ah/ - si dice - ghe voleva la fem- 
mena qua via » - 

C'è speranza. Per due, per quattro sarà 
troppo difficile ancora. Ma ci son delle cose, 
intanto, da poter imparare. 

Somacal imparerà, intanto, a far bene 
quello che nessuno fa perchè tutti lo sanno 
fare: correrà fuori tra i primi all'adunata; ar- 
roncigliolerà le cignoline; ramazzerà per levare 
il sudicio e non per farlo sparire. 

Poi imparerà gli esercizi - quando tutti 
li sanno fare e sbagliano perchè tanto li sanno 
fare. Somacal, che sta attento, li farà bene, 
allora. Non sarà più tirato fuori per mar- 
ciare di fronte e guida destr >: < Odo Somacal, 
vegnì fora vii; no stè a far conftision » diceva 
il caporale. Ora: numero uno o numero due 
Somacal sa « sparire ». 

Forse il tenente < che conosce » si accor- 
gerà che ha migliorato. 



— 8o — 

Poi la marcia; ma per la marcia non ha 
da imparare; si tratta di andar sotto il peso: 
è una cosa di prima. 

Poi imparerà a tener pulito il fucile; nes- 
suna canna lustrerà come la sua: fategli ispe- 
zioitarm: ecco la luminosa spira delle quattro 
rigature. Somacal è tranquillo : sul fucile non 
ci sarà osservazione. Lo sa lui che i granellini 
di polvere non ci possono entrare (tappato, in 
camerata, ma non lo dite: è proibito). 

Ormai Somacal sta per riuscire soldato. 

Ma invece, pervenuto a questo punto, ecco 
che non può più bastare. Ecco ancora qual- 
cosa di nuovo. Ecco il Tiro, Il fucile non era 
fatto per crociatet e ispezionarm, ma per ti- 
rare. E Somacal non può tirare. 

Somacal ha dovuto tener sempre aperti 
bene i due occhi in vita e invece al Tiro di 
recluta bisogna chiuderne uno. Impossibile 
farlo stare. 

Se provi a tapparlo con una mano, come 
farai a e sbarare? » 

E se rivolti il cappello e lo tappi colla 
tesa non basta ancora. 

Quel cane di occhio seguita a vedere. 

Bisogna bendarlo col fazzoletto. Unico ri- 
medio. 



— 8i — 

Dunque Somacal si avanza verso la sta- 
zione di tiro bendato stretto, come a mosca 
cieca. 

Ah! se il tenente non lo vedesse! ah! se 
lo lasciassero accomodar tranquillo a suo 
modo ! 

È proprio lo hanno lasciato e ha fatto 30, 
Somacal Luigi. 

Ed è successa la cosa meravigliosa. 

Che il suo tenente lo ha visto e si av- 
vicina. 

Che non si è avvicinato per rimproverare; che 
lo ha chiamato Somacal Luigi; che viene per 
parlare a lui che vorrebbe esser sottoterra 
invece: < odo, Somacal, la posision d' atentt 
ora ». 

Che ha chiamato anche il capitano: « OciOy 
Somacal, sguardo diretto avanti » all'infinito. 

« Ecco il mio amico Somacal che ha 
fatto trenta » dice il tenente. 

Dice proprio amico. 

Amico, lo chiama, anche dopo. Perchè 
anche lui ha cercato come Somacal di impa- 
rare la vita. 

Gli darà il permesso, scriverà alla sua 

6 - JaHISR. Con me e con gli Alpini. 



— 82 — 



donna di accoglierlo bene perchè è un buon 
soldato suo amico. 



É allora che Somacal ha inaugurato il 
suo nuovo sguardo di redenzione. 

Non possiamo descriverlo, noi che non 
siamo stati redenti mai. 

È una cosa nuova: non l'aveva mai fatta 
vedere perchè nessuno ne aveva cercato. 

Ma doveva averla pronta sotto quegli 
occhi di angelo serafico montati in un viso 
di cretino pellagroso. 

È allora che Somacal ha smesso di ri- 
dere. 

Somacal sorride al suo tenente, invece. 
Sempre che lo incontra lo porta in alto nei 
cieli dell'amore con quel sorriso di reden- 
zione. 

È allora che Somacal - siccome si sente 
felice - riesce a non farsi riformare. 

I nocciolini reumatici lo mandano due 
volte sotto rassec^na, ma Somacal torna al- 
pino. 

Gli scoprono un fià de gola gross (gozzo) 
laggiù all'Ospitale. 



- 83 - 

Ma Somacal resta alpino. 

Non per la patria. 

Somacal non saprà mai cos* è patria. 

Ma perchè si sente in un'aria buona. 

Vorrebbe rimanere in quell'aria buona 
fino alla fine. 

Vorrebbe sentirsi ripetere che è il suo 
amico. 

Purché lo dica ancora: sei il mio amico. 



Certo, Somacal, soldato stronco, uomo 
zimbello, sei il mio amico. 

Ho trovato vicino a te, l'onore d'Italia. 

Dico che è in basso Tonore d' Italia, So- 
macal Luigi. 



- 87 



Domanda angosciosa che torna 



quando vi guardo e voi non potete sapere: 

Perchè alcuni son chiamati a lavorare e 
guadagnar sulla guerra, e altri a morire? 
Morire non ha equivalente di sacrificio; mo- 
rire è un fatto assoluto. 

Se la guerra ha un valore morale: rieducare 
alla salute, alla mansuetudine, alla giustizia, 
attraverso il passaggio nella pena della priva- 
zione e distruzione, perchè più di tutti debbon 
portarne il peso questi che erano nella priva- 
zione e nella mansuetudine, e non desidera- 
vano più che la salute? 



Perchè facevi onestamente tanti figliuoli 

nostra forza, gloria d'Italia 

più di tutti ne devi sacrificare 



— 88 — 



Perchè sei sano 

buon sangue che cicatrizza presto 

sempre abile a risoffrire 



Perchè sei povero 

ora che il denaro ridicolo 

non compra più nulla 

che vale più solo il lavoro del povero 

che la vita è sospesa tra un raccolto e l'altro 

e il tuo pane scuro è diventato a tutti pane 



perchè, santo popolo d'Italia, 
perchè più di tutti devi morire? 



- 89 - 



Regali 



Parlato al riposo dell'ora di marcia sul ro- 
vescio di Col di Roanza, presso la polla dove 
le tazze argentate attingono acqua celeste e 
una panna di nuvola galleggiante in cima : 

« Siccome quel giorno ho accettato il sa- 
lame di musso, parecchi mi hanno mandato 
regali. Qualcuno per interesse, pensando: il 
tenente il giorno dei permessi si ricorderà del 
mio buon panettone. 

E qualcuno per amore, ma pensando: mi 
vorrà più bene il tenente con questo regalo. 

Ora i regali li ho restituiti perchè non 
posso accettare nessun regalo. 

Non posso accettare i regali dei ricchi per- 
chè qui non si deve sapere chi è povero o 
ricco. Abbiamo spogliato i vestiti che facevano 
questa distinzione. Qui siamo tmif orine, che è 
per tutti uguale. È una consolazione del sol- 
dato. Bisogna saperla godere. 



— 90 — 

Non posso accettare i regali dei poveri 
perchè i poveri prima hanno pensato: il te- 
nente fa così con quello perchè gli à portato: 
o se gli potessi portare! 

Non posso accettare regali in questo pen- 
siero cattivo. 

Eppoi proprio anche per me non j)osso 
accettare regali: vedete, le uova son tanto 
buone; erano rosa trasparenti quelle di Vol- 
pon ieri; la sua donna le ha levate per il te- 
nente di sotto la gallina; e il suo salame - 
ah! non è musso questo - son certo che l'al- 
tro rha dato al prete; vedete com'è ben nu- 
trito, la pelle lucida e tesa, il nostro Volpòn 
di Trichiana. Per me pure è una brutta ten- 
tazione. Vedete: chi ha regalato si aspetta 
sempre qualcosa. Inutile negare. Invece Vol- 
pòn ha avuto la consegna, siccome beve. 

Se avessi preso il regalo, Volpon avrebbe 
detto € el m'a anca consegna dop magna i 
me ovi » ma invece così ha capito che voglio 
da lui un regalo più grande, che è quello di 
non bere. 

Dunque per me, e per quel povero che 
ubbidisce e può regalarmi soltanto un'occhiata 
di ubbidienza e per l'Italia che non ci paga 
perchè ci chiede la nostra vita di padri che 



91 



nessun prezzo la può pagare, non mi regalate 
nuir altro che l'amore che vi regalo anch'io, 
che costa più di tutto e solo l'amore è la mo- 
neta che Io può valere >. 

Allora ho visto risplendere una luce su 
tutti i visi. 

Dunque, la giustizia: questo è il raro. 

Al ritorno il più povero mi è venuto a 
chiedere se poteva andare in permesso anche 
lui che non era mai stato. 

E facendolo parlare ho saputo che il Ca- 
porale metteva in nota per il permesso sol- 
tanto chi gli pagava bere. Quel Caporale in 
cui avevo fiducia. 

E forse diceva che ero io. 

Piano piano, senza saper come, mi avrebbe 
tolto la stima. 

Bisogna assistere a tutto e tutto sapere. 

Ricordar queste faccie schiarite e le on- 
date d'amore intorno a me alla discesa, i giorni 
che mi pare noioso. 

La giustizia tra gli uomini: questo è il raro. 

Penso che mi regalavano anche per abitudine di 
povera gente sfruttata che, siccome non ha nulla, tutto 
gli fanno pagare: costava la preghiera del prete; costava 
la firma del segretario — e perchè non costerebbe an- 
che l'istruzione del tenente che si dà tanta pena? 



92 — 



Mandato Viel 



a tirare ai corvi e portato io il suo zaino 
affardellato fino alla cima. Ricordare quanto 
pesa. 



— 93 — 



Consolazioni del militare 



Siccome la gioia della novità è finita 
e la gavetta puzza, che brillava 
siccome viene ogni sera 
Torà del pastore che ciascuno ritrovava il suo 
focolare; e non sanno staccarsi dalla soglia 
borghese quando balla il ramjno alla catena; 
e cantano non si sa di dove tanto accorati — 
divido con loro le consolazioni del militare: 

< Ora dal buio della nostra privazione 
guardiamo a quella vita di prima, quando dor- 
mivamo nel letto delle nostre lenzuola marcate 
e la sposa accanto, anzi più accanto possibile, 
vero; e ci sembra che non abbia consolazioni 
questa vita, come quando si arriva nella città 
nuova che si cerca lavoro e non si conosce 
nessuno. Ma, senza pensare che qualche volta 
l'uomo può fare di più, separato dalla donna, 
come l'amico di Sommariva che stava un mese 



— 94 — 

senza toccar donna per vincere al tiro e an- 
che la donna può fare di più liberata da qual- 
che uomo che il sabato invece di paga por- 
tava sbornia e legnate, vi dico che ci sono le 
consolazioni di questa vita, le consolazioni del 
militare. 

Bisogna conoscerle e saperle godere. 

E la prima consolazione è proprio questa /;'/- 
vazione che ci fa apprezzare il minimo bene. 
Chi più ha e più vorrebbe avere, e non è 
quieto un minuto; un ricco neanche più tutto 
il mondo basta a poterlo consolare. Ma noi 
soldati che non abbiamo più nulla, un nulla 
ci consola. L'acqua pura è diventata liquore 
alla nostra sete, e lo zaino è un armadio for- 
nito; e la carezza della nostra donna, quando 
si va in permesso, torna a esser quella della 
morosa. 

E la seconda consolazione è la salute. Gli altri 
mestieri lavorano a consumar la salute, ma il 
mestiere del soldato ce la conserva e migliora. 
Vedete: il soldato ha sempre appetito; il sol- 
dato fa i muscoli duri e invecchia più tardi; 
il .soldato impara a scattare e le donne lo guar- 



— 95 — 

dano più volentieri perchè è il corpo più sano 
e più perfetto: il campione del corpo umano. 

E la terza consolazione è Xugtiagliaìiza, 
Nella vita borghese ci si può distinguere coi 
denari dell'eredità ingiusta, col pane rubato 
.1 povero, col vestito. 

Ma in questa vita la ricchezza non conta 
più nulla e la miseria non avvilisce; non ci 
son più comodi da comprare e sta meglio chi 
è più amato. 

Son rimaste soltanto le differenze che non of- 
fendon nessuno perchè si guadagnano a en- 
trar nella vita e si perdono a uscire e servono 
a tutti quanti: come la grazia della voce per 
consolarci, che ha Bedònt il nostro capocoro; 
o la schiena più quadra, che ha Soccòl per 
prendere il zaino del malato. 

Il soldato è Tuomo più vero: ricco o po- 
vero, potente o meschino, la sua uniforme 
uguale proibisce di saper queste cose. 
Il soldato è un uomo che può distinguersi sol- 
tanto al cuore. 

E la quarta consolazione è Xubbidienza, 
Da borghesi bisogna dirigersi soli e è difficile co- 
noscere il dovere e se si sbaglia si passa pena. 



- 96 - 

Da borghesi il dovere non finisce colla gior- 
nata e devi sempre pensare a domani o al- 
l'avvenire. 

Invece, soldato ubbidiente, sei sempre sicuro 
del dovere. Riposi nella coscienza del tuo su- 
periore. 

È lui colpevole se va male. 
E non hai da pensare a domani. Il tuo destino 
non dipende da te, ti viene da fuori. 
Tu sei un uomo che nasce alla sveglia e muore 
alla ritirata. 

È il riposo dell'obbedienza. Bisogna saperlo 
godere. 



E la quinta consolazione è la disciplina. 
Anche il borghese ha la sua disciplina e gli 
serve a socidisfare i bisogni; ma la nostra va 
più lontano e ci serve a vincere tutti i bisogni 
e tutte le miserie: la fame, la sete, la paura 
e la fatica. 

Quando la disciplina del borghese non ne può 
proprio più, allora comincia appena la disci- 
plina del militare. 

Noi siam di quelli che partono anche se piove; 
e digeriscono anche se non hanno mangiato; 
e fan paura alla più brutta paura; e riescono a 



— 97 



Ogni costo e non cercano scusa mai; e quando 
son morti rispondono ancora all'appello e 
vanno all'assalto 7 volte almeno. 
È la nostra superbia questa disciplina; è per 
questa che guarda dall'alto in basso l'alpino. 



E la sesta consolazione è Yamore. 
Ora vi cercate tra paesani, ma tra poco vi 
cercherete tra compagni che han fatto quella 
notte, qu'ella solitudine, quella passione. 
Da borghesi si posson fare amici falsi, ma da- 
vanti alla morte non ci sono più che amici 
veri. 

Vedete gli anziani che non ammettono nean- 
che alla compagnia e si abbracciano come fra- 
telli ritrovati. 

Scherzavano su quella vita nelle posizioni: 
erano tane fetenti nella rocca perduta dove 
quando ci si spoglia bisogna mettere il piede 
sulla giubba perchè non cammini sola; ma poi 
le hanno nominate amorosamente, sasso per 
sasso, come paesi : I due dadi — Gli Stra- 
piombi — Il Sasso Misterioso — ; e ne par- 
lano sempre, e piangevano a doverle abbando- 

7 - Jahier. Con tm e con gli Alpini, 



- 98 - 

nare, perchè eran diventate la casa della loro 
bravura. 



E l'ultima consolazione è una consolazione sol- 
tanto nostra; riservata ai soldati italiani. 
È la consolazione della buona coscienza che 
ci si legge sul viso. 

Noi ci battiamo per una causa di giustizia tra 
gli uomini. 

Se la nostra forza severa non lo castiga, l'op- 
pressore diventerà ancora più ingiusto e cat- 
tivo. 

Anche chi non ha nulla, ha da perdere, se 
l'uomo diventa più ingiusto e cattivo. 
Questa è una guerra che continua la nostra 
vita di popolo povero e buono. È un lavoro 
che continua quello della vanga, il lavoro del 
fucile. 
Se non frutterà a noi, frutterà ai nostri figliuoli. 

Ecco la più bella consolazione. 

Chi si porta dietro questa, i piedi non gli ar- 
deranno mai; e lo zaino peserà appena come 
un sacco di noci per casa. 



— lOI 



Canto di marcia 



Prima giornata di primavera. Giornata im- 
pegnativa. 

Ora la stagione non potrà più tornare in- 
dietro. 

È nato sole pulito e sano stamani. 

E cresce sicuro e s'infoca a vendicare la 
lunga angoscia invernale. 

In questo suo giorno, quanta neve à co- 
lato! Solo più chiazze e lastroni che suonan 
vuoto al passo : già incavernati e minati. 

E accanto all' ultimo bianco i cittini alla 
cerca del primo verde per insalata; 
che lo dimenticano per il primo fiore; 
fiore che dimenticheranno per tutti i fiori, che 
son tutti nuovi, che son tanti e tanti; che fan 
correre da uno all'altro colore; 
che non c'entrano più nelle manine; 
fiori tanti strappati con ansia; che però una 
lucertola sola basterà a far dimenticare; 



— I02 



finché sgusciano via piano piano - tutta la 
manciata - e diventan per terra le strisce di 
Puccettino! 

Onnipotente sole come fai dimenticare! 

I morti son tutti sepolti. 

E ha vinto Tanno chi ha vinto l'invernata. 

Le case son tutte abbandonate. 

Inutile casa di rifiugio, 

come sei triste e fumicata! 

Ma noi sgomberiamo nel sole che ci ras- 
sicura: 

Uscite I - perchè le frane son tutte colate 
è finita la vita scura.... 

Tutto ubbidisce il potente sole felice. 

I bucati arretrati che infestonan di bianco 
a collina. 

I rami capovolti che squillano sulle siepi. 

Fin Tareoplano nemico che non potrà farci 
male: ch'è una vespina gialla incantata lassù 
nel bagliore. 

E le donne che lavorano arcigne a lume 
di luna per guadagnare: che son questi visi 
accoglienti, che son queste mani immerse nel 
fosso con soddisfazione, che son queste voci 
chiare a salutare. 

Ciascun trova una sua famiglia in questa 
umanità rasserenata che ci viene a incontrare. 



— 103 — 

Alla testa della colonna 
anch'io vado incontro alle donne che sono di 
tutti, siccome noi soldati non abbiamo nes- 
suno e saluto: Sani, femmene! o il magnifico 
saluto! 

Nondimeno siam pas.sati attraverso la gioia 
con un pensiero riposto, noi alpini, soldati. 

Primavera, stagione di offensiva. 

È venuta. Non potrà più tornare indietro. 

Salutavamo tutto per l'ultima volta. 

E mi è nato il « Canto di marcia » men- 
tre salutavamo. 



05 — 



Canto di marcia 



L'migelo verderame che benedice la vallata 

e nella nebbia ha tanto aspettato 

è lui che stamani ha suonato adunata 

è lui che ha annunziato: 



Uscitel perchè la terra è ri ferma e sicura 

traspare cielo alle crune dei campanili 

e le montagne livide accendon rosa di benedizione 

Uscitel perchè le frane son tutte colate 

è finita la vita scura 

e sulla panna di neve si posa il lampo arancione 

Ingommino le gemme, 

rosseggino i broccoletti dell'uva 

e tutti gli occhiolini dei fiori 

riscoppino dal seccume 



— io6 — 

Si schiìicia il bozzolo nero alla trave 
e la farfalla tenera galleggi ancora sul fiato. 

Scotete nel vento il lenzolo malato 

e risperate guarigione 

scarcerate la bestia e l'aratro 

e riprendete affezione. 

Uscitel perchè la terra nera fuma tranquilla e sicura 

ribrilla l'erba novellina 

e sulla panna lontana riposa il lampo arancione. 



Allora siamo usciti anche noi alpini soldati 

la triste fila nera che serra con rassegfiazione 

ma quando il sole ci ha toccati 

una voce ha alzato canzone : 

chi ha chiesto alla rama di fiorire 

e la zolla perché ha sgelato? 

la cornacchia può restare o partire 

e il cucii nessuno sa se ha cantato: 



— 107 — 



la terra alla feinmina, la patria al soldato 
questa è V ultima inarcia e andiamo a morire. 



Ma perchè siamo soli, perchè partiamo 

uscitel tutte le creature 

ma perchè siamo tristi, perchè abbandoniamo 

salutateci pure. 

Siate la nostra donna, siate i nostri figlioli 

scesi per incofitrare 

siate la nostra terra, siate i nostri lavori: 

uscite perchè vi vogliamo amare. 

J/engano le spose: lavìa, lasciate il pratino 
lerba seccherà sola, ma no7i ripasserà l alpino. 

Splenda la falce pronta al fieno novo 
e r ultima nostra lepre sgroppi ancora dal covo. 

Vengano tutti i bambini: solo per vederli sgranare 

nel viso tanto sudicio i vetri degli occhietti fini 

solo per potergli rispondere quando chiamano: pare! 



— io8 — 



Ristwni il zufolo fresco di salcio mondato 
e la vena d'argento risbocchi dal nevato. 



Vengano i nonni stracchi, ma: no stè a passar ani, 

vedo, fin quando no semo tornadi. 

E vù. mare — Scuse e sani — 



Poi, quando saremo passati, non vi allontanate: 

fateci tm ricordo iìnmenso, alzate le mani^ 

richiamateci con un gran grido 

perchè siete voi che non potete vestire. 



Allora — questa è l'tiltima marcia — 
ma non importa se andiamo a morire. 



Quota 1016, Aprile. 

È Tangelo trombettiere sulla guglia del campanile di 

Belluno. 

pare — padre 

scuse e sani — commiato veneto. 

lavìa — laggiù. 



Ili — 



Mia cucina 



in camera da un mese: pagnocca rafferma, 
frittata di punte d'ortica al fornello da campo; 
ma pane di burro onesto, gavetta di latte sin- 
cero. E risparmio e meditazione e salute. 



\ 



— 112 — 



Parlato nella tetra camerata 



contumaciale dove quasi ogni mattina un pa- 
gliericcio rimane vuoto del suo uomo, eppure 
è silenzio tanto raccolto che il topo sbuca tran- 
quillo e traversa come nel vuoto: 
« Dicono, per scusarsi della strage, che erano 
il popolo più bravo al lavoro, popolo che non 
era riconosciuto. 

Nessuno nega che fossero bravi al lavoro, 
ma che non fossero riconosciuti non è vero. 

Tutto era made in Germany negli altri 
paesi; abbiamo forato i monti colle loro per- 
foratrici e coi loro trastulli si son trastullati i 
nostri figlioli. 

Non è possibile che chi è bravo non sia 
riconosciuto. 

Stenterà, pagherà le sue pene, che son la 
prova della sua bravura, ma è destino che in 
tutti i modi debba riuscire. 



— 113 — 

Voialtri lo sapete, che andavate a lavorare 
da loro. 

Credete che vi dessero - per amore - il 
vostro guadagno da riportarvelo in patria? 

No, ve lo davano a denti stretti, obbligati 
a riconoscervi, siccome il vostro lavoro valeva. 

Non è perchè non fossero riconosciuti che 
àn cominciato questa strage. 

È perchè questo riconoscimento andava 
adagio; è perchè bisognava sostenerlo ogni 
giorno col sacrificio del lavoro. 

Si sono stancati di aspettare. 

Han voluto sollecitarlo coli' industria del 
cannone. 

È perchè son montati in superbia e han 
detto : noi soli siam bravi. 

Speravan di coprire le voci degli altri po- 
poli col cannone. 

Ma sono state più forti del cannone, ma 
hanno gridato: 

Guai a chi si crede solo bravo! 

11 forte ha bisogno del debole che è più 
intelligente e più ingegnoso; il ricco ha bi- 
sogno del povero che è più forte e più gene- 
roso; il ferroviere ha bisogno del contadino 

8 - Jahiek. Con me e con gli Alpini 



— 114 — 

che alleva il suo pane; il contadino ha bisogno 
del fabbro che gli batte il ferro del suo aratro. 

Tutti han bisogno degli altri e ognuno ha 
bisogno di tutti in questo mondo che è com- 
posizione e armonia. 

Perchè han sprezzato il principio dell'a- 
more ora sono rimasti soli. 

Dicevan che i popoli contadini son popoli 
di natura, popoli inferiori; che i popoli mec- 
canici son popoli superiori. 

Ma ora che son rimasti soli, tutte le loro 
meccaniche non bastano a fabbricare un chicco 
di grano; e tutta la loro chimica non riesce 
a spremere una goccia di latte per i loro fi- 
gliuoli. 



— US — 



Parlato air aperto 



mentre arano, e tuttala famiglia segue l'ara- 
tro e incoraggia a gran voci, e supplica le 
7 paia di bestie affannate, perchè rompano la 
tenace cotenna del prato e rivoltino il verde 
in due labbra nere, buone a coprire il seme 
di guerra che la fanciulla schiccola pian piano: 

< Dicono, per giustificar questa guerra, 
che erano poveri, che avevan molti figlioli. 

Ma questa non è una ragione. 

Anche noi siamo poveri e abbiamo molti 
figlioli. 

Se un popolo aveva ragione di alzare la 
testa e gridare : datemi il mio necessario, era- 
vamo noi - per esempio - di questa mon- 
tagna, che non abbiam neanche valli, ma sol- 
tanto canali come qnello del Mis, come quello 
di Agordo, dove fa sempre scuro, e quando 
si allargano un poco è solo per far via alla 
valanga da accoppar lo stradino al suo lavoro. 



ii6 



E dobbiam cogliere prima del tempo il 
nostro grano lattiginoso e attaccar 12 bestie 
per rompere la terra meschina e ancora in- 
coraggiarle alla voce sennò non potrebbero 

tirare. 

E fin da vecchi bianchi lavoriamo duro 

e dobbiamo emigrare, in questa montagna 

dove nessuno ha mai radunato un poco di 

bene da poter riposare. 

Perchè non abbiam fatto la guerra noi po- 
vero popolo italiano ? 

È perchè non crediamo che la ricchezza 
faccia felici, che per la potenza meriti morire. 

Ah ! se la felicità fosse nella ricchezza il 
povero sarebbe disperato! 

Ma noi ci vendichiamo della miseria col- 
r appetito e colla salute e col buon umore. 

E non crediamo che la roba presa agli 
altri porti bene, siccome T onore ci è caro da 
quanto la vita. 

Una guerra per la ricchezza nessuno ce 
la potrebbe far fare. 

Non c'è bisogno che c'insegnino i mite (1) 
che l'interesse divide. 

L' abbiam provato nelle nostre tamighe 
che sono povere e numerose 

(i) muc =: caproni = testardi =: tedeschi. 



— 117 — 

Ma contro gli interessi che dividono i po- 
poli come le famiglie, noi sentiamo più forte 
l'amore che lega. 

E come nelle povere famiglie numerose 
tutti rinunziano a qualche piacere per poter 
tirare avanti d'accordo insieme, così noi tra 
i popoli siamo stati disposti a dividere e a ri- 
nunziare qualunque cosa e a mangiare la no- 
stra polenta sola che non è mai stata sola, 
perchè era polenta e onore, polenta e salute. 

E la forza che quelli mettevano nelle armi 
e nelle rapine, noi piuttosto l'abbiamo messa 
a combattere la miseria, a battagliar contro i 
sassi, contro le acque e contro i geli; e contro 
noi stessi e la passione di godere, sacrifican- 
doci a risparmiare. 

E non abbiam detto a un altro popolo 
mai: dacci il tuo ferro e il tuo carbone; ma 
abbiam gridato alla terra dei nostri sudori: 
dacci oggi il nostro pane quotidiano. 

Ah! non ha lavorato alla guerra quello 
che ha scoperto di fare il paese di scaglie, 
Lòsego. Lui ha aggiunto gratis del bene al 
mondo, una cosa nuova che vale, un paese 
delle fate dove si vive. 

Non ha lavorato alla guerra quello che ha 
risparmiato: perchè quello rinunzia alla guerra 



ii8 



non consumando e al momento in cui verrebbe 
la guerra perchè è magréta, è carestia, ri- 
prende il suo risparmio, e il suo lavoro lon- 
tano rilavora alla pace. Non ha lavorato alla 
guerra chi ha portato un Campetto più in 
alto che possa stare: e la donna che è rien- 
trata colla legna più pesa e ha tirato su un 
bambino e un orto insieme: vedo i papiglioni 
rossi dei suoi fagioli infrascati: e chi è andato 
per Testerò dove fissano lo scavo a contratto 
come a Bortoluzzi Angelo quei baccani tede- 
schi, che poi non voglion pagare; 
chi è tornato con un guadagno alla patria; 
chi ha portato del bene da fuori, come lui che 
ha riattato la casa e il fienile < per rimettersi 
nell'onore del mondo » siccome suo padre non 
aveva avuto fortuna. 

E vedo il suo bambino che lo segue e gli 
batte il grano dietro, per imparare, giocando 
al lavoro. 

Non àn lavorato alla guerra i bócia (1) della 
montagna che hanno i calzoni lunghi e ^-^-^ 
seri appena sappiano camminare. 

Non ha lavorato alla guerra l'Italia che 
aveva un esercito così meschino che anche 
ora stenta a poterci armare. 

(i) ragazzi. 



— 119 — 

Chi è povero spende solo nel necessario. 

Ma loro ogni badile un fucile, ogni tornio 
un cannone. 

Ah ! quando dicon che fan la guerra per 
povertà, non è vero. 

È perchè son popoli prepotenti e artigliati. 

Come le poiane. 

Sono loro che hanno inventato la guerra 
sociale: anche il loro socialismo era guerra 
fra gli uomini, vedete. 

Ed è diventato guerra tra popoli perchè 
non si può fondare la pace sopra un'idea di 
odio; la pace nasce da sacrificio e amore. 

E pensavano di noi, che siam poveri, che 
saremmo stati anche vili. 

Credono solo al coraggio di prendere. 

Non sanno che coraggio è rinunziare. 

Credono solo all'offensiva della conquista. 

Non conoscono Toffensiva dell'amore. 

Non sanno che, come loro sono esaltati 
dall'oppressione, noi siamo esaltati dalla libertà 
e dair amore. 

Ah! si può rinunziare a esser ricchi; ma 
a esser liberi non si può rinunziare. 

Quando hanno detto: noi siamo i più forti 
e dunque siamo i migliori; noi facciamo paura 
e dunque vogliam comandare, 



— I20 



questo paglione è diventato il nostro letto 
e questo fucile il nostro bastone finché giusti- 
zia non sia riparata. 

Voi siete soltanto forti: che miseria! 

Ma noi vogliamo esser liberi e giusti. E 
saremo. 



— 121 



Stradone 



Magnifico stradone d' Alemagna 
sempre così ordinato e uguale I 

Eppure ti grattano no tt egiorno 

mille pesanti fascioni 

di autocarri chiodati 



ti spolverano 10,000 pneumatici 
folli di attaccare 

ti maciulla ogni quadriglia di soldati 

ti pestano rotom di obici 

e traini enormi di materiali 



e piove sul tuo priìtcipio 

e nevica sulla tua fine 

e arriva a balzarti in groppa il sasso franato l 



122 



Magnifico stradone d' Alemagna 
seìHpre così uguale ordinato / 

Non si vedono i tuoi cantonieri 

sembra che nessuno ti curi 

sei solitario e abbandonato 

Ma sul tuo dorso sempre cilindrato 
tutte r acque debbono correre verso i fossati 

ma se accenna una rotaia, m a se si apre uno strappo 
subito lo colma il pietrisco di pallida dolòmia 

ma digerisci buse di vacche e castagfie di equini 

ma spazzi massi erratici e ritagli di ardenti fasciont 

ma ingoi gli scoli verdi dei motori arrestati 

per rioffrir sempre la vecchia suola 

compatta e uguale 

verso Alemagna, nostro stradone fedele l 



— 123 — 



Scoramento e tentazione 



che mi han preso scendendo alla città dopo 
un mese di questa vita assoluta : 
perchè la città indifferente trafficava sul san- 
gue colle sue cento vetrine grigioverdi e le sue 
fitte osterie dove l'ultima insalata al soldato 
costa una lira; 

perchè frotte di territoriali in fregola striscia- 
vano i marciapiedi; perchè il Maggiore che 
sorveglia i costumi tirava la somma dopo Tun- 
decima partita; 

perchè è passato l'ufficiale elegante colla de- 
corazione al valore guadagnata per merito di 
Mensa e una busta di preservativi sotto la sua 
decorazione; 

perchè tanti automobilisti azzimati che se la 
ridono del saluto; 

perchè incontri colleghi che ti capiscono tur- 
bato e per compassione (vedi che è questa la 
vera vita; entra dunque a farci compagnia in 



— 124 — 

questa vera vita relativa), ti raccontano del 
Capitano che piangeva a dover ubbidire al- 
l'ordine di attaccare - a mezzogiorno allo sco- 
perto - e prima di partire chiese perdono ai 
soldati ; 

e del generale U. che dopo aver ordinato 10 
operazioni contro Son Pauses la mattina, 
prima di essere esonerato, ha preso in disparte 
il Capitano Dapino e gli ha detto testuale : 
« Né capita, ppò cortesia, no ppè sservizio 
pecch'io me n'aggi a i; ma chillo cazz de Son 
Pauses addò sta? » E dicono: non son sol- 
dati nostri; non vale la pena; tanto si scio- 
glieranno queste compagnie.... 

Dunque ci scioglieremo : quando saremo 
affezionati : il giorno della prova, ci dovrem 
separare. 

Complementi. 

Ma tu che non lo sapevi, come resti solo 
e scorato 1 

Avvilimento e abbandono 
che mi han preso traversando la città - soli- 
tario - dopo un mese di questa vita as- 
soluta. 

Allora le sue grandi case han cominciato 
a racchiuder soltanto pace e meditazione. 



— 125 — 

Le sue targhe annunziavano mestieri fe- 
lici che durano fino in fondo alla vita. 

Una lampada dietro la tenda ha avuto 
un potere di rievocazione maravigliosa. 

E sono uscite di scuola le fanciulle di tutti 
i tempi con bronci e graziette eternamente 
deliziosi. 

E un piccinuccio si è spiccato dalla fonte, 
in volata, come Chicco quando vuole che lo 
guardi il suo papi. 

Invece tu morirai e risarà in eterno la 
stessa vita. 

Subito risarà la stessa vita. 

Ricordati com'è stata la tua finora. 

Fin qui è durata la lunga preparazione. 

E adesso la realizzazione è morire. 



Smarrimento e afflizione 
che mi han vinto salendo la riva opposta 
alla città che imbrunisce sotto le rade lampade 
azzurrate e rimanda tutti i soldati agli squilli 
delle loro ritirate. 

Ora rientrano questi padri trentenni — 
84-85 — in istruzione; ora la tromba chiama 
r 86-87 che è là - forte - in attesa; di giorno 
i poggi si rimandano allegrie 



— 126 — 

Ma poi anche questi saranno spesi. Tutti 
saremo spesi e i resti dei corpi distrutti spersi 
per gli Ospedali. 

E risarà un'altra leva di sangue da sacri- 
ficare. 

Una rete più fitta su tutte le case. 

Chi pagherà le lacrime? chi rimedierà le 
afflizioni? 

Allora mi son risaliti i pensieri arretrati 
e così oppresso e diviso mi han tormentato; 
fino alla sentinella che si ferma al tuo arrivo 
e presenta l'arma alle tue stellette, anche se 
l'animo è tanto meschino. 



Ma come son entrato sul piazzale, tutti i 
soldati sono scattati verso l'uomo che ero 
io, ieri. 

E tutti avevano qualcosa da chiedere a 
quell'uomo e qualcosa da dare. 

Era un uomo aspettato in cui tutti avevan 
fiducia. 

Signor Tenente, ho messo la legna a 
asciugare. 

Signor Tenente, la calce ò venuta. 

Brida saluta che è entrato all'Ospitale. 



— 127 — 

Cosa facevi tutto il pomeriggio che non 
sei venuto? 

Perchè non ti curi di quello che hai co- 
mandato ? 

Tutto rallenta se non dividi il giorno col 
soldato. 

Ma quando sono rientrato, tutti ubbidi- 
vano con fedele abitudine ai segnali e non ri- 
discutevano il loro destino. 

E non pensavano a sorte migliore o al- 
l' ingiustizia futura; ma a non mollare qui dove 
siamo, ora, nella caserma della Fornace che 
è il mondo nostro che ci è stato assegnato. 

E il congelato, di sotto l'arcata, dispo- 
neva, cantando, della sua vita : 



E io dispongo che la mia vita 

in sei pezzi la sia taglia 

Il primo pezzo al Re cf Italia 

che si ricordi del suo sol dà 



Cuore semplice riportami nella gioia del- 
l'obbedienza! 

Cuore semplice riportami nell'amore ! 
Cosa mi mancherà dalla sveglia alla riti- 



— 128 — 

rata, finché scatti verso di me con fiero 
saluto! 

Son sceso giù nella bassa; per questo 
ero miserabile e infelice. 

Ma ora sono tornato e credo. 

Cuore semplice riportami nella fede! 



Secondo pezzo alla inia maniìna 

che si ricordi del suo figliol 

Il terzo pezzo alla 7ma bella 

che si ricordi del stw primo amor 

Il quarto pezzo alle Io fané 

che lo fiorisca di rose e fior. 



9 - Jahier. Gm me e con gli Alpini 



— 131 - 



Etica del montanaro 



Questi vaglia di ogni settimana - mi- 
gliaia di lire che si tramutano in pane - sono 
i loro risparmi nella terra nemica. 

Grazie alla loro santa rinunzia il denaro 
del nemico ci serve contro il menico. 

Nessuno marca visita: 
odiano la malattia che non lascia servire 
perchè nella montagna chi non è forte è un 
disgraziato. 

E si vergognano di esser malati: per 
quell'oscuro senso dell'uomo sano che ve- 
ramente vi è una responsabilità della malat- 
tia: che alla base della malattia sta sempre 
il peccato. 



Nessuna malattia venerea tra loro perchè 
Tamore al montanaro è una stagione di vita. 



— 132 — 

E la sua fine è nel frutto che sono i figlioli. 

Dopo moroso tu sarai padre. 

E ////// ti chiamano pare. 

Dopo morosa tu sarai madre. 

E tutti ti chiamano mare. 

È franco l'amore nella montagna: 

se te tocco 

le tò 

tettine V/ tei canton 

lo diresti 

al tò 

papà, incanì onà? 

Sestu malo 

che mi 

ghel diga al me papà 

che contenta 

mi so 

resta incan tonai 

sestu malo? 

Amore che tutti sanno come va a finire. 
Ma per questi la loro stagione è passata; co- 
mincia la stagione di padre che è un altro 
amore; che prende altrettanto e fa combattere 
!a vita. 
Quell'altro solo i giovanotti lo possono cantare. 



— 133 — 

A loro sarebbe vergogna. 

E scuotono il capo sentendolo ricordare 

se te tocco 

la /rigola 

la fragola 

n' tei canton 

se te tocco..,. 



Perchè lavorano così bene: anche in guerra 
dove manca il necessario. 

Perchè in montagna non si compra il neces- 
sario; bisogna fabbricare e inventare: la 
slitta, gli zoccoli, le brocche, il giogo. 

Il cittadino è smarrito se manca il luogo e 
l'arnese. 

Ma in montagna bisogna cominciar a fabbri- 
carsi anche l'arnese e il luogo. 

(Non c'era nulla quando siamo arrivati a que- 
sto accantonamento motoso e ora c'è il suo 
focolare e il suo tombino, e il caffè si ma- 
cina sotto il calcio dei fucih e il formaggio 
si sbriciola ai denti d'una scatoletta tro- 
vata. 



— 134 — 

E con quattro centesimi infilati a un chiodo 
la marmitta di rame è stata riparata). 

Son pronti a rincominciar la civiltà ogni mi- 
nuto i montanari. 

Perchè lavorano così bene? 

Perchè sono i d'inca' : primi che si sian chiusi 
tra 4 pareti: 

e tutti di fuori a chiamarli e Ciò, D'in cà!! » 
tanto faceva sorpresa. 

Perchè sono i dal mas che han fatto star la 
dimora incollata alle rocche che bisogna 
serrar la porta quando spaioli la polenta 
sennò scappa via. 

Perchè sono i fontanive che scopersero la 
fontana perenne e dove si fermarono 
nacque il paese. 

Perchè sono i dal pos che l'anno della gran 
magra trovarono acqua per tutti scavando 
la terra cosi gialla e secca che nessuno 
l'avrebbe creduto. 

Perchè sono i casagrande: quelli che fe- 
cero casa grande (e la grandezza consi- 
steva neiraver lo stanzino, nel non dover 
più andare di corpo fuori). 

Perchè sono i casanova: quelli che fecero 
casa nuova (e la novità consisteva nel 



— 135 — 



bianco della muratura, nella malta e nella 

rena che non può bruciare). 
Dopo di loro il paese non è più bruciato. 
Ecco perchè - senza nulla - lavorano . così 

bene. 



Perchè curano tanto le robe, mentre spreca il 
soldato cittadino. 

Perchè il montanaro che deve creare ogni cosa, 
ha rispetto alla cosa creata; sa che fatica 
è creare; e dunque conserva la cosa crea- 
ta; la spende lentamente; la ripara; l'ama. 
Il cittadino, invece, gli dà una falsa im- 
pressione di facilità e inesauribilità l'in- 
dustria manifatturiera. 

Si disinteressa lui delle robe. 

Per aumentare le robe chiederà aumento di 
salario 

Lui il suo pensiero è il salario. Vada come 
vuole l'Impresa. 

Ma il montanaro è sempre lui impresario. 

E ora considera come proprie le robe di que- 
sta impresa che è la guerra della patria. 



136 - 



Perchè sono tanto disciplinati. Perchè loro 
padrone è la montagna che è autorità assoluta. 
Dall'alto viene - indiscutibile - il tuo bene e 

il tuo male. 
Nella città tu fai sciopero per migliorare. 
Ma la montagna è lei che ti migliora, se vuole. 

Vengono da un orario che va da quando 
ci si vede a quando non ci si vede. 

E da un paese che si chiama Celàt, sic- 
come 7 giorni soli la montagna gli permette 
di prender sole. 

E dalla valle che si chiama Sappada, per- 
chè ogni anno bisogna tutta zapparla per spie- 
trare. 

Quivi la montagna proibisce l'aratro. 

Ecco perchè son tanto disciplinati. 



Perchè combattono così bene. Perchè crede 
alla forza di montanaro. 

Il suo lavoro è combattimento colla natura. 

Il cittadino crede alla politica invece. 

Il suo lavoro lo fa la macchina che è un 
contratto colla natura. 



— 137 — 



Perchè sono così rassegnati. Perchè con- 
siderano i mali della società come i mali della 
natura. 

Son mali eterni e imprevedibili i mali della 
natura. E nulla vale la ribellione. 

Tu non ti ribellerai perchè le rupi cancel- 
lano in un attimo il Campetto tentato; perchè 
quando arrivi colla slitta la lavina ha rapinato 
la tua provvista invernale di fascine. 

Tu non distrugg-erai perchè la valanga 
distrugge. 

A te tocca conservare e riparare. 

E parimente rassegnati all'ingiustizia e al- 
l'errore. Anche questi son mah eterni e im- 
prevedibili a ben guardare. 

Mali della trista umana natura. 

Giovani, perdevamo tempo e forza in ri- 
bellioni. 

Ma se tu ti rassegni, ecco il male non è 
finito di arrivare, che tutto è pronto per siste- 
stemarlo e portarlo avanti in tua compagnia 
obbligato a servire. 

Tu non offenderai perchè l'ingiustizia ha 
offeso 

A te tocca patire e riparare. 



- 138 - 



Perchè àn tanta passione al lavoro: an- 
che al lavoro di guerra, come se fosse proprio. 

Perchè in questa montagna non avanza 
nulla; non esiste ricco; non esistono eredi. 

Tu nasci in una stalla, tra tanti figlioli; 
e, senza lavoro, sei un uomo che ha da viver 
tre mesi l'anno, siccome la montagna basta a 
nutrire un uomo solo tre mesi. 

E sei un uomo che non si può sposare. 

Perchè per sposarti ti devi lare una casa. 

11 lavoro è la tua redenzione. 

Poi, quando ài fatto una casa devi farti 
una strada per arrivare alla tua casa; e le 
opere pubbliche per goder questa casa e que- 
sta strada: il ponte di tavole, il fosso, il tronco 
cavo per l'abbeverata; che sono cose comuni. 

Che fai per te solo: ma facendole a 
tutti gli altri le ài dovute fare. 

E il lavoro ti è diventato un segno di po- 
tenza sulla natura e una gioia. 

Anche il lavoro di guerra, come se fosse 
tuo proprio. 

E ci credi e ci prendi passione e ci leghi 
il tuo onore indipendentemente dal tuo pro- 
fitto immediato: perchè rimunera sempre quello 



139 



che a tutti è capace di servire; perchè quello 
che dà soddisfazione ti premia. 



Perchè àn tanta passione al lavoro men- 
tre l'operaio sopporta il lavoro per passione 
al denaro. 

Perchè il lavoro della terra ha questa gra- 
zia di dare risposta in valori permanenti e as- 
soluti; mentre il denaro è risposta contingente 
e relativa. 

Con molto denaro tu puoi anche comprare 
poco. 

E ti tenta verso l'effimero il denaro; per 
poi lasciarti a mani vuote, deluso. 

Ma il lavoro montanaro si permuta in cose 
di valore assoluto. 

Quella che sei stato obbligato a fare è la 
tua casa che ti copre ogni giorno ed è una 
casa che ripara per sempre, bene più lungo 

Che il lavoro sulla montagna abbia questo carat- 
tere dì conquista disinteressata è tanto vero che quando 
- r inverno - uno attacca a costruire la casa nuziale, 
tutti i maschi presenti al paese gli debbono dare assi- 
stenza di mano d'opera muraria, col solo compenso del 
mangiare. 



140 



della tua vita; per questo la marchi colle tue 
cifre, e con una parola di grazie al Signore: 

J. B. 1850 
SIT NOMEN DOMINI BENEDICTUM 

Questo cartoccio in cenci sporchi che tron- 
chi allo stelo non è che una pannocchia di 
sorgo, ma fa polenta sempre, ma sempre lo 
stesso vale a nutrire, anche l'anno di guerra 
mentre « il danaro diventa come giare > (1). 

Dunque serba il denaro nella città di emi- 
grazione, ma torna e gettalo nelle terra se lo 
vuoi serbare. 



Perchè sanno tanti mestieri. Perchè deve 
saper far di tutto il montanaro, siccome ne- 
cessità di tutto lo sprona. 

Il suo lavoro nella montagna è il lavoro 
primitivo, indifferenziato, dell'uomo solo. 

Che deve saper romper la terra - conta- 
dino - oppure murare la casa - muratore - 



(i) ghiaie; bon per pagar debiti sto ano, mi dice 
un vecchione. 



141 



oppure inventare la slitta - aggiustatore - op- 
pure formar zoccoli e giuntar scarpetti - cal- 
zolaio - oppure sfornare il suo pane - presti- 
naio - oppure conciare il suo maiale - salu- 
maio - oppure tessere la sua tela - tessitore. 
E sa i nessi dei vari mestieri e gode il la- 
voro specializzato delle macchine siccome co- 
nosce la sintesi dei lavori, lui che ha inven- 
tato le macchine prime e che ha assistito a 
tutte le trasformazioni: quando seminava la 
canapa e la gramolava alla sua gramola e la 
filava al suo fuso e la tesseva al suo telaio e 
la vedeva diventare questa camicia da dieci 
anni inconsumabile sul suo petto duro (1). 



Perchè emigrano ttitti. Perchè Tanno è di 
12 mesi e la montagna nutre tre o quattro 
mesi soli. 

(i) L'industria manifatturiera ha pressoché di- 
strutto quella della montagna, ma quest'anno di guerra 
che costan le manifatture son ricomparse le gramole 
nei paesi e i fusi prillano e si senton le lodi dei vec- 
chi panni e tele che duravano tutta la vita. 

Colla guerra anche la civiltà montanara indietreg- 
gia ai suoi principi. 



— 142 ~ 

E non puoi migliorare. 

Tu puoi migliorare il lavoro; tu puoi ap- 
pendere il Campetto di sorgo fin sotto la eroda, 
sfidando lo sfogo dei suoi canaloni. Ma non 
migliorerai il sole. 

Anzi affrettati a raccogliere il tuo grano, 
così pallido e lattiginoso; sennò la stagione, 
prima di maturartelo, rientra nel gelo. 

E nessun soler (1) lo potrà più colorire. 

E le bestie - che nella montagna sono il 
tuo patrimonio (2) - anche quelle, dalla sta- 
gione ti son misurate. Ricordati i 4 mesi d'erba 
che gli altri 8 non mangiano neve! 

E la casa ! - una montagna che nutre tre 
mesi ti nega la casa - e all'uomo ci vuole la 
casa, nella montagna, per fare l'amore. 

E vuoi essere un Casagrande, un Casa- 
nova che non han più pavimenti di terra 
battuta. 

Ora che sono tornati e insegnan la strada 
del guadagno a uscire di patria. 

Da quanto un altro ti senti di essere bravo. 

(i) Soler (solaio? prendisole) come codér - porta- 
coti - balconata in legno ove si tendono le pannocchie 
per farle maturare. 

(2) La ricchezza nella montagna si computa a be- 
stie: a seconda di quante bestie puoi nutrire. 



— 143 — 

È roba da donne una montagna che nutre 
solo tre mesi. 

Le donne ci possono badare. 

Tu appronta il tuo sacco e cammina a 
cercar gli altri nove. 



Perchè ritornan sempre di emigrazione 
malgrado le buone offerte per fissarli in paese 
straniero. 

Perchè là rimarrebbero salariati, mentre 
il montanaro sulla montagna è padrone. 

Anzi sovrano governatore. 

É decadenza per lui diventar salariato. 

Il suo progresso sarebbe semmai di calare, 
di poter comprar nella bassa miracolosa dove 
una vigna sola nutre per 12 mesi. Beati quelli 
che sono calati! 

E per amor proprio; perchè è un'avven- 
tura l'emigrazione e deve aver un ritorno tra 
quelli che ti àn visto partire. Laggiù eri 
uno straniero, nessuno, ma tornato, diventi un 
bravo. 

E perchè è la tua rivincita sulla montagna 
che tre mesi soli ti voleva nutrire. Dunque 



— 144 — 

era lei troppo dura, e non che tu non sapessi 
lavorare. 

E per amore; siccome l'ami la montagna, 
quantunque ti abbia respinto severa. 

Così ti à costretto a elevarti e a migliorare. 

Sempre si ama quel che migliora. 

E ora ti accoglie di ritorno, mentre là ge- 
lano nella miniera, e ti fa buoni i 3 mesi in- 
vernali agli allegri filò (1) delle sue stalle fa- 
miliari. 



Perchè amano tanto il lavoro. Perchè il 
lavoro del montanaro emigrante è variato; 
lo stimolo della novità lo rallegra e ne fa 
un'avventura e una carriera che offre sempre 
nuove combinazioni. 

L'operaio - alla macchina - affoga nella 
noia della ripetizione (2). Ma il montanaro, 
tre mesi in patria e nove fuori, passa in ri- 
vista tutti i mestieri. 

(i) veglia nella stalla. 

(2) Proudhon per elevare la classe operaia all'anìore 
del lavoro, proponeva nelle industrie questa rotazione 
qualitativa di mestieri che la montagna emigrante ha 
realizzato. 



U5 



Un po' per sorta, a seconda di età e sta- 
gioni. A seconda dei bisogni dei paesi. 

Da quando è careghéta, a 12 anni (con 
passaporto falso) e prende 35 pfennigs allora, 
fino quasi alla vecchiaia dei 10 marchi il giorno, 
sempre viaggiare questo mondo interessante 
dei mestieri. 

Colla novità degli arnesi, dei costumi, delle 
contrade. 

E viaggiarlo da padrone, perchè è padrone 
chi sa fare di tutto, chi può non fissarsi in 
nessun luogo tanto la sua casa è lontana. 

E anche se era un colosso, può riposarsi 
a vender caramellati e sorbetti agli schiavi 
delle officine. 

E passa da salariato a proprietario quando 
rimpatria. 

Libero di dar come vuole il lavoro. E 
dunque amante del lavoro. 

Perchè nella libertà nasce l'amore. 



Perchè è bene che emigrino. Per mante- 
nere questa stupenda qualità di uomo alla 
patria. 

IO - Jahier. Con rm e con gli Alpini 



— 146 — 

È la disciplina del montanaro l'emigra- 
zione che ha perfino una lingua propria (1). 

È un'avventura tra i popoli che lo svi- 
luppa e migliora. 

Che gli fa apprezzar meglio, al confronto, 
patria e casa. 

Tutti se ne vantano e hanno ragione. 

Non risparmierebbe neanche, se emigrasse, 
salariato, in patria; là si risparmia perchè non 
è patria, ma puro paese di guadagno; là si 
fa mensa operaia a Mk 1,60 e nient' altro, 
Tnentre il todesco mangia 6 o 7 volte sul 
lavoro. 

Là non si veste, non si fan spese v^olut- 
tuarie. Perchè si pensa a tornare. 

Spendere in un paese vuol dir sposare il 
suo spirito e il suo costume. 

Anche lui spenderà, ma nel paese del suo 
cuore. 



(i) I careghète (seggiolai) del Mìs - come i ma- 
gnani di Val d'Aosta - hanno inventato una lingua 
di emigrazione tutta convenzionale, che anche la cen- 
sura al fronte non può interpretare. Eccone un saggio : 
frbnteme un bòssol de mis da sugar (porgimi un bicchier 
d' acqua da bere) Mìs de monda (acqua di mucca = 
latte). Mis è ogni liquido, dal nome del loro torrente. 



— 147 — 

E accetta la soggezione dei laboratori, e i 
cambi di mestiere, e il lavoro nei pericoli che 
marca giornata doppia, per far più presto a 
tornar nella legge della montagna che è li- 
bertà vera. 

O lo lasci emigrare 
o gli dia terra la patria che lo vuol trattenere. 



y 



Perchè mnano tanto la famiglia e li ama- 
no tanto le loro donne che fan 60 chilometri 
solo per vederli alla porta della caserma, un 
minuto. 

Perchè fondamento della famiglia è stato 
il primo amore che non si può più scordare. 

Nella montagna si sposa vergine l' uomo. 

< Dalla passione del suo primo amore > è 
nata questa nuova casa e questo nuovo bam- 
bino. 

(Tra poveri è facile accomodare.... E se 
non fosse, si accomodano tra loro). 

E, appena sposati, ecco il lavoro e i fi- 
glioli che redimono subito dall'egoismo di que- 
sto amore. E fondano la famiglia in una de- 
vozione più lunga e più sicura. 



— 148 — 

E perchè la famiglia è tutto nella mon- 
tagna; è ospedale, è bottega, è chiesa (1). 

Nella montagna tutto si fabbrica in casa. 

Tutto quello che ti bisogna ti vien dalla 
casa; il conforto, il divertimento, il vestito. 

Anche questi denari nel fazzoletto che lei 
ti consegna di straforo perchè il tenente non 
veda; e sono le uova delle sue galline. 



Perchè - malgrado la fatica - son così 
allegri. Perchè tornan sempre da aver vinto 
miseria. 

E da aver conquistato salute. 



Perchè si sacrificano volentieri. Perchè la 
legge della montagna è sacrificio. 

Nella montagna il sacrificio salva, il sa- 
crificio è un affare. 



(i) Ogni stalla il suo piccolo altare e ogni sera o 
in stalla o all' aperto la preghiera. I vecchi - temendo 
di perdere la corona - ne scolpivano i grani sul loro 

bastone. 



— »49 — 

Perdi la patria emigrando, e riavrai la tua 
patria. 

Rinunzia a spendere e una casa sarà tua. 

E la storia arrivata sulla montagna non è 
quella del Re che vende tabacco e chiede tasse 
e soldati, ma quella di un re ignudo coperto 
di ferite e sacrificato. 

Questo è veramente Re della Montagna, 
che è vicina al suo cielo. 

E tutti lo vogliono ricordare; e incidono 
sulla casa il suo nome protettore IHS; e sugli 
arnesi IHS, il suo santo nome. 

E il suo ritratto si trova al crocicchio, e al 
salto di roccia dove c'è stata un'altra vittima 
- sacrificio - con tutti gli attrezzi della tortura. 

Ricordati, tu segantino, che ti alzi colla 
camicia ancor molle di sudore, che fino al su- 
dore di sangue non sei arrivato. 

E tu. Maria, che è soltanto {tx\\.o il tuo 
figliolo. 

Ripasso una a una queste virtù e vedo 
che sono dono di povertà; virtù necessarie. 

È per ricuperarne qualcuna che in questa 
guerra per la ricchezza, tutti i popoli ritor- 
nano alla miseria. 



— I50 



Ma questa guerra 



non dire neanche che è una lezione. 

La distruzione non è una lezione. 

Muoiono i migliori, muoiono i soli che 
potessero approfittare. 



53 



Attacco e abbandono 
della posizione di S. Osvaldo 



Mio forte compagno Piero Mancini, è 
perchè non hai voluto arrenderti; è perchè 
anche per me hai vohito morire; come mio 
padre. 

La casa era serena e fedele come l'amavi; 
e Gioietta ansiosa a interrogar tutto il giorno 
colla vocina: ma dov'è, ma chi ha scritto 
eh' è prigioniero e ferito? 

Dicevi: sta ferino e non temere 

ora io sto fermo; ma tu sei caduto,., 

nella gloria sei passato 

o compagno che mi avevi creduto 

o amato 

E hai detto quando mi hai lasciato : 
tu non dovevi venire 



— 1.54 — 

ma non temere, Piero, perchè torniamo 

Perchè hai detto torniamo 

se avevi il viso che non può tornare? 

Ora, io che sono restato, 

mi sento chiamare, 

< Inginocchiato, 

vicino alla chiesa... 

solo della voce eri armato 

colla voce ti sei battuto 

o compagno, o amato l 

Ma perchè hai detto: torniamo 

se avevi il viso che non può tornare} 

Ora, io che sono testato, 

mi sento tanto chiamare. 



57 — 



E COSÌ a un tratto 



rientrando, alla salita, ho saputo che son de- 
stinato alla Compagnia di Marcia, che li debbo 
lasciare. Così a un tratto, subito - stasera - 

È un ordine. Tu sei militare. Subito, sta- 
sera. Questa è l'ultima sera. No, che non li 
potrai salutare. Perchè sono in libera uscita. 
Il cortile è deserto; in camerata soltanto i ma- 
lati. Sei già solo. 

Perchè resti così costernato? Lo sapevi 
che, soldati, non abbiam più nessuno; solo la 
patria. Quella ti rimane sempre, la patria. Lo 
dicevi pure a loro. Era una grande parola: 
« soldati del 2^ Belluno, ora le gioie e le tri- 
stezze ci vengono solo dalla patria ». Quella 
rimane con te, la patria. 

Perchè passeggi cosi scorato? 

È la patria, la patria, la patria. 

Ma non vedo nulla, se dico la patria. 

La mia patria era questa caserma della 



~ 158 - 

fornace col suo fumaiolo morto che si rico- 
nosce di tanto lontano; e le mura di tavolato 
che ora cominciavano a diventar buone col- 
Taria tiepida a circolare; e il cortile con tutte 
le famiglie affacciate dove ho comandato la 
prima volta: AT-tenti, di dov'è uscita la prima 
volta la nostra fanfara. 

E c'è una bambina cogli occhi di Gioietta 
uguali. 

E questi uomini che ci sono entrati re- 
clute goffe quella prima sera lontana e poi li 
ho visti annerire le scarpe e stingere l'aquila 
del fregio e bronzire il viso infierito e far 
croce di bastone e fucile per alleviare l'alto 
zaino di guerra tutto usato, tutto vissuto, tutto 
preparato. 

E fare l'anima risoluta nella fede. 

È stato difficile aggiungere alla loro vita 
grama V idea della morte necessaria. 

Quella prima sera mi sgomentavo. 

Ma ora eran dietro a me per moltiplicar 
la mia forza, loro; sempre dietro me quel pe- 
sante passo fedele come la parola che non 
potevano dire: stai sicuro, tenente Zaiè, per- 
chè noi ti conosciamo; e ormai non importa 
più verificare: il fucile è pulito; Io -'"'no è 



— 159 — 

tutto affardellato; dove camminerai, cammi- 
neremo. 

Questo era per servire la patria. 

Era per la patria che conoscevo i loro 
corpi, i loro paesi, i loro pensieri : 

V^iel \^ittore, viso tutto aquilino, primo a 
scoprir la nuvola, il vento, il nido; e il buon 
gigante Soccòl che l'avrebbe portato in collo 
il suo tenente su per le erode. 

In che cosa danneggiavamo la patria con 
questo nostro desiderio di morire tra noi che 
siam familiari, come ognuno desidera di mo- 
rire tra i suoi familiari, nella sua fede? 

Era per la patria. 

Per questa patria italiana. 

Che così - a un tratto - ti dice; non è 
vero: non è nulla: 

Mcnnmeiito Ufficiali 



— i6o — 



È una compagnia di marcia 



quella cui son destinato, compagnia racco- 
gliticcia da inquadrare. 

Resti di guerra di tutte le classi, reduci 
dagli spedali. E certo molti valorosi. 

Ma ora sono distrutti. Mette poco questa 
guerra che fa impazzire a strugger la vo- 
lontà, a impastare un altr'uomo. 

Bisogna rifar loro l'amore. Persuaderli al 
secondo o terzo coraggio, al secondo o terzo 
sacrificio. 

Non ti posson dar nulla loro. Stentano a 
venir fuori alle adunate. 

È una compagnia tri.ste a cui bisogna 
sempre dare. 

E chi darà a te che non hai nessuno? 



— i6i — 

Entro nella nuova caserma 



e son consolato. Perchè anche a me che non 
son nulla qui, che non conosco un uomo a no- 
me, la sentinella presenta l'arma e ognuno ri- 
pete il fiero saluto alpino. 

Non sono tuoi, ma della patria i soldati. 

Dovunque si presenta le armi è la tua casa; 
dovunque queste fiamme e queste stelle è il 
tuo soldato che ti aspettava. 

Guarda a questo segno esterno che non 
distingue la persona, ma indica per tutti il do- 
vere, ma indica a tutti la fede uguale. 

Allora questo qualunque rancio è il ran- 
cio della patria ; questo qualunque segnale è 
segnale di patria; questo qualunque soldato 
che incontri ti conosce, perchè sei il suo uffi- 
ciale e lui è il tuo soldato. 



II - Jahier. Con me e con gli Alpini 



— l62 — 



Parlato al buio 



sotto là pioggia dopo Tappello in cortile. 

Siccome in questa compagnia ci sono an- 
che abruzzesi ; e occhietti vispi di calabresi 
snelle tribù marine, e li chiamano ascari, terre 
mate, e pretendono di poterli sprezzare: 

« Ora siamo soltanto italiani, ricordatevi 
bene. 

È più essere italiano che esser veneto o 
piemontese. 

Chi lo dimentica vuol dir che non se l'è 
meritato. 

Se voi veneti sieti più bravi, lasciate che 
gli altri lo dicano, e allora lo crederemo ; quel 
che uno dice di sé è poco creduto. Tutti di- 
cono bene di loro. 

E se hanno da imparare, collo sprezzo non 
li aiuterete; lo sprezzo fa odio; solo l'amore 
fa emulazione e bravura. 



- i63 - 

Prima eravamo padri e fratelli e mariti e 
ora siamo soltanto soldati; prima avevamo i 
nostri mestieri, e ora scordiamo tutto e siamo 
soltanto militari ; e così prima eravamo ve- 
neti, abruzzesi, piemontesi e ora siamo ri- 
masti soltanto italiani. 

Questo vestito uguale vuol dir che chiun- 
que lo veste è mio fratello e mi deve aiuto e 
virtù come io debbo a lui. 

Fuori di questo segno non ce n'è altro 
che possa farci impressione. 

Per questo tra noialtri ci salutiamo. 

Dunque non siamo neanche più uomini 
ora, ma tutti soldati e non abbiam più paese, 
ma tutta la patria che ci ha chiamati. 

E così sia, alpini italiani >. 



164 — 



Il capitano ha ottenuto 



che ci sia inquadrato il mio vecchio plotone, 
per completar presto la compagnia che deve 
partire. 

Sono andato a prenderli oggi alla caser- 
ma della fornace. Volevano venir via tutti, 
anche quelli degli altri plotoni. 

€ Ma è per partir subito » spiego. 

< No importa ». 

Non resistono fermi in rango; mi circon- 
dano, mi chiamano i nomi. Uno che à ancora 
convalescenza vuol rinunziarci per esser con 
me: « insieme >. e Ma potrebbe esser solo 
qualche ora ». 

« Mi anca se dovessi morir tra qualche 
ora voria pasarla con lu, salo ». 

L' unico analfabeta si raccomanda - a 
mezzo di paesani - che non lo salti, siccome 
non à ini])arato a leggere ; che colpa sua non 
è stata. 



- i65 - 

Han fatto ingresso nella caserma nuova 
lenti e ordinati. 

Gli altri li ispezionavano curiosi. 

È sempre il mio buon plotone di padri, 

affardellato preciso ; pesante, ma coscen- 
zioso. 

Potrà stentare all'attacco, ma non mollerà 
mai posizione. 

Il capitano l'ha passato in rivista e ha 
detto: buoni soldati. 



107 



Focolari 



Sono entrato nella casa a portare il saluto; 
e sulla soglia la vecchietta della novella filava 
un suo aspo centenario, ratta a eseguire il 
penso del Re dei Geni. 

E sulla panchetta a muro che gira la pietra 
del focolare, le sue donne nere come le Marie 
al Calvario « giocavano al bambino ». 

È sagra : i rami splendono ; la casa è ben 
riordinata; tutte siamo cambiate, di bucato: 
e ha già battuto la pace il tocco domenicale. 
È sagra; e non c'è più nessun da servire; 
siamo le donne di guerra rimaste sole, e dun- 
que giochiamo, da donne, « al bambino ». 

Chi conoscerai meglio, ora che non sei più 
bestiola: la tua nonna per quel pissi pissi che 
sa lei fare ; o la tua ièia (1) per quel ciondolino 

(i) Zia. 



— i68 — 

da afferrare; o la tua mamma per quel seno 
di burro da annusare? 

leia, nonna o mare : troppe volte di brac- 
cio in braccio ti fai staccare ! 

Assegna il premio d'amore, fantolino 1 
Resta per sempre da una 1 

Sono entrato nel focolare, e le sue donne 
nere « giocavano al bambino ». 



Poi la madre del morto, appena saputo il 
mio arrivo, mi è venuta a incontrare, sic- 
come ho mandato il fratello in permesso a 
portare la nuova; e senza mai lasciarmi le 
mani mi dice : serberò fino alla tomba la rico- 
noscenza dei miei figlioli. 

Quel là era un toso sempre alegro. Anche 
quando è rista ferito sule Tofane. Mitragliato 
nelle due gambe. 

Lui sempre xoraio. Lui sempre pulito. 

Meglio così che almanco Tè mort onorato. 
E non è stafo fatto prisoniero. Solo mi di- 
spera che è morto sul vapore ; che non ha più 
focato la terra italiana. 

Questo non è un sogno. Sono uscito dal 
focolare. 



— log — 

Ecco il sole brillante sulle nevi d'Alpago. 

Ecco il lago di S. Croce. 

E questo luccichio dorato sugli occhi che 
son le mie lagrime d'orgoglio italiano. 

O tu, di cui ho portato il saluto, 
dev'esser buono, dalla trincea, pensar queste 
cose. 

Ora so dove la prendi la forza tua di leone. 



— lyi — 



Tre anziani 



Reduce che arriva al cancello della caserma 
ondoleggiante, giubba sbottonata, penna 
rovescia, rametto di geranio rosa e im- 
mensa dalia color vino sul cappello stórto, 
premuto, calcato. 

Fatica a mettersi sull' attenti, ma si ricorda 
subito che è venuto « per veder el me te- 
nente, che r è come el me' pare de fa- 
megia t^ e, su domanda, ritrova in petto 
un fogliolino tiepido di licenza speciale - 
dopo l'azione. 

È in regola. E alla seconda medaglia al va- 
lore. 

Ma gli rimprovero - se è bravo soldato - di 
presentarsi così poco e sincero >. 
(Tante reclute son lì intorno a imparare) 

Mi sempre ciocca, quando che torno a casa. 

« Sarà per questo, allora, che non hai avuto 
nessun grado ». 



— 172 — 

Ma lui ride tranquillo: e Mi gnente ^«adi. Mi 
me comando da mi, benedeto >. 

€ Però questa volta ha comandato il vino >. 

A dirglielo si sente offeso : « Mi no ò mai 
marca visita, signor Tenente; lu poi do- 
mandarghe al Tenente che Tè com el 
me pare de famegia. Mi son soldà che fa '1 
so dovere: 49 de servissio e diesa de 
fronte senza punizione. 

Mi sempre ciocca quando che torno a casa ». 

Poi sorte una scatola di metallo e si pavo- 
neggia tra reclute incuriosite. 

« Ecco el F^ranz losef che o tolto ai nuic là 
via ». 

Mi fa una triste impressione questo eroe briaco 
e mentre balletta, lo ammonisco ancora. 

« Non sarà mica contento il tenente di rive- 
derti così ubriaco ». 

Ma allora ride, scettico; son io che non co- 
nosco le cose. 

« Ah '1 me tenente, quel pianzeva quando che 
'1 m'à lassa a Primolano. 

M'è mort dò fradei sòt questa guera. 

Dop che Tè sta mort me pare, semo vegnudi 
mi e me mare. 

L' è sta com' mò pare quel tenent, salo. 

Mi sempre ciocca quando che vegno a casa. 



— 173 — 

So sempre sta mat listess mi, salo >. 

Insomma ho dovuto rinunziare. 

Ma appena arriva il suo tenente basta una 
parola; e la dalia si sbriciola sotto lo 
scarpone; e la giubba si abbottona; e la 
penna spavalda diventa una vergogna che 
gira e rigira tra quelle imbarazzate ma- 
none. 



Andriòlo, che incontro di nuovo, riscaricato 
abile alle fatiche, da un Ospedale. Va a 
riprendere assegnazione al Deposito. Ma 
è pensieroso. Si batte la pancia che la mi- 
traglia ha fatto gonfiare cosi esagerata : 
ci stira sopra la giubba sbiadita da 13 
mesi di Tofane. Scrolla la testa conge- 
stionata, 

O! non dubitate di Andriòlo. Non è paura. 

È alla sua terza entrata in campagna. Chi è 
Andriòlo lo sa la Marmolada. 

.Ma ora ha paura per la sua lingua, Andriòlo. 

Vorrebbe venire con me o con un altro uffi- 
ciale che lo conosca e sappia compatir 
quel che dice. 

Perchè gli scappa sempre la cosa indisciplinata. 

Da quando la mitraglia gli ha svoltato il cer- 



— 174 — 

vello, non può fare a meno di dire la 
pazza cosa. 

E la cosa pazza che dice è che si batte sul 
petto i suoi due nastrini celesti, è che gri- 
da : se tutti i avesse fato '1 so dover come 
mi, saressimo a Vienna noialtri ancùo. 

Ora, siccome a Vienna no ghe semo, tocca a 
quei che no l'à fato de continuar lori! 

È quell'Andriolo che - in trincea - rispose 
al Generale adirato. 

Disse il Generale: 

« Non bisogna lasciarsi stancare: L'Eritrea, 
la Cina, la Libia - son dieci anni che 
faccio la guerra anch'io >. 

Ah! disse Andriolo - sempre rimasto silen- 
zioso - < ma lu l'ha fata da Generale; 
noialtri l'avemo fata da alpini >. 

Per queste risposte Andriolo si considera svol- 
tato di cervello dalla mitraglia e vuol an- 
dare sotto un ufficiale che lo conosca e 
sappia compatire. 



Soldato colla nappina del Battaglione di mio 
fratello che fermo per chieder notizie e 
non mi saluta. Ma siccome si tien sull'at- 
tenti non ci bado. È proprio del suo Bat- 



— 175 — 

taglione e della « novantasie > e conosce 
il Giaiè « grando de la metraglia todesca >. 

Però son notizie vecchie le sue; dell'estate. 
Manca da tempo — Ferito. 

E mi indica col mento il braccio che non sa- 
lutava. 

È un moncherino. 

Allora gli chiedo se potrà ancor lavorare e lo 
consolo di vieta consolazione : che la sua 
prova è finita, che la patria non lo potrà 
abbandonare. 

Ma lui interrompe - duro - il discorso in- 
sensato e cogli occhi ben chiari nei miei, 
da uomo a uomo: « mi saria sta pi con- 
tento de poder morir, salo; e anca adess 
signor tenente, saria pi contento de darghe 
la vita, basta che questa guera almanco 
per i altri la podesse finire > . 



»77 



Ascensione 



all'alba, con tutta la compagnia. E a metà li 
ho lasciati perchè mi à preso l' ispirazione di 
tentar la scalata per rocche, come da tanto 
non sentivo. A petto a petto colla cresta mal- 
fida provando ogni sasso d' appiglio mi sono 
scaldato. 

Nessuno mi teneva più dietro; l'ultimo ha 
detto: signor tenente, noialtri dovemo morir 
contro al nemico. 

Ma io filavo giù nella voragine di Corde- 
vole i denti cariati e mi alzavo leggero verso 
la solitudine della cima, colla mia voce dentro 
che mi cantava sicura : 

se vuoi sentir l odore 

della pritna fresctira 

e di stella matiitina 

sali la mattina. 

Così intanto mi son incrodato nelle nebbie 

12 - Jahier. Con me e con gli Alpini 



— 17» — 

passanti colla folata e mi son dovuto arrestare 
perplesso della via. 

(Juand'ecco suonar voci proprio sotto me 
e indicarmi una discesa. 

Erano loro ; a una forcelletta più bassa, 
saliti dal canalone. 

E si che li avevo lasciati in coda alla ' -'>^ 

pagnia 1 

Come fate a esser quassù voiatri ? chiedo. 

« Quando senio restai soli avemo dito: do- 
velo 1 tenente Giaiè ? 

Quel là no sarà no resta ndrio 

Non volevano dirmi che eran^ -t.iii ui 
pena. 

Ma i vestiti eran troppo laceri e spinosi: 
ma mi offrivano i bastotii infiorati con troppo 
calore. 



— 179 — 



Basta rallentare 



un niotnento: ed ecco chi esce senza giberne; 
chi disarmato; chi si ricorda troppo la vena 
varicosa; chi guarda con sgomento la cima. 

Mai gli uccelli anno tanto cantato. 

Mai i prati furon così rigogliosi: dov'era 
più tardivo pelato, ora le nappe e marghe- 
rite e corimbi colmi e pennelli e papiglioni 
gialli, neri, rosa, tutti ronzanti, tutti fitti e 
umorosi; famiglie d'erbe floride coi loro fiori 
annidiati, che si seminano da soli: e trovano 
pur sempre posto e si rinascono al piede 
ogni stagione. 

Cos le quiete famiglie di questi casolari; 
e i ragni delle loro siepi; e i topi dei loro solai. 
O cara vita! 

Io esco come il ragazzo nel paese delle 
vacanze alla mattina; e gli alpini fremono di 
non essere a segare e conversano colle donne 
dei prati : spande, femmeìie; sèchela, sèchela. 



- 178 - 

pci.^r^anli colla folata e mi son dovuto arrestare 
perplesso della via. 

Quand'ecco suonar voci proprio sotto niu 
e indicarmi una discesa. 

Erano loro ; a una forcelletta più bassa, 
saliti dal canalone. 

E si che li avevo lasciati in ^kj.ìc, cu.. 

pagnia ! 

Come fate a esser quassù voiatri ? chiedo. 

« Quando senio restai soli avemo dito: do- 
velo 1 tenente Giaiè ? 

Quel là no sarà no resta ndrio ». 

Non volevano dirmi che erano stati in 
pena. 

Ma i vestiti eran troppo laceri e spinosi : 
ma mi offrivano i bastoni infiorati con troppo 
calore. 



— 179 ~ 



Basta rallentare 



un momento: ed ecco chi esce senza giberne; 
chi disarmato; chi si ricorda troppo la vena 
varicosa; chi guarda con sgomento la cima. 

Mai gli uccelli anno tanto cantato. 

Mai i prati furon così rigogliosi: dov'era 
più tardivo pelato, ora le nappe e marghe- 
rite e corimbi colmi e pennelli e papiglioni 
gialli, neri, rosa, tutti ronzanti, tutti fitti e 
umorosi; famiglie d'erbe floride coi loro fiori 
annidiati, che si seminano da soli: e trovano 
pur sempre posto e si rinascono al piede 
ogni stagione. 

Cos le quiete famiglie di questi casolari; 
e i ragni delle loro siepi; e i topi dei loro solai. 
O cara vita! 

Io esco come il ragazzo nel paese delle 
vacanze alla mattina; e gli alpini fremono di 
non essere a segare e conversano colle donne 
dei prati : spande, femmeìie; sèchela, sèckela. 



— i8o — 

E qualcuno ci da dentro due falciate; e alle 
passate d'acqua invidiano i mucchi coperti 
col grembiale e i grandi carri spioventi che 
rientrano coi rastrelli infilati nei capelli di fieno. 
O cara vita! 

Ma perchè ci riprendi così subito? O 
cara vita! 

Invece noi dobbiamo partire; perchè ora 
tuona più e più vicino il cannone; ora acce- 
lera, ora rinforza; ora scongiura. 

A notte il suo grande latrato ci corica nel 
rimorso: voi entrate in un letto, mentre nes- 
suno potrà dormire; all'alba ci atterrisce la 
sua rampogna che ritroviamo allentata : sono 
stanco; passano; perchè non venite. 

Mai la natura è stata cosi nervosa e ap- 
passionata: annotta sul mezzodì tra mitraglie 
d'acque discordi e lampi di magnesio; eppoi, 
quasi pentita, si stenebra a sera, e riapre i 
suoi cieli più innocenti; e cancella la rigida 
fascia di tempesta bianca sulla tenera monta- 
gna di nuovo prativa. Come un'amante che 
soffre e vuol trattenere. 

O cara vita! 

Invece noi dobbiamo partire. 

Per questo i prati non furon mai ro<\ 
rigogliosi. 



— i8i — 

Per questo gli uccelli non àn mai tanto 
cantato. 

In punto di perdere tutto ci diventa più 
chiaro 

e più caro. 



- i83 - 



Parola di verità 



letta nel Kriegs-Kalendar del prigioniero ne- 
mico 



Friede bringt Reichtum 

La pace produce ricchezza 

Reichtum macht Uebermut 

La ricchezza fa orgoglio 

Uebermut bringt Krieg 

L orgoglio produce guerra 

Krieg macht Armut 

La guerra fa povertà 

Armut macht Demut 

La povertà fa umiltà 

Demut macht Friede 

L'umiltà fa pace 



— i84 — 

Lo griderò 



perchè non son mai stato felice. 

È la prima volta che sono felice. 

Sono tranquillo e felice. 

Come mi amano : mi covano ; come un re, 
proprio. 

Corrono a regger la frasca che vuol sfer- 
zarmi in viso; mi levano il sasso scomodo di 
sotto i piedi. 

È un peso tremendo questo amore. 

Ciascuno è pronto a morir per me volen- 
tieri. 

Ma sono tranquillo e felice, 

Perchè anch'io per ciascuno di loro. 



is.s — 



Vivere in mezzo alla vita 



ma separati dalla vita 

Come il sole di mezzodì che è senz'ombra, 
che fa il giro di tutte le cose. 

Ricordati che lo dicevi: vivere come il 
giorno dopo la morte del padre. 



— i86 — 



Ora è finito, ora sono partiti 



Noi ufficiali stessi non volevamo dirlo che 
partivano soli; a sostituire i perduti degli Al- 
tipiani. 

Ma han capito subito: adunate per viveri 
di riserva, sospesa la libera uscita, adunata 
per vestizione. 

Le famiglie sono vicine: 4 o 5 si son dati 
a corsa disperata per la montagna: se potes- 
sero arrivare a riveder casal 

Altri supplicavano le lacrime agli occhi; 
non capivano perchè non si possa concedere 
mentre son sempre tornati puntuali. 

Eppure bisogna negare. 

E io che non son neanche stato buono a 
vestirli di nuovo! 

Quando sono arrivato al ripostiglio, re- 
stava poco o nulla; da tempo gli altri si erano 
arrangiati. All'italiana. 

Ho maledetto la mia discrezione. 



- i87 - 

Son stati loro a consolarmi: che fa lo 
stesso; basta no avere il zaino troppo pic- 
colo della buffa che scappa sulle spalle d'al- 
pino; basta non cambiare il numero del Reg- 
gimento che è quello che ci ha rilevati. 

Uno ride: lP\ non rubare. 

Han scherzato al discorso del capitano : 
Se farete il vostro dovere tornerete con sod- 
disfazione. 

« Se podaremo tornar, salo >. 

E air appello dell* assente : e copà '1 por- 
se] 1 (1) dietro. 

Ma al comando « Zaini in spalla. Riposo > 
ecco l'urlo della forza che scuote il paese, gli 
sghignazzi gioiosi della montagna e i cori die- 
tro la fanfara, subito unanimi e fraternizzati. 

Ho preso io il comando del mio plotone, 
l'ultima volta; mi tremava la voce: AP Plo- 
tone Attenti — Per fila destr. Marc. — Non 
ho saputo spiccicare altra parola. 

Come un nodo alla strozza: perchè par- 
tono soli. 

Ce l'ordine per noi: rimanere. 

Ma cosa penseranno loro ! Tu ài predicato; 
ma non prendi il fucile, ma non vieni. 

(i) Fatto festa - Alla lettera: ammazzato il maiale. 



— i88 — 

Ci siamo incamminati a passo di strada 
nella notte estiva, cosi serena; come mille 
anni fa stellata; e a poco a poco si è confuso 
l'ordine delle squadre ; e si son cercati per 
ordine di cuore; e è venuta una litania dalla 
coda: 

oi poverino me 
che son soldà 
oi poverino me 
che son soldà 

Ma alle donne corse piangenti àn voluto 
mostrarsi fieri: Sani e scnsè — Corajo, fem- 
mene — No ste a pianzer per /' amor di Dio — 
Uè una marcia notnrna — Niente paura — 
Noi avem fato la guera sule Tofane^ no ghe 
sarà montagne pi alte che le Tofane, 

E ce ne sono carichi di mali: catarri, do- 
lori artritici, palpitazioni, partiti per far nu- 
mero per provare. 

Siamo già a inquadramenti provvisori: 
classi dal 77 al 96! Inutile lavorare all'unità 
delle anime, prendere per base i paesi, la raz- 
za, i mestieri, la convivenza da quando si son 
vestiti. Tutto è disfatto dalla necessità mi- 
litare. 



- i89 - 

Impossibile non sentirsi abbandonati : elo 
resta chi dei nostri, che abia le nostre me- 
morie? 

E anche tu che canìminavi in testa, ur- 
tato da tutti allo scuro: ora è finito. 

Soldato, non ài più nessuno. Non fami- 
glia, ma neanche plotone. Ora davvero sei 
solo. 

Colla patria. Senti questo, altrimenti sei 
disperato. 

Senza comandi si sono inquadrati alle pri- 
me case della città che rendono tanto suono. 

A poco a poco il calpestìo della colonna 
si è ridotto alla cadenza del buon plotone di 
padri. Come una passione che rientra al do- 
vere. 

Un cozzo di respingenti: una fila di cas- 
soni neri, il treno. 

Li ho abbracciati uno per uno. 

Addio, figlioli. 

E volevo dire: che non mi credessero vile, 
che son comandato. 

Ma loro trovavano naturale che rimanessi. 

Godevano che avessi fortuna. 

e Gli desidero che possa rimanere >. 

Mi chiedevano scusa delle mancanze pas- 
sate 1 



— 190 — 

Temevano, loro, un ricordo non buono. 
Cosa scopri? Cosa stupisci? 

Questo è l'amore. Non pensavano a sé. 
Pensavano al bene dell'amato. 

E si sporgevano a prendermi le mani giù 
dal vagone — Adio — Sani. 

E battevano su i fucili per rassicurarmi: 
no avèm no paura. 

Benedeto — Benedeto. 

Caro da Dio. 



— 191 



Mattina dopo 



che ricalco la via vuoto e fiaccato. 

Noi amiamo troppo, noialtri italiani. 

Bisogna vincere, no amare. 

Come sopporteresti allora di vederli mo- 
rire? 

Amare toccherà a quelli dopo. 

Ho sbagliato: è stata la gioia di ritrovar 
questo popolo cosi puro. 

Carezzavo ogni suo bambino per strada: 
anch'io sou tuo figliolo. 

Ora intanto, non potrai più amar come 
prima, il primo amore passato. 

La disciplina invece, quella dura. 

È vero. Ma come sopporteremmo noialtri 
di morir senza amore? 

Noi dobbiam fare la guerra come abbiamo 
fatto la vita. 

E mentre ragiono, un militare appare in 
cima alla strada. 



— 192 — 

Schiacciato dallo zaino immenso, stenta a 
muovere piede; le sue lunghe cannucce tre- 
manti abbandonano il peso ogni volta sul pi- 
stocco fedele. 

Stramazzerà se si ferma un minuto. 

Ma non si fermerà: nei rivi di sudore il 
suo viso disperato serra un'estrema riso- 
luzione. 

Vuol partir coi compagni il polmoni- 

tico appena rientrato. 

« Ah! signor tenente, signor tenente.... » 
Ma avanza, ma, mentre guardo, mi ha già 
oltrepassato. 

« Fistarol, gri(io, figliuol mio, marca vi- 
sita: è il tuo tenente che te lo chiede. La pa- 
tria questo non te lo può domandare » . 

O Signore, Signore, una sola cosa: ri- 
maner degno di questo soldato fino alla fine. 

Giugno 191 6. 



La « Riviera Ligttre > ha disinteressatamente con- 
cesso la riunione in volume di queste parole. 



i 



Non solo 

alla memoria dell'amico 

7na alla gloria 

del Capitano Piero Aiazzi Mancini 

che a S. Osvaldo 

non si è arreso 



195 — 



Indice 



Arrivo Pag. 5 

E la città della guerra » 6 

Reclute » 9 

Primi giorni > 12 

Silenzio » 20 

Tu non persuaderai » 21 

Criticano » 22 

Giorni » 32 

Scarpe > 33 

Parlato a solo » 38 

Fratello » 43 

Fanfara » 51 

Regioni > 58 

Dialetto > 59 

La bella giornata che mi hanno parlato . . » 60 

Prima marcia alpina » 69 

Ritratto del soldato Somacal Luigi. ... » 75 

Domanda angosciosa che torna » 87 

Regali » 89 

Mandato Viel • . » 92 

Consolazioni del militare » 93 



- igó - 

Canto di marcia Pafr. loi 

Canto di marcia . . . • » !o> 

Mia cucina i i i 

Parlato nella tetra camerata i 1 2 

Parlato ali aperto » 115 

Stradone 121 

Scoramento e tentazione .,.-... » 12-^ 

Etica del montanaro . ." 

Ma questa guerra * 150 

Attacco e abbandono > 153 

E cosi a un tratto > 157 

E una compagnia di marcia » 160 

Entro nella nuova caserma » 161 

Parlato al buio » 162 

Il Capitano ha ottenuto » 164 

Focolari 167 

Tre anziani » 171 

Ascensione » 177 

Basta rallentare ^> 17; 

Parola di verità >» i ^ . 

Lo griderò ... ; » 1 : 

Vivere in mezzo alla vita > 1S5 

Ora è finito, ora sono partiti » 1S6 

Mattina dopo » 191 






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